GRICE ITALO A-Z P PAST
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pastore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
nella storia della dia-lettica romana di Varrone a Peano – la scuola di Torino
-- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Orbassano). Filosofo
italiano. Orbassano, Torino, Piemonte. Grice: “A proto-Griceian.” Grice:
“Pastore divides logicians by nationality, and he has a few for Italians; he
does not distinguish between Welsh Russell and English Boole, though!” Grice:
“Pastore has an excellent section on the ‘alleged’ imperfections of ordinary
language, to which I refer to in my reference to the common place in
philosophical logic.” Grice: “Pastore lists six imperfections of ordinary
language, for which he notes how confusing the allegations are.” “He ends by
noting the moral of the formalist: “not everything that is explicated is
implicated, and not everything that is implicated is explicated!” – Grice: “The
Italian philosophers he mentions make an interesting list.” Grice: “He has an
earlier paragraph on “Roman logic,” which is charming.” Laureato a Torino con GRAF ed ERCOLE
(si veda), è insegnante di liceo e ottenne una cattedra a Torino. Fonda e dirigge
il laboratorio di logica sperimentale a Torino. Collaboratore della Rivista di
filosofia. I suoi manoscritti sono
conservati nell'accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria di
Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di Bruino. Saggi: “La logica
formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza” “Sillogismo e proporzione,” “Dell'essere
e del conoscere,” “Il pensiero puro,” “Causa ed esperienza”; “Solipsismo,” “Potenzia logica” “Logica sperimentale,””
L'acrisia di Kant” “La filosofia di Lenin”; “La volontà dell'assurdo. Storia e
crisi dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso, “Introduzione alla metafisica
della poesia,” Bazzani, Carte. Fondo dell'Accademia La Colombaria” (Firenze, Olschki);
Castellana, “Razionalismi senza dogmi. Per una epistemologia della
fisica-matematica” (Mannelli, Rubbettino); Dizionario di filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un filosofo triste: P. in Scienza e
metodologia. Saggi di epistemologia, Roma, Gregoriana). “È notissima la storia
della logica nell’antica Roma, in cui assai per tempo viene a prevalere la
teoria catechistica, sviluppata negl’innumerevoli manuali di logica ad uso
delle scuole, mutuanti l’insegnamento dalli saggi di VARRONE, di CICERONE, di
Aulo GELIO, e di Quintiliano. Questo indirizzo comprende altresi i saggi di Vittorino,
di VEGEZIO (si veda), e si spinge fine a quelle imporntantissimei di BOEZIO (si
veda) e di Cassiodoro che riduceno la logica all’uso d’una TABULA LOGICA o
combinazione di concetti secondo le regole della silogistica. BOEZIO, “Introductio
ad categehoricos syllogismos”; “de syllogismo categorico-hypothetico,” “de
divvisione”, “de definitione”, Cassiodoro (Venezia). In tutta quanta la
scolastica la sillogistica di BOEZIO è ripresa ed applicata con sottilissimo
svolgimento. Comincia, a vero dire, per essere incompletamente conosciuta. Si
complete con LOMBARDO. Quindi fa decisamente il suo ingresso nell’occidente per
opera di AQUINO, ABANO, e COLONNA – Summa theologica, cfr. BRUNO, “de specierum
scrutinio”; de lampade combinatoria lulliana, de progresso et lampade venatoria
legocorum. S’istende la lussureggiante vegetazione dei “terministi”, fra i
quali appena è il caso dei ricordare il nostro Paolo NICCOLINI (si veda) Veneto,
TARTARETO, e NIGRI. Per onore della filosofia, voglio dire che, in mezzo a
tanta zavorra, i pensamenti originali sono molto più numerosi ed important di
quanto non si creda comunemente. NIZOLIO, Pauli Veneti, “Logia parva”,
tractatus summlarum (Venezia). Le loro relazione possibili con le varie
posizioni di certi dischetti girevoli atorno un centro comune, sovrapposit
l’uno all’altro, sui quali sono segnai i concetti fundamentale. Questo tentativo
di BRUNO (si veda) contiene in gemre tutta la teoria della quantifiicatione del
predicato e la teoria della logica sperimentale. In seguito ai mie personali
ricerche compiute nella biblioteva comunate di Noto (Siracusa) la priorità
della dottrina della quantificazione del predicato si deve attributire al
sottilissimo casista CARAMUEL (si veda), che l’espose nella sua “Grammatica
audax”. Zvsdilio, zinytofuvyio in stidyyrlid lohivsm, ztoms. FACCIOLATI, Logia
protehroai, rudimenta di Logica, TIZIO, Arte di pensare. PEANO, Calcolo
geometrico secondo l’ausdehnungslehre di Grassmann preceduto dale operazione
della logica deduttiva (Torino), arithmetica, principia, nova method exposita,
I principi di geometrica logicamente esposti (Torino, Bocca); elementi di
calcolo geometrico, principi di logica matematica R d M, formule di logica
matematica, sul concetto di numero, sui fondamenti della geomentria, saggio di
calcolo geometrico, studi di logica matematica, NAGYj, Fondamenti del calcolo
logico, Napolo, sulla rappresentazione grafica della quantità logica, Lencei,
lo stato attuale ed i progressi della logica, rivista italiana di filosofia, I
principi di logica esposti secondo le dottrine moderna (Torino, Leoscher), I
teoremi funzionali nel calcolo logico (Rivista di matematica); La logica
matematica e il calcolo logico (Rivista Italiana di Filosofia, Roma), I primi
dati della logica (Roma), Sulla definizione e il compito della logica (Roma,
Balbi), Alcuini teoremi intorno alle funzione logiche (Rivista di Matematica),
BURALI-FORTI, Logica matematica (Milano); Sui simboli di logica matemaitca (Il
Pitagora), Vacca, Vailati, Padoa, Pieri, Castellano, Ciamberlini, Giudice, Nota
di Logica matematica (Rivista di Matematica), Vailati, un teorema di logica
matematca (Rivista di Matematica), sul carattere della logica: il sviluppo
della logica formale (Rivista di filosofia), Vacca, “Sui precursori della
logica matematica” (Rivista di Matematica), Bettazzi, Chini, Boggio, Ramorni, e
Nasso. Tutti i logici italiani apparengono alla scuola di PEANO (si vedùa), al
qualse si deve la logica matematica o pura. In essa introduzione, Peano,
esposti lucidamente gli studio, dimostra l’identità del calùcolo sulle classi,
col calcolo sulle proposizioni. La sua opera contiene la teoria dei numeri
interi completamente riditta in formole facendo ricorso ad un limitatissimo
numero d’idee logiche Peano espresso coi simboli: e, > = + V ~ A. – sette simboli. Di qui trae origine
la sua ideo-grafia in cui ogni idea è rappresentata con un segno, e il su
strumento analitico anda perfezionandosi rapidamente. Arrichitta di numerose
indicazioni storiche per la collaborazioni di valenti seguazi, procede alacremente,
raccogliendo e trattando completamente in simboli tutte le proposizioni della
matematica. L’importanza filosofica di questo movimento iniziato da Peano non e
ancora stata apprezzatta convenientemente da ogni filosofo, ma i saggi di Peano
cominciano solo ORA a richiamare sola di se l’attenzione dei filosofi. Il
ritardo filosofico e tanto più strano quanto più chiara è la filiazione
filosofica di questa ideo-grafia. Peano stesso non cessa mai di far notare che
la sua ideo-grafia è casata su teoremi di logica. Ma se con definizione
opportune, si pote riddure le idee di logica anche si incontrano in molte parti
della matematica ad un numero sempre più piccolo d’idee primitive, attualmente
ancorsa si desidera una riduzione analogia di tutte le idee di logica ache si
incontrano nella LOGICA PURA. Questa riduzione presenta in vero seriissime
difficoltà ed e più facile il riconocere quante e quai siano le idea primitive
in aritmetica e in geo-metria che in logica. Continuando le richerche mi
convene supporre consosciuto tento di portare un contribute alla soluzione del
problema suddetto. Nasce da Lorenzo e
Luigia Peirani. Studia presso l’oratorio
di Don Bosco a Torino. Prosegue quindi gli studi presso la facoltà di lettere di
Torino, dove si laurea con GRAF (vedasi). La sua tesi di laurea, “La vita delle
forme letterarie: studi critici di scienza della letteratura” -- Torino – tenta
d’interpretare in maniera evolutiva la storia letteraria moderna. Pell’improvvisa
morte della madre, «mutato il senso della vita» -- Il mio pensiero filosofico,
in Sciacca, Filosofi italiani contemporanei, Milano --, abbandona la critica
letteraria e si dedica alla filosofia, studiando matematica, fisica, biologia e
psicologia sperimentale. Si forma sotto la guida del logico e matematico PEANO
(vedasi), del fisico GARBASSO (vedasi), del medico e fisiologo MOSSO (vedasi) e
dello psicologo KIESOW, nel cui laboratorio di psicologia sperimentale compe ricerche
applicate. Si laurea in filosofia con ERCOLE (vedasi), discutendo una tesi di
laurea dal titolo “Sopra la teoria della scienza: logica, matematica e fisica”
-- Torino. Si sposa con Mucchi, dalla quale ha la figlia Carla. È prima libero docente di filosofia teoretica
a Torino, tenne quindi corsi liberi a Genova. È supplente nella cattedra di
filosofia teoretica a Torino d’ERCOLE (vedasi), che lo indirizza allo studio
della filosofia greca – Aristotele --, italiana e tedesca -- Kant ed Hegel -- e
alla filosofia di CERETTI (veasi), che lascia «una traccia indelebile nella mia
mente». Ottenne l’incarico di insegnamento nella medesima disciplina.
Contemporaneamente insegna filosofia al liceo di Asti. Divenne titolare di
filosofia teoretica, vincendo il concorso a cattedre grazie all’opera Il
problema della causalità, con particolare riguardo alla teoria del metodo
sperimentale -- Torino. Insegna a Torino fino al collocamento a riposo. Dirige il laboratorio di psicologia
sperimentale dopo la morte di Kiesow e il laboratorio di logica sperimentale,
da lui fondato presso l’istituto di psicologia di Torino. Nelle sue ricerche
logiche e sperimentali si avvalge di due fidati allievi e collaboratori:
l’ingegnere MOSSO (vedasi), morto tragicamente in guerra, in stretto rapporto
con il quale scrive i Principi di logica del potenziamento, Torino, primo
titolo della collana Biblioteca di filosofia teoretica, diretta dallo stesso
Pastore, e l’elettrotecnico ALBANO (vedasi), che realizza i suoi progetti
meccanici, morto anch’egli durante la seconda guerra mondiale. S’indirizza
prevalentemente a ricerche logiche e teoretiche, che vedeno la più matura
sintesi nei volumi La logica del potenziamento coi “Principii” di MOSSO
(vedasi) -- Napoli -- e Logica sperimentale, con Appendice di MOSSO (vedasi) --
Napoli --, pubblicati anche grazie all’aiuto dell’ex allievo GEYMONAT (vedasi).
Dopo la guerra svolge soprattutto studi di estetica, etica e mistica. Sviluppa
una critica del pensiero critico, evidenziandone l’acrisia pella subordinazione
della ragione teoretica alla ragione pratica – cf. H. P. Grice: The
aequi-vocality thesis: ‘reason’ has the same sense in ‘theoretical’ reason and ‘practical’
reason -- e sostenendo l’indipendenza tra la prima e la seconda ragione,
entrambe motivate da un’esigenza metafisica -- L’acrisia di Kant: contributo
alla critica della Critica, Padova. Propone un esame degli aspetti filosofici
del leninismo, criticato alla luce del socialismo riformista di TURATI (vedasi),
in La filosofia di Lenin -- Milano. Si confronta tra i primi in Italia con la
filosofia esistenzialistica e fenomenologica, in particolare nel volume La
volontà dell’assurdo: storia e crisi dell’esistenzialismo, per ri-vendicare lo
sforzo della filosofia in direzione del potenziamento del pensiero universale e
non dell’«essere per la morte». È membro
della Reale Accademia delle scienze di Torino. Collabora alla Rivista di
filosofia. Muore a Torino. Alcuni studi di estetica vennero pubblicati postumi
nella Introduzione alla metafisica della poesia. Saggi critici -- Padova -- e
in Dioniso: saggi sul pensiero tragico -- Padova --, insieme a ulteriori
ricerche logiche, raccolte in “Logicalia: Saggi di logica e di filosofia della
scienza,” cur. OTTAVIANO (veasi) -- Padova. L’opera su Origine della filosofia
dallo spirito della tragedia annunciata (La logica del potenziamento), non
venne mai realizzata. Scrive opere letterarie, poetiche e teatrali; collabora
con la Gazzetta del popolo di Torino. P.
è stato tra i maggiori filosofi della scienza italiani. È tra i primi in Italia
a elaborare una filosofia della scienza in funzione della ‘rivoluzione
scientifica’ che si produce in matematica e in fisica. È tra i primi
epistemologi italiani – usa il termine “epistemologia” in Del nuovo spirito
della scienza e della filosofia, Milano - Torino - Roma –, studiando la struttura logica e
metodologica delle scienze a partire dalla conoscenza diretta delle più recenti
teorie scientifiche, in ispecie la logica matematica, le geometrie non
euclidee, la teoria della relatività, la meccanica quantistica, le ricerche
psico-fisiche. Espresse in solitudine
una ricerca anomala rispetto alla tradizione filosofica italiana, in quanto non
aderisce né al positivismo né al neo-idealismo. Il suo rifiuto del positivismo si
condensa nell’affermazione della conoscibilità di una realtà ultima oltre il
dato, che identifica col pensiero. La distanza dall’idealismo è ancora più
netta in quanto egli pone al centro il metodo sperimentale, unico strumento per
la comprensione della realtà. La parte
più consistente della sua riflessione ha carattere logico ed epistemologico. Essa
inizia con le ricerche confluite nella tesi di laurea e si orientò verso la
definizione della ‘logica del potenziamento’.
Nella sua opera epistemologica – Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia, dai toni simili a quelli della più nota, e successiva, opera di Bachelard,
Le nouvel esprit scientifique, P. è consapevole di partecipare «al glorioso
movimento di revisione dei principi e dei metodi della scienza, quale proruppe dalle
più progredite analisi dell’epistemologia -- La logica della ricerca
scientifica: relazione al congresso di filosofia, in Archivio di filosofia,
quindi in Logica sperimentale; anche per questo scritto va segnalata
l’assonanza con la Logik der Forschung di Popper. Egli affronta innanzitutto il
problema della natura del metodo scientifico, sostenendo che “il metodo per la
scienza è uno, deduttivo e sperimentale ad un tempo -- Del nuovo spirito della
scienza e della filosofia. La descrizione di «un vigoroso indirizzo
sperimentale e deduttivo per la scienza», radicato già nel metodo di BONAIUTO
GALILEI e confermato dai «bisogni dello spirito scientifico», «caratterizzati
dal crescente rigore deduttivo dei ragionamenti», è arricchita dal dialogo con
alcune rilevanti concezioni epistemologiche del proprio tempo, quali il
convenzionalismo geometrico di Poincaré e la teoria fisica dei modelli di Hertz,
che nella concezione della teoria scientifica unisce aspetto teorico deduttivo,
metodo sperimentale e apporto strumentale, e alla quale P. aderisce con
convinzione. L’esito epistemologico del libro consiste in un razionalismo
sperimentale di matrice galileiana. Alla proposta epistemologica collega una
sfera teoretica, dedicata a illustrare il ‘spirito della filosofia’, nella
quale introdusse la dottrina dell’infinita verità, a sua detta, «il miglior
frutto filosofico» -- Il mio pensiero filosofico. Tale dottrina è vista come la
«suprema sintesi» del «principio dell’identità metodologica della deduzione e
dell’esperimento come preludio ad una teoria del metodo sperimentale» e insieme
del «principio del presente scientifico come armonia delle cognizioni e dei
fatti» -- Del nuovo spirito della scienza e della filosofia. Sulla base del progetto di ricerca proposto
nella tesi di laurea, P. sviluppa d’un lato un’originale teoria logica ed
epistemologica e dall’altro una concezione teoretica e metafisica, entrambe
integrate nella ‘logica del potenziamento’. Il consolidamento della concezione
logica ed epistemologica di P. passa attraverso l’opera in due volumi Il
problema della causalità, una delle più rilevanti ricerche
storico-epistemologiche sulla questione, individuata come «la pietra di
paragone della filosofia» -- cf. H. P Grice on ‘cause’ as ‘final cause’ in “Actions
and Events” – greco aitia – a rebel without a cause. Anche in questo caso non si limita alla
ricognizione storico-epistemologica del problema, ma ne evidenzia anche
l’interesse teoretico e MORALE. Se sul piano storico-epistemologico rimase
ferma l’adesione al metodo sperimentale e alla teoria dei modelli, su quello
teoretico e MORALE egli ricercò «i rapporti del problema della causalità col
problema della contingenza e della necessità, soprattutto in ordine al problema
psicologico e morale della LIBERTÀ umana» -- cf. H. P. Grice, “Kantin problem”
--, ponendo così una questione speculativa e MORALE sull’origine e sul valore
dell’idea di “causa” «in ordine ai massimi problemi dell’essere e del
conoscere». H.
P. Grice: “If Prichard is to be credited for giving moral primacy to willing,
P. is to be given credit for giving moral primacy to the idea of ‘cause’.” Egli unisce in tal modo in una
sintesi filosofica superiore i mezzi della scienza – «il calcolo e
l’esperimento cioè la deduzione pura, per concetti, o applicata, per oggett –
H. P. Grice, OBBLE, POTCH (percieve) – POBBLE -- and COTCH (concive -- COBBLE))»
– con i mezzi della coscienza – «l’amore e l’azione cioè l’intuizione»,
entrambi «rivelazione dell’universale concreto che pensa e vibra nell’infinito
ordine dell’universo». L’«interpretazione auto-causativa della causalità, che
in fondo si riduce alla interpretazione liberistica della necessità»
costituisce la soluzione che risolve «il grande conflitto – H. P. Grice,
Kantian problem -- tra la scienza e la coscienza», eliminando «ogni
interpretazione apodittica delle cause metafisiche» -- H. P. Gice, ratio
essendi, ratio cognoscendi – final casue. Dalle conseguenze teoretiche
dell’opera emerge la concezione di un ‘pensiero reale’, visto «come attività
distintiva e unitiva del soggetto in relazione all’oggetto – OBBLE – SOBBLE --»,
in grado di intendere la realtà-pensiero insieme come unica e bi-polare. La logica matematica è sviluppata in forma
indipendente rispetto alla logica matematica del maestro PEANO (vedasi). Essa
si basa sui concetti di potenza logica e di potenziamento, dai quali vengono
ricavati, tramite equazioni logiche, principi e teoremi generali, e si estende
ai modelli meccanici di Hertz. La logica
del potenziamento «sposta il centro di gravità d’ogni ricerca dalla logica
particolare come sistema alla logica generale come logicità» -- La logica del
potenziamento. Essa procede tramite due principi: il principio di base
dell’identità, che pone l’esistenza dell’ente nella sua variazione relativa –
cf. H. P. Grice, Time-relative identity --, e il teorema del potenziamento, o
principio di sviluppo, che permette di conoscere lo sviluppo relativo
dell’esistente – cf. Figure alla von Wright in H. P. Grice, “Actions and
Events.”. Ne deriva una logica sintetico-costruttiva che unisce, in matematica,
fisica e psicologia sperimentale, la deduzione del DISCOSO (D) – used by H. P.
Grice, ‘principles of discourse’ -- con l’intuizione logica dell’Universo (U).
Viene quindi ammessa una dualità operativa che lega U e D, presupponendo sempre
la precedenza dell’intuizione logica. Essa orienta una logica sperimentale
realizzata in laboratorio che dalla teoria logica permette di costruire modelli
meccanici. Il più noto macchinario prodotto da P. con l’aiuto d’ALBANO (vedasi)
è l’orto-motore auto-sincrono, presentato alla mostra torinese dell’autarchia. Sul
piano teoretico la logica del potenziamento, le cui più alte aspirazioni
teoretiche trovano «la loro ragione, il loro ritmo e un effettivo potenziamento
nel pensiero puro dell’universale relatività» -- Il mio pensiero filosofico --,
è «il compito più alto della metafisica relativistica» -- Introduzione alla
metafisica della poesia. Essa sfocia in un relativismo pan-logicista che risolge
in modo immanente l’essere e il pensiero nell’ente logico, escludendo sia il
soggettivismo e l’idealismo, che l’irrazionalismo e lo scetticismo. Lontano dal
positivismo della formazione per la sua convinzione nell’esistenza di una
realtà-pensiero che si può raggiungere tramite un’infinita verità, P. lascia
uno spazio sempre maggiore a «una fiducia a-logica rispetto alla regione
oscura» -- H. P. Grice, ‘deep berths’ -- della vita concreta. Indagando sul
piano estetico, MORALE e mistico tale realtà-pensiero, la vide ancorata a una
dimensione vitale e tragica dalla quale scaturiva la filosofia stessa, come
scrive in conclusione dell’auto-presentazione del suo pensiero: «la funzione
catarsica del dolore e l’origine della filosofia dallo spirito della tragedia». Si ricordano, oltre a quelle citate, le
seguenti opere: Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli
meccanici -- Torino --; Dell’essere e del conoscere -- Torino --; Il pensiero
puro -- Torino --; Il solipsismo -- Torino -- ; Scritti di varia filosofia -- Milano. Fonti e Bibl.: Le carte del fondo P.,
contenente lettere, manoscritti di opere edite e inedite, oltre a schemi di
corsi universitari, sono conservate presso l’accademia toscana di scienze e
lettere La Colombaria di Firenze. Selvaggi,
Dalla filosofia alla tecnica: la logica del potenziamento, Roma; Bobbio, P., Rivista
di filosofia; Selvaggi, Un filosofo triste: P., in La Civiltà cattolica,
Quaderno; Russo, P. Istanze e limiti del potenziamento, Catania; Le carte di P.
Fondo dell’Accademia La Colombaria, a cura di Bazzani, Firenze; Castellana,
Razionalismi senza dogmi: per una epistemologia della fisica-matematica,
Soveria Mannelli. P., libero docente di filosofia teoretica della R. università
di Genova LOGICA FORMALE DEDOTTA DALLA CONSIDERAZ j^E MODELLI MBCOANICI Con 17
figure ed S tavole fuoH testo. TORINO BOCCA MILAHp - BOMA - FIKBNZi: ^^;"
-V-r-; ' . 4 *^ ! i / ( ■ >• X •■>.' ^ i Piccola Biblioteca di Scienze
jVlodePDe Eleganti volumi in-ia« . U. la. . ao. . In elelo. Saggi di astronomia
L. Suo valore teoretico e pratico. Zahotti-Biahco. Oathbkin. Il zione) .
BaacKE. Belleua • difetti del eorpo amano. — Con figure Sergi. Arll e Itallel.
Attorno all'Italia preistorica. — Con figure BizzATTi. Varietà di storia
naturale. — Con figure .... Lombroso. Il problema della felicità MoRASSo.
Uomini e Idee del domani. — Ii*evoarclila . . . Kautskt. Ite dottrine
eeonomlelie di €. JHarx. - (Sequestrato) HuGDBS. Oeeanovrafla Frati. I^a donna
Italiana Zanotti Biahco. Mei reffno del sole Troilo. Il misticismo moderno
Jerace. I^a ginnastica e Parte vreca. — Con figure .... Bevelu. Porcile si
nasce masclil o fentntlne ? Groppali. I^a vanesi sociale del fenomeno
scientifico . . Vecohj e D*Adda. I«a marina contemporanea. — Con 90 fig. De
Sanctis. I sovnl De Lact Evans. Come prolnnipare la vita Strafvorello. I>opo
la morte Lassar-Cohh. Jja elamica nella vita quotidiana. — Con figure Mach.
Iietture sclentificlie Antonini. I precursori di I«ombroso. — Con figure ....
Trivero. Ija teoria del bisoirni Vitali. Il rinascimento educativo DiBA. I<e
prevlsloui dei tempo Tarozzi. I^a virtù contemporanea Stravforello. I^a sciensa
ricreativa Sergi. I>ecadensa delle nasioni latine Masè-Dari. JH. T. Cicerone
e le sue idee economiclie e sociali De Boberto. I^'Arte Bacciohi. Ija viviiansa
ivi«niea dcffli alimenti. — Con figure Marchesiki. Il simbolismo Naselli.
Meteorologia nautica NiCEFORO. Italiani del nord e italiani del sud Zoccoli.
Federico Nietasclie Loria, fl capitalismo e la selensa OsBORH. I>al Clrecl a
I>arvrln CiccoTTL I«a ffuerra e la pace, nel mondo antico Basius.
I>irittl e doveri della critica Sergi. Ija psicbe nel fenomeni d^lla vita —
Con figure . . Henle. I«a vita e la eosciensa. — Con figure Baccioni. Nel revno
del profumo.— Con figure Strafforbllo. Il progresso della sciensa MiHUTiLLi.
I^a Tripolltania. — Con una carta Maeterlink. Ita sanr^ssa ed il destino Molli.
I<e grandi vie di comunlcasione Vaccaro. I«a lotta per l*eslstensa OhRANi
Alleh. Jja vita delle piante. — Con figure Zini. Il pentimento e la morale
ascetica Materi. Ii'eloquensa forense MoRASSO. I«' imperialismo artistico
Lombroso. I s^;ni rivelatori della personalità. Con figure Oddi. Oli alimenti e
la loro funxlone Bossi. I sunrestionatori e la folla Yaccal I^e feste di Boma
antica Marchesinl fl dominio dello Spirito Serol «11 Arii in Europa e in Asia.
Con figure Zanotti Bianco. Istorie di mondi LOGICA FORMALE INDICE Concetto
d'una logica sperimentale Condizioni della filosofia teoretica Condizioni delle
scienze fisiche, sperimentali e matematiche Questioni che interessano la teoria
della scienza e della conoscenza Del rinnovamento teoretico della filosofia L'introduzione
della teoria dei modelli – cf. H. P. Grice: “A model of conversation,” Oxford
-- nella filosofia teoretica La logica formale trattata dal punto di vista
sperimentale fornito dalla teoria dei modelli Ricorso al campo tecnico Traduzione
ed esperimento Logica induttiva e logica deduttiva dal punto di vista
sperimentale Riconciliazione della teoria e dell'esperimento e rinnovamento del
CONCETTO dell'ESPERIENZA I tre indirizzi della logica pura .LOGICA. FORMALE
Pabtb Prima TEORIA GENERALE Cenno storica Mìa logica formale con particolare
riguardo allo sviluppo del calcolo logico. Distinzione della logica formale
dalla logica materiale Cenno storico-bibliografico Meriti dell'analitica – H.
P. Grice, in Butler, “Analytic Philosophy” -- moderna Della logica fortnale e
simbolica in generale^ come TEORIA DEI SEGNI – alla H. P. Grice e Pierce -- e
della sostituzione Natura ed ufficio della logica formale Distinzione logica
delle forme: forme primitive e forme derivate Elaborazione delle FORME (O
SEGNI) interiori ed esteriori. Loro sostituzione Ragione genfirole della
formazione delle forme Posizione della teoria SIMBOLICA – H. P. Grice on J. L.
Austin’s SYMBOLO -- vantaggio dei SEGNI e della sostituaione di segai a segni --
imperfezioni della lingua italiana e critiche Discussione delle critiche Obbiezioni
del Bergson Discussione Concetto d'una ricerea di logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici Della rappresentazione simbolica dei fenomeni
logici La logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanici
come un caso particolare della logica SIMBOLICA Posizione scientifica della
logica per modelli di fronte alla logica pura Cautele nell’applicazione della
teoria dei modelli Necessità di alcune ipotesi preliminari Metodo di studio
delle forme logiche elementari ed analisi dei principi generali del pensiero Metodo
di studio delle forme logiche elementari adottato dalla logica ordinaria Della
vera natura dei due ordini di principi considerati come primitivi Problema
critico pregfiudiziale Distinzione comune della dottrina delle forme elementari
dalla dottrina delle forme sistematiche o metodologia. Teoria di Nagy Analisi
dei prìncipi assiomatici Primo aspetto dei principi assiomatici Secondo aspetto
dei principi assiomatici I tre gruppi di Nagy Risultati dell'analisi Analisi
dei principi di sostituzione e di definizione Metodo di studio delle forme
logiche elementari adottato nelle ricerche Possibilità di una metalogica Classificazione
delle idee primitive Determinazione dei concetti logici primitivi Problema
delle categorie – H. P. Grice and P. F. Strawson, “Categories,” Oxford -- , Risoluzione
parziale Tavola delle idee primitive Postulati Criteri direttivi Proprietà delle idee
primitive Distinzioni e proprietà fondamentali dei concetti logici primitivi Proprietà
dell' idea Proprietà della relazione Critica dei concetti positivi e negativi –
H. P. Grice, “Negation and privation” Proprietà secondarie Concetto del
concetto – significato del significato -- Forme logiche pure Modelli ideo
fisici delle idee primitive Sostituzione della rappresentazione meccanica dei
fenomeni logici alla rappresentazione grafica Primo modello ideo-fisico
dell'idea Modello ideofisico della relazione Modello concentrico a particolare
fìsso Modello differenziale Funzione del modello in accordo col principio
fondamentale della logica Rappresentazione dei rapporti quantitativi e
qualitativi dei concetti Rapporti invertibili e non invertibili Nota sul
comportamento del modello ideofisico Partizione delle idee derivate Relazioni
di concetti – Giudizio -- Teoria Logica.
Definizione del giudizio Partizione dei giudizi Giudizi semplici e combinazioni
possibili Sfera e contenuto del giudizio Modelli ideoftsici del giudizio. Costruzione
del modello del giudizio Deduzione meccanica della teoria del giudizio Relazioni
di relazioni – Raziocinio -- Teoria Logica -- Definizione del raziocinio – cf.
H. P. Grice: Aspects of reason and reasoning: A reasons from P to C iff the thought
of P causes the thought of C. Relazioni principali Operazioni fondamentali del
raziocinio immediato e mediato Problema di Boole Regole speciali del sillogismo
Altre forme derivate del raziocinio Modelli ideoftsici del raziocinio Modelli
del raziocinio immediato – H. P. Grice: woman’s reason: p because p. Modelli di
raziocinio mediate Problemi da risolvere Rappresentazione delle otto regole del
sillogismo Rappresentazione delle quattro figure Dimostrazione sperimentale dei
modi legittimi ed illegittimi del sillogismo Confronto dei risultati della
logica classica coi risultati sperimentali dei modelli Esame d'una divergenza
notevole fra i risultati della logica classica e i risultati dei modelli, sia
rispetto alle regole speciali, sia rispetto alla legge suprema del sillogismo Dimostrazione
delle conclusioni deboli di Occam e delle nuove non conformi allo regole
classiche Risoluzione di problemi importanti intorno alla teoria particolare e
generale del sillogismo: la quarta figura; le obbiezioni di CANTONI (vedasi) e
di MASCI (vedasi) contro il sillogismo come pretesa forma generale del
raziocinio Modello di polisillogismo Modelli del sorite Dell’applicazione della
fisica e quindi del calcolo alla scienza logica e dei limiti di essa Obbiezioni
Apprezzamento dei risultati più generali ottenuti dalla ricerca Valore critico
e gnoseologico della teoria ideo-fisica Deirordine derivante dalla
rappresentazione simbolica cioè deformativa di un dato ordine di fatti
scientifici Conseguenze filosofiche INDICE DELLE FIGURE Modello concentrico del
concetto Sezione schematica del modello differenziale del concetto Modello
differenziale del concetto Modello differenziale del giudizio Combinazioni
quantitative e qualitative del giudizio Diagrammi sillogistici, secondo Alessandro
d’Afrodisia Modello differenziale del sillogismo Figura schematica del
dispositivo delle tre carrucole Schemi grafici di cinque modi sillogistici
illegittimi Schemi grafici di quattro modi sillogistici legittimi, con due
premesse negative Tavola dei trentadue modi sillogistici legittimi Schema d’un
modo sillogistico errato Lo stesso schema rettificato Modello di polisillogìsmo
a quattro ter- Modello di polisillogismo a più termini sinistrorso Modello del
sorite aristotelico Modello del sorite goclenico Elenco dei 256 modi
sillogistici -- tavole. In base ai risultati analitici esposti nel vo- lume
precedente * Sopra la teoria della scienza „ fin dal '903, io annunziava la
prossima pubbli- cazione d'un primo saggio di logica sperimentale Sopra un
modello fisico di alcuni fenomeni logici. Il presente volume risponde appunto
alla pro- messa del '903. La leggera variazione del titolo è giustificata
dall'ampiezza maggiore che è venuta ad assu- mere la teoria dei modelli
ideofisici. La pubblicazione fu ritardata di due anni, per ragioni indipendenti
dalla mia volontà. Il criterio di questo, lavoro si fonda essen* zialmente
sulla possibilità di estendere al di fuori Xyin LOGICA FOSBIALB delle scienze
fisiche e matematiche quei processi scientifici di esposizione e di deduzione
che, basati sopra un'analisi rigorosa dei fatti fonda- mentali, quindi sull'uso
di opportune notazioni ideografiche, si sono in quelle dimostrati tanto fecondi
ed efficaci, sia come mezzo di accerta- mento (ars probandi), sia come mezzo di
inda- gine (ars inveniendi). Così sorsero questi primi studi di ideofisica. Non
faccia troppo meraviglia il trovare ado- perato correntemente questo
neologismo. Con esso io voglio solamente indicare in una maniera sintetica e
sbrigativa, che gli elem^iti della logica pura possono essere dimostrati e
verificati sperimentalmente con un modello fi- sico non ripugnante, ein
zulàssiges BUd, secondo 1' espressione di Enrico Rodolfo Hertz. Ma non cesserò
mai di rammentare ai lettori, special- mente ai novizi in questo genere di
ricerche, che dalla possibilità di rappresentare in un modo determinato e
soddisfacente una serie di feno- meni qualunque non segue per nulla in generale
che quel modo di rappresentazione sia unico. Anzi, piuttosto il contrario, come
sarà dimostrato nel corso del presente lavoro. PRBFAZIONE XIX Intorno al quale
credo opportuno premettere ancora alcuni schiarimenti. La teoria della logica
formale si fonda sopra un certo numero di postulati la cui analisi com- pleta è
difficilissima e non fu ancora fatta in modo definitivo. Aristotele , ad
esempio , fa uso d' alcuni po- stulati non esplicitamente enumerati e anche nei
trattati di logica esposti secondo le dottrine mo- derne trovansi spesso
enunciati dei postulati in- utili, senza che siano introdotti tutti i
necessari. Tenendo conto dei progressi fatti in questi ultimi cinquantanni per
opera specialmente dei logici inglesi e tedeschi e dei cultori italiani della
logica matematica, io cercai di portare anche un modesto contributo alla
riforma del- l'insegnamento della logica formale in Italia, in- troducendo
alcune riduzioni e semplificazioni nella trattazione tradizionale della logica.
Credo di essere riuscito a determinare con precisione, sebbene a larghi tratti,
la teoria delle idee primitive e delle idee derivate, che deve costituire, a mio
giudizio, la spina dorsale d'una esposizione moderna della logica come scienza
dell'idea pura. XX LOGICA FOBMALE CoQ questo criterio, avendo richiamato in
breve i principali elementi che formano oggetto d*un corso ordinario di logica
formale, il lettore vedrà subito che la trattazione, benché resti molto
assottigliata, (specialmente nella teoria del giu- dizio) mostra un'innegabile
unità e apparisce meglio come un tutto organico. Per quanto riguarda il
tentativo della logica tecnica, trovandomi di fronte un nuovo e vasto campo
finora quasi del tutto inesplorato, io cercai di procedere innanzi sostenendomi
colle mie forze. Prevedo che molti, e sopratutto in Italia, sa- ranno restii ad
accettare queste dottrine, parte per una certa difficoltà inerente alla novità
stessa della cosa, e massimamente per Tabbandono in- giustificabile degli studi
di logica formale nel nostro paese, ove l'utilità della logica — tolta la
ramificazione della logica matematica, che si trova a dirittura in gran fiore
per l'opera po- tente del ch.moProf. Giuseppe Peano della R. Uni- versità di
Torino — è riconosciuta quasi solo nel campo della scienza del metodo
induttivo. Trattandosi quindi di dottrine di logica formale svolte in sembianza
meccanica, ma fuori dell'in- PREFAZIONE XXI dirizzo professionale, convengo che
la diffidenza potrà sembrare pienamente giustificata. Anzi, come hanno
dimostrato in ogni tempo le digressioni e gli abusi della filosofia, debbo
soggiungere che quasi ogni speculazione simbo- lica, anche la più profonda, ha
il suo lato debole. Essa può diventare la causa degli errori più grossolani. È
perciò che nelle ricerche ideofìsiche mi sono industriato di procedere con la
massima cautela, avendo sempre fisso nella mente che solo i fatti provati e
ripetibili sono il paragone esatto di qualunque dottrina simbolica, e che il
possesso reale che ci conferisce questo genere di ricerche non arriva più in là
dei fatti acquisiti. Ho dato anche una breve notizia storica della logica
formale con particolare riguardo allo svi- luppo del calcolo logico, perchè
l'indirizzo che gli studi .concernenti la storia della logica hanno ricevuto
negli ultimi anni deve- far maggior- mente sentire ai nostri studiosi la
mancanza di una bibliografia logica, anche modestissima, per l'allestimento della
cosi àetts. Literatur der Frage, senza la quale non può imprendersi alcun serio
lavoro, qualunque ne sia l'argomento. XXII LOGICA FORMALE À tale scopo mi
servii largamente degli in- signi lavori del Prantl, dello Schbodeb, del Venn,
del LiNDNEE, del Baldwin, del Peano, del Nagy..., ecc., tenendo conto inoltre
dei piìi re- centi contributi, che sono citati scrupolosamente nel testo tutte
le volte che se ne fa uso. Per alleggerire il testo ho eliminato tutta la
critica delle teorie antecedenti, limitandomi, per quanto fu possibile, alla
parte puramente espo- sitiva e dimostrativa. Solo neìV introduzione e nella
conclusione ho creduto di poter sconfinare un momento dai li- miti proposti,
parendomi necessario riconoscere sommariamente Timportanza, la funzione, i
risul- tati e in qualche guisa anche i pericoli e le vi- cende d'un tentativo,
intomo al quale sarebbe almeno desiderabile che si rimovesse ogni pre-
giudizio. Quando formulai per la prima volta la mia ipotesi sulla possibilità
di dedurre la logica for- male dalla considerazione dei modelli meccanici, fin
dal '903, il prof. Antonio Garbasso della R. Università di Genova, dal quale
appresi tutto quel poco che so intorno alla teoria hertziana dei modelli, con
affettuosa e costante premura, age- PREFAZIONE XXIII volò le mie ricerche circa
la costruzione dei mo- delli differenziali e mi sostenne con consigli ed aiuti
d'ogni maniera. Sono lieto che mi si porga occasione di espri- mergli
pubblicamente la mia riconoscenza. Finalmente mi sia lecito augurare che la
sempre piìi forte corrente di simpatia e di solidarietà che va stabilendosi tra
i campi della filosofia, della matematica e della fisica venga quanto prima a
scemare le dispute quasi infinite che si fanno intomo alle ricerche
filosofiche, tanto per opera degli incompetenti, quanto in nome di quelle
discipline per le quali è invece non solo deside- rabile ma necessario l'aiuto
scambievole per il progresso dello spirito umano. Torino, luglio 1905.
INTRODUZIONE 1. Nuovo concetto d'una logica sperimentale. — 2. Con- dizioni
presenti della filosofia teoretica. — 3. Con- dizioni presenti delle scienze
fìsiche, sperimentali e matematiche. — 4. Nuove questioni che interessano la
teoria della scienza e della conoscenza. — 5. Del rin- novamento teoretico
della filosofia. — 6. L'introdu- zione della teoria dei modelli nella filosofia
teoretica. — 7. La logica formale trattata dal punto di vista sperimentale
fornito dalla teoria dei modelli. — 8. Ricorso al campo tecnico. — 9.
Traduzione ed esperimento. — 10. Logica induttiva e logica de- duttiva dal
punto di vista sperimentale. — 11. Ri- conciliazione della teoria e
deiresperimento e rin- novamento del concetto dell'esperienza . — 12. I tre
indirizzi della logica pura. — 13. Conclusione. 1. Nuovo concetto d'una logica
sperimentale. — Io sono ben lontano dal credere, come si fa oggi troppo
comunemente, che le ricerche di lo- gica formale si rifiutino affatto alle
operazioni del metodo sperimentale. Pastore, Logica formale. 1 LOGICA rORMALB
Malgrado il rispetto dovuto alle autorità che illustrarono in ogni tempo la
dottrina della lo- gica induttiva o materiale (detta anche da al- cuni
sperimentale, ma inesattamente, come si vedrà fra poco) e professarono
contraria opi- nione, mi sembra che i destini della logica for- male stiano per
essere ora assai favoriti dai risultati critici e dai processi sperimentali
delle scienze fisiche. Ho appunto intenzione di dimostrare in questo lavoro
come, ne le ricerche teoretiche, ne l'espo* sizione scientifica della prima
siano affatto im- possibili quando vengano praticate, in un certo senso, dal
punto di vista delle seconde. Ma siccome le presenti ricerche, per il loro ca-
rattere tecnico e sperimentale, potrebbero essere interpretate, a prima giunta,
come uno studio distinto dal campo della logica formale, così sento il dovere
di determinare, in questa intro- duzione, il senso tutto nuovo ch'io
attribuisco al concetto d'una logica sperimentale intesa a fare della pratica
colla teoria e sopratutto della teoria colla pratica. Le ricerche compiute in
questa direzione co- minciano ad acquistare un certo credito, e se crescerà il
numero degli studiosi, non è impro- babile che si produca nella filosofìa
teoretica un prossimo salutare rinnovamento. L'ora è propizia. 2. Condizioni
presenti della filosofia teoretica. — La filosofia teoretica ha bisogno di
ricuperare INTBODUZIONE il terreno perduto nel secolo XIX, in seguito ai
continui trionfi delle scienze fondate sull'esperi- mento. Il pieno e
incontrastato dominio dell'in- dirizzo pratico, tecnico, materiale e, direi
quasi, industriale, carattere della filosofia positiva, co- incide con una
sincope speculativa enorme che paralizzò la maggior parte dei cultori delle
scienze astratte e sopratutto della logica dedut- tiva, dimodoché parve che —
col trionfo dello sperimentalismo — rivolgendosi gli spiriti a quel contenuto
materiale delle cose e dei fatti che prima era stato trascurato, per
l'esclusiva con- fidenza riposta nella forza indagatrice della ra- gione e
nella sua potenza dimostrativa, dovesse contemporaneamente e sopra tutta la
linea so- stituirsi l'esperienza alla teoria. Come è noto, la lotta, generata
anche da un malinteso intorno al senso da attribuirsi ai due concetti
fondamentali dell'esperimento e della teoria posti a caposaldo delle ricerche e
pure non da tutti interpretati e trattati ad un modo, fu molto acerba. Da un
lato, per un grave equivoco intorno al significato del concetto di teoria
confuso erro- neamente col concetto dell' a priori, tutti gli av- versari pili
intransigenti degli studi astratti, confondendo in un'onda di discredito
generale eccletismo, trascendentalismo, teleologismo, ap- priorismo, teorismo,
razionalismo e metafisica, si rivolsero contro gli sviluppi puramente teorici
della filosofia, considerandoli come inutili e chi- merici anche quando erano
fatti dai pensatori LOGICA FORMALE più competenti, senza badare che l'illustre
fonda- tore della filosofia positiva aveva dato — per base incrollabile alla
sua filosofia — le scienze matematiche e fisiche, che della teoria sono una
vera e propria glorificazione: quelle per l'uso quasi esclusivo della deduzione
vale a dire del- l'esperimento razionale, queste per l'uso quasi esclusivo
dell'esperimento vale a dire della de- duzione fisica. Due traduzioni diverse,
ma equi- valenti dello stesso procedimento. Dall'altro, per non minor equivoco
intorno al significato del concetto di esi)erimento confuso erroneamente col
concetto dell' a posteriori, tutti gli avversar! più intransigenti degli studi
con- creti, cercando di reagire al vertiginoso allar- garsi dello
sperimentalismo, e confondendo in un impeto di disistima generale materialismo,
posi- tivismo, evoluzionismo, naturalismo, empirismo, determinismo e
tecnicismo, si rivolsero contro le ricerche puramente sperimentali delle
scienze ; sopratutto in Francia, dall'ala destra — coU'in- determinismo delle
filosofie della libertà (Sé- crétan, Rénouvier, Ravaisson) — all'ala sinistra —
coirindeterminismo della filosofia della contin- genza (Lachelier, Boutroux,
Bergson, Remacle, Weber, Milhaud, Tannery, Poincaré...), in Ger- mania colla
filosofia immanente (Schuppe, Remke, Mach, Comelius...), in Inghilterra col
Tait. In conclusione, e per ciò che solo si riferisce alla fortuna dei due
concetti fondamentali rife- riti, si può ritenere che se il primo indirizzo è
caratterizzato evidentemente da uno slancio iper-bolico contro la teoria
confusa coli' a priori, il secondo indirizzo è caratterizzato da uno slancio
iperbolico contro Tesperimento confuso coir a posteriori. Se non che
rindetermìnismo contingentistico più recente e sopratutto quello che si rivelò
nelle scienze logiche, matematiche e fisiche, e, secondo me, ne costituisce la
parte piti sana, più scientifica e più duratura, e si presenta come una specie
di pronunciamento in favore delle teorie analitiche, rimane ancora un indirizzo
molto aristocratico e non riesce quindi a togliere l'ombra solenne che regna
nel campo della filo- sofia teoretica. Potendosi ancora rievocare troppo
facilmente le aberrazioni, le metafisicherie, le inutilità, i tristi eccessi
insomma dell'astrattismo puro, l'opinione comune, spinta altresì da gravi
ragioni artistiche, politiche, economiche e sociali, non cessa dall'afa fermare
risolutamente che lo spirito della scienza non abita più la teoria, si è
ritirato dalla bocca del filosofo, dalla penna dei deduttivi; cammina con gli uomini
pratici, coi tecnici, cogli indu- striosi, in compagnia di coloro che
apprezzano le cose in proporzione dell'utile materiale che se ne può subito
ricavare. 11 distacco tra la filosofia teoretica e le questioni più urgenti
della vita quotidiana s'accentua sempre di più; in una pa- rola, se la
speculazione teorica non sta per mo- rire, le sue azioni sono attualmente molto
in ribasso. Non mancano però i prodromi d'una reazione, ^WXi\\, ^mSM-^ZM.
V^isr.'r.. 'il «v^né^r» e «£ S.icna •cznascrsBiO' cfce ^A^ ^^.v^ÀftA ^
vil*r-ile iZ':iraaiKite «fra tutto fi^ -n*', '*rjit r^-.^trta Ia iKori*
<feLa aciGBn. 9, O/ndizi/mi yrfi»mti i^tlU ieitmzn ^^kke^ spe*- rim^n^/iti ^
maUm^iiUh^. — QcEé^e eoc'imoni della fU//>^/f:^t^jretf€a&imo in gnm
porte riseontro aiU^ f'/mAmffM ffres^ntì. delle sóeme fisiche, p^rtehfj tih
%KfWì in gran parte la cons^nenza. K not/j» che le scienze fisiche si dÌTÌdono
in dfie grandi .«sezioni : fisica sperimentale e fi«iì<;a mtiU'rmHiìca ;
come la prima sia una co- ffti\\nh7A0tìh e una integrazione delle ricerche
Mpf.'rìrneriiali, la seconda poco più che una parte rl^riranaliHi; c.ome infine
a tutte le sezioni par- ii^^ilari df^Ila fisica matematica sovrasti il supremo
«trJHizio della meccanica razionale. Qui pili che altrove doveva bastare la spe-
cinli/>za/Jono dello ricerche da un lato sperimen- tuli, dall'altro
razionali, a creare un conflitto tra 1(1 oMigonzo della (mperienza e quelle
della teoria, (1, oltnj allo Hcioritifiche, anche le cause artistiche,
]U)liti('>lio, ocoriorniche e sociali, che abbiamo già vmto favorirò nella
filosofia il trionfo dell'indi- ri/*/i() utilitario, tecnico, pratico e
sperimentale; ì\h\ Hdpi'fttutto dovevano cooperare al discredito dei (lonootti
dogli sviluppi teorici. liii fortuna defila grande teoria di Maxwell doirololtrioitìl
della luce ne off^re prova più oonvituvnto. INTBODUZIONB I lavori originali di
Maxwell, che sono venuti a gettare una luce inaspettata sul problema della
materia, e rimarranno una delle glorie più lu- minose del secolo XIX,
pubblicati fin dal 1864 (1), non parvero, forse, a tutta prima, un grande ma
purissimo sogno destituito di fondamento sperimentale ? Le prime intuizioni del
grande fisico scozzese non erano dimostrazioni sperimentali ; per questa
ragione prima giacquero quasi segrete per lunghi anni, poscia furono combattute
fieramente in nome dell'esperienza, e perfino ora, dopo i pode- rosi incrementi
di Boltzmann (2) e le mirabili verificazioni sperimentali di Enrico Hertz (3),
non mancano gli oppositori. II Duhem, discutendo i vari tentativi fatti dai (Ij
J. Cleek Maxwell, A dynamical Theory oftheelec- tromagnetic Field (London,
Philoaophical Transactions, voi. CLV, 1864). (2) L. Boltzmann, Vorlesungen Uber
MaxwelVs Theorie der Elehtridtat und des Lichtes, I u. II Theil (Leipzig, J. A.
Barth, 1891-93). (3) H. Hehtz, Ueher die Grundgleichungen der Elektro- dynamik
fur ruhende Korper (Wied. Ann. XL, p. 677); Ueher d. G. d. E, f, bewegte K. (Wied.
Ann. XLI, p. 369). — Unterstichungen Uber die Ausbreitung der elehtrischen
Kraft (Leipzig, J. A. Barth, 1892); TJeber die Beziéhungen zwischen lAcht und
Elektricitàt (Bonn, E. Strauss, 1889); Ueber die Beziéhungen zwischen den
Maxwellschen electro- dynamischen Grundgleichungen und den Grundgleichungen der
gegnerischen Elehtrodynamih (Wied. Ann. XXllI, p. 84); Die Prinzipien der Mechanik in neuem
zusammenhang dar- gestellt (Leipzig, A. Barth, 1894). 8 LOGICA FOKMALE fisici
per spiegare neoessarìamente i fenomeni elettrici, ed accennando in modo
particolare ai due tentativi condotti da Maxwell con metodi e in date
differenti circa la spiegazione meccanica dei fenomeni suddetti — scrive,
riguardo al primo, il quale fu esposto nella memoria On physical Lines of Force
e consiste nell'immaginare in tutte le parti un meccanismo capace di spiegare
gli effetti elettrostatici ed elettromagnetici : * Ne nous attardons pas à
discuter ici les insuffi- sances de cotte explication, les fautes de càlcul ou
de raisonnement que Maxwell y a semées, les incompatibilités eatre les
résultats obtenus et lee loia très certaines de Télectricite et da magnétisme „
(1), e pur davanti al secondo, che fu definito chiaramente da Maxwell nel suo
Trattato di Elettricità e di Magnetismo (2), fu- rono elevate moltissime
difficoltà per le sue inesplicabili inconseguenze (3) d'indole sperimen- tale,
che fino a prova contraria non parve pru- dente cancellare d'un solo tratto di
penna. Così non è fuor di proposito l'affermare che, se, delle ipotesi e delle
conseguenze principali della teoria pura di Maxwell, Enrico Hertz non (1) P.
DuHEM, Revolution de la mécanique (Paris, A. Joanìn et C, 1903); Les théories
électriques de J. Clerk Mcucwell; Essai historique et critique (Paris, 1902). (2) J. Clerk
Maxwell, A dynamical Theory of the eUctro- magnetic Field (London,
Philosophical Transactions, toI. OLV, 1864. Scientific Papera, voi. I, p.
626. (3) P. DuHBM, Vévolution, etc, p. 337. fosse venuto a darci la verificazione sperimen- tale,
valicando praticamente il ponte che riunisce il dominio dell'elettricità a
quello della luce (1), la grande affermazione teorica di Maxwell, che la luce è
un fenomeno elettromagnetico, sarebbe rimasta niente più che un'arcata
gigantesca get- tata iperbolicamente attraverso l'ignoto per riu- nire due
verità conosciute, se mi è lecito para- frasare la bella immagine di Hertz (2).
Ma se i risultati sorprendenti di Hertz seppero dimostrare che la teoria aveva
preveduto esattamente l'e- sperienza, non è vero forse che la disistima dei
concetti e degli sviluppi teorici puri scomparve soltanto dopo che le ulteriori
ricerche dell'espe- rienza poterono offrircene la verificazione pratica? In
verità, anche nel campo delle scienze fi- siche le accuse contro la teoria non
sono del tutto infondate, data la profonda differenza che corre tra le esigenze
tecniche e le esigenze teoriche. Mentre pel teorico certi problemi complicati
ammettono soluzioni analitiche estremamente semplici ed eleganti, pel tecnico
queste soluzioni teoriche non sono neppure considerabili come soluzioni, tanto
sono gravi, complesse e talora insormontabili le difficoltà che oppone
l'esperienza concreta. (1) A. Gabbasbo, La teoria di Maxwell deW elettricità e
della luce. Estratto dalla Rivista di Matef natica, anno 1893, p. 20. (2) H.
Hebtz, Untersuchungen Uber die Aushreitung der elektrischen Kraft, t. 23
(Leipzig, J. A. Barth, 1892). 10 LOGICA FORMALE In questi casi, di fronte alle
inesorabili esi- genze del tecnicismo, è naturale il discredito della teoria, e
ben giustificato il lamento contro le costruzioni analitiche che affettassero
il pre- dominio. Ora, dal riconoscere in tanti casi V impo- tenza della teoria
al respingere totalmente la teoria medesima come inutile strumento di ri- cerca
scientifica, non vi era che un passo. Ma i fisici più geniali e più prudenti si
guardarono bene dal farlo. Anzi, più che mai convinti della necessità as-
soluta della teoria, a cui sentono riserbato un glorioso avvenire, "
dobbiamo domandarci — essi proclamano inaspettatamente per bocca di uno dei più
limpidi e geniali sostenitori delle teorie fisiche disposate alle ricerche
sperimentali — dobbiamo domandarci se non si offra la possi- bilità di trovare
un nuovo sussidio alla teoria e cercare di trarlo anche dal campo tecnico
stesso, se ci pare che gli strumenti sperimentali diano luogo a operazioni
analoghe a quelle che servono a formare le teorie nel senso ordinario della
parola „. Pensiero stupendo che fu certo solo reso pos- sibile dairintroduzione
della teoria dei modelli nel campo generale delle scienze fisiche. In ultima
analisi esso si riduce all'afferma- zione della possibilità di fare della
teoria anche colla pratica e quindi in parecchi modi, tanto teorici quanto
pratici, anziché in uno solo. Cinquantanni fa, chi avesse osato di sostenere
INTBODUZIONB 11 che la teoria deduttiva può essere aiutata dal- l'esperienza,
anzi fatta coll'esperienza medesima, in mezzo airuniversale naufragio di metodi
de- duttivi, si sarebbe coperto di ridicolo. Ora, grazie alla retta
interpretazione della grande teoria dei modelli, la dimostrazione scien- tifica
di questa tesi non incontra più alcuna dif- ficoltà e i fisici più valorosi se
ne servono come di un fertile strumento di rappresentazione e di ricerca.
Questi risultati scientifici — che ora espongo troppo fugacemente per non
ripetere ciò che ebbi occasione di scrivere con maggior ampiezza nel mio saggio
precedente Sopra la teoria della scienza (1), che deve servire come d'introduzione
teorica alle presenti ricerche sperimentali, ed a cui rimando il lettore
desideroso di maggiori schiarimenti — ci forniscono in realtà tutta una folla
di idee nuove e di ricerche originali, di cui non può venir posta in dubbio
l'utilità; e in ultima analisi dovrebbero bastare a farci capire che, non solo
il fatto dell'esperimento è insepa- rabile dal fatto della teoria, ma che, in
fondo, teorizzare le cose è per noi nulValtro che esperi- mentare le cose^ come
teorizzare le idee è nulValtro che esperimentare le idee. Ma è appunto per
queste ragioni che noi pos- siamo apprezzare l'improvviso rialzo delle ri- (1)
Sopra la teoria della scienza. Logica^ matematica e fisica. Torino, Ed. Bocca,
1903. 12 LOGICA FORMALE cerche teoriche in generale, nel vastissimo campo della
fisica essendosi superato definitivamente il pericolo dell'ingiustificabile
antagonismo tra i pro- cedimenti teorici e i procedimenti sperimentali. 4.
Nuove questioni che interessano la teoria della scienza e della conoscenza, — Richiamando
ora alla mente il confronto stabilito fra le condizioni della filosofia
teoretica e le condizioni delle scienze fisiche, è naturale che sorga una
questione della più grande importanza. Non sarebbe forse il caso di vedere se
sia o no possibile generare nella filosofia teoretica una reazione analoga a
quella che si pronunziò nella fisica, rialzando il credito della teoria pura e
di- mostrando la possibilità di fare della teoria (1) anche coiresperimento ?
(1) Non è forse inutile avvertire, a scanso d'equivoci, che la parola teoria di
cui si fa uso così largo nel testo ha bisogno di speciale interpretazione. Essa
non ha qui il significato di visione razionale, considerazione specu- lativa,
concezione filosofica, sistema, dottrina, ecc., come si vorrebbe intendere, ad
esempio, citando la teoria di Platone o di Hegel o d'altri, avuto riguardo alla
storia della filosofia. Nel senso adoperato nel testo, per teoria s'intende
pro- priamente un' operazione della scienza in base ad una serie ordinata di
proposizioni ipotetiche, e in vista di dedurne delle conclusioni che siano in
accordo coi fatti. In questo caso si ha riguardo al procedimento metodico del
pensiero, come del resto apparirà chiaramente nel seguito. INTBODUZIONB 13 La
ricerca è piena d'interesse, tanto più che da quel fecondo movimento di
reazione teorica che produsse nel regno delle scienze fisiche l'in- troduzione
della teoria dei modelli, è sorta tutta una serie di idee e di questioni nuove
che inte- ressano grandemente la teoria della scienza in generale, e quella
della conoscenza in partico- lare ; in breve, tutto il campo della filosofia
teo- retica direttamente. Se i filosofi non hanno finora dimostrato di
apprezzare sufficientemente e come ragion vuole il grande valore critico,
epistemologico, gnoseo- logico, che vengono ad assumere per tal modo le
ricerche della fisica matematica, questa im- portanza è stata invece veduta e
'^ criticata „ con singolare precisione dai fisici matematici. Il primo che
espose in Italia queste vedute teoriche e critiche, sebbene di sfuggita e per
incidenza, essendo ben altro l'argomento princi- pale dei suoi studi, fu il
Garbasse, nel primo corso di Libera Docenza che egli tenne a To- rino durante
l'anno scolastico 1894-95 " Su la luce considerata come fenomeno
elettromagnetico „. Il quale corso è riassunto nelle " 15 lezioni spe-
rimentali su la Itice considerata come fenomeno elettromagnetico ». Milano, Ed.
Rivista ** L'elet- tricità «, 1897. 5. Del rinnovamento teoretico della
filosofia. — Quindi il problema del rinnovamento teoretico della filosofia,
accennato dianzi, non solo si pre- senta come possibile, ma s'impone
risolutamente 14 LOGICA FORMALE ai pensatori, ove si riesca a dimostrare che
quello che è vero per le singole teorie della fi- sica matematica e si ripete
per l'intero edifizio della meccanica razionale che le comprende, in certo
modo, tutte sotto di se, è pure vero per le singole dottrine della filosofia
teoretica. 6. L'introduzione della teoria dei modelli nella filosofia
teoretica. — Tale è appunto lo scopo delle ricerche filosofiche a cui attendo
da pa- recchi anni, propugnando la possibilità e l'uti- lità dell'introduzione
della teoria di Hertz nella filosofia teoretica e ottenendo quei risultati cri-
tici e teoretici piti notevoli che furono espoeti nel mio *" Saggio sopra
la teoria della Scienza Logica, matematica e fisica „ del 1903. 7. La logica
formale trattata dal punto di vista sperimentale, — Ora mi accingo a dimostrare
un caso particolare di questa tesi, trattando la lo- gica formale dal punto di
vista sperimentale fornito dalla teoria dei modelli nella speranza di riuscire
a provare che la logica deduttiva o analitica può essere — anche per virtù
d'espe- rienza — qual cosa di diverso e in certo senso qualcosa di meglio di
quanto si crede comune- mente. E a maggior schiarimento delle considerazioni
teoriche successive mi sia lecito riportare i tre paragrafi della mia ^ Teoria
della Scienza „^ dove intesi dimostrare per la prima volta come il sussidio
della teoria dei modelli si possa utilmente rivolgere allo studio di un
problema logico qualunque. ** Quando ci proponiamo di comprendere tutto
l'organamento logico della logica, sceverando prima le idee primitive dalle
derivate, poi i giu- dizi primitivi dai derivati, quindi l'ordine dei giudizi
intorno ad un dato soggetto, e cerchiamo di ridurre le relazioni delle idee a
regole semplici e chiare, ci dobbiamo ben tosto convincere che ci è giocoforza
considerare le idee come se fossero una semplice ** molteplicità di elementi
omogenei „ fra loro, così nei loro elementi, come nei loro composti, che sono
sempre idee, analo- gamente ai multipli e sottomultipli delle quan- tità, che
sono sempre quantità. ** Questa specie di entificazione delle idee ci porta a
conchiudere senza fatica che volendo farci una rappresentazione mentale
completa o un modello ideale chiuso in se e regolare del si- stema dei fatti
logici, noi finiamo, in ultima ana- lisi, per ricorrere all' artifizio di
sostituire alle idee quasi delle imagini concrete o dei segni immediatamente
osservabili coi sensi. '^ E un fenomeno assai comune, ciascuno l'in- tende
subito, perchè ciascuno l'ha sperimentato e lo sperimenta giornalmente. Ogni
provetto cultore degli studi logici ha in testa una serie di imagini fittizie o
modelli logici convenzionali che vengono costruiti e rinnovati con determi-
nato ordine e simmetria, e tutti insieme formano come un quadro mentale che si
richiama quasi automaticamente, ma in modo vario a seconda 16 I«06ICA rOBXAUB
della vivacità e della prontezza dell'imaginazione. Non è ora il caso di
fermare la nostra atten- zione sopra questa attività imaginativa cogà utile
negli atti mentali in genere e specialmente nelle ricerche astratte del puro
ragionamento, dove essa offi'e quasi sempre un sussidio efficacissimo alle
scoperte. ^ Si può ben ammettere la convenienza di ab- bandonare
deliberatamente ogni ricerca sulla fon- damentale ed intima natura degli atti
logici; si può ammettere che ogni filosofo mantenga caro il suo principio
prediletto, che gli possa sem- brare più acconcio di ogni altro a costituire la
pietra fondamentale della conoscenza. Ma resta pur sempre libero a noi di
supporre che questi enti logici differiscono dagli enti fisici — almeno per i
bisogni descrittivi della scienza — non in se ma solo per rispetto ai mezzi di
cui ci ser- viamo per le nostre osservazioni. ^ Questo modo di considerare le
cose logiche, che io mutuo dall'ammirabile teoria di Hertz (come spero che il
lettore comprenda di leggieri dopo le parole testuali che furono riferite nel capitolo
ni della prima parte di questo saggio a proposito della teoria degli enti
nascosti) è appunto l'ipotesi che io voglio introdurre nella formalità della
teoria logica. * Noi supporremo cioè che il processo che segue lo spirito
quando forma la teoria logica di una serie di fenomeni logici, si compia
mediante le stesse quattro operazioni successive che furono riferite a
proposito del processo delle teorie fisiche e matematiche; noi supporremo cioè
che quando imaginiamo una teoria logica capace di spiegare un intero ordine di
idee^ e vogliamo giu- dicare in modo rigoroso della sua esattezza, in ultima
analisi non facciamo altro che ciò che si potrebbe fare piìi materialmente con
la costru- zione e la messa in opera di una macchina fisica analitica
particolare. " Per quanto possa sembrare paradossale, noi dobbiamo
riconoscere che la costruzione d'una teoria logica che soddisfi a certe
determinate condizioni, non differisce logicamente dalla co- struzione d'ogni
altro modello fisico (congegno, apparecchio, strumento, macchina, ecc.) o
modello matematico (teoria analitica, equazione, sistema d'equazioni, ecc.)
costruito opportunamente, anzi deve poter essere sostituito e a sua volta
sosti- stituire ogni altro modello corrispondente, con eguale diritto, con
altrettanto rigore logico e con pari utilità. " E poiché è necessario che
io aggiunga qualche prova diretta a sostegno di questa affermazione, che è forse
la parte più importante del presente lavoro, il lettore mi consenta d'accennare
ad una mia ricerca personale, che sarà pubblicata a suo tempo come saggio d'una
applicazione pratica di questa teoria. * Dopo d'esser giunto alle conclusioni
che son già note al lettore sopra la convertibilità e uni- ficabilità delle
varie idee e proposizioni primitive logiche, matematiche e fisiche, io m'era
proposto di esaminare se si poteva giungere altresì al Pastore, Logica formale.
principio della piena e mutua
rappresentabilità dei vari sistemi logici, matematici e fisici; e in
particolare se gli sviluppi teorici della logica e della matematica, ad onta
della loro apparente complicazione, fossero suscettibili d'una rappre-
sentazione sperimentale soddisfacente. Ora il pro- blema non si poteva
risolvere, come bene si comprende, senza studiare, nel modo piti com- pleto
possibile, quanto succede, per tale riguardo, nel caso concreto della scienza
fisica ; dove, come ebbi già occasione di dichiarare, tanto la costru- zione,
il funzionamento, quanto l'utilità dei mo- delli materiali, è visibile
direttamente. ** Prima di montare un apparecchio qualunque e prima di
intraprendere una lunga serie di esperienze che potevano anche approdare a nes-
sunissimo risultato pratico, mi accinsi dunque a studiare la teoria generale
dei modelli, nella profonda convinzione che dal caso generale al caso
particolare, incluso nel primo, si può ragio- nare con discreta sicurezza.
Quindi, giovandomi del sussidio dei modelli per la risoluzione di una questione
molto semplice, ma pure abban- donata oramai pressoché da tutti i logici come
inutile e vieta, della questione cioè dei rapporti logici di inclusione e
d'esclusione fra le idee considerate solo come universali e particolari, e in
condizioni opportune, ho trovato precisamente quello che mi aspettavo di
trovare. •* I mezzi occorrenti per costruire meccanica- mente un modello fisico
di fatti logici — come si vedrà a suo tempo — sono estremamente modesti. Per
ora mi limito a constatare Tutile, così di- dattico come euristico, che deriva
dalla rappre- sentazione meccanica dei fenomeni logici. Il mo- dello ideofisico
che ebbi occasione di costruire imita assai felicemente tutte le particolarità
più notevoli che si incontrano nelle tre grandi par- tizioni della Logica pura:
dell'idea, del giudizio e del raziocinio. E l'utilità di macchine siffatte
forse si riscontrerà ancora meglio quando le si impieghino all' esame di
questioni non ancora risolute. Questi modelli ideofisici — da un certo qual
punto di vista — non sono altro che fin- zioni visibili grossolanamente
empiriche della funzione del senso logico. Il loro esame ci ap- prende che ad
ogni idea, ad ogni giudizio, ad ogni raziocinio perfetto o imperfetto in noi si
compie un lavoro o associativo o dissociativo, di cui non possiamo iu alcun
modo indicare la natura fondamentale, ma di cui è possibile fornire una
rappresentazione simbolica soddis- facente. " Con tale criterio noi
tentiamo di fissare una corrispondenza rappresentativa anche tra il pensiero e
l'azione meccanica, vogliamo anzi supporre che la cosa si verifichi affatto in
ge- nerale e dire che la seconda, in certi casi, è una manifestazione
equivalente al primo e vi- ceversa „ (1). Il) Op. cit., pagg. 173-177, § 18-15.
20 LOGICA FORMALE 8. Ricorso al campo tecnico, — Basterebbe quello che siam
venuti richiamando per chiarire rintendimento delle presenti ricerche; però — a
scanso d' equivoci — sarà ancora bene ricono- scerne per tutti i lati la natura,
la funzione, e in qualche modo anche la ragione storica. Ben vero che di fronte
alle imperiose esigenze del tec- nicismo contemporaneo appare sempre più giu-
stificato il lamento contro le costruzioni esclusi- vamente teoriche della
logica pura. Ma poiché la storia dimostra a chiare note che la logica discese
dal grado di scienza a quello di arte tutte le volte che mancò la potenza di
isolare la forma pura del pensare e di studiarla per se stessa, così è appunto
per rialzare il credito della teoria pura che dapprima cercai di vedere se non
si offrisse la possibilità di recare un sussidio nuovo alla teoria, quindi mi
studiai di trarlo anche dal campo tecnico stesso, parendomi che gli strumenti
sperimentali dessero luogo a ope- razioni analoghe a quelle che servono a
formare le teorie nel senso ordinario della parola. Così, ammessa la
possibilità di studiare per se stesso Vorganismo formale del pensiero^ fu co-
struito un organismo tecnico corrispondente, nel- l'ipotesi che dal retto e
rigoroso funzionamento di esso, per la determinatezza degli elementi, per
l'inesorabile coerenza dei rapporti, e final- mente per la possibilità di
instituire un proce- dimento metodico di studio, si potessero ricavare delle
deduzioni in accordo coi fatti trovati da quella parte della scienza che studia
i procedimenti del pensiero, e in maniera più largamente efficace che questa
non faccia con lo studio pur così poderosamente euristico dell'analisi teore-
tica pura. Fortunatamente Tipotesi ha potuto essere ve- rificata quasi
completamente. 9. Traduzione ed esperimento, — Per conchiu- dere possiamo dire
che tutte le ricerche seguenti di logica formale dedotta dalla considerazione
dei modelli meccanici si riducono in fondo a due operazioni: una traduzione ed
uno sperimento. Ma questi due termini devono essere intesi in un modo che è
assai importante indicare, tanto più che ci dovremo spesso servire, in seguito,
delle operazioni a cui alludo per chiarire il signifi- cato di altre
espressioni. Il primo termine — inteso almeno nel senso speciale di cui qui si
tratta — ha tutta una storia. Ci basti ricordare come, pel fatto che la teoria
dei modelli può essere considerata quale un caso della teoria della traduzione
rappresentativa di un ordine di idee o di fatti in uno o più altri ordini di
idee o di fatti simbolici corrispondenti, il metodo di Enrico Hertz si
ricolleghi logica- mente ad una ben lunga e nobile tradizione che ha onorato la
storia della filosofia, da Descartes a Malebranche, a Spinosa, a Leibniz, a
Locke, a Hume, a Condillac, a Kant, ad Hamilton fino ad Ippolito Taine che
illustrò con tanta luci- dità la vecchia teoria delle idee rappresenta- tive e
propugnò con tanto vigore e tanta 22 LOGICA FOBMALE genialità la teoria della
traduzione. En tout cas, traduisons! (1). La logica matematica sopratutto non
fu estra- nea ai progressi della traduzione rappresentativa delle quantità
logiche, perchè l'esattezza mate- matica dei rapporti scoperti fra gli enti
logici fece pensare alla possibilità di cifrare e rappre- sentare anche
meccanicamente gli stessi rapporti logici formati, in prolungamento dello
schema- tismo grafico usato dagli scolastici, da Leibniz, da Euler e via
dicendo, e si ebbe così il primo tentativo della traduzione in una macchina lo-
gica del sistema dei termini logici astratti per opera di Stanley Jevons (2). (1) Taine, Les
philosophes classiques du XIX^ siede en France. Paris, Hachette, 1895, pag.
330. (2)
* It is an interesting subject for refection that from the earliest times
mechanical assistance has been required in mental operations. The word
calculation at once re- minds us of the employment of pebbles for marking
unita, and it is asserted that the word dpiOimóq is al so derived from the like
notion of a pebble or material sign. (Professor De Morgan, " On the word
'ApiB^óg ,. Proceedings of the Philological Society, p. 9). Even in the time of
Aristotle the wide extension of the decimai system of numeration had been
remarked and referred to the use of the fingers in reckoning; and there can be
no doubt that the form of the most available arithme- ti cai istrument, the
human band, has reacted upon the mind and moulded our numerical system into a
form which we should not otherwise bave selected as the best ,. Jevons W. S.,
Pure Logic and other minor works^ p, 139. London, Macmillan and C, 1890. Lasciando
da parte la storia della teoria della traduzione per considerare solo il
processo idea- tivo del pensiero in rapporto alla genesi natu- rale della
teoria dei modelli, nessuno nega più oggi che la potenza di rappresentare è
così vera che è la potenza medesima di pensare. Non sembri quindi assurdo che
si prenda un corpo o un sistema di corpi per significare un'idea o un sistema
di idee, cioè per rappresentarli, dal momento che noi per pensare non facciamo
mai altro che prendere un'idea per significare un oggetto, cioè per
rappresentarcelo analogamente. Se pensando io rappresento, rappresentando io
penso. In tutti i casi la rappresentazione è sempre un oggetto apparente,
simbolo o mo- dello interiore d'un oggetto reale esteriore, e nulla più. Noi sappiamo
che il movimento naturale del pensiero va dai fatti alle idee, cioè dai fatti
ai modelli ideali dei fatti ; sappiamo che le sue prime operazioni consistono
nella conoscenza dei fatti per mezzo della rappresentazione, che è il primo
segno o simulacro dell'oggetto. Sappiamo che alla rappresentazione ideale —
prima espressione interna del fatto esterno — primo modello o segno — non
tardano a succe- dere altre rappresentazioni, seconde, terze, quarte
espressioni del fatto medesimo. Queste ulteriori rappresentazioni, in ogni caso
non sono mai altro che segni di segni, modelli di modelli, rappresentazioni di
rappresentazioni, e se sono espresse nel mondo esterno come avviene sempre per
i bisogni della comunicazione sociale, diventano chiaramente vere e proprie
traduzioni esteme della prima traduzione interna, segni esterni di segni
interni, modelli estemi del modello interno e così via — forma corporis della
forma mentis. Ora noi possiamo anche fare l'elenco di tutte le forme esteme che
ha inventato lo spirito umano per comunicare agli altri le sue rappre-
sentazioni. Queste forme esterne vanno, dall'ideologia al lin- guaggio,
all'arte, alla scienza. Comprendono quindi le manifestazioni tutte dell'umano
pensiero. In guisa che le arti e le scienze non sono altro che delle lingue ben
fatte, come diceva Condillac; il pensiero e tutte queste lingue cor-
rispondenti camminano così passo passo, paral- lelamente, dalle piti astratte
alle più sensibili, dalle piti difficili alle più chiare. Così la serie immensa
delle idee si trasforma, si traduce in una serie immensa di segni este- riori
equivalenti. Ora, data una serie qualunque di modelli, siano interni (idee),
siano estemi (segni, parole, cifre, lettere, figure, corpi, ecc.), noi
possiamo, per i bisogni della scienza, cer- care di definire esattamente tutti
gli enti conte- nuti dentro di essa. E applicando lo strumento della
definizione. non tardiamo a conoscere che gli enti di qualsivoglia classe si
dividono in due categorie : 1* Enti primitivi o indefinibili, 2* Enti derivati
o definibili. INTRODUZIONE 25 e disponibili in guisa tale da costituire un
sistema gerarchico di trasformazioni deduttive analoghe a quelle dell'algebra, in
cui alcuni elementi sem- plicissimi diversamente combinati, bastino a pro-
durre rigorosamente tutto il resto. Ritornando ora al campo speciale della
logica formale, supponiamo che l'analisi e la riduzione accennata sia stata
compiuta esattamente in esso, e che questo perciò sia stato depurato ri-
gorosamente da ogni elemento materiale e ridotto a purissima formalità;
supponiamo che tutti gli enti formali della logica siano divisi in due ca-
tegorie distinte (enti primitivi ed enti derivati) e che si conoscano le leggi
delle loro combi- nazioni. Traduciamo in termini o enti fisici equivalenti
tutti i termini o enti logici formali primitivi, in modo da ottenere una
sostituzione chiara, esatta e completa di ente ad ente. Combiniamo tra loro
questi enti fisici, rap- presentativi degli enti logici, secondo le leggi
indicate dalla logica pura. Si otterrà una co- struzione combinazione fisica
materiale corri- spondente alla costruzione o combinazione logica formale.
Questa costruzione fisica è ciò che io chiamo il modello fisico dei fatti
logici, in una parola il modello ideofisico. Ora Timportante è com- prendere
che lo spirito può lavorare con una facilità ed una sicurezza completa sopra
questo modello ideofisico, il quale non è altro che un tentativo di equazione
materiale dei fatti formali più meno fedele ed equivalente ad essi; e che —
avendo sostituito ai termini oscuri del modello formale i valori ben chiari e
corrispon- denti del modello materiale — noi possiamo sempre verificare,
paragonandole fra loro, se le conseguenze naturali del modello fisico siano o
no d'accordo colle conseguenze logiche del mo- dello logico. Abbiamo insomma
trovato il modo di tradurre un modello speculativo in un modello meccanico
equivalente e in pari tempo scoperta la possibilità di sottoporre al metodo sperimen-
tale le ricerche analitiche della logica formale, introducendo nella
verificazione delle conseguenze logiche pure il controllo della funzione
sperimen- tale del modello ideofisico. Tutta Tideofisica è qui. Senonchè non
bisogna dissimulare che dalla teoria ideofisica, se non viene dedotta la logica
pura restando solo nel campo dell'analisi specu- lativa, viene però applicata
la verificazione spe- rimentale in modo e per motivo — se non diverso — almeno
un po' più complicato del- Tordinario. Consideriamo dunque l'uno e l'altro
attentamente, ricordando che sarebbe un difetto di precisione l'asserire che il
pensare sia sola- mente un rappresentare, perchè la funzione del pensare non si
compie fuorché aggiungendo al rappresentare il dedurre, che non è altro che uno
sperimentare. Entro certi limiti possiamo ritenere che ogni sistema di logica
simbolica sia un sistema di logica sperimentale ; quella poi dedotta dal fun-
zionamento dei modelli meccanici, sopratutto. E ciò per due ragioni. La prima è
molto ovvia. La teoria ideofisica non sta a guardare i feno- meni logici COSI
come si producono in natura, cioè nella mente umana, ma — potendo averli in suo
potere mercè la determinazione esatta e completa dei concetti primitivi — li
riproduce nelle condizioni più favorevoli, perchè l'isola- mento degli
antecedenti (premesse) e dei conse- guenti (conclusioni) si verifichi, e così
quella separazione delle relazioni costanti senza di cui non è possibile la
determinazione delle leggi. Una logica simbolica fondata sopra la messa in
opera di modelli meccanici studia dunque i fenomeni logici nel modo che la
natura mentale li presenta, ma adoperando mezzi di ricerca di- versi da quelli
offerti dall'osservazione specula- tiva, li riproduce nelle condizioni
necessarie perchè la ricerca sia fruttifera, come è richiesto da ogni ricerca
sperimentale. E vero che si predispongono e si dirigono col ragionamento le
condizioni e i modi dell'osser- vazione, ma forse che questo non avviene ** in
ogni osservazione artificiale tipica^ cioè tale quale è richiesto che sia
dall'interesse del sapere e dalla logica della ricerca „ ? (1). Da ciò una
prima ragione di ricorrere alla parola sperimentale per chiarire il significato
delle presenti ricerche ; da ciò la necessità che la lo- ci) Masci, Eletnenti
di filosofia, voi. I, pagg. 408, 409. Napoli, Pierro, 1903. 28 LOGIOA FORMALE
gica simbolica abbandoni il grafismo rudimentale che un'ingenua tradizione
attribuisce ad Euler, le sue principali applicazioni si rassodino in una vera
tecnica e i suoi modelli ideofisici e i suoi procedimenti si presentino come
aiuti estrinseci alla conoscenza speculativa. Ecco in che senso non si snatura
la logica formale ricorrendo air esperimento, quando si sappia instituire una
serie di esperimenti che faccia astrazione da ogni contenuto oggettivo della
conoscenza, e si contenti di rappresentare e di dedurre i concetti e i loro
rapporti sola- mente dal punto di vista formale. La seconda è più delicata e si
ricava dalla comprensione del significato intimo delle opera- zioni che si
compiono per giudicare dell'esat- tezza d*una proposizione qualunque. Quando ci
accingiamo a cercare quali propo- sizioni siano vere quando siano vere alcune
altre, noi facciamo col ragionamento deduttivo quelle stesse operazioni che
richiederebbe la costruzione e lo studio d'un apparecchio meccanico qualunque.
E che altro facciamo in questi casi se non cer- care quali conseguenze si
deducono o quali ri- sultati si ottengono mettendo in funzione una macchina
data? La funzione logica della deduzione è quindi corrispondente alla funzione
meccanica dei mo- delli. Tutti i modelli si possono chiamare a buon diritto
macchine deduttive. L'arte della illazione deduttiva è l'arte di porre in
funzione dei modelli, cioè l'arte di osservare e di sperimentare sulle cose che
ci circondano. L'arte di costruire un sillogismo perfetto non differisce gran
che dall'arte di scoprire una ve- rità con un'osservazione o un esperimento ben
fatto. Ed io ritengo — e a dare base e sviluppo a questa teorica ho dedicato
oramai parecchi anni di studio — che come il sillogismo non è altro che una
macchina, cioè un modello suscettibile di studio sperimentale (1), così sia
lecito affer- mare che — in un certo senso — l'applicazione sempre più vasta e
sistematica dei metodi spe- rimentali allo studio dei fenomeni logici dedut-
tivi finirà per riuscire non meno vantaggiosa di quanto fu "
l'applicazione sempre più vasta e sistematica della deduzione allo studio dei
feno- meni della natura che fornì — come asserisce acutamente il Vailati — il
primo impulso allo sviluppo dei metodi sperimentali moderni e che non sia da
attribuire al caso se i più eminenti iniziatori di questi furono anche nello
stesso tempo più grandi instauratori delle applicazioni alle scienze fisiche di
quel potente strumento di deduzione che è la matematica „ (2). 10. Logica
induttiva e logica deduttiva dal punto di vista sperimentale. — Se non che si
potrebbe (1) Cfr. Sopra la teoria della scienza, pagg. 161-196. (2) Vailati 6.,
H metodo deduttivo come strumento di ricerca f pag. 13. Torino, Roux e
Frassati, 1898. 30 LOGICA FOBMALE chiedere: quale è il rapporto che passa tra
questi studi di logica sperimentale dedotta dai modelli meccanici e la dottrina
della logica in- duttiva (éTTaYuiYTl in Aristotele) detta comune- mente
materiale o sperimentale da Galileo a Bacone di Verulamio, a Stuart Mill, ad
Apelt? Perchè spostare il significato dei termini? A quale dei due procedimenti
logici (l'indut- tivo e il deduttivo), segnalati già esattamente da Aristotele,
conviene meglio il predicato speri- mentale ? Evidentemente questa situazione
critica, creata dalle presenti ricerche, impone ai logici il com- pito di
tracciare ex novo la teoria d'una logica sperimentale qualunque. Ora, mentre le
considerazioni precedenti de- terminano il senso tutto nuovo che si deve at-
tribuire al concetto d'una logica sperimentale intesa a fare della pratica
colla teoria e sopra- tutto della teoria colla pratica, dimostrando come il
sussidio della teoria dei modelli meccanici si possa utilmente rivolgere allo
studio di un pro- blema logico qualunque, è doveroso l'ammettere che finora la
teoria logica dell'induzione si trova impotente allo studio veramente
sperimentale dei processi logici. Per difendere la logica materiale dal punto
di vista sperimentale si potrebbe dire che il metodo dell' induzione,
insegnandoci la via di risalire dai fatti alle leggi, è il metodo, in ge-
nerale, dell'esperienza. Non potrà quindi denominarsi a buon diritto INTRODUZIONE
31 sperimentale? Certo verbalmente; ma nella realtà la condizione che rende
possibile l'indirizzo spe- rimentale d*una ricerca qualunque è che non solo
questa venga praticata sulla via generale del- l'esperienza, ma che possa
venire aiutata dal- Tesperimento. L'impiego deiresperimento (Versuch), che non
deve essere confuso coll'esperienza (Erfahrung), è dunque la vera
caratteristica differenziale di una ricerca sperimentale qualunque. La
conclusione è che il termine sperimentale non viene attribuito in modo
arbitrario ad una indagine che riceve il suo massimo aiuto tecnico dalla
meccanica, quantunque il ricorso all'espe- rimento meccanico sia fatto per
portare un aiuto alla teoria. 11. Riconciliazione della teoria e delV esperi-
mento e rinnovamento del concetto dell'esperienza, — Da Galileo a Newton, da
Maxwell ad Hertz il metodo sperimentale fu applicato senza tregua alla
rappresentazione di teorie ritenute dapprima astruse ed impraticabili, ed è
grandemente a desiderarsi che il loro esempio sia seguito dagli studiosi. In
questi casi si può dire che i metodi indut- tivi e deduttivi di investigazione
si danno la mano, l'uno di essi verificando le conclusioni de- dotte
dall'altro; e la combinazione dell'esperi- mento e della teoria, che si può
adoperare con frutto, forma un ordigno di scoperta assai più po- tente che
l'uno o l'altro adoperati separatamente. Questo stato di cose in qualunque
scienza è forse di tutti il piìi soddisfacente. Finora possiamo affermare che
le concezioni deir esperimento e della teoria furono troppo re- cisamente
unilaterali. Così gli empiristi e i teoretici più intran- sigenti giunsero
perfino a credere di potersi addirittura trascurare a vicenda. Ora è tempo che
si riconosca che i due indirizzi non solo hanno interessi solidali, ma si
riducono bene spesso ad uno solo. Che dico ? Se v'è una cosa evidente per ogni
acuto osservatore, è che la scienza moderna non vale in questo momento che per
la teoria stessa che essa dovrebbe proscrivere a detta dei più fanatici
sperimen- talisti. Bisogna dunque che teorici e tecnici si met- , tane alla
ricerca di quei principi che governano lo sviluppo di tutto quanto lo spirito
scientifico e su cui potranno fare la loro riconciliazione. Bisogna, alle
formule empiriche così dei teorici come dei tecnici esclusivi, sostituire
un'idea su- periore che non abbia nulla a temere dei sofismi unilaterali, tanto
dei primi quanto dei secondi, né delle rovine teoretiche, ne delle
allucinazioni sperimentali. Bisogna — la filosofia teoretica inaugurando e
sostenendo questa solenne iniziativa dello spi- rito umano — determinare la
divisione del la- voro da compiere e predisporre i fatti storici prima che i
fatti stessi siano compiuti. Ogni epoca è governata da un'idea, che s'èsprime
in una letteratura, si sviluppa in una filosofia, s'incarna al bisogno in un
governo. Il rinnovamento del concetto deiresperienza mi pare un proposito degno
della più profonda meditazione dei pensatori. ** La nuova critica deve
elaborare un nuovo concetto dell'esperienza ed allargarne la sfera, infondendo
nuovo vigore alla ricerca scientifica, fondando meglio il valore positivo delle
cognizioni „ (1). 12. J tre indirizzi della logica pura, — Ma lasciamo questo
punto che eccede i confini della logica per dichiarare piuttosto una
conseguenza notevole che si può, fra l'altre, ricavare dal nuovo indirizzo
della logica simbolica. Chi dovrà tenere un corso di logica formale pura potrà,
d'ora innanzi, scegliere fra tre in- dirizzi differenti. Si può, infatti, dare
un maggiore risalto ai modelli ideologici astratti della logica specula- tiva,
oppure ai modelli ideografici della logica matematica, oppure ai modelli
ideofisici della logica sperimentale. Nel primo caso la logica si riduce ad
essere una coordinazione od un pro- lungamento della sillogistica classica; nel
se- condo diventa poco più che una parte dell'ana- lisi matematica; nel terzo
può diventare quasi un caso della fisica sperimentale. (1) Benzoni R., Recenti
conquiste e nuove battaglie del pensiero filosofico. Pastore, Logica formale. Ora
mi sembra che il terzo indirizzo, oltre ai vantaggi che sono inerenti a tutte
le ricerche di logica simbolica, abbia un valore critico af- fatto particolare
in quanto può proporsi e risol- vere più evidentemente alcune questioni
relative alla teorìa della conoscenza e della scienza, come sarà indicato nella
conclusione di questo lavoro. Infine, quale sarà il significato intimo di
queste tre serie di operazioni teoriche, che riposano sopra postulati al tutto
diversi, si può esprimere molto brevemente dicendo che le leggi, secondo le
quali variano le quantità logiche e simboliche corrispondenti, sono nei tre
sistemi le stesse. 13. Conclusione. — Riassumendo: dopo d'aver abozzato
sommariamente le condizioni presentì della filosofia teoretica e delle scienze
fisiche, sperimentali e matematiche, rispetto ad alcune questioni che
interessano la teoria della scienza e della conoscenza e la questione del
rinnova- mento teoretico della filosofia, abbiamo dichia- rato lo scopo delle
presenti ricerche, che si ri- ducono in fondo ad una trattazione della logica
formale, dal punto di vista sperimentale fornito dalla teoria dei modelli.
Abbiamo discusso in seguito in che senso bisogna ammettere la pos- sibilità di
recare un sussidio nuovo alla teoria logica, ricorrendo al campo tecnico
stesso, in vista che gli apparecchi sperimentali diano luogo a operazioni
analoghe a quelle che servono a formare le teorie nel senso ordinario della
parola. Tale ricorso si riduce in fondo a due operazioni successive : una
traduzione ed uno speri- mento nel vero senso della parola. Finalmente fu
riconosciuto che ogni ricerca di logica pura dedotta dalla considerazione di
modelli, siano astratti; siano matematici, siano fisici, è sempre e solo una
strada e non uno scopo. Non si tratta quindi di fabbricare delle '^ entità
meccaniche „ alla guisa degli scolastici che popolavano l'universo di entità
chimeriche. Gli uomini del medioevo metamorfosavano i rap- porti in sostanze.
Per noi la cosa cambia. Abituati a vivere tra uomini dalle idee chiare, versati
nelle scienze matematiche e fisiche, amiamo credere che il grande e solo
carattere del vero sia la sua ido- neità a sopportare le prove di universali
speri- menti, tanto pratici quanto razionali, e ad uscire inalterato da ogni
possibile forma di onesta e sincera discussione. Per conseguenza, avendo potuto
verificare, per conto nostro, che lo studio della logica pura compiuto col
sussidio dei modelli meccanici, pre- senta evidentissimi vantaggi di rappresentazione,
di controllo e di ricerca, sottoponiamo alla cri- tica i risultati delle nostre
indagini, confidando che non si possa opporre une raison de non re- cevoir
contro un'ipotesi che — rispondendo a tutte le condizioni di ammissibilità —
altro non chiede che d'essere messa alla prova. Parte Prima TEORIA GENERALE
CAPO I. Cenno storico della logica formale con particolare riguardo allo
sviluppo del calcolo logico. Distinzione della logica formale dalla logica
materiale. Cenno storico-bibliografico. — 3. Meriti del- l'analitica moderna —
4. Conclusione. 1. Distinzione della logica formale dalla logica materiale. —
Nel pensare si distingue agevol- mente la forma dalla materia. La possibilità
di studiare la forma del pen- siero indipendentemente dalla materia si fonda su
due ragioni : La prima è che la forma può rimanere la stessa e la materia
variare; e, viceversa, la forma può variare e la materia restare identica. Più
importante è la seconda ragione, che la verità formale e la verità materiale
possono tro- varsi disgiunte. Difatti un ragionamento può essere formal- mente
vero, ma materialmente falso ; o, vice- 40 LOGICA FORMALE versa, tutto vero
rispetto alla materia, ma inte- ramente sbagliato quanto alla forma (1). Sopra
questi due aspetti differenti del pensiero si fondano le due sezioni differenti
della logica : Logica formale e Logica materiale, le quali hanno uno sviluppo
logico ed una storia quasi indi- pendente. Inoltre lo sviluppo storico di
quella parte della logica che considera solo la forma e lascia indeterminato il
contenuto presenta un fatto curio- sissimo, che a prima giunta parrebbe capace
di neutralizzare i continui progressi della scienza delle leggi formali del
pensiero. Esaminando infatti i vari tipi più notevoli di logica formale finora
proposti dalla storia, tro- viamo che quasi ognuno di essi è vincolato, più o
meno irreducibilmente, ad un postulato diverso. Entrando poi nel campo speciale
della logica simbolica propriamente detta, la quale è una ramificazione della
logica formale pura o teo- retica e rappresenta con simboli le quantità lo-
giche, come l'algebra rappresenta con simboli una quantità qualunque
acquistando per tal guisa un carattere universale e normativo, la differenza
tra i sistemi aumenta in modo straordinario, data non solo l'infinita
rappresentabilità simbo- lica dei fatti mentali (oggetto quasi indifferente),
ma sopratutto i differentissimi metodi di rag- ginippamento dei termini scelti.
Ciò posto, risulta forse che la storia della scienza logica pura è, al pari
della tela di Pe- (1) Masci F., Elementi di Filosofia, Voi. I, Logica, p. 27.
PARTE I - TEORIA GENERALE 41 nelope, un lavoro vano e infecondo che in un'età
si tesse e in un'altra si disfa incessantemente ? Risponda la storia medesima
se lo studio della logica simbolica si riduca ad uno sforzo inutile destinato
ad esaurirsi in lotte senza vittorie e senza conquiste. 2. Cenno
storico-bibliografico (1). — I germi di una considerazione formale dei fatti
logici sono antichissimi, poiché il parallelismo tra oggetto, (1) Per
apprezzare convenientemente le vicende della logica formale, sul punto di
veduta e relativamente ai principi di cui stiamo discorrendo, gioverà ricordare
anche in una rapidissima notizia gli autori più impor- tanti, tenendo insieme
conto cosi delFordine dei tempi come dell'ordine delle idee. Io confido che
nella mente dello studioso basterà V aridissimo elenco a risvegliare, intorno
ad ogni nome, quell'alone di idee che esso per- sonifica e a caratterizzare il
posto che gli compete nella storia della filosofia. Però, avendo in mente di
far cosa utile anche ai novizi in questo genere di ricerche, alle- gherò in
queste note tutte quelle indicazioni che restano per solito disperse e,
quantunque trovinsi concentrate in monografie frammentarie dei più importanti
periodi, non furono ancora organate definitivamente fra loro in un solo
disegno. A tale scopo attingo agli insigni lavori del Prantl, del Boole, dello
SchrSder, del Venn, del Laas, del Dòring, deirUeberweg, dello Z»eller, del
Rixner, del Lin- dner, del Nagy, del Baldwin e del Peano, e vi aggiungo tutte
le illustrazioni storiche e bibliografiche più impor- tanti riscontrate
direttamente coi testi originali, affinchè i giovani volenterosi abbiano il
mezzo di consultare fa- cilmente quello che più loro bisogni. Vuol dire che il
lettore erudito può saltare senz'altro l'elenco storico-bibliografico che
segue. idea e segno, ragione prima
d'ogni simbolismo lo- gico (1), figura già in tutte le più antiche filosofie.
Però, accennando solo di volo ai primi saggi dell'analitica indiana, che non
furono ancora stu- diati sufficientemente, per quanto la loro impor- tanza sia
stata presagita già da Leibniz, ri- corderò brevissimamente che l'analitica
antica (la quale può farsi andare dsAV Organo di Ari- stotele (2) alla logica
di Porto Reale, non esclusi (1) Senza esagerare affatto il senso di questa
ricerca storica si potrebbero studiare anche con profìtto cosi i cinque sistemi
di scrittura: 1® Il sistema egiziano, — 2<* Il mesopotamico, — 3** L'ittico
eteo, — 4" Il cinese, — 5° Il messicano-maya; come i cinque stadi percorsi
dall'invenzione della scrit- tura all'invenzione dell'alfabeto, che, secondo Trombetti
(Trombetti A., I grandi periodi del progresso umano. Cuneo, Tip. Aime e C,
1902, pagg. 19-20), al quale mi attengo nel desumere queste notizie, furono i
seguenti : A — Scrittura ideografica : 1* pittorica, 2* simbolica. B —
Scrittura fonetica : 3* rematica, 4* sillabica, 6* alfabetica. Le indagini
compiute in questo senso possono assumere una straordinaria importanza aiutando
prima la deter- minazione delle varie parti che concorrono a formare ogni
discorso, poscia l'analisi delle idee primitive della grammatica universale,
impresa difficilissima che fian- cheggia la determinazione delle idee primitive
della lo- gica tanto naturale quanto riflessa, ma esse non possono costituire
ad ogni modo che la preistoria della logica simbolica. (2) Aristotele (384-322
a. C). I libri, contenuti sotto il nome collettivo di Organo sono i seguenti:
1° KaxiiYopiai, 4° 'AvaXuxiKà Oaxcpa, 2" TTcpl *Ep|ur]v€{a<;, 5"
Tottikó, 3° 'AvaXuTiKà irpÓT€pa, 6° loqpiaxiKol "EXcyxoi. i più ostinati continuatori fino ai giorni
nostri) resta più o meno fedele al principio della quan- tificazione del
soggetto nel giudizio e a quello della classica tricotomia nel sillogismo.
Senza dubbio è ingiusto inglobare quasi venti secoli di filosofia in una frase,
mentre intiere falangi di mal noti pensatori traducendosi, co- piandosi ,
correggendosi , contribuirono poten- tissimamente alla fissazione della
terminologia, alla formazione delle grandi teorie sulla natura del concetto,
del giudizio e del sillogismo, e non- ostante il formalismo, l'astrusità e
anche l'assur- dità che sorpassa ogni immaginazione, deplorata così vivamente
dal Franti, recarono un positivo servizio alla creazione della logica tecnica.
Alla scuola degli immediati discepoli di Ari- stotele, Teofrasto edEudemo (1),
succede la teoria nominalistica e grammaticale degli Stoici, con Zenone,
Crisippo, Diogene di Seleucia, Antipatro, (1) Teofrasto (372-288) ebbe Tidea di
ciò che si disse più tardi : *" quantificazione del predicato „ avendo
notato che il predicato deve avere una quantità come il sog- getto. Infatti vi
sono proposizioni che, se il loro predi- cato è di quantità indeterminata,
hanno un senso incerto e non escludono il loro contradditorio, p. e. : Oaiviac;
éX^x imGTY\nr\v, 0oiv{a^ oùx ^x^* èTriarfiimiiv. A Teofrasto devonsi i modi
della quarta figura, consi- derati però come modi indiretti della prima figura
(kctò àvdKXaaiv). [Cfr. Diogbnb di Laerzio]. EuDEMo DI Rodi {Theophrasiua rerum
tantum summas exequitur. Eudemus latiorem docendi graditur viam (Boezio, de
Syllog. hypoth., p. 606)) trattò sottilmente della fun- zione della
proposizione logica e grammaticale. Con- frontare *AvaXuT, e insuper. Diog. d.
Laer. 44 LOGICA rOBMALB Archedemo e Posidonio (1). Segue la fase della Nuova
Accademia e dello Scetticismo con Car- neade, Clitomaco, Pirrone e Sesto
Empirico (2) ; quindi l'Eclettismo con Filone di Larissa, poscia il gruppo
degli interpreti peripatetici posteriori con Andronico di Rodi, Atenodoro,
Alessandro Egeo, Aspasio, Adrasto, Ermino, Aristone e Ga- (1) Con gli Stoici la
logica diventa una scienza formale e grammaticale, distaccandosi risolutamente
dalla meta- fisica. I giudizi semplici si dividono in più specie e si distin-
guono dai giudizi * non semplici , (oùx AtcXc!) formati da giudizi semplici per
composizione. E si tenta per la prima volta il calcolo di tutte le combinazioni
possibili dei giudizi semplici in giudizi composti. Zenone (340-264, a. C.)
TTcpl X^5€U)v, irepì oùaia(;, ircpl oii|U6(u)v, TTCpl XÓYOU, T€xviKal XOa€K.
[Cfr. Dioo, L.]. Crisippo (282-290 a. C). diceva che " le combinazioni
possibili dei giudizi semplici (Td<; ìk òéxa fuióvwv àhiuiiàrwv ou^iTiXoKdO
oltrepassavano un milione, ma il celebre matematico Ipparco gli dimostrò che
non ve ne era che 103049 affermativi e 310952 negativi ,. La riduzione fu
semplificata anche da Antipatro (Plutarco, Quaest. Sym- po8. Vili, 9-3).
Crisippo scrisse 311 libri di logica di cui Diogene Laerzio diede una corretta
e confusa indicazione. Diogene di ìSeledcia. TTcpl (puivV) xéxvii, AiaX€KTiKi?|
T^Xvi]. [Cfr. DioG. L.]. Antipatro. TTcpl XéEcujv xal tOùv X€TO|uévu)v, TTcpl
6pwv, iT€pl oùolaq, TTcpl òuvctOùv. [Ibid.]. Archedemo. TTcpl cpuivfìq, ^€pl
aT0ix€(uiv, T7€pl buvardiv. Ilbid.]. PosiDONio. TT€pl KpiTTìplou, El<;aYU)Yi^
ircpl XéHeu)^. [Ibid.]. (2) Carneade (214-119 a. C). Pirrone (182-276? a. C).
Sesto Empirico (circa il 200 d. C). leno
(1). Le ricerche logiche formali continuano per opera del Sincretismo
stoico-peripatetico con Apulejo e Pseudo-Galeno, e dei più tardi com- mentatori
e compendiatori di Aristotele, special- mente di Alessandro Afrodisiense,
Porfirio, Giam- blico, Siriano, Proclo ed Ammonio (2). (1) Andronico di Rodi
(50 circa d. C). KaxTiYopiai, irpò Tibv TÓTTUiv. Ordinatore dei libri
aristotelici. AspASio e Adrasto di Afrodisia (120 circa dopp C.) <Cfr. Gamn,
ti. t. I6(u)v Pipx.). Galeno C. (131-200). xà cj tò e^ toO GcocppdaTOu pipXiov
6 ir€pl xaraqpdacui^ xaì dTToqpdacu)^ ?Ypai|i€- tò ò*€l<; xò irpó"
x€pov XéSeujq Eùòi^iuou. — ircpC KXeixofuidxou xal xOùv xf)(; dirobciScui^
aOxoO Xuaeuiv ?v. — irepi xf}^ Kaxd TTXdxujv XoYiKf)^ 6€U)p{a(;. — cU tò ircpl
Kaxacpdaeiu^ xal diroqpdacujc Geoqppdaxou ùiro|uivf|juaxa (;'.... el(; xò ircpl
XéHeux; Eòbfmov ÙTro|uivri|Liaxa y'- — wepl if\^ xarà XpùaiTnrov XoYiKfiq Ociu-
pia^ T*- Tfì^ XpuodriTGu au\XoTi<yxiKf)(; TrpiI»XTì<; ÒTro^ivfmaxa T'.
òeuxépai; ?v.... òxi i\ T€ui|ui€xpiicf| dvaXuxixfj d|Li€(vuiv xn^ tiliv
IxuiiKtliv ?v. TTcpl xdiv irapà ti?|v XéEiv ooq)ia|Liàxu)v* [Cfr. Prantl, pagg.
559-560, 576]. (2) Alessandro Afrodisiense (tra il 198 e il 210 insegnò
filosofia in Atene). Nel Commentario di Alessandro Afro- disiense trovansi già
numerosissimi diagrammi logici per rappresentare le mutue relazioni dei termini
di un sil- logismo. Cfr.
Ed. Venet. (Aid.) 1513, fol.; Venet (Aid.), 1520, fol.; Fior. (Junt.) 1521, 4,
Insup. Brandis S., Ueber. d, griech. Ausleger d. Organos, Abhdl. d. Beri. Akad.
1833. Apulejo (114-190), De Dogmate FlatoniSt nei manoscritti TT€pl
*Ep|Lir)v6(a(;. È in questo manuale di
logica, 3® libro De Dogmate, che trovansi per la prima volta le lettere A. E.
I. 0. Opera probabilmente apocrifa. [Cfr. Prantl,. p. 579, Hillebrand].
Pseudo-Galeno. L' opera faXiivoO ElaaYttiT^ AiaXcKTixft che il Mina, nel 1844,
[ritenne come autentica di Ga- È
notissima la storia della logica romana in cui assai per tempo viene a
prevalere la teoria ca- techistica, sviluppata negli innumerevoli manuali di
logica ad uso delle scuole, mutuanti l'inse- gnamento sia dai maestri greci
direttamente, sia dalle traduzioni latine di Varrone, di Cice- rone, di Aulo
Gellio, di Quintiliano. Questo indirizzo comprende altresì le opere di Mario
Vittorino, di Vegezio, di Agostino, e si spinge fino a quelle importantissime
di Marciano Capella, di Boezio e di Cassiodoro, che riduce- vano la logica
all'uso d' una tabula logica ana- loga a quella degli Stoici od a combinazioni
di concetti, secondo le regole della sillogistica (1). Finalmente in tutta
quanta la Scolastica me- dievale la sillogistica aristotelica è ripresa ed applicata
con sottilissimo svolgimento. Comincia leno, è ritenuta invece non autentica
dal Prant. Op. cit., p. 501. Porfirio (232-304 o 330), ElaaYU)Yi?l eU
Tà<; 'Apiororé- Xou^ KaTiiYopia^. Cfr. anche " Isagoge „ o introduzione alle categorie di
Aristotele, tradotta per la prima volta in italiano e annotata da E.
Passamonti. Pisa, Nistri, 1889. GiAMBLico (t circa 330). Siriano (390-450).
Proclo (410 o 412-485) {Procli^ philosophi platonici, opera, Paris, 1819-1827;
*(?m, 1864). Ammonio (sec. IV- V), D. interp. Ed. Venet., 1503, fol. (1)
Agostino A. (354-430). Marciano Capblla, Artes liherales. Lib. IV, Dialectica
(pubi. 470) (Cfr. Edit. Fred. Kopp. Francfort, 1836). Boezio S. (470-525 o 524
(?)), Introductio ad categoricos syllogismos; de syllogismo
categorico-hypothetico ; de Divi- sione; de Definitione. Ed. Basilea (1570).
Cassiodoro (468 o 477-562) (Ed. Garet. Venezia, 17 29). — a vero dire — per essere incompletamente
conosciuta per opera di Alenino, Rabano Mauro, Giovanni Scoto Erigena, Remigio
d' Auxerre, Ottone di Clugny^ Gerberto , Pietro Damiano, Lanfranco, Irnerio e
Roscellino (1). Si rassoda sotto rinfluenza dei Bizantini e degli Arabi per
virtìi di Al-Kendi, Alfarabi, Avicenna, Algazel ed Averroès (2).
Successivamente si completa con Ottone di Freising, Giovanni di Salisbury,
Pietro Lombardo, Bernardo di Clairvaux^ Bernardo di Chartres, Guglielmo di
Champeaux, Abelardo, e Alano di Lilla; quindi fa decisamente il suo ingresso
nel- Toccidente latino per opera di Davide di Dinant, Guglielmo Shyreswood,
Lamberto d* Auxerre, Pietro Ispano, Guglielmo d'Auvergne, Vincenzo di Beauvais,
Alberto Magno, Tomaso d'Aquino, Raimondo Lullo, Duns Scoto, Sigieri di
Brabante, Riccardo di Middleton, Pietro d'Auvergne, Pietro (1) Alcuino
(735-804), Op. Ed. Froben. Ratisbon, 1777, foL Hhabaho Mauro (776-856), Op. Ed.
Colvener. Colon, 1627, fol. Giov. Scoto Erigena (806, 815-887, 890), Cfr. Migne.
Patrologia. Parigi, 1853. Gerberto, morto papa nel 1003 sotto il nome di Sil-
vestro Il (Ed. OUeris,
Paris, 1868). PsELLo M. C. (1018-1077?). ZOvoi|ii<; eU t9\v 'Apiaxoré-
\o\ic, imaTr]ixr\y (Attribuzione contestata. Cfr. Prantl e C. Thurot, e V. Rose).
Roscellino (nato in Bretagna nella metà del secolo xi, morto dopo il 1120). (2)
Avicenna (980-1037), Logica di Avicenna, Ed. di Ve- nezia. AvERROès
(Ibn-Roschd, 1126-1198). Com. s. 1. Arist. 48 LOGICA FORMALB d'Abano, Egidio
Romano, Durando di Pour9ain, Gualtiero Burleigh, Armando di Beauvoir, Pietro
Aureolo e Guglielmo d'Occam (1). (1) Guglielmo di Champeaux (1070 circa
1121) (Cfr. Guil- laume de Champeaux et les écoles de Parisau XIP siede par E.
Michaud. Paris, 1867). Abelardo (1079 -1143) (Cfr. Ouvrages inèdita d'Ahelard.
Ed. Cousin. Paris, 1836; et Petri Abelardo opera. Pa- risiis, 1859). Giovanni di Salisburt (f 1180),
Metcdogicua (verso il 1160) (Ed. Lyon, 1513; Leyde, 1639; Amsterdam, 1664).
Alberto Magno (1193-1280), De praedicàb. S. Tommaso (1225 o 1227-1279), Summa
theologiae. Shyreswood G. (t 1244). Pietro Ispano (1226-1277), morto papa sotto
il nome di Giovanni XXI (?). Summulae, — Tractatus parvorum
logicalium (Cfr. Bépertoire bio- graphique, L. Hain). DuNS ScoT (1265 1274-1304
o 1308). Raimondo Lullo (1234 o 1236-1315), Ars Qeneralis sive Magna, — Opera
ea, quae ad adinventam ab ipso artem uni- versalem scientiarum artiutnque
omnium brevi compendio firmaque memoria apprehendendam pertinent , una cum
commentariis, Argentorati apud Zetznerum (1608). Ed. Buchofius et Salzinger. 10
voi., Mayence, 1721. Cfr. : JoRDANo Bruno, de Specierum scrutinio; de Lam- pade
combinatoria lulliana; de Progressu et lampade vena- toria logicorum, Valerius
de Valbriis, Aureum opus in arborem scientiarum et in artem generalem, H. Corn.
Agrippa, Commentariain Artem brevem. (Cfr. Ed. Zetzner. Strasbourg, 1609, colla
Clavis d'Alstedius). J. Paccius, Ars lulliana emendata. Lyon, 1618. Perroquet,
La Vie et le martyre du Docteur illuminé Ray. Lulle. Vendosme, 1667. Guglielmo
d'Occam (f 1347), Summa totius logicae. Si trovano per la prima volta i modi
indeboliti. PARTE I - Da Guglielmo d'Occam in poi s'estende la lus- sureggiante
vegetazione dei terministi, fra i quali appena è il caso di ricordare Tomaso di
Strass- burg, Roberto Holkot, Giovanni Buridan, Paolo Veneto e negli anni della
più tarda decadenza, Pietro Tartareto, Pietro Nigri, Giovanni Dorp, Bartolomeo
d'Usingen e Giovanni Eck (1). Per onore della filosofia, voglio ripetere che,
in mezzo a tanta zavorra, i pensamenti originali sono molto più numerosi ed
importanti di quanto non si creda comunemente. Valga per tutti l'esempio di
Raimondo Lullo, il quale non solo si contentò di sognare — come dice il Janet —
una macchina per pensare, che combina i soggetti e i predicati secondo le leggi
della sillogistica, ciò che egli dice la grande arte, Ars magna; ma " svolse
una vera teoria delle combinazioni dei concetti, rappresentando tutte (1)
Holkot R. (t 1349). Ubachs G. C, Logicae seu philosophiae rationalis. VivES
J. L. (1492-1540), De Censura Veri (Opera Ed. 1555). NizoLius (1498-1576). Pauli Veneti,
Logica Parva. Tractattis Summularum. Venetiis (1580). GocLENio R. (1547-1628),
Inventore dei soriti progressivi. Alsted J. H., Logicae sy stéma harmonicum
(1614) eie- menta (1360). — Encyclopaedia universa in IV tomos divisa. Lugduni.
Sumptibus J. A. Huguetan filli et M. A. Ravaud (1649). — Clavis artis Lullianae
et verae Logices. Argentorati, apud Zetznerum (1610). Vossio G. G. (1577-1649),
De natura artis logicae. Tartaretus P., Comment. Porphyr. (1581). Pastore, Logica
formale. le loro relazioni possibili con
le varie posizioni di certi dischetti girevoli attorno un centro co- mune,
sovrapposti l'uno all'altro, sui quali erano segnati i concetti fondamentali n
(!)• Il tentativo di R. Lullo non contiene in germe tutta la teoria della
quantificazione del predi- cato, e la teoria della logica sperimentale? Furono
certamente questi tanto discreditati scolastici che permisero a Giovanni
Caramuel di Lobkowitz di enunciare, verso il 1654, chiara- mente pel primo — a
quanto almeno mi consti — il principio della quantificazione del predicato {non
solum subiectum sed ttiam praedicatum quan- tificari potest) (2). (1)
L'importanza del tentativo di R. Lullo fa sentita anche dal Nagy (Fondamenti ^
ecc., pag. 26. Annot. (4)). Il Lullo fu pure già citato dall'Hontheim fra i
predeces- sori di Leibniz nel tentativo diretto a costituire una lo- gica
simbolica universale. (2) È ancora troppo diffusa fra i logici Topinione che
l'invenzione di questo principio si debba al Bentham (1827) essendosi risolta
in favor suo la famosa polemica intomo alla priorità della teoria, sorta nel
1846 fra l'Hamilton e il De Morgan, continuata ad intermittenze néìV Athenaetim
e conclusa nel 1873 nel " Contemporary Rewiev „. Ma già il
Venn, nella sua * Logica simbolica „ scriveva: * Hamilton's name is deservedly
the best known in connection with this scheme, for the claim put forward in
favour of Mr. G. Bentham on the ground that he had (Logic 1827) drawn up the
same eightfold arrangement, seems to me quite untenable. For one thing, he had
been anticipated by more than sixty years by Lambert, who in 1765 drew up a
preci sely similar table to that which . is now so familiar to us (Sammlung der
Schriften wélche den Logischen Calcul Herrn Prof, Ploucquet's betreffen, PARTE
I - TEORIA GENERALE 51 Però il vanto d'essere il fondatore dell'ana- pag. 212).
But in philosophical matterà prìority of mere statement is surely of but little
vaine; appeal shonld rather be directed to the nse made of a principle and to
the evidence of ite having been clearly grasped. Ta- Mng this test, the merit,
such as it is, of the quantifi- oation of the Predicate, must, I should think,
be assigned to Ploucquet, and that of the closely connected doctrine of these
eight proposìtional forma to Hamilton. As re- gards the Quanti fication,
Ploucquet freely uses the distin- ctively characteristic forms * No A is some B
,, " Some A is not some B „ ; and even distinguishes and directs attention
to the case in which from two propositions of the form " AH A is some B „,
* AH C is some B „, we can conclude that ^ AH A is ali C „; viz. when the *
some B , is the same some {Methodus ccUculandi). Nearly ali the other
consequences of the doctrine, — e. g. the simple conversion of the particular
negative — are poin- ted cut. He nowhere recognizes the appropriate table of
the consequent eight propositions, though he was the means of suggesting it to
Lambert. As regards mere priority of statement, it may be remarked that another
writer, Mr. Solly {Syllabus of Logic, 1839), had also given a similar table,
before the time at which Hamilton, by bis own assignment of dates, had begun to
publicly teach this doctrine. But neither Mr. Bentham nor Mr. Solly seems to me
to bave understood exactly the sense in which their scheme was to be
interpreted, nor to bave attached much importance to it „ (pagine 8-9). Successivamente
il Codturat nel 1901 [La Logique de Leibniz d'après des documents inédits. Paris, Alcan) potè accertare che se
non l'uso almeno l'idea della quantifi- cazione del predicato fu prevista anche
da Leibniz nel periodo che va dal 1679 al 1710. " Or Leibniz a maintes
fois approuvé cette règie (la regola dei termini distributivi e non
distributivi, cioè 52 LOGICA FORMALE litica nuova spetta, senza dubbio, a
Goffredo generali e particolari che riposa sulla quantificazione del predicato
vi formae, e per conseguenza sulla consi- derazione deirestensione), qui sert,
comme il le dit lui- mème, de fondement à toutes les règles des figures et des
modes du syllogisme. On peut mème remarquer que, s'il s'est prononcé
expressément contre la quantification expUcite du prédicat telle que Hamilton
devait la pro- poser plus tard, c*est précisément parce que le prédicat se
trouve déjà implicitement quantifié vi formae suivant que la proposition est
affirmative ou negative , (pagine 24-25). Vale la pena di riportare anche il
passo di Leibniz : * Velim etiam scire, quis primus excogitaverit doctrinam
quae praedicatorum quantitatem ex propositionum quali- tate deducit, ostenditque
omne praedicatum propositionis negativae esse universale, et omne praedicatum
propo- sitionis affirmativae (vi formae) esse particulare, quae consideratio,
jam nota quibusdam Scholasticis, insigne demonstrandorum modorum compendium
praebet, et ta- men in fallor, apud Aristotelem haud extat «. Lettre à Koch, du
31 aoùt 1710 (PM., VII, 481). Coutubat, op. cit., pag. 24. Finalmente in seguito a mie
personali ricerche com- piute nella biblioteca comunale di Noto (Siracusa) la
priorità di questa dottrina si deve attribuire al sottilis- simo casista
Giovanni Caramuel, che l'espose nella sua Theologia rationalis, Grammatica audax^
ecc., stampata a Francoforte nel 1654 in-folio, quando Leibniz non aveva che
otto anni. Per non rendere troppo voluminosa l'opera presente ho pubblicato a
parte una notizia brevissima storico- critica sulla vita e l'opera di Giov.
Caramuel di Lobkowitz (1606-1682): G. Caramuel di Lohkowitz e la teoria della
quantificazione del predicato, Cfr. * Classici e Neolatini ,. Rivista
Bimensile, Giugno-Luglio. Aosta, Leibniz (1), al quale dobbiamo l'e- nunciato
simbolico delle principali proprietà delle (1) Leibniz G. W. (1646-1716),
Oj^era philosophica. Ed. Erdmann. Berolini 1840. — Mathematische Sehrifien,
Ed. Gerhardt, 1848-63. — Philosophischen Schriften. Ed. Gerhardt, Berlin,
1875-90. — Manuscrits inéditSf conservés à la bibliothèque de Hannover et
publiés dans le Formulaire 1899 par G. Vacca. Cfr.: La logique de Leibniz,
d'après des documents ine- dite, par L. CouTURAT. Paris, F. Alcan, 1901. —
Opuscules et phragments inédiiSj publiés parL. Cou- TURAT. Paris, 1903. Eustachio da S. Paolo,
Summa philosophiae quadriper- tua. Parigi (1609). Seton J., Dialectica (1611).
Casilio, Introductio in Ariatotelis Logicam et réliqiias disciplinam, Romae
(1643). HoBBEs, Computatio sive logica (1665). — Opera omnia. Amsterdam (1667).
Dalqarno G., Ars Signorum (1661). Ed. 1834. - Logique de Port-Royal
(1662?-1664?; attribuita ad Abnadld e Nicole. — La Logique de Port-Royal par A.
Arnauld. Ed. nou- velle par A. Fouillée. In-12, 1879. — La logique ou L^Art de
Penaer, 5® édit. Lyon,
chez Mathieu Liberal, 1684. WiLKiNs J., Essay towards a Real Character and Phi-
loBophical Language (1668). EiBCHER A., Ars magna sciendi (1669).
Marriottb, Essai de Logique, conténant les Principes de la science (1678). Sanderson R., Logicae Artis
Compendium (1680). Facciolati J., Logicae Protheoria (1682-1769). — Rudimenti
di Logica. Padova. Tizio G. T. (1661-1714), Arte di pensare. idee semplici, i primi germi dell' ** arte
combi- natoria „ e r introduzione del Calculus ratioci- nator : " hic
calculus quidam novus et mirificus, qui in omnibus nostris ratiocinationibus
loéum habet, et qui non minus accurate procedit quara Arithmetica aut Algebra
„. È vero che la fecondissima idea leibniziana di sostituire ai singoli
concetti delle premesse sillogistiche dei simboli letterali e dedurne la
conclusione eseguendo con questi alcune opera- zioni analoghe alle algebriche,
malintesa sopra- tutto dai pensatori, giacque improduttiva per lungo tempo nel
campo della filosofia, ma i ma- tematici la seppero coltivare con varia
fortuna. Il periodo storico che va da Leibniz a Boole è tutta una fioritura di
tentativi e di incrementi geniali, per lo sviluppo del calcolo logico inte-
ressantissimi. Preceduti per rindirizzo scientifico dal Weise(l), dal Bernoulli
(2), dal Cotes (3), dal Segner (4) e (1) Wbisb Ch. (t 1708), Curieuse Fragen
Uber die Lo- gica (1700). — Doctrina Logica (Ed. 1% 1690, Ed. 2% 1716). —
Nucleus Logicae Weiaianae (J. C. Lanqe) (1712). (2) Bebmoulli J., Parallelismus
ratiocinii logici et alge^ braici (Opera 1744. Data dello scritto 1685). — Ars
conjectandi. Basileae (1713). (3) Cotes R., Logometria. London (1714). BoYviN,
Philosophia Scoti, Venetiis (1734). (4) Seqnbb J. a., Specimen Logicae
Universaliter demon- stratae (1740). RtiDiQER A., De sensu veri et falsi
(1741). Dabjes ^J. G., Introdttctio in artem inveniendi (1747, ed. 2*). — Weg
zur Warheit (1776). PARTE I - TEOBIA GENERALE 55 dall'Euler (1), circa nel
medesimo tempo il Plouc- quet (2) e il Lambert (3) adoperano e descrivono (1)
EuLBR L., Lettres à une Princesse d^AUemoffne {Il QS jo 1761). Lett. 102-105,
voi. 2^ pag. 90 e seg. (2) Ploucquet G., Fundamenta Fhilosophiae speculativae
(1759). — Institutiones Philosaphiae theoreticae sive de arte cogi- tandi
(1770) (contenente Theoria calculi logici), — Elementa Philosophiae
contemplativae^ sive de scientia ratiocinandi (1778). — - Sammlung der
Schriften welche den logischen Calcul fferrn Prof. Ploucquet's hetreffen
(1776). Kant J. (1724-1804), Logik (1762). — Ueber die Mnfiihrung der negativen
GrSssen in die WeUweisheit. / (3) Lambert J. H. (1728-1777), Neue Organon
(1764). — De universaliori Caladi Idea, Disquisitio (1766). — Anlage zur
Architectonic (\11\). — Logische und Philosophische Abhandlungen (1781). —
Deutscher Gelehrter Briefwechsel (1781). Ulrich J. A. H., Institutiones logicae
et metaphysical (1785). Rbimabus H. S., Vernunftlehre (1790). HoLFBAUBR J. C,
Anolytik der Urtheile und SchlUsse (1792). Gravesandb, Introductio ad
philosophiam. Venetiis (1792). Farnoccia, Institutiones Logicae, Lucae (1792).
Maas J. G. e., Grundriss der Logik (1793). Maimon S.,
Versuch einer neuen Logik (1794). Bardili C. G., Grundriss der ersten Logik
(1800). Castillon G. F., Réflexions sur la Logique. Mem. of Berlin Acc. (1802).
— Sur un nouvel Algorithme logique. Do. (1803). Sbmleb C. a., Versuch Uber die
coìnbinatorische Methode, ein Beitrag zur angewandten Logik und allgemeinen Me-
thodik (1811). 56 LOGICA FORMALE
chiaramente il principio della quantificazione del predicato, riproposto nel
1827 dal Bentham (1), aiutato nel 1829 dall'Hauber (2), rialzato nel 1839 dal
SoUy (3), nel 1846 dal De Morgan (4) e dal- Kbause K. C. F., Abriss des
Systemen der Logik (1* ed 1803, 2» ed. 1828). Gebgonne J. D.,
Essai de Dialectique rationneUe. Annales de Mathémathiques pures et appliquées.
voi. VILNismes (1816-17). — Essai sur la théorie des définitions. An. d. Mat.,
vo- lume IX (1818-1819). TwESTEN
A. D. e, Die Logik insbesondere die Analytik (1825). (1) Bentham G., Outline of
a System of Logic (1827). Bachmann C. F., System der Logik (1828). (2) Hauser
K. F., Scolae logico-mathematicae. Stutl^art (1829). Bbneke F. e., Lehrbuch der
Logik als Kunstlehre des Denkens (1832). ViCTORiN A., Neue natUrliche
Darstellung der Log%k{\%Zh). Drobish M. W., Neue Darstellung der Logik, Leipzig
(1836). Bolzano B.,
Wissenschaftslehre. Versuck einer ausfiihr- lichen Darstellung der Logik (1837)
(Quasi il primo e più serio tentativo di rappresentare la combinazione di 4 o
più termini). Jagbb
J. N., Handbuch der Logik (1839). (3) SoLLY T., Syllabus of Logic (1839). —
Discussions on philosophy (1866). ScHADEN E. A. von, System der positiven Logik
(1841). Lichtenfels J., Lehrbuch der Logik (1842). PbochIzka I. J., Gesetzbuch
far das Denken, Ein Hand' buch der Logik (1842). Gbassmann H., Die lineale
Ausdehnungslehre (1844). (4) De Mobgan A. (1806-1871), Formai logie (1847). —
On the structure of syllogism. Transactions of the Cambridge philosophical
Society (1858). PARTE I - TBORIA
GENERALE 57 l*Hamilton (1). Quindi il De Morgan avanza il principio della
qualificazione onymatica o teoria dei nomi contrari. Il Boole (2) con
diciassette anni d'indefessa operosità, dal 1847 al 1864, riesce ad applicare
il simbolismo algebrico alla risoluzione del pro- blema di Leibniz (calcolo
logico) e conferisce alla logica matematica una forma nettamente scien- tifica.
— SyUahus of a proposed System of Logik, London, Walton and Maberly (1860). Batnes T.
S., An Essay on the New Analitic of Logicai Forms. Edinburgh (1850). Lathak R.
G., Logic in its application to Language (1856). Ingleby C. M., OutUnes of
Theoretical Logic (1856). Sfaldino W., Introduction to Logicai Science (1857).
(1) Hamilton W. (1788-1856), Lectures on Logic (1860). — Discussions on
Phiìosophy (1866). Mansel H. L., Prolegomena Logica (Ed. 2*, 1860). Aldrich,
Arti8 logicae rudimenta (1862). Leechman J., Logik (1864). Garden F., Elements
of Logic (1867). Kaulich W., Handbuch der Logik (1869). (2) BooLB G.
(1815-1864), Mathematical Andlysis of Logic. Cambridge, Macmillan. London, G.
Bele (1847). — The Calctdus of Logic. Cambridge and Dublin math. Journ. Voi.
Ili (1848). — The Claims of Science. Lecture in Queen's College. Cork (1851). —
An Lwestigation of the Laws of Thought^ on which are founded the mathematical
theories of logie and pro- babilities. London, Walton and Maberly (1854). —
Differential Equations (1865). — Of Propositions numerically definite. Cambr., Phil. Trans., voi. XI. 58
LOGICA FOBMALE Il Jevons (1) propugna il principio della sosti- tuzione dei
termini simili, e ripigliando con pro- positi moderni il frainteso tentativo
meccanico di Raimondo Lullo, presenta il primo saggio scientifico d'una
costruzione meccanica rivolta alla rappresentazione dell'inferenza logica. E
Falba della tecnologia della logica pura o logotecnica. Il Peirce (2),
riformando radicalmente e per- (1) Jbvons W. S. (1835-82), PUre Logie. London and
New-York (1864). — The substitution of Sitnilars, the true prindple of
Reasoning. London (1869). — On the Mechanical Petfonnance of Logicai Inference.
PhiL Trans. (1870). — The Principles of Science, London (2* ed. 1877, 8* ed.
1879, 4» ed. 1883). — Studies in Deductive Logic (1880). — Pure Logic and other
minor works, London, Mac- millan and Co. (1890). MicH J., Grundrias der Logik
(1871). BowKN F., Treatise on Logic (1872). Grassmann R., Die Begriffalehre
oder Logik (1872). Habtbbn a., Principes de logique exposés d^après une
méihode nouvelU (1872). Ellis
a. J., On the Algebrical analogues of logicai réla- tions. Proc. of Royal Soc.
of London- Voi. XXI (1873). (2) Peirce C. S., Three papers on logie, Proceed.
of Amer, Acad. (1867). — On an Improvement in Boole^s Calctdtis of Logic. Proc.
of the Amer. Acad. of Arts and Sciences. Voi. VII (1867). — Grounds of Validity
of the Laws of Logic, Joum. of Spec. Philos. Voi. VII. — On the Algebra of
Logic. Amerio. Joum. of Math. Voi. 3% pag. 16-57 (1882-1885). PABTE I - TEORIA OENEBALE 59
fezionando il calcolo logico del Boole, imprime alla logica un indirizzo sempre
più matematico eolla pubblicazione delle sue importantissime ri- cerche, On the
Algebra der Logic, nel 1880. Lo Schroder(l), professore della Scuola poli-
tecnica superiore di Karlsruhe, che già dal 1877 avea stampato a Leipzig i
primi interessanti studi sopra le operazioni del Calcolo logico, tras- formando
egli pure opportunamente il simbolismo del Boole e attenendosi in parte ai
lavori del Peirce, dal 1890 al 1895 pubblica i tre volumi della sua opera :
Ueber die Algebra der Logik, Peibcb C. S., Johns Hopkins studies in Logic
(1883). — On the naturai classification of arguments. Proceed.
Amer. Acc, ecc. (1867). — On a new list of categorieSy ib. (1867). —
Description of a notation fot the logie of relatives resulting from an
application of the conceptiona of Boole* s Calculus of Logic. Estratto dalle
memorie dell* Amer. Acc. Voi. IX, Cambridge (1870). — Illustrations of the
logie of science, Popular Science Monthly (1870). — How to fnake our ideas
clear^ Ibid., Januar. Vói. XII (1878). (1) ScHBdDBB E., Operationskreis dea
Logik kalkuls (1877). — Vorlesungen Uber die Algebra der Logik (exacte Logik).
Leipzig, Ed. Teubner. Voi. 1 (1890), Voi. II (1891), Voi. Ili (1895). — Ueber
das Elimination Problem im identischen Kalkul. Tageblatt der 58. Versammlung
deutacher Naturforscher und Aerzte in Strassburg (1885). — Ueber Pasigraphie,
ihren gegenwàrtigen Stand und die pasigraphisehe Bewegung in Italien.
Verhandlungen des ersten internationalen Mathematiker-Kongresses in Ziirich vom
9 bis 11 angust 1897. 60
LOGICA FORMALE che, sviluppando rigorosamente la teoria del cal- colo dei
concetti, costituisce un avvenimento di grandissima importanza nella storia
della lo- gica matematica contemporanea. Da questo punto i cultori delle
ricerche di logica formale matematica crescono incessante- mente e per la
potente fecondità del calcolo logico si verificano numerosi e brillanti
risultati pratici. Per completare il quadro dello stato attuale del calcolo
logico in Europa ed in America ba- sterà solo ricordare i nomi e le opere piìi
im- portanti dell'ultimo trentennio : C. Sigwart (1), G. Frege (2), A. Lindner
(3), Dedekind, A. Voigt (4), J. Pokorny (5) in Ger- (1) Sigwart C, Logik
(1873). — Brentano F., Psychologie vom empirischen Standpunkte (1874).
LiPSCHiTz R., Grundlagen der Analysis (1877). (2) Frege G., Begriffsschrift
eine der aritmetischen nach- gébildete Formelsprache des reinen Denkens (1879).
(3) Lindner A., Compendio di logica formale per Istituti Superiori. Vere. T.
Erber. Zara
(1882). Dedbkind, Was sind und was sollen die Zahlen (1888). DSring, Was ist
Denken? in * Vierteljahrschrift fiir wissenschaftliche Philosophie , (1890).
(4) Voigt A., Die Aufldsung von Urtheilssystemen , das Eliminations próblem und
die Kriterien des Widerspruches in der Algebra der Logik, Leipzig, Danz (1890).
(5) Pokorny L, Neues Grundriss der Logik (1878). Hontheim S. J. Joseph, Der
logische Algorithmu^ in seinem Wesen, in seiner Anwendung und in seiner
phUosophischen Bedeutung. Berlin (1895). Maier H., Die Syllogistik des
Aristoteles. Erster Theil, Die Logische Theorie des Urtheils bei Aristoteles»
Tubingen, mania; D. P. Chase (1), J. Murphy (2), G. B. Halsted (3), W. K.
Cliflford (4), H. Me Coli (5), A. Macfarlane (6), B. Russel (7), J. Verni (8),
1896, Verlag der H. Laupp'schen Buchhaudlung. Zweiter Theil, Erste Hàlfte,
Formenlehre und Technik dea Syllo- gtsmus. Zweite Hàlfte, Die Entstehung der
Aristotelischen Logik. Tubingen, 1900. Verlag der H. Laupp'schen Buch-
handiuDg. (1) Chase D. P., A first Logic Book (1875). — Thomson W., Laws of
Thought (1* ed. 1842, 2* ed. 1849, 3* ed. 1875). (2) Murphy J. J., Relation of
Logic io language (1875). — Fundamental Logic (Mind) (1877). — On an Extension
of the Ordinary Logic, connecting it ivith the Logic of Relatives. SwBBT H.,
Words, Logic and Grammar (1876). (3) Halsted G. B., Algébras, Spacca, Logica,
Popular Science Monthly (aug. 1880). — Algoritmic diviaion in Logic, Journal
spec. Phil. Voi. XII. — Statement and reduction of ayllogiam. Journal spec.
Philos. Voi XII. (4) Clifford W. K., Lecturea and Easaya, Proc. of thie
Manchester Phil. Soc. Voi. XVII (1879). (5) Me CoLL H., The calculua of
Equivalent Statementa. Proc. of the London Math. Soc. Voi. IX-XI (1877-78). —
Symbolical Beaaoning. Mind. (Jan. 1880). (6) Macfarlane A., Principlea of the
Algebra of Logic (1879). — On a Calculua of Relationahip. Proc. of Royal
Soc. of Edinbui^h. Voi. X. Stuart Mill J., Syatème de logique déductive et
inductive, par L. Peisse (1880). (7) Russel B., Sur la logique dea Relationa
(Revue de Mathématiques. Tom.
VI. Bradley F. H., The principlea of Logic (1883). (8) Venn J.. On the
Diagrammatic and Mechanical Re' preaentation of Propoaitiona and Reaaoninga,
London, Edin- burgh and Dublin Philos. Magazine. Voi. X (1880). 62 LOGICA rORMALB A. Cayley (1)
nella Gran Brettagna ; 0. H.
Mit- chell (2), Mrs Ladd (3), H. Marqiiand (4), B. J. Gilman (5), J. Dewey (6)
in America; Poretzky (7) Venn J., On the various notations adopted for
expressing the common propositions of Logie. Proc. of the Cambridge Philos.
Soc. Voi. IV (1880). — Synibolic Logic, Macmillan, London (1* ed. 1881, 2"
ed. 1894). — Logic of Chance (1888). — On the Forms of Logicai Proposition.
Mind. Voi. V. — Empirical Logic (1889). — On the implicational and equational
logie. London, Edinburgh and Dublin Philos. Magazine. Voi. XL — On the
employement of geometrical diagrams for the sensible representation of logicai
propositions. Proc. of the Cambridge Philos. Soc. Voi. IV. Welton J. C, Manuai
of Logic (1891). Ormond, The Negative in Logic, Psychol. Rev. (1897). Johnson W.
E., The logicai Calculus. Art.Mind. V. I (1892). (1) Cayley A., Note on the
calculus of logie, Quart. Joum. of pure and applied mathematica. Voi. XXI
(1871). (2) MiTCHELL 0. H., On a New Algebra of Logic, Johns Hopkins University
Studies in Logic (1883). (3) Ladd (Mrs), On the Algebra of Logic,
iohTL'&'S.o^')sxn& Univers. (1883). — Studies in Logic Joh. Hop. Un.
Boston. Little Brown (1883). (4) Mabquand H., a machine for producing
Syllogistic Variations. Johns Hopkins Univers. (1883). Eeynes J. N., Studies
and Exercises in Formai Logic (ed. II, 1887). (5) GiLMAN B. J., On propositions
and syllogisiìis. Johns Hopkins University Circulars. — On propositions called
spurìous (ibidem). (6) Dewey J., Studies in Logicai Theory, Chicago. The University
of Chicago Press (1903). Perez E., ^/ cultivo de la matematica y la forma dedu-
ctiva de la inferencia. Mexico. Mem. Soc. Cient. " A. Al- zate „. Tom.
VIII. (7) Poretzky P., La loi des racines en Logiqne, R. d. M. Tom. VI, pag. 5-8. / in Russia; J. Delboeuf (1) nel Belgio; L.
Liard (2), L.Couturat(3)in Francia; 6.Peano(4), A.Nagy(5), (1) Delbcedp J ,
Logiqìie algorithmique. Revue Philoso- phique (1876) quindi idem. Liège et
Bruxelles (1877). (2) Liard L., Les logiciens anglais contemporains {ISIS). —
Logique. Masson, Paris. — Cours de philosophie. Logique (1884). (3) CouTURAT
L., La logique mathémaiique de M, Peano, " Revue de Métaphysique et de
Morale „, a. 1899, p. 616. — La logique de Leibniz d'après dea documents
inédits. Paris, Alcan, 1901. — L^ Algebre de la logique. Paris,
Gautliiers-Villars, ed. (1905).
(4) Peano G., Calcolo geometrico secondo VAusdehnungs- léhre di H, Grassmann,
preceduto dalle operazioni della logica deduttiva, Torino (1888). —
Arithmetices principia, nova methodo exposita {1SS2) . — I principi di
geometria logicamente esposti (1889). Torino, Bocca. — Elementi di calcolo
geometrico (1891). — Principi di logica matematica (1891). R. d. M., t. I. —
Formule di logica matematica. R. d. M., t. I. — Sul concetto di numero. R. d.
M., t. I. — Sui fondamenti della geometria (1894). R. d. M., t. 4. — Saggio di
calcolo geometrico (1896). — Studi di logica matematica (1897). — Les
définitions matJtématiques (1900). — Formulaire mathématique. (5) Nagy a.,
Fondamenti del calcolo logico. Giornale di matematica. Voi. XXVIII. Napoli
(1890). — Sulla rappresentazione grafica delle quantità logiche. Rend. R.
Accademia dei Lincei. Voi. VI, pag. 50-56, 373-378 (1890). — Lo stato attuale
ed i progressi della logica. Rivista italiana di filosofia. Anno VI. Voi. II,
Fase, novembre- dicembre, pag. 301-319 (1891). C. Burali-Forti (1), G. Vacca, G. Vailati, A.
Padoa, M. Pieri, F. Castellano, C. Ciamberlini, Giudice, Nagy a., Principi di
logica esposti secondo le dottrine mo- derne. Torino, Loescher (1892). — /
teoremi funzionali nel calcolo logico, Riv. di Mat., t. 2, pag. 177-179 (1892).
— Ueher Beziehungen zwischen logischen Ordssen. Mo- natshefte fur Mathematik.
Wien, t. 4, pag. 147-153 (1893). — La logica tnatematica e il calcolo logico.
Riv. Itai. di Filos. Roma, t.8, I, pag. 389-395 (1893). — I primi dati della
logica. Id.
Roma, t. 9, p. 33-70 (1894). — Ueber das Jevons-Cliffordsche Problem.
Monatshefbe far Mathematik. Wien, t. 5, pag. 331-345 (1894). — Sulla definizione e il
compito della logica. Roma, Balbi (1894). — Alcuni teoremi intorno alle
funzioni logiche. Riv. di Mat., t. 6, pag. 21-24 (1896). (1) BuaAn-FoKTi
C, Logica matetnatica. Milano (1894). — Exercice de traduction en symholes de
Logique Mathé- matique. Bulletin
de Mathématiques élémentaires (1897). — Sui simboli di logica matematica. Il
Pitagora, pagine 1-65-129 (1890). Padda A., Note di logica matematica. Riv. di Mat.,
t. 6, pag. 105. — Conférences sur la Logique Mathématique. Université non velie
de Bruxelles (1898). — Essai d'une théorie algébrique des nombres entiers,
précède d'une introduction logique à une théorie déductive quelconque. Congresso internaz. di filosofia.
Parigi, 3 ag. 1900. Vailati G., Un teorema di logica matematica. Riv. di Mat.,
t. 1, pag. 103. — Sul carattere del contributo apportato dal Leibniz allo
sviluppo della logica formale. Rivista filos. e scienze affini. Maggio-giugno
1905 (pagg. 338-344). Vacca G. Sui precursori della logica matematica. Riv. di
Mat., t. 6, pag. 121-183. Bettazzi, M. Chini, T. Boggio, A. Ramorino, M. Nassò,
ecc. (1) in Italia. (1) Tutti questi ultimi A. appartengono alla scuola del
Peano, al quale si deve la prima introduzione della Lo- gica matematica in
Italia coU'opera del 1888. In essa il Peano, esposti lucidamente gli studi
dello Schrodbr, del BooLE, ecc., dimostrò l'identità del calcolo sulle classi,
fatto da questi Autori, col calcolo sulle proposizioni del Peirce, del Me Coll,
ecc. L'opera de\VS9 {Arithmetices principia...) contiene per la prima volta la
teoria dei numeri interi completamente ridotta in formòle facendo ricorso ad un
limitatissimo numero di idee logiche che espresse coi simboli: €, D, = n, u,
--, A. Di qui trasse origine la sua ideografia, in cui ogni idea è
rappresentata con un segno, e il suo strumento analitico andò perfezionandosi
rapidamente. Nel '92 comparve il primo volume del Formulaire de Mathémathiques;
nel '94 V Introduction^ quindi la pubbli- cazione completata, con nuove formule
ed arriccbita di numerose indicazioni storiche per la collaborazione di valenti
seguaci, procedette alacremente, raccogliendo e trattando completamente in
simboli tutte le proposizioni della matematica. L'importanza filosofica di
questo mo- vimento scientifico non è ancora stata apprezzata conve- nientemente
dai filosofi, e l'opera del Peano comincia solo ora a richiamare sopra di se
l'attenzione degli inse- gnanti di logica pura. Questo ritardo filosofico è
tanto più strano quanto più chiara è la filiazione filosofica di questa
ideografia. Il Peano stesso non cessò mai di far notare che essa " è
basata su teoremi di Logica, scoperti successivamente da Leibniz fino ai giorni
nostri „. È noto infatti che l'ideografia completa o pasigrafia fu intravista
da Leibniz, col nome di Characteristica. Ma se, con definizioni opportune, si
potè ridurre le Pastore, Logica formale. Meriti dell' analitica moderna, — Da
questo rapido cenno dello sviluppo storico dei postulati del càlcolo logico e
degli autori che più hanno contribuito al progresso della logica pura e sim-
bolica in largo senso della parola (simboli lette- rali, aritmetici, algebrici,
geometrici, ideografici, ideofisici e via dicendo), e pure in mezzo alle di-
vergenze profonde e attraverso i vari modi onde le forme logiche si manifestano
e a quelli onde vengono interpretate, è possibile scorgere il filo conduttore. Le
dottrine più recenti sopratutto, parte cri- ticando i metodi e i principi sui
quali le antiche erano costruite, parte proponendo metodi di di- mostrazione
più atti all'indagine logica, parte svolgendo fuori dalla stessa analitica
germi di idee nuove che vi rimanevano prima come oscu- rati ed occulti, sono
come una successione in- calzante di fiotti vitali che, scaturendo dalle vette
del pensiero, sono penetrati nell'organismo della logica formale alimentandolo
e sospingen- idee di logica che si incontrano in molte parti della ma- tematica
ad un numero sempre più piccolo di idee pri- mitive, attualmente ancora si
desidera una riduzione analoga di tutte le idee di logica che si incontrano
nella logica pura. Questa riduzione presenta invero seriissime difficoltà, **
ed e più facile il riconoscere quante e quali siano le idee primitive in
Aritmetica e in Geometria, che in Lo- gica „ (Peano). In questo saggio,
continuando le ricerche cominciate nel precedente, che mi converrà di supporre
conosciuto al lettore, tento di portare un contributo alla soluzione del
problema suddetto. r dolo insieme verso un più sicuro e più completo possesso
della verità. I meriti principali dell'analitica moderna con- sistono anzitutto
nell'espressione immediata, ri- gorosa e quasi completa degli enti logici e
delle loro relazioni mediante un simbolismo ideogra- fico di valore ben
determinato e costante, quindi nella posizione del problema generale delle re-
lazioni di più enti logici e deireliminazione di un qualsivoglia numero di
termini medi da un sistema di relazioni simultanee tra più termini dati. 4.
Conclusione. — Riassumendo: abbiamo giu- stificato la distinzione della logica
formale dalla logica materiale; abozzata una rapidissima no- tizia
storico-bibliografica del calcolo logico e ri- cordati — se non rigorosamente,
almeno con una certa approssimazione — i principali meriti dell'analitica
moderna. -«*c- CAPO IL Della logica formale e simbolica in generale, come
teoria dei segni e della sostituzione. 1. Natura ed ufficio della logica
formale. — 2. Distin- zione logica delle forme: forme primitive e forme
derivate. — 3. Elaborazione delle forme (o segni) interiori ed esteriori - loro
sostituzione. — 4. Ragione generale della formazione delle forme. — 5. Posi-
zione della teoria simbolica. — 6. Vantaggio dei segni e della sostituzione di
segni a segni. — 7. Im- perfezioni del linguaggio e critiche. — 8. Discussione
delle critiche. — 9. Obbiezioni del Bergson. — 10. Discussione. — 11.
Conclusione. 1. Natura ed ufficio della logica formale. — Ufficio della logica
formale è la determinazione delle forme e delle leggi delle forme del pen- sare
indipendentemente dalla particolarità della materia. Propriamente considerata,
essa è la scienza deirorganismo astratto del pensiero, e come tale ^ insegna,
che se qualche cosa è pensata in un certo modo, un'altra deve essere pensata in
un certo altro modo, che il primo rende neces- sario „ (1). 2. Distinzione
logica delle forme: forme primi- tive e forme derivate. — Tutte le forme del
pen- siero non sono altro che forme del significare e del sostituire e si
possono rigorosamente distin- guere in due categorie : 1° forme primitive; 2°
forme derivate o composte, riducibili alle primitive mediante lo strumento
della definizione, intendendo per definizione una proposizione della forma a; =
a, ove a; è il termine nuovo che si vuol definire, a è un aggregato di termini
avente un significato già noto (2). Si enuncia un tale fatto dicendo che il
proce- dimento del pensiero è sempre unico ; processo di elaborazione di dati
simbolici e di definizione o di sostituzione di forme che non sono indipen-
denti una dall'altra per quanto non si derivino in modo eguale (3), essendo la
conoscenza della conoscenza omogenea nelle parti e nel tutto. Solo è facile
stabilire che la realtà logica for- male, in quanto conosciuta, è in gradi
sempre maggiori di perfezione. Questi gradi non sono che formazioni di ordine
di relazioni sempre più complesse, in altri termini, sistemi di relazioni
sempre più elevate. (1) Masci, op, city pag. 28. (2) Sopra la teoria della
scienza, pag. 4. (3) Nagy, Principi di logica. Torino, Loescher Elaborazione
delle forme (o segni) interiori ed esteriori — loro sostituzione, — L' elaborazione
di queste serie di forme va dai fatti in- terni ai fatti esterni e — rispetto
ai fatti in- terni — si compie nella prima fase sintetica dello spirito, in cui
questo forma naturalmente, ma inconsapevolmente, sul libro della natura il
libro della conoscenza. In questa epoca ogni formazione naturale si riduce ad
essere Tinconsapevole costruzione d'un segno interiore in corrispondenza d'una
cosa o d'un fatto esteriore. È il periodo sintetico della formazione inconsa-
pevole delle forme e dei segni interiori. Nelle epoche analitiche ulteriori, in
gran parte consapevoli e volontarie, l'intelligenza, prima sostituendo i segni
interiori agli oggetti esteriori e ricomponendoli secondo le sue leggi tenta di
raccogliere, parte per parte, la sua conoscenza intima della realtà ; poscia,
per motivi di mag- giore chiarezza e distinzione di contenuto alla serie
primitiva e immediata dei segni interiori, aggiunge altre ed altre serie
derivate e mediate di segni esteriori^ corrispondenti analogamente tanto alle
forme interiori o soggettive quanto alle forme esteriori od oggettive. È il
periodo analitico della formazione dei segni forme esteriori e della loro
sostituzione, più o meno consapevole, ai segni o forme interiori cor-
rispondenti. Per far ciò, l'intelligenza — prima aiutatrice LA LINGUA —
liberissima nelle operazioni sue, si vale ampiamente della facoltà di ricorrere
a qualunque mezzo (fonico, mimico, grafico, aritmetico, geometrico, algebrico,
meccanico, fisico, ecc.) che possa presentarsi come utile strumento di espressione
e di COMUNICAZIONE, e con intrecci complicatissimi di segni esteriori segue e
traduce, filo per filo, l'intreccio complicatissimo dei fatti della realtà. Ragione
generale della formazione delle forme. Uno dei fatti più notevoli che si
riscontra nello studio delle forme logiche del pensiero, è pertanto la
formazione medesima delle forme -- segni, simboli, espressioni,
rappresentazioni, modelli, sostituti, surrogati, ecc.. E si capisce come questo
avvenga. Rigorosamente parlando : punta logica senza segni, punti segni senza
logica. È una nozione questa che si deduce dal considerare le stesse idee come
i primi segni od espressioni della vita mentale. Possiamo concedere che ai dati
comuni del mondo esterno -- oggetti, fatti della natura -- corrispondano
anzitutto le serie dei dati espressivi del mondo interno -- idee di cose e di
rapporti --, poscia le prime serie dei dati espressivi del mondo esterno -- gesti,
voci --, quindi le serie ulteriori sempre convenzionali ed equivalenti -- lettere,
numeri, figure, colori, macchine, modelli e via dicendo. Posizione della teoria simbolica. Anche si
capisce, che una teoria che abbracci tutti questi ordini di fatti equivalenti
possa a buon diritto assumere il nome di linguistica – o GLOTTOLOGIA -- generale
Teoria dell’espressione Teoria dei segni – SEMIOTICA – SEMEIOTICA --, Teoria
dei simboli, Teoria della sostituzione, Teoria dei modelli, ecc., ed avere come
subordinate — per questo punto di vista — tutte le ramificazioni delle scienze
e delle arti. E tale è appunto la ragione generale della logica SIMBOLICA, che
la ragione particolare sarà dichiarata nel seguito. Vantaggio dei segni e della
sostituzione di segni a segni. Anche potremo decidere in che senso avvenga
l'intima corrispondenza tra le forme grammaticali, logiche, matematiche e fisiche
a mo' d'esempio, e per quale ragione, ammesso che ogni forma della lingua, anzi
la lingua in genere, non sia altro che un INSIEME DI SEGNI più o meno
perfezionati e permanenti, riesca più o meno vantaggiosa la sostituzione di una
serie di segni ad un'altra, quando si voglia indagare l'intima natura delle
operazioni fondamentali dello spirito umano. Nelle ricerche logiche, eliminando
labium et calamumy s’eliminano quasi gl’occhi del corpo, secondo l'espressione
del sottilissimo Caramuel. In pratica si vede immediatamente l'efficacia che
certi ordini di segni sono chiamati a compiere nella scienza. Tolti coloro che
per dono naturale o per abitudine si divertono nell'astrazione, è innegabile
che per l'immensa maggioranza, il lavoro schematicamente deduttivo è
un'operazione lenta, poco rimunerativa e faticosissima. In tal caso la
sostituzione della lingua ideografica porta un grandissimo sollievo, un'economia
grande di lavoro astratto, insomma una (1) Caramuel, Theologia rationalis. GRAMMATICA
AUDAX. LINGUA et calamus servire menti debent f vera forza logica
considerevole. E così che, grazie ai modelli, la ricerca logico-formale può
ricevere nella scienza un'importanza ed un valore straordinario fornendo come
tanti gruppi di esperienze intuitive, generali, comuni e ripetibili per tutte
le intelligenze (1). (1) Costerà forse qualche sforzo l'ammettere che l'idea è
il primo modello teoretico dello spirito umano. Può nascere invero qualche dubbio
sulla legittimità o anche solo sull'opportunità di introdurre una termino-
logia tanto metaforica in un ordine di ricerche dove le cautele che si devono
già usare naturalmente a scanso d'ogni equivoco, non sono mai troppe. Ogni
dubbio si può togliere con considerazioni molto delicate e molto estese; per
ora basti accennare che come nella teoria estetica non è assurdo il riconoscere
che ogni immagine estetica è già un' immagine espressiva a cui non importa che
manchi l'elaborazione tecnica esteriore per essere opera d'arte, così nella
teorica scientifica dei modelli non è punto un'ipotesi ingiustificata
l'ammettere che ogni idea, essendo sempre una rappresentazione, dotata della
proprietà di supplire gli oggetti assenti, e di renderceli in qualche modo presenti
quantunque assenti presentandoci il loro simulacro, può considerarsi come il
primo dei modelli teoretici creato dall'attività dello spìrito umano. Si e
tentato in questi ultimi tempi in Italia, per opera principalmente di CROCE
(vedasi) di dare alle ricerche dell'estetica un indirizzo nuovo ed analogo al
presente ordine di idee sostenendo che l'attività spirituale intuitiva, in
tanto è in quanto esprime. Rimando i miei lettori all'interessante tentativo
fatto da CROCE (vedasi) in questa direzione, per ora debbo limitarmi a quei
piccoli cenni che sono indispensabili alla dimostrazione della mia tesi. In
ogni caso lo spirito non intuisce mai se non for- 7Tralasciando di notare che
nelle ricerche astratte l'assenza di modelli o delle rappresentazioni
metaforiche dei fatti analizzati, accom- pagna bene spesso l'assenza d'idee, si
può con- venire che — nella maggior parte dei casi — per la logica formale, i
segni o modelli sono mando, cioè facendo od esprimendo forme inteme e for-
mulandole a se medesimo e per se medesimo. Intuizione è espressione. O^i
espressione o conoscenza intuitiva è fatto estetico. " Il fatto estetico è
perciò forma, niente altro che forma” -- CROCE. Elaborando le sue impressioni l’uomo
non fa altro pertanto che elaborare dell’espressioni rappresentative, cioè dei
modelli. Ed oggettivando questi modelli, con tutti i mezzi pos- sibili ed
immaginabili di proiezione e di traduzione, esterna, pub anche distaccarli
completamente da se, e farsene superiore. Ora la creazione dei modelli
artistici è la rivelazione della funzione liberatrice e purificatrice dello
spirito; la creazione dei modelli scientifici è un altro aspetto, un'altra
formulazione del suo carattere di attività. Solo è il caso di comprendere che i
modelli dell'arte sono il linguaggio del sentimento, i modelli della scienza
sono il linguaggio dell'intelletto. Stabilite queste distinzioni possiamo
comprendere che tanto le costruzioni o rappresentazioni o espressioni del-
l'arte, quanto le costruzioni o rappresentazioni o espres- sioni della scienza,
rientrano nel seno d'una teoria su- periore che le abbraccia tutte e due, vale
a dire della teoria generale dei modelli, che dobbiamo francamente identificare
colla Estetica considerata, secondo il Croce, come scienza dell'espressione e
linguistica generale. Ma qui basti l'accenno a far comprendere come la logica
possa allargare il suo dominio sopra un duplice campo a cui fu giudicata finora
quasi estranea del tutto. strumenti non solo di servizio aleatorio ma di
assoluta necessità, quantunque non sia certo lo studio dei modelli logici che
ci insegna a pen- sare, che anzi questi modelli medesimi e il loro studio sono
tratti dai fatti e dalle leggi del pensare. L'artifizio in sostanza è quello
stesso a cui ricorre anche la natura medesima e per cui siamo stati tratti ad
inventare i primi segni esteriori che usurparono a poco a poco il luogo dei
primi segni interiori risvegliati all'attuale presenza degli oggetti.
L'operazione è una sola: la sostituzione. 7. Imperfezioni del linguaggio e
critiche, — Ma le considerazioni svolte sopra l'utilità della formazione e
della sostituzione dei segni nello studio analitico della logica come ramo
della lin- guistica, cioè in quanto è comunicazione di idee, non riescono a
velare i grandi errori logici e metafisici prodotti dall' illegittima
entificazione delle idee, consule signo. Tutti i filosofi, da Platone a Jules
de Gaulthier, si sono lamentati dell'imperfezione del linguaggio, il quale
essendosi formato in epoche prefilosofiche e fra genti primitive, non è adatto
ad espri- mere le nuove scoperte del mondo e dello spirito. (1) Taine, op.
cit. ** Le nom seul peut tenir lieu de l'image qu'il éveillait, et par suite de
l'expérience qu'il rappelait, il fait leur office, il est leur substitut „, pa-
gine 18, 19, 22 e seguenti. 7 Le principali critiche che si possono muovergli contro
sono: " P d'essere incompleto {non ^ermQtte ìsl co- municazione dei
caratteri singolari, speciali, per- sonali, non dà i passaggi, le sfumature, il
nuovo. Strumento livellatore e democratico — Bergson, PREZZOLINI (vedasi) --;
2® di far credere sìlVesistenza di un corri- spondente di ciascun segno (c'è la
parola ci* deve essere anche la cosa. Termini negativi in- concepibili...);
3<* di far credere slW inesistenza di ciò che non ha segno; 4^ di far
ritenere rapporti fra le cose, quelli che sono rapporti fra le parole
(separazione, fu- sione) ; 5° di far credere alla molteplicità delle cose
quando c'è la molteplicità dei segni; 6^ di far supporre unico ciò che è
espresso da un segno unico. " Così non si esprime tutto quel che si pensa
e non si pensa tutto quel che si dice. ** La critica del linguaggio ci porta a
negare alla Filosofia il raggiungimento della realtà in quanto essa vorrebbe
essere espressione e comu- nicazione del reale „ (1). Prima di rispondere a
queste critiche, le quali sono indubbiamente sottili e fondate in parte sulla
verità, non sarà forse inutile aggiungere che esse si riducono quasi tutte a
quelle fatte – FALCO (vedasi), Morte e resurrezione della Filosofia. Dal
Leonardo. Rivista di idee da Masci intorno alla diversità delle categorie
grammaticali, logiche, gnoseologiche (1). 8. Discussione delle critiche, — Ora
doman- diamo : queste imperfezioni bastano a paralizzare il lavoro scientifico
della ricerca? Non pare, giacché è appunto perchè si am- mette francamente —
come ragion vuole — che ogni linguaggio sottrae, entifica, annulla, rap- porta,
moltiplica, unifica indebitamente certe cose, che si ricorre al rigoroso
processo di analisi e di revisione dei dati espressivi, mediante lo stru- mento
della definizione, e in tal modo gli errori sono ridotti ai minimi termini o
vengono eli- minati completamente. Questo processo di depurazione dei segni o
degli enti immagazzinati dall'intelligenza dei se- coli si è cominciato con
seri propositi in ogni scienza, e prova ne siano i grandi lavori di ri- duzione
degli enti derivati della logica della ma- tematica e della fisica agli enti
primitivi. In fondo quindi non si negano gli errori de- rivanti dai dati
espressivi, ma — col metodo inaugurato da Socrate — si riesce a porvi un
sufficiente riparo. Socrate, infatti, per confondere la vanità della retorica
sofistica, che altro ha fatto se non ten- tare di fissare i sensi delle parole
stabilendo delle definizioni esatte esprimenti la vera natura delle cose e
capaci di mettere l'anima in pos^ sesso della verità e di abituarla
gradatamente a svilupparle da se stessa coi processi logici (1) Masci, op. ciL,
cap. IV. Le categorie. comuni a tutte le intelligenze che sono come la funzione
naturale degli organi dello spirito umano ? I sofisti prendevano appunto le
parole nei loro sensi mal determinati derivanti dalle imperfe- zioni del
linguaggio. E Socrate volle sostituire a questi termini vaghi dei concetti
esatti, corrispondenti alla vera natura delle cose, che non permettessero di
so- stenere, volta a volta, il prò ed il contro. I sofisti avevano una retorica
piuttosto omo- nimistica che nominalistica e giocavano colle parole. La loro
arte consisteva nel profittare dell'ambiguità del linguaggio volgare e prendere
delle definizioni vaghe e incomplete per principi. La parola per loro è un
segno confuso, che non risponde a nulla di preciso, che si ripete per abi-
tudine, qualcosa come un simbolo senza senso. E Socrate si rifiuta di prestar
fede troppo frettolosa alle parole, e le vuole controllare collo strumento
rigoroso della definizione. 9. Obbiezioni del Bergson, — D'altra natura sono le
obbiezioni fatte dal Bergson al linguaggio come strumento necessariamente
deformativo del pensiero. Entrare in minute analisi e discussioni psico-
logiche non sarebbe opportuno in un lavoro di logica pura. Basterà indicare la
questione e la risposta per sommi capi. Nelle sue due opere principali (1) il
Bergson (1) Bergson, Données immédiates de la conscience, — Matière et mémoire.
insiste sopra la necessità di " purificare Tintui- zione interna ed estema
dalle alterazioni e mo- dificazioni che ha subito per opera delle esigenze
dell'azione e del linguaggio „, Nella prefazione della prima opera (1889) de-
termina il problema suo e il modo con cui lo considera nettamente. " Per
esprimere il nostro pensiero noi dobbiamo fare uso di parole, ma così il nostro
pensiero assume forma spaziale, cioè il linguaggio fa sì che noi poniamo fra le
idee le stesse distinzioni nette e precise che vi sono fra gli oggetti fisici
„. 10. Discussione, — Sta bene, ma se la parola è incapace di dare una visione
fedele della vita interiore, che valore avranno le teorie bergso- niane
medesime, naturalmente espresse per mezzo delle parole? Ammesso il principio
che il lin- guaggio è strumento di deformazione psicologica, perchè deve sempre
porre la realtà del pensiero, che è fuori spazio, nella forma spaziale, come il
Bergson può pretendere di dare, per mezzo di una dimostrazione di logica, il
suo concetto del- l'io profondo psicologico o di checchessia, so- stenendo che
ad esso deve corrispondere la realtà esteriore? In altri termini, come può egli
pretendere che quelle nozioni che egli sostiene e che sono il ri- sultato d'un
processo logico di dimostrazione, ri- spondano alla realtà? Queste objezioni
(1) sono in gran parte vere, ma pure non bisogna dimenticare un' osservazione
(1) Masci, L'idealismo indeterminista. Napoli, 1898. assai acuta, riportata dal
Levi (1) nel suo dili- gente lavoro. Per il Bergson la distinzione tra VIo
profondo e l'Io superficiale è una distinzione puramente razio- nale, non
rappresentativamente psicologica. In fondo egli non ha dato né voluto dare col
lin- guaggio una rappresentazione della vita interiore, ma ha solo indicato ì
concetti fondamentali che dobbiamo logicamente farci di essa. Ora egli non ha
mai negato che il linguaggio possa esprimere i processi del pensiero logico.
Insomma egli nega alla parola il valore psico- logico, non il logico e colV
espressione logica della vita interiore non ha voluto darci un tentativo di
rappresentazione psicologica. Qui è la sua scusa. Da ciò si capisce che egli si
serva di certe espressioni in quanto gli permettono di dare ima idea piìi
comoda di certi fenomeni. Se non che, anche dopo questo tentativo di
giustificazione, il Levi, credendo di potergli op- porre invincibilmente questo
dilemma intorno a ciò che può sottrarsi al dominio della logica (mondo della coscienza)
: " o la dottrina psicolo- gica dell'io profondo, espressa con parole
logiche, è priva di valore; o si può esprimere con parole, ma nulla prova la
corrispondenza della parola colla realtà „, conclude arditamente che la dot-
trina di Bergson non è altro che un saggio di critica scettica, palesandosi
come una vera re- ductio ad absurdum del valore della conoscenza. Ma questo
modo di vedere non è né il più vantaggioso, ne il più logico, ne l'unico. (1)
Levi A., Vindeterminismo nella filosofia francese con- temporanea. La filosofia
della contingenza, Firenze 1 Infatti resta ancor sempre possibile conside- rare
ciò che pare sottrarsi al dominio della lo- gica tanto come un risultato
psicologico (primo caso), quanto come un risultato logico (secondo caso) ; cioè
tanto come una pura e semplice con- statazione di fatto, un puro dato
dell'intuizione interna, del mondo della coscienza, della realtà interiore,
quanto come il prodotto d'un processo logico di dimostrazione razionale. Nel
primo caso (psicologico) poi non importa che la realtà interiore non possa essere
espressa logicamente senza essere falsata o deformata dalle parole, perchè ciò
che noi chiamiamo pa- rola è niente altro che l'insieme dei metodi che abbiamo
trovato per assimilare le cose (interne esterne) alla nostra intelligenza. La
parola è una deformazione utile insomma, è un metodo di assimilazione della
realtà alla nostra intelligenza. La parola è un modello d'intelligibilità delle
cose. In ultima analisi, se la realtà interiore non può venire espressa con
parole, senza deforma- zione, e se anche nulla prova la corrispondenza reale
della parola colla realtà interiore, noi pos- siamo concludere ben più
arditamente rinunziando alla ricerca di questa prova ontologica medesima che si
presenta invero destituita d'ogni interesse scientifico per rivolgere ogni
nostra cura alla continua ricerca ed alla graduale conquista della
corrispondenza analitica delle leggi inerenti ai due sistemi, la quale
costituisce il vero ideale della scienza. La ricerca della corrispondenza
ontologica fra i vari modelli che non sono poi altro che casi Pastore, Logica
formale. 6 di deformazione equivalenti, è veramente l'im- presa meno utile e
scientificamente parlando forse la più oziosa. Ohe se invece di insistere tanto
sulla neces- sità di purificare V intuizione dalle alterazioni che ha subito
per opera del linguaggio si pen- sasse di insistere unicamente sopra la
necessità di purificare le equazioni cioè le espressioni ana- litiche delle
leggi dei vari sistemi corrispondenti, si finirebbe una buona volta per capire
come le deformazioni stesse prodotte dal processo logico e linguistico possano
servirci alla determinazione di ciò che ha maggior peso nella scienza, vale a
dire dei rapporti costanti dei fatti. Ma anche maggiore è la possibilità di
inten- dere la giustezza di queste ragioni rispetto al secondo caso mentovato
(caso logico). Nel quale trattandosi più chiaramente di un semplice pro- cesso
di traduzione, in cui si raccoglie quasi tutto il significato deW espressione,
nulla esige che l'espressione logica (dato logico-scientifico) cor- risponda
alla realtà psichica (dato psicologico- coscientifico) in modo più intimo di
quanto non esiga la teoria dei modelli, la quale si contenta del come se, della
corrispondenza analogica delle disposizioni, o macchine, o modelli, equivalenti
in numero infinito. In ogni caso, insomma, non si richiede l'iden- tità dei
meccanismi, ma delle leggi. Possiamo ammettere quindi che la parola sia un
modello completamente diverso dal fatto psi- chico, ma che tuttavia sia un
modello comple- tamente accettabile e che non le cose o i segni, ma i rapporti
fra le cose e fra i segni, cioè PARTE I - TEORIA GENERALE 83 le leggi siano
l'unica realtà conoscibile della scienza (1). 11. Conclusione, — Le cose
principali esposte in questo capitolo si riducono in sostanza alla
dichiarazione della natura e dell'ufficio della lo- gica formale, della
distinzione successiva delle forme primitive e derivate, della graduale sosti-
tuzione delle forme esteriori alle interiori (Teoria della formazione e della
sostituzione delle forme), quindi all'esame delle imperfezioni del linguaggio,
considerato come complesso di simboli e final- mente alla discussione delle
principali critiche che si possono muovergli contro. In particolare, si è
stabilito che le cause di errore sono possibili in tutte le scienze, ma tro-
vano il loro correttivo nel metodo scientifico stesso che controlla tutti gli
strumenti, ed i loro processi di applicazione, con una rigorosa ela- borazione
critica preliminare. Talché nessuna imperfezione delle forme linguistiche, in
larghis- simo senso della parola, può distruggere l'utile derivante dalla
rappresentazione simbolica dei fatti logici e dalla loro sistematica
sostituzione, di cui dovremo far uso continuamente, nel se- guito. La qual cosa
diventerà per certo chiaris- sima quando si pensi agli enormi progressi fatti
dalla matematica coU'introduzione dei segni al- gebrici, dalla chimica con
quelli delle formolo letterali e così via. (1) Vedi a questo riguardo i §§
relativi della conclu- sione. CAPO III. Concetto d'una ricerca di logica
formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici. 1. pella
rappresentazione simbolica dei fenomeni logici. — 2. La logica formale dedotta
dalla considerazione dei modelli meccanici come un caso particolare della
logica simbolica. — 3. Posizione scientifica della logica per modelli di fronte
alla logica pura. — 4. Cautele nell'applicazione della teoria dei modelli. — 5.
Necessità di alcune ipotesi preliminari. — 6. Conclusione. 1. Della
rappresentazione simbolica dei feno- meni logici, — Dei fenomeni logici si
possono dare molte rappresentazioni soddisfacenti. Ogni ricerca di logica
simbolica riposa appunto sopra la rappresentabilità esteriore delle quantità
logiche. La logica simbolica studia il pensiero umano in quanto esso in se, nel
suo processo ordinato, nelle sue leggi viene rappresentato estrinseca- mente
per via di segni. La logica formale dedotta dalla considera- zione dei modelli
meccanici come un caso parti- colare della logica simbolica. — Ciò che si dirà
comunemente ideofisica o logofisica non è che un caso particolare della logica
simbolica, ot- tenuto cifrando fisicamente i termini ed i pro- cedimenti le
operazioni formali del pensiero umano. Suo oggetto pertanto è lo studio delle
forme primitive e derivate del pensiero in quanto, in se, nelle loro relazioni
ed operazioni vengono rap- presentate estrinsecamente per via di corpi in
movimento. Tanto questi corpi simbolici in movimento quanto i loro sistemi si
diranno modelli meccanici dei fenomeni logici, o più brevemente modelli ideo-
fisici. Molto grandi sono i vantaggi di dimostrazione e di ricerca offerti da
questa rappresentazione ideofisica, quando la traduzione degli enti logici e
delle loro proprietà nei simboli meccanici cor- rispondenti venga fatta in modo
esatto e com- pleto. In questo ordine d*idee si confrontano gli enti logici
corpi logici cogli enti fisici o corpi fisici sottoposti alle leggi della
meccanica. Allora le proprietà generali dei corpi fisici corrispondono alle
proprietà generali dei corpi logici, e le macchine meccaniche esteriori corri-
spondono alle macchine logiche esteriori quasi perfettamente. Vi sono
manifestamente fra le grandezze che si hanno a considerare nei modelli, le
stesse rela- zioni che corrono fra le grandezze logiche. Anzi, in realtà,
parecchi termini logici e dei 86 LOGICA FORMALE più notevoli trovano quasi solo
in questa analogia meccanica la loro giustificazione (1). È estremamente
interessante constatare a questo riguardo che le nozioni che si deducono dalla
considerazione di questi modelli meccanici corrispondono proprio a qualche cosa
di reale che sussiste indipendentemente dai modelli, i quali possono bene
essere costruiti in modi infi- nitamente diversi, ma sono sempre veri di fronte
ad una legge o ad un sistema di leggi che in tutti i casi rimane sempre la
stessa. Analogamente alla logica pura questa logica simbolica dedotta dalla
considerazione dei modelli fisici, studia le leggi dei fenomeni logici nell'in-
tento di poter prevedere quali fatti logici suc- cederanno in date circostanze
; e di poter cono- scere quali circostanze si devono attuare per ottenere certi
fenomeni logici che si desiderano. 3. Posizione scientifica della logica per
modelli di fronte alla logica pura, — La sua posizione scientifica di fronte
alla logica pura è la seguente. La logica pura considera le idee come entità
pure ed astratte, cioè completamente sottratte alle condizioni dello spazio,
del tempo e del moto ; inoltre per giungere al suo scopo si serve unica- mente
della riflessione speculativa (Considera- zione dei modelli interni). La logica
formale dedotta dai modelli mecca- nici invece, fondandosi: a) teoricamente sul
principio che le formalità (1) Vailati, / tropi della logica^ * Leonardo „,
Rivista di idee -- estrinseche delle varie scienze logiche, mate- matiche e
fisiche non differiscono sostanzialmente tra loro, essendo tutte quante
riducibili ad altret- tante coppie d'idee primitive equivalenti e ridu- cibili,
in ultima analisi, ad una sola ed astrat- tissima formola capace di spiegarle
tutte quante; b) praticamente sul fatto che, neir analisi astratta dei fenomeni
logici, occorre che molte particolarità, che converrebbe esaminare, sfug- gono,
per la loro complicatissima astrattezza, al nostro senso logico diretto; si
serve di alcune immagini rappresentative modelli fisici dei fatti logici i
quali, nel campo delle scienze speculative, corrispondono precisa- mente a ciò
che sono e a ciò che servono gli stru- menti fisici, nel campo delle scienze di
osservazione. In conclusione, dal "punto di vista pratico, la logica
formale per modelli meccanici si presenta come un mezzo di studio logico piìi
sicuro e più capace di ovviare agli inconvenienti della logica formale
speculativa, mentre dal punto di vista teorico serve agli scopi superiori della
conoscenza, come ogni altra specializzazione del sapere. È così raro il caso in
cui la semplice riflessione speculativa di una classe di fenomeni astratti
basti a farcene scoprire le leggi, che ogni qual- volta si può introdurre
l'arte della verificazione sperimentale nello studio dei fatti, possiamo quasi
dire di essere prossimi ad ottenere dei risultati scientifici non comuni. Di
qui risulta che Tideofisica non è che la pro- iezione intuitiva e concreta di
quel- processo di astrazione mentale, per cui noi ci formiamo istin- tivamente
delle rappresentazioni simboliche dei vari fenomeni che vogliamo studiare. 88
LOGICA FORMALE Anche gli spiriti piii portati all'astrazione non possono
rinunziare a quella facoltà di schema- tizzazione interna che, oltre a servire
a ciò che si potrebbe dire la memoria visiva delle idee, aiuta prodigiosamente
l'inventiva, facendoci trovare indirettamente dei rapporti inaspettati e
fecondi. Ciò è tanto vero che — anche nel caso nostro — ogni lettore sarà in
grado di verificare quanto sia più facile studiare i fenomeni della logica
formale sopra i nostri modelli ideofisici, pene- trarli fin nelle più minute
particolarità e dedurne fino le ultime conseguenze. 4. Cautele nelV
applicazione della teoria dei mo- delli, — Ma bisogna sempre ricordare che
anche il più soddisfacente dei modelli ideofisici non ha alcuna pretesa di
darci una rappresentazione con- forme alla realtà: anzi sappiamo positivamente
che esso è difforme dalla realtà a cui lo sosti- tuiamo solo perchè si presta
meglio alle nostre ricerche. Si noti ancora che un modello ideofisico, perchè
presti buoni servigi, non è obbligato a renderci ragione di tutti i fatti,
basta che ce ne faccia capir bene una certa parte. Nel progresso delle nostre ricerche
vedremo alcuni esempì molto caratteristici ed istruttivi tanto del metodo con
cui devono essere adoperati i modelli ideofisici quanto del valore limitato di
taluni di essi. Ciò non ostante in tutti i casi in cui i modelli ideofisici
saranno stati scelti opportunamente, si vedrà che le leggi trovate nella logica
hanno un esatto riscontro con le leggi imposte dalla meccanica. Ma la teoria
dei modelli ideofìsici fu già esposta a suo tempo. 5. Necessità di alcune
ipotesi preliminari. — Le ricerche logiche dedotte dalla considerazione dei
modelli meccanici non si possono raggrup- pare in un organismo scientifico
capace di ren- dere conto di tutte le proprietà osservate nei fenomeni logici
senza ricorrere ad un gruppo di ipotesi preliminari. Queste ipotesi derivano
tutte dalla necessità, anch'essa ipotetica, di considerare le forme ideali
astratte che sono il materiale della logica pura come se fossero
rappresentabili materialmente. V'ha di più. Questa convenzione di traducibilità
meccanica impone tutta una serie di neologismi che po- tranno sembrare
ammissibili solo quando si pensi che, di fronte alla possibilità di giungere
per diverse vie a notevoli risultati e sopratutto una volta che questi
risultati si sono raggiunti da un certo punto di vista, può rimanere del tutto
indifferente la strada che abbiamo percorsa. Ora poiché il nostro scopo è di
giungere a trovare, con un processo meccanico soddisfacente, una verificazione
sperimentale delle leggi del processo logico formale, le convenzioni pregiu-
diziali che verranno introdotte man mano non saranno meno accettabili di tante
altre che si introducono, in modo anche meno palese, nei preliminari di tutte
le teorie scientifiche, in vista dei grandi vantaggi euristici che se ne
possono dedurre. Più brevemente raccogliendo in sìntesi i po- stulati della
quantificazione del soggetto di Aristotele, della quantificazione del predicato
di Caramuel, del '^ calculus ratiocinator „ di Leibniz, della qualificazione di
De Morgan, del simbolismo ideografico della logica matematica, e il principio
di sostituzione del Jevons, il postulato d'ogni ricerca di logica sperimentale
può essere formu- lato così : enunciare esplicitamente nel modello esterno
tutto ciò che è contenuto implicitamente nel modello interno. Nulla di più
semplice e di più legittimo di questo principio soddisfacente ad ogni esigenza
del linguaggio, d'ogni macchina rappresentativa, d'ogni equazione costruita in
vista di determi- nare le relazioni costanti fra alcune quantità variabili
qualunque. 6. Conclusione, — Le cose principali esposte in questo breve
capitolo si riducono in sostanza alla dichiarazione dell'utilità della
rappresenta- zione simbolica e specialmente meccanica dei fenomeni logici.
Inoltre, stabilita la posizione scientifica della logica per modelli meccanici
di fronte alla logica pura, furono indicate alcune cautele da usarsi circa
l'applicazione della teoria dei modelli, e giustificate le ipotesi indispensa-
bili e le libertà di linguaggio richieste dalla trattazione. Metodo di studio
delle forme logiche elementari ed analisi dei principi generali del pensiero.
1. Metodo di studio delle forme logiche elementari adot- tato dalla logica
ordinaria. — 2. Della vera natura dei due ordini di principi considerati come
primitivi. — 3. Problema critico pregiudiziale. — 4. Distin- zione comune della
dottrina delle forme elementari dalla dottrina delle forme sistematiche o
metodologia. Teoria del Nagy. — 6. Analisi dei principi assioma- tici. — 6.
Primo aspetto dei principi assiomatici. — 7. Secondo aspetto dei principi
assiomatici. — 8. I tre gruppi del Nagy. — 9. Risultati dell'analisi. — 10.
Analisi dei principi di sostituzione e di defini- zione. — 11. Metodo di studio
delle forme logiche elementari adottato nelle presenti ricerche. — 12. Pos-
sibilità di una metologica. — 13. Conclusione. 1. Metodo di studio delle forme
logiche elemen- tari adottato dalla logica ordinaria, — La dottrina delle varie
forme logiche elementari si divide or- dinariamente in tre parti: concetto, giudizio,
sillogismo; e analogamente a quanto succede nei campi cerrispondenti delle
altre scienze ana- litiche si sviluppa, al modo consueto, assumendo un sistema
di verità che sono o si considerano come primordiali e a cui si dà il nome
generico di principi generali o proposizioni primitive del pensiero. Nel campo
della logica ordinaria queste pro- posizioni primitive sono costituite da due
ordini di principi che sono o si ritengono di natura eterogenea : P
proposizioni primitive che si ricavano da considerazioni che sono o si
considerano di natura prettamente logica, e concernono esclu- sivamente le idee
logiche primitive e le loro relazioni, cioè le proprietà delle idee logiche
primitive (I); 2^ proposizioni primitive che si ricavano da considerazioni che
sono o si considerano di na- tura psicologica ed ontologica cioè materiale (2).
(1) Principi aasiomatici logici, proposizioni formali o logiche in se,
definizioni logiche in sé, proposizioni di natura formale, verità formali,
proposizioni primitive lo- giche, postulati, insomma: proposizioni logiche, necessarie.
Sono combinazioni di idee logiche primitive spiegate col linguaggio ordinario ;
mirano a stabilire le proprietà delle idee primitive. (2) Principi assiomatici
psicologici, proposizioni mate- riali od ontologiche in se, definizioni
ontologiche in se, proposizioni di natura reale, verità materiali, proposi-
zioni psicologiche, insomma: proposizioni extralogiohe, esistenziali, reali,
ontologiche, psicologiche, metafisiche, oggettive, necessarie. Sono
combinazioni di idee ontologiche primitive spie- gate col linguaggio ordinario:
mirano a stabilire resi- stenza di ciò che si definisce. Segue poi a questa
prima classe di proposi- zioni (proposizioni primitive) una seconda, quella
delle proposizioni derivate propriamente dette nominali (quid nominis) o
simboliche o abbrevia- tive (1). Praticamente nello studio: a) dei concetti in
se (concetto); b) delle relazioni fra i concetti (giudizio); e) delle
operazioni coi giudizi (sillogismo); ai risultati raggiunti mediante lo
strumento logico della definizione (definizioni formali, verità logiche) si
aggiungono a volta a volta i relativi principi assiomatici d'identità, di
contraddizione, del terzo escluso, di ragion sufficiente, secondo la
connessione opportuna (definizioni reali, verità ontologiche). In generale, i
fondamenti del calcolo logico si pongono facendo ricorso a due ordini di
principi di natura eterogenea. 2. Della vera natura dei due ordini di prin-
cipi considerati come primitivi, — Non starò a di- scutere se pure nelle altre
scienze analitiche sia assolutamente necessario l'intervento di almeno due
ordini di principi eterogenei (2). (1), Lemmi teoremi^ corollari^ ecc,^
dimostrati col lin- guaggio scientifico. Definizioni, in certo modo, fuori sé,
non necessarie, ma utilissime. Sono proposizioni derivate che si possono
dedurre da altre più semplici, ma che non si possono assumere senza
dimostrazione. (2) Nel campo della Logica matematica — intesa alla maniera del
Peano — per esempio, posto che " la Logica matematica sia la scienza che
tratta delle forme di ra- gionamento che s'incontrano nelle varie teorie
matema- Ciò che importa ora di stabilire è la determi- nazione della vera
natura di questi due ordini di principi considerati come primitivi nel campo
della logica ordinaria, perchè venga rischiarata la questione della loro
funzione ed il metodo da adottarsi definitivamente nelle presenti ricerche.
tiche, riducendole a formule simili alle algebriche , si ritiene necessario,
per esprimere tutte le proposizioni di una teoria matematica determinata,
aggiungere ai segni propri di questa determinata teoria matematica anche i
segni propri della teoria logica. Nell'esposizione pertanto figura un doppio
ordine di segni (logici e matematici) ordinati e distinti con rigorosa
classificazione. Senonchè, come risulta dalla mia ** Analisi della Logica
matematica , (Cfr. Teoria della scienza^ pag. 90-111) una esposizione rigorosa
della matematica non solo può farsi in modo del tutto indipendente, così dalla
Logica gene- rale come dalla Logica matematica in particolare, ma deve farsi
assolutamente in se stessa, senza bisogno di ricorrere ai segni logici, poiché
le idee primitive della logica non essendo essenzialmente differenti da quelle
della matematica — quando sono introdotte nell'organismo di questa — non fanno
altro che generare un duplicato ingombrante l'esposizione e alterare l'unità e
l'armonia delle leggi scientifiche. In altri termini aggiungere al gruppo dei
segni propri alle matematiche, il gruppo dei segni speciali apparte- nenti alla
logica, per esporre il processo matematico che è già un processo logico in se,
equivale ad aggiungere il gruppo dei simboli matematici al gruppo dei simboli
speciali appartenenti alla logica, per esporre il processo logico che è già un
processo matematico in sé, essendo tanto esatto l'asserire che la matematica e
un processo logico, quanto l'affermare che la logica è un processo matematico. Ma
siccome tale questione è stata appunto esaminata e a parer mio risolta
nell'opera prece- dente " Sopra la teoria della scienza, logica, ma-
tematica e fisica „, così qui riassumerò la con- troversia solo per quei sommi
capi ai quali mi dovrò richiamare nel seguito, neirintento di con- ciliare la
concisione colla relativa chiarezza ed indipendenza di questo volume. Vuol dire
che il lettore che abbia preso conoscenza dell'opera precedente può saltare,
senz'altro, al § 9. 3. Problema critico pregiudiziale, — Se si vuole costruire
una dottrina logica più che sia possi- bile formale o pura, il che si ottiene
solamente erigendola sul minimo numero d'idee primitive e svolgendola poi col
rigoroso strumento della definizione, bisogna risolvere prima il problema critico
dei principi assiomatici (1). Questo problema si può ridurre alla forma
seguente : " Le proposizioni primitive occorrenti alla lo- gica e quindi
le idee primitive di cui esse enun- ciano le proprietà devono essere veramente
divise in due categorie di natura eterogenea? „ (1) È bene avvertire che nel
linguaggio ordinario per * principi logici ,, " principi assiomatici ,, *
leggi del pensiero „, * verità assiomatiche „, s'intendono solo pro- posizioni
primitive esistenziali, cioè relative al contenuto, di natura ontologica,
psicologica, metafisica, reale, og- gettiva, ecc., in una parola esctralogiche.
Io adotterò questa terminologia solo durante la se- guente discussione,
l'abbandonerò completamente in se- guito, adoperando l'espressione più precisa
che sarà indi- cata a suo tempo. In altri termini: Di queste proposizioni
primitive è necessario fare due classi nettamente distinte fra loro, — Tuna che
esprima solo delle verità materiali, l'altra esprimente solo delle verità
formali, op- pure no? E, in questo caso negativo, la classe unica risultante
esprimerà dei dati relativi alla forma alla materia o ad entrambe
inseparabilmente? 4. Distinzione comune della dottrina delle forme elementari
dalla dottrina delle forme sistematiche metodologia — Teoria del Nagy, — Il
Nagy, d'accordo colla maggior parte dei logici, pur avendo intenzione di
separare accuratamente la logica pura, teoretica o formale, dalla logica ap-
plicata mista, ammette che la prima comprenda due parti: 1* la parte della
logica che considera la forma e non si occupa del contenuto che lascia
indeterminato e si dice dottrina delle forme elemen- tari ; 2* la parte della
logica che oltre la forma tien conto anche del contenuto (sempre indeter-
minato) e si chiama dottrina delle form^ sistema- tiche metodologia. Questo
modo di vedere pertanto, non esclude rigorosamente la considerazione della
verità mate- riale, dal campo della logica formale, solo ne lascia
indeterminato il contenuto. Siccome am- mette che nel pensiero, forma e
contenuto siano indissolubilmente congiunti, pur distinguendoli, non li può
considerare come separati. * Una logica completa li deve considerare tutt'e
due: essa studia le forme del pensiero in quanto con- f PARTE I - TEORIA
GENERALE 97 tengono reali contenuti. Forma senza contenuto non si dà; sibbene
forma con un contenuto più meno determinato „ (1). Oltre a questa ragione
s'aggiunge la seguente : Il Nagy ritiene che le verità assiomatiche " da
considerazioni puramente logiche non si possano affermare, sibbene si
aggiungano come dati incon- trastabili deiresperienza — e quindi di natura
psicologica od ontologica — i quali limitano la generalità di una logica più
vasta ed indipendente da essi „ (p. 164). Quindi nella sua dottrina delle forme
elemen- tari (parte I) compaiono le leggi del pensiero nel medesimo ordine col
quale ricompaiono nella dottrina delle forme sistematiche (parte II). Non
sarebbe questo un grave compromesso della sua esposizione (per cui si rende
impossibile la trat- tazione indipendente tanto della logica formale quanto
della logica materiale, essendo la prima inquinata dalle verità materiali, la
seconda dalle formali) ove fosse possibile mantenere in tutto separate le due
dottrine? Io ho creduto quindi necessario sottoporre le verità assiomatiche ad
una nuova critica per misurarne rigorosamente la natura e includerle escluderle
definitivamente dall'orbita delle pre- senti ricerche. 5. Analisi dei principii
assiomatici. — Tutti i principi logici che il pensiero — per essere vero — pone
fra i suoi termini, considerati nella loro (1) Nagy, op. dt, pag. 13. Pastore,
Logica formale. 98 LOGICA FOBMALE massima generalità, si possono distinguere in
due aspetti principali: I. quello dell'essere; IL quello del divenire. Per il
primo aspetto, il concetto, il giudizio e il raziocinio per essere veri devono
soddisfare a questa condizione fondamentale, che il loro valore risolvibile o
non risolvibile in più ter- mini, resti sempre quello che è (Condizione del-
l'essere). I principi logici a cui il pensiero deve subordi- narsi per
adempiere a questa condizione sono tre: lo il principio d'identità; 2° il
principio di contraddizione; 3<* il principio del terzo escluso. Per il
secondo aspetto, il concetto, il giudizio e il raziocinio per essere veri
devono soddisfare a questa condizione fondamentale che, quella qua- lunque
cognizione che essi implicano non possa essere considerata come vera, se non è
posta in relazione di dipendenza da un'altra condizione vera, cioè se non
diventa quello che diventa (Condizione del divenire). II principio logico a cui
il pensiero deve subor- dinarsi per adempiere a questa condizione è il seguente
: principio della ragion sufficiente, 6. Primo aspetto dei principi
assiomatici. — Premesso ancora in generale che i tre principi di questo gruppo
si lasciano riunire insieme ap- punto perchè riguardano solo le varie formalità
della quantità logica in quanto ogni parte di essa è quello che è, rimane a
trattare della vera natura dei singoli principi.1° Principio d'identità. Una
breve meditazione basta a persuaderci che questo principio riguarda nulla più
che la riaflfermazione della quantità posta, quindi esige evidentemente la
ripetizione del primo atto logico e come tale si riduce ad un caso del principio
di sostituzione. Infatti non si può dire che A è A, cioè non si può pronunciare
giudizio d'identità senza aver ricorso inutilmente a ripetuti tentativi di
sostitu- zione del diflferente (1) ; perchè se col progresso dell'esperienza si
giungesse a provare che A non è A, cioè è B, avremmo avuto torto di affer- mare
che A è A. Il Masci stesso non esita a dichiarare che: ** Il principio
d'identità importa propriamente questo, la legittimità della sostituzione
dell'identico come mezzo d'invenzione e di prova » (2). Perciò non sarebbe
espresso da quella formula, stando alla quale non sarebbe possibile alcuna
sostitu- zione. 2® Principio di contraddizione. Anche questo principio affetta
la riaflferma- zione della quantità logica posta e si riduce parimenti ad un
caso del principio di sostitu- zione; più propriamente al principio
dell'impossi- bilità della sostituzione del contro termine del termine posto,
che sommato coU'altro forma il totale pensabile. (1) Leibniz, pag. 94. '* Eadem
sunt quorum unum potest substitui alteri, salva ventate „. (2) Masci, op. cit.f
pag. 50. Infatti, riconoscendo che dato un concetto (che potremo dire A) nel
campo totale del pensabile (che si potrà segnare con 1 (1)), non si può sosti-
tuire ad esso la somma di tutti i concetti disgiunti (non A); che altro si fa
fuorché riconoscere che pensare di sostituire ciò che una data quantità logica
è con quello che essa non è, cioè con quello che resta del totale-campo, tolta
tale quantità, è pensare come vero un pensiero falso? Ciò dimostra il principio
di contraddizione importa propriamente la sola legittimità della sostituzione
quantitativa dell'identico, e vieta la legittimità della sostituzione
quantitativa del differente. 3° Principio del terzo escluso. Questo principio,
la cui formula è un giudizio disgiuntivo: A è o A, o non A, affetta Tafferma-
zione della dualità della composizione quantita- tiva, cioè della parte che è
posta e della parte che resta, tolta quella nel campo, e si riduce parimenti al
principio della sostituzione, più propriamente all'impossibilità della
sostituzione quantitativa del terzo, dato il posto e il residuo, dalla cui
somma risulta il totale. In ultima analisi tutti i tre principi riferiti si
riducono all'unico principio della sostituzione quantitativa dell'identico che
si può esprimere nel modo seguente: Sostituisci le quantità logiche identiche,
vale a dire: ciò che è identico quantitativamente è sosti- tuibile logicamente.
(1) Secondo il simbolo introdotto dal Boole. Secondo aspetto dei principi
assiomatici. — Premesso ancora che il principio della ragion sufficiente o
della dipendenza delle nozioni, ri- guarda solo le varie relazioni della
quantità logica in quanto ogni parte di essa rispetto ad altra diventa quello
che diventa, rimane a trattare della vera natura di questo principio. Già il
Masci ha avvertito giustamente : " Sic- come conoscere, sapere, è pensare
in relazione, è pensare una cosa per l'altra, neiraltra, dal- l'altra, ne
deriva che ogni cosa è saputa se è vista come conseguenza d'un'altra e cosi
questa a sua volta sino ai principi evidenti per se stessi, sino al sistema ed
al tutto „ (1). Ora ciò non equivale forse a dire che ogni cosa è saputa se è
vista come sostituzione di un'altra mediante la sostituzione di un'altra e così
via? Dunque, in ultima analisi, questo prin- cipio significa che le nozioni,
per essere conosciute, devono essere connesse col vincolo della sostitu- zione
e percorse col filo che questa ci porge, quindi anch'esso si riduce al principio
della sosti- tuzione qualitativa che si può esprimere cosi: Sostituisci le
qualità logiche identiche, vale a dire: ciò che diventa identico
qualitativamente, diventa sostituibile logicamente. 8. I tre gruppi del Nagy. —
Il Nagy , nella sua dottrina delle leggi del pensiero in generale esposte
secondo le teorie moderne (2) trattando partitamente delle leggi (principi
assiomatici) (1) Masci, op. cit., pag. 65. (2) Nagy, op. cit, pag. 164 e seg.
102 LOGICA FORMALE delle quantità logiche, poscia di quelle delle re- lazioni
di quantità logiche, e riattaccandosi evi- dentemente ai risultati
interessanti, ma non del tutto nuovi, ottenuti nella brillante tesi di laurea
del Voigt (1), in continuazione delle teorie del Jevons, dello Scroder, del
Peirce e del Cayley, le dispone diversamente e alcune suddivide in tre gruppi
speciali. Nel primo gruppo annovera: l'' il principio d'identità; 2** il
principio di contraddizione che si sud- divide in tre leggi speciali: a) per i
concetti e giudizi universali; h) per i concetti e giudizi particolari ; e) per
i concetti e giudizi individuali. Nel secondo gruppo pone le due leggi di moda-
lità e di causalità che però ammette che non SOQO * che due diversi aspetti di
un solo prin- cipio che si dice principio della ragion sufficiente „. Poscia
oscilla fra le espressioni di subordinazione di inferenza o di motivazione o di
relatività. Nel terzo gruppo, pur accennando all'impor- tantissimo fatto che *
ancor non è fissato sicura- mente il numero di queste leggi e che regna ancor sempre
una certa arbitrarietà nella scelta, dandosi parecchie volte, puta caso, tre
proposi- zioni, delle quali prese due qualunque come as- siomi Taltra ne deriva
„ , cita la numerazione del Peano {Rivista di matematica, fase, feb.- mar.
1891, p. 26 e seg.) in cui figurano dodici assiomi, non (1) Voigt Dr. Andreas,
Die Auflosung voti Urtheilsystemeriy das Eliminationsprohlem und die Kriterien
des Widerspruchs in der Algebra der Logik, Leipzig, Danz senza aggiungere
tuttavia: " sembra però che ulte- riori semplificazioni siano possibili „
(Sehroder, W. E. Johnson). Ora, rispetto al primo gruppo (contenente i principi
d'identità, di contraddizione — prima e seconda legge speciale — ; del terzo escluso
— terza legge speciale — ) oltre a quanto si potrebbe obiettare contro questa
divisione kantiana ri- spetto alla quantità, vale quanto fu detto dianzi cioè a
dire tutti questi principi si riducono alla prima forma del principio di
sostituzione che si basa propriamente &u\VEssere (altrimenti detto
principio di sostanza). Legittimità della sostitu- zione quantitativa, cioè
dell'essere. Rispetto al secondo gruppo contenente il prin- cipio della ragion
sufficiente (astrazion fatta dalle denominazioni differenti), vale pure quanto
fu detto dianzi cioè che esso si riduce alla se- conda forma del principio di
sostituzione basata propriamente sul Divenire (altrimenti detto prin- cipio di
causa). Legittimità della sostituzione quali- tativa, cioè del divenire. Rispetto
al terzo gruppo, pur accettando come numero massimo l'elenco del Peano, rimando
i lettori al mio Saggio: Sopra la teoria della scienza, ove si dimostra che
tutte queste leggi delle opera- zioni logiche, così strettamente connesse col
sim- bolismo della logica matematica, non essendo altro che il complesso degli
assiomi e delle defini- zioni che regolano il calcolo colle operazioni logiche,
si riducono volta a volta ai principi già esposti d'identità, di
contraddizione, del terzo escluso, di ragion sufficiente. Risultati
dell'analisi. — Torniamo ora al punto donde siamo mossi, cioè al quadro dei
principii logici o assiomatici, confrontati col prin- cipio di sostituzione. Da
quel. che si è detto appare che: 1° per il primo aspetto della conformità o
convenienza reciproca delle nozioni, un concetto, un giudizio, un raziocinio
per essere veri devono soddisfare a questa condizione fondamentale, che il loro
valore quantitativo risolvibile in più ter- mini non sia sostituibile che con
essi e reciproca- mente (Sostituzione delV identico in quantità): 2^ per il
secondo aspetto della dipendenza delle nozioni, un concetto, un giudizio, un
razio- cinio, per essere veri devono soddisfare a questa condizione
fondamentale, che qualunque cogni- zione non sia vera se non sia sostituibile
con un'altra cognizione equivalente (Sostituzione del- l'identico in qualità).
In conclusione tutti questi principi si giustifi- cano — come generalizzazioni
— per un'opera- zione analoga: la sostituzione nelle sue varie forme:
quantitativa e qualitativa. Tutti esprimono dunque la stessa esigenza che è
quindi la legge che ogni pensiero — per essere vero — pone fra i termini di
ogni relazione logica considerata nella sua massima generalità: Sosti- tuisci
logicamente ciò che è identico quantitativa- mente e qualitativamente. 10.
Analisi dei principi di sostituzione e di definizione. — Ammesso ora che i
principi assio- matici, si riducano tutti quanti al principio di sostituzione
la questione proposta al § 3 è molto semplificata ma non risolta, perchè non si
sa ancora se il principio di sostituzione sia o non sia un principio formale
puro. Procediamo quindi ad un'analisi pili profonda del processo costruttivo
della logica pura. La costruzione della logica pura o dottrina delle forme
elementari sì fa ordinariamente : 1® ricorrendo alla pura definizione del con-
cetto in sé (enunciazione delle proprietà delle idee primitive) considerato
quale termine primo e fondamentale di tutti gli altri elementi logici (verità
formali, definizioni logiche in se); 2** ricorrendo ai principi assiomatici
(verità materiali, definizioni ontologiche in se). Ora, una volta che sappiamo
che questi prin- cipi assiomatici si riducono al principio di sostitu- zione,
se si riuscirà a dimostrare che quest'ultimo è un principio schiettamente formale
o logico in se, la dottrina delle forme elementari sarà del tutto depurata da
ogni miscuglio materiale. Ma che cosa manca a questa dottrina perchè si riveli
riducibile alla sua più semplice espres- sione analitica? Non le manca più se
non che si dimostri che i due principi di definizione lo- gica in sé e di
sostituzione, non si possono de- finire indipendentemente l'uno dall'altro, ap-
punto perchè sono reciprocamente sostituibili cioè identici. La rigorosa verità
di questa reciproca di- pendenza si deduce necessariamente osservando che in
entrambi i casi si tratta sempre di isti- tuire un'equazione tra due membri dei
quali il primo (" definiendo „ o " sostituendo „) è un ter- mine che
si vuol dare, x; l'altro (** definiente „ o "* sostituto „) è un aggregato
di termini avente un significato già dato, a. In entrambi i casi l'operazione è
solo possibile se riesce ad assumere la forma dell'uguaglianza X =^ a. È certo
che la distinzione dei termini in noti (derivati) ed ignoti (primitivi) è
relativamente arbitraria; perchè se mediante a si definisce i, cioè se ad a si
può sostituire è; e mediante b si definisce a, cioè se a è si può sostituire a,
si potrà prendere come termine primitivo o a o i. Ciò non toglie però che tanto
la definizione quanto la sostituzione non siano altro che un giudizio
d'identità (o congiuntivo o disgiuntivo), e affinchè tanto l'una quanto l'altra
operazione possano avverarsi, sia sempre e parimenti neces- sario che fra i due
membri di esse possa figurare il segno =. Se ciò non avviene, la definizione o
la sostituzione non può farsi. È innegabile dunque che i due principi esami-
nati riposano, in ultima analisi, sopra la mede- sima operazione mentale. Ogni
definizione perfetta è, in fondo, una sosti- tuzione; ogni sostituzione
perfetta è, in fondo, una definizione. L'una è dunque sostituibile all'altra, e
defini- bile solo mediante l'altra, come si doveva dimo- strare. 11. Metodo di
studio delle forme logiche elemen- tari adottato nelle presenti ricerche, — Il
metodo di studio delle forme logiche elementari che sarà adottato nelle presenti
ricerche si impone quindi assai diverso da quello che seguono comunemente i
vari autori nel porre i fondamenti del calcolo logico, i quali, introdotti i
principi assiomatici in generale, partono dalla considerazione delle operazioni
coi simboli e finiscono coH'esaminare se valgano nella logica. Qui la
trattazione si svolgerà invece dalla pura determinazione degli enti primitivi e
delle loro proprietà alla costru- zione degli enti derivati (giudizio,
sillogismo, poli- sillogismo. . .) secondo le operazioni fondamen- tali che
valgono in tutto il pensabile. Questo modo più rigoroso di fondare la logica
formale ha una grande affinità colla teoria ana- litica sostenuta dal Nagy,
seguendo l'esempio istruttivo del Weierstrass (1), ma se ne distacca e si
giustifica per le ragioni riferite. 12. Possibilità di una metalogica, — In
base a questi risultati analitici acquista sempre mag- giore credito Topinione
che i principi assioma- tici siano soltanto indispensabili cioè veri per la nostra
logica (quale è intesa, almeno comune- mente, come dottrina in cui alle forme
pure del pensiero si aggiungono i primi dati relativi al contenuto), ma che in
ultima analisi non siano affatto indispensabili cioè veri per una logica più
vasta e più elevata e onninamente formale a cui si potrebbe dare il nome di
Metalogica (2), (1) Nagy A., Fondamenti del calcolo logico. Giornale di
matematica, voi. XXVIII, Napoli, Pellerano, 1890, pag. 8. (2) Tra la fortuna
della Matematica (geometria euclidea e non euclidea, dalla geometria classica
alla metageo- metria; aritmetica classica e metaritmica) e la fortuna della
logica (logica classica e metalogica, logica fidei^ logica naturalis, dottrina
della doppia verità nella filo- sofia araba e poi scolastica (Caramuel),
ipotesi di Boole) corre un riscontro così profondo e così curioso che me-
riterebbe d'essere esposto e criticato con grande cura. precisamente come gli
assiomi euclidei non im- pedirono la formazione d'una Metageometria. 13.
Conclusione, — Volendo riassumere in poche parole ciò che abbiamo ottenuto in
questo capitolo, ricorderò che, descritto il metodo di studio delle forme
logiche elementari adottato dalla logica ordinaria e posto il problema cri-
tico pregiudiziale: Se le proposizioni primitive necessarie in generale alla
logica, e quindi le idee primitive di cui esse enunciano le proprietà debbano
essere veramente divise in due cate- gorie di natura eterogenea; anzitutto ci
siamo persuasi, dopo opportune analisi, della possibilità di ridurre tutti i
principi assiomatici all'unico principio di sostituzione considerato nella sua
duplice forma. Abbiamo riconosciuto poi, dopo opportuna ana- lisi, che i due
principi della sostituzione e della definizione logica in se riposano sopra la
mede- sima operazione mentale. Pertanto, contrariamente airopinione comune, la
quale — per la costruzione della logica pura — ricorre: l^' alla definizione in
sé dei puri enti pri- mitivi del pensiero che ci esprimono delle verità formali
; 2^ ai principi assiomatici che ci esprimono delle verità materiali, ne
abbiamo concluso che i principi assioma- tici riducendosi al principio di
sostituzione e questo al principio di definizione e viceversa, le proposizioni
primitive, in generale, esprimono rigorosamente tanto delle verità materiali
quanto delle verità formali. Ognuna di esse riguarda ad un tempo la ma- teria e
la forma ed ha due significati o valori differenti : 1** in quanto riguarda la
materia è un prin- cipio materiale, psicologico, ontologico, metafi- sico,
esistenziale, oggettivo (extralogico); 2^ in quanto riguarda la forma è un
prin- cipio formale (logico). Però i due significati sono inseparabili Tuno
dall'altro, sicché si possono riguardare come co- stituenti un principio unico.
Resta inutile, per conseguenza, trattare parti- tamente prima dei principi riguardanti
la ma- teria, poi dei principi riguardanti la forma, nonché dell'applicazione
dei primi ai secondi per svol- gere la dottrina delle forme logiche in se,
nelle loro relazioni ed operazioni, come fa il Nagy. E per gli scopi di una
logica simbolica qualunque, volendo sostituire dei segni o sim- boli agli enti
primitivi o considerati come tali dalla logica, non sarà affatto necessario
intro- durre due categorie separate di segni, l'una per la rappresentazione
degli enti materiali, l'altra per la traduzione degli enti formali, per poter
esprimere tutte le proposizioni della scienza medesima. Parte Seconda IDEE
PRIMITIVE CAPO I. Classificazione delle idee primitìve. 1. Determinazione dei
concetti logici primitivi. — 2. Pro- blema delle categorie. — 3. Risoluzione
parziale. — 4. Tavola delle idee primitive. — 5. Postulati. — 6. Criteri
direttivi. — 7. Conclusione. 1. Determinazione dei concetti logici primitivi. —
Il numero e la varietà dei concetti (1) che l'os- servazione logica ci mette
dinanzi sono così grandi da divagare la mente ove questa non sia assistita e
fatta metodica da una divisione che ponga da una parte i concetti primitivi, di
ma- niera che questi diventino, per così dire, altret- tanti cardini o centri
attorno ai quali le cogni- zioni si raccolgano ordinatamente a sistemi. Così
potremo senza giro di parole indicarli pili rapidamente e, ciò che è di maggior
rilievo. (1) La questione della precedenza genetica del concetto del giudizio
non appartiene alla logica ma alla psi- cologia. dare loro un'esistenza
riconosciuta dalla nostra mente come soggetto di peculiare e separata con-
siderazione. 2. Problema ddle categorie. — La determina- zione dei concetti
logici primitivi ci porta al problema delle categorie. Questa ricerca può
essere fatta da vari punti di vista (1) : grammaticale, linguistico, logico,
matematico, fisico, psicologico, gnoseologico, me- tafisico. Due sono i quesiti
sui quali, tuttavia, ogni discussione di una qualunque classificazione si fonda
: a) la riducibilità delle categorie delle varie classi ; h) la riducibilità
delle varie classi di cate- gorie. Si può supporre che in seguito questi pro-
blemi diversi troveranno la loro soluzione in un modo unico; ma, come stanno
attualmente le cose, ciò non è ancora possibile, o, almeno, il compito non può
essere risolto che in parte. Però, non volendo abbandonare il campo dei fatti
logici, anche per questo proposito io sono costretto a valermi dei risultati
delle mie per- (1) Il Dauriac distingue tre modi, ugualmente legittimi e riducibili
ad uno solo, di determinare le categorie: 1** con analisi delle leggi più
generali della cono- scenza ; 2° con analisi delle funzioni o facoltà umane; 3°
con la classificazione delle scienze. {Note sur la doctrine néo-criticiste dea
catégories. sonali ricerche istituite appositamento, poiché — malgrado la
ricchissima letteratura suU' ar- gomento — non si hanno che poche nozioni
veramente depurate; molte altre sono tuttora incerte e il maggior numero si
trova ancora in via di discussione. 3. Risoluzione parziale. — Nel saggio
" Sopra la Teoria della Scienza^ Logica, Matematica e Fi- sica „, e
segnatamente nei tre primi capitoli della parte prima (Le idee primitive) ho
cercato di compiere, col massimo rigore possibile, l'analisi e la riduzione
alle pure idee primitive di tutte le idee che s'incontrano nei tre grandi
ordini di scienze seguenti: 1^ Logica (Grammatica, Logica naturale. Logica
pura); 2® Matematica (Aritmetica, Geometria); 3® Fisica (Fisica matematica,
Meccanica ra- zionale). E quest'analisi completa delle idee mi con- dusse a
questo risultato, che per ognuna delle scienze mentovate due sole idee possono
rite- nersi propriamente come primitive e fonda- mentali. Riporto le
conclusioni delle varie analisi lo- giche compiute, rimandando per un più ampio
studio all'opera menzionata: L — In Logica si è trovato: 1® (Gap. I, § 1®, 11).
L'analisi grammaticale mette capo a due termini che si possono consi- derare
come primitivi: 1- — ) SSuo, 2*» verbo.
2^ (Gap. Ili, § 2% 8). L'analisi dei concetti primitivi della Logica naturale
mette capo & due affermazioni che si possono considerare come primitive:
oggetto \ classe, individuo, 2* relazione. 30 (Gap. I, § 2^ 12). L'analisi dei
concetti primitivi della Logica pura mette capo a queste due idee primitive: la
idea \ ^^^^^^' ^ ^^®^ ? individuo, 2* relazione (1). IL — In Matematica si è
trovato: lo (Gap. II, § P, 3). L'analisi dell'Aritme- tica pone capo alle due
affermazioni seguenti : (1) Nell'opera precedente si trovano ancora usati
indif- ferentemente i termini : inclusione e relazione pel secondo ente logico
primitivo, il quale nella tavola delle idee primitive si trova appunto elencato
col primo nome. Senza variare per nulla il senso di quella prima ridu- zione
degli enti logici primitivi, nel presente saggio si adotterà sempre
l'espressione relazione. Si ottiene così il vantaggio di esprimere le proposi-
zioni logiche sotto una forma più rigorosa. Altre semplificazioni saranno aggiunte
nelle ricerche ulteriori; in guisa che il confronto cogli altri enti pri-
mitivi e la soluzione del problema generale riusciranno* di molto agevolate. !• numero \ ^^^^^® (numero), } individuo
(uno), 2» successione 2« (Gap. II, § 2^ 3). Le idee primitive della Oeometria
sono riducibili al sistema seguente: punto I ?j classe, individuo, 2' moto
(relazione). in. — In Fisica si è trovato: 1® (Gap. in, n. 7). Le idee
primitive della Fisica «matematica sono riducibili alle seguenti : 1^— ja^iduo,
2* moto. 2^ (Gap. ni, n. 7). Le idee primitive della Meccanica razionale sono
riducibili alle seguenti: i^ • S classe, l'^P^oJ individuo. 2* tempo. Un primo
ordine di fatti molto importante ci porta a riconoscere chiaramente che ogni
scienza esaminata si riduce ad una coppia di idee primitive. Un altro ordine di
fatti notevo- lissimi ci viene offerto dai primi termini di ogni coppia.
Risulta invero che il primo termine di ogni coppia è sempre considerato sotto
due punti di vista: 1® come classe, 2^ come individuo. Geme classe abbiamo: il
nome, /'oggetto, Tidea, il numero, il punto, la massa, lo spazio. 118 LOGICA
FOBMALS Come individuo abbiamo: un nome, un oggetto, Mw'idea, un numero, un
punto, una massa, una spazio. Noi saremo dunque autorizzati a sopprimere le
notazioni : classe e individuo, quando si trat- terà di compilare una tavola
sinottica delle varie idee primitive, perchè tale distinzione è comune a tutti
i primi termini di ogni coppia. Analogamente riportando gli schiarim0nti ag-
giunti al secondo termine di ogni coppia tro- viamo in tutti i casi un'analogia
sorprendente. Eccone la prova: 1^ Il concetto del verbo grammaticale è si-
nonimo di inclusione, processo discorsivo, affer- mazione di riferimento,
parola del tempo, ecc. (Cfr. cap. I, n. 4-11); 2^ Il concetto di relazione
nella logica na- turale è sinonimo di transizione, processo inclu- sivo,
funzione copulativa, affermazione di riferi- mento, ecc. (Cfr. cap. I, n. 2-5);
3^ Il concetto di relazione nella logica ri- flessa è sinonimo di moto ideale
da individuo a classe, contenuto — contenente, convenienza, congruenza, moto
logico, trasporto da ... a ..., ecc. (Cfr. cap. I, n. 6-9); 4® Il concetto di
successione aritmetica è si- nonimo di venir dopo, processo, passaggio da...
a..., ecc. (Cfr. cap. II, § 1, n. 2); 5* Il concetto di moto geometrico è
sinonimo di relazione di punti a punti, trasformazione di punti in punti,
rappresentazione di punti in punti, trasporto da... a..., sovrapposizione,
eguaglianza, congruenza, ecc. (Cfr. cap. II, § 2, n. 1-3); 6® Il concetto di
moto fisico è sinonimo di passaggio da... a..., cambiamento di posizione, PABTB
II - IDEE PRIMITIVE 119 spostamento, successione, processo, transizione,
aflfermazione di riferimento, ecc. (Cfr. cap. Ili, n. 5-7); 7<* Il concetto
di tempo meccanico razionale è sinonimo di successione, rappresentazione di...
in..., ecc. (Cfr. cap. HI, n. 5-7). Basta cotesta rapida rivista per far com-
prendere che le differenze fra i sette termini dati non sono che nominali (1).
La tavola seguente, facendo risaltare meglio la classificazione sistematica
delle varie idee pri- mitive, ci permetterà di considerare le cose da un punto
di vista veramente elevato e ci por- gerà la più eloquente conferma di due
grandi e nuovi principi su cui vorremmo richiamare Tat- tenzione dei pensatori.
4. Tavola delle idee primitive. — Per comodità del lettore riporto ancora qui
la tavola delle idee primitive. (1) A ribadire il concetto della nota
precedente, riporto ancora il passo inserito, a questo punto, nell'opera ante-
riore: * L'unica differenza che può forse sembrare assai ^rave è presentata dai
due termini : (troppo distanti co- munemente nella serie) inclusione e tempo. Ma
si noti che questi due termini non fanno altro che indicare pro- cesso di ...
in ..., successione, sovrapposizione di ..., ,moto ideale da ... a ...,
funzione copulatira, discorsiva, sovrap- posizione, rappresentazione di ... in
..., ecc. Ragion vuole quindi che non si ponga alcuna sostan- ziale differenza
fra inclusione logica e tempo fisico-razio- nale, e analogamente che non si
ammetta alcuna sostan- ziale differenza fra tutte le varie coppie di idee
primitive riferite „.. o o CA Meooanl railona 1 CO 1 K PI sica matloa S o e
> S^ S S H i M :^ jas 1-^ < o o Oh 1 1 3 1 U H 0» B Q M -Ss 1 .2 co :3 «
P eS sa •E g 1 eS ^3 <l .2 "■ o J S ce < q? > o O 1 <! M
"3 $3 H o 3 S o •l c^ £ 1^ •^ e« =3 i o L. 2 Z > o PARTE II - IDEE
PRIMITIVE 121 Due conclusioni generali raccolgono i risultati di questa
indagine analitica: 1^ la piena e mutua convertibilità di tutte le idee
primitive, logiche, matematiche e fisiche, fondata sul fatto della loro
perfetta equivalenza; 2^ la possibilità di una spiegazione unica e comune. **
Riconoscendo che tutta la famiglia degli enti primitivi, logici, matematici e
fisici, ha uno sti- pite solo, è logico dunque stabilire che i vari ordini
scientifici riferiti non sono che la realtà mascherata d'un solo processo che
si rivela come la necessità primitiva e determinante della scienza „ (1). 5.
Postulati. — Fermando l'attenzione al solo campo della logica, e visto che le
idee logiche primitive non incontrano alcun inconveniente ad essere esposte
nella forma seguente: lo Idea (2), 2° Relazione, (1) Sopra la teoria della
scienza, ecc., pag. 84. (2) Ciò che qui si dice idea o ente logico h detto nel
calcolo logico quantità logica. Nondimeno questo termine nel calcolo logico ò
preso in senso assai più largo del riferito, perchè per esso nel- l'idea di
quantità logica è compreso sì il concetto che il giudizio, e il raziocinio, e
in generale tutte le formazioni logiche ancor più complicate che sono sempre
l'oggetto diretto del pensare e che si trovano fra di loro in una qualunque
delle relazioni logiche possibili. Per noi ** idea „ significa tutto ciò che
può essere pensato sotto la forma più elementare possibile e senza contrad-
dizione, a cui possono far riscontro i primi e più semplici ove sembrasse utile
introdurre questi enti pri- mitivi con postulati speciali, V enunciazione di
essi non potrebbe essere molto diversa dalla seguente : 1® Penso un'idea, o
piìi brevemente ideo, 2® Penso una relazione, o più brevemente riferisco. 6.
Criteri direttivi. — In base a questi risul- tati analitici, nei capitoli
seguenti, solo adope- rando il poco materiale logico primitivo riferito qui
sopra cioè : in primo luogo, ammettendo che, date le idee primitive (Idea e
Relazione) per esse siano vere certe proprietà, dalle quali possono logicamente
dedursi le altre; in secondo luogo, fissando i vari enti logici suddetti con
segni o simboli fisici ben determinati e riducibili anche essi ai due enti
primitivi della fisica: (Massa e Moto) e lavorando sopra di essi, procederò
alla costruzione logica e fisica (ideofisica) di tutte le forme che si
incontrano nella logica pura. 7. Conclusione, — Riassumendo: dopo d'aver
richiamato alcuni punti principalissimi intorno alla determinazione e alla
classificazione dei con- cetti logici primitivi ed alla tanta dibattuta que-
stione delle categorie, fu riportata la tavola delle prodotti psicologici e
grammaticali, ma senza che con ciò s'intenda dare una definizione d*un termine
che si ritiene appunto indefinibile logicamente. Adottando il nome di idea in
senso lato, possiamo ritenere che idea e concetto significhino la stessa cosa.
Questa è appunto la nostra convinzione. idee primitive della logica, della
matematica e della fisica già esposta nel saggio precedente " Sopra la
Teoria della Scienza, Logica, Matema- tica e Fisica „. Quindi furono dichiarati
i criteri direttivi ed i postulati dei quali faremo uso continuamente nel
seguito. CAPO II. Proprietà delle idee primitive. 1. Distinzioni e proprietà
fondamentali dei concetti lo- gici primitivi. -— 2. Proprietà dell'idea. — 3.
Pro- prietà della relazione. — 4. Critica dei concetti po- sitivi e negativi. —
5. Proprietà secondarie. — 6. Concetto del concetto. — 7. Forme logiche pure. —
8. Conclusione. 1. Distinzioni e proprietà fondamentali dei con- cetti logici
primitivi. — Degli enti primitivi, cioè non definiti che si introducono in ogni
scienza, si ammettono come note e primitive certe pro- prietà dalle quali
possono dedursi logicamente le altre. Ora tutte le distinzioni (1) che si usano
fare tra gli enti logici in ultima analisi non fanno (1) Non possiamo
addentrarci nella distinzione dei concetti a base psicologica (ordinati,
confusi, chiari, oscuri, ecc.); linguistica (nomi propri, comuni; univoci,
equivoci, ecc.); ontologica (astratti, concreti). altro che numerare le
proprietà immediate o mediate delle idee primitive. Queste proprie tà, che
chiamiamo primitive perchè non ulterior- mente riduttibili, si possono quindi
dividere in due gruppi, avendo ridotto a due sole idee pri- mitive tutte le idee
che s'incontrano nella logica pura : 1<> proprietà dell'idea, 2<>
proprietà della relazione. 2. Proprietà dell'idea. — Rispetto alle pro- prietà
dell'idea, d'importanza veramente vitale per la logica è la distinzione fra le
due seguenti proprietà, che ammettiamo note immediatamente: a) idea di classe
{un campo del pensabile, cioè della varietà logica, logische Mannigfaltigkeit ;
nome generico, comune, universale), che può na- turalmente — in certi casi —
considerarsi come individuo di un'altra classe maggiore; b) idea d' individuo,
che può naturalmente — in certi casi — restringersi ad un solo indi- viduo, ma
sempre ancora considerato come parte (particolare) (1); perchè su di esse si
basa il (1) I termini: individuo, classe, unità, molteplicità, non denotano qui
solamente l'estensione dei concetti, né più avanti saranno introdotti altri
termini per connotare la comprensione. Non fa d'uopo introdurre due serie di
termini diffe- renti per significare due serie di relazioni concettuali che si
mantengono distinte quasi senza necessità; impe- rocché tanto è possibile
leggere comprensivamente gli schemi deUa estensione, ed estensivamente gli
schemi della comprensione, quanto è possibile leggere ora in un 126 LOGICA
rOBMALB fondamentale rapporto della inclusione o subor- dinazione. Ma queste
proprietà non servono soltanto di distinzione fra concetto e concetto, bensì
sono applicabili rigorosamente ad ogni concetto in sé stesso, il quale è sempre
ad un tempo: a) un'unità (individuo), b) una molteplicità (classe d'individui).
La stessa cosa si indica dicendo che ogni con- cetto è, in pari tempo, un
elemento e un sistema di elementi riuniti in un certo ordine. Ogni concetto e,
ad un tempo, un tutto ed una parte e ciò tanto come parte quanto come tutto,
vale a dire : quando è considerata come un tutto si rivela ancora come una
parte, e quando è con- siderata come una parte si rivela ancora come un tutto;
e più brevemente ancora: quando è la parte P di un tutto U è ancora un tutto V*
di parti P'; quando è un tutto U^ di parti P' è ancora una parte P di un tutto
U, Il fatto si verifica evidentemente per la ri- modo, ora nell'altro una
convenzione unica e così astratta che convenga nello stesso tempo ad entrambi.
Nel testo è adottata Tespressione che pare più sem- plice. Con ciò si ovvia
alla falsa supposizione che la logica intensiva sia irreducibile alla logica
estensiva. Se nel corso della trattazione seguente si farà uso di termini che
potranno apparentemente generare equivoco, non si accennerà coi medesimi ad
altro che a relazioni o ad operazioni da interpretarsi univocamente. E ciò si
ram- menti pure a proposito della costruzione e della lettura dei modelli
ideofisici. petizione d'una stessa proprietà che è la bila- teralità
fondamentale della prima idea pri- mitiva. Ora si badi ad un passaggio notevole
che, per vero dire, ci trasporta già fuori delle proprietà immediatamente note.
Se indichiamo, nel primo caso, col rapporto TIP il rapporto fra l'universale
estensivo (U) e il particolare estensivo (P); nel secondo col rap- parto U'P'
il rapporto fra l'universale compren- sivo (U') e il particolare comprensivo
(P') otte- niamo il risultato di poter esporre le relazioni che intercedono tra
la sfera e il contenuto dei concetti, ricorrendo semplicemente alla suddetta
proprietà bilaterale dell'idea. Appare che sfera e contenuto stanno fra di loro
in rapporto scambievole, sebbene non in semplice rapporto inverso, se pure il
contenuto cresca col diminuire della sfera e viceversa, come osserva
giustamente il Nagy. Riducendo quindi il processo anzidetto alla sua più
semplice espressione e volendolo esprimere colla veste della logica
tradizionale, si può dire che ogni concetto è suscettibile contemporanear mente
d'una duplice serie di rapporti : di esten- sione e di comprensione, vale a
dire : ogni con- cetto è estensivo e comprensivo ad un tempo (1). (1)
Considerando inoltre che in forza della legge di dualità scoperta da C. S. Peirce
(a. 1870) ad ogni pro- posizione circa la somma (estensione) corrisponde
un'altra circa il prodotto (comprensione) che si può dalla prima immediatamente
derivare e viceversa, si capirà bene che fra i due tipi mentovati esistono
differenze graduali solo dal lato morfologico, per cui i tentativi di riportare
un Da ciò risulta in primo luogo, che le varie distinzioni dell'idea si possono
rappresentare in una serie di quantità o termini logici a, 6, o ... w, l'uno
maggiore dell'altro e disposti in guisa che sia da un lato la classe minore
d'ogni classe (che è quella esprimente il nulla), dall'altro la classe maggiore
di tutte le classi (che è quella esprimente il ttUto, o campo del pensabile **
uni- verse of discourse „) ; in secondo luogo, che all'operazione estensiva
corrisponde scambievolmente l'operazione com- prensiva , di guisa che nessun
concetto può riguardarsi come assolutamente minimo o mas- simo, cioè tale che
non possa essere maggior- mente determinato tanto nell'estensione quanto nella
comprensione o generalizzato sia nell'una sia nell'altra, sebbene le due
operazioni del de- terminare (dalla classe all'individuo) e del gene- ralizzare
(dall' individuo alla classe) non possano essere proseguite all'infinito, ma
abbiano un certo limite, nei concetti relativamente minimi la prima e nei
concetti relativamente massimi la seconda. Infatti ad ogni minimo estensivo
corrisponde su- bito un massimo comprensivo e viceversa, E facile comprendere
per tal modo che i con- cetti non sono mai assolutamente semplici o separati
gli uni dagli altri; ne assolutamente composti insieme confusi (1). dato
concetto ad uno dei tipi corrispondenti non hanno altro scopo che quello di
agevolare un prospetto ordi- nato nella diversità delle forme. (1) La
possibilità del pensiero si fonda appunto sopra questo carattere della riferibilità
inesausta dei concetti (Cfr. § 3, Proprietà della relazione). PARTE II - IDEE
PRIMITIVE 129 Riassumendo in due punti successivi la breve trattazione di
questo § 2, si può ritenere che le proprietà dell'idea sono enunciabili colle
pro- posizioni seguenti, che si assumono senza dimo- strazione : A) ogni idea
gode contemporaneamente di una duplice proprietà: 1^ la proprietà d'essere
classe, 2<> la proprietà d'essere individuo. Da questa proprietà
bilaterale si deduce che : ogni classe è individuo, ogni individuo è classe, il
che significa in altre parole : ogni classe logica si può considerare come un
individuo, ogni individuo logico si può considerare come una classe; B) e,
analogamente, ogni idea gode con- temporaneamente d'una duplice proprietà :
1<* la proprietà d'essere sfera (estensiva), 2^ la proprietà d'essere
contenuto (compren- sivo). Da questa proprietà bilaterale si deduce che : ogni
idea ha una sfera (estensione); ogni idea ha un contenuto (comprensione), e in
conseguenza: ogni sfera è contenuto; ogni contenuto è sfera, il che significa
in altre parole: ogni sfera (estensione) si può considerare come contenuto;
ogni contenuto (comprensione) si può consi- derare come sfera. Qualora
sembrasse utile introdurre le due pro- prietà deiridea con proposizioni
speciali, l'enun- ciazione di esse non potrebbe essere molto di- versa dalla
seguente: 1° penso un'idea di individuo o più breve- mente una idea, cioè
determino, 2° penso un'idea di classe o più brevemente più idee, cioè
generalizzo. 3. Proprietà della relazione, — Rispetto alle proprietà della
relazione, d'importanza parimenti vitale per la logica è la distinzione fra le
due seguenti proprietà fondamentali (1) : (1) Quelle che qui si dicono
proprietà fondamentali della relazione, nel calcolo logico sono dette *
relazioni possibili delle quantità logiche ,. Le relazioni logiche possibili
tra le quantità logiche comparate fra loro nel- l'unità della mente sono tre,
secondo il Nagy {Fonda- nienti, ecc., pag. 8): 1° con una quantità a viene
pensata anche Taltra h, 2° con una quantità a viene pensata parte della ò, 3**
con una quantità a non viene pensata la h. La stessa partizione è da lui
conservata nei '^ Principi di Logica „ (pag. 25): subordinazione^ interferenza,
disgiun- zione. Ma è evidente che T interferenza non è una relazione
fondamentale, perchè non è che un caso di inclusione e di esclusione parziali.
Lo stesso Nagy poi ammette che, introdotta la nozione 1 a) relazione di
affermazione, o di inclusione propriamente detta; b) relazione di negazione o
di esclusione, perchè essa fecondando la distinzione precedente fra i concetti
di classe e i concetti di individuo agevola tutte le relazioni fra i concetti. Ma
quest'asserzione merita uno schiarimento, tanto più che potrebbe anche sembrare
un ar- bitrio lo stabilire che le due coppie di termini:
aflfermazione-incFusione, negazione-esclusione, in- dicano le stesse proprietà
più semplici inerenti alla seconda idea primitiva. Risolverò quindi il primo
dubbio, poscia strin- gerò Targomento ponendo a confronto i vari termini. Se —
come non vorrà negarsi — l'idea di classe si confonde con l'idea di contenente,
e quella di individuo con quella di contenuto, ap- pare subito che le proprietà
dell'idea includono già le proprietà dell* inclusione in largo senso della
parola e viceversa. I due enti logici pri- mitivi si rivelano inseparabili, in
quanto che nessuna relazione logica può verifiicarsi fra idea ed idea se non ricorrendo
a quelle medesime distinzioni dell'idea che ci permettono di rap- presentare
l'individuo come un contenuto dentro di negazione, tutte le altre relazioni si
riducono alla su- l)ordinazione (pag. 26-37). Avuto quindi riguardo alla
distinzione introdotta nel testo, e alla riferenza evidentissima e completa
colle due nozioni di subordinazione e di negazione seguita dalle dottrine più
moderne, possiamo ritenerci autorizzati a non ammettere come fondamentali che
le due proprietà . mentovate. la classe considerata come un contenente (1)
almeno come due enti che convengono con- temporaneamente fra di loro; siano
essi due ter- mini disuguali cioè l'uno maggiore dell'altro (su- bordinazione
propriamente detta), o siano uguali nel caso della coincidenza reciproca
(identità). Tale è la subordinazione della specie al ge- nere, rapporto
veramente eccellente e tradizio- nale nella logica. Siccome però l'applicazione
della relazione su- bordinativa alle varie distinzioni dell'idea non si riduce
solo alla posizione dei due termini (in- dividuo-minore, classe-maggiore),
l'uno dentro l'altro, ma in verità alla collocazione di essi entro il campo
d'un pensabile, quantitativo e qualificativo dato, così risulta che riferire un
individuo ad una classe, o porlo in una classe^ cioè includere un primo
concetto dentro un se- condo, significa costruirne un terzo (classe pros-
simamente superiore : il totale), in cui siano con- tenuti i due primi (2). Ora
uno qualunque di questi due può sempre (1) Inclusione è rappresentazione di un
individuo in classe. (2) È utile ricordare a questo proposito e riguardo al-
l'inclusione delle classi quanto fu messo in chiaro dalla. Logica
matematica (cfr. Peano, Logique mathématique^ pag. 35). ** Affirmer qu'une
première classe est contenue dan& une deuxième c'est comme affirmer que la
première classe est le produit logique des deux classes „. Il che si esprime colla formula h2 :
a'^h , = ,a = ah, ed era già stato dichiarato da Leibniz: " Omne a est è;
id est aequivalent ah et a ,. considerarsi come la differenza dei due altri,
cioè tutto quello che è pensabile del terzo con- cetto prossimamente superiore,
ad esclusione del- l'altro che si presenta come suo opposto. Nel linguaggio
comune, essendo necessaria una distinzione fra i due concetti, quello che si
pensa alVinfuori, cioè mediatamente ad esclusione dell'altro (sempre rispetto
al (3®) concetto pros- simamente superiore di cui si tratta (** universe of
discourse „)), piglia il nome di concetto nega- tivo ; quell'altro che è pensato
come posto o fer- mato immediatamente davanti allo spirito prende il nome di
concetto positivo (1). (1) Esclusione è rappresentazione di individuo fuori di
individuo, di classe fuori di classe. Esclusione di conve- nienza fra spazio e
spazio, non esclusione di spazio; e volendo ricorrere alla rappresentazione è
ripugnanza, sconvenienza di qualità. Da questo modo di vedere nasce .una
conclusione im« portantissima che fu già esposta a suo tempo. Non avendo Tidea
logica primitiva, che trovasi in- dicata coi termini : verbo , relazione ,
inclusione , altro valore che quello di rappresentazione di punti in punti o di
punti fuori di punti, si può concludere che essa non significa altro che
rappresentazione successiva di puntif o successione o moto di punti, essendo il
moto niente altro che spazio sotto forma di tempo, vale a dire tempo di spazio
(Divenire). Analogamente, non avendo l'altra idea logica primitiva, che trovasi
espressa coi termini: nome, oggetto^ idea^ altro valore che quello di
rappresentazione di punti con punti, si può concludere che essa non si- gnifica
altro che rappresentazione simxdtanea di punti o coesistenza o massa di punti,
essendo la massa (astrattis- simamente parlando) niente altro che tempo sotto
forma di spazio, vale a dire spazio di tempo (Essere). Ma questa terminologia è
evidentemente ar- bitraria. Nell'uguaglianza algebrica a = b -\- e dire che ò è
la differenza tra a e e equivale a dire che e è la differenza tra a e 6; il
che, messo sotto la forma tradizionale della sottrazione a — 6:= e, a — c = b,
dimostra che ora Tuno ora l'altro dei due termini corrispondenti 6 e e può
diventare negativo o positivo a piacimento. Lo stesso si dica dei termini
logici. Ecco come L'idea di esclusione di rapporto, a cui può essere
giustamente attribuito anche il significato della negazione, inerisce
necessaria- mente coU'idea di inclusione. Noto di passaggio che questo è il
caso più semplice dei due rap- porti di inclusione e d'esclusione. Nei casi più
complessi troviamo non solo l'in- clusione di un concetto dentro un altro
concetto (classe), che si risolve poi nel caso di due con- cetti disuguali, od
uguali fra loro, contenuti dentro un terzo prossimamente superiore (inclu-
sione semplice o subordinazione), ma l'inclusione di più concetti o sistemi di
concetti dentro un altro concetto o sistema di concetti, che si pre- senta come
un nuovo e maggiore " universe of discourse „ (coordinazione) (1). V'è
ancora un altro mezzo di illustrare meglio la negazione, giacche dato, dentro
il campo del pensabile, un concetto qualunque (termine in re- lazione
positiva), questo si può considerare come (1) Vailati, Revue de Mathémutiques,
tom. Vili, n** 3. Turin, Bocca una classe (contenente) (1), e come una classe
sì può altresì considerare il suo vero contro- termine contradditorio (termine
in relazione ne- gativa rispetto al primo). In conseguenza, riflettendo che tra
il termine in rapporto positivo ed il suo corrispondente in rapporto negativo,
passa una relazione tra classe e classe, cioè tra contenente e contenente
affatto escludentisi reciprocamente, essendo Tuno tutto quello che resta del
suo campo pensabile tolto Taltro, tosto si comprende che questa relazione tra
contenente e contenente non patisce che uno dei due termini sia considerato
come subordi- nato cioè contenuto conveniente rispetto all'altro; quindi si
deduce che la relazione di esclusione non è che il caso della relazione
intercedente fra classe e classe, quando si considerino come affatto
sconvenienti fra loro, cioè Tuna affatto fuori dell'altra, sebbene non oltre il
campo del pensabile dato. Ma in conclusione le proprietà fondamentali del
secondo ente logico primitivo non sono che le due riferite al § precedente,
potendosi coi segni di esse esprimere tutte le altre relazioni implicite o
indeterminate (2). Riassumendo la (1) S'intende che lo stesso può dirsi
sostituendo il ter- mine individuo al termine classe, per quanto s'è detto al §
2. (2) È noto che il sistema delle relazioni possibili è dato per l'ordinario
dall'elenco seguente : 1** equipollenza, 2** subordinazione, 3** esclusione,
4** interferenza, 5° coordinazione. 186 LOGICA FOBMALS breve trattazione, si
può ritenere che ogni rela- zione gode contemporaneamente d'una duplice
proprietà: 1° la proprietà di essere inclusione (di una quantità logica), 2® la
proprietà di essere esclusione (di una altra quantità corrispondente). Da ciò
risulta che ogni inclusione o afferma- zione logica di una data quantità si può
consi- derare come un'esclusione o negazione logica di un'altra quantità
corrispondente e viceversa. Qualora poi sembrasse utile introdurre le due
proprietà della relazione con proposizioni spe- ciali, il loro enunciato non
potrebbe essere molto diverso dal seguente: P penso prima un individuo poi una
classe o viceversa, piii brevemente, includo cioè affermo, 2** penso prima un
individuo poi un altro, o prima una classe poi un'altra, più brevemente,
escludo cioè nego. 4. Critica dei concetti positivi e negativi. — Bi- sogna
adunque evitare accuratamente di ritenere, come si fa quasi da tutti, che in
realtà vi siano dei concetti positivi e negativi. Ogni concetto in sé è
quell'ente logico che è (quantitativamente) . Quando poi lo si riferisca a tale
o tale altro ente, in tale o tal'altra maniera, allora solo può essere
considerato come positivo o negativo, perchè per effetto della sopraggiunta
relazione diventa quello che diventa (qualitativamente). 5. Proprietà
secondarie, — Oltre queste pro- prietà che formano il cardine d'ogni
trattazione logica e sgorgano più o meno immediatamente dai due concetti
primitivi proposti, ai quali sono proprie, figurano altre proprietà secondarie
co- muni ai due gruppi, le quali servono a chiarire sempre meglio la natura dei
concetti (1). La più caratteristica proprietà secondaria dei concetti logici è
la commutazione. Per ranalisi logica del concetto la logica clas- sica
insistette grandemente sopra la distinzione degli elementi secondo il loro
valore logico, cioè secondo quello che si dice nel linguaggio logico : ordine
dei predicabili (trattandosi naturalmente della comprensione). (1) Abbiamo
detto chiarire e non definire, perchè come non si può pensare di dare una
definizione logica degli enti primitivi che sono indefinibili per convenzione,
a meno che non si dia il nome di definizione degli enti in se stessi alla
semplice determinazione di quelle proprietà dalle quali possono dedursi
logicamente le altre (cfr. Bu- RALi-FoRTi, op. cit., pag. 129 e seg.:
Definizioni di terza specie. L'uso di questa espressione è puramente
arbitrario), cosi bisogna mettere da parte tutte le definizioni psico- logiche,
metafisiche, ontologiche, filologiche che per de- finire il concetto logico
ricorrono a dati extralogici e con esse tutte le questioni intomo all'origine,
all'attività rappresentativa elaborata nella formazione dei concetti e alle
condizioni psicologiche dell'ideazione o concezione. Psicologicamente si può
ricordare che mentre la per- cezione e già una sintesi di sensazioni, il
concetto e una sintesi di percezioni; in altri termini è una riduzione della
molteplicità all'unità che ci fa abbracciare in un solo atto sistematico del
pensiero una quantità indefinita di oggetti. Il concetto e una sintesi nuova e
più com- plessa formata dalla nostra attività rappresentativa. Sotto questo
riguardo si distinsero varie specie di note, divise ordinariamente in due
classi. Il primo posto spetta alla nota generica so- stanziale. Il secondo
posto spetta alle note qualificative, le quali seguono un ordine nell'organismo
stesso del concetto, che non si può invertire. Non è qui il luogo di esporre le
dottrine sto- riche riguardo lordine dei predicabili. Molto pili importante è
invece il rammentare che la logica matematica ha ormai dimostrato
definitivamente che tanto la disposizione delle parti nella sfera, quanto
quella delle note nel contenuto e quindi l'ordine così dei termini della somma
logica, come dei fattori del prodotto lo- gico, è logicamente indifferente.
Questa proprietà toglie quindi ogni esitazione nella scelta del migliore ordine
dei predicabili, e agevola immensamente la costruzione dei mo- delli del
concetto (1). (1) Restano tre altre proprietà: e) Associazione, espressa dalle
identità seguenti: abc = {ab) c = a (hc)\ a + ò + e = (0+6)+ c = a +(6+ e) d)
Distribuzione, espressa dalle identità seguenti: a [b -]- e) = ab -\- ac\ a -(-
{bc) = (a •\-b){a-\- e) e) Assorbimento, espressa dalle entità seguenti:
a(a-\-b) = a\ a-^ ab==a Ma giova notare che la prima indica solo la possibi-
lità d'un raggruppamento convenzionale di termini che forse non differisce
sostanzialmente dalla commutabilità ; la seconda non si potè ancora dimostrare
completamente, anzi, secondo lo Schroder (cfr. Vorlesungen, Lezione VI) sarebbe
indimostrabile ; la terza si verifica ricorrendo alle proprietà anteriori. Concetto
del concetto. — Fin qui, per neces- sità analitica, si è tenuta separata
considera- zione dell'idea o concetto dalla relazione. Ma ora è bene avvertire
che ciò che si dice comunemente concetto è ciò, che si ottiene fon- dendo
insieme gli enti logici primitivi (concetto puro idea e relazione) e in esso
implicando le proprietà. Ad ogni modo, se è vero che, per questa ac- cezione
ordinaria della parola, il concetto si pre- senta come una specie di sistema
derivata di enti primitivi e di proprietà logiche abbastanza complicato, non è
men vero che in generale e rigorosamente parlando ogni concetto è un si- stema.
I concetti più vicini ai primitivi sono dei mi- nori sistemi di relazioni di
proprietà, e i sistemi di relazioni più complesse, rappresentate dalle forme
ulteriori del pensare, non sono fondamen- talmente diversi da quel sistema più
elementare che è il concetto primitivo. " Vi è solo questa differenza ,
osserva opportunamente il Masci, che le prime sono formazioni inconsapevoli e
le altre sono formazioni ulteriori volontarie e ri- 7. Forme logiche pure, — Le
proprietà enun- ciate sono semplicissime e note ad ogni persona, quantunque non
da tutti vengano enunciate sotto la forma precedente. Adottando l'ipotesi che
tutti i concetti logici, di cui si occupa la logica formale, siano costruiti
colla medesima regola e godano delle stesse pro- prietà, d'ora innanzi si potrà
parlare di forme logiche pure ed impure. 140 LOGICA FORMALE Una forma logica
dicesi pura quando tutti i suoi elementi godono delle stesse proprietà e
derivano da una medesima legge, cioè da un medesimo metodo di costruzione. In
quello che seguirà noi ci occuperemo delle sole forme logiche pure, essendo
queste le sole per cui r uniforme modo di generazione e la stretta correlazione
fra le parti permettano una comparazione sotto qualche riguardo plausibile
cogli enti matematici e fisici. 8. Conclusione, — Tutte queste proprietà prin-
cipali e secondarie, alle quali ci ha condotto l'analisi delle idee primitive,
saranno applicate dapprima nella costruzione dei modelli delle idee primitive,
verificate in seguito nella teoria delle idee derivate e nella funzione dei
modelli corri- spondenti. Per ora mi limito a constatare Tutile che deriva
dalla divisione degli enti logici primitivi dalle loro proprietà; notando che i
principi logici esposti in questo capitolo e nel precedente for- mano in realtà
una parte essenziale delle pre- senti ricerche. CAPO III. Modelli ideofisici
delle idee primitive. 1. Sostituzione della rappresentazione meccanica dei
feno- meni logici alla rappresentazione grafica. — 2. Primo modello ideofisico
dell'idea. — 3. Modello ideofisico della relazione. — 4. Modello concentrico a
parti- colare fisso. — 5. Modello differenziale. — 6. Fun- zione del modello in
accordo col principio fonda- mentale della logica. — 7. Rappresentazione dei
rapporti quantitativi e qualitativi dei concetti. — 8. Rapporti invertibili e
non invertibili. — 9. Nota sul comportamento del modello ideofisico. — 10. Con-
clusione. 1. Sostituzione della rappresentazione meccanica dei fenomeni logici
alla rappresentazione grafica, — Le nozioni date finora sono certo lontane dal-
l'avere quella concisione che è necessaria per potervi ragionare sopra
applicando i metodi ri- gorosi della matematica; sopratutto in causa della
vasta nomenclatura che fu adottata per rendere più accessibile la trattazione.
Esse però sono sufficienti per lasciarci intravedere la possibilità di
costruire dei modelli ideofisici capaci di tutta la precisione deside- rabile.
" La sostituzione di simboli a parole e di for- mule a proposizioni —
osserva giustamente il Peano — è una delle più grandi scoperte del- l'algebra
moderna „ (1). La sostituzione della rappresentazione grafica delle quantità
logiche ai simboli ed alle formule matematiche (interpretazioni delle classi
logiche e delle operazioni elementari colle classi, con classi di punti e
figure, quali rettangoli, cerchi, ecc., già usate da Leibniz e da Euler), ha
aperto la strada alle invenzioni delle macchine logiche (dalle quali finora si
sono ricavati scarsi risul- tati); e finalmente la sostituzione dei modelli
ideofisici al rudimentale schematismo dei simboli euleriani è venuta ad
apportare non solo un vantaggio di brevità, di precisione e di evidenza
intuitiva, ma un nuovo strumento di ricerca che, per certi riguardi, appare
pressoché indispensa- bile al progresso della logica formale. 2. Primo modello
ideofisico delVidea, — Per gli scopi di un primo e piti semplice paralle- lismo
ideofisico si può ottenere un modello ade- guato di una forma logica pura e
primitiva, che sarà detta anche piti brevemente corpo logico, rappresentando il
corpo logico particolare (indi- viduo) con un corpo fisico di una dimensione
costante, e il corpo logico universale (classe) (1) Peano, Aritmetica generale
e algebra elementare, Pa- ravia, Torino con un altro corpo fisico di una
dimensione maggiore del primo , legando poi insieme le due masse con
un'assoluta invariabilità di rap- porti. Sia, per esempio, rappresentata l'idea
parti- colare di individuo con una rotella di piccolo raggio (P) e Tidea
universale di classe con altra rotella di raggio doppio del primo (U) (Fig. 1).
Per indicare che un corpo logico è sempre nello stesso tempo considerabile da
due punti di vista particolare e universale, faremo che le due ruote siano
congiunte e concentriche Tuna all'altra, ponendo perciò la rotella minore nel-
r asse della ruota maggiore ed in forma di cilindro sporgente, costruendo
insomma ciò che si dice comunemente in meccanica un asse nella ruota, cioè un
cilindro rigido (P) girevole intorno al suo asse ed infisso perpendicolarmente
in una ruota (U), in modo che il suo asse passi pel centro di questa. 3.
Modello ideofisico della relazione. — È chiaro che la relazione tra idea ed
idea non può venire espressa con uno schema di corpo esteso qualunque. Avendo
il verbo — per cui si esprime sempre la relazione tra idea ed idea nel discorso
una natura essenzialmente funzionale {{if\ixa), trovare un modello ideofisico
della relazione tra idea ed idea, data l'ipotesi antecedente, equivarrà a
trovare in che modo si può stabilire una comuni- cazione di forza tra una serie
di ruote successive. Ora si sa che si possono fare meccanicamente le
comunicazioni richieste in due modi diversi ma equivalenti : o adoperando una
serie di ruote munite alla loro periferia di denti i quali s'in- castrino fra
loro in modo conveniente, o con- giungendo insieme le ruote per mezzo di funi,
di cingoli senza fine. Questa convenzione ultima sarà appunto adot- tata per
tutti i modelli ideofisici presenti. E così, uguagliando la relazione
affermativa al caso delle ruote giranti nello stesso senso, e la relazione
negativa al caso delle ruote giranti simultaneamente in senso opposto (1),
potremo in- dicare coirunico modello della rotazione dei corpi fisici il doppio
carattere affermativo e negativo dei corpi logici. (1) Per rimmagine intuitiva
del rapporto di opposizione è interessante ricordare il seguente passo del
Masci: ** Aristotele, considerando i concetti opposti soltanto nel primo modo,
espresse la loro opposizione come il massimo possibile intervallo tra i punti
estremi di un tutto continuo, e disse quelle nozioni ex òiainéxpou àvxi-
KCtaGai. Ma se consideriamo il secondo modo, meglio che l'opposizione ex
diametro dei punti immobili massima- mente distanti di una fierura, ci varrà,
ad intendere Top- posizione, l'immagine della combinazione di forze con- trarie
in una stessa risultante, o in un punto d'indif- ferenza. ** La polarità, che e
l'opposizione nella direzione delle Modello concentrico a particolare fisso. —
Combinando insieme i due modelli dell'idea e della relazione si ottiene un
sistema di due corpi concentrici rotanti intorno ad un asse che può essere
considerato come la definizione ideofisica di un concetto puro o corpo logico
qualunque. Le ruote di un molino, quelle di un orologio, tutte le carrucole o
puleggie, gli assi nella ruota trovansi in questa condizione. Questo sistema
prenderà d*ora innanzi il nome di modello concentrico a particolare fisso (Cfr.
Fi- gura 1). 5. Modello differenziale. — Altre rappresen- tazioni meccaniche
del concetto si possono esco- gitare, perchè — come è noto — se un fenomeno
ammette una spiegazione meccanica completa, ne ammette infinite altre che
rendono conto ugual- mente bene di tutte le particolarità rivelate dal-
l'esperienza. Perciò essendo interessantissimo verificare che anche nel campo
dei modelli ideofisici una certa ipotesi, vale a dire un certo meccanismo, può
spiegare ossia riprodurre solo alcuni fenomeni e non più alcuni altri, in un
secondo modello forze, è un'immagine intuitiva assai adatta dell'opposizione
logica che qui consideriamo. E molti esempì di essa ci sono dati dalle scienze
naturali. Il perielio e l'afelio delle otbite planetarie, le forze centripeta e
tangenziale, sono in opposizione contraria, e concorrono a determinare la
figura delle orbite planetarie. Il punto d'applicazione delle forze, e quello
d'applicazione della resistenza, sono i momenti della leva; i colori sono gli
elementi della luce bianca ,. Masci, op. cit., pag. 126-7. Pastoue, Loijica
formale. 10 146 LOGICA FORMALE del concetto, ho voluto imitare i casi ai quali
dà luogo la presenza di più particolari dentro un universale, analogamente al
grande principio che un concetto contiene il germe di tanti giu- dizi quanti
sono gli individui della sua esten- sione, quante sono le idee della sua
compren- sione. Vedremo che il modello concentrico a parti- colare fisso
riproduce assai bene tutti i fenomeni dei corpi logici semplici e primitivi, ma
non quelli dei corpi logici derivati e composti, come, per esempio, tutti i
modi legittimi ed illegittimi del sillogismo. Vedremo che invece l'altro
modello che de- scriverò fra poco si estende anche a questi fatti più
complessi. Vuol dire che il secondo sarà più accettabile (zulàssig) del primo.
Ma, lo ripeto, finche si resta nel campo dei corpi logici semplici i due
apparecchi sono in tutto equivalenti. Vi sono nell'apparecchio differenziale
tre ruote dentate coniche (pignoni) collegate opportuna- mente fra loro; ognuna
di esse rappresenta un elemento incluso in una classe, cioè un partico- lare
d'un universale. Questo universale è rappresentato a sua volta da una quarta
ruota ridotta a manicotto, por- tante due sbarre normali all' asse e poste una
sul prolungamento dell'altra, la quale comanda a tutto il sistema. La
disposizione, che ricorda l'ingranaggio dif- ferenziale del Maxwell e
sopratutto i vari mo- delli fisici impiegati dal Garbasso per illustrare il
fatto delle teorie meccanicamente equivalenti, PARTE II - IDEE PRIMITIVE 147 le
leggi teoriche per la scarica dei condensa- tori, ecc., e numerosi fenomeni
elettromagne- l. -, astis ph "' ^U n _.,..tf 1 mTì.r mmB r lì 1 Fig. 2.
tici, si ricava immediatamente dalla seguente tavola schematica (Fig. 2). Sopra
Tasse orizzontale AB sono infilati il pi- 148 LOGICA FORMALE gnone G e la
carrucola D; questa carrucola D è fissata in posizione invariabile sull'asse
AB, il pignone C può venire fissato o reso libero sul- l'asse, mediante una
vite di pressione. Quest'organo AB, CD è colorato in rosso nel modello murale.
Sopra il tratto dell'asse AB che va dal pi- gnone C alla carrucola D è infilato
un lungo manicotto EF portante sull'estremità F la car- rucola 6, fissata
rigidamente in esso, e nel centro del sistema due sbarre HI, KL normali
all'asse e poste l'una sul prolungamento del- l'altra. La sbarra KL porta una
grossa sfera di ot- tone in L per equilibrare il sistema. Quest'organo EF, 6,
HI, KL è colorato in az- zurro nel modello murale. Ancora sopra l'asse AB e nel
tratto che va da K ad F è infilato un più corto manicotto MN che porta alle sue
due estremità la ruota co- nica e la carrucola P fissate rigidamente in M ed in
N. Questo organo MN, 0, P è tinto in giallo nel modello murale. Le due ruote C
e ingranano con una terza ruota Q, ch'è sostenuta dalla sbarra verticale HI,
intorno a cui può girare liberamente o venire fermata con apposita vite di
pressione. Quest'organo Q è lasciato in bianco sul mo- dello murale. Tutto
l'ingranaggio è retto da due robusti so- stegni di ghisa RS, TU; ed è posto in
movi- mento dalla manovella Z. In conclusione: l'ingranaggio centrale è un
sistema di tre pignoni ad angolo retto COQ, rotante intorno a due assi normali
Timo alFaltro ed equilibrato dal peso L (Fig. 3). Fiv. 3. 6. Funzione del
modello in accordo col prin- cipio fondamentale della logica, — Se io fisso il
pignone C, lascio libero il pignone Q e faccio girare la manovella Z, il
pignone C gira nel senso della manovella ; il pignone gira in senso contrario;
il pignone Q interferendo tra C e O comunica il moto da quello a questo e gira
in un suo modo particolare; l'asse verticale IL resta fermo; in altre parole
ciò vale a rappre- sentare che un concetto può essere preso in una parte della
sua estensione o in una nota della sua comprensione senza che sia preso in
univer- sale ; ciò che è vero per un incluso non è sempre vero per Tincludente.
Se io fisso C e fisso Q e faccio girare Z, Tasse verticale IL girando nel senso
della manovella intorno ad AB trascina con sé nel suo moto tutti i pignoni e li
fa girare nel senso della ma- novella; in altri termini, quando un concetto è
preso distributivamente, cioè in tutta la sua estensione o comprensione, tutti
i suoi individui o tutte le sue note vengono presi implicitamente con esso, in
conformità del principio che è di somma importanza per la logica: la parte è
su- bordinata al tutto^ ciò che vale in universale vale anche in particolare.
Veramente alla rappresentazione completa del modello del concetto non occorrono
le tre car- rucole DGP; esse formano soltanto un disposi- tivo accessorio che
permette di tradurre in modo pili esplicito i valori delle tre ruote C, IL, O
legate in guisa troppo implicita nell'ingranaggio differenziale. Cosi la
rappresentazione grafica di tutti questi rapporti può venire riprodotta e
schematizzata con grande facilità sopra di un foglio, inoltre la struttura
delle carrucole serve alla concate- nazione di tutti i rapporti che possono
interce- dere fra concetto e concetto, offrendoci campa sufficiente a tutte le
considerazioni, le applicazioni e le ricerche che qui intendiamo fare delle
forme logiche pure. Vi è luogo dunque a ritenere che questi due apparecchi:
l'ingranaggio differenziale e il si- stema delle carrucole, siano due modelli
equiva- lenti dei medesimi fenomeni logici, e che ognuno di essi possa
prendersi come rappresentazione dell'altro . 7. Rappresentazione dei rapporti
quantitativi e qualitativi dei concetti. — Ora è facile ricono- scere che
questo modello imita esattamente tutte le proprietà fondamentali dei corpi
logici primi- tivi, e rappresenta abbastanza bene le princi- pali combinazioni
in cui possono trovarsi gli elementi dei concetti nei loro rapporti quantita- ^
tivi e qualitativi. Come fu già detto, i tre pignoni rappre- sentano degli
individui di una classe, la sbarra verticale la classe di questi individui: 1^
Da ciò deriva immediatamente che Vin- clusione propriamente detta o
subordinazione resta significata dal rapporto di questi parti- colari con
l'universale e la sopraordinazione in- I versamento ; ' 2^ L'equipollenza e
significata dal rapporto di ogni ruota con se stessa; 3*^ La disgiunzione od
esclusione viene sim- boleggiata assai bene dai due pignoni C e che ^ girano in
senso opposto; 4° L'interferenza dai due pignoni C e Q, od e Q, che ingranando
coincidono e si escludono in un punto; 152 LOGICA FORMALE 5^ La coordinazione:
a) tra due elementi escludentisi o dis- giunti dal rapporto del pignone C col
pignone O che girando in senso opposto si escludono e pure sono inclusi dentro
la stessa classe IL (1); bj tra due elementi correlativi dal rap- porto tra i
due stessi pignoni C e collocati simmetricamente ; e) tra due elementi contigui
dal rapporto tra i due pignoni C e Q, o e Q che si toc- cano (2). (1) Una
rappresentazione ideofisìca più evidente di questi rapporti si otterrà
ricorrendo a due corpi logici distinti, come verrà indicato nella teoria degli
enti lo- gici derivati (Del giudizio). La logica ordinaria tratta di queste
relazioni logiche non a proposito del concetto considerato in se stesso come si
fa qui, ma a proposito del concetto considerato in rapporto ad altri concetti,
come fu già avvertito a suo tempo. Per rappresentare graficamente le relazioni
logiche dei concetti fra loro si ricorre di solito ad alcune figure geo-
metriche dette comunemente simboli euleriani, nelle quali la sfera od
estensione dei concetti è designata con cir- coli (proiezioni delle sfere nei
piani) che furono dal ma- tematico Eulero proposti nelle pue Lettres à une
Princesse d^Allemagne (Lett. 102, 5). Essendo notissimi, questi simboli non
vengono riportati nel testo. Il Nagy avverte che non bisogna supporre che
questa sia una rappresentazione inappuntabile della cosa, e, molto meno,
attribuirle una qualsiasi forza di prova. (2) Si potrebbe ancora convenire di
rappresentare la \ contradditorietà col rapporto che intercede tra un pignone
qualunque e tutto il resto del modello che si può con- siderare come la sua
negazione. Ma per ragioni di coe- renza e di comodità non s'introduce un'altra
convenzione La somiglianza di questo apparecchio col con- cetto considerato
come un sistema di proprietà (1) e di relazione di proprietà è quindi completa.
8. Rapporti invertibili e non invertibili, — È finalmente da notarsi che se il
rapporto di equi- pollenza, di interferenza, di esclusione, cioè Tor- dine
degli elementi equipollenti , interferenti ed escludentisi di un concetto per
le propiietà commutativa ed associativa è invertibile, non è per tradurre il
rapporto della negazione, che, secondo me, e già vero rapporto di opposizione
contradditoria. Cfr. il § 3, Gap. II, Parte II. (1) Per la proprietà
commutativa si sa che l'ordine degli elementi è indifferente. Nondimeno,
volendo, si potrebbe imitare assai bene il classico ordine dei predi- cabili di
Aristotele (attribuiti ingenuamente, come dice il Franti, a Porfirio) (T^vot;,
clòoq, biacpopd, Ibiov, auMfe- pnKÓq), rappresentando, p. e., il genere con
Tasta verticale IL; la specie col pignone C, la differenza col pignone 0, il
proprio col pignone Q, Vaccidente col quarto pignone X che si può introdurre
comodamente nel sistema di fronte al pignone Q. Nel modello questo quarto
pignone X, il cui valore è precisamente solo accidentale e simmetrico, fu
omesso per ragioni evidenti. Non sarà inutile rilevare a questo proposito che,
riu- nendo in sistema unico tutte le note riferite secondo Vordine dei
predicàbili^ si ottiene il contenuto compren- sivo {complexus, connotatio) d'un
concetto. Anche per questa via resta quindi dimostrato che l'ap- parecchio
ideofisico immaginato può considerarsi a buon diritto come un modello
comprensivo, come del resto avevasi già ragione di ritenere, dopo la
considerazione fatta al capo li, invertibile il rapporto di subordinazione cioè
l'ordine dei subordinati. Anche questa proprietà è dimostrata chiara- mente dal
modello differenziale. Infatti: 1° Nel primo caso, il pignone che viene messo
in movimento prima dell'altro, può anche venire posto in movimento dopo l'altro
; ciò non influendo minimamente per il movimento del tutto. Ciò significa che
le parti equipollenti, inter- ferenti ed escludentisi dì un concetto stanno una
accanto l'altra nel puro spazio logico, come è la loro collocazione logica in
un momento qua- lunque del sistema (Coesistenza), 2^ Nel secondo caso, l'asta
verticale IL deve esser posta in movimento prima di un pignone qualunque,
mentre nessun pignone particolare che si muova prima, può mettere in movimento
Tasta verticale. Ciò significa che le parti subordinate di un concetto devono
venire successivamente poste una dopo l'altra, nella linea ideale del tempo,
perchè la loro collocazione logica è regolata dal principio della ragion
sufficiente o della causa- lità della subordinazione o dell'inerenza, che dir
si voglia (Successione necessaria). 9. Nota sul comportamento del modello ideo-
fisico. — Però io devo confessare che mentre le proprietà fondamentali degli
enti primitivi fu- rono raccolte sistematicamente e combinate in modo riflesso
nell' apparecchio differenziale, af- finchè venissero spiegate con un solo
meccanismo, è un puro caso che il modello adottato sia an- cora capace di
riprodurre esattamente i fatti nuovi del 2° ordine, cioè le proprietà
secondarie dei concetti, mostrando di avere con la realtà logica maggiori punti
di contatto che non si po- tesse credere a prima vista. È certo che questi
fatti nuovi, dal punto di vista esclusivamente logico, non sono che con-
seguenze logiche dei fatti già noti, vale a dire sono quelli stessi sotto altra
forma. Come tali essi furono appunto considerati nel capitolo II (Proprietà
delle idee primitive) e la loro trattazione rientra quindi nella sezione del
concetto considerato in se stesso (1); essendo notorio che i cinque rapporti
logici tra i concetti (equipollenza, subordinazione, esclusione, interfe-
renza, coordinazione) si riducono ai due soli rap- porti di inclusione e di
esclusione, già affermati come proprietà fondamentali della seconda idea
primitiva. Ma questo comportamento del modello ideo- fisico ha un significato
logico e gnoseologico assai profondo. Esso ci mostra infatti come una volta che
si è costruito un modello ideofisico preciso e com- pleto di un sistema di
corpi logici, osservando scrupolosamente il principio della teoria dei mo-
delli [contraddistinguere ogni ente logico con un segno fisico corrispondente]
possiamo aspettarci che (1) Quasi tutti i trattati ordinari di logica dividono
la teoria del concetto in due parti : 1** il concetto conside- rato in se
stesso; 2® il concetto considerato in rapporto ad altri concetti. Evidentemente
questa separazione oltre a non essere necessaria finisce per invadere la teoria
del giudizio e genera un duplicato ingombrante. questa macchina ideofisica
serva alla riprodu- zione di altri fenomeni non ancora osservati. Il che si
ottiene facendo funzionare questa macchina in guisa da ricavarne nuovi fatti e
nuove leggi, vale a dire, procurando di dedurre da essa alcune conseguenze
sperimentali (rela- zioni leggi), e basterà paragonare queste con- seguenze
meccaniche coi risultati teorici già noti per giudicare dell'esattezza del
funzionamento del meccanismo costrutto. In questi casi, se il modello fisico è
buono per tutte le premesse logiche, si può senz'altro prevedere che ogni cosa
sarà comune tra la teoria razionale e la teoria fisica; e per quanto tra loro
non interceda che un semplice rapporto di corrispondenza, si può afifermare che
le leggi razionali, non solo coincidono, ma devono coinci- dere con le leggi
sperimentali. Questo non vuol dire però che il modello dif- ferenziale contenga
della natura dei processi mentali tutta la realtà o anche solo una parte. A
nessuno viene in mente di credere che i concetti si includano o si escludano
Tun l'altro nelle forme elementari del pensiero per ingra- naggi, pignoni,
carrucole, cingoli senza fine e manovelle. " L'unico legame fra la natura
e il modello, nel caso più favorevole, consiste in ciò che le leggi, secondo le
quali variano le quantità cor- rispondenti, sono nei due sistemi le stesse „
(1). Purché i risultati di un modello ideofisico di- li) Garbasso, 15 lezioni
sperimentali sulla luce. Milano cano questo, importa poco da un certo punto di
vista che gli organi elementari della teoria siano meccanici, fisici,
geometrici, aritmetici, algebrici, grammaticali o astrattissimamente ra-
zionali. È la forma e là legge della forma che vo- gliamo afferrare, non la
sostanza. 10. Conclusione. — Come conseguenza di ciò che è contenuto in questo
capitolo possiamo dunque affermare la completa analogia di costru- zione fra il
concetto logico e il modello diffe- renziale, di guisa che la descrizione
meccanica del modello diventa la descrizione logica del concetto. È possibile
infatti ottenere, congiungendo mec- canicamente i modelli ideofisici fra loro,
tutte le relazioni che passano tra i concetti logici. Il che dimostra che le
leggi secondo le quali variano le quantità corrispondenti nei due sistemi sono
le stesse. ì Parte Terza IDEE DERIVATE > PARTIZIONE DELLE IDEE DERIVATE Gli
enti logici derivati si ricavano dagli enti primitivi, congiungendo insieme
questi ultimi secondo tutte le relazioni consentite dalle loro proprietà. Gli
enti derivati sono quindi logicamente suc- cessivi agli enti primitivi, e le
loro combinazioni offrono al pensiero la possibilità di passare da un concetto
ad un altro. Ciò dimostra che gli enti primitivi sono in certo senso come forme
statiche del pensiero simultaneo; gli enti derivati forme dinamiche del
pensiero successivo. L'ente derivato più sem- plice del pensiero successivo,
nel quale si esprime una sola relazione sotto forma di nesso binario, è il
giudizio elementare. E da notare che sotto la forma generale dei nessi binari
si elencano i giudizi semplici e i giudizi composti. Alle forme generali dei
nessi binari, succe- Pastore, Logica formale. 11 162 Jj'ffilCA ruRXALC dono le
forme generali dei nessi ternari, quater- nari, quinari, ecc. (sillogismi,
polisillogismi, ecc.) che, sia per il loro numero, sia per la loro com-
posizione, esauriscono le risorse attuali della logica. In tutte queste
combinazioni di enti derivati l'idea primitiva della relazione (espressa dalla
copula è, non è) rende un grandissimo servigio al pensiero, perchè riducendosi
all' espressione pura e semplice della proprietà sostitutiva, rende possibile
l'operazione essenzialmente analitica e progressiva del discorso. La
trattazione degli enti logici derivati sarà per ora divisa in due sole parti:
1* relazioni di concetti (giudizio); 2* relazioni di relazioni (raziocinio).
Supponendo il lettore bene addentro nelle teorie logiche, ne accennerò solo per
brevissimi para- grafi i punti fondamentali, affinchè sia più age- vole il
confronto con le proprietà dei modelli ideofisici e ci sia infine lecito di
affermare che, anche per gli enti derivati, le leggi formali del pensiero
coincidono con le leggi sperimentali dei modelli. ^ 1^ j g ^ iAi^ R ^ j g' lA j
y »A< j r»»Ai' R iAi 5g ^ j y "^ jg ^ jR '^fc' jR. '^ '^ »^ ^ ^ ^ ^ '^^
J ^^ g CAPO I. Relazioni di concetti (Giudizio) Art. 1. — Teoria Logica. ].
Definizione del giudizio. — 2. Partizione dei giudizi. — 3. Giudizi semplici e
combinazioni possibili. — 4. Sfera e contenuto del giudizio. — 5. Conclusione.
1. Definizione del giudizio. — Ponendo un corpo logico (concetto) in una
relazione qua- lunque con un altro si dà origine ad un giudizio, che si può
quindi definire l'espressione delle re- lazioni dei concetti. 2. Partizione dei
giudizi, — Una relazione fra due concetti dà origine al giudizio semplice od elementare
; fra piti concetti al giudizio mul- tiplo ; pili relazioni fra concetti
producono il giu- dizio composto. Giudizi semplici e combinazioni possibili. —
Analogamente alla distinzione introdotta nella teoria dell'idea, vi sono tante
forme di giudizi semplici quante sono le combinazioni o le rela- zioni
possibili di due concetti, consentite dalle loro proprietà. Ogni concetto
essendo sempre contemporanea- mente un universale (classe) ed un particolare
(individuo) {quantità) ed ogni relazione fra due concetti potendosi ridurre
all'inclusione ed al- l'esclusione {qualità); da queste quattro gran- dezze
concettuali (due quantitative UP, tJ'P' e due qualitative +, — ) nascono le
otto combina- zioni seguenti: 1 U + U' 2 U + P' (A) 3 P + P' (I) 4 P + U' 5 U —
U' (E) 6 U — P' 7 P — P' 8 P — U' (0) quattro delle quali (2*, 3*, 5*, 8*) sono
state poste prima, come unicamente vere, dalla logica classica. Tutto l'elenco
è stato quindi indicato con pre- cisione dagli inventori della quantificazione
del predicato (1). ri) In seguito,
completandosi e perfezionandosi a poco a poco la teoria della quantificazione e
della qualificazione del giudizio, le quattro com- binazioni : 1*, 4*, 6*, 7*
furono nuovamente e con varia fortuna escluse ed incluse, come e perchè non è
ora il caso di riferire. Essendo mia intenzione cominciare a dimo- strare
Tapplicabilità della teoria dei modelli ideo- fisici al caso ristretto della
logica aristotelica tradizionale, nelle pagine seguenti si tratterà «olo della
risoluzione dei problemi riguardanti le combinazioni 2*, 3*, 5*, 8*
corrispondenti ai valori A, E, I, 0, considerati dalla logica classica. Resta
esclusa parimenti ogni altra forma di giu^ dizio non derivante dalle proprietà
mentovate (1). (1) I giudizi si sogliono classificare: P sia considerando la
materia (quantità); 2® sia considerando la forma (qualità, relazione, mo-
dalità). È noto il quadro kantiano per la divisione dei giudizi: l Universali
Quantità l Particolari ( Individuali ( Affermativi Qualità \ Negativi (
Limitativi i Categorici Relazione] Ipotetici ( Disgiuntivi . ( Problematici
Modalità l Assertori ( Apodittici Ma si badi che, quanto alla quantità, gli
individuali sono eliminabili; quanto alla qualità, sono eliminabili i
limitativi; quanto alla relazione, questo rapporto indi- cando semplici
differenze morfologiche ed accidentali è 4. Sfera e contenuto del giudizio. — 1* Poiché
la sfera di an concetto è la somma di tutte le sue parti subordinate, cioè dei
suoi individui, e la quantità del giudizio resta determinata dalla sfera del
solo soggetto converrà distinguere ac- curatamente codesta sfera del soggetto
dalla sfera del giudizio; essendo quella la semplice sfera di un concetto,
laddove questa è la sfera d'una relazione di concetti, e più precisamente la
somma delle parti d*un giudizio. 2^ E parimenti si ragioni del contenuto. 5. Conclusione.
— I principi suesposti rego- lano la dottrina classica del giudìzio nei suoi
punti fondamentali. Ordinariamente in questa dottrina i trattati comuni di
logica contemplano anche la dottrina delle relazioni dei giudizi, che sono poi
costretti a ripetere, sebbene sotto mutata nomenclatura, nella dottrina del
sillogismo immediato (trasfor- mazione e risoluzione delle relazioni
elementari). Qui ho cercato di evitare tale ingombrante duplicato trasportando
tutta la trattazione delle relazioni dei giudizi nella prima parte del capi-
tolo successivo, che tratta delle relazioni delle relazioni. trascurabile;
quanto alla modalità, questo rapporto non avendo natura logica ma solo
psicologica e metafisica, determinata dal fatto che è lo spirito che deve giudicare
sulla verità del giudizio per cui l'espressione può essere possibile reale o
necessaria, deve essere rigorosamente eliminato. Cfr. Naqy Modelli ideofisici
del ^indizio. 1. Costruzione del modello del giudizio. — 2. Deduzione meccanica
della teoria del giudizio. — 3. Conclusione^ 1. Costruzione del modello del
giudizio. — Continuando a servirci dei nostri simboli . ideo- fisici costruiremo
un modello meccanico del giu- dizio sostituendo: 1° Quanto alla materia : al
posto di S e P (che si possono considerare geometricamente come due punti
successivi posti alle due estre- mità di un segmento dato) due assi nella
ruota; 2® Quanto alla forma: al posto della rela- zione espressa dal verbo, una
cinghia senza fine scorrevole fra i due corpi ideofisici in modo da costituire
una vera macchina composta. E, conforme a ciò che fu dichiarato anteceden-
temente, rappresenteremo la relazione logica affer- mativa, con la rotazione
simultanea delle due ruote S e P nello stesso senso, per eifetto della cinghia
senza fine a due lati paralleli posta intorno ad esse, e la relazione logica
negativa con la rota- zione simultanea delle due ruote S e P, l'una in un senso
e l'altra in senso opposto per effetto della cinghia incrociata. La fig. 4
presenta il modello ideofisico del giudizio nella relazione elementare 0. I due
concetti S e P sono rappresentati tanto dai due ingranaggi differenziali,
quanto dai due sistemi concentrici di carrucole esterne, mediante i quali si
effettuano tutte le relazioni vo- lute tra S e P. 2. Deduzione meccanica della
teoria del giu- dizio. — Il problema più generale quanto alla determinazione
completa delle relazioni elemen- tari (giudizi elementari) possibili tra due
con- cetti dati a e è, il quale non è che il caso più ristretto del problema di
Boole, di Jevons, e di Clifford, si risolve ora molto facilmente enu- merando
in quanti e quali modi è possibile legare insieme due coppie di ruote
concentriche con una sola cinghia. Operando convenientemente sul modello con-
centrico del giudizio si ottengono le disposizioni qui appresso (Fig. 5) che
riproducono esattamente ^ tutte le otto combinazioni quantitative e qua-
litative mentovate nella teoria logica a proposito j della partizione dei
giudizi semplici (§ 3). ' Tutta la teoria logica della qualificazione e I della
quantificazione del giudizio riceve dunque ' da questi modelli un notevole
vantaggio di chia- rezza. Inoltre appare che la teoria ideofisica ha un valore
assai più largo della teoria analitica che sostiene l'edificio della logica
tradizionale. Si trova infatti che nessuna delle ragioni anali- tiche addotte
per l'esclusione dei giudizi del tipo P, 4<*, 6<*, 7® resta giustificata
ideofisica- mente (1). (1) Sarà ricordato altrove che questa teoria ideofisica
può essere anche considerata come un tentativo di fon-» dare la Logica formale
sopra basi quasi completamente diverse dalle classiche, e in pari tempo come
una giù- Il che non è poco interessante
se si osserva che qui — nel caso delle relazioni derivate dei concetti — non si
fa altro che usai-e il medesimo simbolismo già introdotto per la rappresenta-
zione completa degli enti primitivi. 5- @X|0) E 8. @<30) Fij?. 5. Finalmente
basta dare una semplice occhiata al modello per distinguere — in base alle con-
gtifìcazione della possibilità di una costruzione unica che soddisfi
completamente alle differenti teorie formali del- l'inclusione, della
estensione pura, della comprensione pura, della sostituzione,
dell'eliminazione, della equa- zione, ecc. venzioni stabilite — la sfera dei
soggetto del giudizio (quantità del giudizio) dalla sfera del giudizio, essendo
quella la semplice somma delle parti di un ingranaggio differenziale, laddove
questa è la somma delle parti di due ingra- naggi. Il che non è mai distinto
adeguatamente dalla teoria tradizionale. 3. Conclusione, — Essenzialmente
abbiamo trovato che le leggi fondamentali delle relazioni dei concetti
(giudizio) sono rappresentate in modo completo dai modelli proposti. CAPO II.
Relazioni di relazioni (Raziocinio) Art. 1. — Teoria Logica. 1. Definizione del
raziocinio. — 2. Relazioni principali. — 3. Operazioni fondamentali del
raziocinio imme- diato e mediato. — 4. Problema di Boole. — 5. Re- gole
speciali del sillogismo. — 6. Altre forme derivate del raziocinio. — 7.
Conclusione. 1, Definizione del raziocinio, — Ponendo una relazione logica
elementare (giudizio) in una re- lazione qualunque con una o più altre si dà
ori- gine ad una nuova forma elementare del pensiero successivo (raziocinio
immediato o mediato) che si può definire Tespressione logica delle relazioni
immediate o mediate delle relazioni. Le relazioni logiche date si dicono
premesse, la relazione che sì ricava conclusione. PARTE III - IDEE DERIVATE 173
2. Relazioni principali, — Le relazioni prin- cipali che risultano dal semplice
confronto di due giudizi sono due: a) inclusione, b) esclusione. Tutte le altre
(interferenze, coordinazione, ecc.) si ricavano evidentemente da queste, e, più
stret- tamente parlando, ogni relazione fra i giudizi è riducibile a una sola.
Queste relazioni e le relative figure sono già state mentovate più o meno
esattamente da Ari- stotele e dai suoi primi commentatori nel così detto
quadrato logico, il quale serve per rappre- sentare i rapporti di opposizione (contraria,
sub- contraria, contradditoria) e di subalternazione. 3. Operazioni
fondamentali del raziocinio im- mediato e mediato. — Secondo le teorie logiche
più recenti, per ricavare una qualunque di queste re- lazioni (conclusione) da
un'altra (premessa) si possono eseguire due gruppi di operazioni : 1^
trasformazione delle relazioni date in relazioni equivalenti (equipollenza); 2®
risoluzione delle relazioni date fra n con- cetti per uno di codesti concetti
con le n — 1 ri- manenti (inversione dei giudizi, conversione sem- plice,
conversione accidentale, contrapposizione, subalternazione). Queste operazioni
ci permettono di studiare tutti i casi di raziocini immediati. Per ricavare una
qualunque di queste relazioni (conclusione) da due o più altre (premesse) si
eseguisce un terzo gruppo di operazioni — eli- minazione di concetti o di
relazioni di concetti (termini medi) — che ci permetterà di studiare tutti i
casi di raziocini mediati che saranno og- getto di studio nei paragrafi
seguenti. Siccome il sillogismo, dal caso più semplice al più complesso, riposa
sopra questo principio su- premo : due cose uguali ad una terza sono uguali fra
loro, così si comprende che esso si riduce in ultima analisi ad un procedimento
di trasforma- zione, di risoluzione, d'eliminazione, di sostitu- zione di
concetti o di relazioni di concetti. 4. Problema di Boole, — Dopoché il nuovo
principio analitico della quantificazione del pre- dicato venne a cancellare
ogni differenza for- male tra il ragionamento sillogistico e il ragio- namento
matematico, guidando gli spiriti, come scrisse il Liard, alla costituzione
d'una logica algebrica — sulla base che ogni proposizione è in fondo una vera e
propria equazione del sog- getto e del predicato — è noto che il Boole, guidato
dal suo istinto matematico, generalizzò il problema dell'operazione deduttiva
(elimina- zione d'un termine medio in un sistema di tre termini) e la pose nel
modo seguente : dato un sistema d'un numero qualunque di termini, eliminare
tanti termini medi quanti si vogliano e determinare tutte le relazioni
implicate nelle premesse tra gli elementi che si desidera di ritenere; o
ancora: date certe condizioni logiche, determinare la descrizione di una classe
qualunque di oggetti sotto queste condizioni. Si capisce che il sillogismo
tradizionale aristo- telico intorno a cui si raggruppò tutta la logica formale
non è che il caso particolare più sem- plice della teoria generale
deirelimìnazione. Queste dichiarazioni limitano quindi grande- mente la portata
d'ogni logica simbolica che volesse limitarsi a seguire l'ordine formale della
logica stabilito dalla tradizione ; come è appunto il proposito di queste
ricerche. Nondimeno, anche per un tentativo più audace dovendosi sempre tener
conto dei casi più sem- plici, non sarà fuor di proposito il rilevare che il
problema logico proposto in tutta la sua ge- neralità dal Boole, può ricevere
una soluzione molto semplice ed evidente senza perdere nulla della sua portata
generale, quando si voglia trat- tenerlo nell'ambito della logica tradizionale.
Che significa infatti il problema seguente : * date certe premesse o condizioni
logiche, deter- minare la descrizione d'una classe qualunque di oggetti sotto
queste condizioni? Significa: Date certe condizioni logiche di quan- tità
(universale, particolare) e di qualità (affer- mativa, negativa) : a) sia sotto
la forma di termini singoli (concetti) ; b) sia sotto la forma di serie di
termini (giudizi, raziocini a 1, 2, 3, n termini medi) ; determinare le
condizioni di quantità e di qua- lità d'una classe qualunque di termini che
possa fungere da conclusione logica delle premesse (cioè che possa andare
d'accordo con le pre- messe) secondo le leggi generali del pensiero. Questo
nuovo aspetto che viene ad assumere il problema logico fondamentale della
deduzione, evitando la moltitudine dei processi algebrici complicatissimi inerenti
al sistema di Boole, e 176 LOGICA FOBMÀLB pur conservandosi soddisfacente tanto
all'anali- tica antica quanto alla moderna, sarà impiegato nella ricerca dei
modi legittimi ed illegittimi del sillogismo. 5. Segale speciali del
sillogismo, — Figure, Modi. — Enunciato il principio supremo del sil- logismo,
appena sarà necessario ricordare che le regole speciali sono otto, quattro per
la materia remota, quattro per la materia prossima (1). Le figure sono quattro
e nascono dalla diversa collocazione del termine medio nelle due pre- messe :
!• Fig. 2» Fig. 3» Fig. MP PM MP S M_ S M_ MS_ SP SP SP Siccome ogni giudizio
non può essere che uno dei quattro casi À, E, I, 0, ed ogni sillogismo (1) AJ
Per la materia remota: /Numero 1** Tertnintts esto triplex: medius maiorque
"^ \ minorque. - ; Estremi 2* Latius hos quam praemìssae conclusio non
vuU. H ì 1^ 1 . S 3* Nequaquatn medium capiat conclusio oportet. } 4** Aut
semel autiterum medius generaliter esto. B) Per la materia prossima: SI 5*
Amhae affirmantes nequeunt generare ne Qualità ) 9<^*^i^' ^ ) 6"
Utraque si praetnissa neget nihil inde se- \ quetur. Quantità 7° Nil sequitur
geminis ex particularibus un- quam. ^ua 1 a / go Pejorem sequitur semper
conclusio parteìn. è composto di tre giudizi, così, per ciascuna fi- gura
completa , avremo 64 combinazioni ter- narie (4 X 4 X *). In tutto s'avranno
256 combinazioni qualitative e quantitative o modi sillogistici (64X4) (1). Il
seguente elenco contiene i 64 modi di ogni figura : aaa aea aia ao a a a e a e
e aie a oe a a i a e i a i i a o i aao a e aio a o o e aa e e a eia eoa e a e e
e e eie eoe e a i e e i e i i eoi e a o e e e i o eoo a a tea a e i e e ai te i
i a i e Ila t a ite i e i i i i i i i o i o oaa o e a a e e e a i e i a o e t a
o a o i e o e i i o i i O 00 Però non in tutti: 1® le condizioni qualitative e
quantitative date come premesse possibili sono compatibili con le regole
speciali del sillogismo; 2^ né la determinazione delle condizioni quantitative
e qualitative data come conclusione (1) Ordinariamente, limitando la
considerazione alle premesse, si contano 16 combinazioni di premesse per ogni
figura, e in tutto 64 modi. possibile
può fungere da conclusione legittima secondo le leggi generali del pensiero.
Così si esclusero 60 modi considerati come illegittimi nella prima figura, 60
nella seconda, 58 nella terza, e 59 nella quarta. Rimasero come valevoli: nella
prima i quattro modi espressi dalle parole mnemoniche: Barbara, Celar ent,
Darii, Ferio ; nella seconda i quattro modi: Cesare^ Ca- mestres, Festino,
Baroco; nella terza i sei modi: Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Ferison,
Bocardo; nella quarta i cinque modi: Baralip{ton), Da- bitis, Celantes,
Fapesmo, Frisesom{orum) (1). 6. Altre forme derivate del raziocinio, — A ciò si
riduce sommariamente la teoria dei sillo- gismi mediati categorici, ai quali si
riduce in sostanza anche la teoria dei sillogismi cate- gorico-ipotetici. Essi
si distinguono pure nelle stesse figure e negli stessi modi. La differenza è
assai semplice. Nei categorici figurano come premesse delle re- lazioni di
concetti ; negli ipotetici delle relazioni di relazioni, cioè di giudizi. Non
fa d'uopo entrare nella trattazione dei sillogismi ipotetici propriamente
detti, che con- tengono come premessa minore un giudizio esi- stenziale —
perchè devono essere escluse dalla logica pura tutte le forme di sillogismo che
non (1) Secondo altri; Bramantip (o Bamalipj, Dimatis (o Dimaris), Camenes (o
Calemes), Fesapo,' Fresison. sono definibili logicamente, cioè colle sole idee
logiche primitive. Le altre forme principali del raziocinio enu- merate dalla
logica classica sono: l'entimema, Tepicherema, il polisillogismo, il sorite, il
di- lemma. Però, tenuto anche conto di quanto si disse nell'osservazione
precedente, non saranno qui prese in considerazione l'entimema, l'epicherema e
il dilemma ; non l'entimema, perchè non è altro che un sillogismo elittico, di
valore puramente linguistico e rettorico ; non l'epicherema, perchè ha valore
puramente metodologico e dimostra- tivo; non il dilemma, perchè oltre a non
essere che una forma di sillogismo ipotetico-disgiuntivo riducibile per
conseguenza al categorico, è solo interessante dal punto di vista psicologico
ed anche all'uso ordinario non conserva che un va- lore puramente oratorio.
Ancora non possiamo qui annoverare la prima specie dei sillogismi composti
(congiuntivi, dis- giuntivi e misti), perchè si deducono troppo fa- cilmente
dallo schema generale del sillogisnio categorico (1). Alla seconda forma di
sillogismi composti, che può considerarsi in generale come un sistema di più
relazioni logiche, appartengono invece il sorite (regressivo o aristotelico e
progressivo o gocleniano) (2) e il polisillogismo, che essendo (1) Nagy, op.
cit., pag. 151. (2) Volendo restare fedeli alla disposizione dei termini e
delle premesse nel sillogismo sarebbe rigorosamente necessario dare il nome di
aristotelico al sorite gocleniano definibili e senza ricorso a concetti
extra-logi- cali, troveranno la loro conveniente rappresen- tazione ideofisica.
7. Conclusione, — I principi suesposti re- golano la teoria classica dei casi
più semplici del sillogismo mediato : ma non bastano eviden- temente alla
trattazione dei casi più complessi e meno noti, che si risolvono invece collo
stru- mento più rigoroso della logica matematica. Tuttavia, se rientrano nel
problema più vasto dell'eliminazione d'un qualsivoglia numero di ter- mini medi
da un sistema qualunque di relazioni logiche date, sono sufficienti a farci
compren- dere la vera natura delle operazioni di trasfor- mazione, risoluzione,
eliminazione e sostituzione, nelle quali si risolve tutto il processo fonda-
mentale della logica deduttiva. e di platonico al sorite aristotelico. Infatti
il goclenico è M P costruito sullo schema seguente S_M che è lo schema del SP
sillogismo aristotelico colla premessa maggiore prece- SM dente; mentre
l'aristotelico e costruito sullo schema MJ^ che è lo schema del sillogismo
platonico colla premftb^ ^ minore precedente, corrispondente esattamente al
m<>^S \ «AMMADA in conformità della dottrina sillogistica di PlatolTir^
che fu, non rovinata, ma rovesciata da Aristotele; e noij , smentita
assolutamente ma perfino praticata da Aristo- . tele medesimo in alcuni
ragionamenti delle sue opere » (cfr. Libri politici, periodo primo).
L'osservazione qui accen- nata non è ancora stata fatta — eh' io sappia — da
altri. Modelli ideoflsici del
raziocinio. 1. Modelli del raziocinio immediato. — 2. Conclusione. — 3. Modelli
di raziocinio mediato. — 4. Problemi da ri- solvere. — 5. Rappresentazione
delle otto regole del sillogismo. Rappresentazione delle quattro figure. — 7.
Dimostrazione sperimentale dei modi legittimi ed illegittimi del sillogismo. —
8. Con- fronto dei risultati della logica classica coi risultati sperimentali
dei modelli. ~ 9. Esame d'una diver- genza notevole fra i risultati della
logica classica e i risultati dei modelli, sia rispetto alle regole spe- ciali
sia rispetto alla legge suprema del sillogismo. Dimostrazione delle conclusioni
deboli di Occam e delle nuove non conformi alle regole classiche. Risoluzione
di problemi importanti intorno alla teoria particolare e generale del
sillogismo: la quarta figura; le obbiezioni del Cantoni e del Masci contro il
sillogismo come pretesa forma generale del razio- cinio. — 12. Modello di
polisillogismo. — 13. Modelli del sorite. — 14. Conclusione. 1. Modelli del
raziocinio immediato, — Poiché tutti gli schemi possibili di giudizi elementari
sono già stati dati e provati soddisfacenti, è chiaro che la rappresentazione
ideofisica delle varie forme di raziocinio immediato non deve offrire alcuna
difficoltà. Esse infatti si lasciano riprodurre esattamente anche colle
semplici trasformazioni e risoluzioni che si ricavano dal modello concentrico.
Basta a tal proposito mettere in funzione il modèllo del giudizio, vale a dire
trasformare le sue disposizioni in una misura determinata, in guisa da
ottenerne tutti i fatti e tutte le leggi che si vogliono rappresentare. Riflettendo
che nel raziocinio immediato in verità non ci troviamo di fronte a due giudizi
distinti, ma ad un solo giudizio rovesciato, si può anche far a meno di
ricorrere ad una coppia di modelli del giudizio. Le relazioni principali
espresse dal quadrato logico risultano per semplice ispezione collocando al
posto delle semplici lettere A, E, I, 0, gli schemi simbolici corrispondenti.
Quanto alle operazioni del raziocinio imme- diato si noti anzitutto che il caso
dell'equipol- lenza deve essere trascurato, giacche non ha che valore
grammaticale o verbale, fondandosi unica- mente sulla diversità delle parole
impiegate per esprimere una medesima relazione. Quanto alla conversione, si
dimostra che i giu- dizi E ed I si convertono semplicemente, perchè solo trasportando
la manovella da sinistra a destra, cioè dal soggetto al predicato, senza mu-
tare la quantità, si ottiene ancora un giudizio equivalente al primo. Il che
non potendosi ottenere pel giudizio del tipo A, nel quale per ricavare I
conviene met- tere al particolare la quantità del soggetto ana- logamente al
predicato, ci dimostra che per A la conversione deve essere accidentale. Pel
caso è noto che non si possiede regola di conversione. Orbene anche il modello
ci di- mostra che: a) la conversione pura è impossibile, nel senso almeno che
darebbe per risultato un giu- dizio negativo col soggetto distributivo e il
pre- dicato particolare, esorbitante dai 4 casi classici A, E, I, prefissi; b)
la conversione accidentale presenta piti reciproche come vere. Infatti se nel
giudizio qualche S non è P, il particolare considerato di S ruota come
l'universale del medesimo S, allora si comprende la possibilità del reciproco
" qualche P non è S „. Se poi, sempre nel giu- dizio dato, mentre il
particolare considerato di S ruota in senso opporsto a P, un altro o altri
particolari di S ruotano in senso opposto ad esso, come avviene precisamente
nel caso del modello differenziale rappresentato dal sistema delle tre
carrucole esterne giranti in senso di- verso, allora è evidente parimenti la
possibilità del reciproco " qualche P è S „. Quanto alla contrapposizione,
riducendosi il suo meccanismo alla conversione dell' equipollente qualitativo
del giudizio diretto, non si può con- siderare come vera operazione logica, per
le ra- gioni accennate a proposito deirequipollenza. Quanto alla subalter
nazione, il modello dimostra perfettamente che da ogni giudizio universale A,
E, si può dedurre un giudizio particolare I, ren- dendo particolare il soggetto.
2. Conclusione. — In conclusione, le leggi fondamentali del raziocinio
immediato sono rap- presentate in njodo completo dai modelli pro- posti. 3.
Modelli di raziocinio mediato, — Per ot- tenere un modello meccanico completo
del sil- logismo mediato, pel caso più semplice del sil- logismo tradizionale
aristotelico, non abbiamo che da disporre tre macchine semplici del con- cetto
ai tre vertici d'un triangolo qualunque (1), (1) La disposizione triangolare di
questo modello ricorda legandole opportunamente fra loro mediante tre cinghie
senza fine disposte sul sistema delle tre carrucole concentriche. Dalle
relazioni derivanti dai tre concetti, sog- getto termine minore, termine medio,
e pre- dicato o termine maggiore, risulteranno tre giu- dizi MP, SM, SP; i due
primi rappresenteranno le due premesse maggiore e minore, l'ultima la
conclusione del sillogismo. La macchina si carica disponendo le cinghie quella
varietà di diagrammi logici che furono lungamente in uso per rappresentare le
mutue relazioni dei termini di un sillogismo al tempo di Alessandro di
Afrodisia. La loro forma più comune è la seguente : Conclusio Conclusìj Fig. 6.
Rappresentano rispettivamente le prime tre figure. Le lettere 0, N, Q
significano Owwe, ì^ullum, Quoddam, e indicano la quantità della proposizione,
pei casi Barbara, Cesare, Darapti (Cfr. Hamilton, Discnssions, pag. 666. —
Vknn, Symholic logie, pag. 505). Questi diagrammi, abbandonati in seguito per
più se- coli, furono ripresi da Reimakis [Vernunftlehre, 1790) con leggera
modificazione, per segnare l'affermazione (doppie linee) e la negazione (linee
semplici) nei lati del trian- golo sillogistico. L'impiego di questi diagrammi
non fu apprezzato con- venientemente neppure dal Venn. Sarebbe ozioso ricordare
le tre lettere F o i tre an- goli inclusi di Ludovico Vives. PARTE III - IDEE
DERIVATE 185 sopra le carrucole, secondo le condizioni quanti- tative e
qualitative che si richiedono dalle pre- messe e si mette in funzione per mezzo
d*una manovella che s* infila nell' asse d'ogni 'ingra- naggio, designando
volta a volta il soggetto di ogni giudizio. Valgono, per tutti ^li altri
particolari mecca- nici del modello, gli schiarimenti dati al Capo III, Parte
IL Questo modello (Fig. 7) soddisfa in modo assai semplice ed evidente a tutte
le condizioni ri- chieste dalla materia e dalla forma del sillo- gismo,
presentando i tre termini, i tre giudizi, la loro mutua dipendenza. Solo si
potrebbe osservare che in esso manca l'apparenza della progressione
quantitativa dei tre termini, minore, medio, maggiore, che sono rappresentati
nella figura da tre corpi logici di uguale grandezza. Ma si vedrà fra poco che
questo difetto, il quale interessa solo la parte decorativa ed or- namentale e
si potrebbe rimediare con tutta fa- cilità, se valesse la pena, mentre non
compro- mette punto la funzione delicatissima del termine medio, quanto alle
relazioni costanti che devono correre fra le grandezze logiche del sillogismo,
sotto un certo punto di vista permette al mo- dello di poter anche figurare
come una solu- zione meccanica soddisfacente della logica so- stitutiva. 4.
Problemi da risolvere. — Resta ora a vedere se fra le grandezze che si hanno a
con- siderare nel nostro modello meccanico dei feno- meni logici corrano le
stesse relazioni che corrono fra le idee logiche constatate dalla logica pura
nel campo del sillogismo. La nostra ricerca si riduce ai punti seguenti : 1®
cercare se le otto regole speciali del sil- logismo si verifichino
perfettamente nel nostro modello meccanico e per tutti i casi diversi delle
quattro figure logiche fondamentali; 2® se applicandole ai 64 modi possibili
del nostro modello riusciamo allo stesso risultato ottenuto dalla logica pura;
cioè ad escludere al- trettanti modi illegittimi ed a mantenerne come legittimi
dicianove variamente distribuiti nelle quattro figure. Sarà estremamente
interessante constatare se la legge dei fenomeni (logici e meccanici) è la
stessa nell'uno e nelValtro caso. In ultima analisi, se le proprietà generali
dei corpi fisici, sottoposti a taluni fenomeni di mo- vimento meccanico,
corrisponderanno alle pro- prietà generali dei corpi logici (cioè dei concetti)
sottoposti alla potenza dell* intelletto, in altri termini se le macchine
meccaniche proposte corri- sponderanno perfettamente alle macchine logiche^ noi
concluderemo che — in tutti i casi sperimen- tati — è possìbile enunciare i
risultati logici e mec- canici con una formola sola. 5. Rappresentazione delle
8 regole del sillogismo, — Ora , con tutta facilità, si dimostra non solo che
le 8 regole del sillogismo sono verificabili anche nel modello, ma che esse in
fondo non costi- tuiscono che un caso particolare della teoria ge- nerale
dell'eliminazione e della sostituzione. I. (Terminus esto triplex, medius major
qu^, minorque), I termini sono tre, per costruzione. IL (Latius hos qiiam praemissae conclusio non
vult). Secondo ]' interpretazione meccanica del problema di Boole, è chiaro che
la determina- zione delle condizioni quantitative di quella classe qualunque di
termini che può fungere da con- clusione logica delle premesse deve essere
stret- tamente regolata dalle condizioni quantitative proposte nelle premesse;
il che vale quanto dire che i termini maggiore e minore non devono essere presi
nella conclusione in senso piìi largo che nelle premesse. Operando sul modello
si comprende subito che la conclusione è meccanicamente legittima solo nel caso
che si leghino col terzo cingolo quelle grandezze dei due estremi che sono già
impe- gnate nelle premesse. III. (Nequaquam medium capiat conclusio oportet).
La costruzione triangolare del modello dimostra all' evidenza che la
conclusione otte- nuta sopra d*un lato non può mai contenere il vertice opposto
che in questo caso è il termine medio. IV. {Ani semel aut iterum medius
generaliter esto). La regola quarta presenta invece alcune difficoltà
dipendenti dalla portata relativamente troppo ristretta della logica
tradizionale. Conviene infatti distinguere due casi : 1° Se il termine medio
(M) contiene un solo particolare, cioè se il particolare di M è sempre lo
stesso nelle due premesse e non fa che iden- tificarsi con sé ripetendosi nelle
due premesse, allora è chiaro che in questi casi — (senza vio- lare la regola
prima, cioè senza cadere nel quaternio terminorum) — il termine medio può es-
sere anche particolare nelle due premesse e può verificarsi un sillogismo
quantitativamente vero, contro la regola quarta. Questa eccezione non è
contemplata dalla lo- gica classica, ma è dimostrata abbastanza chia- ramente
dal modello concentrico a particolare unico (Cfr. § 9, Art. 2) ; il quale,
mentre acquista in tale maniera Timportantissimo ufficio di mo- strare la
probabilità di fenomeni nuovi non an- cora osservati, si rivela incapace di
raccogliere sistematicamente tutta la serie dei modi sillo- gistici conosciuti,
spiegandoli col suo unico mec- canismo. La dimostrazione di questo fatto che
assume un significato logico non comune verrà data a suo tempo. 2® Se il
termine medio non contiene un particolare unico, ma più particolari subordinati
airuniversale, ed escludentìsi Tun Taltro, e si dà il caso comunissimo che le
due premesse pren- dano ora Tuno ora l'altro indifferentemente, come avviene
nel modello diflferenziale a più partico- lari liberi, allora è necessario che
il termine medio sia preso almeno una volta in senso uni- versale, come esige
la regola quarta. Infatti il modello diflferenziale dimostra imme- diatamente
che se questa regola fosse violata i termini potrebbero essere quattro, giacche
una premessa potrebbe prendere un particolare (p) di M e Taltra premessa un
altro particolare {p') sempre dello stesso M e così il termine minore e il
termine maggiore del sillogismo non sareb- bero più riferiti ad un solo termine
medio ma a due, contro la regola prima. p \Z M ir ! i s 2 La seguente figura
schematica (Fig. 8) che riproduce nel dispositivo delle tre carrucole la
funzione delicatissima del termine medio, rap- presentata perfettamente
coll'arti- fizio dell'ingranaggio differenziale, toglierà ogni dubbio al
riguardo. In ogni sistema : la carrucola cen- trale (w) rappresenta
l'universale del concetto, le due carrucole la- terali (p, p) due particolari
diversi dello stesso concetto; p è legata nel modello al pignone fisso sul-
l'asse orizzontale dell' ingranaggio e si dice carrucola /issa; p è le- "
T] gata al pignone simmetrico, libero sull'asse orizzontale e si dice car-
rucola folle. Quando ruota u, p e p sono tratte a girare nella stessa direzione
; quando p ruota in una direzione qualunque, u resta im- mobile, p ruota in
direzione opposta. Ora se: a) volendo formare una premessa maggiore particolare
affermativa (sia I in prima figura) si legano insieme le due carrucole fisse p
di M e p di P e si pongono in rotazione nello stesso senso ; b) volendo formare
una premessa minore pure particolare affermativa (I in prima figura) si legano
insieme la carrucola p o p di S non piti con p (carrucola fissa) ma con p
(carrucola folle) di M, la quale gira in senso opposto alla simmetrica p; e)
allora la conclusione, dovendo essere af- fermativa per la qualità delle due
premesse, vale a dire dovendo riunire in una stessa direzione di moto la
carrucola del soggetto che gira in un senso, e la carrucola del predicato che
gira in senso opposto , diventa impossibile , come esige la regola quarta.
Quando per effetto d'un sillogismo qualunque la macchina del sillogismo si
mette in movi- mento basta un semplice colpo d'occhio per far comprendere se,
per questo lato, le cose cammi- nano regolarmente. Se l'asta verticale col con-
trapeso del termine medio ruota intorno all'asse orizzontale, la condizione
espressa dalla regola quarta è soddisfatta; se no, no. V. (Ambae affirmantes
nequeunt generare ne- gantem). Ammessa la regola precedente è evidente che da
due premesse affermative cioè rotanti nello stesso senso non si può derivare
una conclusione cogli estremi rotanti in senso opposto. Quindi la regola V
segue immediatamente dal modello. VI. (Uiraque si praemissa neget nihil inde
sequetur). Anche qui è necessario introdurre una distinzione importantissima
che ci allontana ri- solutamente tanto dalla lettera quanto dallo spi- rito
della logica classica. Infatti: a) Se i concetti contengono un solo parti-
colare fisso, allora Tesarne del modello concen- trico dimostra che da due
premesse negative si può avere una conclusione e una conclusione po- sitiva in
parecchi casi (1). Il che significa che si possono costruire alcuni modi
sillogistici qua- litativamente veri anche da due premesse ne- gative ; b) Se invece i concetti contengono più par-
ticolari indipendenti, allora Tesarne del modello differenziale dimostra che,
sempre ammettendo separatamente i casi eccezionali indicati dal mo- dello
concentrico e riproducibili col differenziale, la regola VI, violata nella
lettera, è soddisfatta almeno nello spirito. VII. La stessa distinzione si
ripeta a pro- posito della regola VII (Nil sequiiur geminis ex particularibus
iinquam). Salvo i casi contemplati sopratutto dal modello concentrico a
particolare unico (1), ma dimostrabili del resto anche col modello
differenziale, nei quali la conclusione può ricavarsi legittimamente da due
premesse particolari, si giustifica la regola ordinaria. VIII. La regola Vili
(Pejorem sequitur semper conclusio partemj è duplice, riferendosi prima alla
quantità poi alla qualità della conclusione. Cominciamo dalla prima. Anche qui
si può dimostrare che tolti i casi consentiti dal modello concentrico e
dimostrabili anche col differen- ziale (2), nei quali si può ricavare una conclusione
universale, mentre le due premesse sono l'una particolare l'altra universale,
adoperando il mo- dello differenziale la prima parte della regola Vili si
verifica esattamente. Passando alla qualità è importante il rilevare che tanto
dal modello con- centrico quanto dal differenziale la seconda parte della
regola Vili si verifica senza eccezioni. In conclusione, pur volendo fermare
l'attenzione al solo modello differenziale, che è il caso più favorevole^
resperimento dimostra che rispetto al 1® problema proposto al § 4 le leggi se-
condo le quali variano le quantità corrispondenti nei due sistemi logico e
meccanico sono le stesse, quando però non si dimentichi di rilevare che le
leggi della logica tradizionale non sono che un caso particolare della più
ampia teoria indi- cata dai modelli, come sarà dimostrato più chia- ramente nel
seguito. 6. Rappresentazione delle quattro figure, — Tuttavia, poste le prime
condizioni comuni, la rappresentazione ideofisica delle quattro figure
fondamentali del sillogismo diventa addirittura elementare, come il lettore
potrà verificare da se, consultando le tavole fuori testo. 7. Dimostrazione
sperimentale dei modi le- gittimi ed illegittimi del sillogismo, — Passiamo
quindi all'analisi dei modi sillogistici impiegando i nostri modelli alla
ricerca dei modi legittimi ed illegittimi. Il problema è completamente nuovo,
almeno quanto alla sua posizione e soluzione meccanica. Teoricamente, ci
riduciamo in fondo a doman- dare al modello quali combinazioni A, E, 1, siano
possibili facendo funzionare le sue parti in base alle convenzioni stabilite
per la rappresen- tazione meccanica dei giudizi. Praticamente, la verificazione
sperimentale si compie tenendo conto — quanto alle premesse — delle condizioni
imposte al modello dalle regole fondamentali così del giudizio come del
sillogismo; e — quanto all'illazione — della possibilità di Pastore, Logica
foriìiale. 13 194 lo(ìI(;a forgiale segnare la loro conclusione in uno
qualunque dei quattro tipi di giudizio possibile: A, E, I, 0. Per agevolare la
soluzione del problema, pre- sento l'elenco dei 256 modi ideofisici del sillo-
gismo (64 per ogni figura) (1) determinati dalla quantità e qualità delle
premesse e dalja cor- rispondente quantità e qualità dell'illazione, adot-
tando lo schema del modello concentrico a par- ticolare unico in merito della
grande semplicità ed evidenza che offre la sua illustrazione; ana- logamente a
quanto si disse al § 6, cap. Ili, Parte II (Modelli ideofisici delle idee
primitive). La scelta dei modi legittimi si può compiere in più maniere. La più
semplice è la seguente, che si riduce a tre gruppi di operazioni suc- cessive :
1® In primo luogo, badando solo alla possi- bilità di segnare la conclusione in
uno dei quattro casi A, E, I, 0, e procedendo col modello con- centrico si
rifiutano immediatamente 224 modi. Restano così 32 modi, 8 per ciascuna figura,
di- stinti come segue: I Fig.: AAA, AH, EAE, EIO, lAA, III, OAE, 010 ; II „ :
AEE, AOO, EAE, EIO, lAA, III, OEA, 001 ; III „ : A AI, AH, EAO, EIO, lAI, III,
OAO, 010 ; IV , : AEE, AOE, EAO, EIO, lAI, III, OEA, OOA. (1) Per necessità
tipografiche, le tavole illustrative dei 256 modi sono aggiunte fuori testo, in
fondo al volume. Questa prima operazione, che, in sostanza, ci dà la soluzione
più generale del problema di Boole, ridotto all'espressione convenuta, ha una
importanza teorica grandissima rispetto alla logica ordinaria, perchè esclude
il modo AAI della IV figura (1), ammesso invece comunemente come modo pieno in
entrambi gli elenchi ; quindi AEO Fcxp6«rr>o lEO Fri dcsom (^ruro) Fij|,9
esclude eziandio i modi AH, EAE, AEO, lEO della IV figura (2), portati solo dal
secondo elenco. (1) Bratnantip, o Bamalijyy o Baralip{ton) (Cfr. § 5, Art. 1).
(2) Dabitis, CelanteSj Fapesmo, Frisesom{orum) Basta dare un' occhiata agli
schemi grafici corrispondenti (Fig. 9) per capire le ragioni deiresclusione
operata dal nostro modello (1). Per EAE ed AEO T impossibilità delle con-
clusioni E ed è evidentissima; date le pre- messe EA, AE, si impongono invece
le conclu- sioni (EAO) ed E (AEE), che sono legittime. Tuttalpiù si può dire
che AEO è una conclu- sione debole ma giusta di AEE, e, come tale, fu
tratteggiata nella tavola I, fuori testo. Per lEO quantificando e qualificando
esattamente secondo le premesse è del pari impossibile ottenere una conclusione
0. Ma
per AAI ed AH (anche non considerando (1) Nel Tome VI, Revue de MathéinatiqueSj
Peano, 1896, 1898, pag. 65; fra le ** Additions et Corrections a Fj, § 1 „
trovo questa indicazione importante: Miss Ladd, On the Algebra of Logic, a.
1883, et ensuite plusieurs A. par rinstrument de la Logique symbolique, ont
découvert la fausseté des formes traditionnelles du syllogisme, ap- plié *
Darapti, Felapton, Bamalip, Fesapo „ . Correction suggérée par M. F. Invrea „. Mentre scrivo questa
nota sulle bozze — non avendo più la comodità di consultare il lavoro della
Ladd — mi limito ad osservare che, se non erro, la riduzione dei 19 modi ai 15
si compie ordinariamente da quel punto di vista, ricordando che i 5 modi
suddetti e tutte le conclu- sioni deboli di Occam richiedono per essere veri un
giu- dizio esistenziale in aggiunta alle premesse, quindi questi vengono
considerati come incapaci di soddisfare rigo- rosamente alle premesse aristoteliche.
Ma la nuova maniera d' interpretazione fornita dai modelli meccanici mi pare
che dia luogo ad una ridu- zione assai più esatta e conforme alla definizione
del sil- logismo aristotelico. che quest'ultimo modo verrebbe poi eliminato
nella seconda operazione, perchè non soddisfa alla regola del termine medio) si
potrebbe dubi- tare che noi ci trovassimo di fronte ad un'inca- pacità dei due
modelli. È vero invece il contrario. Noi ci troviamo quindi di fronte ad una
questione logica la quale trova la sua soluzione inaspettata col soccorso del
modello ideofisico. Infatti, in entrambi i casi, la conclusione (che si vede
tratteggiata nella figura) sarebbe un giudizio particolare positivo col'predicato
distri- butivo cioè universale, il che è contrario alle con- dizioni imposte
dalla logica ordinaria, rispetto ai giudizi del tipo I. 2^ In secondo luogo,
applicando prima la regola IV del termine medio, che praticamente si può
verificare d'un tratto osservando se l'asta verticale dell'ingranaggio centrale
è messa in rotazione, o no; in virtìi del modello differen- ziale, si rifiutano
ancora 10 modi (1), i quali appaiono invece accettabili, pel caso ristrettis-
simo del modello concentrico a predicato unico e fisso, e così rimangono i
ventidue seguenti : I Fig. II III IV AAA, AH, EAE, EIO; AEE, AOO, EAE, EIO,
OEA, 001; A AI, AH, EAO, EIO, lAI, OAO; AEE, EAO, EIO, lAI, OEA, 00 A. (l)Fig.
I: . II: « III: , IV: lAA, III, OAE, 010; lAA, III; III, 010; AOE, 111. 3® Quindi applicando le altre regole sillo-
gistiche e segnatamente la IV (delle premesse negative) e la VII (delle
premesse particolari) si rifiutano ancora 4 altri modi (1). In ultima analisi,
i modi legittimi, o, più esat- tamente parlando, conformi alle regole
classiche, restano i diciotto seguenti: I Fig. II r, in „ IV „ AAA, Ali, EAE,
EIO ; AEE, AOO, EAE, EIO ; A AI, AH, EAO, EIO, lAI, OAO; AEE, EAO, EIO, lAI. 8.
Confronto dei risultati della logica clas- sica coi risultati sperimentali dei
modelli. — Tor- nando al problema posto nel § precedente si può ben dire che il
parallelismo tra i modi posti dalla logica classica e quelli ai quali ci ha
con- dotto lo studio dei modelli è completo. Perchè, se è vero che sopra i
dicianove modi ammessi dalla logica classica solo diciotto cor- rispondono
perfettamente con quelli ammessi dai modelli, è pur vero che il dicianovesimo
AAI* respinto dai modelli deve essere rifiutato anche dalla logica classica
stessa, se però questa non voglia cadere in contraddizione colle sue stesse
premesse poste intorno alla teoria del giudizio. Il torto, se v'è torto, non è
dunque del mo- dello. Esso funziona naturalmente in base alle convenzioni
preliminari con una regolarità ed una precisione che supera talora anche la
sotti- gliezza dell'argomentare. (1) Fig. II: OEA, 001; „ IV: OEA, A. È questo
uno dei casi più eleganti, in cui si può constatare T utile che deriva dalla
rappre- sentazione meccanica dei fenomeni logici, e il significato logico di
questo genere di ricerche. Altri casi somiglianti ma ancora più larghi ed
inaspettati saranno indicati fra poco. 9. Esame d'una divergenza notevole fra i
risul- tati della logica classica e i risultati dei modelli^ sia rispetto alle
regole speciali sia rispetto alla legge suprema del sillogismo, — Nel § 7, Art.
2 indicando le varie maniere che si possono met- tere in pratica per fare la
scelta dei modi le- gittimi, ho detto che colla prima operazione (la quale si
compie badando solo alla possibilità di segnare la conclusione in uno dei
quattro casi A, E, I, 0), si ottiene in sostanza la soluzione più generale e
teorica del problema di Boole ridotto alla forma convenuta. Questa
dichiarazione è molto grave, perchè con essa si finisce per porre in dubbio non
solo Tutilità ma anche la validità delle più impor- tanti regole speciali del
sillogismo, ma in pari tempo è ben lontana dall'essere il frutto d'una
meditazione superficiale del problema del sillo- gismo. Difatti non c'è nessuna
ragione di negare che si possano formulare anche dei sillogismi legit- timi,
quantunque si introducano nelle premesse certe condizioni qualitative e
quantitative incom- patibili con alcune delle cosidette regole speciali del
sillogismo. La cosa fu già osservata nel § 5, Art. 2, trattando della
verificazione sperimentale delle otto regole. Ora è necessario discutere più ampiamente
le eccezioni avanzate dalla considerazione dei mo- delli contro le regole IV,
VI, VII, Vili della logica tradizionale; donde apparirà che questa si rivela
incapace di risolvere il problema del sillogismo in tutta la sua ampiezza.
Cominciamo dalla regola IV. Perchè il termine medio deve essere preso o tutte e
due le volte o almeno una volta in modo distributivo? E chiaro, perchè
altrimenti i termini potrebbero essere quattro. Dico potrebbero essere^ non
sareb- bero sempre quattro ; poiché non ci sarebbe senso nell'esigere
l'applicazione letterale della regola nel caso che in ambedue le premesse il
termine medio si identificasse con sé stesso. L'impossibilità sillogistica si
verifica dunque — per questa regola — solo nel caso che il termine medio, che è
il tutto sillogistico, sia preso in una premessa secondo una sua parte, e
nell'altra se- condo un'altra e perciò non sia il medesimo in ambedue. Il
modello diiferenziale è appunto costruito, fra l'altro, in guisa da poter far
intendere che se i particolari dei termini sillogistici restano vaghi — come
direbbe acconciamente il Rosmini — non si può ricavar nulla da essi, per
l'ambiguità del senso. Ma se il particolare del termine medio restasse f^sso
(come è nel caso del modello concentrico a particolare unico o come si può
benissimo otte- nere anche col modello differenziale) e in tutte e due le
premesse fosse identico, per quale ra- gione non si potrebbe conchiudere
legittimamente anche contro la regola IV? (1). (1) Questa eccezione di estrema
importanza è già stata Ora i modi che si trovano in tale ipotesi, benin- teso
dopo la prima operazione conclusiva che ne elimina 224 per lasciarne 32, otto
per figura, sono appunto 10 (Cfr. § 7, Art. 2). Passiamo alla regola VI. Perchè
da due pre- messe negative non si conchiude? Ordinariamente si ragiona così. Il
sillogismo consiste essenzialmente in un paragone che si stabilisce tra gli
estremi d'una proposizione qualunque mediante un terzo ter- mine medio. Dati
questi termini l'intelletto che fa il paragone può scorgere tre casi diversi:
o^ o i due estremi convengono col medio, e allora Tintelletto legittimamente
conchiude che fatta con l'usata accortezza ma per altre ragioni dal Rosmini
(Logica, libri tre. Torino, Pomba, 1853, n. 634, pag. 217, 218) e ripetuta
quasi colle stesse parole ma con diverso spirito dal Billia, dallo Zanchi, dal
Morando e da altri. Il Morando, in proposito ripetendo la citazione del Billia,
nota: Duns Scoto nella questione XX sul 1* libro degli Analitici primi sostiene
che ex puris particularibus uhi medius est terminus discretivus bene potest
fieri syìlo- gismuSy ed è appunto quel che ha spiegato il Rosmini. In genere
pochi hanno badato alle osservazioni suddette anche dopo il Rosmini medesimo.
Qualcuno le ha sentite ma incompletamente (Op. cit., pag. 180 nota). Molto
acconciamente però il Billia aveva già notato che * l'autore della teoria del
sillogismo si era con- tentato di dire che ci voleva almeiio un termine univer-
sale e non una proposizione , . 'Ev fitraoi hd KaTriYopiKÓv riva tuùv òpuiv cTvai
koI toO KaGóXou, div€u yàp toO KaGóXou f\ oùk latax auXXoYiaiuiòt; f\ TÒ ^E
àpxf\<, aìTnacTai (Prior. AnaL, I, XXIV). (M. Billia, Di tre regole
inesatte... Op. cit., pag. 974, 975). debbono convenire tra loro, almeno in
quella parte e sotto quell'aspetto per cui convengono col terzo; b) 0, dei due
estremi, l'uno conviene col medio e l'altro no, e allora l'intelletto ne trae
che non convengono l'un coll'altro; e) i due estremi non convengono col medio,
e allora l'intelletto non può concludere nulla, perchè essi possono sia
convenire sia disconvenire tra loro. Quest'ultimo caso è poi ribadito, in tutti
i trattati, dalla dimostrazione che si adduce in favore della regola VI (non si
conchiude da due premesse negative). Così, dice il Masci (1), dal non essere
due quantità eguali ad una terza non segue ne che sieno eguali ne siano
diseguali tra loro. Così, dice il Morando (2), se due libri non sono eguali ad
un terzo, poniamo alla Divina Commedia^ può darsi tanto che siano eguali tra
loro, come, per es. , due copie dei Promessi Sposi, quanto che siano disuguali,
per es., una copia dei Promessi Sposi ed una copia dell'Orlando Furioso. E più
avanti: " se il termine medio M convenendo con gli altri due termini S e P
è fuori di questi, essi possono aver tra loro una qualunque delle cinque
relazioni che mostra la figura qui annessa (esclusione, interferenza, inclu-
sione di P in S, di S in P, inclusione reciproca) e non si può precisare quale
di queste abbia luogo nel caso che si tratta „. (1) Op. cit., pag. 242. (2) Op.
cit., pag. 158 e 175. Cfr. Jevons, op. cit. pa- gine 66, 67. LiNDNEK, op. cit,
pag. 80. Nagy, op. cit., pag. 131, ecc. Insomma — omettendo le troppo facili
cita- zioni — tutta quanta la logica tradizionale è d'accordo nel ritenere che
" il solo motivo per cui da due negative non si può conchiudere, è quello
che abbiam detto, che dall'essere due cose disuguali ad una terza non si può
inferir nulla „. Ora è singolare che questa teoria non abbia finora incontrato
l'opposizione che si merita, movendo essa da un presupposto errato (1). (1) È
doveroso il ricordare che già il Rosmini nella sua Logica (n. 635, pag. 218) afferma
che " le due pre- messe non possono essere entrambe negative, se non nel
caso che il mezzo termine atesso sia negativo, perchè allora la minore nega
quello che è già stato implicita- mente negato dalla maggiore „. E in base a
questo principio sostiene che ai dieci modi che secondo la sua teoria sono
ammissibili si devono aggiungere quelli che furono a torto esclusi dalla re-
gola VI: Fn, Fn, Fa (lì Fig. = e e a), per esempio; Ciò che è semplice non si
dissolve, L'anima non si dissolve, dunque L'anima è semplice fpag. 215). r«,
Vn, Yn {{V Fig. = ooo da aggiungersi alla I Fig.), per esempio : certi corpi
non sono animati, ma certi corpi non animati non hanno moto [spontaneo, dunque
certi corpi non hanno moto spontaneo. Tuttavia, se è ammirabile la penetrazione
logica del L'errore nasce dal voler
classificare insieme cose radicalmente opposte, cioè dal non osser- vare la
dovuta distinzione fra " relazione negativa Rosmini, è pure evidente che
gli sfuggirono tanto il vero spirito della correzione logica della regola VI,
quanto l'esatta quantificazione che è richiesta dalla legge della duplice
negazione aiFerinante. Infatti il vero spirito della correzione segue solo e
necessariamente dalla distinzione fra il rapporto di contradittorietà che è la
base del rap- porto qualitativo puro dell'afFermazione e della negazione, e il
rapporto di contrarietà che s' invoca comunemente quando si ripete che da due
quantità non eguali ad una terza non si può concluder nulla, perchè esse
potrebbero sia convenire sia disconvenire tra loro, come si spiega più
distesamente nel testo. E l'errore di quantificazione commesso nel 1* esempio
che egli adduce si rende subito manifesto tracciando sul modello lo schema
corrispondente alle tre proposizioni adoperate. In realtà se la premessa
maggiore è universale negativa cioè E, s'impone alla conclusione un predicato
distributivo, nella stessa maniera che le si impone un soggetto distributivo
colla premessa minore che è pure universale negativa, cioè E. Ma allora come è
possibile, congiungendo i due estremi distributivi in un solo giu- dizio,
ottenere un'illazione esatta del tipo universale af- fermativo, cioè A, dal
momento che ai è già stabilito che una proposizione affermativa universale
distribuisce il suo soggetto, ma non distribuisce il suo predicato? E l'errore
commesso nell'esempio 2", appare non meno limpidamente osservando sul
modello che se la maggiore è 0, secondo lo schema della quarta figura classica,
si impone alla conclusione un predicato particolare, mentre colla minore le si
impone un soggetto distributivo. Ma allora, anche dato ma non concesso che si
possa ooncliulere negativamente, come sarebbe possibile otte- di termini „ che
indica la mancanza completa di qualche proprietà in un termine rispetto ad un
altro, e " relazione comparativa e contrariativa nere un'illazione esatta
del tipo particolare negativo, cioè 0, dal momento che si e già stabilito che
una pro- posizione particolare negativa non distribuisce il soggetto ma
distribuisce il suo predicato? Ed anche accettando, ma per pura ipotesi — come
schema della IV figura quella disposizione che propose il Rosmini ed è assai
" diversa da quella che fece Aristo- /S M\ tele e i logici che
costantemente il seguitarono , 1 M P , \SP/ date le due premesse negative per
tale figura non può seguire che una conclusione affermativa con S quan-
titativamente particolare e P distributiva, il che contrad- dice sia all'ipotesi
classica stabilita nella teoria del giu- dizio, sia all'ipotesi stessa (0) del
Rosmini. Al Morando, il quale col Billia (L. M. Billia, Di tre regole inesatte
che si danno comunemente del sillogismo. Nota. Estr. Atti del R. Istituto
Veneto di Scienze, lettere ed arti, Serie VII, Tomo I. Venezia, 1890) ripete la
bella correzione del Rosmini, pare d'aver dimostrato che questa limitazione
(del termine medio esso stesso negativo) va ampliata, e che la formula va
mutata in quest'altra : quando uno dei termini sia esso stesso negativo.
Aggiunge al riguardo: * Ruggero Bonghi, nel Diario inedito, del quale ho
pubblicato le Stresiane, dice in un luogo (1° luglio 1852) d'aver trovato col
Rosmini (la cui Logica fu pub- blicata appunto nel 1853 a Torino) che conchiude
il sil- logismo da due premesse negative, quando Vuna si può convertire
nell'opposta affermativa „. Quindi adduce un esempio in EEA* (Op. cit., pag.
178). Finalmente modificando alcun poco gli esempì addotti dal Rosmini crede si
debba aggiungere anche il modo 206 LOGICA FORMALE di termini „ che indica solo
diversi gradi della proprietà in un termine rispetto ad un altro (1). Nel primo
caso noi ci troviamo veramente di fronte ad una sola coppia di termini che si
dicono anche per l'ordinario positivi e negativi per la loro completa
opposizione, ma che sono pur sempre congiunti fra loro in guisa tale che, data
la relazione segnata di cui si tratta, la nega- zione dell'uno implica
l'affermazione dell'altro o viceversa (2). Fny Fìtf Fn ossia eee della I
figura, con questo esempio : Chi non è umile non è virtuoso, Ma nessun egoista
è umile, dunque Nessun egoista e virtuoso (op. cit., p. 222). Però e facile
intendere che, oltre al non aver anche egli afferrata la distinzione
qualitativa sfuggita al Ro- smini, si pone decisamente dalla parte del torto
soste- nendo il modo EEE', mentre dalle due premesse EE non può seguire
logicamente che un'illazione affermativa con S quantitativamente uguale a P,
fuori dai quadri A ed I, stabiliti nella teoria del giudizio. Quanto alla
possibilità dei concetti positivi e negativi che guasta tutto l'edificio della
logica rosminiana, si riveda il § 4, Gap. II, Parte li. Questa regola IV fu
anche dichiarata falsa dal Soave, però non se ne trova addotta la ragione. (1)
Nel linguaggio della Scolastica questo errore pi- glierebbe il nome di fallacia
contradicentium. " Fallacia contradicentium est cum non contradicentia
habentur prò contradicentibus, ut, si quis bonum et malum in Ethicis habeat prò
contradicentibus, cum bonum et malum con- trarie vel privative opponantur „
(Cfr. Alsted, Enc. tini- t^ers. De contrad.). (2) " Posito uno
contradicentium removetur alterum „ {ibidem). Ciò significa che il rapporto
negativo è, ri- gorosamente parlando, contradittorio del posi- tivo. Nel
secondo caso noi ci troviamo invece di fronte ad una serie di termini opposti,
ma ancora sempre disgiunti e quindi compatibili fra loro in guisa tale che la
negazione dell'uno non im- plica Taffermazione dell'altro, quantunque Taf-
formazione di uno di essi implichi la negazione dell'altro. Ciò significa che
questo secondo rapporto è, rigorosamente parlando, rapporto di opposizione
contraria e non contradittoria. Nel primo caso il totale (campo del pensabile)
è diviso in due sole parti: la parte dell'affer- mazione e la parte della
negazione, e fissati due di questi tre elementi (totale, parte affermata, parte
negata) il terzo è pure dato. Nel secondo caso il totale è diviso e suddiviso
in una serie di parti disgiunte, tra le quali pos- sono teoricamente
intercedere tutti i gradi di com- parazione, dall'eguaglianza alla
diseguaglianza, che sono possibili. In questo secondo caso è vero che, dati tre
termini S, M, P, se in due giudizi successivi si afferma che due di essi, S e
P, non convengono col terzo M, allora l'intelletto non può conclu- dere nulla,
perchè non segue ne che sieno eguali ne che sieno diseguali tra loro. Nel primo
caso, dati i tre termini S, M, P, se in due giudizi successivi si afferma che
due di essi S e P non convengono col terzo M, allora l'intelletto non solo può
ma deve concludere che essi convengono tra loro in questo appunto che essi non
convengono col terzo, perchè tra i centra- 208 LOGICA FORMALE dittori non si dà
mezzo, non datiir, excluditur tertium (1). Così se conveniamo per ipotesi di
indicare il termine M col segno positivo, allora nel caso riferito, S e P
devono essere indicati entrambi col segno negativo ; inoltre, potendosi
dimostrare che per ogni A havvi un tale non A ed uno solo (2), risulta : 1) A +
(non A) = 1 (campo del pensabile) 2) A X (non A) = 3) non (non A) = A (1)
Contradictio caret omni medio, participationis scilicet et negationis. (2)
Basta quello che siam venuti notando più volte e specialmente il modello che fu
adottato per la relazione negativa (caso delle due ruote congiunte ma giranti
con- temporaneamente in senso opposto) per farci evitare a questo punto un
equivoco grande. Infatti si potrebbe domandare : se ammettiamo che per un tale
A havvi un solo non A e non si dà terzo, ma allora com'è possibile che si diano
distinti i tre termini S, M, P? Per rispondere bene a questa domanda bisogna
inten- dere bene che significa la proposizione " per un tale A havvi un
solo non A „. Taluni potrebbero in vero soste- nere che per tal modo si pongono
tre termini tutti e tre in scambievole contradizione fra loro, ciò che è
assurdo. Però contro questa maniera di intendere le cose sta che si tratta non
di termini positivi e negativi in se, ma di termini che diventano in certo modo
relativi, cioè di relazioni, il che è ben diverso. Anzi il compito della
qualità logica pare che stia appunto nel farci capire che dicendo " per un
tale A havvi un solo non A „ si vuol dire: dato che un tale A si trovi in una
data relazioney havvi una sola altra maniera di relazione qualitativa in cioè
per 3) il negativo del negativo è il posi- tivo (1). Ciò posto sorge naturale
la domanda: Di quale di queste due relazioni distinte nei due casi rife- riti
si occupa, anzi deve occuparsi logicamente la logica formale? Chi ha seguito la
discussione da noi fatta intorno alle idee primitive e senz'altro chi abbia un
esatto concetto di ciò che s'intende logica- mente per qualità del giudizio,
vede subito che non è dell'eguaglianza o diseguaglianza, per così dire,
quantitativa o materiale che si tratta nel caso deWaffirmatio o negatio
espresse dalle let- tere simboliche A, I, E, 0, o più chiaramente non di una
relazione dì * conformità-difformità „, il cui secondo termine rispetto al
primo, non essendo rigorosamente in negazione, cioè in opposizione contradittoria
(2), può essere inter- cui esso può trovarsi^ che è precisamente la negazione
della prima, e fra le due relazioni non se ne dà una terza. Donde si deduce che
posto un termine A in una rela- zione data, infiniti altri possono trovarsi
nella relazione non A con esso; ma questa relazione negativa rispetto alla
prima è assolutamente unica. (1) Questa terza delle equazioni definienti, la
negazione d'una data quantità logica A fu già considerata dallo ScHRÒDBR (op.
cit., Voi. 1, pag. 345 e segg.), come Tespres- sione della legge della doppia
negazione : duplex negatio affirmat; la seconda della contradizione, la prima
del terzo escluso. (2) ** Argumentum contradicens est quod negat ubique; ut,
homo non-homo. Contradictio est omnium oppositio- num maxima; sicut relatio.
est omnium minima „ (Cfr. Alsted, op. cit.). Pastore, Logica formale. 1^ pretato
ad arbitrio in modi diversi: grande, pic- colo, mezzano ; maggiore, minore,
eguale ; incluso, includente, interferente, escluso, includente-in- cluso, più
meno conveniente o sconveniente, ecc., non essendo ancora congiunto col primo,
ma della vera e propria eguaglianza qualitativa formale purissima, anzi di
questa sola. È vero quindi che due cose diseguali estrinseca- mente cioè
quantitativamente ad una terza pos- sono essere o non essere estrinsecamente
cioè materialmente eguali fra loro e ciò solo si potrà decidere dopo che si
sarà posta fra loro la con- giunzione; ma, al di sopra di questa relazione
oggettiva e quantitativa di cui non si tratta nella logica pura per la teoria
fondamentale del (jiudizio e del Sillogismo, non è meno vero che due termini
diseguali logicamente, cioè formal- mente ad un terzo, il che significa
congiunti ma non convenienti con un terzo, convengono sempre fra loro
nell'essere appunto egualmente sconve- nienti ad un medesimo termine. Due
quantità che non convengono logicamente con una terza, convengono sempre
logicamente fra loro. In conclusione, riflettendo che nella logica pura non
solo v' è luogo d'occuparsi di questo astrat- tissimo rapporto di convenienza e
di sconvenienza, ma che su di esso si fonda propriamente la tesi generale
d'ogni logica possibile, si comprende la necessità d'indagare se si debbano
accettare come legittimi tutti quei modi sillogistici che possono venir
costruiti con due premesse formal- mente negative, chiuse da un'illazione
affer- mativa che rispetti le condizioni qualitative e quantitativo preposte. Ora
è pure qui che le ricerche logiche com- piute col sussidio dei modelli
meccanici assumono O un'importanza notevolissima quando dalla fun- zione sicura
di essi si possa dedurre la probabilità di altri fenomeni non ancora osservati.
212 hOGlCA rOBXALE (^ ne pOftHÌamo subito persuadere consultando lelenco di
tutti ì 256 casi sillogistici analitica- mente possibili, e verificando che i
quattro modi r)KA«, OOP, OEA\ 00 A* sono meccanicamente legìttimi. Gli schemi
dì questi quattro casi sono i se- guenti (Fig. 10) rappresentati prima secondo
il modello concentrico a particolare unico, quindi Hecondo il modello
differenziale tradotto in un dÌHegno schematico che cerca di riprodurre alla
meglio il dispositivo delle tre carrucole, conforme alla Fig. 8. Tradotti nel
linguaggio della logica formale questi risultati ci dicono che da due premesse
negative si conchiude benissimo (contro la re- gola VI), anche da due
particolari (contro la regola VII), e anche ottenendo una conclusione dio non
HOgua la parte peggiore (contro la re- gola Vili). Pl'oviamoci anche a
costruire quattro esempi verbali che soddisfino — per quanto è possibile — allo
oHÌgcnzo qualitative e quantitative richieste. (OKA^) Qurlche P non conviene
con ogni M, Ogni S non conviene con ogni M, hunquo, Ogni S conviene con qualche
P. (OOl'*) Alcuni P non convengono con ogni M, Alcuni S non convengono con ogni
M, Punquo, Alcuni S convengono con alcuni ?• (OEA^) Qualche P non conviene con ogni M, Ogni
M non conviene con ogni S, Dunque, Ogni S conviene con qualche P. (OOA^) Alcuni
P non convengono con ogni M, Alcuni M non convengono con ogni S, Dunque, Ogni S
conviene con alcuni P. In simile guisa si potrebbero trarre numerosi esempì di
uso abbastanza frequente nel ragiona- mento. Ma una limitazione appare subito
evidente. Se non si riconosce immediatamente che i casi della qualità non sono
che due e rigorosamente contradittorì Tuno all'altro : affermazione e nega-
zione; e se non si costruiscono gli esempì con- servando alla copula il suo
valore contradittorio, allora la conclusione non può mai essere prece- duta dal
termine dunque e s'impone, in sua vece, il termine però. Faccia la prova il
lettore. E ciò dimostra per l'appunto che in simili casi materialmente
linguistici due premesse ne- gative non impongono una conclusione unica, limi-
tandosi in realtà a dichiarare che — dato che P ed M, M ed S si escludano in un
certo modo — non si può concludere che si escludano e con- cludano in certo
modo anche S e P. Ma è facile intendere che queste considera- zioni ed
applicazioni linguistiche non possono contare gran che. Imperocché la questione
deve essere risolta col puro criterio della logica formale. Da questo punto di
vista non potendosi negare quanto af- ferma il modello ideofisico, cioè che,
quando dei tre termini S, M, P, due (S e P) si trovano simultaneamente in vero
rapporto di centra- dizione col terzo M, questi due termini conven- gono sempre
e necessariamente fra loro, si com- prende la giustezza della correzione fatta
alla regola VI del Sillogismo (utraque si praemissa neget .) e per conseguenza
s'impone anche la correzione di quel principio che si credette finora la legge
suprema del sillogismo dedut- tivo. Donde si deduce che il noto assioma della
eguaglianza e diseguaglianza di due cose ad una terza, sotto tutte le forme
(affermante o negante), deve prendersi solo secondo lo spirito della qua- lità
logica pura e non alla lettera materialmente, come fanno i più dei trattatisti
che confondono la sconvenienza formale ed intrinseca con la sconvenienza
oggettiva ed estrinseca. Non basta. Illustrando a § 5, Art. 2 la verificazione
speri- mentale delle regole speciali del sillogismo, ho descritto minutamente
quel dispositivo dell'in- granaggio differenziale che ci permette di capire
subito l'ambiguità d'ogni procedimento sillogistico costruito coi due estremi
non convenienti mate- rialmente col termine medio e suscettibili per
conseguenza di trovarsi in relazioni diverse fra loro. Ma bisogna guardarsi dal
credere che sia neces- sario escogitare tale o tale altro artificio tecnico
qualunque, volendo restare rigorosamente sul puro campo della logica formale ove
circa la qualità non trionfa che il rapporto di opposi- zione contradittoria.
Infatti, quantunque — materialmente parlando — il modello differenziale ci
offra, colla presenza dei due particolari tanto del termine minore quanto del
maggiore rotanti contemporanea- mente in senso opposto, la comodità di capire
che se paragoniamo il maggiore ed il minore col medio e verifichiamo che né
Tuno ne Taltro convengono con esso, non possiamo coneludere ne che convengano
ne che disconvengano tra loro, salvo che non restino indicati esplicitamente
quali sono quei particolari del Soggetto e del Predicato, pei quali si presenta
sicura la con- venienza la sconvenienza reciproca; — formal- mente parlando —
non si richiede alcuna sotti- gliezza per comprendere che la negazione logica
di un concetto non è un suo semplice contrario, cioè un concetto disgiunto, ma
la somma di tutti i concetti disgiunti dentro il campo del pensabile dato
" universe of discourse „. E sempre sta che nel tracciare la conclusione
in uno dei quattro modi prefissi A, E, I, 0, si deve riunire solo e tutta
quella parte del ter- mine minore che è stata già presa nella pre- messa
minore, con tutta e sola quella parte del termine maggiore che è già stata
presa nella premessa maggiore. Ora tale è appunto il caso indicato dai mo-
delli, e si verifica appunto in quei quattro modi contrari alla regola VI la
quale stabilisce ine- sattamente che da due premesse negative non si può trarre
nessuna conclusione. Dopo quanto si è detto a proposito delle re- gole IV e VI
non mi trattengo ulteriormente sopra i particolari delle eccezioni che si
devono fare alle regole VII (1) ed Vili (2) che ne dipen- dono logicamente. La
verificazione sperimentale dimostra che queste regole, se si vogliono applicare
letteral- mente, non solo non sono esatte, ma diventano false, dovendosi
dichiarare falsa ogni proposi- zione quando patisce anche un solo caso di ecce-
zione. Quando si consideri la legge dei particolari fissi e vaghi tradotta nei
due modelli, concentrico e differenziale, inoltre si mediti bene sopra la legge
della duplice negazione affermante, ogni obbiezione si dissiperà con prontezza
e nuovi orizzonti si dischiuderanno alla logica formale. (1) Il Rosmini ha
precisamente dichiarato che da due premesse particolari si può trarre una
conclusione, quando il termine medio sia uno, cioè fisso (op. cit., n. 626, pa-
gine 214, 215). (2) Contro la 1* parte (qualitativa) di questa regola Vili, il
BiLLiA {Di tre regole inesatte, ecc., pag. 981), ha pure molto acutamente
notato che il valore assoluto di essa vuole essere tolto o almeno corretto e
limitato. E cita fra gli altri l'esempio seguente: Chi fa male non sarà
premiato, Tu fai male, Dunque, tu non sarai premiato, il quale risponde
perfettamente al modo EAE* posto tra i legittimi dai modelli. Però egli pure,
tanto in questo quanto negli altri esempi contro la parte qualitativa della
regola classica, non giunge a capire il senso della corre- zione necessaria, e
poi non calcola la possibilità dell'ec- cezione anche alla parte 2*
(quantitativa) della regola, indicata invece dai modelli pei modi OEA^, OEA*,
OOA*. Chi ha seguito la discussione da noi fatta vede subito che ci possiamo
collocare in un punto di vista a bastanza elevato per apprezzare, ed anche per
ricostruire idealmente le grandi tappe per- corse dallo spirito umano prima
della scoperta della teoria generale del sillogismo. Ma, a tale scopo, conviene
ritenere che il sillo- gismo non è altro che uno strumento di equa- zione, di
eliminazione e di sostituzione logica di quantità logiche e di relazioni di
quantità lo- giche. Questa considerazione ci permette subito di comprendere che
Aristotele, dopo d'avere " primo raccolte in uno le poche sparse dottrine
logiche che si avevano prima di lui „, in mancanza di criteri rigorosi per
compiere bene la sostituzione, si limitò a raggruppare nelle 8 regole un
sistema di norme assai complicato, ma anche assai ri- stretto, per cui si
ragiona certo esattamente, ma non si soddisfa che ad un caso particolare della
teoria generale. In progresso di tempo coi criteri derivanti : a) dalla teoria
della quantificazione esatta così del soggetto come del predicato ; b) dalla
teoria dell^ qualificazione del giu- dizio ; e) dalla teoria della fissazione
delle quantità logiche implicate nei vari giudizi (cioè dall'av- vertenza di
legare sempre i giudizi fra di loro solo con quelle parti che sono impegnate
nel giudizio) ; si scoprì la teoria generale del sillogismo che riposa sulla
esatta sostituzione dei termini. Così le 8 regole diventano quasi inutili.
Invero la regola I, che impone tre termini al 218 LOGICA FORMALE sillogismo, non
serve che pel caso più semplice del sillogismo mediato (sillogismo
aristotelico), e ciò venne posto in evidenza dalla logica mo- derna, la quale
afferrando il significato elimina- torio della dottrina aristotelica si propose
la eliminazione di un qualsivoglia numero di ter- mini medi, e la risoluzione
per un qualunque termine di un sistema di relazioni logiche simul- tanee. La
dottrina aristotelica venne quindi non di- strutta ma ampliata
notevolissimamente, e il pro- blema generale assunse la forma seguente: "
Da un numero qualunque di premesse che " esprimono relazioni fra n
quantità logiche, ri- " cavare, come conclusione, una nuova relazione
" fra n — m quantità, eliminandone m „. La regola II, per cui i termini
maggiore e mi- nore non devono esser presi nelF illazione più universalmente
che nelle premesse, rimane esatta e non patisce eccezione, perchè è il perno
della sostituzione quantitativa. La regola III, per cui la conclusione non deve
comprendere il termine medio, quando si sosti- tuisca il plurale al singolare
parlando del ter- mine medio, rimane esatta, perchè in essa si basa
l'operazione fondamentale deireliminazione. La regola IV, per cui il termine
medio do- vrebbe essere preso almeno una volta universal- mente, non ha più che
un valore storico. Serviva quando non si sapeva ancora quantificare, qua-
lificare e collegare fra loro i giudizi secondo le parti implicate nel
ragionamento. Ora colla pratica rigorosa di queste tre ope- razioni l'inutilità
della regola emerge chiara- mente. PARTE III - IDEE DERIVATE 219 La regola V,
se si limita a dichiarare che da due sole premesse affermative non si conchiude
negativamente, rimane esatta; ma, se si enuncia in generale così " non si
conchiude negativa- mente da premesse affermative „ , non cor- risponde più al
vero. La regola VI, per cui non si dovrebbe conchiu- dere da premesse negative,
è falsa. La regola VII, per cui non si dovrebbe con- chiudere da premesse
particolari è falsa. La regola Vili, per cui V illazione dovrebbe seguire la
parte più debole delle premesse, è inesatta rispetto alla quantità. Con questo
credo d'aver provato a sufficienza la bontà dei modelli ideofisici proposti, la
cui funzione di reciproco controllo è diretta pure a premunirci contro la
troppo recisa esclusione di quei modi, la cui validità può essere a prima vista
non riconoscibile. Chiudendo l'esame di questa divergenza così notevole fra i
risultati della logica classica e i risultati dei modelli e volendo, come è
giusto, restare nel puro campo della logica formale, è necessario concludere
che i modi sillogistici pieni e legittimi che si possonp dedurre rigorosamente
da due premesse della forma A, E, I, 0, sono i trentadue del § 7, Art. 2 che si
potranno studiare più comodamente nella tavola seguente (Fig. 11). Che valore
hanno quindi i 19 modi classici ri- feriti dalla logica tradizionale? Hanno il
valore seguente. Uno di essi (AAP) è inesatto cioè non conforme alle regole A,
E, I, 0. Gli altri diciotto sono veri. Però bisogna aggiun- gere che essi non
sono i soli che si possano ri- cavare secondo A, E, I, 0, in virtù delle regole
1 n m rv (o) ÀAI . AE:! Ali A0< EAE EAt Ali AOE 3) v^Klp; EAO EAO lo;
{0^<lo) (^<Xo) (^<^p) EIO ElO ElO EIO lAA lAA tAI lAl 111 III (o)
10JX\0) {Q} OAE OEA' III III Q [O) (n} _ OAO OEA 010 001 Jo; (oj 010 OOA Fig.
11 poste nella teoria del giudìzio, come si crede comunemente; di più non sono
ricavati solo in conformità delle regole suddette. Essi sono in- vece ricavati
anche in conformità delle otto re- gole speciali del sillogismo, aggiunte
surrettizia- mente. Quindi sono valevoli soltanto per un caso assai ristretto
della più ampia teoria logica del sillogismo, e furono accettabili, in mancanza
di meglio. Che valore hanno per contro i trentadue modi imposti dai modelli,
date le due premesse della forma A, E, I, 0? Sono tutti veri. Sono ricavati
solo in confor- inità delle regole A, E, I, poste nella teoria del giudizio, e
in conseguenza diretta delle re- gole poste nella dottrina delle idee
primitive, come non si fa nella logica tradizionale. Contradi- cono a sei regole
sulle otto speciali aggiunte gra- tuitamente dai logici antichi per fabbricare
la dot- trina ordinaria del sillogismo. Restano però ancora un caso speciale
per quanto più largo del tradizio- nale nella generale teoria del sillogismo.
Sono più accettabili dei classici, perchè dipendono ri- gorosamente dalle
premesse e si ricordano per ora, anche in mancanza di meglio. In definitiva
essi valgono a dimostrare che i 18 modi classici non sono che un caso partico-
lare, per quanto esatto,, di una più ampia teoria logica del sillogismo, la
quale, mentre ci fa com- prendere che le regole speciali del sillogismo poste
dalla logica classica non discendono neces- sariamente dalla teoria del
concetto e del giu- dizio, si presenta a sua volta come una costru- zione più
sistematica chiusa in se e regolare, dipendente rigorosamente dalle premesse. Dimostrazione
delle conclusioni deboli di Occam e delle nuove non conformi alle regole clas-
siche, — Nei migliori trattati di logica dedut- tiva si trovano pure accennate
le conclusioni deboli ottenute per subalternazione dalle con- clusioni dei modi
completi: Barbari e Celaront per la prima figura, Camestros e Cesaro per la
seconda, Calemos o Camenos per la quarta. Queste cinque conclusioni deboli sono
presen- tate sperimentalmente dai nostri modelli, come ogni lettore può essere
in grado di verificare, consultando gli schemi della tavola generale. Ma per
completare, a rigore, Telenco di tutti i modi deboli possibili conformi alle
regole clas- siche è necessario aggiungere il modo AAI Ba- malip Bramantip o
Baralip(ion) della IV figura, che da noi fu respinto dalla lista dei modi pie-
namente legittimi, per le ragioni note. Di pili, tenendo conto di tutti i 14
modi nuovi e legittimi ma contrari alle regole IV, VI, VII, Vili, si devono
aggiungere ancora altre 82 con- clusioni deboli. Insomma le conclusioni deboli
consentite e provate dai modelli, in base alle premesse stabilite, sono 38,
distribuite così: 10 per la prima figura (AAI, EAO, EEA, EEI, EOI, lAI, OAO,
OEA, OEI, 001) ; 10 per la seconda (AAA, AAI, AEO, Ali, EAO, EEA, EEI, EOI,
lAI, OEI) ; 8 per la terza (EEA, EEI, EOA, EOI, OEA, OEI, OOA, 001); 10 per la
quarta (AAI, AEO, AH, AOO, EEA, EEI, EOA, EOI, OEI, 001). Però — ad ogni modo —
non conviene mai dimenticare che aumentando i modi delle figure non si guadagna
in fondo un gran che; poten- dosi — come fu già osservato dai più antichi
logici ai pili recenti — molte forme ridurre a pochi tipi con opportune sostituzioni
e trasfor- mazioni che non è ora il caso di riferire. Finalmente dall'esame
accurato dei modelli si deduce un'altra conclusione, alla quale già per- venne,
ma per altra via, lo Schroder (1) quando osservò che in molti modi la
eliminazione del termine medio x dà per risultato la identità = 0, oppure un
giudizio esistenziale , a > o, b > 0, ecc. — Tale osservazione fu anche
affer- rata dal Nagy che scrisse espressamente: " Non si deve quindi
ritenere che vi sieno casi in cui non vi sia conclusione. Alla peggio questa
conclu- sione sarà un'identità e perciò non si avrà una nuova verità dalle
premesse „. 11. Risoluzione di problemi importanti intorno alla teoria
particolare e generale del sillogismo: la quarta figura; le obbiezioni del
Cantoni e del Masci contro il sillogismo come pretesa forma generale del
raziocinio. — In base a questi risultati spe- rimentali, possiamo decidere
alcune questioni im- portanti intorno alla teoria particolare e gene- rale del
sillogismo. Cominciamo dalla questione della IV figura. L'analitica,
relativamente nuova, di Hamilton pretende di liberare definitivamente la logica
dal (1) Schroder, Vorlesungen ilber die Algebra der Logik, Volume II, Parte 1%
paj?. 361. Leipzig, Teubner, 1891. 2mostro della IV figura (1). Ma le ragioni
che adduce non sono punto convincenti. Difatti, in sostanza, Hamilton afferma
che l'in- ferenza, nel caso della IV figura, è logicamente invalida perchè vi
ha — dalle premesse alla conclusione — un cangiamento di quantità. Le premesse
sono in quantità intensiva cioè in comprensione, la conclusione è in quantità
estensiva cioè in estensione. Ora, se questa sostituzione illegittima si av-
verasse realmente, dovrebbe essere resa pure evi- dente dal ^nodello concentrico,
ove i rapporti di inclusione e di esclusione che servono per l'esten- sione
devono appunto essere rovesciati per ser- vire alla rappresentazione grafica
della compren- sione ; giacché è noto che il modello concentrico estensivo non
serve — senza le trasformazioni convenzionali opportune — per il modello con-
centrico comprensivo. L'Hamilton aggiunge: Date le premesse : P in M, M in S,
B\ dovrebbe porre nella conclusione non S in P, ma P in S. (i) Gli Aristotelici
puri con Averroès rigettarono sempre la IV figura. 11 Rosmini in proposito
nota: * I due illustri filosofi italiani, Gaspare Contarini e Jacopo Zabarella
nel cinquecento la rigettarono, seguendo Tarabo commenta- tore, e noi crediamo
a tutta ragione in questo , [Vedi Topuscolo intitolato: ** Non daH quartam
figuram syllo- gismorum secundum opinionem Galeni „ diretto a Oddo degli Oddi
che aveva sostenuto la IV figura, opuscolo inserito tra le opere del Contarini
stampate dall'Aldo (1578), pag. 233 e segg. V. L. de quarta syllogismorum
figura, tra le opere logiche di ZABARELLA (vedasi). Ma rHamilton non si accorge
che con questa operazione non si farebbe altro che ridurre il sillogismo della
IV figura al tipo della I figura. Infatti, se date le premesse PM e MS noi fac-
ciamo la conclusione non con SP, come vuole la IV figura, ma con PS, cioè
ponendo come sog- getto della conclusione ciò che fa da termine maggiore nelle
premesse e come predicato ciò che fa da termine minore; vale a dire, facendo in
modo che ciò che è P diventi 5, e viceversa, come vorrebbe Hamilton, appare
chiaramente che : 1® quella che è la premessa minore per Hamilton MS deve
essere collocata come pre- messa maggiore, cioè diventare MP in un'altra più
razionale disposizione; 2^ quella che è la premessa maggiore PM nel caso di
Hamilton deve essere collocata come premessa minore, cioè diventare SM dopo la
prima, ottenendosi alfine colla conclusione for- mata in SP niente altro che lo
schema perfetto della 1* figura. La trasformazione verbale comodissima d'ogni
esempio adducibile elimina anche a questo ri- guardo ogni dubbio, confermando
pienamente i risultati sperimentali del modello ideofisico , i quali provano
che la IV figura esiste allo stesso titolo della I, nonché della II e della
III, non potendosi negare che la IV figura di sillogismo abbia efficacia come
le altre. Tutt'al più, rigoro- samente parlando, si può dire che essa non ap-
partiene alla classificazione aristotelica, perchè in essa né il soggetto né il
predicato della tesi com- pariscono come soggetto e come predicato nelle
premesse. Ma ciò non nuoce alla validità delFope- razione e quindi è di nessun
peso per la scienza. Passiamo ora all'esame d'un'altra questione che ci offrirà
anche il modo di rispondere a certe obbiezioni d'indole generale che si
rivolgono ordinariamente contro il sillogismo. Il caso è abbastanza curioso,
perchè ci dimostra che i me- delli messi alla prova dei fatti, riproducono con
estrema esattezza tutte le particolarità che ac- compagnano l'introduzione di
certe condizioni premesse. Il Cantoni, enumerando le principali obbie- zioni
rivolte al sillogismo come pretesa forma generale del raziocinio, non esita ad
ammettere in buona parte come vera la seguente : ^ di non corrispondere a tutti
i processi raziocinativi del- l'uomo e neppure a tutte le argomentazioni rigo-
rosamente conclusive „ (1). Chiarendo più oltre questa obbiezione: " Essa
è inspirata, aggiunge, da un principio, disconosciuto anche da Kant e da molti
logici puramente formalisti dei nostri giorni, dal principio cioè che non si
può neanche nel ragionamento scindere affatto la materia dalla forma. Abbiam
veduto come molte forme sillogistiche considerate puramente in se, non si
possono ammettere, perchè non concludono in modo rigoroso. Ma i giudizi possono
nella loro materia contenere elementi che rendono una forma ripudiata
perfettamente conclusiva. Così, per esempio, sappiamo che nella prima figura la
minore deve sempre essere positiva. Ma se io dico : soUanto gli esseri liberi
nelle loro azioni sono responsabili; i pazzi non sono liberi; dunque ììon sofìo
responsabili; io faccio una conclusione {1) Cantoni. rigorosissima, in forza dì
quel soltanto. Nello stesso modo noi possiamo avere una conclusione negativa
nella prima figura dell'ipotetico, e posi- tiva nella seconda „. Ma l'obiezione
non può resistere. Infatti, consul- tando la disposizione del modello che
nascerebbe dalla forma sillogistica qui adoperata dal Can- toni, non tardiamo
ad accorgerci che questa è ben lungi dall'essere una forma perfettamente rigo-
rosa e conclusiva di sillogismo di prima figura. Mentre, quando (rettificata la
maggiore) venga riconosciuta come forma sillogistica della seconda figura, si
rivela perfettamente rigorosa e conclu- siva, non essendo altro che la
disposizione masche- rata di Camestres. In realtà, tutto l'equivoco è generato
dalla quantificazione e dalla qualificazione esatta da attribuirsi alla
premessa maggiore, oscurata da quel soltanto, in cui è implicita una disgiun-
zione. Noi giungeremo alla soluzione dell'elegante problema, retrocedendo dalla
conclusione alla premessa maggiore. Piii chiaramente, essendo già date come
forme sicure la minore SM(E) e la conclusione SP(E), non abbiamo che da
domandarci: quale può es- sere la maggiore? Quanto alla figura, potrebbe essere
tanto MP (1» Fig.) quanto PM (2^ Fig.). Quanto alla forma del giudizio, è
chiaro che non può essere né E ne 0, perchè allora il sillogismo risulterebbe
composto di tre giudizi negativi ; dunque non può essere che o A o I. Ora se,
data come premessa maggiore MP, il sillogismo proposto fosse modellabile nelle
due 228 LOGICA FORMALE premesse, come mostra la Fig. 12, con la mag- giore in
A, la conclusione E sarebbe impossibile perchè avrebbe il predicato non
distributivo, contro la convenzione comune. Dunque la mag- giore, come MP, non
può essere universale af- fermativa. E neppure potrebbe essere particolare
affermativa, per la stessa ragione. Fig. 12. Fig. 13. Non resta che da scrivere
sul modello la con- clusione E, scrivere la minore E, e vedere quale maggiore
può derivarsi conformemente alle re- gole sillogistiche, cioè per PM, o con A o
con I. Non si tarda a riconoscere che Tunico modo possibile è appunto AEE^
(Fig. 13) cioè con la maggiore in PM, universale affermativa, e per- fettamente
rigorosa, di fronte alle classiche leggi del sillogismo, come si voleva
dimostrare. Perciò l'esempio riferito (1) è costretto ad (1) Il Masci riporta
la stessa obiezione (** che molte volte il ragionamento non segue le regole
della sillogi- stica e che, per es., conchiude in 1* figura anche con premessa
minore negativa „), ma la combatte con diverso ordine di idee. Egli ammette
difatti che * il sillogismo : solo le forze agenti a distanza operano in
ragione inversa dei quadrati delle distanze, l'affinità chimica non è una assumere
la forma seguente rettificata: tutti gli esseri responsabili sono liberi nelle
loro azioni; i pazzi non sono liberi; dunque i pazzi non sono responsabili.
Così dalla stessa obiezione contro i principi propri del sillogismo si è
ricondotti alla riconferma dei principi logici medesimi. 12. Modello del
polisillogismo. — Cominciando dal caso più semplice cioè dal polisillogismo che
consti di due sillogismi, quindi di quattro ter- mini, il maggiore, il minore e
due medi, una rappresentazione comodissima sì può ottenere disponendo un altro
corpo logico di fronte al ter- mine medio nel modello esposto del sillogismo e
legandolo cogli altri tre, secondo le norme richieste dalle varie figure. Gli
esempi mate- forza agente a distanza, dunque non opera in ragione inversa dei
quadrati delle distanze, conchiude rigorosa- mente non ostante che violi la-
regola della minore di 1* figura „. Ma poi aggiunge: *^ Neppure da questa forma
l'obiezione ha valore ; perchè la regola logica è formulata in vista del caso più
generale e suppone un certo rap- porto dell'estensione dei concetti. Se il caso
e il rapporto sono diversi, ò naturale che la regola subisca un'ecce- zione ,.
Insomma conchiude: * Non si può rigettare la forma sillogistica perchè un
qualche ragionamento non si lascia disporre precisamente nei suoi schema ,. Op.
cit., pag. 275, 276. Se non che anche contro l'affermato rigore del qui
riferito sillogismo, che dovrebbe violare la regola della minore di 1* figura,
valgono le stesse osservazioni rivolte contro l'esempio addotto dal Cantoni,
essendo entrambi gli esempi oscurati dalla stessa parola (solo) e disponi- bili
precisamente nello schema AEE di 2* figura. \ riali (1) e le figure che seguono
toglieranno ogni dubbio al proposito. Esempio: Ogni offesa al diritto è attesa
di rivendicazione ; ogni tirannide è offesa al diritto ; dunque ogni tirannide
è attesa di rivendicazione; ma ogni dominio straniero è tirannide, dunque ogni
dominio straniero è attesa di rivendica- zione. Prosillogismo ed episillogismo
qui sono modi AAA di prima figura; ma si capisce facil- mente che il modello si
adatta a tutti i casi di figure e di modi. Infine si vedrà che questo schema pone
in evi- denza la deducibilità di una sesta relazione tra i due termini lontani
M' ed M, la quale viene affatto dimenticata dalla logica ordinaria. Neir
esempio riferito la relazione nudva dà origine a questo giudizio esattissimo
tanto per la qualità quanto per la quantità: " Ogni do- minio straniero è
offesa al diritto ». Nella figura 14 il nuovo rapporto M'M fu trac- ciato
senz'altro. Siccome — a mente di quanto fu detto al § 7» Art. 1 — lo studio di
tutte le varietà del polisil- logismo rientra nel problema più vasto di eli-*
minare un qualunque numero di termini medi da un sistema qualunque di relazioni
logiche, così per ottenere una rappresentazione adeguata di codesta operazione
elirainativa per un qual- sivoglia numero di termini, basterà collocare intorno
al primo sillogismo un numero qualunque di altri corpi logici, perchè nel
medesimo modo (1) Si adducono solo ahuahamenUy per comodità del lettore. che si
elimina un termine -^ poniamo x — ni potranno successivamente eliminare quanti
ter'' mini, y, z, ecc., si vogliano. M Anche qui, in pratica, si ottiene un
risultato imprevisto. Difatti se si pone come premessa maggiore del secondo
sillogismo la conclusione del primo e così via, allora resta tracciato uno
schema in cui come centro del polisillogismo fi- éura il predicato (termine
maggiore) del primo sillogismo, che rimane predicato di tutti i sillo- gismi
successivi (Processo sinistrorso, M. M^ M*, M», Fig. 15). Per contro, se si
pone come premessa minore del secondo sillogismo la conclusione del primo e
così via, allora resta tracciato uno schema ih cui come centro del
polisillogismo figura il sog- getto (termine minore) del primo sillogismo, che rimane
soggetto di tutti i sillogismi successivi (Processo destrorso). Il primo modo è
quello che fu contemplato finora dalla logica ordinaria, il secondo — a quanto
mi risulta — non è ancora stato dichiarato da altri, sebbene le ragioni del suo
meccanismo non siano meno valide delle prime. Gli schemi da noi dati (Cfr. Fig.
15) fanno risultare analo- Fig. 15. gamente la deducibilità di altre nuove
relazioni tra i vari termini lontani, mentre, secondo la lo- gica ordinaria, la
portata del pelisi llogismo è limitata assai piìi del giusto. È vero che questi
passaggi possono essere facili, come nell'esempio addotto dianzi; ma possono
anche essere diffi- cili, perchè non sempre si è in grado di vedere che certe
relazioni immediate che un concetto ha con due altri conducono ad altre
relazioni mediate che lo stesso concetto ha con uno o più altri concetti legati
successivamente coi primi, mentre nell'operazione deduttiva si tratta proprio
di provare questo. Si sa che le relazioni impli- cite latenti possono essere
talvolta assai difficil a scoprire. Era necessario dir questo, per giustificare
l'uti- lità della teoria dei modelli ideofisici che, se di- scorda nei punti
indicati dalla teoria tradizionale, in tesi generale costituisce un reale
progresso. 13. Modelli del sorite. — Sopprimendo le illa- zioni intermedie e
non lasciando che una sola Fig. 16. illazione ultima fra i due termini estremi
si ot- tiene la rappresentazione del sorite nelle due forme aristotelica o
regressiva (1-2, 2-3, 3-4, 4-5, 5-6; l-6)(Fig. 16), egoclenica o progressiva (1-2,
2-3, 3-4, 4-5, 5-6; 1-6) Tutte le regole
del sorite si verificano age- volmente, sopra questi modelli, e non c'è nes-
suna ragione per formulare dei soriti apparte* nenti solo alla prima figura del
sillogismo, come è il caso qui sopra riferito. 14. Conclusione. — Ciò che ho
esposto di più importante in questo ultimo capitolo si può rias- sumere in
poche parole. Essenzialmente: abbiamo provato che tutti i principi fondamentali
e le proprietà delle rela- zioni logiche derivate che regolano la teoria clas-
sica del raziocinio e si riducono in ultima analisi ad un caso particolare
della teoria generale del^ Teliminazione e della sostituzione, conforme alle
condizioni quantitative e qualitative imposte dal problema di Boole, sono
rappresentabili compiu- tamente con modelli ideofisici. E, valendoci delle
conseguenze sperimentali che si ricavano dall'esatto funzionamento dei
meccanismi costrutti, abbiamo dimostrato che la teoria dei modelli ideofisici
non soltanto ha Tuf- ficio di raccogliere e di ripetere una serie di fatti
logici conosciuti, spiegandoli con un unico meccanismo, ma anche quello di
indicare la pro- babilità di altri fatti e di altre leggi non an- cora
osservati, capaci di spostare la concezione delle leggi fondamentali della
logica classica. Deirapplicazione della fisica e quindi del calcolo alla
scienza logica e dei limiti di essa. Obiezioni. — 3. Apprezzamento dei
risultati più generali otte- nuti dalla presente ricerca. — 4. Valore critico e
gnoseologico della teoria ideofisica. — 5. Dell'ordine derivante dalla
rappresentazione simbolica cioè de- formativa di un dato ordine di fatti
scientifici. — 6. Conseguenze filosofiche. 1. Deir applicazione della fisica e
quindi del calcolo alla scienza logica e dei limiti di essa. — Dal fin qui
detto parrebbe che la teoria ideofi- sica essendo stata applicata con discreto
van- taggio all'esposizione ed alla ricerca di tutti i fatti della logica
ordinaria nessun dubbio per essa rimanga sopra l'applicabilità sempre più
generale della fisica e quindi del calcolo alla scienza logica. Ma se vi sono
delle forti ragioni in favore di questa applicabilità non è men vero che la
teoria ideofisica incontra nella sua funzione parecchi limiti. Giova
immensamente il ritenere che la quan- tità è una proprietà essenziale di tutta
la realtà e quindi anche della realtà logica; giova in ogni caso procedere alle
ricerche con questa ipotesi. Quando l'ipotesi poi comincia ad essere verifi-
cata anche in piccola parte, non si può tanto facilmente rifiutarsi dal credere
che quello che il pensatore logico determina col semplice di- scorso non si
trovi anche vero della realtà fisica e viceversa. C'è di più. Siccome anche per
la scienza lo- gica è vero quello che si verifica su larga scala in tutte le
altre scienze, cioè che la maggior parte degli enti derivati e delle loro
proprietà sono dipendenti dal numero degli enti primitivi e delle loro
proprietà, così non è difficile com- prendere che la logica — tracciato una
volta il quadro delle idee primitive — abbia da risol- versi ulteriormente in
una specie di calcolo quan- titativo in abstracto, e si lasci quindi disporre
precisamente anche in quegli schemi quantitativi che sono applicabili a tutta
la scienza del reale. Ma la ragione più importante, nella quale l'applicazione
dei modelli ideofisici alle ricerche logiche trova inesorabilmente i suoi
limiti, è che la costruibilità dei modelli resta assai presto pa- ralizzata
dalla crescente complessità dei feno- meni logici. Anche quando, come avviene
pel caso presente, la possibilità della costruzione dei primi ordini di modelli
potè essere fortunata- mente assicurata per la rigorosa determinazione numerica
dei primi elementi dei fatti ci è contro l'estensione illimitata di essa non
solo la crescente difficoltà di seguire coi modelli la crescente complicazione
dei fatti derivati, i quali in breve esauriscono la potenza ed i mezzi d'ogni
calcolo, ma una ben giustificabile improbabilità che con- siglia di aspettare
la conferma anche di quei problemi che ammettono una soluzione teorica- mente
accettabile. Perchè se un criterio teorico è sufficiente per dimostrare T
accettabilità di un'ipotesi, non è però valido come criterio de- finitivo della
verità. In ideofisica non si tratta della corrispondenza probabile, ma della
corri- spondenza reale dei due ordini di fatti. 2. Obiezioni. — Premesse queste
considerazioni sulla portata generale e sui- limiti della teoria ideofisica,
discutiamo brevemente le più notevoli obiezioni che le si potranno rivolgere
contro. Non mancheranno coloro che, pur volendo ri- conoscere una qualche
utilità alla rappresenta- zione meccanica dei fenomeni logici, in quanto serve
a chiarire intuitivamente le nostre idee, a precisare i loro rapporti costanti
come una specie di tecnica estrinseca delle relazioni dei con- cetti (1), finiranno
per dire apertamente: Tana- logia completa tra i due ordini di fatti logici e
fisici non deve recare nessuna meraviglia dal mo- mento che noi non riusciamo a
conoscere per tale via nulla più di quanto è stato creato da noi medesimi. (1)
Mi sembra utile, e forse necessario, avvertire che Tespressione " Logica
tecnica ,, introdotta correntemente nel testo, si potrebbe giustificare, senz'
altro , anche da questo punto di vista. Ma io non posso scorgere alcuna
solidità nel- l'argomento , su cui è fondata questa obiezione. Essa in effetto
potrebbe rivolgersi, col medesimo diritto, a tutto quanto l'ordine delle nostre
co- gnizioni dal momento che si potrebbero trovare delle fortissime ragioni per
credere, d'accordo in questo col Lotze, col Wundt, coll'Hartmann, col Sigwart e
in genere con quasi tutti i soste- nitori più importanti dell'indirizzo
volontaristico contemporaneo, che solo ciò che è creato da noi può essere
perfettamente conosciuto (1). Per questa sola ragione, seguirebbe già natu-
ralmente la necessità di non precipitare il giu- dizio intorno a ciò che può
parere più o meno maraviglioso in ogni ordine di conoscenza; ma tanto meno
ragionevole sarebbe la precipitazione critica, pel tfaso mio, perchè io
confesserò fran- camente che quasi tutti codesti risultati speri- mentali
furono previsti col calcolo mentale. Certo a chi sia incapace di seguire gli
avvi- luppamenti delle dimostrazioni teoriche astratte, solo il convincimento
che nascerà dalla verifi- cazione materiale dell'ipotesi deve tener luogo di
quella anche maggiore confidenza che procura la sola verificazione astratta di
ogni ragiona- mento. Ma in realtà la giustezza di certe asser- zioni non ha
punto bisogno di essere confermata ad ogni momento nella pratica. Qualunque più
imponente verificazione pratica (1) Dk Sarlo F., Le correnti filosofiche del
secolo XIX. Napoli, Detken et Rocholl, 1901. CONCLUSIONE 243 in certi casi non
sa portare una più ampia con- vinzione ad un filosofo che abbia già verificato
razionalmente i fenomeni con operazioni mentali sgombre da ogni equivoco. Ciò
che eccita Tammirazione degli incompleti empiristi non sconcerta il giusto
equilibrio di chi abbia compreso il significato sperimentale delle teorie e il
significato teorico degli speri- menti, quantunque non possa che recargli im-
menso diletto ogni nuovo esempio della concor- danza tra l'esperienza e la
teoria che egli solo è capace di sentire. Pensare è nuU'altro che costruire
speciali mec- canismi, introdurre in essi certe ipotesi che rie- scano a
trasformarli cioè a metterli in funzione, ricavarne in seguito le conseguenze
sperimen- tali da paragonarsi ai risultati di un altro ordine* di ricerche
equivalente, perchè da ultimo si possa giudicare dell'esattezza del
funzionamento del meccanismo costrutto. In breve, pensare non è altro che
vedere l'ef- fetto d'una legge necessaria nella correlazione costante di certi
caratteri e nella successione regolare di certi fenomeni (1). Non è quindi un difetto
l'ottenere certe co- gnizioni logiche in virtù della teoria dei modelli, dal
momento che tutte le altre cognizioni si ot- tengono con lo stesso
procedimento. (1) A ciò ritorna pure la dottrina del pensare scientifico éhey
con nuovi e profondi schiarimenti , il De Sarlo ha posto in veduta nelle sue
opere. 244 LOGIOA FOBMALE Del resto a che si ridusse questa introduzione della
teoria fisica nel campo dei fenomeni logici? Abbiamo noi forse tentato di
seguire compia- centemente la teoria logica ? No. L'opera nostra fu piuttosto
quella del giudice. Gli esperimenti ideofisici furono dei tentativi e, in certa
guisa, delle provocazioni o cimenti ai quali assogget- tammo la natura fisica
per sfidarla a darci una risposta diversa da quella che già ci aveva data la
natura logica. Questa è la ragione per cui i nostri esperi- menti in gran parte
non si presentano che come semplici verificazioni di conclusioni alle quali i
logici erano già arrivati per altra via. È vero che noi ci servimmo dei modelli
non solo come strumento di verificazione ma anche come strumento di ricerca. Ma
prima colla ragione pura si costruirono i modelli ideologici astratti e se ne
dedussero le conseguenze logiche, facendo unico appello alle idee; poi col
senso e coir immaginazione si co- struirono i modelli ideofisici concreti e se
ne ricavarono le conseguenze meccaniche, facendo unico appello alle cose. Pure
è chiaro che Tobiezione avrebbe qualche valore solo nel caso che i risultati
dei modelli ideofisici corrispondessero sempre e necessaria^ mente con i
risultati astratti della teoria. Si capisce che non rechi meraviglia il trovare
dentro un apparecchio qualunque precisamente quello che vi abbiamo riposto noi
stessi e nulla più. Ma, nel caso nostro, questa vecchia sottigliezza dialettica
è bensì possibile che venga al- legata ma non dimostrata dagli oppositori. Chi
ha seguito la discussione dei principi lo- gici fatta nei precedenti capitoli,
e la costruzione e la messa in opera dei modelli sperimentali, rammenterà subito
che i risultati ottenuti coi vari modelli anzi tutto non s'accordano sempre e
necessariamente fra loro per il diverso grado di accettabilità inerente ai
modelli medesimi, quindi neppure si accordano sempre e necessariamente con
quelli delle teorie della logica ordinaria. Fu veduto anzi a suo luogo che la
teoria ideofisica assume in tali casi non solo una virtù di ripe- tizione, ma
anche una funzione di controllo di tutte le conseguenze a cui il pensiero può
giun- gere, con maggiore o minore regolarità; in altri casi la divergenza fra i
risultati della conside- razione classica e quelli della considerazione teorica
è a dirittura enorme. A che si riduce pertanto la vecchia sotti- gliezza
dialettica della maravigliosa scoperta del conosciuto ? Chi volesse considerare
la stessa obiezione da un altro punto di vista potrebbe rimproverarci di
allontanare troppo il pensiero dalla realtà dei fatti logici, sostenendo la
materialità grossolana dei modelli ideofisici. Ma questa obiezione non avrebbe
più valore della prima, sia perchè, in larghissimo senso, si può sostenere che
ogni ope- razione logica è in fondo una finzione simbolica, vale a dire una
costruzione vera e propria di modelli e che i modelli di vari ordini di fatti
possono essere equivalenti; sia perchè, se pare fossimo costretti ad ammettere,
per effetto della teoria dei modelli, che la critica della conoscenza si muove
in un circolo inevitabile, perchè qual- siasi modello ci si accinga a spiegare,
siamo sempre costretti a proporre altri modelli o si- stemi di rapporti non
spiegati, nondimeno tutte le cose possibili non cesserebbero di avere per noi e
per la nostra cognizione un carattere co- mune, quello cioè di essere
rappresentate e rap- presentabili, vale a dire di apparire e di essere niente
altro che modelli. E i modelli ideali interni che cosa sono mai se non sintesi
piìi o meno complesse di rappre- sentazioni che l'esperienza porge a tutti gli
spi- riti, senza bisogno di ricorrere a veruna defini- zione di scuole? In
realtà noi siamo obbligati ad assumere le cose in quanto rappresentazioni o
modelli e a definire la cosa mediante il modello rappresen- tativo, dopo di
avere definito il modello mediante la cosa. E poiché pare che non ci sia cosa
al mondo né in noi né fuori di noi, che noi non co- nosciamo se lion in quanto
ce la rappresentiamo nei limiti e nei modelli della nostra facoltà rap-
presentativa (così r io come il rimanente), da ciò potrebbe conseguire che in
tutti i concetti, giu- dizi e raziocini noi non ci aggiriamo del continuo se
non nella cerchia dei modelli. Un'altra obiezione contro la teoria ideofisica,
che merita di essere considerata, perchè rac- chiude una maggior parte di
verità, è che i modelli escogitati — ad onta di fortunati riscontri — offrono
un'utilità scientifica molto mediocre. Io sono molto disposto ad ammetterlo,
quando penso ai modesti risultati delle mie attuali ricerche. Ma pur sentendo
lo scarso vantaggio che esse sono in grado di offrire presentemente, io prevedo
che si possono fare sulla logica formale, dal punto di vista della teoria
ideofisica, delle que- stioni e delle scoperte assai più interessanti, e forse
un giorno si faranno. Questo metodo di ricerca deduttiva potrà anche essere
disdegnato oggi, ma sarà ripreso domani. La relativa sterilità di cotesti
modelli d'al- tronde dipende non solo dalla limitatissima abi- lità inventiva
di chi li ha escogitati, ne solo dalla diffidenza o dalla grande cautela che io
sento di dover conservare nel metterli in funzione per ulteriori e inesplorate
ricerche, ma sopratutto dal fatto che la teoria ideofisica ha appena su- perato
lo stadio descrittivo. Ma, semprechè non vogliamo dimenticare che la logica
sperimentale non è uno scopo ma un mezzo, poco si tarda a riconoscere che,
nella ri- cerca delle leggi sillogistiche, mentre prima della traduzione
ideofisica ci avanziamo un po' alla cieca, dopo la traduzione avanziamo cioè
ragio- niamo con una certezza quasi matematica di operazione in operazione. Il
vero è che costruito il modello non ci troviamo più di fronte a con- cetti
quasi evanescenti ma a cose e a relazioni di cose che nella loro organica e
figurata este- riorità costituiscono, per così dire, la naturale prospettiva
dell'intelligenza, e, fornendo ter- reno propizio ai piìi alti ed ardimentosi
voli, si dimostrano capaci di sviluppi scientifici im- prevedibili. Quante
volte così Timprevedibilità come la pre- vedibilità di certe conseguenze d'una
teoria di- pesero e dipendono dal grado della loro maggiore o minore visibilità
dentro la teoria medesima? Non pare adunque che per tali ragioni l'ideo- fisica
possa dirsi, per esempio, meno utile ài altre ricerche scientifiche che hanno
potuto pre- vedere teoricamente alcuni loro grandi risultati e confermarli in
seguito coU'esperienza. Insomma, io credo fermamente che il rimpro- vero
maggiore che potrebbe farsi alla teoria idee- fisica non sarebbe quello, a mio
giudizio, di es- sere troppo materiale, incompleta e simbolica, come si
confessa senza ambagi, ma di voler es- sere una teoria esclusiva, se mai questo
secóndo fine ci passasse disgraziatamente per la testa. Ma io non posso
concedere che una sola linea di questo saggio possa meritarsi un simile rim-
provero, avendo fatto del mio meglio per soste- nere che ne questo ne qualunque
altro proce- dimento da solo possa valere su tutti gli altri. 3. Apprezzamento
dei risultati piti generali ot- temUi dalla presente ricerca. — Ponendo termine
ora a ogni considerazione polemica che ci ha fatto sconfinare un momento dai
limiti prefissi, pare conveniente indicare in modo sommario i risultati più
generali della presente ricerca. In sostanza, ho provato che il metodo dei mo-
delli ideofisici ha il suo uso fecondo, nella ricerca dei fatti logici, tanto
come strumento di dimo- strazione, quanto come strumento di ricerca. Non si può
negare che le indagini compiute col soccorso dei modelli abbiano in molti casi,
non solo ricostruita, ma rettificata e completata la teoria delle relazioni
logiche, con esattezza ignota alla scuola ordinaria. Poiché dunque la prova di-
retta mostra che noi facciamo colla costruzione e col funzionamento semplicissimo
d'un apparecchio (modello sperimentale) quello stesso che si po- trebbe fare
meno comodamente col ragionamento calcolo (modello razionale), segue che i
fatti i quali compongono la teoria astratta si possono ritenere come verificati
sperimentalmente. Giova pertanto studiare i fatti logici col sus- sidio dei
modelli materiali, descriverne separa- tamente il meccanismo, e determinare per
cia- scuno le leggi regolatrici. Così si ottiene anche un salutare ammonimento
filosofico quando ci accorgiamo che uno stesso risultato si può ottenere
coU'impiego di mecca- nismi diversi e ci sentiamo costretti ad ammet- tere che
di fronte alla coesistenza di parecchie teorie logiche, matematiche,
meccaniche, fisi- che, ecc. equivalenti, siamo impotenti a distin- guere la
vera dalle altre. Anzi, perchè noi dovremo essere autorizzati a dare una
speciale preferenza di verità a cia- scuna di esse? Sotto un certo punto di
vista, le infinite teorie accettabili sono tutte vere, per quanto siano anche
irreducibili nei loro postulati. Ma errerebbe chi credesse che vi sia in tutte
le possibili rappresentazioni soddisfacenti e quindi vere ^ tutta la realtà od
anche solo una parte „ (1). È ovvio consentire che la verità sia molte- plice,
anzi infinita. Ma ben pochi sono in grado di comprendere che ciò che sembra in
questo caso costituire la prova più eloquente dell' impotenza dello spirito
umano, cioè T impossibilita della definitiva sco- perta della realtà
sottostante all'infinita verità, sia realmente un'esigenza alla quale si possa
attribuire un significato qualunque. 4. Valore critico e gnoseologico della
teoria ideofisica, — Ho accennato teste alla possibilità che r ideofisica venga
ad assumere anche un va- lore critico proponendo e risolvendo alcune que-
stioni relative alla teoria della conoscenza. Per risolvere, almeno in parte,
il quesito si può cominciare a chiedere quali conseguenze si possano ricavare
in ordine alla teoria delle leggi scientifiche in generale, e in particolar
modo in ordine alla questione della identità o diversità delle leggi della
natura e delle leggi della ra- gione. A ciò si giunge nel miglior modo tenendo
conto d'un argomento di Oersted. Ciò che prova meglio — dice Oersted — che (1)
Garbasso, 15 lezioni sperimentali su la luce. le leggi della natura sono pure
le leggi della ra^ gione è che dalle prime (una volta conosciute) noi possiamo
dedurne delle altre per la sola lo- gica^ le quali noi verifichiamo in seguito
coll'e- sperienza; che se questa verificazione non pu6 aver luogo, noi siamo in
grado di accorgerci che abbiamo tirato delle conclusioni false. Ne segue che le
leggi del pensiero^ per mezzo delle quali noi possiamo trarre delle
conclusioni, regnana pure nella natura. Il pensiero di Oersted è molto
convincente. Ma ora mi sembra di poter aggiungere che un'altra prova non meno
rimarchevole AqìY iden- tità di certe leggi naturali e razionali si ricava
dalla verificazione sperimentale delle pure logiche formali dedotte colla sola
ragione. Ne segue che — almeno per certi casi — le leggi della natura non sono
punto diverse da quelle che regnano nel pensiero, una volta che si può
dimostrare che è tanto possibile ottenere sperimentalmente le leggi logiche,
quanto dedut- tivamente le leggi naturali. La prima cosa dunque che va notata
è, che certe proprietà delle idee sono in fondo anche proprietà delle cose, e
viceversa che certe pro- prietà fisiche sono in fondo anche proprietà lo-
giche. Questo dimostra che se da un lato la teoria logica può riuscire agli
stessi risultati dell'espe- rienza fisica, dall'altro l'esperienza fisica
stessa può raggiungere, in certi casi, il necessario della logica pura. È
appunto in base alle accennate ricerche che aggiustiamo fede difficilmente alle
j^^-zz. - X :B*-eest:L. m*^^ t ^mT.LÌ ^-r'-zy :r 'rtir-'i- e-.
"r"-*".*T?=t--' .iài:.--"-. ^-a ^ -^--.^ tr-. — ^•'01==^.
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r-«>,,*^:; Cr^^i :vrtv'r-i. j'^!;^ -r c^el'i «ie^la teoria ',,v*r 3!^ jsi
^f-:r:r^i.r:r<r i-rT q^i^t^to la necessità 4'Qft^ ('/tuf'AV,hxjj'^, ;ra 1
apriorismo e lo speri- mi-jiVilìe,ifio, hlior^L àn:Le qui si perderebbe lo
itpiiito di-Ma rjimr/«trazione, a meno che non si iiiKhiatiihhe
C'féplicitarrjente di usare una semplice frase per affermare che la scienza come fatto
è innegabile per tutti. A priori possiamo solo congetturare che l'uomo non sia
un mostro nella natura e che possa esi- stere qualche rapporto fra la sua
intelligenza e la natura delle cose ; e verosimile inoltre che nella natura si
trovi una specie di tendenza verso r intelligibilità e di questa verso di
quella. Ciò ammesso, è legittimo usare del ragionamento come di un modo di
interrogare e di interpre- tare la natura, o della natura come di un modo di
interrogare o di rappresentare o di tradurre il ragionamento. E vero che la
logica formale presenta un'ob- biettività minima ed una necessità ideale eleva-
tissima, sopra di questa si può fare un asse- gnamento molto forte per
impostare logicamente il problema della corrispondenza necessaria delle
necessità appartenenti ai diversi ordini di fatti. Finalmente sarebbe assurdo
dimenticare che (posti i primi enti e le prime definizioni) la lo- gica formale
non è più che una catena di deri- vazioni logiche interamente necessaria. Ma
nulla autorizza a dimenticare per contro che questa necessità che regna sovrana
nella logica e che noi possiamo verificare sperimentalmente non riguarda che i
segni interiori o esteriori della realtà del nostro pensiero, e che d'altra
parte codesta necessità si rivela solo in rapporto a certe idee primitive ed a
certi postulati, la cui necessità è indimostrabile. Inoltre si può capire che
la logica pura sia n Tespressione d'un
determinismo costante solo avendo riguardo al vincolo deterministico della
scienza, in cui solo si produce e si giustifica pienamente ogni affermazione
teorica di determinismo. Fa d'uopo forse ripetere che anche la teoria
ideo-fisica parte da un'ipotesi che è un'anticipa- zione del pensiero sulla
realtà, e che perciò è divenuta scientifica solo in quanto si poterono provare
i rapporti costanti di quei fatti che si volevano dimostrare ? Per poter
applicare rigorosamente la ricerca fìsica alla ricerca logica non dobbiamo
forse pen- sare che la realtà sia decomponibile in due ca- tegorie : corpi in
movimento e idee in relazione e che il primo ordine di fatti possa per la
scienza sostituire legittimamente il secondo? Appare dunque che ninna ricerca
ideofisica — esorbitando dai limiti rigorosi che le furono im- posti — può
presumere di svelare la natura ìntima della realtà. I nostri studi esprimono
solo la forma sog- gettiva, quasi fichtiana dei fatti, in una parola la forma
scientifica della natura, ne riescono ne tentano di stabilire l'unità reale tra
il soggetto e l'oggetto. L'unità universale delle leggi scientifiche, non
l'unità universale della realtà, ecco l'ipotesi che <5Ì siamo proposti di
verificare. 5. Dell'ordine derivante dalla rappresentazione simbolica cioè
deformativa di un dato ordine di fatti scientifici, — Si discute aspramente tra
i CONCLUSIONE 255 filosofi la questione della deformazione neces- saria che
subisce il pensiero per effetto del lin- guaggio e d'ogni altro strumento
simbolico in generale. Da una parte^ difatti, è una tendenza mentale
generalissima l'ammettere che pel noto processo di intima associazione e quasi
di identificazione del segno con la cosa significata, questa ultima finisce per
subire una deformazione che intralcia la ricerca e rende quasi impossibile la
scoperta della realtà (1). Dall'altra parte prende sempre più piede —
specialmente tra coloro ai quali non manca una larga preparazione scientifica —
la convinzione che ogni scienza è scienza di segni. Addurrò per tutte Topiniòne
d'un pensatore che gode giustamente una larghissima stima nei due campi dei
filosofi e degli scienziati. * Meglio è costituita una scienza, — dice il
Tannery — più nettamente appare che essa è una scienza di segni „ (2). Di fronte
a questa profonda divergenza sopra il valore da attribuirsi al simbolismo
inerente in generale ad ogni scienza, io mi proposi di lumeggiare la questione
trattando un caso par- ticolare, quello cioè dei rapporti tra un gruppo di
termini ideali (termini logici) e un gruppo in- (1) Cfr. Teoria generale. Parte
prima, § 4. (2) Tannkry, Le ròle du nombre dans les sciences, Revue de Paris. solito
di termini materiali simbolici corrispon- denti (modelli fisici). Si può
convenire che non è tanto facile im- maginare mia più sensibile deformazione
simbo- lica dei &tti logici. A tale scopo cercai di adattare gli enti pri-
mitivi e derivati dalla logica formale e le loro fondamentali proprietà aUe
cose, in guisa da intendere questo nella maniera più vicina pos- sibile alla
perfetta intelligibilità. Sorse cosi la teoria ideofisica la quale — in blocco
— si può considerare come un modello liintelligibilità fisica delle cose
logiche, in altri termini il compromesso simbolico meno difettoso che ho potuto
costruire per avvicinare la logica pura all'esperienza, e viceversa. Non nego
che il tentativo era un poco peri- c<>loso, perchè, in sostanza, convinto
della neces- sità del simbolismo scientifico e in pari tempo della deformazione
inevitabile che ne deriva ad ogni scienza, io mi proponevo di servirmi d'una
nuova e maggiore deformazione per dimostrare rutile derivante dalla
rappresentazione simbolica cioè deformativa di un dato ordine di fatti in-
terni, a prima giunta refrattari in modo quasi assoluto ad ogni empirico
rivestimento. Avendo esposto nei precedenti capitoli il ten- tativo fatto in
questa direzione, ricorrendo ai grandi soccorsi che fornisce Tintroduzione del-
1 ammirabile teorica dei modelli di Enrico Ro- dolfo Hertz nel campo della
logica, mi sia lecito t'ormulare una brevissima conclusione intomo al
boNÒLUsioNìs 257 problema proposto del valore deformativo dei simboli, e in
generale della scienza considerata come organamento simbolico delle cognizioni.
Non è la deformazione della realtà, imposta da qualsiasi modello di tecnicismo
simbolico in cui si deve far entrare la realtà medesima per renderla
intelligibile, che impedisca la determi- nazione precisa e completa dei fatti
costanti e rovini definitivamente la costruzione della scienza. Neppure si
richiede che ad ógni ordine di fatti corrisponda una sola categoria di segni o
più brevemente un solo modello, dal momento che di un medesimo fatto si possono
dare infiniti modelli soddisfacenti, fra i quali — salva l'esi- genza
giustificabile della loro maggiore o minore accettabilità -^ è perfettamente
ozioso discutere la nostra scèlta. Non le cose, non le deformazioni, non i sim-
boli, non i modelli, non le teorie analitiche che in fondo non sono altro che
modelli, ma i rap- porti costanti fra le cose, fra le deformazioni, fra i
simboli, fra le teorie, cioè le leggi secondo le quali variano le grandezze
corrispondenti nel- r infinita verità dei modelli, costituiscono l'ideale
raggiungibile della scienza. 6. Conseguenze filosofiche. — Le conseguenze di
questo nuovo concetto dell'esperimento e della teoria rinvigorito dalla teoria
dei modelli, po- trebbero riuscire in filosofia teoretica enormi. In tutte le
scienze filosofiche ove s'aprono i più formidabili problemi ci troviamo sempre
di Pastore, Logica formale» 17 258 LOGICA FOBHALA fronte a parecchie teorie
diversissime che pre- tendono di risolvere la questione in modo unico, e ben
pochi sono in grado di capire che molte di esse possono essere vere, quantunque
siano fondate sopra postulati irreducibili. Un tempo l'ansioso indagatore non
cessava dal domandarsi: Quale è la vera e la sola so- luzione che ci darà il
valore oggettivo della realtà? E la necessità di risolvere questa questione di
fiducia pregiudiziale si imponeva con estrema violenza. Ora le cose sono
cambiate e molto an- cora cambieranno se sempre più si farà strada nelle menti
la dottrina dell'infinita risolvibilità. Le questioni di scuola passano sempre
più in seconda lìnea, da tutte le parti ci investe un largo spirito di
opportunismo teorico; e verrà un giorno forse in cui i filosofi teoretici
stessi si disinteresseranno di quelle teorie per mezzo delle quali saranno
giunti a possedere il senso logico della realtà. Elenco dì 256 modi
sillogistici. Pastosk, Logica formale. 17* TATOI.A I. A A A > DAPIOAPI'A* II
III IV A A E A A I DAR BARI BARALIP A A A E A A E E CAMtSTPlEò CA.nENE5 A E I A
E Tàtoi.4 U. A 1 A II ni IV A I E A I I DATISI A 1 O A A A E A O I A O OAnoco
■Tjlvoul m. E A E CELAnCNT cc&Ane E A I E A o FELAPTON PCSAPO E E A I E E E
E I ^±v<yu.-Ì^. E I A II ni IV E I E E I 1 E I FCRIO resTiNO pertisoN
mcsisoN E A E E E o I Tàvct^ y« n m IV Dl5AMia OIMORES Invece di Dimores
leggere Dimaris. Tavola VL I I A U in IV I I I I I A I I I I I Tàvola VII. é A
A II III IV A E A I A o DOCAHDO s A E B E I E I^AVOLA Vili. 60. Harnack.
Ii*e«ieiisa del Crtatlanenlino L. 4 — 60. Jaubs. eli IdeaU della vita. — (2»
edizione) . Baccioni. J>all'alclilmla alla elUmiea. ~ Con figure .... 02.
Cappellxtti. lia lescenda Napoleonica. — Con ligure . . . 68. Mach. Analim
delle •enaaslonl 64. Labanca. Mena Crinto. — Con figure 65. Anderson. IìO
elTiltÀ ectiuAe dell'oriente 66. CouQNXT. I plaeerl della tavola. — Con figure
67. SiGHELB. li'lntelllffeusa deUa folla 66. HiCKSON. lia vita nel ntarl. — Con
figure 69. Costa. Il Bnddlta 70. Solerti. Iie origini del melodramma 71.
Broffbrio. Per lo Spirltlumo 72. Clodd. Storia dell* Alfabeto. — Con figure 78.
DiCL Lungo. Qoetlie e HelntliolB 74. FiNOT. lia fllonofla della longevità 75.
Atjppi e Cohanoucci. l«a llquefamione del ffa» e dell'aria. 76. Fraccaroli. Iì'
irrazionale nella letteratura 77. CoNN. Il meecanlunio della vita 78. Levi.
]>elltto e pena nel penulero del Qrecl 79. Del Cerro. Fra le quinte della
Storia 80. ViAzzi. Puleoloffia del «eMl 81. Sergi. lSv«»luzlone umana
individuale e soeiale 82. Clodd. Ij'uou&o prln<ivo. — Con figure 88.
Baldwin. li' Intelliffensa 84. Cappelletti. I«a rivolumione 85. Lombroso. I^a
vita del bambini. — Con figure 86. Emeràon. Uomini rappreaentatlvi 87. MoEBius.
Inferiorità mentale della donna 88. QuMPLOWicz. 11 concetto •ocloloffico dello
Stato^. .... 89. Agresti. I«a fllosofla nella letteratura m€»derna .... 90.
Lombroso. I vantami della degenerasi one. — Con figure . 91. Pegrassi. lie
illusioni ottiche. — Con figure 92. MoRASSO. I<a nuova arma (I«a macchina)
96. Menger. liO «tato socialista 94. Canestrini. Oli amori dcffli anintall. —
Con figure .... 95. BizzATTi. Dalla pietra filosofale al radio. - Con figure .
. 96. Carlyle. Passato e presente 97. CouGNET. Il ventre del popoli 98.
Bizzarri. lia base fisica del male 99. Cappelletti. Storie e lessende 100.
Clodo. Storia della creasione. — Con figure 101. ZanotI'i-Bianco. Astrologia ed
astronomia 102. Hall. Il suolo 106. Baratta. Curiosità Tlnclane. — Con figure .
Fragcaroli. I«a questione della scuola 105. Evans. liao-tse e 11 libro della
via e della virtù .... 106. Clodd. Miti e soffnl 107. Labanca. Il papato 108.
Villa. Iì' Idealismo moderno 109. Fanciulli. Iì' individuo nel suoi rapporti
sociali .... HO. DucLAux. Iffiene Sociale 111. Bavizza. Psicologia della lingua
112. Clodd. Fiabe e filosofia primitiva 118. Cappelletti. Principesse e grandi
dame 114. NiCBFORO. Forca e rlcchessa 115. Benda. IìC passioni 116. Romano. lia
psicologia pedavofpica 117. BizzATTi. l>al cielo alla terra 118. Canestrini.
IìC società dcffll animali 119. ToNNiNi. I<a psicologia della civiltà elisia
120. Ferrucci. Il traforo del Sentpione e 1 passanri alpini . 121. Lombroso e
Carrara. Nella penombra della civiltà. I volumi di questa serie esistono pure
elegantemente legati in tela \ì hit '**^ ^X^^zs^^^ { >re^' 1*^ i i i l'r^ i 3905 ae: si È) ‘ila! \ SR ssi, SILLOGISMO
È PROPORZIONE: CONTRIBUTO ALLA TEORIA E ALLA STORIA DELLA LOGICA PURA sa I 1 ®
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FIORENZA - PALERMO. Depositario per Napoli e Provincia : Sooferà COMMERCIALE
LIBRARIA - NAPOLI ver 4 sL | Ma prima
provvediamo che non ci accada alcun che. Che mai? diss’io. Che noi non
diventiamo, dliss’egli, odiatori dei raziocinj, come quelli che diventano
odiatori degli nomini; chè non v'ha, disse, male peggiore di questo odiare i
raziocini, l'un odio poi e l’altro nascono al modo stesso +, (PLATONE, Medone.
Voglio indagare se nell’ordine della logica pura, travagliata da una crisi
profonda per la lotta che ferve tra i classici o aristotelici – H. P. Grice: “I
call them neo-traditionalists, or informalists; and my pupil Strawson is the
epitome -- e i matematici o leibniziani – H. P. Grice: “The heirs of Whitehead
and Russell” --, possa esistere ‘qualche mezzo di conciliazione ragionevole e
sicuro, pigliando la logica classica com'è e le esigenze della matematica quali
possono essere. In questa indagine cercherò di riunire ciò che permette la
teoria con ciò che ci è imposto dalla storia, affinchè non vadano disgiunte le
ragioni della scienza e dei tempi. Ma le considerazioni seguenti spiegheranno
meglio l’intento dell’opera, la quale in genere si può considerare come un
saggio di interpretazione matematica della teoria e della storia della sillo-
tica. Agli amatori delle dottrine analitiche non dispiacerà, se on erro, che
buona parte del saggio sia dedicata alle ricerche sulla ) ? storica della
logica aristotelica; trattandosi in primo luogo gere la critica contro
l’interpretazione tradizionale che mette otele stesso ed è oggi generalmente
sostenuta dai e le scuole, e, in secondo luogo, di porre le basi d’una ta a
dare all’aristotelismo un valore storico e scien- movo. Nè già intendo di
prevenire il giudizio della critica sostenendo l’importanza delle presenti
dottrine, perchè anzi io ne attribuisco tutto il merito ai filosofi della
Grecia antica e non ricerco la conferma retroattiva d’una ipotesi, ma documento
la Jrima rivelazione storica d’una teoria che non guadagna nulla a | sprofondare
la sua origine nei tempi. Faccio insomma le parti del passato e non di più. Ora
la verità sull’origine storica della logica è tutta negli archivj e noi
possiamo bene studiarla e discuterla imparzialmente, senza temere che il suo
trionfo pregiudichi la sen- tenza dell'avvenire. La questione pertanto che sola
ci interessa deve parimente mettere in disparte ogni considerazione sulla
praticità delle presenti ricerche, il cui apprezzamento importa poco o nulla
alla logica pura. V’ha taluni filosofi i quali, per malinteso amore di
modernità edi utilità pratica, o, come si dice talora, con meravigliosa
ignoranza, di positivismo, stimano che la logica pura sia una disciplina di
secondaria importanza; molto influisce sul loro giudizio la natura
astrattissima degli enti logici e delle loro leggi che non può essere
immediatamente famigliare; molto la decadenza veramente deso- lante in cui si
trova questa scienza nel nostro paese. Altri crede necessario insistere sopra
l’estrema importanza di questi studj e sopra l’urgente necessità di richiamarli
in vigore e in onore per l’interesse della scuola e del pensiero; altri grida
che i tempi sono maturi per una rivoluzione degli studj filosofici operata dalla
logica il cui trionfo è un bisogno della coscienza contemporanea. Ora, quanto
all’interesse delle scuole e del pensiero, chi negherà l'opportunità, anzi
l’urgenza di questo salutare rinnovamento ? Circa il bisogno sentito dalla
maggior parte dei filosofi contem- poranei invece, sarà forse scusabile una
punta di scetticismo quando si vede che la colpa della decadenza della logica è
precisamente di coloro che dovrebbero insegnare agli altri che a ben filosofare
si richiede l’esercizio ordinato di tutto il pensiero. Ma il contegno di coloro
che son caduti in balìa di quella misologia di cui discorre Socrate nel Fedone
non deve recarci troppo affanno nè troppa maraviglia, perchè, in certi casi,
quando cioè le verità cominciano a fare i primi passi nel mondo, anche la
distrazione di taluni filosofi può riuscire utile al progresso della scienza ;
nel nostro caso poi non sapremmo mai a bastanza ricordare che la verità deve
essere cercata e scoperta per la verità e non per l’utilità materiale o pel
consenso universale e immediato dei contemporanei che se ne possa ricavare. Ciò
posto, entriamo direttamente nel vivo della questione. Prima c’era la logica
classica. Essa pareva sorta per incanto dal cervello di Aristotele, quasi in
ogni punto perfetta e superiore — MiA : È TETI pa Pb arti, È Pi 4) te MSc CI
Map. = - È de pw gt 9 nad 10m IE XI Ù Al
ci : ( - I - ad ogni critica e per circa diciotto secoli dominava su ogni
branca dello scibile umano, Ma fu chiesto se tutte le sue leggi valessero
quanto le leggi delle scienze esatte; si domandò se e come la logica deduttiva
possa estendere il suo dominio ai metodi di tutte le scienze, più precisa-
mente se e come possa conservare il suo carattere formale ed astratto nell’uso
delle scienze sperimentali considerate come concrete ed induttive. Al silenzio
della logica deduttiva si votò l’ostracismo alla sillogistica, si oppose il
metodo induttivo al deduttivo, la logica reale alla formale, si confuse
l’induzione collo sperimento, la dedu- | zione coll’apriori, e così il metodo
deduttivo incatenato, torturato, stravolto assistette al trionfo del metodo
sperimentale benchè in fondo i due metodi siano fratelli e solidali nella
dimostrazione 7 della necessità. E la logica induttiva ? Profittando del
malinteso trionfo del metodo sperimentale, sosteneva d’essere l’unico strumento
utile all’invenzione delle o scienze e, perseguitando ingiustamente la
deduzione, esaltava | giustamente lo sperimento senza capire che tra lo
sperimento e la deduzione non passa che una differenza simbolica insignificante
(1). i Frattanto la logica classica restava immobile di fronte ai progressi
(delle scienze. I continuatori di Aristotele propendevano per la qualità ; fu
chiesto se le leggi logiche hanno carattere qualitativo 0 quantitativo, se la
teoria aristotelica sia ancora capace di nuove | lisorse per superare i confini
ristrettissimi tracciati dal fondatore. La logica classica non corrispose a
questa speranza. Che avvenne ? Si vedeva da un lato la povertà della dottrina
sillogistica delle scuole, dall’altro si confidava sempre meglio nella potenza
inesau- È ribile dell’analisi. Quindi un nuovo sistema di logica oltrepassò
disdegnoso il campo della teoria aristotelica, spiegò il volo traverso le
scienze pure e si fermò sulla matematica dando origine a quella teoria della
logica matematica che ha diritto ad un posto d’onore nella storia delle scienze
contemporanee. Per tal guisa tre teorie differenti rimasero in campo : la
logica classica, la logica induttiva e la logica matematica ; la prima
superstite per la grandezza della tradizione ; la seconda aggrappata PE 7» ru
(1) Cfr.: Del nuovo spirito della Scienza e della Filosofia. Parte I, cap. I,
art. 1°. F. Bocca, ed., Torino. Me en ai trionfi delle scienze sperimentali; la
terza sostenuta dalla potenza 7 inesauribile del calcolo. Con quale fortuna? Ai
giorni nostri e specialmente in Italia la logica classica reggesi ancora nelle
scuole, di fianco alla logica induttiva, e mantiene un aspetto filosofico ; la
logica matematica invece, salvo rare eccezioni, resta chiusa nelle riviste e
nelle opere scieritifiche di pensatori isolati e mantiene un aspetto
scientifico estraneo all’insegnamento ufficiale. Quindi lo scienziato, che pensi
ai grandiosi sviluppi della logica matematica, rimane dubbio se la logica
classica non sia un esercizio retorico, se la sillogistica aristotelica, se il
formalismo scolastico non siano traviamenti del pensiero speculativo degni di
cadere in discredito per sempre di fronte alla scienza pura, come l’alchimia di
fronte alla chimica, e ciò avuto riguardo sia alle origini storiche sia alla
natura delle forme elementari che non mostrano alcun punto di contatto colle
matematiche ; per contro il filosofo, fedele alla dottrina scolastica, ora
consiglia agli studiosi di allontanarsi nella logica dalla sfera dei
matematici, ora consiglia alla logica di trasmutarsi in una nuova fase di
formalismo, or trasporta il problema logico in paraggi sì audacemente
metafisici che l'avanzare diviene impossibile, il retrocedere una confessione
di impotenza. Questo stato di cose è assurdo e da parecchi anni io ho tentato
di farlo cessare, con una serie di ricerche che vorrebbero togliere ogni
inciampo alla conciliazione, In primo luogo, volendo illustrare l’intimo
rapporto che intercede tra la deduzione e lo sperimento, ho dimostrato che i
fondamenti della logica formale si possono anche dedurre dalla considerazione
di modelli meccanici (1). Così ho creduto di svecchiare la logica formale
precisamente con quei metodi sperimentali che parevano più adatti a sepellirla,
stabilendo come e in quale misura le conclu- sioni della sillogistica classica
vengano controllate collo strumento (1) Logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. Con 17 fig. e 8 tav. fuori testo. F.
Bocca, ed., Torino, 1906. - Si a necessità sperimentale. È vero che pochissimi
hanno inteso ificato, il valore e l’uso della teoria dei modelli nella logica
pura. Ma questo poco importa al progresso speculativo della | verità, Con
analoga disposizione d’animo si deve ora procedere ‘al calcolo per domandargli
se e come analogamente le forme e le conclusioni della necessità sillogistica
siano controllabili con lo strumento della necessità matematica. Dopo di che
sarà in ogni parte compiuta l’interpretazione scientifica della logica classica;
la logica pura, considerata in modo definitivo come scienza delle funzioni,
vedrà unificati i suoi metodi di ricerca e di prova, rico- nosciuto il suo
carattere quantitativo, aumentate notevolmente le risorse del suo calcolo, e lo
spirito infine, sgombrato ogni ostacolo, potrà dedicarsi all’interpretazione
filosofica della logica della natura. Non ignoro che il genere di studj ai
quali ho consacrato questi ed altri miei scritti di filosofia teoretica,
dispiace a coloro, e non son pochi, i quali hanno in orrore così le ricerche
filosofiche fondate sui risultati delle scienze, come le ricerche scientifiche
rivolte agli scopi della filosofia. Ma le loro ragioni non valgono punto a
persuadermi. Perchè si tratta sempre di sapere in qual modo pos- siamo restare
con Aristotele, mentre Leibniz ci trae lungi da Aristo- tele; si tratta di
sapere come si possa ammettere anche solo una parte essenziale della logica
aristotelica, mentre la logica matematica sembra non avere alcuna relazione
essenziale con essa; inoltre, per la natura prevalentemente analitica delle sue
operazioni ci | sconcerta, infine per la bellezza, pel rigore e per la
fecondità dei tati rigorosi raggiunti, quasi ci impone di ritenere che il
trionfo | metodo moderno segni la sconfitta definitiva del metodo i vogliamo
conciliare le due dottrine, da un lato, come possiamo e nella matematica se il
principio matematico ci viene dalla sillogistica tanto riella/storia quanto
nella teoria? 9, come possiamo rimanere nella sillogistica se la matematica e la
sua natura, reclama la' sua libertà, tanto nella teoria > nella storia ? /
amo ancora la questiéne da un altro punto di vista. ntendimento comune, la
logica gode la riputazione d’aver insuperabile e di essere una. E noi siamo di
fronte Pit sila tia lieta; almeno a due logiche, propriamente intese, che si
professano irre- ducibili. Qual è veramente la natura e la portata di questo
dibattito ? Se in ogni dottrina l’accordo delle teorie è desiderabile, nella
dottrina logica il disaccordo, nonchè uno scandalo, è un assurdo. Ecco perchè è
dovere d’ogni logico affrontare immediatamente questo dibattito, tante volte
rinnovellato, che merita la più profonda considerazione. Quali sono le
soluzioni possibili di questa dolorosa crisi nella quale versiamo ? A mio giudizio,
sono tre: una cattiva, una peggiore, e una buona. La prima sarebbe l’abbandono
puro e semplice di una tendenza, intendo di quella che possa parere meno utile
o più remota dalla verità. Soluzione cattiva, perchè mossa dal gra- tuito
preconcetto che una delle due tendenze opposte abbia torto. La seconda sarebbe
l’indifferenza alla discordia. Soluzione peggiore, perchè atta solo a
prolungare il turbamento e l’ansietà degli studiosi, non eviterebbe
l’alternativa, non troncherebbe la radice del male, anzi condannerebbe la
logica ad uno stato deleterio di crisi perma- nente. La terza infine sarebbe la
conciliazione delle due scuole contrarie. Soluzione buona perchè, ove potesse
veramente effettuarsi, sarebbe certo stabilita la pace e l'armonia fra tutti,
sul terreno della teoria e della storia. A questo duplice scopo deve infatti
mirare chi comprenda bene ove stia il nodo e il cardine vero della questione.
Ma non è vana la speranza di trovare una soluzione tanto opportuna ? Or bene
sui due punti richiesti le presenti ricerche daranno un’esplicita risposta. Per
la teoria, dimostro che si può dare alle forme elementari della logica classica
un aspetto matematico estremamente semplice che non può essere respinto nè
dalla logica antica nè dalla matematica. Per la storia, mostro come lo sviluppo
della logica greca si accompagni allo sviluppo della matematica, quindi come
l’analogia degli enti e delle operazioni elementari del calcolo abbia inspirato
ai filosofi greci la trattazione di tutte le forme elementari della logica, le
quali non sono altro che una traduzione nel linguaggio ordinario delle
proposizioni fondamentali del calcolo algebrico ; stabilendo in particolar modo
che la teoria matematica della pro- porzione è la base storica e logica della
teoria aristotelica del sillo- gismo, il quale si risolve propriamente in una
proporzione masche- va PREFAZIONE a: infine, come la logica classica, sulla via
nei numeri, dei rapporti e delle equazioni, scorra libera verso il regno della
scienza. Questi risultati mi sembrano importanti, perchè con essi vediamo che
la storia medesima ristabilisce nell’ordine delle idee e delle dottrine quella
continuità che le scuole rivali di tutti i tempi, ma sopratutto del nostro, si
rifiutano ‘ostinatamente di ammettere. Così, ricostruendo la storia della
logica aristotelica, i filosofi che vogliono restar fedeli allo spirito del
fondatore si troveranno fra le mani una teoria matematica del sillogismo e non
avranno più alcuna ragione nè storica nè teorica per avversare anche nelle scuole
l'indirizzo della logica matematica; i matematici per contro, che hanno sempre
non curata, quando non disprezzata, la logica antica, per l’amore esclusivo
della loro specialità, saranno non poco sorpresi di riconoscere d’aver ragione
per un verso e torto per l’altro. Evidentemente essi hanno ragione perchè la
controversia si risolve sul terreno della matematica e in favore della
matematica, ma essi hanno torto perchè ignorano i fonda- menti matematici della
logica aristotelica. Il che non solamente implica come la storia della logica
antica non abbia finora trovata la via buona intorno ad una questione sì
capitale, ma indica, chiaramente, come oramai sia necessario, non che
possibile, aprire l’ora d’un nuovo aristotelismo ; giacchè nè l’Aristotele
latino degli scolastici, travestito da santo padre della chiesa e irrigidito
negli schemi del formalismo, nè l’Aristotele greco del risorgimento, travestito
da materialista e falsato dai sostenitori della cosidetta logica
dell’induzione, nè l’Aristotele neutro e inesplicabile delle nostre scuole il
cui sistema sillogistico sembra nato senza precedenti nella storia — proles
sine matre creata — sono capaci di darci l’Aristotele vero che, posto il prin-
cipio della proporzione come cardine della sua filosofia, con un’appli- one
eclettica ancora confusa ma vasta e ardita che riassume tutto il gran lavorio
del pensiero greco, getta il fondamento mate- natico della sillogistica,
Pertanto, chi rifletta alla posizione centrale che il sistema logico
aristotelico occupa nella filosofia greca ed all’enorme influenza che ha
esercitato sul pensiero filosofico di tutti i tempi, riconoscerà | subito qual
vasto orizzonte s’apra alla questione aristotelica così formulata, e qual
concorso di ricerche sia necessario per illumi- L] ro narla del tutto; essendo
manifesto che al compimento dell’ impresa — ; si richiedono un’erudizione ed
una dottrina che non saranno mai l’opera nè il merito di uno solo. Ma ne segue
forse che siano inutili j quei primi tentativi, donde mercè di una intrepida logica
e di più % illuminate ricerche si potrà cavar fuori tutto ciò che si deve, col
È tempo? A me sembra invece portentosa la semplicità, per non dir peggio, di
coloro che pretendono sempre di tutto fare o che si ho astengono dal fare,
perchè non possono far tutto. Perciò, mentre 4 sento l’obbligo di dichiarare
che queste ricerche sono ben lungi dall’esaurire l'argomento, non che dal
rispondere a tutte le esigenze degli studj moderni, confido che la tesi
fondamentale verrà sempre più rafforzandosi col tempo e col prezioso concorso
dei ricercatori. Quanto all’utilità pratica che se ne possa ricavare, in nessun
I modo io cercherò di dimostrarla, contentandomi di ripetere che Ds è le
questioni che si riferiscono alle cause delle dottrine razionali x ed alle
applicazioni delle idee che si fanno ogni giorno in tutti i campi del sapere e
dell’agire sono così conformi ai bisogni del- "pl l’umana esistenza che,
di mano in mano che l’intelletto progredisce o, nella conoscenza delle idee, le
sue forze si rinvigoriscono e si esten- l dono in tutte le direzioni. La logica
può essere trattata in tre modi diversi: come attività pratica; come scienza
analitica; o come disciplina filosofica. Intesa nel primo senso la logica ha
per oggetto l’esercizio empirico del potere intellettiv. Nel secondo senso la
logica può definirsi la scienza delle ade necessarie. Nel terzo senso, la
logica s'impone come pensiero del pensiero (vino:s vorjssws) che è quanto dire
pensiero dell’ universale e come tale estende il suo dominio teoretico su tutti
i campi del sapere e dell’essere, dovendo di ciascuno e del sistema di tutti
ricercare la ragione suprema. Im queste ricerche non ci occuperemo del primo
punto di vista. Tratteremo direttamente del secondo e aggiungeremo, ma gblo
nella conclusione, alcuni schiarimenti come prope- a alla meditazione
speculativa del terzo, che sarà argomento um altro lavoro. Le distinzioni
proposte fra i tre modi diversi di trattare giustificano sufficientemente la
ragion d’essere di cia- i controversia fra i propugnatori dei diversi punti i ‘ha
per tal modo scomparire, benchè l’assegnazione ti tronchi molte pretese tanto
care a coloro che hanno one uni-laterale della logiéa e vogliono servirsi della
loro di verità per abbattere quelle ricerche che essi non sanno rogliono
sostenere. Perchè è chiaro, ad esempio, che se la come scienza analitica resta
smarrita innanzi al pensiero verbale, la logica, come disciplina filosofica,
resta incompe- onte agli elementi ed ai problemi della scienza, quando a non si
voglia erroneamente confondere la filosofia colla scienza, come fanno molti
stravaganti che non hanno alcun sentore di quel che sia nè scienza nè
filosofia. In vero, tanto all’una quanto all'altra è inaccessibile quello che
forma la differenza specifica di ciascuna. L’una non può salire all’universalità
della filosofia, l’altra non può discendere alla specialità della scienza. E
questo valga a giustificare il profondo silenzio con cui saranno accolte tutte
le obiezioni ai risultati della presente ricerca che non parti- ranno dtà toy
pilota Opo\ofonpévwy. Ad acquistare poi una conoscenza adeguata del nostro
assunto fa mestieri considerare l’oggetto in cui versa la scienza delle
relazioni necessarie come una serie particolare di cui dovranno chiarirsi gli
elementi, la ragione e le forme. E poichè gli elementi o termini della serie
logica sono i concetti, e la ragione della serie logica è la relazione
caratteristica delle sue unità, tipo unico e generatore di tutte le forme
logiche a cominciare dal concetto medesimo, ci volgeremo subito all’analisi
logica del concetto, tentando di valerci dei risultati ben noti e oramai sicuri
dell’analisi logica del concetto di numero, il quale, come si vedrà, ha
certamente una relazione ampia e profonda col concetto di concetto. In seguito
si tratta della relazione dei concetti (giudizio), quindi della relazione delle
relazioni -- sillogismo. La trattazione resta così divisa in tre parti: Ta del
concetto come numero e delle proprietà fondamentali della varietà logica ; i
TI® del giudizio come rapporto; TII® del sillogismo come proporzione ; e
ciascuna di esse sarà studiata in due campi, cioè così rispetto alla teoria,
come rispetto alla storia. A lavoro compiuto si vedrà quale intima e
inaspettata corrispondenza si possa stabilire fra i principj della logica e i
principj della matematica, mentre tra i prosecutori della sillogistica
aristotelica e i modernissimi – H. P. Grice: “I do call them ‘modernists’! -- propugnatori
della logica leibniziana ferve una lotta che non ha base fuorchè nel
pregiudizio formalistico delle teorie e nell’ignoranza tradizionale della
storia. I lettori desiderosi di giungere subito all’interpretazione x della
sillogistica aristotelica saltino senz'altro le due e rivolgano la loro
meditazione alla teoria del sillogismo proporzione. che corrisponde in genere
al contenuto degli i di Aristotele. Una volta che avranno compresa la natura
mificato del sillogismo, potranno riprendere la lettura delle A parti
corrispondenti in genere alle Categorie ed all’ Er- 1 col vantaggio di evitare
molte incertezze e di non smarrirsi oni secondarie che ritarderebbero, forse,
il riconoscimento si tà. INTRODUZIONE 5 lio han «lei Li Pe e sugli n e" =
size hi sd dLilie [ Vee PARTE PRIMA Del concetto come numero e delle proprietà
fondamentali della varietà logica. _$7. — Da precedenti analisi (1) sappiamo
che : numero = classe . uno . successivo. 18. — Da precedenti analisi (2)
sappiamo che i concetti della gica sono di due specie : ° concetti primitivi o
relativamente semplici ; | 2° concetti derivati o composti. | Diciamo i primi «
relativamente semplici » perchè non si dànno concetti assolutamente semplici,
cioè tali che non constino di parti f (per la loro sfera) nè di note (per il
loro contenuto). ——Anchei concetti che si riguardano come relativamente
semplici ;jssono supporsi come composti di più parti o di più note. è >, R.
d. M, Vol. I, 1891, Sul concetto di numero. pag. 91: « I con- he non definiamo
sono quelli di numero, N, di unità, 1, e di ro a, che qui si indica per un
istante con a». atre de mathématiques. Paris, Carré et Naud, 1901, nitives :
Odi nombre (entier, positif ou nul) » = «le nombre qui vient après a » if‘de
a», «a plus ». agore, le premier nombre ("Ap.d65) est 2. Cette int le
Moyen-ige. L’usage commun est de 1... Il est plus commode de commencer par0.» I, Logica-matematica, Pag. 27; II,
Aritmetica, a teoria della scienza. Logica, matematica e fisica. Torino. I concetti relativamente semplici sono posti ;
i concetti composti sono dedotti dai primitivi cioè si ottengono con alcuni
modi di forma- zione fondamentali (operazioni), che si esaminano partitamente a
suo luogo. Rivolgendo anzitutto, come è necessario, l’attenzione ai concetti
primitivi, si vide che questi possono ancora riguardarsi sotto due aspetti, o,
meglio, in due momenti diversi : a) di quantità; b) di qualità o di relazione.
Quanto al primo aspetto si riconobbe ancora l’utilità di distin- guerli in
concetti di classe e concetti di individuo ; 0, per meglio dire, si riconobbe
l’utilità di distinguere il caso in cui i concetti sono con- siderati come
classi, da quello in cui son considerati come individui di una classe e ciò
tanto per riguardo all’estensione, quanto alla comprensione, ma salva, ben
inteso, la relazione speciale che passa tra questi due riguardi (1). | Quanto
al secondo aspetto, si introdusse ancora la distinzione della relazione
affermativa (inclusione o subordinazione) dalla relazione negativa (esclusione
o disgiunzione). Ora non è il caso di specificare tutte le altre forme di
quantità e di relazione che si possono dedurre dalle combinazioni di queste
idee logiche primitive secondo le loro proprietà. Dichiariamo invece un po’ più
largamente il significato della relazione logica, perchè essa ci darà il
fondamento della nostra tesi. | $ 9.— Sceverando dalla relazione logica tutti
gli elementi che non appartengono al rapporto logico in sè, e mettendo in
chiaro gli elementi costitutivi implicati nell’unità del concetto, si capisce
che lo spirito, sia nel porre come nel comprendere una relazione qua- lunque,
altro non fa che passare da un termine ad un altro. Prima pone un termine, poi
partendo da questo (&ré twos), passa ad un altro (xat4 tivos). Volendo
isolare il fatto del « passare . a,....» si ha l’affermazione, volendo isolare
il fatto del «partire da..... » si ha la negazione. (1) Però si distingua
accuratamente l'individuo, come ente primitivo, dagli individui in genere, cioè
da un individuo qualunque, e così si dica della classe. Ma chi pensi che lo
spirito umano è uno in tutte le sue funzioni e che queste sono ordinate e
collegate sempre fra loro comprenderà di leggieri che, anche psicologicamente
parlando, in questa opera- zione lo spirito passa successivamente da un prima a
un poi, per- correndo la serie dei concetti. Il che significa che ogni
relazione è la sizione d’una successione determinata, tanto in sè quanto nel
lavoro che deve compiere lo spirito per comprenderla. Ma oltre al fatto
psicologico, che è di nessuna importanza per la logica pura, un altro fatto
importantissimo per la logica merita una spiegazione. Anche in logica pura ogni
relazione si risolve in una successione di termini omogenei. Se non che, dove
nei fatti di natura extralogica l'ordine di successione può essere arbitrario,
a senso indeterminato, concreto e così via, nei fatti di natura logica si
tratta solo d’una successione — transitiva — irreversibile (2) senza il minimo
appello all’intuizione (1). $ 10. — Concludendo, possiamo ritenere l'insieme di
queste tre idee primitive « classe — individuo — relazione » come la condizione
definitrice del concetto di concetto, tanto estensivamente quanto
comprensivamente considerato. Questa conclusione s’accorda colla teorica
formale del concetto esposta da Ruggero Bonghi, sebbene il Bonghi sostenga
apertamente che nell’ordine delle idee non ha luogo una relazione di tempo.
Farà meraviglia che io ricorra ad un autore che dichiarò — senza reticenze —
ridicola la teoria che pone i termini logici in una relazione temporale. Pure è
necessario, perchè il suo pensiero profondo è così peregrino e progredito, che
egli stesso non giunse a fecondarlo del tutto. (1) Cfr. la mia nota: Sull'impiégo
del concetto di tempo nella logica pura, presentata al II Congresso della
Società Filosofica a Parma. Estratto dalle « Questioni filosofiche ». Editore
Formiggini, Bologna-Modena, 1908. (2) L’irreversibilità non è altro che la
causalità dialettica, la dipendenza necessaria, l’ordine deduttivo, la
permanenza a senso determinato, o la su- bordinazione progressiva, insomma
l’impossibilità che il poi (conseguenza) Sia anticipato al prima (premesse). i
SRO I dune x da # + de Nel suo aureo « Sunto delle lezioni di logica » il
Bonghi afferma — che due sono i caratteri essenziali del concetto logico: 1°
unità, 2° contenente una pluralità organata ». Ed aggiunge: «E non trasandate
quest’ultima parola ; giacchè l’averla negletta è stata cagione della troppo
grande usurpazione fatta a volte dalla matematica nelle provincie della Logica,
condan- nata, come vedete, a essere confusa non solo colle scienze dell’oggetto
e del soggetto reale (ontologia e psicologia) le quali cercano il fondamento
oggettivo e la derivazione soggettiva del concetto ; ma anche con quelle che,
come la grammatica e la matematica, partecipano al suo carattere di scienze
formali. Ora, il concetto aritmetico o algebrico è un concetto che nonha un
proprio organismo di cui gli elementi quantitativi possono essere trasposti o
scomposti ad arbitrio per cavarne dalle varie combinazioni delle cifre e de’
segni i varj risultati aritmetici o algebrici. Ma nel concetto logico < di
cui il matematico è un’attenuazione della quale la Logica stessa mostra il modo
ed il processo, le varie determinazioni che ne sono il contenuto quantitativo
hanno un ordine non solo tra loro, ma si mo- strano nel giudizio come
scaturigini l’una dall’altra, o tutte da una sola fondamentale. Voi vedete che
l'organismo logico ha in astratto e fuori del tempo i due caratteri che
l'organismo fisiologico ha in concreto e nel tempo: 1° l’ordine nel simmetrico
sviluppo delle determinazioni ; 20 la derivazione di ciascuna di esse da
un’altra attuata anteriormente nell’organismo stesso » (1). E altrove: « se uno
ci dimanda se le premesse di un razio- cinio siano nate prima o dopo della
conchiusione, noi gli ridiamo sul viso : perchè intendiamo benissimo, che
nell'ordine delle idee non ha luogo una relazione di tempo. Se uno ci domanda
se il padre sia nato prima del figlinolo, noi gli ridiamo anche sul viso; ma
per la ragione contraria, perchè i reali non sappiamo pensarli se non in una
relazione di tempo, e nel caso che ci si propone, è evidente che questa
relazione è di priorità per l’uno e di posteriorità per l’altro. Ora, l’essere
realissimo di Dio è insieme oggettivo, o, quantunque la parola non riesca
propria, ideale. E la forma oggettiva, quantunque reale, non sta colla } | (1) R. BoxGHI, Le prime armi (Sunto delle
lezioni di logica, 1860). Bologna, Zanichelli. soggettiva in una relazione di
tempo più di quello che ci stiano i : termini d’un raziocinio, o i due termini
e la copula d’un giu- dizio » (1). i Riteniamo di tutto il discorso del Bonghi
questa conclusione : il concetto logico è un organismo di determinazioni
caratterizzato da un «ordine» eda una « derivazione » di ciascuna di esse da
un'altra attuata anteriormente. Dopo questa dichiarazione così recisa mi pare
che possiamo | sbrigarci comodamente, almeno quanto alla « derivazione logica
di ciascuna determinazione da un’altra attuata anteriormente ». — Basterà
all’uopo ricordare gli schiarimenti addotti sulla natura del tempo logico (Cfr.
$ 9) tanto più che quell’avverbio anteriormente { eaduto così bene dalla penna
del Bonghi nell’atto di definire il ‘secondo carattere dell’organismo logico ci
dà occasione di verificare “come in questo caso la forza della verità sia
superiore ad ogni rzo di sottigliezza dialettica. Invero, con tutto il rispetto
che tiamo vivissimo alla memoria dell’illustre pensatore, è indubita- che una
meditazione un po’ più profonda sopra la sua viziosa 3 izione del secondo
carattere dell’organismo logico (ove s’in- 4 troduce appunto quel concetto di
anteriorità che si dovrebbe escludere per dimostrare che nell’ordine delle idee
non ha luogo una relazione di tempo astratto) non avrebbe mancato di
provocargli na schietta risata. anto all'ordine dei caratteri contenuti nel
concetto, di certo, del Bonghi parrebbe céòlta assai più nel vero. Pure ,
perchè non si vede bene come la relazione d’ordine si risolve propriamente in
una serie di caratteri, dello stesso Bonghi, in tanto hanno un ordine, in sono
logicamente contemporanei, ovvero non tutti coesistenti, non solo insieme e
nello stesso tempo to, ma anche insieme e nello stesso tempo nel di formazione,
Rispetto a questo hanno una prio- tà, per cagion delle quali aleuni nonsi
potrebbero I, Le prime armi. Bologna, Zanichelli, 1894, pag. 201-202. | gl È
ialibe $ î i Vr 2a * tati) tu ( 4 à ve Ù I È Li Val) Ò ti ta ne bt 14 | | Neon I pensare se altri non si pensassero
logicamente prima (1), sia infine, I perchè, di due concetti qualunque in
questa serie, quello che gj i chiama genere non è altro che il concetto che
precede rispetto a quello che segue, quello che si chiama specie non è altro
che quello che segue rispetto a quello che precede (2). Dunque si capisce che!
anche qui è impossibile evitare il concetto di anteriorità e di po steriorità,
cioè di tempo logico se si vuole definire il concetto di | ordine dei caratteri
contenuti nel concetto. o $ 12.—Ho voluto fare questa breve digressione per
mostrare comé sieno insussistenti coteste esorbitanze che non si vogliono
smette "i neanche oggi nella logica classica e che metton capo nel
pregiudizia del divario fondamentale, caro a tutti i puristi, tralaserie
matematica e la serie logica. Divario basato su due falsi cardini : 1° sul
concette d’ordine concettuale, 20 sul concetto di derivazione logica ; ment ad
illustrare il primo è giocoforza ricorrere a quella relazione di anteriorità e
di posteriorità di concezione che è pur necessaria e sufficiente a ghermire il
concetto degli individui di un numerd qualunque. Donde risulta che solo dal
punto di vista, forma! tivo e storico, si può parlare di ordine degli elementi
quantitativi d’un concetto qualunque, sia logico, sia aritmetico, sia algebricd
perchè allora tutti i concetti si presentano alla nostra menté come un'unità
contenente una pluralità organata secondo il criteria del tempo empirico;
laddove sempre vige per tutti i concetti formati la proprietà commutativa tra
le varie determinazioni che ne sono! il contenuto quantitativo. A definire il
secondo poi, non si pensa che l’organismo della serie logica si risolve
propriamente in un tem To astratto, cioè in una successione transitiva
irreversibile ; quindi resta solo a vedere se la serie matematica goda o non
goda effetti vamente di queste proprietà, che è sentiero lungo, forse, e non
aperta a tutti, ma pur certo infine e sincero, il quale conduce appunta
all’equivalenza delle due relazioni. ; $ 13. — Un’altra breve avvertenza si
deve fare rispetto alle critich che sogliono dirigersi contro il concetto
considerato come molti (1) R. BoxcHI, Op. cit., pag. 331-332. (2) In., Op.
cit., pag. 333. —.rr—@ sr —____—_—_T_—_T__m6 ae ha plicità. Il Croce, per
esempio, nega « nel concetto la moltiplicità di ogni sorta, anche quella delle
note », perchè considera queste come semplici varianti «verbali dell'unica
nota, o analisi grammaticale delle parole in cui l’unica nota si esprime » (CROCE,
Lineamenti ecc., pag: 27), innanzi avendo affermato che « concetto e
definizione di concetto » (cioè giudizio logico) «sono la stessa cosa » (p.
23). E ciò basti, non premendo ora di vedere se si possa dare o no defi-
nizione filosofica del concetto senza moltiplicità logica di note, perchè le
quistioni non prettamente scientifiche non possono in questo punto occuparci. i
Trattandosi invero di considerare la logica pura come scienza anali- tica e non
come disciplina speculativa, basterà mettere in rilievo le diverse esigenze, e
proclamare la necessità che ogni ricerca, dal suo punto di vista, concepisca il
concetto nella sua purità. $ 14. — Paragoniamo ora le due definizioni di numero
e di concetto nei loro elementi costitutivi. Da una parte abbiamo: Numero =
classe . uno . successivo, Dall'altra abbiamo : Concetto = classe . individuo .
relazione. (è differenza notevole tra « uno » e « individuo » ? Vediamo:« uno »
in aritmetica significa « non successivo », « classo minima »; « individuo » in
logica come ente primitivo, significa « non derivato », « non divisibile », «
ente o elemento minimo, classe che si assume come unità di qualsivoglia classe
non illusoria di concetti ». Ora, dire uno e dire non divisibile è precisamente
la stessa cosa, perchè se l’uno fosse divisibile non sarebbe più l’uno.
Inoltre, paragonando la serie dei numeri alla serie dei concetti, si scorge che
il « non successivo » sta alla prima, come il « non divi- sibile » sta alla
seconda». Quiridi sembra opportuno stabilire la proposizione seguente : Come «
in qualsivoglia classe non illusoria di numeri esiste almeno un numero non
susseguente di aleun numero della classe (PIERI) »; così in qualunque classe
non illusoria di concetti esiste almeno un concetto non divisibile in aleun concetto
della classe. Questo numero determinato ed unico in aritmetica è Puno, che può
essere 0, od 1, vince i tace cibi nie ae nua I e E E A PRI O e RT PIT ”. -
LVII” ee. 0 2, ecc. per No, Ni, Na, ecc.
Secondo i casi. Questo concetto terminato ed unico in logica è l'individuo che
analogame può essere tale o tale altro, secondo i casi, come ente primitivo e
non Successivo della serie logica con un indi- viduo qualunque. $17.— La teoria
qui esposta troverà sul principio pochissimi sostenitori, tanti e così
inveterati sono tuttora gli equivoci prodott dal non avere con Precisione
distinti i concetti puri dai pseudo-con cetti. Anzi, molto probabilmente, dalla
maggior parte degli stessi logica, cioè il concetto in genere, come un campo
divisibile in tanti pezzi o campicelli diversi. Poi a queste parti della
varietà logica si fanno subire trasformazioni straordinarie. D’un colpo esse
perdono laloro natura anali tica, infigurata, omogenea, universale e
necessaria; il loro essere astratto proprio alle verità di ragione è cambiato: nell’esistere
concreto proprio alle dr di fatto, ed ecco la logica trasformata
portentosamente nell ontologia. Un caso tipico e convincente della confusione
qui accennata » ii i errori che provengono dall’attribuire alla natura astratta
pi # e delle leggi della logica pura, fatti e leggi proprie della Magli È:
ateriale si riscontra nel complesso degli argomenti che si oo per giustificare
le leggi di tautologia e di assorbimento . ’ logica. la ro, n cars alla meglio
questi argomenti, badando i l io che è comune malgrado le espressioni diverse
dei sì autori; i lettori che troveranno oscura la mia esposizione ano
consultare in extenso i testi del Boole, dello Schréder, llel Peirce, del
Grassmann, del Peano, del Nagy, del Couturat, ecc. $18.— Sia, per es., « il
simbolo del concetto « verde (a i r Con questo simbolo si intende « quel campo
del pensabile in cui ‘son contenute tutte le cose che sono verdi ». Si esprime
la stessa 108 dicendo che « è un pezzo della varietà logica, formata da tutto
pensabile ecc. Posto che il simbolo 1 rappresenti l’intero campo ! pensabile,
il simbolo O una classe vuota, senza verun ente, illa; nasce il problema
seguente : « Quali classi sono rappre- Li dai simboli a,a + a.a x a?» i ando
che questi simboli indicano uno stesso pezzo della «Cioè abbracciano gli stessi
enti, perchè — per ipotesi — gli elementi « verdi» è una sola e rappresentata
dal siste nella sostituzione d’un’imagine meetto al concetto puro, quindi nel-
del modo di formazione dei concetti. ‘agione si debba ripetere col Masci:
icenza logica non è quella stessa entativo, perciò chi invoca questo come li
quello non è nella miglior condizione per intenderli, ed è come il cattivo
poeta di Orazio che fa nascere gli agnelli dalle tigri » (1). $ 20. — Quali
sono le obiezioni che si devono muovere contro questa teoria ? Prima di tutto
bisogna ammettere i principj seguenti ; 1° l’unica vera e Propria varietà
logica è il pensabile logica- mente ; 2° l’unica vera e propria forma logica è
la relazione puramente analitica che il pensiero pone fra i suoi termini.
Facciamo pertanto di assuefarci a non vedere nella significazione del concetto,
allorchè lo si trova riferito ad una parte qualunquè. pura negazione della
possibilità dell’opposto, senza aleun rispetto a tutto ciò che esiste nella
realtà, ed allora, compresa la natura dei concetti, non si durerà più fatica a
comprenderne il modo di formazione che è il punto che può gettare la più gran
luce sopra Je proprietà e le operazioni fondamentali della Varietà Ei ct È O A
Ò Bi j Dv N © iS] © È Lari e (] A © (©) vw lu S 5 E de, Ò m ca E (e) È A 2, Di
considerazioni seguenti. $ 21.—I concetti possono considerarsi rispetto alla
loro natura e rispetto alla loro grandezza. In quanto alla natura tutti i
concetti sono omogenei (cioè. di medesima natura). Le imagini concettuali
invece sono eterogenee (di natura diversa), P. e. l’imagine del verde il
pseudo-concetto verde, l’imagine del rosso e così via, i In quanto alla
grandezza i concetti diconsi anche quantità logiche e come tali sono oggetto di
considerazione matematica, Diremo dunque che i concetti sono quantità logiche
omogenee, I 19 o F Ora, tornando al modo
di formazione dei concetti, ‘che deve servirei di guida è la possibilità di
disporre cetti della varietà logica in una serie illimitata crescente, l'uno
sia maggiore dell’altro, in modo che sia, per esempio: : eb <<dia <h 4
, z " È sta riguardo tanto all’estensione quanto alla comprensione
Mirvato, io spero, che, per questo punto di vista, i tti a puri sistemi di
relazioni astratte, universali e ne- tano come puri numeri indeterminati di
elementi cui modi di formazione possono quindi essere svariatis- svariatissimi
sono i modi di formazione dei numeri, ‘tutti i concetti ordinati secondo una
legge progressiva pei mumeri, possono essere trovati deduttivamente. Ciò posto,
torniamo al problema di prima circa l'identità delle classi rappresentate dai
seguenti simboli, 4, a + 4, che a sia il simbolo del concetto « verde », e
vediamo si abbia da intendere logicamente coll’ espressione : « Sia lo del
concetto « verde». Anzitutto è chiaro che noi dob- e completamente il simbolo e
l’imagine concet- che ha solo importanza per la verità di fatto, per ta la
nostra attenzione alla natura ed al valore setto indicato con tal nome, cioè
alla relazione pu- che il pensiero pone fra i suoi termini, e che per la verità
di ragione. E sappiamo, altresì si risolve propriamente in una unità, che cità
di note, cioè in un numero di elementi indeterminato il valore, limitandoci
contenuto nella varietà logica. mifica che — logicamente parlando — nom ci
apprende mai nulla, atteso | all’essere, il verde all’esistere, « niente } cipj
di filosofia per gli iniziati nelle mate- è annot. dell'abate A. Rosmini.
Torino, 1840, Da a 20 SILLOGISMO E PROPORZIONE Parlare ancora di concetto verde
in logica i concetti (verità di ragione) e i dati fatto) un vincolo ontologico
che è del t Tuttavia, siccome noi acqu combinare le idee coll’ay così queste
troppo spesso per la loro nat la sorgente dei nostri errori, ginar si vorrebbe
» (1). $ 24 — Ma senza fermarci ad una t comprendere perchè j simboli a, 4 x a,
@ + a non siano classi iden- tiche, classi cioè indicanti lo stesso pezzo della
varietà logica, come! falsamente saremmo portati a ritenere in virtù del
principio pseudo- logico di tautologia, Ora è chiaro che sbarazzato il ter al
questione, gioverà meglio reno dal pregiudizio dell’imagine ura essenzialmente
omogenea e » ponendo, per esempio, a?, non si avrà mica. da moltiplicare
quell’unico « campo del pensabile in cui sono con ® i per quell’unico « campo
del e tutte le cose che sono verdi», per (perchè la classe degli elementi verdi
sarebbe per ipotesi una sola) a quell’unico « campo del pensabile in cui sono
contenute tutte le sentazioni, Così facendo non si moltiplica il verde per il
verde, nè il tutto” delle cose verdi per sè stesso quasi per dare origine così
a due tutti — LO 00 NR (1) I VALPERGA-CALUSO 21 incompatibili fra loro, ma si
moltiplica un numero così si capisce come il prodotto di due o più fattori to
legittimo e logicamente intelligibile quanto il Si fattori diversi. E così si
ragioni per i multipli. Ogni concetto non è che il numero delle unità (parti
arie e sufficienti a denotare la sua estensione © la. sua comprensione. sncetti
così considerati sono disponibili in una successione FADO determinato i cui
termini sono costituiti dal numero nti costitutivi. ti-numeri formano la serie
dei concetti o l’universale abile (v. 1.); i loro modi di formazione, tutti
quanti ili del sommare e del differenziare, possono essere me svariatissimi
sono i modi di formazione dei ciascuno di essi la mente può far corrispondere
una i concettuali rappresentative, e fissarle con nomi > scopo. Ma i
concetti puri non devono assolutamente si coi pseudo-concetti. prendo dunque
perfettamente l’impossibilità logica in cui no di moltiplicare il tutto logico
cioè l’intero campo del stesso ; nella stessa maniera che posto Noeguale rico
(Varietà aritmetica) sarebbe assurdo porre ( Xx No, ecc. do ogni concetto come
un tutto, si soggiunge sommato con sè stesso o moltiplicato per sè oglia,
questa espressione ha un poco l’aria di che del tutto non si può fare nè il
medesimo succederebbe pure in he si stabilisce fra i numeri matematici se, che
la varietà logica si risolve propria- ara possibilità logica del pensiero, in
cui ogni poniamo un pensato, cioè una forma logica; ponendo a? ne poniamo un
altro, In conclusione, alla domanda che cosa si debba inten. dere pel concetto
verde, si deve rispondere in un modo solo : il. concetto verde esiste ma non è
nella varietà logica, vale a dire concetto consistente in un numero di elementi
costitutivi di cui sî lascia indeterminato il valore, ma la sua natura non
differisce dalla natura di qualsivoglia altro concetto-numero inscrivibile!
nella varietà logica. In logica pura i concetti verdi, rossi, mor- tali, ece.,
non trovano alcun posto. In quanto all’altra parte della questione, quale sia cioè
il campo del pensabile capace di rappresentare a?, posto già il campo 4, noi vi
abbiamo già dato una risposta assai ovvia: ed è che noi dob- biamo perdere
l'abitudine di basare i nostri ragionamenti astratt, Sopra l’apparenza delle
rappresentazioni concettuali di qualunque maniera esse siano, per quanto grandi
siano i vantaggi ricavabili come campi diversi della varietà logica. J In altri
termini, l’errore che ha portato tutti i logici matematici alla così detta
legge di tautologia deriva dalla inadeguata rappre- sentazione grafica delle
quantità logiche, e più precisamente dalla impossibilità di stabilire una
corrispondenza sensibile tra le | °001— CAPOI 28 ‘» con esse le relazioni fra i
concetti quando si ha da fare di due o più concetti eguali. Pertanto, i difeso
che il concetto non è che il nu- stitutivi, si evita l’errore insito nella lei
metodi logici i tiche del calcolo logico e per la ricchezza delle pni che se ne
possono trarre. _ E questa risposta che abbiamo data ci porta naturalmente ere
la verità del principio seguente : ciò che è vero per sa concreta e sintetica
delle imagini non è sempre vero per «nza astratta, analitica, infigurata dei
concetti. T risultati più importanti raggiunti in questo, si riducono, va. alla
nozione analitica della varietà logica e del con- Mavo purità ed alle
operazioni che sono eseguibili in essa ticolare ho dimostrato che, per
interdire al calcolo logico ioni dei multipli e delle potenze e tutta la serie
delle altre nze che invece hanno luogo nel calcolo algebrico, vale per
introdurre le leggi di tautologia e di assorbimento secondo i più — sono il
motivo principale della differenza li, noi siamo obbligati a misconoscere la
natura x formale dei concetti logici, la quale consiste nella amente analitica
che il pensiero pone fra i suoi ianto s'è detto si può vedere qual sia la
natura el calcolo logico il quale trasforma in questioni di di qualità chesono
poste dalla rappresentazione nagini concettuali, e cerca di scoprire le leggi
dei ciò dare regole gerierali per risolvere le questioni mi. Il vero senso di
questa proposizione apparirà ihiamo di indagare qual sia la differenza tra la
male e la logica materiale. La logica materiale d alle verità di fatto, la
logica formale si estende Dicendo, per
esempio, «tutti gli uomini sono mortali, Socra è uomo, dunque Socrate è mortale
» esprimo un fatto particolaré tratto ancora di logica materiale. : ) Se invece
affermo, in senso generale: «se i due membri di un’equa zione logica si
aumentano o si diminuiscono d’una medesimi quantità, si ottiene un’altra
equazione logica equivalente a prima», enuncio una legge dei concetti, tratto
definitivamente d logica pura. Finalmente è da ritenere che la generalizzazione
delli logica formale è di gran lunga maggiore della generalizzazione aritmetica
e maggiore (almeno nell’intento) anche dell’algebrica, È possibile infatti che
vi siano teoremi veri : a) non solo di un numero qualunque ma di determinato
valore, — tali sono i teoremi dell’aritmetica ; 6) e neppure solo di qualunque
numero senza determinazio di valore, — tali sono i teoremi dell’algebra ; D c)
bensì di qualunque funzione astratta, o rapporto nelle variazioni di più
quantità, senza considerazione della natura numerica delle modificazioni, — tali
sono, o almeno dovrebberd essere i teoremi della logica pura. “A $ 29.— La
possibilità di questo passo di più sul calcolo algebrigi | nella via della
generalizzazione, dipende da questo che al disopi o al disotto dei modi di
formazione dei numeri in generale, è ancor pensabile il concetto come funzione
astratta delle quantità in generali Da questo punto di vista la logica pura,
precisando meglio ‘ sua specialità di scienza dei concetti, potrebbe
considerarsi come scienza delle funzioni. P Se si pensa che date, per esempio,
due variabili legate fra ll in guisa che la variazione di una di esse renda
nota la variazioni dell’altra, allora la conoscenza della funzione ammette la
conoscenz della variabile, è facile capire che cotal calcolo delle funzioni
identifica col calcolo delle relazioni necessarie, cioè col calcoli della
deduzione în abstracto. J i Per quanto lo stato della logica pura contemporanea
sia ancof ben lontano da questo ideale, tuttavia mi sembra che questo coi cetto
della logica come « Scienza delle funzioni » indichi la cond zione fondamentale
della logica dell’avvenire. L RICERCHE STORICHE ricerche teoriche compiute nei
$$ precedenti vogliono da altre ricerche storiche intese ad indagare se e come
ntale sia stata prospettata dagli antichi filosofi greci. ardo ci limiteremo ad
interrogare le dottrine filo- gora, di Platone e di Aristotele che levarono e
fra gli studiosi e diedero materia alle più vive e ntroversie. » a sceverare
poi il merito reale che di fronte alla logica questi tre legislatori del
pensiero filosofico antico, con- r ferma la distinzione che fu introdotta come
criterio | queste ricerche. entro i sistemi degli antichi,la natura
eilsignificato tico delle forme logiche elementari, dato che sia ora è
verosimile che la storia del pensiero buoni consigli e sapienti precetti dei
quali questione importantissima. tutte avvolte nei veli della O
preponderantemente e quasi impossibile la conoscenza del pensiero genuino del fondatore. Quindi con
poco fondami di riuscita il pitagorismo potrà essere studiato sotto il risp
logico che ci interessa. Ma l'impresa non è disperata. Il Guastella, al quale
si deve un esame critico del Pitago ig veramente pregevole per l’acume e la
profondità, combatte l’interpretazione di Hegel, il quale si dichiara pieno
d’ammi zione per la dottrina pitagorica che considera il pensiero 0 essenza
dell'universo, «per me — scrive — io devo confessare non posso ammirare altra
cosa che la grandezza di questo | Senso... ). E più oltre: «io non vedo che un
mezzo per comprendere qualche modo la possibilità di dottrine come quelle della
filost pitagorica; è di ammettere nella formazione di queste dotti l’azione di
un processo simile a quello a cui si attribuisce la form zione dei miti, o
almeno di una gran parte di essi, cioè l’interpre zione in un senso
strettamente realista di proposizioni che all’origi non avevano che un senso
figurato » (1). i Ora l'opinione del Guastella su questo punto mi sembra tro)
rigida e lontana dal senso proprio del Pitagorismo, perchè se è impossibile
assegnare a questa dottrina l’origine da cui deri generalmente i concetti
metafisici (prodotti dalle illusioni natù del nostro spirito), non si può
tuttavia attribuirleil valore purami arbitrario ed iperbolico di un sofisma
artificiale. Infatti lo st Guastella in seguito ammette che « le ricerche
scientifiche € scuola ci dànno il diritto di attribuire a Pitagora il concetto
giusto della presenza in tutti i fenomeni di rapporti numé regolari e
dell’importanza di questi rapporti per determi la natura delle cose » (2).
Qualunque sia l’apparenza enigm delle altre proposizioni, è questo un punto
pertanto che bisogna perdere di vista. E la sua importanza è duplice. $33. — Da
un lato esso dimostra che nella mente di P era già ben chiaro il concetto delle
leggi di razionalità @ proporzioni che regolano tutti i fenomeni della natura,
€ forme allo spirito della scienza moderna, per la quale, ad ese (1) C. GUASTELLA
(vedasi), Filosofia della Metafisica, carta 158. (2) In.,l. c., carta 158-159. e che la legge di razionalità sta nella fisica
dei cristalli per oni molecolari come la legge delle proporzioni definite
fliGhimica dei composti per le combinazioni atomiche. A di questi rapporti
numerici regolari e l’affermazione servono per determinare la natura delle cose
è il punto di più notevole fra il sistema dei Pitagorici e la scienza n. e sarà
illustrato ampiamente nel seguito. MM — D'altra parte, implicando nell’immenso
seno della È «tutto è numero» (1) l’interpretazione matematica di elia ordine
di fatti, prepara, fra le altre, l’interpretazione satica delle forme
elementari della logica, che per opera di SL è di Aristotele diventerà quasi un
fatto compiuto. m ma , la questione pregiudiziale si risolve ammettendo che,
quanto sia piccola l'eredità genuina del pensiero pitagorico, ci i ino sempre
alcuni concetti chiarissimi che hanno una natura I rtata analitica di primo
ordine, punti di partenza eso- “di tutta la tradizione della Logica pura, che
comincerà larsi visibile solo nelle opere di Platone e di Aristotele. . —
Un'ultima avvertenza. Pitagora non ha mai esposto ente tutta la sua teoria. Per
questo bisogna sempre ri- la massima pitagorica, tutto non è da dirsi a tutti
(Ari- no, Ap. Diog. VIII, 15). È noto invero che Pitagora intende mntenere il
segreto verso i non iniziati. Così farà Platone, tele. Così si spiegherà, ad
esempio, il silenzio di le origini matematiche della teoria del sillogismo.
tati a cui siamo già pervenuti in teoria ci indicano in dobbiamo cercare, Ma
ora basti di questa digressione. do al consenso unanime dei dossografi, la
formula numero » deve essere sonsiderata la pietra angolare sapere pitagorico.
a congettura che mi sembra di evidenza imme- giunse a concepire il concetto,
senza aleun dubbio 2 Certo ad attenuare alquanto l’importanza di questa
ipotesi, è ricordare che i Pitagorici non mostrano di sospettare neane he
possibilità dell'isolamento delle forme elementari della logica pui Talchè non
è lecito ad alcuno di valersi gratuitamente di tale ipoté ed a nessuno corre
l’obbligo di prestarvi l’assenso senza il correi di buone e sode ragioni, Però
una prima giustificazione morale di questa congettui può ricavarsi dal fatto
bene accertato che Pitagora seppe realmeni elevarsi al regno delle astrazioni
pure, e forse si spinse avanti a fi segno che giunse perfino a sostantificarle.
Invero sembra che pi lui i numeri non siano altro che semplici astrazioni dello
spit corrispondenti ai concetti generali delle cose. Quindi si può cre dere che
Pitagora, sotto la scorza sensibile dei fenomeni, avendi già indagato un
principio intellettivo d’ordine e di armonia atti a costituire la realtà
sostanziale d’ogni cosa, si sia trovat ben vicino alla sfera del puro concetto,
perchè il numero è i concetto. Che è il tutto per Pitagora? Cose ed idee
dominate dalla cate goria del numero. A che dunque si riduce la concezione pità
gorica dell’universo? Nel meraviglioso progresso che compie ragione umana per
opera sua sembra risolta idealmente la ges zione di due mondi: il mondo delle
cose e il mondo delle idee che uno spirito solo vivente in tutti ed in tutto, —
tutto è nw — li domini continuamente e li rischiari nell’immenso dischi dersi
dei loro moti. Posta così la questione surriferita —e non si potrebbe forse
porre altrimenti — è presto risolta. $ 87. — Chi ha potuto pensare che tutto è
numero, è impossibile che abbia avuto del tutto una concezione così ristretta
da escluderne come parte l’idea. Come deve aver compreso che nel tutto sono le
cose, così dex aver compreso che nel tutto sono anche le idee. Non resta più |
che formulare il sillogismo seguente : tutto è numero, le idee sono, | dunque
le idee sono numeri, argomento così chiaro e preciso che sembra impossibile che
abbia potuto essere evitato dal pensiero di Pitagora, quantunque manchi ogni
testimonianza letterale al riguardo. ei n] __ Ancora un'osservazione su questo punto.
vero che nel tracciare la storia di un’idea bisogna segnalare : le espressioni
che primamente la racchiusero nel loro grembo, veroso riconoscere che la
semplice formula generale di Pitagora è numero » conteneva in sè una delle più
grandi rivelazioni jero umano. Sono i posteri che hanno dato Tasonisi Dia aeA È
questa proposizione un significato preciso ed, anche un interpre- Milia muova
che essa non aveva in origine ? Può darsi; ma di dimentichiamo che nello scambio
dei significati e nel processo le applicazioni essi furono favoriti dalla
circostanza che l’ipotesi figtata formulata in maniera energica e suggestiva
dal suo ‘inventore. Se la frase così trovata e tramandata nella scuola arattere
iperbolico e indeterminato inservi per molto tempo ile ‘ereazioni poetiche, che
monta ? Chi potrà citare una sola sî, in qualunque ordine di idee, che, come
tale, non si debba NI ni a à iderare come una poesia ? Basta bene che sia
divenuta feconda efficace per opera di qualcuno. La seconda giustificazione
morale di questa congettura ricavasi pertanto dal fatto che la formula generale
di Pitagora fu po- ‘sitivamente conosciuta da coloro che seppero interpretarla,
‘mentre non si può affermare che costoro sarebbero giunti alle loro dottrine
senza l’influenza della formula pitagorica. Comunque sia, in luogo di starcene
alla semplice congettura, erà meglio verificare da noi stessi il merito ed il
valore prazione. Li - Rd a questo scopo passeremo subito alla dottrina di Je
compì il sillogismo, aperto originalmente da Pitagora, i un'altra orma profonda
e incancellabile nella storia i a all'antico pitagorismo del quale egli si
presenta \come restauratore ed al quale del resto tutta una serie rtantissimi
lo collegavano e sopratutto l’importanza 8 eguale che entrambi attribuivano
agli studj matematici. lo. — Si potrebbe non di meno dedicare un’utile
considerazione a alla dottrina degli Eleati, poscia a quella dei Megarici o : «
J . ì 30 Neo-Eleati, come son detti dal
Gomperz, in generale, perchè i primi procedono già dialetticamente, e, con
Zenone d’Elea, detto da Ai stotele l’inventore della logica (1) i concetti
prendono già quell’ sistenza indipendente, e quel valore isolato ed opposto che
carate terizzano la sofistica, mentre i secondi, fondandosi sopra un realismo
metafisico, si dedicarono alla fusione del Socratisma! coll’Eleatismo e si
occuparono essenzialmente dei due problem principali dell’inerenza dei concetti
e della predicazione. «Le due questioni — osserva il Gomperz — si riducono, in
fondo, ad una sola di cui l’obietto è il rapporto dell’unità alla pluralità,
Gli Eleati avevano negato ogni possibilità d’un tale rapporto., I loro
successori, i Megarici, fanno esattamente la stessa cosa» (2). Ma sorvoliamo
questa dottrina, perchè per i Megarici le idee. sono immobili e senza rapporto
palese, ciascuna in sè e per sè. senza alcuna potenza, nè attiva, nè passiva e
questo rende im- possibile ogni processo logico. $ 41. — E passiamo subito a
Platone il quale, riprendendo in parte l’opera di Pitagora e di Socrate, e
quindi ammettendo che i concetti abbiano rapporto fra loro e possano divenir
predica di l’uno dell’altro, rende alla logica il suo movimento. Quanto
all’influenza della dottrina pitagorica dei numeri è | certo che questa s’è
fusa a tal segno colla dottrina platonica delle idee, che resta difficile
arrivare ad un’esatta estimazione. Tuttavia essa ha prodotto quello che doveva
produrre. Per Pita- gora l’essenza dell’universo è il numero, tutto è numero;
per Platone l’essenza del numero è l’idea. Poste pertanto queste premesse: |
«tutto è numero », « numero è idea », non restava che da con- | cludere « tutto
è idea » e questo passo, già implicito in Pitagora, come fu detto, fu compiuto
esplicitamente da Platone. E forse non è neppure il caso di ammirarne troppo
l’ardimento, perchè sembra che le dottrine filosofiche, nelle menti bene
ordinate e conseguenti, si sviluppino necessariamente, come una formazione
naturale qualunque. (1) Droc. L., Ix. 25. ì, (2) GompeRrz (II, 181-182). Le due
questioni sono le seguenti: Come è — possibile attribuire più predicati ad un
solo soggetto ? Come è possibile attribuire più soggetti ad un solo predicato ?
adi = x PARTE PRIMA — CAPO II 81 i non voglio dire che i numeri di Pitagora e
le idee di Platone isamente la stessa cosa. e sappiamo da Aristotele che per
Pitagora i numeri sono sse (1), si dovrebbe concludere che sono cose anche le
idee a: mentre è noto che per Platone vi sono quattro classi ; distinti (idee,
intelligibili matematici, cose, imagini) che 10 una serie discendente secondo
il grado della loro realtà adono alle quattro forme di conoscenza
(intelligenza, razio- ne, fede, imaginazione) che formano una serie discendente
5 il grado della loro evidenza. Dal che appare quanto vadano errati coloro che
con- il numero pitagorico che è da intendersi in senso universale, sia col
numero di Platone. e rimane quasi intiera la solidità delle ragioni critiche a
Aristotele per distinguere i numeri dei Pitagorici sia meri ideali sia dai
numeri matematici di Platone (2). AR Quale è dunque l’intima connessione che
intercede umeri di Pitagora e le idee di Platone? Quale soluzione rà adottare
che eviti gli scogli della contraddizione ? on vedo che una soluzione
possibile. Osserviamo prima una nella proposizione pitagorica che le cose sono
numeri tà di aspetti che è stata rilevata giustamente dalla cri- parola, questi
numeri-cose dei Pitagorici sono al Stratti e concreti,... come numeri sono
astratti, | concreti nereti » (8). iamo supporre che da questi due punti di
vista due teorie ben distinte più o meno visibili a del pensiero greco, l’una
intesa a sviluppare i numeri come idse e le idee come numeri), f i sal de Dia
totg odor xal e dd te ai EFere Eva pdow altà tà mpdynata (Metaph., I, 6). la
interp. ponteistica, ecc., pag. 111: «il numero Platonica cerrisponderebbe non
già alle Idee, ma matematici. » E inoltre, pag. 167, 169. — Tocco, pag. 162 e
seg. Op. cit. carta 159. l’altra
l'aspetto concreto del concetto pitagorico (i numeri come cose e le cose come
numeri). Questa, prossima alle cose re della natura, quindi alle ricerche
sperimentali e matematie della fisica; quella, prossima alle astrazioni dello
spirito, quindi all’interpretazione matematica di tutti i fenomeni mentali, enà
trambe aperte alle speculazioni illusorie della metafisica. È vero che questi
due aspetti — interpretazione matematica dei fatti fisici, interpretazione
matematica dei fatti razionali nelle scuole posteriori si stralciarono non
solo, ma entrarono conflitto, perchè in certo qual modo la nota propria
dell’uno esclude la nota propria dell’altro. Tuttavia, siccome sono unificabili
per la nota comune, si capisce come e perchè, da un lato, in certi spiri sì
comprensivi ed armonici l'antica sintesi pitagorica siasi rinnovata, più volte
nella storia della filosofia e con mutati nomi e con nuovi argomenti riviva
ancora nella scuola contemporanea ; dall’ altro, come e perchè, malgrado ogni
tentativo di sintesi, l’antica distin=. zione analitica resti evidente anche
nelle dottrine di coloro che hanno la visione più comprensiva e più larga della
realtà. Questo mi pare il segreto della filosofia pitagorica e platonica, per
ciò che spetta al proposito nostro, questa la complicazione che bisogna sempre
richiamare in mente anche davanti alle fasi della, più apparente semplicità,
questo il criterio dell’interpretazione che ci permette di dominare ogni
conflitto. $ 44, — Quanto all'influenza socratica è certo che Platone cavò
partito dal divario posto da Socrate tra l'opinione proveniente dai sensi e la
cognizione vera proveniente dai concetti e dalla dialettica socratica fondata
sui due capi dell’indurre e del defi- nire; però è anche certo che egli diede
un’ampiezza nuova alla dialettica per genesi (dra)ée xarà &vn), giungendo
solo per tale via a riporre l’essere vero nell’essenza delle cose
corrispondente ai loro concetti. È vero che egli non separa ancora la logica |
dalla metafisica (1), tuttavia, essendo vélto ad afferrare non ciò si suol
chiarire la relazione della dialettica platonica, | cratico, mostrando
l’elevarsi di questo ini opinione del RITTER, dello ZELLER @ (1) Veramente,
anzi, colla formazione del concetto s0 principio metafisico ; tale, ad es., è l’
del Cousin. che è accidentale nelle cose ma la loro essenza nei caratteri
distin- tivi permanenti, crea una dialettica dei concetti che ha ancora sa
nostri occhi, una grandissima importanza. Per determinare il concetto secondo
Platone bisogna determinare non la JIAROS ma l'essenza, od mota, “ &X}è cis
,,; al quale proposito non giova l’enu- merazione di tutti gli oggetti
appartenenti a un medesimo periore ma la cognizione medesima del generale, che
si ottiene Co un arte | dialettica affatto distinta dai processi grossolani
dell induzione sempre imperfetta (1). Da questo punto: di vista la sua teoria
sul concetto di concetto è d’accordo con ciò che è stato riconosciuto come vero
nelle ricerche teoriche. Superato l'errore del cattivo | dialettico che salta
dal genere alla pluralità degli individui perà èè cò &y Znepa sdbibs (2),
compiuta la doppia funzione della SUVATOTA e della Graipeots giunge a scoprire
i rapporti dei concetti fra loro è costituisce definitivamente il giudizio
rendendo possibile ad Ari- ‘stotele la fondazione della logica come scienza
analitica. Questo lato logico della piéts «!dwy costituisce l’addentellato più
note- - vole fra la teoria platonica e l’aristotelica del concetto. $ 45. — Ma
la dialettica di Platone esige ancora altri schia- rimenti. Purtroppo siccome
in lui la dialettica dell’azione non si separa rigorosamente dalla dialettica
del pensiero, così sarà ‘necessario trattare della sua teoria della conoscenza
per apprez- zare quanto spetta alla logica pura. Facciamolo brevemente. | Per
un progressivo cammino dialettico (dialettica ascendente), Moi possiamo andare
dal fenomeno del mondo sensibile (Gpardy *évsaxs) fino all'essere del mondo
intelligibile (vontòv 1évos- ). Il primo passo verso l’assoluto della
conoscenza è dunque nel mondo della sensazione. Ma subito nel primo sforzo
della me dialettica si rivela un fatto della massima importanza : amo la stessa
cosa ad un tempo una e multipla all’infi- (3). Anche nel successivo momento,
costituito dallo studio dell’aritmetica, della geometria, della musica e
dell’astro- a, l'intelletto si addestra, tanto a speculare sul!” uno e il 1)
Cfr. il Gorara, il PARMENIDE, il SOFISTA. Pilebo, 16 o. 39. ‘ multiplo, quanto a porre delle idee come
ipotesi e quindi a seguire colla divora queste ipotesi fino alle loro ultime
consegu Qui cadrebbe in acconcio la menzione teorica che fu fatta così concetto
di numero (classe. uno e successivo) come del coricetto di concetto (classe.
individuo e relazione), perchè la ètaipeors che dà i r0))4, la ovvarori, che dà
l’èv e la divora che dà il processo e sono qui annoverate come le tre
condizioni permanenti del co: n: cetto potrebbero tentare un inaspettato
riscontro, con quelle idee primitive il cui insieme fu già da noi considerato
come ki condizione definitrice dei concetti di numero e di concetto ($ 10) Ma
la corrispondenza supponibile deve essere abbandonata perchè, sopratutto l'%y
concettuale di Platone non è già l'ente primitivo e non successivo della serie
logica, ma è propriamen e l’unità razionale del concetto. Dunque, per questo
punto, si badi a; quanto segue: «Noi abbiamo usanza — dice Platone — porre
un’idea distinta per ciascuna (moltitudine) a cui noi diamo lo stesso nome...
Il carattere essenziale di questa idea è poi di essere uno in una moltitudine —
8v xspì tà. 7oX}4 (1). — Il proprio dell’uomo è di comprendere il generale,
procedente dalla diversità delle sensazioni a ciò che è compreso sotto un’unità
razionale » (2). Questo lavoro dialettico si effettua colla definizione che ci
fa cogliere l'essenza d’ogni cosa. Per il punto della classe 0 moltiplicità del
concetto si badi al fatto che per Platone, se ogni idea riconduce all’unità una
moltitudine di cose particolari, le idee stesse poi sono; ancora una
moltiplicità di cui le diverse parti devono essere deter minate dalla
dratpsors. Per il punto della relazione logica, cioè dell processo da idea a
idea, basti ricordare che la è4yora indica appunta! l'andare da un’idea ad
un’altra logicamente. Tutto il processo è poi coronato dalla vénst, atto
semplice e immediato, in cui consiste l'intuizione razionale cioè la
contemplazione dell’intelligibile. Insomma, se è vero che l’unità, la pluralità
e la relazione delle idee assicurano da un lato la possibilità del discorso,
dall’altro le condizioni necessarie e sufficienti a costituire le prime basi
della logica come scienza analitica, non si può dire che questo sia stato
compreso chiaramente da Platone. sd (1) Repub., X. (2) Fedro. 5 o così il
concetto e l'andamento della teoria ogica di Platone dal punto di vista che ci
interessa, si può anche ‘abbandonare la discussione su quegli altri punti in
cui a prima giunta parrebbe più feconda la ricerca ; come per esempio su nti:
se le idee siano veramente numeri; di quanti elementi ‘eonstino le idee; se le
idee rappresentino la sola forma delle cose; male sia veramente la natura delle
entità matematiche (numeri, qa e) che per Platone costituiscono un genere di
esseri inter- “Siagiiario fra le idee e le cose, ecc., perchè oltre al fatto
che questi sono la risultante della fusione dei concetti proprj del sistema
damentali del Pitagorismo e, quindi, dopo antecedenti, non ci presenterebbero
più alla di nuovo, la mescolanza delle idee logiche colle metafisiche pai grave
e continua, che anche il più minuto ricercatore non ‘» uò nutrir la speranza di
arrivare ad una dissociazione plausibile. eppure sarebbe il caso di insistere
troppo su quell’evidentissima tazione pitagorica che v’ha nel Filebo ove il
metodo dialettico, iù precisamente la divisione per generi e per ispecie, è
presentato ‘come una ricerca di numeri (1), perchè si tratta qui d’un
Pitagorismo più verbale che logico, che non giova molto all’allargamento
dell’o- rizzonte di Platone. & 47. — Con Aristotele la dottrina del
concetto come numero ssimi progressi ; anzi si potrebbe talora dubitare che
frasi più favorevoli alla tesi proposta non abbiano avuto | pensiero del
filosofo quel significato e quel valore che — dal to punto di vista — siamo ad
esse disposti di attribuire. R i Aristotele espose la sua teoria del concetto
nel libro delle pia:) ed è più presumibile, checchè dica lo Zeller i opinione
che è del ‘Trendelenburg, che egli sia ssa condotto dall'analisi del linguaggio
e della pro- Scomponendo il discorso umano, che è sopra tutto (ovpràoi), era
ben maturale che egli giungesse a sta detto senza alcun nesso — toy zatà
pmdsptay — (2), vale a dire a quei termini che si 846. — Determinat _ qua
‘delle idee coi concetti fon anto fu riferito nei $$ 6d; 170; 18a-b,c; 19a.
dubbj Sollevati dal PRANTI contro l’autenticità del libro (Gesch. d. Logik, I,
pag. 90-91) e dallo SPENGEL, continuo a VR AIOP 0 DI PP RLTORE LUNI e RI RETI
Eee n. CIT, ZITTA e e * possono
considerare come gli elementi del rapporto giudicativo e che egli disse
yojpara. Ciò che ci stupisce invece è che egli non n siasi arrestato
all’enumerazione pura e semplice di queste nozioni, ma si sia spinto fino al
conato titanico della loro classificazione! Invero egli tentò di dominare tutti
i vorpara dall'alto di quei concetti principali che considerò come i generi
sommi di tutti j concetti e contrassegnò col termine xaejopia:, e quivi si
fermò! perchè, lasciando da parte la questione della determinazione delle
categorie, è impossibile andar più in là (avanzi otivar). La dottrina delle
categorie quantunque formi la base del monus mento filosofico di Aristotele,
che in fondo è una filosofia del con cetto, anche a detta degli autori della
logica di Porto Reale, sempre stata circondata da una specie di grandioso
mistero. Tutti! sanno che il criterio della sua ricerca analitica fu duplice:
filos logico (grammaticale) e ontologico (realistico). Così, oltre ad una/
classificazione dei generi sommi delle parole, egli giunse ad una
classificazione dei generi sommi delle cose. Queste categorie corrispondono
secondo lui ad un tempo alle varie classi possibili di realtà e alle varie
classi possibili di parole; sono punti di vista supremi insomma donde lo
spirito può pensare il pensabile così rispetto alla sua realtà come rispetto
alle sue denominazioni. * $ 48. — Ora non voglio nè esporre nè difendere la
classificazione aristotelica delle categorie, che fu oggetto di tante
controversie. Soltanto mi preme far osservare che la sua duplice ricerca onto-
logica e filologica, in fondo si riduce ad una ingenua forma di analisi |
logica del concetto di concetto. Sotto le parole, sopra le cose, oltre la
filologia insomma ed oltre l’ontologia, brillano le idee pure, i prin- cipj
della logica come scienza analitica, il germe della logica mate- matica
prepotente, almeno, nella determinazione del numero delle categorie. È la
ricerca del permanente nel variabile, dell’intelli- gibile nei concetti e nei
loro rapporti. Bisognerà eziandio rile- vare che il secondo posto in questa
classificazione di tutto il reale ed il dicibile è occupato dalla categoria di
quantità ? ritenere collo ZELLER che il contenuto del libro sia
fondamentalmente: aristotelico. PARTE PRIMA — CAPO II 37 13 Passando a trattare
delle categorie in ispecie: « C'è un preto: (tò Buopropévov) — egli dice — ed
un quanto continuo ic). Questo si compone di parti aventi fra loro una
posizione 3 SA (mpds dAm2); quello di parti che non l'hanno, È quanto i r esempio,
il numero e la parola (dprdpòc zai \byoc); è o, r esempio, la linea, la
superficie, il corpo, e oltre a ciò 1 SA luogo» (1). Fermiamoci sopra questa
dichiarazione: « il ro nia parola sono un quanto discreto ». Ora, per
Aristotele, la è forse ileoncetto? In tal caso saremmo ben avanti nella a del
concetto come quantità cioè come numero. Ma ciò non solutamente ; perchè, ad
esempio, la quantità della parola è “nosta nella misura delle sillabe brevi
elunghe. Però, pensando Aristotele le parole sono l’imagine del pensiero, come
si af- el libro delle categorie « le parole nel linguaggio non sono che gine
delle modificazioni dell’ anima» (2), siamo ben sorpresi ì non sia giunto a
concludere: dunque sono un quanto anche dificazioni del pensiero, sono un
quanto, cioè numero, anche prie, insomma tutto è numero conforme il principio
di a. Il concetto di numero si sarebbe così identificato col atto di concetto,
così si sarebbe gettato anche in questa parte il fondamento esplicito e fecondo
della logica come scienza analitica. us ratiocinator di Leibniz non avrebbe
aspettato a pro- dlicianove secoli, facendo un contrario cammino. — Ma ci sono
altri due punti in cui il filosofo, molto Gino, ma senza pervenirvi, s’accosta
al proposito nostro: quello che determina il rapporto generale di esten-
imprensione, l’altro è quello che fu poi svilup- @ da Porfirio nell’
Introduzione alle categorie di urti) als tas “Aptororshons xactipropias o dei
cinque uni- te guvòy, vale a dire delle cinque voci: 1$voc, avpfefnads, il
genere, la specie, la differenza, te, Infatti sarà appunto su queste teorie
ari- Si fonderanno priîna a suo tempo gli stoici per imente la logiea
dall’ontologia e dar origine a È n È Pa TA _ e I LI Atene quella tabula logica
che, secondo loro, doveva permettere di deter. minare un concetto colla sola
addizione dei termini successivi d* la dialettica induttiva di Socrate,
esaltata la dialettica per genes e fissato l’unità, la pluralità e la relazion
delle idee come le cond zioni necessarie e sufficienti del processo dialettico.
E, criticand questi punti, abbiamo riconosciuto che la dialettica platonica noi
è ancora la logica pura e sopratutto perchè essa naufraga nella mé tafisica.
Abbiamo veduto finalmente come Aristotele nella dottrint delle categorie abbia
intrapreso un’imperfetta ma ardita analis logica del concetto di concetto, e,
colla teoria dell’estensione € della comprensione dei concetti eretta
sull’isolamento dei concetti formali dei fatti logici elementari, siasi più
d’ogni altro accosta ba al vero fondamento della logica come scienza analitica,
Del giudizio come rapporto. CA la ii dì
dite per continuare ordinatamente l'esposizione della Logica 7 fto trattare di
tutte le operazioni, espressioni, for- e trasformazioni che si possono
effettuare nel calcolo logico. on è questo il nostro seopo, volendo ora
occuparci esclusiva- » dell’interpretazione analitica delle forme elementari
della classica, Quindi passeremo subito all’analisi del giudizio, ndo per
giudizio, in senso largo, l’espressione delle relazioni cetti ; nel caso più
semplice, l’espressione della relazione di tti della medesima specie. quella di
apporto, intendendo per rapporto di due dato ordine, il quoziente della
divisione del primo ndo. E tale è il principio che sarà appunto senti ricerche.
) proposito non bisogna omettere una conside- dizio sono due termini, il
soggetto e il predicato, ‘ogni rapporto, l’antecedente e il conseguente,
numeratore, questo al denominatore della 0, per seguirela successione ordinaria
dei il giudizio «ogni A è B» nell’espressione Ora invece conviene vedere se il
parallelismo corre traduce È «ogni A è B» con # o con 33 ed, a questo riguardo,
bisogna sol ratamente distinguere due casi: 1° se si tratta dell’estensione (A
inest B) (1), il giudizio riferit diventa = è 2° se si tratta della
comprensione (A continet B) al giudizio riferito diventa S. Ad ogni modo,
siccome la distinzione di estensione o compre; sione in un giudizio ci è
indifferente, perchè è chiaro che ogni dizio dato può riguardarsi
rispettivamente tanto per un ver quanto per l’altro, così terremo conto solo
della relazione che la vera base logica del giudizio. Quindi, potendosi ogni
relazioi fra due concetti A e B ridurre alla forma di quoto, ogni giudi;
semplice avrà la forma posto che il soggetto (a) e il pre a Sri cato (6) siano
certe funzioni dei concetti A e B, cioè posto a = g (( b = + (B). Così la
traduzione d’un giudizio qualunque (afferma o negativo, universale o
particolare) non può presentare al difficoltà quando siano noti i concetti A e
B che costituiscoi materia del giudizio e le funzioni 9 e 4 che ne costituiscon
(1) Cfr. in proposito il Formulario del PeANO (anno 1901, pag. 23) proposizioni
: x e Cls. a 9 db, (inclusione di estensione, tra classi, ove? legge è
contenuto, è in, è un, ecc.) xe N. a est un diviseur de b. d (2) Cfr. la
corrispondenza stabilita da LEIBNIZ tra la proposizione: e l’altra a è
divisibile per b (de ideis loquimur non de individuis). De Ari binatoria (1666)
in « La logique de Leibniz d’après des documents inéé L. CourURAT, Paris, Alean,
1901 ricordando in proposito le acute 0886M zioni del VAILATI sopra l’ analogia
che il processo di decomposizione e s cessiva ricomposizione dei concetti
presenta con quelli aritmetici di di posizione d’un numero nei suoi fattori
primi, e di successiva ricostrwi dei suoì divisori per mezzo di prodotti
parziali fra questi: « La dimo zione d’una proposizione generale « Ogni A è B
», è concepita da come consistente nel porre in chiaro, per mezzo di una
sufficiente 1 del significato dei suoi termini, che l’insieme delle proprietà
che insieme (simul sumptae), costituiscono la nozione B, fa parte dell’i delle
proprietà che costituiscono la nozione A ». (Revue de Mathém., Tome VII, N° 3,
pag. 150). EUR * “ha Sil ddl ai » ue 7 Lar * È I n giudizio universale affermativo (designato
col simbolo 5 na n “ a 4 ico a) sì scriverà + : un giudizio univ. negativo (e)
da hi giudizio particolare aff. (è) ca ; un giudizio particolare negat. (0) #4
è superfluo ripetere che tutti questi rapporti si ridu- DS bi 1: l na. =. PIA)
ì cono al rapporto tipico -, cioè -;(B) ove %, che può avere due Falosi [e A
determina la quantità del giudizio, cioè se il soggetto è universale o
particolare, determina la qualità del giudizio cioè se il e 4, che può parimente
avere di 7 B due valori | 4 = 7, B1 | sredicato è affermativo o negativo,
secondo la convenzione adot- ‘tata nel calcolo logico. $ 54, — Si obietterà : «
Ma neppure la logica matematica non con- templa esplicitamente le operazioni
della sottrazione e della divisione a; come dunque avvicineremo il giudizio
logico al rapporto ? ». esta obiezione non regge, perchè i concetti di somma e
di pro- ‘ammessi in logica matematica, importano necessariamente i i di
differenza e di quoto. noto che le tre eguaglianze : a+b=ca=c—-b,c=b—a, tto
forma diversa, la stessa cosa; e parimente si ha che rma diversa, la stessa
cosa, purchè i numeri a e d ; condizione questa che anche in logica vuolsi re,
posta la convenzione fondamentale : 4 punto di vista si capisce bene quanto
poco importi la di- ione © disunione dei concetti che molti autori
attribuiscono ‘ del giudizio, perchè è chiaro che ciò ha da fare coll’espres-
la non colla posizione della relazione che è la base del 48 dica" de LO, n
E 0 __ © LC Po cè. 28 Certo è strano che
la logica matematica, la quale da molti anni h introdotto buon numero di
simboli per contraddistinguere le ide che sono necessarie alle operazioni del
calcolo logico, non ab bia ancora introdotto correntemente i segni del rapporto
per rappresen- tare il giudizio, contentandosi di altre convenzioni che possono
dare origine ad equivoci su questo punto (1). Î Tuttavia l’introduzione mi
sembra non solo possibile ma uti is- sima, $ 55. — La prova di questa
possibilità si può fare in più modi, sia effettuando subito colle regole della
sottrazione e della divisione tutti i calcoli relativi alla teoria del
giudizio, poscia controllando i risultati ottenuti per tale via colle
operazioni della somma e del pro- dotto logico, i cui risultati sono sicuri ;
sia controllando tutti questi. risultati coi modelli grafici e meccanici
convenienti. giudizio, come dicendo « divisione » non facciamo questione di
disunione ma solo di rapporto che non può riguardarsi assolutamente nè come uni
nè come disunione, ma come atto unico e semplice del pensiero. In fa della
identificazione di giudizio logico e di rapporto si capisce inoltre com non si
possa parlare di separazione di un soggetto da un predicato, tanto di
distinzione logica perchè il rapporto di cui qui si tratta è esse mente un
quoziente. Questo modo di concepire il giudizio logico s’avy solo
apparentemente alla teoria esposta dal CkocE sopra il giudizio 1 concepito in
guisa analoga come « atto unico e semplice del pensiero »., A (Cfr. Croce,
Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro, pag. 26 Napoli 1905).
Invero al Croce sembra in forza della sua identificazione. di giudizio logico e
definizione ‘* che non sia da ammettere nel giudizio logi (neppure) la
distinzione di un soggetto e di un predicato, appunto perchè non contiene
elementi eterogenei che possano l’uno funzionare da sogge! e l’altro da
predicato ; e, dove pare che li contenga, la distinzione è solo parente,
essendo la forza del giudizio... nel pensamento della differe specifica, che è
atto unico e semplice del pensiero ”’. Ma questa critica non deve ora
occuparci, perchè il Croce tratta della logica come disciplina filo: sofica («
Per noi la logica, egli scrive, è filosofia della filosofia; ma col significato
sottinteso della filosofia in quanto attività intrinseca ad ogni uomo: homo
philosophus » (pag. 25)) e qui invece si tratta della logica pura come scienza
analitica (cfr. Introduzione, $ 1-3). Quindi ogni questione al riguardo ci I
sembra vana. (1) La questione fu sollevata anche nel 1880 da B. HarsteD, il
quale | fondò la divisione logica, polemizzando col JevoNs. Cfr. Algoritmie
division. în logie. « Journal spec. phil. », V. XII, p. 107. i I 45 i orale si giunge a conoscere che le
operazioni compiute coi dell’inelusione e della deduzione sono casi particolari
e semplici delle operazioni eseguibili coi segni dei rapporti Èa to questa
semplicità che rese comune e pratico l’uso di ‘tali segni e ritardò il
riconoscimento della vera e propria relazione 3 udicativa. ©] risultati delle
operazioni che saranno riferiti tra poco e le appli- azioni che se ne faranno
nella teoria del sillogismo toglieranno j dubbio in proposito. $ 56. — Le poche
proposizioni suesposte, contenenti la posizione indizio come rapporto, le norme
per tradurre i termini dei i nei termini del rapporto aritmetico, secondo i
casi della e del contenuto, le ragioni che giustificano l'introduzione del nel
calcolo logico, la prova della possibilità e dell'utilità va operazione desunta
dalle applicazioni che sì faranno ria del sillogismo come proporzione,
abbracciano, nei punti ientali, tutta Za teoria classica del giudizio,
spogliata però ngombri grammaticali, retorici, formalistici e metafisici, che
una vera selva selvaggia di complicazioni extralogiche &57.— Anche qui, per
avere una buona notizia storica della | del giudizio come rapporto, giova
prendere le mosse dalle fasi della speculazione greca, per vedere se e come il
pen- fin da quando si liberò primamente dalle associazioni acci- i e variabili
del discorso e si fissò in modo universale e neces- ‘abbia saputo isolare il
fatto essenziale della relazione logica nza riguardo a un dato soggetto o a un
dato oggetto qual- lla realtà esteriore. » che il concetto fondamentale che ci
interessa sia dai Pitagorici, intravveduto dai Sofisti, supposto da nto ed
affermato con discreta chiarezza da Platone e poi trascurato dalla logica
medievale, poi rialzato da erduto dalla logica induttiva, mentre ora sembra
fare definitivamente nella teoria delle relazioni, tori della logica
matematica. eremo soltanto a considerare rapidamente la dot- la socratica, la
platonica e l’aristotelica per illu- | questione delle origini intorno a cui
non è ancora a un’opinione plausibile. difficilissimo, per non dire
impossibile, afferrare il ico sul punto di vista logico del giudizio. Nondimeno
che, siccome per i Pitagorici l'armonia non è distinta anzi è il numero stesso,
così per loro, caso mai ne a qualcuna, ogni unione di termini, sia astratti sia
a risolversi in un rapporto numerico. ' 3 à A Ben è vero che nel Pitagorismo la distinzione
del concreto e del l’astratto non è ancora compiuta, tuttavia non si può dar
piccoli È cose. Perocchè si può ammettere di buongrado che questo tentativo F |
$ 59. — Il problema della possibilità del giudizio sorse invece € s’îÎmpose coi
Sofisti, allorchè lo spirito filosofico, il quale mediant le speculazioni della
fisica aveva da un lato sceverati tanti og. getti e tanti fatti della realtà
concreta e dall’altro costruite e di- stinte tante idee astratte corrispondenti,
s’ accorse che i rapporti tra gli oggetti concreti implicano certi rapporti tra
le ide astratte, che a loro volta sono traducibili coi termini e co ( relazioni
del linguaggio. Così la considerazione del mondo sico generò la considerazione
del mondo filologico e logico e quanto è ora materia della nostra ricerca, la
possibilità dei p porti degli oggetti fece pensare alla possibilità dei
rapporti dell parole e dei concetti e quindi produsse la teoria del giudizio 4
della proposizione. Siccome lo scopo di questa ricerca non è di esporre la
storia delli teoria del giudizio in genere, ma soltanto di indagare se e come
la teoria del giudizio come rapporto sia stata prospettata dagli an: tichi
filosofi greci, così non ci fermeremo a riferire gli argomenti contro la
possibilità del giudizio, tratti dall’opposizione dell'uno & e dei più
(roXX4) che, come disse Socrate nel Fi/ebo (1), sono diven- tati veramente
banali (dedmperpéva) presso i Sofisti. I quali dicevane che l’uno ei più
ripugnano; quindi è impossibile stabilire tra alcuna relazione, ed, estendendo
il principio, sopprimevano ad rittura il giudizio, î Socrate invece non'si
sgomentò di considerare il concetto come » Pe (1) Filebo, 14 e. uno nei più, anzi seppe afferrare i soggetti e
i predicati nei loro camnorti. riconobbe la loro subordinazione, la
divisibilità dei ge- ‘ SI specie, l’unificabilità delle specie nei generi,
favorì la filo- Lia; del dra)é[stv varà 157, e, senza fare una teoria del
giudizio, ma ticamente e ininterrottamente, ne dimostrò l’altissimo valore
logico e la legittimità. 4 $60.— Il cenno sommario che abbiamo fatto delle
negazioni ‘della sofistica e della concezione socratica ne apre la via ad
alcune | questioni bio i generali la cui soluzione ci metterà in grado di
apprez- i Mio più esattamente la parte che Platone ed Aristotele ebbero la
costruzione della teoria del giudizio. uò ritenere che Platone si sia prefisso
lo seopo di continuare te l’opera di reazione contro la sofistica che Socrate
aveva coll’esempio e in nome del senso comune. Perchè i Sofisti i vinti da
Socrate? Perchè essi si appoggiavano sopra Socrate sopra la pratica. I Sofisti
sostenevano l’impossibi- n del giudizio e del discorso. Dunque per confonderli
biso- i combatterli colle loroarmi, valea dire opporre alla loro teoria ltra
teoria che dimostrasse la possibilità logica del giudizio e orso. Che cosa
diceva Antistene, il fondatore della scuola cosa non può essere designata che
col termine che le è 610; d’una cosa non si può dire che una cosa: , non si ha
più il diritto di attribuire ad un i diverso dal soggetto, non si ha più il
diritto è buono, ma solo l’uomo è l’uomo, il buono è (2). Quindi ogni discorso
diventa impossibile ». Or bene, unicità dei termini che Antistene vuol
conservata ad ogni quella ferma coerenza insomma sul principio di identità
serve alla difesa dell’anarchismo anzi della paralisi della logica, le mani di
Platone non diventa più un’arma contro la possibilità dizio, ma la più forte
ragione per dimostrare la legittimità questo atto fondamentale del pensiero.
Infatti, in primo luogo, monomania del pensiero della cosa per la cosa e della
parola propria « t@ olzsiw X614» è superata. D’altre cognizioni meno POTELE,
Metaph., 1024, b, 33. onE, Soph., 251 b. ORE, Sillogismo è proporzione. da ita
ideata rn ail iure PI Sedi i concrete e
meno semplici s’arricchisce la trama del pensiero, d’altre forme, starei per
dire, d’altre cose più complesse fa d’uopo ammet- tere la possibilità. I
concetti in sè e per sè considerati, fuori del nesso del discorso, xatà
padspiay ovpràoxiy. possono, anzi devono mantenere il loro unico nome ; ma
bisogna capire che essi possono anzi devono essere congiunti dalla mente in un
rapporto d’afferma- zione (o di negazione) o di derivazione, che deve essere
considerato come un’altra cosa, cui spetta un’altra denominazione, la quale
in-. somma non nega punto alle singole cose (soggetti o predicati) il diritto
di essere chiamate col loro proprio nome. Dunque una cosa sola si chiede: che
ogni cosa sia distinta col suo proprio nome, % Sp’ évòc ; ma una cosa è il
concetto, altra cosa è il giudizio ; dunque la possibilità di questa non vieta
la possibilità di quella. E così Pla- tone rispondeva, per così dire, a quella
mania di tutto separare che era così vivace nella sofistica. Quanto all’altra
manìa di tutto confondere, ecco quali furono le concessioni ragionevoli di
Platone. Che cosa sosteneva Prota-" gora ? « Tutto si mescola, tutto
conviene a tutto — réyr VANNI Bbvapuy ye èmizotvovias — (1); la quiete è il
moto, il moto è la” quiete, i contrarj sono identici, ecc. ». Ora anche qui
bisogna distinguere accuratamente la relazione dalla confusione, perchè altro è
confondere, altro è riferire. Quando il pensiero — di sua natura poetico, cioè
creatore — stabilisce relazioni tra gli elementi, non confonde questi elementi
in guisa caotica, fra loro, facendo diventare identici i contrarj, ma, pur
lasciandoli in sè ben costanti e distinti, li collega secondo vincoli di
convenienza (0 sconvenienza) o di derivazione, che dànno origine a nuove forme,
cioè — quasi a dire —a nuove cose, a nuove unità, che possono. corrispondere,
secondo i casi, ora all’errore ora alla verità. Insomma ogni cosa in sè e per
sè resta quello che è, sia quando la si consideri isolatamente, sia quando la
si consideri relativamente ; ma, oltre. a questo essere conforme al principio
di identità e di contraddizione, può essere considerata dal pensiero in una
certa qual relazione, o connessione o mistione (piéto) che costituisce un’altra
realtà. fissa e permanente, presente agli individui e ai fatti, e che permette
il movimento del pensiero. (1) PLATONE, Soph., 252 d. è PARTE SECONDA — CAPO II
51 ptc è appunto il giudizio, cioè la relazione d’un soggetto Jicato che
riconduce l’uno e i molti all’identità per mezzo so — tavròv èv ai moi)d hard
A6oy evopeva — (1). arché questo avvenga non è punto necbssario che le cose si
ondano, che un’idea diventi da se stessa il suo contrario. Quello è è, ma pur
si formano altre determinazioni le quali, a loro sono quello che sono —
èvopdrwy svyrAoxiy \6]0v odotav — (2). giudizio è essenzialmente la posizione
d’un rapporto — anybeors v za fuparov — (3). Il pensiero (dravosioda:) poi «è
un orso che la mente rivolge a se medesima sopra gli oggetti ‘essa considera,
interrogando e rispondendo, affermando e ado » (4). p i titoli per cui la
teoria del giudizio dà a Platone il diritto seggio fra i primi fondatori della
logica come scienza. s Col 61, — Ma il male è che Platone non è ancora capace
di fare idizio una teoria esclusivamente formale cioè logica ; come idee non
sono una pura astrazione analitica dello spirito, » suoi giudizj rispondono
alle relazioni metafisiche delle sue idee. 62. — Ora esaminiamo la teoria di
Aristotele (5), il quale nel dell’Ermencia (mepì spprvetac) dà una definizione
che si riduce mente alla seguente: « Il giudizio è l’enunciazione del- azione e
della negazione ». — (Il logos è l’apéfansi della e dell’apéfasi). ome molti
A., per aver notizie su questo punto, consultano ordi- gli Elementa logicae
aristoteledè in usum scholarum del TREN- G, così sarà bene osservare che questi
Lineamenti sono, per un opera pericolosissima, perchè essi riuniscono insieme,
in un di dottrina, tanti brani aristotelici staccati, remoti e appartenenti e
tra i quali corre un resso logico (?) (del compilatore) che sempre al senso
genuino che Aristotele ha posto nelle sue difetto che vizia tutta l’opera del
T. si fa palese fin da tando il T. nelle Srorwrwosg Xoyizai (lincamenta logica)
per Si dice comunemente che questa definizione aristotelica. del giudizio è
d’indole grammaticale e di natura metafisica (realistica) e, come tale
(extralogica), inaccettabile dalla logica pura ; a) d’indole grammaticale
perchè considera il giudizio « quale A60s amopayirnde (dictum enunciativum) il
quale può essere vero 0 falso » ; 5) di natura metafisica « avendosi riguardo
della realtà ogget- tiva, quale criterio della verità 0 della falsità
dell’asserto » (1). $ 64. —Io credo esa, gerate queste opinioni. In primo
luogo, perchè, considerando bene tu tta la teoria aristotelica del giudizio, si
ca- pisce che la definizione si fonda non tanto sopra considerazioni
ricostruire il pensiero aristotelico « del giudizio e della verità » in ordine
alla teoria del concetto, cita : $ 1. Ev ole zai xò Weddos xal xò dIndée,
aivdeote tic Tn vonpatwy Gorsp v Gvtwv (de am. III. 6. p. 430 a 27 sq. BEKKER).
rspi yàp oivisaw ai Bialpealy Fot Tò debdée te uoi cò GImdse. x. 7. 2. (de
interpr. e. 1. p. 16 a 12). Dove il lettore vede subito che il 1° brano (de
an.) parla del giudizio come d’una « cotal sintesi » (civteoic vie); mentre il
2° (de interpr.) ne parla come di una composizione e divisione; messi insieme
vengono a dire: « dove c’è il vero e il falso c’è una cotal composizione » ; «
perciocchè nella composizione e nella divisione c’è il vero e il falso » (Cfr.
pure la trad. latina del T.): « In quibus et verum et falsum cernitur, in iis
jam notionum, quasi unum sint. quaedam. compositio. Versatur enim
in compositione ac divisione et falsum et verum ». Ora, qual legame logico si può
stabilire tra i due sensi ? Nessuno; anzi il Yép assume dopo il primo brano un
aspetto a dirittura grottesco, i Lo stesso inconveniente si riscontra volendo
tener conto del nesso logico. che intercede fra il secondo ed il terzo passo:
“Lots dANdese: piv 8 tò îayone hévoy oîbneavos Bnpodar xal cò cuyazinevov
ovyuetodat, Epevotar di Evavtime Èxoy 7 tà npdypara. (metaphys. (0). IX, 10, p.
105, 1 b. 3). Itaque is verum. fudicat, ete. Dove è per lo meno meraviglioso
che il T. non abbia tenuto conto del prudente consiglio di Aristotele, il quale
dice che « per giudicar vero, bisogna tener diviso quel che è diviso » mentre
qui, e subito nel 1°, sono composti per forza tre discorsi (de anim., de
interpr., metaphys.) che dànno origine ad un concetto tanto vero quanto è
quello del TpaysXxpog. (1) Cfr. NaGy, Principj di logica. Torino, Loescher,
1892, pag. 56. A questo riguardo poi si cita: 1 per a) ARISTOT. De enune. 4:
ton dì Abyos &nac pèv Inpavmizòde... dro puvunòg dì cò mas, dI èv @ tò
Tindesw 7 debdeota: frdpyst per db) ARIST., Metaph., V, 10: wars dImveser piv 8
tò Tiypnpivov cib uevos Simpfioda: nai cò ouyusipevov ouyxetoda:, Sbevotat dè é
Svavtims yy Frà npdyuata. Pi. E, flo
grammaticale quanto sopra un principio essenzialmente sulla distinzione cioè
della qualità (affermazione e nega- 1 catàfasi © apòfasi), dalla quantità del
giudizio. Il concetto che Aristotele si forma della qualità del giudizio è
molto vicino concetto di relazione che ci propone la logica pura. Ciò appare
‘aramente nella enunciazione del significato della catàfasi e apéfasi. «
Affermazione è poi l’enunciazione che riferisce una ad un'altra e negazione è
la enunciazione che rimuove una da un'altra » (1). Dunque si può affermare che
il sommo ririta, superati gli ondeggiamenti dello spirito filologico (2), nobbe
che il vero e proprio fondamento logico del giudizio è one delle relazioni.
secondo luogo, perchè l’elemento realistico nella definizione ca appare
soltanto dall'espressione « tivos età tivos, tivOS » che si interpreta come un
appello alla realtà oggettiva, ptesi che questa interpretazione metafisica si
trovi confer- i dalla sentenza : « épotws dè oi Adyor dindeic Gorep tà mpdr- ),
edai passi analoghi a quello che fu riportato nella nota inte per il caso b).
Ma tale interpretazione è arbitraria e successiva troppo discutibile. Infatti
come si devono De interpr., c. 6, p. 17, a 25: xatapuos dé gomuv andpavols
tIVOG lipari BE domv Andqpavoals tvog And twvos. ICHMiLLER, nel suo Studien zur
Geschichte der Begriffe, la X6yaw viene già usata nei varj significati di
cogliere contare, numerare, raccontare (attività ideale), parlare; ficati
molteplici di leggenda, storia, aneddoto, parola cioè : concetto, e per
estensione : ragione (Parmenide), ; ece. In breve, si può dire che dal senso
pri- e, si sviluppò l’idea di contare, calcolare, :; ma siccome l’attività
dell'intelletto mamente col linguaggio, così il termine prese il significato di
raccontare, e X6y0g quello si giunse poi al parlare ed alla parola. Dalla , in
virtù della stessa radice X5y, si giunse ad espri- del discorso, il sapere, il
raziocinio ed infine la ‘ale è il senso molteplice che gli autori anteriori ad
Era- ., 6.1, p. 19 a 33. ie i Ù 54 SILLOGISMO E PROPORZIONE intendere queste
cose, questi logoi e questi pragmata che son veri | come i logoi ? $ 65. —
Secondo me, l’appello che si fa qui alle cose ed alla loro natura si deve
intendere dal punto di vista puramente simbolico e for- male, come un appello,
insomma, non alle cose ma alle loro relazioni. Il vero è che Aristotele capisce
che, oltre alle parole che ci for- | niscono l’espressione ordinaria delle
relazioni logiche anche le cose possono servire al medesimo intento,
funzionando da modelli. Quindi, svincolandosi dalle restrizioni linguistiche,
egli intravvede la possibilità di tanti altri ordini di rappresentazione delle
quantità e delle relazioni logiche, dalle rappresentazioni grafiche e letterali
di _ cui farà uso — sebbene troppo scarso e rudimentale — nel seguito, _ alle
rappresentazioni più concrete che si possono ottenere interro- gando le cose e
i fatti della realtà oggettiva nei loro intimi rapporti ; poichè solo la forma
comune, solo i rapporti comuni ci assicurano — della verità delle conoscenze
ottenute col ragionamento. Considerazione metafisica questa ? Non mi pare, ed
ecco perchè: Nel pensiero aristotelico era già chiarissimo questo principio: i
rap- porti delle parole (quando queste corrispondono esattamente ai concetti)
sono in qualche modo corrispondenti ai rapporti delle cose e dei fatti. Donde
segue che per lui il criterio della verità e della falsità dell’asserto può
rintracciarsi non solo nell’esame delle parole e dei fatti linguistici che sono
la prima e naturale prospet- tiva dell’intelligenza, ma nella considerazione
dei rapporti di qua- lunque ordine di cose e di fatti della realtà oggettiva
perchè « 6potws dì oi Adjor dAndetc Gorep rà rpdfpara ». ] Donde si scorge che
Aristotele quando è sul terreno della logica non si interessa direttamente alle
cose della realtà oggettiva per la. loro natura metafisica. i La sua
preoccupazione essenziale invece è quasi una sola: la. preoccupazione logica
delle relazioni; sia che s’elevi alla considera- zione delle relazioni astratte
delle cose e dei fatti della realtà logica, sia che s’elevi alla contemplazione
delle relazioni astratte delle cose e dei fatti della realtà naturale, poichè
tra i due ordini di relazioni — egli intravvede la possibilità d’una
corrispondenza formale, Contro coloro, pertanto, i quali affermano che « la
logica d’Ari- stotele è in intimo rapporto colla sua metafisica, colla sua
teoria e pal | PARTE SECONDA — CAPO Il 55 nza e dell’atto, e che solo per un
eccesso di l'hanno staccata » (1), si potrà almeno a del giudizio la
distinzione analitica è anto non si creda comunemente. e, della pote gi i suoi
successori ‘zostenere che nella teori. n olto più giustificabile di qu
Aristotele ha capito benissimo che il giu- espressione d’un rapporto. Ein più
luoghi o dichiara esplicitamente. Il verbo che adopera per indicare la Rei ula
tra soggetto © predicato non vuole significare altro che s 0 non stare, essere
in rapporto con, convenire (0 non convenire) Questa interpretazione del verbo
non è arbitraria perchè Ari- sle insiste, come vedremo anche in seguito, sopra
il fatto che lì elementi della proposizione passa © deve passare un certo arto.
Quando indica le regole per stabilire le conclusioni dei non dimentica mai di
avvertire che « v’ha necessità che dei termini sia messo in un certo rapporto
con l’altro », ltrimenti i dati saranno inutili (2). ’er completare la
dimostrazione che Aristotele ha sempre consi- ito il giudizio come un rapporto
si rivolga l’attenzione a tutti oghi seguenti raccolti nella Zopica per sapere
se i termini È al soggetto siano e non siano proprj ad esso, intendendo il
‘mine proprio nel senso di in relazione conveniente con. dapprima, quando si
confuta, esaminare ciascuna delle tto di cui sì pretese dare il proprio e
vedere se questo >n appartenga realmente a ciascuna di queste cose, 0 si
d'essere vero sotto il rapporto del soggetto in que- ‘essere il proprio di
ciascuna delle cose sotto il i di cui si pretese dare il proprio, ecc. ». «
Quando .... bisogna vedere se il proprio è vero..... per cui si tratta » (8).
quando si vuol stabilire o si vuol confutare la | studiare la natura del
rapporto che passa | predicato della proposizione di cui si tratta. $ 66. —
Insomma, dizio non è altro che 1’ ver et G. SEALLLES, Mist. 2, 1. Philosoph.
Paris, Delagrave, 1899, ; p., I, 26-5. 4. Questo anzi è uno dei punti cardinali di tutta
la Topica aristotelica, Donde si vede che la teoria dell’affermazione e della
negazione dei giudizj resta assorbita per intero nella teoria della relazione
giu-. dicativa. Finalmente ricorderò che negli Analitici post., trattando dei
rapporti delle questioni fra loro relativamente ai loro termini medj, si fa
menzione dei termini che devono essere uniti nei giudizj neces- sarj alla
formazione dei sillogismi, come di termini che devono. entrare fra loro in
rapporto, nella stessa guisa che entrano in rap porto i fenomeni naturali di
cui si tratta (1) aristotelica del giudizio, purgata delle erronee
interpretazioni d’indole grammaticale e metafisica, è riconosciuta nel suo vero
e proprio fondamento logico che è l’espressione pura e semplice: delle
relazioni concettuali. $ 68. — Circa la divisione del giudizio secondo la
quantità ed al significato da attribuire al soggetto, alla copula e al
predicato nota è la somma della dottrina aristotelica. Dunque, quali che siang
le objezioni che si possono muovere a questa dottrina, resta i fatto che
Aristotele si avvicinò in modo assai reciso alla defi ni. zione strettamente
logica del giudizio, isolando il concetto specifico della relazione pura. Ma la
logica posteriore perdette di vista i genuino disegno aristotelico che del
resto s’intuisce a mala per solo adesso, tanti sono gli appiglj, le oscurità.
le imperfezioni e lé inesattezze di indole extralogica a cui dà luogo. ] Ma
abbandoniamo nuovamente le ricerche storiche perchè sebbene col progresso dei
tempi e degli studj non sia mancata l potenza di isolare la forma pura del
giudizio e di studiarla per s stessa, tuttavia la teoria del giudizio come
rapporto puro non fi ancora concepita, neppure dai logici contemporanei, nella
sug intiera purezza, (1) Analyt. post. TI, 25, $ 1. ————T —_— ici nei tom | nn
E "dii | n SETTI CEI è Sai. LI o. e = “po #2 Ù da Ione. PARTE TERZA ogismo
come proporz DAL VA PS CAPO I. RICERCHE TEORICHE _—_ , — Dalle analisi
precedenti noi sappiamo già che : \jl concetto si può considerare come un
numero (Part.I.c. 1); i giudizio si può considerare come un rapporto (Part. II
c.1). olo presente dimostreremo che : 39 il sillogismo si può considerare come
una proporzione (1). rò, prima di dare la dimostrazione diretta di questa tesi,
ci mo un istante a dimostrare una proposizione preparatoria, in ogni sillogismo
mediato categorico semplice la conclu- deduce da tre premesse e non da due,
come si afferma ine- te dalla logica classica. Poniamo anzitutto le definizioni
seguenti. e ione di una relazione logica qualunque (sia ‘a concetti, o fra
relazioni di concetti, 0 fra rela- deduzione necessaria di un giudizio (conclu-
izj (premesse). Ora si noti che in ogni sillogismo la educe nè da premesse
qualsivogliano, avvici- fra loro, nè da alcuna delle premesse, per inate cioè
necessarie e sufficienti alla costru- separatamente considerate l’una
dall’altra; i già addotte ai $$ 1, 2, 3, non possiamo dare alcuna tte se il sillogismo
sia o non sia il pensamento del con- L zio, cioè una formazione filosofica,
conforme, per esempio, speculativa del Croce. L'unico punto di contatto fra
cotesta sembra questo, che anche nellalogica comescienza analitica ‘pensare il
sillogismo come connessione. i | À i | Th die 60 SILLOGISMO E PROPORZIONE la
conclusione invece si deduce dal loro insieme cioè dalla condizione! orelazione
logica che intercede fra i giudizj premessi e in cui s raduna la funzione
congiuntiva del termine medio. Ciò posto, si deduce che in ogni sillogismo
mediato categorico semplice, oltre alle due relazioni esplicite corrispondenti
alle due premesse ordinarie, esiste una terza relazione implicita esprimente la
condizione logica che intercede fra le altre due, e propriamente | la funzione
bilaterale del termine medio, in virtù di cui si deduce la quarta relazione
esplicita che dicesi conclusione. $71. — Questa terza relazione, sebbene appaia
essenzialmente inerente al sistema delle premesse perchè contiene la condizione
della loro legittimità, in sostanza è la condizione di possibilità del
sillogismo ; ed essendo sempre esprimibile in un giudizio, perchè il giudizio è
l’espressione di una relazione logica qualunque, si. deve considerare come la
terza premessa indispensabile d’ ogni. sillogismo mediato categorico semplice,
$ 72. — Il modo poi di rendere esplicita questa terza premessa, implicita nel
sistema delle premesse, è ovvio. Data, per esempio, la combinazione seguente :
MP \ SM SP che è la prima figura sillogistica, e posto, per maggiore chiarezza
che si esprima con % e le funzioni dei concetti o termini del sillogismo @, d,
c, e propriamente con 9 la quantità d’ogni giu- dizio, con $ la qualità, con «
il termine minore, con e il maggiore, con d il medio, con : il rapporto
giudicativo fra i due concetti, modo da avere la forma tipica : ® (0): (c) [1]
(a) :4 (0) (a) : (0) si ricava, come terza premessa, la relazione : [2] (0) :9
(0). Lia | 0‘ I 61 î quale è facile riconoscere, in primo luogo, che questa
azione deve sempre essere connotativa e subordinativa, i; irimere la
subordinazione del contenuto dell’estensione del ‘soggetto al contenuto
dell’estensione del predicato, per non slegare assolutamente le due altre
premesse(1) in conformità del principio | assiomatico di inferenza che ogni
subordinazione costringe ed è ‘essenziale al sillogismo ; in secondo luogo, che
la caratteristica ge- nerale che assume il sillogismo quando sia esposto completamente
‘come segue : p(0) : (€) p(a): (6) [3] 9 (0): 4(0) p(a): 9 (0), | è di essere
l’estrinsecazione completa delle relazioni dei suoi termini, — in conformità
della regola seguente: tante proposizioni quante Tornando alla terza premessa,
che d’ora innanzi chiameremo semplicemente premessa media, senza troppo
insistere sul fatto he essa esplica la mediazione qualitativa (contenuto) del
sillogismo, cioè l’unità dialettica che è organo essenziale della nozione
dedut- mi sembra opportuno aggiungere che i due estremi a e c in i sillogismo
sì propongono come essenzialmente semplici, il invece si propone come
essenzialmente duplice e come tale estremi in due sensi di cui ciascuno deve
differire dal- chè il medio non perda la sua natura, ossia non cessi iedio (2).
Possiamo ora domandarci se, anche con un esempio ver- que, la nuova premessa si
possa esprimere con una pro- chiara, semplice e intuitiva, sebbene questa
possibilità sia inutile alla dimostrazione della logica pura. Pigliamo anche (
) Gli antichi avrebbero detto: «per evitare la quaternio terminorum ». (2) Su
questo punto ho potuto trovare la dichiarazione seguente del rr : «Il medio,
analiticamente, consta di submedj da suddistinguere Uto, ma questa riflessione
infinita di submedj non insegna nulla se \e il prineipio della subordinazione
nel quale il medio è subordinato dio ; bisogna poi notare che il subordinante e
il subordinato si con- Mr - il modello
quasi idiotico che si adopera per far comprendere la teoria elementare del
sillogismo ai giovinetti che frequentano le scuole secondarie : tutti gli
uomini sono mortali; Socrate è uomo; dunque Socrate è mortale. i Risulta dalla
[2] che la premessa media, dovendo essere conno- tativa e subordinativa ad un
tempo, diventa : «il contenuto di tutti gli uomini è contenuto di un uomo » il
che, in altre parole, significa : « ciò che vale per tutti gli uomini vale per
un uomo », propo- sizione questa tanto chiara che non desidera altro commento.
$ 74. — Tuttavia sarà bene ritenere che la premessa media in ogni caso esprime
ancora l’esistenza del termine medio (come classe. non nulla). $ 75. —
Riassumendo, segue che la premessa media, oltre alla sua funzione
indispensabile come espressione della relazione delle altre due premesse, oltre
all’affermazione dell’esistenza del termine medio, serve in sostanza a
stabilire, secondo la vecchia termino- logia, la subordinazione, quanto al
contenuto dei due sensi esten- sivi del termine medio, cioè la sua identità
relativa o unità, dal punto di vista di quel principio che fu detto la regola o
il motivo. principale (« leading principle » PeIRCE) del sillogismo (nota
notae.. o dictum de omni.....). È Questo principio si può anche esprimere così
: «in qualsivoglia, classe non illusoria di concetti ciò che vale pel contenuto
del tutto estensivo vale per il contenuto della parte » (1). cludono infine
nella reciproca subordinazione, e propriamente nell'unità: concreta subordinativa
di sè. Quindi la verità della mediazione, ossia la ve- rificazione d’essa, è la
conclusione ». (P. CERETTI, Saggio circa la ragione logica di tutte le cose,
Vol. II. Esologia, Parte I, pag. 99. Torino, Unione Tipografico» Editrice,
1890). &: Esaminerò più tardi, anche da questo punto di vista, tutta la
dottrina. logica di questo filosofo che mi occupa da parecchi anni. (1) Qualora
si voglia proporre il caso d’un sillogismo in cui il termine medio sia
universale e soggetto in entrambe le premesse estreme, comé nell'esempio che
segue addotto dallo SCHROEDER : « il potassio galleggia sul l’acqua, il
potassio è metallo, dunque alcuni metalli galleggiano sull’acqua», per
obiettarei che sarebbe affatto tautologico dare alla premessa media il ia © 7 |
Ra và ato avvertire che la funzione del
termine medio, nte maniera d’intenderla, non resta invariata sebbene e due
premesse abbia luogo la ripetizione pura e semplice cetto. ’ 1 fiore del
concetto non è il concetto. Così, posta l’afferma- zione simultanea (1)
(sillogismo tra classi) : @ agb.boc, sarebbe inesatto affermare che nelle due
relazioni la funzione di 6 resti sempre invariata, quantunque resti invariato
b. valore seguente: « ciò che vale per il potassio vale per il potassio » ;
basterà ‘dunque notare, in primo luogo che questo modo A A I° è debole perchè
non ioddisfa alla proprietà fondamentale della convenzione sillogistica, in
secondo go, che la premessa media, avente qui la forma dei giudizj affermativi
toto- i quindi estranea ai tipi A, 1, E, 0, dovrebbeessere intesa come la piena
rma della subordinazione denotativa e connotativa del termine medio, della sua
unità, sebbene già evidente persè; finalmente, che per essa si bilisce
l'esistenza del t. medio come classe non illusoria. 1) Sebbene nei $$ ant. si
sia fatta la convenzione di esprimere tutte le affer- ioni giudicative col
segno del rapporto, qui si continua, per un istante, ‘usare l’enunciato
ordinario fondato sull'impiego dei segni della dedu- rima, della inclusione e
dell’eguaglianza poi, i quali tuttavia non tro che casi particolari della
relazione in parola. Però s'intende che ‘obiezione quanto la risposta devono
estendersi a tutte le forme possi- relazione. L'abbandono della convenzione
introdotta nel $ 51 non iomentaneo e ispirato dalla opportunità di lasciare
all’obiezione tutta ia sua forza ordinaria, conforme ai testi che si criticano
volta _m ante ricordare, che questa teoria delle tre premesse fu intrav- Mini
nella sua logica. Ecco come si esprime al proposito : do alle proposizioni
presupposte per la necessità di giustificare ione delle proposizioni, è
necessario distinguere i sillogismi in due e chiameremo « sillogismi
indipendenti », e « sillogismi dipendenti ». pismi indipendenti sono quelli,
nei quali una delle tre proposizioni con- tiene la ragione che giustifica la
deduzione della conseguenza ; i dipendenti, quelli, ne’ quali quella ragione
rimane sottintesa, e però essi dipendono da | una ragione dialettica non
espressa nel sillogismo stesso ». 549 : Scolio : « non | gi confondano i s.
indipendenti con quelli che hanno una proposizione evidente. ccioechè un
sillogismo entri nella classe degli indipendenti basta che la gione della
deduzione dialettica sia enunciata in una delle tre proposizioni 8î deva
ricorrere per inferirla ad una proposizione sottintesa estranea è tre
proposizioni del sillogismo. Il seg. è un sillogismo dipendente: «L'uomo d è 3
Me i x ‘G È PE Pero "ttt e LI PI Ri a, LR 2 Wien te ite E pe tenta È chiaro infatti che nella espressione a ;) 6
(la classe a è contem nella classe 5), la funzione di d significa propriamente
« classe d classi » mentre in dc (la classe è è contenuta nella classe e), la
funzione di d significa propriamente «una classe individuale» cioè «una classe
in unaclasse di classi », Nel primo caso, è, per la funzio Le che compie, è un
contenente, cioè propriamente quello che si intende per classe ; nel secondo
caso, è è un contenuto, cioè propriamente quello che s’intende per individuo
d’una classe. Quindi, posta ki affermazione simultanea agb.b0c, vano è lo
sforzo di crederi che la funzione del termine medio è sia sempre considerata ad
uni modo, cioè come classe, perchè, lo ripeto, una classe contenuta ir una
classe di classi può sempre riguardarsi come individuo d’ mi classe, mentre una
classe di classi contenente fra l’altre una dati classe è da riguardarsi sempre
come classe di individui, Da ciò ap pare evidente la notevole differenza nel
senso di d che avvieni anche nel sillogismo tra classi e la natura e il valore
della terza pre messa che si fa interprete del vincolo sillogistico. È è un
essere ragionevole : Tizio è uomo : Tizio è un essere ragionevole ». Qu la
ragione dialettica della conclusione è sottintesa, la qual ragione si è i
principio universale : « ciò che si dice della specie si deve dire
dell'individuo Volendosi formare un sillogismo indipendente dove la detta
ragione venisst espressa converrebbe dire così: « Ciò che si predica della
specie si deve pre dicare dell’individuo, ma della specie umana si predica la
razionalità, dunqu la razionalità si deve predicare anche dell'individuo Tizio
». Ma quest sillogismo propriamente parlando ha quattro proposizioni: « Ciò che
si pre dica della specie si deve predicare dell’individuo. Della specie umana|
predica la razionalità; Tizio è un individuo della specie umana; di Tizid si
deve predicare la razionalità». Nei sillogismi dipendenti, dunque, ci hanno
quattro proposizioni, se deve essere espressa tutta l’argomentazione». 550 « La
prima di queste quattro proposizioni è necessaria per giustificare la de du-
zione che si fa nelle altre tre. « Ma... la forma può sempre esser perfetta co
iù tre proposizioni nei sillogismi indipendenti, e con quattro nei sillogismi
dipendenti ». j E nello scolio seguente 551 : « Ogni qualvolta in questi ultimi
quella prima. proposizione è evidente o consentita universalmente, si suole
sottintendere, e così il sillogismo dipendente comparisce come avente tre sole
proposizioni Il che spiega come si deva intendere la definizione data che
assegna al sil-. logismo solo tre proposizioni. Il sillogismo se è dipendente
ha tre proposizioni. proprie di esso, ma tali che sottintendono un principio
dialettico, che giustifica il nesso ; il quale principio si riduce in ultimo,
come noi meg vedremo, « nel principio di identità », che essendo evidente, è il
postu Per ciò che riguarda la semplicità della teoria sillogistica e; infine
osservare che la terza premessa, posta in luce dalle ‘Sresenti ricerche, ha il
vantaggio di introdurre esplicitamente nel- l’organ vanismo sillogistico quella
relazione fondamentale alla sua | che finora, con varj nomi « principio
assiomatico di in- ferenza o di deduzione, » dictum deomni..., nota note CON
ece., restò, campata in aria come la volontà impervia del sillogismo, invocata
sempre pel compimento del processo deduttivo, ma investita d’un carattere
pressochè divino alla guisa del demiurgo di Platone. Potendosi ora dimostrare
che l’espressione di questa terza pre- messa compie l’estrinsecazione logica di
tutte le relazioni implicite nel sillogismo e si rivela necessariamente congiunta
ad esso come ragione immanente unificatrice, in conformità della regola ac-
cennata «tante proposizioni quante relazioni », si capisce facilmente che la
decisa soppressione del carattere trascendente del principio comune e
antecedente a tali sillogismi : se poi il sillogismo è indipendente, riceve nel
suo seno quello stesso principio o espresso nella sua forma univer- salissima ;
nel qual caso non ha bisogno d’esser nè dedotto, nè provato, o in altre più
vicine all'applicazione, nel qual caso ha bisogno d’esser ridotto alla prima
forma, acciocchè sia giustificato ». 552: « Pure, assolutamente par- lando, il
sillogismo ha tre sole proposizioni, in questo senso, che c’è un sil- Jogismo
primo indipendente e fondamentale, da cui vengono tutti gli altri, questo è lo
schema: « Due cose eguali ad una terza sono eguali fra ma il termine A è eguale
al termine B, e al termine C: dunque il B è eguale al termine C ». La maggiore
si riduce al principio di o riportato integralmente questa lunga citazione per
fissare bene a del lettore sui limiti e sul valore del contributo che le
presenti portano al problema del sillogismo. Si vede, senza più, che il RosmInI
giunge alla teoria del sillogismo dipendente, con quattro proposizioni, non |
già per virtù dell’interpretazione relativa del principio assiomatico, come |
S'è fatto da noi al $ 70, nè per virtù del principio di proporzione, che è la
ragione unica ed essenziale del processo sillogistico, come si vedrà tra poco,
uma per via d’una intuizione, ben ragionevole in fondo, ma priva d’una |
(limostrazione analitica veramente esauriente. Per veder ciò basta rileg- gere
il n. 552. Quel sillogismo primo indipendente e fondamentale, da cui vengono
tutti gli altri, che dovrebbe esser composto di tre sole pro- posizioni, assolutamente
parlando, è în vero composto di quattro propo- sizioni; perchè la minore (che è
un giudizio composto) contiene le due o) il termine A è eguale al termine B;
b)il termine A è eguale al termine 0. ‘8 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. |
sia eguale al secondo; avremo l’espressione : assiomatico segna un punto di progresso della
logica contemporanea, relativo al fondamento del sillogismo, | $ 77. — Passiamo
ora alla dimostrazione della tesi che riguarda il sillogismo come una
proporzione. (S'intende per proporzione una eguaglianza di rapporti).
Riprendiamo in esame la : p (0) : % (e) [8] (a) : © (0) (6) : + d) p (a) : 4
(0) | in cui abbiamo data ad ognuno dei quattro giudizj la forma più propria
d’un rapporto (in conformità della convenzione stabilita al$ 51. Si vede
chiaramente che qui abbiamo quattro rapporti distinti sebbene composti con tre
soli concetti a, d, c : i O RE ch RIMA O GARE dC , . d(e)" (0) #0)"
%(0) Siccome sappiamo che i due primi rapporti (premessa maggiore e premessa
minore) formano un’affermazione simultanea nel sillo: gismo, supponiamo che
anche gli altri due (premessa media e ca n: clusione) siano legati nella stessa
maniera e che il primo prodotte 20) g(a) _ £(5) p(a) d(c) © (6) (0) (0)
facilmente riducibile alla proporzione seguente : (0). PO) _ pla). pla) [4] 5 ali
#0) 406) 4) $(0) Operando analogamente sopra la : P (0) : ® (0) [1] (a) : 4 (0)
p(a) : (0) si ottiene la : [6] (6) , ® (a) = g (a) } (e) (0) (0) — CAPO I - 67 feri isce dalla : 9 g(0) 9(0) _
906) e(0) [4] sO 40) 40) 409) p (6) (premessa media) che in [1] e[6] cioè solo
} orto nel li io ordinario, è sottinteso senza pericolo (1). » Menguagnio a È ;
i testo è sufficiente i. è dubbio che la dimostrazione addotta nel ò n SEAN
"a tesi: sempre nel caso che valga l'ipotesi del $ 77, cioè / ‘ fiiesto
caso — al segno della deduzione si possa sostituire il segno a. Tuttavia
aggiungerò alcuni schiarimenti che DOVERERO tare qualche vantaggio a chi non
avesse ancora bene inteso l’anda- ato della dimostrazione. L'espressione
ordinaria della sillogistica dice : la) prodotto della maggiore e della minore
si deduce necessariamente la ione » ; l’espressione proposta nel presente
metodo dice : ‘ il pro- della maggiore e della minore è eguale al prodotto
della media e della ione ». In base alle convenzioni fatte, la prima
espressione diventa la p(b) pla) _ ea) (ce) 4 (0) % (e) seconda espressione
diventa la (0) p(a) _ (0) ? (a) ve) d(0) (0) $(0) (0) eche queste due espressioni
differiscono solo pel fattore: “;(p) ‘ | alle due relazioni esplicite
ordinarie, bisogna aggiungere una implicita nel sistema delle premesse, che è
appunto la [2]cioè dedurre la quarta relazione, che dicesi conclusione. la [4]è
eguale alla [6], cioè che l’espressione ordinaria dovendo essere completata
opportunamente colla pre- e appartiene di necessità al sistema delle premesse,
alga l'ipotesi del$ 77 — now è che l’enunciato incompleto d’un rio di quella
proporzione che è fondamentale ad ogni deduzione sillo- Ora non resta che da
ascertarò l'ipotesi del $ 77, cioò da vedere se teoria, oltre a non ineludere
contraddizione nè in sè stessa, nè con î ‘principj noti e certi, nè coi fatti
che deve spiegare, sia verificabile real- m questi fatti ed in accordo completo
con essi. E ciò è appunto quanto si ricerca nel testo a cominciare dal $
seguente ; e la ricerca si chiude | verificazione completa dell'ipotesi. pi
sale’. se 68 $ 78. — Vediamo ora se da
questa ipotesi si possano dedurre delle conclusioni che siano d’acecordo coi
fatti, affinchè l'ipotesi. introdotta nel $ precedente trovi la sua completa
verificazione, A tale scopo, dato lo schema della proporzione fondamentale ;
[5] CASE AREA LI d(0) = $(0) d(e) = 4(0) 6) _ P(0) . (a) b cioè : (p. mag.) :
(p. med.) = (cone.) . (p. min.) poniamo che per ognuno di questi quattro
rapporti in proporzione salvo il primo dei medj (corrispondente alla premessa
media) che, per le ragioni espresse antecedentemente, resta sempre invariato
eguale ad A, le funzioni e % possano essere combinate in guisa da produrre una
relazione qualunque del valore A, I, E, O (1). Queste convenzioni ci
permetteranno di rappresentare con una proporzione tutti i modi possibili del
sillogismo contemplati dalla logica classica, e quel che più importa di
risolverne immedia- tamente tuttii problemi, Infatti, dalla convenzione
antecedente risulta che i modi possi- bili sono 64 cioè : pe —__ (e) (6) % (5)
il che s’accorda col calcolo della logica classica. Inoltre, in conformità
della proprietà fondamentale delle pro- porzioni aritmetiche porremo anche per
le proporzioni sillogi- stiche i seguenti teoremi : 4(per LO) sed por E (A) x 4
(por LA) x 1 (por PO) è (0) 4 $ 79. — TEOREMA 1° — In ogni proporzione
sillogistica il pro-. dotto degli estremi è eguale al prodotto dei medj. I
Così, dato il modo Darii, cioè la proporzione A:A=I:;I si avrà AI= ALT Infatti,
scritta la proporzione proposta sotto la forma S = Fa moltiplicando i due
membri dell’eguaglianza per A I e riducendo si î ottiene AI= AI; che è quanto
si voleva dimostrare, (1) Cfr. $ 52. Con
questa proprietà si verifica se quattro giudizj sono in pro- ‘zione
sillogistica. 0. — Corollario. — Sono legittimi quei modi in cui il pro- o
degli estremi (premessa maggiore e premessa minore) è al prodotto dei medj
(premessa media e conclusione); il significa solo quelli che corrispondono
veramente ad una pro- ti. — Se poniamo la combinazione seguente E : A= O : A,
‘come è evidente, il prodotto degli estremi (E A) non è eguale dotto dei medj
(A 0) si conclude che il modo sillogistico è . E questo concorda precisamente
con quanto s’afferma a classica, perchè tale modo corrisponde tanto a EAO* E A
0' che sono entrambi rifiutati perchè deboli in base regole sillogistiche. —
‘Trorema 2°—Inversamente, se si hanno quattro giudizj tali il prodotto di due sia
eguale al prodotto degli altri due, questi giudizj formano un sillogismo, di
cui i due fattori di uno dei si ha, per es, EI= AO, dividendo ambo i membri EI
AO ‘ E _ 0 ri ST Sti e riducendo, si ha TUNER I, cheè quanto si voleva
dimostrare. proprietà fondamentale della proporzione ricava la regola per
trovare uno qualunque dei quando sono dati gli altri tre (Regola del tre età
conviene osservare che se è giusto par- one, tuttavia non sarebbe esatto consi-
del sillogismo, per esempio, l’aristotelica, ivalenti ione della proporzione ;
giacchè colla def. ari- lica deve intend esclusivamente l’indicazione del
processo di porzionalità per cui si ottiene la soluzione dei problemi compresi
sotto pa denominazione di Regola del tre s , vale a dire l'applicazione pura e
semplice delle proporzioni. È per ciò che già antecedentemente (cfr. $77 mota)
l’espressione ordinaria del sillogismo non fu considerata che come l’enunciato
incompleto d’un corollario di quella proporzione che è fonda- mentale ad ogni
deduzione sillogistica. equivalenti alla defini sono i due estremi, ed i due
fattori dell’altro sono i due medj. ie ine 1 +” vi 70 Osservazione 1° —
Rammentando che nella convenzione della logica classica uno dei medj (1°
conseguente della proporzione), corrispondente alla premessa media, è sempre
invariabile e noto (A), quindi facilmente sottinteso nel linguaggio ordinario,
si potrà capire che il principio generale seguente : « di ogni proporzione
sillogistica dati tre giudizj, si trova il quarto; se è un estremo, dividendo
il prodotto dei due medj per l'estremo cognito ; e se è un medio, dividendo il
prodotto dei due estremi pel medio noto », viene ad assumere la forma seguente:
in ogni sillogismo, data la premessa | maggiore e la minore, si trova la
conclusione eliminando il. termine medio e inoltre, che i tre giudizj che
vengono dati per la soluzione sillogistica non devono essere sempre gli stessi
(pre- messa maggiore, premessa minore e conclusione). 4 È bene tener presente
questa osservazione per evitar di attri-. buire alla ricerca del rapporto tra
il cosidetto termine minore e il cosidetto termine maggiore del sillogismo un’importanza
soverchia, come invece si fa disavvedutamente dalla logica classica, la quale
soltanto al suddetto giudizio ha consacrato il nome di conclusione, | In
verità, uno qualunque dei quattro giudizj che compongono il sillogismo può
essere considerato come conclusione degli altri tre, quando si tratti di
dedurlo dagli altri secondo la regola. Parimente si noti che la logica classica
contempla solo il caso in cui dall’affermazione simultanea della premessa
maggiore e della [mp P0)<%(0 ci ; agb.b9e.9.a906, ato p(a)<%(c
Osservazione 20 — Finalmente, si osservi che la presenza dei quattro rapporti
giudicativi nel sillogismo (premessa maggiore, p. minore, p. media,
conclusione) non impedisce che i termini l sillogismo siano solo tre (m'nore,
medio e maggiore), perchè la sillogistica aristotelica contempla solo il caso
della proporzione sillogistica continua, in cui cioè i due termini medj sono
eguali. Na aio siede tie - PARTE TERZA — CAPO I 71 i inutile rilevare che,
posto ciò, la proporzione sillogistica è termini diventa la seguente : sim=M:P;
» traggono origine appunto i quattro rapporti giudicativi sud- e si ricava che
: "” termine medio d’ogni sillogismo categorico semplice è ‘©
sroporzionale fra i due estremi, cioè che m è medio propor- D propo fra se pi
dala 4 : A ici in proporzione sillogistica continua, il rap- del primo al terzo
è eguale al prodotto del rapporto del primo p per il rapporto del secondo al
terzo, cioè data la pro- sim=M:Pp, (s:p)= (s:m).(m:P), ch » è ‘appunto eguale
alla q (a) _ g(a) (0) do) 40° #00) i ‘espressione corrispondente alla regola
ordinaria del sil- $ 77). Il che si esprime comunemente dicendo : « due a terza
sono eguali fra loro », e rivela l’origine oprietà transitiva. ano da questi
nuoyie così semplici metodi ma sillogistico aggiungerò qui il calcolo dei ni
del ismo, alla condizione espressa forme dei giudizj suscettibili d’entrare in
he le seguenti A, E, I, 0, e che la premessa schiarimento ricorderò che, in
base alle conven- ogni sillogismo è una questione e più propriamente a da
risolvere cioè un’equazione. La questione poi 72 SILLOGISMO E PROPORZIONE dii P
3 consiste nella ricerca di un ente altri enti conosciuti (premesse) d che ogni
sillogismo mediato ca zione sillogistica ad una incogn: guente : incognito
(conelusione) che ha, eterminate relazioni. Si vede Ilo tegorico semplice, cioè
ogni equa ita x, potrà assumere la forma ge (premessa maggiore) X (p. minore =
(p. media) x (2); donde si ha : _ _(p. maggiore) x (p. minore) DE 3 = (I ehi)
[formola di risoluzione] la quale ci dà direttamente il valore dell’i
Riassumendo, abbiamo quest; sillogistico semplice : 1° Si mette in equazione il
problema ossia si scrive l’equazior Fappresenta il problema, ponendo nel 10
membro il prodott delle due premesse note (maggiore e minore) e nel 20 j della
premessa media (che è sempre a) e dell’ elusione) ; 2° Si risolve l’equazione
trovando il valore dell’i 1 pro T incognita (co nceognita, | Il modo intero poi
si indica con quattro lettere successive cor- rispondenti rispettivamente ai
valori dell formola di risoluzione si riconne alla proporzione sillogistica
fondamentale, conforme a quanto s osserva nel $ 82, e nella nota del $ 88. $ 84
— E poichè verrà na delle operazioni coi giudizj A, E, I e tto la forma di un
quoziente, ricor la proporzioni seguente : A:I=E:0, n zo della quale il valore
d’ogni giudizio resta sempre fisso e IE AO Ade. op 40). LZER a - Inoltre per
evitare di ritenere legittimo un giudizio non conforme lle condizioni richieste
[p. es., ritenere come O un giudizio nega- o avente S universale e P particolare,
sebbene quantitativamente ualitativamente equivalente ad O (1)] si potrà o
ricorrere alla razione dei modelli, o introdurre qualche notazione che ‘volta
per volta le funzioni 9 e 4 dei concetti d’ogni relazione rdine loro. 5. — Con
tali norme operando su tutti i 64 modi del sillogismo tti nella tavola
seguente, ma non tenendo ancora conto della per FIA 1 in fig. 18 » 23,48 »
184,82 » 28 » 14,28 » 1422,92,40 » 82,48 » 88 , EA 08, A AIS, EA 04, che } pae
‘annov sli rifiuta come deboli nella > anche rifiutati dalla presente teoria
perchè alla proprietà fondamentale d’ ogni proporzione sil- . Infatti A Aè
maggiore di AI, EA è maggiore di O A. è appunto il caso presentato dal modo I E
O, che perciò si respinge sac. SILLOGISMO E PROPORZIONE $ 87. — Per comodità
dei lettori riporto qui la tavola dei cet Mo‘ sillogistici, colle indicazioni
opportune per la scelta dei mod legittimi fondamentali, secondo le condizioni
espresse dai soli g dizj della forma A, I, E, O. Modo _|1|2|3]4| [5[6]7[8]|
|9[10[11[12| [13/14/1616 Premessa magg. |a{a|a|a ala|lal|a ala a ala »
minorela|eli|o alelil|o alelijo » mediala|ala|a ala|a|a ala|aja Conclusione
|afa |al|a ele|ele dA Modo |17|1819[20] |21[22|2324] |25]2627]28] |2930[31s2
Premessa magg.|e|el|e]|e elele|e e|lelele ele » minore|]a|e]i|o aleli]o aleli]o
eli » media]a|a|a}|a a|a\a|a a|a a Conclusione |a]|a a eleleje LUCI D) Modo
|33|34|35|36| Sl |41|42] 43] 44] |45|46| 497] Premessa magg. | i]i|i|[i DOT aL
» minore|aleli[o aleli{o ale|ilo e » media|]a|la|a|a alalal|a ala|ala a
Conclusione [a{ala|a elelele iji (o) Modo |49|50|51|52| |53]54|55|56] RIDE
|61|62|63|64] Premessa magg. |o|o|o|o| |olo|o|o o|o » minorelalelilo afelio ale
» mediala|a|a]|a ala a ala Conclusione |a|a|la]|a ele e i|i NB. La premessa
media è stampata in corsivo perchè si distinguano pî facilmente i modi, secondo
la disposizione comune. I modi legittimi fondamentali, corrispondenti ai numeri
1, 6, 11, 16, 21, 81, 41, 61 sono stampati in grassetto. Pel modo 46 (ieao)
cfr. la nota precedente. de- 2 ii i] | 000—0 T5 i Addotti questi risultati, non
insistiamo troppo sugli richiesti dalla soluzione effettiva del calcolo colle 4
figure, o facile tanto l’escogitarli, quanto il darsene ragione. erà infatti
ricordare che mettendo le 4 figure sotto la forma E ” S e mi.,m Perla Ifig.
<p:% 29 > Ton P Mm » _ p— 1 SERI » ’ = ci E ZIE A Mi AE come nascono
queste varie disposizioni figurative ? che; data la disposizione schematica dei
rapporti si fa il rapporto inverso (o reciproco) della : se si fa il rapporto
inverso (o reciproco) ui; se si fa il rapporto inverso (0 reci- » come della
minore si ha la fig. IV. Del nl trasformazioni 28, 8% e 4% non pos- alla 1°, se
non si osservano le regole i si capisce che le quattro figure, appa- o in
sostanza la stessa cosa, cioè che e minore, ogni termine delle due rudi si
ntare soggetto o predicato a pia- da ; doi della maggiore nella 2? figura, >
nella 3%, della Lg e della minore nella 40 9 fa ie I 76 comoda la
considerazione intuitiva dei modelli. Ma in ultima analisi gioverà sempre ritenere
che tutta la teoria delle figure è una complicazione superflua, Credo inutile
proseguire nel parallelo istituito fra i risultati delle logica classica e
quelli della teoria presente che considera il si 0- gismo come una Proporzione,
potendosi facilmente rilevare con quali $ 89. — Farò invece notare che questa
dimostrazione del si 0- gismo come proporzione che, da un lato è resa possibile
solo in virtù dei principj posti antecedentemente nella teoria del concetto
come numero e del giudizio come rapporto, dall’altra viene a confermarsi
pienamente come fu promesso nel $ 54, @ supposto nel $ 77, mi sembra ancora
importante per altri motivi, i (1) Non è difficile scorgere l’importanza di
questa teorica per verificare la legittimità dei modi sillogistici. Finora
invero, non si conoscevano che È tre metodi: 1° il metodo delle otto regole
contenute nei versi memoriali trovare il quarto proporzionale. Tali questioni
si risolvono adunque stabi- lendo convenientemente, cioè in base alla [5], la
proporzione tra le quantità logiche date e l’incognita. Sia, per es., il
problema seguente : La premessa maggiore d’un sillogismo è O, la premessa
minore è pure 0, quale sarà la conclusione ? Soluzione. Chiamando x il giudizio
cercato, siccome i dati ti Ri. i] I TI
mo luogo, perchè, come cercherò di provare, la dovra g è stata inventata da
Aristotele per l’intuizione dell’in- ‘analogia che intercede fra la teoria
della proporzione: mate- tica (3v2)otia) già notissima ai suoi tempi e il fatto
della deriva- - zione necessaria di un giudizio da altri giudizj, messo im
chiarissima ‘Juce dal metodo dialettico di Platone. LR — Insecondo luogo,
perchè tale dottrina, malgrado i ritocchi e schia- rimenti portati dalle
ricerche dei moderni, conserva ancora ai giorni i una trattazione scolastica
conforme a questo punto di vista. j Finalmente, perchè, stabilito una volta il
principio che la deri- ‘vazione necessaria d’un giudizio da altri giudizj può
effettuarsi alla ione che alcuni rapporti siano eguagliati ad altri rapporti, a
condizione che si stabilisca un’eguaglianza di rapporti (pro- zi ne), s'è fatto
un gran passo, e per una nuova via, verso la sazione della teoria che considera
il sillogismo come equazione irisce la trattazione esponendo semplicemente i
fondamenti colo algebrico. —Volgiamoci per un istante a questo ordine d’idee. È
noto che matica elementare, grazie agli studj di eminenti analisti e ri
contemporanei, ha acquistato un alto grado di rigore con- alla più grande
semplicità. Andando a fondo nella critica dei > n me si debbono distribuire
in modo che il rapporto della mag- lia sia eguale a quello della conclusione
alla minore, in con- }, si ha subito OsA=x::0, 00 x= A: . o valore non è eguale
nè ad A, nè ad E, nè ad I, nè ad O, lel principio stabilito nel $ 84, si
conclude che la relazione elusione non è legittima, cioè non si accorda coi
giudizj a A, E, 1,0. E analogamente si risolvano tutte le questioni odi
sillogistici in cui si proponga di trovare un giudizio qualunque tre. Non si
ritenga però che vi siano casi privi di conclusione perchè i modi che furono
considerati come non valevoli sono sol- eili che non si accordano coi giudizj
della forma richiesta. La cosa è a comprendersi, perchè, in virtù del principio
classico stabilito al festano esclusi i casi in cui le operazioni sillogistiche
non dànno un > esatto; infatti in tal caso la conclusione non si potrebbe
avere RA ante, ma con approssimazione. principj e dei metodi, furono introdotte molte
modificazioni ra dies così nella sostanza come nell’ordinamento della materia.
y Fra le altre una novità interessantissima, che merita d’essere eg minata qui,
è la Soppressione dal campo dell’algebra della teoria del proporzioni contenuta
nel libro V di Euclide, vale a dire sostenni da oltre venti secoli nelle
scuole, soppressione giustificata dal fat che i libri che Euclide chiama
Aritmetica, costituiscono in sos ani ed in gran parte quello che ai giorni nostri
si chiama algebra eleme tare. Donde risulta che, esposte una volta, col
linguaggio algek ; moderno, le proprietà fondamentali dei segni +, —, X,:,
restali fatto inutile, ai fini dell’insegnamento elementare, esporre anco)
un’altra volta le stesse proprietà col linguaggio d’Euclide. Il Peano, al quale
si deve in massima parte la riforma dei pri cipj e dei metodi che vanno ora
divulgandosi con tanta fo st nell’insegnamento delle matematiche, bene a
ragione, osserva nel sua nota «Sul libro V di Euclide» (1) che, avendo molto te
10) disponibile e volendo fare la storia della lingua matematie d, potrebbe
leggere il testo autentico di Euclide, accompagnando ogi proposizione della sua
versione completa nel linguaggio algebrix equivalente. In tal modo risulta
evidente il perfezionamento d linguaggio matematico in 2000 anni e l’enorme semplificazior
apportata nell’uso dei simboli, « Invece, l’uso d’una semplice veli sione
letteraria del libro V porta molti allievi a ritenere chela scienz, ivi svolta
sia cosa diversa dai fondamenti del calcolo algebrico », Non meno importante è
lo scopo che dovrebbe proporsi la la gic: formale contemporanea qualora non
voglia cristallizzarsi col pi cieco attaccamento alle viete formole dell’
antichità. Così acquistare una forma più armonizzante coi progressi che ha la
matematica elementare, essa pure dovrebbe abbandonare 3 lutamente la teoria
aristotelica del sillogismo, nella quale non s afferma nè si dimostra una sola
verità logica che non sia riduci bill alle proprietà fondamentali dei segni +,
— x, :, svolte con lit guaggio algebrico moderno. Onde sarà manifesto che la
trattazione della logica pura rispetto alle forme elementari della deduzioni
non implica alcuna verità diversa dai fondamenti del calcolo alge (1) G. Peano,
Su libro V di Eudide. Estratto dal N. 5-6, anno V, d « Bollettino di Matematica
», Bologna 1906, alli 1 I an questo
argomento non è ora il caso di trattenerci. jo gioverà rammentare un altro
fatto. Chi, fino a ieri, rico- DL la teoria matematica delle proporzioni sotto
la forma, cl della teoria logica del sillogismo ? È pure la differenza di
queste due teorie è solo linguistica. Aristo- tele ed Euclide parlano in due
lingue diverse, ma il fondamento scientifico è uno. Quanto è dunque pericoloso
l’aiuto che le discipline } tte possono ricevere dalla lingua, se le parole che
sono il mezzo pi È diato di fissare e di dare stabilità e sviluppo più naturale
ed imme o vil pù che essere la maschera che fa apparire diverse n pensiero
possono an sasa i 3 La identiche e rende irriconoscibili le verità! Esempj così
fatti nelle teorie logiche si possono moltiplicare. Di qui l’impor- tanza di
una nuova ricerca sulla storia della logica che non si senti dell'esposizione
episodica retorica 0 metafisica, in una extralogica delle teorie, ma analizzi
severamente ì var] modi sti, li paragoni dal punto di vista del numero delle verità,
scia assistere al successivo perfezionamento dellinguaggio logico in fine
stabilisca le corrispondenze e le scoperte fondamentali [ elle ‘teorie
trascorse sempre al lume della teoria moderna, senza inteporre mai un’illusoria
facilità di esposizione all’esattezza del raggio e al rigore scientifico del
ragionamento. 79 % 9]. — Riepilogando, in ciò che precede furono posti i fonda-
l'un nuovo calcolo sillogistico. In particolare fu dimostrato sillogismo
mediato categorico semplice la conclusione | da tre premesse e non da due, e
conseguentemente che il © si può considerare come una proporzione. Quindi
furono emi necessarj al nuovo calcolo delle proporzioni sillogi- a la regola
per la risoluzione dei problemi relativi alle i he che variano fra loro in un
certo rapporto, esposte le i più elementari, istituito un parallelo fra i
risultati igica classica e quelli della logica nuova, messi in evidenza i ti di
quella e i vantaggi di questa, infine preparato il terreno alla giustificazione
della teoria che considera il sillogismo come equa- zion e, conforme alle
esigenze della logica come scienza analitica. Vr r Ù } i CAPO II. RICEROHE
“TEORICHE ) — Mi propongo di avvicinare alcuni fatti non bene cono- ivi alle
origini storiche della teoria delle proporzioni e smo, controllandoli
criticamente e stabilendo la figlia- nologica e logica di quelli che concordano
fra loro, nel- ito di preparare un materiale utile alla storia del pensiero
ifico e filosofico (1). apo l’opera dell’erudito e del critico è ancora necessaria
e il ricco tesoro di cognizioni che furono poste in luce | storici delle
matematiche e della filosofia, perchè i gendosi nel cerchio esclusivo della
loro specialità, non bbastanza il materiale filosofico, mentre i secondi tra-
mente il materiale matematico considerandolo }e quasi inopportuno alle loro
ricerche. Errore ne di duplice danno, perchè da un lato restò a massima
importanza alle fonti, ho cercato di va- evoli della letteratura, tenendomi
nello spirito delle matematiche e della filosofia, le cui opere sono però se ne
fa uso direttamente. Nel resto ho badato focare la mia idea nell'ingombro d’una
erudizione, forse alla prima intuizione del tema. A questi primi linea-
generare la discussione, serranno dietro più minute ricerche. a della teoria
della, proporzione nella Grecia antica non e completare senza ‘l’opera assidua
della collaborazione, l'indulgenza dei lettori perchè sento d’ averne un gran
ORE, Silogiamo € proporzione. ba [| . d " monca la storia delle matematiche,
dall’altro restò monca la sta della filosofia. li. Così avvenne per esempio che
la storia dell’intima relazione gl intercede fra l’origine e lo sviluppo della
logica aristotelica e }g gine e il progresso delle scienze matematiche nella
Grecia antica, ig portantissima e per la scienza e per la filosofia perchè
racchia la soluzione d’uno dei principali problemi della storia del pensie
elleno, sia ancora quasi tutta da fare. Ben è vero che molti storici
diligentissimi, e fra gli altri il Milhay hanno già osservato che « un’intima
relazione esiste fra la scien matematica e la filosofia, per cui a mano a mano
che quella cres e si sviluppa, cresce e si sviluppa anche il razionalismo del
pensi filosofico » (1), e non piccolo lume han dato le loro ricerche e n ne
teniamo gran conto in quanto fanno al proposito nostro. Ma e non vede che tra
il razionalismo indeterminato del pensiero filogi fico in genere e il
tecnicismo particolare delle dottrine logiche. specie passa ancora un tal
tratto che riesce impossibile apprezza giustamente il valore di quella
relazione tra la logica e la matem nella Grecia antica che stiamo trattando ?
Ora è appunto allo studio di questa relazione speciale che le senti ricerche
vorrebbero recare un modesto contributo. Qu ricerche saranno compiute
supponendo che i lettori siano bene dentro nella teoria matematica delle
proporzioni e sempre face uso del criterio riposante sull’impiego del termine
dva)ota che i greco significava precisamente proporzione, con una nomenclat
scomparsa dalla matematica pura. La storia dei significati di que vocabolo sarà
abbozzata in appresso. Per spianare la via ai lettori ed orientarli nelle
discussioni guenti che saranno forse alquanto intricate, credo utile premetter
fin d’ora che i risultati più notevoli di queste ricerche si possont riassumere
affermando che la teoria matematica delle proporzioni, notissima ai filosofi e
ai matematici prearistotelici della G ecia antica, è la base storica e logica
della teoria aristotelica del sillogismo. i Possa io riuscire a convincere
sempre meglio i miei lettori che, (1) MicmauD, Mat. et Phil. « Rev. Philos.»,
1899, pag. 452. PARTE TERZA — CAPO Il 88 0 più è stato finora negletto questo
punto di vista, tanto più ; affermarlo risolutamente e farne il caposaldo
dell’interpre- one storica e eritica delle dottrine analitiche nella Grecia $
98, — Indicare in maniera precisa la data e il luogo di nascita isoria. delle
proporzioni è impossibile. Le grandi idee sono Roli no. Questa ricerca particolare
poi si riduce in — figlie di tutti e di nessu sostanza alla ricerca generale
dell’origine dell’aritmetica, che non ‘ora il caso di discutere minutamente,
contentandoci di ricordare che rispetto alle origini delle dottrine aritmetiche
possedute dalla Grecia antica, ci troviamo di fronte a tre tradizioni diverse.
| Una fa derivare l’aritmetica ellena dai Fenicj ; l’altra dai Babi- xi;
l’altra dagli Egiziani. Altre congetture si potrebbero prima tradizione ha —
secondo il Tannery — una debolissima ‘di verità in questo senso che i Greci
antichi hanno dovuto ere dai Fenicj, col loro alfabeto, il sistema primitivo di
nume- ne scritta, fondato sul principio additivo e analogo a quello ZROIA
vomani (1). seconda tradizione si appoggia, fra l’altro, sopra una citazione
mblico il quale riporta che la proporzione 6 :8::9:12 fu a Pitagora dai
Babilonesi (2). La cosa sembra probabile scoperte archeologiche mostrano che i
Babilonesi posse- da un'epoca compresa tra il 2300 e il 1600 a. C., tmetiche e
astronomiche con accenni a progressioni aritmetiche sufficienti a giustificare
la congettura. nza di questa tradizione sfuma quasi del tutto di f che i
fondatori della scuola jonica, in epoca anteriore gora, possedevano le nozioni
fondamentali dell’aritmetica e come è provato dalla terza tradizione. quale è —
fuor di ogni dabbie — la più fondata perchè ha uo favore la testimonianza dei
più autorevoli scrittori e la con- delle scoperte archeologiche. îndo da parte
la questione generale, è importantissimo, al ) PannERY, Pour l’hist., pag. 61.
Ip., l. cit., pag. 378. O 84 proposito nostro, osservare che nel Papyrus Rhind
(trad. A, E senlohr (1), il quale fu scritto circa 1700 anni a, 0.
dall’amanueng Ahamesu, e pare ancora la copia di un’altra opera più antica r sa
lente, con molta probabilità, a 2200 anni a. C., per quanto riguard
l’aritmetica si trovano precise indicazioni sull'impiego delle SILLOGISMO E
PROPORZIONE È metria si trova già un abbozzo di applicazione delle proporzioni
; calcolo dei corpi solidi. Da ciò risulta che, se non si può pretendere di
trovare nella Dit remota antichità una teoria sistematica delle proporzioni,
que tanto che si trova basta per rendere ben probabile la congettur che la
conoscenza elementare delle proporzioni sia stata importati mente notevole di
cognizioni geometriche che a lui si attribuiscono, fra cui ricorderò i teoremi
seguenti : Jo il cerchio è bisecato da n suo diametro ; 20 se due rette si
tagliano, gli angoli opposti al verti ce sono eguali ; 3° gli angoli alla base
d’un triangolo isoscele sono eguali (antie. simili); 40 l’angolo inscritto in
un semicerchio è retto; 5° un triangolo è determinato quando son dati un lato e
i due È A Rea (1) ErseNLOHR, Rin mathematisches Handbuch der alten A egupter,
Leipzig, 1877. (2) CHIAPPELLI, « Atti del Congresso Internazionale di scienze
storiche ’, vol. XI, pag. 32. Roma, 1904. Cfr. inoltre dello stesso A. Gli
elementi egiej nella Cosmogonia di Talete, in « Atti della R. Accad, di Napoli
», 1905, v lume XXXV, pag. 333-363. 865
lì adiacenti. Perchè, sia questo teorema che secondo Proclo tribuito a Talete
da Eudemo, sia quest'altro attribuitogli da Plutarco (1) nel Banchetto dei
Seite Sapienti e da Diogene Laerzio: «duetriangoli equiangoli hanno i lati
omologhi proporzionali », questo i Miaasio a misurare l'altezza delle Piramidi
di Egitto, quello neces- | sario a determinare le distanze dei vascelli in
mare, « secondo il ‘metodo usato da Talete in questa ricerca », ci tolgono ogni
dubbio % ito. Li questo punto, che però farebbe di Talete quasi un sem- plice
intermediario (2), l'evoluzione della teoria dell’analogia nella, | Grecia
antica si può seguire, sebbene a notevoli intermittenze, con | discreta
facilità. 3 95. — La tradizione dovette certo mantenersi in tutta la scuola
‘jonica anteriore, sebbene il 'Tannery dubiti che Anassimandro (610- ) si sia
particolarmente occupato di geometria, anzi aggiunga che è alcun bisogno di
supporgli le nozioni elementari portate in a da Talete (8). Invero mi pare che
si possa dare qualche peso la testimonianza di Suida « zaì Biws swpetpias
STotdrwawy Edetés » to dallo stesso Tannery (ibidem) perchè, anche ammesso
chesi rife- ica più direttamente al mappamondo di Anassimandro e alla sua
rminazione delle dimensioni della terra, mi sembra semplicemente sibile che
ilgrandioso sistema cosmografico dell’antico Milesio, da una serie
notevolissima di misure, abbia potuto essere costruito senza il possesso di
quelle conoscenze aritme- netriche elementari (4) che sono indispensabili alla
co- - per quanto empirica si voglia affermare - del gnomone ho il re Amasis
ammira molt’altre tue (di Talete) qualità, tè si compiacque stranamente del tuo
misurar la Piramide, che ifattura © strumento dirizzando a piombo solamente una
ammine dell'ombra che fa la piramide, e facendo due triangoli nel dei raggi
solari, mostrasti ele qual proporzione aveva l'ombra » verga all'ombra della
piramide, tale era la proporzione fra l'altezza era e la lunghezza della verga
». PLurARCO, Convito dei sette (2) Cîr. GompeRz, Les penseurs de Lù Grèce, pag.
54, nota 3. (3) TanweRY, Pour l’hist., pag. 86, nota. 3 _ (4) Pacita, III, 10,
I. Hrerot, Rey., I, 6. e del mappamondo
terrestre utili alla determinazione dei due solstizi. dell ‘obliquità
dell’eclittica, dell’altezza del polo, allo studio metodieg delle
costellazioni, alle misure, per quanto inesattissime, delle di stanze angolari
degli astri. Quanto poi all’uso diretto delle propor- terra è quella di un
cilindro la cui altezza sta alla larghezza come lag» (1), e a molte altre
analoghe che si riscontrano nella Do 3- sografia di Anassimandro, Del resto il
l'espingere questa tesi peculiare ad Anassimandro non potrebbe distruggere il
fatto, confermato da una moltitudine di testimonianze letterarie, scientifiche
e filosofiche, che in quella; lunga catena di filosofi greci che gi estende da
Talete a Pitagora, non ve ne ha guari uno che non abbia coltivato la matematica
(2), quindi che non abbia conosciuto e applicato nei suoi calcoli abba- Stanza
estesi le proprietà delle proporzioni. | nel 594-3, Aristotele nel cap. V della
sua Costituzione di Atene, riportando l’elegia di Solone che comincia :
Twé[oxw], “ai not ppevòg Evdodey ya nstrai, gr TpPEOpvTE TI ÈGOpov Yatay
Ixoviag “ afferma che la nobiltà dei sentimenti e la forma misurata e prudente.
i colla quale Solone in essa esorta i cittadini alla concordia potè essere.
ricchezza e Posizione sociale apparteneva alla classe media, come - ETROSI (1)
Cfr. GOMPERZ, Op. cii., Pag. 57. — DoxoGR., 68. Ad Anassimandro poi si
attribuisce la composizione d’un riassunto delle dottrine geometriche (2)
Bossur, Saggio sulla storia generale delle matematiche. Trad. Fontana. Milano,
1802, vol. I, pag. 35. i | ie, y tte da
tutti e come egli medesimo attesta in questi versi, esorta i ricchi a non
commettere usurpazioni »: Mpeig 9 fovydoavies avi gpsoi xaptepòv Ttop, oi
noXiayv èyatov èc xòpov NAdoxte, av petploror "[pspsod]s péyav véovw obts
Yàp Îusts netooust”, ob bptv Toma TI[AX ]Eoetat. E nel capo VII, citando la
costituzione di Solone,scrive:« Ai pen- | tacosiomedimmi, ai cavalieri ed agli
zeugiti, in proporzione (4yv4- Rogov.... dpyiy: carica proporzionata) del censo
di queste singole classi, conferì la capacità alle cariche dei nove arconti,
dei questori, dei dei poleti, degli undici e dei colacreti » (1). In breve, per
Aristotele, ta la costituzione di Solone è fondata sopra la distribuzione pron
dei poteri nell’intento di trovare un giusto mezzo tra li eccessi. Nel Cap. XII
ove continua l'esame dell’opera politica di Solone le sue poesie, il concetto
della proporzione informa costante- ente l’opera equamente regolatrice del
legislatore. | Non bisogna credere che questi passi siano qui citati per uno |
puramente episodico. Centinaia di ingegni tra eccelsi e volgari certamente
introdotto nei loro scritti non solo l’idea, ma a precisa dell’analogia, in
quel giro di tempo, e sarebbe ridi- in'importanza scientifica alla presenza
affatto gramma- sto termine nei dizionarj della più alta grecità. Ma, ine e ad
Aristotele e sulla storia del concetto di analogia ioni che furono fatte nella
logica, nella metafisica e cambia. Infatti, se si potesse dimostrare che non
the e metafisiche di Aristotele, dove la cosa non Si fondano sul concetto
capitale della propor- la pena di ricercare studiosamente quali altri sim sel
ze scambievoli ccj rispettivi di una scuola con l’altra, Sopra lo sviluppo del
i Grecia ; Pitagora, Ma io non debbo affatt o entrare nell’ apprezzamento genera
pi delle sue dottrine, mi limiterò qui soltanto ad Osservare che fo. Pitagora
(2), elevandosi nel campo dell astrazi matematicamente il ) religioni e della
scienza, (2) Cfr. PoRPHIRIT ed. Nauck, Leipzig, 1886; JAM. » ed. Nauck,
Petersburg, 1884; Zx R, Vortrage Abhandlungen geschioht- (3) TANNERY, Op. cit.
gun. : ‘ : "PARTE TERZA — CAPO II 89 e egli conosceva, fra l’altro : «il
triangolo rettangolo in numeri “A 1) ; la proprietà dei numeri amici 284 e 220
d'essere recipro- ente eguali ciascuno alla somma delle parti aliquote delle
altre o Giambl., p. 47); le tre proporzioni arit. geom. e arm. (Mriponiano, Î,
22), così pure la proporzione già citata 6 TORRE 12 e l’ap- plicazione dei
rapporti di questi ultimi numeri alla teoria della musica, ciò in cui egli sarebbe
stato seguito da Aristeo di Cro- tone, Timeo di Locri, Filolao e Archita (1).
Leviamoci dunque al disopra d’ogni altra esposizione delle dot- trîine
pitagoriche e collochiamoci a tal punto donde si possa consi- ‘derare
pienamente il senso che Pitagora dava alla proposizione riportata da Aristotele
nel libro primo della sua Filosofia prima che «tutto è armonia ». Lo Zeller (2)
non ha mancato di osservare che | în questa proposizione la parola armonia
aveva un significato mu- sicale e designava l’ottava. Il Guastella osserva
giustamente che il fondatore della dottrina, î licendo che tutto è armonia
intendeva solamente affermare l’esi- stenza di analogie profonde tra la
costituzione delle cose e i rap- i dei suoni musicali; l’identificazione
assoluta tra le cose e monia non sarebbe avvenuta che in seguito. per un
effetto della za... a prendere in un senso strettamente letterale le propo- nî
venute da un’autorità ciecamente rispettata (8). (1) I to matematico arabo
Tnapit BEN KoRRAH (833-902) dice che i nu- erano noti nella scuola pitagorica.
Cîr. WoEPCKE, Notice sur te par Tuapit BEN KoRrRAH è l’arithmétique spéculative
ournal Asiatique, 1852 ». remi: 1° i poligoni simili stanno fra loro come i
qua- 5 2° s6 tre sesmenti sono in proporzione geo- ; adrato del primo sta al
quadrato secondo. L'aomè di Pitagora è fiss&eta da Apollodoro all'anno
532-1 Rz, I, 108), Continuo a collocare Pitagora prima d’Eraclito, contro sia
per ragione cronologica, sia perchè è indubitato che Eraclito è stato
influenzato principalmente da Pitagora e da Senofane. Cir. GOMPERZ, ) . 86,
nota. ZeLLER, Op. cit., pag. 329. GuasreLLa, F. d. M., carta 159. 1 = PASTORE,
Sillogiamo è proporzione. ì id 90 Ecco quale era nei Pitagorici il senso
profondo dell’ univera rivelato tanto ai sensi quanto alla ragione dell’uomo.
Però - intendiamoci bene — non è il caso di rovesciare le conclu più antica e
alle abitudini del linguaggio pitagorico, che può esseri accolta anche dalla
critica più severa e ritrosa. L’idea della forma esteriore della proporzione,
abbandonata (1) EupEMO, ..... è èh nai tiv tv Avadbywy npaynarsiav nai civ sv
zOSuunoiv IXNILdTOY aiotaow dvevps, MuLLACA, Zudemi Rhodii Peripat., fragment.
84, 9 (qui etiam rerum pro portione respondentium studium et mundanarum
formarum descriptionem invenit). Questa interpretazione fa cadere del tutto la
tesi del RorHENBUECHER sull’impossibilità di un’armonia dei contrarj (System d.
Pythag., pag. 73): (2) TANNERY, Op. cit., pag. 61-62, é II 91 DI x ed apprezzare in essi un certo
sapore d’arcaismo che ‘A masterebbe volendo tutto spiegare. Comprendere la
doroina 1 Talete o d’un Senofane, per es., non consiste già nell intro- ; nelle
loro opere un’unità fittizia che ce ne renda l intelligenza a facile e più
rapida. Ogni ricerca d’un metodo esatto, ogni ten- ì tativo di scoprire un
piano ben definito ci allontanerebbe dalla Ma Di premuniti contro le illusioni,
non dobbiamo negare a Pitagora il merito d’un’intuizione che la filosofia greca
& lui poste- riore ripete in gran parte dai suoi sforzi. Il principio della
propor- ‘zione universale non fu in Pitagora l’embrione infantile d’una me- È
tafisica fantastica, ma la base d’un’interpretazione geniale e potente della
logica della natura. Una conferma - di straordinario ardimento per quell’età —
è i l’idea dell’armonia delle sfere che ha dato origine a tante interpre-
tazioni. Che s'intende con questa espressione ? To seguo il Nagy |
mell’accettare l’opinione generale, propugnata anche dall’Helmholtz, che
l'armonia delle sfere per Pitagora risultasse dal moto dei pianeti, iranti
intorno alla terra (al fuoco centrale) in distanza proporzio- nal a rapporti
numerici semplici, come quelli degli intervalli con- i ‘sonanti in una corda
musicale. — Aggiungerò ancora a questo proposito un passo del Nagy, che : una
luce straordinaria sulla grandezza filosofica del principio i della
proporzione, ricavandolo dall’opuscolo più volte cogn. ecc. », perchè non m'è
stato possibile rintracciare Scintilla (Zara, 15 agosto 1886, anno I), in cui
fu pub- f i imaginarci un numero assai grande di quinte, per - } itiamo
l'intervallo do-sol oppure il mi d-si d, si ha la stessa impressione : la
percezione di una quinta. Difatti i imbi i casi i due suoni fanno delle
vibrazioni al minuto in tali che stanno fra loro come 2 : 3. Alla sensazione
varia- bile corrisponde quindi la variabilità del numero delle vibrazioni | di
un tono, supponiamo n. Mentre al rapporto costante n/n!= e, corrisponde
l’immutabile percezione dell’intervallo, la qualità cioè Bella. È (1) Bréton,
Essai sur la poésie philosophique en Grèce. Xenophane, Par- menide, Empedocle. Paris, Hachette, 1887. a — ge rt è e
a 92 SILLOGISMO E PROPORZIONE dell’accordo, Oppure l’idea melodica tervallo ha
sempre lo stesso significat > assegnare tutti è valori possibili ad n ed è
questo l'apporto, che mi esprime ne onsonanza, resta anche se suoni io noi i
che si muovono con una velocità ta le i limiti di quella dei suoni percettibili
zioni fisiologiche dovranno essere ) analoghi a quelli che noi abbi i biamo dai
corpi sonori. Allora avremà l’armonia delle sfere, risultante dai moti Ù nello
spazio in ordini determi î sensibilmente ma intellettualmente come una
proporzionalità d immutabili lappresentano così ne delle parti e così vediamo
an: ioni dei numeri identificati con le più elevate , A e non si accorge di
numerare, Quindi forse Pita gora fu il primo che trasportò il nome di ficato di
connessione 0 adattamento all nome di mondo ossia di ordine a tutt (1) Nacr, Za
cogn., nota 28, ni ‘fece questa
composizione di due voci usata da lui, che più perduta, l'armonia del mondo »
(1). portare un giudizio equo ed esatto sulla questione proposta ’nopo
apprezzare questo fatto ammesso da tutti gli storici più mpetenti di quell’età
: « lo sforzo principale di Pitagora sembra | essere stato rivolto sopratutto
sulla teoria dei rapporti e delle pro- r porzioni nell'intento di applicarli
allo studio della musica » (2). | Tutte le proposizioni più ermetiche tramandate
a noi dai dosso- | grafi sembrano modellate per filo e per segno sul principio
della pro- | porzione universale. Per raccogliere i materiali favorevoli a
questa tesi sì può citare anche una minuzia, - B noto che peri Pitagorici « il
numero quattro è la giustizia ». Quale | spiegazione si può addurre in
proposito ? Pensando che per Platone e |_per Aristotele la giustizia è data da
una proporzione (cfr. $$ 111 e 139) she in ogni proporzione figurano 4 termini,
e che il concetto di pro- ione fu, senza dubbio, di capitale importanza per i Pitagorici,
si supporre che il numero 4, pel lato concreto del numero, fosse loro il
simbolo della giustizia; per illato astratto del numero, il plo della
proporzione, conforme a quell’interpretazione che fu e la giustizia è
proporzione dovrebbe essere attribuito non ad ristotele ma a Pitagora, sul
quale Aristotele continuamente si a, ad esempio, per porre il bene nella classe
del determinato nato) e il male in quella dell’indeterminato, sia per dichia-
un solo modo (8). Non pretendo però che quest’ultima debba intendersi
assolutamente a quel modo. Altri rgono semplicemente una fissazione simpatica
ed arbi- parola, estranea ad ogni criterio direttivo di interpre- ematica, e
potrebbe darsi che fosse così; ma bisogne- caso supporre che il filosofo avesse
già abbandonato quella le cura di simbolismo mistico che fu attestata
nettamente stotele e si conservò come un secreto ed una tradizione fra (1)
BramontI, Dell'armonia, Torino. TANNERY, Op. oit., pag. 382. 8) Arist., Eth.
Nie., L. II, VI, II. si meno facilmente,
senza però che se ne possa intendere del tutto i senso e la portata, il che non
mi pare verosimile, $ 98. — Quanto ai Pitagorici merita d’essere ricordato,
sulla testi. monianza di Giamblico, che Aristeo di Cotrone, successore
immediate di Pitagora, parlò della proporzione 6 : 8 : : fu già detto, a
Pitagora dai Babilonesi, e i Teologoumeni (VI) dicong tenza ad una tale
proporzione. « Questa citazione importantissima rileva accuratamente i] Tannery
— S’appoggia sopra una testimo nianza tradizionale di Filolao, il quale,
secondo Nicomaco (II, 26) avrebbe chiamato il cudo armonia geometrica, perchè
nei numeri delle facce, dei vertici e degli spigoli di questo poliedro egli
ritro- vava la proporzione armonica : 6, 8,12)». | Riporto ancora dal Tannery
il rilievo seguente : « È da notare che, secondo il commentario inedito di
Asclepio sopra Nicomaco, questa espressione del cubo sarebbe stata menzionata
da Aristotele nel suo trattato Dell’anima laddove, nel testo che noi possediamo
di questo trattato, questa menzione non si trova punto. D'altra parte, secondo
il frammento 2° di Filolao, questi intendeva propria mente per armonia l'ottava
formata dalla riunione della ov\}a8} (quarta) e della è déeray (quinta), ciò
che si ritrova appunto nella proporzione armonica surriferita. Questo tende a
farci pensa: che, se egli ha definito l’anima un’armonia, egli supponeva
qualche combinazione analoga a quella di Platone nel Vimeo » (1). i » pari ed
impari) malintesa da coloro che ricevettero ] ‘insegnamento da Pitagora con uno
spirita (1) TAxxERY, Op. cit., pag. 378. LI PARTE TERZA — CAPO II 95 alla
dottrina delle dieci opposizioni, tralasciando per ora lo della decade e non
badando che al concetto della oppo- è ben naturale ritenerla analogamente come
una parziale sli ficazione del principio della opposizione degli estremi river-
atisi in quell’unità varia e in quella varietà una che informano ione
universale. | Questa interpretazione avrà anche il duplice effetto di rendere
meno arbitraria la dottrina delle opposizioni ammessa da una parte della scuola
pitagorica, e in pari tempo di far capire come si possa Jasciare affatto
arbitraria la scelta degli esempj particolari atti a *nvpresentarla, spiegando
così nella maniera più naturale tutte le È enti contraddizioni delle varie
tavole degli opposti che furono escogitate dai Pitagorici di ogni età. Se
Platone avesse compresa la portata di questa osservazione non sarebbe forse
data tanta pena di rettificare la tavola degli op- Jl Guastella a questo
proposito osserva: « I Pitagorici pren- no all’azzardo certe opposizioni e
dichiaravano che esse erano ali elementi costitutivi delle cose : ma come
queste opposizioni po- ero essere gli elementi costitutivi delle cose, e perchè
queste samente e non altre, erano delle questioni che, nella dottrina tagorici,
restavano senza risposta. A questa questione Platone ndeva con l’equivalenza
tra le due serie di principj opposti ciascuna nel suo complesso) e i due
elementi delle idee. Il p più nebuloso di questa dottrina di Platone, cioè
l’identi- one dei diversi principj di ciascuna delle due avotoryia:, aveva lo
meno un addentellato nella dottrina corrispondente dei orici » (1). ertenza
acutissima, alla quale però se non erro bisogna ag- ere l'osservazione
surriferita, sebbene questa richieda un ampio borredo di prove che
prolungherebbe soverchiamente la digressione. $ 100. — Prima di passare
agli'immediati successori di Pitagora è mecessario fare un breve cenno di
Ippocrate da Chio che nacque verso | Rispetto alla storia della teoria delle
proporzioni la sua impor- (1) Guasrerta, F. d. M. (Supplemento C, Carte 181, 7,
a. m.). Ù) tanza è veramente notevole,
perchè egli per primo mostrò che ì famoso problema della duplicazione del cubo,
noto sotto il nome q problema di Delo (trovare il lato di un cubo di volume
doppio di wi a cubo dato), si poteva risolvere col trovare due segmenti medj p
o 1% porzionali fra il lato del cubo dato e il doppio di esso lato, poichi ] 4
dalla proporzione a:x = a — y=y:2a,siricava x = 2 08, trag : formando così il
problema stereometrico in planimetrico. senz Nd però risolvere questo secondo
problema. $ 101. — L’influenza di Pitagora e di Ippocrate da Chio si fece sen:
tire immediatamente sopra tutti i loro contemporanei e i successori, Fra coloro
che con maggiore assiduità e fortuna rivolsero la mente e. alla teoria delle
proporzioni, studiandosi di impiegare tal metodo pe I vincere le difficoltà
imposte successivamente dai progressi delle scienze esatte, dobbiamo citare
Archita di Taranto (428 o 430-347) îi quale impiegò nella soluzione dei suoi
problemi tali metodi che pro: vano, all'evidenza, che egli aveva delle
cognizioni veramente esatti sulla teoria delle proporzioni. Basti per tutti il
caso tanto eleganti e. della duplicazione del cubo. In questo anche egli come
Ippocraté pi ridusse il problema a quello di due medie proporzionali fra dué
segmenti dati, ma da quel genio meccanico e costruttivo che egli P era, si
valse, per la soluzione, d’una curva a doppia curvatura da lai }> stesso
costruita. Così il problema lasciato aperto da Ippocrate veni Vi risolto da
Archita precisamente col metodo delle proporzioni (1). p ————_—_—_—m i (1)
Archita, secondo Diogene Laerzio « de con metodo, applicandovi i principj
geometrici, il primo anche che applie il moto organico o manuale alla
costruzione di figure geometriche, tentand di trovare mediante la sezione del semicilindro
le due medie proporziona {Bio péoag avà Adyov) per la duplicazione del cubo ». DIOGENE LAERT.,
De viti dogmatibus et apophthegmatibus elarorum philosophorum, Lib. VIII, e. IN La soluzione di Archita
era meccanica o speculativa ? 3 Gli antichi le attribuiscono un carattere
meccanico, come appare dal pas citato ; i moderni invece la dichiarano
nettamente speculativa, come appa dal seguente passo del CHASLES: La solution
d’ Archite... était purement sp «ll : eulative. « Apergu histor., Pag. 65 ». Ma
l’opposizione non è insuperabile, È. mio parere, per le ragioni seguenti. In
primo luogo, siccome la soluzione d’Archita non è possibile ad eseg Lin ù cogli
strumenti della riga e del compasso richiedendo l’uso di una curva I si é fu il
primo a trattare la meccaniti ì doppia curvatura, si capisce che gli antichi
puristi, in ciò seguendo Plat on i (i ASI > Sl ad ai | rizzo fu pure seguito da Antifonte il Sofista
e da Bri- dp E aclea, entrambi contemporanei di Ippocrate, e da Ippaso sorico
che è sempre congiunto da Giamblico ad Archita a pro- dell'impiego del metodo
delle proporzioni. 102. — In conclusione si può con sicurezza ritenere che
quan- que «la mancanza di segni facili per esprimere tutti i numeri idesse
difficili le operazioni elementari del calcolo, e, in ispecie, v'erano
frazioni, pure a quei tempi oltre le quattro operazioni en tari dell’addizione,
della sottrazione, della moltiplicazione e a divisione, erano ancora famigliari
i metodi per l'estrazione lle radici quadrate e cubiche, le teorie delle
proporzioni aritme- tiche , geometriche ed armoniche » (1). 108, — Come i
Pitagorici anche gli Eleati ebbero una grande dall’importanza che assunsero ai
loro tempi le scienze ma- tiche (2). Quindi è chiaro che dovettero sentire
tutta l’impor- del principio della proporzione. Il Soulier colpisce assai bene
bro dottrina, senza lasciarsi sfuggire la nota caratteristica della zione che,
per questa ricerca, acquista un innegabile valore : inche l'essere o l'uno
degli Zleatici, quantunque considerato ne d’Archita in fondo resta sempre
geometrica, nel largo sebbene non più nel senso enelideo, si capisce chei
moderni, d'un criterio geometrico più esteso, le attribuiscano ca- o. In
conelusione, si capisce che per noi la soluzione di "n, ma per gli antichi
doveva essere stimata come mec- \ a si domanda perchè gli organi degli animali
e dei vege- li forma arrotondata ». Si riferisce per questo riguardo ai tronchi
î degli alberi, alle braccia ed alle gambe degli uomini. La risposta gli dava a
questa questione non è chiarissima per noi : ciò deriva, egli , dalla
proporzionalità del simile ». GompERZ, II, 273. Nar, Op. cit., pag. 8.
UeserweG, Grund. d. Gesch. d. Philos., 1; TercumiLer, Neue Studien d. Begrif. ;
ZeLLer, Philos. d. Griech., Il ; M. LEVI, Senofane e la îa. Torino, Clausen,
1904. Cfr. insup.: Orvieto, La filosofia di Se- Firenze, 1899; FREUDENTHAL, Zur
Lehre des Xenophanes (Archiv fiir eh. d. Philos., VI). vite dia isa ei se l'i
da nen È » x metafisicamente, non è
concepito come un'essenza spirituale di stinta dalla corporea; l’essere o l’uno
è pure la materia dei corp stessi cioè la sostanza che riempie lo spazio. La
ragione stessa del l’uomo dipende, per loro, dal miscuglio proporzionale dei
suoi ole menti corporei ; ed il corpo ed il principio pensante sono una so a e
medesima cosa » (1). Quanto allo studio con cui la scuola eleatica tutta quanta
si died all’arte logica, tanto che Aristotele stesso, sulla testimonianza di
Diogene Laerzio, considerava Zenone di Elea come il fondatore della dialettica
(2), lasciamo che i lettori consultino direttamente) testi e i trattati
generali di storia della filosofia. $ 104. — Il libro della natura (rspì
pboswe) di Eraclito (7’ose secondo le testimonianze di Aristotele e di Sesto
Empirico (8) esordiva con questo rimprovero agli uomini : Tod di Adyov
todd'abvtos ale, dEivero: yivovtat dvdpwror xa mpéoday Î) dnodoa nai dnoscavieg
tÒ mPBTOY. YVO|évoy fp mivtwy xatà tòv Abyoy tévds ànetpoy soixaor (4). Il
Soulier, criticando le interpretazioni diverse che questo frar mento ha
ricevute e giustificando la propria, stabilisce, con acut osservazioni, che
quel \6os « che sempre è» non può esprime altro che l’idea dell’ordine
universale della natura, l’unica così che sia degna di essere ricercata,
secondo Eraclito (5), contro I Schuster che intende la parola )6y0s nel senso
di « discorso 0 predica zione muta della natura», cioè la rivelazione
dell’ordine della nat Ira Citando altri passi d’Eraclito come il seguente :
BARE &vdpwros eni navi Xbr etrtoffota: quiet (6). (1) SouLIER, Eraclito
Efesio. Roma, Tip. Artero, 1895, pag. 37. (2) DroGENE LaeRt., I, 18; VIII, 57;
IX, 25-30. (3)
ARrst., Rhet., III, 5; SEXT. Exp., Adv. Math., VIII, 132. Perlo S
dell’Eraclitismo cfr. TricHMiLLER, Neue Studien cur Geschichte der Be I. Heft.
Herakleitos (Gotha, Perthes, 1876), IT Heft. Merakleitos als Theolog Aphorismen
(1878); Tocco, « Giorn. Napol. », nov. 1879; J. BYWATEK Heracliti Ephesii
reliquiae. Oxford, 1887. Ù (4) EracLITO ap. HrpPot,, Rejf., IX, 9: CLEM. ALEx,,
Strom., V., 602. (5) SOULIER, Op. cit., pag. 53-56. i (6) Apud Prur., De aud.,
7, pag. 41. 4 a ”- + Ve * et! 0 Il mo ottuso suol sbigottirsi d’ogni discorso
»; e questo n Sesto Empirico : zo Adyov d'ebviog Euvod (1). 99 chè la ragione
sia a tutti comune »; n* Ha Bubawy Aéyovg Fizovoa (2) tutti quelli dei quali ha
udito i discorsi », il Soulier accurata- ite dimostra che il X\6yos évvéc, di
cui parla Sesto Empirico, smento umano capace di concepire il \d0g èy àst, la
ragione nell’umano genere che deve penetrar l’ordine razionale uni- I (3)
scartando l'opinione dello Schuster il quale vorrebbe a questo 6705 énvés il senso
di discorso della natura che "dovrebbe essere inteso. Ora, senza voler
dare a questi ’ importanza soverchia, io eredo che non si potrà mai ad
afferrare tutto il significato eraclitico, se non si scorge dy dai un accenno
fugace ma sicuro al principio della e universale. in presenza della moltitudine
degli altri frammenti, la idea rifulge della più viva luce; quindi è sperabile
che niun » vorrà più disputare senza intendere la riposta verità, che, della
natura cantata da Eraclito, ama nascondersi così ente alle nostre ricerche :
puote npintaottai puiet. ‘presente lavoro non possiamo diffonderci in pole-
remo di indicare qui, fra le dottrine di Eraclito, i importanti al proposito
nostro : nen Tv aeleî, nat Bou, xai otar mp delfwov, dntépevov lavwipevov pérpa
(4). at uul perpetua: d5 ov dutòv Abyov duotos rpéoofev iv 7 Sexr. Emp., Adv. Math., VII,
133. ToB., Flor., 3, 81. OULIER, Op. cit., pag. 69. HerAcLitus apud CLem. ALex., Strom., V, 14, p. 711. Cfr.
PLut., De r., 5, p. 1014 ed altri. che
si accende (x5p artépsvov) e si spegne (mDp dr00 periodicamente (xatà civas
upovuy mepiddove) e (pétpa), in questo mare che si diffonde ed nella stessa
proporzione di prima che ci fosse cazione concreta del concetto fondamental di
cui Eraclito si servì per caratterizzare la e sopratutto per delineare le
grandi trasformazioni alle quali — Secondo la sua teoria — viene sottoposto il
fuoco nella genesi e nella formazione dell’universo ? i Quest’idea non è
sfuggita all’ il quale a questo proposito scrive: ricevere dal fuoco e dalla
terra tan stessa al fuoco ed alla terra... Il mondo, preso nella sua totalità
rimarrà lo stesso finchè i suoi elementi si trasformeranno l'uno nel- l’altro
nella stessa proporzione; ed ogni cosa individuale rimarrà la stessa fin tanto
che la trasformazione della materia avrà luoga in modo uniforme sul punto
determinato che occupa nell’ uni. verso. Ciascuna cosa è quella che è,
unicamente perchè le cor. renti opposte delle sostanze che vanno e vengono,
s'incontrano in essa in una direzione ed in Una proporzione determinata » (1)
Utili ricerche si farebbero da questo punto di vista sulla teorii dei contrarj.
Infatti continuamente Eraclito afferma che tutte nella natura si genera per
contrarietà di tensione — :tysoda: rive ar èvaverdinta — e si unisce
armonicamente : i TÒ AvTIEOLY cIILKPÉpOY. Si potrà dire da taluno che noi non
dobbi queste frasi puramente poetiche, dell’inutilità di questa documenta: si è
servito larga Bewbpavoy) proporzionalmente assume una misura la terra, la personi
e della proporzio sostanza dell’univers acutissima critica dello Zeller. Re «
L’acqua, per esempio, deve ta umidità quanta ne cede ess amo insistere tanto so
pr Sia pure, io non so persuaderni zione quando penso che Aristoti mente —
com'era inevitabile — di questo principi €, pur conoscendolo, non giunse
filosoficamente a superarlo, com si potrebbe provare facilissimamente in mille
modi. Basti confroi tare i due passi seguenti : od Evvizo: Exwe Crapepopevoy éw
téfov nai Aipng (2); nai dx TOv Trapepéyvimy uIIMiOTIY Gppoviay, 7% vg
Buoroyésr maliviporos Gppovin Sxtwori nai mivta nat'ipv Yiveodat (3). (1)
ZELLER, Op. cît., I, 620. (2) Hrepor., Ref., IX, 9. (3) ArIstor., Eth. Nie.,
VIII, I. % 52 e; i ‘ 101 ‘adiamo oltre. Anche la teoria eraclitica dell'anima
umana i in rilievo l’impiego fondamentale del concetto di proporzione. pi
dobbiamo questa teoria dell’anima a Sesto Empirico, il quale, ndo, certo a modo
suo, la teoria di Eraclito, pretende farci are in che modo le anime si
mantengano in ‘unione col fuoco no. cioè si dlimentino dei vapori ignei. Ecco
il passo di Sesto j e. ì Mie Milla ragione ()670c) essere criterio della
verità, una ragione qualunque ma la ragione comune e divina (A6yoy dv zaì deioy).
Qual sia poi questa, importa mostrarlo in breve. inione del « fisico » essere
l’aria circostante razionale e pru- inte (cò mapiéyov fpas Voyindy ce dv vai
‘ppevijpes) <A ando questa divina ragione per la via respiratoria, secondo i
D; diventiamo razionali (rodbtov d7) cdv dstoy Xétoy, xa "Hpdx- dl
avarvo7s ondoayiss vospoi ivépsda) ». | ‘nel sonno siamo dimentichi, ma svegli
ridiventiamo razio- Questa ragione comune e divina, per la cui partecipazione
no razionali, è chiamata da Eraclito il criterio della i (apreijprov'a)ydstas
guai è ‘HpaxAetros) » (1). | n a ragione il Soulier fa notare che non si può
facilmente ì quanto ci sia poi di Eraclito stesso in questa citazione dh: modo,
risulta che, se il passo è d’Eraclito, egli ha mat: al divina) per la cui
partecipazione noi diventiamo partecipi della misura dell’universo. >
diventano vospai 0, Xowaai per aspirazione e per sen- questo loro essere
intelligenti e ragionevoli significa essere sorzionate ed è una qualità della
sostanza proporzionata respirano, cioè una proprietà materiale. Sexr. Emp.,
Mathem., VII, 127, II. .OULIER, 0p. cit., pag. 205. 4 pa METTUIO 1 "mn Ran
dE bili i ent "os È CÀ S Questa interpretazione è confermata dal passo già
citato relativa allo sviluppo della sostanza che costituisce il Cosmos, cioè
del fuoed eterno che si trasforma proporzionalmente ossia, come dice Eracli 0,
che sì spegne a misura ed a misura si riaccende. Tutte le evoluzioni È- del
fuoco o le metamorfosi delle parti del mondo, secondo lui, pro- cedono
misuratamente o normalmente; cioè con un certo ordine (1). E l’anima nostra,
essendo composta di fuoco, partecipa della - natura ignea universale, che, come
è noto, si trasforma perenne mente secondo una proporzione (pérpa). Bisognerà
ancora dilungarci un poco sopra questo argomento; perchè finora non è stato
avvertito abbastanza che il principio della proporzione è uno dei cardini su
cui gira tutto il sistema di Eraclito. ì Il processo fisico si presenta all’
Efesio sotto l'aspetto d’un pra / cesso cronologico universale che si muove
perennemente con ordine e con necessità. Tutto accade per eimarmene.
L’eimarmene è Ì la parte a ciascuna cosa, a ciascun essere impartita, ciò che
gli spetta, il determinato, il destinato ; quindi, secondo la nostra inter- i
pretazione, il proporzionato a ciascuno secondo la proporzione f universale.
Qui la nuova interpretazione è applicabile in tutto he per tutto senza fare una
grinza. hi L’eimarmene non è il Fato in senso mistico, nè la posizione pura
mente casuale del mondo — secondo la frase di Dante — ma l’ide I) del normale e
necessario sviluppo del principio proporzionale del. i l'universo in che tutto
(rAvtws) procede sempre in virtù della lot i (degli estremi) e si armonizza
mediante la conciliazione (dei medj) Laonde non solo è giusto ripetere con
Stobeo e Plutarco che la eimarmene di Eraclito è identica alla necessità in
genere (4vd%7) } ma bisogna riconoscerla ben stretta parente di quella
necessità che fu posta da Aristotele a fondamento del sillogismo per cui di
certi termini opposti, cioè posti in opposizione fra loro, si ded (copfaive) un
qualche cosa di diverso da quanto fu poste (&É dvdrrane). Queste sentenze ci
permettono dunque di ricostruite in modo un po’ differente dal solito, ma non
poco interessante, la > & una parte della concezione cosmologica di
Eraclito. , Ì (1) M. HEINZE, Di Lehre vom Logos in der Griechischen
Philosophiei : Oldenburg, 1872, p. 5-6. di ks A È ì al “ i ” Ta « » au D rh FC
“i ] 4 - LATE . | | Jal fuoco ; ma il fuoco si trasforma proporzionalmente, con
lotta e conciliazione dei contrarj e per necessità. re a quest'ordine
necessario, perchè to il bisognevole secondo le leggi ha il suo tempo, e non
può. misura, que niuna cosa può sfuggi essere viene imparti *umiversale
proporzione. Ogni cosa assare la sua mèta, neppure il sole. Ogni cosa è
conseguenza logica (necessaria) delle trasformazioni Fi pi ‘oporzionali della
sostanza mossa a guerra e ad armonia dalla sua sropria essenza logica di proporzione.
E donde proviene che l'ordine universale appaja tale alla mente mana? Donde
risulta che la mente umana scorga una convenienza Î che la soddisfa nel modo
con cui il mondo ordinatamente si produce i » riproduce nel tempo? Da
null'altro che dall’identità di natura che esiste tra la sostanza dell'anima
umana pensante e quella del tinec i eterno, principio formatore e coordinatore
d’ogni cosa se- o proporzione. lea 74 ecco perchè Eraclito vuole che anche le
azioni degli uomini ano un punto di appoggio sull’idea dell’ordine razionale, i
legge che penetra il mondo fisico deve penetrare il » morale ». Come si
svolgono i fenomeni fisici? Secondo pro- ne, e così pure devonsi svolgere i
fenomeni morali. Tutto succedere xatà tdy X6j0y, dvà A610v, cioè secondo la
legge ne- ia, e comune della proporzione. Qual'è dunque la formula a capace di
abbracciare tutta la filosofia eraclitica ? Tutto secondo la necessità logica
della proporzione : mdyra pei, 0 ag nel primo periodo filosofico della Grecia
antica che hanno relazione colla storia del concetto di analogia. Quando Empe-
d’Agrigento (1), che fu detto Pitagoreo, sebbene l’indole versa- le del suo
ingegno lo portasse ad essere sopratutto un eclettico, pose che il reale è
composto di quattro elementi (fuoco, acqua, etere, terra) i quali,
inalterabili, per sè inerti ed eguali — cadta dp tod te | dvca — formano il
mondo aggregandosi e disgregandosi variamente per causa di due forze contrarie
: l’amore (gii) e l’odio (veîxos), Po asi Ly] Cfr. Srurz, Empedocles Agrigentinus.
A e si sente subito che queste idee sono
il prodotto delle speculazioni analogiche del tempo, perchè bisogna vedere
nella forza che tende ad avvicinare gli elementi la conciliazione dei medj, e
in quella che tende a separarli, l’opposizione degli estremi, insomma la virtù,
bilaterale della proporzione assunta a principio esemplare dell’ uni- verso. La
stessa preoccupazione si manifesta nel continuo scambio del termine )60< col
termine pila per indicare l’amicizia considera a, come l’ottimo dei beni, e nei
casi fisici avvicinabile quasi al concetto moderno dell’affinità elettiva dei
corpi semplici, Traverso i veli della poesia il principio pitagorico della
proporzione universale pertanto splende come l’astro sereno delle notti. I
seguenti altri brani empedoclei non mancano di chiarezza al riguardo, anzi
dimostrano, a parer mio, quanto l’Agrigentino sia penetrato nel regno
meraviglioso della legge : « La terra s’incontrà sopratutto in eguaglianza con
Hefaistos, colla pioggia e il brillante etere ; ancorandosi nei porti perfetti
di Cipris, in proporzione sig un po’ più forte sia un po’ più debole, essa
formò così il sangue e lé diverse specie di carni..... » (210). «La terra,
attratta all’unione nei suoi larghi erogioli, sopra otto parti due ne prese del
trasparen be Nestis e quattro di Hefaistos ; così si formarono le ossa bianche
divinamente consolidate dai vincoli dell’armonia..... ». « Perchè v’hé
adattamento tra tutte le loro parti, sole, terra, cielo e MAFE...sa per tutto
ciò che erra frattanto dalla nascita alla morte..... » (265); (REST tutte le
cose sono armoniosamente costituite..... » (380), &.... la legge universale
sotto la vasta distesa dell’etere regni ovunque brilla la luce..... » (440).
L’importanza del principio della proporzione nel sistema d’Em: pedocle fu
sentita anche da Aristotele, il quale, nella sua 7'ilosofié prima, scrive : i
«Quando Empedocle dice che ciò che fa l'osso è la proporzio ei Botody tO Aéyw
cuov slvar egli designa con questo la forma e l’essenza della cosa, ma bisogni
pure che questo principio renda ragione della carne e di tutte ] altre cose o
di niente ; è dunque per la proporzione che la carne È l’osso e tutte l’altre
cose esistettero e non già per la materia, l quale è, secondo lui, fuoco, terra
e acqua. Se un altro avesse dett 105 sin ha già notato che Aristotele
attribuisce il medesimo ‘pensiero ad Empedocle in parecchi altri passi : De
generat. amim., 1 i; De partib. anim., I, 1; De amima, I, 5. pi a Quindi, dopo
gli schiarimenti antecedenti, mi sembra impossibile «ubitare che
l’interpretazione analogica sia lontana dallo spirito del- I nitino. Ma ecco un
altro punto che rinforza grandemente la tra tesi. Il testo dei Dossografi greci
a proposito delle sensazioni ‘alenni fanno produrre dal simile, altri dal
contrario, rispetto ad sedocle riferisce : « In generale Empedocle spiega la
mescolanza mescolano, contrariamente agli altri liquidi di cui eglinumera verse
combinazioni. Per conseguenza, tutto sentirà, e mesco- sensazione,
accrescimento non saranno che una stessa cosa; è tutto è sempre per lui
l’effetto di una proporzione di pori, salvo che differenze che egli può
aggiungere »; «..... tra il fuoco in- a è l’esteriore vi è adattazione
reciproca. La proporzione 0 imilitudine esistono sempre fra essi ». E più
innanzi: « D'altra , in tesi generale, secondo lui, la similitudine non ha qui
nes- e e la sola proporzione è sufficiente ; è così ch'egli dice on vi è
sensazione reciproca, perchè i pori non sono in pro- a, da ogni banda, anche in
mezzo ai numerosi e grosso- spunta il Deus ex machina della proporzione, che in
uce ad una specie d’intuizione della razionalità della è mon sempre visibile,
che presiede a tutte le cose; v dpnpéra Seorscindev. sempre ad illustrazione di
LI dioso pensiero della logica della natura che è la pietra are di tutta la
filosofia greca. a atomistica fondata, forse, da Leucippo, ma personificata
mocrito, nato verso il 460 in Abdera. Per avere una breve (1) Arisr., Met., L,
I, cap. IX. ; a PASTORE, Sillogismo e proporzione. ac de “nz è a ate he E
notizia della posizione di Democrito di fronte al principio dell’ar logia,
gioverà ricordare non solo il suo saggio consiglio : petpidrni tippioc vai lov
Evppetpin ma sopratutto il contributo originale che la critica moderna ha;
recato all’interpretazione delle sue dottrine. « II meccanismo: greco,
raggiunge la sua importanza maggiore con Democrito, quando egli asserisce
espressamente come il moto degli atomi | conduce alla regola ed all’ordine ;
perchè — si noti bene — l’in- i contro degli atomi e la loro riunione non
succede a caso, ma per necessità di natura (&v4/), essendo determinato dal
moto di' P gravità » (1). È Questa necessità naturale, guida del moto degli
atomi alla rego ed all’armonia, è l’anima dei giusti rapporti proporzionali che
sono gli effetti della gravità. sagora (nato verso il 500), il quale venne ad
Atene verso il 456 quando Protagora cominciava a professare pubblicamente,
Ippo: } $ 107. — Esaminiamo ora brevissimamente la dottrina di Anas: erate da
Chio insegnava la geometria e i Pitagorici — secondo la ha congettura del
Tannery — pubblicavano, per far denaro, lavor geometrici del loro maestro,
Poichè è già noto che Anassagora risentì potentemente l'in D yr Lo (1) G. B.
MiLesi, La filosofia di Pitagora, di Democrito, di Galilei e di Borel :9 ele
moderne teorie meccamiciste (Atti del Congresso Intern. di scienze storiche y
Roma, 1903). Questo spirito dell’atomismo democritico, « aborrente da. ogi
maniera di finalità e tutto spiegante per via di leggi e di cause naturali me
canicamente operanti », fu messo in chiara luce dallo Zuccante, il quale, rar
mentando il noto frammento di Democrito, o di Leucippo, secondo altri, 00% :
vena pony Yivetar dd mavia ax Abyon te al ir &aviyzns, « niente avvigi per
caso, ma tutto ha la sua ragione e la sua necessità » che secondo ll deve
essere intesa nel senso d’una confutazione perentoria d’ogni teleolo tt
aggiunge ben opportunamente: « La ragione (X6yog) di cui si parla fram. non è
che la legge matematica e meccanica a cui gli atomi nei movimenti obbediscono
con una necessità assoluta ». Cfr. G. Zuce Da Democrito ad Epicuro. Estr. «
Rivista di Filos., Pedag. e Scienze affini, 1900, anno II, vol. III, n. 5, pag.
5. mer. 2 _ ESE Gprs TERZA — CAPO II 107 Bei i ico ( itico, limitiamoci
all’inter- pensiero itagorico (1) ed eraclitico, limi | 3. La he fu detto da
Aristotele Gpotopépeta. one del vods e di ciò € i ; vodc d’Anassagora è la
mente ordinatrice, al disopra del mondo, che dispone in ordine le particelle
similari, facendo passare la È materia (0 miscuglio materiale) dallo stato
primitivo allo stato presente, dando il predominio conveniente alle varie parti
omogenee sulle eterogenee, distribuendo sapientemente, cioè secondo pro- |
porzione, gli elementi confusi e amalgamati nell’essere primitivo (2). Come si
spiega la formazione degli esseri ! i vee «1 varj esseri si formano,
disgregandosi e congiungendosi insiem@ ‘opportunamente e in diversa proporzione
i semi (aréppara) delle varie qualità e divenendo in tal modo percettibili »
(3). | Come è spiegata la qualità delle cose ad esclusione delle altre, poichè
ogni porzione assegnabile della mole primitiva conteneva elementi d'ogni natura
? In ogni essere la materia corrispondente la sua qualità è contenuta in una
proporzione più forte delle Ha dunque Anassagora intravveduto il congegno del
processo alo rico ? Non si può pretendere che egli se ne sia servito matema-
amente ; ma che il modo del procedere gli sia stato noto e che ad esso si sia
inspirato per la sua concezione delle cosidette omeo- ‘merie e del vos è
innegabile. Anzi, quando si dice che le cosidette ‘omeomerie sono le parti
similari si dice troppo poco ; bisogna inten- parti similari proporzionali
disposte dalla mente ordinatrice ondo nella maniera più acconcia al
raggiungimento del fine. Zuccante, nel suo acutissimo studio, osserva che i
caratteri vi del voòs si riducono alla semplicità, all’onnipotenza, iscienza
(4). yporrei di chiarire ancora il contenuto dell’onniscienza ra col mettere in
luce la nota della proporzione, facendo PS TELE TT E 0 E lite AMI ali : TIZI SS
MEV O dar 4 matematica e, quando scontava in prigione l'accusa di empietà,
serisse sul famoso problema della quadratura wel cerchio, che con lui compare
per la prima volta nella storia della matematica greca. (2) WanweERY, Op. cit.,
pag. 275, nota. TrIicHMiLLER, N. Studien, I, 194 è segg. mu ) Cfr. Zuccante,
Anassagora, « Estr. Rivista filosofia e scienze», 1908, Vol. 1, N, 5-6, pag.
10. (4) Zuccante, Op. cit., pag. 11. e i a ef e, sten A insomma la onniscienza e l’onnipotenza
creatrice d’ogni cosa sub specie proportionis, perchè solo così può intendersi
l’ordinatrice armoniosa dell’universo. Questo anzi mi sembra il tratto
essenziale della dottrina delle omeomerie, su cui bisogna insistere di più se
si voglia apprezzare convenientemente l’altissimo pensiero del Clazomenio,
Quella mente che formò il mondo « per la sua onniscienza e dietro un piano
prestabilito » doveva essere per Anassagora la mente della ‘ proporzione
universale. Questa concezione analogica si fonde natu- i ralmente « colla
concezione teleologica » (1). Certo, stando alle pochissime dichiarazioni
dirette di Anassagora, non possiamo garantire la verità assoluta di questa
spiegazione, ma nulla ci impedisce di credere che, quando Aristotele dice di .
lui : « si serve della mente per fare il mondo come d’una mae- china » (2),
questa macchina fosse per lui la mente legislatrice d’ogni cosa illuminata
dall’idea tradizionale della proporzione, Divisamento in parte analogo a quella
meravigliosa speran a che invase Socrate quando egli sentì leggere nel libro di
Anassagora essere la mente la causa ordinatrice d’ogni cosa (8). Platone
(429-348) sarà utile ricordare, in breve, le potenti e multiple influenze che
questo genio costruttivo e analitico di primo ordine Loi subì ed esercitò
rispetto all’argomento che ci interessa (4). Senza tras: 3 curare l’influsso di
Socrate, al quale, se converrà certo attribuire i la gran cura che egli pose
nel cercare la definizione dei concetti universali e nell'uso della dialettica‘
e dei discorsi epago- x gici (5) Sraxtixoè bot, non è men certo che non si
dovrà attri- buire tutto il suo ardente entusiasmo per la matematica (6), è | |
$ 108. — Prima di penetrare direttamente nel sistema del divino Li (1)
ZUccantE, Op. cit., pag. 12. (2) Arist., Metaph., I, 4, 985, a. 18. (3)
PLartoNE, Fedone, XLV-XLVII, 96 A - 99 B. (4) ArISTOT., Metaph., I, 6: XIII.
(5) ArIstoT., Metaph., Lib. XI, e. IV, 4. (6) Tuttavia sarebbe tempo di non
annettere troppo gran peso alla frasé che si cita comunemente : « Socrate
stimava di saper a bastanza di metria per misurare il suo campo», perchè le
sottili disquisizioni matemi tiche che in tutti i dialoghi di Platone si fanno
in sna presenza e sulle qui Ea eniza — diro n 109 solito e e degli Eleatici che
egli sentì, senza dubbio, Jamente volgiamoci subito all’ influsso dei
Pitagorici che egli tanto sovente e così profondamente interloquisce,
dimostrano ch'egli condo l'avviso di Platone, non solo sapeva ascoltare le
cognizioni mate- tiche, ma ne era senza aleun dubbio intenditore, Cfr. inoltre
le assennate ioni del CuiarreLti (Della interp. pant., pag. 121-126) sopra il
valore ativo del Socratismo. « Uno sguardo attento alle condizioni scientifiche
» quali si formò Socrate, dice in particolare lo stesso A., ci persuade che li,
prima di acquetarsi nella convinzione della sua inscienza, avesse dovuto
ireamente informarsi delle dottrine joniche, pitagoriche, eleatiche e così (Il
Naturalismo di Socrate e le prime Nubi di Aristofane, in « Rend. Lincei »,
1886, pag. 288). « Se è vero che l'oracolo di Delfi, come e di Licnrgo,
l'avesse già per tempo dichiarato il più saggio dei Greci, il indicare che il
suo nome era già conosciuto per le sue ricerche e ‘era vicino ancora a
quell'epoca in cui attendeva alacremente alla della natura » (Op. cit., pag.
288). E più avanti adduce altre prove mmario molto addentro « nell’insegnamento
della yswperpiz e della ta» (Op. cît., pag. 293). Vedi ancora dello stesso A.:
Sulle teorie dei Sofisti greci, « Atti R. Acc. di Scienze morali di Napoli »,
1889, ‘Arehiv. fîir Geschie. d. Philos. di Berlino », 1890-91. Lo Zuccante; nel
pregevole lavoro Socrate (Torino, F. Bocca, 1909) a questo riguardo innge
opportunamente : «..... è un fatto incontestabile che Socrate, se ipò da
giovane dello studio della fisica (e non c'è dubbio che se n'è come risulta
dalle Nudi di Aristofane e dal Pedone di Platone, #6 ABO; su questo punto vedi
quanto diciamo a pag. 107-108 e @ pag. 108) l’abbandonò giunto all’età matura »
(pag. 165-166). i il noto brano dei Memor., IV, 7, 2-3: « di geometria, ad
esempio, tanto che occorre a ben misurare un campo che si voglia com- o
dividere, o lavorare ; ma i problemi più difficili si lascino nr. Puttavia è
giocoforza riconoscere che se Socrate nell'ultima vita fu un moralista
esclusivo, per la formazione del suo pen- ch larga preparazione scientifica in
genere e matematica in en ‘naturale, vogliamo dare qualche peso alla satira di
Aristo- ll quale nelle Nubi (v. 143 e segg.) lo mette in ridicolo perchè, nella
sua 1 to indagare, si ocenpa perfino della geometria delle pulci, e atutto
annettere un significato ironisv e majeutico alla dichiarazione sua ignoranza.
L’abitudine sopra avcennata poi di presentare Socrate Un moralista esclusivo
quasi avverso alla matematica, è, chi bene vi, strettamente Sica all’abitudine
di presentare il suo metodo ptare come essenzialmente induttivo (Cfr. p. e. G.
Zuccante, Del di filosofare di Socrate in Saggi filosofici, Torino, Loescher,
1892, ene cratere leppoggio iuint 4 1, È, na parte, destituita di fondamento.
Infatti, 4 di fi nl I | fu enorme (1).
Sappiamo che nei lunghi viaggi che egli intra- prese dopo la morte di Socrate,
nell’Egitto, a Cirene, nella Magna Grecia, in Sicilia, conobbe personalmente
parecchi Pitagorici allora viventi: Archita di Taranto, Eurito di Taranto,
Teodoro d Cirene, Timeo ed Acrione di Locri, Echerate di Fliunte, e strinse con
alcuni di essi legami di studio (Teodoro, Filolao) e di intima amicizia
(Archita, Timeo). E poichè la nota caratteristica della scuola pitagorica era
la preminenza degli studj matematici (aritme- tici, geometrici, astronomici,
meccanici, musicali) e il suo genio da un lato lo portava alla matematica, per
la quale ancora a’ suoi tem D benchè Aristotele nel determinare i servigj resi
da Socrate alla scienza pura cioè indipendente da ogni applicazione morale,
dica esplicitamente : « 350 dp om & tie dv arodoin Lwxprditear Brzaiwe,
tolc v emantizode AGYOvE sala Oplkeoda: xa0élov' tadiu Yip tom dp repi dpyiy
èmromi)uns (Met., 4), na nè ben stabilito che i Xéyor iraxzizoi indichino i ragionamenti
induttivi ne senso ordinario e moderno della parola. Per giustificare il
dubbio, baste rebbe notare che l’èreywyi aristotelica essendo un processo in
cui « estremo si attribuisce al medio mediante l’ altro » (Analyt. pr., IT, p.
680 15: 27) è un processo di necessità, vale a dire un processo dedi tivo. La
distinzione figurativa del passaggio dai particolari all’universe da questo a
quelli ci è indifferente, essendo chiaro che in ogni processo de tivo si deve
tener conto della necessità della conclusione che è la vera È as del
ragionamento logico, e non delle varie rappresentazioni psicologiche d stesso
processo. In generale nè Senofonte nè Platone ci presentano la P deduttiva del
metodo socratico, contentandosi l'uno di dar prevalenza alli parte costruttiva,
l’altro alla parte confutativa, e in questo furono segui! ciecamente dalla
maggior parte dei critici posteriori. Aristotele rilevò più chiaramente il
doppio merito della definizione e dell’ èreyuyi, ma la interpretazione logica
dell’ èreyoy ha dato origine ad un erroneo app zamento del socratismo. Il
Socrate logico non apparirà se non quando + capirà che la sua dialettica
risulta da due processi metodici l’uno neg e l’altro positivo, l’uno
psicologico comprendente l'ironia e la maje l’altro logico comprendente la
definizione e la deduzione. Queste co sioni che potranno sembrare veramente
eccessive non sono state ani prospettate — ch'io sappia — dalla critica ;
neppure il PFLEIDERER; grado la felice idea della noocrazia socratica (Sokrates
und Plato, Tiibi 1896), riuscì a comprendere che il concetto informatore della
diale socratica è la deduzione e non l’induzione, Ma questo problema, che fo il
punto culminante della storia della logica prearistotelica, sarà studi in un
prossimo lavoro. Cfr. intanto il $ 157. (1) TricHMiLLER, Neue Studien, ece.;
Tocco, dal « Giorn. Nap. », 1879; CHIAPPELLI, Della interp. pant., pag. 107 e
segg. Pa N» Al +\év a - ** _ | | —I 111 intendeva tutto ciò che era oggetto di
insegnamento scientifico, all’altro all’interpretazione della logica della
natura che egli sentiva ‘Sostruita secondo i disegni di Dio da lui considerato,
al dir di Plu- tarco (1), come il supremo geometra dell’ Universo (asî
tswpsnpeî $40y), è ben naturale che egli abbia sostenuto tanto vigorosa- x
“mente che la conoscenza della matematica è indispensabile allo studi a
filosofia. P ir proprio notevole — per la storia matematica | della teoria
delle proporzioni — che l’unico contributo diretto | all'incremento della
geometria che di lui possediamo si riduca v appunto ad un'applicazione diretta
di questa teoria, contenuta n ella soluzione del celebre problema di Delo. È
vero che molti ‘critici ritengono apocrifa la soluzione attribuita a Platone.
Il Tannery, fra gli altri, osserva che «la soluzione è certamente | posteriore
ad Eratostene, il quale, nella sua lettera a Tolomeo II, | non dice una parola
in proposito, mentre attribuisce formalmente invenzione della riduzione della
duplicazione del cubo all’inser- zione di due medie proporzionali ad Ippocrate
da Chio, l’inventore ‘delle lunule. A nulla valgono — aggiunge — le
affermazioni ‘esplicite di Plutarco (Quest. Conviv., VIII, qu. 2, Cap. I; Vita
Marcelli, Cap. XIV, $ 5) » (2). Ma queste ragioni non mi sembrano convincenti,
perchè non è che la questione, considerata da un nuovo punto di vista, a
ricevere una soluzione conciliativa. i noi già sappiamo che Ippocrate, primo
fra i Greci, pur trovato il modo di inserire due medie proporzionali fra menti
dati, e mostrato la possibilità di trasformare il pro- eometrico della
duplicazione del cubo in planimetrico, lasciava insoluto questo secondo
problema che fu risolto chita soltanto col metodo dei semicilindri (3), cioè
con un o non eseguibile colla riga e col compasso. (1) PLurarco,
Quaest., conv. VIII, 2 pr. (2) P. TANNERY, La géométrie grecque. pag. 79. (3) PLurarco, Vita di Marcello, cap;
XIV. « Imperciocchè i primi inven- i questa così estimata e decantata arte
meccanica furono Eudosso e hita, dando così ornamento e vagliezza alla
geometria, e fortificando con ci esempj e sensibili quei problemi che agevolmente
dimostrar non i I? : LU Di Inoltre
sappiamo che mentre Platone biasimava tutte le soluzioz empiriche o strumentali
dei problemi di geometria pura, che chiamava banausiche (1) cioè ignobili,
illiberali, adatte solo ai lay manuali degli operai e non degne di essere
ricordate in filosofi per contro Eratostene (276-194 a. C.), tutto intento alle
mis ed alle necessità strumentali degli studj fisici, apprezzava a ti segno le
soluzioni banausiche che egli stesso inventò uno strumenti ingegnosissimo che
serve a risolvere praticamente il problema d Delo (2). Finalmente sappiamo che
nei trecento anni circa ch si possono col raziocinio od in pratica, come il
problema intorno alle di medie proporzionali, il quale è fondamento necessario
per molte altre dim strazioni, dichiarato fu da amendue loro col mezzo di
strutture organich adattando certi strumenti che si chiamano mesolabj tratti da
sezioni e < linee curve. « Ma poichè Platone se la prese contro loro, come
persone che rovinavat e guastavano tutto il buono della geometria, la quale
dalle cose incorporé e intellettuali veniva così a rifuggirsi alle sensibili e
a far uso dei corpi pi quali richiedesi molta e noiosa operazione manuale e
servile, restò la mi canica degradata e separata dalla geometria e, divenuta
una delle arti mili tari, tenuta fu lungo tempo in dispregio dalla filosofia ».
} Mesolabio — da pécog mezzo e da Xdfov che prende, altri hanno piecoypaga che
tracciano il mezzo — è quello strumento (descritto da Eutocio nel st Comentario
sopra Archimede) con cui gli antichi praticamente trovavano di medie
proporzionali. Può quindi dirsi mesolabio qualunque strumento trovare le dette
medie proporzionali, o ad accrescere proporzionalmeni corpo cubico, serbando la
stessa figura per qualsivoglia grandezza ». (1) Cfr. Gomperz, Op. eit., II,
501. « Platone non amava le ricerche sf rimentali, parecchie volte manifestò la
sua irritazione contro Eudosst Archita che avevano tentata la soluzione d’un
problema di geometria perando utensili ed apparecchj invece del puro
ragionamento (opere nausiche) ». (2) Vitruvio, De Architectura, L. IX, cap.
III. « Si rivolga ora l’anîì alle scoperte di Archita Tarentino e di Eratostene
Cireneo. Perocchè que hanno colle matematiche trovato molte cose utili agli
nomini e bene per ognuna abbiano acquistato stima si rendettero però ammirabili
s tutto per le brighe sopra una cosa: ciascuno cioè tentò (alius eniîm €
ratione demonsirarunt) con diverso metodo sciorre il problema dato da Ap nelle
risposte di Delo, che si facesse un cubo doppio del suo altare così ne verrebbe,
che gli abitatori dell’isola sarebbero liberati dall’ira dé numi. Quindi
Archita coi semicilindri, Eratostene col mesolabio scioli lo stesso problema ».
(Itague Archytas hemicylindrorum descriptionibus, B tosthenes organica mesolabi
ratione idem explicaverunt). Le * 118 ro
da Ippocrate a Diocle si contano non meno di dieci del problema di Delo
effettuato con metodo diverso (1). posto, le osservazioni più importanti al
proposito nostro si sono ridurre ai tre punti seguenti : i i | jo Siccome
l’unico frammento di Eratostene in cui egli parla della duplicazione del cubo
ci fu conservato da Eutocio, il quale tuttavia continua ad attribuire a Platone
una soluzione ‘geometrica del problema di Delo, non si può credere che Eutocio
P rebbe continuato ad attribuire questo merito a Platone, dal mento che egli
stesso viene a citarci il passo di Eratostene in cui attribuisce l’invenzione
della duplicazione del cubo ad Ippocrate, 86 non si fosse trattato di due
soluzioni diverse. ‘90 Se il silenzio completo di Eratostene rispetto a Platone
‘fosse una buona ragione per negare ogni invenzione matematica ‘a Platone su
questo problema, allora dovremmo anche negare che Archita abbia trovato una
soluzione dello stesso problema, dal ento che lo stesso Eratostene non dice una
parola di lui. silenzio di Eratostene quindi va interpretato nel senso che fu
accennato di sopra. fi 30 Finalmente, si noti che il Comento di Eutocio fu
scritto verso i 500 dopo Cristo (2), mentre le opere di Vitruvio e di Plutarco
3 gono all'incirca al 1 secolo dell’èra volgare, quindi non scludere tanto
recisamente, come fa il Tannery, ogni valore | testimonianza. L’opinione più
probabile pertanto mi ente, he con Eratostene si attribuisca ad Ippocrate da
Chio zione della possibilità di risolvere il problema | delle due medie
proporzionali, ma anche le , quantunque effettuate con metodi diversi,
Ippocrate, di Archita, «di Platone, di Eudosso, di Me- | devono due eleganti
soluzioni conservate da Eutocio), (collo strumento chiamato ila Pappo
mesolabio), di Apollonio, lede (250 a. C. colla concoide), di Diocle (180 a. C.
colla cissoide). \Stesse tracce degli antichi, ma con metodi diversi vi hanno
faticato arni, 6 fra questi Cartesio al quale dobbiamo una delle più fa- |
ingegnose maniere di trovar le due medie proporzionali ». fr. Archimedis Opera
omnia cum commentariis Eutocii. Lipsiae, 1881, , De sphaera et cylindro. , anzi appunto per questo, restano sempre
degne di mantenere il lor posto della storia. Ciò che indusse al silenzio
Erastotene fu L scarso interesse che egli vedeva nelle ricerche puramente
astratte sul quale tipo era appunto architettata la soluzione di Platone (1) e
l’aver quindi anche taciuto le soluzioni di Archita, di Eudosso, dl Menecmo,
per esaltare la propria, che invero dopo la posizione de criterio di Ippocrate
si presenta come la più facile e la più elegant soluzione pratica del problema.
A) In questo modo, rafforzata notevolmente l’opinione favorevol a Platone
matematico, che fu sempre tema di incerte leggende e rivolgendo lo spirito allo
sviluppo del suo immenso sistema filo sofico, ci stupiremo ben poco di veder
adoperato su vasta scali precisamente quel principio matematico delle
proporzioni su eu si fonda il suo contributo diretto all’ineremento degli studj
g metrici. i 4 $ 109. — Così anche studiando l’impiego filosofico del principî
della proporzione nel sistema di Platone, non abbandoneremo i doppio filo
conduttore della presente ricerca rivolta a determinat la continuità nel tempo
e nella dottrina della teoria matematiei e logica che ci riguarda. Però non
andremo a rintracciare tutti punti in cui occorre la parola analogia, chè —
salvo il peso dell’us linguistico, — poco se ne potrebbe concludere; ma,
attenendoci più (1) Che la soluzione di Platone fosse proprio architettata sul
tipo soluzioni puramente astratte mi pare indubitabile, perchè altrimenti sa
inesplicabile il suo biasimo delle soluzioni banausiche. L'opinione più
probabile è che Platone si sia limitato a ridurre il prob lem: della
costruzione delle due medie proporzionali fra le due rette date all inserzione,
fra i prolungamenti di queste rette, di una certa retta che ri scisse
perpendicolare alle due rette date, mentre qualche commen: svisando il concetto
del filosofo, abbia aggiunto di suo quel semplicis strumento che permette di
effettuarle. Cfr. a questo riguardo l’ accu memoria di B. CARRARA S. J., I tre
problemi classici degli antichi in rela ai recenti risultati della scienza. «
Rivista di fisica, matematica e se naturali », anno 3, n. 35, 36, 37, 40, 41,
43. Cfr. inoltre REINER, Hîs problematis de cubi duplicalione sive de
inveniendi duabus medtis continue portionalibus inter duas datas. Gottinga,
1798. Cfr. insup. LORIA, Le sd esatte nell’antica Grecia. st imente allo spirito della ricerca,
registreremoi passi contenenti , veramente degne d’essere esaminate (1).
L’attitudine ad applicare il principio della proporzione era tal- ‘mente insita
nella mente di Platone che, non solo la si riscontra nei di ente scientifici,
ma anche in dialoghi che nulla dialoghi più direttam anno di comune colla
scienza. Il Simposio ce ne offre una prova | meravigliosa. I primi passi su
questa via sono fatti dal medico Erissimaco, il quale, nel suo discorso inonore
di Eros, insiste Janga- mente su quel principio universale che spinge
all'amicizia ed all’a- ‘more gli elementi dei corpi più ostili fra loro, il
caldo e il freddo, il secco e l’umido, ecc., seguendo in questa conciliazione
degli estremi per via dei medj la grande idealità della teoria della
proporzione che è Panima della Grecia antica. Non altrimenti procedono la
ginnastica, la medicina, l’agricoltura, la musica, e l'astronomia. Frissimaco
lo mostra invocando le dichiarazioni di Eraclito che tanto si appoggia sul principio
della proporzione. La pro- sperità dei raccolti, ad esempio, deriva dalla
giusta associazione contrarj e dalla loro armonica fusione. Infine la mdantica
stessa aterviene come mediatrice d'amore fra gli uomini e gli dèi. Devesi
singolarmente notare che in tutto il dialogo sono discusse, «con molta
profondità, due teorie diverse : l’attrazione dei simili 14 non privare la
presente interpretazione filosofica del più saldo i dovuto all’autenticità dei
dialoghi platonici considerati, ho ricerca sui tre dialoghi (Pedone,
Repubblica, T'imeo), che sono bbiamente autentici dai critici più autorevoli.
Ad ogni modo condotto sugli altri tre (Simposîo, Pedro, Filebo) serve gran-
ricostruzione del Platonismo prearistotelico, quand’anche si come prodotti
della Scuola platonica ma anteriori ad Aristotele. uo in parte il criterio del
Cmapperri (Della interpretazione i Platone, Firenze, S. Le Monnier, 1881, pag.
9-10). Aggiungerò ia quanto all’autenticità del Sofista, del Parmenide e del
Filebo uo le conclusioni del Tocco, il quale fin dal 1876 nelle sue profonde e
platoniche (Catanzaro, Asturi) dimostrò che sono indubbiamente tici. Non
intendo pronunciarmi invece intorno l’arduo problema della sione dei dialoghi
platonici, sia perchè non tutte le ragioni espresse dal co nel più recente
studio Del Parmenide, del Sofista e del Filebo (da Studj i di filologia
classica, vol. II, 1894), ove egli cerca di ribadire l'antica centi, sia perchè
vorrei rendere questa nuova interpretazione (ana- a) di Platone assolutamente
indipendente dalle questioni di cronologia» I e l'attrazione dei contrarj; ma che entrambe
alla fine rigettate, perchè ciascuna non è che una semiverità. Pe è chiaro che
la verità intiera si ottiene componendo i te mini di queste due parziali teorie
sullo schema di un’ unica proporzione che è il solo principio capace di
conciliare tutte | difficoltà. Segue a questa prima scena dell’impiego
dell’analogii una personificazione tanto bizzarra, anzi grottesca, dello stes
principio che, se non la sapessimo dovuta ad uno spirito alto ch trae dal fondo
della coscienza umana, ci mancherebbe il cora di annoverarla. La trovata
umoristica di Aristotele è troppo noi perchè sia ancor utile di esporla qui.
Solo, fermandoci alla su interpretazione, è giocoforza ricordare che la
conclusione di discorso di Aristofane prende tutta la sua forza dalla
proporzion seguente : «il maschio (doppio) sta all’androgino come l’androgini
sta alla femmina (doppia)». Malgrado gli arzigogoli escogitati di quel burlone
che prendon motivo da somiglianze o dissomiglianz che non sono argomenti, tutto
il valore e il senso possibile d ell sua tesi analogica appajono in piena luce,
quando Aristofan conchiude : « Ringraziamo Eros che ci restituisce la nostra
naturi e originalmente ci guarisce, rendendoci felici una volta per sempre!
Così la proporzione erotica è soddisfatta. ì Nel discorso di Socrate invece
troviamo un’applicazione straordi nariamente patetica dello stesso principio.
Purtroppo sarà necessarie disfare un po’ Ja trama del discorso e resistere
freddamente all fasi, anzi al sublime entusiasmo che trasporta Platone in qu
momento. La rivelazione socratica è circondata fin dalle sue gini da un alone
leggendario, atto a generare il brivido del mis Questo ci afferra all’ udire
che Socrate pretende d’essere s istruito sulla vera natura di Eros da una
profetessa egizian Diotima di Mantinea. Il Gomperz vede in questo particolare
un puro artificio analogo a quello a cui Platone ricorse nel Fi dove Socrate
attribuisce l’entusiasmo che sente alla misteriosa fluenza che emana dal
santuario eretto nelle vicinanze alle Ninfe L’analogia è profonda, non lo nego,
ma mi sembra che venga fi di cotesto passo anche una maniera di render
giustizia alle o ‘ij egiziane del più alto pensiero filosofico della Grecia ant
(1) GoMPERZ, Op. cit., II, 405. ebbe
forse imaginare, nè la più attraente. Gli argomenti do: occupa una posizione
intermedia. Non è nè un dio, A un mortale : si trova come medio tra i due
estremi ; è un gran demone che fa da mediatore fra i due estremi. I suoi
genitori sono ‘la ricchezza e la povertà. Così Eros occupa la vera posizione
filo- sofica, cioè quella d’un essere che aspira alla verità, perchè, non do nè
ricco nè povero, non è nè saggio nè insensato, ma egual- mente distante dai
due. Finalmente tutto il culto della bellezza, proclamato entusiastica- mente
ad ogni passo, è una esaltazione poetica e metafisica del principio della
proporzione. Qual è dunque il fondo essenziale di questo magnifico dialogo ? La
tradizione dell’analogia che fu seguita ‘accuratamente nelle presenti ricerche
sembra aprire sopra questa questione vitale una prospettiva inattesa che
potrebbe assumere una discreta importanza, Benchè il principio mistico
nell’amore occupi nel Simposio un posto incomparabilmente maggiore d’ogni altro
e vi prenda una posizione per così dire centrale, un legame, — finora
inavvertito, sembrerebbe congiungerlo indissolubilmente col principio teoretico
della proporzione. Così il misticismo erotico matematicismo filosofico si
potrebbero considerare come una iificazione maravigliosamente patetica della
stessa idea di $ @ questo rapporto organico fra l’amore e la mate- SI da una
metafisica nebulosa, rischiarerebbe insieme ì © l'avvenire della filosofia
platonica, quello immerso nei x l'Egitto e della Grecia più antica, questo nel
misticismo neoplatonici che sono all’aurora del Cristianesimo. $110 — Lo stesso
concetto si troverebbe adombrato nel Fedro, ove a a comparire l'Amore come
grande mediatore tra la vita estrie e la divina, Ma l’idea della proporzione
non trova in questo | dialogo che un impiego limitato e quasi invisibile ; come
non l’ha cli maggiore momento nel Fedone, ove se ne fa allusione a proposito
Ila teoria pitagorica che considera l’anima come un’armonia el corpo, 0 « dove
la mente si solleva dalle cose eguali e diseguali ad in tempo, all’Idea
dell’uguaglianza » (1) 0, come altrove si legge, N) CuarpeLLi, Della inter.,
pag. 126. di Diotima sono noti. Eros non è nè buono, nè bello, nè brutto, nè
dia fe 4 dei 4 elementi che
proporzionalmente composti, formano il corpo (fuoco : aria : : acqua : terra).
Appena occorre avvertire che ques la teoria rimonta forse a Pitagora e Filolao,
e sarà ripresa più ta di dai peripatetici Aristossene e Dicearco (1). $ 111. —
L'impiego filosofico del principio della proporzione si fa in seguito palese
nella Repubblica, nel Filebo e nel T'imeo. Non ogni dialogo ce lo rivela ad un
modo, ma la parte che esse vi prende è tanto grande, che il sistema platonico e
specialmente l’aristotelico a suo tempo non potrebbero intendersi senza di e
sebbene il pensiero aristotelico sia perciò tanto diverso dal pla; 0- nico, che
in quello s’è fatto quel progresso dottrinale a cui questo non potè pervenire,
Più tardi esporrò una critica generale della teoria, ma qui basti notare le
graduate applicazioni filosofiche dello stesso principio. Nella Repubblica,
come ognun sa, i mali della democrazia sone attribuiti al fatto che essa si
riduce ad un’anarchia, come l’egua- glianza che essa reclama non è, in pratica,
che l’eguaglianza degli ineguali. La mancanza di proporzione fra le varie
classi sociali è dunque la causa principale d’ogni disordine. « La giustizia
stabilisce nell'anima l’ordine e la concordia, e mette tra le parti un accordo
perfetto, come fra i tre toni estremi dell’ar- monia..... Essa lega insieme
tutti gli elementi che la compongono e fa, malgrado la loro diversità, che
l’anima sia una, misurata e piena d’armonia » (2). Un altro impiego veramente
notevole del principio di proporzione si trova nella determinazione del posto
che la matematica assume nel sistema platonico. Quattro sono le modificazioni
che si generano nell’animo rispet; n) alla verità ed alla sua evidenza e
corrispondono ai varj ripartimenti del conoscere : la ragion pura, la ragion
discorsiva, la fede e la congettura. Come sono ordinati questi quattro ordini
di conoscenze ? Sentiamo. Platone : « Piace dunque — diss'io — di chiamare
ragion pura primo ordine, ragion discorsiva il secondo, fede il terzo e
congettur: il quarto, e coteste due ultime insieme opinione, quelle due altre
(1) Cfr. Doxogr., p. 3875. î (2) Repub., IV, 433, 6. e» intellig ana n, e l'opinione indirizzarsi alla
generazione e l’intelletto all'essenza, e quel rispetto che ha l’essenza colla
generazione averlo l'intelligenza colla opinione, la ragion pura colla fede e
la ragion | discorsiva colla congettura » (1). Questi quattro gradi di
conoscenze corrispondono a quattro classi (o specie) di oggetti : idee, forme
(numeri, figure), cose, imagini; alla prima corrisponde la ragion pura
(dialettica), alla seconda la ragion | discorsiva (matematica), alla terza la
fede, alla quarta la congettura. La dialettica si fonda sulla dimostrazione; il
suo carattere essen- ziale è la deduzione pura ascensiva e discensiva e
l’evidenza delle | gue verità è massima ; la matematica sull’ipotesi; il suo
carattere ‘essenziale è la deduzione applicata discensiva e la sua evidenza è
fe nalmente minore, a misura che il discorso si avvicina dal mondo
dell’intelligenza (essenza) al mondo dell’opinione (generazione), come appare
dallo schema seguente : Intelligenza Opinione (essenza) (generazione) Ragion
discorsiva Fede Congettura (Forme (numeri-figure) (Cose) (Imagini) î Matematica
(ipotesi) a disposizione ci porge il criterio da proporzionare l’un l’altro
diversi della conoscenza secondo Platone e le specie diverse etti
corrispondenti. Così sarà opportuno prima di tutto che gli ordini
dell’intelligenza stanno fra loro come gli all'opinione, cioè che la ragion
pura sta alla ragion discor- iva come la fede sta alla congettura; e in oltre
che la Dialettica a alla Matematica, come la Matematica sta alla Fede. Di qui
turisce che la Matematica è considerata come unquid medium fra Dialettica e
l’Empiria, divertendo la conciliatrice fra il mondo sensibile e il mondo
ideale; qui troviatno l'embrione di ciò che altrove s'è svolto nella teoria più
arcana del demiurgo. I nomi d’un principio sovente sono diversi, ma sotto i
nomi c'è un mondo comune. La conciliazione degli estremi invero, secondo il
concetto originario (1) Prar,, Repwb., VII, cap. 14, n. 534. L) PERITO di Platone, si ottiene mediante l’intervento
d’un fattore tras dente : il demiurgo. Che cos'è questa causa impervia, camp in
aria come volontà arcana e signora d’ogni opposizione ? Aristotele vi vedrà
l’immanenza unificatrice. Chi voglia tenersi all’interpre zione più genuina e
conforme al principio fondamentale del pensiero greco, come s’è fatto fin qui
nelle presenti ricerche, sarà invece costretto a vedervi il principio
unificatore della proporzione. Quest; è l’unico modo che ci consenta di non
torcere a teorie false il concetta del numero platonico, quando si dice che il
numero è qualche cosa che sta fra l’idea e la sensazione. Certo è che queste
applicazioni sono tutte viziate da errori che derivano da un concetto non
esatta del problema epistemologico. Altrove si dichiara che la ragione sta
all’appetito come l’ipati sta alla nete, il 61p.6s poi è la mese che sta alla
ragione in un rapporta di quarta, mentre il suo rapporto coll’appetito è una
quinta, È noto che l’accordo perfetto comprende l’ipate, la mese e la nete. tra
la mese e l’ipate è una quarta, tra la mese e la nete una quinta tra l’ipate e
la nete un’ottava. Insomma, l’epistemologia con Platone non è pur anco uscita
di quel simbolismo mezzo metafisico e mezzo romantico che aprì l’adit ad errori
che non sono ancora tolti dalla critica moderna, e tu sof prendi questo enorme
pensatore fare cento usi, dai più serj ai più stravaganti, dello stesso
principio della proporzione che ne suC sistema sembra un dio nascosto
rivelantesi in molteplici forme, Così si spiega la sua simpatia perla
tricotomia (proporzione continua) e per la tetralogia (proporzione non
continua) che gli fu rimpre- verata da Senofonte, spirito refrattario alle
intuizioni geniali e profonde della filosofia. $ 112. — Nel Filebo ricompaiono
le applicazioni etiche ed este. tiche dello stesso principio. Ad ogni passo la
misura e la proporzione son tenute per ragione di bellezza e di virtù ; così
per comporre a bevanda della felicità occorre mescolare in giusta proporzione
il piacere e l’intelligenza (1), così il bene è afferrato non solo sotto una,
ma sotto tre forme distinte, cioè sia come bellezza, sia come (1)
L'applicazione analogica comincia a comparire nettamente nella dot- trina sul
limite (népuc) e l’illimitato (&rerpov). Poichè Platone divide tutto che
esiste in tre generi : il limitato, l’illimitato e il composto dell'uno @ è i
" Prà a tà sol sia come proporzione
(1). « Se noi non possiamo afferrare ‘jl bene sotto una sola idea, afferriamolo
sotto tre idee : quelle della bellezza, della proporzione e della verità ».
Poco più innanzi ?a pro- porzione è considerata come la realizzazione dei
principj della mate- matica nel mondo dei fenomeni naturali. Pensiero questo
d’un’im- capitale se si pensa al rude empirismo nel quale erano immerse le
ricerche fisiche e chimiche di quell’età. Insomma le appli- cazioni del
principio analogico si addossavano, per così dire, l’una sull’altra ma non si
ordinavano, non si diffondevano ancora in una dottrina centrale sistematica
capace di dominare e di vivificare tutte le conoscenze. L’anima del logico e
del matematico del resto non è ancora distinta dall’anima del filosofo e del
poeta, e anche quando questi elementi pugnano fra loro, il dissidio è così
complicato che lo spicearne l’uno dall’altro sarebbe impossibile.
L’interpretazione dell’universo sotto l’aspetto della proporzione dipende, in
gran parte, da due fattori che cospirano in modo diverso nel sistema
filosofico, cioè il bisogno estetico e il bisogno deduttivo. Ora il bisogno
estetico era tanto più vivo in Platone quanto più egli era persuaso che lo
studio della natura gli avrebbe data sempre maggiore soddisfazione ; il bisogno
deduttivo poi, irrobustito negli i delle matematiche, l’inebriava in modo
sublime. Se ben si questi due fattori si corrispondono, giacchè c’è pure una
;jne estetica nella matematica e una proporzione matema- Perchè l’artista si ribella
all’idea d’una natura \ la verità estetica, ove brilla un’idea unificatrice i,
importa la conformità alla natura. Quella com- 13 e.-26 d.). Verosimilmente il
pensiero di Platone è che tutte le se sono distinte secondo una proporzione in
cui i contrarj rispetto al limite pap proporzionati e accordati per mezzo del
numero. Si troverà notevole il passo seguente: « Poichè al caldo e al freddo
smisurati fu sottratta per opera del limite l’infinità loro, è sorto qualche
cosa di ben definito e propor- zionato, vale a dire le stagioni e quante cese
belle sono apparse ». Vedi la bella interpretazione del testo platonico del
Filebo data dal Tocco (Del Par- menide d. S. e d. F., pag. 395). Cfr. ins.
Pileb., 66 a. (1) Il Gomrerz (II, 625) rileva come tratto caratteristico della
fase finale del dialogo questo punto: la proporsionalità è considerata come
bellezza. Essa è dunque identificata a questa 0 almeno essa è considerata con
essa nel rapporto che unisce una specie ad un’altra specie posta al disotto o
al disopra di essa. In ogni caso, è illegittimo coordinarla alla bellezza e
frat- tanto ciò è quanto fa Platone quando egli parla delle tre forme del bene.
l6 — Pastore, Si/logismo e proporzione. è, mozione, quel brivido, quell’orror sacro,
quell’estasi che si prova davanti agli spettacoli della natura, si fondano,
anche in gran p sull’intuizione della logica sublime delle cose, onde i centri
es corrispondono ai centri deduttivi. Staccateli, se vi vien fatto, gli u dagli
altri, e voi renderete impossibile l’interpretazione della vita dei più grandi
spiriti dell'umanità. Certo è che l’arte, la quale è Wi logica della forma, ci
sembra in buona parte indipendente dalla matematica, che è la logica della quantità,
quindi non è fa segnare il passaggio dal pensiero alla poesia di Platone, perch
tanto è vero che tu trovi il pensatore nel poeta, quanto è vero ch tu trovi il
poeta nel pensatore. Da questa unità, che comprende îr sè stessa i due fattori
del sistema filosofico di Platone, cioè l’esteti o eil deduttivo e da questa
mobilità feconda che ne cresce e ne ma; are i le multiformi energie, viene che
nel 7'imeo il senso estetico sì accom pagna al senso deduttivo della filosofia,
l’ordine e la connessioni | delle cose all’ordine e alla connessione delle idee
e tutto l’universe f : ; | si squaderna sotto l'aspetto della divina
proporzione che ne così tuisce l’inesauribile armonia. $ 118. — Si sa che
l’argomento del Timeo è la narrazione del l'origine e della creazione del
mondo. Stabilita una distinzione fondamentale tra l’assoluto e il relativo,
l'infinito e il finito, il necessario e il possibile, la sostanza e il fen
meno, la causa e l’effetto, l'essere uno sempre identico, eterno ib in sè e
l’essere molteplice, diverso e contingente e, posto che tu | ciò che diviene, e
quindi il mondo, deve avere una causa (27D 2 compare in scena l’architetto
supremo dell’universo, cioè il der urgo, il quale contemplando in origine le
idee increate come model e servendosi d’una materia caotica e di un moto
erratico pree stente, fa passare ogni cosa dal disordine all’ordine effettuani
| da per tutto ciò che era il migliore (30), (sì rat adròd Hrayev è
àcatta<). È bene ricordare che in tutto il sistema platonico e spe= | cialmente
nel Timeo, Dio non è che l’autore e il creatore del i mondo, o cosmo (x6opoc),
cioè della forma che egli introduce nel- | l’informe (tò àpéppov), e che tutto
ciò che è generato proce le necessariamente da qualche causa (mv dè ad tò
yujyipayoy br a tuvds E avarane qeveoda:) (28-29). Qual modo terrà ora la
critica | per discoprire il pensiero fondamentale di tutto il dialogo ? Nom Hiro che questo : notare in tutta l’opera
della creazione qual’è l’azione ordinatrice che trionfa di fronte alle
opposizioni fatali della materia e del moto primordiale. E precisamente vedremo
che tutto si risolve coll’unico e costante intervento del principio della
proporzione che ha un’importanza immensa perchè chiarisce tutti i lati più
nebulosi del T'imeo in modo conforme alla tendenza estetica e matematica dello
spirito greco. Per costruire il mondo, il demiurgo riunisce da prima due
elementi opposti: il fuoco e la terra (31 B). Ma poichè non è possibile riunire
bene insieme due cose senza una terza (90 dè povo xaX0c Envistacda: cpitor
yompic od duvardy), perchè bisogna trovare un qualche vincolo medio che
congiunga in- | siemele duecose(deopdy yàp Èv péo deì tiva dpupoîv Évvarordy
iyveodar), ed il più bello poi dei legami è quello che e di se stesso e delle
cose | che unisce non fa che una cosa sola (de5pay dè nd)Motoc dc dy abrdv nai
cà Envdobpevo Ge partora èy Tom), così l'architetto del mondo prende | cose con
questo vincolo che ottimamente soddisfa alle condizioni | richieste (cobto dè
aépvzsv dvdorta (1) x4Mtota droteAeiv) (2) (31 C). (1) N FraccaroLi aggiunge a
questo punto la nota seguente che è vera- mente preziosa: « La &vzXoyix di
cui qui si parla è la proporzione: e di propor- si se ne danno tre specie
principali, cioè : 1) l’aritmetica, 2:4= 4: 6, il numero di mezzo è maggiore di
un estremo e minore dell'altro della quantità numerica (7) 7@ 2079 Zprbi@ tv
dnpuy Srspiyovor. zul brepeyo- Mmgonis SmrRrN, Expositio rer. mathem., p. 107,
ediz. Hiller: cfr. Jun, De amimae procr. in Timaeo, 15, è De musica, c. 22, $
210, esplicative a questo luogo nell’ediz. di Weil e Reinach (Paris, 1900, ,
nell'esempio citato sempre di due ; 2) la geometrica, 2: 4 = 4: 8, 3:9 9:27,
dove il numero di mezzo è tante volte maggiore di quante volte è minore
dell'altro (7 79 «D1@ 26y@ t0v dupwy 4. T. A p. 114): così nel secondo esempio
il 9 è tre volte il 3 ed è insieme un: | parte del 27; 3) l’armonica 6 : 8 = 8
: 12, dove il numero di mezzo | supera un estremo di una frazione di esso
estremo eguale a quella della quale essodallasna volta superato dall’altro ($ 9
2d79 pépa: x. 1. 2., ibid e ibid., ofr. PLut,, ibid., che però la chiama anche
brevavziz): nell'esempio addotto 1'8 è eguale a 6% 6 ed insieme è'eguale a 12—
1} 12. Nel definire le | proporzioni Platone muove sempre da! membro di mezzo,
perchè è quello £ ) costituisce il 2eo1éc che qui si cerca. In altre parole il
rapporto nella rzione aritmetica è di toévng nella geometrica di 72d767g, nella
armonica Lai Bam (ProcLE, Op. cit., p. 146 A-B). Col nome poi di &vaXoyia,
diceva | Adrasto (presso TroxE, p. 106; cfr. ProcLE, p. 145 C), si indica più
propria. mente la proporzione geometrica ; le altre sono dette genericamente
medietà, pusodiytae ». Op. cit., pag. 169, nota 1. (2) Qui si manifesta meglio
che altrove una connessione profonda di questo @ per modello il principio della
proporzione e congiunge tutte le ì E Ma con quale rapporto proporzionale
saranno riuniti in gli elementi del mondo che dovrà apparire, cioè diventare
sensi (32 A, B). Siccome, quando si tratta di numeri cubici o corpore secondo
Platone, i tre termini d’una proporzione continua ( un solo termine medio) non
bastano, ma occorre l’esistenza d quattro termini, così il demiurgo ricorre al
tipo della proporzion propriamente detta (con due termini medj diversi); e avei
già in poter suo, come fu detto, il fuoco o luce per la visib e la terra per la
tangibilità, considera questi due elementi comi gli estremi, l’acqua e l’aria
gli forniscono i due termini med principio della proporzione colla natura delle
idee che non parmi ancor avvertita a bastanza dalla storia della filosofia. È
noto che per Platone tutt le idee, benchè increate ed eterne, derivano
dall’unica e suprema idea de bene che è immanente in tutte. \ È noto. inoltre,
che le idee preesistono al mondo come eterni paradimmi della creazione di tutte
le cose, ma la loro natura sembra avvolta da in netrabile mistero. Ora, poichè
sappiamo che tutte le cose del mondo create sotto l'aspetto della proporzione e
che il demiurgo non ha fatto che imitare il tipo eterno delle idee come norma
universale e necessaria suo lavoro, — perchè è bene osservare che tutta la
creazione è fatta su di esemplare, cioè guardando un esemplare —si deduce che
le idee mede sono preesistenti sotto l’aspetto della proporzione e che l’idea
suprema | Bene, immanente in tutte le idee deducibili da essa, è il simbolo
univers: necessario e ab aeterno di questo principio. Ad alcuni critici parrà
forse ch'io esageri la materia di questa rice; troppo di là dai giusti confini.
Ma chiunque consideri che in questa interp tazione analogica della dottrina
delle idee resta implicita tutta la logie della natura e del pensiero secondo
Platone, comprenderà l’importanza ogni investigazione generale atta a chiarire
per quali vie il pensiero gi sia giunto prima a vedere la connessione dei
problemi filosofici e scieni poi ad applicare deliberatamente all'operazione
fondamentale della ll quell’operazione fondamentale delle matematiche che
apparve al di Platone l’eterno paradigma dell'universo. Il maggiore
inconveniente di quest interpretazione è di attribuire allo stesso Platone una
dottrina sulla nat delle idee che egli non ha mai esposto apertamente. Ma la
paura mi sem maggiore del danno sia perchè si può dubitare che egli per restar
fedele a massima pitagorica che tutto non è da dirsi a tutti abbia voluto
manten il segreto verso i non iniziati sul punto più riposto e fondamentale di
il suo pensiero, sia perchè, in fondo, noi non gli attribuiamo punto un che gli
sia estranea, ma un’idea che sappiamo essergli appartenuta ce mamente e
costituisce, come si vedrà fra poco, il vero cardine filosofico tutta la
Cosmogonia del T'imeo. (V. per maggiore schiarimento : Un di Platone sopra
Vamima del mondo (Timeo, 35 A, B). Tip. Finzi, Co Emilia, 1909). 0 125 i e rubo il sensibile viene creato sotto
il tipo della propor- » seguente : Fuoco : Aria : : Aria : Acqua : : Acqua :
Terra formula in cui si riscontra passaggio dal più alto al più debole grado di
mobilità (1). « In questo modo e di queste cose di tal natura e quattro di
numero fu generato il corpo del mondo in sè consenziente per mezzo della
proporzione, e quindi ebbe insè amicizia (2), così che costretto insieme in sè
stesso divenne indissolubile da chiunque altro fuor che da colui che lo aveva
collegato » (82 C). | Quanto alla natura di queste quattro materie
fondamentali, | essa è ricondotta a quella delle loro materie costitutive
primordiali, cioè alla natura geometrica di queste. In questo Platone seguì
Filolao che, all’atomismo della scuola di Abdera, sembra aver opposto un
atomismo pitagorico (3). P (1) # Se il corpo dell'universo non avesse avuto che
larghezza senza pro- for un solo medio interposto avrebbe unito e sè stesso ed
i suoi estremi. poichè era necessario che il mondo fosse solido, e poichè i
solidisono sempre ‘uniti da due medj e giammai da uno solo, così fu che tra il
fuoco e la terra Dio pose l'aria e l’acqua e questo in un'armonia ed in
proporzioni così giuste o sta all'aria, come l’aria all'acqua, e l’aria
all'acqua come l’acqua erra », Timeo (32 A, B). In questo passo, che ha dato
origine a tante roverse interpretazioni, la spiegazione più accettabile è
quella del (Cfr. Op. cit., pag. 171, 174, nota 1). Cfr. anche la sottile
analisi Sopra un passo di Platone, « Atti R. Istituto Veneto », 1906, , pp.
204-209. La: ‘che tiene insieme l'universo, concetto Empedocleo, è qui at
precisamente come armonia, cioè come proporzione. Il lettore ‘uso che ne farà
in seguito Aristotele. Ai 4 elementi furon attribuite le forme fondamentali di
4 dei 5 corpi polari ; la forma cubica alla terra, quella del tetraedro (0
piramide) al fuoco ottaedro all'aria, dell'icosaedro all'acqua. Filolao aveva
assegnato quello del dodecaedro al fuoco celeste o etere, ma Platone senza
dubbio, per non oltre- sare la cifra dei termini della proporzione, forse anche
per evitare i penta- onî del dodecaedro, rinunciò a questo elemento, per
tornarvi, è vero, nella “sua ultima fase. È appena d’uopo avvertire che se la
forma piramidale è attribuita alle parti costitutive del fuoco, ciò dipende dal
fatto che le fiamme somigliano A E se ciascuna delle 6 facce del cubo può
dividersi in 2 triangoli rettangoli celi, quelle dei tre altri pretesi corpi
fondamentali sono composte di trian- ra e Pa. l'al'Leel eta . », ss et Quanto alla forma il demiurgo scelse
naturalmente la più b la più conforme alla sua natura, cioè la forma rotonda,
il ei per i piani, la sfera per i solidi. Ed anche in questo troviamo a; cato
lo stesso criterio della proporzione. Infatti, se guardi bene, perchè queste
forme sono ritenute perfette da Platone Perchè sono il simbolo della
proporzione. Tanto nel circolo qua nella sfera il centro è il medio d’una
proporzione, i punti circonferenza o della superficie sferica sono gli estremi
egualm eni distanti (raggi) da esso (1). L’eguaglianza dei raggi dà a ques
forma undique aequabilis l'eguaglianza dei rapporti (cadrémge. \6wy) in cui si
appunta la natura costitutiva della proporz Lo stesso si ripeta pel movimento
circolare attribuito dal demiury ai corpi dell’universo (33 B, 34 A). i
Passiamo ora alla formazione dell’anima cosmica. A questo scoj il demiurgo
mescola dentro un vaso tre porzioni in una propo zione determinata, cioè questa
ad imitazione dell’ essenza visibile, sempre identica (idea), quella ad imitazione
dell’essen divisibile, sempre varia (materia), e una terza conforme alle senza
intermedia, cioè dello stesso e del diverso, e così ottiene un sostanza unica
conciliatrice degli opposti (2). Poi divide nuovameni tutto questo in tante
parti quante bisognavano e tutte compost goli rettangoli scaleni, e della forma
più perfetta, secondo Platone, è pere questi corpi (acqua, aria e fuoco)
possono trasformarsi gli uni negli alti mentre la differenza radicale dei
triangoli della terra assicura a questo el mento un posto a parte » (GomP., II,
650). Vedi inoltre GuasTELLA, il quale, esponendo i caratteri che definisco)
l’idea del bene, anzitutto ricorda fra gli altri : l’ordine (t4£t, x6ojoc), l'a
fra i varj elementi d’un tutto, la proporzione (Fil., 64 d., 65 a., 66. Tim.,
87 c.-88-c.), il misurato (Fil., 64 d.-c., 66 a.-b.), ecc. ; quindi com
terminazione più precisa : l'appropriazione di ciascuna cosa alla sua funz sia
in quella forma che fu detta finalità d’uso o di appropriazione, sia in que di
finalità di piano (es. la proporzionalità fra i quattro elementi di cui è co il
corpo del mondo (Trm., 31 b.-32 c., 56 c., 69 b.) (GuastELLA, Op. cit., (1) Atò
xatovarpostèàc, dx péoov dvi mpòg toe tedeutdg tooy Armeov, U utò atopvescato,
mavimy Tsispratoy Gporérativ te aÙTÒ SALUTE GXMILATUY, (2) In questo passo mi
distacco completamente da tutte le tradi finora proposte (Plutarco, Timeo di
Loeri, Zeller, Natorp, Stallbaum, Archer-Hind, Ferrai, Acri, Bonghi,
Fraccaroli). Secondo me, il £ mig Apepioror x.t.A. dipende da un xatà A6yovo
navi cò rapddevypa chi essere o sottinteso, 0, come è più probabile,
direttamente ripristinato tl ha SERA a; T) ar» - ll see rmità dello stesso, del diverso e
dell’essenza intermedia, secondo l'ordine della doppia quaterna pitagorica (34
B, 36 D). Sette porzioni vengono sottratte dalla sostanza intiera in modo — che
esse stiano fra loro come i numeri : 1, 2, 3, 4, 9,8, 27, fra i | quali è
facile vedere che si aprono sei intervalli, tre doppj (1-2, 2-4, 4-8), prima
quaderna 0 tstparntis e tre tripli (1-3, 3-9, 9-27), se- ‘conda quaderna, che
fusi insieme formanolaserie : 1:2 :3:4 19: 8:27 dove il settimo numero è uguale
alla somma dei primi sei. Questi intervalli sono poi riempiti con altre
porzioni staccate dal tutto, in guisa che in ogni intervallo siano due med]
proporzionali (in proporzione armonica la 12, aritmetica la 2) e risulti infine
l’anima del mondo armonizzata come le corde di un octacordo diatonico dorico.
Tutta questa composizione in seguito si dispiega ‘come una serie continuata di
rapporti proporzionali, applicati alla ‘testo malgrado che nessun Codice lo
riporti. Questa interpretazione ellit- tica ha il vantaggio di farci capire, in
primo luogo, come il Demiurgo non prenda alcuna parte di ciò che è
indivisibile, perchè è ben natu- ralechel’indivisibile non resti diviso, e
tuttavia tenga conto della natura dell'essenza indivisibile e increata ; in
secondo luogo come non sia il caso li dare tre significati al termine odote :
1° essenza, sostanza ; 2° modo di essere prietà ; 3° risultato, unità, come fa
il FRACCAROLI, seguendo in parte lo a, per far dire a Platone che Dio creò
l'anima « partecipe del modo di ciò che è indivisibile, e del modo di essere di
ciò che è divisibile, i modi si fondono in essa in una sola unità » (Op. cit.,
pag. 181, nota). famo già, forse, che per Platone tutta la creazione è sempre
fatta a contemplazione degli esemplari, cioè paradimmaticamente, xatà unque per
ottenere il senso ragionevole che ci sta a cuore, non ‘che da non abbandonare
mai questo criterio paradimmatico. Col- izione del xaxà X6y0v tutto il periodo,
del resto. perde lo sforzo che ora è tanto evidente e sì attribuisce alla difficoltà
di esprimere un'idea nuova, mentre manca la formola. Da tutti i punti di vista
insomma la proposta offre nna spiegazione più che sufficiente. Oîr.il passo:
&xov pèv odv &v è Byuevpyòs npòs tè xarà taòtà Eyov RASmwY | dal,
xotobtip tivi mpocypdpevos napadelyivaz (v, 28 A). D'altronde i passi col
genitivo preceduto analogamente da metà tè napddarpa 0 èvà X6yovo quow sono
numerosissimi nel 7imeo. (Confr. 38, B. €. XIII 51, C). Finalmente che per
Platone « tutto il mondo (compresa quindi l’anima cosmica) sia solo una imagine
#ye)pe di qualche esemplare màpd3swyne e non una sostanza ori- ginaria è
provatissimo per copiose ed esplicite dichiarazioni. Cfr.: « torna solutamente
necessario che questo nostro mondo sia imagine di qualche osa » (v, 20 B.). doppia quaterna pitagorica e in tutto
partecipe di ragione armonia (35 B, 36 D). Un’ altra applicazione dello stesso
principio indicata ostuli mente nel T'imeo ed esprimibile analogamente, si
riscontra nel creazione del tempo (37 D, E 38 C). Invero, perchè il temwi
creato dal demiurgo, è chiamato imagine eternale dell’eterm Questo luogo deve
porsi in connessione col solito principio proporzione, perchè se anche il tempo
fu creato secondo il mo (le Idee) che è per tutta l'eternità, e se il modello è
proporz risulta che è proporzione anche il tempo, cioè conciliazione ne medio
di estremi opposti, il che appunto si fa manifesto quande | cose si pongano
sotto la forma seguente : Passato : Presente : : Presente : Futuro ove
l’anteriorità e la posteriorità sono gli estremi opposti ei presente è il medio
conciliativo, dalla duplice fronte. Segue la creazione degli astri, misuratori
del tempo, plas sopra lo stesso modello, docile alle leggi costanti della
propor universale (38 C, 39 E). ì, Non avendo lo scopo di fare un semplice
elenco di tutti i passi di Platone in cui si parla della proporzione, ma solo
come notai altrove. una scelta di citazioni proprie a caratterizzare un punto
essenziale del suo pensiero in intima relazione con un’idea che ha già fatto
tanto cammino nella storia, mi limiterò aricordare che, fra le molte
applicazioni del principio analogico, quasi tutte di carattere pita- gorico,
merita speciale menzione quella dell'armonia delle sferé Come nota
profondamente il Gomperz, Platone suppone che ici descritti dai pianeti siano
separati da intervalli che assieu l'armonia dei toni prodotti dalla loro
rivoluzione. Come il ciel pitagorico, quello di Platone, e quindi l’anima del
mondo che vi diffusa, è «tutto numero e tutta armonia » (1). In altri termini,
0! i! (1) Mi rincresce di non aver potuto consultare l’opera del Booxn (K1.Si
chri ten, 111, 135-89) sui fenomeni musicali del cielo di Platone e sull’anima
un sale diffusa in esso, tanto encomiata dai migliori storici della filosofia
Come fu già detto a proposito di Pitagora, secondo Helmholtz tale armoni
risulta dal moto dei pianeti giranti attorno ad un centro in distanze P zionali
a rapporti numerici semplici come quelli degli intervalli cons in una corda
musicale. 296 e il Guastella (1).
«l’anima cosmica comprende in sè i rapporti arm ionici e matematici del sistema
astronomico ; infatti essa è divisa în parti proporzionali ai numeri del
diagramma musicale, e poi in 4 Aerchi rappresentanti le rivoluzioni degli astri
e di cui quelli che rappresentano le orbite dei pianeti sono proporzionali ai
numeri fondamentali del rapporto stesso ». Segue la creazione degli Dèi che,
terminata l’opera del demiurgo, devono concorrere nella creazione degli esseri
animati e rappre- sentano quindi l’azione continua della divinità nel governo
dell’uni- verso. E ancora una volta la genealogia divina avviene secondo il
principio della proporzione, perchè dall’imeneo del fuoco e della terra
(elementi estremi) nascono tutti gli Dèi dell’aria e dell’acqua (medj),
collaboratori e custodi dell’armonia universale (389 E-40 D). Ma anche la
creazione degli esseri mortali viene compiuta secondo lo stesso principio,
poichè quella parte di essi che deve durare ‘perennemente (anima razionale) è
creata direttamente dal demiurgo, (41D-E), l’altra parte invece (corpo) vien
creata direttamente dagli Dèicreati, e costituita dai quattro elementi,
affinchè si rispetti sempre . il principio della proporzione — (42 E -44 C). Ed
anche nella crea- zione degli organi particolari del corpo tutto accade in
confor- mità dello stesso principio (44 D-45). Prendasi, ad esempio, il feno-
‘meno della vista, il quale si spiega col congiungersi del fuoco visivo esce
dall’occhio col fuoco esteriore (0 luce) che esce dagli oggetti allora
incontrandosi simile con simile (cioè fuoco con fuoco), ngiungendosi, risulta
un corpo solo nella direzione visiva conforme, cioè proporzionata, alla natura
dei due fuochi, esteriore e l’interiore, tra i quali sta come mezzo,
partecipando | dell’oggetto esterno (corpo) per la parte del fuoco esteriore, e
dell’og- getto interno (anima) per la parte del fuoco interiore (45 B. 470). |
Lo stesso principio si applica nella formazione dell’imagine sugli | specchj
(46 A, B, 0). Lo stesso si ripete pel senso dell’udito (47 C, D); | al quale
proposito Timeo ricorda che l’utilità che si ritrae dalla musica è prodotta
dall’armonia, la quale non è mai altro che pro- porzione e rapporto, e ci fu
data non per soddisfazione d’un piacere irrazionale (èp° 72ovjy &oroy),
comè si ritiene comunemente, ma per ricondurre all’ordine e all’accordo.con sè
stesso il periodo dell’anima, (1) GuasTELLA, Op. cit., carta 292. 17 —. Vi in noi discordante. « E così il ritmo ci è
dato allo le aiuto per la disposizione sfornita di proporzione, di modo che è
nella maggior parte di noi» (47 E). Con non diverso intendimento, dopo ciò,
Timeo ritorna indietro per determinare la natura dell’elemento della necessità
trascura ; nel discorso della creazione: « perocchè la generazione di questo.
mondo fu mista di necessità e d’intelligenza» (48). E questa digres- sione è
ben naturale, perchè, data la proporzione è data la dedi zione necessaria d’un
rapporto da altri rapporti. Facendosi alla trattazione del suo ragionato
discorso (Aoytodste..... \é0s) (52 Dj rammenta che i quattro elementi i quali
entrano da prima ne D ano fuor di ragione e di misura — dA60s va apsrpos — da
un ventilabro vengono poi ordinati a ella proporzione in cui Dio pose
l’àv&e n. Questa interpretazione è per me veramente chiarissima ed essenzi.
tanto più che Timeo stesso avverte : « Che poi Iddio abbia form queste cose
nella maniera più bella e migliore che era possibile, da ben differenti che
erano, anche questo si tenga semprè per 8 ot tinteso nei nostri discorsi sopra
ogni cosa » (58 B), e noi sappiamo che già il più bello e il migliore dei
legami, per Platone, è la propor= zione (Cfr : dsopoòy dì nAdMotog %. T. di.)
(81 0). Ed entro questi limiti séguita ad avvenire tutta la trasformazione.
della materia (56 C- 61 C) con la varietà dei tipi che nascono & I diverse
forme, i congiungimenti e gli scambj reciproci, dei qua ii non sarebbe
conveniente trattare qui in modo particolare. Del pari la teoria che segue,
intorno le sensazioni, è tutta sostenuta e illuminata: dal principio della
proporzione. Si veda sopratutto la discussione sulla gravità la quale è per
Platone determinata dalla virtà che hanno i quattro elementi: terra, acqua,
aria e fuoco, di attirare & sè ciò che loro somiglia, virtù che agisce in
proporzione diretta della massa (62 C-63 E). Anche la teoria delle affezioni in
generale (64- 65 B) e di quelle speciali a singole parti del corpo (65 B-66 0)
resterebbe inesplicabile, se si staccasse da quella complessità di applicazioni
del principio di proporzione che l’ha generata qu è, benchè non si lasci più
discoprire così superficialmente. Ma ciò dipende anche dalla esposizione in
generale aggrovigliata e con 3a di questa teoria psicologica che talora mette
alla disperazione il traduttore. Nondimeno il concetto della proporzione
ricompare, 130 per avventura stesso fine, qua spazio ed er sebbene gettati come
congiunti secondo qu a proposito delle
sensazioni gustative, ove si acido, ad esempio, può solo prodursi quando
’incontrino in guisa da avere una certa porzione (Eopetpiav Èyovta) (66). Una
spiegazione analoga si riscontra nella teoria dell’olfatto, perchè si sostiene
che le quattro specie elementari, finchè restano nel loro stato normale, non
dànno odore « nessuna specie è proporzionata in modo che debba avere un qualche
odore » (66 D), appunto perchè non sono con gli organi ‘olfatto in quella
proporzione che è necessaria all’effettuarsi della percezione. La stessa teoria
è confermata a proposito delle tive e visive. Perla teoria della visione — ad
esempio per così dire, ® galla, | nota che il gusto dell’ le parti necessarie
all'uopo 8 sensazioni audi _ si afferma che i colori sono “ fiamma che emana
dai singoli corpi costituita di particelle proporzionate alla visione in modo
da essere sentite » (67 D). Da queste e siftatte applicazioni particolari, non
sempre infeconde, dello stesso principio, Timeo ritorna alla crea- anima dell’uomo,
ed ecco come pone al suo discorso un da con ciò che precede : « Come dunque s'è
detto anche dapprima, in queste cose, che erano senza ordine (&ràztws), Dio
pose proporzioni in ciascuna e con sè medesima © colle altre, quante e dove era
possibile che fossero corrispondenti e proporzionate. ra cosa che potesse
convenire con proporzioni aso » (69 B). Quindi è naturale che anche tituzione
di tutto zione dell’ capo che s’accor Poichè allora non v'e e con misure, se
non per © Ja collocazione delle parti, la descrizione della cos la
distribuzione e l'ufficio, siano spiegate ora direttamente imente collo stesso
principio che prima pone gli opposti, , 0 meglio li concilia col porvi
frammezzo qualche cosa: Ùc tÒ | iv adeoy cudéyese, (69 C-72 D). Posta, ad esempio,
la ge- nerazione del midollo come principio alle ossa, alle carni e & tutto
ciò che è di simile natura, ecco come sì spiega questa stessa | generazione del
midollo, « Coi triangoli, quanti v’erano elementari non torti e lisci, Iddio...
mescolandoli fra loro in proporzione, per produrre il seme comune necessario a
tutto il genere umano, fece il midollo » (73 B, C). E così avviene per la
creazione della parte ossea e delle carni ; finalmente anche la creazione dei
vegetali, necessarj al mantenimento dell’uomo, soddisfa alla medesima esigenza
(77 A, C). Quanto alle funzioni della circolazione sanguigna, della digestione,
della nutrizione e della respirazione (77 C-79 E) assai più difficilmente si
può riscontrare l'applicazione del noto a È principio di proporzione, sebbene le
difficoltà non siano insupera Ma al fondamentale principio si ritorna sia
perribadire la controvei teoria sulla proporzione del suono, sia per spiegare
lo scorrere delle. acque, la caduta del fulmine, l’attrazione del magnete ed
altr meraviglie in conformità del criterio dell’attrazione del simile & al
simile, che serve parimenti per chiarire il crescere e il decadere del corpo
umano (80-81), il quale, essendo niente altro che un mie o. cosmo, segue leggi
analoghe a quelle del macrocosmo. Ma l’applica- zione dello stesso principio
continua nella trattazione delle malattie. così del corpo (82-86) come
dell'anima (86 B-87 B), derivanti a alterazioni della proporzione dei quattro
elementi dei quali il corpo. è compaginato. Si consideri infatti il passo
seguente : « Noi affer- miamo invero che solo quando s’aggiunga e si tolga la
stessa cos alla stessa cosa, nello stesso senso, nello stesso modo ed in
proporzione avverrà che la cosa rimanga ancora la stessa riguardo a sè stessa e
intiera e sana. Ma ciò che non s’accordi con queste condizioni, sia in meno sia
in più, produrrà cambiamenti differentissimi 6 malattie e danni senza fine »
(82 B). Poco più avanti si ribadisce il concetto che il sangue deve essere «
proporzionato in sottigliezza e densità affinchè possa circolare liberamente
nelle vene » (85 ©) Un altro impiego veramente notevole dello stesso
principiosi trova nella trattazione dei rimedj sia per le malattie dell’anima
sia per quelle del corpo. « Tutto quello che è buono è bello e il bello non si
dà senza proporzione ; quindi anche l’animale che ha da esser tale, deve essere
supposto proporzionato. Ora noi percepiamo e misu-. riamo le proporzioni
piccole, ma non ci rendiamo ben ragione delle. più importanti e delle più
grandi » (87 C). Invero riguardo alla salute e alle malattie, alle virtù e ai
vizj, nessuna proporzione o spro- porzione (ébpperpia xaì dpetpia) è maggiore
di quella dell’anima. rispetto al suo corpo. } Della qual cosa noi non ci
avvediamo, e non pensiamo che quando un’anima forte e grande in ogni sua parte
sia sorretta da un corpo, più debole e più piccolo o quando anche queste due
cose siano cone giunte in maniera inversa, l’animale intero non è bello, peroce
è sproporzionato nelle proporzioni essenziali, e che l’opposto questo caso
invece è più bella e più mirabile vista, per chi la sappia contemplare (87 D).
Collo stesso principio naturalmente è spiega Ù la bruttezza dei corpi, che è
sproporzione e causa d° infiniti gue Ì Li Sn reti it: | | a) è l'ignoranza, che è la più grande delle
malattie (88 B); samente sono tracciati i limiti all'educazione dell’anima ;
non soverchi il corpo; © « conforme a questi stessi principj » | sono indicate
le cure igieniche per le singole membra, limitando | ciò che avviene
all'universo (88 C, D); il tutto insomma, sempre sinsta il discorso (xatà toy
apéodey )60v) che fu tenuto prima a proposito dell’universo (88 E). Queste
ripetizioni sono da attribuirsi al testo cheè veramente riboccante delle frasi
seguenti : « conforme aragione», € analogamente a ciò che si è detto prima », «
conforme a o che abbiamo detto molte volte »; le qualisiriferiscono quasi
sempre al principio di proporzione. Notevole ancora è il consiglio che si dà
per la cura di quelle tre specie di anime che hanno sede dentro di noi: « si ha
da curare che tra loro abbiano i movimenti proporzionati » (90 4); e
quell’altro : « l’anima intellettiva dell’uomo deve studiarsi di somigliare
all'anima del mondo » per rispettare | l’armonia, cioè la proporzione
dell’universo (90 D). Le ultime applicazioni dello stesso principio si
riscontrano, verso il termine del dialogo, nella teoria dell'amore della
copula. Come l Lai prima fu detto che il disordine, il vizio, il brutto, la
malattia | è sproporzione, opposizione insoluta, anarchia, prepotenza sfornita
di ragione, ecc., così ora si giudica dell’apparato genitale degli uomini il
Je: « fatto disobbediente e prepotente, come bestia sfornita one, vorrebbe
soverchiare tutto coi suoi appetiti furiosi » , e analogamente delle donne per
tutto ciò che si comprende ‘nomi di matrici e di vagine (91 C). Ed anche la
storia delle | incarnazioni, traverso cui passa l’anima peccatrice, solo col
principio che tutte le forme via via assunte sono proporzionate alle abitudini generate
dalle sue (91 E-92 B). Da ultimo, quando si riassumono in brevi parole lusioni
del discorso sull’universo e si dice che «il mondo ‘animale visibile,
comprendentele cose visibili, imagine dell’intel- ligibile, cioè somigliante al
suo creatore, Dio sensibile massimo ed ottimo, bellissimo e perfettissimo ; il
mondo uno ed unigenito » (92) esi ricordano tutti i luoghi citati per la
dimostrazione della nostra tesi che sono veramente decisivi, e si apprezza la
gene- ralità e la coscienza meravigliosa dell’applicazione, si sente che tutto
il Timeo non è altro che l'apoteosi filosofica del principio universale della
proporzione. 1894 $ 114, — Rimane quindi evidente che questa idea non è
semplice gioco della fantasia, ma assume per Platone il più alto valore filosofico,
poichè vediamo che egli la pone alla base della spiegazione del mondo e, in
ultima analisi, la fonde colla suprema idea del Bene, che è immanente in tutte
le idee increate ed eterne che derivano da essa. ., Da questo punto di
prospettiva si scopre come il motivo e il signi ficato del filosofare platonico
sia qui inteso in modo profondamente 5) diverso dall’ordinario ; perchè se,
come ognun sa, un’interpreta- zione paradimmatica delle idee di Platone è
tutt’altro che nuova nella storia della filosofia, come quella che si fonde
coll’interpreta-. zione teistica diffusa nell’antichità tra i neoplatonici,
accolta daî padri della chiesa e in tutto il medioevo, e anche oggi sostenuti
da; valorosi espositori come il Trendelenburg, lo Stallbaum, il Rosmini, il
Fouillée, lo Stumpf, il Rettig, il Bertini, il Krohn, il Dieckk | Cousin, il
Janet e in parte anche Enrico Martin (1); all’incontro si può dir nuovo il
tentativo di fondare l’interpretazione critica e storica della teoria platonica
delle idee sul principio della propor- zione, perchè ciò importa una vera e
profonda trasformazione dot- trinale di tutto il Platonicismo. Non è qui il
luogo di discutere se. l’interpretazione teistica o la panteistica o
l’ateistica o altre sif- fatte ricevano più 0 meno soccorso da questa
prospettiva. Basterà. ricordare che se, per un'ipotesi ardita, vogliamo
considerare ; Timeo come il vangelo di Platone, questa sola frase sarebbe
capace di esprimerne la sintesi suprema: « In principio era la proporzione.
(A6105) e la proporzione fu il sigillo (velut sigillum mazim dell’universo ». Ma ritorniamo ancora un istante alla dottrina
delle idee per fornire un altro appoggio alla nuova interpretazione, Gli autori
che, seguendo Aristotele, ammettono l’inefficacia delle id platoniche
sostengono che l'impotenza di questa dottrina deriva dalla trascendenza
dualistica la quale, come osserva il Chiapia costituisce il fondo della
dottrina delle idee ed è seriamente espressa senza velo di metafora in molti
dialoghi platonici (2). Invenii 1 (1) CHIAPPELLI, Della interp. pant., ece.,
pag. 11. | (2) In., id., pag. 142 e segg. PARTE TERZA — CAPO II 185
‘Peichmiiller, pel desiderio di trovare che Platone ha oltrepassato il
dualismo, proclama che la critica aristotelica è eristica, sofistica
eadirittura falsa, ora per maligno intendimento, ora per incapacità
speculativa, a pena concedendo che, in alcuni punti, non sia del tutto
immeritata giacchè « chi parla per metafora si espone ad essere male
interpretato » (1). Data l’interpretazione sia aristotelica sia
teichmiilleriana delle idee platoniche riguardo al rapporto tra le idee e le
cose (p.é0eft<) e tra le cose e le idee (pip0t5), e concesso che Platone non
abbia mai determinata la vera natura di questo rapporto, la critica
aristotelica resta in piedi, malgrado tutti gli sforzi contrarj. Ma la cosa cambia
quando si riconosca che la vera natura di questo rapporto fu chiaramente, e a
più riprese, indicata da Platone e riposta nel principio della proporzione.
Allora « dire che le idee | sono esemplari (rapadstjuara) e che l’altre cose ne
partecipano (pscéyst) » non è più perdersi in vane metafore come afferma
Aristo- | tele (xavoXoysiv Sort vai petapopàs ew rowradc); allorasi capisce
come ‘un'idea, essendo una, si trovi poi moltiplicata nei diversi esseri ;
<A0S come, per la metessi, l’uomo, essendo uno, possa partecipare a più idee
; e come, una essendo l'essenza delle cose d’un determinato genere, si possa
nondimeno dare la differenza. Determinata la natura | proporzionativa
dell’esemplare, il rapporto della metessi e della i nesi riceve dunque un’illustrazione
sorprendente e si accampa il più grave argomento contro la critica di
Aristotele. Ma non o il luogo nè il compito di trattare distesamente della que-
e. To insisterò soltanto nel ripetere che, oltre all’incompren- 8 inganno di
Aristotele sopra questa dottrina della proporzione indubbiamente sostenuta dal
maestro, inganno di cui egli seppe | approfittare in modo maraviglioso perchè
si guardò bene dal con- | siderare il principio Pitagorico e Platonico della
proporzione come una pura metafora, che anzi l’adoperò come perno di tutto il
suo sistema filosofico, nemmeno i più ardenti sostenitori del platoni- cismo
sono stati capaci di liberare il maestro da quel velo di metafore che fu
intessuto immeritatamente sopra la dottrina fondamentale dell’esemplarità delle
idee. La testimonianza d’Aristotele è perciò sempre concorde a sè stessa nel
nascondere, non nell’esprimere, la (1) Cnrarretti, Della interpret. pant., p.
143. "resa ® genuina natura di quel
principio della proporzione universale Platone, spirito profondamente
ossequioso alla tradizione este matematica e filosofica della Grecia, mutuava
dai più antichi pe satori e, fondendolo col principio dell’esemplarità eterna
delle idee, poneva di fronte allo stesso Demiurgo affinchè, meditandolo, pro:
cedesse alla fabbrica dell’universo (1). $ 116.— E così seguendoildelicato filo
dell’analogia furono esami nati sommariamente gli scritti più importanti di
Platone in cui sicura ed ampia notizia della proporzione. Se ora gettiamo lo
sgua su tutte le applicazioni platoniche del principio della proporzio:
restiamo colpiti profondamente dalla straordinaria ricchezza de interpretazioni
escogitate, ricchezza che si manifesta non sole nella varietà dei fatti a cui
si rivolse, ma ancora e non meno nella maniera di proporre la soluzione dei
suoi problemi. Quantunqu in pochi casi fondamentali sembri che Platone si sia
allontanato da grande principio pitagorico della proporzione, bisogna convenire
che (1) La questione qui indicata (proporzionalità esemplare delle idee) nom
deve essere confusa colla questione del mépug, significante i rapporti mati
matici (identità del rép2< e delle idee), che fu già tanto agitata dai
critici più autorevoli come il TRENDELENBURG, lo SraLLBAUM, il SUSEMIHL, ld
SreinnaRmT, il RetTIG, il DIECK, il BeRTINI, lo ZELLER, il TEICHMILLER ed
esposta magistralmente dal CmiarpeLLI. I critici di Platone non ham a parer
mio, tenuto in quel conto che merita la proporzionalità che co tuisce la vera
natura delle idee esemplari e trascendenti di Platone, seguendi pur troppo la
falsa interpretazione di Aristotele. Scossa l’interpretazion tradizionale della
filosofia platonica, non c’è nessuna ragione di negare il principio della proporzione,
ora sotto l'aspetto della pé0sfw, p giante nel Fedone, nel Fedro, nel Convito e
nella Repubblica, ora sotto l'engli ite della pipmow, primeggiante nel Timeo e
in genere nei dialoghi tardivi, di stione della metessi e della mimesi, ci
porge il filo conduttore per l’appre ZZ. mento delle varie fasì della
speculazione platonica e rappresenta in pat tempo ciò che v’'ha di più profondo
in questa filosofia. Così ci abitueremi a ritenere che la comparsa, ad es.,
della metessi e della mimesi è, ad un temp comparsa del principio della
proporzione cioè del principio che salva la 60 renza del sistema platonico
combinando insieme le due teorie (Cfr. del r quanto osserva il Tocco nell’Op.
cit., p. 405), rispondendo vittoriosam alle critiche degli oppositori (Tocco,
Op. cit., pag. 465) senza introdurre ui modificazione esagerata nella teoria
delle idee. di più nella matematica e
nella filosofia. Questa tesi non ha che li pparenza del paradosso. Infatti non
si riesce ancora a capire hè Platone, che in tanti casi non indietreggia
davanti alle Miciizioni estreme, anzi dalle maggiori difficoltà, viene spinto
quasi | sempre a volare nei regni della poesia o a dominare le opposizioni
servendosi del grande principio della proporzione, non sia stato una sola volta
capace di avvicinare la deduzione logica alla deduzione — matematica; intendo
dire il sillogismo all’analogia. Come mai, | mentre egli riuscì così bene a
stabilire che la dialettica è un pas- saggio continuo di idee a idee per via di
idee (1), che il carattere essenziale della scienza, oltre all’astrattezza e
all’universalità del- l’oggetto, è l’incatenamento deduttivo delle
proposizioni, mentre riuscì ad istituire un paragone tanto assennato fra il
metodo dia- lettico e il metodo matematico in tanti luoghi e segnatamente nel
libro VI e VII della sua Repubblica, mentre sentì, con tanta origina- lità, la
bellezza del grande principio della deducibilità di tutte le idee da una idea,
mentre egli tenne insomma il principio della pro- | porzione universale come il
Musagete della sua filosofia, come mai nel campo della logica non sorpassa
quasi i lavori e i presentimenti | degli antichi fisiologi ? Nessuno al pari di
Platone seppe elevare a pente, per così dire, dal genio stesso del popolo
greco, niuno e così fecondamente i due genj della matematica e della equivoci
tanto pericolosi, che la ragione vacilla, e le assisi della logica come
scienza, restano ancora, non dico da raggiungere, ma solo lon- tanamente da
intravedere. Egli è che in Platone i rapporti fra i fatti logici e i fatti
matematici non sono ancora giunti a quella coscienza maturata nel vero e comprovata
dalla pratica d’un principio e d’un metodo comune, fuor dalla quale, una
dottrina non si fonda per l’av- venire. C'è in Platone un lavoro immenso
accumulato dalla tradi- | zione precedente e dal contributo preziosissimo del
suo pensiero, ma il principio fondamentale della sillogistica non si trova che
in uno stato latente, perchè il filosofo resta troppo fedele all’assimila- (1)
PLarone, Pol., $ 50, n. 4. 18 — PASTORE, SiMlogismo e proporzione. ” n zione del rapporto logico al rapporto
ontologico e la contemplazione estetica e metafisica della logica della natura
finì per impedirgli la conoscenza analitica della logica della ragione. La
logica, come scienza pura, non sarà, finchè non compari Aristotele, il
dominatore dell’immenso materiale accumulato dalla tradizione, l’assimilatore
delle verità apparentemente più dive della scienza, il quale non porterà il
principio dell’analogia dentro sè stesso come un cadavere della memoria o come
una fonte delle più poetiche fantasie metafisiche, ma ne formerà la base d’ogni
cal- colo deduttivo, la forma più tipica e compendiosa dell’umana ra gione. .
$117.— I risultati a cui siamo pervenuti ci indicano la direzione delle
ulteriori ricerche. L'importante per noi sarà di determir are semplicemente la
presenza di quelle nozioni scientifiche che sond necessarie all’interpretazione
analogica della teoria del sillogismo in guisa che, quando passeremo alla
teoria di Aristotele, non vi sarà da modificare nè da aggiungere nulla nella
teoria dell’analogia. cui quest’esame storico-critico ci avrà condotto. ‘Tra
Platone ed Aristotele il posto più importante perla teoria che ci interessa è
occupato da Eudosso di Cnido (405 0 408 - 355 o 352), chiaro filosofo, uomo
politico, medico, matematico, astronomo, p DI giovane di Platone di una ventina
d’anni e suo discepolo, il quale passava per uomo di eminente saggezza e fu
apprezzatissimo da Aristotele che ne fa spesso menzione in più passi dell’Etica
e della Metafisica. | Uno scolio anonimo sopra Euclide, forse proveniente da
Proclo ( L A dice che il libro V di Euclide, che contiene la teoria delle
proporzio i concepita generalmente e come applicabile all’aritmetica, alla mu:
sica ed alla geometria, è un’invenzione di Eudosso. Dal Sommaria di Eudemo
apprendiamo che Eudosso «aumentò per primo il num dei teoremi detti generali ;
aggiunse tre nuove analogie alle tre tiche (2) e fece progredire le questioni
relative alla sezione, questioni sollevate da Platone e per le quali egli fece
uso d’analisi ». 4
(1) Knoc®z, Untersuchungen dber die nevaufgefundenen Scholien € Proklus zu
Euclid's Elementen. Herford,
1865. (2) EupeMo RHoD, frag. 84,v. « xaltaî tprolv avaroyias AXRE mpoosters).
hf tre antiche analogie, come fu già detto, erano l’aritmetica, la seometrica e
l’armonica; quelle di Eudosso — secondo il Tannery- n sonodefinite colle
relazioni seguentitrail medio m e gli estremi a>b: =" gi m_—-b m m_—b
Quali sono le questioni relative alla sezione ? Secondo il Tannery (1) si
tratterebbe della sezione dei corpi ro- tondi (solidi) e dei lavori che
preludiarono l’invenzione delle coniche, secondo il Bretschneider, che in
questo segue l’opinione general- mente ammessa, si tratterebbe invece della
sezione in media ed estrema ragione. Sarebbe ora superfluo citare qui tutti i
contributi portati da | Eudosso al progresso delle scienze esatte, dopo che
abbiamo già di- ‘chiarato di non volere uscire dal campo limitato della
proporzione. Ma le poche notizie riferite su questo argomento sono ampia-
‘mente sufficienti a dimostrarci che l’opera di Eudosso fu, senza ‘dubbio, una
delle fonti matematiche più preziose da cui Aristotele | prese il materiale
analogico per la sua opera sillogistica, senza eselu- dere naturalmente che lo
stesso Eudosso si sia valso non poco degli studj di tutti i matematici
anteriori e segnatamente di Platone che, ‘oltre ad essere maestro di Eudosso,
muore una decina d’anni dopo, e ‘appare dal Z’imeo, scritto molto probabilmente
verso il fine sua lunga vita, si mostra fornito di tutte le nozioni mate- è che
troviamo nelle opere di Aristotele. | $118, — Sappiamo da Nicomaco di Gerasa,
pitagorico della fine | del 1 secolo d. C., autore della fortunata Introduzione
dell’aritme- tica e forse anche dei Z'eologumeni dell’aritmetica (2) che
Speusippo, figlio diPotone sorella di Platone, il quale succedette nell’
Accademia | prima di Senocrate (348-340) e vî rimase per otto anni, non cessò
di studiare particolarmente le lezioni dei pitagorici e sopratutto gli (1)
TAnNERY, Za géom., pag. 76. (2) Operetta perduta, nota per l’analisi di Fozio,
nella sua Biblioteca, e ‘per alcuni estratti del rv sec. d, C. d’un libro
anonimo che ha lo stesso titolo. «Sopra
i numeri pitagorici » (1). Nella prima metà di quest’oper egli tratta con rara
eleganza : « Dei numeri lineari, poligoni, piani e solidi d’ogni sorta ; «Delle
cinque figure che si attribuiscono agli elementi del mondo, delle loro
proprietà particolari e correlative ; « Della proporzione continua e della
discontinua » [wspt] dva Noia te zai dvazoondias. Il Tannery in un rapido cenno
sulla dottrina delle proporzioni secondo Speusippo fa osservare giustamente che
il termine dvaMotta designa per l’ordinario la proporzione (in generale
geometrica) tr tre o quattro termini. Ma frattanto si vede che Speusippo lo
impie nettamente per designare una progressione per differenza che qualifica
per prima analogia ; dunque egli deve intendere per logia una progressione
(senza limitazione di numero di termini) aritmetica (prima analogia), sia
geometrica (seconda analogia). termine àvaxo)0v8i2 può quindi ricevere una
spiegazione facilissi Sarà una proporzione aritmetica o geometrica tra quattro
termini (0 una serie di proporzioni fra un maggior numero di termini) formanti
progressione. Così le proporzioni discontinue 2299 bu 6, 312: 8:16, dette più
tardi analogie tra quattro termini, sarebbero state chiamate da Speusippo
anacolutie (2). Senza entrare nella di- scussione di cotesta terminologia, a
noi basterà rilevare che, sie- come dal frammento di Speusippo, in cui troviamo
l’abbozzo del l’aritmetica pitagorica, l'argomento della prima parte del libro
attesta sufficientemente che l’aritmetica pitagorica sorpassava glè il quadro
in cui — a detta dello stesso Tannery — si restrinse în s@= guito Euclide e si
stendeva propriamente in quello riempito da Nicomaco, così risulta ad evidenza
che noi non abbiamo punto bisogno di consultare Euclide per avere informazioni
intorno # la teoria delle proporzioni posseduta da Aristotele. (1) SENOCRATE
seguendo l'esempio di Speusippo serisse pure due libri : Sopra i numeri e
Teoria dei numeri (D1oG. L., 1v, 3). (2) TANNERY, P. l’Wist., pag. 374-375 (in
nota). | , — Guidati dallo sviluppo storico della dottrina della pro- N rzic
ne, abbiamo seguito il pensiero greco fin dall’origine nei punti eulminanti
della sua attività, ed ora siamo in grado di conoscere abbastanza bene lo stato
d’animo dei filosofi prearistotelici rispetto all’argomento che ci interessa.
Da Pitagora a Platone vedemmo che tutta l’opera dei filosofi rivela lo sforzo
di riattaccarsi al pensiero fondamentale della Grecia di cui, in modo
particolare, Platone ambisce, nella sua straordinaria modestia, di mostrarsi il
genuino continuatore. Qual era il pensiero fondamentale della tradizione |
filosofica greca ? il principio estetico e matematico della proporzione. Eeco
perchè quest'idea divenne la più abituale e la più famigliare a Platone, e
l’assimilazione spontanea di tutti i fatti dell’universo | a questo solo gli si
impose con una forza quasi irresistibile. Vedemmo come Platone, esponendo la
teoria della proporzionalità immanente in tutto l’universo, trasportò
chiaramente questo disegno e queste intenzioni in quasi tutti i campi
dell’umana conoscenza. Questo renderà immensamente facile ad Aristotele la
transizione dal sistema dei numeri e dei rapporti nella proporzione a quello
delle idee e delle proporzioni nel sillogismo. Sarebbe infatti impos- sibile
comprendere le origini del pensiero aristotelico senza cono- scere la lenta e
fatale impregnazione dell’ambiente filosofico della Grecia. Ma bisogna
riconoscere che con Aristotele e nella sua Ana- o l’idea di proporzione
abbandona l’elemento ontologico, rientra nel campo delle operazioni esatte e
raggiunge un’applicazione stra- : | ordinaria. Finalmente vedremo che
l’Analitica di Aristotele fu la conseguenza necessaria dell’ Analogica
precedente; tuttavia la dimo- strazione di questo fatto completamente ignorato
dalla storia della filosofia, richiedendo la massima cura nei confronti, nei
passaggi e nella critica, ci occuperà più largamente di qualsiasi altra. A
questo riguardo quasi si potrebbe dire che le maggiori difficoltà da vincere
sono state erette dallo stesso Aristotele, il quale, dopo aver spogliato l’idea
della proporzione dall’ultimo vestigio d’inviluppo critico, e averla guardata
chiara e netta co’ suoi limpidi occhi, prima se ne Serve per gettare i
fondamenti della sua Analitica, poscia torna a | rivestirla di più
impenetrabili veli. $ 120. — Nel cosidetto Organo, cioè nei libri che
Aristotele dedicò ‘allo studio delle leggi formali del pensare, la definizione
del sillogismo si trova riportata tre volte : la prima nei primi Analitici, la
seconda nei Topici, la terza negli Elenchi sofistici : 18 « Il sillogismo è un
discorso, nel quale, poste talune cose, qualche cosa di diverso dalle (cose)
poste segue necessariamente, per ciò che esse sono » (1); 4 9a « Il sillogismo
è un d cosa di diverso dalle (cose) poste segue necess delle (cose) poste » (2)
; ga «Il sillogismo infatti si ricava da alcune (cose) poste ino guisa tale che
si conclude di necessità qualche cosa di diverso da (cose) poste, in virtù di
quelle (cose) poste » (8). « Syllogismus quibusdam colligitur ita positis ut
necessarie aliquid a positis diversum propter haec posita concludatur ». È
sempre l’identica definizione, ripetuta paro poche differenze verbali insignificanti.
iscorso in cui, poste talune cose, qualche. ariamente, per virtù la per parola,
salvo. la logica, tanto per Aristotele quanto per noi, $ 121. — Ora, poichè
diamo di risol è sostanzialmente una dialettica ed un’analitica, ve vere questa
definizione ne’ suoi elementi. A questo scopo serviamoci anzitutto degli
schiarimenti dello stess d Aristotele : « Quando io dico per ciò solo che esse
son poste, intendo che è & causa di esse che l’altra proposizione è
conclusa ; ed io intendo per questa ultima espressione che non v'ha bisogno di
altro termine per ottenere la conclusione necessaria (P. An., I, 1,$8). «To
dico dunque sillogismo completo quello in cui non è necessario alcun altro dato
all’infuori dei dati preliminarmente ammessi afa finchè la proposizione
necessaria appaja in tutta la sua evidenza (P.An., I, 1589). « Allorquando
(dunque) tre termini sono gli uni rispetto agl altri în un tale rapporto che
l’ultimo sia 0 non sia nella totalità del (1) Primi Anal., 1, 1, $3.
EvXXoyuopds dé ou 2606 èv ©, tedeviwy DI) Ertspoy tr TOY ueuivoy sE Avayane
aupfaivar, TG tadta siva (2) Topici, 1, 1, $ 3. “Eou èè oviioyionòs Xbyog èv ©,
Tsdevrmy TOY nu tav meysivoy SE &vdtANe ovppaiver, dà TY NEYLÉVOY. (3)
Elene. Sofis.,1, 1, $ 3. ‘0 pèv 1àPp ovdioyiapdg su vivov sot te devTwy neyew
Etepbv wu sE GNAM TOY REEVOY arà c60y zeyisvov. Un'altra definizion del
sillogismo si riscontra nella Retorica, 1, 2. I > all medio e che îl medio
sia 0 non sta nellat otalità del primo, bisogna ne- di Biismente che vi sia
sillogismo completo degli estremi (P. An., T1,4,$2)». i 7 Gea Mi. ancora che i
tre concetti del sillogismo categorico semplice prendono il nome di estremi (4xpa)
e medio, cioè peîtov dxpov (termine maggiore), È\artoy dxpov (termine minore),
p.écoc Bpos (ter- mine medio); inoltre che anche per Aristotele il giudizio si
può considerare come un rapporto X605 (1); finalmente che la parola aidoropie
dal verbo ov))ortfeodar congiungere computando © ragionando (2), significa
propriamente congiunzione di rapporti. Se con questi criterj generali si vuole
tradurre la prima defini- zione aristotelica del sillogismo, si vede facilmente
: 1° che la frase « taévroy civoy », rischiarata dalla definizione seconda,
significa « posti alcune proposizioni », cioè « posti aleuni rapporti »: «
tsdéyrwy voy \60y »; 2° che la frase « Etspéy ti tv xetpévwy », rischiarata del
pari dal contesto della seconda e della terza definizione, significa « qualche
proposizione diversa dalle proposizioni proposte », cioè «un rapporto diverso
dai rapporti proposti »; 3° che la frase « t@ rabra siva: » significa « per ciò
che queste proposizioni o rapporti sono posti in quel modo, cioè in quel
rapporto di cui si tratta (3) ». Discuteremo fra poco il carattere fondamentale
di questo rap- porto trascurato ingiustamente dalla teoria tradizionale del
sillo- gismo, ma dobbiamo fin da ora rettificare la traduzione del'a defi
nizione aristotelica del sillogismo in quei punti ove non è possibile la
controversia. Dunque cominceremo a tradurre così :«Zl silo- gismo è un discorso
(rapporto) nel quale, posti taluni rapporti, qualche rapporto diverso da essi,
segue necessariamente, per ciò che essi sono (in tale rapporto) ». Da ciò
risulta che i caratteri del sillogismo, secondo Aristotele, sono sei : che sia
dato un certo rapporto (dé tot \6y0c); che in esso rapporto siano posti alcuni
rapporti (premesse) (èv @ tsdéytwy tvav); che da questi rapporti derivi un
altro rapporto (illazione) (ovpfatver); (1) S. AgostINO, « Quod greece Xéyog
dicitur, latine et rationem et verbum significat ». É (2) TRENDELENBURG, Op.
cit., « av}otifeotar proprie est computando vel ratiocinando conjungere », pag.
89. (3) Nella Retorica (1, 2) questa frase è spiegata così : « pel rispetto che
quelle (le premesse) son vere o generalmente o per la più parte ». | n) Ta ST
NT er 44 . che derivi necessariamente
(èÉ àv&x1); che enunci un rapp : diverso da quelli che sono enunciati nelle
premesse (&tepéy n eypévoy); e che la derivazione avvenga per la natura
fondamen di quel rapporto in cui sono poste le premesse (t@ tabra sivar). $
122. — È appena necessario avvertire che l’insistenza, ap na rentemente
esagerata sul concetto di rapporto, dipende non de noi, ma da Aristotele che a
questo concetto attribuiva la massima importanza. Così, quando nei Primi
Analitici vuol dimostrare chi il sillogismo semplice non può avere più di tre
termini, dice : vo «Per dimostrare C per A B, è impossibile che occorrano più
di tre termini. Sia E, per esempio, concluso da ABCD. V’ha du essità che l'uno
di questi termini sia messo in rapporto con l'a ome parte ; perchè si è dimosti
nec l’uno preso come tutto, l’altro e precedentemente che, quando v'ha
sillogismo, bisogna mente che questi termini siano in questa relazione. Che A
sia dun così per rapporto a B, v'ha allora una conclusione tratta da questi
termini..... » (I, 25, $ 5). L E più avanti nello stesso $ 5: « Se C non sta a
D in una relazioni tale che essi possano fare un sillogismo, questi dati
saranno inutili...» E in seguito al $ 9 (aggiungendo un termine): « le
conclusioni avranno più lo stesso rapporto nè coi termini, nè colle
proposizioni, E inoltre al Cap. XXVI, $ 6: « Tutto ciò che precede ha dovuti
insegnarci come si produce ogni sillogismo, di quanti termini | proposizioni si
formi, in quale rapporto le proposizioni siano le un colle altre..... ». d Non
cito altri esempj perchè il pensiero di Aristotele, su quest punto, mi sembra
evidentissimo. In ogni sillogismo Aristotele vet e vuole mantenuta, come sua
condizione essenziale, una tale la zione tra il rapporto espresso
nell’illazione e i rapporti espressi ni premesse, che tutto il nesso
sillogistico si verifica solo amme una connessione necessaria di rapporti. Anzi
due ordini di rappo vengono determinati da questa connessione sillogistica cioè
tra termini (concetti) e tra i rapporti di questi termini (giudiz)). Il primo
può venire espresso così: Il termine minore sta al te mine medio come il
termine medio sta al termine maggiore, cioè i. [1] S:M::M:P PA " : è Veg A
e \- Ù ri È tes : fe) A A e e tall da i fd; _ Nan, f P UÈ - fe#4 ORAZIO as 3 ave
il secondo che può venir espresso così: Dall’affer- P A zione simultanea della
premessa maggiore () e della mi- e | <= $ segue la conclusione > cioè :
muore. (3 P | LARGER, [2] È A ineui si vede la forma tipica del sillogismo. |
Per ben comprendere tutto il processo del sillogismo bisogna mettere la [2]
prima sotto la forma : WU [8] PM MM | poscia sotto la forma : DM _ SU [4]] P' M
PM la quale ci fa comprendere agevolmente che la base logica del sil- logismo
si riduce, in ultima analisi, ad una proporzione (Cfr. $ 77). Non nego che a
tutta prima si prova la maggiore difficoltà a con- | vincersi che le parole
avA\ojtopée e dvadoyia sono nomi differenti di uno stesso processo, pure credo
che soltanto questa distinzione e abbia creato la distinzione fittizia tra le
due operazioni e i i ) di riconoscere l’identità fondamentale che si nasconde
dietro di esse, ritardando per lunghissimo tempo i progressi della logica pura.
$128. — Resteremo noi dunque legati alla vecchia interpretazione ‘aristotelica
solo per inerzia mentale © per il più sterile attac- camento all’ autorità
della scuola aristotelica ? Ma badiamo che Aristotele è stato per lo innanzi
misconosciuto in parecchi casi dagli stessi aristotelici, e che anche su questo
punto non è niente | affatto dimostrato che la parola di Aristotele significhi
veramente | Giò che finora inessasi è voluto trovare. Non è un’objezione
concludente contro l’interpretazione analogica | del sillogismo quella che si
riduce in sostanza a dichiarare : « Egli 19 —. A »- = P. ld e ps e. - ‘non l’ha
detto ». Invece, senza adoperare un’espressione che contraria così allo spirito
come alla lettera di Aristotele, ecco qua ragionamento si può addurre in favore
della tesi indicata. In e cosa consiste il sillogismo secondo Aristotele? Nella
derivazione, necessaria di un rapporto (conclusione) da altri rapporti
(premesse), vale a dire in quella speciale forma di ragionamento nella quale di
i due rapporti aventi un termine comune segue un terzo rappo. 0 tra gli altri
due termini. Ma questo significa che il valore del sillo- gismo sta in ciò che
una sia la ragione del rapporto del termine mi- nore S al termine maggiore P,
l’essere cioè ambedue M, secondo lo. schema seguente : (S: M) x (M: P), dal
quale, operando convenientemente, si deduce la conclusione (S:P); inaltri
termini : se S è in rapporto con M ed M è in rapporto con P, si deduce per
necessità che Sè in rapporto con P. Conforme-. mente a questa dottrina
aristotelica, siccome è chiaro che la deri- | vazione necessaria che ha luogo
nel sillogismo non può effettua psi fuorchè alla condizione che alcuni rapporti
siano ridotti o eguag iati ad altri rapporti, così è evidente chel’operazione
sillogistica in fondo si riduce ad una eguaglianza di rapporti cioè ad una
proporzione. $ 124. — Se non che si potrebbero opporre parecchie objezioni che
meritano di essere considerate. Se il sillogismo aristotelico fosse quel
rapporto analitico di termini e di giudizj, distribuiti secondo la legge della
proporzione che qui si pretende, esso dovrebbe avere quattro termini e non tre,
e analo: gamente si ragioni per le proposizioni. Infatti Aristotele dichiara,
parlando del numero dei termini € delle proposizioni nei sillogismi: « È
evidente pure che ogni dimo: strazione si fa per tre termini e non più » (Primi
Analitici,I, 25,81) «da questo risulta chiaramente che il sillogismo ha luogo
per due proposizioni e non più perchè i termini formano due proposizioni (Pr.
Anal., I, 25, $ 6)». Ma se l'osservazione è vera è però senz@ valore; perchè la
teoria analogica del sillogismo non insegna al cosa se non quale è la forma
esatta di comporre i concetti d’un sillo: gismo, e non'pretende che questi
concetti debbano essere quattro e tutti diversi fra loro. Chi ha seguìto la
discussione fatta nella parte teorica vede subito che, con Aristotele, rispetto
ai termini, 10 nel caso di una
proporzione continua la quale ha luogo con tre soli enti diversi, sebbene i
termini d’ogni proporzione, anali- ticamente parlando, siano appunto quattro e
non tre. Quanto alla terza premessa (premessa media) che vedemmo indispensabile
alla espressione completa della proporzione sillogistica, bisogna ricordare che
essa viene eliminata appunto perchè il sillogismo si ottiene me- diante
l’eliminazione del termine medio, vale a dire dei due sensi del termine medio,
il cui rapporto si esprime nella premessa media che viene sottintesa. $ 125. —
Altri potrebbe objettare che Aristotele non ha mai detto esplicitamente che
ilsillogismo sia una connessione necessaria di rap- porti, nè intuito che nel
sillogismo si tratti di stabilire una egua- glianza di rapporti. Si potrebbe
rispondere che, se anche ciò fosse, la logica dovrebbe credersi nel dovere di
formulare la teoria logica del sillogismo, di assegnarne le norme e le
condizioni di validità secondo il vero, dandole quella evidenza per tutte le menti
che le è propria, e ricostruendo quella operazione analogica che è la sola
necessaria, dal punto di vista logico, per procedere dalle premesse alla
conclusione. Da questo punto di vista sarebbe del tutto indifferente per la
logica sapere come Aristotele sia stato condotto a tracciare la sua teoria del
sillogismo. Ma il vero è che Aristotele non solo ha sempre insi- stito sopra la
riunione necessaria dei rapporti nel sillogismo, ma in un luogo dei Primi
Analitici (I, 27, $ 1) ha esplicitamente intuito che il sillogismo si fonda
sopra un’eguaglianza di rapporti. Così, facendo l’applicazione generale delle
regole relative alla ricerca del medio, sia nelle scienze che nelle arti,
dichiara: «Il metodo è sempre lo stesso che si applica sia alla filosofia, sia
all’arte, sia alla scienza. Sempre bisogna riunire attorno a ciascun soggetto
proposto ciò che gli è attribuito, e ciò a cui può essere attribuito; sempre
bisogna cercar di riunire il più grande numero possibile di questi rapporti »
(Primi Analitici, I, 30, $1). È inutile avvertire che questi rapporti possibili
entro cui si deve fare la scelta della proposizione che dovrà | esprimere il
termine medio non sono altro che proposizioni (Cfr. ibid., $ 4). Così esponendo
le regole generali per la scoperta del medio, la teoria dei conseguenti, degli
antecedenti e dei loro rapporti dichiara, cirea la conclusione universale
affermativa : “Quando si vuole affermare una cosa d’un’altra tutta intiera, E e
e a 9 I on —_ NO alito, pria i vali a l'LeI . bella tell "urne a pè Ie
"si IRE en bisogna considerare i
soggetti della cosa affermata di cui qu cosa è detta, e tutti i conseguenti
dell’oggetto al quale esso deve essere attribuita ; perchè se l’uno di essi è
identico, sarà necessari i che la prima di queste cose sia all’altra (Primi
Analitici, I, 27, $ 1) Dn Questo significa che, per stabilire la conclusione
universale affer- mativa, bisogna cercare dapprima i soggetti dell’attributo,
poi gli attributi del soggetto, cioè gli antecedenti della cosa affermata e i
conseguenti della cosa di cui si deve affermare, Si capisce che le. cose
avvengono sotto l’aspetto della proporzione. Nes sp, Rep, identico sarà il
medio e il sillogismo sarà possibile (1), perchè sai n possibile la proporzione
seguente : Si M Questa forma immediatamente fa capire che la condizione fon-
damentale del sillogismo sta nell’affermazione simultanea di due rapporti che
hanno un termine comune, donde segue necessa mente un terzo rapporto tra i
termini estremi, cioè : (S:M)x (M:P)=S:P. (1) Non può passarsi in silenzio che
questo punto fondamentale fu dimen: ticato completamente anche dai più acuti
riformatori della logica. Il LaRoME GUIÈRE, p.es.. difendendo
l'originalità della Logica del ConpILLAC, così scrive; « Nons savons ce que
c'est que le raisonnement; que nous manque-t-il po bien raisonner? il ne nous
manque qu'une chose, mais elle est essentiellé Il faut qu'on nous dise où sont
les idées moyennes. Tant que nous ne lé aurons pas à notre disposition, nous ne
pourrons pas raisonner. Je demandé à Aristote où sont les idées moyennes dont
j'ai besoin. Aristote se tait, Jl le demande è Bacon. Bacon me répond que
chacun les trouve où il p «'Perminorum mediorum inventio, libero ingeniorum
acumini et investig tfoni permittitub” (De augumentis). Je le demande à Malebranche : voic
sa réponse : « Lorsqu’on ne peut pas reconnaftre les rapports que les chose ont
entre elles, en les composant immédiatement, il faut découvrir, pat ‘si vede che Aristotele ha nascosto nella
teoria del medio o rzionale del sillogismo semplice (proporzione con- ),
perchè, con questo medio che divien tale per la sua posizione ‘i due estremi e
per la sua semplice funzione (di contenente e di ienuto) egli può parlare di
tre soli termini concettuali del sillo- 10, mentre i termini formali sono
propriamente quattro. $ 126. — Ma la premessa media, di cui s° intende parlare
nel nostro ‘caso, ha un ben altro valore che non una semplice parola : essa è
un rapporto. Fu veduto questo fatto da Aristotele? Fu veduto. Primi Analitici
(I, 25, $ 1), avvertendo che come i termini d’un rismo, nel linguaggio
ordinario, non sono sempre espressi con parola unica e speciale, scrive :«
Così, è evidente che non bisogna to credere che il medio sia sempre reso con
una parola sola ; lora è tutta una proposizione ». Che sia questa
un’osservazione e e particolare preme per la generalità e per la costanza della
ia, non per la solidità dell’avvertenza. Noi possiamo dunque prare che questa
intuizione sia stata sciupata, ma la verità dob- | biamo riconoscerla anche se
appaja solo in minima parte. _ $ 127. — Qui si affollano ora molte domande che
fa nascere la stra definizione analogica del sillogismo; e cioè : in che
consiste la sagacia sillogistica? E poi, come si prova che Aristotele abbia
sen- tito veramente il valore universale della dimostrazione delle pro- età
caratteristiche della proporzione che egli prenderà come mo- o del sillogismo ?
Se
ogni problema sillogistico semplice si risolve quelque effort d'esprit, une ou
plusieurs idées moyennes qui puissent servir mme de commune mesure pour
reconnaître par leur moyen les rapports qui sont entre elles ’?. Jele demande
aux autres philosophes, la plupart n'ont pas mème songé qu'on pùt faire une
pareille question. Ainsi done oute la philosophie reste comme en éehec devant
cette terrible difficulté, et cependant jamais difficult6 ne fut plus facile à
resoudre ». In seguito l’autore
spiega che la soluzione si trova colla ricerca degli attributi che sono enti
alla natura del soggetto della conclusione, facendo l’enumerazione quali
apparirà subito quello che può essere ad un tempo il soggetto l'attributo e
l'attributo del soggetto, e cioè l’idea media del sillogismo esto. Ora questo
processo condillàchiano, come ognun vede, è niente che il processo aristotelico
citato nel testo, al quale proposito il Laro- RE così stranamente dichiara che
Aristotele tace. 150 SILLOGISMO E PROPORZIONE con la regola del tre semplice,
allora ogni premessa può diventare. volta per volta conclusione, cioè figurare
come incognita, e la co; n: ; clusione può diventare premessa. Fu intuita
questa possibilità da, Aristotele ? Se Aristotele seppe che sillogismo è
proporzione (&vaXoyia), perchè non ha detto che la logica non è che
un’imitazione della mate- matica? Se Aristotele seppe che sillogismo è
proporzione, come maî ha separato la trattazione del sillogismo da quella del
ragionamen: to paradimmatico che è appunto quello che nel linguaggio ordinario
sì chiama ragionamento per analogia ? Perchè non ha conservato tu la la
terminologia analogica? Come si può dimostrare che egli posse-- dette bene
tutta la teoria della proporzione necessaria a stabilire la corrispondenza ?
Perchè nascose così ostinatamente il suo pen=. siero ? Domande tutte di molta
importanza, esaurite le quali si può. dire che cominci davvero una nuova
interpretazione di Aristotele, Discutiamo questi punti ordinatamente. p « Ciò che
si dico sagacia — osserva Aristotele — non è che la s perta esatta del termine
medio (compiuta) in un tempo rapidissimo) (Pr. An., I, 34, $ 1). Dopo aver
addotto diversi esempj fisici e morali. (illuminazione della luna, imprestito
di danaro) conclude che « bastò in tutti questi casi conoscere gli estremi per
conoscere pure i term inì medj che sono le cause » ($ 2). Un’analisi più
sottile di quel processo in cui si afferma che il minore è messo in rapporto
col maggio mediante il termine medio, ci fa capire che la sagacia sillogistica
con. siste più propriamente nella pronta ed esatta scoperta del vincolo
proporzionale che deve legare i termini del sillogismo, sicchè quando
Aristotele, noverate le quattro specie di questioni possibili e che possono
essere risolte scientificamente (la qualità della cosa e la causa di questa
qualità; l’esistenza e la definizione della cosa) e 0s: servato che le quattro
specie di questioni si riducono ad una sola, quella della causa, conclude che
la ricerca della causa si confonde qui con quella del medio : « Infatti, la
causa è il medio, ed è la ca 50 che si cerca în tutte le cose» (Secondi
Analitici, II, 1, $ 2) noi dobbiamo intendere che è semprela proporzione
sillogistica che si cerca in tutte le questioni, Si ponga mente a questi due
esempj addotti da Aris tele per dimostrare che questi due ordini di questioni,
quella dell’e stenza dell’attributo con quella della causa dell’attributo,
quella dell’esistenza della cosa con quella della sua essenza, si confondono? «
Che cosa è l’eclissi ? È una privazione di luce per la luna, causata sr ri et
pr aa ri. a f x ùÙ # & LA Ù $L, n Î STU 4 ha | PARTE TERZA — CAPO II i 151
srposizione della terra. E perchè l’eclissi? O perchè la luna 2? Perchè la luce
le manca quando la terra viene ad inter- Cos'è l'armonia? È un rapporto
numerico fra i toni gravi ed Perchè l’acuto si accorda col grave? Perchè il
grave e l’acuto 10 tra loro un rapporto numerico. Il grave e l’acuto possono
ordarsi ? Esiste un rapporto numerico che li riunisca? Una volta «to ciò noi ci
domandiamo : Qual è questo rapporto? » (Zbid., $ 3). TESS dunque chiaro che
tutte le ricerche non sono in fondo che la rca del termine medio » (/bid., $
5). È noi potremo aggiungere con maggiore evidenza : È dunque o che tutte le
ricerche non sono in fondo che la ricerca del ‘mine medio d’una proporzione,
essendo il sillogismo niente altro she una eguaglianza condizionata cioè da
risolvere. $ 128. — Quanto al secondo quesito ci apriremo la via esaminando
anzitutto la sentenza di Aristotele intorno alle varie specie di errori » sono
possibili nella dimostrazione universale e più precisamente : terzo errore
«quando non v’ha parola speciale per l’universale e la dimostrazione si limita
alle specie » ove si adduce appunto un mpio tratto dalla teoria delle
proporzioni. Ci si inganna pure quando si crede che Za proporzione è permu-
solamente perchè i termini sono o linee, o numeri, o solidi, 0 pi, come si
potrebbe dimostrare per ciascuna di questa specie ntamente, sebbene sia
egualmenle possibile di dimostrarlo con a sola dimostrazione per ogni specie di
termini. Ma siccome tutte te specie non sono comprese sotto un nome unico (1)
che le rac- da tutte, numero, superficie, solido, tempo ; e siccome di più, in
quanto specie, esse differiscono le une dalle altre, si poteva consi - (1) È
ben strano che Aristotele non sia giunto, in questo caso, a compren- ‘dere
tutte queste specie (linée, numeri, solidi, tempi) sotto il nome di gran- e 0
di quantità, benchè giunga a sentire così bene il valore universale a
permutabilità della proporzione. Molto giustamente osserva a questo sito BarTH.
S. HrLarRE che laproporzione permutabile di cui qui si tratta lla che noi
chiamiamo oggi proporzione per equiquoziente e per equi- Queste due specie di
proporzione hanno questa proprietà che vi o cambiar di posto i medj e gli
estremi senza che la proporzione sia a ; il rapporto che costituisce la
proporzione sussiste sempre (vol. III, derarle ciascuna isolatamente. Qui, al
contrario, si parla di dimostra ca zione universale; poichè non è perchè queste
specie sono linee 0 numeri, che la proporzione esiste per esse; ma perchè esse
sono l’obbietto stesso che si suppone universale » (Secondi Analit., I, 5,
$4;I, 24,$3). Lo stesso concetto è ripigliato nel Cap. XVII, trattando della
questione « se uno stesso effetto possa aver più cause in più soggetti
differenti ». Così, per esempio, perchè in certe cose v'è una proporzione mul
tipla ? (1). Senza alcun dubbio, la causa è differente per le linee e per i
numeri, ma in fondo è la stessa causa. In quanto sono numeri di cui si tratta,
essa è differente; ma in quanto questa proporzione ò un accrescimento di tale
specie, la causa è perfettamente identica. Li stesso è per tutti gli altri
casi. Ma è una causa differente, solà mente perchè è in un oggetto diverso,
quella che fa che il colore sia simile al colore, e la figura simile alla
figura, poichè simile è un. termine omonimo per questi due casi. Da una parte,
nelle figure, la rassomiglianza « consiste forse nello aver i lati
proporzionali e gli angoli eguali, d’altra parte nei colori, la rassomiglianza
consiste in ciò chela sensazione che essi producono sia del tutto eguale, o
tal’altra spiegazione di questo genere. Così le cose che non sono identiche che
proporzionalmente avranno pure un teri mine medio proporzionalmente identico »
(Secondi Anal., TI, 17, $.4) Esaminando bene questi passi si vede che
Aristotele ha già supe rato la posizione ontologica nell’interpretazione dei
rapporti logici della proporzione. Infatti prima di lui si poteva forse dire :
È vere che tanto le linee, quanto i numeri, quanto i solidi, ecc., sì possone
comporre in proporzione, ma poichè, in questi casi, si tratta di causi
differente, può darsi che le operazioni che si possono effettuare i ciascuna
specie non abbiano che un valore particolare. Ora, sel cosa stesse in questi
termini, l’universalità della dimostrazione fon data sulle proprietà della
proporzione sarebbe semplicemente im possibile. (1) « Proporzione maltipla :
Proporzione per equiquoziente di tal ouisi che si possono cambiare i termini di
rapporto senza che il rapporto cam pi jl 1° sta al 2° come il 3°sta al 49;
oppure: il 1° sta al 3° come il 20 sta al 49, La proporzione è multipla, perchè
la si fa permutare in varie guise ». i rali ‘Aristotele s’è apposto meglio : la causa,
egli dice, è solo apparen- temente diversa, in fondo è perfettamente identica.
E lo stesso è per tutti gli altri casi, in cui si faccia ricorso al principio
della propor- zione. Conforme a questa dottrina, Aristotele, dominando ogni
differenza materiale, sentì la possibilità di studiare la forma del pensare
separatamente dal contenuto, e, intuita l'analogia fra le razioni necessarie e
universali della logica e della matematica, ripose la virtù del sillogismo
nella virtù della proporzione, imper- ciocchè è chiaro che quivi si debba
indirizzare la ricerca, dove si ritiene consistere la sua ragione. $129.— La
regola del tre semplice è la chiave di tutta la sillogistica, Se per essa, in
generale, si risolvono le questioni in cui occorre trovare un quarto termine in
una proporzione, di cui siano dati tre, e a questo fine basta stabilire
convenientemente la proporzione tra le quantità date e l’incognita, nel caso
del sillogismo categorico semplice, ove le quantità date sono le premesse e la
conclusione che si vuole dedurre è l’incognita, siccome la premessa media è
sempre la stessa e data nel tipo del giudizio A, la stessa proprietà serve
ancora a trovare uno qualunque dei giudizj quando sono dati gli altri due. Ora
mi sembra che anche Aristotele abbia capito, almeno in un caso, la possibilità
di dedurre una qualunque delle | proposizioni del sillogismo poste le altre
come premesse, vale a dire di considerare indifferentemente ciascuna premessa
come con- elusione e la conclusione ora come premessa maggiore ora come pre-
messa minore. Sentiamo che cosa dice nel libro II dei Secondi Analitici (Capo
V, $ 1) tracciando la teoria della dimostrazione circolare : « Dimostrare
circolarmente o reciprocamente è, per mezzo della conclusione e dell’una delle
proposizioni di cui l’attribuzione è rovesciata, concludere l’altra
proposizione che si era presa nel sillogismo anteriore ». ] Qui la prova della
nostra tesi è ben chiara e manifesta. Ma il caso è troppo ristretto. Dunque
bisogna ammettere che se Aristo- tele, sia definendo questa dimostrazione
circolare (1), sia adducendo (1) Osserva a questo proposito il B. S.-H. che
cotesta dimostrazione cir- colare aristotelica non è perfetta che in A A A, e
ancora bisogna che i termini Siano reciproci, cioè d’estensione perfettamente
eguale affinchè possano 20 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. gli esempi, sia indicando i casi in cui ha
luogo per i modi delle varie figure; sì appressa grandemente alla teoria più
schietta della pro- porzione sillogistica, in sostanza non giunge a porre con
la necesse ia chiarezza il problema fondamentale d’ogni sillogismo mediato
cate- gorico semplice, che è il seguente: « dati tre giudizj d’una propor=
zione logica (sillogismo) trovare il quarto ». | $ 130. — Lo stesso è a dirsi
della quarta domanda. Perocchè, se. Aristotele ha dichiarato più volte, nella
sua Analitica, che egli imita i procedimenti della geometria « ma noi imitiamo
il geometra » (1), tutto quanto poi egli reca alla dimostrazione esplicita
dell’intima. relazione tra la logica e la matematica mostra, è vero, il suo
grande ardore e i grandi passi che ha fatto in tale direzione, ma non ci lasci
N ancora trovare soddisfazione e riposo in una soluzione definitiva. | Ma non
voglio insistere più oltre su questo punto, che del resto. non pregiudica in
verun modo la nostra questione. È. Ul $ 181. — Veniamo alla quinta domanda che
è della massima im. portanza perchè dimostra che uno dei più forti argomenti
con cui. si vorrebbe impugnare la nostra tesi ricade tutto in favore di ess
Anzitutto si chiarisca l’ambiguità e la fallacia d’una confusione: che si fa comunemente
sulconcetto aristotelico di analogia (vaMortia) identificandolo col concetto
della prova paradimmatica 0 per esempio (rapsderpa.). I filosofi che seguirono
Aristotele certamente seppero e sanno @ he per Aristotele analogia significa
proporzione (avadorta apud Aristo: telem proportio vel arithmetica vel
geometrica) (2), cioè eguaglianzi 4 differentemente gli uni per gli altri. Così
1 due termin sempre esser presi in ò ridere è un uomo ; ogni uomi di questa
proposizione : ogni essere che pu è un essere che può ridere. Ma l'osservazione
del S.-H. non logico del sillogismo. (1) Primi Analitici, I, 41, $ 6. Cfr.
anche Secondi Amalitici, I, 1, $2. (2) TRENDELENBURG, Elem. log. arist., $ 38.
Eadem est analogiao origd Cfr. TwesteN, $ 152. DROBISCH, $ 144; avadoyia apud
Aristotelem propo vel arithmetica vel geometrica ; dva)oyoy efr. Geschichte der
Kategorie p. 151 segg. Quam quidem Aristoteles saepius adhibuit (BIESE, I, p. 3
Cnm exemplo cognatam: nulla autem in cogitando forma latius manere videtur. (Cîr. Top.,
I, 17, 18, p. 108 a. 7; Analyt. post., TI, 14, p. 98 a 20). “ ha più valore di fronte al'
principio ana - “o: I è = è Ii 155 dî
ragioni (06m 0 taneérge roy Adv) che è il senso matematico anche euclideo ; ciò
non ostante continuarono sempre e continuano ad attribuire questo nome @ quella
specie di prova a cui Aristotele diede di rap4dsv;pa che propriamente significa
simiglianza di ragioni, che è il senso volgare anche dei giorni nostri.
Aristotelescrive « ava)ogia », gli aristotelici traducono « propor- zione »;
Aristotele scrive « rap&deripa », gli aristotelici traducono « analogia »,
e con questa nomenclatura espongono tutta la teoria della prova per esempio.
Che cosa avvenne? Avvenne che in logica il termine analogia perdette il suo
primitivo e genuino significato matematico di proporzione e in sua vece
acquistò quello improprio di esempio, modello, simiglianza di ragione. Non
bisogna credere che questa improprietà di traduzione abbia prodotto una piccola
conseguenza, perchè in primo luogo si consacrò al termine analogia un senso in
logica così remoto dal senso mate- matico che coll’andar dei tempi, colla
mutazione del linguaggio e dell’applicazione, il concetto di proporzione non
solo si rese irrico- noscibile ma fu addirittura esiliato dal campo della
logica pura. Ciò è tanto vero che la lettura di queste stesse ricerche
storico-cri- tiche intese a rettificare l’interpretazione aristotelica del
concetto di analogia daranno non poco fastidio a coloro che sono abituati ad
usarlo secondo la tradizione pseudo-aristotelica. In secondo luogo si rese
irriconoscibile la natura analogica, intendo dire proporziona- tiva, del sillogismo.
E questo accadde tanto più facilmente in quanto | che lo stesso Aristotele —
sebbene abbia ideato la teoria del sillo- | gismo sull’analogia della teoria
della proporzione — mantenne il più prudente riserbo sopra questa
corrispondenza per le ragioni che saranno esaminate a suo tempo. Così è da più
di venti secoli che i peripatetici passeggiano intorno ad Aristotele senza
incontrarlo. | Lostrano è che «la ragione per cui questa prova (paradimmatica)
for- mulata logicamente da Aristotele prese, nei continuatori di Aristotele, un
nome tratto dalle matematiche, è ehe ogni analogia logica si può formulare in
una proporzione » (1). Come mai non si comprese __lastessa cosa del sillogismo
? La prima alterazione del senso pare che | sia dovuta a Teofrasto. Nel seguito
farò rilevare con più precisione sempre il nome si —_—___ —_ # (1) Masci,
Logica, pag. 338-39. — ui e LE ne PE ITL 156 la fortuna della parola analogia
nei successori immediati di Aristo- tele. Sgombrata così la via dell’equivoco,
torniamo alla questione della prova esemplare di Aristotele. « L’esempio ha
luogo quando si dimostra che l’estremo (1) con- viene col medio mediante un
termine simile al terzo. Ma bisogna sapere che il medio conviene col terzo,
come pure che il primo conviene col termine simile » (2). Stabilita la
condizione di ques forma di prova e fissato il carattere speciale che la
distingue si chia- riscono le differenze che separano l’esempio dall’induzione
(8). Ma questo ultimo punto per ora non c’interessa. Insistiamo dunque sulle condizioni
e sul carattere speciale. La prova esemplare ha quattro termini : il primo, il
terzo, il medio, il simile, che Aristotele, nell’e- sempio da lui riferito,
indica con le lettere seguenti : A, B, C, D. E A significa cosa cattiva
(termine maggiore) ; B » fare guerra contro î vicini (t. terzo): C » guerra
degli Ateniesi contro î Tebani (t. medio); D » guerradei Tebani contro î Focesi
(analogo o simile). Essendo date le tre seguenti relazioni di convenienza
(giudizj): | D:B che significa: La guerra dei Tebani contro i Focesi è contro i
vicini (premessa media) ; il 4 (1) Cioè il primo o il maggiore. Si avverta
l’inaspettata nomenclatura che Aristotele adoperò, in questo caso, per indicare
i quattro termini della prova paradimmatica (primo, terzo, medio, simile). Nel
testo, per como- dità del lettore, fu fissata la corrispondenza analitica e la
conseguenté interpretazione delle quattro proposizioni paradimmatiche dal punto
di vista della sillogistica. La proporzione ricavata(p. media : p. minore :: p.
maggiore : conclusione) è poi evidentemente riducibile alla tipica proposta
prima a $ 77 (p. maggiore : p. media :: conclusione : p. minore). (2) Primi
Analitici, II, 24, $ 1, 2. (3) Conviene distinguere aceuratamente, secondo
Aristotele, l’induzione dialettica, dall’induzione retorica che è propriamente
l’esempio. Questa distinzione è tracciata nella Retorica (I, 2) ove si fa
l’enumerazione degli istrumenti della Dialettica (induzione, sillogismo e
apparente sillogismo) e della Retorica (esempio, entimema). « Che differenza
sia poi tra l'esempio (retorico) e l’entimema vien dichiarato per quel che se
ne dice nella Topica.... « Ciò che nella Dialettica è induzione, nella Retorica
è esempio ». E poco prima: «E chiamo l’entimema sillogismo, non assoluto, ma
retorico e l'esempio retorico induzione ». i [1 Î i PARTE TERZA — CAPO II D:A
che significa: La guerra dei Tebani contro i Focesi fu cosa cattiva (esempio
cioè premessa maggiore); C: B che significa: La guerra degli Ateniesi contro i
Tebani è contro i vicini (premessa minore) ; Aristotele dice che si deduce la
quarta : C:A che significa: La guerra degli Ateniesi contro i Tebani è cosa
cattiva (conclusione). Risulta evidente che la posizione della prova
paradimmatica si riduce alla posizione del problema seguente : : 5 Dati tre
giudizj trovare il quarto proporzionale rispetto ad essi. La soluzione si
ottiene nel modo seguente : Siano dati i tre giudizj : (D:B), (D: A), (C:B),
Posta la proporzione (D:B) :(C:B)::(D:A); _ (C:B)x(D:A) (D:B) = OA. si ha: Da
ciò sì capisce che il valore del ragionamento paradimmatico sta in ciò che i
suoi quattro giudizj sono disponibili in guisa da formare una proporzione che
rappresenta anche il tipo del perfetto Mo. Quindi, benchè in una prima
osservazione Aristotele dichiari che nel sillogismo esemplare l’applicazione
del termine maggiore al minore si fa con un procedimento continuo (1) che si
può espri- mere così : «Ciò che conviene a un soggetto per una o più proprietà
conviene anche agli altri soggetti che hanno le stesse proprietà » ; e in una
seconda osservazione aggiunga che « l’esempio non va dal tutto alla parte (come
il sillogismo di sussunzione) nè dalle parti al tutto (come l’induzione), ma
dalla legge nota di una parte alla legge ignota della sua omogenea, dal
particolare al particolare coordinato », s'intende che è impossibile separare
la trattazione del sillogismo da quella dell’esempio, vale a dire da ciò che
nel lin- guaggio ordinario si chiama ragionamento per analogia, perchè il (1) A
differenza del sillogismo induttivo ehe non è continuo perchè è solo addizione
successiva di risultati singoli. vero ed unico processo logico che ci interessa
è il ragionamento da relazione a relazione per necessità. | Prescindendo dalle
questioni sui gradi della certezza, che può. provarsi coll’esempio, fondati
sulla misura nella quale cresce la coincidenza delle proprietà del termine
minore col simigliante e col medio dalle quali il termine maggiore dipende, e
sul modo. del processo paradimmatico o che vada dal tutto alla parte o dalle
parti al tutto o dalla legge nota d’una parte alla legge ignota della. sua omogenea,
cioè dal particolare al particolare coordinato (perchè, a dirla in breve,
l’esempio si fonda propriamente sul passaggio logico da un rapporto ad un altro
rapporto), le osservazioni di Aristotele intorno alla prova paradimmatica sono
d’ordinario, nella parte descrittiva ed analitica, eccellenti. Solo è curioso
che — egli non sia riuscito a capire che il termine simile e il medio posti —
fra il minore e il maggiore si riducano in sostanza a rappresentare la duplice
funzione sillogistica d’ogni termine medio. Quando si — dice invero che il
maggiore inerisce almedio mediante un quarto con- cetto che ha col minore
un’identità generica e specifica sembra che la considerazione suddetta dovrebbe
imporsi immediatamente (1). Invece il pensiero aristotelico va a smarrirsi in
quel mondo dell’in- duzione, dei Z'opici e degli Elenchi sofistici dove la
logica pura non. ha molto a che fare, e dove la sua visione scientifica non può
di certo ; trovare quel fondamento che lo sostenne nei primi e nei secondi —
Analitici. Un ultimo accenno felice si potrà tuttavia riscontrare d nel libro
primo dei Z’opici dove tratta della distinzione delle ras- somiglianze sia per
identità di rapporti sia per identità di conte- nuto. « Per la rassomiglianza,
la si può trovare anche per cose. di genere differenti, in ciò che il rapporto
del primo termine ad un secondo vi si trova pure tra un altro ad un altro » (I,
17,61). «La rassomiglianza può consistere in ciò che una prima cosa, sta ad una
seconda, come un’altra sta ad un’altra» (I, 17, $ 2) (1) La proporzione coi
termini (concetti) risulta la seguente : (t. minore):(t. medio)::(t. simile):
(t. maggiore) cioè Co Bo DIA da questa si ricava la proporzione coi rapporti
(giudizj) che fu riferita! antecedentemente. Ma non occorre di entrare in più
minuti ragguagli su questa parte dell’opera di Aristotele, che non aggiunge
veramente nulla al suo sistema di corrispondenza tra le leggi logiche e le
leggi mate- matiche. Frattanto è evidente che tutta la teoria aristotelica
dell'esempio, che sembrava una delle più forti objezioni contro la nostra
teoria, ricade in favore di essa, nè varrebbe opporre l’inter- pretazione
pseudo aristotelica degli aristotelici. La conseguenza suprema di quest’analisi
è che lo sforzo fatto da Kant per distinguere l’analogia logica dall’analogia
matematica, riponendo quella nell’eguaglianza di due rapporti qualitativi,
questa nell’eguaglianza di due rapporti quantitativi, si riduce in sostanza
alla vecchia e sterile sottigliezza di attribuire alle leggi logiche una natura
ed un valore puramente qualitativo per riservare la natura e il valore
quantitativo solo alle leggi matematiche, mentre ormai è evidente che la
differenza delle verità logiche dalle verità mate- matiche non si può più far
consistere in ciò che le prime si occupano delle qualità, e le seconde delle
quantità. In rapporto a questo argomento che è della massima importanza, si
deve quindi notare che tutta la sillogistica di Aristotele, sfrondata s'intende
dalle scorie linguistiche, psicologiche ed ontologiche e interpretata dal punto
di vista analogico, conformemente ai risultati delle presenti ricerche, ci
offre uno dei mezzi più efficaci per passare dallo stadio qualitativo allo
stadio quantitativo. $132. — Quanto alla questione della terminologia analogica
rispetto a quella del sillogismo sappiamo che Aristotele non ha punto create ex
novo tutte le denominazioni sillogistiche, come potrebbe inesattamente apparire
da alcune dichiarazioni (1), ma le attinse direttamente dalla teoria matematica
dell’analogia. Osservò già acutamente il Trendelenburg al termine &xpa :
«jam rursus eadem atque in proportione nomina : cfr. Euclid. V. def. 18 \7yis
tav &xpov ad bmetaipeoy toy péowy, ut Aristoteles has syllogismi partes ex
proportionis similitudine appellasse videatur » (2). A questo proposito
l’Ambrosini,comentando questa terminologia (1) Cfr. Primi Analitici, I, 4, $ 3,
10, 26. (2) TRENDELENBURG, Elem. log. arist., pag. 98. | Ad ‘ 4 heal * =, sulle tracce del Trendelenburg, scrive : « I
termini estremi si di da Aristotele &pa ; il quale vocabolo fu tolto dalla
geomet; di Euclide, V. def, 18 \7ytc x.t...; € veramente c’è una certa analogia
fra il sillogismo e la proporzione geometrica » (1). fi Quest’opinione è
notoriamente condivisa da quasi tutti i com. mentatori di Aristotele i quali
non mancano mai di invocare gli schiarimenti di Euclide. Ora quando si pensi
che Euclide fu chiamato a professare ad Alessandria, sotto il re Tolomeo Soter,
nel 828, e che Aristote a il quale morì l’anno dopo, nel 322, stese le sue
opere in A nei dodici anni continui in cui vi si fermò, servendosi dei
materiali che aveva già preparati in Macedonia, finalmente si paragoni la
definizione dell’analogia aritmetica che Aristotele diede nel V libre dei suoi
Etici Nicomachei : «Î) tàp dvaroria loérns Sori Adywy » con la definizione
dell’analogia geometrica che Euclide diede nel V libro dei suoi Elementi : «
dva)orta dè doriy #) cv \bywy tavtéms » @ si rammenti che la terminologia degli
%xpa e del péc0s dpos ore già usatissima in tutta la tradizione matematica
prearistotelica, si potrà ben sentire l’utilità d’una nuova critica sulle fonti
di Ari: stotele che non si lasci sedurre nè dalla più cieca adorazione dei
luoghi comuni nè dalla più gratuita affermazione. L’un consiglio non è men
improvvido dell’altro. Aristotele non ha tolto nulla di Euclide, mentre Euclide
ha tolto senza dubbio da Aristotele molti cose che forse Aristotele aveva tolte
di sana pianta dai suoi pre: decessori. Tale è il caso della teoria e anche
della terminologia della proporzione che servì allo Stagirita come fonte e
modell per la teoria e per la terminologia del sillogismo. Ma su qu argomento
ritorneremo un’altra volta a proposito d’Euclide. I, } $ 188. — A maggior
fondamento della conoscenza che Aristotel possedeva diretta e sicura della
teoria dell’analogia matematica val gano ora le considerazioni seguenti. Tutta
la storia del concetto € analogia che fu tracciata nelle passate ricerche da
Talete a Pla sta lì a dimostrare che Aristotele non solo conobbe ma fu ob gato,
storicamente e logicamente, a conoscere quel pensiero che 06 (1) AmBrOSINI, La
filosofia di Aristotele per le scuole italiane, vol. IL Logica. Bologna, 1883,
pag. 80. È «L ME) . a 7 Dr Diath TERZA — CAPO Il n E E 161 o l'eredità
estetica, scientifica e filosofica di tutta la Grecia lai Se anche volessimo
questionare se Aristotele sia o no Boo testimone delle dottrine anteriori alla
sua, perchè così intorno la maniera di esporre i sistemi altrui come intorno la
maniera di intenderli e di criticarli non va esente da gravi errori; se anche
volessimo supporre che egli non conobbe l’opera di Eudemo (il scrisse
un’elaborata storia della geometria fino ai tempi suoi nella quale, come
sappiamo da Proclo, si faceva già risalire Ja teoria della proporzione
all’antichissimo Talete), mentre la cosa mon è affatto probabile perchè Eudemo
visse verso il 330 a. C.; gli sarebbe bastata la conoscenza delle opere di
Platone e di Eudosso. | Ma come mai, si domanderà, una dottrina filosofica così
motal fisicamente pericolosa, quale fu quella di Platone intorno l’analogia,
potè esercitare un'influenza diretta sopra il pensiero di Aristotele inteso a
sceverare la forma pura del pensare dall’ingombro materiale dell’ontologia ?
come mai Aristotele che fu tanto poco matematico venne proprio ad imitare
quanto di più matematico s’annidava nel sistema di Platone ? Il criterio per
rispondere a queste domande non c’è altra maniera di formarselo se non con
Aristotele stesso e con Platone, cioè dire con l’uso continuo e meditato degli
autori che s’interpretano e col confronto accurato dei luoghi paralleli. Mi
limiterò ora a ci- esempio, un passo del Z’imeo di Platone che, a mio parere, 0
intimo, pel giro delle frasi, e per le parole, merita di Te confrontato €
coll’enunciazione aristotelica del sillogismo. ione aveva detto parlando della
analogia : dpr priv, stra Syxwy alte Buvapiswy dvuvovodv 7 tò pòoov 6 mpdreoy
rpòg adtò tolto udtò pds Foxatoy xal ndlw adîie 8 tr 16 î Boxacov mpdg tè péoov
soito tè pésov rpòs tò mpotov tire vò puégoy jièv Tpétoy nat Eayatov
yervipavov, 1ò B'Eoyatov al tò mpòrov ai pica duopòrepa, ndivy obewg sE avayane
cadrà elvar Foupiosta, tadtà dè vevonieva &XMMXowg Ev mavta tota: d, Il che
si può interpretare così : « perchè quando di tre numeri, © grandezze o potenze
qualunque, il medio stia all’ultimo come il primo al medio e di nuovo alla sua
volta il medio stia al primo come l’ultimo al medio, allora il medio diventando
primo ed ultimo ì e l’ultimo e il primo diventando entrambi medj, di necessità
in 21 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. 162 TL. CA A questa maniera tutto tornerà lo stesso, e
divenuto reciprocamente lo stesso tutto tornerà una cosa sola ». È chiaro che
in questo pas ; si enuncia la proprietà che in ogni proporzione si possono
cambiar di posto i medj e gli estremi senza che la proporzione sia distrutta ì
per la ragione che il prodotto dei medj è sempre eguale al prodot; 0) degli
estremi. T modi diversi tornano così ad uno per necessità. Questo luogo dunque
afferma così implicitamente che la defini zione del sillogismo è la semplice
traduzione della definizione de a proporzione e non costituisce un gran divario
tra i due processi, sia come impiego di termini, sia come eguaglianza di
rapporti, sia come deduzione di necessità, che i critici i quali vedono nelle
operazioni logiche un processo irreducibile al matematico e nel pensiero ari:
stotelico un processo irreducibile al pensiero platonico non potre b. bero che
cercare di attenuarne la portata osservando che qui Plato le non parla nè di
sillogismo nè di proposizioni ma di proporzioni e di rapporti a cui non si può
attribuire corrispondenza logica veruna, Ma anche quest’osservazione non
potrebbe giovare molto alla loro tesi perchè bisogna ammettere che in questo
solo risiede il vero merito originale di Aristotele, al quale non può essere sfuggito
il fatto impor tantissimo che i numeri matematici occupano nel sistema di
Platone un posto tanto vicino a quello che vi occupano le idee dialettiche,
Inoltre bisogna riconoscere che i due autori dicono quasi la stessa cosa:
primo, medio, ultimo, rapporti, eguaglianza, deduzione, necessità. i Dunque
dalla somiglianza dei termini non potrebbe seguirne un divario nel significato
delle operazioni èÈ dvd tale da impedirci di applicare alla definizione del
sillogismo ciò @ risulta, nel luogo citato, da quella di Platone. Ma sulle foni
platoniche della sillogistica aristotelica ritornerò prossimamen: con una
memoria speciale. $184. — Ora vediamo più tosto come Aristotele, qualunque sia
la fonte da cui tolse il principio dell’analogia, l’abbia applicato a tutto
quanto il sistema delle sue cognizioni filosofiche, dalla ogica alla
Metafisica, dalla Fisica alla Storia naturale, dalla Psicologi all’Etica, dalla
Retorica alla Poetica, dalla Politica alla Storia A compiere l’esposizione
storica e critica che ci interessa bas riassumere brevemente in un sol quadro i
var] punti più salient ° « PARTE TERZA — CAPO II 163 FA Hossta applicazione
& fine di determinare nettamente tanto il progresso che Aristotele compì in
riguardo al passato, quanto il progresso che egli lasciò da fare all’avvenire.
$185. — Passan nariamente congiun teoria del sillogismo da a citare anzitutto
un do all’analisi della Retorica(1) (che si suole ordi- gere ai libri logici)
sempre per ciò che riguarda la ] punto di vista della proporzione, mi limiterò
punto importantissimo che conferma diret- tamente la nostra tesi, quindi
aggiungerò aleune altre osservazioni che sono destinate a corroborarla. Nel
libro secondo Cap. XXIII, esponendo la teoria degli entimemi confermativi e
confutativi e de’ loro luoghi con molti esempj, dopo d’aver detto nei capitoli
antecedenti che l’entimema è un certo sillogismo (retorico) e come e in che sia
differente dal sillogismo dialettico (le differenze accen- nate hanno solo
valore retorico, non logico, e quindi son trascurabili) fra i molti luoghi
donde si traggono gli entimemi ricorda il seguente: « L'altro (iuogo) è dal
venirne due contrarj in proporzione ». Il che in altri termini significa : si
traggono anche i sillogismi quando due contrarj vengono fra loro in proporzione.
Ora è chiaro che il prin- cipio della proporzione come base delsillogismo, se è
qui ben dichia- rato allo scoperto, non può ancora ricevere il valore d’ un’
appli- cazione generale, perchè non fa che figurare come uno fra la trentina
dei luoghi possibili. Ma l’indicazione resta. — —Un’altra osservazione notevole
si deve fare rispetto la teoria della metafora. La quale, tolto il contenuto
retorico e formalmente | intesa anche per Aristotele si riduce al processo del
sillogismo. Ciò posto, mi pare che chiunque mediti la seguente dichiarazione di
Aristotele «ma trovandosi di quattro sorta metafore ; quelle ‘sono le più vaghe
di tutte, che si fanno per via di proporzione » (2) ‘dovrà capire che anche per
Aristotele i sillogismi più vaghi (1) Il lettore non dimentichi che dei tre
libri della Retorica, molto proba- bilmente l’ultimo o non è aristotelico o
contiene molte interpolazioni. I passi più importanti citati nel testo sembrano
originali, o almeno s’accordano con tutta la teoria aristotelica di non dubbia
autenticità. Della Retorica ad Alessandro poi non si parla perchè, secondo lo
SPENGEL appartiene al retore Anassimene di Lampsaco. Del pari si omette
l’analisi della Poetica che, pure secondo lo SPENGEL, è ritenuta un semplice
sommario, incompleto, dell’opera originale. (2) Ret., III, 10. 130 Wa. © i Goo
7 vo crei ire ce eee i LI) di tutti si
fanno per via di proporzione e che egli dovette traccli la teoria degli
Analitici governandosi con le norme che il principic della proporzione gli
prescriveva. Se la metafora viene da a proporzione, e del pari dal sillogismo,
non è naturale conchiudere che sillogismo è proporzione ? Con tutto ciò non si
potrebbe sostenere, senza fare ingiuria all’apparenza, che Aristotele,
quand’anche gli si dovesse attribuire questa trattazione, abbia avvertita la
giusta portata della dottrin a dell’analogia essendo sempre preferibile
incolpare l’ingegno degli uomini che la verità. Ed invero esaminando un po’
accuratamente tutta la Retorica si sente che il filosofo s'aggira in perpetuo
dentro quel giro vizioso extralogico da cui non è possibile trovar uscità nè
scampo, a meno che non si voglia spogliare inesorabilmente tutti i suoi
ragionamenti di quell’apparato verbale ed estetico che trag. gono solo
dall’intento retorico, e mettere a nudo il formalismo d ia lettico che vi si
annida. Ma in tal modo si darebbe origine ad na interpretazione iperbolica ed
imaginaria di Aristotele. E questa è pure una ragione per cui non citerò qui
tutti gli altri luoghi della Retorica nei quali si fa parola del principio di
proporzione; come si fa, per esempio, nel libro III, cap. vu, venendo al de-
coro dell’orazione e avvertendosi che « allora avrà l’orazione il decoro suo;
quand’essa sarà affettuosa, costumata e proporzionata; al soggetto ». Anche
quanto si dice nel libro III, cap. vin (della forma dell’orazione, qual debba essere,
di qual numero, di quali” piedi e come disposti e delle proporzioni loro), cade
e resta nel campo. della tecnica metrica e ritmica che ora non ci deve
interessare, 4 $186. — È noto che, se il cosidetto Organo è lo strumento e il
punto di partenza della filosofia di Aristotele, la così detta Metafis ica ne è
il riassunto e il vertice supremo. Queste due massime opere di Aristotele sono
state oggetto, in tutti i tempi, di analisi e di sinté così magistrali, ch'io
domando perdono a’ miei lettori se in g troppo sommaria espongo il mio pensiero
sopra un punto di capi ale importanza che non sembra abbastanza chiarito dalla
critica, voglio dire il principio della proporzione. Non è da passare sotto
silenzio però che il Michelet (1) più d’ogni altro s'avvicina a questa (1)
MicHmeLET, Examen critique de V@uv. d'Aristote int. Métaphysique. Paris, 1836.
À A è ' “ z i 21 - pa lì vista. Infatti
egli racchiude la parte di verità che, a suo , si trova più pregevole nella
Metafisica nei cinque punti enti : « 1° assurdità del dualismo e
dell’opposizione dei principj, ità d’un termine medio che congiunga i due
opposti ; 2° esclu- » del terzo nelle cose finite, armonia dei contrarj nel
mondo del iero ; 3° identità dell’unità e dell’essenza ; 4° opposizione della
na e della materia, della virtualità e dell’atto, dell’universalità della
particolarità ; 5° esplicazione del primo principio come pen- giero del
pensiero ». Ma, considerando più attentamente la cosa, si vede che questi
cinque punti si possono ridurre a due soli : il ngiero della proporzione
universale e il pensiero eterno come iero del pensiero. Ecco i due germi che
contengono in sè pursnalmente tutto il sistema metafisico di Aristotele. Quale
è il criterio fondamentale alla cui stregua Aristotele espone, tiea e respinge
tutti i sistemi metafisici a lui anteriori? È il criterio l'armonia, cioè della
conciliazione dei contrarj per mezzo della przione. Tutto il ricco contributo
di critica che egli porta nel pilare la storia delle idee filosofiche anteriori
(1) risalendo fino origini della speculazione greca è caratterizzato dalla
continua occupazione di dimostrare le assurdità e le contraddizioni dei ofi che
vogliono far tutto dai contrarj e intanto mancano di un gipio supremo che sia
capace di dominarli. Ad ogni autore, asi in ogni occasione, Aristotele ritorna
sopra questo grande ar- ento per discuterne i differenti aspetti, per sostituire
alle teorie predecessori, che egli confuta sempre dallo stesso punto di a, la
sua dottrina che abbandona risolutamente l’ipotesi dei trarj disarmonici e si
inspira a quel principio supremo d’armonia e vuole il buon governo del mondo.
Questo è lo spirito implicito l primo libro, questo è lo spirito esplicito cel
dodicesimo che è usione dell’opera. Con un tale concetto della proporzione
Aristotele, a dispetto ® sue tendenze antipitagoriche ed antiplatoniche, non
poteva pnoscere la bellezza e l’importanza sovrana di quel principio
gorico-platonico che egli male intese negli altri e peggio riferì (2). i IT A.
JacQuES, Aristote Fonciaerd comme historien de la philosophie, 1837. Mi accordo
in questo col Narorp, Platos Ideenlehre. E son pur sue, in effetto, queste belle e
memorabili pagine de la chiusa della Metafisica che non stonerebbero in bocca
di Pitagora ; « V°ha un ordine in tutte le cose... ma un ordine differente.
Nulla è isolato, tutto si collega, perchè tutto è ordinato in vista dell’unità,
Sì, tutte le cose nell’universo hanno necessariamente funzioni distinte in un
piano comune ; e tutte le cose si dividono sotto la condizione di cospirare ad
uno scopo comune. Ricordiamo le assur- dità e le contraddizioni in cui si cade
quando si abbandona questa dottrina, i sistemi che hanno l’aria più speciosa e
quelli che presen- tano minori difficoltà. Tutti i filosofi si accordano nel
far venire ogni cosa dai contrarj : ogni cosa questo non è, dai contrarj questo
esige una spiegazione ; inoltre questi filosofi non dicono come le. cose o i
contrarj si trovino e provengano dai contrari]. Ma i contrarj. non possono
agire uno sull’altro. Ma noi evitiamo comodamente. questa difficoltà
aggiungendo ai due contrarj un terzo termine..... Di più, si vedrà che tutti
coloro che pongono i contrarj come princip, non possono servirsene
nell’applicazione, a meno che qualcun I venga a fornirgliene il mezzo.....
Bisogna dunque abbandonare l’ipotesi dei contrarj. E noi abbiamo spiegato il
come..... Il mondo. non vuole essere mal governato : Il comando di molti non è
cosa buona, uno solo sia il signore ». (L. XII, Cap. 10). $ 187. — Trovare una
spiegazione filosofica dell’universo, tale è la questione che aveva occupato i
filosofi anteriori e segnatamente Platone nel 7'imeo, e nella quale si
mostrarono incapaci di uscire. dai limiti d’una interpretazione estetica,
benchè ingenuamente indi: pendenti dall’ordine teologico. I Subordinare alla
sintesi metafisica una spiegazione scientifica dei fenomeni, ecco invece la
questione tutt’affatto nuova e fecond o) che comincia a preoccupare lo spirito
di Aristotele e in cui appare che egli aveva omai davanti agli occhi il
principio direttivo della. necessità della natura. È Qual raggio di luce nelle
tenebre dell’antichità! ì Disgraziatamente Aristotele non aveva ancora
conoscenza del metodo sperimentale, e appena il metodo analogico sotto l’aspeti
o) della deduzione dei rapporti matematici di necessità concedeva agli studiosi
uno strumento grossolano ma abbastanza pratico e sicuro di dimostrazione e di
ricerca. Qual meraviglia pertanto che in tutti , OE vastissima opera egli
riveli la continua preoccupazione di | considerare tutte le questioni da tal
punto di vista e che in parti | colare anche i suoi otto libri Fisici abbiano
la loro chiave di volta nel principio di proporzione ? si Tuttavia sarà bene
avvertire che tutta l’opera di Aristotele, dal punto di vista che c’interessa,
si compone di due parti che si devono accuratamente distinguere. L’una
stabilisce il principio universale della proporzione, l’altra è destinata a
mostrare 'e applicazioni in i campo dell’essere e del pensare. T Fisici
rientrano naturalmente in quest’ultima. Ed ecco un tratto ben degno
dell’attenzione dei eritici. Fin dai primi libri (lib. II, cap. rx) Aristotele
tratta a lungo della necessità della natura, dichiara che in questo il
necessario è la materia coi suoi movimenti « certe cose essendo date, altre
cose che seguano queste son necessarie », quindi tratta della necessità delle
matematiche e traccia serenamente il còmpito del ricercatore, ia man mano
avvicinandosi di ibro in libro alle applicazioni esplicite del principio di
proporzione, cita una grande folla di esempi, di dimostrazioni, di teorie,
sempre servendosi del principio della proporzione di guisa che in breve pare
che tutta la parte metodica dei suoi Fisici si possa ridurre a questo unico
consiglio : O fisico, non abbandonare mai il principio della proporzione (1). $
188. — Anche i libri Meteorologici (2) e i trattati Del cielo (8), si Gli
esempj sono così numerosi che mi limiterò alla citazione dei più di ri senza
riportarli testualmente per non aumentare la mole del libro. b. IV, cap. x1, $
11 segg, sulla teoria del vuoto, sulla teoria della caduta ri dei corpi secondo
il peso del corpo o secondo la resistenza ibid., $ 14, sull’impossibilità che
il vuoto abbia alcun rapporto zionale col pieno, e sulle dimostrazioni diverse
di questo principio ; b. IV, cap. x1x, $ 14, sul eoncetto di tempo dal punto di
vista del concetto di proporzione ; lib. V, cap. v, $ 5-9, vI, VII, VI, rx,
sulla spiegazione dei termini intermediarj ; lib. VI, lib. VII, cap. vi, sulla
teoria della proporzio- nalità dei movimenti secondo le forze che agiscono, i
mobili che resistono, il tempo impiegato e lo spazio percorso (dimostrazioni
inverse) ; lib. VIII, cap. xt, $ 9, sulla natura particolare dei movimenti e
sulla natura del medio ; $ 27, sulla proprietà dei movimenti contratj, delle
qualità intermediarie, ece. cap, xy, sulla dimostrazione del principio che il
motore immobile non ha nè parti nè grandezza qualunque. (2) Lib. I, cap. vi, $
18; lib. III, cap. v (per la teoria dell'arcobaleno). (3) Lib. I ; lib. II,
cap. 1x, $ 1, 2, sull’armonia delle sfere celesti ; cap. x, sulle posizioni
rispettive degli astri, sulle distanze relative, sulle velocità o SUA ll 1 i
Della produzione e della distruzione delle cose (1), Della storia degli animali
(2), Delle parti degli animali (3), Della generazione degli ani- mali (4), e in
modo particolare i tre libri Dell’anima cogli anne Della sensazione e delle
cose sensibili (5), Della memoria e della re niscenza (6), Del sonno e della
veglia (7), Della gioventà e della vee chiaia (8) contengono preziosi materiali
per la storia del concetto di proporzione nel sistema aristotelico, ma non
gettano alcuna lu ce sulle applicazioni che Aristotele ha potuto farne negli
Analitici. N punto più notevole si riscontra nell’opposizione delle opinioni
dei filosofi a lui anteriori intorno all'anima (1, 2) e massimamente nel capo
IV ove si combatte l'opinione che l’anima sia un’armonia (9); proporzionali
alle loro distanze ; cap. xl, XII ; lib. III, cap. v, sul numero reale degli
elementi, sulla comparazione dei corpi sotto il rapporto della; quantità ; lib.
IV, cap. III, IV, sulla teoria dell’analogia dei corpi. (1) Lib. II, cap. VI,
sulla confutazione della teoria di Empedocle, sù la comparazione degli elementi
fra loro, sia sotto il rapporto di quantità, sia sotto quello dell'effetto e
della proporzione. (2) Lib. I, cap. 1, $ 4, 8, sull’analogia delle parti negli
animali per gen eri differenti; lib. II, cap. v, $ 3, sull’analogia della forma
della scimmia con lè forma umana ; lib. III, cap. vi, $ 9, sull’analogia trai
selacj e i pesci ; lib. IV. cap. 1, $ 25, dei polipi e della lumaca ; lib. IV,
cap. 1v, $ 10, sulle parti esteriori dei crostacei e dei testacei. (3) Lib. I,
cap. IV, $ 3, sull’analogia dei generi e difficoltà di questa distini zione ;
lib. I, cap. 1v, $ 6 n, sulla differenza dell’analogia dalla rassomiglianza
lib. I, cap. v, $ 9, su ciò che s'abbia da intendere per analogia in questo
studio («< somiglianza più o meno completa degli organi aventi le stesse
funzioni benchè sotto forme diverse »); lib. I, cap. 1, $ 1, 2, sulle analogie
dei ret bili e dei pesci. | (4) Lib. II, cap. VI, $ 2, sull’analogia tra l’uovo
degli uccelli e l'uovo dei vivipari ; lib. IMI, cap. x, $ 20, 21, tra lo
sviluppo dei testacei e delle larva, (5) Lib. I, cap. vi, $ 5, sui contrarj
sensibili ; lib. I, cap. VII, sulla questione se si possano percepire due cose
nello stesso tempo ; lib. I, cap. va, $ 2; sé vi siano cose che si combinano in
una € altre no. } (6) Lib. II, sul movimento proporzionale con cui agisce lo
spirito. (7) Lib. II, $ 10, sui tre luoghi determinati dei corpi e sul luogo
centi al (fra la testa e il bassoventre). 4 (8) Lib. II, sulle parti principali
degli animali e sulla parte intermed ari fra gli estremi ; lib. III, sul centro
di tutti gli stessi viventi (animali o pià nte donde parte il loro sviluppo
proporzionato. Non si esamina nel testo la raccolta dei 262 problemi
(mpopripara) P ercl non è provato che essa appartenga ad Aristotele. Tuttavia
cfr. $ 150. (9) Trattato dell'Anima. Dicono pertanto che l’anima è un’armonia,
adducendo a conferma della loro tesi che l’armonia è un miscuglio ed un
contemperamento dei contrarj e che il corpo risulta appunto dai contrarj » ($
1). « Ma se l'armonia è una proporzione od una composizione delle cose mesco-
late insieme l’anima non può essere nè l’una nè l’altra » ($ 2). « Inoltre il
moto non si può spiegare dall’armonia, mentre esso, in verità, è ciò che viene
sopra tutto attribuito all’anima » ($ 3). « Di più se dices- simo armonia...
per esprimere la proporzione in cui stanno fra loro i componenti una
mescolanza..... è facile vedere che... non... si può sostenere che l’anima sia
un’armonia » ($ 5). Nel $ 6 si combatte appunto questo significato ; nel $ 7 si
combatte l'opinione di Empe- docle « che ciascun corpo è quello che è in virtù
di una determinata rzione nella quale coesistono fra loro gli elementi che la
com- no », e nel seguito del $ 7 e del $ 8 tutte le altre « difficoltà inerenti
alla dottrina che fa dell’anima una proporzione ». Altri argomenti sono
aggiunti per dimostrare che l’anima non può essere un numero semovente ($
16-22); ed è, forse, interessante dal nostro punto di vista la menzione che si
fa di passaggio di Empedocle, (cap. V, $ 6) rispetto alla composizione
proporzionale degli elementi dell'osso. Ma la presente ricerca non esige che
s’entri in maggiori particolari. $ 189, — Il trionfo della teoria della
proporzione, celata di pro- posito negli Analitici, sublimata mirabilmente
nella F/osofia prima, ‘e applicata direttamente nei Fisici, risplende alfine
senza velo negli | Etici (1), ove tutto il sistema aristotelico si muove alla
luce di quel- | l’idea che aveva già avuto sì vasta e rapida propagazione in
tutta la | Grecia. TI nesso intimo che rannoda il sistema etico di Aristotele
agli antecedenti è presto indicato e riconosciuto. Esso risiede nella ten-
‘denza a considerare tutte le cose dal punto di vista della proporzione. Qual è
la preoccupazione costante di Aristotele? Applicare la teoria alla pratica, la
teoria della proporzione alla pratica della vita. tre non solo l’ordine morale
è coordinato all’ordine estetico _ & matematico, ma l’etica tutta riceve
questo duplice fondamento. (1) Qui non si fa l’analisi che dei dieci libri
Etici Nicomachei (xx Nixo- piera); perchè i sette libri Etici 'Eudemei (79xx
Eddrpeta), e i due della i Etica (780. peydX2.) seguendo le conclusioni dello
SPENGEL, del BrANDIS 6 del PranrL, malgrado le esitazioni dello ZELLER, non si
ritengono genuini. 22 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. telica risponda pienamente a. Si può dire che
la concezione aristo tale requisito ? Io non ho neanche l’intenzione di entrare
nel me di questa tesi. Per gli scopi puramente teorici della presente ricerca
mi fermerò invece a dimostrare l’impiego categorico, insistente, direi quasi
strabocchevole, che si fa negli Etici del principio de a proporzione. Si sa che
per Aristotele, la ragione è la guida della vita (Co?) xorà ).6j0y). « Ma non è
la ragione di questo 0 di quell’individuo sicu ramente che sia la guida della
vita, giacchè l’ elemento razionale è attuato incompletamente negli individui;
è invece la retta ragione, èpddc X60c, la ragione che diremo ideale in quanto
contiene in sè una regola universale » (1). A questo concetto egli arrivà nel
modo seguente. Siccome il sommo bene sta nella felicità, e questa con- siste
nell’esercizio dell’attività propria dell’uomo, che è la ragione, così si
capisce che il sommo bene sta nell’attività della ragione e la massima felicità
nella massima attuazione della ragione. siccome in questa attuazione della
ragione sta pure la virtù, così la maggior virtù consiste pure nella massima
attuazione dell ragione, e due essendo i modi della vita: la pratica e la
teoria, da lato sarà la virtù e la ragione pratica, dall’altro la virtù e la
ragioni teoretica alle quali sarà precetto comune il comportarsi secondi retta
ragione. Ma questa come si trova, se l’uomo è spinto d si suoi sentimenti e
dalle sue naturali tendenze (principj ingeneratii contro la ragione) ad estremi
fra loro contrarj (eccesso © difetto) Si trova col criterio della natura 0
della medietà (tra l'eccesso e il difetto) per cui solamente la virtù che non è
nè un effetto nè una potenza, ma un abito, si genera, si accresce © sì
conserva. Il lettore sente oramai che per Aristotele la questione del prin-
strettamente legata alla questione del principio Ma il filosofo non si contenta
d’un intervento. particolari dell’applicazione con n dire euclideo. Seguiamolo
min! tissimo confronto col lim - cipio morale è di proporzione. metaforico,
quindi scende ai linguaggio che si potrebbe quasi tamente, perchè ci offre un
interessan (1) Cîr. la bella esposizione critica della dottrina della felicità,
della virtù e della volontà nell’Etica Nicomachea di Aristotele, di G. ZUCCAN
Saggi filosofici. Torino, Loescher, 1892, pag. 232. wir PERO + I r . . guaggio
usato negli Analitici per l'esposizione della teoria del sillo- gismo (1). ta
do È « In ogni continuo e discreto si può prendere il più e il meno e —
l'uguale e queste cose 0 rispetto alla cosa, o rispetto a noi ci e l’uguale è
un qualche cosa di mezzo tra l’eccesso e il difetto. Dico i essere mezzo della
cosa l’ugualmente distante dall’uno e dall’altro 4 degli estremi, il quale è un
solo e il medesimo in tutte le cose, ma “4 rispetto a noi è ciò che nè
sovrabbonda nè fa difetto. E questo non è un solo, nè il medesimo in tutte le
cose. Così se i dieci sono A È molti e i due sono pochi, i sei saranno la metà
rispetto alla cosa. Ugualmente infatti superano il due e sono superati dal
dieci. E i questa metà è secondo l’analogia aritmetica » (lib. II, cap. VI, 5,
6,7). « Ma la metà verso noi è da prendersi così (/bid., 7). Ogni sa- piente
fugge l’eccesso e il difetto e cerca il mezzo, e il mezzo non Ù della cosa, ma
riguardo a noi » (/bid., 8). « Così anche la virtù morale va in cerca del punto
di mezzo » (Ibid. 9). i « Infatti anche nelle passioni e nelle azioni, intorno
a cui versa J la virtù morale, c'è eccesso e difetto e medietà » (/bid., 10).
«E il quando conviene e per quali cagioni e verso chi, e în grazia di che e
come conviene questo è il mezzo e l’ottimo della virtù » (Zbid., 11). «Ora la
virtù cammina diritta fra gli eccessi e i difetti delle i passioni e delle
azioni » (/bid., 12). } « Adunque la virtù è certa medietà e investigatrice del
punto | di mezzo » (Ibid., 13). « Il cammino diritto è uno solo » (Zbid., 14).
n « Son proprj della malvagità l'eccesso e il difetto; della virtù la medietà ;
ora la medietà è indicata a noi dalla ragione» (ZIbid., 15). « La virtù è
medietà ({.ec6t5) in sè e ne’ suoi elementi costitutivi. Ma rispetto all’ottimo
è un estremo (&zpétys) » (Zbid., 17). E nel Capo VII toccando delle
relazioni tra la medietà propria della virtù e i due estremi : « E fa d’uopo
che questo non solo si dica in universale, ma anche (1) Tu vi trovi ad esempio
tutta la terminologia &4pe, péoog, x. t. A. già usata nell'esposizione
della teoria del sillogismo, e il processo del sillogismo per andar in cerca
del punto di mezzo. earn E "no IR © si adatti ai singoli : poichè tra i discorsi
che trattano delle azioni, i quelli in universale sono più vuoti di sostanza e
quelli intorno ai Il particolari più veri : imperocchè le azioni versano circa
i singoli NI e fa bisogno che convengano con questi. Pertanto queste cose. iù
si devono prendere dal disegno » (Cap. VII, 1). I E nel Capo VIII spiegando che
due estremi si oppongono fra. È loro e al punto di mezzo: « E poichè le
disposizioni sono trei. Il due vizj, l’uno per eccesso, l’altro per difetto; e
una sola virtù, la INI medietà, tutte a tutte si contrappongono in qualche
modo: infatti . ì le estreme e alla media e l’una all’altra sono contrarie; e
la media. | alle estreme » (Cap. VIII, 1). tl « Come infatti l’uguale verso il
minore è maggiore, e verso il maggiore è minore, così gli abiti mediani
eccedono verso i difetti, e verso gli eccessi difettano » (Ibid., 2). î it) «
Gli estremi respingono il punto di mezzo, l’uno verso l’ altro » (Ibid., 3). «E
così... è maggiore la contrarietà degli estremi fra loro che. verso il punto di
mezzo : maggiormente infatti distano fra loro, che dal mezzo, come il grande
dal piccolo e il piccolo dal grande, che non entrambi dall’eguale » (Zbid., 4).
« Di più verso il punto di mezzo in alcuni estremi sembra esservi qualche
somiglianza, ma negli estremi fra loro è grandissima disso- | miglianza. Ora le
cose massimamente distanti le une dalle altre si definiscono contrarie,
cosicchè sono maggiormente contrarie | le maggiormenti distanti » (Ibid., 5). ,
] E nel Cap. IX indicando tre precetti per trovare il punto di li mezzo in
questa materia : I «In ogni caso è difficile cogliere il punto di mezzo, per la
qual. il cosa è anche difficile essere dabbene » (virtù — medietà morale). _ |
« Come cogliere il punto di mezzo del circolo non è di tutti, ma di | | chi sa
» (Ibîd., 2). « Ma queste cose facendo massimamente potremo cogliere il punto
di mezzo » (Ibid.,T). < Adunque questo è manifesto | che l’abito medio in
tutte le cose è lodevole, e che conviene pie- | garsi quando verso l'eccesso,
quando verso il difetto; così infatti | facilissimamente colpiremo nel punto di
mezzo e nel bene » (Zbid.,9). | E nel Libro III Cap. VII, discorrendo delle
varie sorta di cose terribili : « Degnamente come consiglia la ragione, soffre
ed opera l’uomo forte » (Zbid., 5). « Secondochè adunque fu detto, la fortezza II nedietà » (Zbid., 13). Nel Cap. X, 1: « La
temperanza è medietà ». Nel Cap. XI: « Ma il temperante sta nel mezzo..... ed è
tale quale wuol la diritta ragione » (Zbid., 8). E nel Libro IV, Cap. I: « La
liberalità essendo medietà nel dare e nel prendere ricchezze » (/bid., 24). «
La virtù essendo medietà > (Ibid., 24). Ma omettiamo tutte le altre facili e
smembrate citazioni sulle rimanenti virtù, per indugiare un po’ di più sopra il
concetto della giustizia, intorno cui varrà meglio la pena di cercare qual
sorta di medietà essa sia e tra quali cose ciò che è giusto sia punto di mezzo.
Questa trattazione ha luogo nel Libro V che contiene la più vasta trattazione
dell’ analogia. « Ora questa meditazione si faccia collo stesso metodo che
nelle cose predette » (Cap. I, 2). « Sembra essere ingiusto chi viola le leggi,
il fraudolento, l’iniquo (disuguale), cosicchè è manifesto che sarà giusto chi
osserva le leggi ed è uguale ». « Donde sarà giusto ciò che è legittimo ed
uguale; ed ingiusto ciò che è contro le leggi e disuguale » (/bid., 8). « E di-
| ciamo in proverbio: « Nella giustizia è contenuta ogni virtù » (Ibid., 15).
Nel Cap. III, trattando della giustizia distributiva tò èv taîs dta- vopaîe
dizarov) (xatà &ftay): « Poichè l’uomo ingiusto è disuguale e la
ingiustizia è disuguaglianza, è chiaro che vi ha anche un punto di mezzo del
disuguale » (Zbid., 1). « E questo è l’uguale, perchè în ogni azione in cui c’è
il più e il meno, c’è anche l’uguale » (/bi4., 2). #4 « Ora l’uguale è
contenuto almeno da due cose ; donde è necessario che il giusto sia cosa media
ed uguale vuoi rispetto a certe cose, wmnoi rispetto a certuni; e in quanto è
mezzo lo è di alcune cose (queste sono il più e il meno), e in quanto è cosa
uguale, lo è fra due estremi, e in quanto è cosa ingiusta lo è rispetto a
certuni » (Ibid., 4). «E forse il giusto è qualcosa di proporzionato » (Ibid.,
8). « Imperocchè la proporzione non è solo propria del numero asso- luto, ma
ancora in generale del numero: infatti la proporzione è parità di ragioni e
consiste almeno in quattro termini » (Ibid., 8). « Così è della proporzione
discreta come della continua. Impe- rocchè ella si vale di un solo termine come
di due e lo piglia due | volte, così come A sta a B, così B sta a C; dunque il
B /u preso fue volte; cosicchè se il B venga preso due volte, quattro saranno i
proporzionati » (Zbid., 9). ITA « E il
giusto versa anche almeno in quattro termini, © la ragion imperocchè si
dividono nella stessa maniera, e qu è la medesima, giusta o non; e le cose le
quali sono o non pei quali la cosa è uguali » (Ibid., 10). « E si avrà dunque,
A:B::C:D; e mutando l’ ordine A:C::B:D. Cosicchè anche il tutto sta al tutto;
la quale com- binazione è fatta dalla distribuzione » (Ibid., 11). « Dunque
anche la congiunzione del termine A a C e di Ba D sarà cosa giusta nella distribuzione,
e questo giusto sarà il mezzo di ciò che è fuori della proporzione ; imperocchè
cosa proporzionata è cosa media, e cosa giusta è cosa proporzionata » (Ibid.,
12). « Bi matematici chiamano geometrica questa proporzione : imperocchè nella
parte geometrica accade che il tutto stia al tutto, come un parte verso l’altra
» (Zbid., 13). Ma questa proporzione non è con: tinua, perchè non è un solo
estremo in numero quello a cui si dà e la cosa che si dà. È adunque il giusto
questa specie di propor: zionato, e l’ingiusto è ciò che è fuori del proporzionato.
Donde ora è il più, ora il meno » (Ibid., 14). | Nel Cap. IV trattando della
giustizia correttiva èy toîc GDANAN paci dtoptwrzéy (aci réo0y) (1). «E
quest'altro giusto ha un’altri idea che non quel primo. Imperocchè quella
giustizia distributiva è sempre rivolta a distribuire le cose comuni secondo la
propor: zione riferita ; infatti, anche se la distribuzione si faccia di denai
pubblici, la si farà secondo la stessa ragione che hanno fra di loro) vantaggi
arrecati dai cittadini allo stato. E l’ingiustizia che si opponi a questa
giustizia è ciò che sta fuori di una tal proporzione » (2) «Ma la giustizia
negli affari è alcunchè di uguale, e l’ingiusti (1) Seguo V’ARRÒ e lo ZUCCANTE
(op. cit., p. 302) nella giusta sostituzi della parola correttiva alla parola
commutativa che si usa dai più per ind (tò droptwrrzòy simaroy). Forse la più
larga sfera di rapporti che viene indicati colla parola svvaXX4ypato potrebbe a
parer mio tradursi anche meglio € parola correlativa ® significare rapporti,
relazioni scambievoli fra i città dini indeterminatamente. 4 (2) Giustamente
osserva il MazzaLorso: I due aspetti della giustizia s0ni pure ritratti nella
seultoria definizione di DANTE (De Monarchia, I, 5), «1 est realis
(g.commutativa) est personalis (g.distributiva) hominis ad hominei proportio,
quae servata hominem servat societatem, et corrupta corTumi ’ G. Mazzarorso ;
La gua aristotelica. Est. « Rivista di aft. Bologna. II una cosa ineguale : non però secondo quella
proporzione, ma secondo ta proporzione aritmetica. Imperocchè non fa punto
differenza - seundabbene ha derubato un dappoco, o se un dappoco ha derubato un
uomo dabbene ; e neanche se ha commesso adulterio un dabbene od un vile ; ma la
legge guarda solamente alla differenza del danno, e tratta i colpevoli come
uguali : se l’uno fa ingiustizia e l’altro viene ingiuriato, e se l'uno ha
fatto del danno e l’altro fu danneggiato » (1d., 3). « Ma quando si misuri il danno,
si chiama l’uno pena e l’altro o, Cosicchè l'uguaglianza del più e del meno
costituisce il mezzo, e il guadagno e la perdita sono l’uno un di più, l’altro
un di meno, in senso contrario; e il più di bene e il meno di male è un
guadagno, e il rovescio una perdita ; delle quali cose sarebbe mezzo
l’uguaglianza, la quale dicemmo essere cosa giusta. Cosicechè il giusto
correttivo viene ad essere il mezzo tra il guadagno e la perdita » (Zbid., 6).
« Per la qual cosa quando vengono in dissenso, i cittadini ricorrono al giudice
; e l'andare al giudice è un andare al giusto; imperocchè il giudice vuol
essere, come la giustizia animata ; e cercano il giudice come mediano, e alcuni
li chiamano mediatori, quasi che, ove raggiungano il mezzo, conseguiscano il giusto
» (Zbid., 7). « Dunque il giusto è aleunchè di mediano, se pure lo è anche il
giudico. Ma il giudice pareggia ; e come di una linea che sia stata tagliata in
parti disuguali, quel tanto di cui il taglio | maggiore supera la metà, questo
toglie e aggiunge al taglio minore ; | @ quando il tutto sia stato diviso in
due parti, allora dicono di “avere il loro, quando abbiano preso l’uguale »
(/bid., 8). « E l’uguale ‘è mezzo tra il maggiore e il minore secondo
l’analogia aritmetica. È per questo ancora si chiama dixatoy, perchè è diya, in
due parti come se alcuno pronunciasse diyztoy, e il giudice si chiamasse
Bryaotije» (Zbid., 9). « Imperocchè quando due cose siano state private di
parti eguali, l’una dall’altra, e le due parti vengano aggiunte | ad una di esse,
questa sopravanzerà l’altra di queste due parti; imperocchè se una sola parte
fosse stata tolta e non aggiunta, l’altra cosa sarebbe superiore di solo una
parte. Ella adunque supera il mezzo di una sola parte ; e il mezzo supera la
cosa da cui fu tolta una parte di un’altra parte » (Zbi4., 10). « Così forse
verremo a conoscere qual parte conviene strappare a quello che ha di più, qual
parte aggiungere a quello che ha di meno; imperocchè la parte | che sopravanza
il mezzo, questa conviene aggiungere a chi ha meno, ——T—_——m—m—m—m€@mGE;r —_=y
r— e la parte da cui il mezzo è sopravanzato strappare da quel ch È è più
grande » (Ibid. 11). 4 Nel capo V, trattando della pena del taglione e
dell’opinione de Pitagorici, espressamente dichiara : È «E costituisce un
ricambio proporzionato la congiunzione di trale, come il costruttore di case si
giudichi con A ; il calzolaio B; la casa con C; il calzare con D. Conviene
dunque che il cost tore di case prenda dal calzolaio dell’opera di lui, e che
egli fac parte a quello dell’opera sua. Se adunque innanzi tutto è eguale ci
che è secondo proporzione e se si faccia il contraccambio, sarà Da : ciò che fu
detto » (Ibid., 8). Si veda la figura qui riportata, tr nico (1): atta dalla
Parafrasi di Andro $ 140. — A completare la dimostrazione del pieno accordo
dell telica colla teoria logica aggiungerò ancor in evidenza, coll’usata
sagacia dallo Zuc cioè per lumeggiare direttamente la dot teoria etica aristo
quattro punti già posti cante, ma per altri scopi, trina aristotelica della
virtù. Il primo concerne la maniera in cui si forma l’azione del pr etico che è
da Aristotele assomigliata alla maniera in cui si fo la conclusione nel
processo sillogistico, al quale riguardo si che c’è un sillogismo teorico e c’è
un sillogismo pratico (2). @ RI (1) AnproNIci RHODII, Ethicorum Nicomacheorum
Paraphrasis, 1: tion ià ayadà nat avadoyiav avi avoparzi Aeyovtat (bona
proportione uno i appellari sep: e èv 7 nord tèv A6YOv Tod dvdpirov Ewfj 7
=ddayrovia GUvi agtar (felicitatem in vita proportione constare). Inoltre: Lib.
I, 18, 20; 6,7, 8; IV, 4, 5, 6,7; VI, 1. — Il lettore aggiunga coll’occhio le
due con giunzioni diametrali AD, BC di cui è parola nel testo aristotelico. (2)
Eth. Nic., Vi i II fo, senza la minima
titubanza, dimostra aperto che il prin- cipio fondamentale non solo della
Logica e dell’Etica, ma di tutto il suo sistema è il principio della
proporzione, mentre nella teoria logica non se ne parla direttamente e solo si
illustra il principio de sillogismo, sebbene, in fondo, i due principj si
riducano ad un solo. Il secondo concerne il concetto di medietà (pesér<) il
quale, come fu già osservato giustamente da molti autori, è in fondo la stessa
cosa che la metriopatia di Platone: giacchè la retta ragione compie per
Aristotile lo stesso ufficio che il mépas o il limite per Platone nel Fikbo
(1). « Così — conclude lo Zuccante — i due grandi filosofi hanno fatto tesoro
in morale di quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune dei
loro popoli « ne quid nimis ». Il senso della misura e dell’armonia è la
caratteristica del popolo greco in tutte le molte- plici manifestazioni del suo
spirito ed il segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella storia
del mondo. Platone ed Ari- stotele si son fatti in morale gli interpreti del
loro popolo ». Il terzo è che, anche rispetto alla conoscenza pratica del
giusto mezzo, cioè alla prudenza (9péyo:<), tutta la sua teoria si riduce,
apertamente ad un’applicazione della determinazione del p$50y, conforme a
quanto avviene in una proporzione matematica, seb- bene egli dimentichi troppo
che la morale non è suscettibile di preci- me matematica « poichè in morale non
c’è niente di stabile e di isso » (2). Sarebbe facile notare qui quanto questi
concetti rigorosi lella matematica siano inadatti. Ma questo oltrepasserebbe la
Sfera limitatissima delle presenti ricerche intese ora solo a mostrare che il
concetto di proporzione matematica fu usato continuamente da Aristotele in
tutta la trattazione della sua Etica. Anzi la prova più sicura è precisamente
fornita dal fatto che Aristotele fallì | “mon per soverchio rigore ed esattezza
», ma perchè dimenticò che non bisogna pretendere dalla morale l’esattezza
della mate- matica, come egli stesso aveva già dichiarato nel principio della
sua Nicomachea (8). (1) Zuccante, Saggi filos., pag. 281-282. (2) Zuccante, Op.
cit., pag. 281. (3) Eh. Nic., I, 3, 4. 23 — PASTORE, Sillogismo e proporzione. Tl quarto infine conce della ragione sempre in
porzione. Infatti in tutte indicare le prescrizioni della ragione si riscontra
sempre la forma regolatrice, ordinatrice, proporzionativa, mente imperativa di
comando (6 )\éos tartet, 6 X6os bpite, 6 Abvog, mpootarest), salvo quei casì in
cui troviamo « 6 \6]0s xsAedet », | ragione comanda, ma però sempre con valore
analogo a quello della, frase «Goa. 7) îatpraij uedebet » (1). Ora questo senso
di metter ordine. disporre, determinare, analogo ® quello del concetto di
armonia, è pienamente conforme al senso di determinare secondo giusti rap-
porti cioè pro portione, mettere ordine secondo ragione, che è ìl canone
essenziale del pensiero aristotelico. Insomma, ciò che colpisce maggiormente
nella Nicomachea l'applicazione insistente del principio di proporzione che
soven e è confortato di considerazioni nobilissime ed elevato al grado di
fondamento d’una vera e propria dottrina che Aristotele cerca di stabilire e di
provare così nella teoria come nella pratica. Coloro adunque che sdegnassero di
arrestarsi a questo articolo della teo aristotelica per andar @ ripescare
altrove un fondamento alla sua Etica si smarrirebbero alla fine i bile e non
capirebbero la connessione dei grandi sistemi etic perchè, ad esempio, anche
ciò che fu chiamato 1’ Aritmetica ( del Bentham, a parer mio, prende in qualche
modo origine dal principio analogo di Aristote zioni svariate ©, malgrado le
esager nalistiche ed analitiche (v0Ds, \\éoc), ben degno che non solo
moralista, ma il filosofo in genere © lo scienziato ne tengano conto. bile
quella che considera la virtù Non è certo una teoria trascura umana come una
media proporzionale fra due estremi e ripone I criterio etico in un’ abitudine
di moderazione © di misura rispettd alle passioni determinata dalla retta
ragione. Ben si può rimpro ZUCCANTE (vedasi), nel dar giusta lode all’OLLò
LAPRUNE che ha escogi: tata pel primo questa preziosa notizia, aggiunge: «in
ogni caso non DI: sogna dimenticare che 1° PBudemia, in cui si trova i casi di
comando, non € opera di Aristotele » (Op. cit., pag. 286). Anche per questo
motivo non viene esamin che è falsamente attribuita ad Aristotele. ata nel
testo la Grande PARTE TERZA — CAPO II 179 verare ad Aristotele come moralista
che, in luogo di dare un ideale ‘accessibile alle passioni umane e traducibile
in un vero principio d’azione, non l’abbia ammesso se nona guisa d’una formula
astratta, indeterminata; ma se ciò detrae al merito generale ed al valore tico
del suo sistema che restò sterile ne’ suoi risultati, non toglie nulla alla
forza di questa tesi che vede in lui il genio formale della proporzione, quindi
il fondatore della teoria formale del sillogismo come proporzione. $141, —
Consideriamo ora rapidamente anche la Politica (1), che è l’ultima applicazione
pratica, che renda imagine essoterica di quell’idea che informa e illumina
tutto il pensiero aristotelico, I principj teorici che dànno un’ impronta tutta
propria alla Costituzione ateniese (2) per noi si trovano già nettamente stabi-
liti nello spoglio delle opere filosofiche dello Stagirita che è stato fatto nei
$$ antecedenti; per l’autore lo stato di anima dovette essere press’a poco il
medesimo. Tuttavia non sarà inutile aggiun- gere alcune osservazioni atte a far
meglio comprendere come tutte le sue opere storiche e politiche siano fatte
collo scopo di recare a compimento la filosofia delle cose umane (i rspì tà
dvdporwa pi losopia) assurgendo dalla esperienza delle idee e dei fatti alla
meditazione di ciò che poteva parere la legge logica della storia. Anzitutto
bisognerà ritenere che per Aristotele massima è l’im- portanza che ha nello
stato il legislatore, il quale deve personificare (1) Nel testo non si tiene
conto che degli otto libri della Politica (roVrwmd) e della Costituzione
ateniese (noXreta còv "Adavatov) ; perchè i due libri eco- nomici non sono
genuini 0, per lo meno, è spurio il secondo libro. (2) Ml papiro di Berlino fu
edito dal Brass nel 1880, il papiro di Oxford dal KenyoN sulla fine del gennaio
1891. La questione dell’autenticità non ha più bisogno di essere riaperta,
perchè malgrado ogni negazione del Rose (Aristoteles Pseudoepigraphus. Lipsia,
feubner, 1863, pag. 396), essa fu provats eon grandissima copia di argo- menti
positivi. Non si può ancora dete»minare l’ anno preciso in cui fu seritta la
Costituzione ateniese, ma è possibile fissare il perziyjuov seguente : 328-325.
Se si potesse rispondere alla domanda seguente: quali modi- ficazioni furono
introdotte dall’Arconte epononimo Cefisofonte rispetto alle feste quinquennali
e in che mese furono applicate? si avrebbe forse modo di ridurre ancora questo
petzixutov. Ma a questa ricerca bisognerebbe dedi- care una memoria speciale.
Ae PR e_N, Pe". — | N la pratica
della virtù umana e il criterio etico supremo di modera- zione e di medietà
determinato dalla retta ragione. Ecco perchè in tutta l’opera sono esaltati,
con somme lodi, alcuni uomini di Stato che rappresentano meglio l'ideale
analogico della saggezza, umana, come Solone (1), Pisistrato e 'Teramene.
Solone, per esempio | è grande perchè è uomo pé90<, tipo di cittadino
p.$005, che vive con misura e con moderazione , cioè con virtù perpios; tutti
quanti. questi legislatori ideali sono agiati moderatamente sbropodyrss Tayi
parpiwy. In secondo luogo, e per le stesse ragioni, si capisce perchè. sia
sempre e tanto esaltata la classe media oi péoot, |=o6tAtog, « Evidente è
dunque che ottima convivenza sociale è quella tra; uomini di mezzana condizione
sociale e moderati..., e che posso i bene reggersi solo quelle città nelle
quali tale classe è numerosa e abbia la preponderanza sulle altre due, o se no,
almeno su d’un ds giacchè associandosi all’un partito o all’altro ne
determinerà vittoria impedendo gli eccessi contrarj » (2). A questo riguardo
applicando apertamente il principio della. proporzione (&va)oi2.) alla vita
sociale « in ogni stato — dice vi sono tre classi: dei molto ricchi, dei molto
poveri, di coloro che. appartengono alla classe intermedia. Ora, dal momento
che ammet= tiamo esser ottimo ciò che è medio e moderato, è chiaro che ottimo;
sarà anche il possesso moderato dei beni di fortuna (tò péTpoy Xprotoy vai to
pé00v). Più facilmente, infatti, che in ogni altro, uomini in tale stato si lasciano
comandare da ragione (r@ A67% medapysiv) ; coloroi nvece che sono
soverchiamente belli o forti o nobili o ricchi o, viceversa, soverchiamente
miserabili 0 deboli o spregevoli, difficil cosa è che a ragione ubbidiscano »
(cò N61 dmo)v0=tv) (3). i In terzo luogo, finalmente, si comprende perchè ad
ogni passo sì predichi che la virtù sociale per eccellenza è l'armonia.
L’armonia per lo Stagirita è la proporzione: « Virtuoso è colui che sa tener
uni giusto mezzo tra due eccessi ». Il p4005 tra gli estremi (mpa) dell’una
«Saggio è colui che sa moderare sè stesso, comani proporzione. È dunque alle
proprie passioni, proporzionare i mezzi al fine ». (1) Polit., 1296 a, 19. (2)
Polit., 1295 b, 35. (3) Polit., 1295 a, 35. dl Ta ate che lo spirito direttivo di quest’opera
s’accorda con lo spirito degli Etici, e di tutte le opere filosofiche di
Aristotele e in sarticolare con lo spirito degli Analitici, che riposa sulla
base in- concussa e irrefragabile della proporzione. L’esaminare più minu-
tamente la Politeia sarebbe qui fuori di posto. Basterà ripetere a guisa di
conclusione che tutte le formole teoriche dell’analogia, inafferrabili talora
negli Etici per il loro carattere matematico, trovano nella Politeia diretta
applicazione nella pratica, nel libero ‘e delicato apprezzamento dei fatti
storici, delle circostanze e dei | rapporti della vita sociale. Del resto non
poteva essere diversa- mente, perchè tutta la filosofia aristotelica è dominata
dal principio — della proporzione e tutte le opere speciali sono anch’ esse
come | anelli di una grande catena (1). a (1) Per comodità del lettore aggiungo
qui in calce l’elenco dei riferimenti | testuali sul concetto di proporzione
compilato sulle opere complete di Ari- Btotele e ricavato dall’ Index nominum
et vocum, vol. v, MuLLaAcH. Si capirà immediatamente dopo la minuta analisi
delle opere aristoteliche rispetto al | concetto di proporzione compiuta nei $$
antecedenti, che questo elenco è incompleto ed inadeguato agli scopi d’una
ricerca filosofica qualunque e in | particolare di quella che io ho tentato di
favorire collo schema abbozzato passi in cui A. fa menzione diretta o indiretta
della proporzione, ma quella di esumare lo spirito di tutto il suo sistema. ill
Proportio (2vz4oyia, tò avaloyov). im cequalitas est, 11, 51, 54, 41. n numerum
unitatibus constantem spectat sed etiam quemvis ad minimum constat, 11, 55, 42;
11, 157, 32. a etiam quattuor constat, quia medius numerus bis adhibetur, 11, —
ea quod constat medium est, 11, 56, 4. — substantiam significare non videtur,
idque quare, 1, 498, 8.8. — dequi omnibus inesse censebat Archytas, 1v, 201, 21
ss. — wmnicuique generi entium inest, 11; 637, 52. _— dliqua fit
unumquodque, int, 358, 101%. _— gus esse videtur, tr, 151, 52. | — espublicas
continet, 11, 151, 51. — esaequat et conservat amicitias disuequales, 11, 104,
6 ; 11, 233, 33, 37. _—
ea meltiri oportet societatem civilem, girca cam versantur scientiae mathematicae, .
Cfr. 11, 588, 16, — sam ex numero intra decadem deducunt (Platonici), 11, 623,
49. P > n CA LA Da ultimo sarà bene
avvertire che, anche quanto alla forma ‘del suo filosofare, più che non si
creda, Aristotele trattò le cose — imvertitur cum numerorum,; tum linearum, el
solidorum et temporum, 126, 25, — non cadem causa est cur ejus membra
invertantur in mumeris et in lineîs, 169, 16. Proportio (ovppetpia) marima
species pulchri, 11, 614, 48 8. — unum quam marime efficit, tv, 202, 22. — qui
ca carent, cur, si sibi invicem oppositi considerentur, majores antur, quam si
soli per te, 1v, 202, 20 ss. — ea carentes improbi, ad foemineum genus
referentur, Iv, 14, 47 88. — qui eam habent justi et fortes, 1v, 14, 49 ss. —
arithmetica, quidnam, . — continua ; quaenam, TI, 55, 44 ; 11, 56, 9. —
geometrica ; quaenam, 11, 56, 6. : — recta, quaeritur an ea constet bonitas
quam rebus impertit numerus, i , 636, 41. Pro-portione; quae ita inter se
differunt genera seorsim ponenda sunt, tt, 225, 48. — sic a piscibus differunt
aves, 111, 225, 51. — ilem animalia pleraque eorumque partes et affectus, mu,
226 ; 1, cfr. MI, 227, 48 88. — amaloga, non ommia simul adhibenda, n, 392, 47.
dl — analogia, ex ea petendae sunt metaphorae et epitheta, 387, 29. — dvdloyoy,
quid ita vocetur, 1v, 189, 4, in eo etiam nat dvadoyiav 8% A 169, 24, ejus
ratio habenda ut teneamus problemata, 167, 48. — quaenam ex eo petantur
enthymematum argumenta, 378, 31. Harmonia (graece) ; eius natura atque divisio,
p. 53, a, b; 54, a. — duo significat, 11, 439, 5, cfr. Im, 488, 495. — primo
loco et appellatione marime propria significa rerum motum ei positionem
habentium compositionem eius modi, ut nihil eiusdem generis è se recipere
queant, 1, 439, 515; cfr. In, 438, 495. — significat praeterea mixtorum
rationem mutuam, II, 439, 85; cfr. 1 438, 49. — nomnulli ci assimilant amimam,
tI, 438, 46. — ceaque opinio multis magis placuit quam ulla alia earum quae de
anima traditae sunt, 11, 438, 435. i — mihilominus jam reputata est in
sermomibus vulgo tritis, 11, 438, 455, , — eam temperamentum et compositionem
esse aiunt qui ei assimita amimam, 11, 438, 47 8. — reputatur eorum opimio, II,
438, 49 88; fr. 51, b. — motum impertire nequit, nt, 488, 51. } — eius notio
magis quadrat in sanitatem caeterasque virtutes corporis quam in animam, 11,
438, 52 ss. \'- secondo l’ordine e
l’usanza dei geometri. Vero è che nell’osservanza di questa regola non fu
sempre così diligente come avrebbe dovuto. — una digessit universum
coagmentationem, caeli et terrae et universi mumli, 111, 635, 21 88. —
distinguitur proprie sic dieta, î. e. musica ab ea quae ordine vel composi-
tione constat, 11, 254, 39. — ea constans gignitur ex harmoniae privatione
atque in cam interit, idque mon in quamvis, sed in oppositam, 11, 254, 35. —
eius mensura diesis est, 1, 629, 18. — mutila esse nequit, idque quare, 11,
532, 4. — ei insunt numerorum affectus, 11, 632, 44. — septem sunt, sed non
quia septem huiuscemodi numerus est, 11, 637, 13 ss. — carum affectus et
rationes in numeris invenerunt Pithagorei, 11, 475, 21 8. — edrum causae non
suni numeri ideales, idque quare, 11, 638, 1 8. — sine gravi et acuto extare
nequit, 11, 219, 24. — iis comparantur respublicae, 11, 230, 19. Harmonica :
vocem spectat quatenus numerus, 11, 614, 24. — ea aceuratiores sunt arithmetica
et geometria, 11, 614, 223. — disciplina mathematica naturalior est, 1, 263, 2.
— contrario modo se habet ac geometria, 11, 263, 3. — subiecta sunt
arithmeticae, 129, 5, 44; 130, 13; 135, 1. — nomine tenus non distinguuntur
mathematica et quae auditum spectat, 135, 14. — ea praestat arithmetica, 149,
26. — Marmonica mathematica : res de quibus tractat praeter sensibiles erant,
si ri ematicae praeter res sensibiles tt ideas extent, . ti secundum numeros :
eorum sententia de voce acuta, 183, 10. si riferiscono ai volumi seguenti : 1
on, Rhetoricon, Poeticon, Politica. FIL Bthicorum, Naturales uusoultationes, De
coelo, De generatione et cor- Mi. IIl, De animalibus historiae, De animalium
incessu, De partibus ani- — malium, De goneratione amim., De anima, De sensu et
sensibili, De memoria a reminiscentia, De sommo et vigilia, De insommiis, De
divinatione per som- num, De amimalium motione, De longitudine et brevitate
vitae, De juventute et senectute, De vita et morte, De respiratione,
Meteorologicorum libros qua- tuor, De mundo ad Alerandrum, De coloribus, De
audibilibus, De spiritu, De Xenophane, De Zenone, De Gorgia. IV.
Physiognomonica, De plartis, Ventorum situs et adpellationes, De Insecab
lineis, Mechanica, De méirabilibus auscultationibus, Proble- matum secliones
XLI, quarum tres nunc demum e. Cod. Ms. erutae. __ V. Indicem nominum et rerum.
VI. Fragmenta. Pe 184 SILLOGISMO E PROPORZIONE Conobbe egli al certo tutti i
comodi del ragionare geometrico, ma non sempre conobbe esser vana cosa il
volerli trasferire a tutte le parti dello scibile. $ 142. — Tale è, in
compendio, la dottrina delle proporzioni che Aristotele possedette ed impiegò
nelle sue opere. Con quella fran* chezza medesima, onde furono indicati i
tratti caratteristici che provano l’intima analogia tra la sillogistica
aristotelica e l’analogica precedente, verranno ora discussi due punti molto
importanti; per la storia della logica greca, il primo circa l'evoluzione dell’idea
il secondo circa il contegno di Aristotele; poichè se la critica non ha nulla
da nascondere nell’una, ha ben qualche cosa da ridire su l’altro. $ 143. — Il
Pitagorismo aveva bisogno di completarsi. E si com- pletò con la sillogistica
aristotelica che è fusione di elementi logici è matematici, come vedemmo. La
fusione fu agevolata dal fatto chel parola analogia ai tempi di Aristotele
significava ancora e sopratutto proporzione. Aristotele fu pitagorico suo
malgrado. Il Pitagorisma aristotelico poi non consiste nell’appropriarsi il
concetto pitagorieg che le idee sono numeri o si possono considerare come tali,
ma nell'attribuire alle operazioni delle idee e dei giudizj la forma e È leggi
delle operazioni dei numeri e dei rapporti. Due dominj, È apparenza differentissimi,
l’analitica matematica e l’analiti@ logica, furono avvicinati e confusi
nell'adozione dell’operazion fondamentale comune. Ed è ben strano che
quest’applicazion geniale che venne a rendere tanto più fecondo il principio
analogici il quale già aveva ricevuto da Talete a Platone un’estensione ma
vigliosa non sia stata compresa adeguamente dalla critica. Ma per quanto sia
instabile e controverso il piano d’ogni period filosofico, per quanto sia
temerario affermare con Hegel che lè storia della filosofia mostra i sistemi
filosofici che si producon sistematicamente dal logo implicito, nondimeno è
giocoforza am mettere che nel pensiero prearistotelico erano già tutti gli
element matematici e logici che furono in seguito sistemati sillogisticamente
Il lettore che ha seguìto l’esposizione storica tracciata fin qu vede bene
oramai come non sia necessario sovvertire l'ordine cronologico per giustificare
quella sistemazione logica che si compì Uj “i Pi e Er II 185 bo) ‘nella mente di Aristotele.
Nell’ampia generalità dei sistemi filosofici si direbbe pertanto che il
pensiero greco si è comportato logica- ‘mente concependo e speculando sè
stesso. Perchè quando Aristotele giunge a concepire la ragione storica e logica
del pensiero greco, che è il concetto estetico e matematico della proporzione,
quando intuisce che solo col ricorso alla teoria della proporzione si può
spiegare la deduzione necessaria dei rapporti logici, cioè dei giudizj, e,
stabilita la corrispondenza fra l'analogia matematica (proporzione) e
l'analogia logica (sillogismo), crea l’ analitica fondandola sulla pietra
angolare del sillogismo, allora il divenire filosofico di Aristotele è il
divenire filosofico di tutta la Grecia. L’efficacia innovatrice della
sillogistica aristotelica, aprendo l’éra della logica pura come scienza, segnò
il principio d’una serie di ricerche che mossero bensì dal più cauto abbandono
dei principj metafisici imperanti da Pitagora a Platone, ma riuscirono ad una
dottrina analitica fondata su principj in sostanza non diversi da quelli
matematici che Pitagora e Platone avevano indefessamente sostenuto. La
conclusione di questo primo punto si può esprimere in poche parole. Molto tempo
prima di Aristotele la matematica aveva trovato i metodi che le sono proprj,
aveva determinato i suoi principj, fissato il suo dominio specifico ed assunto
già quella forma ‘severa che Euclide non ha punto inventato. Di questi tesori
sì valse direttamente Aristotele per compiere nella sillogistica | quel
sillogismo che era inevitabile nella storia. Sebbene per questa a egli abbia
superato di gran lunga tutti i suoi predecessori, tuttavia è la matematica che
gli tracciò ed illuminò la via maestra che egli percorse colla certezza di
andare sempre innanzi. | $144. — Passiamo ora ad un breve apprezzamento del suo
con- tegno. Siccome sarà necessario discutere ed impugnare parecchie
dichiarazioni di Aristotele, così fa d’uopo riferire quei passi che rias-
sumono il carattere fondamentale ili tutta la sua opera logica. Ecco che cosa
dice Aristotele nel Cap. XXXIV degli Elenchi Sofi stici rivendicandosi tutto
l’onore d’aver fondato una scienza senza precedenti nella storia. « Ma bisogna
pure che noi ci rendiamo ben conto del vero carattere di questo studio »
(ibid., 5). ® 24 — PASTORE, Sw/ogismo e proporzione. i bo « Fra tutte le scoperte, le une, ricevute
da mani stranier n anteriormente elaborate, hanno prosperato in qualche parte p
5) le cure di coloro che le hanno inseguito ricevute, altre, al contra trovate
fin dal principio, non hanno preso ordinariamente dapprimi che un accrescimento
debolissimo, ma ciò non ostante molto più utile di tutto lo sviluppo che doveva
uscirne più tardi. La cos capitale, forse in tutto, è il principio, come si
dice, ma è pure la più difficile ; più la scoperta ha valore, più è difficile
farla, quando l’og: getto sfugge all'osservazione per la sua piccolezza stessa.
Un volta trovato il principio, è ben più facile aggiungervi e riuniry il resto
; è quanto precisamente è successo per lo studio della retorie e per quasi
tutte le altre scienze. Coloro che hanno scoperti gl elementi non hanno
assolutamente fatto dapprima che qualche del ol passo, ma coloro che oggi hanno
tanta riputazione, ricevendo ll scienza come un'eredità, accresciuta a poco a
poco da tante ricerche, l’hanno portata al punto elevato in cui noi la vediamo
» (ibd., 6; « Ma pel presente studio non si può dire che tale part fosse stata
lavorata e che tal’altra non fosse punto stata trattata, anteriormente non vi
era assolutamente nulla » (ibîd., 7). «Per la retorica ce’ erano lavori
numerosi ed antichi. Per la sillogistica, al contrario, noi non avevamo
assolutamente nulli di anteriore da citare, ma le nostre penose ricerche ci
hanno costati molto tempo e molte pene » (ibid., 8, 9). È « Se dunque vi pare,
dopo aver esaminato i nostri lavori che questa scienza, sfornita d’ogni
antecedente analogo, non sii troppo inferiore alle altre scienze che crebbero
con successivi lavori non vi resterà più, a voi tutti, cioè adire a tutti
quelli che hanni seguito queste lezioni, che mostrare indulgenza per le lacune
d quest’opera, © riconoscenza per tutte le scoperte che sono 8 at fatte »
(ibid., 10). Con tutto il rispetto che portiamo a questo sommo filosofi e senza
volerlo far discendere dal piedestallo dove l’ha posto un non fanatica ammirazione
— verecunde ab Aristotele dissentio — do biamo ora riconoscere che quanto
all’asserire la teoria anali del sillogismo (mspì vob svWorieota:) sfornita
d’ogni antecedent analogo, la cosa è priva d’ogni fondamento. L’antecedente
analogo della sillogistica c’era ed era precisament la teoria dell’analogia
matematica, sulla quale circostanza sì pu II ben dire che, se non v'ha mai in tutte le
opere aristoteliche una sola ‘parola che dichiari apertamente che la fondazione
della logica è Polato ricavata dai fondamenti della matematica, del pari non se
ne potrà trovare una sola che escluda l'analogia fra la teoria logica del
sillogismo e la teoria matematica della proporzione, Questo straordinario
silenzio è forse più eloquente d ogni ipotesi contraria. Certo Aristotele non
ha imitato la modestia di Platone, il quale, com'è noto, nei suoi scritti non
espone mai le sue dottrine nel suo proprio nome e si dà quasi sempre la premura
di spiegare l’origine delle sue idee e si indugia tanto spesso a raccontare
come alcuni fatti generalmente ignorati siano potuti venire a sua cono- scenza,
professando tutt'al più il desiderio di mostrarsi continuatore e restauratore
della tradizione filosofica della Grecia. Ben altro è l’animodi Aristotele, il
quale, com’è noto, non fu mai troppo seru- poloso nel render conto delle idee
altrui, vantò sempre arditamente l'originalità delle sue idee e non ebbe certo
la pretesa di presentare la sua sillogistiea come una semplice applicazione
dell’operazione matematica più famigliare dell’antico Pitagorismo. Ma questa
pretesa possiamo ben averla noi in queste ricerche le quali si possono
considerare appunto come lo sforzo di riattaccare il sistema sillo- gistico di
Aristotele alle tradizioni estetiche e matematiche del popolo greco. _——1 vero
che certe frasi di Aristotele si direbbero enigmi inven- | tati a bello studio
per mettere alla prova l’acume e la pazienza n del lettore, non per aprire agli
studiosi le porte di un metodo muovo, talchè Aristotele che si vantava di avere
finalmente | scoperto un metodo nuovo capace di rimediare ad ogni vizio degli
altri e di tracciare la via a nuove scoperte, sembra aver esau- rito una volta
per sempre tutto il da farsi lasciando poi gli altri în quelle tenebre che egli
non volle dissipare. Il suo silenzio — anzi il suo partito preso — è del resto
così strano e intollerabile che molti ne trassero facile pretesto
d’insinuazioni, d’accuse e d’ingiurie d'ogni maniera. Senza dubbio la critica
più circospetta e più Severa non può più accettare, per esempio, le
esagerazioni di Sim- plicio, di Ramus e di Bacone. Perocchè, senza punto
assolvere l’opera critica di Aristotele dai molti e gravi difetti, non si
possono prendere sul serio gli argomenti di Ramus, fra gli altri, il quale, per
cercar di provare che Aristotele non è l’inventore della logica, rimonta —— presso i Greci, a Prometeo, fondandosi sopra
un passo del Filed di Platone ; e presso gli Ebrei, a Noè, fondandosi sopra un
p dell’Esodo di Mosè; nè le diatribe, le invettive, le ingiurie, e i gr lani
insulti di Bacone che lo proclama detestabile sofista, invento: d’un’arte di
follia, ladro della scienza, assassino de’ suoi frate i paragonabile
all’Anticristo, più nefasto di Attila, di Genserico, dei Goti. Nè il Ramismo nè
il Baconismo esercitano ora alcuna in ntegno di Aristoteli fluenza
considerevole sull’apprezzamento del co e tutte le altre opinioni sui plagj
filosofici di Aristotele noi sembrano ammissibili. Taccio del torto che gli si
potrà forse fare da qualche eritie superficiale che, basandosi sulle presenti
ricerche, salterà su a di e «Se Aristotile non ha plagiato i filosofi, chi
potrà negare orma ch'egli non abbia plagiato i matematici ? ». Per carità, non
con fondiamo nuovamente le cose. Aristotile ha fatto un’applicazione geniale
d’una teoria matematica alla teoria logica, non plagio. Certo si può biasimare
Aristotele di non essere stato esplicita su questo problema. Egli doveva
pronunciarsi positivamente @ non lasciarci nell'ombra del dubbio. Ma
ricordiamoci sempre che già un millennio e mezzo di studj pazientissimi, ma
troppo fanatici, riuscirono non solo a sfigurarlo ma a renderlo completamente
irriconoscible ai peripatetici del medicevo. $ 145. — Se ora ci si proponesse
la questione : Perchè Aristotele tacque sull’intima analogia tra il processo
logico del sillogismo e processo matematico della proporzione * Risponderemmo :
Tacqui forse per calcolo e certo per tradizione, è poco nel primo senso, mol.
tissimo nel secondo. Poco nel primo senso ; perchè ragioni del suo interessato
silenzio che le seguenti, abbastanza deboli. Siccome si dice che Aristotele,
dopo d’esser stato in grande intimità intellettuale con Platone, verso gli
ultim anni della vita del suo maestro abbandonò la sua scuola e ne di: venne un
acre avversario, se è vero che Aristotele prese da Pit gora l’ispirazione
generale e da Platone l’idea diretta della sU sillogistica, ed ebbe forse
davanti i passi che furono riferiti antet dentemente per tracciare la
definizione del sillogismo, è ben rale che egli abbia conservato il più
completo riserbo sulle origini di non si potrebbero escogitare altre le quali
song sio và giacchè una dichiarazione
esplicita che avesse ridotto il più grande pensiero della sua vita, che è il
principio del sillogismo, nei limiti d’una applicazione sia pur geniale del
principio fonda- mentale di Pitagora e di Platone, lo avrebbe umiliato
irrepara- bilmente di fronte ai suoi avversarj. Un Aristotele antipitagorico ed
antiplatonico a parole, ma pitagorico e platonico nei fatti, quale » imbroglio
intollerabile sarebbe stato cotesto ? Qual portento di critica l'avrebbe
salvato dalle punture de’ suoi detrattori? Come | avrebbe ancora potuto
emergere il suo merito, proclamare senza A enti la sua dottrina, indiscussa,
indiscutibile, assoluta la | sua originalità ? Questo può farci, fino ad un
certo punto, capire che Aristotele poteva aver interesse di trasformare, anzi
di mascherare con la massima cura, la sua definizione del sillogismo per
deviare le ricerche della critica, e forse si potrebbe dubitare che il termine
‘analogia sia stato cambiato in sillogismo per la stessa ragione. ‘Ancora si potrebbe
aggiungere che egli non parlò mai di analogia | nella sua Analitica e in genere
nelle sue opere senza attribuirle ‘il senso matematico di eguaglianza di
ragioni. Questo fatto, malgrado l'apparenza, dimostrerebbe che egli non volle
mai fare tin duplicato, tanto più che non dice mai una parola per escludere
‘avvicinamento tra il sillogismo e l’analogia. L'ampio uso che egli ece
dell'analogia negli Z%ici, dove « non c’è niente di stabile e di 4 dai
predecessori, moltissimo nel secondo senso; perchè è provata la distin-
radicale ch'egli faceva tra le lezioni essoteriche e le , sono estremamente
varj. C'è un gruppo di libri essoterici, tinati essenzialmente alle genti
estranee, ai non iniziati, Un passaggio celebre di Auro GeLLio (Notti Attiche,
xx, 5) ci dà she indicazione sulla natura del suo insegnamento, diviso, sembra,
in di lezioni : quella del mattino, più difficili e riservate a un pub- i
iniziati; quella della sera, più accessibili a tutti e dove l’insegna- della
retorica teneva un largo posto ; le prime dette aeroamatiche, le ezoteriche.
Questa distinzione fra i corsi chiusi e i corsi pubblici istotale non è
inverosimile in sè : essa è conforme al metodo di quei filo- forse essa è
confermata anche di un testo del trattato spl duyic, 4, B, 29 (oì dv xowgò
yeyvépevor Aéyot). (Cfr. CROISET, Mist. littér. grecque, Iv, pag. 683). i per avviarli gradualmente alla scienza
rigorosa e severa, è c'è n gruppo di altri libri esoterici 0 acroamatici, cioè
destinati ai ve discepoli che sono in grado di seguire la lezione del maestro
fino fondo. Alla prima categoria si attribuiscono comunemente î dia loghi e
certe opere di compilazione erudita ot (è4d=dopsyor ASTOL), seconda i grandi
trattati (mparpoatetat). A questa singolare 4 stimonianza potremo oramai
aggiungere l’osservazione seguen le Aristotele conservò certi segreti non solo
di fronte ai suoi uditori m anche di fronte ai suoi iniziati, più ermetico in
questo forse dell stesso Pitagora che, com'è noto, aveva pure diviso i suoi
disce in due ordini : i matematici e gli uditori, e ad essi progressi vameni
svelava le sue dottrine e le sue scoperte, subordinando 1 ammi all'osservazione
d’un profondo silen sione a prove rigorose © randi trattati esoterici ap Tanto
è vero che neppure nei g la formula potente della proporzione come fondamento
dichii rato del sillogismo, e il cammino compiuto dal genio per è vare alla sua
meta è avvolto nella più fitta oscurità. Ma il siero di Aristotele a questo
riguardo dovette essere chiarissimi Noi sommamente possiamo ora lodare e
ammirare questo grand pensatore il quale, oltrepassata la considerazione triviale
del guaggio, mostrò che la proporzione è la forma vera, la form universale e
necessaria del ragionamento ; concetto stupe maneggiato da tanti ingegni
sublimi anteriori a lui e pure @ nessuno avvertito. 4 Nell’investigar le
ragioni della deducibilità necessaria dei giudî messa in tanta evidenza dalla
dialettica di Platone, egli dovette ceri indirizzare la mente verso quella
strada matematica pur nota a Platone per la quale, quando altri s'incammina,
faci accade che si deducano E Avé:ane alcune verità da altre poste
antecendemente in una certa relazione fra loro. Tutto il siero filosofico e
scientifico della Grecia gli offriva davanti il dupli tesoro matematico e
dialettico della deduzione necessaria. Di qui, a concludere che la deduzione
logica e la deduzione a1 logica formalmente considerate sono tutt'uno, il passo
era b Così Aristotele, posta la mano sul fondamento che alle s0 DI matematiche
e fisiche aveva concesso gli ammirabili prog messo a nudo il sostrato deduttivo
sul quale sì fonda tutta la Wi della logica, intuì che è sempre la stessa
operazione che conte! si n | n perenne a
tutte le verità dedotte necessariamente dalla ecienza, quindi riconoscendo
l’importanza e l’applicabilità universale del principio della proporzione,
trasportò arditamente le leggi della ‘sroporzione dal campo matematico al campo
logico e racchiuse nella formola del sillogismo il germe fecondo di tutta la
logica dell'avvenire. Come dunque sarebbe un’ingiustizia imperdonabile
spogliare Aristotele di questa gloria, così sarebbe un’imperdonabile ignoranza negare
il fondamento matematico della sua dottrina. La gloria immensa che circonda il
suo nome dev’essergli con- servata a buon diritto perchè egli, prima e meglio
d’ogni altro, giunse a comprendere che lo spirito umano procede nella logica
come e nella matematica, intuì perfettamente l’intima analogia che intercede
fra l’analogia matematica e il sillogismo, dimostrò che la missione della
logica è di determinare sotto quali condizioni e quali formesi raggiunga il
necessario nelle dimostrazioni, indipendente- mente da qualsiasi oggetto a cui
queste si possano applicare, onde | egli stesso seppe conferire, a tutto quanto
spetta alla logica pura nei | suoì Analitici, quell’inflessibile rigore e
quella specie di immutabilità che godono le verità della scienza. Si può anzi
dire, sino a un certo | punto, che il suo pensiero riveste una forma chiara e
decisa solo ndo definisce quelle forme logiche o quelle operazioni che ano il
loro riscontro nelle forme e nelle operazioni della matema- Inogni altro caso
riesce oscuro, indeciso e sempre troppo anti- .. Egli è che la formulazione
esatta dei principj logici gli certo dal possesso delle formule matematiche che
egli ) di tradurre colla LINGUA ORDINARIA – H. P. Grice: “ordinary language –
how ordinary is your tongue?!” -- nella sillogistica. she quella certa aria di
matematicità che è evidentissima definizione del sillogismo e in tutta
quasilateoria degli Analitici, um cui Aristotele non insiste abbastanza,
sebbene non l’ometta, ì a comprovare che la genesi e la ragione sostanziale
della sua a riposano essenzialmente sulla base analitica comune ai due E dico
la ragione sostsinziale per restringere la presente al puro fondamento,
all'idea madre del sistema sillogistico di Aristotele, giacchè, se si dovesse
richiamare ad esame severo e completo anche gli accessorj, la critica sarebbe
trascinata sul della retorica, della linguistica, della sofistica, della psico-
dell’ontologia, della metafisica, insomma delle questioni logiche che
disdirebbero troppo al proposito. Frattanto il silenzio di Aristotele non può
ricevere un senso ragionevole se n mediante una interpretazione che non faccia
d’Aristotele un ùì sciente ma gli attribuisca il disegno delibesato di tacere
appun perchè «il saggio copre ciò che sa ela sualingua adornala scienza»(1 To
penso che egli abbia voluto gettare il sajo del saggio sopra li verità
silenziosa del tempo, come facevano quegli indovini sace dot che conservavano
segreto il corpo della verità e non insegnava agli uomini che la favola, e così
non ne additavano che l’ombri Ed è per quest’ombra presa per la realtà che s'è
vanamente indi giata fin qui la storia della filosofia, senza svelare la
saggezza di fondatore della logica, che ci appare da questo punto di vista con
il genio della solitudine e del silenzio. Come nella costruzione di tempio di
Salomone « nè martello, nè scure, nè alcun altro stri mento di ferro fu sentito
nella casa mentre si edificava » (2), co nell’Organo di Aristotele il più
ostinato silenzio presiede all’armorn del sistema, ed i pensieri vengono a
porsi uno accanto all’alt; come i cedri del Libano sul monte Moria. Onde non è
troppo strano che la critica storica non abbia potù uscire tanto presto dal
labirinto nel quale il Maestro si compiacqi di abbandonarla. Per uscirne
bisognava, come fu visto, riprendei in mano il filo della tradizione filosofica
e scientifica, cioè far riy vere la parola e lo spirito del pensiero
prearistotelico, bisogna risuscitare e paragonare i simboli differenti,
bisognava ritrova il senso ‘analitico del concetto e del giudizio che ci
fornisco) il criterio e la ragione matematica e logica del sillogismo, bisogna
— coll’aiuto di questa teoria — sondare insieme il senso del logi matematico,
dei termini, degli estremi, del medio, delle premesf della conclusione e della
derivazione necessaria di questa da quell l'ombra e la luce insomma, la favola
e la verità di questa teol muta, di cui il labbro è uno solo e la conoscenza
s’è sperduta né anni, $ 146, — Posta così la questione — e non si potrebbe
porre è It menti — noi siamo in grado di rispondere senza ambagi ad una di
domande, rivolte in tutti i tempi dai critici della logica telica. Riportiamo
fra tutti il questionario dell’illustre Barthélen (1) Proverbj di Salomone,
XII, 23; Ibid., XV, 2. (2) I Re, VI, 7. ‘ II 198 -Hilaire che è il portavoce
più eloquente e rispettoso della i a tradizionale : a i «A quelle i ros
Aristote a-t-il puisé ? A quelle autorité a-t-il " Bi orants ces principes
puissants ? Sur quelle base repose tout cet ‘édifice ? Le langage, tout
admirable qu'il est, a-t-il fourni seul tous les matériaux ? Les catégories, le
syllogisme, comment les a-t-on | découverts ? Par quel procédé régulier,
irréfutable, les a-t-on obtenus ?». ; È citiamo anche la conclusione che
aggiunge, quando, non pago di far eco all'opinione già in voga, s'apprestava a
rincalzarla e a | rinvigorirla con un impeto di ammirazione che eccede il tico
della prudenza : « Aristote, sur toutes ces questions, n’a rien à | iépondre. Il n’a point
livré le secret de sa méthode ; et sans doute «parla meilleure de toutes les
raisons, c’est qu'il ne l’avait pas » (1). | È quanto afferma più avanti: «
Aristotea du moins pour lui l’excuse de son inexpérience. La méthode de Socrate
et de Platon n’était q'un germe qui ne devait point se développer de si tét. Le
forme fondement de la philosophie n’ était point encore complé- | tement mis è
découvert. La philosophie jusqu'è un certain point Ù s'ignorait encore
elle-méme » (2). Singolare combinazione!
L'illustre traduttore francese di Ari- stotele credeva che solo la scuola
filosofica a cui egli apparteneva la quale cercava di fondare la logica sulla
psicologia — potesse + alle questioni così gravi che egli rivolgeva al sommo o.
Invece la risposta ci viene suggerita solo dalla storia le scienze e della
matematica in particolare, donde che il fondamento teorico e le origini
storiche della telica furono la teoria matematica dei rapporti Itimo Queste
considerazioni dimostrano che è inutile osti- i nella ricerca delle antecedenze
puramente logiche della logica Aristotele nella speranza di .illustrarne le
origini. Chi sono i i ì logici di Aristotele? Sono i matematici. Dunque ad lina
ricerca esclusivamente compiuta fuori del campo matematico nell’intento di
illustrare le fonti della logica aristoteli ca bisognerà (1) B. St-Hrtarre, op.
cît., vol. I.
Préface, pag. crm. Xe) 4D., op. cit., vol. I. Préface, pag. cLIv. 25 — e. è. «chi ea = ua ch 4 ib fe,
2a di oramai rinunciare per sem che
l’invenzione della form dello spirito umano © anche pre. Noi ripeteremo ancora
col Lei a del sillogismo è una delle più be delle più considerevoli ;
ripeteremo Barthélemy Saint-Hilaire che l'Organo resta una delle produzioni più
grandi e più perfettamente originali del genio greco ; tuttay misurando
l’immensa opera aristotelica sull’ideale della logi nuova, avremo solo riguardo
@ quei principj che resistono # critica scientifica perchè rispo della
matematica. Tutto il resto ammasso di ruine, preziose per il fascino
dell’antichità. 147. — Riassumendo, abbiamo esaminato i varj aspetti de la
storia del sillogismo e dell’analogia nella Grecia antica, trovando fra essi i
punti più notevoli di contatto, © cercando di ordinare le varie testimonianze
dei doxografi, dei matematici, dei filosofi antichi, Da queste ricerche sulle
fonti della logica antica è venuta fuori l l'identità fondamentale del
sillogismo e del conferma storica del a di questa conclusione sta quasi tutt
l'analogia. L’importanz a di Aristotele, ebbe una concezione rigoros@ inel
fatto che, prim: e compiuta intorno all’analogia che Aristotele dovette, senza
alcur dubbio, possedere. E noi abbiamo anche veduto che quando Ari stotele
giunge concepire nella sua purezza il principio della pro porzione, allora non
se ne scosta più e lo tutte le sue dottrine. Sotto questo rispetto si può dire
che tutti le concezioni della logica posteriore furono da lui direttamenti e
insolubilmente influenzate. Il carattere logico della teoria del l’analogia
nondimeno con Aristotele si spense, mentre, forse senza di lui, che fu così
fiero nemico della teoria dei numeri, avrebbe conservato il suo nome è il suo
valore, il suo significato e il suo usi continuando la tradizione pitagorica e
platonica. Ad ogni mod è certo che alla teoria dell’analogia Aristotele si
riattacca in quas tutti i punti fondamentali della sua opera. Per quel che
riguar: i primi germi della teoria del sillogismo abbiamo visto che Arm stotele
si deve riattaccare ad Eudosso e a Platone e per ciò ancl alla stessa scuola
pitagorica di cui egli si professò sempre nemicd In conformità di questi
risultati fu sostenuto che la teoria sill es sine matre creata. La sua fo stica
di Aristotele non è prol tematica dell’analogia che una se ie maggiore è invece
la teoria ma II onente di prove cì
mostra notissima e usatissima da Aristotele in tutte le sue opere, e posseduta
da una vasta associazione di | pensatori dedita a lavori scientifici, come
quella a cui appartenevano i filosofi pitagorici. Con ciò non si intende di
scemare il merito di Aristotele; piuttosto sì cerca di spiegarlo. Esso, a parer
mio, consiste massimamente nella scoperta dell’analogia tra l'analogia
matematica eilsillogismo logico, quindi nell’applicazione, abbastanza esatta,
di questo principio alle forme elementari della logica. Così il problema
dell'analisi logica veniva attaccato da un lato intera- mente nuovo. Questo
modo di vedere rende ancora più sicuro il riconoscimento del merito di
Aristotele e il rispetto che gli si deve come legislatore della logica formale,
perchè mette in piena luce la stretta parentela, ignorata fino ai nostri
giorni, tra la dottrina analogica della matematica e la dottrina sillogistica
della logica | formale, e, senza attribuire gratuitamente agli antichi i
risultati della critica contemporanea, si contenta di dimostrare che le dot-
trine logiche e le matematiche non sono isolate, così nel tempo del sole, come
nel tempo dell’idea. $148,— Dati i limiti precisi delle presenti ricerche io
non posso far ‘menzione neppur di passaggio dei filosofi postaristotelici che
hanno rivolto le loro cure al perfezionamento della sillogistica. Siccome in
Aristotele noi afferriamo già il tratto dominante della logica e proprio alla
sua fisonomia scientifica, rispecchiata poi in forme nelle opere successive
della scolastica, possiamo per ora ar paghi della conoscenza delle basi e delle
fonti di quel grande che ha fatto entrare il principio della proporzione come
logica fondamentale nella corrente della logica pura. Ma g0ichè, per quanto sia
piccolo il valore del presente contributo, non H è tuttavia quello che i più
dei filosofi moderni sogliono indicare RD nell'analisi e nella critica della
logica aristotelica, e poichè anche : ‘intorno le relazioni fra Aristotele ed
Euclide troppo frequente sì | espongono apprezzamenti arbitrarj e per lo più
inesatti, mi sembra rancore: utile riferire, compendiosamente, la teoria di
Euclide in- tono le proporzioni, per mettere bene in rilievo così le verità e i
pregi come i difetti e gli errori della teoria aristotelica della pro- REzione,
in guisa che il lettore possa con piena cognizione di causa | pronunciare il
suo giudizio circa il merito d’entrambi. "e Dn - È noto che Euclide sotto il re Tolomeo Soter
fu chiamato a, professare ad Alessandria nel 828, un anno prima della morte di
Aristotele. Già il Tannery, seguìto in questo dalla maggior parte degli storici
delle matematiche, ha dimostrato che v'era durante. il periodo elleno, almeno
al rv secolo, un modo di trattare l’arit- metica differente da quello che
divenne, presso i matematici, classico dopo Euclide e che questo modo fu, in
seguito, attribui 0 ai pitagorici (1). Inoltre si sa che parecchie dimostrazioni
geometriche, p. e., inco m- mensurabilità della diagonale e del lato del
quadrato, ece. che si tro-. vano in Euclide, sono riconosciute da Platone e da
Aristotele come pitagoriche, cioè attinte a quella larghissima tradizione
geometrica che fu resa nota dalla pubblicazione degli allievi di Pitagora. Non
è ora necessario stabilire quali e quante conoscenze così per l’arit= metria
siano state attinte da Euclide nelle metica come per la geo opere dei
predecessori. Pel nostro intento basterà dimostrare che: tutto il materiale
euclideo, relativo alla teoria delle proporzioni! aritmetiche e geometriche, e
necessario e sufficiente @ giustificare, la corrispondenza matematica colla
teoria del sillogismo, era già posseduto da Aristotele, sia che lo derivasse in
linea diretta de larghissima tradizione pitagorica, sia che lo dovesse a
quell’altra corrente più stretta a cui pare che si sia ispirato prevalentemen
x) lo stesso Euclide, sebbene non resti alcun indizio d’una pubblicazione
analoga a quella fatta dagli allievi di Pitagora (2). (1) TANNERY, Pour Vhist.,
pag. 370. / (2) Al dir di Proclo, autore del v sec. d. Cristo (PROCLI DIADOCHI,
In primum Euclidis Elementorum librum commentarii, ex recog. G. FRIEDLEIN,
Lipsiae, 1873, p. 68): « Euclide era di opinioni platonico e molto famigliare
colla filosofia del maestro, tanto che si è proposto come scopo finale dell’in-
sieme dei suoi elementi la costruzione delle figure dette platoniche »
(poliedri regolari). Cfr. G. LORIA, Il periodo aureo della geometria greca in «
Mem, Accad. Lincei », serie II, t. XL, pag. 374. Questo saggio critico del
LORIA è diligentissimo e segue e raccoglie tutti i contributi più notevoli, in
ispe quelli recati dall’ArLaran, Greeck Geometry from Thales to Euclid (Dub
1870), e per la costituzione degli Elementi il TAnnERY. A proposito de libro V,
in cui, com'è noto, si trova esposta la teoria delle proporzioni per le
grandezze in generale il LORIA osserva ; € Il V libro porge elementi per! uno
studio metodico di una teoria i cui germi sono dovuti a Talete e di cut molte
proposizioni dovevano esser note a Pitagora, cioè la similitudine : tale
teoria, almeno per quanto si riferisce al piano, torna l'oggetto del libro |
°001PARTE TERZA — CAPO II 197 * na Ora le notizi furono in compendio ritenere che
il contenu e storiche relative alla teoria delle proporzioni riassunte nei $$
antecedenti ci obbligano to del V libro di Euclide non è che una ‘compilazione
di materiali che risalgono per la massima parte ad una data prearistotelica che
non si può neppur precisare, semplice- mente perchè comprende tutto il periodo
che va da Talete ad Eudosso di Gnido, il quale —come fu già detto — si può
ritenere come il ‘redattore prearistotelico più esatto e completo della teoria
delle 5 proporzioni. Facciamo a tale scopo un semplice confronto tra alcuni
passi essenziali di Aristotele, che fu dettol’Euclide della logicae, di Euclide
che potrebbe dirsi, nello stesso senso, l’Aristotele della geometria,
rammentando di passaggio che il V libro degli Etici Nicomachei può utilmente
avvicinarsi al V libro degli Elementi. successivo ». In seguito aggiunge: « Nel
libroVII non senza meraviglia si torna ad incontrare esposta in particolare pei
numeri la teoria delle proporzioni : meraviglia che oresce osservando come il
confronto fra i libri Ni e VII non permetta che si dubiti avere l'antica
geometria riconosciuti 1 vincoli stret- tissimi fra essi esistenti. Una
spiegazione di questa ripetizione si può trovare nella ripugnanza di Enelide a
invocare prineipj generali, qual è appunto l'affermazione che un numero è una
grandezza ; un’altra spiegazione sl offre a chi » (come fal HANKEL) ammette
contenere il libro VII la esposizione della teoria delle proporzioni per
grandezze commensurabili come fu eretta nella la di Pitagora, tenendo conto del
desiderio di cui era dominato Euclide, sambiare il meno possibile quanto era
stato fatto prima di lui » (pag.378). im una prossima memoria dimostrerò che
molte figure euclidee dei libri WI e VII, illustranti la teoria della
proporzione e numerosissimi altri dia- mi geometrici consimili che si
incontrano nelle opere di Archimede IS, omnia cum commentariis Butocii, J. L.
Heiberg, Lipsiae, er, 1880) e dei matematici posteriori (Nicomaco di Gerasa,
Teone di è, Giamblico, Diofanto d'Alessandria, Proclo, Eutocio, Simplicio e p,
ecc.) sono identici agli schemi grafici usati dai logici più antichi ndo la
maggiore probabilità fin da Aristotele) per la rappresentazione bile della
connessione delle proposizioni logiche nel sillogismo. Il numero lesti diagrammi
sillogistici nel Commentario di Alessandro di Afrodisia è strabocchevole. Già
l'Hamr.rox eil/Veny ne diedero ampio e geniale ren- diconto, e ad essi non
sfuggì, p. e., che assomigliano meravigliosamente alle figure che si
riscontrano negli Zlementi di Euclide. Però, malgrado le loro i discussioni
sulla loro probabile origine, non riuscirono a seoprire la ragione logica di
questa importantissima corrispondenza che ora, voglio , riuscirà chiarissima ai
lettori dli questo lavoro. Invero è immensa- probabile che Aristotele non fu
soltanto guidato dalla sua potente zione filosofica a fare l'applicazione del
principio delle proporzioni alla 198 SILLOGISMO E PROPORZIONE Aristotele
definisce la proporzione aritmetica : ) 1àp dvadotta ta y (1) ed Euclide
definisce la proporzione geomet sari toy X010 così: avaXorta dé oty fe ov
AGTOYT avrétie (2). Questo avvicinamen' di definizioni è già stato fatto ai $$
181, 132 per incidenza, dopo ’aver anche osservato che la differenza tra
V’îoémns la cantone. N l’oporéens era già notissima a Platone e che la pratica
della pro porzione in genere era già posseduta dalla più alta antichi à. po
generalmente è inva Lo si ripete anche qui, perchè trop l'opinione che il
pensiero di Aristotele abbia quasi nessuna im al quale solo spet: e- portanza
per la storia del pensiero euclideo rebbe la gloria d’aver fornito alla
matematica lo strumento esatta delle definizioni e la ragione dei loro
progressi, mentre, almeno ir questa teoria, indarno si cerca una scoperta, una
innovazio un qualche cosa insomma che rassomigli ad un metodo nuow( che non sia
stato già posseduto almeno da Aristotele. La pîù forte differenza consiste — ma
non sempre — nella varietà de linguaggi, onde il superficiale lettore troppo in
fretta è mosso opinare che la scienza svolta in trattati diversi e con diverso
in: lutamente diversa. E lo stesso si dica delli teoria sillogistica in
riguardo alla teoria analogica, le quali sembra ti diverse e irriconoscibili
mentre sono identiche. E se v'ha tra l’una ‘e l’altra un sensibile divario è
questo, che nell’ Organo aristoteliec essa appare solo in forma d’una massima
applicata, laddove nelli matematica ha il valore d'un calcolo reso famigliare
dall’enorm semplificazione apportata dall'uso dei simboli. Ma son questi ure
differenze di carattere storico e psicologico, perchè la logie come fatto
pratico è sempre stata quello che è e non è rea in alcut modo dei ritardi
teoretici che si devono imputare ai suoi coltivatori guaggio sia cosa asso PAT
SPES AA teoria del sillogismo, ma fu direttamente ajutato nella sua impresa
dall’ai tificio delle figure escogitate dai matematici a lui anteriori (non
escluso Pi tone) per illustrare la teoria delle proporzioni. Anzi io oserei
affermare ch egli costruì tutta la sua teoria sillogistica, tenendo effettivamente
davan a lui del resto anche notissime perchè impiegate $ della musica, come si
vedrà fra poco ($ 150), gli occhi queste figure, risparmio nella teoria che
egli poi le abbia modificate e complicate ai SU ammettendo, beninteso, scopi,
ma sempre analogamente. (1) ARISTOTELE, Etici Nic., lib. V. (2) EUCLIDE,
Elementi. I $.149. — Spogliato cotesto argomento a che si riduce ? A rimettere
in questione il fondamento psicologico, anzi la funzione medesima |
dell’analogia intes@ nel più largo significato della parola. Perocchè qual
altra conclusione legittima potrebbe ricavarsi da questo fatto? Se la logica
pratica, sia applicandosi prima alle ricerche di matematica, sia poscia @
quelle della logica e di qualsivoglia altra disciplina, non ha mai fatto altro
che impiegare quell’operazione fondamentale del sillogismo che sì risolve, come
vedemmo, in un calcolo di proporzioni, la scoperta della teoria matematica
delle proporzioni, non è e non può essere nè dirsi altro che la scoperta della
teoria del sillogismo, perchè non ha più un oggetto suo proprio e particolare
che non sia comune a quello della teoria logica, se ne togli le variazioni
linguistiche che sono insignificanti; il che, evi- dentemente, equivale a dire,
in tutto il rigore dei termini, che Ari- stotele non è il vero inventore del
sillogismo, perchè questa gloria deve essere riservata a colui che inventò
primo la proporzione. Noi frattanto sappiamo che, nel parlare ordinario,
l’analogia comune- to volgare del sillogismo — è il più ‘mente intesa — che è
il surroga ovvio e anche il primo ragionamento umano il quale, forse, nella sua
forma associativa e meccanica, non manca neppure nel semplice | animale, Ora al
fondamento psicologico dell’analogia, che è l’asso- azione spontanea delle
rappresentazioni, corrisponde il fonda- to logico dell’analogia, che è la
connessione necessaria dei . Nel trapasso dal fondamento psicologico al
fondamento intra in campo un elemento razionale che è la condizione riale ed il
carattere costitutivo della cognizione scientifica. x dunque, nella scoperta
dell’analogia matematica, cioè 1 ne propriamente detta, virtù alcuna che non
possa | ridursi a quella pura e semplice virtù che fu necessaria alla sco- |
perta dell’analogia logica, cioè del sillogismo. Dunque, per nessun — motivo,
dobbiamo esitare a riconoscere come fondatori della logica n quei matematici ai
quali si deve una scoperta che a tutte rasta per la razionalità e 1°
universalità delle sue applicazioni, ‘o che si voglia disconoscere
deliberatamente la verità, dove si $150. — Ma v'è ancora un altro punto degno
di nota, che me- iterebbe d’essere trattato in un libro speciale. Se la storia
della logica nelle sue origini non sì può tracciare senza ricorrere è storia
delle matematiche, questa a sua volta non si potrebbe co pletare senza
ricorrere alla storia della musica, © precisamente quanto concerne la teoria
delle proporzioni ; © lo stesso si rip per la storia della fisica. Fermiamoci
dunque anche un istante si questo punto per mostrare sempre meglio lo stato
d’anima di Ari stotele in ciò che concerne l'applicazione del principio che ci
i ressa. La cultura musicale dei Greci (1) ela cultura matema: fisica
(acustica) e filosofica sono coeve, perchè la musica si e prestissimo a dignità
di arte libera e la coscienza nazionale Pam mise a far parte del più prezioso
patrimonio ideale della nazioni Non è che essa con ciò — OSServa il Riemann —
abbia occup una posizione privilegiata, ma essa prese posto come fattore egual
mente importante dell'educazione dello spirito e del cuore nazione, accanto
alle altre arti e sullo stesso gradino delle scie filosofiche, parte integrante
dell'elevato sviluppo di civiltà del he ancor oggi forma oggetto della nostra
@I colo popolo elleno © mirazione. e la teoria musicale degli intervalli orti e
delle propor? È molto probabile ch congiunta colla teoria matematica dei rapp
sia pervenuta conoscenza di Pitagora per via dei sacerdoti eg ziani da cui il
grande maestro fu educato, istruito ed iniziato ag antichissimi misteri. Pur
troppo le cognizioni che sì possiedot intorno al sistema musicale degli
Egiziani sono scarsissime, € questo riguardo noi non siamo quasi guidati che da
supposizioni induzioni tratte dalla musica greca. Però « noi possiamo ammette
che agli Egiziani fosse famigliare la determinazione pitagorica d rapporti fra
i suoni per quinte (2:3) o quarte (3:4) come pu l’esistenza di sette note nella
scala. Riguardo @ quest’ultima n Ie (1) È noto che la grammatica (yodpiata), 1a
musica (povovi) ela gi (ropvaottei)) alle quali Aristotele aggiunge ancora il
disegno (opagrati)» utile per una migliore intelligenza delle opere d’arte,
erano i principali Di di cultura della gioventù educata nella scuola e nel
ginnasio (Cfr. GUBL KonER, La vita dei Greci e dei Romani, pag. 214). La storia
dello SY mento della musica teoretica © dei diversi modi che furono usati
diverse stirpi greche conformi al carattere di ciascuna confrontata © quella
dello svolgimento della matematica © della fisica ci farebbe ora olti passare i
confini che ci siamo proposti. zi lea d'eaesne L si® | o no la espressa testimonianza di Diodoro
Siculo, vis- > a dir vero, assai più tardi (al secolo di Augusto), Li quale
narra che gli Egizj paragonavano i 7 gradi della scala ai 7 pianeti ‘(secondo
l’antico modo di vedere erano compresi sotto questo nome n i la luna) » (1). Me
e iziono APR della musica greca gue si rivela ‘anche nella forma esterna della
sua realizzazione, cioè nella scelta — dei loro strumenti musicali, dovette
indubbiamente favorire una elevata posizione scientifica della matematica e
dell acustica che ‘gi rivela nella forma esterna delle operazioni matematiche
(pro- porzioni) e nella costruzione degli strumenti acustici, quali il mono-
cordo di Pitagora. î L'invenzione anzi di questa cassa armonica pitagorica
resta spiegata solo dal notevole incremento che aveva allora la costru- zione
degli strumenti musicali a corda descritti nei poemi epici | (Zliade e Odissea)
e noti per le numerose pitture e le testimonianze | monumentali pervenute fino
a noi » (2). Nè poteva attendersi altrimenti da un popolo di così elevata
‘civiltà. Ora come si potrebbe render intiero conto dell’influenza eser- |
citata, ad esempio, da Pitagora su Platone, di cui restano quelle for- |
tissime tracce che abbiamo ricordato nella teoria dei numeri come « princi pj
oscuri delle cose, negli elementi musicali e nei rapporti che ‘ano nell’armonia
delle sfere, in una parola nella teoria estetica atica dei rapporti e delle
proporzioni, se si obliasse che una te caratteristiche della scuola pitagorica
era precisamente 4 x (1) Ruemann, Storia universale della musica. Torino,
Capra, pag. 21. | (2) Il monocordo, tanto quello propriamente detto, composto
di una sola ‘corda tesa con un ponticello scorrevole, quanto quello con 4 corde
accordate È all'unisono (kelikon), non era un vero strumento musicale, ma
piuttosto uno strumento usato a scopi scientifici. — Ml tetracordo dei
Pitagorici aveva sotto ciascuna corda un ponticello mobile dalla eni posizione
sulla sesila segnata, sopra la tavola armonica, dipendeva l’altezza del suono ottenuto.
— «Però è ben naturale supporre che l'invenzione del monocordo come stru- mento
scientifico fu promossa dall’invenzione degli strumenti a corda: la lira, la
cetra e l’arpa, di cui abbiamo antichissime testimonianze prepitago- riche. È
noto che l'invenzione della X5px si connette con quella leggenda b che narra
come Ermete abbia pel primo teso le corde sul guscio di una tarta- ruga
funzionante da cassa armonica. Pare che la patria della lira sia stata 26 —
PASTORE, Si/logismo e proporzione. 202 SILLOGISMO E PROPORZIONE l'entusiasmo
degli studj musicali donde anche la matematica trass zione metaforica di alcune
operazioni (1). Lo Zeller, pur ammettendo che al sistema aritmetico dei Pità
gorici si congiunge intimamente il loro sistema armonico, dichi di lasciare
alla storia delle teorie musicali i particolari sul sistema; armonico dei
Pitagorici. Ma il suo esempio non dev'essere segui ‘ perchè queste dottrine
hanno tropp® importanza filosofica e scie 1 tifica, sia per ciò che si
riferisce alla concezione del mondo, sia pe ciò che riguarda la storia dei
fondamenti della logica pura. Per il primo riguardo basterebbe infatti
ricordare che il demiurgo di Platone ha fatto il mondo in sè consenziente per
mezzo della, proporzione, © per il secondo basterebbe capire che la teoria
pita: gorica della proporzione armonica, in cui il prodotto dei due rapporti è
necessariamente eguale al prodotto dei due estremi, proprietà notissima a tutte
le scuole filosofiche della Grecia, potè molto ver similmente fornire ad Aristotele
la guida e il mod e formulare la proprietà analoga nella teoria analitica del
sillogismo Indaghiamo adunque rapidamente il valore dei presupposti arm( pici
della dottrina aristotelica del sillogismo, senza discutere tutti il largo
sviluppo della teoria musicale nella Grecia antica conosciute oramai per le
copiose © sicure notizie che ci dàìnno Aristosseno Euclide, Nicomaco, Alipio,
Gaudenzio, Bacchio, Aristide Quinti liano, Boezio, e per gli studj storici e
critici dei più rinomati musico logi moderni, come il Galilei (V.), il Meibom,
il Burney, il Chappe! il Boeckh, il Fortlage, il Westphal, il Bellermann, il
Vincent, | Gevaert e il Ruelle. Pitagora, primo tra i Greci, fondati sul
principio dell’armonia, e la forma esterna e la denomina- aveva stabilito
sperimentalme ni nen na ito ad Apollo e proprio 2% differente costruzione d all
ia della cetra sia stata r'Asia per il tramite della Joni L’arpa sembra, per
contro, originaria dell relazioni fra gli nonosiamo far congetture perchè
numentali ci lasciano privi d’ogni punto d'appoggio ( (1) Si allude alla
proporzione ed alla progressione armonica che gli ani pie! sempre congiunsero
alla proporzione aritmetica e geometrica, come fu notai a suo luogo. - : A
valli dei suoni e determinato i rapporti numerici dell'ottava pason), della
quinta (diapente), della quarta (diatéssaron), cor- rispondenti ai rapporti
della lunghezza dell’intera corda colla metà, due terzi, tre quarti, che davano
gl’intervalli accennati. Siccome : ? x il suo sistema, basato su leggi
matematiche e non armoniche, durò fin quando l’antica libertà greca si spense
sotto la dinastia mace- donica, cioè verso l’acmè di Aristosseno l’armonico,
così è chiaro che Aristotele rimase ancora sotto il dominio di questi princip]
teoretici musicali. Quali cognizioni possedeva della teoria della musica?
Possiamo arguirlo dalla lettura della sezione XIX dei 262 Problemi i quali, se
anche non sono autentici, certo restano nello spirito di tutta la fisica aristotelica.
Da questa lettura si scorge che i concetti fonda- mentali adoperati per la
teoria musicale sono i seguenti : suoni, intervalli e sistema, ipate, mese e
nete, analogia armonica, termini estremi e medj di tale analogia, operazioni
armoniche cioè deduzioni ‘necessarie di rapporti, schemi e problemi. Ma, ciò
posto, la corrispondenza coi concetti usati negli Analitici ‘è sorprendente
(Cfr. i $$ : 14, 17, 18, 19, 20, 28, 25, 35, 86, 88, 39, 44, 47, 50,). In
particolare, l’analogia tra il processo proporzionale armonico per cui si
ottiene la deduzione dell’ottava (dif&pason o armonia o rapporto doppio)
dal prodotto della quarta (diatéssaron sillaba o rapporto epitrito), e della
quinta (diapente o dioxia 0 brto emiolio) e il processo sillogistico, per cui
si ottiene la dedu- della conclusione dal prodotto delle due premesse, è vera-
intima ed evidente. Onde sembra impossibile ch°egli non veduto che, data la sua
definizione del sillogismo, i tre concetti del sillogismo restano posti in una
proporzione armonica tale che il esige estremi (S : P, conelusione) è eguale al
prodotto dei due rapporti (M : P, premessa maggiore e S : M, premessa minore).
| Del resto già nel trattato Del cielo î rapporti dell’ottava son detti da
Aristotele )60t tav ovppuvov. te i qui a considerare i giudizj det sillogismo
come \6/0t roy sv)ho- topo il passo è ben naturale, tanto più dopo le
insistenti ed splicite dichiarazioni che entrambi i processi avvengono è
dvdrane. Tn una parola si può dire che la 4ppovrà) psséenc di Pitagora e |
Platone (T'imeo, 36 A) diventa la oo\hoxtx} pesérgs di Ari- Una delle prove più
convincenti è la seguente : i musici ® 2%%, e A 204 i SILLOGISMO E PROPORZIONE
d’allora per rappresentare i rapporti proporzionali dell’ottava, quarta, della
quinta, ecc., solevano valersi di alcune figure (1) a loghe a quelle che erano
usate dai matematici per rappresent sensibilmente la deduzione dei rapporti
proporzionali (cfr. $ 148). Queste figure erano notissime ad Aristotele che le
dice dtapoppara o cyipara. Ora queste stesse figure ricompajono nei più antichi
codici e trattati di logica per la rappresentazione dei rapporti sil logistici
(cfr. $ 148) e secondo la maggiore probabilità erano note; ed adoperate da
Aristotele (cfr. $ 148). In matematica queste figure sono adoperate per dire
che dati una proporzione continua. il prodotto dei due rapporti è uguale al
rapporto degli estremi ; in musica, per dire che in una proporzione armonica il
prodotto dei due rapporti (5% x 49) è uguale al rapporto degli estremi (8°) ;
in logica, per dire che in ogni sillogismo mediate categorico semplice
dall’affermazione simultanea della premess maggiore e della minore si deduce la
conclusione. Ciò posto, ammettere che l'analogia tra questi schemi identie non
abbia colpito Aristotele mi sembra un assurdo, tanto più quai nds si pensa
all’intima parentela della terminologia e della descrizioni dei processi
deduttivi e alla possibilità ormai dimostrata di trattar la sua teoria
sillogistica dal punto di vista della proporzione. Tn conclusione, anche per
questo lato, î presupposti logici mate matici e armonici della sillogistica e
l'evidente e stretta coerenzi dei loro principj ond’è oltrepassato il limite
d’una semplice allego ri poetica destituita di scientifica verità, riescono di
necessità ad annul lare ogni differenza tra la dottrina logica del sillogismo e
la dot il matematica e musicale delle proporzioni. E questo di fatto dovetti
essere lo scopo a cui miravano tutte le argomentazioni del fondatot della
sillogistica. (1) Queste figure musicali si riscontrano numerosissime nei più
antici trattati di musica che si conoscano. Cir.
Dictionnaire des antiquités grecq etromaines, Art. Musica ; Musici graeci
scriplores, Janus (Bibl. Teubnerian® A. J. H. VINCENT, Notices et estraits des
mss. (grecs relatifs à la mm %, XVI; RUELLE, Étude sur Aristorène et 80m école
(« Revue Archeologig 1857); NICOMAQUE DE Ghrase: Manuel d'harmonique et autres
textes f latifs à la musique, trad. CH. Em. RUELLE. Paris, Baur, 1881; L’introd
harmonique de Cléonide, La division du Canon d’ Euclide le géomètre,
harmoniques de Florence, trad. Cn. EM. RUELLE. Paris, F. Didot, 1884; A et
Gaudence, Bacchius l’ancien, trad. Cn. EM. Rvrnue. Paris, F. Didot;,18% i Li F° k ; & 151. — Tali sono, dal punto di vista
della logica pura, le basi e le della sillogistica di Aristotele, riscontrate
nei quattro capi fon- damentali della sua filosofia cioè nei libri logici,
metafisici, fisici ed etici; tali i meriti incontestabili di quest'uomo
grandissimo che gravitò per tanti secoli sulle scuole dell’occidente, col giogo
della sua autorità malintesa dai discepoli nonchè dagli avversari]. Chi adunque
non voglia fermarsi al primo suono delle parole, ma intenda criticarne €
verificarne il significato, potrà facilmente riconoscere che noi siamo di
fronte a due Aristoteli, un Aristotele | falso ed un Aristotele vero, ed oramai
non farà del primo maggior ‘—casodi quelchesi meriti. Ma pur troppo, fra gli
stessi cultori della | filosofia e delle scienze, coloro che si facciano una
legge di non giu- dicare un autore se non dopo averlo esaminato direttamente e
conforme al criterio della propria ragione, sono pochissimi, e i più, ripetendo
che giudicare Aristotele è giudicare ventidue secoli dello spirito umano
rappresentati dal consenso quasi unanime dei più eminenti pensatori,
continueranno & parlare senza cognizione di causa, incapaci di respingere
l'Aristotele falso come un vano idolo, incapaci di spingersi fino al vero
Aristotele per esaminarlo da sè — stessi e misurarlo, con imparzialità, alla
stregua delle conoscenze del tempo. | ‘1 dirà forse che questa nuova
interpretazione della sillogistica aristotelica riguarda solo alcuni libri e
non tutto l'Organo di Ari- tele? Ma i meriti di Aristotele come logico fuori
della sillogi- che egli espose nei quattro libri Analitici, abbiam veduto che
ducono a ben poca cosa. si dirà che questa interpretazione matematica della
‘d’Aristotele può avere tutt'al più un semplice valore ità? Ma perchè dura da
tanto tempo la crisi della logica ? è sì crede falsamente che la logica
aristotelica o classica e ica matematica siano affatto irreducibili nei loro
principj, è si sente da tutti che la presenza di queste due dottrine
apparentemente ripugnanti fra loro e disputantisi il governo i studj, se è un
imbroglio e una sorgente d’amarezze per gli si, è uno scandalo innegabile per
la logica. Po, i riforma, come abbiamo notato a suo luogo, molti punti essen-
che possono, fino ad un certo segno, render ragione del discredito che si
professa dai matematici per la logica antica, come vi hanno nella sillogistica
aristotelica molti punti che non solo sono un. titolo sufficiente di stima,
fatta la ragione dell’età, ma una tal sco- perta a profitto della verità delle
scienze analitiche, che guai all’uma- nità se non li avesse tolti a guida dei
suoi passi e & criterio delle sue ricerche! Pigliando adunque la dottrina
aristotelica in quei pun ti sostanziali di vero, di buono e di utile che
abbiamo indicati, come prescrive la critica d'accordo con la giustizia e
mettendola & riscontro con l'esigenza matematica della nostra età, è
impossibile: negare che fra questa e quella corrano tali profonde attinenze che
porgano una spiegazione naturale e ragionevole e conveniente ad entrambe. Onde
è d’uopo conchiudere che per superare cotesta crisi non dobbiamo imitare
l’andazzo degli spiriti più temeràa che amano di disfare e di rifare ogni cosa.
Per noi, alieni del pa e dagli indebiti elogj degli uni e dalle ingiuste accuse
degli altri. la sillogistica aristotelica rivelandosi sia nelle basi teoriche,
si@ nelle fonti storiche, in tutto fondata sul principio matematico della
proporzione, non solo ha diritto alla simpatia delle due scuo e rivali, ma ha
la virtù di far tacere ogni rivalità, come avviene sempre di ogni grande opera
serbata alla potenza e all'andamento dell'umano pensiero. Cid . — Le analisi
teoriche e storiche compiute sulla natura e sull’origine del concetto come
numero, del giudizio come rapporto e del sillogismo come proporzione, formano
due serie di argomenti che tendono al medesimo scopo. L'una fa vedere come la
logica classica possa interpretarsi mate- maticamente, l’altra come la logica
classica sia stata matematica- mente fondata. Riunite, esse ci insegnano come
la logica analitica sia una, malgrado la distanza dei tempi, la differenza
degli uomini, la varietà dei linguaggi e l’artificio dei simboli : « facies non
omnibus una nec diversa tamen ». Dunque la crisi aperta da tanto tempo fra i
fautori della logica classica e quelli della logica matematica, non ha più
ragione di esi- stere; essa è logicamente superata. $ 153. — Ma trattandosi di
terminare la disputa intorno ad un pro- blema teorico e storico che divide i
logici così profondamente, e di rettificare un’opinione falsa che concerne
l’interpretazione del fatto capitale della ogica come scienza analitica, non
sarà forse inutile riassumere ancora una volta le presenti ricerche in modo che
ogni persona possa comprenderne la‘portàta con la più grande facilità. Si
ritenga pertanto che le conoscenze sulla teoria della proporzione (analogia)
che venivano in folla da tutti i sistemi matematici e filosofici della Grecia
antica e da quello di Platone in particolare, per ciò che concerne la
derivazione necessaria delle verità, portavano ad Aristotele i materiali
indispensabili alla costruzione del suo 27 — PASTORE, SiZlogismo e proporzione.
nti teli LI 210 vasto sistema
filosofico. Aristotele separò gli elementi che erano confusi e, avendo già ben
chiaro davanti agli occhi da un lato il principio e il carattere del
ragionamento matematico, dall’altro il principio e il carattere del
ragionamento dialettico, paragonò il processo del ragionamento analogico col
processo del ragionamento logico, la definizione dell’ analogia colla
definizione del sillogismo. La luce dell’analogia brillò. La logica fu fondata
scientificamente. L’artificio ch’egli impiegò per scoprire questo intimo
rapporto è del tutto conforme a quello che egli descrisse per l'invenzione del
ter- mine medio. Che cosa mancò alla diffusione dell’analitica logica come
analogica applicata? Mancò l’esplicita dichiarazione del fonda- tore; mancò il
riconoscimento pubblico di questa applicazione ana- logica che apriva tutto un
mondo così alla scienza come alla filosofia. Aristotele portò il suo segreto
nella tomba; i suoi successori furono incapaci di disseppellirlo. L’ ignoranza
di questa verità ha occa- sionato i più funesti errori nella storia della
logica e della filosofia. Venti secoli dopo lo stesso pensiero viene inventato
un’altra volta da Leibniz, sebbene con un metodo tutto diverso. Questo
indirizzo fu seguitato dagli autori più recenti della logica matematica, i
quali però suppongono di non aver alcuna parentela con Aristotele @ gli negano
perfino l'intuizione del fondamento matematico della logica. Ma oramai è
dimostrato che il preconcetto d’un Aristotele amatematico nelle fonti storiche
della sillogistica è tutt’ intero nell'opinione di coloro che lo attaccano
senza conoscerlo. Infine. è stato messo fuor di dubbio che il rimprovero fatto
alla logica | aristotelica di rifiutarsi, teoricamente parlando, ad ogni
interpreta zione matematica è ancor meno fondata, se è possibile, che il rim-
provero di incoscienza storica rivolto al fondatore. Laonde è facile capire che
queste ricerche fanno un vero e proprio riscontro alle ricerche compiute da
Aristotele, giacchè se questi ebbe l’idea felice. e troppo a lungo negletta dai
suoi discepoli, di far uscire le regole? logiche della sillogistica dalle
regole matematiche della proporzione, in queste ricerche invece si osò proporre
il problema inverso : far uscire cioè dalla logica aristotelica gli elementi matematici
posse duti dal fondatore. $ 154. — Di due cose poi vorrei che si tenesse il
maggior conto’ in questa conclusione: l’una riguarda le fonti, ed è che per po;
-tare un giudizio adeguato sulle presenti ricerche bisognerà sempre ricordare
che esse vertono sopra un’età scarsa necessariamente di senso storico e in cui
i documenti sul pensiero dei filosofi, come fu già osservato dal Guastella (1),
o mancano affatto o non hanno quella precisione di linguaggio che è il prodotto
della maturità della critica; l’altra riguarda le basi, ed è che io non sono
stato punto mosso dal bisogno, per quanto naturale, di ritrovare nelle
filosofie della Grecia antica i principj teorici della mia propria filo- sofia.
Coll’affermare che, assistendo ai trionfi della logica matema- tica
contemporanea, siamo oramai sicuri di assistere al prolunga- mento vittorioso
della dottrina di Aristotele, non si cerca un cer- tificato di nobiltà per nessuna
teoria. Riannodando la catena delle tradizioni scientifiche, ricordando quali
pensatori si siano ingannati sopra molte parti della logica peripatetica, quali
abbiano continuato giustamente ad apprezzarne l’altissimo valore, indi- cando
come e perchè il monumento aristotelico debba esser con- servato nella storia
della logica, la nostra ammirazione è oramai piena di disinteresse. Sì, noi la
concediamo ancora intiera ad Ari- stotele, ma a patto che non si voglia
snaturare il significato della sua opera imprigionandola nelle strettoje
extralogiche della gram- matica, della metafisica, della psicologia, a patto
che non si voglia mantenere il segreto sulla natura matematica della sua
sillogistica. Questa interpretazione è il solo mezzo di tagliare le radici del
psicologismo della scuola francese, dell’induttivismo empirico del- l'inglese,
del metafisicismo della tedesca, del positivismo dell’ita- liana; infine dello
scetticismo che non ha paese e di quella pietà tanto disdegnosa del
matematicismo contemporaneo che si pavo- neggia con ingiustificato sussiego di
fronte alla logica classica. $ 155. — Quindi si può vedere a quali principj
debba inspirarsi la nuova dottrina logica che saprà superare la presente crisi
e quale via le resti da percorrere. In primo luogo essa rimane aristotelica nel
suo principio. E può restarlo perchè il fondamento della logica aristotelica fu
matematico nella storia o almeno è riducibile ad esso in teoria. La dottrina
filosofica di Aristotele aveva forse dei segreti per i profani come la (1) €.
GuasreLLAa, Filosofia della metafisica. Sup. C. 220. saggezza dei misteri religiosi, Forse
Aristotele aveva una dottrina logica segreta che egli riservava ai più degni
sotto il sigillo del silenzio. Che cosa si rivelava agli iniziati di questa
logica segreta ? Siccome la teoria del sillogismo era l'oggetto fondamentale
della logica e la teoria delle proporzioni era l’oggetto fondamentale delle
matematiche, io credo che l’enigma non sia più impenetrabile : si doveva
svelare l’intima analogia fra la teoria del sillogismo e la teoria delle
proporzioni, ciò che, in ultima analisi, si riduceva all’affermazione così
dell'intimo valore logico delle operazioni matematiche come dell'intimo valore
matematico delle operazioni logiche. Non bisogna stupirsi che la divulgazione
di un tale segreto sia stata dallo stesso Aristotele considerata come
sommamente dannosa all’apprezzamento della sua originalità. Oltre al fatto
quasi generale che solo la critica posteriore riesce a scoprire il segreto del
genio, si può forse pensare che Aristotele, come tutti i pensatori antichi, abbia
avuto paura che la verità profonda, a guisa d’una pianta di serra, fosse
coltivata nell’atmosfera della vita quotidiana, e per questo abbia tenuto la
scoperta dell’analogia tra la logica e la matematica allo stato latente.
Quindi, senza la- sciarci illudere da quella specie di velo misterioso che
ricopre il fondo della sua filosofia, noi riconosciamo l’esistenza di verità
superiori, riconosciamo che le parole che traducono comunemente il suo
pensiero, non ne svelano punto lo spirito e reclamiamo con insistenza quella
saggezza che fu conservata gelosamente dalla comunità dei discepoli iniziati e
sottratta alla curiosità dei. volgari. In conclusione, posto che nella
filosofia aristotelica una lo- gica segreta sussista a lato della logica
popolare, non v ha che un mezzo per comprendere completamente Aristotele come
logico, e questo. consiste nel comprenderlo come matematico. Ed in ciò si
appunta quella parte di verità scientifica che costituisce il valore reale dèl
sistema aristotelico e fu confermato dal giudizio portato da venti secoli di
storia. E ciò ancora dimostra che le presenti ricerche no fanno altro che
giustificare quell’approvazione unanime che è certo uno dei più belli e
consolanti spettacoli della storia del pensiero. In secondo luogo essa resta
cartesiana, perchè l’autorità della; ragione è appunto fondamento in cui essa
non può far a meno consistere, e Cartesio lascia intera la logica aristotelica
basa sulla deduzione che ci dà la prima forma della necessità.
=--rrrcror_r"wrm—m»m—mooa°.r” ”"_-vv_— p In terzo luogo essa resta galileiana, perchè
l’autorità dello spe- rimento è appunto fondamento su cui essa non può far a
meno di consistere, e Galileo non fa che insistere sulla fecondità logica dello
sperimento che ci dà la seconda forma della necessità. In quarto luogo essa
rifiuta la teoria di Bacone. In quinto luogo essa rimane leibniziana, perchè è
Leibniz che ha dato definitivamente alla logica pura il pieno possesso
scientifico di sè medesima, aprendole essotericamente il campo più fecondo per
le sue ricerche. In sesto luogo essa rimane kantiana, perchè Kant nella sua
Critica salva il contenuto della logica formale. In settimo luogo essa rifiuta
l’interpretazione hegeliana, perchè Hegel non ha fatto una logica propriamente
intesa come scienza analitica. Egli ha confuso la logica, la metafisica e la
filosofia. Creandola esclusivamente come filosofia, l’ha uccisa (nel suo
sistema, s'intende) come scienza, In ottavo luogo essa abbandona la teoria
comtiana, milliana e spenceriana che disconobbe il valore scientifico della
logica deduttiva. In nono luogo essa si dichiara apertamente d’ accordo colla
teoria hertziana del metodo sperimentale. In decimo luogo si riconosce
apertamente matematica, perchè il suo passato aristotelico, cartesiano,
galileiano, leibniziano, kan- tiano, le lotte sostenute vittoriosamente
coll’indirizzo teologico, baconiano, hegeliano, milliano, i poderosi incrementi
introdotti dal Boole allo Schréder, dal Peano al Russell, i più recenti
risultati dedotti dalla considerazione dei modelli meccanici; tutto insomma il
suo passato e il suo presente scientifico la ricongiungono alla matematica, e
solo nel primo riconoscimento di questa sua natura essa ritroverà il possesso
delle sue forze e dei suoi strumenti, la sua dignità di scienza, il suo ideale,
la sua vita. $ 156. — È assurdo supporre che la logica come scienza, procla-
mandosi fedele al principio leibriiziano, venga a sostituire un giogo nuovo ad
un giogo antico. Aristotele, Galileo e Leibniz in questo non combattono fra
loro, perchè tutti s’accordano nel sottoporre la logica alle leggi della Stessa
ragione. Non condanniamoci dunque a ripetere solo un malin- teso passato, a
ignorare il presente, a precluderci l’avvenire. Non sii ec e ll DITER TAO
necessario ; è sempre stato lo stesso, sarà sempre lo stesso ; segue la è vero che la logica classica non sia altro
che un’ammirabile ruina. Invece è dimostrabile che la sua parte più importante
si fonda sulla base incrollabile del calcolo. Piuttosto sarebbe il caso di dire
che da questo punto di vista Aristotele non ha prodotto unanuova verità. Tl suo
merito propriamente consiste nell’aver intuito una serie di corrispondenze
analitiche. Anche se volessimo ammettere questa corrispondenza come una
semplice e teorica possibilità, non sarebbe men vero che v° ha in questa
corrispondenza un insegnamento profondo, poichè tutta la logica attuale gira
intorno alla mate- matica come intorno al suo asse. Quindi la critica così
teorica come storica ha mille ragioni di frugare fin negli ultimi archivj il
tesoro della sapienza antica per facilitare la sintesi delle dottrine,
indispensabile in questa ora di crisi della logica che il nuovo spirito della
scienza e della filosofia ha bisogno di superare. $ 157. — Finalmente non sarà
forse inutile ricordare che i logici moderni non hanno finora pensato
abbastanza seriamente al grande fatto che la deduzione, l’induzione e
l'analogia, quando hanno luogo di necessità, non sono punto processi logici
diversi. Perchè in essi la spirito umano fa sempre lo stesso lavoro: parte da
una rela- zione e giunge, per necessità, ad un’altra relazione. Che la
relazione poi da cui piglia le mosse sia un giudizio universale o particolare,
_ fa lo stesso e così si dica della relazione espressa nella conclusione.
Logicamente parlando lo spirito, quando procede di necessità, non discende
nella conclusione, non ascende nella induzione, non salta di palo in frasca
nell’analogia. Siffatte differenze non possono avere che una natura ed un
significato psicologico. Ma il movimento, quando è logico, è sempre uno,
universale © legge essenziale del processo necessario, sia deduttivo 0
sperimentale, - conforme al principio della logica pura che fu definita la
scienza delle relazioni necessarie. Per pensare giusto sopra questo argo= mento
bisogna capire che non vi sono due sorta di leggi dal punto di vista logico,
sebbene le verità delle imagini e dei modelli (astratti o concreti) possano
essere infinite. Coloro che non possono oltre- passare il campo di una
specialità peneranno a capirlo, Per certi uomini, ad esempio, fuori della matematica
non c’è che l’opinione. Per costoro la logica formale, ad esempio, non è che
un’espressione CONCLUSIONE 215 retorica. Per certi altri opinione è tutto ciò
che non è suscettibile di prova sperimentale. Per altri ogni cosa è finzione
fuori della metafisica. Per questi la logica matematica, ad esempio, non è che
un gioco di scacchi, una logica del tappeto verde (1). Agli occhi di tutti
costoro le verità delle altre discipline fanno la stessa impressione che fanno
i colori sopra i ciechi nati. Ma il critico aperto alla dottrina dell’infinita
verità le rignarda con occhi diversi. Solo allora il mondo dei fatti e delle
leggi comincia in modo nuovo ad animarsi, immediatamente appare quello che c'è
di morto e di vivo nella storia alla luce d’un principio che non è sottomesso
all’ingiuria dei tempi, e si capisce, ad esempio, che quelli i quali parlano di
morte della logica aristotelica o della logica leibniziana parlano di qualche
cosa che essi non intendono punto. $ 158. — Ma senza insistere maggiormente sulla
importanza scientifica di questo punto mi contenterò di rammentare, in primo
Inogo, che nè la logica come scienza analitica, nè la logica come disci- plina
filosofica sono tutta la logica ($ 1), in secondo luogo, che queste ricerche
furono condotte solo o direttamente (parte teorica) o indi- rettamente (parte
storica) dal punto di vista della logica pura ($ 2). A] quale proposito e in
ultima analisi parmi aver dimostrato a suffi- cienza, non solamente quali siano
le basi teoriche della logica come scienza analitica, ma eziandio quali siano
state le sue fonti storiche e quali siano le ragioni attualmente capaci di
troncare ogni dissidio A VASRSE «anche tra le sue incoerenze, il movimento
logico moderno, preso nel suo insieme, si rivela non favorevole alla sillogistica,
ed è sulla via della liberazione. I reazionarj non mancano; e reazionarj son
proprio coloro che si dan l’aria di modernissimi, i propugnatori della logica
più o meno matematica, i rinnovatori di alcune fisime del Leibniz, i
prosecutori di Giorgio Bentham, del De Morgan. del Boole, del Jevons, del
Grassmann, che sono rappresentati ora da un gruppo numeroso, nel quale si
distingue l'italiano Peano. Ta critica, che costoro muovono ad Aristotele, può
dirsi sia proprio l’opposta di quella che il vensiero moderno è venuta
formulando : le distinzioni di Aristotele paiono ad essi poche ed
insufficienti, e perciò, studiando in particolar modo i metgdi di esposizione
delle scienze mate- matiche, moltiplicano i principj logiti e le forme dei
ragionamenti. Questa Sorta di logica è stata esattamente definita testà dal
Windelband : una logica del tappeto verde ». CROCE, Op. cit., pag. 133. I e CE PR PR pol: intorno ai problemi
fondamentali della logica come scienza delle relazioni necessarie. se $ 159. —
Ma avanti di chiudere l’opera bisogrfà ancora trattare, almeno sommariamente,
d’una questione filosofica della massima importanza. Invero qualcuno potrebbe
objettare che il pro- blema fondamentale della logica moderna non è quello
indicato sopra, ma quest’altro, «se vi debba essere una logica formale | ovvero
reale o se sia possibile fondere le due opinioni op= poste ». Tale è, per
esempio, l’avviso del De Sarlo (1). E allora come potrebbe ritenersi risolta,
nonchè affrontata, erisi della logica moderna, con una raccolta di materiali
teorici e storici che fanno rigorosamente astrazione da cotesto problema? Ed in
questa perplessità ci confermerebbero vieppiù gli schiarimenti con cui il
predetto autore illustra il suo modo di. vedere: « Considerare i processi
logici per sè, staccati dalle cose, dai reali a cui devono pur riferirsi, è
tale cosa da gettare il discredito nella scienza» E altrove: « Una logica
assolu-. tamente ed esclusivamente formale, che abbia per còmpita solo l’esame
degli schemi logici senza riferirsi continuamente alla realtà, senza aver come
objettivo soltanto la ricerca 6 l'accertamento della verità, non può ricevere
il plauso gene= rale». Io mi associerei con tutta l’anima al severo giu- dizio
del valente filosofo, se si trattasse di stabilire uno tra i. problemi
fondamentali della concezione filosofica della logica. Ma avendo dichiarato fin
da principio che, altro è trattare la logica come attività pratica, altro
trattarla come scienza analitica, altro. come disciplina filosofica ($$ 1, 2) e
che le presenti ricerche non: versano che sul secondo modo, risulta che la
logica pura non può e non deve a rigore preoccuparsi della realtà delle cose
sensibili, come sarebbe assurdo pretendere che il problema fondamentale della
matematica pura dovesse essere questo : se vi debba esse una matematica formale
ovvero reale, o se sia possibile fondere le due opinioni opposte. (1) De Sarto,
La logica di A. Rosmini ed i problemi della logica moder Roma, Tip. Terme
Dioclez. Ora se tale è ilcòmpito della logica come scienza analitica diventa
altresì chiaro che a superare la crisi attuale della logica in primo luogo non
occorre l’assoluto rigetto del formalismo antico, in secondo luogo non occorre
fondare la logica scientifica sulle basi della diretta esperienza; mentre tale
è, per esempio, l’opinione del Tarozzi il quale, nella Prefazione alle sue
Lezioni di logica, così serive: «La logica, come qualsiasi altra delle scienze
filosofiche, subisce ora il suo momento di crisi, carattere della quale è
l'assoluto rigetto del formalismo antico e la tendenza a costruirsi scientifi-
camente sulle basi della diretta esperienza. Si va ponendo così nellalogica,
dopo il Mill, una questione talora affatto diversa, talora connessa, ma pur distinta,
da quella che s’agitò fra la logica formale e la logica reale » (1). Sebbene il
Tarozzi parli della logica « come scienza filosofica, tuttavia si potrà forse
osservare che, nè come dottrina scientifica, nè come dottrina filosofica, la
logica esige la condanna del formalismo e il trionfo della diretta esperienza.
Non la condanna di quello, perchè buona parte di quel « carattere forma-
listico, che... è in fondo l’ultima reviviscenza, l’ultimo avanzo dello spirito
e della dottrina degli scolastici che si intende combat- tere» e che «si
esprime specialmente nella teorica del raziocinio immediato e del sillogismo,
nella gerarchia rigorosa fra concetto, giudizio e raziocinio, nelle
classificazioni che questa gerarchia riempiono, spiegano e accompagnano » (2)
troppo difficilmente, per non dir altro, si separa, sia da quel contenuto
formale che Kant determinò nella critica, sia da quel contenuto analitico che
fu esa- minato nelle basi teoriche di queste ricerche e ci fornisce appunto una
delle ragioni più forti per superare la crisi più profonda che ora s'agita
intorno alla natura ed agli ufficj della logica come scienza. E questi
risultati critici devono pur essere riconosciuti dalla dottrina filosofica. Non
il trionfo della diretta esperienza, perchè sulle eselu- sive basi della
diretta esperienza nessuna scienza astratta o analitica, elalogica è tale,
accetterebbe di costruirsi scientificamente. Quindi diventerebbe per lo meno
assai discutibile quel sistema filosofico che, pur animato dalla tendenza, di
costruirsi sulla base della diretta esperienza, cominciasse a far tabula rasa
di quelle scienze che sono (1) G. Tarozzi, Lezioni di logica. Torino, Casanova,
1897, pag. v-vi. (2) Ip., Op. cit., pag. VI. 28 — Pasrone, Silogismo è
proporzione. 218 SILLOGISMO E PROPORZIONE sostenute coll’esercizio della pura
ragione. Quanto poi all’apprez- zamento dell’« aridità » che «in ogni
disciplina » dovrebbe essere « deficienza di ricerca » (1) è questa una
questione talmente sogget- tiva che io mi guarderò bene di spendervi una sola
parola per criticarla. $ 161. — Se non che, quali che siano le basi, le
origini, la legitti- mità e l’uso della logica come scienza analitica, io sono
ben disposto, ad ammettere che sarebbe inconcludente trattare poi della logica
come dottrina filosofica, senza porre la questione gnoseologica ed ontologica
che è reclamata dai filosofi di tutti i sistemi, sebbene il riconoscimento dei
diritti e dei doveri della logita filosofica non importi la negazione dei
diritti e dei doveri della logica come scienza analitica. $ 162. — E poichè
sono entrato in questo argomento dirò ancora una parola sul conto d’un’altra
objezione che, per altre vie, cerca di contendere alla logica come scienza
analitica la ragione dell’esi- stenza non che l’importanza e il primato. Parlo
di quella che pro- cede da quei sistemi filosofici esclusivi che non accordano
nessun posto alle scienze astratte, quindi ostracizzano non solo la logica |
formale, ma anche la matematica, e sostengono che la logica non è e altro non
può essere che filosofia della filosofia. Tal’è l’opinione, per lo meno ingenua
ed arbitraria, se il partito preso con animo deli- berato non la facesse cadere
in una cerchia peggiore dell’ingenuità, che è sostenuta da Benedetto Croce nei
suoi Lineamenti d'una logica. come scienza del concetto puro (2). Le
stravaganti ed enormi censure, onde questo filosofo assalì e tentò di
straziare, sebbene inutilmente, le scienze esatte, rimarranno a documento degli
eccessi a cui possono. lasciarsi trascinare i cultori più intolleranti ed
iperbolici della filo- sofia. E si ricorderà che egliosò scrivere - senza
intendere il pensiero (1) Tarozzi, Op. cit., pag. I. (2) Durante la stampa di
questo lavoro il Croce ha pubblicato il 2° vol. della sua Filosofia come
scienza dello spirito : Logica come scienza del concetto puro, che si dice 2%
edizione in relazione alla memoria (Lineamenti,ece.) citata nel testo. Quindi
la presente critica non si rivolge che ai Lineamenti, eee. Ma in un prossimo
studio critico sopra la filosofia di B. Croce l'apprezzamento: della Logica
come scienza, ece., non mancherà di occupare il posto principale. ai xi bo
"il pr bero. il TARE CONCLUSIONE 219 paradossale di Bertrand Russell (1) -
queste parole : «La matematica - è stato seritto testè, con arguzia e con verità,
da un matematico - è una scienza in cui non si sa mai di che cosa si parli, nè
se ciò di cui si parla sia vero». “ Ora, come maiuna produzione, che merita
siffatta caratteristica, può chiamarsi scienza ? Una scienza, che non afferma
verità, non solo non è scienza, ma non è forma alcuna di conoscenza; neppure
storia, neppure poesia » (2). E più avanti: « Considerati rigorosamente (i
principj delle matematiche), essi risultano tutti falsi » (8). È vero che in
seguito aggiunge: « È lo spirito che fornisce l'uno e i molti, la
rappresentabilità o spazialità o intuizione, il costante o il mutevole, ed
offre queste sue forme alla matematica perchè le falsifichi, se ciò le torna
comodo. E, se le falsifica rispetto alla realtà e verità non vuol dire, come già
sappiamo, che co- struisca alcunchè di assolutamente irrazionale e
ingiustificabile, ciò che non si giustifica rispetto alla verità, si giustifica
nello spirito pratico che ha bisogno di foggiare i suoi strumenti per calcolare
rapidamente» (4). « Le scienze naturali e le matematiche sono dunque non vere
conoscenze ma strumenti e sussidio, foggiati pe’ suoi scopi dall’at- tività
pratica che opera 0 sulla materia delle intuizioni particolari o sulle stesse
funzioni conoscitive, sulle categorie @ priori. Quando hanno reso i servigj che
sono in grado di rendere, col semplificare la realtà e con le operazioni di
sostituzione e calcolo, non possono far altro, e debbono cedere il campo allo
spirito conoscitivo puro » (5). Finalmente varrà la pena di ricordare che per
VA. « il puro conoscere si esaurisce nel circolo di arte, filosofia e storia »
(6). $ 168. — Io non pretendo rimproverare al Croce l’uso insolito di alcune
parole che, secondo la tradizione, s'împiegano nei discorsi con un significato
al tutto differente , perchè, infine, ogni serittore è (1) B. Russe, Recent
work on he principles of Mathomatica, cfr. The Internat. Monthly, IV,1, pag.
84, Burlington, luglio 1901. (2) B. Croce, Op. cit., pag. 77-78. (3) Im., Op.
cit, pag. 79.. (4) I»., Op. cit., pag. 80. (5) In., Op. cit., pag. 82. (6) 1b.,
Op. cit., pag. 83. della loro libertà che di rivalermi dello stesso diritto per
premunire i miei lettori contro questo capriccio di alterare i termini delle
dere dal noto all’ ignoto che è quasi comune a tutti coloro che. parlano e
scrivono per essere compresi. Ciò posto, mi limiterò ad esprimere quali
conseguenze si dovrebbero imporre accettando la. bizzarra nomenclatura del
Croce e convenendo di considerare la. logica pura come una scienza analitica e
nulla più. 4 In primo luogo bisognerebbe ammettere che i principj della logica.
come scienza analitica sono tutti falsi. Ma questo è ancora il meno, perchè, in
secondo luogo bisognerebbe ammettere che lo spirito fornisce le sue forme alla
logica, perchè le falsifichi, se le fa co- modo, e che la logica, precisamente
falsificandole così rispetto. alla realtà come alla verità, non di meno
costruisca alcun che di ra- zionale e di giustificabile se non davanti allo
spirito teorico almeno davanti a quello pratico. Il che pare un assurdo. Ma
esaminiamo più minutamente questa teoria. Da un lato abbiamo una scienza, come
la logica, come la matematica; anzi, no, non abbiamo una scienza, ma una produ-
zione, uno strumento, un sussidio insomma foggiato per i suoi. scopi
dall'attività pratica, i cui principj sono interamente falsi e. la cui funzione
è esclusivamente quella di falsificare a suo comodo. tutto quanto gli venga
fornito ed offerto dallo spirito teorico. Dall’altro abbiamo lo spirito teorico
che fornisce ed offre le sue forme a cotesta bella macchina, appunto perchè le
falsifichi rispetto alla realtà e verità se ciò le torna comodo. È lecito
chiedere che cosa sarà il prodotto di questa falsificazione ? Il Croce risponde
che razionale e di giustificabile, se non avanti allo spirito teorico, cioè
alla realtà e verità, almeno davanti allo spirito pratico che ha bisogno di
foggiare i suoi strumenti (di falsificazione s’intende) per calcolare
rapidamente per i suoi scopi. Ma non basta, im- perocchè alla domanda: « Quali
siano i servigj che sono in grado di rendere questi portentosi strumenti, falsi
e irrazionali nei lo: principj, marazionali e giustificabili davanti al loro
pratico de urgo »; si risponde: « Quando hanno reso i servigj che sono in grado
De CONCLUSIONE 2921 s di rendere, col semplificare la realtà e con le
operazioni di sosti- ‘tezione e di calcolo, non possono far altro e debbono
cedere il _ i conoscitivo puro, che è arte, filosofia e storia. campo allo
spirito ico oramai paghi. Che cosa vuol dire falsificare la realtà? Vuol dire
semplificare la realtà. Che significa ingannare anzi ingannarsi ? Una pura
operazione di sostituzione e di calcolo che lo spirito pra- tico ha bisogno di
fare rapidamente per i suoi scopi. Ma non procediamo più oltre nell’analisi di
questo sistema, per sostenere il quale si giunge a dire : « I naturalisti
sentono la parentela che li stringe ai matematici, ma i filosofi ne sono, a
volta a volta, attratti e disgustati» (1). Oh quanto questa filosofia, avversa
così alla conoscenza come all’entusiasmo delle matematiche, è lontana dalla
filosofia del divino Platone, il quale diceva che Dio è un grande geometra aeÌ
6 deds {swperpsi e riteneva che la co- noscenza della geometria fosse
indispensabile per chi volesse stu- diare filosofia, e si racconta che avesse
scritto sul portico della sua scuola questo motto : «Nessuno che ignori
geometria entri per la mia porta! ». E tanto più me ne persuado ripensando alle
dottrine filosofiche di Cartesio, di Galileo, di Newton, di Spinoza, di
Leibniz, di Kant, fra cento altri le cui opere mi pare che non debbano tenersi
‘in contocosì leggero, per non dir peggio, di fronte alconoscere puro. | Voglio
credere che questa critica non abbia da incontrare la disapprovazione dei
lettori ; i nomi di Platone, di Descartes, di | Galileo, di Newton, di Spinoza,
di Leibniz e di Kant provano ab- bastanza che qui si vuol conciliare
l’apprezzamento d’un contem- | poraneo col rispetto dovuto ai pensatori più
insigni che onorino quella filosofia la quale tanto felicemente è considerata dal
Croce | come la Storia dello spirito umano. Onde parmi che si debba, ’altro,
chiudere queste ricerche accennando ai punti fonda- tali della concezione
filosofica della logica che meglio sem- È > conferire all’unità del saggio
presente e alla connessione | del prossimo saggio filosofico che sarà dedicato
alla logica della i di e nia i a ca 0° * 4 F 1 i are A î ” Din E: j & ture
Da ii uo I APP INNER ENER E A : 222 SILLOGISMO ® PROPORZIONE SPESI nia Ja
__—‘‘$164 — Il concetto che della logica come disciplina filosofica ha oggi la
filosofia teoretica, e che, da parecchio tempo in- vero, fu fatto segno alle
più importanti controversie (intorno alle origini ed al fine della logica, alla
sua natura ed alla sua por- tata, alle sue condizioni ed ai suoi metodi) sorte
anche nel campo delle altre scienze alle quali tutte la logica fornisce il suo
indi- \ spensabile strumento così di ricerca come di dimostrazione, | prende
due aspetti opposti, secondo che prevale la trattazione | della logica dal
punto di vista della filosofia o la trattazione | della filosofia dal punto di
vista della logica. Ciò vuol dire che | questo gran fatto della logica
filosofica è stato ed è ancora pensato — in due modi o da due opposte scuole,
cioè : 0 come semplice organo — universale del pensare, ovvero come organo e
logo universale così — del pensare come dell’essere. Mi. Due mila e duecento
anni fa il valore della logica come èpyavoy È era evidente come ora ; allora
come ora era evidente che solo nel giardino di una ben ordinata logica può il
sapere produrre i migliori r frutti ed era pur anche evidente la duplice
rivelazione razionale e | ; naturale della necessità. Ma quel medesimo acuirsi
del senso razio- Mic nale e del senso fisico e quella sottile oxt:c
logico-matematica che | furono la causa della scoperta analogica della
sillogistica, non erano _ accompagnati da un proporzionato aumento della
capacità scien- I tifica di dedurre sperimentalmente. Quindi, mancando
l’opporti- | Si nità dei confronti e la fortuna delle prove, gli spiriti o sì
beffavano fr filosoficamente della logica, o si perdevano in un pretto conven-
zionalismo o saltavano temerariamente nella metafisica. In ogni — Mi caso
sempre gratuitamente la logica veniva considerata ora come ancella ora come
signora della filosofia. E per assistere all’altalena I Da; dei due principj
non abbiamo che da consultare la storia della I È filosofia. o Il contrasto
profondo che fanno tra loro questi due modi opposti _ » di concepire la natura
e il valore della logica è quasi precisamente — quello stesso, per cui nella
storia della filosofia moderna stanno ì: . l’uno di fronte all’altro il
positivismo e il panlogismo: questo rivolto a fare dell’universo il raziocinio
di un pensiero assoluto, quello inteso a posare il problema del valore e dei
limiti della - È conoscenza e a distinguere scrupolosamente la forma astratta
dalla realtà concreta per non smarrirsi nelle avventure della metafisica, 298
Ora, poichè — come ho già dichiarato in un’opera precedente (1) — «il tratto
più saliente della nuova concezione teoretica della scienza è che per essa non
solo non si ha la pretesa di afferrare la realtà materiale coi meccanismi
rappresentativi (modelli), ma ne diventa affatto inutile la ricerca; seguendo
in questo l’esempio dei fisici, i quali, disinteressandosidi tutte le questioni
inaccessibili ai metodi positivi,si limitano alla ricerca delle leggi le quali
hanno un signi- ficato più largo e profondo che le ipotesi da cui si possono
ricavare ; » e poichè pare che questo sia anche il più prudente contegno consi-
gliabile in genere alla filosofia si capisce come i due modi opposti di
concepire filosoficamente la logica pajono destinati, non ad escludersi, ma ad
integrarsi fra loro quanto al concetto che en- trambi hanno della parte da dare
alla ricerca di quella legge delle leggi che è la ragione madre e centrale
della filosofia medesima, perchè in essa si illumina e si comprende il concetto
dell’infinita verità. CONCLUSIONE $ 165. — Malgrado il sentimento profondo del
disagio in cui le menti stettero per tanti anni catenate nelle carceri dei
sistemi, lo spirito filosofico non riesce adesaurire il suo còmpito senza
tentare a costruzione di quell’ipotesi integrative, come già disse il
Barzellotti, di tutta la scienza che, di tempo in tempo, si provano a
costruirla mediante un concetto generale dell’essere delle cose e del loro
principio e fine : conati « con cui la mente umana da secoli tenta e ritenterà
forse sempre l’enimma del mondo, punta dal bisogno, innato in lei, di comporre
a piena unità di sistema tutte le cogni- zioni, e di colmarvi le lacune che
l’indagine sperimentale e il ragio- namento vi lasciano aperte così inogni
scienza come anche fra scienza e scienza. A ciascuna di coteste ipotesi
risponde nella storia del pensiero umano alcuno dei grandi sistemi metafisici,
che in ogni età si sono via via succeduti a dominarlo, e l’han dominato non per
altro, se non perchè gli porgevano in una forma, ch’esso credeva ultima e
definitiva, il disegno di quell’unità universale delle cose e delle loro leggi
che i risultati dell’indagine sperimentale gli venivano (1) Del muovo spirito
della scienza e della filosofia. Torino, Bocca, 1907, pag. 24. adombrando man mano sempre più, ma senza mai
fissarne le ultime linee » (1). $ 166. — Così stando le cose, è necessario
intendere il sistema di tutte le cognizioni intorno al sapere ed all’essere e
divisare il pro- gramma del lavoro filosofico guardando al contenuto ed ai
limiti di ogni parte, giacchè questa sembra la condizione indispensabile d’ogni
buona ricerca teoretica che tenti di far concorrere l’opera sua alla solenne
iniziativa della critica filosofica. Pertanto,valendomi di quell’orientazione
che fu presa nel mio ultimo saggio: Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia nel campo degli studj filosofici, e specialmente per quella parte
essenziale della filosofia che è lo studio dei caratteri proprj della scienza e
per quell’altra che riguarda il concetto della realtà, esporrò, a grandi
tratti, il sistema teoretico al quale sono subordinate tutte le mie ricerche. $
167. — Secondo me il problema fondamentale della filosofia teoretica si riduce
al problema fondamentale della logica filosofica che è il seguente : se vi sia
una logica della natura come e’ è una logica del pensiero e, in caso
affermativo, qual relazione corra fra entrambe. Per risolvere questo problema
io penso che la filosofia teoretica debba imperniarsi sul principio dell’infinita
verità (teoria dell’infinita verità), la quale trova il suo fondamento estetico
e metodologico nell’infinita possibilità dei modelli (teoria dei mo- delli) e
il suo fondamento ontologico, per un verso nell’infinita varietà dei fatti
(teoria dei fatti), per l’altro in ciò che v’hadi essen- — ziale in tutte le
infinite soluzioni possibili, cioè nella unità deduttiva: e sperimentale delle
leggi (teoria delle leggi). Per teoria dei modelli intendo la teoria
dell’espressione, così dell’arte come del metodo. Per teoria dei fatti intendo
la teoria dell’esperienza, così dell’uomo come della natura e così nello spazio
come nel tempo. Per teoria delle leggi intendo la teoria della scienza, così
della deduzione come dell’esperimento. (1) G. BarzeLLOTTI, Le condizioni presenti
della filosofia, ecc. Dalla « Rivista di filosofia scientifica », Anno I, vol.
I, fase. 5, 1882, pag. 23-24 (Estratto). } CONCLUSIONE 2925 Dire filosofia
teoretica significa teoria dei modelli, teoria dei fatti e teoria delle leggi,
il che però non può compiersi senza ricorrere ad un principio universale che è
il principio dell’infinita verità. Ecco adunque in quale senso si deve
intendere che la filosofia è la teoria dell’infimita verità. Onde avremo : 1°
espressione — dei modelli ; 20 esperienza — dei fatti; 3° scienza — delle leggi
; 40 e questi tre gradi raccolti nel grado supremo della filosofia intesa come
pensiero o teoria dell’universale. Questi quattro gradi del sapere teoretico si
fondano sopra i seguenti quattro principj che additano la differenza specifica
e lo spirito filosofico di ciascuno : 1° l’infinita possibilità dei modelli ;
20 l’infinita varietà dei fatti; 3° l’unità deduttiva e sperimentale delle
leggi ; 40 l’infinita verità compresa nel pensiero dell’universale. Questi sono
i sommi lineamenti del mio sistema teoretico che mi guarderei bene dall’esporre
alla critica filosofica, quando non è cessato ancora interamente il fastidio di
tutto ciò che solo accenna a rinnovare ogni sistema speculativo, se, oltre ogni
debolezza, non sopravanzasse l’animo deliberato a cercare la verità. $168, —È
chiaro che da questo sistema discendono come corollarj il principio della
relatività della conoscenza (lato tragico del sapere), la giustificazione d’un
razionalismo forse più cauto, certo assai più modesto dell’antico, perchè si
limita a proclamare il trionfo della ragione deduttrice e sperimentatrice
(sperimentare e dedurre tor- nano ad uno) quindi la negazione rigorosa
dell’assoluto gnoseologico della cosa in sè. Un valoroso pensatore (1), con cui
m'è caro il discutere, perchè dalle sue profonde objezioni io mi sento sempre
invitato a meditare con vantaggio sulla natura, sui limiti, sui difetti, non
che sulle (1) G. Tarozzi, Elementi psicologici e logici della costruzione
scientifica. « Rivista di psicologia applicata », marzo-aprile 1908. | 29 —
PASTORE, sSillogismo e proporzione. Sali, fo VA, ac sid veglia * , +1 fe Pili 2
— LS TRIO Ù inevitabili illusioni del mio pensiero, rendendo ampio' conto d a
mia operetta: Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, ha compreso
perfettamente che cotesta negazione gnoseologica della cosa în sè si effettua
«non in nome d’un fenomenismo dogmatico ma in nome di un concetto di infinita
verità che equivale all’infinita rappresentatività della legge e alla
persuasione che nulla sia vero fuori della legge e delle sue rappresentazioni
». $ 169. — Oraèilcaso di vedere quanto conferisca questo nuovo concetto della
filosofia alla concezione filosofica della logica. Il proposito di non optare
per nessuno dei due modi opposti di risolvere il problema fondamentale della
logica filosofica — iden- tità o diversità fra la logica del pensiero e la
logica della natura — perchè essi pajono destinati, non ad escludersi, ma a
scomparire, come sistemi esclusivi, dalla teoretica, per lasciar posto aduna
nuova concezione integrale in cui si tratterà di decidere quanta parte le varie
dottrine panlogistiche o positivistiche, formalistiche o rea- listiche abbiano
da fare alla ricerca di quella legge suprema che costituisce la ragione suprema
della filosofia (cfr. $ 168), potrà oramai spianarci la via alla soluzione. «La
filosofia dell’infinita verità è un culto della logica ». Sta bene. « Ma non
nel senso che si stabilisca un'identità misteriosa fra la natura logica e la
natura fisica, nè fra le idee e le cose, perchè l'equivalenza rappresentativa
dei modelli non è identità, e perchè nell’infinita serie dei modelli, di cui
anche la mente è uno, non si dà per essa nè per alcun altro modello il
privilegio di essere un superius ed un prius » (op. cit., $148). Tal è il
criterio filosofico direttivo che guiderà la prossima ricerca sopra la logica
della natura. $ 170. — Queste sommarie dichiarazioni filosofiche, io lo spero,
non faranno fraintendere la natura delle ricerche precedenti in or- dine alle
basi ed alle fonti della logica come scienza analitica. Ciò che ora fu detto
intorno alla concezione filosofica della logica tende solo a dare al nostro
pensiero piena coscienza dei suoi limiti, delle , sue forme, dei suoi metodi e
delle sue forze, non solo in ordine alla pura ricerca del vero in sè stesso, ma
anche alla possibilità — se mai sembri ragionevole — di applicarlo così alla
teoria della vita come alla teoria dell’universo. CONCLUSIONE 297 come ho
detto, almeno in parte nel prossimo saggio filosofico Sopra la logica della
natura, che contro al primo saggio filosofico del dovrà fare, in certo modo,
ris 1908 Sopra la teoria della scienza, nel quale fu anche sviluppata
abbondantemente la teoria dei modelli. Ma il loro posto © il loro ienificato
dovrebbero restare, a parer mio, chiariti a sufficienza dall'ultimo saggio
filosofico del 1907, Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, nonchè
dall’abbozzo mmnemonico del mio sistema riferito a $ 167. L'altra opera sopra
la Logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanici del 1906 e
la presente, salvo la parte sto- rica, spettano esclusivamente alla logica
pura. ‘sarà appunto tentato, Lui int l’equ nell’int. per essa NÈ x ed un prius”
\ guiderà la prossina. $170. — Queste somn. non faranno fraintendere la ». dine
alle basi ed alle fonti della che ora fu detto intorno alla concez. solo a dare
al nostro pensiero piena cu. sue forme, dei suoi metodi e delle sue forz pura
ricerca del vero in sò stesso, ma anche al sembri ragionevole — di applicarlo
così alla teo. alla teoria dell’universo. INDICE . Pag Parte PRIMA. Del
concetto come numero e delle proprietà fondamentali della varietà logica. apro
Seconpo — Ricerche storiche . INCLUSIONE . Primo — Ricerche teoriche . Pag. 0
SECONDO — Ricerche storiche » Del giudizio come rapporto. o Primo — Ricerche
teoriche . Pag. apo SECONDO — Ricerche storiche » Parte TERZA. Del sillogismo
come proporzione. aro Primo — Ricerche teoriche . . . . . . <.<»... Pag.
IX 25 41 47. 59 81 209 Torino - FRATELLI BOCCA, Epiro®Ùi Biblioteca di Scienze
Moderne O—_—_—_—_—_—____T_— i No 1. Seror Gruserre. Africa. Antropologia della
stirpe Cami- tica. — Con 118 figure ed una carta. .....,., L 10— » 2. NrerzscHe
FepErIco. Al di là del bene e ogni 11 Preludio di una filosofia dell'avvenire.
— 3 ediz. è ee » 5—- » 3. Zino Zini. Proprietà individuale o prvprictà
collettiva ? Ricerche sulle tendenze economiche delle Società moderne» 6 — » 4.
VerworN Max. Fisiologia ARS 3, sulla teoria della vita. Con 270 figure . . o el
Se fai Co, CORTO » 5. Crccorti EtTORE. Il tramonto della SOLIGNANI mondo
antico. sù = (EE) ee I Le valdarno ad a 04 A » 6. Vira Guino. La psicologia
conempornes, — 2 edizione in ci PLORAFAZIONO) | è UM es aaa ale $ #1 fi se AA .
Nierzscne FepErICO. Così parlò Zatattiustià. Un libro per fi. tutti e per
nessuno. — 38 ediziono . . +... +... » » 8. SercI GiusePPe. Specie e varietà
umane, Saggio di una siste- " matica antropologica. >. +. +. + + + + e
e 0 + + I » 9. Baratta Marro. I terremoti d’Italia. Saggio di storia, geo- | *
grafia e bibliografia sismica italiana. — Con 136 sismocar- TOREBRIDIDI 1...)
cet da el e st SIE ce 4 0 ee O » 10. Spencer H. I primi principii, — 3% ediz. .
. . . . +. » 10— » 11. StIrNER M. L’unico. Con introduzione di E. Zoccori. — |
RR GIMIONE) ri ate da ae TS Re ULI: « 12. De MicmeLis E. Le origini degli
Indo-Europei.. . . . . » 15— » 13. SPENCER H. Fatti e Commenti. . . . . è cal
Lila O » 14, SERGI G. vati dei fenomeni psichici e il loro AGERE biologico ,
BROS SIA Te +. +.» 8 » 15. SPENCER n. Introduzione alla scienza sociale . . . .
. » 9— » 16. Spencer H. Le basi della morale . . . ......» 7— » 17. James W. La
coscienza religiosa . +... ... è... » 2— » 18. SPENcER H. Le basi della vita +.
. . . ...... n 10— Ò » 19-20. Prerson N. G. Trattato di economia politica. —
Due vol. » 25— » 21, HARNACOK A. La missione e la propagazione del
Cristianesimo j nei:‘primi-fte pecoliii ta nce 0 ole è 00 DIE ii ì a Bd FL Mieesii (7.277 Nurefo
sazio 21 Nou pelle I a « faster.SULL'ORIGINE DELLE IDEE IN ORDINE AL PROBLEMA
DELL’UNIVERSALE: NOTA. Dono R. Renier ROMA TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI
LINCEI PROPRIETÀ DEL CAV, V. SALVIUCCI Rendiconti della R. Accademia dei Lincei
Classe di scienze morali, storiche e filologiche Estratto dai Rendiconti, vol.
XVIII, ser. 5%, fasc, 6°, Seduta. TRERERUREREREI RE). I filosofi più eminenti
di tutti i tempi si misero con grande ardore a cercare la soluzione del
problema dell'origine delle idee. E se ne capisce il motivo. La soluzione di
questo problema è fondamentale alla filosofia teoretica, perchè investe tutto
il problema della conoscenza e determina la soluzione del problema della
certezza – cf. H. P. Grice, Uncertainty. Quali furono i risultati della ricerca?
Non avendo l'intenzione di fare l'esposizione storica delle dottrine
filosofiche che si costruirono sopra questo problema, per gli scopi della
presente discussione basta ricordare che, siccome si distinsero idee di più
sorta, e parecchie inoltre sono le ipotesi sull'origine delle varie classi, e
massimamente delle idee universali, così si moltiplicarono le sorgenti e sì intrecciarono
a tal segno che su molti punti regna ancora adesso la più grande oscurità. In
questa nota P. s’occupa soltanto dell'origine d’una specie di idee universali,
rispetto alla mente umana, e precisamente di quelle alle quali si dice che dia
luogo il processo della così detta induzione matematica. Le considerazioni
seguenti chiariranno meglio il carattere e la portata della presente ricerca.
Se la così detta induzione matematica è un principio o un metodo di prova, che
cosa prova? Prova senza dubbio la verità di un teorema cioè d'una proprietà che
si risolve in un'idea universale o più semplicemente in un universale. Seduta. Nasce
la domanda: qual'è dunque l'origine di questa idea? Data, per ipotesi. la
natura logica induttiva del principio o del metodo impiegato, bisogna
rispondere: l'origine di questa idea è induttiva, vale a dire, la nozione
provata è un universale formato per induzione logica. Risulta questa
conseguenza: dunque nelle “sasa A ci sono universali di origine induttiva. Ecco
appunto la tesi dell'origine induttiva di questa specie di universali, di cui
mi propongo di dimostrare l'assurdità. A tale scopo si esaminerà se il
principio della così detta induzione matematica sia logicamente implicito nei
fondamenti @ nelle forme metodiche delle matematiche. Questo esame ci porterà
in- vece all'affermazione inaspettata della natura deduttiva della co- sì detta
induzione matematica. Ed a sua volta questa conelu- sione getterà nuova luce
sulla soluzione del problema dell'ori- gine delle idee in discorso. Seguiranno
alcune conclusioni di qualche importanza sul metodo delle matematiche, sui
sistemi relativi all'origine delle idee, sulla natura e sul valore teoretico
dell’universale, sul con- cetto dell'infinito e del finito così nell'uomo come
nelle cose e finalmente sulla logica dello spirito e della natura. 2. Nel
sistema @)... d) dei postulati aritmetici proposto dal Padoa (*) il così detto
principio d'induzione completa è espresso nel modo seguente: « d) se una classe
(di numeri) contiene un numero non susseguente di aleun numero, e se il
susseguente di ciascun (*) A. Padoa, Z'hgorie des nombres entiers absolus, in
Revue de Ma- thématiques, VIII, 1902, p. 48. Ecco
l’enunciato del principio di induzione matematica secondo il Poincaré: « Si une
propriété est vraie du nombre 1, et si l'on établit qu'elle est vraie de #-+-1
pourvu qu'elle le soit de n, elle sera vraie de tous les nombres entiers ».
Cfr. Les mathématiques et la logique, in Revue de métaphysique et de morale. Nov. 1905, p. 818. Cfr., anche dello
stesso A.: Za valeur de la science. Paris, Flammarion, p. 21. Secondo il Peano
(Aritmetica generale, Torino, Paravia, 1902, p.. 8) il « principio d’induzione
» viene espresso dalla Pp. seguente: ‘3 seCls.Oes:xeN, N 5. dx-*+4+-88:D.N0Ds
Induet (428) Sull'origine delle idee ecc. 5 _—=r—e e ouÙucmt cer 1 1 er
_____r_; numero della classe appartiene alla classe, allora 0927 numero
appartiene alla classe ». Siccome questo principio viene a dire in sostanza
che: « Se una proposizione è vera per lo zero, e, se coll'ammet- tere che essa
abbia luogo per un numero #, si può dimostrare, qualunque sia 2, che deve
sussistere ancora pel susseguente di n; allora essa è vera per 4uft i numeri »
('); così molto giu- stamente il Pieri propone di sostituirlo con quest'altro
giudizio esistenziale più facile e piano che può aversi come un surro- gato del
principio d'induzione : « IV) In qualsivoglia classe non illusoria di numeri
esiste almeno un numero che non è susseguente di alcun numero della classe »
(*). 8. Sebbene, come fu già detto, questo postulato venga indi- cato
comunemente col nome di principio d'induzione completa, tuttavia si vedrà che
non è fuor di proposito riaprire la que- stione colla domanda seguente: la
posizione di questo postulato implica veramente e necessariamente la posizione
d'un principio d'induzione ? Due gruppi d'argomenti filosofici rispondono
affermativa- mente a questa domanda, benchè differiscano alquanto nell’in-
terpretazione della natura e delle conseguenze epistemologiche dello stesso
principio. lì primo è rappresentato dal Poincaré (*), il secondo dal Varisco
(*). (1) M. Pieri, Sopra gli assiomi aritmetici. Dal Bollettino dell'Ac.
Gioenia di scienze naturali in Catania. Fasc. II. Sez. II. Gennaio, 1908, pp.
1-2. (*) Id., loc. cit., p. 2. (3) Cfr. Revue de métaphysique it de
morale. Nov. 1905, janvier, mai 1906. Questa serie di brillanti articoli sopra Zes mathématigues et
la logigue diede origine alla famosa polemica del Couturat, e provocò impor-
tanti risposte dei maggiori rappresentanti degli studj di logica matema- tica
dell'Italia (scuola del Peano) e dell'Inghilterra (scuola del Russell). (4) B.
Varisco, L'induzione matematica in La Cultura filosofica. Dir. De Sarlo, anno
II, n. 7, 15 luglio 1908, pp. 289-802. (429) bi Seduta del 20 giugno 1909. — A.
Pastore. 4. Ecco quali sono gli argomenti del Poincaré, vòlto a com- battere la
teoria del purismo che è sostenuta energicamente dai fautori della logica
matematica. Il principio d'induzione completa, che è usato nelle mate- matiche
ad ogni tratto e ifi più modi essenziali, non è una sem- plice convenzione, come
‘2900 dai logici matematici, i quali vogliono vedervi una pura definizione, per
postulati, del numero intero (1. c., novemb. 1905, p. 818); esso invece è
un'intuizione vera e propria cioè un giudizio sintetico a priori, ribelle alle
prese di qualsiasi dimostrazione. Non è una definizione perchè tutte le
definizioni date del concetto di numero includono una peti- zione di principio,
introducendo nel secondo membro alcuni tet- mini che 9 sono già nel soggetto, o
sono noti solo per intuizione. Tali sono le definizioni del Whitehead-Russell,
del Burali- Forti-Pieri e dello Zermelo; definizioni viziose perchè non pre-
dicative. E così l'intuizione del principio induttivo s’introduce
surretiziamente nei postulati fondamentali dell'aritmetica. Inoltre essa s'introduce
anche nelle dimostrazioni, cioè dopo la posizione dei postulati, ad es., nella
teoria dei numeri cardinali infiniti col teorema di Bernstein che è a questa
fondamentale, e frat- tanto non può costituirsi senza il principio di induzione
(1. c., janvier, 1906, pp. 27-30), e, in genere in tutta la geometria, perchè:
« quel est en somme le théorème fondamental de la géométrie? C'est que les
ariomes de la géométrie n'impliquent pas contradietion et, cela, on ne peut pas
le démontrer sans le principe d'induction » (1. e., janvier, 1906, p. 30). Finalmente questo principio rivela
la sua natura intuitiva, superiore ad ogni dimostrazione logica, perchè «
facendo applicazione diretta o in- diretta del principio di induzione si ha
l'intuizione diretta o in- diretta d'una successione di ragionamenti, pei quali
è sempre valida una proposizione data T(z) ». Ora per provare che una data
dimostrazione è valida non basta mostrare « qu'après 4 ou 5 syllogismes, les
ariomes ne conduisent. pas è une contradie- - tion... Il fallait
montrer qu'on n'en rencontrerait pas davantage, quelque loin que l'on poursuive
la chaîne des raisonnements; c'est à ce prix seulement qu'il était permis
d'affirmer que les axiomes ne sont pas contradictoires » (1. c., janvier, 1906,
p. 26). (430) hA9‘Tt9tqmee
Sull'origine delle idee ecc, 7 _—<=ceeifce. 1 — is m___É__emd@—.- “té In
altri termini, la dimostrazione diretta per esempj non si può fare.
Bisognerebbe prendere tutte le conseguenze degli assiomi e vedere se non
implichino contradizioni. Ma questa verifica zione diretta è impossibile perchè
la serie è infinita, e non basta paragonare solo alcune conseguenze del
principio; bisogna para- gonarle tutte. Dunque la presenza del principio
induttivo di ma- tematica non può giustificarsi se non per via intuitiva. E, in
pari tempo, è una fortuna che sia così, perchè la logica analitica, di
proposizione in proposizione andando sempre dall’identico al- l'identico non si
riduce che ad un'immensa tautologia. E la ma- tematica resterebbe sterile, se
non fosse fecondata dal principio dell'intuizione (1. e., mai, 1906, p. 317).
5. Ecco ora quali sono gli argomenti del Varisco il quale, nell'articolo citato
al $ 3, disentendo col Poincaré, dopo aver riassunto con grande energia le
ragioni favorevoli alla tesi della presenza dell'induzione in matematica,
analogamente conclude: « Il procedimento induttivo è, in matematica,
essenziale, asso- lutamente imprescindibile. Senza di esso non sì può stabilire
alcuna delle prime regole di calcolo; anzi a rigore nemmeno il concetto di
alcuna operazione aritmetica » (p. 291). Il nerbo della sua dimostrazione si
può riassumere così: l'aritmetica presup- pone i tre postulati seguenti ('): a)
ci sono dei numeri; d) l'unità - 1 - è un numero; c) ogni numero ha un suecessivo
ed uno solo. Ma queste nozioni e specialmente il postulato €) implicano il
principio d'induzione; dunque l’aritmetica non può nè deve prescindere dal
concetto di induzione, se non vuole urtare contro il principio di
contradizione. Invero, assumere le dette cogni- zioni (includenti inducibilità)
e negare insieme l’inducibilità è un contradirsi. In altri termini, come si
prova che i tre postu- lati suddetti implicano l'induzione? Osservando che i
concetti di numero, successione, sommabilità, ricorrenza e induzione, si (')
L'A. dichiara di valersi ‘di uno scritto del Pieri nell'espressione di questi
postulati. ri I T (431) 8 Seduta del 20 giugno 1909, — A. Pastore, —_ implicano
reciprocamente. « In fondo, ciò, da cui è giustificata l’induzione matematica è
l'esistenza della serie numerica » (l. c., p. 302). 6. Prima di esporre le
ragioni che confutano la tesi dell'in- duzione matematica noi possiamo
assicurare che la presente di- scussione sfuggirà a tutti gli sforzi di coloro
che cercano di stabilire anzitutto se l'induzione matematica si ponga per
intui- zione o per definizione. Accordiamo infatti che questo principio si
ponga in un modo o nell'altro, ne risulterà di primo tratto l'impossibilità di
liberare la matematica che è tutta deduttiva dalla presenza contradittoria.
dell'induzione. L'errore diventa inevitabile. Alcuni logici matematici cadono
completamente in questo tranello. A forza di cercare il luogo matematico più
adatto per collocarvi l'induzione, si persuasero d'aver trovata l'induzione
medesima. 7. A parte quindi il quesito dell'intuizione 0 della definizione, se
tutto il fondo del ragionamento del Poincaré si riduce a questo punto: « che la
verificazione diretta, per l'esempio, della verità di T(2) è impossibile perchè
la serie è infinita » [il che poi si riduce a identificare il così detto
principio d'induzione matematica col così detto principio d'induzione logica],
è facile dimostrare che questa dimostrazione non prova nulla. Infatti, nel
porre le condizioni necessarie e sufficienti di quel principio che si chiama
comunemente di induzione com- pleta (cfr. $ 2) non poniamo soltanto alcuni
particolari di un universale, ma poniamo tutto l'universale, cioè tutta la
serie, perchè ne poniamo la legge. Anche dato, ma non concesso (cf. $ 9), che
coteste con di- zioni necessarie e sufficienti alla verità di T() non si
riducano alle condizioni richieste dalla definizione del concetto di num ero,
non sì può negare che con esse si pone almeno una definizion e, una legge, un
universale. Ciò posto, per verificare se un ente determinato soddisfi o non
soddisfi a questa definizione non si richiede di percorrere (432) Sull'origine
delle idee ecc. 9 Ao1TO _rrrrr__r T—tT__TTrrPtr_,r__—_—m__,Ér sl tutta la serie
infinita delle particolari applicazioni di questo universale, non si tratta di
impiegare un tempo più o meno lungo per ottenere la certezza; basta fare il
viaggio deduttivo che sì compie nella formulazione di un sillogismo. La legge
posta fa da premessa maggiore, il particolare posto da premessa minore; la
conclusione versa sulla convenienza del termine mi- nore col maggiore. Se i
particolari compresi nell'universale sono infiniti, perchè negheremo che
l'universale possa costituirsi logicamente? L'uni- versale ‘è costituito dalle
sue condizioni necessarie e sufficienti; queste condizioni sono sempre
determinate. Distinguiamo accu- ratamente le condizioni necessarie e
sufficienti dell'universale, dai particolari (termini, individui) che stanno
sotto l'universale medesimo. Non è l'enumerazione di questi particolari
denotati dal soggetto, ma la simultaneità delle condizioni logiche con- notate
dal predicato che costituisce il fondamento della certezza del giudizio. Non è
degli individui che si tratta ma delle note; non de individuis loquimur sed de
ideis. Questo, secondo me, è il punto di vista veramente decisivo che bisogna
tener presente per intendere l'errore del Poincaré. 8. Il ragionamento del
Varisco è non meno incalzante. Am- mettete i tre postulati dell'aritmetica?
(Cfr. $ 5). Se no, cadete fuori dell'aritmetica data; se sì, siete costretti ad
ammettere il principio dell'induzione matematica che anche qui si identifica
col così detto principio d'induzione logica, perchè lo sì fa giu- stificare
coll'esistenza della serie numerica che è illimitata. Ecco due punti di
partenza che sembrano opposti. Ma il dilemma è esatto? Si sa che l’induzione è
un discorso che procede dal parti- colare all'universale, e si può anche
concedere che essa sia duplice: quantitativa e qualitativa. Ma la prima è cosa
insignificante perchè non le spetta altro valore che quello di essere o un pro-
cesso per enumerationem simplicem o una pura sintesi di osser- vazioni
staccate, o.una semplice ricapitolazione di conoscenze (dà rrévewv) 0
un'applicazione deduttiva di una legge nota ad un caso particolare. La seconda
invece ha vero carattere inven- tivo, perchè da un certo numero di casi
particolari osservati si (483) \ 10 | Seduta del 20 giugno 1909. — A. Pastore,
—-—-rTrorrrrr_+—_—r-=r-r_-o.*- rep12—- eleva senz'altro all’universale, la sua
natura e il suo valore con- sistono nel salire dal fatto all'ipotesi della
legge. Ora può darsi che l'esistenza della serie numerica giustifichi la
presenza del- l'induzione? Tale ipotesi non può essere logicamente sostenuta.
Chi dice serie numerica dice successione illimitata di partico- lari; chi dice
induzione (matematica o no) dice ragionamento dal particolare all’universale,
sopra una successione illimitata di particolari. La successione è una cosa, il
ragionamento è un'altra cosa, il ragionamento induttivo è ancora una cosa
diversa. Pos- siamo adunque accettare i tre postulati dell'aritmetica, senza
essere forzati ad ammettere l'induzione. 9. Eliminate queste objezioni, si deve
considerare il problema da un altro punto di vista. Che cosa si fa propriamente
quando si pongono i postulati dell'aritmetica e poi si applica il prin- cipio
della così detta induzione matematica per stabilire la va- lidità di un teorema
T(z)? Quanto al primo punto si può rispondere che, in genere, si pone la
definizione di un concetto. Ma di qual concetto? Del eoncetto di numero. Nel $
4 non abbiamo dissimulata l’obje- zione del Poincaré: « ogni def. del concetto
di numero è viziosa, perchè non predicativa ». Lasciando ora a chi vuole la
cura di sciogliere il punto dell'intuizione, si può pretendere di evitare
l'accusa, ponendo le tre nozioni seguenti: classe, non susseguente e
susseguente, espresse dai postulati seguenti: c'è una classe, c'è un non
susseguente (*), c'è un susseguente; poscia la defi- nizione seguente in cui le
nozioni si determinano reciprocamente : numero == classe . non susseguente .
susseguente. (*) Gioverà forse ricordare che trattandosi della serie N, il non
seg. è 0, di N, è 1, di Ns è 2, ecc. Le tre nozioni primitive: classe, non
seq., e seq. sono compatibili, indipendenti, arbitrarie e in pari tempo
necessarie e sufficienti alla costru- zione dell’aritmetica. Esse vengono
espresse coi postulati seguenti, secondo i simboli della logica matematica: No
8C/s.0eN , aeNo.D.@4-+ No. Cfr. Peano, Aritmetica generale, Torino, 1902, p. 8.
Secondo l'Enriques « la nu- merazione sì può basare sopra i postulati seguenti:
Sia data una serie di oggetti a, è, c... di cui si denotino i termini generali
con A. Suppongasi, (434) ei è ba ee e ; ‘I Sull'origine delle idee, ecc. 11 mt
coil i colica RI « Per numero s'intende l'affermazione simultanea di « classe,
non susseguente e susseguente » cioè il concetto di numero è de- finito
dall'affermazione simultanea di « classe, non susseguente e susseguente » (').
Infatti essendo chiaro che ognuna di queste tre nozioni del pre- dicato non è
che una nota del soggetto, non si può dire che questa definizione del concetto
di numero ineluda petizione di principio. Quanto al secondo punto, si può
rispondere che l'enunciato della così detta induzione matematica a sua volta
non fa che ri- petere le condizioni necessarie e sufficienti del concetto di
nu- mero, cioè quei postulati che furono dianzi considerati come le condizioni
definitrici dello stesso concetto. Infatti, paragonando la formola della così
detta proprietà induttiva, dichiarata al $ 2 nota 13, con quella della
definizione del concetto di numero, di- chiarata nel presente $ 9 nota 2, è
evidente che fra esse non passa alcuna differenza. per tale serie, che: 1° ogni
oggetto ubbia un successivo determinato; 2° ogni oggetto, all'infuori di uno
(il primo) che non succede ad altri abbia un determinato precedente; 3° valga
la proprietà seguente (principio di induzione matematica): se una classe di
oggetti è tale che insieme con A contenga il suo successivo, e se contiene 4,
essa conterrà tutti gli elementi della serie 2, d, c...» (Cfr. Problemi della
scienza, Bologna, Zanichelli, 1906. () In conseguenza la def. del concetto di
numero si può anche espri- mere così, affermando simultaneamente i tre
postulati suddetti e chiamando s la classe dei numeri di cui si tratta: seCls.
Oss: zeNo Ns.Da. 0 + 88:D. No ds. Se noi supponiamo che s sia una classe (di
numeri), che 0 appartenga a questa classe, e ancora che, se # è un numero
appartenente ad s, si de- duca, qualunque sia 7, che anche il suo successivo
2-- appartenga & questa classe, allora ogni numero è un s. Questa
proposizione si può leg- gere: Se s è una proprietà: se 0 ha questa proprietà;
se ogni volta che un numero ha questa proprietà anche il suo successivo ha la
stessa pro- prietà, allora ogni numero ha questa proprietà; cioè noi potremo
dire che ogni numero appartiene alla classe s a condizione che s sia una
proprietà, che 0 abbia questa proprietà, e che ogni volta che un numero ha
questa pro- prietà anche il suo successivo abbia la stessa proprietà. È
manifesto che, soddisfatte queste condizioni, il concetto di s è il concetto di
numero, e, in pari tempo, che questa proposizione non differisce affatto da
quella che si chiama comunemente « principio d'induzione ». Seduta. Dunque, in
ultima analisi, si può conchiudere che ciò che è vero per i postulati del
numero (concetto di mumero), è ap- punto ciò che è vero per le condizioni della
prova da 2 ad n + 1 (proprietà così detta induttiva); donde segue che
l'applicazione del così detto principio di induzione matematica si riduce
all'ap- plicazione di un vero e proprio processo deduttivo ('). Chiariamo
meglio questa conclusione. La definizione del concetto di numero viene a dire
in so- stanza che: « in qualsivoglia classe non illusoria di numeri, ciò che è
vero per i postulati del numero, cioè pel concetto di nu- mero, è vero per
tutti i numeri »; e così è posta la premessa maggiore del sillogismo. (*) La
verità di questa conclusione fu già sentita anche dal Burali- Forti il quale,
nella sua Zogica matematica, Hoepli, Milano 1894, a pro- posito del numero
degli individui d'una classe, scrive: « osserviamo che non bisogna confondere
il principio di induzione matematica col principio di induzione dei logici,
Questo è espresso dalla formola: a De. d De:= a vbIe (P. VII), ed è adoperato,
sotto una forma un po' diversa, che potrebbe chiamarsi, di induzione
incompleta, nelle scienze sperimentali. Verificato, p. es., che i corpi che
sono sottoposti ad esperienza godono della proprietà di essere porosi,
concludiamo, per induzione che tutti i corpi sono porosi, comprendendo nei
tutti anche i corpi che non sono stati sottoposti ad esperienza. Il principio
di induzione matematica ha quindi niente a che fare col principio di induzione
dei logici (composizione per somma) e potrebbe, più propriamente, essere
chiumato principio di dedu- zione completa, poichè con esso si ammette vera una
proprietà che sem- brerebbe tale solo dopo nn numero infinito di deduzioni
(pag. 103). Da questo passo si rileva dunque quanto sia improprio identificare,
come fa il Poincaré, ad es., la così detta induzione matematica colla così
detta in- duzione logica. Però mi reca veramente sorpresa il vedere che, non
ostante il chiaro riconoscimento della natura deduttiva della così detta
induzione matematica, si continui ad accettare nella terminologia della logica
ma- tematica lo sconcio di una induzione che è una deduzione, inoltre che si
trovi più propria l'espressione deduzione completa come sr si potesse par- lare
logicamente di deduzione incompleta; infine che si proponga analoga- mente come
più propria l'espressione induzione incompleta per designare il principio di
induzione dei logici, come se si potesse parlare ancora di induzione logica
completa, mentre è chiaro che l'induzione non ha nè na- tura nè valore logico,
essendo un processo psicologico, puramente euristico (436) Sull'origine delle
idee eco. 13 se: Operando sopra T(x) si cerca « se T(x) è vero per tutti i
postulati del numero, cioè per il concetto di numero »; e così sì pone la
premessa minore. Fatti i calcoli si conclude: « dunque T(x) è vero, o non è
vero, per tutti i numeri » } e così sì for- mola l’illazione, chiudendo il
processo del sillogismo. È chiaro che la premessa minore non fa che verificare
le condizioni dell'identità del concetto di numero, affermando che ciò che è è,
componendo tutte e sole le note essenziali del con; cetto, cioè istituendo
un'eguaglianza tra due membri, dei quali il primo è un concetto dato e l'altro
è posto nella forma d'un prodotto. Parimenti è chiaro che la verità universale
di T(x) non dipende punto dal fatto che T(x) valga per uz qualsivoglia valore
particolare di x compresi quelli ai quali non abbiamo ancora esteso il calcolo
effettivamente; ma dal fatto che T(x) vale per il concetto di numero che è la
legge di tutti i numeri. Come già fa osservato al S 7, sì capisce che,
trattandosi di una serie illimitata di numeri in cui « ogni numero ha un sue-
cessivo » il processo del calcolo abbracciato effettivamente non si estende mai
se non ad un tratto finito della serie numerica. Ma, lo ripeto, a stabilire la
verità di T(z) non serve già la co- gnizione di ciò che vale per le infinite
parti determinate della serie numerica che si possono per esempio calcolare,
bensì serve il pensiero di ciò che vale per tutte e sole le condizioni
essenziali che sono incluse comprensivamente nel concetto totale di numero. E
questo significa che in tutte le successive operazioni mentali non si fa che
constatare la verità di una legge essenziale al con- cetto di numero. Dunque il
matematico non fa alcuna induzione usando la prova da n ad #-+ 1, ma fa una
semplice applicazione di una legge nota ai varj casi particolari, perchè
procede dal concetto. In una parola chi pensa il numero pensa tutti numeri perchè
ne pensa il concetto, cioè la legge. e poetico, buono alla posizione
dell'ipotesi, e ad ogni modo, per quello che è, conservando il tipo del
discorso saltuario dal particolare (serie incom-. pleta) al generale (serie
completa) come se esso ‘potesse perdere il suo ca- rattere essenziale di
processo di incompleta validità. 9 9 (437), 14 Seduta del 20 giugno 1909. — A.
Pastore. È questo un gran vero che non basta intravedere ma bisogna porre nella
sua debita luce e a cui deve essere informata la teoria così scientifica come
filosofica dell'operazione logica di cui si tratta (1). 10. L'insussistenza
dell'induzione matematica apparisce pur manifi per lo stesso verso ove si ponga
mente ai processi delle dimostrazioni per uguaglianza nel conchiudere che si impiegano
in geometria. Si dirà: Quando si dimostrano i teoremi del trian- golo, p. es.
sopra un solo triangolo disegnato sulla lavagna, non si afferma forse che quei
teoremi son veri per tutti i triangoli, provando e riprovando che con qualsiasi
altro triangolo, gli stessi teoremi si possono dimostrare analogamente? Sia
pure (*), ma perchè ciò? Perchè disegnando qualsivoglia altro triangolo, io non
costituisco punto nuovi rapporti costanti fra gli elementi costanti del
triangolo; non faccio altro che esemplificare, veri- ficare, constatare,
insomma restare sempre nelle stesse condizioni logiche che sono essenziali al
concetto di triangolo (3). (*) Per far rilevare meglio il valore sistematico di
questa forma e la sua funzione, osserviamo che essa si riduce materialmente al
giudizio u@< fn, «se è vero «» (il sistema delle premesse) « è vero 8» (la
conclusione); ed equivale al giudizio. categorico composto «@=0» oppure «8
>0» cioè «o non è yero @» (sono false una 0 più premesse) « oppure è yero f
» (nel caso che nessuna delle premesse sia falsa, cioè che «> 0). Sarà forse
ancora utile il rilievo seguente. Anche quando si afferma che « l'induzione è
adoperata in matematica per scoprire la legge di una serie, nella quale il
valore dei termini dipende dal posto che essi occupano nella serie »; è che
«essa è certa solo quando c'è perfetta analogia fra tutti i termini della serie
», «in ogni altro caso l’induzione è fallace » (cfr. Masci, Logica, p. 483); è
chiaro che la condizione della perfetta analogia non fa altro che invocare le
condizioni essenziali comprese nei postulati del numero, da cui risulta per
deduzione la validità del teorema T(2). (*) Mettendoci poi dal punto di vista
dello Staudt non resta neanche più opportuno tener conto di questa objezione.
(Cfr. Staudt, Geometria di posizione. Trad. Pieri). (*) Una soluzione analoga
fu già indicata dal Locke, per ciò che ri- guarda la realtà delle nostre
conoscenze matematiche: « Il matematico in- daga la verità e le proprietà che
appartengono ad un rettangolo o ad un circolo, considerandole soltanto quali
sono in idea nel suo spirito; perchè (488) Tk+— Sull'oriyine delle idee ecc. 15
Dunque anche in questo caso il parlare di induzione per eguaglianza nel
conchiudere o per qualsiasi altro motivo è un non senso. Inoltre non dobbiamo
neppur credere di poter costruire geometricamente più triangoli diversi se
possiamo disegnarne in- finiti sopra la lavagna; perchè il triangolo è uno
solo, sebbene le rappresentazioni particolari (cioè i triangoli) siano
infinite. Anche qui converrà ricordare che chi pensa il triangolo peisa tutti i
triangoli, perchè ne pensa il concetto. Non è dunque a giusto titolo che si
presenta generalmente questa prova come la controparte del sillogismo,
affermando che essa consiste nel trarre da più casi particolari una conclusione
generale. Il suo carattere essenziale, infatti, non consiste punto nell'elevare
il nostro spirito dalla conoscenza dei fatti a quella delle leggi o dei
principj che li contengono virtualmente, ma nel farlo discen- dere — al
contrario — dai principj e dalle leggi alle diverse ap- plicazioni particolari
di cui essi sono suscettibili. In conclusione noi abbiamo il diritto di muovere
ai sostenitori dell'induzione matematica questo argomento: Voi provate
l’impiego dell'indu- egli non ha forse mai trovato nella sua vita alcuna di
queste figure ina- tematicamente, vale a dire, precisamente ed esattamente
vera. Il che però non toglie che la cognizione che egli ha di qualsivoglia
verità o proprietà appartenente al circolo o a qualsivoglia altra fizura
matematica, non sia vera e certa, anche rispetto alle cose che esistono nella
realtà, poichè le cose reali non hanno a che fare in questa specie di
proposizioni, e non vi sono considerate fuorchè in quanto esse convengano in
realtà con gli ar- chetipi che sono nello spirito del matematico. È vero
dell'idea di triangolo che i suoi tre angoli son eguali a due retti? Lo stesso
sarà pur vero di un triangolo in qualunque luogo esso realmente esista. Ma che
qualunque altra figura attualmente esistente non sia conforme esattamente
all'idea del triangolo che egli ha nello spirito, ciò non ha assolutamente
nulla a che fare con questa proposizione. Quindi il matematico vede senza
dubbio che tutta la sua cognizione concernente questa specie di idee è reale;
poichè non considerando le cose fuorchè in quanto convengono con queste idee
che egli ha nello spirito, è certo che tutto quanto egli sa sopra queste
fivure, mentre non ha che una esistenza idezle nel suo spirito, sarà pur veru
rispetto a queste stesse figure: se esse vengono a prendere esistenza reale
nella materia; le sue riflessioni non versano che su queste figure, che sono le
stesse, ovungqne e dî qualsiasi modo esse siano esistenti ». Locke, Essay on
Human Understanding. i (439) ; ; b b ] 16 Seduta del 20 giugno 1909. — A.
Pastore. zione matematica con un ragionamento, da cui deriva la giusti-
ficazione del principio opposto, cioè della deduzione. Inoltre, sop- primete
questa deduzione nella prova da n ad 2-+-1, e voi fate scomparire ad un tratto
tutta la certezza scientifica di tale prova. 11. Abbiamo esaminato gli
argomenti dei fautori della così detta induzione matematica, argomenti che si
possono esprimere così: « l’induzione è essenziale alla matematica perchè è
implicita sia nei postulati dell'aritmetica sia nelle dimostrazioni riducibili
ai casi della prova da x ad #-++1 o delle eguaglianze nel con- chiudere in
geometria », ed abbiamo dimostrato Sho dueo argo- menti non hanno valore, vale
a dire che l'induzione non è essen- ziale alle matematiche nè come assioma nè
come metodo. La conclusione di questa analisi si può esprimere dicendo che le
matematiche, le quali finora sono state più abili a tormentarsi che lo stesso
scetticismo, sono completamente indipendenti dal processo induttivo. 12. Da ciò
può facilmente dedursi, come corollario, che nessuna idea universale di cui si
raggiunga la certezza matematica, trae la sua origine dalla induzione (').
Dunque non è vero che le frontiere della scienza si allarghino per
generalizzazione come’ vuole il Poinearé (*); perchè se l'induzione, come
procedimento ipotetico, ha un valore euristico incontrastato ed
incontrastabile, come processo logico non ne ha alcuno. L'espressione
induszone, (*) « Neque enim inductio singularium unquam necessitatem univer-' salem
infert ». Leibniz, Zentamina Theodiceae. Questa conclusione — per una nuova via
— viene a confermare il principio generale della critica kantiana x« che
l’induzione non può fornire proposizioni apodittiche »; quali sono appunto,
secondo Kant, le proposizioni della matematica; mentre evita lo scoglio della
intuizione. Essa contrasta, quindi, l'atteggiamento assunto dal Guastella il
quale, combattendo la teorica del Kant afferma che « qui, ' come da per tutto,
non è che l’induzione quella che può stabilire una ve-' rità generale » (Cfr.
Saggio sulla teoria della conoscenza. I. Sui limiti’ e l'oggetto della
conoscenza a priori, p. 332) « Kant come tutti gli avver-' sarî
dell’empirisinmo non comprende questa semplice verità, che ogni de-' dozione
suppone un’induzione anteriore » (op. cit., p. 337, nota). I L (*) Poincaré, Za
valeur etc., p. 30. (440) deli Peet Sull'origine delle idee eco. 17 Asa e oo
_ocro oe Ser, reti matematica è contradittoria quanto l'espressione indusione
de- duttiva. Entrambe non conducono che all’assurdo ('). 13. Un'altra
conseguenza di qualche importanza per la filosofia del metodo delle matematiche
è la seguente: In \nessun caso, per nessuna ragione, l'induzione può
considerarsi come il pro- cesso logico inverso della deduzione; posto che la
logica sì de- finisca la scienza delle relazioni necessarie, e che le relazioni
induttive siano — come non vha dubbio — assolutamente sfor- nite del carattere
di necessità. D'altronde non è il processo logico necessario che si presti, per
sua duplice natura, ad essere ascen- sivo o discensivo secondo i casi. È lo
spirito che ha la possi- bilità di percorrere la serie unica nei due versi, e
sono questi versi che hanno semplice valore convenzionale e soggettivo come
l'alto e il basso, il destro e il sinistro, l'avanti e l'indietro, ri- spetto
alla persona che parla. Le relazioni necessarie che sì de- ducono colle
operazioni logiche dell'addizione e della sottrazione, della moltiplicazione e
della divisione, dell’elevazione a potenza (*) Basterà ora citare le
dichiarazioni del Boutroux che ritiene valido nelle matematiche il ragionamento
induttivo per ricorrenza e vede nell’in- tuizione uno dei caratteri più
importanti che differenziano le matematiche dalla logica, per dimostrarne
l'assurdità. «
Qu'y a-t-il de noveau dans les mathématiques, comparées è la logique d'une
manière générale ? l'intuition. Qu'est done ce qui caractérise l’intuition
mathématique ? La logique... suppose un tout donné, un concept dont elle se
propose l’analyse... Les mathéma- tiques, au contraire, font une ocuvre
essentiellement synthétique... L'intuition mathématique est donc bien quelque
chose de nouveau; mais n'est-elle que cela? En mathématiques il y a plus. Les
définitions fondamentales ne sont pas de simples propositions... (p. 22). Il en
est de méme pour les démon- strations. Les mathématiques exigent, en maint
endroit, un mode de raison- mement qui est autre que la déduction logique. Il
consiste è généraliser avec force demonstrative le résultat d'une démonstration
particulière... on appelle ce mode de démonstration raisonnement par
récuence... (p. 23), Ce raisonnement est une sorte d'induetion apodictique. Il
y a induction, car la démonstration porte ici tout d'abord sur le particulier,
et la générali- sation ne vient qu'après. Et l’induction est apodictique,
puisqu'elle est stendue è tous les cas possibles... etc. » (p. 24). (De l'idée
de loi naturelle dans la science et la philosophie contemporaines, Paris,
1895). (441) 18 Seduta del 20
gingno 1909 — A. Pastore, e dell'estrazione di radice, ad esempio, non
acquistano interpre- tazione ascensiva o discensiva, diretta od inversa se non
per con- venzione psicologica. Analogamente sarà comodo mantenere nelle
formalità della scienza la terminologia delle operazioni dirette ed inverse; ma
sarà sempre erroneo supporre che il processo logico (che è poi la deduzione)
sia duplice: diretto ed inverso. La deduzione è una. I nomi possono essere
infiniti. Ma simpatizzare coi nomi è cosa puerile. 14. Ci è impossibile negare
che la prova della validità di un teorema si riduca all'applicazione deduttiva
di una lesge nota (postulati del numero) ad un caso particolare; non ci rimane
che domandarei: che cosa significa quel campo di validità univer- sale in cui
si rende vero il particolare? Significa la posizione di una serie. Scoprire un
teorema nuovo vuol dire scoprire una nuova serie particolare nella serie
generale dei numeri. Tutte le serie particolari che sono valide, rientrano nella
serie generale unica, ma non sono la medesima cosa; e la varietà delle serie
regolari, nou altera punto la loro certezza. L'aritmetica non è altro che un
calcolo di serie. Quindi il problema più generale del calcolo si può enunciare
così: data la serie generale dei numeri (le cui proprietà son definite dalle
nozioni incluse nei postulati) trovare tutte le serie particolari che sono
valide dentro di essa. La condizione necessaria e sufficiente per la validità
delle serie particolari è sempre la stessa: ogni serie dev'essere vera per
tutti i postulati del numero; e la regola di formazione d'ogni serie è unica:
non contradire le condizioni dei postulati che co- stituiscono la ragione della
serie. 15. Fin qui abbiamo consultato il vero scientifico, ascoltando la voce
della eritica: dobbiamo ora intendere anche la voce della speculazione pura in
ordine al problema dell'origine e del valore teoretico dell'universale, che
costituisce il problema capitale della filosofia, Primo principio, per questo
nobile intento, è che il concetto dell'universale è propriamente il concetto
della legge, sia che si (442) TT!” Sull’origine dalle idee ecc. 19 tragga dai
rapporti costanti delle idee, sia che sì tragga dai rapporti costanti delle
cose. Benchè la formazione delle idee venga preceduta psicologica- mente dalle
intuizioni sensibili degli individui ed abbia mestieri delle operazioni della
riflessione e della riproduzione, del paragone, dell'astrazione e della
sintesi, tuttavia questo antefatto, che può anche essere frutto di un lavoro
induttivo o di generalizzazione, non impedisce la natura e l'origine
essenzialmente dednttiva degli universali, corrispondenti ai rapporti costanti
(generi) così del pen- siero come della realtà. Questa origine deduttiva ha
luogo solo quando lo spirito, libero nella posizione dei snoi postulati e
sicuro nell'uso dei suoi strumenti deduttivi di ricerca e di prova, premesso un
sistema o sinopsi qualunque di relazioni fisiche o logiche (casi di
osservazione o di riflessione) in cui entri una data quantità o proprietà, e
avendo trovato di quali qualità o elementi essa è data indipendentemente (a
mezzo della elimina- zione) e di quali è funzione (a mezzo della risoluzione),
conclude di necessità ponendo insieme, in uma sola idea universale o con- cetto,
tutti e solo gli elementi comuni a un dato ordine di enti, cioè ad una data
serie reale o ideale. E così la natura dell'uni- versale si immedesima colla
natura della legge di quella serie che costituisce appunto il fondamento della
sua necessità. i Di qui scende che l’idea universale non prende origine nè
dalle sensazioni nè dagli individui, donde si spicca per una vera differenza
qualitativa fondata sui caratteri di universalità è di necessità, ma dai
rapporti costanti; in altri termini, che l'idea universale non è l'idea prima e
l'antecedente d'ogni cognizione, ma un objetto nuovo, formato dall'intelletto
coi modelli de- duttivi e sul fondamento della natura e dello spirito, a meno
che non si voglia confondere il prodotto della coscienza empirica primordiale,
col prodotto della coscienza scientifica. 16. Ma questo principio ha bisogno di
uno schiarimento. Come e donde più precisamente si trae la legge? Pure am-
mettendo la distinzione comune fra il mondo esterno e l'interno, io sostengo
che il processo di formazione delle leggi è uno solo: la deduzione. Solo è da
avvertire che la deduzione prende due aspetti : (443) 5240) Seduta del 20
giugno 1909. — A, Pastore. e n - _r_rr o ——_——_—m&< per le leggi fisiche
è deduzione sperimentale e si riduce allo spe- rimento; per le leggi logiche è
deduzione razionale e si riduce al calcolo. Mezzo della prima è il modello;
della seconda, l'equa- zione (*). i La prima ci pone di fronte alla necessità
della natura; la seconda, alla necessità dello spirito. Natura e spirito, oltre
all'infinita varietà degli individuì e delle sensazioni, presentano un'infinita
varietà di rapporti costanti (generi, ordini, classi, serie, ecc.), e sono
tanto poco sforniti di necessità che in moltissimi casi i loro due processi
conducono alle medesime conseguenze. Anzi, l'intrinseca cognizione delle
necessità si trova solo nella cognizione di questa, che si potrebbe dire
adaequatio necessitatis rei et intellectus, per cui al rapporto costante della
natura, corrisponde il rapporto costante del pen- siero. Qual sia poi il grado
e il valore di tale corrispondenza, spetta solo alla teoria della conoscenza il
dichiarare. Si potrebbe esprimere lo stesso principio osservando che una legge
fisica non è mai esclusivamente oggettiva (i re), così come una legge logica
non è mai esclusivamente soggettiva (i intellectu). Invero, le leggi siano
fisiche, siano logiche, non sono più nè oggettive, nè soggettive: la loro
natura e la loro validità universale le pongono al di sopra di queste separate
e volgari con- siderazioni, e la scoperta della corrispondenza delle due
necessità, scioglie finalmente il reale da ogni velo sensibile e ci fa
ascendere al concetto dell'infinita verità. 17. Da questo punto di vista
sintetico si possono criticare sommariamente tutte le teorie finora proposte
sull'origine degli universali e superare le soluzioni esclusive del
soggettivismo e dell'oggettivismo. Il sistema di Platone rende impossibile ogni
soluzione eri- tica, perchè scioglie dogmaticamente il problema colla proposi-
(!) Equazione e sillogismo tornano ad uno. (444) ‘989 Sull'origine delle idee
ecc. 21 zione mistica della vita anteriore. Il suo innatismo è dedotto dal
nulla. Si prosegua il ragionamento di Platone; nessun filo- sofo avrebbe il
diritto di mettere un limite alla libertà del sentimento e della fantasia.
L'innatismo trascendentale di Pla- tone è l’apologia di un'aberrazione mitica
infinita. L'umico me- rito che gli rimanga è il riconoscimento del valore
ywororéy dell'idea e la considerazione dei generi nella realtà. Il sistema di
Aristotele, anche allorchè, negando la teoria della reminiscenza
trascendentale, sale dal rozzo sensismo alle forme più elevate
dell'intellettualismo per giustificare la presenza dei caratteri della
necessità e dell'universalità delle idee, lungi dall'innalzarci
all’interpretazione delle due necessità, ci induce a supporre che la sua mente
sia ancora indecisa nella solu- zione; anche allorquando attribuisce
all'intelletto attivo la for- mazione dell'universale, invece di spiegare il
lavoro compiuto da cotesto intelletto, resta nell'imbarazzo di un'affermazione
ine- splicabile. I sistemi teosofici, gnostici, dommatici e patristici sono
signoreggiati da una metafisica così insipida, vieta e iterativa che non
aggiungono aleun contributo nuovo alla critica. Il realismo della Scolastica
sfugge arditamente all'idealismo dei soggettivisti; ma a qual patto? a patto di
trasportare l'idea- lismo nel seno dell'oggettività e di sopprimere
l'individuo. Il nominalismo, nella sua dotta ignoranza, risolve la scienza in
una chimera; quando Roscelino sentenzia che il genere non è che una parola,
/f4/us vocis, gli nega il fatto incontestabile della necessità e sopprime la
legge. N concettualismo si propose, è vero, di trovare una solu- zione
eclettica, capace di spiegare l'individuo e il genere, la sensazione e l’idea,
ma restò impotente nella sua impresa, perchè confuse l'universale colla
totalità dei particolari, il genere colla collezione degli individui, mentre si
sa che il genere non att- menta nè diminuisce quando aumentano o diminuiscono
gli in- dividui che esso denota. Il sistema di Cartesio, benchè riduca tutte le
proprietà degli spiriti al pensiero, tutte le proprietà dei corpi alla esten-
sione, e quindi ammetta che i due ordini di fatti si svolgono in. Seduta. e
corrispondenza occasionale l'uno coll’altro e infine, concentrando i suoi
sforzi nella dimostrazione della necessità matematica, non si sgomenti al
pensiero di spiegare tutti i fenomeni esterni se- condo le pure leggi della
meccanica e ridurre la fisica alla matematica, tuttavia in primo luogo, non si
sottrae all'errore di trattare i reali come essenze astratte; in secondo luogo,
distin- guendo dogmaticamente tre sorta di idee nel nostro pensiero — innate,
avventizie e fattizie — e ponendo come la più perfetta di tutte l'idea innata
di Dio, che egli considera come la sola sostanza creante il mondo
continuamente, invece di risolvere in modo nuovo la questione dell'origine
delle idee, non fa che ri- produrre una ipotesi infeconda. Il sistema di
Geulinx, esplicando l’occasionalismo innato di Cartesio, giunge a più maturo
concetto della corrispondenza fra gli spiriti (ordine delle idee) e i corpi
(ordine delle cose), ma, negata la possibilità di qualsiasi azione reciproca e
pure ammessa la relazione fra i due ordini, secondo il celebre para- gone dei
due orologi i quali possono perfettamente accordars pure essendo indipendenti
l'uno dall'altro, sulla questione della origine delle idee, conduce al più
sfrenato misticismo, annullando gli spiriti in Dio. Il sistema di Malebranche,
sempre più sviluppando il panteismo e l'occasionalismo implicito di Cartesio,
sfiora an- ch'esso una parte della verità col principio dell'armonia occa-
sionale, ma invece di sgombrarsi il campo, s'ingolfa del parii nella teoria
semplicistica della visione ideale, annullando i corpi in Dio. Il sistema di
Spinoza si eleva al meraviglioso concetto dell'identità dell’ordine delle cose
e dell'ordine delle idee — ordo ae connexio rerum idem est ac ordo et connerio
idearum — cioè identifica la logica del pensiero colla logica della na- tura,
mostra la necessità là dove essa appare realmente, cioè nella duplice faccia
della sostanza universale, contempla tutto il reale dal punto di vista
dell'infinità, della legge, della dedu- zione; ma, rapito dall'ideale esclusivo
di una deduzione a priori, non penetra tutto il processo con cui si forma
l'universale, non capisce la natura ed il valore logico dello sperimento,
perchè (446) belt LT hd i Sull'origine delle idee eco. 23 non capisce
bastantemente la funzione e il valore dei modi della sostanza. Insomma, la
natura naturante e la natura naturata solo gratuitamente s'adeguano fra loro
pel dogmatismo arbitrario della metafisica. i Il sistema di Leibniz riafferra
esso pure il concetto dell'ar- monia fra l'anima e il corpo, ma la negazione
d'ogni influenza reciproca, il pregiudizio di quell'io monadico in sè che vede
dentro sè l'universo e d'ogni monade semplice indivisibile in- comunicabile
prestabilita allo stesso lavoro per tutto l'universo, che ora è il corpo o il
dominato e fa l'uno, ora è l'elemento del corpo o il dominato e fa il multiplo,
infine l'oblio perfetto del metodo sperimentale non ci consentono di segnirlo
nella sua corsa trasmon- dana, intesa a cercare in Dio la soluzione che gli
sfugge continua- mente su questa terra. E benchè in vero si meriti uno dei
posti più notevoli nella storia del problema dell'origine delle idee, perchè,
colla sua celebre eccezione al principio dell'empirismo, sostiene che
l'intelletto non associa meccanicamente le rappresentazioni ma secondo principj
che trae da sè medesimo, benchè stabilisca un intimo rapporto fra le verità di
fatto e le verità ideali e dichiari che queste ultime si svolgono colla pura
analisi e col paragone delle nostre idee, tuttavia, con la ipotesi delle
disposi- zioni o preformazioni virtuali, s'imprigiona inesorabilmente nel-
l'innatismo. Il sistema di Locke è straordinario nella sua penetrazione, Pochi
filosofi superano il sensista di Bristol nella conoscenza chiara, franca e
feconda dei caratteri delle idee universali; tut- tavia la sua teoria sulla
formazione degli universali compiuta dalla riflessione per mezzo
dell'astrazione sui materiali primi offerti dalle sensazioni non fornisce già
una prova, ma un indice; _ poi non si fonda abbastanza sul concetto della serie
e della sua legge, versa sul piano di un processo prevalentemente psicologico,
ignora la funzione deduttiva, euristica e provvisoria dei modelli e in fine non
concepisce la corrispondenza della duplice ne- cessità, Il sistema di Berkeley,
facendo corrispondere alle idee una causa unica e suprema, cioè Dio, il quale
provvede che esse succedano nel nostro spirito secondo un ordine costante allo
(447) 24 Seduta del 20 giugno 1909, — A. Pastore. scopo di regolare la nostra
vita pratica, nega addirittura alle cose esterne ogni realtà, quindi, malgrado
il suo idealismo em- pirico, si taglia fuori dalla scienza e non fornisce
alcuno schia- rimento utile sull'origine degli universali. Il sistema di Hume,
riguardando ogni cosa come aeciden- tale, da un lato spoglia d'ogni carattere
di necessità, di uni- versalità e di razionalità così lo spirito come la
materia, dal- l'altro ricostruisce scetticamente la scienza coll'abitudine, ma
sull'origine delle idee non supera le deficienze e le objezioni già appuntate
nel sistema di Locke. Il sistema degli Scozzesi annaspa vanamente col sèmpli-
cismo del senso comune, tentando non di risolvere ma di di- struggere la
difficoltà. Il sistema di Condillac, sacrificando la riflessione lockiana,
scende ancor più basso la scala delle conoscenze e col principio della
sensazione trasformata offre un'uscita impossibile all'ori- gine delle idee
universali, impossibile al concetto del concetto. Il sistema di Kant,
riconoscendo i limiti e l'importanza del- l'esperienza sensibile, rispetto
all'origine delle idee universali, su- pera la posizione grossolana
dell'empirismo puro e del sensismo, però ricasca nel vuoto delle idee 4 priori
necessarie al giudizio, perchè, mentre da una parte afferma che lo spirito non
può cono- scere le cose in sè, dall'altra attribuisce dogmaticamente l’univer-
salità e la necessità delle idee solo alle forme del soggetto. E così, non
ponendo la correlazione tra le necessità dei due mondi, anzi imponendo le idee
alle cose, in nessun caso si manifesta capace di scoprire le leggi
dell'oggettività nè col calcolo nè collo spe- rimento. Laonde infine si chiude
in un soggettivismo idealistico tanto scettico che pare una disperazione. Il
sistema dell’idealismo postkantiano, riprendendo il volo della metafisica, con
Fichte esalta è vero la deduzione delle ca- tegorie ma, non riuscendo nè a
identificare legittimamente il soggetto e l'oggetto, nè a dimostrare
l'unificazione della duplice necessità, soffoca le idee universali
nell’impotente solitudine del puro zo e non varca i confini dell'ipotesi; con
Schelling ora mantiene il parallelismo della serie naturale esterna e inconsa-
pevole e della serie spirituale interna e consapevole, ora si pro- (448)
Snli'origine delle idee ecc. 25 pone di dominarlo col principio assoluto
dell'identità degli op- posti; ma procedendo in tutto dogmaticamente, non
dissipa le ombre sull'origine delle idee, e invece di forzare l'assenso, s'av-
volge nella mitologia, nella contemplazione estetica e nel misti- cismo; con
Hegel s'innalza, è vero, alla composizione dialettica delle due necessità della
natura e dello spirito in una sola ra- gione rivelantesi nella concettuale
universalità di logo, natura e spirito, molto giustamente si propone il
concetto del concetto e, ricollegandosi allo Spinoza, celebra il concetto
filosofico su- premo che ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è
reale; ma poi, quando procede alla giustificazione, lungi dal di- chiarare
l'origine delle idee, l'oscura di mille doppj. lungi dal convincere stupisce,
lungi dal dimostrare pontifica in nome di un idealismo assoluto che assorbe
l'essere nell'idea, deforma l'esperienza, ignora l'esperimento, scambia
l'artificio ternario della dialettica col processo deduttivo, s'interdice la
possibilità delle scienze esatte, confonde insomma la sua pseudo-logica colla
più intrepida metafisica. Il sistema dell’associazionismo, riluttando al
concetto del concetto e della duplice necessità, e volendo risalire alle sor-
genti degli universali, suppone erroneamente che il processo psi- cologico
dell'associazione possa garantire l'universalità e la ne- cessità alle idee,
mentre, fuori del processo logico, tale genesi diventa inesplicabile. Il
sistema dell'evoluzionismo, viziato dall'ipotesi dell'empi- rismo della specie,
corrotto dall'ipotesi dell'innatismo dell’indi- viduo, svela tutte le
contradizioni di questi due principj esclusivi che non riesce nè a comporre nè
a superare e non porta neppure sul terreno logico il problema dell'origine
degli universali. Il sistema del positivismo, prigioniero del principio del-
l'esperienza, contrastando il dominio della deduzione per esaltare il metodo
induttivo, immola — suo malgrado — il calcolo e l'esperimento e così si
interdice la conquista della verità. Il sistema di Rosmini finalmente, ponendo
l'idea dell'es- sere come l'unica forma originaria dell'umano intelletto,
merita una considerazione maggiore perchè, più d'ogni altro, affronta il
problema dell'origine delle idee. È noto che SERBATI (vedasi), considerando. Seduta.
tutte le idee possedute dall'umano intelletto, distingue in esse due cose:
l'essere indeterminato e le determinazioni o modi del- l'essere. L'idea
dell'essere indeterminato è innata ed essenziale, fornita di tutti i caratteri
sublimi della sua natura e special- mente dell’universalità e della necessità;
le altre ideo determinate son formate dalla mente coll'applicazione dell'idea
innata dell'es- sere, lume della ragione, elemento costitutivo ed essenziale di
qualsiasi cognizione umana. L'idea poi di qualunque determinato oggetto consta
di forma e di materia; quella è l'idea dell'ente, ed è fornita dall'intelletto,
questa è una sensazione o un sen- timento ed è data dal senso. Questi due
elementi sono accop- piati nell'unità dell'idea. Ciò posto, siccome l’idea di
numero, ad esempio, che è senza dubbio un universale, non si identifica
coll'idea dell'essere indeterminato, in quale maniera, si domanda, questa idea
prima potrà trasformarsi nell’idea di numero e quale sarà la natura propria di
questa? La risposta non è difficile. La trasformazione si otterrà con
l'applicazione dell'idea innata dell'essere al caso particolare del numero, e
l'idea di numero sarà fornita d'una forma attinta all'idea innata dell'essere,
e d'una ma- teria attinta all'esperienza acquisita dei nostri sensi; vale a
dire sarà indeterminata per la forma e sensibile per la materia. Ma ba- stano
queste due proprietà per ucciderla senza rimedio. Infatti, tra l'idea
dell'essere e l’idea del numero passa un abisso. Quella è in- nata, questa acquisita;
quella indeterminata cioè il nulla di deter- minato, l'indeterminatissimo,
questa determinata per eccellenza dal sistema delle sue note la cui
affermazione simultanea ribadisce ancor di più la radicale differenza. Dunque
non è vero che tutte le idee universali derivino dall'idea innata dell'essere
indeter- minato, come dalla comune sorgente d'ogni certezza. Date le premesse,
nessuna alchimia intellettuale è capace di operare la transizione dall'idea
dell'essere indeterminato all'idea della legge ben determinata ed acquisita,
come si richiede dalla coscienza non infantile ma scientifiea, rispondente alle
esigenze superiori della speculazione; e chi confonde le due idee precipita
nel- l'assurdo (1). (*) Non entra nei confini di questa Nota, più dottrinale
che espositiva, (450) eee Sull'origine delle ideo ecc. 27 Fin quì abbiamo
esaminato sistemi storici singolarmente. Ricapitoliamo con un apprezzamento
d'insieme, affinchè al de- siderio della brevità non venga troppo sacrificata
la chiarezza. Per una parte adunque l'empirismo così sensistico come
intellettualistico sentenzia che le idee generali di cui qui si tratta sono
posteriori all'esperienza e generate da questa. So- pratutto gli empiristi
recenti inglesi, colla teoria dell'associa- zione, sostengono che ciò avviene
coll'operazione meccanica del- l'associazione psicologica inseparabile e la
questione pertanto è tutta ristretta sul terreno della psicologia. Per altra
parte l'in- natismo idealistico sentenzia che coteste idee universali sono
anteriori all'esperienza e prodotte con la virtù dell'a priori. Infine lo
spencerianismo tenta gettare un ponte di conciliazione tra le due opposte
dottrine, sostenendo l'empirismo della specie e l’innatismo dell'individuo. I
lettori potranno giudicare oramai che per nessuna di queste vie si può spiegare
l'origine delle idee fornite di universalità e di necessità che si impiegano
nella scienza. Invero, tanto il senso quanto l'intelletto non fanno altro che
fornire la base psicologica necessaria all'avverarsi del pro- cesso logico, ma
non sufficiente alla produzione specifica di questo. Le sole operazioni proprie
necessarie e, sufficienti sono le ope- razioni deduttive dello sperimento e del
calcolo, le quali, pur valendosi dei dati dell'esperienza sensibile e inteMettiva,
sor- passano l'aspetto psicologico della questione per entrare nel campo
neppure l’accenno sommario alle forme più recenti dell'Indeterminismo. Ma è
facile vedere che quasi tutta la critica sui limiti del sapere, mossa, ad
esempio, dal Contingentismo, quando sostiene l'irreducibilità assoluta dei
diversi ordini di leggi, quando continua a confondere il metodo induttivo col
metodo sperimentale, quando continua a sostenere la differenza logica tra il
metodo sperimentale e il metodo deduttivo, come se la logica mate- matica, la
fisica matematica, Ja meccanica razionale e la teoria dei modelli (per non dir
altro) fossero una fola, quando infine, confinata la conoscenza scientifica
nell'uso e nel valore del simbolo pel simbolo, dogmatizza sulla superstite libertà,
si perde nel vuoto, Ma qui non si pone in discussione l'importanza filosofica
di tutto il sistema, la quale è senza dubbio gran- dissima, Degli altri sistemi
contemporanei poi non è qui il luugo nè l’in- tento di saggiare il contributo e
il valore, relativamente al problema che ci interessa. Seduta. puramente logico
che solo è atto a conferire la necessità e l’'uni- versalità della verità
scientifica ai suoi prodotti. Insomma, le controversie tra la priorità del
senso e dell'intelletto, l’a po- steriori e l'a priori, l'empirismo e
l'innatismo, l'induzione e l'imaginazione, l'associazione meccanica
dell’individuo, l'asso- ciazione ereditaria della specie e via dicendo, sono
tutte fuor di luogo. Il principio è uno. Niente è affermabile come neces- sario
ed universale che non sia dimostrabile col calcolo 0 col- l'esperimento. 18.
Riconosciuti gli inconvenienti dei principali sistemi finora escogitati
sull'origine delle idee, dal punto di vista di un primo principio che sembra
capace di superarli, si può fare un altro passo in ordine al problema dell’universale,
stabilendo che la definizione del concetto di concetto è la definizione del
concetto di infinito. Si dirà: ma questo è assurdo; l'infinito non comporta de-
finizione. Sta bene, ma si noti che qui si parla non della defi- nizione di
infinito, ma della definizione del concetto di infinito. L'infinito invero si
può intendere in due sensi: primo, nella va- rietà degli individui e delle
sensazioni cioè dei fatti; secondo, nell'unità dei generi e delle idee cioè dei
rapporti costanti. Pensando al primo significato cioè alla potenza di realiz-
zare tutti gli individui che si vedono possibili dell'idea, la deti- nizione
dell'infinito resta un'espressione inintelligibile, perchè contradittoria, come
sarebbe dire: induzione matematica; pen- sando al secondo significato cioè al
concetto di legge che com- porta sempre un contenuto logico determinato e
costante perchè serve come tipo di identificazione per tutti gli individui e le
percezioni variabili la cui enumerazione può passare come fu detto ogni limite,
la definizione si rivela non solo possibile ma necessaria ('). Ed è appunto in
questo senso che va inteso il () Donde segue che i così detti concetti primi
d'ogni scienza non sono concetti veri e proprj, perchè non sono definiti nè
definibili. I veri fondamenti concettuali delle scienze pure, quindi, non sono
gli indefiniti o indefinibili, o enti primitivi e psicologici, ma gli enti
definiti, cioè i concetti veri e proprj che versano nel campo della logica
pura. (RN Sull’origine delle idee ecc,
929 principio della definizione del concetto di infinito. Rigorosamente
parlando ;adunque il concetto di concetto è il concetto di legge, e il concetto
di legge si identifica col concetto di infinito. Per tal riguardo, concetto,
legge, infinito, significano la stessa cosa. Così, posto il principio della
corrispondenza delle due necessità, si capisce come l'infinito costituisca la
caratteristica universale e necessaria del nostro pensiero e parimenti la
caratteristica universale e necessaria della natura, in quanto la totalità
della natura e del pensiero si concepisca sotto l'aspetto dell'infinito, una
nella costante uniformità dei rapporti, varia nell’infinita serie dei particolari.
Concludendo, il pensiero, di fronte all'infinita varietà dei fatti (individui e
sensazioni) e dei loro rapporti così nel mondo delle cose come nel mondo delle
idee, vòlto a scoprire i rap- porti costanti dei due mondi e ad indagare se sia
possibile sta- bilire qualche corrispondenza fra la duplice necessità, inventa
senza posa i suoi modelli, le sue imagini, i suoi simboli. La possibilità di
questi modelli è infinita; il loro valore è sempli- cemente provvisorio e
strumentale cioè euristico e si possono considerare come veri tutti gli
infiniti modelli che sono obbe- dienti alle medesime leggi. Da questi modelli
il pensiero, sem- pre per via deduttiva, o razionale o sperimentale, trae
appunto le leggi dello spirito stesso o della natura che costituiscono ciò che
v'ha di essenziale nelle infinite soluzioni equivalenti, poscia decide sulla
questione della corrispondenza fra le due necessità, quindi si eleva al
concetto supremo dell'infinita verità. 20. La natura pone la varietà degli
individui e l'unità dei generi, lo spirito pone la varietà delle sensazioni e
l'unità degli universali. Ma il vario e l'uno non rappresentano che le due
facce dell'infinito. L'infinito è la testa bifronte di Giano. Però ammi- rando
la prodigiosa fecondità della natura, l'animo anche esulta per l'infinita
potenza del pensiero, perchè, oltre del lato rivolto verso la varietà dei
fatti, ha un altro lato rivolto verso l'unità delle leggi e da questo lato,
siccome l'affermazione d'ogni concetto è la posizione di un infinito, così si
deduce che lo spirito è propriamente un creatore di infiniti, essendo un
creatore di concetti, di leggi, di universali ed aspirando alla contempla-
zione dell’universale. Questa posizione teoretica, secondo il nostro modo di
ve- dere, ci permette di dominare tutta la logica dello spirito e della natura
e si compie nella formola suprema dell’infinita verità che, essendo una nostra
creazione, è in pari tempo tutto ciò che noi possiamo speculativamente sapere
di noi stessi e dell'uni- Verso. n { { P. S O P R^ TEORIA DELLA SCIENZA IOaiCA, MATEMATICA E FISICA
TORINO ) BOCCA uiLANO - BouA - rntanzz
Uig,l:«lbv Google o Beau, Tip. Iteli* LL. UH. » dii BB. Primiri (486») »ibv
Google JI mio suocero VENCESLAO MUCCHI, saggio ed integerrimo magistrato, cbe
mi conforta con la parola e con l'esempio al- l'austera ricerca delia verità.
»ibv Google bv Google PREFAZIONE Questo lavoro sopra la teoria della scienza,
in ordine alla Logica, alla Matematica ed alla Fi- sica, nacque da un'ipotesi
erronea sopra la teoria della conoscenza logica e matematica che fu in seguito
abbandonata per le ragioni che faremo note fra poco. Esso ha dunque una storia
che forse altri si etudierebbe dì celare ai lettori, perchè generalmente le
ipotesi false si abbando- nano di malumore. Ma noi la racconteremo brevemente,
perchè, come non vi à errore della cui conoscenza l'amico della verità non
possa fare buon uso, cosi è vero che quella prima ipotesi falsa ci ha reso piti
ser- vizio di un' ipotesi vera. Poiché, considerando l'umano pensiero, noi era-
vamo giunti a riconoscere che non potremmo formare ne giudizi né raziocini
senza un prin- cipio dì unità sintetica capace dì collegare e dì »ibv Google
TIII PKEFAZIONI unifìcare i vari elementi delle percezioni e delle idee, ancora
colla testa circonfusa da quell'alone di romanticismo filosofico che sembra un
fatale prestigio della gioventù, noi avevano rivolto la nostra simpatia sul
principio del limite nell'in- tento di rivelarlo come il principio unico per
cui il soggetto e l'oggetto si offrono direttamente alla coscienza col rapporto
che, nello stesso tempo, ti unisce e li separa. Quindi, progredendo nella via
della conoscenza, ed esaminando o^qÌ atto di quel pensare che non pare altro
che un limitare, eravam giunti a concludere che la nostra intel- ligenza non
può nulla conoscere fuori dello schema del limite, vale a dire dell'essere,
giacche il nulla ste^o ci si afferma come un limite negativo, in altri termini,
il concetto dì limite si afferma anche quando si nega. Tutto è dal limite;
tutto è nel limite; tutto ò limite ; ecco la grande parola che ne pareva ne-
cessario dichiarare, riscontrando la formola della sua duplice radice
affermante con l' intero albero genealogico delle conoscenze. Per essere
sinceri noi dobbiamo ancora ammettere che ad un certo punto, trascinati da
quella gagliarda tendenza che ha lo spirito umano ad attribuire una sepa- rata
esistenza alle proprie astrazioni, ad etUifi- care, come direbbe il Rosmini,
noi concludemmo: nel lìmite è la sola scaturigine tanto del reale quanto del
possibile e tutte le scienze sono rivi sgorganti dalla sua pienezza.
Maravigliosi rapimenti dell' ipotesi ! »ibv Google La ragione umana associa
questo principio a tutte le questioni di Logica, di Matematica, di Fisica, di
Meccanica, di Chimica, di Psicologia, di Sociologia. Esso lo ritrova in guise
diverse, nelle innumerevoli trasformazioni di cui la na- tura è teatro, e,
quando Io sposa al principio del- l'evoluzione e alle idee dello spazio e del
tempo, in questo universo — che ci apparirebbe come immobile ed informe ae il
limite fosse assente — l'entrata di esso dà il segnale dì vita a tutti ì
fenomeni. Se non che, ad opera compiuta e dopo d'aver concluso con questa
sentenza : la nozione di limite ò fondamentale così alla vita del pensiero come
alla vita dell'azione, perchè, novantanove volte su cento, la possibilità di
trovare la soluzione dei nostri problemi dipende unicamente dalla pos- sibilità
di ridurre ogni dissidio ad una pura questione di limiti ; considerando le cose
al lume della più fredda ragione, noi ci avvedemmo che se in base a tutte le
nostre pseudocritiche elu- cubrazioni, avessimo voluto discendere sul terreno
dell'esperienza, e servirci una buona volta della nostra teoria del lìmite come
d'un metodo infal- libile di ricerea, noi non avremmo mai potuto giungere alla
soluzione concreta d'un problema ideale o materiale, qualunque, senza una larga
e spregiudicata ed imparziale osservazione dei fatti. Le conclusioni erano
dunque ben differenti da quelle a cui credevamo di poter arrivare. Quindi A.
Fabtoiie. Sopra la latria dtlla Scieasa. u »ibv Google PBBF AZIONI
quell'entusiasmo col quale dapprima vedevamo nel principio di limite la vera e
sola attività logica creatrice delle formalità dello spirito umano, subì una
scossa profonda e, nostro mal- grado, trascinati dall'evidenza dei fatti,
dovemmo assegnare alla costruzione sistematica del limite un compito ben più
limitato e modesto. Cosi fummo costretti a riconoscere il fonda- mento d'una
verità logica della massima impor- tanza e cioè che ciò che è vero per la
teoria della conoscenza non è sempre vero per la pra- tica dei fatti almeno non
ha molte volte nes- sunissimo valore. Per queste ed altre ragioni, che ora non
è il caso di riferire, abbandonato ogni prest-atuto dogmatico introdotto dianzi
furtivamente nel pensiero, quasi per gettarvi — dentro ferreo stampo — tutti i
fatti del conoscere umano, ricominciammo da capo le nostre ricerche filo-
sofiche colla scorta d'un piii rigoroso proce- dimento. Ed anzi tutto
giudicammo indispensabile dare un'occhiata generale alle condizioni presenti
della Filosofia teoretica, per non fare — come direb- bero gli Inglesi — un
altro salto nel bujo. Ora quale è l'orientazione della Filosofia teo- retica
contemporanea? Se giriamo lo sguardo intorno a noi non è malagevole ravvisare
che, in virtù di antiche e di nuove ragioni, che sfioreremo rapidissimamente
fra poco, il problema generale della Filosofia teo- »i retica va Bdoppiandosi
in due altri problemi spe- ciali, fra cui s'apre sempre maggiore dissidio: 1°
il problema della conoscenza; 2° il problema della scienza. Ed è chiaro che il
primo ha carattere indivi- duale, collettivo il secondo. ' Ora, come osserva
acutamente il Tarozzi, il periodo storico che attraversiamo è caratteriz- zato,
anche nel campo puramente intellettuale, da un assai maggiore interesse
prestato ai fe< nomeni umani che si presentano come un or- ganamento
complessivo, nei quali cioè l'opera individuale tende ad occultarsi nella
dinamica dell'insieme ,. " Tutta adunque quella folla di questioni in cui
s'indugiava l'antica gnoseologìa rimane assai più lontana da noi, come nube di
battaglia nel- l'ala destra dell'esercito, alla quale si porterà l'ajuto, se la
vittoria sull'ala sinistra non sarà definitiva per tutto il campo , (I). Ma il
aolo porre la questione in tali termini, mentre implica evidentemente la
nece^ità dì prendere una netta e decisa posizione di com- battimento nell'ala
destra o nell'ala sinistra dell'esercito teoretico combattente contro un co-
mune nemico, non impone forse anche un'altra fiera necessità, alla quale finora
niuno ha posto (1) G. TiBOKzi, L'iirganamento logico della acienza e il
problema del determinismo. Prolusione. Firenze, Nicolai ed., 1899, pft(^. 11,
12. »ibv Google SII PREFAZIONE mente abbastanza, la necessità, voglio dire, di
parteggiare o per la scienza, o per la conoscenza? Né ai dica che non è il caso
di preoccuparsi della necessità d'una tale scelta più di quanto non importi a
due fratelli, per esempio, di dover combattere in questo o quel reggimento,
astra- zion fatta dalle maggiori o minori probabilità di venir esposti al
pericolo, perchè prima di tutto converrebbe ammettere una vera relazione di
fratellanza o per lo meno di concordia fra i due problemi speciali della
conoscenza e della scienza, fra cui invece, è facile vederlo, un abisso sempre
maggiore si spalanca. E badate che ad aprire tale infausto dissidio potè
bastare anche il semplice fatto di quella sempre maggior lontananza che andò
stabilendosi tra le due ale dell'esercito combattente, lonta- nanza che non
tardò a tradursi poco a poco in completa separazione d'interessi cosi materiali
come morali. Fuor dì metafora, bisognerebbe chiudere gli occhi alla realtà più
viva e quotidiana per non vedere, tanto nel sereno porto della filosofia teo-
retica odierna, quanto parimenti nell'intima co- stituzione logica di tutto il
sapere, riprodursi oggi quelle stesse due tendenze opposte che si delineano più
o meno nitidamente e si conten- dono il predominio in altri e più vasti ordini
della vita. Quindi anche i minori problemi ricevono una specialità di assunti e
di importanza che prima »ibv loro erano
ignota, da quell'arduo conflitto che è forse il massimo impedimento alla
composizione delle forze filosofiche contemporanee e del pari una delle più
vaste sorgenti di ciò che forma la tristezza filosofica del nostro tempo. È
ancora insomma il vecchio problema sociologico tras- portato nel campo della
filosofia: che cosa im- porta maggiormente, l'individuo o la società? Guardiamo
un istante le grandi ragioni della controversia. L'insistente esame di coscienza
inspirato dal profondo convincimento e dalla fede nelle facoltà dogmatiche o
affermatrici del pensiero, ritenuto capace di fare anche dell'Universo il
raziocinio d'un pensiero assoluto, arrestando troppo a lungo e troppo spesso Io
sviluppo moltilaterale del senso della vita , doveva generare , non è pos-
sibile negarlo, uno scoramento improvviso negli studiosi. L'azione filosofica
parve troppo tiranni- camente imprigionata nell'orto concluso della ri-
flessione individuale, onde del declinato indirizzo gnoseologico della
conoscenza pura si potrebbe dire col Poeta: Sì cbe pensando consumò la impresa.
Dall'altro l'irrequieto anelito di novità, la con- citata ansia di vivere, la
crescente permeabilità della coscienza alle correnti sociali doveva spin- gere
animosamente la gioventù a levar al cielo la scienza come simbolo di
liberazione e di pro- testa contro il formidabile peso delle astrazioni idealistiche,
anche a detrimento d'ogni serena opera di rifleasione individuale, sempre
tuttavia necessaria per raccogliere i risultati dell'opero- BÌtà, umana,
misurarne la potenza ed imprimervi una maggiore virtù di espansione. Queste
lotte tra i due indirizzi, gnoseologico e scientifico, furono nondimeno e sono
e saraimo ancora naturali e giovevoli, sempre quando nella febbre d'espansione,
nella corsa anelante del pensiero onde sorgono tante irresistibili occa- sioni
all'acoeudersi di gelose rivalità, non fossero trascese fino ad assumere delle
forme troppo dolorose e detestabili di violenze. Imperocché guai a quella
filosofia che vive solo di memorie e non guarda animosamente anche all'avvenire
; e per converso, guai a quella filosofia che si nutre solo del proposito di
disgregare l'organa- mento logico costruito con tanta fatica dalla vita
trascorsa, per la sola ragione che ogni età ha bisogni nuovi e incompatibili
con tutto ciò che non è più presente in modo materiale e im- mediato. Ora è
singolare il vedere come a quella sin- tesi' ideale verso cui ai protendono
oramai i più oculati sostenitori delle due opposte tendenze dell'individualismo
e del collettivismo, con quel reciproco riconoscimento dei comuni diritti verso
il quale s'orienta visibilmente tutta la coscienza più eletta dell'umanità e a
cui rispondono sempre più le forme più concrete e sintetiche della vita
politica e sociale, venga ognor più facendosi imperioso il bisogno di far
eoiriepondere, con reci- proco rispetto, anche le due fonne teoretiche della
conoscenza e della scienza, forse a lontano preludio d'un futuro incontro
conciliativo di tutte le tendenze conservatrici e innovatrici della vita comune.
La gravità dì questo problema non può dunque essere dissimulata da chi ascolti
le voci del tempo (1). È ora che si riconosca francamente una grande e
consolatrice verità: non solo è vero che noi siamo un po' tutti individualisti
e collettivisti in politica, egoisti e altruisti in morale, miscre- denti e
credenti in religione, idealisti ed empi- risti in fìlosofia e via dicendo, ma
è molto più vero altresì che noi abbiamo un vitale e su- premo bisogno di
esserlo. È questo il massimo problema a cui dobbiamo andar incontro con tutta
franchezza e in tutti i campi COSI della vita della realtà come della vita del
pensiero. " Gravati come Fausto da tanto cumulo di sa- pere, noi aneliamo
come lui di salire all'aperto (1) Su questo punto m'accordo perfettamente con
quanto fu già notato, eoa geniale larghezza, da Alessandro Chiap- pini, il
quale raccogliendo nei euoi ' problemi moderni , le sparse ?oci del tempo, ha
saputo, nell'unità del disegno, integrare tutti i tiferiménti più significativi
della com- plessa vita moderna ed indicare l'orientazione generale delle
tendenze, con l'istinto sagace del precursore. e di gustare una buona volta la
vita , (1), anzi tutta la vita. Ecco sorgere per tal guisa un problema ur-
gentissimo in tutti i campi della vita, dalla po- litica alla morale, dall'arte
alla scienza, dalla religione alla filosofia ; il quale, variamente isto-
riandosi in tutte codeste relative necessità, venne di fronte al nostro
pensiero e nell'ambito ri- stretto delle ricerche scientifiche e filosofiche
che ci occupano presentemente a formularsi nel modo che segue: sopra quali basi
ai può gettare un ponte di conciliazione tra il principio individua- listico
della conoscenza e il principio collettivi- stico della scienza? Che il fine a
cui una benintesa filosofia debba intendere ai giorni nostri, circa questo
propo- sito, sia la conciliazione e quasi una simbiosi ideale delle due
tendenze, tutti forse potranno consentire agevolmente. I dissensi ricomincie-
ranno quando si tratterà di segnare ad ognuna la posizione e la funzione da
compiere lungo la via dell'avvenire. Ora le presenti ricerche sono appunto rivolte
- a dimostrare anzitutto la necessità dell'accet- tazione simultanea, teoretica
e pratica delle due tendenze opposte riferite, quindi a tracciare al- cuni
limiti positivi tra i due problemi corrispon- denti, che sono in pari tempo le
due esigenze (1) Alkbsahdbo Chiappkli:,!, Voci del nostro tempo. Saggi Hocìali.
Remo Sandron Ed., Palermo, 1903, pag. 299. »ibv Google esBenzialmente critiche
del pensiero filosofico moderno. Ed affinchè il lettore possa abbracciare con
un colpo d'occhio il piano e la portata di questo saggio — in cui si raduna il
fìrutto di lunghe e faticose ricerche — ne esporrò molto succinta- mente le
linee generali. In merito alla teoria generale della scienza esso esercita
sostanzialmente due uifid che io ritengo inseparabili , benché di natura assai
diversa. Adempiono al primo ufficio, che è essenzial- mente critico ed
analitico, i tre primi capitoli della parto prima {Le idee primitive), nei
quali bo cercato di compiere col massimo rigore possibile l'analisi e la
riduzione alle pure idee primitive di tutte le idee che s'incontrano nei tre
grandi ordini di scienze seguenti: 1° Logica (Grammatica, Logica naturale,
Logica pura); 2** Matematica (Aritmetica e Geometria) ; 3° Fisica (Fisica
matematica e Meccanica razionale). È noto che le varie scienze assumono, fin
dagli inizi, alcuni concetti fondamentali non definiti, ne impiegano più o meno
consciamente le pro- prietà, vi fondano sopra i loro postulati e le loro
teorìe, insomma si servono di questi enti larghissimamente per il loro svolgimento,
senza però farli oggetto d'uno studio appropriato e di- A. ParFDBE, Sopra la
teoria deOa Scimia. di U.g,l:«lov retto, salvo rari casi che saranno
debitamente contemplati a sdo tempo. Cosi s'introducono negli organismi delle
varie scienze vari grappi di enti non definiti, che vale sempre la pena di
annoverare e dì conoscere perfettamente. Io esaminai precisamente questi
concetti pri- mitivi ammessi, più o meno consciamente, nei vari ordini di
scienze riferite; quando l'analisi era già stata spìnta agli estremi riportai
impar- zialmente non solo l'elenco degli enti primitivi trovati, ma pure il
procedimento scientifico im- piegato nei vari casi a tale scopo; quando la cosa
mi parve ancora possibile cercai di ridarli analogamente ai mìnimi termini; in
tutti i casi insomma procurando di detenniname bene il vero senso ed il vero
valore e intendendo coeft di determinare anche il valore e la natura delle
cognizioni scientifiche da essi derivanti. Questo ufficio non fu però compiuto
alla ma- niera della Gnoseologia di un tempo, dottrina pure tanto beuemerìta in
ordine alla cognizione generale delle nostre cognizioni. Criteri nuovi ed
essenzialmente logici presie- dettero alle nuove ricerche, le quali — astra-
zione fatta dalle mie fatiche — dovrebbero essere riguardate da tutti gli
studiosi come in- troduzione indispensabile all'esercizio ed al com- pimento
del sapere ; giacché solo da questo punto di vista le varie scienze non possono
celare ai nostri sguardi la loro maggiore o minore vulnerabilità, e ben si può
dire, senza paradosso, a parer mio, che le idee primitive sono il tallone di
Achille delle scienze. In ordine al secondo ufficio sono necessari al- cuni
schiarimenti. Per acquistare una più vasta e profonda co- gnizione dell'organamento
logico delle scienze si richiedono, come è noto, non solo i risultati delle
singole inchieste analitiche operate negli stretti àmbiti delle scienze, ma i
nessi che congiungano insieme 1 diversi principi fondamentali e le mol- teplici
operazioni che ai compiono nelle fasi suc- cessive del procedimento logico
delle scienze (idea — giudizio — raziocinio). Inoltre, poiché la vera scienza
consiste non nel possedere un numero più o meno grande di cognizioni, ma
sopratutto nel conoscere i veri fatti fondamentali e ciò che v'ha in essi di
reale e di costante e, analogamente, siccome l'ideale supremo del sapere non è
già quello di cono- scere un complesso di scienze fra loro slegate e
indipendenti, ma di possedere una veduta sinte- tica e coerente sopra la natura
universale del sapere, così io mi proposi di raccogliere i sin- goli risultati
del lavoro analitico compiuto in vari ordini di sintesi corrispondenti per
prepa- rare nulla piti che alcuni materiali che potessero servire, a guisa di
centine e palchi provvisori, alla costruzione dell'immenso e interminabile edì-
fizio della scienza. Kon mi restava pertanto che da paragonare fra loro i vari
gruppi di enti non definiti e ìr- reduttibiti trovati colle analisi precedenti
per vedere ae potessero o dovessero accomunarsi o non accomunarsi fra loro,
secondo la loro vera natura. Il capìtolo qnarto {Sintesi delle idee primitive
della Logica, della Matematica e della Fisica. Parte I) adempie a codesto
delicatissimo ufficio, il quale — sempre facendo astrazione dai risul- tati
quali che siano delle mie ricerche — do- vrebbe essere considerato come la più
feconda e solenne iniziativa della critica filosofica odierna, quando volesse
compiersi a dovere e sistemati- camente per tutti gli ordini delle scienze. Due
conclusioni generali raccolgono i risultati di questo lavoro (La piena e mutua
convertibi- lità di tutte le idee primitive logiche, matema- tiche e fisiche,
fondata sul fatto della loro perfetta equivalenza; — la possibilità d'una spie-
gazione unica e comune). Da queste conclusioni furono ricavate alcune
conseguenze teoriche e pratiche {Cap. V. Appli- cazioni generali) sulle quali
desidero di consul- tare la opinione dei pensatori. In primo luogo (Cap. Ili, §
1: Scienze derivate o miste) riconoscendo che tutta la famiglia degli enti
primitivi logici, matematici e fisici ha uno stìpite solo, e quindi che i vari
ordini scientifici corrispondenti non sono altro che la realtà ma- scherata e
un solo processo che si rivela come la necessità primitiva e determinante della
scienza, o almeno che è sempre lecito a noi di studiare ì fenomeni scientifici
come se le cose fossero or- dinate appunto cosi, ne risulta che le varie for-
malità scientifiche della Logica della Matematica e della Fisica possono
scambiarsi reciprocamente e con perfetto rigore. In base a questo principio il
lettore comprenderà chiaramente che come il semplice spettro colorato che si
ottiene colla ri- frazione prismatica della luce bianca ci rivela, nelle sue
strìscie variopinte, tre colori fonda- mentali e quattro intermedii o misti,
così il fascio unico delle idee primitive si scompone in un ven- taglio di
scienze di cui tre possono venir con- siderate come fondamentali (Logica,
Matematica e Fisica) e le altre come scienze derivate o miste o intermedie.
Alcune di queste ultime hanno già una storia ed un'importanza straordinaria,
come la Logica matematica, la Fisica matematica e la Meccanica razionale; altre
invece, come la Logica sperimentale, restano ancora intentate di sana pianta,
pure avendo teoricamente lo stesso valore e la stessa ragione scientifica delle
prime. In secondo luogo (Gap. Ili, § 2 : Analisi ed apprezzamento della Logica
matematica) sarà im- portantissimo il rilevare che delle otto notazioni
considerate come primitive e come tali usate dalla Logica matematica
presentemente per de- finire simbolicamente tutte le idee della Logica e per
esprimerne tutte le proposizioni, tre sole possono ritenersi propriamente come
primitive e foiidameiitalì ; le altre cinque possono dedursi logicamente da
queste. Di più siccome queste tre idee fondamentali della Logica matematica non
differiscono essen- zialmente da quelle altre che furono riscontrate nei tre
campi generali della Logica, della Ma- tematica e della Fisica, anzi sono
perfettamente convertibili ed equivalenti fra loro, così ne viene che per
esprimere tutte le idee e le proposizioni di una determinata teoria matematica
(Aritme- tica, Geometria) non è affatto necessario aggiun- gere ai segni propri
di questa scienza i segni speciali appartenenti alla Logica. Cosi sì capirà —
per nuove ragioni — che un'esposizione rigorosa dell'Aritmetica e della
Geometria non solo può farsi in modo del tutto indipendente cosi dalla Logica
in generale come dalla Logica matematica in particolare, ma deve farsi
assolutamente in sé stessa, senza bisogno di ricorrere — come avviene ora — ai
segni speciali della Logica. Se le dimostrazioni che abbiamo tentato di dare a
questo riguardo non sono fallaci — e non saranno certo scevre di inesattezze
trat- tandosi di una questione complicatissima per cui invochiamo tutta
l'indulgenza dei competenti — l'interpretazione stessa della Logica matematica
resterebbe notevolmente modificata. Ma come ho già detto, su questo campo de-
sidero sopratutto di consultare l'opinione dei »ibv Google FBEF AZIONE A questo
primo tentativo di coordinazione se- guono due altri gruppi di ricerche rivolte
a rag- giungere un concetto sempre più elevato e com- prensivo della scienza (Parte
II. Gli assiomi. — Parte III. Le teorie). E questo in generale un lavoro molto
meno indipendente e anche più ingrato del primo, poiché, mentre richiede la
massima cura, è sempre manchevole e troppo lontano dal proprio ideale.
Tuttavia, a questo riguardo, mi permetto d'in- sistere sopra d'un fatto degno
della maggiore considerazione. Lungi dal pretendere che per tal via si possa
giungere ad una teoria assoluta della scienza, nel senso di poterla costruire
colla sola esplica- zione dialettica di un concetto aprioristicamente
prestatuto e considerato come principio irrefra- gabile e supremo come pretese
un tempo la Me- tafisica dogmatica, illuminato anzi dai risultati cosi poco
lusinghieri del mio viaggio avventu- roso in traccia dell'assoluto, io mi
propongo in- vece dì dimostrare precisamente il contrario, in base ai risultati
dell'ammirabile teoria dei mo- delli (1) che costituisce uno dei meriti più
sin- golari di Enrico Rodolfo Hertz nel campo della (1) Cfr. il mìo * Saggio
sopra l'esperienza mediata , negli ' Atti della Reale Accademia delle Scienze
di Torino ,, voi. XSXVI, anno 1900-901, pag. 12. Intorno alla teoria dei
modelli, svolta per la prima Fìsica matematica e della Meccanica razionale, e
che io tento d'introdurre per la prima volta nel campo della Filosofia
teoretica (Parte III. Le teorie. Capo I. Dell'esperienza e deUe teorie logiche,
matematiche e fisiche in ordine alla teoria generale dei modelli). Vale a dire
che si tenterà di introdurre, fra l'altro, anche l'ipotesi seguente: se un
sistema di fatti qualunque (logico, matematico e fisico) ammette una soluzione
teorica soddisfacente, ne ammette infinite altre che possono rendere conto ugualmente
bene di tutte le particolarità OBser- vate nei fatti medesimi. À parer mio, la
bella teoria dei modelli è de- stinata a recare vantaggi teorici e pratici non
comuni; ed io mi studierò di* mostrare imparziale mente ai miei lettori tanto
l'utilità quanto ì pe- ricoli di questo nuovo genere di ricerche a cui è
rivolta la trattazione presente. Analogamente a quanto è già stabilito nel
campo delle scienze Ssiche, insisteremo sul fatto che le equazioni, a cui una o
infinite teorie lo- giche, matematiche o fisiche differenti, ma equi- valenti,
possono condurre, hanno un significato ben più largo e pib profondo che le
ipotesi da cui si sono ricavate. volta ri^roBamente dall'Hertz nella campo
della Mecca- nica razionale, cfr. E. Hektz, Die iVtiutpien der Me- chanik in
nenetn Zueammenkattg dargeaUUt. Leipzig, I, A.. Barti. Sopratutto sarà prezzo
dell'opera, il far rico- noscere che ciò che rimane costante ed invaria- bile
nei vari sistemi che possono essere in con- traddizione fra loro per le
differenti immagini delle quali hanno rivestito la realtà e che siamo tentati
di prendere per una forma quasi vuota di materia, per una ombra fuggitiva ed
inafferrabile della realtà, non è già un'ombra e come l' immagine di Virgilio
volucrique simillima aamno, ma è veramente la quintessenza fonda- mentale
d'ogni nostra possibile conoscenza. Per ultimo vedremo sempre più chiaramente
che quanto piii ci avviciniamo all'unità, cioè a quel concetto più comprensivo
e più elevato della realtà che ci consentono le condizioni temporanee del
sapere, tanto più noi andiamo perdendo la semplicità, l'indipendenza e
l'assolutezza della spiegazione flIoBofica. La massima applicabilità delle
equazioni fon- damentali supreme che sono ciò che v'ha di più elevato nella
scienza, si traduce quindi e sempre più nettamente nell' espressione della
massima quantità possibile di rapporti determinati e co- stanti; il che vai
quanto dire che il cammino della Scienza e della Filosofia non è più verso
l'Assoluto ma verso una formula, o supremo mo- dello dei modelli, di cui non
vuoisi certo pro- porre un' espressione adeguabile qualunque, in nessun punto
di queste preliminari proposte. Basti dire, per ora, che un'equazione o un si-
stema di equazioni in ragione della sua crescente A. FtiTOKs, Sopra la teoria
ddla Sciema. applinabilitÀ a pììi vaati ordini di fatti, acquista
innegabilmente un crescente valore di relatività, nel senso che diventa
riferibile ad un sempre maggior numero di casi. La massima generalizzazione
delle generaliz- zazioni a cui tende la scienza non è quindi altro che la
massima relazione possibile delle rela- zioni, in altri termini l'ideale della
scienza non è già l'assoluto, ma in certo qual modo il rela- tivissimo. Il
servizio che ci rende ogni generalizzazione cioè la conquista d'un rapporto piìi
alto si è di fornirci un osservatorio più elevato dal quale noi possiamo
dominare più sicuramente l'intero oriz- zonte delle nostre cognizioni. Ma ogni
legge non è che un intermediario; ogni estremo non è che un principio. La vita
della scienza è un circolo net quale essa gira, un circolo tale, che, partendo
dall'im-' percettibile raggio delle idee primitive, d'ogni lato si stende in
circoli nuovi e piii vasti ed in- definitamente. Verso il termine del saggio il
lettore troverà sviluppate con una certa ampiezza alcune que- stioni {Del
fondamento artistico della scienza - Del- l'identificazione matematica del
differente), le quali, se è vero che hanno un' importanza molto secon- daria di
fronte alla teoria generale della scienza, nondimeno meritano una certa riflessione,
perchè non possiamo, ne dobbiamo risolverci ad accet- tare ciecamente
un'opinione qualunque a questo riguardo , né i tempi sono certamente propizi a
ciò. Conviene però avvertire che l' esame della prima questione veniva
direttamente imposto dalla trattazione scientifica precedente e in parti- colar
modo dalla Teoria dei modelli la quale avendo valore rappresentativo
evidentissimo si dimo- strava atta a portare un argomento nuovo in fa- vore
della dottrina del simbolismo scientifico che appare quindi sempre meglio una
delle più so- lide conquiste della teoria della scienza. Quanto alla seconda
questione, se gli esempi citati nel capitolo terzo (Parte III) potranno parere
insufficienti, per far vedere in qual senso e per quale ragione l'impiego
volontario d'una conven- zione irrazionale sia stato e possa ritenersi in linea
generale vantaggiosissimo alla ricerca scien- tifica, rimando il lettore alle
acutissime osserva- zioni sulle questioni di parole del Vailati (1), e
sopratutto alle 15 lezioni sperimentali su la luce del Oarbasso (2), dove,
presso che ad ogni pagina, il processo dell'identificazione ipotetica del dif-
ferente è dichiarato e adoperato come ottimo (1) G. YAII.1TI, Alcune
Oàservazioni sulle questioni dì pa- role ntlla Storia delia seiema e della
cultura. Prolusione al cono libero di Storia delta Meccanica. Torino, F. Bocca
Ed., 1899. (2) A. GrARBAsso, 15 iezionì sperimentali su la luce con- siderata
come fenomeno elettromagnetico . Milano, Ed, Ri- vista * L'Elettricità. strumento metodico e incentivo a sostanziali
pro- gressi scientifici. Terrà dietro a questa trattazione sopra la teoria
della scienza un primo saggio di Logica sperimentale [Sopra un modello fisico
di alcuni fenomeni logici), come applicazione rigorosa di al- cune teorie
sostenute in questo volume, alla giu- stificazione del quale titolo i lettori
cominceranno a trovare alcune indicazioni sommarie nei capi- toli IV e V della
parte I di questo volume. Intorno all'indole del quale è forse ancora bene
osservare che tutte le nostre ricerche lo- giche sui principi fondamentali,
tutte te nostre conclusioni sulla natura e sull'organamento logico delle
scienze, tutte le nostre proposte intomo alla teoria dei modelli, e in
particolar modo le ap- plicazioni sperimentali come prova e controprova delle
riduzioni analitiche accennate, potranno solamente prestare ai lettori qualche
suggestione di più, ma non mai la pretesa di erigere un si- stema esclusivo di
filosofia. In verità l'unica preoccupazione mentale che è in pari tempo l'unico
frutto accettabile di quelle preliminari ricerche fatte con un metodo anti-
critico alle quali abbiamo accennato fin dal prin- cipio di questa prefazione
fu quello di tentare di vedere se e come ogni dibattito filosofico — ■ caso per
caso — sia riducibile ad una pura questione di limiti e di pratica filosofica,
di limiti cioè da non potersi determinare senza una larga e spre- giudicata ed
imparziale osservazione dei fatti e »ida doversi spostare ad ogni modo
continuamente secondo le conquiste progressive dell'esperienza; e di pratica
fliosoflca da non potersi ottenere senza una franca dichiarazione intorno alla
natura ed ai risultati — quali che siano — delle nostre ricerche. In ultima
analisi: avendo già avuto occasione . di ricordare che vale sempre la pena di
anno- verare e di conoscere perfettamente tutti quei gruppi di enti non
definiti che si introducono sempre, ma più o meno consciamente, nell'orga-
nismo delle varie scienze rivelandoci per tal modo il punto debole d'ogni
teoria scientifica, quindi la necessità di ammettere in ogni scienza la pre-
senza di un certo quid conoscitivo ed indefinibile e perciò non-scientifico,
noi siamo in grado di comprendere oramai che la vera conciliazione delle due
tendenze conoscitiva e scientifica non può nascere dal cercarne l' intimo
accordo sopra un terreno qualunque non accordato dai fatti, ma dal riconoscerle
essenzialmente indipendenti e irriducibili fra loro e tuttavia fra loro indis-
solubilmente radicate e congiunte, quasi a sim- boleggiare la bi&onte
imagine di quell'antichis- simo iddio di nostra gente ii quale portava in mano
le chiavi di tutte le porte ed entrava in tutte le contingenze della vita
pubblica e della vita privata, dio del principio e dell'ingresso riguardo al
tempo, dio del trapasso e della con- tinuf^ione riguardo allo spazio. E poiché
la natura delle scienze è tale che esse postulano contemporaneamente da un Iato
delle idee non spiegate e dall'altro delle idee spie- gate, piantisi dunque sul
limitare delle scienze il simulacro di Giano foggiato con la duplice &ccìa,
perchè l'una guardi il tesoro delle idee primitive, l'altra sia rivolta alla
stupenda archi- tettura delle idee derivate e niuno più di quel principio, che
è simbolo dello spazio e del tempo, . conservi le formidabili chiavi, he due
opposte tendenze della Filosofìa teo- retica (il problema della conoscenza e il
problema della scienza) si riconciliano in un modo solo per- tanto, cioè
ammettendole entrambe nelle loro irreduttibili direzioni antitetiche, ma pur
radi- candole fra loro in una sintesi ideale a guisa di quella duplice e
maravigliosa polarità che rad- doppia la vita delle piante in due forme d'atti-
vità differenti: l'avidità della terra e l'avidità della luce. Àrduo argomento
codesto alla cui chiara e con- vincente nozione non sarà mai soverchia
l'attenta meditazione dei pensatori. Da questo punto di vista, le presenti
ricerche e ogni altro genere di studi intrapresi al me- desimo intento, si
potrebbero quindi considerare adoperando la strana ma bizzarra espressione che
trovò il Dilke a proposito della legislazione sociale dell'Inghilterra, come
una specie dì sie* roterapia applicata all' organismo della filosofia teoretica
; vi sì iniettano in certo qual modo quei germi preservativi e immunizzanti
contro ì quali TTT T ' gli assalti
virulenti di tutte le scuole esclusive dal- l'apnorismo dogmatico all'
empirismo, dal deter- minismo scientifico all' indeterminismo, possono restare
neutralizzati o almeno attenuati in buo- nissima parte. Per ultimo riflettendo
che non v'ebbe mai tempo nel quale le cure apprestate dalla filosofia alla
retta cognizione della verità fossero così necessarie ed urgenti come
oggigiorno, vogliamo sperare che le presenti ricerche — per quanto difettose ed
imperfette — potranno forse incon- trare una qualche benigna accoglienza da
parte dei competenti come quelle che non saranno tor- nate affatto inutili alla
cultura degli studi filosofici. Sento il dovere di dichiarare che, durante la
preparazione di questo lavoro, mi soccorse la be- nevolenza di scienziati e
d'amici molti, fra i quali m'è caro di ricordare i nomi del Prof. Giuseppe
Peano da cui ricevetti libri e consigli preziosis- simi per l'interpretazione
della Logica matema- tica, e del Prof. Antonio Garbasso che, con affet- tuosa
sollecitudine, mi aprì il campo della Fisica matematica e della Meccanica
razionale e mi fii largo di schiarimenti e dì aiuti d'ogni maniera. Sono lieto
che mi si porga occasione di espri- mere a tutti pubblicamente la mia più
profonda riconoscenza. Torino. LE IDEE FE.I1.4:iTI"VE k, Paitobe, Sopra la
leoria delia Scieiaa. U.g,l:«lbv Google »ibv Google Criterio direttivo
dell'Analisi. 1 . Mi propongo in questa prima parte di &re una analisi più
che sarà possibile completa di tatti i termini (end, idee, concetti, nozioni)
che si adoperano: nella Logica (Grrammatica, Logica generale), neUa Matematica
(Aritmetica, Geometria), nella Fisica (Fisica matematica, Meccanica razio-
nale) (1), per tentare di giungere ad nna riduzione si- (1) Saronao coù trattati
in questo saggio 1 due primi grappi di scienze (meno la Chimica) seguendo il
criterio dfllù * ClassilìcazioDe delle Scienze » dello Spencer, che à
adottabile per ciù che riguarda la scienza in senso stretto. Ma è bene
avvertire che la classiflcazione spenceriana delle scienze in senso stretto
viene inglobata in una nuova Claa- sificazioDe delle scienze in senso lai^o dal
Trivero, il quale conddera la scienza come un genere di cui sono specie tre
ordini diversi dì scienze: 1° Storia e Geografia; 2° Scienza in senso stretto;
3« Filosofia. È questo veramente il quadro del sapere o dello scibile che
comprende le tre grandi par- tizioni : Storia, Scienza, Filosofia. La Scienza
in senso stretto. stematica e rigorosa
di tatte le nozioni in due cate- gorìe distinte: 1° Noiioni primitive, 2°
Kozioni derivate, o composte, ridaciblli alle primitive mediante lo stramento
della definizione. 2. Per non fare un lavoro vano in questo genere di ricerche
è necessario precisare immediatamente che cosa s'intenda per definizione. Per
definizione intendiamo nna proposizione della forma x^a, ove x è il termine
nnovo che si vnol definire, a è un aggregato di termini avente on signi- ficato
già noto. Cosi è chiaro che per definire on ter- mine qualunque bisogna averne
già nota — per ipotesi — alcuni altri; e dire che — posti certi termini già
noti — si può definire nn nuovo termine x, significa attribuire ad :r il
medesimo significato di un complesso di termini già noti. Da ciò risolta che
quando noi cre- diamo d'introdurre nelle nostre definizioni dei termini dì
valore pienamente determinato e ben definito, noi non facciamo altro che
servirci d'un numero limitato di termini preliminari non mai definiti, anzi
d'impos- sibile definizione, per comporre e definire tutti glì altri. £ se è
vero che noi riusciamo ad intenderci egual- mente bene anche sopra il valore di
questi termini non definiti, ciò deriva dal fatto che noi li adoperiamo
conforme alla distinzione dello Spencer, viene poi divisa in tre gruppi: 1°
Scienze Astratte o Analitiche (Razionali o Esatte); 2* Astratte — Concrete o
Analitiche — Sintetiche (Positive Sperimentali}; 3° Concrete o Sintetiche
(Nntura)i o d'Osservazione). Cfr. Spbngeb, Claasificalion des
sciences. Paris, Baillière, 1872. — Thivbro, Clasiificaiione delle sciente. Milano, Hoepli. sempre con quel significato che essi hanno
assunto nel lingoaggio ordinario; ma è innegabile che tutto ìl si- stema
definito delle nostre cognizioni riposa, in ultima analisi, sopra un piccolo
numero di termini indefinibili. Tale a dire sopra una semplice serie di
convenzioni. Appunto con questi criteri noi cercheremo di esa- minare quali
sono gli enti logici, matematici e fisici, che si possono definire per mezzo di
altri, e quali sono quelli che si devono assumere senza definizione. Si capisce
che il primo lavoro di raccolta del materiale necessario alla generale
riduzione analitica si potrebbe fare, prendendo nn dizionario enciclopedico ben
fatto e cancellando tatti i termini che si possono trovate composti, mediante
un procedimento di esclusione ana- logo a quello che si applica in Aritmetica
per trovare la serie dei numeri primi (Orivello di Eratostene). Uà questa
cèrnita troppo laboriosa e pesante può essere agevolata in più modi, come si
vedrà appunto nelle ricerche segnenti. 3. Prenderemo anzitutto in esame le idee
primitive della Logica che divideremo in due paragrafi: 1° le idee primitive
della Cìraminatica ; 2" le idee primitive della Logica, cosi naturale come
riflessa. Quindi passeremo all'analisi delle idee primitive della Matematica
che divideremo pure in due paragrafi: 1" le idee primitive
dell'Aritmetica; 2" le idee primitive della Cieometria. Da ultimo
procederemo all'analisi delle idee primi- tive della Fisica in generale, e in
particolare della Fisica matematica e della Meccanica razionale. 0no sguardo
supremo ai risultati ottenuti ci permetterà dì raccogliere tutte le idee
primitiTe della Logica, della Matematica e della Fisica in una sintesi Le
applicazioni teoriche e pratiche i... Eegnenza a porre termine alla prima parte
di questo »ibv Google ^fjiii,, ..■■ Sgrriw.-i.-ji. i i* Le Idee primitive della Logica. Le Idee
primitlre della grammatica. 1 . Una facile riflessione ci avverte che delle
nove parti che concorrono a formare il discorso, sette possono venire
eliminate, perchè sono riducibili logicamente alle altre due: il nome (6vona) e
il verbo (Mmo) (!)■ Infatti, possiamo sopprimere: 1° l'articolo, perchè non ha
una funzione indispen- Babile nell'umano linguag^o, giacché in alcune lingue,
(1) Questa riduzione delle varie partì grammaticali ora al nome ora al verbo ci
dimostra altresì la possibilità di di- stìnguere tutti quanti i termini
grammaticali in due ca- tegorie: 1° Termini sostanziali; 2" Termini
formali. Tale clasfiificazione, già intravedala dalle antichiBsime scuole
filosofiche della Grecia e ricomparsa a più ripresa nella scienza, fa rimessa
in onore dalla filologìa compa- rata moderna, la quale esercitando l'aDaliEÌ
più accorata »ibv Google perfettamente evolute, esso manca del tatto come, per
eeempio, nella lingua latina; 2° l'aggettivo, perchè la sua differenza dal nome
è puramente grammaticale; 3° il pronome, perchè fa le veci del nome rispetto
alla sua fimzione; 4° la preposizione, perchè esprime nna relazione o funzione
che tiene le veci del verbo, o si limita solo a determinare più esattamente il
valore e l'ufficio dei casi ai quali di solito si prepone; 5° l'avverbio,
perchè si può considerare facilmente come una forma irrigidita di alconi casi e
serve in generale a determinare più esattamente l'idea verbale nel modo stesso
che l' aggettivo serve a compiere o circoscrivere l'idea nominale; 6° la
congiunzione, perchè esprime solo l'idea dei reciproci rapporti ira le cose
pensate riducibile alla tonzione del verbo ; 7° l'interiezione, perchè è solo
un'espressione ab- breviata equivalente ad una proposizione completa. 2. Ciò
premesso rimane a considerare se il nome e il verbo siano o non siano alla loro
volta riducibili ad un termine solo. sulle parole è gianta alle radici
primitive, che d due classi: le une radici attribuliBe corrispondenti alle pa-
role di sostanza cbe eaprimoDO un contenuto ; le altre ra- dici dimostratite
corrispondenti alle parole di forma che esprimono una funzione. È tuttavia da
avvertire che ciò si deve intendi/re più per la teoria della grammatica, in
parti- colare, cioè per quelle lingue che hanno gii una gramma- tica, che per
la lingua umana in genere ai primi stadi del suo processo evolutivo, perchè
tutto induce a credere che assolutamente indispensabili come segni esterni
dell'idea siano soltanto le parole di sostanza (radici attributive). La questione paò essere tentata da dne punti
di vista ben differenti rispetto alla storia e rispetto alla logica pura. Dal
pnnto di yista storico si tratta di decidere intomo alla precedenza cronologica
tra il nome e il verbo. Ed a questo proposito lo Smith sostiene la precedenza
del verbo, affermando clie i nomi sono di meno urgente necessità; Dngald-
Stewart sostiene la precedenza dei nomi, affermando che ai verbi si snp- pliira
col gesto (Max Mììlleb, Letture, Lett. II). Di questa opinione sono pure il Yico
ed il Rosmini, ma Io Heyse, d'accordo coi maggiori fllologi, afferma che,
superato oramai il periodo antegrammaticale, il sostan- tivo ed il verbo devono
essere considerati di pari valore neO'unità della proposizione, non essendo
possibile ac- cordare all'uno la precedenza sull'altro. E tale è ap- punto la
nostra opinione. D'altronde la ricerca di qnesta priorità storica ci pare
inutile e perfino assurda, dal nostro punto di vista, se si ridette che essa
non può giustidcarsi senza già ammettere gratuitamente che dei due termini uno
sia derivato dall' altro. E ad ogni modo anche se si trovasse che anteriormente
alla grammatica esisteva una lingua senza verbi, tuttavia, secondo la mag^or
verosimiglianza, si potrebbe ancora ritenere che questo non derivava dalla
mancanza assoluta del concetto del verbo, ma semplicemente dal fatto che colui
che par- lava con puri nomi monosillabici lasciava al suo uditore la cura di
aggiungervi col pensiero le forme corrispon- denti all'affermazione ed ai
rapporti fra le cose ed i concetti. Lo spirito primitivo insomma sottintendeva
assai pili che non esprimesse, e la funzione dell'affer- mazione logica, nella
quale pare consistere la vita e l'essenza del discorso, vi era tutta interna e
latente. Non era dunque il concetto del verbo che mancasse A. Pabtobe, Sopra la
teoria della Sdenta. 3 . nel giadìzio primitiTO, ma solo tuia parola o segno
particolare che ne facesse foneticamente le veci. E poiché dal pnnto di vista
dell'analisi logica la riduzione dei due termini in ano solo ci pare impos-
sibile, ammettiamoli precisamente come primitivi, e passiamo a esammame
rapidamente le ìmportantìssime proprietà fondamentali. 3. Cominciamo dal nome.
Aristotele dice che i nomi sono ciò che rimane della enuncianone o gindizio
(dnitpavaii;, Xìto; à-noipayrixàc) levatone il nesso (ounnXoicfì); tì Korà ^lrlBe^l[av
oun- irXoK^v XrfÓntva ed aveva egli stesso tracciato la divi- sione radicale
dei nomi in dne categorie: 1" xà nèv KaeòXov (nomi comuni), 2* Tà bè KaS'
^KoaTov (nomi proprii); divisione che noi accettiamo tale e quale. Il nome
comnne è qaello che si dà ad ona specie o collezione o classe qualunque
d'individui. II nome proprio è quello che si dà ad un individuo per
distinguerlo da tutti gli altri della medesima specie. Anche qui evitando la
questione sopra l'origine e la precedenza storica delle due categorìe
accennate, ci limitiamo ad osservare che queste due categorie del nome (classe
— individuo) non soltanto sono famigliari nella Grammatica e in tutti gli
ordini delle cognizioni, ma si presentano come assolutamente irreducìbili a
qualunque analisi che non voglia distruggere il pro- cesso logico del pensiero.
E vero che anche il nome comnne pub talora indicare un solo indivìduo in una
più ampia classe di classi, ma questo fatto non distinigge la distinzione
suddetta anzi la riconferma, come è noto. È poi della massima importanza il
rilevare che si potrebbero introdurre al posto dei termini: classe e » 11
individao, i dae termini eqaiiraleati: conttineote e con- tenuto, i quali
raccolti in on concetto snpramo po- trebbero &r attribuire al nome il
siguificsto unico e generalissimo della inclusione. 4. Passiamo al verbo. Noi
crediamo che lo stato attuale degli studi logici e filosofici ci dispensi
dall'esaminare più. minutamente la questione della necessità logica del verbo
che fu già dichiarata da Aristotele : dyfu bt f^ixaio!; ofi&cijla
KOTdipooiq oùbé dirigioon (de interprete C. 10, pag. li", b. 10), cioè '
senza verbo non c'è né affermazione né negazione ,. Quindi di fronte alla
molteplicità delle forme verbali una sola ricerca può interessarci: la sem-
plificazione. Le grammatiche scolastiche continuano ancora a di- stinguere due
specie di verbi : l'uno, il verbo semplice o copulativo ■ essere , quando ha il
puro ufficio di congiungere il predicato al soggetto (Il sole è risplen-
dente); l'altro, il verbo predicativo attributivo (Il sole risplende) in cui è
da comprendersi anche il verbo ' essere , quando significa ' esistere .. 8'
aggiunge che fra i due casi vi è una differenza not«vole. Nel primo caso il
verbo è la semplice affermazione della congiunzione e non si aggiunge alcun
termine nuovo. Nel secondo caso il verbo attributivo si può sdoppiare dimostrando
cori che alla pura copula verbale si ag- giunge un termine nuovo cioè il
predicato nominale (participiale). Ma ò chiaro che questa differenza fondata
sul fatto che nella prima espressione il verbo è diviso dall'ag- gettivo, ossia
verbo e aggettivo sono termini distinti, nella seconda invece il verbo è
incorporato coU'agget- tivo in un termine solo, ha un valore semplicemente didattico
ed esti-inseco e non può introdiure una di- stinzione radicale nel concetto del
verbo. Infatti, in ambedue, il verbo fa sempre l' officio di attribuire la
qualità alla cosa affermandone la convenienza. E sic- come l'affermare che un
predicato conviene ad un sog- getto vai quanto l'attribuirglielo, cosi possiamo
dire che ogni verbo è essenzialmente attributivo. Cade per- tanto la differenza
scolastica fra il verbo copulativo e il verbo predicativo o attributivo, per il
fatto che ogni verbo, anzi il verbo, è essenzialmente copulativo e at-
tributivo ad un t«mpo. Ciò premesso, già ne segue logicamente l'avvertenza che
tutti i verbi sono transitivi. Difatti, a considerare bene la posizione logica
del predicato dalla fase che precede il giudizio alla fase unificatrice del
giudizio medesimo, sì trova che il verbo opera sempre un tra- passo in cui il
predicato prima indistintamente consi- derato, è attribuito, cioè aggiunto
poscia distintamente al soggetto. In ogni caso è il pensiero che nell'atto unificatore
del giudizio trapassa da un termine all'altro mediante la funzione transitiva
del verbo, in cui si rac- coglie la virtù discorsiva dell'affermazione. Da ciò
s'ar- guisce che il verbo esercita sempre una vera e propria funzione
transitiva nel giudizio ; pare adunque non do- versi disconoscere che ogni
verbo è ad un tempo aSer- mativo, copulativo, attributivo e transitivo. Ed io
sono altresì di parere che se noi possiamo discorrere e par- lare della realtà,
ciò dipende appunto dal fatto che il nostro spirito — in virtù della natura
transitiva del verbo — è capace di quel movìm.ento progressivo ohe si richiede
tanto nel giudizio quanto nel raziocinio, e pel quale siamo atti a trapassare
logicamente di concetto in concetto. V'è tnttavia una questione notevole da ri-
schiarare. Come i verbi comunemente detti intransitivi si po- tranno ridurre e
nel tempo stesso distingnere, se por farà d'uopo, dai verbi transitivi? Si
tenga per fermo che il dire: 1° a eerti verhi si aggiunge un termine solo per
esprimei-e chi fa l'azione, dunque qui l'azione non passa faori del soggetto e
questi verbi sono intransitivi, 2° a certi altri invece si aggiungono due
termini, uno per esprimere chi fa l'azione, l'altro per esprimere chi la
riceve, dunque qui l'azione passa fuori del sog- getto e questi verbi sono
transitivi, non basta né per togliere ai primi il carattere " lo- gico ,
transitivo, uè per conferirlo ai secondi. Molto più logico — a parer nostro — è
concludere che, se nei primi le azioni si riferiscono solo a chi le fa — per
restare nella terminologia comune — questi si devono più precisamente
denominare soggettivi; og- gettivi i secondi nei quali le azioni si riferiscono
in- sieme a chi le fa e a chi le riceve. Ma ciò che non muta nei due casi è la
transitività fondamentale della relazione logica espressa nei due casi dalla
copula, fiancheggiata dal soggetto e dal suo naturale ed unico predicato o
attributo conveniente. Ciò che muta invece è semplicemente la formalità
estrinseca dell'attributo, il quale nel primo caso è semplice, nel secondo è
com- plesso. Per trovare quindi il carattere essenziale della tran- sizione
logica, noi non abbiamo bisogno di ricercare sopra chi cada l'azione seconda
espressa dal verbo co- munemente detto attributivo, o per essere più precisi,
dall'aggettivo congiunto al verbo attributivo semplice della proposizione
(essere); perchè l'oggetto dei verbi, comonemente detti tronsìtiTi non è altro
che an com- plemento dell'attrìbnto. I cosi detti verbi intransifÌTi aggiungono
al verbo semplice attribntìvo nn solo ter- mine, l'attrìbnto o, altrimenti
detto, il predicato i naie ; e per essere transitivi non abbisognano d'altro. I
cosi detti verbi transitivi, invece, all'attributo ine- rente al verbo semplice
attrìbntdvo aggiongono ancora un complemento. Distingoasi donqae nettamente: 1°
l'azione logica primaria del verbo semplice cbe significa in tutti i casi l'
attrìbozione e la transizione pnra dell'affermazione dal Secondo termine al
primo ; 2° l'azione secondaria dell'attribnto o predicato che significa solo
l'aggionta d'un' altra attribuzione complementare ad un termine dell 'afièrm
azione. La sola differenza pertanto che passa tra ì verbi si^gettivi ed
oggettivi è questa: i primi costituiscono una proposizione semplice, i secondi
una complessa. Insomma ciò che si dice complemento d'oggetto non è altro che
complemento d'attributo, e come tale non differisce essenzialmente da tutta la
gran classe di quei complementi che s'aggiungono* d'ordinario all'attributo
della proposizione per determinare variamente le qua- lità e le azioni che al
soggetto si riferiscono. 6. Ma rimane una questione grave. Già da gran tempo i
migliori grammatici, nell'intento d' introdurre una grande semplificazione cosi
nella teorìa logica come nella pratica grammaticale , tentarono di dimostrare
che tutti i verbi sono, in ultima analisi, riducibili al verbo essere. E noi
non riprenderemmo- in esame questo punto se non lo vedessimo contestato, con
nuovi argomenti, da nn critico di grande valore. Infatti il Coaturat (1) nella
sna grande opera sopra la logica di Leibniz, intendendo di fare tina critica a
fondo della logica classica che secondo Ini ha impedito a Leibniz di fondare
l'Algebra della Logica moderna ' par un respect presqne inconscient polir la
tradition scolastiqae et ponr l'antorité d'Aristote , (pag. 438), osserva che
" le domaine (de la Logiqne classiqae) est extrSmement restreiut. De toates les
ìdées de l'esprit homain, il ne comprend qne les concepts génériques on
concepts de cktases (idées générales et abstraites), et de toat«s les relations
qu'on pent concevoir entre les idées, la Logiqne classique n'en étndie qn'nne:
la relation d'inclosion (,la relation d'égalité pouvant se definir an moyen de
celle-là). Elle se rédait donc, an point de vne logiqne, è, l'étnde des
jugements de pré- dication, qui consistent à attribuer un predicai à un snjet;
et, au point de vne mathématiqne, à la théorie des ensembles considérés sons le
rapport de l'inclnsion et de l'exclnsion. ' An point de vne grammaticBl, son
domaine peut se definir comme snit: elle n'étudie qne les propositions dont la
copnle est le verbe étre, et elle n'admet comme termes de cea propositions qne
des concepts simplement juitaposés (moltipliés l'un par l'antre), de manière à
restreindre leor extenaion par leur mutuelle intersection. Elle ezclat du
discours tous les cas obliqnes, totttes les prépositions et tons les relatifs.
Elle pent tradnire cette proposition: " Le cheval est blanc , ou encore: '
Le cheval blanc , est jeune, vigoureni, agile, etc. ,, mais elle ne pent pas
tradnire ceUe-ci ; * Le cheral dn cocher est blanc comme neige „ et encore
moina (I) Louis Covtubat, La logique de Leibnit d'aprèt des documenti inèditi.
Paria, F. Alcan. I. celle-ci: " Le cheval du cocher mange l'avoine qne luì
a donnée son maitre „. Pourqnoi? Farce qn 'elle ne- glige et iguore toates les
relatious eiprimées par les mots de, camme, manger, que, donner, lui, aon.
" Or, si imparfait et si fallacìeai que soit le lan- gsge comme
insti'ament logiqae de la pensée, il en est encore l'espression la plus
complète et la plua Tarìée. Leibniz ne l'ignorait pas, lui qui regardait
l'analyse du lang^e c.omme la préface indispensable de la Logique. Si l'on considère
d'abord les verbes (actifs), ils exprimeut et affirmeiit(oa nient) une certaiue
relation speciale entre leur snjet et leur complément. Sans doate une prét«ndne
analyse logique essaie de les rédnire tous au verbe substantif Sire, en faiaani
de la relation un prédicat du sujet. Mais cette analyse ne fait que reculer et
dégtdser la difficulté: " Paris &ime Hélèue , se transforme en "
Paris est l'amant d'Hélène „. Le verbe aimer est remplacé par un gé- nitif
également intradnisible. De méme, le génitif: ' l'épée d'Évandre , pent se
transformer en un relatif : " l'épée que possedè Évandre ,, qui est tout
aussi in- traduisible. Ainsi le verbe actif, le génitif et le relatif sont
trois manières différentes d'exprimer une meme relation. " Bien plus; le
verbe étre lui-mSme concourt à ex- primer une foule de relatioas autres que la
relation de prédication: A estégalà£; ^ est sembtable k B; A est plus grand que
B; A est le pére de B, etc. Dans toutes ces propositions, la copule réelle
n'est pas est, mais la relation' affirmée entre A et B. Et la prenve (1) en est
que, si l'on veut convertir ces pro- (1) Se in questa propoaìzione, A è uguale
a B, la copula reale fosse ìi puro i, allora il predicato dovrebbe essere
pOBitìoDB, on ne prendra pas pour nonTean snjet le prétendn atthbat: "
égal à £ ,, ' semblable à B , etc., mais bien B. Snìvatit qae la relation
exprimée par ' la vóritable copale est symétrique cu non, la relation convertie
aura le mSme nom oa un antro nom. Sì A est le frère de B, B est le firère de A
; mais si A est le pére de B, B est le fils de ^ „ (pagg. 423, 433, 434). 7. Pigliamo atto anzitutto d'anb
preziosa affer- mazione di cui faremo aso nella conelusione del pre- sente
paragrafo. Le proposizioni di coi la copula è il verbo essere non possono
esprimere altro che la relazione di indusione; la relazione pertanto espressa
dal verbo essere è equivalente alla relazione d'inclusione ; in altri termini
l'affermazione dell'essere è l'affermazione del- l'inclusione. Questo valore
fondamentale del verbo es- sere fn già, del resto, riconosciuto schiettamente
da Aristotele che per indicare il verbo essere necessario ai giudizi di
predicazione adopera i passivi tnàp%eoBai e KaTt]topiìa6aì — col senso di *
essere attribuito, essere riferito, essere predicato, essere affermato, cioè
conte- nere , ; mentre adopera gli attivi ómipxEiv e Ka-n]TOp«Iv — (il quale
ultimo, specialmente, perde In Aristotele il valore di " accusare , e
piglia quello pia generale di 'attribuire,) coi senso dì " riferire,-
predicare, affer- mare, convenire,, cioè sempre col senso di * inesse, inerire,
essere inerente, essere contenuto ,. eguale a B. Ma questo non è perchè nella
conversione si prende come soggetto il puro È. e non eguale a B, dunque la
copula reale non è è ma la relazione nuova affermata tra A e B. A. Pàitosb,
Sopra la teoria deUa Stienia. 8 U.g,l:«lov I. Tà aÙTÒ Afa ùicópx^iv te ical ^f| ùnàpxciv
(tbiìvoTov ti|i aÙTi4i kqI kotù tò aiixà — oOtìi I>V| noauJv tan pEpaio-
Tiitii Tiliv dpxiliv: — dbOvaTOv T^P àv tivoOv toOtòv fiiio- XaM^dvfiv dvai kqI
ufi «Iyoi (JfetepAya. , IV (F) ■ 3, pag. 1005, b. 19). Stabiliamo dunque che la
copula est ha simalta- neamente 1 due sensi: 1° attivo: contiene {continet), 2°
passivo: è contenuto (inest), i quali sono appunto le due proprietà
fondamentali dell'inclnsione relativamente alla partizione del nome : nome
comune (classe), nome proprio (individuo). 8. E veniamo
alle ragioni del Coutnrat, il quale per precisare meglio il suo pensiero
aggiunge in una nota alla pag. 433: ' Cette analjse ne réussit vraiment que
pour les verbes neutres ou les verbes actifs pris in- transitivement, parce
qu'ils expriment un état plutòt qtt'one action: " Paris aime , devient; '
Paris est amoureux , ; ' Ego valde patito „ devient: ' Ego sum magnus potator ,
(Chap. Ili, § 12). Mais dès qn'oa veut indiquer qui Paris aime, ou ce que je
bois, l'a- nalyse ' logique , éehoue, jnstement parce qu'il s'agit d'une
relation entre deux " sujeta , , et non plus de la qualification d'un seul
" sujet ,. Contro questa
dimostrazione AeìV irreducibUità di ''itti i verbi al verbo essere si possono
addurre le ra- Loni seguenti: In primo luogo è evidente che se fosse possibile
di- iOstrare che un solo verbo attivo è riducibile aDa )pala est, cioè è
traducibile colla sola riduzione di clusione predicativa, l'affermazione della
pretesa b-- "ducibilità di tutti i verbi al verbo ' essere , crolle- Ora
questa ridacibìlità si verìfica appunto nel verbo attivo * contenere ,, il
qaale nel caso della proposizione * A continet B „ esprime precisamente non ana
sem- plice qualificazione del soggetto, come avviene pei verbi neutri o pei
verbi attivi presi intransitivamente (caso in cui la riduzione riesce), ma una
vera ' relation mire deux * sujels „, A e B. Sia dunque la proposi- zione ' A
continet B ,. Notiamo, in primo luogo, che essa è proprio costi- tuita da un
verbo attivo {continei) \ quindi che essa può trasformarsi in quest'altra: ' A
est continem B , che contiene il genitivo (too); da ultimo in quest'altra: * A
est guod continet B , che contiene il relativo (g^od); essendo appunto il verbo
attivo, il genitivo e il relativo tre maniere diverse di esprimere una stessa
relazione intraducibile col puro verbo ' essere , se- condo il Coutorat. Ora è
chiaro che la proposizione: ' A continet B , è riducibile al semplice giudizio
di predicazione ' A est B , avendo noi appunto stabilito col Couturat che il
verbo * essere , non può espri- mere altro che la relazione d'inclusione, nei
due sensi di ' continet „ e di * inest , che sgorgano logicamente dal concetto
fondamentale dell 'inclusione. Dunque in questo caso almeno i due ' sujets ^ A
e S si ridu- cono ad un soggetto (^1 e ad un predicato (B), legati insieme
dalla pura copula è che esprime lo schietto rapporto dell'inclusione. Noi
diremo con Leibniz: se ■ A continet B, allora ' praedicatum inest aubjecto ,
(comprensione); 90 * A inest B , allora ' suòjectum inest praedicato ,
(estensione). E tnttavia dal punto di vista grammaticale le proposizioni ' A
est confinens ToO B ^ e ' Aest quod continet B , non dicono niente di più di
quest'altra equivalente 'A est B ,. In secondo luogo si noti che per tradurre
la pro> »ibv Google posizione * A eonttnet B , nella equivalente ' A est
amtinens B , non s'impone la neceasitÀ di portare al genitivo il caso di B per
effetto del participio ' eon- Un^is ,, giacché il participio è nn nome verbale
come l'infinito e come tale ha comoni col nome e col verbo certa proprietà
&a coi — rispetto al verbo — questa importantissima: l' infinito e il
participio reggono gli stessi casi cbe regge il verbo a cni appartengono. Es. :
Io faccio il mio dovere: noiétu ri béovra; — Io sono fecente il mio dovere:
noiiliv «lui Tà b^ovra; — Io ho un cavaUo: Tiaheo equum; — Io sono avente tm
cavallo: sum habens equum; — Io vedo il soie: viéfo solem; — Io sono vedente il
sole : awm videns solem; — n cavallo mangia la biada: equus edit avenam; — Il
cavallo è mangiante la biada : equus est edma avenam; — Tireaia deplora la sna
cecità: Tiresiasde- plorat caecitatetn auam, Tireaias est deplorane caeó- tatem
gttam; Tiresiaa est qui deplorai eaedtatem auam; — Paride ama Elena: Paris amai
Hdenam; — Paride è amante Elena ; Paria est amans Helenam. Anzi, a guardare
sottilmente le cose, scrivere: * Pa- riti è l'amante di Elena , è trasformare
il participio dato in participio sostantivo ( l' amante := l' uomo amante).
Ora, non solo noi non abbiamo punto bi- B<^o di fare un participio
sostantivato mediante l'ar- ticolo, ma non dobbiamo farlo assolutamente, percbè
quando si scioglie il verbo attivo transitivo d'una pro- posizione di questa
forma " A (verbo transitivo) B , nel verbo sum unito ad un participio e si
vuole ottenere una proposizione perfettamente equivalente, tanto nel senso
dell'azione quanto nell'uso del caso di B, bisogna ritenere che allora il
participio non deve essere ado- perato aggettivamente cioè nel senso di uno
stato ctu dura (Es.: Germani appetunt gloriam; Germani sunt »ibv Google mas
PBOEITITX DELLA LOGICA 21 appetenles gloriae), ma invece il participio deve
conti- nuare ad esprimere l'azione in genere, nel qnal caso rimane la
costruzione coli 'accusativo dell'oggetto (£s.: Germani appetunt gloriam;
Germani sunt aj^tetentea gloriam). Tutte le grammatiche elementari fanno dif-
ferenza tra: ' aynans gloriam , che vuol dire ' qui amai , cioè indica non lo
stato ma l'azione, e ' amane gloriae , che signìSca ' amante della gloria ,
cioè in- dica non l'azione ma lo stato. Possiamo dunque concludere osservando
che la com- parsa del genitivo dopo il participio è una pecnliarità che si
presenta solo nel caso che si vogha alterare la natura logica dell'azione
espressa nel verho attivo, so- stituendo all'idea d'azione l'idea dì stato. Ma
fuor di questa circostanza che non è la nostra si conserva il caso di prima. Ma
il Oonturat non è pago. 9. V'ha una folla di relazioni verbah, egli scrìve, che
sono espresse mediante il concorso del verbo * es- ser? , e tuttavia sono
differenti dalla relazione di predi- cazione: A è uguale a B; A è simile a B; A
è più grande di B; A è il padre di B. In tutte queste proposizioni la copula
reale non è punto è, ma la relazione affermata tra Ae B. Infatti : se in questa
proposizione ad es. ° ^ è uguale e, B , la copula reale fosse il puro è, allora
il predicato non dovrebbe essere B, ma " egwUe a B ,; ora questo non è,
perchè nella conversione quando si pone il pre- dicato al posto del soggetto,
si prende come soggetto il puro B e non ' eguale a B ,; dunque la copula reale
non punto è, ma è la relazione nuova affermata tra A e B. In breve le
affermazioni del Coutnrat sono: Se tra »ibv Google 22 PAKTB I. — CAPITOLÒ I. la
copula ' ^ , ed il predicato B entrano sostantivi, aggettivi o participii, cioè
nuovi termini relativi in genere esprimenti nnove e intradacibilì relazioni lo*
gicbe, allora: 1° il verbo della proposizione è propriamente ' i eguale a ,, e
non ' è ,; 2° il predicato della proposizione è propriamente " B , e non '
eguale a B „. 10. Ora noi dimostreremo per contro che in tutti qnesti casi: 1°
la copnla reale resta sempre * ^ , e non * eguale a , ; 2° il predicato reale
resta sempre ' B „ e non è pnnto necessario che sia " eguale a B ^, come
Ìl Coa- tarat fa dire impropriamente alla Logica classica. Infatti tutti questa
termini nuovi che si possono introdurre tra la copnla e il predicato sono
divisibili in due classi: 1° termini simmetrici (eguale a, siniite a, firatello
di.., ecc.); 2° termini non simmetrici (maggiore di, padre di.., ecc.). Questa
divisione fu già intraveduta dal Conturat, ma egli non ne ricavò alcun frutto.
AJ I termini simmetrici sono quelli che di fronte alla fìmzione logica della
inclusione espressa dalla copula è, indicano che i loro soggetti e predicati Ae
B quantitativamente equivalenti sono ad un tempo * con- tenente e contenuto „
iA$ B) e quindi nella conver- sione possono essere scambiati di posto
perfettamente ; come ad esempio le proposizioni: »ibv Google IDBB PRIUITIVt
SELLA LOOIOA 23 jT] è I Qgnale a | [b]; [a] é [11^5771 [¥[; [a] è I frateUo di
| [b] ; ecc.; si convertono nelle equivalenti: E ^ I °g°^'« ^ I H: [b] è I
Bimile a | |T| ; [b] è j fratello di | [a] . Qui l'inclnsione ha nello stesso
tempo valore attivo e passivo (A S B) Est = Continet e £^ I termini non
simmetrici invece sono quelli che di Ironte alla funzione logica della
inclusione espressa dalla copula h, indicano che i loro soggetti e predicata A
e B non sono ad nn tempo " contenente e contenuto , ma che l'uno solo è
" contenente , e l'altro è ' contenuto , (A > B oppure A< B) e
quindi nella conversione non possono esser scambiati di posto fuorché
mantenendo il loro proprio valore caratteri- stico di contenente o di contenuto
e mutando il genere della copula (inclusione) di attivo in passivo o viceversa.
Come, ad esempio, la proposizione '..le maggiore di £ , è equivalente a
quest'altra : il contenente A è maggiore del | coa tennto B \ , non si può
convertire fuorché scrivendo: il contenuto B é minore del j contenente A \. U.g,l:«lbv
Google 24 PAKTB I. — CAPITOLO l. E qui l'inclasioue ha soltanto U valore fisso
o dì attivo {A> B) o di passivo (B < A). Ora queste considerazioni ci
permettono primiera- mente di comprendere che tutte le espressioni formate da
termini relativi non simmetrici sono sempre emi' nentemente transitive e
potrebbero essere considerate come la conclusione di nn sillogismo elittico, di
cui il termine medio è appunto rappresentato da quel termine relativo che s'
interpone tra la copula e il pre- dicato. Infatti i due termini estremi A e B
sì affer- mano convenienti o ripugnanti fra loro secondo che posti in relazione
con una terza idea x, contenente (>), contenuto (<), contenente o
contenuto (5); l'uno vi si trova conveniente e l'altro no, per es,: [A^x, x >
B, dunque A>B). Anzi in linea generale ogni proposi- zione della forma ' A è
B , può essere considerata come la conclusione di un sillogismo elittico; A è
x, X è B, dunque ^ è B, in cui noi non dobbiamo stu- pirci che non figuri il
termine medio {x) esplicito perchè il sillogismo non è che un modo di elimina-
zione nell'affermazione simultanea. Secondariamente ci dimostrano l'inesattezza
della t«3Ì del Couturat in una maniera semplicissima. Infatti: 1° 3e il termine
relativo è simmetrico, per es. A è uguah a B, noi riuniamo .A e S in nn solo
sog- getto, e scriviamo: A e B sono eguali. Allora è chiaro che il termine
relativo eguale non conviene al verbo, come vorrebbe il Contnrat, ma tanto al
soggetto quanto al predicato, essendo appunto il termine medio del sillogismo
elittico. Insomma la copula resta sempre è e non eguale a; essendo vero
soltanto in questo caso simmetrico che il termine eguale, come conviene al
soggetto A conviene ai predicato B. 2° Se il termine relativo non è simmetrico,
per es. A h maggiore di B; noi rìaniatuo
^ e it in un solo soggetto, e BCriviamo: A e B sono in un rapporto t^inelusione
tale che ' A è maggiore „ e ' B è mi- nore „ rispettlTsmente. Allora è chiaro
che il termine maggiore non conviene al verbo, come vorrebbe il CoTitm-at, e
neppm-e conviene al predicato B, ma sol- tanto al soggetto. Insomma la copula
reale resta sempre è e non maggiore di, non essendo punto richiesto dalla
logica classica che al predicato B convenga il termine maggiore, allorquando ai
comprende che gli conviene il termine minore. Noi annettiamo grande importanza
a questi risal- tati, perchè essi ci dimostrano che nn termine naOTO può
entrare in una proposizione semplice, dello schema A est B in differenti
maniere, dirette ed oblique, ma le varie forme grammaticali risultanti non
impediscono che le varie operazioni, tanto simmetriche quanto asim- metriche,
di cai si tratta, siano riducibili al rapporto d'inclusione e d'esclusione,
cioè al giudizio di predi- cazione. Nessuna dauqne di quelle relazioni che si
tra- ducono nel linguag^o ordinario con uno di qnesti termini relativi: eguale
a, simile a, più grande che, ecc., " échappent aux prises de la Logique
classique , (p. 433). Possiamo raccogliere in poche parole questo esame del
concetto di verbo. Tutti i verbi sono riducibili al solo verbo copulativo,
attributivo e transitivo essere il quale sì risolve nell'affermazione
fondamentale della inelusitme. Concludiamo. 1 1. L'analisi grammaticale mette
capo pertanto a due termini che si possono considerare come primittTÌ: A.
Fabtoke, Sopra la teoria dàla Sciftixa, i »ibv Google ^ l Classe o contenente,
nome comune; \ IndiTÌdao o contenuto, nome proprio; H. Verbo (Inclnsione :
essere contenente , essere Le léee prlmitlTe della logica natnrale « della ìogleu
riflessa. 1. Le nostre ricerche, nel campo della logica ge- nerale, si dividono
in due parti: 1° Quali sono le idee primitive che si adoperano nell'arte logica
naturale (tingaa^o comune); 2° Quali sono le idee primitive che si adoperano
nell'arte logica riflessa (linguaggio scientifico). L'ordine da noi scelto è
giustiticato dal fatto che dei termini che si usano in logica pura, alcuni
appar- tengono direttamente al linguaggio ordinano e sono adoperati con
significato identico ma indefinito, ed altri, adoperati con un significato
diverso ma ben precisato, sono poi definiti regolarmente mediante definizioni
che fanno uso di termini del linguaggio comune. 2. Cominciando pertanto dalla
prima parte (logica naturale) noi possiamo ridurre l'analisi a quei termini
logici che sono proprìi delle più elementari ed imme- diate verità logiche che
trovansi in qualunque enun- ciazione possibile dello spirito umano, perchè
soltanto il discorso enunciativo è proprio di questa dottrina naturale che
stiamo ora esaminando (1). (1) AHiaTOTBLE: à bi duoqiavTiKÒ; Tiìq vOv etiupla^.
De interprete G. 4, pag. 17, a. 1. »ibv Che cosa è l'ennuciazione ? Aristotele
ha scritto: 'Eoti 6é di; ttpiliioi; XÓTOq dito- qiavTiKÒt Kaxitpaaii, etra bi
dirótpaon {de mterpret,, C. 5, pag. 17, a. 8). ' L'eaunciazione dì per aè una è
primieramente affer- mazione, poscia negazione „. Questa proposizione è per noi
e per tatti della massima eTidenza. Non è dunque necessario presupporre
cognizioni logiche più o meno vaste per comprendere la verità dell'affermazione
se- guente: Ogni più semplice proposizione possibile — qnaliinqne poi essa sia
— è sempre V affermazione di qualche cosa. Qnest'affermazione suggerita dal più
elementare bnon senso ci autorizzerebbe adunque a considerare ' l'affer-
mazione „ come il primo ente dell'arte logica naturale che occorre assumere
senza definizione. Ma il solo porre quest'affeiioazione : " Assumiamo,
cioè puniamo come ente logico primitivo, l'affermazione ,, ci impone la
necessità di convenire che il concetto espresso dai verbi: porre, assumere e
simili (che noi non possiamo fare a meno dall' adoperare volendo am- mettere
checchessia), o è pur esso un ente logico pri- mitivo, come l'affermazione, o
almeno è riducibile ad esso. Ora in primo luogo l'uso del concetto di ' porre ,
è estesissimo in tutte le lingue antiche e moderne, ed ha dato origine ad una
folla di parole derivate: e*ton ... 6itóe?iaii;; positio; suppositio, tesf,
ipotesi; po- sizione, supposizione ; propositio, proposizione ; eom- positio,
composizione; premessa; TeS^vxiuv tivCùv: qui- busdam positis, ecc., che
esprimono concetti affini o equivalenti; in secando luogo i termini
appartenenti alle varie scienze che si adoperano comunemente per indicare
l'affermazione sono innumerevoli: »ibv Google Assamere, ammettere, accasare,
adoperare, adottare; concedere, concepire, considerare, contare; dare, desi-
gnare, dire, determinEtre ; enonciare, esprìmere, essere, esistere ; fare ,
fissare , fingere ; introdurre , indicare, includere; limitare; mettere; porre,
posare, prendere, premettere, proporre; ritenere, riferire, ridarre, ren- dere
; scrivere, segnare, significare, stimare, stabilire, scegliere, supporre;
tenere, trattare, osare; e via dicendo. !Noi poniamo anche il verbo ' porre „
in qnesto elenco dei sinonimi, più o meno esatti, del verbo " af- fermare
, , perchè è chiaro che le espressioni : " siano posti, dati, ammessi,
introdotti, stabiliti, scrìtti, ecc., i fatti a e 6 , (ad esempio), sono
perfettamente equi- valenti a quest'altra : ' siano affermati a 6 b ,, cioè '
sitmo a B b ,. Che il concetto logico del verbo " essere , sia poi
sinonimo del concetto ' affermare , si capisce dal fatto che il pensiero esìste
per la prima volta quando pone ed affama qualche cosa e non ci è possibile
esprimere la cosa con parole diverse. Ciò posto, è giocoforza conclndere che se
i concetti dell'a^ fermare e del porre non hanno tutti i significati spe- ciali
e proprii delle parole riferite nell'elenco, in fondo a tntte nondimeno si
trova un significato convenzionale costante, per coi se noi troppo spesso
adoperiamo questi verbi promìsciiamente, finiamo poi sempre, in ultima analisi,
per voler indicare una stessa cosa. Elimineremo dunque naturalmente tutti quei
termini che non sono altro che forme improprie ed inutili dello stesso
concetto; inoltre siccome in una serie di ter- mini perfettamente sinonimi
basta dichiararne uno solo perchè risultino dichiarati tutti gli altri, cosi
sceglie- remo il solo concetto dell'affermazione, ma contìnue- remo a servirci
liberamente degli altri, per » la varietà del lìngn^^o, per quanto il rigore e
la semplicità del metodo potrebbe consigliare di so^ri- merli. 3. Posto dimqDe
come ente primitiTO della logica natnrale il concetto dell'affemure, cioè
l'afiennadone, vediamone le proprietà. Aristotele definisce l'afférmazione in
questo modo: KOTàipoOK bé icFTiv diróqjovoli; ttvo? Kard tivoi; . dnó- cpaoii;
bt JoTiv dirocpavol; tiv<h; ava tivik; (de interpret., C. 6, pag. 17, a.
25). Cioè: AiTermazìone è poi enun- ciaziotu di una coaa ad un'altra; e negazione
è enon- dazione di una cosa da un'altra. Questa definizione è tntt'altro ohe
rigorosa perchè il concetto dell'eauuciazìone è appunto on termine che non si
definisce senza far uso del concetto dell'affer- mazione. Infatti
I'di((Kpdvciit; serve a definire la KaTApooi; e la KaTdtpooi; serve poi a
definire l'ditoqidvjn (1). Ma la proprietà fondamentale dell'affermazione non
potrebbe essere dichiarata piii lucidamente. Infatti risolviam o
etimologicamente il vocabolo ' affer- mare ,; troviamo da una parte il verbo '
fermare ,, dall'altra la preposizione a, ad. Ora il verbo ' fermare , sinonimo
di fissare, arrestare, chiudere, stringere, riu- nire, stabilire, limitare,
porre, isolare, dare, ecc., indica che qualche cosa (oggetto qualunque,
elemento, ente, fenomeno, punto, dato, fatto, termine, ecc.) può deve essere
fissata, fermata, limitata, data, posta, ecc. La preposizione a, ad indica nn '
moto a , che noi non (1) "EoTi hi TTpiIiToi; Xófoi; ditotpovTiitftt
Koxdtpomt «Ira H ditòqiaoK (l'apofansi à la catafaai). KaT<Ìipciai( hi imiy
àvòtfavai^ tivo; kqkI tivoc' ditóqxuiif bi ^otiv diMxpavol^ Tivo( duo Tivo( (la
calafasi è l'apofansi). »ibv Google 30 PAETB I. — CAPITOLO I. possiamo
figurarci altrimenti cbe come il passaggio, il trapasso, la transizione, l'attribnzione,
la relazione, o il riferimento d'un punto ad un altro, o rappresenta- zione di
punto in punto. Il vocabolo ■ affermazione , potrebbe per tal modo essere
tradotto con queste frasi equivalenti : fissazione di utm cosa ad un'altra
cosa, riferimento, attribuzione, apposizione di una cosa ad un'altra (kotiì
TIV04), eco. 4. n concetto primitivo dell'affermazione si mostra dunque
risolvibile in queste due altre affermazioni: 1° l'affermazione di due cose
distinte {oggetti, ter- mini, elementi, dati, fatti, fenomeni,. enti, idee); 2°
l'affermazione di un riferimento, relazione, o moto ideale dall'una all'altra.
In altri termini : l'uomo non può pensare, cioè affer- mare nulla senza l'idea
determinata delle cose (essere determinato); e il pensiero, cioè l'affermazione
dell'es- sere determinato, vale a dire dell'essere in un limite qualunque, non
si può avere senza il pensiero cioè l'af- fermazione d'un rapporto qualunque
fra le cose (1). (1) Da quest'analisi risaltano altresì alcune conseguenze
notevoli che non vogliamo omettere, per quanto non abbiano ]ui che il puro
valore d'un'amplificaiione retorica. Senza ieSnire ciò che è inde ti ni bile,
noi siamo giunti a formarci LÌ più cbiaro e distinto del fatto dell'aSerma- e
di alcune sue proprietà fondamentali che sono ordi- e indistinte; e possiamo
ben riconoscere che questo risultato ai è ottenuto per via di una serie di
limi'd' che noi ihbiamo introdotto nel significato dei vari termini. Tale è
liinque la natura della nostra mente che per pensare a qual- livoglia cosa
ricorre sempre al concetto di limite che si pre- lenta inseparabile i3a ogni
rudimentale affermazione cosi del jensiero come dell'essere, e ciò forse puù
servirci a dimo- itrare che pensare da solo Tessere indeterminato non vuol .
Concludiamo pertanto questa ricerca intorno alla classificazione dei concetti
primitivi della logica na- dire pensare l'eisere senta pensare il limite, ms
Bolamente peruare il limite indislinto, pacche queatì termini: l'indi- ■tinto,
l'indeterminato. l'indefinito, ecc., non sodo già la oe- gazioDe del Hmite, ma
solo una fase, per cosi dire, storica dell'affermazione del limite atesso.
Poichà un oggetto assolutamente unico non basta per de- tenninare un atto di
affermazione, il quale, nella forma ^i semplice, suppone almeno sempre due
ometti o termini di- stinti in un rapporto; ne risulta che, come non possiamo
porre l'esistenza di un fatto unico, cioè assolatamente isolato, così non
possiamo né afièrmare, né conoscere altrimenti la realtb che come un gruppo di
fenomeni. Dunque per noi ogni affermazione è sempre una cotal composizione di
feno- meni, sia che enuuci una veritti, sia che enunci un errore, giacché, come
nota acutamente Aristotele: « 'Ev olq t^ i^eOboi; Kol Tò dXr)6£;, tjùvBtai^ tu,
ffitì voiiudTiuv iDoirep ìv fivTUtv > (de An., HI, 6, pag. 430 a, 27 sg.
Bekksr). Per poco che si rifletta intorno a queste conclusioni, non si tarderà
a riconoscere che ogni affermazione non è altro che la posizione di un limite o
di un complesso di limiti che fa lo stesso. La nostra intelligenza non può
nulla conoscere fuori dello schema di limite, vale a dire dell'essere, giacché
il nulla stesso ci si afferma come un limite negativo; in altri termini il
concetto di limite si afferma anche quando si nega. Che altro é affermare se
non porre e per conseguenza li- mitarel e che altro é limitare se non
distinguere, cioè porre un qualche limite, come un dato reale od ipotetico da
cui qualche altro dato ai esclude? Non v'ha né affermazione senza limile, né
limite senza affermazione nel dominio della conoscenza. E gli eeseii non sono
altro che complessi di limiti legati da funzioni parti- colari; e il mondo per
noi non è altro che il sistema della limitazione tanto nella realtà quanto nel
pensiero. Cosi ne segue che ogni affermazione può dirsi semplice solo limita-
tamente, ma in verità è sempre un composto. Ogni affer- mazione reale è quindi
ìinleiica, nessun elemento separato assolutamente, essendo affermabile senza
condizione e di per sé solo. L'assoluto deve essere per conseguenza rigettato
col- »ibv Google - OAPITOLO I. tarale, rumneiitsudo che l'aDalìsi logica mette
capo ad un concetto che si può considerare come prìmìtiyo : il concetto
dell'affermazione di limite, il qnale però non l'uno paro, perchè non è che a
forza di relazioni che ai ginnge a defiDÌrlo, qaslla cosa medeiiina che indi,
contraddi Elorìa- meDte, si aSénna non essere relaliva. Essere, limite,
relazione sodo pertanto tre termini che si confondono fra loro nella coscienza
umana, e noi ci serviamo sovente di questa confusione, perchè balza agli occhi
di tutti che l'afFenn azione nuda dell'essere reale ed obbiettivo non pab
ftirsi senza l'afTermazione contemporanea di limiti o di relazioni, guati che
siano, di un essere che può certamente esistere in un limite. Ogni essere è
costituito da un lìmite o da un sistema dì limiti che ne conduce e ne regola
l'esperienza. Riconosciamo dunque — senz'alcuna difficolti — che anche le
definizioDi di quei termini che sgorgano immediatamente dalla virtua- lili del
concetto d'afférmazione — come quella del limite, cioè della posizione
dell'essere e della relazione — sono una impossibilità logica; perchè nel caso
nostro, essere senza lìmite e limite senza essere sono vocaboli spogli d'ogni
si- gnificato. Genericamente l'essere è il nome volgare di lìmite e l'essere
assoluto, senza limiti, senza relazioni, negando il limite, spezza
l'affermazione e sì nega da sé medesimo, se è vero che il dire che una co^a ó o
non è equivale a dire: certi limiti sodo o non sono posti o, ancor piìi
brevemente, certi limiti sono o non sodo. Ma, a guardare sottilmeate la natura
ed il valore della nostra coscienza afTermanle, è appunto da questi due fatti
ricordati più avanti; la posizione del limile e il riferimento, che ne
risultano due altri veramente mirabili, vale a dire: la transizione del limite
medesimo e la composizione del differente. Infatti se lo spirito umano
nell'atto dell'afferma- zione appena vuol porre un termine qualunque, deve
porre an limite e per conseguenza se esso finisce sempre col porre due termini
diversi, cioè, grossolanamente parlando, qualche cosa de una parte del limite e
qualche altra cosa dall'altra, congiungendoli però col l'affermazione del loro
inseparabile rapporto; allora h chiaro che l'atto dell'affermare comprende avrebbe
alcun senso se non si risolvesse in dae altre aSennazionì fdae termini in un
rapporto), cosi imme- diatamente congiunte con esso e congiunte in pari questi
tre momenti libici distinti e pure inBeparabili e con- temporanei fra loro: 1°
la posizione di un termine (tesi); 2° l'oppoaizioae dell'altro (antitesi); 3°
la composizione loro (sinteBÌ). Ora che cosa vuol dire quest'espressione ; lo
spirito allorché vuol porre un termine è sempre costretto a porne anche un
altro, cioè ad opporre un altro, se è vero che un effetto asac luta mente nnico
non basta per determinare un atto di affermazione? Per noi questo fatto indica
chiaramente che lo spirito umano nell'atto dell'affermare, esplica come una
virtù projettiva o transitiva la quale pone un limite, e nel tempo stesso lo
sorpassa, se è vero che limitando non solo ai fìssa l'orizzonte dello sguardo
cogitativo ma altresì lo ai apre. Per continuare una metafora, che, ben lungi
dall'essere una semplice comodità momentanea della questione, è una vera esìgenra
così del linguaggio come del pensiero umano, l'idea di limite indica non solo
il di qua ma anche il di là del limite rnedesimo, né altro facciamo — in ultima
analisi — acquistando la cognizione dì un fatto, fuorché dìs^nai'e una figura
determinata in un campo c;ircostante indeterminato, o segnare un punto in un
campo, o trapassare collo spirito da punto in punto, o rappresentarci
aemplicemente un punto in nn altro punto, sempre per la virCd transitive o
antitetica del concetto dell'affermazione di limite. Non basta. Quale é il
significato logico e gnoseologico del terzo fatto presentato dal concetto
uno-trìno dell'afferma^jone, cioè della eompùsi- tione simultanea dei termini?
I due primi momenti [posizione, opposizione) affennano che i fenomeni sono
inseparabili dai limiti (1), dunque l'c^- getto conclusivo dell'afiermazione
non può essere mai né il semplice fenomeno, né il semplice limite o rapporto,
ma deve essere tanto il fenomeno nel limite e pel limite, quanto (1) ITn
ftmomeno senza nu lìmite è impeusabUs e Tioeversn. A. Fastose, Sopra la teoria
Sella Sdenta. 5 U.g,l:«lov Google 34 PABTX I. — CAPITOLO 1. tempo &a loro
cbe ai possono considerare ancora come primitive: 1° affermazioni di oggetto
(enti, cose, termini, ele- menti, dati, fatti, fenomeni, idee); 2"
affermazione di rapporto. Qaeste ridnzioni possono presentarsi anche cosi: l
classe (enti, cose, termini...}; I individuo (an ente, una cosa...); 2" 6.
Passando ora alla seconda parte, cioè all'analisi delle idee primitive della
logica riflessa, ci sembra suffi- ciente limitare le nostre ricerche a quella
serie di ter- mini che s'incontrano nella teoria del indizio, sopra il quale si
eleva l'intero ediflzio della logica para. La qnale si divide precisamente in
tre parti: dell'idea (o concetto), del giudizio e del raziocinio. il limite nel
fenomeno e pel fenomeno, cioè Unto l'ei nella comparazione e per la
comparazione, quanto la com- parazione nell'eaistenza e per reBÌaten7a. È
chiaro che il terzo momento non è un'aggiunta gratuita, poìcliè se da una parte
è innegabile cbc la duplicità dei termini deriva da) semplice fatto
dell'affermazione, cioè della posizione di limite, dall'altra è parimenti
innegabile che, essendo ì due termini realmente indiviaìbili nel fatto della
unica afiermazione, tutti questi momenti ai riassumono nella composizione
integrale di uno solo. Ciò vuol dire che ogni affermazione non è soltanto una
tesi ed un'antitesi, ma Hopratutto una sintesi. Lo spirilo, insomma, nel fatto
della affermazione^ prima pone dei limiti, poi li oltrepsaBa per riaffermarli
sotto forma di un limite nuovo, quindi bÌ può comprendere che le interrotte
affermazioni onde s'intesae ii traslato dell'umana conoscenza non sono altro
che un perenne rinnovamento di forme che vanno e tornano, si fanno e si rifanno
»ibv NeUa logica pnra l'ente logico per eccellenza è Videa (o concetto),
aatoralmente non considerata dal punto di viata né psicologico né materiale, ma
solo dal ponto di vista formale, cioè in qnanto ogni idea ha nn or- dine in sé,
ona connessione coi suoi elementi e si con- nette essa stessa con altre idee.
Per questo riguardo — come afferma il Cantoni — le idee si presentano nella
logica pura come una molteplicità di eleTnentt omogenei £ra loro, cosi nei loro
elementi come nei loro composti che sono sempre idee, analogamente ai mul-
tipli e sottomultipli delle quantità che sono sempre quantità. 7. Ora importa
sopra tutto distinguere — alla ma- niera classica — i giudizi dove i concetti
sono congiunti, dai concetti stessi all' infuori de! giudizio e ridurre questi
ultimi alle loro ultime classi. Questa ricerca è nota sotto il nome di problema
deUe categorie. Io mi dispenso datl'eaaminame particolarmente le varie
soluzioni storiche proposte, e mi limito ad esporre i risultati ottenuti
secondo il procedimento seguente. Fare la classi&cazione di tutti i
concetti logici pos- sibili, Tuoi dire fare la classificazione di tutti gli
ele- menti possibili del giudizio. Ora gli elementi non solo possibili ma
indispensabili del giudizio logica sono di- visibili, com'è noto, in due
parti-. 1° elementi materiali o quantitativi del giudizio (due concetti,
snbbjetto e predicato); 2* elementi formali o qualitativi del giudizio (l&
relazione di convenienza o discrepanza tra essi rappre- sentata nella
proposizione dal verbo). Dunque tutti i concetti logici possibili devono essere
parimenti divisibili in due classi: »ibv Google 36 P4ETB I. — CAPITOLO I. 1'
concetta di materia o quantità; 2' concetti di fonna o qnalità. Ma la
considerazione della materia, cioè dei due con- cetti o termini del giudizio,
dà laogo ad un'altra snd- dÌTifdone, dovendosi appunto tener conto della
quantità estensione materiale dei dne concetti medesimi, ohe paò presentarsi
cosi: 1° concetti di materia contenente; 2" concetti di materia contenuta.
I concetti di contenente sono presi in tatta l'esten- sione della loro materia
(universali). I concetti di con- tenuto sono presi in parte dalla loro
estensione mate- riale (particolari) (1). Per contro la considerazione della
forma, cioè della relazione espressa dal verbo, dà luogo ad un'altra
suddivisione dovendosi appunto tener conto della qualità della relazione stessa
che può presentarsi co^: 1° concetti di forma affermativa (concetti affer-
mativi) ; 3° concetti di forma negativa (concetti negativi). È vero che nella
teoria ordinaria della logica pura la considerazione della forma del giudizio
ci porge una trìplice divisione: qualità, modalità e relazione, dove ognuna di
esse è ancor suddivisa triplicemente. Uà noi riduciamo la relazione alla forma
qualità ed eliminiamo la modalità perchè ci sembra che abbia nn valore più
psicologico che logico. Cosi la divisione dei concetti in dne classi : concetti
(1) È quasi inutile avvertire che i concetti singolari e individuali rientrano
nelle due ctasai precedenti, come av- viene per le propoaizioni singolari di
fronte alle universali e alle particolari. »ibv di materia e coiic«ttì di
forma, corrisponde precisa- mente a quelle dne capitalissime divisioni delle
pro- posizioni secondo la quantità (proposiaioni unÌTersali o particolari), o
secondo la qualità (proposizioni affer- mative o negative) che furono riassoute
nei dae versi notissimi delle Scade (1). 8. Anzi, poiché in fondo in fondo non
vediamo dif- ferenza apprezzahils fra le dne coppie materia e forma, secondo
cui si classificano gh elementi del giudìzio, e quantità o qualità, secondo coi
ai classificano le pro- posizioni, né vantaggio alcuno a mantenere distìnta la
terminologia, cosi d'ora innanzi oseremo libertunente e univocamente tanto
l'una quanto l'altra espressione. Noi ammetteremo cioè che tntta ta teorìa
della logica pura, dall'idea al giudizio, al raziocinio, sì possa esprì- mere e
coatmire sopra quell'unica e primitiva divi- sione che abbiamo accennato, in
modo tale che il tutto guadagni in regolarità ed in comprensibilità. Se ora a
quei concettì di materia o quantità che abbiamo detto universali e particolari
facciamo corri- spondere i concetti equivalenti di contenente e conte- nuto, di
classe e di individuo, ecc.; e analogamente a quei concetti di forma o qualità
che abbiamo detto affermativi o negativi facciamo corrispondere i con- cetti equivalenti
di inclusione e di esclusione — in base appunto ai risultati ottenuti nel
capitolo antece- dente — e se quindi componiamo opportunamente i primi coi
secondi per ottenere tm giudizio qualunque (due termini in un rapporto), ne
nasce che qualunque « Asserì t A, negat E, verum universaliter ambie, <
Asgerìl /, negai 0, sed particularitef ambae*. I relazione logica fra due concetti s r attere
d'inclnsione. I due termini trovano posto nel soggetto e nel pre- dicato, e il
rapporto logico nel verbo. D soggetto e il predicato sono niente altro che dae
idee di materia o quantità (universali — particolari; contenente — contenuto;
classe — individuo, ecc.). H verbo è niente altro che un'idea di forma o qua-
lità (affermazione o negazione, inclusione esclu- sione, ecc.) che si indica
comunemente col nome di rapporto o relazione logica (1). 0. Concludiamo pertanto
questa ricerca intorno alla classificazione delle idee della logica pura, indi-
cando che l'analisi logica mette capo a due affermazioni o idee che si possono
considerare come primitive: 1° idea di materia o quantità; 2° idea di forma o
qualità relazione. E per quanto queste due affermazioni elementari non siano
altro che vere e proprie idee, tuttavia non vediamo alcun inconveniente ad
esporlo piii precisa- mente nella forma seguente : , . , 1 Classe, contenente;
{ Individuo, contenuto; II. Selamione (Inclusione, esclusione). (1) Sarebbe
forse bene — a parer nostro — adottare sempre il concetto leìbniziano
dell'affermazione dell'inclu- aione o dell'esci usi one logica
(conteoente-contenato) invece del coDcetto del tutto e della parte, perchè il
lutto eccede sempre la parte, meatre il conteuente e il contenuto pos- sono
talora esaere uguali nei due termini del giudi;iìo, come avviene appunto nelle
afiermazioni di due termini reciproci: »ibv Google il n>ED PBIHITITB DELLA
LOGICA ìiV Ora basta il semplice con&onto &a le dae idee pri- mitive
della lo^ca DEttarale: oggetto e radono; e queste dae idee primitive della
logica para: idea e re- lazione, per concludere che le due coppie sono per-
fettamente ridacibili ad una formnla sola, esprimente le dae idee primitive ed
irredacibili di tutta quanta la logica generale. Le Idee primitive della
Matematica. Le Idee primi tire dell'Aritmetica. 1. Applicando alla teorìa dei
numerì gli stessi crìtor! adoperati finora circa la teorìa della Grammatica,
della Logica naturale e della Logica rìfiesga, noi pos- siamo introdurre immediatamente
una grande semplifi- cazione nella nostra ricerca: 1* distinguendo le idee
dalle proposizioni; 2° distinguendo le idee primitive dalle idee de- Riguardo
al primo compito i più illustri matema- tici contemporanei (1) s&ondando le
secolari e inter- minabili logomachie a cui andò soggetta la questione per
opera di matematici e di filosofi d'ogni scuola, dopo un'analisi accuratissima
e rigorosa trattata con gli strumenti sempre più perfezionati della logica ma-
tematica, riuscirono a porre sopra solide basi alcuni , 1901: Sul concetto di
»ibv Google isBE FBiHiTiTE dxll'abithetioa 41 ponti foodamentali clie ora si
ammettono < mente come irrednttibili. Riassumiasio dapprima i rìsnltatl
finora ottenuti nel campo dell'analisi aritmetica, desumendoli libera- mente
dall'ottiroo Manuale del Burali-Forti, il qnale facendo uso dei segni adottati
per il Formulario di matematica del Peano e con una felice scelta di nu- merosi
esempi tratti dal campo della matematica ele- mentare, rinscl a rendere, non
solo possibile, ma per- fino attraente la lettnra del sao libro * anche a cbi
non possiede nozioni di matematica superiore ,. 2. Dei termini che si usano in
aritmetica, parte ap- partengono al lingaaggio comune, parte al linguaggio
strettamente aritmetico. Poicbè questi ultimi sono de- finiti regolarmente
facendo uso dei primi, fissiamo la nostra attenzione sopra i principali di
questi , cioè BOpra i seguenti termini: eguale, somma, maggiore, minore,
differenza, prodotto, dei qnali vogliamo ve- dere se possiamo servirci per
definire tutti gli altri. Ora è della massima importanza il rilevare che am-
messo noto il significato dei termini: eguale, somma (e quindi del segno -f-
che, in certo modo, corrisponde a somma) possiamo definire i termini : 1'
maggiore, minore (e quindi i segni >, <}; 2° differenza (e quindi il
segno — ); 3° prodotto (e quindi il segno >'). Infatti: 1" Dire che il
numero a è maggiore del numero b equivale a dire che a é la somma di b con un
nu- mero. In altri termini: ' Diciamo che il numero a è maggiore del numero b,
quando a è la somma di b j ,. In modo analogo: " Dire che a è mi- è lo
stesso che dire: b è maggiore di a ,. U.g,l:«lov 2" Il termine differenza sì definisce coi
termini egttale, somma, dicendo: " Un numero si dice diffe- renza di altri
dne disngnali, qaando sommato col mi- nore di es8Ì dà per somma il maggiore , ;
quando la frase: disttguali significhi uno maggiore deW altro, e non non
uguali, il che ìmphca altre proprietà dei numeri. S" Una delle definizioni
qualche volta nsata di prodotto è la seguente : Prodotto di a per b, a y^ b, è
la somma di b rntm^ uguali ad a. Quando sia noto ciò che significa somma di b
nnmeri eguali ad a tale definizione è esatta. Restano i due termini (dei quali
ci siamo serriti per definire gli altri); A) Eguale; B) Somma. A) Ma si osservi
anzitutto che siccome il tarmine eguale deve già essere definito in sé stesso
logicamente, cosi non occorre più che ce ne occupiamo nella teoria dei numeri;
BJ Quanto aJla somma, poiché a tutti son fami- gliari certe proprietà
fondamentali della somma (4), il coi concetto non si può affatto concepire
senza far uso dell' idea di numero ; di più, siccome é noto che per EOI
definire il termine somma come il termine numero significa determinare le
proprietà più semplici ad essi inerenti, cosi basta un semplicissimo esame
delle proprietà relative a questi dne termini per farci con- cludere che il
termine: ' successivo ,, sinonimo di * che vien dopo ,, si può sostituire al
termine somma nel caso di sommare con uno. In tal modo é possibile esprimere
con 1 due soli segni: 1, sue, tutti gli in- dividui della classe H,
indipendentemente dalle diffi- coltà materiali che si presentano in tale
rappresen- tazione. Infatti è solo per evitare tali difficoltà che per »ibv
Google ICES PRIMITIVE DELL ARITHETIOA 48 definìziouejjontamo; 2^=sac. 1; 3 =
suc. 2j 4=r;snc. 3; ma i termini 2, 3, 4 non sono necessari. 3. I termini: N,
1, sno. rappresentano quindi idee primitive, idee semplici, clie qualtmqae aomo
possiede, e che noi definiamo in sé stessi ammettendo cbe per essi siano vere
certe proprietà primitive dalle quali si possono dedurre logicamente tutte le
altre. In conclu- sione, con successive riduzioni siam giunti a conser- vare
queste tre idee oltre cui un'ulteriore riduzione non ci sembra possibile: 1°
Numero; 2° Uno; 3° Successione. Queste tre idee possono tuttavia assumere anche
la disposizione seguente: L Numero {Classe), \ Uno (Individuo); Le Idee
primitive delia Geometria. 1. Applicando alla teoria geometrica gli stessi
criteri già adoperati circa le teorìe della Grammatica, della Logica naturale,
della Logica rifiessa e dell'Arit- metica, noi possiamo ancHe qui introdurre una
grande semplificazione nella nostra ricerca : 1° distinguendo le idee dalle
proposizioni; 2° distinguendo le idee primitive dalle idee dé- Riguardo ai
qaali compiti teoendo conto del rag- gnardevolissimi studi del Pasch (1), del
Peano (2), e del Pieri (3), crediamo ancora opportuno di ricapito- lare, per
comodità dei lettori non specialisti in questo genere di ricerche, i fecondi
progressi compiuti nella riduzione dei Tari concetti geometrici fondamentali.
Una delle più importanti ridnziooi analitiche fa com- piuta, nel 1882, dal
Pasch che, nel suo importante la- voro, gianse a sviluppare la Geometria di
Posizione (o Projettira) assumendo tre soli concetti primitivi, cioè: 1° Punto;
2° Segmento rettilineo; 3" Porzione finita di piano. ' Ma il terzo di
questi concetti — osservò acuta- mente il Peano — si può ridurre ai precedenti
assu- mendo per definizione del piano, o d'una sua parte, una delle ben note
sue generazioni ; sicohè ammessi i due soli concetti di punto e segmento
rettilineo si pos- sono definire tutti gli altri enti e sviluppare tutta la
Geometria di posizione , (4). Ora, aggiungendo a questi concetti della
Geometria projettiva il concetto di congruenza, o di sovrapposi- zione o
trasporto o moto d'una figura (trasformazione (1) M. Pascb, Vnrlesunffen ueher
nettere Geometrie. Leipzig, Teubner, 1882. (2) G. Peano, Principi di Geometria
logicamente esposti. Torino, F, Bocca, 1889, e Sui fondam'enti della Geometria,
< R. di M. », t. IV, 1894, Torino. (3) M. Pieri, Delia Geometria elementare
come sistema ipotetico deduttivo. Memoria della € R. Acc. delle Scienze di
Torino ., Serie II, Tom. XLIX. 1899. (4) Cfr. « R. di M. », voi. IV, 1894 : Sui
fondamenli della Geometria. »ibv Google IDEB PRIHITITB DELLA OBOMBTRU 45 di
ponti in ponti) che comparìBce nella Geometria me- trica, risaltava che i
concetti primitivi della Geometrìa generale erano quattro secondo il Pasch e
tre secondo il Peano {Punto, Segmento, Moto). 2. Cosi erano le cose qnando il
Pieri, lavorando sopra i dati del Pasch e del Peano, giunse ad introdurre
un'altra radicale semplificazione, portando adae i con- cetti primitÌTi della
Geometria elementare, nella sua eccellente ' monografia del punto e del moto ,.
' n sistema di Geometria, che è per delinearsi in questo saggio — egli scrive —
procede e ai svolge di pari passo con due concetti non tolti a nessun'altra
scienza deduttiva o intomo aì quali si finge di nulla saper da principio; son
qnesti il punto ed il moto. Tutte le altre nozioni a cui dobbiam fare appello
spet- tano alla Logica pura (e come tali si trovan distinte e classificate in
forma assolatamente deduttiva nei mo- derni studi solla Logica algebrica);
oppure ripeton l'origine da quelle due sole idee prime, combinate &a loro,
e con le categorìe della Logica per via di defini- zioni nominali , (pag. 178,
op. cit.). H moto è qui ben inteso come rappresentazione dei punti in punti e
lungi da ogni qualunque significato meccanico. Tuttavia è della massima
importanza no- tare ebe l'À. si decise a scegliere il concetto di moto solo per
motivi didattici, pur * non rimanendogli alcun dubbio circa la possibilità di
comporre tutta quanta la Geometria elementare con queste due sole materie 1° Il
punto ; 2° Una certa relaziona fra tre punti a, b, e, che si può rappresentare
con le frasi " e dista da a quanto b „, ovvero " e appartiene alla
sfera descritta da d.centroa,, »ibv Google 46 F&BTB I. — CAPITOLO II. * In
coppia (a, e) è congruente alla coppia (a, h) , ecc. e rappresentar, se ci
piace, per mezzo di an aimbolo * e èba t, senz'altro , {pag. 176, op. cit.).
Ognim vede chiaramente dì qaanta importanza siano tanto l'accennata riduzione
delle idee, quanto quest'in- tima tendenza a rimpicciolire la sfera del moto e
forse a proBcriyerlo del tntto dai fondamenti della Geometrìa 3. Ciò premesso,
è appena necessario avvertire che : A) Il punto geometrico è pur sempre dal
Pieri considerato sotto i dae punti di vista hen noti, cioè: 1* come oioaa* (di
punti); 2" come individuo (Cfr. Nuovo modo di svol- gere, pag. 5). B) Il
moto geometrico è precisamente considerato come relazione, cioè come "
trasfonn azione di ponti in ponti ,, " congruenza ,, " trasporto ,, '
sovrappo- sizione ,, ' rappresentazione di ponti in ponti „ ' ona ceHa
relazione fra tre ponti ,, ' un gruppo transitivo di trasformazioni „, per
conclodere — non sembrando pio possibile alcuna riduzione olteriore — che le
idee primitive della Geometria sono rìdocibili al sistema seguente : I Punto !
''^^''^^-^ ( (Individuo) n. Moto (Relazione). U.g,l:e5bv Google CAPITOLO TERZO
Le idee primitive della Fisica in gene- rale e in p£irtlcolare della Fisica ma-
tematica e della Meccanica razionale. 1. Qnella parto della Fisica che ai occupa
dell'oa- servazione dei fenomeni, della misura delle grandezze che TÌ
compaiono, delle leggi che li governano e della riprova sperimentale dei
risultati ottenuti teoricamente, costitaisce un ramo speciale a cni si suol
dare il nome di Fisica sperimentale (1). Quella parte delta Fisica clie ha per
oggetto lo stadio teorico dei modelli, cioò la deduzione e la coordina- zione
di tutte le leggi che li governano, avendo preso ano sviluppo grandissimo,
specialmente in questo ul- timo secolo, forma qaasì una scienza a parte che si
chiama Fisica matematica (2). La Fisica matematica sì suddivide alla sua volta
in molte teorie particolari (meccanica, termica, ottica, (1) Fabio Intrsa,
Elementi di Fisica. Toriao, Unì' TipograSco-Edìtr., 1900, p. 10. (2) Idem, pag.
9. »ibv Google 48 elettro-magnetica, ecc.) le quali — per qnanto alano
costruite ìndipendeo temente l'una dall'altra — tuttavia finiscono in ultima
analisi per condurre ad un sistema comune di equazioni (equazioni di Lagrange
in senso geueralissimo) che hanno un significato ben più largo e pili profondo
che le teorie medesime da cui sono ricavate. Questa è la ragione per cui le
singole teoria della Fisica matematica possono ancora venire raccolte tatte
quante in sintesi suprema dalla Meccanica razio- nale; lo studio della quale
presuppone la conoscenza dell'aritmetica e della geometria e di tutte quelle
altre scienze che si riattaccano a queste, conte la trigono- metrìa, l'algebra,
la geometria analitica, il calcolo infi- nitesimale e via discorrendo. La Meccanica
è invero la parte più perfezionata della Fisica, e la sua perfezione consiste
appunto nell'aver bisogno di poche idee e di pochi postulati (assunti dal-
l'esperienza) per dedurne un'infinità di teoremi sui casi anche più complessi
di movimento, teoremi la cui esat- tezza è stata sempre confermata
dall'esperienza e sopra- tutto dall'accordo ammirabile fra i movimenti degli
astri, quali si sono studiati e previsti nella meccanica celeste (1). 2. Ciò
posto ^ senza entrare nel campo che ri- chiede la conoscenza delle teorìe più
alte e più difficili dell'analisi matematica — rivolgiamo la nostra atten-
zione a quel gruppo d'idee primitive di cui si fa uso im- plicito ed esplicito
in questa scienza, coll'intento d'inter- pretarle da un punto di vista ancora
superiore, quando (I) Fabio Invhba, Elementi di Fisica. Torino, Unione
Tipografico-Editr., 1900, p- 13. »ibv Google IDES FBIHITIVX DILLA VISIOA 49 ci
venga fatto di poterle ridorre ed ordinare logica- mente ad una formula pia
semplice e più rigorosa (1). E poiché la maniera più naturale e più sicura per
fungere al nostro intento è quella di seguire atten- tamente la storia dei vari
metodi di esposizione della Meccanica finora impiegati e di esaminarne il
valore ed i risultati, ricordiamo brevemente i più importanti (1) A rigore di
logica, per procedere all'analisi delle pure idee primitive della Fisica, non
dovremmo qui prendere in eeame le idee primitive dì cui fa uso casi la Fisica
mate- vate rispetto alla Fisica pura^ nello ateaao modo che — dovendo procedere
all'analisi delle idee primitive cosi della Logica come della Matematica — non
stimammo opportuno di fermarci ad analizzare le iiìee primitive di cui fa uso
la Logica matematica, scienza mista e derivata rispetto a quelle, la verità
Logica matematica. Fisica matematica e Meccanica razionale dovrebbero essere
tutte quante esami- nate ed apprezzate aolo più tardi e come ulteriori applica-
zioni delle idee primitive della Logica pura, della Matema- tica pura e della
Fisica pura. E tele è appunto il piano generale del presente lavoro, in cui la
Logica matematica ad esempio sarà analizzata e giudicala a suo posto (Cfr. Gap.
V, g 2) ed a fianco auo saranno rassegnate tutte le altre applicazioni
scientifiche costruite analogamente (Cfr. Gap. V, § I). Ma siccome in primo
luogo la Fisica pura non ba finora intrapreso il lavoro della ricerca,
dell'analisi e della riduzione delle sue idee primitive, come è avvenuto invece
più o meno rigorosamente nella Logica pura e nella Matematica pura; in secondo
luogo, siccome invece questo lavoro fu fatto — e nel modo che vedremo — dalla
Fisica matematica e specialmente dalla Meccanica razionale, e, per comune
intesa, si accettano dalla Fisica pura i risul- tati analitici ottenuti dalla
Meccanica razionale, così ci ve- diamo costretti a fermarci sopratutto
all'analisi di questa scienza mista, pei' servire agli scopi general!
dell'analisi della Fisica pura. Questa però à una libertà che non pre- giudica
i nostri ragionamenti. A. Firn/KX, Sopra la teoria detta Sdenta. 7 »ibv Google
50 FABTE I. — CAPITOLO III. metodi egpositivi riferiti e criticati dal Hertz
(1), il quale nell'accingersi a rifare l'ammirabile edifizio della Meccanica
razionale, ha svolto rigorosamente la nostra questione. I metodi esposti sono
tre. Il primo è il metodo classico (2) che segue nell'in- segnare la scienza
l'ordine in cnì essa si è andata for- mando attraverso i secoli. Qui i concetti
fondamentali che 3Ì assumono come dati sono quattro: Tempo, Spazio, Massa e
Forza. Un secondo metodo possibile (3) — secondo Hertz ^ benché non sia stato
svolto (4), consisterebbe nel- l'introdurre fin da principio, come quarto, in
luogo del concetto di forza il concetto dì energia. Qui biso- gnerebbe dare
come un fatto sperimentale l'esistenza di dne specie di energia e la sua
indistruttibilità. Le idee fondamentali sarebbero quindi le seguenti : Tempo,
Spazio, Massa, Energia. Un terzo metodo — che è quello che Hertz svolgo nella
sua opera — non introduce da principio che tre soli concetti : Tempo, Spazio e
Massa. 3. Bitenendo inconfiitabili le critiche mosse ai due primi metodi
espositivì rivolgiamo la nostra analisi a quest'ultimo in cui si determina la
vera e nuova fase del pensiero del grandissimo fisico e matematico. (1) H.
Hertz, Die Prinsipien der Meckanik in neuem Zusammmhange dargestellt. Leipzig,
I. A. Berth, 1891. (2) Op. cit., pag. 5. (3) Op. cit., psg. 16. (4) La cosa era
vera quando lo Hertz scriveva; più tardi il metodo di cui »\ tratta trovò uno
avolgimento completo nell'opera di O. Helh: Die Energetik nack ihrer geschichu
lichen Entmicklung. Leipzig, Veit & Comp., 1898. bv Google IDKB PBIMITITB
SBLLA FISICA 51 E di capitale importanza il rilevare che ai tre primi concetti
dati: Tempo, Spazio, Massa, l'Hertz non tarda ad aggiacgeme nm quarto: il Moto,
i] quale nnita- meute poi alla Massa diventa capace di spiegare cìb che si
chiama di solito coi nomi di Forza e di Energìa e non 6 altro per Hertz che un'
azione di masse e moti (1) secondo l'ipotesi fondamentale del moto na- scosto
che egli introduce genialmente nella sua teoria- Poiché ò troppo importante
conoscere la maniera di eliminare definitìvamente i due concetti di forza e dì
energia dal gruppo dei concetti primitivi della mecca- nica razionale,
riportiamo il brano relativo del Hertz nella traduzione testuale che ne ha dato
il Oarbasso (2) per essere sicari d'interpretare fedelmente il pensiero del
maestro: ' Se ci proponessimo di comprendere ì moti dei corpi che ne circondano
o di ridurli a regole semplici e chiare e se in questo tentativo volessimo
tener conto solamente di oiò che cade sotto i sensi, la nostra fa- tica, almeno
in generale, riuscirebbe a vuoto. " Noi ci dovremmo ben tosto convincere
che il com- plesso di ciò che possiamo vedere e toccare non forma punto un
universo regolare, un universo nel quale da condizioni uguali scaturiscono
sempre le stesse con- seguenze. Né dovremmo conchiudere che vi sono nel mondo
più cose di quelle che sono immediatamente osservabili coi sensi. ' Volendo
formarci dell' universo una rappresenta- zione completa e chiusa in sé e
regolare, ci è giuoco- forza dietro le cose che vediamo supporne altre
invisìbili, (1) Op. cit., pag. aO. ("^) A. Garb*S80. « Nuovo Cimento »,
Serie IV, Voi. l, Feacìcolo di gennaio, 1395, pag. 10 e seg. . dobbiamo dietro
le barriere che il senso c'impone , ricercare ancora degli enti nascosti.
" Qaeste influenze nascoste ci si sono presentate nelle dae prime
esposizioni della Meccanica di cui abbiamo discorso; là erano intese come cose
di ana natura af- fatto particolare, per rappresentare la loro parte nel-
l'aniverso s'erano creati i concetti di forza e di energìa. " Ma questo
modo di procedere non è il solo pos- sibile, nn'altra via ci si ofire. ' Si può
ben ammettere che qualche cosa di nascosto per noi ci sia, ma si pnò negare che
questo qualche cosa appartenga ad nna categorìa particolare. ' È sempre libero
a noi di supporre che quel sub- strato ignoto non sia a, sua volta che massa e
movi- mento ; massa e movimento che differiscono dagli os- servabili non in sé,
ma solo per rispetto ai mezzi di cui ci serviamo per le nostre osservazioni.
" Questo modo di considerare le cose è appunto la ipotesi che noi vogliamo
introdurre. ' Noi supporremo cioè che, oltre alle masse sensi- bili, ne
esìstono nell'universo altre, rette dalle mede- sime leggi in modo tale che il
tutto guadagni in re- golarità e in comprensibilità ; vogliamo anzi supporre
che la cosa sì verifichi affatto in generale, che non vi sìa dei fenomeni altra
causa, da questa in fuori. Ciò ~he si chiama di solito coi nomi di forza e di
energìa lOn sarà per noi altro che un'azione di masse e di aoti, solo
ammetteremo che non sempre queste masse questi moti siano dì natura tale che
possano cadere otto la percezione immediata dei sensi „ . Ognuno scollerà
chiaramente l'altissima importanza i questa maniera di considerare i fatti,
donde noi icaveremo molte conseguenze teoriche e pratiche nel lodo che vedremo
più tardi. Ma noi dobbiamo per ora meditare più a lungo sdì quattro concetti
che restano, in altima analisi, proposti come primitivi: Tempo, Spazio, Massa,
Moto. Non è possibile una ridnzioue maggiore? 4. Malgrado il rispetto dovuto
alla grande antorità di Hertz notiamo anzitntto che il concetto di Massa non
può rigorosamente essere considerato come pri- mìfivo e quindi indefinibile,
per la semplice ragione ch'esso viene introdotto dall'autore, nel primo libro,
appunto per mezzo d'una definizione, in cui non si fa altro cbe attribuire per
convenzione il nome di Massa ad un gruppo di concetti aventi già significato
ben La Massa infatti viene dal Hertz definita nel modo seguente : " Dicesi
particella (di massa) un s^no iMerktnal o caratteristica) che serve per làr
corrispondere ad un pnnto dato nello spazio in un determinato istante, un altro
pnnto perfettamente determinato in un istante qualunque , (1). Quindi aggiunge:
* Dicesi posizione di una particella il punto che è caratterizzato da questa
particella , (2). Da queste citazioni appare che nella stessa mente di Hertz la
Massa non è già altro che una caratte- ristica, un seguo — ti segno di un punto
determinato nello spazio e nel tempo — giacché per definire la Massa egli
ricorre ai termini più noti di Spazio e di Tempo, cioè di punto e d'istante. U
segno d'un pnnto o d'un istante è poi niente altro che l'affermazione o
posizione logica di esso: affermazione o POSIZIONE che è l'ente logico
prìmitiTO implicato in ogni atto mentale, come fa detto a suo tempo. D concetto
di Massa non è dunque primitivo ma derivato, essendo risolvibile nei concetti
di Spazio e di Tempo, e non potendosi definire senza ricorrere agli enti
indefinibili già riferiti. E noto che alla domanda: ' Un dato ente si pab
definire? , si pnò solo rispondere quando essa venga enimciata sotto la forma
seguente: ' Dati gli enti a, b si pnò definire l'ente a;? , in altri termini
quando si sia detto di quali enti noi ci pos- siamo servire. Da un certo pnnto
di vista la Massa si paò qoindl definire in modo nn po' oscuro, ma
perfettamente ri- goroso ed accettabile : lo spazio di un tempo. Ciò posto si
comprende agevolmente che l'intro- duzione del concetto di Massa nella teoria
della Mec- canica razionale si deve ad mia para convenzione o meglio ancora ad
nna para comodità di forme, trasco- rando la quale si andrebbe incontro a gravi
ostacoli di esposizione. Ma se i vantaggi espositivi e pratici che reca seco
qnest'introdnzione servono a mostrarci l'opportunità e la convenienza,
sovratutto didattica, di continuare nella via finora battuta, conservando —
almeno per ora -— quell'ente che offi'e una propria ed innegabile comodità,
essi non valgono però a meno- mare la possibilità d'mi'ulteriore liduzione
logica dei quattro concetti meccanici fondamentali proposti. In conclusione —
se noi consideriamo lo Spazio come nna classe o sistema di punti o di enti —
nulla si perde assolutamente considerando anche la Massa come un punto o
individuo o ente particolare di questa classe sistema medesimo. Anzi — colla
riunione della Massa e dello Spazio in nn concetto solo, per quanto sempre
considerato dai noti dae punti di vista — il tatto ^ad^na in precisione ed in
comprensibilità. 5. Passiamo ora a studiare la relazione logica che intercede
fra Tempo e Moto, Il Moto è definito dal Hertz nel modo seguente: * II
passaggio d'nn sistema di punti materiali da una posizione iniziale ad una
posizione finale, consi- derato nel tempo e nel modo in cai succede, si chiama
un moto del sistema dalla prima alla seconda posi- zione , (1). Per comprendere
bene questa definizione in cui si fa uso — oltre ai termini già noti (Spazio e
Tempo) — dei termini nuovi Passaggio e Modo fa d'uopo ritenere, in primo luogo,
che, ciò che qui si chiama ' modo in cui succede il passaggio del sistema di
punti da una posizione all'altra , è poi niente altro che la trajettoria
percorsa dal sistema in moto. Quest'avver- tenza è suggerita appunto dalle
proposizioni seguenti: Un sistema si può trasportare da una prima ad una
seconda posizione, in generale, in un'infinità di modi. Si chiama trajettoria
seguita dal sistema il complesso delle posizioni che esso occupa nel suo moto
(pag. 83). Elemento d' una trajettoria è una porzione della trajettoria
limitata da due posizioni infinitamente vicine del sistema. Un elemento di
trajettoria è in realtà uno spostamento (infinitamente corto); come tale ha una
lunghezza ed una direzione (pag. 83). Ora è chiaro che se la trt^ettoria si pud
definire il complesso delle posizioni di un sistema in moto — a parte il moto —
essa non è altro a sua volta che il nome attribtiito per convenzione ad un
gruppo determinato di enti già noti. Quindi — perchè complesso, posizione,
sistema, altro non sono che espressioni di- verse dello stesso concetto
(Spazio) — la presenza del termine modo nella definizione del Moto non aggiunge
alcnn ente meccanico nnovo. In secondo luogo, per quanto riguarda il Moto si
avverta che ciò che Hertz chiama qui; " Passaggio di tm sistema da una
posizione iniziale ad una posi- zione finale „ e altrove più brevemente '
spostamento ■ di tm sistema , (pag. 62) non può essere a&tto inteso senza ricorrere
al concetto primitivo della Successione (Tempo). In verità il concetto ch'egli
si fa del Moto mec- canico è perfettamente analogo a quello che compare in
Gleometria a proposito delle figure eguali e sovrap- ponibili 0, come si dice
abitualmente, congmenti; e quindi al concetto della sovrapposizione o
congruenza o trasporto o moto d'una figura. Infatti è noto che in Geometria,
invece dì parlare di figure eguali, si può parlare di Moto; il Moto m è allora
la corrispondenza per cui dato un punto a della prima figura, risulta
determinato l'omologo ma della seconda (1). Ora — se è vero ciò che abbiamo
detto nel capitolo II di quest'opera, a proposito delle idee primitive della
Geometria, che l'analisi del con- cetto di Moto considerato come trasformazione
di punti in punti, rappresentazione di punti in punti, successione di punti a
punti, ci conduce inevitabilmente al concetto analogo di Successione — ne segue
per consegaenza che, tenendo conto di queste osservazioni, il concetto (1)
Pbano, Sui fondamenti delia Geometria, t Rivista di Matematica. di Moto,
definito da Hertz come Io BpoBtamento di nn siat«ma o passaggio da posizione a
posizione, non si rivela affatto distinto da ciò che s'intende abitaal- mente
per ' spostamento d'nna massa (sistema, punto, spazio) nel tempo; passaggio da
posizione a posizione, da ponto a panto ; cambiamento di posizione ; succes-
sione di punto ft punto , e via dicendo. n concetto di Moto non è dunque
primitÌTO e inde- finìbile, essendo anzi risolvibile nei concetti di Tempo e di
Spazio dato che Tempo e Successione abbiano nn significato unico, com'è giusto.
Da un certo punto di vista il Moto si può quindi definire in modo un po'
oscuro, ma perfettamente rigoroso ed accettabile: il tempo materiale o concreto
d'uno spazio. 6. Ciò posto, si comprende facilmente che i due concetti di Tempo
e Moto possono fondersi insieme in un concetto solo, raggiungendo il doppio
scopo del rigore e della semplicità teorica; non preoccupandoci per ora dei
vantaggi notevoli che possono derivare dal tenerli distinti nell'esposizione didattica.
7. Concludiamo. Se i quattro concetti meccanici surriferiti ; Tempo, Spazio,
Massa, Moto, si lasciano ac- coppiare e fondere insieme a due a due cosi: Tempo
e Moto, Spazio e Massa, l'esame dei concetti fondamen- tali della Meccanica
razionale acquista una notevole semplicità. Noi possiamo assumere ormai come
primi- tive due solo categorie distinte di concotti : 1° Spazio o Massa; 2°
Tempo o Moto. Per mezzo di queste idee primitive noi possiamo dare la
definizione di tutte le altre idee che devono dirsi derivate rispetto alle
prime; inoltre sopra queste basi U.g,l:«lov possiamo costraire le varie specie
di proposizioni cod primitiva come derivate o deduttibili dalle prime, con puri
processi logici, senza oltre ricorrere all'intuizione. È vero che qualora si
trattasse di scegliere tra le due coppie equivalenti: A) Spazio e Tempo, B)
Massa e Moto, la distinzione delle idee in primitive e derivate sarebbe assai
arbitraria, perchè se per mezzo delta prima coppia si definisce la seconda e
per mezzo della seconda si de- finisce la prima, si potrà sempre prendere —
come pri- mitiva — ooal ['una come l'altra a piacimento. Ma una volta
riconosciato che le due coppie di concetti mec- canici e primitivi sono
perfettamente equivalenti e so- stituibili, non rimane in sostanza indifferente
la scelta? È in parte per questa ragione, ma sopratatto perchè noi non abbiamo
— per ora — alcuna necessità di scegliere tra i due gruppi proposti che ci
limitiamo a dichiarare — concludendo — che una qualunque delle due coppie di
concetti seguenti: . . ) Massa, '' I Moto; . 1 Spazio, ■^ } Tempo; la prima
delle quali (Massa e Moto) per il suo aspetto più materiale è da preferirsi in
Fisica matematica; mentre la seconda (Spazio e Tempo) nel suo aspetto più
astratto è da preferirsi in Meccanica razionale, puù essere assunta come
espressione dei dati primitivi della considerazione interiore (die innere
Anachauung) sufScienti alla trattazione di tutta quanta la Fisica. Tuttavia non
vogliamo tralasciare di aggiungere che, per quante ragioni si possano
escogitare a favore della »ibv Google i dei quath'o concetti meccanici
riferiti, a stretto rigore di logica, due di essi riescono inutili, anzi
imbarazzanti. 8. Ma prima di porre tarmine a questa ricerca vogliamo ^giungere
un'altra prova diretta, dopo la quale speriamo che i nostri lettori, i quali
avranno seguito attentamente la nostra analisi dei concetti primitivi della
Meccanica razionale, troveranno la sem- plificazione, da noi proposta, del
tutto convincente. Abbiamo compiuto finora un ufficio logico discen- sivo, nel
quale la mente, dall' insieme delle idee proprie alle determinate t«orie
fisiche, confusamente vedute, scese a distinguerne te poche idee veramente
primitive e fondamentali. Ma le vane teorie fisiche — pur par- tendo da un
gruppo d'idee, considerate per ipotesi come primitive, assai maggiore del
nostro — non hanno tardato a compiere l' altro ufBcio logico, cioè t'ascen-
sivo, nel quale la mente risale alla chiara e distinta contemplazione
dell'unità e totalità delle idee inerenti alla Scienza Fisica in generale. Tale
è appunto il duplice processo della mente che essa, senza tregua, discende
dall'unità confusa del- l'oggetto e, senza tregua, fa ritomo all'unità distìnta
del medesimo, sia pur qualsivoglia l'oggetto che cade sotto la nostra
apprensiva. Ora se noi — esaminando alla sua volta quest'ar- monica unità che
fu ricomposta precisamente dalla Meccanica razionate sopra la base delle
singole teorie della Fisica matematica (equazioni di Lagrange in senso
generalissimo) — riusciremo altresì a dimostrare che i molteplici elementi o
termini costitutivi di essa si riducono, in ultima analisi, a quegli stessi
termini pri- mitivi che abbiamo trovato alla fine della nostra prima »ibv
Google 60 PASTE I. — CAPITOLO HI. indagine discensiva, avendo cosi fornito le
dna mag- giori serie di prove, che si possono richiedere metodi- camente,
potremo ritenere d'aver appoggiato, alle più solide e convincenti ragioni, la
nostra riduzione. 9. Procnriamo quindi di esporre qui sommaria- mente — ma con
la maggiore chiarezza che ne sarà possibile, trattandosi di una questione che è
forse la più. elevata dì tutta quanta la Meccanica razionale — in che modo si
giunga a stabilire le equazioni fondamentali di Logrange. Poscia cercheremo di
trame un'interpretazione con- veniente al proposito nostro. Il punto di
partenza è il seguente: un sistema na- turale qualunque (corpo o complesso di
corpi) ha di solito (cioè se non è in quiete assoluta) la capacità di compiere
un certo lavoro. Esprimiamo Io stesso con- cetto in altre parole, dicendo che :
ogni sistema pos- siede una data quantità di energia. Ma questa energia il
sistema la può avere per due ragioni diverse: o perchè è ciò che è, o perchè
diventa come diventa. Si parla nel primo caso di energia potenziale, nel
secondo di energia cinetica. Cif) posto , si osserverà che la posizione (nel
senso più largo), cioè lo stato attuale di un sistema, si può sempre
determinare, se si conosce il valore attuale di un certo numero di grandezze,
le quali si chiamano ixtriabUi e coordinate. Venendo ora alla definizione
dell'energia potenziale e dell'energia cinetica è chiaro che la prima deve
essere conosciuta, se si conoscono le coordinate, cioè ciò che le coordinate
sono : perchè per ipotesi le coordinate bastano a determinare la condizione
attuale del sistema e l'e- nergia potenziale dipende appunto da codesta
condizione. Quanto all'energia cinetica è chiaro che essa non sarà conosciuta
che quando si saprà come le coordi- nate Tarìono nell'istante attuale, vale a
dire ciò che esse diventano. Modificando una coordinata si altera la condizione
del sistema e la sua energia ; la cosa esìge dunque in generale un certo
lavoro, il qnole va in parte ad aumentare l'energia potenziale, in parte ad
aumentare l'energia cinetica. Le equazioni di Lagrange esprimono appnnto le
leggi di questo processo. Indicano cioè in che modo il lavoro oompiato per
modificare nns coordinata si ripartisca &a le due forme di energia. In
ultima analisi, siccome possiamo dire di aver stabilito la teoria di una serie
di fatti naturali se sappiamo scrivere le equazioni di Lagrange, nel caso
proposto, e queste equazioni coin- cidono con le leggi sperimentali; cosi — in
tutti Ì casi - basta dnnqoe trovare certe due funzioni delle coordinate che
prese come energia potenziale ed energia cinetica, e sostituite nelle formale
generah, riproducano le leggi trovate con l'esperienza. Giova notare analmente
che anche quando si siano analiticamente costruite queste due funzioni
soddisfa- centi a tutte le condizioni imposte, cioè anche se siano date
l'energia cinetica e l'energia potenziale, nn si- stema non è determinato, perchè
vi sono sempre infiniti meccanismi che hanno la stessa energia potenziale e
Quindi segue che se esìste un modello per un de- terminato fenomeno, ne
esistono senz'altro infiniti che rendono conto egualmente bene di tutte le
particola- rità osservate dall'esperienza. 10. Da quest'esposizione
compendiosissima, ma sufficiente, a parer nostro, a far comprendere adegnstamente
la formazione logica delle equazioni di Lagrauge, possiamo raccogliere la
conclasione seguente: Dei termini che si nsano nelle equazioni di La- grange:
1° alcuni servono ad indicai'e il sistema naturale di cui si tratta 'corpo o
complesso di corpi); 2° altri servono ad indicare in che modo il lavoro
compiuto per modifìcare una coordinata si ripartisca fra le due forme del
sistema dato, vale a dire ad espri- mere certe due fonzioni che sono le due
parti poten- ziale e cinetica dell'energia medesima. Insomma i termini
Lagrangìani si riducono ai se- . gaeuti : 1* Termini del Sistema naturale, 2°
Termini dell'Energia potenziale e cinetica. Il lettore — ricordando a questo
punto le due coppie di termini primitivi: Massa-Moto e Spazio-Tempo, da noi
incontrate a termini dell'analisi della Fìsica ma- tematica e della Meccanica
razionale — potrà pensare, a tutta prima, che fra queste coppie e la eoppia di
La- grange interceda una ben notevole differenza. Vale dunque la pena di
studiare attentamente se e in quali condizioni il gruppo dei termini di
Lagrauge: 1° Sistema naturale (corpo o complesso di corpi), 2° Energia
potenziale e cinetica, possa ridursi al tipo delle idee primitive da noi
fissato per la Fisica matematica e per la Meccanica razionale : ^„ I Massa
(punto o classe di punti), 1 Moto ; j Spazio (punto o classe di punti), I
Tempo. Poiché quest« due ultime coppie sono perfettamente equivalenti,
limitiamoci a considerarne solo una, per esempio la prima. »ibv Google idei:
pbiuitite della FiaiCA 63 1 1. E facile vedere primieramente che ^a le due
espressioni : Sistema naturale (corpo -complesso di corpi) e Massa (punto-
classe di punti) non passa sostanziale difFerenza. Quanto agli altri due
termini: Energia po- tenziale e cinetica e Moto, resta a vedere se e in cbe
modo le due forme dell'energia si ripartiscano per poter eutrare nella nostra
coppia: Massa e Moto, A tale scopo ritorniamo alla definizione dell'Energia
potenziale e dell'Energia cinetica. Noi sappiamo che la prima serve ad
esprimere che un sistema naturale è ciò che è; e che la seconda serve ad
esprimere che nn sistema natvu'ale diventa come diventa; inoltre sappiamo che
la prima deve essere conosciuta se si conoscono te coordinate, vale a dire ciò
che esse sono, e che la seconda deve essere conosciata qnando sì sappia come le
coordinate variano nell'istante attuale, vale a dire ciò che esse diventano.
Ora; 1° se per ipotesi noi adoperiamo il termine Essere per esprimere tntto ciò
che intendiamo di esprimere, affermando che un sistema dato è ciò che è, ossia
per indicare l'energia potenziale dipendente dalle coordi- nate che bastano a
determinare la condizione attuale del sistema; 2° se analogamente — per ipotesi
— noi adope- riamo il termine Divenire per esprimere tutto ciò che intendiamo
di esprimere affermando che un sistema dato diventa come diventa, ossia per
indicare l'Energia cinetica dipendente dalle coordinate che, diventando ciò che
esse diventano, bastano a determinare la con- dizione del sistema nell' istante
attuale ; apparirà chiaro che la formula E ssere -Divenire è atta a significare
perfettamente le due forme dell'Energia potenziale e cinetica. Ma basta l'aver
ridotto i due fatti a questa disposi- zione per comprendere — senz» difficoltà
— che, ciò che U.g,l:«lov m, può dirsi:
Essere di un sistema, cioè la ana Energia poten- ziale, è poi niente altro che
l'espressione d6t«rrainBta deUa posizione del sistema medesimo, cioè la
posÌ£ÌOnede' terminata o lo stato determinato del sistema medesimo. Ora qual
differenza rimane tra ciò che diciamo qui l'Essere di un sistem.^ (o la sua
posizione determinata) e ciò che dicemmo prima il Sistema naturale mede- simo o
la Massa? Se ogni sistema (Massa) è ciò che è, vale a dire se ogni sistema è
l'Essere che è — come non v'ha dubbio — bisogna concludere che 11 termine
" Sistema , (Massa) non esprime un concetto differente da quello che
esprime il termine ' Essere ,. Ma se — come fu posto prima — il termine r
Essere è equivalente all'espressione: Energia potenziale, non resta che da
raccogliere in una voce sola i quattro concetti equivalenti : Sistema, Massa,
Essere, Energia potenziale, per sapere in che modo le due forme del- l'Energia
(potenziale e cinetica) si comportino per poter entrare adeguatamente nella
coppia Massa-Moto o in quell'altra E ssere- Divenire clie è affatto equivalente
alla prima, come si vedrà chiarissimamente net capitolo seguente, quando faremo
la sintesi delle idee primi- tive della Logica, della Matematica e della
Fisica. Non vediamo alcuna difficoltà che c'impedisca di riconoscere che
l'Energia cinetica conviene perfetta- mente con ciò che intendemmo finora per
Moto e Di- venire. Volendo però considerare più sottilmente le cose, rimane un
ostacolo ad identificare questi quattro concetti: Sistema, Massa, Essere,
Energia potenziale. Infatti ciò che fu detto prima : Sistema naturale (Massa) è
l'indeterminazione della posizione del sistema mede- simo, cioè è la pura
posizione logica o anche il puro sist«ma indeterminato. Ciò che si disse poi
Essere (Energia potenziale) è invece la determinazione del sistema medesimo,
cioè la posizione effettiva concreta o anche l'essere o Io stato determinato
del sistema. Nel primo caso adnnque si tratta dell'Essere inde- terminato o
deU'Essere paramente logico (Sistema lo- gico indeterminato); nel secondo caso
si tratta invece dell'Essere determinato o dell'Essere fisicamente noto e
concreto (Sistema fisico determinato). Ma tra l'affer- mazione o posizione
logica d'un sistema indeterminato e l'affermazione o posizione fisica di un
sistema deter- minato, che specie di differenza intercede, a vero dire? Posto
che la semplice affermazione del sistema in- determinato è la semplice
posizione logica di esso, e che la successiva affermazione del sistema
determinato è la attuale posizione meccanica di esso, possiamo ben ammettere
che questa reduplicazione manifesta (prima logica poi meccanica) d'un ente è
forse un'esigenza discorsiva ed artistica dello spirito umano, ma si può negare
che si debba ritenere come un'indeclinabile esi- genza logica della scienza.
Distingaere, come enti di natura affatto particolare, la posizione logica e
indeterminata d'on sistema qua- Innque, e la posizione meccanica e determinata
di esso, pnò essere un artifizio utilissimo dal punto di vista espoaitivo e
specialmente didattico. Ma l'aver appreso questa opportunità basta in pari
tempo a mostrarci l'opportunità di cercare altra via. È sempre libero a noi di
supporre — volendo rimanere nel puro campo della meccanica — che la posizione
indeterminata ed energica d'an sistema sia inutile ed anzi impossibUe, almeno
per la nostra conoscenza. La scienza invero non ha bisogno di occuparsi dì
sistemi affatto inde- terminati ed indeterminabili, fìiorchè per compiere il
suo perenne processo di determinazione. Giacché la de- terminazione dello stato
d'un sistema (energia poten- U.g,l:«lov ziale) dipende solo dal momento storico
della nostra conosoenza — per cui all'ignoto saccede uatnralmente il noto ~ si
può supporre che ogni sistema naturale abbia una posizione detenniiiata o
determinabile, cioè ima data quantità di Energia potenziale di cui si tratterà
solamente di conoscere il valore. Per tal modo, indicando con segni algebrici
convenzionali la quantità indeterminata del sistema determinato, cioè dato, po-
tremo eliminare dal novero degli enti meccanici pri- mitivi quel termine che serve
ad indicare la posizione e l'Energia potenziale indeterminata del sistema con
grande vant^gio del rigore e della semplicità. 12. 11 lettore avrà scorto
agevolmente che in questa dimostrazione noi abbiamo tentato di adombrare
l'ammirabile ipotesi del moto nascosto che ha servito ad Hertz per eliminare il
concetto di forza. Questo modo di considerare le cose è veramente utile, 6 per
esso noi possiamo introdurre una notevole semplificazione nel gruppo dei
termini che entrano co- munemente nelle equazioni di Lagrange: 1° termini del
Sistema naturale, 2° termini dell'Energia potenziale e cinetica, stabilendo che
— in generale — ogni sistema natu- rale possiede o, per dire ancora meglio, è
una certa Energia determinata che lo f& essere il sistema che 6 (Essere o
Massa); quindi possiede o, analogamente, è una certa Energia determinata che lo
fa diventare il sistema che diventa (Divenire o Moto) ; quindi, in ul- tima
analisi, tutti i termini adoperati nelle equazioni di Lagrange si riducono al
tipo dei termini primitivi da noi fissati tanto per la Fisica matematica:
Massa- Moto, quanto per la Meccanica razionale : Spazio-Tempo, come si voleva
dimostrare. Sintesi delle Idee primitive della Logica, della Matematica e della
Fisica. 1. Ora che abbiamo percorso tatto il campo pro- fisso raccogliendo
sotto i vari capi di ogni scienza (Logica, Matematica e Fisica) le idee
primitive trovate analìticamente, gioverà molto il richiamare in forma
compendiosa i precipni risultati dello stndio fatto, al- l'intento di vedere se
questi rispondano alle afferma- zioni colle quali esordimmo te nostre ricerche,
e se vi arrechino qaalcbe nuova luce. Poiché, ove infatti, come asserimmo,
tutte le sva- riate forme d'idee primitive tengano fra loro intimi rapporti,
non si potrà aver prima conoscenza di una di esse, se eziandio non le avremo
tatte comparate e investigate nella loro sintesi. D'altronde codesto sguardo
sinottico ci gioverà quale indirizzo e guida ad ulte- riori ricerche, e servirà
a togliere molte oscurità che tntt'ora appaiono nelle dottrine logiche,
matematiche e fisiche. 3. Biportiamo letteralmente le conclusioni delle varie
analisi logiche compiute. »ibv Google 1° nome \ I. In Logica si è trovato; 1°
(Gap. I, § 1°, 11). L'analisi grammaticale mette capo a dae termini che si
possono considerare come primitiTÌ: I classe 1 individuo 2° verbo. 2° (Cap. TU,
§ 2°, 8). L'analisi dei concetti piimi- tìvi della Logica natitrale mette capo
a dae affenna- zioni che si possono considerare come primitive: 2* relazione.
3° (Cap. I, § 2", 12). L'analisi dei concetti primi- tivi della Logica
para mette capo a queste dae idee primitive ; , ., t classe 1- idea . ,. ., I
mdividno 2' inclusione (relazione). II, In Matematica si è trovato ; 1' (Cap.
II, § 1°, 3). L'analisi dell'Aritmetica poEe capo alle due affermazioni
seguenti; [ classe (numero) I iadividno (uno) ' successione. 1* numero 2° (Cap.
II, § 2", 3). Le idee primitive della Geo- metrìa sono riducibili al
sistema seguente : , J classe ( individuo 2' moto (relazione).- SINTESI DBI.LC IDBE PBUnTIVB 69 m. In Fìsica
si è trovato: 1° (Cap. Ili, n. 7). Le idee primitive della Fi- sica matematica
sono ridacibili alle segaenti: 1* massa 2* moto. I classe ( individuo 2° (Cap.
Ili, u. 7). Le idee primitive della Uec- caoica razionale sono riducibili alle
segneuti; ,. .1 classe 1' spazio 1 . ,. ., ( maividuo 2' tempo. 3. Un primo
ordine di fatti molto importanti ci porta a riconoscere chiaramente che ogni
scienza esa- minata si riduce od una coppia di idee primitive. TJn altro ordine
di fatti notevolissimi ci viene offerto dai primi termini di ogni coppia.
Risulta invero che il primo termine d'ogni coppia è sempre considerato sotto
due punti di vista: 1° come classe-, 2° come individuo. Come classe abbiamo: il
nome, l'oggeUo, 2'idea, il numero, il punto, la massa, lo spazio. Come
individuo abbiamo: un nome, un oggetto, tm'idea, un numero, un punto, una
massa, uno spazio. Noi saremo dunque autorizzati a sopprìmere le no- tazioni:
classe e individuo, quando si tratterà di compOare una tavola sinottica delle
vane idee primi- tive, perchè tale distinzione è comune a tntti i primi termini
di ogni coppia. 4. Analogamente riportando gli schiarimenti ag- »ibv Google 70
PiBTB I. — CAPITOLO IV. giunti al secondo termine di ogni coppia tro'viamo in
tatti i casi un'analogia sorprendente. Eccone la prova: 1° n concetto di verbo
grammaticale è sinonimo di inclusione, processo discorsivo, affermazione dì
rife- rimento, parola del tempo, ecc. fcfr. cap. I, n. 4-H); 2° n concetto di
relazione logica è sinonimo di transizione, processo inclusivo, fonzione
copulativa, af- fermazione di rìferiinento, ecc. (cfr. cap. I, n. 2-5); 3° n
concetto d'inclusione logica è sinonimo di moto ideale da individuo a classe,
contenuto-contenente, convenienza, congruenza, moto logico, basportoda a ecc.
(eii-. cap. I, n. 6-9); 4° n concetto di successione aritmetica è sinonimo di
venir dopo, processo, passaggio da... a... ecc. (cfr. cap. n, § 1, n. 2); 5° Il
concetto di moto geometrico è sinonimo di relazione di punti a ponti,
trasformazione di punti in punti, rappresentazione di punti in punti, trasporto
da... a..., sovrapposizione, egaaglianza, congruenza, ecc. (cfr. cap. II, § 2,
n. 1-3) ; 6° n concetto dì molo fisico è sinonimo di pas- saggio da... a...,
cambiamento dì posizione, spostamento, successione, processo, transizione,
affermazione di rife- rimento, ecc. (cfr. cap. Ili, n. 5-7); 7° n concetto di
tempo meccanico razionale è si- nonimo dì successione, rappresentazione di...
in..., ecc. (cfr. cap. Ili, n. 5-7). 6. Basta codeste rapida rivista per far
compren- dere che le differenze fra ì sette termini dati non sono che nominali.
L'unica differenza che paò forse sembrare assai grave è presentata dai due
termini (troppo distanti comunemente nella serie): inclusione e tempo. Ma si
noti che questi due termini non fanno altro che indi- ai care processo di...
in..., successione, sovrapposizione di..., moto ideale da... a..., fauzìone
copalatìva, discor- siva, sovrapposizione, rappresentazione di... in..., ecc.
Ragione vuole quindi che non si ponga alcuna so- stanziale differenza fra
inclagioue logica e tempo lìsico- razionale, analogamente che non si ammetta
alcuna sostanziale differenza fra tutte le varie coppie di idee primitive
riferite. La tavola seguente, facendo risaltare m^lio la classi- ficazione
sistematica delle varie idee primitive, ci per- metterà di considerare le cose
da un punto di vista veramente elevato e ci porgerà la più eloquente con- ferma
di due grandi e nuovi prìncipii su cui vorrenuno richiamare l'attenzione dei
pensatori. »ibv Google - CAPITOLO IV. I-i II .s S s. E 8 a 1 1 1 i 1 1 1
Successione ■«1 — rn i 1 J j j 1 s 1 J 1 i 1 »iDopo gli BChiarìmenti che
abbiamo aggiunto circa il significato dei vari termini qui addoUi, è logico
eonclndere cbe, se a tutti i termini della prima cate- goiia (differenti Ira
loro solo nominalmente) convenisse per esempio il segno x, e se s tutti quelli
della seconda (pure differenti fra loro solo noiuiualmente) convenisse il segno
y, colla unica formula xy noi potremmo esprimere comodamente tutte le coppie
date. Due principi derivano da questo latto : 1° la piena e mutua
convertibilità delle varie idee primitive della Logica, deUa Matematica e della
Fisica; 2° la possibilità logica di una spiegazione comune (nnificabilìtà). È
chiaro che questi due principi sono intimamente connessi tra loro. Tuttavia non
sarà fuor di proposito il considerarli ciascuno sotto un particolare punto di
vista, per aprire un più vasto campo all'esercizio della para ragione e quindi
dedurne alcune applicazioni che ci sembrano piene di utilità, 7. H primo
principio che prenderemo in esame è quello della piena e mutua coBvertibilità
delle varie idee primitive, logiche, matematiche e fisiche. A tale prò- posito
giova subito l'osservare che nell'apprezzamento dei risultati che potranno
contribuire al rapido avan- zamento di codeste ricerche poche osservazioni
potranno produrre un notevole vantaggio, fìiori di quella che Spingendoci ad un
principio fondamentale che ammetta nna diretta illazione deduttiva , ci pongono
dinanzi classi intere di fatti logici, matematici e fisici, come tanti problemi
di cui possediamo pienamente i prìncipi di soluzione e che non richiedono altro
se non accu- ratezza di raziocinio per seguirli fino nelle loro ultime
conseguenze. A. PiBTOBK, a>pra la teoria dtUa Sciensa. 10 U.g,l:«lov Di tale
natara noi crediamo che sia il principio della, piena e mutua convertibilità
delle idee primitive della Logica, della Matematica e della Fisica, impe-
rocché da esse derivano varie altre relazioni che som- ministrano alla mente
filosofica on campo sempre più esteso di speculazioni, nello scorrere il quale
è quasi impossibile che non s'incontrino altri princìpi e non appaiano auove e
inaspettate applicazioni che diversa- mente non avremmo mai avuto l'occasione
di fare. In verità cominciamo a servirci di un fatto che aiutò grandemente i
progressi delle scienze fisiche e perciò non è improbabile che possa influire a
promuovere un progresso corrispondente nelle altre. In molti casi le relazioni
dei fenomeni in due dif- ferenti questioni presentano una tale analogia che ci
permette, allorché abbiamo risolato una di tali que- stioni, d'impiegare la
nostra soluzione anche a quel- l'altra questione. Facendo largo uso
dell'analogia tra la convertibilità delle energie fisiche considerate in loro
stesse, cioè oggettivamente, e la convertibilità delle idee primitive
considerate nella teoria della scienza ossia soggettiva- mente, ecco a quali
conclusioni possiamo arrivare. Come — dalla possibilità fisica di provocare
sìmultanea- mente i diversi fenomeni meccanici, termici, chimici, elettrici,
magnetici, luminosi, facendo passare la cor- rente elettrica attraverso alla
catena di Grove, ad esempio — noi possiamo concludere che essi non sono altro
che manifestazioni diverse di una sola energia fisica, la quale sì appalesa
variamente secondo la costi- tuzione degli strumenti in cui agisce ; cosi — dal
fatto che noi possiamo insieme provocare i vari ordini scien- tìfici legandoli
intimamente fra loro mediante una ca- tena di formulari logici, matematici e
fisici, facendo passare dì campo in campo la stessa formula tipica fon-
damentale (come speriamo di poter dimostrare ' anche praticamente , nel seguito
di queste ricerche) — siamo indotti a concludere che èssi non sono altro che
ma- nifestazioni diverse di una sola virtù ideale che si ap- palesa variamente
secondo la costituzione delle for- malità scientifiche in cui agiace. Àncora,
come dal fatto della piena e mutua convertibilità di tutte le energìe fisiche
siamo indotti ad ammettere l'assoluta indifferenza di ciò che si dice l'energia
fisica prima, a manifestarsi più tosto sotto l'apparenza di luce che di calore,
o più tosto di magnetismo che di movimento meccanico e via dicendo, cosi dal
fatto analogo della piena e mutua convertibilità delle idee primitive siamo
indotti ad ammettere l'assolnta indifferenza di ciò, che potrebbe dirsi l'
energia ideale prima, a manifestarsi più tosto sotto la formalità scientifica
della logica che della matematica, o più tosto della matematica che della
fisica e reciprocamente. 8. Per oiun modo adunque può ammettersi l'esi- stenza
di tanti tipi scientifici essenùolmente diversi fra di loro, perchè essendo i
loro sistemi di idee pri- mitive corrispondenti convertibili perfettamente gli
uni negli altri, la loro individuale esistenza scompare del tutto
nell'anzidetta serie di prove. Anzi, come vedremo, la connessione di tutti gli
ordini scientifici citati è tale che, mentre ogni coppia di idee primitive è
rivestita di una formalità inerente al suo dato campo nominale, ciascuna poi di
codeste formalità può alla sua volta essere impiegata nella trattazione
scientifica dei vari ordini. Perciò sembra probàbile che qualsivoglia for-
malità scientifica, logica, matematica e fisica si potrà estendere ed applicare
a qualsivoglia coppia di idee primitlTe della logica, della matematica e della
fisica, come sarà nostra cara dì dimostrare a suo tempo. Per tatto questo
apparirà abbastanza dimostrato il princìpio della piena e mutua convertibilità
delle varie idee primitiTe logiche, matematiche e fisiche. Di qui siamo
condotti logicamente ad ammettere che la contraddizione fra le varie teorie
scientifiche derivanti dal ceppo comune delle idee primitive è solo nelle
imagini dì coi è rivestita la verità. Ogni coppia di idee primitive rivestita
di una formalità scientifica data diventa niente altro che un modello che
soddisfa a tutte le condizioni imposte. 9. È tempo dunque di riconoscere con
tutta fran- chezza quanta parte d'artificiale e di posticcio si raduni in certi
ordini teorici che si ammirano per la loro ap- parente consistenza ed
irreducìbitità. Non di rado si sente dire — ad esempio — che in tntto
l'universo noi non vediamo — in ultima ana- lisi ~ che una materia sottoposta
alle leggi universali deUa matematica, onde ogni problema di fìsica si ri-
solve, in fondo in fondo, in un problema di aritmetica o di geometria. Non di
rado si sente dire, per contro, che l'universale pedagogia dello spinto è la
Logica pure suprema ed unica chiave di volta di tntto l'edi- fizio conoscitivo
e scientifico amano. Spessissimo, pa- rimenti, siamo spinti ad accettare —
ammettendo la convertibilità e l'omogeneità delle energie fisiche — siccome
fondata in natura l'ipotesi, già indovinata dal Oalilei, che tutte queste
energie non siano altro, con- sideraf« in loro stesse — ossia obiettivamente —
fuorché nna particolare manifestazione dei moti, ora fatali ed ora intestini,
inerenti alla materia dei corpi. Ora, ben può dirsi che tutte queste singole
affermazìoni sono vere solo parzialmente — appunto perchè sono tutte vere
simaltaneament«. Oiacchè, in base alle nostre dednzioni, noi dobbiamo
introdurre nella for- mazione delle affermazioni scientifiche, l'onità, la sem-
plicità, l'armonia delle idee logiche, matematiche e fisiche che, oltre ad
essere convertibìh recìprocamente, sono anche perfettamente unificabili, come
noi passe- remo &a poco a dimostrare. Però non si tralasci mai di
rammentare che, pnr facendo lai^hissimo uso delle analogie &a la
convertibihtà oggettiva delle energìe fisiche e la convertibilità soggettiva
delle idee scientì- fiche, forse anche nel piil favorevole dei casi, la simi-
litudine che costituiace quest'analogia non esiste nei fenomeni ideali stesai
ma solo tra le relazioni di questi fenomeni. Qaesta aimiiitndine relativa è,
nondimeno, del tutto snf&ciente al proposito nostro, giacché l'ana- logia
che riscontriamo nelle tre scienze riferite è così completa, che in base ad
essa noi possiamo asserire logicamente che tutti ì risultati derivanti dalle
pro- prietà delle idee primitive di ognuna di esse possono essere
immediatamente tradotti, senza pericolo di er- rore, dal linguaggio proprio di
una delle scienze in quello dell'altra. 1 0. Logicamente parlando , pertanto ,
noi siamo liberi dì far oso — nel corso delie nostre ricerche — in qualunque dì
queste scienze, della formalità appar- tenente all'altra, se noi possiamo così
concepire più chiaramente la connessione dei nostri ragionamenti. S'incontrano
solo dei limiti di siffatte sostituzioni di formalità a formalità in questo che
si possono pre- sentare delle complicazioni che tutti forse rigetteranno a
cagione della loro bizzarrìa — e delle altre .che tutti preferiranno a cagione
della loro semplicità. Ma queste difficoltà non possono avere nn gran peso,
imperocché in nessun caso la semplicità o la complessità di nna teorìa devono
essere confase coOa possibilità o l'impos- sibilità della sua dimostrazione.
Ogni legge è semplice o complessa fino a prova contraria. 11. Nella storia
della scienza — avverte acata- mente il Poincaré — vediamo talora la semplicità
na- scondersi sotto apparenze complesse, e talora è la sem- plicità medesima
che è apparente e nasconde delle realtà complicatissime. E più avanti aggiunge
: Se i nostri mezzi d'investigazione divenissero più penetranti noi scopriremmo
il semplice sotto Ìl complesso, poi il com- plesso sotto il semplice e cosi di
segaito senza ginn- gere mai alla fine. Noi andiamo per tanto a considerare,
nel capitolo seguente, tutte le combinazioni scientifiche che possono nascere
dallo scambio reciproco delle v^e formalità logiche, matematiche e fisiche e se
vedremo che queste teorìe noveUe continneranno ad insegnarci che vi sono tali e
tali altri rapporti fra qualche cosa e qualche altra cosa e che qnesti rapporti
conservano la loro realtà, noi concluderemo, a più forte ragione, cbe queste
teorie miste sono tutte vere. 12. Passiamo ora all'esame del secondo principio
stabilito, ossia della possibilità logica d'una spiegazione comune a tutte le
idee primitive della logica, della matematica e della fisica. A niimo sfngga
l'importanza di qu^to principio. In linea generale la scoperta della
possibilità logica d'una spiegazione qualunque, comune a un dato ordine di
fatti, Sa sempre sorgente inesaurìbile di nuove teorie e nuove applicazioni.
Ora, volendo penetrare nel dominio della metafisica — ciò che non si può
evitare assolutamente da chi voglia tentare una qualunque sintesi delle idee
primitive della logica, della matema- tica e della fisica — non s'incontra
alcuna difficoltà a trovare una coppia di termini astratti convenienti ai due
segni convenzionali x oà y che si potrebbe, per consegnenza, considerare come
la coppia fondamentale e suprema capace di esprimere metafisicamente tntte le
coppie date. 13. Molte ragioni di preferenza militano, per esempio, a favore della
coppia: Essere e Divenire, quando si faccia corrispondere a tnttl i termini
della prima categorìa il termine Essere (o stato che dura), e a tutti quelli
della seconda il termine Divenire (o azione che si compie), nel senso che lo
stato è l'azione che è; l'azione è lo stato che diviene; o in altri ter- mini,
ma con piii brutta tautologia: l'essere è il di- venire che è; il divenire è
l'essere che diviene. Quest'ipotesi logicamente accettabile è anzi cosi lu-
singhiera, anche dal punto di vista metafisico, che non sappiamo rinunziare
all' impiego di alcune altre nuove ma troppo rapide analogie &a le
generalizzazioni su- preme della Fisica e della Metafisica, nella speranza di
poter ritornare, più a lungo e con maggior corredo di materiali, sopra una ricerca
che è tanto più impor- tante quanto meno è conosciuta dai pensatori e quanto
più è complicata e sublime almeno per la nostra in- telligenza. Anzitutto si
ponga mente a due fatti: 1° Noi abbiamo veduto (Oapit. UE, n. 1) che le singole
teorie della Fisica matematica, le quali sono raccolte tutte quante in sintesi
suprema dalla Mecca- nica razionale — per quanto siuio costruite indipen- »ibv
Google 80 PABTB I. — CAPITOLO IT. dentemento l'ona dall'altra — tnttavia
finiscono, in altdma analisi, per condorre ad od sistema unico e comune di
equazioni (equazioni di Lagrange in senso generalissimo) le quali anno un
significato ben più largo e più profondo che le teorie medesime da coi Bono
ricavate. 2" Esaurite le nostre analisi sni tre grandi campi della Logica,
della Matematica e della Fisica, noi siamo altresì condotti ad ammettere la
possibilità lo^ca d'una formula unica, comune alle varie coppie di idee
primitive riferite ; e pure proporremmo in via d'ipotesi la formula metafisica
: Essere — Divenire, che trovammo già atta ad esprìmere egualmente bene i
termini prì- mitdvi deUa Fisica. Ora dalla connessione di questi due fatti non
emerge forse cbe vi sono tutte le mi- gliori ragioni per ritenere che quanto è
succeduto nella storia della Fìsica matematica e specialmente della Ifeccanica
razionale, rispetto alla costrazioue delle equazioni fondamentali di Lagrange,
può succedere altresì analogamente nel campo sapremo della Meta- 14. Questo
modo dì considerare le cose è appunto l'ipotesi che noi vogliamo introdurre. Noi
supponiamo cioè che — posta la base delle idee primitive comuni — si finirà un
giorno per arrivare ad un sistema comune di equazioni metafisiche che,
esprimendo appunto ciò che v'è d'essenziale e di co- mune a tutte le teorie
logiche, matematiche e fisiche, avranno un significato ancor più largo e più
profondo che le teorie stesse da cui si saranno ricavate. 16. Non basta.
Fondandoci sul principio della piena e mutua convertibilità delle idee
primitive, ed osservando che in Meccanica razionale l'importanza ca- pitale
delle equazioni di Lagrange deriva dal fatto che esae rendono conto in modo
ngoalmente soddisfacente di tntta la serie dei fatti meccanici, si può accoi-a
ri- tenere che quel sistema comune di equazioni metafisiche — che noi per
adesso non conosciamo, ma di coi pos- siamo almeno dimostrare la logica
possibilità, e che verrà ad integrare tutta la serie delle singole teorie
logiche, matematiche e fisiche — sarà poi niente altro che la trasformazione metafisica
del sistema delle equa- zioni di Lagrange, dovendo i vart sistemi, costruiti
colle idee primitive equivalenti, rinscire pienamente e reci- procamente
convertibili. Come quello che è vero per le singole teorie della Fisica
matematica è vero anche per l'intero edìfizìo della Meccanica razionale, che in
certo modo ne è la sintesi suprema, cosi quello che è vero per la Meccanica
razionale è vero anche per l'intero edifizio della Metafisica, che — in certo
modo — raccoglie in sé tutte le singole teorie della Logica, della Matematica e
della Fisica. Le equazioni di Lagrange — mutatis mutandis — cioè passando di
campo in campo ed assumendo a volta a volta la formalità ed il significato
particolare alle varie discipline, indlcheraimo le leggi dei vari pro- cessi
scientifici e renderanno conto egualmente bene di tutte le particolarità loro
inerenti. Questo concetto è completamente nuovo. Per esso apporrà sempre più
plausibile il supporre che il principio del ragionamento logico e metafisico
sia sottoposto alle stesse leggi che regolano il r^o- namento matematico e
fisico. Per esso il lettore cesserà di trovarsi in presenza di una formula
quasi vuota di materia per la sua astrattissima e relativi ssima significazione
che egli A. F18TOBE, Sopra la Uoria deOa Scienea. avrebbe forse altrimenti
tischiato di prendere per una ombra faggildva ed inaSerrabile. In verità, non a
tnttì potrebbe parere sufficiente, per il proposito nostro, che hì dimostii la
pura possibilità di ima api^azione nnica comune ai vari ordini scientiSci dati;
laddove trasportando positivamente nel campo della Metafisica qael sistema di
equazioni, che possiede nn significato cod reale nel campo della Meccanica,
quelle conside- razioni che prima potevano parere eleganti, ma vane, assumono
anch'esse un significato più convìncente e reale. L'ipotesi quindi
dell'applicabilità logica, matematica fi metafisica, delle equazioni di
Lagrange, logicamente accettabile, aspetta d'essere direttamente verificata col
fatto. E non sarà questo ubo fra i meno felici esempi dell'inaspettato aiuto
che le scienze — benché appa- rentemente remotissime — possono prestarsi fra
loro. 1 6. Tuttavia sentiamo il bisogno di fiire una grave avvertenza. Noi
abbiamo recato quest'ipotesi dell'appli- cabilità delle equazioni di Lagrange
perchè lo spirito dei nostri lettori — che suppaniamo ben addentro ai fenomeni
naturali e specialmente a quelli riguardanti le scienze fisiche e matematiche —
si famigliarizzi sempre meglio con l'idea fondamentale di questo la- voro. Ma
poiché le fette osservazioni non possono riu- scire scevre d' inesattezze —
sentendo noi troppo bene quanto studio richiedano ancora queste ricerche, e
sti- mandoci d'altronde ben fortunati di essere nel vero solo con l' idea
fondamentale — sarà bene che si lasci da parte, per ora, c^ni ricerca intomo
alla formula metafisica che potrà parere preferìbile o no a seconda della sua
maggiore o minore semplicità. A costo di rìentrai-e nell'utrattezza per coi lo
sran- t)^gìo, dì diventare relativamente inaccessibili ai molti, che acquista
la teoria, è solo compensato dal vantaggio di rimanere più vicina all'ideale
verità, ricordiamoci die tntto ciò che pnò più importarci, in qnesto mo- mento,
è la possibilità logica della spiegazione comune e che per dimostrare la
possibilità di ana spiegazione qoalonqae noi non dobbiamo ponto preoccuparci di
trovare questa spiegazione medesima e che qoindi noi possiamo rimanere — come
rimaniamo — indifferenti a qualunque proposta metafisica soddisfacente, non po-
tendo più la nostra scelta essere guidata che da con- siderazioni in cui la
parte di apprezzamento personale è grandissima. 17. Sulle orme di Maxwell
ricordiamo in&tti che per dimostrare la possibilità di una spi^adone mec-
canica della teoria elettrica — per esempio — noi non dobbiamo preoccuparci di
trovare questa spiegazione medeùms, ci è sufficiente di trovare l'espressione
di certe due funzioni V(,qk), T{q'ìc,qk) che sono le due parti dell'energìa e
di formare con queste due funzioni le equazioni di Lagrange e di paragonare, in
seguito, queste due equazioni colle leggi sperimentali. Queste considerazioni
ci faranno comprendere che una volta riconosciuto il principio incontestabile
della pos- sibilità logica d'una spiegazione comune alle varie coppie d'idee
primitive riferite, resta, in sostanza, in- differente cosi la strada per cui
vi sì è giunti come le infinite rappresentazioni o gl'infiniti modelli che si
possono costruire sopra di esse. Noi intravediamo la possibilità e la
convenienza di metterci — di fronte alla sintesi delle varie idee pri- mitive
della Logica, della Mat«matica e della Fisica nella stessa posizione clie fii
già adottata da Max- well — di fronte alle teorie elettriche e magnetiche,
delle quali egli non diede nessuna spiegazione mec- canica completa — come
viene affermato dal Poincaré, ma si limita a dimostrarne rigoi-osamente la
possibilità, pur dando origine a tutti i vantaggi teorici e pratici che non è
il caso ora di riferire. 18. Ritornando, per altimo, colla memoria sulle cose
meditate per ìscorgervi il loro vicendevole legame e volendo fare di tutto
questo capitolo nn brevissimo riassunto, possiamo stabilire : 1° che i vari
ordini scientifici, logici, matematici e fisici, versano tutti quanti nel piano
d'un simbolico fluire d' idee, di numeri, di punti, di corpi, di sistemi, i
quali mediante un processo metodico di posizioni e dì proposizioni (che sarà
esaminato nella seconda parte di questo volume) vanno componendo i postulati e
i sillogismi indispensabili all'ordine loro; 2" che questi varii ordini,
benché costruiti indi- pendentemente gii uni dagli altri, sono pienamente e
reciprocamente convertibili fra loro. 19. Raccogliamo la conclusione suprema.
BiconoBcendo che tutta la famiglia degli enti pri- mitivi, logici, matematici e
fisici, ha uno stipite solo, è logico dunque stabilire che i vari ordini
scientifici ri- feriti non sono che la realtà mascherata d'un solo pro- cesso,
che si rivela come la necessità primitiva e deter- minante della scienza. Senza
dubbio questa considerazione sintetica delle varie idee primitive resta sempre
molto astrusa e, con qualche apparenza di verità, si potrebbe altresì
obbiettare che essa perde in semplicità tutto ciò che »guadagna in anità. Ma
noi amiamo riferire a questo proposito le profonde parole, colle qnali Sir John
Hbbschel chiudeva il suo celebre Discorso preliminare sullo studio della
FUoaofia naturale: ' Dobbiamo rammentarci che, per quanto l'espe- rienza c'insegna,
ogni passo verso la generalizzazione è stato ad nn tempo nn passo verso la
semplificazione. £!gli è soltanto quando andiamo erranti e smarriti nei
labirinti delle particolarità, o siamo impegnati in ten- tativi inutili dì
aprirci una strada nei sentieri spinosi delle applicazioni, in coi le forze del
nostro raziocinio non sono sufficienti, che la natura ci sembra compli- cata.
Tosto cbe la contempliamo qual'è — ed occu- piamo una posizione, dalla quale
possiamo dominare collo sguardo, non fosse che nna piccola part« del suo
disegno, non è mai che non riconosciamo quella su- blime semplicità per cui la
mente si persuade di essere giunta alla scoperta del vero , . Applicazioni
generali. Sciente miste o derivate. 1. Passiamo ora a considerare attentamente
tutte le combinazioni scientifiche — scienze miste o derivate — che possono
nascere dallo scambio reciproco delle Tarie formalità logiche, matematiche e
fisiche. La prima applicazione scientifica di q^nesto principio nasce dalla
rianione della prima formalità (logica) eoa la seconda (matematica). E la
Logica matematica, vale a dire la Logica trattata dal punto di vista della Ua-
tematìca. Questa disciplina evidentemente mista ha una storia ed nn' importanza
tale che merita di esaere stu- diata a parte, quasi come scienza indipendente.
E noi £aremo appunto questo stadio nel § 2° di qnesto ca- pitolo. È chiaro che
alla Logica matematica può accompa- gnarsi, con pari diritto, un'altra
disciplina finora, rigo- rosamente parlando, intentata : la Matematica logica o
razionale, vale a dire la Matematica trattata dal ponto di vista della Logica.
»ibv Google SCIBNZI HISTK 87 2. SegDB la seconda applicazione scientìfica dello
stesso principio fondamentale, cioè la combinazione della prima formalità
(logica) colla terza (fisica); che potrebbe prendere il nome di Lo^ca fisica.
Ka qneeta disciplina, che ha teoricamente lo stesso valore della Logica
matematica e di tatte le altre ap- plicazioni che si possono fondare sullo
stesso principio, è ancora da farsi di sana pianta. Per colmare qnesta lacuna
noi tenteremo apposto di abbozzare on mo- desto saggio preparatorio che verrà
pubblicato &a breve — come semplice applicazione di questi principii
teorici generali — col titolo di ' Sapra un modello fisico di al- euni fenomeni
logici , primo sa^o di Logica sperimen- tale. Le considerazioni che
aggiungeremo nella seconda pu^ di questo volume intomo ai rapporti fra l'espe-
rienza in genere, l'esperienza fisica in specie e la teorìa, gìostificberanno —
vogliamo sperarlo, almeno in parte — le nostre ricerche ed anche l'intestazione
del pros- simo saggio che a prima giunta potrebbe sembrare troppo bratale. £
chiaro che alla Logica fisica o speri- mentale può accompagnarsi con pari
diritto un'altra di- sciplina finora intentata : la Fisica logica, vale a dire
la Fisica trattata dal punto di vista della formalità logica. 3. Segue la terza
t^plicazione scientifica dello stesso principio fondamentale, cioè la
combinazione della seconda formalità (matematica) colla terza (fisica), che
potrebbe prendere il nome di Matematica fisica o sperimentale. Ma questa
disciplina mista è pure ancora da &rst. È chiaro che a questa disciplina
può accompagnarsi con pari diritto la sua inversa, cioè la Fisica mate- matica,
vale a dire la Fisica trattata dal punto di vista matematico. Questa scienza
mista ha una storia »ibv Google ed un'importanza tale che essa vieae studiata a
parte, quasi come scienza indipendente. Per le ragioni che furono addotte nel
capitolo III, noi abbiamo anzi fer- mato la nostra analisi più sopra la Fisica
matematica che snlla Fisica pnra, propriamente detta. Tuttavia è solo in questo
capitolo, delle applicasioni, che questa scienza derivata e mista dovrebbe
essere particolar- mente esaminata. Ma il lettore capirà che — a qaesto ponto —
ogni ulteriore schiarimento sa questa scienza derivata riuscirebbe
completamente snperilao. 4. Una riflessione molta importante è da farsi a
proposito della Meccanica razionale — cioè della Mec- canica trattata dal punto
di vista razionale o logico. Si noti pertanto che questa scienza che — in certo
modo — è la sintesi suprema di tutte le singole teorie della Fisica matematica,
differisce dalla Fisica mate- matica solo pel fatto che in essa intervenendo in
grao parte anche la formalità inerente al primo ordine (lo- gica o razionale)
si presenta altresì come la sintesi di tutti i tre ordini scientifici
analizzati ; Logica, Mate- matica e Fisica. Per tal modo la Meccanica razionale
è, a vero dire, la trattazione simultanea della Matematica e della Fi- sica,
dal ponto di viste della Logica. Questo modo di considerare le cose ci lascia
comprendere che sarebbe possibile analogamente costruire: 1° nn'altra teoria
che fosse la trattazione simul- tanea della Logica e della Fisica dal punto di
vista matematico ; 2° un'altra teoria che fosse la trattezione simnl- tanea
della Logica e della Matematica dal punto di viste della Fisica. Con
quest'avvertenza poniamo termine all'elenco delle ftpplìcazioDi scientifiche
del nostro prìacipio, avendo esaurito logicameitte tutte le combinazioni
possìbili. Nel paragrafa sncceasivo di questo capitolo prende- remo in minuto
esame la Logica matematica, per le ragioni che saranno addotte a suo tempo. Della
Lo- gica sperimentale ci occaperemo direttamente — come fa detto — nel prossimo
saggio. Della Fisica mate- matica e della Meccanica razionale ci occupammo di-
rettamente nel capitolo III. Di tutte le altre appltca- lionì scientifiche
annoverate basti per ora la semplice affermazione della loro logica
possibilità. 6. Ci si consenta tuttavia un' osservazione ed uno aohiarìmento
finale. Per quanto possa sembrare bizzaiTa e complicata noi crediamo che questa
nuova maniera di considenuv la datura e la posizione delle varie scienze
mentovate pre- sentì notevoli vantaggi e meriti quindi di venire ap- prezzata
convenientemente dagli studiosi Mentre per la continua specializzazione di
tutte le scienze, ogni ricerca va via via ramificandosi e quasi allontanandosi in
modo indefinito dalle sue prime ori- gini, è ben naturale che si venga sempre
meglio a dimostrare che tuttavia i suoi risultati non rimangono isolati,
smarriti, e quasi inschistatì recÌprocament«, ma si articolano di per sé stessi
naturalmente con tutti gli altri in questa splendida e viva cooperazione di
tutti gii organi della scienza che si va compiendo poco a poco — ma quasi
inconsciamente — per rifare nello spirito nostro quella sintesi che già trovasi
effettivamente nella natura. A. Pu>OKi, jbpra In teoria deOa Sdenta.
U.g,l:«lov Google § 2. i.Da11sl ed apprezzamento della Lo^ea matematica. 1. In
base ai rianltati ottenuti nelle nostre ri- cerche possiamo dire che la Logica
matematica è la prima applicazione inconsapevole del nostro principio fondamentale
della convertibilità delle idee primitive. Essa si presenta infatti come un
tratto di unione tra la Logica pura e la Matematica e facendo oso di nn sistema
coerente di notazioni simboliche, con nn piccolo numero dì nozioni primitive
procede alla co- struzione delle definizioni di tutte le altre nozioni de-
rivate. È quindi prezzo dell'opera l'esaminare se il poco materiale adoperato
dalla Logica matematica si accordi meno con quel sistema fondamentale d' idee
primi- tive che fu da noi riscontrato a tennine delle nostre analisi di Logica
e di Matematica. Se tra i due sistemi di idee primitive si verificasse una
contraddizione vi sarebbe un errore da una parte o dall' altra. Ora, se- condo
quanto è dichiarato nel Fomwlaire de Mathé- maiiques (Tome II, n. 3, Turin
1899, pag. 12): ' Noua rencontrons trois idées primitives dans l'Arithmétìque
et trois daus la Geometrie. Dans la Logiqne le nombre des idées primitives est
plus grand. On en trouvera une
analyse dans -^^ ^i g- Siccome noi abbiamo incon- trato tre idee primitive
nella Logica, si potrebbe per- tanto credere, a tutta prima, che le nostre
ricerche si trovino contraddette dai risultati della Logica mate- matica. Per
il sicuro fondamento del nostro lavoro s'impone quindi un'analisi accurata
delle idee assunte come pri- mitive dalla Logica matematica. Tale è in parte
l'assunto di questo capitolo. Prima però di affrontare direttamente l'esame
delle no- zioni primitive, crediamo opportuno — per comodità dei nostri lettori
— • di accennare a larghissimi tratti come fra i due campi distinti della
Logica e della M^atema- tìoa sia venuto ideandosi prima ed erigendosi poi sopra
solide basì, un edifizio scientifico cosi importante che offre tanto ai
filosofi quanto ai matematici il doppio vantaggio del rigore e della
semplicità, sia rispetto alla teoria della conoscenza logica in genere, sia
riguardo alla teoria deUa conoscenza matematica in specie. Giova notare
anzitutto che questa scienza fin dalle prime analogie annunziate profeticamente
dal grande Leibniz (1646-1716) &a le operazioni della Logica e qnelle della
Matematica, ai poderosi incrementi ag- giunti per opera di Lambert (1728-1777),
Segner (1740), De Morgan (1806-1871), Boole (1815-1864), Hauber (1829), Jevons
(1864), Peirce (1867), Me-Coll (1878), Frege (1879), Schrtìder (1877-90-91-95),
e del nostro Peano che l'introdusse in Italia nel 1888 e di molti altri che vi
cooperarono alacremente, e in particolar modo del Burali-Forti, del Padoa, del
Pieri e del Vai- lati, malgrado la difficoltà del metodo ideografico sim-
bolico non famigliare a tutti, ha fatto e fa di giorno in giorno rapidissimi
progressi, apprestando alla ricerca ed alla dimostrazione matematica uno
strumento euri- stico e didattico sempre più sicnro e fecondo e rife- renze
filosofiche non ancora ben chiarite ma della mas- sima importanza, benché
ottenute con scopo puramente scientifico. Nella * Rivista di Matematica , del
Peano, T. 7, pag. 8, si trova l'elenco di 67 memorie pubblicate su
quest'argomento nell'ultimo decennio. Altre sono da aggiungere. »ibv Google 3.
Secondo il Peano la Logica matematica è la scienza che tratta delle forme dì
ragiouaraento che s'incontrano nelle varie teorie matematiche, rìdncendole a
forinole simili alle algebriche. Basa ha comune colla logica di Aristotele il
solo siUogismo (1). Uno dei risal- tati più notevoli end si è giunto — osserva
inoltre lo stesBO Peano al qoate si deve la creazione di quel For- mulario di
Matematica che rimarrà nella storia come monumento scientifico della operosa
genialità dello spi- rito matematico italiano (2) — si è che con un numero
limitatissimo di segni si possono esprimere tntte le relazioni logiche
immaginabili, sicché aggiungendovi dei segni per rappresentare gli enti
dell'Algebra o della Geometria si possono esprimere tutte le proposizioni di
questa scienza (3). Non è senza importanza notare, a questo riguardo, che tale
risultato fu ottenuto osservando, in primo luc^o, che nelle scienze
matematiche, come in i^ni altra scienza, non compaiono altro che idee e giudizi
variamente com- binati fra loro, e quindi è sommamente opportuno cominciare a
studiare separatamente prima le idee poi i giudizi; in secondo luogo, che le
idee delle scienze matematicbe appartengono in porte alla Grammatica generale o
Logica, in parte alle discipline matematiche speciali; e che tanto delle prime quanto
delle seconde la Logica matematica ha stabilito una rigorosa clos- (1) <
Revue de Mathématiquea >, publiée par 0. Piano, tome VII, n. 3, 1901, pag.
169. (3) Vi cooperarono in modo particolare : G. Barali^Forti, F. Castellano,
M. Chini, A. Padoa, H. Pieri. G. Vacca, 0. Vailati, G. Vivaoti e molti altri.
(S) < Rivista di Matematica >, 1891, PrineijA di Logioa matematica. Nota
di G. Peano. sifieazìone,
rappresentandole, per i bisogni del calcolo, con segni o simboli ide<^afici
oonispondentì. 4. Prendendo le mosse da questi preliminari, co- minciamo a
notare che tutte le idee logiche generali che incontransi nelle pubblicazioni
matematiche — e segna- tamente in quello che si dice, con molta proprietà, il
dizionario di matematica — sono ridnttìbili m simboli ideografici segnanti : è
uguale, classe, è (un), tale. — cls e 3 n u — A 3 i > assordo, esiste. a, b,
... Lettere variabiU per indicare degli og- getti qualunque, parentesi per
indicare l'ordine di rag- gmppamento dei segni. Sono in tatto quattordici segni
di nozioni generali che possono ancora a mente dei più competenti autori di
Logica matematica essere ridotti ad un nomerò assai minore. Il Borali-Fortì,
in&tti, nel SUO Trattato »ibv Google di Logica matetnatìca pone nell'elenco
dei segni ap- partenenti alla Logica i Begnenti (1): si deduce, è equivalente,
Se ne aggiungono tre altri: 7 I cls I classe (nome comune) o attribnto, 8 a, b,
... indÌTÌdno (nome proprio) o soggetto, 9 I ()<[]' Il I punti parentesi, di
cui si la aso implicito ed esplicito comunemente; e risultano in tutto nove
s^ni di nozioni generali fondamentali. ' Per mezzo di questi segni logici e dei
segni propri di tua determinata scienza, possiamo esprìmere tutte le
proposizioni della scienza stessa , (1. e, pag. 10). n Peano nel suo Formulaire
de liathimatiques (tome II, § 1, LogÌf[Ue Mathématique, 1897) scrìve: ' Far les
sis notations précédentes (k, c, Q, a .b ..., O, n ) nous définirons
symboliquement tontes les idées de Logique eieeptées celles qui figurent dana
les P 70 et 100 , (pag. 27). Aggiungendo pertanto alle sei prime queste due
ultime idee: coppia (P70), negazione (PlOO) si ottiene l'elenco seguente: (1)
C. BcRAU-FoRTi, Logica matematica. Manuali Hoepli, Milano, 1894, oap. I,
Nozioni geoeralf, pagg. 1-9, »ibv Google 1 K 2 € 3 (),[], Il 4 «, b. ... 5 6 r.
7 («,S) 8 classe, è un, parentesi o
pantì, lettere Tariabilì, deduzione, affermazione simultanea, coppia,
negazione. S. Perchè la nostra analisi riesca accorata e com- pleta prendiamo
in minnto esame ognnno di qnesti otto segni, premettendo che essi possono
venire immedia- tamente raggruppati in due categorie: 1° termini nominali, o di
materia, o di quantità; 2° termini verbali, o di forma, o di qnalità, o di
relazione, o d'operazione. Nella prima categoria ne porremo due: I. - classe di
enti o di oggetti (nome comnne). n. ' individuo, lettere variabili
rappresentanti enti o oggetti individnali indeterminata qualunque a, b ... e,
a' (nome proprio). Nella seconda cat^oria raggrupperemo tatti i sei rimanenti :
parentesi ponti, (),[],!! affermazione simoltauea o prodotto lo- gico, coppia,
negazione. 6. Per quanto riguarda la prima categoria ci li- mitiamo ad
osservare che: »ibv Google 1° il termine ' classe , aìgnifica nome i idea
generale, Urminus, 6poi;, fivofia, concetto, campo, gmppo, insieme di oggetti,
sistema, categoria d'enti, Mettge, Begriff. La classe è considerata
esclusivamente dal pmito dì vista dell'estensione, poiché: " Dana nne
classe nons considérons seolement la propriété de con- tenjr des individus et
de ne pas contenir d'antres in- dividua , (p^. 39). Da ciò risalta che il
concetta di classe non è distinto da qnello di somma logica o estensione; 2° il
termine " letìere variabili , a, b, ... x, y, z, designa degli oggetti
qnalnnque o più propriamente degli individtd o enti particolari o nomi propri.
In consegnenza di che possiamo concladere riconoscendo circa questa prima
cat^oria la perfetta conformità tra i due enti della Logica matematica : classe
e individuo da on lato, e i due enti corrispondenti: idea di classe e idea di
individao, riscontrati nella Logica para. 7. Per quanto riguarda la seconda
categoria, dob- biamo cercare di ridurre i sei enti logici rimanenti al minor
nomerò possibile. Il compito ci è agevolato, for- tunatamente in qualche parte,
dal Peano medesimo che nelle sue acute note dichiarative del ' Formulario , non
manca mai di accennare alla possibilità ed al modo di introdurre una maggiore
semplificazione nell'elenco delle idee logiche assunte come primitive. In base
qtiindi ai risultati analitici già ottenuti dal Peano e alle nostre personali
ricerche osserviamo: 1° n termine " parentesi o punti , non è pri- 'mitivo
non essendo altro che un segno convenzionale indicante i raggruppamenti dei
termini. Si noti anzi tutto che ' nel linguaggio ordinario non vi sono pa-
rentesi , (Peano, loc. cit., pag. 23). Da ultimo si ponga »ibv Google DILLA
LOaiOA HATIHATIOA 97 meste che raffennozione o posizione stessa di qua- lunque
termine idea è ^& di per sé stessa ana li- mitazione, a separazione o
raggrappamento distinto di termini. Qnindi non occorre dar origine ad nn segno
nnoTo per significare ciò the si verifica già nella po- sizione mentale
distinta di ogni ente che è sempre una posizione di limite o di limiti. Questa
riduzione non è ancora ammessa dal Peano. 2° n termine " non , (— )
significante la nega- zione, non è primitivo potendosi definire mediante ì
termini seguenti: ols. e, O, " , u , e in modo partico- lare, mediante
l'idea deUa somma lo^ca come è già provato dal Peano stesso (op. cit, pag. 45,
P257). In verità, come in Aritmetica abbiamo posto che quando sia noto il
significato del segno -f- si può, dal- l'idea dell'addizione espressa dal segno
+, dedurre quella della sottrazione, espressa dal segno — , giun- gendo
all'ordinaria definizione: un numero si dice la didTeFenza di altri due numeri
disuguali quando som- mato col minore di essi dà per somma il maggiore (1),
così in Logica matematica potendosi esprimere il segno — facendo uso
segnatamente del segno >-< e potendosi esprimere (P241) il segno u
facendo uso delle idee primitive introdotte con le P 1 — 7 " l'idée de la
négation n'est pas primitive , (Pzino, op, cit-, pag. 51). 3° La notazione '
{x, y) , è introdotta dalla P 70 per indicare la coppia formata dall'oggetto x
e dal- l'oggetto y. Questa coppia è considerata come un nuovo oggetto.
Analogamente (x, y, z) designa la tema degli (1) Quando la frase disuguali
significhi uno maggiore delCaUro e non non uguale il che implica altre
proprietà dei anmeri, Cfr. Burali-Porti, op. cit-, pag. 132. U.g,l:«lov Oggetti
x,y,zo se si vuole la coppia formata della coppia {x, y) e dell'oggetto z. Ora
questa nuova nota- . zione può essere considerata come derivata j>er le ra-
gioni seguenti. Si noti che la coppia [x, y) por non essendo immediatamente
riducibile né alla somma logica dei due oggetti (affermazione disgiunta) {x -{■
y], uè al prodotto logico dì essi (affermazione simultanea) (x X vX è però
riducibile alla forma: ' {x, y) è un individuo della classe a dove a è una
classe dì coppie determinate, cioè l'affermazione simultanea delle proprietà di
x ed y che soddisfano ad una stessa condizione. , La relazione fra i due enti
dati viene così espressa da una condizione o più propriamente da nu sistema dì
condizioni ira i due enti variabili che si risolve nel fatto d'un 'affermazione
simultanea o prodotto logico delle condizioni date. La notazione {x, y) quindi
è rì- duttibile alle nozioni generali dell'inclusione e dell'af- fermazione
simultanea. 4° D termine ' e „ ( « ) significante prodotto lo- gico affermazione
simaltanea o congiunzione è o non è primitivo? Notiamo, anzi tutto, che il
prodotto logico dì due classi a e 6 non essendo altro che la classe comune alle
due classi date, cioè la classe comune ia cui le due classi a e b sono
contenute simultaneamente, sì risolve nel fatto della congiunzione simultanea
cioè dell'inclu- sione logica delle due classi. Difatti r affermazione
simultanea deUe due classi a e 6 designa che l' insieme delle condizioni che
defi- niscono una classe è incluso nell'insieme delle condi- zioni che
definiscono l'altra, ciò che costituisce appunto il prodotto logico delle
classi corrispondenti. L'espres- sione ar-b, più comunemente o6, si può dunque
■ leggere: l'inclusione simultanea delle due classi a e & »ibv Google DELLA
LOGICA MATSUATIGA 99 in una classe comprensiva comune, oppure la elasse a è
contenuta comprensivamente nella classe b. In altri termini: il prodotto logico
si riduce all'affermazione simoltanea di classe in classi, cioè aU' ìndnsione
si- multanea delle classi. Ed è tanto vero che il prodotto logico iudica inclu-
sioni cosi di classi come di proposizioni, che dal pro- dotto logico ab, per
esempio, si può dedurre a per la sola ragione evidente che a è inclnso in ab ;
come è chiaro che da un prodotto si possono dedurre i suoi fattori, per la
semplice ragione che sono logicamente contenuti nel prodotto medesimo. Donde
risulta che dato per ipotesi {che noi verremo tosto a giustificare) che uno
qualunque almeno dei tre termini che ci ri- mangono da definire, €, O, ^, sia
riduttihìte all'idea d'inclusione, noi potremo sempre scrivere un'eguaglianza
di cui il primo membro sia a ri 6 e il secondo un'espres- sione dove non
figurano che le tre idee E, 0, =^. Dunque il termine /^ non è primitivo.
Questa riduzione non è ancora ammessa dal Peano il quale scrive ; ' Toutefois
nous ne pouvons pas écrire une égalité dont le premier membre soit a r\ b et le
deusième une expresaion où ne fignrent qne des idées prìmitives , (p^. 32). Giova però ritenere che il Peano
stesso intravide già la parziale riduttibilità della moltìplicazioue logica,
quando scrisse a proposito della P 74 : ' La P 74 contieni les deus précédents.
Si
l'on snp- prime la lettre y, on obtient la P 15. Remarquons qne dans te premier
membre de l'égalité ne figure pas la mnltiptication logique, qui figure dans le
second. Donc la moltiplication logique, donnée comme idée primitive (P6), est,
dans quelqnes cas, réductible ,. Ora speriamo di aver provato, per le osservazioni »ibv Google
100 PARTE 1. — CAPITOLO \ precedenti, che la moltiplicaziQne logica è
rìdnttìbile in tnttd i casi. 5° n tennine * dunque , (o) aignifie&nte: 1° è
contenuto (tra claBsi); 2° si deduce (bra propoaiziom) ; è o non è primitiyo? À
questo riguardo è bene osservare che il Peano ha già trovato che " on Toit
la possibilitó de remplacer l'idée de la dédnctlon donnée comme primitire (P5),
par l'idée de l'addition lo^que . (pag. 46). La somma logica, a sua volta, non
è posta — come è noto — neU'elenco deUe idee primitÌTe perchè si può costrnire
una proposizione (P 241) contenente ' dans le premier membro la somme logique
a^b, et dans le second une expregsiou composée par les signes K, E, 3, ri , où
ne figure pas le signe — . On pomrraìt donc la prendre pour
définition dn signe u , indépen- dante de la négatìon , (pag. 44). Gif) premesso, si noti che i due
sensi riferiti della deduzione (è contenuto; si deduce) si riducono entrambi al
concetto unico d'inclusione. Infatti, nel primo si- gnificato (è contenuto ;
tra classi) la relazione di con- tenenza è già espressamente indicata dalle
parole stesse che si adoperano per la lettura. Al quale oggetto av- verte lo
stesso Peano (Dizionario di Matematica, p. 164) alla parola * contenere = (la
classe a è contenuta in 6) ^= (dall'essere a si deduce l'essere 6) ^ (a O 6). ,
Quanto al secondo significato (si deduce ; tra propo- sizioni) ricordando che
il segno O non è altro che la lettera iniziale rovesciata del termine "
conseguenza , [(j) Oq)=^iq è conseguenza di p)}, è facile intendere che
coll'nso della deduzione non si & altro che afEer- mare che la proposizione
ji o conseguenza (tesi) è con- tenuta nella q o proposizione precedente
(ipotesi). »ibv Google PILLA LOGICA HATIHATICA 101 Con ciò rìprendifuno ed
applichiamo an grande pen- siero di Leibniz il qoale non ha mai cessato d'insi-
stere stilla profonda analogia ohe passa tra le relazioni di deducibilità o di
equivalenza di proposizioni e le relazioni di inclaaione o di coincidenza di
classi. ' Quest' idea contenuta nel Saggio portante il titolo : GeneraUs
inquisitiones de analyai notionum et veri- tatttm (1686) sembra essere stata
snggerìta a Leibniz — avverte acutamente il Vailati — dal ' parallelismo , (gìh
notato da Pascal) tra i processi di dimostrazione e dì riduzione delle
proposizioni le one alle altre. Allo stesso modo — ^li osserva — come la
proposizione ' A est B , significa che le condizioni richieste per
l'spplicadone del nome A implicano, o contengono, le condizioni indicate dal
nome B, così la proposizione: " Si A est B, Cesi D , esprime che
l'affermazione (1) A est B, contiene o implica come conseguenza la pro-
posizione ' C est D ,; per modo che essa può essere indicata con : ' {A
continet B) continet { C continet D) , O anche; ' {A est E) est {C est D).
" La perfetta conformità tra le proprietà della co- pula ' est f (o '
continet „), nei due oasi, è da Leibniz riconosciuta ed enunciata in modo non
meno chiaro ed esplicito di qnanto avvenne più tardi per parte dì Peano (1888)
e ScbrOder (1891): ' Per A aut B intel- ligo vel terminum vel enunciationem ,
(Coutukat, pa- gina 355), (2). Tra r inclusone delle classi espressa dal primo
si- (1) < Cum dico A est B, et A. et B sunt proposiliones, in- tetliffo ea A
segui B > (Couturat, pag. 3S&, nota 1). (Nota del Vailati). (2) G.
Vailati, < Revue de Mathématìques », tome VII, n. 3, Turin, 1901. pagg.
155-56. »ibv Google gnificato e l'inolusione o deducibilità delle proposizioni
espressa dal secondo, non passa quindi ana differenza essenziale ma solo di
grado o di complessità di termini. In ogni caso colla deduzione non si fa altro
cbe espri- mere l'inclasione sia di classe in classi sia di propo- sizione in
proposizioni. Posto dunque che l'idea d'in- clusione sia primitiTa, ne viene
che l'idea di deduzione deve — per rispetto ad essa — ritenersi come derivata.
Giova ancora notare, prima di passare all'analisi del- l'ultimo ente logico
proposto, la grande relazione che intercede fra la moltiplicazione logica e la
deduzione, le quali non sono altro cbe operazioni che sì derivano o proprietà
che si deducono logicamente dallo stesso concetto primitivo dell' inclasìone,
6° Fissiamo ora la nostra attenzione sul termine ° e „ significante è un. Nel '
Formidaire de Mathimatiques , (tome II, § 1, Logique Mathématique, pag. 20) si
avverte; " Soit a un t; nous éerirons a; e a pour indiquer la propo-
sition singulière " a; est un a ,. Le signe t est l'initial du mot ioli. Selon la notation 2
(e), qae nons venons d'espliqner, la formule x e a, si a n'est pas une k, n'a
pas de significatìon. , Da ciò risulta chiaramente che questo termine è con-
siderato dal punto di vista dell'estensione, quindi la proposizione singolare
a; € a in cui x è il soggetto, a il predicato, vuol dire x è un individuo
contenuto nel- l'estensione della classe a; in altri termini ' snbjectom inest
praedicato , {De indimduis loquimur non de ideia). Il segno £ si legge pertanto
in tutti i modi seguenti: è un, è un individuo di, è in, è contenuto in, è nel-
l'estensione di, appartiene a, fa parte di. In ogni caso denota l'affermazione
dell' inclusione d'un indivìduo in una classe; la relazione dell'individuo alla
classe; del »ibv Google DELLA LOGICA UATEUATICA 103 soggetto (nome proprio)
all'attribato (nome comune) d'una proposizione particolare gratomaticalmente
sem- plice. Nell'intento di porre in luce la differenza clie passa tra i segni
é e O il Burali-Forti scrive opportuna- mente (1): " T segui £ e o si
leggono spesso nel lin- guag^O comune nei medesimo modo. Dicendo , per esempio,
* l'uomo è un bipede , intendiamo dire * ogni uomo è un bipede ,, e traducendo
in simboli scrì- viamo Uomo O Bipede e non uomo t bipede, poiché con quest'
ultima forma trascuriamo ogni o l' arti- colo lo, che dà alla frase il suo
esatto significato, Se alla parola oro diamo il significato chimico di corpo
semplice, allora scriviamo : oro e corpo semjdice e non oro O corpo semplice.
In generale scriviamo a e 6 quando a è un individuo (o è considerato come tale)
di una classe (la classe b); scriviamo a06 quando a {e b) è una classe. La
differenza essenziale tra i segni e e 3 sta in questo che mentre dalle
affermazioni simul- tanee aob .boe, aib.boc, ai può dedurre (P 8, 9) che aOe o
a e e, dall'affermazione simultanea aib.btc nulla si deduce, essendo b
considerato prima come classe, poi come individuo di una classe. Così, p. es-,
nulla si deduce dall'affermazione simultanea della pro- posizione heNp, Np€.
(classe contenente infiniti in- dividui). , 8. Ora questa distinzione sta bene.
Noi abbiamo as- solato bisogno di dar uu segno particolare tanto all'affer-
mazione di inclusione di un individuo in una classe (e), quanto all'
affermazione d' inclusione d'una classe in una classe (O), come abbiamo
bisogno, per esempio, (1) BuHALi-FoHTi. di toner separato conto delle varie
proprietà de! pro- dotto e della somma e di dar segni particolari alle idee
derivate di prodotto, di somma, di egaaglianza, di negazione, di assurdo e via
discorrendo. Tuttavia la differenza notevolissima tra i due segui £ e 3 non ci
deve impedire di riconoscere che un solo concetto veramente primitivo, quello
di affermazione d'inclu- sioue — variamente applicato, a seconda che si pone
come soggetto o l'uno o l'altro dei due termini no- minali assunti come
primitivi nella prima categoria (classe oggetti individoali variabili) — sta
sotto tutti: segni assunti finora e riferiti ed è capace di dar ori- gine a
tutte le operazioni logiche necessarie alla co- strazione della Logica
matematica. À qualunque individuo un po' adulto è famigliare il concetto
dell'inclusione ; rispetto ad essa, per couse- ^enza, non esiste alcuna
arbitrarietà avendo esso un significato a tutti noto. Quindi, per noi, definire
i ter- mini: inclusione d'individuo, deduzione, somma, pro- dotte, eguaglianza,
differenza, ecc., significa solo deter- minare le proprietà più semplici
derivanti dai vari rapporti cke possono intercedere tra i tre termini pri-
mitivi: classe, individuo ed inclusione. Le operazioni fondamentali della
Logica si possono dunque ottenere quando si sia dato un significato alle frasi:
" includere un individuo in una classe ,, inclu- dere nna classe in una
classe „, ecc., con un'applica- zione che i lettori esperti possono fare da sé
medesimi. Giova ancora rammentare che queste operazioni non si possono neppure
pensare senz'ammettere che esse si compiano successivamente cioè una dopo
Vàitra, con un procedimento che non è quindi essenzialmente distìnte da quello
che si compie in aritmetica, in geometria ed in fisica rispetto all'idea di successione,
raf^reseutazione dì ponto in posto, moto, tempo. Coti a rigor di logica con
questi tre soli segni; classe, let- tere vuriabili, incltiBione, si potrebbero
esprimere tatte le idee della Logica, indipendentemente dalle difficoltà
materiali che si incontrano in tale rappresentazione ed in modo affatto analogo
a qoanto si verifica e sì conclude nell'analisi della teoria dei nnmeri interi
(1). È soltanto per evitare tale difficoltà che, per definizione, pokemo dunque
continuare a porre e, O, r^ , 'J , ^, —, ma questi segni derivati non sono
necessari. 9. Dunque con successive riduzioni dei vari witi logici considerati
come primitivi dalla Logica mate- matica, noi siamo giunti a conservarne solo
tre rap- presentati dù termini : * classe, individuo, inclusione a, disponìbili
tmcbe nel modo seguente: 1° termini nominali { . ^. .' I individuo, 2' termini
verbali: inclusione. 10. Un'ulteriore riduzione non sembra possibile. Questi
trs termini fanno perfetto riscontro con quelli che abbiamo già trovato
nell'analisi della Logica (<3ram- maldca, Logica naturale, Logica pnra),
della Matematica (Aritmetica, Geometria), della Fisica (Fisica matematica.
Meccanica razionale); essi rappresentano quindi idee primitive, idee semplici,
che qualunque uomo possiede, e ohe noi definiamo in sì elesse (2) ammettendo
che, per esse, sieno vere certe proprietà dalle quali possono dedursi
logicamente le altre. (1) BcRiLi-FoBTi, op. cit., pagg. 130.140. (2)
BuBALi-FoBTi, op. dt., pag. 136. A. Fastobs, Sopra la leoHa ddla Scieiaa. U.g,l:«lov
Non poteado entrare per ora nei particolari dell» applicazione di tali
proprietà, che chiamiamo fonda- mentali perchè risaltano immediatamente dalla
posi- zione delle tre idee primitive, concludiamo con ona osservazione della
massima importanza circa la posi- zione ed il valore stmmentale della Logica
matematica e la sua definizione. 11. Che le idee espresse dai tre termini
riferiti sieno le più semplici che la mente nostra abbia ri- guardo agli enti
della Logica matematica, risulta evi- dentemente dall'analisi da noi fatta. Che
tali idee non differiscano essenzialmente da quelle tre che abbiamo riscontrato
nelle analisi corrispondenti deUa Logica e della Matematica, è provato
dall'elenco delle idee primitive riferito nel capitolo IV. 12. Da ciò risulta
che per esprimere tutte le pro- posizioni di una determinata teoria matematica
non è affatto necessario aggiungere ai segni propri di questa scienza i segni
speciali appartenenti alla Logica. Una esposizione rigorosa dell'Aritmetica e
della Geometria infatti non solo può fai-si in modo del tutto indipen- dente,
cosi dalla Logica in generale come dalla Logica matematica in particolare, ma
deve farsi assolutamente in sé stessa, senza bisogno di ricorrere ai segni
logici, poiché le idee primitive della Logica non essendo essenzialmente
differenti da quelle della Matematica — ado sono introdotte nell' organismo di
un' altra Dza — non fanno altro che generare un duplicato )mbrante
l'esposizione e alterare l'unità e l'armonia B leggi scientifiche. Tali sono le
esigenze della ttnra e direi quasi dell'architettura tipica delle e scienze.
Questa conseguenza è inevitabile. I nostri lettori sono quindi in grado di com-
prendere che il Formulario di Matematica è ancora snscettibile d'una ulteriore
semplificazione nel senso che tatto l'apparato della Logica matematica può
essere radicalmente soppresso con grande vantaggio del rigore e della
comprensibilità, giacché ognuno comprende agevolmente che la differenza tra
queste tre categorìe di enti primitivi : / l classe !• Logica I \ individuo '
inclusione 2* Aritmetica } \ uno ' successione Ìl classe di punti \ un punto
moto non è che apparente, riducendosi esse ^ in ultima analisi — ad un sist«nia
fondamentale comnne. 1 4. Posto dunque il principio fondamentale della piena e
mutua couvertibUità delle categorie logiche, aritmetiche e geometriche, ne
risalta che è tanto esatto l'asserire che la Matematica è un processo logico,
quanto l'affermare che la Logica è un processo matematico, in conformità di
quanto fa da noi stabilito nella conclu- sione del capitolo I?. Anche la st«ssa
definizione della Logica matematica deve per conseguenza venire modificata.
Infetti la de- finizione che si riscontra nel Dizionario di Matematica del
Peano: ' La Logica matematica è la scienza che * tratta delle forme di
r^onamento che s'incontrano »ibv Google 108 PABTX I. — OAPITOtO V. " nelle
varie teorie matematiclie, riducendole a formule ' simili alle algebriche ,
(p^. 169) è ammissibile solo nel caso che si ritenga necessario, per esprimere
tutte le proposizioni di una teoria matematica determinata, aggiungere ai segni
propri di questa determinata teoria matematica anche i segni propri della
teorìa logica. E in vero £nora fa ammesso comunemente da tutti gli scrittori di
Logica matematica che le idee deDe scienze matematiche appartengono in parte
alla Gram- matica generale o Logica, in parte alle discipline ma- tematiche
speciali e che tanto delle prime quanto delle seconde la Logica matematica ha
stabilito una rigo- rosa classificasione rappresentandole per i bisogni del
calcolo con segni o simboli logici e matematici corri- spondenti. Ora però
risultando provato che la Logica e la Matematica hanno nn contenuto d'idee
primitive comune e potendo, anzi dovendo, a, rigor di logica, la disciplina
matematica essere esposta assolutamente in sé stessa senza bisogno di ricorrere
ai segni della disciplina logica, la definizione più ovvia deUa Logica
matematica appare la seguente. 16. La Logica matematica è la scienza che sosti-
tuisce la formalità della Matematica aUa formalità ddla Logica neìla
trattazione delle idee primitive che sono comuni alle due scienze. Questa
definizione ha — a parer nostro — il van- taggio di porre in evidenza: 1° che
la Logica matematica non ò altro che una "^'""iplina che tratta
della formalità lo^ca dal ponto data della formalità matematica (un modello
mate- ico della Logica) (1); ) La veste matematica della Logica. 2" che la Lc^ca e la Matematica non
differiscono nel fondamento loro, perchè ammettono un sistema di idee primitivo
comnne ad entrambe. Qaesta definizione cliiarisce anche definitdTameDte la
posizione della Lo|^ca matematica nella classificazione generale delle scienze.
Dati ì tre ordini di scienze analizzati: Logica, Ma- tematica, Fisica; la
Logica matematica appare, come fti detto nel g 2 del capitolo presente, la
prima ap plicaidone scientifica del principio della piena e mutua
convertibilità delle idee primitive di queste tre disci- pline, non essendo
altro che la combinazione delle dne inrime formalità scientifiche date, (Logica
e Matema- tica). Ad essa tengono dietro tutte le altre discipline miste: Logica
sperimentale, Fisica matematica, Mec- canica razionale, ecc., che si possono
logicamente co atmire sullo stesso principio e da Un altissimo pnnto di vista
sono pienamente convertibili &a loro (1). (1) I due prìncipi della
convertibilitì e dell' uni Acabilità teorica delle varie idee primitive delia Logica,
della Mate- matica e della Fisica ci spingono ad ammettere che si po- trebbe
fare un Ftirmularìo sintetico, cornane aile varie di- ■eipline scientifiche. Il
che ai potrebbe ottenere portando le BBguenti modificazioni al Formulario di
matematica attuale: 1' La Logica dovrebbe essere redatta non per servire
all'esposizione della Matematica, ma in modo aaaolutamente indipendente
partendo dal puro sistema delle idee primitive ■tabilite e comprendendo nel suo
campo tutta quanta la teorìa della Logica pura. La Logica matematica, come
l'espoaizione della Logica dal punto di vista della Matematica, non perderebbe
la sua ragione di essere; soltanto si dovrebbe considerare come derivata
rispetto alla Logica pura ed alla Matematica pura; 2» La Matematica resterebbe
nel suo contenuto inva- riata nel senao che continnerebbe a derivare tutta
quanta dalle idee prìmitive stabilite nell'Arìtmetica e nella Geo- Chioderemo
qaesta rapida rassegna della Lo^ca matematica, notando come, anehe per qaeato
riguardo, il grande Leibniz senti già chiaramente il con- cetto generale di nn
nnico algoritmo operatorio (cahutus ratiociiiator) che gli fa come l'intima
sorgente di tatto le sue speculazioni ed applicazioiu generali tanto nel campo
logico e filosofico quanto nel campo matematico. U volume del Oontnrat, il
qnale raccogliendo un immenso materiale di ricerche logiche e matematiche
sparso nei vari scritin di Leibniz ~ che sì potevano prima consaltare tanto
difficilmente — ha reso an vero e grande servizio alla storia del pensiero
filo- sofico e matematico, mette in lace chiaramente che l'idea madre delle sue
ricerche l<^cbe gli fii suggerita da Aristotele, giacché dall'idea della
classificazione delle categorie aristoteliche sali all'idea di una classi-
ficazione de! giudizi, quindi giunse all'idea dell'alfa- beto dei pensieri
amani (Coutubat, pag. 35). A diciotto anni concepisce quest'idea che lo fa
esultare ' puerili quodam gaudio ,; e non ancora ventenne pubblica il metria.
Ma dovrebbe essere alleggerita dalla formallUi della Logica matematica, inutile
duplicato per una scienza che può coBtruirBÌ in sé stessa indipendentemente da
ogni altra. 3* La Fisica dovrebbe essere trattata collo stesso me- todo,
facendola cioè derivare dalle sue idee primitive stabi- lite e costruendola
pure in sé stessa indipendente. La Fisica matematica e la. Meccanica razionale,
come ap- plicazioni ulteriori del principio della convertibilità delle idee
primitive, cioè come studi della Fisica dal punto di vista matematico e logico
(razionale), non perderebbero la loro ragione di esaere, soltanto apparirebbero
derivate ri- spetto alla Fisica, alla Matematica ed alla Logica, come sono.
Tutte queste applicazioni scientifiche miate, esposte metodicamente, dovrebbero
quindi trovare anche il toro posto nel Formulario sintetico unico. »ibv Google
Ili Buo acrittò ' De arte combinatoria , di cui la logica d' invenzione, o
l'arte d' inTentare, è un'applicazione feconda. È estremamente notevole il
fatto che se l'opera ba molti errori di particolari ed imperfezioni provenienti
dalla giovinezza dell'aatore e dalla sua relativa igno- ranza delle
matematiche, l'aatore in segoito — por qnaliScandola nn ' essai/ d'eacólier ,
aggiunge : ' mais le fand est bon H j'ay basti la-dessus ,. Ohi ami seguire la
storia delle idee attraverso i vari sistemi dei pensatori potrehhe notare a
quésto punto che Leihniz non ha mai — in fondo — abbandonato il meccanismo
cartesiano, per quanto abbia sempre cer- cato di contrapporvi il suo dinamismo.
Àncb'egU finisce per ammettere che tutto nella natura deve potersi Spiegare
meccanicamente, soltanto aggiunge che le sor- genti di questo meccanismo fisico
universale sono da ricercarsi nella metafisica (ex aUiore eausa). Insomma in
tutta la sua opera il grande pensatore segue come la legge fisica ed
invariabile d'ou mecca- nismo ideale, nell'intento supremo di raziocinare,
nume- rare e geometrizzare sistematicamente tutto l'ordine scientifico deUe
cognizioni umane. »ibv Google »ibv Google PARTE SECONDA A. PxBTOBB, Sopra ìa
ttoria deUa Bcietua. U.g,l:«l Classificazione degli assiomi e controversie. 1.
Dopo d'aver preso cognizioue delle idee delle scienze astratte (Logica,
Matematica) e astratte-con- crete (Fisica — meno la Chimica) dobbiamo procedere
alla cognizione dei giudizi. Lo stadio dei gìadizt è, in certa gnifla, Io
stadio delle idee in azione. Ora, tatti i giudizi che compiono nella scienza ai
dividono in dae categorie: 1* giadizi primitivi espressi da proposiziODÌ pri-
mitive (assiomi, postalati); 2* giadizi derivati espressi da proposizioiii deri-
vate (teoremi, corollari), secondo che si possono o non si possono dimostrare.
Dimostrare tuia proposizione significa ottenerla, com- binando convenientemente
te proposizioni ammesse. Quindi — avverte giustamente il Peano (1) — alla ,
pag. 25. To- si domanda: una data proposizione si paò dimostrare? si puCi
soltanto rispondere, qnando si sia esplicitamente detto di qaaìi proposizioni
ci possiamo servire. Ora il semplice criterio intnitivo non è punto in grado di
farci riconoscere iuunedìatomente a quale categoria ap- partenga una data
proposizione, perchè se noi ci ab- bandoniamo a quel carattere di subitanea
unità e im- mediatezza, con cui s'intuiscono le varie proposizioni elementari,
non possiamo più affatto immaginare che esse possano essere invece dei processi
logici composti e decomponibili in vari elementi diversi. DÌ più noi dobbiamo
ammettere che cert« supposizioni assioma- tiche sono essenzialmente vere e di
fronte al giudizio nostro perfino necessarie, dando però a questa parola ■
necessità , il senso di pura esigenza logica , eretta sul semplice fatto della
necessità dell'abitudine di non cadere in contraddizione — perchè, in ogni
caso, il giudizio assiomatico suppone sempre il giudizio mede- simo come
autorità della sua verificazione e si sup- pone tale perchè ogni altra
supposizione logica suppone sempre la stessa autorità del giudizio. 2. In
questo capitolo ci occuperemo soltanto dei giudizi primitivi, o assiomi, o
postulati (1) della Lo- gica, della Matematica e della Fisica, cioè delle scienze
astratte e delle scienze astratte- concrete (meno la Chi- mica) secondo il
criterio della Classificazione delle scienze dello Spencer, criterio che io
ritengo piena- mente accettabile, almeno per ciò che si riferisce alla scienza
in senso stretto. Ora è ovvio osservare che se la classificazione ge- (1)
Alcuni fanno difierenza fra a coada del grado di evidenza. »ibv Google
CL&sairioAzioNH degli assiohi 117 nerole degli aasiomi segae,
ttatnralmente, la classifica- zione generale della scienza, il conclndere che
gli as- siomi sono di tre specie: astratti, astratti-concreti e con- creti ci
porta a toccare on argomento molto notevole. 3. In primo luogo, ritenendo che i
giudizi prì- mitivi delle scienze astratte o analitiche concernono
esclnsivamente le idee e le relazioni delle idee; e che i giudizi primitivi
delle scienze concrete o sintetiche riguardano esclnsivamente gli oggetti della
natura e le loro relazioni naturali, è facile scorgere qnant'ana- logia passi
tra questa classi Reazione dei giudizi pri- mitivi e la distiuzione fra le due
classi dei giudizi in generale, che fii vista e stabilita esattamente — pur
partendo da altri criteri — dal padre della filosofia em- pirista odierna,
David Hume. V hanno infatti — secondo Uume — due classi di giudizi. L'una
concerne le relazioni deUe idee, l'altra le cose di fatto. Il GuasteUa (1) -
che ha studiato, molto valoro- samente, tutta questa questione, partendo dal
criterio di David Hume — divide appunto i giudizi in due categorie: 1* a
priori, o sulla somiglianza (giudizi compa- rativi) ; 2° a posteriori, o sulla
esistenza (giudizi esi- stenziali). I giudizi comparativi -- per lui — sono a
priori nel senso che, per stabilirli non è necessaria l'ospe- (1)
Casuo-QcASTBLL*, Saggi sulla Teoria dèlta Cono' icema. Saggio primo ; « Sai
limiti a l'oggetto dalla Cono- scenza a priori t. Palermo, Remo Sandron, ed., rìenza
delle cose reali; poiché l'osservazione degli og- getti stessi può essere
soatituita dall'osservazione delle idee di qaesti oggetti. I giudizi
esistenziali o positivi sono invece sempre a posteriori percbè, per stabilirli,
non possiamo dispensarci dall'esperienza, cioè dall'os- servazione degli
oggetti. Da qnesto ponto di vista, non si possono più ammettere giudizi a
priori sull'esi- stenza; dal primo ordine (dai giudizi comparativi) na- scono
quindi le verità necessarie; dal secondo ordine (dai giudizi esistenziali)
nascono le verità contingenti. Alcun giudizio esistenziale (concernente cose di
fatto) non può dunque essere necessario perchè l'opposto di ciascun fatto
rimane sempre possibile, non implicando alcana contraddizione (1). 4. n
Gnastella ha — secondo me — ragione di voler distinguere nettamente il caso
dell'osservazione delle idee, da quello delle osservazioni delle cose. ÀI primo
corrisponderebbero gli assiomi delle scienze astratte o analitiche, al secondo
quelli delie scienze concrete o sintetiche. Ma egli non ha veduto che vi ha
ancora un terzo caso che tramezza i due riferiti, ed (1) Aggiungiamo ancora che
l'apriorità dei giudizi sulla somiglianza consiste, pel Guastalla, nella
possibilità di co- noscere i rapporti tra le cose per la pura comparazione
delle idee, distinguendo sempre rigorosamente i casi dell'ox- tervaiione delle
idee dai casi deW'osservaiione degli og- getti. Con questa intesa,
riconoscendo, per esempio, che la ve- rità dell'affermazione contenuta' in una
proposìi^ione mate- matica è logicamente indipendente dalla verità a falsità
dell 'afFerm azione dell'esistenza di oggetti reali a cui questa proposizione
si riferisce, gli è possibile dichiarare che gli empiristi (fra cui egli si
schiera decisamente, pur conser- vando una posizione originale) hanno avuto
torto di negare è preciBamente quello delle scienze astratte-concrete che sono
costruite, parte eoli' osservazione delle idee, part« coli' osservazione degli
oggetti ed a cui compe- tono giudizi primitivi speciali. Di più non si vede
bene la necessità di dare un valore esistenziale ai soli gindizt ricavati coti'
osservazione deg'lì oggetti, riserbando il valore comparativo ai giudizi
ricavati dall' o ss eirvazione delle idee. Se tanto all'esistenza quanto
all'esperienza si ammet- tono due forme distinte : una o^ettìva ed estema (esi-
stenza ed esperienza delle cose), l'altra soggettiva ed intema (esistenza ed
esperienza delle idee) ; se si am- metta insomma che ogni giudizio implichi
sempre l'esi- stenza di un oggetto (sia reale, sia ideale) o dì rap- porti tra
certi oggetti (sia realmente esistenti fdori dì noi, sia semplicemente
rappresentabili) scompare ogni ragione di tener distinti ì giudizi esistenziali
(fondati sull'osservazione delle cose) dai giudìzi comparativi (fondati snll
'osservazione delle idee). Ora in ogni giudizio si può ben ritenere per accor-
dato che lo spirito postuli sempre l'esistenza o dì qualche Oggetto reale o
ideale o dì qualche rapporto. Né — a vero dire — si può credere di poter
respingere l'esi- Vapriorità deWe matematiche pare, che è, per luì, la parti-
colarità più Balìente per cui ai distioguono dalle acienze fl- aiche e da tutte
le altre scienze in generale; polche questa apriorità delle proposiaioni
matematiche non deve intendersi in nn senso che escluda l'origine empirica o
induttiva delle premesse di queste scienze (pag. 348). Ma io credo che questa
distinzione, che permette di es- sere apriorista ed empirista ad un tempo, non
introduca nesaoD vantaggio positivo nella terminologia. Più tosto mi pare che
dia luogo ad une grave confusione di linguaggio troppo magramente compensata
dall'utilitìi di poter adope- rare logicamente il vecchio termine a priori. steuza
oggettiva intesa in qaesto senso, per la ragione che molte volte il fatto
affermato nel giudizio non ò l'esistenza sia di oggetti reali sia di
rappresentazioni nostre di oggetti possibili, ma è che tra certe cose
(realmente esistenti o semplicemente rappregentabili) vi hanno dei rapporti
determinati di somiglianza, come distingue il Quastella (pag. 399). É facile
osservare che anche in questi casi si tratta sempre dell'esistenza d'una
relazione comparativa la quale però non c'impedisce di parlare di giudizi esi-
stenziali in un certo senso. Infatti non si parla, in tutti questi casi, di
rapporti che sono o non sono? Non si tratta di affermare che certi enti (logici
o ma- tematici) possono trovarsi in eerti rapporti determinati di posizione , e
di negare , al tempo stesso , che altri enti della stessa specie possono
trovarsi negli stessi rapporti ? 5. E fondandoci su questa innegabile esistenza
di rapporti a cui daremo il semplice nome di esistenza relativa (o comparativa)
per dtstingoerla dall'esistenza oggettiva la quale è duplice : reale o concreta
e ideale o astratta, che noi intendiamo di poter ammettere rigo- rosamente che
tutti i postulati in genere enunciano delle verità esistenziali. Per questa via
non siamo punto condotti a misconoscere il carattere delle affermazioni
comparative, giacché se è vero che noi non affermiamo mai nn fenomeno
isolatamente, ma sempre in congiim- zione o rapporto con altri fenomeni, è
altrettanto vero che noi non affermiamo mai nn rapporto isolatamente, ma sempre
in virtù di quei termini o fenomeni o oggetti (siano l'eali o ideali) senza cui
il rapporto medesimo non potrehhe affatto essere concepibile. £ giocoforza
pertanto ammettere l'esistenza dei termini (esistenza oggettiva reale o ideale)
se si ammette l'esi- stenza dei rapporti (esistenza relativa). Ben lungi dunque
dal ritenere che il carattere com- parativo degli assiomi delle scienze
astratte sia incon- ciliabile col loro carattere esistenziale, noi ci
limiteremo soltanto a distinguere esattamente — caso per caso — l'esistenza
relativa dall'esistenza oggettiva, e l'esistenza Oggettiva reale o concreta
dall'esistenza oggettiva ideale astratta, con notevole vantaggio del rigore e
della semplicità. 6. Ciò premesso passiamo agli assiomi logici. Ricordando che
si dicono primitive le idee di cui la definizione simbolica o nominale o
abbreviativa fa di- fetto e che le proposizioni primitive o assiomi non Èumo
aìtto che esplicare — col linguaggio ordinario — le proprietà più semplici
delle idee primitive (1), riesce possibile riconoscere — in linea generale —
che la posizione delle idee primitive, e, in modo partico- lare, che il numero
delle proposizioni primitive è im- posto dal numero delle proprietà delle idee
primitive medesime. Da ciò risulta che, siccome le idee primitive della Logica
sono due : idea e relazione, le quali si riducono poi a queste altre: essere e
relazione (2), cosi gli assiomi logici possono distinguersi nelle due categorie
seguenti : 1* assiomi logici dell'idea o dell'essere ; 2* assiomi logici della
relazione o del divenire. Nella prima categoria poniamo, come fondamentale, il
principio dell'identità (ciò che è è), (a ^ a), il quale (1) Definizioni in iè
stesse o dì terza specie, secondo la divisione del Burali-Fortì. (2) Cfr. Parie
I, Gap. IV. A. Pastose, Sopra In Uoria ddla Soienta. 16 U.g,l:«lov Google
consiste nell'affermare e riconoscere ad un tempo la natura e le medesimezza
d'una cosa (cosi umversale come particolare) con sé stessa; e presuppone
apponto il concetto universale dell'essere (l'essere è l'essere). H principio
di oontraddiaione non è che la forma negativa del principio d'identità, e non
esige quindi Nella seconda categoria poniamo, come fondamen- tale, il piincipio
della conseguenza modale (ciò che vale in nniversale vale anche in
particolare), il quale mostrando la relazione necessaria tra l'universale e il
particolare e indicando che dato nn fatto noi possiamo inferirne un altro,
serve di fondamento a tutti i nostri raziocini e presuppone appunto il concetto
universale della relazione o del divenire. È noto che tutte le ope- razioni
dell'intelligenza sono fondate sópra questi prin- cipi i quali riguardano
direttamente la ragione, e che da essi fannosi derivare tutte le umane
conoscenze. Questi principi — più poche altre verità assioma- tiche
particolari, egualmente evidenti per sé stesse, ciascuna delle quali enuncia
una proprietà caratteri- stica delle idee logiche primitive, snlle qoall non è
ora il caso d'insìstere — formano il sistema fondamentale delle proposizioni
primitive da cui si deducono tutto le altre proposizioni della Logica. 7.
Veniamo agli assiomi matematici. Siccome le idee primitive dell'Aritmetica sono
le se- guenti: numero e successione ; quelle della Oeometria: punto e moto; e
tutte si riducono ancora giustamente a queste altre: essere e divenire; ne
risulta che ì giu- dizi primitivi matomatici possono essere divisi in due
catogorie: »ibv Google OLABSIFIO'LZIONE DBCLI AaSIOMI 123 i aritmetici : a) del
nnmero o dell'essere ; b) della successione o del divenire; 2* assiomi
geometrici: a) del punto o dell'essere; bj del moto o del divenire. Poiché i
matematici moderni, con nna serie crescente di semplificazioni, si sono già
liberati cosi dei concetti inutili e mal determinati, come della maggior parte
dei postulati non indipendenti effettivamente cioè ir- redncibili fra loro; noi
non cercheremo, né di rifare l'analisi matematica delle proposizioni in
generale, che fa già trattata con procedimenti scientifici rigorosi, né di
passare in rassegna le proposizioni che dai più com- petenti si danno come
primitive. Per un più ampio studio sopra i postulati del nu- mero, il lettore
può ricorrere direttamente ai chiarì elenchi del Dedekind, che fiirono poscia
analizzati e perfezionati notevolmente dal Peano con lo strumento della Logica
algebrica; e per quanto riguarda i po- stulati della Geometria pub ricorrere
pure direttamente agli elenchi del Pasch, del Peano e del Pieri, ai quali si
deve in sostanza l'analisi, la posizione e la ridu- zione pìii rigorosa delle
proposizioni considerate at- tualmente come primitive. Qui mi limiterò ad
osservare che uno stesso sistema di assiomi è comune all'Aritmetica ed alla
Geometria. Agli assiomi sull'essere matematico (numero, punto, considerati ora
come classi ora come individuo) ten- gono dietro gli assiomi sul divenire
(successione, moto) in coi ai risolve il principio d'inferenza matematica
(successione dì numero a numero, o moto di punto in punto) analogamente a
quanto si può dire per il prin- cipio logico della relazione. »ibv Google 124
8. Passando ora agli assiomi fisici, e premesso che le idee prìmitÌTe della
Fisica si ridncono alle se- guenti: massa o spazio, moto o tempo, riducibili
alla loro volt» nelle altre due .- essere e divenire, si arriva necessariamente
a dividere gli assiomi fisici in due ca- tegorie : 1* assiomi delta massa, o
dello spazio, o dell'essere; 2* assiomi del moto, o del tempo, o del divenire.
Le verità assiomatiche speciali e relative alle pro- prietà caratteristiche di
queste due categorie di idee primitive non hanno neppur bisogno di essere
mento- vate nel presente campo, bastandoci di riconoscere che esse devono
essere analoghe a quelle corrispondenti, riferite nei campi della Logica e
delta Matematica. 9. Intesa ed applicata in questo modo la clas- sazione degli
assiomi logici, matematici e fisici, par- rebbe risolta ogni controversia. Però
le distinzioni clie furono rese necessarie dal caratteri che svolgonsi di-
versamente, secondo che riguardano i fatti astratti della Logica e della
Matematica e quelli astratti- concreti della Fisica, fanno risorgere alcune
questioni che non sono estranee all'argomento dì cai e' intratteniamo. Se si
riconosce pressoché da tutti il carattere puramente razionale degli assiomi
della prima parte delle scienze astratte, cioè della Logica; per contrario
intomo alla seconda parte cioè della Matematica, il Comte sostiene che nelle
Matematiche la parte puramente astratta e razionale è la scienza dei numeri
(Aritmetica e Al- gebra), mentre la Geometria e la Meccanica razionale hanno un
vero carattere concreto e naturale (Lez. 3*, t. I). La Geometria — egli dice —
deve essere consi- derata come una vera scienza naturale, solamente più
semplice e per conseguenza molto più perfetta di qualche ftltra... (Lez. 10*,
t. I). Altri notando che la Fisica ap- partieoe alla divisione delle scienze
astratto-concrete, Taole riscontrare in essa la sede di un invincibile dis-
sidio tra i giudizi primitivi dì carattere concreto e spe- rimentale 6 i giudizi
primitivi di carattere astratto e razionale. Bisogna dunqne considerare se e
come i fatti smentiscano queste pretese, 1 0. E dapprima occupiamoci
dell'affermazione del carattere esclusivamente concreto della Geometria e a più
forte ragione della Fisica. A questo riguardo, senza sforzarci di negare
l'affer- mazione del carattere concreto di queste scienze, pos- siamo per
intanto limitarci a riconoscere francamente che tanto la Geometria quanto la
Fisica matematica e Meccanica razionale hanno un innegabile carattere astratto
e puramente razionale. Ciò è provato ben chiaramente dal fatto che tatte quante
le proposizioni della Geometria, della Fisica matematica e della Mec- canica
razionale si deducono in ?irtìi del solo ragio- namento da nn pìccolissimo numero
di idee primitive ottenute, non già nel senso delle scienze concrete e na-
turali, cioè coll'osseiTazione delle cose esteme e natu- rali, ma coli
'osservazione delle pure idee, vale a dire appunto nel senso delle scienze
astratte e razionali, cioè della Logica e dell'Aritmetica. Le analisi dell'
idee primitive, compiute nella prima parte di questo saggio, riducono dunque a
zero il ten- tativo dì negare il carattere astratto e razionale cosi alla
Logica e all'Aritmetica, come alla Geometria e alla Fisica. Che si possa anche
parlare d'un carattere concreto e naturale sia per la Geometria ipoteticamente,
sia per la Fisica senza ombra di dubbio, non è Ìl caso né dì affermare uè di
negare, qaando si tratta di decidere intorno al carattere razionale della
Logica, della Ma- tematica e della Fisica, il qnale ad ogni costo rimane. Ecco
pertanto che cosa dicono i fatti, in primo laogo. 1 1 . In secondo Inogo se
vogliamo discendere all'e- .same del carattere concreto e naturale, non solo
della Geometria — ove la questione è difficilissima — ma della Fisica — ove
l'affermazione è ovvia — per essere giusti conviene riconoscere che passando
dalla Logica alla Fisica, noi passiamo dalle proprietà e dai rapporti
sperimentati fra le idee, aOe proprietà ed ai rapporti aperimentati &a gli
oggetti. Usciamo dal campo sog- gettivo della nostra mente per entrare nel
campo oggettivo della natora estema. Dall'esistenza e dalla comparazione ideale
passiamo all'esistenza ed alla com- parazione reale. Qnesta diversità del resto
è significata ben chiaramente dalla Fisica stessa, la quale dividen- dosi nelle
due parti: Fìsica sperimentale e Fisica ma- tematica, ci & comprendere assai
hene che la prima sta alla seconda come l'esistenza e la comparazione reale
stanno all'esistenza ed alla comparazione ideale. Molto esatto, è quindi
l'asserire che la Fisica speri- mentale ha un carattere filosofico
essenzialmente fisico, fenomenale, concreto; mentre quello della Fisica ma-
tematica e della Meccanica razionale è puramente lo- gico, razionale, astratto.
Infatti la parte concreta dì ogni quistione fisica è necessariamente fondata
snlla considerazione del mondo esteriore e non si risolve afl'atto in un
semplice se- guito dì operazioni intellettaalì. La parte astratta al contrario
quando essa è stata dapprima esattamente separata dall'altra, non consìste più
che in una serie di operazioni razionali più o meno prolungata. »ibv Google
0LAS8ITI0AZI0N1 DEGLI ASBIOHI 127 Ma queste considerazioni ci permettono solo
di con- cludere che non ai può risolvere il problema del ca- rattere astratto o
concreto, razionale o naturale degU assiomi fisici, né — a dir vero — alcun
altro pro- blema di questo genere, con una formula che stabilisca a priori e si
pretenda estendere a tutti gli assiomi delle scienze. Sotto quest'aspetto le
esagerazioni della scuola razionalista valgono quelle degli empiristi. Bi-
sogna studiare i fatti senza idee preconcette e racco- gliere i documenti per
la conclusione che deve essere imposta solo da essi. Date, da un lato,
l'esistenza degli Oggetti fisici e dei loro rapporti (carattere concreto e
naturale) e dall'altro quella delle idee e dei loro rap- porti (carattere
astratto e ideale), conviene riconoscere che nella considerazione generale
della Fisica i due ca- ratteri ideale e naturale, astratto e concreto, sono si-
multanei. Tutt'al piti si può dire che la considerazione della Fisica
sperimentale, cioè dell'osservazione dei fatti con- creti e naturali, ha
preceduto — ma non sempre — la considerazione della Fisica matematica, cioè
del- l'osservazione dei fatti astratti e razionali. Di più: compiute
indipendentemente le due osservazioni e ri- conosciuto che il carattere delle
conoscenze reali si ac- corda col carattere delle conoscenze razionali, cioè
che le idee e i rapporti fra le idee corrispondono agli og- getti ed ai
rapporti fra gli oggetti, e prodotta la verificazione sperimentale, si può
conchiudere che è possibile sostituire, nelle ricerche fisiche, l'osserva-
zione delle idee all'osservazione delle cose e recìpro- 12. Ma prima d'aver
dimostrato la corrispondenza fra il pensiero e la realtà non v'è alcun caso in
cui »ibv Google 128 l'osservazione delle idee possa sostitairsi, con i a quella
delle cose. NuUa di più curioso poi delle contraddizioni a ctii si sono esposte
— sopra questo argomento — le duo teorie rivali: Vapriorista o intnizionista e
l'empirista, Ognuna delle quali dopo d'aver preconizzata e decantata la
prossima scomparsa della rivale in nome della Logica e della realtà si vede
oramai costretta a riconoscere che entrambe possono e devono conciliarsi fra
loro, cotì in nome dell'idea come in nome dei fatti. 13. Resta una questione
della massima impor- tanza: la necessità e la contingenza degli assiomi lo-
gici, matematici e fisici. Ora finché rimaniamo nell'ambito deUa Logica la
necessità di ammettere delle proposizioni primitive necessarie è evidente.
Infatti noi non potremo mai dispensarci dalla necessità di ammettere delle
afferma- zioni logiche come necessarie finché non potremo sot- trarci alla
necessità pratica di non cadere in contrad- dizione logica con noi medesimi.
Poniamo dunque come on fatto indiscatìbiìe la necessità di ammettere alcune
verità logiche come necessarie. Ma questo riconosci- mento non pregiudica la
questione dell'origine storica di questa attuale necessità. Né si dica che U
carattere di necessità che appartiene alle scienze razionali per eccellenza è
solo legato col fatto che questa scienza esclude sia dalle sue premesse sia dai
saoi nsattatì qualsiasi proposizione che postuli l'esistenza oggettiva — la
quale non può essere che contingente e speri- mentale — e non v'include altre
verità che dei rap- porti ideali comparativi. Prima di tutto dobbiamo ammettere
la necessità attuale di non contraddirci, a cui non possiamo rinun- ci byGoOglc
OLASBITIO&ZIONE DEGLI A8BI0UI 129 cìare se pura non vogliamo rìnanziare
all'aso del pen- siero. Che le scienze razionali poi possano costruire le loro
proposizioni serrendoai della pura osservazione delle idee ed escludendo
rigorosamente l'osservazione delle cose, è una circostanza di valore
secondario. Se non sapessimo già che queste costruzioni prettamente ideali sono
possibili, in virtù delle nostre riduzioni analitiche delle idee logiche
primitive, potremmo anche conce- derlo facilmente in via d'ipotesi. Giacché
quest' ipotesi è perfettamente conciliabile col fatto della necessità logica
accennata. Intorno poi alle questioni dell' intuizionismo aprio- rismo e dell'
empirismo (aia inteso alla maniera del Min e del Bain, sia a quella dello
Spencer) non pos- siamo avere dinnanzi che delle ipotesi, le quali ~ a seconda
del nnmero delle prove indirette — possono ofirirci minore o maggior grado di
accettabilità. Ma in Ogni caso conviene rammentare che cosi la dogmatica
pretesa della conoscenza del passato destituita di prove, come la previsione
puramente profetica dell'awenira sorpassano la scienza vera e devono
condaimarsi. In conclusione, si può dire che in Logica sono ne- cessarie tutte
quelle proposizioni primitive che importa ritenere come tali, nell' unico
intento di schivare la contraddizione, e sono per contro contingenti tutte
quelle proposizioni la cui negazione logica è possibile. Questa conclusione non
risolve nulla, ma si limita a riconoscere un fatto, fuori dì ogni controversia
logica. 14, Ma la lotta vera si svolge tra VaprUmamo o intuizionismo da un lato
e l'empirismo dall'altro nell'ambito — - pur sempre astratto e razionale —
della Uatematica e in modo particolare della Greometria. I A. P^BTORE, Sopra la
teoria detta Scienza. momenli più notevoli di qaesta lotta saranno indicati nel
rapido sunto della storia degli assiomi geometrici che aggitmgeremo fra poco.
Qui gioverà solo esaminare nn avvenimento che sembra capace di risolvere la
lite in modo definitivo. Alludo alla comparsa delle specn- Iasioni della
Met^eometria. Secondo ì metageometri il nostro spazio, cioè lo spazio in coi
realmente vi- viamo, è uno spazio di cnrvatura costante, cioè ha un
coefficiente di curvatura costante ; ma il valore di questo spazio non può essere
provato che per misure dirette. Ne segue che, come la possibilità dello
spostamento delle figure, cioè la costanza nel coefficiente di curva- tura
determina una nozione generica nello spazio, cosi il valore di questo
coefficiente dì curvatura determina queste o quello fra gli spazi possibili.
Ora noi abbiamo tutte le migliori ragioni per cre- dei-e che il ?alore di
qneste coefficiente nel nostro spazio è zero, ossia che il nostro spazio è
piano, ma non ab- biamo neanche una ragione per negare che possano anche
esistere degli spazi curvi, per esempio con valori differenti del coefficiente
di curvatura, sia positivi (spazio sferico), sia negativi (spazio pseado-
sferico). Kon è mio intendimento di esporre ora le vicende della lotta tra i
geometri euclidei e meteuclidei; qui voglio solo riassumere in parte gli
argomenti scientifici che vengono prevalentemente adoperati per combattere la
natura necessaria delle nozioni geometriche comuni. Dalle osservazioni riferite
si può già concepire la pos- sibihtà di ammettere che ciascuno di quegli spazi
pos- sibiK puù formare l'oggetto di un sistema differente di Geometria. Dalla
possibilità di costruire una classificazione dei sistemi geometrici differenti
dal nostro se n'è concluso espressamente che le nostre nozioni geometriche sono
contingenti ed empiriche (nello stesso senso in cui è empirica una verità di
fatto). " Gii asaiomi — dice Hetmholtz — su cui il nostro sistema
geometrico è basato, non sono delle verità necessarie, dipendenti so- lamente
dalle leggi ìrre&agabili del nostro intendi- mento. Al contrario, diversi
sistemi di geometria pos- sono svilupparsi analiticamente con una consistenza
analogica perfetta. " I nostri assiomi sono in realtà l'espressione scien-
tifica d'un fatto d'esperienza generalissimo, cioè che nel nostro spazio ì
corpi possono muoversi libera- mente senza alterazioni della loro forma ,. Il
nostro spazio è — sempre secondo Helmholtz — una varietà a tre dimensioni,
congruente rapporto a sé stessa e piana. Ciascnna di queste tre proprietà dello
spazio viene definita da certi assiomi o postu- lati, sull'insieme dei quali è
fondata la geometria or^ dìnaria o euclidea. Molte delle speculazioni
metageometriche hanno un carattere polemico, contro il carattere necessario
degli assiomi geometrici e in tutti — più o meno — cam- peggia la pretesa di
combattere in nome delta scienza. 16. CoUigamus spicas. Queste speculazioni dei
Metageometri hanno provato la natura empirica e contingente delle nozioni
geome- triche ordinarie? H Tannery sembra ammetterlo. " Il concetto dello
spazio — egli dice — è formato dall'associazione di nozioni distinte, e
quest'associazione non è neces- saria. Ogni proposizione sullo spazio è dunque
con- tingente ,. E di quest'avviso sono molti matematici di grandissimo valore.
Nondimeno le obbiezioni sono ancora numerosissime e dominanti. D GuasteUa, che
»ibv Google 132 PABTK 11. — CAPITOLO I. ha riasBonto molto chìarameiite tma
grui parte di qneste intricate ngìoni, asBomendo ona poàzìone negativa di
fronte «Ila pretesa della contingenza delle nozioni geo- metriche provata dalla
Metageometria, conclude: * Quello che simili opinioni perdono di vista è 1&
n&tora comparativa, e non esistenziale, delle nostre proposizioni snllo
spazio ; di più esse trattano le astra- zioni come fossero delle cose reali o
almeno degli Oggetti distinti del nostro pensiero. Si snppone che lo spazio e
le sue forme siano dati al geometra come dei fenomeni d'nn altro ordine son
datj al fisico o al natoralìsta; che la geomebria abbia per oggetto di trovare
le leggi dei fenomeni geometrici nel senso stesso in cai le scienze fisiche
hanno per oggetto di trovare le leggi dei fenomeni fisici. Si parta come se lo
scopo della Geometria fosse di farci conoscere la natnra dello spazio in cui
viviamo, le proprietà e le costitnùoni dì qnesto spazio e delle sne forme
deter- minate, il loro modo di esistere. Come a priori qual- siasi ordine tra i
fenomeni della natura sarebbe snp- ponibile, ma l'osservazione sola può
decidere a quale ^ qneste snpposizitJnì sia conforme il corso reale degli
avvenimenti, cosi si pretende che noi possiamo formarci a priori la nozione di
differenti spazi o si- stemi geometrici possibili, ma la sola osservazione de-
cide a quale di qneste possibilità sia conforme il nostro sistema geometrico o
lo spazio reale. Un ordine di osservazioni ci fa conoscere che il nostro è uno
spazio a curvatura costante; un altro ordine di osservazioni che esso non è uno
spazio sferico; un altro infine che esso non è nemmeno pseudo-sferico, ma
piano. Ciascuno di questi risultati è espresso da un assioma geometrico ; gli
assiomi geometrici hanno dunque per Oggetto dì stabilire una determinazione
dello spazio, OQ sao modo di comport.arsi, una legge fondameatale dei saoi
fenomeni. " Ciò che si deve rigettare in queste asserzioni non è
semplicemente la grossolana realizzazione dell'astra- zione " lo spazio ,
che esse presentano immediata- mente... Ma siSatte proposizioni misconoscono il
vero significato degli assiomi e dei teoremi della Geometria, perchè tendono a
riguardarlL come giadizi esistenziali, che ci istruiscono solle qualità e la
natura delle forme determinate che sì trovano nel mondo della nostra esperienza
, (1). 16. Ora noi abbiamo gi& osservato, in più. di on caso, che la natura
comparativa delle nostre proposi- zioni razionali h perfettamente conciliabile
con la na- tura esistenziale della medesima — ben inteso allor- quando si
ammetta, come qui è il caso di fare, l'esistenza astratta delle idee e dei loro
rapporti, cioè esistenza ideale e relativa o comparativa. Dunque coDe riferite
opinioni non si tratterebbe già di perdere di vista la differenza tra la natura
compa- rativa e l'esistenziale delle nostre nozioni geometriche, ma di
ammetterle tutte e due. Di più, se è vero che questo modo di vedere ci
costringe a trattare le astra- zioni come fossero delle cose reali o almeno
degli og- getti distìnti del nostro pensiero, io non esito a rite- nere che questa
grossolana realizzazione dell'astrazione * lo spazio ,, ben lungi dall'essere
un imperdonabile abuso, è anzi una vera condizione di progresso scien- tifico
imposta dall'esperienza. (1) G. GuABTELLA, op. cit., pagg. 417.418-419. »ibv
Google 134 17. Qui ci troviamo apparentemente di fronte a nna contrnddizione.
Di fatto potrebbe sembrare — a prima giunta — che noi riuscissimo a scoprire la
verità appunto allor- quando prendiamo ana cosa per nn'altra, cioè quando
trattiamo le astrazioni come fossero delle cose reali. Però occorre guardarci
dalle affennazionì precipitose e incomposte. Procedendo diversamente, la
vittoria può essere facile a parole ma priva di risultati nel fatto. Che sia un
abuso prendere le astrazioni come se fossero delle cose reali, è presto detto.
Si noti intanto che quando noi vogliamo analizzare accuratamente tutte le idee
delle quali ci serviamo — verbigrazia — in Logica o in Matematica o in
Meccanica razionale, ninno altro artifizio ci sembra più sicuro che il sim-
bolismo logico matematico, per il quale tutte le nostre astrazioni sono
considerate come se fossero enti o cose reali, e rappresentate con segni che
hanno un signifi- cato ben determinato ed oggettivo. Solo operando bene — vale
a dire — solo pren- dendo rigorosamente ogni nostra astrazione come se fosse un
ente, cioè un oggetto reale ed invariabile, noi siamo in grado di arrivare a
dei risultati soddi- stacenti. È noto che tatto il merito dell'attuale Logica
ma- tematica spetta incontestabilmente al vasto genio dì quel matematico e
filosofa che pel primo concepì il grandioso progetto di creare una scrittura
universale per cui ogni idea composta potesse esprimersi per mezzo di idee
semplici, rappresentate ciascuna da un segno ideografico speciale. Bisognerebbe
quindi — per non ingenerare confd- sione ed equivoci — distinguere caso per
caso, quando si pnò fare la realizzazione delle astraziooì e quando no, almeno
per i bisogni della scienza. 18. Ma il Giiastella — a cai non è sfuggita questa
obbiezione importantissima — crede di poter rispondere vittoriosamente col
rilevare che * se è innegabile Ìl carattere simbolico della Matematica e del
calcolo in generale, però questo processo non deve far dimenti- care cbe ai
simboli corrispondono delle cose reali o possibili, e che ai rapporti fra
questi simboli corri- spondono dei rapporti fra queste cose , (pp. 424-425).
" Questo processo sarebbe perfettamente vano — egli aggiunge — se ai
sìmboli non si potessero sosti- tuire delle percezioni attuali o possìbili. Ora
tatto le speculazioni metempiriche o metamatematiche sì tro- vano appunto in
questo caso, sono cioè irrappresentabili intuitivamente ; dunque tutte le loro
combinazioni sim- boliche a cui non corrisponde intuizione alcuna, sono
paragonabili ad un effetto bancario che nessuno vorrà accettare in pagamento.
Un banchiere potrebbe averne piene le casse che non sarebbe più ricco d'un
cente- simo , (p. 425). Al fondo, gì dice, tutte le nozioni della Geometria
ordinaria sono rappresentabili intuitivamente, donqne sono sostituibili
giustamente con l'uso meccanico dei simboli; per contro, tutto le nozioni della
Geome- tria straordinaria sono irrappresentabilì intuitivamente, dunque il
procedimento simbolico in questo caso ò perfettamente vano. 19. Ma è vero che
tutto il cardine della que- stione si riduce alla rappresentabilità degli spazi
geo- metrici in discussione? Io non lo credo. Credo — per contro — che sia il caso
di porre una grande distinzione tra la rappresen- tabilità logica e la
possibilità logica d'una nozione. La prima, anzi, non mi sembra altro che un
caso speciale delta seconda. 20. La nostra vera tesi è quindi la segnente: Le
nozioni metageometriche per essere logicamente possibili non hanno bisi^no di
essere logicamente rap- presentabili. Cerchiamo delle bnone e vahde ragioni a
sna difesa. Un po' di riflessione ci mostrerà che l'ammettere l'e- sistenza
possìbile o la possibilità di nozioni non su- scettibili di rappresentazione
intnitiva ci costrìnge ad accettare — almeno in parte — la tesi del concettua-
lismo secondo cui a un termine generale eorrìsponde, non delle rappresentazioni
particolari — come pretende il nominalismo — ma una nozione generale o idea
astratta. Questo equivale anche a domaiidarci sempli- cemente: esistono no
delle idee astratte? Da ciò segue che prima dì pronnnciarci intomo alla
questione speciale della possibilità delle nozioni meta- geometriche, non
suscettibili di rappresentazione intui- tiva, dobbiamo esaminare la questione
generale della possibihtà delle idee astratte. L'esistenza delle idee astratte
è fieramente combat- tuta dal nominalismo intransigente con un gruppo di
ragioni di cui mi limi to a riferire le principaU. Anzitutto — seguendo Ìl
Berkeley — si fa un ap- pello diretto olla coscienza, affermando che ci è im-
possibile, esaminando noi stessi, di sorprenderci nell'atto di avere un'idea
astratta. " Noi possiamo astrarre in un senso — avverte il Gnastella, il
quale da rigido nominalista cerca di demolire completamente la teoria dei
concetti — in quanto possiamo pensare, separatamente, delle cose deì fenomeni
che nella realtà BOBO inseparabili. Noi posaiamo concepire isolatamente delle
proprietà d'uno stesso oggetto, ma che noi per- cepiamo per dei sensi
differenti , (pag. 8;. ' Quando pensiamo a qualche argomento astratto non ci
accorgiamo di più che delle rappresentazioni di alcuni segni o termini generali
che non sono essi stessi se non delle imagini particolari di nn certo ordine di
Bensadoni , (p^g- 9)- Nel ragionamento astratto i segni delle idee tengono il
posto delle idee medesime. Noi non poasiama concepire altrimenti la poBSibihtfc
del pensiero, se non vedendo nelle nostre idee delle rappresentazioni, delle
copie esatta delle cose stesse: se il pensiero non rispecchiasse le cose
stesse, in che potrebbe consistere la yerità, qnesta conformità tra il pensiero
e le cose? Le idee astratte non potrebbero essere donque che delle
rappresentazioni o deUe ima- gini; e non essendovi che degli oggetti concreti
non potrebbei'o che essere delle rappresentazioni degli og- getti conci'eti. Ma
non delle rappresentazioni totali o intere, poiché in qaesto caso sarebbero
idee concrete; dimqae rappresentazioni parziali, cioè parti o elementi di
rappresentazioni concrete (pag. 13). ' Pensiero, rappresentazione, immagine
sono dei ter- mini equivalenti ,. * Quarè la grande inconcepibilità di
un'astrazione realizzata? È di supporre alcan che di reale che non è una cosa
determinata — mentre tatto ciò che esiste noi non possiamo concepirlo che come
assolatamente determinato , (pag. 14). * Finalmente si domanda ai partigiani
delle idee astratte se le proposizioni deUa Geometria indicano dei rapporti
&a gli oggetti reali. Se sì, e allora o questi A. Pàbiore:, Sopra la teoria
dtUa ScUiaa. 18 U.g,l:«lov Oggetti reali sono dei punti e delle linee esistenti
nelle cose, il che vale realizzare delle astrazioni ; o se nella realtà nonvi
hanno veramente dei punti e delle linee, come comprenderemo noi che le
proposizioni della Geometria abbiano nn oggetto e ana applicazione reale ?
" n vero si è che le proposizioni geometriche si ap- plicano non ad
astrazioni irrealizzabili e inconcepibili, ma ad oggetti reali o possibili dei
nostri sensi; non a ponti e linee, ma a superficie e corpi e loro si appli- cano
nella maniera piò rigorosa ,. Tali sono le obbiezioni più gravi contro la
teoria dei concetti (1). 21. Ma da questi assalti la teoria dei concetti non
resta punto schiacciata. Anzi appare ancor più con- sigliabile un beninteso
semi-concettualismo quasi a modo della scuola inglese del Mill, del Bain e
dello Spencer. Invero l'appello all'osservazione interiore — in cni consiste l'
argomentazione di Berkeley , quantanqne trattandosi di un fatto della coscienza
non possa es- servi una prova migliore — può lasciare gravissimi dubbi, quando
si rifletta che l'osservazione interiore è un metodo fallace o almeno
insufficiente. Di più, si potrebbe asserire che i fatti mentali si ri- ducono
tntti a percezioni concrete? Tutti sappiamo che vi ha inoltre,
nell'intelligenza, un altro ordine di (1) Le obbiezioni minori si aggirano
sull'origine delle idee astratte considerale come concezioni isolate separale e
par- ziali; — aulla realizzazione delle astrazioni; — sulla com- parsa delle
idee astratte, per sé etesae concepite come un fatto essenzialmente nuovo che
costituirebbe una soluzione di continuità incompatibile col principio
dell'evoluzione e coH'unità delle leggi dello spirilo; — sull'anima che non in-
tende mai senza ìnimagiai, secondo il detto d'Aristotele, ecc. {atti, cioè la percezione dei rapporti che lo
spirito scopre fra ì fenomeni paragonandoli &a loro. Questo fatto è
riconosciuto francamente dal Qua- stella e pure fa meraviglia che non abbia
valso a &rgli mutare parere. Egli stesso confessa: ' Ebbene, tutti sappiamo
in che consista un rapporto di somiglianza tra due cose ; ma chi potrebbe
rappresentarsi il fatto interiore in cui consiste la percezione d'un rapporto
di somiglianza? „ Per noi questo riconoscimento ha una gravità ecce- zionale
perchè ci porta ad affermare che se la dottrina dei concetti conduce
inevitabilmente alla realizzazione delle astrazioni, e questo si reputa un gran
male mentre non è; all'iocoutro la dottrina dei nomi con- duce inevitabilmente
alla realizzazione esclusiva della presentazione delle idee fatta dal punto di
vista ottico, donde segue un equivoco imperdonabile. 23. Fermiamoci un po' a
considerare l'assurdità parziale inerente all'affei'mazione esclusiva delle
rap- presentazioni cioè delle idee con inunagine e nell'imma- gine, vale a dire
delle nozioni a tipo visuale. n nominalismo non è che il metodo di assegnare
puntualmente a tutte le idee il carattere rappresenta- tivo delle idee concrete
e particolari affermando che di astratto e di generale non vi hanno che dei
nomi. Uà citi non basta per persuaderci della verità delle sue pretese, perchè
questa teoria nominalista è basata evidentemente sopra un sofisma. È un'
illusione ottica naturale, generata dall'abitudine mentale dell'intuire cioè di
vedere gra£camente le nozioni per cui la con- cepibilità — dico meglio la
possibilità — delle nozioni si scambia metafisicamente con la loro visibilità.
La supposizione della negazione delle idee astratte è nata »ibv Google 140
PABTK II. — OAPHOtO I. dall'eMtudine indispensabile di vedere, cioè di renderei
conto del pensiero per la aua espressione ottica o rap- . presentatimi,
traducendo in fatti di percezione visiva ogni fatto di pensiero. Noi ci
abituiamo così a credere che vi abbia una corrispondenza e on'eqnivalenza
esatta fra Videa e la visione. Ad ogni idea facciamo corrispondere un' immagine
particotare; e quando la conispondenza appare cioè si vede impossibile (o non
si vede), siamo trascinati a negare l'esistenza dell'idea o concetto. Cosi
quando vogliamo renderci conto del pensiero in sé stesso per conoscere la sua
natura e il suo meccanismo, noi siamo trascinati dall'abitudine dì prendere per
oggetto della nostra considerazione non direttamente il fatto del pensiero
stesso, ma la aaa espressione visuale tradotta — dirò cosi — in oggetto della
nostra vista mentale, e di credere — per tale scambio — che i pensieri e le
immagini rappresentative si corrispondono perfettamente. Di questa maniera
nasce la persuasione che l'equi- valente esatto di ogni idea sia nna
rappresentazione: le idee astratte non sono rappresentabili, dunque non
esistono nella nostra intelligenza. Ecco le conclosiooi del nominalismo puro.
Questo è l'errore comune a tutti coloro che pensano esdusivamente con gli occhi
e credono che vi sia una connessione necessaria &a le idee e le immagini
vi- sive. Ora quali sono le ragioni positive per farci cre- dere che le idee e
la loro espressione visiva sono inse- parabilmente legate fra loro in un esaere
miico ? Non sarebbe più cauto il ritenere che certe idee — già impropriamente
cosi chiamate con un termine che indica una visione ed ha quindi un valore di
suggestione ottica irresistibile — diremo meglio certe nozioni, sono legate,
forse in ragione della loro orìgine, con od' espreBBÌone visiva speciale ,
altre aono congiunte con altre espreasioni sensibili differenti forse, per la
stessa ragione; altre poi sono legate con certe espres- sioni puramente
comparative ed analitiche da rinseire del tatto irrappresentabilì mediante una
forma estetica determinata? Chi afferma )a verità d'nn solo tipo sensibile è
vit- tima d'ana para comparazione metaforica e ciò per effetto della tendenza
che ha io spirito amano di cre- dere necessarie quelle connessioni che scorge
tra i fatti che gli sono estremamente famigliari. 23. À piena dimostrazione di
qaest'asaerto, ag- giangasi an ultimo argomento. Fn detto che ai simboli della
Geometria ordinaria corrispondono cose reali e percezioni rappresentabìLi,
mentre ciò non avviene per i simboli della Uetageo- metrìa. Ora questo sta
bene, ma non è vero che in parte. Infatti di quante prette astrazioni non si
occupa l'Aritmetica, l'Algebra, la Gieometria, di cai sarebbe affatto
impossibile indicare l'espressione rappresenta- tiva? Qnali sono le cose reali
e concrete ohe corri- spondono ai simboli della Logica matematica , od esempio
? L'elenco delle idee adoperate nel Formulario di matematica non è che an
elenco di termini astratti. Sopprimere le idee astratte, in questo caso,
sarebbe sopprimere il rigore di queste scienze medesime. Pro- nanciare
un'opinione qnalonqae sol contenuto rap- presentativo di codesti concetti
sarebbe puramente chimerico. Passando ora alle nozioni geometriche, non sarebbe
almeno lecito di accennare che la superficie pseudo- sferica di Beltrami è par
rappresentabile in certo qaal »ibv Google 142 PABTB II. — OAPITOtO I. modo
ricorrendo all'artificio della sfera rappresentativa la quale ha pur fatto
affermare alI'Helniholtz che noi perveniamo, di questa maniera, a
rappresentarci lo spazio pseudo-sferico ? Sarebbe della massima impor- tanza il
fare una lunga meditazione sopra questa fa- mosa definizione di Helmboltz ; '
Per Vespreasione di rappresentarsi o di essere in grado di figurarsi dò che
avviene, Ìo intendo la facoltà d'immaginare la serie intera ddle espressioni
sensoriali che si proverebbero in questo caso ,. 24. Ma noi possiamo sorvolare
sopra questo ar- gomento perchè non si tratta già ora di dimostrare se il mondo
pseudo-sferico in ispecie o i mondi meta- geometrici in genere siano o non
siano rappresentabili adeguatamente. Molto piìi c'interessa far comprendere
chiaramente che la possibilità della Geometrìa ordi- naria non si fonda né
sulla rappresentabilità delle sne nozioni {che sono anzi per la maggior parte
irrappre- sentabili), nà sull'applicabilità reale (che si può verifi- care,
come si verifica in parte, ma non è indispensa- bile). La verità è che se la
corrispondenza tra le cose reali e le idee stratte in Geometria è possibile,
anzi verificabile, tuttavìa la costruzione geometrica eretta sella pura
osservazione deUe idee astratte (Geometria razionale) è dei tutto indipendente
dalla costruzione geometrica erigibile sulla concreta osservamione delle cose
concrete (Geometria fisica). Tutti questi fatti ci permettono dunque di
concludere che le idee astratte in generale esistono e di esse si fa
larghissimo e fecon- dissimo uso in tutte le scienze razionali. 25. Risolta la
questione generale della possibi- lità delle idee astratte — nel senso che non
tutte le idee sono rappresentative — ~ pasciamo alla questione speciale della
possibilità delle nozioni metageometrìche. Dopo d'aver dimostrato, che non si
pensa anìeatnente per rappresentazioni concrete perchè esistono anche delle
idee astratte non sascettibili di rappresentazione intuitiva, non possiamo
esitare a riconoscere che l'Ìr- rappresentabilità delle nozioni metageometriche
non Gostitnisce un ostacolo alla loro logica pensabiiità, cioè alla loro
possibilità. Se la Geometria ordinaria enclidea ha realmente laogo dentro il
cerchio delta nostra esperienza ogget- tiva non è necessaiio che questo si
verifichi per la Metageometria, tanto più che la realizzazione concreta della
Geometria fisica o sperimentale non ha iiient« a che fare con la realizzazione
astratta, cioè colla costru- zione della Geometrìa e delle Geometrie razionali.
Solo è il caso di distinguere vane specie di- espe- rienza. L'esperienza fisica
è nna sola. Kel caso dell'osservazione reale del nostro spazio in cui viviamo,
essa ha determinato in noi una nozione generica di spazio corrispondente alla
costanza del nostro coefficiente di curvatura. Sopra questa nozione empirica
generale, per l'accumulazione e l'associazione organica delle esperienze
avitiche, s'è formato il ai- stema di Gieometria euclideo, che è niente altro
per- tanto aheì'^spressione scientifica della nostra osserva- zione ^npirica
generale. È a questa nozione concreta e unica, imposta dai fatti, la qoale si
crede necessaria, ma non lo è, che vogliamo attribuire — come è giusto — il suo
vero carattere empirico e contingente. L'esperienza logica e razionale è invece
molteplice. Essa ci afferma e ci prova ' logicament« , l'esistenza dì più spazi
diversi, e ci costruisce differenti sistemi di Geometria, i quali tatti
rispettano il fondamentale principio dell'identità, cioè dell'onics necessità
logica Koi siamo condotta cosi a riconoscere la verità di quanto abbiamo
stabilito nella prima parte di qnesto saggio intomo alle avariate applicabilità
dei dne grandi prìncipi : 1° della piena e mntna convertibilità di tntte le
idee primitive della Logica, della Matematica e della Fisica; 2° della
possibilità d'nna spiegazione logica co- mune a tatte quante. 26. Chi ha
seguito attentamente te presenti rì- cercbe pnò oramai capire senza difficoltà
che la Mate- matica propriamente detta può, oltre al suo ordine, essere
studiata e costruita dal doppio punto di vista logico 6 fisico. Nel primo caso rìsulta
una Matematica logica o astratta o razionale o analitica. E questa la
Metamatema- tica propriamente detta che si divide opportunamente in Metaritmica
e Metageometrìa. Nel secondo caso rìsulta una Matematica fisica o concreta o
empirica o sintetica che iii si voglia. £ questa la Matematica ordinaria
pienamente realizzabile ed applicabile nel cerchio della nostra esperìenza
estema — perchè sug- gerita da essa. Lo stesso sdoppiamento avviene per la
Logica pro- priamente detta, la quale studiata dal punto di vista matematico dà
orìgine alla Logica matematica, e, dal punto di vista fisico, alla Logica
sperimentale, discipline che potrebbero anche raccogliersi sotto la denomina-
zione generica di Metalogica. £ la
stessa cosa sì ripete per la Fisica propriamente detta o Fisica sperimentale,
la quale studiata dal punto di rista matematico dà origine alla Fisica
matematica, e, dal punto di vista logico, alla Fisica razionale. La Meccanica
razionale non sarebbe altro che una saprema complicazione della Fisica studiata
dal ponto di vista matematico e logico simultaneamente. Per amore di brevità mi
limito ad avvertire che tutte queste nozioni astratte pure o miste presentano
lo stesso ed nnico ca- rattere di necessità senza che sia necessario ammettere
altrettanta guise di necessità, tutte indipendenti tra loro, quante sono le
verità assiomatiche corrispondenti. 37. Contrapponendo quindi la teoria di
Kant: " È impossibile rappresentarci forme geometriche diffe- renti;
dnnque le nozioni geometriche ordinarie sono necessarie , a quella dei
Metageoraetri : * È possibile rappresentarci forme geometriche differenti ;
dunque le nozioni georaetriche ordinarie sono contingenti ,, è facile oramai
giudicare da che parte stia la verità. Fra l'impossibilità affermata
gratuitamente dal Kant e la possibilità provata sperimentalmente (parlo di
espe- rienza logica — intendiamoci) dai Hetageometri, voglio sperare che si
tenga maggior conto dei seri sforzi di coloro che cercano di acquistare una
conoscenza supe- riore a quella che può dsxe l'empirismo Oggettivo e il
dogmatismo. Astrazione fatta dalla necessità logica di non contraddirsi, quale
è per tanto la necessità che resta negata dalle speculazioni dei Metageometri?
È ben strano l'osservare che questa necessità della (Geometria ordinaria negata
dai Metageometri è preci- samente quella che si meriterebbe il nome di
neceasilà empirica, se quest'espressione non fosse un'assurdità ed un
incompatibile abuso di linguaggio. A. Pastore, Sopra ìa teoria deOa Seiema. 19
U.g,l:«lov C&de in conseguenza ogni ragione di dissidio tra Vapriorismo o
intnizioniBmo da un lato, e l'empirismo dall'altro. Dell'ambito della Geometria
— giaccliè ciò che forma l'oggetto di tutta la Geometria sono tanto delle cose
reali concrete quanto delle idee astratte e ciò in modi affatto indipendenti
gli ani dagli altri. E co^ siamo BofBcientemeute edotti sol vero signi- ficato
degli assiomi della Geometrìa — e possiamo am- mettere che la rappresentabilità
logica d'ana nozione non è che im caso speciale della sua logica possibilità, e
possiamo finalmente concludere che le nozioni mela- geometrìche, per essere
logicamente possibih, non hanno bisogno di essere logicamente rappresentabili,
come si voleva dimostrare. 28. Passiamo alta considerazione della necessità nel
campo degli assiomi fisici. Qui la IÌt« risorge sotto forme diverse. Sta bene,
si dice, che questi assiomi appartenendo ad una scienza che si ammette già per
astratta-con- creta, siano in parte astratti e razionali e quindi fon- dati su
nozioni irrappresentabili intuitivamente e in parte concreti e sperimentali
cioè fondati su idee rap- presentabili intuitivamente, ma appunto per questo
come può ancora ammettersi che essi non perdano il carattere d'universalità e
di necessità? E, da un lato, i razionalisti affermano che l'espe- rienza non
può dare origine a proposizioni d'un'asso- luta universalità e necessità,
giacché essa può insegnarci che dei fatti si sono trovati (nel passato)
costantemente insieme, ma questa non è una ragione per credere che essi'
torneranno sempre e necessariamente a presentarsi insieme (nel fiituro). La
previsione fondata sull'analogìa . »ibv dei casi passati non può essere che una
congettura incerta. Dall'altro rispondono gli empiristi: Il motivo logi-
camente sufficiente per fare la generalizzazione e l'an- ticipazione necessaria
non manca. In fatti il duplice carattere dell 'ani versalità e della necessità
di un giu- dizio fisico si manifesta immediatamente se si bada che questo
duplice carattere non consiste in altro che in un'unione inseparabile &a le
idee. 29. È bene osservare che il tentativo di spiegare le verità fisiche
necessarie per la forza dell'associazione empirica, porta logicamente al
risaltato di negare l'e- sistenza di verità necessarie. Ma almeno si riesce a
comprendere che, essendosi determinata e organata dentro di noi — per efiètto
della ripetizione continua delle esperienze ^ una specie caratteristica e
costante d'esperienza, ne risulta che la sua affermazione è at- tualmente
necessaria e concepibile. Se noi volessimo rinunziare alla necessità e alla
concepibilità di questo criterio imposto dall'esperienza dovremmo rinunziare
all'uso stesso del nostro pensiero. Se quindi non v'è alcuna ragione che ci
sforzi dì uscir fuori dal campo dell'attuale esperienza logica per costringerci
ad accettare una necessità impossibile ad essere concepita, nonché verificata,
bisogna ammettere che la nostra conoscenza, quella cioè che le nostre fa- coltà
attuali possono attingere, è completa, organica, vitale, intelligibile e quindi
necessaria, sempre quando la s'intende unicamente come capace di farci evitare
la contraddizione. 30. Da ciò risulta che non v'ha — secondo me — differenza
alcuna, quanto olla necessità, fra la Logics pura e la Matematica para, e
quelle branche delle scienze fisiche le quali, o per l'intervento delle
Matematiche pure (Fisica matematica) o per effetto di queste e della Logica
para (Meccanica razionale) sono diventate prettamente astratte o deduttive. Né
a mio conforto invoco il semplice &tto della generale pensabilità di tntte
le nozioni logiche, mate- matiche e fisiche rappresentabili o non
rappresentabili intuitivamente, invoco bensì il fatto indìscatibile e la-
minosamente dimostrato che la Fisica matematica e la Meccanica razionale per
quanto costruibili deduttiva- mente sopra un piccolissimo nomerò d'idee
astratte — cioè indipendenti dall'esperienza fisica — - sono ca- paci non di
meno dì svolgere un'infinità di teoremi sni casi anche più complessi di
movimento; teoremi la cai esattezza è stata sempre confermata dall'esperienza
fi- sica e sopratatto dall'accordo mirabile fra i movimenti degli astri, quali
si sono studiati e previsti dalla Meo- canica celeste. »ibv Interpretazione
storica degli assiomi geometrici. 1. Non crediamo utile di occnparci d'una
maniera particolare e distesa della storia di tutti gli assiomi delle scienze
astratte ed astratte- concrete mentovate. Ci limiteremo, pertanto, a tracciare
una succinta esposi- zione della storia dei soli assiomi geometrici, la quale,
per la selva delle questioni e per la singolare preci- sione dei vari momenti,
sembra più interessante d'ogni altra, e, da un certo punto di vista
generalissimo, potrebbe anche servire di esempio a tutte le altre
corrispondenti, dato e concesso che il tipo di ragiona- mento astratto sia
sempre il medesimo, il cbe è vero, salvo le Tarìanti non essenziali dipendenti
dalla variata formalità. I lavori sa questo argomento sono poi già cosi ricchi
e in gran pariie cosi convincenti che il mio compito sembra ormai quasi
soltanto quello di ordinare 1 ri- sultati ottenuti per far vedere al lettore
che questi si accordano coi risultati della nostra discussione. Gli studi
brillantissimi dei matematici moderni e le dichiarazioni esatte ed esplicite di
alconi di essi, fr& cni il Klein, il Knssel, il Poincaré, il Calinou, il
Le- cholas, il Tannery, il Mìlhand e il Contnrat, che hanno trattato
direttamente il problema degli assiomi mate- matici con riferenze che possono
interessare gli studi filosofici , ci permettono di fare nna classificazione
precisa, circa l'interpretazione storica degli assiomi geometrici. Ci
appoggeremo in modo particolare al saggio del Bnssel, sopra i fondamenti della
Geometria (1), che ha soltevatò tanti commenti fra i pensatori di ogni scnola e
tuttavìa resta documento crìtico di rarissima competenza. Ma per dare un
riassunto specalativo delle varie in- terpretazioni critiche degli assiomi
geometrici, crediamo bene di ordinare le opinioni difi^erentì in tre perìodi
distinti ; avvertendo che se questi perìodi esistono vera- mente nella Stona,
nella Stona però non esiste la toro sistemazione, giusta il pensiero di un
grande filosofo italiano, Pietro Ceretti da Intra — che ha pur legato alla teoria
della conoscenza matematica un'eredità non ancora abbastanza conosciuta ma
profondamente geniale e feconda — il tempo del sole non è il tempo dell'idea.
2. n primo periodo sostiene la necessità universale e a priori degli assiomi
geometrici e porta ; 1° come prova diretta — l'affermazione pura e semplice
della necessità, la quale non ha altra prova diretta che la sua affermazione
medesima ; 2° come prove indirette: a) l'impossibilità della prova empirica,
basata <1) Bebteano A.-W. Russel, An esiay on the founda- lions of
Geometri/. Cambridge. snlla vanità d'ogni tentativo compiuto finora allo scopo
di provare sperimentalmente la natura del nostro spazio ; b) la
contradditorietà della prora empirica me- desima, basata sul fatto che ò
impossibile &r qualunque prova empirica, senza ricorrere necessariamente a
qualche assioma ; e) l'impossibilità di spiegare adeguatamente colla esperienza
relativa ed inesatta, L'esattezza assoluta e per- fetta delle figure
geometriche; d) l'ipoteticità d'ogni prova empirica possibile, basata sul fatto
clie, anche se si trovasse una prova empirica soddisfacente, questa proverebbe
soltanto che è possibile trovare una rappresentazione o modello di un fatto, la
cui necessità è già stata intuita prece- dentemente ; e) l'inutilità d'ogni
prova empirica, basata sul fatto che nessuna esperienza potrà mai trovarsi in
contraddizione sia col postulato di Euclide sia col postulato di Lobatchewskj.
In conclusione, questo periodo dice: È impossibile provare che gli assiomi
geometrici sono empirici, dunque essi sono indipendenti da ogni esperienza,
cioè necessari ed a priori. 3. Il secondo periodo sostiene che è assai più pro-
babile che gli assiomi geometrici siano empirici, ma in ogni caso è ancor più
ragionevole ammettere che ogni interpretazione non è altro che nn modello conven-
zionale più o meno comodo; e adduce queste prove: a) la gratuità
dell'affermazione della necessità degli assiomi, basata sul fatto che essa si
riduce ad una pura credenza, destituita d'ogni prova; b) l'impossibilità d'ogni
prova positiva della ne- »ibv Google 152 PASTE II. - CAPITOLO II. cessiU,
basata buI fatto che ciò che è neceasario deve stare assolatomeate all'infiori
d'ogni prova; e) la possibilità generica della prova empirica, basata sul fatto
che l'impoaBibilità di essa non si può r^orosamente provare, giacché
l'incapacità attuale di fornire la prova d'un fetto non prova nulla contro la
verità del fatto medesimo, né può diventare solo per questo il fondamento
logico del tatto contrario. La verità delle nostre conclusioni non può
dipendere dalla questione di sapere se noi siamo ora in grado dì ottenerle o
no; d) la possibilità che l'impossibilità della prova empirica non deponga
contro la natura empirica degli assiomi, basata snll'ipotesi che gli assiomi
potrebbero essere storicamente empirici, ma attualmente impro- vabili, essendo
impossibile far rivivere la formazione naturale di tutte quelle occasioni che
ci hanno precisa- mente condotti ad essere ciò che prima non eravamo; e) la
possibilità della verificazione empirica ma relativa cioè approssimativa di
tutti gli assiomi geo- metrici, basata sul fatto che si può mostrare — nei
limiti dell'esperienza mediata — che essi costituiscono almeno l'ipotesi più
semplice e più comoda per la spiegazione dei fotti, per quanto si possano
immaginare altre ipotesi che renderebbero conto assai bene anche di altri fatti
che non sono spiegabili colle ipotesi classiche fondamentali. In senso largo,
si può dire ohe gli assiomi geometrici sono suscettibili di verificazione
empirica come lo sono tntt* le altre leggi scientifiche ordinarie ; f)
l'inutilità di considerare l'esattezza come con- dizione positiva ed assoluta,
attestante una perfezione superiore all'esperienza, basata sul fatto che
l'esattezza geometrica non è che un impoverimento della realtà, spiegabile
semplici ssimamente eoU'eliminazione delle in-egolarìtà che presentano le
determinazioni sensibili ; giacché le figure geometriche non sono che copie
sem- plici dei ponti, delle linee, dei circoli ... che lo spirito ha conoscinto
coli' esperienza (Bontrons); g) la relatività di tutti gli assiomi geometrici,
basata sul fatto che essi — ad onta del loro preteso carattere universale e
necessario ~ non sono affatto ne- cessari alla geometria meteaclidea e quindi
non sono universali. E in questo argomento pare che ci sia non solo un'ipotesi
legittima ma un fatto positivo d'estrema importanza. In mancanza d'una prova
sperimentale e percettibile, la Metageometria può diventare tma prova logica e
psicologica diretta, atta a mostrarci la parti- colarità e la costrattibihtà di
infinite geometrie diffe- renti. Le conseguenze portate da quest'ultima ragione
sono molto gravi. Come da un lato non possiamo provare con certezza che neppure
il nostro spazio sia rigorosamente euclideo, e dall'altro, se non lo fosse non
potremmo neppure provare che esso non lo sia, cosi diventa necessario adottare,
anche a proposito della natura e del valore degli assiomi tutti, quell'abito di
prudente riserbo che s'impone circa la natura ed il valore di ogni altra legge
scientifica. In conclusione, questo secondo periodo dice : noi siamo di fronte
a due ipotesi contrarie. In favore della prima milita l 'impossibilitò della
prova diretta della seconda; in favore della seconda milita l'impossibilità,
della prova diretta della prima. Tanto la prima però, quanto la seconda,
possono portare un forte contingente di prove indirette a loro sostegno.
Tuttavia dal confronto tra le varie prove risulta che : 1° se le prove della
natura empirica degli as- siomi geometrici sono poco esplicite e positive , le
A. Pastose, Sopra la teoria deOa Sciema. 20 U.g,l:«lov proTe contrarie sembrano
ancora più generiche e in- cooclndenti ; 2° entrambe non escono faori dal piano
generale dell'ipotesi, talché si può concludere che esse non sono altro che
spiegazioni sistematiche o modelli più o meno comodi. 4, Il terzo periodo è
assai vasto, e potrebbe sud- dividersi in più momenti. Ma noi ci limiteremo ad
una brevissimn recensione del primo momento che ci pare storicamente compìnto,
mentre gli altri vanno appena appena delineandosi nelle tendenze novissime dei
ma- tematici. Biduciamo fedelmente lu qaesto primo mo- mento te tre fasi della
storia della Metageometria tracciate dal Busse! in accordo col Klein. In tutte
le tre fasi di questo momento si assiste allo sviluppo di un'idealità
sempUficativa per cui si tenta di ristabilire la completa indipendenza logica
del sistema matematico. Nella !• fase si intraprende la riduzione degli as-
siomi della Geometria ai minimi termini, e si assiste allo sviluppo di un ramo
speciale delle matematiche per opera di Lobatchewskj e di Bolyai. Nella 2* fase
i geometri (Biemann, Helmholtz) ve- dendo che OQ qualche assioma è superfluo
(l'assioma delle parallele di Euclide) tentano di mostrare che lo sono pure
tutti i;li altri, ma restano infine costretti a ritenerne tre fondamentali.
S'accentua l'opposizione a E&nt; l'Algebra ò ammessa come scienza a priori;
la Geometria, per la nozione fondamentale di misura, non derivando dalle leggi
dell'Algebra, è considerata come empirica. Nella 3' fase (Cayley, Elein)
l'opposizione ad Eu- clide tende a scomparire ; i tre assiomi fondamentali che
hanno resistito alla critica della 2* fase sono sempre ritenati; ma la nozion
di misora non è più considerata come fondamentale; cosi al metodo quantitativo
(Geo- metria metrica) ai oppone il metodo descrittivo o proiettivo (Geometria
proiettiva) per lo studio delle proprietà dello spazio. Al secondo momento del
terzo periodo potrebbero forse essere assegnati i lavori di quei matematici
che, por continuando l'indirizzo anteriore, eliminano, non solo completamente
la nozione di misura della Oeo- metria proiettiva , ma tentano di darci di
questa no- zione nna definizione analitica, riuscendo cosi a &re della
Geometria metrica una conseguenza della Geo- metrìa proiettiva. Cosi tutta la
geometria tanto sin- tetica o metrica quanto analitica o proiettiva sarebbe
spiegabile completamente coi soli dati a priori (1). Insomma, questo terzo
periodo — mutuando la parte più feconda del periodo antecedente — dice : se
ogni sistema matematico non ò altro che una convenzione ' astratta ed
arbitraria dello spirito umano , e tutto è costrattibile e rappresentabile
colla sola condizione di non implicare contraddizione, il partito più
ragionevole resta quello di cercare unicamente il modello più co- modo.
Abbandonando dunque le questioni di fondo tentiamo di ristabilire la completa
indipendenza delle matematiche, dimostrando che tutte le cose sono per-
fettamente spiegabili nel caso che si vogliano consi- derare come una teoria
puramente logica. Questi fatti sono innegabili, e meritano di essere meditafj
profondamente. (1) Il Tannery osserva che v'ha in questo cammino dello spirito
umano un esempio notevolissimo del pastaggio <lBt punto di vieta BÌntetico
al punto di vista analitico, presi nel senso rigoroso di Kant. »Ma se nella
presente esposizione la serie delle interpretazioni diverse degli assiomi
geometrici ha rag- giunto — mercè il sussidio dei fatti storici — nn ■ notevole
rigore, non può dirsi che essa abbia pure r^ginnta la semplicità. Una
semplificazione alterìore si otterrebbe fissando i momenti dell'interpretazione
dell'assioma geometrico nella maniera seguente: 1' In un primo periodo Io
spirito critico, ricono- scendo le varie generalizzazioni più ampie dell' espe-
rienza come proprie a spiegare una dopo l'altra diverse classi di fenomeni,
afferma l'immediato valore pratico degli assiomi , come ispirazioni geniali d'
accordo con le testimonianze dei nostri sensi, e, rimanendo nel piano della
immediata constatazione del fatto, accetta la pro- miscuità caotica d'ogni
assioma come sostrato neces- sario e immanente della conoscibilità. In questo
pe- rìodo non è riconosciute il carattere affatto tentologico ed empirico degli
assiomi, i quali, più che conosciuti, vengono goduti in una specie dì mistica e
gratuita supposizione. 2° In un secondo perìodo succede un'acre oppo- sizione
tra i fautorì dell'innatismo e quelli dell'em- pirismo. Lo spirito critico
trascende ii pregiudizio anterìore e diffusissimo che i principi assiomatici
deb- bano considerai'si gratuitamente come verità superiori e indipendenti da
ogni esperienza e capaci di una cer- tezza, non solo di grado, ina di natura
differente. Si dimostra che 1' affermazione do^natica si appoggia a prove di
patente illegittimità; gli assiomi anìversalì sono dichiarati pure
semplificazioni ideali delle forme dei processi empirici ; all'assoluto si
oppone la cristal- lizzazione astratta del relativo. La natura necessaria e
imperativa dei giudizi matematici si dissolve; la cre- denza netl'a priori
dell'assioma diventa una superstizione ; e Don ai può più parlare della vecchia
necessità apodittica degli assiomi senza far sorrìdere di com- passione. Cosi,
alle posizioni dogmatiche del primo periodo , si oppongono le verità
sperimentali del se- condo raggiante con la sostituzione della immagine
astratta all'oggetto concreto. 3° Per comprendere la terza interpretazione sono
necessari alcani schiarimenti. Il secondo perìodo finisce con nna teorìa
scettica dell'esperienza; il terzo rias- sume piuttosto r esperienza suprema
della teorìa. In verità lo spinto crìtico, mainando dal 1° perìodo la
posBibilitè, dal 2° l'imposàbilità del sapere che oltre- passa r esperìenza,
comprende la necessità di allargare il concetto d'esperìenza e conclude che
l'esperienza in- segna tanto a restare qnaoto a trascendere l'esperienza
stessa. Cosi l'assioma viene interpretato definitivamente come l'unità
sintetica dei dne periodi, come un pro- dotto nuovo dipendente e por
indipendente dall'espe- rienza, fine e principio, causa ed effetto ad un t«mpo;
causa rispetto alla conoscenza susseguente, effetto ri- guardo all'antecedente.
Il lettore non si meravigli di queste contraddizioni in una scienza che pare
non ammetterne alcuna; esse non distruggono la realtà, tento meno il fatto
della conoscenza; piuttosto lo avralorano, come avviene nella formazione
naturale di qualsiasi funzionalità o idealità , ~ dalla legge della pianta,
alla legge della giustizia, — la quale è pur giocoforza considerare come una
causalità che è l'ef- fetto dì quel processo formativo che prima l'ha causata
(Ardigft). 6. Elevandoci finalmente al disopra di tutta la grande selva
mitologica degli assiomi d'ogni ordine e d'ogni portata, che hanno sempre
costituito un ostacolo bmtale alle indagini dei pensatori, noi possiamo vedere
fino a che ponto abbia ragione il Milhaud di rivolgere qaesta domanda a colai
ctie, in ogni punto della ana vita , non ha mai posto in dubbio la cer- teiza e
la fimzioae assolata degli assiomi matematici : * "Sqos demandions tont à
l'heore ce qa'eùt pensé Kant de l'analyse moderne. 8' il etit véca
de notre temps, il aarait conaa des Qéométries où ne figorent plns lea aziomes
qa'il déclsj^t d'nne nécessité absolne; il aarait conna bien des tentativea de
leur sabstìtaer telle oa teUe sèrie d'hypothèses. Gertes il aarait pa, en face
d'elles, garder intacte sa foi première mais les cro;ances sont-elles feites de
démonstratìoss ? , (1). »ibv e »ib Dell'esperienza e delle teorie logicbe
matematiche e flslclie in ordine alla teoria generale dei modelli. 1. Bntrituuo ora nel campo d'nna più
ricca idealità. Dopo d'aver preao conoscenza delle idee e dei giu- dizi delle
scienze astratte e astratte -con crete (Logica — Matematica — Fisica) resta a
vedere, quasi a corona del- l'intero organamento logico di queste scienze, ciò
che si deve intendere per teoria di una serie di fattij e se e come, per i
diversi ordini di fatti logici, matema- tici e fisici, si debba ammettere aua
soluzione unica e comune o altrettante soluzioni differenti. Il problema è
dunque molteplice, comprendendo Io studio della teoria logica, della teoria
matematica e della teorìa fisica. Per essere più chiaro — trattandosi d'tm
genere di ricerche ove la chiarezza e la semplicità non sono mai soverchie —
voglio dire ohe è ben importante sapere se le soluzioni cbe bastano ad una di
queste teorie hanno un valore logico e pratico anche per le altre. La soluzione
di questo problema molteplice servirà eziandio A. PAtTOBE, Sellerà la ttoria
della Seietaa. H U.g,l:«lov Google a risolvere con nnove ragioni la vecchia
questione deUa pratica e della teoria, intorno a coi ora vivissima si riaccende
la controversia, sia per effetto della stessa cultura scientifica oramai tanto
elevata e sablime, sia per effetto del senso sempre più pratico e positivo
della 2. La teoria ha un'utilità pratica qualunque? Se noi apprezziamo le cose
in proporzione dell'utile che se ne può ricavare, quale è l'ntile derivante
dalla teoria? È noto che per an logico e per nn matematico le pos- sibilità
d'ona spiegazione fisica d'una serie di fatti lo- gici o matematici
qnalsivoglia, è l'ultima cosa alla quale venga fatto di pensare. Ciò che
importa ad un fisico d'altra parte — e nel maggior numero dei casi — non è già
di poter pensare una solnzione astratta per un certo determinato sistema
materiale, o di poter calcolare, con precisione matematica, alcune certe gran-
dezze del sistema proposto, ma piuttosto di sapere l'an- damento sperimentale e
concreto dei fatti nel campo delle esigenze materiali imposte dalla pratica.
Nel campo delle scienze fisiche e d'applicazione pertanto, cosi dai partigiani
dello studio teorico come da quelli dello stadio pratico è facile constatare ad
ogni tratto che * le soluzioni che bastano perfettamente al primo, non hanno
molte volte per il secondo nessunissimo valore . praljco , (1). Ora è facile
comprendere che se ancora da moltis- simi tecnici si guarda con grande sfiducia
agli sviluppi sapienti dei matematici come ad un complesso di cose (I) A.
GarbaSso, Sopra alcuni modelli di fenomeni elet- • Iromagnetici, * Atti dell'
Associa j ione Eleltrolecnìoa Ita- liaaa », vo!. II, fase. 1, 1398, Milano. inutiU,
a più forte mùtivo ai potrebbero ritenere come infondate tutte le ragioni che
militano in favore d'ogni ricerca logica sopra la pura teorìa della scienza.
Xondimeoo siccome il risultato di queste ricerche riesce ad una praticità che
pud venire non sospettata solo da quanti affettano per le dottrine astratte
un'av- versione una diffidenza ingiastlficata ed ingiusta, così sarà utile
consultare nuovamente tanto la ragione qaanto l'esperienza per vedere se non è
possibile prendere in . prestito dalla prima un metodo che ginstifichi comple-
tamente la seconda e 3. À tale scopo capovolgeremo l'ordine dalle tre scienze
finora esaminate e fermeremo la nostra atten- zione prima sopra la teoria
fisica, poi sopra la teoria matematica, da ultimo sopra la teoria logica quanto
alla loro formazione ; perchè volendo sapere se si può introdurre nella teoria
generale di queste scienze un postulato comune (la piena e mutua convertibilità
delle varie teorie logiche, matematiche e fisiche, fondata sttl fatto della loro
perfetta equivalenza) e ricercare in quale misura il postulato introdotto
modifichi le formalità scientifiche dei vari ordini, e giudicare da ultimo sul-
l'esattezza della nostra ipotesi, ritengo che sia somma- mente vantaggioso
cominciare da quel caso che offre le operazioni da compiersi e le conseguenze
da dedursi nel modo più materiale e starei per dire più visibile, anche nel
senso ristretto della parola. 4. Per cominciare lo studio della teoria fisica
ricor- diamo che la scienza fisica in genere si divide in due parti: Fisica
sperimentale e Fisica matematica. La prima si erìge sul fatto speciale
dell'esperìenza; la se- conda sul fatto speciale della teorìa. »ibv Google 164
PABIE III. — OAPITOLO I. Come tutti sanno, non si tratta qni di intèDdere la
esperienza come la semplice somma delle verità acqui- siste immediatamente o
mediatamente; cioè la mol- titudine delle presentarioni particolari associate
che l'uomo ha o si ricorda di avere avuto. Ciò che costi- toÌEce la differenza
specifica della Fisica sperimentale è piuttosto l'nso volontario della
modificazione artifi- ciale delle circostanze del £atti fisici che più propria-
mente dicesi esperimento. L'intento speciale invece della Fisica matematica è
diverso. Ma sarebbe nn grave er- rore il snpporre che l'abbandono del carattere
specifico dell'esperienza concreta significhi per essa la rinunzia radicale
d'ogni forma dell'esperienza. La differenza spe- cifica della Fisica matematica
indica solo la preferenza accordata a quella forma superiore di esperiema che
ci permette di prevedere i fatti, cioè di generalizzarli. Perchè senza
generalizzazione la previsione è impossi- bile. Infatti il bisogno di poter
prevedere quali fatti succederanno in date circostanze e di sapere quali cir-
costanze si dovranno attuare per ottenere certi feno- meni che si desiderano è
la sola giustificazione vera- mente vitale della Fisica matematica. * Conoscere
le leggi della natura è essere in grado di dedurre dallo stato attuale delle
cose lo steto loro per uu istante qualunque , (1). Tale — secondo Hertz -- è
precisamente lo scopo più generale di questa scienza, la quale sotto nn certo
punto di vista ci rende pertanto famigliare una ricerca che — nei casi ordinari
deDa vita — ci parrebbe non solo impossibile ma anche assurda. L'ideale della
Fisica matematica è di trasformare quel doppio mistero in cui flattua tutta la
nostra vita, {I) Hertz, op. cit., pag. 1. »ibv Google TEORIA OBNKBALE BEI
UOSELLI 165 lo Spazio ed il tempo, in un solo visibile immediato ed immenso
presente, che ci sia come la storia immu- tabile ed eterna degli effetti e
delle cause dell'uniTerso. 5. Studiamo ora rapidamente il processo che compie
lo spirita per giungere alla conoscenza delle leggi fisiche e quindi alle
costruzioni delle teorie fisiche corrispondenti. I fisici di tutti i tempi
hanno sempre cercato di dissociare con artifizi sperimentali diversi i fasci
com- plessi di fenomeni, dovuti all'azione simultanea di più cause, che la
natura ofire alle nostre ricerche. Questo isolamento dei vari agenti fisici non
si può ottenere se non costruendo artificialmente delle combinazioni tali di
circostanze cke in ciascuna di esse non agisca se non una delle cause, o almeno
l'effetto delle altre sia insensibile e quindi ai possa separatamente studiare
l'azione di ciascuna. Isolate cosi le singole cause e trovati i valori corri-
spondenti alle varie grandezze che vi figurano mediante successive
rappresentazioni geometriche che diano la curva continua dei vari punti, si
ottiene facilmente l'e- spressione analitica della legge di dipendenza fra le
varie tendenze che occorrono nel fenomeno studiato. Trovate che si siano le
varie leggi fìsiche separate che governano i vari ordini dei fenomeni e la loro
analitica espressione, si ricerca se esse siano o non siano indipendenti fra
loro, e bene spesso si giunge alla conclusione che esse non lo sono, ma che
anzi avendone ammesso una (ov- vero più) non si può senza contraddire alle
leggi del pensiero non ammettere le altre. Allora queste ultime non si possono
più considerare come leggi veramente distinte dalla prima; esse non ne sono che
eonsegueme logiche e fisicamente non sono che la stessa legge rìpe- »ibv Google
tata sotto altra forma — e in tal guisa ]a scienza fisica giange al progressivo
e sapremo coordinamento delle sue leggi. Questa ^ da un punto di vista
geaeralissimo — è la via che segae lo spirito umano per giungere alla
oonoscenzft delle leggi fisiche, C. Ma consideriamo ancora più attentamente le
eou. Le operazioni accennate ci dimostrano che il S<rio tentare di giungere
alla conoscenza anche della più nmile legge della natura presuppone tatto un
processo d'astrazione intellettuale che è della massima importanza. Infatti per
poter giungere alla precisione matemàtica desiderata, essendo necessario
ragionare sopra grandezze e relazioni assolutamente esatte, noi siamo condotti
a cercar di ridarre i corpi natar&li ed i loro fenomeni al massimo grado
possibile di semplicità e di precisione. Sfa poiché è raro il caso in cui la
semplice osserva- zione di una classe di fenomeni basti a làrceue scoprire le
leggi, cosi noi ricorriamo — come fu detto — allo isolamento artificiale dei
vart agenti fisici, cioè ad una serie di combinazioni artificiali di
circostanze tali che tutte le difficoltà si possano vincere separatamente. In
altri termini ricorriamo all'espediente di sostitaire al sistema naturale dei
corpi proposti, un altro Bistema artificiale di corpi corrispondenti che abbia
sopra il primo Ìl vanb^gio di potersi studiare più facilmente. In ciò — come è
noto — consiste l'arte della espe- rimentazione, che si ottiene mediante
apparecchi più o meno complicati a coi si dà il nome generico di stru-. menti
di fisica e che sì applica ormai in tatte le scienze sperimentali su vastissima
scala. Ora che altro sono questi sistemi o apparecchi o strumenti artificiali
ado- »ibv Google TEORIA OBNERALE TEI UODELLI 167 perati con tanto profitto
nella Fisica sperimentale, se non combinazioni rappresentative o
rappresentazioni semplificate dei fatti? . E chi non vede che nell'accordo Era
i risaltati delr l'esperienza e i fenomeni fisici si rivela ben chiara- -mente
che le scienze sperimentali hanno tin vero e proprio carattere rappresentativo,
onde le varie crea- zioni strumentali della scienza, le cni proprietà pgrri- '
Spondono con ana approssimazione sufBcìentissima'in molti casi, alle proprietà
dei vari corpi naturali, si po- trebbero considerare come veri ritraiti
scientifici dei fesomeni dati? È per questa e per altre ragioni, che esporremo
verso il termine di questo lavoro, che noi ci sentiamo auto- rizzati a
dichiarare che tutta la Fisica e con essa tutte le scienze a base di
esperimento riposano sopra od vero e proprio fondamento artistica che sarebhe
ornai tempo che fosse riconosciuto e meditato in tutta la sua grande portata
nel campo filosofico. 7. Ma ciò ohe merita di suscitare le nostre più alte
meraviglie è che non solo tutte le scienze fisiche fondate sull'esperimento
rivelano per questo medesimo fatto la loro artistica natura, ma che anche le
scienze fisiche basate sulle teorie più alte e più difficili del- l'analisi
matematica, sono — appunto per questa loro base teorica — nnll'altro che vere e
proprie scienze d'esperimento Wòi ci avviciniamo ad un'epoca in cui il
significato dell'esperienza si allarga in un campo che sembrava dapprima
assolutamente interdetto. L'espe- rimento si compie così sopra i fatti e coi
fatti di na- tura fisica, come sni fatti e col fatti di natura emi- nentemente
intellettuale. Infatti quando, pur sentendoci spinti dall' insaziabil» »ibv
Google lDt( P&BTI III. — CAPITOLO I. bisogno di precisione e di semplicità,
ci troviamo nella materiale impossibilità di rappresentare un dato ordine dì
fatti fisici con una corrispoodente costrozione tec- nica o strumentale
soddisfacente, architettata a loro imagine e somiglianza, quando cioè riesce
assolata- mente impossibile di sostitnire un paradigma mate- riale
rappresentativo ad un dato ordine di latti: non ricorriamo forse all'esecuzione
artificiale di on'altra rappresentazione semplificata, ma di natura puramente
intellettuale, che ci offre il vantaggio di poter operare la sostituzione
desiderata, cioè di poter studiare quel dato ordine di fatti — cogli attuali
mezzi matematici e logici di cui disponiamo — fin nelle più minute par-
ticolarità e di dedurne fino alle ultime conseguenze? A queste rappresentazioni
semplificate si è dato il nome assai adatto di mod^i. 8. Ora è evidente che se
si possono avere modeUi puramente logici, modelli algebrici, modelli
geometrici, modelli fisici, modelli meccanici, modelli chimici, ecc., come
s'intenderà meglio dai vari esempi che incontre- remo fra poco, e se l'unica
condizione di verità a cm deve soddisfare un modello qualunque è questa, che le
conseguenze che per necessità logica possiamo dedurre da un tale modello siano
alla loro volta modello di quei fenomeni che per necessità fisica scaturiscono
dagli oggetti considerati ; allora ne risulta che tutti quanti i modelli
indistintamente hanno un vero e proprio ca- rattere sperimentale, perchè noi
appunto li sostituiamo tutti e quanti alla realtà perchè si possono studiare
più comodamente. 9. Per questa maniera di considerare i fatti si di- legua
quasi la differenza che si pone ordinariamente tra la Fisica Bperìmentale e la
Fisica matematica, non essendovi vera differenza di uatura tra i modelli ma-
teriali concreti e i modelli inteUettuali o astratti. La Fisica matematica
acquista il diritto d'essere con- siderata come una ^era e propria scienza
sperimentale, e la Fisica sperimentale pnò venire considerata come nna vera e
propria scienza teorica — dal momento che . il vocabolo teoria diventa sinonimo
d' immagine rap- presentativa o modello nel senso proposto con tanta fortuna
dall'Hertz. Tutt'al più si potrebbe parlare di modelli di primo grado e di
secondo, per dlstìn- gere le rappresentazioni concret« dalle rappresentazioni
astratte. Ma non è ora il luogo di insistere sopra queste sot- tigliezze. 10.
L'esempio addotto per la formazione delle teorie fisiche ci permetterà ora di
tracciare più sche- maticamente la teoria generale dei modelli fisici, ma-
tematici e logici, ia qnal cosa — in ultima analisi — si ridurrà alla
dichiarazione di ciò che si potrebbe dire la teoria delle teorie, senza fare
abuso di linguaggio. E questa considerazione costituirà l'origine prima di
tutta una serie di idee nuove e di applicazioni feconde tanto per l'educazione
delle facoltà spirituali indispen- sabili al lavoro tmaginativo della scienza,
quanto per l'apprezzamento e la praticità delle singole teorie lo- giche,
matematiche e fisiche, 1 1 . U processo che segne lo spirito quando forma la
teoria d'nna serie di fenomeni naturali consta dunque delle cinque operazioni
seguenti: 1* Si costruisce un modello (soddisfecente a certe condizioni
determinate); U.g,l:«lov , 2' Lo si mette in funzione (come ana maccluoa
qaalnnqne) ; 8' 8e ne dedooono le conseguenze artificiali ; 4' Si paragonano
questi risaltati ottenuti coi ri- sultati offerti dalla natura; 5' Si formula
la legge, e nei casi p033ÌbÌK se ne Bcrìve l'espressione analitica (equazione).
n modello imaginato pub essere an meccanismo ma- , teriale (congegno, macchina,
apparecchio, strumento, ordigno, arnese, ecc.), o un meccanismo ideale (teoria,
sistema, aggregato, ordine, serie di proposizioni, ipo- tesi, ecc.) costruito
opportunamente in modo tate che se qualche parte di esso si muova, per l'azione
dì forze inteme — nel caso che si tratti per esempio d'un sistema libero — le
altre si spostino in una mi- sura determinata, cosi che le aree sì annullino e
il centro di gravità rimanga in riposo o perduri nel mo- vimento equabile (1).
I risaltati artificiali, meccanici, dinamici logici, che si ricavano per la
prima volta dal funzionamento della macchina modellare proposta quando
s'accordino coi risaltati naturali, che si ricavano dalla Machina rerum,
esprimono dei fatti nuovi e delle leggi nuove. 12. Venendo ora all'esame della
formazione delle teorie matematiche, vi sono delle buone ragioni per ri- tenere
che si verifichi nna certa analogia fra le ope- razioni che sì compiono dallo
spirito a tale intento e qnelle che furono descritte per il processo delle
teorie fisiche. Nel caso che ci occupa, il ravvicinamento fra i fé- (1)
Gabbasso, Sopra alcuni modelli di fé magnetici. Estratto oit., pag. 4. »ibv nomeni
della teorìa fisica e quelli della teorìa mate- matica non solo è completo, ma
ci mostra eziandio la possibilità di studiare altri fenomeni non ancora oS'
aervati. Mi spiego, citaudo le parole del Garbasso, il qaale da tanti anni
sostiene, illustra e feconda brìllantemente quella grande teorìa dei modelli
nel campo della Fi- sica e della Matematica, che costituisce uno dei me- riti
più singolari di Enrico Rodolfo Hei'tz. ' Noi abbiamo costruito, a poco a poco,
alcuni or- gani elemeotarì semplici, che chiamammo funzioni. Tali organi, a
poco a poco, abbiamo imparato a riunirli con segni, formandone certe macchine
complesse, alle quali fìi dato il nome di equazioni. In una equazione infatti,
se uno dei termini si modifica, gli altri cam- biano opportunamente di valore
per modo che l'equi- librio non si turbi. Appunto come in un sistema li- bero,
se qualche parte si muove per l'azione di forze inteme, le altre si spostano in
una misura determinata, co^ che le aree si annullino e il centro di gravità ri-
manga in riposo e perduri nel movimento equabile. " Volendo formare la
teorìa di uà fenomeno si co- struisce una equazione, che soddisfi alle leggi
già note ; e poi questa macchina analitica la si fa funzionare, vale a dire si
trasforma, in guisa da ottenerne nuove leggi e nuovi fatti. Ma in Inogo
dell'apparecchio al- gebrico si pQtrebbe porre, con uguale diritto, e con al-
trettanto rigore logico, e con pari utilità, un congegno materiale, costruito
opportunamente. * Uguagliando usa lettera ad un seno, che abbia nell'argomento
il tempo alla prima potenza, si ottiene una rappresentazione d'una corrent«
oscillante ; ma una rappresentazione altrettanto buona e più semplice si può
costruire appendendo una pallina ad nn filo »ibv Google 172 PiKTB III. -
sottile di lunghezza costante. Logicamente ogni cosa è comune fra il modello
algebrico e il modello mecca- ■ nieo; ma tanta l'uno che l'altro hanno con it
feno- meno un semplice rapporto di corrispondenza , (1). Non è possibile essere
più espliciti e convincenti. Segue da questi ravvicinamenti fra la formazione
della teoria fisica e della teoria matematica che lo spirito compie in entrambi
i casi le medesime operazioni. U modello matematico imaginato può essere
pertanto non solo nn meccanismo ideale (teoria, equazione, si- stema
d'equazioni, ecc.), ma anche un meccanismo ma- (mafe(macchina,apparecchio,
congegno, strumento, ecc.) costruito opportunamente in modo da soddisrare a
tutte le condizioni imposte dal problema analìtico. Segue senza più che in
certi casi le varie teorie fisiche (rica- vate dall'osservazione empirica dei
fatti) e le matema- tiche (desunte dalla pura riflessione astratta delle idee)
sono equivalenti e quindi rigorosamente convertibili e sostituibili fì'a loro e
ciò tanto nella pratica, quanto nella teoria. H risultato è per noi
interessantissimo perchè mostra una volta di più il nesso che intercede tra le
varie forme dell'esperienza e le varie forme della teorìa. 13. Passiamo
finalmente all'esame della forma- zione delle teorie logiche. A questo punto mi
sia lecito il ricordare che ìo non conosco veramente nessuna opera, dove il
sussidio della teorìa dei modetli sia stato ri- volto allo studio di un
problema logico qualunque (2). (!) A. Gare ASSO, op. cit, pag. 4. (2) L'unico e
primo accenno per quanto fugace e indeter- minato si trova nella mia Nota Sopra
l'Esperiema, me- diala inserita negli < Atti della R. Accademia delle
Scienze di Torino. N'ondimeuo ritengo che- l'introd azione dell'ammirabile
teoria dei modelli nel campo della scienza logica sia un fatto di capitale
importanza. Quando noi ci proponiamo di comprendere tatto l'organamento logico
della Logica , sceverando prima le idee primitive dalle derivate, poi i gindizt
primitivi dai derivati, quindi i gindiil ordinati intorno ad un dato soggetto
dai giudizi confasi, e cerchiamo di ridarre le relazioni delle idee a regole
semplici e chiare, ci dobbiamo ben tosto convincere ohe ei è giocoforza con-
siderare le idee come se fossero una semplice ' molte- plicità di dementi
omogenei fra loro, cosi nei loro ele- menti, come nei Loro composti, che sono
sempre idee, analogamente ai multipli e sottomultipli delle quantità che sono
sempre quantità. „ Questa specie di entificazione delle idee ci porta a
conchiadere senza fatica che volendo farci una rap- presentazione mentale
completa o un modello ideale chiuso in sé e regolare d'un sistema di fetti
logici qna- lanqae noi finiamo , in ultima analisi , per ricorrere
all'artifizio di sostituire alle idee date, quasi un grappo d'altre idee pih
concrete , e suscettibili di essere tra- dotta per' mezzo di segni
immediatamente osservabili coi sensi. È un fenomeno assai comune e ciascuno
l'intende subito, perchè ciascuno l'ha sperimentato e lo speri- menta
giornalmente. Ogni provetto cultore degli studi logici ha in testa una sene di
imagini fattizie o mo- delli logici convenzionali dei fatti logici stessi, che
vengono costruiti e rinnovati con determinato ordine e simmetria, e tutti
insieme formano come un quadro mentale che si richiama quasi automaticamente,
ma In modo vario a seconda della vivacità e della prontezza dell' imaginazione.
Non è ora il caso di fermare la »ibv Google 174 PAITB III, — CAPITOLO I. nostra
attenzione sopra qneata attinta imaginativa o rappresentativa che dir si
voglia, cosi atile negli atti mentali in genere e specialmente nelle ricerche
astratte del paro ragionamento, dove essa ofire qnasi sempre nn sussidio
efficacissimo alle scoperte. 1 4. Pinttosto importa che si ritenga ben chiara-
mente che, se i risultati logici che si ricavano dall'im- piego o funzioBamento
artificiale dei modelli lo^ci ' escogitati, s'accordano perfettamente coi
risnltati na- turali del sistema mentale proposto, ciò significa che noi,
costruendo nn'imagìne o schema accettabile dei fatti mentali proposti, non
facciamo altro, in ultima analisi, che costruire una macchina logica, operando
sulla quale siamo in grado di ottenere tutta la serie dei risultati mentali
proposti. Yolendo poi passare all' esame della relazione per gli enti logici
rappresentati, diremo così, ed enti logici rappresentativi (modello) , si può
ben ammettere la convenienza di abbandonare deliberatamente ogni ri- cerca
sulla fondamentale ed intima natura degli atti logici ; sì può ammettere che
ogni filosofo mantenga caro il suo principio prediletto, che gli può sembrare
più acconcio di ogni altro a costituire la pietra fon- damentale della
conoscenza. Ma resta pur sempre libero a noi di supporre che gli enti logici
rappresentati dif- feriscono dagli enti logici rappresentativi — (almeno per i
bisogni descrittivi della scienza) non in sé ma solo per rispetto ai mezzi di
cui ci serviamo per le nostre osservazioni. Questo modo di considerare le cose
logiche — che io mutuo dall' ammirabile teoria dì Hertz (come spero che il
lettore comprenda di leggieri dopo le parole testuali che furono riferite nel
capitolo III della prima parte di questo saggio a proposito della »ibv teoria
degli enti nascosti) -~~ è appunto l'ipotesi che io voglio introdcrre nella
formalità della teorica logica. Noi snpporremo cioè che il processo che segue
lo spirito quando forma la teoria logica d'ana serie dì fenomeni logici, si
compia mediante le stesse cinque operazioni successÌTe che furono riferite a
proposito del processo delie teorie fisiche e matematiche; noi supporremo cioè
che quando imaginianio una teoria logica capace di spiegai'e on intero ordine
di idee, e vogliamo gindicare iu modo rigoroso della sua esat- tezza, in ultima
analisi non facciamo altro che ciO che 3Ì potrebbe fare più materiaJmente con
la costruzione e la messa in opera di una macchina fisica o analitica
particolare. In breve, per quanto possa sembrare paradossale questa opinione,
noi possiamo riconoscere che la co- struzione d'nna teorìa logica o modello
logico che soddisfi a certe determinate condizioni, non differisce logicamente
dalla costruzione d'ogni altro modello fisico (congegno, apparecchio,
strumento, macchina, ecc.) o modello matematico (teoria analitica, equaiione,
si- stema d'equazione, ecc.) costruito appositamente, anzi deve potare essere
sostituita e a sua volta deve poter sostituire ogni altro modello
corrispondente, con eguale diritto, con altrettanto rigore logico e con pari
utilità. 15. E poiché è necessario che io aggiunga qualche prova diretta a
sostegno di questa affermazione, che è forse la parte piìi importante del
presente lavoro, il lettore mi consenta d'accennare ad una mia ricerca
personale che sarà pubblicata a suo tempo, come saggio d'nna applicazione
pratica dì questa teoria. Dopo d'esser giunto alle conclusioni che son già note
a! lettore sopra la convertibilità e unìficabilità delle varie idee e
proposizioni primitìve logiche, raa- temativlie e fisiche, io tn'era proposto
d'esaminare se si poteva giungere altresì al principio della piena e mutua
rappresentabilità dei vari sistemi logici mate- matici e fisici; e in
pstrticolare se gli sviluppi teorici della Logica e della Matematica, ad onta
della loro apparente cbmplic azione, fossero suscettibili di una
rappresentazione sperimentale soddisfacente. Ora il pro- blema non si poteva
risolvere, come bene si comprende, senza studiare — nel modo più completo
possibile — quanto succede, pei tale riguardo, nel caso concreto della scienza
fisica; dove, come ebbi già occasione di dichia- rare, tanto la costruzione e
il funzionamento, quanto l'utilità dei modelli materiali è visibile direttamente.
io qualunque e prima esperienze che pote- mmo risultato pratico. Prima di
montare un apparecchio d'intraprendere una lunga serie di < vano anche
approdare a nessunissin mi accinsi dunque a studiare la teorica generale dei
modelli, nella profonda convinzione che almeno dal caso generale al caso
particolare, incluso nel primo, si può ragionare con discreta sicurezza. Quindi
giovandomi del sussidio dei modelli per la risoluzione d'una que- stione molto
semplice, ma pure abbandonata oramai pressoché da tutti i Logici come inutile e
vieta, della questione cioè dei rapporti logici di inclusione e d'e- sclusione
fra le idee, considerate solo come universali e particolari, e in . condizioni
opportune, ho trovato precisamente quello che mi aspettavo di trovare. I mezzi
occorrenti per costruire meccanicamente un modello fisico dei fatti logici —
come si vedrà a suo tempo — sono estremament* modesti. Per ora mi li- mito a
constatare l'utile, cosi didattico come euristico, che deriva dalla
rappresentazione meccanica dei feno- meni logici. Il modello ideofisico che
ebbi occasione di costruire imita assai feticemeute tutte le particola- rità
più notevoli che si incontrano nelle tre grandi partizioni della Logica pura:
dell'idea, del giudizio e del raziociaio. E l'utilità di queste macchine
siffatte ai riscontrerà ancora meglio quando le si impieghino all'esame di
questioni non ancora risolute. Questi mo- delli ideofisici — da un certo qual
punto di vista — non sono altro che finzioni visihili o grossolanamente
empiriche della funzione del senso logico. Il loro esame ci apprende che ad
ogni idea, ad ogni giudizio, ad ogni raziocinio perfetto o imperfetto in noi si
compie un lavoro o associativo o dissociativo, di cui non pos- siamo in alcun
modo indicare la natura fondamentale, ma di cui è ben possibile fornire una
rappresentazione simbolica soddisfacente. Con tale criterio noi tentiamo di
fissare una corri- spondenza rappresentativa anche tra il pensiero e l'a- zione
meccanica, vogliamo anzi supporre che la cosa si verifichi affatto in generale
e dire che la seconda, in certi casi, è una manifestazione equivalente del
primo 16. Sta anche lasciando, per ora, da parte il mo- dello ideofisico
escogitato — intomo a cui ogni affer- mazione è certamente prematura, finché
rimane destì- tntta d'ogni prova sperimentale diretta — non è poco interessante
l'osservare che dalle pure esposizioni ana- Utiche fatte finora, nel presente
saggio, si può già de- darre più d'un argomento convincente in favore della
nostra ipotesi. In verità noi abbiamo studiato finora tre sistemi di idee
primitive e di giudìzi primitivi (logici, matematici e fisici i che sono
perfettamente con- vertibili, sostituibili e spiegabili in un modo comune. A.
Pastose, Sopra >a teeria d^ìa Sciema. Ora, perchè non aarà lecito a noi di
supporre che qaesti tre siatemi ideali equivalenti possono essere con- siderati
come vere macchine fisiche o apparecchi, o congegni o equazioni analitiche, o
rappresentazioni o sistemi o teorie logiche, in nna parola, come veri e propri
modelli che soddisfano a certe condizioni imposte dalla ragione o
dall'esperienza e come tali possano fan- zionare, cioè trasformarsi in guisa
àa, produrre naoTÌ fatti e nuove leggi in armonia coi risnltati offerti dal
pensiero e dalla realtà? 17. Ma una volta che si è messa la questione in qaesti
termini non è difficile persuadersi che la risposta deve essere ad ogni modo
affermativa. Kon abbiamo visto — per i principi riferiti della convertibilità è
della uniffeabilità delle varie idee primitive — che in luogo d'un sistema di
idee primitive si può porre, con ugnale diritto, un qaalunque altro sistema
ideale primitivo equivalente? B questo non equivale ad ammettere che ad una
data teorìa logica si può sostituire, con altret- tanto rigore, una teoria
matematica o fisica; e ad una teorìa matematica una teoria fisica o logica-, e
ad una teoria fisica una teoria logica o matematica, a piaci- mento? Tutt«
queste conclusioni, alle quali ci ha con- dotto lo studio dei modelli,
dovrebbero essere verificate ed illustrate con buon numero d'esempi. Esse
formano in realtà un genere di ricerche originali, di cui non pQò venir posta
in dubbio l'utilità. 18. Solo bisogna aver sempre presente che tutti questi
modelli logici, matematici e fisici equivalenti devono essere considerati solo
come uno strumento delle varie scienze, e non costituire le scienze mede- sime
; devono essere solo un mezzo per scoprire il vero »ibv Google TROKU OBNKBALB
DEI MODELLI 179 e non il fine e la natura stessa essenziale della cono- scenza
scientifica. 19. In ordine ai modelli fisici dei fenomeni logici e matematici
non sarebbe anche inesatto l'affermare che essi non sono altro che la
trasposizione o la tradazione nel linguaggio dei sensi esterni, di ciò che
avriene anche per il senso logico intemo, ma che con questo sarebbe
inesprimibile rappresentativamente; in altri termini: il pensiero stesso visto
sotto nn aspetto ma- teriale, capace di suggerire dei vantaggi, talora supe-
riori alle esigenze attuali del calcolo e della logica. 20. Qiova inoltre
ricordare che i vari modelli teorici equivalenti non hanno coi fenomeni
rappresen- tati che un semplice rapporto esteriore di corrispon- denza, per
quanto logicamente ogni cosa sia fra di loro comune. Bisogna dunque ben
gaardarsi dal credere che vi sìa nei modelli proposti tntta la realtà o anche
solo una parte. Anche si comprende con quali riserve si possa andar incontro al
massimo dei problemi, alla coi soluzione i pensatori anelano da ogni parte. E
in verità, trovandoci di fronte a un processo di fatti qualunque dei quali non
si comprenda la ragione fondamentale, che cosa vorrà dire: trovare la spiega-
zione dei fatti? Semplicemente questo: 1° formarci del processo naturale e
spirituale che ci sta di fronte un'imagine o modello logico ben de- terminato;
e cercare di formarcelo in modo tale che le conseguenze logiche delle imagini
da noi costruite siano alla loro volta imagmi delle coaBegaenze nata- ralì e
spirìtaali dei fatti (1) ; 2" non far alcuna violenza ai dati naturali o
spi- rituali del processo per giustificare anche U menomo riscontro tra i due
ordini di fatti. Se poi, in base a tntti i fatti, in parte sperimeutaL, in
parte razionali, considerati, bì volesse ancora venire ad una conclusione, ai
potrebbe dire unicamente che il nostro modello potrebbe renderci dei servigi
euristici estremamente interessanti, qualora riesca adatto: 1° a riprodurre
veramente con una disposinone teorica conveniente tutte le particolarità
osservate nel processo dato; 2* a dimostrare che le leggi più generali secondo
cui variano nei dne sìstomi le relazioni corrispondenti sono le medesime. 21.
Ed in vero, in ogni nostro tentativo scienti- fico, noi abbiamo bisogno di
giungere solo a due risultati : 1° la costruzione d'una disposizione, o modello
soddisfacente d'un sistema dato; 2° l'affermazione d'una legge, o d'un sistema
di leggi, di corrispondenza fra il sistema dato e il si- stema proposto.
Esaminare i fenomeni più generali della conoscenza logica, matematica e fisica,
separarli se è possibile, semplificarli, ridurli ai minimi termini, poi
trovarne le equazioni fondamentali, e studiarli come se fossero ordinati
appimto in un dato modo che ci permetta di render conto completamente di tutti,
ecco il propo- sito nostro. A molti porrà strans e quasi iaatile ima ricerca
che si aggira soltanto intomo alle formalità, per cosi dire estrinseche, dello
spirito ; ma noi sosteniamo che, come toma atilissimo — ricercando il modo di
comportarsi di nn fenomeno, o di ima serie di fenomeni sperimen- tali dati —
intraprendere ia ricerca come se il fenomeno o la serie data si comportasse
secondo le leggi di un grappo di fenomeni differenti, cosi resterà sempre im-
mensamente interessante, sia per la pratica, sia per la teoria stessa (la qoale
non può mai esser altra che prov- visoria), il rappresentarci in modo
qualunque, purché sia un modo soddisfacente, il processo che compie spon-
taneamente lo spirito umano nella formazione naturale della conoscenza
teoretica. E questo s'intende solo per il modello escogitato, o, per dir
meglio, per la descrizione rappresentativa del modello teorico proposto per i
fenomeni dati. Ma chi non vede che colla nostra ricerca si esaudisce anche
un'altra ricerca, che è di capitale importanza per i bisogni cosi della scienza
come della vita, cioè alla determinazione concreta delle leggi? 22. Un grande
legame intercede sempre — nel caso più favorevole -- tra il sistema dato ed il
mo- dello o sistema proposto; e consiste in ciò che le leggi, secondo le quali
variano le relazioni corrispondenti nei due sistemi, sono le stesse. Dunque
questa riproduzione artificiale della legge, anche nei casi in cui infiniti
modelli, per esempio, soddisfacciano contemporaneamente allo stesso pro- blema,
non cesserà mai d'essere una sicura conquista dello spirito umano, ed un sereno
conforto per gli studiosi. Ma non basta. Siccome il nostro intento non è di
velare , ma di rivelare tanto le virtù quanto le deficienze della teoria dei
modelli, così noi non ci sfoneremo mai di far dire ad un principio ciò che esso
disgraziatamente non dice; piuttosto ci par do- veroso dì far ben comprendere
che l'accettabilità d'una teoria in genere può essere assai limitata. E questo
può succedere per molte ragioni. In primo luogo pnò trattarsi d'ona vera
deficienza rappresentativa dell'ipotesi proposta, perchè si riscontra spesso
che alcuni &tti non si possono piìi spiegare con gli stessi modelli. In
secondo luogo potrebbe darsi che il processo dato non fosse rappresentabile di
sua natura con ninna sorta di modelli. Ma la prima ipotosi sembra assai più
pro- babile, perchè quasi sempre si scopre che quella seria dì fatti che si
ribella alla rappresentazione proposta, pnò essere invece riprodotta in ogni
particolare, im- maginando altre disposizioni teoriche completamente diverse
dai primi modelli. In terzo luogo potrebbe ancora succedere che ÌI modello
proposto avesse realmente colla realtà mag- giori punti di contatto che non si
sia potuto scorgere, a nostra vista, e che fosse realmente capace non solo di
rappresentare un certo ordine di fatti, ma di render conto ngnalmente bene di
molti altri ordini di fatti imprevednti — e forse anche di più. L'unica
difficoltà tuttavia consisterebbe solo nella integrazione fortunata delle varie
rappresentazioni teo- riche parzialmente soddisfacenti. 34. Finalmente, se si
obbiettasae che una ricerca consimile non potrebbe mai ofbire una sola e sicura
conquista agli studiosi, dovendo noi ammettere per forza che , se i fenomeni
del processo d^to anunetitono una solnzione teofica completa, ne ammettono
infinite altre che possono render conto agualmente bene dì tutte le
particolarità rivelate nel loro processo, noi potremo sempre rispondere che
l'infinità delle imma- gini accettabili della realtà non depone in favore, ma
contro il più radicale scetticismo, agevolando per in- finite vie la ricerca e
la scoperta della verità; come è possibile giungere alla stessa sorgente pur
risalendo per uno qualunque degli infiniti rivi che sgorgano da essa. Per gli
scopi del presente lavoro parmi adunque molto opportuno rilevare quanto
entusiasmo debbano avere i cultori zelanti della verità, sapendo che la ri-
cerca e la rappresentazione dell'organamento logico della scienza si possono
fare, seguendo infinite strade diverse, pur mantenendo la ricerca fedele ai
severi principi tanto dell'esperienza, quanto della teoria. 26. Se noi avessimo
bisogno ancora d'una prova per confermare che il fatto dell'esperienza fisica
s'ac- corda perfettamente — in condizioni opportune — col fatto della teoria
razionale, le considerazioni prece- denti, a cui vogliamo aggiungere ancora
qualche altro argomento, dovi-ebbero distraggere ogni dubbio. È noto che i
logici puri ed i matematici tentano di ricostruire razionalmente la loro
scienza, sopprìmendo il più che è possibile ì postulati non primitivi e so-
stituendovi definizioni opportunamente scelte , produ- cendo cosi delle teorie
scientifiche puramente e stret- tamente formaliste , poste senz' altra
preoccupazione all'infnorì di quella di non implicare contraddizione. Non
preoccuparsi afi'atto delle obbiezioni che non sa- ranno accompagnate dalla
prova che il punto di par- tenza medesimo è fuori di discussione; scartare ogni
intaizione sensìbile, ogni d&to concreto, o almeno rì- dorli al minimum;
ecco la principale cara dei logici puri e dei matematici. Ora che cosi si possa
pensare da una parte è natu- rale. Conveniamo che la Logica analìtica e la
Mate- matica sono pure teorìe astratte costraite aopra e coi principi primitivi
dello spirito, e che la seconda è, in certo qnal senso, il prolungamento
analitico dell'altra. Possiamo anzi dire — in hase alle nostre ricerche snlla
rìdacibilìtà , convertibilità e unificabìlità delle idee e sulle proposizioni
primitive — che tanto la Matematica è una Logica derivata, quanto la Logica
stessa è una Matematica rudimentale, poiché entrambe — per questa parte — non
s'ergono che sulle purissime forme del pensiero e devono solo alla loro vacuità
il carattere di indìscntibile certezza, 26. Ma è impunto per queste ragioni che
noi affermiamo la necessità (per chi voglia ottenere una cognizione, per quanto
è possibile, completa del feno- meno scientifico) di ponderare bene che cosa
sia in generale una teorìa, dal momento che la logica e la matematica non sono
che delle teorìe particolari. Pos- siamo noi contentarci di questa dogmatica
affermazione: la scienza logica e la scienza matematica non sono che teorìe
pare ed astratte e come tali non hanno alcun rapporto coll'esperìenza ? Solo
l'enunciare la questione in questi termini basta a far capire che almeno lo
studio della questione medesima è indispensabile alla concezione filosofica. —
I filosofi dogmatici non capi- scono una tale necessità e poscia sì interdicono
ogni ricerca che si scosti dal loro punto di partenza, non volendo neppur porre
in dubbio l'indipendenza assoluta della loro teoria. Ma la nostra posizione è
differente. Dopo quanto abbiamo potato porre in lace sulla converti- bilità,
salla miificabìlità delle idee delle propoaizioni e delle teorie, siamo
convinti che si può affermare gia- stamenle che la Logica, la Matematica e la
Fisica sono nello stesso tempo indipendenti e dipendenti dall'espe- rienza,
perchè esse non sono altro che modelli logici, matematici e fisici
pei-fettamente equivalenti di uno stesso sistema fondamentale di idee
primitive. Di più. si comprende, senza fatica, che se più modelli sono modelli
d'uno stesso fenomeno, ognuno di essi può prendersi come modello o
rappresentazione degli altri. Resta a decidersi quale delle rappresentazioni
possibili sia preferibile in generale. Ma per ora teliamo corto sopra questa questione,
limitandoci a notare che — in tutti i casi -"- la scelta non può esser
dettata che da ragioni di comodità affatto estranee alla verità delle cose.
Riteniamo dunque, in ultima analisi, che il fatto dell'esperienza è
inseparabile dal fatto della teoria. — Teorizzare le cose è per noi null'altro
che esperimon- tare le cose, come teorizzare le idee è null'altro che
esperimentare le idee. K se volessimo superare la ripugnanza di ciò che può
parere un giuoco di parole ma non è, potremmo ancora concludere che
l'esperimentare non è altro che un teorizzare e il teorizzare non è altro che
un espe- rimentare. 28. Questa ne pare anzi la vera necessità primi- tiva ed
inesplicabile dell'umana conoscenza, la mntua insidenza, il parallelismo dei
modelli empirici e razio- nali, a posteriori ed a priori, necessari e
contingenti simultaneamente. A. Pastore, Sopra la leoTia della Scienza. 24
U.g,l:«lov Google Le due teoria contrarie, l'innatÌTÌsmo e l'empirismo, hanno
agaale valore. È dtmqne as&olataiueute neces- s&rìo troncare ogni
controversia a cui si deve l'idea- zione difettosa cosi dell'esperienza come
della teoria, e in cni troppi pensatori intricarono la loro meravigliosa
innocenza dì giudizio. Ad ogni tratto esperimentiamo che i fatti naturali
determinano dei fatti spirituali e viceversa. — In ogni ordine di conoscenza
logica, matematica e fisica, vano tentativo è porre dei Haliti fra esperienza e
teoria, per afFermarli insuperabili. Forre nn limito è sempre già on superarlo.
Porre nna serie di limiti differenti tra due serie dì fatti equivale a
speriiqentare due serie di fatti. Come gli empirici intransigenti si valgono dì
Mti non-empirici per produrre le loro esperienze , cosi i teorici intransigenti
si valgono di fatti non teo- rici per produrre le loro teorie ; a quelli serve
inconscia- mente la presupposizione teorica delle idee, a questi serve
inconsciamente la presupposizione empirica dei fatti. À quelli è indispensabile
la comparazione ideale, a qnesti è indispensabile l'esistenza delle cose. Chi
lo nega ignora tanto la teoria dell'esperienza quanto l'espe- rienza della
teoria, che ci forniscono la spiegazione dell'inseparabile continuità
definitiva tra il pensiero e 29. Ma c'è un modo ancor piti paradossale di
esprimere questa verità, che noi abbiamo dianzi dichia- rata ed enunciata con
termini del linguaggio ordinario. E consiste nell' affermazione che tanto l'
esperienza quanto la teoria non fanno altro che insegnare allo spirito la
necessità di trascenderle perennemente. Che diventano per conseguenza — nell'attuale
ipotesi — i due principi apparentemente contrari, della espe- »ibv Google
TKOBIA qBNBRALE DEI HOSELLl 187 rienza e della teoria ? DìventaDO degli ordini
tali che, avverandosi, domìnaDO tutti i fenomeni scientifici indi- stìntamente,
e possono perciò venir assnnti — con pari diritto — come modelli
rappresentativi della necessità determinante della scienza. 30. Fatto singolare
questo che si possano trovare due vantaggi ad nn tempo e con una sola proposta;
vale a dire, due rappresentazioni plausibili ed equi- valenti di ciò che fa
chiamato — con frase felice — dal Tarozzi (1) * l'organamento logico della
scienza , (il modello empirico e il modello teorico) capaci di of&irci
entrambi una spiegazione soddisfacente del ca- rattere deterministico della scienza
medesima. Voglio dire che tanto il razionalismo puro, quanto l'empirismo puro
finiscono per attribuire entrambi un carattere deterministico alla scienza.
Quest'ultima affermazione potrebbe sembrare gratuita, ma vedasi, col fetto, la
ragione. In primo luogo l'interpretazione classica della cono- scenza logica e
matematica, mantenendosi fedele al vecchio principio dell'a priori, affermando
la fissità degli assiomi, e sostenendo l'assoluta indipendenza della Logica e
della Matematica , non dogmatizza forse la razionalità etema ed immutata delle
sue leggi ? . Ora quali che siano le ragioni speciali, in favore dell'a priori,
è chiaro che il processo di questo sfre- nato razionalismo assoluto è costretto
a riconoscere l'immutabile fissità delle sue leggi, anche se le facesse
dipendenti dai puri principi logici di identità e di con- traddizione, come la
necessità teorica determinante della (1) G. Tarozzi, L'organamento logie
problema del determinismo. Firenze, »ibv Google scienza. Ma in secondo luogo,
quali che siano le ra- gioni speciali contro Va priori, non è forse parimenti
chiaro che il processo di quell'interpretazione empìrica dei fatti logici
matematici e fisici che s'indica co- munemente col nome di determinismo, è
costretto a riconoscere che i &tti scientifici riferiti avvengono in virtù
di qualche cosa che si può considerare come la necessità empirica ma sempre
determinante della scienza medesima^ Dunque un'affermazione fondamentale è
comune alle due scuole diverse, l'affermazione cioè della necessità
determinante della scienza logica, mateniatdcs e fisica. Y'è dunque un
determinismo scientifico razionale, e un determinismo scientifico empirico, da
cui né la Lo- gica, nò la Matematica, né la Fisica possono liberarsi per
nessuna vìa. Riassumendo, ci basti per ora di rilevare, come ri- sultato delle
considerazioni precedenti, che tutte le interpretazioni cosi dell'esperienza
coma della teoria nei campi della Logica, della Matematica e della Fisica — pel
semplice fatto di quella necessità determinante che è l'esigenza innegabile
d'ogni ordinamento del sapere — sono riducibili alla forma più generale del
determinismo scientifico. I etermini smo scienti - L paragrafi, volgiamo i che
assume sempre 3 1 . Lasciando ora da parte il ' fico su cui ritorneremo nei
prossin lo sguardo ad un altro ordine diid crescente importanza nella
interpretazione della espe- rienza e della teorìa in generale, vale a dire a
queUa grande e novissima corrente della interpretazione filo- sofica della
Logica, della Matematica e della Fisica che, per reazione alla vecchia corrente
del determinismo dogmatico empirico e razionale, viene distinta comu- nemente
col nome di tndelermim'f^mo. U.g,l:«iovCTt)Oglc Questo modo di intendere i
fatti proposti, facendoci esordire dalle basi fondamentali delia Logica, della
Ma- tematica e della Fisica ordinaria, ci proietta nei campi sub] imi della
metalogica, della metam atematica (com- prendendo in questo termine la metarìtmica
e la me- tageometria) e della metafisica, nel senso stretto della parola. Il
lettore non si lagni che si introduca nel corso di queste ricerche, cbe furono
finora mantenute tanto vicine alla realtà ordinaria, una serie di
considerazioni astruse. Se egli avrà la pazienza di seguire attenta- mente
questi sviluppi teorici alla cui fortuna lavora- rono negli ultimi
cinqnant'anni molti fra i logici, i matematici e i fisici più insignì d'ogni
parte del mondo, sarà poi in grado di coordinare — per alcune nuove ragioni —
due grandi serie di fatti scientifici che al- trimenti rimarrebbero
sconclusionate ed aberranti: il determiniamo e l'indetenniniamo scientifico.
32. In verità il semplice fatto della posizione teo- rica del determinismo —
importa, per antitesi (la quale non tarda mai a sorgere in tutti i campi) il
fatto del- l'opposizione teorica dell 'in determinismo. Ora se il de-
terminismo può rappresentare per qualcuno la più ti- rannica e in pari tempo
più logica prigionia dello spirito, t'indeterminisTiio può ben rappresentarne
dal canto suo la più sfrenata, metalogica, metamatematica e metafisica
liberazione. Al fatalismo sottentra Ìl mi- ticismo ; ali'dvdTKii l'aTiEipov ;
ad una convenzione pra- ticamente utile, un'altra convenzione teoricamente fe- conda.
Consideriamola dunque brevemente. DÌ fronte al determinismo scientifico logica
e matematico, che alto agitando il rigore e l'universalità delle sne leggi, ed
offrendo il miraggio della sua infallibilità ed ap- plicabilità universale,
preludia assolutamente ad un tempo ia cai tatto it materiale scientifico sarà
cristal- lizzato in forme rigide di ripetizione integrale, l'inde- terminismo
logico e matematico, liberandosi dal con- cetto meccanico dì cui le scienze
logiche e matematiche per tanto tempo s'erano fotte inflessibili conserratrici,
respingendo la necessità e fissità dì tutti quanti gli assiomi — da quelli geometrici di Euclide, fino ai lo-
gici di identità e di contraddizione — proclama la ca- duta d'ogni forma di
necessità determinante, e slan- ciandosi, con incredibile ardire, oltre
l'agnosticismo formola queste tre conclasioni principali: 1° tntte le leggi del
mondo logico e fisico in ge- nerate hanno un carattere puramente ideale, e con-
venzionale ; 2° tutte le leggi, matematiche in particolare, non hanno alcun
vincolo di rispondenza necessaria colle quantità reali dell'esperienza; 3°
d'ogni realtà di fatto, cosi della natura come dello spirito, cosi della
coscienza come della scienza, si pub trovare nn numero di soluzioni
soddisfacenti variabile all'infinito. Ora questo fiirore di libertà
scieiitifica indetermini- stica, contro il meccanicismo, contro Ìl determinismo
dogmatico ed empirico, contro la logica tradizionale, che vantaggio positivo ha
recato alla scienza? 3^. In primo luogo, circa la Metalogica e la Me- tafisica
giova osservare che esse vengono trascinate a rimorchio dagli audaci novatori
metamatematici, e questa è la ragione per cui fermeremo la nostra at- tenzione,
in particolare modo, sopra il campo dell' in- detenninismo matematico. 34.
Circa la metaritmica poi, non sapremmo in- dicare meglio l'indirizzo
dell'indetenninismo che life-reudoci alla t«oria di Caator. La sua tesi ~
speciolmeute per opera dei suoi pia ardenti segnaci — non solo si ribella al
concetto tradizionale della scienza dei nomeri, ma non è por compatibile con la
terminologia classica dell'analisi e con volo temerariamente sublime oltrepassa
i limiti deW infinito matematico stesso. Adoperiamo questa frase cosi
irrappresentabile e contradditoria ap- punto perchè il transfinito del grande
matematico è un'ipotesi perfettamente irrappresentabile e contraddi- toria. In
verità egli comincia per confondere insieme le due nozioni fondamentali del
numero e della gran- dezza attribuendo alla prima le proprietà caratteristiche
della seconda, quindi servendosi del poderoso strumento della continuità
matematica ~ intesa in un senso suo proprio — ed ammettendo che il numero si
esaurisca in tre processi distìnti: intieri, frazionar!, incommen- surabili,
immagina, per esempio, che l'insieme dei nu- meri incommensurabili sia di
potenza superiore al- l'insieme dei numeri intieri, così introduce la sua
nozione eterogenea di insieme o di gruppo, e con essa la nozione affatto
inafferrabile di un infinito graduato pel quale la serie dei numeri Intieri non
dà che un primo infinito, limitato nella sua collezione, che a sua volta
diventa il punto di partenza di una scaìtnatA strana ed inintelligibile di
infiniti distinti e sovrapposti consecutivamente. È bene aggiungere che questa
serie paradossale metarìtmica, che urta le idee generalmente accettate
dall'umanità, incontra pure resistenze consi- derevolissime da parte di molti
matematici i quali le rifiutano Ogni ombra scientìfica di necessità e perfino
di utilità. Tuttavia, restando paghi di seguire curiosa- mente un' opera di si
audace indeterminismo mate- matìco, possiamo appena conchiudere che la
terrìbile difiìdenza dei sofisti greci anche rispetto alle più rigo- ri
byCooglc 192 rose nozioni delle scienze matematiche, forse doq fa tntt'opera
vana. Le difficoltà, che ora arrestano molti spiriti più sottili e più
spregiadicatt, non hanno gran che cangiato di natura, anzi pare che si vengano
riaf- facciando e precisando inevitabilmente. Uà il risultato più generale di
questo indeterminismo metaritmico non fa che comprovare sempre meglio che, in
ogni ramo delle discipline scientifiche, vano tentativo è stabilire dei limiti
ed affermarli insuperabili, poiché pensare il limite è oltrepassarlo. 35. Circa
l' indetermini smo metageometrico si. possono ritenere come fondamentali a
questa teoria i seguenti ponti: 1° Io spazio reale non è lo spazio euclideo,
sia poco o molto o del tutto differente da esso, a seconda della frase felice e
più generale proposta dal Caiinon. cioè a seconda delle oscillazioni del nostro
parametro spaziale. Infatti, lo spazio euclideo è omogeneo isogeno, cioè
indefinitamente divisibile in partì simili, sempre identico a sé stesso,
invariabile nel tempo, ideale, astratto, immaginario, ipotetico, probabile,
pos- sibile, fittizio, contradditorio, penetrabile, riducibile, contrattibile,
ripetibile, determinato, discontinuo, tìpico, relativo, ecc.; lo spazio reale è
eterogeneo, sempre differente, variabile, concreto, impenetrabile,
irriducibile, indeterminato, indivisibile, unico. Dopo quanto si è riferito —
esponendo le contro- versie (cap. I) e tracciando ■ la storia degli assiomi geometiici
(cap. II di questa parte II) — ne basti l'os- servare in secondo luogo che i
metageometri ammet- tono come dimostrati questi altri punti : 2° la creazione
dello spazio " geometrico , è un semplice atto dello spirito; non v'ha una geometrìa vera, ma v'ha una
infinità di geometrìe più o meno semplici, comode e soddisfacenti. È noto che
nello spazio d'Euclide la somma degli angoli di un triangolo è eguale a due
retti; nello spazio sferico di Biemann la somma degli angoli dì un triangolo è
maggiore di due retti; nello spazio pseudo-sferico di Lobatchewskj la somma
degli angoli di un triangolo è minore di due retti ; nello spazio di Euclide
per un punto non si può tirare che una sola parallela ad una retta data; nello
spazio di Biemann non possono essere rette parallele; nello spazio di
Lobatchewsky si possono tirare infinite parallele ad una stessa retta. Cosi
l'iperspazio geometrico si predica né più né meno legittimo dello spazio
geometrico e subgeometrico, né più né meno impossibile o possibile, per quanto
ora — iu certo modo — si possa dire meno esistente dì essi. Ogni spirito è
sbalzato ' irresistibilmente , al di là della 3* dimensione e una volta
accettata questa possi- bilità logica, lo spirito non si rifiuta più di concedere
la possibilità di un'ennesima dimensione ulteriore, e, in breve, finisce per
ammettere cbe la diversità ira le varie convenzioni spaziali piane, sferiche,
pseudo -sferiche, elittiche, iperboliche, paraboliche... non è che una que-
stione di parametro, e che in ultima analisi, forse, non trova tanto assurdo il
snppoire che l'evoluzione di tutto l'universo non sia altro che la funzione di
un parametro cosmico perennemente oscillante dall'infi- ultamente piccolo
all'infinìtamente grande. 36. Queste idee trascinano certo grandi modifica-
zioni nelle tesi filosofiche, concernenti lo spazio, e la A. PiSTOBK, Sopra la
teoria dtUa ScUnta. GG U.g,l:«lov teorìa generale della conoscenza. Noi abbiamo
già avuto occasione di accennare che la certezza apodittica od unÌTersale delia
matematica classica, affermazione ca- pitale per Kant, é ora, se twn scossa,
certo irtterpretata da un punto di vista completamente diverso. Anche
ammettendo col Poincaré che la veriRcazione a posteriori dei postulati
fondamentali della geometria (snpponendola praticamente possibile) non sarebbe
meno illasorìa, e che il Talore soggettivo dei postulati non cambierebbe mai,
od anche ammettendo che si possano segaire le Turìe ipotesi scientifiche
liberamente, e, con facile trasposizione di termini, compiere i nostri studi
con qualunque ipotesi, resta sempre profondamente modi- ficata la nozione
ordinaria della verità, nei vari ordini dei fenomeni. Noi sappiamo, è vero, che
la geometrìa euclidea non è contraddetta da alcun &tto osservabile, ma
sappiamo pure che essa non è trascinata necessarìa- mente dai fatti. Se adunque
la teorìa euclidea non è neppure un'ipotesi necessaria come direbbe il Calinon,
tutte le nostre leggi astronomiche, logiche, matematiche e fisiche, basate sai
calcoli otteunti secondo l'ipotesi d'uno spazio euclideo (ripetizione integrale
di Weber, ecc.) ci danno appena una rappresentazione relativa parti- colare e
determinata del processo naturale dei fatti, la cui scelta, fra gli infiniti
altrì modelli possibili, può essere unicamente giustificata da pure ragioni di
sem- plicità, di comodità, in una parola, di maggior o minor rappresentabilità.
37. Concludiamo. Quando si pensa ai risultati filosofìa più tttili e
collettiwtmente fecondi che si do- vrebbero trarre da questo generale movimento
indeter- mmistico delle matematiche, mémorì della piena e mutua convertibilità,
sostituibilità ed equivalenza delle »ibv TEirìe teorìe scientifiche, una sola
conclusione, a parer nostro, s'impone ; V opportunismo teorico sopra tutta la
linea. Da qaesto punto di veduta che valore ha dunque il movimento attuale
dell'in determini amo matematico? ' È chiaro che noi dohhiamo vedere in esso
nulla più che una reazione legittima agli eccessi del fatalismo deterministico
precedente. Ma sarebbe ingiusto l'obhare che esso non si limita a poiTS in
sospetto l'autorìtà delle generalizzai ani dogmatiche della scienza, che
pretendono di spiegare esse sole tutta la realtà, appa- gandosi di mutuarvi la
vera natura dell'organamento logico della scienza; quindi abbandonandosi
all'impeto della pia sfrenata illusione, precipita, da troppi lati, nei grandi
mari dell'agnosticismo, del misticismo, del- l'illusionismo e dello
scetticismo. La ragione è chiara. Nello spirito umano , tanto il determinismo
quanto l'indeterminismo proiettano una ombra larga e ingannatrice ogni qual
volta si dimentichi di seguire le due ipotesi, solo fin dove ci permettono di
interpretare ' praticamente , i fatti, di aggrupparli, di collegarli fra loro,
e di prevederne dei nuovi; in una parola, solo fino a che esse si mostrano
" pratica- mente , feconde. Ora il giusto mezzo si mantiene solo a patto
di non perdere di vista che le due interpre- tazioni opposte dei fatti non sono
che le due posizioni opposte di uno stesso principio radicale, capace di
estrinsecarle e pure di reintegrarle tutte e due. Cosi, pur giungendo ad una
conclusione che porta la contraddi- zione al cuore della scienza, noi possiamo
soltanto con- cludere che la contraddizione è il segno della segreta
opposizione delle cose a lasciarsi capire " isolatamente „. »ibv Google
:ag5g::g25:gg5s5g5s5g^^ Del fondamenta artistico della scienza. 1. ì^6Ì
capitoli antecedenti abbiamo ottenuto al- cuni risultati notevoli intomo alla
teoria dei modelli applicata alle singole teorìe della Logica, della Mate-
matica e della Fisica. Le cose principali si riducono in sostanza alla
constatazione dell'analogia tra gli ar- gomenti logici della Logica, della
Matematica e della Fisica, tutte le teorie delle quali possono considerarsi —
molto vantaggiosamente — come semplici modelli rappresentativi di ciò che
succede nel mondo dell'espe- rienza astratta ed astn^ÌA-con creta. Se in base a
questa considerazione si vuole ammet- tere in tntta la sua generalità il
risultato della teorìa, noi dobbiamo concludere pertanto che anche le idee, gli
assiomi, e le leggi della Logica, della Matematica e della Fisica non sono
altro, alla loro volta, che mo- delli dei fatti logici, matematici e fisici
corrispondenti. Otteniamo cosi un'interpretazione impreveduta delle tappe
principali del processo scientifico che furono da noi segnate ad una ad una,
per richiamare l'attenzione dei lettori dalla superficie esterna del fenomeno
della scienza in generale al giuoco intimo dei suoi elementi e delle sue leggi;
interpretazione del resto tanto im- prevedata quanta vantaggiosa, non solo per
quell'in- teresse che è congiunto a tutto ciò che si accosta in qualche modo ai
principi dell'umano sapere (quan- tunque, a vero dire, a questo solo ideale si
rivolgano le nostre modeste ricerche), ma anche per le conse- guenze pratiche
che se ne possono evidentemente de- 2. Vogliamo passare ora all'esame d'un
problema completamente nuovo — almeno per la maniera in cui viene posto — e
cioè ci vogliamo domandare se fon- dandoci snlla teorìa dei modelli, dimostrata
applicabile rigorosamente ai vari ordini delle scienze riferiti, pos- siamo
giungere a qualche conclusione definitiva intomo alla natura della scienza. Se
non che, non è nostra intenzione dì correre tutto questo campo nella sua
immensa larghezza ; ci limi- teremo al caso, per noi piil interessante, nel
quale sì tratterà di decidere se si debba respingere o attribuire il carattere
rappresentativo, estetico simbolico alle scienze proposta. L'arte e la scienza
hanno qualche vincolo comune con la realtà? Atti-ibuendo un qualsivoglia
carattere estetico alla scienza non si falsifica il criterio della verità? Non
si travisa il pensiero conoscitivo? Non si rovesciano le basi del sapere
scientifico? la forma- lità estetica — intesa però in modo adeguato ~ ben lungi
dall'essere un'infiltrazione equivoca e rovinosa nella compagine della scienza
non sarà invece da con- siderarsi come un'esigenza indeclinabile del processo
scientifico medesimo? Tate è il problema che cercheremo di risolvere ora,
rÌTendicando i diritti della scienza a partecipare di qnell'omco mondo mentale
di cai il fenomeno scienti- fico e D fenomeno estetico sono due inseparabili
poli. 3. Son varie e di diversa efGcacia le ragioni che si addncono intomo a
questo problema; valgano per tutte qnelle che fìirono radnnate, con singolare
vigore, dal Marchesini, il qnaie, trascinata la questione del fondamento
artistico della scienza sol terreno del sim- bolismo — per la ragione che l'wi«
riposa essenzial- mente nel simbolo estetico o rappresentativo, come sno
essenziale fondamento — respinge quadratamente ogni interpretazione simbolica
della scienza. — Vediamo per sommi capì queste ragioni. " La scienza non è
simbolica, perchè non è simbo- lica in sé stessa la conoscenza, né l'idea che
ne è l'e- lemento essenziale. Ciò risulta dalle cose dette più sopra; ma potrà
ancor meglio apparire da due nuove * Osservazione prima. — La scienza non è,
per sua natura, simbolica, perchè non è nel suo più alto signi- ficato né
puramente soggettiva né puramente ogget- tiva. Se si ritiene simbolica, ciò è
dovuto all'errore per cui si mantengono idealmente contrapposti l'og- getto e
il soggetto. * Osservazione seconda. — La vera conoscenza è nell'idea concreta,
ed è nell'idea astratta solo in quanto questa riassume più idee concrete, di
coi concepiamo l'intima organizzazione logica. Il simbolo è an dato formale che
ci astrae per sé dall'obbiettiva considerazione del fatto, alla qnale è pur
debito di scienza il richiamarci , (1). In fondo si osserva: 1* la scienza è
nella serie dei fatti naturali e umani un fatto dinamicamente continuo.
Considerarla come soggettiva in confronto dell'oggettiva realtà sa- rebbe come
considerare soggettivo l'effetto e oggettiva la cassa. Dicendola simbolica noi
la diciamo implici- tamente soggettiva, perchè il simbolo è infatti per saa
natura soggettivo, ossia convenzionale, mntevole, in- differente, qualità
opposte a quelle proprie del fatto scientifico o, meglio, dell'idea scientifica
del fetto La scienza è l'unità massima dell'essere in quanto ò essere..., e non
essendo quindi né puro pensiero, né puro latto fisico, non è uè soggettiva né
oggettiva, ma la sintesi massima in cui scompare ogni dualismo (p. 230); 2° la
conoscenza puramente simbolica equivale a . pura forma; ma la parte formale,
esteriore, visibile delle cose e dei fatti è ben poca cosa in confronto
dell'intima loro natura e del loro intrìnseco organa- mento (p. 231). Ciò che
distingue l'arte dalla scienza è il diverso valore che per esse ha il
simbolo..., nel- l'arte il simbolo giova come mezzo rappresentativo, ma in essa
ha pure un fine in aò stesso... |p. 238). Nella scienza il simbolo non ha
valore di fine, ma soltanto di mezzo, di strumento... Il simbolo della scienza
ri- cbiama al reale... esso non deve trasfigurarci la realtà, come fa invece
l'arte vivificandola con il sentimento... (1) Marcbisini, Il simbotUmo nella
conosceva e nella morate. Torino, Ed. Bocca, 1901, pagg. 228, 229, 231 et
paisim. inaomma deve rappresentarci ì tipi e le leggi spogli quanto è possibile
d'ogni elemento pigramente BOgget- tÌTO... (p. 239). La differenza tra la
scienza e l'arte e i simboli rì9pettÌTÌ apparirà poi massima se rignar-
di&mo la fonzione di questi, più volte accennata, che è rappresentativa
nell'arte ed esplicativa nella scienza (p. 240). 4. A queste affermazioni
formniate con maggiore O minore recisione si contrappongono varie osserva-
zioni, meritevoli di essere esposte, dall'esame delle qnali mi sembra che possa
venir fuori un esatto cri- terio per giudicare sui rapporti tra l'arte e la
scienza. Prima di procedere all'esame del significato del sim- bolismo
scientifico potrei far notare che se è vero, da un Iato, che la funzione dei
simboli è rappresentativa nell'arte ed esplicativa nella scienza (p. 240), non
sì potrebbe più affatto concedere, dall'altro, che il simbolo della scienza
dovesse ' rappresentarci , i tipi e le leggi anche spogli quanto è possibile
d'ogni elemento pura- mente soggettivo (p. 239). L'aso di questo verbo '
rappresentare „ deve essere sfaggito, non v'ha dubbio, nella foga della
discussione, la quale del resto procede serrata e violenta a tal segno che Io
stesso Alemanni, pnr difendendo la dot- trina del simbolismo con singolare
coraggio ed evi- denza (quantunque per ragioni in part« estranee alla nostra
discussione), è costretto a dicb'arare dopo le raplicite obbiezioni del
Marchesini: ' Questo si chiama . parlar chiaro , (1). Altro dovere, però, e ben
più importante d'ogni (1) V. Alemanni, L'elemento psichico. Turino, Union»
Tìpogr.-Edilr. scopo polemico, m'incombe. Sono i fatti, unicamente i fatti che
potranno eliminare ogni controversia. Ora l'esame delle fasi necessarie al
compimento dei dne processi, artistico e scientifico, mi sembra appunto Ìl
mezzo più adatto al nostro intento. Si rammentino le varie operazioni che
compie lo spirito amano nella formazione delle teorie scientifiche in generale:
la co- atrazione del modello per rappresentare ipoteticamente un intiera ordine
dì fatti, il funzionamento del modello escogitato, la deduzione delle
conseguenze artificiali, il paragone dei risaltati artificiali coi risultati
nataralì proposti, da ultimo la formulazione riassuntiva delta legge a cui,
specialmente nel caso deUe scienze mate- matiche, segue ciò che si suol
chiamare equazione, la quale non è poi altro che l'espressione analitica della
legge. Il lettore vorrà ammettere, di buon grado, che questo quadro non fd
tracciato per awalorai'e la tesi del carattere artistico della scienza.
Frattanto basta riflettere un istante — senza alcuna prevenzione — sopra la
vera natura della teoria dei modelli scienti- fici, per riconoscere che le più
forti testimonianze ven- gono in appoggio di quella tesi. Infatti, che cosa
sono i modèlli se non imagini scien- tifiche della realtà? E che cosa sono le leggi
e le loro analitiche espressioni, vale a dire le equazioni, se non
rappresentazioni tipiche d'un ordine di fatti? Non abbiamo riconosciuto con
Hertz — ÌI grande matematico che fu grandissimo fisico ed ebbe anima d'artista,
come fu dichiarato da chi (1) ebbe la fortuna di godere la sua impareggiabile
famigliarità — che: (1) A. Oarbasso, « Nuove Cimento », serie IV, voi, I, gen-
naio 1895. A. PuTOBE, Soimi la teoria della Saenta. 36 Upl:«lov Google
conoscere le leggi della natura è essere in grado di dedurre dallo stato
attuale delle cose lo stato loro per on istante qnalnnqne, e clie la 'ria che
segna lo spirito amano per ginngere a qnesta conoscenza è la segnente : noi ci
formiamo degli oggetti esteriori delle imagini, e cerchiamo di formarcele in modo
tale che le conse- guenze logiche delle imagini siano alla loro TOlta ima- gini
delle conseguenze naturaU degli oggetti? La cosa fn hen constatata senza che si
cercasse dì decidere se la condizione imposta come necessaria alla ricerca ed
alla costruzione delle equazioni poteva get- tare ima qualche Ince ani modo più
o meno artistico di procedere dello spirito umano. Ma lasciamoci dunqae
illuminare, senza vane paure. Quando Hertz, svolgendo rigorosamente la
questione di cui parlo, ne conchiudeva che le teorie della Fisica matematica
sono in generale modelli dinamici delle cose; anzi, in un ordine di idee più
largo, che ogni rappresentazione che noi ci formiamo dell'universo sensibile è
un modello dinamico dell' nniverso mede- simo, finiva egli forse per smarrirsi
neUo nuvole d'un idealismo soggettivistico o cercava di pronunciarsi per la
natura soggettiva della scienza? Cercava egli forse di far rinascere un
pericoloso dualismo fra il soggetto e l'oggetto? Oppure di astrarci daD
'obbiettiva consi- derazione dei fatti naturali alla quale ò pur debito di
scienza il richiamarci? Ma non vì è an solo competente cttltore della scienza
che si rifiati di riconoscere che il grandissimo fisico ebbe in tutta la sua
vita lo studio costante di mantenere la ricerca scientifica, per qaonto è
possibile, vicina alle cose deUa realtà. Proclamare pertanto la convenieniea
positivìstica dì abbandonare la teoria dei modelli, vale a dire la teoria »ibv dei
aiiuboli rappreBeutatiTÌ , come elemeoto essenziale della scienza, perchè
altrimenti * si confonderebbero in so e nei loro affici la scienza e l'arte ,,
non equivale però ancora fortunatamente a segnare la condanna a mort« della
teoria dei modelli o dei simboli rappre- sentatJTi, che fa lo stesso. Su questo
occorre più che la semplice enunciazione d'on pio desiderio. 6. Non voglio
neppure entrare nei meriti della qnestione proposta, con una pnnta d'ironia,
dall'Ale- manni: * Si comprende facilmente la ragione — egli dice — per coi il
concetto del pensiero simbolo è respinto dal Marchesini. Sgli rende un grande
servizio al positivismo, liberandolo da quell'occulto dualismo che lo
inquinava..... Infatti, dire che il pensiero è sim- bolo delle cose è colpire
in pieno petto quel principio di continuità dinamica che figura come nna delle
più gloriose conquiste del positivismo stesso , (1). Sfa convenga o non
convenga alla coerenza logica del positivismo respingere la tesi del fondamento
simbolico della scienza, la mia preoccupazione attuale k diversa.
Fortunatamente, al disopra d'ogni simpatia scolastica, sono i fatti che vengono
in appoggio di questa tesi, e, nonostante le obbiezioni dottrinarie,
legittimano pel futuro le induzioni in favore della medesima. I giudici più
competenti e non sospetti riconoscono oramai li- beramente che le equazioni
scientifiche (le quali, in fondo, non sono poi altro che modelli o simboli rap-
presentativi dei fatti) esercitano nella teoria della scienza un duplice
ufficio, giacché da una parte esse vengono considerate come fine supremo, a cui
è pos- (1) Alemanni, op. ciL, pag. 57, nota. . sibile giungere per infinite
vie, dall'altra vengono as- snnte essa medesime come ponto di partenza per ul-
teriori indagini sulla costituzione dei fotti. Ecco pertanto i modeUi, cioè i
simboli, considerati da un lato come fine, dall'altro come mezzo e stru- mento
di ricerca scientifica. Le due osservazioni del Marchesini crollano donqne in
massima parte senza rimedio. E questo è un terreno, con molta probabilità, gua-
dagnato stabilmente per la scienza. 6. E cade in acconcio qui di rilevare che
neppure l'argomento della trasfigurazione della realtà, cbe sa- rebbe naturale
neU'arte per la TÌvificazione del senti- mento, ma inammissibile invece nella
scienza che deve rappresentarci i tipi e le leggi spogli quanto è possibile
d'ogni elemento puramente soggettivo (pag. 239), può fornirci un motivo nuovo
contro la nostra tesi. Infetti si pn6 dire , con molto fondamento di ragione ,
cbe anche la visione mediata dello scienziato è una defor- mazione, in certa
qua! guisa, della realtà; come ne è una deformazione la visione immediata
dell'artista. Esaminiamo la questione con un po' di larghezza. 7. È noto che ìl
passaggio dal fatto singolo della percezione nella sua massima immediatezza e
concre- tezza possibile al fatto simbolo dell'astrazione nella sua massima mediatezza
possibile si compie mercè alcune operazioni successive che hanno per efi'etto
di eliminare, Sceghere e semplificare la moltephcità dei dati percet- tivi,
quindi di ridurre il fatto concreto ai suoi mìnimi dati percettivi, cioè alla
sua più sintetica unità. Tutte queste operazioni possono essere raggruppate
adegua- tamente sotto il titolo di simbdizzaiiione del fatto. Ma aiceome poi
nessun fatto scientìfico è tale per sé stesso, richiedendosi alla sua qualità
di dato scien- tifico cbe si colleghi cod gli altri dati (giacché la co-
noscenza ha apposto nn semplice valore particolare, mentre la scienza ha un
valore collettivo), co^ occorre on'olteriore sistemazione del fatto stesso, la
qaal« viene mercè una subordinazione, o una coordinazione, o organizzazione, o
collegamento, o composizione del fatto nella rete determinatrice della scienza.
Questo secondo periodo potrebbe ricevere il nome di determi- nazione
dell'ordine. Fatto ed ordine, ecco ana forma nuova e pnre ac- cettabile di
qaeUa suprema dicotomia della scienza, che fu già riscontrata tante volte —
lungo queste ri- cerche — con parole diverse ma equivalenti. 8. La posizione
del fotto scientifico è, in certo modo, la posizione del simbolismo; la
posizione del- l'ordine è, in certo modo, la posizione del determi- nismo. In
verità, tuttociò che sappiamo, sotto forma scien- tifica, della realtà è solo
una rappresentazione, cioè un modeRo , come disse Hertz , o , come disse Da
Bois- Redmond, on simulacro (surrogai) di spiegazione. Ma giova sempre
ricordare che questa finzione rap- presentativa è rnnica condizione di
orientamento pra- tico e di comprensibilità che ci sia data nell'infinito campo
delle modificazioni sensibili. L'unica certezza che ci sia concessa tanto della
realtà ideale quanto della materiale s'erige ancora — in ultima analisi — sopra
qnesto simulacro di spiega- zione. E la scienza che cerca senza posa di scoprìi-e
le leggi dei fatti, secondo la processuosità della teorìa dei modelli, si
risolve in gran parte in un vero processo di imitazione che diventa la
condizione stessa della saa esistenza. 9. Uà l'oggetto della scienza, come
quello del- l'arte, non è solo l'icnìtazìone. Ciò che ammiriamo in un'opera
d'arte, ciò che in easa ci piace, non è la sola rassomiglianza est«raa delle cose,
ma è in qnesta rassomiglianza pure indispensabile, ciò che l'artista ha sapnto
porre di nuovo, di inatteso, di sorprendente, nna gioia del pensiero in nn
godimento del senso, la vita interiore dell'anima nella vita esteriore della
realtà. Ciò che ammiriamo in una legge scientifica non è la sola
rappresentazione letterale ed analitica d'un dato ordine di fatti presenti, ma
è in questa rassomiglianza adegnata ciò che lo scienziato ha posto di nuovo, di
sorprendente, d'augusto, cioè la certezza razionale di poter dedurre dallo
stato presente delle cose lo stato loro per un istante qualunque. Né altro
facciamo — avverte il Marchesini medesimo in uno dei suoi più cari e non
infrequenti lampi di genialità — in ultima analisi, stabilendo una legge,
fuorché lanciarla per cosi dire, nel campo dell'infinito, nonostante i limiti
della nostra intelligeaza (1). Ciò che ci esalta nell' opera d'arte e
costituisce la SUB bellezza, non è la parte più immediatamente pre- sente e
fotografica della realtà; ciò che ci interessa di inquadrare nelle leggi
scientifiche e ne costituisce la sna verità, non è già la parte più
immediatamente presente ed episodica della realtà in cui si presentano troppi
jH<n<t morti che non possono entrare nella espres- sione riassuntiva della
legge. La verità che vogliamo (1) G. Marchbbeni, faggio sopra la naturale unità
del pensiero. Firenze, Sansoni. gettare nello stampo ferreo della legge è la
parte tipica, più intensa, piò sintetica, più costante che deve espri- mere il
vero carattere vitale, l'anima, direi quasi, delle cose. Qnesti caratteri
tipici, permanenti danno quasi la msi(me noumenica d'un intiero ordine di
fatti, e sem- brano, per tal modo, più reali d'ogni altra più con- creta
realtà. È vero che nella realtà — come osserva lo Scalinger — ogni fetto
singolo, Ogni particolare ha un'importanza per sé ; anzi, per essere più
esatti, in una scena che la natura ci presenta, nulla è secondario; perchè
ciascun elemento ha la saa determinazione, sia di forma, sia di sostanza, e il
carattere di ciascuno varia a seconda del modo onde le varie scienze lo
osservano (1). Nello stesso ordine di fatti naturali, esistono senza dubbio
delle proprietà che interessano un Ssico e la- sciano del tutto indifferente un
chimico, un fisiologo, un psicologo, un sociologo, ecc., altri che attraggono
un logico e rimangono del tatto estranei ad un botanico, ad un industriale e
cosi via. Uà se in un medesimo ordine di fatti varie proprietà attraggono varie
specie di osservatori, è puj'e inne- gabile che in sd quello stesso ordine di
fotti è indif- ferente a porre in moto una corrente di pensieri, di
osservazioni, o di azioni più tosto che un'altra. E ciò è vero non solo per la
scienza, ma anche per In&tti, chi non sa ohe per lo scultore, in un dato
soggetto, ha una mag^or eloquenza qael tratto di realtà che eccita il suo
sentimento plastico, mentre il musico discopre più intimamente quell'insieme
ritmico (1) ScALiNoiR, L'estetica di Ruikin. Napoli, Libreria Detken e Rocholl,
1900, pag. m. »ibv Google dì elementi che rivela an liagaaggio armonioso a lui
solo, come il poeta, a saa volta, riconoscerà in esso quel contenuto ideale che
più spontaneainente fa rima con i suoi sentimenti, ed anima la visione della
sua &ntaBÌa? L'arte e la scienza adonque non sono che una scelta di quegli
elementi e di qaei rapporti che esprìmono e rappresentano più sinteticamente
una forma di bellezza e di verità. L'artista e lo scienziato, per tale
riguardo, non fanno sostanzialmente che uno stesso lavoro, ma in senso inverso.
L'artista deve riuscire ad essere lo storico del sen- timento e della fantasia
della natura, per virtù del suo entusiasmo e delle sue simboliche imagìni di
bellezza. Lo scienziato deve riuscire ad essere lo storico della ragione della
natura per virtù del suo entusiasmo e delle sue simboliche imagini dì verità.
10. Scegliere è il privilegio incosciente dell'istinto estetico, come è il
privilegio cosciente dell'istinto scien- tìfico; in ambi i casi è la forza più
libera e domina- trice del genio. L'artista cerca un dato effetto d'insieme in
un'opera d'art«; Io scienziato cerca l'unità di un dato ordine di &tti in
una legge. Se ciò non accadesse per l'arte non so come — interpretando un'opera
d'arte — po- trebbe essere comunicata alla nostra emozione quell'u- nità
estetica cbe l'artista ha gustato nella sua coscienza, se ciò non accadesse per
la scienza, non so come noi potremmo — interpretando una l^ge scientifica — es-
sere in grado di dedurre daUo stato attuale delle cose lo stato loro per un
istante qualunque. Se cosi non fosse, come si potrebbe giustificare quella
legge in cui il Taine ha fatto consistere il compito dell'artista, e in coi SÌ
potrebbe altresì far coneUtere il compito dello scienziato, la ricerca cioè e
la conquista del carattere essenziale e predominante delle cose? Un pittore di
fronte ad nna scena natnrale, sentendo convergere la sua ammirazione nei ritmi
più espres- sivi di bellezza onde il paesaggio ha vita , raggrappa questi ritmi
secondo un ordine che risponda a tutte le Bue facoltà visive, morali ed
intellettuali, e traduca più intensamente — concentrandola con estrema violenza
e ^quasi materializzandola — l'armonia della acena e delle figure, n pittore —
osserva ancora lo Scalinger — vive nel mondo delle imagiuj artistiche; il suo
lavoro sta appunto nel ridurre aUo stato di imagini tutto ciò che traversa
l'anima di lui ; per lui la condizione unica di conoscere le idee è di sentirle
nell'espressione sen- sibile, e di vederle dentro dì lui (1). E lo scienziato
non vive forse anch'egli nel mondo delle imagìnì scien- tifiche cioè delle
leggi dei fatti? Il suo lavoro non sta appunto nel ridurre aUo stato di modelli
tutto ciò che cade nel campo della sua esperienza? E per lai la condizione
unica di conoscere i fatti nel loro essere e nel loro divenire, non è forse di
sentirli nell'espres- sione analitica delle leggi, vale a dire nel vederli de-
dotti e deducibili nel campo dell' infinito? 11. Ma altri rapporti inosservati
passano tra la ricerca scientifica e la ricerca artìstica, rispetto al loro
scopo. Arte e scienza cercano entrambe la totalità dì alcuni elementi
rappresentativi. Infatti,
dice il Gayan : ' Le bat de tout écrivain est de prodnire chez le lect«nr la °
iotalité , de l'émotion qu'il décrit, et cela, en dé- (1) ScALiNGBR, op. cit.,
pag. 73. A. FiBToei, Sotfra la teoria dtUa Sdenta. IR U.g,l:«lov Google 210
crivant le ' pina petit nombre , possìble des symp- tAmea eiténears on
intérieurs de cette émotion. * H fant donc choisir panni ces symptAmes, noa pas
tonjoars les pltis " sailiarUs , mais les plas ' con- tagieni , .
L'émotioa sympathiqae da lectoar est toryourB en raìson inrerse de là dépense
d'atteufion qa'on a exigée de Ini. • Les choix des symptOmes de l'émotion est
ce qm caractérise l'art de l'écrÌTain; et ces symptOmes penrent s'empnmter
indìfréreiiimeat aa. domarne physiolo^qae ou psychologique , (1). E per la scienza che altro si cerca
di fissare in modo definitivo nella legge se non la totalità degli elementi
essenziali all'accadere di nn fatto o di on dato ordine di fatti? Dunqne se la
scienza stessa deve cercare i rapporti costanti e tipici sotto il settemplice
velo della realtà, la scelta per lo scienziato non è pia solo oa arbitrio ma è
imprescindibile dovere. 12. Si potrebbero nondimeno trovare moltissime e
profonde differenze tra il compito dell'artista e quello dello scienziato.
Biporterò un episodio ernioso che potrebbe con- trapporre in modo radicale
l'esigenze dell'arte e l'esi* genze della scienza. TJn ^omo Tumer disegnava dal
vero il porto di Plymouth e ritraeva sagome di vascelli a qualche miglio di
distanza e visti contro luce. Un ufficiale di marina, a cui l'artista mostrò il
la- voro, rilevò con indignazione che ì vascelli mancavano della cannoniera. * Se voi salite
sul monte Edgecombe (i) GuTAU, L'art au point de vue sooxologique. Parìa, 1897, IV odii. »ibv Google
rOKI>AUBNT0 ABTISTIOO DELLA eOIBNZA 211 — rispose Turner — e guardate i
vascelli contro luce al tramonto, constaterete che non è risibile - il ba-
stagio „. E avendo l'afficiale replicato che Tamer non igno- rava l'esistenza
della cannoniera, questi rispose : " Il mio compito è di dipingere ciò che
vedo, non qnello che so g (1). Ora è certo che nel regno delle scienze nn
teorico potrebbe dire con eguale franchezza: * Il mio compito è di formulare
ciò che so, non quello che vedo ,. Tut- taria questo fatto non può riuscire che
a dimostrare sempre meglio che se l'artista non tiene calcolo, nei suoi
modelli, che della distanza apparente, mentre, nei suoi modelli, lo scienziato
non tiene calcolo che della distanza reale, entrambi però fanno niente altro
che un poro lavoro di rappresentazione dei fatti, ma in senso inverso, come s'è
già detto altra volta. 13. Ma forse si potrebbe credere che la condanna
inesorabile della nostra tesi venisse appunto da questa interpretazione del diverso
lavoro rappresentativo com- piuto nella scienza e nell'arte che dovrebbe,
secondo noi, somministrare un'arma tanto ofSlata contro la tesi contraria.
Infatti si potrebbe dire : se è vero che l'arte si ferma alla rappresentazione
dei fenomeni apparenti, mentre la scienza, oltrepassando la sfera d'ogni appa-
renza fenomenica e quindi rappresentabile esteticamente, cerca dì sorprendere
soltanto i rapporti tipici e fon- damentali che si riproducono costantemente iu
tuttJ i. casi, e questi solo riprodurre neD' espressione simbolica della legge,
ne risulta che ciò che si vorrebbe far pas- (1) ScAUNaiB. sare per
rappreaentazione estetica dù fotti ìd verità non è altro che una presentazione
antiestetica dà &tti stessi, per la semplicissima ragione che la scienza
evade, per ipotesi, dall'onica sfera dell'estetjca rappresenta- bilità. Dunque
il parlare di rappresentazione estetica o sim- bolica che dir si voglia nel
processo della scienza, non è che nn gratuito abaso di linguaggio, il quale non
può rinscire che a confondere in sé e nei loro offici la scienza e l'arte. Ciò
infatti che dìstingne l'ima dal- l'altra è la diversa ricerca che per esse si
& della realtà; l'arte cerca e compie la rappresentazione di ciò che è
rappresentabile, l'imitazione di dò che è qoasi otticamente visibile, la
rìprodnzione del sensibile insomma, ed essa vive tra le figure che si
incontrano nella realtà; la scienza, per contro, cerca e compie la
registfazìoue di ciò che non è rappresentabile, perchè oltrepassa la sfera
episodica dei sensi, l'espressione di ciò che è esteticamente inesprimìbile, la
rìprodazione dei rapporti astratti insomma, ed essa vive in nn mondo di idee
sema-faccia, che non s'incontrano pnnto nel- l'immediata realtà delle cose. I
modMi scientifici, in poche parole, non potrebbero mai essere dei ritratti
delle cose, perchè mentre il ritratto artistico ci richiama all'esatta,
rigorosa e quasi meccanica rappresentazione o imitazione della realtà, la legge
scientifica ci trascina alla determinazione pura e semplice del tipo che, sella
visione della realtà sempre cangiante dei fenomeni, non esiste. 14. Ma qneste
obbiezioni sono più apparenti che reali, ed io voglio fermarmi appunto un
istante a di- mostrarlo come complemento necessario della nostra tesi, perchà
nessun altro esempio potrebbe istrnirci intomo alla natura dell'arte, e per
riflesso intomo alla natura della scienza, meglio che il ritratto. Dopo questi
ultimi schiarimenti voglio sperare che non si tarderà più a riconoscere che
quali che siano le differenze che COntribuiBCono a distingaere nettamente la
produzione dell'opera artistica dalla produzione dell'opera scien- tifica,
differenze caratteristiche — si noti bene — ohe non si possono e non si debbono
assolutamente di- menticare, senza cadere nel ridicolo, sarebbe similmente
affatto ridicolo l'ostinarsi ancora a negare una serie di analogie &a i due
processi, che sono imposte dai fatti. 15. È noto che vi sono più maniere di
capire e di fare il ritratto, e ciascun ritrattista di genio ha la sua maniera
personale ed unica di rendere la vita degli altri e il suo proprio stile. V'ha
il ritratto dei maeslri italiani dove si ritrova l'abitudine delle grandi com-
posizioni e la preoccupazione della forma umana. Y'ha U ritratto Intimo degli
olandesi: Mire velt, Franz Hals, Holbein, Yan der Helst. Vha il ritratto, il
superbo ritratto decorativo, ricco d'infinite varietà personali; il ritratto di
Rubens, in cui le energie corporee paiono cantare il loro più alto inno di
gioia; il ritratto di Van Dick, pieno di nna grazia e d'un'eleganza mirabili ;
Ìl ritratto di Rem- brandt, avvolto in una tragica fiamma di realità e di
idealità contrastanti ; il ritratto di Velasqnez, chiaro, schietto e grandioso,
dove l'aria e la luce digradano con verità meravigliosa, e i personaggi sono
collocati in mezzo ad un lume vero come il reale. V'ha il ritratto sensuale e
psicologico dei francesi e dei tedeschi contemporanei. V'ha il ritratto spiri-
tuale dei Bìmbotisti e cosi via. Ma tutti i maestri. tati per i loro difetti,
sia per le loro buone qaalità, s'ac- cordano mirabilmente nel confidarci che il
ritratto non è una semplice imitazione dei dati esteriori della vita. Senza
dabbio esso la suppone, ma come un fine più alto. Ma quale fine? Guardate
Holbein. Ninno più di luì ha posseduto l'arte di concentrare ciò che v'ha di
originale in una faccia, in un corpo; egli scopre i segni più fiigaci e iu pari
tempo più espressivi e li accorda, egli estrae dagli accidenti Ìl carattere
fisico in ciò che esso ha di per- manente, egli afferra in ciò che ha di più
intimo e di meno comunemente percettibile la personalità vivente. Guardate i
suoi ritratti più famosi dove l'osservazione psicologica e l'evidenza della
rassomiglianza sono spinte fino allo scrupolo; pure, come osserva molto profon-
damente il Sóailles a questo riguardo, ciò che noi am- miriamo non è la
rassomiglianza, nel senso banale della parola, è invece il concerto dei tratti
espressivi e la sedia delie aUitttdini simboliche cioè più sitUe- tiehe deUa
vita. Il ritratto è un'opera d'arte appunto perchè ò un'opera simbolica creata
per l'azione armo- nica dei sensi e dello spirito. Ma l'arte non è mai stata un
catalogo di fotografie ; essa conginnge sempre nell'opera sua ciò che si
congiunge spontaneamente nel cuore e nella fantasia dell'artista. Che ci deve
preoc- cupare la presentazione di ciò che ci richiama all'esatta, rigorosa e
qaasi meccanica calcografia della realtà sempre cangiante negli individui ? Ma
non amiamo i ritratti di Yelasquez, di Holbein e di Bembraudt senza che ci
preoccupi minimamente l'impossibilità di con- frontarli eoi loro modelli ? 16.
L'arte vera non cerca né l'astratto assoluto che per essa non esiste mai, né
l'empirico episodico che non esìste che un istante. Per eguagliare la na- tura
e vincerla nel suo pììi geloso segreto di vita, gli artisti non hanno da
cristallizzare semplicemente, a guisa d'istantanee, le varie particolarità
contingenti e sa- pervacanee delle cose. Infatti, come copiale un oggetto
vivente che — nel senso stretto della parola — non resta giammai quello che è
in un dato momento, ma cangia senza tregua ? Discemere nella varietà delle
fisionomie che si sacce- dono, come i sentimenti che passano involontariamente ed
a cui corrispondono sempre particolari atteggiamenti dei corpo, discemere —
dico — la fisionomia invisibile ma pur tipica e vera che si cela sotto tutte le
infinite apparenze visibili ma insignificanti, ricavare ed espri- mere il
carattere intero d'una vita, rivelare le gioie ed i dolori del passato, far
presentire quasi geometrica- mente il suo destino, formulando in certo qual
modo la legge fondamentale della sua vita, ecco l'intento su- premo del
ritrattista che sappia profondamente qnale è l'augusta missione dell'arte. 17.
Ed è forse radicalmente diverso l'intento dello scienziato quando s'accinge a
ricavare l'unità estraendola dalle particolarità contingenti che la dissi-
mulano e con maggiore o miaore rapidità e felicità in- tuitiva si costruisce una
serie di modelli provvisori e preparatori, a guisa di abbozzi, di frammenti o
di studi, d'approssimazione per arrivare più sicuramente alla costruzione
definitiva del modello dei modelli, cioè al si- stema supremo delle equazioni
che dovranno costituire un'immagine accettabile dell'universo sensibile? 18. Si
obbietterà forse ancora che almeno questi modelli scientifici non rassomighano
precisamente ad alcun oggetto reale e sensibile, appunto perchè ne rap-
presentano soltanto la trama iiUeriore, mentre in tatti i oasi le figurazioni
artìstìche raffigurano od evocano sempre degli esseri reali e riconoscibili
immediatamente? 19. Ma è poi vero che l'arte abbia sempre da prodarre delle
rappresentazioni somiglianti ad alonno? Io non lo crederò mai. Se i personaggi
evocati artisti- cament«, nel calore della fantasia, per esempio, non
rassomigliano ad alcuno, che monta? L'essenziale è che essi vivano in tm dato
ambiente. L'ambiente della scienza è l'infinito, o ciò che si pone per tale. Mi
sia lecito di ripetere a qaesto riguardo un pensiero che ho già espresso in
altra occasione, ma per una questione analoga (1). Voi potete togliere alla
realtà anche la sua fisionomia, pnrchè voi le imprimiate la vostra. — La natura
e la storia hanno per sé lo spazio ed il tfimpo; noi troveremo sempre un minato
speciale per fermarvi Ogni evocazione, sempre un punto adegnato per collo-
carvi ogni personaggio anche irreale. L'artista ha da lottare con la materia,
ma per la unità del suo sentimento imprime alle pure creazioni della sua
fantasia anche un più complicato ed intenso fremito di realtà e dì vita. La
vera opera d'arte non ba mai né diritto uè dovere di essere ona semplice
imitazione dei dati esteriori delle cose. Il sno fine è ben più alto : è la
ricerca e la comunicazione delle forme più sintetiche cioè più simboliche della
vita, analoga- mente alla scienza la quale pare aspira alla conoscenza
integrale della realtà cercando di costruirsi, a tal uopo. (1) Cfr. il mio
articolo € Davide Calandra e il mo- numento al Principe Amedeo > nella <
Nuova Antologia >. 1° maggio 1902. »ibv Google J FOHDAMBNTO ABTISTIOO DELLA
SOIBNZA 217 una suprema immagine accettabile (ein ztdSssiges BUA)
dell'universo. 20. Il lettore che ha avuto la pazieusta di se- guirmi sin qui
voglio sperare clie avrà trovato modo di convincersi pienamente, a qualunque
scuola appar- tenga, che la teoria dei modelli basta da sola a con- ferire un
carattere strettamente artistico alta scienza, perchè in breve se noi
ammettiamo che ogni teoria scientifica è in generale un modeUo, dobbiamo ammet-
tere che quello che è vero per le singole teorie scien- tifiche è vero anche
per l'intero edifizio della scienza, che le raccoglie tutte in aè. Per amore di
brevità non m'indugio a fare risaltare su quali altri punti si riconfermi
l'accordo fì:a la teorìa dei modelli artistici e la teorìa dei modelli
scientìfici. Piuttosto voglio aggiungere ancora alcune altre prove dì natura alquanto
diversa, ma ben imponenti e deci- sive in favore del carattere altamente
estetico della scienza, per non sottrarmi, con un solo ordine di ragioni, al
mio dovere di fronte a coloro, e sono i più, i quali credono fermamente che sia
un formidabile abuso di linguaggio parlare di fondamento artistico della
scienza e a dirittura pazzesco ogni tentativo di ravvicina- mento tra i due
processi ; tanto è difficile, per uno spinto sprovvisto di formazioni
matematiche, ad es., rendersi conto — anche da lontano — della natura e dei
diritti presenti di queste scienze dalle multiple branche, e tanto sono rarì i
casi degli studiosi che siano ad un tempo stesso e buoni filosofi e buoni ma-
tematici, secondo l'altissima idealità di quel grande uomo che fa Leibniz in
cui mirabilmente rifulge la portentosa congenialità della matematica e della
filosofia. I sostenitorì del carattere artistico della scienza sono A. PÀtTOlE,
Sopra la teoria deOa 3cienxa. 28 U.g,l:«lov molti e molto competenti.
Sentiamone alcuni, e primo per tatti il Visconte Roberto Adhémar, il qnale in
uno splendido saggio ' Art et Science , pubblicato sulla Reme des Deux Mondes
(1), rileva appunto i più po- derosi argomenti in favore dì questa tesi, e le
sue pa- role hanno non di rado l'accento inspirato del poeta. In una questione
cosi grave il pensiero di questo forte scrittore merita veramente d'essere
riportato. Con lui è ben piacevole cosa l'osservare che il Taine me- desimo
dopo d'aver diviso la vita umana in due circoli: l'ano inferiore
(conservazione, perfezionamento e pro- pagazione della specie : lavoro,
industria, famiglia, stato, leggi, armate, ecc.); l'altro superiore o di
contempla- zione (per cui l'uomo si interessa alle cause permanenti e
generatrici da cui dipendono il suo esaere e quello dei suoi simili, ai
caratteri dominatori ed essenziali che reggono ciascuno insieme e imprimono il
loro stampo nei minimi particolari) rammenta che vi sono due vie per
raggiungere questo secondo circolo: 1° la scienza, per cui l'uomo scoprendo
quest« cause e queste leggi fondamentali le esprime io fòrmole esatte e in
termini astratti ; 2° l'arte, per cui l'uomo manifesta queste cause e queste
leggi fondamentali dì una guisa sensibile, rivolgendosi non solo alta ragione
ma ancora al senso e al cuore di tutti gli uomini dai più eletti anche ai più
ordinali. Questa divisione avvicina in modo sorprendente i due campì dell'arte
e della scienza e ci spinge con maggiore chiarezza a investigare se, ad onta dell'essen-
ziale differenza, l'arte che tende alla realizzazione ed (1) ADHÈUjiit, Art et
Science, t Bevuc des Deus Mondes. alla comonicadone del bello, tanto nei
sentimenti che mette in gioco, quanto nei metodi e nei risaltati, non abbia
pi-oprio niente di comune con la scienza che tende alla realizzazione e alla
comunicazione del vero tanto nelle idee che mette in gioco, quanto por nei suoi
metodi e nei suoi risultati. Ora non v'ha dubbio che nei veri temperamenti
scientifici — e naturalmente si intende qui di parlare di coloro che con un
vigoroso colpo d'ala si elevano ben aito, al disopra della folla dei
particolari insignificanti e non di quei temperamenti miopi e semplicisti che
non conoscono la scienza altro che nei frontispizi dei libri didattici
elementari, — l'impressione scientifica prodotta da un'opera di verità,
ammirabile per l'ordine delle idee, la proporzione e la unità nella
molteplicità, è tanto violenta e maravigliosa da confondersi affatto con
l'emozione estetica prodotta da un'opera di bellezza, e ammirabile per le
stesse e precise ragioni. Questo latto singolare della fusione del sentimento
estetico con quello scientifico è dichiarato splendidamente dal Poincaré, nelle
pagine in cui com- menta l'opera del Comandante Halphen. ' Le savant
digne de ce nom, le géòmèlre surtout, éprouve en face de son (eavre la méme
impreasion que l'artiste; la jonissanoe est aussì grande et de méme nature. SÌ
je n'écrivais pas poux un public amoureux de la science, je n'oserais
m'exprìmer ainsi ; je redou* terais l' incrédnlitó des profanes. Mais ici je
puis dire tonte ma pensée. Si nons travaillons, c'est moins pour obtenir ces
resultata positifg, aoxquels le vulgaire nons croit uniquement attachés, que
pour ressentir cett« émotion esthétique et la eommuniquer à eeux qui sont
capables de l'éprouver , (1). (1) n. PoiHCAHÉ, « Journ. de l'École polytechnique. Dopo si
esplicite dichiarazioni io non ho più che la difficoltà della scelta degli
argomenti, e la paura di dilungarmi troppo nel riferire ciò che pnò
considerarsi come peculiare al mio assonto. Ormai non sarebbe più necessario
interrogare altri scienziati al proposito; ma la parola d'un altro grande
pensatore verrà ancora op- portnoa a chiarire come la costmzioae dei
meravigliosi edifizl immateriali delle matematiche, in coi a' indovina non di
rado una potente inspirazione geniale, sia propria- mente diretta dal gusto
estetico. Ecco che cosa pensa il Tannery intomo a quel periodo di costruzione
del- l'opera scientifica che corrisponde perfettamente all' in- spirazione
dell'artista per la creazione dell'opera d'arte. " Dans
cette merveilleuse organiaation de l'idée do nombre il semble qne l'homme se
soit joaé des ob- stades les plns impossibles h sortnonter, qui l'attiraìent et
qn' il a plus d'une foÌs réussi à toumer. * L'obstacle n'était vralment dépasse
que quand l'homme avait retrouvé, souvent démesurément agran- dies, les lois
qui régissaient le dotnaine qu'il venait de qoitter; son goùt esthHtque poar
l'ordre pour ce qui est, à la fois, nonvean et le méme, était satisfait pour un
instant „ (1). Sorvolo sopra l'impiego
dell'intuizione e dell'ima- ginazione che è di capitale importanza nelle
scienze tutte, e massimamente nelle scienze astratte che hanno estremo bisogno
di essere costruite con architettonici e maestosi coordinamenti di idee. Non solo
le arti dunque sono belle, ma sono belle anche le scienze in generale e la
logica, la matema- tica e la fisica in particolare e ì sommi logici, i mate-
matici e i fisici non sono altro che sublimi inventori, 1 (I) TiNHBRT, « Revue
generale des Sciences. creatori e poeti. TI genio scientifico e il genio
poetico non sono di natura differente. Il Yìscon te Roberto Adhémar,nel suo
splendido ^Sb^^i'o sopra l'arte e la scienza, sostiene ancora che tutte le
opere nmane sono disponibili in una acala costruita in modo tale che la
bellezza venga di più in più liberata dalle forme sensìbili, e i piaceri dei
sensi siano decre- scenti allorquando diTentano crescenti i piaceri dello
spinto. Presso alla sommità sarebbe la bellezza ma- tematica cosi pina e cosi
serena che precisamente non potrebbe essere gustata o rivelata foorcbè per una
gra- dazione di bellezze di cui essa sarebbe il termine qnasi snpremo. E verso
la fine egli grida, con accento veramente commosso: ' Bisogna che l'idea
(rons^Mceo* attraverso il segno; sii symbolum translucens. Questo non è meno
vero dell'arte che del linguaggio matematico ,. ' L'opera d'arte deva essere
come una lampada d'a- labastro, di cui la materia sia bella e pura: l'idea
della bellezza brucia al di dentro come ona fiamma e ne rischiara la forma .
dice Àl&edo Tonnellé (1). ' Nell'opera matematica l'alabastro è ridotto
quasi a nulla , noi contempliamo la fiamma medesima , la lace nella sua
sorgente , (2). 21. Attraverso i molti rigiri delle frasi, un po' vaghe per
necessità trattandosi d'una questione che non compatirebbe di essere esposta
con assoluto rigore, siamo donqne riportati a concludere che il dissidio fra
(1) A. ToNNBLLtì, Frammenti sur FArt et la Philosophie. Paria, 1874. (2)
Adhémar, Art et Science, « Revue dea Deux Mondes », 15 janvier iPOO. un certo
qual modo dì intendere il procedimeato del- l'arte e un certo qual modo di
intendere il procedi- mento della scienza non è inconciliabile, come in prin-
cipio si era sospettato. Il grande problema della teoria della scienza
acquista, per conseguenza una base assai più larga e più solida in questo
vincolo che noi stabi- liamo lira la teoria della scienza e la teoria
dell'arte, entrambe rivolte alla rappresentazione comune della realtà, per
quanto restino collocate ai poli opposti dello stesso mondo mentale. 22. E se
tate è il ct>nipito prescritto all'airte ed alla scienza, perchè mai dì
tanto biasimo sarebbe degna quella opinione che fa professione più aperta ed
evi- dente di simbolismo bene inteso, cosi nel campo del- l'arte, come in
quello della scienza? L'affermare che tanto l'arte qaanto la scienza hanno —
entro certi limiti — un carattere simbolico rappre- sentativo comune non
importa la rovina né dell'una né quella dell'altra, uè segna la condanna del
positivismo, né è destinata a portare in trionfo l'ideaUsmo né il dua- lismo,
né qualsivoglia altro sistema filosofico siffatto. 23. Tutto sommato — e per
ritornare definitiva- mente alla teoria della scienza che non fu abbandonata un
istante fuorché per guardarla da lontano con un diverso angolo visuale — avendo
stabilito che le varie opera- zioni in cni si risolve il processo scientifico
si riducono alle due seguenti : 1° la simbolizzaziane del fatto; 2° la
determinazione dell'ordine ; possiamo comprendere che la scienza considerata in
tutta la sua teoria non è che an vasto determinismo simbolico, simbolismo
deterministico che dir si voglia, il quale paò essere considerato alla sua
volta come un semplice modello della realtà. Per esso la visione " mediata
, dello scienziato al- terando, modificando, deformando vale a dire in tntti i
casi sempre formando volontàriamente la presenta- zione immediata dei fatti,
come avviene ìn ogni fatto d'esperimento, modella e collega i fatti con
quell'unica maniera che è propria della mente umana. 24. Questa deformazione è
ad un tempo arbitraria e necessaria. L'arbitrarietà deriva dall'aggiunta della
duplice alterazione simbolica e deterministica ai fatti dell'esperienza
immediata; la necessità deriva dall'im- possibilità di costruire la scienza
umana diversamente. Noi siamo liberi, è vero, di costruire o di non co- struire
la nostra scienza. Se vogliamo restare nell'incoerenza dell'esperienza
immediata senza dubbio evitiamo di cadere nella rete determinatrìce e simbolica
della scienza. Ma se vogliamo fare un solo passo fuori del campo coerente dell'
esperienza immediata verso un organa- mento scientifico qualunque, il
simbolismo e il deter- minismo dell'esperienza mediata sono inevitabili. La
coerenza logica si compera pertanto a. ben caro prezzo — ma l'acquisto è fonte
di tutti gì' incompa- rabili vantaggi della civiltà 1 26. L'esperienza
immediata raccoglie i fatti sin- goli e concreti della realtà e li ofire
all'elaborazione superiore dell'esperienza mediata, la quale spogliandoli
gradatamente di tutto ciò che non è tipico e scienti- ficamente
rappresentativo, li attrae, li purifica, li sim- bolizza, e finalmente quando
non ha pìii lasciato loro altro fuor di cìD che li fa vedere dò che sono o
<nò »ibv Google 224 PASTE ni. — OAPITOLO II. che diventano distìnti dft
tatti gli altri, li getta nello stampo definitÌTO della legge. Quindi la
scienza li dis- secca e li coneerva nelle sue forinole cod strette e
proTTidenziali coim le bende d'una mummia, e se ne Yale come d'esserne
concentrate di realtà. 26. Ma i fatti scientifici saperiori, vale a dire le
l^gi in cni si esprìmono, per tal modo, nella loro tìpica verità e nella loro
astrattissima purezza i carat- tflrì fondamentali delle cose, sono bene spesso
inattesi, sorprendenti e talora perfino incredibili. Sovente essi non hanno,
per chi voglia applicarli pra- ticamente, né conseguenze dirette, né comodità
sensi- bile, né bellezza evidente ; e per conseguenza i loro valori sfuggono ai
criteri degli storici troppo superficiali. La filosofia soltanto potrà
riconoscere e scegliere ed ac- cogliere ancora nna volta questi simboli
derivati in una sintesi o modello supremo rappresentativo di tutti gli ordini
dei fatti conosciuti. Ma non è il caso di insistere, per ora, sopra questo
«■^omento. 27. Piuttosto conviene rìassumere i risultati piìi notevoli ai quali
siamo giunti in questo capitolo. Es- senzialmente: abbiamo veduto quanto abbia
di arbi- trario e di falso Ìl proposito di negare ogni carattere simbolico
all'organamento logico della scienza. Fra il processo rappresentativo o
simbolico dell'arte e quello della scienza sono state riscontrate alcune
profonde analogie, le quali ci costrìngono ad allargare la nostra visione
teorica della scienza e perfino della realtà. Inoltre abbiamo veduto ohe un
bene inteso concei^ della natura simbolica della scienza non avvia al dua-
lismo, né ha bisogno di schierarsi prò o contro il pò- »ibv Google roNDAHENTO
A£T1STIOO SELLA 30IENZA 225 8ÌtÌTÌsmo, tanto meao poi rovina la validità della
scienza, anzi manifesta l'attività fondamentale unica e coerente dello spirito
e, guardato dal punto di vista della ge- nerale teoria dei modelli, fomis(!e
un' interpretazione rigorosamente accettabile dei fatti scientifici. E se anche
questo non è oggettivamente vero, almeno molti feno- meni logici, matematici e
fisici avvengono come se te cose fossero ordinate appunto cosi. Donde è logico
concludere in ultima analisi che la teoria della scienza compirà un'opera
veramente restauratrice se — pur liberandosi da ogni gratuita confusione non
autorizzata dai fatti — non dimenticherà di porre in luce Ìl giusto valore del
simbolismo deterministico della scienza che è veramente il fondamento logico
{ratio cognoscendi) delle nostre cognizioni. Cod la teoria dei modelli resta
una delle più salde conquiste della critica, dimostrandosi in generale come il
vero contratto di nozze ira la teoria della scienza e la teoria dell'arte, e
rivelandosi in particolare come il fiore simbolico della scienza. iB, Sopra la
teoria della Sdenat, »ibv Google CAPITOLO TERZO Dell' identlflcazloiie
matematica del differente. 1. Qualunque sia il rignttato delle ricerche prece-
denti sopra la teoria delle scienze logiche, matematiche e fisiche, non pub
dirsi che ì problemi più importanti di tutte queste teorie siano risoluti
definitivamente. Noi non Togliamo dire, per esempio, che si sappia meglio di
prima a che tenersene sopra l'impiego pratico delle idee primitive che abbiamo
analizzato ed elencato con tanta fatica nella prima parte di questo lavoro;
sull'ordine in coi le varie scienze sono andate for- mandosi attraverso i
secoli; soll'introdazdoue più o meno convincente delle varie proposizioni
fondamentali (principi) che si devono considerare come dati della esperienza
nel campo della Fisica matematica e della Meccanica razionale; sulle leggi che
si tratta di trovare volta a volta, come sìntesi definitiva dei vari concetti
assunti come primitivi; sulla maniera di costruire le equazioni logiche e sulla
maniera di assumerle una volta trovate, come punto di partenza per ulteriori
ricerche, ecc. »ibv Google iubnthioazioni del diffkbenib 227 A quest'ora alcuni
miei lettori dubiteranno forse già della possibilità di tracciare nna sintesi
snprema delle Varie idee primitiTe della Logica, della Matematica e della
Fisica, altri dei principi supremi deUa con- vertibilità e nnifìcabilità delle
idee, o delle inaspettate applicaziom generali a proposito delle scienze miste
o derivate, o dell'analisi e dell'apprezzamento delle idee primitive della
Logica matematica, o della fecon- dità della teoria dei modelli e via dicendo.
Le solnzioni precedentemente esposte, invece adunque di chiudere
definitivamente le discassìoni degli studiosi, apriranno loro nna più vasta
carriera. Ma poiché noi crediamo che la verità sia il tonico dell'intelligenza,
e che niuna amara vergogna possa derivare a ehi — se par dovrà vedere in tatto
O in parte l'opera sua demolita dalla critica — non dovrà almeno in alcnn modo
deplorare che il titolo della sua pubblicazione abbia promesso o fatto sperare
assai più di qnanto egli non era in condizione di mantenere ; perciò faremo
sincero plauso a tatt« qaelle teorie, che por essendo contrarie alle nostre,
dimostreranno rigo-' rasamente quel che noi in modo troppo imperfetto abbiamo
tentato di dimostrare. In attesa pertanto che la verità venga ad allon- tanarci
dalle esagerazioni e dalle ipot«si inaccettabili che possono essere state
accolte troppo ingenuamente nel cammino sinora percorso, crediamo ancora che
valga la pena dì fermarci un istante — prima di chiu- dere la trattazione del
presente saggio — sopra un'altra ipotesi ben singolare, la qaale forse è
destinata a rima- nere ancora per lungo tempo senza Ìiit«rpretazione
soddisfacente. Ascanso d'equivoci vogliamo qtiindi dichiarare aperta- mente che
le considerazioni che aggiungeremo non »ibv OAPiTOto ni. possono essere scevre di
inesattezze perchè l'at^omento è, almeno per lo stato attuale del nostri stadi,
com- plìoatisBimo. 2. V'è nello sviluppo metodico del calcolo mate- matico nn
portentoso impiego d'nna specie dì para- logismo metaforico che potrebbe
ricevere il titolo, molto appropriato, di identificazione matematica del
differente. La gravità del fatto che Ìl principio logico dell'identità ora si
affermi come principio incrollabile della cono- scenza, ora si neghi o si
trascuri completamente, per audace espediente di ricerca e di dimostrazione, da
una scienza che si fa vanto del rigore supremo del^ suo processo, non può
essere dissimulata dai pensatori. Pure, in primo luogo, è innegabile che tutti
1 principi supremi matematici sono ridotti in una forma così astratta ed
indeterminata da essere adatti ad espri- mere qualsivoglia istoriazìone
scientìfica (logica, mate- matica, fisica) differente, qualsivoglia
trasformazione di entità; in secondo luogo, è facile dimostrare, con gli esempi,
che lo spirito matematico discorre con estrema rapidità dall'identificazione
dell'identico alla identificazione ipotetica del differente. Cominciamo
daU'impiego del principio d'identità. 3. Prendiamo, ad esempio, la nozione
dello spazio geometrico infinito e del punto geometrico iuesteso. Entrambe
queste nozioni si rassomigliano col non am- mettere l'idea di quantità o
coll'ammetterla tutta quanta astrattissimamente. L'idea di quantità estesa sta
&a le ipotetiche idee di spazio infinita e di punto inesteso. Tuttavia lo
spirito, attribuendo paralogicamenie alla idea astratta le proprietà del
continuo, considera l'og- getto della nozione dello spazio infinito come se
fosse indefinitameate divisìbile, e cosi da questa proprietà sostanziale
attribuita alla nostra forma mentale del tutto soggettiva, arriccliita
dell'aspetto di entità geo- metrica continua, deriva l'infinita divisibilità di
ciò cbe non è altro che la nostra inestesa ed impartibile rappresentazione. Per
i bisogni della scienza si suppone che la nozione del continuo si risolva
nell'unione di un'infinità di pariricelle infinitamente piccole ed al disotto
di ogni grandezza assegnata. Ma dopo tanto e si pro- digioso scompartimeuto,
non venendo mai meno la proprietà del continuo in verona minima parte in coi
venga divisa la grandezza geometrica data, come 6 possibile concludere
altrimenti fiiorcbò affermando che l'impossibilità di esaurire il continuo
altro non significa che l'impossibilità di cangiar l'essenza logica di una
cosa? Non è già che il continuo possegga quella ster- minata ripetibilità di
divisione o di moltiplicazione che diventa la più sublime ed essenziale
proprietà delle grandezze matematiche, ma l'infinita divisibilità altro non
prova che questa afiermazione : * Finché non fac- ciamo cambiare natura
all'idea di estensione, si pro- durrà sempre Io stesso concetto , ; in altri
termini : il continuo è U continuo e uolla più. Lo stesso si dica, per altro esempio,
del problema delle parallele il quale si riduce evidentemente a ciò che le
lìnee parallele non sono le linee convergenti, cioè, ciò che è è, e il diverso
non è convertibile nell'identico, Vident^co è l'identico e nulla più. Lo st«SB0
si ripeta per innu- merevoli altri esempi. 4. Ma il mediocre successo che
ottennero i mate- matici col principio di identità, lo spregio anzi in cui esso
fu tenuto dai più geniali scopritori Io fecero ban- dire ben presto come
strumento diretto ed esclusivo »ibv Google 230 PAItTR III. ~ CAPITOLO III.
deiriadagine; non si tardò a comprendere che anche ì più eccellenti metodi di
dimostrazione sono, nella maggior parte dei casi, i più poveri metodi di
acoperta, e finalmente venne il giorno in cai emerse con irre- fragabile evidenza
che, per la matematica, l'oblio me- todico del principio d'identità e l'uso ben
regolato dell'ipotesi contraria è questione dì vita e di morte. Seguire il filo
di questo .metodo, perchè l'ipotesi fa veramente tradotta in nna realtà di
fatto e praticata come strumento di scienza, attraverso le menti e le opere dei
vari autori, arrestandoci sulle applicazioni più feconde del calcolo, quanto
basta per capire il modo di pensare e di acoprire le verità anche più modeste
della scienza, sarebbe una ricerca stupenda, ma troppo lontana dal proposito
attuale. Ci basti osservare che tutta la matematica è fecondata dall'ipotesi
dell'identità del differente. Vedemmo come la nozione del continuo ci porta aUa
nozione deU'in- finìtamente divisibile ; il continuo dà vita al discreto e da
esso è inseparabile. Questa nozione vince di molto la nostra facoltà di
comprendere, in tanto è universal- mente accettata nella scienza, e con essa si
spiega non solo tutta la famiglia degli enti aritmetici e geometrici, ma ancora
la nozione dello spazio e del tempo con- siderati come entità geometriche e
ideali. Che cosa sono e l'antichissima teoria dei rapporti di Euclide,
applicata da Ippocrate di Chio alle quadrature delle lunule, e il famoso metodo
di esaustione di Endossio impiegato da Archimede per la quadratura della para-
bola, se non dei tentativi rudimentali diretti a sfrattare l'identificazione
matematica del differente ? II metodo d'esaastiotie non è altro che una maniera
di provare l'eguaglianza di due grandezze differenti, facendo vedere che la
loro differenza è più piccola di »ibv Google IDENTIFICAZIONE DEL SIFFEBSNTX 231
Ogni grandezza assegnabile; ed impiegando — per dimostrazione di
quest'eguaglianza -^ la riduzione all'assordo. Esso si fonda sopra il noto
t«orema del Libro X di Euclide : ' Due quantità sono eguali quando la loro
differenza aia più piccola d'ogni grandezza assegnabile ,, perchè se fossero
ineguali la loro diffe- renza potrebbe essere assegnata, ciò che è contrario
all'ipotesi. Chi non vede che al rigore dell'esattezza manca sempre un
infinit«sÌmo, insignificante pel calcolo, ma non meno capace d'ana grandezza
reale qualunque ad impedire l'egaaglianza logica dei due termini dif- ferenti ?
E tutti questi principi: 1° Magnitudine» quarutn differentia probafur mi- nus
quavis assignàbUe, aequaleg sunt; 2° La grandezza mioor d'ogni data è eguale a
zero ; 3° E circolo è un poligono di un numero infin ito di lati infinitamente
piccoli, e tale principio è appli- cabile alla quadratura del cerchio, alla
cubatura della sfera, dei solidi di rivoluzione (Doliometria) (Euclide,
Archimede, Galilei, Viète, Kepler) ; 4° All'indivisibile competono le proprietà
della grandezza finita di cui l'indivisibile è ritenuto come parte costitutiva
{L. Da Vinci, Kepler, Cavalieri, Wallis, G. De Saint Vincent) ; 5° Un
indivisibile non puè accrescere né diminuire l'infinità degli indivisibili, da
cui risulta ogni gran- dezza finita (Galilei) ; 6° Il momento di moto finito è
la somma dei mo- menti infinitesimi di moto virtuale (Galilei); 7° E necessario
ammettere degli infiniti gli uni incomparabilmente maggiori degli altri
(Galilei); 8" Le quantità infinitamente piccole sono trascu- rabili nei
calcoli nostri (Barrow); »iby Google 9° L'infinitesimo è considerabile come
grandezza intenfiiva; e moltisBimi alM, che si potrebbero stralciare como-
damente dalle opere di Wallis, Fermat, Robervall, Pascal, Ungyens, Barrow,
Newton, Leibniz, Yarignon, Bemooilli, Brook, Taylor, Lagrange, Canchy, non ri-
velano forse chiaramente la feconda necessità di qael- l'artificio che rende
posùbili tatte le più ricche opera- zioni del calcolo infinitesimale e che non
discostandosi mai essenzialmente da qnesta formola: due cose diffe- renti sono
eguali (qnaii poi siano i gradi e le forma- lità e le riserve di tale
differenza), fii da noi designato propriamente col titolo di identificazione
matematica del differente? S. Uà ee noi vogliamo conoscere, anche solo in via
indiretta, in quale perpetua sostituzione metaforica di entità e intei-minabile
risolnzìone ipotetica di sfhggeToli elementi generatori ci introduca
ilfirincipio matematico suddetto, mettiamoci a considerare come, per la vir-
tualità della nozione di limit«, la matematioa si travagli senza posa, da un
lato alla consunzione ed all'Inte- grazione dell'unità, dall'altro alla
consunzione ed al- l'integrazione dell' intìnitol Solo con veri salti meta-
forici noi possiamo trascurare le quantità differenziali quali che siano,
trattare il finito come la sua medesima negazione, passare dal rappoi-to finito
all'infinitesimo, e dall'infinitesimo ripassare al rapporto finito. Yi sono
delle serie numeriche che tendono alla con- sunzione dell'nnità, procedendo a
passi rapidissimi, e tuttavia queste serie vanno all'infinito, contenendo alla
loro volta un infinito numero di termini; siamo ben certi che l'infinitesimo è
tanto lontano dallo zero quanto l'essere dal nulla, tuttavia in molti casi
siamo costretti ad amiuettere che Vunità è eguale a sé stessa meno una
grandezza minore d'ogni data e che una grandezza a forza di passare per finite
diminazioni e di lasciare finiti residui può essere cacciata fìiori dell'ordine
finito cioè ridacibile a zero. Contrariamente adunque a quanto è stabilito in
una parte si afferma la possibilità di esau- rire il contìnuo, in altri
t«rniini la possibilità di can- giar l'essenza logica d'una cosa, l' infinito
si converte nel finito, il differente diviene l'identico, i concetti contradditori
diventano inseparabili e si ricfaiamano- scarabievolmente e l'associazione
forzata e contraddi- toria delle ipotesi non ostacola assolutamente il pro-
gresso della scienza. 6. Anzi — se è vero cbe nn metodo sdentifioo vnole essere
apprezzato come ano strumento qualunque cioè in proporzione dell'utile che ci
sembra di pofflme ricavare - siccome risulta ohe l'applicazione dell'iden-
tificazione teorica o ipotetica del differente si compie sn vastissima scala in
tutto l'immenso campo delle conoscenze matematiche, noi dobbiamo riconoscere
che questo principio (soltanto come pura ipotesi) ofire allo spirito una
comodità euristica ed esplicativa della mas- sima importanza. Che U maggior
parte dei piii notevoli fatti scientifici i quali sembrarono sconvenientissimi
e non solo inconcepibili ma perfino impossibili un tempo siano ora diventati
teoricamente e praticamente fecondi, appnnto in virtù di questo arditissimo
traslato, è nn fatto su cni non cade piii alcuna controversia. Che le finzioni
ipotetiche, puramente deduttive e rappresen- tative dei fatti, siano ora quasi
universalmente accettate dai matematici, come strumenti scientifici di immensa
utilità, non può essere negato da chi ascolti la voce del tempo. A. Paitohe,
Sopra ta teoria iteOa Bcieraa. BO U.g,l:«lov Google 234 È questa voce medesima
che ne fa l'alte difese di- mostrando quotidianamente che, cosi la capacità dì
supporre che una cosa sia vera * provvisoriamente , quantunque non sia ancora
giustificata da prove legìt- time, come l'abilità e la prontezza di ricavare
delle conclusioni preziose dall'ipotesi, diventano sempre più facili e pili
sicure, e Sno a un certo punto sembrano disporci ad ammettere che l'
impossibilità di concepire il contrario, cioè il vecchio principio di
cùntraddizione, può in certi casi diventare U criterio meno utile tanto per la
ricerca quanto per la scoperta della verità. H prin- cipio di contraddizione!
Con quanto affanno noi ado- periamo questo criterio, durandoci troppo viva la
me- moria degli abusi slrenati, cui fa trascinato per opera dei malvagi, degli
stolti e degli intransigenti I Bisogna esser stato abituato fin dall'infanzia
ad usare certe parole, con un significato costante, per dispen- sarci
dall'affanno esagerato di sapere se hanno proprio un significato positivo e
permanentei cosi è sempre necessario disfarsi di ogni preconcetto per adoperare
con facilità tanto la frase quanto lo strumento di quel fecondo bisogno
scientifico che ci porta alla contìnua trasgressione illogica del principio
logico dell'identità. 7, A tante singolari ragioni potremmo aggiungere la
testimonianza stessa degli autori delle più grandi invenzioni e scoperte, per
confermare quelle opinioni paradossali che ci siamo studiati di assodare lungo
questa ricerca. Ma ci bastino come prove più gradite di tutte queste due
irrefragahih testimonianze: 1° l'ininterrotto impiego del principio
dell'identi- ficazione del difi^erente, il quale non puO essere rinne- gato dal
processo logico delle matematiche. Questo fatto prova che lo spirito matematico
in genere, ag- »ibv Google lOBNTIIlOAZlONB SBL SUTBBKHTI 205 gaerrendosi
appanto nel coDflitto di tante ipotesi pa- radossali diverse, va acquistando
sempre più la coscienza della propria forza e la libertà dei suoi propri atti;
2° il rapidissimo incremento delle cognizioni ma- tematiclie a coi tien dietro
un non meno maraviglioso e rapidissimo organamento logico della scienza. 8. Ma
resta una domanda della massima impor- tanza. Qnale è la ragione fondamentale
di questa biz- zarra idealità delle matematiche cbe noi abbiamo ora considerata
cosi aridamente e senza alcnn rapporta colla teoria generale della scienza?
Tale questione rimane ancora senza risposta. La sola ipotesi più accettabile
potrebbe tuttavia parere la seguente. Se meditando tntto il sublime avanzamento
delle scienze matematiche, sia rispetto all'acquisto delle ve- rità, sia
riguardo al perfezionaraento delle dottrine, noi vogliamo sollevarci ad una
conclusione suprema, sembra che sia giocoforza concludere che più si considera
sot- tilmente la formalità del processo matematico, più si resta convìnti che
il suo progredire scientìfico non è altro cbe un varcare — per ardite
supposizioni — i concetti cioè i limi ti, prima posti, poscia opposti come
impreterìbili dallo spirito umano. Ma a dispetto dei grandi progressi
realizzati in questi ultimi anni cosi daUa teoria del lìmite come dalla teoria
dell'ipotesi le quali sono già si può dire nell'aria della generale teoria
della scienza, noi dobbiamo rico- noscere francamente che, per ora, queste supposizioni
sorpassano ancora i limiti della scienza , devono essere — fino a prova
contraria - »ibv Google bv Google IITr>I OB PARTE PRIMA L^e Idee primitive.
Criterio direttivo dell'Analisi pag. Cip. I. Le idee primitire della Logica. .
, S !■ Le idee piimitÌTe della Granimatdca . , Le idee primitive della Logica
naturale e della Logica riflessa C*p. II. Le idee primitive della Matematica. .
.Le idee primitive dell'Aritmetica . . , 9 2. Le idee primitive della Geometrìa
. . , Càp. 111. Le idee primitive della Fisica in generale e in particolare
della Fisica matematica e della Meccanica razionale , Caf. IT. Sìntesi delle
idee primitive della Logica, della Matematica s della Fisica . . , Càr. T.
Applicazioni generali t ...... , 9 1. Scienze miste o derivate 9 2. Analisi ed
apprezzamento della Logica . matematica , «ibvGoogIt PARTE SECONDA Gii Assiomi.
Cap.I. ClfMsificiizionedegliassiomiecoDtroveraie poi/. 115 C±r. II.
Interpretazione storica degli assiomi geo- PARTE TERZA L,e Teorie. Càp. I.
Dell'esperienza e delle teorie logiche ma- tematiche e fisiche in ordine alla
teoria ge- nerale dei modelli pag. Cip. II. Del fondamento artistico della
scienza . Caf. III. Dell'identificazione matematica del diffe- rente , »ibv
Google »ibv Google »ibv Google MEMORIE REALE ACCADEMIA DELLE SCIENZE DI TORINO Serie II Tomo
70 PARTE SECONDA: CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE TORINO R.
ACCADEMIA DELLE SCIENZE Via Accademia delle Scienze, 6 e Via Maria Vittoria, 3
1942-XX Torino — Tipografia Vincenzo Bona - Via Mario Gioda, 3 — 1942-xx
(20856). Pa e e DI ra * bia w e— cre cer IO. INDICE DELLA PARTE SECONDA DEL
Tomo 70, SERIE II CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE [* Pagine
dell'estratto e ** pagine del Tomo, poste in calce tra ()]. . BuraccI Gian
Carlo, Gli Statuti di Amedeo VIII di Savoia del 31 luglio 1403 . . ARNÒ Carlo,
Responsabilità per ficta possessio. FERRERO Giuseppe Guido, Politica e vita
morale del '500 nelle lettere di Paolo Giovio . MacnaGHI Alberto, Amerigo
Vespucci primo scopritore del Brasile . ReEPACI Francesco Antonio, Teoria e
pratica del Giuoco del Lotto în Italia negli ultimi tre quarti di secolo dalla
sua istituzione . OLivero Federico, Sul poemetto anglosassone «Guthlacv . . .
4.» . GEYMONAT Ludovico, Analisi critica del recente indirizzo di logica
formale del Carnap . IsopEscu Claudio, Filologia romena all'Università di
Torino verso il 1870 . i VALEAURI Mario; La ‘a.SIVARUA 0: è e a i ns Arnò
Carlo, Orientamenti nuovi nello studio del Digesto . do INTRODUZIONE i ALLA
TEORIA DELLE EQUAZIONI LOGICHE MEMORIA. P. ACCADEMICO CORRISPONDENTE presentata
SoMmMARIO: Preliminari. - 1. Interazione
di scienza è filosofia pel rinnovamento degli studj logici. — 2. Origine,
teoria e sviluppo della Logica del Potenziamento. Le forme fondamentali del
pensare sevondo la Logica del Potenziamento. — 8. Raccordo della presente
teoria coi risultati precedenti. PARTE PRIMA: Teoria. - 4, Problema
fondamentale della Logica. — 5. Principj generali relativi alle equazioni
logiche considerate isolatamente e in rapporto alle equazioni matematiche e
fisico-matema- tiche. — 6. Osservazione importante sul significato
dell’introduzione della potenza in Logica. — 7. Defi. nizione dell'equazione
logica. — 8. Schiarimento sull’ applicazione della LAP alla trasformazione di
Lorentz. — 9, Impianto dell'equazione logica e metodo di risoluzione. — 10.
Passaggio all’ esperimento, PARTE SECONDA: Applicazioni alla Fisica teorica, -
11. Il problema di Fermi. — 12, Significato logico della trasformazione di
Lorentz e interpretazione logica della relazione quantistica di Plank-Einstein.
— 18. Analisi dei fondamenti della Meccanica ondulatoria di Schròdinger. — 14,
Analisi dei fondamenti della teoria corpuscolare di Heisenberg. — 15.
Interpretazione logica della teoria statistica di Fermi, e dello scalare di
campo 4. — 16. Impostazione logica del problema di Fermi e conseguenze logiche
della sua soluzione. — 17, Interpretazione logica della terza fase di sviluppo
della teoria della relatività, cioè del mondo di Minkowski e di Einstein. — 18,
Sviluppo della teoria della relatività logica, Il mondo del potenziamento
logico, cioè il mondo di Mosso. : 19. Oggetto e risultati generali della
ricerca. — 20. Il nuovo volto della Fisica. PRELIMINARI 1. Interazione di
scienza e filosofia pel rinnovamento degli studj logici. Il rinnovamento degli
studj logici in Italia e all’ estero richiede il concorso di due fattori, l'uno
d’ ordine filosofico, l’ altro scientifico. Deve la ricerca filosofica, prima
di affrontare l’ enorme responsabilità della sua sin- tesi, farsi conscia del
doppio compito gnoseologico ed epistemologico di ricercare e pro- muovere le condizioni
di possibilità d’ ogni forma di conoscenza, Deve la ricerca scientifica fornire
il soccorso rigoroso dei suoi risultati analitici e Sperimentali e l’
elaborazione delle sue sintesi. Non c’è dubbio che le due discipline possano
interattivamente svilupparsi, colla Promozione d’ una logica congrua ai
principj, mezzi e fini della reciproca solidale auto- 34 ANNIBALE PASTORE nomia
I grandi esempj di Descartes e di Leibniz additano la via e giustificano Je
speranze. Ma per l'intento dello studio che ora facciamo occorre precisare i
limiti della logica e della fisica, affinchè l’ interpretazione logica dei
problemi fisici usati come esempio nella tesi qui sostenuta discenda a rigore,
senza pregiudizio dell'autonomia della fisica. In pari tempo nel campo logico
troppo avanza del passato che ingombra l’ indagine logica; nè convincono le
sedicenti sintesi logico-metafisiche che si ostinano a rifiutare il fondamento
dell’ analisi. Dunque bisogna da una parte recidere arditamente quei legami
colla logica tradi- zionale che ancora tiranneggiano sotto profluvio di vano
formalismo, dall’ altra rendere praticabile un nuovo metodo che, postulando e
salvando | autonomia d'ogni sistema, assicuri l’utile impiego della logica
nelle scienze, e ad un tempo offra nuova materia di riflessione alla sintesi
speculativa. A questa impresa mirano gli studj che da una decina d'anni vengono
sistematica- mente raccolti intorno al nuovo indirizzo della Logica del
Potenziamento. 2. Origine, teoria e sviluppo della Logica del Potenziamento. Le
forme fondamentali del pensare secondo la Logica del Potenziamento Promossi
dalla Memoria Sulla natura extralogica delle leggi di tautologia e di
assorbimento nella Logica matematica (*) (1908), i Principi di Logica del
Potenziamento di Pietro Mosso (1923) (*) segnano il punto di partenza e la
costituzione organica della teoria. La ‘assegna di Logica (1923) (*),
precisando i programmi divergenti dei varj indirizzi, apre la campagna critica
di diffusione. I lavori di sviluppo verranno indicati tra poco. La novità in
generale dei Principi consiste nella concezione della logica: a) - fondata
sopra una base autonoma posta nell'interno del principio logico e primitiva
tanto per i corpi delle scienze particolari quanto per gli stessi sistemi
logici attuali di vario tipo, dall’ aristotelico, allo scolastico, al
leibniziano ; 6) - sviluppata con una funzione produttiva. Quanto alla base, la
logica si fonda sulla tesi della risoluzione dell'ente in relazione, donde la
variazione relativa dell’ ente e il potenziamento reciproco degli enti. Quanto
alla funzione, pone i rapporti tra identità, non però aristotelica (che è tau-
tologica) ma distintiva, ed eguaglianza, e stabilisce le forme fondamentali del
pensare, secondo le quali viene costruito ogni sistema: ente e relazione,
discorso e universo; forme che acquistano senso definito in rapporto all’
interpretazione del simbolo di potenza in logica. (4) Pastore, Sulla natura
esctralogica delle leggi di tautologia e di assorbimento nella Logica mate-
matica. In Atti del TV Congresso Internazionale dei Matematici, Roma 1908, Vol.
ITI, Sez. IV. (8) Mosso, Principi di Logica del Potenziumento, Torino, Bocca
1928. (#) Pastore, Rassegna di Logica. In Rivista di Filosofia. Milano, Il
significato generico della variazione relativa viene a specificarsi in due
proposi- zioni subordinate : 4 1° - che ogni ente varia in sè per effetto del
solo variare degli enti, coi quali è in relazione; 2° - che ogni ente potenzia
gli altri coi quali è in relazione ed esso stesso com- pare col grado del suo
insieme potenziato. La prima esprime la materia logica e reale così del
conoscere come dell’ essere (come entità), la seconda esprime la forma logica e
reale di sviluppo di ogni cosa, per cui tutto si muove e si trasforma così
nell'ordine e nella connessione delle idee, come nell’ ordine e nella
connessione delle cose (come relazione). A mostrare come sia effetti vamente
possibile la ricerca delle leggi delle variazioni logiche provvede un nuovo simbolismo
logico esponenziale, Con tale simbolismo lo studio dei sistemi di enti, si fa
con formule del tipo algebrico degli sviluppi di potenza dove compajono le due
opera- zioni logiche: discorso e universo (D. U). In compendio, pel senso
generale del poten- ziamento si può intendere il fatto sintetico, ma
analiticamente considerabile, che varia la potenza d'un ente al variare del
numero degli enti costitutivi del sistema (coi quali è in necessaria relazione)
e che ad uno sviluppo analitico di potenze corrisponde uno sviluppo di enti.
Per questo punto di vista i limiti della relatività, della logicità e della
totalità del reale si confondono. Nessun ente ha più un in sè costante, cioè un
assoluto a prescindere dalla relazione. Nessun sistema si può costruire a
prescindere dalla sua forma. La relazione non è una soprastruttura dell’ ente,
nè la forma ipotetica ed intui- tiva un duplicato impotente nella discorsività
analitica e deduttiva, Ogni ente, come ogni sistema, è riportabile e
risolvibile nella relatività formale. Nessun ente è inerte. Nessun ente o fatto
passa inertemente da sistema a sistema. Il fatto che ogni ente è contras-
segnato dalla sua potenza propriamente significa due cose ben diverse e pure
intima- mente solidali, cioè che per un rispetto è potenziato, per l’altro
potenzia, o in altri termini che è insieme il prodotto e il produttore della
relatività, il fatto e l'atto della logicità, intesa come potere di creazione
(individuazione) e di sviluppo (potenziamento). La logica, come attività di relazione
e forma, come relatività attiva di analisi e sintesi, natura e spirito, oggetto
e soggetto, individua e solidarizza tutte le cose (3); Il rendiconto
complessivo critico e sistematico della nuova teoria fu comunicato al VI
Congresso Nazionale di Filosofia di Milano nel marzo del 1926 e pubblicato in
La Crisi della Logica, 1928 (*). Comparvero successivamente alcuni Sehiarimenti
sulla deduzione scientifica e sulla Logica del Potenziamento in ordine alla
dottrina del Meyerson (*) motivati da una precedente Critica dell’
irrvazionalismo del Meyerson (*) fatta dal punto di vista della Logica del
Potenziamento. (') Pasrore, Dalla filosofia dell'intuizione alla filosofia del
Potenziamento. In Atti R. Accademia delle Scienze di Torino, Vol. LUXI, 1926.
(*) Pastore, La Crisi della Logica. In Atti R. Accademia delle Scienze di
Torino, Vol. UNITI, 1928. (*) PasroRE, Schiarimenti, ecc, In Logos, Napoli,
1929, fase. II. (') PastoRE, Critica dell'irrazionalismo del Meyerson.In
Rivista di Filosofia, Milano, Luglio-Ottobre, 1926. 36 ANNIBALE PASTORE
Finalmente a far vedere come varii la trattazione dei problemi, applicandovi la
legge di tautologia, oppure quella del potenziamento, e intravedere i vantaggi
derivanti dal nuovo metodo è stato possibile nel recente Saggio di analisi
logica Verso un nuovo Relativismo (') esaminare comparativamente tre casi come
esempj tratti dalla logica, dalla matematica e dalla fisica, mostrando caso per
caso l’applicazione della LdP. A queste ricerche logiche fa seguito un ultimo
nuovo studio Sul D.U, con applicazione al problema fondamentale della Fisica
teorica (*). Il contributo che ora viene portato all’ indagine colla teoria
delle equazioni logiche dimostra che le tesi della LAP si sono andate sempre
più convalidando coll’ applicazione dei nuovi criterj a teorie e a fatti che
prima parevano logicamente inattaccabili. Ecco come la presente ricerca si
coordina coi risultati precedenti, e ne accentua lo sviluppo. Si vuole
esaminare come la formazione delle teorie fisiche proceda attraverso le forme
logiche in cui si risolve il pensare secondo la teoria della Logica del
Potenziamento, 3. Raccordo della presente ricerca coi risultati precedenti.
Dimostrammo in VR che lo sviluppo della teoria della relatività logica, ben di-
stinta dalle relatività fisiche di Pinstein (generale e particolare) e da
quella di Galileo che è il primo relativista, interpreta la formazione di tutte
le teorie della scienza colla considerazione del discorso-universo (D.U) (5).
Vedemmo che l'introduzione del D.U in Geometria conduce a stabilire che
logicamente l'U di un D come spazio è il tempo; vale a dire che il tempo è una
funzione logica U, rispetto allo spazio considerato come funzione logica D, e
in Fisica a interpretare /ogi- camente la trasformazione di Lorentz,
determinando la comparsa di una duplice nozione di tempo come necessità
puramente logica. Nella sua forma più semplice il principio (!) PastoRE, Verso
un nuovo Relativismo. Saggio di Analisi logica. In Archivio di Filosofia, Roma,
Settembre 1982 (Va). (*) PastORE, Sul D. U. Ricerche logiche con applicazione
al problema fondamentale della Fisica teorica. In Archivio di Filosofia, Roma,
Gennaio-Marzo, 1933. A complemento della bibliografia qui riferita si aggiunga
l'’appendice seguente. Questa Introduzione, nella forma in cui ora si presenta,
era già in tutto terminata nel Febbrajo 1933; e ne fu data notizia
particolareggiata al VIZI Congresso nazionale di Filosofia, Roma, Ottobre,
1933, in una Comunicazione sopra: La Logica del Potenziamento nelle sue relazioni
colla scienza e la filosofia. (In corso di stampa). Successivamente comparvero
i due saggi seguenti, nei quali sempre si utilizzano i risultati di questa
Introduzione: Sulla intuizione logica secondo la Logica del Potenziamento. In
Archivio di Filosofia, Roma, Aprile- Giugno, 1984. Sul fondamento logico della
matematica. In comunicazione al IX Congresso nazionale di Filosofia, Padova,
1934. (In corso di stampa). () « L'introduzione dell’ esponente in Logica
importa che ogni combinazione di n elementi si seinda logicamente in D e U,
essendo D il discorso cioè l'insieme degli elementi costitutivi pensati come
entità e U l'universo cioè 1’ elemento formale del loro sviluppo. A quello
corrisponde la deduzione per cui ogni ente rimane individuato nel suo discorso
secondo la necessità analitica delle sue relazioni ; a questo l'intuizione per
cui ogni ente rimane potenziato nel suo universo secondo la necessità sintetien
della forma che si conserva nello sviluppo analitico del discorso ». Cfr. VaR.
$ 1. relativistico logico rispetto al problema dello spazio e del tempo
conclude che il tempo è la forma (costruzione intuitiva) dello spazio (sistema
analitico). E noi’ possiamo con facilità caratterizzare il senso e la portata
del nuovo metodo prospettando genericamente la questione della ricerca
scientifica al modo che segue. Lo sviluppo deduttivo di una ricerca scientifica
non è ancora la descrizione completa del suo oggetto. Ad esempio, la LdP
dimostra che quel modo di pensare che noi diciamo analisi matematica non ci
for- nisce che una spiegazione parziale della realtà. Per ottenere una
spiegazione completa bisogna esplicare l’ implicita condizione logica della
costruzione formale espressa da U, quindi salire all’ affermazione simultanea
del D.U, cioè pensare la deduzione matematica nell’intuizione logica
corrispondente. Così, mentre fino a jeri è parso giusto ritenere che «la verità
finale intorno ad un fenomeno risiede nella sua descrizione matematica »
(Jeans), tutto ora sembra cospirare per impedirci di prescindere dalla
descrizione logica. Si tratta dunque di pervenire ad una descrizione logica
insieme e matematica. Naltural- mente non è questione di Logica matematica
volta a studiare « le forme di ragiona- mento proprie delle scienze deduttive e
in particolare della matematica ». (') Il rigore del linguaggio ideografico è
qui in tutto fuori di discussione.e si presume. Entra in scena un altro valore
cioè il valore logico e propriamente quello che prova il valore euristico della
Logica nella scienza del reale. Vogliamo ora affrontare direttamente, ma nel
modo più generale, il problema delle equazioni logiche. La sua soluzione sarà
la giustificazione teorica e pratica del principio della variazione relativa
degli enti nei varj campi esatti del sapere e delle sue con- seguenze. Teoria. 4. Problema fondamentale della Logica.
Sia D un sistema costruito con n enti e proposizioni primitivi. Supponiamo che
esista un altro ente e proposizione 9 diverso dagli n enti e proposizioni, e
primitivo rispetto ad essi, Sotto quali condizioni si può affermare che esiste
un sistema D', costituito dagli n enti e proposizioni di D, e in più dall'ente
o proposizione q? (*) Questo è il problema fondamentale della logica. La logica
del potenziamento dimo- stra che si può passare da D a D' quando esistono l'U
di D e VU' di D', Le relazioni fra i D e gli U sono le equazioni logiche. (1) È
troppo diffusa l'idea che la logica sia un semplice strumento esterno al
processo di forma» zione dei sistemi, (?) Col simbolismo ideografico (+ simbolo
della somma logica) possiamo porre: (aubuc... m'ug=zianbue..unugt!, 38 ANNIBALE
PASTORE 5. Principj generali relativi alle equazioni logiche considerate
isolatamente e in rapporto alle equazioni matematiche e fisico-matematiche. Le
considerazioni precedenti servono a farci comprendere che il passaggio da
sistema a sistema è possibile quando il contenuto degli enti è totalmente
determinato dalle sue relazioni, cioè quando è completamente determinata la
variazione relativa dei sistemi di cuni si conoscono gli enti costitutivi.
Tutte le condizioni che occorre siano verificate perchè sia possibile il
passaggio di cui al paragrafo prec. sono equazioni che determinano il problema
della trasformazione, ad es. dal sistema (x, y, 2) al sistema (&, y, €, 4)
e costituiscono degli invar7anti logici. La descrizione della costruzione (D.
U) (2, 7,4) è un sistema di proposizioni Da, y, #) (ad es. di equazioni
matematiche) possibile in una forma x, y, 4). Così pure la descrizione di una
diversa costruzione (D' UV) (2, y, 3,4) è un diverso sistema di equazioni
matematiche D'(, y, , ©) in una forma UV, y, 4, t). Ora logicamente si può
passare da D(x,y,) a Dx, y, #, t) solo quando si può pas- sare da U(x,y, 3) a
U(x,Y,<,t), cioè se esistono invarianti logici. Il dire che esiste l’U di un
D vuol dire che l'insieme degli elementi «,%,£,..# indipendenti determinano un
sistema, L'equazione matematica è la descrizione di una relazione possibile
deduttivamente tra gli enti @,7,3,...2 di D. L'equazione logica è la
descrizione di una condizione necessaria formalmente (U), perchè esista l’U di
D(x, y, #, ... n), cioè perchè x, y, 3, ... 22 enti indipendenti costituiscano
un sistema. 6. Osservazione importante sul significato dell’introduzione della
potenza in logica. La logica matematica stessa, contrariamente all'idea dei
suoi fondatori, non pre- scinde da una forma U (intuitiva), ma presuppone la
più semplice delle forme, cioè quella che è determinata da un elemento logico
solo, e da questo punto di vista sviluppa tutte le sue relazioni nella forma U;
quindi in essa non compare l’ esponente perchè è in una forma ad una sola
condizione logica. Invece la LAP ammette la possibilità e la necessità di
sviluppare ogni relazione in una propria forma U. Questo è il significato
dell’introduzione della potenza in logica. 7. Definizione dell'equazione
logica. La definizione di equazione logica discende immediatamente dal $ 4. L’
espressione analitica di una condizione relativa a D.U è una equazione logica.
Da questo punto di vista esaminiamo la trasformazione di Lorentz, già trattata
in forma leggermente diversa in VA. Prendiamo questo problema fisico com'è
impostato da Einstein, i « È possibile
pensare una relazione fra luogo e tempo dei singoli avvenimenti rispetto: a
entrambi i corpi di riferimento, tale che ogni raggio di luce possegga rispetto
alla strada e rispetto al treno la velocità di propngazione c? Questa domanda
conduce ad una risposta affermativa ben determinata, ad una ben determinata
legge di trasforma- zione per i valori spazio-tempo di un avvenimento, quando
si passa da un corpo di rife- rimento ad un altro » (*) Questo passo di
Einstein è la traduzione fisica d’una equazione logica più generale. Nella
posizione logica di Einstein si suppone un avvenimento (in sè) riferibile a due
sistemi di riferimento; nella LdP si suppone l'avvenimento determinato dai due
sistemi di riferimento, e si pone la legge di trasformazione come condizione
d'invarianza logica, vale a dire che la relazione è compresa e determinata
nella condizione più generale di trasformabilità da un sistema all’ altro. La
condizione della costanza nella velocità della luce che pone il fondamento
della legge di trasformazione, è un caso particolare della equazione logica di
trasformazione, D D [1] Tg ost applicata alla fisica, nello stesso tempo
l'affermazione d'una invarianza comune ai due sistemi, Le condizioni dei due
sistemi stabiliscono per sè stesse la relazione espressa dalla legge di
trasformazione, cioè l'avvenimento. Non ha senso pensare l'avvenimento distinto
dalla relazione che lo descrive. Stabilire la condizione che nei due sistemi
sia costante la velocità della luce equi- vale a stabilire il comune dei due
sistemi, cioè a scrivere in forma fisica l’ equazione [1]. Abbiamo visto che
questa proporzione equivale fisicamente alla trasformazione di Lorentz. ID
quindi evidente che la trasformazione di Lorentz esprima questa condizione. 8.
Schiarimento sull’applicazione della LAP alla trasformazione di Lorentz. Per
chiarire quel concetto ricorriamo all’ esempio fisico gia trattato come
applicazione della LdP esposto in VaR $ 8. Esso ha permesso di interpretare
logicamente la trasfor- mazione di Lorentz come espressione della
proporzionalità tra i due D(x, y, 2) e D'(@, 43,6) e relativi U e U', Si
comprende quindi come le proprietà fisicto-geometriche dell'uno siano analoghe
a quelle dell'altro e come tutti i concetti dell'uno si trasformino nei cor- rispondenti
concetti dell'altro sistema mediante la funzione di proporzionalità di Lorentz.
(') « Ist cine Relation zwischen Ort und Zeit der einzelnen Ereignisse in-bezug
auf beide Bezugs- kirper denkbar, derart, dass jeder Lichtstrahl relativ zum
Bahndamm und relativ zum Zug die Aus- breitungsgeschwindigkeit c besitzt? Diese
Frage fiihrt zu einer bejalenden, ganz bestimmten Antwort, zu einem ganz
bestimmten Verwandlungsgesetz fiir die Raum-Zeit-Gròssen eines Ereignisses beim
Ueber- gang von einem Bezugsk&rper zu einem anderen ». HinstpIN, Veber
die spezielle und die allgemeine Rela- tivitàtstheorie, (Achte Auflage). Vieweg in Braunschweig, 1920, pp.
20-21. n Li 40 Dobbiamo insistere un istante su questo punto. Il sistema di
Minkowski è espresso in una forma proporzionale al sistema di Galileo. Questa
proporzionalità è ciò che dà valore al sistema di Minkowski, perchè permette la
trasformazione delle equazioni della meccanica da un sistema all’altro. Questo
è il senso logico del seguente riconoscimento di Einstein. « Una distanza
puramente spaziale di due avvenimenti rispetto a K ha per conse- guenza una
distanza temporale degli stessi rispetto a K'. Neanche in questo consiste la
scoperta di Minkowski tanto importante per lo sviluppo formale della teoria
relativistica, Essa consiste piuttosto nell'aver riconosciuto che il continuo a
quattro dimensioni spazio- temporale della teoria relativistica, nelle sue
proprietà decisive formali, presenta una grandissima affinità col continuo a
tre dimensioni dello spazio geometrico euclideo » ('). Possiamo dunque, coll’
appoggio di Einstein, stabilire il principio che la trasforma- zione di Lorentz
è l’espressione della proporzionalità tra le due meccaniche e in pari tempo
l'equazione fondamentale per il passaggio dall'una all’ altra. Per questo
motivo la trasformazione di Lorentz non è una relazione puramente sistematica o
discorsiva, ma è la traduzione fisica d'una equazione logica intersistematica
nel senso del $ 5. Si noti che già in precedenza, avendo Maxwell dimostrato che
in un mezzo di per- meabilità unitaria e di corrente dielettrica unitaria il
rapporto e tra l'unità elettroma- gnetica e l’unità elettrostatica di intensità
di corrente ha le dimensioni di una velocità, possiamo considerare la teoria
elettro-magnetica della luce come la prima teoria di tra- sformazione fisica
tra due sistemi nel senso poi sviluppato da Lorentz fino a Fermi.
L’interpretazione fisica di questo rapporto come velocità riconduce i due
sistemi elettromagnetico ed elettrostatico al rapporto logico n , cosicchè come
valore logico la trasformazione di Lorentz e la teoria di Maxwell presentano
una perfetta equivalenza. 9. Impianto dell’ equazione logica e metodo di
risoluzione. Questo risultato mostra in modo assai interessante la fecondità
del nuovo metodo, perchè significa che ogni condizione possibile per la
trasformazione di un D in un D'e relativi U e U' permette di ricavare una
equazione che: a) come impianto (costruzione intuitiva) è logica, b) come
espressione analitica fa parte del nuovo sistema e sotto questo rispetto è un
dato di esperienza. Conosciuto questo, conosciuto cioè che il problema
dell'equazione logica è intima- mente legato al problema dell’ espressione
analitica, e conosciuto che l'equazione logica (i) « Rein riiumliche Distanz
zweier Ereignisse in bezug auf K hat zeitlicho Distanz derselben in bezug auf
K' zur Folge. Auch hierin liegt nicht Minkowskis filr die formale Entwiceklung
der Relati- vittitstheorie wichtige Entdeckung. Diese liegt vielmehr in der
Erkenntnis, dass das vierdimensionale zeitriiumliche Kontinnum der
Relativitiitstheorie in seinen massgebenden formalen Pigenschaften die
weitgehendste Verwandtschaft zeigt zu dem dreidimensionalen Kontinuum des
Buklidischen geometrischen Raumes ». EINSTEIN, 0p. cit., p. 38. di è una
relazione, ad esempio la proporzionalità tra i D e gli U, si ottiene un
risultato importantissimo per lo sviluppo ulteriore della teoria delle
equazioni logiche e per il me- todo della loro risoluzione, Basterà infatti
esprimere i D e gli U in termini sistematici, perchè l'equazione logica si
trasformi immediatamente nella proposizione discorsiva che esprime la
trasformazione dei due sistemi, In modo analogo possono supporsi possibili
equazioni più complesse della propor- zionalità, e, sempre sostituendo ai
termini logici i termini sistematici, si trasforma ]' e- quazione logica (che è
sempre D e U) in un'equazione di trasformazione sistematica, e così resta
stabilito il metodo di risoluzione dell’ equazione logica. Evidentemente le
equazioni logiche di puro D non sono di questo tipo. I successivi risultati ci
toglieranno ogni dubbio sulla possibilità di operare per questa via, che,
secondo noi, dà una soluzione completa del problema. 10. Passaggio all’
esperimento. È ovvio che tra le infinite ipotesi che tutte dànno origine a
leggi di trasformazioni sistematiche, l'esperimento è il criterio orientativo e
determinante della scelta. Sicchè la risoluzione dei problemi di carattere
sperimentale impone la scelta delle condizioni per la formazione e la trasformazione
dei sistemi, come fu chiarito al $ 7. Per la formazione o la trasformazione di
un sistema occorre porre le condizioni che lo determinano o che lo trasformano
in rapporto alla interpretazione sperimentale; queste condizioni sono appunto
le equazioni logiche. Applicazione alla
fisica teorica. 11. Il problema di Fermi, Enrico Fermi, concludendo la sua
Introduzione alla Fisica atomica (1928), riconosce come compito della Fisica di
domani «Ja costruzione definitiva di una teoria che, sosti- tuendo forse alle
ordinarie concezioni della fisica e della cinematica una interpretazione
statistica delle diverse grandezze, completi la conciliazione tra il gruppo di
fenomeni che suggeriscono una rappresentazione ondulatoria della luce e della
materia e quello che porta invece ad attribuire ad esse una struttura
corpuscolare », Vediamo quale forma logica assuma questo problema, e per questo
discutiamo i fon- damenti delle due rappresentazioni opposte, l’ondulatoria e
la corpuscolare, e insieme quelli della rappresentazione statistica proposta
per completare la conciliazione, 42 12,
Significato logico della trasformazione di Lorentz e interpretazione logica
della relazione quantistica di Planek-Einstein. Abbiamo dimostrato (‘) che il
rapporto vESF è l’espressione della proporzionalità tra Îl D.U dello spazio
euclideo e il D.U dello spazio di Minkowski: cioè abbiamo dimo- strato che
U(r)__ do In U(t) 1 [2] TO =cde Ud Sale I acc) Quantunque l'ipotesi del quanto
d'azione che rende le concezioni quantistiche indi- spensabili a ogni teoria
che voglia determinare le relazioni tra luce e materia (in gene- rale tra
continuo e discontinuo) abbia avuto origine dallo studio del potere emissivo
del corpo nero, Ja formula di Plank-Einstein che lega l’ energia e la frequenza
può essere interpretata come una conseguenza della trasformazione di Lorentz.
L’anzidetto rapporto stabilisce una proporzionalità per ogni grandezza fisica G
e G,, per la quale si può porre [3] EDI CVISF 0 e quindi in particolare tra le
energie e le frequenze. Vuol dire che la costanza del rapporto tra l'energia e
la frequenza, base della teoria quantistica, discende direttamente dalla
proporzionalità tra i D.U, espressa dalla trasfor- mazione di Lorentz. Notando
ancora che la grandezza c che compare nella [4] del successivo $ 18 è comune ai
due D.U, si comprende chiaramente che tale è pure a ben vedere il senso logico
del seguente passo di Einstein. « Per il passaggio da un sistema galilejano ad
un altro, uniformemente mobile rispetto al primo, valgono le equazioni della
trasformazione di Lorentz, le quali costituiscono la base per la deduzione
delle conseguenze della teoria relativistica speciale e che da parte loro altro
non sono che l espressione della univer- sale validità della legge di
propagazione della luce per tutti i sistemi galilejani » (°). 13. Analisi dei
fondamenti della Meccanica ondulatoria di Sehròdinger. Le equazioni di De
Broglie v= fic e v=; relative alla velocità di un corpuscolo e alla velocità di
fase dell'onda associata stabiliscono la connessione tra il problema della
relazione tra punto e onda con la trasformazione di Lorentz. (') Var. $ 3. (2)
« Fiir den Uebergang von einem Galileisehen System zu einem anderen, relativ
zum ersten gleichfirmig bewegten gelten die Gleichungen der
Lorentz-Trasformation, welche die Basis fir die Ableitung der Konseguenzen der
speziellen Relativitiitstheorie bilden und ihrerseits weiter nichts sind als
der Ausdruck der universellen Giiltigkeit des Lichtausbreitungsgesetzes fiir
alle Galileischen Be- zugssysteme ». EINSTEIN. Tutte le relazioni conseguenti
si riducono alla ot 14] 2_-° ciò oV=c Lg che esprime la proporzionalità
fondamentale logica tra i D è gli U di due sistemi (!). Ciò significa che
questa relazione fisica ha il senso logico di relazione di trasformazione di
sistemi. Poichè in essa sono presenti necessariamente due intuizioni logiche U
è impos- sibile ridurre il problema ad una di queste intuizioni compresenti; in
particolare è im- possibile interpretare tale relazione nell’intuizione
sensibile. Tenendo presente questo risultato possiamo dimostrare che a questa
relazione si riduce anche Ja formula fondamentale di Schròdinger. La teoria a
cui Schrédinger è arrivato, come dice Fermi, « approfondendo e preci- sando
alcune idee espresse da L. de Broglie » unifica Ia velocità del punto con la
velo- cità di fase dell'onda, cioè associa il punto all’onda. Nell’idea del suo
fondatore dovrebbe essere una meccanica del continuo capace di spiegare anche i
fenomeni fisici in cui compare la discontinuità, Vediamo anzi tutto con quali
elementi Schrédinger costruisce la sua meccanica ondu- latoria. In questa
analisi della costruzione diamo agli elementi un senso e un valore logico,
essendo nostro proposito determinare la struttura logica del sistema, non
preoc- cupandoci del significato direttamente fisico. Gli elementi costitutivi
fondamentali sono i seguenti : a) l'equazione a derivate parziali di Hamilton,
b) l'ipotesi logaritmica rispetto a 4, c) l'imaginario è, d) Ja relazione di
Einstein-Planck £= /y, e) la condizione che per noi esprime l'ipotesi di
Heisenberg e cioè la opposizione : ° 7 RAS 7 1 tra il movimento del corpuscolo
e dell’ onda, proporzionali rispettivamente a e a w Tutti questi elementi sono
collegati nella costruzione ed esauriscono anche il conte- nuto dell'equazione
di Shròdinger, e quindi da essi discendono tutte le conseguenze dal punto
analitico (discorsivo). Vediamo ora come Schròdinger unisca questi elementi
nella sua costruzione. È chiaro che l'unificazione di queste ipotesi, in parte
contrarie, in un unica formula (D) non può avvenire senza una forma logica (U)
ad essa relativa. Inoltre, l'intuizione logica che ne organizza la costruzione
non può essere rappresentata nè dalla coppia spazio e tempo di Galileo, nè dal
continuo spazio-tempo di Minkowski, le cinque ipotesi riferite essendo tra loro
incompatibili in queste forme. Dunque deve esistere una forma in cui siano com-
patibili, nella quale cioè la equazione di Schròdinger come sintesi di dette
ipotesi sia 3 es (!) È facile vedere, partendo dalle espressioni di v e V, che
il rapporto RE cea) si riduce alla A v ' 3 relazione -- = e*, essendo E ed U
espressioni deli’ energia. V 44 ANNIBALE PASTORE logicamente intuibile. Questa
equazione è formalmente possibile in uno spazio di confi- gurazione, definito
dall’ elemento [5] ds° = 2T(n, g'n)dt. Dalla nota a piè di pagina (') inoltre
si vede come l'equazione vV=c* che è la forma dell'equazione di Schrédinger,
sia logicamente una derivazione dalla equazione logica fondamentale della
trasformazione di Lorentz, x UU: "edo [6] Tod ETTAlA Dunque in particolare
si può concludere che la teoria delle equazioni logiche ha portato un’altra
bella conferma dell’applicabilità della LAP allo studio della meccanica
ondulatoria, dimostrando che l'equazione di Schròdinger, nella stessa forma
logica di quella di Lorentz, è una equazione di trasformazione di sistemi, (!)
Abbiamo dimostrato in Va che il tempo è logicamente la forma di uno spazio D,
Per la deduzione della trasformazione di Lorentz abbiamo seritto come equazione
logiea la propor- zionalità. > » * at at [*] Di U, Il rapporto 3 ha quindi
un senso logico. B si è supposto in definitiva di mantenere inalterato il D
rapporto +, tanto nel sistema di tre coordinate quanto in quello di quattro. Il
rapporto è quindi l’inva- U riante logico e di quella trasformazione.
L'equazione logica D:=D: che si deduce dalla [#] può essere seritta nella forma
' 2 Di Re U, Vi come abbiamo al $ 7, e quindi sarà anche D, D du perdi Vico
PESI) [1 "030 0 Appia Applicando a questa equazione logica il metodo del $
9, cioè sostituendo ai termini dell'equazione logica il significato dei termini
fisici, la [**] si trasforma in una equazione fondamentale fisica, Utilizzando
i risultati del VnR per U(1) — di? e Ut) = dt? il rapporto 2 rappresenta una velocità.
E quindi la [*##] si trasforma nella eguaglianza fisica [4]. A tale forma si
riduce la equazione di Schròdinger: (7) su Hide (E — tu=0 che equivale (Fermi,
pag. 307-308) alla Im ti 18] sy — pra = yi =o. Infatti questa equazione si può
serivere sotto forma 9 Ri 109 [9] mè (hv— U) id3 FIA, nella quale il primo
radicale rappresenta la velocità del corpuscolo ® (FERMI, pag. 802), il secondo
radi. cale rappresenta la velocità di fase V di una perturbazione
elettromagnetica in cui al campo elettrico si sostituisce lo scalare di campo
y. In ogni caso, secondo il principio del D. U, il vero senso
dell’impossibilità di optare | per una interpretazione che dissocii il
corpuscolo dall’onda è quello che rende impossibile dissociare lo spazio dal
tempo, la posizione dal moto, la materia dalla forma, il discontinuo dal
continuo e, in logica, il discorso dall'universo, in ultima analisi l'ente
dalla relazione. Vedremo fra poco che anche la discussione dei fondamenti della
teoria corpuscolare di Heisenberg e Bohr conduce a questo stesso punto di vista
logico. 14. Analisi dei fondamenti della teoria corpuscolare di Heisenberg.
Conforme alla LdP, posto come base generale della logica che l'ente è tutto
risol- vibile nelle sue relazioni, si ricava che non è possibile pensare
formalmente (funzione logica U) e sotto lo stesso rispetto l'ente e la
relazione, Per pensare l'ente e la relazione in modo distinto formalmente
occorre pensare la relazione come entità, perchè occorre pensare l’ente e la
relazione come due entità indipendenti nel momento in cui si pen- sano
distinte. Nel momento in cui penso la relazione come esistente non posso
pensare nello stesso momento l’ente come esistente, (a meno di pensarlo
indipendentemente dalla relazione, contrariamente alla definizione), e
viceversa. Come entità gli oggetti devono essere spazializzati (cioe pensati
discorsivamente) e quindi non è possibile spazializzare due volte lo stesso
ente nello stesso tempo. La reciproca del principio fondamentale della LdP
(risoluzione dell’ ente in relazione) è vera solo se all'ente si sostituisce il
concetto di classe di enti. Cioè, mentre il conte- nuto dell’ente è
completamente risolvibile nelle sue relazioni, il sistema delle relazioni
definisce non l’ente ma una classe di enti, Quindi mediante le relazioni l'ente
resta sempre indeterminato, sotto l’aspetto della sua individuazione, Questa
indeterminazione è ovviamente inerente al processo medesimo del pensiero.
Tenuto fermo il principio che l’ente sia completamente risolvibile nelle sue
relazioni, si deduce che, se in un sistema di relazioni si aggiunge una
relazione, aumenta la deter- minazione dell'ente, ma diminuisce la estensione
della classe, cioè che le due idee cor- relative di ente e relazione sono in
rapporto inverso. Quindi se chiamiamo campo di probabilità dell’ ente la classe
definita dalle relazioni, si capisce che l'aumento della determinazione portato
dalla nuova relazione diminuisce la sua probabilità data dalla sua estensione.
Queste esigenze generali nascono dalla base generale della logica e dalla
distinzione D. U. Accettando il rapporto D. U come in VaR queste esigenze
vengono trasportate nel quadro dello spazio-tempo e quindi l’ente logico si
trasforma in un ente fisico e la rela- zione logica in una relazione fisica. È
precisamente quanto accade nella teoria di Heisenberg. Invero la teoria di Hei-
senberg considera la posizione d’un corpuscolo e il suo stato di movimento come
gran- pezze inseparabili, in modo tale che la determinazione eventuale di una
implica l’inde- terminazione dell'altra, Questa condizione è tradotta
analiticamente in un sistema spazio-temporale a quattro dimensioni dalle
quattro diseguaglianze note come le « relazioni di incertezza » di Hei- senberg
sulle quali riposa la sua celebre « teoria dell'incertezza », sviluppata
parimenti da Bohr. i Così stando le cose, in base alla teoria logica del
potenziamento immediatamente si capisce che la legge di Heisenberg è
un’interpretazione fisica secondo il modello lo- gico D. U di un'esigenza
fondamentale del pensiero. Inoltre è bene evidente che questo processo di
indeterminazione non è una forma di indeterminismo come si è già detto ('). Per
addurre un esempio calzante, questo fatto (che non ha valore rispetto alla
teoria filosofica del determinismo) della indeter- minazione si verifica per
gli enti fisici in quanto sono determinati ne? quadro dello spazio- tempo. Per
questi rapporti definibili per mezzo delle coordinate x, y, ,% l’indetermina-
zione evidentemente dovrà esprimersi in funzione di queste coordinate. 15.
Interpretazione logica della teoria statistica di Fermi e dello sealare di
campo 4. È necessario cosiderare brevemente il valore logico della conseguenze
del principio d’indeterminazione di Heisenberg che si possono dedurre dal punto
di vista della teoria statistica, per la quale i valori delle grandezze fisiche
non sono collegati che da leggi di probabilità, Non è detto, e già l'abbiamo
più volte avvertito ($ 14), che questa direzione meto- dologica della fisica
fornisca un decisivo argomento contro il principio della determina- bilità
esatta delle leggi causali. Tuttavia il passo fu fatto da molti, tanto che
ormai si sente comunemente ripetere che « la descrizione causale ha dovuto
cedere davanti alla descrizione statistica ». Qual fu l'origine del malinteso,
troppo diffuso nell'opinione vol- gare, ma ben lungi dall’esatto concetto della
determinazione statistica secondo la nuova meccanica di Fermi, come tra poco
vedremo? Un concetto erroneo del fondamento e dello scopo della determinazione
causale, ed inoltre l'aver obliato che l'evoluzione nel tempo del campo di
probabilità di Born è completamente determinata dall’ equazione delle onde. Il
concetto della determinazione causale fu ristrettivamente inteso quale
deduzione o determinazione deduttiva di %2 momento individuale. Così almeno
parve e pare tut- tora ai più, i quali credettero e credono scaduta di senso e
di valore la ricerca scien- tifica della causalità senza avvertire che con
questa non si vogliono tanto determinare cause ma rapporti causali (*). La
nuova meccanica conserva la determinazione delle leggi causali, perchè mantiene
la dipendenza dai valori iniziali. Invero, come Fermi dimostra, (4) E la
determinazione non è una forma di panlogismo. (8) Come abbiamo ripetutamente
sostenuto fin dal 1921 (17 problema della causalità, Vol. II, Sez. I Torino,
Bocca, 1921) il problema scientifico della causalità si deve intendere come
problema di determi. nazione di relazione, cioè di classe, a cui l'individuo
appartiene. In questo modo l’indeterminazione del- l'individuo nella elasse non
pregiudica la causalità della relazione. aelentità è sempre possibile conoscere
quale valore avrà una grandezza fisica qualunque in un dato istante qualunque
£,, in virtù d'un’ esperienza conveniente eseguita al tempo #, < £, . Per
contro in essa i valori di misure successive, per il principio d’indeterminazione,
cioè per il disturbo dovuto alla misura, non sono determinabili che per leggi
di probabilità. In certo qual modo appare che per una grandezza fisica esiste
un insieme virtuale di valori determinati dalla legge causale e dalla
evoluzione temporale della stessa grandezza, Dalle cose dette discende che la
teoria della statistica così intesa è in tutto compa- tibile colla teoria della
causalità. Giacchè appena si abbandona l'erroneo pregiudizio che la
determinazione causale consista nella deduzione d'un fatto singolo e si
riconosca la classe — che è l'insieme virtuale di tutti i valori possibili —
definita dalle relazioni come campo di probabilità dell'ente ($ 14), è evidente
che c’è una determinazione cau- sale possibile relativa alla classe e una indeterminazione
innegabile inerente agli indi- vidui della classe, i quali possono essere
determinati solo con considerazioni di proba- bilità cioè con calcolo
statistico. Questi principj sembrano a noi del più alto interesse perchè si
applicano senza dif: ficoltà alla interpretazione logica della teoria
statistica in rapporto colla teoria causale. In questo modo, come vedremo,
viene anche a precisarsi il significato logico delle ricer- che matematiche di
Born. Invero, posto che per avere la descrizione completa del sistema logico
bisogna determinare l'ente e la relazione, propriamente una condizione (D. U),
è chiaro che il problema si risolve nella determinazione dell’invariante
logico; problema che comprende ed esige il calcolo statistico per l'ente, e il
calcolo causale per la relazione, Ciò premesso passiamo all'interpretazione
logica dell’interpretazione fisica, Sappiamo che Heisenberg si è preoccupato di
cercare quella funzione che deve for- nire una determinazione per le grandezze
di posizione e velocità di un corpuscolo in un dato istante, Born introdusse
l’idea che la determinazione esatta sia data dal quadrato dell’ampiezza della
funzione + ('). Questa funzione 4 ha solo un valore simbolico in quanto non si
può dare di essa un’interpretazione diretta nello spazio a tre dimensioni.
Interpretazione diretta significa possibilità di un'intuizione logica che sia
nello stesso tempo psicologica, cioè immaginabile in uno spazio a tre
dimensioni, da alcuni in questo senso chiamato reale, cioè quello spazio nel
quale le costruzioni teoriche diventano come qualche cosa di tangibile. In
quanto la funzione 4 è simbolo di qualche cosa di fisicamente reale, secondo la
LAP deve esistere un modo analitico di esprimerla D (caratterizzato da un do*
comunque definito) e correlativamente una forma U (funzione 7 rispetto al do°)
capace di permetterne una intuizione logica anche non diretta, cioè non
psicologica. Deve dunque esistere un D. U, soddisfacente alla costruzione di
&. Abbiamo attirato l’attenzione sopra questi punti che sono stati
elaborati con tanta genialità matematica da Born, Fermi ed altri fisici
eminenti, per fare vedere che le (4) Che pertanto misura ad ogni istante la
probabilità di presenza del corpuscolo nell’onda cioè dd* — a?. ” D ricerche sulla determinazione dello scalare di
campo 4 non si sottraggono alla possibilità di una interpretazione logica che
rende conto del posto e del peso logico di tutti gli elementi costitutivi. 16.
Impostazione logica del problema di Fermi e conseguenze logiche della sua
soluzione. I risultati raggiunti ci permettono di porre il problema di Fermi in
forma logica e fissare le conseguenze per la sua logica soluzione. Fermi
distingue: a) due gruppi di fenomeni, 6) due interpretazioni suggerite dai due
gruppi (corpuscolare e ondulatoria), c) una teoria che sia l’interpretazione
statistica delle diverse grandezze e com- pleti la conciliazione tra i due
gruppi di fenomeni. Relativamente a questo, tenendo conto della dichiarazione
di Bohr e de Broglie che « vhanno due facce complementari della realtà: la
localizzazione nello spazio-tempo e la specificazione dinamica per energia e
quantità di movimento », e « che con la nuova meccanica noi siamo costretti a
riconoscere che la localizzazione nello spazio-tempo e la specificazione
dinamica per energie e quantità di movimento sono come due piani differenti
della realtà che non si possono vedere con precisione nello stesso tempo », è
ovvio che la conseguenza delle idee di Fermi è che il quadro spazio-tempo sia
insuf- ficiente a formulare un modello unitario corpuscolo-onda, cioè, come
dice de Broglie, <il vero senso della dualità corpuscolo-onda resta oscuro
». Importa dunque riconoscere quale sia la funzione dello spazio-tempo rispetto
alla necessità di conciliare i due gruppi di fenomeni. Nell’opinione corrente
la funzione dello spazio-tempo è di permetterne una intuizione conforme a
realtà tangibile, Per contro l’analisi della LAP dimostra che il quadro spazio-
tempo nel quale in particolare si trasforma il modo fondamentale del pensare
come espressione del De U è ciò che dà origine e corpo fisico a questo D.U
nella distinzione corpuscolo-onda, indipendentemente dalla sua intuibilità
psicologica. Propriamente il corpuscolo e l'onda sono nel rapporto di ente e relazione.
Questo rapporto, essendo l’ esigenza costitutiva del pensiero, non si può
eliminare se non risol vendo l'opposizione tra la descrizione analitica D e la
sua condizione d’ intuizione sin- tetica logica U in una nuova descrizione D'
comprensiva d’entrambe. Problema logica- mente in tutto analogo a quello del
passaggio dallo spazio euclideo a quello di Min- kowski. Ma per i principj
della LdP, la costruzione del nuovo D' implica, per esigenza fondamentale del
pensare, l'insorgenza di un correlativo U'. La costruzione del nuovo D' in cui
si risolve la conciliazione propugnata da Fermi, implica l'invenzione di un
nuovo concetto fisico sostituente la coppia corpuscolo-onda. In ciò consiste il
continuo fecondo sviluppo della fisica e di ogni ricerca scientifica. Ma la
necessaria insorgenza del nuovo U’ trasforma nella forma più complessa D'U' |’
oppo- sizione tra il nuovo concetto e la sua condizione di intuizione logica. Una
conseguenza importante si ricava da questa conclusione : + La determinazione
del rapporto corpuscolo-onda non è deterministica, come erronea- mente si crede
da chi in conseguenza confonde l’indeterminazione con l’indeterminismo; ma
consiste nel porre le condizioni che rendono possibile questo rapporto. Queste
con- dizioni devono essere scelte e quindi dipendono, come si è detto nel $ 10,
dall’ esperimento, nè possono determinarsi a prescindere da questo. Ad esempio,
quando si pone il quadrato dell’ampiezza dell’onda come misura della
probabilità della presenza del corpuscolo, si pone una condizione fisica, ma
fisicamente non giustificabile se non attraverso all’ interpretazione
sperimentabile. Dal punto di vista logico è invece giustificato anzi necessario
che si ponga una condizione alla relazione- classe per determinare l'ente.
Quindi si capisce come @ perchè la determinazione del- l'individuo nella sua
indeterminazione di classe sia permessa solo da una condizione di statistica e
di probabilità, verificabile sperimentalmente. Dal punto di vista logico la
conciliazione tra il gruppo di fenomeni che suggeriscono una interpretazione
ondulatoria della luce e della materia e quello invece che porta ad attribuire
ad esse una struttura corpuscolare non potrà prescindere dalla distinzione tra
D e U; e quindi i due elementi corpuscolare e ondulatorio sono bensi
fisicamente irri- ducibili ma non è eliminabile la fondamentale opposizione tra
gli elementi complementari logici di cui essi sono espressione. 17. Interpretazione
logica della terza fase di sviluppo della teoria della relatività, cioè del
mondo di Minkowski e di Einstein. Senza entrare nello sviluppo dei calcoli,
prendiamo atto della dichiarazione di Fermi che « Schròdinger ha potuto
dimostrare che le due nuove meccaniche (corpuscolare e ondulatoria) conducono
in tutti i casi agli identici risultati, per modo che esse possono in un certo
senso considerarsi come due differenti aspetti della stessa cosa ». Ma che cos’
è questa cosa? È già stato avvertito da Heisenberg e da altri molti che «le
onde devono essere con- siderate come un tipo di rappresentazione simbolica
della nostra conoscenza ». « Il fatto essenziale, secondo Jeans, è che tutte le
rappresentazioni che la scienza ora fa della natura e che solo sembrano capaci
d’ accordarsi coi fatti di osservazione sono rappresen- tazioni matematiche ».
La teoria della relatività nella terza fase ha raggiunto una maggiore
rappresenta- bilità matematica delle sue leggi, geometrizzando il campo
gravitazionale. Però in essa, come risulta dall’ analisi del paragrafo
precedente, il rapporto di spazio-tempo si conserva puramente sistematico e
discorsivo; quindi nascono le difficoltà che le teorie corpuscolo- onda cercano
di risolvere con soluzioni sistematiche, Non è impossibile unificare in un D
gli elementi di qualunque D. U, cioè creare ulteriori teorie unitarie; ma
sempre sotto una diversa forma più generale si presenterà il rapporto unitivo e
distintivo D, U nelle vesti di un'intuizione fisica. Sviluppo della teoria
della relatività logica. Il mondo del potenziamento logico, cioè il mondo di
Mosso. In Val e Sul D. U e nei paragrafi precedenti abbiamo mostrato che la
stessa Fi- sica ha già superata la posizione deduttiva e sistematica, perché studia
e trova le leggi di trasformazione da un sistema ad un altro. I mondi di De
Broglie, di Schròdinger, di Heisenberg e di Fermi sono costruzioni di leggi di
trasformazioni espresse da equazioni fisiche sulla base di principj di
carattere generale. Ma la Fisica è andata avanti logicamente senza proporsi il
problema. della sua in- tima logicità. Adesso appare in tutta evidenza il
caratteristico compito della LdP. La teoria della LAP è la teoria generale
delle condizioni logiche delle formazioni e trasformazioni dei sistemi. Le
condizioni logiche più generali di cui le trasformazioni fisiche sono
realizzazioni, costituiscono quel sistema di equazioni logiche e principj
logici che è il mondo del potenziamento logico, che noi chiameremo senz’ altro
il mondo di Mosso. In Sw! D. U mostrammo come e perchè, circa l’interpretazione
del rapporto di spa- zio e tempo, l'intuizione della LAP si stacchi dalle tre
intuizioni relativistiche prece- denti: la classica di Galileo, la speciale e
la generale di Einstein (‘). C'è nelle teorie di Lorentz, di Schròdinger, di
Heisenberg, di De Broglie, di Fermi, una unità logica fonda- mentale che in
Fisica si riconduce alla proporzionalilà dei D. U. Evidentemente questa
proporzionalità è l'equazione logica delle trasformazioni fisiche, come
rapporto dei D. U. Oggetto e risultati generali della ricerca. Riassumendo,
dopo aver esposto succintamente nei Preliminari V origine, la teoria e lo
sviluppo della LAP, abbiamo tentato per la prima volta una teoria delle
equazioni logiche, fondate sul principio della variazione relativa degli enti,
e fissate le condizioni generali nelle quali si verificano i casi di formazione
e trasformazione dei sistemi, e secondo cui si possono impiantare e risolvere
nuovi importanti problemi teorici (/’arte Prima), e anche discendere nel campo
teorico pratico a importanti applicazioni (Parte Seconda). Fra queste, per lo
speciale interesse che giustamente vi attribuiscono tutti gli stu- diosi,
abbiamo scelto quelle concernenti i problemi fondamentali della Fisica teorica
comn- temporanea. Il nostro assunto teorico ha potuto essere convalidato in una
serie di appli- cazioni facilmente controllabili. (1) « La quarta intuizione
dimostra nel modo più generale che v' è unità di spazio e tempo, nel senso che
il tempo è la forma dello spazio. Si capisce la differenza fra questa
intuizione e le precedenti. Per quelle, spazio e tempo tanto divisi quanto
uniti o coordinati restano due entità concettualmente distinte e complete.
Invece nella intuizione della LAP esse costituiscono una identica unità, nella
quale uno (cioè lo spazio) è la materia, l’ altro (cioè il tempo) è la forma; e
l'uno è insussistente senza l’altro », Sul D.U $ 10, INTRODUZIONE ALLA TEORIA
DELLE EQUAZIONI LOGICHE 651 1°. La teoria che in una precedente ricerca logica
VaR ci aveva- già permesso fra l’altro di scrivere immediatamente la
trasformazione di Lorentz, come espressione della proporzionalità fra i due
sistemi di Galileo e di Minkowski, viene ora nel modo più generale ricondotta
al problema delle equazioni logiche col vantaggio di porre in luce che
l'interpretazione di Einstein circa la trasformazione di Lorentz è la
traduzione fisica di un'equazione logica più generale, cioè un caso particolare
dell'equazione logica di trasformazione applicato alla Fisica. 2°. Ci è stato possibile
dare una coerente interpretazione logica anche alla teoria dei Quanta di
Planck, direttamente dimostrando che il quantum d'azione, cui certo spetta una
funzione fondamentale nella struttura degli atomi passanti da stato a stato, è
pure l’espressione della proporzionalità dei due sisteml tra i quali avviene lo
scambio d' e- nergia, nella stessa forma logica di quella di Lorentz, 3°. La
stessa teoria riceve ora un’altra conferma colla interpretazione della for-
mula di Scehrédinger sempre con lo stesso procedimento, 4°. Una quarta conferma
la stessa teoria viene a ricevere colla interpretazione del principio di
Heisenberg. In questi quattro punti abbiamo essenzialmente dimostrato che
l'equazione di Schré- dinger, nella stessa forma logica di quella di Lorentz, è
una equazione di trasformazione di sistemi; e che il principio di Heisenberg,
essendo una interpretazione fisica del mo- dello logico D. U, secondo cui le
due idee correlative di ente è relazione sono in rap- porto inverso, ovviamente
colla sua « relazione d'incertezza » riguardo alla posizione di un corpuscolo e
il suo stato di movimento, non fa che esprimere la condizione logica per cui se
si aumenta la determinazione dell'ente, si diminuisce l'estensione della
classe. Questo processo d’indeterminazione e di determinazione avviene senza il
minimo pre- pregiudizio dei concetti filosofici di determinismo e di
indeterminismo, senza il minimo apporto ai problemi extra-scientifici della
irrazionalità del reale e del panlogismo. 5°, Quest'ultimo risultato
evidentemente ci porta a comprendere che il valore logico dei metodi
statistici, sostenuti da Fermi è fondato da una parte sulla necessità logica
della indeterminazione individuale (puntuale) e quindi sulla possibilità di
ottenere la determinazione dell'individuo nella sua classe come probabilità,
col calcolo combina- torio; e dall'altra sulla necessità logica della
determinazione della classe, col calcolo causale, espressa dalla legalità delle
leggi. > Dunque la situazione della Fisica rispetto alla descrizione
Statistica si chiarisce nel senso che la cosidetta crisi del determinismo
implicante il ritorno offensivo dell’ indeter- minismo appare semplicemente una
questione mal posta. L’indeterminazione dell’ ente, giova ripeterlo, non è una
forma d’indeterminismo, ma è un'esigenza per la sua deter- minazione esatta
nella sua classe logica. Il compito della ricerca scientifica in breve è quello
di determinare / invarianza del rapporto statistico-causale, 6°. Per tale modo,
dileguandosi davanti all'evidenza logica le maggiori difficoltà che si
sollevano contro la conciliazione possibile delle due opposte teorie
(l’ondulatoria e la corpuscolare), e impostandosi il problema di Fermi in forma
logica, sono state fis- 8 b2 sate le
condizioni logiche sempre ricorrenti della sua soluzione cioè dellesuccessive
sin- tesi unitarie. 7°. Assodati questi punti sul doppio terreno della teoria
logica pura e della sua pratica interpretazione fisica, abbiamo con sufficiente
sicurezza potuto concludere che la teoria della relatività logica implicante
una quarta intuizione del rapporto spazio-tempo, fondata sul principio mossiano
della variazione relativa degli enti, veramente e real- mente stabilisce il
principio generale direttivo di ogni forma di pensare. Precisando, il senso
globale di questi risultati è doppio: nella Parte prima la teoria delle
equazioni logiche pone il fondo unitario tecnico e operatorio per la formazione
e trasformazione dei sistemi, nella Parte seconda adduce le riferite
applicazioni che sono in grado di verificare esattamente la teoria. 20. Il
nuovo volto della Fisica. La trattazione di tutti i problemi presentati quì in
forma logica a chiare note fa comprendere che il fattore logico usato
implicitamente, ma non proposto esplicitamente fino a jeri, ha in ogni caso
orientato lo spirito degli studiosi e determinato l’avanza- mento del sapere da
sistema a sistema. L'evoluzione della Fisica contemporanea non può attribuire
alla sola Matematica, intesa come mero sistema deduttivo discorsivo (D), la
parte decisiva nella sua elabora- zione, perchè ha utilizzato elementi
costruttivi intuitivi (U) dovuti alla sua intima logi- cità, e prescindendo da
qualsiasi intuizione rappresentativa. Il nuovo volto della Fisica è illuminato
dalla Logica del Potenziamento. Esprimo la mia profonda gratitudine a Pietro
Mosso il quale mi ha come sempre assistito colla sua affettuosa collaborazione. A ANNIBALE PASTOR: QI SUL D.U.
RICERCHE LOGICHE con APPLICAZIONE AL PROBLEMA FONDAMENTALE - DELLA FISICA
TEORICA seni ARCHIVIO DI FILOSOPIA ,,
FASO. I, PP. DL: tai GENNAIO-MARZO 1938. ANNO XI. N SÒ .<c up L fab SUL D.U.
RICERCHE LOGICHE CON APPLICAZIONE AL PROBLEMA FONDAMENTALE DELLA FISICA TEORICA
56189 1 SENSO E VALORE DEL D.U. 1. — Vedemmo nel saggio precedente! come
l'introduzione dell’ esponente in Logica importi che ogni combinazione di n
elementi si scinda logicamente in D e U, essendo D il discorso cioè l'insieme
degli elementi costitutivi, e U l'universo cioè l'elemento formale del loro
sviluppo. A quello corrisponde la deduzione per cui ogni ente rimane
individuato nel suo discorso secondo la necessità analitica delle sue
relazioni, a questo l'intuizione per cui ogni ente rimane potenziato nel suo
universo secondo la necessità sintetica della forma che si conserva nello
sviluppo analitico del discorso. Bisogna ora illustrare in modo semplice e
chiaro e con esempj pratici questo nuovo modo d'intendere la logica della
ricerca scientifica che è tutta imperniata sul principio del D.U. Chi abbia
seguito gli schiarimenti di Einstein sul processo di formazione d'una scienza
sperimentale ® e le discus- sioni sul D.U., iniziate nel «Saggio d'analisi
logica » precedente, vedrà subito in primo luogo con Einstein che lo sviluppo
scientifico è un processo che per vie diverse giunge a un comune punto
d'arrivo. Einstein dichiara: « Ad uno stesso insieme di fatti sperimentali
possono condurre diverse teorie, le quali differiscono notevolmente l'una
dall'altra »; in secondo luogo non mancherà di riconoscere con noi che un tal
processo di derivazione si compie anche da un punto di partenza comune. Inoltre
Einstein ha veduto che, per esplicare l'effettivo processo scientifico, non
bisogna trascurare la parte che nello sviluppo delle scienze esatte hanno
l'intuizione e la deduzione. Ma, a nostro avviso, solo la LdP colla teoria de}
D.U. è in grado di render conto dell'operazione primitiva comune che 1.
PASTORE, Verso un nuovo Relativismo. 2. EinsTEIN, Ueber die spezielle und die
Saggio d’ analisi logica. Archivio di Filo- allgemeine Relativitàststheorie
Gemeinvers- sofia, Settembre, Roma, 1932. Sarà citato stàndlich. Braunschweig,
Wieweg, 1917, colla sigla V. n. R. 7, 234, [Bn presiedendo alla scelta degli
enti, serve di punto di partenza (Logica generale come logicità)! alle
costruzioni intuitive diverse (U) dalle quali si deducono (logica particolare
come sviluppo tecnico) sistemi discorsivi pure diversi (D) validi a spiegare
una comune realtà sperimentale (punto di arrivo). Col principio del D.U, cioè
sotto la doppia condizione della deduzione e dell’ in- tuizione, la teoria dei
sistemi primitivi, che Mosso chiama ideologici, riunendo le proprietà
sintetiche alle ben note proprietà analitiche,? rimane stabilita in modo
completo. È questa la tesi che 2. — Raccogliamo intanto i risultati dell'analisi
precedente. ora ci proponiamo di dimostrare. Secondo i principj della LAP colle
tre applicazioni compiute: 10. in logica abbiamo posto il D.U. 2°. in geometria
abbiamo trovato che l'U., di un D. tempo (V.n.R. $ 7); (V.n.R. $ 6); come
spazio è il 3°. abbiamo verificato che questo è proprio della fisica (V.n.R. $
8). Sorge spontanea la domanda: come salta fuori la doppia esigenza del D.U. în
un sistema scientifico particolare? Questa domanda riceve una risposta ben
determinata. Le idee e le proposizioni primitive d'un sistema non hanno un
legame necessario fra loro sotto il rispetto della deduzione, tuttavia per
essere un D, cioè un sistema deduttivo, devono descrivere un U per essere
costitutive di qualche cosa. Per verificare la teoria con un esempio, cerchiamo
quali operazioni logiche si fanno nella costruzione ideologica della meccanica
di Galileo, Tre sono i principj fondamentali per lo studio della relazione fra
il muvimento e ‘le 1. Mosso, Principi di logica del potenzia- mento. ‘Torino,
Bocca, 1923. 2. Secondo la teoria più accreditata e diffusa la scelta di un
sistema di nozioni e proposizioni primitive, che non è neces- sariamente unico,
[in un primo momento dichiarata : convenzionale, indeterminata, non arbitraria
(cioè sufficiente e coerente) ‘oltre ni desiderata dell' indipendenza,
indeducibi- lità, massima economia possibile] non deve soddisfare che a tre
condizioni: essere coe- rente, sufficiente, irriducibile ( RouGIER). Ora in
virtù delle considerazioni svolte nel testa è evidente che le due prime
proprietà rispondono all’ esigenza analitica discorsiva (D) del sistema. La
terza implica l’ esigenza sintetica e intuitiva dell’ elemento formale,
espresso dall’ Universo (U), senza la quale il sistema non sarebbe individuato
in modo completo. Inoltre se anche con ROUGIER, invece della vecchia
distinzione di Assiomi e Postulati si sostituisce quella di Principj comuni
alla Logica e Principj proprj delle scienze speciali, dividendoli entrambi in
tre gruppi: postulati d’ esistenza, principj for- maiori 0 costruttori
(operazioni di deduzione, sostituzione, addizione, moltiplicazione, ne-
gazione, conversione, astrazione, corrispon- denza, iterazione) e assiomi di
relazione si avvertirà che tutti i principj nella teoria di Rougier, compresi i
formatori, rispon- dono solo all'esigenza analitica del di- scorso. Infine un
ultimo rilievo s' impone rispetto al carattere intuitivo. Dobbiamo forse
ritenere che la nota dell’ intuizione sia tanto ovvia e propria dei sistemi
pri- mitivi e dello stesso tipo per tutti gli elementi primitivi da render
superflua ogni distinzione ? Tutt'altro. Non basta dire che le nozioni e le
proposizioni primitive sono evidentemente intuitive appunto perchè sono
primitive, cioè indefinibili e indimostrabili. L'intuitività dell'elemento
formale dell’ u- niverso dei sistemi primitivi non è d' indole intuitiva in
senso psicologico (sensibile, rappresentativa, o personale) neppure è d'indole
induttiva, senza tuttavia essere deduttiva. Ba cause che lo producono cioè
della Dinamica: 1°. — il principio d'inerzia; 2°. — il principio della forza
(eguale al prodotto della massa per accele- razione), 3°. — il principio di
azione e reazione. Ovviamente questi tre prin- cipj compongono un sistema (D)
dal quale si deducono tutte le leggi della ® meccanica. La loro sufficienza è
provata col fatto. Siccome questi principj sotto il rispetto della deduzione
sono indipendenti tra loro, il lato nuovo della questione s’affaccia subito con
la domanda seguente: perchè sono costitutivi d'un sistema D? (Certamente perchè
sono necessarj a costituire una unità che chiamiamo U, e che non è il D, perchè
non è una necessità deduttiva; posto che, come s'è detto dianzi, sotto il
rispetto della deduzione sono indi- pendenti fra loro. E non è men vero che, se
questi tre principj costituiscono necessariamente una unità (sintetica) U,
evidentemente ne sono la descrizione completa. Riassumendo, abbiamo. analizzato
come i tre principj siano sufficienti per un D e necessarj per un U, e come la
loro necessità non sia di ‘ carattere deduttivo, ma costruttivo e in questo
senso formale. L'intuizione di questa x forma, poichè risponde ad un'esigenza
necessaria, è un'intuizione logica. 3. — Dimostrata la necessità logica del D.
U. e analizzate le operazioni corrispondenti in questo caso generale,
soffermiamoci ora sul terzo caso esposto nel $ 8, come verifica del D. U. —
Einstein, meditando sul continuo di Minkowski in cui ogni punto è
spazio-temporale e il cui stato si rappresenta colle dieci funzioni
corrispondenti ai potenziali di gravitazione, si persuase di avere assorbito il
tempo nel do? cioè nella somma dx® + dy° + dz? — c2at?. E, stando alla
interpretazione logica usuale, c'è ragione di ritenere che la cosa sia così. Ma
altro è, come vedemmo, il risultato vero della operazione einsteniana; e tale
che sposta l’interpretazione fisica del continuo spazio-tem- porale. Abbiamo
infatti dimostrato che, introducendo # in D,.4,, occorre co- struire un altro
tempo che abbia rispetto a D,,, la funzione di rispetto a Dn.! Riflettendo che
ogni combinazione di n elementi deve scindersi logi- camente in D e in U, si
capisce che, in quanto # è diventato un elemento di D, non può essere la
funzione U del nuovo continuo. Infatti con l’intro- duzione del continuo
spazio-temporale nella teoria della relatività compare un nuovo tempo ©, cioè
con la sostituzione del do?—=f(x,y,z,t) a dst= f' (x,y,z) avviene
contemporaneamente la comparsa di un tempo 7 corre- lativo all'elemento
spazio-temporale do? come il tempo # era correlativo: a ds?. Quindi il tempo 7
non è un artificio di calcolo o un’arbitraria inter- pretazione d'una formula
di fisica relativistica, ma risponde a una necessità 1. Nel saggio precedente
V.n.R. è occorso un errore di stampa: nel $ 8 in luogo di * è stato sostituito
più volte T. ud. — strettamente logica. Essendo una condizione necessaria del
pensare, la distin- zione fra spazio e tempo non sparisce anche se lo spazio
diventa un continuo spazio-temporale. Non parrà pertanto esagerato affermare
che in questo modo s'è costituita logicamente una nuova nozione del tempo. La
novità consiste nel dimostrare che la dualità di spazio e tempo continua a
sussistere anche se un tempo diventa coordinata spaziale. Ne potremo afferrare
il senso rispetto alle nozioni precedenti tenendo presente che, in certo modo,
il con- tinuo spazio-tempo della relatività einsteiniana sta allo spazio
euclideo come la funzione U sta al continuo dello spazio-tempo. Dunque
l'impianto logico che la ricerca scientifica riceve da questa innovazione
costituisce un reale progresso dovuto esclusivamente alla logica del
potenziamento. l. — Ma ora, lasciando da parte la nuova nozione del tempo (su
cui Mosso prepara un lavoro fondamentale) passiamo a considerare la questione
del metodo dal punto di vista storico e teoretico, proprio del metodo, come
intendeva Descartes, pour bien conduire sa raison et chercher la vérité dans
les sciences. Provvediamo in altri termini alla opportuna orientazione storica
e teoretica, determinando la situazione delle scienze esatte, nonchè quella di
Einstein, davanti alla Logica. II ORIENTAZIONE STORICA 5. — Quattro sono i
punti fondamentali pei quali la logica d’Aristotele esercitò un'influenza
storicamente incomparabile sulla fortuna degli studj logici nel mondo antico,
medievale e moderno: 19, la dottrina dell'unità logico-metafisica della forma;
2°. la dottrina dei principj (contraddizione, identità, terzo escluso); 3°, la
dottrina delle forme elementari (concetto, giudizio, sillogismo) li. la
dottrina delle forme metodiche. Volgendoci ai tre ultimi nei quali prevale
l'esigenza dianoetica e la lo- gica strettamente formale s’afferma strumento di
lavoro per tutte le scienze, vediamo che pel secondo la logica aristotelica
diventa tautologica,1 pel terzo si perde nel vuoto formalismo della sillogistica,
pel quarto resta allo stato di seme in attesa d'essere gettato nel campo a
fruttificare. La maggiore novità era nel terzo, offerta dai Primi analitici e
la più brillante luce è la scoperta dell’Analitica logica dedotta
dall’Analogica matematica, cioè del 0v4- doyiouòs dalla dvadoyia (proporzione).
Ma una densa nuvola non tardò ad estendersi sopra le origini matematiche della
sillogistica. Quindi l’ ufficio del- l'analisi logica seguitò a rimanere
latente nell'analisi matematica degli antichi, 1. Cfr. Mosso, Principi e
PasTORE. Crisì. ite per essere poi mutuata dall’algebra dei moderni cui davan
credito le mirabili scoperte, mentre la logica sillogistica, ingolfata nel più
sterile verbalismo, cadeva nel massimo discredito. 6. — Dobbiamo trasportarci
al secolo decimosettimo per ripigliare con Descartes il filo della migliore
rivelazione aristotelica, cioè il nesso tra il metodo matematico delle
proporzioni e il metodo logico della deduzione. Certo Descartes
ignora le origini matematiche della sillogistica. Anzi, aduggiato dal vacuo
formalismo, rudemente dichiara d’essersi accorto che pour la lo- gique, ses
syllogismes et la plupart de ses autres instructions servent plutòt à expliquer
à autrui les choses qu'on sait, ou méme, comme l'art de Lulle, à parler sans
jugement de celles qu'@on ignore, qu'à les apprendre... Però, accingendosi ad esporre e
giustificare il suo nuovo metodo costruttivo, che cosa pensa di dover mettere
in evidenza in quelle scienze particolari che si chiamano comunemente
matematiche?... voyant
qu' encore que leurs objets sojent différents, elles, ne laissent pas de
s’'accorder toutes, en ce qu’ elles n'y considèrent autre chose que les divers
rapports ou proportions qui s'y trouvent, je pensai qu'il valoit mieux que j
ercaminasse seulement ces proportions en général...+ Brevemente, egli avverte: 19°. — di
far astrazione dalla differenza degli enti, 2°. — di considerare i rapporti e
le proporzioni in generale, 3°. — di esprimere gli enti in simboli (figure,
cifre), 4°. — di incatenarli deduttivamente. Dunque Descartes, che abborre le
anticaglie della sillogistica e le disprezza per la loro stolta inutilità,
salva il principio operativo della proporzione, in cui al formalismo della
logica si combina l’astrazione della matematica. È il segreto degli Analitici
di Aristotele. Ma non cercate in Descartes il compli- cato labirinto della
sillogistica. ‘ All’opposto eccoci resi con lui alla proficua teoria che
pensare scientificamente, non è tanto giudicare, quanto ragionare cioè scoprire
e dimostrare, cioè costruire. Emerge la logica della ricerca scien- tifica in
senso stretto. Tale il titolo di Descartes come logico puro alla nostra
riconoscenza. Bastano questi pochi cenni per inquadrare senza equivoci l’ap-
prezzamento che segue. Nel Discorso sul metodo seguito dai tre trattati, Diottrica,
Meteore, Geometria, più specialmente nell'ultimo (1637), Descartes prende di
fronte alla logica tradizionale una posizione di combattimento che dal punto di
vista scientifico in senso stretto ha un'importanza enorme. L'analisi logica,
libera d'ogni intento metafisico, gnoseologico e grammaticale, conscia nella
sua tecnica spe- cialità, quivi trova finalmente la sua vera via. La saggia
direttiva grazie a cui egli costituendo la simbolica algebrica logicamente
riuscì a trasformare ogni problema geometrico in un problema algebrico, delinea
nettamente la 1. DescaRTES, MDiscours de la Méthode. Seconde Partie. pag. 38,
39. [Aimé-Mar- tin). i ragione logica della geometria analitica. Senza
arrestarci ora sul fatto che Descartes introdusse l’uso degli esponenti,
mostrandosi perciò in possesso d'un’intuizione del potenziamento matematico
assai vicina benchè irreduci- bile a quella del potenziamento logico,
approfondiamo il processo nettamente relativistico che caratterizza la sua
massima scoperta matematica. Riconoscere il rapporto analogico (d’analogia
perfetta) fra geometria e algebra implica non una semplice sovrapposizione di
questa a quella. Sarebbe vano ogni avvi- cinamento senza ammettere e postulare
come dato incontestabile l'accordo formale puro. E a punto vediamo che
Descartes, postulando solo l'accordo formale delle due scienze, encore que
leurs objets soient différents, tenendo conto solo delle proporzioni in
generale, s’eleva all'unità logica dei loro simboli (figure e cifre), per cui
resta possibile sommare tra loro enti che per la loro apparente eterogeneità
non dovrebbero mai essere congiunti, secondo la più elementare regola
dell'aritmetica, come lo spazio e il tempo che non appajono certo affini alla
prima esperienza. La stessa cosa accadrà e anche in più paradossale misura
nella somma spazio-tempo a cui arriva la teoria einsteiniana della relatività,
e con defi- nitiva consapevolezza logica la Logica del potenziamento. 7. — Se
per indagare le origini logico-relativistiche della Geornetria anali- tica
abbiamo parlato di Descartes prima di Galileo, per sentimento d’ equità
dobbiamo riconoscere la precedenza del pensiero galilejano in ordine alla
relatività fisico-matematica. Galileo dev'essere considerato come il primo
rela- tivista, oltre che come il fondatore del metodo sperimentale.1 Il sistema
delle coordinate cartesiane, per cui ogni questione di Geometria si riconduce a
una questione d'Algebra, fu preceduto dal cosiddetto sistema delle coordinate
di Galileo, per cui fissata la relazione d' interdipendenza di spazio e tempo,
la determinazione fisico-matematica d’un ente avviene me- diante il suo sistema
di riferimento spazio-temporale. In tale modo e senso s'impianta la
trasformazione di Galileo e la sua meccanica. Così è definita la legge di
gravità, come funzione di spazio e tempo, cioè abbandonando il vecchio
pregiudizio della dissociazione assoluta di queste nozioni. Dunque il suo
sistema fisico-matematico, non è già più aristotelico. La logica implicita alla
sua Fisica ha già cambiato base, cioè ha sostituito all'ente assoluto come
sostratc invariabile, indipendente, l’ente relativo al sistema di riferimento
spazio-temporale. Resta nondimeno palese che Galileo ha mantenuto nelle
relazioni fonda- mentali i valori costanti che fanno coincidere il suo sistema
coll’intuizione tridimensionale euclidea. Riassumendo, Galileo
nell’elaborazione effettiva della fisica ha superata la posizione aristotelica,
senza però distaccarsi dall’intuizione geometrica d'Euclide. Dal punto di vista
della teoria usuale della relatività, .1. Che prima di lui e fin
dall'antichità, Ma la sua vera e genuina novità è la siansi fatti esperimenti
in fisica è pacifico. teoria del metodo sperimentale. dei = cioè sulla
Hauptstrasse della relatività einsteiniana, Galileo è il primo relati- vista;
ma del principio logico della variazione relativa degli enti non ebbe indizio.
8. — :Quel che fu detto di Galileo si applica a tutti i fisici posteriori fino
ad Einstein, i quali giunsero sempre meglio a comprendere che la tra- sformazione
di Galileo consiste in una nuova maniera di interpretare il rap- porto additivo
di spazio e tempo. Queste due nozioni avevano prima di Galileo un senso
assoluto, la loro misura era la stessa sia che l'osservatore fosse in ripose 0
in movimento. Per quanto s'è dianzi chiarito, possiamo dire che tali nozioni,
considerate come invarianti e irrelative, erano logicamente depo- tenziate.
Grazie ai progressi postgalilejani del principio di relatività si venne a
capire che in certi casi spazio e tempo sono correlativi e covarianti a segno
che si possono fondere nel concetto di un continuo a / dimensioni. Sarebbe
tuttavia erroneo ritenere che la teoria einsteiniana della relatività segni già
il completo abbandono della finzione dei corpi rigidi di riferimento, che ogni
residuo aristotelico di tautologia e d’assolutismo sia già respinto, che la
logica delle scienze infine sia già metaristotelizzata così di fatto come di
diritto. Questa tesi sarà provata all'evidenza nei prossimi paragrafi. II
ORIENTAZIONE TEORETICA 9. — Abbiamo tracciato il quadro più generale dello
sviluppo storico delle scienze rispetto a ciò che si può dire la logica interna
dei sistemi. Questa revisione storica, lontana dal modo consueto di considerare
il problema, ci ha riserbato parecchie sorprese. La prima è questa che
lo.sviluppo formale delle scienze prende al rovescio la teoria della logica
formale tradizionale. Torna impossibile al logico, che domandi intera la sua
libertà, lavorare negli stampi dell'antica teoria delle forme elementari: concetto,
giudizio, sillogismo, ricondotte ai rapporti fonda- mentali di inclusione,
esclusione ed interferenza. Tuttavia non ci spingiamo fino al punto di ripetere
con Condillac: Nous ne ferons aucun usage de tout cela. Il concetto è
ineliminabile perchè ogni nuova conquista o scoperta si risolve nella
costruzione di un concetto nuovo. Quindi sotto forma di relazione intesa come
unità il concetto resta la base della logica, ma nello sviluppo ulte- riore
della Logica la deduzione produttiva non avviene per combinazione dei nomi dei
concetti, nè per giuoco estrinseco di schemi giudicativi, o sillogistici, ma
per metodiche trasformazioni dei sistemi delle relazioni concettuali. Ciò che
si perde è la logica formalistica. Sostanzialmente è da avvertire che il 1.
ConpiLLac, La logigue. Paris, Delalain, 1811. pag. 65, n. residuo utilizzabile
delle forme elementari dev'essere ridotto alla più semplice espressione,
sciolto da ogni ingombro metafisico, gnoseologico, psicologico e filologico.
Finchè dunque non sia operata la purificazione su questo punto è meglio
mantenere il silenzio. 10. — La seconda sorpresa è quest'altra che «le scienze
hanno realizzato il passaggio da un D. U,ad un altro D. U. più complesso con
salti intuitivi, senza rendersi conto che il passaggio era essenzialmente
logico ».1 Si direbbe che un'invisibile sottocorrente logica le trascina, con
bruschi progressi, indipen- dentemente dalla logica aristotelica. La prova più
tipica ci è offerta dal progredire rivoluzionario dello stesso principio relativistico,
in cui si possono omai contare quattro fasi, nettamente distinte: °. la
relatività classica di Galileo, 2°. la relatività speciale di Einstein, 3°. la
relatività generale di Einstein, lio. la relatività universale della Logica del
potenziamento. Alla base del primo progresso si trova l'intuizione del
principio d'inerzia di Kepler, donde la situazione particolare dello spazio
intuito come libero da gravitazione, opportunamente chiamato spazio di Galileo,
che è ancora lo spazio piano, omogeneo e isotropo di Euclide e di Newton. Il
principio d'inerzia dice che un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto
se non intervengono forze esterne. Questo significa che non v'è differenza dal
punto di vista delle formule meccaniche che un corpo sia in quiete o in moto
uniforme, cioè che per un osservatore fisso al corpo in modo uniforme non vi è
un punto assoluto di riferimento fisso. In questo caso sono sufficienti le
leggi di Galileo per determinare le leggi del moto. La seconda intuizione dice
che in uno spazio di Minkovski è ancora vero che non si può trovare un punto di
riferimento assoluto, e quindi che le leggi della meccanica sono ancora valide,
usando la trasformazione di Lorentz invece di quella di Galileo. La terza
intuizione conferma le intuizioni precedenti per uno spazio gravi- tazionale,
cioè che non vi è uno spazio-tempo vuoto. La quarta intuizione dimostra nel
modo più generale che v'è unità di spazio e tempo nel senso che il tempo è la
forma dello spazio. Si capisce la differenza fra questa intuizione e le
precedenti. Per queste spazio e tempo tanto divisi quanto uniti | coordinati
restano due entità concettualmente di- stinte e complete. Invece nella
intuizione della LAP esse costituiscono una identica unità nella quale uno
(cioè lo spazio) è la materia, l’altro (il tempo) è la forma; e l'uno è
insussistente senza l’altro. = 11. — Un'altra sorpresa concerne il tipo dello
sviluppo formale delle scienze. Il loro procedimento si può formulare così.
Esaurito il campo d'una data mr lo VesoR. 89, t-. cifra forma ad n elementi
primitivi, il passaggio ad uno sviluppo maggiore è la so- stituzione della
forma di n --- 1 elementi primitivi ad una forma di n elementi, cioè il
passaggio da un universo di n elementi ad uno di n-+ 1. Senza bisogno di speciale
dim. si vede subito che questo problema non si può risolvere, nonchè
affrontare, colla logica aristotelica, nè per i principj, nè per le forme
elementari, nè per le metodiche. Siccome ad ogni passaggio c’è una nuova
intuizione in corrispondenza delle nuove forme logiche U, così la logica
aristotelica non ajuta. C'è in Aristotele l'intuizione logica dell'elemento
formale U? Non c'è. Ma, non dimentichiamo, manca in tutte le correnti logiche
fino a noi, sicchè la situazione della LdP è, propriamente parlando,
paradossale. 12 — Riprendiamo ora in modo critico gli stessi argomenti per
‘arrivare alla stessa conclusione. Ammettiamo che si debba passare da un
sistema di n enti ad un sistema fondato su (n -. 7) enti costitutivi, cioè da n
elementi del primo sistema e da un elemento in più, che sia fuori di quel
sistema, La logica classica non si accorge che questo passaggio importa un
cambiamento di forma. Non se ne accorge, perchè essa ha una funzione
sistematica interna ad un sistema di n enti, che restano sempre quello che
sono. Così nella logica sillogistica per nessuna considerazione si può dedurre
la comparsa del nuovo elemento. Nel suo sviluppo manca tanto il simbolo
segnalante la comparsa del nuovo elemento, quanto l’operazione del cambiamento
di forma e della neces- sità di una nuova intuizione nel passaggio da una forma
all'altra. Nè si dica che cambiamento di forma non c'è. La forma cambia, perchè
se non cam- biasse gli elementi potrebbero essere individuati come prima da n
elementi, contro l'ipotesi che siano costitutivi n - 7. Frattanto non si può
mettere in dubbio il progresso delle scienze relative all'aumento del numero
degli elementi, dovuto cioè a una successione di cambiamenti di forma
(intuizioni) e di sviluppi discorsivi dei dati di queste intuizioni
(deduzioni). Resta quindi ribadita la tesi del $ g ‘che le scienze hanno dovuto
progredire indipendentemente dalla logica aristotelica, alla quale è in tutto
conforme il postulato euclideo. Le scienze sarebbero rimaste sterili se si
fossero lasciate tiranneggiare dalle esigenze della tautologia, cioè se in ogni
caso fosse stato rigidamente rispettato il principio aristotelico d'identità
A=A, implicante restrittivamente |’ egua- glianza e la permanenza dell'ente,
per cui restano negate le idee di variazione e di trasformazione e quindi le
leggi del potenziamento. (È quasi superfluo avvertire che il principio
d'identità A—A ha il suo legittimo impiego negli sviluppi analitici). 13. — C'è
dato inoltre di poter determinare qual sia il posto che occupa, Einstein dal
punto di vista della Logica. Tutti sanno, che la rivelazione relativistica
inaugurata da lui scuote scien- tificamente l'antico giogo assolutistico. Ma il
notevole è che la sua situazione davanti alla Logica è ancora di stampo antico.
Chiarire questo tratto non è sunto N facile, perchè è cosi pronto e intimo il
nesso fra la scienza e la logica interna che la sospinge che la prima ha
relegato nell'ombra la seconda. Frattanto instein in Logica non è relativista.
Il suo metodo, mancando di quel centro di rannodamento e di superiore dominio
che è il potenziamento logico, fluttua in una continua vicenda d'aristotelismo
e d’ antiaristotelismo. L'appello alla storia, che ci ha già fatto riconoscere
la profonda diffe- renza tra la quarta fase e la seconda e la terza dello
sviluppo del principio di relatività, associandosi ora alla ragione critica
mette in chiaro che la teoria einsteiniana della relatività non è che un caso
particolare del 'relati- vismo più generale della LdP. Il suo superstite
aristoteliimo, cioè in ultima analisi il suo residuo di irrelativismo, è
precisamente ciò che le impedisce di esplicare tutte le sue immense risorse. S'
impone quindi il problema di inda- gare il valore logico delle conseguenze più
ardite della teoria della relatività. Abbiamo molte buone ragioni per asserire
che tale indagine si risolverà nel controllo, meraviglioso, che lo sviluppo di
questa teoria è conforme allo schema logico del potenziamento. IV NUOVE
APPLICAZIONI DELLA LdP il. — Procediamo a nuove applicazioni in prova
dell'efficacia metodica della praxis del potenziamento. Mostriamo anzitutto
l’ineliminabilità della funzione logica U nella ricerca scientifica. La
funzione logica U, nel caso dello spazio puramente geometrico, ci è risultato
essere il tempo ($ my Von.:Ri). Abbiamo pure verificato ($ 8, V.n.R. ) che
modificando lo spazio come funzione logica D, cioè aggiungendo il tempo # e
formando il continuo spazio-tempo, nuovo D, la funzione £ è sostituita
logicamente dalla funzione 7. Vediamo ora analogamente come la funzione U, che
nello spazio o nello spazio-tempo abbiamo veduto essere t o 7, nello spazio
fisico al quale dob- biamo attribuire una proprietà in più, sia ancora diversa.
Val quanto dire che, se applichiamo il ragionamento a punti geometrici, per la
costruzione e descrizione delle relazioni geometriche in cui si risolve il
discorso geometrico le quali implicano il puro movimento del punto, la funzione
U è data da un tempo. Se applichiamo il ragionamento a punti dotati di
proprietà fisiche oltre a quelle spaziali e temporali, o spazio-temporali, cioè
a un discorso che abbia rispetto ai primi almeno un ente costitutivo di più, la
funzione U è ancora diversa. ( 19. — Adottando questi criterj possiamo
facilmente perseguire la funzione logica U attraverso l'immensa organizzazione
della fisica. Riferiamo solo il — = risultato essenziale dell'indagine. Si
riscontra in ogni teoria fisica la necessità d'una ipotesi ausiliaria che
permetta di interpretare le formule e i risultati sperimentali. Questa ipotesi
è reale nei limiti in cui le formule fondamentali del sistema primitivo
traducono la realtà fisica; ma, qualunque sia il grado di approssimazione alla
realtà di dette formule, l'ipotesi ausiliaria è sempre necessaria per la
pensabilità dei risultati deducibili. Sarebbe estremamente interessante
esaminare tutte le ipotesi ausiliarie escogitate dai fisici, e mostrare come ai
varj contenuti sempre si applichi una diversa condizione formale U. Il metodo
da seguire si ricava con facilità dai risultati seguenti appurati nel caso
dell’ etere. L'etere è il mezzo al quale si attribuiscono in Fisica
unitariamente le proprietà del sister’ma primitivo fisico, cioè il modo di
modellare il sistema. Qual'è il suo ufficio nell'economia della ricerca
scientifica? È importante indicarlo per prepararsi a vedere se e come
realmentela teoria prorompa dalla pratica. Per verificare i risultati delle
formule, per verificare cioè se le formule interpretano i risultati
sperimentali, dobbiamo fare un’ipolesi supplementare che non è una conseguenza
delle formule e che quindi non è una relazione del sistema, non è una proprietà
del D fisico, ma tale che ci permetta di costruire intuitivamente il
comportamento del fenomeno. Questa ipotesi che ci dà la forma in cui si
realizza il fenomeno, cioè l'intuizione formale del processo deduttivo, e che
noi chiamiamo U, nel sistema fisico è data dall’etere. Fino a che non si
dissocia questa universale esigenza sintetica della forma dalla non meno
universale ma più apparente esigenza analitica del discorso, la funzione
complessa dei sistemi primitivi genera l'ambiguità che sconcerta la
metodologia. 16. — Riassumiamo alcune verifiche che potranno fare le spese di
venture discussioni. Per lo spazio geometrico la V.n.R., come U(t). Lo spazio D
e il tempo U unitamente ad un terzo elemento, ad es. G nel sistema C. G. S.,
costituiscono gli enti fondamentali d'un sistema fisico. Secondo la teoria del
potenziamento per interpretare le relazioni tra gli elementi del D stesso
occorre un elemento în più, cioè la forma U. Esaminiamo se e quale ipotesi
ausiliaria, non deducibile dagli elementi funzione U è stata ricavata nel $ 7
di 1. Questo nuovo modo di intendere la logica della ricerca scientifica ci
permette di riconoscere che il sistema ipotetico-de- duttivo è sempre lo schema
del processo scientifico, avuto riguardo alla funzione costruttiva che ora a
buon diritto sempre più energicamente si propone. I due mo- menti messi in luce
da OrEstTano in Matematica e Filosofia (Archivio di Filo- sofia. Anno II. Fas.
II, Sett. 32) e cioè il carattere sintetico-costruttivo degli enti o del
sistema e il carattere analitico-combi- natorio delle dimostrazioni
corrispondono alle funzioni logiche U e D. Come ulte- riore schiarimento si può
notare che le facoltà costruttive (U) si esercitano nel- l'intuizione
dell'ipotesi come sintesi con- cettiva e forma logica del sistema; la deduzione
invece rende esplicite con l’'a- nalisi le combinazioni conseguenti del si-
stema. IRE, pe costitutivi del sistema e pur necessaria per interpretarlo,
abbia effettivamente accompagnato lo sviluppo storico dei sistemi fisici. Per
il sistema fisico riferito allo spazio ed al tempo di Galileo-Newton lo
sviluppo della fisica. ci presenta diverse ipotesi successive che si riducona
essenzialmente allo sviluppo dell'idea di etere. Nella meccanica di Newton lo
spazio assoluto ha virtualmente le proprietà dell'etere; e realmente ne adempie
la funzione fisica. Fizeau concepisce l'etere come quasi rigido ed immobile,
una specie di spazio materializzato imponderabile dotato delle proprietà
elastiche dei corpi rigidi ponderabili. Maxwell mantiene all'etere le proprietà
meccaniche attribuitegli da Fizeau ma collegate in modo più complesso. Hertz
concepisce l'etere come un mezzo ponderabile dotato sia di pror prietà meccaniche
sia di proprietà elettriche. Nel continuo spazio-tempo abbiamo veduto al $s 8
di V.n.R. che la forma U del do è x. Nella trattazione siamo partiti dalla
ipotesi della proporzionalità delle forme U(t) e U(7'). Questa ipotesi, cioè
che la forma dello spazio di Galileo e Newton sia proporzionale alla forma
dello spazio- tempo di Minkowski, ossia alla geometria della relatività
particolare, ci ha condotti a ricavare logicamente la trasformazione di Lorentz
come funzione di proporzionalità tra le due geometrie. Ciò significa che lo
spazio-tempo è ancora una forma euclidea. Aggiungiamo ora nello spazio-tempo un
elemento fisico, cioè modifichiamo ancora il sistema D. Verifichiamo come
cambia l'ipotesi ausiliaria. Lorentz rappresenta il punto di trapasso tra le
vecchie concezioni dell'etere riflettenti le idee assolute di spazio e tempo e
relative ad esse, e le nuove concezioni della meccanica relativistica e
quantistica. Lorentz spoglia l'etere delle proprietà meccaniche e lo pensa come
campo immobile. La meccanica relativistica iniziata da Lorentz porta un
ulteriore mutamento nella concezione dell'etere. Nel caso della relatività
ristretta si usa dire che l'etere non esiste. Ciò significa invece che
l'ipotesi dello spazio vuoto sostituisce l'ipotesi dell’ etere, ammettendo che
la luce si propaghi attraverso lo spazio vuoto, cioè che lo spazio vuoto
possegga proprietà fisiche. Resta, in altri termini, manifesto che le proprietà
dell'etere vengono ad attribuirsi con sempre più chiara coscienza allo stesso
continuo spazio-tempo supposto dotato di proprietà fisiche. Invero l'etere
viene non solo spogliato di ogni proprietà meccanica, ma anche non può più
essergli attribuito uno stato di moto. L’etere non è più un mezzo contenuto
nello spazio e quindi i campi cessano di essere gli stati di un mezzo. L'etere
viene negato come distinto dal continuo spazio-temporale, ma contro
l'apparenza, perchè «l'etere non si può negare in quanto non si può ammettere
che lo spazio vuoto non possegga alcuna proprietà fisica », (Einstein, 1921).
Mach segna il trapasso dalla relatività ristretta a quella generale in quanto
Mi: (DE introduce nell’etere il concetto di inerzia. Nella concezione di Mach
l'etere determina lo stato delle masse inerti ed è da esse determinato. Nel
caso della relatività generale, l'etere diventa l’espressione concéttiva
unitaria! delle proprietà fisiche dello spazio-tempo. Vediamo che cosa accada
nel caso delle fisiche di Dirac, Kaluza, Klein. In questi sistemi si introduce
una quinta variabile o dimensione oltre 2, y, 2, t. Essenzialmente (con più
evidenza nella meccanica ondulatoria) la quinta coor- dinata ha un modello
nella carica e. Sotto questo punto di vista nella costruzione logica (di tipo
U) la differenza tra le fisiche penta-dimensionali e tetra-dimensionali
consiste in ciò: nel continuo a quattro la carica e non è indipendente
costruttivamente dalle x, y, z, t; nel continuo a cinque variabili la carica e
diventa costruttivamente indipendente e correlativa delle x, y, 2, t. Cioè, se
D! era il discorso logico determinato da quattro enti al quale corrispondeva
una intuizione sintetica o modello U4!, nelle fisiche a cinque dimensioni si
determina un nuovo discorso D? derivato da D1, mediante l’aggiunta d'un nuovo
elemento x5 (ad esempio e), cioè in sostanza col) solito processo da n ad n-{-1
elementi costitutivi, e quindi si determina un nuovo modello U? di D?2. Ad U?
sinteticamente e unitariamente si attribuiscono le proprietà fonda- mentali
necessarie perchè le cinque variabili indipendenti x, y, z, t, e siano
costitutive di un sistema. Questa intuizione U?, anche se fosse diversamente
denominata, potrebbe dirsi l'etere della fisica a cinque dimensioni, in quanto
ne esprime la funzione logica. 17. — Dunque lo sviluppo della fisica dimostra
che parallelamente ai tentativi di accordare senza contraddizione i risultati
sperimentali si è pre- sentato il problema di modificare le proprietà
dell'etere. In ogni caso l'etere si è rivelato come un modello intuitivo
dell’unità formale (generale e fon- damentale) (U) del discorso fisico (D).
Chiarissimo allora diventa l'ufficio dell'ipotesi ausiliaria dell'etere. Il
pro- blema logico dell'etere è la costruzione logica U di un sistema fisico D.
Se fosse possibile risolvere il problema del sistema fisico con soli procedi-
menti D si potrebbe dedurre tutto il sistema senza la necessità dell'ipotesi
ausiliaria U. Invece nel caso dell'etere abbiamo veduto che ad ogni sistema
fisico D modificato corrisponde una nuova ipotesi dell'etere. Quindi lo
sviluppo storico della fisica dimostra che non si può eliminare la funzione
logica U. La funzione U è la logicità delle idee primitive del sistema che
sistematicamente 1. « Lo sforzo inteso a stabilire l'unità stEIN. L’etere e la
teoria della relatività, concettiva della natura delle forze fisiche 1921.
condusse così all'ipotesi dell’ etere » Ern- sono indipendenti. È quello che si
direbbe, nel linguaggio di Goethe, lo spirito dell’insieme (der Geist des
Ganzen). Deduciamo da questa rassegna una conseguenza d’ordine generale. L’
ipotesi ausiliaria dell'etere è la traduzione in termini fisici della
condizione generale della pensabilità. Attraverso alla distinzione tra D e U
possiamo pensare l’unità di ogni reale. Questa distinzione è ineliminabile ed
entrambe le funzioni sono logicamente necessarie. Non esiste quindi un
contrasto concettuale fra etere e materia ma esiste la loro distinzione in una
unità logica D. U. Se fosse possibile costruire un D che assorbisse l'U, non
mancherebbe di rinascere la necessità logica di una nuova distinzione cioè di
una diversa funzione U. Le due realtà di cui parla Einstein (vedi: Etere e
Teoria della Relatività) riconosciute in un rapporto di causalità ma
logicamente distinte, sono inter- pretate dalla logica del potenziamento in un
rapporto di logicità che consiste in questa distinzione. NA CONCLUSIONE 18. —
Eccoci pertanto lontano dalle più vaghe generalità alle quali si sarebbe potuto
scetticamente presumere che giungesse una ricerca, come questa, teoretica,
esordiente col principio astratto dell’introduzione dell’esponente in logica.
La teoria del D. U. ci ha permesso di rielaborare, integrandola, la logica
della ricerca scientifica. Compito grave e in tutto pratico, giacchè qui posi-
tivamente la Vempia si fa mOAÉIS e prammatisticamente la sua verità si può
misurare in proporzione dell'utile che se ne può trarre. Nella Parte 1 furono
chiariti in modo completo il senso e il valore del D. U, sia semplificandone
l’impiego nella costruzione ideologica della meccanica di Galileo; sia
dimostrando l'utilità analitica della distinzione delle due esi- genze D e U
che ci ha condotti nel $ 7 di V. n. R. a trovane in Geometria che l'U di un D
come spazio è il tempo e nel $ 8 in Fisica a ricavare logicamente la
trasformazione di Lorentz costituendo una nuova nozione del tempo ($$ 1-4).
L'orientazione storica della Parte I/ e l’orientazione teoretica della Parte
III, appajono quindi nettamente trasfigurate alla luce del principio del D. U
che da un lato esprime la logica interna dello sviluppo storico delle scienze,
($$ 5-8) dall'altro mette in rilievo quattro punti e vorremmo sperare quattro
certezze: 1. lo sviluppo non aristotelico delle scienze ($ 9); 2. il progredire
rivoluzionario della teoria della relatività, in cui si possono distinguere
omai quattro fasi: la relatività classica di Galileo, la relatività e: speciale
di Einstein, la relatività generale di Einstein, la relatività univ&s@
della LdP. Lay differenza specifica di quest'ultima dalle precedenti si NG
concretare nel ‘nuovo principio relativistico che ad ogni D corrisponde un (il
tempo è la forma dello spazio, l'etere è la forma della materia) ($ 10); 3. il
rapporto vitale dell’intuizione e della deduzione nella tecnica opera- toria
delle scienze. Dove si vede che il behaviour delle teorie, per così dire, è
sempre relativo all'aumento del numero degli enti, dovuto cioè a successivi
cambiamenti intuitivi di forma (U) e di sviluppi deduttivi di discorso (D) (SS
11-12); fio. la situazione ancora aristotelica, cioè non relativistica, di
Einstein di fronte alla logica ($ 13). La Parte IV infine verifica
l’interdipendenza o meglio l'interazione logica che lega le due operazioni del
D. U. A tale scopo, poichè l'esigenza U è meno nota, partitamente si dimostra:
in primo luogo, l’'ineliminabilità della funzione logica U ($ 14); in secondo
luogo la comparsa della funzione logica U nell'ipotesi dell'etere ($ 15). Una
volta riconosciuto questo, esaminando a cominciare da Newton le teorie più
eminenti dell'etere (Fizeau e Fresnel, Maxwell, Hertz, Lorentz, Mach, Einstein,
Dirac, Kaluza, Klein, ecc. ($ 16) è interessantissimo dal punto di vista logico
verificare che in ogni caso il problema scientifico dell'etere non è che la
costruzione logica U d’un sistema fisico D ($ 17). Così la tecnica della
ricerca scientifica si rischiara nel punto di partenza. Sempre si tratta,
nell'organamento logico di un sistema primitivo, di formare una sintesi U d'un
discorso analitico D. L'operazione mentale che si effettua nella funzione
logica U è di natura intuitiva affatto analoga a quella che si compie
nell’ideazione costruttiva, cioè nella costruzione ideale d'una macchina
qualunque, astratta o concreta che sia. L'operazione mentale che si effettua
successivamente nella funzione logica D è di natura deduttiva anche qui affatto
analoga a quella che si compie nel far funzionare la macchina. Come poi accada,
perchè accade, quel che anche già proverbialmente si dice, che «volta a volta
la teoria sorpassa la pratica e la pratica sorpassa la teoria », è un'altra
questione, che deve trattarsi separatamente. 19 — Così stando le cose, pare che
non sia esagerato affermare che l’ap- plicazione della LdP alla ricerca
scientifica genera e autorizza certe speranze. Intanto finora non abbiamo
rischiarato che un solo lato del problema. Per evitare i pericoli d'una troppo
pronta generalizzazione abbiamo mantenuto l’indagine nei limiti delle scienze
astratte. Ma si vedrà in prossime ricerche come la L.d.P. si applichi utilmente
a sistemi concreti. Ringrazio vivamente Pietro Mosso per i suoi preziosi ajuti
e consigli. Torino, R. Università, Dicembre, 1932, XI. AnnisaLe Pastore. 156189
‘i # x o ” A è Mia Le] e Pi n te - x . . p° * 4 x Ò è, ‘ W . hd LI Pi La x , .
% ‘ Po ' . 4 n i " "| / Vr - . Ko do & . . Li : " * a * ea
4, 5 L] vr ul : x n + ‘ a v T] è Pil Tipi Ri Carabb Miano clio st P., LIBERO DOCENTE DI FILOSOFIA
TEORETICA ae I I PROGRESSI I ce I LE CONDIZIONI PRESENTI DEGLI STUDI INTORNO
EAeL'OGlCA FORMA PROLUSIONE AD UN CORSO LIBERO DI LOGICA Letta i NELLA R.
UNIVERSITÀ DI GENOVA IS Ti #7 A raserto * FINALMARINA TIPOGRAFIA ARDORINO 1906
ni ra — a = o | TRITATO (Vo ot © Se Signori, a Dando principio ad un corso di
lezioni sulla logica formale in questa Università illustrata da insigni
filosofi e da scienziati di fama europea, lasciate ch'io adempia un voto del
cuore rivolgendo un rive- rente saluto a quei generosi consiglieri e maestri
che primi hanno voluto incoraggiare le mie oscure ricerche, mentre io sento
purtroppo che, tolto l’amore che porto ardentissimo alle verità sublimi della
filosofia teoretica, nè virtù nè alcun merito mio mi dànno speranza | di poter
corrispondere adeguatamente agli scopi della loro dottrina. Non senza intima
trepidazione quindi io mi accingo ad esporvi le mie idee sull’argomento che ci
raduna, intendo la logica formale nelle sue condizioni presenti e nei progressi
che essa è destinata a compiere, quando venga praticata da un certo nuovo punto
di vista, in armonia coi risultati delle indagini odierne. Non già che il largo
sguardo di cotesti problemi fondamentali della filosofia, per la copiosa
letteratura che ci sorregge, per la cauta e misurata educazione critica che ne
si impone, per le feconde iniziative che sono aperte a tutti gli uomini di
buona volontà, abbia l’ingrata virtù di deprimere l’en- tusiasmo della ricerca,
perchè anzi l’altezza dell'argomento solleva in certa misura anche i più umili
ricercatori. Ma fra l’improvvide esul- tanze di coloro i quali non pensano che
la filosofia non ha fretta, e le inutili rabbie degli oppositori per partito
preso, e le più inutili paure di coloro che si adagiano nel passato, la
convinzione di non poter trovare unanime il consenso di tutti gli intelletti
genera negli animi onesti una legittima trepidanza. I a Inoltre, pensando alla
grande distanza che mi allontana per l’ordinario da cotesta splendida città e
rievocando i gravi sacrifizi e gli ostacoli d’ogni maniera che mi contendono la
vostra studiosa compagnia, non sembra fuor di proposito deplorare che alla
pochezza delle mie forze s’aggiunga anche l’angustia del tempo. Ma io stimo far
cosa più conforme al mio dovere chiamando senz'altro la vostra attenzione sopra
la disciplina di cui debbo svol- gere le sorti, la quale anzi tutto richiede
che sia dissipato un equivoco. Infatti, malgrado la mia confidenza nella
chiarezza della tesi che mi propongo di svolgere quì, io proverei una troppo
grande appren- sione a parlarvi di logica formale e di logica tecnica, qualora
non fossi sicuro di cansare sin da principio i due eccessi contrari: la
diffidenza e la temerità. Tutto il mondo sa così bene il fastidio generato
dall’imperversare della logica scolastica, la quale esagerò nel più
insignificante tecni- cismo formalistico, che chiunque si accinga a
giustificare appunto un nuovo tecnicismo formalistico da applicarsi ai fenomeni
logici si espone temerariamente alle più ridicole accuse rispetto al vero punto
di vista della logica e passa per complice d’una esagerazione grossolana. Gli
spiriti moderni per la maggior parte disprezzano quelli che sono esclusivamente
preoccupati di questioni formali alle quali si rinfaccia una lunga e sterile
agitazione rispetto al progressivo movimento delle scienze. Ed essi forse non
hanno tutti i torti. Perocchè bisogna pro- clamarlo subito ben altamente, per prevenire
ogni sospetto. L'elemento formale non è che un lato — forse non il più im-
portante, se si voglia — della logica. Esso non basta a logicizzare tutti gli
spiriti che tolgono ad esaminarlo; esso non offre che pochis- simi vantaggi
alla pedagogia della mente. Ma non è men degno d’essere esaminato e conosciuto
rispetto ai più alti scopi della scienza. Non a questi scopi per altro doveva
aver rivolto la mente un passato ministro della Pubblica Istruzione quando in
piena Camera dei Deputati, nella seduta del 30 novembre scorso; dichiarava con
singolare ardi- mento: « La logica? Ma la logica rientra nella psicologia. Una
“vo se > all ra rai dà di ra de —— 7 pes * « logica astratta a nulla serve,
giacchè uomini che studiano la logica « per vent'anni commettono poi
precisamente degli errori di ..... « logica ». Infatti codesta sentenza,
trasportata fuori del campo dell’insegna- mento secondario ove ancora
converrebbe interpretarla benignamente nel senso che ogni accessorio dev’essere
giudicato dal principale, sarebbe essa giusta e meritata? No, no. Le scienze
analitiche ed astratte non si lasciano schiantare le radici da coloro che
s’avvolgono per entro il più cieco e grossolano utilitarismo. La scienza deve
ren- dere omaggio ad ogni aspetto della realtà ed i fenomeni più astratti della
ragione che non escludono le leggi ma le verificano sono ap- punto quelli che
da oltre tre secoli esercitarono la più grande e salu- tare influenza sugli
ingegni e gli studi dei popoli civili. È vero che la concezione della logica
formale, la quale s’è rinnovellata comple- tamente nel secolo scorso grazie
all’applicazione dei metodi scienti- fici e sotto l’influenza crescente dei
progressi del calcolo logico, è poco conosciuta ancora e poco apprezzata nel
paese nostro, benchè la scuola italiana del Peano abbia contribuito
preziosamente al suo sviluppo. È vero che, per nostra disgrazia, i pregiudizi
risultanti dall’insegnamento tradizionale e sopratutto le idee strette degli
indutti- visti e dei metafisici esclusivi hanno molto paralizzato i progressi
della logica nostra, ma noi dobbiamo riconoscere che gli scolastici si son
mostrati ben meglio disposti per i novatori delle discipline logiche che coloro
i quali giurano ora solo nel nome Giorgio Hegel o di J. Stuart Mill. j Nè eccessiva
diffidenza insomma nè eccessiva temerità. Si può disputare sul valore dei
risultati logici ricavati con tale o tale altro metodo formale, si può
giustificare, fino a un certo segno, la diffidenza inspirata dal bizzarro
formalismo che prevalse dopo Aristotele nella massima parte della sillogistica
delle scuole, ma non è disputabile 1’ utilità del formalismo in generale
riguardo alla scienza logica. Questo canone sarà uno dei caposaldi che mi
riserbo di trattare a fondo nel corso delle mie lezioni. ng Apriamo ora la
storia e scorriamo rapidamente i periodi che fo attestano e lo pongono in luce.
L’apertura degli archivî ci darà, in certa guisa) il responso dell’avvenire. aa
Certo chi volesse tracciare un quadro del generale movimento della logica
dovrebbe tener conto delle tre grandi correnti storiche seguenti; 1.° La logica
deduttiva o formale, rinnovata modernamente. dall’Hamilton ; 2.° La logica
induttiva o materiale, illustrata modernamente dal Mill. 3.° La logica
dialettica 0 metafisica, propugnata modernamente dall’Hegel. Ma, volendo
restare solo nel campo della logica formale, dobbiamo ancora ritenere che la
storia della filosofia ci presenta quattro tipi differenti di essa;
tralasciando, per amore di brevità, la remotissima - fase dell'Oriente 1a quale
prova del resto, coll’imponente costruzione presillogistica della scuola Nyaya,
che la sottigliezza e la profon- dità del pensiero circa l’analisi logica non
sono solo un retaggio della civiltà occidentale, I quattro tipi caratteristici
sono: la logica aristo- telica, la scolastica, la matematica e la simbolica nel
senso più ordinario della parola, colle ultime diramazioni della logica
tecnica. Nel primo, che dominò nel mondo classico greco-romano, Jo spi- rito
pose le fondamenta del grande edificio della logica formale. Nel secondo,
(salve alcune opere originali intorno al cui pregio tuttavia occorre fare molte
riserve, sia perchè restò in quei tempi soffucato dall’ingombrante bagaglio
delle complicazioni verbali, sia perchè ci fu solo rivelato dalle scoperte
della critica moderna) lo spi- rito della logica, restringendosi ad un vano
trastullo ontologico e me- tafisico, perdette quasi ogni contatto colla realtà.
ù Nel terzo al contrario, sopra tutto per merito di Goffredo Guglielmo Leibniz,
il genio della logica rendendosi indipendente dalle partico- è » — 9 i larità e
dalle variazioni del linguaggio, sorpassa la costruzione della logica
tradizionale fedele nel principio della dicotomia nel giudizio e della
tricotomia nel sillogismo, proponendosi il problema generale delle relazioni
per un sistema di termini logici qualunque; quindi, rafforzato dai poderosi
studì dei matematici moderni, spiega diretta mente il suo volo nella più
elevata direzione della scienza. Nel quarto, superato il grafismo figurativo
dai primi schemi geo- metrici introdotti da Euler, perfezionati dal Lindner,
dal Venn, ecc., si tentano le prime costruzioni meccaniche rappresentative di
alcuni fenomeni logici elementari per opera del Jevons, del Marquand e di
altri; e finalmente, postosi in luce evidentissima che ogni tipo di lo- gica
non è che una varietà di simbolismo ideografico, la logica for- male raccoglie
le varie direzioni in un solo disegno, le varie mani- festazioni di attività i
vari strumenti i vari metodi, per quanto dif- ferenti, in un solo organismo,
cercando di stabilire la solidarietà scien- tifica delle varie indagini rivolte
ad uno scopo comune. Come dirò a suo tempo, questo quarto periodo prelude alla
fusione della logica analitica ed astratta colla logica tecnica e sperimentale,
sopra il terreno del principio formale che è veramente comune ad ogni tipo.
Vedano però i sostenitori della logica che osteggiano la corrente della logica
formale, per paura di cadere nelle esagerazioni del for- malismo, come male
provvedano e alla scoperta della verità e alla fortuna della logica stessa
confondendo in una sola onda di discredito i fautori d’ogni formalismo
applicato agli studi della logica pura. Poichè chi oserebbe sostenere in buona
fede che le ricerche qualsivogliano di logica possano praticarsi senza l’aiuto
d’un simbolismo qualunque? Questo risulta dai termini stessi che si impiegano
in qualsivoglia ope- razione mentale in cui sempre il simbolismo dimora a
titolo di espres- sione esterna dei fenomeni razionali ma non già a titolo di
niente. A meno che, per rinunziare all’impiego d’un tipo di formalismo logico
qualunque, sembri più logico ridursi all’impossibilità di riconoscere î
progressi realizzati nella conoscenza di qualsivoglia fenomeno logico in
generale. AO Vi confesso quindi, o Signori, di non poter seguire coloro i quali
non sanno che nella distinzione della forma dalla materia e nella conseguente
trattazione rigorosa dei fatti e delle leggi della pura forma si raduna la vera
anima della logica. In verità, chi si rap- presenta altrimenti l’insegnamento
della storia della logica, se non voglia ricorrere a qualche misteriosa
intuizione divinatoria, non potrà mai capire le ragioni di quelle poche ma
sicure concezioni della sil- logistica proposte da Aristotele che hanno fino a’
tempi nostri eccitato l’ammirazione di tutti coloro che sono capaci di
apprezzarle ed alle quali le più esatte indagini dell'età successive hanno
recato una sem- pre crescente dimostrazione. Non vorrei certo trascurare, se me
lo concedesse il tempo, la logica medioevale, varia d’indirizzi e d’effetti,
ricca d’ingegni po- tenti, ma ora impigliata nei più faticosi rigiri della
dialettica eristica, ora macchiata delle più imperdonabili offese alla
semplicità ed al buon senso. Ma non sarebbe difficile dimostrare, contro ciò
che si crede quasi da tutti, che gli scolastici smarrirono il cammino di quella
idea ingenua e nativa che aveva fatto distinguere ed obbiettivare in certa
guisa le prime forme logiche ad Aristotele e, praticata a dovere, li avrebbe
spinti innanzi verso la verità, non quando si inasprirono nelle più astruse
ricerche del formalismo logico, ma piuttosto quando abbandonarono ogni ricerca
sulla struttura formale dei concetti e delle loro relazioni; non quando si
trastullarono coi tours de force delle astrazioni formalistiche più artificiose
ma piuttosto quando si mostrarono disposti ad occuparsi della genesi e della
natura psicolo- gica ed ontologica dei concetti cioè a deviare verso il sublime
ma capriccioso misticismo metalogico e cercarono di connettere ogni fatto
esistente nella natura dello spirito umano con qualche alto ed immaginario
archetipo, supposto esistente in un altro mondo meta- fisico, dal quale
emanavano l’essenza dell’unità dell’ordine e dell’ar- monia della mente. Il
male prodotto da tale disposizione metafisica fu piuttosto quello di aver
allontanato l’uomo dal più laborioso studio dei fenomeni RIA e formali col
fascino del suo eloquente misticismo che di pervertire il corso delle ricerche
logiche col giuoco estrinseco degli schemi e colla falsa sottigliezza della
logica sillogistica. Insomma la logica medievale non fu rovinata dal prevalere
del formalismo nè verbalistico, nè schematico, nè tecnico o comunque si voglia
dire, ma fu rovinata dalla vecchia questione sulla natura dei concetti che è
tutta di natura sua psicologica, ontologica, metafisica, quindi affatto
extralogica e niente altro. Tanto è vero che se vogliamo salvare qualcosa di
buono da quell’universale naufragio siamo sempre costretti a ricorrere aî tomi
de’ più frondosi formalisti dall’ Ars Magna di Ramon Lull alla Theologia
rationalis di Giovanni Caramuel di Lobkowitz che, cen- toundici anni prima del
Ploucquet (1653), proponeva con singolare chiarezza la teoria della
quantificazione del predicato; senza dimen- ticare, s'intende, che la chiusura
della logica medievale non coincide colla chiusura del medioevo letterario
artistico e neppure scientifico, perchè Galilei col quale comincia l’evo
moderno della scienza speri- mentale nato nel 7564 muore nel 762, mentre Leibniz,
co! quale comincia l’evo moderno della logica pura, nato nel 7646 muore il
1716. Attendete ora più profondamente ai caratteri della logica mo- derna. Ho
già detto che questa si divide nelle due grandi correnti della logica
matematica e della logica simbolica con le ultime dira- mazioni della logica
tecnica. Si potrebbe ritenere a prima giunta che la sola differenza tra la
logica tradizionale o filosofica, e la logica matematica consista nell'impiego
d’un diverso metodo di notazione cioè di esposizione linguistica convenzionale:
la tradizionale infatti appoggia alla pura lingua cioè al simbolismo
linguistico grammaticale e non si serve che eccezionalmente di segni
ideografici, Ja matematica al contrario adopera tutto un linguaggio di lettere
e di segni. Io convengo col Voigt (1) nel ritenere che questa differenza ha la
sua importanza ma non è la sola. Mi sembra che il carattere della logica
algebrica sia (1) Vierteljabrsehrift fùr wissenschaftliche Philosophie.
Jahrgang XVI, Hofte 3,4, 1898. ° elsigo piuttosto di definire con un rigore
assoluto i concetti ed i rapporti costanti dei concetti. Infatti la grande
precisione a cui devono aspirare le ricerche di logica matematica e che ne
forma uno dei pregi migliori richiede in coloro che vi si applicano una certa
pratica del calcolo numerico ed algebrico così per trarre il miglior profitto
dall’applicazione della ‘matematica alla logica come anche per abbreviare
operazioni lunghe e penose, Ma di questo indirizzo importantissimo della logica
i comuni trat- tati di filosofia quasi non si occupano e quelle opere che
trattano per ‘esteso delle teorie logoalgebriche o non sono accessibili ai
principianti ‘© sono di soverchia estensione. Per rimediare in qualche modo a
questo difetto io mi propongo di premettere nelle lezioni venture alcune
notizie affatto elementari sulle operazioni del calcolo logico, essendo
impossibile entrare in qualche particolare sui progressi recenti della logica
pura senza farvi intervenire dei simboli letterali o grafici di enti e
d’operazioni. Analogamente, per completare il quadro dello stato attuale degli
| studî intorno il calcolo logico, esporrò in modo sommario le dottrine dello
Schréder, del Russel, del Peano e del Couturat; quindi le con- fronterò così
rispetto agli strumenti come rispetto ai risultati ottenuti ed al loro
indirizzo; infine cercherò di dimostrarvi come, per questa via, si arrivi a
concepire la logica formale come la scienza di tutti i ragionamenti formalmente
necessari coestensiva in fondo e identica alla matematica. Giacchè, ponderando
bene i progressi e le condizioni presenti degli studî intorno la logica formale
e le matematiche, ecco appunto una parte della grande tesi scientifica e
filosofica che mi par destinata a trionfare: l'identità fondamentale della
logica e della matematica. Quanto al trionfo dell’altra parte, quanto al
riconosci- mento voglio dire dell’identità fondamentale della logica della
mate- matica e della fisica, avremo occasione di intenderci chiaramente nel
seguito. Resta ora a dire con qualche larghezza dell’ultima corrente della =
tai logica formale contemporanea, vale a dire della logica simbolica figurativa
e più segnatamente di quella che si fonda sullo studio dei modelli meccanici,
al progresso della quale io cerco da parecchi anni di contribuire secondo le
mie deboli forze e che per ragioni di brevità e di chiarezza «ho già più volte
designato col nome di /ogica tecnica. Fin da quando espressi per la prima volta
nel saggio « Sopra la teoria della scienza » le mie vedute sull’argomento, non
ho cessato di riflettere alle obiezioni che mi impedivano di considerare la
que- stione come definitivamente risolta e di esaminare i fatti che pote- vano
rischiararla ed ora credo di essere pervenuto a risultati che sod- disfano alle
condizioni d’una dimostrazione rigorosa. Prima di pro- cedere oltre è
essenzialissimo ritenere che il principio comune a tutte le varietà della
logica simbolica è il seguente: contradistinguere ogni ente logico interiore
con un simbolo esteriore corrispondente. In tale caso è facile capire che se le
operazioni che si eseguiscono con tali segni, le dimostrazioni che per essi si
danno, le regole alle quali si giunge sono tanto evidenti, se esse ci
presentano più fissità e più stabilità, se in qualche modo si conservano anche
più facil- mente nella memoria, ciò dipende dal fatto che la logica per tale
simbolismo significativo ha già ricevuto il suo grado di consistenza
necessario. Insomma si vuol ritenere che in logica simbolica l’ufficio
essenziale dei segni non è quello puramente linguistico di comunicare il pen-
siero, ma quello piuttosto essenzialmente deduttivo, di sviluppare il pensiero
medesimo, giacchè senza questo mezzo di sviluppo il pen- siero logico teoretico
potrebbe essere appena embrionale. Ora si ca- pisce che quando il processo
logico ha raggiunto questo grado esso si è liberato tanto da ogni servitù
rispetto agli enti psicologici, onto- logici e metafisici, quanto da ogni
servitù inerente alla famiglia di questi enti esteriori che esso rappresenta.
Esso è diventato il vero padrone della forma logica. Allora l’ente simbolico,
smessa qualun- que traccia del suo duplice significato radicale, rappresentato
e rap- presentante, acquista completa autonomia di fronte al pensiero e, ri- ;
ce —- AA — 14 — - dotto alla sua più semplice espressione algebrica, significa
soltanto quello che al pensiero importa di significare. Come tale si fissa
defi- nitivamente nella sua massima generalità economica e può essere quindi il
soggetto di tutti i rapporti possibili. Queste considerazioni mi permetteranno
di esporvene alcune altre sulle attinenze della logica matematica con quel più
recente indi- rizzo della logica simbolica che cerca di dedurre i suoi
risultati dalla considerazione di modelli meccanici. Due compiti riassumono il
la- voro della logica matematica: una fraduzione ed una deduzione. Due compiti
analogamente riassumono il lavoro della logica tecnica: una traduzione ed un
esperimento. Vale la pena di vedere quale corrispondenza si possa stabilire fra
codesti due compiti dei due campi. Quanto al primo si noti che se la
corrispondenza fra le due tradu- zioni simboliche non è vera che in minima
parte, e ciò per difetto della logica tecnica, essa dovrebbe diventarlo in
tutto fino a riuscire perfetta cioè univoca e reciproca, in guisa che ad ogni
ente della lo- gica matematica (ideografico) corrisponda un solo ente della
logica tecnica (ideofisico) e viceversa. Tale almeno è il mio desiderio.
Veniamo ora al secondo caso, il quale merita di essere ponderato profondamente.
E per vero, quando noi studiamo il significato intimo delle ope- razioni che si
compiono per giudicare dell’esattezza d’una teoria qualunque, dobbiamo tosto
riconoscere che noi facciamo col ragio- namento deduttivo quello stesso che si
potrebbe fare colla costruzione e col funzionamento d’un meccanismo. In tutti i
casi ci troviamo sempre di fronte ad un modello di fatti; modello astratto ed
ana- litico da una parte; modello concreto e sperimentale dall’altra; for-
mola, equazione, sillogismo da una parte; apparecchio, strumento, macchina
dall’altra. In entrambi i casi, costruito il modello o meccanismo sia mate-
riale sia ideale dei fatti proposti lo si fa funzionare vale a dire lo i! — ge
si mette in opera trasformandolo opportunamente in guisa da otte- nerne nuovi
fatti e nuove leggi. È d’uopo forse insistere sul fatto che in ogni caso non si
fa mai altro che dedurre meccanicamente le conseguenze ovverosia speri-
mentarle razionalmente che torna ad uno? Nè ciò basta per com- prendere quanto
sia bella e feconda cotesta reciproca corrispondenza della deduzione e
dell’esperimento ma conviene spingersi più innanzi e considerare, per un
istante, la relazione d’origine che passa tra i fenomeni della natura
(nell’ampio senso della parola) che si tolgono ad esaminare ed i loro modelli
tanto razionali quanto sperimentali ai quali sono applicabili le considerazioni
suddette. Perchè la nostra mente, quando si rivolge alla conoscenza delle leggi
della natura, non solo è fatta in guisa tale che costruiti alcuni modelli essa
desideri costruirne degli altri che diventino come i modelli dei modelli
equivalenti e non s’appaghi fin che non abbia trovato la costruzione più chiara
più semplice e più opportuna, ma più veramente è conformata per modo che in
ogni atto conoscitivo altro non cerchi e non possa che rappresentarsi
l'andamento dei fe- nomeni dati con un sistema di enti qualunque che si
potranno pren- dere come modello dei fenomeni naturali. Al parallelismo fra
modelli e modelli precede quindi un altro e più vitale parallelismo tra feno- meni
e modelli, senza cui è assolutamente impossibile giungere alla conoscenza di
qualsiasi legge della natura. Per conseguenza, scen- dendo al caso pratico che
ci interessa, dopo aver osservato che una profonda e stupenda relazione
connette fra loro i principî apparen- temente opposti dell’esperimento e della
deduzione e fa che l’uno sia lo stimolo e come il riverbero dell’altro, questi
tre principî io credo di poter asserire senza timore di errare, e cioè: primo,
che ogni conoscenza di fenomeni logici si riduce alla cono- scenza di modelli i
quali, hanno per intento di sostituire al sistema naturale degli enti proposti
un altro sistema artificiale di enti cor- rispondenti; i secondo, che in luogo
dei modelli analitici costruiti dalla logica Pai oe matematica, si possono
sostituire, con uguale diritto con altrettanto rigore logico e in certi casi
con non minore utilità, dei congegni materiali o modelli meccanici costruiti
opportunamente; terzo, che ciò che v’ha di essenziale tanto nel sistema logico
na- turale quanto nei vari modelli equivalenti sono le leggi secondo le quali
variano le relazioni corrispondenti nei varî sistemi e che, rima- nendo sempre
le stesse, hanno un significato più largo e più pro- fondo che le ipotesi da
cui si sono ricavate. Son cotesti principî, o Signori, che assicurano alla
logica tecnica la sua qualità di scienza, che unificano le discipline logiche
varie per metodi e per risultati e che, connessi fra loro e fra loro per così
dire convergenti, compongono finalmente l’oggetto unico al quale guardano tutti
i logici a qualunque scuola, a qualunque secolo ap- partengano, * * * Ma
lasciamo ora da parte il parallelismo tra i modelli matematici e i modelli
meccanici dei fenomeni logici e veniamo a considerare più da vicino la
distinzione che intercede tra i fenomeni logici ed i modelli meccanici
corrispondenti. Siccome il metodo nuovo che seguiremo in questo studio confessa
nettamente, fin dal principio, che il solo compito e pure il solo scopo della
scienza è di cercare un sistema di imagini che corrisponda esattamente alla
realtà e ci permetta, in certi casi, di prevedere certi effetti di questa
medesima realtà, senza aver la pretesa di raggiun- gerla assolutamente, così
s'intende che noi dobbiamo già avere un elenco di enti logici indiscutibili,
legati fra loro in rapporto ben de- terminato e costante, prima di poter
pensare alla costruzione d’un modello ideofisico qualunque. Ora chi ci
garantisce della verità e della esattezza di questo elenco? Di quali mezzi
disponiamo per compiere una buona osservazione dei fatti logici in generale?
cat E noto che i sensi e la ragione sono gli unici strumenti cono- scitivi. Ma
trattandosi di fatti astrattissimi è chiaro che i sensi non sono direttamente
applicabili. Dunque non resta che la ragione, Ma il problema che essa deve
risolvere in tale caso è molto difficile e bilaterale. Infatti essa deve
giungere in primo luogo alla determi. nazione esatta e completa d’un elenco di
quegli enti logici che devono costituire il primo punto di partenza; in secondo
luogo essa deve trovare una corrispondenza esatta e completa tra questi enti e
un sistema di enti simbolici equivalenti. Le maggiori difficoltà della logica
tecnica si radunano, a parer mio, in questa prima operazione la quale esige, da
un lato, un osser- vatore speculativo dotato d’uno spirito critico sistematico
e pene- trante, dall’altro un costruttore meccanico fornito d’una preparazione
tecnica sufficiente. Ma, una volta compiuta la determinazione rigorosa degli
enti e ideata la corrispondenza simbolica, le operazioni richieste
dall’esperimento cioè dalla deduzione non presentano quasi più alcuna
difficoltà; perchè i modelli ideofisici camminano, si può dire, da sè. Inoltre
bisognerebbe soprattutto notare che, se i modelli in sul prin- cipio non possono
in alcun modo aiutare l’osservazione razionale dei fatti, che anzi non possono
mai nascere senza il lavoro preliminare della ragione, in seguito e nei casi
più fortunati, una volta costruiti, in virtù della loro esattezza e precisione,
acquistano la capacità di sostituire a dirittura l’opera imprecisa della
ragione e negativa dei sensi, traducendo in grandezze e segni facilmente
osservabili, e quindi calcolabili ipso facto le conseguenze ‘inevitabili delle
premesse. In tali casi i modelli diventano preziosissimi strumenti di inve-
stigazione, i quali, superata la fase rudimentale della pura ripetizione entro
cui si chiudono tutti i sistemi di macchine logiche finora pro- poste dagli
Inglesi e dagli Americani, sono capaci di darci una vera e propria funzione di
controllo, sia fissando d’un tratto ed in modo du- revole e ripetibile a
piacimento tutti i particolari più minuti che ac- compagnano l’introduzione
delle ipotesi, sia rivelando automaticamente i rapporti costanti dei fatti. Sc}
RES x Di quì risulta che tale metodo ideofisico è molto modesto e titu- bante
nei suoi primi momenti, mentre la logica ideologica o filosofica, per così
dire, ha una tendenza spiccatissima a voler comandare agli studiosi in ogni
periodo della ricerca. L'ufficio dell’ideofisica a tutta prima deve essere
piuttosto nega- tivo che positivo; i modelli devono operare prima di tutto come
sem- plici strumenti di ripetizione, senza pretendere di affermare altri feno-
meni logici derivanti e tanto meno di fornire la base di una dot- trina originale
qualunque. Ma quando, provata e riprovata l’analisi logica e la rappresenta-
bilità meccanica dei primi enti e delle loro proprietà, e riconosciuto che
l’accordo fra le prime conseguenze dei modelli e le prime e già note
conseguenze dei sistemi logici è un argomento.in favore della bontà dei sistemi
rappresentativi proposti, quando avviene che la funzione delle macchine ci
metta sotto gli occhi dei fenomeni nuovi, allora è giusto che si riconosca alla
deduzione sperimentale una com- pleta supremazia, perchè essa alla virtù
speculativa, che altrimenti regge in guisa assai meno sicura la deduzione
intellettuale, fa sotten- trare da tutti i lati in tutti i modi e in tutti i
sensi la razional neces- sità della natura sopra la quale senza alterare troppo,
forse, alcune parole del Galilei, « non par che possa essere sicurezza maggiore
». Da questo concetto che siam venuti delineando d’una logica tecnica dedotta
dalla considerazione di modelli meccanici deriva eziandio quello del metodo con
cui deve essere trattata. È logica: dunque ha il suo fondamento nei fatti del
pensiero e deve tenere il processo astratto delle scienze analitiche. Ma è
insieme tecnica: dunque non può restringersi nè ai fatti astratti nè alle leggi
speculative, ma deve discendere ai fatti concreti del pensato cioè dei prodotti
effet- tivi del pensiero e coordinarli in un sistema, col processo sperimen-
tale delle scienze sintetiche. È una dottrina mista insomma, che deve ritrarre
fedelmente nel suo metodo ambedue gli elementi della sua materia; e come
dottrina razionale seguire l’ordine delle idee, e come dottrina sperimentale
mantenere l’ordine dei fatti. Sie Nell’armonia di questo doppio carattere
consiste tutto il valore scientifico di codesta applicazione della tecnica alla
logica e la sua differenza specifica, tanto dalla semplic» logica ideologica,
quanto dalla pura tecnologia. Pal” Circoscritta in tali termini la materia che
direttamente e indiret- tamente spetta al metodo della logica tecnica e
stabiliti d'una ma- niera generale i suoi principî, mi pare necessario
richiamare con rapidi cenni i risultati più importanti che si sono ottenuti per
tale via, delineare quindi i problemi più gravi che si possono proporre, per
mostrarvi, o Signori, l'estensione delle sue risorse. Ù Primeggia fra tutti il
riconoscimento dell’identità fondamentale dei due processi della deduzione e
dell'esperimento, che furono sempre troppo inesattamente l’uno dall’altro
recisi. Chi non vede che co- testo riconoscimento, il quale pone che il
pensiero compie sempre lo stesso lavoro sia quando esperimenta praticamente sia
quando teo- ricamente ragiona, venendo a chiarire inaspettatamente la natura
l'ufficio e il valore del sapere analitico e a stabilire i rapporti che lo
collegano col sapere sperimentale dei quali non si possiede an- cora da tutti
un concetto adeguato, mentre assicura al nostro sapere discorsivo valore
oggettivo e reale e non esclude il valore soggettivo e razionale al sapere
empirico, vivifica i due concetti dell'esperimento. e della deduzione ed implica
tutta una nuova teorica della cono scenza? Malgrado le vivaci proteste degli
empiristi e dei metafisici unila- terali è d’uopo ammettere che in tutto il
movimento scientifico e filosofico del nostro tempo vi fu una specie di
compenetrazione reci- proca e graduale tra l'esperimento e la teoria. Cotesto
quasi fenomeno di capillarità interscientifica trasparisce sopratutto dalle
recenti con- quiste della fisica in cui sempre meno si autorizza la distinzione
tra fisica matematica e fisica sperimentale, onde non è tanto a dire che Ed,
una simile tesi sia destituita di fondamento scientifico, perocchè con
grandissima facilità se ne potrebbero addurre le più luminose con- ferme,
quanto piuttosto che essa meriterebbe di levar maggior rumore tra i filosofi e di
dare materia alle più vive e clamorose controversie. Egli è quindi manifesto,
come dicendo noi le ricerche scientifiche dedotte dalla considerazione di
modelli meccanici prese nell'ampio giro del loro significato convertirsi
davvero in una dottrina speri- mentale applicata alla logica formale, non sia
questa da intendersi nel senso ‘dogmatico degli aprioristi secondo i quali
applicar il tecni- cismo formalistico alla logica equivale a trasformare la
logica in una cotal metafisica imaginaria ad imagine e somiglianza di quel vano
trastullo che ha fatto sciupar tante carte e tanto tempo così a' fau- tori come
a' nemici, e fu da Van Helmont battezzato così bene col nome di Logica
inutilis. La nuova logica formale invece, emancipandosi dai due principî, l'uno
dipendente dal linguaggio volgare e dalla retorica, l’altro dal carattere
psicologico e metafisico che ne arrestarono lo sviluppo e ne pervertirono il
significato, ha posato il problema dell’analisi logica in una maniera autonoma.
Chiunque siasi dato a ricerche di logica for- male avrà dovuto osservare ben
presto come la certezza di quelle prove che si richiedono in pratica da ogni
spirito spregiudicato a ben stabilire le lessi di un fenomeno logico e ad
eseguire un’ope- razione qualunque sia ben minore di quella che ordinariamente
potrebbe sembrare; avrà veduto quanti presupposti surretizì, quante
affermazioni gratuite e quanti siano gli errori che da ogni parte minacciano i
risultati. E spesso avrà pure probabilmente fatto ricorso a più libri senza
poterne trarre gran frutto. In verità la trattazione della logica formale data
comunemente nelle scuole classiche pare un romanzo, Quasi nulla può essere
seriamente verificato. La logica formale - dicono - si divide così e così; i
principî logici sono questi; il concetto ha questa natura e considerato in sè
stesso è tale e tale, considerato in rap- porto ad altri concetti è tale e
tal'altro; il giudizio è fatto così e così; CO SV SE. a nn _ > = die il
raziocinio immediato ha tante forme, il mediato ha tanti termini, tante
premesse, tante regole, tante figure, tanti miodi diretti, tanti indiretti,
tanti legittimi, tanti illegittimi e così via. Si vede facilmente che questa
esposizione è formata di elementi incoerenti presi ad im- prestito dalle
dottrine greche e medievali, fusi colle idee correnti sulla teorie
psicologiche, metafisiche e grammaticali. Voi capite bene, o Signori, che sono
per giunta assai edificanti e curiose le ragioni che sogliono addursi a favore
di questa antichissima procedura. « Il piccolo dio cartesiano, essendo assiso
nel cervello come un budda in una pagoda » e rivelando direttamente le sue
leggi, bisogna bene che le cose della logica vadano così e così. Ma ciò ripugna
a chi, tenendo conto delle accennate difficoltà, brami regolare l'andamento della
deduzione astratta controllandola con una serie di operazioni sperimentali che
procedano per necessità da tutte e sole le premesse, porgendo al tempo stesso
riuniti ed evi- denti i risultati. Con questo intendimento, io ho intrapreso
una riforma della logica formale. I pochi accenni che aggiungerò fra poco e le
illustrazioni esatte che saranno date nel corso delle mie lezioni,
dimostreranno l'utilità del nuovo metodo di studio e l'impiego rela- tivamente
facile di esso in quanto riguarda la pratica esecuzione delle ricerche e il
modo di calcolarne e di correggerne i risultati. Per quello poi che spetta agli
altri risultati che io vorrei ora compendiare brevissimamente senza osar
pretendere tuttavia d'aver conseguito il mio scopo, per calde e schiette che
siano le testimo- nianze di soddisfazione che ricevetti da alcuni amici, posso
dire che io credo d'aver semplificato notevolmente l'esposizione della logica
formale introducendovi prima la semplice e radicale distinzione delle idee
primitive dalle derivate conforme all'indirizzo riduttivo e defi- nitorio
sostenuto dal Peano nella sua logica matematica, poscia la teoria dei modelli
ideofisici in base ai risultati dell'ammirabile teoria dei modelli svolta per
la prima volta da Enrico Rodolfo Hertz nel campo della meccanica razionale.
Analizzati con nuovi criteri i prin- cipî generali del pensiero, tutta la prima
parte della logica che tratta RS) E delle così dette forme elementari
(concetto, giudizio, raziocinio) è | stata rimaneggiata profondamente ed architettata
su nuove basi. In particolare si è dimostrato a quali conclusioni siamo davvero
costretti a pervenire quando si vogliano porre certe premesse, per esempio, le
condizioni A, E, I, O, nel caso della teoria del giudizio e del sillogismo.
Ammesse le quali, continuando, si possono misurare gli effetti logici con
un'esattezza di cui il nostro senso logico non è sempre suscettibile. Così i
modelli ideofisici ci hanno additato l'esistenza di fatti e di leggi nuove che
erano fin'ora sfuggite al senso logico discorsivo, derivando man mano un
interesse che a principio era molto difficile ‘prevedere. Quindi risolte le
divergenze capitali fra i risultati della logica classica e i risultati dei
modelli, sia rispetto alle otto regole speciali del sillogismo, sia rispetto
alla sua legge suprema, fu rettificata di sana pianta la teoria dei modi
sillogistici legittimi e illegittimi deri- vanti rigorosamente da due premesse
della forma A, E, I, O; e in seguito, dichiarate in modo nuovo tutte l'altre
forme derivate del raziocinio. Per ultimo parecchie affermazioni teoriche male
apprezzate sono state sciolte da false apparenze; parecchie contese logiche e
filo- sofiche sono state impedite o risolte. Più brevemente questi primi
risultati si possono ridurre ai punti seguenti : 1.° utilità dell'impiego dei
modelli meccanici per la deduzione sperimentale delle leggi logiche; 2.°
dimostrazione del carattere episodico della logica classica tradizionale. (La
logica tradizionale non è che un caso e non del tutto logico della logica
formale generale); 3.° semplificazione teorica e' rettificazione logica
dell'edificio della logica tradizionale; 4° proposizione d'una logica formale
generale come scienza ideale puramente deduttiva ed astratta applicabile ad
ogni sorta di oggetti. CSM ro «., —._ ——— lo — gg Tali sono i risultati che per
ora mi fu possibile stabilire e ai quali riservo la più ampia dimostrazione nel
corso delle mie lezioni, Da essi risulta altresì tutta una folla di questioni
nuove che non solo interessano la concezione generale della logica formale e
sono capaci - a parer mio - di spostarne gravemente le basi, ma vengono a dire
una nuova parola in ordine ai grandi problemi gnoseologici ed epistemologici
che agitano il campo generale della filosofia. * * * Ma io credo, o Signori, di
accorgermi de' dubbi che queste dichia- razioni troppo generali e indeterminate
eccitano nell'animo vostro, e non ignoro che converrebbe discorrerne
partitamente ponderando ls ragioni di tutti. Ma se la ristrettezza del tempo
giustifica l’insuffi- cienza di questi cenni intesi a tracciare soltanto le
grandi linee d'un programma che io confido o piuttosto lasciatemelo dire che io
mi auguro di poter accostare alla particolarità dei fatti e alla presenza
vostra, mi sembra di non dover lasciare senza risposta alcune forti | obiezioni
di natura pregiudiziale che tenderebbero a scalzare la tesì della logica
tecnica, rendendo il suo fondamento molto problematico o interamente negativo.
Dopo di che io avrò finito il compito che mi sono prefisso in questa' prelezione.
V'è in primo luogo un’obiezione che non si è mai risparmiata alla logica
formale e potrebbe gettare negli spiriti mal preparati delle prevenzioni
funeste. La logica formale - si dice - è una dottrina im- mobile, a cui manca
il segno più decisivo della verità che si richiede nelle scienze, cioè a dire
il progresso: sempre divisa tra i medesimi sistemi, gli stessi quesiti, le
stesse risposte essa può amuser la curio- sità degli scolastici, ma non
soddisfare alle rigorose esigenze degli spiriti moderni. Io non posso
apprezzare la ragionevolezza di questa. obiezione. Basti osservare, in verità,
quanto disti la teoria tradizio- nale del sillogismo aristotelico dalla teoria
moderna dell’eliminazione d'un qualsivoglia numero di termini medì da un sistema
comunque. CE — 24 — dato di relazioni logiche dovuta allo Schròder, quanto
contrasti alla regola VI del sillogismo « utraque si praemissa neget nihil inde
sequetur » il principio messo in luce recentissimamente che afferma la
possibilità di conchiudere affermativamente da due premesse negative. Che se
per tali e siffatte ragioni noi apprezziamo assai poco il carat- tere
filosofico di cotesta obiezione, peggio ancora giudicheremo della serietà di
quest'altra che soggiunge: ma la logica formale a tipo dedut- tivo che cosa è?
È una logica vecchia, logorata, avvizzita, una logica ridicola, da medioevo.
Ora è vero che quest'obiezione è molto temibile in un paese dove nessuno ama di
passare per vecchio e in un tempo in cui la vecchiezza delle idee è diventata
una maschera comica che si trascina per le scene. Ma questo invece di essere un
titolo di gloria non potrebbe essere un capo di accusa pel nostro secolo? Ed è
egli vero che il metodo deduttivo non abbia a suo sostegno che gli argo- menti
della vecchiaia? Per buona ventura io non ho da inventar . nulla, mi limiterò a
rimandare gli oppositori alle pagine ammirabili che il Vailati ha scritto su
tale argomento. Per conto mio, sono con- vinto che la deduzione è ciò che di
più moderno e di più vitale si riscontra nel metodo della scienza. Indarno si
vorrebbe eludere il valore di questo fatto obiettando che mentre purtroppo la
logica formale è già un trattato di difficili astrazioni coll'aggiungere a
questo fardello tanto astratto il nuovo travestimento dei modelli ideofisici si
riduce la teoria logica a non essere altro che un ingombro di astrazioni di
astrazioni di sempre più incomprensibile applicabilità. Poichè una simile
obiezione potrebbe lanciarsi con pari compe- tenza e non minor fortuna contro
le più elevate teorie della mec- canica razionale, ad esempio, che non sono
altro che modelli di mo- delli dei quali, in moltissimi casi, è pressochè
impossibile dimostrare le applicazioni dirette alla pratica della vita. Ora chi
si deciderebbe a radiarle dalla scienza per questo? Voi capite bene che
adottando tale criterio si giungerebbe a rovesciare tutto l’edifizio del sapere
colla scusa di fortificarlo. Di più il nuovo concetto della logica per modelli
è tutt'altro ché vago, incerto, superfluo e poco pratico, poichè esso è
caratterizzato invece dal proposito di rinunziare una volta per sempre a tutto
l'in- sussistente bagaglio delle generalità indimostrabili che sono state tra-
mandate dalla logica classica; per conseguenza non disdegna di scen- dere
direttamente alla determinazione esatta dei fatti, anzi affronta la difficoltà
di rappresentarli adeguatamente in tutte le loro proprietà offrendo il più
largo bersaglio alla critica così razionale come spe- rimentale nell'interesse,
direi così, pragmatistico della ricerca. Ma potrebbe succedere un'altra
obiezione ben più acuta e pro- fonda. Cercherò di formularla col massimo
rigore: l'argomento con cui pretendesi di provare la bontà dei modelli
ideofisici pel fatto della loro completa corrispondenza co' fenomeni della mente
prova troppo e prova nulla ad un tempo, perchè non v'ha teoria formale a cui
non possa a buon diritto farsi corrispondere qualche modello e d'altronde non
v'ha nei modelli che ciò che vi si è messo dentro la prima volta nel
costruirli. Questa obiezione vuole appoggiarsi agli argomenti su cui abbiamo
già noi stessi appoggiata e -costrutta la nostra teoria; ed io credo che voi
siate impazienti di udire come potrà essere confutata. Ecco la risposta.
Anzitutto sarebbe facile notare che la forma nuova sotto cui si trovano i fatti
logici dati costituisce spesso da sola una note- volissima scoperta. Ma vi sono
argomenti più chiari e convincenti. Non è vero che la funzione dei modelli, nei
casi più elevati, si riduca ad essere una sterile ripetizione traduttiva d’ogni
teoria. Ciò è smen- tito dai numerosi casi di sconcordanza, in cui si può
sempre vedere da che parte stia l’errore, e negli altri casi non infrequenti di
più completa deduzione in cui si verifica che, pel semplice giuoco dei simboli,
i modelli possono suggerire delle generalizzazioni sorpassanti di gran lunga il
quadro primitivo, come fu già dimostrato antece- dentemente rispondendo alla
prima obiezione dell’immobilità. Havvi ancora chi, senza affaticarsi a
formulare in termini precisi la sua opinione, si contenta di seguire l’incerto
e passivo discredito ie del tecnicismo applicato alle ricerche analitiche,
discredito che, mira- bile a dirsi, si mantiene radicato e prepotente
nell’epoca che assiste al trionfo del tecnicismo applicato ad ogni industria. È
una specie di malinteso spirito d’'aristocrazia che ha recato da molto tempo
dannosissimi impedimenti allo sviluppo dello spirito d’invenzione, sopra tutto
nel campo delle scienze fisiche e matematiche. Potrei confermare questo
giudizio con molte ed autorevoli testi- monianze; ma mi sia lecito ricordare
quì solo le belle considerazioni | che già faceva a questo proposito il Powel:
« L'invenzione di modi meccanici di costruzione con cui certe curve poterono
essere deli- neate ed alcuni problemi essere sciolti, modi che cominciavano a
prevalere ai tempi di Eudosso, di Archita e de' loro seguaci, fu molto
censurata da Platone, il quale stimò che simili metodi scemas- sero l'astratta
dignità filosofica della geometria e distruggessero il suo carattere puramente
intellettuale. Questo sentimento, perfettamente giusto fino ad un certo grado,
fu l'argomento abbracciato dai filosofi della scuola platonica ed ebbe
l’effetto di separare l'invenzione mec- canica dalla speculazione matematica ».
È curioso notare che questo discredito si protrasse fino a noi per una
tradizione quasi ininterrotta. Il Powel ci ha indicato il capo filo. Seguiamo
rapidamente le sorti di questo errore proclamato dall’intol- lerante sinedrio
iperscientifico che rigettò sempre come spurio ogni tecnicismo in nome della
pretesa libertà degli studî speculativi. Sotto l'unghia della lupa romana, gli
studî delle scienze fisiche e matema- tiche furono quasi totalmente negletti,
essendo riputati come indegni dell'attenzione d’un uomo di sangue gentile e
d'educazione liberale, per quel non so che di carattere fabbrile e per
conseguenza servile dal cui tocco gli spiriti supremi degli oratori, dei poeti
e dei filosofi potevano venire contaminati. Questa sfortunata impraticità
scientifica d’uno dei popoli più pratici del mondo antico fu avvertita da Cice-
rone medesimo ed è un fatto così strano che - a parer mio - potrebbe venire
spiegato soltanto se si pensi all'enorme somma di attività pra- tica che
dovette assorbire la conservazione e l'incremento di quel ea capolavoro
straordinario di teocrazia militare il quale, traendo a sè impunemente la terra
circostante a quella de’ vinti co' suoi prodotti, impose per necessità la
guerra e la conquista ad ogni costo, quindi affamò legalmente per secoli e
secoli i nove decimi della popolazione romana, desolò Italia e spaventò il
mondo, su cui pesa tuttavia col fascino di tanto funesta eredità che non è ora
mio compito di an- noverare. Vengano altri a documentare più minutamente la
storia di quel grande divorzio mantenuto nelle idee di molti filosofi antichi e
mo- derni fra le dottrine della logica, della matematica e della fisica, il
quale pare a prima giunta un problema del tutto accessorio e quasi indifferente
mentre, secondo che lo si risolve in un modo o in un'al- tro, serve a spiegare
o a velare in gran parte le ragioni della trascu- ranza di certe scienze e la
lentezza dei loro progressi. Quanto a me non crederò mai fuor di luogo il
ricercare « se simili pregiudizi non prevalgano sino a un certo punto fra noi
stessi e se l’amore esclusivo degli studî classici e della letteratura romana
tanto aborrente dalla praticità meccanica come la sola base dell'educazione
delle classi più agiate » non sia per caso la sorgente da cui troppo
comunemente procede il dispregio per l'invenzione di que’ processi meccanici
con cui certi fenomeni razionali possono venire rappresentati, e tanti pro-
blemi delle scienze logiche, matematiche e fisiche o adeguatamente agevolati o
risolti. Ma guardiamo meglio in faccia la verità. Perchè la speculazione logica
disdegna l'invenzione tecnica? Perchè si crede - secondo il vecchio pregiudizio
- che le dottrine deduttive ripugnino al metodo sperimentale. Le critiche
elevate contro l'applicazione di questo metodo ai fatti logici riposano sempre
sull'idea che esperi- mento e teoria non abbiano nulla a che fare di comune. E
così il logico teoretico troppo penetrato di spirito speculativo si pone dif-
ficilmente dal punto di vista materiale. Il suo ideale è gben diverso, osiamolo
dire. Nello stato attuale delle nostre scuole regna ancora l'idea che gli
schemi, le rappresentazioni ideografiche, i modelli mec- canici siano un affare
di bassa manovra, funzione naturale di lavo- hl — 28 — | ratori subalterni,
obbligati a spiegare i fenomeni astratti ai cervelli | di coloro che vivono
ancora nel periodo più grossolano dei sensi; regna l’idea che al teoretico puro
insomma appartenga l'alta e di- > | sincarnata concezione speculativa,
mentre la materializzazione sim- bolica s'addica solo all'opera d'un personale
secondario, rusticus, abnormis sapiens, crassaque Minerva. Ora questo
pregiudizio è assolutamente falso in ciò che concerne l'invenzione logica.
Disegnare un modello ideofisico è dare corpo esatto e concreto ad una
concezione generale ed astratta che nella maggior parte de' casi si chiarisce
essa medesima più esattamente e prende contorni ben determinati per effetto
della rappresentazione stessa; è creare la forma concreta più appropriata alla
conoscenza ed all'uso della forma logica astratta. L'ingegnere logico, per così
dire, non disegna soltanto colla mano come un impiegato del catasto, ma prima
egli disegna colla mente tutto ciò che egli ha nella mente, poi disegna colla
mano tutto ciò che ha disegnato nella mente e molto spesso un disegno controlla
e rettifica l’altro. Ed è perciò che io vedo anche nell’incorporazione del
metodo ideografico ed ideofisico tanto nelle scuole quanto nella meditazione
personale un immenso vantaggio. Lo studioso, posto innanzi alle condizioni,
alle necessità & «a cui deve soddisfare un modello qualunque imparerà
veramente a ta disegnare coll'intelletto cioè a pensare, mentre per l’ordinario
appena | riuscirebbe ad apprezzare nelle teorie’ logiche altro vantaggio che
l'apprendimento faticoso d'un'aridità. Ciò pertanto non vuol dire che il
meto.lo dei modelli sia a dirittura infallibile e che la mente nostra ‘debba
tenere ogni punto di questa dottrina per un articolo di fede. No. La stima che
i logici professano per i sussidî simbolici o tecnici di qualsivoglia natura è
un ragionevole ossequio non un’obbedienza servile; richiele che si apprezzino
tali espedienti metodici come necessari o anche semplicemente come utili per.
risolvere i problemi della logica, ma non dimentica che devono essere guardati
solo come mezzi della ricerca e non come fine e non esclude che si riconoscano
anche i loro difetti. La critica non può e non deve mai rinunziare — pr
all’ufficio suo tanto più che i modelli ideofisici non devono essere altro, in
ultima analisi, che il buon senso logico organizzato. Finalmente è il caso di
avvertire che la storia delle scienze non potrebbe essere compiutamente
descritta se non si avesse riguardo così allo sperimento ‘che suppone la teoria
come alla teoria che appella l'esperimento, e se, per meglio dilucidare la legge
progressiva che dirige lo spirito umano verso lo svolgimento armonico delle sue
funzioni conoscitive, non si riconoscesse che in certi casi - come nel nostro -
la loro radicale separazione caratterizza l'infanzia della scienza. Trascorsero
molti anni, è vero, prima che i logici si rendessero conto dell’estensione
straordinaria di questa nozione. Di più ci fu un tempo in cui il simbolismo
ideografico fu considerato come un'aber- razione. Ora è venuta la rivincita del
tecnicismo formalistico che ci | addita tutta una serie di problemi nuovi del
più alto interesse; ed io mi auguro che questa via feconda sia battuta da
numerosi ri- cercatori. Moltissime altre sarebbero le obiezioni da esaminare,
ma, alla perfine, io non voglio imitare l'agitazione sterile dei retori bomb
nantes in vacuo. La questione però che merita ancora una parola, quantunque io
non saprei come mai potrebbe aggiustarsi, è la se- guente. Se col funzionamento
dei modelli meccanici si prova che certe leggi logiche cioè di fenomeni
soggettivi, e certe leggi fisiche cioè di fenomeni oggettivi sono identiche è
forse il caso di affermare che il soggetto e l'oggetto, l'ideale e il reale, lo
spirito e la natura sono anch'essi identici fra loro, come voleva lo Schelling?
Mentre, secondo lo Schelling, noi conosceremmo questa identità per mezzo
dell'intui- zione intellettuale (7n2tellectuelle Anschauung), ora secondo la
dot- trina dei modelli ideofisici noi conosceremmo | quest'identità anche per
via sperimentale. La prova sarebbe dunque tanto più brillante quanto più
inaspettata. Noi avremmo mostrato nella natura un orga- nismo o meglio un
modello sqnsibile del nostro intendimento fra gli infiniti che si possono
escogitare, avremmo fatto uscire dalla natura un'intelligenza o
dall’intelligenza una natura. E seguitando con Spinoza Rn I. — 30° e con Hegel
noi potremmo dire che il cammino delle idee è la ‘storia delle cose, che il
reale si confonde coll’ideale, la logica colla fisica ecc., ecc. Ma io qui
intendo tarpare le ali a questi sogni volanti; perchè, essendo già convinto che
le ricerche di logica formale limitate alla nuda deduzione astratta o al puro
tecnicismo dei modelli devono riuscire in gran parte sterili e vane, meno
ancora mi sento disposto ad inoltrarmi per quella via metafisica che rifugge
dal voler dimo- strare esplicitamente il nesso intimo che corre fra
l’esperienza e la teoria, mentre si contenta di dogmatizzarlo, con ragioni
meramente speculative. Quali che siano i vantaggi o i difetti della logica
tecnica (e in ciò si appunterà la meditazione degli studiosi) il nuovo metodo
proposto ha un suo destino da compiere e un suo fine da conseguire. E a
conseguirlo non solo giova, ma occorre che i ricercatori si limi- | tino ad
affermare i puri e semplici risultati della verificazione speri- mentale delle
teorie, i quali sono decisivi solo quando esperienza e teoria vengano
rispettate scrupolosamente. Egli è dunque manifesto che il concetto sostanziale
della logica formale dedotta dai modelli meccanici non è fallace nè illusorio
poichè mon vagheggia un’impresa impossibile, quale sarebbe quella di costruire
delle macchine /aumaturghe per pensare e inventare Je scienze, che rendano
superflua ed inutile la superiorità degli ingegni. L’ iperbole di queste
millanterie è così evidente che salta agli occhi d’ognuno che voglia mettere a
confronto le obiezioni e le repliche riferite. E vi assicuro, o Signori, ch'io
mi sono ben guardato dall’inventare una sola di tali obiezioni per avere il
ridicolo vanto di confutarla. Lascio queste finte battazlie ai sostenitori della
logica metafisica i quali, impugnando la logica formale, combattono non la
logica dei secoli ma un sogno del loro cervello. Siffatto metodo è certo molto
più facile e più sicuro. Essi dicono, infatti, su tutti i toni che l’edificio
della logica formale o dicasi pur anche formalistica ad abundantiam è im-
possibile, perchè vuole sostenersi esclusivamente sopra basi verba- listiche e
grammaticali, e non può rifiutar la « pretesa di afferrare il gar pensiero
nelle parole, i concetti nelle proposizioni. » Ora, a udire costoro, chi non
crederebbe che tutti i trattati di logica formale sia- no un tessuto perpetuo
di nude e crude verbosità, campate in aria o nel vuoto, senza serio fondamento
? Ma in quella vece lo studio analitico delle corrispondenze fra î sistemi
logici, matematici e meccanici che si presentano come subsunti ad un concetto
generico superiore le cui proprietà deducibili valgano bene per tutti tre i
campi, studio che fornisce la base più seria alla costruzione della nuova
teoria logica formale, parte da principî che sono molto remoti
dall’osservazione ordinaria del linguaggio, giunge per astrazione agli enti del
pensato, opera su di essi non più in guisa grammaticale ma sperimentale,
finalmente spinge fino agli ultimi limiti le esigenze dell’esperimento
meccanico prima: di far ap- pello ai risultati della logica verbale. I mezzi
che si adoperano, pertanto, in vista dei fini che si vogliono raggiungerè sono
- per questa via - senza dubbio antiverbalistici e non grammaticali. Tanto è
vero che la logica formale non si preoccupa che della forma del pensato. La
forma, tutta la forma, niente altro che la forma, tale potrebbe essere la sua
divisa. Gli oppositori quindi, se vogliono inchiodarsi in questo pregiudizio
antiverbalistico, battagliano inutilmente contro una dottrina la quale ha fede
nei suoi principî determinati dalla ragione e temperati dal metodo
sperimentale, in una dottrina la quale pervasa dallo spirito scientifico
moderno, in armonia col grande principio del Galileo, non si domanda già perchè
i fenomeni logici siano così e così, ma come essi lo siano cioè a dire secondo
quali leggi si diportino nell'ampio giro del ragionamento, in una dottrina la
quale confida sulla deduzione fisica delle leggi logiche, perchè è inspirata
dalla deduzione logica delle leggi fisiche, in una dottrina oggettiva
finalmente il cui pieno sviluppo non è più che una que- stione di tempo e di
giudiziose ricerche. La verificazione sperimentflle delle leggi della logica
formale sarà dunque il fatto principale che noi ci studieremo di raccogliere
dal nostro corso, — 32 — Y Ardua ‘è l'impresa, non solamente per l'ampiezza e
la diflicoltà intrinseca della materia, ma altresì per la novità della ricerca
che ì ‘imprende a trattarla; poichè il concetto d’un’applicazione della mec-
canica alla logica è figlio del pensiero moderno € la. scienza, cui può dare
origine, deve dirsi ancora nascente. Ma è un’impresa degna, forse, al pari di
tante altre del genio italiano, mirabilmente temprato ‘da natura per uno studio
in cui s'intrecciano le idee coi fatti e la speculazione più astratta della
teoria con la realtà più positiva del- l’esperimento. * * * E così, o Signori,
nel dibattito che s'agita attorno a noi e che tutti i secoli hanno più o meno
conosciuto, esaminato il pro e il contro della nostra teoria, non ignorando
alcuna delle difficoltà che le si possono opporre e non disprezzandone alcuna,
diamoci meno ai vani esercizi della parola ed operiamo di più. Abbandonati per
equivoco dal positivismo, banditi per ignoranza dall’idealismo, di- stratti più
o meno dai matematici, sconosciuti o quasi disprezzati dai fisici, in ogni caso
depressi dall’avversità dei tempi e non certo dal- insufficienza degli ingegni,
gli studî della logica formale si molti- plicheranno anche presso di noi fortificati
dal contatto colle scienze e ripiglieranno, in mezzo al vasto e profondo
rivolgimento de’ popoli più culti, quel posto che Italia ha obligo, non che
diritto, di occupare. \ DELLO STESSO AUTORE La vita delle forme letterarie.
Studî critici di scienza della lette- . ratura. L. Roux e C: Edit., Torino,
18092. . . +. L.:2;50 Un’anima rappresentativa (Giovanni Cena). Estratto dalla
Rivista Moderna. Anno II, 1899, fase. 5-6, 1900 Firenze. Saggio sopra
l’esperienza mediata. Estratto dagli Atti della R. Ac- cademia delle Scienze di
Torino. Vol. XXXVI, Gennaio 1901. Sulle oscillazioni delle sensazioni tattili
prodotte con stimolo mec- canico, e sulle oscillazioni nella percezione della
figura di Sehròder. Comunicazione fatta alla R, Accademia di Medicina di Torino
nella seduta del 1 Giugno 1900. Estratto dal Giornale della R. Accad. di
&Medie. Vol. VI. Anno LXIII fasc. 6. Sulle oscillazioni delle sensazioni di
deformazione cutanea. In col- laborazione col dott. Luigi Agliardi. Fstratto
dagli Atti della R. Accademia delle scienze di Torino. Vol. XXXVI marzo 1001.
L'evoluzione di Maurizio Maeterlinck. Estratto dalla Nuora Antologia, 13 marzo
1003. Sopra la teoria della scienza. Logica, Matematica, Fisica. — rat ‘Bocca
Edit Tortino; 1008 +. 00 e Ed Giovanni Caramuel di Lobkowitz e la teoria della
quantificazione del predicato. Estratto dai Classici e Neo-latini. Aosta, Tip.
Allasia, 1005. Sulla possibilità di conehindere affermativamente da dae
premesse negative. Aosta, Tip. Allasia, 10905. Logica formale dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. Con 17 figure e 8 tavole fuori testo.
Fratelli Bocca, Editori SROLINOR OG i ae a n e a e n = Macchine logiehe.
Conferenza popolare alla Società di Letture e Con- versazioni Scientifiche. Estratto dalla
Rivista Ligure, Magg. 1905.. CASE : PILL 5 PE omite pour la
protection de la langue frangaise dans la Vallée d'Aoste P. Patria e LINGUA Extrait
du Numéro Unique La Vallée d’Aoste pour sa Langue Frangaise AOSTE Imp. Joseph Marguerettaz/ L'uso della
lingua gallica in Valle d'Aosta è in conflitto coll’ideale di molti italiani
esclusivisti che vagheggiano l’unità della LINGUA ITALIANA in tutto il suolo
della patria. LA LINGUA ITALIANA intransigente freme d'orrore dinanzi al
Valdostano che chiama materna la lingua gallica e non s’appaga della sola
lingua d’ALIGHIERI; per contro il valdostano, pur dichiarandosi intimamente
italiano e desideroso di imparare LA LINGUA ITALIANA, mantiene e difende L’IDIOMA
gallico come un sacro diritto. Perchè mon rimanga dubio sulla latitudine del
problema, aggiungerò che i valdostani che s’ostinano a proteggere la lingua gallese
in Val d'Aosta sono apertamente accusati di separatismo. Di qui l'origine d'una
duplice e vivace agitazione e quindi d'una selva di equivoci e di errori che
dovrebbero essere troncati dalla radice. Coloro che da un lato conoscono le
intenzioni dei più influenti valdostani del “Comité pour la protection de la
langue francaise dans la Vallée d'Aoste”, le idee che li dirigono e gl’interessi
che si sforzano di tutelare, e dall'altro deplorano le assurde restrizioni che
un preconcetto di mezza libertà nazionale prescrive alle discussioni degli italianisti,
hanno il dovere di rischiarare l'opinione pubblica «per affrettare il trionfo
di quella causa intorno alla quale amerebbero vedere fraternamente raccolti e
riuniti tutti gl’italiani. Tale è lo scopo di queste pagine. Il gruppo degl’italianisti
è composto di molti elementi eterogenei. V'hanno i puristi che combattono la
lingua gallese, parlata nella Valle, per far regnare al suo posto la lingua
retorica delle scuole. Costoro sono ancora servi della fase decorativa;
l’erudizione letteraria è il loro lusso. LA LINGUA ITALIANA ha per loro la
missione di occupare il posto delle cognizioni naturali e necessarie alla vita,
di escludere ogni altra lingua, all'infuori delle morte, sì che l'educazione
della gioventù resti stilizzata a tipo unico, grammaticale, classica, inutile e
non serva se non a distinguerla dagli stranieri, a separarla per sempre dalla
vita. V'hanno i moralisti miopi, i quali imaginano una profonda perversità nei
cittadini valdostani sostenitori della lingua gallese negli atti pubblici e
privati. Con invettive mezzo affettuose mezzo furibonde richiamano i renitenti
valdostani all'amore sincero della patria, affermano che l'Italia si perderà
prima nelle coscienze poi nei fatti se non se ne coltiva l'amore coll’uso uniforme
della LINGUA ITALIANA. Quindi, nella sicurezza che la parlata continua della
lingua gallese finirà per separare il popolo valdostano dall'italiano sino a
sopprimere L’ITALIANITÀ e nella dolce speranza di poter vincere la spontaneità
coll'obbligatorietà, invocano dal governo niente meno che il diritto di
%72perium per la soppressione forzata della lingua anti-nazionale. V'hanno i
semplicisti, che non hanno sufficientemente depurato i concetti di patria, LINGUA,
e nazionalià e si trincerano dietro l'autorità di MAZZINI (vedasi), il quale
disse. “Per ‘nazione,’ noi intendiamo l’università dei cittadini PARLANTI LA
STESSA FAVELLA – H. P. Grice: Deutero-Esperanto --, associati, con eguaglianza
di diritti civili e politici, all'intento comune di sviluppare e perfezionare
progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze. L'unità della LINGUA
sembra loro il principale indizio A A & A ARA A A dell'unità della patria
fondata sui vincoli etnici, geografici, storici, politici ed ideali. V'hanno i
burocratici, i quali ritengono che la conservazione della lingua gallese in
Valle d'Aosta sia un grave ingombro pel regolare disbrigo degl’atti pubblici e
privati della vita italiana. V'ha infine il forte gruppo dei maligni ì quali
sostengono che l'agitazione è tutta artificiale e senza ragionevole fondamento,
che la lingua gallese non è parlato in Valle d'Aosta fuor che da una
trascurabile minoranza, che la vera lingua materna dei paesi valdostani non è la
lingua gallese ma è “il patois” -- Inherited from Middle French patois (“local
dialect”), from Old French patois (“incomprehensible speech, rude language”),
alteration (due to influence of the suffix -ois in words relating to
nationalities and languages) of earlier *patoi, a deverbal of patoier (“to
gesticulate, handle clumsily, paw”), from pate (“paw”), from Vulgar Latin
*patta (“paw, foot”), from Frankish *patta (“paw, sole of the foot”), from
Proto-Germanic *pat-, *paþa- (“to walk, tread, go, step”), of uncertain origin
and relation. Possibly
from Proto-Indo-European *(s)pent-/*(s)pat- (“path; to walk”), a variant of
*pent-/*pat- (“path; to go”). Cognate with Dutch pat, Low German pedden (“to
step, tread”). Related to pad, path. --
che il famoso Comitè pour la protection ece., lavora nel vuoto per lo sterile
sfogo di quattro retrogradi ambiziosi i quali non rappresentano affatto le
legittime aspirazioni del popolo valdostano, che il governo consacrando l’insegnamento
obligatorio della lingua gallese e in tutte le scuole elementari della Valle e
stanziando un fondo cospicuo a tale scopo non ha fatto un'opera di giustizia ma
ha dato un colpo mortale allo studio della LINGUA ITALIANA, non ha reso omaggio
ai principj più elementari della libertà ma si è lasciato ingenuamente
gabbellare dai nemici d'Italia. Allo stato in cui sono giunte le cose e dopo
l’illuminata e intensa propaganda del comitato valdostano che trova il suo più
eloquente interprete in Réan, sarebbe superfluo confutare gli argomenti
particolari. Può esser utile inwece definire i termini ideali del conflitto e
trattar la questione dal punto di vista generale. Occorre anzitutto riconoscere
che la lingua gallese in Valle d'Aosta, comunque innestata sul tronco dei DIALETTI
– cf. H. P. Gice: IDIOLECT -- pre-esistenti, sorge a//valmente dalla vita, riceve
dalla vita la sua ragione d'essere, è creata e conservata dall’ispirazione vitale.
Questa LINGUA, che è ora senza alcun dubio l’opera spontanea delle famiglie, si
presenta ai valdostani come il mezzo naturale dell'espressione della loro
anima. Appartiene più alla natura che all'organismo politico, perchè è figlia
della loro indole e nè pure della loro stessa volontà. La lingua gallese è
l’amore e il diritto della popolazione valdostana. Come dunque potrebbe e
dovrebbe il valdostano accettare ipso facto una espressione di vita che non è
la sua? Come dunque potrebbe e dovrebbe lo stato italiano imporre l’uso di una
sola lingua respinta dal sentimento domestico d'un’intera popolazione? Non si
danno leggi all'amore. Non si deve obligare una popolazione a rinegare la sua
lingua materna. La lingua comandata è l'amore per forza. D'altronde i valdostani
si limitano a sostenere la necessità e l'utilità del sistema bi-lingue – BI-LINGUE
– H. P. Grice: “There is no conflict between Eddinton’s two tables. He was
bilingual!” -- ed affermano che la libertà linguistica – cf. Locke, inalienable
right to make any expression stand for any idea one pleases – IMPENETRABILITY --
è congruente alla libertà ed all'unità della patria. Vogliamo noi determinare
astrattamente se per l'integrità nazionale italiana sia meglio l’unità
linguistica o la pluralità? Ma con quale criterio? In questa occasione non
possiamo rispondere colle nostre fantastiche preferenze, non possiamo
subordinare tutti i ritmi della vita italiana ad una formula unica, comune a
tutti i cittadini. Consultiamo la natura invece. Chi insegna la lingua gallese
ai valdostani? Chi insegna loro l'amore all'Italia? Forse il governo francese o
il governo italiano? Nè l'uno nè l'altro, o meglio è il caso di dire: la
famiglia propaga la lingua, l'intelligenza e il cuore determinano l'interesse e
il dovere. Limiteremo noi con una legge la libertà linguistica dei valdostani
in omaggio alla libertà dell’Italia? Ma la libertà limitata non è più libertà,
la lingua limitata non è più lingua. La lingua tramandata dalle famiglie è il
diritto dello stato di natura, essa è spontanea e primitiva, dev'essere libera
come l’aria che si respira. Non sì concepisce l'ideale d'una vita nazionale se
non col dare libero corso a tutti i ritmi naturali della vita. Ogni legge
limitatrice potrà essere bene intenzionata, non può essere innocente. Triplice
insomma è l’origine della propaganda della lingua gallese in Valle d'Aosta.
Deriva ad un tempo da due fatti e da un'idea. Il primo fatto è la schietta
naturalità della lingua gallese che procede spontaneamente dalle domestiche
usanze e dall'antico diritto, riconosciuto dallo statuto del regno. Il secondo
fatto è la provata ITALIANITÀ dei valdostani sostenitori della lingua gallese o
per dir meglio del sistema bi-lingue gallo-italiano. L'idea nasce dal
riconoscimento dell’essenziale spiritualità della patria. Torna vano ogni
tentativo per giustificare la natura e il valore materiale del concetto di
patria. La rivelazione della patria in generale è ineffabile. Dunque anche la
patria italiana non può essere espressa in un modo unico, con una lingua unica,
con un testo unico, per esempio, colla Divina Comedia o col dizionario della
Crusca. Finchè non avremo il coraggio di riconoscere che la patria italiana è
un’idea al disopra delle contingenti varietà di sangue, di lingua e di
religione faremo sempre questioni pestifere di antipatie personali, di retorica
e di setta, e i nostri nemici s’insinueranno sempre di più nel nostro campo
colle armi fornite dalla nostra cecità. La patria è prima d'ogni altra cosa la
coscienza e il buon volere. Come sarebbe ridicolo supporre che l'unità catolica
— per chi vi crede — possa ripugnare alla varietà irreducibile dei vari popoli,
così sarebbe assurdo ritenere che l’unità nazionale possa ripugnare alla
varietà delle lingue. I due concetti, di patria e di “lingua,” sono stati
associati troppo fin ora. E possibile, anzi è doveroso dissociarli. Altrimenti
non potremmo mai elevarci a quel sublime ideale della patria delle patrie che è
l'umanità. Tosto o tardi questo principio dell’essenziale spiritualità della
patria deve restaurarsi nelle coscienze, e per affrettarne il trionfo non è
contro il il vero italiano che parla una lingua straniera in terra italiana che
si ha da combattere, ma contro il nemico d’Italia, sia che egli parli la lingua
del turco o che sia nato sotto il nostro medesimo cielo e parli la nostrà
lingua materna. Molti si fanno ancora un'idea stranissima del poli-glottismo –
cf. il bi-glottismo di Eddington – H. P. Grice -- italiano. S’imaginano che, per
salvare l'integrità delle lingue regionali, non stroncate dall’unificazione
politica, si voglia ripiombare l’Italia nell’anarchia – H. P. Grice: “I
treasure my pupil Flew’s characterisation of Humpty Dumpty as a semantic
anarchist!” Singolare errore! Il futuro desiderabile d'Italia è forse
l’immobilità e l'unicità linguistica eterna? Cominciamo per riconoscere che nè
il passato, nè il presente giustificano questa strana teoria. Non v'ha il
menomo antagonismo tra l’idea del patriottismo e del poli-glottismo che non
significa punto la confusione babelica delle lingue. Ciò che bisogna combattere
non è la varietà, ma l'ostilità delle lingue e da questo punto di vista i valdostani,
che sono francamente bi-lingui per naturale condizione di cose, dànno ai mono-linguisti
ferocemente intolleranti un famosa lezione di libertà. E pure costoro che
vogliono dare l’ostracismo alle lingue straniere affermano di difendere la
libertà della LINGUA ITALIANA che, secondo loro, sarebbe arrestata nella sua
libera espansione in casa propria. Questa brava gente fa pensare a quegli
apostoli della libertà che anelano sempre di conquistare la libertà .... di
sopprimere l'altrui libertà. Io non accennerò alle gravi ragioni economiche che
consigliano la diffusione della cultura bi-lingue in terra italiana. Ma v'ha
nel fondo di questa questione un altro fatto importantissimo trascurato dai
più. Secondo me, la lingua gallese in Valle d'Aosta ha sempre resistito e resisterà
bene a lungo ai tentativi degli Italiani uniformisti, perchè essa corrisponde
ad un bisogno di autonomia regionale e quindi ad un desiderio di vita
federativa che lungi dall’attenuarsi nell’unità politica del regno d'Italia,
venne invece ad aumentarsi molto sensibilmente. Si dirà che io ignoro o altero
senza criterio la nostra storia, che rinnovo rancide dottrine, che sono
incapace di apprezzare lo spirito e la reale unità della vita italiana. Mi
perdoni il lettore se gli espongo verità quasi ingrate. Molti italiani non
sembrano nè anche dubitare che vi siano nella nostra Italia 13 movimenti
politici speciali che obediscono ancora adesso ail’idealità del programma
federale. Tuttavia l'unificazione nazionale politica superiore ha inglobato
tante inferiori nazionalità, ma non le ha distrutte. E non le ha' distrutte,
perchè lo stato è incapace di compiere le funzioni delle patrie regionali,
com'è incapace di compiere quelle dei comuni, delle famiglie e degli individui.
Per certo all'indomani della proclamazione dell’unità politica italiana le
nazionalità regionali, sempre anelanti alla loro autonomia amministrativa
perchè giustificate da una tradizione più che millenaria, non svanirono per
incanto. Tale fu e tale è ancora la speranza di molti ingenui che si appagano
di parole e di simboli governativi esteriori. Ma in realtà l’idea federale non
è morta; anzi la vivace reazione che non ha mai cessato di manifestarsi contro
ogni forma di pericoloso accentramento rivela che il federalismo, come
legittima espressione della più schietta ed omogenea nazionalità degl’italiani,
s'intende, è in risveglio, provando in guisa paradossale la relativa bontà del
regime monarchico che s'è dimostrato suscettibile di tanta libertà.
Objetteranno che questo poteva essere vero per l'Italia dei comuni e delle
leghe marittime, insomma per l'Italia in pillole ; mentre adesso l’Italia è una
nazione di primo grado, centralizzata come la Fran- cia, non una federazione di
nazioni mi- nori formanti una nazione di secondo grado come la Svizzera e gli
Stati Uniti, non un agglomeramento di popoli come l’Au- stria. Non si tratta
ora di risolvere diret- tamente questo problema. Sembra però che si possa
riconoscere senza fatica che una patria può esser composta di gruppi
relativamente autonomi di popolazioni, parlanti una lingua diversa. Valga per
tutti l'esempio classico della Grecia antica. Sembra inoltre che il
ristabilimento di una più autonoma vita regionale, anche nella patria nostra,
senza detrimento della forte unità del governo centrale, non solo non
costituisca un piano di impossibile attua- zione, ma rappresenti la vera ed
urgente ricostruzione ideale di tutte le nostre ric- chezze troppo oppresse,
confuse ed obliate nella fretta delle annessioni. Così dunque si ha un bel
girare la questione linguistica da tutti i lati. Non spetta allo Stato il
creare artifi- cialmente la lingua parlata delle patrie. 15 Lo Stato che voglia
trovare una giustifi- cazione etica della sua esistenza deve limitarsi ad
accettare la rivelazione lin- guistica dalle famiglie, abbracciando e
coordinando tutta la molteplice realtà alla quale i nostîi istinti e i nostri sacrific)
diedero un sacrosanto valore. Potrebbesi ora domandare se per la bellezza
dell'idea della patria italiana, in- vece dell'armonica unità non sarebbe più
tosto preferibile l'assoluta uniformità. Tra- scuriamo questa objezione. La
patria ita- liana non è un gregge; le sue funzioni sono varie, s'intrecciano,
si armonizzano, formano un tutto ideale unico ed indivi- sibile : l'Italia.
Potrebbe questa Italia es- sere creata con una legge del governo? Un partito
nazionale che sperasse la gran- dezza della patria nell’uniformità e potesse
realmente sopprimere ogni varietà di lin- guaggio, ogni segno di vita federale
in Italia, opprimerebbe la libertà di tutti i cittadini e li condannerebbe
inevitabil- mente all’ idiotismo. Da questi principj appare la necessità di
reagire a quello spirito di gretto nazio- nalismo che vorrebbe paralizzare
tutte le tradizioni regionali a beneficio della più sterile uniformità. Loi Ma
il nostro ardore contro l’esclusivi- smo linguistico non è così cieco da farci
dimenticare che forse niuno sforzo per quanto generoso dei Valdostani riuscirà
ad impedire la graduale penetrazione mo- nolinguistica — voglio dire italiana —
in Valle d'Aosta, perchè la fortuna delle istituzioni strumentali esteriori si
svolge col meccanismo della forza, non del di- ritto, e la lingua — come fatto
compiuto — essendo un puro strumento di formale esteriorità segue il dettato di
questa legge suprema. Se consulto la storia non trovo altro nell'origine e
nella fortuna delle lingue che guerre, prede e conquiste come nella storia
politica e militare, la fatale estin- zione delle lingue regionali, la
sistematica invasione monarchica delle lingue predo- minanti nei grandi centri.
La vitalità delle lingue è determinata dalla brutalità degli interessi
materiali non dalla verità, non dalla virtù, non dalla bellezza dell'idea pura.
L'amarezza di questo spettacolo è com- pensata dalla riflessione che noi ci
avvi- ciniamo ad un’epoca in cui tutte le lin- gue perderanno sempre più il
loro valore sentimentale e particolaristico sotto l’azione energica del
pensiero universale; al- meno giova sperarlo. Vedemmo che il polimorfismo
lingui- stico ha un valore vitale ed affettivo pro- fondo. Ora si noti che il
riconoscimento di questo valore è tanto più vivo ed evi- dente quanto più
entriamo nel territorio di quelle popolazioni alle quali rimane ancora — come
in Valle d'Aosta — l’an- tica esigenza della vita regionale, fondata sul
robusto etnicismo del pagus, così che il soggetto si sente effettivamente meno
libero in una meno spontanea civiltà. Ma chi sospiri la perfetta emancipazione
del soggetto è portato a valutare molto diversamente quelle istituzioni che si
s0- stengano per la pura religione dei morti ed in nome di interessi
esclusivamente strumentali e locali, siano pure consacrati dal più naturale e
commovente prestigio degli affetti. Voglio dire che la medita- zione storica ci
permette ben poche illu- sioni sulla perennità delle isole linguistiche e tanto
meno delle linguistiche interfe- renze che sono sempre sottoposte ad una lenta
ma continua opera di corrosione. So bene che l’'imminenza del pericolo molti-
plica le forze dei difensori. Ma la società omogenea delle grandi patrie
procede ver- [ N so l'avvenire in modo terribile, con co- stante distruzione
dei piccoli centri, non calcolando i danni degli individui. Non l’arrestano le
lagrime degli oppressori, non la deviano i filosofi della storia. Quei generosi
Valdostani che ora so- stengono con tanto ardimento il culto della lingua
francese in una terra italiana, senza gli aiuti di Francia, anzi col gene- roso
concorso del governo italiano, ram- mentino quante volte i loro parenti ab-
biano dovuto cambiare favella per la pre- potenza degli oppressori. L'Arco
trionfale che decora l'ingresso di Aosta non ricorda forse il feroce sterminio
dei Salassi com- piuto dalle legioni di Terenzio Varrone Murena per ordine di
Augusto ? È vero che il regno d'Italia non ha imitato e non imiterà mai i
barbari siste- mi di conquista dell'impero romano. Ma nel seno d'ogni grande
patria c'è una superiore e irresponsabile fatalità d’assor- bimento
linguistico, che è più spietata d’o- gni governo, e non impallidisce davanti
alle ruine dei focolari. Essa continua la sua via in mezzo ai sepolcri ed al
san- gue, tal che diresti che la sua esteriore rivelazione è quasi per
definizione uno spaesamento. E vero che certi piccoli centri hanno poi una
forza vitale meravi- gliosa. Ma non lotta con successo colui che ignora la
moltitudine dei suoi nemici. Sappiano adunquei Valdostani che con- tro il loro
particolaristico bilinguismo tro- vansi coalizzate non tanto le resistenze
degli italianisti (che in fondo costituiscono un nucleo quasi trascurabile di
cocciuti) quanto le correnti impersonali dei fattori economici, culturali,
giuridici che conver- gono simultaneamente all’ uniformismo, malgrado spiccate
tendenze di ribellione. La stessa evoluzione delle lingue in ge- nere non
sembra favorevole ai casi di uno straordinario polimorfismo. E può dirsi
ordinario il caso presentato dalla Valle d'Aosta in cui due grandi lin- gue
l'una materna, l’altra fraterna, devono vivere simultaneamente e in buona armo-
nia sopra la profonda radice del patois che, oltre alla sua virtù derivante dal
possesso d’una pregevole letteratura, è congiunto alle più schiette sorgenti
della vita e si raccomanda non meno alla po- tenza del sentimento ? Facciamo
per un istante astrazione dal caso del bilinguismo in Val d'Aosta, per
considerare la fortuna delle lingue in ge- nerale. È opinione accreditata fra i
dotti che le lingue moderne presentano una spic- cata decrescenza di
polimorfismo. E sotto un certo riguardo è forse un gran bene. Il polimorfismo
linguistico invero è stato utile quando i popoli vivevano separati ed ostili ed
è rimasto fra noi, uomini sociali e federati, come testimonio di antiche
abitudini. Ora il desiderio, anzi il bisogno ardente di comunicazioni
internazionali co- mincia a concrelarsi in numerosi tentativi di interlingua.
Saranno tutti destinati a fallire? Si vedrà; fra tanto rivelano una crisi delle
lingue, spersonalizzano le gram- matiche, semplificano i vocabolarj, con-
vincono gli spiriti del trascurabile valore affettivo delle parole destinate a
compiere una semplice funzione di meccanica stru- mentalità. Non si può negare
che questi ed altri segni depongano a favore della progrediente formazione
dell'anima collet- tiva, nella quale, svalutata ogni ragione di separatismo,
rimanga solo come patrio ciò che è veramente umano, spirituale ed universale.
Il giorno in cui gli uomini comprende- ranno questa verità così semplice tutte
Je questioni etniche, linguistiche e anche reli- -' giose, tutte le rivalità
ancora generate da medievali spiriti di campanilismo, di feroce intolleranza
nazionalistica non ci affanne- ranno più. Sopra queste interpretazioni un po
scettiche della fortuna delle lingue in genere e sopra l’ultimo principio della
spiritualità universale della patria vorrei che meditassero non solo gli
italianisti intransigenti ma gli stessi Valdostani af- finchè trovassero la
forza di elevarsi al disopra di tutte le contingenze particola- ristiche che li
animano in questa propa- ganda. Non si chiede a nessuno di sacrificare la
lingua materna su l’altare della patria. Solo occorre che tutti, italianisti e
Valdo- stani, sappiano guardare gli avvenimenti con relativa abnegazione e fra
tanto si convincano che lingua e patria non sono termini necessariamente
coincidenti. L'u- nità della patria non è affidata all’unifi- cazione della
lingua. Stiamo ai fatti pertanto e stiamo all'idea. Rispettiamo la lingua
francese in Valle d'Aosta, perchè appare la rivelazione na- turale delle
famiglie e non mettiamo in dubio l'italianità della popolazione valdo- stana,
la quale malgrado l'esaltazione del suo provincialismo linguistico sente e di-
mostra coi fatti di non trovarsi straniera in Italia e nella carità della
patria non è seconda a nessuno. Questo è il nostro principio ed esso ci ritrae
dalle aberra- zioni sofistiche degli italianisti e ci rivela l'ideale sintetico
della patria. Infine vorrei fare una proposta molto modesta, ma forse non priva
di buoni risultati. Non sarebbe bene che il bene- merito « Comité pour la
protection, etc. » introducesse una piccola aggiunta nel suo titolo e cioè si
proclamasse « Comité ita- lien pour la protection de la langue francaise dans
la Vallée d’ Aoste » ? Così si darebbe una franca risposta alle insinuazioni
dei maligni e, nell'opinione pubblica, si troncherebbe ogni equivoco dalle
fondamenta. Torino, 22 gennaio 1912. n ricerca scle ì uo . P i Î ( Pi t \ . Ji I dA si = by . % La
P) DI li LÌ ì PIRO) im a 1 i =“ k ‘ "i LI 3 i 3° Wo E i 4 Li La ATI a! ) |
da | 9 i LA i La logica della ricerca scientifica. RELAZIONE AL X CONGRESSO
NAZIONALE DI FILOSOFIA ‘4 PRELIMINARI 4 56204 1. — Proposito e disegno.
L'organizzazione logica della ricerca scientifica. Il compito più urgente della
filosofia teoretica, per quanto concerne il problema della scienza in senso
stretto, è l’organizzazione logica della ri- cerca scientifica. Per desiderio
di brevità, presumendo noti i più importanti indirizzi della logica odierna e
note pure le assisi della logica tradizionale e delle varie illustri tappe che
sono consegnate nella storia della logica delle scien- ze, affronteremo subito
questo problema, avendo cura in primo luogo di riassumere i lineamenti della
logica pura quali risultano dai più recenti e secondo noi più plausibili
sviluppi; quindi partitamente ne indagheremo l’applicazione nelle scienze
esatte cioè nella matematica e nella fisica; chiuderemo il rapido quadro con un
cenno sulla logica sperimentale, ar- gomento novissimo che forse desterà
qualche sorpresa. Con questo disegno, in tutta libertà teoretica ma non senza
trepida- zione, offriamo i risultati di nuovi studj al giudizio di questo X
Congresso Nazionale di Filosofia, ringraziando vivamente la Presidenza che ci
ha fatto l’insigne onore di affidarci questa Relazione. Premettiamo due cenni
per l'impostazione teoretica del problema. 2. — Bisogno di nuova mentalità. Gli
slanci prodigiosi delle invenzioni scientifiche di questi ultimi de- pa cenni
nei campi della matematica e della fisica teorica e sperimentale ave- __——.
vano a tutta prima allontanato i più dei filosofi dalle scienze. Lo svilup pai
"UPN del sapere scientifico invero affacciava problemi inderogabili per la
le) sofia, cioè i problemi dell’epistemologia, I filosofi senza la prepar loge
scientifica come potevano pronunciarsi? Quindi, davanti alla questione della Si
i logica nelle scienze, si manifestò in un primo tempo una carenza di filoso
SUE, ‘296 che era carenza di logica. Rifarsi al glorioso movimento di revisione
dei principj e dei metodi delle scienze qual proruppe nella seconda metà del
secolo XIX dalle più progredite analisi dell’epistemologia (lontano frutto della
gnoseologia kantiana) non era più sufficiente. Già sono invecchiati gli stessi
indirizzi di parecchi epistemologi eminenti come Poincaré, Hilbert e Meyerson,
che fecero epoca fino a ieri, senza escludere i più forti rappre- sentanti
della logistica. Sterile sarebbe il ricorso alla logica sia positivistica, sia
dialettica per gravi ragioni che ora non entra nel nostro compito esa- .
minare. A risultati scientifici nuovi occorrono nuove teorie. A teorie nuove
occorrono nuove mentalità. - Chiariamo pertanto con che criterio filosofico qui
si affronti il tema dell’organamento logico delle scienze. 3. — La filosofia
come pensiero puro dell’universale relatività. Problemi derivanti. Concetto
della logica come teoria della scienza (senso stretto). Suo compito critico.
Sua autonomia, Noi pensiamo la filosofia come il pensiero puro della universale
rela- tività, intendendo per pensiero puro non il solo pensiero ad eccezione di
qualcosa d’altro, cioè il pensiero astratto come forma conoscitiva vuota a cui
manchi per esempio l’intuizione alla maniera di Kant, o il pensiero scambiato
colla mera soggettività del conoscere, ma il pensiero giunto alla sua massima
purezza, cioè il pensiero del pensiero. I due problemi della verità e del
valore polarizzano l’immenso orizzonte filosofico. Teoretico l’uno, pratico
l’altro. Ma solo nella loro unità si afferma il compito del pensiero puro. I
problemi della verità, distinguendosi secondo i gradi del conoscere
(esperienza, scienza, filosofia), sono elaborati dalla logica, disciplina emi-
nentemente filosofica che da un lato teorizzando la molteplicità dei gradi
inferiore e medio è empiriologia ed epistemologia, dall’altro teorizzando la
suprema unità è gnoseologia e metafisica (1). Così il rapporto funzionale della
logica colle scienze e colla filosofia resta evidente. In questa ricerca noi
consideriamo la logica solo come teoria della scienza in senso stretto, quale
studio della forma attiva del sapere scientifico e delle condizioni della sua
ricerca, della sua prova e del suo legittimo uso, francamente am- mettendo il
senso e il valore teoretico delle scienze (2). Come filosofia la logica
naturalmente è anche critica della conoscenza, e in questo senso ci insegna a
dubitare, reclamando tutta la sua autonomia. (1) La questione dei rapporti
della Logica colla Gnoseologia e colla Metafisica (la Logica della ricerca
filosofica) eccede i limiti della presente ricerca. (2) Circa le definizioni
della scienza e della verità cfr. Pastore, Il problema della causalità. Torino,
Bocca, 1925, II, Sez. I. Il solipsismo, Cap. V, VI. Torino, Bocca, 1923. a Pai
te «sa 0 iL = N] «_ x . * . me: ‘” a / La reclama a buon diritto perchè la
logica elabora il materiale scientifico — fuori del terreno particolare delle
scienze; quindi ha un dominio suo pro- prio che non si identifica con alcuna
scienza particolare a cui non intende mai di sostituirsi. Questo criterio
nettamente filosofico sembra sbbastanza largo e armonioso perchè mantiene alla
logica come disciplina filosofica il suo pieno diritto; non attribuisce
carattere filosofico alle scienze, non ca- rattere scientifico alla filosofia
(3). Sorge un problema. Una logica così concepita non è destinata a rima- nere
passiva contemplazione del processo scientifico? Metteremo in chiaro che essa
all’opposto organizza e feconda. E siamo qui per questo, animati dalla speranza
che i rapidi prolegomeni di logica pura che ora delineere- mo non saranno
impotenti a giustificare la nostra convinzione. (3) Per questo rispetto la
logica, come studio di ciò che si può legittimamente supporre che sia possibile
nella scienza; suggerisce muove possibilità, mantiene yivo il senso delle
meraviglie amplificatrici del conoscere e liberatrici dalla tirannide del-
l’abitudine, secondo l’alto concetto di Bertrando Russell. La sicurezza dogmatica
del dimostrato e del dimostrabile è talora antispeculativa, perchè induce a
credere che non si possa andare oltre alle risposte definitive e chiude così la
porta alle invenzioni. Invece la logica come critica spinge sempre più avanti «
oltre il velo delle nostre defor- mazioni soggettive» e invece di paralizzare
il senso misterioso della vita, lo aumenta e lo vivifica. Questa singolare
larghezza di vedute, ammirabile nella teoria russelliana, ha il vantaggio di
associarsi ad una singolare potenza d’azione. Noi ne approfittiamo,
riconoscendo che la vera dignità del pensiero consiste nella capacità di
attuare il massimo potenziamento della relatività universale, senza
avventurarci nella tesi russelliana degli universali. Si veda inoltre $ 17, n.
. PARTE I. LINEAMENTI DI LOGICA PURA 4. — Riconoscimenti critici direttivi. Per
assodare l’attitudine che la mente nostra deve assumere di fronte ai principj
usuali della logica non saranno inutili alcune considerazioni preparatorie.
Un’attenta critica dimostra in primo luogo l'impossibilità di conservare
l'orientamento aristotelico tutto rivolto alla riduzione del lavoro logico
all’analisi, conforme al criterio degli Analitici. Tale orientamento infatti è
ligio al principio d’identità non distintiva che, valendo in rapporto alla
permanenza dell’ente, ammette l’inerzia del sostrato, ne postula l’invarianza
assoluta e si identifica col principio di eguaglianza e di tautologia. In base
a queste angustie la logica si chiuse nei limiti della sillogistica. La forma logica
si identificò arbitrariamente colla relazione analitica; e la logica for- male
si cristallizzò in questo senso. Per contro, l’indirizzo fondamentale che
ispira e domina le dottrine di rinnovamento logico in tutte le forme ai giorni
nostri si può enucleare come nettamente relativistico. E tale è anche il
fondamento della nostra ricerca, da molti anni essendosi fatta strada dentro di
noi la consapevolezza che il processo logico messo in giuoco in ogni lavoro
scientifico sia assai più complesso di quanto si ritiene dai sostenitori
esclusivi dell’analisi. Il nostro interesse predominante si porta sopra tre
principj non aristo- telici: la relatività essenziale d’ogni ente logico, la
variazione relativa e il potenziamento reciproco degli enti, come vedremo tra
poco (4). Ma il nostro atteggiamento e il nostro sforzo contro la risoluzione
della logica nell’analisi sono dettati anche da un altro non meno profondo
motivo. Esiste invero un punto per cui l’operazione analitica quale che sia
cessa di valere per effetto di condizioni logiche inerenti al sistema delle |
nozioni e proposizioni primitive che la logica tradizionale ha trascurate. Sono
queste le condizioni costituenti l'operazione sintetica dell’intuizione (4)P.
Mosso, Principi di logica del potenziamento. Torino, Bocca, 1923. logica atta a
cogliere sia la relazione degli enti nei processi elementari, sia la forma del
discorso nelle formazioni più complesse (5). , L’intuizione logica è operazione
eminentemente produttiva, costruttiva, inventiva affatto indipendente
dall’analisi descrittiva, deduttiva é Anespli- cabile con questa, come è
diversa dalla ‘intuizione empirica e irriducibile alla visione immaginativa.
L’importanza pratica di tal modo di comprendere il processo logico consiste nel
riconoscere la necessità di determinare esplicitamente, oltre all’insieme degli
elementi del discorso d’un sistema qualunque, che noi pet brevità diciamo D,
anche la forma della sua intuizione logica, o del suo universo che per brevità
diciamo U, cioè la condizione analitica D oltre alla condizione sintetica U
(6). Circa le due operazioni fondamentali della logica pura si vede dunque
assai bene ciò che esclude, ciò che include, ciò che conclude la nuova
dottrina. Esclude la sufficienza della sola analisi o della sola sintesi. La
veduta analitica non è sufficiente, non è sufficiente la veduta sintetica. Lo
sviluppo deduttivo non è che una parte del processo logico. Non basta dedurre,
bi- sogna intuire, ma intuire logicamente. Del pari non basta intuire logica-
mente, bisogna dedurre. Include la necessità delle due funzioni D e U. Conelude
che sono necessarie e sufficienti. Così l’orizzonte della teoria logica dei
sistemi si rischiara. Resta in secondo luogo impossibile conservare
l’orientamento dell’epi- stemologia contemporanea che prende come punto di
partenza i sistemi primitivi nella loro assiomatica prelogicità, quali
rimangono ultimo residuo indefinibile e indimostrabile delle riduzioni
analitiche. Nei riguardi della logica pura queste esigenze conducono a
riconoscere che la logica com- (5) Ad esprimere questo nuovo senso della forma
logica è ovvio che il principio della vecchia logica formale è insufficiente,
perchè secondo noi la forma del discorso cioè l'universo è la relazione
sintetica dell’intuizione logica, invece la forma della logica formale è la
relazione analitica che affetta la deduzione. Sarà possibile che la logica
formale, arricchendosi del nuovo concetto, entri in una fase nuova? In ogni
caso lo stesso procedimento che le darebbe vita nuova seppellirebbe il vecchio
pregiudizio esclu- sivamente analitico. Ma sotto la pressione della nuova
critica una ricerca sarebbe im- portante: scoprire la funzione sintetica degli
Analitici di Aristotele, Il discorso e l’uni- verso non possono separarsi
assolutamente. Credete alla logica d’Aristotele? Rinunciate all’idea che essa
sia solo analitica, Ciò è palmare. Ma afferrate lo stesso sillogismo, lo
strumento della universale analisi, avvisate l’operazione che coglie le
relazioni dei tre termini: resta di sottometterla all’impero della intuizione
logica. Un’inchiesta di questo tipo avrebbe una portata generale
storico-critica di prim'ordine. Sulla nozione di forma logica e circa il valore
della sua relatività più vasta di quella delle scienze e avuto riguardo solo
alla questione degli universali astratti si potrebbe dire che l’astrazione
della forma scientifica in senso stretto sta all’astrazione della forma logica
come l’abstractio totalis sta all’abstractio formalis di S. Tomaso a meno della
co- stante metafisica. (6) Pastore, Sul D. U. Ricerche logiche con applicazione
al problema fondamentale della fisica teorica, «Archivio di Filosofia»
Gennaio-Marzo. Roma. 1933. Anal Lea ie È 14 0 ì ="fie sa Mii due dominj
nettamente distinti: uno generale presistematico, l’altro | speciale
sistematico complanare al campo delle scienze. Di qui varie con- j ‘seguenze
importanti che saranno messe in luce fra poco, e insieme com- | pongono un
nuovo capitolo dell’epistemologia cioè la logica dei sistemi primitivi.
Sopratutto emerge un nuovo concetto di relazione come forma d’atti- vità che
esprime un'effettiva dilatazione dello spirito logico oltre i quadri rigidi del
concettualismo assolutistico a sostrato permanente, oltre i pro- cessi
dell’analisi sillogistica. La dottrina che ora in modo sommario espor- remo è
il prodotto di questi riconoscimenti che, per quanto ancora in via di
formazione, assumono già un aspetto che li distingue nettamente da tutti gli
altri. Invece di arrestarsi alle forme esteriori, sembra a noi che essa meglio
d’ogni altra ci faccia penetrare nella costituzione intima del pro- cesso
logico. 5. — Operazioni logiche fondamentali per la formazione e trasformazione
dei sistemi primitivi e derivati. Coincidenza della continuità logica in
generale colla numerabilità logica. Secondo il nostro modo di vedere, la logica
è un lavoro di relatività sopra un continuo di enti relativi e di relazioni
varie che reciprocamente si oppongono e si compongono, potenziandosi in
complicazioni crescenti (7). La continuità logica in quanto costituisce una
classe di enti relativi è ovviamente relativa alla condizione che definisce la
classe. E il lavoro di relatività che si attua dà origine a formazioni e
trasfor- mazioni di sistemi concettuali primitivi e derivati le cui condizioni
è or- mai possibile determinare in due punti. 1° punto. — La formazione di un
sistema primitivo risponde alle due condizioni di necessità e sufficienza, e si
effettua con due operazioni corri- spondenti, cioè: a) con un’operazione
analitica per cui si pongono gli enti irriducibili, ad uno ad uno necessari al
funzionamento deduttivo del sistema; b) con un’operazione sintetica per cui si
compongono gli enti coesi- stenti tutti insieme sufficienti all’intuizione
comprensiva dell’unità. (7) Può interessare uno schiarimento sulla differenza
tra ente e relazione, e sulla relatività dell’ente. Sia un sistema di n enti a,
b, c,... n. Ogni ente è un insieme di relazioni ab, ac,... an. L'ente a non può
identificarsi con una qualunque di queste relazioni. Quindi il divario tra ente
e relazione dipende dal fatto che, essendovi n relazioni possibili e
indipendenti in cui compare un ente a di un sistema di n enti, questo ente a
non può identificarsi con una qualunque di queste n relazioni. D'altra parte,
dell’ente a non si sa nulla di più di quanto dicono le n relazioni. E _ quindi
l’ente è relativo. «In questa definizione delle condizioni che rendono
possibile ogni sistema è ovviamente implicita l’idea di numero, in quanto in
ogni sistema (a.ragione inteso come molteplicità in unità) si ha sempre nei
casi contreti un certo numero di idee primitive che determina un continuo.
La.LdP è appunto fondata sul principio che il numero delle idee primitive
determini tutte le proprietà dei sistemi e quindi sia l’espressione più
semplice della forma o universo a cui corrisponde un discorso o sviluppo
analitico ». Donde si vede che la continuità logica in generale coincide colla
nu- merabilità logica. Tralasciamo di elencare partitamente le operazioni
logiche che si com- piono per lo sviluppo del calcolo combinatorio degli enti e
delle relazioni dei sistemi, rimandando alle trattazioni apposite (8). È
piuttosto il caso di notare che le due operazioni riferite hanno evi-
dentemente il significato di opposizione tra la deduzione (analitica) discor-
siva che diciamo per brevità D e l’intuizione (sintetica) formale dell’uni-
verso che diciamo U. L’ opposizione ordinariamente comincia a notarsi quando,
esaurito o meno il calcolo combinatorio degli enti del discorso, che è calcolo
analitico, la mente prende atto di nuovi enti e di nuovi rapporti non
sottoposti al medesimo universo. Come procede allora la ricerca logica, cioè
come avviene il passaggio dal sistema primitivo al derivato? 2° punto. — La
trasformazione è ovviamente dovuta a successivi cam- biamenti di deduzione
(analitica) e di intuizione (sintetica), risolvendosi ogni processo logico nel
passaggio da un D , U determinato da un certo nu- mero di enti ed un altro D .
U determinato da un numero diverso. Propria- mente il nuovo D . U è la
creazione di un nuovo concetto in cui l’opposizione del precedente dissidio si
compone. In tal modo si effettua il progresso logico d’ogni ricerca. 6. —
Sviluppo logico per potenziamento. Invarianza del rapporto tra le condizioni
analitiche e sintetiche. Adesso siamo in grado di comprendere in che senso
diciamo che fon- damento della logica è la relatività e come questa sia
riscontrabile in ogni forma del pensare, dalle più elementari alle più
complesse. E siamo anche in grado di dare un'espressione esatta dello sviluppo
logico delle forme. Avvertendo che la potenza dell’ente logico varia col
variare del numero degli enti logici coi quali è in relazione, precisiamo che
lo sviluppo avviene per potenziamento, intendendo per potenziamento appunto
quel potere di relatività che lega ogni termine del discorso agli altri enti
del suo universo, (8) Pastore, Sul fondamento logica della matematica, $ 3,
Comun. al IX Congr. Nar. di Filosofia, 1934. Padova. È gi la Ul in ragione del
numero degli enti (9). Speciali considerazioni permettono __—9di stabilire come
si passa da un discorso di n termini ad uno di n + 1, in | che si risolve il
principio del potenziamento. Infine un’ultima proprietà vuole essere
particolarmente considerata. C'è una condizione logica del passaggio da sistema
a sistema che rimane invariata traverso tutti gli sviluppi; è la
proporzionalità logica tra le con- dizioni analitiche del discorso e le
condizioni sintetiche dell’universo 1 a Li tr oo (10). Questa condizione
d’invarianza logica esprime la condizione generale di trasformabilità cioè la
legge di formazione e trasformazione dei sistemi e in pari tempo disvela
l’equazione logica di ogni forma scientifica del 1 pensare (11). 7. —
Conclusione. Premessi questi princpj che portano sì duro colpo all’architettura
tradizionale della logica, possiamo ora indagare la logica della ricerca
scientifica. Non abbiamo che da studiare i processi fondamentali di forma-
zione della conoscenza matematica e fisica e vedere in che rapporto stiano con
le indicate esigenze. Se, correttamente filosofando, cioè cogliendo l’unità del
tutto, riusci- remo a scorgere nel processo della scienza il processo anzidetto
del pensare non solo nel carattere generale della sua relatività, ma in quello
essenziale del potenziamento, potremo dire di aver fatto fare un certo passo
alla solu- zione del nostro importante problema (12). (9) Mosso, Principi di
logica del potenziamento. — Pastore, Sulla natura extralogica delle leggi di
tautologia etc. Arti IV Congresso internazionale dei Matematici. Roma, 1908.
Vol. III. Sez. IV. — In., Crisi della logica, $ 21. (10) Pastore, Verso un
nuovo Relativismo, « Archivio di Filosofia », Roma, Set- tembre 1932. (11)
Pastore, Introduzione alla teoria delle equazioni logiche. Memoria. R.
Accademia delle Scienze di Bologna, III, VIII, 1933-34. «L’espressione
analitica di una condizione relativa a D. U è una equazione logica» $ 7. (12)
Diventa utile ancora un avvertimento preliminare. È ovvio che per compren- dere
e verificare il senso logico del progresso delle scienze bisogna cogliere gli
ele- menti formali. Noi vedremo appunto che il progredire delle scienze è
dovuto a una sue- cessione di cambiamenti di forma (intuizioni) e di sviluppi
logici (deduzioni) dei dati di queste intuizioni. Quindi è lampante che il
parallelismo tra le trasformazioni analitiche delle formule logiche e le
trasformazioni sintetiche delle intuizioni nelle scienze si verifica solo colla
LdP e per essa. Vedremo ancora che le scienze hanno realizzato il passaggio da
un D. U ad un altro D. U più complesso con salti intuitivi senza ren- dersi
conto che il passaggio era essenzialmente logico, nel senso che a ogni
passaggio da un'intuizione ad un’altra corrisponde un passaggio analitico da un
D. U ad un altro D. U. Il progresso delle scienze è essenzialmente logico
perchè esse hanno fatto uso della lo- gieità delle loro combinazioni sorrette
dalle successive intuizioni dell’elemento formale. La dimostrazione di questo
processo è stata data in pubblicazioni apposite che non hanno E Parte II » LA
LOGICA DELLA RICERCA MATEMATICA La
continuità di spazio e tempo come costante sistematica della matematica. È da
tener presente che i varj campi scientifici in generale sono carat- terizzati
da una speciale costante sistematica. Ammettiamo che il campo della matematica
è limitato dall’idea dei continui di spazio e tempo. Il continuo dello spazio e
quello del tempo sono continui in senso lo- gico, ma il continuo matematico è
sempre composto dei due. Il matematico forma e trasforma questi continui, li
elabora e li svi- luppa sistematicamente colla sua tecnica, senza preoccuparsi
della forma- zione logica di queste idee che assume come dati di partenza (13).
Interessa al logico stabilire come questi dati si formino. Secondo la LdP la
matematica è il discorso di uno spazio in una forma di tempo, cioè lo sviluppo
sistematico dell’idea di uno spazio nell’intuizione di un tempo. Il continuo
che « è la radice d’ogni geometria » (14) è ordinato secondo « l’ordine
temporale » (15). In ciò è la possibilità della sua numerabilità. 9. —
Risoluzione del fondamento logico della matematica nella coppia
Geometria-Aritmetica, Cerchiamo adesso di delineare il modo generale in cui
avviene la co- struzione della matematica. Il nostro interesse sta tutto
nell'impiego della costante sistematica, cioè della continuità di spazio e
tempo mercè le operazioni fondamentali del pensare. Questo impiego non è
famigliare ai più, nè immediatamente ov- . a possibilità di essere riferite qui
e alle quali rimandiamo gli studiosi per eventuali schiarimenti. Nel volume in
corso di stampa Ricerche logiche sulla Logica del potenzia- mento (Ed.
Rondinella, Napoli) saranno opportunamente raccolti tutti gli scritti relativi,
compresi i Principi di Logica del potenziamento di Pierro Mosso che segnano la
costi- tuzione organica di tutta la teoria, (13) Analogamente il matematico
lavora sui simboli senza preoccuparsi di quello che significano (per esempio,
fisicamente). Anzi i simboli per i matematici non significano nulla al di fuori
di quell’insieme di proprietà ideografiche che li fanno simboli matematici.
(14) Enriques, Problemi della scienza. Bologna, Zanichelli, 1910, pag. 233.
(15) In., ib., pag. 233. LÌ iL ire vio. Perciò dobbiamo richiamarci brevemente
all’idea della continuità lo- gica di cui la continuità matematica è un caso limite
(16). La continuità logica ($ 5) è relativa ad una condizione K che definisce
la classe. La continuità logica è condizionata dal fatto che tra due enti
successivi immediati della classe C definita dalla condizione K non vi è posto
per alcun ente che soddisfi alla condizione K. In tal senso logica- mente è
continua la serie dei numeri interi in quanto tra due numeri in- teri
immediatamente successivi non vi è posto per alcun numero intero. Altréitanto
dicasi dei numeri razionali, ecc. In questo senso, ripetiamo, non vi è
opposizione tra continuità e nu- merabilità (17). AI caso limite, assumendo
come termine di riferimento un segmento ab, cioè come condizione K un continuo
geometrico, si ha la definizione. della continuità matematica come corrispondenza
biunivoca tra i punti del seg- mento ab e gli elementi di un insieme cioè in
generale tra un continuo geo- metrico e un continuo aritmetico. È quindi
evidente che la definizione del continuo logico comprende il continuo
matematico ma non viceversa, e cioè che la matematica assume un particolare
restrittivo riferimento, rispetto al quale un continuo logico può essere
matematicamente discontinuo (18). Assumendo questa doppia continuità come
carattere specifico della ma- tematica, la coppia Geometria-Aritmetica come
suscettibile di riferimento biunivoco diventa l’unità logica fondamentale
inscindibile della matematica. Ancora importa comprendere che come è relativo
il continuo è pure (16) Pastore, Sul fondamento logico della matematica, $ 4.
(17) Se questo principio è inattaccabile, la lunga serie di paradossi e di
contro- versie sopra il problema dell’infinito e degli argomenti di Zenone
trova una lucida via di spiegazione, Il mancato riconoscimento della relatività
della continuità ha lasciato includere nel principio della divisibilità
all’infinito anche i casi illogici dell’inserzione di una continuità fra i
termini di un’altra continuità senza rispetto alla condizione unica che
dovrebbe definire la classe risultante, se la due continuità fossero omogenee.
Così il sofisma di Zenone riesce evidente, Basta notare che le condizioni
definitorie delle due continuità non sono identiche. La risoluzione della
continuità dinamica in continuità statica sopprime il movimento che si desidera
osservare, Col passaggio della continuità sotto l’idea-madre della relatività,
fissa restando la condizione di riferimento K, ogni equivoco è eliminato.
Naturalmente si liquida ogni idea di continuità incondizionata cioè senza
condizione di riferimento. (18) In margine a questa veduta per lo studioso meno
esperto sarà forse utile un maggiore schiarimento. La continuità matematica è
compresa nella definizione della con- tinuità logica, salvo che varia il
riferimento, cioè nel caso della continuità matematica e assunto un segmento ab
(questione non specifica della logica). Di qui si ricava l'impossibilità
d’identificare la Logica colla Matematica. In generale ogni scienza si riduce
alla Logica a meno della propria costante sistematica. Ciò che è vero del campo
logico è vero anche del campo matematico, ma non viceversa. Con questa riserva,
e a patto che la logica non venga confusa colla logica deduttiva, può aver
senso la tesi di Russell e Whitehead circa l'identità sostanziale della Logica
colla Matematica. Sulla necessità di non confondere la logicità colla
deduttività si veda la Comunica- zione di Padova, Sul fondam. log, $ 7. fin
PARE Bid relativo il discontinuo. Assunto un riferimento K è continuo ciò che è
in- cluso dal riferimento stesso ed è discontinuo ciò che non è incluso. Il
matematico assumendo come riferimento K un segmento ab definisce un continuo e
un discontinuo che non coincidono col continuo e coladiscon- tinuo definiti da
un altro riferimento K . Ciò posto, dato che la continuità matematica implica
due distinti con- tinui: uno di carattere geometrico e uno di carattere
aritmetico, conviene esaminare in quale rapporto logico si trovano queste due
implicazioni. Ve- diamo che questa unità fondamentale emerge dagli stessi
principj della Geo- metria e dell’Aritmetica, 10. — a) La Geometria e il suo
presupposto aritmetico. Si ammette (come fu già avvertito al $ 8) che il
continuo è la radice di ogni Geometria (19). Si ammette che nella
rappresentazione genetica la linea è una serie puntuale ordinata secondo
l’ordine temporale (20). Si ammette che fra le premesse che precedono l’ipotesi
delle parallele, cioè nelle premesse di ogni Geometria, entra la possibilità
dei movimenti, cioè il principio della congruenza delle figure (21), cioè il
tempo (22). Riassumendo, si ammette che il continuo geometrico presuppone l’or-
dine temporale, cioè il continuo numerico, 11. — b) L’Aritmetica e il suo
presupposto geometrico. Inversamente si ammette che il principio di induzione
matematica è una condizione della definizione del sistema dei numeri (23). Si
riconosce che la serie numerica costruita su questo principio esige un
presupposto geometrico. (24). Ciò significa: 1° — che il principio di induzione
matematica è la serie numerica, (19) EnriqueS, op. cit., pag. 233. (20) In.,
op. cit., pag. 233. (21) EnrIQUES, op. cit., pag. 201-202. (22) Per la
riduzione del principio della congruenza della figure al tempo, cfr. EnRI-
ques, op. cit., pag. 226, ove dichiara che... « veramente la rappresentazione
attuale propria di una superficie come limite di un orizzonte visivo, contiene
una faccia sola sicchè il concetto delle due facce deriva dal soprapporre
immagini sucessive ». Ciò im- plica l'operazione temporale. Se noi potessimo
avere la rappresentazione attuale propria delle due facce di una superficie, l'operazione
temporale (che resterebbe libera) per la sua necessità ci darebbe una
conoscenza a una dimensione di più. (23) EnrIQUES, op. cit., pag. 143. (24)
In., op. cit., pag. 144. deg i Vendi e la serie numerica è la continuità
temporale, cioè il processo matematico da na n + 1 rientra nella continuità
logica (25). 2° — che per essere costruita questa continuità temporale
presuppo- ne il continuo geometrico. Riassumendo, si ammette che il continuo
aritmetico presuppone l’or- russi spaziale, cioè il continuo geometrico. Se
confrontiamo i risultati di queste analisi con altre precedenti (26), dove si è
dimostrato mediante l’algoritmo della LAP che la costruzione formale U di
qualunque deduzione discorsiva geometrica è una funzio. ne U(t) del tempo,
resta senz'altro chiarito che il rapporto logico tra Geo- metria e Aritmetica è
il rapporto D. U, e cioè che la struttura della mate- matica risponde alle due
operazioni fondamentali di qualunque processo logico e che in questo caso alla
operazione D (discorsiva analitica) corri- sponde il fattore geometrico e alla
operazione U (intuitiva sintetica) il fat- tore aritmetico. Resta quindi anche
chiarita la necessità del loro ricorso reciproco e la loro inscindibilità. Tesi
d'interesse estremo che tuttavia è sfuggita finora all’analisi appunto perchè
l’attenzione, venendo solo concentrata nell’ana- lisi, perdette di vista la
costruzione formale che rende possibile la intui- zione della deduzione, che
(come già abbiamo avvertito nella Parte prima) è l'ordine sintetico. E a più
forte ragione sfuggì il rapporto tra le condizioni analitiche e le condizioni
sintetiche che è poi l’unità logica fondamentale della Matematica realizzata
dalla coppia Geometria-Aritmetica. Compendiando le cose esposte, in modo più
agevole possiamo dire: si pensa comunemente che nella Matematica la Geometria
stia da una parte, l’Aritmetica dall’altra. Ma logicamente parlando sappiamo
che ogni con- tinuo matematico è analisi e sintesi, cioè deduzione e
intuizione, e che Î l’analisi è d’ordine spaziale, la sintesi d’ordine
temporale. Da ciò risulta che la Geometria e l’Aritmetica fanno la loro
comparsa in Matematica come i due fattori d’un prodotto, l’una fornendole il
di- scorso dell’universo, l’altra l’universo del discorso. E la Matematica le
uti- lizza, sempre entrambe logicamente, per modo che quando si fa dell’Arit-
metica si fa dell’Aritmetica geometrica e quando si fa della Geometria si fa
della Geometria aritmetica. Val quanto dire che la Matematica deve la — — (25)
Circa la differenza tra il processo matematico da n a n+1 e il processo rela-
tivistico del potenziamento da n a n+1 si noti quanto segue. Il processo di
induzione matematica vale per un insieme di elementi in una data forma e
dimostra che ciò che vale per l’elemento n vale per l'elemento n+1. Invece il
potenziamento esprime a quali con- dizioni una forma (U) definita da n elementi
primitivi che formano un discorso (D) o un sistema può dare origine a una forma
(U*) corrispondente a n+1 elementi che formano ancora un discorso o sistema
(D'). (26) Verso un nuovo Relativismo, $ 7. Me 1 E APRI E TEN IT, Ae n tal QUA
sua vita alle due operazioni logiche complementari che rispettivamente e lògi-
camente agiscono nei due continui distinti e inseparabili dello spazio e del
tempo. Dei. # 12. — L’Algebra, la Geometria analitica, la Geometria protettiva.
Geometrie non euclidee. L’unità logica D. U, che si trasforma nella coppia
elementare Geome- tria-Aritemetica, si conserva ancora necessariamente nelle
matematiche su- periori, ove si verifica l’analoga distinzione tra Geometria
proiettiva e Al. gebra, e insieme l’analoga corrispondenza attuata dalla
Geometria analitica. Analogamente, senza entrare qui in minuta indagine, ci
limitiamo ad osservare che la Geometria proiettiva e la Geometria elementare
differiscono solo per il diverso grado di generalità, e secondo il riferimento
una com- prende l’altra o viceversa. Non esiste distinzione radicale tra le due
forme geometriche, ma subordinazione relativa, ed entrambe in forme diverse
impiegano i due fattori che abbiamo chiamato geometrico ed aritmetico. Potrebbe
sembrare che la Geometria proiettiva prescinda dal fattore aritmetico-numerico,
in quanto considera proprietà proiettive non metriche. Ma occorre distinguere
tra proprietà metriche e proprietà aritmetiche, come risulta dall’analisi
stessa del fondamento della Geometria proiettiva. Nella definizione della
proiettività (che è completamente distinta dal concetto di misura) tra le forme
geometriche della Geometria proiettiva compare il fat- tore aritmetico come
susseguirsi in un dato ordine degli elementi delle forme geometriche stesse
(continuità logica). In più nella definizione stessa di proiettività tra forme
di prima specie, come proprietà di conservare inal- terati i birapporti
(definiti numericamente), si fa esplicito ricorso ai valori aritmetici. Ancora
più evidente è il ricorso al fattore aritmetico nel teorema fondamentale di
Staudt che dimostra la sufficienza della conservazione dei rapporti armonici
(il cui valore numerico è uguale a — 1) per la proiettività. La possibilità
delle geometrie non euclidee poi esprime la continuità logica dello sviluppo
dei continui geometrici fondata sul processo da n a n + 1 secondo il principio
relativistico del potenziamento. 13. — Il Calcolo infinitesimale. Passaggio
danan + 1. L’analisi infinitesimale del continuo si fonda sul concetto di
derivata che, come già vedemmo l’anno scorso a Padova, logicamente è un inva-
riante logico nella variazione matematica dei suoi valori. L’analisi compiuta
ci ha permesso di concludere intuitivamente che l'incremento della variabile
corrisponde alla variazione dell’ente, l’incre- mento della funzione alla
variazione della relazione che lega gli‘enti. Questo significa che l’invarianza
logica del rapporto incrementale nel passaggio al limite esprime l’invarianza
del rapporto logico delle due forme fondamen- 1 ii tali del pensare, una
corrispondente al discorso (ente), l’altra all'universo (relazione), cioè al
rapporto D. U. Per la distinzione e corrispondenza fra i due ordini del
continuo ma- tematico soprastabilita, segue intuitivamente che a tutti i
concetti del cal- colo infinitesimale corrispondono concetti geometrici,
continuando la cor- rispondenza logica fondamentale dei due continui, uno
spaziale, l’altro temporale, senza pregiudizio della loro fondamentale
distinzione. 14. — Conclusione. Sulle particolarità delle altre operazioni
essendo qui inutile trattenersi, si conchiude: 1. — che la Matematica ha il
doppio sviluppo analitico-sintetico nella coppia Geometria-Aritmetica (cioè
nell’ordine del continuo di spazio e tem- po) per necessità logica; 92° — che i
due sviluppi del fattore geometrico e del fattore aritme- tico sono solidali,
cioè interdipendenti; 3° — che gli sviluppi dell’Algebra, della Geometria
analitica, della Geometria proiettiva, del Calcolo infinitesimale e delle
Geometrie non eu- clidee avvengono secondo il principio relativistico del
potenziamento da nan+l. Con lo stesso intento, con lo stesso metodo, passiamo
alla logica della ricerca fisica cercando di penetrare i punti essenziali.
Parte III. LA LOGICA DELLA RICERCA FISICA 15. — Oggetto della Fisica.
Caratteristica sistematica: la massa ossia la forza (27). La Fisica si propone
di determinare le leggi della natura. Qual’è la natura che è oggetto della Fisica?
\ La Fisica fonda il proprio oggetto sul concetto di massa ossia di forza în un
continuo matematico di spazio e tempo. (27) È superfluo ricordare che massa e
forza sono concetti interdipendenti e tali che uno può servire a definire
l’altro. Si noti che la caratteristica sistematica, come costante logica, deve
essere distinta dalle costanti universali proprie della fisica.
L’interpretazione logica delle costanti fisiche deve essere distinta dalla
individuazione della costante logica sistematica della Fisica. RENE La Fisica
costruisce quindi un mondo di spazio, tempo e massa. La natura della Fisica è
il mondo dello spazio, del tempo e della massa (che diremo per brevità STM). 0
A 16. — Logicità essenziale della ricerca fisica, nel processo di formazione e
trasformazione dei sistemi. Se la natura che è oggetto della Fisica nasce
aggiungendo al mondo matematico dello spazio e del tempo il mondo della massa o
della forza, col passaggio da due a tre nozioni fondamentali, poichè le diverse
fisiche differiscono solo nel modo col quale sono collegate le tre nozioni, la
logicità essenziale del processo fisico risulta evidente. Questo passaggio
costituisce l’essenziale del processo del pensiero che abbiamo definito come
potenzia- mento, nel senso che fa dipendere tutte le proprietà e tutte le
variazioni di un ente dal numero e dalle proprietà degli enti del discorso.
Precisamente si verifica che il passaggio dalla Matematica alla Fisica avviene
col processo di passaggio da n a n + l enti (nel caso considerato da due a
tre). E così appare la relazione organica che collega fra loro le due scienze.
17. — Suo D costituito da spazio, tempo, massa (ST M). Suo U in varie
interpretazioni. Le tre nozioni fondamentali e irriducibili fisicamente tra
loro (assog- gettate al calcolo di spazio, tempo e massa) costituiscono il
discorso logico della Fisica. Ai continui spazio, tempo, massa (STM) si
aggiunge inoltre una nozione sintetica alla quale si attribuiscono tutte le
proprietà che partitamente sono attribuite ad STM e ne costituisce quasi il
sostegno (28). Questa unità di STM è poi interpretata con modelli diversi a
seconda delle ipotesi e dei rapporti stabiliti fra STM. Ad esempio è stata
interpre- tata come etere. Sulla natura di questa unità si è discusso e si
discuterà sempre. Ma una unità è indispensabile. La sua funzione è necessaria,
perchè è la forma logica del discorso, cioè la condizione intuitiva sintetica
della condizione discorsiva analitica, cioè 1’U del D. Anche quando al limite
estremo sì giunge a negare l’etere come ente fisico distinto dai continui STM,
cioè a identificare l’etere con continuo fisico, le ricerche più accurate
convalidano la nostra tesi, mostrando che si attribuiscono al continuo STM le
proprietà dell’ etere, come, nel seguito di questa Parte III, vedremo ($$ 25,
26). (28) Questo « sostegno » non ha nulla a che fare con quella « sostanza »
concepita come sostrato ontologico essenziale assoluto permanente
essenzialmente invariante etc, i , geo 18. — Ufficio logico del calcolo delle
dimensioni. Nota sul sistema Giorgi. Le nozioni fondamentali di STM
costituiscono quindi il significato ul- timo di ogni ente o relazione della
Fisica. Male nozioni particolari della Fisica hanno un contenuto specifico che
oltrepassa il sistema fisico. Così le idee di flusso, resistenza, corrente, po-
tenziale, ece., conservano l’intuizione sensibile che permette di. scoprirle
empiricamente e di rappresentarle. Queste rappresentazioni come tali sono
fisicamente eterogenee tra loro e non si vede nelle relazioni fisiche come i
rapporti tra alcune di esse possano equivalere ad un’altra, L’interpretazione
fisica diventa possibile quando si traducono in ter- mini STM cioè nelle
nozioni proprie fondamentali della fisica. Questa è l’origine e il senso del
calcolo delle dimensioni la cui impor- tanza è grandissima. L’interpretazione
logica di questo calcolo cioè del sistema delle unità di misura derivate è un
problema molto elegante, che meriterebbe una memoria apposita (29). Ecco alcune
osservazioni relativamente nuove a cui ha dato luogo una particolare ricerca.
Il calcolo delle dimensioni in sostanza rende fisicamente interpretabili cioè
omogenee tra loro le intuizioni sensibilmente irriducibili delle diverse
nozioni della fisica, riducendole ad una intuizione logica comune. Questo
risultato non si spiega se non ammettendo che per pervenire ad una nozione
nuova e stabilire leggi fra nozioni intuitivamente eterogenee occorre il me-
dio della intuizione logica, cioè occorre la riduzione delle intuizioni sensi-
bili ad una intuizione logica comune, Il problema è questo: dati due enti di-
versi, trovare un rispetto sotto cui possono essere identici e logicamente
sosti- tuibili l’uno all’altro. Determinare l’identico, fare astrazione dal
diverso che è l’oggetto della vecchia metafisica. In questa ricerca logica
tutta intesa a mettere in evidenza la funzione costitutiva dell’astrazione
logica ci facciamo uno scrupolo di non cedere un punto alla realizzazione delle
astrazioni. La preoccupazione del senso entitativo degli enti logici eccede il
limite dell’episte- mologia. (29) La questione è, per altro aspetto, stata
svolta da Enriques sotto il nome di teoria dell’associazione e dell’astrazione.
(Problemi della scienza, pag. 34, 54-56, 73, 88, 329). Collima assai
coll’operazione che si compie nel cosidetto spostamento categoriale (ka-
tegoriale Verschiebung). La LAP ci permette di rendere conto facilmente di
questa ope- razione. Sappiamo che è possibile confrontare fra loro solo
concetti sottoposti al mede- simo universo, Fra due concetti pertinenti a
diversi campi del pensabile cioè non omogenei e quindi non direttamente
confrontabili, si avrà al più una sussunzione, non una vera subordinazione,
Diremo dunque che per operare con due concetti di diverso U biso- gnerà
introdurre un nuovo U che comprenda i due campi diversi del pensabile. Allora
gli U di prima diverranno categorie soggette ad uno stesso U, che però sarà un
nuovo U e il confronto sarà possibile, LEV significa trovare un’unità comune di
misura e in altri termini trasformare le operazioni D in operazioni U, il che
permette di interpretare nel loro significato fisico i termini nuovi. dà, La
LdP offre dunque una lucida visione dell’ufficio che il calcolbadelle .
dimensioni, che in sostanza è un calcolo logico, è chiamato a esercitare nella
Fisica per rispetto alla ricerca scientifica (30). 19. — Le forme intuibili
(intuizioni empiriche o metempiriche). In corrispondenza degli sviluppi
analitici del discorso logico, in parti- colare di quello fisico, la logica
esige l’esistenza di forme intuibili logi- camente. Di queste forme fanno parte
le forme intuibili empiricamente o sensi- bilmente e le forme mentali. Queste
forme non cessano di essere logiche er il fatto che sono anche sensibili o
mentali. L’intuizione sensibile è intuizione logica, ma non viceversa. È di
speciale interesse per l’interpretazione logica del calcolo delle dimensioni
ponderare alcuni esempj. 20. — Primo esempio d’interpretazione logica del
calcolo delle dimensioni. Rapporto costante v tra i due sistemi elettrostatico
ed elettromagnetico. È noto che se consideriamo una medesima grandezza fisica
nel sistema elettrostatico ed elettromagnetico il rapporto tra le due
espressioni è una costante v. (30) In vista di prossime ricerche sulla
interpretazione logica del calcolo dei sistemi di misura sarà utile fin d’ora
premettere che i tre enti STM componenti il sistema fisico primitivo non sono
grandezze ma concetti, qualità, Ad abbondanza avvertiamo che la misura d’una
grandezza è arbitraria, perchè di- pende dalla unità di misura scelta: del pari
la scelta dell’unità di misura è arbitraria. Ma la scelta delle unità di misura
di un sistema di misure non è arbitraria. L’arbitrio con- siste nel fissare la
grandezza come numero che si assume come uno. L'espressione ana- litica di una
unità derivata qualsiasi non ha senso matematico in quanto fissa un rapporto
tra gli enti del sistema C. G. S. indipendente da qualsiasi unità di misura e
descrive la forma cioè l’intuizione logica del rapporto cioè V’U. Queste
ricerche mentre mostrano l’introduzione del principio relativistico del
potenziamento nella costruzione del sistema primitivo, dimostrano il valore
logico dell’intuizione della forma. A questo riguardo anche il sistema Giorgi.
l’innovazione italiana che va acquistando giustamente sempre maggior credito
perchè porta una grande semplificazione nella scienza e nei calcoli tecnici,
offre un esempio del processo logico sopra descritto. Alle tre unità meccaniche
C. G, S., alle quali corrisponde una forma intuibile sensibilmente (mecca- nica),
si aggiunge una unità elettrica come quarta fondamentale. Così il nuovo sistema
(ottenuto col passaggio da n a n+1) implica una forma a quattro dimensioni alla
quale non corrisponde più un’intuizione sensibile, ma che costituisce una forma
logicamente intuibile (un nuovo U). agi . Se le due grandezze sono espresse per
mezzo delle dimensioni STM il rapporto v acquista le dimensioni di una
velocità. Qualunque sia il signifi- cato reale di v esso è rappresentabile con
una velocità. Questa rappresentazione è una conseguenza del sistema
fondamentale STM, e cioè una forma aderente a questo sistema. Ma in generale
ciò che interessa dal punto di vista logico è clie all’espressione analitica
del rap- porto tra le due espressioni nei due sistemi corrisponda una forma
necessa- riamente intuibile, qual’è il rapporto v. Il rapporto costante v
riceve dunque una interpretazione logica perfetta per D e per U, e in pari
tempo ci fornisce un evidente esempio dell’inter- vento fondamentale del
calcolo delle dimensioni e della sua funzione logica. 21. — Secondo esempio.
Interpretazione logica del rapporto costante h nella formula di
Planck-Einstein. Un altro esempio ci è fornito dalla formula di
Planck-Einstein. Questa formula afferma che il rapporto tra l’energia W e la
frequenza y è una costante. Se noi passiamo dalle intuizioni speciali di W e di
y al rapporto ana- litico al vediamo che a questo (cioè alla costante &)
non corrisponde al- VE cuna rappresentazione intuibile in funzione delle
rappresentazioni di W e di y perchè queste come intuizioni sono sensibilmente
irriducibili. Ma se sostituiamo a W e a y le dimensioni fisiche LMT cioè se
sosti- tuiamo alle due forme sensibili la forma omogenea STM d’intuizione
logica comune, allora il loro rapporto ha in questa stessa forma una
rappresenta- zione possibile e così attraverso alla intuizione logica del
rapporto perve- niamo alla intuizione sensibile. Assodato questo punto si
ricava una conseguenza inaspettata. Invero, se conformemente al processo logico
indicato, alle due intuizioni sensibili del- l’energia W e della frequenza y
che sono eterogenee e irriducibile sosti- tuiamo l’intuizione comune costituita
dalle loro dimensioni STM, in tal modo il rapporto i che non aveva alcun senso
intuibile ne acquista uno nella intuizione STM. Da questa intuizione logica del
rapporto passiamo automaticamente all’intuizione sensibile corrispondente che è
irriducibile a quelle di W e diy (31). (31) A maggior prova dell’esistenza
dell’intuizione logica citiamo le grandezze fi- siche che in un determinato
sistema di unità derivate diventano numeri senza dimensioni. i Dette grandezze
hanno un significato fisico e quindi sono in qualche sistema rappre- sentabili
per mezzo di appropriate dimensioni. Ma non sono riducibili alla intuizione
scelta come comune tra le intuizioni sensibili. BOATS LL) 22. — Il metodo
sperimentale. Analisi logica dei quattro momenti. L'importanza dello stesso
principio si raddoppia perchè getta» anche una nuova luce sul senso logico del
metodo sperimentale nell’unità tipica dei quattro momenti: l’osservazione,
l’ipotesi, la deduzione, la verificazione. In ultima analisi vediamo che questo
metodo consiste nel sostituire alle rappresentazioni sensibili degli enti (1°
momento) un’intuizione logica co- mune (2° momento) che permetta di applicare
il calcolo (3° momento) e di verificarlo (4° momento). Il punto dell’invenzione
è nello stabilire che due enti non in relazione sono in relazione, cioè nel
ridurre due enti rappresentati in modo irridu- cibile ad una rappresentazione comune,
Questa funzione logica eminente- mente sintetica, e quindi d’ordine U, si
compie nel secondo momento che implica la costruzione del modello, Il passaggio
dall’intuizione empirica (1° momento) all’intuizione logica (2° momento) è
assicurato dalle vicende analitiche dei due ultimi momenti per cui, in virtù
dell’ipotesi ideata nel secondo sulla base del primo, si provoca la
riproduzione del fatto artificiale nel 3° momento (che permette l’eliminazione
delle variabili indipendenti e la determinazione deduttiva delle viariabili
dipendenti), d’ordine D, quindi nel 4° che è la verifica della legge causale.
23. — Le leggi di causalità e di probabilità. Controversia derivante dal ma-
linteso principio d’indeterminazione di Heinsenberg. Soluzione dedotta dalla distinzione
dei problemi di classe e di individuo. L’invarianza logica del rapporto
statistico-causale. Estendiamo ora i principj logici addotti
all’interpretazione delle leggi di causalità e di probabilità intorno a cui
ferve sì drammatica controversia. Questi due tipi di leggi sono in un certo
senso irriducibili. Bisogna sottoporli ad una critica per precisarne il senso e
misurarne la portata re- strittiva. La controversia comunemente si prospetta in
questo modo. Da una parte si afferma che per il principio di causalità (ch’è
sempre stato interpretato come principio di determinazione implicante
l’uniformità e quindi l’identità delle condizioni) ai fini della scienza si
richiede che le stesse circostanze antecedenti siano invariabilmente seguite
dalle stesse con- seguenze. Senz'altro si capisce che la forma logica di questo
rapporto delle due intuizioni sen- sibili di energia e di frequenza è il loro
quale cioè il quale del quanto. Dunque alla teoria dei quanta dev'essere
attribuito necessariamente anche un carattere qualitativo. — 20 — Li
Dall’altra, per il principio di indeterminazione di Heisenberg, si nega «che la
scienza possa mai accertare tale identità, perchè nella fisica quan- tica ogni
osservazione, per effetto dello stesso soggetto osservatore, è sem- | pre
accompagnata da una perturbazione finita che in una certa misura è sempre
indeterminata € incontrollabile, e quindi non si conservano le circostanze. °
Abbiamo già altrove dimostrato che allo stato attuale dell’interpre- tazione
fisica caratterizzato dall’opposizione del calcolo statistico al calcolo
causale il problema della preferenza esclusiva di uno dei due calcoli a in-
firmazione dell’altro corrisponde a una questione mal posta. La ragione è
chiara. I due calcoli della causalità e della probabilità non sono com-
‘planari (32). Storicamente però conveniamo che il calcolo statistico è un
superamento del calcolo causale e lo comprende, non lo nega. La nostra
conclusione è che i due calcoli corrispondono alle due esi- genze logiche
fondamentali del pensare: lo statistico all’esigenza anali- tica, il causale
all'esigenza sintetica. E, poichè il D. U è la corrispondenza tra l’espressione
analitica e la sintetica, cioè il rapporto che rimane nel trapasso dalle forme
più ele- mentari ed evidenti alle costruzioni più complesse, un problema
superiore insorge e sì impone: la determinazione dell’invarianza logica del
rapporto statistico-causale. 24. — Le equazioni logiche Così, superata la
contesa dei due calcoli, la logica della ricerca fisica lungi dall’essere una
contemplazione passiva del processo scientifico non solo la rende possibile, ma
l’organizza e la feconda. Risulta da precedenti ricerche che è possibile
determinare l’inva- rianza logica che esprime il fondo unitario tecnico e
operatorio per la (32) Citiamo a mò d’esempio un passo significativo d’una
ricerca precedente. « ...il principio di Heisenberg, secondo cui le due idee
correlative di ente e relazione sono în rapporto inverso, ovviamente colla sua
relazione di incertezza riguardo alla posizione d’un corpuscolo e il suo stato
di movimento non fa che esprimere la condizione logica per cui, se sì aumenta
la determinazione dell’ente, si diminuisce l'estensione della classe e
viceversa, senza pregiudizio della critica del determinismo. (Cfr. LAP nelle
sue relazioni colla scienza e la filosofia, VIII Congresso di Filos. Roma,
1933). « Questo... risultato evidentemente ci porta a comprendere che il valore
logico dei metodi statistici, elaborati con tanta genialità da Fermi e altri
fisici eminenti, è fondato da una parte sulla necessità logica della
indeterminazione individuale (puntuale) e quindi sulla possibilità di ottenere
la determinazione dell’individuo nella sua classe come pro- babilità, col
calcolo statistico; dall’altra sulla necessità logica della deteriminazione
della classe, col calcolo causale, espressa dalla legalità delle leggi»
(ibid.). Per una trattazione esauriente si veda la Memoria: Indrod, alla teoria
delle equazioni logiche. 221 formazione e trasformazione dei sistemi
scientifici (33). Questo risultato, fissando la condizione fondamentale
dell’indagine scientifica, ha permesso di stabilire l’equazione logica
fondamentale delle equazioni fisico-mafe- matiche. Abbiamo altrove riferite
numerose applicazioni concernenti,i pro- blemi della Fisica teorica
contemporanea che sono in grado di verificare esattamente la teoria (34). 25. —
Passaggio logico dalla relatività ristretta alla relatività generale come
processo di potenziamento L’epistemologia si avanzerà di un altro passo se
potrà provare che il processo storico della Fisica si ripete nel processo di
ogni singola teoria. È appunto la teoria della relatività che ci offre un
esempio calzante. Considerando il passaggio di questa teoria dalla fase
ristretta alla ge- ‘ nerale in cui è facile notare che il passaggio è processo
di potenziamento da n a n+1 enti nel senso dianzi indicato ($ 6), la logicità
di tutta la ri- cerca fisica si fa palese. Partendo dalla distinzione più
visibile tra il di- scorso e l’universo come appare nella Fisica classica e
nella relatività ristretta dove ai continui STM si aggiunge una forma sintetica
(qualunque sia) si arriva nella relatività generale a tale coincidenza tra D e
U rispetto a STM che U sparisce come nozione distinta e perciò sembra
inesistente. In realtà lo stesso Einstein riconosce che l’etere sparisce in
quanto ven- gono attribuite al continuo gravitazionale le stesse proprietà
dell’etere (35). 26. — La quarta intuizione del rapporto STM. Il mondo di
Mosso. Ma qual’è il senso logico di questa scomparsa? È la promozione d’una
quarta intuizione del rapporto spazio-tempo-massa. La prima intuizione storica,
cioè quella della relatività classica, ha tre enti spazio tempo e massa come D,
e l’etere come U. \La seconda, cioè quella della relatività ristretta, ha due
enti spa- zio-tempo e massa come D e l’etere come U. La terza, cioè quella
della relatività generale, ha l’unità spazio-tempo massa come D, e nessun ente
estrinseco come U, perchè il D coincide col- l’U, cioè il discorso ha la forma
del suo universo che è il caso definito da (33) Nella tesi logica di Introd. si
dimostra che le equazioni fisico-matematiche di trasformazione sono casi
particolari di equazioni logiche che esprimono relazioni di in- varianza tra le
forme fondamentali del pensiero, secondo la LdP. (34) Introd., $$ 11-18. (35)
Cfr. $ 6; e per maggiori schiarimenti Sul D. U., $ 10 e segnatamente $$ 16 e
17. RDS noi come potenziamento completo. (Processo di geometrizzazione della
massa e del tempo) (36). La quarta intuizione del rapporto STM consiste
nell’avere logicamente distinto le due nozioni di STM come D e di STM come U,
coincidenti nella teoria della relatività generale e perciò comunemente non
avvertite, anzi confuse. A questo titolo si può dire che l’intuizione generale
di Einstein non solo può essere ma è già di fatto superata dalla intuizione più
generale di Mosso che riconosce e attua tale distinzione, che essendo
intuizione logica è propriamente universale. Il mondo di Mosso è il mondo del
potenziamento logico (37). Riconosciamo la necessità logica della forma. L’U
c’è sempre per una esigenza del pensiero. 27. — Conclusione, Emerge dalla
critica precedente che, prescindendo dalla natura par- ticolare della costante
sistematica della Fisica, quindi degli enti e delle conseguenze tecniche
derivanti, vi è sempre luogo a riconoscere l’impiego costante dell’esigenze
logiche fondamentali chiarite dalla L d P, tutto dove si estendono e si
approfondiscono le forme e le risorse della scienza fisica. È a nostro avviso
interessante riconoscere il solidale impiego dell’ana- lisi e della sintesi,
nel doppio scopo probativo ed euristico della ricerca fisica, e secondo il
principio relativistico del potenziamento col processo da na n+1, in armonia
con quanto sì è potuto stabilire per la ricerca matematica. Parte IV CENNO DI
LOGICA SPERIMENTALE 28. — Tesi fondamentale, Richiamo alla teoria di Antonio
Garbasso. Ed eccoci infine al promesso breve cenno di Logica sperimentale, che
dedichiamo alla memoria di Antonio Garbasso. Noi penetriamo qui nel dominio del
non immediatamente logico, cioè di quello che fu sempre riservato
all’invenzione tecnica. E anche qui, se vogliamo intravedere logicamete
qualcosa, dobbiamo rinunciare ad ogni ispirazione proveniente dalla logica
classica: aristotelica, scolastica, kan- (36) La geometrizzazione di Einstein
consiste nell’attribuzione allo spazio delle pro- prietà del tempo e della
massa. (37) Cfr. Introd. a. teoria equaz. logiche, $ 18. Sviluppo della teoria
della relatività logica. Il mondo del potenziamento logico cioè il mondo di
Mosso; e Sul D. U., $ 10. Il mondo di Mosso è il mondo del potenziamento logico
fondato sul principio della variazione relativa degli enti che, secondo noi, è
il principio generale direttivo di ogni forma del pensare, Cfr. Introd., $ 19.
AA tiana, hegeliana, milliana e simili, a tutti i processi tradizionali che,
soli fin qui parevano atti a dare un’apertura di verità alla ricerca. È
possibile esigere un sacrificio anche maggiore. Bisognerà concedere che la
logica può farsi sperimentalmente, cioè assumendo la teentea della scienza
fisica, anche per volgersi direttamente alla costruzione di macchine a
qualsiasi scopo. Fu già detto con geniale acutezza da Antonio Garbasso che le
equa- zioni matematiche sono macchine complesse, apparecchi, congegni, sistemi
di organi che si possono far funzionare cioè trasformare, come un appa- recchio
meccanico in guisa da ottenere nuove leggi e muovi fatti. Mo- delli algebrici
di modelli meccanici o viceversa. « Logicamente, egli ha avvertito, ogni cosa è
comune fra il modello algebrico e il modello mec- canico; ma tanto l’uno che
l’altro hanno con il fenomeno (di cui il modello costituisce una teoria) un
semplice rapporto di corrispondenza » (38). Il detto è felice, ma la sua
portata di verità resta implicita se non si soggiunge che logicamente ogni cosa
è comune fra il modello algebrico, il modello meccanico e il modello logico.
Resta a decidere se più convenga dire che si lavora logicamente quando si
lavora sperimentalmente o viceversa; prescindendo, si capisce, dalla differenza
degli enti. 29. — La logica applicata alla costruzione di modelli fisici Noi
preferiamo dire che si lavora logicamente anche quando si lavora
sperimentalmente, facendo in più emergere la possibilità che certi modelli
meccanici si possano costruire logicamente. Un problema logico si risolve con
enti, relazioni e segni ideografici astrattissimi, più astratti ancora dei
segni algebrici. Tali costruzioni poi si possono tradurre da campo a campo,
mercè la suddetta corrispondenza. Problemi fisici possono così venire non solo
ideati, ma compiutamente risolti in sede logica, ammettendo che ciò che
sopratutto importa stabilire è l'equazione logica o il sistema di equazioni
logiche di cui le equazoni fisco-matematiche sono casi particolari e a cui tutti
gli infiniti modelli possibili anche di campi nettamente distinti devono
rigorosamente soddi- sfare. Si può fare l'impianto logico d’una ricerca fisica;
si possono porre in luogo degli enti fisici con eguale diritto con altrettanto
rigore e talora con non minore utilità enti mentali e comporli opportunamente;
si può indagare a quali condizioni debba modificarsi un sistema fisico
qualunque, per esempio un trasformatore, un accumulatore, un ventilatore; come
si possa aumentare il rendimento d’una macchina, e via dicendo, La logica può
in molti casi rendere conto di molto, se non di tutto. (38 Gansasso, 15 Lezioni
sperimentali su la luce, Milano, Ed. L’Elettricità, 1897. re AL "Mm La
costruzione diretta di macchine per via logica o per meglio dire la costruzione
di modelli meccanici di modelli logici: ecco il principio «e lo scopo della
logica sperimentale, propriamente intendendo con questa denominazione la logica
applicata alla costruzione di modelli fisici. Questa deduzione è ben più intima
e importante che non possa parere a prima vista. Per amore di chiarezza
vogliamo illustrare un po’ più da vicino questo cenno introduttivo. 30. —
Passaggio dalla logica alla tecnica nei gruppi d’analogia perfetta Abbiamo qui
un fatto semplicissimo, ma che forse non si è verificato mai prima d’ora nella
storia della scienza, pur avendo nella teoria non meno che nella pratica
un’importanza e un significato logico di prim’or- dine. La logica che prima
era, fra l’altro, teoria dell’esperimento si va in certi casi convertendo essa
medesima in ricerca sperimentale. Passo passo si viene a comprendere che
l’ufficio d’una logica atta a valersi di tutte le risorse suggerite
dall’esperienza non è soltanto quello di illuminare la teoria colla pratica, ma
anche quello di dimostrare la possibilità che in certi casi la pratica stessa
venga risolta colla teoria. Dalla logica pura si progredisce alla logica
applicata alla fisica e anche all’industria. La ragione per cui si raggiunge
quest’ultimo risultato di gran lunga il più notevole, non già per i vantaggi
d’utilità che per grandi che siano sono trascurabili rispetto al pensiero puro,
ma pel valore esclusivamente logico della verità, è la seguente. Da sistemi
ipotetico-deduttivi astratti o concreti che siano, cioè equa- zioni o macchine,
è talora possibile dedurre logicamente applicazioni pra- tiche non ancora
risolte nel campo tecnico. Ce ne potremo a suo tempo persuadere senza la minima
difficoltà. Ma a rendere agevole questo intento giova rafforzare le basi della
teoria. Ogni equazione, come sistema analitico di termini in equilibrio, è una
macchina astratta. Ogni macchina è un sistema logico, qualunque sia la natura
degli enti che la compongono (39). Queste considerazioni che sotto altra forma
ribadiscono il pensiero dianzi espresso di Garbasso, in altro campo, bastano
già per provare che tutto un nuovo gruppo di ri- cerche scientifiche si apre
davanti a noi, perchè data l’indifferenza della verità logica al contenuto
particolare degli enti dei sistemi logicamente equivalenti (40) si può
presumere che alla soluzione logica di un problema fisico qualunque corrisponda
in teoria una soluzione meccanica adeguata. Naturalmente la corrispondenza
della pratica alla teoria, anzi il pas- saggio dalla logica alla tecnica, come
è già stato premesso in generale nel (39) Pastore, La crisi della logica, Parte
I, $$ 2-8 (40) In., /b., $ 5. Me "O RIE paragrafo precedente non è
possibile se non nei casi in cui sia possibile stabilire un gruppo d’analogia
perfetta per l'individuazione degli enti e del loro sviluppo (41). Ma poichè
questi casi sono assai più numerosi ‘di quanto non si creda e frattanto il
sussidio della logica per la risoluzione dei problemi tecnici è senza dubbio
l’ultima cosa a cui uno scienziato © un ingegnere all’atto pratico pensi di
ricorrere, ci siamo proposti di giu- stificare direttamente anzi paticamente la
teoria della Logica sperimentale iniziando una serie di applicazioni tecniche
che a suo tempo si esporrà. 31. — Logicità della costruzione d’un modello
qualunque rispondente alle esigenze d’un’equazione. Altri rilievi teorici di
fondamentale importanza ancora si richiedono. Proclamando il principio della
logica sperimentale ad uno spirito avido di generalizzazione potrà parere che
si tratti di una interpretazione fisica della logica. Io stesso ho dovuto
soccombere in un primo tempo a questa ipotesi. Chi abbia seguìto attentamente
le considerazioni svolte finora per contro si rifiuterà di spingersi a questa
erronea conclusione, giacchè anche nella costruzione logica di sistemi fisici
sempre intendiamo mirare ad una interpretazione logica della fisica, non
viceversa. C’è forse un solo modo di trattare l’analisi logica? Quel metodo di
cui secondo l’opinione comune Aristotile si valse per indagare e determinare le
categorie seomponendo il discorso umano e fissando la corrispondenza colle
parti grammaticali del discorso ha forse il diritto di legare la logica tutta
alle fonti della rettorica della filologia e della dialettica? Tutta l’in-
dagine precedente non ci ha già provato a chiare note il vastissimo im- piego
della logica sotto le varie specie della matematica e della fisica? Non siam'o
giunti a comprendere che il senso logico delle cose si deve ricer- care pure
nei processi medesimi della realtà sia naturale sia artificiale? E non abbiamo
imparato a prescindere dalla natura specifica degli enti? Sicchè possiamo con
tutta tranquillità stabilire che è sempre un’ope- razione logica la costruzione
di un modello qualunque capace di rispon- dere rigorosamente alle esigenze di
una equazione la quale è già essa stessa una macchina analitica in perfetta
corrispondenza logica con ogni altro modello possibile, qualunque sia la natura
dei suoi enti, Da questo im- portante principio che fu da Garbasso nettamente
riconosciuto agli ‘scopi della fisica, noi deduciamo il principio della Logica
sperimentale in tutto congruente allo spirito progressivo del secolo delle
macchine. (41) In., Ib., $$ 3-4. Attenendoci strettamente al principio dei
gruppi di analogia perfetta si intuisce la possibilità d’una «logica
dell’analogia» come promozione della teoria dei modelli e della Logica
sperimentale, (Principio di dualità). — 26 — 32. — Scopo teoretico puro della
Logica applicata. Programma di lavoro. Queste considerazioni generali e
speciali esprimono certo una profonda verità la quale non dovrebbe essere
compromessa neanche dal risultato eventualmente fallito d’una ricerca
particolare che cercasse di fornircene una prova di fatto. Ma che anzi? Neanche
dall’eventuale successo; perchè sarà sempre penoso attendere che le verità pure
siano giustificate dal suc- cesso esterno, come se la loro conoscenza dovesse
dipendere dai servigj materiali che esse sono in grado di render agli uomini.
Tuttavia, siccome si suol dire che la teoria senza la pratica è impotente, non
ci arrestammo davanti all’esigenza tecnica convinti come siamo che la verità
non si for- tifica se non quando passando dalla logica pura alla logica
applicata, cioè affrontando tecnicamente la pratica, fa valere i suoi diritti.
Descriveremo dunque, ma non qui, alcuni modesti apparecchi costruiti secondo i
principj dianzi esposti e li presenteremo come primo saggio di Logica
sperimentale; non qui, perchè andare oltre in questo ordine di idee proponendo
modelli logici di applicazione pratica sarebbe uscire dal quadro teoretico di
questa Relazione. i 33. — Spiritualità della tecnica. Alto senso di verità
della Logica spe- rimentale. Fondazione di un Laboratorio di Logica
sperimentale. Ne- cessità di ajuto. A complemento di questo cenno volgiamoci un
istante al problema della spiritualità della tecnica, con inattesa violenza
aperto dalla tesi della Logica sperimentale. Com’è evidente, questa nasce dalla
teoria dei modelli cioè dal principio di indipendenza delle equazioni dalla
natura particolare degli enti e quindi dal corollario della sostituibilità
degli enti concreti agli enti astratti. Se ogni macchina è un sistema logico e
noi ne abbiamo sicura consapevolezza, perchè mai dovremmo uscir fuori dalla
logica applicandoci alla costruzione di modelli? La spiritualità della tecnica
promana dal fatto che la tecnica non è che l’incarnazione della logica, dato
che nella macchina fa corpo con questa; se forse non sarà più giusto proclamare
che la mae- china è spirito, non solo incarnazione dello spirito. Riconosciamo dunque
l’alto senso di verità che comporta anche solo l’idea di un Laboratorio di
Logica sperimentale, alla cui fondazione definitiva però occorrono mezzi
materiali che ora, purtroppo, invano si desiderano. Ma non prendiamo equivoco
sulla portata. Non si tratta di ricorrere alla logica utens per dare aiuto al
matema- tico nel suo calcolo o al fisico nei suoi esperimenti. La funzione
della Logica sperimentale non è ausiliare nè della matematica nè della fisica.
Rudemente aggiungiamo che se ajuta, ciò non ha importanza. iii ci iii fd è
L'ORSO È p del": La sua funzione va considerata dal puro lato della teoria
della cono- scenza come un avanzamento della logica in una direzione
esclusivamente | sua, in cui non ha bisogno, nè di dare, nè di ricevere, nè di
richiedere ajuti dottrinali, perchè essa vuole scrupolosamente SIBPEARE i
dominj altrui, rimanendo nel proprio. CONCLUSIONE 34. — Riassunto delle quattro
parti, Per concludere gettiamo un rapido colpo d’occhio sulla via percorsa. In
generale abbiamo tentato di afferrare quel filo di fuoco logico che persiste
traverso tutte le forme della ricerca scientifica, ne illumina l’intima
costituzione e il fecondo sviluppo, senza perderci in minuzie, chè sarebbe
stato spreco inutile di tempo. Sono le grandi linee della logica della ricerca
scientifica che noi ab- biamo voluto descrivere ed esplicare, mettendo in
prospettiva la natura, le speranze e i limiti del nuovo metodo del
potenziamento, coll’avvertenza che il progresso scientifico apparendo
approssimazione successiva a grado di sempre più vasta ed alta verità, è
sperabile che questa teoria non farà che aprire la via all’intuizione di una
teoria superiore. Molte sorprese frattanto ci hanno colpito, anche solo
restando nella piccolissima misura delle nostre forze. Su certi punti siamo
giunti a con- siderazioni che sembrano decisive, e che vogliamo sommariamente
rias- sumere. Così in logica pura (Parte prima) dove s'impone la necessità di
abban- donare la teoria tradizionale fissa ai vecchi pregiudizj della
permanenza degli enti, della proprietà tautologica, dell’impiego esclusivo
dell’analisi, vediamo che i principj di LAP aiutano a spostare il centro di
gravità della teoria logica. Invero per essi restituiamo alla logica la sua
intrinseca relatività rispetto agli enti, data la coincidenza della continuità
logica in generale colla numerabilità logica, quindi entriamo in possesso di
una tee- nica operatoria che permette di risolvere i problemi nuovi della
variazione relativa degli enti e del loro potenziamento e perveniamo alla
teoria delle equazioni logiche. Finalmente, presa chiara coscienza
dell’intuizione logica appuriamo la virtù produttiva e deduttiva e interattiva
delle operazioni tipiche di analisi (discorso) e di sintesi (universo o forma)
che costituiscono il fondamento logico della ricerca scientifica tutta quanta,
dal processo di formazione dei sistemi primitivi fino ai processi di
trasformazione (cioè alla derivazione della verità delle conoscenze dalla
verità di altre conoscenze) in ordine così alla prova come alla scoperta. pc e
Rispetto alla ricerca matematica (Parte seconda) la LdP dimostra che la
matematica è lo sviluppo del discorso di uno spazio in una forma di tempo. Ciò
è realizzato dall'idea del continuo matematico (caso particolare del continuo
logico) che si riduce in generale ad un rapporto inscindibile tra il continuo
spaziale e il continuo temporale. Questo risultato che si pre- senta per la
prima volta nella critica delle scienze matematiche è molto interessante. Esso
significa che non si descrive un continuo logico geometrico senza far ricorso
ad un continuo logico aritmetico e viceversa, essendo i due sviluppi per
necessità logica solidali cioè interdipendenti. Come la Geo- metria proiettiva
in rapporto alla metrica confermi questa tesi e dia una risposta anticipata ad
una possibile objezione contro l’unità Geometria- Aritmetica abbiamo dimostrato
e come l’insorgenza del concetto di proiet- tività sia una nuova prova del
processo relativistico di potenziamento da nant+ l A questa distinzione fondamentale
corrispondono tutti i sistemi mate- matici che si riducono alla coppia
Geometria-Aritmetica, dall’Algebra alla Geometria analitica, alla Geometria
proiettiva, alle Geometrie non-euclidee, al Calcolo infinitesimale, in cui
sempre per necessità logica si attuano i due sviluppi interdipendenti. Rispetto
alla ricerca fisica (Parte terza) la LAP dimostra che la Fisica rivela la sua
essenziale logicità nel solidale impiego delle condizioni ana- litiche e
sintetiche, in quanto propriamente è il discorso analitico, di spazio-
tempo-massa in una forma sintetica di interpretazioni varie. Tutto il suc-
cessivo processo di formazione e trasformazione dei sistemi fisici seguìta a
rispondere a queste fondamentali esigenze e cioè al principio relativistico del
potenziamento da n a n + 1. Comincia a fornircene una lampante prova il calcolo
delle dimensioni cioè del sistema delle unità di misura de- rivate che è già
l’anima del metodo sperimentale nel senso che riduce ad una intuizione logica
comune le intuizioni sensibilmente irreducibili, tra- sformando le operazioni
analitiche D in operazioni sintetiche U. Di questa natura logica del calcolo
delle dimensioni offrono due esempj con- vincenti: 1° il rapporto costante v
tra i due sistemi elettrostatico ed elettro- magnetico; 2° il rapporto costante
A tra l’energia e la frequenza nella for- mula di Planck-Einstein. Quindi
l’analisi logica del metodo sperimentale, oramai chiaramente risolto nella
teoria dei modelli, ne ripresenta un’altra cardinale conferma. In seguito estendendo
gli stessi principj logici all’in- | terpretazione delle leggi di probabilità e
di causalità, si viene in primo luogo a superare la controversia derivante da
una questione malposta circa il principio di indeterminazione di Heisenberg,
giacchè facilmente si vede che i due calcoli corrispondono alle due esigenze
logiche del pensare: lo statistico all’analitica, il causale alla sintetica. In
secondo luogo si viene & scoprire il nuovo urgente problema della
determinazione dell’invarianza logica del rapporto statistico-causale. Questo
risultato, connesso a preee- denti ricerche sulla teoria delle equazioni
logiche, ci ha permesso di fissare, la condizione logica fondamentale
dell’indagine fisica. Finalmente, dopo di aver dimostrato il passaggio logico
dalla relatività ristretta alla relatività generale come processo di
potenziamento da n a n +1, il massimo sforzo della presente ricerca fu
appuntato nella quarta intuizione del continuo spazio-tempo-massa. Questa
quarta intuizione costituisce il mondo di Mos- so, logicamente più vasto del
mondo della relatività generale di Einstein. Rispetto al cenno di Logica
sperimentale (Parte quarta), il programma tracciato, aprendo nuovi campi di
vedute e di ricerche, viene a mettere fuori di dubbio la verità d’un grande principio
non ancora abbastanza ri- conosciuto che la praticità della teoria può in
alcuni casi venir provata in modo esatto dalla teoreticità della pratica. La
qual cosa è precisamente l'analogo della costruttibilità logica di modelli
meccanici, cioè della spi- ritualità della tecnica consistente appunto nel
cogliere il comune logico dei sistemi varj, a prescindere dal contenuto
specifico degli enti, e nel tra- durlo tecnicamente in un gruppo di
trasformazioni fisiche equivalente, grazie al meraviglioso principio della
corrispondenza nei gruppi di analogia perfetta. Questo principio in altri
termini viene utilizzato dalla funzione organizzante che è poi niente altro che
la forma attiva euristica della fun- zione U. Rilevata la logicità della
costruzione d’un modello qualunque ri- spondente alle esigenze d’un’equazione,
emerge lo scopo teoretico puro di una logica applicata alla costruzione di
modelli fisici. Quindi riesce agevole comprendere il programma di lavoro tutto
inteso alla spiritualità della tec- nica e all’alto senso di verità della
Logica sperimentale. Ma alla realizza» zione pratica dell’alta idea, occorrono
congrui aiuti. Noi viviamo nella speranza che la sorte voglia serbare
all’illuminato Governo fascista che ci dirige la fondazione del primo laboratorio
di Logica sperimentale, pro- muovendo il rinnovamento degli studj logici in
Italia per quella via pronta e sicura a cui l’interesse della Patria insieme e
della Scienza chiama e invita tutti gli operai del pensiero. 35. — Difficoltà,
lacune, imperfezioni della presente ricerca. Senso e limiti circa le prove.
Certo rimane intatto un gran numero di questioni che un’epistemolo- gia
completa dovrà trattare (42). Di fronte al meritato rimprovero d’aver (42)
L'applicazione della LdP alle altre scienze sarà oggetto di nostre prossime
ri-. cerche. Lo studio fu già iniziato, attaccando alcune questioni
fondamentali di Biologia e Psicologia sperimentale. Cfr. La logica delle leggi
di ereditarietà e dei gruppi san- guigni e Tropismi e psichismi (in corso di stampa).
Quivi pure, analizzando il feno- meno della vita nelle sue tipiche
manifestazioni più che mai sarà dato di apprezzare quale profonde rivolgimento
vada operando l’impensata comparsa del fattore logico nei pri gel lasciate
tante lacune vogliamo però essere i primi a rimpiangere di non aver saputo far
meglio. Parimenti crediamo giusto snudare il motivo di altre manchevolezze.
Data la forma sommaria e scheletrica della presente Relazione, parec- chi
tratti appariranno oscuri e questionabili. Parecchie esitazioni saranno anche
provocate da qualche novità un po’ ostica di nomenclatura. Però possiamo
assicurare che i pochi termini insueti non furono tanto dettati dalla
difficoltà della materia e quindi dalla necessità, quanto dalla presente
incapacità nostra di trovare uno stile più limpido e vivo e di più agevole
comprensione, ad onta del nostro fermo proposito; giacchè non abbiamo affatto
desiderio di essere oscuri come coloro che appendono un cocodrillo impagliato
all'entrata del loro studio per dar tono al luogo. Riconosciamo d’aver lasciato
molti quesiti allo stato di traccia sui quali, tenendo conto degli eventuali
rilievi, ci impegniamo di recare ulteriormente il massimo possibile di
determinazione. Ma a chi domanderà maggiori prove d’ordine analitico non
potremo dare che questa risposta. Qui, versando in campo puramente filosofico e
occorrendo una certa maturità scientifica per afferrare la segreta curva sin-
tetica della teoria non facciamo professione di prove analitiche. Un raggio di
sole che entri in una camera è tanto più visibile quanto più è popolato di
grani di polvere. Per contro se il raggio è puro resta meno apparente. Così
avviene per la luce della intuizione logica che è sintesi pura e non si
apprende con la vista empirica e neanche con quelle che Kant chiamava Je forme
pure dell’intuizione sensibile. 36. — Indicazioni e direttive. Nondimeno quel
che abbiamo fatto finora in tema di LAP è poca cosa. Alcuni colpi di sonda
fortunati, facilmente fortunati data la ricchezza del sottosuolo. È però qui
dove si capisce che i ricercatori possono utilmente dirigersi e orientarsi in
nuove ricerche, con la sicurezza di andare avanti per conto proprio e di
accumulare un materiale prezioso. Noi daremo sem- pre e prontamente tutti i
consigli e gli ajuti occorrenti ai volenterosi; dico noi, ma voglio alludere
sopratutto al mio valente ex-discepolo e collabo- ratore Pietro Mosso a cui il
prestigio dell’età, le inesauribili doti di mente e di cuore, la rarissima
congiunta potenza dell’intuire e del dedurre che già sono venute a inforidere
nuova vita al vecchio maestro serberanno la nobile gioia di potersi dedicare
alla fortuna dell’idea pura per lunghi anni nell’avvenire. metodi di ricerca e
di prova. Ma il più importante sarà ancora questo, non tanto che la logica
riesca a dare spiegazione di tanti fenomeni vitali oscuri, quanto che il loro
‘comportamento possa spiegarsi secondo le forme fondamentali della LdP. 37. —
La nuova immagine dell’uomo logico. Collaborazione della scuola italiana al
movimento internazionale degli studi logici. II Ue7. Qui il nostro compito
finisce. Coloro che hanno avuto la costanza di accompagnarci nell’aspra fatica
sono in grado oramai di portare equo giu- dizio almeno sull’opportunità che gli
studj logici, i quali ora in Italia giac- ciono nella più desolante solitudine,
siano presi in seria considerazione e ajutati nel loro sforzo di rinnovamento.
L’ufficio preciso era il seguente: illustrare la logica della ricerca scien-
tifica nelle scienze esatte. E noi ci siamo studiati di assolverlo mettendo in
luce tutto un nuovo ordine di idee, la cui importanza riteniamo fondamen- tale
per la logica nuova e per l’organamento logico della scienza. Donde una nuova
immagine dell’uomo logico. Non più l’uomo sillogi- stico di Aristotele, non più
l’uomo a priori di Kant, non più l’uomo dia- lettico di Hegel, ma l’uomo in
crescente sviluppo di potenziamento. Se avessimo avuto modo di tratteggiare le
condizioni dei varj e potenti indirizzi di logica rispetto alle scienze
nell’ora presente, avremmo potuto facilmente provare che i principj nuovi, i
metodi nuovi, i risultati sicuri brillantissimi dànno l’idea d’un gigantesco
movimento internazionale a cui la nostra diletta Italia sente di portare la sua
diretta opera di collaborazione che speriamo feconda, TEPORE "ele deva WI. — Im vv —
eee n Patilni de (088 ACCADEMIA REALE DELLE SCIENZE DI TORINO (Axxo' 190-901)
SAGGIO È, # SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA ITOTA Di ANNIBALE M. PASTORE e TORINO
CARLO OLAUSEN Libraio della R. Accademia delle Soîenze Estr. dagli Attì della
R. Accademia delle Scienze di Torino, Vol. XXXVI. Adunanza del 20 Gennaio 1901.
r va 'Antò dé ye TUYV cwparikdòv, ws è&E elkévoc èvapyeotdTne, dvaporràv
dvaykaîov èrì TÙ mvevpatixd. S. Crro Atex., In Oseam. INTRODUZIONE 1. — Quando
vogliamo gettare uno sguardo ai risultati della scienza moderna, per orientarci
nel gran seno della realtà multiforme e multicolore, noi siamo costretti a
cedere a la ten- denza naturale di introdurre qualche ordine, anzi l’unità
nella molteplicità dell'esperienza. 3 Il problema dell'unità, invero,
costituisee gran parte: della tradizione classica della Filosofia, Ma il
presente lavoro avendo per oggetto di esporre e di esaminare per sommi capi il
processo ed i risultati fondamen- tali dell'esperienza mediata per scoprire i
limiti e i diritti della Psicologia introspettiva esclude rigorosamente da la
prima parte ogni considerazione che non abbia per base l’esperienza mediata,
l'astrazione e le convenzioni logiche. Considerando le cose da questo punto di
vista, possiamo dire che la tradizione classica del pensiero non à mai perduto
di mira i seguenti punti consacrati da la storia della filosofia in generale e
della filosofia greca in particolare: 1° l'accordo della Filosofia e della
Matematica o più pre- cisamente delle Scienze fisiche e delle Scienze morali;
2° il problema «dell'unità e la sua risoluzione successiva nei tre problemi:
cosmologico, antropologico, psicofisiologico; 3° il postulato fondamentale del
metodo meccanico de- scrittivo (analogico) in tutto ciò. che si riferisce a
l’esperienza mediata. ‘ Qual 4 ANNIBALE M. PASTORE 2. — Fu già notato da molti
un movimento importantis- simo che porta oggi un certo numero di filosofi a la
Matematica ed a la Fisica ed un certo numero di matematici e di fisici a la
Filosofia, anzi sì può sostenere, con gravi ragioni, che se questa unione,
notissima nell'antichità, riuscì poi meno appa- rente in un lungo periodo
storico, in verità non esistette mai una separazione tra la Scienza e la
Filosofia, tutt'al più bisogna riconoscere che alcuni scienziati ed alcuni
filosofi si sono igno- rati reciprocamente. Ora i gravi danni prodotti da
questo scambio di idee sono largamente compensati da’ risultati
importantissimi, tanto per la speculazione quanto per la scienza, che filosofi
e scienziati si apportarono scambievolmente; a rannodare pertanto il filo
interrotto della tradizione filosofica italiana, sigillata con tanta ricchezza
da' nostri grandi filosofi del rinascimento, e a promuovere quel vivo moto di
rinnovamento dello spirito umano, da cui noi Italiani rimanemmo esclusi da
troppo tempo, io credo che convenga transigere con l'enorme fastidio della
superfeta- zione dommatica tuttavia esistente in quasi tutte le scuole, poi con
serena libertà di spirito esaminare e saggiare tutti i sistemi, amici e nemici,
che vanno incontro francamente al massimo tra è bisogni intellettuali dell'età;
cioè a la riconciliazione della Scienza positiva colla Filosofia. Nella ricerca
di quel tanto di vitale, di umano e di stori- camente efficace che la Filosofia
deve portare a l'opera della civiltà, proclamiamo una buona volta apertamente
che tutti i sistemi sono uguali, di fronte a la critica, allorquando rendono
conto ugualmente bene di tutte le particolarità che si osservano ne' fenomeni,
o per dir meglio, allorquando giunti a la deter- minazione di alcuni rapporti
costanti, possono metter capo ad una nozione fondamentale comune che sussista
indipendentemente da essi medesimi. 3. — Le scienze naturali e la Filosofia
d’altronde sono con- ciliate da l'ideale che sovrasta ad entrambe ed appaga il
diritto della sintesi naturale a la ragione umana; .congiungere insieme tutte
le cognizioni in un sapere unico o universale e trovare la legge suprema da la
quale si possano trarre tutte le leggi par- ticolari. Il problema dell'unità è
così ad un tempo il problema scientifico ed il problema filosofico per
eccellenza, giacchè quello che più preme non è la semplice registrazione ma
l'organizza- zione razionale de’ fatti. tc] SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 5
Ora pur riconoscendo i grandi diritti della scienza speri- mentale moderna, la
sicurezza de’ suoi metodi, il numero sempre crescente delle sue scoperte e
delle sue applicazioni, non pos- siamo dimenticare che tutta l'esperienza
mediata muove da un punto di partenza, raggiunto già nella Filosofia greca da
la scuola di Leucippo d'Abdera, dopo i primi bagliori della scienza intorno a
le concezioni cosmologiche della realtà, ed elevato poi dopo Galileo a
postulato fondamentale dell'esperienza mediata. — Dare ragione dell'infinita
varietà e complessità dei fenomeni concreti per mezzo delle.condizioni
meccaniche e ridurre tutte le differenze di qualità a differenze di quantità. —
4. — Tali sono a punto i presupposti dell'esperienza me- diata a la quale,
dando pure tutta l'estensione possibile, giustifi- cata del resto da le sue
ottime prove, noi - dobbiamo ancora domandare quale sia il valore delle
conquiste scientifiche così fondate, cioè se riesca a cogliere la realtà nella
sua pienezza e concretezza o debba contentarsi di rilevarne o descriverne solo
alcuni lati; se donì, insomma, la più feconda orientazione al pensiero ed a la
vita pratica dell’uomo. Ma noi ci guarderemo bene dal domandare a l’esperienza
mediata ciò che essa logicamente non può dare; cioè se tradisca o no la causa
della speculazione filosofica, poichè un falso con- cetto della natura e della
scienza non deve lanciarei a pretese illegittime nè scemarci il coraggio del
vero. L'ESPERIENZA MEDIATA Carrroro I. — Il processo, 1. — Prima di rispondere
nettamente a questa domanda : Che cosa è la scienza? — noi dobbiamo far breve
menzione di un’altra questione preliminare. Sappiamo che lo spirito umano
seguendo il procedimento normale nell’acquisto delle cognizioni, à dato origine
a due classi di scienze naturali distinte: 1° Scienze naturali fisiche; 2°
Scienze naturali psicologiche o comunemente dette morali, Li 6 ANNIBALE M.
PASTORE Ora, de’ due modi di considerare l’esperienza: mediata © immediata,
quello dell'esperienza mediata o delle scienze fisiche, non solo si è
sviluppato storicamente prima dell'altro ma, poco a poco, e sopratutto pei
grandissimi vantaggi metodici, potè invadere anche il campo delle altre scienze
— per modo che il concetto moderno della scienza non riuscì a foggiarsi sul
tipo delle scienze morali — ma più tosto su quello delle scienze fisiche. In
seguito a’ lusinghieri risultati dell'esperienza mediata, la Meccanica
conquistò trionfalmente l’Astronomia, impose lin- guaggio a le teorie fisiche,
investe ora con successo la Chimica, affronta la Biologia, minaccia la
Psicologia e perfino a la Meta- fisica offre un sublime rifugio nella Meccanica
razionale. Che la scienza fisica con la descrizione si sviluppi e con essa
finisca maisempre, è opinione notissima; da le rappresentazioni pure e semplici
primordiali a la conoscenza scientifica, dai fatti a le leggi, l'operazione
intima e fondamentale di questa forma- zione è la comparazione. Da ciò si
comprende come E. Mach, nella sua breve lezione (1) si proponga seriamente di
giustificare l'opinione seguente di Kirkhhoft: la meccanica ha per oggetto la
descrizione più completa e più semplice possibile de’ movi- menti che si
offrono a noi nella natura. Queste brevi considerazioni metodologiche
preliminari get- tano già una grande luce sopra la natura ed il carattere fon-
damentale della scienza. Infatti: se il metodo dell'esperienza mediata in
genere, riposa sul postulato fondamentale del metodo meccanico descrittivo, noi
possiamo conchindere che nel mondo reale non v’hanno che fatti dati tutti su lo
stesso piano. Dunque ogni distinzione, ogni classificazione, ogni costruzione
sistematica di essi non è che un valore logico e soggettivo; cercare la natura
intima della scienza non vorrà dir altro che cercare il valore dell'organamento
logico delle cognizioni. Questa sempli- ficazione, la quale spiega chiaramente
la possibilità e la prati- cità della scienza, facendone una vera e propria
costruzione sistematica ricavata da un mondo affatto conoscibile, cioè rego-
larizzabile conformemente a le esigenze dell'umano pensiero, ci (1) E. Maca,
Ueber das Prinzip der Vergleichung in der Physil:. Leipzig, Vogel, 1894. SAGGIO
SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 7 costringe a sposare al postulato fondamentale
dell'esperienza mediata quest'altra proposizione, chiarissima genitrice dell’Idea-
lismo: — Quale che sia il fondamento misterioso sul quale ripo- sano i
fenomeni, l'ordine con cui essi si producono è esclusiva- mente determinato da
le leggi del nostro proprio pensiero. — 2. — Rifare nel nostro pensiero un
universo logico simile a l'universo reale, tale è lo scopo del problema
cosmologico. Leibniz vedeva in ciò un’aralogia con la projezione geometrica che
può rappresentare oggetti solidi con superfici, superficì con linee, linee con
punti. La presenza di questo problema in tutta la storia della Filosofia è un
fatto innegabile (1). Quando le scienze fisiche, cirea la metà del secolo
nostro, per reagire a le intemperanze degli Idealisti, fin dal principio del
secolo “ dom- binantes in vacuo ,, cercarono anch'esse di abbracciare in una
sintesi scientifica provvisoria la totalità delle cose, fondandosi unicamente
su’ risultati dell'esperienza mediata, non fecero altro che raggruppare
sistematicamente tutte le leggi supreme trovate coll’esperienza e col calcolo.
Cid che dona a punto a le ricerche scientifiche il carattere positivo è
l'impiego del calcolo e del metodo sperimentale, e lo scopo finale è sempre la
conquista e la sistemazione delle leggi. Ora la via che segue lo spirito umano
per giungere a questa conoscenza è la seguente. Noi abbiamo da un lato gli
oggetti e i fenomeni della natura fisica che supponiamo regolati da un sistema
di leggi fisiche scono- sciute (sistema cosmico). Da l’altro lo spirito umano
che accoglie e si rappresenta questi oggetti e questi fenomeni logicamente
(sistema logico), partendo da l'ipotesi che esista un certo accordo fra il modo
di procedere dellà Natura e il modo di procedere dello spirito umano.
Proseguendo nella via della conoscenza e fondandoci sempre sopra questa
ipotesi, non ancora verificata da l'esperienza, noi ci formiamo de’ fenomeni
esteriori delle ima- gini e cerchiamo di formarcele in modo tale che le
conseguenze logiche delle imagini siano a la loro volta imagini delle conse-
guenze naturali degli oggetti; termine medio fra le imagini e (1) Questo
periodo cosmologico nella filosofia greca primitiva, fu posto in chiara luce da
G. Allievo e giustificato cronologicamente e psicologica- mente, rispetto a le
altre fasi successive, ne' suoi limpidi Studi psicofisio- logici. Cfr. “ Mem.
della R. Accad. delle Scienze di Torino ,. Serie II, t. 45. 8 ANNIBALE M.
PASTORE la verificazione delle loro conseguenze è un sistema di equazioni
fondamentali a cui è possibile giungere per diverse vie. Quel processo che si
compie nell’associazione empirica di più rappre- sentazioni; in un ordine di
idee più largo, si ripete per le singole teorie della fisica matematica, le
quali — a giudizio del Hertz che è svolto ampiamente la questione de’ modelli
dinamici di un sistema materiale (1) — non sono altro che modelli dinamici
delle cose; e quello che è vero per le singole teorie della Fisica matematica è
vero anche per l’intero edifizio della Meccanica razionale. Così è che noi da
prima conosciamo solo il mondo dello — alterazioni fenomeniche mediate; quindi
intravvediamo vaga mente l’unità nel mondo de’ sistemi o modelli ipotetici
provvi- sorî; poscia, ricavato da essi il sistema delle equazioni ‘onda
mentali, con un ultimo slancio sintetico, volendo riprodurre tutto il processo
della machina rerum, imaginiamo una costruzione ideale e suprema delle leggi,
che sia la più esatta riproduzione del sistema naturale, e trovi la sua
verificazione logica nella costanza de’ fatti conosciuti. Questo modo di
considerare lé cose ci conduce a due punti di capitale importanza; è 1° In ogni
teoria ciò che vi è d’essenziale sono le equa- zioni fondamentali; nl 2° Se un
fenomeno ammette una spiegazione meccanica. completa ne ammette infinite che
rendono conto egualmente bene di tutte le particolarità rivelate da
l’esperienza. Li Queste conclusioni sono state esposte con molta autorità — per
un altro campo — da Lorenz, da Hertz e da Poincaré | e non sembra che sia più
possibile evitarle. Riassumendo i risultati, mi sembra di poter conchiudere,
che il problema cosmo- logico, dal punto di vista dell'esperienza mediata, deve
assumere la forma tipica seguente: 10° ORG 1° Fatti fisici; mal 2° Teorie; LE '
3° Sistema di equazioni fondamentali. Mid 8. — Anche in ordine al problema
antropologico l'esperienza — mediata, prendendo ad oggetto tutto il mondo
interiore aperto da Socrate e valendosi da un lato di tutti i risultamenti
scien- » N (1) H. Herz, Die Prinzipien der Meckanil: in neuem Zusammenhange
dargestellt. Leipzig, I. A. Barth, 1894. SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 9
tifici ottenuti da le singole discipline speciali, che vivono nel gran campo
dell’Antropologia, da la Biologia a la Sociologia, — da l’altro dai progressi
innegabili ottenuti da la Psicologia sperimentale, coi metodi più adatti, che
ci permettono di ricor- . rere più sicuramete a l’esperienza obbiettiva nella
ricerca dei fatti psichici elementari, cercò e cerca di arrivare a la scien-
tifica spiegazione dell'essere umano. È vero che qui gli scien- ziati
convennero tosto nell'ammettere che la forma scientifica dell’Antropologia non
può consistere in un imprestito di proce- dimenti da tale o tale altra scienza,
ma in una sola attitudine: la sottomissione ai fatti. Ma spinti da la necessità
della gene- ralizzazione cedettero anche qui a la tendenza di introdurre un
ordine nella molteplicità de’ fatti; e partendo dal vecchio postu- lato: la
realtà non è che un gruppo di relazioni — restrinsero la ricerca delle
equazioni fondamentali a questo problema sto- rico: Come uno stato si trasforma
da un altro? — La Storia per tal modo diventa una realtà scettica; la Morale à
le sue leggi come qualunque altro fenomeno, nò le cerca fuori della vita ma
nelle relazioni stesse in cui si moltiplica la vita; la società umana insomma è
tutta quanta soggetta a leggi deter- minate che possono formare oggetto di
varie scienze distinte: Nomografia, Nomogonia, Nomologia e va dicendo. Ma il
solo tentare di raggiungere un simile risultato presuppone nuova- mente la
possibilità di presentare il problema antropologico, sotto la forma tipica del
primo problema considerato: 1° Fatti antropologici; 2° Teorie; 3° Sistema di
equazioni fondamentali. ; Così per altra via siamo giunti al medesimo risultato
del primo problema. 4. — In ordine al problema psicologico dove si fa tanta
acerba la lite, noi avremmo dovuto sottilizzare molto una qua- rantina d’anni
fa, ma ora la critica dell'esperienza ci spalanca la via maestra, proseguendo
nella quale giungeremo a gli stessi risultati dei due primi problemi. Invero “
poniamoci — come dice l'Allievo — sul terreno dei fatti, dove la Fisiologia/e
la Psicologia s'incontrano come in un campo comune. Nella cerchia della
presente vita tellurica, e della nostra attuale esperienza, esiste una
corrispondenza tra i fenomeni mentali del pensiero - rg vw Ò,::SÌ 10 ANNIBALE
M. PASTORE del sentimento, della volontà ed î fenomeni fisiologici dell’orga-
nismo; le funzioni cerebrali porgono a lo spirito certe condizioni del suo
intimo operare e del suo ‘manifestarsi esteriore. L'osser- vazione si ferma a
questo passo psicofisiologico e non procede oltre a questo punto.
L'argomentare, come fanno i seguaci del Monismo fisiologico, dal semplice
rapporto di corrispondenza e di condizionalità fra i fenomeni mentali e fisici,
a la loro identità è un pretto sofisma che snatura il fatto, confondendo due
termini essenzialmente distinti , (1). Gli scienziati più severi e più sereni
dividono tutti questo modo di vedere, perchè sanno bene che il vero metodo
scienti- fico non confonde nè sopprime nulla dei termini su cui si eleva,
quindi, pur difendendo la realtà distinta del fatto sia fisico, sia psichico,
convengono nel dichiarare che tra la vita fisica e la mentale ci corre una
corrispondenza ed un parallelismo innegabile. E Ora è a punto sopra questi
principî che si giustifica, per l'esperienza mediata, una scienza esatta dei
rapporti che uni- scono i due mondi: la quale, se anche potrà parere
insufficiente ad alcuni non potrà mai essere dichiarata illegittima. Tutto è
seritto in qualche luogo — ha detto Goethe — gi tratta solo di trovarlo! Ma
l'esperienza mediata per arrivare al suo scopo non ha bisogno d'altro. Le basta
da un lato il prineipio del paral- lelismo psicofisico, che le permette di
stabilire alcune relazioni detorminate tra la così detta causalità fisica è la
causalità psi- chica, tra loro diverse tanto quanto differiscono i due punti di
vista; da l’altro la conoscenza delle leggi fondamentali della natura e delle
leggi fondamentali dei processi psichici da cui può trarre un’imagine o teoria
0 modello provvisorio dello stato attuale delle cose 6 formarselo in modo tale
che le conseguenze logiche dell'imagine siano a loro volta imagine delle
conseguenze naturali dei fatti psicofisiologici. Queste prime ipotesi bastano a
condurle al sistema delle equazioni fondamentali psicofisiolo- giche; cui essa
può anche fermarsi come al significato più largo e più profondo di tutte le sue
ricerche. (1) Grosxre Aturevo, L'uomo ed il cosmo. Torino, Tipogr. Subalpina
ed. 1891, pag. 206-207. h peo — — = ri n è ir — _ n SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA
MEDIATA 11 Ma il solo tentativo di raggiungere un simile risultato pre- suppone
nuovamente la possibilità di presentare il problema psi- cofisiologico, sotto
la forma tipica dei due primi problemi con- siderati: 1° Fatti
psicofisiologici; 2° Teorie; 3° Sistema di equazioni fondamentali, Carrroro Il.
— 1 risultati. 1. — Per ragioni di brevità e di semplicità abbiamo riunito
nell'unico problema antropologico i tre problemi: biologico, psi- cologico,
sociologico — che meriterebbero un posto distinto. Il lettore comprende senz'altro
che tutti questi problemi — con- siderati esclusivamente dal punto di vista
dell'esperienza me- diata — non si ribellano ai due termini estremi: Zsordire
dai fatti e risalire a le leggi. Di problema in problema, siam giunti così a
tre gruppi di leggi distinte; ora da una prima sintesi grossolana di queste
leggi essenziali a la vita, in cui le varie sintesi parziali si trovano più o
meno vagamente classificate, secondo quell’intuizion spontanea che ognuno di
noi porta in germe in sò medesimo e che sviluppa poi nel corso dell’espe-
rienza, noi ci eleviamo gradatamente ad una ricostruzione si- stematica
dell'universo, riunendo per ordine di fenomeno in fe- nomeno, di legge in legge
quelli elementi di cui l’analisi à definito i rapporti. L'ultimo sforzo dell’astrazione
si solleva al mondo delle equazioni fondamentali supreme, come a l’unica
realtà. Con questo semplice riconoscimento delle equazioni supremo la scienza
mediata esaurisce il suo còmpito teorico; perchè nella determinazione delle
equazioni fondamentali sta la ragione ultima del fenomeno scientifico, il quale
non è altro che il ri- sultato d’un'astrazion metodica operata sui dati
elementari del- l’esperienza. Con l’esperienza mediata noi non apprendiamo che
ordini di coesistenza e di successione, forme e rapporti costanti, quadri,
schemi, simboli, leggi. La nostia scienza tende sempre più a diventare
un'algebra: le leggi non sono che annotazioni del cammino osservato nei
fenomeni, tipi asfratti che noi fab- brichiamo, sostituendo al procedimento reale
un procedimento 12 ANNIBALE M. PASTORE ideale. La legge rassomiglia così a le
cose come la curva trace- ciata col plettismografo rassomiglia a le pulsazioni
della vita. Heco perchè il mondo filosofico s'avvicina sempre più al mondo
fisico e matematico, in cui una riflessione più cauta ci fa cono- scere che la
scienza sperimentale unicamente si compie. L'ul- tima parola non appartiene
dunque al meccanismo ma a l’espli- cazione matematica. Queste parole sono gravi
ma vere. Così l'esperienza mediata la quale è esordito col proposito costante
di mantenere la ricerca per quanto è possibile vicino a le cose della natura,
applicando poi rigorosamente la sua for- mula, diventò necessità determinante,
simbolizzazione e riduzione progrediente della molteplicità dei dati ad alcuni
tratti carat- teristici. È vero che per essa noi giungiamo a la certezza ma-
tematica, ma che cos'è questa se non la certezza massima d'un dato percettivo
minimo? 2. — Senonchè pur ammettendo che l’anima dell'esperienza mediata è la
legge, non possiamo arrestarci a codesta rigida schematizzazione della mobilità
dell'esperienza; il concetto di legge si riduce ai tre concetti di: rapporto,
costanza, necessità; per esso le varie scienze postulano la possibilità della
ripetizion integrale; se noi ci riducessimo a le sole leggi, dovremmo con-
siderare le relazioni dei fenomeni in se stesse, cioè come in uno stato di
perfetta immobilità. Un altro punto di capitale importanza è il termine
prezioso di funzione il quale, consacrato da prima da le matematiche per le
quantità astratte, potè inoltre essere trasportato nel dominio generale delle
scienze. Senza parlare delle applicazioni euristiche di questo principio, che
mi trascinerebbero fuori dell'ambito di questa breve nota, mi limiterò ad
indicare che esso rende impor- tantissimi servigì, specialmente nelle scienze
di correlazione, dove i vari ordini distinti mostransi costantemente e
regolarmente as- sociati e intimamente compenetrati nella rappresentazione
fornita da l'esperienza. Tuttavia anche questo termine non s’oppone a
l'organamento logico della scienza (1). Più ci sprofondiamo nel- (1) Intorno a
questo argomento il Tarozzi è scritto una profonda me- ditazione, che è vari
punti di contatto colla nota presente, in una prolu- sione intitolata: L'organamento
logico della scienza e il problema del deter- minismo. Firenze, Niccolaj
editore, 1899. SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 13 l'immenso addentellato
delle leggi e delle funzioni, più ci si scopre la selvaggia tetraggine del
concetto che noi possiamo formarci della natura, prendendo per unica guida
l’esperienza mediata. La natura intima non si dona, ben si dissuggella in forme
diverse, in una infinità di sistemi cosmici soddisfacenti quasi a lo stesso
grado, ben ci permette un intero ordine di equazioni fondamentali, ma ‘essa
sfuggo come fantastico miraggio. La scienza viene a perdere così quasi ogni
contatto teorico colla realtà, donde tut- tavia è nata. La natura, qual si
rappresenta nel nostro pen- siero da questo punto di vista, non è che un immenso
simbolo su cui posa la leggo velut sigillum marimum, come direbbe Cle- mente
d'Alessandria. 8. — Posto questo fatto capitale in ordine a la teoria della
conoscenza, noi percepiamo il processo dei fenomeni come per- cepiamo che il
cielo è azzurro, quando è azzurro; e la nostra percezione non è in aleun caso
il fondamento del fatto per quanto sia essenziale al nostro sapere e ci
permetta poi, nella pratica, di dedurre da lo stato attuale delle cose, lo
stato loro per un istante qualunque, Ma noi dobbiamo giungere logicamente ad un
risultato ancor più inatteso, ad un risultato che fu respinto con estrema
violenza dai primi intransigenti positivisti, nel furor della reazione, e che
ora l’esperienza mediata riaffaccia ed im- pone senza riparo. Esaminando il
congegno della mente umana in ciò che è di più profondo riguardo a l'acquisto
della certezza mediata, per mezzo di un sistema di equazioni fondamentali,
risulta chiaramente che essa non può uscire dai limiti della cognizione
analogica. L'esperienza mediata lungi da l'essere il modo unico ed esauriente
della spiegazione scientifica non è che un modo analogico di essa e solo a
questo semplice titolo metaforico può rimanere nella scienza la considerazione
meccanica dell’u- niverso. Ora, se la conoscenza. analogica maschera l’ igno-
ranza essenziale, come possiamo sopra la fede di essa spingerci a dichiarare la
conoscenza fondamentale di qualche cosa? Forse noi ci approssimeremo sempre più
a questo ideale se valendoci delle equazioni fondamentali integreremo la nostra
conoscenza coi dati dell'esperienza immediata, il progressivo avvicinamento
alla quale segna la progressiva depurazione del metodo analogico. 4. — Noi
siamo giunti dai modelli a le leggi, ma è chiaro 14 ANNIBALE M. PASTORE che da
le leggi, possiamo anche passare ad altri modelli ancor più soddisfacenti dei
primi, e il numero di essi, come dicemmo, può essere infinito. Tuttavia la
formazion dei modelli, tanto in una fase quanto nell'altra, non è una mera
superfetazione, ma una vera e propria esigenza dello spirito. È vero che la
conce- pibilità logica di un'equazione non comporta sempre una rap-
presentazione mentale adeguata e soddisfacente; spesso anzi questa
rappresentazione è materialmente impossibile come nel caso della Geometria
meteuclidea. I matematici invece fanno tutte le applicazioni dei calcoli senza
curarsi di giustificare rap- presentativamente le loro generalizzazioni. Noi
vediamo dunque che, una volta che si è giunti a trovare le equazioni fondamen-
tali, le costruzioni logiche possono riuscire, tanto inutili di fronte a tutte
le leggi, quanto impossibili di fronte a certune, Nondimeno anche se si potesse
rappresentare il processo dei varì fenomeni naturali, con tutta una serie
indefinita di modelli soddisfacenti, stabiliti unicamente secondo un ordine di
accettabi- lità, offerto solo da quella disposizione che meglio riproduce in
ogni particolarità ciò che si osserva nei fenomeni; l’unico legame fra la
natura ed i modelli, nel caso più favorevole, consisterà solo in ciò che le
leggi secondo cui variano le quantità corrispon- denti nei due sistemi sono le
stesse. Dunque lo studioso non solo non deve pronunziarsi intorno a questa
questione, circa il fondo delle varie energie naturali, ben guardandosi dal
eredere che vi sia nelle nostre rappresentazioni, tutta la verità o anche solo
una parte, ma egli deve ritenere perfino ozioso, in un gran numero di casi, il
discutere sopra il valore relativo di due ipo- tesi differenti. Ricercare
semplicemente qual sia l'ipotesi che possa render maggior conto di tutta una
serie di fatti, ecco lo scopo. Dopo la dichiarazione delle analogie che ànno
un'impor- tanza pratica immensa ma presentano eziandio un interesse lo- gico
notevolissimo, noi non possiamo sentirci obbligati a niente altro fuorchè a la
ricerca della verità. Noi dobbiamo perseguitare l'analogia perchè è uno degli
stru- menti più utili della fecondissima ipotesi, suggerendoci anche talora la
possibilità di nuove ricerche sperimentali, gincchè questo metodo,
euristicamente considerato, offre talora dei risultati tanto inattesi quanto
meravigliosi. Ma siccome l'accettabilità d'una teoria è sempre limitata, noi
non dobbiamo guardare la natura a SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 15 traverso
la teoria, nè fare della vita un'interpretazione della scienza, ma questa di
quella. Tutti gli scienziati son d'accordo nell'ammettere che l'uso delle varie
ipotesi-soddisfacenti rende i più segnalati servigi a la scienza; ogni amico
della verità non può che rallegrarsi profondamente di questo concorso, per
quanto l'amor proprio ed il trasporto che ognuno sente per quelle ri- cerche,
nelle quali è più competente, velando talora lo spirito, riescano ad eccitare
fastidiosi litigi. Lo dimostra — per addurre un solo esempio recentissimo — il
grande fermento critico solle- vatosi in tutto il mondo della fisica
matematica, quando il Laisant sostenne per la prima volta: “ I{y « plutòt des
algèbres que l’algèbre , (1) ed il Poincaré, con l’usata freddezza, concluse
vol- garizzando una nozione che comincia a pena ad'uscire dal cerchio degli
adepti (2). “ Non vi sono geometrie più o meno vere, vi sono geometrie più o
meno comode ,. 5. — Noi abbiamo mostrato finora le lacune e le insuffi- cienze
dell'esperienza mediata; era quasi il lato negativo offerto da la stessa
conoscenza scientifica, fondata su l’esperienza me- diata, e spinta a le sue
necessarie conseguenze logiche, ci resta a ristabilire il suo vero còmpito che
è tutto pratico poichè la esperienza mediata teorica non è che la metà di
un’antitesi; e di fronte a la vita non è vero che una teoria sia ciò che nella
scienza v'è di meno positivo. È qui, sul terreno pratico della vita, di fronte
a la verificazione sperimentale delle conseguenze logiche, ricavate da
l’equazioni fondamentali, è qui che l’espe- rienza mediata trionfa veramente.
Le nostre teorie, passando dal laboratorio a l'officina, si cambiano in ricette
pratiche combinate per ottenere certi risultati utili, e vengono com- binate
senza scrupolo fintantochè rendono i servigi voluti. La riuscita delle nostre
previsioni scientifiche è più relativa a l’azione che a la conoscenza. Da
questo punto di vista, poco importa che tutte le teorie siano artificiali e
convenzionali, egualmente vere ed anche in- finite, purchè i nostri calcoli
siano efficaci, purchè la scienza (1) C. A. Larsanr, La mathématique,
philosophie, Enseignement, Paris, Carré et Naud., 1898, pag. 51. (2) Cfr.
Arrnen Norta Wurrknsan, A treatise on universal algebra with applications. Vol. I. Cambridge University Press.,
1898. 16 ANNIBALE M. PASTORE più che la scienza stessa ci dia la vita, cioè
l'azione dell’uomo sopra la natura: ecco la portata obbiettiva dello leggi. È
l’azione che ci conduce a sostituire senza tregua le leggi quan- titative a le
leggi quantitative, il tempo omogeneo a la durata reale, l'estensione a
l'intensità ece., per la nostra più semplice comodità. È così che si dimostra
che l'esperienza mediata non à senso che riguardo al bisogno di agire, cioè a
quel bisogno che è creato la scienza medesima. In una maniera molto gros-
solana si potrebbe aggiungere che la scienza è la ragion pra- | tica della
conoscenza. 6. — Tradotti nel loro linguaggio scientifico, questi risul- tati
ci dicono che la scienza non è sbagliato la via nè deve mutare direzione; nè
pure occorre tentare di sconfiggere ogni teoria fondata su l'esperienza
mediata, per salvare i diritti della ‘ Psicologia introspettiva, giacchè tutte
quante, e il determinismo scientifico a mo' d'esempio, non sono dogmi, ma puri
metodi, basta ridurli ai loro limiti. Carrroro III. — Critica. 1. — Abbiamo
tracciato rapidamente il processo ed i ri- sultati più generali dell'esperienza
mediata, donde risulta una conclusione suprema: I limiti dell'esperienza
mediata non sono i limiti della conoscenza, ma di quella forma di schematismo
scientifico che ci porta solo a la cognizione analogica della realtà. Inoltre è
fuor di dubbio che l'esperienza mediata non parte mica dai fatti, cioò da tutti
i fatti, ma solo da alcuni fatti, quindi da un’astrazione. Un pensatore resta
certamente sorpreso osser- vando che il determinismo scientifico per esempio, è
quella stessa concezione che esordì col proposito di mostrare gli inconvenienti
e la vanità dei sistemi astratti. Ma differiamo per ora l’analisi dei fatti
ommessi, studiamo ancora criticamente gli ammessi più proprii ad ispirare
seriissimi dubbî sopra il valore delle con- clusioni filosofiche che si
pretendono trarre: e giacchè la ten- denza novissima del determinismo
scientifico è la ricerca gene- rica dei fatti cerchiamo di spiegare il modo
della generazione degli errori; i quali come i fiumi non ci spaventano quando
sono vicini a la sorgente, ma dopo un lungo corso non si possono più guadare,
SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 17 L’ esperienza mediata è meno un dato che
si scopre che un decreto che si impone. Quando l'applicazion scientifica
riesce, vuol dire che le nostre teorie rendono conto perfettamente di tutte le
particolarità rivelate da l’ esperienza. Ma quando non riesce, anzi si
affacciano ad un tratto deviazioni ed ecce- zioni che sembrano irreducibili,
che cosa dobbiamo pensare del- l'equazioni fondamentali ottenute? Orbene una
semplice finzione, che si riduce a la supposizione dell'intervento di un
elemento nuovo nel problema, ristabilisce l'ordine minacciato. Anzi i van-
taggi euristici di questa finzione sono enormi. La storia dimostra che da una
deviazione nelle nostre previsioni astronomiche si concluse sempre a
l'esistenza di una perturbazione ancor ignota, e si arriechirono gli atlanti
astronomici di nuove scoperte. In- somma pare quasi a bastanza fondata
l'ipotesi che l’esplicazione scientifica dell'esperienza mediata sia
suscettibile di applicazion universale. 2. — Ma risorge un'altra difficoltà.
Volendo ridurci solo a le equazioni, possiamo almeno supporre che l’esperienza
ci fornisca tutte le infinite ipotesi necessarie al calcolo? Tutt'altro. Ogni
esperienza non ci fornisce quasi che un’incognita sola. Come diminuire
frattanto l’indeterminatezza del problema? Fu già accennato nel Capitolo II, $
4, che nelle Geometrie meteuclidee la rappresentazione mentale adeguata e
soddisfacente è materialmente impossibile; possiamo aggiungere che tanto esse
quanto la Meccanica razionale, per esempio, sottraggono uno infi- nito numero
di incognite, a la determinazione; talchè tutte le ipo- tesi che si potrebbero
fare riguardo ad esse, non sono nè vere nè false; e tutte le questioni sono
affatto sprovviste di senso, quanto la question dell’oggettività dei principî
della Meccanica. Il maggior sforzo di sottigliezza che lo spirito umano possa
fare su questo punto non può dare alcuna soddisfazione; e noi pas- seggeremo
sempre in questo circolo, sotto la scorta dell’espe- rienza mediata. Ma questa
dottrina merita di essere più am- piamente esaminata, sopra tre punti capitali:
la nozione di causa, la nozione di legge, i limiti dell’esperienza mediata. 3.
— La nozione di causa. — Questo principio si eleva al disopra dei molteplici
fatti particolari e sembra governare il processo del pensiero non solo, ma lo
svolgersi stesso della realtà. Il Bergson, che è ricercate acutamente le
origini psico- PastoRE. 2 18 ANNIRALE M. PASTORE logiche della nostra credenza
a la legge di causalità, sostiene che l'acquisizione graduale di questa
credenza non fa che una cosa sola colla coordinazione progressiva delle nostre
impres- sioni tattili a le nostre impressioni visive, coordinazione che implica
essa stessa l'intervento dei movimenti e sopratutto delle tendenze motrici.
Tutta la sua dottrina si può formulare così: La nostra credenza a la legge di
causalità è esercitata, messa in gioco, in una parola vissuta, dal nostro corpo
prima d’essere ‘ pensata dal nostré spirito. Con ciò egli crede di riconciliare
l’empirismo col razionalismo facendo passare la legge di causa- lità, da una
fase e forma pratica, ad una fase e forma scienti- fica che consiste
nell'affermare una relazione costante fra due fenomeni variabili, di cui vino
sarebbe la funzione dell'altro. In effetto non v'è alcuna prova diretta che si
possa opporre contro questo modo di ragionare. Fa d'uopo nondimeno osservare
che questa non è altro che una ipotesi soddisfacente, posta al me- desimo
grado. Non basta si osservi che, tanto codesta quanto altre ragioni
soddisfacenti dell'origine della nozione di causa, provano non tanto la
costituzion immutabile dello spirito umano quanto il processo dell’organamento
logico della scienza. Ora è bene che la questione sia posta in questi termini,
perchè ne spunterà fuori un risultato nuovo e di grande momento. I moderni
critici del determinismo scientificp, d’unanime con- senso, affermano che
l’esperienza mediata tutta intera, versandosi sulle cose di fatto, s'appoggia
sul principio di causalità ; per dimo- strarne l'insufficienza e
l'inadeguatezza, chiamano ad esame par- ticolarmente codesto principio e
credono di aver distrutto il determinismo scientifico allorchè àènno dimostrato
che tutto il reale non è riducibile ad esso. Anche il Petrone che è attaccato
ultimamente con grande serenità ed acutezza questa teoria, pone a cardine di
esso il presupposto dell’universale determinabilità del reale, secondo il
principio di causa; e nel problema psico- logico, per esempio, rigetta il
parallelismo psicofisico perchè si riduce tutto al più all'affermazione di un
rapporto di reciproco condizionamento, irreduttibile a lo schematismo
unilineare del principio di causa; e nel problema sociologico rigetta parimenti
il determinismo sociologico, in tutte le sue concezioni, riducen- dosi in
complesso a sostenere che la penetrazione, lo scambio, l'interferenza e la
solidarietà degli stati psichici, non è pari- menti riducibile a lo schematismo
unilineare della causalità. SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 19 Ora noi non
possiamo scorgere alcuna solidità in questo ar- gomento critico, giacchè
l'esperienza mediata non si fonda niente affatto sul principio della causalità;
nò lo può, nè lo deve. Quindi non solo il determinismo scientifico, se stesse
fedele a l'esperienza mediata, da questo lato sarebbe al coperto di qualunque
colpo de’ critici» ma avrebbe forti ragioni per sostenere il suo metodo. Di
fatto, l’esperienza mediata, per la pratica della scienza e della vita che
bisogno è di implicarsi nella spiegazione delle qualità ultime delle cose? À
bisogno essa mai di scoprire l'intima re- lazione causale fra le cose, quindi
di adottarne il postulato me- tafisico, intendendo per cose degli esseri
indipendenti da lo spirito? Non è anzi vero che, aspirano ad una cognizione
uni- camente analogica, per servire precipuamente a l'azione e s0- stituendo
senza posa l'attualità quantitativa a l'ultimità quali- tativa, deve rinunziare
per forza a l'idea della natura intima delle cose? Fondando le sue ragioni
nella sperimentale certezza psicologica della continuità dei fatti, la
produzione di una cosa per essa significa semplicemente: la produzione di una
cosa in un tempo e in un luogo determinato. Per i bisogni della sua spiegazione
schematica dunque, si accontenta di una ricerca assai più modesta: la ricerca
della condizione reale. È vero che i con- cetti di causa e di condizione dnno
un valore ben diverso, giacchè quello postula l'esistenza del condizionato,
questo la possibilità. Ma oggi l’esperienza mediata, risalendo più alto può
tenere un linguaggio più positivo: “ a determinare il condizionato in tutte le
sue circostanze non è sufficiente l'insieme di tutte le sue, condizioni
necessarie? ,. È vero che l'impossibile non contiene l'essere. Ma l'esperienza
mediata deve preoccuparsi più dell'es- sere o più delle equazioni fondamentali?
Essa mira solo a la possibilità di dedurre da lo stato attuale delle cose lo
stato loro per un istante qualunque. La sua natura astratta le interdice ogni
altra pretesa. Legittimare col calcolo la possibilità della deduzione pratica,
constatare unicamente delle consecuzioni co- stanti necessarie a rendere
intelligibile l'ordine dei fenomeni, trovare non la causalità ma la continuità
sperimentale dei fatti : ecco l'ideale. Lo spirito è bisogno di concepire, tra
i fenomeni, delle relazioni sufficienti di condizionalità, ma queste relazioni
condizionali sono legittime solo come concezioni dello spirito e precisamente
perchè rendono possibile la sua opera unifica- - 20 ANNIBALE M. PASTORE trice.,
Ridotta la questione a tal punto, noi possiamo conclu- dere che: 1° Il
postulato fondamentale dell'esperienza mediata ri- chiede una pura nozione di
concepibilità. 2° Questa nozione è necessaria per la verificazione delle
conseguenze delle equazioni fondamentali, cioè per l'applicazione della scienza
a la vita. 3° Ma questa nozione di concepibilità è fondata unica- mente su
l’induzione analogica della continuità, che non richiede ‘affatto la nozione di
causa. 4° Dunque l’esperienza mediata non si fonda sopra la nozione di causa,
ma puramente su la nozione di condiziohe reale. Da ciò si ricava che il
determinismo scientifico — inteso nel suo vero senso — non potrà mai essere
condannato del tutto, per la sua indiscutibile capacità di servire massimamente
a l'azione; dacchè la sostituzion della nozione di condizione reale a quella di
causa non rende punto arbitraria l'opera dello spi- rito. Queste conclusioni
sono della massima importanza; tanto più perchè sfuggirono finora a la maggior
parte de’ critici del determinismo. Ma noi potevamo già aspettarci un risultato
sif- fatto, avendo ammesso fin dal principio l’intima penetrazione delle
scienze fisiche colle matematiche. In verità la scienza nostra va ognor più
dimostrando come nella fisica attuale la causalità prende poco a poco la forma
di una relazione matematica, ri- ducendosi cioè ad una semplice formula
d'uguaglianza di due termini opposti. La 4. — La nozione di legge. — Sostituito
così, per coerenza logica, il principio di condizione reale al principio di
causa, che non le consente di applicare il suo metodo positivo a tutti i dati
sperimentali, l’esperienza mediata può assumere di fronte a la nozione di legge
una ben più ingegnosa elasticità di ricerca. Se il determinismo scientifico non
vuol essere respinto in blocco da la critica moderna, deve ridursi a fornire
con le sue gene- ralizzazioni delle semplici e irrefragabili comodità dello
spirito; esso deve proclamare ben alto che le sue leggi — dal punto di vista
della specificità delle cose — èànno un valore tanto più precario quanto più
sono rigorose e perfette. Chi non lo vede? Noi abbiamo bisoguo di utilizzare
l’universale ma non l'a- SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 21 miamo come amiamo
l’individuale, che salva la dignità della specie umana, e il fondamento della
nostra personalità e dell'ordine morale. Il lavoro scientifico si riassume in
questa celebre for- mula: Sapere per prevedere e per provvedere. Ma se l’idea
della legge ci aiuta a vivere, non è ciò che ci fa vivere, nè ciò che
costituisce la nostra vita. Da ciò si scopre che noi non dobbiamo occuparci —
sempre per questo riguardo — di distinguere radicalmente le leggi fisiche da le
psichiche, ma di scoprire e di sistemare soltanto le leggi scientifiche
dell'esperienza mediata, le quali esprimono solo l’af- fermazione eminentemente
pratica della condizionabilità delle cose. L'esperienza mediata deve prestare a
le cose una deter- minazione affatto sperimentale. Ma rimane ancora da
segnalare un’avvertenza ben teme- raria e pure negletta da la maggior parte
degli studiosi. È notissimo il fatto della penetrazione incessante della teoria
evo- lutiva in tutti i campi delle scienze. Forse è per questo che le geometrie
meteuclidee ànno già spogliato l'intuizione spaziale a tre dimensioni di quel
carattere apodittico che sembrava ren- derla assoluta e necessaria per tutti
gli spiriti. Ma se noi consideriamo la concezione eraclitica nei rap- porti col
problema della certezza, dobbiamo domandarci subito: Che diverrà del vecchio
problema della fissità delle leggi? Accettate le premesse bisogna accettare le
conseguenze. Ora se poniamo le leggi sul rapido fiume del divenire, dobbiamo
per forza venire a la proclamazione della evoluzione delle leggi naturali tutte
quante. Sì certo. Queste sono le estreme e temerarie conse- guenze del connubio
dell'esperienza mediata coll’evoluzionismo. L'ipotesi dell'evoluzione è il
vantaggio di perdersi nella notte dei tempi e di sfuggire ad ogni verificazione
diretta; ma è ben doloroso che regni tanta incertezza intorno ad una delle più
fon- damentali cognizioni dell’ umano sapere. Sarebbe quindi della massima importanza
studiare se e come queste nuove idee de- terminino un nuovo indirizzo nella
filosofia e nella scienza, e ci conducano ad un mondo pieno di miti evanescenti
oppure ad un mondo di ragioni scientifiche più sicure, meno tetre e più
praticamente efficaci. Ma qui possiamo solo accennare il risul- tato, per
completare la sintesi “ provvisoria , e pel generale apprezzamento d’una teoria
che comprende non solo le questioni risolte, ma ancora le questioni da
risolversi. 22 ANNIBALE M. PASTORE i 5. — 1 limiti dell'esperienza mediata. —
Volendo aprirci la strada ad una conclusione intorno ai risultati più generali
ot- tenuti in questa disamina, noi possiamo stabilire che l’esperienza mediata,
per sua stessa definizione, è il determinismo scienti- fico, per difetto, non
esordiscono da tutti i fatti, nò risalgono « tutte le leggi. Nondimeno l’intima
insufficienza di questa conce- zione costituisce a punto la sua
giustificazione, nel senso che, se essa non è altro che un organamento metodico
di fatti e di astrazioni, quest’organamento è ormai diventato una realtà or-
ganica e storica che regge buona parte della conoscenza di ciascuno di noi, e
non è altro che il riconoscimento sincero della sua stessa limitazione. Ma nò
il riconoscimento di questo sche- matismo scientifico, nè l'impossibilità di
eliminarlo nella pratica, . sembrano motivi sufficienti per dichiarare la
concezione contrad- ditoria, e tanto meno illegittimo l'impiego delle sue
equazioni fondamentali. O per dir meglio, qui la contraddizione non è il segno dell’impotenza,
perchè se la concezione teorica dell’espe- i rienza mediata non è altro che un
idealismo astratto — che si : ignorò nella sua prosaica giovinezza, quando si
contrappose come una reazione del senno borghese a la splendida poesia
dell’idea- I i lismo dominante sui principi del secolo XIX, con la brama di I
riposare oramai nei soli fatti e nelle pure leggi trovate col me- todo
sperimentale e col calcolo — ai giorni nostri, ammaestrata i da le sue cadute,
non è più la pretesa di porsi fuori della cri- tica, e non si può dire che
logicamente sia caduta in niuna forma di dogmatismo metro peggiore dell'antica;
se ne ec- cettui alcuni vaneggiamenti di moderni Enesidemi, che portano la
acatalepsia e la contraddizione più assurda nel loro seno © | si condannano
quindi da sè medesimi. 6. — Riassumendo: 5 1° L'unione intima della filosofia e
della scienza è con- sacrata da la tradizione classica del pensiero umano. 2°
Il postulato meccanico fondamentale è una necessità indeclinabile per il
processo dell'esperienza mediata. 3° Quale che sia il fondamento misterioso nel
quale ri- i posano i fenomeni, l’ordine con cui essi si producono è esclusi-
vamente determinato da le leggi del nostro pensiero. _ 4° Se un fenomeno
ammette una spiegazione meccanica completa ne ammette infinite che rendono
conto ugualmente bene di tutte le particolarità rivelate da l'esperienza. è
SAGGIO SOPRA L'ESPERIENZA MEDIATA 29° 5° Il grado di preferibilità delle teorie
meccaniche di- pende semplicemente da la loro portata: rappresentativa, euri-
stica, pratica. ù 6° L’'accettabilità di una teoria, per quanto soddisfacente,
è sempre limitata. ‘ 7° In materie di teorie s'impone recisamente l’opportu-
niSMO. n 8° L'esperienza mediata deve preocenparsi solo di sco- | prire e di
sistemare le leggi scientifiche dei fatti, le quali de- signano unicamente le
condizioni reali dei processi. 9° Le equazioni fondamentali, trovate con
l’esperienza e col calcolo, ànno l’importanza. capitale, per la nostra
certezza. 10° L’interpretazione delle leggi dell'esperienza mediata non ci dà
che un modo analogico della spiegazione scientifica. 11° L’analogismo non è
imposto a la scienza da la realtà, ma da la natura stessa della nostra
conoscenza mediata. 12° La nozione di causa non è la base logica dell'espe- rienza
mediata. I 13° La base logica dell’esperienza mediata è la pura no- zione della
concepibilità, fondata unicamente su l’induzione ana- logica della continuità e
riducibile a la nozione di condizione reale. : 14° L'esperienza mediata non si
legittima che come filo- sofia dell’azione e la sua formula è la seguente:
sapere per prevedere e per provvedere. 15° Se il determinismo si sposa
coll’evoluzione è costretto. ad ammettere logicamente l'evoluzione di tutte le
leggi naturali. 16° La certezza di quelle verità fondamentali d' espe- rienza
immediata, da cui può trar norma la vita non comincia nè finisce col
dimostrabile. ; Pe È x DI = po PI PA te TREAT LAO RT RA ;3 MT P fore Te I dt d
dò pes de) Via Sad a tI MW n ne IT Bet ner NT. n ti po” ae E deg CONCLUSIONE, A
% Risultano scoperti, oltre ad alcuni fatti dell'esperienza me- diata che il
determinismo scientifico ommette di proposito, tutti i fatti dell'esperienza
immediata nella loro massima immedia- tezza © concretezza; residuo
preziosissimo di dati elementari irreducibili, tra cui l’esperienza mediata non
può portare il suo vincolo Scania lola 0 + In verità noi non abbiamo bisogno nò
facoltà di meccaniz- zare tutto, nè per comprendere, nè per vivere; e neppure
siamo fatti per tutto sapere nè per tutto ignorare. Queste considerazioni
scoprono dunque i limiti ed i diritti incontrastabili della psicologia
introspettiva. Madonna del Pilone. Miti a 1900, ” » ica | ? mia Mist È , - . nd ur
ANNIBALE PASTORE Tr des LE SUN Sh pa a a du i etelli siti E I O. e erre eee x -
® x IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO RETTE TRAE OE FIT ALLA
"TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE VOLUME oa ie rà STORIA CRITICA DEL
PROBLEMA DELLA i CAUSALITÀ DAI PRIMORDJ DELLA FILOSOFIA GRECA AI GIORNI NOSTRI
TORINO | FRATELLI BOCCA EDITORI é IN REL PRE Tree oT — Dopositario per la
Sicilia : ORAZIO FroRENZA - PALERMO, | = Deposito per Napoli e Provincia: Fahe
Società Editrice « DANTE ALIGHIERI > (ALBRIGHI, SEGATI E C,) - NapoLI FEISS
ITALIAN Boog Company - NEW YoRrK Ae ast ; a : 1921 Digitized by Google AA
Torino - FRATELLI BOCCA, EpitoRI - RoMA-MILANO | Biblioteca di Scienze Moderne
1. SeroI. Africa. Antropologia delle stirpe Camitica. - Con 118 fig. ed una
carta 3 i ; i A È : : ; . LL. 10— 2. Nierzscne. Al di là del bene e del male.
Preludio d’una filosofia 1 dell'avvenire — 5% ediz. . È de ; ; ; È . »d» B_- 8.
Zini. Proprietà individuale o proprietà collettiva? — (Solo più copie legate) -
; È x da . : - A e ade 4, VeRwORN. l'isiologia generale Ande da . ; i 5 .
(esaurito) 5. CiccortI. Il tramonto delia schiavità nel mondo antico : .
(esaurito) 6. ViLLa. La psicologia contemporanea. — 2* ediz. . È i . >» 12—-
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— Con molte figure. (Solo copie legate) ‘. È ; - , | 3 - i i > . >» 8E—-
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edizione . . ; : ; «dr 25 11. StirnEr. L'unico. Con introduzione di FP. Zoccoli
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conquista del primato in Italia i i i 4 i È : . (esaurito) 34. ForeL. La
questione sessuale esposta alle persone colte. — 2* ed. >» 12 — 39. SPENCER.
Il progresso umano ; 4 1 ; : .. > 10—- 36. SeraI. Europa. L'origine dei
popoli Europei . È ; . > 20— 5T. BARTH, Principii di pedagogia e didattica.
—- 2% edizione vi ed 38. EuckeN. La visione della vita nei grandi pensatori -
2% edizione » 86 — 39. Zuccante, Socrate. Fonti-Ambiente-Vita-Dottrina : : si
dI 40. ScHoPENHAUER, Morale e religione E ‘ i pria . » 8—- ——_- I le EB e]eo_ e
_ — e mImTITtIEIIIIe_cc.:. I prezzi devono essere aumentati del 80 Ojo ad
eccazione di quelli già indicati NETTI Digitized by Google IL PROBLEMA DELLA
CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE DELLO
STESSO AUTORE Sopra la teoria della scienza. — Logica, matematica, fisica. —
‘Torino, Bocca, 1903, | Macchine logiche. -- Conferenza popolare. — Genova,
Riv. Ligure, 1906. Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli
meccanici. — Con 17 figure e 8 tavole fuori testo. Torino, Bocca, 1906. [
progressi e le condizioni presenti degli studj intorno la logica formale, —
Prolusione. Finalmarina, 1906, Del nuovo spirito della scienza e della
filosofia. -—- ‘Torino, Bocca, 1907, (7. M. Guyau c la genesi dell'idea di
tempo, — Lugano, « Coenobium », 1907. Sull’impiego del concetto di tempo nella
logica pura, — Estr. « Questioni filosofiche ». -— Bologna, Iormiggini, 1908.
Sopra un punto essenziale del neo-legelisnio conteniporaneo..— Atti R. Accad.
Scienze di Torino, (NLIV), Maggio, 1900, Sulla natura ertralogica. delle leggi
di tautologia e di assorbimento nella logica matematica, + - IVO Congresso
Internazionale Matematici. (Vol. 3°, IV, 6). - Roma, 1900. | SallYorigine delle
idee in ordine al problema dellaniversale, -- Rendie. Lincei NVIII, Giugno,
1909. Sillogismo e proporzione, - 'Vorino, Bocca (BS. M.. 47), 1910. IL valore
teorelico della logica, -— Prolusione alla R. Università di Torino, Riv. di
filos., -- Roma, 1910. Dell’Essere e del Conoscere. Memoria. —- R. Accad.
Scienze di Torino. Serte II, DXI, Crennaio, 1911, Contributo alla teoria della
conoscenza. -- Rendie, R. Istit. Lombardo. Serie JI, XIUIV, 1911. Nuove
ricerche sulla percezione monoculare della distanza, I, « Riv. di Psic. applie.
», Settembre-Ottobre, 1911. B. Croce e la. filosofia di (. B. Vico. —— « Giornale
storico della letterat. it. ». -—- Torino, 4911. Le definizioni matematiche
secondo Aristotele e la logica matematica. — Atti R. Accad. Scienze. - -
‘Torino, Marzo, 1912. Il Pensiero puro. -— Torino, Bocca, 1915. i Der kritische
Kommunismus bei Friedrich Engels. --- Archiv. fur dic Geschi- chte des
Sozialismus, —— Hirsehfeld, Leipzig, 1913. Une thcorice
des limites appliquee à la civilisation moderne. -- Revue France- Italie, Mai,
1914. Sopra la critica
filosofica delle scienze. —- « Riv. di filos. ». Marzo-Aprile, 1914. IL compito
della filosofia nel rinnoramento degli ideali della patria. —- Prolu- sione, —
Riv. di Filos., Gennaio, 1916. ANNIBALE PASTORE IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON
PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TRORIA DEL METODO SPERIMENTALE VOLUME PRIMO STORIA
CRITICA DEL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ DAI PRIMORDJI DELLA FILOSOFIA GRECA AI
GIORNI NOSTRI TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI Depositario per la Sicilia : ORAZIO
FiIoRENZA - PALERMO, Deposito per Napoli e Provincia : Società Editrice « DantE
ALIGHIERI > (AuBRIGHI, SEGATI E C.) - NapoLi ItaLiAN Book Company - Nkw York
1921 CACOONINI Pai . » cel (o 1 i} 24 h ULte PROPRIETÀ LETTERAKIA Casale
Monferrato — Unione Tipografica Popolare succ. Cassone -— ‘er >.
leE==="="="=—=sy="===={fgj INDICE PREFAZIONE . ; 3 . i j è
4 3 ì : 7 Pag. Introduzione ; 3 . i . ; 0 di P ; A » PARTE .PRIMA Storia
critica del problema della causalità dai primordj della filosofia greca ai giorni
nostri. Criterj generali . : ) . a è i 3 : : » Capo I. — La Filosofia greca dai
primordj a Socrate . A » Capo II. — Platone . ; ; ua è A : ; » Capo III. —
Aristotele i © i . : . ; » Capo IV. — Stoicismo, Epicureismo, Scettieismo,
Neoplatonismo » Capo V. — La Patristica e la Scolastica . = P.a : i » Capo VI.
-—— Il Risorgimento : ; : ; ì ; . » Capo VII. --- Galileo . : è i s 5 é ; : »
Capo VIII. --- Il razionalismo e l’empirismo . . 7 . : » Capo IX. -— La scuola
scozzese . ©. i . . ; è » Capo X. -— Kant . 5 ; i. Ga ; ì ; ” » Capo XI. -- La
Filosofia nella prima, metà del secolo XIX » » Capo XII. —- La Filosofia
contemporanea . : ; ; . » CORRENTE PRIMA — ‘lendenze teoretiche. $ 1. —
Empirismo . : A . ; î : » $ 2. —— Empirio-criticismo ; ; ? i ; » $ 4. —
Neocriticismo e sistemi affini . i È » 241 C'onclusione (749725 1% — vr 5. —
Positivismo italiano 4 ; ? 6. -- Contingentismo . i * . . T.--- Immanentismo .
4 > TE ; 8. -- Logicismo . : . » : ; 9. Neo-hegelianismo inglese . ; ; 10. -
Idealismo attuale ; 3 ; ; CORRENTE SECONDA — Tendenze patetiche. 11. -
Valorismo . : ; ; : CORRENTE TERZA — Tendenze pratiche. 12. Intuizionismo —. i
; : j 13... Prawmatismo ; ; , 262 267 272 277 281 285 204 308 315 _ a
ERRATA-CORRIGE. Pag. Lin, Nota ll 16 Synthetis Synthesis 14 5 trascendentale e
trattate | trascendentale trattate 40 34 della Causa intelligente, aggiungere e
della Causa finale, 48 8 Epi EoYY 57 5 TÒL TToxelevov TÒ Urroxetevov 58 Il
causa motrice e causa finale causa materiale e causa formale 60 15 05 où 104 22
parus purus 118 prima dell'ultima linea aggiungere Concludendo: se, per Bruno,
nella natura divina (che è infinito cau- sare) necessitas et libertas sunt
unum, non ripugna estendere lo stesso principio alla vera natura umana (in
quella parte di natura divina che ha in sè). Cfr., per la stessa osser- vazione
in Spinoza, pag. 155. 130 2-3 18 aspirazione ispirazione 210 21 Docke Locke 212
8 incognita » incognita ») 235 21 esso CSSa 237 16 x = %(y) | xa = (9) » 23
valore | vapore 243 6 sensazione seriazione >» 8 2a rialzare scalzare 202 9
generale della natura generale delle leggi della natura 253 | ]a | Psycologie
Psychologie >» 4 » metaphisique metaphysique a; metaphisyque metaphysique
>» 9 » metaphysiques metaphysiques 247 posti parti > BB cordone cardine
>» 18 de la de là. i; 21 del de 2 3 28 studien | Studien 2816 pensiero
pensiero (in S. Ss.) da 5 pensiero pensiero (in s. S.) L possibile impossibile
Da sè 18 herbertiana herbartiana 287 31 scientifica scientifica (in Ss. s.) 291
18 scienza scienza (in s. s.) 296 17 si pone Si pone oggettivamente "i o
Kennen kennen 298 16 Erkennen erkennen 301 35 Wirken i wirken 39 0, delle dalle
317 (6 > Pragmatismby Pragmatism 318 29 all incontro all'incontro delle
giunto a giunto criticamente a ” n PREFAZIONE La letteratura filosofica
italiana non ha ancora un trattato or- ganico completo sul problema della
causalità. Certo molti e ben noti lavori parziali condotti con la più
scrupolosa cura offrono preziosissimi contributi nci campo della storia e della
teoria. La filosofia tedesca invece possedie l’opera del Koenig (1), che è la
monografia più importante pubblicata finora sul problema causale dal punto di
vista della storia. Ma, in primo luogo, il let- tore si trova continuamente
alle prese collautore circa Vappres- zamento dei varj sistemi, perchè le questioni
sono cltiuse con giu- dizj fondati sopra una teoretica implicita e in generale
mancano le riferenze collo stato attuale degli studj sia in ordine allepi-
stemologia, sia in ordine alla gnoscologia e alla metafisica. Inol- tre, il
primo volume comincia da Cartesio, e il secondo cd alti. mo volume, dopo Vaver
esposti i sistemi aitiologici del Maine de Biran, dello Schopenhauer, del
Trendelenburg, del Herbart, del Lotze, del Comte, del Mill, degli Empirici
tedeschi, dello Spen- cer e del Rich, si ferma al Wundt, e Vopera è del
1888-1890. Ora, i risultati del movimento scientifico e filosofico di que-
st’ultimo trentennio costituiscono un reale progresso e la loro importanza mi
sembra tanto grande da non ammettere indugio ncl renderli noti. (1) KoENIG, Die
Entwickelung des Causalproblems von Cartesius bis Kant. Leipzig 1888. — Zweiter
Theil, scit Kant, 1890. rai PASTORE — Storia critica del problema della
causalità. 2 PREFAZIONE Infine, per quanto riguarda Vaspetto scientifico della
questione e specialmente la teoria dei metodo sperimentale, come sì può
dimenticare che nell’opera del Kocnig invano si desidera il rico- noscimento
dell'indirizzo aitiologico di Galileo? Lacuna enorme, che si ripete — benchè in
minore misura — anche negli insigni luvori di logica del Lotze, del Sigwart,
del Wundt, dellUeber- weg, del Lindner, del Drobisch, delPUlrici e del Bradley,
fra i maggiori che naturalmente si devono consultare per la tratta- sione della
parte teoretica del problema. Agli amatori quindi delle ricerche speculative
non dispiacerà — almeno lo spero — che si ponga loro sott'occhio, in primo luo-
go, l’umnalisi accurata e paziente dei maggiori sistemi filosofici in ordine ul
problema della causalità, dai primordj della filosofia grecu di giorni nostri;
poscia che si ilMumini la ragione scientifica dove si definisce e si dimostra;
infine che si affrontino i massimi problemi, onde potranno ayerolmente
riconoscere la legittimità e lu relativa indipendenza dei varj gradi del
sapere, apprezzare la missione sintetica della filosofia, provandone Vazione
yeniale € vivificante. Tal’è in sostanza il disegno di questo saggio. So che
scrivere una monografia rispondente a tante esigenze è un'impresa piena di
difficoltà e d’ostacoli d’ogni manicra ed. io sono troppo alieno dal pretendere,
non che dallo sperare, des- sere riuscito felicemente, dove tanti autori con
assai più inge- gno e migliore dottrina non si decisero finora ad inoltrarsi,
per non fallire così al proprio intento come alla pubblica aspetta- zione. Non
posso neanche illudermi d’aver fatto opera in tutto origi- nale, pur là dove la
sintesi geniale della filosofia, csigerebbe Vin- tuizione più intima dello
studioso, giacchè temo sempre d’attri- buire troppo a me stesso il tesoro di
teorie altrui, meditate con grandissimo amore. E vero bensì che nessun
pensatore malgrado. la più scrupolosa coscienza saprà mai esattamente ciò che
deve al pensiero altrui. Non vha luogo frattanto nè a servile imitazione nè a
vana- gloria. Io sento piuttosto il dovere di far notare in modo spe- ciale
Vinfluenza che hanno esercitato sul mio pensiero, fra i teo- retici italiani
viventi, il Masci, it Varisco, il Martinetti, il De PREFAZIONE 3 Sarlo, il
Guastella, it Benzoni e il Gentile. Questa influenza non si limita ai numerosi
passi in cui il loro nome è cituto, ma è forse unche più sensibile
nell’espressione di quegli stessi prin- cipj che mi hanno ajutato a conquistare
la mia relativa libertà. Queste considerazioni sono valevoli, non meno che per
la parte prima concernente la storia, per la seconda parte dell’opera im cui
l’amore della ragione e la critica del sentimento vorrebbero insieme essere
posti a servizio della teoria. Prescindendo dalla parte prima concernente la
storia, nelle- pistemologia che, dopo il problema empirico delle cause, imper-
nia la Parte seconda (Sezione 1) affermo che la ricerca e la prova delle cause
spetta esclusivamente al metodo '.speri- mentale ed esalto la teoria dei
modelli, dimostrando per lu prima volta che essa discende dalla teoria delle
macchine di Galileo. La teoria del metodo sperimentale così importante sia per
la scienza, sia per la filosofia, priva finora d’una trat- fazione esauriente,
utilizzati qui i risultati delle più accurate indagini storiche da Galileo a
Enrico Rodolfo Hertz, riceve un ussetto definitivo rispondente alle esigenze
del sapere. Ciò po- sto, giustifico un’interpretazione scientifica della doppia
causa- lità, dimostro Vapplicabilità del metodo sperimentale in psicolo- gia,
criticando però il metodo Weber-Fechnmer e proponendene un altro che sembra più
rigoroso e fecondo. Combatto in seguito la dottrina dell’epifenomeno. Infine
non rinunzio alla causalità storica, ma la considero nella forma d’un conato
elettivo, imma- nente al’unità psicofisica del reale. Nella teoria della conoscenza
c della realtà (Sezione II) so- stengo l’insufficienza della causalità
scientifica per Vinterpreta- sione filosofica del mondo. Quindi, premessa la
dottrina del pen- siero come attività psico-fisica dell’universo, combatto la
meta- fisica dogmatica delle cause, riservando alla filosofia Valtissimo
compito d’investi gare, in ordine al problema della causalità, la direzione
ideale e il valore delle leggi causali nell’universo. Finalmente nell’esame del
valore morale del vero (Sezione III) impernio tutta la soluzione sull’idea
liberatrice della causalità, e giustifico il sacrificio compiuto per il puro
amore della vita ideale della stirpe umana. Queste franche dichiarazioni mi
procacceranno forse la taccia 4 PREFAZIONE di materialista da coloro che si
fermano alle prefazioni. Ma chi vorrà darsi la pena di leggere questo saggio
non troverà una sola parola che accarezzi la tesi del materialismo o solo
attenui la forza redentrice dell'ideale. A chi mì domandasse per ultimo in qual
modo sul terreno spe culativo io sia giunto a osteggiare risolutamente la
metafisica delle cause, dalla causa prima alla causa finale, quando insigni
pensatori con opposto ma non maggiore entusiasmo di fede, vor- rebbero
restituire, nel mondo delle idee, il luogo privilegiato che aveva una volta,
per salvare — com'essi dicono — la causa della moralità, questa sola brerissima
risposta potrei aggiungere: li- beri gli altri di pensare e di credere a loro
agio c certo più felici di me, i0 non posso far altro che sodisfure ad una
ragione teore- tica conscia dei proprj confini, quindi avversa ad ogni sintesi
del- linconoscibile. La mia interpretazione ateleologica, tuttavia, per quanto
consona alle dottrine dellEtica di Spinoza e della Cri- tica della ragione pura
di Kant, non esce da aridità di sentimen- to, ma da una ragione maturata
dall'analisi logica e da una vo- lontà che, invece di lasciarsi abbattere dal
senso tragico della vita, ne afferra le più dolorose contrarietà e cerca di
risolverle în valori di pocsia. | Vedano dunque gli eterni predicatori delle
armonie teleologi- che come costitutive della realtà quanto siano vane le loro
accuse contro coloro che, solo perchè negano ogni causa prima e ogni causa.
finale, dovrebbero — a loro giudizio — spoctizzare non solo, ma. ottencebrare,
anzi avrilire la scona dellunirerso. Quand’io considero da quanti e quali
generosi filosofi. fin dalla più alta antichità, non si sentì più bisogno
dell'intervento delle cause sopranaturali per giustificare la concezione
unitaria delle cose, non posso meravigliarmi a bastanza, non già che vi siano
ancora tanti ipercausisti ai giorni nostri, ma che nelle questioni filosofiche,
almeno dove le passioni hanno, sì diritto di vivere non d’imperare, lamore
d'una sintesi umanistica sì profani a tal segno da scambiarlo col più funesto
nullismo. Frattanto io credo che il rinnovamento degli studj teoretici in
Italia, che è il più urgente e il più importante compito a cui i pensatori
italiani siano ora chiamati dall’interesse della patria. insieme c della
filosofia, non sia possibile che coll’esercizio di PREFAZIONE 5) una critica
tanto più severa verso di sè, quanto più generosa verso gli altri. Possuno
convincersi una rotta quanti sentono reramente la re- sponsabilità e la dignità
della nostra missione che la filosofia italiana non tornerà libera e qrande
finchè la Tcoretica — sfa- tate le idee trascendentali della ragione pura — non
tornerà ad amare Varte, a rispettare ia scienza, a vencrare il pensicro e,
secondo Valtissimo monito del Varisco, a vivere ex veritate Za verità.
INTRODUZIONE I.— Il problema della causalità è la pietra di paragone della
filosofia. « Se voi intendete per causa una certa cosa — afferma il Taine — voi
avrete una certa idea dell'universo e della scienza, e se voi intendete per
causa una cosa differente, voi avrete un idea differente della scienza e
dell’universo » (1). (Queste parole indicano a bastanza il proposito del
presente lavoro. Io mi propongo di ricercare la natura e Vorigine, 1'og- getto
e lo scopo, il valore e i limiti della conoscenza causale tanto nelle scienze
quanto nella, filosofia. Questa ricerca ha per noi un triplice interesse :
storico, teoretico e morale. Il primo, perchè non ancora bene si conosce come
il problema della causalità si presenti nella storia, mentre è indispensabile
sapere inoltre perchè la nozione causale profondamente sì con- netta coi
maggiori problemi delle scuale filosofiche e formi pe- renne argomento di
discussione svolgentesi col progresso delle scienze, | Il secondo, perchè
ancora si deve discutere, in primo luogo, per porre epistemologicamente le
nozioni e le proposizioni scientifi- che fondamentali e per determinare il
carattere, l’ufficio, il va- lore e i limiti del metodo di ricerca e di prova
dei rapporti di causalità cioè del metodo sperimentale; in secondo luogo, per
Stabilire l'origine e il valore dell’idea e del principio di cansa- lità
rispetto ai massimi problemi speculativi dai quali tutto il l'esto dipende. | —————<@—
(1) TAINE, Le. philosophes classiques du XIX siécle en France, T® ed., pag. VI. 8 INTRODUZIONE Il terzo, perchè
bisogna tracciare i rapporti del problema della causalità col problema della
contingenza e della neces- sità, sopratutto in ordine al problema psicologico e
morale della libertà umana, per assumere di fronte alla critica una con-
cezione del mondo e della vita che rispetti le esigenze dell’espe- rienza della
scienza e della filosofia. Io eredo che si possa fare un’opera utile trattando
ordinata- mente questi tre punti, perchè ai giorni nostri, malgrado tanti
stud], la nozione della causalità resta ancora troppo velata dai pregiudizj dei
sistemi, mentre il vecchio problema causale, im- portantissimo davanti alla
concezione della scienza, della vita e dell’universo, non può essere veramente
risolto che dagli spiriti indipendenti. Lo scopo richiede insomma un’opera di
storia e di critica, di teoria della conoscenza e di metafisica, di psicologia
e di etica alla luce serena della verità. Tre analisi per giungere ad una
sintesi. Non pajano troppo lunghe le premesse. II. -—- Certo gli uomini che
hanno la fortuna di far a meno dell’opera altrui, perchè coll’intuito riescono
di slancio alla ve- rità, troveranno superflua ja parte storico-critica
premessa ad una trattazione intorno alla quale, per quanto teoricamente pos-
siamo dissentire, praticamente siamo quasi tutti d'accordo. Ma la loro via non
è tale che possa esser percorsa da tutti sicura- mente. Kant poteva andar
orgoglioso di non scrivere per coloro che si valgono della filosofia ad
ordinare l'esposizione d'una di- sciplina già esistente, ma a scoprire questa
scienza da sè mede- simi (1) cioè a pensare da sè. La sua straordinaria potenza
cri- tica gli concedeva di penetrare quasi da solo le più riposte ve- rità,
senza ricorrere alle esposizioni storiche. Ma a chi già man- chi tanta sagacia
e pur resti il proposito di giustificare una co- struzione razionale, quando
ancora mancasse Pappoggio della tradizione filosofica e la piena conoscenza
critica delle ricerche sclentifiche anteriori non accadrà necessariamente di
vagare in discorsi ambigui e divergenti, senza costrutto? Del resto, per la
questione che ci interessa, lo stesso Kant non ha mancato di (1) KANT, S. W.,
Proleg., pag. 3, (Rosenkranz), Leipzig, 1838. INTRODUZIONE 9 trattare del
grande tentativo storico di Davide Hume, facendo un diligente esame critico
della sua indagine. E frattanto la più simpatica e la più forte delle
discipline sa- persi imporre un amore illuminato delle cose altrui, senza cieco
fanatismo per il passato, senza imprudente rinunzia ad ogni per- fettibilità
per l'avvenire. Questo dico per la parte storica che sarà trattata con la
maggiore diligenza, perchè è ragionevole pensare che i tentativi altrui non
possano restare senza effetto sopra la nostra conoscenza. E dovrebbe bastare
l’immenso intreccio delle investigazioni e dei risultati storici per infondere
la convinzione che nessuno può essere sicuro del proprio pensiero senza la com-
pleta coscienza di poter superare ogni convinzione opposta alla propria.
Passando alla storia dell'aspetto filosofico del problema cau- sale, & chi
non è evidente che la cognizione dei sistemi filosofici è . di somma importanza
almeno perchè, colla presentazione di tutte le parziali verità, dà il desiderio
se non forse anche il modo di oltrepassare sinteticamente ogni sistema
esclusivo? Un’analisi storica incapace di condurre ad una sintesi, oltre a non
essere vera storia, non è vera filosofia. Si conosce il suggestivo confronto
fatto dal Guyau tra la ri- cerca dello scopo mirato dal tiratore sopra un
cartone di bersa- glio e quella che intraprende la scienza puramente positiva
dei costumi, quando essa si sforza di determinare lo scopo ordinario della
condotta umana: (1). Noi possiamo analogamente parago- nare il gruppo dei
sistemi filosofici rivolti alla soluzione del pro- blema causale agli
innumerabili fori dei projettili fatti da tiratori intorno al bianco d’un
cartone di bersaglio. Senza che nessuna palla abbia colpito lo scopo si potrà
mettere il dito al centro della regione dove i fori sono più numerosi e dire:
ecco il punto di mira! Mi si permetta di dichiarare che la nostra esposizione
storico-critica dei principali sistemi filosofici circa il problema della
causalità non ha altro proposito che di mo- strare la convergenza dei varj
tentativi verso un punto sintetico che sarà precisato colla massima nettezza
nella parte seconda. Per ciò che riguarda la storia del problema scientifico
l'utilità (1) GUYAU — Esquisse d’une morale sans obligation ni sanction, pag.
35. 10 INTRODUZIONE è così evidente che ogni giustificazione della ricerca
sarebbe su- perflua. Certo non è sempre possibile separare con un taglio netto
in ogni autore ciò che serve più alla teoria della conoscen- za sclentifica che
a quella della conoscenza speculativa. Nol anzi saremo costretti talora ad esporre
in un gruppo solo il contri- buto oltremodo complesso dovuto ai varj studiosi.
Gli stessi filosofi furono spesso grandi scienziati, e scienziati
spiritosissimi non ebbero paura di filosofare. Tuttavia, non perdendo d'occhio
. la nostra distinzione critica dei gradi della conoscenza, sarà possibile
infine arrivare a farsi un'idea abbastanza netta delle tappe fondamentali dei
due sviluppi. TIT. <— La parte teoretica è divisa in tre sezioni. Nella
prima, il punto fermo e certo da cui prendiamo le mosse è la determinazione
scientifica dei rapporti causali. Risolto que- sto problema circa i fondamenti
ed il metodo, non possiamo fare a meno di domandarci quale sia il valore delle
leggi causali ri- spetto alla conoscenza e alia realtà. Alla questione epistemolo-
gica succede così e si ingrana la questione speculativa: quella ci dà
l'apprezzamento critico dei principj, dei metodi e dei risul- tati scientifici,
questa l’investigazione teoretica dell'origine e del valore dell’idea di causa
e del principio di causalità in or- dine ai massimi problemi dell'essere e del
conoscere. Nella terza sezione si indaga il valore morale della verità. Su
tutti e tre questi punti, bisogna dirlo, la critica così scien- tifica come
filosofica esige una riforma. IV. — Invero, rispetto al primo, per quanto stano
eccellenti le ricerche dei postkantiani e dei più riputati epistemologi della
filosofia contemporanea, i progressi compiuti circa la teoria della
determinazione scientifica del rapporto causale non hanno an- cora sepolta
l’opera kantiana. E frattanto la teoria di Kant, for- tissima per l’aspetto
metafisico dell’a priori, non potendo nè do- vendo bastare all'esigenza
scientifica, da sè sola non arreca mai quella soddisfazione che uno spirito
coerente ha il dovere non che il diritte di convalidare. Possiamo fin d'ora
intravedere in qual senso sì debba riformare la dottrina di Kant, affinchè il
problema complesso della causa- RATE alle INTRODUZIONE il: lità riceva una
soluzione adeguata per la questione dei fonda- menti e del metodo. Kant include
il problema della causalità nel- l'ampio problema della possibilità dei giudizj
sintetici a priori ed è dalla soluzione di questo ampio problema che egli fa
dipen- dere tutto il destino della metafisica e la decisione circa la sua
esistenza. Per ben comprendere la posizione di Kant bisogna te- ner.presente il
metodo da lui adottato per affrontare la soluzione del problema critico
fondamentale. Kant sì richiama a due sole scienze della conoscenza teoretica
cioè la matematica pura e la fisica pura ed esclusivamente considera la
conoscenza a priori che sta a base di esse. Quanto alla possibilità dei giudizi
sinte- tici a posteriori il suo parere è molto energico e sbrigativo. « La
possibilità dei giudizj sintetici a posteriori, egli dice, di quelli cioè che
sono attinti dall’esperienza, non ha bisogno d’alcuna esplicazione speciale,
poichè l’esperienza non è essa stessa altro che una continua composizione
(syvnthetis) delle percezioni ». Ma in questo riguardo, nell'affermare cioè che
la possibilità dei giudizj sintetici « posteriori non ha, in ogni caso, bisogno
di al- cuna esplicazione speciale, il grande uomo non ebbe la fortuna d’essere
approvato dai competenti. Bisogna invero osservare che, se in un certo senso si
può ammettere che l’esperienza non sia che una continua composizione di
percezioni, per contro la riduzione all’esperienza dell’esperimento — qual si
usa nella scienza fisica è Incontestabilmente con- come mezzo di invenzione e
di prova tradetta dai fisici. Invero, perciò che io mi limito a sommare le mie
percezioni, l'esperimento fisico non è compiuto affatto, anzi non è neppure
impiantato. E per quanto io seguiti a sommare le mie percezioni empiriche non
troverò mai modo di saltar fuori dell’esperienza. Per concepire l’esperimento scientifico
bisogna uscire dal concetto additivo dell’esperienza, chiamando oltre ad essa.
în ajuto l’imaginazione e la deduzione per la costruzione del sistema
ipotetico-deduttivo (cioè del modello) senza cui non potremmo mai conoscere in
particolare e in forma esatta le leggi causali della natura. Quindi, la vantata
facilità del passaggio dalla fisica pura — nel senso di Kant — (che infine è
poi la me- tafisica immanente della natura tanto esteriore quanto interiore)
alla fisica sperimentale — nel senso di Galileo — (che è poi la fisica vera e
propria o scienza esatta della natura esteriore) non 12 INTRODUZIONE solo non
può essere concepita sulla parola di Kant, ma richiede l’esame di ragioni che
Kant ha lasciato completamente da parte. Non si tratta soltanto di stabilire la
possibilità dei principj sin- tetici a priori della ragion pura in generale:
giacchè, anche ac- cettando tutta la teoria di Kant sulla possibilità della
fisica pura, il problema della determinazione scientifica delle leggi cau- sali
non viene ancora risolto. A che servirebbe infatti asserire, sulla traccia di
Kant, che la fisica sperimentale è così intimamente connessa colla fisica pura
che alle leggi a priori di questa, considerate come le condizioni della
possibilità dell’esperieiza, si possono ricondurre tutte le leggi particolari
della connessione causale della natura, in quanto leggi (1), quando all’atto
pratico della derminazione esatta in- vano aspetteremmo un po’ di Ince dalla
sola conoscenza della fi- sica pura, secondo la dottrina Kantiana ? Per una
questione così complessa e poco famigliare non sarà inutile un maggiore schia-
rimento. La validità della soluzione di Kant circa il problema della causalità
proviene tutta dalla fonte dei giudizj sintetici a priori in cui sì raduna il problema
della critica della ragione pura, contenuto dalla filosofia trascendentale.
Siccome Kant, in via generale, si preoccupa di una scienza che determini a
priori la possibilità, i principj e la portata di tutte le nostre cono- scenze
in modo universale ed assoluto, e tale è appunto lo scopo propedeutico della
critica, senza esaminare per ora se la sua so- iuzione regga o no, ci basti
avvertire che egli non ha fatto altro che trattare e risolvere criticamente la
propedentica metafisica. del problema della causalità. Di questo possiamo
convincerci anche per altra via. Invero è nell’ Analitica trascendentale che
Kant chiarisce la possibilità della conoscenza fisica per mezzo dei concetti
puri o categorie che noi applichiamo alle intuizioni empiriche e per mezzo di
eni formiamo i concetti empirici. Ma Kant non insiste che sulla sintesi a
priori ottenuta col concorso delle intuizioni pure e dei concetti puri. Ora
lAnalitica tra- scendentale, in primo luogo, appartiene non solo alla Logica
ge- nerale trascendentale, ma alla Logica generale la quale tratta (1)
MARTINETTI - Commento ai « Proleg. ad ogni Metafisica futura ». Torino, Bocca,
1913. — Nota 130, pag. 274. Una. — a. INTRODUZIONE 13 dell’uso dell’intelletto
in generale e contiene Te regole assoluta mente necessarie del pensiero ed è
canone per i giudizj, in oppo- sizione alla Logica particolare che contiene le
regole che servono a pensare esattamente su una data specie di oggetti ed è per
Kant l'organo di una data scienza. E la Logica particolare non entra nella
trattazione diretta della Critica. In secondo Inogo, l'Analitica trascendentale
appartiene alla Logica generale pura che si occupa della sola forma del
pensiero ed è canone dell’in- telletto in opposizione alla Logica generale
applicata che rap- presenta l’intelletto e le regole del suo uso in concreto
cioè sotto le condizioni subjettive ed empiriche che insegna la psicologia ed è
per Kant un catharticon dell'intelletto volgare. E la Logica generale applicata
analogamente non entra nella trattazione di- retta della critica. Insomma nè la
Logica particolare nè la Logic: generale applicata sono essenziali alla
soluzione del problema della causalità secondo Kant, il quale riduce tutto al
problema della sintesi a priori. Ora diventa facile l'intelligenza della
soluzione di Kant. per ciò che concerne il vero centro della questione causale
e il van- taggio recato alla scienza. Ammettiamo per poco che la soluzione di
Kant sia la vera; ammettiamo cioè che il concatenamento causale delle cose e
dei fatti riposi tutto sull'attività a priori dello spirito nostro e
propriamente sulle condizioni originarie della coscienza trascendentale che
rendono possibile Pesperienza. Delle due una: 0 la questione della causalità si
risolve piena- mente colla questione dell’origine delle categorie o non si
risolve. Kant opta per la prima, benchè in verità non ci dia poi neanche questa
soluzione limitandosi ad affermare la provenienza a priori delle categorie. Ma
stando solo in compagnia di Kant ci è impos- sibile risolvere tutto il problema
delle cause. Infatti, inteso una volta con lui che la causa è un concetto a
priori che noi applichia- mo agli oggetti, e con cui dobbiamo pensarli e
ordinarli per poter- ne avere cognizione, ancora non si scorge qual sia la
genesi tecnica delle cognizioni causali e le regole dell’uso dell’intelletto in
con- creto, cioè sotto le condizioni pratiche che rendono possibile la scienza
fisica vera e propria, in particolare. E non è forse di questa genesi tecnica
che noi dobbiamo anche preocenparci per risolvere il problema delle cause in
tutta la sua portata? Ora, 14 INTRODUZIONE solo la Logica particolare delle
scienze e la Logica generale ap- plicata su cui Kant resta muto ci mettono in
grado di giungere ad una cognizione esatta delle cause, la quale invano si
doman- derebbe alla Logica generale pura e in particolare alla Logica
trascendentale e trattate così ampiamente da Kant. Chè sarebbe assurdo, dopo
d’aver accolta la soluzione di Kant sospendere ogni ulteriore ricerca
sull'origine delle cognizioni causali ; mentre per scoprire quelle leggi
causali della cui utilità per VPuso pratico nè Kant nè lo stesso Hume hanno mai
dubitato, è indispensabile risalire a quella fonte non trascendentale donde
derivano le ve- rità esatte della Fisica come scienza particolare. Riassumendo,
questa riflessione sulla. limitatezza della soluzione kantiana ci riporta
all'affermazione predetta cioè a riconoscere che il pro- blema complesso della
causalità non solo non riceve una solu- zione esauriente dalla dottrina trascendentale
ma, quel che è peg- glo, rimane pregiudicato sul punto che è di sommo rillevo.
Com’è possibile dunque riformare la dottrina di Kant? E che cosa si tratta di
stabilire? La risposta non può esser che la se- guente. Si tratta di vedere se
non sia possibile un’interpretazione di tutto l’ampio problema della causalità
la quale, senza infir- mare il valore e l’efficacia della dottrina
trascendentale quanto all’origine a priori, risponda anche al quesito
dell’origine e della possibilità della cognizione causale in concreto cioè
sotto le con- dizioni di ragione e di fatto che rendono possibile la scienza
fi- sica particolare. E tale è il mio intento, ossia non abbandonare liv
continuità fra i principj della Logica generale pura e quelli della Logica
generale applicata, fra i principj della Teoria delli conoscenza e della
Metafisica cioè della Fisica pura nel senso di Kant e i principj della fisica
sperimentale nel senso di Galileo. Ciò può servire di spiegazione preliminare
per quanto avevo da dire rispetto al senso della rettifica e dell’integrazione
del pen- siero di Kant. | | Ma per chiarire il nuovo tipo di problema proposto
occorrerà un’altra rapida occhiata alla posizione di Kant, rispetto al prin-
cipio della sintesi. È noto che il criterio supremo della verità, secondo Kant,
sta nella possibilità di costituire la realtà dell’e- sperienza come una
sintesi totale coerente e stabile, unificando i dati sensibili mediante un
sistema di leggi e principj univer- den Preen TETI INTRODUZIONE | 15 sali e
necessarj. In questo modo alle sintesi parziali subjettive instabili e
contingenti gli resta possibile opporre, come salda realtà, la sintesi totale,
stabile ed objettiva dell’esperienza ve- ramente costituita; alle sintesi
parziali a posteriori la sintesi totale a priori; ad una mera somma di giudizj
sintetici a poste- riori, non necessarj perchè semplici constatazioni empiriche
dei sensi, un vero sistema di giudizj e principj formali che non trag- sono il
loro valore dall’esterno, perchè anzi sono le leggi costi- tutive d’ogni
esperienza possibile. Ma, anche accettando, per ipotesi, questa opposizione fra
la sintesi totale a priori e le sintesi parziali a posteriori, non bisogna
forse tenere separato conto della scienza esatta da un lato e dell'esperienza
sensibile dall’al- tra, poichè questa è semplice accumulamento di dati
contingenti, in tutto inesplicabili scientificamente? Invero chi non vede che
sarebbe assurdo sperare di poter ridurre il risultato della conoscenza volgare
a quello delle scienze esatte, benchè non sarebbe meno assurdo il tentativo di
ridurre le sintesi parziali di queste alla sintesi totale della filosofia ?
Come non riconoscere quindi che ci sono tre tipi distinti di sintesi, cioè due
tipi estremi, l’uno della sintesi totale a priori della metafisica, l’altro
delia sintesi a posteriori dell’esperienza volgare dei sensi e inoltre un terzo
tipo di sintesi che partecipa evidentemente degli altri due, ma su cui è bene
sospendere per ora il giudizio, perchè non siamo che nei preliminari? Più su ho
parlato della Logica particolare e della Logica generale ap- plicata, come non
essenziali alla soluzione del problema di Kant e or ora delle sintesi parziali
delle scienze. Bisogna ricordare che il terzo tipo sintetico anzidetto non è
stato negato da Kant. Lo si arguisce benissimo dal concetto che egli si fa
della scienza o della vera scienza, come egli stesso talora dice. Infatti, con
estremo rigore, Kant chiama scienza solo il sapere objettivo universale e
necessario (cioè razionale) assolutamente indipen- dente dall’esperienza. E non
e’è pericolo che perda di vista la possibilità anzi l’esistenza di questo
sapere che, come ha giu- stamente osservato il Martinetti, è ’’ubî consistam di
tutta la Critica, almeno pel proposito adottato nei Prolegomeni. Quanto alla
differenza che è posta da Kant tra la scienza, la vera scienza e le scienze
empiriche, il lettore ponga mente all’abile commento 16 INTRODUZIONE che segue.
« Le scienze empiriche (come p. e. la fisica vera e propria o la psicologia)
che tentano la sistemazione razionale di un dato campo dell’esperienza, non
sono nemmeno esse ancora vera scienza: perchè, se per una parte implicano un
elemento razionale (la concatenazione necessaria, l'ordine formale, nel quale
esse inquadrano i dati per un'esigenza della ragione che è a priori), per
l’altro accolgono il dato di fatto come qualche cosa di semplicemente dato,
razionalmente inesplicabile. Le scienze sono costruzioni razionali imperfette,
provvisorie, il cui fine è di rendere possibile e preparare quello che è
Vunica, la vera scienza, l'ideale supremo del sapere : e cioè la ricostruzione
‘azionale di tutta la realtà cx principiis, non er datis, la deri- vazione
razionalmente necessaria di tutta la realtà da un prin- cipio supremo razionale
e quindi certo anch'esso incontestabil- mente a priori. «Scienza vera e propria
può esser detta. solo quelta la cui certezza è apodittica: la conoscenza che
non im- plica se non una certezza empirica è solo impropriamente deno- minata
sapere... Una dottrina razionale della natura merita il nome di scienza della
natura solo quando le leggi naturali che stanno in essa a fondamento sono
conosciute a priori e non sono leggi date dall’esperienza ». (Het. Anfangsgr.,
46CT ssi; cfr. Log. (ed. Kinkel), 27, 29). (1) Da questo commento si palesa
chiara la posizione di Kant, circa il concetto della scienza. Colla sua teorla
Kant si propo- neva di tagliar corto ad ogni equivoco. E in verità questa
teoria non solamente ci mostra la natura e la condizione propria della scienza
a priori ma mette in luce questa verità incontrastabile che tra la sintesi
totale apodittica della scienza vera nel senso di Kant e la congerie vaga dei
dati dell'esperienza sensibile, s'è costituito un corpo ben distinto di scienze
particolari, chtamate da Kant scienze empiriche. Ji valore objettivo delle
sintesi par- ziali fornite da queste scienze, implicanti i due opposti
elementi, non è da Kant posto in dubbio. Sopra questo punto Kant è per-
fettamente d'accordo con tutta la tradizione scientifica e anche con Hume che
non contesta Tutilità pratica delle scienze recla- manti il contributo
dell’esperienza. Però la grave lacuna della (1) MARTINETTI, 0. c., 201.
INTRODUZIONE 17 teoria kantiana della scienza in genere consiste nel
considerare il lato.metafisico come il principale, anzi l'unico, e in partico-
lare, quindi nell’intendere il problema della causalità in modo esclusivamente
trascendentale. Per lui la fisica pura è niente altro che la metafisica della
causalità. Ne viene che, stando con Kant, il problema specifico della
determinazione esatta della causalità non può trovare una soluzione adeguata.
Nol possiamo dinque porre il problema in questi termini. La sintesi a priori di
Kant, restando nel campo della meta- fisica, non dà la conoscenza di fatto
delle leggi causali della natura. L'esperienza sensibile, restando nel campo
della contin- senza, nemmeno. Invece la scienza fisica sperimentale che sta.
tra quella e questa ce ne mette in sicuro possesso. È vero che, secondo Kant,
queste leggi causali non sono che applicazioni e determinazioni delle leggi a
priori nel materiale empirico e in concreto sì ottengono colle regole
dell’osservazione d’una na- tura già data, regole che già presuppongono
l’esperienza. Ma ciò non toglie che sia completamente infondata ogni presunzione
dogmatica di risolvere il problema della determinazione scienti- fica delle
leggi causali in modo esclusivo, cioè o col solo proce- dimento a priori, 0 col
solo procedimento a posteriori. Vediamo. allora erompere inevitabilmente l’idea
che il problema speciale della causalità non ammetta una soluzione a tipo
unico. Così fra i due problemi opposti, della possibilità dei giudizj sintetici
a priori e della possibilità dei giudizj sintetici a posteriori, Vi- potesi
d’un terzo problema (il problema della possibilità dei giudizi sintetici misti,
a priori mente. Non è mio proposito entrare in maggiori schiarimenti in questi
preliminari. All’incontro, nella ricerca diretta seguente, questo terzo
problema non solo si mostrerà possibile ma inevitabile e a suo tempo ne verrà
data la soluzione. Avremo modo perciò di sostenere una dottrina che, mentre in
generale segue l’indirizzo di Kant, servendo come integrazione sintetica
dell’apriorismo e dell’empirismo esclusivi, in particolare poi se ne distacca
per tentare una nuova conciliazione sintetica della Fisica pura nel senso
amplissimo di Kant con la Fisica sperimentale nel senso stretto di Galileo, in
un punto in cui Kant non ebbe quasi pre- a posteriori) sì giustifica piena -
PasTtoRE — Storia critica del problema della causalità. 2 18 | INTRODUZIONE
sentimento. Questa nuova soluzione del problema scientifico della causalità,
per quanto contraria alle previsioni di Kant, salva alle leggi causali la loro
origine a priori e il loro valore, come volle Kant e pure accoglie il dato di
fatto a posteriori e ne ri- spetta il valore reale, come vogliono i
naturalisti; in modo tut- tavia da limitarne l'applicazione al concorso
simultaneo della ragione e del fatto, in quanto la possibilità del metodo
speri. mentale si fonda, come appresso si dimostrerà, solo nel rapporto della
ragione deduttiva e dell'esperienza produttiva e il valore . scientifico della
causa — come verità di ragione e di fatto — e della causalità come successione
necessaria di due sistemî e- quivalenti, vuole essere posto al disopra d’ogni
controversia. (1) Riuscire a tal punto pare che sia, ove altro mancasse, una
degna impresa; perchè infine, come ciascuno ormai compren- derà, è d’uopo
esplicare in modo esauriente l'origine delle leggi particolari della natura
trovate e provate dalla fisica sperimen- tale, non solo l'origine dei giudizj
sintetici a priori. Trovata quella, un nuovo contributo verrà offerto alla
critica, se ancora è vero come ai tempi di Hume e di Kant che la vecchia
questione della causalità forma la base fondamentale su cui si appoggia la
filosofia. Rispetto al secondo punto, cioè alla questione speculativa, non meno
grave è la lotta e urgente la necessità del rinnova- mento. Quest’Impresa, per
essere equamente apprezzata, sì deve considerare in antitesi con quegli
indirizzi filosofici recentissimi che cercano di far rialzare la testa allo
scetticismo antifilosofico. L’idea di valersi della filosofia per sopprimere il
credito della filosofia si riduce in ultima analisi al tentativo di valersi della
ragione per sopprimere la ragione. Ben considerato, un solo van- (1) Il PETRONE
nella sua pregiata opera « / limiti del determinismo scientifico », Modena,
1900; comprese chiaramente la necessità di criticare le due moderne direzioni
di pensiero che accennano a convergere fra loro, mentre sembrano e, per taluni
rispetti, sono in contrasto reciso fra loro: lo sperimentalismo e il
razionalismo (Cfr. pag. 2-3, op. cit.).. Senonchè, in primo luogo, non posse-
dendo un concetto esatto del metodo sperimentale, parla di sperimentalismo
induttivo, in secondo luogo attribuisce il merito della corrente dello
sperimen- talismo a Bacone. L’opera presente invece, dà un’interpretazione
deduttiva all’esperimento, rifiuta il pregio scientifico all’induzione, e
considera non Ba- cone ma Galileo fondatore del metodo sperimentale.
INTRODUZIONE 19 taggio antifilosofico si ricava cioè la confusione delle idee.
Pure rimane adescata molta gioventù purtroppo disposta a conside- rare la
logica come cosa frivola anzi ingombrante. Bisogna dun- que chiarire la
situazione. Bisogna vedere se lo scetticismo abbia. il diritto di soggiogarci.
Ma bisogna sopratutto vedere se la. fi- losofia si arroghi veramente quel
compito che i suoi detrattori le assegnano per denigrarla. Ora, è un fatto
innegabile che la filosofia non può giustificare in modo apodittico le sue
conclu- sioni. Quelli che menano tanto rumore di questo fatto si sentono quindi
in diritto, nonchè in dovere, di porre la legittimità del dubbio verso tutte le
proposizioni della filosofia e mostrano abu- sivo ed assurdo l’ingerimento del
pensiero in tutti gli ordini della coscienza. Ma il risultato della loro
critica scettica, in definitiva, qual'è? Si astengono essi dal filosofare?
Tutt'altro. Paghi di mettere audacemente in rilievo il carattere lirico della
filosofia, non vogliono chiudere attatto le porte della coscienza alla realtà
del mondo esterno ed interno. Insomma vivono sempre all’om- bra, se non alla
luce, della filosofia; ma però dànno alle loro idee filosofiche un aspetto e un
significato assai diverso. E diverso da che? Diciamolo con franchezza, solo
dall’indirizzo apodittico della filosofia. Ecco il vero senso del novissimo
scetticismo an- tifilosofico nel quale non si sa veramente che cosa faccia più
stupire; se la situazione d’una filosofia antifilosofica o la pre- sunzione con
cui si crede di rovesciare la filosofia riducendola a intuizione geniale
dell’universo. Perchè a questa medesima in- terpretazione poetica e
antiapodittica della filosofia han già posto Il suggello insigni filosofi
antichi e moderni, senza pretendere di schiantare dalle radici l’albero della
filosofia. Basti per tutti il Martinetti, filosofo pieno di sodezza e di
verità, il quale nella suna /ntroduzione alla Metafisica, coraggio- samente
dichiara : « Non si sarebbero tuttavia elevati tanti pre- concetti contro la
metafisica se essa ci apparisse ciò che vera. mente è, nella forma che essa
riveste nei poeti filosofi, in Goethe, in Leopardi, in Novalis, in Hélderlin,
come un’intuizione ge- niale del complesso delle cose e non come un ispido
sistema di astrazioni incomprensibili ai profani, come un tardo avanzo della,
barbarie scolastica. La filosofia, dice Amiel, è una maniera di percepire le
cose, un'intuizione particolare della realtà. Essa 20 INTRODUZIONE non deriva
punto da combinazioni astratte di concetti, non è penosamente estorta con
induzioni e sillogismi : come Parte ha la sua. fonte in una visione geniale
delle cose, in una intuizione (1). Vero è che il Martinetti non si vale della
sua interpretazione lirica della filosofia per avvalorare la tendenza
antifilosofica, poichè anzi la dirige espressamente contro lo scetticismo. Indi
la necessità di assodare quanto sia di vero e di buono nelle cor- renti attuali
contro la filosofia. E già in mezzo al conflitto delle” idee due princip]j
cominciano a britlare sempre più e cioè: 1° indipendenza dell’ordine filosofico
dall'ordine scientifico (in s. s.) comecdall’ordine empirico e da quello
religioso ; 2° intuizione geniale della soluzione dei massimi problemi della
filosofia. Son due germi ancora involti entro un'atmosfera di idee vaghe e
indeterminate, benchè fortissimi filosofi in ogni tempo abbiano tentato di
emancipare definitivamente la filosofia dalla servitù delle opinioni volgari,
delle dimostrazioni analitiche e delle fedi. Ma già da essì è possibile trarre
un criterio che ci fa avviare confidenti in una via sicura. Così il primo e
principale problema speculativo dell’aitiologia si riduce all’eliminazione
d’ogni in- terpretazione apodittica delle cause metafisiche. La sola deter-
minazione di questo problema contiene tutta la riforma filosofica
dell’aitiologia, a cui abbiamo rivolte le nostre forze. VI. — Trovati-i
principj teoretici, resta da applicarli alla pratica della vita dove è anche più
pericoloso l’avvicendarsi dei timori e delle speranze che tengono sempre gli
animi in stato di continua ansietà, e non meno necessaria la grand’opera del
rin- novamento. Il conflitto più profondo in questo caso è tra la scienza e la
coscienza. Ed ecco per sommi capi lo spirito della controversia. Di tempo in
tempo, risorge una critica piena d’aspri rimbrotti contro la scienza. Pensatori
di non dubbia serietà affermano che i progressi delle scienze, da un lato colle
invenzioni crudeli della tecnica precipitano l’uomo nell’utilitarismo,
dall’altro colla de- terminazione sempre più vasta e penetrante dei rapporti
causali (1 MARTINETTI — Introd. a. Metaf., 24. INTRODUZIONE 21 gli rapiscono
l’idea e financo l'esercizio pratico della sua libertà. Lo scoppio della guerra
europea è venuto a rinforzare questo deplorevole pregiudizio. Se voi sostenete
che le macchine hanno favorito l’abolizione della schiavitù, perchè le macchine
infine sostituiscono la mano d’opera degli schiavi, vi rispondono che la
tecnica, ora, fa l’uomo schiavo delle macchine ; ed ecco che si ricade nel
funesto dilemma: o schiavità dell’uomo alle macchine o schiavità dell’uomo
all'uomo. Se sostenete che le invenzioni brutali della tecnica sono una colpa,
non della scien- 72, che non è persona morale, ma dell’uomo che perduta la co-
scienza morale adopera i mezzi della scienza a scopo di distru- rione, vi
rispondono che dunque l'istruzione scientifica senza. freno è un pericolo
mortale per la causa della civiltà. Ma allora non dovremmo forse deciderci
all’atto terribilmente inumano di limitare la libertà della scienza? Confesso
che non vedo in qual modo questa conseguenza logica potrebbe essere schivata, ‘
mantenendo quel punto di vista. Senza dilungarmi in ulteriore esame dell’aspra
polemica con- tro la. scienza, mi limiterò a suggerire soltanto alcune consi-
dderazioni adatte a mostrare il profondo valore morale della scienza, dopo
d’averla scagionata dalle accuse più gravi. Si dice che i risultati scientifici
non sono che un prodotto d’a- strazione, e che, colla necessità di arrestarsi
alla determinazione di certi rapporti schematici, io spirito resti costretto a
strappare ad ogni cosa ogni carattere di originalità, ad ogni azione umana ogni
pregio concreto di vita e di autonomia. Occorre per altro riconoscere che
l’opera astraente della scienza trova scuse di non poco momento. Anzitutto è
ridicolo rimproverare alla scien- 4a di non saperci dare quel concreto
individuale di fatto che è assolutamente estraneo al suo scopo. Ancora una
volta si tratta di capire che se la scienza pura, in vista dei suoi propr]
fini, è destinata a non arrestarsi che davanti alle funzioni analitiche e così
a trascurare ciò che non le serve, non perciò merita di essere accusata di
parzialità o di distruzione del reale concreto. Pel suo contegno di scelta
rigorosamente intransigente essa fa nel proprio campo nè più nè meno di quel
che fanno l’arte, la morale, la religione, la vita pratica, giustamente
coerenti e fe- deli al loro punto di vista. Voglio dire che essa è tutt'altro
che sola a lavorare d’astrazione sopra la realtà. 22 INTRODUZIONE La più
piccola riflessione sullo stato reale delle cose e sul modo di esplicarsi
d’ogni forma d’attività può esser sufficiente a farci vedere come ogni cosa,
comunque affermata, è un’astrazione. Così ogni oggetto come ogni concetto, così
ogni scienza come ogni coscienza, così ogni vita medesima ed anche ogni libertà
(1). Il più che possa fare la nostra riflessione è dunque di condurci a capire
che Fastrazione (come capacità di astrarre) è una fun- zione vitale per
eccellenza. Le applicazioni seguiranno facilmen- te. Piuttosto voglio notare
un'altra cosa. Forse coloro i quali ora, per profonde ragioni morali provano
così imperioso bisogno di affermare la libertà e frattanto erroneamente credono
che la scienza col suo determinismo inflessibile sia propensa a negarla, mon
avendo più da fare che un passo per comprendere che non solo ogni libertà ha i
suoi limiti ma pure che ogni limite e quindi ogni legame causale ha in sè
stesso la sua libertà, saranno do- mani i più ardenti sostenitori della
funzione morale della scienza. Non è questo un volgare paradosso. Bisogna solo
intendersi sulle nozioni di libertà e di legge, di contingenza e di necessità,
di coscienza e di scienza. E a tale intesa mira la parte etica del presente
lavoro, la cui formula è questa : in necessitate Libertas, in libertate
necessitas. Questo è, per così dire, il doppio piano di fuga, morale e
metafisico, della mia teoria. Dimostrare che la scienza, appunto perchè si
risolve in una sempre maggiore determinazione di vincoli e di limiti, infine,
non è altro che l'esplicazione e la codificazione esatta di quei rapporti che
co- stituiscono le condizioni necessarie e sufficienti della libertà ; ecco in
realtà il ponte logico che un teoretico dovrebbe aver Vambizione di gettare
sull’abisso del determinismo e dell’inde- terminismo. Come le leggi della
bellezza — se ce ne sono — non costitui. scono una limitazione negativa per gli
artisti, così le leggi della causalità non paralizzano fatalmente i fatti sia
fisici sia psichici, riducendo Ja contingenza in quelli, la libertà in questi
ad una (1) Sarà dunque un’astrazione anche il concreto ? Per rispondere bene,
di- stinguiamo il concreto della coscienza empirica e il conereto della filosofia.
Quello è certo un astratto perchè trascura forzatamente le connessioni supe-
riori che vengono solo determinate dalla scienza, e il sistema universale
supremo che è l’oggetto della filosofia. ‘ INTRODUZIONE | 23 illusione. La
musica non è libera malgrado le sue leggi? Un, poeta non è libero malgrado
l’esigenze della metrica e della pro- sodia? Tuttavia la sua libertà non può
essere quella di fare versi senza idee, senza musica, senza parole. Diremo che
questi limiti sono restrizioni della sna libertà? Tutt'altro. La produ- zione
dell’opera musicale non è resa possibile che dall’insieme delle condizioni
lmitatrici che costituiscono i suoni, il ritmo, la tonalità, la melodia,
Varmonia. E così che bisogna interpretare le cose, sia negli ordini naturali
nei quali quasi tutti 1 fatti si dimostrano soggetti alla necessità fisica cioè
all’azione determi- natrice delle cause o condizioni necessarie e sufficienti
alla loro produzione ; sla negli ordini spirituali nei quali, benchè Tinne-
cabile potenza attiva della volontà libera ci si presenti come effettuazione di
ordini nuovi, tuttavia non può ammettersi che i fatti stessi della coscienza
accadano senza che vi sia una ra- gione del loro accadere. Questo per me
significa che la causalità universale medesima è ben iungi dal risolversi nella
negazione della libertà. Credere il contrario è la cosa più falsa e più triste
del mondo. Allo stesso risultato sì perviene con altre considera - zioni. Non
vi è fatto per quanto spontaneo e nuovo-che sia senza forma determinata. Ora la
questione della causalità, nel senso più profondo, non è altro che la questione
della determinazione della forma, senza cui nulla è possibile, e per cui tutto
è suffi- ciente. Non è quindi sommamente importante che ogni cosa venga
indagata quanto ai suol limiti cioè alle condizioni neces- sarie e sufficienti
che la rendono possibile e in altre parole che “sì determini con la maggiore
esattezza possibile la forma ade- suata della sua libertà? La pretesa sterilità
etica del legame causale è dunque una semplice fissazione di coloro che
sacrifi- cano ad un fantasma ingannatore. La legge pone limiti, è vero. Ma non
ogni limite è negazione di libertà. Infatti, in primo luogo è egualmente certo
che il limite stesso nella sua dialettica ideale è projettivo cioè chiude ed
apre, imprigiona e libera lo spirito nello stesso tempo. Questa riflessione
certo non è nuova. Tutti gli uomini sanno che ogni semplicissimo limite è
bilate- ‘ale e che sarebbe un vero scherzo Vostinarsi a guardare la testa di
Giano bifronte da un lato solo. E pure, noi filosofi, nel si- lenzio delle
nostre teorie quanto spesso ci ostiniamo ad alimen- Li 24 INTRODUZIONE tare le
più meschine aspirazioni e sopratutto nell’apprezzamento del valore della
scienza diamo prova della più fiacca volontà ! In secondo luogo, come già fu
accennato e verrà meglio provato a suo tempo, le limitazioni conosciute
mediatamente dalla scienza, non solo non distruggono ma conservano e integrano
le attesta- zioni immediate della coscienza. Il fatto libero della volontà,
attestato dalla coscienza, non si eliderebbe anche se la sua deter- minazione
necessaria venisse scoperta dalla scienza, posto che scienza e coscienza
differiscono per principj metodi e fini. Ma arrestiamoci qui. Suppongo che
questa introduzione parrà già soverchia a molti lettori e ne sento il peso io
medesimo. Tuttavia, dall'agitarsi e dal rassodarsi di tutte le idee premesse,
sembrae che meno confusa ci venga la nozione del cammino da percorrere e più
vivo il de- siderio di giungere alla meta. Le introduzioni dei libri sono un po
come le stazioni ed i porti in cui, a detta d'un acuto scrittore, sembra che si
concentri e si simbolizzi tutto il senso della vita moderna: i sentimenti
vengono intensificati, Lai speranza si fa più violenta, Vabbandono più crudele,
perchè eli istanti sono contati; ogni minuto ha qualche cosa di definitivo e di
grave ed è il mondo tutto intero che si apre davanti al viaggiatore colle sue
infinite possibilità, Piuttosto fa d'uopo fermarei un istante per indagare se
TPin- fluenza delle conclusioni teoretiche fondamentali alle quali ci ha
condotto la nostra trattazione non possa estendersi anche al di là dei confini
di quelle funzioni dello spirito che danno ori- sine e valore alla conoscenza
scientifica. Il pensatore che non Sappaghi d’imagini, ma cerchi il vero qual'è,
ha il diritto di sa- pere se il concetto dominante dell'opera miri a
subordinare Ta coscienza alla scienza, il sentimento all'intelletto,
Vintuizione allastrazione, in una parola se sostenga il primato della ra- gione
teoretica sulla ragione pratica. Per quanto io non esiti a ritenere che una
reazione contro gli eccessi degli intuizionisti intransigenti e contro la loro
inflessibile fiducia nella piena vit. torla delle correnti contrarie
all’intellettualismo sarebbe natu- ralissima, m’aflretto a dichiarare nel modo
più energico che nessuna soluzione esclusiva mi pare sufficiente. I critici
favo- revoli a un'interpretazione anti-intellettnalistica più o meno ra-
INTRODUZIONE | 25 dicale asseriscono che i nostri padri hanno troppo vissuto
col cervello, che hanno troppo astrattamente cercato nel difficile cammino
della verità la soluzione dei problemi della coscienza e della vita, e che la
mancata soluzione ha prodotto la stan- chezza negli animi e la sfiducia nei procedimenti
della scienza. Ma tutto questo, osservano i critici inclini verso un’interpre-
tazione intellettualistica, può essere facilmente rovesciato. E noi osserviamo
che vi è una grande apparenza di verità in en- trambe le teorie opposte.
Dunque, che cosa concludere? Lasciamo che altri escogiti una buona serie di
argomenti in favore d’una ignava indifferenza. Noi, più arditamente,
conciudiamo che la lotta inesausta delle interpretazioni rispecchia la naturale
complicazione del proble- ma dell’uomo e della realtà. Complicazione, voglio
dire, non esclusione. Infatti non è difficile difendere la tesi della concilia-
zione della scienza e della coscienza e dimostrare che chi crede alla loro
reciproca esclusione, lo crede solo perchè mette, sotto questi differenti
termini, tutt'altra cosa che le nozioni che questi esprimono realmente. Perchè
vi fosse antinomia bisognerebbe che tutti i fatti appartenenti ai dominio
dell’una fossero negati dal- l’altra, mentre ciò non è. C'è invece opposizione
di contrarietà non di contradizione. Così l’intuizione psicologica si oppone
alla deduzione logica, ma entrambe si compongono nella: siste- mazione
speculativa. Così c'è la realtà dei fatti e dei rapporti esterni che si può
apprendere cogli organi dei sensi e coi metodi della scienza e c’è la realtà
dei processi interni che solo si può apprendere colla coscienza. Ma le due
forme di apprendimento, benchè opposte, permangono nell’unità della nostra vita
e ne costituiscono la ricchezza. Come c’è l’uomo stanco dell’intelli- genza che
cerca, in facoltà patetiche, nuovi mezzi di indagine | per affrontare i grandi
problemi della vita e dell’universo che reclamano la loro soluzione, così c'è
Puomo stanco dell’intni- zione che cerca, in facoltà logiche, meno straordinarj
mezzi di ricerca e di prova della più esatta verità. | E le due esigenze,
benchè opposte, permangono talora in uno stesso individuo. Vero segno che
l’uomo deve non solo imparare ma impararsi, in tutta la sua complicata realtà!
(1). (1) Questo è l’alto insegnamento del VarIsco (Cfr. I Massimi problemi
1912, Conosci te stesso, 1914) a cui aderisco con tutte le forze. 26
INTRODUZIONE (iettarsì invece a testa bassa a destra o a manca, non è da
filosofo. In ultima analisi, l'opinione più probabile sembra que- sta. Come per
risolvere i problemi della coscienza la sclenza non basta, così non basta la
coscienza per risolvere i, problemi della sclenza. Dunque se la filosofia vuol
fidarsi solo della scienza o solo della coscienza non può risolvere i suoi
massimi problemi. Non è vero che gli uomini siano divisibili in due gruppi:
uomini che aspirano a vivere col solo cervello, nomini che aspirano a vivere
col solo cuore. Quelli inchini ad una vita più riflessiva, più tecnica, più
seria; questi anelanti ad una vita più poetica, più calda, più vibrante. In
realtà © tutto luomo che è doppio. E ogni uomo che insaziabilmente vive e vuole
vivere col cervello e col cuore. E questo sopratutto è il dovere e Videale del
filo- sofo. Noi non possiamo e non dobbiamo rinunziare a niente, nè alla scienza
nè alla coscienza. I grandi problemi della vita del sentimento si devono
affrontare senza gettar via i tesori della ra- gione; i grandi problemi della
vita della ragione si devono af- Irontare senza distruggere le aspirazioni del
cuore, Le varie for- me dell'attività dello spirito (Parte, la scienza. la
morale e la filosofia) non si distruggono a vicenda. Ne questo, in rari casi,
si verifica, è contro questa tendenza sporadica e inumana che noi dobbiamo
combattere, raccogliendo in un vivo fascio d'azione e di propaganda tutte le
risorse della senola e della enltura. Dopo unera di accalmia e di secchezza, di
boriose ecemonie e di sner- vanti rinunzie, ecco VPideale nuovo che dovrebbe
dare il segnale duna vera rinascenza in tutte le regioni dell'intelletto e del
cuore. Abbiamo bisogno che Panalisi delle varie forme della vita esterna ed
interna non ottenebri o faccia dimenticare il concetto dell'unità nella.
varietà deila coscienza. Abbiamo bisogno che tutti, e î giovani sopratutto, si
convincano dell'importanza e della compossibilità delle varie forme della vita
dello spirito. Abbiamo bisogno che nella circolazione della vita moderna. tutti
i valori sieno riconosciuti nella toro dignità e realizzati in una sintesi di
pensiero e d'azione. Abbiamo bisogno di uomini interi. E per questo motivo che
noi combattiamo Tindeterminismo esagerato in tutte le sue ramificazioni dal
contingentismo all’in- INTRODUZIONE 27. tuizionismo novissimo del Bergson, come
combattiamo in tutte le sue esagerazioni l’intellettualismo. L’intuizionismo,
che s'è levato con tanta furia contro gli ec- cessi dell’astrazione
intellettualistica, non è a sua volta che un astrattismo larvato e perirà se
non capirà Tintimo nesso della determinazione e della vita, dell’intuizione e
dell’astrazione della forma e dello slancio, della necessità e della libertà.
Il Bergson ha ragione di criticare coloro che, per eccesso di schematismo, si
ostinano a vedere i fenomeni come discontinui, staccati, spa- ziati, falsati
nel loro ritmo segreto, sprovvisti di vera continuità, di reale mobilità, di
compenetrazione, -di fluidità reciproca, di continuo divenire, di
quell’incessante evoluzione creatrice in- somma: che è la via. Ma egli
s'inganna nel definire metaforica- mente la funzione e il risultato della conoscenza
scientifica e nel crederla solo rivolta allo studio della materia inerte, quasi
che i rapporti causali che essa riesce a determinare non costituis- sero la
trama vivente della realtà, quasi che la libertà, sia della natura sia dello
spirito, potesse spuntare come un fiore senza radici e senza fusto, vibrare
come una musica senza l'ordine delle note, volare come un uccello senz’ali,
vivere infine senza 1l sistema. delle condizioni di ragione e di fatto che sono
necessa - rie e sufficienti alla sua realtà. Ciò che maggiormente interessa ed
ha valore nell'opera sua è il suo continuo sforzo di pigliare contatto col
reale; e l’insistenza sulla -possibilità di farlo, fuori dell’intelligenza.
Rendiamo giustizia ad ogni tentativo. Questa è la parte non caduca del
bergsonismo : l’intelligenza non è il risultato unico e supremo dello sforzo
vitale. Ma lo stesso vale e sì ripeta per l’intuizione. Negare questo, è negare
le relazioni di sintesi e di analisi, di siancio e di forma che rendono possi-
bili le vite per l’intiero universo. Se non che, c’era forse bisogno
dell'errore per far risaltare la verità. E Verrore stesso d’astra- zione che il
Bergson ha imputato all’intellettualismo forse servì a metter in rilievo che
l’intuizionismo esclusivo a sua volta pre- cipita nell’esclusivo astrattismo.
Quindi, senza polemiche omai e senza recriminazioni, riconosciamo che tanto la
coscienza quanto la scienza sono funzioni indispensabili di quell'incessante
evoluzione creatrice che è la vita. Anche quando sappiamo di guardare le cose
solo da un punto di vista, non lasciamoci sfug- 28 INTRODUZIONE gire la nostra
parziale verità per cercar di cogliere il parziale errore degli altri. Ne la
scienza (che è mediatezza) è caratteriz- zata dall’incomprenszione forzata
della coscienza, non è men vero che la coscienza (che è immediatezza) è
caratterizzata dalla in- comprensione forzata della scienza. Intuizionismo e
intellettua- lismo quindi sono situazioni essenzialmente unilaterali. L'uomo
vuol sempre dare alla propria specialità il valore supremo. Ma la vita, la vera
vita non ha siffatte preferenze. VII — Sembrerebbe dunque — ed è questa la mia
conclu- sione che il grande confiitto tra la scienza e Ja coscienza sia
pienamente risolvibile solo colla interpretazione antocausativa della causalità,
che in fondo si riduce alla interpretazione li- beristica della necessità.
Questi soluzione non incontra la mi- nima difficoltà, anzi s'accorda
coll'interpretazione teoretica della causalità che forma Toggetto centrale
della presente ricerca. Nel complesso per altro si deve avvertire che nessuna.
concilia- zione tra la libertà e la necessità è possibile se questi termini si
vogliono ancorit pigliare nei vecchio senso assoluto del dogma- tismo. Bisogna
dunque rinfrescare i termini dell'antico dissidio, perchè le interpretazioni
vecchie ci possiamo fino a un certo segno agutare o ma esse ajutano meno in
proporzione che le nostre co- enizioni sono più nostre e la nostra situazione
senza precedenti. In ultima analisi a che siamo giunti? Anzitutto a questo che
n0] or crediamo di vedere un poco meglio della maggior parte dei nostri
predecessori in che cosa consista. effettivamente il problemi delli causalità.
avendo in modo nuovo riavvicinato 1 due concetti dello sperimentalismo e del
deduttivismo e siamo condotti a ritenere che Ri sua soluzione dipenda da un
buon corcetto delle crisi che si agita nel seno della. conoscenza e quindi
della vita. In conseguenza di che noi possiamo ora diret- tamente procedere ad
un ultimo apprezzamento delle varie for- me della conoscenza. Se consideriamo
il grande fatto della cognizione, potremo age- volmente distinguere due forme
diverse coordinate ad una sintesi superiore: mar conoscenza immediata e non
esatta che diciamo empirica o anche coscienza empirica 0 coscienza senz'altro,
e una conoscenza mediata e esatta che diciamo scienza. Clascuna INTRODUZIONE 29
di queste, avendo mezzi di ricerca e di prova, oggetto, valore e fini sui
generis, tende ad affermarsi come la conoscenza vera e più importante , per
bocca dei proprj sostenitori. I mezzi della scien- za sono il calcolo e
l'esperimento cioè la deduzione pura (per concetti) o applicata (per oggetti).
I mezzi della coscienza sono l'amore e l’azione cioè l'intuizione. Per la
scienza, i mezzi del cuore sono veli opachi; i suoi slanci sono ciechi e
fortuiti, in- certi, soggettivi, impuri, volgari, volubili, irragionevoli,
istin- tivi. Per la coscienza, i mezzi dell'intelletto sono schemi vuoti : le
sue leggi sono metafore deformanti, astrattismi aridi, freddi, ingombranti, illusorj,
scheletrici, tirannici, antivitali. Nel suo entusiasmo la coscienza grida: — io
sono la fontana della ]i- bertà, la scienza invece è il carcere della
necessità. La libertà è la vita, la necessità è la morte. — Nella sua fierezza
la scienza proclama: — io sono la conoscenza e la potenza della necessità. Ciò
che non cade nell’ordine della necessità non mi riguarda. — Sul tumulto delle
parole discordi si leva la voce serena e con- ciliatrice della filosofia.
Sintesi della coscienza e della scienza, dell’intuizione e della deduzione,
rivelazione dell'universale con- creto che pensa e vibra nell’infinito ordine
dell’universo, a coloro che amano la verità e la libertà e non si arrestano
alla super ficie dell’esistenza, getta il monito liberatore : la libertà
infinita dei fatti non esclude la necessità infinita delle leggi. Quella s'in-
tuisce, questa. si deduce; entrambe si conciliano nell’unità infi- nita del
sistema universale a cui il pensiero tenta di elevarci con sintesi sempre più
alte e più comprensive. G VINI " PARTE PRIMA Storia critica del problema
della causalità dai primord) della filosofia greca ai giorni nostri
VE==="==},====9 Criterj generali S1. Il problema causale interessa tutti i
tre grandi campi della conoscenza. cioè l’esperienza, la scienza e la
filosofia, ed ebbe so- Iuzioni diversissime nella storia del sentimento,
dell’intelligenza e della volontà. Inoltre la presentazione storica delle varie
teorie non è sensibilmente sistematica, nè distinta secondo i varj campi del
sapere, chè anzi nell’immenso laboratorio dell’umanità tutte le tradizioni
dell’esperienza, della scienza e della filosofia si in- trecciano
profondamente. Quindi enorme è la. difficoltà di bene onentarsi in siffatte
ricerche, cresciuta altresì dalla considera- zione che lo stesso fatto storico
della compresenza delle varie correnti opposte deve aver una ragione la quale,
per mio avviso, poggia sul legittimo nesso di tutto ciò che rappresenta qualche
Vera, sia pur minima, esigenza della vita. Pensoso della virtù di simili attinenze,
chi si accinge a investi- gare la natura e lo svolgersi delle dottrine
concernenti il pro- blema della causa deve anzi tutto rapportare ogni sistema
al ciclo storico di cui è quasi misterioso frammento, infine sfor- zarsi di
contemplare l’immenso intreccio dei sistemi filosofici da un punto di vista
sistematico. Che sia difficile non lo nego. Ma non fanno meraviglia coloro che
credono di filosofare senza pren- dersi l’incomodo di sistemare? Il sistemare è
il segreto della vita dell’universo, mentre è la vita medesima del pensiero.
Come dunque il pensiero stesso, che è sistema in atto, potrebbe giun- PastoRE —
Storia critica del problema della causalità. 3 34 CRITERJ GENERALI gere a
veramente pensare cioè a pensarsi, se non sl pensasse sistematicamente?
Pensiamoci dunque così, anche nella storia, e facciamo che la ragione della
storia, di tutta la storia, si im- inedesimi colla nostra. La filosofia
contemporanea ha bisogno d’aria e di luce, di moto e di libertà e perciò essa
non ama veder trascurate o soppresse quelle esigenze di coscienza e di
pensiero, di scienza e di vita che al cospetto di tutti si trovano annodate con
vincoli arcani e solenni nella storia. SZ. Seguendo questi criterj, prima di
tutto i varj tipi di soluzione del problema causale si tratterranno dove sarà
possi- bile distintamente, quindi sarà cosa relativamente facile met- terli a
posto nel sistema. In generale vedremo che la storia, prima della posizione
scientifica del problema sperimentale, ci offre 11 trionfo della metafisica e
della. teologia, poscia dopo Galileo il contraposto violento del razionalismo e
dell’empirismo colle forme larghe e spiccate dello scetticismo e del
criticismo, infine le sonore correnti del secolo XIX, in eni vanno ricircolando
gli spiriti di Aristotele, di Bruno, di Spinoza e di Kant e il meraviglioso
genio di Galileo. Infine alcuni schiarimenti preliminari (indispensabili del
re- sto anche per l'apprezzamento della terminologia) gioveranno a far
intendere il senso della critica in fatto di epistemologia, in attesa della
dottrina che verrà esposta nella Parte seconda. è 8. Noi abbiamo fondata
ragione di ritenere che la verità cau- sale, dal punto di vista scientifico, è
unità tipica di ragione e di fatto, cioè rivelazione della necessità razionale
(o logica) d’una successione reale (0 cronologica) sia fisica sia psichica.
Analo- gamente conceplamo la causalità come successione necessaria di due
sistemi equivalenti. La ricerca e la prova delle leggi causali, secondo noi, si
compie unicamente col metodo sperimentale inteso come integrazione tecnica di
osservazione, di ipotesi e di deduzione. Perciò dicia- mo che l’esperimento è
processo osservativo-1potetico-deduttivo, volto alla determinazione esatta
delle leggi della realtà. È appena necessario avvertire che solo dall’impiego
cumulativo dei due metodi di osservazione e di deduzione (che la logica ha
ragione CRITERJ GENERALI 35 di distinguere in altri casi, ma dovere di
congiungere in questo) e colla funzione strumentale d’un modello, è assicurata
la possi- bilità. della determinazione esatta dei rapporti causali. Vedremo
che, attraverso differenze rilevanti, questi concetti si ritrovano in tutti
quegli uomini eminenti che hanno realizzato l’ideale d’un’operazione
sperimentale nella sua pienezza. Non potrei in- dicare una sola eccezione in
tutta la storia delle scienze. Per- tanto, senza pretendere di dire l’ultima
parola ‘sopra l’eterno dissidio dell'esperienza, della scienza e della
filosofia, sembra possibile portare fin d’ora un temperato giudizio sopra la limi-
tata questione scientifica della causalità. —__________——_—_—m—__ mn, = E =
—__osss— (()}} CAPO I La filosofia greca dai primordj a Socrate. $ 1. La
filosofia greca presocratica benchè quasi interamente immersa nell’oggettivismo
naturalistico (1) prima s’apre con un drammatico contrasto tra empirismo e
razionalismo sostenuto dalla scuola ionica antica, con Talete, Anassimandro,
Anassi- mene (2), e dalla pitagorica. È già, benchè in modo oscuro, il senso
materialistico che urta col senso matematico della natura, il concretismo che
finirà nel pluralismo urtante coll’astrattismo monistico. Col progredire delle
ricerche fisiche e matematiche le due cor- renti si allargano e si
irrobustiscono ; anzi la ricerca empirica dei fatti fa alleanza colla preoccupazione
scientifica delle leggi e alla tendenza mista che ne deriva si oppone
l’aspirazione alla conoscenza cosmogonica, preludio della metafisica. S’apre e
si accende così un nuovo contrasto tra il materialismo fisico (em-
pirico-scientifico) dei .Jonici posteriori con Eraclito ed Empedo- cle e
dell’atomismo con Leucippo e Democrito e il razionalismo ideale metafisico
(etico-ideale) degli Eleatici, con Senofane, Par- (1) Cfr. ZeLLer, Die Philos.
d. Griechen, 1.5 (2) Però giustamente fu fatto notare dal CovortI, d’accordo
col TEICHMILLER, col TANNERY e col Dies, che la stessa «scuola jonica sorse,
come apparisce evidente dalle proposizioni matematiche di Talete conservate
presso Eudemo dai bisogni nautici del commercio milesio, ed ebbe carattere
geometrico-astro- nomico ». - La filos. nella Magna Grecia, ete., Pisa, 1900,
pag. 11. 38 CAPO I menide, Zenone e Melisso, genuino prodromo della grande
lotta fra. il realismo e l’idealismo. Fallito il tentativo di conciliazione di
Anassagora la lotta pre- cipita nella mordente analisi eristica della
Sofistica, con Pro- tagora, Gorgia, Ippia, Prodico, Eutidemo, Dionisodoro,
Crizia, Diagora, giungendo alla negazione della possibilità della cono- scenza.
Socrate è la salvezza della vita intellettuale e morale. Nondimeno anche dopo
Socrate l’antica lotta rinasce tra Videa- lismo platonico e il realismo
aristotelico e senza tregua si rin- novella in forme cangianti prima fra le
scuole imperfettamente socratiche (megarica, eleatica, cinica ed edonistica),
poi fra le scuole platoniche (vecchia, media e nuova accademia), la scuola
peripatetica, infine tra la scuola stoica e l’epicurea, lasciando di nuovo
l’adito aperto alla potente analisi scettica del pirronismo. Infine, la scuola
d’Alessandria, con grandioso eclettismo siste- matico, prendendo per base della
sua ricostruzione Valleanza fra l’empirismo naturalistico e l’idealismo
spiritualistico, tenta con ultimo sforzo di salvare gli elementi essenziali
delle scuole anti- che, alla luce d’un principio superiore. Questi lineamenti
che pur dall’esterno abbozzano tutta. la sto- ria della filosofia greca
nell’avvicendarsi ritmico delle analisi scettiche alle sintesi dommatiche,
lasciano anche travedere la fortuna dell’interpretazione causale dell'universo,
ondeggiante secondo le due correnti dell’empirismo e del razionalismo.
Additiamo rapidamente gli sparsi contributi dei predecessori di Platone e
d’Aristotele, perchè in Platone troviamo già tutta la dottrina causale
applicata ad una costruzione metafisica ideata con ardimento sublime; e in
Aristotele ammiriamo la più vasta e profonda sintesi di tutta la filosofia
ellenica precedente. S 2. La prima corrente presocratica dall’empirismo della
scuola jonica antica al materialismo atomistico, anzitutto intui- to
fisiologicamente il concetto di causa in generale e solo in modo limitato al
proposito di descrivere e spiegare la genesi dei feno- meni, cerca e ripone
dogmaticamente le cause delle cose (&pyat) nel mondo sensibile, quindi
domanda la spiegazione empirica dei fenomeni alle cause seconde. E così Vun
filosofo propone l’ac- LA FILOSOFIA GRECA DAI PRIMORDJ A SOCRATE 39 qua,
l’altro Faria, l’altro il fuoco, Valtro gli atomi, come prin- cipio causale
della natura (unità omogenca della materia primi- tiva) escludendo da questa
ogni principio pensante, (unità ma- teriale della moltiplicità sensibile). Il
tratto più caratteristico di questa corrente fisiologica è il suo graduale
arricchirsi di ricer- che naturali matematiche e fisiche, cioè la sua
progressiva scien- tificità, dalla ricerca dei fatti a quelle dell'ordine della
natura e della regolarità delle sue vicende (cause naturali) (1). Nella sua
ultima scuola essa ricorre esplicitamente ad una pura mol- teplicità. La
seconda corrente (dal razionalismo astratto dei’ pitagorici al razionalismo
metafisico) cerca e ripone dogmaticamente la causa delle cose nel mondo ideale,
quindi domanda la spiega- zione razionale delle cause seconde (ouvegyà)
ricorrendo ad una pura unità (unità immateriale dell'unità) (2). Il tratto più
carat- teristico di questa corrente è il suo graduale elevarsi alle ricer- che
sopranaturali (morali e ideali) cioè la sua progressiva meta- fisicità
ascendente dalle ricerche antropomorfiche a quelle cos- mologiche e teologiche
più fantasiose (cause metafisiche). Considerando in blocco Vandamento di queste
due correnti — essenzialmente cosmologiche — si vede che la prima, discenden-
do la scala dell’esperienza sensibile arriva fino al sottosuolo della
materialità (pluralità politeistica): la seconda salendo la scala della speculazione
sovrasensibile arriva fino al cielo della razionalità (unità panteistica).
Primo di tutti Anassagora applica il concetto di causa ad un (1) Il BERTINI
giustamente ritiene che le tradizioni religiose dei Greci con- servate dai
sacerdoti e dai poeti teologi poterono suggerire ai primi filosofi le idee che
essi professavano intorno all’origine delle cose. Quindi ricorda che tale
derivazione viene già ammessa da Platone il quale riferisce ad Omero la
dottrina di Eraclito sul perpetuo flusso e sull’assoluta mobilità delle cose.
(Theaet. VIII), e adduce anche l’autorità d’Aristotele il quale vuol trovare
l’o- rigine della dottrina filosofica che distingue la causa materiale dalla
efticiente nel principio della teogonia di Esiodo, dove questo poeta pone come
cause del mondo il caos e l’amore. Idea di una filosofia della vita, etc. —
Torino, Stamperia reale, 1850, II, pag. 11. (2) Inclino a credere che la
dottrina pitagorica «gli enti sono «n molti », in quanto significa « l'uno che
diventa molti », sia più tosto la posizione d’un monismo «quanto all’essenza
dei numeri », che d'un pluralismo, malgrado la contraria interpretazione del
CovortI (op. cit,, pag. 57-59). 40 CAPO I principio immateriale facendo del
(vo0g) la causa intelligente for- matrice dell’universo. Alla moltiplicità
omogenea della scuola Jonica posteriore e dell’atomismo, e all'unità omogenea
della scuola eleatica Anassagora sostituisce un embrionale dualismo, opponendo
alla materia (piuralità) Vintelligenza (unità). Con l'introduzione della mente,
che ha per operazione essenziale il conoscere e l’ordinare, entra nella
filosofia greca il concetto della causa finale. E siccome, giusta
l'osservazione assen- nata del Bertini, lo scopo a cui mira una volontà
intelligente non può esser altro che un bene, egli è manifesto che, am- messo
nel mondo il dominio sovrano dell'intelligenza, se ne deduce che tutto
nell’universo è buono e ordinato per il maggior bene ossia per il meglio, per
quanti siano î mali e i disordini apparenti che in esso si osservano (1). Con
questo discorso si vuol giustificare lopinione che Anas- sagora, nel porre la
mente ordinatrice d’ogni cosa, pone che tutto si fa per un fine, cioè pone già
implicitamente la cansa finale. Ma, posto ciò, non si capisce come Aristotele
abbia potuto rimproverare a Platone di non aver conosciuto la causa finale,
mentre non solo non è presumibile che l’opera di Anassagora fosse ignota a
Platone ma è invece provatissima questa cono- scenza dal racconto che Socrate
fa ai suoi amici (della scoperta del libro di Anassagora) nel Fedone. Neanche
le critiche che ‘Platone stesso rivolge ad Anassagora riescono a rapire a que-
st’ultimo il merito della sua intenzione teleologica. Coi sofisti negatori
sistematici della verità e conciliatori di tutte le teorie nel falso (2) la
spiegazione causale ci piomba nella più sensualistica anarchia. Ma questa
dottrina fu utile nella sto- ria della filosofia per provocare la reazione di
Socrate (3), da cui fu assicurato e assegnato aila scienza il suo fondamento
incrol- labile e il suo vero assetto nella nozione definitiva dell’univer-
sale. Socrate, mutuando da Anassagora i due concetti embrionali della. Causa
intelligente, chiaramente illumina il primo: (se (1) BERTINI, op. cit., I, pag.
39. (2) Cfr. FOUILLÉB — La philos. de Platon, II, 67. (3) Id. II, 70. LA
FILOSOFIA GRECA DAI PRIMORDJ A SOCRATE 41 a ®. l’uomo è intelligente, Colui dal
quale procede VPuniverso deve essere pure intelligente, Mem. I, 4, 2) e
perfeziona il secondo: (Quanto esiste per uno scopo utile deve essere opera
d’una intel- ligenza, Mem. I, 4, 2). | Così, fatta discendere la filosofia «dal
cielo alla casa bassa dell’uomo », richiama l’uomo alla conoscenza di sè
stesso. Riassumendo : 1° La causa materiale fu introdotta oscuramente dalla
scuola jonica e dagli atomisti, mentre le cause primarie e secondarie naturali
furono chiaramente affermate dai pitagorici ; 2° La causa intellettuale fu
introdotta dalla scuola eleatica e segnatamente da Anassagora che ebbe notizia
sicura delle can- se naturali e intravide la causa. finale; s° La causa
efficiente e la causa finale furono chiaramente conosciute da Socrate che pur
conobbe tutte le precedenti. a Digitized by Google eee Ee—=—-.- O —_________
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E Tr NN IZ MI III === CAPO II Platone. $ 1. La dottrina delle cause fece un
volo d’aquila per opera di Platone. Tutti i contributi della filosofia greca
anteriore vennero da lui raccolti con la massima cura, purificati e sollevati
alla regione iperceleste delle Idee e del Bene, con la potenza del ge- nio.
Alle nozioni della causa materiale, della causa intellet- tuale, efficiente e
finale trovate dai suoi predecessori egli aggiun- se la chiara nozione della
causa formale già lampeggiata alla mente di Pitagora e la nozione suprema della
causa prima. In breve egli presentò una dottrina della causalità sia fisica che
metafisica così comprensiva ma così in pari tempo sovrabbon- dante che la
capacità sintetica dei suoi discepoli rimase impari allo sforzo, ond’egli
stette su in alto meraviglioso come una stella splendente al di là delle
nuvole. Lo stesso Aristotele non ne riconobbe l’immenso valore, non ne ammirò
la visione com- prensiva; anzi, in ordine al problema causale, L'accusò d'aver
misconosciuto la causa efficiente e la causa finale, e trascurato il motore
supremo cioè la causa prima del movimento. Ma vedre- mo tra poco che queste
accuse sono completamente infondate. $ 2. Entrando nei particolari, ecco come
nel Timeo, nel Fi- lebo e nel Fedone, che sono i più ricchi campi di
informazione 44 CAPO II intorno al problema causale, Platone pone nettamente il
princi- pio di causalità e definisce i concetti di causa e di effetto. Ogni cosa
che nasce di necessità nasce da qualche causa, pe- rocchè è impossibile che una
cosa qualunque abbia origine senza: causa: (1). « Vedi se ti pare necessario
che tutto ciò che è prodotto lo sia in virtà di qualche causa. — Prot. A me
certo, poichè, come. senza di questa, sarebbe? Soc. Ora la natura dell’effi-
ciente si distingue dalla causa in altro che di nome? E Veffi- cliente e la
causa non si potrebbero rettamente dire una sola cosa? )) (2). | «....E ciò che
produce non precede punto sempre per sua na- tura, e ciò che è prodotto non
viene punto dopo di quello?» (3). Sono qui chiaramente indicate le due note
della suecessione temporale e della necessità che definiscono in generale il
rap- porto di causa. Inopportunamente il Fouiliée volle far osservare che qui
non sl tratta d’anteriorità nel tempo ma d’anteriorità metafisica. La causa,
egli osserva, è prima in dignità (@yete) l'effetto è re- lativo e dipendente
(éraxoAdov0e?) (4. Ma egli non prova, e non lo potrebbe, che qui Piatone
eseluda il rapporto temporale. Quindi la sua osservazione invece di giovare
così al merito di Platone come alla verità non fa che sottrarre alla
definizione pla. tonica del concetto di causa una nota essenziale. Finalmente
nessun lettore di Platone dimenticherà i cinque (1) dv CÈ ab TÒ Yryvopevov dr’
aitiov Tivòg ET avafanns yiyveobar: Tavtì àp ddbvatoyv ywpis aitiov YEveow
oyeîv. Tim, 28, a. I FRACCAROLI traduce « perocchè nascere senza uno da cui
nascere è impossibile a chi che sia » (op. cit. pag. 159), senza accorgersi che
l’introduzione dell’uno e del chi pregiu- dica l’interpretazione universale
(impersonale) del passo platonico. (2) Opa Yip, ei cor Toxeì dvaynatov civar
TAVTX TÀ yuyvopeva dra tv° altiav reyveoda. - IIPQ, “Eporje T@s Ydp dv ywpis
tosto yijvorto; - NA. Oòxobv Î, T09 movosvtos quos oùdev TAÙV Ovopati tig
aitias Trapiper, Tò dì moody nai Tattiov pls dv elim Aeyopevov Év; Fileb., 26
e. (3) ... Ap” obv f/eîtar pèv TÒ Towody del xatà quo, tè dè rorobpevov
etanodovbei yupvopevov Èxetvn; Fileb., 27 a. (4) FOUILLÉE — La philosophie de
Platon. — Paris, De Ladrange, 1869, I, pag. 490-1. PLATONH 45 capitoli del
Fedone (XLV-XLIX) in cui Socrate espone quasi il compendio di tutta la sua
filosofia a proposito della ricerca della causa della generazione e della
corruzione delle cose, e prima del meraviglioso amore che da giovane egli aveva
per la scienza fi- sica (mepì quoewg istopiay) per cui sperava di conoscere le
cause di ogni singola cosa (eldéiva ts altias Éxkotwv) e perchè ogni sin- gola
cosa nasce, e perchè si spegne, e perchè è (è tl yiyveta ÉExaotoy nai iù Ti
Arbdiutat xa dtd Ti ÈotL); poscia della delusione a cui per- venne per
l’oscuramento maggiore delle cognizioni che ne ri- trasse ; in seguito della
consolazione grande che egli ebbe udendo parlare d’un libro d’Anassagora ove sl
affermava come sia una mente l’ordinatrice e la causa di tutte le cose (0g dpa
vodg Èotv ò Sranoopiiv te xat TAvTWwv altiog) per la fiducia d’aver trovato un
mae- stro della causa delle esistenze (ètòkonaeiov T7s altiag mepi tiv dvtwv); quindi
della nuova delusione provata nel vedere colui far nessun uso della mente (té6
pèv v@ oddèv ypWwpevov) nè assegnar causa alcuna all'ordinamento delle cose
(Oddé tivag altiac imatunuevov cis TÒ dlaxo- ouelv ta TpXYRATA) e in fondo non
saper discernere che altro è la causa di fatto (6 KAXo pév Ti Eom: Tò aittov TG
dvi) ed altro quello senza di che la causa non sarebbe causa mai (&AA0 è°
éxelvo, ob dvev cy oòdx dv Tot sim attov) ; e finalmente come si rimise a cor-
rere l’acqua un’altra volta alla ricerca della causa (tèv debtepov TAOUV ÈTTÌ
TIV tig aitiag SYymow) (1). Che se da questa drammatica narrazione è facile
certo rica- vare qual senso e qual posto secondario abbia la ricerca delle
cause fisiche o di fatto nella filosofia di Platone (2), non è meno evidente lo
smisurato ardore platonico per la ricerca della vera causa suprema, e il
saldissimo concetto che egli si fece della can- sa e della ricerca della causa
in generale nell’epoca più feconda della sua vita. $ 3. Passiamo ora a
ricercare che cosa Platone abbia pensato in particolare della causa efficiente
e della motrice, delle cause secondarie e delle primarie, delle cause non
intelligenti o ausi- (1) Fedone, 95 e - 99 d. (2) Per chiarire questo punto si
vedano gli studj accuratissimi del ROBIN: Etudes sur la signification et la
place de la Physique dans la philosophie de Pla- ton. — Alcan, 1919. 46 CAPO II
e > ° di. GS, di_1 ii — ‘19’ò liarie o necessarie o erranti e delle cause
intelligenti, della cau- sa finale e della causa formale, infine della causa
prima (1). Quanto alla causa efficiente potrebbero già bastare le citazioni
precedenti, tuttavia non mancano passi espliciti che completano il concetto
platonico della causa efficiente (momux) dbvauis) col concetto della causa
motrice (2); complemento organico perchè la causa efficiente si rivela col
movimento. In primo luogo pos- siamo appoggiarci alla testimonianza stessa di
Aristotele, il quale, mentre si studia di mostrare che le Idee non sono affatto
cause motrici, non può nascondere che nel Hedone le Idee sono le cause
dell’essere e del divenire, (T05 yiyveotdar attra TÀ elòn Éotiv) (3). Dire che
le Idee sono cause del divenire non significa dire che le Idee sono cause
motrici? Se Aristotele vuol lamentare qui la mancanza in Platone d’un motore
del mondo, come risulta dal contesto del discorso, cominciamo a mettere fuor di
dubbio che Aristotele stesso ammette le Idee platoniche come cause motrici,
senza pregiudizio della questione della cansa prima motrice del mondo, che
esamineremo tra poco. In secondo luogo possiamo appoggiarci a tutti i passi
plato- nici in cui si parla di «cosa che produce cangiamento ), perchè noi
sappiamo già da Platone stesso nel Z//Zebo che Ta causa e ciò che produce (%t%
xa t 721057) sono la medesima cosa. Che. oltre alla causazione dinamica delle
Idee, Platone rico- (1) Può essere interessante ricordare che cosa gli antichi
stessi abbiano pen- sato intorno alla novità dell’aitiologia aristotelica di
fronte alla platonica. Ora Simplicio, nel suo tentativo di mostrare la conciliabilità
perfetta delle due dottrine con grande nettezza e fermezza di esplicazione
giunge a questo risul- tato, riassunto dal VacherOT: « Tous les principes de la
philosophie d’Arist., la matière, la forme, le moteur, la fin se retrouvent
dans la doctrine du Platon. Pour la cause matérielle et la cause
motrice, cela est évident. Quant è la forme, on vient de voir qu'elle n’est
autre chose que l’idce (Simplic. in categ., I, 5). Enfin il n'est pas permis,
quand on a lu le T'imée, de soutenir que Pla- ton a ignoré la cause finale ».
Vacueror — list. crit. de V'ée. d’ Alex. — Il, pag. 399. (2) « Que Platon ait
connu et décrit la cause efliciente, la cause motrice, c’est ce qui ne peut
plus faire l’objet d’aucune doute, en dépit des toutes les as- sertions
d’Aristote ». FouILLÉE, op. cit., I, pag. 499. (3) “Ev dì 16 DPalduw oSrws
Afyetat, ce xa tT05 siva xal toù Yiyveoda citta TÀ eÈn Botiv. xaltor TOY eld@v
dviwv Bpws où Yiyvera: tà peteyovta, Gv pi 7 Tò xvioov. met., A, 9, 991, 3-5 D.
PLATONE 47 nosca anche l’anima come causa motrice è del pari innegabile (Fedro,
245 C.). La considerazione poi
delle cause motrici ci trascina alla di- stinzione delle cause secondarie dalle
primarie che ha valore capitale nella filosofia di Platone. Esplicitamente
Platone asse- gna le cause motrici nel numero di quelle cause ausiliarie (tavt
oùv Tavt’ goti Tv Euvattiwv) delle quali dio si serve per rappresentare l’idea
del bene colla massima perfezione possibile. Schierandosi contro l'opinione dei
più (òrè t6v mietotwv) Pla- tone ritiene che queste non sìano le vere cause
delle cose, perchè non hanno nè ragione nè intelligenza (A6yov ÎÈ odbéva odèè
votv) e afferma che chi ama l'intelligenza e la scienza deve ricercare co- me
primarie le cause intelligenti (av&yan tàs t7,6 Èuppovoc quoews aitias
TpwTÀs peradiwxev) è come secondarie quelle che sono mosse e muo- vono
necessariamente (fox Tè dr’ dA Awy utvovpevwv, Étepa Tè E dvdy- “ns xivobvimyv
YEvovta:, Tevtipac) (1). Qual'è dunque il valore di que- sta distinzione dei
ane generi di cause (apeotega tà TOY aîtov fem)? Iiecc una questione frattanto da
cui il merito di Pla- tone non esce che notevolmente diminuito. Invero, nel
racco- mandare giustamente la trattazione separata (ywgis) delle cause primarie
e delle secondarie 0 motrici, egli aggiunge che quelle producono con
intelligenza ciò che è bello e buono, mentre que- Ste, sfornite di ragione
(povwbeoa gpovoewe), agiscono volta per vol- fa a caso e senz'ordine (tè tuyév
dtaxtoy Endotote EtepyAsoviai) (2) Da altri passi sicuri risulta che le cause
che Platone chiama se- condarie ( Sevtépas) 0 del numero delle ausiliarie (t@v
Euvattiwy), procedenti a caso ‘t0y6y) e senz'ordine (dtaztov) sono le cause
necessarie (xîtiar dvayuatar, Ti dvd, #£ avkyang) E la ricerca di que- ste
cause è infine da Platone identificata con quella della causa errante (t75 mAavwpevns
eiTog aitize), dovunque sia naturalmente di- sposta a condurre (7) qgipev
Tepuze) (3) (1) Tim, 46 d-e. (2) Tim, 46 e. (3) Tim, 48 a. Il RoBin,
respingendo la traduzione di Th. H. Martin — (comme la nature des choses
comporte) come inaccettabile, e quella dell’ArcHER- Hinp — (its moving power)
come troppo vaga, traduce la frase 7) qépetv TÉ- puxev con « par où sa nature
est de porter », rimpiangendo vivamente di non aver potuto utilizzare la
versione commentata dal nostro FRACCAROLI, (0p. cit., pag. 14, nota) il quale
traduce « secondo che per sua natura coopera » (FRac- 48 CAPO II Nasce da
quest’analisi che Platone tratta con soverchia seve- rità la ricerca delle
cause motrici seconde o ausiliarie o erranti o necessarie, mostrando d’avere
della necessità causale, di cui la fisica deve occuparsi nelle sue ricerche
sperimentali (Ehm. ... B&Gavos) un concetto estremamente antiscientifico, e
remotis- simo quindi dallo spirito moderno della scienza e della filosofia. In
verità per curare gli scopi della filosofia noi non sentiamo punto il dovere di
screditare Ja ricerca delle leggi causali della, natura. La fisica invece
appare a Platone una scienza in tutto secondaria e appena capace di raggiungere
la verisimiglianza, quando non giunge a considerarla come una vera ricerca del
di- sordine e del male. Quanto alla causa finale la critica ha non solo il
diritto ma il dovere di riconoscere che Platone n’ebbe piena e sicura nozione,
sulle orme incontestabili di Socrate, malgrado tutti i dubbj ele- vati in contrario
da Aristotele (1). Invero, fissato il cardine delle cause prime o di natura
intelli- gente (petà vos), Platone oltrepassa perfino il metodo socratico delle
cause finali col suo metodo delle Idee, convertendo senz’al- tro la causa
finale în Idea. E in questa conversione consiste evi- dentemente la via nuova
della sua seconda navigazione (Zebtepov tio6v). Quando Platone parla della
causa vera di un oggetto. certamente egli vuol parlare della suna Idea cioè
della sua. perfe- zione ideale. La grande concezione platonica delle cause è
tutta qui. Quella causa dell'accadere che a Platone sta più a cuore di
determinare non è già quella che noi potremmo dire causa scien- tifica, ma è
propriamente la causa finale, cioè PTIdea. Non dun- que la causa in senso fisico
0 psichico, oggetto delle scienze esatte, ma la causa teleologica. pura,
oggetto d'una metafisica CAROLI, 0p. cit., pag. 243, nota). Ma il FraccaroLI, è
mio giudizio, non è stato ben ispirato nella traduzione di questo, perchè
anzitutto si lascia sfuggire il senso dell’) (che fu trovato dal RoBix)
connesso evidentemente al concetto di moto implicito nella causa miavwpévy (che
fil F. fa male a tradurre con mutevole) poi aggiunge il concetto « di
cooperazione» che, filosoficamente par- lando, non si spiega, anzi deve
considerarsi come un vero errore. (1) Cfr. JANET — Les causes finales. —
Appendice IX, Platon et les causes finales, pag. 710-735. Il rimprovero d’Aristotele a Platone
è mosso in Metaphys. I, vir, 988 Db-8. PLATONE 49 intesa a considerare l’idea
del Bene come causa di tutto l’uni- verso (1). Alla causa finale o ideale
infine fu dato anche il nome di causa esemplare (aitia rapadersuatzi)) per
quella teoria delle idee, stanti come esemplari alla natura (tà pèv id” tvb’
dborep mapadetfuata otavar Èv tf) gbos) (2) che sarebbe supertino ripetere.
Quanto alla causa formale bisogna innanzi. tutto notare che Platone ad un
principio inattivo, considerato come il ricettacolo eterno (y®pa det),
l’infinito, Vindeterminato, l’ine- guale, la pura diversità, la pura pluralità,
l'instabilità e la mo- dalità incessante, il non uniforme, (tò avopadov), ciò
che ha atti- tudine a partecipare (tè pebextxòv), l’amorto (tè dpopgpov), ciò
in cui si fa lo stampo (èv © éxturobpevov), il recipiente universale
(mavdeyé6s) oppone il principio sommamente attivo e causativo dell'essenza
intelligibile, o Idea, considerato come ciò che ha i caratteri oppo- sti a quelli,
cioè come unità, eguaglianza, identità, stabilità, immutabilità, insomma come
forma. «La forma, osserva giusta- mente il Robin, è dunque motrice rispetto a
ciò che è sprovvisto di ogni forma» (3). Abbiamo bisogno d’altro per convenire
che Platone riconobbe e impiegò il concetto di cansa formale? Ren- diamoci più
tosto conto che Platone non attribuisce un’azione causale a quella prima
essenza indeterminata ma divisibile alla quale Aristotele darà il nome di din e
valore di causa materiale opposto all’azione causale della forma indivisibile.
La materia non è ancora causa presso Platone, mentre il suo principio opposto
ha già funzione di causa e di motore. La fun- zione motrice del principio
formale, inoltre, confonde non poco i due concetti di causa efficiente o
motrice e causa formale che Aristotele invece tiene accuratamente distinti.
Questo è vero. Ma ciò non toglie che «il meccanismo di Platone non si com-
prenda che per mezzo d’un dinamismo che è un dinamismo della forma )) come ha
mostrato molto accuratamente il Robin (4). DI (1) Questo punto è stato
afferrato con nettezza dal WinpELBAND — Storia d. filos. — trad. it., Palermo,
1910, I, pag. 161. (2) Parm., 132 d. (3) RoBIN, op. cit., pag. 43. (4) RoBIN,
op. cit., pag. 95. Del resto rispetto alla causa formale in Platone. Cfr.
ZeLLER: Die Philosophie der Griechen, II, 1, pag. 695. (44 ediz.). PASTORE —
Storia critica del problema della causalità. 4 50 CAPO II Finalmente quanto
alla causa prima, poichè Platone ammette un’ascensione dalle cause secondarie
alle primarie, dalle ne- cessarie alle intelligenti, e pone l’universo
governato con ammi- rabile ordine da una mente suprema (1), in vista di quel
fine supremo che è il bene, sembra naturale supporre che egli non si sia
arrestato al mero ordine delle cause mobili e multiple, re- motissime
dall'Immutabile e dall'Uno. Del resto la base ultima del nostro giudizio verrà
indicata nella chiusa di questo capi- tolo. In mancanza di più esplicite
citazioni non si potrà tuttavia attribuire poca importanza al fatto che
Platone, così screditato per la dottrina delle cause, introduce invece per il
primo Vl’im- portantissimo concetto d'una causa al più alto grado (aitwIkT) (2)
che è poi la causa di genere divino (opposta alla causa ne- cessaria) per la
quale ci è possibile conseguire tutta la felicità che comporta Li nostra natura
(3). Tali i passi più importanti che ci provano quanto alto si sia Jevato
Platone nell’indagine analitica delle varie specie di cause. Innanzi ad essi
noi possiamo quindi arrestarci a considerare in quale errore sia caduto
Aristotele apprezzando i contributi par- ticolari di Platone circa la dottrina
delle cause. S4. Procedianio ora alla considerazione della sintesi. Vedremo che
Aristotele, anche su questo punto, si discosta dal vero (quan- do, per pensare
solo alla propria sistemazione delle quattro (1) Fileb., 28, d. (2) Tim., 76 d.
(3) Tim., 68 e - 69 a. Per la comprensione della causa suprema il Fracca- ROLI,
ricordato il passo Zin., 25 d-e, (Dicasi adungue qual fu la cagione per la
quale costituì la generazione e questo universo colui che To costituì. Era
buono ete.) commenta: « Verso la fine del libro VI della Repubblica la causa
suprema è detta essere Q0Ti dvaliv, questo è identico col v05g secondo Phi Leb,
pag. 22 C., op. cit, pag. 164. Nel tibro VII della Repub. infine si trova
questa dichiarazione che ha valore definitivo: « Agli ultimi confini del mono
intelligibile è l’idea del bene, che »'intravede appena, ma che non si può
apprendere senza concludere che essa è Li carsa di tutto ciò che v'ha di bello
e di buono (©®gs %oz T%0: TivIWY abty dol'év te xa zeA by aittz) ; che nel
mondo visibile essi produce la luce e Tatto donde essa proviene; che nel mondo
invisibile, essa è che produce direttamente la verità e l'intelligenza (ev TO
vanto adi nuota din derar vai voiv raozoyopîvni Rep., VII, 5-7. \ _——=—=-v- Er,
e dl Rn Sean rp ia oi PLATONE 91 n a — — lit ..,} _-’006@6Ò6@’‘@0. il ili
cause, troppo neglige l’aitiologia sistematica del suo maestro o se ne
appropria i meriti, freddamefite concedendugli solo l’ori- ginalità dei
difetti. Vedremo che chi ha inteso bene Platone deve concedergli anche il
pregio della: sintesi. Questo diciamo, s'intende, per aver riguardo all’età che
fu sua. Invero è pro- babile che il procedimento sintetico di Platone abbia
reso ora- mai tutti i servigi che poteva rendere, ma ai tempi suoi non può
negarsi che abbia dato un potente ajuto allo stesso Ari- stotele. L'intento
generale della dialettica platonica è di mirare e cogliere in tutte le cose
l’unità, prima ratfrontando cioè oppo- nendo, poi superando i principj
esclusivi con una doppia sin- tesi negativa e positiva, infine salendo al
principio supremo della Idea. Questo processo distintivo e unitivo, anche
facendo astrazione dall’ultima fase, già permette a Platone di superare così la
molteplicità pura della scuola jonica come l’unità pura della scuola eleatica,
salvandolo in tal modo sia dall’indefinita pluralità del politeismo sia
dall'universale identità del pan- telsmo. | E la stessa sistemazione delle
cause anche solo in questo pri- ino campo viene già promossa gradualmente
conforme allo spi- rito generale del metodo piatonico, che è tutto nel
distinguere e nell’unire. Ma il trionfo di Platone è completo quando affronta i
sistemi esclusivi, colla pienezza della sua dialettica. Per far comprendere lo
spirito della sua dialettica basterà abbozzarne ie grandi linee. Osserva egli,
per esempio, che i suoi predecessori cli danno due principj differenti:
l’indeterminato (Tò &repov) e il determinato (tè répag), il principio
indeterminato che Ari- stotele chiamerà della causa materiale e il principio
Aetermi- nante della causa formale, il principio della pluralità e il prin-
cipio causale dell’unità. Invece di optare per l’uno o per l’altro, nel
Sofista, prima li raffronta a lungo e li approfondisce, opponendo l’indefinita
plu- ralità all’universale identità di Parmenide come tesi ad antitesi, poi li
rifiuta entrambi in ciò che hanno di falso (sintesi negativa), quindi li
aecetta entrambi per quel che hanno di vero (sintesi positiva), infine, con
ultimo slancio, superando ancora la, per- fezione sintetica relativa colla
perfezione assoluta, si eleva alla 52 CAPO II luce suprema dell’Idea del Bene.
Si può quindi mettere fuori di discussione un punto capitale. È evidente che l’esame
in cro- ce delle questioni (cross-eramination) di cui parla con tanto acu- me
il Grote (1), non colpisce tutto il procedimento dialettico di Platone, neppure
con l’aggiunta di quell’elegante incrocio di quattro tesi opposte, atto a farci
vedere ogni questione sotto quattro aspetti principali ed egualmente necessarj
ad una solu- zione completa, che fu additato per la prima volta, con preziosis-
sima rettifica, dal Fouillée (2). Invero, a discussione finita, chiu- so cioè
il ritmo dialettico della tesi, dell’antitesi, della sintesi negativa (tò
oddétepov) e della sintesi affermativa (Tò Gupbtepov) costituenti V’esame in
croce della questione secondo il Fouillée, vediamo che Platone si affida ad un
processo superiore, cioè al pensiero puro e perfetto della suprema unità. alla
vonots. e sulle ali di questa si eleva al sole intelligibile delP’Idea del
Bene. Questo metodo, che pone ancora un'unità sopra la sintesi e che quindi si
potrebbe chiamare ipersintetico, egli impiega eviden- temente nel Parmenide, nel
Sofista, nel Filebo. Per questo metodo egli può dire, in primo Iuogo, che la
varietà delle cose sensibili è prodotta dal coneorso di due principj oppo- sti:
la materia prima e indeterminata, simile alla perfetta oscun- rità e la forma
determinante simile alia perfetta luce: e, di più, che il mondo sensibile è la
regione delle ombre in cui l’oscurità sì mesce alla luce nelle più svariate.
proporzioni. Somma è V’im- portanza dialettica che bisogna attribuire a questo
metodo (tri- nitario) per cui Platone pone l’uno il multiplo e Punomultiplo, la
forma la materia e il misto (tè pextéy), il finito l’infinito e il rapporto
intermediario fra i due, perchè si ha qui non solo il ter- mine medio fra le
idee di Pitagora e i fernarj della scuola d’ A- lessandria, ma veramente
l’addentellato con la dottrina causale d’Aristotele circa l’opposizione della
causa materiale e della causa formale e il loro concorso nella produzione
dell’individuo, sinolo d’entrambe. In secondo luogo, per la necessità di asse-
gnare una causa anche a questo intermediario (zitta ts plTewg), (1) GrotE —
Plato and the other companions of Sokrates. — 3 voll. London, Murray, 1867. (2)
FOUILLÉE, op. cit., I, pag. 11 e ss. PLATONE 53 necessità chiaramente
riconosciuta dallo stesso Platone (nel fi- lebo) e sodisfatta col ricorso alla
vera causa cioè alla causa esenm- plare (aftiov mapaderfpatxbv) in ultima
analisi riducibile secondo Platone alla causa finale, anche la nozione di
quest’ultima causa viene attratta nell’orbita della sistemazione e così, superata
la stessa tricotomia, viene spianata la via della sintesi aitiologica allo
Stagirita (1). Nessuno prima di Platone aveva posto con sì geniale franchez- za
la teoria delle cause intermediarie a spiegare i gradi delle cose, e affermato
il misto e la necessità di spiegarlo casualmente con l’assoluto o col perfetto
o col puro (tò xaBapév, tò téAetov) che per Aristotele non potrà essere che il
divino. Anche per questa suprema ricerca causale dell’unità Platone adunque
prepara la strada ad Aristotele. Non è qui il luogo di chiarire il rapporto
intimo fra l’universale intelligibile di Platone e l’individuale intelligibile
d’ Aristotele, nè di mostrare come approfondendo il primo si trovi il secondo
ce viceversa. Piuttosto da ultimo si noti che Platone riconobbe, in tutta la
sua portata, anche il grande principio famigliare ai neoplatonici, che ogni
causa contiene in - sé, sotto la forma dell'unità, tutta la molteplicità dei
suoi ef- fetti possibili. $ 5. Concludiamo. Si ostinano i più a credere che la
dottrina platonica della causalità sia trascurabile (2). Credono forse di
segulre l’autorità d’Aristotele che mosse tanti rimproveri al pensiero del suo
immortale maestro. Bisogna essere al contrario profondamente persuasi che
l’aitiologia di Platone è indissolu- bilmente congiunta a quella di Aristotele.
« V’ha in Giove, dice Platone nel Filebo, in ragione della sua potenza di
causa, un’anima regale (DuyN Paotdtxi), un pensiero re- gale, e nelle altre
nature altre qualità (derivate da questa) qua- (1) A proposito di questa xitix
del Filebo, il FrACccAROLI nei suoi Prolego- meni dichiara: « La «tia dunque,
anche qui come nel Timeo, è il demiurgo; non la causa formale ma la causa
efficiente espressamente definita come la sapienza e l'intelligenza » e nelle
note (1) e (2) si appoggia all’autorità del TrHomPson, dello ZeLLeR e del
BertINI. (op. cit., pag. 108). (2) Il KoniG trascura la dottrina platonica. D4
CAPO II lunque sia Il nome sotto cui piaccia a ciascuno di designarle » (1).
«Il pensiero è esso stesso la verità o ciò che v'ha di più simile ad essa e di
più vero, e infine ciò che v'ha di più vicino alla causa (to) altiov
ocvyyeveotepov) cioè al Bene supremo» (2). Questi passi così espliciti ci dànno
la misura dell'altezza metafisica della dottrina di Platone intorno le cause.
L’identificazione della suprema causa col supremo Bene: ecco il risultato più
alto della speculazione platonica. Vedremo che Aristotele per contro si ele-
verà all’identificazione della suprema causa col supremo pen- siero cioè col
pensiero del pensiero. Insomma Platone esalta il pensiero del supremo Bene,
Ari- stotele esalta il supremo bene del Pensiero. Tra questi due vertici
opposti ondeggeranno tutte le soluzioni posteriori del problema metafisico
della causalità. Ma non anti- cipiamo il responso dei secoli. (1) Phil., 30 d.
(2) Phil., 65 d. le===—====yr=====/yj CAPO III ———— Aristotele. $ 1.
Aristotele, giunto a conoscenza di tutti i contributi aitio- logici delle
scuole precedenti, dopo d’averli, con profonda ana- lisi critica, comparati,
discussi, purificati e approfonditi, li de- finì, quindi genialmente li compose
in un sistema organico nor- mativo non solo ma costitutivo di tutta la sua
concezione scien- tifica e filosofica. Niuno forse più e meglio di lui
riconobbe l’importanza fon- damentale del problema della causalità e nei limiti
della scienza e della filosofia del suo tempo attese alla relativa distinzione
della causa scientifica dalla filosofica, iniziando un ammirabile tentativo di
conciliazione. Niuno certo più e meglio di lui seppe elevarsi al principio
della causa finale e suprema dell’universo solo per affermare il purissimo
principio di direzione e di perfezione universale. Pone egli invero il principo
della causa suprema, ma non l’identifica col principio universale infinito e
assoluto dell’essenza e dell’e- sistenza degli esseri individuali e
contingenti. Questa guardinga sospensione di giudizio circa l’identificazione
del principio della causa suprema col principio sostanziale dell’essere e la
conce- zione della vita universale come un sistema di esseri individuali aventi
in sè stessi l’essere e il movimento, ma tuttavia dipen- 56 CAPO III denti da
una causa supremi per la direzione perfettiva della loro attività (1) assegnano
alla dottrina aristotelica della cau- salità metafisica nna posizione
eccezionale. Trascurando queste avvertenze non si potrebbe cansare un grosso
equivoco nella di- scussione che verrà in seguito alla parte espositiva. YZ.
Aristotele {2) ha sempre riconosciuto che «L'eccellenza del sapere sta nello speculare
il perchè » (xvprbtatov tod eldéva Tù Goti Bewpeîy, naliyyt. post. I, 14, p. 79
e 23). È certo superfino ricordare che «conoscere il che e il perchè è cosa
diversa » : (TÒ D'UTI Tiapfper rai tù Uioti ertotaoba:, unaliyt, post. 1, 13,
p. 78 a 22). Occorre piuttosto avvertire che, secondo Aristotele, si possono
fare quattro questioni fondamentali intorno ad una cosa : urtobpev TÈ TeTtTapa
TÙ Bui, tù Gibuti, eì fot, ti fomv (unalyt. post. II, I, p. S9 b 23). IT t6
&t concerne La qualità, il © &éula causa. I eî tou l’esistenza della
cosa, il ti got Vessenza (0d02). Quindi, premesso che «li conoscenza del perchè
ci conduce non solo illa causa (Tè dè Grom: niotuotta:, fot Tè Ti 109 aitiov
ETlatacì a: anelyt. post. 1, 6, 35) ma veramente alla causa prima »(...7 dè TOI
CLOTL ÈNOTI|IM XAaTtà TÒ Toîbtoy aîtiov, unalyt. post. T, 13, p. 18 & 22)
tutta la sua curiosità si concentra in quella speculazione, che per conferma
del senso comune e della storia consiste ap- punto nella conoscenza delle
ragioni delle cose e massime delle prime: «poichè noi non pensiamo di saper una
cosa che allor- quando crediamo di conoscerne lai causa prima» (meteplys. A, 3,
25-20). Il tratto distintivo della voga (3) aristotelica è dunque la posizione
del problema delle cause in ordine a cui Aristotele riuscì a stabilite La
seguente distinzione che restò famosa in tutta la storia della filosofia:
della. causa formale, della. materiale, della efficiente e della finale. | «
Siccome è evidente che bisogna acquistare la scienza delle cause prime (perchè
allora diciamo di sapere una cosa, quando (1) È la tesi del VacneroT nella sua
opera //istoire critique de V’école d' Ale- sandrie. — Paris, 184-1851. (2)
ArisroT., I, Bekker. Acad. R. Borussica, 1831. (3) S. Tommaso chiamerà poi
scicntia o demonstratio quia la prima (ét) e demonstratio propter quid la
seconda (doti). Summ. Theol., I, q. 2, art 2. ARISTOTELE 57 crediamo conoscerne
la causa prima), si distinguono quattro sor- ta di cause : la prima è l’essenza
(eîg tov Abyov e tò TI Fyv eivaz..., TÒ cidoc) la seconda è la materia (î,6)m)e
il soggetto soggiacente(ttò roxeluevov), la terza è il principio del movimento
(tè ddev @ xo, dpyM t7 xvnoews), la quarta infine è quella che è opposta alla
precedente, cioè la ragione e il bene (delle cose), perchè fine di ogni genesi
(tò od Évexa) e movimento a questo (1). Sono la causa formalis, la causa
materialis, la causa cfficiens, la causa finalis, secondo la denominazione
degli Scolastici (2). Per risolvere le intricate questioni successive è
fortunamente possibile stabilire un canone d’interpretazione di tutta la teoria
ricavandolo dall'esame dei tratti più caratteristici delle singole cause. Con
questo canone noi avremo modo di scoprire e in qual- che modo di misurare la
parte di verità e la parte d'errore del- lV’intiera aitiologia metafisica di
Aristotele. È ben vero che il canone che si proporrà non si trova espresso in
nessun'opera di Aristotele. Tuttavia se si potrà dimostrare che esso non è che
l'attuazione di ciò che si trova ancora virtualmente nella dot- (1) dti pèv obv
) cogla Tepi tTivas altiuc xal doy kg EGTIV STLOTYIT), DTA 0Y. (metaphys., A,
982 a. 1-8). “Ereì Tè qpaveody Du cv SÉ doyîg aitiwv Cel Axdeiv SRO TI rv (Tote
vip eibiva papèv Enaotov, Bray tiv rpoTi UITILI MUEdz Mrwpizt), Ta Ò° altra
Afyetar tetozy me, My puixy ue vo aitiav pay siva. Tim o)oiav xa TO TI Îjv
civar avàkfetar Yao TÒ Dà TI eis TÒv .6y0y EOYatov, aittov DE vai OYN TÒ dà Ti
Tp@toy Étépay dÈ tiv bDAnv xa tÒ broxetuevov, Tpitnv di Ouev 7) doyi T7jg
xivijoemws, Tetkptny DÈ Tv avtmermnevny aitiav TALTN, TÒ ob Evexa nol TAfxdov
TE)OS Yoko Yyeviosws val umioemws T4ONS TOIT° EGTiv. (metaphys., A. 3, 24-32).
In questo stesso luogo Aristotele stesso rimanda ai suoi libri di Fisica per
una sutticiente esplicazione di questi punti. I quattro principj causali sì
trovano invero nelle Physic. Ausce., ma con ter- mini e ordine un po’ diversi.
Cfr. segnatamente: Physic. Ause., II, 3, 14-25. Inoltre anche nei Secondi
Analitici si trova: "Ere dì tniotacda: 0 ‘ope da OTAv sid@puev Tiy 2îtiav,
aitia: dè TETTAPES pia pèv tè ti uu eiVat, pia GE TÒ Tivwy Uvtwy Avkyan TODT°
civa:, ETÉ0a È Î) tr TpotOoy Exivnoe, Tetzotm TÈ TÒ Tivos Svexa, mica: ata: Td
t0) peocu Getxvuvta:. (analyt., post. II, 11, 20-24). (2) L'aggiunta della
causa esemplare sempre mentovata dagli scolastici (Ex- emplar est id cujus
similitudine ens est id quod est) è giustificata dallo stesso Aristotele:
&AAov dè (TPOTOV), TÒ eÎdog nat TÒ Tapidersua TOoSTO d'EOTIV XA6yos tod ti
sîva:. metaph.,V, II. Cfr. J. C. GLaser — Die metaplhysik des A- ristoteles. —
Berlino, 1841. Mme 58 CAPO III trina aristotelica, l’interpretazione critica
che se ne dedurrà non mancherà assolutamente di base. Elenchiamo i tratti
caratteristici del sistema cansale secondo Aristotele. 1°. Le quattro cause
aristoteliche sono divisibili in due coppie, secondo il doppio senso della
sostanza (1): «) La coppia della causa materiale e della causa formale
costituenti l'odota (so- stanza in sè), l’essenza originaria autostante : D) La
coppia della causa efficiente e della causa finale costituenti 1° odota obvodog
(la sostanza con le sue categorie o determinazioni del reale). 2°. La prima
coppia (causa motrice e causa finale) è intem- porale (eterna), la seconda
(causa motrice o iniziale e causa fi- nale) comprende il mondo del divenire
temporale. 3°. Le due coppie corrispondono a due processi distinti : a) dalla
causa materiale alla formale, è un processo dia- lettico di individuazione che
avviene per negazione di forma e nell’eterna attualità del pensiero ; b) dalla
causa efficiente alla finale, è un processo cineticv di elevazione che avviene
per gradi e nel tempo attraverso una infinità di individui. 4°. In ogni coppia
le due cause si oppongono, cioè la finale è contraria (aptxepév) alla
efficiente o iniziale, la formale alla materiale. 5°. Questi opposti non
esistono isolatamente, hanno invece un termine medio che li riunisce. Il
termine medio del processo di individuazione è il sinolo, il termine medio del
processo di ele- x . vazione è il sinodo. « Noi, dice Aristotele, evitiamo
agevolmente (1) Si noti che la sostanza può avere molti e diversi significati;
Aristotele stesso l’avverte (Cfr. metaphys, Z, 1, 1028 a, 10) e ne distingue
almeno sette : . l'essere in sè ;. . l’essere secondo le categorie; . l’essere
in potenza ; . l’essere in atto; . l’essere accidentale ; . Vessere vero; .
l’essere falso. Ma, facendo astrazione dai due ultimi, che concernono
l’attività discorsiva, i due sensi riferiti nel testo (che sono poi i due primi
di questo elenco) sono i fondamentali, poichè il terzo e il quarto (riferibili
alla materia e alla forma) rientrano nel primo, e il quinto nel secondo. J Dì
ARP LN ARISTOTELE l 59 la difficoltà (l’antitesi incompatibile del dualismo)
ammettendo fra 1 due contrari un terzo termine, fuîv dé Meta tosto edAGYWwGS tO
tpitov ti elva: (Metaplhys. A, 10, 1075 a, 31). 6°. Il termine medio delle due
coppie causali è identico, perchè è sempre e solo l’individuo reale. Tenendo
conto di tutti questi tratti si può dire che le due coppie causali non essendo coincidenti,
nè per i termini, nè per ì caratteri anzidetti, tuttavia avendo il termine
medio comune sì incrociano in un punto nnico che è il vero termine medio,
sinodo e sinolo reale per tutte le cause. $ 8. Premessi questi principj e
schiarimenti teoretici a intel- ligenza delle voci e delle nozioni più comuni,
consideriamo sen- valtro l'aspetto e il valore di tutta quanta l’aitiologia di
Ari- ,stotele dal punto di vista metafisico, che è il più importante nel suo
sistema. La. Metafisica di Aristotele è in ultima analisi una Teologia fondata
sopra una Protologia ed una Ontologia. Tale dottrina in genere si risolve in
una concezione logico-metafisica del processo causale sempre tutto in atto
nell’universo, dalla realtà concreta degli individui alla purissima essenza del
pen- siero puro (1) cioè di Dio. (Apyî} dè #) vinote) metapliys. A, T, 1072 a,
30). i Il nocciolo del sistema è tutto qui: la concretezza e Vunità delle cose
individuali, in moto perpetuo verso il pensiero puro (vino:ts vorcewc) identico
coll’atto puro, cioè Dio (Éws tg t05 del wt- vobvtos tpwiwe, metapliys. B, 1050
b, 56). In Platone c’era l'idea e il fenomeno separati quasi assolutamente fra
loro, perchè que- sto passa, quella resta (2), in Aristotele troviamo la forma
(tîos O popo) atto, specie, l'ente in atto (tò èvepyela dv) e la ma- teria (dA)
potenza, genere, l'una in potenza (tò duvàape è) inse- (1) La nozione
aristotelica della « purezza » applicata all’atto del pensiero si risolve nel
più alto grado di determinazione. Questa nozione è completa- mente obliata da
coloro che — sostituendo al senso defettivo il perfettivo — non sanno concepire
il pensiero puro che per dPalpeots. (2) È noto, per la dottrina della pedetes,
che le idee, secondo Platone, non sono completamente separate dalle cose
(dualismo integro). Dove invece il dua- lismo nettamente appare è nella
opposizione della materia eterna alle idee. Ma intorno a questi oscuri punti
platonici è ben difficile, per non dire impossibile arrivare ad una soluzione
unica. 60 CAPO III parabilmente congiunte nella unità concreta dell'individuo
(1). Per virtù d’un incessante moto, processo dialettico e cinetico, cioè per
un rispetto materiale e formale — come quello che tende dalla virtualità
all’attualità — per altro rispetto efficiente e fina- le — come quello che
parte dall’inizio e giunge al fine cioè tende alla entelechia (stato di
perfezione in cui la sostanza. sì trova pie- namente attuata) — la forma
(sempre determinata, anzi determi- nante) progressivamente differenzia la
materia (sempre indeter- minata, ma determinabile), contemperando il
particolare e il ge- nerale nell’unità concreta dell’individuo. La materia
tende per intima necessità (per causa necessaria) verso la forma, come la
potenza all’atto, il genere alla specie, e la forma per intima finalità (per
causa finale) s'impronta della materia. Ma la vera causa delle cose sospinte
dalla causa motrice o efficiente è il tine o la causa finale, ciò per cui ogni
moto si fa tè 09 Évexa. S 4. È quanto dire che questa teoria si risolve in una
interpre- tazione logica e teleologica dell’universo. Radunando tutto il
disegno di Aristotele, si capisce che il suo criterio classificativo delle
cause è legato al proposito di mostrare che le cose del mondo, in generale, non
sono illogicamente isolate fra loro e in certo modo sospese nel vuoto, ma che
si poxsono anzi si de)- bono riattaccare con saldi vincoli ad una ragione
direttiva e perfettiva suprema, posta, nel sistema armonico di tutte le cose
aspiranti ad un fine comune, come assoluta identità del soggetto e dell’oggetto
del pensiero, somma: e perfetta unità del pensiero eterno che eternamente
pensandosi si realizza. Massimi problemi metafisici questi, ai quali era
impossibile che sfuggisse il grande discepolo e oppositore di Platone, nonchè riassuntore
di tutti i filosofi precedenti, del cui nome risuonano da più di duemila anni
le scuole filosofiche di tutto il mondo. Ne tali sono e non altre, in realtà,
le dottrine aristoteliche intorno alla base dell’interpretazione causale
dell'universo, una conclusione critica si impone. Bisogna riconoscere che
Vaitio- logia metafisica di Aristotele ha tutta Vapparenza d’un sistema
composto per un puro atto di fede e sospeso per un filo al regno (1) *Eot d'Î)
pèv DAN Covapus, Tò d'eldog SvieMeyeta. De anim., II, Cap. 1. ARISTOTELE 61
possibile della logica universale. Quindi s'impone la necessità d’uno
schiarimento sopra la Logica metafisica di Aristotele, per- chè senza di questa
la sua costruzione causale metafisica sarebbe quasi muta. $ 5. Per ogni critico
animato dal sincero proposito di sostenere la causa della logica sotto tutti i
suoi possibili aspetti, se v'è un punto chiaro circa il valore generale della
logica aristotelica è questo che il Aéyog presso Aristotele abbraccia due
valori irre- ducibili : uno sintetico e uno analitico. L'uno però è sempre ben
distinto dall’altro, tanto che si riscontrano in lui due dottrine a parte: la
logica metafisica della Filosofia prima e la logica sillogistica dell'Organo
(1). Questa verità disgraziatamente non è riconosciuta da tutti. Ma anche
Vintima relazione della dottrina causale metafisica di Aristotele con la sua
logica si può giustificare in modo sufti- ciente a farci comprendere che non è
un’illusione parlare, in campo metafisico, di logicità. Tutti sanno che cosa
sia e qual funzione connettiva abbia nella logica formale dell'Organo il
termine medio del sillogismo. Ora, se consideriamo che la tota- lità della
realtà per Aristotele è come un sistema logico di cui i termini estremi sono le
cose infime del mondo del divenire € le supreme, qual sarà il termine medio
dell’immenso sillogismo x Si può dare una risposta calzante. Posta da una parte
la ma- teria, dall’altra la forma, quella come la potenza (xat4 3ivapu) questa
come l’atto, (xat’ Eévepyeiav) (2) quella come il genere, que- (1) Invece di
logica metafisica o sintetica e logica sillogistica o analitica, diciamo e
diremo spesso anche: logica reale e logica formale, ma molto meno bene, perchè
— in fondo — non è forma (oltre al resto, s'intende) anche la realtà ? e non è
forma analogamente anche il pensiero reale? Quindi si ca- pisce che tutta la
logica aristotelica è in certo modo formale, come ha detto egregiamente il
Prantl; lasciando (per parte nostra) impregiudicata la que- stione del vero
valore della così detta logica formale o astratta rispetto alla logica
metafisica, giacchè il Prantl in questo giudizio esagera molto. Il termine «
6Y06 ha notoriamente presso Aristotele più significati. Ciascuno di essi è
determinato dal contesto in cui A6yog viene a trovarsi ». COvoTTI, op. cit.
pag. 105 n. (2) Secondo il FouiLLég la vera originalità di Aristotele è nella
concezione della materia come semplice potenza e della forma come atto e
sopratutto nel modo con cui ha concepito quest’ultimo. (La philos. d. Platon,
II, pag. 130). 62 CAPO HI sta come la specie e analogamente da un lato la causa
efficiente, dall'altro la causa finale, tutto il processo delle cause per cui
avviene la realizzazione progressiva degli individui (e così delle
proposizioni, delle definizioni) cioè il collegamento degli opposti contrar] è
reso possibile dal termine medio del pensiero reale nella sua vera e reale
complessione (éy cvprràoxi) comune ad en- trambi. Per avere chiara idea di
questo pensiero in complessio- ne, bisogna disporre la totalità della realtà
sullo schema dell’in- terferenza e dare un valore logico e reale a ciò che è
intermedio e invero identico ai due diversi. Tal medio in altri termini
dev'essere compreso ad un tempo come sillogistico e come ontologico.
Riffettendo poi che Pessere in potenza e l'essere in atto, L'essere in sè e
Vessere accidentale per Fincontro di tutte le quattro cause, concretandosi
nell’es- sere secondo le categorie, si realizzano in quel sinodo che è Vin-
dividuo reale (omnimode determinatum), allora si capisce che quel quid che fa,
da termine medio soggiacente (tè OrToxeipevov) non è altro che Fente medesimo
che diviene ({fyvetar Tè yryvbpevov) Phys. 1,7, 190 a. In altri termini il
pensiero in complessione mediatore cinetico degli individui si veste della.
vera. realtà, allora è incarnazione dei verbo, La perfezione d'ogni sviluppo
causale, VevteZéyaz,ei0 che ha in sè il proprio fine. Di qui appare La grande
ricchezza logica e metafisica del sinolo aristotelico. SG. Qui finalmente si
trova la giustificazione di quel canone d'interpretazione della quadruplice
radice del principio cau- vate. che finora non è stato. proposto, a quanto mi
risulta, da nessun altro commentatore di Aristotele. Da questo punto di vista
ecco in che modo relativamente nuovo si presenta. il pensiero dello Stagirità.
Se in virtà del pensiero èv cvpr) 0%], che in pari tempo è la regione del
rapporto materiale e formale, cfli- ciente e finale d'ogni individuo e d’egni
processo, individuo ari- “fotelico @ per un verso individuandosi si compone di
due prin- cip] opposti: la materia e da forma, essendo il sinolo di tutti e
cite, e funziona. logicamente tra essi come il termine medio, h) per altro
verso esso ingividuo elevandosi di grado in grado “xempre più vicino al primo
motore immobile cominciando in basso dall'effetto ultimo si appunti in alto
nella causa prima e ARISTOTELE 63 funziona analogamente tra essi come termine
medio; segne che ogni cosa, nel suo duplice ritmo di indiziduazione (dalla
materia alla forma) e di elevazione dalla causa efficiente alla causa finale,
si rivela come il prodotto d’una doppia sintesi aitiologica in pro- gressione
cruciale. Per un verso abbiamo un processo di formazio- ne materiale
(individuazione) cioè il passaggio dalla potenza al- l’atto o dalla materia alla
forma, nell’ odota pura sottratta al mondo del divenire; per l’altro verso
abbiamo un processo di causazione finale (elevazione) cioè il passaggio degli
individui nel mondo del divenire dalla realtà inferiore alla perfezione. Dunque
nell’unità statica e dinamici del loro incrocio, termine medio sinolo (obvodov)
e sinodo (obvodos) d'una doppia relazione esten- siva e intensiva, è il segreto
della logica metafisica. Dottrina metafisica più originale e più sublime io
quasi non conosco nella storia della filosofia. Ma vè un’altra prova che
sigilla Vintimo nesso della Logica e della Metafisica aristotelica in ordine al
principio causale. Già ho ricordato che il Dio di Aristotele è il pensiero
puro. l’atto puro supremo.in cui sparisce ogni differenza tra l’idea e la cosa,
tra il soggetto pensante e il soggetto pensato, perchè è il pensiero che si
pensa (adt) c0t7g 7) vinote), la causa prima. Cos'è questo primo? E forse il
primo sopra ogni termine in relazione, cioè ciò che essendo trascendente in
modo sopraemi- uente si isola da ogni altro, per infinito abisso? Tutt'altro,
con questa interpretazione il pensiero di Aristotele verrebbe distrutto senza
rimedio. La priorità della causa prima non è la priorità di un ente supremo
staccato da ogni relazione, ma ta prio- rità dell’individuazione delia
relazione infinita: perchè il pen- siero puro, essendo il sinolo e il sinodo
della massima realtà, conmcidenza di quattro principi. è indivisibilmente
relazione con- creta in atto puro, cioè sommo termine medio (1) perfetto tra i
due sommi termini estremi che in Ini e per lui sono immanenti. Questa
riflessione è importante, perchè salva il concreto ari- stotelico della causa
prima dall’assurdo. Ogni causa, per quanto (1) Il concetto aristotelico del
primo principio risolventesi nel sommo termine medio dotato di intinità,
universalità e di semplicità fu messo in chiara luce la prima volta dal
MicHeLET: Framen crit., ete., Paris, 1846. 64 CAPO III e ——________—_ dr ia n x
prima, non è mai un termine solo. L'infinito ridotto ad un termine, sia pur
questo anche il termine supremo d’ ogni relazione, diventa finito. La primalità
della causa prima è es- senzialmente la primalità di tutta una relazione cioè
la sintesi (si- nolo e sinodo) della relazione infinita. Il primo motore immobile
(to@bTOv xivobv auiverov; davanti a cui bisogna stare (&v&yxn ot7va),
essendo la realizzazione tormale in sè d’ogni potenza, cioè il tutto in atto
compiuto e perfetto, l'atto puro nella sua forma più alta, che ha solo pensiero
del pensiero -(vonots voroews) e vita in sè medesimo (£w) Svuripyet), perchè
l’azione dell’intelligenza è vita (7) yào vod Evepyera Co, metapli. A, ©, non è
vu termine anali- tico d'una relazione nè un termine sopra ogni relazione, ma è
la relazione sintetica in atto perfetto, eterno, infinito. Insomma la causa
prima di Aristotele non è Yuno solitario perchè come for- ma universale e
finale perfettamente avviluppa tutta la natura (Tepréyer tiv dAnv quow).
Togliete all’aitiologia aristotelica questo concetto della causa prima come sinolo
e sinodo infinito di pen- siero puro, atto puro di direzione e di perfezione e
Aristotele sarà un visionario, un filosofo impotente, un morto. ST.
Consideriamo ora la teoria aristotelica della causalità dal punto di vista
scientifico. La questione da risolvere è questa: Aristotele possedette egli un
concetto scientifico della causa sì da giungere alla conoscen- za del metodo
esatto per la determinazione dei rapporti causali della natura? Questa domanda
richiede una risposta sul doppio terreno della Fisica e della Logica:
discipline a cui Aristotele dedicò originali e incessanti ricerche. Per
semplificare. dirò su. bito che ben poco di netto si trova tanto nell'una
quanto nel- l’altra malgrado le più accurate indagini. Nottili distinzioni,
penetranti analisi, feconde induzioni pur basite sull'esperienza dei fenomeni
fisici: ma nulla di ciò che serva alla individuazio- | ne positiva del
rp&fpa causale (1). E la ragione è evidente. La Fisica aristotelica che si
potrebbe considerare come la Filosofia (1) Secondo il FonsEGRIVE, (La causalité
efficiente, 45) la formula aristotelica x del principio di causalità è la
seguente: rav Tò xtvobpevov dvkyan dTTtÒ tivos DI xvetodat. Tutto ciò che è
mosso è mosso necessariamente da qualche cosa. ARISTOTELE 65 seconda, tutta
pervasa da’ principj metafisici e dalla Filosofia | prima, ha quasi sempre
l’ambiguità involontaria d’una scienza esordiente e in fondo resta una
pseudo-scienza. La Logica ana- litica invece ha l’unità voluta e mantenuta nel
concetto rigoroso delle forme logiche elementari. Ma fu appunto per questa
limi- tazione agli elementi analitici che la teoria sintetica del metodo delle
scienze fisiche rimase nell’Organo allo stato potenziale. Per il che noi ci
troviamo naturalmente obligati a ricercare argo- menti indiretti per illuminare
il probabile punto di vista logico di Aristotele intorno la causa. E torneremo
a prender le mosse dalla sua metafisica; perchè, in mancanza d’una dottrina
scien- tifica esatta sopra la causa, separare il senso della causa, fissato
nella logica metafisica, dalla logica analitica porterebbe una tale confusione
nella teoretica aristotelica da non poterne mai più trovare la soluzione, tanto
più che la distinzione delle quattro cause si ritrova, come vedemmo (Cfr. $ 2),
anche nei Secondi Analitici. Fu merito speculativo grandissimo della Logica
metafisica la divisione del concetto generico della causa nei quattro sensi ri-
feriti : materiale, formale, efficiente, finale. Sarebbe stato pregic della
Logica strumentale sfrondare il superfluo metafisico e ri-. solvere il problema
scientifico della causa determinando due cose: 1° le due condizioni operatorie
opposte: luna deduttiva, l’altra osservativa; quella per la determinazione
della necessità razionale o logica, questa per la determinazione della
successione reale ; 2° la condizione sintetica del loro concorso
nell’operazione tipica dell’esperimento. Ma in questo punto Aristotele non
superò l’analisi discorsiva. Non che gli fosse ignoto ii concetto d’una unità
risultante da composizione; chè anzi nel capo V dell’Ermeneja acutamente tratta
del doppio senso del molteplice (moXXà ai pi Év, oi &ouvîeto:) e lo
distingue dal doppio senso dell’uno (è &v ènX6y) significante una cosa sola
(cuvòenmo eis) risultante da composizione. Il fatto è che nulla di positivo si
trova nell’Organo circa la sintesi scientifica del concetto di causa. Diremo
che Aristotele in questo caso non seppe egli stesso liberarsi dall’errore di
con- siderare solo in modo diviso questi aspetti della causalità che aveva non
solo enumerati ma composti per scopo metafisico ? Ad PASTORE — Storia critica
del problema della cawsalità. Ò 66 CAPO III ogni modo fa pena giungere a questa
conclusione rispetto ad un così potente ragionatore che in altri casi fu tanto
felice nel con- giungere ciò che l’opinione erroneamente separa e nel giudicar
vero solo il giudizio di chi tiene per composto quel che è com- posto, falso
poi quello di chi pensa in maniera diversa da quel che sono le cose e
sopratutto nel sollevarsi al principio del si- nolo. Un tratto notevole però è
questo. I quattro principj aristotelici della causa si trovano talora ridotti a
due con ingegnosa semplificazione. Negli organismi, ad esempio, vien posta da
una banda la materia e dall'altra si uni- scono anzi si unificano le tre cause
(forma, efficienza di moto, ausa finale) in una sola, l’anima. Senza dubbio,
questa ridu- zione anzi immedesimazione delle tre dette cause (aîtta) in una
sola posta di fronte alla materia, considerata come concausa (cuvattia) e
realizzantesi propriamente negli esseri che si pro- ducono dalla natura, giova
all’intelligenza di parecchie oscu- rità aristoteliche, Le quali ancora più si
addenserebbero se non si avvertisse che Aristotele pone distinzione fra il caso
della so- stanza intesa solo come essenza universale e il caso della sostanza
intesa come esistenza individuale, cioè il complesso della sostanza e delle sue
determinazioni. Così s'intende in che modo Aristotele talora dica che i
principi ‘ausali sono quattro (che è il secondo casor, tal'altra possa dire che
i principj degli esseri naturali si riducono a due: la forma (pop) © l'idea
(cos) e la materia (che è il primo caso) e come la questione della materia e
della forma in Aristotele sia cani- tale. E non è chi non veda quanto questa
teoria dell’individua- zione della forma e della materia in tutti eli esseri
che la na- tura gradatamente produce con perfetta continuità rasenti la teo-
ria scientifica della causa come unità di ragione e di fatto. Ma endrebbe
troppo lungi dal vero chi fosse disposto ad attribuire un valore e una portata
scientifica a questa semplificazione cau- sale. Infatti, che Aristotele ia
compia appunto nella sua fisica, non significa nulla. L'intento resta
prettamente metafisico, quello cioè di giustificare il principio solenne della
causalità fi- nale, risplendente in tutti gli esseri della natura e ad essi
pree- sistente. ARISTOTELE 67 $ S. Per vedere ora se troviamo qualche cosa di
più nuovo e di maggior momento, svisceriamo fin d’ora il nostro concetto di
causa indicando le sue note essenziali ; riferendoci a queste sarà facile
determinare la posizione logica di Aristotele. La mancan- za d'una buona teoria
logica della causa nasce per l’ordinario dal fatto che molti sono incapaci di
elevarsi al concetto della causa come sintesi della necessità logica e della
successione cronologi- ca, che sono le due note generiche del concetto di
causa. Perchè là dove manchi un saldo concetto di siffatta sintesi, non vi può
essere dottrina scientifica della causa. Ora, per cominciare dalla prima nota
generica, Aristotele co- nobbe in modo profondo la necessità. Anzi fu la
scoperta del- PE av&fans, certo dedotta dalla teoria matematica delle
propor- zioni che gli era famigliarissima (1), quella che, fornendogli un fermo
punto di appoggio, gli permise di oltrepassare le vuote astrazioni dei suoi
predecessori, sdoppianti erroneamente la ne- cessità in necessità logica e
necessità fisica. Anzitutto due cose iinportantissime egli seppe circa la
neces. sità: 1° che il sillogismo procede per necessità; è dviyxatwv cuiiotopos
(analyt. post. I, 1v, 1, e per la def. del silog. ; ivi I, I, 5); 2° che non
pur nei concetti ma eziandio nelle cose si ri- scontra la necessità (aaelyt.
pr. I, 11, p. 25 a 1. Date queste premesse, il filo stesso delle idee avrebbe
dovuto condurlo alla tesi dell'unità delle necessità dissimulata sotto la forma
insidiosa della varietà dell'apparenza e dei prodotti iso- lati dello spirito
diversificante. Ma invece, chi saprà dire il per- chè? Aristotele si fermò
all’equivoco della doppia necessità, @ così perdette di vista questa nota
fondamentale del concetto di causa (2). Nondimeno in altri punti fondamentali
il suo intelletto Iucido . (1) Cfr. Pastore, Sillogismo e proporzione, Torino,
Bocca, 1913. (2) L’interpretazione anzidetta circa la necessità potrebbe essere
avvalorata con l’esame degli scritti in cui Aristotele tratta della scienza e
segnatamente del suo oggetto, dei suoi principj. dtt $) pèv Ertotiun xabéiov xa
di avar- sat, TÒ è’avaynatov oòx évieyetar TAAws Eye. (analyt. post. I, 33-38
Db 30). tav 37 wanev clvat tò pèv alel nat SE dvkyuns (dvkyuns Doù TIC xatà tò
Rionov Aeyopevng, FAX ypmpeda Èv Tots xatà tds drodetters) (metaphys., 8, 1064
b 30). 68 CAPO III e vigoroso lo portò vicino al riconoscimento dell’unità
della ne- cessità. Il primo fu quando, con franchezza ammirabile affermò che il
principio di identità e di contradizione (necessità di ine- renza) è la base
d’ogni sapere, così razionale come naturale : atm di maodiv tori BefarotktN Tv
dpyoiv. (met. IV, 3, 1005, b. 19). Il secondo quando riconobbe la causa termine
medio del sillogi smo e oggetto d’ogni ricerca scientifica: tò pèv altiov Tò
péoov, év drac dì tovto Entert. (analyt. post. II, 2, 90 a 6). In questi tratti
è visibile il tentativo di fondare la validità così d’ogni sapere come d’ogni
ricerca scientifica sopra la base d’un solo principio di necessità. Vero è che
qui il medîo è, non tanto il medio reale, quanto il medio formale del
procedimento sillogi- stico e propriamente la ragione del rapporto logico degli
estremi. Tuttavia. sembra intravisto il nerbo della teoria logica della causa.
$ 9. Ma qui bisogna dissipare un equivoco che ha intimo nesso con quello
accennato poco anzi. Invero dai più sì sostiene che l'estensione del principio
di contradizione dal campo logico al campo metafisico è illegittima e
costituisce un difetto gravissimo dell’opera aristotelica. In ap- poggio si
cita, fra l’altro, la sentenza di Kant, il quale nella Critica dice : «il
principio di contradizione appartiene esclusiva- mente alla logica, esso vale
per le conoscenze considerate sem- plicemente come tali in generale, senza
riguardo al loro oggetto ». Ciò non ostante la cosa non mi pare così disperata,
anzi tutto perchè Kant non può parlare in nome di tutte le scienze. In secondo
luogo perchè, contro il parere di Kant, c’è quello dell’epistemologia
contemporanea la quale, indagando i concetti della fisica sperimentale
riscontra nella causa un insieme di ve- rità non solo di ragione ma di ragione
e di fatto che lo stesso Kant in concreto non ebbe il merito di appurare. Fu
già accen- nato nei criterj direttivi di questa parte, e verrà dimostrato
diret- tamente nella parte teoretica, che quel che occorre determi- nare in
ogni rapporto causale valido nel campo della natura è sempre lo stesso: la
necessità razionale d'una successione reale di due funzioni di più variabili
equivalenti. Donde deriva che una sola fonte d’indagine non basta mai, se non
vogliamo al- ARISTOTELE 69 lontanarcì di più in più dall’ideale positivo della
verità. Ma la- sciamo da parte ciò. Non è forse certo che tanto i rapporti
logici d’ordine esclusivamente formale, quanto i rapporti fisici d’or- dine
causale implicano necessità? Quindi si capisce che Aristo- tele, ponendo il
principio di contradizione, che a sua volta im- plica la necessità, a base
d’ogni sapere così razionale come na- turale, non ebbe torto. L'avrebbe avuto
solo a patto che si po- tesse sostenere la tesi della doppia necessità (1). Ma,
approfondendo la questione si riesce a capire che la dop- pia necessità si
afferma solo quando si identifica il semplice col composto cioè il concetto
semplice della necessità col concetto composto della causalità che veramente
implica necessità e tem- poralità. Meno infine varrebbe addurre l’autorità
stessa di Aristotele che in Metafisica, com’è noto, distingueva appunto tante
forme di causalità e in Logica analitica distingueva, senza dubbio, la
necessità formale o logica da ogni altra, perchè il suo prin- cipio della
necessità metafisica di fronte alla scienza esatta è Irrito e nullo. Da ultimo
un’altra ragione semplicissima rie- sce a distruggere l’illusione della doppia
necessità ed è la se- guente. Qualunque spezzamento della necessità non si
risolve- rebbe eo ipso in una rottura violenta della verità? Dissipato l'equivoco,
possiamo dunque comprendere la ragionevolezza del- l'estensione aristotelica
del principio di contradizione a tutto il sapere (2). Qui è innegabile
l'intuizione di un fondo essenziale comune, nascosto sotto la diversità delle
apparenze. E questo (1) Si oppone d’ordinario la necessità estemporanea (sia
logica, sia matema- tica: aritmetica o geometrica) alla necessità temporale
(sia fisica o naturale, sia psichica). La tesi della doppia necessità (causale
e geometrica ad es.) è soste- nuta da autorevolissimi pensatori contemporanei.
Valga per tutti il VARIScO che nettamente dichiara: « Come temporaneo,
l’accadere implica la causalità, una 'forma di connessione in cui si manifesta
una certa necessità. Ma la ne- cessità causale, alla sua volta, implica il
tempo e l’accadere: differisce toto caelo dalla necessità estemporanea, che si
manifesta p. es. nella geometria ». (Pref. alla trad. Palanga del Mondo come
volontà, etc. di Schopenhauer, Perugia 1913, pag. XXXVIII). (2)
Sull’oscillazione del senso della parola causa in Aristotele è utile ricor-
dare il seguente scolio di Rosmini: « Aristotele pose tre condizioni alla
scienza: 1° che comprenda la causa per la quale la cosa è; 2° che questa causa
sia conosciuta come causa; 3° che sia conosciuta come causa necessaria. Dice :
70 CAPO III fondo essenziale, comune all’ordine logico e all’ordine fisico, non
può esser altro che la necessità; perchè è questa e non altra la nota
essenziale del principio di contradizione che pur si ritrova nel principio di
causalità, di fianco alla nota del temporaneo e dell’accadere. Che Aristotele
non abbia sempre riconosciuto l’u- nità d’ogni necessità, anzi che si sia
arrestato alla tesi della dop- pia necessità, non solo è vero, ma Yho dovuto
mostrare or ora, purtroppo. Dunque? dunque qui sta un difetto di Aristotele : |
ecco tutto. $ 10. Passiamo ora alla seconda nota generica del concetto
scientifico di causa. Qui vediamo che l’inerenza del divenire tem- porale nel
concetto di causa fu riconosciuta da Aristotele con vera acutezza. Bisogna però
distinguere in Aristotele un doppio divenire : il divenire semplice della
sostanza cioè dell’ 095 pura, e il dive- nire complesso della sostanza e delle
determinazioni cioè del- I? odola abvolos. Il primo è il divenire intemporale,
essenziale, tutto in atto, sempre attuale, originario, indipendente,
immutevole, eterno, autostante, (Tè tl fy siva), l'essere qual era. II seconde
è il divenire temporale sotto l'aspetto delle determinazioni individuali in
*‘angiamento. Ciò premesso, il concetto aristotelico della causa, rispetto alla
note temporale diventa chiaro. Ricordando la disposizione cru- ciale delle
quattro cause, basta avvertire che mentre (come già abbiamo detto) la materiale
e la formale sono sottratte al tem- po, l'efficiente e la finale gli sono
sottoposte. Tuttavia la sintesi delle due prime accade nel tempo secondo il
movimento regolato della sintesi delle due ultime. Insomma, la sintesi della
causa formale e della causa mate- riale che dà la formazione materiale e si
realizza nella indivi-. « colui sa propriamente e semplicemente, e non alla
sofistica, secondo l’accidente (Xxtà cuppednx0s) il quale conosce la causa per
la quale la cosa è, e conosce esser la causa di essa e tiene fermamente che
altramente non può essere ». (poster. I, 2). Quello che Aristotele chiama
causa, più propriamente deve chia- marsi ragione, che è voce propria
dell'ordine dello scibile intorno a cui versa il discorso ». (Logica, Torino
1854, $ 829) Mafie» creto ARISTOTELE 71 duazione degli enti avviene nel tempo,
ma la. materia e la forma sono fuori del tempo; invece la sintesi della causa
efficiente e della finale che dà l’efficienza finale e si realizza nella
elevazione degli enti concreti avviene nel tempo e in guisa che il principio
motore e la perfezione finale sono essi stessi gli estremi opposti della catena
del tempo. $ 11. Dopo questi schiarimenti sopra le due note generiche della
necessità e della temporalità essenziali al concetto scienti- fico di causa,
facilmente si vede che l’individuo concreto, reale, del tutto determinato per
Aristotele, essendo il risultato d’una doppia sintesi causativa : luna
(materiale e formale) sottratta al tempo, l’altra (efficiente e finale)
soggetta al tempo, in qualche modo può considerarsi come sinolo di ragione e di
fatto. Invero la sintesi di ragione è intemporale, la sintesi di fatto è tempo-
rale; quella espressiva della necessità, questa della contingenza. Di qui a
considerare l’individuo reale come sinolo di necessità logica e di successione
cronologica il passo era breve. Ma Ari- stotele non lo fece. Del pari non vide
abbastanza chiaramente che ogni sinolo è insieme causa. Pur reputando di
conoscere ciascuna cosa semplicemente e non per accidente, al modo sofistico,
allorchè reputiamo di cono- scere che la causa, per cui il fatto è, è causa di
esso, e ciò non po- tersi dare altrimenti (analyt. post. A. 2, 71, b 9) si
direbbe che contrariamente al suo vivo senso della realtà, si sia volto a cer-
care le cause non solo fuori di quel fatto (TpàYRa) che è effetto, principio
motore autostante, è esso stesso la causa finale. Sarebbe però erroneo ritenere
che il suo sinolo sia solo effetto, basti pensare al sinolo supremo che,
essendo il primo ed eterno principio motore autostante è esso stesso la causa
finale. Con tutte queste reticenze vogliamo far sentire le imperfezioni del
pensiero aristotelico, quel che intravide, quel che gli rimase nascosto.
Concludendo, il punto scientifico fondamentale non afferrato è quello della
risoluzione delle cause nei rapporti tipici delle leggi. Ma per questo era
necessaria una nuova teoria della co- noscenza scientifica, la teoria del
metodo sperimentale. 72 CAPO III $ 12. Un’ultima considerazione resta da fare
circa la questione del metodo. Si accorderà facilmente, io spero, che, se i rapporti
causali sono unità di fatto e di ragione, una cosa analoga debba aversi nei
processi metodici capaci di determinarli. Così, solo chi ammetta la doppia via
dell’osservazione e della induzione, potrà vedere il suo ideale di verità
causale uscir gradatamente dalla sua ricerca, a misura che egli sarà in grado
di integrare, com'è giusto, le due operazioni concorrenti alla produzione del-
l'esperimento. Per contro l’ignoranza d’un metodo metterà il ri- cercatore
nell’impossibilità di risolvere bene il suo problema. Ora noi troviamo in
Aristotele, oltre all’incontrastabile possesso del metodo deduttivo, anche la
chiara conoscenza dei metodi di osservazione e di induzione. Senza impegnarci
nella documenta- zione completa, dacchè autorevoli critici hanno difeso, con
pieno successo, la teoria aristotelica dell’induzione, basti il semplice
richiamo alle due principali citazioni che omai sono di possesso elementare e
comune. “Aravta miotevonev 7) dà cvAAoytop.o9 7) E Enaywyîs (analyt, pr. II,
XxV, 1). ’EraywyN f) darò t6v ad Exzotov Eni tà xadbicu Ègpodos (top. I, 12, p.
105 a 18). Il processo induttivo dai singolari all’universale era del resto
tanto noto ad Aristotele che egli con grande since- rità ne ascrisse il merito
a Socrate, come cosa tutta sua pro- pria (metaph., 4). 2 dunque ovvio che non
gli sarebbero mancati i mezzi anali- ticì per la scoperta del metodo
sperimentale, se Vostinato arresto . sopra la sua quadruplice o duplice
divisione circa le cause, tanto abituale che dovette parergli doverosa, non gli
avesse impove- rta anzi spenta l'intuizione vitale della complessa verità. Per-
venuti a questo punto, la teoria aristotelica della causa è com- pletamente
chiarita. | S13. Raccogliamo dunque la somma delle nostre ricerche per mostrare
il pensiero vivo di Aristotele. Quanto al problema me- tafisico risulta che
egli, portato in alto dalle robuste ali di Pla- tone, spaziò mirabilmente nel
cielo della causa finale, concepen- dola però solo come principio di direzione
e di perfezione. Ragionatore infaticabile, fisso nell’antica sentenza che Dio e
la natura non fanno nulla invano (è dedg xal n odore oddèv pay CA A ha enni
ARISTOTELE 18 toodatv) e che quindi ogni fatto deve avere la sua causa, con-
cepì il mondo come un dominio di fini, cospiranti al principio direttivo d’ogni
perfezione cioè a Dio atto e pensiero puro, causa prima e finale di tutto. Il
centro è questo : la concretezza della sintesi ontologica e logica in
progressione cruciale, dalle minime «realtà degli individui alla massima realtà
del pensiero puro, sinolo e sinodo infinito. Se dall’esame della metafisica
passiamo al problema scienti- fico siamo colpiti anzitutto da questo fatto. Ad
onta della sagacia e della profondità delle distinzioni analitiche, quanto al
con- cetto di causa Aristotele non riuscì a formulare una definizione
compatibile con quella che s’incontra nelle scienze esatte che ne fanno più
pratico e più legittimo uso, cioè nelle scienze speri- mentali in genere e
nella fisica in particolare. Quanto alla teoria del metodo valido alla determinazione
esatta dei rapporti cau- sali non abbiamo neanche una traccia esplicita che ci
permetta di parlare di una sua approssimazione al processo ipotetico-de-
duttivo. Insomma dal punto di vista scientifico egli non colse bene la causa
come sinolo di ragione e di fatto, non intuì nep- pure la conversione dei
rapporti causali nelle leggi, tanto meno il metodo sperimentale atto a
determinarli, pur avendo chiara- mente conosciute e descritte le due forme
metodiche opposte : l'osservazione (non che l’induzione) e la deduzione, dal
cui con- corso l’esperimento risulta. Grandissimo il suo merito in meta-
fisica, perchè riuscì a intendere la contradizione che era. il fondo dello
scetticismo, nato dalia lotta della scuola jonica naturali- stica e della eleatica
idealistica, combattuta, ma invano, dallo stesso Platone, e a intenderne il
difetto. | Riuscì, perchè vide il mezzo logico e ontologico nel concreto
formativo ed evolutivo d'ogni individuo. Tuttavia non seppe de- terminarne la
legge. Per questo, malgrado la sua forte opposi- zione al separatismo di
Platone e la sua salda conquista dell’in- dividuo come risultante di due
componenti diversi, i due fattori della sintesi metafisica restano ancora
troppo scongiunti dirim- petto l’uno all’altro e insieme di rimpetto al
apà&fpa della loro unità, ignota per noi restando la legge della loro
composizione. Aristotele in questo punto ha già superato il dualismo ma è an-
74 CAPO III cora arbitrario e privo di metodo oggettivo nella dimostrazione del
suo monismo. Questo è il vizio radicale di tutto il suo sistema metafisico. $
14. Che cosa dunque restava: da fare dopo di lui in ordine al problema causale
? Quanto alla ricerca filosofica restava da dimostrare che la teo- ria della
causalità è base della Teoria della conoscenza e della Metafisica; criticare i
vecchi concetti della causa formale, ma- teriale, efficiente e causale; infine
far tesoro delle conquiste scientifiche per tentare la sintesi universale delle
cause. Quanto alla ricerca scientifica riconoscere la causalità in ge- nerale
come verità di ragione e di fatto, sintesi di necessità e di successione, in
particolare come equazione di due funzioni di più variabili; quindi elaborare
la teoria del metodo sperimen- tale in quanto la determinazione esatta delle leggi
della natura, che è il suo vero scopo, si risolve nella determinazione dei rap-
porti causali della realtà. CAPO IV . Stoicismo, Epicureismo, Scetticismo,
Neoplatonismo. $ 1. La filosofia greca fino ad Aristotele conteneva implicita-
mente il conflitto tra il causalismo deterministico e la tendenza a spiegare la
libertà colla negazione della causalità. Ma i post- aristotelici svilupparono
esplicitamente queste due correnti. Così gli Stoici optarono per il
determinismo. Epicuro invece trovò inconciliabile lVautonomia del sapiente col
determinismo causale degli Stoici. Lo stoicismo merita il primo luogo per la
grande importanza attribuita al sapere causale come mezzo conducente allo scopo
morale della vita, cioè alla virtà. La dottrina aitiologica degli Stoici è
contenuta nella loro fisica che sta tra la Logica e PEti- ca e sulla questione
del rapporto tra la materia e la forma sì rannoda a Platone più che ad
Aristotele. Invero la materia (odota) per gli Stoici non è causa, ad imitazione
di Platone, ma mero principio amorfo ed inerte pur suscettibile di ricevere
ogni for- ma ed ogni movimento (tò ricyov) La causa è la forma (movémg) che è
potenza e forza cioè il principio formale attivo (td moody). Questo principio
gli Stoici chiamano dio, o il fuoco artefice (tè dp teyvixòv). Ma. la materia e
la forma dinamica del fuoco sono così inseparabili che ogni astrazione resta
impossibile, ogni tra- scendenza scompare, e tutto si concreta nel più schietto
moni- smo, per cui tutte le cose del mondo sono strette nella più inti- ma
parentela. Due processi inversi: uno spermatico donde la partenza e la
distribuzione dei Abyor oteppamzo!, altro epirotico 76 CAPO IV donde il ritorno
e la distruzione del mondo, costituiscono l’e- terno ciclo ritmico del
principio universale. Così ogni anima in- dividuale prima si stacca dal grande
aveòpa del mondo e corre la sua vita spermatica, poi sì consuma e ritorna in
Dio, poi ri- piglia una nuova vita, poscia rimuore e così successivamente,
sempre e ovunque obbedendo all’inflessibile causalità dell’ uni- verso. Poichè
il movimento e l’atto sono la stessa cosa, la causa motrice ed efficiente non è
distinta dalla causa formale. Ogni mo- vimento è atto, ogni atto è movimento.
Corpo ed anima pari- menti sono la stessa cosa. La ragione seminale sempre in
ten- «stone nella natura stringe tutte le cose con vincoli causali in-
dissolubili, causa prima universale essa medesima, cioè causa.” delle cause, da
cui tutto pende con incatenamento di cause sen- za fine (1). L'importante per
l’uomo è vivere conforme alla na- tura così governata dalla rigida e
inflessibile causalità «he de- termina del pari l'animo nostro. Nella profonda
coscienza di questa causalità universale l’uomo si libera da ogni esteriorità.
Dunque il sapere causale è potentissimo mezzo di liberazione perchè coordina
lindividuo al tutto e lo fa superiore così ad ogni minaccia della fortuna come
ad ogni tirannia degli uomini. S 2. L'epieureismo invece sì studia di minimare
se non di s0p- primere la considerazione delle cause antecedenti ed esteriori,
per giungere allo stesso fine pratico cioè alla NHberazione inte- riore. Non
dobbiamo perciò meravigliarci se la dottrina epicurea della libertà si svolge
nel campo d’un divenire naturalmente incausale. Il sapere è delle cause
naturali. Ma queste opprimono. Dunque si eviti la tirannia del sapere. Non già
che il sapere sia per Epicuro impossibile o di poco conto. C'è anzi per Epicuro
una vera scienza ma consiste in quella appunto che proscioglie gli animi dai
vincoli d’ogni incatenante causalità. Nol possiamo quindi in primo luogo
scorgere un’essenziale differenza tra la posizione di Platone e quella di
Epicuro, di fronte al problema fondamentale delle cause. Per Platone il
concetto di causa è così (1) Seneca per spiegare il fatum (elpappévn) degli
Stoici: dice « cum fatum nihil aliud sit quam series implexa caussarum, illa
est prima omnium caussa, ex qua caeterae pendent ». « Causa pendet ex causa:
privata ac publica longus ordo rerum trahit ». De provid., 5. Cfr. insup.
Quaest. nat., II, 45, s8. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 77
largo che abbraccia tanto il mondo fisico quanto il mondo mo- rale. Vedemmo che
Platone dà una posizione secondaria alle cause fisiche, mentre esalta
divinamente la funzione causale dell’Idea del Bene. Al contrario la funzione
della libertà morale di Epicuro già mira a staccarsi dalla causalità, se non
nella let- tera certo nello spirito. Di più, mentre per Platone la causa di.
venta sempre più vera a misura che si discosta dalla materialità per avvicinarsi
all’intelligenza, tanto da diventare infine causa- lissima (aitwiàmm), per
Epicuro invece il più alto grado della cau salità si trova nel meccanismo
atomistico, tanto che ivi la vera causa cede dove la direzione naturale del
movimento degli atomi cambia d’una quantità impercettibile, nec regione loci
certa nec tempore certo, per l’intervento naturalmente incausale d’un potere
irreducibile alla materia. Questo vuol dire che il concetto di causa ha già
fatto un ben lungo cammino, svincolandosi sem- pre più dal senso e dal valore
metafisico. In secondo luogo due cose ben diverse bisogna vedere nell’atomo
epicureo, cioè una determinazione interiore arbitraria immanente alla sua
indivi- dualità, e una determinazione esteriore necessaria. Quella non è vera causa;
la. sola e vera causa è questa, perchè questa sola è naturale o vogliamo dire
meccanica. Di questa sola sono effetti i movimenti vorticosi, quindi il mondo
nostro e gli infiniti astri. La serie causale non è che una serie di urti
esterni degli atomi e di composizioni e scomposizioni incessanti di questi.
Parlare di cause non naturali non ha senso, come non ha senso parlare di
finalità dell’universo. La negligenza dell’epicureismo verso il sapere causale
è evidente. E la ragione, giova ripeterlo, s'intende. Epicuro voleva favorire
l'inclinazione individuale, evitare ogni ingerenza stringente, sottrarsi ad
ogni urto esteriore, per at- francare la coscienza nell’imperturbabilità
dell’armonia (ATAPAEta) (1). Ma la considerazione delle cause invece concerne i
corpi, la soggezione al destino, i vincoli universali e costanti, il timore re-
(1) Si accetta qui il senso nuovo attribuito dal GuyauU all'&tapatta che
non è un principio negativo, ma per contro un principio d’armonia (Cfr. Guvyat,
La morale d'Épicure, Paris, 1878). Si avverta infine che il chiamar causa anche
la spontaneità del movimento inerente agli atomi e il potere su noi (tò èu°
fuîv), come fa Epicuro, è appagarsi ingenuamente d’ una specie di causa...
incausale. 78 CAPO IV ligioso della necessità. Perciò è meglio, potendo,
fuggire il mondo delle cause nonchè la sua conoscenza e vivere interiormente,
Made fog. Tali, sommariamente, le dottrine aitiologiche degli Stoici e degli
Epicurei, convenienti nel fine, contrastanti nei mezzi. $ 8. Lo scetticismo
approfittò di questo insanabile contrasto per proclamare la necessità di
sospendere il giudizio intorno al principio di causalità, mostrando la vanità
di qualsivoglia ra- gionamento dommatico intorno le cause. L'essenza dello
scetti- cismo in questo periodo consiste appunto nel trattenersi da qua- lunque
assentimento, da quello in fuori che è necessario per as- sentire alla
sospensione del giudizio. Precipua cura di Pirrone fu l'assalto contro la
verità della scienza, sostenendo lincomprensibilità delle cose, e quindi la
necessità di sospendere ogni giudizio intorno ad esse e di restare
imperturbabili davanti a tutti i casi della vita. I dieci motivi contro la
certezza scientifica che Sesto Empirico attribuisce agli antichi scettici (1),
secondo la maggiore probabilità, appartene- vano a lui come al suo seguace
Enesidemo. Ed è ovvio che con essì i Pirronisti dovevano concludere al
rattenimento del giu- dizio circa ogni cosa e quindi anche sopra le cause,
giacche il ragionamento delle cause non poteva allora fondarsi che sulla
percezione sensibile e sullit esperienza. ) vero che sopra Ta questione
speciale delle cause Sesto, due secoli dopo, riferisce gli otto modi seguenti
di Enesidemo, ma questi non sono che un'applicazione del princip] pirronici
gene- rali, concorrendo poi tutti nel tropo ottavo, della relatività (2). Ecco
ora gli otto modi per cui Enesidemo stima confutare ogni discorso delle cause,
imputandolo di vizioso, come Sesto riferisce nel Libro I delle Zpotiposi
pirroniane : (1) Sesto Exp., Delle istituz. pirr. I, Capo 14. (2) Riassumiamo
anche gli argomenti di Enesidemo che Sesto propone contro ogni ragionamento
dommatico sulle cause nel Libro IX « Contro i Matematici »: « E’ assurdo dire
che il corpo sia cagione del corpo, per le stesse ragioni non è l’incorporeo
causa dell’incorporeo, nè il corpo causa dell’incorporeo, nè l’in- corporeo del
corpo. Quindi segue che non esiste cagione. Lo stesso ragiona- mento si
rifaccia per escludere qualsiasi rapporto causale per il moto e la quiete,
Inoltre la causa non può essere prima dell’effetto, nè dopo, nè durante,
STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 79 « Primo dei quali, dice
essere il genere della cagione arrecata, quando versi in cose invisibili, e non
abbia prova confermatri- ce dalle visibili. Il secondo è quello per cui, di
frequente, al- cuni ragionano di una causa sola mentre c’è copia di induzioni ;
sì che in molte guise può discorrersi della questione. Il terzo è quando di
fatti ordinati si dànno cagioni, le quali non chiari- scono ordine veruno. Il
quarto allorchè pigliano le cose appa- renti quali si fanno, e argomentano di
avere compreso come si facciano le non apparenti; mentre ciò che non si vede
forse può compirsì alla maniera di quanto si vede, e forse anche non egualmente
ma in guisa particolare. Il quinto è quello per cui tutti, a dir così,
discorrono delle cause secondo i supposti proprj circa gli elementi, e non
secondo certi avviamenti comuni e con- fessati. Il sesto occorre di sovente
allorchè si accoglie ciò che conferisce ai proprj supposti, e respingesi quanto
cade in con- trario, pur se abbia eguale virtà persuasiva. Il settimo incontra
spesso quando recansi cagioni le quali contrastano non solo con le cose
apparenti, ma altresì con i proprj supposti. L’ottavo avviene di frequente
allorchè essendo dubbie in egual misura e le cose che sembrano apparire e le
investigate, si dànno inse- gnamenti sopra le cose dubbie movendo da altre
incerte del pari. « Enesidemo, poi, dice non impossibile che taluni nel ragio-
nare delle cagioni cadano in altri modi misti e dipendenti dai sopradetti; ma
forse i cinque modi del rattenimento basteran- no anche contro tali discorsi
delle cause. Giacché la causa asse- rita da taluno o sarà concorde a tutte le
sette della filosofia, 0 alla disamina dell’oggetto, e alle apparenze, o non
concorderà. Ma forse tanto di concordanza non è possibile; stante la con-
troversia di ogni oggetto e manifesto e oscuro. Che se non con- ‘corda,
domanderassi pure la cagione di tale cagione; e se a pro- va del manifesto
pigliasse l'apparente, e a prova dell’oscuro perchè o non sarebbe ancora causa,
o non servirebbe più, o si confonderebbe con l’effetto. Neppure che l’un
termine possa essere veramente efficiente l’altro paziente, dal momento che la
causa, come relativo, è soltanto pensata senza avere esistenza reale. Neppure
che la causa possieda una sola forza efficace 0 molte. Neppure che la causa sia
o separata dalla materia paziente o coesistente con essa. Nè che vi sia
contatto o non contatto, essendo l’un termine l’intero, l’altro la parte o
viceversa, nè due parti, nè due interi ». 80 CAPO IV desse l’oscuro, ricadrebbe
al modo dell’infinito; o discorrendo delle cause per modo reciproco, cadrebbe
nella alternazione. E se in qualche punto fermatosi dicesse che per le
argomentazioni fatte la causa viene stabilita, ei cadrebbe nel relativo ad
altro, e torrebbe via ciò che è secondo natura; o quando argomentas- se da
supposizione noi gli opporremmo altro supposto. Ed ecco come anche per tali
guise possa confutarsi la arroganza dei dom- matici nel discorrere sopra le
cause » (1). Più avanti, chiedendo la ragione della causa efficiente e ten-
tando di sapere il concetto di causa, dapprima osserva che i di- scordi e
assurdi pensamenti circa la causa fecero non rinveni- bile la sua sostanza i
motivo del dissentire sovr’essa. « Altri dice la causa un corpo, altri un
incorporeo. Più comunemente, Lu parrebbe che sia causa ciò per il cui operare
nasce l’effet- to.... pertanto intenderebbesi comunemente per causa ciò che
operando produce l’effetto, e di tali cause i più stimano che al. tre siano
contenenti gli effetti, altre concausali, altre coopera trici) (2). Passando
quindi a considerare se esista qualche cau- sa di alcun che, « verisimile è, fa
notare, che una causa esista : giacchè come avverrebbero l'aumento e la
diminuzione, la na- scita e il corrompimento, il moto in generale, il governo
dell’in- tero mondo, e l'altre cose tutte, se non per qualche cagione? »...
«Inoltre, quando non ci fosse cagione (pa 000ng aîtias) tutto in universale
seguirebbe per ventura... ». «Chi, però, dice non esì- stere cagione, viene
confutato : chè, s'egli afferma di sostenere ciò semplicemente e senza veruna
causa, non sarà creduto ; se ammetterà qualche cagione, volendo negare li
causa, esibirà una cagione per cui la causa non esiste». ... (Ma che poi sia
vero. simile anche il dire non esistere alcuna cagione di qualche cosa, rendesi
manifesto dalle poche avvertenze le quali, fra molte, si possono addurre qui».
« Anzitutto ci sarebbe impossibile pen. sare una causa, prima di concepire
l'effetto come effetto di essa : chè allora conosciamo esistere la causa di un
effetto, quando comprendiamo questo siccome effetto di essa. Ma neppur pos (1)
Sesto EmpiIrIco, Delle istituzioni pirroniane — Tral. S. Bissolati, 2? ed. —
Firenze, 1917, pag. 161-163. (2) Sesto Emr., op. cit., Libro III, Capo 2°.
STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 81 siamo concepire l’effetto
di una causa come effetto della mede- sima se non concepiamo la causa dell’effetto
siccome cagione di esso :... Ora se per pensare la causa, uopo è innanzi
conoscere l’effetto; e se per conoscere lo effetto,... occorre prima avere co-
noscluto la causa; il modo dell’alterna dubitazione mostra che ambidue sono
inescogitabili... Chè uno argomento di essi abbi- sognando della prova
dell’altro, non sapremo da quali di loro farci a pensare ). Continuando il
ragionamento Sesto Empirico mostra che la ricerca della causa della causa
porterebbe all’infinito. « Ma come è impossibile recare cause all’infinito, è
anche impossibile il se stenere risolutamente che ci sia una cagione di qualche
cosa ». «Arroge che la causa non può avere sussistenza che esistendo o prima o
dopo o durante l’effetto. Ma nessuno di questi casi può essere, quindi la causa
non può in veruna guisa partecipa- re all’esistenza. (Non dopo perchè sarebbe
ridicolo, non prima perché la causa deve essere concepita insieme con l’effetto
a cui sì riferisce, non durante perchè se la causa è effettrice dell’ef- fetto
e se questo deve seguire bisogna che la causa sia prima dell’effetto).
Concludendo, gli argomenti pro e contro esistere della causa sono equivalenti.
«Tra questi non è conceduto pre. ferirne alcuni, giacchè non abbiamo segno nè
criterio nè dimo- strazione di certezza, onde siamo necessitati a sospendere
Vas sentimento circa la sussistenza della cagione» (1). (1) Sesto EmMP., op.
cit., Libro terzo, Capo 3°. Di passaggio sarà utile notare che dei cinque
motivi della sospensione di giudizio che Sesto Empirico attri buisce ad Agrippa,
esponendoli e spiegandoli nel libro I delle Ipotiposì : i primi due, del
dissenso e dell’andare all’ infinito, reggono solo in quanto si riferiscano a
dissensi trovati nella vita e tra opinanti, cioè fuori del campo scientifico
esatto, come il primo; o si dimentichi che il processo all’infinito non ha
luogo nella scienza che procede (come sistema ipotetico-deduttivo) col concorso
delle due operazioni, della definizione e della dimostrazione, come il secondo;
il terzo è fondatissimo ma non rovina la scienza capace di tenere in giusto
conto il relativo; il quarto non regge perchè o si riduce al secondo, o
S'impaurisce senza ragione delle ipotesi che sono invece la forza euristica
della scienza; il quinto parimenti evita il circolo vizioso perchè rientra nel
secondo. Finalmente quanto ai due motivi supremi riassunti nel dilemma che una
cosa o si intende da sè o per mezzo di cosa diversa (ma il primo caso è
impossibile perchè i giudizj degli uomini si contradicono, sono sempre relativi
ed ipotetici; il secondo caso è assurdo, perchè il non esser intelligibile
importa che ogni dimostrazione si perda nell’infinito) è evidente che non
adducono al- PastorE — Storia critica del problema della causalità. 6 82 CAPO
IV Ora, in questa posizione dello scetticismo si devono distin- guere due cose:
la tesi generale contro il dogmatismo e gli ar- gomenti speciali addotti contro
la ricerca delle cause. Dal pri- | mo punto di vista si può credere che gli
scettici abbiano com- preso tutta l'insufficienza delle prove empiriche a
costituire la scienza. E su questo punto hanno perfettamente ragione. In- vero
come stare al mero fondamento della conoscenza sensibile ? Il visibile non
garantisce nulla in modo definitivo. L’apparen- za inganna. L'ipotesi è
arbitraria. La preferenza personale non ha più valore del dubbio. Sull’oscuro è
possibile ogni contro- versia. Le concordanze sono controbattute dalle
discordanze. Li continuità empirica non è più costante dell'alternazione o
della discontinuità senza regola. L'abitudine non fa legge. Dove manchi ogni
segno certo, ogni criterio, ogni dimostrazione di certezza non è miglior
partito sospendere lassentimento? Ciò posto, anche dal secondo punto di vista,
appare fondatissima la più parte degli argomenti contro laitiologia dommatica,
in un tempo in cul la cosidetta verità nasceva dall’intrusione della più
elementare esperienza nelle questioni di logica, di fisica e di metafisica. A -
questo ibrido accoppiamento era forse ragione- vole dare il nome di scienza?
Troppi del resto preferivano la stolta presunzione del sentenziare
dommaticamente all'amara disciplina dell'afasia. (&r0y7). Era quindi
naturale che lo scet- ticismo reagisse energicamente in nome della riflessione,
del buon senso, e anche: della prudenza. Lo scetticismo di Pirrone e di
Enesidemo dunque si muove in un campo di serietà, costretto dalla natura stessa
del problema che si propone di sciogliere. Da una parte deve pronunciarsi sul
valore scientifico dell’esi- stenza di vere cause superiori ai meri fenomeni e
non riesce 4 superare la fenomenalità dell'esperienza anzi vede con chiarez-
cuna novità. La loro confutazione rientra nella critica dei cinque primi. Nè la
contraddizione delle opinioni, nè la relatività dei giudizj, nè la presenza
delle ipotesi fanno crollare l’edificio della scienza. L'argomento del regresso
all'infinito è la vecchia schermaglia di chi ignora che la forza delle verità
di- mostrabili è nel dunque per cui si ricava la tesi dall'ipotesi, non tanto
nella posizione arbitraria delle premesse. In ogni dimostrazione c’è cosa che
può. comprendersi da sè e cosa che deve comprendersi da altro, cosa che può am-
mettersi ad arbitrio e cosa che, ciò premesso, deve ammettersi di necessità,
salvo sempre... il rifugio del manicomio. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO,
NEOPLATONISMO 83 za che i dommatici si lasciano dietro le spalle ogni savio
crite- rio di dimostrazione. D'altra parte non può chiudere gli occhi allo
spettacolo della vanità d'ogni investigazione allora acere- ditata circa la
natura delle cose, nonchè intorno al senso e al valore della causalità
efficiente. Il risultato più giusto di que- sto stato di cose non poteva essere
che il riconoscimento logico della necessità di nulla affermare quanto alla
soluzione del pro- blema della causalità. Ma se dal caso ristretto di questo
problema, vogliamo passa- re al problema generale della conoscenza,
l’apprezzamento del valore critico dello scetticismo deve mutare di sana
pianta. In- fatti, dopo Socrate, Platone ed Aristotele non era più lecito
restare nei quadri della sofistica. Considerare tutto Platone come una fantasia
era per io meno un’ingennità. Non confutare la critica d’Aristotele era un
procedimento troppo comodo. Ri- petere come definitivamente veri i soliti
motivi per la sospen- sione d’ogni giudizio e contro Vaffermazione d’ogni vero
era un dogmatismo non meno vizioso del dogmatismo che lo scetticismo sl
proponeva di confutare. Questo scetticismo che senza dubbio dobbiamo dire
dogmatico non scemò di forza mai, anzi risorse in tutte le epoche più importanti
della storia. Merita finalmen- te menzione un fatto quasi sempre obliato dalla
critica. Se guar- diamo l'insieme dell’indirizzo scettico postaristotelico da
Pir- rone ad Enesidemo, da Enesidemo a Sesto Empirico, invece di un arresto
nella conoscenza delle cause noi vediamo una ten- denza alla liberazione. Qual
danno invero avrebbe potuto rice- vere la benintesa ricerca causale dalla più
modesta e circospet- ta dubitazione? Chi non oltrepassò la guardinga misura
della scepsi, per cadere nel discredito irragionevole d'ogni ragione, chi non
giunse a trovare tutto falso, trascorrendo nell’ingiusto disprezzo d’ogni
esame, fu benemerito della critica filosofica e indirettamente favorì la
soluzione scientifica del problema cau- sale « persuadendo il bisogno delle ricerche
sperimentali» (1). Il curioso pertanto è solo questo che gli scettici, dopo
d'aver chiamato la logica in soccorso della scepsi per cacciare il dom- è (1)
Cfr. il Discorso intorno allo scetticismo di STEFANO BISSOLATI, 0p. cit., pag.
19. 84 CAPO IV matismo, entrati una volta nella via della dubitazione, invoca-
rono il dommatismo per cacciare la logica e quindi ogni crite- ro di verità.
Concludendo, se nel criticare l’aitiologia domma - tica finchè la scienza
sperimentale non era ancor nata si fosse- ro contentati di non oltrepassare
essi medesimi l'esperienza, la loro dottrina aitiologica, ferma nel principio
della ?coodevix t@v Xéywv non sarebbe stata circondata da tanta antipatia.
L’errore capitale della scuola scettica postaristotelica, quanto al problema
causale, fu adunque il dommatismo (1). (1) Il RENSI, nella sua recente difesa
dello scetticismo, deride come troppo facili trionfi e figure di nebbia tutte
le confutazioni dello scetticismo, a pre- scindere dall’antichità, dal Cousin,
al Rosmini, al K. Fischer, al Gentile. Ma prudentemente dichiara che lo
scetticismo è meno una dottrina che una pra- tica, è un sistema di direzione
dell’intendimento e, restringendo ancora il suo campo, « lo scetticismo —
conclude - è, sì, nn’attitudine mentale (come ogni altra filosofia), ma,
appunto un’attitudine mentale che riguarda il campo filo- sofico » (op. cit.,
pag. XX). Di più aggiunge che, secondo Sesto Empirico, le espressioni di dubbio
o negazione degli scettici, non le si profferiscano da noi generalmente per
ogni fatta cosa, ma per le oscure e le dommaticamente ricercate», ossia per
quelle che appartengono al campo della speculazione filosofica. Basta danque
perchè lo scetticismo si regga che il suo « niente è vero » si riferisca alle
affermazioni e alle costruzioni della filosofia alle quali in realtà soltanto
si riferisce, come prova il fatto che quella proposizione è dagli scettici
opposta appunto alle costruzioni filosofiche e non all’ « uomo comune e alla
sua credenza pratica nel- l’esperienza fenomenica » (pag. XN-XXIII). Ma a
proposito di questa difesa c’è molto da dire. Anzitutto è un'idea del RENSI che
lo scetticismo sì restringa alla sola negazione di ciò che si riferisca alle
affermazioni e alle costruzioni della filosofia. Poichè nella frase scettica «
niente è di vero », non c'è modo di sottintendere « niente di filosofico è vero
», tanto più che la polemica è condotta contro ogni forma di sapere, come è
provato dall'opera Contro è Matematici. Se è vero poi che gli scettici non
proferiscono le loro espressioni di dubbio o di negazione per ogni fatta cosa,
dunque è vero che essi stessi ammettono che c'è qualche verità. Se gli scettici
intendono solo riferirsi alle espressioni « oscure e dogmaticamente ricercate »
allora la loro frase cquivale solo a questa: « Niente di ciò che è oscuro e
dommaticamente ricercato è vero ». Principio verissimo per tutti coloro che non
vogliono cadere nello scetticismo universale (senza eccezioni !), nè nel
dommatismo. Inoltre il RENSI ritiene che dal naufragio scettico siano salvabili
le proposizioni concernenti «< l’uomo co- mune e la sua credenza pratica
nell’esperienza fenomenica ». Ma su questo punto restiamo scettici noi,
riflettendo che la maggior parte degli argomenti degli scettici antichi sono
fondati sui dissensi delle opinioni comuni, sulle illusioni dei sensi e sulla
insufficienza delle prove empiriche a costituire la scienza, Insomma non solo è
vero che gli scettici negano la possibilità di co- noscere il trascendente, e
non già il contenuto della coscienza immediatamente STOICISMO, EPICUREISMO,
SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 85 S 4 In siffatte esagerazioni e opposizioni
s'avvolgevano le scuole greche postaristoteliche (1): le positive cercando di
fon- dare il sapere, ma riuscendo invece a distruggerlo, le negative cercando
di distruggere il sapere, ma riuscendo invece a mo- strare l’altissimo pregio
ideale del saper vero. In pratica, colla infermità della scienza fisica,
vacillava la dottrina positiva della causalità, e la metafisica straziata da
tanti partiti non oifriva una tavola di salvezza. Non senza grande profitto
pertanto de- gli studj filosofici il neoplatonismo, al tramonto del pensiero
ellenico (2), superati i capziosi cavilli impotenti a cogliere il vero, riprese
il tentativo della conciliazione dei maggiori indi- rizzi filosofici anteriori,
e segnatamente del principio numerico di Pitagora, delle Idee sopracelesti e
del Bene supremo di Pla- tone, della realtà degli individui e del pensiero
supremo di Ari- stotele, delle ragioni seminali e dell'anima del mondo degti
Stoici, dell’intuizionismo figeistico di Filone. Già, così in Platone come in
Aristotele si trovava (benchè dif- ficile a discernersi; la doppia tesi
dell’immanenza e della tra- scendenza del principio supremo. Senonchè in
Platone la neces- sità che TIdea sia immanente agli esseri (&voboa) era
implicita (Parmenide), mentre era esplicita la tesì che VIdea sia — me-
tempiricamente parlando (3) — separata(tò xwptotév); ed una in- dato (come
afferma il GOEDEKEMEYER), ma è pure vero che prendendo atto di questo
contenuto, ne riconoscono la costante fallacia. Quindi nella polemica degli
scettici per la irreducibilità del sapere empirico al sapere scientifico, noi
diamo ragione agli scettici. Finalmente, quando si riconosca la funzione vera-
mente sintetica della filosotia, diventa trascurabile l’affermazione del RENSI
per cui lo scetticismo sarebbe la negazione d’ogni verità filosofica (pag.
XXV). Ri- durre la filosofia a mero lirismo estetico, non è forse dimenticare
la funzione unitaria dell’io, che giustamente sta tanto a cuore del RExsI?
(pag. 305). (1) Continuiamo a considerare fra le scuole postaristoteliche anche
il Pirro- nismo, benchè il RENSI osservi giustamente che « Pirrone è
contemporaneo di Aristotele » (Lineamenti di filosofia scettica, Bologna,
Zanichelli, 1919, pag. 260, nota 28). In mancanza di precise notizie sopra la
data delle opere di Pirrone, non avrà importanza il fatto che Pirrone muore
circa mezzo secolo dopo Aristotele ? (2) Con Plotino (205-27) e Proclo
(410-485) ci portiamo all’inizio del Medio- evo. È noi teniamo congiunti questi
due autori, benchè vi stia în mezzo S. Agostino (354-43 :), per riunire le
correnti affini e distinguere più netta- mente il pensiero ellenico dal
pensiero cristiano. | (3) Per questa riserva, cfr. GUASTELLA, Filosofia della
metafisica - Palermo, 1905, Supplemento A e B. 86 CAPO IV negabile conferma è
la doppia teoria della metessi e della mi- mesi. In Aristotele per contro era
esplicita la tesi dell’intimità dell’essenza agli individui, mentre la teoria
della essenza divina come pura forma senza materia, pensiero di pensiero,
motore immobile al di là del mondo, era circondata di arcano fulgore. Plotino
(205-270) questo Licofrone della filosofia greca, accettò in modo esplicito
entrambe le concezioni opposte e le risolse dialetticamente, trasfigurandole
alla luce d’un principio supe- riore. D'ressupponendo la notizia del sistema
plotiniano (1), ecco 1 tratti caratteristici della sua aitiologia. Un principio
d’emanazione o di irradiazione o di generazione congiunge tutto l'universo, dal
mondo intelligibile al mondo sensibile, dall’assoluto al contingente, dal primo
(tè apitov) al- l’ultimo, dall'uno (tò £y) ad ogni minimo prodotto. Tutto, ad
ee- cezione del primo e dell’ultimo, è insieme produttore e prodot- to, causa
ed effetto; si eccettua il primo che non è che sansa, l’ultimo materiale che
non è che effetto e non genera nulla per- chè senza vita (4éwy). Tutto per
conseguenza ha due amori: T'a- more del principio e lamore delle conseguenze,
lamore della causa e l'amore degli effetti. Tra principio e causa la differenza
è questa: l'Uno è attività somma dell'essenza e dall’essen- za (2). Come
attività dell'essenza (Î pév gou T76 odotxs) è princi. pio (*oyf)), come
attività dall'essenza (Î) 3° Ex 75 odotac) è cansa (aittov). Per luna, è
attività rivolta in sè (7 pèv éy favt@) per l’altra, è attività rivolta ad
altro (© eîtg dAX0o). L'una è ciò che rima. ne cioè non perisce (0dx
&r6XAvoda) benchè produca; laltra è ciò che produce (yewà) o trabocca
(0repeggon) o irraggia (éxA4pre) benchè rimanga. Riassumendo : 1' Uno è insieme
principio e can. (1) VACHEROT, ITistoire critique de l’école d’ Alerandrie. —
BARTBELEMY S.-HI- Lara, De VÉc. d'Aler., 1845, — Simon, Mist. de l'école
d’Alex.. 1845, 29 volume. — FoUILLÉE, La phil. de Platon, II, pag. 309-418. —
CovottI, La Cosmogonia plotiniana e Vinterpretazione panteisto-dinamica dello
Zeller. Rendi- conti Ac. Lincei, Serie V, Vol. IV, 1895, pag. 371, 469. Plotini
Enneades (Dii- bner). Ed. A. F. Didot, MDCCCLV. — Les Ennéades de Plotin. Trad.
Bouillet 30 vol. 1857,
1659, 1861. | (2) La distinzione finissima, ignota al VACHEROT, tra l’attività
in sè e l’atti- vità da sè e tutto l’importantissimo ordine delle conseguenze
che se ne ricavano sono merito del CovoTTI (op. cit., pag. 376). re O So STOICISMO,
EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 87 sa. Ma nulla è causa al pari
dell’Uno, sia perchè 1’ Uno solo è senza causa, immobile, inesauribile, fuori
del tempo, immanen- te in tutto e ciò non ostante trascendente, non solo causa
quin- di, ma la causa principale o per eccellenza, (tò altbtatov) cioè la causa
più causale di tutte, perchè contenente tutte le altre cause procedenti da essa
(1). Fra il primo e l’ultimo sono le cause prodotte, cause insieme ed effetti:
queste sono nel tempo e pro- vengono dall’ Uno per atto d’emanazione
necessario. Altro prin- cipio plotiniano d’altissima importanza, per il seguito
che ebbe nella storia, è l’immanenza della Causa suprema nell’effetto, e
insieme la sua trascendenza. L’Uno come la causa universale è in ogni cosa
(effetto), perchè tutto è causato da lui, quindi la causa somma è immanente; ma
nessuna cosa è lUno, vale a dire nessun effetto è la causa suprema, quindi la
causa somma è trascendente. L’universale immanente nell’individuale è prin-
cipio aristotelico; luniversale trascendente l’ individuale è prin- cipio
platonico (2). In seguito è da avvertire che, dato il processo circolare dal
mondo intelligibile al mondo sensibile per caduta o discesa (1p6odos) — e dal
sensibile all’intellegibile — per elevazione 0 ascesa (èruotpogi) — talora
Plotino, a quel che sembra chiama stortamente e promiscuamente causazione
entrambe le vie cioè tanto la processione dell’ Uno quanto il rivolgimento
verso 1’ Uno. Ancora sarebbe da investigare qual conto Plotino faccia delle
quattro cause aristoteliche, e se respinga o ignori o almeno ra- senti il
concetto scientifico del rapporto causale. Ma sarebbe superfluo addurre passi
per mostrare che le quattro cause gli sono in tutto famigliari, perchè le
nozioni di materia e di for- ma, di potenza e di atto e di efficienza ricorrono
continuamente nelle Ennceadi (3). Ma, tacendo omai di questi e d’altri
argomenti più o meno validi sparsi nella grande opera plotiniana, perchè
Plotino è tal filosofo da doversi contemplare nel più ampio e gagliardo (1)
Emn., VI, 8, 18; VI, 8, 14; VI, 7,2. (2) È superfluo ricordare che l’effusione
dell’attività divina si fa sentire per attività intermediarie. Al riguardo Cfr.
ZELLER, op. cit., III, 2, pag. 539 e segg. (3) I rapporti fra forma e materia e
loro intrinsecazione ed estrinsecazione sono stati indagati sottilmente dal
CovotTI (op. cit., 471-477). 88 CAPO IV volo del suo pensiero, volgiamo un
rapido sguardo al sistema aitiologico delineato. Vedemmo che Vestenszione
arbitraria del termine causa così al mondo intelligibile come al sensibile
importa la necessità di distinguere la causa intemporale dalla causa temporale.
Imbro- glio grande, perchè la differenza fra il principio che è intempo- rale e
la supposta causa intemporale s'attenna sì che diventa quasi inassegnabile,.
Certamente resiste la distinzione fra Vatti- vità dell'essenza e l’attività
dall’essenza. Ma tanto sforzo non è compensato dalla minima utilità. Similmente
il trapasso dalle canse seconde alla causa prima non ha che il vantaggio di favorire
la supposizione della causa della teologia. Ma noi, solleciti di evitare
Pesempio di coloro che vorrebbero sempre tradurre i dogmi delle dottrine
teologi- che in principj di filosofia razionale, non entreremo per ora in
questa via, benchè sia degna della massima meditazione. Finalmente labito
contratto da Plotino di rinvenire da per tutto irradiamenti (7eg/Agubto),
fulgurazioni, luce di luce (0ég °C guide) e così via, lo induce a porre fra
queste metafore e le causazioni naturali continue analogie che possono parere
posi- tive e convincenti solo a coloro che sono favoriti dalle visio- ni (1).
Tutto questo, s'intende, è in perfetta convenienza col teologismo alessandrino
e sarà sfruttato largamente dallo stesso teologismo cristiano che, abbandonando
la tesi plotiniana del Bene-Uno superiore all'intelligenza (Eréxeva 10) vos)
del Dio eter- no più che pensiero (drepyinorg ke? odo), pone Dio come causa
libera intelligente. Ma, noi dobbiamo lasciar stare oramai i giudizj ri- (1) Il
COvoOTTI, nel suo pregevolissimo saggio si sforza di mostrare che la emanazione
plotiniana non è causazione, perchè mancherebbe la causa efficiente di questo
uscir fuori delle cose dall’uno (pag. 482). « Questo produrre, egli dice, dal
proprio seno le cose non implica un semplice rapporto causale.... ma implica
un’emanazione dal seno dell’uno (pag. 482) » e in questo senso crede che il
sistema di Plotino sia realmente emanatistico contro la tesi dello Zeller. Ma
anzi tutto non è detto che, respinta la causa efticiente, sia respinto ogni
rapporto causale. In secondo luogo, se è vero che — secondo noi — se Plotino
respinge la genesi nel tempo, respinge il rapporto causale, però non è detto
che egli neghi il valore causale all’uno semplicemente perchè nega che sia
semplice causa. Il fatto è che noi siamo contro l’uso di Plotino che chiama
causa anche ciò che trovasi in sola deduzione logica per l’attività
dall’essenza. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 89 schiosi e
certo incongruenti sopra il valore filosofico d’un’opera non filosofica, per
considerare il mirabile sviluppo dell’aitiolo- gia plotiniana nell’elaborazione
di Proclo, badando sempre at- tentamente di non confondere i titoli della fede
con quelli della ragione. Proclo (410-485) è il più eminente causista della
scuola di A- lessandria. La sua posizione è caratteristica di fronte ai sistemi
precedenti, perchè considera la filosofia d’Aristotele come un’in- troduzione
alla filosofia di Platone (1) ; e la sua dottrina più chia- ramente ancora che
quella di Plotino si presenta come la sintesi universale dei numerosi elementi
della sapienza antica elaborati sotto l’influenza del platonismo (2). Lo sforzo
e lo scopo massimo della sua aitiologia è di provare che bisogna risalire ad
una causa prima che non può essere che Vl’ Uno in sè identico col Bene in sè.
Questo proposito in fondo non si discosta da quello di Plo- tino che vuole pure
elevarsi a Dio mediante l’idea dell’unità e l’idea del bene e mediante il
principio di causalità (3). In compendio, ecco i tratti fondamentali
dell’aitiologia di Proclo contenuti nella sua ZXtoryetiwors deodoytan (4).
L’operetta è divisibile in tre parti: la prima tratta dell'Uno (I-CLIX), la se-
conda del voig (CLX-CLXXXIV), la terza dell’anima (del mon- do) (CLXXXIV-CCXI).
Premessa la dimostrazione che ogni molteplicità è, in qualche maniera partecipe
dell’ Uno, (5) per evitare l’assurda idea dell’in- finità degli infiniti, idea
assurda, giacchè dell’infinito non vi è nulla di più grande (I), premessa la
dimostrazione che tutto ciò che produce un altro è migliore per natura della
cosa pro- dotta (VII) e che tutte le cose appetiscono per natura il bene (VII),
premessa infine la dimostrazione che a tutte le cose in qualche modo
partecipanti del Bene, va innanzi il Bene primo (1) VACHEROT, Mist. crit. de
Véc. d’ Alex., II, pag. 211. (2) Id. pag. 213-4. (3) Id. pag, 224. (4) CREUZER,
Initia philosophiae ac theologiae ex platonicis fontibus deducta. Vol. III
Procli succ. plat. Institutio Theologica (Graece et lat.), 1822. — Cousin,
Procli, philos. plat., Opera omnia, Paris, 18 ed. 1819-1827; 2* ed. 1864. Utile
la trad. it. di M. Losacco : Elementi di Teologia di Proclo. Carabba, Lanciano
1917. (5) Per economia di riferimento si citano in parentesi i numeri delle
propo- sizioni della X. ®., tralasciando il testo greco. 90 CAPO IV che è
null'altro se non il Bene (VIII) e che tutto ciò che basta a sé stesso è
migliore di ciò che non è tale ma fa dipendere da un'altra causa la causa della
sua perfezione (IX); o non esiste alcuna causa, afferma Proclo, o v'è regresso
di cause all’infinito, o le cause fanno circolo fra loro (XI). Ma nei due primi
casi nessuna scienza sarebbe possibile, nel terzo i medesimi esseri sa- rebbero
insieme anteriori e posteriori, più potenti e più deboli ni questo è impossibile,
perchè distruggerebbe la distinzione di grado tra la causa e l’effetto (XI),
mentre sappiamo che la cau- sa è migliore di tutte le cose delle quali è causa
(XI). Segue dunque la necessità d’ammettere una causa primissima di tutti gli
enti che è il Bene (XII). Essa è a capo della gerarchia cau- sale
dell'universo. Tutti gli esseri sono subordinati ad essa. E la sua potenza
produttrice è tale che, causando, non viene pun- to a diminuire 0 a
modificarsi, essendo immobile (XIV), incor- porca (NV), permanente in sè (XXVI)
e producendo per la sua perfezione o sovrabbondanza di potere (XXVII). Da parte
sua ogni effetto, per Ja sua similitudine con la causa prima che unisce
immanentemente tutte le cose (XXXII), sempre desiderando riu- nirsi al suo
principio, ritorna a quello da cui procede (XXXI). Onde tutte le cose procedono
circolarmentoe dalle cause alle ‘ause (XXXIII). Concludendo, ogni effetto
rimane, nella sua causa, ne procede e vi ritorna (XXXV), e il più remoto cioè
Vultimo nella progres- sione è il primo nel ritorno (XXXVI-VII). Analogamente,
la concatenazione gerarchica delle cause è tale che gli effetti delle Cause
seconde sono a maggior ragione effetti delle prime, e queste Sono più causali
di tutte (LVI-VIID perchè la potenza delle cause SI misura dalla capacità di
produrre più effetti (LX), cioè dall’u- niversalità dell'azione produttiva,
manifestandosi di grado in gra- do per fulgurazioni negli esseri dall'Uno
(LXIII). Tutto ciò che è più universale è tra le cause principali e, prima
delle partico- lari, sfolgora nelle cose partecipanti (LXX); e le fulgurazioni
emananti dalle cause più alte ricevono le progressioni derivanti dalle
secondarie (LXXI). Tutto ciò poi che dicesi propriamente ‘ausa è esente
dall'effetto e ciò che è nell'effetto è piuttosto con- Causa che causa (LXXV).
Tutto ciò che è in potenza emana da ciò che è in atto (LXXVII) e ciò che è in
potenza procede 1 ciò STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO, NEOPLATONISMO 9! N
che è in atto (LXXVII). Tutto ciò che sempre diviene ha infini- ta la potenza
del divenire (LXXXV). Ogni vero ente risulta del limite e dell’infinito
(LXXXIX), del limite in quanto atto, del- l’infinito in quanto potenza, perciò
è un misto (XC). La vera ‘causa però, produttrice d’ogni misto è l'Uno
(XCII-V), da cui è ogni serie (C). Tutto è in tutto, ma è in ciascuno secondo
una maniera appropriata (CIII). L’Uno è impartecipabile, ma si co- munica
tuttavia moltiplicando i suoi doni ed è partecipato o immediatamente o mediante
termini medj (CVI). Tutti gli or- dini degli Dei sono legati con una mediazione
(CXXXII). Ogni congiunzione accade per somiglianza (CXLVII). Di tutto ciò cle è
in tutte le cose bisogna che una sia la causa antecedente (CLVI). Paterna è la
causa dispensatrice dell’essere a tutte le cose e costituisce le sostanze degli
enti, demiurgica quella che dà alla produzione i caratteri della molteplicità e
della forma (CLVII); diversa ancora è la causa elevatrice dalla causa puri-
ficante (CLVIII). Questa esposizione sommaria basta per sè a mettere in luce il
merito e il difetto dell’aitiologia proclhiana. La quale, come ognuno avrà
facilmente notato, consiste non già in un sistema nuovo ma propriamente in una
sistemazione metodica della dia- lettica dell’universo dall’ Uno. La pietra
angolare su cui si fon- da è questa che il mondo non potendo sussistere per sè
(addu- rootatév) dipende da una causa più perfetta. La grande innova- zione che
Proclo si studiò di portare nella filosofia fu quella del metodo in apparenza
geometrico o dimostrativo. Egli infatti co- mincia ognuno dei suoi CCXI
capitoli con una proposizione, e a questa fa seguire un’argomentazione che egli
stima atta a dimo- strarla. Ma in verità non fa che travestire le asserzioni
più dog- matiche con una forma pseudologica. Gli argomenti che egli ad- duee per
dimostrare i suoi assunti, non che erronei e fallaci, sono in tutto procedenti
dall’ignoto al creduto, dall’incerto al più incerto, e per questioni adiafore
aprono il varco al mondo arbitrario della fantasia. La critica filosofica può
ben tollerare questo sfogo come tentativo della mente umana per mettere in
ordine le opinioni concernenti la metafisica ipostatica anzi iper- ipostatica
delle cause; ma mon può ammettere i suol ragiona.‘ menti come principj
teoretici della ragione. È nobilissimo certo Kei DO CAPO IV il tentativo di
unire insieme in una sola prova i tre principj dell'unità, del Bene e della
causalità. Ma è strana, a dir poco, la ragione con cui Proclo, sulle orme di
Plotino, pretende di dare dignità scientifica al suo sistema teologico concernente
la teoria degli Dei o unità divine (îvîes Seta), la teoria della prov- videnza
(mpévorz) e della fatalità (eîpappévn’, la gerarchia delle ipostasi, il
rapporto del produttore (causa) al prodotto (effetto), la teoria del ternario,
della successione delle triadi e via dicendo. Egli risponde sempre gravemente
su tutte le questioni più astruse con un gruppo di aforismi così sicuri che
davanti ad essi tutte le difficoltà dei misteri — per coloro che ragionano come
lui — spariscono immediatamente. Ma per costringere i dissenzienti a tener per
legittima La sua logica bisognerebbe dimostrare come vi siano propriamente due
specie di togica, una ordinaria per de- duzione, lPaltra straordinaria per
illuminazione o per fulgura- zione, ragionante a rovescio della prima. Non
mancano certo di- stinzioni d'una finezza bellissima come quelle i proposito
della famosa distinzione fra i due principj costituenti l'infinito della
potenza (tè &rerpov) e il finito dell'atto (tè négz<)e il misto (tò
prxtòy) e il principio superiore al finito e all’infinito che, »intetizzan-
doli, forma il misto (Î yXo tetkpin aîzia dj t76 pifews momuzi) (1); e quelle
circa IUragtts, la 7oéodos e l'ertoTtpOeI,, e la teoria del mon- do
intelligibile. E fa un po” pena dover essere severi a propo- sito d'unPopera
che è tuttit poesia. Ma è questa appunto la ra- sione che ci forza a non
confondere insieme due ordini di idee irreducibili. Anche ciò che, sempre in
tono teologico, Proclo di- chiara a proposito delli causa efficiente,
paradimmatica, e fi- nale unificate nella causa superiore puramente
intelligibile nel Commentario al Timco è sfornito d'ogni valore razionale
proba- tivo (21. La lettura è piacevole ma il risultato finale è sempre lo
stesso: la teologia invece della filosofia (3). Son dottrine dal. tronde
derivate direttamente da Platone e sempre esposte col proposito di difendere
contro Aristotele e gli Stoici la teoria platonica delle idee, così intimamente
connessa. alla dottrina (1) Cfr. anche Plat,, Theol., III, 9. (2) Com. Tim.,
65-70. (3) Com. Tim., I, 63-5. STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO,
NEOPLATONISMO 93 delle cause, come nel modo più esplicito Proclo dichiara nel
sno Commentario al Parmenide (1); ma tanto convincenti quanto quelle che sì
adducono per dimostrare l’esistenza degli ippocen- tauri e delle chimere. La
teoria delle cause apparisce a Proclo con una luce così viva e raggiante che
egli ad ogni occasione vi ricorre per rischiarare i più profondi misteri. Così,
premesso che il vero carattere del mondo è uno e multiplo e che quindi vha la
guerra nel seno medesimo dell'armonia e dell'unità, afferma che ciò malgra- do,
la guerra stessa della natura è governata da cause che la di- rigono nel senso
della suprema unità, del pari per dimostrare il dogma dell'eternità del mondo
contro i cristiani vi ricorre tre volte su sette (2). Anche nella sua
Psicologia (3), trattando in modo mirabile la teoria dell'anima umana e delle
sue facoltà per salire fino alle vette sublimi della contemplazione e
dell’estasi, impernia tutta la discussione sopra il principio delle cause. Tre
cause — se- condo lui — presiedono al compimento delle azioni umane: la
libertà, la fatalità e la provvidenza, e tutte le azioni del dram- ma
dell’universo si rilegano al Bene, fine supremo di tutto, sì Ghe la somma
schiavitù in Dio si risolve nella somma libertà (4). Finalmente anche tutto il
sistema mitologico di Proclo mostra in maniera evidentissima l'enorme
importanza che egli attribui- va all’interpretazione causale nel seno stesso
del mondo divino o dell’Uno (Dio ineffabile) del mondo intelligibile o
dell’intelli- genza e dell’anima cioè delle unità e delle potenze (Dei intelli.
gibili, intelligibili-intellettuali, intellettuali, demiurgici, guar- diani,
zoogonici e anagogici) e del mondo sensibile o delle po- tenze inferiori (Dei
inferiori) (3). Ma l'addentrarsi ora nella di- stinzione della causa paterna e
della causa materna e delle cau- se intermediarie ci porterebbe troppo lontano
dalla filosofia. Le. (1) Com. Parm., V, 17, 18, 19. (2) Cfr. VACHEROT, op.
cit., II, pag. 349-354. (3) Cfr. De Providentia et de fato et eo quod in nobis
(op. di P. conservataci nella trad. lat. di Guglielmo di Morbeck, Arcivescovo
di Corinto). (4) Cfr. VACHEROT, op. cit., II, pag. 363-365. (5) Cfr.
l’interessantissima tavola della religione ellenica secondo Proclo in VACHEROT,
op. cit., II, 379. 94 CAPO IV cause di cui disputa Proclo son sempre cause
vedute dal punto di vista della causa prima; la quale, it parer nostro, appunto
perchè la sua natura è di produrre rapporti causali cioè cause in rapporto con
effetti, non è essa medesima causa. Tutta la sua aitiologia ha senso e valore
teologico pagano, perchè scaturisce da un olimpo di cause, e vi ritorna e vi
rimane sempre dogma- ticamente. E con ciò, a dire il vero, non mostra di
conoscere gli interessi della filosofia meglio dell’aitiologia teologica
cristiana ; chè, ridotta La metafisica delle cause nei termini assegnati dalla
teologia, ogni edificio aitiologico rovina da capo a fondo. E lo vedremo
immediatamente studiando la fortuna del problema delle cause nel medioevo. CAPO
V. La Patristica e la Scolastica. $ 1. Gli Apologisti e i Padri della Chiesa,
(1) esclusivamente preoccupandosi di invitare lo spirito ad una profonda
sommes- sione alla fede, non solo non chiarirono direttamente il problema
scientifico e filosofico della causalità, ma escogitarono una dom- matica
teosofica che valse ad oscurarlo. Certo Videalismo cri- stiano primitivo non
impugna l'intuizione dell’umniverso dal pun- to di vista della causa prima e
della causa finale. Anzi più che mai ammette l’esistenza di colui che è la
causa prima, e subor- dina tutto l’universo al disegno finale della divina
provvidenza. Quindi il concetto della potenza causale è riconosciuto senza
reticenze. «In semine, ergo, illa omnia fuerunt primitus, non mole corporcae
magnitudinis sed vi, potentiaque causali». Tut- tavia il concetto stesso delia
causa prima è solo in parte ana- logo all’aristotelico. Infatti, senza posa si
insiste sull’incapa- cità della mente umana a comprendere la verità della
natura di Dio, bastando in tutti i casi la fede nell’evangelo. Deus melins
scitur nesciendo. Si avverta però che sarebbe ingiusto dimenticare due cose : |
che una corrente promossa dai Padri della scuola Alessandrina (1) Cfr. PICAVET,
Esquisse d'une histoire génerale ct comparce des philosophies médiévales
(Parigi, 1905). — A. STOCKL, Geschichte der Philosophie der patristischen Zeit
(Wiirzburg, 1891). — A. STOCKL, Geschichte der Philosophie der Mittelalters
(Magonza, 1864-66). — De WuLF, Mistoîre de la philosophie médiévale (Lovanio-
Parigi, 22 ed., 1905). 96 CAPO V e segnatamente dal grande Origene, mutuando il
concetto car- dinale di {tiustino, sostiene l'accordo tra teologia e filosofia,
e che un'altra corrente promossa da Tertulliano, avendo in odio la filosofia,
subordina risolutamente la ragione alla fede. Pur- troppo quest'ultima corrente
ebbe la prevalenza, a tal segno che, fissata la formula della fede (domma), per
rispetto ai mas- simi problemi della scienza e della filosofia, ogni
controversia finiva col ricorso alla cosidetta verità di fede. E questo fu il
gran difetto dell'aiticlogia cristiana di quasi tutto il Medio-evo, non
dileguato interamente neppure nell'età moderna e contem- poranea. dd Notevole è
pertanto la posizione di Origene (185-254) perchè riconosce l'importanza
filosofica del problema della causalità. Nei suoi quattro libri (reg %ey©vy)è
sensibile l'influenza di Pla- tone e del Neoplatonismo. La sua dottrina
comincia con la no- zione di Dio padre (5 dedg) da cui distingue il Figlio di
Dio, il Verbo divino(A6yos)che penetra tutta la creazione, e lo Spirito Santo.
Queste tre persone della divina Trinità sono da lui con- cepite fuori d'ogni
rapporto temporale. Il mondo e quindi la. creazione sono la rivelazione di Dio
mediante il Aéyos il quale comunica a tutto l'universo TPessenza divina,
principio eterno di tutte le cose, con attenuazione progressiva a misura che
amore di Dio diminuisce nella creatura. Ma l'ordine meraviglioso che regna nei
fenomeni del mondo è Pell'etto d'un’'interminabile ge- rarchia di intelligenze
(Angeli), emanazione dell'unità suprema creatrice, non già l'effetto della
volontà di Dio. Anzi il notevole è che queste intelligenze si determinano
spontaneamente. Il tono di Origene, rispetto all'interpretazione della causa
lità, è dunque prevalentemente emanatistico e rare volte sl pi- glia la briga
di distinguere Pemanazione dalla causazione, spa- ziando largamente come i
Neoplatonici nel campo delle meta.- fore di teosofia (1). Agostino (354 — 430)
(2) venne a dare maggior rilievo alla dottrina della causalità, ponendo Dio
come la causa dell’ente in- (1) Questa prevalenza emanatistica, che ha tinta
fortemente platonica, op» prime talora quasi del tutto la dottrina cristiana
della creazione. (2) Cfr. Mione, Patr. Lat. XXXII, ss. — Cfr. PRANTL, Gesch.
der Log. im Abendl., Il. - Rirrer, Gesch. d. christ. Dhilos., II, pag. 205-386.
LA PATRISTICA E LA SCOLASTICA 97 tellegibile e causa del pari della materia e
di tutte le cose create dal nulla in un istante, secondo le rationes aeternae
che abita- no nella Parola (1) e destinate a svilupparsi nelle proprie spe- cle
con processo temporale e causale (2). Ma se guardiamo Vin- sieme del sistema,
invece d'una difesa del processo causale, noi vediamo una dottrina contraria
all’intelligibilità universale delle cause. Il colpo gravissimo contro la tesi
classica dell’aitio- logia è vibrato dalla dottrina della grazia. È superfluo
dire che questo principio, intimamente connesso alla questione dell’origine del
bene e del male, rompe il filo delle cause naturali. AI male si attribuisce una
causa non effi- ciente ma deficiente rispetto alla grazia (3), causa del bene è
Dio, Alla coneatenazione necessaria delle cause e degli effetti na- turali
sottentra la propagazione ereditaria del peccato origina- le. Nessun posto
all'umana libertà, unica prospettiva la reden- zione e la grazia (4). | Così,
scaduti di credito i principj classici della filosofia greca, anche la
medesimezza del teologizzare e del filosofare viene ab- bandonata, anzi la Filosofia
diventa ancella della Teologia. La altiologia eterodossa viene combattuta con
vero furore. Questa lotta è evidente nella confutazione dal punto di vista
cristiano che Procopio di (raza fa dell'opera di Proclo, nel secolo V. Ma
questo documento appartiene piuttosto alla storia della Chiesa che della
filosofia. (1) Quaestiones Octoginta tres., C. 46. - Poichè tutte le cose,
secondo lui, ci offrono un’imagine della Trinità, ogni oggetto possiede una
triplice causa ed implica una trinità nella Causa suprema (l’universale -
Padre, il particolare - Figlio, il rapporto - Spirito Santo). Cfr. De dir. qu.
33, q. 18. (2) De Genesì ad litteram, v. 23. (3) De Civ. dei. - XII, 7. (4)
Questo apprezzamento potrà parere esagerato solo a chi non rifletta che S.
Agostino, dopo d’aver affermato : « Non est consequens, ut sì deo certus | est
omnium ordo causarum, ideo nihil sit in nostrae voluntatis arbitrio. Et ipsae
nostrae;voluntates in causarum ordine sunt, qui certus est deo ejusque
praescientia continetur, quoniam et humanae voluntates humanorum operum causae
sunt » (De Civ. dei. V. 9, 3), lascia sempre senza risposta le domande intorno
al modo della conciliabilità della prescienza divina, della grazia, della
libertà dell'uomo e dell'ordine causale necessario delle cose esteriori. -
PastoRE — Storia critica del problema della causalità. 98 CAPO V $ 2. Il primo
periodo della Scolastica (800-1050) (1), superati i ioni secoli delle invasioni
barbariche, prosegue il compito dommatizzante iniziato dalla Patristica. Si capisce
qual fortu- na doveva toccare alla dottrina scientifica e filosofica delle
cause. Anzitutto la verità di fatto, per sè considerata, si dichiara
insufficiente alla conoscenza delle vere cause ; lo stesso capita in secondo
luogo alla verità di ragione ; infine la verità di ragione e la verità di fede
vengono forzate ad un'alleanza enorme. Il concetto di causa resta completamente
teosofizzato e come tale viene assorbito dal concetto di creazione. Questa
identificazione è evidente in Giovanni Scoto. Eriugena (2) il quale, partita la
Fisi in quattro specie: creante increata, creante creata, creata increante,
increante increata, chiaramente determiva la sua teoria. circa le cause,
identificando con la specie seconda (che crea ed è creata) le cause primordiali
(create e creatrici) concepite come un mondo ideale; e ponendo il mondo reale
delle creature come il mondo degli effetti in relazione omogenea col mondo
delle cause. La creazione causale così si risolve in un'infinità. serie
emanatrice di teofanie finite (5). Un tratto notevole per le conseguenze è il
seguente: «Ubi rationabilitas, ibi necessario libertas» (4. A questo bisogna
connettere anzi- tutto il criterio di S. Anselmo: ratio quae princeps ct juder
omnium debet esse (5), quindi la teoria di Abelardo sopra To- rigine delle cose
; perchè mentre da un lato sì ammette che Dio creò tutto necessariamente,
dall'altro tuttavia. si ricava che Ta creazione è libera, giacchè Dio
nell'attuarla non fu costretto da alcuna. causa esterna ma unicamente dalla.
propria natura. (1) Seguiamo l’accredita divisione del GonzaLks, Iistoria de la
Filosofia, 28 ed., Madrid, 1885, II, 116-7 (2) Cfr. MiGxe, Patr. Lat., CXXII.
L’identiticazione che l’Eriugena fa di filo- sofia e relîgione lo porta a
dichiarare : « Quid est aliud de philosophia tractare nisi verae religionis
quam summa et principalis ompium rerum DI Deus et humiliter colitur et
rationabiliter investigatur, regulas exponere ?» (td. col. 557).
(3) De divisione Naturae, T, cap. 3, 17; III 19, 23. (4) De Praed., 8, n. 5. (5)
Cfr. RousseLot, Etudes sur la philos. dans le moyen-age, (col testo ag- giunto)
tom. I, 236. LA PATRISTICA E
LA SCOLASTICA 99 $ 3. Il secondo periodo della Scolastica (1050-1200), malgrado
le crisi profonde che lo travagliarono, in parte anzi per queste medesime
crisi, dissepolta la confutazione cristiana. dell’aitiolo- gia di Proclo, ne
rivive espiicitamente lo spirito rinnovando gli antichi contrasti. La ripresa
antiprocliana è attribuita a Nicola di Metone che, nel sec. XI, ricopia quasi
letteralmente Procopio di Gaza. Ma Vintuizione neoplatonica non tarda a
riaffacciarsi alla mente delle Scuole, in parte per gli sforzi stessi di coloro
che ad ogni costo volevano cristianizzare tutto nonchè Platone e Plotino, in
parte per la graduale infiltrazione della filosofia araba, in quella
ramificazione tanto caratteristica che, partendo dalla Teologia apocrifa (1),
malgrado il forte prevalere della corrente aristotelica trionfante poi con
Averroò, fermenta sotto lazione potente del misticismo cristiano e
sviluppandosi rapida- mente giunge fino al De causis (2). E noto ormai che
questo ce- lebre trattatello, commentato poi da Alberto Magno (3) e da S.
Tommaso (4), e da Egidio Colonna (5) ebbe somma fortuna ed esercitò
un’influenza grandissima sulla filosofia del Mediîo- evo (6). 1 (1) I passi più
importanti di questa Theologia apocrifa (falsamente attribuita ad Aristotele)
anche per ciò che concerne la dottrina delle cause furono ripor- tate dal
VACHEROT (op. cit., vol. III. pag. 86-96), citando la trad. latina conte- nuta
nella raccolta del Patrizzi: Nova de universis philosophia (poichè il testo greco
dell’op. è andato perduto). « Deus autem est causarum omnium auctor, ratione
qua eas produxit ex nihilo » Theologia Aegyptior, Patrizzi, IV, c. 1 (Lib. III,
c. 2); «(intellectus) illas res speculatur, non secundum ipsas, sed altius cum
fit causa ipsarum. Res autem est altior in causa sua quam in se ipsa (II, 7);
Intellectus autem fuit causa animae (III, 2); « Anima vero causa na- turae
(III, 2); Si quidem anima continens corpus, non autem continetur ab eo, cum sit
causa corporis » (II, 10). (2) Apprendiamo dal MurARI che la 12 ed. del De
Causis (Venezia, 1482 in fol.) lo divide in 31 capitoli, la 28 (Venezia, 1496,
in-fol.) lo presenta diviso in 32. (3) ALB. MAGN., De causis et processu
universitatis, t. v. - A. VAN WEDDINGEN, Albert le Grand, Bruxelles, 1881. | (4) S.
THom., in libr. De causis praef. Op., t. IV. Romae. MDLXX. (5) FUNDATISSIMI
AEGIDII ROMAN., Archiep. Bituric... opus super authorem de causis Alpharabium,
Venetiis MDL (citato dal Murari op. cit., p. 103). (6) Sulla scorta dei risultati
critici più autorevoli e segnatamente del BAR- DENHEWER e del HANEBERG, paiono
evidentemente dimostrati questi quattro punti riassunti dal Murari: 1° che il
libro comunemente conosciuto, dopo la prima metà del secolo XIII, sotto il
titolo di Liber de causis (attribuito ad un 100 CAPO V Qui la considerazione
delie cause prime è apprezzata, secondo S. Tommaso, come l’ultima felicitas
quac in hac vita haberi po- test « perchè quel poco che di esse noi possiamo
arrivare a com- prendere vale assai più di quanto ci sia lecito apprendere
intor- no alle cose inferiori ». Secondo il Murari «l’idea fondamen- tale, come
l'errore essenziale del libro, consiste nel parallelismo dei gradi
dell’astrazione coi gradi dell'Essere, e nel negare ogni diversità tra lordine
reale e l'ordine logico » (1). A questa noti- zia generica s'aggiunga questo
tratto riassuntivo che mette be- ne in evidenza il concetto aitiologico
dell'opuscolo : « Dio è cau- sa prima, Vinanimato è effetto ultimo. Gli esseri
degli altri cin- que gradi (dopo 1 Uno= Dio, tre gradi distinti ognuno in due
ca- tegorie delle quali l'una, più nobile riceve la bontà divina dagli esserì
del grado superiore; Valtra meno nobile, la riceve dagli esseri superiori dello
stesso grado, 1° intelligenze divine e sem- plici, 2° anime intellettuali e
semplici, 8° corpi animati e inani- matii sono cause seconde degli esseri
rispettivamente inferiori, perchè sono mezzi onde a quelli trascorre la divina
bontà. Dio, le intelligenze e le amime intellettuali che sono le motrici dei
cieli, sono cause universali, e di queste l'autore determina l’es- senza e le
reciproche relazioni » (2). La causa. prima è ineffabile (superior est omni
narratione, quoniam ipsa est super omnem causam) e non può essere defini - ta
che per le cause seconde che sono illuminate dalla sua luce (et non narratur
nisi per causas secundas, quae illuminantur a lumine cansae primae, (Lect., 6).
Causa prima est supra res om- nes, quoniam est causa eis; propter illud fit
ergo quod ipsa non cadit sub sensu et meditatione et cogitatione, et
intelligentia et loquela : non est ergo nartabilis (Lect., 6). ebreo detto
David), fu steso in origine da un arabo che lo desunse dalla Ztoryeiwotg deco,
attribuita a Proclo (il Bardenhewer assegna la data del D. c. al 1197); 2° che
esso fu tradotto in latino da Gherardo da Cremona sul finire del sec. XII col
titolo di Liber (Canones, Aphorismi) de erpositione (de essentia) bonitatis
purac (absolutae, summac); 3° che il libro nella trad. latina di Gherardo ebbe
grandissima importanza presso gli studiosi del sec. XIII ; 4° che Dante lo
studiò in questa traduzione e ne invocò più volte (30 volte precisamente)
l’autorità nelle sue opere ». Cfr. MURARI. Il « De causis » e la sua fortuna
nel M. E. Giornale Storico, 1899, vol. NXXIV, pag. 938-117). (1) MURARI, op.
cit., pag. 102. (2) » » » 103. LA PATRISTICA E LA SCOLASTICA 101 Causa prima
regit res creatas omnes, praeterquam commixea- tur cum eis (Lect., 20). Omnis
causa primaria plus est influens supra causatam suum quam causa universalis.
Cum ergo removet causa universalis se- cunda virtutem suam a se, causa
universalis prima non aufert virtutem suam ab ea (Lect., 1). Vivum est causa
homini propinqua : et esse est causa ejus lon- .ginqua. Esse ergo vehementius est
causa homini quam vivum; quoniam est causa vivo quod est causa homini (Lect.,
1). Non figitur causatum causae secundae, nisi per virtutem cau- sae primae
(Lect., 1). | Causa prima est supra aeternitatem, quoniam aeternitas est
causatum ipsius (Lect., 3). Quod est, quit esse est super sensum et
super animam et su- pra intelligentiam, et non est post causam primam latius
ne- que prius causatum ipso propter illud ergo factum est superius causatis
rebus omnibus ct vehementins unitum (Lect., 4). Omnis intelligentia scit quod
est supra se et quod est sub se. Scit quod est sub se, quoniam est causa ei. Et
scit quod est su- pra se, quoniam acquirit bonitates ab eo (Lect., S).
Intelligentiae superiores primae, quae sequuntur causam pri- mam, imprimunt
formas secundas stantes, quae non destruun- tur. Intelligentiae autem secundae
imprimunt formas declives et separabiles, sicut est anima (Lect., 5). Causatum in causa est per modum
causae et causa in causato per modum causati (Lect., XII). Continuare questo
spoglio sarebbe superfluo, perchè non si ri- scontrerebbe una sola idea non
contenuta o nell'opera proclia- na o nel Platone egizio o nel Platone greco.
Frattanto queste citazioni, meglio di qualunque commento servono a dare una
giusta idea del carattere e della sostanza fi- losòfica dell’opera. Per
afferrarne Punità, l’incatenamento siste- matico nonchè la profonda. armonia
bisogna ritornare alla dot- trina di Proclo; stessi principj, stesso metodo,
stessi risultati. S 4. Il terzo periodo (1200-1300) merita specialissimo
riguar- do; anzitutto perchè S. Bonaventura, sempre mantenendo l'alto 102 CAPO
V principio di Dio causa rerum creatarum (1) ripiglia da Agostino le rationes
seminales per appoggiare il principio della causalità intesa come efficienza
dell'agente che opera, e nettamente pone l’antecedente come causa del
conseguente. « Antecedens est cau- sa conseguentis » (2). Quindi si trova il primo
tentativo di rifor- ma del metodo scientifico dovuto a Ruggero Bacone (3), ed è
presumibile che il concetto di causa abbia in questi acquistato un senso
concreto e non troppo remoto dal vero, tante sono le sue insistenze sopra l’uso
dell'osservazione nell’investigazione della natura. «Sine experientia nihil
sufficienter scirì potest... haec sola scientiaruam domina speculativarum »
(4). Ma non fu che uno spunto, insufficiente a inaugurare il me- todo
sperimentale ; basti notare che Bacone giunse a condan- nare ogni uso di
ragionamento deduttivo. Infine ci arresta il grandioso sistema di 7'ommaso
QAqui- no (5) nel quale, con piena conoscenza della dottrina aristote- lica
platonica e neoplatonica, la scienza è intesa come la cono- scenza delle cose
per le loro cause, secondo i tre ordini: reale, ‘azionale e morale. Si
riconosce che ogni effetto dipende dalla sua caglone (6), il necessario è
composto sistematicamente col contin- gente, le «rattones seminale» » di
Bonaventura sono negate, le cause disposte in una serie che, senza procedere
all'infinito, (non est procedere in infinitumi) s'arresta. al motore immobile,
causa prima del moto; universo concepito come effetto di Dio e onni- namente
sottoposto al principio della finalità. È certo che que- sto ampio disegno
aitiologico non è nato solo nella sua mente frutto del suo pensiero solitario.
I lunghissimi commentar] sulle opere di Aristotele, sulle scritture, sui
trattati di Boezio e sul famoso /e causis, ne sono chiari documenti. Per questa
piena (1) BonxAv. Opera omnia. Quarac., 1832, I, 803. (2) Comm. (in libr. I Sent.,
dist. XXXVIII, a. 1, q. 1 ad arg.). (3) Opus Majus (Jebb) Oxford. 1735. - Opus
tertium, minus et Compendium Philosophiae (Brewer), Londra 1859. - Cfr. E.
CHARLES. l?. B., sa vie, ses ou- vrages, ses doctrines. Paris, 1361. (4) Opus
majus (ed. 1743), pag. 435. | (5) Cfr. JOURDAIN. La phil. d. St. Th., Paris, 1258:
A. FROSCHAMMER, Die Philos. des Th., v. A. Leipzig, 1889. (8) In lib. III, sent., dist. XXIII, q. III. a.
2, ad I. LA PATRISTICA E LA SCOLASTICA 103 cognizione delle dottrine antiche
egli sorpassa anche il suo mae- stro Alberto Magno che pur ebbe riputazione di
straordinario sapere. (1). | | Entrando nei particolari, l’Aquinate tratta con
nitido ordine le nozioni di causa e di effetto. Ecco i punti essenziali della
sna dottrina. Il concetto di causa in particolare implica sempre il concetto
d’un agente che colla sua azione faccia esistere un altro essere da sè
distinto. In quanto la causa si riferisce all'effetto per la . sua azione
produttiva e in essa si può considerare o il tempo in cul produce l'effetto o
il modo della produzione 0 la qualità del- l’effetto prodotto, nascono diverse
specie di causa: 1° istanta- nea o successiva pel tempo; efficiente (causa
prima e c. seconda, causa principale e ec. strumentale), finale, formale od
esemplare e materiale pel modo; immanente e transeunte per la qualità. Anche il
principio generale di causalità viene indagato con :um- piezza, e sopratutto
rispetto alla qualità della dipendenza del- l’effetto dalla sua causa emanante
dalla stessa natura di effetto e quindi così reale come l’essere stesso
dell'effetto prodotto dalla causa (I, q. XNLIV, a. 1 ad 1); rispetto alla
relazione tra causa ed effetto porta la relazione come vincolo che lega una
cosa col- Paltra (I, q. XNXVIIT, a. 1. e.) j rispetto alla differenza tra la
re- lazione logica e la relazione reale (Quodlibeta, IN, a. 4 ad 2) e del loro
valore soggettivo od oggettivo dipendente dalla natura dei suoi termini ;
rispetto all’implicazione reciproca dei termini relativi (Quodl., XI, a. 2):
rispetto infine alla simultaneità nori (1) ALBERTO MaGxrO distingue chiaramente
la ratio dalla causa, « quod ratio est vis animae faciens currere causam in
causatum » (VI, Ethic., trac. I, cap. IV). Accordandosi col principio della
Scolastica che la causa deve presiedere così all’essere come al conoscere. « Ad
perfectam scientiam requiritur causa simul in essendo el cognoscendo »
riconosce che la scienza deve partire da cause reali. Ammette l’unità e la
convergenza causale dell'universo « Universum est unum versum in omnia »
(Metaph., V. tract. VI, Cap. IV). Profondamente discute il problema della
convergenza ‘elle cause (Physic., lib. II, tract. 2, cap. VI), so- pratutto
fermandosi a chiarire le nozioni di causa efficiente e di causa finale
(Metaph., V, tract. I, Cap. III). Il De Régnon, chiudendo la sua sottile
ricerca sulla corrispondenza delle cause « Je venx terminer par un autre
passage de Albert le Grand, egli dice, où il fait des causes la synthèse la
plus splendide que je connaisse » e cita il brano: Summ. theolog., parte I, q.
26, membr. 1], art. 2, partic. 12 (op, cit., pag. 4073). _ 104 CAPO V solo
logica ma anche reale dei termini relativi quando la rela- zione è mutua (I, q.
XIII, a. 7). Sono importanti alcune distinzioni, ed alcuni assiomi fonda-
mentali. Il termine causa va distinto dal termine principio, per- chè questo
indica solo un ordine quello un influsso nell’essere del causato. Hoc nomen
principium ordinem quemdam impor- tat ; hoc vero nomen causa importat influxum
quemdan ad esse ‘ausati (V Met., lectio I), quindi dal principio si ha il
princi- piato (principiatum) dalla causa l'effetto (effectus). Principium in
plus est quam causa... unde omnis causa est principium, sed non convertitur (I
Sent. Dist. NMIV, q. 1 a 1). Inoltre il con- cetto di causa include una
diversità di sostanza e suppone in un altro ente relazione di dipendenza e di
subordinazione, il che non è importato dal concetto di principio (Sten. TR. I,
q. XXXIII, a 1). La causa si distingue dalla conditio sine qua non; questa,
benchè richiesta. necessariamente alla produzione dell'effetto tuttavia non
contiene la ragione sufficiente della sua produzione. Ambiguo invece rimane ii
punto della creazione causale divi- na, se sia completamente libera 0 se sia
necessaria, perchè non Sì dichiara come la creazione libera possa creare la
necessità. Circa il concetto di Dio, considerato come causa prima e fi- nale
d’ogni finito, causa causarum, actus parus, VAquinate si ri- attacca
evidentemente ad Aristotele di cui accetta la quadra- plice distinzione
causale, mentre per la causa esemplare più ve- rosimilmente a Platone e per la
grazia, indissolubilmente ad Agostino (1) (1) Il nesso teleologico in
congiunzione col nesso dinamico costituisce il nesso cosmologico. Circa il
problema delle cause finali, S. Tom. acutamente distingue l’anteriorità della
causa finale all’effetto secondo il suo essere inten- zionale, e la
posteriorità all'effetto secondo il suo essere reale..... «a dicendum quod
finis, etsi sit postremus in esecutione, est tamen primus in intentione
agentis: et hoc modo habet rationem causae » (12, 239, q. I, a. 1). Et ideo nibil
prohibet aliquid altero esse prius et posterius secundum diversum genus causae
» Vl.disp., De Verit., XXVIII, art. 7, c. 2). Per comodità dei lettori, ecco
intine i principali ariomata causalitatis dovuti in parte a S. Tommaso, in
parte ad altri sommi scolastici che divennero fa- mosi nel Medioevo.
Philosophia est cognitio rerum, per altissimas causas ; causa causae, ut causae,
est etiam causa causati. Posita causa ponitur effectus (se è causa necessaria),
sublata tollitur (se è causa quoad esse effectus, cioè se influisce non solo
sulla produzione ma anche sulla conservazione dell’effetto). sere LA PATRISTICA
E LA SCOLASTICA 105 $ ©. Il quarto e ultimo periodo della Scolastica
(1300-1453) è il teatro della decadenza e della dissoluzione finale della
grande opera del sincretismo cristiano, per nulla confacente al progres- so
della dottrina sia. scientifica sia. filosofica delle cause. Prima di chiudere
questo periodo volgiamo indietro lo sguardo ad ap- prezzare l’atteggiamento
filosofico di tutto il medioevo rispetto al problema che ci interessa. | Il
medioevo filosofico in genere non ebbe uno schietto senso della realtà sia della
natura sia dello spirito, perchè imperando la Patristica e la Scolastica il suo
reale fu in prevalenza un reale fantastico, mistico, teologico; e del pari non
ebbe uno “chietto senso della certezza scientifica perchè, mancando ancora le
scienze, la sua certezza fu prevalentemente la fede. Rispetto al problema delle
cause assunse un doppio contegno, cioè da un lato credette di poter trovare le
cause naturali col sussidio della pura logica formale; dall’altro dogmatizzando
1’e- Causa prior est suo effectu. Causac efficienti assimilatur effectus
(almeno secun- dum quandam analogiam). Causae secundae non agunt nisi motae a
prima. Causae quaedam sunt sibi invicem causae. a) per la causa efficiente:
Causa movet; effectio est motus ab non esse ad esse; effectus est id quod fit;
nihil fit sine causa; omne quod movetur ab alio movetur; nihil movetur ab ipso;
omne ergo quod movetur oportet ab alio moveriì (S. THom., I, q. 2, art, 3);
simile non agit in simile; non necesse est movens moveri (0dx dvàkyxn xvobv
xwveloda); qui facit semper idem est; actio transiens, actio immanens; effectus
praeexistit virtute (virtualmente) in causa agente (S. TH., I, q. 4, art. 2);
effectus praeexistit in causa modo perfectiori (in modo più perfetto);
praeexistere in virtute causae agentis, non est praee- xistere imperfectiori
modo, sed perfectiori; agens non agit in simile; agens agit simile sibi; actus
est ratione prior potentia; actus natura prior est po- tentia; actus tempore
prior est potentia; actus est melior potentia; actus no- bilior est potentia;
b) per la c. formale e materiale : forma est actus; forma est qua ens est id
quod est; forma est ratio quidditatis; materia ex qua, ma- teria in qua; unum
est id quod est indivisum a se, et divisum ab alio; ens et unum convertuntur;
oportet aliquid esse tertium praeter contraria, et hoc est materia (ALB. MAGN.
Metaphys., XI, trac. I, cap, IV); materia est ex qua et in qua fit ens; materia
est in potentia; c) per la ce. esemplare: exemplum id est exemplar; alio modo
(dicitur causa) sicut extrinseca a re, ad cujus tamen similitudinem res fieri
dicitur, et secundum hoc, exemplar rei dicitur Forma (S. TH. Metaph., V, lect.
2); d) per la c. finale: tre sorta di fini: finis opera- tionis est opus, finis
operis est operatio ejus, finis operantis est bonum adipi- scendi cioè
l’intenzione, il fine, la causa finale. Cfr. in proposito : MERCIER, Met. gen.,
pag. 303-350, FoxSECA, SUAREZ, LIBERATORE, ZIGLIARA, LORENZELLI. 106 CAPO V
sistenza di cause sopranaturali credette di poterle giustificare filosoficamente
col sussidio della pura metafisica dogmatica e della teologia. Il suo massimo
errore nel primo aspetto si può riassumere co- sì: la natura è logica, così
dice Aristotele, studiamo dunque la logica; conoscendo le leggi della logica,
conosceremo le leggi della natura. Due pregiudizj gravissimi si nascondevano in
questo ragiona- mento. Infatti : 1° E vero che la natura è logica, ma non è
meno vero che essa è anche di più: per esempio che è anche cronologica, a ta-
cere del resto. Necessità logica vale a dire e successione crono- logica, per
lo meno. Dunque la sola logica non basta alla ricer- ca e alla prova delle
cause naturali della realtà. 2° P vero che Ta natura è logica, ma come potevano
gH Sco- lastici ritenere che la logica della natura fosse in tutto riduci- bile
è quella logica formalistica in cui essi s'impegolavano ? Da ciò è chiaro che,
non ia logica propriamente, ma solo: il processo logico formalistico veniva
confuso anzi identificato col processo fisico, un’astrazione verbale insomma veniva
elevata al erado di realtà naturale, solo perchè — sull'antorità d’un Ari-
stotele malinteso — si credeva di riscontrare nei due processi di- versi la
proprietà identica della necessità. Non trascuriamo di osservare che Aristotele
stesso non era caduto in questo errore, avendo egli lasciato una ben più larga
eredità filosofica, senza tuttavia compromettere il concetto di causa naturale
con pregiu- dizj aprioristici. E anche nel campo della logica pura il suo in-
dirizzo analitico e formale non si deve confondere con l’indiriz- zo
formalistico della Scolastica. Certo la fisica come scienza esatta gli era
restata impraticabile per mancanza del metodo sperimentale. Ma almeno egli
aveva avuto il grande merito di distinguere quel che la filosofia del medioevo
ebbe il gran torto di mescolare, cioè la logica formale dalla metafisica.
invece il principio che informa la Scolastica è appnuto la metafisicazione
della logica formale. Pertanto quasi tutto lo sforzo aitiologico del medioevo
sì condanna da sè stesso come sofistico e nullo, già solo per lo scambio della
necessità colla causalità. Ognuno vede quanto sia anche per noi indispensabile
appro- LA PATRISTICA E LA SCOLASTICA 107 fondire, senza pregiudizj questo
sofisma che è il nido nel quale sl nasconde tutta. la vanità aitiologica del
medioevo. Anche i più severi e competenti epistemologi dei nostri giorni sono
d’accor- do omai nel ritenere che la causalità è una forma di connessio- ne in
cui è manifesta una certa necessità (1). Giustamente per conto nostro siamo
indotti alla conclusione che si debba ammet- tere non due necessità di natura
differente ma una sola neces sità e questa logica, sia perchè ci è impossibile
fondare la neces- sità di qualche cosa su qualche cosa che sia dato solo dal di
fuori ala ragione umana; sia perchè in ultima analisi saremmo co- stretti ad
ammettere due logiche : una naturale, Valtra raziona- le, e intanto si
discorrerebbe di quella solo e sempre per mezzo di questa, sdoppiando con
irreparabile danno la coerenza del pensiero e la convenienza di questo con
l'anima della realtà. Ma nella causalità non è solo manifesta la necessità. La
nota della successione temporale è anzi così imponente che Vempirismo ha in
ogni tempo creduto di poter eliminare la stessa nota della ne- cessità logica a
tutto vantaggio d'una certa costanza nella suc- cessione. Le relazioni causali
non si appurano, dunque col solo Organo. Una conferma abbiamo in questo che
potentissimi pen- satori tentarono sovente di risolvere i problemi della
causalità col sussidio della logica pura e il tentativo non è mai riuscito. E
tale fu appunto linutile sforzo della Scolastica, sempre osti- nata nella
confusione della necessità e quindi della logica for- male colla causalità, con
inevitabile sacrifizio della fisica che pone la causa come sintesi della
necessità e della successione. Kant invece confonderà lo studio della logica
metafisica collo studio della causalità, sacrificando la fisica analogamente.
Ecco perchè gli Scolastici e lo stesso Kant furono meno logici di Ari- stotele,
per ciò che riguarda la definizione logica della causa fi- sica. Ma anche per
un’altra ragione l’aitiologia scolastica fu labile su questo punto. Essa
presume e architetta tutta la rico- struzione causale della realtà
aprioristicamente, da puri princi- p) (ea principiis), cioè da mere astrazioni.
Qui sta Varbitrio e (1) Cfr. B. VARISCO, Pref. all'opera di Schopenhauer: I!
mondo, etc. (Trad. Palanga). Perugia, 1913, pag. XXXVIII, e Parte seconda,
sezione prima, di quest'opera. 108 CADO V qui l'oblio, anzi la negazione della
vera fisica, cioè della fisica che tenta la determinazione esatta delle cause
col concorso del- l’esperienza e della ragione traendo dai princip] (er
principiis) di questa e dai dati (er datis) di quella. A tanta enormità mette
degnamente il colmo la dottrina che pretende di poter conoscere le leggi della
natura per pura virtù di sillogismo astratto all'infuori d'ogni esperienza. Con
questa dottrina il processo sillogistico astratto diviene per gh Scolasti- ci
lo schema ferreo del processo fisico concreto. Tutti i processi causali si
riducono man mano allo stesso tenore, e furono trat- tati sillogisticamente.
L'esempio tipico ci è dato dall'Aquinate ; il quale, premesso Aristotele e la
Sacra Scrittura, scrive sopra le cause naturali per sillogismi. Nel secondo
aspetto sopra accennato Verrore massimo dell’ai- tiologia medievale è tanto
chiaro di per sè che sarebbe superfino ogni schiarimento. Sarà utile piuttosto
lumeggiare sino al suo apogeo il fondamentale problema della relazione della necessità
colla libertà, dato il rapporto vivo e reale della causa in tutto l'ordine
dell’universo, Sè 6. Vedemmo che un indirizzo nuovo ereditato dalla Patri-
stica sorpassa la concezione aristotelica della causalità univer- sale colla
dottrina mistica della grazia. L'amima, pur determi- nandosi al bene secondo la
dottrina aristotelica per i motivi ra- zionali dell'intelletto, non può attuare
il bene senza il soccorso della grazia, secondo la dottrina agostiniana. Per
noi è indiffe- rente ora la questione teologica ; interessante è la sola
ipotesi dell’interruzione della necessità causale delle cose, per opera di un
principio eterogeneo cloè non naturale. | La necessità causale delle cose
invero procede logicamente con una rigida concatenazione deduttiva. La grazia
invece tronca il filo dei sillogismi causali con un atto assolutamente alogico
do- vuto all'agente trascendente. Neanche colui che riceve la gra- zia è in
grado di giustificarta, perchè essa avviene senza aleuna considerazione
intelligibile di meriti preesistenti. La sua ecce- zionale comparsa,
rivelazione dell'infinito arbitrio di Dio, è dun- que una sfida alla legge
logica della causalità naturale. È la alo- gicità dell'assoluto che spezza la
logicità del relativo. E tutta- LA PATRISTICA È LA SCOLASTICA 109 via il
coraggio di credere a tale assurdità per i più rigidi asceti e mistici
medievali costituisce la prova di fuoco della fede reli- giosa. Non mancano le
interpretazioni mistiche più generose, ma conservano un carattere più artistico
che filosofico (1). ST. Qual può essere stata la ragione umana di questa
dottri- na? Sembra che gli Scolastici abbiano sentita la necessità di non
rinunziare del tutto al principio della libertà, magari conten- tandosi di
salvarla in Dio. Sembra cie nella compresenza della grazia divina e della
causalità universale in qualche modo all’a- nima medievale trarida il grande
principio moderno della com- patibilità della libertà colla necessità. La
stessa ossessione sillo- gistica del dogma che dagli attributi di Dio e dal
peccato origi- nale deduceva necessariamente il senso della vita e imponeva a
tutto e a tutti la tirannia del die, doveva generare una ri- volta ad ogni
costo in nome della libertà. Benchè queste ragioni siano piuttosto generali, ne
abbiamo in conferma molte altre ri- cavate dal misticismo e dall'astrologia. Le
due voci della co- scienza. e della logica, quella clamante la sua libertà,
questa re- clamante la sua necessità, traversano tutto il cielo del Medioevo. E
i filosofi che ne restano ispirati finiscono per costruire due re- gni a parte:
il regno mistico della grazia e della libertà, il re- gno logico della causa e
della necessità. In quello tutte le aspi- razioni più indefinite e i sentimenti
più fervidi; in questo tutte le sottigliezze più aride e i dogmatismi più
deprimenti dell'an- torità. L'astrologismo infine non è che una ingenmna
credenza 20 una ipercausalità (causa astrale), la quale non avrebbe potuto
essere tanto vigorosa e profonda se Parcana corrispondenza tra gli astri
celesti e le sorti uinane non avesse a sua volta corri- sposto alla doppia
ineliminabile esigenza della spontaneità e della causalità. (1) La doppia
corrente del misticismo medioevale, più intellettualistica con Agostino, più
sentimentale con Francesco d'Assisi, in ordine al concetto di grazia fu
illustrata, con geniale sagacia. dal TAROZZI, il quale rileva che nella prima
corrente la grazia è principio tirannico e deprimente per il peccato del-
l'umanità, inetta a salvarsi per sè stessa: nella seconda è principio vivificante
e liberatore per il pregio d'amore di tutte le cose, e come questa iuterpreta-
zione sia stata nobilitata in modo preziosissimo dal « dolce stil nuovo ». 110
CATO V Appena occorre rilevare che in questo enorme crogiolo si fon- devano gli
elementi preparatori del concetto moderno dell’essen- za divina come sintesi
causa sii della necessità e della Hbertà. Concetto che verrà prima intuito, in
modo sorprendente, dal Boòhme secondo il quale nell’attività libera dell'anima
umana rivelatrice di sè è la necessità medesima dell'essenza. divina. Creare è
emanare, emanare è emanarsi, emanarsi è necessità dell'essenza divina, insomma
Vinfinita liberazione necessaria di sè. Ma di questo a suo tempo perchè ora ci
incalza Ta fortuna del Risorgimento. ON 0° eni ee @i Hb ouhuen,
@E="—="=="==—=(WT ===> CAPO VI. Il Risorgimento. $ 1 L’aurora
della filosofia del Risorgimento, dal Ficino al Pomponazzi prende le mosse
dalla considerazione teosofica della causalità per avviarsi allo studio della
natura e della soggetti- vità che — contro le negazioni della Scolastica —
vengono ora affermate quasi liberissimamente (Naturalismo, Soggettivismo). Però
non le prime correnti cioè nè il Neoplatonismo, nè la Cab- bala, nè la Magia
possono ancora smontare in modo notevole il concetto scolastico della causa. Un
primo urto fu dato invece dal Cardinale di Cusa: (1401-1464) che, come mostrò
lo Spaventa, raccomandò arditissimamente la tolleranza religiosa e la con-
templazione della natura, quindi dal Pomponazzi (1462-1525) che, spezzando il
famoso accordo necessario della ragione colla fede, principio capitale della
Scolastica, e investigando 1 limiti dell’in- telletto umano, preparò la strada
ad un sistema di naturalismo in cui la verità di fatto, cacciando la verità di
fede dal fianco della verità di ragione, doveva. alfine costituire il vero
accordo causale richiesto dalle scienze dalla natura. Questo primo periodo di
pu- rificazione antiscolastica del pensiero, favorito dal rinnovamento venvino
del Platonismo e dell’ Aristotelismo, ma sopratutto dalle nuove scoperte di
Copernico (1543), rese possibile la fondazione d’una: tutt’altra intuizione del
mondo nel rispetto delle cause. Questa, formulata prima nei suoi principj dal
Cardano (1501- 1576) e consolidata quindi da Bernardino Telesio (1508-1588)
franco prosecutore del senso e della natura nella sua opera « De 112 CAPO VI
rerum natura juxta propria principia» e dal Patrizzi (1529- 1597) chiaro
interprete del sensualismo telesiano nella sua « No- va de universis
philosophia» toccò il suo più alto sviluppo nei sistemi di (riordano Bruno
(1548-1600) che pone la causalità in- finita della sostanza divina, e di
Campanella (1568-1639) che pone il principio dell'esperienza sensibile e della
soggettività. Pochi cenni saranno sufficienti al nostro scopo. Il naturalismo
del Telesio e del Patrizzi accetta ancora il vec- chio principio della
causalità finale immanente nell’ universo. Ma già il Telesio dichiara di voler
studiare la natura col metodo dell'esperienza separando la fisica dalla
teologia e il Patrizzi, ri- attaccandosi alla tesì tomistica della
proporzionalità tra la cau- sa e Teffetto in continuazione della dottrina di
Telesio, acuta- mente indica nella proporzionalità la spiegazione della
necessità raturale. Pensieri preziosissimi che ci portano al limitare della
teorla sperimentale di Galileo. S 2. Anche Giordano Bruno, sulla base dell'idea
copernicana dell'universo fisico pone Dio cioè la natura (1) come la sostanza e
la causa formale efficiente e finale di tutte le cose e accetta 11 principio
della proporzionalità tra la causa e l'effetto; come so- stanza infinita in
quanto contiene tutti gli infiniti accidenti, co- me infinita Causa in quanto
tutti infinitamente li produce tin- finita attività, infinita causalità) per
via del moto, secondo un corso che in un senso è transizione dall'Unità
primitiva, quae omnium amnitatim fons est, alla pluralità, dalle cose superiori
alle inferiori; in altro senso è progressione dalle cose inferiori alle
superiori (2). Il pensiero del Nolano circa l'aitiologia è con- tenuto nei
cinque Dialoghi /e la causa, Principio cd Uno, nei quali egli stesso dichiara
di porgere con somma brevità... «tntto quello, che par, che faccia a la
contemplazion reale de la Causa, Principio et Uno» (3). Nel DidZogo secondo in
particolare ab- biamo, primo. la ragione della difficoltà di tal cognizione;
se- condo, in che modo, e per quanto dal causato e principiato vie- (1) Natura
est deus in rebus. (Spaccio de la bestia trionfante). Wagner, II, 225. (2)
De la causa, etc. Wagner, I. (3) De la
causa, etc. Wagner, I, 205. ALT IL RISORGIMENTO 113 ne chiarito il principio e
causa... Quinto, la differenza e concor- danza, identità e diversità tra il
significato da questo termino — causa — e questo termino — principio. — Sesto,
qual sia la causa, la quale si distingue in efficiente, formale e finale, et im
quanti modi è nominata la causa efficiente e con quante ragioni è conceputa;
come questa causa efficiente è in certo modo inti- ma a le cose naturali, per
essere la natura istessa, e come è in certo modo esteriore a quelle; come la
causa formale è congiun- ta a l’efficiente, et è quella, per cui l'efficiente
opera, e come la medesima vien suscitata da l'efficiente dal grembo de la mate-
ria; come coincida in un soggetto principio, l'efficiente e la for- ma, e come
l’una causa è distinta da l'altra. Settimo, la diffe- renza tra la causa
formale et universale, la quale è un’anima per cui l'universo infinito (come
infinito) non è uno animale po- sitiva — ma negativamente e la causa formale
particolare, mol- tiplicabile, è moltiplicata in infinito, la quale, quanto è
in un soggetto più generale e superiore, tanto più è perfetta: onde li grandi
animali quali sono gli astri, denno esser stimati in gran comparazione più
divini, cioè più intelligenti senza errore et operatori senza difetto. Ottavo,
che la prima e principal for- ma naturale, principio formale e natura
efficiente è Vanima de l’universo... Nono, che non è cosa sì monca, rotta,
diminuta et imperfetta che per quel che ha principio formale non abbia me-
desimamente anima... E si conchiude con Pitagora et altri, che non invano hanno
aperti gli occhi, come uno spirito immenso secondo diverse ragioni et ordini
colma e contiene il tutto » (1). Anche da. questo semplice indice sommario
dello stesso Bruno si può intravedere la portata filosofica della sua dottrina
aitio- logica. Il cui pregio consiste nel rifiuto d’ogni causa esteriore alla
natura. La natura non è un effetto d’una causa supre- ma che le sia straniera.
La natura è la stessa causa che è nelle cose e l’anima dell’universo. Le idee
profonde di Bruno sulla Causa Principio et Uno sempiterno Onde l’esser, la
vita, il moto pende, non sono un sistema, ma germi fecondi di vita nuova. (1)
De la causa, etc. Wagner, I, 205-206. PASTORE — Storia critica del problema
della causalità. 8 114 CAPO VI Il concetto capitale è la naturalità della
Causa. Bruno toglie a fondamento della sua aitiologia il reale intero
abbracciandolo nella sua vivente unità e concependolo nella sua infinita attua-
zione. La Causa infinita bruniana è assolutamente imperso- nale (1). Quanto la
sua Causa sia diversa dalla causa della Chiesa non è chi nol veda. Che cosa è
per lui la maestà di Dio risolventesi nella Causa Principio ed Uno e
risplendente nelle miriadi di mondi? Come principio è il fondamento intrinseco
e la fonte unica e la forza intima e immanente della esistenza. Come causa
efficiente è Pessere dovunque attivo artefice motore informatore e
trasformatore d’ogni cosa ; come causa formale è l’essere ragio- nevole che in
ogni suo atto suppone un disegno cioè la forma stessa dell'atto; come causa
finale è la perfezione universale, meta di tutti gli esseri, e in fine niente
altro e niente più che VPattuazione infinitamente successiva di tutte le forme
possibili. In seno all’Universo v'ha pertanto identità perfetta della causa e
del principio. Ciò non dice il eomune senso, ma il senso più comune non è il
più vero (2). Sia pur cosa quanto piccola e mi- nima si voglia ha in sè parte
di sostanza spirituale (3). La Cau- sa non è che la Natura in tutte le cose.
(1) « Pol. Velim scire, quomodo forma est anima mundi ubique tota, se la è
individua? Bisogna dunque, che la sia molto grande, anzi d’indefinita di-
mensione, se dici il mondo essere infinito. — Ger. E° ben ragione, che sia
grande, come anco del nostro Signore, disse un predicatore a, Grandazzo in
Sicilia, dove in segno, che quello è presente in tutto il mondo, ordinò un
Crocifisso tanto grande, quanta era la chiesa, a similitudine di Dio Padre, il
quale ha il cielo empireo per baldacchino, il ciel stellato per seditoio, ed ha
le gambe tanto lunghe, che giungono sino a terra, che gli serve per scabello ;
a cui venne a dimandar un certo paesano dicendogli: Padre mio riverendo, or
quante olne di drappo bisogneranno per fargli le calze? Ed un altro disse, che
non basterebbono tutti i ceci, faggiuoli, e fave di Melazzo e Nicosia, per
empirgli la pancia. Vedete dunque, che quest'anima del mondo non sia fatta a
queste foggia anch'ella ». De la causa, ete. Wagner, I, 245 (2) Della causa.,
W., I, 239. (3) ID. 241. E a pag. 253: « Teo. Non vedete voi, che quello,
ch’era seme, si fa erba, e da quello, ch'era erba, si fa spica, da ch’era
spica, si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo seme, da questo
embrione, da questo uomo, da questo cadavero, da questo terra, da questo pietra
o altra cosa, e così oltre pervenire a tutte forme naturali? — Ger. Facilmente
il veggio. — Teo. Bisogna dunque, che sia una medesima cosa, che da sè non è
pietra, non 4% . | IL RISORGIMENTO 115 Sicchè ha ben ragione il Troilo di
conchiudere, sulle orme dello Spaventa, «il sopranaturale è veramente abolito:
la na- tura è tutto : essa stessa è dio nelle cose. Così che, a questo pun- to
i due termini verbali o concettuali si possono prendere indit- ferentemente,
poichè la Natura è essa medesima Dio» (1). Proseguendo le determinazioni del
suo pensiero Bruno rico- nosce che ogni rapporto è doppio; in ogni cosa addita
la varie- tà nell’unità e l’unità nella varietà. Infine sancisce il grande principio
del dialettismo degli opposti. Tal impiego del princi- pio di causa è ciò che
gli permette di procedere alla determina- zione delle cose e di asserire, fra i
suoi principj fondamentali, che l’universo è governato da una legge in cui
veramente si tro- va la conciliazione della necessità e della libertà. È il
principio che feconderà Spinoza nella sua Ethica, è il principio che ri- sponde
ad una profonda esigenza del pensiero moderno. Per Bruno infine la necessità
della volontà divina è identica colla sua libertà. Necessitas et libertas sunt
unum. Ma perchè e in che modo? Perchè, secondo Bruno, la necessità è
equivalente alle singole libertà; e allo stesso modo che i singoli sì riducono
all’uno e i composti al semplice. La necessità dell’universale insomma è
costituita dal sistema delle singole libertà dei particolari. Ecco il concetto
bruniano della unità e della medesimezza della ne- cessità e della libertà. Si
dirà forse che questo concetto è inaccettabile, attesa la dif- ficoltà di
conciliare la necessità del sistema colla libertà dei sin- goli? Ma chi avrà
ben riflettuto al concetto di sistema come uni- tà costituita dalla connessione
necessaria d’una molteplicità di elementi liberi, non tarderà senza dubbio ad
avvedersi che l’odio contro il concetto bruniano è un affare più di abitudine
che di ragione (2). terra, non cadavero, non uomo, non embrione, non sangue, o
altro... — Ger. Or l’ho capito molto bene ». E’ quindi manifesto che il
Dio-causa di Bruno è assolutamente irreducibile al Dio-causa di coloro che egli
chiamava cucullati (ib. 275); non restando fra loro di simile altro che il
nome. (1) TROILO, La fil. di G. Bruno. - Torino, Bocca 1907, 146. (2) Quanto
vadano errati coloro che rifiutano la conciliazione della necessità e della
contingenza, della logicità e della non logicità, l’ha ben mostrato il 116 CAPO
VI $ 3. Dove è meno facile dar ragione a Bruno è sulla questio- ne della
necessità implicante la negazione dell’attività. Franca- mente Bruno dichiara
che agere necessitate è assurdo. Ma que- sta tesì, presa alla lettera e in
significato moderno, paralizza del tutto la concezione dinamica e pur logica
dell’universo che è indeclinabile esigenza della filosofia contemporanea.
Dunque, che via seguire? Per risolvere questa questione credo necessario
ricordare la distinzione bruniana tra l’azione e la necessità. L’agere per
Bruno in questo caso conviene all’eristere che è definitezza singola: cioè
finità ; la necessità invece conviene all’in- finità ed è veramente infinità.
Ora se Bruno vuol parlare d’un agere esistenziale, cioè d’un «gere che è solo
finito, per fermo deve dichiarare che agere necessitate è assurdo. Ma questo
esclude forse la possibilità d’un altro «yere, cioè dell’agere infinito del
processo creativo divino, dell'esplicazione della potenza in atto,
dell’infinito causare, insomma, di Dio? Mancano le ragioni per asserirlo. Non
mancano invece le ragioni per ritenere che in Bruno c'è un agere sovreminente
che è l’esplicare in atto tutta la propria potenza giacchè l’esplicazione della
potenza in atto per Bruno è niente altro che Dio. Dunque Bruno conseguentemente
nega l’agere necessitate all’agere esistenziale, perchè allora Dio, che è
l’infinito vivente, diventerebbe finito. E noi non dobbiamo perder di vista
questa distinzione. $ 4. Un’ultima rettifica è doverosa circa la formula
bruniana che «agire liberamente sia agire secondo la necessità della na- tura
». Non di rado si sente affermare, anche da filosofi liberali arditi e sicuri
sostenitori della causa della libertà, che cotesta formu- la, la quale nel
corpo della dottrina bruniana, è sintesi di liber- tà, quando trapassi
all’anima umana è controsenso e assurdità evidente in cui malamente si
acquetano molte coscienze anche oggigiorno, insomma negazione d’ogni umana
libertà. Equivoco immenso io dico, perchè voi dimenticate di definire ciò che è
ne- VarISsco, il quale pone a cardine della sua costruzione filosofica
dell’universo l'interferenza di singoli fattori alogici spontanei secondo leggi
necessarie nel- l’Unità suprema e sistematica dell’universo. (Cfr. Conoscì te
stesso). Mi Lc IL RISORGIMENTO 17 cessario e quello che è libero per l'umana
natura. Invero, posto che la vera e intrinseca natura umana sia umanità come
unità di amore, conoscenza e volontà essenzialmente antiegoistica e in questo
senso libera, dove resta Passurdo se si afferma che tal volontà agisce
liberamente allor che agisce secondo la necessità della propria natura? E
questo non importa che ogni volizione attuantesi secondo la necessità della sua
propria intrinseca na- tura sia volizione libera, stantechè niuno dirà libero
nel suo operare quell’agente il quale dalla sua stessa natura sia neces- sitato
ad agire in modo contrario ad un agire prestabilito come non libero cioè
contrario al vero bene dell’umanità. Da questa breve risposta si deduce che
bisogna distinguere fra la coscienza della volontà moralmente buona, e la
coscienza delle volontà inferiori opposte alla volontà moralmente buona e
infine la coscienza dell’uomo come composto concreto e vivente di tutti i suoi
centri di attività intesi a fini diversi ; perchè l’uo- mo è propriamente un
sistema di sistemi, come già fu dichiara- to nella Introduzione. La coscienza
ci fa testimonianza di tutti i nostri centri e delle loro varie esigenze e del
loro più o meno drammatico conflitto e infine dell’azione che diciamo libera
quando segna il trionfo di ciò che si effettua secondo la neces- sità della
nostra w#mnana natura, che non può non essere quello che è. Dunque dove resta
la troppo comoda acquiescenza degli animi? Il controsenso e l’ignavia delle
coscienze nascerebbero, se da un lato fosse posta la natura colle sue esigenze
necessa- rie, dall’altro fosse posta VPanima colla sua libertà ; di guisa che
l’uomo per agire, secondo la necessità della natura, dovesse se- suire
eteronomamente le leggi della natura, concependo queste come poste a priori e
imperanti. Ma fermato quale sia la natura che è necessariamente la nostra,
fissata cioè Pumanità della no- stra natura risolventesi nel principio stesso
della libertà (nel che il concetto bruniano consente meravigliosamente col
nostro) qual malinteso potrebbe ancora durare? Come può ancora dirsi che la
dottrina bruniana — sintesi di libertà nel caso dell’infi- nito vivente —
conduca alla negazione d'ogni libertà nel caso delle coscienze umane e per ciò
alla rinnegazione d’ogni legge morale, facendo che gli affetti perversi
acquistino lo stesso va- lore dei buoni, che gli appetiti più nefandi diventino
legittimi, 118 CAPO VI insomma che ogni essenziale divario tra il bene e il male
sia an- nullato, con la comoda scusa che tutto è libero ciò che natural- mente
si compie secondo la necessità della natura? E ponendo anche — senza concederlo
tuttavia — che la formola bruniana tradotta nelle coscienze importi la
negazione della libertà, in qual modo, domando, può ammettersi che nel corpo
della dot- trina sia sintesi di libertà? Delle due una : o l’infinita: causa di
Bruno è necessaria o non lo è. Se è necessaria, come può essere libera? Se non
è necessaria, come può esser causa ? Inoltre o nel- l’infinita causa l’infinita
necessità soffoca l’infinita libertà e al- lora la vantata sintesi bruniana
della libertà è uno zero, o non la soffoca e allora perchè lo farebbe nelle
coscienze ? Chi ritiene che l’atto puro sia insieme infinitamente libero e
infinitamente necessario, perchè non arriva a comprendere la conciliazione
della libertà e della necessità nella sfera della coscienza umana ? Bruno è il
Prometeo della filosofia moderna. o 2750 bar pr de a * pa CAPO VII Galileo. $
1. La filosofia moderna non ha origine da un solo filosofo. Un gruppo di
scienziati e pensatori, compiuta la grande opera liberatrice del risorgimento,
apre le porte ai varj indirizzi dello | spirito, iniziando quasi
contemporaneamente un più vasto sa- pere. La costituzione della fisica come
scienza esatta della na- tura, completamente affrancata dalla metafisica e
dalla teologia, è una delle glorie maggiori dell’età. Qui appare. il merito su-
premo di Galileo perchè fu egli che intraprese e compì il primo passo decisivo
della nuova scienza, onde la storia lo riconosce maestro immortale dello
spirito umano. V’è chi crede che la nascita della scienza naturalistica segni
nell’intenzione dei suoi fondatori l’atto di morte della metafisica o almeno la
recisa ne- gazione di quel mondo sovrannaturale a cui si volgono gli animi
degli uomini ansiosi della propria salute; ma Galileo si preoccu- pa soltanto
di scuotere le dottrine fondamentali della metafisica aristotelica offrenti una
falsa base scientifica alla libera ricerca empirica e razionale della natura.
Come non entra nel suo pia- no il combattimento contro la teologia che prosegue
l’insegna- mento scritturale « per la. salute delle anime » coi puri mezzi for-
niti dalla fede, così abbandona di proposito ogni problema so- pra la
metafisica aristotelica indipendente dalla schietta scien- za della natura,
ogni discorso filosofico insomma a cui non oc- corra il concetto rigoroso di
causa e a cui perciò non siano ri- gorosamente riferibili i due criterj delle
sensate esperienze e delle necessarie dimostrazioni sui quali sempre il suo
metodo si fonda. 120 CAPO VII $ 2. Entro questi precisi limiti invero egli pone
la definizio- ne del concetto di causa in ordine alla scienza positiva della
na- turi e ciò premesso, insegna le operazioni metodiche che sono richieste per
la determinazione esatta dei rapporti causali. Per chiarire il concetto
galilejano di causa si cita d’ordinario la definizione seguente : « Causa è
quella, la quale posta, sèguita l’effetto; e rimossa, si rimuove l’effetto)» (1)
e giustamente si osserva che questo è «il concetto stesso a cui mirava
Francesco Bacone con la sua Z'abula praesentiac e la sua Tabula absentiae
insistendo sulla necessità di osservare accanto ai casi positivi, i negativi)
(2). Ma, a ben considerare, questa definizione galilejana del con- cetto di
causa non è delle più felici, perchè sottace che il rap- porto causale importa
la necessità, non facendo menzione che del rapporto di sequenza temporale. Ora
che non solo la tempo- ralità ma la necessità sia per il Galilei condizione
indispensa- bile del coneetto di causa neil'operare della natura, possiamo si-
curamente affermare riscontrando gli innumerevoli passi dai quali appare che
per il Galilei «la natura nel produrre i suoi ef- fetti opera di necessità (3)
e che l'intelletto umano ha tanta as- (1) Cfr. Opere, Ed. naz., Firenze,
Barbera, 1396-1909, IV, 27 e VI, 265-6. E in « Consid. sul Disc. di Lod. d.
Col.» ripete: « quella è reputata vera ca- gione, la qual posta segue
l’effetto, e rimossa non segue ». IV, 579 e «... se è vero che quella, e non
altra, si debba propriamente stimar causa, la qual posta segue sempre
l’etfetto, e rimossa si rimuove» e «sui sillogismi sottilissima- mente
distillati » nei giudizi di causa, VI, 262-6. (2) Così il GENTILE, in lrammenti
e Lettere di G. G. (Livorno, Giusti, 1917) pag. 56, n. 1, con la pregevole
aggiunta che allo stesso concetto « pure mirò nel sec. XIX il logico inglese G.
S. MILL, distinguendo, tra gli altri, quei due metodi di ricerca causale che
disse metodo di concordanza e metodo di diffe- renza». Si noti però che la def.
di Galileo riferita nel testo non è certo poste- riore alla primavera del 1612,
perchè il « Discorso intorno alle cose che stanno in su Pacqua » è di tal data,
mentre il N. Organum di F. BACONE è del 1620. Dun- que la priorità della teoria
di Galileo rispetto a quella di B. è fuor di dubbio. (3) Tuttavia in un punto
stranissimo Galileo dice: « Le deliberazioni della natura sono ottime, une, e
forse necessarie (IV, 24) ». Il GENTILE commenta così: « Forse necessarie, dice
il G., per attenuare il rigore di una asserzione che può aversi per temeraria,
in quanto pare escludere da Dio la possibilità di operare nella natura
diversamente da quel che ha fatto ». (0. c., pag. 52, n. 2). Ma io confesso che
questo « forse » mi resta inesplicabile, e non trovo riposo che nel seguente
detto di Galileo dove l’ordine necessario dell’universo Sg” <> GALILEO
121 soluta certezza objettiva quanto se n’abbia Pistessa natura » allorchè
«arriva a comprendere la necessità, sopra la quale non par che possa esser
sicurezza maggiore ». Questo primo passo, che è il più importante di tutti,
concerne, com'è noto, la carat- teristica essenziale dell’intendere intensive
(VII, 126, 131). Se ciò non fosse, non bastando la contezza delle sensate
osservazioni, perchè Ie menti si dovrebbero piegare alla necessità delle dimo-
strazioni geometriche? (IITT, 398). Nella lettera alla Granduches- sa Madre
madama Cristina di Lorena (V, 309-348), insistente- mente Cialileo ripete che
le osservazioni e proposizioni... naturali hanno... necessaria connessione. Con
un’insistenza così nell’ac- Coppiamento come nell'ordine dei termini che rivela
all'evidenza ll partito preso nella dottrina circa la comprensione scientifica
delle leggi della natura, in questa famosa lettera Galileo fa menzione « delle
esperienze sensate e delle dimostrazioni neces- sarie ), conerue alla
inesorabilità e immmtabilità della natura (1). Concludendo, con questo senso
scientifico della realtà e della è riconosciuto, senza reticenze :.....
«ammetto che il mondo sia corpo dotato di tutte le dimensioni, e però
perfettissimo; e aggiungo che, come tale, ci sia necessariamente ordinatissimo
; cioè di parti con sommo e perfettissimo ordine tra di loro disposte; il quale
assunto non credo che sia per esser negato nè da voi nè da altri». (VII). (1)
Nel giro di trentanove pagine la ripetizione esplicita e diretta di questi
quattro termini accoppiati, « esperienze sensate, », « dimostrazioni necessarie
», ricorre almeno una ventina di volte. Talchè è sicurissima, verissima e
irrefraga- bile mira di Galileo mostrare in questa scrittura i fondamenti della
sua dottrina naturale rispetto la questione del metodo. « Son ben sicuro che in
essa scrit- tura si scorgerà chiaro », egli dice nella lettera al Dini (V,
297-305). Nelle sette pagine della lettera a B. Castelli (V, 281-288) che
intimamente si collega alle precedenti, l’accenno comprensivo alla esperienza
sensata e alle dimostra- zioni necessarie si riscontra cinque volte. Oltre a che
si dichiara che la Natura procede dal Verbo divino... come osservantissima
essecutrice degli ordini di Dio..... essendo la natura inesorabile e immutabile
e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi di operare siano o non
siano esposti alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai
itermini delle leggi imposteli... Anzi aggiunge che «non ogni detto della
Scrittura è legato ad obblighi così severi come ogni effetto di natura ». Nella
lettera al Dini (V, 291-5) esplicita- mente Galileo dichiara di volersi solo
occupare delle « conclusioni naturali che non son de fide, alle quali possono
arrivare le esperienze e le dimostra- zioni necessarie ». E tralascio cento
altri riscontri che sono patenti ai conosci- tori delle opere di Galileo.
Riporterò invece un tratto d’una lettera del Baliani di Genova in risposta ad
una lettera di Galileo (XII, 15-6): « Ed invero io mi 122 CAPO VII ricerca
fisica bisogna allora considerare il concetto galilejano della causa, badando
di non ridurlo al solo rapporto di sequen- za temporale. Diremo dunque che la
causa, secondo Galileo, ex parte rei Cioè in rerum natura (0 în rei natura)
risulta di successione tem- porale di fatti e di connessione necessaria, e ex
parte intellectus rispetto alla umana: intelligenza si risolve in verità di
fatto (per la sequenza) e in verità di ragione (per la necessità). Questo
significato comprensivo del concetto di causa è in per- fetta corrispondenza
col doppio fondamento del metodo scienti- fico galilejano che, a buon diritto, venne
chiamato dal Rossi metodo comprensivo. $ 3. Ma qui sorge un gruppo di domande
di capitale impor- tanza. Le scienze che si valgono dell’osservazione (esatta)
e del calcolo, come VASstronomia (1), non sono esse del tutto diverse, per la
natura del metodo, dalle scienze che, oltre all'osservazione (esatta), si
valgono dell’esperimento, come la Fisica? (2) Galileo attese con immenso
profitto, tanto all’ Astronomia quanto alla Fisica. Ora come mai non mostrò di
apprezzare la differenza tra i due metodi, posto che ce ne sia nna? In altre
parole, siccome Cralileo è il fondatore del metodo spe- rimentale valido per la
fisica e frattanto non ci parla che d’un metodo risultante dalla cooperazione
delle sensate esperienze e delle necessarie dimostrazioni, cioè in breve
dell’osservazione e del calcolo valido per l' Astronomia, possiamo noi credere
che a questo si riduca il metodo sperimentale? Siccome la questione di
principio verrà trattata direttamente in altro luogo (Vol. II, Sezione prima)
qui basteranno pochi criterj direttivi. Senza dubbio, l’osservazione per quanto
riflessa, elaborata, son sempre riso di tutte le conclusioni filosofiche che
non dipendano (oltre quelle che sappiamo esser vere per lume di fede) o da
dimostrazioni matema- tiche o da esperienze infallibili » (XII, 19-20); perchè
il Baliani riconosce d’aver incartato più volte nelle istesse opinioni di
Galileo, « di che — nota Galileo — io non mi sono molto meravigliato, poichè
studiamo sopra il medesimo libro (il gran libro della natura) e con i medesimi
fondamenti ». (1) Le scienze che un tempo erano considerate come di pura
osservazione. (2) E le scienze affini come la chimica, la biologia, ecc.
GALILEO 123 consapevole ed esatta si distingue dall’esperimento ; perchè 1'os-
servatore, non avendo la causa in suo potere, e neppure la possi- bilità di
modificare a sua posta gli antecedenti causali dei fatti, studia l’effetto;
l’esperimentatore invece, avendo in suo potere la causa e potendo sempre
introdurre nel complesso degli ante- cedenti causali tutte quelle modificazioni
artificiali che egli crede utili all’intento della sua indagine, lavora sulla
causa. Qual divario intercede fra calcolo matematico e sperimento fisico? Se il
divario non fosse essenziale, il merito di Galileo, che non divise i suoi
fondamenti circa la dottrina del metodo, resterebbe maggiore. Ma non fu certo
la considerazione di que- sto merito che potrà indurci a concludere intorno a
un problema. così grave. Il vero è che la differenza tra il calcolo e
l'esperimento nel suo momento deduttivo è soltanto esteriore. Entrambi sono
processi logico-deduttivi, it primo artificialmente composto con simboli
astratti, il secondo artificialmente costrutto con simboli goncreti. Entrambi
condotti ad un fine cioè alla determinazione di un rapporto necessario di
variazioni tra due sistemi di gran- dezze variabili, cioè alla determinazione
d’una funzione. Il più che possa fare qualunque calcolo e qualunque esperimento
è di condurci a questo. Ed è certo che le mere esperienze, comunque provocate e
armate dai più fastosi corredi di inchieste, sono un vero scherzo, quando, come
avviene troppo spesso, pretendono di decidere sperimentalmente le questioni
senza valersi delle « dimo- strazioni necessarie ») come voleva Galileo. Ed è
egualmente certo che il metodo galilejano, considerato come la cooperazione
dell'esperienza sensata che si compie nel tempo e della dimostra- zione
necessaria che si compie nella ragione per giungere alla determinazione delle
leggi, serve all’ Astronomia allorchè la. di- mostrazione necessaria sulla base
dell'esperienza sensata è com- piuta col calcolo, serve alla Fisica allorchè la
dimostrazione ne- cessaria sulla base dell'esperienza sensata è compinta
coll’esperi- mento. Dobbiamo certamente tener conto che molti fenomeni ce-
lesti ormai si studiano con metodi tecnici estremamente perfe- zionati, i
quali, se non ci permettono di far variare le cause, certo ci consentono di
modificare artificialmente le circostanze natu. rali in cui noi possiamo
prenderne notizia, cioè infine il loro modo 124 CAPO VII | d’azione sopra di
noi; (1) ma tuttavia è d’uopo convenire che an- che l’ Astronomia, che è già
passata francamente allo stadio de- duttivo, va diventando una scienza
sperimentale, come prova il fatto che anche nel linguaggio scientifico essa
comincia già a rice- vere il nome di Astrofisica. Ma la riduzione logica
anzidetta, la quale ha per fine di mostrare la deduttività d’ogni metodo
scientifico di ricerca e di prova atto a spiegare fenomeni della natura colla
determinazione esatta di qualche legge, ci fornisce il criterio migliore per
orientarcì in questo problema. Abbozzata così nel modo più rapido la teoria che
inforina le presenti ricerche, si può risolvere con accurata analisi il senso
logico del metodo galilejano per la determinazione esatta delle cause nei suoi
distinti momenti e vedere come si generi, riba- dendo ancora una volta la tesi
dell’irreducibilità dell’esperi- mento all’induzione, tanto caldamente
combattuta da coloro che vivono ancora sotto Pinflusso della terminologia
baconiana. Bacone infatti riconobbe l’importanza dell’esperienza sensata cioè
dell’osservazione e dell’induzione ma non quella della de- duzione che procede
di necessità, quindi se anche avesse cercato di applicare le sue teorie pseudo
sperimentali —- come non fece — non avrebbe mai potuto giungere alla
determinazione scien- tifica del rapporti causali della natura per difetto
dello stru- mento matematico. Ma non c’è ramo di dottrine fisiche invece in cui
Galileo non porga esempj manifesti del gran conto che egli fa del metodo
deduttivo, benchè nella sua dottrina questo metodo sia strettamente congiunto
al metodo osservativo per una serie di operazioni tecniche intermedie di
carattere parte ideale parte materiale che richiedono la più attenta considera-
zione. Tre operazioni invero costituiscono il metodo galilejano : due estreme
ed una media. Le due estreme segnano, PVuna il punto di partenza, Valtra il
punto di arrivo; la media segna il ponte di passaggio dall’una all’altra. Nelle
ricerche seguenti conside- reremo prima le due operazioni estreme, che Galileo
stesso de- nominò esperienza sensata e dimostrazione necessaria, e che (1)
Basti citare il caso della spettroscopia applicata dall’Astronomia che ci fa
conoscere la costituzione chimica degli astri. GALILEO 125 formano in verità le
due teste di ponte del suo metodo: poscia studieremo l’operazione intermedia
che getta l’arco tra l’espe- rienza sensata contingente e la dimostrazione
logica di necessità. $ 4. Il punto di partenza del metodo galilejano in ogni
caso. è l’esperienza sensata, cioè la manifesta osservazione (1) che ci dà i
fatti contingenti. E, finchè resta nel suo dominio, il senso, secondo Galileo,
non s'inganna. « L’inganno è nel discorso ». (III, 397). E «le sensate
esperienze sempre si devono assolutamente anteporre a qualsi- voglia discorso
fabbricato da ingegno umano » (VII, 57-60), (VII, 62 85) essendo « sciocchezza
il cercar filosofia che ci mostri la verità di un effetto meglio che
l’esperienza e gli occhi nostri ». (IV, 166). Di questa scorta di particolari
accidenti appresi col senso, non solo Galileo fa massima: stima, ma dichiara
che è im- possibile far a meno nello studio della costituzione delle parti
dell’universo, realmente sussistente in rerum natura. Infatti, parlando di Copernico,
scrive: «trovandosi egli, per l’osserva- zione e studj di molti anni,
copiosissimo di tutti i particolari accidenti osservati nelle stelle, senza i
quali tutti, diligentissi- mamente appresì e prontissimamente affissi nella
mente, è im- possibile il venir in notizia di tal mondana costituzione, con
replicati studj e lunghissime fatiché conseguì quello che Vha reso poi
ammirando a tutti quelli che con diligenza lo studiano ». (V, 297-305).
Fondamento, insomma, per Galileo, è l’esperienza sensata e l’incontro dei
fenomeni naturali ; tanto è vere che senza tregua combatte «quelli che, sendo
del tutto ignudi dell’osser- vazione... negano — senza fondamento nessuno —
tutto quello ch’ei non intendono ». (V, 297-305) (2). (1) Galileo chiama
«sensata» l’esperienza procurata per mezzo dei sensi: « con gli occhi », « con
l’occhiale », « con l’udito », con. « toccar con mano >, ecc. ;. talora
nello stesso senso dice pure «la notizia intuitiva » (VIII, 43-46) o il «<
semplice intuito » (VII, 126-31), «il puro senso » (V, 309-348), «il senso a
posteriori » (VII, 62-85), o anche «la speculazione » (X, 134-5). (2) Consta
che Galileo raccoglieva i dati di fatto con lunghissime e accura- tissime
osservazioni. Chiarendo il metodo che lo condusse alla scoperta dei quattro
satelliti intorno a Giove, da lui detti « Pianeti Medicei » o « Pianeti
Gioviali » e poscia alle conclusioni sopra la costituzione del mondo, che è uno
dei maggiori e più nobili problemi che siano in natura (VII, 236) dice: 126
CAPO VII S o. Stabilito che i fatti tratti da «sensate esperienze ed
accuratissime osservazioni ) (V, 309-348) sono per Galileo il pri- mo passo per
la conoscenza scientifica della natura, invece di vedere subito come egli
proceda oltre per salire dai fatti alle leggi causali, consideriamo .Vultima
operazione metodica che chiude il suo processo sperimentale. Avremo modo così
di capire meglio anzitutto l’opposizione profonda delle due esigenze alle quali
deve soddisfare l'esperimento e in seguito il merito sovrano di Galileo il quale
seppe scoprire il termine medio che forma la continuità intelligibile dalle
premesse empiriche alla con- clusione scientifica, cioè alla vera scoperta
delle leggi causali. Di qui deriva la nuova situazione che innalza Galileo
sopra irancesco Bacone e lo segnala fondatore della nuova scienza in genere e
del metodo sperimentale in ispecie. Un rapido cenno alla dottrina baconiana
comincierà ad illu- strare per contrasto Palto valore logico della dottrina di
Galileo. Chi non sa oramai che la eritica di Bacone contro la dottrina
aristotelica, per quanto meritoria per quell’età, non è in fondo che la trovata
della preris antiscolastica? Sta bene che le espe- rienze singole e non più il
soio « saettar dei sillogismi » sono am- messe da Bacone come fonte della conoscenza
naturale, sta bene che Linduzione &à 7iviwy per tutti i casi particolari,
che Aristo- tele conobbe, era e resta per sè incapacissima di dignità
scientifi- ca. Ma è ormai riconosciuto dai più forti logici che la teoria del
metodo sperimentale non fu afferrata. nella sua vera essenza dalla critica
baconiana. « Essa, dichiara il Masci con grande nettezza, anticipò molti
precetti giusti su questo procedimento (induttivo), e con le sue isfanze
positire e negative, eliminative e prerogative, la circondò di molte cautele.
Se non che, con que- ste, sottopose anche il procedimento favorito a lungaggmi
che la induzione scientifica non conosce; e ciò fece perchè non riuscì neanche
a lui di cogliere il carattere essenziale del procedimento induttivo, anzi per
questo rispetto si può dire che non superò la Ciscu nè si potendo dubitare che
io, per lo spazio di due anni, abbia del mio e oscuri..... (EX, 105) ». Ci ia
GALILEO 127 ___——-.——————_—____@ posizione aristotelica. Anch’egli di fatti non
dà valore di prova se non che all’induzione completa e non ammette che ci siano
principj i quali permettano di evitarla. E poichè l’enumerazione completa è
nella maggior parte dei casi impossibile, così si vede che la teoria
baconiana-è tale che, non ostante i molti pregi particolari, rende poco meno
che impossibile la soluzione del problema dell’induzione » (1). A conferma di
questo giudizio, s’aggiunga che uno dei maggiori difetti di Bacone è nel
mancato riconoscimento del processo deduttivo, sia del calcolo, sia dello sperimento,
senza cui la determinazione scientifica delle leggi causali è impossibile ;
dove per contro Galileo, pur mantenendosi fedele al punto di vista della
sensata esperienza, riuscì ai mi- gliori risultati. Galileo infatti diede
nessuna importanza defini- tiva a quel ragionamento che procede dal particolare
all’univer- sale, voglio dire all’induzione, ben riconoscendo che non Cè nu-
mero d’esperienze che ci autorizzi a conchiudere, in modo sicuro, dalla parte
al tutto. Fu suo imperituro merito riconoscere che l’esperienza sensata è
necessaria ma non sufficiente alla deter- minazione scientifica della causa. Le
sue opere porgono esempj frequentissimi dell’uso di una operazione superiore,
rivolta ad estendere il campo delle cono- scenze empiriche, e quindi del sicuro
riconoscimento che il va- lore di questa nuova operazione non dipende dal
numero delle esperienze. E l'operazione della deduzione che può e deve assicu-
rare il ricercatore della necessità del processo naturale. Quanto
all’astronomia bisogna, egli dice, che siano «impennate l’ali con le penne
delle matematiche, senza le quali è impossibile sollevarsi un sol braccio da
terra)» (IV, 652). Si richiede, in breve, l’in- tendere intensive non
extensive, poichè «extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili,
che sono infiniti, l’intendere umano è come nullo, quando bene egli intendesse
mille proposi- zioni, perchè mille rispetto all’infinità è come un zero» (VII,
126-381). E evidente che con questo termine scolastico extensive Galileo vuol denotare
la generalizzazione derivante da una (1) MASCI, Logica, 312. Si aggiunga che
Bacone mentre ripudia in fisica 7 . ° 23 x 2a NO o i cause finali le accetta in
metafisica, a patto però che non siano ripugnan alle cause fisiche. Questo
concetto non si affaccia a Galileo che esclude sempre dalle sue ricerche ogni
considerazione relativa al campo metafisico. 128 CAPO VII semplice enumerazione
cioè Vinduzione che non ha valore scien- tifico. Per contro è evidente che
l’intender intensive è l’intender per dimostrazione necessaria, cioè per
deduzione. È questa. lo- perazione logica che, accoppiata debitamente (cioè nel
modo che appresso si dirà) all’osservazione, diede a Galileo la soluzione del
problema scientifico rivolto alla ricerca e alla prova delle leggi causali.
Quindi si vede che non solo per l’applicazione pratica, come ordinariamente si
dice, ma anche per la teoria, Bacone resta tagliato fuori dalla vera storia del
metodo scien- tifico. Quanto alla fisica, credeva Bacone che si dovesse al ra-
ziocinio deduttivo sostituire l'osservazione empirica e l’indu- zione che egli
chiamò anche crperimentum. Ma si trattava invece di integrare l'osservazione
empirica colla dimostrazione deduttiva, facendo — come si vedrà — un uso
puramente euristico dell’induzione, considerata come ipotesi di lavoro,
anticipatrice provvisoria dell’universale. Si trattava insomma di concepire
l'esperimento come metodo comprensivo di osservazione e di deduzione, e questo
concetto fu esattamente intuito e praticamente applicato da Galileo con una
scoperta che lo mostra dotato d’una genialità superiore ad ogni suo contem-
poraneo, nonchè antecessore nella storia delle scienze e della filosofia. »
Concludendo sopra questo secondo punto, siccome nulla vieta di considerare
l’esperimento vero e proprio qual Galileo praticò, come un processo dednttivo
fondato sulla realtà ed ap- plicato ad essa, salva la differenza dei simboli
(1), così sì può stabilire che due sono le estreme operazioni del metodo
galilejano instauratore della nuova scienza: Vesperienza sensata e la di-
mostrazione necessaria o, come diciamo più modernamente, l’osservare e il
dedurre; e doppia la guisa del dedurre cioè de- durre matematicamente per 1’
Astronomia (calcolo) e dedurre meccanicamente per la Fisica (sperimento). $ 6.
Procediamo finalmente all’altra operazione che deve co- stituire il termine
medio fra l'esperienza sensata e la dimostra- (1) Analogamente il calcolo
potrebbe considerarsi come un esperimento de- duttivo, salvo sempre la
differenza dei simboli. NO eden ELIO GALILEO 129 zione necessaria. Un problema:
singolarissimo si pone davanti a noi: come si può stabilire una continuità
intelligibile fra 1’os- servare e il dedurre? L’osservazione empirica è
contingente, la deduzione (sia matematica, sia sperimentale) è necessaria. Come
si può passare dalla prima alla seconda, anzi unire i due pro- cedimenti
nell’unità inventiva e probativa d’un metodo solo? Galileo non espose
direttamente in nessuna opera speciale la soluzione teorica di questo grave
problema. Ma noi, raccogliendo di proposito i punti principali del metodo da
lui messo in azione, possiamo rischiarare la via che egli seguì. Ciò che
costituisce la profonda originalità del metodo di Galileo è l’impiego
deliberato dell’ipotesi tecnica come mezzo deduttivo di ricerca e di prova.
Veramente la tecnicità del metodo di Galileo ha un dominio molto vasto, perchè
comprende la tecnica matematica del calcolo e la tecnica fisica delle macchine.
Calcoli e macchine egli im- piega indifferentemente allo stesso scopo con sicurezza
sovrana. Nell’uso del calcolo come strumento di ipotesi deduttiva se- guiva
l’alto esempio di Copernico, già riconosciuto esattamente dallo stesso Bruno,
secondo un prezioso riscontro del Gentile (1). Ciò non ostante la cosa
essenziale a rilevarsi è che il calcolo matematico per Galileo fu realmente un
esperimento, salva la differenza degli enti, giacchè «l’ufficio del matematico
che sup- pone» non è essenzialmente diverso da quello dello sperimen- tatore
che suppone, cioè costruisce un’ipotesi fisica conveniente sopra la relazione
di certi fatti e poi modifica artificialmente le loro circostanze naturali, per
giungere allo scoprimento di fatti nuovi, segnalati come conseguenza necessaria
di altri fatti già conosciuti, cioè per dimostrare. Nell’uso delle macchine
invece come strumento di ipotesi de- duttiva Galileo fu assolutamente
originale, e fra poco si ad- durranno le prove più convincenti. E bensì vero
che le ipotesi in genere imaginate a scopo di ricerca scientifica non sempre
rappresentano la genuina realtà delle cose. E ben lo sapeva (1) « Anche il
Bruno è fermamente convinto che Copernico, «non solo fa ufficio di matematico
che suppone, ma anco de fisico che dimostra il moto della terra»: Cena de le
ceneri, in Opere italiane, I, p. 52. Cfr. G. GENTILE, op. cit., 97-98. In
questa frase «il matematico che suppone » io scorgo l'equivalente di
quest’altra, il matematico che fa uso d’un’ipotesi deduttiva. PasToRE — Storia
critica del problema della causalità. 9 130 CAPO VII Galileo il quale, malgrado
i grandi servigj che esse possono ren- dere all’investigatore, non fu mai
disposto a contentarsi di mere ipotesi per quanto atte a dare una spiegazione
coerente dei fe- nomeni. Lasciava egli volentieri questo metodo a coloro che
solo hanno «cura del salvare in qualunque modo l’apparenze» (V, 192), mentre
egli voleva cercar «d’investigare, come problema massimo ed ammirando, la vera
costituzione dell’universo, poi- chè tale costituzione è, ed è in un modo solo,
vero, reale ed impossibile ad essere altramente, e per la sua grandezza e
nobiltà degno d’esser anteposto ad ogni altra scibil questione degli in- gegni
speculativi» (V, 192). La sua felice trovata nell’uso dell'ipotesi deduttiva è
questa che la soluzione del problema fisico deve saltar fuori dalle cose
medesime, dai medesimi fatti, rebus ipsis dictantibus. Far par- lare i fatti
medesimi ritornando alla natura, far risolvere le questioni fisiche dalle cose
medesime, procedenti secondo la loro naturale necessità : ecco il segreto di
Galileo. E però non più interventi di autorità arbitrarie, non più infiussi
arcani mediati o immediati, non più caso o destino, ma sì il naturale e neces-
sario sviluppo delle cose stesse, dei fatti medesimi. E benissimo egli
comprendeva che in virtù di tale artificio naturale fondato sopra le manifeste
esperienze, « sendo tal dottrina dimostrata» per necessità, non poteva
contrariare nè «alle scritture intese perfettamente », nè «alla natura » ;
(procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura sacra e la natura, quella come
dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima essecutrice degli
ordini di Dio » (1). Potremmo ora presentare mille classiche pro- ve di questa
complessa operazione intermedia fra l'osservazione contingente e la
dimostrazione necessaria a cui sempre fece ri- corso Galileo e che costituisce
la vera chiave di volta del metodo sperimentale. Ma bastino alcuni esempj
tipici. Consideriamo nel campo della fisica il processo che lo con- dusse alla
importante scoperta dei principj fondamentali della dinamica cioè alle leggi
sulla caduta dei gravi che distrussero (1) Galileo, rappresentante della
libertà della scienza nuova, fu avversario d'ogni dogmatismo. Nella dottrina
cristiana bisogna distinguere tra l’aspira- zione di Dio (Sacra Scrittura) e
l’autorità della Chiesa (Tradizione). dr TT GALILEO 131 le idee erronee di
Aristotele : 1* la velocità della caduta d'un corpo è indipendente dalla sua
massa; 2° la velocità della ca- duta d’un corpo è indipendente dalla sua
natura; 3° la velocità acquistata da un corpo che cada liberamente, partendo
dallo stato di riposo, è proporzionale ai tempi; 4° gli spazj percorsi sono
proporzionali ai quadrati dei tempi impiegati a percorrerii. Analizziamo
accuratamente il metodo inventivo e dimostrativo impiegato in questo caso da
Galileo. Premesso il materiale raccolto dalla sensata esperienza, si può
chiaramente comprendere che la felicissima deduzione di queste leggi è dovuta
in primo luogo all’ideazione d’un’ipotesi teorica e astratta, in secondo luogo
alla realizzazione pratica e concreta. d'un artificio naturale adatto alla sua
messa in opera deduttiva. Queste due fasi si possono benissimo considerare
separatamente, | tanto il processo galilejano è limpido e verace. L’ipotesi
teorica e astratta sul modo d'azione della gravità fu la seguente. Sul fondo di
numerose e accuratissime osservazioni empiriche (espe- rienza sensata), Galileo
suppose la gravità come una forza con- tinua, comunicante ad ogni corpo cadente
in ciascun infinitesimo di tempo un infinitesimo di movimento perdurante nei
tempì suc- cessivi. E ovvio che la somma di queste singole velocità dà la legge
della velocità, donde si può dedurre la legge degli spazi. Tale fu la prima
fase dell’operazione intermedia, cioè Videa- zione dell’ipotesi. Passiamo ora alla
fase seconda cioè all'artificio naturale. L’artificio naturale che Galileo
realizzò fu il piano inclinato, snodabile, con la sfera cadente in tempi e
spazj mi- curati e variabili a volontà. Tale fu la fase seconda dell'ope-
razione intermedia, cioè l’artificio naturale. L’esperienza diretta in seguito,
compiuta su questo modello, confermò pienamente cioè in modo fisico concreto
Dipotesi logica astratta e permise la determinazione esatta delle Teggi sulla
ca- duta dei gravi, riferita antecedentemente. Del pari, pigliando a studiare
il metodo impiegato per la determinazione delle leggi sul movimento uniforme,
sul movimento uniformemente vario, sul movimento uniformemente accelerato,
delle leggi sul pendolo e così via, s'incontrano sempre le stesse fasi intermediarie
fra le due estreme dell’osservazione contingente e della deduzione ne- 132 CAPO
VII cessaria, cioè : 1° l'ideazione d’un’ipotesi logica o modello teori- co, o
modello logico; 2° la realizzazione d’un modello pratico o modello tecnico.
Consideriamole separatamente. 1° L’ipotesi logica o modello teorico è detta da
Galileo con nomi varj: ipotesi, supposizione, dottrina, opinione, argomento,
teoria, conjettura, discorso fabbricato, apparenza, motivo di qualche
apparenza, e con varie circonlocuzioni equivalenti (1). 2° Analogamente il
modello pratico 0 modello meccanico 0 fisico (macchina) è detto da Galileo con
varj nomi: esempio, materia, figura, esperienza, apparenza di fatto, artificio,
mezzi, confermazione, strumento materiale, macchina, rappresentazione con arte
in pratica, etc. e con varie frasi e perifrasi equivalen- ti (2). (1) Da un
rapido spoglio dei « Massimi sistemi » riporto le seguenti; « Figu- ratevi »
(VII, 105), « Fate conto » (ib. id.), « Voi vi ingannate » (ib. 48) «i quali io
non vi porto come leggi infrangibili ma come motivi che abbiano qualche
apparenza » (ib. 148), « ma voglio con alcune conjetture... rimovervi da una
certa opinione contraria » (ib 252-8), « proporrò alcune supposizioni per sè
note e manifeste » (ib. 416), « argumentando, come noi diciamo, er suppositione
» (ib. 462), « ex hypothesi » (ib. 149), ecc. (2) Sempre dai M. S.: « proviamo
se » (ib. 108), « sarà bene che ci assicuriamo con l’esperienza se la vostra
opposizione risponde così in fatto come par che concluda in apparenza » (ib.
105) « ecco io ve lo mostro al senso » (ib. 105), « eccovene un poco di
dimostrazione in questa fisura » (ib. 105), « mi è sovve- nuto di potergli con
altra esperienza rimuovere ogni scrupolo (esempio dello specchio piano e
sferico) » (ib. 96-104), servirsi di qualche « artificio » (ib. 119) «il vedere
se l'una e Valtra posizione sodisfaccia egualmente bene si com- prenderà dagli
esami particolari dell’apparenze, alle quali si ha da sodisfare, perchè finora
si è discorso e si discorrerà er kypothesi, cioè supponendo che quanto al
sodisfare all’apparenze amendue le posizioni sieno egualmente acco- modate »
(ib. 149), fortificasi tal argomento con l’esperienza (ib. 159), curio- sissimo
di toccar, come si dice, il fondo di questo negozio (ib. 155), l’esperienza
della nave (ib. 170), della torre sul globo terrestre (ib. 190-4), della
carrozzetta in moto col balestrone da bolzone (ib. 194), certo sì, come io vi
potrei con molte esperienze mostrare; ma per ora bastivi la confermazione di
questa sola della stadera (ib. 241), cercar i mezzi di poterla dimostrare (ib.
75), l’esempio della pietra cadente dall’albero della nave (ib. 170), l'esempio
del piano incli- nato (ib. 46), l'esempio del muro illuminato dal sole e
paragonato colla luna, lucido men di quella (ib. 114), l'esempio delle tre
perpendicolari per le tre dimensioni (ib. 37), concludentissimo è il vostro
discorso in confermazione del quale abbiamo l’esperienza (ib. 127), il quale mi
agevolò poi l’intelligenza col fisurarmi il fatto sopra uno strumento materiale
che non fu altro che una sem- GALILEO 133 Chiarite così queste due semifasi,
intermedie alle estreme opposte, facciamo ancora una riflessione sopra il senso
metodo- logico della fase centrale considerata nella sua pienezza teorico-
pratica. Le frasi che Galileo adopera dopo l’impiego dî questi artificj
ipotetico-deduttivi, teorico-meccanici sono ben sufficienti a farci capire che
d’una cosa egli sempre si preoccupa, e cioè della di- mostrazione necessaria
(1). $ T. Le citazioni frammentarie raccolte qui sulle due ope- razioni
dell’ipotesi teorica (modello logico) e dell’artificio pra- tico (modello
fisico) intimamente connesse a costituir l’opera- zìone intermedia del metodo
sperimentale non sono punto ecce- zionali nell’opera di Galileo. Sarebbe
facilissimo aumentarne il numero, tanto più che qui furono compulsati solo i
Dialoghi sui M. S. Ma esse sono già abbastanza concludenti per il proposito
nostro. Ormai è posto in chiara luce il fatto complesso dell’idea- zione
teorica dell’ipotesi (sistema logico) o modello logico e deila sua
realizzazione pratica (sistema tecnico) o modello meccanico. plice sfera,
servendomi di alcuni suoi cerchi..... Ora in difetto della sfera, sup- plirò
con farne disegni in carta secondo che bisognerà (ib. 375), potrete veder
questa mirabile e accomodata al proposito nostro esperienza, mettendo in un
catino una palla che vi galleggi e tenendo il vaso in mano (ib. 425) e benchè
impossibil cosa possa parer a molti che in macchine e vasi artificiali noi pos-
siamo sperimentare gli effetti di un tale accidente, nulla meno non è però del
tutto impossibile ed io ho la costruzione d’una macchina nella quale
particolar- mente si può scorgere l’effetto di queste meravigliose composizioni
di movimenti (ib. 455-598). (1) Sempre dai M. S.: « Salv.: .. che direte
allora? Simp. Quando avrò visto l’effetto, penserò alla risposta » (VII, 100),
« ne nasce necessariamente » (ib. 44), stabilito dunque si può immediatamente
concludere (ib. 43), resto capa- cissimo di tutto (ib. 89), di queste così
sensate e palpabili esperienze, mi par che molto speditamente si possa venir in
cognizione (ib. 98), resto interamente appagato (ib. 256). — Sagr.: Io resto
assai ben capace di queste conseguenze o meglio credo che me le imprimerò nella
fantasia nell’andarle riscontrando con accomodar un globo con tale
inclinazione, riguardandolo poi da diverse bande. Resta ora che ci diciate
quello che di poi seguì circa gli eventi delle immaginate conseguenze. — Salv.:
Seguinne che, continuando noi per molti e molti mesi a far dili- gentissime
osservazioni, notando con somma accuratezza i passaggi di varie macchie in
diversi tempi dell’anno, si trovarono gli eventi puntualmente rispon- dere alle
predizioni (ib. 379). 134 CAPO VII Si vede che con questo processo bilaterale,
Galileo passa prima dai fatti empirici all’idea della loro connessione, poi
dall’idea ritorna ai fatti, ma connettendoli meccanicamente in sistema
deduttivo del tutto libero di esplicare la sua naturale necessità... Dunque, il
modello tecnico come incorporazione fisica dell’i- | potesi logica è in certo
modo la realizzazione dell’idea. La mac- «china da un lato non fa che
riprodurre l’idea del suo ingegnere e non agisce che riproducendola; dall’altro
non agisce che se- condo la naturale necessità dei fatti medesimi. cioè secondo
la produzione della stessa realtà, rebus ipsis dictantibus. La macchina come
sistema d’un gruppo di antecedenti con- nessi inevitabilmente con un gruppo di
conseguenti è essa stessa un causare naturale. Ma siccome essa causa conforme a
un pen- siero logico, così avviluppa nella sua costitutiva unità la doppia e
pur una esigenza della realtà conoscibile, cioè la forma attiva e deduttiva
dell’essere e del conoscere. Insomma quest’operazione complessa collega fra loro
in guisa da farli continuare senza Ihiatus nell'unità d’un processo solo, prima
i fatti contingenti e successivi raccolti dall'osservazione, poscia i rapporti
necessar] della deduzione attuantesi secondo la natura medesima della realtà.
Come conclusione, si ricava che una certa necessità logica vige nell'ordine
d'una certa successione fisica. Ma non è questa Pessenza medesima. della
causalità ? Dire che un fenomeno è Peffetto d’una causa è dire che di due fatti
uno è necessariamente anteriore, l’altro necessariamente poste- riore. È in
questo modo dunque che Galileo seppe operare il passaggio dall’esperienza
sensata contingente alla dimostrazione razionale necessaria. Questa è la
complessa operazione inter- media alle due estreme dell’osservazione e della deduzione,
senzit di cui il metodo galilejano, così com'è, resterebbe incomprensi- bile.
So che la dottrina che io qui sostengo è molto diversa dal. ordinaria, ma spero
d’aver potuto dimostrare che essa è real- mente conforme alla pratica e alla
mente di Galileo. Il quale, se per la profondità dei suoi discorsi e per la
geniale sagacia ond’era perspicacissimo, non sempre si diede fastidio di
spiegare per filo e per segno tutti i suci accorgimenti, limitandosi a trac-
ciare per sommi capi la sua grande idea, tuttavia sempre mostrò colla pratica
come si possano cavare risposte verissime & tutti GALILEO i dubbi sopra il
grave argomento del suo metodo. Per non mol- tiplicare le dispute, concederò
che la teoria di questa terza ope- razione intermedia che, per la sua duplice
natura di ipotesi logica o ideale e di macchina fisica o reale, giustamente si
può chiamare ideofisica o ideotecnica resta troppo spesso implicita nel-
l’ombre delle sue scritture. Quanto a negare la presenza dell’o- perazione
medesima e il suo organico ufficio inventivo e proba- tivo lascierò la
soddisfazione a coloro che si sentono autorizzati a giudicare senza aver letto
le opere, e che, per ripetere una frase di lui, « negano, senza fondamento
nessuno, tutto quello cl’ei non intendono; ma questi son degni che di loro non
si faccia alcuna considerazione ). | SS. Riassumendo, è pel concorso armonico
delle tre operazioni indicate : 1° l’esperienza sensata o l'osservazione, 2°
l’artificio ipotetico-tecnico del modello, 3° la dimostrazione necessaria o la.
deduzione, che il metodo di Galileo attinse il più alto culmine della certezza
scientifica, ed è a questo fortunato contempera- mento dei tre processi che si
devono le maravigliose scoperte della scienza positiva della natura. Abbiamo
così esaurita l’analisi logica del metodo galilejano. Ma alcunì schiarimenti
permetteranno al lettore di SENCCIO) miglior conto della tesi metodologica qui
sostenuta. Chi si addentri nello studio del metodo sperimentale deve convenire
che la vera originalità di Galileo consiste non solo nell’aver alleato tre
processi metodici opposti nell’unità orga- nica d’un solo processo
indispensabile alla ricerca e alla prova dei rapporti causali, (l’osservazione,
il modello, la deduzione) ma ancora nell’aver sottoposto il metodo sperimentale
stesso all’esigenza razionale e temporale della causalità, organizzando le tre
operazioni necessarie e sufficienti allo scopo, secondo il rapporto di causa.
Invero, se l’esperienza da un lato dà quasi sempre chiaramente la successione
temporale dei fatti, dall’altro pur quasi sempre ne nasconde la razionale
necessità. Quindi in pratica è relativamente facile separare gli antecedenti
dai con- seguenti, ma difficilissimo scoprire e provare la loro connessione
necessaria. La deduzione pura d’altronde si può attuare esclu- sivamente nel
puro campo della logica e quindi della matema- 13800 CAPO VII. tica, ma la
necessità ch’essa disvela non appartiene che alla pura forma del pensiero. È
solo verità di ragione, non verità di ragione e di fatto congiuntamente, cioè
rapporto vero e proprio di causalità. I rapporti causali infatti non si
riducono nè ai rapporti di ragione necessaria nè ai rapporti di fatto contin-
gente, perchè risultano da entrambi e costituiscono l’anima concreta (razionale
e temporale) della natura. Come dunque carpire alla natura il suo segreto?
Galileo, dotato — per dir così — d’una sensibilità aitiologica perfetta, dopo
d’avere a lungo meditato «sul grandissimo libro della natura che conti-
nuamente ci sta aperto innanzi agli occhi », colla realizzazione dei sistemi
ipotetico-deduttivi artificialmente composti ma natu- realmente agenti, «con
sommo artificio costrutti e condotti nl fine» (V, 232) scoprì il modo di far
parlare causalmente la natura medesima. Primo egli seppe ricavare conseguenze
pratiche dalle operazioni teoriche dell’ipotesi. Primo egli seppe dare un senso
nuovo alla deduzione utilizzando la portata logica degli artificj naturali cioè
la logica delle macchine. Primo egli seppe sistemare deduttivamente il
molteplice contingente nell’unità necessaria del reale. Perchè la macchina è
reale e fisica pur essendo arti- ficiale e logica, quindi funziona di necessità
secondo la logica e secondo la natura. Come non v’ha continuità tra
l’osservazione e la deduzione che là dov’è l’ipotesi-modello, vero sforzo cen-
trale dello sperimento, così non v’ha possibilità di determinare il legame
necessario del passato col presente e del presente col- l'avvenire se la forma
in atto della stessa ragione non venga a combaciare colla materia di fatto
dell’esperienza. Questo è il punto veramente costitutivo dell’esperimento.
L’ipotesi modello è il termine medio d’un sillogismo che ha per minore l’osser
razione e per maggiore la deduzione. Siccome l’ipotesi tecnica, da una parte
non è in realtà separata dall’os- servazione, perchè è fondata. solo sui fatti
raccolti con questa, e poi funziona in conformità dei fatti naturali e
nell’ordine temporale, dall’altra non è separata dalla deduzione, perchè la sua
funzione è affatto dednttiva e si attua logicamente, così ne nasce dì necessità
il rapporto fra gli estremi, cioè si afferma la connessione necessaria d’un
ordine di successione che è ap- punto la causalità. Efficacissima è la virtà
del modello (ipo- GALILEO i 137 tesi logico-tecnica), perchè come ogni
idea-forza importa in sè stessa una tendenza alla sua realizzazione. È il senso
del famoso giov pécov di Aristotele. Il modello è il vero medio termine le-
gale che rende intelligibile e scientificamente determinabile la causalità.
Nessuno prima di Galileo mostrò d’intendere la fe- conda virtù deduttiva delle
macchine applicate alla determina- zione delle leggi della natura. Essere stato
lo scopritore d’un nuovo valore metodico, il valore deduttivo-sperimentale
delle macchine, ecco dunque il principal titolo di gloria di Galileo rispetto
alla logica. Ora, dopo questo, come appaiono vane le sudate fatiche di tanti
eruditi ricercatori che credono di aver | trovato un precursore di Galileo in
ogni autore che abbia fatto uso della parola «esperienza»! Si ripeterà, non ha
detto già R. Bacone: sine cerperientia nihil sufficienter scirì potest?
Ottimamente, rispondo: insigne merito questo di R. Bacone, ricco di così
schietto senso della realtà in un’epoca così avversa al positivo; ma niun
merito, rispetto alla scoperta scientifica del metodo sperimentale. $S 9. Forse
con maggiore fondamento si dirà che Galileo fu uno scienziato e uno scrittore
di prim’ordine, ma un filosofo di seconda mano. Ma anche qui bisognerà andare
con prudenza. Intanto la sua tecnica fortemente originale e novatrice fu l’arma
più micidiale affilata contro il verbalismo pseudo-filosofico ap- plicato allo
studio della natura. V’era ancora ai suoi tempi un delirio di adorazione per
Aristotele e per tutto ciò che in Ari- stotele era senza valore. Ad una crisi
di servile imitazione ari- stotelica era seguita una crisi di' ostruzione
filosofica che pur- troppo giunse a rattristare profondamente la vecchiaia del
som- mo spirito, il quale aveva aperta la sorgente della libera ricerca
scientifica e ridonato 1l beneficio dell’entusiasmo per la verità naturale e
della confidenza nelle forze serene della ragione. Ciò posto, cercare
speculazioni metafisiche in chi massimamente si studiò di separare dalla:
metafisica la scienza della natura e tutta la lunga vita consacrò a costituire
la fisica intesa nel più schietto senso della parola, cioè nella sua piena
FSISCRAA di principj, di metodi e di fini, sarebbe superfluo. Si possono
addurre alcune prove. 138 CAPO VII Galileo spessissimo adopera parole alle quali
saremmo tentati di attrmbuire il massimo significato e valore filosofico, se
non ci trattenesse il doveroso rispetto della verità. Nei suoi « Discorsi c
dimostrazioni matematiche intorno a due scienze nuove », il celebre dialogo è
aperto con queste parole: « Largo campo di filosofare agli intelletti
speculativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi,
signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che meccanica si domanda:
atteso chè quivi ogni sorta di strumento e di macchina vien continua- mente
posta in opera da numero grande di artefici... ». Donde tosto appare che le
parole « filosofare » e «'intelletti spe- culativi» hanno un senso e un valore
esclusivamente scientifici. E il seguito del passo a poche linee di distanza, precisa
senza il minimo dubbio che Galileo vuole solo mirare all’« investiga- zione
della ragione degli effetti ». Certo Galileo, da un lato è spinto egli stesso
dalla nuova concezione umanistica del mondo nettamente contraria al mondo
fantastico e poetico vagheggiato dall'antichità pagana e dal medioevo
cristiano, dall’altro egli stesso colle sue scoperte fa- verisce in modo
mirabile la nuova concezione filosofica del mon- do. La filosofia del
Rinascimento invero colla doppia scoperta dell'uomo (Pomponazzi) e del mondo
(Cusano, Telesio, Co- pernico, Bruno, Campanella) e La Nuova Scienza con
Leonardo dia Vinci e Giovanni Kepler già avevano aperta La via al pensiero
moderno e additato il compito nuovo. Kepler in particolare, avendo già esposto
chiaramente in che modo egli fosse giunto a sostituire l'ellissi al circolo
divinizzato fino dall’antichità (1), prima nella sua incompiuta AL pologia
Thychonis contra Ur- sun, cioè del principe dei matematici d'allora Thycho
Brahe contro Ursnis di Dithimar, poscìia nel primo libro della sua Zpi- tome
astronomidte Copernicandae, aveva provato che non si può condurre un'indagine
astronomica esatta, volta a spiegare 1or- dine del movimento dei corpi celesti,
senza far uso di un’ipotesi. Le tre operazioni insomma dell'osservazione,
dell’ipotesi e della deduzione erano già state riconosciute dai grandi
contemporanei di Galileo, e perfino il carattere non del tutto arbitrario
delli- (1) H6FFDING (op. cit., I, p. 161). e due adinatità GALILEO 139 potesi.
Molto acutamente VHéffding notò (1) che in Kepler rimaneva solo qualche
incertezza per ciò che riguarda il rapporto fra V’osservazione e l’ipotesi e la
questione della loro precedenza (2). Ma solo Galileo riuscì a compiere la
fusione definitiva: dei Varj. processi nell’unità sistematica, euristica e
probativa del metodo sperimentale, la cui importanza è veramente straordi-
paria, perchè dà la chiave d’ogni conoscenza scientifica della natura. $ 10.
Rapidissimi cenni infine aggiungerò su alcuni punti di secondaria importanza.
Giusta è la critica che Galileo rivolge alla logica formale del suo tempo da
lui ritenuta eccellente per re- golare e correggere il corso del pensiero, ma
incapace di servire a scopo inventivo. Circa la tristissima sorte che egli ebbe
per la persecuzione degli stolti monaci e teologi che lo accusarono di eresia,
non ci interessa ora nè di aumentare nè di trattenere la nostra ama- rezza. Il
tribunale della inquisizione di Roma che lo condannò è già stato a sua volta
condannato dall’unanime concorso di tutti gli uomini liberali, compresi quei
sinceri religiosi i quali ormai capiscono quanta ragione avesse Galileo di
osservare che col fare appello alla volontà divina non si spiega nulla, appunto
perchè così sì spiega tutto con eguale facilità (3). Insomma Ga- lileo significa
l’esclusione d’ogni spiegazione teologica rispetto alla natura e la liberazione
della scienza naturalistica dal vincoli d’ogni dogmatismo, sia biblico o
giosuetico, sia metafisico o ari- stotelico, sia pseudo-scientifico o
tolemaico, sia patristico, sia scolastico, sia clericale (domenicano e
gesuitico). Ma ritorniamo al proposito scientifico che ci interessa. Galileo
Galilei apre alla soluzione del problema causale una (1) HoFFDING (0p. cit. I,
p. 162). (2) Ma l’HòrFpING mostra poi di non aver egli stesso un sano e
completo concetto del metodo sperimentale, quando dichiara poco dopo che «
Kepler incominciò piuttosto dal lato aprioristico, deduttivo, Galilei da quello
speri- mentale, induttivo » (op. cit., I, 163). Qui incorre anche egli nella
famosa con- fusione dello sperimentale coll’induttivo e continuamente nella
critica del me- todo di Galileo seguita a chiamar induzione ciò che tale non è
(op. cit. I, 166). (3) HOFFDING, (op. cit.), I, 167. 140 CAPO VII via nuova e
stupenda. Non è l’origine dell’idea di causa che lo preoccupi, nè il principio
di causalità, nè la sua origine, nè le sue conseguenze e nè pure la natura
della causalità. Unico suo scopo è la determinazione scientifica dei rapporti
causali, cioè delle leggi della natura. Conclusione concisa e positiva, propria
di chi rappresenta il trionfo definitivo della scienza moderna. RRZETTO -
"A | lE === ={égye="="—= ===> CAPO VIII. Il razionalismo e
l’empirismo. $ 1. Lasciando da parte la strada di Galileo Galilei, per nostra
fertuna. ormai aperta per sempre alle scienze, noi dobbiamo ora considerare
brevemente i due indirizzi del razionalismo € del- l’empirismo che occupano
nella storia del problema causale un posto affatto particolare: perchè il loro
punto di vista, par- zialmente difettoso, è opposto. Entrambi non tengono conto
che d’un solo fattore del concetto di causa; il razionalismo non assu- me che
la necessità razionale e ripudia la successione empirica, l’empirismo invece
non assume che la successione empirica e ri- pudia la necessità razionale.
Un’altra cosa evidente è che questi indirizzi nettamente filosofici, a
differenza di quella ricerca na- turalistica che si venne liberamente svolgendo
per opera di Ga- lileo nell’età moderna, non si occupano in modo proprio e
diretto del concetto scientifico della causa, nè quindi della determinazio. ne
esatta dei rapporti causali, per mezzo dell'esperimento, ma si versano
preferibilmente sul principio di causalità ripigliando l’antica tradizione
della logica metafisica e della teologia. Ecco perchè la loro soluzione non
risolve mai tutto il problema. Potes- sero anche appagare la metafisica, voglio
dire una certa metafi- sica, lascierebbero sempre scoperta la fisica sia
celeste che natu- rale. Potessero anche, per assurda ipotesi, risolvere il problema
della dipendenza razionale espressa dal « dunque », lascierebbero sempre
insoluto il problema della causalità reale espressa dal « perchè ». Senza
notare che lascierebbero del pari insoluti alcuni 142 CAPO VIII ‘ altri massimi
problemi della coscienza psicologica e morale che, come vedremo, pure reclamano
la loro soluzione. $ 2. Il primo che nell’età moderna abbia svolto e ordinato
in un sistema i principj del razionalismo è Descartes. Lo seguirono in questa
via Spinoza, Malebranche, Leibniz e Wolf. Non starò qui a ripetere, a proposito
della concezione razionalistica, i siste- mi, le controversie e le objezioni
troppo note nella storia della; filosofia. Vediamo subito le posizioni assunte
rispetto al proble- ma delle cause. Dal punto di vista metafisico Descartes,
posta in Dio la causa prima infinita, esclusivamente a Dio attribuisce ogni
attività efficiente a segno che nessuna creatura potrebbe sussistere se non
ricevesse continuamente la sua ragione d’essere da Dio. Questa creazione
continuata, importando la dipendenza asso- luta delle creature rispetto a Dio,
toglie ad ogni sostanza creata essenziale causalità nonchè la forza, per
attribuirle esclusiva» mente alla causa prima (1). Ciò vuol dire che, con
Descartes, ri torna il vizioso concetto della causa infinita considerata da un
lato solo, e analogamente dell'effetto considerato come solo effetto, senza.
essere ancora in grado di superare il concetto antico della causa sui, come
fece Spinoza. Ma Descartes si salva dal semplicismo aprioristico infruttuoso
ricorrendo alla distin- zione della causa prima e delle cause seconde. La causa
prima è il Creatore che produce originariamente tutti i moti dell’uni- verso,
ut efficiens et totalis causa, le cause seconde sono gli enti che, dotati d’una
certa forza ed atti con la loro azione ad im- primere una direzione particolare
al moto, distribuiscono va- riamente il moto generale diffuso dalla causa prima
nella na- tura, sì che qualche parte della materia acquista un moto che prima
non aveva. Siccome il moto generale dell'universo non può essere nè aumentato
nè diminuito e tutti i mutamenti della costituzione del cielo e della terra
accadono negli stessi rapporti con le leggi primitive universali e assolute
della creazione, così la scienza esatta della natura è possibile e il suo
fondamento è (1) DESCARTES, Oeuvres philos. (par L.
Aimé-Martin), Paris, 1842. Cfr. Disc. de la méth., Méd., Ob., Les prince. de la
phil. IL RAZIONALISMO E
L’EMPIRISMO 143 stabilito nella matematica, conforme all’indirizzo moderno del
sapere iniziato da Copernico e da Galileo. La conseguenza viene da sè e ci
permette di apprezzare la posizione aitiologica di Des- cartes dal punto di
vista scientifico. Se tutto l’universo, eccettuato lo spirito umano, non è che
ma- terla sottoposta alle leggi universali del moto in cui brillano unità, la
semplicità e l'armonia delle leggi matematiche, ogni problema di fisica si
risolve in un problema di meccanica o di geometria. È l’esistenza stessa di Dio
che ci permette la possi- bilità delle conoscenze chiare e distinte intorno
alle cose e ce ne garantisce il valore... «i’univers est
une machine ou il n’v a rien du tout à considérer que les figures et lex
mouvements de ses parties...) (1). Tutte le creazioni che noi vediamo continuarsi sotto i
nostri occhi, escono necessariamente dalla causa prima. La loro evo- luzione
meccanica è perfettamente deducibile dalla perfezione divina senza alcun
intervento della finalità. Questa idea, spo- glia dall’involuecro teologico, è
in pieno accordo colla teoria della scienza moderna. Quindi fa onore al grande
genio di De- scartes e mostra come anche in questa materia a lui si debba la
gloria d’aver promossa l’inaugurazione dell’èra nuova della scienza. Tuttavia a
Descartes si devono far risalire due difetti. Il primo è d’aver favorito la
nascita del concetto filosofico delle cause occasionali il quale, se
apparentemente sembra proseguire — a detta di qualche entusiastico ammiratore
di Malebranche — la liberazione del vero concetto di causalità da tutte le
forme accidentali, virtù o entità immaginarie del Medio Evo (buone a dare una
spiegazione tautologica dei fenomeni), in realtà viene a demolire i criterj
delle scienze positive ed è pretesto di fune- stissime conseguenze. Il secondo
difetto è d’aver creduto che i rapporti causali, cioè le leggi della natura,
siano deducibili col puro impiego della logica e della geometria, cioè con mera
(1) DescaRtEs, op. cit, pag. 77-78, 80-82, 100-103, 122-124, 139, 148-192,
169-172, 176, 289-305, 305-322, 322-365. L’H6FFDING osserva che il NATOR?
(Descarte9 Erkenntnistheorie, pp. 55-76 e ss.) non ha rilevato con sufliciente
energia che D. già si serve del principio causale per provare la realtà del
concetto di Dio. (Stor. della fil. mod., I, 495, n. 45). 144 CAPO VIII
deduzione logica di concetti fondata sul principio di identità. Suo torto è di
non sapere che la verità causale è insieme verità di fatto e di ragione e che
nelle leggi causali la necessità logica s’intreccia colla successione fisica. S
3. Malebranche, semplificando il cartesianismo, rifiuta qua- dratamente ad ogni
creatura « la dignité de la causalité », so- stituendo, in ogni caso,
all’azione delle creature, l’azione di Dio, unica causa agente dell’universo. « Aucun
phénomène n’a sa cause ni en lui-méme ni dans un autre phénomène... Ce n’est
pas la première boule qui met la seconde en mouvement par le choc, mais Dieu, è
l’occasion de certains mouvements, dont il est enco- re le seul véritable
principe») (1). | Fatta la debita tara
del teologismo e delle madornali illusioni e dei cavilli a sostegno della
teoria, questo concetto delle cause occasionali, benchè sia in fondo la
negazione della causalità, ha una controparte che a qualcuno potè parere
importante, in quan- to sì può in esso trovare l'intento di segnalare il puro
carattere delle counessioni costanti tra i fenomeni che importa alla scienza di
determinare. Ma non è questo per sè solo un criterio suffi- ciente a stabilire
il merito intrinseco della dottrina malebran- chiana rispetto alla scienza,
tanto essa è piena di pregiudiz) me- tafisici e di intenti mistici alieni da
ogni esatta ricerca. Possiamo essere indulgenti verso tante esorbitanze, perchè
nella « Recherche de la vérité » il concetto di causa viene rico- nosciuto come
rapporto di necessità ben diverso dal semplice rapporto di successione. (Lib. II, c. 5)
« Cause véritable est une cause entre la quelle et son effet l'esprit appergoit
une liaison nécessaire »)... «on ne doit pas s'imaginer que ce qui précéde un
effet en soit la véritable cause» (2). (1) « Oeuvres de Maleb. nouvelle 6d. etc. par J. Simon,
Paris» 1871 - Cfr. anche la nota di M. Novaro - Ac. Lincei 1893. (2) Il GENTILE
considera questo concetto di Geulinx e Malebranche come <« un compromesso
tra la metafisica e l’empirismo » '« per tagliare il nodo gordiano della
causalità psicofisica sul terreno cartesiano delle due sostanze, anima e corpo
» onde si negò che il moto fisico fosse causa efficiente dell’idea e questa di
quella; e il loro parallelismo fu spiegatd come accordo fra l’anima e il corpo
disposto da Dio: analogo a quello che si può vedere fra due orologi] ete. (Cfr.
Teoria dello spir., pag. 155). ' del IL RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 145 Ma dov'è
il riconoscimento della causa come sintesi dei due rapporti di necessità e di
successione ? Falsissimo fra tutti è il concetto che gli esseri creati siano
as- solutamente passivi per fare che ogni attività risalga alla cau- sa prima o
assoluta del moto universale; mentre l’esistenza delle forze fisiche, chimiche
e biologiche è uno dei fatti meglio accertati che ne attesti l’esperienza.
Sofistica l’idea che non vi sia nesso necessario tra le cause naturali e i loro
effetti, solo perchè non si ammette tra i fenomeni la necessità metafisica
assoluta della causa prima (1). Concludendo, nelle questioni scientifiche di
ragione e di fatto l’aitiologia di Malebranche è del tutto deficiente ; nelle
questioni metafisiche la sua dottrina aitiologica vaga in nn teologismo. così
sfrenato che esorbita il campo della filosofia. Questa è la dovuta giustizia che
sulla questione delle cause bisogna rendere a Malebranche. S 4, — Spinoza
invece imprime alla dottrina metafisica della causa uno slancio razionalistico
straordinario. Spinoza è il più originale e fecondo instanratore metafisico
della casa sw; (2): ma anche nella dottrina logica e metodologica della causa
stam- pò orme profonde e incancellabili. Descartes concepisce la causa (1) La
distinzione malebranchiana tra la connessione costante dei fenomeni e la
connessione necessaria assoluta non è che l’eredità indiretta della distin-
zione cartesiana tra la connessione esteriore e la connessione intima, «dichia-
rata inconcepibile (Cfr. H6FFDING, op. cit, I, 234). Stupisce che l'Hòffding
mentre ricorda Louis de la Forge, Géraud de Cordemoy, Sylvain Régis e Gen- linx
tra i cartesiani precursori dell’occasionalismo, dimentichi il Clauberg. Circa
Ia negazione prehumiana della necessità nella connessione dei fenomeni, cfr.
Novaro, Die Philos. des N. Malebranche, Berlin, 1893. (2) Il concetto
spinoziano della causa sui è qui inteso, come già nella mia opera precedente «
Il Pensiero puro », in modo dinamico, cioè come principio che stabilisce
l’attività autocausativa della sostanza immanente a tutte le realta. Il
carattere dinamico della sostanza spinoziana fu nettamente riconosciuto in
Italia dallo SpAveNTA. Fuori d’Italia, a sostegno dell’interpretazione
dinamici. cfr.: FRIEDRICHS, Der Substanzbegri[?! Spinozas, Leipzig, 1896:
ZULAWSKY, Das Problem der Causalitiit bei Sp., Bern., 1899: BRUNSCHVIGO,
«Grande Eneyel); MARTINEAU, A study of Spinoza, London, 1882: MANN,
Causalitiits und cweck- begrifl bei Spin., 1951. Pastore — Storta critica del
problemi della cansalitir. 19) 146 CAPO VIII metafisica da un solo lato, e così
l’effetto come solo effetto. La relazione metafisica concreta tra causa ed
effetto gli sfugge ed egli, rispetto all'aitielogia metafisica, versa
nell’astrattismo. Spinoza si eleva al sommo concetto metafisico dell’efficienza
reciproca, cioè della causa che si effettua e dell’effetto che si causa ; respin-
ge ogni idolo esteriore. Di qui l’infinita autogenitura del tutto. Spinoza
ammette che Dio esiste e agisce necessariamente e cioè che esiste e che agisce
per la sola assoluta necessità della sua natura. Spinoza ammette che Dio è la
causa libera di tutte le cose, perchè l'infinita necessità si identifica con
Finfinita libertà ; fulgurazione bruniana. Spinoza nega le cause finali, perchè
con- trarie allunità assoluta e alla necessità assoluta di Dio. La ra- gione
delle cause finali secondo lui è sempre antropomorfica. Il Dio antropomorfico è
l'asilo dell'ignoranza ; necessità non com- patisce finalità, come la. stessa
posizione della serie infinita esclude la finalità. Infinità è per un certo
verso infinalità. Per comprendere bene la dottrina spinoziana della causa, pi-
gliamo le mosse dal De cui. int. che è la chiave di volta di tutto il suo
sistema. In quest'opera Spinoza ammette Vintelligibilità di tutte le cose e
ripone la bontà del metodo nella conoscenza del- L'ordine della natura. Secondo
ni l'importante è di arrivare ad un tale concetto dell'assoluto che sia
possibile ricavarne dedutti. vamente tutte le verità. Perciò fonda il suo
sistema sul concetto d'un ente supremo causa di sè e cansa di tutte le cose in
una serie di cause stabili ed eterne cioè di essenze, disposte in gerarchia
intemporale che fa molto pensare al sistema platonico delle idee. | Passando
all'Efftica, ta nozione della causalità diventa estre- mamente complessa. Nelle
otto definizioni e nei sette assiomi della prima parte sono racchiusi i germi
di tutto il sistema. Dopo La nozione fondamentale della cause sii, il tratto
più carat- teristico dell'opera su questo punto è quello della doppia causa-
lità da causalità in sè e la causalità fuor di sè, la causalità immanente, cioè
restante nell'agente, infinita. adeguata, totale ed eterna cioè la cansalità di
Dio e La causalità transiente che esce dall'agente per esercitarsi su altra
cosa, finita, inadeguata, parziale ed esercitantesi nella durata cioè la
causalità dei feno- IL RAZIONALISMO E L’EMPIRISMO . 147 meni (1). Si noti che
entrambe queste causalità sono in Dio, ma la prima avviluppa la seconda, cioè
si può dire che la immanente è in Dio immediatamente, la transiente solo
mediatamente (2). L’immanenza della causalità divina è causa sui, mentre Dio è
del pari causa essendi e causa efficiente. « Hic sequitur Deum... esse causam
efficientem... » (#th. I, 16, cor. 1; Cfr. I, 23; I, 24, Schol. et saepe). La transitività della causalità
fenomenica è un elemento della causalità immanente e vien riferita alle cose
particolari. La cau- salità infinita ha necessità essenziale, è causalità in
essenza, per se. La causalità finita ha necessità causale, costrittiva, dipen-
dente, per accidens. Quella è fuori tempo e fuori spazio, questa è nel tempo e
nello spazio. Di qui appare che Spinoza ammette non solo due causalità ma anche
due necessità, una dell’essenza universale divina, Valtra della esistenza
particolare fenomenica. La prima è infinita, immanente ed eterna, l’altra è
finita tran- siente e sottoposta alle condizioni limitative o negative dello
spazio e del tempo. « Duobus modis res dicitur necessaria et im- possibilis,
vel respectu suae essentiae vel respectu causae )») (Co- git. metaph., I, cap.
III. p. 198). Di qui anche appare che Spino- za distingue la necessità
essenziale (causi per se) dalla necessità causale (causa per accidens). Le due
causalità restano distinte e pur unite come due espressioni d’una stessa vita.
(3) La carat- teristica vera e propria della causalità essenziale ed efficiente
tuttavia non è la forza ma la potenza (4). E siccome le essenze non si
sviluppano nel tempo, così lunione delle cause e degli effetti per le essenze
equivale all’identità. Per le cosè mutabili invece la cosa varia. Causa ed
effetto appajono qui come dune (1) Già il Busse ha rilevato che nel secondo dei
Dialoghi annessi al 7'rat- tato breve appare per la prima volta l'opposizione
di due modi differenti di causalità; cfr. Veber dic Bedeutung des Begriffe
<« essentia » und <« cxristentia » bei Spinoza. Vierteljahrschrift fior
wiss. Philos., X, 1886, p. 287. Nei Cogitata metaphysica il concetto di Dio
come causa unica di tutte le cose è chiarissimo e frequente: « Vis decreti
divini, unica omnium rerum causa ». C. M., I, n. | (2) Eth., I, xVII, « Deus
est omnium rerum causa immanens, non vero transiens >». (3) RivauD, Les
notions d’ess. etc., pag. 193. (4) Huan, Le Dieu de Spinosa, pag. 91-94. 148 CAPO VIII avvenimenti successivi
eterogenei uno all’altro per essenza e per esistenza. La completa esteriorità
della causa e dell’effetto, in questo caso, fa che tra ia causa e l’effetto non
v’'ha nulla di comu- ne. ( Nam causatum differt a sua causa praecise in co quod
a cau- sa habet » (I, 17, schol.). Questa concezione della causalità feno-
menica costituisce il principio del determinismo universale vi- gente nel mondo
dei fenomeni, e Spinoza cartesianamente am- mette la piena conoscibilità di queste
leggi del determinismo uni- versale a cui le cose sono necessariamente soggette
nella durata. Le cose particolari sono disposte in serie causali necessarie
infi- nite ed inesauribili. « Infinitus cansarum nexus)» (I, 28, schol.; V. 6,
demi. Ciascuna è determinata dall'esterno e costretta a conservare la sua
natura, in dipendenza dell'ordine generale delle essenze. In pari tempo, ed è
questo un prezioso rilievo dovuto a Busse e Camerer, ogni cosa è doppiamente
determinata in essenza ed in esistenza e sottomessa a una deppia causalità.
Ogni cosa è singolare, attiva e passiva, causa d'operazione ed effetto (1). «
Quodcunque singulare sive quaevis res quae finita est determi- natam habet
existentiam, non potest existere nec ad opérandum determini, nisi ad existendum
et operandum determinetur ab alia causa, quae etiam finita est et determinatam
habet existen- tiam : et rursus haec causa non potest etiam existere, neque ad
Operandum determinari, nisi ab alla, quae etiam finita est et determinatamo
habet existentiam, determinetur ad existendum et. operandum, et sic in
infinitum ». (1,281. Due cose infine sono degne di nota pel proposito nostro,
ta prima circa la Hbertà e la necessità, la seconda circa la causa e la
ragione. Cominciamo da quest'ultima. S. Siccome Spinoza identifica la causa e
la ragione cemuscun- que rei assignari debet causa seu ratio, tam cur existit,
quam cur (1) Contrariamente all’interpretazione dinamica dello Spinozismo
sostenuta qui e nella mia opera antecedente sopra « Il Pensiero puro », il KONIG,
am- mettendo in Spinoza la sola attività della sostanza assoluta, donde viene
evo- cata la scena passiva degli stati interni di quella, attribuisce un
dinamismo tra- scendentale alla sostanza assoluta causa sui. e uno staticismo
arido agli esseri singoli. Ma si veda più innanzi la nota circa l’objezione del
SArrra, pag. 152, n., e per maggiore riscontro, 7/ pensiero puro, parte 2, capo
1°, èé 17-18, pa- gine 149-177. "9 ano dee EI i” IL RAZIONALISMO E
L'EMPIRISMO 149 non existit. Ex gr. si triangulus ete.. Haec vero ratio seu
causa vel in natura rei contineri debet, vel extra ipsam » (I, 11, dem. x
aliter), è stato detto che a rigore la causa per Spinoza resta de- finita
dall’esclusivo punto di vista della ragione, con oblio del fatto temporale. Ma
la cosa non è così piana. Lasciamo stare qui la questione insignificante della
terminologia, se Spinoza cloè avesse o non avesse ragione di definire la causa
come pura ratio, o pura essentia o altrimenti (1). Procuriamo solo di non
fralntenderne la dottrina. o E utile ricordare che Spinoza distingue due
causalità : Vuna riferita all’ordine eterno delle essenze, l’altra all’ordine
delle esistenze effimere; ma entrambe necessarie. Quindi l’identifica- (1)
Errerebbe grossolanamente chi attribuisse a ciò che Spinoza dice « ratio seu
causa » un significato esclusivamente cogitativo e intellettuale, giacchè
questa ratio o causa è qui intesa in senso larghissimo quale « ordo ac connerio
» così delle idee come delle cose e insomma tanto Idea totius universi cioè In-
tellectus infinitus, « Sub attributo Cogitationis », quanto Facies totius
universi «sub attributo Extensionis ». Non è d’uopo una critica troppo sottile
per mo- strare che questa ratio è propriamente la logica come carattere tipico
delle determinazioni dell’essenza e dunque logica metafisica. Bastino qui le
conside- razioni seguenti. I legami d’ordine logico, donde la serie delle
leggi, sono da Spinoza presentati in essenziale rapporto colla serie delle cose
eterne fisse e immutabili, cioè coll’ordine delle essenze sottratto ad ogni
condizione di durata e di tempo (De em. int., t., I, p. 30). E v'ha un gran
numero di citazioni che trovano la loro spiegazione solo con quest'idea della
identità della ratio seu causa colla logica e colla serie delle cose eterne,
colle leggi, colle essenze, colla necessità. Eth., ax.,4: « Effectus cognitio a
cognitione causae dependet et eandem involvit ». De em. int., I, p.31: « A
fixis atque aeternis rebus et simul a legibus in iis rebus tamquam in suis
vestris codicibus inscriptis ». (Il libro della natura di Galileo !) Cfr.
insup. Cogit. metaph. I, c. III, n° 3; Eth., III, 7; T. Th. P., ec. IV, de lege
divina t. II, p. I, <« lex quae a necessitate naturae dependet, illa est
quae ex ipsa rei natura sive definitione necessario sequitur... ». Eth., III,
praef., pag 119: s Naturae leges et regulae secundum quas omnia fiunt, et ex
unis formis in alias mutantur.... sunt ubique et semper eadem atque adeo una
eademque etiam debet esse rationem rerum qualiumcunque naturam intelligendi ». Cfr. insup. Eth., I, 17, dem., IV,
23. Certo il termine «logica » ricorre raramente nell’Ethica; ma dacchè è
provato che logica e causa seu ratio in senso largo per S. sono tutt'uno, la
teoria metafisica della causa spinoziana viene a con- fondersi con la teoria
logico-metafisica. Quindi si capisce come il problema della logica sia uno dei
più difticili sollevati dall’interpretazione dello Spino- zismo, il cui
carattere panlogistico sia pel metodo sia pel sistema è quanto mai evidente.
Cfr. il prezioso apprezzamento del sistema di S. di C. GUASTELLA. Saggi sulla
teoria della conosc. II. Filosofia della metafisica. Tom. II, e segnat. $ 25,
pagina 370 e seg. 150 CAPO VIII ‘zione di causa e ratio ha per lui due sensi
ben diversi anzi irre- ducibili. Nell’ordine delle essenze non entra il
rapporto tempo- rale; nell’ordine delle esistenze causa ed effetto appaiono
come due avvenimenti successivi. Dunque l’oblio del rapporto crono- logico, che
gli sì può rimproverare, non affetta che la. defini- zione della causa metafisica
nell'ordine eterno delle essenze lasciando impregiudicata la definizione della
causa nell’ordine temporale delle esistenze. Ciò si trascura molto stranamente
dalla critica. II K6nig stesso, che prima insiste sulla riduzione spinoziana
delle relazioni causali a relazioni logiche, non fi- nisce forse per
riconoscere che la dottrina di Spinoza utilizza anche il concetto della
causalità transitiva (1) oltre al principio della causalità immanente? «
Ambedue le forme vengono...da lui (Spinoza) accolte come esistenti » (2). A
buon diritto il Ké- nig lamenta che Spinoza tralascia di stabilire il rapporto
fra la causalità immanente e la transitiva nel finito (3), mentre «è dubbio se
ambedue le forme di causalità possano esistere una accanto all'altra» (4). Se
pertanto egli riconosce, com’è inne- gabile, che per Spinoza le forme di
causalità sono due : imma. nente 0 per sce, fuori tempo perchè di natura
essenzialmente lo- gica, e la transitiva o per accidens, per le cose esteriori
tuffate nel tempo, come mai può affermare senza alcuna limitazione che, secondo
Spinoza, ogni relazione causale è equivalente ad una conseguenza logica? (3).
Qui abbiamo uno dei tanti esempj di confusione critica dovuta allo scambio del
senso composto col senso diviso. Invero il Kéonig finisce per credere che
Tinterpretazione della causalità spinoziana in cui si riduce la logica alla
metafisica si possa estendere alla interpretazione di ogni causalità ; il che è
affatto inammissibile. Se non si vede la distinzione fra il senso meta- fisico
e il fenomeno, il sistema spinoziano pare un assurdo. AI contrario, tenendone
conto, s'intende facilmente come la via positiva della scienza non venga
sbarrata dal pregiudizio meta- (1) K6NIG, op. cit., I, pag. 86. (2) Id. id.
pag. 87. (3) Id. id. » $9. (4) Id. id. » 89. 5) Id. id. » 82. IL RAZIONALISMO E
L’EMPIRISMO 151 fisico. Sotto questo rispetto il concetto spinoziano della
causalità del mondo. dei fenomeni non è lontano dal vero. Ma dal fatto che
Spinoza ammette una doppia causalità metafisica e fisica, non si può
conchiudere, come fa il Kònig, che per Imi la dipendenza causale dei modi
finiti (dunque la causalità acciden- tale) non sia altro che una relazione di
nesso logico necessario (cioè di causalità essenziale). Appurato questo punto,
tuttaviw non si toglie il difetto della concezione della causalità meta fi-
sica di Spinoza, il quale crede di potere col mero sussidio dell ragione
(geometrica) rifare deduttivamente a priori tutta la natura e quindi sì segrega
in un enorme pregiudizio metafi- sico. Come Cartesio egli ha la fissazione che
tutte le leggi fisi- che siano deducibili dalle leggi logiche fondandosi sul
puro prin- cipio di identità, senza riconoscere alcun valore fondamentale ai.
dati del senso. Cosa stranissima, perchè a guardare bene la cosa anche dal
punto di vista della sua stessa dottrina, era un tagliare brutalmente in due
mondi Vunità del sistema univer- sale ponendo da un lato, substantia sive Deus
(in cui essentia = cxristentia) gli « Attributa infinita », respectu hominis i Zy-
fensio et cogitatio) e i « Modi infiniti primi generis» (Motus cet quies,
intellectus absolute infinitus sive Idea Dei) e i «modi infiniti secundi
generis» (Pacies totins Universi è Intellectus infinitus sive idea totius
universi); gettando dall'altro le « Res singulares>» (corpora, mentes sive
idee corporum, ideae mo- torum incognitorum) dalle semplicissime alle composte
di qua- lunque grado (natura humana, naturae incognitae); al primo mondo
attribuendo la vera ed essenziale causalità, negandola al secondo (1). E
rispetto alla nostra questione non era forse un fare del mondo delle /tes
singulares un effetto senza vera causa, e dell'altro mondo superiore una causa
senza vero effetto, secondo il senso che noi diamo a questa parola? D'altronde
anche per Spinoza non è forse vero che questi due mondi si avviluppano in certo
modo? Il modo, da un lato è senza dubbio questo, che l'attività creatrice della
sostanza causa sui ab- braccia da tutta Veternità la natura maturans (infinità
degli attributi divini) e la natura naturata (infinità dei modi di pri- (1)
Accetto lo schema dell’HUan, op. cit., 8368-3. 152 CAPO VIII mo e di secondo
genere, e di più tutta la varietà delle «res singulares ») e che senza i modi
di primo e secondo genere essa stessa non potrebbe esistere, poichè « Dei
potentia est ipsa ipsius essentia » (I, 34) e che i modi di qualunque genere,
specie e erado Non possono esistere nè esser concepiti senza Dio (1). Ma
dall'altro in che senso può esser vera la reciproca? Cioà, se nessun modo per
quanto infimo può esistere senza Dio, dob- biamo forse concedere che Dio non
potrebbe esistere senza l’in- fimo dei suoi modi? L'Huan nega questa reciproca
(2) e acuta- mente distingue nei modi l'essenza dipendente dall’essénza eterna
e infinita di Dio e l’esistenza propria come atfezione determinata degli
attributi divini. Traverso l’incessante trasformazione fe- nomenica della
durata l’esistenza peritura diversa e contingente cambia; Tessenza eterna
identica e necessaria resta. Così l’es- senza divina esiste in tutto, in Dio e
nei fenomeni. Fra le ipotesi escogitate al riguardo questa dell’Huan mi sembra
la migliore ed è ben probabile che racchiuda il vero pen- stero di Spinoza. Ma
non può negarsi che qui Spinoza si sbriga troppo facilmente del tempo, non solo
perchè lo caccia fuori (1) Si è sostenuto dal SAITTA che « per Spinoza la
natura naturans o l’infi- nita potentia agendi cogitandi, è sì actuosa
essentia, ma l’attualità è trascendente l’esistente, che è qualcosa d’aggiunto,
d’estrinseco ». (SArrtA, Il pensiero di V. Gioberti, Messina, Principato, 1917,
pag. 234). E in seguito che «tanto in Aristotele, quanto in Spinoza e in
Leibniz si mostra viva l’esigenza di vedere neil’esistenza un principio esterno
avulso dal principio interno, l’effetto superato dalla causa. Così è naturale
che l’esistente (o gli esistenti) ci si presenti come slegato, sparso, senza
connessione alcuna. E di qui deriva la concezione delle cause come forze
operanti dall’esterno, i cur prodotti soho semplici effetti, accidenti. Che è esclusione
della vera necessità. » (op. cit., pag. 234). Ma questa interpretazione — non
ostante la verità d’ùna distinzione tra i due mondi della causa sui e delle res
singulares — è in fondo inammissibile, perchè Spinoza colla doppia causalità
implicante la doppia necessità unisce necessariamente i due mondi come due
espressioni d’una stessa vita. Nulla è slegato, sparso, senza connessione
alcuna secondo l'occhio di Spinoza, e nulla riceve assoluta- mente la sua
ragione e cagion d’essere dall’esterno. Non è di Spinoza la con- cezione d’un
effetto separabile nonchè separato dalla causa, d’un prodotto pas- sivo avulso
da una forza operante dal suo esterno. Basta ricordare che ogni cosa singolare
per Spinoza è invece attiva e passiva, essendo doppiamente determinata in
essenza ed in esistenza, e sottomessa alla doppia causalità. (2) HUAN, op.
cît., 259. IL RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 153 - di Dio, ma perchè in genere lo
eselude dalla eternità (1). In- fatti se in un certo senso è vero che
nell’eterno non c’è nè prima, nè poi separatamente considerati, ma solo l’ord
in atto infinito, come mai Spinoza non considera il caso del tempo come
pienezza di prima — ora —poi? Non dico, senz'altro che questa, pienezza di
tutti i momenti sia eternità, dico che doveva tenerne conto metafisicamente,
come d’un concetto non ridu- cibile nè al semplice prima nè al semplice poi.
Indarno qualcuno si atfannerebbe a trovare il modo di sal- vare Spinoza
appigliandosi ai partito di stabilire che questa pienezza. temporale è
nient’altro che la durata, di cui Spinoza tiene sempre conto distinguendola
benissimo dal tempo (2). Que- sto è pacifico. Ma in qual punto dell'opera
spinoziana il con- cetto stesso della durata viene esplicato chiaramente?
Risulta che doppio: è Il senso della durata per Spinoza : c'è una durata finita
determinata e divisa dell’esistenza e una durata infi- nità. In quella si
distingue il passato, il presente e l'avvenire e questi tre momenti, come notò
acutamente il Rivaud, sono indipendenti Puno dall'altro (3). Ino questa la
durata si con- fonde con leternità o almeno è unita strettamente con essa (+).
Ora Spinoza del pari non ha mai spiegato il rapporto tra la du- rata e il tempo
come inxieme di passato-presente-futuro. Ne risulta che essendo la durata sì e
no distinta dall'eternità, e la totalità del tempo non mai distinta dalla
durata, nemmeno il concetto spinoziano del tempo resta chiaramente spiegato
(5). (1) «Cum in aeternitate' non detur quando, nec ante, nec post, neque ulla
affectio temporis ». (Cogit. Metaph., I, c. III, p. 200). « Talis enim
existentia ut aeterna veritas sicut rei essentia concipitur, proptereaque per
tempus aut durationem explicari non potest ». «Etàh., I, def.
8. Explic. et insup. V, 22, 23, 29, 39 dem.). « Duratio est indefinita
existendi continuatio ». (Eth.,
II, def. 5). (2) Cfr. nota preced. (3) RIVAUD, op. cit., 122-123, (4) RIVAUD,
op. cit., 122. (5) Rispetto alla
disputa sull’identità dell’ordine e della connessione delle idee e delle cose,
la critica del Kònig è più felice. A noi importa principal- mente di ricordare
che Spinoza nella causalità del finito sia per l’ordine delle rappresentazioni
che per quello delle cose reali non esclude assolutamente l'elemento temporale.
« Die Vorstellungen sind also eigentbiimliche Realititen, die den ausge-
dehnten Realen an die Seite zustellen sind ». (KONIG, op. cit., I, 84 Questo
principio lo avvicina allo spirito dell’aitiologia moderna. va 4o 154 — CAPO
VIII $ 6. Passiamo ora: brevemente alla seconda considerazione circa la libertà
e la: necessità. Poichè Spinoza ritiene libero quell’ente che esiste ed opera
per la sola necessità della sua natura, segue che Dio è la sola causa libera. «
Deus enim solus ex sola suae naturae necessitate existit et ex sola suae
naturae necessita- te agit. Adeoque solus est causa libera » (I, 17, cor.). Le
cose finite e particolari per contro, in quanto son determinate ad ope- rare,
son così determinate necessariamente da Dio, e quelle che non sono determinate
da Dio non possono per sè stesse de- terminarsi ad operare (I, 26). Nella
natura delle cose adunque «nullum datur contingens; sed omnia necessitate
divinae na- turae determinata sunt ad certo modo existendum et operan- dum» (I,
29). AU udire alcuni antispinoziani, questo concetto della necessità importante
il più rigoroso determinismo, essendo incompatibile con l'esigenza morale che
non può far a meno della libertà, è veramente mostruoso, perchè vano nel suo
prin- cipio teorico, e deleterio nelle sue conseguenze morali. V'ha qui una
grande dose di iperbole. A seeverare il demerito reale che compete a Spinoza
anzitutto conviene tener ferma la distin- zione tra libertà di indifferenza
(arbitrium indifferentiae) e libertà morale. Non possiamo certo lagnarci che la
prima sia soppressa da Spinoza, perchè essa è in ogni caso un concetto assurdo,
rendendo indifferente il volere rispetto al motivo e im- possibile ila
determinazione del volere per una ragione qua- lunque. Allopposto circa la
ibertà morale c'è molto da dire. Come possiamo asserire intanto che Spinoza
sopprima la libertà morale se tutta VE#RIica per Ini non è che l'apologia della
li, bertà umana ? Per Spinoza, dico, non per gli antispinoziani 1 quali sono
pronti a sostenere che la libertà di Spinoza, per la bella ragione che è una
potenza necessaria come tutte le altre, è libertà di nome, ma necessità di
fatto. E pure Spinoza dice, senza reti- cenze: «Homo liber de nulla re minus
quam de morte cogitat; et eius sapientia non mortis sed vitae meditatio est»)
(IV, 67). «L'uomo hbero è quello che vive pel solo dettame della. ra- gione »
(qui ex solo Rationis dictamine vivit). E tutta la V parte non esalta la
libertà umana con sublime grandezza? Sem- plice questione di parole? Vuota
fraseologia coprente il più ari- IL RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 155 do
automatismo? Non pare. Infatti, siccome l’uomo per Spinoza è essenza ed
esistenza, quella procedente da Dio questa dagli at- tributi, indubbiamente
l’uomo, secondo Spinoza, per l'essenza è libero e della libertà medesima che è
in Dio, per Vesistenza è determinato. Quindi, se Spinoza dice che Dio è la sola
causa libera non vuol già negare la libertà all’uomo, sibbene vuol far intendere
che ciò che è libero nell'uomo, non è tanto l’uomo come uomo, ma lo stesso Dio
che è in lui. In questo modo anche la libertà divina è riferibile
purissimamente allo stesso uomo e non trovasi spenta dalla necessità per la
stessa ragione che la necessità e la libertà non si spengono in Dio. E questo
non è pure il fondamento dell’amore intellettuale eterno, che costituisce la
massima virtù della mente, cioè dello stesso amore con cui Dio ama sè medesimo,
e in cui consiste la beatitudine o la li- bertà? Vediamo dunque che l’animo di
Spinoza non è così nero, come troppo facilmente si grida. Può darsi che non
tutti siano capaci di giungere, non dico a quel reale stato di virtù che è del
vero sapiente non soggetto a turbamenti e conscio, per una eterna necessità, di
Dio, delle cose tutte e di sè medesimo, ma anche al solo concetto di sì vera
pace. E anche non nego l’aspetto paradossale della dottrina spinoziana. Ma
bisogna con- venire che l’intento di Spinoza fu nobile e puro, e che se anche
egli fu un illuso, quell’illusione che lo spinse a proclamare che la morte per
la libertà nou è un supplizio ma una gloria (1), è una delle più magnanime
lezioni di moralità che valga la pena di imitare ! | $ 7. — Concludendo, il
concetto della causa metafisica, secon- do Spinoza, è un fossile oltrepassato
dalla filosofia. Ma il suo concetto della causa per accidens non è contrario
all'esigenza sclentifica e il suo concetto della libertà è un germe fecondo che
l’uomo moderno ha il dovere nonchè il diritto di coltivare. SS. — Si sa che la
posizione di Leibniz rispetto al senso dei termini di principio, ragione,
causa, conseguenza ed effetto non (1) Qui enim se honestos norunt mortem ut
scelesti non timent, nec sup- plicium deprecantur..... sed contra honestum, non
supplicium, putant, pro bona causa mori et pro libertate gloriosum. (T’ract.
theol. polit., cap. XX, pag. 171). 156 CAPO VIII differisce sostanzialmente da
quella dei cartesiani. In generale egli, mantenendo ai rapporti di questi
termini un aspetto logico, fin dalla metafisica identifica’ la ratio colla
causa. Tuttavia, nel trapassare dalla metafisica e dalla teologia dove pone la
neces- sità causale fuori del tempo, alla cosmologia e alla fisica dove colloca
la contingenza causale, distingue dalla causa prima (0 ultima ragione)
universale la serie infinita delle cause, delle cose e del fatti, secondo
l'ordine del tempo. SI capisce che il senso del termine causa fuori
dell’infinita serie delle cause fisiche è ben diverso dal senso dello stesso
termine dentro la serie. Questa distinzione è in certa guisa ana- loga a quella
che intercede fra le verità di ragione o necessarie e le verità di fatto o
contingenti su cui Leibniz insiste in modo capitale, come insiste
sull’atffermazione paradossale che tutte ie verità sono egualmente analitiche.
Se è innegabile, egli affer- ma, che l'analisi non si può dimostrare per le
verità di fatto (tan- to è vero che delle cose reali non abbiamo che concetti
imper- fetti e inadeguati cioè incompletamente analizzati) ciò dipende
dall'infinito numero degli clementi o di condizioni (requisiti) in- cluso nel
concetto d'ogni cosa concreta e individuale, che esige- rebbe un'analisi
infinita. Solo un intelletto infinito potrebbe effettuare questa analisi
infinita (DI) e avere l’intuizione totale e simultanea degli ele- menti (2),
cioè possederne il principio di ragione che si potrebbe anche dire principium
reddendace rationis. (3). Questo acuto rilievo già fatto dal Couturat ci
permette di capire che il prin- cipio di ragione ben lungi dall'essere una
conseguenza del prin- cipio d'identità o di contradizione, non è in fondo che
un corol- lario della definizione stessa della verità, anzi il suo comple-
mento e anche la reciproca logica. Però il Couturat avverte an- (1) Cfr.
COUTURAT, Za logique de Leibniz. Paris, Alcan., 1901, pag. 211. (2) Id. id,,
pag. 213. (3) « Itaque duo sunt prima principia omnium ratiocinationum :
Principium nempe contradictionis, quod scilicet omnis propositio identica vera
et contra- dictoria ejus falsa est; et principium reddendae rationis, quod
scilicet omnis propositio vera, quae per se nata non est, probationem recipit a
priori, sive quod omnis veritatis reddi ratio potest, vel, ut vulgo ajunt, quod
nihil fit sine causa ». Specimen inventorum..... (Phil., VII, 309). Cfr. COUTURAT,
op. cit., 215, n. Ì. IL RAZIONALISMO E L'RMPIRISMO 197 cora giustamente che,
per Leibniz, il principio di contradizione è la legge dei possibili o delle
essenze, residenti tutte nell’in- telletto divino, mentre il principio di
ragione è la legge delle esistenze quali risultano dalla scelta del creatore.
Così le ve- rità necessarie riposano solo sul principio di contradizione, le
contingenti sono fondate sul principio di ragione o del miglio- re. Da ultimo,
con grande finezza, illuminando il rapporto tra la contingenza logica e la
contingenza causale e temporale, fa notare che per Leibniz come per i
cartesiani la causa d’un feno- meno è propriamente il principio logico della
verità della pro- posizione che l’afferma, di guisa che la relazione di causa ed
effetto è identica in fondo alla relazione logica di principio e conseguenza.
Quindi, spiegare un fatto vuol dire analizzare la proposizione corrispondente e
cercarne la ragione in un’altra proposizione di cui essa sia la conseguenza
logica. Ora, quando si tratta d’un avvenimento temporale quest’altra
proposizione è l’affermazione d’un fatto anteriore. L’infinità delle
condizioni. o requisiti logici coincide con l’infinità delle cause fisiche,
cioè a dire dei fenomeni antecedenti. Così la ricerca della causa d’un fenomeno
sì risolve nell’analisi logica d’una verità contin- gente; ed entrambe
importano una regressione infinità di causa o di condizioni logiche di cui
l’infinità stessa tiene Inogo di Spiegazione, perchè essa risulta da una legge
eterna posta dal creatore (1). Da questi ultimi passi del Couturat, che hanno
il merito di presentare la teoria leibniziana della causalità nel modo più
rigoroso e insieme più atto a lasciarne scorgere la natura ed il valore, si
vede che Leibniz congiunge sempre due punti di vista ben diversi: il punto di
vista filosofico, (meta- fisico) e il punto di vista scientifico (fisico), e
considera sempre il secondo in intima dipendenza dal primo, oltrepassando in
questo, (senza respingerlo però) 'il meccanismo puro e xem- plice dei
cartesiani (2). Perciò un'avvertenza importante è da farsi. Se nella maggior
parte dei casi Vintervento della. filoso- fia e sopratutto della metafisica
ingombra ta ricerca scientifica e sopratutto la fisica, non pare che si possa
deplorarlo in que- (1) COuTURAT, op. cit.. pag. 220-222.
(2) Cfr. Oeurres philosophiques de Leibniz par P. Janet, IL NIV, e nota 1. 158 CAPO VIII sto. Leibniz, difatti,
riguardando dal punto di vista metafisico le leggi della realtà empiricamente
data come derivanti dalla ragione divina autrice del mondo, si trovò
felicemente costretto a riconoscere la verità d’un principio sui generis che da
un lato sì distingue dai principj esclusivamente logici essendo insieme logico’
e ontologico, dall'altro si distingue dai principj esclusi- ramente reali.
Tal’è quel principio supremo che è valido insieme per ogni verità di ragione e
di fatto, essendo esso la massima. ragione e cagione di tutto lPuniverso. Ed è
notevole come Leibniz rico- nosciuta la natura bilaterale di tal principio
arditamente iden- tifichi la causa colla ratio, pur guardandosi cautamente dal-
lidentificare il principio cansale sia col principio logico, valido per le
essenze, sia col principio cosmologico, valido per le esi- stenze (1). Nessun
metafisico prima di lui era giunto a questa posizione centrale così prossima
d’altronde all’esigenza scien- tifica; quindi laver saputo sceverare anche solo
in metafisica la duplice ed una natura del principio di causa dall'enorme
confusione di principj logici e fisici, quelli validi per le verità universali
questi per i fatti particolari, in cui si dibattevano i suoi predecessori, sarà
sempre un suo innegabile merito. Ma egli non si rinchiuse solo nella
metafisica, perchè seppe anche discendere nel campo della scienza. restituendo
al concetto di (1) Tra la tesi leibniziana dell'armonia prestabilita e la
malebranchiana delle cause occasionali intimo è il nesso, Il GENTILE sostiene
che Leibniz non ha fatto altro che estendere al suo pluralismo
l’occasionalismo, facendo di cotesto legame antropologico fra le due sostanze
fisica e psichica il tipo del rapporto universale di tutte le sostanze o monadi...
nella loro comune dipendenza da Dio. (G., Teoria gen., ete., pag, 156). Ma
questa interpretazione sia dell’occasio- nalismo sia dell’armonia prestabilita
non resiste, per le ragioni addotte nel testo. Però l’analisi che il G. fa
dell’occasionalismo è veramente preziosa ed acuta. Egli prova il fallimento
definitivo di cotesto compromesso tra la metafisica e l’empirismo. E questo è
il punto importante al quale è necessario aderire. I tuttavia da notare che, se
si deve escludere la possibilità di fermarsi a cotesto compromesso come a punto
intermedio tra l’unità della metafisica e ia molteplicità dell’empirismo, non
ogni concetto di rapporto causale che medii tra Puno e l’altro di questi
estremi si deve escludere come ibrido e contrad- dittorio. La teoria
galilejana, fondata sul metodo sperimentale, è appunto quel medio logico che
sodisfa alle due esigenze. Ma questa posizione intermedia sfugge del tutto
all’A. fermo nel suo erroneo concetto dell'esperimento come operazione
superficiale. Cfr. op. cif., pag. 15. IL RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 159 causa
quel doppio valore di ragione e di fatto che i razionalisti troppo
intransigenti avevano sacrificato, così possiamo dire, che Leibniz sì avvicina
anche a Galileo, benchè per una via affatto opposta. A coloro pertanto che
rimproverano alla sua concezione la soverchia preoccupazione metafisica si può
rispondere che la metafisica, in questo caso, presentando l’universo come un
immenso sistema di forze individuali semplici, agenti e reagenti, armonicamente
connesse con attività propria sotto il governo di una forza primordiale
d’attività assoluta, in altri termini, con leggi procedenti dalla volontà
divina (scelta del migliore), ha permesso al filosofo di riconoscere che le
verità di fatto non sono meno certe che le verità di ragione, quantunque queste
siano necessarie e quelle contingenti; e per la ragione che tutti gli
avvenimenti sono in pari tempo contingenti e determinati. « Nulla est in rebns
singularibus necessitas, sed omnia sunt contingentia. Vicissim tamen nulla est
in rebus indifferentia sed omnia sunt determinata » (Phil., VII, 109) (1). $ 9.
— Se non che anche riconoscendo il vantaggio recato “alla concezione
leibniziana della cansa da una metafisica volta a presentare la natura come una
logica vivente, non resta meno priva di fondamento la pretesa di poter giungere
alla deter- minazione scientifica delle leggi causali della natura colla sola
ragione. Che la logica sia indispensabile al metodo sperimen- tale è evidente.
Difatti è la. logica che rende possibile il funzio- namento dei modelli
ipotetici deduttivi senza cui il metodo spe- rimentale non sarebbe. Tuttavia
chi non sa che l’esperimento (1) A proposito della matematica divina che,
secondo Leibniz, si realizza nella natura (cfr. «< Cum Deus calculat et
cogitationem exercet, fit mundus », Phil., VII, 191, n. I, « Natura cujus
sapientissimus Auctor perfectissimam Geo- metriam exercet... », Phil., IV, 375;
« Vetus verbum est, Deum omnia pondere mensura, numero fecisse », Phil., VII,
184) comunemente si pensa che in Leibniz sia quasi rovesciata la posizione di
Spinoza, perchè mentre in questi, come già notammo, appare piuttosto un
dinamismo trascendentale nella sostanza assoluta (causa sui) e uno staticismo
negli esseri singoli, invece in quegli, più vicino alla concezione empirica
della realtà, piuttosto appare un dinamismo immanente negli esseri singoli e
uno staticismo nella sostanza assoluta. Ma questo chiasma tanto comodo è falso,
se non altro perchè il dinamismo can- sale in Spinoza è nella sostanza assoluta
e negli esseri singoli. 160 CAPO VIII nella sua applicazione tecnica alla
concreta realtà oltrepassa d'assal il processo. puramente razionale inserendosi
diretta- mente nel processo del tempo? È vero che, posta la natura come il
prodotto d’una logica divina, ogni difficoltà dovrebbe sparire, perchè il
processo temporale essendo in fondo un processo lo- gico, cioè una specie di
logica immanente ai fatti, dovrebbe senz’altro riuscire intelligibile alla
ragione umana. In tale ipo- tesi, il semplice metodo logico si potrebbe
ritenere sufficiente alla determinazione delle leggi causali, e superfluo
sarebbe il ricorso all'esperimento funzionante sui rapporti di fatto. Ma in
primo luogo dove sono nella scienza le leggi causali determinate per tale via? In
secondo luogo, dove si trova in Leibniz un passo Nolo il quale ammetta che le
verità di fatto siamo deducibili col puro principio logico di identità ? E per
contro evidente che Leibniz non avrebbe mai formulato il principio di ragione
sufficiente accanto al principio d’iden- tità se avesse creduto che questo solo
fosse sufficiente alla dedu- zione delle verità di fatto. Ma il peggio è che
Tesperimento Vero e proprio nel senso di Galileo non pare che sia stato mai
riconosciuto da Leibniz. Egli riconobbe Putilità dell’esperienza per la
constatazione dei fenomeni e dell'osservazione come base dell'induzione. «
Phacesozend sunt propositiones quae per expe- rientiam probantur...
Obsercationes fiunt per solam inductio- nem ex phaenomenis ». (2/8. VT, 2
recto) (Li. Ormai sappia mo dalle accurate ricerche del Couturat che, secondo
L., la generalizzazione dell'osservazione e dell'esperienza non è un pro-
cedimento «scientifico » (nel vero senso della parola) perchè essa non ha alcun
valore logico. Siccome la scienza per Iui con- siste nella conoscenza.
razionale e deduttiva delle ragioni uni- versali e necessarie dei fenomeni, è
evidente che nessuna indu- zione può fondare una proposizione universale e
necessaria. Ino una. parola, conclude ii Couturat, Leibniz condanna. asso-
Iutamente l'induzione empirica, nel senso degli empiristi come insufficiente e
anche come ingammatrice (2). Per rispondere alle esigenze della scienza,
bisegna non solo « presumere » la legge (1) CoutuRAT, op. cit., pag. 264, n. 3.
(2) Id. id., 261-202. ‘IL RAZIONALISMO E L’EMPIRISMO 161 ma dimostrarla, e
questa è l’opera della deduzione. Ma in che consiste per Leibniz la
dimostrazione d’una verità di fatto? Ri- porterò ancora qui, brevemente
riassunta, la risposta che ne dà il Couturat nell’opera più volte citata, prima
di passare alla critica. Tale dimostrazione consiste nel dedurla da una legge
ipote- tica più generale che possa servire di principio ad altre leggi em-
piriche e a risalire così progressivamente di leggi in leggi di più in più generali,
in guisa da far dipendere tutte le leggi em- piriche dal più piccolo numero
possibile di principj e d’ipotesi. Da ciò si vede che Leibniz assimila il
metodo delle scienze fisiche a quello delle matematiche, perchè entrambi sono
essenzialmente deduttivi. La ricerca delle leggi di natura si fa seguendo lo
stesso metodo che vale per la ricerca della soluzione d’un pro- blema di
Geometria. In altri termini non bisogna impiegare che cquazioni logiche o
proposizioni convertibili (di cui la recipro- Ca è vera) e procedere per pura
sostituzione di termini equi- valenti. «L'arte di scoprire le cause dei
fenomeni o le ipotesi vere, ha detto lo stesso Leibniz nei Nuori seggi (IV,
NII, $ 15), è come l’arte di decifrare un crittogramma, in cui spesso una
conget- tura ingegnosa. abbrevia di molto il cammino ». Tutta l’arte
d’inventare si compendia in due operazioni: Sintesi e Analisi; colla prima si
tratta di costruire una serie o tavola di dati numerici (forniti
dall'esperienza) per mezzo. d'una formola 0 legge di formazione conosciuta :
colla seconda si tratta di tro varne la chiave. Così le scienze sperimentali,
rileva arditamente il Couturat, non hanno un metodo diverso da quello delle
scienze razionali, cioè La sintesi e Vanalisi, in una parola, la deduzione, diretta
o inversa. Leibniz ha troppa coscienza dell'unità dello spirito umano e
dell'unità della scienza. per separzme ed o0p- porre, come i logici empiristi,
le scienze induttive (il Couturat voleva certo dire sperimentali ) come se vi
fossero due metodi distinti e contrarj per scoprire e dimostrare la verità. Non
v'hit in definitiva che un solo metodo, perchè non vha che un solo senso in cui
si possa concludere legittimamente da una verità. ad un’altra: l'induzione, 6
piuttosto l'invenzione delle leggi naturali (fortunata rettifica ) si riduce
allanalisi, cioè alla de- PasrtoRE — Storia critica del problema della
causalità. 11 162 CAPO VIII x duzione a ritroso. La fisica ha lo stesso metodo
delle scienze matematiche, o piuttosto il suo metodo consiste nell’applica-
zione delle matematiche alla natura in cui la ragione e l’espe- rienza,
camminando luna davanti all’altra, si incontrano, si uniscono e collaborano
alla ricerca della verità. Insomma, la matematica astratta è la vera logica
delle scienze naturali: e'si può dire senza paradosso che il solo metodo
sperimentale è la deduzione (1). Ho voluto riportare minutamente la teoria
aitiologica di Lei- bniz come fu interpretata e formulata dal Couturat, per
timore che qualche punto importante potesse andar perduto nella mia
esposizione. A mio parere da nessun critico prima del Couturat il concetto
leibniziano della causa e della sua determinazione scientifica era stato
proposto più nettamente (2). Questi riconosce anche la deduttività del metodo
sperimentale per un criterio in fondo identico a quello che ho esposto dir
molti anni nelle mie opere e che mantengo in questa. Non manca qualche discor-
danza. Per esempio, il concetto di Leibniz che la matematica astratta sia la
vera logica delle sctenze naturali non si accorda colla teoria galilejana del
metodo sperimentale, che si vale bensì della logica pel funzionamento
dell'ipotesi deduttiva ma esige la costruzione reale della macchina fisica e la
ripetizione dei fatti naturali nell'ordine del tempo. Ora di queste condizioni
né il Leibniz ne il Couturat hanno rilevato Vimportanza e cer- cato se mai non
fossero contrarie al concetto così razionali- stico che essi si fanno dei
rapporti causali e del metodo adatto a scoprirli e a determinarli
scientificamente nella fisica. Perchè, se anche si dice che la fisica ha lo
stesso metodo delle scienze matematiche, allora bisogna spiegare come mai
nessuna legge fisica possa. essere scoperta e dimostrata fuorchè tenendo conto
del processo. temporale, mentre nelle matematiche invano si (1) COuTURAT, op.
cit., 264-271. (2) È doveroso tuttavia ricordare che il JANET nella sua
importantissima opera del 1876, aveva richiamato l’attenzione della critica
epistemologica sui due punti: che vi deve essere equazione fra la causa piena e
l’effetto intiero (altrimenti qualche cosa nascerebbe dal nulla) e che la forza
deve stimarsi con l’effetto futuro. (Les caus. fin. App. 656-659). e IL
RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 163 cerca la nozione di produzione nel tempo. Ciò
malgrado non è improbabile che ci sia modo di aggiustare la cosa, ed io mi pro-
pongo di fare una speciale ricerca i suo tempo. S 10. — Un’objezione abbastanza
grave si rivolge infine con- tro la teoria leibniziana della causalità, e sta
nel rimprovero di non saper salvare il principio della libertà dal così detto
morbo funesto della necessità metafisica. Il rimprovero è grave, perchè il
principio leibniziano dell’armonia prestabilita sembra importare la più
inflessibile necessità nel processo dei fatti naturali ed umani. Se è vero
infatti che Leibniz tentò di porre un argine allo sfrenato fatalismo
panteistico di Spi- noza, qual’è la differenza sostanziale fra la libertà di
Leibniz e agere necessitate naturac di Spinoza? Come si risolvono que- ste
gravi difticoltà? È noto che Leibniz per provare Vanzidetta differenza non
trovò che una via cioè di dissociare i due concetti della necessità. e della
determinazione e poi di far compatibili la determinazione e la contingenza del
libero arbitrio. E Ve- spediente pare molto felice. Infatti esclusa come
contradditoria e impossibile la libertà di indifferenza (volizione senza.
motivo), e definita Ja libertà morale come spontaneità intelligente, cioè
determinata da una ragione interna, non è forse ovvio che lo stesso principio
della libertà implica necessariamente il determi nismo? « Eo magis est
liberta», quo magis agitur ex ratione ». (Phil., VII, 108). Tanto maggiore è la libertà quanto
maggiore è la determinazione razionale. Tutto è determinato perchè ha la sua
ragione sufficiente, ma ij determinato quantunque certo non è ancora il
necessario essendo solo il contingente. Insomma la prevalenza del motivo anche
quando è certissima, determina senza necessitare, incline sans nécessiter. Ecco
il cuore della \ tesi leibniziana. $ 11. — Come si vede Leibniz ritiene di
peter ammettere il ferreo determinismo della libertà senza negare Ta moralità e
in pari tempo senza cadere nella fatale necessità, nell’ordme ‘ delle cause,
mentre non può escludere che l'assoluta necessità non sia identica con
l'assoluta e necessitante libertà morale 164 CAPO VIII in Dio, essendo Dio
l'assoluta ragione. Contentiamoci per ora di notare che questa specle di
transazione tra il necessitismo e l’indeterminismo, fondata sulla
determinazione non necessaria ma razionale della volontà libera, non si risolve
in un puro giuoco di parole, perchè se non altro si salva dal determinismo
estrinseco. Qual sia poi il valore morale dell’autodeterminismo di fronte alla
tesi dell’indeterminismo vedremo a suo tempo. Questa tendenza concillativa di
Leibniz è parimenti sensibile nel suo tentativo di soluzione del conflitto
delle cause efficiénti con le cause finali. Le due serie causali — secondo lui
— non sono che luna il rovesciamento dell’altra. Dunque « Le
meilleur serait de joindre Pune et Vautre considération» (1). «Les ames
agissent selon les lois des causes finales par appétitions, fins et movens. Les
corps agissent selon les lois des causes cffi- cientes ou des mouvements. it
les deux règnes, celui des causes efficiente» et des causes finales sont
harmoniques entre eux )) con- tro coloro che, per respingere la considerazione
delle cause finali dicono : «mais... en physique on ne demande point porquoi
les choses sont, mais comment elles sont. .Je r6ponds — egli osservi con grande
ardimento — qu'on v demande Pun et Pautre ». Da numerosi passi, riportati già
dal Janet nella sua appen- dice VI, risulta che egli attribuiva alle cause
finali una gran- dissima utilità nella fisica e nella meccanica, per la
scoperta delle verità nascoste: « Recte cartesiani omnia phoenomena spe-
“cialia corporum. per mecanismos contingere censent; sed non satis perspexere,
ipsos fontes mecanismi oriri ex altiore causa». Pai décelaré
plus d'une fois que le mecanisme lui-méme ne decoule pas seulement de la
matière et des raisons mathémati- ques. mais dun principe pius élevé ou pour
ainsi dire d'une source metaphysique ». S12. — Wolf e la sua scuola dommatica non introducono so- (1)
Discours de métaplysique, p. 354. (Lettres et opusc. inéd. pub. par
Foucher de Careil (Paris, 1857). Questa e le quattro citazioni seguenti sono ricavate
dall’Appendice VI del JANET (op. cit., pag. 661-674) che tratta la teologia
leibniziana in modo esauriente. droni ari IL RAZIONALISMO E L’'EMPIRISMO 165
stanziali novità nella concezione del problema causale (1). Lo Schopenhauer
attribuisce al Wolf il merito d’avere pel primo di- stinto formalmente i due
principali significati del principio di ragione sufficiente (fiendi o di causa
e cognoscendi o di ragione lo- gica). Tuttavia egli stesso è costretto a riconoscere
che la di- stinzione wolfiana non è sempre chiara e cita parecchie con- fusioni
notevoli nei due capitoli De ratione sufficiente e Dé causis dell'opera del
Wolf (2). Si noti però che, se egli ha ragione di lamentare che Wolf ponga
nell’Ontologia e non nella Logica il principiuni cognoscendi che ha natura
logica, ha torto di lagnar- sene per il principium fiendi o di causa, perchè
questo ha insie- me natura logica e ontologica, come si vedrà in seguito (Parte
seconda). E giusto infine, come fa ii K6nig, attribuire al Crusius il me- rito
d'aver accuratamente distinto i principj di conoscenza da quelli di realtà (3).
S 13. — Le dottrine di Cartesio, Malebranche, Spinoza, Lei- bniz e Wolf che
abbiamo sommariamente delineate considerano il problema della causalità in modo
razionalistico e dogmatico, (1) CH. WoLrro, Philosophia rationalis sive Logica,
Veronae, 1735, « Ens, quod in se continet rationem, cur alterum existat,
dicitur hujus causa ». « Rationem et causam vulgo per inconstantiam loquendi confundunt:
enimvero cum signi- ficatus rationis nobis latior pateat quam causze, atque
incostantiam loquendi minime probetur ($ 143, Disc. praelim.) ; causam quoque a
ratione distinguimus. Sed plura eam in rem dicemus in Ontologia...» $ 696. A
posteriori quomodo investigetur, $ 697, 698. A priori quomodo detegatur, $ 727,
728. Quomodo pro- babiliter detegatur, $ 727, 728. Nella trattazione del è 727,
chiaramente appare che Wolf per scoprire la causa ricerca la successione
temporale e la ragione logica. Philosophia prima sive Ontologia, Veronae, 1736.
I, 2, De principio ra- tionis sufficientis. III, 2, De causis. Principium
dicitur id, quod in se continet rationem alterius, $ 866. Causa est principium,
a quo existentia sive actualitas entis alterius ab ipso diversi dependet tum
quatenus existit, tum quatenus tale existit, $ 881. Causalitas, $ 824,
Concausae, $ 885. Causa efficiens, îg 886. Cum effectu nexus, $ 898. C.
efficiens sufficiens, insufliciens, proxima, remota, externa, finalis,
formalis, mediata, immediata, impulsiva, principalis, instrumentalis, socia,
solitaria, subordinatae ; dependentia earum a invicem, $ 9/5; relatio ad
effectum ultimae, $ 930. (2) SCHOPENHAUER. UVeber die vierfache Wurzel des
Satzes von zurcichenden Grunde. (3) KGONIG, op. cit., 146. 166 CAPO VIII
perchè, rifiutando — quasi in tutto — il soccorso dell’esperienza sensibile per
la spiegazione della conoscenza delle cose, non as- sumono che la ragione coi
suoi principj fondamentali anteriori all'esperienza, e non ne mettono in forse
il valore. Diametralmente opposto è la dottrina dell’empirismo che, pri- ma con
Hobbes (1), evitata ogni intellettualizzazione dei pro- cessi conoscitivi,
scansa le secche della metafisica, definendo in modo pratico la causa come la
somma delle ragioni che defini- scono un avvenimento nella legalità della
natura (2). Poscia cono Locke (3) reagisce all'indirizzo dell’innatismo e
dell’on- tologismo e con acuta analisi psicologica fa provenire in gene- rale
tutte le nostre cognizioni dall'osservazione empirica e in particolare nega
Tidea di sostanza, riuscendo così a scuotere di contracolpo la fede nel valore
objettivo della causalità e a spiegare con Fabitudine Finneità apparente dei
principj della pratica (4). Quindi con Berkelev (51, senza abbandonare Te tesi
fondamen- tali di Locke, costruisce sopra UVaspetto fenomenico della natura,
una metafisica idealistica così andace e risoluta da atfermare che tutte le
cose sono idee, «o meglio collezioni di idee, così un pomo, una pietra, un
albero, un libro e altre cose simili» non segni o rappresentazioni di realtà in
sè, ma presentazioni dirette delle alterazioni degli spiriti percipienti,
dipendenti però con or- dine di tempo e regolarità costante da una cansa
spirituale eterna (1) Hopprs, Elements of philosophy, London, 1859. (2) 11
Kéxrg, considerando tutto il lavoro filosofico del Hobbes, ne ricava un
apprezzamento superiore a quello generalmente concesso al filosofo ; esalta il
valore della definizione del nesso causale, come forma complessa del nesso
geometrico data non dai concetti ma dall'esame delle cose reali e considera la
definizione della causa (als die Summe der Bestinmungsgriinde eines Erei-
gnisses, analog den Datis, welche durch construktiven Zusammenbang ein
geometrisches Gebilde hestimmen) come un concetto simbolico (Begriffszeichen)
indispensabile per lo studio empirico della natura (0p. cit., pag. 166). (3) Locke.
An Pssay concerning Human Understanding, in fonr books. Lon- don, 1690. (4) II KGxIG ritiene che le ricerche
di Locke siano ancora pervase di raziona- lismo dogmatico (op. cit., pag.
167-197), pel fatto che egli si attiene ancora senza critica ad un esame
empiricamente razionalistico della natura. (5) Berkeleys Complete Works, cd. A.
C. Fraser, 4 voll, Oxford, Clarendon Press, 1871. ini BIT ae IL RAZIONALISMO E
L’EMPIRISMO 167 o ragione universale, cioè da Dio (1). L’irrealtà degli oggetti
non consente una causalità reale. Al rapporto di causa, in vero, corrisponde
una semplice successione costante. Finalmente con David Hume (2) affronta
direttamente il pro- blema dell’esperienza e con la più spietata critica
riconduce tutte le idee, tanto le più astratte e generali (come l’idea di
sostanza e di causalità) quanto le più remote e sublimi (come l’idea di Dio) ad
un insieme di idee semplici e queste ad un insieme di impressioni interne ©
impressioni di riflessione corrispondenti, fuse associativamente, per
un’illusione abituale dell’imagina- zione. Per apprezzare secondo il nostro piano
questa dottrina, che nega la giustificazione del rapporto causale, meglio che
un’ana- lisi particolareggiata — inntile oramai dopo tante classiche espo-
sizioni — gioverà un riassunto sintetico. Le idee, secondo Hunie, non sono che
le copie o imagini delle impressioni che possono essere di sensazione o di
riflessione. In genere non sono che im- pressioni riprodotte. Questo criterio
orienta la nostra ricerca sull’origine dell’idea. di causa. Possiamo noi
ritrovare traccia dell’idea di causa nelle impressioni fornite dall’esperienza?
La (1) Op. cit., I, p. 169. « Stndiare questo linguaggio, se posso chiamarlo
così, dell'Autore della natura, cercare d’averne l’intelligenza, tale
dev'essere il com- pito del sapiente, nella filosofia naturale; e non già pretendere
di spiegare le cose per mezzo di cause corporali, secondo una dottrina che
sembra aver troppo allontanato gli spiriti degli uomini da questo principio
attivo del sommo e sapientissimo spirito, in cui noi viviamo, noi ci moviamo e
noi siamo » $ 66. In un capitolo eelebre, il 2° della prima parte dei Principj
della conosc. um., citato a buon diritto dal FERRI (Za psych. de l’ass., pag.
8, nota) come cen- trale alla sua teoria « che l’alimento nutra, egli dice, che
il sonno ristori, che il fuoco bruci..... che in generale tali o tali mezzi
conducano a tali o tali fini, noi non sappiamo nulla di tutto ciò per la
scoperta d’una connessione neces- saria tra le nostre idee ». « I fatti
sensibili, commenta il Ferri, sono dunque semplicemente associati e la realtà
essenziale delle cose consiste nel loro le- game costante ». | (2) Hume. Works,
ed. Green and Gross, 4 voll., London, 2% ed. 1889-90. Nel riassumere la
dottrina di D. H., tengo conto non solo dell’opera 4n Inquiry concerning Tuman
Understanding, ma del saggio giovanile del 17538 che fu tra- dotto la prima
volta in francese da Renouvier e Pillon nel 1878 [Traité de la Nature Humaine],
benchè questo saggio sia stato in seguito rifiutato da D. H, Quest'opera,
invero, da sola riesce lunga, faticosa, oscura e troppo analitica; ma la sua
lettura dopo i Saggi filosofici diventa proficua, rendendo anche più
intelligibile il principio fondamentale della critica humiana. 168 CAPO VIII
risposta non può essere che negativa, perchè l’idea di causa im- porta necessità,
laddove l’esperienza non ci dà che fenomeni congiunti nel tempo e questa prima
e sola congiunzione non si risolve in tonnessione necessaria e quindi non
autorizza nes suna inferenza sul futuro (1). Quale sarà allora Porigine dell’i-
dea di causa? Comunemente presumiamo che Videa di nesso causale implichi i
concetti elementari di rapporto costante di successione, di forza produttiva
dell'effetto e di legame di necessità. Ciò pre- messo, in primo luogo, Hume si
sforza di provare che la ragione sola, cioè priva del soccorso dell'esperienza,
non può fornirci un insieme così ricco di rapporti. E ciò fa capire l’errore
del- l’indirizzo razionalistico. In secondo luogo, si sforza di provare che il
nesso necessario non può esser dato nè dall'esperienza. e- sterna nè
dall’interna, cioè nè dalla successione, nè dalla sem- plice ripetizione di
un’impressione passata. In terzo luogo, ana- logamente si sforza di provare che
l’idea di forza (potere, ener- glia) non nasce nè dall'esperienza esterna, nè
dall’interna, non dalla riflessione cioè sugli atti del nostro spirito (come
della volontà sui movimenti del corpo o sulle idee e sentimenti dell’a- nimo)
(2). E questo mostra l'errore dell'indirizzo empiristico. Ciò posto, Hume
conclude che è d’uopo metterci per altra via se vogliamo scoprire la sorgente
di questa idea che, qualnunque sia il suo valore, è un fatto psichico
innegabile. E la via nuova può essere indicata dalla seguente domanda. Ciò che
una sola esperienza non può fornirci, non potrebbe esserci dato da una pluralità
di esperienze? A questo originale quesito D. Hume dà una risposta affermativa
degna della massima ponderazione. L'esperienza. insegna, egli dice, che se le
percezioni di sue- cessione di due fenomeni vengono ripetute sempre uniforme-
mente, allora noi prendiamo Vabitudine di attendere che, pro- (1) D. Hume non
soltanto esclude dalla causalità tutto ciò che egli dice power e necessary
connerion per includervi solo il concetto della successione e della
concomitanza temporale (Enquiry, S. 50, 63); ma, precedendo il Mill; deride i
sostenitori del legame necessario della causalità. (2) Così Hume nega la causa
intesa come realtà d’una potenza agente e col- legante un fenomeno precedente
ad un altro successivo (Cfr. in particolare il Saggio settimo). sero gr ta IL
RAZIONALISMO E L’EMPIRISMO 169 dotto il primo fenomeno, si riproduca il
secondo. Ciò significa che dentro di noi si associano le rappresentazioni dei
due feno- meni simili e contigui nel tempo e si produce in noi il senti- mento
di tale associazione, sì che la nostra imaginazione trapas- sa abitualmente
dalla rappresentazione dell’uno alla rappresen- tazione dell’altro e, in virtù
di tale associazione abituale, can- gia la congiunzione temporale contingente
in connessione razio- nale necessaria, facendo della virtù riproduttiva della
rappre- sentazione del conseguente per la rappresentazione dell’ante- cedente
La virtù produttiva dei fenomeni stessi. Il primo feno- meno vien detto causa,
il secondo effetto, così l’origine dell’idea del nesso causale si spiega
chiaramente come una mera illusione generata dall'associazione psicologica
abituale, non però delle impressioni sensibili Cioè esterne ma delle
impressioni di rifles- sione cioè interne. Una conclusione scettica. si impone
: Il prin- cipio di causalità, oltrepassando l'esperienza, è falso nonchè
illusorio. Tal'è la dottrina energica di D. H. contenuta negli otto Saggi
filosofici sull'intelletto umano. Questa dottrina è eliminazione teoretica
dell'idea di causa e del principio di cau- salità, abbandonati alla mera
pratica della credenza. Tutta la forza di questa analisi psicologica famosa sta
nel pro- vare che il principio di causalità non è deducibile dalla ragione, nè
ricavabile dall'esperienza. La sua debolezza consiste nelle mancata prova del
valore illusorio d’ogni mezzo causale e nella fallace riduzione di esso a in
fenomeno dell’associazione psico- logica empirica. AI corredo di queste serie
difficoltà già messe innanzi dai più grandi critici, da Kant ai giorni nostri,
sì possono fare alcune aggiunte (1). L’objezione che s'affaccia più spontanea
dal nostro punto di vista ed ha maggior gravità è che Hume mostra d’ignorare
com- pletamente la natura e il valore scientifico del metodo speri. (1) « Hume a
prétendue reduire la relation causale et le principe de causalité au rapport de
succession, mais è quel prix ? En niant que nous ayons aucune notion de pouvoir
et d’energie, et aucune connaissance d’une liaison néces- saire. Son analyse
néglige systématiquement ce qu'il y a de spontant et d’actif dans la vie de
l’esprit... Il réduit la liaison nécessaire è l abitude... Hume cherche la
causalité où elle n’est pas, et, ne la tronvant pas, il la nie» L. FERRI, op.
cit., pag. 67. 170 CAPO VIII mentale
(1). Egli ricorre al fenomenismo empirico per la sfiducia del razionalismo
dogmatico. Insomma prima di decidersi per la teoria dell’abitudine seconda
natura — egli ha dovuto alta- Jenare semplicemente tra i due estremi opposti
della conoscenza, astrattamente considerati, l'esperienza e la speculazione,
dimen- ticando la posizione centrale della scienza esatta che coll’impie- go
dello sperimento supera toto celo Tesperienza. A prima vista niente pare più
vero della sua teoria sull'origine empirica delle idee; ma un attento esame ci
mostra che questa sua teoria non sj estende alle verità scientifiche. Anche
della scienza esatta. D. Hume itveva un'idea inadeguata. La sua concezione
scientifica era strettamente limitata alle proposizioni dell’ Aritmetica, del-
Algebra e della Geometria che sono espresse in giudizj analitici e sono
necessarie e indipendenti dall'esperienza. Ciò appare benis- simo dal Saggio
5°, sul nesso delle idee. E poichè queste sole, come ammettono tutti, non sono
in grado di darci il minimo rap- porto causale nè prossimo nè remoto, Hume
conchiuse lestamen- te che ninna relazione di cose o di fatti può avere
necessità, DI (1) 1 GextILE dichiara che «la posizione di Hume, che è quella a
cui s'è arrestata la scienza della natura, è la posizione dello schietto
empirismo. (‘Teoria generale ete., pag. 170). Ma la prima parte della sua
asserzione non pare fon- data perchè gli argomenti di IT. non reggono di fronte
alla scienza della natura ed alla critica. Inoltre la scienza (esatta) non è
lesperienza, perciò l'arresto di quella non è Tarresto di questa. Rispetto alla
fisica Galileo è venuto a sta- bilire tra la scienza e Tesperienza una
differenza. qualitativa fondamentale. L'esperimento invero è la pietra di
paragone tra le affermazioni puramente empiriche e le scientifiche in materia
di scienza della natura. Il Gentile non ignora che l'esperimento non è
esperienza, ritiene anzi che esperimento sia il maggiore sforzo che noi si
possa fare per entrare nell'interno dei processi naturali: ma erede che, ciò
malgrado, gli sfugga Vintima attività del reale. Neppure questo è conforme al
vero. se quella legalità della natura che la fisica in certi casi riesce a
dimostrare sperimentalmente costituisce l’attività locica del reale, cioè ben
altro che una semplice superficialità. Da ciò risulta che la posizione dello
schietto empirismo è tanto lontana dalla posizione della scienza della natura
quanto Vintuizione dista dalla sintesi a priori nella Critica della ragion pura
di E. Kant. Il vero è che la scienza de facto e de jure tra- scende
l’esperienza come la legge trascende il fatto. Ma la scienza non con- fida già
di trascendere il fatto speculativamente. Solo si contenta di trascen dere il
fatto come può, e come deve, e quindi le basta. Seguitare infine a chiamare
scienza empirica la scienza sperimentale è un vezzo troppo pericoloso per la
teoria della conoscenza nonchè per l’epistemologia. (Cfr. Vol. II, Sez. I)- IL
RAZIONALISMO E L'EMPIRISMO 171 perchè d’ognuna di esse è sempre possibile pensare
il contrario. Ma e la fisica? Hume si contenta di asserire che la fisica, è un
puro ragionamento su fatti fondato sul principio di causalità, fondato a sua
volta sull'esperienza, (questa è la pietra angolare di tutta la sua teoria),
sempre incapace da darci il legame ne- cessario dei fenomeni. Quindi deduce che
bisogna escludere dal rapporto causale ogni necessità, e negare che la fisica
possa supe- rare l’esperienza. Noi possiamo però osservare che egli non era
ancora in grado di distinguere, com'è doveroso, Pesperienza dal- Pesperimento e
così confonde l’empirico con lo sperimentale. Egli non sa che l'esperimento,
quando riesce, include una ne- cessità di ragione oltre alla contingenza di
fatto, unit connes- sione deduttiva oltre alla congiunzione temporale, donde
resta affatto inintelligibile una diversa illazione. Possiamo benissimo
convenire con lui che l’esperienza non può valere di fondamento
all'affermazione del nesso necessario, perchè ogni induzione em- pirica si
fonda sull'uniformità e questa non ha fondamento nella ‘agione (1). Ma i dubbi
scettici sulla validità delle leggi causali vengono risolti dalla virtà del
metodo sperimentale, su cui Vin- telletto umano ha ragione di riposare con
invitta fede. L’espe- rimento galilejano è tutt'altro che una semplice
esperienza e perciò una semplice imaginazione. I suoi risultati sono tutt'altro
‘ che una semplice credenza. ingenerata dall’abitudine di infe- rire che dato
un tale antecedente seguirà un tale conseguente. (1) Forse qualcuno continuerà a
dar peso a quegli esempj che Hume, con grande spirito, introdusse nei suoi
Saggi. Per esempio, se un nomo, egli dice nel VI Saggio sulle probabilità,
provvisto d'intelligenza anche superiore alla media cadesse improvvisamente nel
nostro mondo non potrebbe accorgersi subito delle regolarità nella successione
dei fenomeni e tanto meno della ne- cessità..... etc. Ciò è vero, ma perchè
fosse anche concludente bisognerebbe che fosse provata l'impossibilità di
giungere all'esperimento, superatore dei dati contingenti dell’esxperienza. Ma
questo è smentito dalla storia, salvo che non si voglia pazzamente affermare
che « tutte le scienze sperimentali, cioè il maggior corredo di conoscenze
positive, che l'intelletto umano abbia finora conquistato, sono cancellate dal
novero delle scienze. (Cfr. Masci, Ze forme dell’intuizione - Chieti, 1881,
pag. 35). Dicasi lo stesso per tutti gli altri esempj siffatti, come delle
facoltà nell'anima d’Adamo appena creato, che se pure fossero state più
perfette di quanto si crede, non l'avrebbero messe in grado di conchiudere
(indipendentemente dall'esperienza) dalla trasparenza e fluidità dell’acqua al
suo potere soffocante (Saggio 4°) e così via. 172 CAPO VIII La nozione
sperimentale della causa dovrebbe oramai essere così distinta dalla nozione
empirica, quanto la scienza sperimen- tale di Galileo è distinta
dall’esperienza psicologica di D. Hu- me. Non avendo da tracciare qui la.
teoria del metodo sperimen- tale (Cfr., Vol. II, Sez. I) addurrò soltanto, in
appoggio del va- lore scientifico dell’esperimento per quanto ecceda
l’esperienza, il più forte argomento dialettico che, a mia conoscenza, sia
stato rivolto contro la teoria di D. Hume. « Non è lecito conchiudere, osserva
il Masci, da questo che il principio di causalità oltre- passa l’esperienza,
che esso sia falso e illusorio. Per provare ciò non basta provare che la
ragione oltrepassa l’esperienza, bisognerebbe provare invece che sia falsa essa
la ragione; la qual prova evidentemente è impossibile ed.assurda. Impossibile,
perchè manca alla ragione ogni termine di paragone, dal quale essa possa cavare
la sua falsità; assurda, perchè se la ragione fosse falsa in sè stessa dovrebbe
anche esser falsa la prova me- diante la quale essa verrebbe ad avvedersene »
(1). SH. — Una situazione strana, mista di razionalismo e d’em- pirismo occupa
Giambattista Vico. Invero, la sua dottrina da un lato nega all'uomo Ta
possibilità della scienza per cause (per causas scire) all'ordine delle cose
naturali e perciò esorbita dal nesso storico delle grandi idee che vanno da
Galileo al secolo NIN, dall'altro, per la grande massima della conversione del
vero col fatto, si mostra suscettibile d'un senso di altissimo valore. Veditmo
meglio quest'ultimo punto. È noto che pel Vico scienza è la cognizione della
guisa del na- scimento delle cose (2), e causa è quella che per produrre
l’effetto non ha bisogno d'altra cosa (che di sè stessa) (3). Conoscere la
causa è mandare ad effetto la cosa, provare per le cause è Jo stesso che fare
(4). Quindi Iddio sapere le cose fisiche, Puomo le matematiche (5), e queste
provarsi veramente per cause, perché appunto le facciamo ; non le fisiche,
perchè gli elementi delle cose (1) MASCI, op. cil., 35. (2) De antiquissima,
cap. I (3) » cap III. (4) » cap. III. (5) » cap. I, $ 1. .. IL RAZIONALISMO E
L’EMPIRISMO 173 naturali sono fuori di noi e se potessimo dimostrarle potremmo
pure recarle ad effetto (1). Senonchè, se all’uomo non è data la scienza.
(intelligere, scienza per cause, vero, dimostrabile), non è negata la coscienza
(cogitare, scienza di cause, certo, probabile). E il certo non è il falso. Ora
la prima sorpresa è che il Vico consideri le matematiche come scienze che
provano per cause, col dire che sono fra tutte le vere scienze operative,
contrariamente all’opinione comune per cui sono stimate scienze contemplative,
nè provare per cau- se (2). L’altra, non minore, è che il Vico —- pur
degradando la fisica come scienza stimata da Cartesio — esalti l'osservazione
naturalistica (3), e nella fisica stessa abbia per buone quelle teorie che sì
possono provare col fatto, cioè coll’operare noi medesimi un effetto simile a
quello della natura; ond’è che tra le scoperte che si fanno nelle cose
naturali, quelle sono le più luminose ed applaudite che si possono
fiancheggiare cogli esperimenti, ope- rando qualche cosa di simile a ciò che
opera la natura (4). Questo contegno complesso prova che pel Vico la fisica sia
per cause, sia colle matematiche non ha valore, per contro la fisica sia di
cause, sla cogli sperimenti è, come la: chimica tra le arti opera- tive,
utilissima (5). Pare dunque che il Vito, se non fosse stato turbato
dall’erroneo abisso che egli stesso aveva gettato tra la fisica matematica e la
fisica sperimentale, avrebbe petuto vedere molto chiaramente tutta Pampiezza della
cognizione scientifica della natura, senza intricarsi nel gineprajo delle
distinzioni tra le scienze per cause e le scienze di cause. E questo non
diremmo se già nel Vico stesso non fosse il principio della sua correzione. Il
sno maggior pregio (1) De antiquissima, cap. III (2) Cfr. prima Risposta del
Vico, II (3) Questo tratto è riconosciuto più volte anche dal Croce, nella sua
impor- tante monografia, La filos. di G. B. Vico, Bari, Laterza 1911, pag. 2,
7, etc. (4) De antiquissima. Capo I, $ 1. [Cfr. trad. Milano, 18/6, pag. 16].
Non meno esplicito è il passo seg.: «E questa è la ragione per cui oggigiorno
la fisica di Aristotele è screditata, per essere troppo universale: dove al
contrario il fuoco e le macchine, stromenti de’ quali si serve la fisica moderna,
operatrice di opere somiglievoli alle naturali, d’innumerevoli scoperte
arricchì il genere umano ». De antig. Cap. II (pag. 30-31). (5) De
antiquissima. Capo I, è 1 pag. 13-14). 174 CAPO VIII è la distinzione tra il
probiema metafisico delle cause e il pro- blema fisico. Un altro merito è
d’aver nettamente riconosciuto che la condizione per conoscere una cosa è il
farla, cioè che il vero è il fatto stesso, ma non qualunque fatto, s'intende,
quello solo fatto da noi. Questo principio, connesso a quello dell’identità
della logica umana e divina (1) da lui implicitamente ricono sciuto sulla
traccia del grande principio spinoziano dell’identità dell'ordo ac connerio
delle cose e delle idee (2), è quanto mai vicino a quello che interpreta
l'ordine causale ottenuto per via sperimentale perfettamente conoscibile perchè
rifatto da noi. L'ordine che L'uomo rifà in questo rifacimento, diventa ordine
Umano, perciò può essere saputo così dagli uomini come da Dio. ON£ 0° to) 0°)
(1) Cfr. PastoRe, Il Pensiero puro, pag. 179-180. (2) Ib. ib. pag. 183-185,
Sopra la limitazione vichiana del valore delle mate- matiche e delle scienze
esatte. Cfr. la mia Rassegna bibliogr. dell’op. La fil. di G. LB. Vico, in
Giornale Storico d. lett. it., 1911. O) = Tr |) = __(0)) CAPO IX La scuola
scozzese. $1. — Run fatto d’esperienza comune, già messo d’altronde in chiara
luce, prima di Hume, dal Locke e dall’Hutcheson (1), che noi abbiamo coscienza
di poter modificare i movimenti del corpo nostro e la direzione delle nostre
idee, per mezzo della nostra volontà. Perciò, nell’idea che noì siamo causa
vera e propria di queste modificazioni, facilmente si conchiuse dalla scuola
scozzese che la nozione di causa include la nozione di potere cioè la forza
produttiva dell'effetto. Questa tesi fu com- battuta con acuta analisi da i).
Hume nel VII Saggio sull’Idea: di potere e di nesso necessario e ridotta ad un
risultato simbolico e mitologico dell’immaginazione, senza. base razionale nel.
l’esperienza, difesa quindi dal Home e dal Reid, ribattuta e rialzata senza
tregua dalla critica posteriore. L'argomento di D. Hume è sempre lo stesso.
Noi, nelle cose d'esperienza non percepiamo che un cangiamento costante e nulla
più. «Nulla ci mostra che nelle proprietà percepibili delle cose ci sia una forza
(1) Questo rilievo, trascurato dal Kéxic il quale dà pochissima importanza alla
scuola scozzese « Die Opposition der schottischen Schule gegen diesen
«Hume’schen Skepticismus » ist nicht von Belang » (op. cit., 1, 14), fu
avvertito e lumeggiato assai bene dal Cesca (Cfr. L'origine del principio di
causalità. - Drucker e Tedeshi, Verona-Padova, 1885 pag. 16), che adduce in
prova la coscienza della nostra attività :\cl pensare e nel muoverci
volontariamente riconosciuta dal Locke, e la percezione della nostra energia
efiiciente nel pro- durre movimenti nel corpo nostro e nelle idee del nostro
spirito affermata dal- l’Hutcheson. 176 CAPO IX od attività ». Dunque non è
questione di rapporto causale ma d’abitudine. Ma questa semplice osservazione,
ribatte il fonda- tore della scuola scozzese, non ha valore di prova. Per
contro sì possono addurre molte prove psicologiche e filologiche in sostegno
della tesi che ammette una potenza attiva o causa pro- duttiva dentro di noi,
agente in virtù delle leggi della nostra stessa costituzione intellettuale (1).
Perno però della dottrina del Reid è la voce della coscienza ingenua e del
senso comune, la quale ci fa conoscere immediata mente come si dispieghi la
nostra potenza per via della volontà. Due conclusioni sono notevoli : la prima
è che noi non saremmo mal giunti per via esterna alla nozione di causa, se non
avessimo trovato nella nostra stessa costituzione mentale la sicura con-
vinzione che ogni effetto deve avere la sua causa ; la seconda è che la nozione
di causa efficiente non è che la nozione d’una rappresentazione tra due fatti
in rapporto simile a quello che noi sentiamo tra noi e le nostre azioni
volontarie, premesso che di queste noi siamo la vera e propria causa efficiente
(2). Ecco infine con qual principio, ben poco scientifico, si fonderebbe
secondo il Reid tutta la scienza della natura :« Nell’ordine della natura ciò
che accadrà, somiglierà probabilmente a ciò che è accaduto in circostanze
simili » (3). IH principio di causalità, secondo il Reid, si può esprimere
così: Tutto ciò che esiste è pro- dotto da una causa. Questo assioma metafisico
non. risulta né dall'esperienza, nè dal raziocinio; è un principio primitivo
evi- dente per sè, d'uso costante nella scienza e nella vita ordinaria. Vha di
più: il principio di causalità è Ta base della teologia naturale, servendo
meglio di ogni altra prova, a provare Vest stenza e la provvidenza di Dio (4).
(ì) Il Reid, col suo risoluto studio delle operazioni dello Spirito umano che
costituisce un riscontro di fatto all’abile critica sistematica delle funzioni
del- l’intelligenza umana dovuta a Kant, avrebbe forse più che non paja contri-
buito anch'egli a preparare l’idea kantiana d’un principio attivo esistente in
noi e costruttore dell’esperienza secondo le leggi della nostra costituzione
mentale ? (2) Oeuvres, (6d. Jouttroy), V, 1, pag. 335-339. (3) Ib. VI, v. (4)
Ib. VI, vr. LA SCUOLA SCOZZESE 177 $ 2. — Fuoosservato giustamente che il Reid
assorbe la ra- | gione nel senso comune, ed è chiaro che la teoria scientifica
della causa non riceve dalla sua dottrina alcun giovamento. Ma il più curioso è
che il Reid si fonda sulla testimonianza dell’espe- rienza per reagire
all'empirismo di D. Hume. Non si potrebbe ammettere come ragionevole questa
situazione senza ricono- scere che l’insistenza di tutta la scuola scozzese
sopra la perce- zione interiore della nostra attività, sopra Tintuizione imme-
diata del nostro potere d'azione sulla coscienza della nostra energia
efficiente rispondeva ad una vera e vitale esigenza nello sviluppo dello
spirito filosofico. Non risultava dalla storia medesima la possibilità di
correggere gli abusi dell'empirismo coll’empirismo ? La scuola empirica
nanfragava nello xcetticis- mo. Tristo servizio reso al culto dell'esperienza
dai suoi fana- tici sostenitori! Era adunque necessario riconoscere i diritti
dell'esperienza immediata e farsene un'arma di combattimento contro le
esagerazioni scettiche della scuola di D. Hume. Ecco come si giustifica, almeno
in parte, Vindirizzo spassionato di Tommaso Reid e dei suoi seguaci. E tanto
vera e feconda l’esi- genza fondamentale della scuola scozzese, non soffocata
dalle opposizioni del Brown, dell’Hamilton e del Mill, che, dopo una pausa
dovuta al prevalere dell’indirizzo critico e ideali- stico, la stessa dottrina
fu fatta rivivere dall’intuizionismo francese per opera del Maine de Biran, al
quale, come vedremo, g' unisce un fortissimo gruppo di nuovi sostenitori dal
Riehl allo Zeller, allo Stricher, al Liard e al Bergson. $ 3. — Concludendo,
quello che a noi ora importa rilevare è che la nozione del nostro potere
volontario in quelle azioni cau- sative di cui abbiamo diretta coscienza è un
contributo prezio- sissimo, ma che al sano concetto di causa tutta la scuola
scoz- fra Valtro (1) — non considera il zese viene meno, perchò fattore
essenziale della necessità. Nella discussione del dissidio fra la scienza e la
coscienza (Vol. II, Sez. terza) questo punto sarà per noi decisivo. (1) L’altro
sarebbe l’oblio della considerazione oggettiva dell'esperienza e, pel campo
speciale della scienza, la mancanza d’una teoria del metodo speri- mentale.
PasToORE — Storia critica del problema della causalità. 12 SAPO X Kant. Ù $ 1.
— Davanti a Kant, in questa parte storica, non ci ferme- remo che per precisare
il suo concetto capitale, avendo già fin dall’Introduzione discorso ampiamente
della dottrina kantiana, delle sue lacune e della riforma che in questa opera
si vuole convalidare, e dovendo ritornare sulla questione della limita- tezza
della soluzione kantiana (1) e della terza antinomia nel volume secondo (2). E
noto che Kant, sotto l’influsso dell’empirismo inglese, mutò radicalmente la
sua concezione non solo del problema della cau- salità isolato da David Hume,
ma dell’intero campo della filo- sofia speculativa, generalizzando l’objezione
del suo risvegliato- re. E noto inoltre che per Kant la conoscenza è il
prodotto d’una sintesi del dato intuitivo colla categoria. Due condizioni
rendono possibile questa sintesi : gli schemi per cui sì spiega come, posta la
differenza qualitativa dell’intuizione e della categoria, sia possibile
l'applicazione di questa a quella, e Punità sinte- tica dell’appercezione per
cui sì pone l’unità del soggetto come fondamento ultimo della sintesi e quindi
della conoscenza. Non indaghiamo ora in che modo Kant dimostri come la
conoscenza non sarebbe possibile senza questa unità. Più tosto è da notare (1)
Cfr. Vol. II. Sezione I. Introduzione. (2) Vol. II Sezione II, cap. V. 180 CAPO
X cinici i) —— foi dlceilll.. che in tale ipotesi il concetto di causa viene ad
indicare puramente un certo rapporto logico o di secondo ordine, con cui lo
spirito pensa e collega le sue rappresentazioni, già congiunte col rap- porto
di prim'ordine, cioè di spazio e di tempo. La sua grande novità fu adunque questa
che egli giunse a considerare il con- cetto di causa come un concetto che
appartiene necessariamente alla semplice forma dell'esperienza e la sua
possibilità come quella d'una unione sintetica delle percezioni in una
coscienza in generale : in altri termini, egli non pose affatto la possibilità
d'una cosa in generale come causa, per la ragione che il con- cetto di causa,
secondo lui, non indica per nulla una condizione inerente alle cose ma solo
all'esperienza (1). Siccome, a parer suo, è col principio di causa (concetto
intellettivo a priori ne- cessario e universalmente identico in tutti i
soggetti pensanti) che noi nomini abbiamo costruito l'esperienza, è ben
naturale che egli concludesse che un tale concetto non ci può esser fornito a
posteriori dall'esperienza come una cosa esterna a noi fra altre fose esterne.
Ciò che è una funzione a priori del nostro spirito e come tale rende possibile
l'esperienza in generale costituendone la forma necessariamente e
universalmente valida (sia per me, sia per ogni altro), non può esser nn
oggetto opposto all’intel letto, benchè i gindizj d'esperienza abbiano valore
oggettivo în grazia appunto del collegamento universale e necessario delle
percezioni date (2). $ 2. — Non è difficile vedere che, se con questa dottrina
lo scetticismo di D. Hume resta sferzato, la grande differenza però fra Hume e
Kant consiste, solo in ciò che Kant sostituisce all’abitudine di Hume un
principio a priori, anzi quel principio a priori che, secondo lui, rende
possibile l'esperienza in generale. Evidentemente in questa ipotesi la
coscienza non può trovare il concetto di causa contenuto nel dato sensibile.
Esso non proviene dalle sensazioni di cui noi abbiamo esperienza, perchè
scaturisce (1) KANT, Proleg. $ 29. (2) Ib. $ 19. Cfr. in particolare IC. d. r.
Y., Grundsatz der Zeitfolge nach dem Gesetze der Causalitit. (Rosenkranz) Supp.
XIX. pag. 768-9; e Grundsatz der Erzeugung, pag. 162-177. KANT 381
dall'attività nostra: e in proprio senso non proviene neanche dall'esperienza,
perchè essendo esso stesso il fondamento dell’e- sperlenza, non può esser
attinto per mezzo di questa. Tutto ciò, nell’ipotesi di Kant sta benissimo. Ma
prima di tutto dobbiamo osservare che, se con tale ipotesi Kant si salva
dall’empirismo scettico, non si libera dall'onmns probandi. Ben considerata la
dot- trina critica di Kant finisce dunque per restare, nei riguardi del
problema causale, un'elegante ipotesi gnoseologico-metafisica e nulla più. Essa
ha il vantaggio di mostrare che tanto Toggetti- DI vismo dogmatico quanto il
soggettivismo scettico, finchè non avranno dimostrato la falsità d'una ipotesi
meglio fondata, sono insostenibili. Ma le questioni non possono dirsi risolute
con una Ipetesi, per quanto bene fondata. Di più Kant si occupa soltanto
dell'origine del concetto di causa in generale e predica questo concetto come
funzione categorica e condizione a priori d'ogni esperienza. Di qui si deduce
la necessità e Vumiversalità e Vo- bjettività formale in astratto della
eonnessione causale (1). (1) Il Tarozzi ha osservato con grande acume che
questo vero di Kant è an-. cora il vero di Aristotele, cioè non il vero
noumenico ma il vero della forma universale e necessaria del pensiero. Ì Questo
riscontro tra Aristotele e Kant ne suggerisce un altro. Certamente Kant fu indotto
da Hume a riflettere sul problema dell’abitudine, perchè Hume diceva: è
l’abitudine mentale che ci impone la forma illusoria della connes- sione
empirica che noi diciamo causale. Ora Kant doveva certo sapere che la storia
del concetto d’abitudine presenta due teorie opposte. Una, sviluppata da
Epicuro-a Descartes, che fa dell’abitudine un fenomeno fisico e meccanico
terminante in un puro automatismo ; l’altra, sostenuta da Aristotele, dagli
Stoici e da Leibniz, che vede nell’abitudine la modificazione di un'attività
spirituale e pone la vita al disopra del meccanismo. Questo secondo punto di
vista doveva avere per Kant un interesse enorme, come quello che poteva
salvarlo dall’em- pirismo scettico e insieme permettergli di stabilire il
grande principio della vita spirituale. Non aveva detto Aristotele che
l’abitudine è seconda natura ? TQoteo Yào pas MIN Tò Èdos.., Wareo Yàp pioer Tò
petà t6de doti, obtw nai Evepyela* tò dì moXAkxtc puatv toteî. ARrIsT., De
memoria, ete., 2, 452 a, 27. Il principio dell’abitudine attiva è poi
fondamentale per Arist. che ne fiv uso per la definizione della virtù.
L’abitudine per A. può considerarsi come lo sviluppo d’una spontaneità che
trasforma l’atto in un’attività permanente. — Gli Stoici dànno all’é&tg un
significato molto più esteso, facendone la qua- lità che comprende i caratteri
essenziali della cosa e suppone un principio in- terno e innato di
conservazione; insomma l’éEtg per loro è la forma e l’unità dei corpi, ed è
essa che spiega niente meno che la natura e la scienza. Nella natura l’étto è
una forza che convince e lega gli elementi della pietra e del 182 CAPO N Ma
Kant non esce dalla sua considerazione ipotetica delle leggi
gnoseologico-metafisiche valide a priori per la natura; come og- getto totale
d'ogni esperienza possibile. Perciò non risolve tutte le difficoltà sollevate
da Hume e dai suoi avversarj. Ora noi vediamo chiaramente che il vero punto
della questione era dop pio. Oltre alla difficoltà di stabilire Vorigine del
concetto di causa Come pensato a priori dalla ragione, in quanto facoltà del
pen- siero puro (1) e perciò possedente un’intima verità indipendente da ogni
esperienza, si trattava di risolvere anche la questione del modo di scoprire e
di provare i rapporti causali della natura, sempre cioè l'ordine formale
necessario, ma entro i limiti della scienza fisica. particolare (non della
fisica pura di Kant). Kant legno, le ossa e i nervi dell’animale. Nella scienza
è una forza che unisce le rappresentazioni una volta comprese in forma di
sistema (o0otmpua). Per Leibniz l’abitudine (del passato) interviene come
ragione determinante negli atti presenti, ed egli ne cerca l’origine nelle
leggi e nello sviluppo della spon- taneità spirituale. Che cosa dunque, in
questa interpretazione, significava ri- durre tutto all’abitudine, come faceva
Hume? Significava ridurre tutto ad una natura, che, per quanto ne supponga
sempre un’altra prima, tuttavia non cessa di essere una permanente natura, cioè
una permanente costituzione, base e condizione ineliminabile d’ogni esperienza
possibile. Di qui a sopprimere il nome pericoloso di abitudine ma a conservarne
il concetto buono, (cioè la tesi d’un intimo e costitutivo principio di
organizzazione d’ogni esperienza possibile in generale) il passo era breve;
mentre il vantaggio era grandissimo, purchè al fatto dell'abitudine si
attribuisse decisamente un valore superindividuale. Io non posso supporre che
questa conclusione abbia potuto sfuggire alla mente di quell'uomo così acuto.
Hume dice: — almeno in rapporto al principio di causa — è l'abitudine mentale
che impone ‘una forma. Kant ritlette che l’abi- tudine costituisce una seconda
natura, quindi conclude: è la nostra stessa co- stituzione mentale cioè la
natura stessa dello spirito nostro che impone la forma. E ciò in generale, vale
a dire per tutti i principj puri della ragione, al disopra d’ogni arbitrio
individuale, come funzione a priori d’ogni esperienza, Tale almeno è la mia
ipotesi. E ciò che da ad essa un interesse particolare è che Vabitudine stessa
come spontaneità dell’attività spirituale, studiata per altri criterj
indipendenti dal punto di vista kantiano, è divenuta uno dei mas- simi principj
della filosofia speculativa per opera del Maine de Biran, del Ra- vaisson e
della loro scuola. Finalmente a me pare che, in confutazione dello scetticismo
di Hume, Kant abbia avuto il reale merito di scoprire e di giustificare
criticamente non la forma dell’objettività considerata da Hume, ma un'altra
forma più alta di objettività di cui mai era venuto in testa a Hume di
dubitare. Così credo che resti sempre più corroborata la tesi del Tarozzi che
il vero di Kant è an- cora il vero di Aristotele. (1) Prol. Einleitung
(Rosenkranz, 1838), pag. 8. KANT 183 credette che il punto centrale della
questione fosse il primo e vi si applicò meravigliosamente, vedendo nella
questione dell’ori- gine le fonti dalle quali debbono venir derivate tutte Je
leggi generali d'una natura già data. Trovata quella (origine del concetto di
causa) egli dice, anche la questione delle condizioni della sua applicazione e
dei limiti entro i quali essa è legittima, sarehbe stata risolta da sè (ron
selbst) (1). Ma il guato è che questa questione, secondo Kant, risolvibile poi
da sè, è una questione così poco comoda che gli scienziati non riescono mai a risolverla
col semplice richiamarsi all’oracolo dell'origine è priori del concetto. Il
fatto è che, in pratica, solo in alcuni casi è possibile trovare e provare la
presenza di certi rapporti causali. Ma Kant non dice mai come e perchè solo in
alcuni casi sia possibile parlare seriamente di rapporto dimostrabile di causa-
lità. Qui c'è evidentemente un difetto d’analisi. Non giova il dire che,
nell’ipotesi di Kant, la natura non si presenta più ai nostri occhi come un
caos, essendo il postulato della legalità di tutti gli oggetti dell'esperienza
giustificato dai continui trionfi delle scienze sperimentali: perchè noi
possiamo avere tutte le migliori ragioni. di opportunità teorica e pratica per
introdurre tale o tal altro postulato nella scienza, ma i postulati, non es-
sendo logicamente necessarj non bastano a darci la verità. Fos- simo anche
certi che la nozione di causa appartiene alla semplice forma a priori
dell'esperienza e che l'esperienza stessa è da noi costruita col principio di
causalità, come vuole Kant, qual van- taggio scientifico ne ricaveremmo?
Saremmo noi in grado di determinare scientificamente i singoli rapporti cansali
della na- tura? Certamente no. La presunzione che, in me come in ogni altro
soggetto pensante, sempre si attui l'applicazione della ca- tegoria ai dati
dell’intnizione, che cieè sempre si compia dentro il mio spirito la sintesi a
priori nei riguardi della causalità, non mi fa avanzare di un pollice. Kant
insomma ha visto bene del problema causale tutto quello che ha attinenza alla
questione gnoseologica dell’origine dei principio generico di causalità, ma
nello sforzo di cavarne la legge valida per tutto il campo della: conoscenza e
per tutti gli oggetti dell’esperienza ha dimenticato (1) Prol. Einleitung
(Rosenkranz, 1838), pag. 3. 184 CAPO X di considerare che il problema specifico
della causalità è piuttosto nn problema specifico di leggi che il problema
generico della legge della totalità della natura e di leggi da doversi scoprire
e dimostrare caso per caso aceuratissimamente. « Non c'è cosa più eradita al
filosofo — egli confessa nel $ 39 dei Prolegomeni — che poter derivare da un
concetto a priori e raccogliere così in una conoscenza sistematica tutta la
varietà dei concetti e dei principj che prima, nell'uso fattone in concreto.
gli sì presen- tiva come uma pluralità disordinata ». Questa confessione tra-
disce La sua intima gioia di considerare Tintelletto come la sor- gente
dell'ordinamento generale della natura. Non dico che questo sia male, tanto
meno che sia un errore. Anzi il concetto kantiano della nostra esperienza a
priori. (quanto alla forma), in grazia di cui tutto ciò che può essere
conesciuto soltanto per VPesperienza deve sottostare necessariamente alle leggi
superin- dividuali dellPintelletto ordinatore, mi sembra il punto saldo
acquistato dalla critica allintendimento della conoscenza. Ma poichè
Fesperienza ci da ora rapporti puramente tempo- rali e contingenti. quindi non
causali, ora rapporti insieme temporali e necessar] cioè causali, e di questa
varietà possiamo addurre i segni più luminosi, non può forse accadere che
talora fa mente nostra erri, anche senza malizia, scambiando ciò che è solo
contingente particolare e soggettivo (quanto ad uno) con ciò che è necessario
universale e valido oggettivamente per tutti? Atlora nasce quest'imbroglio. Da
un lato Puomo pone ed applica Kkantianamente la relazione causale ovunque
faccia d’uopo di effettuarla e di più Puomo critico sa che Ta connessione
neces- sarta delle sue percezioni nel tempo è un puro prodotto della sua
medesima attività spirituale che, prima col senso ci dà la sinopsi del
molteplice, poscia collimaginazione ci dà la sintesi, infine coll'appercezione
primitiva ci dà Vunità della sintesi (1). Dal- Paltro non sa con quale eriterio
sia de facto sia de jure egli possa distinguere il causale dal non causale.
Dunque che costentto ne possiamo cavare? Questo solo che la soluzione di Kant
non prova nulla per le leggi speciali della causalità. (1) Kant, K. d. r. V.
(Rosenkranz), pag. 90. Mr Viaga KANT i 185 Nondimeno, dalla considerazione di
queste difficoltà siamo tratti a convenire che la conoscenza delle leggi
speciali di cau- salità è soltanto resa possibile per il fatto che i fenomeni
stanno sotto regole generali dell'unità sintetica, che noi vediamo &@
priori come le condizioni necessarie dell’intendimento objet- tivo e così come
norme stesse degli oggetti di esperienza (1). Questa bella e giusta riflessione
dovuta al Kénig mette in chiara luce uno dei maggiori meriti dovuti alla
critica kantiana nei ri- guardi del problema della causalità. $ 3. — Il bisogno
di precisare il pensiero capitale di Kant, bisogno a cui la critica seria non
può nou sodisfare, presu])- pone risoluta la questione del rapporto fra Hume e
Kant. n. tanto questo rapporto è, come già intravedemmo, ben lungi dal- Vessere
tutto in chiara luce, Saranno ancora utili all'uopo alcuni schiarimenti. Hume
in fondo veniva a dire due cese: primo, che non è la ragione analitica che
possa darei Li conoscenza della connessione causale ; secondo, che non è
nemmeno l’esperienza degli oggetti esterni. Non quella, perchè la ragione
analitica non può dare l'esistenza di fatto delle cose contingenti; non que-
sta, perchè L'esperienza oggettiva non può dare la necessità di ragione.
Dunque, egli concluse, le nostre cosidette conoscenze causali derivano da una
fonte che non è nè la ragione analitica nè l'esperienza. Ma questa fonte come
sorgente di verità non esiste, dunque la conoscenza causale è arbitraria,
risolvendosi in un semplice risultato d’una associazione empirica del tutto
soggettiva cioè nell'abitudine. Senza ripetere qui gli argomenti con cui Kant
mostrò affrettata e illegittima la conclusione di Hume, per poco che seriamente
si rifletta, non si tarderà a rav- visare che la tesi di Iiume è anche viziosa,
per una ragione nen mentovata da Kant. Se è vero cioè che nè colla pura ragione
nè colla semplice esperienza la determinazione scientifica del rap- porto
causale è possibile, resta ancora a vedere se tal conoscenza per avventura non
si ottenga con l’impiego sintetico e condi. zionato: delle due operazioni. (1)
K6NIG, op. cit. I, 339-340. - 186 CADPO X Ecco il vero nocciolo della questione
scientifica. Ma Kant, per quanto abbia fatto l'importante trovata della sintesi
a priori, donde si ricava la possibilità di quella che egli chiama fisica pura,
ma che in fondo è poi non altro che la metafisica (1), Kant lasciò
completamente da parte la questione tecnica della vera fisica cioè della
fisica. sperimentale, per arrestarsi al pro- blema gnoseologico dell'origine
dei giudizj a priori. Kant in ultima analisi non vide qual posizione
privilegiata occupino i giudizj sperimentali, che non sono nè solo empirici nè
solo ana- itici. E dobbiamo proprio convenire che egli trattò troppo leg-
germente la questione del metodo sperimentale credendola risol vibile ron
selbst. Che se si oppone che — date le due parti della critica della ragione
pura: la teoria elementare trascendentale e la metodologia trascendentale Kant
volle arrestarsi delibe- ‘atamente sopratutto alla parte prima che contiene il
problema della sintesi a priori in tutto il suo profondo significato (2), (1)
Il MartINnETTI ha fatto notare che «la scienza generale della realtà em- pirica
comprende per Kant la fisica o scienza della natura esteriore e la psi cologia
o scienza della natura interiore. La fisica pura sarebbe quindi la meta- fisica
immanente della natura esteriore ». (Proleg. - Commento, nota 47) e alla nota
139 ribadisce: « La fisica pura è una cosa sola con la metafisica imma- nente,
con la filosotia pura della natura ». Altrove, nitidamente illustrando il
concetto della vera scienza per Kant, osserva che «la scienza (per Kant) è
scienza solo in quanto è sapere obbiettivo universale e necessario cioè razio-
nale: quindi il semplice accumulamento di dati, l'esposizione storica, rapso-
dica, er datis, non è ancora scienza. Le scienze empiriche (come p. es. la
fisica vera e propria o la psicologia) che tentano la sistemazione razionale
d'un dato campo dell’esperienza, non sono nemmeno esse ancora vera scienza.
perchè accolgono il dato di fatto, come qualcosa di semplicemente dato, razio-
nalmente inesplicabile .. l’unica, la vera scienza, ideale supremo del sapere è
la ricostruzione razionale di tutta la realtà ex principiis, non ex datis. (1b.
n. 22). Si vede che la fissazione di K. è di rifiutare il nome di scienza ad
ogni sapere che implichi un qualsivoglia ricorso ad un dato di fatto. K. vuol
chia- mare scienza vera un sapere assolutamente scevro d’ogni elemento
empirico. (2) Kant invero dichiara espressamente: « Spero che non mi si
fraintenda, e cioè si intenda che io qui non voglio parlare delle regole
dell’osservazione di una natura già data e che presuppongono già l’esperienza e
quindi non del metodo di ricavare dall’osservazione della natura le leggi di
questa, perchè allora queste non sarebbero leggi a priori e non darebbero una
fisica pura, ma del modo come le condizioni a priori della possibilità
dell’esperienza sono nello stesso tempo le fonti da cui devono venir derivate
tutte le leggi generali della natura ». (Proleg. $ 17). Ma le ragioni che Kant
adduce per chiarire il KANT 187 lasclando appena intravedere il problema
metodologico, io con- sentirò in ciò volentieri: ma farò insieme notare che
così il pro- blema causale non è risolto, non che formulato in tutta la sui
potenza. Che se la critica postkantiana seguì con tanta compia- cenza
l'indirizzo gnoseologico di Kant e indugiò sul nucleo ele- mentare e continuò
il processo d’elaborazione di quei punti fon- damentali che già avevano indotto
Kant alla pubblicazione del "83 cioè dei Prolegomeni, di questo
unilaterale indirizzo noi pos- siamo valerci per affermare che VFeredità di
Kant non fu e non è ancora completamente tesorizzata. SA — In ordine alla
questione della causa finale Kant nel- l’accuratissimo esame della prova
fisico-teologica dell’esistenza dell'Ente degli Enti riduce la discussione ai
seguenti argo- menti: «Si riscontrano indubbiamente nel mondo i segni d’un
disegno (ordine) prestabilito che dobbiamo considerare come estrinseco agli esseri
naturali e loro contingente: perciò si con- clude affermando Tesistenza d'una
causa sublime, intelligente e libera, autrice unica di questa immensa opera
d’arte che è Vuniverso ». Contro questa prova che, malgrado la sua utilità, non
può — a parer suo — elevarsi a una certezza apodittica, egli dirige le
objezioni seguenti. | suo assunto, se servono a prevenirci da un grossolano
errore d’interpretazione {in quanto noi dobbiamo guardarci dal far rimprovero a
Kant di non aver ri- solto una questione (metodologica) che egli non ebbe in
animo di affrontare) conducono alla conseguenza veramente critica, ma nel
brutto senso della. pa- rola, di lasciarci spettatori passivi anzi impotenti di
fronte alla massima dif- ticoltà del problema causale che è la determinazione
non gnoseologica e cioè filosofica ma sperimentale cioè scientifica delle leggi
vere e proprie della na- tura. È appena necessario notare (oltre a ciò che si
dice nel testo) che erronea- mente Kant chiama empiriche le leggi causali che
si devono ricavare dall’osser- vazione della natura coi metodi che la fisica
sperimentale insegna. È insomma l'ignoranza de facto del metodo sperimentale.
Ora qui appare nettamente la ni tura e la portata astratta della dottrina di
Kant. Detto una volta che la realtà fenomenica riceve le sue leggi dal nostro
intelletto, perchè ne è costituita a priori, è detto tutto. Ma per quanto
ingegnosa sia questa maniera di interpre- tare la legalità della natura, si
vede facilmente che non avvia per nulla a rendere più intelligibile
praticamente la natura stessa. Riassumendo ; Kant non vuol esser frainteso, sta
bene : ma il vero intendimento del suo assunto limi- tatore e della sua
soluzione limitata è una riduzione ai minimi termini del suo valore. 188 CAPO X
Anzitutto osserva che il ragionamento analogico fondato sulla somiglianza di
certi prodotti della natura coi prodotti dell’arte umana riducendosi in fondo
ad un cavillo, non può dar origine che a cavilli. Quindi, affrontando
direttamente la prova, in pri- mo luogo objetta che — se vatesse potrebbe tutto
al più dimo- strare un architetto del mondo non un creatore, cioè una causa
autrice della forma (distribuzione degli elementi e loro coordi- nazione
secondo un piano) non della materia (elementi e atomi costituenti la stoffa del
mondo, che nulla prova essere effetto Tuna causa in secendo Inogo objetta che
la prova, non appog- glandosi che sull'esperienza, sempre limitata, contingente
e im- perfetta non può condurre all'assolutit totalità. La via empi- rico
relativa e indeterminata. non può condurre che ad una Gusta sè proporzionati
cioè ad una causi empivica. relativa e indeterminata. La prova fisico-teologica
si trova dunque arre- stata nel bel mezzo della sua impresa (1). Hanet crede di
poter confutare queste due objezioni notando, contro da prima, che Fipotesi
kantiana, unit materia. senza causa ci mette in possesso dell'idea d'assoluto.
e che noi quindi skumo in diritto anzi in dovere di farne uso anche per la
causa organizzatrice di quella forma che To stesso Kant afferma non ine- rente
alla natura degli esseri del mendo. Ma egli in primo Imogo erroneamente
attribuisce a Kant un'idea di assoluto — applicata alla materia — che Kant non
ha mai espresso e che anzi contra- dice con tutto To spirito non che con la
lettera della dialettica tra- scendentale. In secondo luogo non rammenta —-
come dovrebbe — che la causa organizzatrice della forma, per la seconda. obje-
zione di Kant, può da noi esser affermata solo come relativa e indeterminata
cioè solo come contingente e mai come assoluta. Dunque la sua confutazione
della prima objezione di Kant pre- cipita dalla base. Anche la confutazione
della seconda corre la stessa. sorte. Invero il Janet atferma che la seconda è
già di- strutta dalla prima, perchè con la prima Kant ammette l'ipotesi d'una
materia preesistente alli forma, cioè necessaria, cioè appunto l’idea
d'assoluto applicabile per conseguenza alla causa (1) Kant, K. d. r. v. - Die
transscendentale I ialektik. Drittes Haup. Sechster Abschnitt. Von der
Unmiglichkeit eines physikotheologischen Beweises, 483-491, KANT 189 della
forma. Ma anche qui è evidente che egli vuole far dire a Kant una cosa che Kant
non ha mai detto. Dove Kant dice che la materia è necessaria? che esiste per
sè? che ha in sè la ra- gione della sua esistenza? infine che la materia è
causa assolu- ta di sè ? D'altronde, se anche lo avesse detto (il che non è),
dove Kant ha fatto passaggio dagli attributi della materia a quelli della causa
assoluta della forma contingente? Siccome la mate- ria per Kant non è ordinata
formalmente, essa non può richie- dere una cansa architettonica; potrebbe tutto
al più spingerci all’ipotesi d’una causa non organizzatrice, cioè d'una causa
materiale. Ma lo Janet vuol passare dalla materia alla forma. Chi lo autorizza
a confondere la causa materiale colla formale, (distinzione qui resa ovvia
dall’impostazione del problema) per assurgere quindi alla causa prima ed
ultima, creatrice mate- riale e organizzatrice formale dell'universo ? Venendo
poi al cuore della seconda objezione — che da un mondo contingente è impos-
sibile elevarci ad una causa assoluta — come si può seriamente pretendere che
questo argomento sia distrutto solo dal fatto che Kant avrebbe ammesso nella
prima objezione l’ipotesi del- l’idea d'assoluto in ordine alla materia? Si
dimostri che la via empirica può, anzi deve condurci prima all’idea d’assoluto,
poscia.all’esistenza reale d’un essere supremo fuori del mondo. Allora ogni
lacuna della ragione sarà colmata ragionevolmente. In attesa di questa
dimostrazione, anche la confutazione della seconda prova di Kant, non ha il
minimo fondamento. Che, data la conformazione della mente nostra, in noì sorga
na- turalmente l’idea che la natura supponga un ordinatore è proprio una verità
d’ordine capitale. La critica di Kant, a cui aderiamo completamente, non solo
non ci impedisce di ammetterlo ma ce ne dà la ragione ricorrendo alla grande
distinzione dei princip] regolatori e dei principj costitutivi. Che tale
ipotesi sia utilis- sima nel corso stesso delle ricerche scientifiche, per
concepire una certa unità sistematica nella natura, è indubitabile. Ma non c’è
immenso divario tra la finalità di valore regola- tivo e la finalità di valore
costitutivo? Tutta la questione è qui. E lecito identificare la finalità idea -
limite con la finalità re- altà - objettiva? Passare da un ordine all'altro,
significa. pas sare dall’ipotesi alla realtà. Passi allora chiunque non si spa.
190 CAPO X venti della sproporzione di questi due ordini. Per quanto una
ipotesi sia comoda ed utile per l’interpretazione della natura, noi continuiamo
a ritenere con Kant che il trapasso dal rego- latore al costitutivo cioè
dall’ipotetico al reale non è che Vef- fetto dell’iygnara ratio. Risulta dalla
discussione precedente che Je objezioni di Kant contro la prova della causa
finale conservano tutto il loro peso (1). (1) « Kant ne
se lasse pas de répéter que le principe de finalité n’a qu@une valeur de ce
genre, Il appartient non au jugement deéterminant, mais au jugement
refléchissant ». È strano che il Janet, —
dopo aver riconosciuto con tanta nettezza questa profonda distinzione kantiana
con tutte le conseguenze derivanti come questa: on ne peut pas attribuer à la
nature elle-mème quelque chose de sembable è un rapport de finalité, mais
seulement se servi» de ce concept pour réfléchir sur la nature » (op. cit.,
pag. 465-466) e quest'altra : «che la finalità objettiva (cioè quella che
costituisce propriamente il rapporto da mezzi a fine) ha ancor meno realtà
della finalità subjettiva o estetica, perchè questa riposa ancora su qualche
principio a priori, mentre quella non riposa che sull’analogia » (op. cit,
468), insomma che la finalità è un’ipotesi necessaria dovuta alla conformazione
dello spirito umano (op. cit. 470), e, a tutto dire, «un’induzione risultante
dall’analogia » (473) — confonda poi l’ipotesi prima con la verità, poscia con
la realtà! VERITA CAPO XI La filosofia nella prima metà del secolo XIX. $ 1. —
Il movimento delle idee nel secolo XIX rispetto al problema della causalità è
molto importante. È vero che ritro- viamo in esso tutte le posizioni
filosofiche, scientifiche ed empi- riche dei secoli precedenti. Ma oltre alle
innegabili ripetizioni, parecchie novità così di critica come di sistema si
mostrano effetto d’un serio progresso. Noi quindi passeremo in rassegna le più
importanti teorie aitiologiche, anzitutto — per la prima metà del secolo —
isolando gli indirizzi capitali che si svolsero successivamente, poscia — per
la seconda metà del secolo e fino ai giorni nostri — raggruppando invece i varj
sistemi secondo le loro affinità dottrinali a mente d’un criterio d’ordine che
sarà. indicato a suo tempo. $ 2. — Hegel anzitutto rigetta gli argomenti in
favore del- l’aitiologia scientifica tratti dai reali e crescenti trionfi del
me- todo sperimentale, rispetto a cui egli assume e conserva una posizione
piuttosto beffarda, come fa rispetto ad ogni forma di sapere mediato versante
in generale nei limiti della scienza finita (1). Basterebbe questo contegno a
provare che la sua spe- culazione non è in tutto sintetica (2). (1) Non c’è
forse filosofo più di Hegel disposto in teoria a proclamare e a pre- tendere
che la propria filosofia riconosce il contenuto astratto apparecchiatole dalle
scienze speciali e ne fa tesoro per sollevarsi alla verità superiore, ma in
pratica meno in grado di provare l’uso nonchè il doveroso rispetto per la
verità del sapere mediato. Perciò egli stesso, malgrado il suo enorme amore
sintetico, rimase nell’indistinto crepuscolo che precede la sintesi. (2) Una
speculazione veramente sintetica richiede che tutti gli scopi delle discipline
finite vengano riassunti come posizioni costituenti i suoi medesimi 192 CAPO XI
Egli compendia così la sua teoria logica (logico-metafisica) della causalità. «
La sostanza è causa, in quanto è riflessa in sé, contro il suo passaggio
nell’accidentalità ; e così è la cosa originarias ma altresì sopprime la
riflessione in sè 0 la sua mera possibilità, sì pone come il negativo di sè
stessa, e produce un effetto, una realtà; la quale è quindi soltanto posta, ma
per mezzo del processo dell’effettuare è insieme necessaria ». « L’ef- fetto è
differente dalla causa; l'effetto, come talé, è una posi- zione, Ma la
posizione è egualmente ritlessione in sè ed imme- diatezza; e l'agire della
causa, il sno porre è insieme un pre- supporre, in quanto si tien fermo alla
diversità dell'effetto dalla causa. C'è per tal modo un'altra sostanza, sulla
quale accade l’effetto. Questa, come immediata, non è negatività che si rife-
risca a sè e sia attiva; ma è passiva. Ma, come sostanza, è al- tresì attiva:
supera la presupposta immediatezza e T'etfetto in essa posto e reagisce cioè
supera Mattività della prima sostanza, la quale però è egualmente questo
superamento della sua im- mediatezza o dell'effetto in essa posto: supera per
tal modo l’attività dell'altra e reagisce. La causalità trapassa così nella
relazione dell’azione reciproca » (1). Come si vede, i punti fondamentali sono
due: la risoluzione della relazione sostanziale nella relazione causale e il
passaggio della relazione causale nella relazione dell’azione reciproca. Quanto
al primo, Hegel dà alla causa due sensi: uno straordiì- nario che è la causa
sui, e uno ordinario che è la causa finita. La causa sui è per lui l'assoluta
verità della causa, e perciò la vera causa in sè e per sè, La causa finita sì
arresta alla diffe- renza delle determinazioni formali, in quanto causa ed
effetto vengono rappresentati come due diverse esistenze indipendenti, «il che
— egli aggiunge — essi sono sol quando sì astragga dalla loro relazione causale
». La causa finita poi non manca di esser posta come effetto, questo ha a sua
volta un’altra causa, e così nascono il progresso e il regresso causali
all'infinito. Però non è facile comprendere bene il pensiero di Hegel circa la
ri- momenti, e non solo come introduttive, ma come coessenziali alla sua stessa
verità. Avendo trascurato troppo questa esigenza sintetica, la teoria hegeliana
rimane troppo nel campo presintetico dell’opinalità. (1) HEGEL, Encicl. d.
scienze fil. (trad. Croce), è 153, $ 154, pag. 136, 137. LA FILOSOFIA NELLA
PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX soluzione della sostanza nella causa. A me pare che
Hegel abbia in realtà voluto dire questo che la sostanza non potrebbe essere
ciò che deve essere, effettività essenziale e assoluta necessità, cloè attività
reale che deve effettuarsi libera da ogni condizione se le cose non fossero
effettuate esclusivamente da essa. Ciò viene a dire, in altri termini, che la
sostanza in quanto è Za cosa originaria cioè l'assoluto principio etfettuatore
delle cose ne è appunto la causa. Tutto sta a vedere se il concetto della causa
sul, a cui per questa via siamo forzatamente condotti, abbia vero valore. Ma
ciò ci conduce al secondo punto cioè alla que- stione della causazione reciproca.
Quanto a questo Hegel si pone come decisivo continuatore e superatore di
Spinoza. sulle cui tracce già Amedeo Fichte aveva potuto ripudiare tanta parte
del criticismo, sollevandosi all’Io assoluto. Pensate che non sia più io,
povero individuo finito, nè pure solo la ragione nostra bassamente soggettiva,
per cui ogni determinazione è negazione, Imi che sia la sostanza infinita
stessa di Spinoza che, superato il dualismo con l'Io penso di Kant e
soggettivandosi coll'Io assoluto di Fichte e infine identificandosi con la
ragione di Schelling, dica cartesltanamente: Zo penso, dunque sono. Questo
essere e questo sapere (sapersi) è, a mio parere, il tratto più saliente della
filosofia moderna che si conclude in Hegel, inverando sistema- ticamente tutta
la filosofia anteriore. La verità di questo richiamo a Spinoza si mostra anche
me- glio per un altro riflesso. Per Hegel infatti sostanza ed attività si
convertono, e questo è il perno del suo trapasso dalla causalità, alla
reciprocità, giacchè quella esistenza in certo modo esteriore che la sostanza
in quanto attività pone è per un verso passiva (rispetto alla causa produttrice
che l’ha posta) e per un altro attiva (rispetto all’essere suo proprio che
acquista nel deter- minarsi come sostanza e quindi come attività). Insomma
Veffetto stesso come sostanza reagisce contro l’attività della prima so-
stanza. Ed ecco il trapasso. Ma questo concetto è prettamente spinoziano.
Invero noi già vedemmo Spinoza elevarsi al sommo concetto metafisico
dell’efficienza reciproca cioè della causa che si effettua e dell'effetto che
si causa, respingendo ogni ideale interiore (Vol. I, capo VIII, $ 4-7). Dunque
in questo lhegelisme non supera di gran fatto lo spinozismo benchè gli
hegeliani, per PastorE — Storia critira del problema della causalità. 13 194
CAPO XI esagerare l'originalità del loro caposcuola e vantarlo l’assoluto
superatore, sì compiacclano troppo di confondere lo spinozismo col semplice
naturalismo insoggettivo prekantiano. E così ha fatto anche, benchè di sbieco
(1), lo Spaventa. Egli si è invece molto bene reso conto del trapasso
dialettico dalla causazione alla reciprocità, e spiega loscuro pensiero
hegeliano con questo luminoso commento. « E im verità, se la causa è tale in
quanto efficiente, ed è efficiente in quanto ci è l'effetto; o, in altri ter-
mini, se Veffetto fa causa la causa; è evidente che l’effetto, in quanto
effetto, è insieme causa. Così l’effetto, in quanto deriva dalla causa,
riopera, reagisce contro di questa ; effettua questa, come questa elfettua Iui;
causa ed effetto si effettuano recipro- comente, Così la relazione di causa ed
effetto si risolve nella, efficienza reciproca (o effettuazione reciproca)...
Ora efficienza reciproca vuol dire: la causa che cause o effettua sè stessa :
causa sui» (2). Stando frattanto alla pura dottrina. quello che più sorprende
in questa maniera d'intendere lPefficienza. reciproca è Yimpos- sibilità di
dare un senso ragionevole agli esemp]j di rapporto causale per i quali dovrebbe
valere lesposto criterio. Considerando ad esempio il calore come causa della
dilata- zione dei corpi, in che modo si potrebbe dire, per applicare il
principio che TVeltfetto fil causa Rit causa, che Ta dilatazione dei corpi fa
calore il calore? L'unico senso mi pare questo : la dila- tazione dei corpi,
per essere quel che è, cioè pressione eserci- tata e, in ogni caso,
manifestazione della tensione propria delle sue molecole, ossia della energia
di queste, fa che il calore sia calore cioè energia termica delle molecole in
rispondenza all’'an- mento nella Toro temperatura, ma nono effettua questo an-
mento d'energia termica, altrimenti dovrebbe scaldarlo e in- somma dovrebbe
risolversi essa medesima nel calore del calore ; (1) Di sbieco, perchè il
superamento hegeliano dello spinozismo è riferito, non già a proposito
dell’Essenza e nella determinazione dell’Attualità, ma a proposito del concetto
e nella determinazione della soggettività. Cfr. SPAVENTA, Logica e Metafisica
(ed. Gentile, pag. 359). Ma anche rispetto alla soggettività il sè spinoziano
della Causa sui non è bene inteso da lui, come dal Gentile. (GENTILE, Teoria
dello spirito, ctc. pag. 186). (2) SPAVENTA, Op. cit., 3473. LA FILOSOFIA NELLA
PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 1.95 il che è assurdo. E analogamente si ragioni per
qualunque altro esempio di rapporto causale da quello della causa infinità
indi- cato da Hegel fra Dio e il creato, a quello pure hegeliano, della causa
finita fra la pioggia (causa) e Pumidità (effetto) (1), non po- tendosi mai in
nessun caso vincere là questione col pensiero della costante identità riguardo
al contenuto (sostanza, acqua), mal grado la differenza evidente nella forma ;
perchè la questione della forma, nella ricerca della causa essendo capitale,
non può ridursi a quantità trascurabile. E insomma evidente che non si potrebbe
trarre alcuna utilità dalla tesi dell'effetto che fa causa la causa, salvo che
non si potesse attribuire un senso alla tesi dell’iden- tificazione
dell'effetto colla causa della sua causa. Ma non c'è forse paradosso che,
grazie alla perizia d'un brillante scrittore non possa parere a qualcuno
fecondo di utili risultati ! Se ora si riflette al fatto che col processo
dialettico hegeliano : sostanza-causa-reciprocità, la necessità assoluta.
rivela il suo intimo contenuto sicchè le sue. determinazioni successive non
sono glà estranee luni allaltra ma momenti di un solo e me- desimo tutto
rientrante in sè stesso, s'intende facilmente come, per Hegel, la necessità si
trasfiguri in libertà concreti e positiva e la sostanza trovi Lie sua. verità
nel Concetto posto come la potenza delli necessità e della libertà reale,
verità ed unità del- PESsere e dell'Essenza. Ma su questo concetto hegeliamo
della risoluzione della necessità nella Hbertà — che è pure un altro punctune
salienz di Spinoza — avremo occasione di ritornare direttamente nella parte III
(2). Circa la causa finale Hegel ammette che vhanno cause finali nell natura,
anzi che tutto è causa finale, perchè questa è Ta sola causa vera contenente in
sè la ragione della propria deter. minazione. Scartando poi, con elegantissima
discussione, il modo ordinario della rappresentazione della causa finale cioè
il rive. stimento che piglia nella nostra coscienza — come una rappre (!)
HEGEL, op. cit., $ 153. (2) Il KornIG non attribuisce ad Hegel un posto particolare
nella sua ras- segna storico-critica, contentandosi di dichiarare, nella
Einleitung del vol, I, che l’idealismo trascendentale postkantiano appare come
la conclusione sodisfa- cente del precedente sviluppo storico dei concetti,
(op. cit,, pag. 15). Ma questa lacuna non è in alcun modo giustificabile. 196
CAPO NI sentaziene anticipata del fine o un effetto realizzato dopo un'idea
preconcetta, scelta, prevista e voluta — assegna alla attività della natura la
pura finalità razionale senza coscienza e riflessione, la finalità immanente ed
interna, insomma, affatto irreducibile a quella che s'incontra nelle opere
dell'industria umana. Nella natura, secondo lui, il fine si realizza
semplicemente in quanto si realizza la causa, perchè la causa sviluppandosi
tocca il pro prio fine, senza uscire da sè, Questa dottrina della causalità
finale immanente ed incosciente segna certo un progresso straordinario nella
purificazione del concetto teleologico. L'ipotesi della trascendenza causale al
suo confronto entifica più chiaramente la sua chimera. Ma in fondo nemmeno
l’idea d'un universo dotato d'una finalità interna riesce 2 liberarsi dalle
objezioni di Spinoza e di Kant. La fusione graduale delle finalità con
l'attività autoctona dell'universo tende senza dubbio a cancellare laspetto
antropomorfico del principio teleologico, ma non riesce a sostituirgli una
concezione soddisfa- cente, Non vi riesce, perchè il principio del finalismo
immanente senza l'immanenza della coscienza non ha senso. Che significa proporsi
un fine senza. sapere (spirito)? Tal finalismo non è umano certo, ma neppur
finaie. Come potrebbe proporsi un fine ciò che non ha intenzione, ciò che non
sa? Affermare che il fine si realizza nella natura (non amcora spirito) in
quanto si realizza la causa senza uscire da sè, val quanto identificare ogni
causa con lautocausa e colla sua cansa finale (finis sui), cioè affer- mare che
ogni causa è cansa finale. IL che è la tesi, non la sua prova... Di più, la
nozione di causa finale (se sì ammette) non esige forse che si dia un senso
alla nozione correlativa di effetto iniziale? Ma qual senso si può dare alla
nozione d’una successione logica (dialettica) dello spirito alla natura,
irriduci- bile alla successione sensibile (temporale), mentre poi questa deve
essere riducibile in fondo a quella, com'è l'esigenza fonda- mentale del
panlogismo ? Finalmente è ovvio che la teleologia hegeliana resta ancora
confitta nel pregiudizio d’una causa, mentre il concetto di ‘questa non è che
un mero ideale di perfezione di cui la ra gione nostra si forma arbitrariamente
un’ipostasi. Discutere LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 197 poi
sulla preferibilità dell’ipostasi assunta a spiegazione cau- sale dell’universo
è possibile ed anche utile per i bisogni rego- lativi della nostra vita
teoretica e pratica, ma la natura ipote- tica del principio non cambia. $ 3. —
Un indirizzo filosofico affatto diverso dal precedente perchè si riattacca alla
scuola scozzese, pure apportando un nuovo contributo alla storia delle idee, è
l’intuizionismo vo- lontaristico. L’autore più importante che ha sviluppato con
brillanti ri- cerche psicologiche questa tendenza è il Maine de Biran, il rico-
nosciuto fondatore della scuola spiritualistica francese del se- colo XIX.
Nell’Introduzione al suo Lssai sur les fondements de la psychologie (che
malgrado le oscillazioni della critica del M. di B. si può considerare come
formula capitale della sua fede filosofica), l'io è posto come il vero fatto
primitivo della vita interna e non già come sostanza ma come forza produttrice
di certi effetti. Fa d’uopo subito avvertire che la coscienza rivela. trice
della nostra interiore attività non ci dà punto questa. forza allo stato di
nozione ma allo stato di sentimento immediato. anteriore alla nozione astratta
che lo spirito in seguito :se ne fa (1). Per questo sentimento noi ci sentiamo
come cause rela. tivamente a certi movimenti o modificazioni operate nel nostro
organismo che consideriamo quindi come effetti. Il fatto primi- tivo di questa
forza è ciò che noi diciamo sforzo ; e a buon diritto perchè la nostra forza
produttrice interiore o causalità effettiva non si può esercitare se non
vincendo qualche resistenza e pro- priamente l'inerzia dei nostri organi (2)
«Le point de vue qui pourra rémonter jusqu'an véritable fait primitit du sens
in- time, se placera entre ces deux doctrines (l’empirismo o sensismo e
l’apriorismo o razionalismo) qui sont plus éloignées Pune de autre par la
différence de leur objet qu@oppostes par la con- trariété de lenrs principes...
Il tronvera dans Pexpérience in- térieure une base commune » (3). | La
psicologia che si fonderà su questo punto di vista sarà in (1) MAINE DE BIRAN,
uvres inédites par Naville, I, 36-47 (2) Ibid. I, 48. (8) Ibid. I, 69. 198 CAPO
NI certo modo la sintesi del fatto e dell'idea, mediante il fatto primitivo del
senso intimo, fatto contingente in quanto fatto, eonecessario in quanto
primitivo. È il sentimento immediato della causalità zampillante dal cuore
della coscienza che deve essere il fondamento della scienza dell'anima (1), se
questa non vuol ridursi — per fare astrazione dalla ricerca della causa, — ad
essere un edificio puramente logico. L'tomo ha un senso superiore a tutti gli
altri per cui si riconosce come potere di cominciare e d’eseguire liberamente
un atto o una serie di atti. Questo potere si verifica col suo stesso esercizio
e quindi porta con sè il suo criterio ricco di tutta Pe- videnza del senso
intimo (2). Introdotto questo punto di vista generale, il M. de B. aggiunge
vasti e profondi schiarimenti nella parte diretta del saggio. Posto il
sentimento dell’io come ll fatto primitivo della coscienza e identificato Yio
con la co scienza della nostra attività interiore esercitantesi nello sforzo,
mediante il sistema dei muscoli volontari della vita animale (che è il vero
organo del senso dello sforzo), egli deduce che il fatto primitivo è uno sforzo
voluto, inseparabile da una re- sistenza! organica o da una sensazione
muscolare di cui Vio è la causa. Questo fatto è dunque un rapperto di cui i due
termini xono distinti, senza essere separati. « IL va dans
Veffort deux elements: une force ivperorgamique naturellement en rapport avec
un resistance vivante » (3). La causalità, riferita ad un tipo interiore, sfidia argomento
di Hume (tr. Sarebbe superfino prolungare queste citazioni. Dunque,
riassumendo, in ehe modo Pio acquista la conoscenza della causa? Semplicemente
colla coscienza della sua propria attività, identificata colla coscienza dello
sforzo (5). Sforzo. azione voluti. causa sono identici col fatto primitivo
della coscienza (6). Chiarita la dottrina escogitata dall'originale
spiritualista per salvarsi dallo scetticismo di Hume, riesce abbastanza facile
la (1) Ibid. I,
74. (2) Ibid. I, 90-100. (8) Ibid. I, 216. (4) Ibid. I, 258. (5) Ibid. I, 259.
(6) Ibid. 1, 47-49. |”
Cm o tu LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 199 critica. Anzitutto si
può notare che il M. d. B. non fa mostra Che di una serie di asserzioni
psicologicamente eleganti. Questo significa che alla sua spiegazione bisogna
attribuire un carattere puramente arbitrario. Già il Masci, nel criticare dal
più ampio punto psicologico questa. dottrina circa la nascita della coscienza,
ha dovuto pro- vare che il Maine de Biran non sa sfuggire al circolo vizioso
della nascita della coscienza dalla volontà e della volontà dalla coscienza,
quindi concluse che, per quanto ingegnosamente pen- sata, la sua teoria non ha
altro valore che d'una escogitazione destituita di prove (1). Attenendomi al
criterio generale del Masci ma passando alla controversia che ci riguarda,
aggiungerò un’objezione che mi pare definitiva ed è che il Maine de Biran si fa
della necessità, e tanto più della maniera di dimostrarla, una idea
straordinariamente rudimentale, anzi a dirittura antiscien- tifica. E l’idea
che potrebbe farsene un artista, o un sognatore qualunque. Difatti che ogni
uomo sano di mente e di corpo abbia il sentimento immediato della sua forza
produttrice di certi movimenti e modificazioni del suo organismo è innegabile.
E che ognuno di noi possa dirsi causa effettiva delle operazioni che fa, è omai
un'abitudine di linguaggio, contro cui sarebbe tempo perso reagire. Ma che il
concetto di causa si riduca a quell’em- pirico sentimento che io possa avere di
me come forza capace di voler compiere uno sforzo qualunque, e che nel senso
intimo di questo fatto (che posso ammettere come primitivo) io debba trovare la
sintesi del contingente e del necessario (contingente in quanto il fatto è
fatto, necessario in quanto è primitivo) è tal giuoco di parole che non può
essere preso sul serio (2). Dunque il Maine de Biran che crede di sfidare
l'argomento di Hume, riferendo la causalità ad un tipo interiore 0 meglio al
suo tipo interiore, non fa altro che illudersi inge- nuamente d'aver risolto la
difficoltà. Come può egli dimostrare che il semplice fatto dello sforzo
muscolare direttamente colto possieda davvero tutti i caratteri che PHume
attribuisce a quel (1) MASCI, Coscienza, Volontà, Libertà, Lanciano, 1884, pag.
10. (2) Anche il SIGWART riconosce che il sentimento della causalità non è dato
col puro sentimento della forza inerente alla coscienza di volere (cfr. Der Be-
griff des Wollens und sein Verhiltniss zum Begriff der Ursache). 200. i CAPO XI
concetto di causa che vuole scalzare? Il Maine de Biran dice che la causalità
interna dello sforzo voluto è connessione di necessità inerente alla
primitività del fatto. Ma cotesto fatto non è semplicemnte empirico? E se anche
non lo fosse, come potremmo saperlo? Perchè allora, bisognerebbe ammettere che
tutti i fatti di sentimento immediato sono necessarj. Ma non abbiamo invece
anche il sentimento immediato dei nostri fatti interni puramente contingenti?
Ogni successione semplicemente cronologica di fatti interni più o meno
abitualmente avvertita dentro di noi sarebbe allora in pari tempo una
connessione logica? I difensori del Maine de Biran farebbero degli sforzi
inutili per salvare questa teoria dal fallimento. Da una conoscenza
semplicemente contingente dei fatti della nostra coscienza è impossibile salire
— senza il soceorso della ra- gione alla conoscenza della necessità ; come è
impossibile pas- sare con rigore dall'esperienza della congiunzione temporale
dei fatti interni alla cognizione scientifica della connessione razio- nale dei
fatti esterni. Ni vede che il Maine de Biran si contenta di ricavare dal senso
intimo dei suoi rapporti tutto ciò che dap- prima vi ha messo dentro egli
medesimo. La sua tattica è sempre questa i afferrare il rapporto tra la
volizione e il movimento € poi prockimarlo necessario alla Iuce della
coscienza, e per le. gittimare la trasformazione della contingenza nella
necessità appoggiarsi sulla primitività del fatto che porta il suo ceri. terio
di necessità dentro di sè, perchè ciò che è primitivo è ne- cessario. Dunque,
chi non lo vede? IL Maine de Biran dà al con- cetto di necessità nn significato
alogico, cioè diametralmente opposto a quello in questione, Perciò può sfidare
Hume ; perchè non parla della stessa necessità, salvo Pomonimia della. parola.
Questo rilievo che mi pare importante è sfuggito tanto al Koe- nie (1) quanto
al Cesca (2) che pure hanno fatto diligenti ricer che sulla dottrina causale
del Maine de Biran. Anzi il Cesca, mentre respinge la prima parte della
dottrina del M. d. B. che pone L'origine della nozione di cansalità nella
relazione tra la volontà e il movimento muscolare, fa aperta difesa della
origine » (1) KOENIG, op. cit... II, pag. 1-23. (2) CESCA, L'origine del
principio di causalità, Padova, 1885, pag. 25-33. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ
DEL SECOLO XIX 201 della nozione di causalità nella relazione tra la volontà e
la di- rezione del nostro pensiero. Se non che l’objezione qui messa avanti
contro la dottrina del M. d. B. non manca di ricadere anche sopra’ di lui e per
la stessa ragione. Nè ciò è tutto. La nostra critica ha ancora il dovere di
rilevare che la dottrina del M. d. B. non è superiore nè all’empirismo nè al
razionalismo (1), perchè, se il sentimento di potere ottenuto mediante il
senti- mento dell’attività nostra e dello sforzo che accompagna ogni no- stra
volizione è importante almeno per la coscienza (se non per la scienza) della
causalità (punto troppo obliato dalla critica), non meno importante è la
esperienza di quel potere attivo che avver- tiamo nel passaggio dal così detto
esterno all’interno, l’esperienza cioè non solo del post hoc ma del propter hoc
nelle cose esistenti praticamente fuori di noi. Invero noi non postuliamo
L'esistenza d’una forza o attività come causa dei movimenti esterni da noi
percepiti per la sola analogia dell’attività volontaria che po niamo come causa
di movimenti del nostro corpo in seguito alla coscienza immediata. L'esperienza
della forza esterna è in noi non meno legittima della esperienza della forza
interna. Quindi erra restando solo a mezza via chi crede di poter risolvere
solo in un senso o nell'altro la controversia. Il mondo reale che con le sue
vicissitudini necessarie e contingenti ci sta continnamente dinanzi è vivente e
causale così nella natura come nel pensiero. Non gli esterioristi hanno diritto
di chiudere la bocca agli Inti. misti, nè gli aprioristi hanno diritto di
mandare a spasso ji se- quaci dell'aposteriori (2). (1) Il KoENIG per contro
ritiene che il M, d. 3. è superiore sia all’empirismo che all’apriorismo (op.
cit., II, pag. 12). Egli inoltre lo loda per essersi ricon- giunto con
Berckeley; per aver stabilito che noi ci conosciamo come esseri attivi; per il
suo concetto della coscienza dell’io, intimamente legata alla co- scienza del
non io (con effetto reciproco); per aver oltrepassato Kant, agli occhi del
quale l’io e il non io sono solo il pensante € il pensato e questi non sono ‘
ancora in relazione causale fra loro ; per aver posto l’io più come un soggetto
che vuole, che come un soggetto che pensa. (2) Secondo il KOENIG, la teoria
causale del M. d. B. è insufficiente sotto tre aspetti: perchè il concetto
dell'attività della volontà invece di fondarsi sui dati immediati della
coscienza è il prodotto d’un gruppo di interpretazioni empiriche; perchè dalla
coscienza della nostra attività volitiva si può solo de- durre la nozione della
causalità immanente (non quella della c. transitiva); perchè in ogni caso il
trasporto del concetto causale su oggetti esterni mate- 202 CAPO NI St. — La
dottrina causale di Schopenhauer ha, per la definizio- ne logica del concetto
di causa, un'importanza scientifica straor- dinaria, perchè in essa per la
prima volta si riconosce nettamente che la funzione essenziale della causalità
è l'unione del tempo e dello spazio. Veramente questa teoria è fondata sopra
una teoria della conoscenza e una concezione dell'universo insieme così reali-
stiche e pure idealistiche, così empiriche e pure trascendentali e in pari
tempo sfornite a tal segno di verificazione che pare impos- sibile che egli
abbia potuto sbarazzarsi la via da tanti vani fanta- sini per depurare con sì
netto giudizio critico la sua nozione. Però non bisogna obliare che noi stessi
dobbiamo scrupolosamente spo- gliare la sua dottrina da tutti gli arzigogoli
che l’avviluppano, se vogliamo tenere alla stretta verità di valore scientifico
che importa stabilire. La sua metafisica sopra lobjettivazione imme- diata
(idee; e mediata (corpi) della volontà, sopra la formazio- ne del mondo come
fenomeno cerebrale dal fatto concreto della rappresentazione oppositrice dei
due mondi speciali del soggetto e dell'oggetto è troppo nota ai lettori, perchè
una minuta ana- lisi possa ancora essere utile qui. Notiamo solo in generale
(1) che nella formazione del mondo oggettivo secondo S., sì riscon- trano due
fasi: la prima è semplice coscienza delle sensazioni brute e costituisce il
materiale greggio della conoscenza ; la se- conda, distinta in due gradi, è
Pelaborazione della molteplicità operata dalla sensibilità colle forme a priori
dello spazio e del tempo, e Velaborazione dell'unità eperata dall’intelligenza
in senso stretto colla forma pura della causalità, per cui da un riali si
presenta come atto arbitrario della conoscenza inesplicabile e logica- mente
non motivato (op. cit., II, pag. 23). È facile intendere come i due ultimi
appunti, provano il carattere rudimentale ed incerto dell’aitiologia Biraniana.
Ma il 3° appunto del KoENIG non è che la ripresa della forte objezione già
mossa dal Cousin nella XIX lezione del suo Cours de l’histoire de la
Philosophie, dove prova l’impossibilità in cui si trova la filosofia di dedurre
dal sentimento della causa interna l’idea delle cause esteriori, e di spiegare
così il principio di causalità (Cousin, OQeuvres, édit. Hauman, I, 279-284).
(1) La natura ristretta della presente ricerca mi impone di considerare SCHO-
PENHAUER più come un seguace dell’apriorismo di Kant, che come promotore del
Volontarismo. Per questo mi arresto naturalmente all’opera Der Satz v. Grunde
(Wi. III) il cui pensiero direttivo fu conservato nell'opera maggiore Die Welt
als Wille und Vorst., II, 48-53. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX
203 lato applicando le forme a priori del tempo e dello spazio al materiale
greggio delle sensazioni si oppone alla molteplicità instabile del fiusso
temporale (successione) la molteplicità sta- bile della persistenza spaziale
(posizione), dall’altro applicando ai vuoti quadri fenomenici delle
molteplicità temporale e spa- ziale la forma piena a priori della causalità si
riconciliano le forme del flusso instabile del tempo colle forme della persistenza
stabile dello spazio. Il risultato di questa unione dei prodotti della
sensibilità e dell’intelligenza in senso stretto, è la materia 0 lazione,
semplici sinonimi della causalità. Da ciò si deduce che la conoscenza della
causalità è l'unico scopo dell’intelligenza (Verstand). Es- sa ci fa sapere in
altri termini, ciò che ‘dura cangiando o che cangia durando, il mobile
nell’immobile, o l’immobile nel mo- bile, in quelle funzioni cerebrali o forme
fondamentali della conoscenza (tempo, spazio, causalità) che costituiscono il
cam- po attivo, dell’intelligenza, in tutto e per tutto correlativa alla
materia. Togliete l’intelligenza o lazione e voi non avrete più la materia,
togliete la materia e vi sarà impossibile così l'intelli- genza come l’azione.
Materia e intelligenza non sono che una sola e medesima cosa esaminata da due
lati opposti. Tanto fa dunque dire che la materia è incorporale, quanto
lVatfermare che Vintelligenza è materiale. Ma limitiamoci allo studio della
causalità. Secondo Schopenhauer la legge di causalità non vale che per l'ordine
dei fenomeni a titolo di principio regolatore, ed essa è a priori, funzione
essenziale della nostra intelligenza. Inoltre solo il mondo oggettivo è retto
dalla legge di causalità. Il mondo del soggetto se ne sottrae, e infine non vi
è causa- lità nel rapporto tra soggetto e oggetto. Sarebbe nondimeno erroneo
ritenere che le nostre rappresentazioni stanno in una connessione regolare
soltanto per virtà del rapporto unitivo di causalità, per la ragione che tutti
i rapporti possibili tra le nostre rappresentazioni soddisfano insieme alle due
leggi dell’o- mogeneità e della specificazione. Per la prima conveniamo che cl
è affatto impossibile rappresentarci nessun oggetto come esi- stente per sè e
indipendente, come pure niente di singolo e di isolato può diventare oggetto
per noi. È appunto questa asso- ciazione che trova la sua espressione generale
nel principio di 204 CAPO XI ragion sufficiente (Sato con Grunde). Per la
seconda e dopo un esame particolareggiato, si stabilisce che questa
associazione, sempre ritenendo il suo elemento comune assume quattro forme
radicali diverse secondo le diverse sorta degli oggetti, che egli tratta
praticamente con questo ordine: principio di ragion suf- ficiente del divenire
(p. fiendi), del conoscere (p. cognoscendi), dell’essere (p. essendi),
dell’operare (p. agendi), mentre afferma che sistematicamente dovrebbero essere
ordinate così : p. essendi, fiendi, agendi, cognoscendi, Il principio
dell’essere (essendi) vale pei rapporti di spazio e tempo e in accordo con la.
necessità matematica; il principio del divenire (fiendi) vale pei rapporti fra
causa ed effetto ed in accordo con la necessità fisica, il prin- cipio
dell’operare (agendi) vale pei rapporti fra motivo ed azione ed in accordo con
la necessità morale, il principio del conoscere (cognoscendi) vale pei rapporti
fra la ragione e conseguenza. ed in accordo colla necessità logica. La
differenza fra questi quattro sienificati del Nets ron Grunde non è sempre
stata atferrata con chiarezza. Oltre alle cose dette, si ritenga che nel caso
del divenire (fiendi) c'è applicazione del principio di ragione suffi- ciente
ai cambiamenti degli oggetti (che debbono sempre avere una causa); nel caso del
conoscere (cognoscendi) c'è applicazione del principio ai soli giudizj (che per
essere veri debbono sempre avere una ragione); nel caso dell'essere (essendi)
non si tratta nè di cambiamento ne di sola ragione di giudizj, ma di pure
intuizioni formali di spazio e tempo; nel caso delloperare (- gendi) infine
Fapplicazione si fa al volere e concerne la causalità degli avvenimenti
interni. Rispetto al principio del divenire (fiendi) che è il vero caso del
rapporto di causalità. si noti ancora che la causa, secondo S., prende tre
forme la causa in senso stretto (Ursache) per le cause meccaniche fisiche e
chimiche dei corpi inorganici ; lo stimolo o Veccitazione (/2ci%) per le cause
organiche degli esseri vegetali; il motivo (Motir) per le cause volontarie
degli esseri animali. Aggiungere altri particolari di gnoseologia e metafisica
sarebbe ozioso. Veniamo subito alla critica. Due cose insussistenti, fra
Valtro, si rilevano da questa. dot- trina, cioè la necessità di tutte le forme
d’associazione delle nostre rappresentazioni vincolate dal Safe ron Grunde, e
la LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 205 causalità vera e propria
senza necessità logica. O dunque Scho- penhauer dà ad ogni serie temporale e
spaziale appresa empi- ricamente il valore di necessità, ma la cosa non cessa
d’essere praticamente vana nonchè falsa malgrado ogni asserzione con- trarla, o
egli pone come necessarj solo alcuni rapporti di tempo e di spazio, per esempio
quelli che egli dice matematici, sia per l’aritmetica, sia per la geometria, ma
non ci addita alcun ceri- terio nè di distinzione nè di prova. Ciò significa
che egli parla gratuitamente di necessità. O dunque Schopenhauer ritiene che il
semplice pronunciato dell’intelligenza sid capace non solo di dare il ripieno
della causalità alle forme vuote dello spazio e del tempo, ma di conferire
senz'altro il pregio della necessità causale alle serie contingenti dello
spazio e del tempo. Ma qual! governo egli faccia della contingenza, in tale
supposizione noi dobbiamo attentamente osservare. Che Schopenhauer sia obli-
gato a largire non solo la necessità, come già fu detto, ma la causalità a
tutti i fenomeni del mendo, non è evidente? Dunque che cosa ci resta ancora da
fare scientificamente dopo ciò, € per quello scopo pratico che non si contenta
di aforismi? Una cosa semplicissima ma ben amara. Sapere che il principio di
ne- cessità e di causalità vige in tutto il mondo in quanto è dato nelle nostre
rappresentazioni dal Sats ron Grunde, cioè sapere teoricamente che tutto è
necessario e che noi viviamo diretta- mente la causalità nel suo intimo senso,
ma ignorare pratica mente la dimostrazione anche del più modesto rapporto di
can. salità. Esser immerso nella fontana della necessità e morire assetato,
tale sarebbe la triste sorte riservata allo scienziato che si lasciasse sedurre
dalla ingannatrice prospettiva aitiologica di Schopenhauer. E il vizio
dell’apriorismo spinto all'estremo (1). (1) Anche il KoenIG ha fatto giustizia
dell’esagerato criticismo aprioristico di S. a questo riguardo e più ancora
riguardo alla questione della cosa in sé che vizia tutta la concezione
schopenhaueriana della causa. « Nun bekennt sich ja aber Schop. zum Kriticismus
und von diesem Standpunkte aus betra- chtet ist seine Lehre geradezu unsinnig
und widerspruchsvoll. » (IKOENIG, Op. cit., 72). Non meno vivacemente il Koenig
combatte la tesi schopenhaueriana della volontà come causalità veduta dal di
dentro, rimandando alla precedente confutazione della stessa tesi a proposito
del Maine de Biran (op. cît., pag. 74). Contro questo errore cardinale
(Cardinalirrthum) il Koenig ripete che noi, nel volere, non possiamo essere
coscienti di una causalità transitiva, passante dal 206 CAPO XI Comprendo che
sarebbe ridicolo confondere la questione gno- seologica della causa colla
questione scientifica esatta, come ho già notato più volte e specialmente nella
critica della teoria di Kant. | Ripeto ben volentieri cono Schopenhauer che il
dire che una causa debba essere esterna, secondo la massima probabilità, di-
pende già da una legge, la cui origine è nel nostro cervello, la quale è non
meno subjettiva della stessa sensazione. Più tosto trovo da osservare qualche
altra cosa ed è questa: Vapriorismo formalistico di Kant, ripetuto qui
pedissequamente da Schopen- haner (salvo Vintellettualità dell'intuizione), non
è che un po- stulato. A complemento del nostro giudizio ci resta ad esaminare
il punto più importante della teoria di S., cioè la tesì della cau- salità come
unione intellettuale del tempo e dello spazio. Il primo pregio di questa tesi è
di porre la causalità come sintesi di necessità razionale e di contingenza
temporale e spaziale come sintesi cioè di verità di intelletto e di intuizione.
Una pura rapso- dia di intuizioni temporali e spaziali non si risolverà mai in
una connessione causale, L'altro pregio di Schopenhauer è di conci. Hare il
tempo e To spazio nella definizione della causalità. La scuola empirica più
intransigente non isolava che il fatto della sticcessione. Schopenhauer capì
che nell'ordine non si da rela- lazione di tempo senza relazione di spazio,
cioè non sì dà succes- sione senzit posizione, e concepì ki causa come funzione
formale unificatrice di tempo e spazio. Bisogna saper grado al potente genio di
Danzica d'aver fatto questa scoperta, che dà virtual. mente il colpo di grazia
a tutte le vecchie definizioni unilaterali del concetto di causa. Ma
Sciepentaner stesso non s'è del tutto accorto dell'importanza logica della suit
scoperta e non poteva accorgersene, visto che non sapeva ancora liberarsi
dall’esage- soggetto all'oggetto, che neppure ci può esser questione di una
coscienza della causalità immanente fra motivo e decisione, perchè a detta
dello stesso Scho- penhauer, i motivi nella maggior parte dei casi rimangono
fuori della coscienza. Perciò egli dichiara sotto ogni aspetto insodisfacente la
teoria di S.: «Wir miissen demnach die Theorie unseres Philosophen ilber den
Ursprung des Causalzusammenhanges in der Natur als eine in jeder Hinsicht
unbefriedigende erkliiren » (op. cit., pag. 74). LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ
DEL SECOLO NIX 207 rato apriorismo che lo sbalzava in una direzione non
conforme alle esigenze della scienza moderna. Ma io credo e spero di mo- strare
più innanzi qual maggiore utilità se ne possa trarre per la soluzione
seientifica del problema causale. | Rispetto alla causa finale, Schopenhauer
con la sna seuola è partigiano della finalità incosciente. Connettendosi alla
Dialet- tica trascendentale di Kant, Schopenhauer ritiene che l'inter-
pretazione d'una finalità universale cosciente riposi in fondo Sopra una
supposizione naturale ma falsa (1). La finalità per lui può esser considerata
come un istinto animale. Così adduce molti casi d’istinti artistici, come
quello degli insetti, nell’in- tenzione di gettar Iuce sopra l'azione della
volontà sfornita di co- noscenza. L’istinto d’altronde non funziona che come un
com- mento all’attività creatrice. Giustamente il Janet, nella bril- lante
confutazione della finalità istintiva sostenuta da Scho- penhaner, osserva che
il zoomortismo (dell’istinto) sostituito al- l’antropomorfismo (dell’intelligenza)
non apporti alcun vantag- gio, mentre cen revanche elle présente de bien plus
grandes difficultés » (2), e in ultima analisi conclude che la filosofia di S.
non merita altro nome che quello di ilozoismo (3). $S 5. — Dopo il primo trentennio
del secolo XIX e nella sosta del pensiero filosofico tedesco fine ai due terzi
del secolo all’in- circa, col primo nascere e fiorire cioè delle dottrine
positive, la critica dell'’Hume torna a dare il motivo e Vimpulso alla in-
terpretazione empirica del problema causale. L'attenzione sopra tutto si
rivolge all'aspetto puramente objettivo del problema, nelle scienze fisiche e
naturali escludendo la considerazione me- tafisica (4). Risalendo alla fonte
del positivismo non si può non (1) Die W. als. W. II, c. 26. (2) JANET, op.
cit., 511. (3) » » 515. (4) Mi pare inutile insistere sopra il famoso
ostracismo dato dal Comte alla ricerca delle cause intime dei fenomeni, sia
prime, sia finali. È notissimo che il C. rifiuta tale ricerca come
essenzialmente metafisica, cioè trascendente il compito delle scienze e della
sistemazione positiva del sapere. « Dans l’état positif, l’esprit humain
reconnaissant l’impossibilité d’obtenir des notions abso- lues, renonce à
chercher l’origine et la destination de l’universe, et è connaitre les causes
intimes des phénomènes » (Cours, I, pag. 10). 208 CAPO XI avvertire che il Comte
malgrado le sue evidenti attinenze con Locke e Hume per ciò che concerne la
rinunzia alle vecchie interpretazioni metafisiche della sostanza, della causa e
della forza, la preoccupazione della scoperta delle leggi, la conside- tazione
quasi kantiana della relatività della scienza e del feno- menismo, si spinge
ancora più in là di essi nel ritenere empiriche e naturali tutte le scienze,
comprese le matematiche (1). Da ciò segue laudace conclusione che Ta causa per
il Comte alligna anche nella matematica, posta da lui in cima alla scala enci-
clopedica, come lo strumento -più potente dello spirito umano nella ricerca e
nella prova delle leggi dei fenomeni naturali. E poichè la matematica, secondo
lui, si distingue in matematica astratta o calcolo (estensione della logica
naturale) e matematica. concreta, suddivisa in geometria e meccanica razionale,
questa per l'aspetto dinamico, quella per l'aspetto statico dei fenomeni
dell'universo, anzitutto il problema generale della meccanica, pigliando natura
e portata causale diventa questo: determinare l’effetto che produrranno su di
un corpo varie forze agenti si- multancamente, quando sì conosce il movimento
semplice che risulterebbe dall'azione isolata di ciascuna di esse, ossia deter-
minare i movimenti semplici la cui composizione darebbe luogo ad un movimento
composto conosciuto (2); quindi il carattere “altiologico della meccanica
razionale si specifica nelle tre leggi causali di Keplero, di Newton e di
Galileo (3). Non importa discutere ora la questione, se nella matematica ove
parrebbe che si dovesse far astrazione dal concetto di tempo possa invece
inserirsi la considerazione della causa in cui il fattore della successione
entra per necessità, e se la meccanica per quanto razionale, dato la natura
causale del suo problema implicante il criterio del tempo, non debba piuttosto
rientrare nella fisica. (1) Il LÉvyx-BRUHL (La philosophie d’A. Comte, Paris
1900, pag. 143 e seg.) apprezzando il tentativo comtiano di render perfettamente
omogeneo l’intero sistema delle scienze sulla base di una comune naturalità
vorrebbe trovare un precedente in Descartes per il tentativo del metodo
universale valido per tutte le scienze. Ma le sue ragioni non sono convincenti,
perchè l’unificazione metodica cartesiana è analitica e razionale, quella di
Comte per contro è em- pirica e naturale. (2) COMTE,
Cours de philosophie positive, 58 ed., Paris, 1892, vol. I, Lez. I, III, IV. (3) Op. cit., II, Lez.
X)X. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 209 Quel che è utile notare è
che la determinazione delle leggi cau- sali della meccanica razionale dovrebbe,
secondo il Comte, esser dovuta solo all'impiego del metodo matematico, data la
classi- ficazione comtiana delle scienze. Or qui appare nettamente la fallacia
della teoria del Comte; perchè egli afferma che le leggi della meccanica ci
sono date dall'esperienza come quelle del resto della Geometria, essendo ogni questione
matematica, per la parte concreti, fondata necessariamente sulla considerazione
del mon- do esteriore e frattanto essendo impossibile ridurla ad una mera serie
di deduzioni razionali più o meno prolungata. Ciò vuol dire, se non erro, che
la famosa perfetta e omogenea unità del metodo matematico fallisce senza
rimedio per le mani stesse del Comte, che da un lato pretende di far sparire
ogni differenza metodica fra scienza e scienza, dall'altro introduce egli
stesso una separazione incolmabile fra la parte astratta o deduttiva: ela parte
concreta o induttiva delle matematiche (1). Di più quel che il Comte dice
dell'esperimento, come procedimento del metodo induttivo, predominante nella
Fisica (2), prova a chiare note la sua incapacità di comprendere il metodo
sperimentale che egli confonde sempre ora col metodo induttivo ora col me- todo
empirico, Senza seguire partitamente il Comte in tutto il suo minuto studio dei
varj rami così della Fisica come delle altre scienze, basterà ricordare che
l’interpretazione causale del (‘omte non differisce sensibilmente .da quella
dell’Hume (3), mentre in modo energico si distacca da ogni a priori sia della
scolastica, sia di Kant, sia di Hegel. (1) COMTE, op. cit., I, Lez. III (2) Op.
cit., II, Lez. XXVII, XXVIII. (3) Malgrado la sua profonda attinenza coll’Hume,
il Comte, come vedemmo, attribuisce una grandissima importanza alla
determinazione scientifica delle cause, tanto che l’introduce persino nelle
matematiche. Trovo quindi esagerato il giudizio del KòNIG il quale dichiara che
il Comte ritiene senza valore logico il concetto causale e scientificamente
supertino (KONIG, op. cit., pag. VI, VII). Certo il Comte (come in genere il
Positivismo), poichè vieta alla mente umana di dar senso alla ricerca
dell’essenza, delle cause, dei fini delle cose, e si appaga più del come che
del perchè, nega ogni valore al principio di causa- lità nel senso metafisico.
Ma non insiste fermamente sull’utilità di scoprire le leggi causali che reggono
i fenomeni? Il Comte vuole, è vero e lo proclama senza posa, astenersi dalla
vana ricerca delle cause (come entità in sè) per dedicarsi alla proficua
ricerca delle leggi. Ma la conoscenza scientifica delle Pastore — Storia
critica del problema della causalità 14 210 CAPO XI SG. — Il movimento critico-idealistico
tedesco non fu senza effetto sullo sviluppo dell’aitiologia italiana nella
prima metà del secolo NIN. Esso vi fece spiccare Vimportanza del fattore
aprioristico interpretato come condizione che rende possibile Vesperienza
concreta delle cause, ma in pari tempo acuì il gusto delle più astruse e men
proficue questioni del pensiero astratto. E se non fosse stato del Galluppi il
quale, con acume critico maraviglioso avvalorato dal retto senso della verità e
della realtà cocon quella sagace riserva scientifica onde nascono le utili
scoperte nel giro dei fenomeni interiori, xi oppose all’invadenza .
dell'idealismo e del razionalismo più intransigenti, senza però cessare dal
combattere valorosamente gli errori del sensismo, il pensiero filosofico italiano
non si sarebbe destato tanto presto dal suo torpore. La spiegazione causale del
Galluppi è in certo modo conci- liativa fra il soggettivismo aiticlogico
assoluto e l'oggettivismo, perchè ripone il fondamento dell'idea di causa
nell’esperienza interna ed esterna. I Galluppi ha parlato a lungo del problema
della causalità nel Capo IV del primo volume del suo saggio filoxcfico, ivi, e
nel secondo volume ancora, esponendo i pensa- menti di Docke, di Hume, di Reid
e di Kant. I risultati della cri- tica sono da lui stesso riassunti in questo
modo perspicuo. «Io ho dimostrato, 1. Che la nozione della causa che Hume ci
dà, è falsa. 2. Che noi abbiamo una nozione della causa efficiente. 5. Che
questa nozione può esserci somministrata dall'esperienza. 4. Che la massima:
Non c'ha effetto senza una causa è d’una certezza. infallibile @ priori. 5. Che
questa massima non è un giudizio s/nfetico @ priori, come pretende Nant, ma un
giudizio poggiato sul principio di contraddizione, ed una proposizione
identica. 6. Che i giudizj sintetici « priori, introdotti dal Cri- ticismo,
sono assurdi, rd Che, sebbene questa massima sia una proposizione identica, non
ripugna che Ja eansa sia distinta leggi della natura non si risolve nella
conoscenza scientifica dei rapporti cau- sali? Sembra quindi opportuno
distinguere il concetto causale e il suo impiego nelle scienze non negato come
superfluo dal positivismo e il principio cau- sale nel senso metafisico, a cui
è vero che il positivismo nega ogni valore. Una discussione seria non condurrà
mai a confondere due cose diverse così importanti. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA
METÀ DEL SECOLO XIX 211 dall’effetto. 8. Che partendo da un essere mutabile, si
giunge legittimamente a conoscere l’esistenza di un Essere immutabile. 9. Che
in consegunza si può conchiudere da un'esistenza, oggetto . immediato della
esperienza, ad un’altra esistenza, che sotto Te- sperienza non cade. 10. Che
non è necessario, che questa seconda esistenza fosse capace di divenire un
oggetto d’esperienza, e che la distizione che si pretende stabilire fra le
verità dedotte della Fisica, e quelle della Metafisica su Pesistenza degli
oggetti su- persensibili, è arbitraria, e chimerica)» (1). In un altro passo
esprime luminosamente il suo pensiero. « La sensazione si mostra alla
coscienza, come distinta dall’essere che sente, e dall’oggetto sentito, e come
necessariamente legata a tutti e due. Se la sen. sazione è un modo dell’essere
sensitivo, essa racchiude nella sua nozione una connessione coll’'essere; se
essa è un sentire, è legata coll’oggetto sentito. Nel sentimento del me, il
quale sente un fuor di me, si trova dunque l’idea di una connessione fra due
esistenze, cioè fra il soggetto, e la modificazione, fra Ja sensa- zione, e
l'oggetto sentito. Il sentimento di un fuor di nie è il sen- timento di un
soggetto incognito, che mi modifica, cioè che fa esistere in me una
modificazione. Nel sentimento di un fuor di ine io trovo dunque la nozione di
un agente, che fa esistere in me qualche cosa, cioè trovo la nozione della causa
efficiente. Questa nozione si trova dunque tanto nel sentimento della propria
attività, che in quello della propria passibilità » (2). ST. — Il Rosmini,
fattosi accorto dell’insufficienza di qual. sivoglia. empirismo puro per quanto
perspicace e conciliativo come quello del Galluppi (che fu antisensista (3) e
rianimato dall’alito vivificatore del criticismo), si sforza di richiamare la
filosofia italiana a quell’altezza a eni Pavevano collocata i mag- giori. Nella
prima fase della sua dottrina, dal Nuovo saggio sull’origine delle idee (1830)
alla Logica (1853), il problema della causalità è considerato, al solito, dai
due punti di vista (1) GALLUPPI, Saggio filos. Milano, Silvestri 1846, vol. 1,
lib. I, capo IV, $, 128. (2) Op. cit., vol. III, lib. III, capo X, $ 64. (3)
GENTILE, Rosmini e Gioberti, Pisa, Nistri 1898, pag. 307 (estr. dagli Annali
della R. Scuola Norm. Sup. di Pisa, vol. XIII). 212 CAPO NI differenti ma
intimamente connessi della Logica delle scienze e della Metafisica. E utile
mantenere questa distinzione. Nella Logica, trattando del quarto modo interiore
d’argomen- tare cioè dell’/ntegrazione («ed è quell'argomento, pel quale. la
mente da una cosa cognita ne argomenta una incognita senza che questa cada
sotto la. sua esperienza, per la ragione che la cognita non potrebbe esistere,
come pur esiste, senza quell'altra incognitit» (1), assume energicamente la sua
posizione contro il sensismo, dichiarando che il principio di causa — se vha un
avvenimento dee avervi una causa — appartiene all'ordine che si trovi nella
relazione tra Tessere infinito e finito (2). Questo principio, specialmente se
ajutato da quello della ragion sufficiente <— ogni cosa dee avere la sua
ragion sufficiente — è fondamento ad una serie d'argomenti, che appartengono all’in-
fegrazione e conducenti a discoprire Vesistenza. d'una. causa del mondo che non
cade sotto P'esperienza (3). E risolve il pre- biema dello sperimentare, per
eni si ha la cognizione delle cause, nel senso che coll'arte di esperimentare
FPuomo costringe la na- tura a manifestare i fatti ch'ella nasconde. I fatti
che si vogliono rilevare mediante le sperienze (osser- vazioni artificiali)
sono i generali e costanti, da' quali dipendono tutti gli altri e si
considerano come cause degli altri (4). I fatti primigenj, generali e costanti
si considerano da° fisici come Cause, perché da pertutto dove sabbia dimostrato
esserci quel fatto, e le circostanze da esso volute, ne seguono certi altri
fatti. Reputare i fatti generali rere conse (metafisiche) sarebbe incor- rere
nel sofisma post hoc, ergo propter hoc, ma il fisico le chia- (1)
RosMIxi-SERBATI, Logica. Torino, Pombia, 1854, è 650. (2) Op. cit., è 684. (3)
» » » Il lettore comprenderà perchè non si riferiscono qui tutti i passi
rosminiani concernenti il concetto di causi; così la teoria della distin- zione
delle cause relativamente all'errore (disponitive, etticienti ed eccitanti, $
246, — quali siano disponitive della volontà agli assensi erronei, $ 285 — le
cause esterne che eccitano le passioni, $ 292 — le probabili, s 924 — le na-
CA: » è turali, $ 1128 — le piene, $ 1079 — le finali, $ 965). Nostro proposito
non è di racimolare tutti i passi in cui cade la parola « causa », nè pure di
ricopiare quelle speciali trattazioni didattiche che costituiscono il frasario
alla moda di ogni scuola. (4) Op. cit., $ 954. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ
DEL SECGLO NIN 213 ma cause, perchè approfittandosi della loro costanza se ne
im. possessa e fa nascere gli effetti che brama: così p. e. dice che la causa
dell'acqua è quella combinazione di ossigene e di idro- gene, quelle affinità
ece. Nello stesso tempo egli non ignora che In tutto ciò che porge
losservazione esterna non c'è mai vera causa (1). L'arte dunque d’esperimentare
si riduce «a collocare de’ corpi piccoli o grandi in certe posizioni reciproche
e osser vare quali azioni e modificazioni succedono » (2). Prosegue di-
chiarando che la scienza e Parte d'esperimentare ha le sue regole medie
dipendenti dai principj più universali della logica (3); ae- cenna pot quelle che
devono governare le ipotesi (4) non senza trascurare il severo monito che «fu
parlato assai contro le ipote- si: alcuni pensatori mediocri le proscrissero ;
i sommi non mai» e che le cause tisiche « sono soltanto certe circostanze date
dall’e- sperienza extra-soggettiva, poste le quali, s'hanno certi fatti co-
stanti) (5), con arguti riferimenti al Boscovich e alle tre celebri regole del
Newton, porge luminosi esempj dell'applicazione dei suoi principj (6);
finalmente rende conto dell'esatto e positivo risultato delle osservazioni e
delle sperienze sempre in ordine alla cognizione delle cause (7). Del senso
delle vere cause è bene riferire ancora il tratto più saliente a chiusa di
questo sommario. € Dalla regola precedente (de modi possibili d'essere cioè dell'esercitàrsi
a considerare le cose non solo come sono, ma come potrebbero essere) nasce
questa, che il filosofo. il quale ha già stabilito il principio, che Vuniverso
sia LPopera della mente. paragoni il modo in cui Te cose sono coi medi in cui
potrebbero essere, e cerchi la ragione sufficiente, per quanto gli riesce, che
gli spieghi perchè sono nel modo che sono, piuttosto che in un altro de'
possibili. Platone giudica questo studio quasi il solo importante, poichè
conduce alle rere cause delle cose, alle cause (1) Op. cit., è 957. (2) >» »
dè 907. (3) » >» $ 958-960. (4) » 961. (5) » $ 962. (6) » dd 961 note 19 e
2A, (7) » >» dd 968-970. 214 CAPO NI prime; quando le cause efficienti in
ragion logica sono posteriori alla mente, che le elegge e modera » (1).
Applicando questi ultimi principj al problema metafisico della sausalità, noi
vediamo che a seconda dell’interpretazione rosmi- niana della natura
dell'essere a priori che applichiamo ai dati fornitici dall'esperienza
sensibile giacchè causa è ciò che non cade sotto i sensi ma sotto il pensiero,
che va al di là della sen- sazione (2) — varia il senso e il valore delle rere
cause delle cose. Se Pessere ideale è un principio di conoscenza e non di
esistenza, fe varie cause sono da considerarsi psicologicamente : sono invece
da considerarsi ontologicamente se quello è un principio di esi- stenza e non
di conoscenza. La teoria delle vere cause ci presenta il secondo punto di vista
dell’aitiologia idealistica del Rosmini, mi questa versa quasi tutta in materia
di teologia e nei pochi tratti concernenti la filosofia non dice cosa che
meriti d’essere avvertita separatamente. SUS. — Vincenzo Gioberti, miracolo
d’ingegno filosofico, in-- vece di fare del problema della causalità una
considerazione speciale, vi impernia tutta la sua dottrina da cima a fondo e si
sforza di provare come tutte le verità e tutti gli errori diret- tamente 0
indirettamente nascano dal buono o cattivo concetto della formola ideale che
non è poi altro che il concetto di crea- zione causale, coi termini essenziali
che lo costituiscono. A ben comprendere questo concetto saranno opportune
alcune avver- tenze di terminologia. Gioberti, d'accordo colla tradizione filo-
sofica, anzitutto distingue la causa dal principio. Per causa intende un principio
che contiene in sè La ragione e la determi. nazione dell’esistenza d'una coxa,
mentre l'esistenza della. cosa la cul ragione 0 determinazione si contiene
nella causa costituisce l'effetto. Per principio intende ciò che contiene in sè
la ragione d'una cosa, mentre questa cosa per riguardo al principio costi-
tuisce il principiato. Posta la formola: VEnte crea l'esistente, come due sono
le categorie del reale VEnte e Tesistente, così —_ (1) Op. cit. $ 991 (2) Breve
schizzo dei sistemi di filosofia moderna e del proprio sistema. Carabba,
Lanciano 1913, pag. 46. LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 215 due
sono gli ordini della causalità, non potendosi questa con- cepire che come
propria dell’Ente o dell’esistente. Quindi è ovvio distinguere la causa prima
ed assoluta dalla causa seconda e relativa; quella non è che V Ente, questa
l'esistente. Sulle ul. teriori divisioni e suddivisioni delle cause seconde è
inutile in- sistere. Procediamo invece alla notizia della creazione che vera-
mente è la relazione tra l'Ente e Vesistente cioè tra l'Ente prin- ciplo-Causa
e l'esistente principiato-etfetto. Lo schiarimento di questo punto ci dà il
vero senso e il vero valore dell’aitiologia di Gioberti. Si tratta di capire
bene come l’idea di creazione sia Inseparabile dall’idea di causa presa in
senso assoluto. Ecco li dimostrazione di Gioberti. « Benchè l’idea di causa sia
su- scettiva di varie modificazioni, egli è chiaro che quando si ap- plica
all'Ente la si dee pigliare in modo schietto ed assoluto, senz’alcuna
limitazione; altrimenti non potrebbe adattarsi quest'uso. Ora la causa nel suo
significato schietto e assoluto è prima ed efficiente, e se non avesse queste
due proprietà non sarebbe vera causa. Come prima, ella non è l’effetto d’una
causa anteriore; come efficiente, non produce la semplice forma 0 modalità de’
suoi effetti ma tutta la sostanzialità loro. Perciò, se rispetto all’effetto,
come effetto, la causa di cui parliamo è veramente causa prima; riguardo
all'effetto, come sostanza con- tingente, la causa prima è eziandio sostanza
prima, cioè sostegno della sostanza, rispetto alla quale la cosa effettuata è
sostanza seconda solamente. Ora la causa prima ed efficiente dev'essere
creatrice, perchè se non fosse tale non potrebbe possedere quelle due proprietà.
Non sarebbe prima, se pigliasse d’altronde la sostanzialità dell’effetto
prodotto; non sarebbe efficiente, se la contenesse in sè, e l’estrinsecasse
come fattrice e non come crea- trice. L'uomo dicesi veramente causa efficiente,
non già di sc- stanza ma di modi; tuttavia anche rispetto ai modi, non è crea
tore, perchè li produce, come cansa seconda, per una virtù ri- cevuta dalla
causa prima. L'idea di creazione è adunque inse- parabile da quella di causa
presa in senso assoluto. E siccome l'idea di causa costituisce uno dei primi
principj della ragione, ne segue -che il concetto di creazione si dee
annoverare fra. le idee più originali e più chiare dello spirito umano. E
veramente non è possibile il disgiungere l’atto creativo dalla causa ope- è 216
CAPO XI rante, ne la virtù creatrice dalla potenza operativa, se la causa e la
sua efficacia si concepiscono come infinite ed assolute. Ora siccome il
concetto delle cagioni, secondarie e finite, involge quello d'una cagione
prima, infinita, ed è una semplice astra- zione e modificazione di esso, ne
segue che l’idea di creazione è In ogni caso inseparabile da quella di
causalità » (1). Ho ripor- tato questo lungo brano, perchè mi sembra la
sostanza di tutto il sistema altiologico del Gioberti, presupponendo la
conoscenza della dottrina generale. Gioberti in fondo vuol dire che se Ente è
causi delle cose, VEnte è di necessità creatore. Ma che PEnte ski causa delle
cose non si può conoscere da chi ripensa Vintuito dell'Ente schietto ed
isolato, non essendo in questo caso possi- bile avere il concetto di creazione
così d priori che d posteriori. Dunque è d'uopo riconoscere Pintuito dell'atto
creativo, il quale importando insieme Ente vreante e Tesistenza come termine
della creazione scioglie ogni diflicoltà. Per compiere lo schizzo è d'uopo
aggiungere ancora una citazione riguardante la cosmo- logia intesa da Gioberti
come la scienza dell’universo conside- rato nei suoi concetti intelligibili che
concorrono a formare la Sua notizia e sovrastanno ai suoi sensibili componenti,
spirituali o corporei; i quali sono il soggetto della psicologia e delle
scienze fisiche. cit sola così che ci venga insegnata dalla esperienza, è una
certa uniformità nelle esistenze e la successione costante dei fenomeni
mondani. Ora Ta finalità non si contiene meglio della causidità nella
successione dei fatti successivi; e gli argomenti di Davide Hume contro Ja
cansa efficiente militano del pari con- tro da causa finale. L'esperienza ci fa
vedere uno o più fenomeni suecedenti ad altri, e nulla più. Ora, siccome THume
ne con- chiude ragionevolmente, che stando nei limiti della esperienza Non si
può affermare che ii secondo fenomeno sia causato dal primo, e così via
successivamente, non si può tampoco asserire che il primo fenomeno sia indirizzato
all'ultimo, come a suo fine. Per ispiegare e legittimare il principio
teleologico come quello di causa, egli è d'uopo perciò ricorrere
agl'intelligibili e accoz- zarli colle impressioni sensitive, Nel principio di
causalità Videa (1) GioBERTI, Introd. a. stud. dA. filosof., Milano 1850, I,
277-78. bt pig “STA LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 217 di cagione
si connette col fatto sensibile d’incominciamento ; così pure nel principio di
finalità, l’idea di fine si accoppia col fatto sensibile della costanza e del
progresso graduato nella succes- sione. Il concetto sensibile d’incominciamento
congiunto all’idea razionale di causa, porge li nozione di principio attivo,
produ- cente, e di produzione : il concetto sensibile di successione rego- lare
e progressiva accompagnato da quello di fine, suscita l’idea di principio
intelligente, ordinante, e di ordine. Dunque l’idea d'ordine non ingenera
quella di fine, ma »ì bene Videa di fine partorisce quella di ordine e le dà un
valore objettivo. Noi po- tremmo vedere e contemplare eternamente larmonia
universale senza conoscerla, come armonia, e senza cavarne l'idea di un ordine
etfettivo, se il concetto di fine, e il principio teleologico non ci fossero
semministrati dalla ragione » (I. Discendere ad altri particolari sarebbe
fastidioso. La parte verimente essen. ziale della teoria giobertiana sta tutta
nei punti riferiti. $ 9. — Siamo ora in grado di apprezzare sommariamente i
con- tributi aitiologici portati da questi tre grandi pensatori. Il pro- blema causale
per opera del Galluppi, se non fece un passo nuovo in avanti, cominciò
fertunatamente i senofere il doppio giogo dogmatico del sensismo e
deliinnatismo. Non fu che Vinizio di una rivoluzione filosofica liberale i cui
benefici frutti attesero molto tempo per apparire, perchè i sistemi di Rosmini
e di Gio- berti in pochi lustri, guadagnata vastamente Vopinione pubblica,
furono trascinati dalla restaurazione cattolica e politica e non tardarono a
favorire gli indirizzi contrarj ai principj della filo- sofia. Tuttavia la
lezione di libertà non andò perduta, perchè gli stessi sistemi di Rosmini e di
Gioberti, dopo un brillante ma rapido periodo di popolarità, perdettero quasi
del tutto il loro seguito nella penisola e la tendenza liberale risorse, L’influenza
galluppiana poi si fece sentire profonda sullo stesso Rosmini, il quale,
primamente, non tanto dalla Critica di Kant quanto dal Saggio filosofico del
Galluppi, acquistò consapevolezza del vero problema della filosotia istituito
da Kant. In generale bisogna convenire che il merito dell’aitiologia rosminiana
è la sua pro (1) Iatrod. II, pag. 34-5. 218 CAPO NI fonda attinenza con
Vaitiologia di E. Kant (1), come apparirà dalla discussione seguente
sull’aitiologia di Gioberti. Quanto al problema derivato dalla determinazione
sperimen: tale delle cause fisiche (fatti generali) si sente che la trattazione
rosminiana è fatta con relativa imparzialità ma senza speciale competenza
sclentifica. Invece la riapertura del problema meta- fisico delle « vere cause
» gli fa fare nn salto indietro rispetto a Kant; perchè finisce per ricacciarlo
nelle illusioni trascendentali della vecchia metafisica, sopratutto nei
dogmatismi della rina- scenza cattolica, dove noi non possiamo seguirlo. Dai
tratti riferiti appare che Vincenzo Gioberti è il vero re- stauratore di quel
concetto filosofico della causalità che s’è svi- luppato nella storia da
Plotino a Bruno, da Spinoza a Hegel ed ora si ripresenta come il pensiero
animatore di gran parte della filosofia italiana contemporanea. Quindi più che
a cercare obje- zioni al suo pensiero noi non cercheremo che di chiarirlo e di
ratforzarlo per quanto ci sarà possibile, persuasi che al risorgi- mento degli
studj filosofici in Italia massimamente giovi la co- noscenza: del pensiero del
grande torinese. Lo Spaventa ha notato giustamente che vi sono in Gioberti due
uomini: uno vecchio ed uno nuovo ; quello delle prime opere e quello delle
Lostune. Però sembrerebbe più conveniente sta bilire che la filosofia
siobertiana nel suo ampio e drammatico ciro ci presenta due dottrine precedute
da un prologo. I prologo è la Teorica del sorranaturale (1838), la prima
dottrina è 1’ /n- troduzione alla filosofia (183940), la seconda dottrina è la
Pro- tologia (1857, post.). Secondo lo Spaventa, il sistema di Gioberti ha un
doppio contenuto: il primo contenuto è l'Idea come so- stanza e causa e perciò
La forma non ha niente di dialettico; il secondo contenuto è VPIdea in quanto
atto creativo dell'Ente, cioè L'Ente (lo Spirito) come produzione assoluta di sè.
E perciò la forma è processo dialettico. Di questi due modi il primo pre- ale
nelle prime opere; il secondo è la tendenza delle Postume, ma non mai un fatto
compiuto » (21. Avendo nell'esposizione di (1) Cfr., a questo proposito, B,
SPAVENTA. La filosofia italiana nelle sue rela- zioni con la filosofia europea.
Bari, 199, pag. 150-164; GENTILE, in ROSMINI, Il principio della morale. Bari,
1914. Osserv. pag. 213-242. (2) B. SPAVENTA, La filos. ital, pag. 134-8. LA
FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO NIN 219 poco fa citato il brano in cui
Gioberti dimostra che l’idea di creazione è in ogni caso inseparabile da quella
di causalità, fin dall’/ntroduzione allo studio della. filosofia, si capisce
che la di: stinzione dello Spaventa è un po’ forzata. La novità del secondo
contenuto sembra più tosto consistere nell’Ente come atto dia- lettico
auto-causativo delle esistenze. L'importante è che il prin: cipio causale, dopo
d’esser stato il punto di partenza, è ancora il punto di conversione della
mente di Gioberti, e latto vitale anzi rinnovatore della sua filosofia. Ma la
vera situazione aitio- logica di Gioberti non si può afferrare senza una chiara
idea della sua grande polemica con Rosmini, intorno a cui non è an: cora stata
detta lultima parola, malgrado i profondi studj dello Spaventa e del Gentile e
il recente lavoro del Saitta (1). Com'è noto, la grave questione verte
sull’interpretazione dell’Idea del- YEnte cioè del Primo. Secondo Gioberti, il
Primo di Rosmini non è che psicologico cioè non è che la prima idea da cui
dipen- dono tutte le altre nell'ordine dello scibile, a differenza di altri che
pongono solo il Primo ontologico cioè la prima cosa da cui dipendono tutte le
altre cose nell'ordine del reale. Ma, secondo {tioberti, e per la ragione che
la prima idea e la prima cosa sì identificano fra loro, questi due Primi ne
fanno uno solo, cioè il Primo filosofico, principio assoluto di tutto lo
scibile (ideale) e di tutto il reale. Insomma, distinti per ipotesi da un lato
V'Ente (ideale, possibile, Primo psicologico) dall'altro il reale (Primo
ontologico), il Primo di Rosmini non è che PEnte possibile, il Primo di
Gioberti invece è la sintesi che riunisce le proprietà dei due primi, cioè 1
Ente reale (espressione che evidentemente sI. gnifica ideale-reale). Perchè poi
(Gioberti stesso continui a chia. mare ontologico questo suo Primo filosofico,
sintesi del primo psicologico e dell’ontologico in senso stretto, generando
così, senza dubbio, qualche equivoco nella mente dei superficiali, la ragione è
chiara. La stessa parola realtà riunisce già i due sensi del reale e
dell'ideale, perchè, stando alla sua etimologia, viene div res, cosa
(sensibile; e res viene da reri, pensare (intelligibile) (2): VEnte medesimo
sopratutto ha i due sensi. Trattasi soltanto (1) SAITTA, Zl pensiero di V.
Gioberti, Messina, Principato 1917. (2) GIORERTI. Introduzione, I, n. 73, pag.
535, 220 CAPO XI di distinguere due Primi ontologici, l'uno in senso largo e
con- creto che è quello di Gioberti (Primo filosofico), l’altro in senso stretto
ed astratto che è quello degli antipodi di Rosmini. Ai due Primi astratti (del
psicologismo e dell’ontologismo) in senso stretto Gioberti si sente
immensamente superiore. Da ciò deriva il tono di superiorità che è sensibile
nella sua polemica e la vit. toria infine del torinese sul roveretano, che
oramai è giocoforza proclamare secondo i risultati più sicuri della critica.
Dall’in- terpretazione del Primo discende ovviamente quella della causa- lità,
perchè se è vero che il Primo di Rosmini non è che la prima idea dende
dipendono tutte Te altre e quindi anche quella di causa, l'idea rosminiana
della causa ha origine psicologica, men- tre quella giobertiana ha senza dubbio
origine filosofica o sinteti- Ca cioè ontologica ma nel senso largo, concreto e
assoluto della barokit. chiarito or ora. Chi voglia stillarsi il cervello per
di- fendere Rosmini dalla tactia di psicologismo, potrebbe osservare che non è
vero che, secondo Rosmini, tutte le idee e quindi Videa di causa dipendono
dall'idea dell'ente, perchè Rosmini in un punto del Nworo Saggio ammette
esplicitamente la doppia causa. La doppia causa delle idee acquisite — egli
dice —— è Videa dell'ente e Ru sensazione ». Mal questo non gioverebbe nulla.
perchè è della stessa Idea primitiva dell'Ente (e non d’un'idea acquisita) che
si tratta di stabilire Vorigine e sarebbe assurdo pretendere che anehe questa
idea abbia come doppia causa l'idea dell'ente e la sensazione. Del resto anche
accettando quest’'ipo- fesi assurda non si eviterebbe il psicologismo, perchè
tanto la riflessione a cui è sottoposta Ta sensazione, nella teoria di Ro-
smini, quanto Fimntnito a cui è sottoposta Tidea dell'Ente sono mere funzioni
formali cioè forme pure ed a priori dell'attività conoscitiva. La loro natura
psicologica è indubitabile; benchè la prima sia rivolta ai sensibili, la
seconda agli intelligibili. Questo significa che ogni forma pura rosminiana sia
la rifles- sione (per le sensazioni) sia Tintuito intellettnale (per idea
dell'Ente) resta nel puro psicologismo ; cosa che apparve chia- rissima al
penetrante sguardo di Gioberti. E Ma dove sempre meglio si rivela il dissenso
aitiologico tra Rosmini e Gioberti è nel concetto della relazione fra i
sensibili e gli intelligibili, perchè Rosmini sta arenato al concetto statico
LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ BEL SECOLO XIX 221 dell’applicazione dell'idea
dell'ente come semplice possibilità del vuoto conoscere. (ioberti, all'opposto,
tesoreggiando la sua in- terpretazione della copula della formola ideale, passa
al concetto dinamico della causazione dialettica autoproduttiva dell’Ente
concreto. L’essere per Rosmini, non fecondato dal principio cau- sale, resta
lume intellettuale, indeterminato, astratto, possibile, senza il fatto.
L'applicazione famosa dell’intuito (degli intelli- gibili) alla riflessione
(dei sensibili) resta una semplice addi- zione, non una vera sintesi e tanto
meno un processo causale come in Gioberti. C'è, è vero, una corrispondenza tra
la sintesi à priori di Kant e l'applicazione di Rosmini, e c'è anche il progetto
di sintetizzare la sensitività (riflessione) coll’intelletto (intuito) mediante
la percezione intellettuale che vorrebbe far riscontro alla riflessione
intuitiva 0 ontologica di Gioberti. Ma con due parole saldate insieme non si dà
origine ad un processo sintetico, come non si fa una sintesi con l’applicazione
d’un francobollo sopra tima busta vuota. Gioberti va più addentro, perchè
sdoppia la riflessione, distinguendo la riflessione psico- logica o sensitiva
dall’ontologica o intuitiva. La prima, secondo lui, è la percezione del
soggetto semplicemente, senza cognizione dell’oggetto, in opposizione
diametrale all’intuizione che è per- cezione dell'Ente semplicemente senza
cognizione del soggetto. Fra queste due operazioni estreme Gioberti colloca la
riflessione ontologica come percezione dell'Ente intuito. È questa in altri
termini un’operazione speciale tramezzante le due altre e par. tecipante della
loro doppia natura, mentre le congiunge con atto nnico di mediazione,
costitutivo della sintesi conoscitiva. Punto indivisibile di contatto del
soggetto pensante coll’og. getto pensato, ben diverso però da quello «in cui
alcuni filosofi tedeschi riposero assurdamente l Assoluto » (1). Con questa
teoria importantissima della doppia riflessione Gio- (1) GroBERTI, Errori, II,
pag. 155-163 (Ediz. 28 di Bruss.). Il SariTa a questo proposito ritiene che
questa pretesa assurdità sparisce non solo nello svolgi- mento ulteriore del
suo pensiero, ma anche in questo primo periodo della sua speculazione (op.
cit., 164). Ma il perchè di questa scomparsa non si capisce, e non si capirà
mai finchè la riflessione ontologica o intuitiva, che ha natura conoscitiva
umana, non si identifichi con la creazione della formola ideale che ha natura
sintetica divina, come afferma lo stesso Gioberti. 222 CAPO NI berti libera il
suo concetto dell’intuito da ogni oscillazione e oscurità, e supera di gran
lunga la teoria rosminiana della per- cezione intellettuale (1). Ma cerchiamo
di cogliere ancor più da vicino la realtà vera del concetto ititiologico di
Gioberti. Perchè Gioberti pone PEnte come causa, la creazione come azione cau-
sativa e l'esistente come effetto? Secondo il nostro punto di vista, causalità
implica rapporto logico e rapporto cronologico. Ora che Gioberti ponga Lordine
logico nella cansazione assoluta della formola ideale si può capire o almeno
non fa meraviglia, perchè egli identifica sempre assolutamente Yordine logico
col- l’ontologico, Videale col reale aventi ambedue radice nell’asso- luto. Ma
identifica egli del pari semplicemente l'ordine logico coll’ordine cronologico?
Tutt'altro. Diventa quindi indispensa- bile uno schiarimento. Secondo Gioberti
l’idea di tempo (come quella di spazio) consta di due elementi: Puno assoluto e
neces- sarlo, l'altro contingente e relativo ; Funo è il continuo, rappre-
sentato come assolutamente uno e infinito, Valtro è il discreto, rappresentato
come relativamente molteplice e circoscritto. Il continuo del tempo costituisce
La durata continna (Veternità) nel tempo puro, come il continuo dello spazio
costituisce estensione continua (limmensità) nello spazio puro. Tra la durata
continua dell'eternità e la successione discreta dei momenti sta l’atto crea-
tivo che copula il continuo col discreto, il necessario col contin- gente,
VEnte coll'esistente. Applicando questa tripartizione ai membri della formola
ideale ed allanaloga tripartizione dell’idea di causalità si ottiene una
perfetta corrispondenza che parrà più chiara rappresentandolai col quadro
seguente : Primo termine Secondo termine Terzo termine Formola ideale Ente
Creazione Esistente Ordine causale Causa Azione Effetto Ordine temporale ‘Tempo
puro Creazione Tempo contingente (continuo) (discreto) (1) Trovo giustissima’
osservazione del GenTILE che avvicina il sentimento fondamentale di Rosmini
all’appercezione trascendentale di Kant e ritiene che <il fondamental
sentimento sia dallo stesso R. considerato non solo come base della sensibilità
ma come fondamento anche dell'intelletto e per esser più esatti dell'uno e
dell’altro insieme » (I. e G., 186-7). Questo punto non è bene inteso dal
Saitta il quale rischia di lasciar supporre che il sentimento fondam., in
opposizione all’idea dell’essere concerna piuttosto le sensazioni (op. cit.,
168-9). LA FILOSOFIA NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XIX 223 ———6€—m6—€€—————6 + ——
oAl9ei.E_ rr—P—€—€m—————P— tv. Quindi si vede che come i due ordini si
riuniscono in uno solo, così ciascuno dei termini del primo si unifica con
ciascuno dei termini del secondo (1) e si toglie ogni pietra d’inciampo. No-
tando che Gioberti ha saputo tratteggiare in corrispondenza ai tre termini
della formola i sommi capi dell’albero enciclopedico, e mostrare 1 lineamenti
genealogici delle varie discipline e del- l’organismo ideale, con tanta
nettezza che d’ogni cosa si può render conto (non avuto riguardo, s'intende,
che alla coerenza intrinseca del suo sistema) vedesi in oltre come sia
infondata, per più titoli, l'opinione di chi crede che la causalità di Gioberti
sia concepita in modo da escludere quella risultante dai metodi delle scienze
particolari ed espressa nelle leggi determinate dalla natura. Coloro che
opinano in questo modo esclusivo non intendono la filosofia di Gioberti, perchè
sono completamente all'oscuro dell’organizzazione scientifica giobertiana
rispondente esattamente a quella della formola. In conclusione non credo di far
torto alla verità, congettu- rando che colla scorta dell’aitiologia di Rosmini
noi anzitutto cì sentiamo aggirati nel formalismo e alla fine precipitiamo
nella scolastica, perchè è evidente che al Rosmini manca il pensiero profondo
della concretezza causativa reale-ideale dell’unità. Sen- tiamo invece che di
questo profondo pensiero è tutta compresa Vaitiologia di Gioberti, inoltre è
evidente che Gioberti lo feconda col principio della causazione dialettica
dell'Ente come anto. produzione assoluta di sè. Quindi riconosciamo che dal
principio animatore della filosofia di Gioberti il problema della causalità ha
ricevuto una gagliarda spinta in avanti. Pen ne 4 nt det (I) Si metta a
riscontro questa tavola con quella tracciata dal Gioberti per confrontare
l’ordine logico e l’ordine cronologico del principio di causalità e del
principio di finalità (Introd. II, nota 11), e col quadro pure da lui trac-
ciato per mostrare la necessità del metodo ontologico, coi tratti principali
del principio sintetico ideale, in ordine al tempo e allo spazio (Introd. II,
nota 2). VALSA SEDI a I iiliitizén©— _t++—___yTÉ QEERE=— ==} Te == == =iIg) (44
CAPO XII La filosofia contemporanea. La filosofia contemporanea dalla seconda
metà del secolo XIX ai giorni nostri presenta una complicatissima rete di
correnti simultanee, variamente intrecciantisi Vuna con l'altra in con tinua
azione e reazione reciproca. Nell'impossibilità di rispet- tare Vesigenza della
successione temporale, sempre del resto poco significativa rispetto alla
dialettica interiore della storia, raggrupperemo gli autori in tre grandi
correnti a seconda del prevalere della tendenza conoscitiva o teoretica,
sentimentale o patetica, volitiva o pratica. Nella prima corrente (tendenze
teoretiche) esamineremo l’em- pirismo del Mill, l'empiriocriticismo del Mach,
del Petzoldt, del- FPAvenarius e del Kleinpeter, lenergetica dell'Ostwald, il
neo- criticismo e i sistemi affini dell’Helmholtz dello Spencer, del Riehl, del
Renouvier e del Wundt, il positivismo italiano del- lArdigò e del Tarozzi (1),
il contingentismo del Boutroux, (1) Limitandoci al cenno fatto sul Comte nel
Cap. antecedente, non seguiremo il positivismo francese in tutte le sue
ramificazioni sia ortodosse col Lafitte, sia dissidenti col Littr6.
Analogamente non daremo un posto speciale alle correnti indipendenti ma affini
del Taine, del Fouillée e del Guyau. Ma le dottrine del Fouillée e del Guyau,
citate vastamente nella parte seconda dell’opera, furono sempre l'oggetto della
nostra più attenta meditazione, e non è senza interesse, per lo scopo che ci
proponiamo, ricordare che per il Taine il rapporto causale è ricondotto a una
successione necessaria (De Intelligence). PastoRE — Storia critica del problema
della causalità. 15 226 CAPO XII l’immanentismo dello Schuppe, il logicismo
puro del Cohen, il neohegelianismo inglese del Green e del Bradlev, infine Vi-
dealismo attuale del (Gentile. Nella seconda corrente (tendenze patetiche)
esamineremo il valorismo dell’ Eucken, del Miinsterberg, del Windelband, del
Rickert e del Rovce. Nella terza corrente (tendenze pratiche) esamineremo
l’intui- zionismo del Bergson e il pragmatismo del James, dello Schiller e del
Dewev. CORRENTE PRIMA Tendenze teoretiche. S1. Empirismo. Nono tanto note le
idee del Mill sopra l’ori- cine del principio di causalità (1) sulla
definizione del concetto di causa e sui così detti quattro metodi induttivi per
la determi- nazione scientifica della leggi causali dei fatti che basterà un
ra- pido cenno del suo criterio in generale per fornire sufficiente oc- casione
alla nostra critica. Per Fautore del Sistema di Logica la causa nell'esperienza
è Pantecedente invariabile ed incondizio- nato dell'effetto. Con la nota
dell'antecedenza si pone che nessun processo causale è senza tempo; con quella
dell’invariabilità si riconosce la costanza della successione dell’effetto alla
causa ; con quella dell'incondizionatezza si esige che posta la causa sla
L'effetto e soppressi non sia, di più si evita la confusione fra un rapporto
causale e un semplice rapporto di collateralità. Im- portantissimo pregio della
teoria del Mill è poi Tesclusione della ricerca della causa unica, fonte d'uno
dei più frequenti errori, perchè incatena ancora La ricerca fisica alla famosa
fis- azione metafisica dell'unità sostanziale (2), Quanto alla que- stione del
principio di causalità il Mill mantiene il punto di (1) J. S. MILL, Systeme de
Logupie, II, cap. 21. (2) Che questo concetto della causalità non sia
sutticiente dinnanzi alla cri- tica gnoscologica è un fatto riconosciuto anche
da valenti positivisti (vedasi in proposito T'AROZZI, Ricerche intorno di
fondamenti della certezza razionale, Torino 1899, pag. 257-8). Però il Tarozzi
aggiunge che questo concetto milliano della causalità è ottimo per le sue
applicazioni al metodo scientifico. Direi LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 227 vista
di Hume assegnando al principio un’origine e un valore empirico. Tuttavia
riguardo alla prova induttiva di questo principio (cioè alla prova del suo
valore logico) egli si distacca risolutamente dalla situazione scettica del
Hume, pur mante- nendosi fedele al punto di vista empirico. Ma riuscì egli nel
suo intento? Non pare. Non possiamo dunque trascurare il punto vero a cul egli
giunse, se vogliamo conchiudere la nostra analisi. Il Masci, fin dal suo lavoro
sopra Le forme dell’intuizione (1880) e coerentemente nella 2* ed. riveduta e
corretta della sua « Logica » (1910), ha in modo chiarissimo notato il grande
sforzo del Mill diretto a vincere il circolo vizioso additato dall’Tume,
dell’induzione cioè che si giustifica: coll’induzione. Chi segue la sua traccia
ha modo di apprezzare a dovere tutta la critica del Mill. Ma: vediamo prima una
cosa non meno importante. Il Mill], come ho già detto, vuole assicurare il
valore logico dell’indu- zione, sostenendo che il principio di causalità non ha
necessità. al di là dell’esperienza, che non è cioè una necessità del pensiero,
giacchè noi concepiamo il caso e l’arbitrio indifferente. Il Masci
vittoriosamente prima ribatte le minori ragioni con argomenti ai quali rimando
il lettore (1), poscia alla più forte objezione «non è vero, egli aggiunge, che
io possa pensare che il principio di causalità al di là della cerchia della mia
esperienza, non abbia valore; questa possibilità è più presto detta che
pensata. Io posso in verità supporre inesistenti tutti i singoli rapporti di
causalità dati dall’esperienza, ma non già negare in qualsiasi spa- zìo o tempo
la legge causale. Questa come legge logica esaurisce e contiene anticipatamente
tutti i possibili modi di essere del fenomeno; perchè, se anche questo modo di
essere fosse il caos, che è non solo ottimo ma necessario, benchè non
sufficiente, perchè gli manca la prova della validità logica. Considerare come
fa il Mill la causa « come la ‘somma delle condizioni positive e negative prese
insieme, il totale delle con- tingenze di ogni natura, realizzandosi le quali,
il conseguente segue invaria- bilmente » è frase sonora. Ma il vero concetto
scientifico di causa richiede oltre alla contingenza cronologica la necessità
logica in una sintesi che può esser data solo dall’esperimento, non già
dall’induzione di secondo o di terzo grado per quanto larga sia la base
dell’esperienza in generale su cui quella si fondi. Questo non ‘comprese il
Mill, benchè sia d’importanza vitale per la critica sia epistemologica, sia
gnoseologica. (1) MASCI, Le forme dell’intuizione, Chieti, 1880, pag. 37. 228
CAPO XII una causa ci dovrebbe essere perchè così fosse ». Parole d’oro che
dovrebbero tenersi ben a mente coloro che vogliono avere chia- ro concetto di
quello che pensano su questo problema. Vediamo ora come il Mill sì industrii di
darci la dimostrazione del valere del principio di causalità nell'esperienza,
benchè que- sto sia insieme principio e conseguenza dell’induzione. Si sa che
quattro momenti induttivi riassumono la via logica del Mill. L’induzione, il
postulato dell’uniformità, il principio di causa- lità, Vesperienza. I primo si
fonda sul secondo, il secondo sul terzo, il terzo sul quarto. Ora l’esperienza
in generale è V’indu- zione che ha la base più larga di tutte le altre. Adunque
questa in primo Inogo giustifica con la maggiore certezza il principio di
causalità, questo con già minore certezza il postulato del- uniformità, questo
infine alla sua volta con maggiore incertezza giustifica la legittimità d’ogni
altra induzione derivante. Ogni induzione particolare insomma neon può e non
deve far altro che ricevere conferma dalla prima induzione empirica in
generale, coll'avvertenza che è sempre if minore che è giustificato da ciò che
è maggiore, Ecco adunque come non fa circolo vizioso una giustificazione
dell’'induzione fondata sul principio di causalità, benchè questo a sua volta
si fondi sull'induzione. Si tratta di due induzioni dif- ferenti per estensione
di generalizzazione. Ma certezza piena non è che dell'esperienza in generale. |
Analogamente l'equilibrio stabile dei quattro momenti indut- tivi è garantito,
come è assicurato TVequilibrio di quattro coni tronchi sovrapposti uno allaltro
in guisa da formare un solo tronco di cono cen la base maggiore appoggiata al
suolo. Ho voluto dare questa forma quasi intuitiva alla soluzione del Mill,
perchè così il lettore capirà meglio se e quanto sia vero, come afferma il
Masci, che in fondo il circolo vizioso notato dal- l’Hume si ripresenta,
sebbene abilmente celato, nell’analisi del Mill (1). Siccome in ultima analisi
è innegabile che il principio (1) Masci, Le forme dell'intuizione, p. 38. Si
veda del resto per una più ener- gica confutazione del. Mill che restringe, dal
punto di vista empimico, il valore del principio di causa ai confini della
nostra esperienza, senza far appello ad un principio di ragione, Masci, Zog. 2*
ed., pag. 313-314. VAR LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 229 d'induzione si fonda
sull'induzione per semplice enumerazione dell'esperienza in generale, come mai
— domanda il Masci — l'incertezza d’un’induzione qualsivoglia per semplice
enumera- zione è in ragione inversa della sua estensione? Togliete — egli
incalza — il principio di causalità, e la vostra induzione per quanto larga ne
sia la base, non potrà conchiudere a niente che oltrepassi i limiti di questa.
Perchè il solo numero delle espe- rienze non può dare un valore logico alla
prova induttiva. Perciò egli conclude, e mi pare ben a ragione, come al Mill
non sia rit: scito di assicurare il valore logico dell'induzione, attenendosi
“trettamente al punto di vista dell'empirisme. Vede ognuno che l'insuccesso del
Mill è dovuto al mancato riconoscimento di una legge o forma o funzione del
pensiero circa Vorigine del principio di causa. $ 2. Empiriocriticismo. — Come
di fronte all'empirismo del Mill il vecchio contetto razionalistico di causa
non ha valore, così Pempiriocriticismo ne sostiene Veliminazione radicale e
pro- pone di sostituirlo col concetto puramente analitico di funzione o
dipendenza funzionale. Siccome poi la formula della funzione sj esprime nella
espressione della legge considerata a rigore come formola unica d'un rapporto
di variazioni, così gli empiriocri- ticisti nell’assumere il concetto di
funzione si sentono liberati dal fastidio di usare la parola causa che loro
sembra pregna di significato metafisico, e si lusingano d’averne eliminato
anche l’idea. Noi potremmo benissimo compiacerli in questa innocua velleità
verbale del momento che per noi i concetti di rapporto causale e di legge non
importano alcun senso extrascientifico. Se non che una questione pregiudiziale
è da prendersi in at- tenta considerazione, I due concetti di legge e di
funzione non vono in tutto e per tutto equivalenti. Anzitutto -— quanto al con-
cetto di legge — bisogna porre una distinzione radicale fra le leggi delle
scienze esatte (logiche, matematiche e fisiche) e le leggi delle altre scienze
(etico-giuridiche. e storico-sociali). Quindi bisogna ancora distinguere le
leggi logiche e matematiche dalle leggi sperimentali; perchè quelle sono valide
solo nel cam- po razionale, queste sono valide nel caumnpo naturale quelle non
xono causali, queste lo sono. Analogamente quanto al concetto 230 CAPO XII di
funzione, bisogna distinguere tra funzione matematica e fun- zione fisica;
perchè in quella la considerazione del tempo fra i due membri del rapporto
funzionale non ha luogo, in questa in- vece quando si tratta di dipendenza
causale — il primo mem- bro esprimente la causa è sempre anteriore rispetto al
secondo esprimente l’effetto. Ma su questo punto ritorneremo fra poco, compiuta
l’analisi dell’aitiologia empiriocritica. Secondo l’empiriocriticismo il
concetto in genere esprime ciò che una cost ha di comune e di costante con le
altre. È ovvio che questa comunanza costante non può darsi, se non sono dati
fatti dello stesso genere, cioè fatti che si rassomigliano. Parago- nando
pertanto un gruppo di sensazioni, negligendo certi aspetti o rapporti
variabili, considerando a parte certi altri rapporti uniformi e persistenti
(per es. i rapporti costanti di coesistenza e di successione), fondendoli in
uno schema suggestivo astratto secondo un certo punto di vista, cioè
risolvendone in unità a- stratta e schematica il collegamento costante si ha il
concetto (1). Quel che è vero per ogni concetto è vero pure pel concetto di
legge. Quindi, la concezione del concetto pregiudica la concezione della legge
ridotta a puro rapporto funzionale. Questo. punto di vistit (della. riduzione
della legge a rap- porto funzionale) @ stato espresso cono straordinaria
nettezza dal Mach (2), e si può considerare come il fulcro di quella nuova
fisica formale o analitica che egli vede svilupparsi progressiva- mente da Eulero
a Lagrange. Stabilire relazioni funzionali fra gli elementi dell'esperienza,
escludendo Ta ricerca delle cause dei fenomeni, residuo della vecchia
metafisica, ecco To scopo fon- damentale di questa scienza. La distinzione di
causa ed effetto (1) A_questo proposito è caratteristica la frase del MAcH
secondo il quale «il concetto si può in certa maniera considerare come il
precipitato d'una serie di sensazioni ». ELrkenntrnis und. Irrthum, Leipzig,
1905. Die Gesch. «. d. Wurzel d. Satzes d. Erh. d. Arbeit, Praga, Calve, 1872.
(2) Cfr. E. MacH, Die Analyse der Empfindungen und das Verhiiltnis des Phy-
sischen zum TPsychischen, 18 ed., Jena, 1886. - Erkenntnis und Irrthum,
Leipzig, 1905. - Die Mechanil: in ihrer Enticicklung historisch-kritisch
dargestellt, Brockhaus, 12 ed. 18853, Leipziu, 49 ed., 1991. - Die Prinzipien
der Wiirmelehre historisch- kritisch dargestellt, Leipzig, 28 ed., 19)0. -
Populiirwvissenschaftliche Vorlesungen, Leipzig, 1896. - Grundlinien d. Lehre
von den Beregungsempfindungen, Leipzig, 1875. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 231
non è che il risultato dell’abitudine, affatto arbitraria, di isolare da un
insieme di fenomeni quelle circostanze che ci interessano maggiormente per i
nostri fini pratici. Così, quando diciamo che il calore è la causa della forza
tensiva del vapore, distinguianio per comodità pratica da un lato il calore,
dall’altro la forza tensiva del vapore; ma, allorchè l’esperienza del rapporto
calore- forza tensiva ci è diventato abituale, ci rappresentiamo insieme il
vapore colla forza di tensione relativa alla sua temperatura. La concezione
vecchia introduce nel concetto di causalità i rapporti di necessità razionale e
di successione temporale, in conformità di che Kant considerò la’ causa come
una forma a priori del nostro intelletto e il tempo come una forma a priori
della sensibilità. Bisogna distruggere tutti questi feticismi. Necessità e
successione temporale non si riducono che ad un sistema di rapporti di
dipendenza mutua che lo scienziato cerca di indicare con la massima possibile
semplicità delle sue for- mule funzionali (1) cioè col massimo risparmio di
pensiero. La cosidetta spiegazione causale non è altro, in ultima analisi, che
la descrizione economica d’un fatto o d’un rapporto reale, e la conoscenza
scientifica non è altro che una questione d’ordine pra- tico da decidersi con
criterj d’economia. Infine, per rifarci a quella teoria del concetto ché per la
sua generalità ci dà la chiave d’interpretazione del concetto speciale. di
legge, si noti che il concetto secondo il Mach è semplicemente un’abitudine
rappresentativa, cioè ‘una rappresentazione com- plessiva abituale, avente il
valore d’una semplice riproduzione memorativa di fatti. Esso costituisce la
possibilità che un’im- pressione sensibile sia inquadrata in un sistema di
generalizza- zioni già divenuto famigliare e che un fatto sia ricostruito ide-
almente con tutta l’evidenza dell’intuizione immediata. Intimamente
collegandosi alle idee del Mach, il Petzoldt (2) sostiene che il concetto non è
una rappresentazione semplice (1) « Riesce evidente che il concetto di funzione
può servirci a bastanza così nel campo della fisica come in quello della
biologia e può rispondere a tutte le loro esigenze ». Die Analyse d. Empf., v.,
$ 6. « Il concetto di causa quindi trapassa attraverso sciocche forme... nel
concetto di funzione ». Id. ib. $ 3. (2) PerzoLDI, Einfiihrung in die
Philosophie der reinen Erfahrung, Leipzig, 1900. D. psychophys. Parallelismus
(Archiv. f. syst. Phil., VIII, 285). 232 CAPO XII Dia una rappresentazione
riferita al complesso delle rappresen- tazioni simili precedenti. Per maggiore
chiarezza ogni rappre- sentazione è sempre come il nucleo d’una nebulosa
accompagnata da unit specie di nimbo. È su questo nimbo che si fonda il con-
cetto; in quanto, se c'è qualche cosa di comune in questo sistema di
variazioni, non la rappresentazione ma questo comune nelle ‘ariazioni
costituisce il carattere concettuale, moltiponibile alle rappresentazioni
simili, secondo un processo che per Tabitudine finisce per diventare naturale.
Il nostro sistema cerebrale, ad esempio, oppone alle azioni esterne una ricca
varietà di reazioni diverse, e il concetto e quindi la legge non è altro che il
mezzo Che ci consente di legare in un fascio unico e sempre eguale que- sto
nimbo fluttnante di reazioni. Puro simbolo economico e som- mitrio d'un grande
numero di dati sensibili, Ta legge è dunque una nozione condensata d'una
molteplicità di dati, un surrogato eco- nomico che risponde alla naturale
tendenza psicologica di inte- grare in un quadro le serie psichiche abitnali
secondo la legge del minimo mezzo. Applicando questi criterj generali al caso
speciale della catisa il Petzoldt, conclude in pieno accordo col Mach, che il
concetto di causa è un ingombro inutile, non mai applicabile con rigore, per
Tinfinità delle condizioni che deter- ninano un fenomeno, e quindi per
Farbitrio nella scelta di una di esse come la vera causa. Resta per conseguenza
necessario sostituire alla legge causale la legge della determinazione univoca
applicabile anche ai casi di azione reciproca (1), presupposto di di ogni
nostra azione come d'ogni pensiero, benchè non tratta dal fatto immediato
dell'esperienza. Con somigliante procedimento così per la teoria del concetto
Come per quella della. causa, TPAvenarius, inaugurando la sua opera di
purificazione dell'esperienza, vuol liberarsi da tutti 1 vecchi idoli
dell'apriorismo e della metafisica (2). Quanto al con- cetto del concetto ecco
la sua opinione. Il carattere concettuale risulta dall’aggiunta del carattere della
«nota » (determinazione (D Ednfiih, pag, TAL. (2) AveNARIUS, Philosophie als
Denken der Welt gemciss dem Prinzip des klein- sten Kraftmasses, Berlin, 1993
(pubblicato la 18 volta nel 1876), Aritik der reinen Erfahrung, Leipzig,
1888-1891, vol. II, pag. 238 e seg. Der menschliche Weltbegriff, Leipzig, 1891.
dun. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 233) psicologica famigliare al carattere. della
«tivitote » (identità di- opponibilità). Per questo carattere concettuale una
rappresen- tazione diventa moltiponibile cioè opponibile indifferentemente
(identicamente) ad un certo numero di azioni esteriori. La. co- noscenza,
avendo carattere eminentemente biologico anche nella funzione teoretica più
elevata, deve in ogni caso essere concepita secondo il principio economico del
minimo sforzo. La stessa esi. genza logica del principio di non contradizione
nasce semplice- mente dal bisogno d'un risparmio di forza. I concetti, in
omaggio al principio di economia, rappresentano semplici risparmj di energia.
Purificare L'esperienza dagli ultimi residui aprioristici della critica della
ragion pura ecco lo scopo della scienza nuova, secondo VAvenarius. Applicando
questi eri- terj al concetto di causa e di legge, egli trova che Pidea di
causa, concepita come forza agente di necessità, deve essere radiata
dall'esperienza pura, non essendo che una concezione del tutto arbitraria del
pensiero da porsi allo stesso grado del feticismo. Unico contenuto della realtà
objettiva sono le sensazioni. Ciò che è logico è solo ciò che corrisponde al
sistema relativamente stabile delle oscillazioni abituali della nostra
esperienza. Ogni concezione della conoscenza e della realtà oppostita questo
punto di vista non è che una psicosi filosofica. Il Kleinpeter non fa che
raggiungere al complesso più 0 meno sistematico di queste idee la violenza
estrema del suo lin- guaggio. Le più sicure cognizioni scientifiche, per lui,
non sono altro che la semplice descrizione della nostra esperienza imme- diata.
Il vantaggio della scienza è, in ogni caso, solo quello di risparmiarei la
fatica mentale e il lavoro dell'esperienza diretta, unico fatto immediatamente
certo e innegabile. Tutto il nostro sapere è relativo e provvisorio. Le scienze
non sono che un mue- chio di ipotesi, sopra un gruppo di circostanze future che
nes- suno mal saprà assicurare che si verificheranno. c Es sind im
vorhergehenden die Wege beschieben worden, auf denen der Menseh es rersuche,
ein Wissen zu erreiclen dass ibm dies. gelingt, ist nur ein gliicklicher
Zufall. Mehr kònnen wir von unserem Standpunkte aus nicht sagen» (1). (1) H.
KLEINPETER, Die Erkenntnistheorie der Naturforschuny der Gegenwart, Leipzig,
1905, pag. 9, 50, 121, 141. 234. CAPO XII Nel riassumere le teorie di questi
autori io non avrò reso, senza dubbio, la singolare abilità artistica che li
distingue e che ha tanto contribuito a rendere popolari le loro opere e supra-
tutto quelle del Mach, ma confido di esser rimasto fedele al senso e al valore
logico delle loro dimostrazioni. In ultima analisi, Vin- gegnoso tentativo di
segnare la condanna dei vecchi concetti di ‘ausa ed effetto mi pare
completamente fallito. Riconosco che la loro opera di revisione critica della
scienza è preziosissima e che era necessario reagire contro il vecchio
dogmatismo positi- vistico sonnecchiante nei facili chichkés delle leggi. Però
ritengo che ora sarebbe di bel nuovo tempo di purificare i concetti fon-
damentali della scienza dalle scettiche impurità dei fautori del- l'esperienza
pura (1). L’'Aliotta che, con acuta analisi, ha esposto e criticato le dottrine
empiriocritiche non solo per lo stretto problema della causa, come io faccio
qui, ma per tutto il campo della conoscenza e della metafisica (2), ha già
mostrato il carattere schematico e artificiale, troppo economico e semplicista
della teoria del Mach, il circolo vizioso in cui egli cade rispetto alla
critica della co- stanza dei rapporti causali, l’ipostasi del concetto di
funzione, le pericolose conseguenze intuizionistihe, insomma la situazione
equivoca e contradditoria in cui il Mach viene a trovarsi (3). Contro il
Petzoldt rivolge l'objezione che le relazioni funzio nali non sono affatto
sufficienti a formulare tutti gli aspetti delle cose, prova ne sia che i
termini delle funzioni matematiche si possono invertire, mentre il carattere essenziale
dei processi (1) Il De SARLO, con un prezioso rilievo critico, ricorda che
quest'opera di purificazione dei concetti fondamentali della scienza si spiegò
in Italia per merito del neocriticismo «in lavori di interpretazione e di
critica dei concetti kantiani (Spaventa, Cantoni, Tocco), in discussioni ed
analisi dei concetti fon- damentali di determinati gruppi di conoscenze e nella
dilucidazione dei rap- porti tra l’empirismo e il neocriticismo allo scopo di
mostrare che l’uno ha bisogno necessariamente dell’integrazione dell’altro
(Masci) » (Il pensiero mo- derno, 1915, pag. 57). Nella stessa opera il De
Sarlo, con preziosa critica, di- mostra l’insostenibilità della concezione
economica del Mach, dopo d’aver esa- minato il problema della necessità causale
rispetto alla conoscenza scientifica (p. 139-142). Quel che dice rispetto al
passaggio dalla conoscenza volgare a quella scientifica (p. 144-146), ha, ai
nostri occhi, un valore definitivo. (2) ALIOTTA, Za reaziore idealistica contro
la scienza. Palermo, 1912. (3) Op. cit., pag. 82-84. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA
| 239 fisici e dei fenomeni reali in genere è proprio l’irreversibilità, che
trova la sua espressione adeguata nell’ordine di successione irrevertibile
della causa e dell’effetto; non lo scusa d’aver ri- messo a nuovo le vecchie
critiche di Enesidemo; giustamente lo rimprovera d’aver confuso sofisticamente
il fenomeno astratto della relazione causale, com’è studiato dalla fisica, col
fatto nella sua realtà storica)» (1). Contro l’Avenarius ricorda che fermarsi
al dato è lo stesso che togliere la condizione di vita della scienza; che ogni
concetto, non esclusa la stessa filosofia dell’esperienza pura, va sempre più
in là del fatto d’esperienza : che i suoi schemi di classificazione rivelano in
maniera evidente l’artificio ; che quella che egli ci presenta non è
l’esperienza pura, nel vero senso della parola, ma è l’esperienza: già
inquadrata in alcuni schemi mentali, comoda, se si vuole per schematizzare, ma
non rispondente a nulla di reale; che infine il suo empirio- criticismo è
condannato ad aggirarsi in un circolo vizioso e se vuole uscirne deve
riconoscere la funzione a priori del soggetto (2). Contro il Kleinpeter rileva
a quali meschini risultati porta il metodo empiristico, condotto fino alle sue
ultime conseguenze ; che il valore pratico della scienza presuppone
necessariamente il suo valore teoretico, che esso riesce in quanto l’organo
della sua costruzione, cioè la struttura logica della mente umana, non è qual
cosa che dipenda dal libero volere individuale, ma è Ves- *senza stessa del
pensiero che per rinnegarla dovrebbe uccidere sè stesso (3). | Io ho citato
così minutamente la. confutazione dell’empirio- criticismo fatta dall’Aliotta,
perchè lo ritengo un risultato cri- tico ormai acquisito, se se ne toglie il
ritenere che il Kleinpeter abbia in un punto notevolmente migliorato la
dottrina del Mach e dell’Avenarius e un rilievo sulla riversibilità delle
funzioni, di cui ci occuperemo fra poco (+4). Dopo ciò è facile comprendere
come tutti gli argomenti degli empiriocriticisti si fondino sul- l’artificio di
attribuire ai loro avversarj Verrore di apriorizzare i rapporti dell’esperienza
e di farne l’ipostasi col vecchio schema (1) Op. cit., pag. 86-83. (2) Op. cit.,
pag. 99-103. (3) Op. cit., pag. 1C8-109. (4) Op. cit., pag. 103. CAPO NII della causa, per poter poi
opporre ad essi come arbitrio quello chie in realtà è una forma della realtà ;
senza riconoscere, da “parte loro, che anch'essi, riducendo tutto al dato e
all'abitudine, pigliano amabilmente labitudine di -eltrepassare Vuno e Val-
tra, e non meno degli aprioristi gargarizzano un concetto astrat- to qual'è
quello della funzione matematica (1). | Da ultimo mi sembra utile allegare
ancora due argomenti con- tro l'empiriocriticismo il quale, come vedemmo,
anzitutto crede di potersi disfare della relazione causate colla scusa che, se
questa è traducibile colla funzione matematica (dipendenza funzionale
analitica), il vecchio concetto della causalità non regge più, per- chè i
membri della funzione seno riversibili contrariamente a ciò che esige il
vecchio concetto della causa; quindi crede di poter ridurre kt spiegazione
causale scientifica ad una pura descrizione, E evidente in primo Inogo che La
legge naturale espressa ana- liticamente cono una funzione del tipo :=f(r) essendo
# causa ed yy effetto, appare riversibile solo nel senso tautologico che si può
serivere ad arbitrio y= (2 oppure f(1) =, per la legge simmetrica della
relazione di eguaglianza. Ma da cotesta formola non si può dedurre nulla circa
Fordine dei membri d’una rela- zione schiettamente temporale o insieme
temporale e razionale cioè causale. L'insistere sopra questa infeconda
riversibilità © meglio simmetria del rapporto d'eguaglianza sarebbe idiotico.
Bisogna quindi riconoscere che l'empiriocriticismo rifiuta il concetto di causa
come rapporto di dipendenza irreversibile, per accettare il concetto di
funzione come rapporto di dipendenza riversibile. Ma se è vero che la funzione
matematica in sè non è funzione temporale, non si deve però intendere questo
precetto nel senso che da matematica non possa tener conto della nota del
tempo. Basta infatti considerare il tempo come serie di va- lori crescenti a
senso determinato, giusta i criterj della fisica odierna, e allora ogni
rapporto di dipendenza temporale si può esprimere con una funzione matematica.
È precisamente quanto (1) Vorrà il lettore comprendere che l'asprezzi di questa
critica è in relazione col tono di chi non si fa serupolo di sentenziare che la
Critica della ragione pura « kann auf keinen hòheren Grad der Gewissheit
Anspruch erheben, als ein Kochbuch ». KLEINPETER, op. cit., pag. 141. Met. LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA avviene per la traduzione analitica dei cicli
irreversibili. Non bisogna, è vero, dimenticare che in ogni rapporto causale,
oltre alla nota della successione dell'effetto alla causa (donde Virre-
versibilità), v'è in giuoco la nota innegabile dell’equivalenza dei due sistemi
fungenti da causa ed effetto, la quale serve a indicare che — astrazione fatta
dal tempo — in tutte le trasformazioni causali la somma delle energie rimane
costante. Quale sarà dun- que la forma della formula matematica esprimente i
rapporti causali sarà detto nella parte teoretica. Qui basterà notare che fia
vecchi formola. della fumzione matematica semplice di cui l’empirismo crede di
potersi contentare per esprimere i rapporti ‘ausali, sclentificamente parlando,
non basta. Non meno importante è un’altra considerazione a proposito di
riversibilità delle funzioni. Dire che la funzione y :f(6) è re- versibile,
significa dire che se è, in un dato intervallo, y=f(#), sarà pure, nello stesso
intervallo, x=%g(v): dove la funzione { è di forma assolutamente diversa dalla
funzione © (1). Ciò fa che noi dobbiamo andare ben guardinghi nel parlare di
irrever- sibilità delle funzioni matematiche, e nell’opporre questa pro- prietà
a quella della dipendenza causale; perchè la tesi della reversibilità scmplice
delle funzioni è falsa. Finalmente l'esempio addotto dal Maeh per far capire la
ne- cessità di rappresentarci insieme il valore colla forza di tensione
relativa alla sua temperatura, malgrado la sua pretesa di pra- ticità non prova
niente, per la ragione che, se vogliamo, ad esempio, evitare lo scoppio d'una
caldaja i vapore nella certezza pratica che un certo aumento di temperatura. causerà
inevita- bilmente lo scoppio, non trascureremo certo di consultare a tempo
l'indicatore della pressione per evitare quel determinato grado di tensione
termica (causi che si sa realmente capace di vincere la resistenza delle pareti
(effetto) cioè di far scoppiare da caldaja. In secondo luogo non è vero che le
leggi causali siano per la scienza semplici descrizioni di fatti compiuti. Già
il Varisco, nei suol profondi Studj di filosofia naturale, ha fatto giustamente
(1) Tralasciamo gli esempj pratici della differenza evidentissima delle fun-
zioni inverse. 238 CAPO XII rilevare, contro il Mach che la scienza oltre alla
descrizione cerca la spiegazione, oltre al riconoscimento della realtà d’un
fatto anche quello dell’impossibilità d’uno diverso. Ma il fatto
importantissimo e completamente trascurato dal Mach è l’im- Plicazione della
deducibilità nella causalità, come sarà provato nella Parte II. In conclusione,
nessuno degli argomenti addotti dall’empirio- criticismo in favore
dell’eliminazione del concetto di rapporto causale ha finora raggiunto lo
scopo. $ 3. Energetica. Una corrente affine all’empirismo e al-
l'empiriocriticismo è l'Energetica :idell’Ostwald, il quale, nel proposito di
dare agli spiriti contemporanei una direzione po- sitiva in ciò che concerne
così il mondo esterno come l’espe- rienza interna, crede di poter fondare non
la spiegazione del mondo (trastullo metafisico) ma la descrizione dei fatti sui
puri principj dell'energia considerata come il vero reale agente sopra di noi
(1). Quel che v’ha d’importante nelle sue ricerche, rispetto al problema che ci
interessa, è la negazione della necessità lo- gica delle leggi causali .
L'inferenza, che dà in una certa misura la previsione delle leggi, non comporta
che diversi gradi di verisimiglianza che noi siamo ormai abituati a scambiare
colla certezza (2) poichè le inferenze di questo genere sono sempre stabilite
sotto lo schema seguente : finora le cose si sono com- portate così, perciò noi
aspettiamo che nell’avvenire esse sì com- portino così. Ma in ogni caso non
resta eliminata una possibilità d'errore (3). Questo procedimento mentale di
previsione è stato eretto, sotto il nome di legge di causalità, al grado di
principio, presente in ogni esperienza e rendente possibile ogni esperienza (1)
Com'è noto, l'OsrwaALD fu preceduto dal RANKINE che è il vero fonda- tore
dell’Energetica (Outlines of the Science of Energetics, 1848-1855). Cfr. in
proposito A Rey, La Theorie de la physique chez les Physiciens contempor. pag.
49-72; ALIOTTA, op. cit., pag. 468. Dell’OsrtwaLD cfr: Die Uberwvindung des
issenschaftlichen Materialismus. Vorlesungen iiber Naturphilosophie, Leipzig,
1902; e su l’O.: Varisco, Forza ed energia, Pavia, 1904; ADLER, Die Metaphysik
in der Ostwald' schen Energetik, Leipzig, 19905; ALIOTTA, op. cit. (2) Vorlesungen iiber
Naturphilosophie, è 5. (3) Op. cit., è 9. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 239 (1).
La stabilità delle leggi fondate sopra questo principio è senza dubbio relativa
alla stabilità dell’organizzazione fisiologica spe- ciale, cioè del ricordo nel
senso più generale della parola (2). I- noltre, è evidente che il rapporto
causale ha la sua origine nel nostro modo speciale di reagire sulla nostra
esperienza, e si è talora espresso questo fatto dicendo che la relazione di
causa e d’etfetto non è veramente data nella natura, mir empiricamente
introdotta dall’uomo. Ciò posto, osservando che, quando si pone per la prima
volta una connessione regolare tra due concetti A e B. non si mettono che ben
raramente in rapporto concetti appropriati, sì deduce la necessità di
rettificare continuamente il rapporto. causale, cercando di vedere colla
successiva esclusione se tutti gli ele- menti a, a’, a”, a'", etc. e db,
d', b', bd", etc. siano o no es- senziali col rapporto in questione. È
questo il compito generale della scienza (3). Il concetto più generale a cui
arrivano le scien- ze formali e che ha il maggior valore è quello di
coordinazione 0 di funzione (rapporto di due variabili). Il concetto più
generale delle scienze fisiche è quello di energia che non appare ancora nelle
scienze formali (4). Lo stabilimento del rapporto funzionale acquista il
massimo valore quando è possibile esprimere la re- lazione A- f(B) in una
formola matematica chiusi (5). Il concetto di energia abbraccia tutti i fatti
naturali e permette di espri- mere una legge di conservazione per la somma di
tutti i valori corrispedenti (6). Tenendo conto dei casi in cui il lavoro si
tra- sforma in energia di movimento, e reciprocamente, con un le- came regolare
perfettamente determinato, si può concludere che l’esistenza d’un legame
regolare di questo genere, è la sola base di ogni relazione casale (7).
Riassumendo, possiamo dire che secondo TOstwald il legame causale non è che il
risultato della nostra sintesi concettuale dei caratteri comuni e persistenti
dei fenomeni. Le leggi di causalità non sono che costruzioni del no- (1) Op.
cit., $ 10. (2) » >» 10. (3) » >» 11. (4) >» » 17. (5) » >» 39. (6)
» >» di (7) >» » di. 240 CAPO XII stro pensiero, pure regole di
ordinamento dei fatti. Ma regole empiriche senza alcuna necessità logica.
Dunque lo scienziato che sa quello che fa deve mettere da parte la ricerca
delle cause. ('ansas non fingo. Esaminiamo il significato e il valore di questa
dottrina. Abel Rey ritiene che. l’energetismo, come il kantismo, come il
positi- vismo, può passare superficialmente come uno scetticismo. « Mais si on
Vexamine en lui méme, on voit qu'il est un effort pour mettre la science à
lPabri de tout sceptitisme et de toute cri. tique» (1). Tuttavia, restringendoci, come il
nostro tema ri- chiede, ad esaminare il valore della dottrina causale
dell’ener- getica, diciamo subito che lOstwald non riesce a salvare filo-
soficamente il valore della scienza, se questa per lui non è capace di superare
il mondo dell'esperienza. Anche se si volesse pre- scindere dalla continua
confusione verbale che egli fa dell’espe- rienza con Vesperimento, la fallacia
del suo ragionamento sa- rebbe presto riconoscibile. Perchè, mentre si sa che
l’esperienza non dà che il fatto del rapporto causale, sfornito d’ogni carat-
ca che 11 rapporte sia invariabile, T'e- tere di necessità e si appa nergetica
del pari non chiede altro, quindi invano, le si domanda che vinca lo
scetticismo, provandoci che la scienza appoggia le sue leggi ad un principio
inconcusso superiore all’insignificanza dell'abitudine. Li prova
dell'invariabilità del rapporto non dirò più.causale ma funzionale, secondo
POstwald, non essendo fonda- ta che sulla constatazione empirica, non può
essere che approssi- mativa. D'altronde To stesso Ostwald non cerca, come
vedemmo, di nascondere l'intenzione scettica della sua dottrina. Quando in-
vero alfermia che Te leggi causali non sono che costruzioni em- piriche del
nostro pensiero, la necessità logica non solo non è ammessa ma è sostituita
risolutamente dalla sua. negazione. Proseguendo, se per Venergetica lo
stabilimento d’una funzione qualunque sempre ammette la possibilità della sua
rettificazione, mai si può dire che una sola verità sia raggiungibile in modo
definitivo dalla scienza. Se anche le più alte formule della
scien- (1) AbeL Revy, La théorie de la Plyjsique chez les physiciens
contemporaines, Paris, Alcan 1907, pag. 124. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 241 litri
ti ti iii im za non sono capaci di superare la contingenza, dov’è l’incrolla-
bile valore dei teoremi che la scienza richiede? Dobbiamo allora ritornare alla
posizione scettica di David Hume e di .. Stuart Mill? Il non capire mai che la
necessità delle leggi causali non può essere stabilita dall'esperienza, che ci
informa solo del ®g érì Tò mob, mentre lo può essere dall’esperimento, è un
difetto ra- dicale dell’energetica. Un altro torto dell'’Ostwald è da ricercarsi
nella sua teoria della possibilità d’un mondo in gran parte indipendente da
noi; cosa che si può molto facilmente supporre. ma che è impossibile provare.
Un altro torto dell’Ostwald è di attribuire soverchia importanza al tatto che
la legge di causalità sia un risultato dell’abitudine. Perchè questo non prova
nulla. Invero se, per ipotesi ammissibile, la ripetizione dei fatti che dà
origine all'a- bitudine fosse l’effetto d’una necessità immanente nelle cose e
non una produzione semplicemente contingente, la formazione dell’abitudine non
sarebbe sempre la stessa? Ciò vuol dire che, . se l’abitudine si può formare
tanto dove regna la necessità, quanto dove svaria la contingenza, la
conseguenza non può es- sere altra che quella di togliere qualunque valore di prova
0g- gettiva all’abitudine. L’Ostwald ha comune col Mach la ripu- gnanza per il
punto di vista causale, considerato come punto di vista metafisico. E quindi in
fondo anch'egli si taglia ogni via d’uscita, perchè se si libera veramente
d’ogni legge causale uc- cide la fisica, se non se ne libera demolisce la
propria teoria. E i questo risultato, in ultima analisi, egli si trova ridotto,
per- chè ammette che la materia non sia altra cosa che un gruppo di differenti
energie, disposte insieme nello spazio, e che queste energie non siano altro
che la causa delle nostre sensazioni. Con- cludendo, il suo errore capitale è
di prescindere assolutamente du quell’esigenza di necessità logica senza cui
non è possibile salvare il valore della scienza rivolta alla determinazione dei
rapporti causali. 8 4. Neocriticismo e sistemi affini. — Arrestiamoci ora
all’ac- curata analisi dell'idea di causa istituita dal maggiore rappre-
sentante del nuovo indirizzo naturalistico che, con piena co- scienza delle
forze, delle vie e anche dei limiti della scienza PastoRE — Storia critica del
problema della causalità. 15 242 CAPO XII esatta e dei pericolosi tranelli
della metafisica vecchia, promosse lo splendido risveglio del pensiero tedesco
nel decennio dal ’60 al ‘70, voglio dire dall’Helmholtz il quale con la sua
Ottica fisiologica segna le linee direttive della nuova corrente destinata ad
avvalorare la doppia funzione normale e storica della critica (1), in conferma
della teoria kantiana (2). La sua discussione intorno all’origine non empirica
dell’idea di causa, contro la teoria dell’Hume e del Mill, può essere ri- dotta
a due punti principali. In primo luogo I Helmholtz (3) fonda la sua prova che
Videa di causa è logicamente anteriore all’idea delle cose esteriori sul fatto che
noi non abbiamo coscienza del mondo esterno, come diverso da noi, se non quando
avvertiamo che le nostre percezioni possono variare indipendentemente dalla
nostra ve lontà, perciò e in seguito a ciò siamo costretti a riconoscere
l’esistenza di certe cose diverse da noi che causano queste varia- zioni dentro
di noi. Dunque l’idea di causa precede l’idea d’og- getto e il principio di
causalità è indipendente dall’esperienza. In secondo luogo lHelmholtz fonda la
prova che la legge di causalità è una legge dell’intendimento e non dei sensi
sul fatto che noi non possiamo dire d’intendere alcun che, se non quando Jo
sappiamo classificare ; se è una cosa, in una nozione generale na (1)
BARZELLOTTI, Le condizioni presenti della filosofia, ecc. in Riv. di filosofia
Scient., 1882. Estratto, pag. 22. (2) Il CEScA, nella sua breve monografia
L'origine del principio di causalità, ricordando che l’Helmholtz, il Riehl e il
Wundt proseguono la dottrina kan- tiana-schopenhaueriana dell’apriorità del
principio causale e della sua ori- gine dal principio di ragione sutticiente
(op. cit., 41) cade in un grave errore. Infatti Schopenhauer nel sostenere
l'origine del principio di causalità dal prin- cipio di ragion sufticiente, è
ben lungi dal ritenere che la legge generale di cau- salità sia senz'altro una
legge logica, come giudica il Cesca, S. sostiene invece, vedemmo,
l’irriducibilità del principio logico del cognoscendi al principio cau- sale
del fiendi. Dall’omogeneità delle quattro radici diverse non segue già che si
debba attribuire un valore logico a ciascuna; benchè l’apriorità nel senso
kantiano — questa sì — venga da lui mantenuta non solo pel principio di causa,
ma per ogni espressione del principio di ragion sufficiente. (3) HEeLMHOLTZ,
Ueber die Erhaltung der Kraft, 1847; Ueber die Wechsel- wirkung der
Naturkraefte und die darauf beziiglichen neuesten Ermittelungen der Physik,
Koenisberg, 1854; Die Lehre von den Tonempfindungen, Braunschweig, Wieweg,
1863; Handbuch der physiologischen Optik, Leipzig, 1867; Die Thatsachen in der
Wahrnehmung, Berlin, 1879. oto 5 LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 243 astratta; se è
un rapporto, in una legge generale concreta e oggettiva secondo cui in ultima
analisi, noi affermiamo che quel determinato fenomeno è l’effetto d’una
determinata causa. In- somma noi non intendiamo veramente se non siamo capaci
di legalizzare o di causalizzare i fenomeni che è tutt'uno. Ma questa
sensazione costante e invariabile non può esser data dai sensi, perchè questi
sono molti e variabili e alogici. I’intelligenza invece è una. Si capisce
quindi come l’intelligenza sola possa darci la formula costante delle diverse
serie di variazioni e che essa funzioni secondo una legge indipendente dal
funzionamento dei sensi. Ciò vuol dire che il principio di causalità non è una
legge di natura, se non perchè è una legge dell’intelligenza (1). Dal riassunto
precedente risulta che l’Helmholtz ha saputo sostenere la. sua tesi con uno
sforzo di dialettica veramente ori- ginale che deve essere ricordato nella
storia delle idee. Ma il Masci che ha il merito d’aver segnalato fin dal 1880
l’importante contributo dell’Helmholtz, riportandone la discussione, per mo-
strare l'insufficienza della deduzione empirica, ritiene che l’a- nalisi
dell’Helmholtz sia decisiva in conferma della teoria kan- tiana (2). Pure,
secondo il mio parere, l’ingegnoso tentativo del Helmholtz deve considerarsi
come fallito in entrambi i punti. E quanto al primo, non pare che Vl Helmholtz
abbia ragione di affermare che noi non abbiamo coscienza del mondo esterno (1)
HeLmHOLTZ, Mandbuch d. physiol. Optik, pag. 454-5. « La legge causale, dice
precisamente Helmholtz, è puramente logica. Non si riferisce alla vera
esperienza, ma alla comprensione della medesima. Non può quindì essere con-
trobattuta con nessuna esperienza possibile. Non è altro che l’esivenza di
voler comprendere tutto, tutti i fenomeni della natura, colla presupposizione
che possano essere compresi. Non altro che lo sforzo. la tendenza del nostro
cer- vello per sottomettere tutte le nostre osservazioni al proprio dominio;
non una legge della natura » (op. cit., pag. 450-454). (2) Masci, Le forme
dell’intuizione, 1880, pag. 41. L’ALIOTTA ritrova nel Helm- holtz il
pregiudizio empiristico che ammette la causalità, come unica forma apriori, ma
ne fa una specie di istinto, senza garanzia di necessità e d’uni- versalità, e
rileva la confnsione che Vl’H. fa dell’apriori gnoseologico con l’apriori
psico-fisiologico. E per il primo motivo trova che l’H. si avvicina di più alla
abitudine mentale degli empiristi inglesi che non alla categoria kantiana (La
reazione iîdealistica contro la scienza, pag. 28-29:. Ma le sue ragioni non
riescono a rialzare l’interpretazione kantiana della teoria dell’Helmholtz che
ne ha dato il Masci, alla quale qui si aderisce. Quanto all’ultimo motivo egli
ha, a mio parere, tutte le ragioni. 244 CAPO XII come diverso da noi se non
quando coneludiamo all’esistenza delle cause delle variazioni delle nostre
percezioni indipen- denti dalla nostra. volontà, giacchè a questa | conclusione
non potremmo mai pervenire se già prima non avessimo coscien- zx delle
variazioni del nostro mondo interno dipendenti dalla nostra volontà. In verità
non posso dire che una variazione sia indipendente da ogni mia. volontà, se già
non so che, per contro, qualche variazione è propriamente mia, cioè effetto
della mia propria volontà. Dunque, di passaggio, non parrebbe tanto vero che la
riffessione sul me sia tanto tarda. Quindi sembra che l’idea di causa non sia
già da dirsi anteriore all’idea di oggetto all'idea di oggetto senz'altro, ma
solo anteriore caso mai esterno, e analogamente che il principio di causalità
non debba dirsi indipendente dall’esperienza, cioè da ogni e qualsiasi espe-
rienza ma solo dall’esperienza esterna. Così si vede che le prime sottili
distinzioni dell’Helmholtz praticamente non riescono a spostare la questione
d’un pollice. Rispetto al secondo punto, che vorrebbe provare la legge di
causalità come pura legge dell’intendimento, mi pare evidente che il
ragionamento dell’Helmholtz è sofistico. Difatti egli dice che la legge causale
è poi niente altro che la maniera di com- prendere logicamente qualunque
esperienza; perciò se nol pos- siamo convenire d’intendere un fenomeno dobbiamo
convenire che lo possiamo classificare ormai in una legge naturale che ce lo fa
intendere come effetto d'una causa e questo dovrebbe significare, a parer suo,
che il principio di causalità non è una legge di natura, se non perchè è una
legge dell’intelligenza. Ora è evidente che c'è ancora un'altra soluzione possibile,
cioè che la legge causale sia... quello che è, tra: perchè è una legge dell’in-
telligenza e perchè è anche una legge di natura non nel solo sog- getto, nè nel
solo oggetto, ma in tutti e due. Infatti perchè i0 dovrei pensare che quello
che vale per la mia intelligenza non abbia valore, e allo stesso titolo, anche
per la natura? Posso lo seriamente pensare che il mondo dei fenomeni naturali
sia eseute da ogni legge causale, 0 che vi sia sottoposto solo perchè noi lo
intendiamo causalmente cioè riduciamo a legge i suoi fenomeni secondo Je leggi
del nostro intendimento? Non mi pare. Dunque il ragionamento dell’Helhmoltz,
secondo LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 245 , me, è buono per provare che la legge
di causalità è sì una: legge dell’intendimento, ma non per escludere che non
sia anche allo stesso titolo una legge di natura. E accettando la doppia posi-
zione non sento di poter meritare il rimprovero che i kantiani puri rivolgono
ai naturalisti esclusivamente fedeli alla. poste- riori, cioè che da noi — per
la considerazione oggettiva — si crei una specie di entità causativa estrinseca
a noi, realizzando, so- stantificando, entificando a parte quei rapporti di
cansalità che, per la loro qualità di rapporti, non possono essere che pensati
astrattamente da noi medesimi. Infatti noi possiamo benissimo concepire le
leggi causali come un modo necessario di agire della realtà soggetto-oggettiva
nel corso del tempo, modo che noi possiamo in certi casi conoscere ed esprimere
matematicamente con una funzione astratta che ci dia la formula unica del rap-
porto delle variazioni, senza pretendere che quella realtà che è da noi
considerata faccia pare essa stessa per conto proprio quel- Vastrazione
scientifica tutte ie volte, per esempio, che una pietra cade, che un corpo si
dilata per aumento di temperatura e via dicendo. La natura agisce causalmente
con quei rapporti di suc- cessione necessaria di coesistenze che noi possiamo
sperimental- mente determinare e formulare senza aver bisogno di cacciare le
nostre formule fra i valori relativi delle sue quantità variabili. Quando
diciamo, per esempio, che nella natura a temperatura costante il volume dei gas
è in ragione inversa della pressione che sostiene, non si vorrà certo
pretendere che il fisico getti la sua legge di Mariotte tra le quantità
variabili di quel rapporto ‘ come una pietra nell’ingranaggio della natura. E
d'altronde non è forse vero che le stesse forme a priori dell’intendimento che
son così care al kantiani non sono già entità per sé stanti, ma semplici funzioni
del processo reale del nostro pensiero benchè noi, sulle orme di Kant, possiamo
enunciare coi simboli astratti della critica della ragion pura? Non ci
insegnerà nulla questa verità? A me pare che dovrebbe insegnarci una cosa
semplicis- sima, cioè a non restare prigionieri del molteplice empirico del
sentire, nè a pretendere di metterlo da parte per isolarci nel. l'uno logico
dell'intendere. Si è tanto criticato Findirizzo unila- terale dell’empirismo.
Ma siamo giusti. Se noi ci mettiamo an- cora dall’esclusivo punto di vista
delle leggi dell'intelligenza, 246 CAPO XII = ri, i let i romanzi aprioristici
della. metafisica vecchia. continueranno. Noi crederemo sempre d’aver confutato
l’empirismo sentendo d’aver diritto di insistere sopra la verità della forma
dell’intel: letto. Ma Vempirismo non avrà meno diritto di insistere Sopra la
verità del dato del senso. Dunque optare solo per l’uno o per l’altro è uno
sbaglio. Le potenze di cui disponiamo vitalmente Sono ll senso e l'intelletto.
Noi non dobbiamo rinunziare nè al- luna nè all'altra, perchè questi due organi
diversi spuntano con la stessa legittimità sullo stesso tronco. E il pensiero
filosofico non deve più mutilarsi nè coll'empirismo nò coll’intellettuali-
SMmO. Avviciniamo ora al neocriticismo puro dell'Helmholtz un par- ticolare
indirizzo del positivismo inglese, il quale, con un’indi- pendenza critica che
lo rende singolarmente prezioso, assume rispetto alla questione dell'origine
del principio di causa una posizione critica assai affine, per opera dello
Spencer. Questi in- vero, per l'intermediario di Hamilton, vivamente risente
Vin- fluenza della critica di Kant. pur mantenendo anche in questa attinenza la
sua indiscutibile originalità. La sua dottrina filosofica circa la questione
causale è tanto netta che si può esprimere in poche parole (1). La causa
secondo lui non è che un rapporto secondo cui Lo spirito connette e pensa le
sue rappresentazioni, essendo funzione essenziale del pensiero quella di
stabilire relazioni. Quanto alla provenienza del con- Cetto di causa (se
dall'esperienza nostra o dal pensiero) basta. riflettere che Vesperienza nostra
non è possibile senza cotesto concetto di cui si chiede l'origine, e che (con
gli altri della sua Hatura denominabili benissimo concetti a priori o puri 0
anthe categorie, ma nel nuovo senso, cioè conforme all'ipotesi dell'Evo-
luzione) sorpassa l'esperienza nostra. perchè le serve di base. Questo
significa che il concetto di causa essendo a fondamento della nostra esperienza
non può esser attinto da noi mediante l'esperienza. La sua necessità insomma
proviene dal pensiero che imprime qual forma intellettuale sui dati sensibili.
Perchè per- (1) SPENCER, Principles of Psycology, 1855; L’rogress, its Lars and
Cquse, 1857 : l'irst principles, 1862. dla ch 1 LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 247
siste questo concetto della causa nell’esperienza ? Perchè la per- sistenza
della causa che si rivela nei fenomeni e che in questo modo si rivela, non è
che la persistenza medesima della Forza, verità questa che «trascende ogni dimostrazione
» (1). L'opposizione al fenomenismo del Mill è evidente. S'ag- giunga, cosa
riconosciuta anche dal Kéònig, che contro lo stesso Mill lo Spencer formula il
criterio della verità in modo da non escludere a prioriì la possibilità d'una
certezza indipendente dal- l'osservazione (2). Tutti sanno però che
quell’elemento « priori che le nostre percezioni e le nostre idee portano in
sè, secondo lo Spencer, concorre a formarle, come legge della conoscenza non
già perchè essenziale e originario al nostro pensiero e ir- reducibile al fatto
dell’esperienza, come vogliono i kantiani, ma perchè originato dalle esperienze
acquisite e accumulate nella specie e per tante generazioni trasmesso a noi
fino a diventare un che ingenito, e un’attitudine ereditaria della nostra mente
(3). Questa posizione conciliativa riesce ostica, si capisce, agli aprioristi
assoluti; ed ha ben ragione il Kònig di affermare che Y'apriorismo in generale
dello Spencer non è autentico (4). E lo stesso si dica del sno apriorismo kantiano
in particolare (5) e (1) Id. /. p., II, è GI. «..... la forza, di cui noi
affermiamo la persistenza, è quella Forza Assoluta che siamo costretti ad
ammettere quale postulato, come correlativo necessario della forza di cui siamo
coscienti. Per la Persi- stenza della Forza, noi realmente intendiamo la
persistenza di qualche Causa la quale trascende la conoscenza nostra e la
nostra concezione ». I primi prin- cipi (Trad. Salvadori) II, $ 62, pag. 148.
(2) KONIG, op. cit., pag. 303. (3) SPENCER, op. cit., pag. 133, nota. (4) Il
K6NIG concede una lunghissima considerazione alla dottrina dello Spencer (op.
cit., II, 302-355) trattando partitamente quattro punti: del rela. tivismo
dello Spencer, delle forme della certezza e dell’apriori, della natura
dell’intelletto e dell’apriori, infine del realismo spenceriano. Ma egli si
impi- glia in soverchie digressioni, sicchè il concetto dello Spencer in ordine
al problema della causa resta, non dirò guastato, ma ingombrato penosamente.
(5) Per ciò che concerne la questione dell’origine della conoscenza e in par-
ticolare l'avvicinamento dello Spencer a Kant è sempre utile ricordare la di-
chiarazione precisa dello Spencer medesimo, riferita dal Hoffding: « Il punto
di vista evoluzionistico è un punto di vista assolutamente empirico. Esso si
distingue dall’antica concezione degli empirici per l’estensione che esso dà a
questa concezione, La concezione di Kant è invece ad evidenza assolutamente
antiempirica. (Essays, III, pp. 274, 277). Malgrado questa recisa sentenza la kantizzazione
dello Spencer è sostenuta da critici insigni. Notevolissima fra 248 CAPO XII lo
stesso della sua concezione così detta realistica del processo mentale, che noi
dobbiamo ancora discutere brevemente. Lo Spencer dice, d'accordo in questo con
Kant, che noi non pos- siamo ritenere che la sintesi causale dei fatti
d'esperienza, quale sì presenta pur parzialmente nelle nostre leggi, sia dovuta
al- l'oggettività naturale per la ragione che la sua necessità proviene dalla
organizzazione della nostra conoscenza. Egli però si di- stacca da Kant
interpretando questa organizzazione innata nel- l’individuo come acquisita
nella specie. In breve, mentre l'a priori kantiano è originario nella specie
umana, Va priori spen- cerano nella specie umana è originato. | Credere che
questa differenza sia di poco valore è un’ingenuità. L'apriorismo dello Spencer
non è che un empirismo mascherato. Ma c'è empirismo ed empirismo. Si può, ad
esempio, supporre che accumulazione ereditaria delle cognizioni sia avvenuta e
avvenga tutt'ora in modo prettamente soggettivo cioè «a parte subjecti». E si
può anche supporre lopposto. Per quale tipo dd'empirismo ha optato lo Spencer?
E con quale fondamento? Sappiamo che lo Spencer ammette una cosa in sè «
unknowa- ble», ma respinge Videalisino trascendentale, adducendo due giu-
stificazioni, Vuna negativa, Valtra positiva, in sostegno del suo l’altro è la
seguente conclusione del Masci (Le forme dell'intuizione, pag. 40) : — «La
persistenza dell'universo, conchiude lo Spencer, è la persistenza della
Causa..... che si rivela nei fenomeni. Questo principio è anteriore alla dimo-
strazione, anteriore alla conoscenza determinata, antico quanto l’intelletto.
La autorità sua si eleva al disopra d’ogni altra autorità, perchè non solo è il
fon- damento del nostro organismo mentale, ma non è possibile immaginare una
mente senza di esso. E non è possibile, perchè desso è un principio di ragion
pura anteriore a qualsiasi esperienza; la mente, la coscienza sono possibili
senza questa o quella forma, senza questo o quel contenuto, ma non sono pos-
sibili senza la forma (la relazione), senza il contenuto (l'essere). (SpexcER,
Pre- miers Principes, pag. 204) ». « Questo luogo — aggiunge il Masci alla
pagina seguente — potrebbe essere inscritto nella Critica della lagion pura.
Kant non dice altro allorchè afferma che il principio di causalità, anzichè
essere giustificato dall’esperienza, la giusti- fica; e che un pensiero che
concepisse il contrario sarebbe suicida » (M. ibid., p. 41). Confesso tuttavia
di non aver finora rintracciato nell’opera dello Spencer, nè alla pagina citata
(204), nè altrove, il luogo virgolato dal Masci e riferito qui sopra. Ma questo
non toglie le intime relazioni tra l’apriorismo kantiano e l’apriorismo
spenceriano in ordine al principio di causalità. Sull’influenza esercitata
sullo S. dalla Critica di Kant, Cfr. L. FERRI, op. cit., pag. 158 e seg. LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 249 realismo trasformato trascendentale, pur contrario
al fenome- nalismo del Mill. Ma il suo idealismo trasformato trascendentale non
è ciò che possa conferire l’oggettività al suo empirìismo evo- lutivo. Infatti,
sia per la giustificazione negativa, sia per la positiva, egli stesso non
oltrepassa mai coi suoi argomenti la . sfera dell’empirismo. Questa situazione è
svolta molto largamente e con grande acume dal Kénig, il quale mostra che lo
Spencer fa valere contro l’idealismo i diritti del realismo empirico o realismo
ingenuo che quello riconosce perfettamente, e giustamente conclude che tanto il
realismo trascendentale quanto l’idealismo trascenden- tale sono due ipotesi
opposte ma di eguale diritto (1). Lasciamo dunque stare per ora la questione
della cosa in sè che non ci illumina sopra la ragione della connessione causale
dei fenomeni. Noi vogliamo solo stabilire che la teoria del processo
filogenetico dell’organizzazione della conoscenza è suscettibile d’un’interpre-
tazione puramente soggettivistica per quanto viziosa e che per ciò lo Spencer
ha avuto torto di non dirci per quali ragioni — indipendenti così dal realismo
trascendentale come dal realismo empirico — egli creda di dover dare
un’interpretazione non sog- gettivistica all’accumulazione ereditaria delle
conoscenze. Fin- chè la questione dell’origine a priori o a posteriori della
cogni- zione causale non viene trascinata su questo campo, la concezione
realistica del processo mentale non è giustificabile e quindi il soggettivismo
— che potrebbe anche cadere nello scetticismo — non è vinto. | Infatti da una
parte nulla vieta che si ammetta il valore il- IJusorio della prospettiva
causale come il risultato di una ten- denza ingannatrice naturale allo spirito
umano e rafforzatasi con un’accumulazione di esperienze incommensurabilmente
più grande di quella che non possa essere acquistata da qualsiasi individuo.
Nulla vieta allora che i problemi della causalità si sciolgano con una facilità
verbale straordinaria. « Perchè noi incontriamo il principio di causalità
nell'esperienza? perché l’esperienza medesima è costruita’ filogeneticamente
con questo principio. Perchè affermiamo che i fatti sono connessi così ? (1)
K6xIG, op. cit. II, pag. 350 e segg. 250 CAPO XII perchè la struttura della
mente umana, superiore ad ogni nostro individuale capriccio è costruita per
connetterli così, e perchè la nostra forma mentis umana è inevitabile». Nulla
vieta allora che si giunga al fallace proposito di determinare i rapporti cau-
sali della realtà col mero sussidio della cognizione a priori, senza ricorrere
all'esperienza esterna, ridotta per tal modo ad essere come il nimbo d'una
nebulosa rotante inconoscibilmente in- torno al nostro spirito. Nulla vieta per
contro che si concluda dogmaticamente, d’accordo coll’apriorismo
soggettivistico più e- sclusivo, che, per conoscere le leggi delle cose, è
necessario e sufficiente conoscere le leggi formali e formative della mente
nostra. Insomma, nulla vieta allora che si cada inevitabilmente nella
conclusione antisperimentale. E. se lo Spencer non ha il coraggio di spingersi
a questa con- clusione antiscientifica, il merito non è delle sue premesse ma
del suo buon senso. Infine, contro chi ad ogni costo volesse insistere sul
vantaggio di oggettività reale che lempirismo aitiologico evolutivo dello
Spencer potrebbe ricavare dal suo realismo trascendentale, ba- sterà sempre
ricordare L'osservazione seguente. « Quale utilità possa ridondivre al
filosofo, domanda giustamente il Kénig, da tal concetto d'una cosa in sè. che
cosa egli guadagni affermando che Il nesso costante dei fenomeni è fondato in
un assoluto che vi sta in fondo senza poter dir come, non si può seriamente
argomen- tare» (1). Quanto alla teoria della scienza lo Spencer dichiara che
tocca alla scienza sperimentale lo scoprire le relazioni e trasforma zioni
speciali che si effettuano tra le varie forme della. forza che noi dobbiamo
considerare come sempre costante e moventesi in tutte le cose. La
presupposizione fondamentale (postulato) d’ogni scienza è appunto il principio
della conservazione della forza. Ed (1) «Ist es da nicht eine ebenso gute
Ansicht, diesen Zusammenhang ein- fach als einen faktischen anzusehen, und auf
jede speciellere Vorstellung iber die Grundlage desselben zu verzichten?
Unmotivirt erscheint ces jedenfalls, zur « Erkliirang» desselben ein Absolutes
anzurufen, ohne dass man doch weiss, wie das Absolute die Erscheinungen macht. Der
Realismus Spencer's erscheint uns deshalb einfach als eine willkiirliche
Hypothese » (K. op. cit., II, pag. 355). LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 251 è naturale che questo
principio non possa venir dimostrato spe- rimentalmente, giacchè la sua stessa
validità è presupposta da. ogni sperimento. Questo principio poi coincide col
principio causale, quando questo si considera come Tespressione generale della
regolarità nel manifestarsi dei fenomeni. Se non potessimo applicare la causa
ai fenomeni dell’osservazione esterna non potremmo mai riuscire a spiegare ed a
comprendere il corso degli avvenimenti naturali. Così, ad esempio, se potessimo
ritenere che i movimenti, visibili e invisibili, delle masse e delle molecole
che formano la parte più grande dei fenomeni che si devono interpretare,
procedono dal nulla o svaniscono nel nulla, come se fossero privi di cause o di
effetti, quei fenomeni non potreb- bero avere alcuna spiegazione scientifica. «
La prima deduzione che si deve trarre dalla verità universale che la forza
ultima persiste, è che persistono le relazioni tra le forze. Supponendo ‘che
una data manifestazione di forza, sotto una data forma e sotto date condizioni,
sia preceduta o succeduta da qualche altra manifestazione, essa deve, in tutti
i casi in cui la forma e le manifestazioni siano le stesse, essere preceduta e
susseguita da una tale altra manifestazione. Ogni modo antecedente dell’In-
conoscibile deve avere una connessione invariabile, quantitativa e qualitativa,
con quel modo dell’Inconoscibile, che chiamiamo suo conseguente. Infatti, dire
altrimenti è come negare la per- sistenza della forza». Tutto il capitolo VII
della Parte II (La persistenza delle relazioni tra le forze) e il cap. VIII (
La trasformazione e l'equivalenza delle forze) recano chiari e ab- bondanti
esempj di questi principj, intorno ai quali, dopo quanto s'è detto, ogni
critica ulteriore sarebbe supertina. Finalmente, circa la questione della
causalità finale, lo Spen- cer, è contrario ad ogni teleologia. In tutti i
fenomeni dell’evo- luzione egli non vede che lo sviluppo delle forze meccaniche
in armonia colla legge fondamentale della conservazione delle forze. L'ipotesi
di qualsivoglia finalità, sia esterna sia interna, è per lui antifilosofica, è
una spiegazione che non spiega niente, è una concezione simbolica illegittima
(1). La possibilità d’un principio (1) Spexcer, Biology. III, vu. 252 CAPO XII
plastico che, in qualche modo, darebbe forma alla materia viene esclusa
sistematicamente. Il Riehl parimenti proseguendo il criticismo si riattacca
alla dottrina aprioristica kantiana. Tuttavia egli cerca di darle nuova vita,
in più d'un punto separandosi da Kant. Invero egli afferma che la legge di
causalità è ben lungi dall’essere ricavata dall’e- sperienza sensibile, ma
aggiunge che non è tanto una legge della natura, quanto propriamente /a Zegge
che determina «la forma generale della natura» (1). Questa importante
deviazione da Kant, sfuggita al Cesca (2), è notata dal Kénig che vi scorge
l'e- spressione d'un apriorismo limitato e la presenta non già come una
conseguenza del timore per TVapplicazione a fondo della dottrina trascendentale
cioè come un rimaner fermo a mezza strada, ma come la conseguenza inevitabile
dell’ipotesi realistica a cui il Riehl, com'è noto, aderisce (3), d’accordo con
lo Spencer. Però, a differenza dello Spencer, considera l’objettività del nesso
tei fenomeni in modo formale e ki fonda, d'accordo con Kant sull'unità
sintetica dell’appercezione. Salvo che — come vedem- uo — differisce anche da
Kant per il concetto della legge di causalità che egli considera come legge
della forma generale delle leggi della natura. HI Lange riprende la dottrina
aprioristica circa la natnra del principio di causalità, ma non propone
argomenti nuovi (4). Lo Schultze, fautore esagerato dell’apriorismo
aitiologico, ciunge a sostenere che la sintesi cansale è la funzione fondamen-
tale del nostro spirito, e in sostegno della sua tesi adduce dieci argomenti
(51. Il Cesca ha ragione di controbatterli tutti (6): circa il quarto argomento
avrebbe potuto aggiungere che, esclusa la via di Hume, oltre la via di Kant,
seguita dallo S., non che quella della Scuola Scozzese ricordata da Imi,
restava possibile la via di (ialileo. (1) RiEHL, Der philosophische
Kritizismus, 1876-9, IL pag. 255. (2) Cesca, op. cit., pag. 41. (3) KGONIG, op,
cit., pag. 363-307. (4) LANGE, Geschichte der Materialismus, Leipzig, 1874, 28
ed., II, pag. 45. (3)
ScHULIZE, Philosophie der Naturiwcissenschaft, Leipzig, 1881-2, II, pag. 2. (6)
Cesca, op. cit., pag. 42-48. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 253 Rivolgiamo ora la nostra
discussione a quel nuovo indirizzo di filosofia che in Francia ebbe per
iniziatore dottissimo il Renou- vier e da alcuni critici viene detto
fenomenismo indeterminista, da altri neocriticismo come quello che si
riattacca, per ragioni di metodo e di ragion pratica, all'opera di Kant. È noto
che questo fenomenismo neocritico, sostenuto da robusti saggi di critica
generale, di metafisica e di storia, dalle discussioni e dalle polemiche della
Critique philosophique (1), opponendosi all’e- clettismo, al panteismo, al
determinismo universale, al positivi- smo da un lato conserva quasi tutta la
critica delle nozioni di sostanza e di causa dovuta all'opera eminente di
Berkeley e di Hume, dall'altro mantiene fede alla teoria dei giudizj sintetici
a priori di Kant, ma rigetta tutta l’ardua metafisica kantiana (dei noumeni,
della distinzione dell’intelletto dalla ragione, del- l'infinito attuale o
reale, ete.). | La sua posizione logica rispetto alla questione della causalità
sl collega alla tradizione logica francese e segnatamente a Des Cartes come
risulta dalle esplicite dichiarazioni del Renou- vier (2). (1) Cfr.
RENxOUVIER: Essais de critique générale. I, Logique; II, Dsycologie; III,
Principes de la nature. (1854-64). Critique philosophique (1870-71). La mou-
velle Monadologie (1399). La philosophie analytique de V histoire (1896).
Elements de la metaphisique pure (1900). Les dilemmes de la metaphisyque
(1901). Histoire et solution des problémes metaphysiques (1901). BeuRIER,
Renouvier et le criticisme frane, Revue philos. - Avril 1877. Hocnson, Za philos. de Ren, Critique
philos. 1881 e 1882. (2) Ecco in che modo il R., in appoggio alla sua tesi,
espone il principio cartesiano della causalità e della limitazione delle
potenze del me. «La causalità è una certa relazione di dipendenza tra
modificazioni succes- sive d’un pensiero individuale, o una dipendenza
reciproca tra alcune di queste modificazioni e altre che si producono nel mondo
esteriore. Il senso dell'idea di causa proviene essenzialmente dalla natura di
alcune delle prime modifica- zioni cioè di quelle che hanno per caratteri il
desiderio e la volontà; quindi il pensiero lo trasporta vagamente alle seconde,
malgrado l’assenza d'ogni percezione di qualità simili al desiderio o alla
volontà, ai corpi. Così ai corpi si attribuiscono azioni. Sempre restando dal
punto di vista della coscienza in- dividuale unica, si capisce che questa
coscienza di fronte ai corpi che ci pre- sentano un principio di organizzazione
attribuisca loro le qualità simili al de- siderio e alla volontà per induzione:
fondandosi sull’analogia dei segni, perchè la percezione diretta degli atti
mentali prodotti da un io diverso dal proprio è impossibile. La vista generale
del mondo esterno fa apparire alla coscienza come una riunione (assemblage) di
esseri, gli uni organici, gli altri inorganici, 204 CAPO XII chia lina Ma,
lasciando da parte la considerazione del nesso storico, la vera posizione
logica del vigoroso campione del neocriticismo ri. spetto alla questione della
causalità è intieramente determinata dalle due tesi fondamentali del principio
di relatività (1) e del principio di limitazione. Siccome quest'ultimo, in
particolare, interdice l'attribuzione della realtà ad ogni soggetto concepibile
come un composto di modi, qualità, posti o momenti distinti. in numero ad un
tempo infinito o interminabile e attnalmente acqui. sito o dato in tutte le sue
unità (2). così la critica negativa della causalità della vecchia metafisica,
insistente sopra un termine astratto falsamente realizzato, molla fittizia dei
fenomeni, si im- pone di conseguenza nelle polemiche del neocriticismo e ne co-
stituisce un cordone principale. Il Renouvier continuamente insiste sulla
necessità di respingere ogni finzione di forze transi- tive tra gli esseri che
esso definisce come « funzioni di fenomeni ». « Les causes
proprement diter étant des phénomènes mentals, de l'ordre du desir et de la
volonté, car on ne comprendrait hors de la que des faits matériels de devenir
coordonnés entre enx et ce n'est pas ce qu'on entend par cause» ». Il
neocriticismo resta condotto «a la doctrine méme où le méme problème conduisit
Leibniz, c'est-à-dire a la doctrine del lharmonie préétablie » (3). E TAO e questi ultimi materialmente
più estesi e necessarj perla vita dei primi, ma tutti dati in relazioni di
causalità estremamente complesse e di tal guisa che l’io è in uno stato di
limitazione e di dipendenza sotto tutti i rispetti. Esso non ha di sienro e di
propriamente sno che la coscienza attuale di ciò che esso sente; sì trova da
tutte le parti incerto e limitato nelle conoscenze che può formarsi delle cose,
e nell'azione che può esercitare sopra di esse, e in- fine dominato e
schiacciato dal loro sviluppo irresistibile ». s Cette doctrine, presque
toujour: mal comprise, est quelque chose de plus qu’ une hvpothèse : elle est
la vue rationelle du rapport entre deux étres dif- férents et tels, en telle
situation, qu' une certaine modification dans l’un est constamment suivie dans
l’autre d'ane modification déterminée en vertu d’une loi de la nature, On n'a
jamais pu, entre la cause et l’effet, ni Gtablir l’identité, ni imaginer un
intermèdiaire qui résolàt le problème de supprimer l’intervalle sans en
introduire de nouveaux ». RexouviIER, Iist. et solut. d. problèmes me- taphys.
pag. 449-50. (1) Il principio di relatività ha per applicazione il sistema
delle categorie : qualità, quantità, posizione, successione, divenire,
finalità, causalità, tutte sussunte sotto la Lelazione nell'ordine astratto e
sotto la Personalità nell'ordine concreto. RENOUVIER, op. cit. pag. 454. (2)
RexouvIER, op. cit., pag. 454. (3) » >» » » 462. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA
250 Dopo queste citazioni, la posizione e il valore del neocriticismo. rispetto
al problema della causalità, si possono dedurre facil- mente. In primo luogo è
evidente il proposito humiano di stabilire il carattere psicologico della
causalità, sia combattendo la causalità effictente degli esseri naturali, sia
purificando l’idea di causa da tutto l’aggroviglio delle altre interpretazioni
ontologiche dovuto alla vecchia metafisica. In secondo luogo è evidente il
proposito ripreso dall’empirio- criticismo di ridurre la causalità, come
meccanismo della natura, a pura coordinazione dei fatti del divenire,
interpretando la de- terminazione scientifica delie leggi causali, come pura
determi- nazione delle funzioni dei fenomeni. In terzo luogo è evidente il
proposito di salvare il principio della libertà ricorrendo all'insondabile
abisso dell’indetermina- zione, rompendo cioè il muro di bronzo della causalità
per far possibili Je projezioni della libertà. Colla scusa che il principio di
causalità non è nè empirico nè dimostrabile logicamente, e che la causa stessa
non è che un concetto categorico, vale a dire un’idea generale di relazione che
può ben servire per designare legami fenomenici affermati sia nell'esperienza,
sia nell’immaginazione, sia nell’ipotesi, ma non mai per introdurre entità
fuori d’ogni relazione, il Renouvier giunge ad ammettere che vi siano nella
realtà cangiamenti senza causa e, propriamente nella serie delle nostre azioni
volontarie, primi cominciamenti assoluti cioè atti di libero arbitrio costiì-
tuenti, in ultima analisi, vere eccezioni flagranti alla portata universale del
principio di causalità. Queste eccezioni costitui- rebbero l’indeterminazione
fondamentale della realtà, la con- tingenza, la spontaneità della volontà, il
libero arbitrio (non già la libertà d’indifferenza che egli contuta ed esclude
con grande rigore). Davanti a queste tesi noi possiamo anzitutto convenire che
è giusto distinguere il problema dell’idea di causa e del principio di
causalità dal problema della determinazione scientifica delle leggi causali. Ma
questa distinzione non conferisce un carattere esclusivamente psicologico alla
causalità legale provata dall’e- sperimento. Inoltre dobbiamo notare che la
riduzione della con- 256 CAPO XII ! — ito ti 0 ehi co iu i Lit. nessione
causale a puro rapporto funzionale non regge perchè questo, se è inteso solo
matematicamente, non tiene conto fra l’altro del rapporto di tempo che è
incluso nella concatenazione causale (1). Infine possiamo osservare che il
ricorso all’indeterminazione non è che un ricorso all'asilo dell'ignoranza, perchè
in primo luogo bisogna provare la possibilità dell’indeterminato, il che non
pare possibile perchè il Renouvier stesso non ammette che fenomeni e rapporti
di fenomeni, cioè infine fenomeni legati o determinati. La relazione non è
forse, pel Renonvier la legge più generale di tutte? E non trae essa il suo
effetto — in quanto è applicata — dalla determinazione o limitazione che è
sintesi della distinzione e dell'unione? Quindi se l’indeterminato signi- fica
Virrelativo, non si capisce come il Renouvier possa ancora parlarne. In secondo
luogo bisogna provare che ciò che resta indeter- minato per la scienza debba
pur essere indeterminato per ogni altro grado di conoscenza, cioè tanto per
Pesperienza quanto per la filosofia. In terzo luogo bisogna provare che ciò che
è veramente e realmente indeterminato e frattanto anche diverso da tutto ciò
che possa causare, sia diverso da zero. Ma di tutte queste esigenze capitali nè
il Renouvier nè gli altri fautori del neocriticismo hanno potuto addurre la
prova. Per conseguenza resta facile ritorcere il loro argomento contro di essi,
affermando il carat. tere esclusivamente psicologico dell'indeterminazione
medesima. Il che rovescia del tutto la tesi critica del Renouvier e rivela il
giro vizioso della sua metafisica che attribuisce carattere è valore positivo
di libertà a ciò che è mera assenza di causa, vale a dire termine astratto e
fittizio di una negazione falsamente realizzata, @mistero, come dice il
Fouillée, poichè sorpassa la A il RexovuviIer, riducendo il rapporto causale a
puro rapporto funzionale, è mosso dal desiderio di affermare che nei casi nei
quali si verifica il rapporto di causalità, la scienza ha semplicemente da
preoccuparsi del rapporto (qualunque esso sia, poco importa) tra i fenomeni, e
non della causa efticiente nel senso ontologico della vecchia metatisica.
Perciò è vero che egli sbaglia riducendo la legge causale a funzione
matematica. ma la sua intenzione è ot- tima, perchè mira alla distinzione
doverosa dell’aspetto scientifico dall’aspetto metafisico del problema. LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 257 Conoscenza; miracolo, poichè si realizza nel mondo
stesso della conoscenza per sospenderne le leggi» (1). L'altissimo merito della
filosofia di Guglielmo Wundt (2) è la sna capacità di occupare una posizione
intermedia fra il pretto a- priorismo intellettualistico e il nudo empirismo
sensistico (3). Per questa situazione critica egli è tutto quanto nello spirito
generale di Kant, benchè in definitiva si allontani da Kant nella soluzione
speciale dei massimi problemi. Rispetto al problema della causalità il punto
cardinale della sua dottrina è Vintimo accordo delle scienze esatte della
natura colle scienze dello spirito; indirizzo equilibrato e fecondo a cui sarà
sempre congiunta la fortuna reale della filosofia. Secondo il Wi. ci sono tre
gradi di conoscenza 1 la percettiva (esperienza o vita pratica), la
intellettuale (scienza), la razionale (filosofia). La prima si acquista
praticamente, senza elaborazione logica di concetti; la seconda esige che il
contenuto empirico delle rap- presentazioni venga corretto e integrato con
amalisi logica : la terza è Vopera dell'unificazione generale per cui i var)
nessi ottenuti colla conoscenza scientifica vengono sintetizzati in un xolo
tutto (+. Per Li sua elaborazione logica Ta scienza ha bi- sogno di alcuni
concetti atti a dare collegamento concettuale a tutto il contenuto del nostro
pensiero. In questo modo il pas. saggio graduale dal primo al secondo grado
della conoscenza è (1) FovILLÈE, Le mourement idealiste, Paris, Alcan, 1896,
pag. 169. (2) Wuxpr. Logik, Stuttgart 18861, 18922; System der Philosophie,
Leipzig 18891, 18972; Grundriss der Psychologie, Leipzig 18961, 19074:
Einleitung in die Philosophie, Leipzig, 1901: Philosophische studien,
1388-1901. Cfr. F. Kore, W. W. Stuttgart, 1901; Die Entcichlung d.
Carsalproblems II, pag. 108-422. G. ViLLa, La psicologia contemporanea. Torino
1902; P. Mar- TINETTI, Introduzione a. metafis. Torino, pag. 246-262. (3)
Questo merito gli è riconosciuto ampiamente dal Konig che accetta in gran parte
la teoria aitiologica del Wundt. (Cfr. op. cit, II, pag. 408-422 e se-
gnatamente 417). Lo sforzo del K. è di far notare che il W. non perde mai di
vista la distinzione fra le forme intuitive dei fenomeni e le forme concettuali
di annodamento. « Innanzi tutto, egli dice, il W. fu il primo a tentare (come
il Riehl) di riunire in certo qual modo i punti di vista dell’empirismo e del-
l’apriorismo col dimostrare che la legge causale prende radici in un assioma
ge- nerale del pensare, il quale però soltanto per mezzo dell’esperienza
risulta ap- plicabile ai fenomeni esterni. » (pag. 408). (4) Logil, 2% Auf,
1892, I, pag. 90 ss. - System. Pastore — Storia critica del problema della
causalità. 17 208 CAPO XII propriamente la sostituzione progressiva
dell’organizzazione lo- sica alla presentazione empirica (1). Ora notisi bene,
secondo il Wundt, l'intuizione sensibile non ci dà altro che una pluralità,
mentre il collegamento è ope ‘a del pensiero che determina a suo modo il
contenuto della percezione. Perciò a suo avviso, siamo noi stessi che di fronte
ad una pluralità sensibile in cui non pos- siamo rappresentarci nulla di
collegato, facciamo il collegamento valendoci dell'attività collegatrice del
pensiero, la quale in ognu- no di noi si mantiene sempre fondamentale identica
in qual- siasi forma di determinazione. Il collegamento poi in particolare è
reso possibile dal fatto che il pensiero, prima dissocia analiti- camente gli
elementi delle rappresentazioni empiriche e ne fa clementi concettuali
distinti, poi li associa sinteticamente in nuove unità. Queste operazioni
d'analisi e di sintesi che si ri- solvono poi nei giudizj analitici e sintetici
(2) si possono in ul- tima analisi ridurre alle due relazioni fondamentali di
identità e di dipendenza (3), donde i due principj omonimi ma irridu- cibili,
fondamento di tutte le leggi del pensiero. Il principio di dipendenza non è
altro che il principio di cau- salità con cui noi pensiamo come logicamente
dipendenti gli oggetti del molteplice intuito nell'esperienza, le cui proprietà
si mutano correlativamente, cioè li colleghiamo concettualmente come causa ed
effetto, chiamando causa il primo termine che muta, effetto il secondo (4). Gli
atti di paragone e di collega- mento subordinati al principio di causalità sono
immensamente più numerosi e complessi di quelli subordinati al principio di
identità, di modo che si può dire che il principio di causalità è il principio
di generale collegamento di tutti gli atti del nostro pensiero (9). Resta
pertanto evidente che il principio di causalità ben lungi d’essere una legge
naturale è un puro collegamento lo- gico e gnoseologico operato dal pensiero
nell’elaborare e deter- minare a suo modo il contenuto della percezione e
quindi che 1 concetti correlativi di causa ed effetto, logicamente parlando, si
(1) Logik?, 561 ss. (2) System, 43. (3) System, 42 ss, 71; Logik?, 598 ss. (4)
System, 74 ss. (5) System, 166 ss. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 259 riducono ai
concetti di principio e conseguenza. Tuttavia non bisogna perdere di vista il
punto importantissimo dell’applica- zione del concetto causale ai fenomeni
dell'esperienza, altrimenti sl cade nell’esagerazione di quei critici che
interpretano l’aitio- logia moderna dal punto .di vista dell’assoluto
apriorismo (1). «Il rilievo dell’importanza che con ciò hanno le leggi dell’in-
tuizione, nota il Kònig, è un pensiero tanto caratteristico quanto giusto della
teoria della conoscenza del Wundt ; giacchè è con questo che le ipotesi
scientifiche sull’essenza dei fenomeni si distinguono dalle definizioni
puramente speculative metafisiche di tale essenza» (2). Insomma il notevole è
questo che « se i fenomeni immediati so- (1) È l’esagerazione del Cesca il
quale, è vero, giustamente osserva che pel W. «la legge di causalità è
l’applicazione del principio di ragione al contenuto dell’esperienza e che il
principio di ragione è un assioma logico il quale sol- tanto nell’applicazione
dipende dall’esperienza, sicchè esso è una legge logica indipendente » (op.
cit. 41-42), ma poi trascura del tutto, di considerare l’impor- tanza del fatto
dell’applicazione nella teoria del W. Quest’importanza è invece rilevata
benissimo dal K6nig (op. cit, II, 415 ss.) dove egli osserva che l’ap-
plicabilità dell’assioma logico ai fenomeni non è così naturale come l’ammette
il razionalismo in base alla sua identificazione delle relazioni reali e
logiche cioè intuitive e concettuali. « In modo speciale — egli avverte —
secondo la teoria del W. la forma dell’applicazione del principio è determinata
dall’espe- rienza, giacchè questa forma deve conformarsi da una parte alle
forme d’intui- zione generali dello spazio e del tempo e dall’altra parte alle
presupposizioni generali che dobbiamo fare necessariamente riguardo al
contenuto dell’espe- rienza ». Da ciò egli ricava che noi dobbiamo considerare
non soltanto la vali- dità (Geltung) subjettiva ma anche quella objettiva del
rapporto causale (op. cit. II, pag. 416-417), come unico modo di rendere
spiegabile In corrispondenza fra il pensare e le relazioni intuitive degli
oggetti. Anche il Martinetti ha messo in chiarissima luce che la conoscenza
secondo il W. deriva dal concorso di due fattori distinti : il dato e il
pensiero. (Cfr. op. cit. pag. 246 ss.). Il carattere sintetico dell’aitiologia
wundtiana non è sfuggito al Ranzoli, il quale riconosce che il W. fa originare
il principio di causalità da un’azione reciproca (Wechselwirkung) tra il nostro
pensiero e l’esperienza e lo considera egli pure come un’applicazione del
principio di ragione sufficente al contenuto dell'esperienza : « La legge di
causalità non è una legge d’esperienza, nel senso che sia ottenuta mediante
l’esperienza, ma soltanto nel senso che vale a priori per ogni esperienza,
poichè il nostro pensiero può riunire e coordinare le espe- rienze solamente in
quanto le raccoglie secondo il principio di ragion sutficente. Perciò il
principio di causalità porta con sè il doppio carattere di una legge e d’un
postulato ». (Wuxpr, Logik, 1893, I, p. 549-565) — Cfr. RanzoLI, Dizion. di
scienze filos. Milano 1916 - pag. 169-170. (2) KonIG, op. cit., II, 418. 260
CAPO NII no bensì già dati, i concetti invece, per mezzo dei quali cerchiamo di
pensare il loro substrato, devono scaturire dal pensiero stesso “in unione
coll’intuizione purit» (1). E non è chi non veda che questo è il criterio vero
e proprio della teoria kantiana (2). Ag- giungiamo brevemente che il W. benchè
consideri il mondo degli oggetti (essere) e il mondo dei soggetti (pensiero)
non come due realtà diverse ma solo come dune aspetti distinti d'un’'unica
realtà, tuttavia vuol che sia rispettato il principio che tanto la natura
quanto lo spirito sono due sistemi chiusi di causalità (83), e fra loro tanto
diversi quanto il punto di vista dell'esperienza mediata della scienza naturale
(ottenuti per astrazione del soggetto) dif- ferisce da quello dell'esperienza
immediata soggettiva proprio della psicologia. Questa esclusione rigorosa è,
secondo il W., giustificata dal fatto che ogni influsso causale reciproco tra i
due mondi opposti darebbe origine a processi fisici indipendenti da altri
processi fisici, come a processi psichici indipendenti da altri processi
psichici così nascerebbe un'inserzione assurda di elementi estranei nella
connessione delle due cansalità :. fisica e psichica, mentre queste sono del
tutto incomparabili e indipen- denti. L'unica connessione vicendevole tra corpo
ed anima si può ammettere dal punto di vista peculiare del parallelismo psico.
fisico e nel limite angusto in cui questo può giovarci come prin- Gipio
ausiliario nella doppia ricerca. Una prima e più generale differenza fra le due
causalità con- viste in ciò, che la fisica ha carattere concettuale e
indiretto, la psichica invece ha carattere intuitivo e diretto. HI W. non tra.
scura tuttavia di ricordare che, come l'esperienza in ultima ana- fisi è una
sola, così le due cansalità non sono del tutto opposte una all'altra, ma si
integrano a vicenda, e la causalità in fondo rimane una sola. Ammesso però il
doppio punto di vista, è evi- dente che i principj dell'una sono irreducibili a
quelli dell’altra. (1) KONIG, op. cit. IT, 421. (2) N punto capitale del W. fu
opportunamente segnalato dal Martinetti in op. cit. p. 248: « le leggi del
pensiero sono anche le leggi costitutive del- l’esperienza : onde essendo le
leggi, su cui si fondano le costruzioni intellettive. le leggi stesse che
entrano nella costituzione della realtà, è naturale che le cose si adattino al
nostro pensiero logico, e che questo sia atto ad imitare fe- delmente i
rapporti degli oggetti (W. ZLogik, I°, 86 ss) ». (3) Logik?, II, 2, 256. LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 261 Tale irreducibilità è messa in rilievo
dall'esposizione delle leggi speciali della causalità psichica, secondo le
quali sono regolate le formazioni psichiche complesse risultanti dalla composizione
degli elementi semplici. Queste leggi sono distinguibili in due classi
generali: 1° di relazione «) delle risultanti psichiche, b) delle relazioni
psichiche, c) dei contrasti psichici); 2° di evo- luzione a) d’accrescimento,
D) dell’eterogenesi di fini, c) di svi- luppo per contrasti) (1). | L'esame
critico di questa teoria (2) ci pone anzitutto di fronte a due domande
pregiudiziali. Come può darsi (domandiamo in primo luogo) che l’unità primitiva
in cui l'oggetto e la rappre- sentazione non sono ancor distinti giunga per
astrazione a di- stinguere una rappresentazione e un oggetto? Il W. dice che io
posso considerare me stesso sotto due punti di vista differenti, come corpo e
come psiche, benchè quello e questa siano in fondo la stessa cosa; «le espressioni:
esperienza interna ed esterna, secondo lui, non indicano due cose diverse, ma
solo due punti di vista diversi dei quali noi usiamo nella cogniziene e nella
trattazione scientifica dell'esperienza in sè unica» (3). Ma quel- l’io «che
considera gli oggetti dell’esperienza nella loro natura, pensata
indipendentemente dal soggetto », cioè che fa questa famosa astrazione, come
può farla, se non è già egli stesso un astratto? Siecome bisogna fare
astrazione dal fattore soggettivo, bisogna bene che quell’io, che opera, sia
già in grado di diversi- ficarsi dal non io. Ma questo significa non solo che
già esista in origine in’astrazione negata dal principio dell’unità originaria
indistinta, ma che la famosa astrazione del fattore soggettivo sia in realtà
Veffetto d’un’astrazione originaria inesistente. Il primo punto di partenza di
tutta la teoria del W. è dunque contradittorio e assurdo. Allora si comprende
quanto ne resti pregiudicata la teoria dipendente della doppia causalità. Può
essere (chiediamo in secondo luogo) insensibile 11 passaggio dal primo al
secondo grado della conoscenza ? Questa dottrina della (1) Compendio di
psicologia (trad. Agliardi) Torino 1900, pag. 263-269. (2) Il De Sarto combatte
la metafisica volontaristica del W. osservando che < oltre ad essere
infeconda, può costituire il fondamento di dottrine gno- seologiche false ed
equivoche ». (Cfr. Il pensiero moderno, pag. 294, nota). (3) Compendio, pag. 2.
262 CAPO XII trasformazione graduale dei concetti empirici in concetti scien.
tifici, sostenuta del resto anche dai positivisti, è molto comoda pei fautori
dell’empirismo idealistico che sono propensi a can- cellare le differenze
fondamentali fra l’esperienza e la scienza esatta. Ma non si capisce come possa
trovare credito presso uno scienziato inteso ad accordare colla filosofia i
risultati delle scienze irreducibili a gretto empirismo. Così l’esperienza
scien- tifica come la scienza empirica sono espressioni non solo impro- prie ed
inesatte ma erronee profondamente, come si vedrà meglio nella Parte II.
L'insensibilità della differenza tra i due gradi della conoscenza pregiudica il
valore della determinazione scientifica dei rapporti causali favorendo la
confusione dell'esperimento coll'esperienza. Ciò premesso, resta spianato
l'apprezzamento dell’interpretazio- ne causale del Wundt. Come sì è veduto,
questa dottrina è molto complessa e profonda. Ben si comprende però che una
maggiore esattezza il W. avrebbe raggiunto se avesse distinto più energi-
camente il principio di causalità dalle leggi causali. Il primo non è che la
supposizione induttiva della legalità causale univer- sale; le seconde sono
questa legalità causale ben provata per mezzo dell’esperimento. Col primo noi
usciamo dal territorio scientifico per entrare nel campo delle Ipotesi o magari
in quello della metafisica; con le seconde non oltrepassiamo i limiti della
scienza. Questa distinzione è stata troppo trascurata dal Wundt. Perciò tutta
l’aitiologia wundtiana acquista un carattere se non equivoco, almeno
vacillante. Il che è senza dubbio una grave imperfezione. $ 5. Positivismo
italiano. L’Ardigò stesso, pur così vicino all’empirismo classico dell’Hume e
del Mill ed anche all’empi. riocriticismo per la tendenza a rispettare le
esigenze scientifiche, Yè ben guardato da tale confusione. Così è vero che, per
lui, la legge non è altro che «ciò in che si rassomigliano più fatti dello
stesso genere )). Ma bisogna capire che questo carattere di rassomiglianza che
costituisce il genere dei fatti e quindi il concetto generale, se- condo l’Ardigò,
non è a sua volta che un fatto individuale 0 particolare sempre concreto, cioè
semplicemente un dato, sem- LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 263 plicemente un fatto
(benchè non un fatto semplice) e nulla più. Che se poi egli, riconosciuto che
la legge è a sua volta un fatto particolare e concreto, aggiunge che questo
fatto viene scelto per pura abitudine, come simbolo economico d’una
collettività, è una altra questione, che discuteremo fra poco. I lineamenti
generali del positivismo italiano rispetto alla questione della causalità sono
molto limpidi. L’Ardigò, con ve- duta profondamente organica, pone a base di
tutto il suo sistema filosofico il principio di causalità intimamente connesso
al fatto della distinzione dall’indistinto (1). È vero che egli pensa il
processo cosmico come processo graduale di autonomie sempre più complesse,
superando la visione troppo angusta del mecca- nicismo. Nendimeno, mantenendosi
fedele al principio di con- tinuità nella formazione dell’ordine universale,
non esce dal campo del causalismo deterministico. Le sue autonomie non sono che
ditferenziazioni naturali nel continuo e integrazioni associa- tive varie degli
elementi antecedenti. In tutto l'ordine formativo dell’universo impera la
derivazione causale, come indeclinabile esigenza della realtà, della vita e del
pensiero. Ogni causalità per quanto relativamente nuova e superiore non è che
l'effetto d’un processo causativo che prima l’ha causata. La scienza esatta
della natura ha raggiunto il suo scopo quando ha indicato la causa positiva dei
fatti e ha espressa nella formula riassuntiva della legge. Questa però non è
altro che ciò in che si rassomi- gliano più fatti dello stesso genere (rispetto
alla coesistenza e alla successione costante dei fenomeni). Quindi si può
conclu- dere che i tratti caratteristici dell’aitiologia ardighiana sono la
sostituzione della scienza positiva alla filosofia e l’arresto della.
conoscenza causale al collegamento empirico dei fatti, quantun- (1) ArpIGò. Op.
II, (Formaz. natur. ete.) e; ibid. pag. 327 sull’Inconose. Cfr. a questo
proposito l'importante sintesi del Tarozzi: I. Ardigò sul de- clinare del See.
XIX. « E rispetto al distinto singolo il reale antecedente do- vrà essere un
indistinto, concepito nella sua indeterminazione sempre maggiore fino a quella
che solo può essere espressa dalle categorie del pensiero: ossia ‘ fino a
quella indeterminatezza in cui l’indistinto si pensa come realtà senza idea di
limitazione, «nità rispetto alla pluralità, causa ed effetto nella conti- nuità
di reciprocanza, unica esistenza e perciò coincidente col possibile, col
necessario ». Nel 70° anniversario di R. Ardigò, Torino, Bocca, 1898. pag.
17-18. 264 CAPO XII que il proposito di rispettare le vere esigenze
scientifiche sia massimo. | Diciamo dunque, che vi perdura il criterio
dell’empirismo e riconosciamo che se vi è tesì intimamente antiscientifica è
proprio questa. Uno dei risultati più positivi della epistemologia con-
temporanea fu invero la dimostrazione dell’insufficienza del me- todo empirico
a tramutarsi in metodo sperimentale. La sfiducia daltronde grandissima del
positivismo d’ogni forma nella de- duzione e la sua celebrazione dei metodi
induttivi gli hanno fat- to perdere quel solido punto di appoggio di cui hanno
sì gran bisogno tutti. coloro che vogliono. realizzare Tunione tanto
desiderata. della scienza. colla filosofia. Senza stare ad insistere su dun
punto che ci proponiamo di svolgere altrove, limitiamoci a dire che
FPesplicazione causalistica dell'Ardigò riassume gli a- bitiei metodi dell'empirismo.
Per tal rispetto ci si presenta come il residuo più discutibile di quella
filosofia scientifica che rac- chiude in sè i germi d'una doppia contradizione,
perchè in primo inogo presume di elevarsi a filosofia senza oltrepassare la
scienza, in secondo luogo di elevarsi alla scienza senza oltrepassare Pe-
sperlenza. Nelle cose fin qui dette è ino gran parte Tappiglio anche ad uns
questione che parve risollevare a nuova vita e integrare il foncetto del
positivismo: come cioè si coneilii col determinismo causale il concetto
naturalistico della libertà corrispondente a eterogeneità e novità, o almeno
quat apprezzamento si debba fare del determinismo causale da chi voglia salvare
il prineipio della libertà. senza abbandonare it campo del positivismo. Questo
pro- blema è stato aperto e trattato con grande ardimento dal Tarozzi il quale
giunse n fissare le linee d'un positivismo indetermini- stico, che è uno degli
indirizzi più caratteristici della filosofia italiana contemporanea (1). Sotto
i colpi potenti della filosofia della contingenza, Luniversale determinismo
scalzato dalle radici (1) Cfr. Tarozzi: Della necessità nel fatto naturale ed
umano. Voll. 2 Torino. Loescher 1896-97. - Ricerche intorno al fondamento della
certezza razionale. "To- rino, Loescher, 1899. - L'orgarmnento logico
della scienza e il problema del deter- minismo. Firenze. Nicolai, 1899. - Per
una critica del determinismo. Rivista di filo<. e scienze all. Novembre
1899. - La varietà infinita dei fatti e la libertà morale. Palermo, Sandron. LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 265 lasciava scoperto il fianco del positivismo anche
nella forma più guardinga e severa. Il Tarozzi, tiero avversario del
determinismo objettivo sempre più convinto tuttavia della fecondità futura del
positivismo e del liberalismo, sorse in difesa del positivismo (1)
intraprendendo una nuova critica della causalità. La conclusione ultima ehe si
può trarre dalla sua dottrina è questa, che pur lasciando la causalità
necessaria deterministica come canone di sistemazione della scienza bisogna da
un lato concepire la scienza come un puro modo di convincere cioè di vincolare
i fatti secondo la natura della comprensione umana. dall'altro concepire i
fatti nella loro infinità varietà trastiguran- tesì nel priticipio della
libertà morale. Così positivismo e inde- terminismo non si escludono, anzi si
implicano nella concezione d’un positivismo indeterministico rinforzato d'un
liberalismo umanitario. Aggiungiamo ancora uno schiarimento sopra questo
notevolissimo tentativo di conciliazione aitiologica. Con speciali ricerche sul
fondamento della certezza razionale, stabilità anzi- tutto la profonda e
organica connessione anzi la vera continuità fra la gnoseologia e la logica
così nella storia dei sistemi come nella teoria (21, il Tarozzi mostra come
nella conse appunto sia il momento di quest'incontro in cui consiste, secondo
lui, il fon- damento della dottrina della certezza razionale, rappresentando
essa il bisogno psicologico e gnoseologico della dualità dei ter- mini divisorj
(3), infine, conforme al più radicale empirismo (4) riduce la causalità a
successione 1 ad un patto però che, respinta (1) La varietà infinita dei fatti.
pag. 4. La posizione originale del 'Tarozzi nel senso del positivismo, mostra
il fondamento d’una bella osservazione eri- tica del MoNDOLFO : « Chi ha
considerato il positivisnio come una concezione esclusivamente
intellettualistica, che voglia imprigionare tutto quanto è pro- prietà della
coscienza entro le leggi della natura esteriore, rinnegando per il meccanismo causale
ogni principio di libertà dello spirito e ogni concetto di ti- nalità, ha
dimenticato la molteplicità delle tendenze, che entro al positivismo si
svolgono c talora negli stessi positivisti singoli si combattono, non rinseendo
sempre a conciliarsi in una sintesi armonica ». La vitalità della. filosofia.
nella caducità dei sistemi, Estr. « Cultura filosofica » 1911, pas. 17. (2)
Cfr. Della necessità nel fatto nat. e um. Vol. IL Parte 3%, e /icerche in-
torno al fondamento della certezza razionale. (3) Ricerche, pag. 257, 261-264.
(4) Il contenuto morale della libertà nel nostro tempo. Estr. Rivis. di filos.
1911, pag. 48. 266 CAPO XII LL Ae———e e Ae. “l‘lli]1|e
1l"”àmMe”r"8"r l11lr n ogni unità sostanziale, si interpretino i
singoli fatti in cui essa si avvera sotto due criter]: 1° la indiscernibilità
di essi dal loro contenuto : 2° la proprietà di costituire, per la sola ragione
del loro accadere, un ordine che senza di essi non sarebbe, non perchè sia
prodotto, ma perchè l'ordine è i fatti medesimi da cui onni- namente risulta»
(1). Com'è evidente, il Tarozzi, fermo nel suo empirismo antideter- ministico
(2), più che dimostrare priva di valore la causalità tende a limitare il
causalismo deterministico all’organamento logico della scienza, negandolo al
contenuto objettivo dei fatti, senza però negare il valore della scienza.
Senonchée, ristretta così la validità delle leggi causali nell’e- sclusivo
dominio della scienza, ridotta così la scienza ad una pura rete schematica e
simbolica gettata sulla varietà infinita dei fatti per vincolarli secondo
Lorganizzazione della mente, l'apprezzamento tanto della scienza quanto
dell’esperienza ri. mane profondinmente turbato. Invero, o da empirista
radicale il Tarozzi è costretto a confonderle insieme o almeno a lasciare tra
esse una semplice differenza di grado e allora non è più in diritto di limitare
il determinismo causale all’organamento logico della scienzit, per riservare
all'esperienza la presa dei fatti in- determinati, cade cioè l'esclusività
dell'organamento logico della scienza; 0 egli assegna il determinismo causale
alla sola scienza dei rapporti generali ed astratti e Vindeterminismo alla espe
(1) Licerche, pag. 258, E altrove: « La causalità è una legge irrefragabile; ma
la ragione della sua irrefragabilità io non la trovo nel postulato dell’uni-
formità naturale, onde la formula della cansalità sarebbe : « date le medesime
cause sono dati i medesimi effetti », bensì nella sperimentale certezza
psicolo- gica della continuità dei fatti. onde la formula più sicura della
causalità s2- rebbe : « dato un fatto è dato un altro » senza preoccupazione
della medesi- mezza delle cause ripetentisi, senza preoccupazione della
medesimezza degli ef- fetti ripetentisi. Vuoi tu dirmi che. in tal modo, la
causalità non è altro che la continuità? D'accordo, ben volentieri; purchè tu
mi conceda che per essere causalità, la continuità deve ridursi a due termini
singoli e distinti; il che non è poco, perchè non so quali più importanti
elementi possano costituire la cau- salità che una lesse immediatamente data
dalla percezione, come la continuità naturale, e una legge data dall'analisi
più inesorabile del pensiero, come la dualità dei termini ». (Per una critica
del determinismo. Estr. pag. 10). (2) Il determinismo, per lui, è un fatalismo
larvato di scienza. Cfr. Della neces. Vol. I, pag. IN. At * A tm ù LA FILOSOFIA
CONTEMPORANEA 267 rienza dei fatti individuali e concreti e allora non è più in
diritto di attenersi al più radicale empirismo. Di più come si spiega il
passaggio dell’immediata conoscenza alla sistemazione me- diata della scienza?
Come può darsi che sopra l'infinita varietà alogica dei fatti contingenti
spunti e si giustifichi un organa- mento logico rigoroso e convincente,
irrefragabile e necessitante ? Lasciamo da parte la struttura del sistema
scientifico e il modo del suo funzionamento. È la ragione dell’accadere del
fatto scientifico che resta inesplicabile, perchè dovrebbe pure essere quella
dell'accadere dei fatti che sono infinitamente varj, logici. indeterminati e
fuor di necessità, mentre all'opposto il fatto della scienza è logico, tipico,
sistematico rigorosamente determinato, e necessitante. Ni aggiunga che la
confessata riduzione della causalità a successione o è solo apparente, come è
probabile, date le due restrizioni che hanno tutta Varia di trasformare il
fatto in ordine logico (1), ma allora l’empirismo è superato e Ja via maestra
del positivismo è lasciata da parte; o è piena e vera, ma allora è compromessa
irreparabilmente la possibilità della scienza e si abbandona la via maestra del
metodo sperimentale che solo uno scettico senza scusa vorrà confondere col
metodo empirico. Concludendo, il positivismo così deterministico come
indeterministico di fronte alla questione della causalità si trova in una
posizione nè comoda nè facile ad essere mantenuta. Tut- tavia anche ammettendo
che da questo solo punto di vista sarà impossibile superare tutte le
difficoltà, è mio parere che il difficile compito non sarà mai risolto da
nessuno senza il concorso di quella parte di verità che è contenuta nel
positivismo, giusta. mente riconosciuto dal Tarozzi medesimo c ingrato nome di
nobi- lissimo sapere ») (2). $ 6. Contingentismo. Ma il più ruvido assalto alla
portati e ai limiti del principio di causalità nella seconda metà del (1)
Queste riserve ben considerate fanno capire in che senso il fatto, se- condo il
Tarozzi, sin una concezione sufficiente alla scienza. Ma in pitri tempo vengono
ad aggiungere un’altra complicazione alla nozione del fatto, in cui giù devono
ritenersi ancora indistinti l'elemento gnoseologico e l'elemento cosmo- logico.
(Iicerche, pag. 244). (2) Tarozzi. Les. di filos. Torino, Casanova, 1896 ; Vol.
primo. pag. VI. ALTA, SIAE ORO RIP E 268 i CAPO XII secolo NIX si deve al
Contingentismo del Boutroux (1): il quale proponendosi in generale di
dimostrare che le leggi della natura sono contingenti, in particolare sostenne
che Vequazione causale non esclude la contingenza, quindi rende possibile
l'intervento della libertà creatrice della natura (2). Avendo già in altra.
opera (3) esposta e criticata a lungo la teoria del Boutroux mi limiterò qui ai
punti capitali. Il risultato utile del suo primo lavoro sopra la contingenza
delle leggi di natura, consiste nella prova che la determinazione scientifica
delle leggi lascia un larghissimo margine all'indeterminismo. Su questo margine
egli rivendica nobilmente i diritti del sentimento e del volere e giustifica la
finalità. estetica e morale dell'umiverso, motivo dominante di tuttiat La sua
filosofia. Niccome necessità di rapporti naturali significa necessità di Cause,
così IL Boutroux in primo luogo si sforza di provare che la necessità non si
riscontra nè fra gli ordini diversi della realtà (inferiori e superiori) nè nel
campo limitato di ciascun ordine. Non si riscontra trai primi perchè nessuna
forma superiore si può dedurre dall'inferiore. nzi ogni ordine superiore della
realtà code d'un tale grado di indipendenza di fronte ai sottostanti che è
d'uopo ammettere Ta spontaneità d'un principio nuovo. Non si riscontra tra i
confini di ciascun ordine perchè non si può provare che la vantata necessità
delle leggi causali sia anche legge dell'intelligenza, dal momento che queste
leggi non ci sono date dal pensiero ma dall'esperienza, e Vempirico non è che
il contingente, Nè La vantata costanza, nè la vantata invariabilità dei
rapporti causali possono identificarsi con la necessità, perché dovendo sempre.
in ultima analisi, essere accertate dall'esperien- za assumono di necessità un
valore relativo e Vequivalenza tra la causa e l'effetto nono può essere che
approssimativa. Che
cosa (1) Botrroux, De le contingence des lois de la nature. 18 ediz., Paris
Alcan. » De Fidée de loi naturelle, Paris. (2) Masci. Didealismo indeterminista. Estratto
dal Vol. XXX degli Atti I. Ac- cademia di scienze morali e politiche di Napoli,
1898, fase. II, pag. 26 segg.: Varisco, La filosofia della contingenza in
Rivista filosofica ital. 1905. ViLLa, L'i- dealisno moderno, Torino, Bocca,
1905, pag. 280 e segg. ; Cacò, Z2 problema della libertà, Palermo, Sandron. (3)
Cfr. Il pensiero puro. Parte III, Cap. 29. LÀ FILOSOFIA CONTEMPORANEA 269 è
dunque la causalità per la scienza, secondo il Bontroux? Niente altro che la
forma astratta dei rapporti intercedenti fra le cose, l’espressione astratta
dei rapporti derivanti dalla natura osservabile delle cose. Lo sperimento non
oltrepassa qualitativa- mente la portata e il valore dell’esperienza. Del resto
lo stesso concetto classico di causalità è in fondo contradittorio, perchè da
un lato richiede Vequivalenza assoluta cioè di quantità e di qualità tra causa
ed effetto, dall’altro richiede un cangiamento qualitativo perchè altrimenti la
causa sarebbe sterile, cioè nes- sun effetto mai deriverebbe. Ma queste due
esigenze si escludono, dunque una vera e propria equazione causale non solo è
im- possibile ma impensabile. Ancora, se è vero che la realtà ci mostra
permanenza e canglamento, bisogna riflettere che la prima non può dar ragione
del secondo, mentre l'inversa è possibile. Dun- que il cangiamento a buon
diritto può essere considerato come il vero principio della realtà. Il
principio di causalità non è che un prodotto astratto deil’intelligenza, una
specie di canone euristico, indubbiamente vantaggioso per gli scopi pratici
della ricerca, ma del tutto incapace di essere applicato esattamente alla
realtà, giacchè tutte ie cose presentano una contingenza radicale. Malgrado ciò
nè il mondo cessa d'essere intelligibile (perchè quella contingenza che eccede
la pura equazione causale entra nel campo della libertà, forza reale agente nel
mondo fenomenico e delle cause finali e così acquista un pregio ed un valore
inestimabili) nè il valore delle scienze positive rimane di- strutto (perchè
viene negata solo quella ricerca che pretende di fare a meno dell’esperienza).
Com'è noto il Boutroux svolse la sua dottrina contingentistica in due opere
fondamentali ; nella prima sostenendo nel modo an- zidetto la relatività della
equazione causale; nella seconda per ciò che concerne il problema della
causalità sostenendo che le leggi della natura non sono perfettamente
intelligibili, nè per- fettamente oggettive, nè perfettamente necessarie, dato
il cre- scente grado di contingenza che si riscontra discendendo dalle leggi
più astratte ed universali alle leggi più concrete e più particolari della
realtà. Il nerbo della sua discussione critica è sempre il seguente : Tutte le
leggi causali della natura comprese le meccaniche si ricavano dall’esperienza.
Ma questa non può 279 i CAVO NII stabilire la perfetta razionalità, la perfetta
oggettività, la per- fetta necessità; dunque le leggi causali della natura,
anche quelle che sono formulate matematicamente, sono empiriche, Esse non fanno
che informarci di ciò che accade dg Eri Td 040. Dunque il necessitismo causale
assoluto steso come una rete so- pra tutta la natura è una pretesa senza
fondamento nonchè una rappresentazione fantastica. Le novità dei contenuti sì
accumu- lano a misura che procediamo nella gerarchia delle leggi, dalle Ieggi
meccaniche alle fisiche, alle chimiche, alle biologiche, alle psichiche, alle
sociali (1). Queste ultime poi a differenza delle vere leggi causali di natura
(meccaniche, fisiche, chimiche, bio- logiche, psichiche) non solo non sono necessarie
ma rappresen- tano l’inversione della causalità. Concludendo, a misura che si
procede dalle forme più astratte e più semplici alle forme più concrete e più
complesse della realtà, la necessità diminuisce ma cresce il numero dei
principj indeterminati sì ma determinanti (movimenti meccanici, qualità
fisiche, corpi, semplici, atto ri- flesso, reazione psichica, vita sociale), i
quali perciò comportano un relativo determinismo. Sotto questo punto di vista
adunque necessità e determinismo sono in rapporto inverso, mentre de-
terminismo relativo e indeterminismo dei principj (cioè contin- ventismo) sono
compatibili, anzi esprimono la natura stessa del reale, come forza determinante
quanto agli effetti ma indeter- minata quanto ai princip). Tutte le Teggi
causali formulate dalla scienza non sono che modelli simbolici
d’intelligibilità, senza essere in sè e per sè, nè intelligibili, nè oggettivi,
nè necessari]. La critiea della teoria contingentistica della causalità non è
difficile. Il suo errore più grave consiste nella confusione gratuita
dell'esperienza con l'esperimento. Quando il Boutroux afferma che tutte le
leggi causali non ci sono date dal pensiero ma dal- l'esperienza, ignora che il
metodo sperimentale richiede come (1) Le leggi logiche e matematiche, pel
Boutroux, sono astrazioni simboliche la cui verità universale non deriva nè
dalla natura reale dello spirito nè dal- l'esperienza della natura reale delle
cose. I principj logici e matematici sono necessarj ma non determinano nulla. I
principj non logici, dai meccanici ai s0- ciali, invece sono sempre più
determinanti ma sempre meno necessarj. eni 3 mt LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 201
condizione necessaria anche la deduzione a fianco dell’osserva- zione empirica.
Mentre questa ultima coglie i fatti come può e non sa oltrepassare la
contingenza, quella determina i rapporti come deve e sa giungere alla
necessità, coll’immortale guida di xalileo (1). Quando il contingentista
riconosce che il principio di causalità non è che un prodotto astratto della mente
ed un mero modello simbolico d’intelligibilità dice benissimo, ma non pensa che
altro è il principio di causalità, altro il rapporto cau- sale esatto che la
scienza riesce in certi casi a determinare. Di più dimentica che il
necessitismo causale assoluto non è affatto un'esigenza scientifica. Inoltre,
non bada che, se è vero che indeterminismo e determi- nismo relativo sotto un
certo punto di vista non si escludono, da ciò si deduce la perfetta
compatibilità dell’esperienza e della scienza cioè di quel contingente che la
prima raccoglie e di quel necessario che la seconda assicura. Il Boutroux
dichiara che la riduzione dello sperimentale al logico è impossibile, ma in
tutta la sua opera non si trova traccia del riconoscimento di quel ca- ‘attere
deduttivo dell’esperimento che è il pregio e la vera novità delle scienze
fisiche rispetto all'esperienza, nè di quella intima connessione tra l’essere
ed il pensiero che è accertata dall’im- piego dei modelli come sistemi
oggettivi ipotetico-deduttivi. Il suo tentativo di reagire all’assolutismo
tirannico della scienza è ben giusto, come è ben giusta la sua polemica contro
la riduzione del dato scientifico all’individualità concreta del fatto
naturale. Ma: non è giusto dichiarare che la scienza colle sue formule a-
stratte ci allontana dall’intima natura della realtà, quando conte- nuta nei
suoi veri confini si limiti il suo diritto alla determinazio- ne dei rapporti
universali e necessari della realtà, lasciando in- determinata la natura delle
cose a cui siapplicano. Perchè sup- porre che la fisica si occupi di
determinare ogni ragion d’essere della realtà? Le leggi fisiche non minacciano
alcun principio, al- cuna qualità, aleuna forma o funzione di coscienza o di
vita. Nes- sun fisico pretende di rivelare l’ultimo segreto del mondo in ogni
ordine della realtà con quelle leggi causali che gli riesce di giu- (1) Circa
la contradizione che sarebbe implicita nello stesso concetto di causalità, Cfr.
Parte II, Sezione I. 272 CAPO NXIT stificare nel suo piccolo campo. Affermare
che il mondo del sen- timento e della volontà venga soppresso dai crescenti
trionfi delle scienze è tagliarsi fuori dello spirito di quelle scienze che
hanno solo il vantaggio di farci conoscere un aspetto essen- ziale della realtà
che la coscienza è incapace di rivelare. Quanto infine al passaggio dalla
contingenza della natura alla libertà della volontà, non è chi non veda che il
contingentista si contenta di arbitrarie analogie, se non d'un accordo così
for- zato da parere tentativo vano ed assurdo (1), e noi non dob- biamo
seguirlo su questa via. ST. Immanentismo. — La filosofia dell'immamnenza (2)
sorta in Germania sul declinare del secolo XIX, merita uno speciale riguardo
perchè, opponendosi alle semplicistiche forme di reazio- ne all'intellettualismo
come ad ogni concetto di trascendenza, so- stiene con nuovi e poderosi
argomenti la funzione positiva della conoscenza logica : dà ragione della sua
indipendenza e della sua reale validità. seuza scompagnarla dalla funzione
dell’esperien- za. Dal punto di vista della teoria della conoscenza direi che i
suoi tratti generali più caratteristici consistono anzitutto nel- L'esclusione
d'ogni presupposto metafisico alla gnoseologia, co- me d'ogni presupposto
gnoseologico alla metafisica, quindi in un doppio processo di fusione della
coscienza empirica e della co- noscenza logica, per cui mentre da un lato
lL'individuale empirico si trova umiversalizzato logicamente, dall'altro
Vuniversale Io- (1) Sopra la volontà e la contingenza come nozioni contradittorie,
cfr. CaLò op. cit., pag. 109 e seus. | (2) Tengo conto principalmente dello
ScutPPr, Erkenntnisstkeoretische Lo- gik, Bonn. Weber, 18738: Grundriss der
Erkenntnisstheorie und Logik, Berlin, Giirtner, 1894, Cfr. in proposito:
Martinetti, 0p. et. pag. 115-125, 212-225. Via, L'idealismo moderno, 1905, pag.
253-268; PeLazza, Guglielmo Schuppe e la filosofia dell'immanenza, Milano,
1914; ALIoTTA, 0p. cit, pag. 321-343; DE Sarto, IL pensiero moderno, Palermo,
1915, pag. 211-220: Hermanr — VAN DE Vaete, Les principales théories de la
logique contemporaine, Paris, Alcan, 1900, pag. 63-80. Gli altri pensatori che
accettano in genere il programma dell’immanenza si distaccano talmente su certi
punti fondamentali dallo ScHuPPr che sarebbe ne- cessario dedicare una monografia
ad ognuno di essi. Per questo rilievo Cfr. PELAZZA, op. cit., pag. 7-8. Fal LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 273 gico si trova individualizzato empiricamente (1).
Questa fusione è ottenuta a spese d’una struttura empirio-logica della realtà,
composta cioè d'elementi sensibili e irrazionali stretti in rapporti necessar]
e regolari, che le singole coscienze costituenti col loro complesso universo
progressivamente realizzano, appunto con un doppio processo di conoscenza
sensibile e di conoscenza in- tellettuale, sul contenuto concreto e
indivisibile della coscienza (2). La coscienza è l’unità totale della realtà
nel senso più largo della parola. In essa la riflessione riscontra la reciproca
imma- nenza di due componenti astratti o momenti, così irreducibili come
inseparabili: il soggetto e l’oggetto. Ma l’esistenza fuori della coscienza di
questi due poli del reale è una contradizione (3), oltre che un non senso (4.
Questi principj sono sufficienti a precisare la filosofia dell'immanenza dal
punto di vista della dottrina della realtà. Non è qui il luogo di disentere il
valore intellettualistico della filosofia dell’immanenza, che ci porterebbe nel
campo più sconfinato della discussione circa il valore delle teorie
gnoseologiche e metafisiche in generale (Cfr. Parte II, Sezione I, Capo I).
Tuttavia anche restringendoci, come il nostro tema richiede, ad esaminare la
soluzione del problema della cau- salità nella filosofia dell’immanenza, giova
notare un punto che va ordinariamente troppo trascurato dalla critica ed è il
pre- zioso riconoscimento del valore della conoscenza logica da parte di chi fa
professione di non uscire dall'esperienza genuina, cioè dalla percezione del
dato immediato della coscienza. o Contro i sistemi irrazionalistici
intemperanti la filosofia del: Jimmanenza dichiara che «tutto è realmente
connesso e neces- sariamente determinato » nel mondo. Ma nel processo della co-
noscenza distingue due momenti successivi: il momento sensi. bile o alegico che
dà la contingenza e il momento concettuale 0 (1) Il MartiNETTI invece, seguito
dal Prrazza, ritiene che la teoria dello Schuppe, proseguendo un cammino
inverso a quello tenuto in cenerale dall'em- pirismo, parte da momenti astratti
e generali spontaneamente da noi distinti nei dati sensibili e.mostra come,
solo in grazia di questi fattori generali. i dati sensibili si vadano
organizzando nell'unità concreta della cosa. Cfr. MARTINETTI, op. cit., pag.
218; Priazza, 0p. cit., pag 17:-172. (2) ScHuper., Erkennt, Log. pag. 64. (3)
ScHuePE., ZMrkennt, pag. 15. (4) ScuuPepe, Grundriss., pag. 29-3). Pastore —
Storia critica del problema della causalità, 15 274 CAPO XII logico che dà la
necessità. Nel primo il pensiero ingenuo non s'avvede della connessione
necessaria e perciò la nega. A sua volta il momento logico rileva la necessità
nel primo momento non apparente, sicchè a tutta prima sembra che la necessità
venga aggiunta ai fatti del primo momento, come qualche cosa di nuovo. Però
veramente anche la necessità è presente nella re- altà fin dal primo momento,
Essa rimane semplicemente inosser- vata a fianco dei dati sensibili. Questione
d’ignoranza ! (1). A uesto punto vien naturale la domanda : donde deriva la
necessità postulata con tanta energia ? Il fatto si spiega, secondo lo Schup-
pe, come effetto dell'inerenza di tutti i soggetti nella coscienza cenerica.
Più chiaramente, tutte le coscienze soggettive indivi- duate e cioè tutti gli
esseri della realtà (perchè ogni essere è un fatto di coscienza) sono
interferenti in una coscienza generica comune (2). In questo profondo legame
con la coscienza univer- sale tutte le coscienze singole trovano
necessariamente il loro accordo nonchè la condizione fondamentale della loro
pensabilità. Tutto pertanto è in fondo necessario : tutto è intimo a tutto ;
nulla è fuori della coscienza concreta cioè della realtà; anche lastratto è
parte costitutiva del reale (3), perchè l’astratto è un aspetto del concreto. I
concetti stessì come le leggi stesse e quindi le leggi causali esistono
objettivamente (4) anzi sono fattori essenziali della realtà, immanenti nei
dati sensibili e «compercepiti» con essì. La causalità poi, secondo questa dot-
trina. non è altro che una determinazione categorica della co- scienza
generica, comune (insieme colla identità) a tutte le co- scienze individuali e
quindi a tutte le cose e tanto objettiva (1) Ifo cercato di dare maggior
chiarezza alla teoria immanentistica che, sn questo punto mi pare non abbia.
cavato tutto il partito possibile dal principio fondamentale della connessione
intima e necessaria degli elementi sensibili e degli elementi razionali della
conoscenzi, Mi riferisco al passo dello ScenceerE: Erk. Log. pag. 191. Ma anche
il v. scutusert-SoLperNx ha combattuto con grande energia l'empirismo
sensistico (antintellettualistico), mettendo in rilievo l'importanza capitale
delle relazioni intellettuali nella conoscenza. (Grund- lagen cinen
Erkenntnisstheorie, ISSÌ pag. 126-127. i (2) Il Perazza ha notato giustamente
che lo Scuusert-SoLbErN ripudia la coscienza generica dello Scirurrs e che il v.
LecLan: che l’ammette, ma a modo suo, lia chiama una Fiction, indispensabile.
Cfr. op. cit., pag. 195. (3) ScuuPre, (irundriss, pag. 92. (4) Scuuppe,
Grundriss, pag. 17-80. dt. into — LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA tali sil in i isi
all. a ta i ai quanto il dato concreto in cui esiste e da cui si distingue solo
per astrazione. È evidente che, senza questa determinazione cate- gorica,
immanente al contenuto della coscienza, e quindi in fondo di valore così
soggettivo come oggettivo (11, nulla potrebbe ex- sere pensato (2). Essa è in
certo modo percepita e dedotta, da un lato perchè è colta come un dato
qualunque immanente nella nostra coscienza. dall'altro perchè, superato il
momento sensibile, le leggi causali vengono da noi trovate col pensiero logico
operante sui dati della coscienza, coi quali esse sono essenzialmente ed
indissolu- bilmente congiunte. Ammesso in seguito il principio dell’assoluta
necessità delle determinazioni spaziali e temporali, segue in pri- mo luogo che
comprendere la necessità immanente in ogni suc- cessione è risolvere con
evidenza intuitiva la successione in cau- sazione, l'essere semplicemente
nell’essere necessariamente (3) ; in secondo luogo che anche i fatti psichici
in quanto si succe- dono nel tempo sono connessi da legami necessarij. Quanto
alla natura della legge causale l’immanentismo, ab- bandonando il concetto
volgare, definisce il rapporto di causalità come necessità di successione o di
coesistenza. La necessità evi- dentemente deriva dall'interferenza d'ogni
processo cosciente della realtà colla coscienza generica che armonizza
logicamente tutto il pensabile e per avere il suo valore scientifico non ha
bisogno che di esser semplicemente constatata. Questi rapidis- (1) ScuupPe,
Grurdriss, pag. 150-150. (2) Il v. ScHuBserT SoLbERN fa un passo avanti
nell’indirizzo aitiologico preso dallo Schuppe. Abbandonando ogni riserva
schuppiana dalla subordina- zione della causalità all’identità egli assume
senz'altro il principio causale come base di tutta quanta la costruzione della
realtà. (Grundlagen, pag. 120). (3) Mi sia lecito citare un passo del
MartIneTTI che riassume in modo per- spicuo la dottrina aitiologica della
filosofia dell'immanenza... « la causa come tale (das Ursachesein) e l'effetto
come tale (das Wirkungsein) non sono alcunchè ‘di percepibile: in che consiste
quindi propriamente la caratterizzazione causale d’una successione? Secondo il
Schuppe una successione causale è una succes- sione compresa. Questa
comprensione è aiutata dalla inserzione di termini in- termedii fra la causa e
l’effetto : ma vi è un punto in cui la comprensione deve essere immediata. Così
pure è efticace sussidio l'accordo della successione cau- sale, che si tratta
di comprendere con altre serie causali. Ma in ultima analisi lo Schuppe
riconduce la comprensione alla evidenza intuitiva dei processi spa- ziali e
temporali, la successione causale alla successione semplice, l'essere ne-
cessario all'essere semplicemente ». (Op. cit., pag. 213-214). 6 CAPO XII e Yi)
Ò |] ]l]l‘“‘l|l|“l np hl « —_—— simi tratti ci permettono di apprezzare il
contributo portato dalla filosofia dell'immanenza. alla teoria della causalità.
L’immanentismo dello Schuppe ha notevolmente migliorato la dottrina del valore
oggettivo della conoscenza causale (1) e l’inter- pretazione generale del
pensiero, mostrando che questo ormai non deve più esser concepito come
un'attività formale puramente soggettiva, che si applichi ad un oggetto fuori
di essa, ma come attività intimamente empirio-logica, anima essenziale di tutta
la realtà. Gratuita invece risulta la tesi del carattere necessario d’ogni
successione. È molto comodo invero affermare che della logica costitutiva della
realtà noi siamo sufficientemente CONSC] col diretto atto della coscienza. Ma
la prova ancora si desidera, la prova penetrante nelle intime profondità
dell’essere e del co- noscere, Lt provit però che non conduca alla rovina della
scienza. E evidente il pericolo che la filosofia Aell’immanenza o si chiuda in
un sensismo intellettualistico paradossale, o degeneri in una forma di
scetticismo o di logicismo dogmatico inconcludente. Il De Sarlo, criticando con
grande acume la filosofia imma- nentistica, objetta che i concetti di coscienza
e di realtà vengono da essa alterati e falsificati tanto profondamente che non
sono più riconoscibili. È tanto necessario, egli ritiene, riconoscere
l'esigenza della trascendenza vivamente sentita dall’intelligenza (1) A
proposito della teoria della causa il MartiNETTI, rivolge contro l’im-
manentismo gravi objezioni. In primo luogo osserva che, se la causalità coinci-
desse con l'essere (come pretende la concezione antihumiana dell’immanen-
tismo), dato l'essere, dovrebbe contemporaneamente essere data la connessione
causale. Noi vediamo invece che questo nel fatto non è, e concludiamo quindi
che il concetto di causalità non è riducibile alla semplice contiguità
dell’essere nel tempo e nello spazio. In secondo luogo nota che, se la
negazione empiri- stica della causalità come unità distinta dalla suecessione
lascia inesplicato il rapporto causale, la teoria dell'immanenza, che trasforma
senz'altro ogni suc- cessione in successione causale, rende inesplicabile ogni
semplice successione non causale (op. cit. pag. 221). Se i concetti di
possibile, di accidentale si ri- ducono come vnole lo Senuupri ad una mera
ignoranza soggettiva di tutte quelle condizioni, poste le quali tutto è posto
con assoluta necessità, come è ancora spiegabile questa igneranza? come è
esplicabile l'errore ? (0p. cit. pag. 221). In fine, confutata anche la
correzione dello ScHusert-SoLpERN (il quale riconosce implicitamente la
necessità di distinguere qualitativamente la suc- cessione cansale dalla
semplice snecessione in quanto riconduce la causalità all’analogia) conclude
che « anche sotto questa seconda forma la tesi della fi- losofia dell'immanenza
non è sostenibile ». (0p. cit. pag. 222). LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 2977 umana
che si può dire questa non possa dar un passo senza riferirsi ad objetti per sè
stanti (1). La distinzione tra contenuto di coscienza e reale vero e proprio,
lungi dall’essere il prodotto dell’arbitrio individuale, è imposta da esigenze
e da principj razionali. Invero è il principio di ragione e di causa che spinge
la mente a postulare l’esistenza di agenti capaci di determinare gli effetti
quali sono direttamente constatati. Dunque o bi- sogna negare assolutamente
ogni valore all’attività intellettuale, ovvero bisogna ammettere che questo è
l’organo della realtà tran- subjettiva. Non è il caso di intrattenerci qui
sulle ragioni del monismo 0 del dualismo (2), basti riconoscere che la tesi
del- l’attività intellettuale come organo della realtà transubjettiva riposa
senza dubbio sopra un'esigenza pratica (3) da cui dipende la possibilità della
conoscenza scientifica del reale. Naturalmente ciò non vuol dire che
l’applicazione di questo ‘postulato alla concezione metafisica sia senz’altro
giustificata in modo da ap- pagare completamente la ragione. Ma questo
problema. sarà trat- tato a suo luogo. $ &. Logicismo. All’opposto degli
empiristi intransigenti, i quali abbassano la scienza a livello dell'esperienza
e quindi spie- gano la cansalità colla sola conoscenza sensibile e fuori di
questa: non riconoscono altra fonte più sicura delle conoscenze, il logi- cismo
puro leva a cielo il pensiero sciolto da ogni elemento do- (1) De Sarto, Il
pensiero moderno, pag. 215-220. A proposito di trascendenza nell’immanentismo,
il ViLLa ritieve che « l’assorbirsi della conoscenza nel dato inferiore doveva
inevitabilmente condurre ad un’altra specie di trascendenza, quella
idealistica, psicologica che è ben più ipotetica di quella naturalistica che si
era voluto escludere. Al disopra delle coscienze individuali alcuni tra questi
filosofi, ammettono una specie di coscienza astratta, superiore, un « s0g-
getto » puro che si manifesta nelle coscienze dei singoli individui». «Il più
esplicito sostenitore di questa « supercoscienza » è lo Scnupre, v. il suo
Grun- driss d. Erkennt. «. Logilk, pag. 16 ss ». (Cfr. Idealismo moderno, pag.
256 - 7 e nota 3). Questo rilievo è penetrante. Si potrebbe appena aggiungere
che il ter- mine « supercoscienza » sembra poco proprio a denotare la coscienza
generica o il soggetto assoluto dello Schuppe perchè ciò che resta superato è
propria- mente l’individuo non la coscienza. Quindi pare meglio in ogni caso
parlare non di supercoscienza ma di coscienza superindividuale conforme al
concetto del Rickert. - (2) Cfr. Parte II, Sezione II, Cap. I. (3) Cfr. Parte
II, Sezione II, Cap. I $ 3. gl CAPO XII vuto all'esperienza e concede esclusiva
fiducia alla conoscenza scientifica. In questo senso resta definito tanto un
sistema filo- sofico quanto un metodo che assume la ragione logica come unico
principio e strumento di vera conoscenza. I prosecutori di questo indirizzo
teoretico sono molti e costituiscono la compatta falange dell'intellettualismo.
Noi ci contenteremo qui di esaminare la tesi altiologica di Ermanno Cohen (1),
che è il rappresentante più ortodosso e più agguerrito di tutti. La sua Logica
della conoscenza pura è un modello di ordine logico, di ingegnosità
epistemologica e di rigore. Premesso che nulla ha origine fuori del pensiero e
che 1l pen- siero non può aver origine al di fuori di sè, mette in sodo che
l'essere è identico al pensiero e che Tunica regola della verità è il principio
di non contradizione. Da ciò si capisce che la logica per lui è il centro di
tutta la scienza e da pietra angolare di tutto il suo sistema filosofico (2).
Le leggi quindi per lui non sono che espressioni categoriche del pensiero, le
quali nella matematica: assumono Tlaspetto di funzioni analitiche, nella fisica
quello di causalità. proprio al formulare Ta conser- vazione. logica. della
sostanza. nel movimento (31. Laonde la certezza delle leggi causali non ha
mestieri d'altro criterio e altra prova che della deduzione, e falsa è la tesi
che risolve La causalità nella semplice successione temporale (4. Posto in
seguito il principie logico della conservazione del movimento a base dello
stesso rapporto di causalità, lungi dal ravvisare in questa necessità di conservazione
un ostacolo alla visione dina- mica dell'universo, sSaftida ancora alla logica.
per trovare una ragiene di perpetuo processo intercausale, pur concependo Tu.
niverso come un sistema logico chiuso. La principale ragione di questo fatto
consiste nel bisogno che Ia kai stessa causalità di trovare il suo compimento
nel sistema (5). Ciò è provato dalle tre leggi di Newton, ia prima delle quali
pone Tai persi- _ (1) E. Conkxn. System der Philosophie, I. Logik der
reinen Errkenntnis. Ber- lin, 9 2. (2) Op. cit., pag. 10-15. (B) do» 220225, 245-247. (4) » » »
247-260, (5) >» » »o 289-287. tt — PETIT LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 279
stenza del movimento che è la condizione generale del sistema, la secorda
inizia la rete dei sistema con la finzione della forza esterna, la terza
completa il sistema con la reazione (1). Che ‘azione causale proceda e circoli
senza tregua nell’universo è intimamente necessario, giacchè l'efficienza
causale, passando da causa ad effetto, dopo d’aver agito sopra questo, o si tras-
mette ad un altro termine esterno e così produce un sistema aperto, o non sì
trasmette ad altro termine e allora è d'uopo che si trasformi in una reazione
sopra la causa prima (2). In questo modo si attua il processo ritmico della
causalità e si compie il sistema della natura. Già di qui apparisce che 1'e-
sperienza sensibile non ha alcun mezzo per appurare nonchè agevolare la
determinazione esatta delle leggi causali, dovendo invece essa medesima
ricevere quel tanto di valore che ha dal pensiero pure, unico costruttore delle
scienze della natura e sovrano delle verità circa le cause. Quindi l’applicare
i processi empirici all’ordine delle conoscenze razionali è un andar contro
alla natura stessa delle cose, un far violenza alla legge costitu- tiva del pensiero,
un esporsi al pericolo inevitabile o di comporre un sistema arbitrario o di
negare la verità di quel sistema che può solo essere debitamente iniziato,
svolto e compiuto col me- todo deduttivo, sola e vera ancora di salvezza della
scienza (3). Le costruzioni tecniche stesse non sono di alcun vantaggio logico
nè alla ricerca nè alla dimostrazione delle leggi causali. Unica forma
necessaria e sufficiente è il sillogismo ipotetico (4). Per chi sappia
impadronirsi veramente del sistema ipotetico-deduttivo e partire da una sicura
verità, a tenore di logica pura, tutti 1 teoremi causali scaturiranno da sè con
matematico rigore, es- sendo il grande libro della natura scritto in caratteri
matema- tici come vide e disse Galileo Galilei. Io non sono certo sospetto di
poca simpatia verso il pensiero puro, perchè nella mia opera sopra /7 pensiero
pio (pure in- tendendo tanto il pensiero quanto la sua purezza in un senso spe-
culativo irreducibile a quello del Cohen nonchè a quello di (1) Op. cit. pag.
287. (2) » >» » 287-299). (3) » » » 480-486, 436-49), (4) >» >» >»
485. 280 CAPO XII Hegel) ho sostenuto fin dove mi parve giusto i diritti delle
scien- ze esatte. Ma per amore di verità mi tengo in obbligo di respin- gere la
tesì di questo pensiero che si afferma puro in senso de- fettivo, sopprimendo
le esigenze di ogni altro grado conoscitivo all’infuori della scienza
logico-matematica. In primo luogo tutto il sistema aitiologico del Cohen
poggia, secondo abbiamo veduto, sul dogma che ogni relazione causale e ogni
conoscenza causale siano prodotte e dedotte dal solo pen- slero. E in questo
dogma la critica non potrebbe trovare da ri- dire, avendo il Cohen
espressamente identificato l'essere col pen- siero, avendo cioè ricorso alla
sola arma che possa resistere ai colpi formidabili del realismo. Perchè il gran
problema del pan- logismo consiste nella razionalizzazione logica della realtà
non meno che nella realizzazione della ragione logica, senza mutila- Zoni o
incrostazioni reciproche. Ora il Cohen non risolve punto il problema; giacchè,
fin da quando dichiara che unica regola della verità è il principio logico
della non contradizione, è im- possibile che raggiunga la completa
razionalizzazione della real- tà, se ad esempio sopprime senz'altro il fattore
temporale che l'esperienza della realtà ci impone ineluttabilmente. Conveniva
pigliar le mosse dall’identificazione stessa dell’essere col pensiero e
mostrare che il tempo è essenzialmente logico come la logica è essenzialmente
cronologica. Il Cohen si appigliò invece al partito di coloro che, per non dar
a vedere di presupporre ciò che in fondo devono dimostrare (1), sottraggono man
mano ogni fattore contrario alla propria dimostrazione. In questo processo,
ripe- tiamolo, la critica può scoprire tutti gli irreparabili inconve- nienti
della teoria del Cohen che porta inevitabilmente all’obli- terazione del
concetto non che del problema scientifico della can- salità. In secondo luogo,
immediatamente si capisce che la ma- tematizzazione delle leggi causali è un
assurdo, salvo che si in- troduca nelle equazioni causali precisamente quel
fattore tempo- rale specifico di cui il Cohen crede troppo facilmente di
potersi dispensare. Non sarò io per fermo quegli che pretenda escludere
assolutamente l'impiego del concetto di tempo nella logica pura (1) Cfr., per
questa acuta osservazione, ALIOTTA, op. cit., pag. 352. LA FILOSOFIA
CONTEMPORANEA 281 - (1), affermo bensì che il tempo astratto della logica e
delle scienze esatte non è il tempo concreto dell’esperienza. Chi ha coscienza
della duplice esigenza non può sottoscrivere alla dedu- zione di questo da
quello, quindi non può ammettere la riduzione delle leggi causali alle leggi
logiche pure, come in genere non può accettare la deduzione del mondo dal
pensiero, semplicemen- te perchè, identificato l'essere col pensiero, questa
famosa dedu- zione della realtà dal pensiero avrebbe l'aria di dare un senso —
e per giunta logico — alla deduzione... dalla deduzione. In terzo luogo il
Cohen, per schiantare fin le radici dell’empirismo, non esita un istante a
ridurre la fisica alla matematica e quindi a ridurre il metodo sperimentale
(unico strumento a parer no- Stro necessario e sufficiente alla determinazione
delle leggi cau- sali della realtà) al puro metodo deduttivo, l'esperimento allora
viene ridotto al sillogismo ipotetico senza il minimo appiglio nè al dati
empirici nè ai mezzi tecnici che distinguono l’osservazione dall’esperimento.
Chi, come lo scrivente, s'è adoperato nella sua solitudine durante gli ultimi
trionfi del positivismo italiano e al- l’inizio del rifiorire dell’idealismo, a
metter in rilievo la sostan- ziale differenza dell'esperienza dall’esperimento,
tentando una nuova teorica del metodo sperimentale col sussidio di quel prin-
cipio dei modelli che è l’anima della fisica sperimentale da Ga- lileo Galilei
a Rodolfo Hertz non può ora accogliere una dottrina riducente la causalità a
mera logicità. E come mossi speculando da quel punto, giudicato erroneamente
positivista dagli idealisti, idealista dai positivisti, così ora séguito a
ritenere che l’iden- tificazione del metodo sperimentale col metodo
sillogistico puro non ha senso, che la riduzione delle leggi causali alle leggi
logiche pure è un'affermazione gratuita. | è 9. Neo:hegelianismo inglese. La
tendenza teoretica non paga nè dell'empirismo tradizionale nè del positivismo
a. base scientifica, ma anch'essa illusa da parte sua di poter spiegare tutto
con un metodo esclusivamente speculativo, cioè contrario così all’empirismo
come all’intellettualismo, si pronuncia in In- (1) Cfr. la mia nota: «
Sull'impiego del concetto di tempo nella logica pura. Estr. dalle Questioni
filosofiche, Bologna, Formiggini, 1908. 282 CAPO XII ghilterra con
quell'indirizzo di pensiero che fu detto « neo-hege- lianismo inglese » per il
prevalere della visione panlogistica (1). La reazione speculativa all'empirismo
fu inaugurata dal Green (2) in nome del pensiero senza cui niuna coscienza è
possibile nonchè niuna esperienza; ninna coscienza, perchè senza l’avver-
timento d'un rapporto fra termini qualunque e quindi in fondo d'un pensiero
(perchè pensiero è affermazione di rapporto) nes- suna coscienza può esistere;
niuna esperienza, perchè l’esperien- za medesima in ultima analisi non è altro
che un sistema: di rap- porti pensati, al pari della realtà, in cui è sempre
immanente il pensiere. La realtà poi dei rapporti dei fatti è data dal pensiero
assoluto fuori di cui nessuna realtà è concepibile e in cui eterna- mente
persistono tutti i rapporti costitutivi dei fatti. Da queste premesse generali
la concezione aitiologica del Green sì deduce facilmente. Le relazioni di
causalità che collegano i fatti sono gia esistenti nella realtà per effetto del
Pensiero as- soluto e per la costruzione originaria dello spirito nostro, anche
quando non sono ancora avvertite empiricamente (3). Noi le co- gliamo già
inconsapevolmente nella percezione semplice ed ele- mentare, benchè solo colla
riflessione ulteriore sia possibile renderle esplicite e verificarie
scientificamente. Siccome tutto il mondo è razionale, è chiaro che ogni
proposizione affermante una relazione reale di causalità è universale e
necessaria. I metodi induttivi non fanno altro che rendere espliciti questi
rapporti causali che sono impliciti in ogni conoscenza elementare. Se è
possibile collegare logicamente una pretesa relazione causale col sistema delle
relazioni razionali preesistenti che costituiscono il criterio di verità. tale
relazione è falsa. (1) Così l'ALtorra in op. cit., pag. 111-131 (Il
neo-hegelianismo inglese). Il De Sarto, a proposito del Bradley, dopo d'aver
ridotto le fonti primarie e dirette del sistema brad. alle due correnti della
filosofia dell'identità e della filosofia herbertiana, insiste sulla
derivazione dalla filosofia dell’identità e non dal solo hegelismo « come a prima
vista si potrebbe esser tratti a credere, giacchè egli, pur avendo tratto molto
del suo nutrimento vitale dal sistema dell’assoluto hegeliano, ha cercato di
porre insieme, se non di combinare e fondere, in un tutto armonico, le vedute
di Fichte, di Schelline, di Hegel ». Saggi di filosofia, II, Torino, Clausen
1897, pag. 253. (2) T. H. Grerx, Prolegomena to Ethics, pag. 50-00. (3) Op.
cit., pag. 57. Re elundini LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 283 Il principio della
razionalità dell'universo è il presupposto di ogni conoscenza umana, e la
conoscenza di questa razionalità ci immedesima. col pensiero eterno cioè con
Dio. Concludendo, la conoscenza empirica come tale non è sufficiente alla
spiegazione causale e deve quindi essere oltrepassata perchè la conoscenza passa
per due fasi : una spontanea, l'altra riflessa ; e la concezione perfettamente
adeguata della causalità, che non si ottiene fuor- chè in quest'ultima, non può
essere assicurata neppure dalla sola scienza, ma deve essere integrata
speculativamente dal pensiero, unico e sovrano conoscitore del sistema delle
relazioni eterne. Il Bradley (1) prosegue la campagna speculativa, assumendo
non solo di frente alla conoscenza empirica ma anche di fronte alla tConoscenza
scientifica un atteggiamento scettico ed elimina- tore, tanto che il suo
sistema si può da un lato considerare come il tipo della tendenza teoretica
antiempirica ed antiscientifica in- teso a dare l'esclusivo predominio alla
speculazione, dall’altro per la sua conclusione intuizionistica partecipa delle
tendenze extra- teoretiche. Quando si pensa che la tendenza teoretica
intellettua- listica mira per contro a dare l'assoluto predominio all’interpre-
tazione causale, la situazione del Bradley di fronte all’aitiologia diventa
abbastanza chiara. Stando a lui tanto l'esperienza quanto la scienza non sono
che nidi di contradizioni. Il concetto scien- tifico di causalità in
particolare, non essendo che una semplice apparenza (2), una finzione, un
compromesso pratico (3), unillu- sione di erronea prospettiva, non rispondente
a nulla di reale, de- ve essere eliminato a rigore dal sistema vero delle
conoscenze (4), se noi vogliamo rendere il nostro pensiero sempre più coerente
e completo. Unico criterio distintivo della realtà dall’apparenza è il
principio logico di contradizione, secondo cui è costituito il sistema armonico
e totale (assoluto) dell'universo. Il pensiero è in ultima analisi elemento
integrante della realtà, e quindi il pensiero del sistema totale (pensiero che
non potrebbe non esì. (1)
BrapiLey, Principles of Logic, London, 1883; Appearance and Reality: A
Metaphysical Essay, London 1893. Cfr. De Sarto: Saggi di filosofia, II, 1897, pag 177-259.
Auiorta: Op. cit., p. 122-131. (2) Appear., pag. 192. (3) Op. cit, » 284. (4
>» » » 192-195. 284 CAPO XII stere, salvo che la realtà massima si rivelasse
contradittoria, il che è assurdo) ha la massima realtà. Come si capisce, da
questo punto di vista nessun rapporto cau- sale, quale combinazione di quei
concetti primitivi della scienza che son dichiarati inintelligibili perchè
contradittorj, trova gra- zia di fronte alla speculazione panlogistica del
Bradley (1). L’u- nita conoscenza che per lui conti consiste in una forma
d’intui- zione vitale in cui tutti i diversi aspetti fenomenici della. co-
scienza (Vintelletto, la fantasia, il sentimento, il volere) siano
armonicamente contenuti in una concreta e superiore unità (2). Cio che vha di
più importante nei due sistemi del Green e del Bradlev è l'affermazione
dell’insufficienza così della cono- scenza empirica, come della scientifica, e
quindi l’appello ad una forma superiore di conoscenza. Se non che neanche il
risultato effettivo delle loro ricerche ha potuto salvarsi dalle esclusioni
arbitrarie e dall’artificio. Veramente dal punto di vista esclusivo della:
conoscenza la teoria titiologica del Green è molto equilibrata. Se il Green non
si contenta dell’esperienza e della scienza, ma vuole che se ne tenga il debito
conto, se insiste sulla necessità che si faccia appel- lo al pensiero
speculativo per la comprensione totale del sistema dell'umiverso, non è
possibile dargli torto. Il suo torto più tosto consiste nel non aver saputo
mantenere questa posizione critica integratrice di fronte alle altre esigenze
della vita psichica, ri- conoscendo pure i diritti della tendenza patetica e
della. pratica. Una buona soluzione sintetica del problema aitiologico non può
risultare che dal concorso positivo di tutte le funzioni fondamen- tali dello
spirito: le quali per sè stanti sono sempre antagoni- stiche e quindi
esclusive, e perciò effettivamente incapaci ad una. ad una di esanvire il
contenuto della realtà. Per contro siste- mate nella forma più vasta e
comprensiva di quella vita che è principio di attività e di sintesi conoscitiva
sentimentale e vo- litiva ci fanno comprendere Tunità causale della realtà. (1)
Il panlogismo del Bradley è però limitato dal fatto che il Reale, oltre il
pensiero, contiene l’altro (the Other). Vedi a questo proposito l’esauriente
esposizione critica del De SarLo (op. cit., pag. 202 ss.). (2) Op. cit., 144, e
ss. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 285 Anche il Bradley s'è provato a spinger lo
sguardo verso la sintesi filosofica per cogliere quegli atteggiamenti che
servono veramente a caratterizzarla. Ed a parole si sforza di armonizzare i
diversi aspetti fenomenici della coscienza cioè il conoscere, il sentire e il
volere, esaltando quella forma di intuizione e di vita universale che, a suo
avviso, sarebbe capace di farci evitare la contradizione dell'esperienza e
della scienza. Ma siccome in pra- tica esclude con profondo scetticismo ogni
materiale fornito dalla cognizione empirica e scientifica, e non sa liberarsi
da un panlo- gismo fondato sull’astratto principio di identità, così la conclu-
sione a cui sempre si arriva è che in fondo l'equilibrio sintetico è rotto. Il
problema causale non è veduto che come un nido di contradizioni, le leggi
naturali non dànno ragione dei fatti, altro non essendo che una scelta
arbitraria di relazioni in mezzo alla sterminata molteplicità delle relazioni
costituenti la realtà : Je scienze sperimentali si fondano su concetti
contradittorj. Insom- ma, dove sul finire a parole sembra che debba regnare
l’inter- pretazione sintetica così dell'essere come del conoscere. altrove
tutti possono riconoscere la negazione dei diritti relativi dell'em- pirismo e
dell’intellettualismo, a profitto d'una tendenza esclu- siva che oscilla dal
panlogismo astratto dell'identità allintui- zionismo antilogico della tendenza
volitiva. S 10. Idealismo attuale. — Il neo-idealismo, nella sua ul. tima e più
recente fase italiana, respingendo energicamente qualsiasi interpretazione empirica
o scientifica rispetto al pro- blema causale e d'altra parte rendendosi conto
della necessità di trasportare la questione causale sopra il terreno aperto non
al pensiero astratto e schematico ma all'attività concreta. del pensiero, si
sforza di superare la categoria della causalità colla nozione della vera
sintesi a priori della condizione e del condi. zionato, nella dialettica dello
spirito (I). «La distinzione, dice iì Gentile, tra pensiero astratto e pensiero
concreto è fondamen- tale per noi e il trasferimento dei problemi dal pensiero
astratto al concreto è, si può dire, la ehtave di tutta la nostra dottrina ».
(2). Non è il caso di intrattenerci ora sul valore filosofico di que- (1)
GENTILE, Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa 1916, pag. 187. (2)
Op. cit., pag. 92. 285 CAPO XII ” sto punto fondamentale; per il nostro compito
è sufficiente met- tere in chiaro che l'idealismo, che discutiamo, insistendo
sul- l'impossibilità di concepire la realtà quale presupposto dal pen- siero
che La pensa, non parte cià come il naturalista dal presup- posto che ta natura
c'è e perchè c'è egli può conoscerla (1), in- sommi non considera più la natura
materialmente come realtà di fronte al pensiero, fuori della mente, che non
riceve incre- mento dallo sviluppo del pensiero (2), bensì afferma con Hegel la
necessità del pensamento dialettico del reale nella sua con- cretezza (31. Da
questo punto di vista si capisce che la categoria. della cansalità quale viene
usata sì largamente dalle scienze na- turali non può più essere considerata che
come una chimera del pensiero astratto. Le stesse leggi causali appurate dalla
fisica non trovano miglior fortuna (41. E ciò massimamente dipende dal fatto
che le scienze naturali si riferiscono ad una spazialità e temporalità che è
negate in senso hegeliano dall'eternifà del pensiero (51, La molteplicità
positiva dei coesistenti e dei suc- cessivi non si riduce che a una semplice
illusione (6) ; perciò la categoria naturalistica della causalità dev'essere
eliminata. Que- sta eliminazione dev'essere il frutto d'un rigoroso esame del
con- cetto stesso di condizione «questa tavola di salvezza dell’empi- rismo
nonchè della concezione trascendente del reale » (7). Asso- dato invero che
Vempirismo è l'intuizione del reale orientata verso La melteplicità e la
metafisica, all'opposto, Vintunizione del reale orientati verso Punità (Sì,
resta facile capire che la sintesi filosofica deve convepire insieme la
molteplicità e Punità cioè Ta dualità dei due termini risolventesi in una unità
fondamentale (91. Così resta esclusa la possibilità di arrestarsi tanto al con-
cetto di causalità metafisica quanto al suo estremo opposto, cioè (1) Op. cit.,
pag. 45. (2) » >» oO. (3) » >» >» DI. (4) » >» » 99, (5) » >» »
155-156. (6) » >» » 122-125. (7) » » >» 149. (8) >» » » 150. (9) » » »
151. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 287 alla causalità empirica (1); quella non
essendo che la causalità efficiente sostenuta dalla deduzione logica per il
punto di vista dell’unità, questa non essendo che la semplice successione cro-
nologica per il punto di vista della molteplicità (2). Ma pari- menti è d'nopo
escludere la possibilità di fermarsi sia a un punto intermedio tra la
metafisica della causalità efficiente e l’empi- rismo della causalità come
semplice concomitanza contingente (3) cioè al concetto dell'occasionalismo, sia
al concetto del con- tingentismo in fondo ricadente nell’intuizione meccanica
della realtà propria dell’empirismo (4). A qual concetto di rapporto bisogna
dunque risalire? « A_quel rapporto di condizionalità che solo è dato
effettivamente di con- Cepire, importando esso l’unità e la dualità insieme e
non obbli- gando perciò il pensiero nè a fermarsi nell'unità che è assurda, nè
a finire nell'astratta dualità, egualmente assurda perchè ri- produce in ogni
suo elemento la posizione stessa dell'unità. Esso è evidentemente il rapporto
della sintesi a priori dell'atto pro- prio del pensiero che si realizza
nell’opposizione del soggetto e dell'oggetto, di sè e d'altro da sè » (5). « La
sintesi a priori della condizione e del condizionato è dialettica ed è ovvio
per noi che una dialettica fuori del pensiero è inconcepibile » (6). « La
quale. dialettica, risolvendo nella propria unità. ogni molteplicità. e quindi
ogni condizione e ponendosi essa stessa come principio di ogni sintesi di
condizione e condizionato elimina anche questa. ‘ttegoria della
condizionalità... dai concetto dello spirito, rin- saldandone la. infinita
unità » (©. Dopo questa sommaria ma fedele esposizione è relativamente facile
distrigare il vero senso della dottrina in ordine al problema della causalità.
In sestanza è evidente che il Gentile, conti- nuando l'atteggiamento ingrato
verso l'esperienza comune e più amcora verso la scienza, che è tradizionale in
tutto V'idealismo di (1) Op. cit, pag. 160. (2) > » » 153. (3) » >» »
160-169. (4) » >» 169. (53) >» » 183. (6) » >» 185. () » » » 186-7.
288 I CAPO XII stampo hegellano (1), concentra l’attenzione esclusivamente sul-
l'aspetto speculativo, dimenticato dagli empiriologi e dagli epi- stemologi
esclusivi. E fino a un certo punto questa concentra- zione è naturale perchè la
critica della causalità empirica e scientifica non poteva non mettere in luce
l'impossibilità di tro- vare una soluzione speculativa per tali vie. Inoltre,
quanto più veniva a mancare la fede nella soluzione di quella metafisica
paralitica che si compiace di disfare le astrazioni per le astra- zioni,
prescindendo da tutto ciò che concretizza il processo vi vente dello spirito,
tanto più doveva crescere la fede nella po- tenza attuale del pensiero. A
questo proposito è doveroso am- mettere che nessuno ha sentito più degli
idealisti attuali il bi- sogno di spostare radicalmente la base della
metafisica del pen- siero, Nessuno più del Gentile ha saputo indicare in che pro-
priamente consista la differenza tra idealismo vecchio e idealismo nuovo tra
pensiero astratto e pensiero concreto. Che cesa sta a rappresentare La sua
dottrina, se non il tentativo, notevolis- simo per verità, di superare tutte le
posizioni astratte della cau- salità vale a dire sia la causalità metafisica,
sia l'empirica «quale sorge nettamente in Davide Hume» (2), sia
l'occasionalistica di Geulinx e Malebranche (3, sia la contingentistica insorta
— @ sno avviso — «contro il meccanismo necessariamente prevalso dopo Descartes,
Galileo e Bacone nella scienza moderna, 0 dichia- ratamente empirica come in
Bacone, o, se matematizzante, come in Galileo e in Bacone, concepita sempre con
la logica stessa dell'empirismo?» {4}. Risolvere ogni processo della realtà nel
processo dialettico e sempre attuale del pensiero, ecco il suo massimo intento.
La difticoltà sta ‘però nel precisare i punti in cui questo programma ha
ricevuto una soddisfacente attuazio- (1) Veramente il Gentile da parte sna
dichiara che «la scienza in ogni tempo sj è schierata contro la filosofia »
(0p. cit.. 214). Ma questo — se anche fosse vero, “mentre non è — non
giustificherebbe la minima rappresaglia da parte dei filo- sofi. E non è vero,
perchè non è la scienza che si schieri contro la filosofia, ma in caso sono
quegli scienziati, i quali dimenticando che la scienza ha per solo principio la
sua verità e per sola regola la sua ragione si arrogano il di- ritto di
sentenziare pro o contro certe forme di filosofia. (2) Op. cit. pag. 153. (3) »
>» » 155, (4) >» >» > 165. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 239 ne. Al
quale riguardo è lecito muovere alcune domande. In primo luogo, ammessa
l'inadeguatezza della spiegazione causale dell’Hume, si può affermare che la
posizione del Hume «che è la posizione dello schietto empirismo », «è quella a
cui s'è ar- restata la scienza della natura?» (1). La risposta negativa nor può
essere dubbia, sia perchè solo a condizione che la scienza esatta costituisca
un grado di co- gnizione assolutamente superiore all'esperienza è possibile
evi- tare lo scetticismo, sia perchè basterebbe la presenza innegabile della
dimostrazione matematica e sperimentale, per cui è resa possibile la previsione
deduttiva e la deduzione delle verità uni- versali e necessarie, per ridurre a
zero la fatua pretesa della esperienza. volgare convertibile in scienza
particolare. Senza dubbio asserire che le scienze esatte sono contingenti è al-
meno tanto lecito quanto Tasserire che è contingente la teoria generale dello
spirito come atto puro! Non meno facile è scher- zare sulla previsione
scientifica: «la previsione (questa pre- visione... del passato)» (2). Ma una
arguzia non distrugge la validità objettiva degli esperimenti possibili in quel
presente scientifico che non è la negazione del tempo, ma Vatffermazione
dell’immarcescibile campo di validità delle verità della scienza. Nè gli
argomenti con cui il Gentile si sforza di provare l'incon- sistenza d'ogni
astratto e quindi delle leggi causali scientifiche reggono all'esame di una
critica razionale e severa. Essi sì ri ducono, invero, a dire che solo l'atto
concreto dello spirito, l'atto stesso dell'esperienza, la nestra esperienza
pura è ciò che vha di più vivo, anzi di selamente vivo e reale nella nostra
esperienza (3). Ma egli non corrobora quest'asserzione d'alcuna prova
convincente, Come dunque egli stesso potrebbe confutare in modo esauriente la
tesi degli immanentisti i quali affermano che Vastratto è parte costitutiva del
reale? Ad una sola con- dizione la sua veduta anti-aitiologica può apparire
giustificata, ed è che la funzione dell'astrarre sia la negazione della
funzione concreta del pensare, Ma è innegabile che molti ancora si pon- (1) Op.
cit. pag. 170. (2) » » » 173. (3) >» >» » 20... O “e «4% tu PASTORE —
Storia critica del problema della causalità. 14 290 CAPO XII - gono la domanda
della concepibilità del pensiero senza la fun- zione attuale delVastrazione.
Ciò che importa dunque è assicu- rarsi del vero fondamento filosofico di quella
famosa reazione all'astrattismo che è la parola d'ordine di quanti credono di
filosofare soltanto perchè combattono l'intellettualismo. Il pro- blema è della
maggiore importanza e dalla sua soluzione verrà tra l'altro deciso il valore
che spetta alla causalità astratta delle scienze naturali. Cerchiamo dunque di
mettere bene in luce la. relativa insufficienza della polemica contro
Vastrazione, aprendo per necessità una breve parentesi. È ammesso ormai da
tutti che pensare significa distinguere e unificare, Prescidendo da ciò il
senso del pensare non si possiede più. A questo punto noi domandiamo: è
possibile distinguere senza. astrarre? E poichè, in generale, Vastrazione è
l’opera- zione per cui si distinguono mentalmente Tuna dall'altra le singole
qualità degli oggetti sensibili o si isola il particolare dall'nniversale o
Funiversale dal particolare, pensando il termine staccato, indipendentemente
dal resto, propendiamo per la ri- sposta negativa. Quindi riteniamo che
condizione fondamentale del pensare sia quella di astrarre, e che il primo atto
spirituale sia Vastrazione, senza di cui non c'è vita, non c'è intendimento
spirituale. Tolto il pensiero che astrae da sè in sé e per sè, l’in- tendimento
come memento idello spirito viene meno. Tolte le astrazioni e queste siano pur
certo sempre in noi (perchè in quale altro essere sarebbero possibili?) cioè
dentro il nostro stesso pensiero, il pensiero non è più pensiero. E, come il
pen. siero per noi è pensante e pensato, così è attuosità di astraente e di
astratto supponentisi reciprocamente. 4 ben considerare, Vastratto non è che
l'oggetto dello spirito e il soggetto pure è Lastratto come controtermine di
quello. Spinoza disse «omnis determinatio est negatio »., con pari diritto si
deve dire: 0mnis determinatio est abstractio, L'idealismo attuale, che ha ricono-
sciuto così bene che lo spirito è uno in sè e immoltiplicabile, non dovrebbe
avere difficoltà a riconoscere che le astrazioni sue, moltiplicantisi
all'infinito, in quanto compongono il pensabile, rappresentano Ll'intinità
della sta potenza astrattiva. Non è lo O) spirito processo costruttivo e
svolgimento? Ma svolgimento di che, se non di distinzioni cioè di moltiplicità
di astrazioni, senza LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 291 cui lo spirito non si può
concepire, perchè esso è propriamente l’uno concreto che si realizza traverso
la molteplicità astratta? Lo svolgimento è moltiplicazione d’astrazioni che non
spezzano l’unità del germe; ecco la verità superiore alle negazioni degli
antiastrattisti, i quali, se la negano, non sono più in diritto di dire che
ogni atto dello spirito (e l’astrazione non è tale?) è sempre e solo atto mio,
che tutto è in noi, che tutto è noi. Che significa l’attuarsi dello spirito se
non lo svolgimento del pro- cesso astrattivo? L'astrazione è fattura nostra.
L’astratto è esso stesso pensiero attuato entro lo stesso pensiero in atto. La
realizzabilità dell’astrazione è la potenza del coyito. Questo do- vrebbe
essere uno dei concetti vitali dell’idealismo. Le astrazioni non sono altro che
le manifestazioni dello spirito. Distruggete le astrazioni e voi avrete
distrutto la fenomenologia intera dello spirito, ossia l'intera realtà. Certo
innanzi tutto bisogna ab- bandonare l’idea che l’astratto sia ciò che è posto
da altro che dal soggetto; perchè l’astratto non è altro che il soggetto stesso
che si pone. Ma, così considerato, l’astratto non è altro che il positivo, il
vero positivo. Sicchè, parafrasando un punto del Gen- tile (1), conveniamo di
non conoscere uno spirito che sia al di là delle sue astrazioni e consideriamo
l’atto in atto del processo astrattivo come ciò che v'ha di più vivo, anzi
solamente di vivo e reale nella nostra esperienza. L'importante solo è di
ravvisare l’intima natura delle astrazioni per quel che esse seno. Ma sa- rebbe
assurdo negare che un mondo qualunque (tanto più poi il mondo spirituale) è
concepibile solo in questo modo. Gli anti. astrattisti crederanno di poter
ribattere questi argomenti col dire che l’astrazione in ogni caso è una
vuotaggine, buona per eli intelletti classificatori di scatole vuote, pei
collezionisti di concetti impagliati, pedanti, grammatici, formalisti,
scacchisti, naturalisti, pseudoconccttisti. Ma son parole coteste, ripetibili
ben cento e mille volte, non buone e solide ragioni. Quello che dovrebbero
provare è la pensabilità del pensiero senza intervento dell’astrazione. Ma
questa prova manca. Dunque noi cominciamo a ritenere astratto quel pensiero che
crede di essere concreto facendo astrazione da una parte così importante di sè.
Quindi 1) GENTILE, op. cit. pag. 20. 292 CAPO NII abbiamo il diritto di
concludere che, quando neghiamo il valore di attualità dell'astraente e
dell'astratto è segno che non siamo ancora capaci di riconoscere tutta la
potenza concreta del pen- siero, nè giova Popporre che, dando valor positivo
alle astra- zioni, sì perde il criterio della verità : giacchè nel criterio
sue- sposto dell'astrazione — come fattura nostra — evidentemente si fa capire
che il criterio della verità sta dentro di noi. Il che signi- fica che solo le
astrazioni rispondenti alla legge fondamentale (ideale) dello spirito, in
quanto sono nostre, sono investite d'un ‘alore di verità ; principio questo non
lontano da quello vichiano della conversione del vero col fatto. cioè
coll'astratto da noi (a quella condizioner, Del resto, chi crede di annullare
le astrazioni in fondo fa come colui che crede di annullare Vio empirico solo
pel fatto che lavora d'astrazione trascendentale, mentre in realtà, se egli
stesso non si astraesse nella sua esperienza pura, non con- cluderebbe niente.
E per fortuna lo stesso Gentile non ha mai cessato di darci la più bella prova
della sua potente capacità di astrazione, come chiunque se ne convincerà
togHendo in mano unit sua opera qualunque 6 volga solo uno sguardo al sommario
che dianzi io ho fatto delle sue dottrine circa la causa. Questo esempio
avvalorato inoltre da tutti i documenti della storia del- L'idealismo da Hegel
ai giorni nostri — brillantissimo capitolo della. storia dell'astrazione pura!
— dovrebbe confermare li lezione che collastrazione non si scherza impunemente,
che anzi degli amici poco fedeli essa si vendica alla sua mamiera, costrin-
cendoli cioè ad atfermarla mentre la negano. Onde nasce spon- tane ed evidente
ki conclusione che dunque il punto di vista nuovo, che Pidealismo attuale
ancora non capisce, ma che dovreb. be capire, è questo dell'attualità e della
concretezza dell’astratto, cioè che il pensiero non è possibile mai che si
concepista se non come atto, in atto d'astrazione, E pure questa conclusione
che salta agli occhi di chiunque mediti con amimo imparziale sopra la ricchezza
dell'atto concreto dello spirito, come viene affermato dall'idealismo
contemporaneo, non venne mai avvertita nè dal Gentile nè dal Croce (un altro
astrattista 2x7 é0yw, che ha sem- pre combattuto inesorabilmente Tinvadenza
della conoscenza a- stratta in ogni campo I. Ma di ciò che essi non vollero o
non seppero vedere, si sono accorti da un pezzo quanti facendo 0- LA FILOSOFIA
CONTEMPORANEA 293 maggio alle varie esigenze dell’esperienza della scienza e
della filosofia procedono all'indagine della verità, riconoscendo aperta- mente
fra l'altro anche i diritti dell'astrazione. Gli antiastrattisti intransigenti
parlano sempre di chimere, di schemi vuoti, di ossature scheletriche e via
dicendo, continuamente dicono che li empirici e gli scienziati i quali studiano
le astrazioni si ten- gono alla superficie del fatto spirituale, ne guardano
solo certi caratteri estrinseci e sopratutto presuppongono l'oggetto dell’a-
nalisi stessa come altro dall'attività che analizza. Ma, anche ammesso tciò,
che importa che l'empirico e lo scienziato facciano osì, se tale è il loro
compito o la loro fortuna? L'importante, per noi filosofi, sarebbe che non lo
facessimo nei, se fosse possibile. Per altro non è forse vero che, se Da-
stratto (un pensiero qualunque) non si distinguesse d'ora in ora come tale
dentro il pensiero, e diciamo pure dentro la realtà, nulla sarebbe pensabile, e
il pensiero stesso sarebbe una chimera, un produttore improduttivo,
un'impossibilità? Dunque non la- sciamoci adescare troppo dall'odio contro
Vastrattismo. Gnuar- diamo lo spirito, che sta astraendo continuamente, non
solo nel suo atto astratto compiuto, ma nell'atto d’astrarre, nel prodursi come
capacità astrattiva. nel suo divenire. Nintetizziamo i due aspetti — l’astratto
e Tastraente — nell'unità produttiva dell'a- strazione. Tanto d'astratto, tanto
di spirito attuato. Tanto di capacità astrattiva, tanto di spirito in atto.
Fissando le molte astrazioni che risultano dall'amalisi e per virtù dello.
spirito che analizza non vediamo risorgere l'immortale vita dello spirito?
Cotesta dottrina che cerca di svalutare Panalisi astraente a profitto d'una
sintesi così portentosa che dovrebbe realizzare 11 valore supremo ir patto
d'essere sempre in atto d'attnuarsi senza attuarsi mai, lungi dal portare la
luce neghi ardui misteri del pensiero, ne ad- densa le tenebre e ne moltipiica
le difficoltà. Che le scienze esatte siano scienze astratte, non vha dubbio.
Ma, se lo spirito con- creto è atto vivo ed eterno di astrazione, le scienze
astratte non provano ka potenza dello spirito concreto? L'astratto è solo in-
consistente e chimerico nella sua posizione negatrice dell'unità. Per non
cadere nell'errore si tratta soltanto di mantenere l’a- stratto immanente al
concreto. Guai se lo spirito non negasse, 294 CAPO XII (nel senso spinoziano)
cioè non determinasse, cioè non distin- guesse, cioè non astraesse. L’astratto
non è forse posto dallo spirito e per sé stesso? L'importante dunque è
d’acquistare la cosclenza dell’iutimità dell’astratto a quello stesso atto
dello spirito con cui è generato. SI tratta insomma di non rinnegare
l’esistenza della sintesi che deve legare l’astraente all’astratto, che deve
farci comprendere e vivere le astrazioni nell’unità. E pare che, più d’ogni
altro filosofo, l'idealista il quale tanto esalta la missione sintetica del
pensiero, avrebbe il dovere di non spez- zare la sintesi, escludendo dalla
verità e dalla realtà quelle astra- zioni positive che lo spirito ha in sè,
quando esso veramente pensa e si realizza. Concludendo, chi non riconosce la
concretezza dell'a - stratto non intende l'unità del vario. Tale sarà la
degenerazione involutiva dell'idealismo attuale, se, non saprà davvero superare
la reaziene irragionevole contro Tastrazione. Dopo questi schiarimenti è facile
comprendere la scarsa por- tata teoretica dell'idealismo attuale di fronte al
problema della “ausalità. Esso manca in primo luogo al suo programma di ridu-
zione della realtà a spirito, perchè si arresta di fronte alle cau- salità
astratte, come se non fossero un prodotto positivo dello spirito, e come sè lo
spirito non fosse un processo concreto d’a- strazione. In secondo luogo esso
crede di superare il concetto classico della causalità — intesa come
successione necessaria — col suo concetto d'una sintesi a priori attuantesi
come dialettica pura. Ma, a vero dire, non lo supera punto, perchè in sostanza
non fa che eliminare dal rapporto causale il fattore temporale senza cui la
causalità non ha senso, per aver agio di affermare che il residuo si risolve,
senza detrimento, nel divenire d’una dialettica pura che si attua fuori del
tempo. CORRENTE SECONDA Tendenze patetiche. S 11. Valorismo. — Volgiamoci ora
al valorismo (1) che in una direzione quasi parallela al pragmatismo fa pure il
possi- (1) Il Masci nel suo magistrale saggio sopra La filosofia dei valori (R.
Accad. Lin- cei, giugno 1913) ha dimostrato che i due principali indirizzi
della filosofia dei Da LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 295 bile per rendersi
indipendente dalla base conoscitiva, screditando la ricerca e la prova
scientifica delle leggi causali della realtà. L’Eucken è in qualche modo il
rappresentante del pensiero contemporaneo che, tormentato dalla questione della
natura, dei limiti e del valore della conoscenza scientifica, anela ad una co-
noscenza iperempirica che gli consenta di realizzarsi nella suna originalità. A
differenza però di tanti scettici che voltano sde- gnosamente le spalle alla
conoscenza delle leggi causali repu- tandola erronea nonchè illusoria, l’Eucken
tiene a rilevare che la conoscenza scientifica delle cause è insufficiente,
solo perchè non è l'unica e tanto meno la necessaria. Convinto dell’esistenza
d'una realtà più profonda di quella testimoniata dalle scienze esatte, realtà
di supremo valore a cui ritiene possibile di elevarsi noologicamente (11,
convinto che la verità non significa la con- cordanza con un oggetto situato
esteriormente, ma un’ascensione verso una vita superiore ad ogni arbitrio umano
(2), natural. mente giunge alla conclusione che la conoscenza esatta delle can.
se è discontinua, esterna, marginale, fuggitiva, mutevole, peri- tura,
generatrice di sconforto. Quindi s'intende che per Imi le dimostrazioni della
validità delle leggi causali fornite dalla scienza sperimentale non hanno valore
assoluto. Ciò non ostante la determinazione delle famose leggi cansali
concentra ogni cura degli scienziati. In questa ricerca, esperienza e ragione
si in- trecciano strettamente. Si scoprono regolarità e si prova una grande
gioja nel vedere che ciò che a prima giunta si associa confusamente,
considerato più da vicino, presenta serie ordinate. E non si sta alla semplice
constatazione di fatti più o meno complicati; si vorrebbe decomporli, ridurli
ad elementi semplici, valori (il metafisico: Lotze, Eucken, James,
Miinsterberg) e il critico (Windelband» Rickert, Héffding) conducono, il primo
alla filosofia esclusiva della fede, il se” condo alla filosofia esclusiva
dello spirito. Il primo mira all'esclusione dei va- lori di verità cioè
dell'esigenza teoretica, il secondo mira all'esclusione dei valori di natura
cioè dell'esigenza naturalistica. , Cfr. EarENFELS, Syst. d. Werttheorie, 1897,
Brentano, Entwichkelung d. Wert- theorie, 19)8. OrEstANnO, I valori umani,
1907; TRosano, Ze basi dell’umanismo. 1997, ALIOTTA. La reaz. ideal., 1912 ; De
SaRLo, Il pensiero moderno, 1915 | DELLA VaLLe, Teoria generale e formale del
valore, 1916. (1)
Eucken, Der Wahrheitsgehalt der Religion, 19011, 1905-. (2) Les grands courants
de la pensce contemporaine, Paris 1911, pag. 45. 296 CAPO XII ultimi e presenti e,
nello stesso tempo, raggiungere invece d’una semplice successione e giusta
posizione una relazione di causa- lità; ci si sforza di andare da leggi
empiriche a leggi razionali, da leggi descrittive a leggi esplicative che siano
necessarie e universali (1). Queste leggi della natura reclamano anche una
espressione precisa, una formola determinata, fornita dalle ma- tematiche (2).
L'ordine causale col suo incatenamento d’ogni di- versità e colla sua
subordinazione d'ogni futuro a leggi semplici, questa matematica della realtà,
come direbbe energicamente il Windelband (31, questa specie di legge bronzea
della natura, insomma è il trionfo dell'intelletto. Ma l’intellettualismo ! col
sno orgoglio, colla sua fatuità di sapere (4): ecco il nemico. La vita moderna
è tutta sommersa dall'intellettualismo (5). Un solo rimedio allora ei rimane:
ridotta ai minimi termini l'importanza della cognizione scientifica delle
cause, che neglige una parte della realtà che ci appare essenziale, cioè la
vita dello spirito (61, elevarsi dalla cognizione superficiale (Kennen) delle
cose a una conoscenza vera (Erkennen) consistente nell’assimi- lare le cose a
noi, nel ritrovare noi stessi, nel riconoscere noì stessi nelle cose (1). Anche
pel Miinsterberg (N) la determinazione delle leggi cau- sali non è il vero fine
della conoscenza, coll'aggravante che non è il vero fine neppure della
conoscenza scientifica. Invero, se- condo lui, l'ideale di questa non è già la
determinazione d’un sistema di leggi, ma d'un sistema di cose in ciò che
permane praticamente identico dentro di esse (9). Il vecchio concetto della
legge causale come espressione di pura regolarità di valore uni- versale e
necessario non risponde più alle esigenze della scienza : nè dal punto di vista
teorico, perchè la scienza vnol cogliere i contenuti ebjettivi nella loro
immediatezza con una forma pecn- (1) op. cit., pay. 203. (2) op. cil., pag.
204. (3) op. cit., 210. (4) op. cit., 54. (5) op. cit., GS. (8) op. cit., 245.
(7) op. cit., 129. (8) MiixstERBERG, Philosophie der Werte, Leipzig 1908. (9)
op. cit, pag. 120-122. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 297 liare di esperienza ; nè
dal punto di vista pratico, perchè la scien - «za, mettendo da parte l'ideale
delle verità teoriche astratte, si contenta di tracciare semplici regole di
fatto utili per Vaspetta- zione del futuro e non è certo in grado di garantire
che le sue regole valgano sempre e devunque senza eccezione. Mere costru- zioni
simboliche e abbreviative del nostro spirito, le leggi cansali presentano senza
dubbio l'utilità pratica d'un orientamento nel caos dei fenomeni. Ma compiuto
questo servizio preparatorio e provvisorio la loro funzione non è più
necessaria (1). I diritti in certo modo pragmatici della conoscenza causale non
sono dunque negati assolutamente dal Miinsterberg. Quel che egli nega è
l’implicazione del principio causale nella spiegazione dei feno- meni concreti,
perché il suo scopo è la traduzione della natura in rapporti di assoluta
identità e di assoluto valore, stimando assoluto solo quel valore che è
realizzazione della volontà uni- versale. Tutti gli altri valori, compresi
quelli delle scienze, sono inevitabilmente relativi e contradittorj
nell'esperienza. Coloro adungque che ammettono il valore objettivo delle leggi
causali, secondo lui, restano ancora impigliati nella artiticiosa rete dei
rapporti scientifici astratti (sterili schemi concettuali) (2), dai quali è
necessario liberarsi. Concludendo, poichè il principio del mondo
dell'esperienza (derivante dalla volontà cosmica) è un'attività vivente, in
perpetuo divenire (3) è nell'esperienza primitiva ed ingenna di questo fluire
che noi dobbiamo tuffarci con un atto di volontà che darà un eterno significato
alla nostra esistenza (4). Così lio vedrà scomparire l'ostacolo apparente della
legge causale e si sentirà libero e vivrà eterno elevandosi alle sublimi
altezze dell'assoluto valore (>). Di fronte al primo indirizzo del valorismo
che tende quasi al- l'esclusione dei valori aitiologici di verità o meglio alla
ridu- zione della funzione teoretica alla funzione pratica. sta Valtro che
cerca invece di integrare il concetto del vero sapere causale con le forme
importantissime delle scienze storiche e umane, non (1) op. cit., pag. 119-140.
(2)
op. cit., pag. 27-40. (3) op. cit., pag. 456. (4) op. cit., pag. T4. (5) op.
cit., pag. 107. 298 CAPO XII negate alla
ricerca delle cause. Il nuovo indirizzo fu aperto dal Windelband (1). La sua
teoria, che distingue le scienze in nomo- tetiche (naturali) ed idiografiche
(storiche): quelle rivolte alla formazione dei concetti generali e alla scoperta
delle leggi dei fenomeni cioè all’universalità, queste alla rappresentazione
dei singoli fatti cioè all’individualità, liberando la critica dal pre-
giudizio che Tunica determinazione scientifica delle cause sia dovuta alle
scienze fisiche, schiuse nuove possibilità alla teoria delle cause. Distinte
del pari due serie di categorie : le riflessive (egua- glianza e diversità) e
le costitutive od oggettive (sostanza e cau- salità) quelle non sussistenti che
nella coscienza e per la co- sclenza, queste pensate come rapporti veri e
proprj fra gli 0g- getti della realtà (21, attribuisce a spazio e tempo la
funzione di trasformare le categorie riflessive in costitutive (3). Unità cate-
corica per l’accadere è 1° cofficienza » (Wirken), che esprime la necessità della
successione temporale. Essa è causale quando ciò che precede determina
lesistenza nel tempo di ciò che segue; feleologica quando il risultato viene
pensato come determinante le proprie condizioni (+. Distinti ancora i
procedimenti della dimostrazione scientifica in apodittico o deduttivo (dal
generale al particolare) ed epagogico o induttivo (dal particolare al gene-
rale) (5), riconosce che l’nltimo presupposto dell’induzione è co- stituito pur
sempre dal postulato dell’uniformità delle leggi natu- rali
(Naturgesctsntissigiecit) e precisamente, non soltanto nel senso che cause
eguali producano effetti eguali, ma che anche effetti eguali presuppongano
cause eguali (6). Finalmente espone i principj del metodo sperimentale
attenendosi alla teoria co- mune, Prendendo le mosse da queste fondamentali
vedute, sopratutto (1) WinpELBAND, (Geschichte und Naturicissenschaft.
Strassburg, 1894, 19022; Priludien, Freiburg 1884! 19032. (2) WixpeLBAND, I
principi della Logica, In « Enciel. d. Scienze filosof. » WixpEeLBaND - Ruge,
I. Logica, Palermo, 1914, pag. 28. (3) op. cit., pag. 35. (4) op. cit., pag.
34. (5) op. cit., pag. 37. (6) op. cit., pag. 39. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA
299 fecondando la distinzione epistemologica tra le scienze naturali e le
scienze storiche, il Rickert (1) porta un prezioso contributo all’aitiologia
contemporanea. In sostanza egli osserva che la formazione del concetto causale
secondo il modo delle scienze naturali lascia necessariamente una lacuna che
deve essere col- mata dalle scienze storiche. Credere che il problema della
forma- zione del concetto causale si possa solo affrontare e risolvere dalle
scienze naturali, le quali per definizione lasciano da parte i fatti nella loro
concretezza individuale, è un grande errore (2). La ri- cerca delle cause entra
pure nel campo della storia e anche qui non va esclusa una trattazione al modo
delle scienze naturali, anzi il procedimento dell'elaborazione concettuale
dev'essere so- stanzialmente lo stesso. Ciò perchè la vecchia distinzione tra scienze
della natura e scienze dello spirito è senza fondamento, 0 almeno ha solo
valore metodologico (3). La realtà è sempre la stessa, solo che è natrrd, se
considerata in ordine all'universale, storia invece se considerata in ordine al
particolare. La distinzione in altri termini non è negli oggetti, ma nel modo
di considerarli. DPremesso che ciò che è storico si distingue per la sua
intuitività (Anschauliclieit) e individualità, e ammesso che la prima
nell'elabo "azione sclen- tifica va necessariamente perduta, s'impone il
problema di deter- minare il proprio degli individui storici. Orbene, perchè la
con- nessione di questi individui, oltre a quella d'essere parti d'un tutto,
non potrebbe essere anche quella di trovarsi in rapporto causale? Il concetto
storico della causa d'un dato fatto è tut- t'altro che un’assurdità. Si tratta
soltanto di cogliere i momenti essenziali di quella mutazione in cui i fatti
storici vengono cau- salmente determinati. Per facilitare questo compito, il
Rickert traccia una precisa distinzione tra principio di causalità (il quale
dice che ogni fatto ha una cansar, rapporto causale in genere, (1) RickerT, Zur
Lehre von der Definition, Freiburg, 1SS3. — Der (regenstarnil der Erkenntnis
Tiibingen und Leipzig 18921, 19042. — Die Grenzen der naturiwissen-
schaftilchen Begriffsbildung, Tùb. u. Leipzig. 1896-1902 :
Zirei Wege der Erkenn- tnistheorie. Transcendentalpsychologie und
Transcendentallogil. Estr. dai Kantstu- dien, Ba. XIV, Heft 2,
Halle 1909. (2) Die Grenz. d. nature. Begriffsbit. Cap. II. (3) op. cit., pag. 253 ss. 300 CAPO
XII e legge causale (in virtù di eui date le stesse cause si devono verificare
gli stessi effetti) (1). AI rapporto tra una causa in- dividuale ed un effetto
pure individuale dà il nome di connes- sione causale storica. Di queste
connessioni causali storiche bi- sogna assolutamente tener conto, e non cadere
nell'errore di oloro i quali negano la causalità storica, solo perchè ai fatti
storici non è per ora applicabile il concetto di legge. Tuttavia rimangono
differenze specifiche tra la causalità naturale e la causalità storica.
Soltanto a quella in vero si può applicare il principio che la stessa causa
produce lo stesso effetto e quello dell'equivalenza dell'effetto e della causa,
perchè nella storia non vi sono due cause e due effetti assolutamente eguali, e
l’ef- fetto storico e Rai sua causa sono sempre qual cosa di eteroge- neo (2).
| Josiah Rovce (31 segna Vultimo tratto della parabola del va- lorismo, il
quale con lni giunge al disprezzo della conoscenza scientifica delle leggi
causali. Questo disprezzo è basato sopra considerazioni semplicissime. Tanto
nella realtà quanto nella conoscenza si distinguono due aspetti: l'aspetto
fenomenico e quindi la conoscenza inferiore delle scienze particolari e
l’aspetto vero e quindi la conoscenza superiore della filosofia. Il mondo fe-
nomenico è temporaneo e finito, il mondo vero è eterno ed infini- to. Quello è
il mondo della manifestazione, dell'apparenza ; que- sto © il mondo della
realtà. della verità. La conoscenza delle scienze particolari riguarda le cose
apparenti nello spazio, nel tenipo, nella causalità. Tutta questa conoscenza si
esaurisce nella descrizione, nella legge. La conoscenza della filosofia si
eleva alla valutazione, alla realtà vera dei valori. Da guesto punto di vista
sj capisce che il mondo della descrizione non è tutta la realtà, e che Ta
conoscenza scientifica delle cause, aggirandosi fra le cose esteriori delle
menti finite. si avvolge in contradizioni. Le me- schine leggi causali del
mondo descrittivo sono a dirittura nulla panagonate ii valori del mondo reale
della volontà e della co- scienza. Il valore delle leggi cansali è puramente
simbolico, quin- (1) op. cit., Cap. IV, $ 4, pag. 412-414. (2) op. cit.,
pag. 422. (3) Royce, The ivorld and the individual. New-York 1901. LA FILOSOFIA
CONTEMPORANEA 301 di trascurabile di fronte all'unità reale della persona,
dell'io, dell’autocoscienza. La causalità in fondo non è che un punto di vista.
E vero che il mondo della descrizione ha leggi sue proprie, per es., è caratterizzato
dall'evoluzione progressiva : ma è altret- tanto vero che la descrizione
causale non penetra addentro nella realtà, anzi rimane sempre limitata,
superficiale, ipotetica, fram- mentaria. La valutazione invece penetra l’anima
della realtà, e sormonta la serie causale colla serie finale, anzi coll’unità
della finalità. La causalità vale solo nell'ordine fenomenieo ed è per forza
discontinua. la finalità vale nella vera realtà e sl appaga nella somma unità.
La zona delle conoscenze causali per tutte queste imperfezioni non può essere
la zona della libertà umana: è il teatro delle apparenze determinate. La zona
della conoscenza filosofica al contrario contiene nen solo tutte le superiori
verità. ma la realtà vera dei valori: è la zona della Hbertà. Ciò signi- fica
che Tuomo è nello stesso tempo parte dell'ordine causale naturale, e parte
dell'ordine morale sopranaturale. Nell'ordine relativo della cansalità è
determinato, nell'ordine assoluto della moralità è libero. Il suo ideale
pertanto non può essere che uno solo : superare l'inconeludente conoscenza
stientifica delle cause, per elevarsi alla conoscenza filosofica dei valori.
Tale in sostanza lUaitiolegia del valorismo. Uno dei principali meriti di
questo indirizzo sta nell'aver osservato che la cogni- zione scientifica delle
leggi causali della natura non è tutto. Con ciò venne messo in rilievo il
problema del valore e dei limiti della conoscenza causale, che, per quanto
sentito più o meno vivamente da tutti i pensatori, non era mal stato trattato a
fondo in modo scientifico. Non si può ammettere però che questa trattazione ci
sia offerta dai valoristi, tra i quali pure sì anno. verano scienziati
specialisti e logici finissimi come il Minster- bere, il Rickert e il Royce. Le
loro ricerche seno quasi sempre profonde e suggestive, anzi caratteristiche per
un'elaborazione logica stringata e minuziosa, ma le loro prove non sono mal
esaurienti. Così quando il Rickert fa sentire la necessità di esten- dere la
ricerca causale delle scienze naturali alle scienze steri. che, la tesi è
d'importanza capitale, e lo stesso si dica del suo interessantissimo tentativo
di identificare la conoscenza con lat. 302 CAPO XII tività pratica (1). Ma, a
discussione finita, si trova che, appunto per merito dell’esatta distinzione
fatta dal Rickert fra principio di cansalità, rapporto causale in genere e
legge causale, è im- possibile introdurre nelle scienze storiche la
determinazione e- satta delle leggi causali, perchè il rapporto storico causale
non può essere a rigore che intuìto e, per così dire, rivissuto (erledt).
Dunque a quale risultato scientifico in appoggio della sua tesi approdi la
finissima discussione del Rickert non si vede, salvo che non si voglia dare
soverchio peso alla sua dichiarazione che è non meno impossibile la
formulazione delle leggi delle scienze naturali, cioè di leggi che valgano a
determinare l'apparire del caso singolo individuale. Dove è pacifico che il
Rickert non ha punto l'intenzione scettica di negare la possibilità della de-
terminazione esatta delle leggi causali della natura. In secondo luogo si trova
che l'identificazione della conoscenza con l’attività pratica (tesi bellissima,
se fosse vera, perchè confuterebbe tutte le objezioni dell'Eucken e del
Miinsterberg, ostinati nell’esclu- sione dell'esigenza teoretica) non ha Inogo
in tutti i casi e quindi non è lecito generalizzaria (2). Dato questo, la
teoria del Rickert che è la costruzione più poderosa del valorismo cade da sè.
Alla debolezza fondamentale della critica rickertiana fa ri- scontro
LVinsussistenza critica della tesi dell'Eucken, che ha. il torto di atccollare
alla conoscenza scientifica delle cause tutti i torti dell'intellettualismo,
scoprendo intanto il suo personale desiderio di optare per una scluzione
fideistica. E su ciò non possiamo insistere più oltre, dopo l’esamnriente
critica del Masci. Quanto al Miinsterberg conventamo che v'è certo molto di
vero nell'affermazione che la determinazione delle leggi causali non è l'unico
fine della ricerca scientifica, ma non possiamo as- solutamente convenire con
Imi nel vieto tentativo di fondare la scienza sul principio di identità. La
riduzione dell’obbiettività alla permanenza assoluta dell'identico è poi tanto
meno com- (1) Op. cit, Capo 4°, (2) L’Ariorta ritiene che 1° identificazione
della conoscenza con l’attività pratica è il fulero della teoria del Rickert
(op. cit. pag. 254) ; ma combatte que- sta tesi considerandola « non
corrispondente affatto a ciò che la nostra interna esperienza ci rivela :
l'atteggiamento che noi assumiamo nei due casi è ben diverso ». LA FILOSOFIA
CONTEMPORANEA 303 prensibile quanto più si avvicina alla conclusione di
quell’astrat- tismo identificatore intricato nella famosa rete della formazione
dei concetti scientifici di cui, a mente del Miinsterberg stesso, non v'è nulla
di ‘più falso. La deficienza fondamentale del sno ragionamento sta nel fatto
che egli non sa trovare una base più solida d’un'ipotesi a quella sua teoria
del mondo dell’esperienza derivante dalla volontà cosmica che egli faticosamente
adotta per finirla colle ipotetiche verità dei causalisti. Il Miinsterberg non
si cura. di dirci per qual motivo non si dovrebbe accettare ad otchi chiusi
qualsivoglia altra concezione del mondo che o neghi senz'altro quelle
contradizioni alle quali, secondo lui, vanno soggetti i valori nell’esperienza
o ammetta senz’altro che siano risolubili appunto colla cognizione causale o
non causale. E non saprebbe neanche dircelo seriamente, perchè tutta la sua
conce- zione metafisica volontaristica è destituita di fondamento cono-
scitivo. Nè riteniamo che valga meglio la concezione misaitio- logica del
Rovcee, il quale riconosce solo due gradi di conoscenza, identificando nel
primo la conoscenza empirica colla scientifica. La conoscenza delle leggi
causali non è tutta la conoscenza scien- tifica, si capisce. Può concedersi che
il mondo scientifico delle cause non sia che lo sheletro della natura ; e, dato
anche la serie cansale non costituisca il cuore della realtà, e ammesso, com’è
ve- ro, che il cercarla e il determinarla non sia compito delln filosofia
(perchè questa tende all’universale concreto mentre le scienze so- no rivolte
all'universale astratto e quindi battono una via assolu- tamente diversa), non
ne viene che l’opera delle scienze debba riuscire ipotetica e inconcludente. Le
critiche che il Royce rivolge contro la ricerca causale sono senza dubbio abili
ed ingegnose, ma non sono vere. Più che mai è da contestarsi il punto per cui
egli nega il valore in sè della conoscenza causale e il vantaggio che può e
deve ridondarne alla filosofia. Non è vero affatto che tutto il compito della
conoscenza scientifica in genere e della causale in specie si riduca alla
deserizione. Non è vero affatto che la filosofia possa e debba disinteressarsi
del problema della causalità. Come osserva giustamente il Masci «il compito
della filosofia non è di dare la spiegazione causale della realtà, questo è il
compito della scienza. La filosofia deve concepire la realtà in guisa che la
spiegazione causale sia possibile. Per ragioni 3C4 CAPO XII duration ng:
opposte il materialismo e lo spiritualismo rendono impossibile la spiegazione
causale e la filosofia dei valori fa lo stesso. Perchè o ricade nella
metafisica spiritualistica, o è una celata rinunzia alla spiegazione causale, è
una fede » (1). CORRENTE TERZA Tendenze pratiche. S 12. Intuizionismo. -—
L'intuizionismo del Bergson (2), se- cuendo la china del contingentismo,
sostiene che, se Ja filosofia vuol raggiungere la conoscenza vera, è necessario
che il criterio causale della conoscenza intellettiva sia abbandonato del
tutto, perche il principio di causalità, essendo in fondo un’equazione e percio
riducendosi ad una forma del principio di identità, fa sì che la conoscenza
intellettiva delle cause quanto più si avvicina al suo ideale cioè all'identità
tanto più sia vuota di realtà cioè non colea che Pombra. La conoscenza vera non
può esser data che dalla conoscenza intuitiva. perche questa, a differenza
della intellettuale, non si limita a girare intorno alla cosa (punto di visti e
poi ad esprimerla simbolicamente (simboli, schemi, con, cotti), mit vi entra
dentro. Simboli e punti di vista ci pongono fuori della cosa: descri zione.
storia ed analisi processi tutti di natura intellettuale, ci Lascio alla
superficie della realtà cioè nel relativo. Solo la conoscenza. intuitiva,
trasportandoci nell'interno d'un oggetto. raggiunge Passoluto. L'impotenza
della cognizione. causale si rende manifesta osservando che tai realtà è
mobilità : la causa. lità invece è immobilità, come quella che incatena sempre
le me- desime canse ai medesimi effetti, cioè lo stesso allo stesso immu- (1)
Masci, Za filosofia dei valori. Estr. pag. 14. (2) Beroson, Essai sur
les données immediates de la conscience, Paris, Alcan ISSOL - ISOS? - 19013.
Mafière et nedmoire, Paris, Alean 18961 - 1900? - 19033, 19061 Ze rire, Paris,
Alcan, 19001 - 19)22 - I90S5, Introduction a la Metaphy- sigue (Revue de
Metaplivs. et de Morale! Janvier 1908. L° Evolution ercatrice, Pa- ris, Alcan, 19071 -
19092, Vedi l'aceurata bibliografia del Papini nella collezione del Carabba,
Caltoera dell'anima, N. S. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 305 tabilmente. Il metodo
della conoscenza. causale è fatto per dare punti di vista immobili sulla
mobilità del reale, in altri termini per fare entrare nei quadri rigidi e già
costituiti del nostro in- telletto texsitore di simboli la vita profonda delle
cose che scorre come un finme senza fondo nè rive, con una forza indeterminata
in una direzione che non si può definire. Come dunque posse- deremo la realtà
manipolando dei simboli? Come afferreremo l'umità vivente delle cose,
spezzettandola in frammenti giusta- posti? Non c'è che una via di salvezza :
bisogna romperla con le abitudini scientifiche che rispondono alle esigenze
periferiche dell'intelletto. Bisogna rinunciare alla falsa unità che l'intel-
letto impone alla natura dal di fuori, allorchè afferma di cono- scerla
causalmente. Dobbiamo installarci d’un colpo, con uno sforzo d'intuizione nel
fluire concreto della durata. Alora non più Veternità concettuale delle cause,
che è eternità di morte, ma un'eternità di vita. Eternità vivente e quindi
anche mobile (nella quale la nostra stessa durata si ritroverà come le
vibrazioni nella luce;, che sarà la sintesi d’ogni durata come la materialità
ne è lo sparpagliamento. Che sarà insomma Passoluto nel quale del resto noi
siamo ci moviamo e viviamo. Se frattanto si considera il valore degli argomenti
addotti dal- l'intuizionismo per sbrigarsi della conoscenza causale si ricono.
scerà che le metafore sono molte ma il nerbo della prova manca. (Già il Masci
nel suo breve ma esauriente esame critico del con- tingentismo (1), fermando
Pattenzione sull'aspetto più importan- te della teoria bergsoniaria che è la
riduzione del principio di causa al principio di identità, per l'impossibilità
che spieghi il nuovo nel divenire e la conseguente sostituzione ad esso della
creazione e del ‘divenire indeterministico, ne ha sfatata l’impor- tanza.
Giustamente sostiene che la causalità, bene intesa, non esclude il nuovo anzi
lo postula ; riconosce la scarsa portata della cansalità meccanica incapace di
spiegare fenomeni supe, riori ; riconosce che la fisica e la chimica non
spiegano la vita, nè il pensiero sebbene il filone della causalità non venga
meno: osservi che la causalità meccanica non è che l'aspetto esteriore (1)
Masci, Sciensa e conoscenza. Cfr. Atti della Società italiana per il pro-
gresso delle Scienze. IV Riunione - Napoli, ottobre 1910. Estratto, pag. 11-27.
PASTORE — Storia critica del problema della causalità. 20 è. 306 CAPO XII della
causalità reale, che Te Tacune della nostra interpretazione causale della
realtà derivano da questo, che Ta nostra esperienza. ora coglie soltanto la
causalità esterna, ora solo Vinterna della realtà e, invece di scegliere la via
dell'integrazione di ambedue, sta allPuna o allPaltra e cerca la causalità e la
ricostruzione in - tegrale ora dal punto di vista meccanico, ora dal dinamico,
psi- chico od omopsichico ; pone in guardia contro il ricorso all’inde-
terminismo il quale par che Tiberi il pensiero, come per incanto di bacchetta
magica, da ogni difficoltà, mentre non solo non risolve i problemi ma in realtà
non H pone nemmeno; mostra che Vindeterminato non è che |Tinconoscibile
introdotto surre- tiziamente nella sfera del conoscibile e dotato dell'azione
cau- sale determinante che si nega alle cause naturali : infine conclude
svelando Passurdità di trarre il determinato dall'indeterminato tanto poco
capace di spiegar tutto che non spiega nulla, neppure sè stesso, misero
fantoccio psendocausa, specie dî Don Chisciotte della scienza che sconfigge
seltanto i nemici imaginarj. È incon- testabile che Fintuizionismo nen ha
finora saputo rispondere nulli iv queste critiche, Possiamo è vero pensare che
Tintuizio- nismo, irrigidendosi sempre più nella. pretesa. d'aver scoperto una
nuova forma di conoscenza, abbia preso il partito di non con- siderare neanche
più le ragioni degli avversari. Gli intuizionisti saranno convinti oramai che,
se bisogna rovesciare il lavoro abi- tuale dellintelligenza, anche Ta critica
filosofica dev'essere ro- vesciata db iuis. Non cercheremo di turbare la loro
olimpica serenità. Tuttavia, per coloro almeno che non vinunziano ai be- nefici
certo intellettuali dei linguaggio, aggiungeremo qualche altro rilievo. 1 falsa
Lai tesi che la conoscenza scientifica accer- tatrice dei rapporti causali
consista in un guardar le cose dal- l'esterno, e che Vinstallamento d'un colpo
nel finire concreto della durata ci dia la conoscenza. vera della vita profenda
della realtà. Anzitutto bisognerebbe ammettere che da realtà sia fuori di noi,
almeno per l'intelletto nostro, mentre è più probabile che tutto — compreso
Fintelletto — sia intimo a tutto. In secor.- do Iuogo, come non basta gertarsi
nelle onde e darsi in balia della corrente per conoscere intima natura
dell'acqua che ci trascina, così non basta inserirsi nello slancio vitale della
realtà per conoscerne l’intimo segreto. Non è supponibile per esempio che LA
FILOSOFIA CONTEMPORANEA 307 l'energia cinetica dell'etere turbinosamente in
moto acquisti Ja conoscenza. vera dell'assoluto solo perchè penetra da per
tutto con la sua straordinaria e inimmaginabile velocità. Per entrosern- tire
bisogna sentire e non solo correre come un projettile nelle linee di forza
della realtà. Supponiamo che un essere viva con la velocità della luce, non è
ammissibile che per questo slancio vitale giunga ad una conoscenza più vera
della realtà. In terzo luogo, il Bergson esige una cenoscenza intuitiva che non
conr- prenda alcun elemento intellettuale. Ma sembra che egli iden- tifichi
senz'altro la vita colla conoscenza intuitiva, non già che ne giustifichi come
dovrebbe la distinzione. Infatti, benchè ogni vita colga la sua propria realtà
nella sua propria immediatezza, non è detto che questo bruto contatto d’ogni
vivente con sé costi- tuisca il vero ideale della conoscenza per gli nomini. In
quarto luogo, il Bergson rileva i vizi e i pericoli della funzione intel- lettiva
rivolta allastrattismo, e vi oppone la virtà della funzione intuitiva rivolta
al concreto, ma egli non s'accorge che le due funzioni sono solidali a tal
segno che una è impossibile senza Valtra (1). | In quinto luogo per svalutare
la conoscenza causale si dice che le leggi non sono che nn sistema di finzioni
arbitrarie riu- scenti nel mondo pratico, perchè la natura esteriore a cui si
applica lo spirito per i bisogni scientifici è una creazione incon- sapevole
dello spirito umano dovuta alla pressione degli stessi bisogni. Mi perchè mai
la libera attività creatrice dello spirito che, per sua essenza, non dovrebbe
mai allontanarsi dalla realtà vivente e concreta, a un certo punto del suo
slancio vitale ab- bandona il contatto immediato con la realtà, si impiglia nel
rumero, nello spazio, costruisce i quadri astratti del linguaggio, lascia le
sorgenti vive della coscienza per incapsularsi nel mec- canismo logico
dell'intelletto? Perchè nello spirito intuitivo libero e indeterminato si fa
possibile la tendenza verso la nega- zione della libertà, verso la
falsificazione della realtà, verso la xelidificazione dell’intelligenza ? In
sesto luogo, gli intuizionisti per demolire la stabilità delle leggi causali
affermano che tutto è sempre nuovo. Ma chi li Assì- (1) Cfr. Parte II, Sezione
II. Cap. I. 308 CAPO XII cura che questa. stessa. affermazione abbia valore
universale ? Il loro sempre d'altronde non è esso stesso una confessione di
‘arattere intellettuale? Il sempre solidifica, il sempre è la negazione della
spontaneità creatrice, è un quadro morto, uno schema astratto, un simbolo
astratto, una finzione logica. L’a- spetto della ripetizione è implicato nella
possibilità che avreb- be l'anima di immedesimarsi colla stessa attività
creatrice, anche ammessa che questa sia variazione inesausta. Lo slancio vitale
si subordina alla legge dell’assoluta novità, sì chiude nella pa- rabola del
continuo rinnovamento. Se Tuniverso non deve ripe- tersi mai, possiamo dire che
è condannato a variare sempre. Con- cludendo, non si può seriamente infirmare
il valore di verità delle leggi causali, senza rinechiudersi in un assurdo
determi. nismo, \ 153. Pragmatismo. — Il Pragmatismo, inspirandosi a pre-
occupazioni realistiche ed utilitarie, continua. strenuamente la campagna
empiristica contro il valore teoretico delle leggi cau- sali, Il suo scopo
polemico è di scalzare Tautonomia della fun- zione conoscitiva demolendo il
pensiero puro. Questo scopo è già profondamente intuito dal Peirce, ma acquista
uno svolgi. mento discorsivo, se non logico, molto appariscente e appassio
nante per epera dello Schiller e del Dewey, e del James. Lo Schiller (1)
attribuisce la validità universale dei giudiz) di causalità giustificati dalla
scienza al supremo interesse che noi abbiamo a conservarli tali (2). Le
affermazioni nostre sul valore delle leggi causali non sono già dovute alla
nostra convinzione logica sulla loro assoluta verità, ma mnicamente al bisogno
di poter fare certe previsioni circa Vesistenza futura delle cose utili
all'orientamento pratico della nostra vita. La verità delle leggi causali è
tutta pratica cioè si riduce alla loro verificabilità, nel senso che sono vere
per noi se e in quanto ci permettono di calcolare gli eventi futuri senza
attendere la loro verificazione. False sono le formule non rispondenti a questa
esigenza. Tutte le costruzioni schematiche architettate con tanta cura (1) F.
C. S. ScniLER, Studies in humanism, London, 1902; Humanisme (1903). (2) op.
cit., pag. 92-120. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 309 dalle scienze astratte, in
quanto non servono agli scopi dell’at- tività pratica, sono astruserie inutili
anzi ingombranti (1). Il Dewey, sempre nello stesso spirito, proseguendo la
lotta contro l’interpretazione teoretica della causalità, assale le anti-
caglie dell’aitiologia intellettualistica con le anticaglie dell’em- pirismo
classico inglese (2). Però la sua critica contro il metodo sperimentale non
sorpassa i limiti del più noto scetticismo (3). La più bella e poderosa
manifestazione dello spirito pragma- tistico è senza dubbio la dottrina di
William James (4). Benchè l'apprezzamento scettico dell’aitiologia
intellettualistica riman- ca immutato, nondimeno il principio di causalità
riceve un im- LI piego più vitale e direi più scientificamente utilizzabile. Da
buon pragmatista, corazzato d’empirismo radicale, egli ritiene che la volontà
di credere promuove e governa la costruzione scientifica mediante cui vengono
determinate le leggi causali della realtà : che non vha criterio assoluto di
verità ; che ogni conoscenza, causale o no, non ha che un valore strumentale di
adattamento a certe situazioni particolari e a certi fini pratici della vita :
che la verità non è che la verificabilità ; che 11 vero in ultima analisi non è
che il conveniente (5). (1) op. cit., pag. 8-15. (2) Giustamente l’Atrorta ha
rilevato che « il pragmatismo anglo-ameri- ricano (Peirce, James, Schiller,
Dewev), per quanto a prima vista possa appa- rire una filosofia rivoluzionaria,
non è in fondo che uns trasformazione evo- lutiva del vecchio empirismo
inglese. (La
ieaz. ideal, pag. 197). (3) J. Dewey. Logical conditions of a scientific
treatment of morality, Chi- cago, 1903. (4) W. James. The IWill to believe.
New-York, 1897. (Trad. it. La volontà di credere, Milano 1912). Pragmatism. New-York,
1997 (Trad. frane. Le pragma- tisme, Paris, 1912. Introduction à la
philosophie (Trad. Picard), Paris, Rivière, 1914. Cfr. pure
BaLpwin, Dictionary of philosophy, artic. L’ragmatismby par C. S. PEIRCE. (5) Nell’op. Introd. à la philos, il
JAMES dedica due cap. speciali al problema della causalità (XII, XIIINX Nel
primo esamina il punto di vista concettuale, esponendo criticamente le teorie
d’Aristotele, della scolastica, dell’occasionali- smo di Leibniz, di Hume, di
Kant, del positivismo, e infine della filosofia con- cettualistica della
causalità. La sua conclusione è che, mentre il cangiamento e la novità si
producono e ripercuotono da un punto all’altro dei fenomeni, per contro nessuna
ragione, nessuna attività, nel senso d’agente, trovano posto nel mondo della
logica scientifica, che, confrontato coll’universo del senso co mune, è dunque
non solo astratto ma fantimatique. (Op. cit., pag. 256). Nel secondo esamina il
problema della novità e della causalità dal punto di vista 310 CAPO NII In
breve, la cognizione scientifica delle cause non è tanto un metodo di
rappresentazione simbolica esprimente lo sforzo dello spirito per comprendere
le cose, quanto uno strumento teleo- logico fabbricato da noi in vista e
servizio dell’azione nostra cloè di quella realtà che è sempre in atto di farsi
e che noi ab- biamo tutto l'interesse che si faccia secondo il. maggior utile
nostro. Un rapido sguardo a queste teorie mostrerà Liu vanità e la
contradizione radicale del pragmatismo. . So bene quanto sia difficile, per
coloro che sono abituati alla superstizione antintel- lettualistica, di
riconoscere che anche la conoscenza logica ha i suoi diritti. « Quell'amabile
scetticismo » (1), che è diffuso in tutte le opere del pragmatismo, «quella
sfumatura di pessimismo xcientifico che or più or meno adombra elegantemente il
cam- mino » della loro investigazione, malgrado la punta di sconforto e di
disorientamento che lasciano nell'animo dei lettori, a molti piacciono
enormemente; è un fatto innegabile. Ma cominciamo a domandare 1 se la coerenza
intrinseca cioè la logicità d'un sistema filosofico manca, per qual ragione
dovremmo ostinarci a. non ritenerlo filosoficamente insignificante? Ora questo
è pre- cisamente il caso del prammatismo il quale, mentre si sforza in teoria
di ridurre la funzione conoscitiva del conoscere alla funzione pratica
dell'agire, nè teoricamente nè praticamente è capace di liberarsi dal dilemma
seguente: 0 si fa quel che si sa, 0 sì fa quel che non si sa. Nel primo caso il
pragmatismo crolla, perchè il primato della. pratica antiteoretica è negato ;
nel secondo caso il pragmatismo, diventando il sistema dell’i- percettuale
(percept). Qui si sforza di mostrare come la novità diventi possibile,
respingendo lo scetticismo, malgrado i riconosciuti difetti della percezione;
mostra come la causa efficiente e la finale coincidano coll’esperienza
sensibile della causazione; conclude affermando che la causazione sensibile
pone un nuovo problema di immensa importanza, cioè il problema della relazione
fra il cervello e lo spirito. Concludendo, dichiara che la filosofia
intellettualisti- ca ha soffocato la nostra vita percettuale col pretesto di
renderla « compren- sibile ». Il tentativo di trattare la « causa » col metodo
concettuale, come una realtà disgiuntiva, è fallito. L'unica speranza è da
collocarsi nel trattamento percettuale del problema. (op. cit., pag. 269). (1)
G. TaRrozzi, Compendio dei princip) di psicologia dì W. James, Milano, 1911:
pag. VII. LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 311 gnoranza, perde non solo ogni valore
sia metafisico, sia critico, sla psicologico, ma ogni capacità di lavorare
efficacemente per i fini pratici della vita. Non solo il conoscere ma TVagire
stesso perdono così il loro carattere teleologico. Qualche pragmatista
temerario opporrà che noi per agire utilmente non abbiamo pun- to bisogno di
conoscere ciò che ci è utile. Ma «qual soggetto più grottesco potrebbe
desiderare un autore satirico?) (1). Ni vorrà forse aggiungere che il compito
di optare per i fini utili e di decidere praticamente della verità pratica
(cioè pratica- bile) delle affermazioni non dipende dalla conoscenza
intellettuale ma da altri centri psichici aventi un carattere orientativo sui
generis? Ma, ammessa anche per ipotesi l'esistenza di questi centri psichici
non specificamente intellettivi, bisognerebbe ad ogni modo provare che essi
sono del tutto indipendenti da questi ultimi, mentre Li prova manca; anzi la
tesi dell'unità generica della vita psichica va acquistando sempre maggior
credito così che nen si capisce come si possa arrivare ad escludere recisa-
mente almeno Pimplicazione reciproci dei processi psichici ele- mentari, fatto
che è già sufficiente a rovesciare Vobjezione se- piuratistica su riferitit.
Un'altra osservazione contro il pragmatismo è questi. E opinione generalmente
diffusa in tutti i prammatisti che quell'organismo legico con cui (in umione
coll'esperienza, non dimentichiamolo) vengono determinati i rapporti causali
della Datura è una forma artificiale, ed arbitraria ehe noi per i nostri fini
esclusivi imponiamo ad una materia esteriore indifferente. Ma è questo uno
sbaglio radicale, oltre ad essere l'argomento più esaurito di
quell’irrazionalismo che seguita a ripetere le stesse difficoltà perchè non è
capace di approfondire il senso delle ragioni avversarie. Infatti quasi sotto i
nestri oechi vediamo che è assolutamente impossibile imporre alli realtà i
nestri arbitrj in fatto di previsione causale, perchè il piccolissimo numero
degli esperimenti riusciti sta lì a provarci che ai segreti causali della
natura, nisi parendo, non possiamo pervenire. Ciò dimostra che l'organamento
logico della scienza è Torganamento medesimo della realtà. I pragmatisti, è
vero, nel loro odio quasi puerile A) La volontà di credere, pag. 276. al 312
CAPO XII contro la logica teoretica, potranno contestare Untilità pratica delle
teorie pure. Ma potranno essi negare la possibilità di stu- diare i protessi
aitiologici della natura, prescindendo da ogni interesse utilitario ? questo
rilievo è pochissimo apparente, tutta- via mi pare che vada alla radice della
questione. Altre osserva- zioni d'indole puramente conoscitiva chinderebbero
tosto la di- scussione se i pragmatisti si degnassero di rinunziare alla loro
irragionevole pretesa di non intendere. Lo Schiller per esempio non si lascia
mai sfuggire l'occasione di polemizzare contro il pensiero puro «come la più
perniciosa sorgente di errore ) (1). Ma per fortuna è evidente che egli,
malgrado il suo acume logico, non l'ha punto capito metafisicamente, giacchè
resta sempre im- pigliato nell'empirismo realistico, emezionale, utilitario.
Tor- nando alla questione causale più si pensa agli argomenti dei pragmatisti,
più si capisce che il loro ostracismo alla conoscenza esatta delle cause non è
che una sentenza d’antorità fulminata senza fondamento. La prova migliore e
definitiva ci è fornita dallo stesso James, il quale, come sappiamo, afferma
che la scienza è uno strumento teleologico fabbricato da noi in vista e
servizio dell’azione nostra. Qul è necessario aggiungere ciò che costituisce, a
mio parere. uno dei principj più originali del profondo pensatore americano,
cioè il riconoscimento della funzione causale della scienza. Ne- condo il
James, tra le cause che creano il futuro, in prima linea deve essere collocata
la scienza stessa, che impone certi effetti alla natura che questa da solo non
produrrebbe punto (2). La conoscenza scientifica delle cause dunque, ed è
questa una pre- zioxa conclusione che si può ricavare, essendo da questo punto
di vista ed entro certi limiti pratici un prodotto umano, si mo- stra capace
d'esercitare una funzione pratica di valore enorme. Analogamente si deduce che
la nostra realtà avvenire, la nostra condotta pratica medesimi, non soltanto
sono opera nostra, ma in ultima analisi si appoggiano precisamente sopra quella
scien- za delle relazioni causali che il pragmatismo unanime sì sforza di
screditare. Ciò significa che nell'interesse del proprio ideale (1) F. C. S.
ScHILLER, Studies in Humanism. pag. x. (2) Questo importante rilievo è stato
sfiorato per la prima volta dal Bov- TROTX, Science et religion, Paris,
Flammarion, 19 8, pag. 272-3. STI dela LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA 313
pragmatistico e cioè riduttivo del conoscere all’agire. il pragma- tista stesso
deve subordinare il suo agire al suo conoscere. co- sicchè il solo servizio che
può rendere la concezione prammatica della verità è di destare FVatteggiamento
pratico ad abbando- narta. a Digitized by Google CONCLUSIONE ì) Ssposte
sommariamente ie varie fasi della storia, saranno utili due parole di
conclusione (1). Astrazion fatta dall'esperienza delle cause, in cui la
causalità del reale xi vive come un fatto nel senso vivo e concreto dell'o-
perare, s'interpreta. arbitrariamente secondo l'opinione, s'ac- cende nel
calore del sentimento e si poetizza nella scena splen- interrogata sotto
didissima della fantasia, la ricerca causale ogni aspetto — conduce a due
interpretazioni differenti, matu- (1) Mostrare lo sviluppo storico della
ricerca umana — non già ‘come inge- nua cronaca del fatto della conoscenza
aitiologica nella sua stratificazione at- tratta, (e come tale per sè già
stante e inalterabile negli annali della. fenome- nologia) — ma come vita e
critica dello spirito umano nel suo grande atto di filosotare in ordine al
problema della causalità, questo fu l’assunto del pre- sente volume. | Non vha
dubbio che questo metodo d'intendere la storia — in tutto dipen- dente dal modo
di concepire la filosofia (*) — è indispensabile a fornire la consapevolezza intera
del sapere. Perchè, messa da parte la preoccupazione di projettare
meccanicamente i sistemi aitiologici successivi senza indicare la ragione del
passaggio da una teoria all'altra, in primo luogo, emerge il filo conduttore
delle interpretazioni più importanti vissute nel corso della storia, e ad un
tempo si rivela il suo principio dialettico animatore ; in secondo luogo, il
palese organamento sistematico della conoscenza umana definisce i noi stes- si
ln nostra situazione ideale e necessita l’esplicazione teoretica ulteriore.
Onde rispetto alle ricerche storico-critiche di questo primo volume, la conce-
zione teoretica seguente è un risultato ; ma tale che vorrebbe essere il con
cetto di tutto il processo storico di formazione del problema delle cause qui
considerato nelle sue sempre ricorrenti esigenze, cioè la sua universale
verità, l'intimità della coscienza storica a sè medesima. (*) GENTILE. Il
concetto della storia della filosofia. Pavia, 1903, pag 3-4. 316 CONCLU SIONE
rantisi in due campi opposti per principio, per metodo, per fine : il campo
chiuso della scienza e il campo sconfinato della. filosofia. In quest'ultimo, i
pensatori vagarono con immensa libertà : e vedemmo che le principali teorie dei
maggiori filosofi si sono travaghiate a discutere Vorigine, La natura, le
conseguenze pros- sime e remote sia dell'idea di causa, sia del principio di
cau- salità. | In quello, invece gli scienziati, con rigorosa disciplina, s'at-
tennero a ciò che consta come verità di fatto e di ragione; e vedemmio che le
principali teorie scientifiche — dallo sperimen- talismo di Galileo a quello
odierno di Enrico Rodolfe Hertz si sono proposte di spiegare, senza alcun
ricorso alla. filosofia, il metodo necessario e sufficiente alla determinazione
esatta dei rapporti causali. Ma ricontiamo aleune pietre miliari del cammino
filosofico, per mostrare la straordinaria fortuna della concezione metafisica
delle cause, Ommessi i varj tentativi sporadici delP’aitiologia asiatica,
ancora troppo involuti nella teologia e nella. poesia, volgenimo la nostra.
rapida inchiesta. sulla. speculazione esor- diente della Grecia antica. E fin
dai primordj ci fu dato di ve- rificare che quivi appunto x'incontrano i
precursori della meta- fisica delle cause. La quale, spinta da pregiudizj infiniti,
illusa dagli artifizj d'una retorica che usurpava il nome di logica, sfor- nita
naturalmente di metodo scientifico, ivritata dalla sofistica, tradita dalla
teologia, cadde infine sotto la dominazione dei do- cmi. Così nacque
laittologia dogmatica, con un piede nella causa prima e Valtro nella causa
finale. A niuno sfuggirà il carattere istruttivo di questa. storia.
L'aitiologia dogmatica pretese e pretende ancora d’essere li- bera. Ma la suna
libertà è un equivoco, corrisponde alla libertà. non filosofica delle
religioni, è imperiosa come la fede, predi- catrice come la rivelazione e
l'autorità. Però se il dogma è avaro di verità, la sua vita è tenacissima e la
sua resistenza disperata. Tanto che, pei suoi cavilli, la dogmatica delle cause
metafisiche nutrita da Aristotele potè durare tutto il Medioevo, finchè il
Risorgimento, rotti i cancelli della scolastica non riuscì a tentare novello
cammino, all'alba dell'èra moderna. Dal giorno in cui si pronunziò la reazione
contro la filosofia CONCLUSIONE 317 dogmatica, lVaitiologia speculativa
inaugurò anch'essa un indi- rizzo quasi senza riscontro nel passato,
l'abbandono cioè della causa cansarmini come principio sopranaturale avente per
effetto l'universo. Le ultime insidie dell’aitiologismo dogmatico furono
sfatate dalla critica della ragion pura di Kant. Dopo Kant le correnti
dogmatiche non periscono; ma all'incontro si avvalora sempre più
quell’indirizzo che, lasciando completamente da parte La ricerca e la prova di
cause non sperimentali, siano metafisicie, siano teologiche, o altre, si
concentra tutto nella considerazione speculativa ‘del ritmo della causalità
cioè nell'esame della dire- zione ideale e del valore delle leggi causali
nell'universo, in- terpretazione teoretica che vorrebbe essere il prodromo
d'una rivoluzione reale nella pratica della vita. Così i due regni della
sclenza e della filosofia restano completamente autonomi, benchè la loro
alleanza sia costantemente richiesta dal progresso del sapere. Ma con ciò non è
detto tutto. Colla nostra visione storica noi crediamo d'aver superato in modo
definitivo l'angolo visuale dell’aitiologia ideologica e se- polta la
metafisica delle cause. Ma chi ci prova che la nostri visione non sia il
prodotto d’una nuova ideologia a rovescio ? Essa è nata anzitutto col
presupposto che La teoretica causale si divida compiutamente nelle tre
questioni dell'esperienza, della scienza e della filosofia, quindi colla
triplice convenzione : 1° che l'esperienza possa soltanto prender atto della
causa- lità nel senso vivo ma contingente dell’operare ; 2° che soltanto la
scienza sperimentale possa giungere alla determinazione esatta dei rapporti di
causalità, intendendo que- sta come successione necessaria di due sistemi
equivalenti ; 3° che la filosofia debba abbandonare definitivamente la ri-
cerca delle cause metafisiche, per concentrare il sno sforzo nel. l'esame
critico e sistematico della direzione ideale e del valore delle leggi causali
nell'universo. Ma chi ci prova che queste appunto siano le parti vive di quell’organamento
logico del pensiero in cui circola la ragione prima ed ultima della causalità?
Certo la prova teoretica del fondamento di queste distinzioni non vuole esser
data qui, dove la critica non ha da atftrontare altro che la corruzione ed il
315 CONCLUSIONE progresso dei sistemi che si presentano nella storia come fact.
Mit ad ogni modo se va, come crediamo, unificazione possi- bile, non è forse
evidente che la sintesi probativa non può esser data a sua volta che in un
sistema? Frattanto chi potrà celare l'amarezza, chi potrà calmare Tangoscia
dello spirito a questa parola? | Nell'universale caducità dei sistemi non
faremo anche noi l'i- nutile sforzo di galvanizzare un cadavere fra le ruine?
Avremo un bel radunare i nostri documenti colla massima diligenza, verificarli
e comporli col massimo sernpolo, potremo noi elimi- nare quelle insufficienze e
quelle esagerazioni speciali che sono proprie d'ogni sistema? Osiamo dire che
nessun filosofo ardi- rebbe cullitsi nella pretesa. d'aver raggiunto un simile ideale.
Una sola vi ci rimane: la sistemazione della nostra vita inferiore, per
mostrare quali necessità ci condueano a confor- mare i mostri pensieri
all'ordine d'un sistema concepito sul si- stema dell'universo. Li filosofia
sarebbe anehe per not — una miserabile cosa morta, se non Vintendessimo così.
Dunque andiamo avanti a sistemare. Il pensiero filosofico d'altronde non sta
punto chiuso nel si- stema come un oggetto dietro una vetrina. Lo spirito non
fa che uma cosa sel col sistenta che egli è giunto a costruire. | Pensare
veramente è costruire un sistema interiore. Criticare per sistemare, tal’è, mi
sembra, la condizione del lavoro filoso- fico. Critica, sistema e pensiero sono
consostanziali. Nistemare filosoficamente è lavorare dal di dentro, alla ma- niera
d'un albero che sviluppa i suoi fiori e i suoi frutti. Finalmente è lecito
indicare due condizioni non prive di valore agli occhi di chi si senta tratto
sempre più a considerare la filo- sofia, nonchè la propria vita, come una cosa
seria, cioè che la messa in opera d'un sistema — significativa ec suggestiva
come la creazione d'un universo in un universo — da un lato esalta la coscienza
della nostra vitalità e ci dà Vamore e la responsa- bilità del nostro ideale,
dall'altro è una specie di martirio. Questi doppia situazione di spirito ci può
in parte consolare del pochissimo frutto ricavabile dalle nostre ricerche. E
perchè non dirlo? CONCLU SIONE 319 Allo sguardo del filosofo, questa povera
conclusione è tutto il simbolo della nostra stessa vita filosofica. | Quindi si
comprende che lo sviluppo organico della storia, sintesi vivente delle ‘varie
esigenze che, sempre rinnovandosi, si contendono il dominio della critica,
sarebbe una lezione perAnta pel filosofo che non l’invocasse pel progresso
teoretico delle sue idee. | | FINE DEL VOLUME I. A e e e O na ri Re e a rc Cs è
Cesto <—-—_—_ . . ooo di SER: Mode 41. GareLLo. La morte di Pan. Psicologia
morale del mito” . . Li 8— 42. SPENCER. L'evoluzione moral $ è i 5 3 CRT 43.
Loria, La sintesi economica. Studio cile lesgi del reddito 44. SPENCER,
L'evoluzione del pensiero . : i 7 ; . > 10— 45. Groserti. La teorica della
mente umana - Rosmini ed i Rosmi- niani - La libertà cattolica : o . : - i . «d
10 46. CovortI. La vita e il pensiero di A. Schopenhauer 47. PASTORE.
Sillogismo e proporzione. Contributo alla teoria e alla storia della logica
pura . ; : - ì a 48. Lea, Storia dell’inquisizione 4 % 5 . ì el rad LO = 49.
CHiAPPELLI. Dalla critica al nuovo idealismo 50. NierzscHe, Hece Homo. Come si
diventa ciò che si è 51. PAULSEN, Introduzione alla filosofia . i i . . >»
10—- GranT-ALLEN, L'evoluzione dell'idea di Dio. Una indagine sulle origini
delle religioni ; \ ; : ; . . . >» 12— 33-94-59, WAGNER. Trattato di
geografia generale. — Tre volumi . d» 82— 96. SERGI, L'uomo. Secondo le
origini, l'antichità, le variazioni e la distribuzione geografica : j : 4 1 ; è
. d» 20—- OT. FACcCIOLI, Trattato di Aviazione . : } o DAN ; I 58. De SANCTIS.
Storia della Repubblica Ateniese ; ì è . >» 12—- 59. WEINIxGER. Sesso e
carattere DARAI - 5 È 3 clip b 60. KoparscÒ, Politica economica internazionale
> : Re TE 61. Spinoza, L'Etica - Della correzione dell’intelletto at . >»
10— 62. Kant. Prolegomeni ad ogni metafisica futura A 4 . d» 9— 63. Costa,
Filosofia e Buddhismo : 3 i : - ì . 3 10— 64. Mosca. Elementi di scienza
politica (in corso di stampa). 65. MaxarESI, L'impero romano e il cristianesimo
S Ì . >» 12-- 66. l'UNZELMANN. La teoria elettrica ed il problema
dell'universo. Con illustrazioni - , : CARI : 3 ; - . dd 67. RarzeL. Geografia
dell’uomo. Principii di applicazione della Scien- za geografica alla Storia . .
i ; . - ° . >» 15- 68. Zini. La doppia maschera dell’universo. Filosofia del
4 Eee dello spazio e . s : . >» 14- 69. JEMoLo. Stato e Chiesa negli
scrittori politici sandni del ‘600 © del 700 . D . . ° . . . . . DI » 10 — 70.
Crosa. La sovranità popolare dal medio-evo alla rivoluzione fran- cese . e ì ;
; » B_- 71-72. DE SANOTIS. Storia dei romani. — Vol. III in “to sE Tr'otà delle
guerre puniche. Con 8 carte geografiche ; i . >» 80— 78. Niceroro. La misura
della vita. Applicazioni del metodo statistico alle Scienze naturali, alle
Scienze sociali ed all'Arte nette » 22— 74. SerGI. Italia - Le origini.
Antropologia - cultura e civiltà. Con 88 tavole È ; ì 3 i 3 ; ? i nette » 4b —
75. BIANCHI. La meccanica del cervello e la FaionE dei lobi fron- tali. Con 61
figure e 4 diagrammi 3 ; È | nette » 50 — 76. Torranin. La fine dell'umanesimo
. . ì 3 . nette » 24— 77. De PrETTO. Lo spirito dell'universo È > 3 3 nette
» 28 — x NB. - Questi volumi si possono avere legati elegantemente in tela con
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CAUSALITÀ: CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA " TRORIA DEL METODO SPERIMENTALE
SARRI NESONDO rasato a a PODIO, es LA CAUSALITÀ NELLA SCIENZA, NELLA FILOSORIA
E NELLA VITA MORALE TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI Depositario per la Sicilia :
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DANTE ALIGHIERI » (ALBRIGHI, SEGATI E C.) - NAPOLI ITALIAN Boog Company - NEw
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Moderne. 1. Seri. Africa. Antropologia delle stirpe Camitica. - Con 118 fig.
ed. una carta ; 5 . , : ; ; . .. LL. 10—- 2. NierzscHe. Al di lù del bene e del
Cor, Preludio d’una filosofia dell'avvenire — 5% ediz. —. a TRE 9. ZINI.
Proprietà individuale 0 IIIa collettiva? — (Solo più 0016 legate) x . ù SR: LA
i : : ” . MERO IF ina 4. Verworn. Fisiologia generale 6 ; ; 7 : ; . (esaurito)
5. CrccortI. Il tramonto della schiavità nel mondo antico : . (esaurito) 6.
ViLLa. La psicologia contemporanea. — 2% ediz. . 3 ila 12 7. NietzsoHE. Così
parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno — 6® edizione ? È : > :
: i : | sea 8. SeraI, Specie e varietà umane, —. Con molte figure. (Solo copie
legate) —. : : . ; ; Roe 9. BaraTTA. I terremoti d Talia — Con 156 TRN (Sole
copie legate) : ; î ; run gh 9 ; . >» 22— 10. SPENCER. I primi principî. —
(3a edizione . : . È «._ dD_20-- 11. STIRNER, L'unico. Con introduzione di I}.
Zoccoli — 3* edizione » 29- - 12. De MicarLIs. Le origini degli Indo-Europei .
: : . ZE dtd 13. SpeNcER. Fatti e commenti — (Solo più copie legate) . , a 14. SerGI.
L'origine dei fenomeni psichici e il loro significato Diolagico (esaurito) 15.
SpeNcER. Introduzione alla scienza sociale ; x ‘ vd 9= 16. — Le basi della
morale . i : ‘ î ; PE n, 17. JAMES. La coscienza religiosa —. ‘ x ; 7 x .
(esaurito) 18. SPENCER. Le basi della vila . , . : È : 3 LES TAL 19-20.
Prierson. Trattato di economia politica —. 6 A : . (esaurito) 21. HARNACK. La
missione e la propagazione del eristianesimo nei primi tre secoli ; . 5; : : :
: i A 22 NieTtzscHE. La gaia scienza + 5 . : : TA Vira 23. SPENCER,
L'evoluzione della vita . Ò i È ì s SIT a pa fira 24-25. Hòrrpina. Storia della
filosofia moderna. Due volumi. — 2% edizione : 3 : 7 ; . ’ : ; dA Dara 26.
ZoccoLI. L'anarchia. Gli agitatori, le idee, i fatti è Krone 1A > 27,
I'RosaNo. Le basi dell'umanismo . : SR ZAR ; È Ci Gora 28. SPENCER. Le basi del
pensiero . . : : : : : ran 29. OrESTANO, I valori umani : vB 30. CantoNnI,, H.
Kant. — 2* edizione ; ; , é Niagio 31. RoMmANES, L'evoluzione mentale
nell'uomo. Origini della facoltà umana : : ‘ : . È ; sr A Dia 32-33. De
SANCTIS. Storia dei Rintidzi — Vol. I e I. La conquista del primato in Italia I
ere a (CRCULICO) 34. ForeL: La questione sessuale mar allo persone colte. — 2*
ed. >» 12— 35. SPENCER, Il progresso umano . : 1 . ; PFISZAO Ara 56. SercI,
Europa. L'origine dei popoli Europei ì RR 97. 8 ga 37. BARTH. Principi di
pedagogia e didattica. — 2* edizione Aa 38. EUcKEN. La visione della vita nei
grandi pensatori. - 2% edizione. » 36 — 89. Zuccante. Socrate.
Fonti-Ambiente-Vita-Dottrina {.. {{.. >» 12—- 40. ScHoPENHAUER. Morale e
religione » . È ; x . sATTYADSEE. pren TIE I prezzi devono essere aumentati del
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0 —— —— -- Digitized by Google IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ CON PARTICOLARE
RIGUARDO ALLA TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE DELLO STESSO AUTORE Sopra la
teoria della scienza. —- Logica, matematica, fisica. Torino, Bocca, 1003.
Macchine logiche. -— Conferenza popolare. - Gienova, Riv. Ligure, 1906. Logica
formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici. — Con 17 fisure. e 8
tavole fuori testo. —- Torino, Bocca. 1906. [ progressi e le condizioni
presenti degli studj intorno la logica formale. —- Prolusione, Finalimarina,
1906, Del nuovo spirito della scienza e delta filosofia. | - "Torino,
Bocca, 1907, G. M. Guyau c la genesi dell'idea di tempo, —— Lugano, « Cocnobium
>», 1907, Sull’impicgo del concetto di tempo nella logica. pura. — Estr. «
Questioni filosofiche ». --- Bologna, Iormiggini, 1908. Sopra un punto essenziale
del neo-heaclismo contemporaneo. -- Atti R. Accad. Scienze di Torino, (XLIV),
Maggio, 1900, Sulla natura cxtralogica delle leggi di tuutologia e di
assorbimento nella logica matematica, -- TV Congresso Internazionale
Matematici. (Vol. 83°, IV, 6). - Roma, 1909. i Sull’origine delle idee in
ordine al problema delUuniversale. —- Rendie. Tineci NVIII, Giugno, 1909.
Sillogismo e proporzione, - Torino, Boccea (Bb. SM. 147), 1910. IM valore
teoretico della logica, - Prolusione alla R. Università di Torino, Riv. di
filos., -- Roma, 1910. , DellEssere e del Conoscere. Memoria. l. Accad, Scienze
di Torino, Serie II, LUNI, Gennaio, 19101. Contributo alla teoria della
conoscenza, -— Rendie, R. Tstit. Lombardo. Serie II, XLIV, 1911. Nuove ricerche
sulla percezione monoculare della distanza, T, « Riv. di Psie. applic. >»,
Scttembre-Ottobre, 1911. B. Croce e la filosofia di (1. B. Vico, € (Giornale
storico della letterati. it. >. —- 'l'orino, 1911. Le definizioni
matematiche secondo Aristotele e la logica matematica. — Atti R. Accad,
Scienze. —- Torino, Marzo, 1912. ll Pensiero puro, - - Torino, Boccea, 1915.
Der kritische Kommunismus bei Friedrich Engels. - Archiv, fiir die Geschi- chte
des Sozialismus. —- Hirschfeld, Leipzig, 1919. | Une théoric
des limites appliquec a la civilisation moderne. —- Revue Francc- Italio, Mai,
1914. Sopra la critica
filosofica delle scienze. --- « Riv. di filos. ». Marzo-Aprile, 1914. Il
compito della filosofia nel rinnovamento degli ideali della patria. — Prolu-
sione, — Riv. di Nilos., Gennaio, 1916. ANNIBALE PASTORE IL PROBLEMA DELLA
CAUSALITÀ CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE VOLUME
SECONDO LA CAUSALITÀ NELLA SCIENZA, NELLA FILOSOFIA E NELLA VITA MORALE TORINO
FRATELLI BOCCA EDITORI Depositario per la Sicilia: Orazio FioriEnza - PALERMO,
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ES é DS do MAY S_6S24 PROPRIETÀ LETTERAKIA TTTT.TTTr,_Zzr___——————eeeeete—— o
" ‘ — iis Casale Monferrato — Unione Tipografica Popolare succ, Cassone
tane ad e INDICE Prefazione . ; i i . : 1 i ; . Pag 1 SEZIONE PRIMA Teoria del
metodo sperimentale. INTRODUZIONE. — Nessi storici e critici tra la fisica pura
di Kant e la fisica sperimentale di Galileo . 7 i : i : . Pag. 7 $ l. Partizione
della ricerca — $ 2. Vindanii scambievoli del- l'esperienza, della scienza e
della filosofia — $ 3. Sguardo al problema della validità oggettiva della
conoscenza da Hume a Kant — $ 4. Limitatezza della soluzione kantiana — è 5.
Come vi si possa rimediare conciliando la gnoseologia coll’ epistemologia. Capo
I. — Il problema empirico della causalità . s é è è o» 9 $ 1. I diritti
dell'esperienza. La tecnica come filo conduttore $ 2. La praxis medesima
dell'esperienza come autocritica della conoscenza e della realtà — S 3. Ragione
dell'oscuro impulso objettivo che ci fa porre il fuori di noi e il senza di
noi; e valore del senso comune — $ 4. Conoscere, amare e causare, La nostra
praxis nella praxis causale dell'universo. Capo II. — Della scienza in genere e
in particolare delle scienze speri- mentali i A i i ‘ ; ; s è i ; » 31 $ 1.
Della scienza in genere e in particolare della scienza spe- rimentale.
Definizioni — è 2. Condizioni, mezzi ce forme del- l'organamento logico della
scienza - $ 3. Certezze capitali, scopo, criterio della verità — $ 4,
Condizioni, mezzi e forme della fisica. Illustrazione dci due postulati
dell'esistenza objettiva della realtà e della razionalità della natura Capo III
— Concetto scientifico del rapporto causale . 1 è i » 45 $ 1. Definizione del
rapporto causale -- % 2. (ilossa prima — $ 3. Glossa seconda. — VII — Capo IV.
— Questioni e corollarj . : : ; ; 3 . Pag. 57 $ 1. Questione della realtà e
della razionalità del rapporto causale — dè 2. Della irreducibilità della
causalità a mera logicità — $ 3. Della produzione reale dei fatti (effetti) — $
4. Dell’'impossibilità di escludere la relazione temporale — $ 5.
Dell'impossibilità di escludere la relazione necessaria — $ 6. Dell'identità
dei succes- sivi — $ 7. Dell’irriducibilità della causalità a mutua dipendenza
- - $ 8. Del valore intrinseco della causalità come risultanza sui generis
della ragione e del fatto — $ 9. Corollar]. Capo V. — Teoria del metodo
sperimentale : » 69 $ I. Tesi — $ 2. Si evitano duc equivoci - $ 3. Concetto,
dell’, espe- rimento - $ 4. Primo momento: l'osservazione dei fatti — $ 5.
Secondo momento: l'ipotesi tecnica o modello. Ideazione teorica e realizzazione
pratica — $ 6. ‘l'’erzo momento : la deduzione — $ 7. Quarto momento: la
verificazione delle conseguenze — $ 8. Si respingono le objezioni del Gentile —
$ 9. Schiarimenti — $ 10. Conclusione. La verità sperimentale come simultaneità
della deduzione del reale c della realizzazione del deduttivo. Capo VI. —
Applicazioni 3 i i ì : : . >» 89 Partizione delle ricerche Art. I. Dottrina
della doppia causalità — Art. II Causalità psichica e sua determinazione
sperimentale — Art. III. Causalità storica ec sua interpretazione critica. Art,
I. — Dottrina della doppia causalità j . ; ; . A » 9 — $ 1. Prova di ragione e
di fatto della doppia causalità. Senso > e valore di questa tesi conforme al
principio dell'unità psico- fisica del reale. Unità e psicofisicità d'ogni
rapporto causale. Natura qualiquantitativa d'ogni fatto conoscibile.
Potenziamento inverso di qualità e quantità. Passaggio dalla natura allo
spirito. Senso dell’azione causale reciproca — è 2. Schiarimenti sulla
psicofisicità del reale. Rifiuto della teoria del Rehmke. Conce- zione
qualiquantitativa della realtà. Sua prova. — $ 3. Caratteri differenziali.
Critica del dualismo. Teoria del De Sarlo — $ 4. Critica del fisiologismo
epifenomenistico. Teoria del Lugaro. Si conferma la tesi del senso relativo
della doppia causalità nell'unità psicofisica del reale. Art. II. — Qausalità
psichica e sua determinazione sperimentale «. —» 105 I. Definizione della
Psicologia scientifica — $ 2. Esame di due gruppi di difficoltà contro la
Psicologia sperimentale. Primo gruppo : questione dell'omogeneità tra la.
misura ce il misurato ; questione della quantità dei fatti psichici; questione
dell'unità di misura. Secondo gruppo : questione dell’applicabilità dello spe-
rimento alla Psicologia — $ 3. Nozioni fonlamentali. Concetto di fenomeno
psichico. Concetto di connessione psicofisica. Feno- meni psicnici elementari.
Concetto scientifico dell'unità di mi- sura dei fenomeni psichici (unità
derivata). Come il fatto psichico resti determinato da un numero senza
dimensioni fisiche. Come si lasci impreziudicata qualsiasi ipotesi metafisica
sulla natura delle condizioni speciali componenti il sistema psicofisico — $ 4.
Considerazione critica dei risultati finora ottenuti col me- todo
Weber-Fechner. Si difende l'impostazione scientifica del medodo W.-F., dando
prova della continuità della serie psichica. Si citano le cinque interpretazioni
critiche della legge di Fechner. Si deduce che il fenomeno psicofisico è
complesso e che quindi deve essere trattato nella sua complessità. Si mostra
che il di- fetto dei metodo W.-F. consiste in ciò che, nella formula yY=% lg 8,
la y non è sufficientemente determinata — è 5. Punto di vista superiore.
Deduzione della formula W.-F. come derivata parziale d'una funzione più
complessa, in cui alle variabili sti- molo e sensazione si aggiunge la
reazione. Equazione fondamen- tale della psicofisica. Conseguenze: 1° Derivate
parziali; 29° De- duzione d'una legge psicofisica in correlazione alla legge di
Ohm — $ 6. Nuovo programma di’lavoro scientifico e conseguenze fi- losofiche —
è 7. Conclusione. Art. III. — Causalità storica e sua inlerprelazione critica .
1 . Pag. 147 $ 1. Necessità di non rinunziare all'interpretazione critica della
causalità storica — è 2. Dottrina di Carlo Marx — è 3, Esame di due punti circa
l’interpretazione del processo della praxis storica, sc- condo il Marx: 1° vero
senso dell’umuwvil/zende Pranis ; 29 periodo d'incubazione tra la tesi c
l’antitesi — $ 4. Varia fortuna dell'in- terpretazione causale della storia
secondo Marx. Prima modil'ica- zione introdotta dall’IÎngels. Semplice
preponderanza causale del fattore economico. Riconoscimento dell’azione causale
degli altri fattori — $ 5. Seconda modificazione dovuta ad Antonio Labriola.
Teoria dello stato d’anima come intermediario causale fra la strut- tura
economica (tesi) e l'azione rivoluzionaria (antitesi). Distin- zione di «due passaggi
: 1° da formazione a formazione; 2° da struttura a soprastruttura in ogni
formazione sociale, Origine e vero senso della dottrina dello stato d'anima
Concetto della cau- sazione mediata — è 6 Apprezzamento sintetico del valore
del cosidetto materialisino storico dal punto di vista del problema causale. 1°
Inadeguatezza del concetto marxistico della produ- zione. Necessità di
considerare l'economia come sintesi di tutti i rapporti (materiali c ideali) di
produzione, 2° Inadeguatezza del principio spenceriano dell'adattamento
all'ambiente. Necessità di riconoscere il principio quintoniano
dell'adattamento dell'ambiente — è 7. Mezzi di produzione c mezzi di proprietà.
I duc corpi dell'uomo : l’individuale e il sociale. Apprezzamento economico
della scienza, dell’arte, della morale — è 8 Conclusione. Prin- cipio del
potenziamento reciproco della causalità, come conato elettivo immanente
all'unità psicofisica della vita. a] y Cned ConcLustone . . , . ° . . . . . . .
d l iT $ l. Riassunto della Sezione prima — è 2. Si chiarisco il pas- Saggio
dalla questione epistemologica alla questione speculativa, Oggetto della
Sezione seconda. SEZIONE SECONDA Gnoseologia e metafisica delle cause.
INTRODUZIONE » 183 . . . . . . . . e ) I. Insufficienza della causalità scientifica
per l’interprotazione N filosofica del mondo — % 2. Necessità d'una concezione
sintetica della esperienza e della scienza, della gnuseologia e della meta-
fisica. Capo I. — Il pensiero reale . 5 i i : s ; o Scopo e partizione della
ricerca -— Art. I. Lima subobjettiva della conoscenza — Art. IT. L'unità
psicofisica della realtà —- Art. III, Il pensfero comeattività sintetica
dell'universo — Rie- pilogo Art. I — L'unità subobjettiva della conoscenza 1 »
» : ? è 1. Concetto della conoscenza — è 2. Esame della conoscenza empirica
nelle duc forme: immediata e mediata — è 3. Intimo nesso dell’essere c del
conoscere. Si caratterizzano le duo ope- razioni opposte del distinguere e
dell’unire. Si respinge la teoria del Bergson. Intimo nesso dell’astrarre e dell’intuire.
Risultati: sci tesi capitali reclamate dall'esperienza. L'esperienza conosci-
tiva come esperienza causativa — è 4. Esamo dei risultati della conoscenza
scientifica. Si confermano le sei tesi empiriologiche —- $ 5. La conoscenza
filosofica. Concezione integrale della verità. La conoscenza come unità
subobjettiva. Continuo rinvio all'unità ec continua aspirazione ad altro
(dualità). Art, II. — L'unità psicofisica della realtà . i ; è i i $ 1.
L'equivalente metafisico del principio gnoseologico — $ 2. Individuazione
progressiva verso sempre maggiore armonia e sempre maggiore distinzione. Si
imposta il problema filosofico della causalità. La realtà come unità
psicofisica. Axwr. III. —— Il pensiero come allivilà dell'universo . ; i ; è 1.
‘l'osì del pensiero reale. Esame di tre objezioni in senso diviso — $ 2. Esame
delle stesse objezioni in senso composto — è 3. Valore del pensiero reale — è
4. L'universo come attività di- stintiva e unitiva di soggetto in rolazione ad
oggetto. RIEPILOGO , i ; ; . : ) , l : ; A Capo II. — Origine, valore ed uso
dell'idea di causa . a : 7 $ 1. Origine delle idce in generale. Posizione
centrale fra l'empi- rismo e l’apriorismo — $ 2. Origine dell'idea di causa
nell’espe- rienza interna ed esterna — è 3. Origine del principio di causalità
— $ 4. Riassunto dei risultati più salienti — è 8. Valore objet. tivo delle
leggi causali — $ 6. Uso legittimo dell'idea di causa oltre i confini della
scienza. Capo III. — Questione della causalità efficiente universale . A i f 1.
Negazione della causa efficiente universale o significato della ricerca
filosofica delle cause — $ 2. Teoria dell'illusione aitiolo- gica — $ 3.
Questione della logica della natura — è 4. Senso ideale dell'attività causativa
dell’universo. Caro IV. — Questioni della causa prima, della causa finale e
della causa sui . 7 : è : 4 ; ; ; ; $ 1. Intimo accordo delle tro questioni — $
2. Della causa prima — %$ 3. Della causa finale. Varictà di finalismo.
Sostituzione Pag. 191 » 197 » 2:17 » 227 » 245 » <b1 » 271 » 387 del
giudizio regolativo al costitutivo. Il finalismo come inter- pretazione
illusiva. Varie fasi dell'illusione. Teoria del miraggio teleologico. Rifiuto
della tesi finalistica. Esame critico delle obje- zioni. Elevazione del
concetto ateleologico — $ 4. Della causa sui — $ 5. Senso e valore umano delle
illusioni metafisiche. Capo V. — Determinismo e indelerminismo . ; : ‘+ Pag.
309 $ 1. La terza antinom'a kantiana — $ 2. Conciliazione della cau- salità
libera e della causalità determinata — $ 3. Concetto della contingenza — $ 4.
La libertà come forma speciale di causazione. CONCLUSIONE è . î ‘ . ; P : 1 i ;
3 : » Cu (ASS) (0%) SEZIONE TERZA La causalità nella vita morale. INTRODUZIONE
. . . ; ; : " . » 329 S I. Questione preliminare del sGlipsino sd nega la
caGsIbiltÀ di oltrepassare la sfera del soggetto. Confutazione. Senso e valore
antisolipsistico del cogilo di Descartes e dell'io penso di Kant. Si levano di
mezzo i due cquivoci sopra la tesi dell’indipen- denza e della subordinazione —
$ 2. L'antisolipsismo come esi- genza necessaria della coscienza morale.
Profondo bisogno d'una ragione che riconosca l'unità fondamentale della
coscienza — $ 3. Vero stato della questione. Dilemma fra la scienza e la
morale, Caro I. — Fondamento causale della libertà . 3 eda 5 . >» 94 $ 1.
Concetto generale della natura umana. L'uomo comc auto- coscienza progressiva
dell'unità psicofisica del reale. - $ 2. Du- plice aspetto del problema della
libertà dal punto di vista cau- sale: la volontà come causa e la volontà come
effetto. Duplice aspetto del processo formativo della libertà : amorale c
morale, analitico ce sintetico, temporale c intemporale — $ 3. Tre fatti
costanti — $ 4. Senso del potenziamento causale applicato alla vita psichica —
$ 5. La necessità del rapporto causale come con- dizione necessaria della
libertà — $ 6. Determinazione dei carat- teri specifici della libertà. La
libertà come movus ordo — $ 7. (Quattro tesi negative c tosi affermativa — $ 8.
Schiarimenti, Natura psicologica del centro di causalità autocosciente,
prodotto dal potenziamento. Caro II. — L'esigenza della libertà di fronte alle
esigenze del sapere . » 355 S l. Si mette alle prese l’esposto concetto della
libertà colle va- rie forme del sapere: esperienza, scienza, filosofia — $ 2.
Come già nel campo empirico il problema della libertà possa ricevere una
soluzione conciliativa. |} libero chi è in grado di autocau- Sarsi
spiritualmente. Sostituzione della causalità interna alla cau- salità esterna.
Negazione della morale al bivio — $ 3. S'imposta la disputa fra la libertà
attestata dalla coscienza e la causalità — XII — dimostrata dalla scienza.
Insussistenza del contrasto fra coscienza di libertà e scienza di causalità.
Come l'essenza della libertà sia nè sotto, nè sopra, nè accanto, ma dentro la
necessità. Signifi- cato causale della libertà — $ 4. Come neanche nel campo
filo- sofico abbia senso l’antinomia della libertà e della causalità. Ri- fiuto
dello scetticismo. Due punti capitali: 1° io sono libero per- chè posso
causare; 2° io non posso causare liberamente senza causa ragionevole. Si
rovescia l'idolo della libertà senza legge — %$ 5. Difesa del bene inteso
determinismo. L'utilitarismo come frutto della malignità, non della scienza.
Nuovo indirizzo ispi- rato alla riscoperta della libertà nel portato medesimo
della cau- salità. Capo III — L’autocausalità del volere morale A ; i . Pag.
369 $ I, L'uomo come sistema libero funzionante nell'ordine causale — $ 2. Come
il principio del potenziamento causale della libertà rientri nei quadri del sistema
tracciato — $ 3. Come la libertà non sia il proprio dell’azione morale.
Applicazione della volontà libera al bene, fine della morale — $ 4. Aspetto
normale e aspetto sublime della moralità — $ 5. Triplice periodo dell’evo-
luzione storica della causalità. Si giustifica il principio dell’auto-
causalità morale come l'unica via che ci conduce alla nostra de- stinazione.
Capo IV. — Concezione drammatica della vita morale . ; ; ; » 977 $ 1. Ufficio
filosofico dell'amore — $ 2. Il sacrificio some legge sublime dell'amore — $ 3.
Il senso morale della vita. Il senso del vero e il senso del mistero, Le grandi
speranze — $ 4. La morale come esercizio della causalità della coscienza
entusiasmata dall'amore — $ 5. La realtà delle opere spiritualizzatrici della
vita. L'ora della morte. Necessità di prender possesso di quel noi che è fuori
del nostro individuo. Fecondità morale della bellezza — S 6. Valore del
suicidio di fronte all'esistenza reale del genere. Vero senso della nostra
moralità cioè della nostra libertà morale di sutocausazione. Accordo dell'amore
colla tri- stezza, fusione del sapere colla volontà. PREFAZIONE Questo secondo
volume riproduce per buona parte i corsi di F'ilosofia teoretica che tenni
negli anni 1918-19, 1919-20 come Incaricato all’Università di Torino. Credo
utile avvertire che VIntroduzione a tutta Vopera pre- messa al primo volume,
mentre offre un istradanmento generico a che ne abbia bisogno, non basta alla
comprensione propria di ciascuna parte. Sopratutto per questo secondo volume è
neccs- sario che il lettore si affacci direttamente ai varj problemi col puro
corredo delle cognizioni storiche raccolte nella parte prima. II presente
rolinne consta di tre sezioni. I capitoli 2°, 3°, 4°, 5° della Sezione prima
sono lo sviluppo teoretico dei principj cpistemologici sostenuti nelle mie
opere precedenti. Ma la trattazione del problema della causalità dal punto di
rista empirico (Cap. 1° e applicazione speciale di quei principj al problcinma
scientifico della causalità (Cap. 2°5°) SONO Opera nuova, L'articolo I del Cap.
6° fornisce il criterio di tutte le applica- zioni possibilit del principio
causale ai problemi distinti della matura e dello spirito, L'articolo IL,
riconosciuti i diritti della Psicologia sperimen- tale come scienza esatta e stabilite
le nozioni fondamentali, di- fende impostazione scientifica del metodo
Weber-Fechner, pur mettendone in eridenza il difetto. Quindi si eleva ad un
punto di vista superiore che si potrebbe dire globale, perchè considera Ta
formula di Weber-Fechner come derivata parziale duna fun- zione più complessa,
in cui, alle variabili di stimolo e sensazione, A. Pastore — Il problema della
causalità - Vol. IT. 1 tu PREFAZIONE si aggiunge la reazione. It nuovo calcolo
psicofisico ha potuto essere spinto fino alle equazioni differenziali del
processo. I ri- sultati delle derivate parziali sono enunciati con tre leggi
ca- ratteristiche che, per la prima volta, affrontano la sentenza. della
critica. | Negue la deduzione della legge psicofisica in correlazione alla Icgge
di Ohm c tutto un nuovo programma di laroro scientifico, non privo di
conseguenze filosofiche. L'articolo III non è che una piccola escursione
critica sullo sconfinato campo del potenziamento sociale della causalità, col
tentativo di redimere dall’oblio la dottrina della causazione mediata dello
stato damnima di Antonio Labriola. Il Capo 1° ‘(Il pensiero realc) della
Sezione seconda è la pietra angolare di tutta la gnoscologia e la metafisica
delle cause, centro filosofico dell’opera. Spero che si capirà che il pensiero
reale non © qui considerato come semplice equivalente di pen- sicro in scnso
stretto, na come attività distintiva e umitica del soggetto in relazione
all’oggyetto, cioè come unità concreta della soggettività c della ogyettività.
Non è qui il luogo di provare come, quanto e perché questo principio che
considera la realtà come pensiero sia irreducibile a quel «concetto che in
generale i volgari hanno ancora dell’idealismo » (1). Appena aggiungo che il
riconoscimento del caraltere causale così dell’essere come del conoscere ci
porta più ad ammettere la parziale verità dei siì- stemi esclusivi che a negare
ingiustamente il loro profondo va- lore e i loro diritti. In tutte le ricerche
particolari di quest'opera io mi vedo condotto per diverse vie allo stesso
scopo. Quindi mi pare che la vita vera c concreta dello spirito filosofico
consista nella sintesi teoretica di tutti i valori della storia. La Sezione
terza, indagando la cansalità nella vita morale, unzitutto premette il
riconoscimento del senso e del valore mnano della causalità come potenza
liberatrice e la difesa del- esigenza del sapere, da ultimo sì annoda
collinterpretazione più amara dellesistenza, senza respingere però la dolorosa
bellezza dell’ideale. (1) MARTINETTI Introd. alla Metaf., pag 153. PREFAZIONE 3
Qualche corrosivo ironista sorridera? Oh scetticismo, scctti- cismo dal volto
di pictra, tu hai la proprietà di trovare alimento ove i poeti trovano Ta
morte. Il tuo fondamento è forse Vinvidia, la tua ‘idea, pretesto inesauribile,
è forse l’inutilità della spe- TUNZA, . Pure, malgrado tutto, io continuo a
sperare. E chi proverà al cuore dell'uomo che la sua più grande spe- ranza sia
lu più grande delle suc follie ? Spero, benchè sappia che i cieli sono sordi e
muti. Spero, benchè consti che sulluomo grava Vinfelicità. Spero infine, perchè
sento che, quando la scienza tace e il dolore brucia, Vamore canta. Davanti a
ciò, se un freddo 0 presuntuoso pedante sì trince- rerà nei suoi sarcasmi, il
cuore, il nostro cuore, avrebbe da ar- rendersi all’impotenza ? A quale alto
proposito sociale potrebbe ancora Vuomo dedi- carsi, se dovesse sempre
camminare nel fangoso sentiero dell’e- videnza immediata e dellautilità ? Non
pertanto, su questo punto morto resti ognuno del suo parere, se non può farc
altrimenti. Io credo che la rerità e il bene, che anelo, non innamorino se non
per la bellezza idcale traverso il dolore inevitabile. Ecco perchè cerco di
moltiplicare i contatti della scienza e della coscienza colla poesia, fenice
dalle ali di fiamma che viene a posarsi sopra il cuore deil'nomo e canta la
purificazione pro- gressiva della vita traverso il dolore. Vuol dire che il
lettore, versato in quella dottrina che prova Ia risolvibilità del problema
morale senza la poesia puo lasciare senz'altro da banda la terza Sezione. Nono
lieto che mi si porga occasione di esprimere francamente la mia preferenza per
le in- terpretazioni poctiche della moralità. Infine sento il dovere di
ringraziare pubblicamente il mio carissimo discepolo e amico Pietro Mosso, il
quale con affettuosa premura volle associarsi alle mie ricerche scientifiche,
ajutan- domi colla sua assidua e intelligente cooperazione, non solo nello
sviluppo del calcolo psicofisico, ma in tutto il faticoso La- voro occorrente
alla revisione del presente volume. Digitized by Google SEZIONE PRIMA Teoria
del metodo sperimentale INTRODUZIONE Nessi storici e critici tra la fisica pura
di Kant e la fisica sperimentale di Galileo $ 1. Partizione della ricerca — $
2. Vantaggi scambievoli dell’esperienza, della scienza e della filosofia — $ 3.
Sguardo al problema della validità ogget- tiva della conoscenza da Hume a Kant
- $ 4. Limitatezza della soluzione kantiana — $ 5. Come vi si possa rimediare,
conciliando la gnoseologia coll’epistemologia. $ 1. Il problema della causalità
ha un’importanza enorme nell’esperienza, nelle scienze particolari e nella
filosofia, per- chè nessuna orientazoine di vita è possibile se la coscienza
ri- fiuti l'assenso ad ogni indagine empirica circa il significato e il valore
delle relazioni causali nella realtà, nessuna ricerca sperimentale è possibile
che non si risolva in nna determina- zione esatta di rapporti causali, nessuna
concezione del mondo e della vita in termini di intelligibilità. è omai
ammissibile senza una netta posizione teoretica circa il significato, il valore
e i limiti del principio di causalità sia nella natura sia nello spirito.
Conformemente a questa triplice esigenza (empirica, scien- tifica e filosofica)
va concepito l'assunto ideale d’una ricerca volta a trattare la teoria della
causalità per ogni rispetto alla lu- ce della critica odierna. Essa vuol
collocarsi in quel punto visuale che consente la distinzione dei tre esempj,
pur riconoscendo che (04) NEZIONE I - INTRODUZIONE la concezione filosofica è condizionata
dai risultati dell’esperien- za e delle scienze entro certi limiti che non le
rapiscono anzi le rendono possibile la sua massima libertà. Invero benchè tutte
e tre sì occupino della causalità, esperienza scienza e filosofia non sì
propongono la stessa ricerca. Le loro soluzioni sono ir- reducibili, benchè
compatibili. Questa verità è di tale evidenza che la condotta della vita per
attuarsi praticamente non aspetta punto la soluzione dei problemi della scienza
e della filosofia, anzi molto spesso si trova in contrasto con queste. E,
scientificamente parlando, cioè per gli scopi che la scienza esatta si propone
di conseguire, la questione, ad esempio, circa l’origine più o meno empirica
così dell'idea di causa come del principio di causalità che è fon- damentale in
filosofia, ci lascia indifferenti, giacchè la fisica sì vale di tal principio
solo come d’un’ipotesi di lavoro e nulla più. Che non vi sia fatto senza causa
è una proposizione sem- plicemente opinativa per la scienza. Anche se noi
fossimo pie- namente sicuri della verità di questo principio, è ovvio che solo
stando ad esso neanche il più abile sperimentatore potrebbe tro- vare la verità
d'una sola legge causale. Esaurendo pure tutte le forze dell’intelletto nella
meditazione di questo principio «non vVha fatto senza causa), sarà impossibile
determinare, ad esempio, le leggi particolari della caduta dei gravi senza
ricor- rere a mezzi di ricerca e di prova che la gnoseologia di qualun- que
sistema filosofico non indica e non ha dovere di indicare. In questo caso
pertanto si tratta non di stare sulle generali ma di scendere ai rapporti
particolari dei fenomeni della natura per la determinazione scientifica dei
quali la nozione, comunque posseduta del principio di causalità non può
somministrarci alcuna rivelazione utilizzabile. Ma se le proposizioni della
filo- sofia non possono offrirci uno strumento direttamente utile agli scopi
della fisica, tanto meno i teoremi della fisica, possono ba- stare agli scopi
della filosofia. {2.— Il primo problema che fanno nascere queste conside-
razioni è il seguente: quali sono i vantaggi scambievoli dell’e- sperienza,
della scienza e della filosofia ? Anzitutto pare evidente considerare i
risultati dell'espert:nza ga. L'A. SEZIONE I - INTRODUZIONE 9 come il materiale
della scienza e i risultati di questa come il ma- teriale indispensabile della
filosofia. Per converso sembra giusto considerare certi risultati sia
filosofici sia scientifici come cri- teri regolatori e talora anche
presupposti, in certo modo econo- mici, degli ordini conoscitivi precedenti.
Così, ripetendo l’esem- pio, il principio di causalità può essere una nozione
chiara per la filosofia. Per le scienze fisiche invece non ha altro valore che
quello d'un presupposto utile così allo scopo teorico della ra- zionalizzazione
progressiva del reale senza cui non ha Inogo la spiegazione della natura, come
allo scopo pratico dell'azione dell'uomo sulla natura senza cui non ha luogo
Veconomia Ael- l'azione medesima. Infine si capisce che le leggi causali,
deter- minate dalla scienza, offrono alla filosofia il materiale logico
necessario all'elaborazione speculativa del sistema. umiversale. Riconoscitmo
insomma che per giungere alla verità in ordine al nostro problema si devono
invocare tutti e tre i gradi della conoscenza. Quando xi sottopongeno le nostre
affermazioni so- prio Rie causalità all'impero esclusivo di un grado solo,
lungi dal giungere al vero, siamo condetti all’assurdo. Ciò è quanto sj può
dimostrare fin d'ora con un rapido richiamo storico che agevolerà
LPimpostazione teorica del problema. { 3. — Ognuno intende che, se la soluzione
di questo proble- ma deve chiarirci il senso e il valore della conoscenza
causale, la soluzione del problema generale della conoscenza è Tantemn- rale
d'ozmi aitiologia. Questa è la ragione per cui riandando le sorti di quello,
rispetto al punto della validità oggettiva, ci appresseremo al cuore della
questione causale. Per Verdinario si opina che conoscenza oggettiva significhi
presa di possesso duna realtà per mezzo di un'attività dominatrice che umisca
il soggettivo all'oggettivo. Sorge allora naturale la domanda : Chi interroghi
soltanto le proprie rappresentazioni trascurando il resto, cioè la natura
oggettiva esterna, come potrà affermare la validità oggettiva delle sue
conoscenze ? Quindi diventa naturale lo sforzo di impadronirsi di qualche cosa
fuori di noi in guisa che la nosfra conoscenza abbia il valore di possesso
oggettivo. Ma co- me surà possibile questa presa di possesso? Con che criterio
lo spirito unirà le sue rappresentazioni per giungere a quel pos- 10 SEZIONE I
- INTRODUZIONE sesso di valore oggettivo di cui ha bisogno? E come potrà essere
sicuro di non vagare senza uscita nel mero campo del sogget- tivo? Scendendo
all’idea di causa, dove questa per ipotesi in- cluda connessione di necessità
tra gli oggetti presentati suc- cessivamente dall'esperienza, come sarà
possibile spiegare que- sta nozione di validità oggettiva? Sono note le
dottrine contra- rie del razionalismo e dell’empirismo che ci portarono allo
sco- glio di Davide Hume. Hume non potendo spiegare l’idea di causa, intesa al
modo anzidetto, colla sola esperienza, la negò. Cercare, egli disse, un
€riterio oggettivo di conoscenza quanto alla causa, avendo a nostra
disposizione un criterio meramente empirico e sogget- tivo, è un’illusione. La
validità oggettiva della conoscenza cau- sale è una presunzione arbitraria.
Tutto è questione d’abitudi- ne. Restiamo scettici. Ecco Hume. Il suo merito è
grande. Egli cì prova il valore puramente soggettivo particolare e contin-
gente del criterio dell'esperienza e fa sì che i suoi successori pongano
nettamente il dilemma: o restare nello scetticismo 0 xcoprire un criterio
oggettivo della conoscenza. Questo criterio oggettivo fu scoperto da Kant.
Vediamo come. Kant invitò la ragione a riflettere più profondamente sopra il
fat- to dell’esperienza e, affrontando il maggior ostacolo, si doman- dò : con
qual diritto noi crediamo di poter affermare che tutte le determinazioni del
sapere empirico sono meramente contingenti e particolari? (Convinto che la
conoscenza oggettiva non si trova nella conoscenza singelare e contingente
degli individui si elevò alla nozione della conoscenza in generale, ne studiò
le condi. zioni fermali comuni ad ogni esperienza possibile e quindi tanto
superiore ai singoli individui cioè universale quanto inerente alla nostra
costituzione mentale cioè necessaria per tutti i sog- vetti contingenti e
particolari, e dunque in questo senso ogget- tiva. Non ci è lecito supporre che
gli oggetti, comunque siano in sè, in quanto vengono in relazione con noi,
mediante le rappresen- tazioni che essi suscitano in noi quando colpiscono i
nostri sen- si, non siamo sottoposti a quelle condizioni formali sotto cul
soltanto ci è possibile la conoscenza. Siamo anzi costretti ad ammettere che
ogni conoscenza empirica, per quanto contingen- SEZIONE I - INTRODUZIONE 11 te
e particolare per un verso, ha per l’altro questo di tipico che deve soddisfare
all’insieme di quelle condizioni formali che sono proprie alla fondamentale
costituzione della nostra mente. Sic- come la nostra costituzione mentale è un
fatto superiore all’ar- bitrio degli individui e comune a tutti gli uomini,
così possiamo attermare con sicurezza, nel fatto stesso della conoscenza em-
pirica soggettiva, la realtà di principj puri ed a priori. Da questi principj
costitutivi formanti il presupposto d’ogni conoscenza in generale sì può
ricavare il criterio oggettivo d’ogni conoscenza in particolare, ricco del
doppio carattere distintivo della neces- sità e dell’universalità, e capace di
salvarci dallo scetticismo. Ecco Kant. Riassumendo, Kant ha trattato il
problema gno- seologico, o della conoscenza in generale, mostrando che la pos-
sibilità della fisica pura (o metafisica) risiede nella sintesi a priori che ci
dà l’oggettività universale e necessaria della co- noscenza. E evidente che
l’immortale merito di Kant è la sco- perta dell’oggettività della forma
conoscitiva a priori, univer- sale e necessaria, perchè inerente alla
costituzione mentale di tutti gli uomini. Questa è la maggiore profondità
critica che sia stata scoperta dai filosofi nella storia della filosofia. x 4.
— Vedemmo già nel Volume primo (Introduzione e Capo X) come Kant, avendo
mostrato quali siano, a parer suo, le condizioni che rendono possibile in'noi
la costituzione d’una esperienza determinabile « priori nelle sue leggi più
cenerali. i affrontò e criticamente risolse il problema metafisico della cau-
salità. Sappiamo invero che nella sua soluzione egli non ha «cdi mira le regole
dell'asservazione d’una natura già data, regole che già presuppongono
l’esperienza, e quindi non il metodo di ricavare dall’osservazione della natura
le leggi di questa che non sarebbero leggi a priori e non darebbero una fisica
pura ». Ciò posto è evidente che la sua situazione sarebbe inattaccabile se
egli non avesse detto di voler « mostrare come le condizioni a priori della
possibilità dell'esperienza sono anche le sorgenti dalle quali debbono venir
ricavate tutte le leggi generali della natura) (von selbst) (1). Qui Kant
afferma che anche tutte (1) KANT, Prol., $ 17. 12 SEZIONE I - INTRODUZIONE le
leggi generali della natura (già data, s'intende) si debbono ricavare dalle
sorgenti a priori della possibilità dell’esperienza; il che torna a dire che anche
la fisica sperimentale si deve ricavare dalla fisica pura, nel suo senso, cioè
dalla metafisica. (Cfr. Vol. I, Cap. N). L'intenzione di Kant è così evidente
che egli, credendo d’aver risolto in tutto il problema causale colla su
dimostrazione della possibilità della fisica pura, non si pre- occupò della
determinazione scientifica dei rapporti causali e quindi nemmeno cercò di
proporsi il problema: come sia pos sibile de fucto la fisica sperimentale.
Frattanto si esamini il problema cansale nella sua complessità ; vi si
troveranno tre momenti: luno empirico in senso volgare, Valtro scientifico in
senso stretto o sperimentale, l’altro metafisico. Kant non affrontò che
quest'ultimo. E se si riflette che la spiegazione di quest’ul- timo non si
ottiene se non a condizione che tutti i materiali "accolti dall'esperienza
e dalla scienza. particolare siano uti- lizzati a dovere cioè indagati e
sintetizzati nel lero senso me- tafisico, si capisce che Vapertura e la
soluzione del problema empirico e scientifico devono essere -reclamate dalla
stessa fi- losofia. Così Kant può ben dirsi il legislatore dell'aprieri, ma non
il solutore del problema causale. Grazie alla vastità e al- l'acutezza della
sua dottrina, il problema metafisico della cau- salità toccò cime dianzi
inesplorate. Ma il problema specifico cioè sperimentale della causalità non
venne minimamente risolto non che affrontato per questo. Ma un’altra mancanza
di Kant sì può mettere in luce. Pretendere che le cendizioni a priori della
possibilità. dell'esperienza. siano anche le sorgenti dalle quali xi debbano
ricavare da sè le Jeggi causali della natura già data (1), non è forse un
disconoscere il significato e ll valore meta. fisico delle scienze fisiche? Non
è ignorare che le stesse verità scientifiche sono esse pure entro certi limiti,
sorgenti alle quali deve attingere la stessa metafisica? La scienza esatta
invero non (1) Si noti però che su questo punto fondamentale KasT non è molto
con- seguente. Imvero, mentre nella Prefazione dei Proleg., atferma che, «
messa in chiaro l’origine del concetto di causa sarebbe stata risolta da sè
anche la que- stione delle condizioni della sua applicazione e dei limiti entro
i quali essa è legittima », e nel $ 17, contro ogni fraintendimento, dichiara
di voler « mostrare come le condizioni a priori della possibilità
dell’esperienza sono anche le sor- SEZIONE I - INTRODUZIONE 13 da è un fenomeno
insignificante per la filosofia, o quanto meno ricavabile senz'altro da questa.
| Basterebbe il fatto della sua giustezza, della sua utilizza- bilità e della
sua indispensabilità in rapporto a tutta la conoscenza della natura per
renderla degna della massima con- siderazione filosofica. La condizione pratica
del suo uso e la sfera a cui si estende non vogliono essere determinate con si-
curezza dalla teoria? £ noto che lo stesso Hume non ha mai dubitato, della sua
utilità per l’uso pratico. Ma inoltre ci in- teressa immensamente il fatto
della sua origine e della sna intima verità. E per penetrare dentro la natura
di questi pro- blemi non dobbiamo noi forse risalire a molti precedenti filo-
sofici e fare appello alle più importanti dottrine della ceno- scenza e della
scienza? Adunque non si può notare senza do- - loro» sorpresa che il nome e
Topera di Galileo furono troppo perduti di vista da Kant (1) e resta
giustificato il compito di riparare alla limitatezza della soluzione Kantiana,
trattando il problema che Kant ha trascurato di esaminare. genti dalle quali
debbono venire ricavate tutte le leggi generali della natura », per contro nella
Crit. d. rag. pura, ammette che le leggi particolari, concer- nenti i fenomeni
dati empiricamente, sono senza dubbio soggette a queste categorie, ma non
possono punto esserne ricavate completamente. <« (23 ed. Rosenkranz., Suppl.
XIV. pag. 756). Mi spiace di non aver fatto menzione di questo passo nel I
volume, precisando storicamente il concetto capitale di KaNT, che in questo
punto non è certo perspicuo. (1) Tuttavia nella Prefazione alla 2* ed. della
Critica, KanT prova d'aver inteso benissimo il valore scientifico della felice
rivoluzione operata da Galileo. « Quando Galileo fece retolare le sue sfere
sopra un piano inclinato con un'ac- celerazione (determinata) scelta da lui
medesimo.. allora fu una (nuova) luce per tutti i fisici, Essi compresero che
la ragione non apprende che ciò che essa medesima produce secondo i proprj
piani, che essa deve procederc coi principj che determinano i suoi giudizj
secondo leggi costanti, e forzare la natura a rispondere alle sue questioni,
invece di lasciarsi condurre da essa come un bambino : perchè altrimenti le
nostre osservazioni fatte a caso e senza alcun piano predisposto non saprebbero
connettersi a una legge necessaria, ciò che frattanto cerca ed esige la ragione
». (S. I, (Rosenkranz, II, 668). Séguita in questo passo importantissimo
coll'ammonire che la ragione deve presentarsi alla natura tenendo ia una mano i
snoi principi, nell’altra l'esperimento e procedere alla sua istruzione non
come uno scolaro ma come un giudice in funzione; a questa idea la fisica essere
debitrice della fortunati rivoluzione operatasi nel suo metodo, e così esser
entrata nel sicuro cammino della scienza « da sie soviel Jahrhunderte durch
nichts weiter als ein blosses Herumtappen gewesen War >». 14 SEZIONE I -
INTRODUZIONE le PPT ' lr
__—=<—P——_—7<—=—tm@ttT_ttt1t1_"oyoO_t__t_..i to. — Chiarire ora
questo punto è l’ultimo scopo di questa Introduzione. Come si può rimediare
alla limitatezza della so- luzione kantiana? Essenzialmente a parer nostro
bisogna cercar di stabilire dov'è possibile una collaborazione della
gnoseologia coll'empiriologia e coll’epistemologia, vale a dire cercar di de-
terminare le condizioni teoretiche che permettono un fecondo passaggio dalla
teoria della conoscenza in generale alla teoria della scienza fisica in
particolare e da questa a quella. In termini di Kant il problema nostro si
potrebbe enunciare così: Qual parte: dì ciò che si compie nello spirito umano
per giungere alla conoscenza delle verità necessarie e universali concernenti
la Fisica pura (tipo Kant) si ripete nella Fisica sperimentale (tipo Galileo)
per giungere alla conoscenza di ra- gione e di fatto delle leggi deila natura?
La soluzione dev'essere cercata in una dottrina che consideri la scienza come
l’opera: del cervello in grande dell'umanità, e il suo spirito come lo spirito
umano in atto. Il fenomeno scientifico non è certo il prodotto di individui
singolarmente considerati ed operanti isolatamente ; esso è Invece il risultato
del lavoro collettivo dell'umanità, per- ciò deve aver le sue basi
nell’uniformità delle leggi dello spirito umano. Qual divario passa tra il
pensiero scientifico e il pensiero umano in generale, analizzato da Kant come
base dell’ogget- tività delle conoscenze? Un rapido parallelo tra la formalità
in generale della sintesi a priori secondo Kant e la formalità della sintesi
sperimentale ci conduce a capire che la differenza è solo d'intensità. Nella
sintesi a priori si tratta di fondere in una unità i pro- dotti delle due
specie di forme a priori, cioè il dato intuitivo della sensibilità (Est.
trasc.) e la funzione categorica dell’intel- letto (Anal. trase.). Ma le
categorie non si applicano immedia- tamente al molteplice dell’intuizione. La
sintesi invero sl attua mediante lo schematismo che è opera dell’imaginazione trascen-
dentale. Lo schema che Kant ritrova nel tempo, omogeneo da un lato colla
categoria perchè è forma a priori, dall’altro colla Lappresentazione empirica
del molteplice perchè è senza con- tenuto in ognuna di queste, è così il
termine medio dell’opera. zione organica della sintesi a priori. Per esso la
mente riesce a mettere in concordanza giudicativa i due rapporti della sensi.
SEZIONE I - INTRODUZIONE i 15 hilità e dell'intelletto, e fa quell’applicazione
della categoria intellettuale alla intuizione sensibile per cui il dato
percettivo acquista il carattere logico che non possiede nella percezione.
Nella sintesi sperimentale parimente (e ciò sarà provato bene nel seguito) si
tratta di conginngere nell’unità della tormola della legge due specie di rapporti
differenti cioè i dati fisici che si percepiscono nella successione e i
rapporti logici che si concepiscono nella deduzione; e Ja sintesi sperimentale
si attua mediante il modello o sistema ipotetico-deduttivo. Il modello è così
il termine medio dell’operazione organica della sintesi sperimentale. Per esso
la mente, trovata la corrispondenza dei termini successivi e deduttivi, riesce
a mettere in equazione causale i due rapporti di fatto e di ragione e fa quindi
quell’ap- plicazione dell’ordine razionale intemporale all’ordine reale
temporale per cui il dato percettivo s’informa del carattere lo- vico cioè
universale e necessario che non possiede nell’espe- rienza (1). Concludendo, in
ogni caso la soluzione del problema sintetico si ottiene se si scoprono le
condizioni formali in cui i due sistemi dei dati percettivi e dei rapporti
intellettivi vengono a corri- spondere fra loro nei termini e nelle relazioni,
come avviene nei termini e nei due rapporti di una proporzione, e nei termini e
nei due rapporti tra gli estremi d'un termine medio d’un sillogismo. Dunque
possiamo dire che un profondo nesso formale congiunge l'unità permanente dello
spirito (che costituisce aprioristicamen- te l'oggettività della conoscenza in
genere) e l’unità permanente della scienza (che costituisce sperimentalmente
Voggettività delle leggi causali). Da ciò risulta evidentela nostra posizione
critica rispetto alla storia e alla teoria. Kant mostrò che le leggi più (1)
Kant ha sempre mostrato di apprezzare che la scoperta d’un termine medio è il
punto centrale e ad un tempo il principio vitale del suo intero sistema. Il
concetto della conoscenza per analogia, la quale non è come ordi- naviamente si
crede, una somiglianza imperfetta di due cose, ma la somi- glianza perfetta di
due rapporti tra cose affatto dissimili, (Prolegom., $ 58) e la teoria dello
schematismo (Die Analyt. d. Grundstitze I Haupt. Von d. Schema- tisnus) provano
che egli si sforzava di stabilire uni proporzione tra i due fattori della
sintesi e che considerava lo schema come il termine medio tra l'intuizione e la
categoria. Ma che egli abbia considerato lo schema anche come strumento
euristico di lavoro non risulta. 16 SEZIONE I - INTRODUZIONE generali della
natura hanno il loro fondamento nel nostro in- telletto che gliele impone
pensandola. Noi mostreremo che le leggi speciali della natura quali vengono
determinate dalla fi- sica, benchè .non si possano dedurre a priori dalle forme
del pensiero, tuttavia non sono nè empiriche nè contingenti. Tali sarebbero se
non potessero determinarsi fuorchè coll’induzione, metodo per nulla
scientifico, perchè nulla lo fonda, nulla io garantisce (1). Una proposizione
invero fondata sul semplice appoggio dell’induzione lascia il campo aperto a
un’infinita di controversie e inevitabilmente giustifica il contingentismo,
l'in- determinismo e infine la posizione scettica. rispetto al valore della
scienza. Ma tali non sono, perchè esse si deducono di neces- sità dal reale in
accordo colle condizioni formali e materiali con le quali si producono i fatti
dell’esperienza, per la virtù bilaterale dello sperimento. frattando del
giudizio, Kant, il più grande notemista della ragione umana, fece l'analisi di
ciò che appartiene al giudicare in generale. Accettando nei punti ca- pitali la
teoria di Kant, ora noi non dobbiamo più rivolgere le nostre ricerche a quelle
condizioni formali che sono insite nella natura dell'intelletto e rendono
possibile un’esperienza in ge- nerale, ma a quelle condizioni formali che sono
nella natura della scienza fisica e rendono possibile un esperimento in par-
ticolare. Kant in fondo stabilisce i primi printipj metafisici della scienza
della natura e mostra la possibilità di quella che egli chiama fisica pura. Noi
cerchiamo di estendere i suoi princip) alla fisica sperimentale, ben sapendo
che la scienza non è, sen- z'altro, la conoscenza individuale ma piuttosto è la
forma più rigorosa del sapere collettivo, costituentesi nella convivenza
sociale, assai vicina pertanto a quel pensiero in generale. che Kant pone e analizza
come fonte dell’oggettività della cono- scenza. Così afferrando la scienza come
un saggio del pensiero umano in atto si potrà procedere a conciliare insieme
ogni grado e forma del conoscere nell'unità del pensiero. E così potremo anche
rivendicare i diritti della metafisica senza offesa ai diritti (1) S'intende
che l’induzione di cui qui si parla non è già da confondersi con quella
operazione mediante la quale passiamo dalla conoscenza dei fatti a quella delle
leggi che li regolano. (Cfr. LacueLIER). Qui si considera l’indu- zione come
semplice operazione di passaggio dal particolare al generale. SEZIONE I -
INTRODUZIONE 17 della fisica, perchè procederemo per l’unica via atta a
produrre una vera e stabile pace tra ambedue. Ecco abbozzato in breve il senso
filosofico di questa parte della nostra ricerca e preparata la transizione
dalla gnoseologia kantiana alla epistemologia contemporanea. | Solo con un
criterio sintetico, che — se non ci fa velo Famore del nostro tentativo — non
può essere diverso da quello che per la prima volta si accenna qui, si potrà
inalzare e organizzare definitivamente le due teorie dell’esperienza e della
scienza in genere (e quindi della scienza fisica in particolare) sopra una base
inconcussa, per assolvere in seguito il compito supremo della speculazione,
Coloro che sapranno proseguire spassionatamente questo nuovo indirizzo — che in
fondo è qualcosa di più d'una semplice coenvalidazione del pensiero teoretico
di Kant, perchè fa scen- dere la sintesi a priori dalia solitudine metafisica
dell’apperce- zione trascendentale in cui Kant laveva esiliata e la tuffa nella
corrente viva della esperienza e della scienza per riplasmarta in principio di
filosofia — saranno in grado di giudicare se e fino a che punto i nostri sforzi
si sono arrestati lontano da quella méta verso cui sono rivolti i nostri occhi
desiderosi. te A. Pastore «(Il problema della causalità - Vol. II CAPO I Il
problema empirico della causalità. $ 1. I diritti dell’esperienza. La tecnica
come filo conduttore — 4 2 La praxis medesima dell’esperienza come autocritica
della conoscenza e della realtà — $ 3. Ragione dell’oscuro impulso objettivo
che ci fa porre il fuori di noi e il senza di noi; e valore del senso comune —
$ 4. Conoscere, mare. e causare. La nostra praxis nella praxis causale
dell’universo. S 1. — L'esperienza è il dato di fatto e insieme il processo
fondamentale da cui bisogna inevitabilmente partire in ogni indagine
concernente il problema della causalità, essendo la condizione capitale della
conoscenza. Come tale essa è sempre l'affermazione di due termini in rapporto,
il soggetto e Vog- getto, la cui esistenza in nessun modo noi riusciamo a
soppri- mere, come in nessun modo riusciamo a cancellarne la diffe- renza.
Oltre a ciò i termini dell’esperienza variano sempre. Non c'è mai soggetto che
rimanga sempre lo stesso, non c'è mai oggetto che alfine non cessi d’essere
egnale a sé. Quanto si dice della variazione dell’esperienza, si applica alla
variazione della realtà, che solo in quella e per quella noi per- veniamo a
conoscere. .\ffermiamo quindi che la. variazione è incontestabile, così
nell’esperienza come nella realtà. Altra affermazione non meno evidente è
Vazione che i termini dell'esperienza esercitano gli uni sopra gli altri (1).
Pertanto sotto un aspetto, tutti i termini dell'esperienza sono quel che (1) Il
concetto dell'esperienza come attività fu messo in chiara luce dallo Spaventa.
Cfr. inoltre, per un felice svolgimento di questo DEROBO Empirismo filosofico,
(Riv. di Filosof., IV, Fasc. III). Invece il concetto dell’in- terazione
aspetta ancora un ulteriore schiarimento. 20 NEZIONE I - CAPO I sono, cioè sono
un gruppo di proprietà convenienti; sotto un altro aspetto, tutti i termini
dell'esperienza diventano quel che diventamo e seno fra loro dipendenti. Tn
sostanza è facile vedere che mentre i principj di conve- nienza e di dipendenza
esprimono le condizioni più generali del- l’esperienza, le relazioni di
convenienza e di dipendenza dei fenomeni empirici presentano la massima
varietà. Ora l'esperienza rivela che alcune dipendenze si producono nel tempo e
con innegabile uniformità nel senso che certi oggetti e certi fatti non si
possono giustamente considerare se non si pongono in relazione di dipendenza
costante da certi oggetti a certi fatti anteriori. Sulla base di-questa
constatazione empirica e sulla fede nel- l'esistenza dell'ordine e
dell'uniformità della natura, avvalorata da ragioni prima pratiche € poi
teoriche, sì andò sempre meglio perfezionando la nozione della causalità e a
suo tempo ne espor- remo la teoria minutamente. Lasciamo per ora da parte gli
aspetti più elevati della dot- trina aitiolevica per considerare solo il lato
empirico della que- stione. Benchè il valore del principio di causalità nel
campo dell’esperienza non ecceda i limiti d'una generalizzazione in- duttiva,
il fatto stesso della presunta conoscenza causale apre un problema della
massima importanza. Perchè la conescenza volgare, senza il soccorso di Zumi su-
periori, presume di poter sapere ciò che produce una cosa 0 un fatto? | Allo
stato attuale della critica filosofica non è facile rispon- dere a questa
domanda, tanto fitta è la maglia delle dottrine gnoseologiche e metafisiche
ricordate dalla storia. Lungi dal- l'essere un vantaggio l'abbondanza delle
dottrine in questo caso nasconde le origini della verità. La critica storica è
diventata quasi una malattia, cioè nn'ipercritica soffocante la voce stessa
dell'esperienza. Quindi, squarciati i veli di tanta ideologia, cer- chiamo di
metter capo ad un principio che ci restituisca la storia. viva dell'esperienza,
non la descrizione anatomica del suo sche- letro. Noi non sapremo mai se la
conoscenza ordinaria ci dia qualche informazione utile sulla causalità, se non
ammettiamo la cau- IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 21 sazione come un
processo osservabile in qualunque momento, cesì in noi come fuori di noi, senza
la pretesa tuttavia di poterne conoscere le leggi colla sola esperienza. Perchè
la logica richiede una definizione del concetto di causa, è vero; ma il pensiero
comune, che ha pure i suoi innegabili diritti, non può rinunziare all'uso della
nozione di causa nel senso che tutti intendono e- sprimere correntemente con
questo nome. La. scienza, quando può, s'impadronisce dei rapporti univer- sali
e necessarj di causalità ; ma la sua parola mentre ha un valore straordinario,
è un isolamento. Ma anche l’esperienza è un gran fatto, cioè la cognizione
particolare e contingente della causalità, e il suo valore è pure enorme, in
quanto sviluppa le Ipotesi opposte della causazione universale e della
universale con- tingenza. Se non può raggiungere la necessità e Vuniversalità,
l'esperienza delle cause deve disperare totalmente delle sue forze e dare una
forma logica alla propria disperazione ? Sarebbe un'impresa dogmatica insensata,
non meno di quella opposta. Insensata perchè l’aitiologismo empirico non può
stabilirsi nè in negazione nè in affermazione senza petizione di principio,
esxende sempre l'esperienza interpretabile diversamente. Su che lavora
l'opinione comune degli uomini se non sulla variabile apparenza? Dal punto di
vista empirico il causalismo e Vin- ‘*rusalismo sono opinioni equivalenti. I
pensatori che su questo punto credono d'aver più giusti motivi per aderire sia
all’otti- mismo sia al pessimismo sono vittima d'una grande illusione. Come fu
riconosciuto dal Renouvier : «Ils opinent tous au méme titre)» (1). Ma la
verità di questa conclusione apparirà anche meglio dalle considerazioni
seguenti. (1) RENOUVIER : Les dilemmes d. LL. milaph. pure., pag. IT. Dir questo
punto di vista si comprende che lo scetticismo (come isostenia delle opinioni
opposte) è la posizione critica più giusta che si può assumere di fronte al
problema empirico della causalità. N. B. — Corresgendo le bozze mi è dato di
tener conto in questa breve nota d'un fortissimo contributo portato dal Ressi
alla trattazione critica del problema della causalità Devo alla gentilezza del
chiaro autore la lettura dei primi dieci fogli (pag. 1-160) d’una sua opera
Introduzione alla scepsi etica in corso di stampa presso l'editore Perrella di
Napoli. Sulla soglia della sua investigazione l’A, sente il dovere di mettere
in chiaro nettamente a sè mede- simo la questione causale. Premessi i due lati
che il problema dell’idea di causa gli presenta (successione e forza efliciente
di concatenazione), indaga le fasi sto- 42 SEZIONE I - CAPO I Noi dobbiamo
stare ai due grandi fatti della causazione e della contingenza resistenti ad
ogni assoluta negazione. Su di essi furono costruite le due ipotesi opposte
della causazione uni- versale e dell’universale contingenza, che non possono
essere lasciate indietro come prive d'ogni importanza. In primo luogo lipotesi
della causazione universale è un fatto seriissimo. Il grande valore di questa
ipotesi consiste appunto riche della critica di questa idea, « critica che,
dopo essersi svolta in Grecia riprese con Hume e si diramò nell’ empirismo e
nel razionalismo kantiano, senza poter mai per nessun cammino, trovar terra
ferma.» (pag. 64). Comin- ciando da Enesidemo trova che «la posizione più
sviluppata e matura, quella cioè che avverte l'impossibilità tanto di affermare
quanto di negare la causa- ’ lità è raggiunta solo da Sesto Empirico, il quale
sorpassa... così forse Hume... come certamente Kant...» (pag. 03). Quindi
sviluppa le dottrine di Hume, di Kant, e del positivismo (Comte, Mill,
Guastella). Procede affermando : 1° l’ine- liminabilità dell'idea di causa
efficiente (pag. 97-112); 2° che la causa non è l'insieme degli antecedenti
(pag. 112-117); 3° l’impossibilità d’ogni determina- zione objettiva della.
causa (pag. 117-121); 4° VYimpossibilità di decidere se la causa sia un
antecedente all'effetto o un contemporaneo (pag. 121-129); se sia compatibile o
no col cangiamento (pag. 129-133); se il cangiamento stesso sia razionalmente
possibile (pag. 133-139). Conclude affermando l’insolubilità del problema della
causa, potendo così la teoria della causa quale seguenza, come la teoria della
causa quale ettficienza, vantare lo stesso diritto, ma sog- giacendo in pari
tempo alla medesima impossibilità. (pag. 139-143) Insomma ìl Rexs' ripiglia lo
stadio raggiunto da Sesto Empirico, ritenendo per la sua ela- borata
investigazione « che questa è l’unica posizione di pensiero congruente. e
sensata » (pag. 143). E dal punto di vista empirico egli ha perfettamente
ragione. Questo punto è troppo spesso dimenticato. Benchè sia necessario
distinguere nel problema generale della causalità i tre aspetti
dell'esperienza, della scienza (esatta) e della filosofia, pure ci può essere
d’aiuto il vedere, dal punto di vista empirico, quale possa e debba essere la
nostra opinione di fronte al puro e semplice dato di fatto presentatoci dalla
percezione. Per gli scopi particolari della sua ricerca etica, il Rexsr non
credette opportuno con- siderare la direzione scientifica dello sperimentalismo
inaugurata da Galileo, che è toto caelo diversa da quelle dell’ empirismo e del
razionalismo, come quella che concerne la determinazione esatta dei rapporti
causali. Quindi, a quel che sembra, il punto di vista sperimentale non è
compromesso dalla sua con- clusione scettica Per gli scopi particolari d'una
ricerca teoretica invece, qual'è la presente, l’aspetto scientifico della
questione causale ha un valore enorme. È appena opportuno rilevare — contro
ogni pretesa scepsi epistemologica — che la possibilità della determinazione
sperimentale delle leggi causali non implica alcuna ipotesi sulla natura
metafisica dei fatti e dei rapporti in questione. Le alternative in cui l'idea
di causa ci impiglia sono insolubili dal punto di vista empirico, trascurabili
dal punto di vista scientifico. Circa il punto di vista speculativo cfr.
Sezione seconda. IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 23 in ciò, che noi siamo
finora incoraggiati a ricercare se anche la nostra stessa conoscenza empirica
non sia l’espressione d’un processo di causalità. Questa ricerca del
significato aitiologico dell'esperienza esigé un filo conduttore, che non può
essere altro che la praxis me- desima dell’esperienza. E antica l’idea che
essere, fare e causare siano tutt'uno. Non diceva già Bruno che essere è
causare? Cartesio aggiunse che pensare è essere. Quindi si dedusse
metafisicamente che pensare è causare (1). Ma molto più piana ha da essere la
via dell’espe- rienza. Noi siamo disposti empiricamente a parlare di causw d’un
fatto ogni qualvolta ci troviamo di fronte ad un suo ante- cedente che ci
sembri invariabile e incondizionato. In pratica poi tutta la funzione della
nostra conoscenza empirica delle cause non è che la considerazione degli
effetti che possono essere prodotti da un dato strumento posto al servizio
d’un’attività. Un processo qualunque ha valore causale se e in quanto può avere
una portata pratica cioè è atto a produrre ùn lavoro. In questo caso l’impiego
d’una tecnicità è incontrastabile. In generale la considerazione d’ogni cosa
dal punto di vista meccanico diventa inseparabile dal punto di vista empirico
della causalità. Tutto allora ci pare effetto d’una macchina presente o
nascosta. Il mondo stesso sia esterno che interno ci pare una opera d’arte..Il
multiforme sviluppo pratico di tutta l’esperienza immediata e mediata ci appare
come l’actuositas della causalità dell'universo. In ultima analisi il nostro
medesimo istinto conoscitivo, che ci porta a supporre li causa d'ogni cosa, ci
appare il qpXpa medesimo della nostra vera natura in funzione causale, cioè un
vero o proprio istinto altiologico. E perchè non è tanto facile liberarci da
questa presunzione? Forse perchè questo partito (1) Cfr. Il Pensiero puro,
Parte II, cap. 2.9; e il vol. I di questa op.; aggiun- gendo che, del resto,
già Cusano, precorrendo Spinoza (causa sui) per il pensiero divino (— virtus
entificativa), pone : cognoscere Dei est esse — videre tuum est creare tuum —
creare tuum est esse tuum — creare = creari (v. De ludo globi, De visione Dei)
e v. FioreNTINO : Il risorgimento filosofico nel 400, pp. 129-!5+-5 e note, E
già S. Agostino, richiamato da Cartesio, afferma « quia vides ea sunt r, (v.
LiARD: Descartes, note a pp 2)4-5), onde per Cartesio: videre = velle == creare
(in Dio). 24 SEZIONE I - CAPO I non è in tutto arbitrario, forse perchè ci è
veramente suggerito dalla nostra natura. La nostra mente capace di agire
preordi- nando mezzi a fine, la nostra condotta determinata entro certi limiti
dalla nostra volontà, tutto sembra comprovare che noi stessi tra l’altro non
siamo che una macchina in rapporto di causa ad effetto, un sistema di
mediazione causale. Assumiamo quindi direttamente la tecnica come filo
conduttore della nostra alttiologia empirica. Solo così cesseremo di aggirarci
intorno al problema senza mai afferrarne il nerbo vitale. Guardare la co-
noscenza stessa sotto l'angolo visuale della praxis come forma o rivelazione
d’energia causale è forse moderna e feconda. ipotesi metafisica preparatoria
della sintesi aitiologica più significativa. In secondo luogo altre ragioni,
non meno gravi, ci inducono ad apprezzare l’affermazione empirica della
contingenza. L’empi- riologia però iv questo riguardo non deve ribadire il
triste errore della svalutazione d’ogni conoscenza apportatrice di meri risul-
tati contingenti. A torto si dice che l’esperienza tutta c’inganna. Non inganna
quando ci schiera davanti la varietà infinita dei fatti sul fondo vitale
d’un’attività che unisce e distingue cause ed etfetti incessantemente. Non
inganna quando ci addita la scena meravigliosa dei rapporti causali che si
realizza nello sterminato oceano della eontingenza. Non inganna quando ci fa
incessante testimonianza della necessità compossibile colla ll bertà. Adunque
la critica s'impadronisca della doppia rivela- zione della contingenza e della
causalità e ci riveli il segreto dell'esperienza. $2.— (‘è un terreno sodo,
fuori delle regole astratte, su cui si va formando il retaggio più prezioso
della nostra esperienza. Se io non mi illudo, è l'esperienza medesima della
soggettività sempre indivisibilmente congiunta all’oggettività. Non ci sar: mai
dato di conquistare un punto di vista superiore circa la Cognizione empirica
delle cause, se la nostra soluzione non coin- ciderà col pieno riconoscimento
di questa condizione che è Pau- tocritica stessa, tanto della conoscenza,
quanto della realtà. Non posskumo negare il legame del soggetto coll’oggetto,
perchè con questa negazione il fatto stesso dell’esperienza verrebbe ine-
sorabilmente distrutto. Non possiamo negarlo, perchè l’espe- - IL PROBLEMA
EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 25 rienza medesima ci forza a riconoscere che (per le
condizioni antitetiche su cui poggia ogni realtà, in quanto appare psicofi-
sica e ogni cognizione, in quanto appare subobjettiva) non vi è cosa 0 fatto
che, per la sna posizione, non generi da sè l’opposi- zione; non v'è strumento
che non sia causa ed effetto; non v'è individuo che non agisca .e non reagisca
nell'ambiente. Gli stru- menti stessi nella dinamica sociale reagiscono
effettivamente sui loro produttori (1). Di qui a concludere che la conoscenziv
stessa sia tra lValtro anche un processo di causazione, il passo è breve. Altri
potrà giudicare che questa conclusione sia ecces- siva. Per me è almeno
un’ipotesi supremamente importante che dev'essere messa alla prova. Non sembra
invero troppo arbitra- rio affermare che ogni atto conoscitivo è atto
causativo, cioè che virtà di cognizione è virtù di causazione, perchè gli
effetti prodotti dalla nostra conoscenza su ciò che empiricamente è fuori di
noi, e quelli prodotti da ciò che è empiricamente fuori di noi sulla nostra
conoscenza, sono straordinari]. Non è d’uopo riconoscere ogni momento che noi
siamo centro di attività causativa? centro di trasformazioni in noi e fuori di
n9i che noi effettuiamo con volontà produttrice d'ordini nuovi e talora anche
migliori dei precedenti? Ciò che ci pare la pro- stica esigenza della vita è in
fondo ki perenne necessità del cau- sare cioè del lavorare sia colla mano sia
col pensiero, poichè anche il pensiero è una forma di lavoro. Una simile
concezione (per quanto solo empirica) del fatto conoscitivo pone la filosofia
ip grado di contemplare Lu cansalità come un nesso naturale, togliendole il
carattere di entità metafisica. E superfluo il dire che, se Tesperienza pone la
naturalità del rapporto causale in ogni ordine d'azione, sono i grandi progres-
si della tecnica (nella quale veramente consiste il paradimma dell'azione
causale) che, fra gli altri miracoli, hanno fatto anche questo, di rivelarci la
natura causativa dell’attività della cono- scenza. Io non credo di dire nna
temerità affermando che questo problema non era stato finora seriamente
proposto, e quindi meno ancor risolto, per quamto siano state numerose e pro-
(1) AxtoxIo LaprioLi ha notato con estrema finezza che gli uomini cambiano
anima e attitudine per la reazione degli strumenti sopra loro stessi. 26
SEZIONE I - CAPO I fonde le speculazioni dei gnoseologi e dei metafisici. Nel
retti- ficare in questo modo l’impostazione del problema della cono- scenza
resta direttamente risolto anche il problema del naturali- smo in rapporto
all’opposzione fra il me e il non me. Ma non già nel senso che il subjettivo
sia da intendersi come la causa dell’objettivo. Sarebbe dottrina in tutto arbitraria
non solo ma rinnegatrice della voce medesima dell’esperienza, la quale pone
bensì la realtà esterna di fronte all’interna, ma si ribella all’i- dea che
questa sia Le causa di quella. Comprendiamo la mera- viglia dei naturalisti che
vedono sorgere dal seno d’un certo idea- lismo la pretesa di spiegare la realtà
del mondo esterno come una costruzione fatta dalla mente umana, come un effetto
della sua ideale capacità di causare. L’esperienza ci dice soltanto che ogni
fatto conoscitivo è subobjettivo. Ma è appunto perciò che siamo spinti a
ritenere che sia tale anche il fenomeno della cau- sazione. Spetta alla critica
di farci capire che non il soggetto agente e conoscente è causa dell’oggetto
conosciuto, ma che il "apporto causale medesimo è sempre e tutto
subobjettivo nella sua unità. La causa non cessa d’esser tale cioè
subobjettiva, perchè è causa così l’effetto non perde la sua natura
subobjettiva, perchè è effetto, In questa guisa, se la conoscenza è causazione,
il processo causale abbraccia quel gruppo di condizioni subobjet- tive che sono
necessarie e sufficienti a funzionare da causa e quell'altro gruppo di
condizioni subobjettive che sono necessarie e sufficienti a funzionare da
effetto, e li stringe nella sua carat- teristica connessione. Ma non divora il
fattore objettivo nella causa, non annienta il fattore subjettivo nell’effetto.
Insomma il vero reale è il concreto subobjettivo in ogni termine del rapporto
causale. Aggiungiamo uno schiarimento. Noi passiamo non tanto da cause ad
effetti, quando da causazioni a causazioni ; questo è il più tipico farsi
causale della nostra attività. In ogni momento i rapporti di causalità si
realizzano, ma non solo da singola causa a singolo effetto, bensì da gruppi a
gruppi di causalità e quindi nel senso che gli effetti stessi a loro volta
diventano cause senza che — come vedremo — la varietà infinita dei fatti venga
inceppata dall’invariabilità infinita dei rapporti. E sotto questo aspetto che
la storia sia della conoscenza sia della realtà si riduce al progressivo
alternarsi di complicazioni IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 27 causali,
non all’inane movimento di ciò che non prolunga in modo’ nuovo la serie dei
fenomeni. È sotto questo aspetto che ‘ la causalità sì può intendere nel modo
più fecondo come iden- tità di rapporto in una coppia di termini variabili
all’infinito. Nella continua causazione della realtà c’è una continua pro-
duzione di fatti nuovi in una continua ripetizione di rapporti costanti. Perciò
non i fatti ma certi rapporti si possono, entro certi limiti, prevedere; perchè
questi rapporti non sono che lo schema astratto delle condizioni necessarie e
sufficienti alla loro riproduzione. Perciò una libertà massima (varietà di
parametri) è compatibile con una legge identica di costruzione. / fatti per cui
cd entro cui hanno luogo i rapporti causali non hanno Di- sogno di esserc
storicamente gli stessi. Nuove entità e nuouvi fatti, che prima non erano,
appajono incessantemente e possono sempre apparire nella storia del mondo, ma
la loro relativa no- vità non impedisce che essi si leghino causalmente fra
loro. Se l’esperienza non coglie che apparenti identità nella suc - cessione
del differente, questo è il suo pregio; cioè è l’indica- zione e insieme la
presa di possesso del divenire che è certo universale realtà d’ogni ordine
dell’universo. Questa verità -- come fu già accennato sopra a proposito della
contingenza -— è salda non meno di quella della scienza. Il vero e proprio
rapporto causale, nella purezza di rapporto universale e necessario, è un
prodotto d’astrazione. Ecco perchè l’esperienza non se lo trova dinanzi a sè.
La grande e vivificante visione del continuo divenire dell'esperienza sarà un
giorno condannata dalla visione inesorabile della scienza? No, mai: finchè
l'esperienza si limiti a porre il divenire della causalità che non è poi altro
che la spontaneità innovatrice del reale. In verità, negando il divenire
cadiamo nella negazione della natura, la causalità diventa una parola priva di
senso, ci condanniamo a trasportare tutte le nostre speranze nell’impossibile.
Affer- mando invece, sia la conoscenza, sia la realtà come causazione, poniamo
la relativa stabilità dei fatti compiuti e la possibilità anzi la necessità del
progredire ; intendiamo insomma la ragione che svela il movente d'ogni
trasformazione. $ 3. — In ogni fatto naturale (in quanto realizzazione mo-
mentanea d'un atto) c'è un equilibrio (valutabile col cosidetto o (vo) NEZIONE
I - CAPO I lavoro motore, cioè col prodotto di due elementi rispondenti, l'uno
al limite massimo della massa messa in moto, l’altro alla velocità massima
imprimibile) e insieme uno squilibrio atto a produrre l'impulso della forza
motrice in una data direzione. Ora queste due condizioni (riscontrabili del
resto nel funzionamento d'ogni macchina motrice), non caratterizzano del pari
il processo d’ogni causalità e per conseguenza anche il processo della
conoscenza? Non è vero forse che, anche in que- sta, ogni vero raggiunto già
protende i suoi frutti all’avvenire, segno e pegno del valore causativo d'ogni
effetto ? Ecco Vinnovazione che ia critica spregiudicata deve intro- durre
nella teoria della conoscenza considerata come fenomeno di cansalità. Questo è
il significato di quell’oscuro impulso objettivo che ci fa porre il fuori di
nui e il senza di noi, e questo in pari tempo è il valore dei pensiero comune,
che indomabil- mente afferma la realtà del mondo esteriore (1). Non si pensò
mai abbastanza tuttavia che l’io, che pare solo subjettivo, è subobjettivo, e
che parimenti non abbiamo diritto di negare la subobjettività al non i0. Si
volle al con- trario sostituire il mero soggetto e la mera causa all'attività
subebjettiva in funzione causale, e vedere il mero oggetto, e quindi il mero
effetto, nelle altre forme subobjettive di causalità che si trovano in rapporto
causale colla prima. La fallace pre- occupazione di stabilire una
corrispondenza schematica fra il rapporto di soggetto a oggetto e il rapporto
di causa a cffetto condusse ia dimenticare che tanto l'oggetto assolutamente
og- getto cioè, l'oggetto in sè, quanto l’effetto assolutamente effetto cioè
l'effetto in sè, sono assolutamente: nulla. Ma questa tesì oltrepassa già i
limiti dell'esperienza ingenna e quindi non verrà trattata che a suo tempo.
(Cfr. Sezione IT, Art. II, $ 7). Stiamo dunque allerta che Vastrazione non
c'inganni e torniamo alla conoscenza come causazione. St — Ci può essere
d'ajuto a comprendere questa verità il ricordare che, per gli antichi,
conoscere è amare. E l’amore non (1) Sopra l’idea di causa considerata come
fondamento della credenza al mondo esteriore, e quindi come condizione
preliminare della sua conoscenza, Cfr. WeBER, Vers le Positivisme absolue,
Paris, Alcan, 193 pag. 186. IL PROBLEMA EMPIRICO DELLA CAUSALITÀ 29 è forse
l’acquisto all’improvviso dell’unità intima di due unità, con la capacità di
causare un effetto? Questa è la sua vittoria. Tale sia anche la nostra
conoscenza. Quando questa verità si approfondisce fino all'universale, allora
lo spirito è compreso da un profondo senso dell’unità comune del tutto. E una.
nuova e strana capacità di comprendere e di penetrare fatti nuovi e ordini
nuovi, quasi un misterioso ma inebriante senso di potere ci invade. Quindi lo
sforzo incessante per attuare questa cono- scenza non potrebbe essere mai
troppo grande, se — come è sperabile la nostra massima trasfigurazione
filosofica fosse legata all'acquisto della nostra intima solidarietà di
conoscenza e d’amore coll'universo, Dove siamo giunti? Siamo giunti a
riconoscere che, se la conoscenza. stessa è cansazione, Videa che la conoscenza
sia localizzata solo in noi, separata e separabile da tutto il resto, non ha
fondamento : dato e concesso che la causazione sia il ritmo dell'universo. Il
pensatore non è più nn solitario, un essere inutile, un sognatore inerte ;
perchè se egli pensa è un causatore, perchè se egli identifica il conoscere
Vamare e l'agire egli è un vero poeta nel senso greco della parola, almeno nel
senso che la conoscenza è il poema deil'universo. La filosofia che avesse il
privilegio di insegnare agli uomini questa sublime verità do- vrebbe essere
destinata ad esercitare una grande influenza. Pure è evidente che queste cose
non basta saperle teoretica mente. La teoria deve mutarsi in azione. Noi
dobbiamo appren- dere 1 vivere così. A noi tocca di ritrovare noi stessi, cioè
la nostra praxis, nella praxis causale dell'universo. Y (AD XD e C—_ETTT-____=
NT === TETTE CAPO II Della scienza in genere e in particolare delle scienze
sperimentali. l. Della scienza in genere e in particolare della scienza
sperimentale. Defi- nizioni — $ 2. Condizioni, mezzi e forme dell’organamento
logico della scienza — $ 3. Certezze capitali, scopo, criterio della verità. —
$ 4. Con- dizioni, mezzi e forme della fisica. Illustrazione dei due postulati
dell’esi- stenza objettiva della realtà e della razionalità della natura. f 1.
— Ogni scienza in genere è un sistema di cognizioni vere, avente una doppia
unità di contenuto e di forma. Per sistema in genere s'intende una moltiplicità
di dati (data) mediante certe relazioni (vincula) ridotti ad unità. Per
cognizione in genere s'intende l’affermazione d’un rap- porto di distinzione e
di unione tra la mente e un oggetto qua- lunque, sia esterno sia interno. Per
verità in genere s'intende l’accordo della nostra cogni- zione colla nostra
realtà, in quel modo particolare che spetta all'uso normale del conoscere umano
(1), colla compresenza cioè dell'insieme delle condizioni necessarie e
sufficienti alla produ- zione dell’atto conoscitivo (2). (1) Questa definizione
non si riduce al concetto volgare della verità come l'accordo della nostra
cognizione con una presunta realtà esistente in sè, indi- pendente dal nostro
pensiero. Giacchè l’unica realtà di cui possiamo parlare è solo quella che è
tale per noi, cioè la realtà nostra. Per il nostro pensiero non ne esiste punto
un’altra, (2) Cfr. Sezione II, capo I, art. 1.°. 32 SEZIONE I - CAPO II In
particolare, a seconda dei diversi gradi della conoscenza, si distinguono tre
gradi diversi di realtà-verità : l'empirica. la scientifica, la filosofica. |
1° La verità empirica è l'accordo contingente e particolare della nostra
conoscenza rappresentativa coi fenomeni che ci vengono atfermati
dall’osservazione esterna o interna. Questo tipo inferiore di verità non ci è
provato che dalla testimonianza della nostra coscienza. Quindi si capisce come
la verità empirica non ha che un valore limitato alla sfera.inferiore della
conoscen- za (1). 2 La verità PALCHI NERI è la necessità e l'universalità delle
nostre conoscenze. È chiaro che questa verità non può risultare che dal pieno A
delle condizioni necessarie e sufficienti alla produzione dell'atto
conoscitivo. Per le scienze razionali (che hanno per tipo la logica e per
strumento la deduzione) la q verità è puramente la necessità e l’universalità
di ragione ; per le scienze sperimentali (che hanno per tipo la fisica e per
stru- mento l'esperimento) la verità scientifica è la necessità e 1'u-
niversalità di ragiene e di fatto. Queste condizioni costituiscono quella vera
e preziosa oggettività della conoscenza scientifica che è l’unità del
soggettivo e dell’oggettivo, contro cui vengono a infrangersi tutte le
objezioni dello scetticismo. Quindi risulta che la verità scientifica può anche
dirsi, da questo punto di vista, l’oggettività razionale o sperimentale delle
nostre cono- scenze (2). (1) L'esperienza non basta alla costituzione della
scienza. « Non è per la sola sensazione che si sa », dice Aristotele: 0ddì è:
alodrosws tot Ériotacda:. (analyt. post. I, 31). Aio9dveoda uèv yàp avan nad
Exaotoy, Î) d'emotipm 16 tò xadbi0v yvwpibew Ééotiv. Del resto il concetto
dell’esperienza è stato chiarito diretta’ mente nel capo I. (2) Vedremo in
seguito che lo scienziato quando deduce, sia col calcolo sia coll’esperimento,
cerca di mettere la sua ragione in condizioni tali da rispon- dere
uniformemente alle esigenze del problema e da non introdurre variazioni
derivate dalla sua personalità. Si potrebbe dire che equazioni ed esperimenti
sono strumenti per i quali egli rende costanti le sue relazioni soggettive col-
l'oggetto recidendo con la ragione ogni sua variabile sensibilità. Questa
costanza di relazione dell’apparato logico dello scienziato col sistema che
egli studia costituisce la base della cosidetta objettività, così del
matematico nel calcolo come del fisico nell’esperimento. DELLA SCIENZA IN
GENERE 33 3° La verità filosofica verrà chiarita dal pensiero puro (1). L’unità
di contenuto in fine dipende dalla natura: speciale dell’oggetto al quale le
cognizioni si riferiscono ; l’unità di for- ma invece dipende dalla mera connessione
logica delle cogni- zioni. $ 2. — L'unità del sistema scientifico risponde a
certe con- dizioni, sì compie con certi mezzi, e viene espressa con certe
forme. | A) Le condizioni sono di due specie : 1° condizioni di evidenza logica
cioè proposizioni primitive per esigenza naturale a cui nessuna mente atta a
ragionare si può sottrarre: principj logici e assiomi puri; 2° condizioni di
opportunità pratica cioè proposizioni pri- mitive per convenzione : assiomi
misti o postulati (2). B) I mezzi sono di due specie : 1° mezzi d'analisi:
definizioni ; 2° mezzi d’invenzione e di prova: dimostrazioni. €) Le forme sono
pure di due specie : (1) Siccome l’oggetto di questa Sezione I non è che la
trattazione del pro- blema causale in ordine all’esperienza (Capo I) e alla
scienza (Cap. II-V), men- tre la trattazione in ordine alla filosofia
propriamente detta (gnoseologia e metafisica) formerà l’oggetto della Sezione
II, tralasciamo ora di notare come nè i dati di fatto dell’esperienza nè i
risultati di ragione e di fatto della scienza verranno soppressi nella sintesi
filosofica «del pensiero. Le questioni del dua- lismo di soggetto e oggetto,
del contingentismo e della non logicità, ad esem- pio. non saranno punto
cacciate via dal pensiero filosofico, ma anzi riaffermate in tutta la loro
indomabile esigenza. L'unica novità sarà questa, che tutto ciò che è condizione
essenziale della conoscenza e della realtà cioè infine della viti del pensiero
verrà sintetizzato sotto la forma della nostra suprema esi- genza. Il filosofo
che trascurasse l’esperienza e la scienza farebbe come colui che guarda il
cielo e non riconosce la terra su cui poggia i suoi piedi. Il vero e fecondo
pensiero della realtà universale non può non essere la compenetra- zione di
tutti i suoi propr) momenti e di tutti i suoi proprj valori. Colla demo-
lizione delle premesse non si può edificare il ragionamento. Ma questo non è
che un infelice paragone! Voglio dire che colla negazione dell'esperienza e
della scienza non si può costruire la filosotin. Per lo svolgimento del
concetto di verità filosofica efr. Sezione II, Capo I. (2) Noi riserbiamo il
nome di assiomi alle sole proposizioni indimostrabili ed immediate che
appariscono indispensabili a ragionare. Per conseguenza non diamo il nome di
assiomi puri a quelle proposizioni che non sono indispen- sabili alla logica
pura, benchè indimostrabili ed immediate. Così, sotto il nostro nome generico
di postulati vengono compresi anche quei principj fon- A. PASTORE — Il problema
della causalità - Vol. IL. 3 34 SEZIONE I - CAPO II 1° forme logiche
elementari, suddivisibili ancora in due ti- pi, secondo che sono rivolte
all’espressione simultanea o suc- cessiva delle conoscenze meno complesse, cioè
a) nel rispetto della simultaneità : concetto; b) nel rispetto della
successione : giudizio e raziocinio; 2° forme d’ordine (o di metodo)
suddivisibili pure in due tipi, secondo che sono rivolte all'espressione
simultanea o suc- cessiva delle conoscenze più complesse, cioè a) nel rispetto
dell'identità : forme del metodo razionale; D) nel rispetto della causalità :
forme del metodo sperimen- tale. Soddisfacendo a queste condizioni, impiegando
questi mezzi, elaborando queste forme, attraverso modalità diverse che qui non
è d'uopo far apparire, ogni scienza esatta si costituisce come un sistema
ipotetico-deduttivo. $ 3. — Questa teoria schematica vuole essere giustificata
da, alcune nette considerazioni. Due certezze capitali noi dobbiamo acquistare
in ogni scienza, cioè : 1° la certezza dei dati, 2° la certezza dei rapporti. Al
primo scopo, ogni singolo dato deve essere ben distinto dagli altri e
determinato positivamente in sè (cioè per quel dato che è, e non per quel che
non è), conforme a quelle condizioni di necessità logica che sono comuni a
tutti i pensabili e ne rego- lano la convenienza (principio statico-analitico
della conoscen- za). Al secondo scopo ogni rapporto deve essere ben posto come
ciò che non può essere quello che è senza una ragione sufficiente, conforme a
quelle condizioni di necessità logica che sono co- muni a tutti i pensabili e
ne regolano la dipendenza (principio dinamico-sintetico della conoscenza),
damentali, ma non di pura logica, che alcuni chiamano anche assiomi spe- ciali
e noi assiomi misti, per esempio : gli assiomi fisici del principio di energia,
delle forze centrali, di reazione, di collegamento delle forze, etc. Anche il
WuNDT, il quale tuttavia continua a chiamarli, « assiomi fisici » riconosce che
siffatti principj, rigorosamente parlando, sono piuttosto ipotesi permanenti
(Cfr. WunpT, Logik, IL, I, 620 segg; e System, 472). {-}=15) DELLA SCIENZA IN
GENERE La certezza dei dati si appura mediante i processi dell’espe- rienza
cioè dell’osservazione immediata e mediata; la certezza dei rapporti si appura
coi nessi e colle forme indicate. I ter- mini singoli, essendo eminentemente
alogici e distintivi, rap- presentano la contingenza nel sistema ; i rapporti,
essendo emi- nentemente logici e nnificativi. rappresentano la necessità.
Raggiunte queste due certezze preliminari ( dell'esperienza e della scienza) la
filosofia potrà affrontare il suo compito sinte- tico (perfettamente autonomo)
raccogliendo la molteplicità alo- gica particolare e contingente
dell'esperienza, mediante i rap- porti logici generali e necessarj della
scienza, nell'unità del si- stema. universale. Ciò posto facilmente si vede che
la scienza sodisfa alla fun- zione legale della conoscenza, e che le sue
affermazioni sono inattaccabili così dall'esperienza come dalla filosofia a
patto che si riferiscano al punto di vista strettamente relativo (ipote-
tico-deduttivo) che la scienza solo è in grado di determinare colle sue
condizioni, coi suoi mezzi e colle sue forme. Lo stesso concetto della verità
scientifica in senso stretto acquista così un aspetto sociale e legale che ci
permette di comprendere che la verità scientifica d’una proposizione non può
altrove consi- stere che nel suo accordo necessario e universale col sistema
legale delle nostre conoscenze. La funzione legittima. del nostro pensiero poi
è in fondo caratterizzata da un gruppo di esigenze che tracciano al ritmo dello
spirito l'impossibilità di variare al di là d’un terto limite. Del pari sì vede
che la filosofia, intesa come riflessione dello spirito sopra di sè e quindi
sopra l’unità universale della realtà, senza restare nei campi speciali
dell'esperienza e della scienza, cioè senza usurpare i loro compiti, in primo
luogo non può nulla affermare che sia smentito dall’esperienza o dalla scienza;
in secondo luogo nulla dovrebbe ignorare di ciò che è contenuto nell'esperienza
o nella scienza : in terzo luogo non può e non deve sentirsi in aleun modo
impacciata da quel contenuto empi- rico e scientifico che vuol essere
conservato ma superato nella sintesi speculativa. La nostra umanità filosofica
insomma sì sviluppa solo alla condizione che la sua formazione autonoma sia
condizionata da un’informazione progressiva, che è poi quel- 36 SEZIONE I -
CAPO II la ehe si risolve nel continuo bisogno d’aver coscienza di tutti i
valori spirituali e di rendersene conto sempre più nobilmente. Un altro
importantissimo fatto va notato ed è che forme rudi- mentali che si pongono al
limitare d’ogni scienza devono essere col massimo rigore determinate e
nettamente distinte dalle con- seguenti. A questo proposito servono i mezzi
indicati: la de- finizione e la dimostrazione. Per mezzo della definizione (r=a
3) le nozioni si distinguono in primitive e derivate. Per mezzo della
dimostrazione (Hp, >.Ths) analogamente le proposizioni sì distinguono in
primitive o derivate o, meglio, dedotte (teore- mi). Oltre le nozioni primitive
è impossibile andare. Questo fat- to spezza già di per sè il vecchio tropo del
regresso all’infinito mosso dagli scettici contro il valore della scienza.
S'aggiunga che il doppio concorso della definizione e della dednzione nella
costituzione dei fondamenti d’ogni scienza — come sistema. ipo-
tetico-deduttivo — impedisce anche da questa parte, cioè dal punto di vista del
metodo, che la tradizionale istanza rialzi la scettica testa a convalidare
l’acatalessia di Pirrone. Finalmente la condizione della necessaria ed
universale legalità stringe con infrangibile nesso i varj anelli della catena
ipotetico-deduttiva delle verità (1). | Quindi la catena ipotetico-deduttiva
(2) delle verità per un (1) Il principio della legalità si risolve poi nel
principio della relatività, o dell’assoluta potenza del relativo, senza cui la
scienza sarebbe impossibile, anzi sarebbe impossibile la stessa realtà. Perciò
si capisce che, riducendosi tutti i dieci tropi enumerati da Sesto Empirico nell’ottavo,
che è il tropo della relatività, e questo principio essendo, non la rovina, ma
la salvezza della scienza, il pensiero fondamentale che penetra tutte le
objezioni dello scetti- cismo contro la scienza si riduce a zero. Noi dobbiamo
ammettere che più una verità scientifica è potente estensivamente e
comprensivamente, più in un certo senso, essa è relativa. Il potenziamento
d’una verità non è altro che il potenziamento della sua relatività. Sul
potenziamento del concetto si veda la mia comupricazione : Sulla natura
ertralogica delle leggi di tautologia e d’as- sorbimento nella logica
matematica. IV Congresso internazionale dei matematici (Vol. 3.9 IV, 6) Roma,
1909. (2) L’induzione nelle scienze esatte, non si incontra che come ipotesi di
lavoro. Tuttavia il suo impiego è vasto e importantissimo; ma essa per sè sola
non prova, con certezza logica, alcuna verità. Quanto alla natura e al valore
deduttivo del processo da » ad n + 1 che il PoOINCARÉ sostiene essere l’essenza
di ogni procedimento matematico (cfr. La Science et VHypothèse) si veda la mia
nota: Sull’origine delle idee. R. Accad. Lincei, 1909. CS DELLA SCIENZA IN
GENERE 37 capo è solidamente attaccata al pensiero e al suo correlativo con-
tenuto (per mezzo delle nozioni e delle proposizioni primitive che sono
formazioni naturali dell’esperienza immediatamente evi- denti, di natura e
portata ad un tempo soggettiva e oggettiva), per l’altro verso si prolunga
senza fine. Da ciò si ricava che nell’ordinamento logico delle conoscenze
scientifiche il regresso all’infinito è impossibile. Se si chiede ora quale sia
lo scopo precipuo delle scienze, la risposta è molto ovvia. Esso consiste, non
già nella esplicazione della natura intima di certi enti, ma nella
dimostrazione dedut- tiva di certi rapporti, che trovano poi la loro
espressione o nei teoremi della matematica o nelle leggi della fisica e scienze
affi- ni (1). La scienza invero non cerca mai di determinare la natu- ra degli
enti o termini singolari che entrano nei suoi processi o almeno la cerca in quanto
questa sia presumibilmente risolvi- bile in una relazione (2). Sarebbe qui
superfluo dimostrare co- me e perchè il risultato d'ogni dimostrazione
scientifica in ge- nerale (teorema o legge) sia sempre la tesi di un rapporto
ne- cessario di variazioni e come ogni scienza esatta e in particolare la
fisica sperimentale, che si occupa della determinazione esatta delle leggi
causali della natura, sodisfi del tutto alle condizioni teoriche esposte.
Aggiungiamo un ultimo avvertimento. Ogni scienza esatta ha in sè il criterio
necessario e sufficiente delle sue verità, ed ha altresi il diritto non che il
dovere di imporre le sue verità alla conoscenza. Frattanto la verità
scientifica è sempre una, mal- srado la varietà infinita delle verità dei
modelli soddisfacenti. Nè la filosofia ha bisogno o diritto di alterare in
nulla le verità dimostrate dalle scienze per comporre quella sintesi universale
del conoscere e dell'essere che costituisce il suo oggetto supre- mo. Ogni
grado del conoscere ha un campo d'azione suo pro- (1) Con questo non si
pretende già di identificare le leggi causali ai teoremi. Si vuole solo
osservare che, come non c’è legge, così non c’è teorema senza rela- zione,
senza variazione, senza dipendenza costante. Ma il teorema è pura verità di ragione,
la legge causale invece è verità di ragione e di fatto. (2) La chimica stessa,
la quale è costretta a fare ipotesi sulla costituzione formale della materia,
senza le quali non può trovare le sue relazioni, finirà sempre per risolvere
presunti elementi semplici in sistemi di elementi inde- composti. 38 SEZIONE I
- CAPO II prio, un modo di essere e di operare sui generis e quindi una sua
irrefragabile libertà. Finchè stiamo nell’esperienza non abbiamo bisogno nè di
scienza nè di filosofia. Finchè stiamo nella scienza abbiamo dovere di valerci
dell'esperienza, ma nè diritto nè dovere di preoccuparci di filosofia. Quindi
gli scien- ziati ut sic hanno ragione di astenersi dalla: metafisica. Ma se
vogliamo penetrare nella regione propria della filosofia, non so- lo abbiamo il
dovere di rispettare tutte le forme di conoscenza, perchè dobbiamo rendercene
conto, ma abbiamo il dovere di rendercene conto, perchè dobbiamo rispettarle
superandole. La. Filosofia invero è la patria di tutte le conoscenze, il cielo
su- premo di tutte le verità. S4 — Occorre adesso fermare questi concetti
generali nel caso speciale di quelle scienze che hanno per oggetto precipuo la
determinazione esatta dei rapporti causali o senz'altro delle ‘cause. È cosa
risaputa che son queste le scienze sperimentali e propriamente le scienze
fisiche, Resterebbe anche da sapere se il metodo sperimentale si possa
applicare con profitto anche in quelle scienze che hanno per oggetto lo studio
della realtà interiore e segnatamente della Psicologia, intesa come scienza
esatta delle relazioni psichiche, o meglio come scienza delle funzioni della
coscienza, secondo la definizione del Kiesow (1). E questa questione va,
s'intende, esaminata non in generale ma in rapporto alla scienza esatta che è
il tema della presente ricerca. Ma, siccome quest'ordine di ricerche è ancora
nel periodo di elaborazione, e si può convenire che se si volesse at- tribuire
dignità e valore sperimentale a tutte quelle indagini di psicologia che si
gabellano per tali e non sono che l’espressione di un facile dilettantismo, non
si mancherebbe di far sorridere quei tecnici che sanno e vogliono rispettare
severamente le esi- genze del metodo sperimentale, così per ora ci limitiamo ad
in- dagare il criterio sicuro, in base a cui sia possibile, a tempo e luogo,
fare questa scelta. Se poi vi siano o no due causalità, la fisica e la
psichica, se sia o non sia temerario avventurarsi nelle ricerche della
causalità psichica col sussidio degli istru- (*) Cfr. Capo VI, Art IT. DELLA
SCIENZA IN GENERE 39 menti che si impiegano nella Fisica e via dicendo, sono
questioni importantissime che saranno trattate con profitto solo quando
l’interpretazione della. teoria sperimentale sia bene fondata. nel campo delle
scienze fisiche, dove la sicurezza della determina- zione causale è pacifica.
In ogni caso è evidente che la. Psico- logia sperimentale non può essere che
una generalizzazione del gruppo determinato delle scienze fisiche, e che queste
sono tanto più certe del fatto loro quanto più prescindono dagli ampj voli ai
quali possano dar origine anche nel modo più confortante. Con la scorta di
questi criterj cominciamo pertanto dall’esame delle condizioni, dei mezzi e
delle forme che costituiscono l’or- ganamento logico della fisica. Ma, siccome
delle condizioni di evidenza logica sarebbe su- perfluo trattare perchè esse si
riducono a quei princip]j e as- siomi puri che noi diciamo inevitabili in ogni
caso di conoscenza, in quanto una mente sana, bene ordinata ed educata a ragio-
nare non vi sì può assolutamente sottrarre, e quindi sono co- muni ad ogni
scienza, possiamo subito considerare quali sieno le condizioni di opportunità
pratica, cioè i postulati. più ge- nerali che si impongono alla costituzione
della fisica. Questi postulati, senza cui la conoscenza causale resterebbe
impossibile e la realtà medesima incomprensibile, sono almeno due: 1° l’e-
sistenza objettiva della realtà, a cui si connette il principio della
conservazione dell'energia; 2° la razionalità della natura (1). Tutti e due
sono principj la cui verità è prima presunta e poscia provata dal fatto stesso
della scienza fisica, mentre non strebbe impossibile negare teoricamente l'uno
e laltro, vale a dire così l’esistenza del mondo esterno come la razionalità
della natura, dai quali principj dipende la possibilità della conoscenza
scientifica del reale. Ma errerebbe chi credesse di poter as- (1) Si può
avvertire che il postulato della razionalità vale quello dell’unì- formità
delle leggi di natura « senza di cui la natura così com'è sarebbe per noi
inintelligibile » (Misci, Logica, 323). « L'esistenza objettiva d’un ordine
razionale non è un cieco atto di fede o una semplice concessione al senso
comune, come crede il Duhem, ma è il necessario postulato d’ogniì conoscenza,
la cui giustificazione sta appunto nell’impossibilità di concepire una realtà
conoscibile che non contenga in sè le condizioni per divenir tale, cioè per
essere tradotta in termini di pensiero ». (ALIOTTA, La reazione idealist. ete.,
498). 40 SEZIONE I - CAPO II serire che, con l’accettazione di questi
postulati, la scienza fisica è costretta a far opera di metafisica, e per
converso di poter stabilire che la metafisica costituisce i fondamenti della.
fisica. Non dimentichiamo che in due modi ben diversi, per natura e per valore,
la scienza fisica ammette la concordanza del pen- siero alla realtà, in primo
luogo la postula come un principio che è la condizione pratica della sua
possibilità, in secondo luogo la riconosce come un risultato delle sue
operazioni dedut- tive. Ma in nessuno di questi modi nè fa nè presume di fare
opera metafisica. | Non dimentichiamo insomma che i postulati, insieme coi
prin- cipj logici o assiomi puri (logicamente necessar]j), costituiscono
soltanto le condizioni di lavoro alle quali deve soddisfare la fisica per
essere possibile. Ma ‘nè la natura, nè il valore della fisica dipendono dalla
natura e dal valore di queste condizioni regolatrici, benchè di queste la
fisica non possa assolutamente fare a meno. Per meglio chiarire l’importanza
dei due postu- lati stabiliti, illustriamo ora brevemente alcuni punti di vista
d’ordine più elevato che se ne possono ricavare. E ovvio consentire in primo
luogo che la scienza fisica sup- pone e insieme esige una concezione
realistica, suppone cioè la credenza all’esistenza degli oggetti empirici
indipendente- mente dalla nostra volontà. Tutti consentono che l’esperimento
non avrebbe alcun senso senza la fiducia comune nell’esistenza di un mondo
esteriore di oggetti e di fatti in rapporti più o meno stabili fra loro, relativamente
fuori della volontà del soggetto senziente. Chi si metterebbe a sperimentare se
non credesse fermamente all'esistenza objettiva della realtà? Tut- tavia ben
pochi, massime fra i filosofi, sono capaci di capire che la scienza fisica non
si erige perciò sul terreno metafisico, fra- intendendo la ragione per cui i
fisici non possono rinunziare al postulato dell’esistenza della realtà
objettiva, che in sè è ve- ramente atfermazione metafisica. Pure è d’uopo
comprendere che, se il fisico deve essere francamente realista, per l’attitu-
dine pratica che egli deve assumere e mantenere, dall’inizio della sua indagine
fino alla fine, il dualismo empirico gli si impone solo come ipotesi di lavoro.
Invero neanche a lavoro compiuto, l'affermazione del valore objettivo delle
leggi non si antentica DELLA SCIENZA IN GENERE 41 sopra il terreno metafisico,
perchè, come vedemmo, la verità fi- sica differisce dalla verità metafisica per
condizioni, mezzi e forme sui generis. Insomma è chiaro che quando il fisico
vuol fare il metafisico non è più fisico e viceversa. Quindi non c’è pericolo
che fisica e metafisica vengano a usurparsi il campo reciproca- mente. Ogni
pretesa sia di competenza scientifica della meta- fisica sia di competenza
metafisica della fisica è infondata, giovando la confusione solo a coloro che
si ostinano a trastul- larsi coi fossili della critica. Se è così, se nella
scienza dobbiamo francamente fare come se il rapporto di causa si potesse
cercare e trovare integralmente come un rapporto fra altri rapporti estrinseci
al soggetto e cioè come un dato fra altri dati nell’in- catenamento coerente
della realtà, si vede anche quanto sia infondata la pretesa di coloro che
assegnano alla filosofia il dovere di accettare la tesi dualistica, anzitutto
come vantaggiosa all’interpretazione dell’universo e infine come quella che
viene provata vera dalle scoperte progressive della scienza. È ovvio in secondo
luogo consentire che, se non si ammet- tesse che la natura è ordinata in modo
logico e che noi possiamo atferrarne la connessione, il tentativo di conoscere
scientifi- camente le leggi della natura diventerebbe assurdo. La necessità di
ammettere il postulato della razionalità del reale in ultima analisi equivale
al postulato dell’intelligibilità di tutte le cose, perchè, se la natura (che
in questo caso significa la realtà tutta quanta) non fosse razionale, così
com’è e così come diventa, resterebbe inintelligibile. I continui trionfi della
fisica poi dimo- strano ad oltranza il fondamento della nostra ipotesi della
1o- gica della natura in quanto provano che essa è dedotta da quello che si
potrebbe dire la plasticità della natura. secondo la frase del James il quale,
ripete, in accordo coi più grandi filosofi, che la natura si piega al nostro
intelletto (1). Quei trionfi insomma ci dànno tutto il diritto di attendere che
cause eguali in condizioni eguali producano effetti eguali. Ma, poichè del pari
questo significa che la natura entro certi (1) W. JAMES: Le dilemme du
determinisme, Cfr. Critique philosophique, XIII, 3, pag. 274. 42 SEZIONE I -
CAPO II limiti si piega alla causalità, tanto che noi siamo costretti a
postularne il principio, un problema si impone a chi come noi si proponga
esporre la dottrina di quella scienza che è in grado di determinare le leggi causali.
Qual’è l'origine dell’idea di causa e del principio di causalità ? La
discussione di questo importantissimo problema gnoseo- logico sarà fatta nella
Sezione seconda. Quanto ai mezzi ed alle forme dell’organamento logico ba-
sterà notare che la fisica non ha bisogno di ‘criterj suol propr] nè per la
teoria della definizione nè per quella delle forme ele- mentari, appagandosi
dei criterj della logica generale pura. Invece circa la teoria della
dimostrazione e quella delle forme d’ordine è indispensabile una trattazione
speciale. Pertanto, dopo che avremo chiuso questo Capitolo, in primo luogo con
nno schiarimento rispetto ai dati ed ai rapporti costanti della fisica, in
secondo luogo colla definizione del concetto scientifico di rHipporto causale,
ed esaminato nel Capitolo seguente il gruppo più importante delle questioni che
a proposito di questa defi- niziene si possono sollevare, esauriremo la teoria
della dimo- strazione fisica nel Capitolo terzo. 1 dati singoli e contingenti
della fisica sono i fatti; i rapporti universali e necessarj sono le leggi che
esprimono i rapporti cau- sali (0). La conoscenza fisica poi è insieme verità
di fatto e ve- rità di ragione. Questa dualità di ragione e di fatto è, in
certo senso, la proprietà tipica di ogni fenomeno studiato dalla fisica ein
pari tempo di ogni causalità. Non ci è un fenomeno studiato dalla fisica che
sia semplicemente sensibile (cioè di fatto) 0 semplicemente razionale (cioè di
ragione). La realtà, in quanto conosciuta dalla fisica, esprime sempre una
dualità upificata di ragione e di fatto. Le leggi causali e- Sprimono in modo
eminente questa relazione sintetica in cul, alfine, sì integra il vero concetto
della verità, che la scienza (1) Tra legge fisica e causa si fa spesso grande
confusione, ma qui basterà avvertire che legge è formula d’un rapporto costante
di variazione fra causa ed eftetto e, in breve, la funzione di una causa.
Dunque causa ed effetto non sono che i termini estremi di quel rapporto che
viene espresso dalla legge. DELLA SCIENZA IN GENERE 43 sperimentale esige, in
modo conforme ai principj logici e ai suoi postulati, cioè alle sue condizioni.
I rapporti causali espressi dalle leggi di natura, che la scienza fisica riesce
coi suoi metodi a determinare, rivelano la legalità del processo della natura
(1), come fu già asserito dal Helmholtz, e vengono man mano assunti come
tessuti fondamentali da quel vitale centro logico di sintesi che è la
filosofia. (1) Quest’idea della legalità della natura in generale, fondata
sulla prova delle leggi, è appoggiata dal MevERson, Cfr. Identité et reéalite.
nia CAPO III. Concetto scientifico del rapporto causale. $ 1. Definizione del
rapporto causale — $ 2. Glossir prima — $ 3. Glossa seconda, $ 1. — Possiamo
finalmente procedere alla definizione del concetto scientifico di rapporto
causale fissando le note che compongono la sua ricca comprensione (1). Non pare
dubbio che questo concetto sia dovuto al prodotto di quattro note: due
generiche e due. qualificative. Le due note generiche e primarie sono: la successione
e Ja necessità; le due note qualificative e derivate sono: la complessità dei
due termini. e uniformità o equivalenza di rapporto. | La prima nota generica
afferma che causa ed effetto sono due momenti nell’ordine naturale dei fenomeni
che si svolgono uno dopo l’altro nel tempo. La causa è Vantecedente, l’effetto
è il susseguente. In questo senso diciamo che tale relazione è tran- stiva.
giusta l'ordine cronologico della produzione. La seconda nota generica afferma
che la causa e l’effetto sono fra loro connessi in una relazione d’ordine
formale assoluta- mente innegabile che appartiene insieme alla realtà ed al
pen- (1) Riconoscendo il lato di verità contenuto nel vecchio principio che «
la natura delle cose si coglie non nel loro essere, ma nel loro divenire » noi
dedi- cammo la prima parte dell’opera alla ricerca storica. Le note che
proponiamo ora per la definizione del rapporto causale, non sono che il
risultato dello studio della vita del problema della causalità, quale ci viene
rivelato dalla continuità del processo storico dei sistemi scientifici e
filosofici. 46 SEZIONE I - CAPO III siero, vale a dire talmente essenziale che
la sua negazione im- porterebbe insieme la negazione radicale della stessa
ragione nonchè della realtà. In questo senso diciamo che tale relazione è
necessaria, giusta l’ordine logico della deduzione. Riassumendo, la prima nota
concerne l’ordine cronologico di produzione, la seconda concerne l’ordine
logico di deduzione. Senza l’insieme di queste due note la conoscenza delle
leggi della natura sarebbe impossibile; invero conoscere le leggi della natura
propriamente significa, « essere in grado di dedurre dallo stato attuale delle
cose lo stato loro per un istante qualunque del tempo)» (1). Impiego insomma
dell’ordine logico di dedu- zione sopra l'ordine cronologico di produzione. |
La prima nota qualificativa indica che i due membri del rap- porto causale sono
sempre complessi, cioè sistemi di condizioni, distinguibili pel grado vario
della loro complessità. La causa non è mai un fatto unico e così è
dell’effetto. La seconda nota qualificativa indica che ogni rapporto causale è
in fondo un rapporto d’uniformità o d’equivalenza. tra i valori relativi di due
sistemi di quantità variabili. Questa nota per- mette che ogni rapporto causale
si esprima con una formula unica indicante un rapporto costante di variazioni,
vale a dire un rapporto di variazioni in proporzioni definite. Indicate così le
quattro note, sono indispensabili alcuni schia- rimenti. «Anzitutto componendo
le due note primarie una definizione generica del rapporto causale potrebbe
essere questa, che la causalità evidentemente significa necessità relativa
d’una suc- cessione, ossia una successione necessaria. La causa, sempre in
senso generico verrebbe definita come l’antecedente necessario d’un fatto, bene
inteso, sotto il rispetto pel quale è equivalente all’effetto. E in pratica,
per far presto, molte volte ci con- tentiamo di questa definizione generica,
certo troppo lata per il concetto che si vuole individuare. Ad evitare questo
incon- veniente per l’ordinario si ricorre ad un espediente molto. (1) Cfr. le
mie op. prec.: Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, (1907) -
Dell’ Essere e del Conoscere (1911) - Il Pensiero puro (1913). CONCETTO
SCIENTIFICO DEL RAPPORTO CATTRALE 47 comodo (perchè evita la specificazione
delle altre note), cioè si aggiunge alle note generiche della: successione e
della necessità la condizione specifica, ma sempre indeterminata, della suffi-
cienza. Così allora si dice che la causa è l’antecedente neces- sario e
sufficiente dell’effetto considerati sotto lo stesso rispetto o anche il
complesso delle condizioni antevedenti necessarie e sufficienti alla produzione
dell’effetto, o senz'altro il complesso delle condizioni necessarie e
sufficienti alla produzione dell’ef- fetto, includendo in questo caso,
evidentemente la condizione del tempo (1). Se non che il vero e pieno concetto
del rapporto di causalità uon si può fissare logicamente (in modo esatto) se
alle note ge- neriche della successione e della necessità non si aggiungano le
note qualificative della complessità e dell’uniformità di rapporto o
equivalenza dei due membri. Quindi una definizione della causalità potrebbe
essere questa: la causalità è la successione necessaria di due sistemi
equivalenti. Vediamo ora di dare alla definizione suddetta un aspetto più
conforme alle esigenze scientifiche, valendoci anzitutto delle cognizioni
correnti sulla teoria della causalità, e segnatamente delle indicazioni del
Masci, «E noto che si può rendere più precisa la definizione della legge
assumendo come elemento di essa il concetto della funzione matematica. In
Matematica una quantità si dice funzione di un’altra, quando tutte le
variazioni sue dipendono dalle varia- zioni di quest'altra. Quindi la più
semplice espressione della legge è la fermula della più semplice funzione
matematica, Va f (a, x); la quale significa che i valori di v variano come
quelli di x, posto a costante, e costante il rapporto di dipen- ( ) Questa tesi
viene lumeggiata dal RexoUviIER: «... on donne habituelle- ment le nom de cause
à tout phénomène naturel dont la présence ou la production en des circostances
définies sont suffisantes pour qu’existent ou que se produisent d’autres
phénomènes, qu’ on appelle alors ses effets. La différence
entre les sciences et le langage commun, sous ce rapport, consiste en ce que
les sciences définissent, avec précision et géncralité è la fois, les
différents ordres de conditions dont dépendent ses phénomènes, et qu’ elles
spécifient les modes de dépendance de ceux qui se produisent, par rapport &
ceux qui en sont les conditions nécessaires et suttisantes ». (Les dilem. d. LL me taph. p.,
Paris, Alcan, 1901, pag. 130). 48 SEZIONE I - CAPO III denza di y da a» (1).
«Inoltre, siccome ogni legge, e in par- ticolar modo ogni legge causale, è la
formula di un rapporto di variazioni, così il procedimento fondamentale (per la
soluzione del problema della causalità) è di paragonare tra loro le serie
“ariabili per trovare il rapporto ». Cosicchè, chiamando y una serie di
variazioni ed a un’altra serie, e Y,, Ya, Ya... Y, ed a, dd, fly... it le
variazioni delle due serie, avremo trovato che le due serie sono in rapporto
causale fra loro quando avremo tro- vato che v,=f (a, a), yy =f (a, a), ya=t
(a, ag)... y,=f (a, dn); e sostituendo x agli indici 1, 2, 3... n
diyediasiha,y,=f a, a e che è la formula matematica della legge (2). x9 $ 2. —
Per illustrare meglio la nostra definizione aggiungiamo due glosse importanti,
la prima sopra la questione dell’egua- glianza e della disuguaglianza
nel:rapporto causile, la seconda sulla questione della necessità. Glossa prima.
— Posta la formula v,=Î (a, a) come espres- sione matematica della legge
causale, si domanda come sia compatibile nonchè visibile in tale formula la
condizione ine- Jiminabile della successione temporale dell’effetto alla causa.
Invero da un lato tale formula, affermando l'uniformità co- stante di rapporto
tra i valori relativi di due sistemi variabili fungenti da causa ed effetto,
pone senza: dubbio un’eguaglian- zi, che per sè stessa non importa successione
nel tempo. Dal- l'altro, se il concetto di causalità importa la nota del tempo,
questa nota a sua volta importa che istanti successivi corrispon- dano a valori
crescenti di una variabile, conforme alla conven- zione per la misura del tempo
adottata nella meccanica razio- (1) MAScI, Logica, 28 ed. pag. 383. (2) MAsci,
Logica, 2* ed. pag. 394-395. Veramente la def. di funzione ma- tematica qui
riferita potrebbe parere insufficiente, se all’idea che una qualità sia
funzione d’un’altra quando tutte le variazioni sue dipendono dalle varia- zioni
di quest'altra non si aggiungesse « e quando per ogni valore dato ad una delle
variabili esiste uno ed un solo valore dell’altra variabile ». Cfr. FUBINI,
Lezioni di analisi matematica. Sten, Torino, 1913, pag. 84. Per la def. di fun-
zione continua in un punto, cfr. poi ib. pag. 104. Sarà utile avvertire che, in
generale, i due membri d’una equazione matematica possono essere sistemi
complessi di variabili. CONCETTO SCIENTIFICO DEL RAPPORTO CAUSALE 49 nale.
Segue che le relazioni fra istanti di tempo si esprimono, come relazioni di
grandezza fra i numeri corrispondenti, per mezzo dei segni >, —, <. |
Perciò se y è consecutivo ad x, sarà y > x. Il che è quanto dire che, se
l’effetto v è consecutivo alla causa x, sarà l’effetto mag- giore della causa.
Ma allora come si concilia l'eguaglianza posta dalla prima formula matematica
della legge, colla diseguaglian- za posta dalla seconda ? Questo interessante
problema è già stato presentato dallo Spaventa, benchè da un punto dì vista
diverso, quando pose che «causa-ed effetto devono essere insieme identici e
differenti (cioè non identici) sotto il medesimo rispetto » (1). Questa strana
condizione, a suo avviso, deriva dal fatto che in generale lo schema dello
sviluppo è l'aumento dell’essere in sè stesso (2). L'essere aumenta, egli dice,
gli si aggiunge qualcosa... In questa identità c differenza insieme consiste il
fine; l'essere è principio e fine di sé stesso. È in primo luogo evidente che
la via adottata dallo Spaventa per spiegare il progresso delle esistenze ha
pro- fonda attinenza con quella adottata da quegli scienziati che considerando
la successione temporale come una serie di valori crescenti e, inserendo in
essa il rapporto causale, vedono nel- l’effetto una costante additiva temporale
che nella causa non. si riscontra. Così, cioè per l'introduzione di questa
integrazione temporale, resta modificata la relazione tra i sistemi che dal
punto di vista puramente quantitativo erano equivalenti. In se- condo luogo è
evidente che adottando questa convenzione (im- posta dall’impossibilità di
eliminare la nota temporale della causalità) non si può affermare che la causa
sia in tutto e per tutto eguale all'effetto. Se, com’è certo, causa ed effetto
sono successivi, e l succes- sivi sono disuguali, affermare l’eguaglianza di
causa ed ef- fetto, significherebbe affermare leguaglianza dei disuguali. Prima
di proporre la nostra soluzione accenniamo di volo alla teoria del Brofferio
(3), il quale ha fatto sottilmente notare che (1) SPAVENTA, Esperienza e
metafisica, pag. 47. (2) id. pag. 50. (3) BROFFERIo - Le specie
dell'esperienza, pag. 385. A. PastoRE — Il probl:ma della causalità - Vol. II,
4 50 SEZIONE I - CAPO III la causalità non suppone l’eguaglianza fra
antecedenti e con- seguenti, ma fra gli antecedenti di un dato conseguente e i
conseguenti di un dato antecedente. Questo rilievo è importante. In fondo il
Brotferio vuol dire che un dato effetto (conseguente) può avere parecchie cause
(antecedenti), le quali pertanto de- vono essere fra loro equivalenti. E del
pari che una data causa. (antecedente) può avere parecchi effetti (conseguenti)
i quali pertanto devono essere fra loro equivalenti. E appunto l'uniformità del
rapporto causale significa così l'equivalenza delle cause come l'equivalenza
degli effetti. Tro- vare gli equivalenti per tutte le specie di fenomeni,
sicchè dalla misura di fenomeni diversi antecedenti si possa arguire la mi-
sura di fenomeni diversi e sequenti, ecco allora quale aspetto nuovo acquista
il problema della causalità. Ciò posto, il Brof- ferio conclude che, anche così,
si potrà soltanto ammettere che l’effetto è relativamente eguale alla causa in
quantità, ma certi effetti saranno sempre nuovi, cioè assolutamente diversi
dalle loro cause rispetto alla qualità (1). Ciò premesso, la soluzione del
problema proposto è data dal rifouoscimento di due condizioni o leggi
fondamentali di ogni rapporto causale : la prima può chiamarsi principio
aitiologico dell’equiva- lenza tra l’effetto prodotto e la causa impiegata, la
seconda può chiamarsi principio aitiologico dell’irrever- sibilità. Il primo
principio sì può enunciare così: d) quando in un rapporto causale tra due
sistemi di variabili sì produce un ef- fetto si trasforma una causa e,
viceversa, se si impiega una causa Sì produce un effetto; 0) tra l'effetto
prodotto o la causa im- piegata e la corrispondente causa impiegata o effetto
prodotto esiste un rapporto costante. Questo rapporto può chiamarsi equivalente
aitiologico dell’effetto. In generale si può dire che in tutte le
trasformazioni causali la somma delle energie rimane costante. Passiamo al
secondo principio. Quanto precede è sufficiente alla soluzione del problema
della diseguaglianza nel rapporto (1) BROFFERIO, op. cit., pag. 384. CONCETTO
SCIENTIFICO DEL RAPPORTO CAUSALE . 51 N causale. Infatti è evidente che
l'effetto non può e non deve es- sere în tutto e per tutto identico alla causa
perchè in tal caso l’effetto non farebbe che un momento unico colla causa, e
quindi non sarebbe più un vero effetto, vale a dire è evidente che causa ed
effetto sono relativamente identici e relativamente differenti. ll paradosso si
spiega riflettendo che in tutti i casi di trasfor- mazione causale si
verificano i due principj di cquiralenza e di irreversibilità. Bisogna solo
comprendere che quest’ultimo prin- cipio non importa già che l’effetto sia
sproporzionato alla causa, come suppone il Boutroux (1), il quale sostiene la
tesi che nel mondo concreto e reale il principio di causalità non si applica
mai rigorosamente. . L'uniformità di rapporto che si riscontra tra i due momenti
delle trasformazioni causali non significa punto l'identità dei termini di
questi momenti. Tra termini differenti possono in- tercedere rapporti eguali; e
son questi rapporti eguali nella stessa differenza dei termini che alla scienza
importa di sta- bilire, dove siano necessarj e universali. Tutte le volte che
si ripete la stessa trasformazione causale si verifica sempre l’eguale
differenza in omaggio ai due principj dell'equivalenza e dell’ir- reversibilità
: ecco la conclusione che bisogna tener ferma, se vogliamo dominare la contesa
dell’identico e del diverso nell’a- spetto estremamente complicato dell'insieme
della realtà. La termodinamica ci offre un esempio chiaro di questa inter-
pretazione. Non potendo per l'economia di questo lavoro consa- crare alla
teoria della termodinamica un’illustrazione speciale, ci limiteremo a
riconoscere come nei rapporti della termodina- mica si riscontrino entrambe le
condizioni fondamentali di ogni rapporto causale, cioè : a) dell’equivalenza
(principio di Joule-Mayer); 0) dell’irreversibilità (principio di
Carnot-Clausius). Il principio dell’equivalenza in termodinamica, che pone il
segno =, corrisponde all'uniformità di rapporto dei due sistemi in titiologia;
e l’irreversibilità in termodinamica, che pone il segno < corrisponde alla
successione temporale necessaria in aitiologia. Tutti i fenomeni possibili si
effettuano secondo i due (1) Bourrovx: De la contingence dans les lois de la
nature, pag. 29-38. 52 SEZIONE I - CAPO III princip)j fondamentali della termodinamica,
cioè tutti i rapporti. causali devono presentare, nella formula matematica
analitica che li esprime, la doppia esigenza dell’equivalenza dei sistemi (1°
principio) e dell’irreversibilità (2° principio). Crediamo insomma che ciò che
in modo evidente rappre- senta la condizione della dissipazione dell’energia e
quindi del- l'aumento dell’entropia riscontrabile in ogni fenomeno di canu-
salità, sia la stessa condizione del tempo. Invero anche nel tempo si riscontra
un’entropia o tendenza alla stabilità. L’en- tropia del tempo è il passato, che
è veramente irreversibile. Passato ed entropia sono sinonimi. Utilizzando le
nozioni comuni si può stabilire che l’aitiologia è una parte della dottrina
generale di quella scienza che studia le condizioni della trasformazione delle
cause in effetti. La questione dell’irreversibilità merita un ulteriore
schiari- mento. | In primo luogo, l'eguaglianza dev’essere intesa sotto
l’aspet- to dell’invarianza (1° condizione del rapporto causale). In secondo
luogo, la non equivalenza dev’essere intesa sotto l’aspetto delle variazioni
dei sistemi nella loro successione tem- porale (2° condizione del rapporto
causale). Per chiarire quindi quale elemento del rapporto causale sì: la
funzione matematica della quale si afferma il carattere della reversibilità si
noti che, sulla questione della ditferenza riscon- trabile tra le funzioni
inverse, fa d’uopo abbandonare il vol- gare pregiudizio che dall’invertibilità
delle funzioni erronea- mente trapassa alla negazione d’ogni differenza. In
verità, sì suol dire comunemente che le leggi scientifiche sono reversibili,
perchè nella loro espressione analitica si riducono ad equazioni di funzioni
reversibili. Ciò è esatto, se si ammette implicita- mente il vero signicato
della reversibilità delle funzioni. Ma qual'è questo vero senso? Non è che il
seguente: dire che la tunzione y=f (x) è reversibile significa dire che se è,
in un dato intervallo, v=f (x), sarà pure, nello stesso intervallo,x = %@ (7),
dove però la funzione f è di forma assolutamente diversa dalla funzione 9. Le
due equazioni Ve f (x), x= 9 (V) CONCETTO SCIENTIFICO DEL RAPPORTO CAUSALE 93
detiniscono, nello stesso intervallo, la stessa curva, come si po- trebbe
praticamente verificare, rappresentandole graficamente, secondo le convenzioni
della geometria analitica cartesiana (1). Quindiîi, se in un rapporto causale
si riscontra un rapporto matematico, come la y=f (x), si riscontra sempre lo
stesso rap- porto nella forma x= % (y). In conclusione, pur non escludendo la
funzione matematica come elemento del rapporto causale, in essa non si
esaurisce il rapporto causale stesso. $ 3. Glossa seconda. — Ancora, per
superare ogni incertezza circa il senso della nota della necessità, che è la
più combattuta dagli empiristi e dai contingentisti, sì ponga mente alle consi-
derazioni seguenti. L'affermazione d’un rapporto causale non ha, valore
scientifico se non sì possa provare che tale rapporto valga insieme per i due
campi della ragione e del fatto. La validità del rapporto causale è scientifica
solo a patto che si possa pro- vare che la negazione di tale rapporto
importerebbe non solo la negazione della mente ma insieme la negazione della
realtà. Questo significa che la necessità della causa va intesa non solo nel
senso soggettivo, valido cioè per tutte le intelli- genze, ma anche nel senso
oggettivo, valido cioè per le relazioni mutue delle cose in quanto esprime la
legge della realtà. Final. (1) Per comodità del lettore, aggiungo alcuni esempi
pratici che devo alla cortesia dello studente Giacomo Debenedetti. Richiamo la
def. di logaritmo naturale. Dico che y è il log. naturale di x e scrivo y = lgx
se il numero ce (base dei logaritmi), elevato alla potenza che ha per esponente
y riproduce x, cioè se den i A Vale a dire, se y è funzione logaritmica di x,
invertendo la funzione stessa, si ottiene x non più come funzione logaritmica,
ma come funzione esponenziale di y. Similmente si ha Y = SenX X — itreseny Vv =
to x x = arctg y V — COSX x — &Fcos V y = COtx x — itcot y . dove la
differenza fra le funzioni inverse non potrebbe essere più evidente. 54 SEZIONE
I - CAPO III mente si avverta che la nota della necessità nei rapporti causali
è quella che permette, in primo luogo, che le leggi della natura si ottengano
in larga parte colla deduzione, immanente nel pro- cesso dello sperimento:; in
secondo luogo, che la produzione di certi rapporti di fatto si possa a tutto
rigore prevedere e otte- nere nei limiti d’un’esperienza possibile, e senza
possibilità di smentita. | La conoscenza empirica dei fatti e dei rapporti
naturali va- gante nella successione contingente, trovasi nettamente supe- rata
dalla conoscenza scientifica fondata sulla successione ne- cessarlit. La
necessità sola dà un pregio logico alla verità, un valore innegabile ai suoi
risultati. La sua rivelazione sfugge al dilemma scettico di Davide Hume.
Impadronendosi per così dire dell'anima della realtà, essa sottrae il valore
del nesso di conti- nuità alle oscillazioni instabili dell'esperienza. Vediamo
più precisamente come e perchè non possiamo rifiutarci di ammet- tere la
nozione scientifica, donde si ricava il riconoscimento della sua necessità. Per
esemplificare il passaggio da una cognizione causale em- pirica ad una
cognizione scientifica, consideriamo il caso di un martello che picchia
un'incudine che si riscalda. Volgarmente parlando nel martello che picchia si
vede la causa, nel rscal- damento dell'incudine l'effetto: e questa causa e
questo effetto ci appa]jono due fenomeni affatto disparati : il primo come
fatto meccanico, il secondo come fatto termico. Tanto che organi di senso
diverso ci informano del compimento successivo dei due fatti fisici.
L'esperienza ci dà la successione di due nozioni affatto diverse, cioè: 1° la
nozione di movimento di massa (colpo del martello) e 2° la nozione di calore
(riscaldamento del ferro). Lit dispitrità empirica tra le due nozioni e quindi
trà il due fenomeni è così grande da parere irriducibile; i due fatti
successivi sembrano discontinui anzi sconnessi ed eterogenei e non si vede
alcuna necessità che al primo succe- da il secondo. Son queste le condizioni in
cui si trovava la sot- tile mente di Hume, allorchè giunse a dichiarare che,
nel sup porre i due fatti anzidetti legati in rapporto cansale, e nel chia-
mare l'uno di essi causa e l'altro effetto non facciamo che collo- Care
arbitrariamente nelle cose ciò che non è che un puro pro- dotto abitudinario
della nostra attività mentale. Se egli avesse CONCETTO SCIENTIFICO DEL RAPPORTO
CAUSALE 59 affermato la connessione necessaria di quei. termini così dispa-
rati che l’esperienza gli offriva in semplice rapporto costante di successione,
avrebbe oltrepassato dogmaticamente ogni cau- tela critica; avrebbe cioè
affermata abusivamente una conti- nuità, quando la sua esperienza non gli
permetteva di affer- mare che la discontinuità di due fenomeni successivi. Ora
fortunatamente, pel caso riferito, la scienza fisica ha sor- passato la
posizione empirica di D. Hume. Coi procedimenti sperimentali (analisi
strumentale, ipotesi-modello, analisi de- duttiva) ha potuto provare
(tralasciando un gruppo di fatti e circostanze contingenti) che tra i due
fenomeni successivi sensi- bilmente disparati c'è un nesso di continuità comune
ad en. trambi. Nel martello che picchia bisogna vedere niente più che una massa
che si muove e nel riscaldamento dell’oggetto battuto bisogna vedere niente più
che molecole in movimento. Nel rap- porto causale in questione i due fatti
empiricamente disparati sono ridotti per così dire a un denominatore comune. La
sua conoscenza scientifica per noi si risolve nella conoscenza della
trasformazione di un movimento di molecole. In linea generale adunque che cosa
si è ottenuto dalla scienza? Dove i sensi cì fanno apparire il discontinuo, la
fisica ci fa conoscere la conti- nuità. Mentre l'esperienza ci dà, come
dicemmo, due nozioni di- sparate cioè la nozione di massa in moto (fatto
meccanico) e la nozione di riscaldamento (fatto termico), la scienza ci dà una
terza nozione intermedia che fa da ponte fra le due nozioni empiriche, cioè ci
permette, anzi ci impone di stabilire fra i due fenomeni successivi un nesso
innegabile di continuità. Noi non possiamo invero, rifiutarci di ammettere la
nozione scienti- tica, perchè il rifiuto equivarrebbe alla negazione, sia
dell’espe- rienza sensata (osservazione empirica) sia della deduzione lo- gica
(discorso razionale) che sono le uniche garanzie del fun- zionamento normale
del nostro pensiero. Di qui appare come in linea generale si deduca
l'atfermazione di quel nesso di ne- cessità che è il perno del rapporto
causale. Ora in fine ci è dato di comprendere che la verità scienti. fica,
essendo necessità e universalità, esprime in ultima analisi l’indissolubile
solidarietà delle menti umane coll’universo (1). viola eii;+- ranieri nea (1)
Cfr., FoviLLÉe, Morale des id“es-forces, 19)8, pag. XLVIII. TI
geE="=""=="="=—= __ =E-T=—=5[Y(=——==="== (cy —
CAPO QUARTO Questioni e corollarj. $ |. Questione della realtà e della
razionalità del rapporto causale. —$ 2. Della irreducibilità della causalità a
mera logicità. — $ 3. Della produzione reale dei fatti (effetti). — $ 4.
Dell’impossibilità di escludere la relazione tempo- rale. — $ 5.
Dell’impossibilità di escludere la relazione necessaria — $ 6. Del- l'identità
dei successivi. — $ 7. Dell’irriducibilità della causalità a mutua dipendenza —
$ 8. Del valore intrinseco della causalità come risultanza sui generis della
ragione e del fatto. — $ 9. Corollar]. S 1. — PE utile trattare separatamente
aleune questioni sul concetto di causa che introdotte nel Capo precedente, avrebbero
intralciato l’ordine della teoria, mentre si potranno esaminare e discutere qui
con maggiore comodità, ora che è stata svolta logicamente la definizione del
rapporto causale. Noi concepiamo la causalità come il rapporto necessario tra i
valori relativi di due sistemi reali succedentisi irreversibil- mente nel
tempo, in altri termini come la necessità razionale della suctessione reale di
due sistemi variabili equivalenti. Que- sto concetto evidentemente importa. da
un lato la realtà, dalV'al- tro la razionalità della relazione causale. Quindi,
sintetizzando, diciamo che la causalità ci rivela il criterio della realtà ra-
zionale, e la conoscenziu della causalità ci assicura la conoscenza vera del
mondo. Censiderando da questo punto di vista il pro- blema della razionalità e
della realtà si ottiene una chiara no- zione della differenza che intercede tra
le leggi formali del pen- siero e le leggi causali della natura. Quelle sono le
relazioni 98 SEZIONE I - CAPO IV puramente logiche cioè universali e necessarie
che collegano i termini del pensiero, indipendentemente dalla particolarità
della materia variabile nel tempo. Queste sono le relazioni che inter- cedono
tra i fatti naturali in ordine al loro variare nel tempo alla loro
intelligibilità universale e necessaria. Ciò che è causale è materiale e
formale ad un tempo, cronologico e logico, reale e razionale. ì 2. — Acutamente
il Varisco, il quale ha trattato a fondo il problema della realtà e della
ragione in ordine alle leggi causali e formali, sostenendo che relazione
causale non è relazione lo- gica, fa notare che «un insieme di pensieri può
essere dotato di un'assoluta coerenza intrinseca e non valer niente come cogni-
zione della realtà: p. es.: abbiamo non so quante geometrie, tutte egualmente
vere come geometrie, mentre una sola 0 forse nessun: può esser vera come
dottrina di quello spazio nel quale i corpi si estendono e si muovono » (1).
Questo è verissimo. Non Cè ragione di supporre che un sistema logico qualunque
co- struito indipendentemente dalla particolarità della realtà valga anche come
cognizione della realtà, voglio dire di qualunque realtà considerata in ordine
al suo reale accadere. Evidente mente un sistema coerente di pensieri (sistema
razionale) non vale incondizionatamente come cognizione d’ogni realtà (siste.
ma reale): ma rele solo come cognizione di quella realtà che corrisponde non
per natura di enti ma per forma di relazioni alle relazioni fondamentali del
sistema logico proposto. Di qui si vede che «le cose hanno tra loro soltanto
relazioni causali, non relazioni logiche » (2), giacchè fra le cose:non pas-
sano esclusivamente relazioni logiche pure ma vi passano in- sieme relazioni
reali o cronologiche e relazioni razionali o lo- giche cioè Je relazioni
causali che esprimono appunto il doppio ordine reale e razionale dei fatti in
quanto sono soggetti a va- riazioni scientificamente conoscibili. Ma se questo
è, e quindi se dall'esame di questi punti scientifici passiamo
all'apprezzamento delle conseguenze filosofiche siamo colpiti innanzi tutto
dalla (1) VARISCO, I massimi problemi, Milano, 1914, pag. 150. (2) Varisco, op.
cit. pag. 151. QUESTIONI E COROLLARJ 59 necessità di riconoscere che la logica
costituisce anch'essa il tessuto fondamentale della realtà. Su questa tesi
fortemente combattuta dal contingentismo assoluto, vogliamo insistere un poco,
atteso l’intimo accordo che si può mostrare tra la nostra teoria e quella del
Varisto. La non indipendenza logica delle cose (p. 152) è sostenuta francamente
dal Varisco. I corpi. esuli dice, sono logicamente interdipendenti in quanto
spaziali e quindi sono logicamente interdipendenti tra loro in quauto reali.
Che poi passino spazialmente tra i corpi delle relazioni logiche si è
dimostrato (p. 154). « Gli enti spaziali sono logica- mente solidali fra loro:
ciascuno presuppone logicamente gli altri» (p. 156). «L'umità dello spazio in
cui tutti i fatti fisici accadono basta a costituire fra tutti delle relazioni
logiche » (p. 158). « L'unità del tempo rende del pari inevitabile che le dette
conclusioni vengano estese a fatti di qualsivoglia specie » (1) (p. (1) Queste
citazioni mostrano la congruenza fondamentale della dottrina del Varisco con la
nostra. Ma una cosa tuttavia vuole diligentemente osservarsi. Noi concepiamo la
causalità come sintesi della necessità razionale (logica) e della successione
reale fisica o psichica di due sistemi eqnivalenti. In quanto il risultato
d’una sintesi ha proprietà sui generis affatto diverse da quelle dei singoli
compo- nenti è evidente che il concetto di causa che se ne ricava è, a parer
nostro, ben distinto da ogni altro rapporto sia puramente logico, sin meramente
cronologico, sia psicologico, sia materiale, ete. Si dirà: - la teoria del
Varisco è ben diversa. In vero se egli ammette che « quando si dice che un
fatto A è causa di un fatto B, s'intende in primo luogo di escludere che la
relazione tra i due fatti sia puramente logica » in seguito rileva che « B non
si deduce da A senza presupporre certe leggi che sono leggi di forza o di
energie non logi- che pure, ma causali. Sicché quello di causa risulta un
concetto primitivo, non eliminabile nè riducibile ad altro ». (p. 167). Dunque
il Variseo pone da un lato le leggi logiche pure, dall’altro le lesgi causali
che in sè non hanno niente di logico. - Rispondiamo che questa conclusione non
si trae logicamente dalle premesse. Noi pure ammettiamo che relazione logica
non è relazione causale perchè questa intercede fra fatti reali e concreti,
quella fra concetti e giudizi. E, ammettendo l’interdipendenza logica delle
cose, secondo la tesi del Varisco, crediamo di essere ancora con lui, quando
asseriamo che le relazioni causali, oltre alla esigenza reale. sodisfano alla
esigenza razionale : oltre alla nota della successione temporale indivisibile
dalla realtà oggettiva, comprendono la nota della necessità logica. Questa
nostri interpretazione non è solo conforme ai numerosi passi del V. citati nel
testo; ma in tutto d’accordo coll’espressione del V. riferita qui sopra
nell’objezione: « B non si deduce da A senza presup- porre certe leggi, etc...
». Invero come si potrebbe parlar di deduzione di un effetto B da una causa A,
se tra A e B non passasse una relazione logica cioè di necessità? Dunque noi
crediamo sempre di poter convenire con la teoria varischiana nella sua
interezza e stimiamo pregio dell'opera seguitarne l’ap- plicazione, lasciando
ad altri la cura di insistere sulle questioni di parole. 60 SEZIONE I - CAPO IV
158). Il dire che «l’accadere ubbidisce a leggi razionali significa : la
razionalità è immanente alla formazione dell’Uno » (p. 179). « Le connessioni
causali, per una parte richiedono, per un’altra escludono che i singoli
concreti, le formazioni dell’Uno costitui- scano un sistema logico rigoroso »
(p. 180). « Come si esce da que- sta antimonia ? Non c’è che un mezzo, a quanto
sembra: Oltre alle variazioni che sono determinate per delle ragioni logiche da
del- l’altre variazioni, bisogna che se ne dian di quelle che non sono
determinate in modo alcuno, che mancano cioè d’una ragione logica in altre:
delle variazioni assolutamente iniziali. Che va- riazioni di questo genere si
diano è provato dalla spontaneità dei soggetti») (p. 180-181). « Se tutte le
variazioni fossero conse- cuenze d’altre variazioni non ci sarebbero
successioni perchè la logica è fuori del tempo, e quindi non ci sarebbe neanche
un variare, perchè un variare senza tempo è un controsenso. Non ci sarebbe che
un processo logico intrinseco all'uno; anzi (per- chè processo implica tempo)
non ci sarebbe di reale che un si stema immobile di relazioni logiche;
l’accadere si risolverebbe in un'illusione ») (p. 182). Come appare da questi
brevi passi la dottrina del Varisco circa le connessioni causali,
opportunamente distinguendo gli enti e le relazioni nel sistema, riesce in modo
mirabile a conciliare le due opposte concezioni del logico e del non logico
nella realtà. Ciò deriva dal fatto che le relazioni causali sono bilaterali
cioè implicano relazioni logiche fra enti alogici in ordine al loro variare nel
tempo, in ordine cioè alle loro relazioni cronologiche. $3. — Colla dottrina
innanzi proposta della causalità come successione necessaria di due sistemi di
fatti equivalenti è necessariamente connessa l’idea della reale produzione del-
l’etfetto dalla causa, giacchè parlare di variazione del concreto nel tempo e
parlare di reale produzione di fatti nell’accadere è tutt'uno. E vero che lo
Schopenhauer, il Kirchmann e il Lewes ed altri sostengono che la successione
per quanto regolare e incondizionata, avendo in sè nulla di simile ad un’azione,
non ha nulla a che fare coll'idea di potere o d'azione. Ma. ap- punto per tener
esplicito conto di questa esigenza della. produ- zione reale, la definizione
suddetta contiene il richiamo alla QUESTIONI E COROLLARJ 61 successione reale
(fisica o psichica) e non alla semplice sneces- sione. Infatti può darsi una
successione naturale senza una. produ- zione reale? D'altra parte non è
necessario penetrare nella na- tura reale degli enti che figurano nella
relazione causale, perchè la scienza esatta si preoccupa unicamente di
determinare la natura delle relazioni e non quella degli enti. S4. — Ora si
domanda se la relazione temporale non si possa escludere dalla relazione
causale. E alcuni si appoggiano al- l’autorità di Kant e dell'Herschel, che
ammettono la contem poraneità della causa e dell'effetto benchè questi autori,
come vedemmo, siano stati combattuti vivamente dal Kirchmann e dal Mill e dal
Wundt, e da altri (1). Il criterio migliore per risolvere la questione sembra
questo, che invano si cercherebbe di addurre l'esempio di un solo rap. porto
causale assolutamente scevro di successione. Ammettere coll’Herschel che
soltanto quelle condizioni che non costitui- scono la causa di un fenomeno
precedono l’effetto, mentre que- sto è sempre contemporaneo alla sua vera
causa, è sottigliezza gratuita finchè non si sappia provare la. validità
intemporale della causalità. Ma se questa prova fosse possibile ogni rela-
zione causale diventerebbe una relazione meramente logica cioè non sarebbe più
insieme verità di ragione e verità di fatto: la sclenza sperimentale xi
ridurrebbe alla matematica pura cioè alla logica pura il che non è. Invano il
Meverson, con nuovi (1) Il CEsca nella sua monografia sopra L'origine del
principio di causalità — Verona, Padova 1885, ha chiaramente esposto lo stato
della questione ri- prendendo e sviluppando la dottrina del MiLL e del Wuxpr
contro la simul- taneità della causa e dell’effetto, Il TEICHMiLLER che nega la
realtà del tempo, ritiene che la serie causale debba esser pensata senza tempo
non ammettendo altre realtà che la causale e non tenendo in nessun conto
l’apparenza con- traria dell’esperienza. Ma egli non è in grado di provarci nè
che l’unica realtà sia la causalità, nè che la causalità sia intelligibile
senza il tempo, perchè almeno in questo ultimo caso dovrebbe spiegarci come il
rapporto causale, scevro di temporaneità, ancora si distingua così dal rapporto
di principio e conseguenza che è solo logico e non reale, come del rapporto
matematico. Cfr. del resto, per una esauriente confutazione di questa ipotesi,
F. Masci: Un metafisico antievoluzionista. Gustavo Teichmiiller, Napoli, 1887,
pag. 47-51. Anche il VOLKELT ritiene che la nota della successione nel tempo
sia esclusa dal concetto di causalità. (Erfahrung und Denken, Parte III. Capo
V.). + 62 SEZIONE I - CAPO IV argomenti, cerca di dimostrare che la scienza nel
suo sforzo per diventar razionale tende di più in più a sopprimere la nota del
tempo in omaggio al principio dell'identità delle cose nella suc- cessione. Egli
vuol dire che la scienza tendendo sempre più a identificare le cose nel tempo
conduce necessariamente all’eli- minazione del tempo (1). Il principio
dell'identità delle cose nel tempo che interviene così spesso nella scienza
dev'essere in- terpretato in modo ben diverso. Facendo uso di tal principio non
sì tratta già di identificare l'antecedente al conseguente sic ct sempliciter,
perchè infine la causa e l’effetto non sono il Imero momento antecedente nè il
mero momento susseguente. La serie temporale nel caso del rapporto cansale è
solo impie- gata come campo in cul si fa la verificazione che certe con-
dizioni reali sono necessarie e sufficienti -alla produzione di certe altre. Il
tempo come suceessione di momenti diversi e in parti- colare di valori crescenti
resta quello che è, non viene punto eli- minato nè tende ad esserlo. Ciò che
viene eliminato è la variazio- ne contingente di quelle condizioni variabili
che non intervengo- no di necessità nella produzione del fatto in questione.
Se, come dice Leibniz, pel principio dell’eguaglianza della causa e del
l’etfetto, l'effetto integrale può riprodurre intieramente la causa o il suo
simile, giova rammentare che il rapporto causale non è solo rapporto temporale,
ma molto di più. Il vero è che dentro la serie di valori crescenti del tempo si
stabilisce una propor- zione quantitativa costante. Benchè i fenomeni del
rapporto causale siano messi in equa- zione con l'eguaglianza condizionata dei
due rapporti tuttavia la diversità qualitativa dei momenti temporali rimane, e
il tran- sito dalla causa all'effetto non può essere compiuto che col filo che
ci viene offerto dal tempo. Il Meverson che ritorna alla for- mola ben nota
degli scolastici: casa acquat effectum, per la ciusta idea che la natura intera
non è che una catena di cause e di effetti in cui la somma dei secondi deve
sempre uguaghiare l'insieme delle prime (2), non avverte che ladegnazione quan-
(1) MEYERSON, op. cit., pag. 231-252. (2) Recentemente la tesi del Meyerson fu
ripresa dal Levi. (Il problema del tempo e i suoi significati per la scienza e
per la coscienza cetico-rcligiosa. Rivista | di filos. 1x, 2, 1917). La sua
tesi è la seguente: « Il pensiero logico, matematico e l’interpretazione
meccanicistica del mondo o eliminano completamente il tempo... 0 almeno gli
tolgono i suoi carate QUESTIONI E COROLLARI] 63 titativa della causa e
dell’eftetto e dei loro equivalenti non ces- serà di costituire la meta della
razionalizzazione scientifica, quantunque il rapporto necessario tra i valori
relativi dei due sistemi variabili si attuì nel filo del tempo i cuni momenti
sono tutti diversi. Non vale osservare che, con questa. razionalizzazione
scier- tifica, la nozione del tempo viene non solo deformata ma ne- gata,
perchè privata della doppia nota dell’irreversibilità e del- l’'eterogeneltà,
come affermano i meversonisti. Se la concettua- lizzazione dell’intnizione
temporale deformasse fino alla distru- zione la nozione del tempo, analogamente
dovremmo dire che ogni concetto segni la negazione d’ogni nozione intuitiva, i]
che non è. Il concetto di nomo, ad es., non distrugge la no- zione empirica di
uomo, benchè ad essa non sia riducibile. T1 vero è che Virreversibilità è
conservata nel concetto scientifico del tempo in un modo specialissimo, che
vale la pena di consi- derare. Ogni legge causale esprime una relazione a senso
de- terminato tra due sistemi, e la scienza ne ammette la ripeti- teri
essenziali considerandolo come qualche cosa di reversibile... ». Invece
l'intuizione genetica del reale e le esigenze della coscienza morale e
religiosa contengono l'affermazione recisa dell’esistenza e
dell’irreversibilità del pro- cesso del tempo (pag 21). Nella scienza. «
l'eliminazione di ogni relazione tem- porale è imposta necessariamente » (pag.
8). Ma, contro questa tesi bisogna notare più cose. Anzitutto bisogna
distinguere i due tempi cioè il tempo empi- rico o dei fatti e il tempo
scicutifico o delle leggi. Le scienze fisiche cercano (sì, è vero) di eliminare
il primo ma per determinare il secondo. Il tempo empi- rico è il campo
dell'instabilità nel divenire, il tempo scientifico è il campo della stabilità
nel divenire. Il valore di una legge cansale è appunto la vali- dità d’una
relazione per ogni tempo, cioè per tutto il campo temporale, now fuori del
tempo. (A questo campo; ho dato il nome di presente scientifico nel- l’op. Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, "Torino, Bocca, 1907). In
secondo luogo, non è vero che il concetto scientifico di tempo elaborato dalle
Scienze esatte sia la deformazione del tempo o meglio la sua negazione. Il
tempo scientifico è invece la depurazione delle proprietà essenziali del tempo
compiuta dall’astrazione, tanto è vero che conserva le note della relatività,
della transitività e dell’irreversibilità, come si prova nel testo ; e la nota
sola dell’eterogencità è respinta se e in quanto la differenza di ciascun
momento temporale, da ogni altro ha mero valore empirico cioè rappresenta ciò
che è vissuto intuitivamente dalla coscienza nel campo dell'esperienza diretta,
all’in- fuori d’ogni possibilità d’essere ripetuto tale e quale un’altra volta
nel tempo. Da ciò e dalle ragioni addotte nel testo la tesi meyersoniana appare
senza valore scientifico. 64 SEZIONE I - CAPO IV zione inalterabile per tutta
la serie temporale. Adunque la fisi- ca non tende a negare l’irreversibilità,
tende invece a determi- nare la trasportabilità delVirreversibilità di alcune
relazioni in ogni tempo, non fuori del tempo. Il complesso delle condizioni
necessarie e sufficienti alla riproduzione della relazione in que- stione in
ogni tempo, ci dà il presente scientifico, cioè, il campo della validità
universale e necessaria della legge. A queste ra- gioni così convincenti sì può
aggiungere del resto quella prova della differenza tra le funzioni inverse, che
mi pare ovvia, e che fu giù accennata nella prima glossa alla definizione del
rapporto causale. So. — Son noti i grandi tentativi di coloro che credettero di
poter eliminare nella definizione del rapporto causale la nota della necessità,
sostituendola colla nota della invariabilità, del- l'incondizionalità, della
costanza e simili. Ma nè l’invariabi- tà, né Ja costanza nella successione
bastano a determinare il concetto della legge causale. Perchè occorre la nota
della necex- sità, nel doppio senso soggettivo e oggettivo indicato, senza cui
non è possibile dedurre cioè prevedere logicamente i fatti com- presi nel
rapporto causale. Noi abbiamo invero bisogno che ciò che è dalla scienza
affermato in rapporto di variazione causale shit determinato, in modo tale che
la verità e la sua esistenza xi connettano colla realtà e colla ragione secondo
le condizioni formali dell'una e dell’altra. Molti rapporti tra fenomeni pos-
sono presentarsi alla nostra conoscenza coi caratteri della sem- plice
uniformità empirica, della costanza nell’associazione di sequenza 0 di
accompagnamento o dell’invariabilità, ma nol non ci sentiamo indotti a
ritenerli causali finchè non siamo in grado di identificare la loro forma (cioè
le condizioni formali della realtà sotto cui si presentano alla nostra
conoscenza) con la forma della nostra stessa ragione (cioè colle condizioni
formali della nostra ragione). Bisogna insomma che il rapporto tra i valori
relativi dei due sistemi reali variabili realmente nel tem- po si realizzi
anche razionalmente. Non basta che si realizzi con la formi consuetudinaria per
quanto uniforme dei fenomeni . che ci sono più famigliari. Rapporti di questa.
ultima natura possono essere contingenti, perchè non sono provati che dall’e-
QUESTIONI E COROLLARIJ 65 sperlenza. Quando sulla base della mera esperienza
osiamo con- cludere che tutti i fenomeni d’una data classe si trovano con-
nessi in un vero rapporto causale, non facciamo che un’infe- renza per cui la
forma appena simile dei fenomeni e della ra- gione viene scambiata colla forma
identica. In tale caso la sem- plice somiglianza tra la forma di quei fenomeni
e la forma della nostra ragione si trasforma abusivamente in identità. Molte
illusioni sulla causalità si producono appunto per tale via tanto nel campo
empirico quanto nel metafisico. L'illusione metafisica sul processo causale di
cui parleremo in seguito è anzi un fatto innegabile e di capitale importanza
(1). Come son naturali le illusioni ottiche che tanto spesso fanno riuscire
fallaci i nostri giudizj, così accade talora per certe illusioni speculative
sulla causalità della vita e dell'universo. Ma Perrore in questi casf sì può
facilmente decifrare. Dipende sempre dal fatto che si erige a dignità di causa
o di effetto un semplice fatto empirico più o meno costante nell'ordine
dell'accadere, il quale perciò non oltrepassa la sfera della contingenza. Come
sarà mai possi- sibile provare colli mera esperienza, che certe esigenze
formali della realtà non possono non essere identiche a certe esigenze formali
della ragione? Il rapporto causale non è solo ciò che rimane di fatto costante
in mezzo al fluttuare delle cose acci- dentali, ma essenzialmente ciò che non
può non esserlo secondo le leggi universali della nostra ragione. L'incapacità
aitiolo- gica della mera esperienza fu provata in modo definitivo dia Davide
Hume. SG. — Il Martinetti ha definito la causalità il riconoscimento
dell'identità dei successivi (2). Questa definizione è accettabile se e in
quanto significhi il puro riconoscimento dell’uniformità di rapporto tra i
valori relativi di due sistemi che si succedono per necessità, in altri termini
l'equivalenza di due sistemi in successione necessaria. Ma poichè in essa le
note costitutive del definiente restano pinttosto allo stato eriptico, ne faremo
raro uso, preferendo la definizione suddetta. (1) Cfr. Capo 3°, (2) MARTINETTI,
0p. cit., pag. 443. A. PastoRE — Il probl-ma della causalità - Vol, 11, ò 66
SEZIONE I - CAPO IV è 7. — Taluno invece ha definito il rapporto di causa ed
effetto come semplice rapporto di mutua dipendenza di questi termini. Ma già il
Vailati ha confutato questa. interpretazione. Così, per es., egli avverte, il
rapporto che sussiste tra due sfere pe- santi sostenute da una superficie
concava ciascuna delle quali obbliga l’altra ad assumere una posizione diversa
da quella che assumerebbe se fosse sola (essendo rapporto di mutua dipen-
denza) non è rapporto di causa ed effetto (1). È evidente che nel caso della
mutua dipendenza logica viene esclusa la nota della successione temporale tra i
due termini del rapporto in questione. Ma non bisogna dimenticare che la
posizione mutua delle sfere nel caso riferito non è che un mero rapporto
esisten- ziale per le sfere, il quale dice che queste staticamente non pos-
sono essere in modo diverso. Ma è del pari ovvio che questo rap- porto di mutua
dipendenza non potrà mai stabilirsi che come effetto di qualche spostamento
antecedente. SS. — Infine chi ha seguito le discussioni fatte sin qui per chia:
rile la definizione proposta del rapporto causale vede subito che non ci
possiamo collocare nel punto di vista di coloro che negano alla causalità
naturale il valore di effettuare una risul- tanza sui generis. La distinzione
analitica delle note del con- cetto di rapporto causale non deve farci disconoscere
l’unità risultante dal prodotto dei vari fattori. L'effetto è appunto la
risultante originale d'un sistema di forze, solo a parole riduci- bile ad un
mero complesso di elementi passivi. Come già notam- mo, l'azione
dell'efficienza, del potere, della produttività, del- l'azione, ete., è
inseparabile dalla nozione del fatto, di ogni fatto suscettibile di rapporto
causale, in altri termini di ciascun fattore concorrente nel sistema. Se non
fosse reale la di- stinzione della ragione e della causa, i termini del
rapporto (1) VarLatI. Sull’applicabilità dei concetti di causa e di effetto
nelle Scienze Storiche, in Gli strumenti della conoscenza. - Carabba, Lancigno,
1916, pag. 131, 132. — In seguito il Vailati osserva che tuttavia vi sorto
ragioni, d’indole essenzialmente pratica, le quali possono, entro certi limiti,
giustificare la. nostra tendenza ad applicare piuttosto all'uno che all’altro
dei due fatti mu- tuamente dipendenti la qualifica di cause. Ma siccome questa
scelta è determi- nata da mere ragioni di interesse, così la definizione del
rapporto causale deve stare inalterata. QUESTIONI E COROLLARIJ 67 causale non
sarebbero nè cose nè fatti concreti ma semplici astrazioni determinabili colla
pura connessione e dipendenza delle idee. E le scienze fisiche di fronte alla
logica pura sareb- bero una superfetazione. Ma la logica pura è forse in grado
di assicurarci della verità delle leggi causali che hanno reale ri- ferimento
agli oggetti? No certo; per contro come potrebbe il solo senso bastare alla
elaborazione della verità scientifica? È ovvio che non si conosce
sperimentalmente nè col solo senso nè col solo intelletto. Spetta alla scienza
fisica determinare le leggi causali della natura con un conveniente impiego di
tutte le ‘forme fondamentali dell’attività conoscitiva, che vanno dal sen- tire
empirico al pensare logico, dalla conoscenza del dato del- l’esperienza
sensibile alla conoscenza del modo della compren - sione del dato nel pensiero,
dalla verità materiale di fatto alla verità formale di ragione. Noi
riconosciamo pertanto che il rap- porto causale ha un valore intrinseco
originale come risultanza sui gencris della ragione e del fatto che nè colla
sola ragione nè col solo senso sarà mai possibile determinare. $ 9. — Dai
principj premessi si deducono evidentemente molti corollarj. Qui addurremo
soltanto l’enunciato dei principali. Più tardi, in altri lavori, tenteremo di
scendere alle partico- larità. 1° L'effetto è proporzionale alla causa, sotto
il rispetto del- l’invarianza. Conseguentemente, osserva con grande finezza il
Masci, riconoscendo che l’effetto è sempre una funzione della to- talità della
causa, si deduce che, xe possiamo determinare con precisione gli clementi
numerici dei fenomeni, il calcolo vale come mezzo potentissimo per discendere
dalle cause agli effetti e per risalire da questi a quelle (1). 2° Cause eguali
in condizioni eguali producono effetti eguali. Questo corollario si collega al
principio dell’uniformità delle leggi. 3° Non v’ha causa che non sia effetto
d’una causa anteriore o, in altri termini, tutte le cause sono anche effetti,
come tutti gli effetti sono anche cause. (1) Masci, Logica 22, pag. 4823. 68 -
SEZIONE I - CAPO IV 4° Tutte le cause accessibili alla nostra scienza sono solo
relativamente prime. La scienza esatta ignora cause assoluta mente prime,
effetti assolutamente ultimi. >° Il processo deduttivo essenziale al metodo
sperimentale esige nonchè suppone la costanza dell’azione causale, nelle stesse
condizioni. 6° La concatenazione deduttiva della realtà importa la tran-
sitività della relazione causale. 7° Le leggi causali sono valide nel tempo
scientifico. S° La pluralità delle cause non osta al principio che ogni effetto
ha la sua causa e non impedisce la determinazione scien- tifica dei rapporti
causali. In taluni casi può favorirla, perchè dovendo una causa essere
equivalente al suo effetto, si sa sotto quale rispetto bisogna analizzare
un’altra causa possibile dello Stesso effetto che gli deve pure essere
equivalente. 9° In virtù della causazione mediata, da cause in apparenza lievi
possono derivare grandi effetti, ed effetti molto diversi derivare da cause
simili (1). 10° Le cause immaginarie non possono essere usate nella scienza che
a titolo di ipotesi di lavoro (2). = e ————-——————_ _——— (1) A questo riguardo
il Masci, profondamente indaga il senso e il valore della causalità storica
concludendo però col ridurre le così dette leggi storiche a leggi di tendenze.
(Masci, 0p. cit., pag. 510-514). Circa l’apprezzamento ‘della doppia causalità,
e le applicazioni alla causalità psicofisica e storica cfr. Se- zione prima,
Capo sesto. (2) Possono offrire qualche interesse i seguenti rilievi: @)
bisogna accura- tamente distinguere le cause delle circostanze: b) intimo è il
nesso fra le leggi della causalità e le leggi dei grandi numeri ; e) il calcolo
delle proba- bilità, colla dottrina della statistica del caso, è una sezione
della teoria gene- rale della causalità; d) può darsi che in certi casi di
causalità si avveri una sintesi suò generis per cui l’effetto non è esaurito
dall’analisi in un gruppo di fattori immediati. î CAPO QUINTO Teoria del metodo
sperimentale. $ 1. Tesi — $ 2. Si evitano due equivoci. — $ 3. Concetto
dell'esperimento. — $ 4. Primo momento : l’osservazione dei fatti — $ 5.
Secondo momento : l'ipotesi tecnica o modello. Ideazione teorica e
realizzazione pratica. — $ 6. Terzo momento: la deduziene. — $ 7. Quarto
momento : la verificazione delle conseguenze. — $ 8. Si respingono le objezioni
del Gentile. — $ 9. Schiari- menti. — $ 10. Conclusione. La verità sperimentale
come simultaneità della deduzione del reale e della realizzazione del
deduttivo. S1. — I principj che furono esposti sul concetto di causa e le
questioni connesse ci somministrano i dati per risolvere, sotto tutti i
possibili aspetti, il problema della determinazione delle cause, Questa
soluzione non può essere fornita che dalla scienza. S 2. — E vero che molti
scienziati in odio alle questioni filo- sofiche sul concetto di causa, hanno
preso da un pezzo l'abitu- dine di affermare che ogni ricerca causale
dev'essere acenrata- mente proscritta dalla scienza. Ma questo esclusivismo non
è che un ginoco di parole. Nello scopo di costituire la scienza in modo affatto
indipendente da ogni elemento extrascientifico di perturbazione, essi spingono
il loro rigore fino a dar V’ostra- cismo ad ogni parola che sia suscettibile di
interpretazione me- tafisica. Così, nella falsa idea che ogni ricerca causale
sia per la fisica ciò che Bacone chiamerebbe un caso residuo (elemento
perturbatore), rifiutano di considerare come leggi causali le leggi 10 SEZIONE
I - CAPO V naturali. (1). Ma la loro panta non ha ragione d'essere contro chi
pensa e definisce La cansa naturale in modo rigorosamente scien- tifico, e
rimanda alla teoria della conoscenza e alla metafisica tutte le tonsiderazioni
relative sia all’idea di causa sia al prin- cipio di causalità. f 3. — Rimossa
adunque questa objezione, consideriamo di- rettamente quali siano i mezzi
adoperati dallo spirito umano per procedere alla ricerca e alla dimostrazione
delle leggi cau- sali. Niccome i rapporti causali sono insieme verità di fatto
e di ragione, così è necessario che il metodo atto. a determinarli ri- sponda
insieme alla doppia esigenza dell’osservazione empirica dei fatti e della
deduzione logica della ragione. Si richiede in- somma un metodo misto che sia
il felice connubio delle due ve- rità. Questo metodo è l'esperimento, che non è
nè cartesiano, nè baconttmo (2), nè kantiano, ma processo veramente
galilejario. Se non che, neppure la semplice addizione dell’osservazione
empirica e della deduzione logica basta a produrre l’esperi- mento. Queste due
operazioni opposte non si potrebbero invero logicamente associare senza
lintervento d’una terza operazione facente l'ufficio di operazione media fra le
altre opposte. Questa operazione intermedia ha una struttura assai complessa
che sarà analizzata. fra poco e vedremo che in fondo xi risolve in una ipotesi
tecnica a cni s'è dato il nome di modello; l'esperimento perciò si rivela un
processo empirico-ipotetico-tecnico-deduttivo, volto alla ricerca e alla prova
della necessità razionale d’una (1) Anche l’HELM vuole bandire dalla scienza,
per confinarle nella metafisica, tutte le considerazioni che si fondano sul
principio di causalità. (Die Lehre von der Energie. Leipzig. 1839, pag 41, (2)
Anche il MeyErsoN è estremamente severo con Bacone a questo riguardo. « Que certaines
règles dont Bacon a préeisé 1° enoncé (comme par exemple celle des variations
concomitintes) soient utiles dans les raisonnements scien- tifiques cela est
incontestable: mais ses sehémas, on peut hardiment l’aftirmer, n’ont jamais été
employ6s d’une manière suivie par un savant digne de ce nom, et en tout cas
aucune deconverte scientifique, srande ou petite, n'est due à leur application
». MEYERSON, op. cit. p.
438, L’energica difesa di Bacone che il Kuno Fiscuer fece nella 2% edizione
della sua op. Francis Bacon und seine Nachfolger (Leipzig, Brockhaus, 1875)
riesce a un risultato opposto a quello che l’illustre autore desiderava. cioè
dimostra infine chiaramente che Bacone non ebbe mai un'idea chiara e precisa
della natura, del valore e dei limiti del metodo sperimentale. TEORIA DEL
METODO SPERIMENTALE 71 successione reale. Questi caratteri sono indispensabili
al metodo sperimentale, e la loro fusione è necessaria giacchè consente che i
due campi del fatto e della ragione si riuniscano nell'e- sperimento per virtù
dell'ipotesi tecnica; e questa ci permette, nei casi soddisfacenti, di riunire
senza discontinuità i fenomeni antecedenti ai susseguenti nell’ordine
temporale, le premesse all'illazione nell’ordine razionale, quindi di fissare
in modo perfettamente intelligibile il rapporto naturale fra la causa e
l’etfetto cioè la legge. Che questa complicazione metodica sia necessaria basta
a mostrarlo la più semplice avvertenza. Tutti sanno che se noi ci limitiamo ad
assistere, anche come spettatori attentissimi, alla produzione spontanea dei
fatti na- turali, l'esperimento non ha luogo. Bisogna intervenire volon:
tariamente coll’opera nostra nella produzione dei fatti reali, provocarne
attivamente la ripetizione, modificarne con oppor- tunì artifizj gli elementi
costitutivi e le condizioni fondamentali, in modo che le relazioni essenziali
siano nettamente sceverate dalle accessorie. Ora questo processo assai
complicato risulta di quattro momenti : 1° Vosservazione dei fatti; lia
costruzione dell’ipotesi tecnica o modello: 3° la deduzione; £° la.
verificazione delle conseguenze. Tralasciando di offrire i molti schiarimenti
che sarebbero ri- chiesti da una esposizione monografica della teoria del
metodo sperimentale, rammentiamo solo quel tanto che basta al pro- posito
nostro. S4. — In primo Imogo, ammettiamo che Ta produzione di qua- lunque
fenomeno reale considerabile come effetto si compie sem- pre in certe fisse
condizioni e risulta da un certo gruppo 0 siì- stema di elementi quantitativi
che si tratta di ben determinare. Ma non ogni fenomeno è suscettibile di esame
diretto. Se lo strumento dell’osservazione è adoperabile, l'investigatore deve
numerare gli elementi concorrenti e valutarli numericamente coi mezzi di misura
più squisiti (pondere ct mensura). Avremo così 72 SEZIONE I - CAPO V nel primo
momento l'enumerazione e la determinazione valu- tativa delle grandezze
elementari soggette a misura. Senza un ricco materiale di osservazione empirica
radunato con pazienza e misurato colla più scrupolosa cura, la conoscenza
sperimen- tale è impossibile. Ma il numero e la misura degli elementi
quantitativi non ci dànno che la conoscenza dei fatti individuali. Per fare un
esperimento, bisogna superare l’esperienza, aggiun- gendo al lavoro d’analisi
compiuto coll’osservazione il deppio lavoro dell’ipotesi e della deduzione. f
5. — In secondo luogo, l’ipotesi è il primo lavoro ordinativo dei dati empirici
che la mente si compone in modo relativamente arbitrario per rendersi
intelligibile il collegamento naturale dei fatti osservati. È chiaro che nel
primo saggio di raggruppamento dei dati via via ottenuti dall’analisi empirica
non sì possono an- cora sceverare le condizioni accessorie dalle essenziali. La
mente adunque non può far altro che cercar di comporsi un sistema artificiale
imitando più che è possibile la disposizione ordinata dei fenomeni naturali,
rispettando cioè i valori numerici delle grandezze misurate e il loro svolgersi
nel tempo. Il criterio fon- damentale per la costruzione dell’ipotesi fu dato
dall’Hertz ed espresso nel modo seguente: si costruisce del sistema naturale
un'imagine e la sì costruisce in modo tale che le conseguenze artificiali
dell'imagine siano alla loro volta immagine delle con- seguenze naturali dei
fatti (1). Il modello è insomma un sistema ipotetico-deduttivo cioè un sistema
artificiale composto sui dati reali dell’osservazione e in vista d’una
deduzione possibile. A_ bene considerare questo secondo momento del metodo spe-
rimentale comprende propriamente dune operazioni Successive : 1° l'ideazione
teorica dell’ipotesi, che è in fondo una teoria; 2° la realizzazione pratica
del modello, che è poi in fondo una macchina, e logicamente si risolve
nell’invenzione d’una specie di termine medio sillogistico. Lo sperimentatore
deve cercare e costruire un sistema artificiale che risponda adegua- tamente
alle esigenze di due mondi opposti, il mondo fisico e (1) HERTZ. Die Prinzipien
d. Mech., Leipzig, Barth. pag. 1-5. TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 13 il mondo
logico. In vero da un lato, cioè davanti agli occhi dello sperimentatore, c’è
la natura (o la realtà) o per meglio dire il complesso di quei fatti naturali
che egli indaga e che non esita a considerare come uniti in sistema fisso e
determinato e deter- minabile (sistema naturale o fisico); dall’altro, cioè
nella sua mente, c'è pure un complesso di fatti razionali a cui nessun fatto
naturale può in modo alcuno contradire, anzi a cui deve necessariamente
sodisfare. Questi dati sono certo uniti alla loro volta in sistema: fisso e
determinato (sistema razionale o logico). ca 4 % con questi due sistemi dati
che il sistema artificiale occor- rente deve realmente e razionalmente convenire.
Vuol dire che i fatti simbolici devono essere disposti in una dipendenza logica
e cronologica affine alla doppia e pur una dipendenza del siste- ma naturale.
Il modello insomma deve essere un centro logico e cronologico di sintesi, un
sistema razionale e reale, un accordo tra la ragione e la realtà. Ma. oggetto
dell'esperimento è la de- terminazione delle leggi causali. Ora come può darsi
che la fusione di queste operazioni serva allo scopo della causalità ? (rave
difficoltà sembra questa; ma un poco di riflessione basta a risolverla. Il
metodo sperimentale stesso per la connessione operatoria che gli è propria è
sottoposto all’esigenza medesima della causalità avendo il suo ciîtov péoov nel
modello dal cui as- sunto dipende tutta la forza e il felice esito
dell’esperimento. Ricordiamoci che, se Aristotele non aveva ragione di chiamare
«causa ) il termine medio del raziocinio sillogistico, perchè il medio in tal
easo è solo ragione, come quello che appartiene al solo ordine conoscitivo
formale, noi siamo per coutro costretti av mantenere la denominazione
aristotelica al termine medio della dimostrazione sperimentale perchè il
modello in questo Caso è insieme ragione e fatto avuto riguardo al fine per cui
esso si assume nello sperimento, conforme alla definizione pro- pesta del
concetto di causa. In verità, quali sono le condizioni che il modello deve
avere per adempire al suo ufficio? Aristotele assegnò queste tre condizioni al
termine medio : 1° che esso com- prenda la causa di una cosa, 2° che questa sia
conosciuta come causa, 3° che sia causa veri e certa. Ora tutte tre queste con-
dizioni competono al modello. Difatti Vesperimento si fa pel conseguimento
delle leggi causali e se nel modello non fosse 74 NEZIONE I - CAPO V compresa
la causa, il modello non servirebbe a niente. Inoltre la scienza richiede che
l'experimentatore non solo conosca il modello come la posizione probabile della
causa nel suo rap- porto con l’effetto ma che egli a lavoro compiuto sappia co-
noscerla come tale tanto che sia atto a dimostrarlo altrui. In- fine è d'uopo
che la mente sia affatto certa che nella relazione causale espressa dal modello
e conosciuta come tale sia la vera e propria cagione dell'effetto conosciuto.
Dunque la dimostra- zione sperimentale, movendo da un termine medio,
rispondente alle assegnate condizioni, produce nei casi favorevoli una vera
cognizione scientifica x40 éfoyfy. Quanto alla naturalità del processo, per
poco che si rifletta alla natura reale degli enti fisici (masse e moti) che si
introducono nel modello, si vede che nen potrebbe essere maggiore. Infatti,
sebbene il modello sia un sistema simbolico artificiale, tuttavia come
raggruppamento tecnico di fatti naturali che continuano sempre ad essere quello
che sono in natura, mai non cessa di essere un brano di natur: funzionante in
un unico modo cioè secondo le sue proprie leggi e suscettibile di produrre
deduttivamente sempre le stesse con- seguenze. Benchè nelle mani dell'nomo
iappaja uno strumento artificiale per far parlare le cose colla loro naturale
logicità, tuttavia non cessa di essere e di funzionare come un sistema naturale
agente secondo la sua intrinseca necessità. Questa pro- prietà è di supremo
momento. Difatti in primo luogo si ricava che l'esperimentare non è un pestar
Pacqua nel morta]jo ma un vero procedere cronologico dagli antecedenti al
conseguenti e un vero procedere logico, dalle premesse all’illazione. In
secondo luogo si ricava che nel processo dello sperimento è Za stessa na. tura
che ragiona realmente nellordine della successione e che noi, con esso
conoscendone TVinterno modo di operare non re- stiamo solo alla superficie
della realtà. Prendo quattro masse metalliche d’un dato diametro, per esempio
due palline e due grosse sfere di piombo come nella Di. lancia di torsione di Cavendish,
le dispongo a una data distanza e noto il valore della loro forza attrattiva.
Ne io vario ad arte le masse materiali agenti e la loro distanza nell'intento
di veri. ficare la legge newtoniana di gravitazione, se impiegando i più TEORIA
DEL METODO SPERIMENTALE 75 sottili accorgimenti dei cosidetti metodi induttivi
(1) io combino i più svariati modelli di ricerca e di prova a tale scopo, posso
forse supporre che la natura sospenda il giuoco delle sue forze attrattive e xi
rifiuti di entrare nei miei modelli per la ragione che questi sono schemi
artificiali, composti secondo la mia vo- lontà.? Non v’ha dubbio, il modello
stesso, malgrado il suo ar- tificio, è pur sempre un sistema naturale. Sicchè
anch'esso ci dà Virrefragabile certezza del processo della natura. L'ipotesi
modello è in ultima analisi una macchina ad un tempo logica e fisica combinata
dallo spirito per potersi rappresentare in mente l'equivalente della natura e
per riprodurselo in realtà. L'in- treccio degli strumenti fisici per misurare il
rapporto delle va- riazioni dei due sistemi antecedenti e conseguenti 4) come
ipo- tesi logica è l’espressione teorica d'un idea nel campo della possibilità
; dD) come modello fisico è la realizzazione pratica di questa idea
nell'esistenza reale. La prova teorica dell'ipotesi non fornisce che la
possibilità razionale della causa, solo la prova pratica del modello ne
stabilisce la reale necessità. Il trapasso adunque della ragione dall'ipotetico
al categorico è agevolato dall'architettura medesima dello sperimento che, nei
casi favo revoli, ci trasmette la causalità vera della ragione e della realtà.
La ragione naturalizzata in azione ecco Pipotesi-modello, la legge Causale
medesima in potenza ed in atto, cioè la natura stessa nel suo divenire
razionale nell'atto che realizza necessariamente la sua ragione conforme alla
nostra. L'ipotesi sola ci dà Vom- bra ideale della causa. Il modelle invece ci
dà il legame reale in Cui possiamo afferrare la determinazione necessaria del
conse- guente per l'anteredente nel tempo. Il modello insomma è la pietra
angolare dello sperimento. Mentre Fosservazione empi- rica non ci dà che il
molteplice degli oggetti e dei fatti, V'espe- rimento per la costruzione
dell’ipotesi-modello cerca di ricon- durre, in un solo tutto, sotto il dominio
d'una sola ragione le (1) L’arte di sperimentare secondo i così detti metodi
induttivi che ci appren- dono a trovare le leggi di quegli eventi che hanno
incominciamento nel tempo e necessità razionale di produzione e perciò si
dicono leggi causali è ben nota dopo le ricerche dirette di (Galileo e le
analisi teoriche dell'Herschel e del Mill Qui non è necessario esaminare
piauticolarmente questi metodi, bastando che il lettore si riferisca alle opere
precedenti che ne trattano es professo. 76 SEZIONE I - CAPO V divise membra
dell'essere, assegnando loro il debito posto e la dovuta funzione. In questo
senso diciamo che l’esperimento unifica la moltiplicità dell'esperienza. Ma
questa unificazione dev'essere fornita di alcune qualità che la fanno distinguere
da tutte le altre e le conferiscono quella dignità e supremazia me- todica che
le è propria. Ora di queste qualità alcune apparten- scono all'ordine della
successione naturale, fisica o psichica, al- tre all'ordine della deduzione
razionale o logica in quanto il modello dev'essere una ragione pratica,
produttrice e dedut- trice; produttrice di ‘effetti reali nel tempo, deduttrice
di rap- porti razionali nella necessità. Il modello, fatto e ragione esso
medesimo, mostra all'opera il modus operandi della natura nello causalità in
cui brilla il meraviglioso legame del neces- sario col contingente. Per tal
rispetto noi possiamo legittima “mente attribuire il rapporto causale alla
natufa perchè lo ri- scontriamo veramente nella natura che opera nel modello in
modo conforme alla nostra ragione. SG. — In terzo luogo, la deduzione è il
processo che mette alla prova la validità causale del modello, e, nei casi
favore. voli, converte l'ipotesi in una tesi. È appunto dalla robiltà della
deduzione di cui è suscettibile l’ipotesi-modello che l'espe- rimento toglie la
sua eccellenza. Mettendo in funzione il 1ao- dello ideato e costruito
possibilmente secondo la valutazione quantitativa dei fatti dei quali si vuole
ricercare la causa, riesce relativamente facile sceverare l’accessorio
dall’essenziale. La funzione deduttiva del modello sperimentale è appunto
doppia: 1° l'eliminazione delle circostanze accidentali (varia. bili
indipendenti), 2° la determinazione delle proprietà essen- ziali cioè delle
condizioni necessarie e sufficienti alla riprodu- zione del fatto (variabili
dipendenti). Che il nome di dedu- zione non sia usurpato a sproposito in questo
caso, risulta dal fatto che l'ipotesi è sempre un sistema ragionato cioè
logico, almeno nell'intenzione. Il modello tecnico poi è sempre in com- pleto
accordo coi fatti naturali dal momento che risultando da fatti naturali non può
darsi che ve ne sia uno che contradica alla natura. Quindi la logicità risulta
dall’anzidetta ragione che l’ipotesi-modello funziona da termine medio tra il
sistema TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 77 naturale da decifrare e il sistema
razionale che è la norma di- rettiva della nostra conoscenza. Invero, coi fatti
constatati del primo e coi principi certi del secondo, l’ipotesi-modello non
deve essere ripugnante, mentre deve appunto rendere ragione dei fatti per la
cui spiegazione viene adoperata. Infine la sua logicità risulta da ciò che il
processo che tramuta in cognizione certa la cognizione probabile assunta
ipoteticamente alla spie- gazione causale dei fatti è a sua volta la
conclusione d’un razio- cinio, come si vedrà dall’analisi del quarto momento. $
TT. — Questo quarto momento chiude l’operazione complessa dello sperimento, e,
nei casì favorevoli, dà luogo alla formula della legge esprimente il rapporto
costante fra i valori relativi delle variabili dipendenti. Con questo risultato
la determina- zione esatta della legge causale della natura viene raggiunta în
modo definitivo. Ma questa determinazione non è possibile se non sieno verificate
le seguenti condizioni logiche. Primieramente il sistema mentale per quanto si
addice alla verità di ragione e quello naturale per quanto s'addice alla ve-
rità di fatto, devono convenire fra loro in un medesimo gruppo di conseguenze.
Data questa convenienza effettiva ecco come pro- cede il ragionamento dello
sperimentatore. In ogni caso (si tratti cioè di sistemi razionali o di sistemi
naturali) è evidente che le conseguenze dipendono sempre da un certo sistema.
fisso e determinato di relazioni che, teoricamente, devono essere tradu- cibili
in equazione. Perciò, appuntando lattenzione sul sistema artificiale e sul
sistema naturale (di ammessa logicità) si con- chiude con questo sillogismo 1
Le equazioni del sistema artifi- ciale e quelle del sistema naturale comportano
le stesse conse- guenze nelle stesse condizioni, dunque le equazioni dei due
si- stemi sono identiche. Questo, in altre parole, viene a dire che due sistemi
naturali, due brani di natura infine, da cui sl de- ducono le stesse
conseguenze devono avere le stesse leggi per quanto Tuno sia composto dalla
natura Valtro costruito artifi- cialmente dall'uomo. È pertanto necessario che
il fisico dopo d'aver messo in funzione il modello e comparate le conseguenze
naturali e artificiali si rivolga allo studio del modello per de. terminare le
equazioni. 78 SEZIONE I - CAPO V Questo lavoro esige l'esame comparativo delle
grandezze sog- cette a misura e quindi la determinazione delle relazioni che le
collegano. Sopratutto si cerca di isolare quei rapporti di dipendenza che
subordinano i valori di alcune di esse ai valori che si devono assegnare alle
altre. Se la cosa è possibile, due sistemi (o funzioni di più variabili) si
trovano posti in equili- brio: un sistema di antecedenti fisici e di premesse
logiche da un lato, un sistema di conseguenti fisici e di conclusioni logiche
dall’altro : quello ci dà la causa, questo l’effetto. L'esperimento
permettendoci di adeguare tali rapporti di termini successivi e deduttivi ci dà
la conoscenza delle leggi causali. Nei casi più felici la legge si presenta
sotto la forma d’una proposizione quantitativa. è S — Volgendo ora uno sguardo:
retrospettivo sui quattro momenti esposti, procurlamo in primo luogo di
rispondere alle maggiori objezioni contro il valore dell'esperimento, quindi
ag- giungiamo alcuni schiarimenti sui punti principali della nostra teoria.
Contro lintimo valore dell'esperimento il Gentile volendo provare che
l'esperimento non può dar luogo che ad una covo- scenza superficiale, nota: «Il
maggiore sforzo che noi si possi fare per eniare nell'intero dei processi
naturali è l’esperi- mento in cui noi stessi disponiamo le cause alla
produzione de- gli effetti: ma anche in tal caso il principio efficiente rimane
nella natura stessa delle cui forze noi ci serviamo senza poterne conoscere
l'interno modo di operare. E anche per l'esperimento la nostra cognizione si
arresta alla semplice constatazione di nessi di fatto, onde ci sfugge l’intima
attività del reale che dovrebbe essere il vero e proprio oggetto da conoscere.
Opera- zione estrinseca alla natura, il nostro esperimento non può nè anch'esso
dar luogo se non ad una cognizione superficiale » (1). Ma posta così la
questione è presto risolta. Infatti, comin- ciamo in primo luogo a prender atto
della preziosa ammissione che fa il Gentile quando riconosce che anche
nell’esperimento (1) GENTILE. Teoria generale dello spirito come atto puro,
Pisa, Mariotti, 1916, pag. 15-16. TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 79 «il
principio efficiente rimane nella natura stessa, delle cui forze noi ci
serviamo » dal momento che l’esperimento ben fatto non ha appunto altro senso e
valore che quello di presentarci la na- tura stessa nell’atto che, operando,
realizza veramente la sua intima ragione, conforme alla nostra. Il guaio per
noi sarebbe che il principio efficiente della natura restasse fuori delle forze
che si impiegano nell’esperimento. In secondo luogo il Gentile afferma che
l'esperimento non ci fa conoscere l’interno modo di operare della natura. Ma
questo non è in tutto vero, perchè la conoscenza sperimentale ci dà la
possibilità di dedurre dallo stato attuale delle cose lo stato loro per un
istante qualunque. (ili effetti naturali che noi prevediamo entro certi limiti
non sono forse causati dall’interno modo di operare della natura? In terzo
luogo il Gentile afferma che nell’esperimento noi ci arrestiamo alla semplice
constatazione dei nessi di fatto. Ma anche questo non è vero, perchè la scienza
sperimentale super: non solo la semplice constatazione dei dati, ma anche la
sem- plice constatazione dei nessi di fatto, raggiungendo, coll’im- piego del
sistema ipotetico-deduttivo, la constatazione dei nessi di ragione. FE ciò
infatti si riscontra provando che i nessi di fatto si realizzano seconde una
ragione conforme alla nostra. Questo e non altro è il senso e il valore della
previsione scien- tifica cioè della deduzione razionale della produzione
naturale che non può essere negata da alcuno. In quarto luogo il Gentile
afferma che ci sfugge l'intima attività del reale che dovrebbe essere il vero e
proprio oggetto da conoscere. Ma di qual cono- scere egli intende parlare? Se,
come dovrebbe qui, vuol parlare del conoscere scientifico (e non del
filosofico) notiamo che V’og- getto vero e proprio delle scienze è la
conoscenza delle leggi cioè delle relazioni universali e necessarie. Se le
scienze speri- mentali si preoccupassero d’altro oggetto perderebbero la loro
ragione d’essere. Le scienze non sono e non possono e non deb- bono essere
filosofia e nessuno scienziato che si meriti vera- mente questo grande nome si
è mai proposto di filosofare.... a macchina cioè sperimentalmente. In quinto ed
ultimo luogo aggiungerò un’osservazione critica che mi pare gravissima. Le
objezioni del Gentile sarebbero fondate se i gradi del conoscere fossero solo
due cioè l’esperienza del conoscere comune e la filo- 80 SEZIONE I - CAPO V
sofia del conoscere speculativo. Ma tra questi due gradi estre- mi c'è la
scienza esatta. Certo l’esperienza sta alla superficie della realtà perchè non
dà che fatti e rapporti contingenti. La filosofia invece ci dà o dovrebbe darci
l’universale concreto. Ma la scienza! esatta oltrepassa la superficie empirica
perchè ci dà l’intelligibile universale e necessario o di ragione pura (scienze
deduttive) o di ragione e di fatto (scienze sperimentali). È ancora un
universale astratto questo, ma è l’unico vero e proprio oggetto che la scienza
esatta si proponga di determinare. Ciò posto si capisce benissimo che il
Gentile giunga alla conclusione sud- detta, dal momento che egli ritiene che
«la posizione di Hume (schietto empirismo) è quella a cui si è arrestata la
scienza della natura» (1). Ma non v'è errore maggiore che quello di
identificare l’espe- rienza coll'esperimento cioè la conoscenza empirica con la
cono- scenza scientifica. Sicchè possiamo dire che una volta c’era la filosofia
scientifica del positivismo, che confondeva la. scienza colla filosofia, e
cadde, ed ora c’è la scienza empirica dell’idea- lismo attuale che confonde la
scienza. esatta. coll’esperienza. S9. — Aggiungiamo ora alcuni altri
schiarimenti intesi completare la concezione adeguata della teoria del metodo
spe- rimentale. | Non è da credere anzitutto che la virtù del processo speri-
mentale derivi dall'ampiezza della conoscenza empirica dei fatti dei quali si vuol
cercare la causa. Certo quanto più estesa è la Conoscenza dei fatti tanto
maggiore è la probabilità che Ja causa indotta nell'ipotesi assunta a spiegarli
non venga contradetta da nuovi e opposti fatti. manifestantisi.
nell'esperienza. Ma questo non vale che per la fortuna dell'ipotesi. D'altra
parte è evidente che Tesame comparativo dei risultati ottenuti per la
determinazione della legge non si può istituire che sopra un numero limitato di
casi particolari. E i termini elementari che entrano in questi non hanno neppur
bisogno d'essere conosciuti nella loro intima essenza. Così noi non conosciamo
essenzia]- mente la forza di gravità, Velettricità, le azioni molecolari. La
(1) GENTILE. 0p. cit, pag. 70. TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 81 loro intima
natura sfugge al nostro esame diretto e tuttavia quanto è grande il tesoro
delle sicure leggi che noi conosciamo intorno a questi fenomeni ! Sorge qui il
probiema di sapere come mai noi ci crediamo in diritto di estendere alla
maggior generalità dei casi non ancora provati le conclusioni raggiunte
nell’esperimento. Alcuni hanno creduto che questa estensione si risolva in un
semplice arbitrio perchè in apparenza si procede dal noto all’ignoto, dal
partico- lare al generale. Ma questa opinione non ha neanche il pregio d'essere
discutibile perchè poggia sopra un supposto radical- mente falso. Ni crede cioè
che l'esperimento sia un processo in- duttivo, il che, come provammo nel $ 6,
non è. Messa dunque da parte questa falsa sentenza, Punica questione che, per
la sua importauza, ci converrebbe trattare è se e fino a che punto noi possiamo
esser sicuri della nostra ragione. Ma nessun dubbio a questo proposito è
ragionevole. La dottrina che si serve della “tgione per rinnegare la ragione è
un vero suicidio della ragione. Ma noi qui non abbiamo alcun bisogno di prender
in esame i cavilli scettici diretti contro Ja verità dei mezzi di conoscenza.
Dobbiamo invece concludere che il muover dubbio circa il diritto di credere
alla validità costante delle verità deduttive è un sofisma che la più
superficiale analisi della ragione basta a confutare (1). Ma se la cognizione
delle leggi causali e la previsione dedut- tiva della loro validità sono
possibili alla mente nmana per via dello sperimento, è poi Vimpiego dei modelli
che ci dà la chiave (1) Secondo alcuni, per costituire l'esperimento, basti che
l'intervento del- l’opera volontaria dell'osservatore si aggiunga
all'osservazione ; allora si ottiene il vilntaggio — secondo loro — di poter
volontariamente determinare la nascita o il decorso dei fenomeni semplici e
isolare le parti d'un fenomeno complesso. Così alcuni fautori di psicologia
sperimentale sì lusingano di adoperare l’espe- rimento « quando osservano
qualunque fenomeno psichico variando le condi- zioni sotto eni esso si manifesta
». L'esperimento così non sarebbe altro che un'esperienza provocata (Kiùlpe).
Ma questa condizione è ben lungi dall’essere sufficiente. Invero l’esperienza
provocata di tal genere era conosciutissima dagli antichi, che tuttavia non
conoscevano ancora il metodo sperimentale. 0e- corre per questo che i fenomeni
siano messi realmente in proporzione, cioè connessi in guisa tale che il fatto
cercato sia realmente deducibile in funzione di qualche variabile, per mezzo di
quel sistema strumentale che costituisce il modello. A. PastoRE — Il problema
della causalità - Vol, II. 6 $2 SEZIONE I - CAPO V delle cause? Come può darsi
che l’impiego d’una finzione serva all'acquisto della verità e sia capace di
darci il possesso d’una legge universale e necessaria? Per qualche servizio
reso, per Caso, ad un investigatore da qualche ipotesi-modello dovremmo
esagerare l’importanza scientifica dei modelli fino a farne la pietra angolare
del metodo sperimentale ? Molti filosofi non hanno forse creduto di dover
protestare ener- gicamente contro Yuso delle ipotesi-modello come strumento di
lavoro? e in particolare la teoria dei modelli nei ripetuti ten- tativi
teoretici di coloro che (come noi) da parecchi anni la vogliono introdurre
negli elementi di logica e in genere nella teoria della scienza non ha forse
ricevuto la più severa acco- glienza dalla critica filosofica? Ecco un’altra
questione che me- rita uno speciale riguardo. Ora che l’uso in genere delle
ipotesi nelle scienze sia utile all'investigazione dei fenomeni della na- tura
e il loro valore metodico sicuro non è seriamente contestato dalla critica (1).
(1) Il Masci nella seconda edizione della sua Logica riveduta e corretta (1910)
ha fatto un'importante aggiunta circa l’uso e il valore delle ipotesi nelle
scienze, esaminando criticamente le obiezjoni più recenti formulate dai logici
e dai naturalisti (Cfr. Prefaz. alla seconda edizione). Nella sezione seconda
al capo II trattando del metodo deduttivo, si svolgono i punti seguenti: « $
II. Il pro- cedimento deduttivo nelle scienze empiriche causali; suppone
l’induzione an- terior> delle leusi causali più semplici e consiste o in una
riduzione o in una sintesi Necessità della verificazione, pag. 422 — $ III. Il
procedimento dedut- tivo da ipotesi causali. Condizioni di ammissibilità delle
ipotesi, ,p. 429 — f IV. Condizioni di verificazione ; verificazione completa e
incompleta, gradi di ciascuna, esempi, p. 430 — $ V. Discussione delle critiche
mosse all’uso delle ipotesi. Importanza delle ipotesi e largo uso di esse in
ogni ramo di scienze come condizione del loro progresso ; condizioni soggettive
ed oggettive delle vere ipotesi scientifiche, p. 438 ». Ma la trattazione delle
ipotesi non compare nei capitoli dei metodi induttivi nei quali il MAScI
introduce la teoria dell'esperimento (Sezione II. Capo I) e la teoria dei così
detti quattro metodi induttivi per la ricerca sperimentale (ivi, Capo II). Il
lettore vede subito che la nostra trattazione differisce da quella del Masci
pel modo di concepire la teoria del metodo sperimentale, e conseguentemente la
teoria delle ipotesi causali. Noi consideriamo l’ipotesi-modello come chiave di
volta del metodo sperimentale. Riconosciamo col Masci « la necessità
dell’integrazione deduttiva per ricollegare le parti del procedimento
induttivo, p. 414», ma non subor- diniamo la teoria dell’esperimento alla
teoria dei metodi induttivi, anzi in- terpretiamo l’esperimento come una
operazione prevalentemente deduttiva benchè inseparabile dall’osservazione e
dal momento preparatorio dell’indu- zione che serve all’ideazione dell’ipotesi
anticipata dall’immaginazione o senza TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 83 Quanto
al negare la natura dell'esperimento come sistema ipotetico-deduttivo costruito
cr datis e il suo valore scientifico in ordine alla sua capacità di metterci in
possesso d’una legge universale e necessaria contro il dubbio di D. Hume, delle
due l'una: o negare quadratamente il valore delle scienze fisiche, o provare
che la determinazione scientifica delle leggi causali non si fa per via
dell’esperimento ma per altra via e indicare quale. Ma nel primo caso
bisognerebbe poter contestare il valore scientifico delle ricerche sperimentali
da Galileo ai giorni nostri, per professare il canone fondamentale di tutti gli
scettici. Im- presa vana per due grandi ragioni, la prima perchè la storia
delle verità scientifiche non si distrugge col semplice proposito di volerla
ignorare, la seconda perchè la prova perentoria della riduzione della scienza
fisica all’empiria manca. E non vale addurre il dubbio di D. Hume, perchè Hume
non distrugge Ga- lileo. Hume invero non considera l'esperimento, insistendo
sol- tanto sull’esperienza. Hume nega l’idea di causa affermando che Se questa
idea fosse possibile, dovrebbe venire dall’esperienza. Ma siccome questa rivela
solo i fatti o separati o in successione e non mostra mai un legame necessario
per cui un fatto si debba considerare come effetto d’un altro, così egli
conclude che l’idea di causa è una illusione della nostra immaginazione,
fondata sulla mera abitudine, cieca e irragionevole della nostra esperien- za;
e Hume nega anche il principio di causalità. Hume, a pro- posito d’ una
questione d’epistemologia speciale fa una que- stione di gnoseologia generale;
dove si fa questione di causalità scientifica cioè di causalità legale egli fa
questione di causalità prova o con prova insufticiente cioè induttivamente.
Così conveniamo col Masci sopra « la deduttività del procedimento da ipotesi
causali, 425 » che, a. parer nostro, è il punto di maggior rilievo in questa
teoria. Che poi si impie- ghi o no la parola « modello » è questione
secondaria. E sul fondo che ci importa di convenire. Noi conserviamo per lo più
il nome di ipotesi alle sup- posizioni puramente mentali; \ipotesi è per noi
una pura ideazione. Chia- miamo modello la realizzazione pratica dell’ipotesi.
Sicchè il modello è sempre un sistema pratico, un’ipotesi esteriorizzata, anche
se si riduca ad un sistema di simboli astratti rappresentativi. È la traduzione
dell’idea in simboli e l’or- ganamento tecnico di questi in un sistema
deduttivo ciò che caratterizza l’esi- stenza reale del modello. In questo senso
diciamo « modello » anche un’equa- zione e la consideriamo come una macchina
ipotetico-deduttiva qualunque. 84 SEZIONE I - CAPO V filosofica. E lo stesso
Kant non si preoccupa della determina- zione scientifica dei rapporti causali,
cioè resta ancora fuori dell’epistemologia. Noi invece affrontiamo il problema
causale sopra un campo che tanto Pempirismo, quanto il razionalismo e lo stesso
criticismo hanno a torto trascurato di determinare. Questo avevamo in mente di
affermare dicendo che Hume non distrugge (Galileo. Nel secondo caso
l’insinuazione contro l’esperimento è vana perchè bisognerebbe provare che da
Galileo ad Hertz la determi- nazione scientifica delle leggi causali non è
stata fatta col mezzo dell'esperimento ma per altra via e indicar quale. Se ciò
fosse vero bisognerebbe dire che Galileo non trovò mezzo più actoncio per
riuscire all'intento, che quello di aggirarsi in un perpetuo errore sulla
natura di quelle sensate esperienze, di quelle mac- cine, di quelle
dimostrazioni necessarie alle quali fa incessante ed esclusivo ricorso nelle
sue immortali ricerche. Sofistiche sono pure le ragioni per le quali si
potrebbe ritenere che la scoperta scientifica delle leggi causali sia stata
fatta e si faccia per altra via, perchè o sarebbe questa l’esperienza sia
esterna sia interna e allora si cadrebbe nell'empirismo, o sarebbe la ragione e
allora si cadrebbe nel razionalismo, sistemi questi che in una col criticisino,
mostrammo inetti alla ricerca scientifica delle cause per un vizio radicale.
Certo non bisogna. obliare che, se l'esperimento rende così validi servizi alla
scienza per la virtù ipotetico-deduttiva del modello, i modelli, che in fondo
sono una finzione anticipatrice dell'esperienza, non devono essere costruiti
per amore della fin- zione medesima. Sarebbe un’aberrazione funesta. La
fertilità delle ipotesi-modello è grandissima. Per esse riesce facile talora
scoprire tra i fenomeni fisici rapporti profondi che non si sospettavano punto.
Quante volte il sapiente uso ‘dei modelli ha fatto spuntare, nel campo della
scienza una messe prodigiosa di scoperte del più alto valore! Mille esempj
potreb- bero allegarsi con facilità, percorrendo la storia elle scienze. Più
tosto si tenga presente che l'aspetto tecnico del modello, il suo carattere in
grande parte arbitrario, la sua evidente co- modità, la sua vestizione
ordinariamente meccanica, la sua na- scita da cervelli immaginifici non devono
costituire un’objezione TEORIA DEL METODO SPERIMENTALE 85 seria contro il suo
legittimo impiego nel metodo sperimentale. Immaginifici dal più al meno lo
siamo un po’ tutti, e il più im- portante è che lo sono e lo devono essere
tutti i fisici sperimen- tatori, perchè non si può escludere che l’unico sforzo
d’ogni fisico non sia quello di poter trasformare la causa ipotetica (che
bisogna bene immaginare) in causa vera. Non preoccupiamoci ora di stabilire le
condizioni di ammissibilità, le condizioni e il grado di verificazione delle
ipotesi causali che furono accennate altrove. L’essenziale è questo, che è
assurdo opporre une raison de non recevoir contro la teoria dei modelli dal
momento che di ipotesi-modello le scienze sperimentali nè prima nè oggi nè mai
hanno potuto nè potrebbero fare a meno (1). Gli spiriti sani e vigorosi non si
lasciano ingannare dalle apparenze. Essi sanno che i vantaggi del metodo dei
modelli sono enormi. Chec- chè si dica noi siamo sempre costretti a supporre,
almeno in via provvisoria, che la natura proceda come la nostra ragione e
dobbiamo immaginare che proceda in modo logico. L'analogia quindi dev'essere
usata non già per fare affermazioni apodit- tiche gratuitamente, ma per
formulare sistemi ipotetici dedut- tivi da verificare, provando e riprovando.
Non abbiamo già posto la razionalità e quindi l’intelligibilità della natura
nel novero dei postulati della fisica sperimentale? Il che importa che nello
studio della natura l'impiego delle ipotesi-modello nonchè stimiausi irrito e nullo,
è necessario e sommamente pre- zioso fin dai primi fondamenti. Così appresa
limportanza dei modelli causali come semplice serumento di ricerca e come
ipotesi di lavoro ravvisiamo infine un altro valore che sorpassa la portata
fisica. « Tutte le con- seguenze della teoria del calere, avverte il Boltzmann,
anche quelle appartenenti ai dominj più disparati, sono state confer- mate
dall'esperienza: si può anche dire che esse concordano stranamente fin nelle
loro sfumature più tenui col polso della natura )) (2). (1) « Quand on
se refuse è choisir ’hypothèse pour guide, ha detto Gustave Le Bon, il faut se
résigner è prendre le hasard pour maître ». (2) BoLrzxmans, Veber die
Unentbehrlichkeit der Atomistik. Wiedemann's Annalen, Vol. LX, 1897, p. 243.
Cfr. pure Lecons sur la théorie des gaz. trad. Galotti et Bernard, II, Paris,
1905 p. VIII: (citato dal MkvyERsoN, 0p. cit. 443). 86 | SEZIONE I - CAPO V\ Il]
Meverson nel citare questo passo, dopo d’aver riferito an- ch'egli (appoggiando
colla sua grande antorità la mia tesi) l'importante principio di E. R. Hertz
sull’impiego dei modelli per giungere a conoscere le leggi della natura,
giustamente con- eclude : «a torto perciò noi abbiamo trattato le ipotesi
causali come semplice strumento di ricerca... Esse sono anche più che
un’armatura destinata a scomparire quando l’edifizio è costrui- to, esse hanno
il loro valore proprio, esse corrispondono certo a qualcosa di molto profondo e
di molto essenziale nella natura stessa delle cose». Da ciò mal si inferirebbe
che la natura in- tima dei dati simbolici dei modelli abbia qualche cosa di
comune con la natura intima dei dati reali della natura. Questa dottrina. è
stata non di rado addebitata non solo ai sostenitori dei modelli in genere ma
sopratutto ii sostenitori dei modelli meccanici delle forme logiche: (che però
non sono volti alla ricerca delle Jeugi causali, ma solo a quella delle leggi
logiche). Onde si è spacciato che i costruttori dei modelli ideofisici « con le
ruote girevoli e le famose carrucole », invece di indagare le pure relazioni
formali si son logorato il cervello per fare della logica a macchina! Ma questa
è una pretta facezia la quale è smentita da un gruppo di ragioni che non furono
ancora ro- vesclate dagli oppositori (1). $ 10. — In attesa pertanto che la
critica dissipi i pesanti equìi- voci che si sono addensati sopra questa
teoria, facendo giustizia delle fantastiche aberrazioni dell’intellettualismo
ove si trovano, e riconoscendo la modesta verità che noi sosteniamo a proposito
dei modelli e di qualunque natura essi siano in ordine alla teoria del metodo
sperimentale, concludiamo affermando : in primo luogo, che la veriticazione
della legge cansale si ot- tiene quando è possibile coll’esperimento, col quale
si può, da un lato dedurre il reale, dall'altro realizzare il deduttivo, donde
si ricava che la verità sperimentale propriamente consiste nella simultaneità della
deduzione del reale e della realizzazione del (1) Cfr. Sopra la critica
filosofica delle scienze in Rivista di filosofia, Marzo- Aprile 1914. TEORIA
DEL METODO SPERIMENTALE 37 deduttivo, in conformità della definizione posta nel
Capo I, $ 1, esigente la necessità e l’universalità di ragione e di fatto: in
secondo luogo, che il crescente accordo fra i postulati della fisica
sperimentale, i risultati dei sistemi ipotetico-deduttivi e i fenomeni fisici
rafforza sempre più e meglio la nostra convinzione filosofica sopra la logica
della natura di cui ci occuperemo nella sezione seconda, CAPO SESTO.
Applicazioni. | Partizione «delle ricerche. — Art. I. Dottrina della doppia
cansalità. — Art. II. Causalità psichica e sua determinazione sperimentale —
Art. III. Causalità storica e sua interpretazione critica, La teoria qui
proposta riceve schiarimento e vigore dalle ap- plicazioni, Posta la relazione
causale come la successione neces- saria di due sistemi equivalenti, in
conformità di quanto con irrefragabile certezza viene appurato nel campo della
fisica spe- rimentale, si domanda se si possa riscontrare e provare scientifi-
camente un tale nesso anche nei campi della realtà non fisica cioè se la
coscienza (sia individuale, sia sociale) abbia una sna propria causalità.
Nascono così prima 1 problemi gravissimi della causalità psichica in sè e nei
rapporti colla causalità fisica e poi quelli derivati della causalità
storico-sociale, che tratteremo or- dinatamente prima di affrontare il problema
ultimo della causa- lità metafisica (1). Ma per procedere con ordine e
chiarezza nella soluzione di questi problemi, è bene dividere in tre parti la.
ri- CeErctr, Cioè : | 1° indagare xe si possa distinguere una doppia causalità
(fisica e psichica), indicando eventualmente i caratteri differen- (1)
L'importanza scientifica e filosofica del problema della causalità psichica è
riconosciuta in tutta la sua vastità dal VILLA, il quale scrive: « Quale va-
lore ha pel mondo morale il problema della causalità ? Perchè infine la que- stione
fondamentale è tutta qui; il problema della conoscenza si confonde con quello
della causalità, e la gran lotta che si combatte nella cultura odierna gira
tutta intorno a questo principio essenziale ». Ideal. mod. pag. 290. 90 SEZIONE
I - CAPO VI ziali, appurare il vero senso della dottrina e rispondere agli ar-
gomenti contrarj (Art. I): 2° indagare, nel caso affermativo, se anche la
causalità psi- chica sia suscettibile di determinazione sperimentale (Art. II);
5° indagare se nella ricerca della causalità storica, dove alla . causa nel
senso scientifico si sostituisce -Ja causa nel senso pra- tico, rimanga almeno
un canone generale di orientazione (Art. III). [a ART. I. Dottrina della doppia
causalità. $ |. Prova di ragione e di fatto della doppia causalità. Senso e
valore di que- sta tesi conforme al principio dell’unità psicofisica del reale.
Unita e psico- fisicità d’ogni rapporto causale, Natura qualiquantitativa
d'ogni fatto cono- scibile. Potenziamento inverso di qualità e quantità.
Passaggio dalla natura allo spirito. Senso dell’azione causale reciproca. — è
2. Schiarimenti sulla psicofisicità del reale. Rifiuto della teoria del
Relimke. Concezione qualiquan- titativa della realtà. Sua prova. — è 3.
Caratteri differenziali, Critica del dua- lismo. Teoria del De Sarlo. — è 4.
Critica del fisiologismo epifenomenistico. Teoria del Lugaro. Si conferma la
tesi del senso relativo delli doppia can- salità nell'unità psicofisica del
reale. S1. — Abbiamo già visto nella parte storica che il Wundt è stato il primo
a tentare su vasta scala e con veri intenti sistema- tici la teoria della
doppia causalità, e come egli sostenga che la causalità psichica, malgrado il
suo intimo nesso colla fisica, ne è tanto diversa quanto il punto di vista
dell’esperienza imme- “diata soggettiva. caratteristico della. psicologia è
diverso da quello dell'esperienza mediata astrattamente oggettiva caratte-
ristico della scienza naturale (1). Per conseguenza egli chiama sostanziale
(per principio ausiliario) e di carattere concettuale la causalità fisica,
altuale invece e di carattere intuitivo la cau- salità psichica. Malgrado
divergenze radicali che furono e sa- ranno indicate a suo tempo anche noi
conveniamo sulla neces. sità di distinguere nettamente una doppia causalità :
fisica e psi- chica (2). (1) Wunpr, Philos. Stud., X, 107 segg. (2) In Italia,
anche il Masci, (nella più volte citata Memoria : Il materialismo psicofisico,
ITI, 11.) il De SarLo (Psicologia e filosofia. Firenze, La « Cultura filosofica
» Editrice, 1918, Vol. I, vir, pag. 129-146), il ViLta (Za psicologia 92
SEZIONE I - CAPO VI l’erò la prova di ragione e di fatto è ben diversa. Invero,
se- condo noi, per giustificarla basta avvertire che la causalità nel senso
scientifico compare sempre dove si ha una successione tem- porale connessa ad
una necessità razionale di dune sistemi equi- ‘alenti. Ora in primo luogo
risulta dalle scienze fisiche speri- mentali che queste quattro condizioni:
successione, necessità, equivalenza, sistematicità, s'incontrano nella natura
fisica, e in secondo luogo non sì può negare che, almeno in teoria, si in-
contrino anche nella vita psichica, perchè anche questa è nel tempo e nella
ragione ed è suscettibile d'equivalenza e di siste- maticità. Dunque
l'esistenza della doppia causalità fisica e psi- chica è, secondo noi,
teoricamente parlando, fuori di dubbio. Resta però indispensabile fin d'ora
comprendere bene il senso e il valore di questa tesi. Vedemmo che il Wundt
ritiene che la causalità in ultima analisi è una, come uno è il fondo della
real- tà, mentre lo sdeppiamento non è che il risultato di un’astra- zione
convenzionale. Anche noi, che ammettiamo il principio dell'unità psicofisica
del reale sulla traccia del Masci (1), sosteniamo che la causalità è in ultima
analisi costantemente una e sempre psicofisica in ciascuno membro del rapporto
causale cioè tanto nella causa quanto nell’effetto, nel senso che il fisico e
il psichico, essendo inseparabili realmente, non devono considerarsi mai Vuno
come Causa assoluta dell'altro. E il rapporto causale medesimo che in fendo è
realmente psitotisico nella sua integrità. Ciò, secondo noi, non è che
Vesigenza della natnra qualiquantitativa d’ogni fatto conoscibile, cioè di
quella necessità conoscitiva che il Masci contemporanea, Torino, Bocca, 1899
(Cap. VID. accettano nettamente la dot- trina della doppia causalità, pur
movendo da principj metafisici differenti. Il ViLra pone molto chiaramente il
problema nei termini seguenti: « Pare i molti che fuori della causalità
naturale manchi pur nel dominio dei fatti dello spirito ogni possibilità di
vera spiegazione ». « Il problema è come si vede della massima importanza :
esso involge una delle questioni più gravi della critica filosofica e
scientifica: quella cioè del valore conoscitivo di tutto quel sapere che si
riconduce all'esperienza immediata e interiore. E valida solo una forma della
causalità ? quella naturale o fisica ? E quale valore ha l’altra? » L'idealismo
moderno, pag. 234. (1) Vedi però la riserva fondamentale sull’interpretazione
dell’unità nella Sezione seconda, Capo primo, è 12, di questo volume. ART. I -
DOTTRINA DELLA DOPPIA CAUSALITÀ 93 ha mostrato dominatrice d'ogni pensiero (1).
Noi insomma am- mettiamo che la separazione reale cioè essenziale della doppia
causalità sarebbe non meno assurda della indistinzione mentale. Secondo noi la
realtà è in punti diversi soggetta ad un poten- ziamento psicofisico inverso di
qualità e di quantità. Ogni mo- mento reale è qualiquantitativo cioè
psicofisico. Ma dove predo- mina l’astrazione della quantità è la cosidetta
natura (mondo esterno o fisico), dove predomina Vastrazione della qualità è il
così detto spirito (mondo interno o psichico). Questa prepon- deranza
d'astrazione può giungere a tal segno che dove è mas- sima la quantità (ossia
la considerazione astratta della quan- tità ivi sia minima e trascurabile cioè
empiricamente traseu- ratit eo quindi. praticamente nulla la qualità (ossia la
consi. ‘derazione astratta della qualità) e viceversa. Da ciò deriva che le
individuazioni fisiche e psichiche giungono effettivamente a costituire diversi
ordini di realtà. distinti per la forma più o meno perfetta di individuazione
(intensiva ed espansiva) degli elementi astratti omonimi. Finchè gli stati
psichici (sempre connessi, s'intende. a stati fisici) non sono organizzati cioè
costituiti in una cosclenza unica. avente relativa autonomia e personalità, non
esiste ancora lo spirito. Il passaggio dall natura inferiore allo spirito
avviene con graduale evoluzione dalle forme elementari ed inferiori alle forme
più complesse ed elevate. Questi teoria, che rileviamo in massima parte dal
Masci (2), sembra in tutto rispondente alle esigenze della critica. Per essa
comprendiamo come i mondi superiori si rendano sempre più indipendenti dalle
cendizioni e dalle leggi della natura mate. riale, tanto che infine lo sviluppo
ulteriore della realtà si fa soprat tutt'altro fondamento e quindi con leggi
diverse (3), ac- quistando una potenza propria di organizzazione. Pensiamo in
(1) Alludo a quelli « necessità conoscitiva che domina, insieme, il pensiero
comune e il pensiero scientifico. per la quale la qualità e la quantità sono
determinazioni necessarie di tutto quello che esiste >», (Maser Quant. e
mis. pag. 24). « Come non è possibile alla mente pensare unit quantità reale
che non sia quantità di qualche cosa, così non è possibile pensare una qualità
senza quantità, » (M. op. cit., pag. 25). (2) Masci, Il materialismo
psicofisico, INI, pax. (3) Masci, ib. pag. 76. adind do 9 SEZIONE I - CAPO VI
altri termini, che, quanto più è complessa. la costituzione d’un essere, tanto
più varia ed attiva sia l’azione causale; ma che i gradi diversi di attualità
della causalità, non vadano a detri- mento della sua incontestabile continuità.
In queste ipotesi non possiamo per ora appellarci ad argomenti scientifici.
Tuttavia ‘è necessario prender partito sopra la questione dell’unità e della,
dualità della causalità non fosse che per avere un criterio rego- latore delle
nostre esperienze. E noi lo prendiamo affermando che, malgrado l’inscindibillità
reale della qualità dalla quan- tità, le individuazioni prevalentemente
naturali o spirituali quan- titative o qualitative, fisiche o psichiche,
oggettive o soggettive, esterne o interne, materiali o mentali, etc., possono
influenzarsi e anche determinarsi reciprocamente, come l’esperienza comune non
può rifiutarsi di ammettere (1). $ 2. — Occorre forse ancora una spiegazione.
Non bisogna confondere la dottrina dell’azione cansale reciproca tra spirito e
corpo intesa nel senso della causalità del fatto fisico puro sul fatte.
psichico puro (dottrina che rifiutiamo) colla dottrina dell’azione causale
reciproca d’ogni fatto sempre in realtà psi- cofisico (2) e solo in apparenza
fisico o psichico secondo il grado diverso di individuazione o d’astrazione
prevalente rispetto alla nostra esperienza. Con quest’ultima dottrina, che è la
nostra, non si estende la causalità a fenomeni fra loro sostanzialmente
diversi, per la semplice ragione: che in realtà non ci sono feno- meni tra loro
sostanzialmente eterogenei, costituenti dominj chinsi e impenetrabili. La
relazione cansale medesima è di na- tura qualiquantitativa; ma non già perchè
stabilisca una im- (i) Vicca, Ideal. mod., pag. 314. Il ViLLa è nettamente
contrario alla teoria dell’azione causale reciproca ira spirito e corpo, ma
adduce imparzialmente contro la propria tesi, buon numero di « fatti
incontestabili a cui ln coscienza comune sempre concederà gran fede » (pag.
314-6). Il MarcHEsiNI ritiene che «la sensazione e lo stimolo ci si presentano
sperimentalmente nel rap- porto di effetto a causa, quantunque ci rimanga
oscuro il momento del pas- saggio dall’azione fisica al fatto psichico ». E
aggiunge « non basta la differenza dei caratteri rispettivi perchè si debba
negare il rapporto di causalità tra fatto fisico e fatto psichico ». (Il fatto
minimo e la continuità naturale, in Rivista di filos. e ped. - Ag.-Sett, 1899).
(2) Il concetto sintetico della realtà psicofisica fu sostenuto chiaramente
anche dall’ArpIicò, Cfr. Il Vero, Vol. 5° delle Op. filos. pag. 189-190. ART. I
- DOTTRINA DELLA DOPPIA CAUSALITÀ 95 possibile equivalenza quantitativa fra una
quantità fisica fun- gente da causa e una qualità psichica fungente da effetto,
o viceversa. Nulla di tutto ciò : la cosidetta vita psichica secondo noi. è
anch’essa un fatto psicofisico, come la cosidetta natura tisica; benchè la
proporzione individuativa dei due processi sia diversa. In pratica continuiamo
a chiamare fisico o psichico “ioè che pare tale solo per l’inassegnabilità
empirica, in fondo pratica, del controtermine opposto. In ogni caso la
causalità sia prevalentemente fisica sia psichica si estende a rapporti di
ordine misto. Quindi non seguiamo il Rehmke il quale, con scarto arbitrario (e
ricavato, pare, dalla sola necessità di fare una nicchia alla sua erronea
nozione dell’azione reciproca), vuol trasportare la questione della reciprocità
sopra equivoci rapporti d'ordine misto, generando eosì una causalità nuova e
origi- nale (1). Nè pure vogliamo far passaggio dall’una serie all’altra, tanto
meno intendiamo convertire i processi coscienti in semplici fatti di quantità,
nè anche possiamo ritenere che «i processi della coscienza formino un sistema
chiuso in cui non vi sia posto se non per i fatti di pura qualità » (2). La
qualità, secondo noi, ha tanto a vedere colla quantità che non è possibile
pensare l'una senza pensare l’altra. Non serve replicare che questa con-
cozione qualiquantitativa della realtà ha solo valore metafisico, cioè deve
star chiusa nel campo della speculazione pura. Noi in- vece l'’adduciamo,
facendo appello a quella necessità conoscitiva della nostra mente che, come già
notammo sulle orme del Ma- sci, domina insieme il pensiero comune e il pensiero
scientifico. (1) Il rilievo di questa strana teoria del Reumke è dovuto al
VicLa, (Cfr. op. cit. pag. 317) il quale, con grande acume, confuta l’ipotesi
d'una terza cau- salità di ordine psicofisico, una causalità equivoca, che sia
di mezzo tra quelle, partecipando dei caratteri di ambedue. L'argomento più
solido che egli rivol- ge contro il Rehmke è « la difficoltà di dimostrare come
possa in realtà sus- sistere, data questa nuova possibilità, una serie
interamente fisica 0 umaltra interamente e schiettamente psichica. Nè si
rimedia a tale paralogismo ridu- cendo (come fa il REHMKE) il concetto
dell’azione reciproca alla pura succes- sione empiricamente data di due
fenonemi di ordine diverso. Ridotto a tale grado di generalità, il concetto di
causa perde ogni valore scientifico, e l’esi- me e la ricerca di esso non ha
più alcun significato notevole per la conoscenza » (pag 318). (2) VILLA, Op,
cit., pag. 321. 96 SEZIONE I - CADO VI 1l concetto della realtà psicofisica e
la sua applicazione al con- cetto della doppia causalità, ben lungi dunque
dall’essere il prodotto di uno scambio errato tra un concetto dell’esperienza
comune, volgare, immediata e quello dell'elaborazione scientific: e critita, è
l’espressione inevitabile del fatto fondamentale della conoscenza e della
realtà. D'entrambe, perchè : da) se il fatto psichico fosse puramente
qualitativo, nei limiti della sensibilità specifica, allora le differenze di
quantità diven- terebbero differenze qualitative della. stessa qualità ; ciò
che è assurdo. Dunque il fatto psichico deve essere qualiquantitativo. b) se il
fatto fisico rele fosse puramente quantitativo, al- lora per un verso le
differenze di quantità diventerebbero mec noscibili, perchè non avrebbero la
proprietà di mettersi in re- lazione con noi (pesto che la qualità sia Ja
relazione delle cose con Lio): per Paltro verso esse stesse non potrebbero
essere, cioè diventerebbero impossibili realmente (cioè ivreali), perchè Ta
realtà non è (quello che è) se non a condizione d’essere pensata. Ne il fatto
fisico fosse puramente quantitativo, allora le diffe renze di quantità
sarebbero tanto inconoscibili quanto impossi. bili cioè irreali, ciò che è
assurdo. Dunque il fatto fisico deve essere qualiquantitativo. S3. — Rispetto
ai caratteri differenziali della causalità psi chica, circa le formazioni
psichiche e lo sviluppo psichico, dal punto di vista empirico accettiamo i
risultati del Wundt, esposti nel Vol. I (1). Questo punto di vista conduce
necessariamente all'abbandono della tesi del dualismo esclusivo che sostiene
Lassoluta indipen- denza. della causalità psichica. dalla fisica. (A questo.
propo. sito è doveroso ricordare che il De NSarlo, in vigorosa difesa (1) Il
Wuxpr afferma che la differenza fra la causalità fisica e la cansalità psichica
consiste in ciò, che quella è governata dal principio dell’equivalenza di causa
ed effetto, questa invece dal principio dell’accrescimento dei valori psichici.
Noi iccettiamo questa differenza dal punto di vista empirico perchè apparenza è
tale ; ma dal punto di vista teorico riteniamo che anche nella causalità fisica
il principio dell’equivalenza non escluda quello dell’accrescimento dei valori,
come anche nella causalità psichica questo non escluda quello. È una posizione
analoga a quella che sgorga dalla compatibilità delle due note del tempo e
della cquivalenza (Cfr. Sezione I, Capo II - Glossa prima). ART. I - DOTTRINA
DELLA DOPPIA CAUSALITÀ 97 del dualismo spiritualistico, ritiene che «ogni forma
di vita psichica dalla più rudimentale alla più complicata, lungi dal
presentarsi come una successione seriale di stati, ci si pre- senta come
risolubile in varj cicli di fenomeni eterogenei fra loro » ma aventi «
riferimento ad un centro comune » (1). «E non basta: i due estremi della serie
o del processo si trovano con- nessi con termini assolutamente eterogenei in
quanto questi non entrano a far parte della coscienza individuale : lo stimolo
sen- - soriale e il movimento fisiologico sono qual cosa di estraneo . alla
coscienza » (2). « Nella causalità psichica si ha a che fare con un agente che
permane attraverso i mutamenti degli atti e delle funzioni e che non esaurisce
la sua natura nelle rela- zioni in cui sì può trovare con altri elementi della
realtà. La causa in tal caso ci appare non soltanto principio di azione
tendente sempre al raggiungimento di uno scopo, ma anche su- scettibile di
accrescimento e di sviluppo in guisa da poter es- sere considerata, almeno
entro certi limiti, fattura di sè stessa » (3). Infine «la causalità psichica
genuina va distinta da altre forme di causalità derivanti dai rapporti in cui
Ja psiche, data la sua particolare natura. necessariamente sì trova. La psiche
da un canto è in intima relazione coll'organismo, e dall’altro vive e si svolge
in una rete di rapporti con altre psichi. Di qui due altre forme di causalità,
la causalità psico-fisiologica € quella interpsichica » (4). Non credo di dover
qui rinnovare la discussione critica 1n- torno al dualismo per sostenere
all'incontro la tesì dell’unità psicofisica del reale a cui aderisco (5). Mi
limito soltanto a no- (1) DE Sarto, Psic. e Filos., I. pag. 130-131. (2) id.
ib., pag. 132. (3) id. ib. pag. 145. (4) id. ib. pag. 146. In modo limpidissimo
il De Sarto sostiene la tesi della determinabilità delle leggi causali
psicologiche affermando che «se per legge si deve intendere la corrispondenza.
esatta nelle variazioni di due serie di fenomeni, in modo che la semplice
dipendenza implichi la priorità logica di una serie (causa) rispetto all'altra
(effetto) non vi è ragione di negare la possibilità della determinazione delle
leggi nel campo psicologico. » (LI dati dell'esperienza psi- chica, Firenze,
1903, pag. 50). A questa tesi in quanto riconosce la causalità come sintesi di
successione cronologica e di necessità logica noi aderiamo comple- tamente.
(35) Rimandiamo i lettori alla critica esauriente del Mascr: Il materialismo
psicofisico, II. pag, 15-28, per la critica della sostanza semplice; pag.
79-126. 0] A. PastoRE — Il problema della causalità - Vol. II. 98 SEZIONE I -
CAPO VI tare che, sostenendo la doppia causalità non intendo accettare il
postulato della Psicologia dualistica, il cui tratto più discutibile chiarito
dal Masci è forse quello di fare un’illazione (ingiusti- ticata) dalla
duplicità dei fenomeni all aduplicità degli enti (1). $ +. — E da vedere invece
se la tesi della doppia causalità non cada sotto i colpi di quel fisiologismo
che considera la serie psichica come un epifenomeno, e sostiene che solo nella
serie fisiologica sia applicabile il principio di causalità, pur ammet- tendo
le azioni che il corpo può esercitare sull’anima (2). Un argomento molto caro
ai negatori della doppia causalità è quello dell’assurdità dell’interazione
causale fra anima e corpo nel to che si voglia ammettere col dualismo la
distinzione di una causalità fisica e di una causalità psichica di natura
radical mente diversa e tuttavia infiuenzantisi a vicenda (3). Il Lugaro fa
notare che, «se questa distinzione rispondesse al vero sarebbe assurda ogni
pretesa di costruire una psicologia objettiva cioè nno studio naturalistico
dell’attività di quegli organismi ani- mali, compreso l’uomo, nei quali noi
supponiamo fondatamente una coscienza. La serie causale dei fenomeni objettivi
sarebbe ad ogni istante intersecata e scompigliata in modo non valuta- per la
critica della doppia sostanza e del modo di concepire il doppio rapporto
secondo il dualismo critico. Inoltre circa le tesi metafisiche della causa
finale e della causa sui che sono importate evidentemente dal dualismo si veda
la Sezione seconda di questo volume. (1) Masci, Il mat. psicof., IL pag. 83.
(2) Questa posizione, che è classica peri seguaci del materialismo psico-fisico
fu ripresa recentemente, ma senza proposito materialistico, dal LuGaro, nella
importante recensione critica dell’opera del De SaRLO: Psicologia e filosofia.
Estratto dalla « Rivista di Patologia nervosa e mentale » Nov.Dic. 1918. Il
Lugaro aderisce in genere, benchè con molte riserve, alla tesi d’un dua- lismo
empirico. Però, se non erro, la sua ‘posizione di fronte al monismo e al dua-
lismo (che è molto guardinga) mi sembra caratterizzata benissimo dal fatto che
egli assume il dualismo empirico come condizione di lavoro scientifico, cioò
come un postulato senza cui la conoscenza objettiva resterebbe praticamente im-
possibile. Vedemmo invero antecedentemente in questa stessa Sezione (Capo primo,
$ 2°) che è ovvio consentire alla scienza fisica la concezione realistica
(limitata alla credenza dell’esistenza degli oggetti esteriori
indipendentemente dalla nostra volontà) e insomma il dualismo empirico solo
come ipotesi di la- voro. Entro questi limiti la situazione del LuGaro è
inattaccabile. Quel che esce da questi limiti è la tesi dell’anima come
riflesso passivo della realtà. (3) LuGaro, op. cit., pag 8. ART. I - DOTTRINA
DELLA DOPPIA CAUSALITÀ 99 bile dalla serie causale psichica e ciò renderebbe impossibile
ogni previsione »). « Soltanto quando si è giunti a stabilire un nesso
immancabile fra la coscienza e certi fenomeni objettivi che sì svolgono
nell'organismo e sopratutto nel cervello (causalità psicofisiologica) e si è
constatato che questi ultimi obbediscono come fenomeni fisici alla necessità
causale, soltanto allora si può esser sicuri che anche nei fenomeni di
coscienza c’è ordine e necessità, ma al tempo stesso si riconosce che
quest’ordine non fa che rispecchiare, con molte lacune, l'ordine dei feno- meni
organici, e che pertanto a questo dobbiamo rivolgerci se vogliamo conoscere il
vero determinismo della vita psichica » (1). « Noi... sottintendiamo sempre,
per qualunque fenomeno psi- chico, normale o patologico, un’immancabile base
organica e un inflessibile determinismo fisiologico o patologico. Respingiamo
invece decisamente ogni « psicogenesi » che sì voglia conside- rare nel senso
d'un’azione della coscienza o di qualche « prin- cipio spirituale » sul corpo»
(2). Insomma l’azione dell’anima sul corpo è decisamente negata nel senso che
l’anima, non es- sendo che un riflesso passivo della realtà, non può in alcun
modo influenzare il corso degli avvenimenti fisicì (3). Se non che questa
ripresa dell’epifenomenismo, con gli usati argomenti dell’anima riflesso
passivo, rispecchiamento lacunare della serie organica, spettatrice inerte,
eco, ombra, spuma della realtà non sembra forse destinata © perdere omai la
maggior parte del suo valore di fronte alla critica mostrante l’insepara- bile
unità psicofisica del reale? Chi lo nega, deve provare che la quantità è
pensabile senza la qualità, l'oggetto possibile senza il soggetto, la scienza
costruibile senza il pensiero. Ma questa prova non può essere data
dall’epifenomenismo, il quale non (1) LugaRo: op. cit., pag $. Gli
epifenomenisti, per rendere più intelligibile il loro punto di vista circa il
carattere lacunoso della serie psichica rispetto alla serie fisica, si raffi-
gurano le due serie come due tastiere parallele, tali che ai tasti della serie
fi- sica non corrispondono altrettanti tasti della serie psichica. Ora si noti
che la tesi della discontinuità psichica, almeno nel caso della sensazione,
verrà rove- sciata nell’Art. successivo al $ 4, dove si fornisce la prova
diretta della conti- nuità psichica, e v'è la risposta a qualunque altra
objezione consimile (ima- gine dei tasti), perchè il ragionamento fatto è
generalissimo. (2) Lucaro: op. cit., pag. 27. (3) Lucano : op. cit., pag. 31.
100 SEZIONE I - CAPO VI si fa un concetto completo della realtà in quanto crede
seria- mente di pigliare ogni oggetto come una res data, senza il pen- siero.
Per questo vizio d'origine, la sua stessa confutazione del dualismo
spiritualistico non può essere accettata senza beneficio d’inventario. La
grande objezione invero che si può muovere contro gli epifenomenisti è appunto
questa, che essi non potre)- bero intendere nonchè spiegare il fenomeno
oggettivo senza quell'epifenomeno soggettivo che proclamano semplice imagine
inefficace del soggetto. Essi se, come scienziati vogliono prescin- dere da
ogni ipotesi metafisica, hanno ragione dì non cercar di vedere quanto sia di
vero nel principio che gli oggetti son piut- tosto prodotti del soggetto,
almeno perciò che hanno di pensa- bile, come atferma Kant. Ma allora perchè si
compiacciono di satireggiare Hegel il quale afferma che il mondo è opera del
pen- siero? Di fronte a loro certi metafisici hanno un bel dire che per il
metafisico il mondo stesso, sotto il sno aspetto puramente meccanico e fisico
non è veramente altro se non un fenomeno 0 epifenomeno cioè una
rappresentazione nella coscienza d'un os- servatore (1). « Essi continuano a
ragionare come una lanterna cieca che projetta la sua luce sopra le cose e ne
mostra le appa. renze, ma lascia stare la propria natura, come quella delle
cose medesime, nella più completa oscurità » (2). Censurano la con cezione
sdoppiatrice del dualismo classico e non s’accorgono che la loro stessa
concezione dell'epifenomeno è un residuo del dua- lismo classico. Infatti se,
all'opposto della serie fisica, la serie psichica non è suscettibile d’azione
causale, è evidente che le due serie (fenomenica ed epifenomenica). sono dì
natura “adicalmente diversa perchè luna può cansare mentre Tal. tra non può: e
questo non è forse il pronunciato d’un pretto dualismo? Inoltre rimproverano ai
dualisti spiritnalisti so- stenitori dell’azione reciproca, di pretendere che
sia. vera Fassurda azione causale del non psichico sul fisico, ma non
pretendono essi stessi che sia vera la. portentosa trasforma. zione dum fatto
fisico in qualche cosa che non è più fisico, per. chè non è più causale cioè
nell'epifenomeno? Di qui il circolo (1) FovitLir: Le mouvement positiviste.
Paris, Alcan, pag. 140. (2) id. ib., pag. 282. ART. I - DOTTRINA DELLA DOPPIA
CAUSALITÀ * 101 vizioso in cui si dibattono continuamente. Di più, se essi a
buon diritto rimproverano ai dnalisti dogmatici d’inserire un Hiatus nelle
serie delle cause perchè non dovranno alla loro volta es- sere rimproverati
d’inserire colla nullaggine dell'epitenomeno un hiatus incolmabile nella serie
reale degli effetti? L’epifeno- meno non è forse un effetto inerte, anzi
superfluo, anzi annichi- lantesi cansalmente, perché assolutamente incapace di
trasfor marsiì a sua volta in causa d'altro, e quindi un'eccezione al prin-
cipio della proporzionalità della causa all'effetto, una negazione ‘della legge
di inerzia fondamento dell'intelligibilità dei feno- meni naturali e dei
principj dell'indistruttibilità della materia e della persistenza della forza?
Contro i dualisti dogmatici che affermano il principio dell'interazione fra
anima e corpo, aldu- cendo. per esempio, che uno stimolo fisico produce un
fatto psichico (sensazione), e che un fatto psichico (volizione) produce un
fatto fisico (movimento), gli epifenomenisti dichiarano che per qualunque
fenomeno psichico si deve sottintendere un'imman- cabile base organica a cui
esclusivamente conferiscono capacità causativa. Ma perchè non ammettono la
reciproca? perchè non ri- conoscono che un'immagcabile base psichica si deve
sottintendere per qualunque fenomeno fisico ? Se credono che la presunta pro-
va dei dualisti sia solo apparente (giacchè dal non aver coscien- za del fatto
organico concomitante ad ogni fatto psichico non se ne può dedurre
l'inesistenza), non risulta forse ancora più evidente che la negazione della
qualità, sempre connessa ad ogni quantità, non può fondarsi sopra La prova.
della sua. inappa- Penzit? Se non sono in grado di offrire la prova empirica
del- l'immancabile base organica di qualunque fenomeno psichico, e ciò non
ostante si sentono costretti ad affermarla, non ci do- vranno forse dire per
quale ragione xi sentono in dovere di fare una illazione così ingiustificata.
dalla non apparenza. all’ine- sistenza della controparte psichica, dal momento
ehe questa. è, per definizione, non apparente? Sostengono la causalità chiusa
della serie fisica. perchè voglieno opporre una. barriera. insor- montabile
all'intrusione delle cause irreali. E d'aver questo fine hanno non una, ma
tutte le ragioni. Ma. se volessero star fe. deli alla realtà, dovrebbero
riconoscere che nna realtà fisica sen. za realtà psichica è una realtà irreale,
La loro immancabile base 102 SEZIONE I - CAPO VI fisica assolutamente apsichica
è un idolo creato dall’astrazione. Non ripeterò quello che ho già
precedentemente accennato nella critica al dualismo spiritualistico, cioè che
accettando la realtà non solo dell’elemento psichico ma anche del soggetto
spirituale avente coscienza di sè nel senso dell’unità psicofisica del reale,
non fa d’uopo accettare la tesi del dualismo vale a dire la sostanza oltre Tio,
secondo l'energica frase del Mascì (1). (ili epifenomenisti da questo lato non
avrebbero bisogno d’in- quietarsi. Certo il punto importantissimo anzi
fondamentale su cui si batteno con piena ragione è l'esclusione del valore
causale d'ogni superfetazione. Ma la serie psichica è forse tale? Certa- mente
sono tanti gli eccessi e gli equivoci della critica che la campagna contro
l'epifenomenismo potrebbe anche parere una difesa della vieta teoria della
causalità fisica della sostanza psi- chica che qui si combatte. Ma di questo
pericolo non deve preoc- ‘cuparsi troppo chi ha fede nel trionfo della verità o
almeno di cio che stima tale, e mantiene la sua fede appunto perchè pensa che
la verità. la quale sarebbe per fermo intonoscibile senza la serie psichica,
non sia un valore trascurabile cioè un epifeno- meno. Una superfetazione
inefficace la serie psichica? Ma non è forse un fatto psichico la nostra stessa
ragione, che in tanto costituisce la nostra superiorità su tutti gli esseri
irragionevoli ? Come ammetteremo incausale e superflua quell’idea (sempre
connessa, s'intende alla sua correlativa fisicità) la quale, a misura che tende
e riesce a idealizzarsi dentro di noi, tende e riesce a realizzarsi a tal segno
da produrre l’arte, la scienza medesima e la morale e infine il penziero
immenso di tutte le co- se, che è la filosofia ? In ultima analisi guardando a
fondo la posi:- zione degli epifenomenisti si vede che Terrore massimo in cui
cadono è d'essere infedeli al loro stesso positivismo. In vero non è forse
positivamente necessaria la coscienza per l'interpreta- zione scientifica dei
fenomeni oggettivi di cui fanno tanto caso? Come dunque ciò che è positivamente
necessario alla possibilità della scienza. sia al tempo stesso un epifenomeno
incausale di fronte alla stienza medesima è un problema straordinario di cui
solo gli epifenomenisti possiedono la soluzione. Non credo (1) Masci, op. cit.,
II, pag. $8. ART. I - DOTTRINA DELLA DOPPIA CAUSALITÀ 103 pertanto di esagerare
affermando che il pensiero degli epifeno- menisti è su questo punto
epifenomenico. Contro di loro bisogna fare appello alla necessità costitutiva
della nostra mente, la quale afferma che non è possibile pensare un oggetto
senza un soggetto e viceversa. E, con questo criterio, bisogna modificare il
senso della realtà e quindi della causalità. Bisogna ricono- scere che il
soggetto è tanto originale quanto l’oggetto, che il psichico è un fattore
causativo così essenziale come il fisico. Anzi bisogna riconoscere, in omaggio
alla legge dell’individua- zione progressiva della realtà sviluppantesi verso
la coscienza e l’autocoscienza, che il mentale è già una forma superiore della
realtà, perchè è il reale giunto alla coscienza di sè, e come tale è uno dei
fattori, se non il più importante, dell'evoluzione universale. Nessun
pensatore, per quanto epifenomenista, può supporre possibile una spiegazione
generale dell’universo, con annientamento del soggetto nell'oggetto, senza commettere
in annientamento del soggetto nell’oggetto, senza cadere in contra- dizione.
Così stando le cose, bisogna ristabilire la causalità nell’unità psicofisica di
tutta la realtà. La considerazione distinta della doppia causalità deve
restare, perchè ha gli stessi diritti della considerazione distinta della
natura e dello spirito che, malgrado la loro indistruttibile psicofisicità,
godono veramente d’una re- lativa autonomia ed esigono d’essere riguardati come
parti in- tegranti del reale. = === T__—=->*—=="="===5>-_-=f S=
=_= =") = ——TT_=="|[ (0) ART. II Causalità psichica e sua
determinazione sperimentale. $ 1. Definizione della Psicologia scientifica. — $
2. Esame di due gruppi di diflicoltà contro la Psicologia sperimentale. Primo
gruppo : questione dell’o- mogeneità tra la misura e il misurato; questione
della quantità dei fatti psichici; questione dell’unità di misura Secondo
gruppo: questione dell’ap- plicrbilità dello sperimento alla Psicologia. — è 3.
Nozioni fondamentali. Concetto di fenomeno psichico. Concetto di connessione
psicolisica. Feno- meni psichici elementari. Concetto scientifico dell’unità di
misura dei feno- meni psichici (unità derivata). Come il fatto psichico resti
determinato du un mumero senza dimensioni fisiche. Come si lasci impregiudicata
qualsiasi ipotesi metafisica sulla natura delle condizioni speciali componenti
il sistema psicofisico. — è 4. Considerazione critica dei risultati finora
ottenuti col me- todo Weber-Feclner. Si difende l'impostazione scientifica del
metodo W.-F., dando prova della continuità della serie psichici. Si citano le
cinque inter- pretazioni critiche della legge di Feclhner. Si deduce che il
fenomeno psico- fisico è complesso e che quindi deve essere trattato nella sua
complessità. Si mostra che il difetto del metodo W.-F. consiste in ciò che,
nella formula ‘=k 18, la y non è suflicientemente determinata. — è 5. Punto di
vista superiore. Deduzione della formula di W.-F. come derivata parziale d’una
funzione più complessa, in cui alle variabili stimolo e sensazione. si ag-
siunge la reazione, Equazione fondamentale della psicofisica. Conseguenze : 1°
Derivate parziali; 2° Deduzione Quna legge psicofisica in correlazione «lla
lesse di Ohm. — $ 6. Nuovo programma di lavoro scientifico e conseguenze
filosofiche. — $ 7. Conclusione. S 1. — Esposta la teoria scientifica della
causalità nel campo della fisica, chiariti il senso e il valore della doppia
causalità, skimo in dovere di indagare se anche la causalità psichica sia
suscettibile di determinazione sperimentale (1). Questa inda- (1) Riteniamo che
l'applicabilità del metodo sperimentale alle scienze biolo- giche, dopo i
trionfi della fisiologia sperimentale. non abbia omai più bisogno d'essere
posta in discussione. Quinto questa applicazione sia importante si 106 SEZIONE
I - CAPO VI gine evidentemente riposa sull’ipotesi dell’indipendenza d’una
psicologia scientifica dalla filosofica. Affinchè la situazione di entrambe
risulti nettissima noi prendiamo le mosse appunto da questa ipotesi, e
senz'altro stabiliamo che, se la psicologia scien- titica è possibile, il suo
oggetto non può essere che la. determina- zione delle leggi della coscienza
(1). Per tale ipotesi è chiaro che la conoscenza della causalità psichica si
risolve nella conoscenza sperimentale di queste leggi. Le considerazioni
seguenti ci met- feranno in grado di decidere se questa definizione ipotetica
si possa trasformare in definizione vera. © S 2. — Conviene, ciò premesso,
vedere se già dall’indirizzo della psicologia che si afferma scientifica, nonchè
dai risultati rag- raccoglie facilmente notando che l’indagine sperimentale è
già messa così sulla vin dell’esplicazione causale della vita, intesa come
potenziamento progressivo di causalità o moltiplicazione della causalità degli
effetti. (1) Circa la def. della Psie. scient. (efr. ViLLa, Za psic. cont.,
Cap. ID. Il Kigesow nettamente definisce la Psicologia come scienza delle
funzioni della coscienza. (Cfr. Della psicologia scientifica in Riv. di filos.
Nov. Dic. 1918). Dove è appena da notare che, se per funzioni sintendano le
espressioni ana- litiche delle lesgi, la definizione del Kiesow raggiunge il
massimo ?del rigore. Stando a tale concetto, intendendo la Psicologia
scientifica come scienza natu- rale e propriamente della natura psichica al medesimo
livello di tutte le altre scienze naturali, la Psicologia sperimentale è
irreducibile alla Psicologia filo- sofica. D'altra parte, se si riflette che il
concetto della Psicologia sperimentale secondo i wundtiani non si può reggere
prescindendo dalla teoria filosofica dell’esperienza immediata, non si potrà
fave a meno di riconoscere la giustez- za del seguente apprezzamento del De
Sarto. « Una scienza che non ha a che fare con costruzioni ideali, vale a dire
con prodotti mediati della nostra men- te, ma con intuizioni dirette del reale,
una scienza che ci mette a contatto dei fatti vissuti oltre di cui è follia
indagare, non merita il nome di scienza essen- zialmente filosofica ? Che il
Wundt se ne renda o non se ne renda bene conto, il concetto che egli presenta
della Psicologia risente troppo del suo sistema di filosofia ; la sua
Psicologia, a parte i meriti di lui come uno dei fondatori della Psicologia
sperimentale, è Psicologia filosofica ». (DE Sarto, I dati dell’esp. psic. pag.
6). È insigne merito del DE Sarto, e dell’ALiorta (La misura in psic. sperim.)
aver sostenuto e diffuso in Italia questo principio di capitale importanza,
facendo una posizione ben netta e determinata alla Psicologia sperimentale (che
è scienza analitica non filosofia) rispetto alla Psicologia filosofica (che è
specula- zione sintetica non scienza). Speriamo che il lettore si accorga che
in questo libro restiamo conseguenti a questa idea. Psicologia scientifica e
Psicologia filosofica son lavori che si trattano con principj e metodi e scopi
diversi, e con- seguono risultati irreducibili. La critica filosofica ha il
dovere di riconoscere e difendere i diritti d’entrambe. Questo criterio
distintivo è la spina dorsale di tutta la trattazione presente del problema
della. causalità. ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 107 giunti, non sia possibile
dedurre qualche ragione che valga a provarne l’infondatezza, o che all'opposto
permetta di attribuirle un indubbio valore. Siccome le objezioni si presentano
in folla, le divideremo in due gruppi: il primo concernente le questioni
strettamente connesse alla misurabilità dei fatti psichici; il se- condo quelle
connesse all'applicabilità dello sperimento alla psicologia. L'analisi critica
di queste objezioni ci metterà in grado di determinare con esattezza i concetti
di fatto psichico, di rapporto psicofisico e dì legge causale della coscienza,
fonda- mentali alla psicologia scientifica. Superate queste difficoltà.
cercheremo di vedere se non sia possibile elevarcì ad un punto di vista
superiore a quello di Weber-Fechner. I. — Le objezioni del primo gruppo si
possono ridurre alle se- euenti : 1° L'introduzione della misura in psicologia
è impossibile, perchè la psicologia come scienza particolare non può far altro
‘che indicarci la maniera (e i limiti) entro cui la realtà esterna suscita
determinazioni particolari della coscienza o la maniera (e i limiti) entro cui
la realtà esterna sotto l'azione di condizioni interne viene modificata più o
meno direttamente. In ogni caso rimane sempre insuperabile l'eterogeneità fra
la misura e il mi- surato, tanto grande quanto è l'abisso che divide il mondo
fisico dal mondo psichico: mentre la possibilità della misura richiede
l'omogeneità o quanto meno la traduzione una volta per tutte d'uno stato di
coscienza in valori numerici equivalenti, e questa equivalenza è impossibile.
2° I fatti psichici hanno solo natura qualitativa ; quindi torna inutile
avventurarsi nell’eventuale ricerca della misura quanti- tativa di fatti la cui
natura si rifinta alla quantificazione. 53° L'unità di misura dei fenomeni
psichici qual'è proposta nel metodo Weber-Fechner non ha fondamento
scientifico, perche con essa, in luogo di misurare le sensazioni con gli
stimoli, ef- fettivamente non si misurano che stimoli con stimoli e quindi non
sì esce mai fuori dell'ordine fisico cioè degli stimoli, come l'esigerebbe una
misura rivolta a darci il valore della sensazione. Senonchè rispetto alla prima
objezione non si può e non si deve dimenticare che se essa valesse, se cioè la
possibilità della 1()8 SEZIONE I - CAPO VI misura richiedesse l'omogeneità fra
la misura e il misurato, nessuna misura sclentifica sarebbe possibile. Che cosa
sappiamo noi positivamente della natura delle quantità che si incontrano nello
studio dei fenomeni fisici sottoposti a misura? Però ram- menta in un
preziosissimo rilievo Galileo Ferraris, «anche senza sapere in che cosa
consista un dato agente e senza fare sulla na: tura di esso alcuna ipotesi, noi
possiamo trattarlo come una grandezza misurabile ed esprimibile in numeri »
(1). È inutile ancora aggiungere che le misure psichiche pure saranno sempre
impossibili, perchè non potremo mai farle senza l'ajuto di fatti fixici. Per
ijuanto sia grande lVopera d'astrazione su cui si fonda tutto intiero il lavoro
propriamente scientifico, è innegabile che tutti i processi delle scienze
fisiche sono compiuti mediante le nostre funzioni intellettuali. Negare alla
psicologia scientifica la pessibilità della misura dei fatti psichici pel
pretesto che prestime una certa riduzione d'equivalenza tra fatti interni ed
esterni non sarebbe una ragione abbastanza legittima, perchè la contestata
riduzione d'equivalenza di certe sensazioni, sopratutto le visive, con certi
fatti di natura esteriore è tanto poco impos- sibile che si fa necessariamente
tutte le volte che il fisico, ad esempio, misura il peso con la bilancia o il
calore con la dilata- zione del mercurio, Queste misure invero sarebbero
impossibili senza la traduzione intermedia delle quantità esterne in fatti
interni per il gran fatto che tutte le misure fisiche sono misure psichiche,
riducendosi a sensazioni 0 percezioni. Quest'ultimo rilievo è dovuto al Wundt
{1) e finora nessuna replica valse a rovesciarlo. E come eseludere che misurare
lo stimolo, senza il minimo dubbio, significa misurare Tapprezzamento che noi
fac- ciamo dello stimolo? Concludendo su questo punto, siamo por- tati a
ritenere che, se le misure fisiche non sono impossibili (1) G. FerraRIS,
Lezioni di Elettrotecnica. I. Torino 1899, pag 21. (2) Wuxpr, Phil. Stud., I,
255 segg. Veramente il W. aggiunge che ciò av- viene senza detrimento della
condizione imprescindibile d’ogni misura che è l'omogeneità fra la misura e il
misurato per il grande fatto che il mondo della realtà (misurato) e quello
della coscienza (misuratore) non sono eterogenei. Ma noi lasciamo da parte
quest'ultimo argomento come tesi di valore filosofico che non può essere
addotta in sede scientifici. seguendo il criterio del Dr SarLo (I dati delPesp.
psic., pag. 7). Soltanto crediamo necessario avvertire che le paure che nutrono
i qualitatisti di fronte all'introduzione in psicologia scien- ART. II. -
CAUSALITÀ PSICHICA 109 benchè in fondo sl compiano con Tajuto di fatti
psichici, ana- logamente le misure psichiche non sono impossibili benchè iu
fondo si compiano con l’ajuto di fatti fisici. Ma resta un ultimo argemento pel
quale l'objezione della im- possibilità del calcolo psicofisico, per la
presunta eterogeneità dei termini delle equazioni psicofisiche, perde
definitivamente ogni valore. Ni può invero osservare che qualnnque formula di
termedinamica, come dice il nome, ha termini misurabili in unità di calore e
termini misurabili in unità di lavoro. Qualunque scienza, salvo la geometria,
ha, in questo senso della differente unità di misura, tutti termini eterogenei.
Nè mostrerebbe d'aver un concetto più giusto e adeguato dell'omogeneità e
dell'eteroge- neità chi affermasse che calore e lavoro e simili sono tutti
termini omogenei perchè quantitativi, laddove i fatti psichici sono quali-
tativi. Per affermare ciò non è forse necessario sapere in che cosa consiste un
dato agente, e fare sulla intima natura di esso un’ipotesi metafisica ben
determinata, mentre questa non è af- fatto necessaria alla trattazione
scientifica del fatto psichico come una grandezza misurabile ed esprimibile in
numeri? Invano adnnque gli avversarj ricorrono alla trita objezione dell'etero.
ceneità dei termini delle equazioni psicofisiche come sufficiente a provare
l'impossibilità scientifica del calcolo psicofisico, se l'omogeneità non
sussiste nei termini (variabili) delle equazioni fisico-matematiche. contro ciò
che essi amano credere ingenma- mente (1). tifica del calcolo degli stimoli
giudicati da essi quantitativi sono fondate sul pregiudizio che la realtà
fisica sia esclusivamente quantitativa, mentre ancora non si sa con precisione,
neanche dagli scienziati. quale sia la natura degli stimoli. Questa riserva è
confortata dal fatto (sempre troppo dimenticato) che il numero non è
quantitativo. Quantitativa è l'interpretazione fisica del numero
L’interpretazione psichica può anche non essere quantitativa, come non si può
dire quantitativa l’interpretazione musicale. Però il numero è sempre relativo.
Ma tutto ciò farà parte di future discussioni. (1) Non ignoro che si potrà
replicare : — sia pur vero, come voi affermate sulla nutorità di G. Ferraris,
che gli scienziati non hanno bisogno di sapere in che cosa consista un dato
agente fisico, nè di fare sulla natura di esso alcuna ipo- tesi; sia infine pur
vero che l'omogeneità non sussiste nei termini (variabili) delle equazioni
fisico-matematiche, tuttavia noi affermiamo che, mentre i fatti fisici si
lasciano trattare come grandezze misurabili ed esprimibili in numeri, per
contro i fatti psichici si ribellano assolutamente a questo trattamento. 110
SEZIONE I - CAPO VI Rispetto alla seconda questione, nulla ci autorizza ad
asserire che luna piuttosto che laltra ipotesi sulla natura qualitativa o
quantitativa dei fatti psichici sia verificata. La difficoltà di tapire il
processo psicofisico è la stessa nelle due ipotesi opposte. Per conto nostro
invece ci sentiamo portati a considerare come più fondata l'ipotesi della
natura qualiquantitativa di tutto il reale, appoggiandoci alla stessa necessità
fondamentale che do- nima insieme il mondo del conoscere e dell'essere (1). Ma
Vim- portante da capire è che tutte queste distinzioni, per.quanto utili nel
loro campo, sono interamente fuori della sfera d’appli- cazione dei metodi
scientifivi, perchè sono metafisiche (2). Più circospetta ma non più fondata è
Paltra objezione che nega la validità dell'unità di misura dei fenomeni
psichici elementari quale è proposta nel metodo Weber-Fechner (3). L'argomento
più forte è già stato addotto: ma non sarà superfluo uno schiari- mento
maggiore. In verità, dice il Masci, sintetizzando le cri. Perciò, anche senza
voler fare sulla natura dei fatti alcuna ipotesi, come in- segna G. Ferraris,
noi ci limitiamo a prendere atto della impossibilità scien- tifica di comporre
nelle stesse equazioni fatti trattabili e fatti intrattabili nu- mericamente.
Feco tutto. — Se non che questa replica pone in disparte la questione
dell’omogencità, per sostituirvi quella della trattabilità numerica dei fatti
di qualsivoglia natura. Noi possiamo dunque a buon diritto affermare che la
prima objezione (dell'’omogeneità) non ha valore. La nuova questione della
trattabilità numerica sarà esaminata nella risposta alla terza objezione; dove
si vedrà che gli avversaj ignorano il fecondo im- piego delle unità derivate,
cioè l’uso della determinazione mediata dei rapporti fanzionali nei fenomeni
complessi. Se si volesse portare la questione della omogeneità nel senso
strettamente fisico-matematico del calcolo delle dimen- sioni, si osservi che
la questione è stata appunto risolta con la nota alla for- mula [6] del $ 5.
(1) Cfr. Art. I. Dottrina della doppia causalità, $ 1. (2) Affermare che
l'essenza dei fenomeni psichici è costituita da un quid pu- ramente qualitativo
e assolutamente sui generis è pretta tesi metafisica. La psi- cologia scientifica
non ha alcun bisogno di pronunciarsi su questa tesì sen- tendosi interamente
libera da preconcetti, 11 ricercatore può per suo conto am- metterla o
eseluderla a suo agio. Neppure si richiede che dallo sperimenta tore venga
negata alla coscienza ogni attività subjettiva, per modo che essa venga ridotta
i una pura e semplice funzione dello stimolo presente esteriore. (Cfr. la
risposta alle objezioni del 2° gruppo). (3) FecHNER, Elemente der Psychophysik,
2 voll., Leipzig, Breitkopf und Hartel. 18551, 1SS92. — In Sachen der
Psychophysik, 1877. — Revision der Hauptpunkte der Psychophysik, 1882. —
DeLBoeuer, Recherches théor. et erpérim. sur la me- sure des sensations,
Bruxelles, 1873, ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 111 tiche dei più competenti
autori (1), che cosa facciamo per trovare l'espressione numerica della legge di
Weber? Cerchiamo di scrivere il quoziente dell'intensità dello stimolo
percettibile per la soglia d’intensità dello stimolo. « La misura è dunque solo
e sempre lo stimolo ; e perciò non ci è luogo al paragone delle due misure, se
l'una misura (Jo stimolo) e Faltra non misura (la sen- sazione) » (2). Il
passaggio dalla misura fisica alla misura psi- chica nell'analisi matematica
del fenomeno Weber-Fechner non è dovuto che all’arbitrario presupposto che a
stimoli minimi. perchè minimi, corrispondano minime e quindi eguali sensazioni,
e che quindi gli aumenti minimi percettibili di stimolo si possano scambiare
con gli aumenti minimi di sensazione e questi allora possano considerarsi come
unità eguali ben determinate di sen- sazioni, capaci di comporsi in totalità
superiori. Da questo pun- to di vista, prosegue il Masci, si vede che la
soluzione del pro- blema (della misura della sensazione con lo stimolo)
richiede- rebbe lo stabilimento d’un rapporto di misure paragonabili in cui
ciascuna delle misure fosse presa a parte Ma questo compito nel caso
Weber-Fechner è impossibile, perchè non si ha che una sola misura, quella dello
stimolo. Dunque, egli conclude, la mi- sura Weber-Fechner non è valida e il
problema proposto non è risolto. Invece di trovare il difetto del metodo
fechneriano nel fatto che F., mentre pretende di misurare sensazioni non misura
che stimoli con stimoli, altri, come il Delboeuff, sulla traccia del matematico
anonimo ricordato dal Ribot (3), ritiene che il difetto (1) Il Masci, che ha
discusso minutamente il problema in pregevoli memo- rie, ritiene che la
fissazione d’un’unità di misura objettiva invariabile e ben determinata sia
impossibile (durata a parte). Cfr. Sul senso del tempo, IR. Acc. Scienze morali
e polit. Napoli, 1890. pag. 3-6. — Quantità e misura dei feno- meni psichici,
Memoria. Soc. Reale, Napoli, 1915. — Della misura indiretta in psicologia, S.
R. Napoli, 1916. Per le critiche piurziali e generali della legge di Fechner da
parte del Bern- stein, del Brentano, del Langer, del Hering e del Delboeuff,
Cfr. Risor, op. cit., pag. !88 ss. ALIOTTA, op. cit., pag. 5-IIL — Per la
critico della Psicofi- sica dal punto di vista matematico cfr. P. TAaNNERY,
Critique de la toi de Weber. Rev. plilos. 1° jauv. 1884. Brnason,
Essai sur les don. imm. de la consc., cap. I. (2) Masci, Sul senso del tempo,
pag. 7-11; Q.e m. pag. T-S: Psicol., pax. 40-45, (3) TH. Ripor, La psych.
allem. cont., Paris, Alcan, 1898, pag. 197-3. 112 SEZIONE I - CADO VI consista
nel fatto che F. effettivamente misura la sensazione con l'eccitazione, cioè la
sensazione interiore con un metro esteriore. A_suo parere la sensazione
dev'essere misurata colla sua unità. naturale che non può essere che una
sensazione. Ora, senza ricorrere ad altri argomenti, perchè questi li rias-
sumono tutti, cerchiamo di discernere il vero valore dell’istanza contraria al
tentativo di fissare un'unità di misura dei fenomeni psichici cel metodo
Weber-Fechner. Tutte le objezioni proposte servono solo a provare che la
sensazione sfida davvero ogni mi- sura quando questa si voglia fare ricorrendo
direttamente al solo stimolo, cioè pretendendo senz'altro di sostituire
un’unità fisica ad un'unità psichica. Evidentemente un tale metodo erroneo
equivarrebbe in fisica a misurare ad es. lavoro con caloria, 0 pressione con
volume. Ma, già nei fenomeni complessi della fisica, Vumità di misura in
generale è un valore d'un rapporto costante, uni grandezza cioè che viene
dedotta come quantità algebrica dal valore di certe variabili e dalla natura
delle funzioni in cui queste compajono (1). Ad es., se scriviamo: p= cost 1 cl
(equazione d'una politro- pica), essendo p pressione e e volume specifici, non
sì conclude che misuriamo la pressione col volume dal fatto che misuriamo Il
volume con Tunità di volume. Analogamente, se Fechner (posto B lo stimolo, di
Vincere. mento di stimolo, Y la sensazione e dy il suo incremento cor-
rispondente it d3), si serve dello stimolo minimo solamente per stabilire un
numero che rappresenta in grandezza lo stimolo, e (1) Sulla questione
dell'unità di misura in questi fenomeni complessi ci ri- feriamo ancora
essenzialmente al concetto di Galileo Ferraris, il quale pre- messa la nozione
delle unità empiriche ed arbitrarie, dice : « Si può ancora defi- nire un’unità
di misura per mezzo delle relazioni matematiche che passano fra quella ed altre
unità di natura diversa già precedentemente stabilite. Le unità così definite
si dicono derivate : rispetto ad esse le unità prima stabilite si dicono
fondamentali. Nel definire le unità di misura per un dato sistema di grandezze
si potrà scegliere un certo numero di unità empiriche fondamentali, e da queste
delurre tutte le altre come unità derivate ». (G. FrrRAnIS, 0p. cit., Append.
pag. 409). Questa def. del concetto scientifico di unità di misura ci dispensa
dal tener conto di quell'idea tanto erronea quanto diffusa che il nu- mero
esprima la grandezza assoluta di ciò che misura. Così molti credono an- cora
che lo zero del termometro indichi il punto di divisione tra il freddo e il
caldo... ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 113 e —__-/_1l1e=e_=ee=e _ —_——nn_t22__u
}r t nn uu ul. Il poi dalla relazione differenziale dy — pali ricava un numero
y cioè yx=kl]g8non si può dire che egli misuri l'intensità della sensa- zione
con lo stimolo, ma solamente che misura lo stimolo con l’unità di stimolo e che
ricava il numero y da % e ]g 3. Ciò posto, objettare alla dottrina
Weber-Fechner (1) che per essa la misura pretesa della qualità di sensazione
sia sempre e solo lo stimolo, equivale a mostrare di non avere bene compreso il
significato e il valore dell'unità di misura nelle mi- sure derivate dei
fenomeni complessi, com'è il caso dei fenomeni psichici. L'essenziale invero
che bisogna capire in questo pro- blema è che per trovare il valore
dell’intensità della sensazione non è necessario fissar prima per la sensazione
alcuna unità di misura, dovendo questa essere determinata in grandezza come
quantità algebrica, dal solo rapporto costante delle sue variabili
indipendentemente dal modo di misurarla. Insomma, giova ripe- terlo, l’unità di
misura di questi fenomeni complessi non è già un pezzo di stimolo ma un valore
speciale della relazione costante che passa fra le variabili del processo
psicofisico. E ciò che dimenticano quei psicologi i quali credono che col-
l'introduzione d'un’unità di misura i fenomeni psichici debbano è . 3 î va p
(1) La prima formula fondamentale di FECHNER è dy — a (essendo lo stimolo
iniziale, li sensazione, dy incremento di sensazione df l’incremento di
stimolo, k la costante di proporzionalità), donde, integrando, si ha y = Xlgf
(Elem. d. psych.. II, pag. 9-10). Nel Masci (Psic., pag. 41), certo per una
svista, sj sostituisce la sensazione S all’aumento di sensazione d$S; perciò la
formula . ds ds l di F. che (essendo Bf — sf =$) è ds = "x diventa =; Questa
sostitu- zione è forse il vizio d'origine di tutta l’incompvensibilità della
trattazione - critica del Masci, insistente sopra la unità assoluta della
sensazione. Invero, proseguendo, il M. afferma « che VPunità qassoluta della
sensazione ($) dovrà essere rappresentata dal quoziente dell’intensità dello
stimolo percettibile (s) 8 per la soglia d’intensità dello stimolo (3); ...
donde la formula S = 4 log ie (pag. 43). Ora affermare ciò equivale a togliere
ogni senso alla formula di F. Infatti in essa X è una costante, o è una
costante, se S fosse l’unità di sensa- zione, cioè una costante, anche s
avrebbe un valore unico e costante e la for- mula non ci direbbe più nulla. È
evidente che la confusione di s con ds non è meno erronea della confusione di S
con dS. S deve essere invece una varia- bile in funzione di s e non può quindi
essere «l’unità assoluta della sensa- zione » cioè una costante. A. PASTORE —
Il problema della causalità - Vol, II. 8 114 SEZIONE I - CAPO VI essere
materializzati e numerati direttamente quasi come granelli di sabbia
concorrenti a formare un mucchio (1). Finalmente va notato il carattere
arbitrario dell'unità di mi- “sura, giacchè questa è la condizione che ci
permette di ottenere algebricamente la quantità del fenomeno in questione indipen-
dentemente dalla sua unità specifica cioè non ostante la diffe- renza di
qualità del numero che esprime il rapporto, rispetto alla qualità dei termini
che compajono in esso. In sostanza adun- que le objezioni del primo gruppo non
resistono alla prova. della critica. II. — Passiamo alle objezioni del secondo
gruppo. L’idea di negare l'applicabilità dello sperimento alla Psicologia si
riduce al tentativo di escludere che la quantità dei fenomeni psichici si possa
determinare scientificamente in modo diverso da quello che ci è noto
nell'esperienza. È un fatto innegabile, si dice, che i fenomeni psichici, come
oggetti della nostra esperienza imme- diata e diretta, non sono appresi
esternamente, ma vissuti nella loro intima essenza qualitativa dentro la nostra
coscienza (2). Quindi erroneamente si conclude che la scienza sperimentale, non
potendo viverli, come fa la coscienza, non li può debitamente determinare. Ma
il progresso delle scienze dovrebbe omai avere sfatato puest'opinione, nata
nell'infanzia della critica. Nessun epistemologo eggidì ardisce più supporre
che il compito della scienza sia quello dell'esperienza perchè fra Valtro
questo è im- mediato, quello invece è mediato. Quindi, passando al caso no-
stro, si deve concludere che le quantità dei fatti psichici — agli scopi d'una
ricerca sperimentale — devono essere calcolate me- diatamente in molo conforme
alle esigenze della scienza e non vissute immediatamente conforme alle esigenze
della coscienza. (1) Giustamente il De Saro ricorda che i momenti della vita
psichica non sj aggregano, non si aggiungono gli uni agli altri quasi come
granelli di sab- bia concorrenti a formare un mucchio o anche come le pietre
d’un edificio messe le une sopra o accanto alle altre, perchè «in ciascuna
manifestazione della vita psichica si riflette in certa maniera lo sviluppo che
ha già raggiun- to tutta l’anima. Una volta arrivati ad un determinato stadio
di evoluzione non è possibile ottenere più lo stato rudimentale genuino
primitivamente at- traversato. E questa una delle particolarità della
funzionalità e costituzione dello spirito, della quale va tenuto conto. DE
Sarto, I dati ete., pag. 223. (2) Masci, Quant. e mis., pag. 26-27. ART. II. -
CAUSALITÀ PSICHICA 115 Questa ultima ci darà a suo modo la misura quantitativa
dei fatti psichiti. Ammettiamo anche che ci possa fornire una misura «relativa
al più e al meno, in definitiva all'eccesso e al difet- to» (11. Ma la
psicologia, come scienza esatta cioè come cono- scenza delle leggi dei fatti
psichici, richiede altro. E lo scienzato ‘adrebbe in errore se si lasciasse
trascinare dal miraggio di voler vivere sensibilmente e direttamente i fatti
psichici nella loro essenza qualitativa, invece di star fermo al suo preciso
dovere di determinarne mediatamente le leggi causali. Inutili del resto son
tutti gli sforzi che fanno gli apologisti dell'intimismo per provare che i
fatti fisici si possono studiare coll'esperimento, perchè sono quantitativi.
Già lo vedemmo nella rispesta all'objezione precedente. Se cominciamo a considerare
che la qualità e la quantità sono determinazioni necessarie di tutto quello che
esiste, ci vonvinciamo più tosto facilmente che ogni fatto fisico (ritenuto
quantitativo) è pure insieme qualita- tivo; come ogni fatto psichico (ritenuto
qualitativo) è pure in- sieme quantitativo. È impossibile pensare che questo
principio non assegni un senso e un valore di qualità e di quantità ai rap-
porti causali della realtà nonchè allo stesso sperimento, in quanto ska valido
a determinarli. Ma questo depone già a favore del- l'applicabilità dello
sperimento alla Psicologia, visto che il mon- do psichico e il mondo fisico
sono entrambi qualiquantitativi, salvo la differenza della proporzione. Questo,
in altri termini, significa che, se non è illusoria la ricerca sperimentale per
quei tatti qualiquantitativi che diciamo fisici, non si vede perchè do- vrebbe
essere a dirittura impossibile per i fatti psichici che non sono meno
qualiquantitativi di quelli. Il Masci però fa osservare che «nella conoscenza
dei fatti na- turali. il ragionamento quantitativo è essenziale, e la qualità
“del fenomeno è in qualele modo subordipata alla quantità » mentre «non e così
pei fenomeni psichici ». « Questi sono oggetti della nostra esperienza
immediata e diretta: sono fatti non ap- presi esternamente ma vissuti (2) nella
loro essenza qualitativa; (1) M. op. cit., pag. 39. l (2) Sopra questa vecchia
objezione dei fatti psichici refrattarj allo studio mediato della scienza,
perchè vissuti immediatamente nella coscienza si può aggiungere che, se
l’objezione valesse, ogni conoscenza mediata nonchè scien- 116 SEZIONE I - CAPO
VI e perciò le leggi quantitative sono relativamente poco importanti e poco
significative per la loro conoscenza ». « Pei fenomeni esterni la legge
quantitativa... ci dà quasi il tutto della cono- scenza del fenomeno ». « Pel
fenomeno psichico la legge quanti- tativa, quando è possibile assegnarla (e ciò
accade sempre in relazione al fenomeno esterno), ci dice poco o nulla » (1). Ma
queste considerazioni ci inducono solo a ritenere che quanto è meno evidente la
qualità e più evidente la quantità dei fatti fisici nella natura, tanto sia
meno evidente la quantità e più evidente la qualità dei fatti psichici nella
coscienza. Questo prin- cipio che enunciamo qui di passaggio esprime forse la
legge fon- damentale della duplice ed una realtà. Ma ora non è il caso di
ipsistervi più a lungo perchè l’interesse della nostra discussione attuale non
è questo. L’importante invece è di constatare che nello studio dei fatti
qualiquantitativi della natura fisica, la presenza benchè minima in apparenza
della qualità non ostacola l’impiego dello speri- mento. Si potrebbe dire che
ciò deriva appunto dal fatto che la presenza della qualità nella natura fisica
è ridotta ai minimi ter- mini, e che quindi l'esperimento, per la sua tecnica
esterna e quantitativa, ha buon giuoco nell’indagine dei processi preva-
lentemente esterni e quantitativi. Ma anche questo fatto, se pur tosse vero,
non avrebbe importanza : perchè l’errore è di credere che l’esperimento sia un
processo tecnico esclusivamente esterno, quantitativo e oggettificante.
L'esperimento invece non sarebbe possibile se non fosse esso medesimo un metodo
qualiquantita- tivo, come quello che riesce ad assicurarci una verità di
ragione e di fatto concernente la successione temporale e la necessità
‘razionale dei fatti, e non lo potrebbe se non fosse la fortunata combinazione
metodica dell’osservazione empirica e della dedu- zione logica. Ma dunque, se
l’esperimento stesso è un metodo qualiquanti- tativo, non si vede perchè non
potrebbe essere suscettibile d’una applicazione congruente colla realtà
qualiquantitativa dei fatti psichici. tifica sarebbe impossibile. Si vede che
l’objezione, sotto la maschera d'un’osser- vazione psicologica delicata, si
risolve nella pretesa che la funzione della co- noscenza sia una mera
constatazione empirica dei fatti vissuti immediatamente nella coscìenza. (1)
Masci, Quant. e mis., pag. 26-7. ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 117 Certo per
verificare questa congruenza è necessario che l’idea corrente dello sperimento
sia rettificata. Ma questo è bene, perchè l’idea corrente è troppo angusta come
quella chie pretende ridurre i spiegazione fisica e quantitativa ogni
spiegazione sperimentale. Intanto dobbiamo riconoscere che l'esperimento esso
stesso non è un metodo esclusivamente quantitativo, perchè è sintesi tecnic: di
osservazione e di deduzione. Inoltre neanche i fisici intendono arrogarsi la
cognizione intera ed assoluta della fisicità dei fatti così detti esterni per
la semplice ragione che l'esclusiva fisicità d'un fatto qualunque dal punto di
vista filosofico è un mito, € dal punto di vista scientifico non è certo una
verità che si possa dimostrare nè col calcolo nè coll’esperimento (1). D'altra
parte il supporre che l'applicazione del metodo spe- rimentale alla psicologia
si possa ridurre alla sola determina- zione esatta dei processi somatici
esteriori che accompagnano i processi psichici interiori è un tale assurdo che
non può essere pensato serlamente da un psicologo (2). Ed anche è d’uopo no-
tare che, se la Psicologia sperimentale si dovesse ridurre allo studio dei
rapporti tra una parte del così detto mondo esterno (cioè gli stimoli) e il
mondo interno, come avviene nel caso We- ber-Fechner. Fapplicazione sperimentale
non avrebbe che un giuoco limitatissimo. Del pari è certo che, come afferma il
Villa, «quand'anche fra una causa ed un effetto psichici (p. e. tra una (1)
Pretendere che un fatto sia esclusivamente fisico è dogmatismo metafi- sico! Se
la fisica sperimentale dovesse anzitutto appurare ciò, essa sarebbe
impossibile. Ne citino gli oppositori un fatto esclusivamente fisico, uno solo,
provandolo là dove può venir osservato e verificato ta'e in buona regola, e ci
ricrederemo, Scienziati e tilosofi famosi negano frattanto l’uso
dell'esperimento in psicologia, perchè assegnano alla psicologia sperimentale
un compito im- possibile quello cioè di determinare le leggi dei fatti
esclusivamente psichici. Il loro errore è non meno grave di quello che
commettono i cattivi sperimen- tatori materialisti, inchiodati nel pregiudizio
antiscientifico della riducibilità di ogni atto psichico a fatto fisico.
Concordiamo quindi pienamente nella fortis- sima critica che l'ALiorta fa
contro il semplicismo sperimentalista. Acutamente egli distingue i campi del
«noseologo, del fisico e dello psicologo; riconosce esistenza di fattori
variabili del fenomeno psicofisico che non sono tali nel problema fisico, e
conclude ammettendo la possibilità d'una psicologia. speri- mentale coordinata
alle altre scienze della natura e indipendente da qualsiasi considerazione
filosofica. (Op. cit., I, vit, e Conclusione). (2) Sull’ougetto e i limiti
della Psicologia fisiologica efr. De Sarto, op. cit., pag. 25. | 118 SEZIONE I
- CAPO VI impressione esteriore e una conseguente emozione) si dimostrasse una
perfetta equivalenza di energia fisica o fisiologica, tale ri- sultato non
avrebbe senso e valore alcuno per il fatto della co- scienza, che vien
sopratutto anzi esclusivamente determinato dal suo intimo valore qualitativo »
(1). Il senso e il valore d’un tale risultato non potrebbe certamente
interessare che il fatto della scienza. Ma se, come già avvertimmo,
l'insufficienza della scienza a dar senso e valore al fatto della coscienza è
incontestabile, non segue che la psicologia sperimentale si debba proporre di
ot- tenere il risultato della coscienza, perchè questa pretesa non avrebbe
senso. La cosa si deve pensare assai diversamente. Come c'è un me- todo adatto
allo studio della natura in cui la qualità è in qualche modo subordinata alla
quantità, così è logico che ci sia uno spe- rimento adatto allo studio della
coscienza in cui la quantità è in qualche modo subordinata alla qualità, cioè
in ragione in- versa di quello che si verifica nella natura esterna. Non è già
forse la coscienza stessa, che è pure prevalentemente qualitativa, adatta a
comprendere il mondo della natura fisica, che è pre- ralentemente quantitativo
? Sapere che i fatti psichici sono quan- titativi, benchè solo a loro modo cioè
solo relativamente al più e al meno e riconoscere la possibilità della loro
misura interna, cioè dentro la coscienza è un gran passo verso la verità. Ma,
se l'applicabilità dell'esperimento alla psicologia, teoricamente parlando, hi
ragion d'essere, l'indagine scientifica ha il dovere di proseguire con
l'impiego di tutti quei mezzi tecnici e anali. tici che stringono sempre più da
vicino la determinazione esatta delle funzioni della coscienza (2). senza
preoccuparsi delle fan- tasticherie dell'intimismo. (1) Vita, L’idealismo
moderno, pag. 293. (2) Alle objezioni suddette contro la possibilità della
Psicologia sperimentale si può aggiungere la seguente addotta dal FacGI che «
quanto all'osservazione dei fatti esterni, l'osservatore e lu cosa osservata
sono perfettamente distinti e indipendenti l’uno dall’altro...
Nell’osservazione interiore invece l'osservatore e l’osservato non sono
indipendenti l'uno dall'altro, perchè sono la stessa per- sona... > (A.
FaGGI. Prince. di psicologia moderna, Reber. Palermo, 19 7, pag. 23) Senonchè
li nevazione della perfetta indipendenza dell'osservatore e dell’os- servato
nell’osservazione interiore interessa solo chi vuol negare il principio della
relatività in tutti i casi, ma non chi l'atferma. Chi, come il Facci, am- mette,
una particolarità molto importante dei fatti interni o psichici, quella ” ART.
II. - CAUSALITÀ PSICHICA 119 $ 3. — Ora siamo in grado di dare una forma meno
intom- pleta e più generica alle nozioni fondamentali della psicologia intesa
come scienza esatta dei fatti e delle leggi della coscienza, conforme alla
definizione premessa nel $ 1 di questo Art., salvo a renderle più compiute a
mano a mano che allargheremo il campo delle nostre cognizioni. Dicesi fenomeno
psichico o fatto interno ogni stato di esistenza o momento d'un atto che sia
manifestazione di coscienza. Conveniamo che qualsiasi fenomeno psichico o fatto
interno non sfugge alla necessità di svilupparsi conformemente alle con-
dizioni del mondo fenomenico esterno che lo rendono possibile. In altri termini
riteniamo ammissibile, almeno fino a prova con- traria, tutto un ordine, anzi,
tutto un insieme di ordini di fatti esterni che xi compiono in connessione
reale coi fatti interni (connessione psicofisica). FE evidente che la
connessione psicofisica postulata qui non può essere disordinata,
sproporzionata, caotica. Infatti, se lo fosse dovremmo ammettere un ordine in
connessione con un disordine. Distinguiamo i fenomeni psichici, benchè tutti
complessi, in elementari e composti, secondo il grado della loro complessità.
Poniamo le sensazioni tra i fenomeni psichici meno complessi, Cioè come
fenomeni (relativamente) elementari. In conformità del concetto scientifico di
unità di misura dei fenomeni complessi, adotteremo per unità di misura dei
fatti psichici elementari un’unità derivata, non essendo le sensazioni per loro
natura misurabili con una unità empirica fondamen- cioè di essere sempre
accompagnati da fatti esteriori o fisiologici, (op. cit., pay. 29) non può
negare che fatti interni e fatti esterni costituiscono un si- stema, in owni
caso d'osservazione. Ora come mai — data questa costante re- lazione di
accompagnamento — nell’osservazione esterna l'osservatore e la cosa osservata
siano perfettamente indipendenti, resta un mistero. Se due serie sono in
relazione qualunque. non si può dire che non abbiano alcuna relazio- ne. Nò
vale avviungere la ragione invocata per la distinzione della sensazione, del
sentimento e della reazione motrice e cioè che « se tre fatti diversi per
natura sono fra loro congiunti o inseparabili, non è giusto considerare il 2° e
il 3° come proprietà del 1° » (op. cit., pag. 79). Perchè se fa d’uopo
ammettere che i fatti di cui parliamo noi sono «tre momenti dello stesso fatto
e perciò non possiamo studiarli separatamente » (op. cit., pag. 73). questo
fatto unico costituisce pertanto un'unità, di cui i tre momenti rappresentano
le variabili dipendenti, e la ragione addotta diventa in questo caso
inapplicabile. 120 NEZIONE I - CAPO VI tale. Perciò non fa d'uopo la misura
immediata delle sovraposi- zioni delle parti, nè la sostituzione assurda della
quantità aila qualità, ma è sufficiente la determinazione mediata d’un rap-
porto funzionale. Dalle misure dello stimolo e delle altre va- riabili
impegnate nel processo psichico e dalla loro funzione re- sta derivatamente
definita la misura dei fenomeni interni non refrattarj alla conoscenza
sperimentale. Le leggi causali della coscienza non sono che l’espressione dei
rapporti di successione necessaria di questi fenomeni. Ciò premesso non sarà
difficile comprendere che, pel carattere scientifico del problema psicofisico,
la grandezza che misura derivatamente la sensazione non ci dà la natura di
questa. Nello sviluppo della ricerca si capirà che, pel concetto di sensazione
adottato nell’impostazione scientifica del problema psicofisico, non si sa nè
sì può misurare la grandezza della sensazione, ma solo la grandezza della sua
variazione tra due istanti (1). In que- sto senso, e almeno nei limiti
apprezzabili dei processi elemen- tari, la possibilità della deduzione
sperimentale di certi feno- meni psichici diventa un principio innegabile della
conoscenza. Posta su queste basi la psicologia scientifica è completamente
giustificata. La pretesa impossibilità di misurare i fatti psichici non ci
preoccupa più; inoltre il fatto psichico restando deter- minato da un numero
senza dimensioni fisiche, non si può affer- mare una grandezza fisica (Cfr. f
5). Neanche si può dire che con queste nozioni, che valgono di sicuro proemio
allo studio particolareggiato del primo ordine di fenomeni psichici, si faccia
allusione ad alcuna ipotesi metafisica sulla natura delle condi- (1) Con questa
frase non intendiamo pronunciarci favorevolmente alla tesì della variabilità
della sensazione come vita della coscienza. Dal punto di vista scientifico —
prescindendo cioè da ogni ipotesi sulla intima natura della sen- sazione —
conduce alle stesse conseguenze il dire « variazione continna dì una sensazione
» 0 « successione continua di sensazioni diverse ». La continuità della
variazione è il termine logico necessario per il nostro calcolo. L'imagine
intuitiva di questa continuità di variazione non può essere oggetto della psi-
cologia come scienza. Questa osservazione si riferisce alle critiche del
GENTILE (Sommario di Pedagogia, I, Bari, Laterza, pag. 47-48); rispetto alle
quali note- remo ancora come esse non sitno objezioni particolari contro la
psicologia come scienza, ma objezioni di carattere generale contro la scienza
sperimen- tale. Ed a queste si è già risposto. Esse non toccano quindi la
psicologia, quando la si voglia mantenere nei limiti, per gli scopi, col valore
di una scienza sperimentale, come crediamo d'avere sufficientemente precisato.
ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 121 zioni speciali componenti il sistema psicofisico.
Così non ha luo- go alcuna meccanizzazione materialistica degli atti psichici
per opera della psicologia sperimentale, come nessuna separazione dualistica
tra il fatto fisico e il fatto psichico. Nè l’esagerato ma- terialismo, nè
l’esagerato dualismo sono esigenze scientifiche. La psicologia filosofica dal
canto suo può benissimo conservare qualsiasi ipotesi metafisica sia monistica
(materialistica o idea- listica) sia dualistica: e noi possiamo e vogliamo
mantenerne salvi e integri tutti i diritti. Come dell'intimità degli atti psi-
Chici in quanto sono vissuti immediatamente nella coscienza la scienza. esatta
non si vuole nè si deve interessare così la. filoso- fia non ha alcun bisogno
di contestare la possibilità dello studio del rapporto funzionale dei fatti
psicofisici sia col calcolo sia Coll'esperimento. t 4 — Dopo questi criterj
gioverà considerare in particolare i risultati ottenuti col metodo
Weber-Fechner. Come già notammo, la legge psicofisica Y= klgî-- cost. non è che
l'integrazione dell'equazione differenziale Avvertiamo anzitutto che, contro
l'applicazione del calcolo differenziale alla psicologia nella forma datale dal
Fechner in- vano si cerca di opporre il fatto della discontinmità della fun-
zione che lega la serie delle sensazioni con la serie degli stimoli perchè
questo fatto non esiste. Si dice che la funzione non è con- tinua (11. Per
certo se le cose fossero così, i termini dy e @3 che compajono nella formula
del Fechner non avrebbero alcun carattere di differenziale e le notazioni
sarebbero del tutto ar- bitrarie, conseguentemente la df = — non sarebbe
integrabile, p onde infine crollerebbe tutto l'edificio matematico che si vuole
costruire sull'enunciato del Weber. (1) Per questa objezione, cfr. ALIOTTA, La
misura in psicologia sperimentale, pag. 76. 122 SEZIONE I - CAPO VI Ma c'è
anzitutto un argomento intuitivo in favore della conti- nuità psichica che deve
essere accettato come l'ipotesi più pro- babile fino a prova contraria. E noto
che, per affermare la di- scontinuità psichica, si invoca il fatto che ogni
aumento mini- mo di stimolo non produce sempre un aumento corrispondente di
sensazione. Ma non si avverte che questo fatto innegabile ci dà il diritto di
supporre che gli ammenti minimi di stimolo non giungono sempre alla soglia
della coscienza, come termini ade- guati a suscitare in essa la risposta
corrispondente. E forse non giungono perchè sono assorbiti dagli organi
afferenti intermedj, ì quali non propagano l'eccitazione al centro finchè, con
una sufficiente quantità di stimoli minimi, non sia vinta la loro cre- scente
resistenza. IE, se gli stimoli non giungono alla soglia della coscienza,
sarebbe assurdo pretendere che questa entrasse in funzione. Non rimane dunque
che da fare la controprova. A questo scopo, — procuriamoci una serie di stimoli
d'intensità. crescente, secondo la legge di Weber. Facciamoli cadere imme-
diatamente uno dopo l'altro sopra l'organo di senso corrispon- dente, in guisa
che appena il primo stimolo minimo abbia agito nel prlmo momento, immediatamente
dopo sopraggiunga il se- ‘condo stimolo minimo nel secondo momento,
corrispondente ap- punto a quella quantità d'intensità che si richiede per
vincere le resistenze dell'eccitazione nervosa afferente, e così di seguito
senza interruzione, per tutta la serie preparata. Secondo la mas- sima
probabilità si avrà una continuità psichica, la cui inten- sità, se costante o
crescente, non può essere affermata che col- l'esperienza. Ne Largomento vale,
(come crediamo, fino a prova contraria) conviene supporre che noi abbiamo la
discontinuità, nella serie delle sensazioni, semplicemente perché non stimo-
liamo la coscienza in modo continuo e con stimoli adeguati. Adunque il fatto
della discontinuità non dipende punto dalla natura della serie psichica; altrimenti
si finirà per pretendere che una continuità psichica debba essere Tetfetto
d'una discon- tinuità psicotisica. Fino a prova contraria. siamo forzati a sup-
porre che le risposte della coscienza sono discontinue quando noi la stimoliamo
psicofisicamente in modo discontinuo. Chiarito questo argomento intuitivo,
vediamo come la tesi della continuità psichica si possa direttamente
dimostrare. ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA su 123 Sopra la retta x (fig. 1)
rappresentiamo con 1, 2, 3, 4, 5... la serie delle sensazioni distinte fra loro
per il minimo d’intensità. Gli intervalli 1-2, 2-3, 3-4, 4-5.... saranno le
minime differenze percettibili nella serie psichica. Sopra la retta y
rappresentiamo la serie continua degli stimoli indicando con 0, 0’) 0”, 0°, 0°”,
0°” gli stimoli in progressione geometrica corrispondenti alle sensa- zioni 1,
2, 3, +... e segnamo con a dD c d e la cutva logaritmica secondo la legge di
Weber. Prendiamo ora sulla y due stimoli s e s'e siano, per esempio, due
diverse sfumature di rosso, la prima fra 0” e a”, la seconda tra o” eo””. È
chiaro che, se noi non riusciamo ad avvertire i punti e e d' situati nella
curva logaritmica tra c-d e d-c, ciò dipende dal fatto che le differenze 2-3 e
4-3" sono minori della minima differenza percettibile. Ma, se paragoniamo
la sfumatura s, compresa tra 0” e o” alla sfu- matura ss’ tra 0” e o”, in guisa
che tra i punti 2’ e 3‘, sulla 7, si stabilisca una differenza eguale alla
differenza minima percet- tibile in quell’intervallo, le due sfumature c’ e d’ diventano
percettiîbili (1). E così si dica d'un altro punto tra 2’ e 2 parago- (1) Si
potrebbe objettare che è impossibile determinare il punto s al quale si vuol
riferive s' in quanto è uno dei punti non percepiti. Ma si osservi che gli
estremi 0” e 0” dell'intervallo che comprende s sono percepiti e sono pie-
namente determinati fisicamente. Quindi la determinazione fisica di s è possi-
bile. Se ora, fissato il soggetto con lo stimolo s (determinato fisicamente) si
124 SEZIONE I - CAPO VI et ra ai dii nandolo al corrispondente tra 3’ e 3. In
questo modo ripetendo l'operazione sulla. retta x delle sensazioni otteniamo la
stessa continuità come nella retta di punti, e in essa possiamo far en- trare
tutti i valori oggettivi della serie esterna degli stimoli ; cioè possiamo
concludere che alla continuità fisica degli stimoli vorrisponde la continuità
psichica delle sensazioni. Ciò posto, siccome la legge W.-F. si basa su due
ipotesi : 1° sull’equivalenza fra l'incremento della sensazione e l’in-
cremento dello stimolo (quest’ultimo proporzionale allo stimolo preesistente) ;
2° sulla continuità nella serie della sensazione (per condi- zione
d'integrabilità) ; segue che, a buon diritto, con la prima ipotesi si pone
l’equa- zione differenziale del Fechner; con la seconda si trova la legge del
logaritmo. Nessuno può mettere in dubbio la scientificità di questa im-
postazione del problema (1) per cui si cerca che la y risulti de- sumenta lo
stimolo, diciamo che la variazione sarà avvertita in un punto ol- tre 0”. Perchè,
se la variazione fosse amcora avvertita in 0'”, non potendo la differenza 8-0”
essere avvertita come differenza, perchè minore della minima percettibile
bisognerebbe concludere che 0’ è un punto assoluto di percettibi- lità e quindi
che esistono punti assoluti di percettibilità, mentre la percetti- bilità,
dipende dalla differenza delle sfumature, Esprimiamo lo stesso fatto di- cendo
che non possiamo percepire le differenze minori della minima differenza
percettibile ; ma se tra due punti qualunque situati tra la soglia e il vertice
della coscienza possimno stabilire una differenza che sia maggiore o uguale
alla minima differenza percettibile, allora naturalmente la differenza
dev'essere percepita. Cioè, non è il valore assoluto d'uno stimolo che è capace
(0 inca- pace) di provocare un ammento di sensazione, ma è la ditferenza
relativa allo stimolo precedente. A sostegno della continuità psichica possiuno
ricordare un fatto noto e facilmente controllabile : la continuità della
visione cinematogra- tica. In questa all'ordine di successione fisico, che è
discontinuo, corrisponde uni sensazione continua: e che questa non sia
illusoria lo prova il fatto che può diventare discontinna quando l'intervallo
della discontinuità fisica superi la permanenza psicofisica. Cioè, quando
rendiamo discontinua la permanenza psi- cofisici diventa anche discontinua la
sensazione. Quando alla discontinuità fi- sica corrisponde un'eccitazione
psicofisica continua la sensazione è continua; quando alla discontinuità fisica
corrisponde una discontinuità psicofisica la sen- sizione è pure discontinua.
Quest'ultima osservazione risponde in particolare alla questione posta nella
nota (3) di pag. 9S. (1) Contro l'applicazione del calcolo differenziale alla
psicologia fu anche addotta l’objezione seguente: che il calcolo non sarebbe
possibile se gli acere- scimenti minimi percettibili di sensazione non fossero
esuali. Ma si può no- ” ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 125 terminata in
grandezza dalle grandezze variabili che compon- gono il suo sistema. Però si
può ancora domandare se la y sia sufficientemente determinata da #]gf. La
presenza stessa delle varie interpretazioni che ha ricevuto la legge di Weber è
una prova innegabile che l’analisi dei sin- goli valori delle variabili non che
della forma del loro rapporto è ancora lungi dall’esattezza. Riassumiamole
rapidamente. 1* C’è in primo luogo l’interpretazione psicofisica del Fe- chner,
secondo cui la legge di W. esprimerebbe il rapporto fra l’attività corporea e
la psichica, restando un’incognita la rea- zione fisiologica intermedia (1). 2°
C'è in secondo Iuogo l’interpretazione fisiologica di G. E. Miiller sostenuta
pure dal Bernstein, dal Mach, dall’Ebbing- haus e dal James, secondo cui la
legge di W. esprimerebbe il rapporto tra lo stimolo e l'eccitazione nervosa, la
quale poi sta- rebbe con la sensazione in rapporto semplicemente proporzionale.
53° C'è in terzo Inogo Vinterpretazione psicologica del Wundt, secondo cul la
legge di W. esprimerebbe il rapporto delle sen- tare che l’integrazione dei dS
tutti eguali non è necessaria per l’integrabilità, in quanto i dS come termini
integrabili sono infinitesimi dello stesso ordine ima non della stessa
grandezza. L’infinitesimo non può paragonarsi ad un altro infinitesimo cone
eguale in grandezza nel senso delle quantità costanti e ti- nite perchè
l’infinitesimo del calcolo è Vl « infinitesimo potenziale » (Rivista di
Matematica, I, pag. 182, BerTAzZI) « che si definisce come una quantità finita,
e variabile e tendente a zero » (id. pag. 175). L'eguaglianza quantitativa. che
presuppongono alcuni avversarj del calcolo psicofisico è l'eguaglianza
ipotetica fra infinitesimi attuali, e questo (Vinfinitesimo attuale) che ci
appare come una quantità costante, della stessa natura di 12, 13,.. 1m..:» (A.
di M pag. 137, Vivanti) non abbisogna al calcolo infinitesimale. (Id. pag.
182). In particolare per la dimostrazione dell’impossibilità di segmenti
infinitesimi costanti, cfr. I. d. M. II, pag. 58. Praxo. Questa nota vale
naturalmente anche contro il Wundt, il quale crede necessaria l'eguaglianza dei
48. Rispetto alla que- stione dell’esuaglianza dei minimi percettibili il FAGGI
ha ben ragione di non ve- dere la necessità delle eguali minime differenze
percettibili. Invero ciò che resta costante è il rapporto dei d$ agli
incrementi di stimolo, ma non costante quan- DS ds k titativamente ma
formalmente. È l'ipotesi fondamentale Chef [1], ove s ds. 8 varia. Ora
Vintegrale della [1] qualunque siano $, s, #, ma tali da conservare la
relazione [1] fra di loro, è una formola logaritmica indipendentemente dal-
l'essere, oppure no, dS costante. Inoltre l’espressione d$ costante (cioè un
ditte- renziale costante) che significa ? (1) Trascuriamo qui l’interpretazione
metatisica del Fechner stesso, perché non influisce sull’interpretazione
scientifica. . 126 SEZIONE I - CAPO VI sazioni con l'attività comparativa delle
sensazioni stesse cioè con l'appercezione, funzione centrale dello spirito che
giudica e paragona. 4* C'è in quarto luogo l'interpretazione psicofisiologica
del Delboentf, secondo cui la sensazione sarebbe la somma di una azione
fisiologica (eccitazione nervosa) e di una causa interna (azione centrale). i
5» Ci sono in quinto luogo le ricerche psicodinamiche del ‘Loeb, del Lehman,
del Féré, del Mosso e di altri (1) che studiano le relazioni dell'intensità
delle sensazioni con gli effetti dina- mici derivanti, misurando sia (con
esperienze al dinamometro) la deviazione notevole dell'ago provocata da forti
eccitazioni sen- sxoriali, sia (con esperienze al pletismografo) il cangiamento
di volume dei membri sotto Finfluenza delle eccitazioni periferi- che e delle
sensazioni. Queste ricerche autorizzano certo a pen- sare che, oltre alle
altre, l’interpretazione dinamica della legge di W. non è trascurabile. Rispetto
a quest'ultima interpretazione fa ancora d’uopo av- vertire che in uno
sperimento psicofisico corretto bisogna mi- surare con esattezza la quantità
della reazione, vale a dire non solo Vinizio dell'eccitazione muscolare ma
anche le variazioni quantitative di quei movimenti che, traverso le eccitazioni
ner- vose, centrali e muscolari, possono venire intensificate o meno- mate
dagli aumenti o dalle diminuzioni degli stimoli. Prendiamo alcuni esempj. Nia
da misurare l'intensità degli stimoli e delle reazioni nel caso d'una
sensazione Inminosa, cioè il primo e Y'ul- timo momento della serie. Allora le
variazioni d’intensità dello stimolo sono misurabili con un fotometro, le
variazioni d’inten- sità della reazione motoria sono segnalate, con tutta
evidenza, dalle contrazioni della pupilla che. com'è noto, in certi casì ed
entro certi limiti è un finissimo estesiometro (2). Nia invece da (1) Sulla
misura del fatto interno per la reazione motrice efr. anche HaNnRY Cir. Le contraste,
le rytme, la mesure, Revue plilos. 1889, II, 356, e Sur ne loi des reactions
psyco-motrices, 1890, II, 107. (2) E' vero che la pupilla serve meglio come istramento
segnalatore delle variazioni d'intensità delle sensazioni dolorifiche. Per le
sensazioni lumi- nose è d'ostacolo il fatto della sensibilità delliride stesso
alla luce. Ma an- zitutto non è diflicile ideare espedienti capaci di sottrarre
l'iride all’influenza della luce; poscia è possibile scegliere altre variazioni
reattive e anche pel caso ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 127 misurare
quantitativamente la durata d'una formazione psichica (nel linguaggio wundtiano).
Allora il procedimento ordinario per la misura dei tempi di reazione dev'essere
modificato. Infatti nelle misure ordinarie di reazione si chiama tempo di
reazione «il tempo decorrente dall'azione dello stimolo allo scatto del
movimento di reazione ). Ma non è questo il tempo che si tratta di misurare nel
caso nostro. Perchè si tratta propriamente di misurare la rapidità del processo
di reazione dal suo inizio al suo termine, cioè la durata dell’azione
responsiva, non solo dopo l’azione dello stimolo, ma dopo lazione stessa della
sensazione e l’inizio della reazione muscolare (1). Bisogna dunque distin-
suere la durata totale della reazione dalla durata parziale della sola prima
fase del movimento di reazione. L’esame critico di queste cinque interpretazioni,
più il rilievo alla quinta, ci fa capire che il fenomeno psicofisico è un
processo assai complesso che si deve studiare nella sua totalità. Noi 1o
analizzeremo considerandolo come risultante di tre grandezze ‘fariabili :
Vazione dello stimolo come eccitazione centripeta nervosa, l'azione della
sensazione come fatto psichico centrale, l’azione della reazione come
eccitazione centrifuga muscolare. Per la loro intima connessione le tre fasi
analitiche nella produ, zione della sensazione debbono insieme manifestarsi
nella loro correlazione globale ; e perciò non è lecito affermare che piutto-
sto VPuna che Paltra di queste forme si debba considerare come la condizione
necessaria di tutte le altre. Forse questa ipotesi incontrerà a tutta prima le
opposizioni di coloro che per ragioni dualistiche stimano di dover porre un
delle sensazioni luminose; infine lai reazione può essere messa in evidenza
stabilendo equivalenze intiticiali con opportuni apparecchi (galvanometro
Finthoven). (1) Si noti fin d'ora che nel metodo W.-F. noi siamo avvertiti
dell'avvenuta relazione tra sensazione e stimolo non già dalla sensazione ma
dalla segnala zione dell'avvenuta sensazione fatta per ordinitrio mediante la
pressione d'un tasto, — Così se si tratta, ind es. d'una sensazione visiva, il
movimento musco- lare compiuto dal reagente (movimento del dito, o delle
labbra, o con gli or- gani vocali, 0 con la lingua, 0 col piede cce.) non è la
reazione immediata mente connessa all'organo di senso stimolato ; ma è solo un
segnale convenuto tra sperimentatore e reagente afbnchè sia possibile artificio
dell'esperimento, Ed amche quando si conviene di prendere come segnale un
movimento di rea- 128 NEZIONE I - CAPO VI abisso tra la sensazione e
l’eccitazione sia nervosa sia musco- lare (1). Forse ancora si opporrà che lo
stesso metodo Woeber- Fechner, insistendo solo sui due momenti dello stimolo e
della. sensazione, addita la possibilità che l'eccitazione muscolare e la
reazione esterna non siano considerate come condizioni neces- sarie delle
precedenti. Ma in primo luogo la considerazione integrale delle tre snd- dette
forme d'azione non cerca punto di sopprimere barriere tra la natura dei varj
momenti, nè di porle. Volendo essere una con- siderazione d'ordine scientifico,
per essa la natura intima o me- glio la genesi d'ogni forza può rimanere
benissimo impregiudi- cata, bastando che sia assunta soltanto come un
determinabile. In secondo luogo non è forse evidente che di fronte ad un pro-
Cesso assal complesso qual'è quello della nostra vita di relazione che si
presenta come un sistema di più variabili mutnamente dipendenti, il metodo che
«i limita ad isolare la relazione di due di esse senza tener conto del loro
intimo nesso colle altre non può essere destinato che a perdere valore?
Identificare l’attività di tutto il processo intercorrente dallo stimolo alla
sensazione alla reazione con due soli momenti ad esclusione del rimanente, non
è come localizzare la vita in una parte della vita? La sen- sazione ha senso e
valore in quanto si integra con tutte le con- dizioni ricettive elaborative e
reattive necessarie e sufficienti alla sua possibilità (2). zione
immediatamente connesso coll’organo di senso stimolato (così un movi- mento
eseguito colle palpebre nel ciso della sensazione visiva), la segnala- zione in
questo caso non è altro che l’avvertimento dell'inizio dell'atto reat- tivo
esterno che come grandezza variabile non viene misurato. Perciò quando col
metodo W.-F. pare che si sia stabilito direttamente il rap- porto dello stimolo
colla sensazione. in realtà si tiene conto del rapporto che intercede fra lo
stimolo e la segnalazione reattiva dell'avvenuta sensazione. Di qui risulta
chiara l’imperfezrione del metodo W.-F.; perchè questo effetti- vamente si vale
della segnalazione reattiva per prendere atto del rapporto tra Bey, ma poi
nella formula y=Klg3 non esprime tutti i dati del'processo psi- cofisico, in
quanto non tiene conto della reazione nonchè della segnalazione reattiva senza
cui nen potrebbe parlare di y come fatto compiuto. (1) « Tra l'eccitazione
nervosa e la sensazione. ecco Pabisso ». De Saro, I dati esp. ps., pag. 27. (2)
Analogamente si capisce che l’ostinazione dei psicologi antisperimenta- listi
di voler dissociare il fatto psichico da tutta la trama della natura am. biente
(fisica e fisiologica) è non solo un arbitrio dogmatico. ma un indirizzo che
ART. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 129 Infine all’objezione che «la legge di Weber
non ha un valore universale, che essa si applica solamente ad alcune sensazioni
e solo approssimativamente e dentro certi limiti» (1) si può osservare in primo
luogo che, essendo la psicologia sperimentale una scienza applicativa, le sue
leggi non possono nè vogliono essere leggi pienamente valide fuorchè nel loro
campo speciale determinato; in secondo Inogo che le differenze di applicabilità
ec Papprossimazione si spiegano con Passenza d’una variabile e precisamente di
quella che verrà introdotta nel calcolo seguente ; in terzo luogo che i limiti,
se sono i limiti della sensibilità, sono i limiti più convenienti che si
possano desiderare. Riassumendo, Vimpostazione scientifica del metodo W.-F. è
sicura e fondata sulla prova duplice della continuità della serie psichica. La
prima prova si limita a render conto intuitivo della perdita per La sensazione
duna parte dell'energia dello stimolo, ditto il fatto delle minime differenze
percepibili (2). La seconda prova è diretta. Dalle cinque interpretazioni
critiche della legge di Fechner si deduce che il fenomeno psicofisico è assai
com- plesso e che quindi deve essere frattato nella sua integrità. Infine >
men di necessità alla negazione d'ogni possibile conoscenza della vita psi-
chica, Tutti i fatti in genere sono conoscibili solo per il loro carattere di
rela- tività. Questo rilievo è un'altra prova in favore dell'ipotesi globale in
armonia come ben s'intende, col postulato fondamentale della relatività.
Intorno alla stretta relazione dei tre momenti ; stimolo — sensazione — reai-
zione «i troveranno utili rilievi nella teoria dell'onda riflessa del Skror
(Zeoria fisiologica della percezione, Milano, 1SS1, pag. 9, 12, 16-17, 70-75).
Mi, lasciando sub judice Vipotesi dellonda riflessa, le sue ricerche rivolte a
spiegare il fatto della localizzazione e dell’oggetti vazione escono dallo
speciale campo trattato qui, perciò non offrono che il vantaggio Vun'analogia
generica. E non maggiore è il vantaggio che si potrà ricavare dal principio
wundtiamo della sintesi psi- chica associati vit. (1) Faggi, op. cit., pig.
106. (2) È opportuno notare che la ragione intuitiva dianzi riferita, in
sostegno della legittimità del calcolo. psicofisico viene rafforzata e
precisata dal prin- cipio delPITerbarT in quanto è pure constatazione intuitiva
del fatto del mi- nimum riscontrabile nel processo psicofisico. E noto che PIL
vuo! fondare la psicologia scientifica sulla matentatica. Il suo punto di
partenza è l'ipotesi della resistenza reciproca delle rappresentazioni fondata
sul fatto che Te rappresen- tazioni aumentano e diminuiscono di chiarezza, cioè
si elevano — come egli dice — e abbassano nella coscienza. Siccome le forze
colle quali Te singole rappresentazioni si mantengono più o meno nella
coscienza non sono misurit- bili fisicamente (per mezzo di movimento nello
spazio), così egli. stabilisce il A. PASTORE — Il problema della causalità -
Vol, 11, 9 130 SEZIONE I - CAPO VI sì mostra. che il difetto del metodo W.-F.
consiste in ciò, che la y non è sufficientemente determinata da X e dal Ig del
rap- porto fra p e 0, cioè del rapporto fra lo stimolo attuale e il va- lore di
soglia dello stimolo. $ 5. — Cerchiamo ora di elevarci ad un punto di vista
seien- tifico superiore a quello di Weber-Fechner. A tale scopo impo- steremo
il problema psicofisico come problema di calcolo (1). tenendo conto di quel
maggior numero di fattori che definisce completamente il processo e riducendo
al minimo le ipotesi speciali. Consideriamo due soggetti umani messi in
attività da uno stesso stimolo A 8, per effetto del quale si produca in uno di
essi una variazione Ay e nell’altro una variazione diversa Ay'’, pre- scindendo
per ora dalla variazione Ag della reazione g. Le diverse variazioni Ay, Ay'
esprimono che nei due sistemi psicofisici esiste una differenza.
(psirhica-fisica) che possiamo principio che la somma delle resistenze nella
coscienza è in ogni istante il mi- nimo possibile. (Cfr.
Psychologie als Wissenschaft neu gegriindet auf Erfahrung Metaphysilk und
Mathematik). Il lettore s'accorgerà
che il nuovo calcolo psicofisico che sarà svolto nel $ seguente ha
un'impostazione matematica ben diversa da quella svolta dalP’Her- bart col
principio del minimum, e si sviluppa in umaltra divezione, (1) La difficoltà di
applicare il calcolo ai fenomeni complessi della Psicologia sarebbe
insormontabile se il calcolo non si potesse fondare sopra un mizinene sicuro di
elementi numerici ricavati sperimentalmente, Ma per fortuna. noi possiamo
basarci sulla più semplice espressione della legge di Weber la cui
verificazione sperimentale, pur con quelle riserve che furono indicate al $ 4,
xi può considerare come sicura perchè, entro certi limiti, «indica una condi-
zione fondamentale dell’uso utile della sensibilità ». (Maser, Psie., pag. 42).
Nè si potrà objettare che questa base perde valore, perciò che noi stessi di-
mostriamo che la legge di W. non è che Pespressione parziale d’un fenomeno più
generale e che la formula di F. è l’espressione simbolica d'un caso parti-
colare d’una legge più generale. Invero il lettore fra poco vedrà che ci è pos
sibile precisare a quale condizione la teoria WF. esprima la realtà del rap-
porto stimolo-sensazione. Ciò posto, è evidente che la sicurezza del calcolo
psicofisico qui sviluppato, senza preoccupazione per ora della ulteriore con-
ferma sperimentale, dipende dal fatto che noi, senza pretendere punto d’affer-
mare una similitudine tra i fenomeni fisici e i psichici (la cui natura
lasciamo impregiudicata), posta come premessa logica la proporzionalità della
legge di W., ci contentianio solo di calcolare una relazione necessaria tra
fenomeni suc- cedentisi nel tempo. In questo caso, se il calcolo è ben fatto,
cioè se la rela- zione deduttiva tra le variabili snecessive è vera, Pulteriore
conferma ‘ speri- mentale diventa una questione di abilità tecnica, ad = ART.
IT. - CAUSALITÀ PSICHICA 131 considerare come espressione di diversa forza
psicofisica o di ‘diversa suscettività (nell’ipotesi d’un’eguale attività
fisiologica). Se chiamiamo forza Ja causa incognita della variazione, pos-
siamo dire che il A4y maggiore è indice d'una forza psicofisica maggiore e cioè
che la forza psicofisica è proporzionale «Il in- cremento Ax a parità di
incremento A8. Supponiamo ora di pro- vocare nei due sistemi psicofisici uno
stesso incremento Ay. È evidente che nel sistema psicofisico di suscettività
maggiore una forza minore produce l'incremento Ay, e cioè che .la forca psico:
fisica è inversamente proporzionale allacerescimento Af. Combinando queste due
leggi e indicando con g la forza psi- cofisica si ha sus i e =" Ki I 1 ove
c è una costante di proporzionalità. La forza psicofisica. @ varia secondo la
specie dell'incremento 43, onde dipende da un coefficiente d dipendente dalla
natma di f e dalle condizioni attuali delPapparato psicofisico, e per la legge
di Weber è in- rersamente proporzionale allo stimolo preesistente. È quindi d |
Tr È [2] O d i onde per la [1], ponendo 7 = Losi Ia co [3] Ap p Lal Nella [3]
Ay e A43 indicano incrementi. Essi possono quindi indicare gli accrescimenti
minimi percettibili di sensazione e ] corrispondenti accrescimenti di stimolo
che Ii provocano. Dal fatto che sono finiti gli accrescimenti minimi
percettibili non si può però concludere che sia discontinua Ta serie delle
sensazioni. HI che fu già messo in evidenza nel $_ antecedente. Per la
continuità della serie delle sensazioni posskamo supporre che il rapporto AÌ
conservi il valore 2 anche quando dy e dj di 132 NEZIONE I - CAPO VI si
riducono infinitesimi e quindi la [3] diventa di _ È _, È iO 0) dif —=k4 [4]
forma data da Fechner. La [4] è VPequazione diffevenziale della legge di W.-F.
nella forma data da Fechner. Ma noi abbiamo dedotto questa legge considerando
per sem- plicità soltanto le due variazioni Ay e Af. La [4] è quindi espressione
parziale dell’unità psicofisica, per- chè non tiene conto di un importante
elemento. Invero Pespe- rienza ci insegna che l’incremento 48 non produce solo
Paccre scimeto Ay, ma anche la reazione Ap, variabile con essi. La for. mola di
Fechner esprime dunque il rapporto sensazione-stimolo nel caso che la reazione
sia costante (1), sia cioè nullo Pinere- mento Ap. Teniamo conto di questa
terza variabile del sistema. Per un valore f dello stimolo, si abbia un valore
y della sen. sazione ed un valore gp della reazione; se ad un accrescimento AB
di 8, corrisponde un accrescimento Ay di y_ non accompa- cnato da un
agcrescimento Ap di pg, Ay risulta maggiore di quanto sarebbe se Ap fosse
maggiore di zero. Bisogna quindi sottrarre a Ay il lavoro compiuto per provo.
‘are la reazione Ag, lavoro che è proporzionale a Ag, ad un coefficiente
specifico 2° dipendente dalla natu e dalle condi. zioni psicofisiche del
momento, ed inversamente alla reazione LR k preesistente, cioò — Ap ra Ap .
Sottraendo a dy = % il lavoro di reazione, Vequazione ditferenziale di Fechner
si modifica nella seguente : dy == k La pre [5] p L'integrale indefinito della
[5] è pi Y=lg- + cost [61 (1) Vedi la nota alla formula [6]. Ali. ii. -
CAUSALITÀ PSICHICÀ 133 La [6] esprime che Za sensazione, a meno d’una costante,
è “cqguale al logaritmo del rapporto tra la potenza k°* dello stimolo cla
potenza k'"“ della reazione. (kek' sono costanti già defi- nite) (1). | Se
indichiamo con i ‘> 8, g Sensazione, stimolo e reazione corrispondenti e
correnti, Y, 0, © sensazione, stimolo e reazione di soglia, per definizione
l'integrale definito è fdk L "n | . (0) vo 9-4 db do Te k 1} d T° gt. *
aaa =; l' l 0 e] ia) vi Ra e, posto. = IN, st ha lot fd DEE, eta , 7 og k pe
lt] La [T] esprime che Za differenza di sensazione è cquale al lo- garitmo del
rapporto tra la potenza k"" dello stimolo e la po- lenza k° mx della
reazione, per una costante N°. Li formule [6] ha alenne notevoli conseguenze.
(1) Nella formula [6] le quantità # e 47 hanno le stesse dimensioni, perchè
dipendono da elementi che hanno le stesse dimensioni, e la cost. è uni pura
costante di integrazione e quindi delle stesse. dimensioni del primo addendo
tal del secondo membro. Le dimensioni di y sono quindi le dimensioni di le —7
3} Ma il rapporto 7 della formula [6] — se ammettiamo, com'è ovvio, che il com-
0 plesso dello stimolo misurato nel sistema C. G. S. abbia un complesso corri-
spondente di reazione con le stesse dimensioni nel sistema C. G.S. — diventa un
numero senza dimensioni fisiche, e quindi la sensazione è rappresentata pure da
un numero senza dimensioni fisiche, cioè non è una grandezza fisica. Nella
formula di W.-F. invece la y viene ad avere dimensioni fisiche in dipen- denza
delle dimensioni fisiche di 8. Della formola [6] bisogna determinare
sperimentalmente i limiti psicofisici d’esistenza, entro i suoi limiti
matematici, 134 SEZIONE I - CAPO VI 1° Derivate parziali. Nella [6], che è
Pequazione fondamentale della psicofisica, vi sono tre variabili; onde
l'equazione generale è del tipo | FB 0 18 Possiamo quindi dedurne le tre
seguenti equazioni : + of __ È per p — cost.; de — 0 08 reazione costante 19)
d___ N | per B — cost.; dB — 0 do stimolo costante o __ Es per { = cost.; dy =
0 co o sensazione costante I risultati delle [9] si possono enunciare con le
tre leggi se- guenti : 1* LEGGE. A reazione costante, il rapporto tra
l'incremento di sensazione c lincremento di stimolo è inversamente
proporzionale allo sti- molo preesistente. 2* LEGGH. A stimolo costante, il
rapporto tra Vincremento di sensazione e Vincremento di reazione è (in valore
assoluto) inversamente proporzionale alla reazione preesistente. 3° LEGGE. A
sensazione costante, il rapporto tra l'incremento di stimolo ec Vincremento di
reazione è proporzionale al rapporto tra sti- molo c reazione (1). Le [9]
indicano in puri tempo tre modi di esperimento in psi- (1) La terza delle [9]
si può anche porre sotto la forma B NA l;? (È) h-1 = mkp ,per h= 5 dove m è una
costante di proporzionalità tra pf e pr. Alt. IT: - CAUSALITA PSICHICA 135 lic
rogì i ciali. io Lil di rr /r 9]. cofisica. Quindi è evidente che, se non sì
mantiene costante una. delle tre variabili la legge di Fechner non può essere
verificata sperimentalmente che in un modo molto erossolano. La prima delle [9]
dù i termini precisi per eseguire un espe- rimento corretto tra variazioni di
sensazioni e variazioni di sti- molo, a reazione costante. Se Ta reazione non è
costante, VPin- cremento di sensazione deve essere minore di quello voluto
dalla legge di Fechner (1). 9° Deduzione d’una legge psicofisica in
correlazione alla legge di Ohm. Nella trattazione precedente si è ritennto Ay
causato da una forza psicofisica g. La vaniazione yy è cioè prodotta da una
forza g. Ora noi possiamo considerate il processo psicofisico « da f a p
(afferente ed efferente) come suddiviso in infiniti inter. villi o momenti de
(2). In questo modo gda rappresenti Vi zione elementare della forza 0, onde A
da e_quiudi eu (9 n pf —= da [10] o) (1) N Facar: rispondendo ad
un'osservazione del Titchener circa la perdita per la sensazione di una piute
dell'energia dello stimolo, ha notato essere strano che, data la diversa
risonanza. organica (minima certo - 0 nulla nei minimi eradi d'intensità) la
parte perduta sia sempre costante relativamente allo sti molo. « (Prince. di
Psic., paz. 11). » È quindi interessante rilevare che la risposta del Fani è
confermata è sodisfatta pienamente dall'ipotesi globale dell’unità psicofisica
8-Y-g. (2) L'introduzione del da (che potrebbe parere Vintroduzione duna nuova
variabile, mentre il da non è che uno degli infiniti intervalli o momenti in-
finitesimi che noi possiamo considerare analiticamente come suddividenti il
processo psicofisico ada f i p, Insomma un concetto astratto puramente mate-
matico) richiede uno schiarimento che farà ancora meglio risaltare che così sit
Vunità psicofisica B-1-0. Il processo psicofisico @ non è tale che nella sua
unità globale, di cui con un procedimento d’astrazione comune a tutte le
scienze sono stati consideri tre elementi (0 fasi) f,y.p. Distinguiamo ora due
punti di vista. I. Nello studio sperimentale (cioè nella realta che si
esperimenta) B.y.p non sono elementi separabili, mi valori in coesistenza.
Analiticumente si studiano il uno ad uno per costruire mM Un modo intel- 136 SEZIONE
I - CAPO VI Indichiamo con e una costante dipendente dalla natura, dalle
condizioni e dalla forma dell’apparato afferente-efferente. L'a- sione
psicofisica in un pianto di esso è proporzionale alla forza. Posto quindi i
I-—- eg [11 il prodotto eg può essere interpretato come intensità dell’a- zione
psicofisica lungo Papparato afferente-efferente. Dalla [11] si ha si e gda == 2
da fran sf r Se I è costante lungo tutto lapparato afferente-efferente.
ligibile l’unità psicofisica, (In tutte le scienze non si studiano forse
separatamente elementi che sono simultanei ?) II. Ma, oltre alla considerazione
dei valori simultanei dei suoi diversi ele- menti, che alla nostra analisi
risultano consecutivi (f,Y.p), Vunità psicofisica, essendo anche sviluppo, è
ancora suscettibile di considerazioni (logiche) come , serie di momenti (o
intervalli), ognuno dei quali, come Pintero processo globale, è un'unità di
B,Y,p, ima presenta come caratteristica la variazione di questi tre clementi
relativamente alla sua posizione seriale. Onde, concludendo, nella legge W.-F.
completata colle equazioni da [5] a [9] si determina il rapporto di coesistenza
dei tre elementi (eccitazione, sensazione reazione) dello sviluppo ; e nella
ricerca analoga alla legge di Ohm si parago- nano invece le variazioni nella
successione seriale. Li rappresentazione amalitica differenziale da, per il
processo globale a, sì giustifica con gli stessi motivi del dy (continuità,
ece.) Il da non è quindi una unità di spazio, perchè il processo psicofisico non
è puramente spaziale, in quanto non risulta di elementi puramente spaziali. Il
da non è una unità di tempo, perchè il processo psicofisigo non è una unità
solamente temporale. Col da si dice che al processo (0 sviluppo) « noi
attribuiamo una continuità di variazione psicofisica, c che per effetto
dell’eccitazione è inerente 0 simultanea ad essa un'azione (forza psicofisica)
continua lungo l'apparato afferente- efferente sede (o condizione) dello
sviluppo a. Con questi schiarimenti pare che dovrebbe risultare chiaro
l'ufficio puramente ni ÀRT. II. - CAUSALITÀ PSICHICA 137 1 _ ‘da >. In
quest’ultima espressione [7 dipende solo dalPapparato e Ù LI
afferente-efferente, esso è analogo ad una resistenza. “da Posto — = R, si ha e
IR = v-y' (12] la quale esprime che 1° iulonsilà dell’azione psicofisica è
propor- cionale alla differenza di sensazione cd inversamente alla resi: stenza
totale (1) del’apparato afferente-efferente. Questi leggo, dove e 7 sono
definite dalla [T], è amalog: alla legge di Ohm (2). analitico e intermediario
del da, e il proposito nostro di determinare le con- dizioni d’un processo non
risolvibile in un fenomeno puramente meccanico. Mi par superfluo aggiungere
che, i portar giudizio intorno alla ricerca ana- logi alla legge di Ohm (ad
esempio, sopra il senso eil valore della T, intensità della corrente 0 meglio
dell’azione psicofisica), non bisogna prendere per base li rappresentazione
figurativiv e strettamente fisica del processo psicofisico, Nel processo
psicofisico esistono variazioni. Ecco tutto, Noi ne possiamo in dividuare una.
con Lo La sua assunzione risulta dalla trattazione matematica, È una necessità
logica. | Lit mancanza d’analogia figurabile o la irridazione d’un concetto
logico a intuizione (in fondo, dunque, a non-concetto) non sono ragioni logiche
in contrario- (1) L’introduzione della totalità delle resistenze che deve
vincere la forza psicofisica da ragione chiara delPipotesi herbartiama, che
possiamo sintetizzare in modo esplicito nel principio seguente : « Una
sensazione. per sorgere nella coscienzii sotto l’azione d’uno stimolo (esterno)
deve vincere la resistenza psi chica delle rappresentazioni persistenti
(Herbart) ». Inoltre è evidente che l’azione dello stimolo deve vincere le
resistenze spe- cifiche dell'apparato psico-fisiologico (come. risulta dalle
varie. interpretazioni critiche della legge di F. che furono citate e criticate
poco fi). È ovvio pertanto che, nel processo generale
stimolo-sensazione-reazione, Lo stimolo non può generare sensazione (percepita)
se il suo livoro psicofisico è inferiore i quello assorbito dalle suddette
resistenze. (2) Anche i più valenti psicologi contrarj alla. psicologia uan
lanno tenuto esplicito conto delle resistenze che Peccitazione, dovendosi
propagare a traverso le cellule degli organi centrati, è naturale che incontri.
Così il Faggi nella sua memoria Za Psicologia moderna (pig. 14) e nei suoi
Principi di psico- logia moderna ove dice: « è verosimile che questi
propagazione possa incon trare una resistenza nella sostanzia nervosi, e così
lo stimolo venga a perdere una parte d’intensità » ete. (pag. 113). Al quale
riguardo si può notare che la deduzione della legge psicofisica in correlazione
alla legge di Ohm, addotti nel testo, potrebbe esprimere la interpretazione
fisiologica. Inoltre, riflettendo sulla conciliazione espressa nel nostro
calcolo dalla legge di Ohm e dalla legge di Fechner modificata, non sembra fuor
di proposito dubitare che la 138 «SEZIONE I - CAPO Vi $ 6. — Le considerazioni
precedenti ci pongono in grado di vedere chiaramente la via che si deve tenere
per attuare tutto un nuovo programma di lavoro scientifico da cui il presente
“ulcolo logico-matematico fondato sopra un minimum sicuro di elementi numerici
ricavati sperimentalmente, cioè sulla più sem- plice espressione della legge di
W.-F. come condizione fonda- mentale dell’uso utile della sensibilità, non
mancherà di trovare piena e completa conferma. | * In primo luogo tre gruppi di
ricerche sperimentali si impon- gono, cioè: 1° esperimenti a reazione costante,
2° )) a stimolo costante, 53° » a sensazione costante (1). conciliazione
dell’interpretazione psicologica con una fisiologica ritenuta possi- bile dal
Wundt cfr. Faggi, op. cit., pag. 113-114) sia effettivamente fatta per una via
del tutto diversa da quella prevista da Wundt (a parte la questione dell'A
ppercezione). (1) L'impianto di questi esperimenti non potendo essere descritto
qui, verrà Unttato in Memorie speciali. Come esempio potrà servire il segnente
“modello di esperimento a reazione costante. l'ig. 2. Se ad cs., si applica la
legge di W.-F. ad un esperimento visivo, senza pre- occuparsi di tener conto
delle variazioni della reazione, la verifica degli sti- mioli viene eseguita
lungo una linea come DE (fig. 2). Volendo eseguire un esperimento correttamente
occorre invece, in primo luogo, determinare nel dia- cramma (x, y) una linea
degli stimoli a reazione costante. Se sull'asse 2 dispo- niamo, ad es., uno
spettro di scomposizione della luce bianca, e sull’asse delle y misuriamo le
intensità in una certa scala, ogni punto come A ci dà un de- ART. II. -
CAUSALITÀ PSICHICA 139 In secondo luogo, la [12] pone le basi per una verifica
della differenza di sensazione da confrontare con la differenza otte- nuta col
metodo precedente. Abbiamo così un artifizio assai co- modo che da un lato, ci
permette di controllare la teoria, dal- l'altro, apre Padito a nuove deduzioni
importanti che vedremo in seguito, Finalmente è chiaro che la psicologia
sperimentale intesa a questo modo, lasciando impregiudicate le questioni
metafisiche circa la natura dei fatti osservati, non fa che prender atto della
relativa interdipendenza dei fatti così fisici come psichici com- patibile
colla loro relativa indipendenza. Insistiamo un istante sul senso e sul valore
di queste tesi. Potersi valere delle stesse ricerche sperimentali per sfatare
Pec- Cessivo semplicismo sia deterministico sia indeterministico non ‘è già un
risultato trascurabile. Con questa considerazione ci apriamo anche la via ad
una interpretazione filosofica del mondo | spirituale. Invero si suol dire,
sulle orme del Wundt, che nel mondo della natura regna la legge
dell’equivalenza tra causa ed effetto, men- tre all’opposto nel mondo dello
spirito regna la legge dell’acere- scimento dell’energia. E di qui, con
apparente sicurezza, si de- duce che il determinismo non è applicabile
all’evoluzione spiri- tuale del’umanità. Ma è ben più giusto insistere sul
fatto che le variazioni quantitative della sensazione non trovano adeguata
spiegazione causale nella sola quantità dello stimolo. Se, posta la
concatenazione causale tra stimolo, sensazione e reazione, sì riesce a provare
collo sperimento che la legge della dipendenza semplice della sensazione dallo
stimolo e delli reazione dallit sensazione non vale, perchè non dovremmo più
tosto vedere li prova più sicura di quella crescente potenza d’autonomia che
kai coscienza dell’individuo è giunta a conquistarsi tra gli stimoli e le
reazioni? Forse Pessenza medesima della libertà umana può Dot indi i terminato.
raggio con un proprio colore ed una propria intensità. Per ogni stu- matura tra
1 e 2 si determini La relativa intensità che dà la stessi. reazione pupillare
(estesiometro). Collegando la serie dei punti che si ottengono si ha una linea
BC tale che, variando colore e intensità lungo di essa, rimane costante la
reazione. 140 SEZIONE I - CAPO VÌ quivi rifugiarsi come in porto sicuro, Ma
questo problema sarà tritttato nella Sezione terza (1). Per ora limitiamoci a
ritenere che Vequazione quantitativa della causa all’effetto è sempre vera,
anche nel campo psicofi- sico, solo bisogna comprendere che lo stimolo non è
causa unica ni contausa della sensazione attuale, perchè ogni sensazione è ir
sua volta dipendente dalPenergia totale del suo sistema e che liv sensazione a
sua volta non è causa unica e indipendente della reazione ma concausa essa
medesima. IL domma dell’indipendenza assoluta dell’azione dai motivi, non è
nieno infondato del domma della indipendenza assoluta della serie psichica
dalla fisica. Che così risulta? Una cosa sola ma importantissima cioè la neces-
sità di mutare la nozione stessa del determinismo, allargandola nel senso che
così la sensazione come La reazione non devono apparire come effetto semplice
dello stimolo presente, ma piut- tosto come effetto dello stimolo presente e di
tutte le vicende che Li coscienza ha subìto per il passato nel conquistarsi la
sua re- listiva autonomia, In linguaggio tecnico: bisogna tener conto d'una
specie di isteresi psicofisica, in qualche modo ereditaria, benchè la soluzione
di questo problema per adesso non si possa nemmeno immaginare, Però è evidente
che la storia anteriore del sistema psicofisico può essere rappresentata da un
integrale di tempo. S7.—- Riassumiamo ora i risultati raggiunti con questa
prima applicazione della teoria generale della causalità alla determina- zione
scientifica della causalità. psichicit. Criustificata nel $ 1 la definizione
della psicologia come scienza delle funzioni della coscienza, nel $ 2 si
esaminano criticamente le objezioni più gravi rivolte contro la psicologia.
sperimentale. Queste objezioni sono divise in due gruppi. Nel primo si mettono
in rilievo e in discussione La questione dell’emogeneità tra Ti misura e il
misurato, La questione della quantità dei fenomeni psichici e la questione dell'unità
di misura. Rispetto a quest’ ul. (1) Ivi pure sarà considerata In questione
della finalità che è giudicato il tratto più profondamente distintivo della
natura cosciente. (Cfr. Viuna, Sul probl. del determ. psichico, R. Tstitato
Lombardo di S. e L. Rendiconti, XLVII, fase. 10-11, pag. 544). ART. IT. -
CAUSALITÀ PSICHICA 141 fima, che è la più grave, si fa osservare che non è
necessaria la misura immediata. delle sovrapposizioni delle parti, ma è suffi-
ciente la misura mediata del rapporto funzionale, Nel secondo gruppo si discute
la questione dell’applicabilità dello sperimento alla psicologia. Rispetto a
questo punto importantissimo è forse utile discendere a qualche particolarità
che possa riputarsi un commento ragionato della discussione. Premesso in
generale : 1° che la causalità compare sempre dove ha Inogo una suc- cessione
temporale connessa ind uma necessità razionale : 2° che queste due condizioni
necessarie e sufficienti alla de- terminazione sperimentale della causalità nel
campo fisico si ri- scontrano anche nei fatti psichici, i quali si realizzano
essi pure nel tempo e nella ragione e sono anelPessi qualiguantitativi come
tutti i fatti della realtà, non estamdo Ta relazione inversamente proporzionale
della toro apparenza : 3° che il metodo sperimentale hit esso pure carattere
qui: liquantitativo e che si applica a trovare re a provare le connes: sioni
tipiche della successiene colla necessità e non già a portare, come
erroneamente si crede. alli meccanizzazione dei fatti sol - foposti al suo
processo; si conclude che Pesperimento è applicabile in Psicologia, in quella
Psicologia. scientifica s'intende che abbia di mira la de serizione dei fatti
di coscienza e Ti determinazione esatta delle loro leggi. allo scopo di
connetterti nell'ordine di causalità. Che per ora l'esperimento in Psicolegia
non si possa applicare che in modo assai limitato, {teoricamente parlando, non
importa. Avuto riguardo alle poche conquiste sperimentali di fronte allo
sterminato campo della natura, non accade To sfesso per Ri Fisica? Che
Pesperimento. anche nella più rosca ipotesi della sua applicazione ai fatti
psichici. non ci dia mai la con- versione integrale dei fatti rissuti dentro
Ino coscienza in fatti di quantità, pare omai uni cosa nfilissimia, non che »i-
cura. Chi si sogna frattanto di contestare Ja legittimità dello i - sperimento
nelle scienze fisiche. con la sensa che esso non può | darci mai La misura
interna della qualità dei fatti esterni, che 4 noi pure sappimmo
indissolubilmente Tegata alla quantità, facen- A ‘do appello alla necessità
cenoscitiva della nostra mente e insieme pa quella. delli realtà 2 Non bisogni
prete ‘uidere di provare im- vi i, nt Vv 4! f. I, g possibile il processo
sperimentale, semplicemente perchè esso non sarà mai capace di darci più di
quello che ci deve dare. L'errore è di credere che l'esperimento ci debba dare
esclusi- vamente la qualità o la quantità o, quel che è peggio, i valori
vissuti ec immediati dell'intuizione, mentre esso non deve darci che la
funzione (qualiquantitativa) della causalità. E da questo deriva ehe esso non
ci dà la qualità (astratta) della quantità dei fatti fisici, p. e., lo stato
interno della materia che gravita nella natura, come non ci dà la quantità
(astratta) della qualità dei fatti psichici, p. e., la quantità dell’intensità
vissuta nella. co- scienza. Ma non ne segue che l’esperimento in Psicologia sia
impossibile. Mai non tutti sanno concepire scientificamente Pesperimento così
in Fisica, come in Psicologia; e tanto meno farne buon uso. Bisognerà per
questo : | 1° esigere che le ricerche di Psicologia sperimentale abbiano
vitlore scientifico e non filosofico; 2° rifiutare il senso e il valore
sperimentale alle ricerche psicologiche eschisivamente empiriche, che tanti
pseudo-speri- mentatori vantano come sperimentali per arrogarsi il pregio € il
prestigio ambito della scientificità ; 53° modificare l’idea corrente dello
sperimento, rivendicando li sua natura e la sua funzione qualiquantitativit. 5
Nel $ 3 si pongono le nozioni fondamentali di fenomeno fisico e psichico, di
connessione psicofisica e di unità di misura dei fenomeni psichici considerati
come fenomeni complessi (unità derivata. Nel $ 4 si considerano criticamente i
risultati finora ottenuti col metodo W.-I°. Le considerazioni principali sono
Je seguenti : 1° sì difende Vimpostazione scientifica del metodo W.-F. dando
prova della continuità della serie psichica: 2° osi cilamo le cinque
interpretazioni critiche della Tegge di Fechuer; 3° si deduce che il fenomeno
psicofisico è complesso e che quindi deve essere trattato nella sua complessità
; 4° si mostra che il difetto del metodo W.-F. consiste in ciò che, nella
formula {== %#1g8,ia ynon è sufficientemente determi- nata. ART. II. -
CAUSALITÀ PSICILLCA 143 _i]FrerEEeEg gf n anzi Dal complesso di queste
considerazioni si ricava che l’ipotesi W..F. può conservare ciò non ostante
tutto il suo valore, am- mettendo che essa esprima la realtà del rapporto
stimolo-sen- sazione condizionatamente, vale a dire a condizione che impli.
citamente si ammetta che ogni altra quantità di natura psichica o fisiologica o
fisica inserita nel sistema stimolo-sensazione sia resa costante e conglobata
nella 7% di proporzionalità (1). Nel $ 5 si procede alla deduzione della
fermula di W.-F. come derivata parziale d’una funzione più complessa, in eni
alle va- riabili stimolo e sensazione si aggiunge la reazione: quindi si pone
l'equazione fondamentale della Psicofisica. Questa legge ha teoricamente e
praticamente un'importanza notevole. Teoricamente ci permette : 1° da deduzione
di tre derivate parziali i cui risultati cì danno l'enuneiato di tre leggi
relative alle variazioni dello stimolo, della sensazione e della reazione i ta
prima riguardante il rap- porto tra Vincremento di sensazione e Vincremento di
stimolo, liv seconda riguardante il rapporto tra Vineremento di sensazione (1)
Correggendo le bozze trovo che il Rousran (in Lecons des plirilos, I, Psicho-
logie, Sixième 6d., Paris, Delagrave 1919), appoggiandosi vi due postulati
fechne- riani dell’eguaglianza delle. sensazioni minime, e dell’eguaglianza.
d’una sen- sazione d’una certa intensità alla somma delle sensazioni minime, a
partire dalla sensazione minimi, (postulati che egli pure ritiene
inammissibili) sostiene che La conclusione del Fechner è inaccettabile, perchè
conduce ad un risultato assur- do. Il lettore che abbiz seguito attentamente la
discussione di questo Art, comprenderà che lo seacco del metodo Weber-Fechner
(scacco. parziale del resto e non totale come atferma il Rousrax) non importa
il fallimento di tut- ti gli sforzi per trattare gli stati di coscienza. come
quantità, nè linapplica- bilità assoluta del metodo sperimentale in Psicologia.
Grande argomento invo- cato dal Rousrax è il principio che i fatti psichici non
occupano spazio, quin- di non sono misurabili, Ma questo principio in ultima
amalisi non è poi altro esso stesso che un postulato, e così poco fondato, come
To sarebbe Pafferma- zione della possibilità dell’esistenza duna quantità reale
senza qualità e vice- Versi, Circa il passaggio dalla sensazione di freschezza
gradevole alla sensazione di bruciore insopportabile che, a ragione, egli trova
assurdo, volendo restare al solo accrescimento quantitativo di sensazione, è
Den strano che il Rousran giunga a dimenticare che la variazione qualitativa è
dovuta all'intervento di un organo diverso di sensazioni cioè ‘al senso
dolorifico che è distinto dal senso termico, anzi dal senso del caldo e da
quello del freddo. Certo, trascurando questa. circostanza, L'objezione del
Rotstax (che si riduce poi i quella del Bergson) nen fa una grinza. IU guaio
per Ta sua teoria è che tale circostanza non è trascurabile, 144 NEZIONE I -
CAPO VI e Vincremento di reazione, la terza riguardante il rapporto tra
l’incremento di stimolo e l'incremento di reazione ; 2° la deduzione d'una
legge psicofisica in correlazione alla legge di Ohm. | Praticamente ci indica
tre modi di esperimento in psicofisica, dandoci i termini precisi per eseguire
un esperimento psicofisico corretto : 1° a reazione costante : 2° a stimolo costante
; 3° a. sen- sazione costante. Donde tutto un nuovo programma di lavoro
scientifico che viene esposto nel $ 6, con un cenno delle conseguenze
filosofiche che saranno poi messe in luce nella Sezione seconda. Lit novità,
come ognuno vede, consiste nel calcolo dei rapporti. intercedenti fra le tre
variabili: stimolo, sensazione e reazione, che definiscono completamente il
processo psicofisico, mentre il metodo W.-F. è esclusivamente rivolto al
calcolo dei rapporti fra stimolo e sensazione e vale solo come espressione
parziale dell'unità. psicofisica. nel case che la reazione sia costante.
Seguendo il metodo che ci siamo proposto, aggiungiamo da ul timo, ir titolo di
commento ragionato, un rilievo fondamentale. Traseutiatre Ta reazione nella
formola del processo psicofisico è {trascurare che il fatte della sensazione,
mentre è ancora il fatto dell'azione dello stimolo come termine adeguato a
suscitare Pa zione cosciente, è già il fatto di questa nella sna connessione
reale cel fatto dell’azione reattiva. Ogni fatto centrale di sensazione, mentre
è insieme eccitazione interiore o stimolo psichico, tende a produrre il fatto
periferico della reazione e non ne differisce che per uma forma apparentemente
più debole. Ogni sensazione DN . è già uno slancio. La reazione è già in
potenza nella sensazione. L'idea sintetica. che possiamo farci del processo
psicofisico, espresso dall’equazione generale f(B,Y, 0) 0. è dunque quella del
concatenarsi causale dei tre momenti B, y; gin una sola. unità funzionale
costituente Vauteregolazione cansatrice del processo psicofisico e, in certo
modo, il riffesso aitiologico fondamentale della vita di relazione. Quando quel
precesso globale che noi dictamo psicofisico si compie, i tre fatti, y, g nel
loro naturale continuitesi per l'efficienza propria ad ogni fatto (effetto) si
com- pongono come le variabili dipendenti d'una. sola unità funzio- nale. Così,
generalizzando, possiamo concludere che Vefficienza ART. II. - CAUSALITÀ
PSICHICA 145 naturale della causa si risolve nella causalità naturale dell’ef-
fetto e che questi due ordini di fatti si risolvono in fondo nel- l’ordine
unico della relatività universale della realtà. Solo quando faccia omaggio a
questi principj la Psicologia scientifica non perderà anzi acquisterà la ragione
della sua vita. Limitandosi ad essere la scienza delle leggi della coscienza,
essa potrà sempre vivere tranquillamente in casa sua e progre- dire al di sopra
dell’esperienza, ma distinta per principj, metodi e fine dalla Filosofia. A.
Pastore — Il problema della causalità - Vol, II. 10 x AR”. II. Causalità
storica e sua interpretazione critica. $ }. Necessità di non rinunziare
all’interpretazione critica della causalità sto- rica. — $ 2. Dottrina di Carlo
Marx. — $ 3. Esame di due punti circa l’inter- pretazione del processo della
praxis storica, secondo il Marx: 1° vero senso dell’umiwcilzende Praxis; 2°
periodo d’incubazione tra la tesi e l’antitesi. — $ 4. Varia fortuna
dell’interpretazione causale della storia secondo Marx. Prima modificazione
introdotta dall’Engels. Semplice preponderanza causale del fattore economico.
liconoscimento dell’azione causale degli altri fattori. — $ 5. Seconda
modificazione dovuta ad Antonio Labriola. Teoria dello stato d’anima come
intermediario causale fra la struttura economica (tesi) e l’azione
rivoluzionaria (antitesi). Distinzione di due passaggi: 1° da for- mazione a
formazione; 2° da struttura a soprastruttura in ogni formazione sociale.
Origine e vero senso della dottrina dello stato d’anima. Concetto della
causazione mediata. — $ 6. Apprezzamento sintetico del valore del cosidetto
materialismo storico dal punto di vista del problema causale. 1° Inadeguatezza
del concetto marxistico della produzione. Necessità di consi- derare l'economia
come sintesi di tutti i rapporti (materiali e ideali) di pro- duzione. 2°
Inadeguatezza del principio spenceriano dell'adattamento al- l’ambiente.
Necessità di riconoscere il principio quintoniano dell’adattamento
dell'ambiente. — $ 7. Mezzi di produzione e mezzi di proprietà. I due corpi
dell’uomo: l’individuale e il sociale. Apprezzamento economico della scienza,
dell’arte, della morale. — $ 8. Conclusione. Principio del potenziamento re-
ciproco della causalità, come conato elettivo immanente all’unità psicofisica
della vita $ L. Nell’Art. precedente l'interpretazione della causalità è stata
mantenuta nell’ambito dell'interazione di fatto fra il corpo e anima, senza
abbandonare il criterio dell’unità psico- fisica del reale. Ora anche nei fatti
storici si rivela una connes- sione profonda fra questo criterio e il concetto
della causalità 148 SEZIONE I. - CAPO VI «conomico-ideale; benchè tale
connessione non sia ancora a ba- stanza avvertità. Esaminiamola dunque con
cura; quantunque scienziati e filo- sofi eminenti, per difetto di senso critico,
la guardino con occhio stizzoso. Le ragioni del disdegno sono evidenti. È molto
comodo invero rinunziare all’interpretazione della causalità nel processo
storico della società, colla scusa che, mancando i mezzi per l’ac- certazione
esatta della verità dei fatti storici, il meglio ancora che si possa fare è di
non occuparsene, in ogni caso valendo più che la ragione causale dei fatti — se
ve n'ha una — quel pregiu- dizio, circa la teoria esplicativa della storia, che
ogni sociologo ‘sì propone di dimostrare. Ma la critica non rinunzia all’inda-
gine della causalità storica delle idee per entro alla causalità storica dei
fatti, quantunque in questo campo sia impossibile l’uso rigorosamente
scientifico dei concetti di causa e d’effetto. La critica non abbandona la
ricerca del senso e del valore ideale della storia umana, benchè non ‘creda di
poter mai riuscire a determinare, in modo esatto, le vere e proprie leggi
causali della storia (1). Non labbandona perehè lo spirito non può disinte-
ressarsi di ciò che costituisce il valore concreto della sua pro- pria
realizzazione nel divenire dei fatti, cioè in quel progresso verso la libertà
che costituisce la sua. propria storia. Ma il valore pratico dell’ideale non è
riconosciuto spassiona- tamente da tutti e tanto meno da quei materialisti
dell'economia i quali, nel loro soverchio semplicismo, mettono all’uscio ogni
teoria incapace di spiegare la storia, come essì dicono, oggetti- vamente cioè
come rapporto fisico fra cose. Bisogna dunque discutere e rettificare il
concetto di causa storica, prima criticando le teorie esclusive che lo
snaturano, col dimenticare che la valutazione oggettiva medesima è una
produzione del nostro spirito, cioè che il valore è un rapporto pratico
dell’uomo, rivendicando in seguito l’importanza reale dei fattori ideali
nell’etiologia dei fatti storici. (1) Il CerertI, che divide la storia in tre
momenti : della riflessione inme- diata, della riflessione mediata, della
riflessione concettuale, al primo nega la considerazione delle cause e delle
ragioni dei fatti (nulla de factorum causali- tatibus, aut rationibus
implicitis disquisitio), al secondo assegna appunto questo compito, al terzo
quello che ordinariamente si dice filosofia della storia. (Pa- saelogices
Specimen, Prol., I, 57 ss.). ART. III - CAUSALITÀ STORICA 149 Nè questa
esigenza si riduce al tentativo di render filosofica la ricerca economica.
Unicamente si propone di giustificare l’ap- prezzamento aitiologico di tutte le
forme pratiche d’azione, rico- nioscendo che l’azione spirituale s’introduce
nel giuoco dell’a- zione sociale, o in altri termini che anche i fini
universali (atti- vità spirituale) sono veicoli ‘dei fini particolari (attività
mate- riale) e reciprocamente, secondo il principio del potenziamento della
causalità (causalità degli effetti) che è il seme fecondo da cul germoglia
tutta la vita individuale e sociale. S 2. Il cosidetto materialismo storico
(1), nella dottrina origi- naria di Carlo Marx, sostiene che le cause del
processo storico della società umana sono propriamente le forze economiche, e
che gli effetti sono propriamente le istituzioni sociali, il diritto e le forme
ideali superiori della vita (2). Questi effetti però non (1) Per la trattazione
critica in generale del mat. stor. cfr. i forti lavori del MASARYK, del SOREL,
dello SrAMMLER, del CROCE e del GENTILE. Per l’inter- pretazione filosofica in
particolare si vedano gli acuti studj critici del MoN- DOLFO il quale dimostra
che la filosofia marxengelsiana è un naturalismo uma- nistico (reale Humanismus),
non un materialismo nè un fatalismo, e che il cosidetto materialismo storico è
una concezione critico-pratica della storia avente per base il volontarismo
della praxis umana cioè lazione volontaria degli uomini, e per processo la
dialettica reale cioè il rovesciamento della praxis. Il materialismo storico in
Engels, Modena, Formiggini, 1912. — Chiarimenti su la dialettica engelsiana.
Rivista di filosofia, 1916. — Spirito rivoluzionario € senso storico. Nuova
Rivista storica, 1917. (2) Non mì propongo qui in queste poche pagine di
criticare, tanto meno di confutare, l’intera dottrina marxista, limitandomi a
considerarla dall’angolo visuale del problema aitiologico. In generale però,
rispetto allo scopo pratico, io inclino a credere col Merlino che la dottrina
del plusvalore sia una teoria di combattimento. In particolare ritengo che il
Capitale sia sopratutto un'arma per la demolizione critica del capitalismo. Il
curioso è che per raggiungere il suo scopo teorico (determinazione delle leggi
dell'economia capitalistica) Marx procedendo per tipi si costruisce un sistema
tipico simbolico 0 modello artifi- ciale della società capitalistica, che egli
fa poi funzionare impersonalmente come una specie di sistema
ipotetico-leduttivo. Di progetto esclude dal suo sistema tutti i fatti psichici
ed i rapporti morali, considerandoli come dipendenti fa- talmente dai fatti
economici. Con ciò la sua critica rovina nel dogmatismo e nello schematismo, Ma
egli è un semplificatore (benchè anche un semplicista dogmatico) che sa quello
che si fa; mentre non lo sanno coloro che gli rim- proverano d’aver dimenticato
certi importantissimi valori (i valori morali '. Sarebbe superfluo citare qui
le interpretazioni critiche del marxismo dovute all’Andler, al Kautsky, a G.
Sorel, al Guesde, al Lafargue, al Sombatt, allo Schmidt, al Turati, ad Arturo
Labriola, al Deville, cte. 150 SEZIONE I. - CAPO VI sarebbero che il riflesso
contingente delle cause economiche, una specie insomma di epifenomeno della
causalità economica. Il materialismo storico, sempre nella sua forma
originaria, e come analisi objettiva del processo della produzione
capitalistica, pose gran cura a distinguere la stratificazione intima della
società, mostrando in basso una struttura economica, in alto una super- struttura
ideologica; quella costituita dall’insieme dei rapporti di produzione,
corrispondenti a un determinato grado di svi- luppo delle forze di produzione
che dànno luogo alla divisione delle classi, questa dalla consolidazione
formale delle forze eco- uomiche conservatrici, data sempre l'ipotesi
dell’esclusione del- l'individuo astratto valutatore (1), benchè non di ogni
elemento soggettivo. Il seguente passo della prefazione al libro Zur Kritik der
po- litischen Oekonomie del Marx citato dal Labriola e dal Croce chiarisce
tutta la dottrina : « Nella produzione sociale della loro (1) Per questa
esclusione del soggetto valutatore, cfr. Ltoxkr, L'economia edonistica, Milano,
1916, pag. 226-227. Il LEONE avverte che il soggetto da cui Marx piglia le
mosse è la Società (pag. 231), e non l’individuo cioè il soggetto economico.
Alla considerazione soggettiva del bisogno Marx in fondo sostituisce la
considerazione oggettiva della merce, come forma storica speciale della
società. L'individuo sparisce | dalla scena economica, e la società non ha
testa nè lingua propria (pag. 233). L'economia marxista ha spirito
esclusivamente objettivo. Tuttavia questa ma- terialità oggettiva del valore in
Marx non esclude la sna struttura ideologica, (pag. 251-262). Questo deriva dal
fatto che la concezione objettiva del valore, secondo Marx, ha carattere
materiale e ideale. Da questa concezione il Leone ricava che lo stesso
naturalismo umanistico del Marx vuole essere inteso come un mercantilismo
umanistico (o societistico) astratto ; perchè, nel naturalismo del Marx, il
valore, diventando forma-merce, si spersonalizza : al valore subjettivo succede
l’objettivo, alla categoria indi- viduale succede una categoria storica
all'infuori dello spirito valutatore, retta dalle leggi del valorizzamento del
capitale e dell’arricchimento (cfr. LEONE, 0p. cit. pag. 191). Il punto di
partenza del Marx insomma non è il bisogno, ma il fatto della ricchezza sociale
objettivamente estranea alle volontà dei singoli e cioè intesa, procedente
secondo leggi naturali sue proprie, proprie cioè della produzione
capitalistica. Ma, contro l’ipotesi dell’assoluta esclusione di ogni clemento
soggettivo, sembra più probabile ritenere che l’umanismo marxista (appunto
perchè umanismo) è vero solo nei limiti d’un mercantilismo presup- ponente
l’eliminazione del criterio umanistico individuale e valutativo in di- pendenza
della volontà dei singoli, senza escludere la praxis oggettivamente soggettiva
della massa umana nel suo sviluppo storico. E questo punto di vista non mi
parrebbe contrario alla tesi del Mondolfo. (Cfr. op. cit., pag. 169, 187,
segnatamente 213-229), ART. III - CAUSALITÀ STORICA 151 vita gli uomini entran
fra loro in rapporti determinati necessarj ed indipendenti dal loro arbitrio,
cioè in rapporti di produzione i quali corrispondono a un determinato grado di
sviluppo delle materiali forze di produzione. L’insieme di tali rapporti costi-
tuisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si
eleva una soprastruttura politica e giuridica, e alla quale corrispondono
determinate forme sociali della coscien- za... A un determinato punto del loro
sviluppo le forze produt- tive materiali della società si trovano in
contraddizione coi pree- sistenti rapporti della produzione (cioè coi rapporti
della pro- prietà, il che è l'equivalente giuridico di tale espressione), den-
tro dei quali esse forze per l’innanzi s’eran mosse. Questi rap- porti della
produzione, da forme di sviluppo delle forze produt- tive, si convertono in
loro impedimento. E allora subentra un’e- poca di rivoluzione sociale. Col
cangiare del fondamento econo- mico si rivoluziona e precipita, più o meno
rapidamente, la so- prastante colossale soprastruzione... Una formazione
sociale non perisce, finchè non si sieno sviluppate tutte le forze produttive
per le quali essa ha campo sufficiente, e nuovi rapporti di pro- duzione non
subentrano, se prima le condizioni materiali di loro esistenza non siano state
covate nel seno della società che è in essere )) (1). è 3. Prima di mostrare
quali modificazioni abbia ricevuto in “egulto questa dottrina, fermiamoci ad
esaminare due punti di grande importanza sull’interpretazione del' processo
della praxis storica, secondo il Marx. In primo luogo volendo stabilire in che
consista quella famosa (1) Citato dal Croce (Muter. stor. ed econ. marrist. 8*
ed. Bari, Laterza, 1918, pag. 43-44) secondo la traduzione che dà del bravo il
prof. Labriola, nel suo scritto: In memoria del « Manifesto dei comunisti » Le
parole precise di Marx rispetto all’incubazione delle condizioni materiali nel
seno della società che è in essere, sono le seguenti: « Eine
Gesellschaftsformation geht nie unter, bevor alle Produktivkrifte entwickelt
sind, fur die sie weit genug ist und neue héhere Produktionsverliiltnisse treten
nie an die Stelle, bevor die materiellen Existenzbedincungen derselben im
Schooss der alten Gesellschaft selbst ausge- briitet worden sind ». (Zur
Iritilk der politischen Oekonomie, Berlin, Duncker, 1859, pag. VI).
Evidentemente tra condizioni materiali incubate e praxis in- cubata
(ausgebriitete Praxis) o incubazione della praxis non passa sostanziale
differenza. 152 SEZIONE I. - CAPO VI umiwdlsende Praris per cai Marx ed Engels
dichiarano di stac- carsi da Hegel nel concetto della dialettica, dopo tanti schiari-
menti che hanno omai esaurita la questione, crediamo di doverci attenere alla
soluzione del Mondolfo il quale, nella neodialet- tica marxiana vede
l’affermazione realistica del soggetto umano (non però l’individuo o il
soggetto del bisogno) continuamente avverantesi e continuamente superantesi
nell’atto pratico della negazione della negazione (1); e nella dialettica
engelsiana. vede, contro ogni interpretazione particolaristica, l'affermazione
della legge universale della realtà (2). Ma, stabilito questo, non si è ancora
conosciuta la qualità del metodo proprio della praxis marxengelsiana in
confronto colla praxis hegeliana. In che cosa adunque consiste la novità meto-
dica del Marx? Consiste nell’asserire che la storia sociale pro- cede dalle condizioni
materiali della vita alle idee umane; ossia più chiaramente consiste nella
sostituzione della praxis reali- stica non alla praxis idealistica ma alla
praxis ideologica (3), (1) Per questa interpretazione del MonpoLro Cfr.: Il
Materialismo storico in F. Engels. Cap. IX; e dello stesso: Spirito
rivoluzionario e senso storico. Estr. Nuova Rivista Storica, 1917, pag. 10. Una
delle parti più vere e suggestive della critica del Mondolfo è questi che segna
nella dialettica marxiana l’unità e la continuità della Menschlichkeit,
intendendone tutto lo sviluppo come processo interiore all'umanità; e mostra
che Marx si sforzò di riaffermare con Feuerbach contro e sopra ogni separazione
fra oggetto e soggetto, la realtà di entrambi nella loro unità costituita dalla
praris umama. (2) Vedi le cose profonde che dice il Mondolfo contro certi
malintesi della critica nei suoi Chiarimenti su la dialettica engelsiana,
Rivista di filosofia, 1916. (3) Chiamo ideologico (non idealistico)
l’intendimento della praxis dialettica procedente dall’idealità alla
materialità opposto all’intendimento della dialet- tica marxengelsiana
procedente dalla materialità all’idealità, perchè tra l’Idea di Hegel e l’idea
di Marx ed Engels come sostenitori della concezione realistica della storia c'è
un abisso. La somiglianza della terminologia non deve indurre nell’errore di
coloro, e sono i più, che identificano il processo idealistico della dialettica
hegeliana col processo ideologico di una dialettico procedente dalle idee umane
alle condizioni materiali della vita, e sognano che il cosidetto materialismo
storico di Marx ed Engels sia un vero capovolgimento filosofico dell’idealismo
dialettico di Hegel. Contro questo equivoco efr. le acute osser. vazioni del
Ckocr (Materialismo storico ed economia marzistica, 3% ediz. Bari Laterza,
1918, pag. 3-22). Non si può tuttavia negare che così in pratica come in teoria
l’ideologismo sia assai più vicino all’idealismo hegeliano che non al
materialismo. È solo per questa maggior aflinità che ha senso — convenzionale,
s'intende — il fa- moso rovesciamento della praxis hegeliana operato da Marx ed
Engels. Questo ART. III - CAUSALITÀ STORICA 153 . procedente dalla idealità
alla materialità come fu messo in chia- rissima luce dai migliori commentatori
del marxismo, dal La- briola al Croce. | In secondo luogo, volendo sempre
meglio chiarire le relazioni del marxismo con l'hegelismo, sembra utile
sollevare un argo- mento nuovo in sostegno della. relativa indipendenza di Marx
dalla neodialettica marxista, non per fare sfoggio d'un astrat- tismo
schematico a priori ma per seguire il filo reale degli av- venimenti. Nel lungo
brano del Marx sopracitato non è forse detto chiaramente che «nuovi rapporti di
produzione non su- bentrano, se prima le condizioni materiali di loro esistenza
non siano state covate nel seno della società. che è in essere?» Pren- diamo
dunque atto dell'atfermazione del Marx che esige un pe- riodo di incubazione
delle condizioni materiali dei nuovi rap- porti di produzione. È noto che,
secondo Marx, a determinati punti del loro sviluppo le forze materiali
produttive della so- cietà si trovano in contradizione coi preesistenti
rapporti di pro- duzione, quindi subentrano le epoche di rivoluzione sociale e
così via. Volendo stare alla somiglianza esteriore si esprime lo stesso fatto
dicendo che il processo della praxis storica è dia- lettico, cioè procede per
tesì antitesi sintesi. Ora chi non vede che il periodo d'incubaziene del Marx,
incuneandosi come una fase di preparazione fra la formazione sociale
(conservatrice, perchè già formata) e la nuova formazione sociale (rivoluzio-
narla, perchè deve subentrare essendo eretta su nuova base eco- nomica), vibra
in pieno centro un colpo decisivo alla concezione della dialettica, secondo lo
scolasticismo hegeliano, insistente sul processo tricotomico dalla tesi
all’antitesi alla sintesi? (1) senso ha però un grande fondamento nel grave
fardello ideologico giacente nell’idealismo hegeliano. Lo stesso Hegel, id onta
del suo profondo e sincero idealismo filosofico, si lasciò andare a troppo
frequenti interpretazioni della storia dal punto di vista ideologico. E quando
Marx disse che « Hegel aveva posto la storia sulla testa e che bisognava
capovolgerla per rimetterla in piedi » è ben probabile che volesse contraporre
Li propri concezione realistica. non tanto alla concezione idealistica, quanto
alla concezione ideologica di Hegel, giacchè Hegel stesso è responsabile della
confusione fra le idee umane e l'Idea, (1) Per quanto io sappia non è ancora
stata messa in luce a bastanza questa novità della incubazione della praxis nel
trapasso da formazione a formazione sociale che è non meno importante del
famoso rovesciamento della praxis ideologica. 154 SEZIONE I. - CAPO VI Fa posto
l'Hegel ad una fase di incubazione transitoria nel pas- saggio dialettico dalla
tesì all’antitesi? No certamente; giacchè la dialettica è spiegamento
progressivo di opposizioni per neces- sità interna all'idea. | £, a vero dire,
nello stesso Marx, non ostante la chiarezza del passo riferito, il concetto
felice dell’incubazione della praxis rimase allo stato nascente come teoria.
Credo tuttavia che sia giusto riconoscere al Marx questo merito. Però non
crederei che sj possa vedere in questa dottrina, la quale segna l’aperta rot-
turi del Marx collo schematisnio sistematico della dialettica he- geliama (1),
Voriginale proposta d’un nuovo ritmo dialettico pro- cedente dalla tesì
all'antitesi per una fase intermedia di prepa- razione irreducibile così alla
tesi e all'antitesi come alla sintesi. Ma su queste punto ritorneremo fra
breve. S4 — Tocchiamo adesso della varia fortuna della interpreta- zione
causale della storia secondo il Marx. Questa dottrina (che fra Valtro ha il
torto di non riconoscere che anche il processo ideologico, può, in certi casi,
accadere in modo impersonale, cioè indipendente dalle volontà dei singoli
individui precisa- mente come accade — in certi casì — per il processo
economico) ricevette in seguito profonde modificazioni. La prima e
notevolissima fu introdotta dall’ Engels, il quale (1) Non lo crederei, perchè
il Marx non sì preoccupa troppo di questioni formali e lo stesso suo ricorso
alla dialettica hegeliana, inevitabile in chi s'era agguerrito in gioventù
nella meditazione di Hegel (« l’hegelismo, dice il Croce, era la precoltura del
giovine Marx » (cfr. Croce, Mater. Stor. pag. 7), sembra ai critici più
competenti che abbia con quella una « somiglianza puramente esteriore ed
approssimativa » (Cfr. Crock, op. cit, pag. 7. Del resto, i confortare l’idea
che il marxismo rompa anche dottrinalmente ogni rapporto intimo coll’idealismo
hegeliano antipositivistico, c'è un passo di Marx già citato da G. SorEL
(Degenerazione capitalista e degenerazione socialista, Sandron, Palermo, 1997,
pag. 62) che ha un’importanza enorme per la genesi della concezione marxisti. «
Darwin ha attirato Vattenzione sopra la formazione degli organi animali e delle
piante considerati come mezzi di produzione per la loro vita. La storia degli
organi produttivi dell’uomo, base materiale d’ogni organizzazione sociale, non
sarebbe anch'essa degna di simili ricerche ? E non sarebbe più facile di
condurre quest'impresit a buon fine, poichè, come dice Vico, la storia
dell’uomo si distingue dalla storia della natura in ciò che noi abbiamo fatto
questa e non quella? » (Capitale, I. in Bibliot. d. Economista, pag. 162 e col.
1). ART. III - CAUSALITÀ STORICA 155 sviluppando ed elaborando i concetti
impliciti di Carlo Marx, giunge a sostenere senza reticenze che il fattore
economico (non soggettivo) ha solo un valore causale preponderante, senza ne-
gare l’azione concausale degli altri fattori. Distingue anch’egli una struttura
di fatti e una soprastruttura di idee, quasi a dire il fattore materiale in
basso e in alto i prodotti ideali cioè il fattore spirituale della società.
Però egli ripone più esplicita- mente nella sottostruttura non solo le
condizioni della produ- sione cioè il fattore economico, ma anche l’ambiente in
cui la società si sviluppa cioè il fattore geografico e il fattore etnico, i
quali hanno dapprima il valore principale: colloca invece nella soprastruttura
tutte le ideologie così inferiori (giuridiche, po- litiche) «come superiori
(morale, religione, arte, scienza, filoso- fia). Poscia ammette un rapporto di
reciproca determinazione causale fra il fattore materiale e il fattore
ideologico, ma in ultima analisi assegna la preponderanza all'economia (1).
Sarebbe un'esagerazione senza fondamento attribuire al Marx la mera tesi della
causazione immediata dei fattori economici sulle sfere ideologiche, per
riservare all’Engels il riconoscimen- to della causazione mediata e sopratutto
dell’azione reciproca. L’Engels stesso ha protestato energicamente contro
questa in- terpretazione, e nella 2° delle sue tre lettere famose, dopo d’a-
vere nel modo più esplicito affermata la reazione profonda dei riflessi
politici, ete., aggiunge le prove attinte dalle stesse ope- re del Marx. Però è
innegabile che egli, come già dicemmo, espli- ca molto per conto proprio
implicito marxista. Questa esplica- zione è così appariscente che, solo per
opera dell’ Engels, nella (1) Cfr. la lettera 39 dell’ExaeLs nell’App. II.
dell’op. di Axr. LabrioLA : So- cialisme et Philosophie, Paris, Giard, 1899.
pag. 257-202. Rispetto al rapporto dialettico della praris che si rovescia in
sostituzione del rapporto rettilineo ed univoco del determinismo causale,
pregiudizio della vecchia aitiolozia cfr. la citata op. del Moxporro. Il mat.
Stor., ete. Quivi acu- tamente dimostra come lo stesso etfetto si trasformi in
causa, la praxis si rovescii e reagisca coi suoi risultati sul proprio sviluppo
successivo, E sopra la riconosciuta realtà della coscienza (affermazione del
momento fisiologico) da parte dell’ExceLS e l’operare con le idee, cfr. pure
idid., pag. 13-14, e pagine 41-53; e, per l’affermazione dell’importanza
dell'elemento intellettuale, pagine 106 e seg. 156 SEZIONE I. - CAPO VI scena
del dramma sociale acquistano personalità (1) e autono- mia distinta quei
fattori ai quali Marx attribuisce una parte secondaria anzi quasi indistinta
nell’azione determinante della storia. E verissimo, come dice l’Engels, che
anche pel Marx la situazione economica non è la sola causa attiva di fronte al
re- sto, considerato come un pure effetto passivo. È verissimo che anche pel
Marx, vha un'azione reciproca, sopra la base della necessità economica che
finisce sempre, per aver il sopravvento in ultima istanza (2). Tuttavia, è per
il punto di vista dell’ Engels che muta la scena del dramma sociale : più
nessun dubbio sopra l’esclusività del- l’azione causativa alla sola
sottostruttura economica, ricono- sciuta francamente la causalità reciproca
alle due strutture in conflitto, benchè il fattore economico conservi la sua
preponde- ranza. È un gran passo così nella chiarezza come nella ragione,
perchè c'è un'ideologia che succede (mediatamente !) ad un pro- cesso economico
come dice il Marx, e c'è un processo economico che succede ad un'ideologia,
come il Marx non impedisce di pre- sumere, ma non dice. Per non aver badato a
questo, il Marx trascurò di dire esplicitamente che ogni processo reale (e
quindi anche il processo economico !) è causa-effetto (potenziamento re-
ciproco della causalità). Trascuro di dire, con la stessa efficacia che ripose
nel sostegno della causalità economica, che il pensiero stesso deve riconoscersi
una forza viva in quella realtà sempre causa-effetto in ogni momento del sno
sviluppo, che è l'eterno Giano Dbifronte della storia. Concludendo, sappiamo
che la dipendenza della vita sociale superiore dalla inferiore cioè dalla vita
economica, secondo il (1) Questa personalità dei fattori ideologici tuttavia
vuol essere intesa in modo generico. Constatare in pratica l’innegabile
travolgente valore delle idee rivoluzionarie, accettare e riconoscere la forza
causatrice della propaganda in- tellettuale, appoggiarla direttamente
coll’organizzazione diretta delle scuole popolari, dei giornali, degli
opuscoli. delle conferenze, prevedere qual danno gravissimo risulterebbe da una
negazione cieca e demolitrice d’ogni fattore ideale, tale è insomma l'atteggiamento
che può aspettarsi dai socialisti rivolu- zioni non disposti a incapsularsi nel
fatalismo schematico della teoria eco- nomica marxista. Vedremo in seguito che
la personificazione — per dire così — dell’impersonalità dei fattori ideologici
è appunto lo stato l’anima di An- tonio Labrioli. (2) Cfr. lettera 4%
dell’ExGELS, op. cit, pag. 259 ART. III - CAUSALITÀ STORICA 157 Marx, si
risolve, se si vuole, in un processo di causazione sia im- mediata sia mediata,
in cui i fattori ideologici figurano come ef- fetti e gli economici come cause.
Sappiamo che Marx ed Engels ammettono l’azione reciproca dei fattori sociali.
L’ostacolo maggiore all’esatta intelligenza del loro pensiero circa la cau-
salità sociale proviene dal fatto che vi sono più campi in cui Va- zione
efficace dei fattori non economici si può manifestare oltre al campo economito.
Quindi mentre è vero che essi ammettono la reazione causale dei fattori non
economici, non si può dire con pari sicurezza che, sia pure solo in determinati
punti dello sviluppo delle forze produttive della società, essi ammettano che i
fattori ideologici siano causa di fattori economici (causalità degli effetti).
Se quest'ultimo caso fosse vero la teoria marxista dell’indi- pendenza
oggettiva del processo economico riceverebbe una fe- rita gravissima, perchè la
necessità economica non sarebbe più l’unica base su cui avverrebbe l’azione
reciproca dei fattori non economici della restante vita sociale. D'altra parte
il passaggio medesimo dall’economia al’ideo- logia restava oscuro nella teoria
marxengelsiana quindi era d’uopo precisare la sua modalità (1). (1) L’oscurità
a questo riguardo è così grande che non tutti i socialisti sanno rendersi ben
conto del senso e del valore antimarxistico attribuibile all'impiego di certi fattori
intellettuali, preparatorj della rivoluzione proletaria, come p. e. la scuola.
Noi assistiamo adesso alla ripresa della propaganda culturale da parte di
intelligenti socialisti. I più audaci giornali del movimento socialista
rivoluzionario proclamano quasi ad ogni numero l’urgente necessità di agitare _
il problema della cultura socialista per svolgere un’opera di elevazione, dare
ai lavoratori una coscienza socialista, sopratutto per avere una mentalità
nuova, una concezione del mondo e della vita completamente diversa da quella
bor- ghese. Tutto ciò, s'intende, per affrettare Pabolizione dello sfrattamento
capi- talistico. Senza entrare qui nella questione se cotesti promotori della
rivolu- zione sociale vogliano o no star fedeli allo spirito di Marx, un fatto
è evi- dente cioè che il ricorso ai fattori culturali per i fini della
rivoluzione del proletariato è contrario all’ammonimento fondamentale di Marx.
Marx infatti sostiene che «la produzione capitalistica genera essa stessa la
sua propria negazione colla fatalità che presiede alle metamorfosi della
natura. (Capitale, I. cap. penult). Quindi i propagandisti della cultura
socialista hanno torto di credersi sul pretto terreno del marxismo. Marx li
avrebbe sconfessati, come pregiudicati da concezioni intellettualistiche,
ideologiche. Marx avrebbe con- siderata la loro propaganda come un ritorno
completo ai procedimenti degli Di utopisti. A tutti è nota l’indignazione di
Marx contro la tattica borghese del- 158 SEZIONE I. - CAPO VI $ 5. Ciò premesso,
resta facile apprezzare la novità e l’impor- tanza del contributo che Antonio
Labriola (1) venne a portare nell’interpretazione causale del processo storico,
onde questa ricevette una seconda notevolissima modificazione. La sua idea fu
questa, di proporre lo stato d’anima come intermediario can- sale tanto fra la
tesi e l’antitesi del processo sociale, quanto fra la struttura economica
considerata come base determinante e la soprastruttura ideologica considerata
come riflesso determi- nato (2). Per comprendere bene questa innovazione
bisogna ri- cordare che nel concetto marxengelsiano la causazione fra base
economica e riflesso ideologico rimaneva, come dicemmo, molto semplicistica e
indeterminata. Il merito del Labriola fu di de- terminare psicologicamente il
srado intermedio colla sua ricerca della mediazione dalle canse agli effetti
(3). Inoltre questo grado intermedio fra struttura e soprastruttura viene a
fare riscontro a quella fase intermedia deì processo dialettico che già vedemmo
Alleanza, tendente nella previsione critica di Marx, a « convertire le sezioni
d’operai... in scuole di cui questi signori dell’AMleanza saranno i maestri ».
Ma questo tratto non si riferisce qui che per provare la durezza
antisocialistica dello schematismo di Marx. Sarebbe ozioso continuare il
paragone nei parti- colari. (1) AxtoxIo LasrioLa, In memoria del « Manifesto
dei comunisti ». Saggio sulla concezione materialistica della storia. 2% ed.
1895. -- Del materialismo storico Dilucidazione preliminare. Roma, Loescher,
1896. — Socialisme et phi- losophie. (Lettres è G. Sorel). Paris, Giard, 1899. — Scritti vari
di filosofia e di politica. (ed. Croce). Bari, Laterza. — Cfr. in proposito:
Crocr, Materialisno storico cd economia marzistica, 3* ed. Bari, Laterza, 1918;
GentiLE, Za filo- sofia di Marx, Pisa, Spoerri, 1898. (2) Anr.
Labriora. Social. et philos. Lettera IX, pag. 164-174. (3) Ant. LabrioLa. Del mater. stor., 1902, pag. 14.
Questo concetto della mediazione dalle cause gli effetti, che, secondo il L.,
«non è mai evidente alla prima » (op. cit. p. 14) è proposto da luì e
riproposto le cento volte, ed indagato col più vivo senso della realtà. Errerebbe
grosso- lanamente chi nella proposizione dello stato d’anima vedesse
un’allusione alla fantasticata esistenza d’una psiche sociale o alla
escogitazione di un preteso spirito collettivo... o ad un escogitato soggetto
che si chiami la coscienza so- ciale, od altro simile coacervo di denominazioni
semiorganiche e semipsicolo- giche. (Cfr., op. cit., p. 15 e ss.). E circa la
produzione in secondo luogo e per indiretto, cfr. pag. 91-93 e ss.) E° degno di
nota il fatto che l’Engels stesso, per l’esplicito riconoscimento della
consapevolezza del bisogno (antitesi) opposto alla realtà delle condizioni
storico-economiche (tesi), viene a riconoscere la presenza del principio dello
stato d'anima del Labriola. Sul momento dell'umanismo che è nell’Engels in- ART.
III - CAUSALITÀ STORICA 159 interposta dal Marx come fase di preparazione o
d’incubazione fra la tesì e l’antitesi. Un'altra cosa è da avvertire. .È ben
certo che, dialetticamente parlando e anche dal punto di vista marxengelsiano,
soprattutto dopo la lezione dell’Engels (1), nessuno ha ora l'intenzione pue-
rile di vedere separatamente nei rapporti causali da un lato la causa,
dall’altro l’effetto, separando con vuota astrazione le opposizioni polari del
processo concreto. Tuttavia è anche per tutti evidente che ciò che determina e
ciò che resta determinato non sono senz’altro la stessa cosa. Sono bensì solo
due momenti distinti dello stesso sviluppo storico, tuttavia anche per Marx ed
Engels l’infrastruttura economica predominante secondo loro non è la superstruttura
ideologica determinata, tanto che il tra- passo da quella a questo (praxis
realistica) è secondo loro irre- ducibile al processo inverso (praxis
idealistica). Per evitare ogni equivoco in materia. sì delicata bisogna di-
stinguere esplicitamente due passaggi, cioè 1° il passaggio, che direi
orizzontale, da una formazione so- ciale (struttura economica e soprastruttura
ideologica com- presa) ad un’altra, e 2° il passaggio, che direi verticale,
dalla struttura alla so- prastruttura in ogni singola formazione. Che il primo
passaggio per Marx ed Engels non sia più schiet. tamente dialettico cioè
tricotomico alla maniera hegeliana è certo. In verità, tra una formazione
sociale e Valtra (di cui la precedente funziona come tesi e Ja successiva come antitesi)
Marx introduce il periodo di incubazione, portando così a tre î mo- menti che
precedono la sintesi. La deformazione del ritmo dia- lettica di tipo hegeliano
è pertanto in questo caso evidente, come fu provato nel $ 3. Resta da decidere
la modalità del secondo passaggio. Sap- dispensabile per la formazione della
coscienza di classe, € la rivendicazione della Menschlichkeit, come
preparazione psicologica all'affermazione storica del- l'umanità, efr.
MoNDetro, op. cit., 150-1. Finalmente, serive il Mondolfo con parole che
potrebbero in parte caratterizzare la concezione dello stato d'anima del
Labriola, « per l’Engels, che mirava all’azione storica del proletariato, la
condizione indispensabile era la formazione della coscienza di classe ». Op.
cit., pag. 183. (1) AnT. LaBrioLa, Social. et philos., App., Lettera 34, pag.
257. eu, Far ea 160 SEZIONE I. - CAPO VI piamo a questo proposito che la praxis
marxengelsiana è reali. stica cioè procede dalla vita economica alle idee in
opposizione alla praxis ideologica hegeliana procedente in senso inverso. È
opinione comune che la praxis marxista sia il rovesciamento della dialettica
hegeliana, ma che dialettica resti. E appunto per questo si parla di
neodialettica (procedente dall’economia all'ideologia) essenziale al marxismo.
Però, si badi che non rie- sce tanto facile disporre i due gradi anzidetti
(economia e ideo- logia) nello schematismo tricotomico della dialettica
hegeliana, allorchè si rimanga nel campo della formazione sociale avente la sua
struttura peculiare e la sua corrispondente superstrut- tura. Può chi più chi
meno fingere di non sentirla questa. diffi- coltà. Ma non è vero che oggi non
la si senta, dopo la teoria in- terstiziale dello stato d'anima di Antonio
Labriola. Ma lasciando di più occuparci del carattere formale di questo
passaggio nella dottrina marxengelsiana, cerchiamo di scrutare l'origine e il
vero senso della dottrina dello stato d'anima come termine medio sia tra i
fattori economici e le ideologie, sia tra la formazione seciale funzionante
come tesi e la sua antitesi. È probabile che la geniale mente del Labriola ne
abbia tratt l'idea tra Valtro da alcuni sprazzi embrionali dell’ Engels, il
quale sempre intuì la causazione mediata così delle formazioni sociali come
delle forme particolari o strutture di queste for- mazioni e francamente
riconobbe la presenza dei eradi inter- medj: soltanto ebbe il torto di non
insistervi a bastanza appPo- fondendo questo punto, cioè determinando caso per
caso la na- tura causale della mediazione e facendole debito posto nella sua
dottrina. Le ideologie non sono fiori senza radici che spu ntino er abrup- to
dal terreno dei rapporti economici, nè sono fiori senza semi fecondi. Da un
lato esse pure richiedono una gestazione di sen- timenti e di idee e di volontà
che si maturi poco a poco, nel seno della società che è in essere (tesi),
dall’altro succedono anche alla fase polemica della rivoluzione (antitesi) e
sono alla. loro volta, benchè effetti, causa di processi formativi ulteriori
(1). (1) Sulla duplicazione conservatrice e rivoluzionaria delle ideologie
ammessa dallo stesso Engels, cfr. MONDOLFO, op. cit., pag. 325. ART. III -
CAUSALITÀ STORICA 161 ——— Questo pensiero dovette apparire con somma nettezza
all’alacre mente di Antonio Labriola. Quella fresca vivace e robustissima
esuberanza critica, che era la sua incomparabile dote, non po- teva trascurare
l'esigenza della continuità del relativo in ogni cosa, perchè egli più d'ogni
altro sapeva che «tutto è relativo », e che frattanto la relatività non distrugge
ma rende possibile la scienza. Vedemmo che dopo il profondo rovesciàmento della
praxis ideologica hegeliana per opera del Marx e dell'Engels ciò che pareva
restar vero del famoso ritmo dialettico era la forma- lità tricotomica della
tesi dell’antitesi e della sintesi, benchè già l’idea marxengelsiana della fase
d’incubazione cominciasse a forzarne i cancelli. E lecito supporre che, dopo
l'ardita iniziativa del Marx, An- tonio Labriola abbia anch'egli veduto il
principio della media- zione causale della: dialettica nello spirito mezzo
ascoso onde il Marx improntava il rigido organismo della sua critica. Quindi, a
non lasciare nulla d’inosservato, s’affaccia Vipotesi che an- ch'egli, con la
sua proposta dello stato d’anima come effetto e insieme reagente causale, abbia
riconosciuta la necessità di spezzare definitivamente la caduca crisalide della
tricotomia dialettica hegeliana. Il suo netto principio della causazione me-
diata doveva fargli sentire, tra i due momenti antagonistici della dialettica vecchio
stile, la continuità vivificatrice, sempre nuova, sempre lussureggiante e piena
d’armonia. L’attenta let- tura delle sue opere ci persuade che ogni passaggio
latente dallo stato positivo al negativo, attirò sempre singolarmente il suo
spirito (1). (1) Sarebbe utilissimo spogliare tutta l’opera di A. LaBrIOLA per
stabilire qual uso egli abbia fatto dell’idea del punto critico fra la tesi e
l’antitesi, bril- lante come una luce nelle tenebre; quel punto che, se
mancasse, importerebbe la morte d’ogni processo, perchè spezzerebbe la sua
ritmica continuità. Lo studio di questo punto critico e criptico fra la tesi e
l’antitesi fu trascurato da Hegel. Non si può objettare che Hegel ne abbia
invece tenuto conto nella sua teoria dei nodi o linea nodale dei rapporti di
misura che fu già esumata dall’Engels contro il Diihring (capo IV, pag. 36-37 e
capo XII, pag. 154) e su cui si ferma anche il LAskixk nell’introduzione della
sua traduzione dell’Anti- Diihring, citando le applicazioni che Hegel, prima di
Marx e d’Engels, lia fatto della categoria della linea nodale alla vita morale
e sociale (pag. XCIV-V). Perchè in Hegel il punto nodale*è quello in cui i
contrarj) coincidono sinteti- camente, per es. la misura, in cui coincidono e
si incrociano la qualità e la A, Pastore — Il problema della causalità - Vol,
IT, 11 162 NEZIONE I. - CAPO VI Fino a tanto che la critica non abbia preso
atto della convenien- za d’introdurre un terzo momento fra i due primi del
processo dialettico, non potranno i meriti del Marx quanto all’incubazione
lella praxis, e del Labriola quanto alla causazione mediata per lo stato
d'anima essere apprezzati a dovere. Novità importune per l’impalcatore che, nel
comodo letto d’una teoria, vorrebbe ar- restarsi per sempre e farsi l'illusione
d’aver spiegato il processo causale dell’universo. Verità feconde per la
critica nemica di qualunque convenzionalismo che deve loro un’intuizione
infini- tamente più penetrante del gimnoco delle forze vive che compon- gono la
realtà. Volendo sottilizzare, forse la negazione della negazione, tante cara
all’indirizzo marxengelsiano, non resta neanche compromessa. Ma, se non si
debba tener conto della mediazione transitiva dello stato d’anima come grado
causale intermedio fra la tesi e l’antitesi cioè tra le opposte strutture della
società, ecco il punto. Io dico che Hegel mostra una rot- tura dell’ingranaggio
dialettico della storia e che Marx ed En- gels, oltre all’inversione della
praxis, intuirono la maniera di salvare la continuità tra formazione e
formazione con la teoria dell'incubazione, ma lasciarono indeterminata la
modalità del trapasso della praxis dall'economia all’ideologia, mentre An-
tonio Labriola anche su questo punto — mostra l’immanente concatenazione e
determina la natura dell’intermediario causale nel xeno d'ogni formazione
sociale. Afferrare ed estendere il vero concetto dinamico di questa causazione
mediata. come ef- fetto-causa, è il vero dovere della critica moderna (1).
quantità. Insomma la sintesi nodale hegeliana è il punto in cui si opera il salto
qualitativo della negazione della negazione; mentre il passaggio hege- liano
dalla tesi all’antitesi avviene senza intermezzo. Invece il punto critico e
criptico di cui si parla qui a proposito sia dell'incubazione della praxis
secondo il Marx sia dello stato d’anima come intermediario causale secondo il
Labriola, ha luogo tra la tesi e l’antitesi, come funzione mediatrice fra l'una
e Valtra. Non è infine la linea segnante il brusco passaggio alla unità
hegeliana dei contra). (1) Il Masci, nei suoi penetranti appunti critici sul
materialismo storico scrive: « Abbiamo visto come (il Labriola) rinunzii alla
deduzione delle ideologie per loro stesse dal fattore economico; ma pare che
ammetta la pos- sibilità della deduzione mediata e indiretta ». (Il mat. stor.
Reale Accad. di Napoli, 1908, pag. 18). Ma nel seguito della Memoria il Masci
per conto suo respinge la teoria dello stato d’anima come produttore delle
ideologie. « Non ART. III - CAUSALITÀ STORICA 163 Tutte le differenze che si
possono notare fra la dialettica hegellana, la neodialettica marxengelsiana e
la dottrina del La- - briola si riducono allora a questa che il punto centrale
del pro- cesso dialettico fra la tesì e V’antitesi in Hegel non c’è; in Marx ed
Engels c’è rispetto al trapasso da formazione sociale a for- mazione sociale ed
è il periodo d’incubazione, ma non c’è rispet- to al trapasso della praxis
dall'economia all’ideologia, benchè si riconosca in modo generico la causazione
mediata; in Labriola invece anche questo momento interdialettico c’è ed è lo
stato d'anima, produttore mediato delle ideologie. Lo stato d’anima del
Labriola è propriamente la coscienza sociale ma in senso tutto pratico e
prosdico, com’egli amava dire, cioè come spe- cificata coscienza degli uoniini
in date condizioni sociali, e co- me tale di natura sempre circostanziale, mai
espressione del pro- cesso astratto e generico del cosidetto spirito umano (1).
Lo stato d’anima del Labriola non è unicamente lo stato emotivo d'una società
determinato dall’assetto economico (tesiì) e in- vale dire che la causalità
economica concerne, come pare che pensi il Labriola, lo stato d’anima che
produsse le ideologie e non queste. Perchè sono le ideologie le cause reali
immediate ; e se non è possibile riportarle all'economia nel loro contenuto, si
deve riconoscerle come cause indipendenti, E poi qual terreno sodo può prestare
ad una dimostrazione scientifica della cansalità sto- rica lo stato d’anima ?
Nessuno presumerebbe di fondare su di esso la rico- struzione storica delle ideologie
anche le più direttamente nascenti dalla vita emotivi, come quelle che
ritroviamo nella storia delle religioni e nella storia dell’arte. Come «i
potrebbe ricostruirvi su le ideologie più oggettive del diritto, della morale,
della filosofia ? E si deve aggiungere la difficoltà che nasce dal- l’assumere
come intermediario causale uno stato d’anima non finitimo delle ideologie, ma
di quello che appare più lontano dit esse, cioè dall'economia » (pag. 28 29).
In fondo, a suo avviso, « non si può dire che, per l’Engels e per lui, il punto
di vista sia sostanzialmente mutato, perchè sempre per ambedue il fattore
economico è fondamentale » (pag. 18). (1) Io credo che il Labriola via stato il
primo a richiamare l’attenzione dei materialisti storici sullo stato d’anima
come stato sociale intermedio fra l’eco- nomia e l’ideologia (e quindi in sè nè
economico nè ideologico). Ma riconosco che non ne ha sempre fatto buon uso, e
valga per esempio, la sua interpre- tazione economica del Cristianesimo, (che
fu confutata in modo lampante dal Masci). Però il suo torto fu appunto di non
aver sfruttato abbastanza la sua teoria sullo stato d’anima, lasciando troppo
in ombra la formazione della coscienza religiosa superiore alla costituzione
dell’ideologia conservatrice cioè della dom- matie cristiana. Lo stato d'anima
è qualche cosa che sta da sè, pure rice- vendo gli stimoli determinanti
dall'ambiente e l’azione preponderante (rispetto agli altri fattori!) del
fattore economico, Il Labriola stesso non dichiara forse 164 SEZIONE I. - CAPO
VI sieme determinante dell’azione rivoluzionaria diretta alla ne- gazione del
bisogno (antitesi) a cui terrà dietro il momento su- peratore dell’ideologia
cioè la negazione della negazione (sin- tesi). Non è neppure lo stato coacervo
(conoscitivo-emotivo-volitivo), d’un’intera società che riconosce l'ingiustizia
dello stato econo- mico imperante, ne sente il dolore e vuole agire per il
soddista- cimento del proprio ideale. È l’atteggiamento pratico delle co-
scienze degli uomini come incarnazioni viventi delle cognizioni
emozioni-volizioni che precedono la negazione del bisogno e poi orientano
causalmente l’azione diretta al soddisfacimento di esso. È l'apprezzamento
reale dell'aspetto economico imperante, in quanto determina la condotta umana
di tutta una società nella sua tecnica di lavoro e dirige i suoi sforzi
rivoluzionari verso un aspetto migliore. A questa stregua Antonio Labriola
interpreta in modo nuovo le trasformazioni causali silenziose che rivoluzio.
nano la vita delle società. Noi quindi accettiamo che il suo prin- Gipio come
canone di interpretazione o anche meglio come ipo- tesi di lavoro ma niente più
(1). senza ambagi, che il progresso economico determina il progresso
dell'intelligenza e che questa, applicandosi ad altri oggetti, crea le
ideologie ? Questa preziosa confessione serve al Masci per confermare una volta
di più la sua tesi cioè la fallacia della teoria dello stato d'anima. A parer
nostro, invece, trasporta la questione sul progresso intimo dell’eterogenesi
dei fini, intorno a cui non s'è ancora detta l’ultima parola.
Sull’interpretazione non astratta dello stato d’a- nima del L. Cfr. Del mat.
stor., 1902, pag. 14-17; 49-50. (1) Questa riserva non vorrei che fosse
dimenticata dalla critica. Giurare nella verità assoluta d’un’ipotesi di lavoro
è — ai miei occhi — una pazzia. La teoria del LaBRrIOLA è comoda; possiamo
servircene finchè può essere utile, nell’interpretazione delle condizioni
causali della storia. Essa fa capire tanti casi di causazione mediata o di
potenziamento che vengono dimenticati dai più, inchiodati nella visione
esclusivamente antitetica della destra hegeliana. Ma bisogna riconoscere che
ogni pretesa di ridurre a questo schema la legge della storia è, per lo meno,
tanto temeraria quanto quella di voler fare di Antonio Labriola — acerrimo
nemico d’ogni convenzionalismo dottrinario — un formalista. Il fatto vero mi
sembra la continuità reale dei tre momenti strutturali: inferiore - medio -
superiore. Propriamente parlando e sempre in omaggio ai principj dell’unità
psicofisica del reale e del potenziamento della causalità non è la
sottostruttura che sia causa della soprastruttura, come vuole il Marx, nè pure
la causa delle ideologie vuolsi cercare esclusivamente nella media struttura
cioè nello stato d’anima. Non è il sotto che produce il sopra, nè viceversa. Il
vero — come si dice laconicamente nel testo — pare questo. ART. III - CAUSALITÀ
STORICA 160 Profittando di questo punto di vista riteniamo che tutte ie
ideologie dalle inferiori alle superiori (cioè dalle politiche e giu- ridiche,
ille morali, religiose, artistiche, scientifiche e filosofi- che) sono prodotti
formali, non d’un fantasma astratto, ma del- l'energia psicofisica della
società, la quale vibra in un presente atfannoso e aspira a un avvenire migliore
: di quell’energia viva, fatta di uomini operanti che sente il continuo bisogno
del supe- ‘amento pratico, che si fa un'idea direttiva, — benchè immensa- mente
generica — della propria attività. e pur senza disceni preconcetti lavora per
la volontà consociata di attuarla. Come tutti 1 prodotti di reazione
(potenziamento causale) le ideologie rispondono al bisogno di superare lo stato
antecedente. Ma questo stesso bisogno di superamento non è più il bisogno
economico naturale della struttura sottostante. Lo riconosce lo stesso La-
briola quando esplicitamente dichiara che il « progresso dell'in- telligenza
può applicarsi ad altri oggetti». Con questa. specifi- cata coscienza degli
uomini operanti in determinate condizioni sociali noi siamo propriamente nella
zona media fra la sitna- zione economica (tesi) e lazione rivoluzionaria,
produttrice sua volta d'una specifica ideologia di vittoria (sintesi), cioè
nella zena media, effetto relativo dell’antecedente e causa relativa della
susseguente (1). \G. — Non è qui il caso di entrare in minuti particolari. Chi-
unque, se interrogherà la successione degli avvenimenti sociali senza
preconcetti sistematici, potrà convincersi che è insosteni- bile ki pretesa
hegeliana che tutte le trasformazioni causali della storla si possano colare
nello stampo tricotomico della tesi-anti- È il sotto che è interferente col
sopra, mediante il comune ; è il sotto che ha corrispondenza col sopra e
viceversa proporzionalmente, in guisa che la bilancia qualiquantitativa della
realtà rimane rispettata. Tutto è qualiquantitativo. l'utto è ideale e reale.
Non c'è fase economica che non abbia la sua ideologia. Ma non perchè
quest’ultima sia l’etfetto della prima; piuttosto perchè la realtà. e lidealità
sono immanenti all'unità psicofisica del tutto. La considerazione
dell’ideologia come riflesso esterno epifenomenico delle condizioni materiali
della vita è una finzione (utile certo all’analisi) ma in pari tempo è l'errore
tilosofico del materialismo storico. Le ideologie, per quanto siano l’effetto
dei processi psicofisici formativi che prima le hanno causate, sono, alla loro
volta, nuova causa di infinite formazioni psicofisiche effettive ulteriori. (1)
Sull'effetto che si trasforma in causa, efr, MoxpoLFo, op. cit., pag. 297.
16600 SEZIONE I. - CAPO VI tesi-sintesi. Del pari possiamo contestare ai
fautori più radicali del materialismo storico la pretesa che il fattore
economico sia la causa immediata di tutte le ideologie 1). Dalle fini analisi
dello stesso Labriola risulta che il fattore economico, mentre deve
considerarsi come base dello stato d’anima e quindi della rivo- luzione, non
può considerarsi come causa immediata delle ideo- logie esprimenti il trionfo
del nuovo congegno sociale uscito dai fianchi della rivoluzione. La teoria dello
stato d’anima o meglio ancora della mediazione causale (2) ci lascia pertanto
riconoscere la relativa indipendenza delle ideologie dai fatti economici, e,
ciò che più importa, la forza produttrice che rende possibile lo svolgersi
ulteriore dei più importanti fenomeni sociali, secon- do lVanima umana. Ne
queste osservazioni critiche sono fondate noi siamo in gra- do oramai di farci
un’idea sintetica del valore del cosidetto ma- terialismo storico dal punto di
vista del problema causale. Ten- teremo in seguito di inoltrarci per la nostra
via. I marxisti hanno dogmatizzato ad esuberanza la supremazia della loro
concezione tecnico economica (3) sopra egni altra con- cezione collettivista,
sia antropogeogratica, sia etnologica, sia civile, sia politica, sia
ideologica. Mettemmo a nudo lunilate- ralità e lesclusivismo di questo
indirizzo che, pur ammettendo l'interdipendenza di tutti i fattori dai fisici
ai sociali. afferma la preminenza del fattore economico. Il Croce acutamente ha
proposto di impiegare la concezione marxista come un semplice canone
d’interpretazione storica (4. Ma neanche questo abile ripiego riesce a salvare
il materialismo storico dalla rovina. (1) E supertluo ripetere che questa
pretesa fu definitivamente distrutta dallo stesso spirito del rovesciamento
della praxis il quale ammette che gli effetti non restano passivi, ma
reagiscono sulla causa, entrano in lotta con essa, di- ventano fattori del suo
ulteriore sviluppo. Cfr. MoxpoLro, op. cit., pag. 279-323. (2) E° bene
attenersi il più che sia possibile a questa ultima interpretazione del
contributo portato dal Labriola nella critica della causalità storica. Qui
nella teoria della mediazione generale è il vivo e reale senso della sua dilu-
cidazione preliminare. Il resto rischia troppo di incontrare la semplice appro-
vazione dei dottrinari che, inetti ad afferrare la prosa feconda della realtà,
si impinguano nelle raftinate questioni di terminologia. (3) Per
l’interpretazione tecnico-economica della teoria marxista, ctr Bart Die
Philosophie der (reschichte als Sociologie. Leipzig, 1897. (4) B. Croce, Per
l’interpretazione e critica di alcuni concetti del Marrismo Memoria. Accad.
Pontoniana. Napoli, 1897. ee è TO ART. III - CAUSALITÀ STORICA 167 Notiamo in
primo luogo, che il marxismo non ha mai mostrato di possedere un concetto
adeguato del problema complesso della produzione, pur avendo posto la critica
del concetto di produ- zione come cardine del proprio sistema. Invero non c’è
quasi un osservatore marxista il quale non abbia cento volte affermato che i
mezzi di produzione sono quelli solamente che si impiegano pel lavoro materiale
(industriale, agricolo. commerciale). In- tanto la falsità di questo concetto è
evidente. L'uomo lavora col braccio e colla mente; i suoi mezzi di produzione
non sono soltanto i terreni, le officine, le macchine, gli utensili, etc., ma
l'intelletto e la volontà e in genere la sua coscienza. La scienza è un lavoro,
Varte è un lavoro, la morale è un lavoro, la reli- gione stessa è un lavoro. Io
inclino a considerare il lavoro ideale alla stessa stregua del lavoro
materiale. Non è vero che l'uomo possa vivere col puro lavoro del corpo senza
fare un corrispon- dente lavoro colla mente. Re i bisogni della vita somatica
re- clamano immediatamente d’essere soddisfatti, questa. soddisfa- zione non
può aver luogo senza un minimum di attività psichica indispensabile
all’adattamento dei mezzi al fine. Ogni lavoro col braccio è già un lavoro col
cervello. Ogni mezzo di produzione economica è in pari tempo mezzo di
produzione psichica e fisica. Dato che il fattore economico sia la base su cuni
si malza la struttura individuale e sociale è evidente che questa è sem- pre di
natura psicofisica. La natura psicofisica della produzione : questa è la
condizione essenziale del processo di tutta la vita. Il marxismo pertanto ha
svisato la fisionomia complessa di que- sta condizione, nel doppio aspetto
statico e dinamico della so- cietà, misconoscendo la subobjettività così della
coesistenza co- me del processo biosociologico onde lia società è pervenuta
allo stato presente e si prepara alle trasformazioni dell’avvenire. Nella
determinazione dei fattori e delle leggi dell'evoluzione sociale umana
Tobliterazione delle condizioni psichiche è un errore solenne (1). La
conclusione allora diventa evidente» Ne tra gli strumenti di produzione entrano
in gioco anche i (1) Oltre al comune dinamismo psichico coordinato al processo
fisiologico è innegabile l’intervento etticacissimo del fattore della
solidarietà, effetto della simpatia e causa di altruismo. 168 NEZIONE I. - CAPO
VI fattori ideali, se la critica biosociologica è forzata a far appello alla
coscienza, a chiamarla in suo aiuto e trascinarla così nel movimento economico,
vuol dire che non è la vita materiale che determina la coscienza, ma sono le
forme produttrici della co- scienza che in unione colle forme della produzione
materiale determinano la vita dell’uomo. Vuol dire che c'è un’economiu ideale a
fianco dell'economia materiale, cioè che solo il com- plesso di tutti i
rapporti di produzione interna ed esterna fog- cia la struttura economica della
società, prendendo la. parola economia nel suo più vasto significato, come
sintesi di tutti i rapporti di produzione. Notiamo in secondo luogo, che il
marxismo è ancora vittima dell’interpretazione darwinistico - spenceriana
dell'evoluzione, ligia al principio dell'adattamento del vivente all'ambiente:
e in questo caso all'adattamento della natura umana alla natura esteriore. La
natura umana resta, secondo Marx, modificata ne- cessariamente dalla natura
esteriore, perchè gli strumenti e i mezzi di produzione materiale che l’uomo
adopera, e che costi. tuiscono il sno ambiente storico, in altri termini la sua
necessi- tà economica, lo pongono in date relazioni per le quali egli è
costretto a modificare le sue abitudini, i suoi sentimenti, le sue
inclinazioni, il suo modo di pensare e d’agire. E per questo concetto che la
rivoluzione portata da Marx nella scienza sociale fu paragonata da Giorgio
Plechanow a quella di Copernico nell’astronomia. Ma questa «tirata poetica» non
è che lo sfogo d’un’ipotesi senza. fondamento. La teoria dell'adattamento
all'ambiente co. mincia già a mostrare parecchie crepe da cima a fondo, e
parec- chie parti del vecchio edificio sono cadute in rovina. La vittoria,
almeno nel campo della vita sociale, non è già di coloro che san. no adattarsi
all'ambiente, ma di coloro che sanno adattare l’am- biente alle proprie
esigenze, E sicuramente un rimprovero duro ma giustificato l'avvertire che il
marxismo, avendo i piedi in- chiodati sulla fatale tavola dell’adattamento
all'ambiente, non ha potuto mai sollevarsi al riconoscimento della
trasformazione artificiale dell'ambiente naturale e quindi alPidea dell’adatta-
mento dell'ambiente alle esigenze vitali dell'individuo. La fissa zione del
marxismo è sempre questa : la necessità economica da ‘ART. III - CAUSALITÀ
STORICA 169 contrastarsi con tutto il rigore scientifico. Sul valore di ciò che
il marxismo intenda per indipendenza del fattore economico dal fattore psichico
abbiamo già avuto occasione di sincerarci nell’osservazione precedente:
fermiamoci ora ancora un poco sulla questione dell’adattamento della natura
umana alla neces- sità economica dell'ambiente. Non è forse vero che l’uomo per
campare la vita agisce sulla natura esteriore, impiegando certi mezzi o
strumenti di produ- zione? Non è forse vero che l’uomo in questo modo riesce a
mu- tare artificialmente l’ambiente della natura esteriore che varia di
continuo, contrariamente alle esigenze della propria vita che restano relativamente
costanti? Non è forse vero che i mezzi da lui impiegati, gli strumenti da lui
costruiti per produrre so- no sempre ad un tempo materiali e spirituali, come è
sempre materiale e spirituale la sua produzione, come sono sempre ma- teriali e
spirituali le condizioni indispensabili all'economia della sua esistenza, cioè
infine le sne condizioni economiche ? ST. — Per non prendere abbaglio
nell’apprezzamento del de- terminismo sociale bisogna distinguere i mezzi di
produzione dai mezzi di proprietà. I mezzi di produzione sono forze e forme di
sviluppo: i mezzi di proprietà sono forme e forze di conser- vazione. Ma sì gli
uni che gli altri sono sempre psicofisici a me- no che si voglia concedere che
i mezzi di produzione si inventino inorganicamente, senza il concorso nonchè il
soccorso della più piccola idea; perchè allora tutto resterebbe «piegato
chiaramen- te, come il mistero della madre notte. Ni consideri ora la sitna-
zione del marxismo più materialistico che pretende di eostrin- cere la critica
a prender atto della prevalenza della necessità economica materialmente intesa
(1), dal momento che in questa necessità economica figurano fattori di
coscienza, mezzi e stru- menti spirituali! Noi respingiamo ogni pretesa di
imporci la teoria della dipendenza dei fattori ideali dai fattori materiali
come se la vita umana fosse esclusivamente determinata dalla necessità
economica inferiore. Noi affermiamo invece che ogni necessità economica sin qui
riconosciuta è il risultato. in ulti- (1) Sulla def. del concetto di economico
cfr. MoxpoLFo, op. cit., pag. 275 e seguenti. 170 SEZIONE I. - CAPO VI ma
analisi, del concerso di fattori spirituali e materiali. -In nessun fenomeno
veramente economico della vita sociale non possiamo più limitarci alla
considerazione del fattore materiale astratto dal fattore di coscienza, o di
questo da quello. La rea- lizzazione delle condizioni favorevoli alla
conservazione della vita sociale è dovuta al più o meno intelligente impiego di
certi mezzi in vista di certi fini. Ogni uomo, come ogni società umana, è una
somma. di bisogni relativamente costanti (1) donde risulta quel che il Quinton
de- ha nominò la stabilità del processo biologico. Di fronte a questa è pure un
fatto innegabile l’instabilità del processo cosmico e prossimamente naturale
(2). Per servirmi di un paragone espressivo, l’uomo ha come due Corpi uno
dentro Valtro: ii suo corpo individuale (organismo (1) A proposito di bisogni
relativamente costanti si noti che il Feuerbach, sostenendo lazione dialettica
del bisogno, ha spinto il marxismo a collocare il bisogno nel momento
dialettico dell'antitesi. Questo tratto è riconosciuto anche dal Mondolfo, il
quale scrive: « L’aspirazione per lEngels e il Max vuol essere una necessità
storica, cioè un bisogno imprescindibile, che deve muover «li animi e armare le
loro volontà; deve, quindi, avere per punto di partenza le condizioni storiche
reali. Da queste (tesi), per il bisogno (antitesi), si genera l’azione
(sintesi), in un movimento dialettico, che viene a costituire il concreto processo
storico » (op. cit, pag. 96). Ora, senza contestare il ca- rattere
rivoluzionario dei bisogni, mi pare che sia anche d’uopo riconoscerne il
carattere conservatore. Invero, gli atti economici non tendono quasi mai ad
altro che ad essere la ripetizione degli atti analoghi anteriori, in quanto non
possono non conforminsi alla legge del minimo mezzo. Allora non è il bisogno ma
solo l’insoddisfazione del bisogno che tende alla rivoluzione. L’appaga- mento
del bisogno tende alla stasi. La stessa rottura d’equilibrio che carat- terizza
la catastrofe rivoluzionaria non può non essere regolata che da tale prin-
cipio fondamentale, che è quanto di più quietistico si possa imaginare. In ul-
tima analisi la leggenda del valore eminentemente rivoluzionario dei bisogni, è
tanto fondata quanto quella del valore eminentemente conservatore delle
ideologie. (2)
QuistoN, ZL'eau de mer, milicu organique. Masson, Paris. Cfr. al riguardo, René
Quinton Orvigines marines de la vie. Lois de constance originelles. Essai sur
l’esprit scientifique, par Lucien Corpecitor. Mercure de France, Paris. — Secondo
il Q. non è la cellula che si adatta e varia secondo le variazioni continue
dell'ambiente cosmico, ma è il suo organismo, (il suo ambiente artifi- ciale)
che viene da essa variato, modificato, adattato in maniera continua, af- finchè
essa possa mantenere la sua fissità, le condizioni invariabili e indispen-
sabili alla propria esistenza. Dunque non adattamento dell'individuo all’am-
biente, ma adattamento dell'ambiente all'individuo. Nel testo si generalizza
questa teoria e la si applica alla concezione della vita sociale. ART. III -
CAUSALITÀ STORICA 171] psicofisico) e il suo corpo sociale (istituzioni
materiali e morali). Il primo è congenito, il secondo è artificiale, il primo è
facil- mente trasportabile entro certi limiti, il secondo assai meno. Protetto
da questa doppia corazza, servito da questo doppio o01- dine di mezzi o
strumenti psicofisici, l'uomo -— con inesausti accorgimenti evolutivi —
mantiene quelle condizioni inorgani- che e organiche, materiali e spirituali
che sono propizie alla conservazione e alla propagazione della esistenza. La
sua grande abilità di vita consiste non tanto nelladattitrsi all'ambiente
esterno quanto nell'adattare le circostanze esteriori alle preprie esigenze,
cioè nel conquistarsi incessantemente il suo ambiente per assimilazione (1);
non tanto nel trasformarsi quanto nel tra sformare; non tanto nell'evolversi
secondo TFambiente, quanto nel far evolvere Taumnbiente al suo scopo; non tanto
nell'essere un prodotto evolutivo, quanto nell'essere un produttore di evo
luzione. L'azione che luomo esercita sopra la natura esteriore è molte
complessa. La sua tattica economica comprende stru. menti di lavoro materiale e
spirituale ; la sua produzione è este- tica e logica non meno che tecnica e
morale. Questo punto di vista cambia radicalmente ki prospettiva dell'economia
politica. Non solo Vindustria ma la scienza, Pitete e la morale sono mezzi
dipendenti dagli scopi della vita, donde dipendono i mezzi di proprietà cioè le
forme e ie forze di conservazione. Tutti in- siente non sono che mezzi
variabili d'adattamento dell'ambiente alle esigenze costanti dell'umanità. Ecco
il fatto estremamente importante, sul quale il marxismo si mantiene in un
ostinato »i- lenzio. Non occorre avvertire che noi qui consideriamo questa
teoria della psicofisicità dei mezzi di produzione e dell'adattamento
dell'ambiente come una pura ipotesi, «la cui probabilità potrà solo valutarsi
col mettere a cimento coi fatti le conseguenze che da esse si deducono »). Ma,
in quanto tende a dar nuovo impulso a un ordine di ricerche e ci lascia
intravedere la possibilità di determinare almeno certe leggi di tendenza e di
periodicità da cui l'ipotesi marxista resta assolutamente esclusa, pare che
val. ga la pena di uno studio diligente (21. (1) DeLser, Za science et la
réalité. Paris, Flammarion, 1913, pavw. 69. (2) Notiamo, finalmente, che questi
punti di vista antimarxiani, se hanno importanza per ciò che si riferisce alla
questione dell'interdipendenza di tutti ì 172 : SEZIONE TIT. - CAPO VI SUS. —
Concludendo, facciamo un rapido cenno delle conse- guenze. Certo bisogna
cancellare, senza scrupolo alcuno, l’idea che l'anima umana stia da sè, come
ente astratto, come specie stabile piantata dal di fuori della realtà, come un
chiodo nella storia: altrimenti si lascia adito aperto alle ipostasi. Ma non si
può negare la funzione elaboratrice della vita interiore. Per ap- profondire
quest'ultimo concetto, su cui le teorie della causa- zione mediata dello stato
d’anima e della continuità del processo sociale hanno projettata, come vedemmo,
una luce nuova, non abbiamo che da interrogare gli annali della storia così dei
popoli come degli individui. Che non solo lo stato d'animo in genere. ma l'idea
stessa facendosi nella storia diventi fatto e quindi. po- tenziandosi
causalmente, convorra essa medesima a fare la storia cioè diventi fattore è
principio saldissimo della nostra esperienza nonchè della nostra speranza (I.
Indarno i metafisici materia- listi cospirano a cacciar via dalla critica questo
principio ; indar- no ì materialisti storici lo rifiutano come repugnante alla
dialet- tica della realtà. Il principio del potenziamento causale degli ef-
fattori dai fisici ai sociali escludendo la preminenza al fattore economico nel
senso materiale (con che si opera un capovolgimento che rimette in primissima
linca quei fattori che Marx ha ritenuto secondarj), non ne hanno meno per ciò
che ha rapporto alla questione della lotta di classe e della possibilità delle
ri- voluzioni sociali. (1) Non si tratta della speranza romantica dei
dottrinarj! Si tratta della fon- data speranza di Engels che un giorno «tutto
l'ambito delle condizioni della vita, che fino ad ora ha dominato gli uomini,
passerà sotto il comando e la re- visione degli uomini stessi, che diverranno,
così, per la prima volta, effettivi si- snori della natura, perchè saranno
signori della propria consociazione » ; si tratta della fondata speranza di
Marx che un giorno < alla vecchia società borghese con le sue classi e coi
suoi antagonismi di classe, subentrerà un'associazione nella quale il libero
sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti » ; si
tratta della fondata speranza di Antonio Labriola il quale, dopo d'aver citate
le dichiarazioni di Marx e d’Engels qui sopra riferite, piglia net- tamente
partito per « la possibilità di una trasformazione della società dei paesi più
civili, per la quale cesserebbero le cause e gli effetti delle presenti lotte
di classe ». (Cfr. Ant. LanrioLa, Del materialismo storico. 28 ed. Roma,
Loescher, 1902, pag. 128-129, 138 e ss. e passim). Il principio causale non è
la chiusa di una perorazione retorica; ma il rico- noscimento del valore
dinamico di ogni risultante. Applicato all'indagine delle formazioni sociali
questo principio diventa l'esigenza fondamentale dell’inter- pretazione critica
della causalità storica; e non è escluso che possa assumere una portata
universale. ART. III - CAUSALITÀ STORICA 173 fetti in ogni campo della vita sia
esterna sia interna s'impone con l'evidenza medesima: del reale, malgrado i
teologi del mar- xismo. Nessuno omai che realmente cioè intellettualmente e mo-
ralmente partecipi della vita moderna, si mette a rintracciare la causalità
storica e a stillarne le leggi supreme, come se non solo le idee ma anche gli
ideali e le stesse ideologie fossero quantità trascurabili, affatto
improduttive. Se in queste ricerche non è possibile conservare rigorosamente il
senso scientifico al rap- porto tra causa ed effetto, vi si dà pure un senso
pratico non poco penetrante, che anzi ci porta un contributo prezioso all’in-
terpretazione causale di tutta la realtà aggiungendo alla cono- scenza
scientifica, chiusa nello stretto campo dei fatti sperimen- tabili,
Vinterpretazione critica di quella maggior parte della realtà umana in cui noi
viviamo per la realizzazione progressiva dell'ideale. La realizzazione
progressiva dell'ideale è appunto un fatto reale ben più complesso e causativo
di quello che pare agli epi- ftenomenisti, se dobbiamo giudicarne dalla storia
e dall’afferma- zione inconcussa dell’anima nostra. Al senso pratico dell'anima
nostra, al senso concreto e cau- sativo della nostra umanità noi dobbiamo
ritornare. Chi cerca le cause dei rivolgimenti civili unicamente nelle
strutture estre- me che circondano il campo della vita sociale e ne consolidano
i prodotti, nulla capisce della dinamica causale della storia, che si agita
nella realtà e domina per volontà delle classi possidenti che tengono il
potere; come nulla comprende delle ideologie (tanto inferiori, quanto
superiori) chi ce le fa cadere dall’alto d’un cielo sublime. Noi siamo convinti
che il regno dei parassiti ha da finire; ma non sappiamo attribuire
l'avvenimento della giustizia al solo aumento della miseria della classe
inferore. nè al solo aumento della ricchezza della classe superiore. Il mo.
vimento redentore non può venire solo dal basso o solo dall’alto. In fondo
pertanto non siamo fatalisti e dogmatici come certi marxisti che si abbandonano
allo sviluppo necessario e automa. tico delle più ingiuste condizioni
economiche, colla tattica delle braccia incrociate (1). (1) Abbiamo già avuto
occasione di rilevare che questa tattica fu respinta dallo stesso Engels.
Rimando il lettore all’op. del MonpoLFO (pag. 213) in cui 174 SEZIONE I. - CADO
VI Staccare antagonisticamente le formazioni storiche una dal- l’altra e le
strutture cosìdette inferiori dalle superiori in ogni formazione, per
conformare il processo sociale allo schematismo d'una dialettica qualunque, è
non solo artifizio scolastico ma er- rore funesto. Pare nondimeno che la vita
sociale si attui con un certo ritmo. Quindi, in mancanza d’una conoscenza
esatta le ipotesi s'insignoriscono di noi. E noi, per esempio, preferiamo
ragionare come se ogni fase di tale ritmo continuo avesse una triplice struttura:
inferiore, media e superiore, e fosse sempre, in certo modo, conservatrice
nelle sue forme di costituzione e di proprietà, rivoluzionaria nelle sue forme
di produzione e di svi- luppo. Non è mio pensiero esporre un nuovo sistema di
filoso- fia deila storia. Solo m'importa notare che la nuova interpreta- zione
della causalità storica non può più rinunciare al principio della continuità
delle formazioni sociali. Non è più lecito imitare quei filosofi che scansano
comodamente tutto ciò che non entra nella cornice del loro quadro, Se vha
causazione possibile tra l'e- conomia e l'ideologia, la causazione — sembra —
non potrà essere che mediata e potenziata e conforme al principio dell’unità
psi- cofisica del reale. Ogni organizzazione sociale si regge solo a condizione
di rappresentare lunità psicofisica dei rapperti di produzione di scambio, di
coscienza e d’aspirazione, di domi- nazione, di diritto, di morale, d’arte, di
religione etc., che co- stituiscono la complessità dell’uomo medio d’una
qualsiasi epo- ca storica. Lento o veloce, oscuro o glorioso, non l'individuo
singolo ma luomo consociato e considerato nel suo processo evolutivo si ritrova
sempre tutt'uno con gli stessi bisogni e le stesse idealità sulla via della
storia. Le diverse teorie sulla sto- ria universale non riescono da ultimo che
a mostrare una: cosa, cioè la necessità di distinguere le strutture sociali per
unificarle nell’lumanitas d’ogni momento. Esse richiedono che sia ben di-
stinta la sottostruttura dalla soprastruttura e la ragione del trapasso di
quella a questa, pel solo fine che ogni distinzione si ricorda che 1 Engels,
già nel 1890 aveva combattuto vivamente PErnst, che faceva sua «la bislacca
affermazione del metafisico Diihring, che per Marx la storia si compia quasi
automaticamente, senza l'opera degli uomini (i quali la fanno), e che questi
uomini vengano mossi dalle condizioni economiche che sono pure opera degli
uomini) come altrettante figure di scacchi ». ART. III - CAUSALITÀ STORICA ©
175 di lavoro materiale, di bisogno consapevole e di valore ideale sia complice
dell’indivisibile unità che si realizza nel seno della storia. Così, è vero che
anche a noi, stanchi della dialettica he- geliana riesce comodo rappresentare.
con trasparente metafora, la sottostruttura sociale come l'inferno della vità
economica con- dannata al lavoro e la soprastruttura come il cielo dei valori
consolidati nelle ideologie. La struttura intermedia allora ci appare il
purgatorio immanente della coscienza sociale e dell’a- zione rivoluzionaria che,
potenziando la causalità, trasfigura gli effetti in nuove cause, i bisogni in
idee, le idee in valori. Pel diretto contatto della zona media con ciascuna
delle estreme, essa ci appare nello stesso tempo economica e ideologica, infor-
mativa e formativa, nodo critico vitale suscitatore delle energie volontarie,
arena dei più fecondi conflitti della storia. Ma chi vorrebbe dar valore ad una
metafora digiuna del più almo senso della realtà? Lavoro, coscienza, valore
sono tre mondi analiticamente di- stinti per convenzione ma continui e indivisi
nel ritmo concreto della vita. L'umanità d'ogni formazione storica è la sintesi
di questi tre mondi. Ma questo è patente solo perchè anche ogni uomo singolo ha
una sottostruttura economica e una soprastrut- tura ideologica, e nel cuore
della sua vita cioè nel nodo vitale della sua coscienza è il potenziamento
reciproco della causalità, la conversione dei bisogni iu valori di spirito,
cioè la gestazione dell’ideale che si fa continuamente in lui e per lui. Nel
compenetrarsi reciproco dei fattori naturali e spirituali, la cansalità storica
potenziandosi s’infutura in nn contenuto sempre più alto. Ma è questo contenuto
che, Inngi dall’essere un epifenomeno senza valore, funziona esso medesimo da
fattore evolutivo e non già nella forma d’una causa efticiente trascen- dente e
finale, bensì in quella d'un conato elettivo. immanente all'unità. psicofisica
della vita. ) | O ( CONCLUSIONE. $ 1. Riassunto della Sezione prima.- — $ 2. Si
chiarisce il passaggio dalla que- stione epistemologica alla questione
speculativa, oggetto della Sezione seconda. $ 1. Per rendere più evidenti
l’ordine e il senso delle ricerche tecretiche istituite in questa prima
Sezione, raccogliamone i sommi capi. | In generale nell’Introduzione si premette
che le ricerche con- cernenti la conoscenza empirica della causalità e la
determina- zione scientifica delle leggi causali costituiscono due problemi
tipici affatto indipendenti dalle questioni che concernono l’in- terpretazione
filosofica del mondo. Quindi in particolare si chia- riscono i nessi storici e
critici intercedenti tra il problema filo- sofico della sintesi a priori in
ordine alla fisica pura di Kant e il problema scientifico della determinazione
delle leggi causali in ordine alla fisica sperimentale di Galileo. Così si
agevola il passaggio dalla storia alla teoria. Il Capo primo abbozza
un’empiriologia in ordine al problema causale, collo scopo di chiarire
l’organamento dell’esperienza e il suo valore rispetto alla conoscenza causale
della realtà. Il risultato più importante è il franco riconoscimento del senso
causativo e del valore alogico dell’esperienza. Da questa riven- dicazione
della nostra esperienza nella sua integrale unità (1) ri- sultano i diritti
inalienabili, ma nello stesso tempo i limiti ine- sorabili dell'empirismo. (1)
Per questa rivendicazione cfr. ALIOTTA, La guerra eterna e il dramma del-
l’esistenza. Napoli, Perrella, pag. 26-28 e s. A. Pastore — Il problema della
causalità - Vol, II. 12 Poi 178 CONCLUSIONE Il Capo secondo traccia la teoria
della scienza in genere e della fisica sperimentale in ispecie rispetto alle
condizioni, ai mezzi e alle forme che ne costituiscono l’organamento logico;
quindi stabilisce le certezze capitali, lo scopo e il criterio della verità
della scienza; in seguito illustra i dune postulati dell’esi- stenza objettiva
della realtà. e della razionalità della natura che sì impongono alla fisica
sperimentale. Il Capo terzo pone la definizione del concetto di rapporto cau-
sale fissando le note primarie e qualificative, e in due glosse chiarisce le
due questioni generali dell’eguaglianza e della dise- cuaglianza nel rapporto
causale e della necessità. Il Capo quarto tratta separatamente le otto
questioni speciali più Importanti che si sollevano sul concetto di rapporto
causale; e da ultimo elenca i corollarj aitiologici. Il Capo quinto
surcintamente espone la teoria del metodo spe- rimentale e ne illustra i
quattro momenti caratteristici. Per espe- rimento — affatto distinto
dall'esperienza — intendiamo la mo- dificazione artificiale delle circostanze
naturali iu cui accadono i fatti, rivolta alla determinazione esatta delle
leggi causali. In genere l’esperimento consta di due operazioni : a)
Veliminazione delle variabili indipendenti, d) la determinazione delle
variabili dipendenti. Queste due operazioni non hanno luogo senza l’ideazione
teo- rica prima e la realizzazione pratica poi d’un sistema ipotetico
artificiale che deve essere composto sui dati dell’osservazione empirica e in
vista d'una deduzione possibile, cioè d’un’ipotesi- modello. Ogni sperimento
quindi è esso stesso un sistema ipote- tico-deduttivo, in cui il modello
funziona da termine medio. Il suo compito precipuo è di rivelare all'opera il
modus ope- randi della natura nella causalità. Sono da ultimo aggiunte alcune
illustrazioni sui punti princi- pali di questa teoria. Propriamente si mostra :
1° che Ja virtù del processo sperimentale non deriva dall’am- piezza
quantitativa dell'esperienza : 2° che i termini elementari concorrenti nella
produzione del rapporto causale non hanno bisogno di esser conosciuti nella
loro intima essenza ; 3° che l'esperimento non è un processo induttivo;
CONCLUSIONE 179 £ che non abbiamo diritto di muover dubbio sopra la validità
perenne delle verità deduttive; 5° che solo il conveniente impiego dei modelli
ci dà la chiave delle relazioni causali ; 6° che la teoria dell’esperimento
come metodo ipotetico-de- duttivo costruito ee datis capace di portarci al
possesso d’una legge universale e necessaria resiste agli assalti della
critica; T° che i modelli tuttavia riducendosi a mere finzioni ausi- liarie non
devono esser costruiti per semplice amore della fin- zione medesima ; | i S°
che il loro impiego è legittimo non solo ma indispensabile alla scienza fisica
fin dai primi fondamenti ; 9° che infine dal crescente accordo tra i risultati
del metodo Ipotetico-deduttivo e i‘tenomeni fisici i quali si rivelano non so-
lamente ordinati ma realmente intelligibili e deducibili si può trarre
argomento per rafforzare la tesi della logica della natura. Il capo sesto,
nell'Art. I difende la tesi della doppia causalità fisica e psichica :
nell'Art. II sostiene la. possibilità della deter- minazione sperimentale delia
causalità psichica, in primo luogo definendo la psicologia come scienza esatta,
in secondo luogo sgombrando tutte le difficoltà concernenti Je questioni
dell’omo- geneltà tra la misura e il misurato, della quantità dei fenomeni
psichici e dell'unità di misura e dell’applicabilità dello speri- mento alla
psicologia :,in terzo luogo stabilendo le nozioni fon- damentali di fenomeno
psichico, di connessione psicofisica e di unità di misura dei fenomeni
complessi (unità derivata); in quarto luogo difendendo l'impostazione
scientifica del metodo W.-F. e dando le prove della continuità della serie
psichica, ma . criticando in pari tempo i risultati ottenuti col metodo W.-F.:
in quinto luogo raggiungendo un punto di vista scientifico su- periore a quello
di W.-F. La novità consiste nel calcolo dei rap- porti intercedenti fra le tre variabili
(stimolo, sensazione, rea- zione) che definiscono completamente il processo
psicofisico e ci permettono di dedurre l’equazione psicofisica fondamentale, le
derivate parziali, e tutte le altre conseguenze: mentre il me- todo W.-F. è
esclusivamente rivolto al calcolo dei rapporti fra stimoli e sensazioni e vale
solo come espressione parziale del- l’unità psicofisica, nel caso che la
reazione sia costante. La pietra 180 CONCLUSIONE angolare di
quest’'applicazione è il potenziamento della causa- lità. Con questo vogliamo
dire che il principio su cui si fonda il calcolo della causalità psicofisica
considerata nella sua globa- lità finisce per fornirci in certo modo la prova
della relativa in- terdipendenza dei fatti fisici e psichici, compatibile col fatto
della loro relativa indipendenza, cioè della crescente potenza di autonomia che
la coscienza dell’individuo è giunta a conqui- starsi tra l’azione determinata
degli stimoli e delle reazioni. Fi- nalmente nell’Art. III si discutono le
interpretazioni principali della causalità storica, rileviàndo l’importanza
delle teorie, fi- nora non bene intese, dell’incubazione della praxis di Carlo
Marx, e dello stato d’anima come intermediario causale fra la sottostruttura
economica e la soprastruttura ideologica di An- tonio Labriola. La teoria della
causazione mediata dello stato d’anima si accorda anch'essa col fatto reale
innegabile del po-. tenziamento della causalità, col fatto cioè che l’idea,
facendosi nella storia, diventa fatto e fattore cioè risultante dinamica, e
quindi, potenziandosi effettivamente, concorre essa medesima. a fare la storia.
La realizzazione progressiva dell’ ideale, nel compenetrarsi causativo dei
fattori naturali e spirituali, funziona essa stessa da fattore d’evoluzione
nella forma d’un conato elettivo imma- nente all’unità psicofisica della vita.
| Ma quest’ultima ricerca segna già il passaggio dalla questione epistemologica
alla questione speculativa che forma l’oggetto della Sezione seconda. $ 2.
Vedemmo come e perchè l’aitiologia scientifica ci co- stringa a correggere e a
integrare la prima intuizione causale della conoscenza e della realtà fornitaci
dall’esperienza. Ora, po- sti i principj che tra l’aitiologia empirica
scientifica e filosofica passa il nesso che intercede tra fatto legge e sistema
e che ogni ordine di conoscenza e di realtà dev'essere lasciato libero nel pro-
prio cammino, cercheremo di realizzare la sintesi filosofica fuori dei limiti
d’ogni sistema esclusivo. La concezione speculativa della causalità deve
erompere dalla confluenza di tutti i dati, di tutti i vincoli e di tutti i
valori. po a hai ” DE SEZIONE SECONDA Gnoseologia e metafisica delle cause
_—__————_—_—_—_——_———_—_—_——__—m _———___ ymrrTrr_r_—_ —; ;———_+ Ge ===
=<SE==>== a — = INTRODUZIONE. $ 1. Insufficienza della causalità
scientifica per l’interpretazione filosofica del mondo. — $ 2. Necessità d’una
concezione sintetica della esperienza e della scienza, della gnoseologia e
della metafisica. f 1. A noi filosofi viene talora comodo sentenziare: «ammi-
riamo gli scienziati ma diffidiamo della loro filosofia!» senza pensare a
bastanza che anche agli scienziati viene altrettanto bene di dire: «ammiriamo i
filosofi ma diffidiamo della loro scienza ! » Così due indirizzi contrarj si
profilano sempre nella scena della critica: l’uno dalla filosofia contro la
scienza, l’altro dalla scienza contro la filosofia, opponendo esagerazioni a
esa- gerazioni. Le pretese negative di questi esclusivismi si equival- gono
nell’assurdità. Ciò che li caratterizza è la mania semplifi- catorla. Così .la
pseudoscienza che s’arroga il compito della filo- sofia non fa che negare i
problemi filosofici colla scusa che la scienza non ha bisogno di elucubrazioni
metascientifiche ; così la pseudofilosofia che s'arroga l’ufficio della scienza
non fa che ne- gare i problemi scientifici colla scusa che la filosofia non ha
biso- gno di pseudoconcetti. Ma è evidente che per queste strade sì giunge
soltanto alla distruzione dei problemi, non alla verità. Ciò risalta anche di
più quando si consideri che le loro soluzioni sempliciste non si sostengono che
a furia di malintesi. Occorre dunque che nè la scienza nè la filosofia abbiano
la pretesa di spacciarsi l'una per l’altra. Nel caso che ora ci interessa
occorre mantenere nettamente distinta la questione scientifica della cau-
salità dalla questione filosofica. 184 SEZIONE II - INTRODUZIONE Noi ammettiamo
che la ricerca scientifica della causalità si risolva nella ricerca
sperimentale delle leggi. Ordinariamente si ritiene che la ricerca filosofica
della causalità si risolva al- l’opposto nella ricerca della causa prima ed
ultima di queste leggi. E questo il punto da cui comunemente partono le due di-
vergenti vedute della fisica e della metafisica. Ma è bene- fon- dato questo
punto? Ecco ciò che dobbiamo indagare colla mas sima precisione. Se sì suppone
che la conoscenza scientifica della legalità della. natura sia sufficiente al
più alto scopo del sapere, allora la conoscenza metafisica diventa inutile,
anzi ingombrante. Ma questa supposizione non è che l’artificio di coloro che
non si vogliono prendere l’incomodo di filosofare (1). Se sì concede al
contrario che la filosofia non solo possa ma debba superare la conoscenza dei
dati e dei rapporti empirici e. scientifici, bisogna allora stabilire in che
cosa veramente consista il problema filo- sofico della causalità; perchè si fa
presto a parlare di cause pri- me ed ultime delle leggi e, in ultima analisi o
piuttosto in nl- tima sintesi, di causa delle cause, ma bisogna pure lasciare
in disparte i molti errori onde formicola l'antica ricerca metafi- sica della
causalità e sceverare ciò che compete alla ragione e non all’uso illegittimo
dell’idea di causa. S 2. Ne non che, per formarsi un giusto concetto del
problema filosofico della causalità e determinare se e in che senso si possa
parlare di cause filosofiche (metafisiche o altre) — premesso lo scopo vero e
proprio della filosofia (intorno al quale non è diffi- cile che convengano
tutti coloro che coltivano con amore la vita cogitativa) è necessario già
possedere la soluzione del proble- ia filosofico fondamentale, o almeno
disporre di una interpre- tazione provvisoria dei massimi problemi che si
presti preferi- bilmente alla nostra indagine critica come ipotesi di lavoro.
Quindi noi tenteremo prima di tutto di procurarci un tale principio filosofico
fondamentale, indagando brevemente, nel prossimo capitolo, l'intimo nesso che
unisce la teoria della co- (1) Per la prova si veda: Sezione I, Capo I, $ 1 e
inoltre MARTINETTI, Introd. alla metafisica, Capo I, e la mia opera: Il
pensiero puro. SEZIONE II - INTRODUZIONE . 185 noscenza alla teoria della
realtà. Dopo di che dedurremo come corollario la soluzione del problema
filosofico delle canse. Frattanto, per orientare la discussione, cià fin d'ora
sarà utile abozzare i lineamenti generici della ricerca. È nota e comunemente
ammessa la funzione sintetica della filosofia, mentre alla scienza compete la
funzione analitica. Ba- sterebbe già questo, per provarci che la filosofia, se
non voglia essere una sintesi vuota, deve valersi anzitutto dei preziosi con-
tributi dell'esperienza e della scienza e infine unificare la esi- genza della
metafisica e della gnoseologia. Ma veniamo ad alcuni schiarimenti particolari.
Noi sappia- mo, per esempio, che l’epistemologia in ordine alle scienze fisi-
che stabilisce che la legge causale è l'espressione d'un rapporto composto di
successione cronologica e di deduzione logica, è propriamente la successione
necessaria di due sistemi equiva- lenti, rapporto che non può determinarsi
senza il contcorso di certe condizioni soggettive ed oggettive che rendono
possibile l'esperimento. Ora non è forse una. vera fortuna, per noi filosofi,
che la logica stessa della scienza sia venuta a stabilire la doppia esigenza
soggettiva ed oggettiva, sensibile e razionale d'un rap- porto intorno a cui sì
travagliarono con tanto accanimento e per tanti secoli l'empirismo e il
razionalismo, il soggettivismo esclusivo, e l'oggettivismo ? | Un altro punto.
Noi sappiamo dalla storia che. malgrado le roventi lotte dei loro fautori
intransigenti la logica scientifica e la logica filosofica, continuano a
restare in piedi entrambe otti- mamente. Siamo quindi costretti a stabilire che
vi sono almeno due modi compossibili benchè opposti di considerare la logica.
Il primo è quello della logica analitica (logica della forma ri- cida e
statica, logica del pensiero fissato e fissabile nella sua astrattezza (1),
logica del fatto compiuto e da compiersi, logica (1) Il lettore è pregato di
non dimenticare che queste espressioni non sce- mano il pregio della logica
formale. Così la fisiologia non scema il pregio del- l'anatomia, la psicologia
non rende inutile la matematica, lo studio delle forme geometriche dei
cristalli può assumere da un momento all’altro una importanza enorme anche
rispetto alle forme organiche naturali. Cfr. ScHiaPARELLI: Studio comparativo
tra le forme organiche naturali e le forme geometriche pure. Milano, Hoepli,
1898. La logica matematica poi ha tutto il rigore che per una scienza esatta si
può pretendere, allo stato attuale delle cognizioni. \i 186 SEZIONE II -
INTRODUZIONE del passato del presente e del futuro necessario). La sua tradi-
zione va dagli Analitici di Aristotele — per quello che conten- gono di logica
scientifica pura — fino alle opere di Leibniz e della Logica matematica
contemporanea. Il secondo è quello della logica sintetica kant-hegeliana, lo-
gica metafisica, logica dell’atto sintetico universale. Ora c’è qualche
rapporto tra questi modi di considerare la logica e il modo di considerare la
camsalità? Indubbiamente ; perchè, come sappiamo dalla Sezione prima, ogni
rapporto aitio- logico è rapporto logico, benchè non sia vera la reciproca. Il
problema di cui dobbiamo occuparci può dunque essere enun- ciato così : ci sono
due modi di considerare la causalità cioè uno analitico e Valtro sintetico,
come accade per la considerazione dellà logicità ? A prima giunta questo
problema sembra implicare una con- tradizione, perchè la teoria del metodo
sperimentale non ci per- mette di spaziare nei campi della metafisica, e questa
attende ad un compito irredutcibile a quello. Però, profondamente meditan- do,
siamo tratti a ritenere che dev'esserci un punto di vista dal quale i due studj
non presentano contradizione:; perchè, men- tre Vanalisi e la sintesi sono
entrambi processi reali, la realtà ammette in sè l'esistenza d’infiniti
contrasti ma non di una sola contradizione. | Allora, dopo questi schiarimenti
riflettendo che alla scienza e alla filosofia sono assegnati due distinti
dominj (distinzione che ha il vantaggio di prevenire la loro intima
contradizione, non già gli urti fra loro inevitabili) non diventa naturale
distin- guere l'aitiologia analitica della scienza dall'aitiologia sinte- tica
della filosofia? Essendovi diversità di forma e di metodo in ordine alla logica
tra il punto di vista scientifico e quello filo- sofico, non ne segue forse che
le due altiologie devono restare fra loro relativamente indipendenti? Che se si
domanda quale sia infine il vero oggetto del problema filosofico della
causalità, parmi che non andrebbe lungi dal vero chi rispondesse doversi il
medesimo considerare non come il problema della causa delle cause 0 della causa
assoluta. come ordinariamente si dice (1), (1) È la tesi tradizionale
sostenuta, per esempio, dal FouILLie nell'opera: La philos. d. Platon, (II.
pas. 622, 11) che assegna alle scienze fisiche la ricerca SEZIONE II -
INTRODUZIONE 187 ma come ll problema del senso e del valore della causalità
nel- l’universo. Le maggiori scuole filosofiche posero questo proble- ma, lo
riguardarono sotto molteplici aspetti e ne proposero quelle soluzioni storiche
che abbiamo vedute nella Parte prima. Ma si noti anche più accuratamente la
differenza fra due modi di porre il problema filosofico della causalità. V’è
chi suppone che la filosofia, ad imitazione della scienza fisica, debba cercare
e provare cause diverse dalle sperimentali, e così s’ingolfa nell’applicazione
dei metodi inventivi e siste- matici per risolvere il problema delle cause
metafisiche. A_me- glio intendere questa considerazione, si ricordi la
quadruplice distinzione delle cause proposta da Aristotele. Il problema filo-
sofico della causalità per questo punto di vista si suddivide nelle questioni
speciali della cansa. materiale, della causa formale, della causa efficiente e
della causa finale. I filosofi sostenitori della causa prima come causu
cuusarum e quelli della causa sui e via dicendo vi aggiungono le proprie
dottrine. i I concetti delle varie cause filosofiche diventano così non solo ì1
conglomerati indistinti di tutte quelle considerazioni filosofi- fiche che
furono tessute dai varj pensatori intorno al problema delle cause, ma le
ipostasi di ciruse sui generis irreducibili alle cause sperimentali. Così la
filosofia medesima si pone come ri- cercatrice e dimostratrice di cause nuove,
e così si moltiplica il | numero delle cause. E fosse pur vero che si
moltiplicasse la verità ! Tutt'al contrario procede il filosofo che abbandona
risoluta- mente la ricerca e la prova di cause nuove siano metafisiche siano
teologiche o altro, per concentrarsi nella considerazione speculativa della
causalità. Quale sia il senso di questa specu- della serie illimitata delle
cause relative, e alla metafisica la ricerca della causa incondizionale, o
causa assoluta, o causa delle cause. Il FouILLÉE in quell’opera segue Platone,
il quale eleva al disopra delle cause necessarie e meccaniche (alti avayuaîat)
le cause intellettuali o morali o cause finali che egli considera come le sole
vere cause (pag. 634). Nelle opere più recenti il FouILLEE si staccò
risolutamente dalla sua prima metafisica delle cause (cfr. L’avenir de la meta-
Physique, Paris, 1889). L’opera più tipica nel conservare il punto di vista
tra- dizionale circa il problema filosotico della causalità è quella del P.
TiboporE DE Rfianon: Za Metaphysique des causes, ed. II, Paris (VI*) Retanx ed.
1906. 188 SEZIONE II - INTRODUZIONE lazione e come essa sia vera non sì può
chiarire se non in ap- presso. Tuttavia già fin d'ora lo scopo di questa
considerazione filosofica, che è la nostra, si può enunciare nel modo seguente
: tutto il problema filosofico della causalità per noi si riduce al- l'esame
della direzione ideale e del valore (1) delle relazioni cau- sali
nell'universo. È chiaro che un problema secondario s'annida a fianco di questo
: se sì possa parlare d’un’attività cansativa dell'universo. Ma, il problema
del feticcio ipercausale è lasciato da banda. | Objezioni di doppio tenore,
cioè d’indole scientifica e filoso- tica, si potrebbero sollevare contro questo
modo d’impostare il problema. Ma è evidente che le prime -- dove mirassero a
pre- vludicare la ricerca filosofica delle cause con le esigenze tecni- che
della scienza — non avrebbero alcun valore, giacchè, stando nei limiti delle
discipline scientifiche, è impossibile stabilire al- cunchè riguardo alla
questione suprema della sintesi. La scienza. ha esigenze particolaristiche ; in
ogni caso si preoccupa di sta- bilire una causalità determinata e non impiega
che metodi esatti per la verificazione dei rapporti causali. Noi arriviamo
insomma a questa importantissima conseguenza che la direzione ideale e il
valore della causalità nell’universo non possono formare 0g- setto d'una
determinazione scientifica. Restano le objezioni filosofiche e la presente
indagine man- cherebbe al suo precipuo scopo. se non se ne preoccupasse con
tutte le forze, provando l’intima connessione della tesì aitiolo- vica
sostenuta qui coi primi principj della filosofia ; perchè da questi dipende la
soluzione dei massimi problemi. Concludiamo, ripetendo che la possibilità di
avanzare con una (1) Sopra l’autonomia del problema tilosofico del valore, cfr.
l'importante vp. del MeinonG, Psychologisch-ethische Untersuchungen zur
Wert-Theorie, 1894. In filosofia pura il problema della ricerca della causa
viene assorbito dal pro- blema della ricerca del valore (&Éta). Così al
problema aitiologico troppo rigidamente connesso ai pregiudizj me- dioevali
sottentra il problema axiologico (del valore e dei limiti della cono- scenza
causale della realtà) centro e segno d’una nuova e feconda rivoluzione. Oramai
il lettore è in grado di comprendere come e perchè questo nuovo pro- blema del
valore e dei limiti della conoscenza causale della realtà si distingua dal
punto di vista della filosofia dei valori, che in fondo è una celata rinunzia
alla spiegazione causale, come vedemmo nel I vol. (pag. 294-394). SEZIONE II -
INTRODUZIONE 189 certa sicurezza verso la soluzione del nostro problema ci è
data unicamente dalla possibilità della sintesi del complesso proble- ma
fondamentale della conoscenza e della realtà e per essere più chiari d’ogni
grado e forma della conoscenza con ogni grado e forma della realtà. Adunque
tutta la nostra investigazione deve ora rivolgersi ad assicurare questo
fondamento. (e) o . S TT === —_ === "—@—@ e) n E lle]: Semi CAPO I. Il
pensiero reale. Scopo e partizione della ricerca. — Art. I. L'unità
subobjettiva della cono- scenza. — Art. IL L'unità psicofisica della realtà. —
Art. IMI. Il pensiero come attività sintetica dell’universo. — Riepilogo. Nella
Sezione precedente fu esposta la teoria dell'esperienza e della scienza in
ordine al problema della causalità. Volendo ora mettere in chiaro il fondamento
d'una concezione filosofica del mondo che, sviscerate le perenni esigenze dell'empirismo
in- genuo e dello sperimentalismo, orienti la soluzione dei massimi problemi
della gnoseologia e della metatisica delle cause, è ne- cessario : | in primo
luogo, indagare astrattamente la natnra e il va- lore della conoscenza in
genere, unico e naturale punto di par- tenza della filosofia, principio mezzo e
limite di sè medesima (1); (1) Rispetto al valore empirico, psicologico, logico
e metafisico d'una teoria della conoscenza giustificantesi da sè medesima,
senza presupposti, si cfr. il VoLkkeLr (Erfahrung und Denken, 1886), il quale
critica, per eliminarli ad uno ad uno, tutti i presupposti comuni del Skyber
(Logik oder Wissenschaft vom Wissen, Leipzig, 1866), del Wuxor (Logik I Bd.,
Erkenntnisslehre, Stuttgart, 1880), del Horwicz (Analyse des Denkens,
Grundlinien der Erkenntnisstheorie, Halle, 1875), del L'pps (Grundthatsachen
des Scelenlebens, Bonn, 1883), del GORING (System der kritischen Philosophie, I
Bd., Leipzig, 1879), del Rien (Der philo- sophische Kriticismus, II Bd.,
Leipzig, 1879), dell’Avenarivs (Philosophie als Denken der Welt gemiiss dem
Prinzip des kleinsten Kraftmasses, Berlin, 1376), del Stewart (Logik,
Tiibingen, 1873-78), dello Scuuppe (Erkennt. Logilk, Bonn, 1878) e del Rrmkr (Die
Welt als Wahrnehmung und Begriff. Eine Erkenntniss- {heorie, Berlin, 188();
facendo solo eccezione pel Baumann (Philosophie als Orientirung iiber die Welt,
Leipzig, 1872). 192 SEZIONE II - CAPO I
0, a nda in secondo luogo, indagare astrattamente la natura e il va- lore del
principio fondamentale della realtà ; in terzo luogo, comporre concretamente i
risultati delle due indagini astratte, intorno al centro vitale del problema
iiloso- fico. Occorre insomma una trattazione sintetica, composta di due
premesse e d’una conclusione. Ma prima d'andare avanti saranno utili alcune
avvertenze. La prima è che questa trattazione sintetica non sta da sè. Pre-
suppone la doppia analisi dell’esperienza e della scienza elabo- rata nella
sezione precedente. Se ora queste analisi non sono più apparenti la ragione
dipende dalla natura intima d’ognì sin- tesi in cui Ja luce stessa dell’unità
cela sempre la presenza dei fattori che ne sono la profonda sorgente. Insomma
proprio qui la critica tenterà di dar significato umano ai contributi del pen-
siero comune e del pensiero scientifico, indagando quale impor- tanza
eminentemente filosofica loro si debba attribuire; non di meno il distacco dal
punto di partenza ci darà l’impressione di una perdita. E questa forse la
spiegazione di quel curioso e im- provviso senso di vacuità e quasi direi di
irrealtà che è tanto spesso eccitato in noi dallo slancio del pensiero che si
leva a volo roteando nel cielo dell’universale. Analogamente nell’avia- zione,
quando i nostri piedi si staccano dal suolo, il corpo spa- sima come se
abbandonasse la vita. Ma Vanima coraggiosa, sa- lendo si dilata e s'avventa
alla méta lontana. Non fuori, non oltre la realtà: solo oltre il formicajo
degli uomini. Ma, lasciando i paragoni, attendiamo alla funzione della filo-
sofia. Certo per noi l’empiriologia e l’epistemologia trovano la loro organica
unità solo nella speculazione suprema. gnoseolo- gico-metafisica, che piglia i
dati dall'esperienza e le leggi dalla scienza nel loro supremo valore per
concepire il sistema del- l’universo. Ne risulta che il contenuto intimo di
questa conce- zione è determinato dalla natura solidale d'ogni ordine di co-
noscenza e quindi dalla loro eguale legittimità. Sl potrà forse temere che
questo modo d'impostare il proble- ma speculativo volatilizzi, per dir così, le
esigenze perenni del- l’empirismo ingenuo e dello sperimentalismo. Ma è
evidente che la speculazione a sua volta esige la massima libertà. IL L’ENSIERO
REALE 193 I fatti empirici e le leggi scientifiche sono, per noi filosofi,
quello che sono, e valgono quello che valgono, soltanto perchè appaiono
nell’organamento del nostro pensiero senza le pretese imperialistiche d’ogni
particolarismo. La seconda avvertenza è circa il punto di partenza gnoseolo-
gico. Pare infatti a prima giunta che, come si può supporre l'e- sistenza d'un
mondo in sè al di fuori d’ogni soggetto conoscente e d’ogni oggetto conosciuto
ed eventualmente conoscibile, così sì potrebbe adottare correlativamente un
punto di partenza on- tologico. Ma ben riflettendo si vede che questa ipotesi
non è bene fondata, perchè riposa sulla falsa presunzione d’una cono- scenza
dell’inconoscibile. | Nè con ciò intendo di sostenere che questa ipotesi sia
solo sfornita di senso logico. Ritengo anzi che non abbia senso nè logico nè
umano, perchè inumanamente esige che la conoscenza trovi in sè stessa
l’affermazione della propria negazione mentre l'impossibilità di dubitare di
noi, cioè Vaffermazione del nostro. pensiero è Ja prima certezza della
filosofia. Ma questo punto verrà discusso a fondo in seguito. La terza
avvertenza concerne l’apprezzamento di alcuni ter- mini, principalmente quelli
di « autologia » e di « pensiero reale ». Rispetto al primo basterà un breve
cenno. Noi osserve- remo che in tutto il processo speculativo, il pensiero,
null'altro che il pensiero, come astrattamente inizia il problema gnoseo-
logico per rendersi conto della conoscenza, così astrattamente si svolge nel
problema metafisico per rendersi conto della realtà, infine sempre meglio si
realizza nel conato massimo della fu. sione dei due problemi, ritornando
inevitabilmente a sè medesi- mo, primo medio ed ultimo della filosofia, in
quanto di questa la Gnoseologia e la Metafisica sono la concretezza
indivisibile. A questa vita feconda del pensiero che tocca il maggior fastigio
del suo sviluppo facendo ritorno a sè, rivelando che il pensare è
essenzialmente produrre o causare cioè prodursi o causarsi nell'atto del pensarsi,
continueremo a dare il nome (che non sembra improprio di autologia (1) per
indicare il grado massi. (1) Cfr. Il Pensiero puro. Ivi pure al lettore è data
occasione di vedere se, come e quanto il concetto qui sostenuto dell’autologia
sì avvicini o si scosti dal concetto hegeliano dell’Idca pensante sè stessa
(die sich selbst denkende Idee) e in pari tempo di comprendere che il pensiero
puro nel senso qui so- A. PastoRE — Il problema della causalità - Vol, II 13
194 SEZIONE II - CAPO I mo della riflessione del pensiero sopra di sè o il
pensiero che si giustifica da sè medesimo con autonoma investigazione di sè,
prezioso retaggio della storia e luce direttiva d’ogniì specula- zione.
Principio dunque eminentemente storico e umano, ine- sausta aspirazione a quel
semplice e sublime «conosci te stesso » che fu, è e sarà l'ideale filosofico di
tutti i secoli. Veniamo ora al « pensiero reale». Anticipando per comodità dei
lettori la conclusione, noi vedremo che le due indagini se- suenti della
conoscenza e della realtà sboccano nello stesso ri- sultato, cioè che tanto
l’una quanto l’altra sono attività distin- tiva e unitiva di soggetto in
relazione ad oggetto. Vuol dire che quel che è in fondo la realtà è in fondo il
pensiero e viceversa. Vuol dire che quel che è in fondo un risultato è in fondo
la. san- zione (l'affermazione immanente) di tutto il processo. In questo senso
fondamentale noi ci vediamo quindi sospinti ad affermare che il pensiero è la
realtà, e la realtà è il pensiero. Non occorre adesso che io aggiunga commenti
a questo pro- posito per chiarire come qui non ci troviamo di fronte al mero
venere prossimo di due concetti profondamente distinti per dif- ferenze
specifiche insopprimibili, tali cioè che, mentre insieme con quel principio
fondamentale compongono il tutto, soltanto esse poi rendano possibile ad una
mente che lo pensi averne presente l'insieme delle condizioni necessarie e
sufficienti. Non sì tratta insomma di procedere all’identificazione di due con-
cetti aventi una costante generica comune (chè la identificazione perfetta in
questo caso sarebbe impossibile). Si tratta invece di intendere che ci troviamo
di fronte ad un principio essenziale unico, di cuì le differenze specifiche e
antitetiche possono va- riare all'infinito. Questo principio essenziale unico è
ciò che noi possiamo dire indifferentemente così pensiero come realtà. Per
conseguenza, in questo senso, non solo non è assurdo parlare di pensiero reale
ma sarebbe assurdo il negarlo. E ciò, senza il mi- nimo pregiudizio circa la
relativa indipendenza del soggetto e dell'oggetto. Comprendiamo benissimo quali
e quanti pericoli stenuto è affatto diverso dall'espressione puramente gnostica
della vita della coscienza. Il puro non ha senso che come affermazione
inclusiva (perfettiva), non esclusiva (defettiva), di relatività. Ma io non
posso ora entrare nei particolari. IL PENSIERO REALE 199 nascano tanto per chi
si riserbi il diritto di chiamare il tutto ora col nome di pensiero ora con
quello di realtà, quanto per chi non rinunzii ad interpretarlo come pensiero
reale. Colle prime denominazioni, da un lato si rischia di lasciar credere che
al- l’intiera attività distintiva e unitiva di soggetto in relazione ad oggetto
si sostituisca solo il primo termine del rapporto sub- objettivo (mentre questa
prerogativa deve essere lasciata al pan- psichismo e al soggettivismo assoluto,
cioè a quei sistemi che ammettono la personalità dell’universo), nel secondo
caso si ri- schia di passare per fautori del realismo assoluto mentre questa
tesì non è meno unilaterale della prima. In fine affermando let- teralmente il
pensiero reale non si mancherà di dar luogo -a molti equivoci spiacevoli sempre
(1). Ma quando siano note le intenzioni che ci muovono e le dottrine che ci
studiamo di pra- pagare, non ci lascieremo spaventare dai nomi e baderemo alla
verità. Sopratutto sentiamo con la massima evidenza che la ra- glone nella sua
doppia e una esigenza, concreta e astratta, sog- gettiva e oggettiva
(subobjettiva) qualiquantitativa, reale e ideale, ecc., non deve tardare a
riprendere l'ufficio suo. Sentia- mo che le più grandi scuole del soggettivismo
e dell’oggettivi- smo, benchè tutte intese allo studio dell’universo, ne
coltiva- rono con meravigliosa diligenza un elemento, ma trascurarono l’altro
che è parimenti essenziale. Così la loro filosofia irradiò di luce l'uno,
lasciando altro in oscurità; rinnovando lo stesso errore in senso inverso. Ed
ecco l’origine di tutte le esor- bitanze, alle quali è necessario reagire nei
limiti del diritto che ci danno la critica e la storia. Perocchè il fatto
medesimo genc- rale e costante della varietà e dell’opposizione dei sistemi non
ci rivela forse che tale varietà e opposizione è condizione pro- fonda di
quella serie universale di fenomeni tra i quali non può concepirsi unità se non
come la risultante d’infinite gradazioni di differenze e di contrasti ?
L’ultima avvertenza concerne l'apprezzamento generale del nostro indirizzo.
Poichè poniamo l’universale cosmico (sempre (1) P. e., per chi si ostini a
ritenere che la parola pensiero non possa mai esprimere propriamente altro che
l’atto del soggetto pensante, certo la nostra interpretazione
subjettivo-objettiva (subobjettiva) del pensiero reale parrà affettare
gratuitamente l'equivoco e l’assurdità. 196 SEZIONE II - CAPO I = pensato dal
pensiero soggettivo dell’uomo) come riducentesi a quel che în fondo è il nostro
stesso pensiero, non si stia a grati- ficarci la risoluzione dell’universale
concreto nel pensiero nni- versale dell’uomo. Certo anche il pensiero umano può
essere nuni- versale sia come validità per tutte le intelligenze, sia come
vali- dità per tutti gli oggetti che denota. Ma questo è sempre sogget- tivo,
quello — fra l’altro — è sempre soggettivo e oggettivo. Fra l’altro dico,
perchè è inoltre attività distintiva e unitiva e relati- vità. Dunque anche
dalla semplice rettificazione dell’errore di fatto che si potrebbe commettere
identificando perfettamente i due universali che sono solo parzialmente
identici, già risulta a chiare note una vera e autentica professione di fede
filosofica non riducibile a soggettivismo assoluto. Ma qui tocchiamo già il
confine di questo preambolo. Resta ora da metter in sodo la certezza anzidetta
delle due premesse e della conclusione. E lo faremo in tre articoli successivi.
ART. I. L’unità subobjettiva della conoscenza. è 1. Concetto della conoscenza.
— è 2. Esame della conoscenza empirica nelle due forme: immediata e mediata. —
$ 3, Intimo nesso dell’essere e del co- noscere. Si caratterizzano le due
operazioni opposte del distinguere e del- l’unire. Si respinge la teorin del
Bergson. Intimo nesso dell’astrarre e del- l’intuire. Risultati: sei tesi
capitali reclamate dall'esperienza. L'esperienza conoscitiva come esperienza
causativa. — $ 4. Esame dei risultati della conoscenza scientifica. Sì
confermano le sei tesi empiriologiche. — $ 5. La conoscenza filosofica.
Concezione integrale della verità. La conoscenza come unità subobjettiva.
Continuo rinvio all’unità e continua aspirazione ad altro (dualità). è 1. È
notissimo che la conoscenza, considerata nella sua cle- mentare espressione
clie è Patto giudicativo, è attività pro- duttrice di relatività e propriamente
processo distintivo e mi- tivo di soggetto conoscente e di oggetto conosciuto
(1). | (rià basta questa osservazione a dimostrarci che la conoscen- za, mentre
per un rispetto non è un fatto esclusivamente sog- gettivo ma insieme
soggettivo e oggettivo (2), per l’altro si ri- (1) « Bisognerà che io tolleri
il sorriso di qualcuno che penserà che io dico cose ben evidenti » (ScHuppe.
Erk. Log., 81). (2) Dimentica troppo questo secondo lato della questione il
VOLKELT, il quale, mentre afferma che la teoria della conoscenza deve penetrare
nella coscienza individuale e cercare da quali fonti consapevoli derivi la
cognizione della validità objettiva della conoscenza, aggiunge poscia che «
ogni ricerca che voglia giustificare il conoscere deve assolutamente riferirsi
ai fenomeni subjet- tivi, in quanto si fonda sulla evidenza della coscienza
(Erfahrung und Denken, I, cap. 1). E più esplicitamente conclude: « La teoria
della conoscenza è pos- 198 SEZIONE II - CAPO I solve a sua volta in attività
che insieme unisce e distingue sog- gettivo e oggettivo. | Prescindendo intanto
dal primo rispetto ci dobbiamo doman- dare se il riconoscimento della funzione
più generale della co- noscenza di per sè solo non possa elevarci ad un
principio gn0- seologico che serva di prova sicura della validità del
conoscere. E, siccome è evidente che la risposta può consistere solo nell’ap-
prezzamento di ciò che si trova nella nostra conoscenza in ogni sua forma e
grado e che tutte le garanzie sono, in ultima analisi, da commisurarsi
all'evidenza immediata della coscienza, comin- ciame a distinguere la
cognizione empirica immediata dalla em- pirica mediata, e dall'esame
coscienzioso di queste due forme deriviamo la nostra convinzione. $ 2. Nella
cognizione empirica immediata il soggetto è 0g- getto a sè stesso (io conosco
me) ; nella cognizione empirica me- diata, che rappresenta la cognizione
ordinaria, noi conosciamo di conoscere una cosa o meglio noi ci conosciamo
nell’atto di giudicare che un soggetto è un oggetto (1). Nella cognizione or-
dinaria il giudizig immediato (io conosco me), per quanto im- manente in ogni
cognizione, viene sottinteso; quindi l’atto giu- dicativo spoglizito della
premessa fondamentale (Pio che ‘cono- SCe sè stesso) prende la forma astratta:
il soggetto è oggetto. Bisogna dunque distinguere la cognizione immediata : «io
co- nosco me » dalla cognizione mediata : «io conosco me giudicante che un
soggetto è un oggetto ». L'oggetto del primo giudizio è il me cioè l'io
oggettivato : quello del secondo è ancora il me, ma giudicante che un soggetto
è un oggetto. Non tenendo conto per ora della differenza di questi due oggetti,
chiaramente vediamo che i fattori costitutivi dell'atto organico della
conoscenza em- pirica in genere sono quattro : sibile a condizione che proceda
da proposizioni esclusivamente subjettive....., e nella forma della prima
persona singolare ». Però da ultimo dichiara che la giustificazione della
conoscenza è possibile solamente nel caso che vi siano fatti subjettivi di
coscienza che chiaramente rivelino il loro senso objettivo (op. cit., cap. II).
(1) Esaminando l’atto del giudizio nella sua essenza copulativa veniamo alla conclusione
che lu conoscenza in tale atto, sdoppiandosi in soggetto e predi- cato,
fiorisce come soggetto e oggetto, in quanto è sempre l’essere che, predi-
candosi, si scopre a sè, che cioè, nel soggettivarsi, si fa oggetto i. sè
medesimo. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA CONOSCENZA 199 1° il soggetto, 2°
l’oggetto, 3° la relazione, 4 Punità produttiva dei tutto. 1° Il soggetto
conoscente è un principio che si rivela relati- ‘amente indeterminato nell’atto
vivente in cui si ripiega sopra di sè per riferirsi ad altro. In questo senso
preciso possiamo definire il soggetto della conoscenza come il riferente.
Diremo cioè che il soggetto è il riferente indeterminato e indeterminante. 2°
L'oggetto conosciuto è sempre un dato in un limite (1) determinato e quindi
determinante per effetto dell’applicazione sua all’indeterminato del soggetto,
anche quando l’oggetto è l'io stesso che alogicamente si pone nella cognizione
immediata ripiegandosi sopra di sè. In questo senso preciso possiamo de- finire
l'oggetto della conoscenza come il riferito determinato e determinante, Diremo
cioè che l'oggetto è il riferito determinato ma determinante. 3° La relazione
in ogni caso è il riferimento astratto d'un indeterminato in un limite, la
determinazione dell’indetermi- nato, Papplicazione d'una distinzione ad una
indistinzione, il riferimento del riferente al riferito. 4 L'attività
produttrice dell’intero processo conoscitivo xi distingue tanto dal soggetto,
quanto dall’oggetto, quanto dal loro rapporto, essendo la virtù concreta unitiva
e distintiva che in essi e per essi-si dispiega (2) cioè l’attività concreta di
rife- rimento del riferente indeterminato e indeterminante al mferito
determinato ma determinante. Son questi gli elementi che scaturiscono
dall'analisi dell'atto conoscitivo in genere, sia immediato sia mediato: solo
che in (1) Il dualista dirà: « nella mis coscienza non è un limite, è il vero a
sè; io non mi sento di risolverlo logicamente, lo lascio alogico ;: ma come
tale ha una suna realtà in quanto generatore del problema a cui il pensiero
empirico sì approssima per suo compito ». A questo rilievo si risponde nel è S.
(2) È ovvio che tutti questi fattori, se fossero solo considerati di per sé gli
uni affatto all'infuori degli altri, non sarebbero che astrazioni prive di
realti. Un bel riscontro si può fare tra questi quattro fattori e i termini
della for- mola giobertiana : l'Ente crea Pesistente, in cui Ente è il Soggetto
infinito; l’esistente è il predicato finito, la creazione è la copula o lo
Spirito, e l’unità o l'Uno in cui si unificano questi tre processi (dell'Ente.
dell'esistente e dello Spirito) è Dio. (Cfr. SpavENTA, La filos. di Gioberti,
pag. 113-5). Un altro ri- 200 SEZIONE II - CAPO I questo caso il processo di
determinazione dell’indeterminato è più evidente mentre l’intimo nodo vitale
dell’essere e del cono- scere si oscura. Difatti la nostra attenzione nella
conoscenza mediata si trova ridotta, come dicemmo, al giudizio astratto : il
soggetto è il predicato. Tuttavia anche qui si può ripetere ana- logamente : 1°
Il soggetto è una quantità relativamente indeterminata ma riferente; 2° Il
predicato è una qualità relativamente determinata ma determinante ; 53° Solo la
relazione rimane da interpretare in modo diverso perchè, colla comparsa del
predicato in luogo dell’oggetto, il giudizio propriamente diventa la
predicazione del soggetto o la qualificazione del quanto, in fondo però sempre
la determinazio- ne dell’indeterminato. Raccogliendo, nel caso S è P, il
soggetto è una quantità relativamente indeterminata che riceve una de-
terminazione mediante il riferimento del predicato al soggetto: 4° L’atfività
produttrice del giudizio conoscitivo infine è l’unità distintiva e unitiva del
pensare che opera la determi nazione dell’indeterminato e che, nell’analisi nuova
dell’atto giudicativo fatta da Kant, sta come la modalità rispetto alla
quantità (soggetto), alla qualità (predicato) e alla relazione (co- pula), come
ha mostrato stupendamente il Jaja (1). S 3. — Dopo queste analisi resta facile
chiarire in generale l'intimo mezzo dell’essere e del conoscere e quindi porre
in par- ticolare la certezza prima della filosofia. In generale stabiliamo che
in ogni atto conoscitivo la distin- zione delle due esigenze (essere e
conoscere) è doverosa, mentre la loro separazione radicale è impossibile, e
parimenti che 1’u- nione delle dune esigenze è innegabile mentre la riduzione
ad una sola di esse è assurda. scontro si potrebbe utilmente istituire fra
questi quattro fattori e î quattro generi di principj che Platone enumern nel
Filebo: Tò %retgov, Tù TEpas, TÒ GE Tpitov ÈE Zpupoîy Toùtor dv tr
Coppooitevov, T7jg Cuppitews TIUTWwW pig dira Tip attiav do (Fileb., 407,
23-30), cioè l'indeterminato, il determinato, il misto e l'attività causale
determinante. (1) Java. Ricerca speculativa. Teoria del conoscere, Pisa,
Spoerri, 1893. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA CONOSCENZA 20)1 Il dramma
filosofico nella mente umana è generato appunto dall’urto fra la necessità
della distinzione, reclamata perenne- mente sia dall’intuizione sia dalla
riflessione, e l’impossibilità della separazione, che del resto risponde alla
non meno legit- tima esigenza unitiva dell’attività (1). Ulteriormente ci sarà
dato di vedere che la necessità della distinzione accade in cia- scuno dei tre
gradi dell’attività conoscitiva, cioè a) in un primo momento (non illogico, ma
alogico) del pen- siero che è appunto il momento più o meno ingenuo
dell'empiri- smo dualistico; 0) in un secondo momento (logico) del pensiero che
corri- sponde alla fase della scienza sempre però nei modi e limiti che
s'addicono alle esigenze di uusta cioè a semplice titolo di postu- lato, o
ipotesi di lavoro ; c) in un terzo momento (speculativo) del pensiero che
corri- sponde alla fase sintetica, | In particolare vediamo che il nodo vitale
dell'essere e del co- noscere nell'atto giudicativo si manifesta non solo nella
rela- zione di SN con O, cioè dei due termini estremi ma anche nella, natura
costitutiva dei due termini medesimi. Invero : se (1) Fuori della relazione
subobiettiva cioè di soggetto-oggetto non v'è sog- getto su cui la conoscenza
abbia veramente presa. Tutto ciò che non è suscet- tibile di relazione
subjettiva non è suscettibile di conoscenza. Per conseguenza i pretesi soggetti
assolutamente in sè della Gnoseologia vecchia (Vio, la per- sona, l’anima, lo
spirito colle sue diverse funzioni e manifestazioni) non hanno niente
d’intelligibile, fuori della relazione subobjettiva, e sono vani idoli, da
relegarsi frau le superstizioni dello spirito umano, Cfr., in proposito, RENOUVIER,
Essai de critique genérale, pag. 34-36. Questo richiamo alla posizione critica
del Renouvier mi obliga ad una di- chiarazione. Pel R. tutta la conoscenza non
è che rappresentazione cioè rapporto di rappresentativo (soggetto) a
rappresentato (oggetto). Io dico tutta la conoscenza non è che attività di
relazione (rapporto di riferente (s.) a riferito (0.). La differenzi non è solo
verbale: perchè colla riduzione (troppo empirica) della conoscenza a
rappresentazione non si può spiegare il pensiero, il quale è assai più che
sentire e imaginare. Invece, colla riduzione della conoscenza a rela- zione nel
senso anzidetto, nessuna forma dell'attività conoscitiva rimane esclusa.
Secondo me, non v'ha rappresentazione senza relazione ma non è vera la re-
ciproca ; poichè v'hanno relazioni senza rappresentazioni, p. e. le relazioni
lo- giche. Il R. si rinchiude nella rappresentazione. È questo il suo torto. « C'est
l'histoire du lit de Procuste », la già osservato benissimo il VacHerot. (Cfr.
La métaphysique ct la science, III, pag. 202). 202 SEZIONE II - CAPO I 1° Anche nel
soggetto stesso la separazione del mero cono- scere dal mero essere (cioè
dall'essere del soggetto conoscente) è impensabile, perchè se io penso io sono;
e se io sono (quel che” sono) io penso. Insomma il conoscente e l’essere cioè
il suo es- sere (Come essere conoscente) sono inseparabili per l’immediata e
semplicissima constatazione dell’essere del nostro io cosciente come tale. «
L’esistenza di questa realtà è la certezza prima della filosofia » (1). E
questo è lValto insegnamento di Descartes. 2° Anche nell’oggetto stesso la
separazione del mero essere del conoscere (cioè della forma più apparentemente
propria del soggetto conoscente, per cui ogni essere è un essere conosciuto) è
non meno impossibile perchè l'essere che non sia l’essere cono- sciuto, cioè
l'essere come realtà che nen sia un fatto di conoscenza per un essere
conoscente è niente ! | Insomma il conosciuto come fatto di conoscenza e
l’essere cioè il suo essere come essere conosciuto sono inseparabilmente la
stessa presentazione, E questo è Palto insegnamento di Berke- lev (2). |
Riassumendo, come nel soggetto risaliamo dal conoscere al- l'essere e
viceversa, così nell'oggetto risaliamo dall’essere al] conoscere e da questo a
quello necessariamente (3). L'essere è conoscibile in quanto si conosce in
relazione coll’attività cono- scente e nessun essere può immigrare nel campo
della nostra coscienza senza partecipare di questa relatività. Quindì è assur-
do il concetto d'una costituzione formale del conoscere che non si risolva
nella costituzione formale dell’essere e viceversa. Così Tumnità dell'atto
giudicativo della conoscenza considerata nel principio fondamentale della sua
massima generalità (cioè. come processo distintivo e unitivo di soggetto in
relazione ad (1) MARTINETTI, 0p cit., pag. 115. (2) Dopo Kant e i suoi epigoni
questa verità è ormai messa fuori di conte- stazione. Cfr.: LieBmam, Kant und
die Epigonen, Stuttuard. 1865. (3) E’ merito dello Scnuppi laver provato che
nel caso dei termini soggetto e oggetto, essere e conoscere, noi per quella
debolezza d’astrazione, Schicdiche der Abstraction, e che è un errore
fondamentale del pensiero ingenno ed igno- rante (Erlken. Log. paz. 16-27 e
seguito), mentre pensiamo effettivamente cia- seuno dei termini solo coll'aiuto
dell'altro, tuttavia crediamo poi d'aver pen- sito ciascun termine per sè, come
assolutamente indipendente dall'altro. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA
CONOSCENZA 203 oggetto), si risolve nell'unità medesima. dell’atto produttivo
del. la realtà, considerata analogamente come genere massimo. Così la
condizione fondamentale per conoscere davvero la conoscenza è di penetrare
tanto in quella subjettiva e objettiva unità che costituisce il carattere o
meglio il funzionamento spe- cifico di essa come fatto soggettivo, quanto in
quella subjettiva e objettiva unità che costituisce il carattere fondamentale
del tutto e che quindi produce l'attività nnitiva e distintiva del sog- getto o
meglio in essa si produce come quella che è immanente all'universo (1). Così
infine ci è dato di comprendere che la negazione del valore objettivo della
conoscenza si traduce nella negazione del suo valore subjettivo. Dunque
prendiamo atto ancora una volta che anche colla sem- plice constatazione dei
nostri fatti conoscitivi nella loro genuina attualità, questi ci conducono già
al di là del soggetto, perchè la conoscenza in senso vastissimo non essendo nè
un fatto soe- gettivo nè un fatto oggettivo ma propriamente Punità attiva di un
soggettivo in rapporto con un oggettivo, non appena inizia la sua funzione
distintiva e unitiva annunzia chiaramente Vopposi- zione del soggetto e
dell'oggetto e della loro indissolubile rela- zione. Quei teorici della
conoscenza pertanto i quali credono di dover oltrepassare La sfera dell'umanità
per giustificare un co- noscere objettivo non riconoscono che, se hanno la
conoscenza, hanno già il suo integrale contenuto cioè il soggetto — in rap:
porto — coll'oggetto (21, e quindi una conoscenza di validità soggettiva e
oggettiva collo stesso diritto. (1) Sul carattere dinamico del conoscere, in
relazione al concetto di causalità cfr. Sezione I., Capo I. L'idea poi del
conoscere come fire e come causare fu chiarita storicamente nel Vol. I Ma per
Tapplicazione d'un tal principio a tutta la realtà (considerata come pensiero)
non bisogna confondere il pensiero come mera funzione intellettuale col
pensiero come praxis dell'universo. (2) Per noi lt conoscenza in senso.
vastissimo non è liu coscienza (in s. ».) essendo questa soggettiva (come sintesi
di elementi psichici) mentre quella è soggettiva e oggettiva. Almeno credisnmo
di dover fare questa importante di- stinzione per la stessi ragione che ci fa
distinguere luomo dal soggettivo, che è in lui (e che dicesi anche comunemente
il soggetto). L'uomo per noi è unità subobjettiva, Quindi si capisce come noi
ci stacchiamo risolutamente dal LosKkLs, pur così benemerito per la riforma del
concetto di coscienza. Il distacco € doppio cioè sul concetto di coscienza come
tutto e sul concetto di contenuto della coscienza. Invero, in primo luogo se il
tutto è Vunità integrale della realtà cioè tutto il soggettivo e tutto
lVoggettivo, non può essere solo l'io e 204 SEZIONE II - CAPO I Assertre che i
fatti e le cose sono collegamenti (senza objetti- vità) del mero soggetto è un
asserire al tempo stesso che l’atto conoscitivo non è quel processo distintivo
e unitivo di soggetto e oggetto che non può essere negato senza andare incontro
alla negazione della conoscenza stessa nonchè della realtà (1). Der finir di caratterizzare
le due operazioni opposte del distin- guere e dell’unire che costituiscono il
processo tipico dell’atti- vità della conoscenza, occorre da ultimo segnalare
una partico- larità essenziale che ne spiega e risolve tutte le antinomie. Que-
sta particolarità ci farà inoltre capire che gli alti insegnamenti di Descartes
e di Berkelev non sono la sola via per costatare noi preferiamo non dare al
tutto il nome di coscienza, perchè questo nome è usato troppo spesso ia
indicare la consapevolezza di un soggetto o d'un sruppo di soggetti. In secondo
luogo per il Loskiy il contenuto di coscienza è tutto ciò che l’io « ha ». Per
chiarire figurativamente il suo concetto egli esprime la sua teoria della
coscienza come segue: « ogni fatto della coscienza ha almeno tre momenti: esso
è possibile soltanto a condizione che siano pre- senti un « Io », « un
contenuto della coscienza e un rapporto fra 1’Io e il con- tenuto della
coscienza ». (Cfr. Enciclopedia delle scienze filosofiche diretta da G.
WixLeLBanD e A. Ruce. Logica. La trasformazione del concetto della coscienza
nella moderna teoria della conoscenza etc. Palermo, 1914, pag. 233). Al
contrario, anche se noi volessimo accettare la terminologia del LosKt, diremmo
che il contenuto della coscienza è ciò che la coscienza « ha », cioè ciò che
possiede in sè e per sè e di cui concretamente consta e vive, cioè il soggetto
in rapporto coll’oggetto cioè il tutto della funzione soggettiva subo-
bjettivante. Ciò che il L. chiama il contenuto della coscienza sarebbe più tosto
ciò che l’io (soggetto della coscienza) « ha » in relazione con sè, non ciò che
ln coscienza « ha ». Ma è inutile trovare a ridire sopra una teoria che non è
la nostri, Infine si capisce che se per coscienza si intendesse il psicofisico,
allora il principio dell’unità psicofisica del reale (n cui qui teniamo fermo)
non difl'e- rirebbe sostanzialmente dal principio idealistico che considera la
realtà come sistema di unità coscienti di vario rado, benchè questo concetto
idealistico sia affatto irreducibile a quel concetto che in generale i volgari
hanno ancora dell’idealismo ». (Cfr MartINETTI, 0p. cit, 1583). (1) In questo
modo, cioè col nuovo concetto della conoscenza come unità del soggetto in
rapporto coll’oggetto, si comincia a superare il pericoloso precon- cetto del
solipsismo (subjettivismo teoretico esclusivo) sottraendogli ciò che costituì
sempre il suo fondamento cioè la conoscenza come fatto esclusivamente
subjettivo. D'altra parte si comincia a riconoscere la parziale verità d’ogni
og- yettivismo compreso lo stesso nuteriilismo. Invero la stessa letteratura
mate- rialistica è tutta animata dall’inerollabile sicurezza che la conoscenza
possa con- durci al di là dei nostri processi soggettivi. E non è questo
sommamente evi- dente se l'umanità è unità — del soggettivo — in rapporto —
coll’oggettivo ? n ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA CONOSCENZA 205 la natura
duplice ed una della conoscenza, giacchè anche da questa premessa arriveremo
alla medesima conclusione. La par- ticolarità che ci interessa è l'inseparabilità
del distinguere e dell’unire, che un'attenta analisi non può tardare a
risolvere nell’inseparabilità d’un certo astrarre e d’un certo intuire. Ma
prescindiamo per ora da quella risoluzione per fermarci sul concetto del
distinguere. Per quanto si sia propensi a vedere nella distinzione un processo
affatto indipendente dall’indistin- zione, non si cessa tuttavia nella pratica
ordinaria di ricorrere all'una per esplicare Valtra, e per quanto si sappia con
certezza distinguere il distinto dall’indistinto, non sì cessa tuttavia di
impiegare le due operazioni simultaneamente. A mio modo di vedere questo:
deriva dal fatto che ogni distinzione conoscitiva non può attuarsi che sopra un
fondo o campo conoscitivo indi- stinto. La conseguenza di questo processo è la
specificazione di due zone nel campo totale della conoscenza, sia sensibile sia
razionale, cioè della zona centrale che presenta il distinto e di quella
circostante che presenta l'indistinto. L'operazione è unica, ma la descrizione
di cui sì serviamo per evocarne il risultato, mostrandoci in fondo come uno
schema disegnato sopra una lavagna, ci fa erroneamente attribuire la doppia
presentazione del distinto e dell’indistinto a due opera- zioni conoscitive
parallele e opposte benchè indivise. Così si parla d’un’operazione che fornisce
il distinto o il determinato e le si dà abusivamente il nome di astrazione,
presumendo che essa circoscriva il suo oggetto e lo isoli separandolo
nettamente dall’atmosfera indeterminata circostante, e parimenti si parla
d’un’operazione opposta che fornisce indistinto non meno abu- sivamente e le si
dà il nome di intuizione, presumendo che essa abbia l'ufficio di apprendere
Tambiente indeterminato oltre i confini dell'oggetto determinato (1). Ma questi
dune prodotti non (1) Come il lettore comprende, viene dato qui ni due
vocaboli: intuizione e astrazione, il significato pecnliare di indistinzione e
distinzione, o indetermina- zione e determinazione, o anche apprensione
sintetica immediata e apprensione analitica mediata. Questa convenzione presta
certamente il fianco ad una cri- tica, perchè tutti sanno che in logica formale
la determinazione è l'operazione per cui si aumenta la comprensione d’un
concetto coll’aggiunta di una o più note, e perciò è l’operazione opposta
all'astrazione per cui si diminuisce la comprensione colla sottrazione delle
note. Ma è pure notissimo che il Bergso-- 206 SEZIONE II - CAPO I IL e iI sono
e non possono essere ottenuti che con una sola operazione, come analogamente
ripugnerebbe che si attribuisse & due ope- vazioni opposte l'atto unico con
cui sì tracciano imagini distinte in una gran tela. i Laonde è falsa
l'asserzione del bergsonismo che l’atto vera mente fondamentale e originario
della conoscenza sia l'intuizione penetrativa della continuità e che
l'astrazione ritagliatrice del discontinuo sia L'atto derivato e superficiale.
A poter dire che lo spezzamento del reale è dovuto al percepire che è astrarre
e scegliere cioè uniformare e fissare, come afferma. il Le Roy sulle traccie
del Bergson, mentre solo l'intuizione, come primitiva, conosce le profondità
viventi della materia e dello spirito, biso- cena avvolgersi in un tal tessuto
di errori e di stravaganze che la spiegazione della conoscenza diventa
impossibile, nonché assurda, Noi ci limitiamo per tanto a ‘riconoscere che la
cono- scenza come processo distintivo significhi nello stesso tempo astrazione
d'un distinto e intuizione d'un indistinto, dando ai due vocaboli astrazione e
intuizione significati peculiari di ap- prensione analitica del discontinno €
apprensione sintetica del continuo, conforme all'uso del bergsonismo. E siccome
ogni di- stinto non potrebbe esser tale se non sì presentasse in un campo
indistinto. vediamo in questa specie di inclusione del distinto (astratto) nell'indistinto
(intuito) V'essenza della conoscenza in quanto processo unitivo (1). Non si
dimentichi che quest'atto è unico e che, solo per es@- cerazione,
l'intuizionismo ne scinde l'essenziale unità in due operazioni opposte e
indipendenti : l’astrazione e l’intuizione, nel senso predetto. Questa
esagerazione è fra L'altro la sorgente delle maggiori antinomie gnoseologiche
che vale la pena di indi- nismo ha omai imposto l’uso della parola astrazione
nel senso di operazione ritagliatrice e determinatrice del discontinuo, e della
parola intuizione nel senso di operazione apprensiva immediata del continuo.
Per il doppio significato dell’intuito giobertiano, cfr. B. SPAVENTA, La filo-
sofia di Gioberti, Napoli 1363), pag. +1. (1) Lo Stuart Mitt, il Stewart, il WuxprT,
il VoLkeLt e altri molti combat- tono la teoria che l'essenza del giudizio
consista — come generalmente si crede — nella sussunzione del soggetto al
predicato, affermando che i giudizj sono mere forme d’upione. Ma il non aver
tenuto sufliciente conto della particola- rità qui accennata cioè dell’intimo
nesso dell’intuire e dell’astrarre li ha fatto certamente deviare; dando ad
essi un concetto troppo angusto dell’inclusione. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA
DELLA CONOSCENZA 207 care brevemente, Quando, perdendo di vista che la
conoscenza è sempre l'inclusione d’un distinto in un indistinto si considera .
come fondamentale o la sola astrazione o la sola intuizione nel senso riferito
o si dà valore antitetico ad entrambe, vediamo al- lora sorgere le tesi e le
antitesi, proclamate irreconciliabili, del determinismo e dell’indeterminismo,
del finitismo e dell’infini- tismo, dell’astrattismo e dell’intuizionismo e
simili, le quali tutte si possono superare riconoscendo che la mente nell’atto:
indivisibile del conoscere, con pari diritto ed obbligo, per dir così, chiude
ed apre, si arresta e oltrepassa, lega e scioglie, isola e sconfina, si isola e
si confonde nell’atmosfera di tutte le cose. La mente ha sempre pari diritto e
dovere di astrarre (cioè di ap- prendere analiticamente) e di intuire (cioè di
apprendere sinte- ticamente), perchè è una pura illusione il credere che Vatto
uni- tivo e distintivo della conoscenza si risolva, senza il concorso di un
campo di determinazione in un campo di indeterminazione. Il campo totale della
cognizione è la somma di questi due. Sta- biliamo dunque che in ogni atto di
conoscenza si colgono sem- pre questi due prodotti diversi ma appajati insieme
cioè nn di- stinto in un indistinto ; quello è dato dall’astrazione, questo dal-
l'intuizione. In altri termini, nell'atto unico dell’apprensione si possono
distinguere due atti opposti: l’uno di limitazione centrale, Val- tro di
illimitazione periferica. Ogni conoscenza è come una ne- bulosa che ha un
nucleo ed un nimbo, per effetto d’una distin- zione astrattiva e d’un’unione
intuitiva che funzionano simul- taneamente. Dunque, in ultima analisi, chi
astrae intuisce, chi intuisce astrae. Solo col tempo si prese l'abitudine di
chiamare «astra- zione )) l’apprensione del distinto (particolare), e
«intuizione ) l’apprensione dell’indistinto (&enerale). Così distinguere
vale astrarre o isolare il distinto, e unire intuire o raccogliere l’in-
distinto. Astrarre venne a dire scegliere un distinto e trascu- rare il resto;
intuire venne a dire scegliere un indistinto e tra- scurare il distinto. Ma
nulla è trascurabile (1). | | (1) L'applicazione all’estetica in particolare e
in genere alla filosofia di questa teoria dell’inclusione del distinto
(astratto) nell’indistinto (intuito) ci fa com- prendere quanta parte di vero
vi sia nelle due tendenze dell’anti-astrattismo e dell’anti-intuizionismo che
si combattono ora con tanto furore. Gli intuizio- 208 SEZIONE IL - CAPO TI
Concludendo, ricordiamo che tutte queste analisi concernono solo la conoscenza
empirica, e noveriamo i risultati. 1° L'esperienza pone un’'oggettività, anche
quando il svg- getto si limita ad affermare sè medesimo, ma più chiaramente
quando afferma sè medesimo come affermante un certo predi- cato d'un certo
soggetto. L’idea generale che si sprigiona dal- l'esame di questo primo
risultato è che l’esistenza è indomabil- mente posta dal fatto elementare della
conoscenza. Ogni no- zione che contradica a queste perenni esigenze
d’objettività deve essere tenuta per un'illusione. E non è difficile mostrare
che nessuna esperienza può essere contradetta da altra esperienza in ciò che
costituisce il fatto bruto ma essenziale dell’esperienza medesima (legittimità
dell’oggettivismo). 2° L'esperienza, in ogni caso, pone senza dubbio una sug- gettività
avente non minore diritto dell’oggettività ad essere ri- conosciuta come
essenziale al fatto dell’esperienza (legittimità del soggettivismo), 3°
L'esperienza in ogni caso pone la realtà d’un rapporto tra soggetto e oggetto
avente non minore diritto di questi due ad essere riconosciuto come essenziale
al fatto dell’esperienza. Certo, col progresso della riflessione questo
rapporto può es- sere interpretato logicamente: ma questa interpretazione non è
una risoluzione, perchè nel campo empirico tutto resta alogico, anche la logica
(s'intende, come funzione vitale). Per questa esigenza il relativismo si
manifesta a sua volta un'espressione innegabile della verità empirica
(legittimità del relativismo). 4° L'esperienza in ogni caso pone il fatto della
distinzione del soggetto e dell'oggetto anzi dei soggetti e degli oggetti (le-
gittimità del dualismo e del pluralismo). 5° L'esperienza in egni caso pene il
fatto concreto della comproduzione unitiva del soggetto in rapporto all'oggetto
(le- gittimità del monismo). 6° L'esperienza pone la realtà di ciò che è
propriamente il nisti, reagendo contro l’invadenza dell’intelletto astratto,
non fanno che esal- tare il dominio dell’intuizione concreta. Gli
intellettualisti li ripagano d’opposta moneta. Molti critici «i divertono al
giochetto. Quanto a noi riteniamo che la satira dei due indirizzi non può
concernere che gli abusi che si equivalgono. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJIETTIVA
DELLA CONOSCENZA 209 farsi (dinamico) del fatto (statico) di tutte queste
realtà (le- gittimità dell’attivismo. Soggettivismo, oggettivismo, relativismo,
dualismo (e plura- lismo) monismo e attivismo ecco dunque i primi risultati
del- l’analisi critica dell'esperienza che a prima giunta pare tanto semplice.
Come dunque sarà possibile dar soddisfazione filosofic: a tante opposte
domande? Per coloro che hanno ben penetrato il.senso di questo complesso
problema certo non è più possibile nutrire le speranze dell’esclusivismo.
Ostinarsi ancora ad opta- re per una di queste formule « magiche ») è camminare
a rovescio della complessità. Non è possibile negare che tutti questi siste- mi
siano parzialmente veri. Ma chi non si sente animato omai da un profondo e vero
sen- timento di rivolta contro ogni tentativo di soprafazione da par- te d'uno
qualunque di questi? D'altronde queste soprafazioni appaiono oramai più un
segno di debolezza che di forza. Ogni scelta in verità rappresenta lo
scoraggiamento dello spirito filo- sofico davanti alla possibilità di
riconoscere la legittimità non solo ma la fecondità reale dei sistemi
concorrenti. Sempre imma- mente nel campo della contingenza variabile
all’infinito, l’espe- rienza intesa nella sua totalità finisce per imporre la
converità di tutti i suoi fattori, perchè comincii ad imporli con la neces-
sità dell'esistenza. Ni tratta dunque in primo luogo di sorpas- sare ogni
tirannia teoretica, e scoprire un più alto punto di vista che conservi la
realtà e il valore di tutte le esigenze dell’espe- rienza. Questo nuovo punto
di vista sembra omai indicato a bastanza chiaramente dall'esplorazione
empiriologica compiuta nella Se- zione prima e dall'analisi gnoseologica fatta
dianzi. Ma si può anche far valere un'altra ragione. L'osservazione dei fatti
at- tuali della conoscenza empirica ci prova che ogni atto conosci- tivo è atto
produttivo e in largo senso della parola atto causa- tivo. Esperienza
conoscitiva è esperienza causativa. Questa enorme verità non è sempre
conosciuta. Viene un pe- riodo anzi in cui L'uomo oppone risolutamente la
conoscenza alla Girusazione. Questo momento è coevo a quello del dualismo
escin- sivo in cui si afferma l'opposizione radicale fra soggetto cono- A.
PastoRI: — Il problema della causalità - Vol. II, 18 210 SEZIONE II - CAPO I
scitore e oggetto conosciuto, fra interno ed esterno. Ma questo dissidio in
seguito scompare, quando il conoscitore riconosce che la propria capacità
d’azione è in proporzione della propria capacità di cognizione, quando cioè il
conoscitore si riconosce causatore per il fatto medesimo della conoscenza. Ma
questo la: to così profondamente suggestivo della questione non può es- sere
approfondito che dopo l’analisi della conoscenza scienti- fica. $ 4. Passiamo
ora all’esame dei risultati dell’epistemologia, compiuta nella Sezione prima,
cercando anche in questo campo l’indicazione della via da seguire per risolvere
il problema in- tegrale che ci interessa. Resta interessante da vedere se e
come anche nella scienza siano confermate le sei tesi capitali recla- mate
dall'esperienza. Ecco il primo oggetto di questo esame. Quali siano le
condizioni, i mezzi e le forme della conoscenza scientifica non è il più caso
di ripetere (1). In fondo si riducono a ciò che assicura la verità scientifica
cioè la necessità e l’uni- versalità delle cognizioni. Questa verità può essere
di due modi cloè razionale e sperimentale. Nel primo modo si tratta di pura
oggettività, nel secondo di soggettività e di oggettività cioè di causalità
(2). I Pertanto, e v'è appena bisogno di ricordarlo, noi siamo co- stretti ad
ammettere in primo luogo che anche Vanalisi dell’or- ganamento e del valore
della scienza rivolta alla determinazione dei rapporti della realtà prova la
parziale verità tanto del sog- gettivismo quanto dell’oggettivismo almeno a
titolo di postulato. Anche più forti e convincenti sono le prove della parziale
ve- rità del relativismo. Per comprendere bene come questa sia una esigenza
innegabile dell’epistemologia, riprendiamo il nostro ragionamento, lasciando da
parte la documentazione. Noi sia- mo giunti a considerare la realtà come
sistema attivo di dati in rapporto. Tre ordini di dati: psichici, fisici e
psicofisici (inter- ferenza dei due primi); tre ordini corrispondenti di
rapporti. L'esperienza ci offre dati e rapporti particolari e contingenti; ——_
(1) Cfr. Parte II, Sezione I, (2) Ibid. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA
CONOSCENZA 211 la sclenza cì procura rapporti universali e necessarj.
Fermandoci ai rapporti scientifici, abbiamo così rapporti fisici e rapporti
psi- chici (che sono entrambi rapporti causali) e rapporti logici (che sono
propriamente ciò che è comune ai due gruppi di leggi cau- sali interferenti. O
meglio, un astratto comune alle leggi causali fisiche e psichiche è la
formalità logica, quindi le leggi logiche o puramente razionali, non sono leggi
causali. A. molti potrà sembrare assurdo il supporre che ciò che è me- no
particolare e contingente cioè la logicità venga assunto a prova della
relatività, quando il loro desiderio li porterebbe a vedere nella logicità la
prova dell’assolutezza come negazione della relatività. Ma questo non basta a
dimostrare che la relati- vità sia la negazione della logicità. Termine medio
fra il con- cetto di logicità e quello di relatività è il concetto di legame.
Legame non è forse relatività? Logicità non è forse legame ? Dunque logicità è
relatività. Non v'è bisogno di più per concii- dere che quella logica che ha sì
gran giuoco nella scienza e che vediamo brillare nella natura è ciò che in
epistemologia co- stituisce la prova della legittimità del relativismo. Del
resto lo- gicità e legalità della natura tornano ad uno. Riguardo agli ultimi
tre punti il parallelo non corre più così liscio. Invero, quanto s'è detto
sopra, circa l'esigenza, sli pur tardiva, di riconoscere l’unità del soggetto —
in rapporto — coll’oggetto e la dualità o moltiplicità e infine il principio
del- l’attività, francamente parlando, non si deve ripetere qui. ® bene
insistere su questo punto e affrontarlo apertamente, per- chè il volerlo
dissimulare, ingannando così noì medesimi, non serve che a smarrirci in un ginepraio
senza uscita. Invero se l’esistenza dell’unità attiva del tutto è almeno
sospettata in mo- do vago nei momenti più maturi dell’esperienza, per contro il
lavoro, per quanto immensamente prezioso, della scienza non può quasi mai
oltrepassare la situazione del dualismo. Perciò il meglio che dobbiamo fare per
tutti questi casì è di accettare tutte le tesi filosofiche a puro titolo di
ipotesi di lavoro. Vediamo ora di formarci, per quanto è possibile, un’idea
chia- ra della connessione gnoseologica dell’esperienza con li scien- za.
Tornando per poco sulla direttiva di ciò che rende possibile la verità della
scienza, stabiliamo che il vero fondamento della 212 | SEZIONE II - CAPO I
certezza scientifica (che kantianamente e non senza ragione po- trebbe anche dirsi
la nuova objettività) si deve ricondurre al- l'elaborazione logica delle
condizioni empiriche per mezzo del calcolo da un lato (cioè per la matematica)
e dall’altro per mezzo dell’esperimento (cioè per la fisica) (1). Una volta
afferrata questa idea molte cose divengono chiare. 1° Si capisce che
l’esperienza stessa, per quell’istinto oscu- ro ma universale e indomabile che
ci porta all’affermazione della realtà esterna come a riferimento
indispensabile senza cui la conoscenza non ha valore, ci prova il bisogno d’un
supera- mento dell’esperienza (2). 2° Si capisce che, se non fosse possibile
fondare un nuovo grado di verità coll’elaborazione razionale delle conoscenze
em- (1) Il Wunpr ritiene che ogni certezza veramente direttiva si fonda
sull’ela- borazione delle sensazioni per mezzo del pensiero logico (Logik, pag.
389-387). Il valore objettivo (metafisico) della necessità logica non solo nel
senso della verità formale, prescindendo dalla realtà, ma anche rispetto a
questa è soste nuto energicamente dal VoLkeLT (op. cit., Parte III), colla sola
riserva della sostituzione "del vocabolo transubjettivo al vocabolo
objettivo. I tentativi di co- loro che credono di poter fondare il sapere sulla
pura esperienza o cadono logicamente nello scetticismo; o sono incapaci di
salvare la scienza, quando non sono contenti di sacrificarla, come alcuni
idealisti subjettivi; oppure vo- gliono spiegarne la possibilità ed entro certi
limiti la validità, ma si avvolgono su questo punto in un tessuto di
contradizioni, come i positivisti o come Kant che scambia la fisica pura
scientifica con la fisica pura metafisica e quindi non dimostra affatto la’
possibilità della fisica come scienza sperimentale, o come yli immanentisti che
per salvare la necessità l’attribuiscono anche alla succes- sione empirica e
quindi si chiudono nel dommatismo, malgrado la meravi- yliosa acutezza delle
loro analisi empirio-logiche. (2) Gonvengo che questo argomento ha un valore
piccolo, benchè non tra- scurabile. Sopra argomenti di tal fatta potrebbero
parer fondate le objezioni tendenti a mostrare che la certezza della natura
objettiva del pensiero ha fondamento subjettivo. Ma come si potrebbe parlare
non chè dar ragione d'un fondamento subjettivo nella mancanza assoluta
dell’objettivo ? La nostra cer- tezza immediata, lo vedemmo, si fonda sulla
fede inconfutabile del « subjettivo in rapporto coll’objettivo ». A questo
criterio direttivo, solo capace di sfatare i semplicismi delle ten- denze
nichilistiche o solipsistiche, viene meno lo stesso VoLKELT, pur così
convincente nella prova del minimo transubjettivo nella necessità logica. Per-
ciò la sua teoria non si salva dal subjettivismo esclusivo. Lo stesso rimpro-
vero si può rivolgere al Sicwart. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA
CONOSCENZA 213 piriche, resterebbe grandemente menomato il valore razionale
dell’umanità (1). 3° Si capisce infine che neanche la verità scientifica pur
così superiore per validità objettiva alla verità empirica, come quella che ci
assicura la deducibilità del futuro nei limiti delle leggi causali scoperte e
dimostrate collo sperimento (Cfr. Sezione pri- ma), esaurisce il ciclo del
conoscere. $ 5. — Sovrasta invero e culmina la verità filosofica, la cui
perenne esistenza, qualunque cosa si pensi del suo valore, ba- sterebbe a
mostrarci quanto profondamente sia scolpita nello spirito dell’uomo l'esigenza
sintetica dell’universale (2). Ora quel che fu detto della converità di tutte
le sei tesi annoverate nei campi dell’esperienza e nella scienza vale a più
forte ra- gione per la filosofia. E non ci deve far meraviglia, poichè la
storia ci mostra che tutti questi sistemi e i loro affini e dipen- denti
entrarono profondamente a far parte della coscienza. del- umanità. Siccome però
la storia è anche una consumazione di governi, in filosofia noi li vediamo nei
primi periodi alternarsi guerrescamente con primati tirannici, poi disputarsi
la convi- (1) Ammettendo la possibilità di superare l’esperienza
coll’elaborazione logica delle conoscenze empiriche, non si vogliono tagliare i
ponti fra l’esperienza e la scienza, perchè questa non potrebbe compiere il suo
ufficio che a condizione di tenersi in rapporto costante con quella. Questo
rapporto costante è mante- nuto dalla funzione sperimentale. Senza questo la
deduzione delle leggi causali dall’esperienza pura sarebbe così possibile come
lo spremere acqua dalla pietra pomice. Un altro grande vantaggio si ricava ed è
ciò che, direi colle parole del Mar- tinetti, < il valore objettivo
dell’unificazione formale senza distinzione di forme sensibili e di forme
logiche»; per cui, come egli fa giustamente osservare, non è più possibile
considerare la sola realtà sensibile come una realtà sostanziale ed objettiva e
la realtà logica invece come un processo puramente soggettivo, come il
risultato d'una pura attività formale. Sopra tale inconseguenza, ctr.
MARTINETTI, 0p. cit., pag. 466. (2) Con questo non voglio già dire che la vera
esperienza della filosofia sia il quietismo della sempiterna conciliazione.
Tutte le conciliazioni e peggio le riconciliazioni non sono che la bella opera
dei causidici o di quei filologi che nell’acquiescenza oppiacea della parola
sintesi sanno sempre conciliare tutto sulla carta, ma in realtà obliterano il
senso vivo e pungente dei problemi. Io considero l’avidità quietistica della
conciliazione come sintomo di decadenza. Il riconoscimento della doppia
esigenza della composizione e della opposi- zione è affermazione suprema di
vita, di coraggio e d’abbondanza. « Ma c’è tanta gente — diceva Nietzsche — che
ha bisogno di illudersi..... ». 214 | SEZIONE II - CAPO I venza in una più o
meno armonica società ma rivestiti tutti della stessa aureola luminosa; infine
sopraviene la concezione inte- grale della verità. E allora tutto cambia.
L’abitudine nostra di considerare l’esperienza e la scienza come le fonti più
sicure della certezza cade davanti al pensiero della profondità infinita del
pensiero medesimo che si scopre individuazione dall’attività unitiva e
distintiva di soggetto in rapporto ad oggetto cioè del tutto. Lungi d'essere
soltanto l’epifenomeno superfluo del reale, ll pensiero, che qui s'intravede,
s'accorge di cogliere e vivere in tutte le cose ciò che in fondo è la verità
fondamentale e la. vita. della sua stessa realtà. Questo è il merito del
pensiero puro. Credere di poter trascurare questo pensiero, restando paghi —
nell'analisi dell'atto giudicativo del conoscere dei tre soli cele- menti della
quantità, della qualità e dela relazione — sarebbe come pretendere di poter
staccare un fiume dalla sua sorgente senza. inaridirlo, Quando, seguendo le
illusioni dei sistemi esclu- sivi, sì confonde la realtà sensibile con la
verità o si considera il pensiero puro come semplice espressione o traduzione
del vero, si perde di vista il profondo principio d’ogni speculazione che il
vero oggetto del pensiero non è altro che il pensiero medesimo. Ma non già nel
senso ehe uno spirito qualunque, col semplice fatto d'attuarsi, crei
spontaneamente e anche arbitrariamente la verità e poi la imponga a tutti gli
altri. Più tosto, nel senso che, pervenuti a comprendere l'insufficienza delle
due prime ve- rità, (Cioè dell'empirica e della scientifica) per scoprire la.
ve- rità nuova cioè la verità filosofica il pensiero deve seoprirsi, rea-
lizzandosi pensiero del pensiero (1). In senso analogo Plotino diceva che ta
bellezza del soggetto contemplatore è la condizione prima ed ultima
dell'intuizione del bello. Perciò la verità filosofica viene ad essere
propriamente la rea- lizzazione progressiva del nostro valore d'essere e di
conoscere nel sistemi dell'@nniverso. Tanto più noi siamo nel vero, filoso-
ficamente parlando, quanto meglio noi colle nostre azioni siamo (1) O, meglio,
seoprirsi come amore e pensiero universale, e realizzarsi come amore universale
del pensiero e pensiero universale dell'amore. Sopra l’irredu- cibile pluralità
delle prospettive sistematiche aventi eguale diritto all'esistenza si vedano le
suggestive pagine dell’ALiorra nel suo libro: La querra eterna e il dramma
dell’esistenza. ART. I - L'UNITÀ SUBOBJETTIVA DELLA CONOSCENZA 215 capaci di
elevarci di grado in grado verso un ideale di vita su- periore, in modo
conforme alle esigenze della nostra natura; inquadrando gli ordini particolari
nell'ordine universale. La nostra suprema verità insomma consiste in questo
conato pro- gressivo di adeguazione, e quivi consiste anche tutto il nostro
valore. Noi riteniamo che la progressiva individuazione della nostra natura
psicofisica trovi il suo più espressivo sigillo nella più intensa riflessione
del pensiero sopra di sè. Il significato della verità filosofica viene così
determinato in relazione necessaria al senso e al valore della nostra vita nel-
l'universo. Tocca quindi ai filosofi di compiere Vimpresa, predicando con
l'esempio, accoppiando cioè insieme la teorica della conoscenza c la pratira
del bene, consacrando ogni atto della loro vita alla feconda testimonianza di
questa verità. Anche qui le conseguenze immediate di questa ricerca sono sei :
la prima, che la tesi della costituzione esclusivamente sog- gettiva è falsa
non essendo Vunica, anzi urtando contro le irre- fragabili esigenze contrarie
dell'esperienza e della scienza; la seconda, che la tesi della costituzione
esclusivamente og- gettiva è falsa, per le stesse ragioni; li terza, che la
tesi della costituzione esclusivamente alogiea o esclusivamente logica della
conoscenza è falsa, essendo la co- noscenza, nella sua interezza, complesso
impiego dell’'esperien- za e della scienza; dove questa è logica oltre che
fisica e quella è alogica, e da: entrambe risulta un terzo grado si generis di
conoscenza, che è la filosofia; la quarta, che ta tesi della costituzione
esclusivamente an: litica e dualistica della conoscenza è falsa: la quinta che
è falsa la tesi della costituzione esclusivamente sintetica e monistica.; la
sesta che è falsa la stessa tesì della costituzione esclusiva- mente dinamica
della conoscenza, perchè lo stesso farsi (dina- mico) si risolve nel fatto
(statico) e senza questo sarebbe nulla. L'esigenza statica del resto è
sfolgorante nella posizione dei ter- mini del rapporto conoscitivo, cioè del
soggetto in rapporto al. l'oggetto. Riassumendo la conoscenza è attività
subobjettiva da cima a fondo. 216 SEZIONE II - CAPO I Queste conseguenze ci
segnano il punto d’arrivo della gnoseo- logia astratta, in quanto riconducono
la conoscenza d’ogni for- ma, e grado ai suoi principj più semplici di certezza
‘e ce ne de- terminano la validità. Ci valga pertanto il riconoscimento della
converità di tutte V’anzidette esigenze a cansare lo scoglio della sistemazione
universale, famoso per tanti naufragj ! Un ultimo avvertimento sarà opportuno.
Fondandoci sulla certezza della doppia ed una natura. sia del fattore
subjettivo sia del fattore objettivo della conoscenza noi siamo giunti alla
certezza della doppia ed una natura della co- stituzione stessa di quell’atto
fondamentale che è la conoscenza medesima nella sua produttiva unità. Ci
occorrerà in seguito di spiegare meglio come noi vediamo nel processo
distintivo e uni- tivo della conoscenza un intimo dissidio della conoscenza con
sè stessa ed un’intima aspirazione all’armonia. La dualità irreducibile della
conoscenza fonte dell’intimo dis- sidio della conoscenza con sè medesima, ci
rinvia sempre a qual-' cosa d'altro, cioè ad una superiore unità (Martinetti).
Ma lu- nità indecomponibile della conoscenza, fonte dell’intima aspi- razione
all’armonia ci rinvia sempre a qualcosa d’altro cioè ad una superiore dualità.
V ha per fermo in questa doppia ed una esigenza immanente al processo del
pensiero nel più ampio senso della parola un in- treccio ammirabile per cui
l’analisi e la sintesi esercitano un’in- fluenzia reciproca luna sull’altra, e
si corrispondono e si suc- cedono e si compenetrano in ogni istante alla vita
mentale. Il pensiero, senza il concorso della attività analitica non potrebbe
unificare (sintetizzare) gli elementi del reale cioè non potrebbe pensarli
nella loro totalità ; senza il fondamento dell’attività sin- fetica non
potrebbe distinguerli (pluralizzarli) cioè pensare il tutto in sè, cioè non
potrebbe pensarsi. E quest’intimo nesso verificantesi nell’ordine di tutte le
no- stre conoscenze è la ragione della scala ascendente delle verità e, come
vedremo in seguito, anche delle realtà. Quando lo spirito superate le illusioni
dei primi gradi della conoscenza avverte questo intimo dissidio e questa intima
armonia immanente alla natura e nel pensiero di questo pensiero riconosce il
suo compito essenziale è lalba della filosofia. Trieste! I cei = TZ = ART. II
L’unità psicofisica della realtà. $ 1. L’equivalente metafisico del principio
gnoseologico. — $ 2. Individuazione progressiva verso sempre maggiore armonia e
sempre maggiore distinzione. Si imposta il problema filosofico della causalità.
La realtà come unità psicofisica. $ 1. — La situazione della filosofia
teoretica, rispetto alla concezione metafisica dell’universo (1), si può
anzitutto rischia- rare considerando criticamente i risultati della storia.
Invero poichè i sistemi metafisici sono riconosciuti parte integrante della
filosofia, la loro classificazione può riuscire la classifica- zione stessa
della metafisica. Ora pare che i sistemi metafisici sì possano compiutamente
classificare in tre cicli, a seconda che : d) pongono in modo indistinto gli
aspetti essenziali della realtà riconosciuti dalla critica di ogni forma e
grado della co- noscenza ; b) lì oppongono in modo astratto; c) si studiano di
comporli in modo sempre più distinto e concreto. | Il pensiero, nel primo
ciclo, non esprime che la generalità del reale (unità implicita); nel secondo,
non esprime che la par- ticolarità (distinzione esplicita); nel terzo, cerca di
esprimere (1) Per metafisica intendiamo in genere la dottrina dell’essenza
della realtà o, senz’altro, la dottrina della realtà, avente a) per punto di
partenza, la con- cezione della realtà quale è data dal pensiero volgare; bd)
per mezzo, l’analisi critica dell’esperienza e della scienza; c) per fine, la
sintesi teoretica del signi- ficato e del valore supremo d'ogni realtà. 218 .
SEZIONE II - CAPO I sempre meglio l’individualità concreta dell'universo (unità
espli. cità universale). Questi tre cicli rappresentano in certo modo i tre
stadj successivi delle sviluppo storico della filosofia, ma pure in certo modo
coesistono più o meno visibilmente in ogni pe- riodo corrispondendo a
permanenti bisogni dell’esperienza. La rivelazione dei sistemi metafisici
trovasi omai visibilmente sottoposta alla seguente legge: il vero terreno sodo
da cui bisogna prendere le mosse per filosofare è il riconoscimento della
eguale legittimità di tutte le esigenze fondamentali, e cioè tan- to di quella
che reclama l’indivisibilità del soggetto e dell'og- getto, quanto di quella
che reclama la distinzione. Così, se ve- diiuno che alle varie forme del
monismo indistinto sì oppon- gono le viarie forme del dualismo (che scava un
abisso fra ia natura e lo spirito) e del pluralismo (che frantuma il reale in
una moltiplicità di centri eterogenei), non imaginiamoci che si possa render
ragione di tutta la realtà colPoptare per uno qua- lunque di questi sistemi.
Questi sono gli elementi della vita fi- losofica, non la vita. Stanno a questa
come i suoni alla musica, i colori alla pittura. In qual modo è dato di
realizzare un pro- gresso nella filosofia? Riconoscendo che la filosofia si
esplica e sì complica, si ordina, si anima e si innalza, perfezionando €
moltiplicando i suoi sistemi. Solo nell'ultimo ciclo io credo che Sj possa
giungere sempre più vicino alla vera sintesi, e che la soluzione sia tanto più
plausibile quanto più rispondente alla doppia e una esigenza così della verità
come della realtà. A questo ideale tentano bensì di avvicinarsi molti sistemi
monistici prodotti della più matura riflessione: ma non lo raggiungono in causa
della loro esclusività cioè della loro pretesa di mdurre i varj fattori del
reale ad uno solo; facendo, ad esempio, dello spirito Vepifenomeno della
materia o viceversa (monismo vg- gettivistico o materialistico e monismo
soggettivistico o spiri- tualistice) 0 tutto deducendo da una neutrale unità,
ferfi:zia quid non più resistente del centauro in zoologia (1). (1) Si cfr., in
proposito, F. Masci. Il materialismo psicofisico, Napoli, 1900- 1901, e
segnatamente la Memoria II. Le ipotesi metafisiche, pag. 5-32, e la M. III.
Parallelismo e Monismo. — Intellettualismo e pragmatismo, Napoli (S. R.). 1911.
— La filosofia dei valori, Roma (R. Ac. Lincei), 1913, pag. 69-78.
L’inesistenza d'un in sè come neutrale unità poi si dimostra non tanto pel
—pnenenzzzzo, © — O. . ART. II - L'UNITÀ PSICOFISICA DELLA REALTÀ 219
Sforzandoci di passare dai sistemi metafisici alla realtà, pos- siamo ora
cercar di dedurre da quelli gli aspetti essenziali di questa, non dovendo
prescindere da ciò che risulta dalla com- piuta critica della conoscenza. Noi
dobbiamo in altri termini confidare nel principio che nessuna forma di realtà
sia per noi possibile senza che ci sia manifesta per una forma di conoscen- za.
Posto ciò siamo a questo punto: che vi deve essere l’equiva- lente metafisico.
dell'unità subobjettiva della conoscenza cioè del principio gnoseologico. Ma
come si può dimostrare? La risposta che si presenta. na- turalmente è questa.
Bisogna vedere se e come sia possibile aver presente tutta la realtà mediante
la presentazione di tutta la conoscenza. Non si tratta però di pretendere che
la metafisica si costruisca solo per mezzo di equivalenze colla gnoseologia. Si
tratta piuttosto di mettere alla prova un’ipotesi, per giudi- care se sia 0 no
destituita di fondamento. Non entra nei fini di questo Articolo l'esposizione
particola- reggiata della metafisica. Basti accennare che la prova di questa
ipotesi noi l'abbiamo fatta, giungendo alla conclusione che la comprensione
unitaria del pensiero con quel corredo di fattori fatto della sua impensabilità
logica. Invero molte cose esistenti sfuggono allo schematismo intellettualistico
della logica. Basti dire che la logica analitica stessa non si fornisce i suoi
proprj dati con operazione autologica astratta, ma li piglia dal pensiero
volgare il quale empiricamente li afferma, cioè li conosce, li sente e li
vuole. Invece l’inesistenza della neutrale unità in sè sopratutto si afferma
per il fatto della sua assoluta irrelatività. Infatti l’unità neutrale è
impossibile, per- chè se fosse possibile lo sarebbe in modo da sodisfare alle
condizioni generali dell’esperienza. Ma allora la sua esistenza sarebbe
relativa a qualche cosa (soggetto o oggetto) e non più solo in sè. Dire che
’unità neutrale in sé esiste come esiste la linea neutra fra i poli opposti
d’una calamita è mostrare tutta la povertà anzi l’erroneità dell’ipotesi.
Invero, in nessun modo possiamo dire che esista uno stadio in sè di
indifferenza fra i due poli opposti senza l’esistenza interferente di questi
poli. Pertanto si capisce che l’esistenza d’una unità in sè, risolvendosi in
perfetta irrelatività, è una pretta impossibilità. Io sono ben disposto ad
ammettere che l’alogico (cioè l’impensabile logicamente) tanto esiste che forse
è la condizione medesima del pensabile logico. Ma tutto ciò che esiste, anche
solo a titolo di condizione d’altro, esiste in relazione ad altro; c questa è
la voce d'ogni conoscenza. Ciò che è condizionale è relativo. Unità neutrale in
sè invece è unità irrelativa, cioè mere nihil. Insomma l’espe- rienza riconosce
l’esistenza dell’alogico ma non l’esistenza del niente. 220 SEZIONE II - CAPO I
e di condizioni (dati, rapporti, sistema) che fu messo in luce nella dottrina
della conoscenza (Art. I) trova un completo ri- scontro nella comprensione
unitaria della realtà. Succintamente si può avvertire che i dati della realtà
sono o prevalentemente psichici o prevalentemente fisici o psicofisici; come
quelli della conoscenza sono o prevalentemente soggettivi o prevalentemente
oggettivi o evidentemente subobjettivi ; e tutti si realizzano co- me
discontinuità statica (astrazione) o come continuità dina- minaca (intuizione).
E i rapporti metafisici del pari sono o psichici o fisici o psi- cofisici, come
i rapporti gnoseologici sono o soggettivi o ogget- tivi o suboggettivi. Quanto
al sistema, non è assurdo ritenere che il tutto della realtà sia una sintesi
attiva individuatrice di soggetti e di oggetti. Possiamo ancora ritenere che
nella sintest attiva della realtà siano in qualche modo due poli opposti cioè
due estremi relativamente diversi (dualità bipolare di tesì e an- titesi) uniti
e pur distinti infine da un: medio relativamente iden- tico ad entrambi
(relazione mediatrice diatetica). I due estremi sono ciò che diciamo per
convenzione la realtà psichica e la realtà fisica. Per convenzione bisogna
dire, perchè (come vedem- mo in gnoseologia) entrambi sono da ritenersi
soggettivi e og- gettivi, essendo impossibile la separazione (1). Per esprimere
con maggiore vivezza il carattere bilaterale di ogni realtà affer- miamo
pertanto ogni termine reale è fondamentalmente psico- fisico, Quel che varia da
uno all’altro è l’apparenza dovuta. al prevalere dell’uno o delFaltro momento
dell’individuazione. Tn- somma l'equivalenza da noi appurata a puro titolo di
ipotesi è innegabile. E dunque la cosa migliore che possiamo fare è di
concludere francamente che al principio dell’unità subobjettiva della
conoscenza corrisponde il principio dell'unità psicofisica della realtà. (1)
Fuori della relazione subobjettiva cioè di soggetto-oggetto, non v'è oggetto su
cui la concscenza abbia realmente presa. Tutto ciò che non è su- scettibile di
relazione subobjettiva, non è suscettibile di conoscenza. Per con- seguenza i
pretesi oggetti assolutamente in sè della metafisica vecchia (spazio, tempo,
materia, movimento, sostanze, cause, forze, infinito, universale, mondo,
assoluto, dio) « non sono che vani idoli che è tempo di relegare fra le super-
stizioni dello spirito umano ». Per questa sentenza che è del RenouVvIER, cfr.
Essais'de critique générale, pag. 20; e per le prove Cfr. op. cit., pag. 21-33.
ART. II - L'UNITÀ PSICOFISICA DELLA REALTÀ 221 $ 2. — Ho fatto uso del concetto
di individuazione. Questo concetto congiunto con queili di evoluzione e di
autocoscienza ci dischiude dinanzi un’interpretazione feconda della realtà. TL,
almeno nelle sue linee fondamentali, l’interpretazione del Ma- sci (1). A
nostro modo di vedere, e senza escludere la possibilità di altre ipotesi, lo
sviluppo individuativo della realtà si può distin- guere in due momenti
d’individuazione progressiva. Nel primo — costituente la cosidetta natura —
prevale il fattore fisico ; nel secondo — costituente il cosidetto spirito ——
prevale il fat- tore psichico. Ma psichicità non è ancora spiritualità, come
ele- mentarità psichica non è già sintesi d’elementi psichici, cioò coscienza.
Però, tanto la natura quanto lo spirito sono psicofi- sici. Il medio è ciò che
costituisce la realtà formale, che è dop- pia cioè astratta o logica e
astratto-concreta 0 altielogica. E Vin- dividuazione progressiva dello spirito
è verso Vautocoscienza. Il tutto infine cioè l'essere della realtà nella sua
generica natura è un sistema di innumerevoli unità psicofisiche subjetti-
ve-objettive, ascendenti, secondo la legge dell’individnazione progressiva,
verso sempre più distinta e sempre più unita uni- versalità (2). (1) Ai lavori
dianzi citati, nei. quali il principio dell'unità psicofisica del reale è giù
esposto e sostenuto con gran copia d'argomenti, il Masci ha ag- giunto
recentemente due importanti memorie: « Credenza e conoscenza » e « La legge
dell’individuazione progressiva ». (Atti dell’Ac. di Scienze morali e pol. di
Napoli, 1920). (2) Tutti gli uomini sono facilmente disposti ad ammettere la
loro coesì- stenza. Ognuno di noi è facilmente disposto a concedere che
l'insieme dei suoi atti coscienti non è in ogni istante l’unica e V’intiera realtà.
(Cfr. MARTINETTI, op. cit., 145-150. « L'illusione onde sorge il solipsismo sta
nell'attribuire all’io empirico un valore assoluto considerando l'oggetto come
un suo stato, una sua apparenza ». (/b. 147). Ammessi la reciproca indipendenza
dei due fattori di quella realtà che è soggettiva ed oggettiva ad un tempo, il
soggetto non può dire io solo esisto senza negare la sua medesima conoscenza, e
quindi lu realtà. « Affermare li mia esistenza — dice il Varisco — e non
affermare che un qualche altro soggetto esista nel medesimo senso, non mi è
dunque possi- bile, se voglio pensare coerentemente ». « Un soggetto
particolare non esiste che in quanto esistono più soggetti particolari ». Per
li confutazione del soli- psismo: Cfr. Varisco : Pref. alla trad. del Mondo
come vol. di A. Schop. Pa- lang, Perugia, 1918 è II. Circa il concetto del
mondo come sistema di sot- getti interferenti cfr. Varisco, ib. è IV. 222
SEZIONE II - CAPO I Questa dottrina è dunque, in prima linea non tanto una con-
ciliazioue quanto una presa di possesso del monismo e del plu- ‘alismo. (Il
vario non è meno importante dell’uno). Questa dot- trina in fondo sostiene che
la realtà non procede dall’autoco- scienza universale ma nel momento soggettivo
cioè spiritual- mente vi aspira e la realizza progressivamente, pure restando
ogni sistema psicofisico singolo, così nel suo complesso come in ciascuna delle
sue parti, un grado di quell’attività sintetica uni- versale che per
realizzarsi oppone sè a sè stessa continuamente e che ogni unità continuamente
aspira a realizzare in forme sem- pre più alte e comprensive. Perciò,
utilizzando un’osservazione preziosa del Martinetti, possiamo anche noi
ritenere che «come già Leibniz vide, ogni singolo fenomeno esprime sempre
nell’unità che esso realizza l’unità del mondo cui esso appartiene; ogni più
semplice unità riflette, per l’infinita complicazione dei suoi fattori,
l’ordine universale delle esistenze; ogni essere più insignificante rac- chiude
nel mistero delle sue leggi il secreto del mondo » (1). - Questa soluzione, ci
porta nel centro stesso del problema mas- simo della causalità, che possiamo
fin d’ora sfiorare rapidissi- mamente. Poniamo che si domandi : lo spirito,
inteso in senso stretto come soggetto pensante, può essere la causa della natura,
intesa (in ». ».) come oggetto pensato? L'’ammetterlo sarebbe al- trettanto
assurdo quanto ammettere che in una corrente elettrica il polo positivo produca
il polo negativo o che in un circolo il centro produca la circonferenza. Se ben
sì riflette, ammessa la proposizione dell'unità psicofisica della realtà, che è
poi in ultima analisi Vaffermazione della distinzione relativa e della relativa
identità di due termini gemelli egualmente originarj e reali, non xi può
ritenere che un termine sia la causa dell’altro, senza ca- dere in
contradizione. È questa una delle ragioni per cui ogni epifenomenismo (sia a
fondo naturalistico sia a fondo spiritua- listico) è inaccettabile. Parimenti
non si può ammettere che «la conoscenza, per quanto imperfetta e relativa, sia
una pura deformazione arbi- traria d’una ignota realtà in sè, che non sarebbe
l’oggetto di (1) MARTINETTI, op. cit., pag. 478. ART. II - L'UNITÀ PSICOFISICA
DELLA REALTÀ 223 nessun soggetto » (1); giacchè l’ipotesi d’una ignota realtà
in sè si riduce in fondo all’ipotesi del monismo neutro, che mo- strammo
repugnante (nella seconda nota del $ precedente), ad ogni condizione di
conoscenza, nonchè alla conoscenza logica. Si è veduto, del resto già nell’Art.
I, come la difficoltà invinci- bile d’ammettere l’esistenza d’un oggetto in sè
senza soggetto derivi dall’impossibilità di pensare l’irrelativo. Una realtà
fuori d'ogni relazione non è veramente tale per la. conoscenza, che è sempre
posizione di relazione. Tolta questa, la realtà stessa scompare. Ognuno vede
che qui non si tratta solo dell’impensa- bile logico, ma dell’assolutamente
impensabile cioè dell’assolu- tamente irrelativo. Se l’impensabile logico non è
ancora Vir- reale, perchè è reale anche il non logico, l’assolutamente
irrelativo è l’assolutamente niente. Tal’è l’ignota realtà asso- lutamente in
sè (2). A tal proposito giova ancora osservare che mentre «la logica è spesso
un rivestimento post factum del pen- siero già dato, il pensiero volgare per
contro pone un’area di pensabilità molto più vasta e profonda, ma sempre
coesistente al fatto dell'oggetto. La logica così intesa può ben dimostrare che
la realtà oggettiva qual’è data dal pensiero volgare è logica- mente
impensabile. Ma questa impensabilità allora non significa che l’impossibilità
che l'oggetto del pensiero volgare sia costret- to entro lo schematismo logico.
Sicchè il criterio della realtà in ultima analisi non è posto solo dal pensiero
logico, ma anche dal pensiero volgare. Però, una volta che il reale di cui si
paria è ridotto ad essere il reale del pensiero volgare, esso deve sem- pre
rispondere a ciò che importa Vessenza stessa del pensiero. E la prova
ontologica allora si rivela completamente fallace, quando si creda potere
affermare che a qualsiasi idea sorgente nel pensiero comune debba corrispondere
senz'altro un reale objettivo esistente. Nessuna ideabile realtà è reale se non
a patto che possa trovarsi in relazione col soggetto che l’afferma. Non vi è
caso che un reale sia assolutamente in sè e quindi irre- (1) MARTINETTI, op.
cit., pag. 478. (3) Per la confutazione definitiva dell'ipotesi della cosa in
sè, cfr. VARISCO, Prefaz. alla traduzione del Mondo come Volontà etc. di
ScHoPenHaver (Palanga), Perugia, Bartelli e Verando, 1913. 224 | SEZIONE 1I -
CAPO I lativo per quanto s’invochi il fatto perenne dell’impulso cono- scitivo
umano verso l’oggetto irrelativo. Solo ciò che è relativo è conoscibile ; tutto
il resto non è che illusione. Per quanto ciò possa sembrare un paradosso al
pensiero comune, incapace di rettificare da sè stesso la sua prospettiva, è
inammissibile che JI assolutamente irrelativo sia pensato come un’oggettiva
realtà. Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che ogni realtà fisica è sempre
relativa ad una realtà psichica e viceversa. E, prose- guendo secondo la legge
dell’individuazione progressiva, rite- niamo tanto la natura immanente allo
spirito, quanto lo spi- rito immanente alla natura, e la reciproca immanenza
sempre più individuantesi nel processo distintivo e unitivo della realtà. Tutto
deve essere pensato come intimo a noi. Tutti noi dobbiamo pensarci come intimi
a tutto. Ne sl considera la totalità dell’essere e del conoscere come un
processo unico risultante dall’attività distintiva e unitiva di due fattori in
rapporto, cioè il soggetto e l’oggetto, l’impossi- bilità di arrestarci ad un
fattore solo (qualunque sia), come alla radice ultima del reale, riveste il
carattere della più inconcussa verità. E allo stesso modo si intuisce che
l’attività universale deve essere posta come qualcosa che non potrà mai
rivestire il ca- rattere particolare d'alcun fattore (1). Concludendo, anche
qui, come nella sintesi gnoseologica, ir- (1) Malgrado tutti i tentativi fatti
da certi idealisti soggettivisti per rove- sciare la teoria dell'unità come
sistema soggettivo-oggettivo e per sostituirle quella dell'unità come soggetto
supremo, resta evidente che con un solo sog- getto, per quanto supremo, non si
può nè costituire, nè esprimere la totalità «dlel reale come reciproca
immanenza, ed è cosa strana che il trionfo del sog- settivismo assoluto non sia
stato ‘riguardato come il trionfo del solipsismo assoluto, non meno
inaccettabile del solipsismo relativo. Ammessa — per par- lure metaforicamente
— la risoluzione dei due poli della conoscenza nei due poli della realtà, la
riduzione dell'unità a mero soggetto sarebbe tanto giusti- ficata quanto la
riduzione della calamita al solo polo positivo. Anche gli immanentisti. che si
ostinano a chiamare io reale concreto la to- talità della coscienza col suo
inalienabile contenuto non intendono punto di identificare questo io coll’io
soggetto opposto all'oggetto, cioè coll’io centro di tutto il contenuto di
coscienza, intorno al quale tutto il rimanente sì aggruppa. Ma intanto la
stessa totalità del circolo è il centro in rapporto colla circon- ferenza. ART.
II - L'UNITÀ PSICOFISICA DELLA REALTÀ 225 riviamo ad un principio doppio e uno
cioè all’unità psicofisica del reale che non è un tertium quid oltre la psiche
e la. fisi, nia è doppio nei fattori analiticamente considerati, uno nella
sintesi attiva universale. Essenzialmente, abbiamo trovato che realtà è
attività distin- tiva e unitiva di soggetto in relazione ad oggetto. Ecco il
risultato più importante di questa ricerca. NA 00 A. PASTORE — Zl problema
della causalità - Vol, II. 19 ART. III, Il pensiero come attività
dell’universo. î 1. Tesi del pensiero reale. Esame di tre objezioni in senso
diviso. — & 2. Esame delle stesse objezioni in senso composto. — i 3.
Valore del pensiero reale. — $ 4. L'universo come attività distintiva e unitiva
di soggetto in relazione ad oggetto. S 1. — Con questa conclusione
inseparabilmente gnoseologica e metafisica. noi siamo giunti quasi al termine
della nostra ri- cerca volta a farci stabilire in che. secondo noi, consista la
to- talità del reale nella sua generica natura. Vedemmo come la gnoseologia e
la metafisica conducano a un solo fine, cioè al ri- conoscimento dell'attività
distintiva e unitiva del ‘soggetto (ri- ferente) in relazione all'oggetto
(riferito). Ci resta da superare il punto più grave, cioè da mostrare come
l'attività universale così intesa si risolva in ultima analisi nel pensiero,
senza che ne guadagni la causa del soggettivismo. Ma questa tesi è a tutta
prima così paradossale e ripugnante per tante ragioni. che di- venta necessario
considerarle con la massima cura sia separata- mente, sia nella loro compatta e
vivace solidarietà (1). Vediamo dunque prima le maggiori objezioni in senso
diviso. che «i pos- sono ridurre alle tre seguenti . (1) Si negherà da qualeuno
che la sintesi «noseolozico-metafisica abbia bi- sogno di superare la semplice
espressione dell'attività subobjettiva 0 psicofisica dell’aniversale. Ma,
secondo noi, l'interpretazione positiva di questa unità è il dovere nonchè la
prerogativa caratteristica della speculazione. 228 SEZIONE II - CAPO I 1° La
prima ripugnanza che si prova a considerare l’attività psicofisica della realtà
come pensiero procede dall’abitudine dì considerare il pensiero come il
semplice atto conoscitivo mediato in s. s. per cui dato un soggetto pensante
(riferente) di fronte ad un oggetto pensato (riferito) e premessi i dati
complessi della Conoscenza immediata (sentire), si ottiene un grado ulteriore
di conoscenza, mediante la comparazione, astrazione delle note identiche, e la
sintesi fissa di tali dati. Distinto insomma il sentire dal pensare in s. s.
cioè come una specie mentale o un modo relativamente ultimo del processo
evolutivo della mente, la risoluzione dell'attività sintetica universale in
tale pensare diventa assurda. — Ma questa objezione non vale contro chi, come
noi, prenda il pensiero non solo in senso generico (uti- lizzando cioè
l'allargamento di questo concetto iniziato dall’in- dirizzo cartesiano
spinoziano), ma in senso a dirittura univer- sale cioè in senso subobjettivo. Invero
nel linguaggio di Descar- tes e seguaci il termine pensiero comprende già tutti
i fatti psi- chici, cioè non solo i conoscitivi in generale e gli intellettivi
(la specie intellettiva) in particolare, ma anche gli affettivi e i vo- litivi.
Come proprietà fondamentale dei corpi (res ertensa) è l’estensione, così
proprietà fondamentale dello spirito (res co- gitans) è il pensiero, e quindi
tutti gli atti interni non sono che pensiero. In seguito è noto che il senso
del vocabolo andò ora restringendosi, ora allargandosi. Ma basti per ora
ricordare che c'è pensiero e pensiero. Nel pensiero subobjettivamente inteso
che è quello di cui sì parla qui, tutti i fatti della vita psichica, sensazioni
e sentimenti, rappresentazioni e sentimenti composti, emozioni e atti del vo-
lere e formazioni psichiche ulteriori, sono fusi in inscindibile unità, ben
lungi d’essere principj solitarj e indipendenti gli uni dagli altri, e
congiunti all'insieme dei fatti oggettivi, sicchè il pensiero significa
l’attività distintiva e unitiva del soggetto in relazione all’oggetto.
Restituendo al pensiero l’immanenza di questi elementi cioè l'unità
indivisibile della universale realtà la prima ripugnanza suddetta non dovrebbe
più avere fonda- mento. 2° Se non che il pretesto forse più espressivo di
questa ri- pugnanza è, senza dubbio, fornito dalla considerazione che l'uo-
ART. III - IL PENSIERO COME ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 229 mo progredisce dalle
forme inferiori del sentire alle forme sn- periori del pensare in senso
stretto. Il pensare quindi appare come ll risultato superiore ma tardivo di una
ben lunga ascen- dente serie di forme dell'attività conoscitiva, più come il
frutto derivato che come la radice della pianta della conoscenza. Al- lora sì
dice: quando questo risultato ancora non è, cioè an- cora non risulta nelle
unità psicofisiche inferiori (esperienza bruta), non è forse erroneo chiamare
pensiero ciò che ha an- cora da diventarlo ? 3° Questa difficoltà è in certa
maniera la conseguenza d'una altra che è veramente la capitale. Se pongo che
l’unità del reale sla psicofisica, come posso chiamare pensiero questa unità,
dal momento che il pensiero è solo fatto psichico ? Dove va la reale dualità
psicofisica se all'ultimo momento, sottraende. anzi sopprimendo il fattore
fisico, la riduco a mera unità psichica, cioè a mera unità di pensiero? Può
darsi incon- seguenza. maggiore? Riassumendo queste objezioni, si dirà: —
chiatmar pensiero l'unità di ciò che è pensiero e non pensiero, in primo luogo
è fare un'illazione ingiustificata passando da ciò che è solo una
manifestazione dell'unità cioè un fenomeno par- ticolare a ciò che è
l'universale ; in secondo lnogo è fare un’ipo- stasi gratuita cambiando
un’apparenza astratta in un ente con- creto: in terzo luogo è commettere una
prolessi assurda met- tendo prima. quello che viene dopo: in quarto luogo è
fare una cosa completamente inutile, limitandosi tale arbitrio all'attribu-
zione d'un nome vano all'unità. — Credo d'aver indicate qui e prevenute tutte
le objezioni che si possono rivolgere separatamen- te contro il principio del
pensiero come unità psicofisica del reale. Ora non è difficile mostrare che
queste objezioni sono infondate. Tutto sta a sapere fin da principio guardar
bene addentro nel concetto del pensiero di cui si tratta, cioè a non arrestarsi
alla facile superficie, contentandosi delle interpretazioni particolari. Certo
chi dice: senso qua, pensiero là, o meglio, senso in basso, pensiero in alto,
non coglie il vero e reale pensiero là dove esso può svelare la sua dignità.
Per cogliere questa verità bisogna an- Atutto partite da Descartes, elevarsi a
Spinoza e a Berkeley, raggiungere Kant e pei, lasciato lo stesso Kant e gli
stessi grandi idealisti Fichte, Schelling ed Hegel, procedere coerentemente.
230 SEZIONE II - CAPO I sintetizzando i risultati critici della gnoseologia e
della meta- fisica. La vera forza di Kant è Pio penso.. Che cosa è lio penso di
Kant? Qui è il nodo della difficoltà. E noto che Kant pone l’atto conoscitivo
come la sintesi dei dne momenti originarj: della sensibilità e dell’
intelletto, vale a dire del sentire e del pensare. « Pensare vale conoscere per
mez- zo dei concetti », dice Kant nell’Analitica trascendentale. Da questo
punto di vista il pensare per Kant è diverso dal conoscere, perchè il pensare
(questo pensare) è solo un possibile per le ca- tegorie, mentre il conoscere è
reale per la categoria e l’intni- zione. Ciò non ostante Kant pone il punto
principale del giu- dizio sintetico a priori nell’io perso, Ora chi vorrà
sostenere che questo io penso sì riduca a quel pensare che vale solo conoscere
per mezzo dei concetti? Chi non vede che il vero a priori di Kant si riscontra
più nell’io penso come atto sintetizzatore delle diverse intuizioni sotto la
forma delle categorie, che nelle intni- zioni del sentire e nelle categorie
medesime del pensare in senso stretto? Quello che ci interessa in questo punto
è l’apprezzare ì due sensi kantiani del pensare. Certo le categorie per Kant
non sono che funzioni di quell’unità sintetica che è lio penso (1). Questo significa
che il pensare dell'io penso non è il pensare in senso stretto che vale
conoscere per mezzo delle categorie (cieò solo concepire o intendere ©
categorizzare). Frattanto Kant, sollevandosi a quel pensare dell’io penso che è
la più alta rive- lazione di noi a noi medesimi, malgrado il suo realismo
critico trascendentale (2) pone la realtà percepita cioè Papparenza s0g-
gettiva che riesce poi per noi soggettiva ed oggettiva ad un teni- po
(organizzazione soggettiva e costituzione oggettiva dell’e- sperienza) come
l’espressione 0 meglio la costruzione in atto di quell’attività sintetica
universale che è Tio penso. Vuol dire (1) Dico funzioni non effetti, perchè
altrimenti bisognerebbe supporre che il pensiero di quell’appercezione
primordiale che è l'io penso di Kant, essendo la causa delle categorie, è pure
la causa della categoria di causa. Un tal pen- siero, essendo l’azione
spontanea d’un soggetto dotato di causalità sarebbe di tal guisa sofistico e
inconcludente, perchè spiegherebbe la causalità per via della causalità. (2) Si
cfr. per questa interpretazione della dottrina Adi Kant il giusto rilievo del
MaARrTINETTI, 0p. cit. 65 n. ART. III - IL PENSIERO COME ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO
231 che Kant pur facendo omaggio all’abitudine della filosofia vol- gare che
chiama pensiero solo una delle due funzioni originarie dell’atto conoscitivo
cioè il semplice pensiero per mezzo dei con- cetti, capì egli stesso di dover
superare questo pensiero (mera funzione conoscitiva categorizzante l'ordine
regolare dei feno- meni che noi diciamo natura) con quel sommo pensiero
unitario che attuandosi attua la realtà dell’esperienza. I Soltanto ci basterà
l’avvertire che l’ostinazione di chiamar io in senso ontologico un tale
pensiero si risolve in un equivoco anzi in un assurdo. Questa interpretazione
invero da un lato rientra di nuovo nel soggettivismo assoluto, dall'altro
identifica il sog- getto logico (funzione) col soggetto reale (sostanza). Ma
l’affermazione di un pensiero sintetico superiore al pen- siero per concetti è
posta dall'io perso di Kant con la massima evidenza. Si deve pertanto ammettere
che la ripugnanza a considerare il pensiero come sintesi attiva di soggettività
e di oggettività (1) procede non tanto, come parrebbe, da una specie di A6yos
dpyés quanto dal fatto che l’unità sistematica del pensiero come nni- versale
realtà essendo soprasensibile non si lascia intuire im- imediatamente come un
dato della coscienza attuale, ma soltant»n argomentare per via di ragionamento,
come ha notato il Fichte, con grande profondità (2), benchè non sia un
trascendente. Certo, se s'intende il pensiero in senso stretto come semplice
funzione categorica soggettiva, non ha alcun senso dire che il pensiero è
l’unità psicofisica del reale. Il pensiero in questo caso e il pensato (come,
più elementarmente, il fattore psichico ed il fisico) sono due correlativi che
non possono essere disgiunti senza disgiungere quella relazione intima che è la
realtà uni- versale. Ma la contradizione cade, se per pensiero s'intende, non
soltanto una funzione dello spirito, ma tutta la relazione attiva della
soggettività e dell’oggettività dell’esperienza, con la reci- proca autonomi
dei due termini inseparabili (3). (1) « Ogni unità del subjettivo e
dell’objettivo considerata in modo attivo. è conoscenza » dice ScneLLING nel
Bruno. (2) FicHtE, Das System der Sittenlelre, 1798 (SL. W.. vol. IV, pag. 1).
(3) Chiamando il tutto col nome di « pensiero reale » intendiamo di rispet tare
davvero la reciproca autonomia dei due termini. ce del loro rapporto : 232 SEZIONE
II - CAPO I Insistiamo dunque sul principio che in ogni caso non abbiamo mai a
fare con altro che col pensiero reale. Il valore del pensiero è il valore
dell'attività unitiva e distintiva della realtà. Questa: è la pietra angolare
di tutta la nostra speculazione (1). $ 2: — Delineata così a larghi tratti la
nostra situazione teore- tica, siamo oggimai in grado di giudicare con qualche
buon fon- damento anche l’ultimo e più forte gruppo di objezioni nel senso
riferente e riferito. Primieramente, perchè, come provammo, non c’è ragione di
credere che il pensiero sia il nome di uno solo di essi cioè del termine psi-
chico. Con una pretesa di questo genere ci sarebbe interdetto di chiamare il
tutto col nome di « realtà », solo pel pretesto che molti usano questo nome col
senso di oggettività, donde l’improprià denominazione di yealismo al dua- lismo
che pone l’oggetto separato dal soggetto (oggettivismo). Secondariamente,
perchè col pensiero reale non si introduce il termine psichico a dissolvere la
realtà, ad esaurire il fisico e sostituirsi ad esso. Questo avverrebbe se la
con- cezione del mondo fondata sul principio dell’unità psicofisica del reale
si ri- solvesse in un Panpsichismo, o in un soggettivismo. Ma questo non è,
almeno finchè non sarà provato che le due espressioni unità psichica e unità
psicofisica sono identiche. Ma allora, con la stessa pretesa, non si potrebbe
affermare che la presente concezione del mondo si riduca a Panfisismo ? Sopra
l’inscindibile necessità del rapporto soggetto-oggetto, secondo la dot- trina
del Fenerbach, messa in bella luce dal MoxpoLro Cfr. La filosofia del Feuerbach
e le critiche del Marx in estratto dalla Cultura filosofica, Marzo-Giu- gno,
1909, pag. 13. Certo però il pensiero secondo il F., non è il pensiero come
realtà concreta ed attiva del rapporto subobjettivo universale di cui si parla
qui. (1) Evidentemente farebbe falsa strada chi affermasse che, con questo
prin- cipio, qui si voglia risolvere la realtà in idee e derivare, per esempio,
la ma- teria dallo spirito, parzialmente inteso. Io non sono con
quell’idealismo violento o meglio ideismo che intende procedere dalle idee alle
cose, perchè contro di . esso ammetto che le idee sono prodotti astratti
soggettivi, supponenti la natura oggettiva e perciò non la possono generare.
Sulla differenza capitale fra idea- lismo e ideismo o ideologismo, cfr. Sez. I,
Cap. V. Tuttavia ammetto il carattere essenzialmente pensieristico dell’unità
psico- fisica della realtà. Ma per questo non trasferisco il mondo esterno all’interno,
non dissolvo l’oggetto nel soggetto, nè pretendo di ridurre la realtà ad essere
solo pensiero in s. s. (cogito) cioè ad es, nè sensazione, nè sentimento
(sentio) nè volontà (volo). L’interpretazione del pensiero (con esclusione cioè
del sentio e del volo) è l’espressione esagerata dell’intellettualismo. Sul
concetto del pensiero secondo la filosofia dell’immanenza, che ha tanti
riscontri col presente, cfr. PELAZZA, op. cit., Parte II, IL pensiero e le
cose, pag. 107-175. Il MartiINETTI, nel suo profondo studio sulla filosotia
dell’immanenza, per prima cosa riconosce che la filos. d. im. parte dal
principio fondamentale ART. III - IL PENSIERO COME ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 233
composto preannunziato. Riassumiamo le tesi che ci interes- sano. Noi congiungiamo
in un intimo nodo vitale l'essere e il conoscere ; noi neghiamo risolutamente
la realtà dell’essere funo- ri del pensiero (inteso subobjettivamente). Noi
riconosciamo le separazioni pratiche dell'esperienza e della scienza, ma affer-
miamo di doverle superare nella speculazione. Ora. abbiamo noi tenuto
abbastanza conto della voce dell'esperienza. che, senza tanti arzigogoli
gnoseologici, reclama l'esistenza del reale fuori di noi e senza di noi? Ecco
il gran punto. Vha precisamente un’opinione rispettabilissima a cui vogliamo e
dobbiamo rendere ampio omaggio, siccome a quella che afferma la separazione fra
essere e conoscere, innegabile nonchè possibile appunto nel mo- mento non
logico ma alogico del pensiero e vede erompere da questa inevitabilità il dramma
filosofico della mente umana. Se questa separazione fosse impossibile, essa
dice, il problema gno- seologico non sarebbe, Fosse vero, che Tessere come
realtà ete- rogenea dal conoscere nen esistesse! Foxse vero, che Tessere fuori
di noi e senza di noi cioè senza essere un fatto di conoscenza per un essere
conoscente fesse niente ! Ciò che resta, tolto il cona- scere, sarà
impensabile, è naturale; ma con ciò non è ancor detto che Vimpensabile sia il
nulla. L'essere reale fuori del pensiero balza fuori automaticamente da tutte
le forme e da tutte le ten- denze del pensiero comune, che non è filosofia,
certo, ma che ha un alore immenso come oggetto della filosofia. Davanti al veto
dei metafisici-gnoscologi soggettivisti, 1 quali comandamo al pensie- ro comune
di dover essere diverso da quello che è, e diventare coscienza della
soggettività, il pensiero comune — con quella resistenza passiva del dato di
fatto di tale imponente valore che contro di esso si spezza ogni fascino
intellettuale — il pensiero comune non obbedisce, E non obbedisce perchè non
può. Così 1l dell’idealismo che Pessere è identico al pensiero ; l’unica realtà
è il pensiero, la realtà ideale data nella coscienza; il divenire del pensiero
è il divenire della stessa realtà. (op. cit., pitg. 115). Con che, a mio
parere, non si vuol già dire che il pensiero sia il creatore della realtà,
perchè questa allora sarebbe di riscontro al pensiero pensante come qualche
cosa di estraneo ad esso, almeno come la sua creatura. Il pensiero stesso è la
realtà e la realtà stessa è pen- siero. Pensiero e realtà sono li stess così.
Dunque il pensiero da questo punto di vista non è il creatore delle realtà, più
di quanto non sia il erea- tore di sè stesso. 234 SEZIONE II - CAPO I «tu devi»
del soggettivismo assoluto riesce inefficace, perchè non c'è dovere fuori del
potere (1). Se non che tutta questa serie di objezioni intrecciata con tanta
apparenza di verità che cosa diventa di fronte ad una critica la quale non
accetti ad occhi chiusi il principio che ne forma la pie- tra angolare cioè che
l’impensabile — come reale esistente, fuori di noi e senza di noi — sia
affermato dal pensiero comune? Al- lora, scossa la base, ogni ostacolo crolla.
Per l’opposto la no- stra tesi riceve la dimostrazione più calzante e rigorosa
che si possa desiderare. E valga il vero. All’istanza della pensabilità
dell'impensabile, sia pure l’impensabile erompente dal pensiero degli ignoranti
(a cui si vuole accerdare tanto valore di resi- stenza) noi opponiamo
quest’altra : che tanto vale limpensabile posto dal pensare comune, quanto
l’insensibile posto dal sentire comune, quanto l’involontario posto dal volere
comune. Dov'è più adunque il senso umano in una protesta che non ha senso
comune, mentre vorrebbe appellarsi solo ad esso? Ma guardia mo meglio quanto
vogliamo stabilire. Si afferma l'esistenza reale d’un oggetto senza di noi. E
forse che la negheremmo noi che poniamo il pensiero come attività distintiva e
umitiva di soggetto in genere (riferente) in rapporto ad oggetto in genere (riferito)?
Secondo il nostro debole avviso noi, non come meri soggetti ma come uomini (2),
non siamo che una individuazicne del pensiero reale che è tutt'uno col-
l'universo. Fuori di noi, senza di noi, crediamo bene che 1'og- settività
esista in infiniti. modi: ma non senza. un soggetto qualunque. Nono sarà più il
soggetto nostro, beninteso: ma > (1) Queste objezioni, nella loro vivace
solidità, mi vennero affacciate in una ammivabile lettera dal Tarozzi, e in
forma piena di così nobile ardore e così penetrante che non è possibile
ricusare una risposta. (2) In queste argomentazioni si rischia di cadere in
molti equivoci se non si distinguono due significati diversi della parola noi.
Per alcuni il noi è il termine soggettivo della relazione Sr 0 cioè solo un S:;
per altri è l’uomo. Ma l'uomo, come in seguito si nota, è non solo soggetto ma
assai di più, perchè è un’individuazione del tipo Sr O. Ogni individuazione del
tipo S r O (umana o non umani lascia sempre fuori di sè altre innumerevoli
individua- zioni analoghe. Diremo dunque che nulla esiste fuori del pensiero,
benchè innumerevoli individuazioni del tipo Sr O esistano fuori di noi. cioè
della nostra umana individuazione snbobjettiva, ART. IIl - IL PENSIERO COME
ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 235 sarà ancora sempre la soggettività d’un’oggettività.
E poniamo pure che per una via oscura anche non conoscitiva (e quindi più
attendibile del pensiero comune !) io mi persuada che qualche cosa esiste fuori
di noi e senza di noi, poniamo pure che non l’impensabile ma l’impensato da noi
non sia il niente e così per rispetto al passato, come al presente, come al
futuro, o anche ri- spetto ad altri spazj irreducibili al nostro e variabili
all’infinito, che è poi ciò che pensiamo noi, nè più nè meno. Sarà forse al-
lora troncata ogni possibilità di pensiero? No, saremo ancora e sempre da capo;
dal momento che noi poniamo il pensiero nella sua essenza come attività
distintiva e unitiva di soggetto (rife- rente) in rapporto ad oggetto
(riferito). Questo è il cardine vero della questione. Rigetteranno solen-
nemente questa interpretazione i nostri oppositori. Noi però la invochiamo a
buon diritto come Vunica che possa tutelare e guarentire ad un tempo ciò che
riteniamo per verità, almeno tino a prova contraria. Già s'intende che ribatteranno:
ma pensiero non è già im- personale attività distintiva e unitiva di soggetto
in relazione ad oggetto, ma esclusivamente soggettività, che pone sè in
rapporto con l’'oggettività. Ma allora la questione trovasi ridotta alla sna
vera formia che è la seguente: che è propriamente il pensiero? mera funzione
subjettiva o subobjettiva ? Per sostenere quest'ultima interpretazione io
comincio a roe- tare che Fuomo stesso non è solo soggetto ma assai di più, es-
“endo soggetto (riferente; e oggetto (riferito. Anzi il vero cen- tro vitale
dell'essere umano mi pare il nesso del soggetto e Abl- l'oggetto; quivi l’unità
concreta della nostra attività, quivi il principio reale della nostra
individuazione. Ciò premesso, ripn- gna Paffermare che il pensiero — che è la
proprietà più carat- teristica della nostra numana natura — sia solo la
proprietà di una parte nostra (per quanto importante) cioè del soggetto. Ma che
dico d'una parte? d'un'astrazione esclusiva devo dire, per- chè ti natura umana
è unità viva e impartibile, Quindi con- cludo che il pensiero è funzione
essenzialmente subobiettiva gia nella sfera reale dell'umanità. — E sia pure,
replicheranno. ma come fate a dimostrare che tutto ciò che è vero dell'umanità
sia pur vero dell'universo? 236 SEZIONE II - CAPO I — Piano, risponderemo noi,
tanta pretesa non è la nostra. Prima, stringiamo i conti, ci opponevate che il
pensiero, il quale non sia funzione subjettiva, è una favola. E noi provammo
al. l'opposto che il pensiero umano è funzione subobjettiva. Ora voi intendete
per fermo di negare che non v’è pensiero fuori di noi, e ce ne vietate anche
l'ipotesi. Ma poichè come provammo — pensiero è subobjettività, voi finite
necessariamente coll’affermare che non c'è altra sub- objettività oltre l'umana
nell'universo. E non è questo un ar- gomento a rovescio? Perocchè, se per la
nostra ignoranza non l'ammettiamo noi, ne avete voi forse qualche migliore
notizia ? Per contro è falso che una tale ignoranza indebolisca del pari la
nostra tesì della possibilità d'una realtà, senza umanità ben- sì, ma non senza
subobjettività cioè non senza pensiero, perchè ci rimangono aperte altre vie a
rendere più attendibile il no- “stro ragionamento. Infatti, se l'uomo fosse
Punica subobjetti- vità, la sua natura avrebbe una diversità sostanziale da
tutte il resto, la sua funzione sarebbe un’incognita impenetrabile, la sua
esistenza sarebbe un miracolo. Noi invece riteniamo che sì umanità come ogni
altra individuazione possibile pur diffe- rente d’ordine di grado o di funzione
non già d’essenza, vada soggetta a quelle stesse leggi e condizioni che valgono
per tutti i fenomeni. Il fenomeno pertanto che chiamiamo umanità non è altro
che una trasformazione di quegli elementi e di quelle forze che colla
incessante attività di composizione e di scompo- sizione formano tutte le cose,
Quando già fossimo disposti a con- cedere che fatto psichico possa avvenire in
organismi privi di sistema nervoso (1) non dovrebbe più parerci impossibile
l’ipo- tes] d'una realtà subobjettiva senza umanità, cioè dunque d'un pensiero
fuori di noi. (1) Allado a quell’ipotesi analogica di cui fa cenno lo stesso
Tarozzi: « Ma se sì potesse empiricamente stabilire che fatto psichico avviene
(siano pur soltanto fatti di sensibilità elementarissima) in organismi che di
sistema nervoso sono privi? Certamente, in questo campo non è ancora tutto ben
chiaro ». (Empi- rismo filosofico. Estr. Rivista di Filos, Anno IV, fasc. III,
1912, pag 20). E più avanti: «... dato che fosse dimostrato che il sistema
nervoso ha una funzione conduttrice e unificatrice, non produttrice
dell'irritabilità e dato quindi che l'ivritabilità sia proprietà generica,
ridiventa plausibile pensare che qualunque azione conduttrice e unificatrice
potrebbe produrre in qualunque corpo v° or Gil ART. III - IL PENSIERO COME
ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 237 E nulla vieta che si pensi ad un pensiero così
universale da poter essere costitutivo di tutta la realtà, se lo si ponga
unica- mente come attività distintiva e unitiva di soggetto in rapporto ad
oggetto senza aggiunte di determinazioni particolari, Fatta questa necessaria
eliminazione d'ogni pretesa mirante ad escludere che non vi sia altra
subobjettività oltre Vumana nel- l’universo, andremo ancora toccando alcuni
punti che servono è dare un risalto maggiore alla nostra tesi. — Morti not,
morto tutto? — No. Resterà, per lo meno, la subobjettività che non è la nostra,
ma che è pure sempre in re- lazione già fin d’ora con noi, benchè all’infuori
della nostra no- tizia (coscienza chiara). Aggiungiamo questo per togliere ogni
via di scampo all'affermazione dogmatica dell'essere in sè, indi- pendente da
ogni pensiero. Volete porre l'essere in sè d'un certo reale indipendente da
ogni pensiero nostro? Ponetelo pure. ma voi dovete ammettere che tutto è legato
in qualche modo nell'universo, anche quel vostro in sè, che senza esser legato
ad altro sarebbe nulla, perchè, come dice VP Eueken, in nessun modo potrebbe
toccarci, nè muoverci, nè commuoverci, e nemmeno a titolo di problema (1).
Nessun reale a rigore è separato da tutto il resto, ogni reale preso
assolutamente in disparte, spogliato cioè d'ogni carattere che implichi
relazione, è peggio d'una fi- sìma ; non può mai essere oggetto di discussione
tra persone in- telligenti. Però lo accetti chi vuole. Tutto è relativo nella
realtà e per la realtà; tutto è relativo nella conoscenza e per la cono-
scenza. È all'attività della relazione universale con la pienezza unitiva e
distintiva dei suoi termini riferentisi e riferiti che noi crediamo di poter
dare ancora il nome di pensiero. Noi credia- mo che lo sviluppo sterminato
delle individuazioni, che la. re- lazione universale può ricevere non sia altro
che lo sviluppo della funzione subobjettiva del pensiero, tipo di tutte. Ciò
posto, insisterò sopra un altro punto che mi pare impor- stessi risultati che
colla presenza del sistema nervoso si producono, qualora in questo corpo la
meccanica dell’irritabilità sia perfetta e complessa come nel protoplasma
animale ». (Ih. pag. 21). Mi par superfluo avvertire che la tesi filosofica della
realtà subobjettiva anche senza umanità non dipende dall'ipo- tesi biologica
della sensibilità organica senza sistema nervoso. (1) EtcKen. Les grands
courants, Paris, Alcan, 1911, pag 143. 238 SEZIONE Il - CAPO I tantissimo cioè
sul modo di studiare la realtà per afferrarne il principio fondamentale. I più
hanno l'abitudine di studiare i processi dall'inizio, come se la natura
manifestasse meglio il suo segreto nelle origini. Ma vorrei un po' vedere qual
critico oserebbe negare che una pianta meglio riveli la sua essenziale virtù
nel fiore e nel frutto che nelle radici. Io dunque, e sorridano pure della mia
semplicità i dottori del metodo delle origini. io mi riprometterei assai più di
bene per la filosofia da uno studio della realtà nei suoi risultati espliciti,
perchè quivi nella forma più progredita. si trova il com- pendio più ricco e la
suprema realizzazione dell'universo. Pure c'è chi non ha mai sospettato questa
profonda verità e quindi si aggira ancora nei paraggi della materia e del
senso, e non attinge l’atto vivo e concreto dello spirito e del pensiero puro.
Frattanto non è più probabile che il segreto della: realtà si mostri meglio
nelle sue più alte forme di individuazione? Non è più filosofico insomma
cercare la vera essenza del principio fon- damentale nel prodotto avente il
massimo contenuto? E trarne il nome più da questo che dal genere infimo? In
questa teoretica. esaltando il valore del pensiero non s'è voluto fare altro.
Ne conseguita forse, come potrebbero pretendere alcune fantasie troppo accese,
che si voglia far tabula rasa dell’esperienza e per- fin delle scienze, perchè
in esse non c'è ancora la verità supe- riore del pensiero puro cioè della
filosofia? Non sarebbe allora il rimedio peggiore del male? Ma la conoscenza
speculativa, se- condo noì, ha ben altro scopo. Essa non è punto una rinunzia
ma una conquista, vale a dire un aumento di verità. Nella ricerca del principio
essenziale dell’universo, la que. stione dunque è di vedere quale sia quella
forma di individua- zione in cui Vattività universale ha raggiunto più
veramente sè stessa. Io dico che questa forma che rivela il massimo della vir-
tù del principio fondamentale dell'universo è il pensiero come attività unitiva
e distintiva di soggetto (riferente) in relazione ad oggetto (riferito) e
ravviso in ogni individuazione reale senza eccezione la trasformazione
variabile all’infinito della stessa at- tività. Concludendo, non v'è dunque
alcuna ragione plausibile di contestare che la realtà sia, in tutte le cose,
ciò che in ra- dice e in fiore è il nostro stesso pensiero. ni ART. III - IL
PENSIERO COME ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 239 $ 3. — Certo se si intende il pensiero
(ins. s.) come semplice funzione categorica soggettiva (il puro momento
soggettivo della coscienza), non ha nessun senso il dire che il pensiero è
l’unità psicofisica del reale : il pensiero, in questo caso, e il pensato (co-
me, più elementarmente, il fattore psichico e il fattore fisico) sono due
correlativi che non possono essere disgiunti senza dis- giungere quella relazione
intima che è la realtà universale. Ma la contradizione cade, se per pensiero
s'intende tutta la rela- zione attiva della soggettività e della oggettività
dell'esperienza con la reciproca autonomia dei due termini inseparabili.
Insistiamo dunque sul principio che in ogni caso non abbia- mo mai a fare con
altro che col pensiero reale. Il valore del pensiero è il valore dell’unità
attiva della realtà. Questa, come già notammo ($ $), è la pietra angolare di
tutta la nostra speculazione, assai vicina in questo al punto di vista dello
Schuppe il quale dichiara che Tessere reale è nè più nè meno che il pensiero
concreto con tutte le sue determinazioni. Senza dubbio noi non possiamo
atferrare questa suprema ve- rità restando nei due mondi inferiori dell'esperienza
e della scienza (benchè questo ultimo mondo sia non una continuazione semplice
di quello ma un grado qualitativamente superiore). Ma in virtù della doppia ed
una esigenza del pensiero, sorgente di tutti i valori, per cui ogni dissidio
gradatamente orienta lo spirito verso l'unità e ogni armonia gradatamente gl
disvela una nuova ricchezza, gradatamente si compie la rivelazione della verità
universale a cuni ogni singolo spirito mira senza per- venirvi mai. L'inesausta
tendenza dell'unità verso la dualità e della dua- lità verso l’unità risponde
certo ad un’insoddisfazione natu- rale d'ogni cosa. che non è se non il
riflesso, in ogni essere della natura essenziale del pensiero. Ogni individuo
ha per così dire due lati e — metaforicamente parlando — due gioie e due dolo-
ri: quello della dualità e quello dell'unità. Ogni soggetto ri- vela per sè
stesso il suo oggetto e viceversa; ogni dualità la sua unità e questa quella;
ogni gioia porta seco inevitabilmente il suo dolore; ogni dolore è il sospiro
di una gioia. Ognuno esprime nella sua sfera La profonda inquietudine della
separa- zione e la profonda ebrezza dell'unione immanente alla natura 240
SEZIONE II - CAPO I doppia e una del pensiero. Ogni stato passato o attuale
delle cose è in qualche modo un'illusione di fronte allo stato successivo.
L’unità esclusiva? un riflesso illusorio della dualità : la dualità esclusiva?
la parvenza ingannatrice dell'unità. Ogni affermazione monolaterale è priva di
senso. Per contro la sintesi attiva delle due esigenze è la conciliazione del
sogget- to con l'oggetto, dello spirito con la natura, della libertà con la
solidarietà, Tunità del teoretico e del pratico da cui: scaturi- sce ogni
reale. Siete davanti all’uno? Cercate il doppio. Siete davanti al doppio?
Cercate l’uno. Fuggite l'esclusivo. Pensate sempre l'integrale unità distintiva
e unitiva, soggettiva e 0g- cettiva, psicofisica, reale e ideale. Ora si
dovrebbe comprendere meglio come e perchè si sia affer- mato antecedentemente
che i sistemi esclusivi vanno incontro 1 difficoltà insormontabili. Il pensiero
filosofico giunto al mas- simo grado della sua purezza (pensiero puro), come
dicemmo, non vuole e non può contentarsi nè della conoscenza empirica nè della
scientifica, nè del soggettivismo né dell’oggettivismo, nè del monismo semplice
nè del pluralismo (dualismo moltipli- cato), nè del realismo nè dell'idealismo,
perchè è insieme pro- cesso distintivo-unitivo, subobjettivo, mono-dualistico,
psicofi- sico, reale-ideale. Indi apparisce non solo qual profondo divario separi
il nostro sistema dai precedenti, ma qual intimo nesso lo stringa all’in-
dirizzo del monismo. Facciamo ancora un cenno di questo pun- to, per mettere
più in chiaro il sistema che abbiamo delineato. Noi affermiamo che se il reale
è uno, non può essere nè sog- gettivo nè oggettivo; inoltre stabiliamo che i
due termini corre- lativi sono l’uno condizione necessaria della possibilità
dell’al- tro. Infine concludiamo che Tunità universale della dualità non è un
fertium quid di fronte al termini, quale entità indipendente da essi, ma
neppure un mero fenomeno d’illusione ; perchè an- zì, propriamente parlando. è
il tutto. A questa integrale unità polarizzantesi, per così dire, nella dualità
e quindi nelle infinite dualità psicofisiche dell'universo, crediamo di dover
dare il nome di pensiero universale, non per ridurre la realtà al pensiero
soggettivo dell'uomo. non per de- rivare la materia dallo spirito, non per fare
una mutilazione ART. III - IL PENSIERO COME ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 241 comoda
del reale, non per fare un’ipostasi arbitraria, anzi assur- da e senza utilità,
ma per proseguire una tradizione solenne. Il pensiero quale compendio attivo
d'una pluralità in un’uni- tà ed esteso al processo costituitivo dell’universo,
non è princi- pio nuovo nella storia della filosofia. Come preannunziato dal-
l’insufficienza. del Aéyog e della vénors nell'antichità, trovò da prima
un'applicazione enorme nell’Ethica di Spinoza, che pose il pensiero come
attributo della sostanza e l’attributo come espri- mente tutta intera l'essenza
eterna ed infinità: infine raggiunse il sno nisus formativo nella dottrina di
Kant, il quale insegna che la realtà non è'il limite del pensiero, bensì lo
stesso pensiero non ostante il noumeno, residuo della vecchia metafisica.
Questo nuovo indirizzo che si diede agli studi speculativi do- po la potente
spinta di Emanuele Kant non si perdette più: anzi sempre meglio impose alla
filosofia la necessità d’intra- prendere l'analisi più accurata e più severa
del pensiero in vista di chiarire la realtà. I continuatori di Kant pertanto
s’applica- rono: con profonde e geniali meditazioni a questo lavoro capi- tale.
I loro sistemi formano quasi una catena continua. E chi facciasi a riandare la
storia del pensiero come unità sintetica universale da Kant ai giorni nostri
deve rimanere attonito della leggerezza con cui questo indirizzo viene da
alcuni travisato 0 pervertito o quasi trasandato, mentre la realtà fuori del
pen- siero diventa un non senso (1), e tutte le ricerche sulla conce- zione
dell'universo fuori del pensiero cominciano e finiscono fuori della filosofia.
Dobbiamo però ricordarci che la tesi del pensiero cosmico non dà più luogo alle
domande : chi è ?, che cos'è ?, dov'è ?, quand'è? Se fosse un chi, savebbe un
soggetto : se fosse una cose, sarebbe un oggetto; se fosse in um dore, non
sarebbe il dovunque; se fosse in un guando, non sarebbe 1] sempre. Neppure il
pensiero universale come totale realtà può considerarsi come la semplice
generalizzazione del pensiero individuale. (1) Pur ammettendo l’inesistenza
della realtà fuori del pensiero come pro- cesso cosmico, si noti sempre per
contro, che l'inesistenza d'una realtà fuori del pensiero individuale è, non
solo, ammissibile, ma richiesta dalla natura distintiva del pensiero. A.
Pastore — Il problema della causalità - Vol, II, 16 242 SEZIONE II - CAPO TI 4
— Per togliere ogni ambiguità al significato delle parole, deiuio ancora per un
momento insistere su questo punto. Pel fatto innegabile che ogni individuo —
parte dell’universo — è reale, siamo noi forse costretti a concludere che la
realtà uni- versale non sia che la generalizzazione dell’individuo? Egualmente,
pel fatto innegabile che ogni individuo, — parte dell’umiverso — è pensiero,
non siamo forzati a concludere che il pensiero universale come universale
realtà non sia che la ge- neralizzazione del pensiero individuale. Certo
l’espressione pen- siero universale detta ad un individuo non preparato
risveglia nella sua mente l'imagine del suo proprio pensiero pantografta- ta,
per così dire, all’infinito. | Ma come la realtà universale non è un concetto
artificiale che si formi, ad esempio «mediante la comparazione delle rappre-
sentazioni, l’astrazione delle note identiche e la loro sintesi in una
rappresentazione ideale e tipica») ma è la realtà universale; Così è del
pensiero universale come totalità. Apparentemente, dal pensiero individuale del
pensiero come universale realtà a] pensiero come universale realtà il passo è
breve; quindi i due pensieri vengono erroneamente identificati. E il non aver
com- preso questo è forse il torto più grave di coloro che confondono il
pensiero puro (che è il pensiero filosofico scevro, quanto più sia possibile,
dalle impurità abitnali del pensiero comune) col pensiero come realtà
universale (che è nientemeno che la stess: realtà). Si rammenti un’altra
distinzione capitale, ribadita le tante volte. Il pensiero universale
dell’individuo pensante non è il pensiero universale coestensivo con l’intiera
realtà. La forma- zione del primo si esplica con la storia della umana
conoscenza. Da quando il pensiero umano, attuantesi nei var) individui co-
minciò a funzionare filosoficamente, passando dallo studio dei dati a quello
delle leggi e dell’universo il pensatore non ebbe forse ragione di affermare
sempre più vasta e più profonda la sfera della propria attività? Che il
pensiero umano aumenti man mano in estensione e in comprensione e in fondo
agogni & diventare universale cioè ad adeguare l’universalità del reale è
un’ipotesi che si può concedere senza difficoltà. Ma questo pen- siero, anche
esteso per ipotesi all'universale, sarà sempre sog- ART. III - IL PENSIERO COME
ATTIVITÀ DELL'UNIVERSO 243 gettivo e quindi non sarà mai identico senza residuo
al pensiero come universale realtà. E questo è il lato importante della que-
stione. Un senso del più meraviglioso splendore potrà riempire il pensiero del
filosofo giunto al massimo grado di purezza. Dob- biamo tuttavia riconoscere
che la realtà universale come pen- siero è ben altro. Una cosa è il pensiero
della vita, altra cosa la vita; una cosa è la realtà, altra cosa è il pensiero
della realtà; una cosa è il pensiero soggettivo universale del pensiero come
universale realtà, altra cosa è il pensiero subobjettivo come uni- versale
realtà. Che poi il pensiero come “universale realtà non sia un mito è presto
inteso. Nel vastissimo senso della parola, pensa tanto l’uomo quanto
l'universo, come infinita attività uni- tiva e distintiva di S r O. (Giacchè
questo e non altro è il senso e il valore che noi diamo al pensiero coestensivo
colla realtà). Ma a quanto ci risulta solo gli uomini pensano sapendo di
pensare. Vuol dire che il pensiero può svolgersi in varie forme e poniamo anche
infinite, perchè la sua forma formativa essen- ziale è d’essere attività
unitiva e distintiva di Sr O e questa è l’orditura dinamica di tutta la
conoscenza e anche quella di tutta la realtà. Ora non potendosi ritenere che
due cose aventi in comune le stesse fondamentali proprietà siano essenzial-
mente differenti, la tesì della realtà come pensiero non è priva di ragione,
concorrendo anzi a spiegare l’infinito potenziamento del pensiero reale. Alla
conclusione di questo comune poi si arriva (come vedemmo nei $$ anteriori) nel
modo seguente. Do- po preliminari analisi di gnoseologia e metafisica, da un
lato troviamo che attività unitiva e distintiva di S r O è pensiero (In senso
universalissimo). Dall’altro che la realtà è attività unitiva. e distintiva di
S r O. Quindi concludiamo che realtà è pensiero. E a questa conclusione pare
impossibile sfuggire. Lunga e vi- vace è stata la discussione nella storia
della filosofia circa la natura del tutto e lo sarà sempre. Io ritengo savio
partito non optare per alcuna soluzione uni- laterale per optare sinteticamente
per tutte. | Non è facile eclettismo; è presa di possesso del senso e del
valore concreto della conoscenza e della realtà. Un numero dav- vero grande di
fatti tende a dimostrare che ogni atto conoscitivo 244 | SEZIONE II - CAPO I
come ogni reale si può paragonare ad un magnete che pure è attività distintiva
e unitiva di S r O. Ma non lasciamoci illu- dere dai paragoni. Riconosciamo più
tosto che v’è una forma di conoscenza in cui i varj aspetti della realtà sono
fusi insieme, come fattori d’una stessa unità che tutto distingue e tutto ab-
braccia così ogni soggettività come ogni oggettività, senza es- sere a sua
volta nè solo l’una nè solo l’altra. Chiamiamo uni- versale il pensiero che
pensa questa realtà cosmica nel senso e nel valore universalissimo
sopraindicato. Tanto più il pensiero soggettivo si purifica quanto più si
approssima al momento in cui, rifiutando ogni terzo arbitrariamente posto oltre
il soggetto e l’oggetto, prende atto dell’unità attiva dell'uno in rapporto
distintivo ed unitivo con l’altro, cioè ristabilisce la concretezza di quella
corrente universale che è la realtà. Ma, più vi riflettiamo e più comprendiamo
che, tra l’attività del pensiero universale a cui tende il soggetto speculante
e l’at- tività universale che è tutta quanta la realtà, la differenza è enorme
e insopprimibile. Quella è e sarà sempre l’attività del pensiero di un sè,
anche se potesse elevarsi al suo massimo grado di purezza speculativ: cioè una
parte della realtà; questa è e sarà sempre l’attività integrale, cioè la
potenza evolutiva d’ogni soggetto (riferente) in rapporto distintivo e unitivo
con ogni oggetto (riferito), cioè tutta la realtà. Solo in quest'ordine di idee
sarà possibile trovare il senso della presente dottrina del pensiero come
unità. psicofisica dell’uni- versale e parecchi degli attuali problemi
gnoseologici e metafi- sici che tanto ci turbano, saranno lasciati indietro, io
credo, come difficoltà omai superate per sempre. ur LL ________m SE"
—rr—rrroet_— RIEPILOGO Stimo pertanto che sia pregio dell’opera compendiare
qui, ancora una volta, le tesi teoretiche fondamentali che ci tracciano la via
da tenere per la soluzione dei problemi aitiologici che se- guiranno. Da questa
teoria — che in fondo è l’espressione della maniera con cui noi pensiamo cioè
viviamo e in certo senso cre- jamo il nostro mondo — si potranno ricavare
alcuni risultati importanti, fra i quali, come vedremo : il superamento del
mon- do contingente, il riconoscimento del valore soggettivo e ogget- tivo
della causalità nell'universo senza cause prime nè fini ulti- mi, la fusione della
necessità e della libertà nell’attività auto- causativa del soggetto, verità
fecondatrice dell’ordine morale. Secondo noi, non vi sono due mondi separati;
nè v’è un mon- do che sia semplice rispecchiamento inerte d’un altro, epifeno-
meno senza valore d’un fenomeno. La realtà è unica ma psicofisica cioè
bipolare, come se una corrente sola, circolandovi perennemente, la polarizzasse
: realtà qualitativa e quantitativa, interna-esterna, dinamico-meccanica,
inseparabilmente subobjettiva, concretamente progressiva. Non possiamo
ammettere che il corpo eserciti una sua azione specificatamente fisica
sull’anima, nè che l’anima eserciti un’a- zione assolutamente psichica sul
corpo. | Per qualunque fenomeno, affermato psichico o fisico, si ef- fettua un
immancabile accompagnamento fisico o psichico, men- tre i due aspetti alla
nostra e esperienza appajono per l’ordinario in ragione inversa. 246 RIEPILOGO
Ma in ogni caso un solo determinismo causale, e sempre a base psicofisica, si
realizza. Respingiamo pertanto decisamente ogni psicogenesi assoluta come ogni
assoluta fisiogenesi, nel senso d’un’azione che nasca solo da fonte psichica o
da fonte fisica esclusivamente. Respingiamo ogni sintesi gnoseologica che si
faccia in nome d’un solo termine del rapporto conoscitivo, o d’una sola forma o
d'un solo grado — sempre relativo ! — della conoscenza o della vita dello
spirito, come neghiamo ogni sintesi metafisica che si faccia in nome d’un solo
momento — sempre relativo! — della realtà. Tutti i momenti della realtà sono
interferenti ; però fra la tesi e l’antitesi vha modo di distinguere,
coll’astrazione, una diatesi senza cui la sintesi dialettica (1) sarebbe
impossibile. In base a questi principj possiamo rappresentarci l’universo Come
un sistema di sistemi di unità bipolari, semplici o compo- ste, in dipendenza
reciproca. Nei sistemi composti di clementi bipolari senta intorno ad un punto,
chiamiamo psiche l’insieme delle proprietà dei poli omonimi raggruppati nel
centro (attività psichica interna) ; cor- po fisico invece la massa dei poli
opposti, coll’insieme delle loro proprietà (attività fisica esterna). Ogni
essere vivente è un sistema di unità psico-fisiche orien- tate attorno ad un
centro, e così costitutive d’una doppia e pure unica attività in progresso, nel
termine soggettivo, verso l’autocoscienza. | L'insieme di tutti i sistemi
psicofisici circostanti ad ogni sog- getto, compreso il suo corpo, costituisce
il suo mondo esterno, il suo ambiente o il suo mondo di percezione. | | Si
comprende allora che, per la distinzione empirica del so0g- gettivo e
dell'oggettivo non basta ricorrere ad un’ astrazione convenzionale e in fondo
assurda e contradittoria come fa il Wundt (2), ma vuolsi tener conto d'una
particolare disposi- | (1) La realtà universale del pensiero è dialettica,
secondo noi, nel senso che non lascia nulla fuori della relazione. Per questo
senso cfr. Masci, Un metafi- sico antievoluzionista. (Gustavo Teiehmiiller).
Estr. dal Vol. XXII degli Atti del- l’Ac. d. Scienz. m. e p. di Napoli, 1887,
pag. 24. ‘ (2) Questa objezione è già stata rivolta — nella parte storica —
contro la dottrina del Wundt, ma non sarà forse inutile che, in altri termini,
si ripeta RIEPILOGO 247 zione o costituzione degli elementi psicofisici che
bisogna assu- mere come dato di fatto, non potendosi dare di essa una spie-
gazione più strettamente rispondente alle esigenze del sapere. ha E sopratutto
si capisce che è inutile arrovellarsi nell’impos- sibile tentativo della
riduzione di certe irreducibilità che ci pre- senta l’esperienza, quale è
quella che ci presenta l’unità e la differenza del fatto psicofisico. Ciò è
stato provato con ammi- qui. Il W., per la distinzione dell’esperienza, in sè
unica, nei due punti di vista dell'oggetto e del soggetto, ricorre, com'è noto,
a questo giuoco d’astra- zione. Se facciamo astrazione, egli dice, dal soggetto
conoscente, abbiamo la realtà indiretta, oggetto delle scienze naturali
(esperienza mediata o concet- tuale); se annulliamo quell’astrazione e i suoi
effetti e investighiamo l’intero contenuto dell’esperienza nella sua relazione
col soggetto e nelle qualità che sono immediatamente attribuite ad esso dal
soggetto, abbiamo la realtà di- retta, studiata dalla psicologia (esperienza
immediata). (W. Compendio di psi- cologia. Trad. Agliardi, $ 1, 2). Ma questo
giuoco è assurdo e contradittorio. Infatti, in primo luogo, è senz'altro
manifesto che, se la distinzione dei due punti di vista si compie in base
all’astrazione dei fattori soggettivi che en- trano nell’esperienza in sè
unica, questi fattori devono già essere in qualche modo distinguibili dai
fattori oggettivi. Ma questo importa la presenza d’un punto di vista distintivo
anteriore allo scindersi immediato di ogni esperienza nei due fattori wundtiani
del contenuto (oggetto dell’esperienza) e della c9- guizione di questo
contenuto (soggetto conoscente). Ciò che è assurdo. In secondo luogo, se il W.,
dal suo punto di vista psicologico, chiama sog- gettivo, non ciò che resta in
ogni reale esperienza fatta l’astrazione del fattore oggettivo, ma l’intero
contenuto dell’esperienza, annullata quell’astrazione e i suoi effetti; come
può parlare d’un’astrazione dei fattori soggettivi che entrano nell'esperienza
in sè unica ? Questo importa che i fattori soggettivi dei quali si fa
astrazione, per dare origine agli oggetti dell’esperienza, non siano l’in- tero
contenuto dell’esperienza. Ciò che contradice al punto di vista del W., perchè
altrimenti l’astrazione del soggettivo si ridurrebbe all'annullamento
dell’intero contenuto dell’esperienza. Concludendo, il W. ha ragione
d’affermare che l’esperienza è in sè un tutto unico, il che poi significa che
la realtà è in fondo unica. Ma in primo luogo, quasi lasciando supporre che la
distinzione dei due punti di vista (psichico e fisico) soppraggiunga in questa
unità per effetto d’un’astrazione successiva puramente convenzionale, nonchè
impossibile, non riconosce a sufficienza i diritti del dualismo. In secondo
luogo, col ridurre a soggettività l’intero con- tenuto dell’esperienza si mette
pericolosamente sopra una tal china che rende inevitabile la caduta finale nel
soggettivismo. Per evitare queste conseguenze noi affermiamo subito che la via
della speculazione è quella che parte nettamente dal realismo ingenuo cioè dal
dualismo e arriva al monismo sintetico. Noi giungiamo al riconoscimento della
realtà in sè unica, non partiamo da esso. Riconosciamo poi che la realtà è
tutta e sempre psicofisica in sè, non già o psichica o fisica per semplice
gioco d’astrazione, e che è tale perchè essa è pensiero cioè attività distintiva
e unitiva di soggetto in relazione ad oggetto. 248 RIEPILOGO mabile certezza
dallo Schelling al Masci, al quale propriamente dobbiamo le dune grandi verità
metafisiche che hanno orientata la nostra critica fin qui (la prima che la
realtà è psicofisica nella: sua essenzit, la seconda che la realtà è retta
dalla legge dell’in- dividuazione progressiva dello spirito, penetrante nella
nostra esperienza nella forma dello spirito umano e dei suoi valori e
perveniente nel termine soggettivo all’autocoscienza). Con im- pareggiabile
chiarezza ricorda egli che « il procedimento della conoscenza non può essere
altro che quello della riduzione dei fatti nei limiti della intelligibilità.
Oltre questi limiti, bisogna stare al fatto medesimo della loro distinzione ed
ammettere i nessi che esso ci presenta». « Noi ci illudiamo, egli ammonisce,
quando crediamo, che l'intelligenza richieda qualche cosa di più oltre i nessi
più generali dei fenomeni » (1). Tale il valore del fatto in genere, tale in
particolare quello dei fatti che il Masci registra e interpreta in ordine al
concetto dell'unione e della distinzione psicofisica della realtà. Se non che
noi crediamo.di dover integrare il principio dell’unità psico- fisica del reale
concependo la suprema attività come genere mas- simo di quella stessa attività
che si manifesta nell’uomo come pensiero (2). Solo in questo modo crediamo che
si possa supe- rare ogni sistema di monismo sia unilaterale sia neutro, di
dualismo, di parallelismo, di pluralismo (3). Quindi, in modo un po’ criptico,
a dire il vero, ma in fondo espressivo della più sintetica verità, stringiamo
tutto il discorso in un sillogismo : relazione (S r O) è pensiero (in senso
u.); (1) Masci, Il materialismo psicofisico, III Parallelismo e monismo, pag.
14-16. (2) « Il pensiero, ricorda il MaRTINETTI, non è mai un'attività
puramente. formale, subjettiva ed esteriore al contenuto, ma è sempre un
pensiero reale ». (MARTINETTI, op. cit. pag. 463-4). (3) Per noi, sostenitori
del pensiero come universale subobjettività non ha senso dire che il mondo non
esiste che come l'oggetto d’un pensiero infinito, nè che il pensiero è la causa
della vita, ete. Sono i sostenitori della risolu- zione della realtà nel
pensiero in s. s. che hanno rovinato il credito della funzione veramente
universale e reale del pensiero. È l’interpretazione escla- sivamente astratta
e soggettivistica del pensiero che, per la sua insutticienza, non cessa di
provocare meritamente le satire dei realisti; mentre è solo ac- quistando
coscienza del carattere subobjetivo del pensiero e della sua realtà anche
extra-umana che è possibile superare la fissazione del pensiero sogget- tivo,
vero e proprio negatore del pensiero reale. RIEPILOGO 249 realtà è relazione (S
r O); dunque la realtà è pensiero (in sen- so U.). Con questa modificazione il
punto di partenza della questione filosofica non rimane affatto mutato. Basta
ammettere che quello stesso principio universalissimo a cui si riduce il
processo costi- tutivo del reale sia subobjettivo e psicofisico da cima a
fondo. E, per procedere al problema causale, basta riconnettere il di- namismo
intimo di questo principio col principio medesimo della causazione e
considerare questo come il cuore reale -dell’univer- so, senza farne l’ipostasi
d’un concetto ‘astratto. Così lo stesso pensare nel suo genere massimo viene
interpretato come un cau- sare. Certo è prudente tener ancora questo ultimo
principio in conto d’un’ipotesi. Infatti, per poter affermare, con sicurezza, N
che ogni atto conoscitivo è atto causativo, bisogna prima sta- bilire che ogni
relazione di conoscenza è relazione così logica come cronologica di due sistemi
equivalenti. E noi non abbia- mo mai potuto stabilire con buone e sode ragioni
nè l’una cosa nè l’altra; perchè nella conoscenza empirica — che è contin-
gente — manca la logicità razionale; nella conoscenza logica — che è necessaria
— manca la temporalità sensibile. Ciò mal- grado, sembra lecito congetturare (e
almeno i più accorti e ope- rosl conoscitori finiscono per intuirlo) che la
nostra capacità di azione è anche in proporzione della nostra capacità di cono-
scenza. Forse nessun altro principio filosofico ha un’importanza pra- tica più
notevole di questo. E la ragione si può spiegare a ba- stanza facilmente,
riflettendo che, se il principio fosse vero, quanto più e meglio l’uomo — col
progresso del sapere — arri- verebbe all'uso cosciente del suo potere
causativo, tanto più e meglio, in un certo senso, egli stesso individuerebbe
quell’im- menso potere di causazione che si sviluppa continuamente nel-
l’universo. Ma fermiamoci qui, per ciò che spetta al punto di partenza. Quel
che resta invece radicalmente mutato è l’apprezzamento del fondo della realtà,
quindi tutta la situazione di spirito che costituisce il punto d’arrivo della
metafisica. E sorge il problema di vedere quali siano le conseguenze mo- rali
circa il senso della vita e del mondo, derivanti da questo 250 RIEPILOGO punto
di vista che considera il pensiero come pervaso da quella. stessa attività
distintiva e unitiva di soggetto in rapporto ad oggetto. Il monismo sintetico o
meglio la tendenza al monismo così inteso è, secondo noi, la reintegrazione dei
fondamentali diritti della natura e dello spirito. Quindi, esaurito l’esame
della co- noscenza e della realtà nei loro principj di certezza più gene- rali
e irreducibili, assicurata la validità del conoscere objettivo, riconosciuta la
funzione prima, media ed ultima del pensiero, entro questi limiti, si possono
affrontare ora i massimi problemi speculativi della causalità. eee cc cone e GU
_ce—=.—____—EUNEIE pe ===={&===_ ==} CAPO IL Origine, valore ed uso
dell’idea di causa. $ 1. Origine delle idee in generale. Posizione centrale fra
l’empirismo e l’a- priorismo. — $ 2. Origine dell’idea di causa nell’esperienza
interna ed esterna. — $ 3. Origine del principio di causalità. — $ 4. Riassunto
dei ri- sultati più salienti. — $ 5. Valore objettivo delle leggi causali. — $
6. Uso legittimo dell’idea di causa oltre i confini della scienza. $ 1. — Se
tale è Ja natura della conoscenza e della realtà, cioè pensiero come attività
unitiva e distintiva di soggetto in rela- zione ad oggetto, come si risolve in
generale la questione delle idee? La soluzione di questo problema ci aprirà il
passo alla que- stione minore dell'origine dell’idea di causa come complemento
della dottrina speculativa. Fin dalla Sezione prima, avendo distinto la
conoscenza empi- rica dalla scientifica, è stata posta la distinzione
fondamentale tra le idee e i concetti. E l’indagine empiriologica ci ha per-
messo di assodare che tutte le idee in noi, cioè considerate ri- spetto alla
nostra funzione conoscitiva (1), non sono altro che. sintesi variabili, non
uscenti fuori dal campo rappresentativo e (1) Sopra la distinzione dei due
problemi dell’origine delle idee in sè stesse o in noi, cfr. SPAvENTA, La
filosofia di Gioberti, Napoli, 1863, pag. 468-9; e Lo- gica e Metafisica (ed.
Gentile), Bari, 1911, pag. 423-451. Com'è noto, l’idea, og- gettivamente
intesa, è l’Ente per sè intellegibile in commercio di presenzialità collo
spirito intelligente, quasi id quod intuemur et in faciendo imitamur et sc-
quimur (FoRCELLINI); mentre, soggettivamente intesa, Idea est id quod in mente
est, dum mens cogitat. (FaccioLaTI), Instit. Log., Venetiis, 1789, pag. 26. 252
SEZIONE II - CAPO II poi riflesse nell’associazione dei fenomeni esteriori.
L’indagine epistemologica invece ci ha portato a riconoscere che, non l’idee
(meramente empiriche e generiche) ma i concetti (in s. s.), a se- conda che
siano razionali o sperimentali cioè pure sintesi fisse ui verità di ragione o
Sintesi fisse di verità di ragione e di fatto, vengono stabiliti con un
processo rigoroso che la logica consi- dera nella doppia teoria delle forme
elementari e delle forme sistematiche. | Questa: distinzione rinverga qui con
ciò che dobbiamo ricono- scere in ordine all'origine dell'idea di causa e del
concetto di rapporto causale : che cioè bisogna distinguere la questione em-
pirica della causalità dalla questione scientifica. Anche la con- siderazione
psicologica ci porta al medesimo risultato ; imperoc- chè i concetti come
prodotti della ragione logica si devono ben distinguere dalle rappresentazioni
come prodotti dell’immagina- zione e della percezione. Il processo
dell’immaginazione cerea- trice comprende i due momenti dell’analisi
(dissociazione) e della sintesi (associazione). La ripresentazione dei medesimi
elementi percettivi in associazioni diverse congiunta all’attività limita-
trice ed elettiva dell’attenzione per un verso (analitico) e l’ag- gregazione
degli elementi simili in una nuova associazione per ‘altro (sintetico),
imprimono nella coscienza i prodotti dell’im- maginazione sotto forma di idee,
intendendo per idea, in questo caso, non già la semplice immagine mentale di
qualche cosa, ma il comune variabile d’un gruppo di rappresentazioni simili
(sin- tesi non fissa). I rapporti secondo cui lo spirito pensa e collega le sue
idee si impiegano poscia nelle affermazioni giudicative. Così si formano in noi
le idee e i gindizj di sostanza, di causa e simili. Jl processo psicologico di
questa formazione delle idee in senerale non ha bisogno di essere chiarito di
più. Ben diverso è il processo della formazione dei concetti, imperocchè questi
sono prodotti della ragione logica e non dell’immaginazione creatrice. Due
confusioni si vogliono dunque evitare accuratamente : 1° la confusione della
rappresentazione e dell’idea ; 2° la confusione dell'idea e del concetto.
Passiamo alla questione dell'origine della conoscenza aitiolo gica in generale,
Qui la cosa si complica un poco, perchè la for- mazione del concetto (in s. s.)
del rapporto causale non ha luogo I A ro MMI — — _ ___/ } } < ORIGINE,
VALORE ED USO DELL’ IDEA DI CAUSA 253 pel solo intervento della ragione logica
sia perchè il concetto di rapporto causale cioè di legge causale è sintesi,
come dicemm», di verità di ragione e di fatto ; sia perchè la sua certezza.
scienti- fica non può essere stabilita che col metodo sperimentale, la cui
natura mista fu analizzata nella Sezione precedente. Però, se ci atteniamo al
criterio di badare non al vero concetto scientifico (sperimentale) del rapporto
causale, ma all’idea che ce ne for- miamo abitualmente e che usiamo per
regolarci nella vita pra- tica a scanso di grande lavoro mentale e di lungo
tempo, dobbia- mo ammettere altresì che la nostra mente non si arresta alla
semplice imagine o rappresentazione delle cose singole, ma si eleva alla
sintesi dei caratteri comuni di un gruppo di rappre- sentazioni sinvili, cioè
all'idea d'alcun che distinto come causa 0 come effetto; quindi procede
all’atfermazione giudicativa dei rapporti di queste idee; e collega infine
questi giudizj in un tessuto di raziocinj così compatto che può approssimarsi
mira- bilmente alla rete rigorosa della scienza. Analizzare le condi- zioni di
questo stadio prescientifico della conoscenza causale, determinare ciò che può
servir di base e di suggestione all’idea generica di causa, nell’ipotesi — non
sempre gratuita — che le verità della scienza possano talora venir anticipate
dall’espe- rienza, ecco la ricerca alla quale ora ci ingegniamo di rispon- dere
brevemente. Ma, per rendere più chiara la dottrina prece- dente, mi sia lecito
rincalzarne gli argomenti con più ampia considerazione. A chi rifletta sulla
natura e i limiti della conoscenza di pri- mo grado, immersa nella contingenza,
parrà subito chiaro che in essa la vera e propria conoscenza causale (nel senso
della con- cezione esatta della causalità) (1) non ha luogo, perchè questa
richiede un’analisi logica rigorosa ed una sintesi correttiva e integrativa del
contenuto einpirico dei gruppi di rappresenta- zioni e dei loro rapporti, il
che non si può fare senza Vimpiego (1) È superfluo. riflettere che la nozione
psicologica della causa (come forza d'attività donde sgorga la produzione d’una
cosa o d’un fatto) non è che un asilo d’ignoranza e una continua sorgente di
equivoci e d’errori. Nutrita arbi- trariamente dal senso comune, fu assunta
trionfalmente dai teologi e dai mo- ralisti; finchè divenne il caput mortuum
d'ogni gnoseologia e metafisica delle cause. La sua sopravvivenza
(parassitaria) è esiziale in filosofia. 254 SEZIONE II - CAPO II di quelle
condizioni, di quei mezzi e di quelle forme che costi- tuiscono l’organamento
logico della scienza. È necessario tener conto di questo fatto non solo per
scoprire l’origine dell’idea di causa nello stadio più perfezionato
dell'esperienza, ma anche per accertarne il legittimo uso. L'uomo nel primo
grado di cono- scenza rappresentato dai tre ordini: sensitivo, rappresentativo,
ideale (in s. s.) potrà benissimo presumere, ed a ragione, che tutti i fatti
siano legati e legabili in rapporto costante di produzione. Ma posto che il
vero e proprio rapporto causale esprima sintesi di successione e di necessità,
è ovvio che egli — in tal grado co- noscitivo — non potrà ancora averne il
concetto. Del resto, an- che nel grado superiore rappresentato dall’ordine
logico-mate- matico e sperimentale (in s. s.) cioè nel sapere scientifico, è
purtroppo innegabile che solo di alcuni fatti noi possiamo affer- mare con
sicurezza il legame causale. La conoscenza degli altri fatti (cioè dei fatti
empirici) pertanto è solo legata col filo sen- sibile del tempo e nel quadro
sensibile dello spazio, secondo la prima orditura insita, allo stesso titolo,
così nelle cose cono- sclute, come nel soggetto conoscente, disposizione o
relazione cronotopica immancabile in ogni esperienza. Verò è che quello che è
ordito una volta resta così ordito per sempre. Ma noi non abbiamo la minima
ragione di ritenere che la semplice costanza empirica d'una relazione abbia
valore di necessità. Come si spie- ghi la relativa persistenza della trama
complessa della nostra esperienza è un fatto dipendente dalla semplice
persistenza di quei fenomeni da cui risulta la nostra esistenza, perchè essa
per- siste finchè noi non ci mutiamo, insomma perchè noi siamo tut- t'uno con
essa, Perciò concludiamo che nel primo grado della conoscenza non può trovarsi
l'origine del vero concetto di causa come sintesi di successione e di
necessità, benchè se ne trovi l’idea generica indeterminata. Passando al
secondo grado di conoscenza, la cosa cambia gran- demente, Infatti, allorchè
con ulteriore elaborazione dei dati empirici giungiamo a conoscere che certi
fatti, oltre ai segni dei rapporti temporali e spaziali, presentano innegabili
segni di rap- porti superiori, come un ordine necessario di successivi o un or-
dine necessario di cocsistenti, allora diciamo che questi fatti sono in ordine
di causalità o di sostanzialità. Così è vero che al- ANIA | n ORIGINE, VALORE
ED USO DELL’ IDEA DI CAUSA 255 l'organizzazione empirica succede la
scientifica, ma in realtà la la seconda non è punto la continuazione semplice
della prima, come credono alcuni. L'affermazione causale è essenzialmente
sintesi di successione temporale e di necessità razionale. Dunque alla
relazione cronologica non si accoppia semplicemente nna relazione logica
estranea, ma entrambe si fondono sinteticamente in un sola relazione sui
gencris ricca insieme di verità di fatto e di verità di ragione. Ed anche qui
il fondamento intimo del nuovo ordine è insieme oggettivo e soggettivo,
mantenendosi la relazione gnoseologica sopra indicata fondamentalmente identi-
ca in qualsiasi grado, forma o atto della conoscenza. Il senso di questo fatto
è in ciò che noì nell’oggetto non possiamo asserire nulla di collegato, sia
temporalmente o spazialmente, sia cau- salmente o sostanzialmente, senza fare
insieme noi stessi il colle- gamento sia sensibile sia razionale. Per
l’affermazione di questo incessante addentellato è quindi evidente che la
presente dottri- na si distacca tanto dalla teoria gnoseologica dell’empirismo
quanto da quella dell’apriorismo. Non è qui il caso di approfon- dite di più
questa dottrina che, come già notammo nel capo pri- mo di questa seconda
Sezione, non prende come punto di parten- za nè la separazione originaria di
soggetto e oggetto (dualismo), nè la riduzione assurda del soggetto all’oggetto
(monìismo ogget- tivistico), nè la riduzione magica dell’oggetto al soggetto
(moni- smo spiritualistico), nè la neutralizzazione insignificante dell’in-
determinato (monismo neutro). Però non posso tralasciar di no- tare che il
primo sistema, per non abbandonare l’esigenza legitti- ma della dualità,
sacrifica l’esigenza non meno legittima dell’u- nità. Ciascuno dei due seguenti
per non rinunziare ad uno dei poli fondamentali sopprime l’opposto e per giunta
l’indeclinabile dualità. L'ultimo, volendo evitare ogni scelta, abbandona ogni
notizia ma in fondo notifica l'ignoranza, correndo dietro ad un’incognita
ingannatrice. Così, concludendo, quanto all’aspetto gnoseologico e metafi- sico
della questione, possiamo stabilire che l’idea di causa come ogni altra idea
riferentesi alla natura sia esterna che interna ha, secondo noi, origine
psicofisica per la realtà, ed empirico-ra- zionale per la conoscenza. In altri
termini noi prendiamo una posizione centrale tra l’empirismo e l’apriorismo,
ammettendo 256 SEZIONE II - CAPO II però di non poterci rappresentare nulla di
complesso (e quindi nulla di connesso causalmente) senza fare noi stessi la
connes- sione, secondo le forme di quell’attività sintetica che costituisce la
funzione normale del pensiero, sempre subobjettivo e psico- fisico in ogni suo
atto. $ 2. — Premessi questi schiarimenti in generale, passiamo al- l’aspetto
particolare della questione. L’idea di causa (non il concetto scientifico di
rapporto causale) ha un'applicazione doppia, secondo che si considera
Pesperienza interna o l'esterna. La ricerca dell’origine di questa idea deve
dunque dividersi in due parti: la prima concernente l’esperienza interna, la
seconda l’esterna. Esaurite queste indagini, consi- dereremo l'origine del
principio di causalità. Si deve tener presente che nel campo dell’esperienza
interna tutto un complesso di idee circa la causa, vaghe, arbitrarie, in-
determinate, fluttuanti tra il dogmatismo e lo scetticismo, oscu- ‘a
l'apprezzamento critico del ricercatore. V’è nel fondo dell’e- sperienza umana
la coscienza istintiva dello stato d’imperfezione e di debolezza in cui si
trova lo spirito indotto a pronunciarsi su ciò che stima causa ed effetto; ma
v'è insieme la coscienza spon- tanea d'uno stato di verità su questo proposito,
di cui è capace ed a cui aspira. E questi due stati sono intrecciati l’uno
all’altro e si implicano a vicenda; poichè non potrebbe riconoscere imper-
fetta e confusa un'idea chi non si sentisse capace d’una cono- scenza ideale
superiore; nè potrebbe aspirare ad un’idea supe- rlore chi non sentisse la
fragilità e Vincertezza della propria conoscenza. 4 Ma, per dare alla propria
intuizione spontanea di ciò che è vera causa il fondamento e il valore più
probabile, e fissarne le note più salienti nella forma d’un giudizio, la mente
ha bisogno di vivere realmente l'atto della causalità nell’esperienza interna e
di immedesimarsi con esso. All'incontro, affinchè questa esperienza sia
possibile, occorre che realmente si attui dentro di noi un processo di interna
ne- cessità nell’accadere successivo dei fatti nostri, perchè il carat- tere
proprio e costitutivo della relazione causale è la sintesi della. successione e
della necessità. Data la realtà di questo processo, ORIGINE, VALORE ED USO
DELL’ IDEA DI CAUSA 257 senza dubbio può ingenerarsene l’idea. Ma si attua
realmente un tale processo dentro di noi? Nel primo volume ho già fatto lo
spoglio dei maggiori sistemi che cercano di spiegare l'origine dell'idea di
causa in modo psicologico, identificando cioè questa idea con l'apprendimento
di un fatto interno sui generis rivelan- tesi immediatamente alla coscienza.
Aggiungerò ancora qui una ultima menzione di due sistemi che offrono qualche
tratto di maggiore analogia con quello che friv poco procurerò di abb»z- zare
(1). Vedemmo che Maine de Biran, collocandosi da un punto di vista
sostanzialmente psicologico, scorge l’origine dell’idea di Causa in un'esperienza
interna privilegiata cioè nella considera- zione dello sforzo muscolare voluto,
in cui noi sentiamo, a parer suo, immediatamente l'attività nostra e
simultaneamente i due termini in rapporto causale della volontà e del movimento
mu- scolare, Caso unico e fondamentale da cui egli stima di potersi elevare
anche più in su, cioè al conato mentale considerato come il fatto primitivo
della coscienza e della nostra unità psichica. Il Fonsegrive, seguendo da
vicino questa teoria, la quale in fondo identifica Vio con la coscienza
dell’energia volitiva e causativa, in quanto afferma che noi non possiamo
conoscerci come soggetti veri e proprj senza sentirci causa di certi movimenti
o d’altre modificazioni organiche, si pone questa domanda : se ogni sforzo —
che è causalità — è pensiero, possiamo dire viceversa che ogni pensiero è uno
sforzo e quindi una causalità 2 e conclude affermati. vamente, Insomma : sforzo
è cansalità, pensiero è sforzo, dunque pensiero è causalità. Ecco il sillogismo
a cui mi pare che sì ri- duca il nerbo della sua teoria. Ogni fatto mentale ha
una fun- zione rappresentativa e nello stesso tempo motrice. Ogni pensiero è
spiegamento di forza e quindi posizione di cansa e di effetto. (1) Il lettore
comprenderà che qui si fa cenno delle sole teoric del Marx pE Birax e del
FoxseGrIve per la ragione che esse sole trattano dell'origine dell'idea di
causa dal punto di vista psicologico dell’esperienza interna, avan- zando una
proposta che ha qualche analogia con la nostra. Ma farà d’uopo ancora avvertire
che ogni soluzione empiriologic:i (e beninteso anche la nostra) è piuttosto
un'opinione che un concetto? Ben diverso è il campo in cui si riscontra
l'origine del vero e proprio concetto di rapporto causale. Esso è il campo
scientifico e versa tutto, come ho dianzi provato (Sezione I), nella que- tione
sperimentale. A. PastoRE — Il problema della causalità - Vol. II 17 258 SEZIONE
II - CAPO II La vera causa non è dunque che pensiero. L'esperienza interiore
datrice di causalità esiste ; è lo stesso pensiero, cioè l’espressione dello
sforzo mentale, fondo comune del desiderio e del volere. L'esperienza della
causalità si identifica coll’esperienza del pen- siero. Tal’è la teoria del
Fonsegrive. Non ripeterò qui le osservazioni già fatte nella. parte storica,
per provare che queste teorie non risolvono il dibattito che ci interessa con
sufficiente precisione. Basterà notare una cosa. I due autori ritengono che
l’idea di causa sia il prodotto della for- mazione immediata del nostro io che
l’apprende di primo acchi- to, sia per la coscienza d’ogni sforzo voluto (M. d.
B.), sia per l’esperienza d’ogni atto del pensiero (F.). Secondo loro, non ab-
biamo bisogno di uscire da noi stessi per aver idea della causa- lità. E, per
quest'ultimo punto, non hanno torto. Come infatti concepire che io non sia la
causa d’ogni mio atto, dal momento che della produzione degli effetti
determinanti e posteriori al mio sforzo intellettuale io ho sempre sicura e
immediata esperienza ? Come ammettere che io non sia relativamente libero in
questo mio processo di causazione, cioè in quest’azione causativa in atto, se
io mi sento tale? Se mi è comodo rigettare il pesante far- dello della
responsabilità delle mie colpe, non mi sento io forse tutt'altro che disposto a
non attribuirmi il merito delle mie buo- ne azioni? Se non che queste teorie
non possono dirsi una vera e propria esplicazione, nè pure pel solo caso della
causalità in- terna. Come infatti si potrà concedere che in ogni esperienza di
sfor- zo, In ogni atto del pensiero ci Appaja la nota specifica della ne-
cessità nel duplice senso soggettivo e oggettivo che la definizione di causa
richiede? La loro teoria passa leggermente su questo punto, considerando forse
l’esperienza della necessità come qual- cosa di per sè evidente e di
trascurabile. Ma, se noi vogliamo renderci conto dell’idea in questione, è
appunto in ciò che essa adombra del concetto essenziale che dobbiamo
considerarla, e l'essenziale nel concetto è appunto la sintesi della
successione e della necessità. Qui è veramente il nodo della questione. . In
verità, se quella che affermiamo come idea di causa non è idea, oltre al resto,
d’una necessità, Ta questione non è risolta. Come e quando possa ingenerarsi in
noi l’idea d’una interna ne- ORIGINE, VALORE ED USO DELL’ IDEA DI CAUSA 259
cessità nell’accadere successivo dei fatti nostri, questo assunto, ripeto, i
due autori tràscurano di precisare, paghi di metter in evidenza l’idea di
attività mutuata dall'esperienza interiore. Bi- sogna pertanto riparare la
teoria psicologica, ed io credo che si possa farlo riconoscendo come rivelatore
un momento tipico d’e- sperienza interna molto più ricco dei momenti proposti.
Ora que- sto momento c’è. E il momento della produzione successiva della
deduzione necessaria del pensiero, la produzione cronologica della deduzione
logica nel filo del discorso. Ecco il fatto interno sui generis di cui abbiamo
sicurissima coscienza. Queste mo- mento rinchiude senza dubbio le due note
della necessità e della successione. A questo riguardo la nostra fiducia non
può essere scossa da nessuna raglone indeterministica, perchè la negazione
razionale della nostra produzione logica è un non senso. Ogni uomo di mente
sana, educato a ragionare, non si può sottrarre alla necessità di riconoscere
nella serie di certi suoi ragionamenti (filo logico del discorso) la necessità
di certe nozioni che si svol- gono successivamente nel tempo, nella misura in
cul si sente ca- pace di ragionare logicamente, e insieme non sì può sottrarre
alla necessità di riconoscersene autore, cioè causa, come si dice nel senso
volgare della parola. Contro ciò si potrebbe objettare che la produzione
(successiva) della nostra deduzione (necessaria) nel filo del discorso (succes.
sione necessaria del pensiero in s. s.) è bensì un fatto vero e in- negabile,
ma troppo raro perchè ogni uomo ne pigli atto, come do- vrebbe accadere per
quel fatto che fosse veramente capace di dare una soluzione soddisfacente al
nostro problema. Ma l’objezione avrebbe valore, solo se esperienza del filo
logico e cronologico del discorso fosse assunta come punto di partenza di ogni
idea di causa ; mentre è chiaro che viene proposta qui, come ho avver- tito,
solo nel caso della causalità nostra e avvertita dentro di noi, in quello
stadio perfezionato della conoscenza empirica che più s’approssima al grado
della conoscenza scientifica. Nè si po- trebbe con ragione asserire che per tal
modo il rapporto causale venga ridotto a puro rapporto logico, perchè non si
vede come debba affermarsi semplicemente logico quel processo che, senza
reticenze, si svela come logico e cronologico, cioè la successione temporale
dei nostri atti razionali. Se gli schiarimenti dati non 260 SEZIONE II - CAPO
II bastassero, si potrebbe aggiungere anche questo, che il discorso logico è
causazione psichica, non già perchè logicità e causalità siano lo stesso; ma
perchè, «la nel pensare sia nel parlare, quando la serie logica pura per
l’esigenza pratica deve distendersi espo- sitivamente nella serie
dell’espressione, la nostra mente passa in modo successivo da una nozione ad
un’altra e così forma. proprio una serie razionale di successioni temporali,
realizzando quella doppia connessione logica e cronologica che corre fra causa
ed effetto (1). Cencludiamo dunque che i’idea di causalità interna (non dico
altro che l’idea) può prendere origine, nello stadio più elevato della
conoscenza di primo grado, dall’esperienza diretta della pro- duzione deduttiva
avverantesi successivamente e necessariamente in noi e per causa nostra, lungo
il filo del discorso. Pare quasi una inutilità ripetere che, abbandonando le
tesi del Maine de Biran (1) Abbiamo già visto altrove che il Wunpr chiama
sostanziale e di carat- tere concettuale la causalità fisica, attuale invece e
di carattere intuitivo la causalità psichica. È evidente che in questa sua
maniera di caratterizzare la causalità psichica egli non ha tenuto conto della
causazione soggettiva del discorso logico, in cui è facile comprendere che, se
la rivelazione è intuitiva, il processo per contro è razionale, benchè si
effettui nel filo del tempo. Ma, anche dissentendo in ciò, non si può negare
che il suo diligente esame della causalità psichica faciliti la ricerca
aitiologica, costringendoci a distinguere cid che è vero solo pel collegamento
causale del divenire psichico da ciò che è vero solo pel collegamento causale
del divenire della natura. È vero che quando egli parla di intuizione di
collegamento causale, per es., tra un fatto volitivo e i suoi motivi, lascia
del tutto in disparte l’intuizione della produ- zione successiva della
deduzione nel filo del discorso. Ma chi si convinca che ogni collegamento
causale esige la necessità vede facilmente il punto debole della teoria
wundtiana. Come dimostra il W. la presenza indeclinabile del nesso di necessità
fra i processi d’esperienza interna che egli afferma con- siunti in
collegamento causale ? Forse in nessun punto la sua analisi sì mostra così
inadeguata ai fenomeni che egli intende spiegare come nella teoria della
causalità psichica, dov'egli s'è conquistata per altri riguardi così profonda
competenza. Che, in ultima analisi, entrambe le idee di causalità (fisica e
psi- chica) si riducano ad un sol punto di vista direttivo, a quello cioè d’un
unico concetto generale ausiliario, traente origine dal bisogno che noi abbiamo
di ordinare tutte le esperienze in una relazione di dipendenza tale che ci
renda possibile il filo conduttore del pensiero, sta bene. Ma bisogna tener
fisso che questo filo conduttore non è punto una rete che il pensiero getti
sulla realtà esterna per farla sua. In verità, i principj ideali in genere non
sì trovano nella realtà prima che nel pensiero; nemmeno il pensiero li possiede
prima da sè, poi li projetta sulla realtà esteriore. Essi sono nello stesso
tempo leggi del pensiero soggettivo e leggi della oggettiva realtà. i — —_——_—m
ORIGINE, VALORE ED USO DELL’ IDEA DI CAUSA 261 e del Fonsegrive, qui si prende
come punto di partenza l’espe- rienza diretta dell'atto logico in composizione
sintetica coll’atto intuitivo, perchè, se la causa in ogni caso è il complesso
degli an- tecedenti necessar) e sufficienti alla produzione d’un fatto, è im-
possibile che se ne possa avere l’idea ricorrendo genericamente ad ogni maniera
di pensiero, quando si sa che non ogni maniera di pensiero, per esser ottenuta,
esige un procedimento necessario e consapevole dall'uno all’aitro dei suoi
termini e tanto meno ci sì presenta in quell’atto formativo sintetico di
intuizione e di concetto che è caratteristico al processo causale. Non nego che
l’uomo possa formarsi l’idea di causa interna in modo oscuro e indistinto,
senza che gli sia possibile averne pre- senti alla mente tutti gli elementi
costitutivi, il che è frutto del pensiero riflesso. Ammetto anzi, com'è ben
naturale, che il pro- gresso della mente nella cognizione causale consista nel
proce- dere gradatamente dall’idea confusa alla distinta, e quindi al concetto.
Ma ritengo che, solo dall'esperienza privilegiata del pensiero logico applicato
al molteplice della rappresentazione empirica, in cui noi sentiamo successivamente
i termini empirici della nostra stessa attività reale e concepiamo logicamente
i loro rapporti necessarj come sintesi in atto di intuizione e di cate- goria,
possiamo avere la rivelazione diretta dell’idea di causa, nella forma più
perfezionata della conoscenza di primo grado. Passiamo ora all’origine
dell'idea di causa in ordine all’espe- rienza interna. Abbiamo già veduto,
nella parte storica, come uno dei più gravi difetti della scuola dei psicologi
consista nel tra- sporto abusivo dell’idea di causa dall'esperienza interna
all’es- terna. Ma la cosa più notevole è questa, che tal maniera di- pro-
nunciarsi sulla causalità fisica è in perfetta armonia con quel. l'illusione
d’ottica mentale di cui sono vittima tutti gli uomini, quando in mancanza d'una
prova sicura s'azzardano ad affer- mare, non che a congetturare, la connessione
necessaria dei fatti (1). E, sc pensiamo che in questo caso la prova non può
es- ser data che dall’esperimento, impossibile nel primo grado del (1) Il
GuasteLLA, che nel suo saggio sopra la Filosofia della Metafisica ha esaminato
con grandissimo acume questo processo inconscio di generalizza- zione
illegittima, non esita a vedervi uno dei sofismi naturali proprj della
metafisica istintiva dello spirito umano. 262 SEZIONE II - CAPO I_L conoscere,
dobbiamo conchiudere che un’origine plausibile del- Pidea di causa
nell'esperienza esterna, ancora avvolta nella con- tingenza, viene del tutto a
mancare. \ 3. — Passiamo all'origine del principio di causalità. Dall’os-
servazione precedente, la cui verità non potrebbe esser revocata in dubbio, si
deduce che, nel campo speciale della causalità esterna, la questione
dell'origine dell’idea di causa si identifica con quella dell’origine del
principio di causalità. Per questo invero affer- miamo che nulla accade senza
una causa, o che tutto quello che accade è un effetto e simili (1). Possiamo
dunque esser certi che lo spirito rispetto alla connessione dei fatti esterni
già funzioni con preconcetto causale prima ancora di esserne consapevole. È
probabilissimo che la ripetizione frequente dell’esperienza cau- sativa nel
mondo della causalità interna, appresa nel modo in- dicato e potentemente
rafforzata dall’abitudine, sia quella che spinge la mente alla generalizzazione
illegittima, cioè al passag- gio dal valore limitato dei casì conosciuti al
valore illimitato di Ogni caso, S4. — Kdoora che abbiamo presenti tutte le
ricerche sopra. lori. gine dell'idea di causa e del principio di causalità,
presentiamo in compendio i risultati più salienti. In generale, cioè quanto
all'aspetto gnoseologico e metafisico (1) Ognuno vede che il principio di
causalità non si deve esprimere con la formula « ogni effetto ha la sua causa
», perchè in questa formula il principio sarebbe tautologico, nonchè infecondo.
Inoltre si dovrebbe capire che il prin- cipio di causalità è ben distinto dal
principio di ragione sufficiente, perchè questo è principio logico meramente
formale concernente la dipendenza delle cognizioni, quello invece è principio
insieme logico e cronologico, cioò concer- nente la dipendenza dei fatti nel
doppio ordine della necessità e della succes- sione. Giustamente osserva il
Masci: « la distinzione della ragione e della causa è reale, perchè in questi
ci è la produzione nel tempo che non è nella ra- gione; e l’altra parte la
causa non si può ridurre a una semplice ragione, perchè è sempre essenzialmente
un fatto ». (M., Logica, 50). Noi accettiamo tutta la teoria del Masci il quale
prima, accoglie la critica del Locke rivolta a provare che i principj logici
non sono principj di conoscenza e di prova; poi ammette che lo stesso valore
ausiliario dei principj non si spiega e non s'intende se non come conseguenza
d’an valore intrinseco, che il Locke ha trascurato di determinare. Questo punto
delli dottrina del Masci si può ben considerare come acquisito alla teoria
dell'origine dei principj logici, ed esten- sibile a quella del principio di
causalità. ORIGINE, VALORE ED USO DELL’ IDRA DI CAUSA 263 della questione
dell’origine delle idee in nol, riconosciamo — quasi alla maniera di Kant — di
non poterci rappresentare nulla di connesso nella realtà senza fare noi stessi
la connessione, se- condo le forme di quell’attività che costituisce la
funzione nor- male del pensiero, sempre subobjettivo, sempre psicofisico in
ogni suo atto. L'analisi poi, come deve evitare la confusione della
rappresentazione coll’idea, e di questa col concetto, così deve di- stinguere
la questione empiriologica dalla scientifica. La vera e propria conoscenza
causale, impossibile nell’esperienza, non ha luogo che nella conoscenza
sperimentale. In particolare, cioè quanto all’aspetto empiriologico della que-
stione, distinguiamo anzi tutto la genesi dell’idea di causa dalla genesi del
principio di causalità; quindi, rispetto alla prima, di- stinguiamo ancora i
due casi dell’esperienza interna e dell’e- sterna. Nel primo caso, cioè in
ordine all’esperienza interna, ammet- tiamo la rivelazione diretta fornita
dalla consapevolezza dello sforzo mentale dell’atto logico del pensiero
(necessità) in connes- sione sintetica coll’atto cronologico del filo del
discorso (succes- sione), accettando così limitatamente la tesi dei sostenitori
del- l’esperienza interna immediata; ma con una limitazione che, a dir il vero,
ne sopprime il merito speciale nell’istante medesimo in cui le riconosce il
valore generale. Il procedimento fondamen- tale del pensiero in atto causale è
indipendente dall’esperienza quantitativa e la mente ne prende conoscenza
diretta tutte le volte che si attua e si accompagna a sufficiente potere di
rifles- sione. La produzione successiva della deduzione necessaria è un
processo sui generis dell’atto del pensiero. L’idea di causa de- sunta da
questa esperienza privilegiata non è ancora altro che una sintesi percettiva e
rappresentativa d’un indistinto varia- bile. Ma il concetto di rapporto
causale, come sintesi astrattiva e logica d’un distinto fisso, piglia le mosse
da quest’ultima in- tuizione e forse non sarebbe neppure possibile senza di
essa. In secondo luogo, cioè in ordine all’esperienza esterna, am- mettiamo che
l’idea di causa s’identifica coll’idea del principio di causalità in generale,
mancando la prova specifica del vero nesso fisico causale, fornita solo
dall’esperimento. Circa la genesi del principio di causalità, ammettiamo che
264 SEZIONE II - CAPO II esso non è che una presunzione ipotetico-induttiva,
dovuta a dne motivi: 1° all’estensione illegittima dell’idea di causa desunta
dall'esperienza. diretta dell’atto logico dello spirito, in quanto
successivamente concepisce, giudica e ragiona ; 2° alla innegabile probabilità
che tale ipotesi (logica della mente) sia in accordo coi fatti (logica della
natura), dovuta al crescente numero dei casi favorevoli all’anticipazione
induttiva, di cui fanno irsti- monio l’esperienza e la scienza. Questi
risultati dovrebbero farci capire che le varie dottrine le quali sostengono il
grande dibattito del problema causale, per quanto opposte fra loro, anzi
appunto per questo, non sono una congerie arbitraria di ipotesi slegate e
insignificanti. Esse co- stituiscono invece il complesso delle esigenze
teoretiche essen- ziali alla soluzione del problema. Solo uno spirito
superficiale potrà rifiutarsi di vedere in esse quelle vedute funzionali cia-
scuna delle quali, in vario modo, è necessaria e tutte insieme sono sufficienti
alla sistemazione della teoria che c’ interessa. Quindi si capisce che la
considerazione concihativa di queste ve- dute particolari nel sistema integrale
della conoscenza è il com- pito della filosofia che deve aprire allo spirito la
distesa infinita della verità. 5. — I principj di empiriologia che siam venuti
esponendo, ri- ceverebbero nuovo lume e conferma dalle svariate applicazioni
che se ne potrebbero fare in tutto il campo del sapere, perchè ogni scienza
esatta ha bisogno di precisare le sue frontiere, af- finchè le sue verità non
vengano confuse colle generalizzazioni arbitrarie dell'esperienza ; ma io non
posso qui far altro che de- lineare a brevi tratti una materia, che
richiederebbe da sè sola un libro, e restringerla inoltre allo stretto angolo
visuale che ora ci interessa. La nostra dottrina suggerisce facilmente la
spiegazione della crande varietà di sistemi concernenti la teoria empirica
della causalità che ci presenta la storia, e ne svela il difetto fondamen-
tale. Si bada a sviluppare, nella formazione dell’idea di causa, chi il fattore
oggettivo, chi il fattore soggettivo, chi una tempera- ta sintesi di entrambi ;
chi la materia esteriore, chi la forma intoe- riore, chi una giusta sintesi
dell’una e dell'altra; chi il dato del ORIGINE, VALORE ED USO DELL’ IDRA DI
CAUSA 265 senso, chi la funzione dell’intelletto, chi un’armonica sintesi di
ambedue. Chi afferma il valore dell’intuizione diretta e trascura la voce del
dubbio, chi esalta il valore della logica e deprezza il lavoro della coscienza,
chi si chiude nell’elegante amarezza dello scetticismo, chi si affida alle alì
celesti della teologia. Chi parla troppo della sequenza, non parla niente della
necessità ; chi s'ab- bandona alla dottrina dell'efficienza fa violenza
all’analisi sem- plice del rapporto, ipostatizza l'impulso causale, scambia un
concetto-limite con una realtà. Insomma, restando nel campo dell’esperienza, ci
troviamo di fronte alle più antinomiche e in- solubili alternative. Bisogna
dunque riordinare i principj medesimi della discus- sione, bisogna capire come
e perchè sul terreno della mera cono- scenza empirica la critica abbia ragione
di mantenere sia la po- sizione scettica quale s'incontra. da Sesto Empirico a
Davide Hume, sia la posizione dogmatica d’Aristotele, sia tutte le altre, La
ragione è chiara. Solo il ‘criterio del vero sperimentale pone basi inconcusse
alla dottrina della causalità, perchè la vera e propria conoscenza cansale è il
prodotto delle due funzioni es- senzialmente indivise e inseparabili: la
sensibile e la razionale e solo il metodo sperimentale, nel cui studio versano
l’esperienza sensata (o l'osservazione) e la dimostrazione necessaria (0 la de-
duzione) accordate con l’artificio ipotetico-tecnico del modello, è in grado di
impiegare fedelmente così l’una come Valtra fun- zione, secondo l’ordine logico
e cronologico che realmente le go- verna. Il criterio del vero speculativo in
ordine al problema della causalità tiene e deve tenere una via affatto diversa.
In luogo di accumulare ipotesi sopra.ipotesi come fa l’esperienza, generando
quelle eterne discussioni in cui non resta mai pro- vata la verità, ma sì bene
l'insufficienza e l’arbitrio di tutti i si- stemi proposti, preso atto delle
leggi causali assodate dalla scien- za, indaga il senso e il valore supremo
della causalità nel siste- ma della realtà universale. L'esperienza è un modo
di opinare e non un metodo di ragionare. Finchè non si entra nel campo chiu- so
della scienza tutte le risposte aitiologiche — dallo scettici- smo che dice nè
sì nè no, al dogmatismo che dice o sì o no — hanno pari diritto di svariare
liberamente. A questa dottrina s'è opposto fieramente dai sostenitori del- 266
SEZIONE II - CAPO II l’anti-intellettnalismo che la validità oggettiva delle operazioni
e dei risultati delle scienze sperimentali è non meno ipotetica d'ogni
interpretazione empirica. I più avveduti dicono che le fa- “mose leggi causali
non hanno che un valore provvisorio, perchè ogni scienza in genere, non solo la
fisica, va imponendo conti- nuamente a sè stessa innegabili integrazioni, delle
quali si può dire che essa viva; perciò è legittimo il dubbio sul valore
defini- tivo della scienza. — Ma, come già fu detto nella Sezione prima,
nessuna objezione di questo genere regge; perchè, se prendiamo a considerare il
processo integrativo della scienza vera e pro- pria e seguiamo le sue
conseguenze, non ci imbattiamo mai in negazioni di verità rigorosamente prima
stabilite, ma o in rima- neggiamenti simbolici che segnano perfezionamenti di
metodo, 0 in sostituzione d'ipotesi che però non entrano nel cuore della
scienza, essendo puri strumenti di lavoro. Non bisogna insomma confondere il
processo logico delle verità scientifiche, che è ne- cessario in sè, col
processo formalistico della scienza che è certo contingente da uomo a uomo e
d'età in età. Per dar ragione allo scetticismo bisognerebbe poter citare dei
casì in cui le successive scoperte scientifiche abbiano realmente infranti, non
precedenti ipotesi, o modi più o meno arbitrarj di vedere, ma precedenti ve.
rità. Invece fortunatamente non sl possono citare Che coordina- zioni
scientifiche progressive. Quanto alla possibilità che ven- gano a dissolversi i
presunti legami necessarj dei fatti nell’in- finito del tempo, affinchè la cosa
fesse vera, occorrerebbe che le successioni necessarie richieste dai rapporti
causali non fossero che un bisogno metodico della scienza fondato sopra
l’ipotesi eratuita di un'identità o di una somiglianza dei termini del rap.
porti in questione. È precisamente ciò che sostengono alcuni in- deterministi
ostinati nell'affermare l'insussistenza dell’identità dei singoli termini, come
se da questa derivasse la rovina dell'i- dentità del rapporto fra un ordine
passato e un ordine futuro. In sostanza vengono i dire: Il rapporto si fonda
sulla massima: data la stessa causa, è dato lo stesso effetto; ma la critica ci
di mostra che ogni fatto è sempre nuovo, cioè che la medesimezza. dei fatti non
c'è, anzi che la concezione stessa del medesimo ap- plicata ai fatti è falsa;
dunque il principio di causalità non sì applica alla realtà oggettiva. Così,
dalla causalità fisica pas \ ORIGINE, VALORE ED USO DELL’ IDEA DI CAUSA 267 x
sando alla psichica, pel psicologo che non si lascii ingannare da apparenti
analogie, osserva il Bergson, una causa interna pro- fonda dà il suo effetto
una volta sola e non lo riprodurrà mai più, giacchè due fatti psichici profondi
sono sempre radical- mente eterogenei. Davanti al teatro della coscienza, lo
stesso ino- mento non si presenta eguale due volte. Come dunque si dirà che la
stessa causa produce lo stesso effetto? — Ma non credo che occorra discendere
ad esempj per far intendere che quest’ubje- zione si fonda sopra l’erroneo
scambio dell’identità dei fatti 201 l’identità del rapporto, trascurando di
notare che la causalità per la scienza non è che un sistema di relazioni. Gli
indetermi- nisti dimenticano sempre che, nella teoria della causalità legale,
identità di causa significa identità astratta di condizioni neces- sarie e
sufficienti alla produzione d’un fatto. Questo fatto in questione poi a sua
volta non è che una connessione di fatti 0 un sistema. Quindi non importa che
ogni fatto sia sempre nuovo. ‘ È il rapporto astratto dalla scienza che è
sempre identico, a pa- rità di condizioni, malgrado innegabile infinita varietà
empi- rica degli antecedenti e dei conseguenti e del rapporto empirico stesso
in cui ha luogo il rapporto costante fissato dalla scienza (1). Finalmente è di
minima importanza: lo sforzarsi di provare che il rapporto necessario della
causalità si dissolve, col dire che nella mutua dipendenza dei fatti, cioè nel
rapporto del fatto can- sante coi fatti causati, sempre si ritrova il rapporto
di semplice successione temporale. Lo sforzo servirebbe contro chi volesse ri-
durre il rapporto di necessità causale al solo rapporto di neces- sità logica,
senz'altro. Ma dal momento che causa, scientifica- mente parlando, è necessità
e sufficienza di ragione e di fatto, dal momento che per essa si determina la
necessità di due siste- mi cquivalenti d'una successione reale cade ogni
ragione di con- troversia. Considerando ora in blocco queste objezioni, sembra
che la tesi contraria alla validità oggettiva delle leggi causali resti
confutata nei nodi vitali della difficoltà. — Non posso tuttavia trattenermi
d’aggiungere alcune altre con- (1) Abbiamo già notato antecedentemente come il
rapporto di causalità con- senta la varietà infinita dei fenomeni, cioè la
possibilità che ogni effetto (fe- nomeno) non sia una pura e semplice ripetizione
dell’antecedente, malgrado l’identità del rapporto. 268 SEZIONE II - CAPO II
siderazioni che dovrebbero eliminare ogni residuo d’incertezza. Se concepiamo
la scienza fisica scientificamente, cioè come de- terminazione esatta dei
rapporti costanti o delle funzioni causali e non già come determinazione della
natura metafisica dei dati, ne consegue che, per quanto sia vero che la
determinazione della natura oggettiva dei dati naturali non costituisca
l’oggetto della scienza, non può dirsi che la scienza fisica ci lascii ignota
tutta l’oggettività della natura, dal momento che Fintreccio dei rap- porti
costanti delle cose che la scienza fisica riesce a determinare costituisce
anch'esso, in modo eminente, quella profonda legalità in cui si risolve
l’esistenza della natura. Questo è il vero noc- ciolo della questione. Colui
che dice : «queste leggi causali, sotto le quali è possibile la conoscenza
sperimentale delle cose, val- gono anche oggettivamente cioè per la connessione
oggettiva delle Cose stesse, come oggetto d’una conoscenza scientifica
possibile », ‘per quanto di proposito trascuri la natura oggettiva dei singoli,
dà una misura precisa della portata oggettiva delle sue leggi, ac- cordandoci
il diritto di pretendere che certi fatti naturali siano veramente e realmente
prevedibili, e concedendoci così la più lam- pante prova del reale e crescente
dominio oggettivo della fisica sopra le forze naturali. E lo stesso vale per
chi si rifiuti di am- mettere l'oggettività dei rapporti universali e necessarj
delle cose, colla scusa che essì non formano l'oggetto dei sensi ma della
ragione. Per quanto tali rapporti si determinino colla de- duzione razionale
applicata ai dati dell’intuizione sensibile e non soltanto con questa, è chiaro
che essì non sì conoscono co- modamente a priori coll’esclusiva introspezione
della nostra in- dividnale soggettività. In una parola si tratta di intendere
che la proposizione della legge non fa altro che provarci che certe condizioni
formali della realtà sono connesse così intimamente colle condizioni formali
del nostro pensiero che la negazione di tale legge importerebbe la negazione
del pensiero stesso, non che della realtà. Questo significa che la
intelligibilità oggettiva delle leggi naturali è carattere necessariamente
connesso coll’intelli- gibilità medesima del pensiero. Onde non può darsi
incoerenza maggiore per un filosofo che dire, un momento, che il pensiero
logico è valido in modo universale e necessario e, un momento dopo, che non lo
è più. Il cuore della realtà, infine, non è solo ORIGINE, VALORE ED USO DELL’
IDEA DI CAUSA 269 nella natura intima dei singoli dati, come non è solo nella
toro trita congerie, ma è pure nella legalità universale e necessaria dei dati,
in rapporto alla nostra possibile conoscenza razionale. Questa vera e
scientifica oggettività può ben essere inconosci- bile coi puri sensi (come di
fatto lo è); ma, giacchè essa sì lascia determinare esattamente dalla scienza
fisica. nelle leggi causali, certo non può dirsi che noi siamo assolutamente
incapaci di usci- re dalla nostra individuale soggettività. Se, dopo sì lungo
giro, noi consideriamo ora la posizione di Kant e cerchiamo di paragonare la
sua soluzione alla nostra, troveremo, a quanto mì sembra, semplicemente questo
divario, che Je leggi causali, secondo Kant, hanno una validità oggettiva
perchè la realtà oggettiva è opera nostra. La realtà fenomenica, secondo K.,
risponde alle leggi del nostro intelletto, perchè ne è costituita. Ma noi
sappiamo per contro che la costituzione formale della realtà, cioè la natura in
largo senso, in quanto realtà determinata da leggi generali, nulla ci dice
intorno alla determinazione esatta delle leggi parti- colari che non si possono
conoscere per mezzo dell’apriori puro, come neppure per mezzo della semplice
esperienza. L'ordine for- male universale e necessario della natura nel suo più
ampio si gnificato in breve non è tutt'uno coll’ordine formale universale e
necessario dei fenomeni della natura particuleriter spectata, che la scienza
fisica deve sperimentalmente determinare. Quindi la nostra risposta oltrepassa
quella di Kant. Kant rimproverò Hume di non essersi proposto il problema nella
sua totalità, ma di averne visto solo una parte. Ciò malgrado Kant medesimo
cadde in un difetto analogo. Egli non giunse ad affrontare tutto il problema
della conoscenza causale ; ne affrontò solo una parte, la parte metafisica.
Hume aveva trascurata la parte metafisica pura; Kant trascurò la parte fisica
sperimentale ; cioè tagliò via sconsideratamente tutta una provincia e proprio
quella che serve alla determinazione positiva dei rapporti causali, secondo il
fine della scienza fisica, mentre aveva pur tentato di appoggiarsi so- pra le
due scienze di incontestato valore, la matematica pura e la fisica pura che, a
parer suo, costituiscono le basi della meta- fisica considerata come scienza.
La scienza fisica postkantiana non si contentò di restar chiusa nel concetto
metafisico della causalità, ma ritornò alla via di Galileo Galilei e ne
prosegnì 270 SEZIONE II - CAPO II la tradizione solenne. È a quest’ultimo
indirizzo che aderisce la prima Sezione (epistemologica) del presente volume. E
mì pare che vi siano molte buone ragioni per sostenere la validità ogget- tiva
delle leggi causali, senza unicamente rimaneggiare i vieti argomenti della
metafisica che tutti conoscono. $ 6. — Noi finora non siamo usciti dalla
considerazione del valore oggettivo della scienza, giacchè è da questo punto di
vista soltanto che ricercammo se e quanto le leggi causali siano valide
riguardo alla realtà sperimentale. Ma, dal momento che s’è ri- conosciuto che
l’apprezzamento del senso e del valore dei rap- porti causali s'inserisce nella
visione d’insieme dell’universo, è evidente che il punto più critico del nostro
studio è quello che concerne l’uso legittimo dell’idea di causa oltre i confini
della scienza. Non c’è in vero un altro punto teoretico che con maggiore rigere
ci costringa a recidere le speranze di coloro che, sulle ali della più
sbrigliata fantasia, amano perdersi fra le nuvole, supe- riori ad ogni
ragionamento. Accenneremo in seguito alle princi- pali teorie alle quali ha
dato origine l’uso illegittimo dell’idea di causa (1). Per ora basterà
dichiarare che il solo uso legittimo di questa idea è quello che non ci conduce
a superare col pensiero il condizionato (cioè il relativo), perchè pensare
l’incondizionato (cioè il non relativo) significa pensare l’impensabile. Con
questo criterio vedremo che il fantasma della causa assoluta che i Cog- matici
cercano di ingrandire al di là d’ogni relazione rimane de- finitivamente
esorcizzato. G TAVSI 3 (1) Si veda, in proposito, l’importantissimo Saggio II
del GuAsrELLA sopra la Filosofia della Metafisica (Palermo, Sandron, 1905), in
cui sorio esaminate appunto le principali teorie fondate sull’iden di causa nel
senso metafisico (causa efliciente), dall’antropomorfismo (teologismo,
animismo, ilozoismo, pan- psichismo, idealismo) alla filosofia meccanica o
impulsionista; dalla dottrina dell’inconoscibile alla filosofia apriorista e al
realismo dialettico del Taine, di Platone e di Spinoza. LET == TEXES: = CAPO
III. Questione della causalità efficiente universale. $ 1. Negazione della
causa efficiente universale e significato della ricerca filo- sofici delle
cause. — $ 2. Teoria dell'illusione iitiologica. — $ 3. Questione della logica
della natura, — $ 4. Senso ideale dell’attività causativa dell’u- niverso, Sì
1. — Lo spirito umano rispetto al problema della causalità universale si trova
in una strana condizione. Incessantemente domanda alla scienza il perchè dei fenomeni
empirici e la scienza gli risponde additandogli le leggi causali cioè i
rapporti uni- versali e necessar) della realtà. Ma questo non gli basta ;
perché da un lato sente ancora di dover reclamare qualche cosa al di là dei
legami causali, dall’altro finisce per accorgersi che questa ulteriore ricerca,
se e in quanto sì risolva nella ricerca del per- chè del perchè non è altro che
la più grande illusione. Questa Strana situazione non si può spiegare se non
ammettendo che v'è nella nostra mente una tendenza naturale a pascersì di illu-
sioni gratulte, a superare coi sogni ogni realtà, a presupporre una logica
dietro ogni logica, a ipostatizzare un’ipercausa dietro ogni causa,
sottomettendo ogni legge al suo impero. La grande teoria della dialettica trascendentale
di Emanuele Kant esamina appunto quell’illusione naturale che ci spinge alla
vecchia meta- fisica congiunta in mistico sposalizio colla teologia. E poichè
mi avvedo bene che la dottrina di Kant fa ancora a troppi inarcare le ciglia,
stimo opportuno confermarla con quel maggiore cor- 272 SEZIONE II - CAPO III
redo di prove che mi sarà possibile. Solo una severa indagine sulla naturale
tendenza deceptiva dello spirito umano potrà dis- sipare le tenebre che
offuscano il problema della causalità. Secondo un felice schiarimento del
Fouillée, s’intende per cau- sa efficiente un potere o energia intima che tende
all’azione e che somiglia più o meno a ciò che noi crediamo di appercepire
nella nostra. volontà, quando noi facciamo uno sforzo per muovere le nostre
membra (1). L'ipotesi che vi sia in fondo a tutte le cose un'energia
effettuatrice simile, l’ipotesi in breve d’una causa efficiente universale, è
quasi universalmente legata alla cre- denza nell'esistenza di Dio (2). Ora
anche pel credente non c'è nulla che più di questa ipotesi dovrebbe ripugnare
così al vero e proprio concetto scientifico di causi come all'idea di Dio.
Infatti, rispetto al concetto di causa, è chiaro che, non potendosi ammettere
una causa qualunque come possibile senza il suo effetto, la causa dell'universo
(data mia non concessa la sua ipotesi) dovrebbe essere inseparabile
dall'universo. In altri termini, nell'ipotesi della causa dell’uni- verso, lit
causa scomparirebbe se si isolasse dall’effetto. Ciò vuo] dire che nell'ipotesi
della causa dell'universo il.suo effetto imme- diato le dovrebbe essere
coessenziale. Questa considerazione da sola basta già per vietare
l'attribuzione della causalità all’ipotesi dell'ente supremo. Ancora, in ogni
causa è implicita la rela zione d’'equivalenza col suo effetto. Ciò premesso,
come questa relatività potrebbe conciliarsi coll’assolutezza impareggiabile
dell'ente supremo ? . Ne si objettasse che queste conseguenze valgono solo per
le cause seconde o derivate cioè determinate all’esistenza da altre Gause
precedenti e non per la causa assoluta, la seconda risposta non sarebbe meno
stringente della prima. Come si può ancora (1) In sostanza, la vera posizione
logica della questione dev'essere presa nel principio di relatività, secondo
l’alto ammonimento del ReNnouvIER. « La cau- salité est une relation entre
deux termes définis; si celui des deux qui est la cause est défini par une
négation. il est nié comme réel, la relation dispa- rit, et par conséquent la
question ». (Hist. et solut. d.
problèmes métaph., pag. 279). In altri termini, il concetto di causa è
relativo, dunque non può essere applicato all’assoluto (irrelativo). (2) « La
base della filosofia teologica, riconosce il GuasreLLa, è l’idea di causi
efliciente ». Op. cit. I. pag. 291. CI QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE
UNIVERSALE 273 chiamare causa, per quanto suprema, una causa non relativa al
suo effetto? Se la cosidetta causa suprema non è relativa al suo effetto non è
causa; se è relativa al suo effetto non è assoluta. In tale frangente, quando
la ragione cerca una risposta al que- sito della conciliazione delle idee di
causa coll’idea di Dio, infi- nito, eterno ed assoluto, di nessuna soluzione si
può appagare. Ciò che è infinito, eterno ed assoluto è assenza. di limite,
assenza di inizio, assenza di relazione. Ma ciò che è causa implica pre- senza
di inizio, di finitezza, di relatività, come dunque Dio può essere causa? Non
possiamo rifiutarci di constatare che, a questo triplice titolo, l'ipotesi di Dio
come causa presuppone un gruppo di condizioni, che, se fossero vere, ne
renderebbero impossibile così la conoscenza come la realtà. Le conseguenze,
teologica - mente disastrose, di questa concezione sono evidenti; parlando,
s'intende, dell'educazione teologica di vecchio stampo (1). Ma per fortuna non
è necessario ricorrere ai concetti scientifici per servire agli scopi
filosofici della ragione. Che cosa adunque bDi- sogna fare, sì domanderà, per
risolvere il problema della can- salità universale, se è vero, come crediamo,
che sia il nodo vitale della filosofia? Dalle premesse enunciate derivano le
due conclu- sioni seguenti : 1° che bisogna rinunciare all'ipotesi d’una causa
efficiente della realtà, perchè una tale causa non può essere che un’astra-
zione ipostatica, incapace di generare la realtà; 2° che bisogna indagare
unicamente la direzione ideale delle varie relazioni di causalità assodate
dalla scienza, per elevarsi al pensiero della direzione e del valore della
sintesi causale dell’u- niverso. | L'apparente limitazione di questo programma
non ha che lo scopo di assegnare alla ricerca filosofica causale un compito ra-
gionevole distogliendola, com'è d’uopo, da ogni preoccupazione (1) La vera
caratteristica dell'educazione teologica di vecchio stampo è La tesi, che la
nozione di Dio sia indissolubilmente legata alla nozione della causa efficiente
universale. Per questo Dio è sempre considerato come causa prima oltre che
causa finale e causa sui (Cfr. Cap. IV). Per contro i eredenti più moderni, non
disposti a riconoscere tra Dio e l'io altro mediatore che l’amore, non hanno
alcun bisogno di amar Dio traverso i concettualismi scolastici del-
l’aitiologia. A. PastoRE — Il problema della causalità - Vol, II, 15 274
SEZIONE II - CAPO III estranea. Di contraccolpo la teologia viene liberata
dalla cami- cli di Nesso dell'aitiologia (1). L'errore principale delle teorie
filosofiche in fatto di aitiologia è appunto di credere (senza accorgersi
dell’incongruenza di que- sta opinione) che il procedimento scientifico
determinatore delle cause possa valere in filosofia. Così molti filosofi si
lusingano di poter pervenire alla spiegazione universale delle cose, ricor-
rendo ad una causa efficiente suprema di cui tutte le altre cause siano
effetti, e credendo con ciò e perciò di imitare lo scienziato che va in cerca
d'una legge da cui tutti fenomeni non solo ma tutte le leggi minori siano
deducibili. Ma affinchè questa ricerca fosse veramente filosofica sarebbe
necessario in primo luogo at- tribuive ad una tale causa ipotetica caratteri
dei quali la. ricerca scientifica non si può ec non si deve preoccupare perchè
le cause scientifiche sono relazioni sui generis e le metafisiche invece vane
superstizioni ; in secondo luogo impiegare un metodo essenzial. mente
filosofico. Basterebbero queste esigenze per mostrare la impossibilità d'una
ricerca filosofica volta alla scoperta d'una (1) La dissociazione della
teologia dall’aitiologia ha enorme vantaggio di chiarire che l'oggetto proprio
della teologia non è già l’universale realtà cioè l'essere cosmico tutto
intiero, come pretende l’idoleggiatrice immaginazione, ma il supremo ideale
(dell'essere pensante). Cfr., per questa interpretazione teolo- gica,
VacueroTr, La metaph. ct la science, III, pag. 208-284. « Le Mérapuyst-
cIEN. — Ainsi la théologie proprementdite est la science de l'Étre parfait,
conqu dans son idée, et abstraction faite de toute réalitt. La perfection de
cet ètre de raison est tout ideale... Quand les théologiens lui assignent pour
objet un étre réel à part du Monde, ils réalisent une abstraction » (pag.
217-18). « LE Savant. — Voilà un point que les thiéologiens ne vous accorderons
pas volon- tiers... Le MfrapnysIcien. — C'est que le théologien est dupe des
ses abstrac- tions. Pour s'en convainere, il n'a quà se rendre compte par
l’analyse de lu manière dont se forment dans son esprit les conceptions
théologiques ; il verra que l’opération de la pensée est la mème que pour les
constructions de l'ima- gination et les notions de l’entendement. C'est par une
abstraction et une syl- thèse de l’esprit que se forment ces dernières. C'est
également par une abstrac- tion et une synthèse que se forment les conceptions
qui ont pour objet l'Étre parfait, ’Idéal hypercosmique dont le nom est Dieu.
La perfection est conque à propos des imperfections, l’idéal à propos des
réalités, exactement de méme que le rapport est abstrait des termes, la loi des
phénomènes, le type des in- dividus Le théologien .. fait une opération
analogue è celle du géomètre, du physicien, du moraliste, du politique... La
seule différence c'est qu'il est dupe d’une abstraction dont le «Gomètre et le
physicien ont parfaitement conscience >» (pag. 218-19). In questo argomento ritorneremo nel
cap. seguente. QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE UNIVERSALE 275 qualsiasi
causa. Invero il filosofo in tale caso, se non può invo- “re alcuna prova
scientifica in appoggio della sua determina- zione causale, non progredisce; se
l'invoca nov è più filosofo. La conclusione allora si impone da sè. Il proprio
della ricere: filosofica è di non avere alcun ufficio nè euristico nè probativo
circa la determinazione delle cause, mentre la filesofia ha quello grandissimo
di appurare la direzione ideale e il valore delle leggi causali che vengono
determinate scientificamente. Giova studiare i rapporti causali per gruppi
omogenei, quindi determi- nare il senso e valore universale della causalità. La
sintesi cau- sale da questo punto di vista ha un valore speculativo e morale
che supera qualunque potenza di procedimento scientifico. $2. — Le
considerazioni che abbiamo svolte finora in ordine alla questione filosofica
mirano insomma risolutamente a tagliare il nodo della difficoltà, sbarazzandoci
della causalità efficiente universale, come entità metafisica che non sia
riducibile a rela- secondo noi — il- zione, perchè la ricerca di questa
causalità è lusoria ed illegittima (1). Iusoria perchè l'ipotesi che L'universo
sia l’effetto d’una causa efficiente non è altro che la realizzazione
d'urastrazione remotamente antropomorfica e infine d'una su- perstizione ;
illegittima. perchè l'uso di questa ipotesi estesa. al- l’interpretazione
suprema della realtà, conduce all’idea contra- dittoria d'una causa non causa,
nonchè senza causa (2) nonchè allo scambio d’un giudizio costitutivo con un
giudizio regola- tivo. Nenza pretendere di esaurire Vargomento, ci limiteremo
alle (1) Si potrebbe aggiungere che, se il metodo della critica filosofica,
segue « la legwe d’economia », la prima economia da fare sarebbe precisamente
quella dell'idea di una causa efficiente universale. Cfr., per
analogia, Guvau, L'irre- ligion de l’avenir, Paris, Alcan, 1887, pag. 378. (2) Consultando la storia delle più
antiche cosmogonie, accanto all'idea del- l'eternità del mondo come teatro
sempre esistente di cause ed effetti senza principio e senza fine, si riscontra
l’idea del mondo come ettetto d’una causa assolutamente prima cioè senza causa,
Le due concezioni poi in ultima ana- lisi non sono così opposte come si
potrebbe ritenere a tutta prima, perché concordano nell’ammettere il
senza-causa. Infatti o non si dà causa prima al mondo e allora si ammette
subito il senza-causa; o si dà al mondo una causa prima e allora è questa causa
prima che rimane il senza-causa, Questa osser- vazione mi pare molto
istruttiva, circa le pretensiose invenzioni di coloro che trovano inesplicabile
l'universo senza una causa prima. (Cfr. Cap. successivo, $ 1) 276 SEZIONE II -
CAPO III considerazioni che sembrano le più importanti. È un’osservazione omai
trita, dopo i forti studj di tanti pensatori e segnatamente del Comte, del
Mill, del Fouillée e del Guastella, che, se l’aitio- logia scientifica richiede
che tutti i fenomeni abbiano le loro re- lazioni causali esprimibili in
altrettante leggi, non richiede già che anche le leggi causali abbiano alla
loro volta le loro cause. Nella ricerca delle cause, al di là delle leggi —
scientificamente parlando — è impossibile andare. Tutti conoscono l’illusione
ottica che fa parere convergenti in un punto i filari paralleli d’un viale
estendentesi a perdita d’oc- chio. Riflettendo su questa illusione possiamo in
essa vedere il simbolo di quanto accade nella considerazione delle cause vere e
della pseudocausa che si insinua nella filosofia col nome di causa efficiente
universale, Analogamente tutte le serie causali considerate nell’illusoria
prospettiva dell’infinito sembrano convergere in una causa unica in cui lo
spirito crede di vedere la causa efficiente dell’universo, e la fissa in una
sostanziale entità. Il fatto che questa illusione aitiologica sì produce
natural mente con la più grande uniformità e sicurezza in tutti gli uo- mini,
spiega perchè l'aitiologia dogmatica sia inevitabile nella storia della
filoxofia ; e il lato più caratteristico del fenomeno è che l'illusione
ipostatica non soltanto si compie a nostra insa- puta., ma non cessa di subirsi
anche dopo che ne è stata ricono- sciuta Verroneità (1). Frattanto ‘noi
possiamo perfettamente renderci conto della nullità della spiegazione
efficiente, riflet- tende che Vipotesi d’una causa efficiente universale non
spiega niente, perchè, oltre a sorpassare indebitamente il concetto (1) Cfr, a
questo proposito, Guasrecca op. cit. I. pag. 380. Circa la permanenza
dell’effetto illusorio, anche dopo la conoscenza dell’illu sione si mediti il
sesuente pensiero del Sankhya: « Sebbene per il consegui- mento della
conoscenza perfetta il merito (o l’isnoranza) cessino di causare il corpo del
liberato, (si tratta della liberazione dell’anima) questo continua a sussistere
in virtù dell'impulso prima ricevuto, com'è nel caso del girar della ruota ».
(Kar. 67), Come anche quando il vasajo ha interrotto l’opera sua, la ruota continua
ancora a girare per qualche tempo da sè stessa in seguito all'impulso ricevuto,
così la vita del liberato si continua ancora dopo la cono- scenza in virtù
dell'impulso delle opere antecedenti, le quali hanno cominciato a portare il
loro frutto (S. Sutra III, 82; S. pr. bh. 248). CÉr. MARTINETTI, Il si- stema
Sankhya, Torino, Lattes, 1897, pag. 122. QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE
UNIVERSALE 277 d’ogni causa che è sempre relazione, resta essa medesima un
cexplicandum ». Certo per coloro, e sono forse i più, che dànno un senso so-
stanziale all'idea d’una causa generatrice della generazione, ba- sta che
d’ogni causa nota si postuli una causa ignota perchè il problema causale sia
risolto. Il Guastella si estende a provare che il sofisma naturale della causa
efficiente ha la sua base in un processo induttivo che consiste essenzialmente
nell’assimilare le cause dei fenomeni e il loro modo d’azione all’uomo e
all’atti- vità umana, cioè ai fatti che ci sono più familiari nell’esperienza.
Se non che il processo d’assimilazione del non familiare al fa- miliare è, nel
caso che ora esaminiamo, non molto sensibile. Anzi viene mascherato se non
contradetto da un processo opposto; perchè non si può negare che v’ha pure
nella mente umana nna tendenza ad appagarsi del mistero. Una spiegazione
familiare per molte menti non basta. Certi uomini non si appagano che del-
l’ignoto, anzi dell’inconoscibile. E si direbbe che essi ammettano e cerchino,
anzi vogliano, l’inconoscibile non già per agnosticismo, ma per misterioso
bisogno di conoscere che tutto è inconoscibile. Ogni spiegazione causale
d’evidenza familiare sembra loro una interpretazione grossolana. Per contro il
ricorso ad una ipercausa sopranaturale è ammesso come l’unico processo per
salire ad una verità che non ha bisogno di prova, tanto meno d’una prova che ci
sia ultra-familiare. Ma, comunque sia, l’errore d’ottica men- tale rimane, e
questa è la base della teoria della causa efficiente universale. Sarebbe facile
aggiungere altri esempj per mostrare che molti uomini non si sentono mai
sodisfatti delle spiegazioni più.familiari ; ci limiteremo a ricordare tutta
una piega filosofica che ha la più stretta connessione con la questione
presente. Spinti dall*aspirazione naturale verso l’illusorio punto di con- vergenza
delle cause positive, noi cerchiamo naturalmente di rag- giungere
quest’incognita colla nostra conoscenza e stimiamo che Solo in questa consista
la conoscenza perfetta. Ma evidentemente l’esperienza non ci offre mai la
conoscenza di quest’incognita ; da ciò concludiamo che tutta la nostra
conoscenza è limitata e im- perfetta. Arriviamo qui al punto da cui si vede,
con la maggiore chiarezza, quanto sia necessario resistere al desiderio di
deprez- zare il sapere causale positivo in nome d’una congettura d’effi. 278
SEZIONE II - CAPO III cienza, che è tanto più forte quanto minore è la
possibilità di con- statarla scientificamente. Si vede quanto importi fissare
un punto di orientazione, in questo campo scabroso tanto corso e ricorso dai
maggiori filosofi che è quasi impossibile raggiungere una nuova posizione, e
dove tale e tanta è la valanga degli equivoci e dei sofismi che comincia a
diventar meritorio anche il semplice lavoro di sgombro delle più antiche
verità. Il capitale dovere della critica aitiologica è di sfatare Villusione
d’una causa effi- cliente, librata come il perchè d’ogni perchè sopra
luniverso. Con quanta ragione il Guastella ricorda che lo stesso Hume trovit la
nozione di efficienza causale tanto indefinibile che giunge a dire: «noi non sappiamo
nemmeno ciò che desideriamo di co- noscere quando ci sforziamo di concepirla! »
(1). In questa cu- riosa illusione di poter comprendere una spiegazione causale
in- comprensibile, e di negar senso esauriente alla spiegazione scien- tifica,
noi cadiamo non di rado, quando diciamo che lo scien- ziato non può che tastare
il polso alli realtà viva, contare i bat- titi, misurare ku pressione cardiaca
dall'esterno, ma non pene- (iau nell'interno, non sentire egli stesso il
dolore, non afferrare La vita nelle sua misteriosa causalità, senza riflettere
che noi stessi che posshamo ben penetrare la vita nostra nel suo interno,
perchè Eu viviamo, malgrado la nostra penetrazione in noi non skumo poi in
grado di aggiustitr maggior fede conoscitiva alla conoscenza che noi abbiumo di
noì medesimi, giacchè intuizione Inmediata di noi medesimi non fa altro che
ricondurci al punto di partenza. Concludendo, noi respingiamo, non solo come
non necessaria, mit come inutile anzi assurda superstizione la causa efficiente
uni- versie. Ma si objetterà : — Con questa rinunzia come sarà an- Cori
possibile interpretare la natura fogiciamente? Nolo la realtà unit cis
efliciente suprema può metter ordine razionale nei fenomeni dell'universo. Chi
nega la causa efficiente universale peg la logici universale della realtà. —
Discutiamo questa objezione. S 3. — A più riprese siamo tornati sulla questione
della logica della natura, tesi degna della più attenta considerazione. Si con-
(1) GuasreLLA, op. cit., I, pag. 381. QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE
UNIVERSALE 279 fonde spesso questa tesi col pronunciato tipico del panlogismo :
mentre questa confusione non sì basa che sopra un falso presup- posto, cioè
sulla considerazione che la logica della natura escluda assolutamente la possibilità
d’una considerazione degli elementi alogici. Fermiamoci alquanto a determinare
la compatibilità dell’alo- gico col logico, prima dall'aspetto storico, poi
dall’aspetto teo- rico e quindi a respingere la tesisesclusiva del panlogismo.
Altrove mostrammo a lungo che il panlogismo fu la culla in- ‘differente di
pensieri sublimi come di aberrazioni grandiose ; mostrammo che il panlogismo
esclusivo ed assoluto in tutto e per tutto è troppo assurdo per poter durare da
sè solo e trovare in- contestato dominio nei sistemi di quei filosofi che
speculano più profondamente sulla natura (1). Esso, come espressione esagerata
del senso logico, segna talora una prepotente interruzione del senso più
ingenuo della realtà, avvolto nell’ombra. Invero, dalle prime scuole filosofiche
che fiorirono nelle età antiche, le cor- renti anti-intellettualistiche sempre
contrastarono il passo al ra- zionalismo e per tutta la storia del pensiero
mantennero vivo il principio opposto, secondo forme famose onde la filosofia è
an- cora rivestita presentemente. È chiaro che Je correnti dell’in-
tellettualismo e dell'anti-intellettualismo ci offrono il più mera- viglioso e
costante intreccio nella storia della filosofia. Dunque, avendo potuto
sopravvivere entrambe, dopo una lotta di tanti secoli, noi ci crediamo in
diritto di affermare che esse cor- rispondono entrambe alle più profonde e
legittime esigenze dello spirito umano e vogliamo mettere in lute la loro
parziale ma in- nesabile legittimità. Ma v'è anche un'altra conclusione da
trarre ed è che noi possiamo benissimo considerare tutta la realtà nella “sna
intima essenza dal punto di vista intellettualistico come un sistema logico,
senza tuttavia esser costretti ad abbandonare la considerazione opposta (cioè
non logica) della realtà. Distin- guendo i punti di vista, è possibile ritenere
che la considerazione logica e la considerazione alogica non sono assolutamente
ripu- gnanti. Ammesso pure che tutto in natura si incateni logica. mente in
modo unico e rigoroso, non ne viene che tutta la realtà (1) Cfr. Il pensiero
puro. 280 SEZIONE II - CAPO III si riduca esclusivamente a logicità; atteso
che, senza dubbio, l'ordine logico non si converte coll’ordine causale. Invero
noi ben sappiamo che questo implica sempre qualcosa di più, essendo la necessità
razionale d’una successione reale ed è noto che la pro- duzione reale nel tempo
è irreducibile alla deduzione razionale nella necessità. È pacifico che la
considerazione logica deb concetti è tutt'altra dalla considerazione fisica
degli oggetti e psichica dei fatti interni (1). Inoltre la teoria dei modelli
(col concetto dell’infinita verità) ci insegna da una parte che la natura degli
enti che entrano nei rapporti di un sistema ipotetico-deduttivo può variare
all’infi- nito, dall'altra che la forma stessa (modello) o il modo della si-
stemazione può variare all’infinito senza pregiudizio dell’unità delle leggi.
Abbiamo cioè tre punti di vista ben distinti : 1° V’infinita varietà degli
individui; 2° V’infinita varietà e verità dei modelli ; 3° l’infinita unità
delle leggi. Applicando questi concetti al concetto della natura, possiamo
affermare che essa è considerabile come un sistema logico (ipo-
tetico-deduttivo) cioè che la natura è logica, pel sistema delle leggi e
l'unità della loro verità; senza cadere nelle esagerazioni del panlogismo,
perchè dobbiam fare riserve sulla natura, varia- bile all’infinito, degli enti,
sul modo variabile della loro speciale sistemazione (varietà infinita dei
singoli sistemi). Adunque il riconoscimento della logica della natura, benchè
(1) Prendiamo, ad abbondanza, un esempio che sembra acconcio a ritrarre in noi
la fedele espressione di questo problema. Noi possiamo dire che ogni cristallo
è geometrico, ma non possiamo dire, per converso, che la geometria ci dia la realtà
integrale d'ogni cristallo. Sappiamo infatti che, oltre ai carat- teri
morfologici (proprietà geometriche) i cristalli presentano caratteri fisici
(sfaldatura, durezza, peso specifico, colore, lucentezza, trasparenza,
fosforescenza, fluorescenza, rifrazione della luce, sapore, odore, proprietà
magnetiche ed elet- triche, etc.) e caratteri chimici (corpi semplici o
elementi e combinazioni). Pei caratteri morfologici ogni cristallo è un piccolo
sistema geometrico. Assimi- lando, per pura ipotesi, la logica alla geometria
si potrebbe dire che ogni cristallo è un piccolo sistema logico. E, pensando
all'ordine meraviglioso che sfavilla in tutto l’universo, non sarebbe
inopportuno affermare che tutto l’uni- verso è un sistema logico conforme
all'antico detto di Plinio: « Quem Graeci Kéopov nomine ornamenti appellavere,
cum et nos perfecta absolutaque ele- gantia mundum dicimus ». (PLinio, Hist,
nat., lib. II, c. 14). QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE UNIVERSALE 281
sparga moltissima luce sopra la connessione necessaria dei corpi e dei fatti,
non esaurisce la conoscenza della realtà. La stessa logica reale, a parer
nostro, non travalica i confini della forma- lità legale degli oggetti e la sua
ricerca non può immedesimarsi, per esempio, con la ricerca intorno alla natura
intima degli ele- menti essenziali dei corpi. E neppure questa entra nel
dominio delle scienze fisiche che ricercano essenzialmente le leggi causali
(causalità legale). Quindi, se errano coloro i quali vorrebbero ot- fenere la
conoscenza delle leggi fisiche colla sola osservazione empirica dei fatti, non
meno assurda è la pretesa di coloro i quali vorrebbero ricavarla col mero
strumento logico della ragione. I tentativi di deduzione totale della natura
sono sempre restati lamentosamente vani, come vedemmo esponendo lo scacco
d’osni apriorismo. Insomma la mancanza dell'armonico concorso dei due metodì
rese sempre impotenti empiristi e razionalisti a ri- solvere il problema
scientifico della causalità. E si capisce be- nissimo la ragione. La logica non
procede che di identità in iden- tità, per deduzione di necessità. Essa quindi
non può trarre dal suo seno la natura che procede nello stesso tempo di
diversità in diversità e di identità in identità, per successione e per
deduzio- ne, cioè procede in modo causale. In altri termini, nella natura si
attuano insieme i due processi : di identità in identità per dedu- zione logica
necessaria e di diversità in diversità per produzione cronologica contingente ;
e questi processi possono talora fino a un certo punto esser sceverati gli uni
dagli altri, talora congiunti secondo i bisogni della conoscenza. Ecco la
ragione per cui Ja Fisica stessa reclama la concilia: zione dell’empirismo e
del razionalismo; e la Logica pura in- vece reclama un’astrazione che tuttavia
non ripugna alla realtà. Concludendo, la logicità della natura è tesi vera, ma
non è men vera La tesi della sua alogicità. Il panlogismo assoluto è falso. La
natura è logica rispetto alle leggi, la natura è cronologica ri- Spetto ai
fatti (alogici). Sono queste due tesi analitiche tanto re- lativamente vere,
quanto relativamente false, perchè la logicità è nelle leggi, e la alogicità è
nei fatti. E queste tesi astratte de- vonsi comprendere nella tesi sintetica :
la natura è aitiologica. Ma neppure questa esprime la globale verità circa le
relazioni in- trinseche alla realtà delle cose: perchè (oltre alle
aitiologiche) 282 SEZIONE II - CAPO III restano moltissime altre relazioni
proprie alla natura, che qui non fa d’uopo di numerare. Che se poi vogliasi risalire
alla questione del determinismo e dell’indeterminismo dalla quale, erroneamente
però, si suole far dipendere la questione della necessità e della libertà così
nella natura come nell'uomo, si avrà un’altra prova dell’utilità del nostro
punto di vista. E noto che l'esperimento è insieme proces so di eliminazione
delle circostanze accessorie e processo di de- terminazione delle circostanze
essenziali cioè singolarmente ne- cessarie e tutte insieme sufficienti alla
produzione d'un fatto. Adunque possiamo concedere che — se non mancano le
variabili dipendenti — molte relazioni tuttavia non sono (per la nostra scienza
almeno) sottoponibili a vincolo causale. Diciamo allora Che sono per noi
relazioni variabili indipendenti. Possiamo, anzi debbiimo ammettere che vi sono
per noi relazioni indeterminate e indeterminabili e relazioni perfettamente
determinate e deter- minabili, ceme le relazioni causali provate dalla scienza.
Per queste ultime nel mondo, in tutto il mondo concreto e reale, si verifica il
determinismo rigorosamente, per le prime no. L'esiì- stenzia reale e la vita
allora devono esser interpretate come vn intreccio di determinismo causale e
d'indeterminismo (1). Per il cae noi abbiamo, è vero, fino a un certo punto il
diritto di ritenere che il determinismo causale o la necessità sì attui nel
mondo sia esterno che interno sperimentato dalla scienza, e per contro
lVindeterminismo e la contingenza si attui nel mondo te- stimoniato dalla
esperienza esterna e dalla coscienza, ma non ab- biamo il diritto di supporre
che La scienza (solo perchè si risolve in uma sempre maggiore determinazione di
vincoli e di limiti) fi- nisca per tradursi nella più flagrante negazione di
quei priucip] di coscienza e di vita che costituiscono la possibilità della
Hbertà, Perchè è falso che il determinismo sia inconcepibile colla libertà.
Jonon meno falsa è la tesî che identifica la libertà colla contin- genza. A
detta dei filosofi seguaci della prima dottrina ogni pro- (1) È quasi superfluo
avvertire che la speciale condizione di fatti e di rap- porti che noi diciamo
determinismo, rigorosamente parlando, non si riscontra che in quegli ordini
fisici e psichici nei quali la scienza ha già potuto appli- care il metodo
sperimentale; sempre rammentando che questa applicazione allo studio dei fatti
psichici finora non ha potuto essere fatta fuorchè in mi- nima misura. (Cfr.
Sez. I, Capo IV, $ 3) QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE UNIVERSALD 283
gresso delle scienze (sperimentali) si risolverebbe in un arresto per le più
intime e consolanti affermazioni della coscienza e però essi concludono che la
scienza deve. essere combattuta come ci- nica e illiberale, nella presunzione
che essa da un lato precipiti l’uomo nell'utilitarismo, dall'altro, colla
determinazione sempre più vasta e penetrante delle leggi causali, gli rapisca
l’idea e fi- nanco l'esercizio pratico della libertà. Ma noi non conosciamo
nulla di più vano ed assurdo che questa dottrina filosofica che, ammantandosi
della non scarsa verità dell’anti-intellettualismo, proclama che la scoperta
scientifica delle leggi causali nuoce alla libertà della coscienza. A detta
infine dei seguaci della seconda dottrina la semplice constatazione della
contingenza si risolverebbe in una prova della libertà. Ma chi ci assicura che
la contingenza non sia una necessità superiore? Chi ci assicura che l’idea del
contingente designi solo ciò che resta indeterminato per la scienza, in quanto
con- cerne la natura intima di quei dati che la scienza non ha nè do- vere nè
diritto di determinare? Se contingenza poì significasse assenza di causa, un
tal nome non diventerebbe forse tutto ciò che vha di più contestabile ? |
Chiaro è dunque che, solo dopo una discussione filosofica in- torno ai pretesi
conflitti della scienza e della coscienza, del de- terminismo e
dell'indeterminismo, dell'intellettualismo e del- l’intuizionismo, sarà
possibile prendere una decisione equili- brata a questo proposito (1). S4 —
Rimane un dubbio. Noi abbiamo posta la realtà come pensiero, e il pensiero come
unità psicofisica o attività universale, nella forma unitiva e di- stintiva di
Sr O. Quindi, a guisa di corolkario, deducemmo Pescelusione della causa
efficiente universale che a noi appare mera e astratta super- stizione. Con
ciò, non resta contradittoria la situazione nostra? Più chiaramente, avendo
premesso il pensiero come attività sin- tetica universale e poi dedotta la
negazione della causa efficiente (1) Questa discussione sarà ultimata nel
capitolo seguente. 284 SEZIONE II - CAPO III universale, non abbiamo già ammesso
prima quello che ci siamo sforzati di escludere poi? Colla nostra tesi del
pensiero come atti- vità sintetica universale non finiamo per far entrare dalla
mag- gior porta del nostro sistema. quella causa efficiente universale che in
seguito cerchiamo di gettare dalla finestra, non solo come non necessaria anzi
inutile ma come assurda? Rispondiamo fran- camente. ('ontro questa objezione,
che tenderebbe a mostrare che la contradizione è nel cuore stesso della nostra
teoria, v'è prima di tutto da objettare che il principio dell'attività
sintetica universale, pur inteso come sinonimo del principio dell’attività
causativa universale, non è affatto sinonimo del principio della causalità
efficiente universale come posizione di una causa eff'i- ciente universale. Se
lo fosse bisognerebbe ammettere che l’atti- vità sintetica causativa universale
stesse di fronte all’universo come una causa iperipostatica agente di fronte al
suo effetto attuato. In altri termini, il pensiero come ‘attività sintetica
causativa universale dovrebbe stare di fronte all'universo dei rapporti cau-
sali come una Causa di fronte al suo effetto. Il che per noi non è. In vero il
principio su cui si basa Ja dottrina della causa effi- ciente è che
quell’attività causativa universale che si manifesta nella produzione dei
fenomeni secondo le leggi causali positive non sia a sua volta che l’effetto di
una Causa agente suprema, ir- reducibile a relazione, in cui consiste la vera
essenza o natura in- tima delle cose (1). Noi invece assorbiamo la causalità
legale provata dalla scienza nella stessa causalità universale ilel pen- siero,
che non avrebbe alcun senso se non fosse affermazione di (1) L'importante è
capire che la causa efficiente universale non è l’atti- vità causativa
universale. L'esistenza di questa è solidamente stabilita sulla testimonianza
della scienza che ci assicura il valore della relatività causale significata
dalle leggi della natura. L'esistenza di quella è un'ipotesi che non resiste
alla prova della discus- sione, perchè rifiuta il principio della relatività.
Optando per questa ipotesi noi finiamo per abbandonare il filo della ragione e
non siamo più capaci di uscir fuori da un labirinto di contradizioni
inesplicabili, Quanto poi a discu- tere con coloro che si contentano di ragionare
in questo modo strabiliante : — il mondo ha una causa, dunque Dio (cioè la
causa efficiente universale) esiste — : oppure: —- ogni effetto suppone una
causi, dunque il mondo ha una causa suprema, etc. — sarebbe un perditempo. Io
non vedo punto che la cri- tica negatrice della metafisica delle cause sia
ridotta a questa estremità, di intraprendere la discussione con coloro che non
sanno discutere. QUESTIONE DELLA CAUSALITÀ EFFICIENTE UNIVERSALE 289 massima
relatività, come fu chiarito dianzi. Per conseguenza ci allontaniamo
risolutamente dal tipo della spiegazione causale et- ficiente. Lungi dal
credere che la causalità legale esiga qualche cosa di più per essere spiegata
causalmente, noi troviamo che il princi- pio su cui si fonda questa pretesa
spiegazione efficiente ulteriore è meno ancora comprensibile del fatto positivo
del causare le- gale che essa pretende di spiegare. O meglio, l’incatenamento
causale dell’attività sintetica del pensare ci sembra un fatto che si comprende
da sè e che quindi non solo non ha bisogno ma non ha veruna possibilità di
essere spiegato ulteriormente col ricorso ad un perchè delle leggi. Invece, è
di questo ricorso chimerien che si alimenta la teoria della causa efficiente
universale che combattiamo. Di più, è ancora d'uopo far una distinzione sottile
ma di grande importanza sull'interpretazione del pensiero. La idea da noi
respinta che il pensiero come attività sintetica uni. versale sia la causa
efficiente della realtà, non ha da fare niente coll’idea da noi accettata che il
pensiero come attività sintetica universale sia attività causativa della
realtà. Noi risolviamo nel pensare il causare sintetico universale, non già pel
bisogno di inventare un feticcio, un fantasma, vale a dire un’ipercausa qua-
lunque, ma per la semplice valutazione di quella direzione ideale delle leggi
causali che vengono determinate scientificamente : direi quasi per una semplice
forma di contemplazione della cau- salità. V'ha di più. Noi poniamo il pensiero
come unità psico- fisica del reale (1). Dunque non deriviamo le cose dalle
idee, Pog- getto conosciuto dal soggetto conoscente, la natura dal nostro
spirito, la materia dal nostro umano pensiero. La psicofisicità della realtà
significa che anche le leggi causali sono psicofisiche e che la legislazione
causale della realtà è la legislazione stessa del pensiero. Non si tratta di
dedurre il nexus causale dal nexus del pensiero come fanno Leibniz,
Malebranche, Berkeley e i teologi che vedono nel nexus causale l'effetto d’una
saggezza can. sativa suprema. Ni tratta invece di restare immanentemente nel
nexus causale, identificando questo col nexus del pensiero uni. versale. Il
pensiero universale poi, come non è l’ipostasi d'una (4) Cfr. Cap. I, $ 4 di
questa Sezione. 286 SEZIONE II - CAPO III nozione astratta, così non è il fatto
subjettivo del pensiero in- dividuale, cioè quel fatto eminentemente a noi
familiare a cui tanti sosgettivisti riducono i fatti meno familiari della
nostra esperienza per ricalcarli sul tipo dell’antropomorfismo. All'opposto il pensiero
universale di cui si parla qui, non ci è per niente familiare, tanto che noi
dobbiamo purificare energica- mente il nostro pensiero ordinario per pensare
quello in modo adeguato. Noi non attribuiamo alcun valore di efficienza singo-
lure a quel causare reciproco che è l’attività sintetica universale del
pensare. Questo causare risolventesi nel pensare universale non splega il mondo
delle leggi causali essendone un al di là, per la semplice ragione che esso
stesso è questo mondo per cui valgono le leggi causali che gli efficientisti
pretendono di spie- gare. Questa ragione è tanto grave che non può essere
saltata dalla critica. Il pensiero universale come attività causativa uni-
versale non è, per noi, la causa efficiente della formazione del mondo dei
fenomeni. Noi ci limitiamo a constatare che il modo stesso con cui i fatti sì
manifestano causalmente è il modo stesso Con cui si manifesta lunità
psicofisica del pensiero reale. DPonendo che lo sviluppo causale dell'essere è
identico allo svi- luppo causale del pensiero, non eltrepassiamo quindi
V’incate- namento causale reciproco. Non poniamo neanche un principio donde
derivino tutti i fenomeni. Poniamo invece che tutti i fe- nomeni sono
psicofisici e che la loro produzione causale è, sen- z'altro, la realtà
medesima del pensiero. Questo è (7 senso ideale dell'attività causativa
dell'universo. CAPO IV. Questioni della causa prima, della causa finale e della
causa sui. $ 1. Intimo accordo delle tre questioni. — $ 2. Della causa prima, —
$ 3. Della causa finale.’ Varietà di finalismo. Sostituzione del giudizio
regolativo al costitutivo. Il finalismo come interpretazione illusiva. Varie
fasi dell’illusiòne. Teoria del miraggio teleologico. Ritiuto della tesi
finalistica. Esame critico delle objezioni. Elevazione del concetto
ateleologico, — $ 4. Della causa sui. — $ 5. Senso e valore umano delle
illusioni metafisiche. S 1. — Bandita la tesi d’una causa efficiente
universale, come termine semplice, tanto dalla scienza quanto dalla filosofia,
Je questioni della causa prima e della casa finale rimangono pre- gludicate
necessariamente. Queste questioni, secondo noi, non sono luna e Valtra che un
tentativo di spiegare i fenomeni ri- correndo all'ipotesi di cause più o meno
personali. La causa pri- ma, quanto al punto di vista dell'inizio e del
termine, non dif- ferisce in fondo dalla causa finale universale che per il
rove- sciamento della prospettiva. Entrambe le questioni hanno un intimo
rapporto con quella dell’esistenza di un incausato Can- satore dell’universo,
le cui prove speciali, dopo Kant, posso di- spensarmi di trattare qui,
rinviando a ciò che ne fu già detto in generale nel capitolo precedente, sulle
orme della dialettica tra- scendentale, $2,. — Quanto alla causa prima, noi
abbiamo posto il mondo come una concatenazione causale reciproca di fenomeni,
rite- nendo vana, anzi illusoria, la ricerca del perchè del perchè. Dun- 288
SEZIONE II - CAPO IV que la supposizione che questa concatenazione causale
reciproca stessa. sia a sua volta causata da una causa prima, causatrice di
tutte le cose senza essere causata, non ha per noi nè fonda- mento né senso
(1). Più distesamente, la necessità di abbandonare l'ipotesi della Causa prima
deriva da ciò, che noi siamo costretti a connettere la relatività. così ad ogni
causa come ad ogni primo; se non vogliamo staccarci da ciò che costituisce la
possibilità della co- noscenza e del reale. Non è qui il caso di riesporre la
dottrina sostenuta antecedentemente che tanto l’essere quanto il cono- scere
sono riferimento, che ciò che è massimamente pensabile è ciò che è massimamente
relativo, e quindi che ciò che è irrela- tivo è impensabile. Così dicasi delle
due idee di causa e di primo che non possono essere pensate per sè
indipendentemente da ogni relazione, Quando pensiamo a una causa qualunque e ad
un pri- mo qual si sla, pensiamo in modo ineluttabile ad un effetto qua- lunque
e ad un qualsiasi dopo ; perchè le idee di causa e di pri- mo sono
essenzialmente idee di relazione, cioè non pensabili senza le correlative,
Dunque, nè coll’idea di causa nè con quella di primo noi possiamo elevarci ‘al
di sopra della prospettiva seriale, dovendo a rigore restare sempre nell'ordine
del relativo. (1) Questo punto fondamentale (deduzione fallace delle prove
dell’esistenza di Dio dalla natura fisica) è stato messo in luce in modo
originale dallo SPiR. « Dire che questa maniera di vedere è priva di fondamento
e di verità, signi- fica segnalarne il minimo difetto: l’effetto suo più grave
e più deplorevole è Ai falsare li coscienza morale e l’idea di Dio.» (Cfr. A.
Spir, Saggi di filos. critica. Introd. di P. Martinetti. Libreria edit.
milanese. Milano, 1913, pag. 35). « Una conclusione da etfetto a causa non può
mai sorpassare il dominio del- l'esperienza e raggiungere l'assoluto; giacchè
la validità di tutte le conclusioni da effetto a causa si fonda sulla
connessione (liaison) generale dei fenomeni, che ne fa delle parti integranti
del mondo dell'esperienza. Questo collegamento o concutenazione (enchiuinement)
generale dei fenomeni è il fondamento di tutta la causalitit; La supposizione
che il mondo stesso sia stato causato 0 creato non ha per conseguenza
fondamento nè anzi senso. Trascorro sopra altri argomenti che provano
l'impossibilità d'un crusa prima e assoluta, ma che sarebbe troppo lungo
riferire qui ». (ibid. pag. 35, nota). Questa citazione è ad- dotta per provare
come oramai neanche per coloro che mirano ad un rinno- vamento
speculativo-religioso di tutta la filosofia, come lo Spr, i vecchi argo- menti
della causa assoluti e prima non si richiedono più. Dall’abbandono del-
l’aitiologia teologica di cui era infatuata Teti antica e medioevale dobbiamo
ormai riprometterci la più salutare influenza sul pensiero contemporaneo.
QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA, ECC. 289 Ora, se ogni causa singolarmente presa è
relativa al suo ef- fetto e ogni primo singolarmente preso è relativo ai suoi
susse- guenti, quando mettiamo insieme queste due idee, causa e pri- mo,
possiamo forse presumere di superare in qualche modo i confini della
relatività? Non se ne scorge affatto la ragione ; è piuttosto ragionevole dire
che è tanto impossibile trasformare l’idea composta di causa prima
nell’assolutezza dell’irrelativo, quanto creare una cosa dal nulla. Allo stesso
risultato si perviene se all’idea composta di causa prima si aggiunge ancora
l’idea di assoluto. La causa prima as- soluta non è che un’idea-limite; ed è
non intendere la natura delle idee della ragione (kantianamente parlando) il
prenderla come realtà. Di qui si vede dove convenga cercare la causa asso-
lutamente prima. Certo non può far parte della serie delle canse relative,
perchè ognuna di queste è effetto d'un’altra cansa pre- cedente; quindi non può
essere assolutamente prima, avendo altre cause prima di sè. Inoltre, se non può
far parte della con- catenazione reciproca delle cause relative (che è poi
Punica di cui abbiamo sicura notizia) come può essere tanto causa, quanto
prima? Supporre infine che la causa assolutamente prima non solo esista. ma sit
pensabile risolvendosi in un quid sui generis tale cioè da non esser più nè
causa relativa nè primo relativo non ha senso; perchè l'assolutamente
irrelativo non può essere nè la causa né il primo di alcun che senza diventar
relativo, allo stesso modo che l'incondizionale non può essere il primo anello della
serie reciproca del condizionale (1), allo stesso modo che affermazione non può
risolversi nella propria negazione. (1) Rispetto all’impiego del concetto
dell’incondizionale, cfr. Founuir, Es- . quisse etce., pag. 188. — Oltre le
ragioni addotte nel testo, non si può discono- scere che l’incondizionale non è
ammissibile neanche come totalità delle con- dizioni. È vero che, per contro,
Kant: afferma che «la Totalità delle condi- zioni sì risolve
nell’Incondizionato o Assoluto ». Ma donde deriva e su qual fondamento si può
ammettere questa risoluzione ? L’analisi logica dimostra che Vespressione: « la
totalità delle condizioni » non significa altro che l'affermazione di tutte le
condizioni, la pienezza delle con- dizioni. Ora, se l’incondizionato significa
la negazione delle condizioni (come l’assoluto significa la negazione delle
relazioni cioè l’itrelativo), come può darsi che l'affermazione delle
condizioni si risolva nella negazione del condizionato ? Notiamo ancora che, a
rigor di logica, i termini «incondizionato » e « asso- luto », non sono
definibili nè deducibili; ma pure che se ne deve tener conto, A. PASTORE — Il
problema della causalità - Vol, II, 19 29) SEZIONE II - CAPO IV Lo stesso
argomento si potrebbe anche esporre così : la causa assolutamente prima è
impossibile, perchè ciò che è assoluta- mente prima non può essere causa, ciò
che è causa non può es- sere assolutamente prima (1). | Riassumendo, la causa
prima è inammissibile. Esprimiamo lo stesso concetto, affermando che la serie
totale della realtà, che noi chiamiamo pensiero universale in senso
subobjettivo, non può essere ragionevolmente pensata che come un incatena-
mento reciproco di cause ed effetti, così senza causa prima come a titolo di
termini primitivi, precisamente come avviene del termine « irrela- tivo », e
che frattanto non valgono pel piano concreto della realtà. Quindi si spiega
come sopra il problema dell’incondizionato (e aftini) sia caduta una va- langa
di equivoci, prodotti dalla confusione del piano logico col piano reale.
L'abitudine di associare logicamente nel nostro spirito due termini correla-
tivi contradittorj, intorno ai quali non si fa affermazione di realtà, perchè
sono entrambi astratti e non valgono che nel piano non reale, può indurre a
credere che, anche passando nel piano concreto della realtà, quando si
associano due termini correlativi contradittorj, se il primo termine
(affermativo) è reale, lo sia anche il secondo (negativo). Così in logica è
vero che posto il condizionato è posto l’incondizionato, ma in metafisica il
trapasso dal primo termine al secondo è un sofisma, perchè l’incondizionato
reale non esiste. Questo errore è commesso da Kant quando mantiene come valida
la tesi che la totalità delle condizioni implica l’esistenza reale
dell’incondizionato, nel passo sopra citato. Pertanto la questione, se esista
un primo causale dal momento che in logica si ammette un primo astratto e così
in matematica, è tanto assurda quanto sarebbe la questione se ciò che vale pel
piano astratto valga nello stesso tempo e sotto lo stesso rispetto pel piano
concreto, se la validità logica sia li validità fisica, se l’incondizionato
logico, solo perchè tale, esista come ter- mine costitutivo della realtà. (1)
Ma anche la nozione dell’assolutamente prima è contradittoria, perchè
l’assoluto è l’irrelativo, mentre il primo è sempre relativo (al poi); e
sarebbe superfluo insistere sulla tesi amnzidetta che l’irrelativo è
l’impensabile, nonchè il simbolo della massima irrealtà. Quando lo SpAveNTA
avverte che l’assoluto non deve essere cercato dove non è, cioè nè solo al
principio, nè solo alla fine, « perchè se fosse solo al principio o solo alla
fine, o, che è lo stesso, qua e là successivamente, non sarebbe l'assoluto,
ma.. sapete che cosa ? il re- lativo, appunto il vostro relativo » (Principj di
etica, Napoli, 1904, pag. 7-8), e per conto suo lo ripone nell’atto stesso del
mutare ; <e nè anche in questo ve- ramente, come vana mutazione, ma
nell’atto del progredire » (ib., pag. 7), il vero e unico significato di questo
suo assoluto che altro è se non l'atto mede- simo della relazione? Si vede che
lo Spaventa, ostinandosi nel salvataggio dell’assoluto, finisce per dare il
nome della massima impensabilità nonchè della massima irrealità a ciò che egli
pone come la realtà massima e la pensabilità massima, QUESTIONE DELLA CAUSA
PRIMA, ECC. 291 senza effetto ultimo (1). Se poi vogliamo considerare la parte
che nella critica teoretica tiene l’esposta dimostrazione, do- vremo
riconoscere che coll’affermazione dell’attività causativa universale non
usciamo fuori del relativo. L'incatenamento cau- sale reciproco così d’ogni
causa come d'ogni effetto costituisce l’universale potenziamento o riferimento
della realtà. Se ogni causalità è, fra Valtro, relatività, ammettere
Passolutezza (ir- relatività) d’un primo causale evidentemente significa
spezzare la catena effettiva delle relazioni reciproche. La causa prima di-
strugge appunto l'integralità della relatività ; quindi la sua no- zione, se
fosse possibile, si risolverebbe nella negazione della conoscenza; la sua
esistenza, se potesse realizzarsi, si risolve- rebbe nella negazione della
realtà (2). (1) Tuttavia, come s'è già avuto occasione di notare nel volume
precedente, l’importanza esplicativa della causa prima è sentita così potentemente
dagli Scolastici che essi dicono: «si l’on admet la cause première, tout
s’'explique, tout se tient, tout a sa raison complete; si l’on rejétte la cause
première, tout s’éeroule, tout se sépare, tout retombe dans l’absurde » (1. De
RfGnoN, op. cit., 73-74). Ma l’ipotesi d’una causa prima e creatrice
dell’universale pro- cesso di causazione val quanto supporre che l’essere possa
essere spiegato con l'essere; mentre per un verso l'essere, cioè la realtà
universale, non ha punto bisogno d’ulteriore spiegazione, perchè allora non
sarebbe più l’essere (univer- sale); per l’altro verso l’essere spiegatore alla
sua volta non avrebbe poi altra spiegazione che sè stesso. La negazione
dell’idea della causa prima via dunque tutta a vantaggio dell'idea della causazione
cioè dell'attività causativa univer- sale nella totalità di tutte le cause e di
tutti gli effetti. E l’ultimo rifugio di chiamar Dio il divenire cioè
l’attuosità della causazione universale è la ne- gazione pura e semplice del
teismo. La divinizzazione dell'evoluzione non è neanche un’ipotesi utile, o
almeno la sua utilità non è proporzionale alla sonuna dei danni teorici e
pratici che ripiombano sulla Provvidenza, salvo che si possa mirarla cogli
occhi dei fedeli, veglianti intorno alla culla di Dio. (2) Rimane appena da
fare un’osservazione i proposito del contenuto speci - fico della fede
religiosa, 1 cui qui è giocoforza fare allusione. Chi serive non è un fanatico
d’ateismo. « V'è un fanatismo antireligioso, diceva il GuyAau, che è quasi così
dannoso come quello religioso ». È ciò che qui si vuol evi- tare. Il filosofo
non è un nemico della religione. Egli è piuttosto un critico ed un sistematore.
In questa ricerca filosofica appunto noi vogliamo dissociare la questione
aitiologica dalla teologica; da un lato mostrando l’assurdità teo- retica della
causa prima dovuta a grossolano antropomorfismo, dall’altro mo- strando che il
principio teologico, in quanto deve spogliarsi d’ogni attributo inadeguato, di
necessità deve liberarsi della proprietà aitiologica. L’idea d’un primo
causatore, cioè d’un incausato causatore dell’universo, a imagine infi- nita
del causatore umano, è il parto d’un’aitiologia teologica illusoria. Questa
idea non giova alla fede religiosa, che ha ben altra e più solida base. A guar-
292 SEZIONE II - CAPO IV € $ 3. — Analogamente escludiamo la cansa finale
dell'universo come un trascendente imaginario destituito di valore costitu-
tivo. Non escludiamo però la causalità del fine che si riscontra negli esseri
intelligenti e che non è poi altro che la causalità dell’idea, che ha posto
innegabile nel determinismo, e nulla più. Escludiamo soltanto Vunità
finalistica universale cioè la reale esistenza d’un’attività intenzionale
ordinatrice d’un fine ultimo prestabilito, come un facile dono che venga a
tutti gli esseri dal- l'alto d’un cielo sublime (1). Escludiamo insomma che la
finalità valga come spiegazione efficiente, previdente e provvidente di tutta
la realtà, nel senso che disponga delle cause efficienti per mettere in
esecuzione la sua idea preconcetta dell’universo (fi- nalismo eccessivo).
Riteniamo invece, d'accordo in questo con Kant (2), che la teleologia non sia
propriamente un sapere costi- dare bene in fondo si capisce che il trapasso dal
chi causale umano. al Chi cau- sale infinito, assoluto, perfetto, è la
conseguenza d’un processo più parafisico che metafisico, in cui si confonde
l'analogico col logico e coll’ontologico, a profitto di diverse interpretazioni
extralogiche del senso della vita e dell’uni- verso. Molti miti prendono tale
origine, associandosi spesso il processo mitolo- gico aj processi pseudologici
fondati su realizzazioni di nomi. Nomina, numina. Io penso che la religione sia
una specie di involucro poetico, mitico e dogma- tico della morale. Fino a un
certo punto invero la religione protegge lo svi- luppo della morale, come
l’involuero protegge il fiore allo stato nascente. Ma in ogni caso la morale
tende a uscire dalla religione, finchè presa forza sufti- ciente se ne libera,
come il fiore rompe il bottone. Però, metafore a parte, anche le religioni si
vanno man mano purificando da quei miti poetici che riposano sopra la più
evidente illusione. Tal’è il mito del causatore incausato universale, cioè
della causa prima, vero punctum mortuim della gnoseologia e della metafisica
delle cause, perchè si risolve nell’ipotesi d’una concepibilità inconcepibile.
Si avgiunga infine che la pura idea d'una causa prima, per quanto si iden-
tifichi con l’idea di Dio, non può dare origine che ad un teismo ideale (idea-
lità dell’essere perfetto). Ma tra Dio-causa prima e l’idea di Dio-causa prima
passa ancora un abisso. (Sopra l’inesistenza dell'idea d’essere perfetto e la
con- danna del famoso argomento di S. Anselmo, cfr. VacueroT, La métaphysique
et la science, Vol. 2° e 3°. Paris, Chamerot, 1863, già citato nel Cap.
preced.), Bene inteso, la controversia metafisica su questi punti non è che una
deli- mitazione di frontiere, come disse ammirabilmente lo Spencer. (1)
ALIOTTA, Za guerra eterna e il dramma dell’esistenza, pay. 181. (2)
L'attribuzione del sapere costitutivo al giudizio determinante, e dell’ipo-
tesi normativa al giudizio riflettente è giustificata dal fatto che il giudizio
deter- minante applica i principj intellettivi (catevorie dell’intelletto) ed
ha valore obiettivo; per contro il giudizio riflettente applica i principj
della ragione (idee della ragione) ed ha valore subjettivo. QUESTIONE DELLA
CAUSA PRIMA, ECC. 293 tutivo (posto da un giudizio determinante la natura
oggettiva della realtà), ma solo un’ipotesi normativa (posta da un giudizio
riflettente la necessità soggettiva della mente umana), e (come già dicemmo per
la risoluzione del causare nel pensare) piutto- sto una valutazione ideale, una
specie di guida nello studio, una forma di contemplazione della immensa catena
della realtà. Certo, come già lo stesso Kant riconobbe nella critica del giu-
dizio teleologico, l’idea di fine contenuta nei giusti limiti non è un’ipotesi
sterile (1). Anzi il suo valore euristico nel mondo in- telligente è così
grande che potrebbe suggerire tutto un metodo logico di ricerca, se non di
prova, della verità, non meno efficace della ricerca metodica dal punto di
vista delle cause. Ma la ra- gione è chiara. Non v'è atto compiuto in vista
d'un fine in cuni non sia discernibile la maggiore o minore razionalità
dell’adat- tamento dei mezzi allo scopo voluto. Nell'uomo capace di rifles-
sione tutte le azioni ragionevoli sono azioni finali. Dunque la finalità in
questo caso non è che l’attività medesima della ra- gione, nel suo naturale processo
di causalità (finalismo nor- o male). E innegabile che l’uomo agisce. in vista
d’un futuro non ancora compiuto, costituente l’ideale della sua vita; ma l’idea
più o meno chiara che se ne forma ed anche il sentimento con- fuso della sua
iniziale realizzazione agiscono sempre su di Imi come antecedente causale, in
guisa che ciò che si dice dai fina- listi causalità finale in nulla differisce
da ciò che noi diciamo cau- salità ideale e non si scosta dal processo del
determinismo. La cosa si comprende facilmente rifettendo che, in ultima
analisi. dati i due rapporti di causa ed effetto, di mezzo e fine, la cansa è
il mezzo che ha per fine l'effetto: mentre porre la cansa rome mezzo significa
appunto richiamare Pidea di una causa ante cedente al mezzo, nello stesso modo
che porre l’effetto come ter- (1) « Tutto sta nel farne un uso moderato;
perchè, lo riconosco, si tratta sempre d’un’ipotesi, per quanto verosimile sia
». (SULLY PRUDHOMME E C. RICHET, 11 problema delle cause finali. Treves,
Milano, 1903, pag. 12). E noto che Kant vuol fondare l’Estetica esclusivamente
sul concetto di finalità formale, in quanto la rappresentazione di questa
eccita in noi un piacere, e il dello è ap- punto l’oggetto di quella
rappresentazione, e il gusto è appunto la facoltà di apprenderlo come tale. Ma
ora non possiamo uscire dal nostro proposito aitio- logico. Ù Sul concetto che
nell'universo vi sia finalità, benchè non nell’insieme del- l’universo, cfr.
VarIsco, Massimi problemi, pag. 210-213. 294 SEZIONE II - CAPO IV mine ultimo
significa appunto richiamare l’idea di un alcun che posteriore all’ultimo, per
la virtù transitiva del limite. E questo basti per l’intimo rapporto tra la
causalità e la finalità nel cam- po parziale della vita degli esserì
ragionevoli. Quanto al campo universale della realtà, la questione richiede una
critica risolutiva. Da Platone ad Aristotele, da Leibniz a Kant, dal Ravaisson
al Lachelier, dal Boutroux allo Janet, i tinalisti hanno escogitate tante
varietà di finalismo universale quante sono le sorta di fini che gli uomini
sanno proporsi nella loro condotti personale : l’utile, il bello, il vero, il
buono, il santo (1). Ma è facile vedere che in tutti questi casi, sempre in
fine so- stituendo il giudizio regolativo al costitutivo, non facciamo mai
altro che erigere in principio antropomorfico l’ipotesi chimerica d’una causa
efficiente universale. Noi umanizziamo la causalità efficiente universale e le
diamo uno scopo analogo al nostro. Noi sostituiamo così una subjettività o
psichicità agente sul. l'universo alla subobjettività o psicofisicità immanente
nell’u- niverso. Tanto è vero che-il finalismo universale non avrebbe al- cun
senso, se noi sopprimessimo ogni rappresentazione di sforzo o di desiderio o
d'amore, o d’azione del bello, del vero o del buono (2 sotto il movimento
armonico della realtà che noi con- templiamo con sì alto stupore. Ed è per
questo che il finalismo universale ci sembra un finaiismo eccessivo e in tutto
basato sul. illusione. Per renderci conto di questa illusione antropomor- fica,
possiamo ricorrere ad una spiegazione analoga a quella con cui abbiamo chiuso
il problema della cansalità efficiente in or- dine al pensiero. Ma cerchiamo
anzitutto di caratterizzare le varie fasi dell’il- lusione. Allorchè nella
contemplazione della realtà non siamo (1) È noto che Kant distingue quattro
specie di finalità : l'estetica, la mate- matica (formale), l’empirica
(artistica-industriale) e la naturale (o di natura); e che quest’ultima
propriamente costituisce il perno della sua critica del giu- dizio teleologico.
Ad ogni modo Kant non dà mai a questa specie di finalità, come a nessun’ altra,
un valore reale ‘o costitutivo. Il suo costante sforzo di mantenere la
Telceologia morale affatto indipendente dalla Teleologia teoretica è in certo
modo congruente col proposito risoluto di dissociare la teologia dal-
l’aitiologia, enunciato nel Cap. antec. $ 1. (2) Tutti termini nel cui senso è
implicito l’antropomorfismo. QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA, ECC. 295 ancora in
grado di conoscere le relazioni causali, ed anche quan- do, conosciuto un certo
numero di leggi cansali non sappiamo rinunciare alla vana idea d’una causa
delle cause, è ben natu- rale che la mente ricorra all’ipotesi causale più
famigliare, cioè consideri l’universo come l’opera d’un artista supremo (1). Am- mettiamo
che i teologi moderni hanno immensamente purificato (1) «— Le monde m'embarasse
et je ne puis songer Que cette horloge cxiste et n’ait point d’horloger. Questa facezia puramente imaginativa
di Voltaire, che vuol poi dire: l’o- pera rivela l’operajo, riassume per alcuni
tutta la prova teleologica, ed ha certo un gran senso di fronte alla
rappresentazione comune del Prototipo trascen-» dente. Peccato che quei
causafinalisti, che sono tanto pronti a legittimare la loro ipotesi con questo
ritornello popolare (davanti a cui è quasi impossibile per un teoretico frenare
un movimento d’impazienza), non siano altrettanto pronti a seguitare
l’antifona, confessando l’ulteriore imbarazzo di non poter sognare che
l’orologiaio esista... senza mai essere nato. Questo rilievo, mal- grado la sua
apparente leggerezza, è definitivo. Invero i sostenitori delle na- ture
plastiche notano, contro la finalità istintiva di Schopenhauer, che ciò che
implica contradizione non è già il fatto comunissimo d’una forza cieca ten
dente ad un fine, ma è precisamente l’ipotesi d’una tale forza esistente per
sè, senza causa superiore, cioè un essere intelligente da cui sia determinata.
(JANET, 0p, cit., 525). Ma come non s’accorgono questi finalisti, fissi nel
prin- cipio dell’inammissibilità d’una cosa senza una causa superiore
intelligente, che a sua volta l’ipotesi d’una causa superiore intelligente
senza un’altra causa superiore intelligente contradice al loro stesso
principio? In che cosa un essere intelligente ma senza causa superiore dovrebbe
essere più ammis- sibile d’una realtà qualunque senza causa superiore ? Se
l’opera rivela l’operajo, posto che anche l’operajo è a sua volta un’opera,
come ogni causa è a sua volta un effetto, non è contradittorio fermarsi ad una
causa senza causa cioè ad un operajo che a sua volta non è più opera di alcuno?
Dopo questa discus- sione, che toglie ogni vero valore al principio
teleologico, in quanto considera l'universo come opera d’arte e, a guisa d’una
macchina, rivelante il suo co- struttore, quando si sente dire dal Janet: «la
comparaison de l’univers avec une horloge est une des plus commode qui se
présente à l’ esprit; ...et il n'y a plus de philosophie possible si toute
image est interdite... » (op. cit., 545-6), resta perfettamente inutile
ribadire il Tp@tov vebdog di tutta la teoria. Rias- sumendo, se noi ci
chiediamo, com'è inevitabile, qual uso faccia il finalismo del punto di vista
antropomorfico, sorge una grave incompatibilità, poichè da una parte si ricorre
all'esempio antropomorfico della causazione umana per porre il causatore come
causa finale dell’universo; dall’altra si respinge l’e- sempio antropomorficò
della causazione umana, per porre il causatore come figlio di nessuno, sempre e
dovunque esistente e onnipotente. Ora una mente atta a ragionare non può
concedere che ciò che, nel primo caso, par neces- sario ad evitare una
contradizione possa, del pari e sotto lo stesso rispetto, non parere necessario
nel secondo. 296 SHOZIONB II - CAPO IV il concetto popolare della divinità,
spersonalizzando il principio divino sì da fonderlo col tipo ideale della
perfezione. Senza in- golfarci nell’analisi (qui non necessaria) degli
attributi metafi- sici di Dio — questa enorme ferita dell’uomo — in ordine alla
prova teologica, osserveremo solamente col Guastella che, nep- pure
coll’esaltazione di tutti gli attributi di Dio sino all'infinito, vale a dire
neppure coll’idealizzazione .sino all’estremo limite possibile dei concetti
dell'antropomorfismo primitivo, s’introdu- ce sistematicamente nell’idea del
sovranaturale una nuova diffe- renza essenziale (dal punto di vista
gnoseologico) che lo separi dal fenomeno, qual'è quella tra limaginabile e
Vinimaginabile (1). Noi giungiamo dunque forzatamente a questa conclusione che
il concetto dell'essere assoluto come causa finale dell’uni- verso è
assolutamente inesplicabile coi criterj non illusorj del agionamento, perchè un
termine — qualunque esso sia — senza rapporto con un altro termine è un non
senso (2). Ciò premesso, se per farci un'idea chiara del processo illu- dente
vogliamo dare un qualche peso ai paragoni, riuscirà forse interessante rilevare
che, mentre Vipotesi della causa prima ef- ficiente universale nasce per una
specie di convergenza illusoria delle serie causali, Vipotesi della causa
finale nasce per una specie di miraggio. | Stupiti allo spettacolo delle serie
causali dell’universo pro- cedenti da cause ad effetti : in primo luogo,
supponiamo l'esistenza d’una causa efti- ciente universale e, realizzando
metafisicamente e antropomor- ficamente il punto illusorio cui convergono le
serie causali, ci formiamo l'illusione prospettica della causa prima
(trascendente Imaginario) ; in secondo luogo, seguitando a ragionare
antropomorfica- mente sopra questa illusione metafisica, rovesciamo la.
prospet- tiva naturale delle serie causali, cioè guardiamo i fenomeni-ef- fetti
come se provenissero non dal principio ma dalla fine, non dal termine iniziale
ma dal termine finale dell’intero divenire. Il determinismo causale viene così
a cambiarsi in un predetermini- (1) GUASTELLA op. cit., I, pag. 134-135 e seg.
(2) « Per fortuna, dice lo Spir, l'ipotesi d’un Dio creatore del mondo è priva
di fondamento, come di verità ». SPIR, op. cit., 36. QUESTIONE DELLA CAUSA
PRIMA, ECC. 297 smo finale. Appunto noi ci facciamo la rappresentazione
illusoria di un fine che è poi in fondo un effetto avente la proprietà di es-
sere non solo un antecedente ma un principio, e viceversa ci for- miamo la
rappresentazione illusoria d’un tal principio che poi in fondo dovrebbe essere
una causa avente la proprietà d’essere un effetto. Come nelle vaste e infocate
pianure africane, quando si produce il fenomeno del miraggio, il viaggiatore ha
l'impressione che i raggi luminosi provenienti dagli oggetti lontani situati
da- ‘anti a lui gli provengano dal basso, così nella sconfinata di- stesa della
fantasia infocata dall’ardore mistico del sentimento, noi rovesciamo la
prospettiva del processo della realtà ; e, rea- lizzando metafisicamente e
antropomorficamente il fine ultimo per cui supponiamo che tutte le cose siano
causate, abbiamo il miraggio della causa finale (trascendente imaginario).
L’'inter- vento dell'antropomorfismo è evidente, giacchè, per questa illu-
sione d'ottica metafisica, noi supponiamo che la causa finale del- l'universo
non sia altro che il fine voluto dalla mente suprema, cioè il fine viene
pensato come determinante le sue proprie con- dizioni (1). Nel meccamismo, per
così dire, di questo miraggio, rimane indubitato che noi isoliamo dai fatti
naturali, compiuti secondo la legge di causalità, una o più forme fenomeniche
che ci interessano e le attribuiamo alla suprema personalità, così la forma
estetica, la matematica, la morale ete. (forme in realtà inseparabili dal
contenuto dei fatti medesimi) e poi supponiamo: che i fatti siano stitti
compiuti dalla causa suprema o pel desi- derio, o per Tamore, o per ku semplice
idea di realizzare questa forma. Restiamo così vittima d'una petizione di
principio, per- (1) Si può cogliere nello stesso panteismo la caratteristica
antropomorfica fondamentale ‘ad ogni interpretazione religiosa. Giacchè, come
ha osservato il Gurav, se il panteismo viene a negare la personalità ce
l’individualità di Dio, per compenso non è esso portato ad attribuire una
specie di individua- lità all'universo 2 (Guvau, L’irrel. d. lav. pag. 398). Il
mondo-pensiero in senso stretto, il mondo-amore, il mondo-volontà, ete., sono
tutte concezioni antropomorfiche equivalenti. D'altronde ogni personalità non
implica forse una soggettività cosciente ? Secondo il Vacierot, ogni difticoltà
teologica e metafisica scompare colla con- cezione che faccia di Dio l’Ideale
supremo del pensiero, e, come tale e perchè tale, inesistente nella realtà. È
evidentemente un sacrificio imposto dalla ceri- tica alla metafisica del
divino. Ma come si potrebbe dimostrare l’evitabilità di questo sacrificio 9 298
SEZIONE II - CAPO IV chè da una parte supponiamo già effettuato quello che si
tratta ancora di effettuare, dall’altro personifichiamo l’attività uni- versale
attribuendole l’individualità d’un agente psichico estrin- seco al fatto
compiuto. Noterò tuttavia un grande merito dci sostenitori della finalità
estetica che fu già avvertito con molta sagacia dal Fouillée dopo un
apprezzamento così penetrante del- l’intero processo teleologico che non posso
trattenermi dal rife- rire. « Les partisans de la finalité
esthétique, décus par cette illu- slon instinctive, ressemblent è quelqu’ un
qui, regardant à tra- vers un kaléidoscope et s'émerveillant de la régularité
toujours symétrique des figures, prendrait les jeux du hasard et de la
nécessite pour les jeux de l'art et de l'amour. Quoi de merveil. leux,
pourtant, à ce que toutes les images soient svmétriques et forment, par
exemple, des étoiles è plusteurs ravons, si l’in- strument contient des miroirs
qui se renvoient la lumière sous des angles déterminés? Quoi de merveilleux
aussi à ce que tont dans la nature nous paraisse régulier et ordonné d’avance,
si n08 miroirs intellectuels sont en une relation constante avec les choses
mémes? Enfin, comment ne serions nous pas tentés de prendre les harmonies des
choses avec notre intelligence et avec notre sensibilité pour des fins prévues
et voulues, quoiqu’ elles solent. les résultats nécessalres des action de
V’univers sur nous et de notre accomodation è l'univers? Ainsi, à l’extrémité de
l’instrument intérieur qui reflete regulièrment les formes mo- vantes des
choses extérieures, nous crovons apercevoir, comme une vision sublime, «te ciei
des Idées». A vrais dire, il existe dans notre pensée, et c'est en nous, puis,
par notre intermé- diaire, autour de nous, qu'il peut se realiser ) (1). Il grande merito di questi
finalisti, secondo il Fouillée, con- siste nel richiamare lattenzione sul fatto
che bisogna cercare la | spiegazione ultima del meccanismo teleologico, non nel
fisico, ma nel mentale, Secondo loro, tutta Parmonia della realtà e tutta la
sua spiegazione è in noi, nella necessità del nostro pensiero. Ma se questo è
vero per il finalismo estetico, possiamo noi rite- nere che sia vero per ogni
finalismo? Sarebbe inopportuno il profondarci qui nell’analisi d'ogni specie di
finalità, perchè nella (1) FOUILLIE, Le mouvement idealiste, Paris, Alcan, pag.
143. QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA, BCC. 299 nostra ricerca altiologica il
problema della finalità vuole essere trattato solo di passaggio. Dichiaro però
che in tale questione io sto col Kant, il quale, com’è noto, sostiene
l’interpretazione soggettiva (normativa) del giudizio teleologico. FE questa è
la ragione per cui nella tecria del miraggio della causa finale in- cludo ogni
specie di giudizio di finalità. Dall’analisi fatta delle varie fasi
dell’illusione teleologica e dell’apprezzamento dell’intero processo, parmi
dunque di dover conchiudere che la causa finale non ha luogo nella realtà del
mondo inorganico, e neppure in quella del mondo organico pre- umano, essendo la
finalità la caratteristica dell’intelligenza in azione (1) e questa non
riscontrandosi, nella forma così propria- mente detta, che nell’uomo. Ci
occorrerà in seguito di precisare meglio le ragioni di questo sommario
ostracismo; ma quanto al senso e al valore generale della nostra situazione
critica la dot- trina che nega la realtà delle cause finali è la. nostra. Parrà
strano per avventura a taluni che, ammettendo il pen- siero umano come capacità
di finalità e la stessa realtà come pensiero, io creda di potermi sbarazzare
senza contradizione della causalità finale dell’universo. Si dirà: — se la
realtà, tutta la realtà è pensiero, perchè la realtà stessa come una specie di
auto-provvidenza. non potrebbe anzi non dovrebbe sempre agire in vista d'un
fine, propriamente detto, quale la realizzazione 0 dell’utile o del vero o del
bello o del buono, insomma del fine a sè immanente? perchè non dovrebbe
perseverare sempre nelle sue intenzioni economiche, logiche, estetiche, morali?
— Si ag- giungerà che in generale quasi ogni sistema filosofico risolvente la
realtà nel pensiero è teleologico. Come dunque io credo di po- termi sottrarre
a queste esigenze teoretiche e storiche? Accen- nerò le ragioni capitali che
basteranno, spero, al benigno lettore per assolvermi da ogni taccia di contradizione.
Anzitutto precisiamo bene ancora una volta il senso del ter- mine « pensiero )
intorno a cui s’aggira questa discussione. Il pensiero reale di cui parliamo
qui, come identico a tutta la re altà, non è già il pensiero in senso stretto
come seconda forma (1) Secondo alcuni può anche esser chiamato fine un fatto
incosciente, come la privazione, il bisogno, l’istinto. 300 SEZIONE II - CAPO
IV o funzione principale dell’attività conoscitiva caratteristica della
conoscenza mediata, in opposizione alla funzione inferiore del sentire; neppure
è il pensiero in senso largo comprendente tutti i fenomeni conoscitivi in
opposizione a quelli affettivi e volitivi ; e neppure è il pensiero nel senso
larghissimo di Descartes e Spi- noza in cui sono compresi tutti i fatti
psichici o della cogitatio in opposizione ai fatti fisici o dell’ertensio; ma è
propriamente l'attività psicofisica impersonale dell’universo (1). La realtà da
questo punto di vista subobjettivo cessa d’essere considerata come un semplice
processo umano, avente un fine ultimo da rea- lizzare. Se dovessi ancora
ostinarmi ad usare una logora termi- nologia, potrei dire che il penxiero reale
universale, essendo pro- priamente l’attività unitiva e distintiva della
soggettività in relazione colla oggettività, non può non essere insieme
principio e conseguenza, mezzo e fine, causa ed effetto di sè medesimo. Ma io
voglio prescindere da queste frasi tradizionali che non solo ci inducono
all'equivoco, ma ci allontanano dalla soda realtà. La questione importante si
riduce a vedere se i concetti di principio e conseguenza, di causa ed effetto
nel senso di causa prima ed effetto ultimo, di mezzo e fine nel senso suddetto
siano applicabili in modo sensato al concetto dell’universo. E la. cri- tica
osa appunto dirigere il suo sguardo su queste vecchie ipotesi — che il tutto
sia concepibile come principio e fine del tutto, cioè di sè, come causa prima
di sè, come effetto ultimo di sè enon che ammetterle come assiomi, trova che
ripugnano al prin- cipj stessi della ragione e riescono all’assurdo. Ripugnano,
perchè ciò che è causa non può esser tale che in un sistema di rapporti logici
e cronologici e come termine smu- scettibile in sua volta d’essere considerato
come effetto d’altro. Se, per la limitatezza delle nostre conoscenze
scientifiche, non possiamo provare che Vincatenamento effettivo di tutte le
cause note sia reciproco, logicamente parlando non vediamo alcuna ra- gione
contraria alla possibilità che ogni causa sia a sua volta considerabile come
effetto d’altra causa antecedente, e che ogni effetto sia a sua volta
considerabile come causa d’altro effetto (1) Cfr. Sezione II, cap. I. QUESTIONE
DELLA CAUSA PRIMA, ECC. 31 susseguente e così via. Ma questo concetto ripugna
al concetto d’una causa prima e d’un effetto ultimo (1). Riescono all’assurdo,
perchè il tutto non può essere causa, se non è in rapporto necessario con
altro, cioè se non è tutto. Il che è assurdo. Concludendo, non c’è verso di
poter considerare 1] tutto nè come causa prima, nè come effetto ultimo.
Lasciamo dunque da banda come superate queste objezioni riguardo alla
considerazione del tempo o della necessità e con- cernenti più l’inizio e il
termine che il principio e il fine; pas- siamo all’esame degli altri argomenti.
Si oppone che la realtà universale, essendo pensiero, non può non proporsi come
suo proprio fine lo sviluppo della sua immanente attività. Una tale idea, a
forza d’essere ripetuta su tutti i toni, acquistò una voga singolare. Ma così,
eccoci di nuovo di fronte ad un’asserzione sen- za costrutto. Infatti, se il
pensiero reale —- come la totalità del- l’universo — fosse capace di agire per
un fine, dovrebbe essere un soggetto e non quella totale unità subobjettiva
oltre cui nulla esiste. Di più, anche dato ma nen concesso, che il pensiero-realtà
universale sia un soggetto capace di agire per un fine, come po- trebbe
proporsi un fine se egli non fosse privo di qualche cosa, se egli stesso cioè
non fosse che parte? Ogni posizione di fine è una restrizione negativa, perchè
è opposizione necessaria di un ente o d’un suo grado con un fuori di sè. Ma
allora il tutto, non sarebbe più tutto. Finalmente, dovrebbe esser manifesto
che non ogni pensiero è pensiero in vista d’un fine. Quest'ultimo viene assai
tardi e non è che un prodotto di selezione nel processo uni- (1) Il rifiuto
della causa finale dell’aniverso è inoltre giustificato dalla ri- flessione che
una tal causa, in ultima analisi, si ridurrebbe alla causa delle cause che noi
rigettiamo per le ragioni addotte nel $ 2 di questo capitolo. Chi ben riflette,
si accorge che il problema della causa delle canse si pone da chi non può far a
meno di rappresentarsi la causa prima e l'universo sotto Ta- spetto del
generante e del generato. Allora la causa prima diventa una specie di gallina
che depone l'uovo, e l'opzione per la priorità della gallina diventa senza
dubbio edificante. Non farebbe altrimenti chi, data la formula : PEnte crea
l'esistente, optasse per l'arresto all'Ente. Intendendo la cosa così, non si
avrà mai la relazione attiva di causa ed effetto, la cansazione universale, il
pensiero come tutta la realtà. Finalmente s'avverta che, se il nostro compito
fosse non il problema della causalità ma quello della finalità, non manche-
rebbe qui la discussione importantissima delle disteleologie, così visibili
nel- l'universo, che ora sarebbe fuori d’opera considerare. ® 302 | SEZIONE II
- CAPO IV versale del pensiero. Dunque chi crede di ridurre la realtà uni-
versale a finalità pel fatto che la realtà universale è pensiero, non fa che
dare il nome di finalità alla catena delle cause e degli effetti, vale a dire
all’attività immanente del pensiero. Innocente trastullo, quando il
finalista... a parole abbia la forza di non andare più in là, affannandosi in
cerca dell’impossibile (1). Non è necessario aggiungere altro per mostrare la
fallacia delle objezioni proposte. II concetto d’una causalità finale del-
l'universo, anche nella dottrina qui sostenuta della realtà psi- cofisica come
pensiero, sfuma e non può pretendere ad alcun va- lore conoscitivo. Per
ammetterlo noi dovremmo, a mo’ dei teo- logi, credere e imaginare il pensiero
reale universale quale un essere intelligente capace di concepire
coscientemente (2) un (1) L’art de la nature.. est un fait «
éelatant et prérogatif » comme dit Bacon, devant lequel viendront toujours
échouer toutes les théories de com- binaison fortuites et d’instinct aveugle.
C'est aussi un fait, auquel on ne peut Gchapper par l’indifference, par l’oubli
du problème, par une sorte de fin de non recevoir.. Mais jamais on ne verra une
fleur, un ociseau, un organisme humaine sans éprouver un étonnement que Spinoza
appelle avec raison « stu- pide » puis qu'il va jusqu'à la stupéfaction...
comment puis-]je voir un oeil sans penser qu'il est fait pour voir... Le
pour... c'est une idée... l’idée de l’ef- fet... Et enfin que peut étre une
idée si ce n'est un acte intellectuel, présent à un esprit dans une conscience
?... Nous avons le droit de croire que la plus haute hypothèse que puisse se
former l’intelligence humaine sur la cause su- - prème de l’univers ne scerait
pas contredite.. s'il nous était donné... de voir Dicu “face è face par une vue
directe et immédiate. Une telle hypothèse peut bien n’ètre quune approximation
de la vérité et une représentation humaine de La nature divine... elle en est
la projection dans une conscience finie, la tra- duction dans la langue des
hommes; et c'est tout ce qu'on peut demander è li philosophie ». Con queste parole il JAxEr chiude la
sua opera sopra Les causes finales. Concludiamo anche da parte nostra. Nous
avons le droit de croire... la plus haute hypothése... sur la cause su- ‘
pròme... une représentation humaine de la nature divine... la traduction dans
la langue des hommes... et c'est tout ce qu'on peut demander è la philoso phie.
Va benissimo: conveniamo
in tutto e per tutto, anche dal nostro punto di vista kantiano (della
Dialettica trascendentale). Sappiamo bene che la teologia domanda tutta questa
ipotesi teleologica antropomorfica alla filosofia; ma la filosofia, rifiutando
la prova fisico-teologica, non può concedere che... le droit de croire! (2)
L'oseuro concetto d'una teleologia incosciente o immanente di Aristotele, di
Hegel, di Schopenhauer, ecc. osserva giustamente il (UASTELLA, non è che un
succedaneo, e tira tutta la sua vis esplicativa dall’analogia con quello più
naturale e più spontaneo di una finalità cosciente e trascendente ; ora tra le
diverse specie della filosofia antropomorfistica la più naturale di tutte e la
più Propria a realizzare questo concetto di una finalità intelligente e
cosciente è evidentemente la teologica. GUASTELLA, op. cit., I, pag. 72.
QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA, ECC. 303 disegno e di realizzarlo volontariamente
nella realtà svolgentesi al suo cospetto. Ma questa confidenza nell’imaginazione
e nel sentimento ha solo un valore nel campo dei giudizj valutativi. Nessun
teoretico potrebbe valersene come argomento razionale, eccetto coloro che hanno
interesse di convertire senz’altro la filosofia nella teologia (1).
Concludendo, l’argomento della causa finale dell’universo non è più fondato di
quello dell’ ipercausa efficiente della realtà. anche ammettendo la realtà
universale del pensiero; perchè il pensiero nostro (in s. s.) e il pensiero
universale come unità psi- cofisica della realtà differiscono toto caelo, nec
in nulla re, prac- terquam in nomine, convenire possent, non aliter scilicet,
quam inter sc conveniunt canis signum cacleste, ct canis animal la- trans) (2).
Per contro, quanto è più elevato il concetto ateleologico della realtà universale
di fronte al concetto teleologico! Come in- (1) All’opposto la tesi che
considera la stessa realtà empirica e meccanica come costruzione dello spirito,
e quindi vede in essa uno strumento dei fini dello spirito e ritiene così
possibile quella considerazione teleologica della natura che mette questa in
armonia con i fini supremi della ragion pratica, ha un valore filosofico
diretto che merita la massima ponderazione, È la tesi che il MarrrinertI. con
profonda critica, attribuisce a Kant (Sul formal. d. mo- rale Kantiana. Estr.
pag. 9). Tuttavia è fuor di dubbio (almeno, a mio parere) che, se si considera
lo spirito, o più chiaramente Vattività formatrice dello spirito come
svolgentesi nel processo costitutivo della realtà in modo conforme alla propria
intima natura (e non già come esercitantesi — per mezzo della sua attività
formale — sopra QVuna materia oscura posta davanti, per impri- merle una forma
e conferirle un valore, innalzandola ad un superiore grado di realtà), allora
non è necessario ricorrere all'idea di fine. Io non muovo quindi su questo
punto alcuna obiezjone all’interpretazione teologica proposta dal Martinetti,
Essa è perfettamente conseguente. Noto soltanto che, data la mia teoria e
restando nei limiti di essa, il porre li realtà come nno strumento dei fini del
pensiero, vorrebbe dire senz'altro porre il pensiero come strumento dei fini
del pensiero, o la realtà come strumento dei fini della realtà. Che ogni
considerazione dualistica debba esser tenuta lontana dal punto di vista che qui
si sostiene, è detto esplicitamente nel 1° capitolo di questa Se- zione. (2)
Spinoza, Ethica, I, prop. XVII, Schol. Com0@è noto, per Spinoza il fine non è
altro che il desiderio umano come principio e causa prima d’un oggetto. Anche
li vecchia storia del mondo come operi d’arte preconcetta da un ar- tista
sublime in tutte le sue particolarità è un non senso derivato dalla abi- tudine
di considerare come causa ciò che è conseguenza. Si è sempre disposti a credere
che gli artisti prevedano in tutto la loro ‘opera prima d’averla fatta. 304
SEZIONE II - CAPO IV - vero potremmo supporre l’universale realtà quando ce la
doves- simo rappresentare tutta determinata a priori dall’idea di fini
attuantisi man mano, secondo il miraggio ingannatore della no- stra intelligenza?
Quanto ci innalziamo invece col puro concetto dell'attività sintetica
universale al disopra della conoscenza fi- nalistica, sempre affatto umana cioè
conforme alle intenzioni del nostro pensiero, sempre prospettica e puramente
regolativa, sempre ristretta a sì piccolo raggio d’azione che attribuisce al-
l’infinita potenza del pensiero universale le miserabili preoccu- pazioni dei
fini umani, per analogia di quanto accade nella con- dotta gei soli esseri
intelligenti! Sappiamo già che non è per- “messo considerare la finalità come
un principio costitutivo» del reale. Non è meglio lasciare indietro anche i
poveri criterj rego- latori della nostra conoscenza, allorchè dobbiamo elevarci
al pensiero della universale realtà? Quel fine (estetico, logico o morte) che
noi diamo con tanta facilità all’universo che altro è se non una mera
rappresentazione nostra, un’idea-limite, una esigenza illusoria della nostra
mente, per sua natura proclive a scambiare quella tale unità assoluta che è
solo il risultato del- l’ingannevole apparenza con luniversale unità
psicofisica del tutto, che solo il pensiero, appressandosi al suo massimo grado
di purezza, è sempre meglio in grado di concepire ? S4. — Le dottrine
precedenti forniscono ora il modo di chia- rire il concetto fondamentale della
causa sui. . i Ne per corsa sui s'intende la causa prima dell’universo e dif-
ferente da questo, un tale concetto è illegittimo e illusorio, come sì mostrò
nel capitolo antecedente. Tanto meno, concependo la causa dal punto di vista
scientifico, si riesce a dare un senso ——r————rr tti In realtà quel che accada
nella previsione della maggior parte delle opere geniali non lo sappiamo mni.
Noi attribuiamo le opere d’arte ad una causa finale imaginaria, tanto che gli
artisti stessi più geniali restano sorpresi d’aver potuto fare quel.che hanno
fatto e si professano, e di fatto restano, perfetta- mente innocenti. Non è
dunque buffa l’ipotesi che soltanto il critico finalista — questa caricatura
dell'artista — sia in grado di vedere nella mente degli artisti e meglio di
loro quel nascosto, ma pur intero disegno preventivo del- l’opera geniale che
esso non può mai contemplare che a lavoro finito ? Nulla caratterizza meglio di
questa pretesa i finalisti partigiani della finalità estetica, e mostra qual
senso abbia la loro superstiziosa idiosinerasia, QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA,
ECC. 305 comprensibile al concreto del tutto come cuusa sui. E ne tra- lascio
la facile dimostrazione. Quindi, senz'altro, concludo con questo dilemma: la
cus sui o si identifica con quella che si dice la causalità sintetica
universale, e allora non è più causa che effetto, ma causazione di necessità
relativa alla propria ef- fettuazione, o entra a far parte di quelle
incomprensibilità che godono il privilegio esclusivo dei dogmatici e se
Vabbiano in pace. Io opto pel primo senso, che mi par quello dell'Etica spi-
noziana, avverso alle cause finali (1). Il Gentile sostiene che l'espressione
cause sui in Spinoza conserva il significato che poteva avere T° abitò xvodv di
Platone (Fedro 245 c) e Ifavtod èvépyepz di Plotino (Enn. VI, S, 16). « La
sostanza di Spinoza, egli aggiunge, come l'idea di Platone e il Dio plotiniano,
sono TIncondizionato astratto che non può es- sere causa sui, perchè non è
spirito, ma il suo opposto. E il swi rimane perciò una parola priva del suo
proprio significato » (2). Ma che è lo spirito. del Gentile? Egli lo dichiara
nettamente, il- lustrando il suo concetto di causa siti. « Siti ‘si badi (egli
fa no- tare) che suppone il sè, il soggette, autocoscienza, onde l'essere
causato non è effetto, ma fine, valore, il termine a cui si tende, e che si
conquista » (3). Il fondo della dottrina del (rentile è dun- que evidente. Esso
risiede in un soggettivismo finalistico, in cui la stessa realtà dello spirite
come unità è Timmanenza del. l'oggetto al soggetto (4); per cui la stessa
sintesi che è la pro- fonda realtà della tesi e dell’antitesi concorrenti nella
realtà dell’autocoscienza (essere e uon esser soggetto) non è soggetto e
oggetto, ma soltanto soggetto, benché non soggetto empirico ma seggetto
trascendentale, come reale soggetto che si realizza nel processo onde si supera
la idealità del puro soggetto astratto è la concomitante idealità del puro
astratto oggetto (5) : insomma la sintesi come concreta realtà dell'antocoscienza
(6). Dopo i principj sostenuti nei capitoli precedenti in difesa del.
l’interpretazione antisoegettivistica e antifinalistica del pensiero (1)
Spinoza, Eth., I. Append. (2) GentILE, Teoria gener. d. Spirito come atto puro,
Pisa, 1916, pag. 186, nota. (3) id. id. (4) id. pag. 231. (5), (6) id. pag.
232. A. Pasrore — Il problema della causalità - Vol, II. 20 306 SEZIONE II -
CAPO IV come unità psicofisica della realtà, tornerebbe superfluo l’esa- minare
ad uno ad uno gli argomenti del soggettivismo trascen-‘ dentale assoluto. Si
compendiano tutti in una dimostrazione che suona così : « Non è possibile
concepire il pensiero senza per- sonalità, perchè il pensiero (qualunque
concetto che si voglia porre, dommatico o scettico) è conceptus sui, cioè Io, e
quindi non solo pensiero come attività, ma attività che si ripiega su sè
stessa, e sì pone pertanto come persona ) (1). A questo argo- mento abbiamo già
risposto Rella questione della causa efficiente universale, della causa prima e
della causa finale, svelandone la dogmaticità, e ancora una volta replichiamo
che la soggettività del conceptus sui è una formazione serotina del pensiero
riflesso in senso stretto. Se la realtà non può essere intelligibile, se non è
concreta e se non può essere concreta colla riduzione della sub- objettività a
soggetto, come può darsì che il mondo del soggetti- vismo sia intelligibile,
non che reale? Non basta dire che il sog- getto assoluto è superiore così al
puro soggetto astratto come al puro astratto oggetto, se poi in definitiva non
sì parla più che del solo soggetto. Non è una contradizione invocare un sè «
sol- tanto soggetto » per assolvere il dogma del soggettivismo da ogni
ripugnanza al principio della sintesi concreta? Che più? quando il
soggettivismo medesimo riconosce che, per la dialettica di quello spirito che è
la concreta realtà, tre condizioni sono egual- mente necessarie : 1° la realtà
del soggetto, 2° la realtà dell'oggetto, 3° la realtà dello spirito come unità
(2), non rivela esso medesimo l'impossibilità d’ogni soggettivismo ? Infatti,
come non possiamo identificare la prima condizione con l'ultima, così non
possiamo dar il nome di soggetto alla realtà del tutto, quale unità attiva del
soggetto in relazione coll’ogget- to; salvo che si voglia dar luogo alla
possibilità d'un Soggetto Soggettivo-oggettivo, tanto concepibile quanto la
Chimera. (ilustissimi quindi sono gli sforzi del Gentile per provare che il sui
dell'espressione spinoziana della cunsa sui, non riferen- (1) GENTILE, op.
cit., 231. (2) GENTILE, op. cit., 231. QUESTIONE DELLA CAUSA PRIMA, ECC. 307
dosi all’Io come persona, rimane perciò una parola priva del significato
soggettivo. Per altro chi non voglia rinunciare al punto di partenza di
Spinoza, che è precisamente il principio in- tegrale della causa sui come
attività causativa universale, rico- noscerà che la sinteticità del soggettivo
è un concetto a cui non manca altro che la base (1). $ 5. — Posti dunque da
banda i concetti di causa prima, causa finale dell’universo e causa sui i quali
non soltanto non sono necessarj ma sono chimerici, non solo non rispondono al
pensiero speculativo ma lo rovinano, se l'ultimo problema si restringe a
indagare il senso e il valore relativo e mediato di sì grandi il- lusioni
metafisiche annidate dentro di noi, si può trovare forse una risposta
plausibile e sodisfacente. Nenza entrare in parti- colarità intempestive ed
inutili al nostro tema, basterà notare che il risultato di tante rinunzie non è
già di condurci allo scet- ticismo; che anzi noi ci possiamo contentare di
quell'arduo stato di conoscenza che ci soppianta nello spirito Vingenua fede
nei chimerici sogni dell’assoluto e di tutte le sue dirette e indirette
filiazioni. Che altro sono queste, se non la forma naturale ma il- lusoria del
pensiero adolescente? Il pregiudizio che l'idea della causa metafisica
universale contenga una verità eterna ebbe ed ha enorme fascino. Ma noi abbiamo
pesata la prova d'ogni causa metafisica e la trovammo leggera. Pure un certo
peso rimane ; non teoretico certo, ma chiaramente poetico e d'ordine morale.
Egli è questo un fatto così sicuro oramai e così notorio «he non può seriamente
revocarsi in dubbio, e noi ne abbiamo a bastan- za. Così, comprendendo il
processo della continua illusione, noi possiamo anche accettarla, ma
poeticamente; perchè la vita, la nostra vita stessa, in massima parte non è che
una fuggitiva il- lusione, ma noi vogliamo viverla egualmente. E questa non è
viltà, è accettazione di vita per quel pochissimo di vero di bello e (1) Il
soggettivismo trascendentale rinnova qui l’errore medievale del rea- lismo,
perchè dal riconoscimento dell’universalità dell’atto unificante trapassa
all’atfermazione della realtà d’un Soggetto trascendentale, mentre dovrebbe
arrestarsi al concetto della soggettività come funzione tipica d’ogni soggetto
individuale e conoscente. Sulla confusione del Soggetto colla soggettività,
cfr. Sezione III. Introd., $ |, (interpretazione dell'io penso di Kant). 308
SEZIONE II - CAPO IV di buono che possiamo conseguire. Ricordiamo la frase di
Pro- spero nella 7ewpesta di Shakespeare. Perchè, dopo tante illu- sioni,
Prospero ritorna agli studj? Perchè « questi studj — salvo ll difetto d'essere
così astratti — sorpassano in valore ciò che più stima luomo volgare ». In
sostanza, passando dalla verità alle ipotesi, anche le illusioni metafisiche
per noi, esseri essen- zialmente finali, hanno la loro giustificazione. Le
credenze, per quanto slano estranee alla scienza, rispondono certo ad un pro-
fondo bisogno dell'animo umano. Quando, pertanto, noi filosofi avremo costretto
la sfinge a svelarci il suo segreto, perchè non ci serviremo anche delle nobili
illusioni per vivere meglio, se sarà possibile? La metafisica aitiologica
tradizionale è quasi sempre un fanale senza ricovero nella notte. Le teologie
antiche sono troppo spesso una rapsodia.di parole. Il cuore, il cuore stesso,
che è più antico d'ogni teeria, ha un continuo hisogno di men- zogna. Intanto
l'inestimabile pregio della filosofia moderna è. fra l'altro, di sapere tutto
ciò e tuttavia di incoraggiarci a. vi- vere in mezzo ai delicati fiori dei
sogni e alle verità del pensiero. Onde le stesse chimere non disonorano chi le
costruisce e le va- gheggia con animo sincero, coraggiosamente devoto alla
causa dell'umanità. L'implacata facoltà d'analisi muove talora e in- sieme
promuove un non so che di sensualmente oscuro e triste che portiamo dentro di
noi. Ma ci dà il vantaggio di sentire la voce dell'anima nostra e di
riconoscere che, eltre alla verità anzi alla veracità, la nostra anima esige la
lusinga dei sogni, la lu- singa delle idee, la lusinga universale della realtà.
Sappiamo bene che la metafisica dogmatica ci fa vivere nell’illusione. Far
fondo su di essa è far fondo sulle mobili arene del deserto. Tut- tavia lPanima
vuole sognare, e per poter sognare non è necessario sapere... E forse anche
questo è natnrale. Come par naturale supporre che il fiore rorrebbe ignorare le
sue radici. affondate nel terriccio della tomba. < CAPO QUINTO.
Detezrminismo e indeterminismo. $ 1. La terza antinomia kantiana. — $ 2.
Conciliazione della causalità libera e della causalità determinata. — $ 3.
Concetto della contingenza. — $ 4. La libertà come forma speciale di
causazione. S1. — Esaminiamo ora l’ipotesi tanto diffusa nella storia della
tilosofia che il principio della causalità universale — per la sua creduta
riduzione al principio del determinismo — renda impos- sibile la spiegazione
del fatto innegabile della libertà. Questo esame agevolerà il passaggio alla
Sezione terza. E chiaro che, se il fatto della contingenza bastasse da solo a
costituire il fatto della libertà, il valore liberistico della causalità
sarebbe nullo. E quindi, se la causalità — nell’ipotesi di libertà =
contingenza — fosse universale, saremmo forzati ad attribuire un valore il- lusorio
alla nostra idea della libertà ; se fosse solamente par- ziale saremmo
necessitati ad ogni modo i negarla. dovunque si stenda il dominio sperimentale
della scienza. Si può ammettere una tale ipotesi? Anzitutto, atfacciamo una
domanda che ci pare calzante. Ap- punto perchè le due seuole opposte del
determinismo e dell’inde- terminismo si dividono così aspramente gli spiriti,
non si po- trebbe trovare in questa stessa antitesi una ragione di più per
farci ritenere possibile una sintesi comprensiva dei due indirizzi, aperta cioè
alle indeelinabili esigenze dell'esperienza che porta all’indeterminismo e
della scienza che porta al determinismo? Non è forse egualmente radicata la
profonda convinzione che le 310 SEZIONE II - CAPO V ricerche in questo senso inclusivo,
cioè al disepra dei sistemi uni - laterali, non possono essere sterili, giacchè
la filosofia stessa — che è sintesi — ha bisogno del doppio conforto
dell’intelligenza e del cuore? Notiamo quindi, per trattare la questione
criticamente, che l'urto massimo dei due indirizzi non è più rappresentato con
suf- ficiente rigore dal terzo conflitto delle idee trascendentali di Emanuele
Kant. La tesi kantiana di questo conflitto pone che « la causalità determinata
dalle leggi di natura non è la sola donde possano derivarsi tutti i fenomeni
del mondo. È necessa- rio ammettere anche, per spiegarli, una causalità libera
». L'an- titesì oppone che « non v'ha libertà, ma tutto nel mondo avviene
secondo le leggi naturali » (1). (‘ome si vede, mentre l'antitesi è la
negazione della libertà, la tesi di Kant non pone già che tutto nel mondo sia
assolutamente indeterminato così nel principio primo delle cause, come nella
serie dei fenomeni derivanti; pone invece che la causalità deter- miuata non
sia la sola e che sia necessario ammettere anche una causalità libera. Nella
prova successiva e nelle Osservazioni. mentre, a scanso d’equivoco, si esclude
che la. questione con- cerna il cominciamento assolutamente primo quanto al
tempo, si conferma in modo sehr klar in dic Augen, che si tratta d'un
cominciamento assolutamente primo sotto il rapporto della cau- salità, cioè
d’una spontaneità assoluta delle cause avente la virtù di cominciare per sè
stessa una serie di fenomeni svolgentisi se- condo le leggi naturali (2). Insomma
mentre l’antitesi kantiana oppone che nou vha l- bertà cioè che tutto nel mondo
è assolutamente determinato, sia nel principio primo (sotto il rapporto di
causalità), sia nella se- rie dei fenomeni svolgentesi secondo leggi naturali,
la tesì pone nel mondo due causalità opposte cioè una causalità libera (nel
principio primo) e una causalità determinata (nella serie dei fe- (1) Kant, K.
d. r. V. (Siimmt. Werke, 1838, II, pag. 353). Nel quarto con- flitto
dell’Antitetica della ragion pura, la tesi pone : « Vi è nel mondo qualche cosa
che, sia come sua parte, sin come sua causa, è un essere assolutamente
necessario » ; l’antitesi oppone: « Non v'è alcun essere assolutamente
necessario nè nel mondo nè fuori del mondo che ne sia la causa >». (2) KANT,
0p. cit.. pag. 353-359. DETERMINISMO E INDETERMINISMO 311 nomeni derivanti).
L'opposizione resta ancora, perchè da un lato si afferma che cì sono nel mondo
due causalità, una libera e l’al- tra determinata, dall’altro si nega questa
doppia e opposta cau- salità, opponendo che la causalità è una sola, la
determinata. Ma è evidente che l’antinomia radicale perfetta sarebbe questa :
l'assoluta causalità libera cioè l’assoluto indeterminismo can- sale da una
parte e l’assoluta causalità determinata cioè l’asso- luto determinismo causale
dall’altra, o, più in breve, l'afferma- zione dell’assoluta libertà nella tesi
e la negazione dell’assoluta libertà nell’antitesi. Ora, se l’antinomia
aitiologica venisse enunciata con questa formola radicale, la conclusione, a
mio modo di vedere, sarebbe una sola: l'eliminazione simultanea della tesi e
dell’antitesi, perchè entrambe incomparabili coi dati e coi risultati così del-
l’esperienza come della scienza, in quanto queste reclamano, en- tro certi
limiti, sia la causalità lHbera sia la causalità determi- nata. Difatti, in
primo luogo, cioè circa l’esperienza, per quanto sia chiara la voce e robusto
il sentimento della nostra libertà, noi non possiamo pretendere che tutti i
fenomeni del mondo siano indipendenti da ogni rapporto causale; dacchè, anche
nell’ipo- tesi infondata che la dipendenza causale sia la negazione dell’in-
dipendenza reale, la nostra stessa esperienza ci avverte che è ben angusto il
reame della nostra indipendenza reale e la scienza ogni giorno ci dimostra il
costante e fecondissimo impiego della conoscenza delle leggi della natura. Ed
anche, quanto a noi, cre- derci assolutamente liberi è una gran bella credenza
ed anche utilissima perchè non manca di offrirci un mezzo posìtivo di li-
berazione; ma il sentimento dell’indipendenza non sì traduce senz'altro nella
realtà di fatto della libertà. In secondo luogo, cioè circa la scienza, per
quanto sia solido il fondamento delle leggi causali determinate dalle scienze,
noi non possiamo senz’altro pretendere che tutti îi fenomeni del mondo siano
immediatamente determinati, dacchè le nostre stesse co- gnizioni scientifiche
spirano purtroppo in angustissimi limiti e l’esperienza ogni giorno ci pone di
fronte lo spettacolo così im- - barazzante dell’incoerenza, dell’irregolarità,
dell’indetermina- tezza dei fenomeni. Ed anche, quanto a noi, crederci
fatalmente 312 SEZIONE II - CAPO V determinati è bensì una posizione scettica
difficilmente confuta- bile, e forse anche comodissima in certi momenti critici
dell’esi- stenza, ma neanche col comodo pretesto fatalistico, che ogni no- stro
sforzo è inutile perchè tutto è assolutamente determinato, noì posskamo
alleggerire il pesante fardello della nostra respon- sabilità. 1 Per contro, se
l’antinomia causale viene enunciata nei termini di Kant, la soluzione
preferibile sembra la soppressione dell’an- titesi a profitto della tesi,
perchè il vero senso di questa è la con- ciliazione della causalità libera
colla determinata; laddove il senso dell’antitesi è la negazione recisa d'ogni
libertà (1). Di- batteremo ora la tesi della conciliazione, senza inoltrarci
però nella questione della libertà morale, che verrà trattata nella Se- zione
terza. S2. — Ammettiamo la tesi kantiana della doppia causalità : determinata e
libera. Procuriamo di afferrarne bene il concetto. Siamo di fronte a un genere:
la causalità, che ha due specie dif- ferenti: la determinazione e la hbertà.
Sappiamo omai, dalle nostre ricerche, che ogni causalità è rapporto logico e
cronologico di due sistemi equivalenti ; il pri- mo sistema è la causa, il
serondo è l’effetto. In ciò convengono le due causalità. (1) Circa
l'apprezzamento delle antinomie kantiane, già il Vacugrot ha so- stenuto che
queste antinomie sono più apparenti che reali, perchè in esse non vhanno due
tesi contradittorie di fronte, ma solo due esigenze opposte (cia- scuna di esse
legittima e incontrastabile nella sua sfera), cioè da una parte l'esigenza del
sentire che pone la molteplicità e i limiti (tesi dell’esperienza), dall’altra
Vesigenza del concepire che pone l’unità e l’intinito (antitesi della ragione».
In altri termini, secondo lui, l’opposizione esiste solo fra i prodotti di
fircoltà diverse, non già fra i prodotti d’una stessa facoltà e quindi della
natura. Danque lo spirito non è convinto di impotenza, perchè le sue verità non
si contradicono, cioè non si negano ‘nel proprio ordine. Son punti di vista
diversi della realtà e rispondenti a esigenze diverse, assurdi nel loro
isolamento astratto, veri nella loro sistemazione concreta. Il VacukzroT afferma
che, applicando questo criterio, l’antinomia tra la libertà e la necessità sva-
nisce. La critica del Vacneror è sottile, ma non distrugge ogni dubbio. Piut-
tosto mi pare sostenibile il suo risultitto, cioè la conciliazione della
causaliti. libera colla causalità determinata, nei limiti dell'esperienza. Kant
invece pone il conflitto insolubile nel mondo empirico dei fenomeni, gettando
la chiave della risoluzione dei problemi cosmologici nel mondo non empirico del
noumeno. DETERMINISMO E INDETERMINISMO 313 La differenza consiste in ciò che la
causa, nella causalità de- terminata, è un sistema determinato nella serie dei
fenomeni ; nella causalità libera invece è un sistema spontaneo. cioè avente
la: virtù di cominciare per sè stesso. Basta questa osservazione per farci
sospettare che la tesi kan- fiana sia appena il riconoscimento della
bilateralità inerente al primo termine del rapporto causale. Più chiaramente
che »ia soltanto la considerazione del primo termine (cioè della causa) dal
doppio punto di vista della deter- minazigne e dell’indeterminazione, estraneo
veramente al senso sclentifico della considerazione causale. Noi vedemmo già
nella teoria della conoscenza come e perchè ogni cosa sia considerabile da
questo doppio punto di vista: della ogni cosa sia considerabile da questo
doppio punto di vista : 1° della determinazione che dà il finito (opera
dell'astrazione) ; 2° della indeterminazione che dà l'indefinito (opera
dell’intui- zione). Avvertimmo anche che, se (per riposare in una concezione) sì
opti sia per la determinazione, sia per l’indeterminazione, non solo si perde
di vista il vero concetto del limite che è bilaterale, ma si scambia
un'illusione colla realtà. Di più, riflettendo che le due prospettive sono
illusorie quando si considerano come esclu- sivamente vere (cioè si affermano
come valide universalmente), ritengo che sarebbe una vera follia restare inerti
nel frangente, contentandoci di riconoscere che ragioni contrarie, ma del pari
stringenti, militano in favore di entrambe. Il contegno pertanto utile e
ragionevole mi pare doppio, e consistente : 1° nel rifiutare d'essere vittima
dell'illusione, sia semplice (della validità esclusiva d'una sola esigenza:,
sia doppia («del- l’antinomia insuperabile d'entrambe ; 2° nell'accettare ciò
che in media rimane vero per i due punti di vista contrarj, rettificati
dall'esperienza e dalla scienza. È facile scorgere quanto strettamente questa
situazione si colle- ghi con quella della tesi della terza antinomia nella
quale Kant ammette appunto la compatibilità della causalità Nbera colla
determinata, senza però dir come. Soltanto la prova di questa fesi e le
osservazioni che si possono aggiungere in merito sono tutte differenti da
quelle di Kant. Vediamole brevemente. 314 SEZIONE II - CAPO V Che, entro certi
limiti e in un certo senso, alcune azioni siano nostre siano altrui, ci
risultino indipendenti o indeterminate o spontanee quanto al loro primo
cominciamento è provato dalla testimonianza empirica della coscienza. Che,
entro certi ma più rigorosi limiti, alcune relazioni cau- sali siano dipendenti
o determinate secondo le leggi della natura è provato dalla scienza. Queste
prove sono incontestabili, nessuno le ha mai potuto di- struggere. Il problema
è dunque il seguente : come si conciliano queste due opposte causalità? Usando
il criterio anzidetto, di- remo che, in generale, fa d’uopo abbandonare la
speranza di po- ter riposare in una cognizione compiuta delle condizioni del
reale skt esclusiva sia antinomica, prendendo partito per questa .0 quella idea
di causalità considerata come universale o per l’idea della loro insuperabile
antinomia, giacchè tutte quante queste idee, spinte oltre i limiti
dell'esperienza e della scienza, non fanno che imbarcarci sopra il mare
burrascoso delle illusioni. Contenute invece entro i limiti suddetti ci aprono
il passaggio ai valori fondamentali della verità e della libertà. | Il criterio
direttivo di questa interpretazione conciliativa sì può dunque riporre nei due
princip] seguenti : 1° la causalità libera (nel senso empirico suddetto) non fa
che indicare l'insorgenza immediata degli atti che nella loro pre- sentazione
spontanea (sia come dati causali indecomposti, sia. come blocchi o complessi di
dati in causalità) costituiscono i punti senza causa nota cioè determinabile
della realtà : 2° la causalità determinata (nel senso scientifico predetto) non
fa che indicare l’incatenazione mediata dei fattori che, nel loro intreccio
razionale e temporale, compongono la stoffa nota della realtà. Così insorgenza
della causalità libera, o meglio dei centri di causalità libera, non viene mai
a spezzare la catena della causa- lità determinata. Siamo anzi indetti ad
ammettere la presenza effettiva di quella (c. 1.) nella produzione di questa
(c. d.). Affinchè questa abbia Inogo, deve aver Inogo quella (1). (1) Notiamo
di passaggio che il grado maggiore della causalità libera si rag- giunge quando
l'insorgenza dei fattori è causata dall’iv umano. Ma di questo DETERMINISMO E
INDETERMINISMO 315 Chi piglia atto della comparsa spontanea cioè relativamente
indipendente d’un punto nuovo fa un lavoro (è il lavoro dell’in- determinismo
compiuto dalla coscienza); chi piglia atto della sua posizione determinata
rispetto agli altri punti, ne fa un altro (è il lavoro del determinismo
compiuto dalla scienza). Così l'indeterminismo (rispetto all’insorgenza dei
punti) e il deter- minismo (rispetto al rapporto fra cause ed effetti) non
hanno niente da perdere nè da guadagnare se sì riconosce che all'uno
s'intreccia l’altro, cioè se si riconosce la loro compossibilità nel sistema
reale. Se poi Ja stienza non è in grado di spingere la sua analisi fino a
esaurire la genesi dei singoli fattori del sistema, ciò deve es- sere
considerato più come un vantaggio che come un danno. Vuol dire che il
determinismo, pure in quei termini tra i quali è va- lido scientificamente, non
potrà mai distruggere le ragioni del- l'indeterminismo. L'idea d'una
spontaneità avente la virtà di cominciare per sè stessa una serie di fenomeni
svolgentesi poi sotto il rapporto della causalità, entra già in ogni causazione
de- terminata come fattore necessario. Le due nozioni di causalità libera e di
cansalità determinata si escludono solo quando la mente crede di potersi
decidere per un tipo esclusivo rispetto alla compiutezza assoluta della deri.
vazione (Entstehungi di un fenomeno in genere, o non sa deci- dersi a
considerare come una doppia illusione tanto il determi- nismo causale assoluto,
quanto l'assoluto indeterminismo. Lo ripeto, succede qui quel doppio giuoco
della distinzione e a suo tempo (Sezione III.) L'insorgenza spontanea dei
fattori poi è da inter- pretarsi solo come la non capacità di assegnare gli
antecedenti, contrariamente a ciò chè è possibile fare nella maggior parte
delle conoscenze fisiche. Non abbiamo ancora un tal tesoro di conoscenze
analitiche che ci permetta di as- sognare la causa di questi fattori, Ecco
tutto, I fatti spontanei non sono punto senza causa, ma solo senza causa
assegnabile; più precisamente sono tali che è impossibile riscontrare nei fatti
dati e conosciuti antecedentemente li tota- lità delle condizioni necessarie e
suflicienti alla loro effettuazione. Sono effetti di cause indeterminate. Ma è
escludibile l'ipotesi della indeterminazione reale. Sono effetti senza causa
assegnabile determinata. Il dire io sono libero, se non ho causa, è assurdità,
pregiudizio inveterato. Io sono libero, se posso pro- durre (sempre restando
nella catena causale) certi ettetti spirituali che lo spi- rito ha saputo dare
i sè stesso (autonomia). 316 SEZIONE II - CAPO V dell'indistinzione che abbiamo
messo in lute trattando della esi- cenza astrattiva e intuitiva della
conoscenza. Entro certi limiti un certo indeterminismo immanente, testi-
moniato dalla coscienza, è compatibile con un certo determi- nismo immanente,
provato dalla scienza. E questa la condizione fomposta di cui bisogna anzitutto
prendere atto, con quella con- fidenza che ci inspirano le grandi rivelazioni
bipolari della realtà. Ora dunque pessiamo dire che Tindeterminismo causale da
mar parte e il determinismo causale dall’altra, fuori del loro conflitto, sono
due astrazioni campate in aria, e, nel loro con- fitto antinomico, seno
egualmente un'astrazione ; ma squadrati a dovere sì richiamano reciprocamente.
Invero, data la realtà come il loro concreto : a) intuite l'indeterminismo e
astrarrete il determinismo, b) astraete il determinismo e intuirete
l'indeterminismo. L'attività limitativa li dualizza e li unifica nello stesso
tempo. Nè questa, si badi, è semplice questione di parole; poichè que- sta anzi
è la dialettica stessa dello spirito, che è dualità di sog- setto e di oggetto
e in pari tempo immanente attiva unità, e sappiamo che lo stesso processo è
costitutivo così della realtà come della conoscenza. Vuol dire che nè pure
l'attività sintetica universale diventa solo causante (cioè liberatrice o
determinante) 0 solo causata (cioè determinata o liberata) in quanto si
realizza. Prendiamo luce dal principio kantiano dell'unità appercettiva, in
quanto rende possibile con ki sua attività così la connessione causale come
qualsiasi altra. E mai supponibile che Tio penso (funzione libera e causatrice)
perda la sua libertà in quanto determina il vincolo causale 0 perda la sua
causalità in quanto s'attua libe- ramente? La ragione d'essere della libertà è
il sno mediato necessitàrsi per le crescenti forme di causazione che indicano
il progressivo potenziamento della libertà (1); la ragion d'essere della neces-
sità è il suo immediato liberarsi. (1) Il processo del potenziamento causale
sari esposto nel capitolo I della Sezione III. DETERMINISMO E INDETERMINISMO
317 Questi concetti fondamentali ci lasciano afferrare la concilia- zione del
determinismo causale coll’indeterminismo ed esprimo- no l'ufficio che possono
esercitare le idee di conoscenza, di atti- vità e di limite nel problema della
causalità. Libertà è potenziamento determinante di causalità. Causalità è
attuazione determinata di libertà. Tra le cause e gli effetti sopratutto nei
processi vitali sì in- tercalano ordinariamente dei termini medj che rappresentano
il passaggio crescente dalla causalità determinata alla causalità libera. Nella
vita umana il termine medio più importante è Videa (vera potenza attiva
d'energia tendente a superare ogni limite) che, attuandosi, fa passare Videale
nella realtà. E questa la dottrina preziosa di Alfredo Fouillée a cui crediamo
di dover aderire quasi senza riserve (11. E Videa dell'efficacia stessa del-
l'idea, che entra per tal modo nella catena causale come ele- mento necessario,
come potenza cosciente di liberazione (poten- ziamento progressivo della
causalità). $ 3. — Ciò che abbiamo detto sulla conciliazione della doppia
causalità ci mostra la conclusione a cui si può giungere circa l'idea della
contingenza. Premettiamo che la contingenza non € l'incausalità ma è solo ciò
che accade senza causa assegnabile nell'esperienza. Ogni elemento
d’indeterminazione (contingenzi) riscontrato nella serie dei fenomeni
introdure, è vero, un punto iuterrogativo nel grande problema della causalità,
ma selo n. spetto alla nostra conoscenza della derivazione causale di tale
elemento. . Notiamo inoltre che tra due estremi se Vuno fosse completa. mente
indeterminato e l'altro determinato, non potrebbe passare un rapporto causale,
perchè questo è sempre un nesso determi- nato tra termini determinati. Ogni
rapporto di causalità è sem. pre determinato. L'espressione di «causalità
libera », nel senso di causalità indeterminata nel primo termine, è dunque
pretta- mente abusiva, perchè la cansalità libera si può intendere in altro
senso, mentre quella di « cansalità determinata » è erronea, ‘ (1) Cfr. A.
Fourtcée. La liberté et le diterminisme. S* ed. Paris, Alcan, 1911. 318 SEZIONE
II - CAPO V perchè fa supporre che vi sia una causalità indeterminata, e
precisamente che sia tale la causalità libera (1). Riconosciamo infine che la
negazione della contingenza nella serie dei. fenomeni sarebbe una follia.
L'esperienza nostra non è il campo sterminato della varietà infinita dei
contingenti? Che altro fa la scienza se non sceverare il necessario dal contingente
? In ultima analisi, il contingente è il dato più innegabile imma - nente
nell’esperienza. Ciò premesso stabiliamo il nostro punto di vista. In primo
luogo i partigiani dell’indeterminismo cercano di far apparire la contingenza
come uno scandalo di fronte alla causalità. Ma, secondo noi, la contingenza —
che ha sempre un valore soggettivo, cioè astratto — non fa che accusare
l’impotenza in cui noi siamo di assegnare ad ogni fenomeno la sua vera causa.
Noi non abbiamo il menomo diritto di affermare contingenti in . sè quei
fenomeni che non riusciamo a conoscere causalmente. Che cosa ti autorizza a
cambiare l’affermazione di ciò che non si sa in una tesi di valore oggettivo?
Non dobbiamo. a rigore, con- fessare la nostra ignoranza, senza oltrepassare
indebitamente i confini di ciò che consta? | Il curioso poi è questo che, se
vogliamo cedere alla tentazione di ammettere il concetto dell’indeterminismo
causale, il fe- nomeno relativo è costretto a diventare il fenomeno assoluto.
Invero ciò che anche per ipotesi (assai contestabile) ha la. virtù di comparire
inesplicabilmente come un fenomeno primo sfug- gente ad ogni determinazione
causale, non può non essere un fenomeno irrelativo, quanto alla sua origine. Ma
come è possibile proseguire in questa ipotesi infondata? La produzione
incausale del contingente in sè è un concetto in- concepibile, perchè
nascerebbe dal nulla, come una fulgurazione miracolosa dell'impossibile. Se
nella pratica parliamo corrente- (1) Pertanto si capisce che la possibilità della
determinazione dei rapporti causali si risolve nella possibilità d’un processo
d'astrazione operato sui due estremi d'un rapporto empirico, ognuno dei quali
ha come un nucleo deter- minabile e un nimbo indeterminato. Il nucleo, quando
viene determinato, co- stituisce il primo termine del rapporto causale; il
nimbo, che resta indeter- minato, costituisce ciò che si dice il contingente,
senza nesso costante asse- gnabile. Li DETERMINISMO E INDETERMINISMO 319 mente
di contingenza, vogliamo significare non ciò che assoluta- mente sfugge al
determinismo causale, perchè non sapremmo provarlo, ma ciò che attualmente
sfugge alla cognizione scienti- fica delle leggi, il che è ben diverso. In
secondo luogo, per il vecchio concetto indeterministico, in- teso a svalutare
il principio di causa e l’atftermazione scientifica delle leggi, la contingenza
costituiva la base sicura della li- bertà. Sono tuttavia notevoli gli sforzi di
coloro che pur appog- giandosi sui processi e sui risultati stessi del
determinismo cer- cano di servirsi di ciò che resta indeterminato
scientificamente per risalire dalla necessità delle leggi immutabili alla
contin- genza infinita dei fatti, e di qui all'esigenza della libertà, così
nella natura come nello spirito. Ma, se è innegabile che le scienze lasciano un
margine immenso all’indeterminismo, non è provato che la presenza
dell’indeterminato si risolva senz'altro nella prova della libertà. Tanto più
quando è possibile provare in altro modo l’esistenza della libertà, e sopra
tutto quando si può dimostrare l’irreducibilità della libertà alla contingenza
(1). Siamo quindi costretti a mutare radicalmente la base del pro: blema della
libertà e a gettar via come fossili ingombranti così l'indeterminismo assoluto,
come l'assoluto contingentismo. $ 4. — Vediamo come ciò sia possibile. Notiamo
anzitutto che la libertà in genere non consiste già nella capacità di produrre
il contingente nel necessario, lactidentale nella legge, Tinde- terminato nel
determinato, il nuovo nel vecchio, ma piuttosto nella capacità di produrre
Vordine nel disordine, l'unità nella varietà, il determinato
nell'indeterminato, la legge nel caos infinito dei fenomeni ; altrimenti si
cade nella confusione della (1) Per l’identificazione della libertà colla
contingenza, cfr. SetH, Lreedom as Ethical Postulate. Blackwood and Sons, 1891.
Contro l’identificazione cfr. De Sarto, I dati del’esperienza psichica,
Firenze, 1903, pag. 197-199. « Ma la libertà non è.... contingenza in quanto,
se l’azione individuale non può esser sottoposta a misura ed a calcolo, non ne
viene che sia ex lege: dacchè i casi singoli si diversifichipo fra loro, non
consegue affatto che ciascun caso non contenga la sua regola, e dacchè i motivi
siano creati dal volere, non segue che motivi non vi siano. Inoltre la libertà
non è con- tingenza in quanto non implica essenza di causalità, ma capacità di
sottrarsi ad un ordine inferiore di causalità (meccanismo psichico, azione dei
motivi estrinseci) per subire una causalità di ordine superiore, qual’è quella
delle norme etiche esprimenti la natura del volere giunto ad un certo grado di
svi- luppo ». 320 SEZIONE II - CAPO V libertà coll’irrelatività o col caso. La
caratteristica della libertà appunto l'introduzione dell’uniformità determinata
della legge nella difformità indeterminata dei fatti. E questo si dica dal
punto di vista degli effetti della lbertà. Donde si capisce che la presenza del
contingente non è certo prova, nonché indizio, della presenza della libertà.
Neppure dal punto di vista delle cause la libertà può tconside- rarsi come
fontana contingente, del tutto sottratta ad ogni con- dizione di causalità. Fu
questa la fissazione di Kant, ostinato nel proposito di considerare la
causalità come negazione della libertà, nel senso predetto. Ma noi non possiamo
seguirlo nella divisione chimerica della realtà nei due mondi eterogenei del
fe- nomeno (sede della causalità) e del noumeno (sede della libertà). Il suo
nido della cosa in sè non è meno fantastico della glan- dola pineale di
Cartesio, Riassumendo : A) Dal punto di vista fisico, l’indeterminato è solo
ciò che resta tale per la scienza. vale a dire ciò che non è ancora espli-
cabile scientificamente. Dunque un'incognita nella serie causale, non un
inconoscibile. a) Se ora all'indeterminato diamo il nome di contingente, non
abbiamo alcuna ragione per ritenere che il contingente si sottragga ad una
possibile determinazione causale adeguata. DI Se invece alla contingenza diamo
il valore di incausalità in sè 0 negazione d'ogni rapporto tausale, in primo
luogo oltre- passiamo i limiti della conoscenza, in secondo luogo ci illudiamo
di dar un senso all'insienificante, cioè realizziamo lo zero. Con- fondere
Lignoranza delle cause collassenza delle cause è tenta- tivo vano ed assurdo.
c) Ne infine alla contingenza (nel senso accettabile di inde- terminatezza per
li scienza: diamo il valore di spontaneità, ca- diamo in grave errore perchè
questa è il carattere d'un'azione dipendente causalmente dalla natura propria
dell'agente (non da necessità esterne), quella invece è il carattere d'un fatto
sen- zi dipendenza causale assegnabile. La spontaneità stessa vuol essere ben
distinta dalla libertà, benchè ne costituisca la condizione necessaria. Li
conclusione che si può trarre da questo primo punto di vista (fisico) © che il
fatto della contingenza in nessun modo basta a costittite di per sè la libertà.
A —_—_ ._—_ cc os. » DETERMINISMO E INDETERMINISMO 321 È inutile indugiare sul
concetto di libertà naturale conforme alle pretese dell’indeterminismo fisico.
B) Dal punto di vista psicologico noi abbiamo bisogno d’una libertà che sia da
un lato capacità d’inibizione (libertà negativa) e capacità d’iniziativa in un
senso ben determinato (libertà po- sitiva), dall’altro negazione del gretto
determinismo e negazione del libero arbitrio come indipendenza del volere.
Nella Sezione terza vedremo che queste condizioni sono rese possibili dal
potenziamento causale che si verifica nella vita umana. D’accordo coi più
originali liberisti, comprenderemo inoltre come l’inserzione nello spirito della
idea della libertà (o causalità libera cioè causalità riposta nella personalità
del- l’agente) renda possibile la liberazione graduale, cioè « une Vir-
ctualité d’action pour l’avenir, une realité d’action pour le « present ) (1),
e come infine l'essenza della libertà sia non fuori ma dentro la necessità
stessa della causalità, Da que- stl principj, riprendendo il proposito del
Fouillée, cercheremo di ricavare una filosofia della speranza, come punto
d’incontro delle maggiori correnti che dividono il pensiero filosofico dei
giorni nostri. L’introduzione progressiva della vita morale, secondo noi,
consiste in un progressivo potenziamento di quella causalità che è nei fini
dello spirito, perchè solo mediante la causalità lo Spirito può trovare la sua
liberazione (2). Una volta ammesso ciò, la conseguenza pratica di questa veduta
non è la negazione ma il riconoscimento del valore morale della causalità;
voglio dire che Ja luce della vita morale deve sprigionarsi non dall’af-
fermazione della libertà come negazione della causalità, ma dal- l'affermazione
della libertà come forma speciale di cansazione. (1) FowrLie, Morale des
idées-forces, Ire édit., XXI. (2) Sopra la possibilità di potenziare la propria
capacità di causazione. Cfr. Sezione terza, Cap. I, II, III. A. PastoRE — Il
problema della causalità - Vol, II. 21 e CONCLUSIONE. Per rendere più evidenti
l’ordine e il senso delle questioni teo- retiche dibattute in questa seconda
Sezione gioverà raccoglierne i sommi capi. L’Introduzione, illustrando il passaggio
dalla questione epi- stemologica alla sperulativa, sostiene l’insufficienza
della cau- salità scientifica per l’interpretazione filosofica del mondo. Nel
Capo primo, volendo anzitutto mettere in chiaro il fon- damento filosofico
dell’interpretazione del mondo per orientare la soluzione dei massimi problemi
della causalità, si indaga il doppio problema del conoscere e dell’essere, così
nella loro na- tura come nel loro valore e-si deducono le due sintesi parziali
a) dell’unità subobjettiva della conoscenza, d) dell’unità psico- fisica della
realtà. Ciò posto, si prende una posizione centrale tra l’empirismo e
l’apriorismo, dimostrando c) come l’unità sin- tetica della realtà non sia
diversa dall’unità sintetica della co- noscenza. In conformità di questi
principj ogni fatto è psico- fisico : psichico in quanto attività naturante,
determinante, pro- duttiva, intensiva, soggettiva, qualitativa; fisico in
quanto etti- vità naturata, determinata, prodotta, estensiva, oggettiva, quan-
titativa. Quando si studiano i due aspetti astrattamente, la sin- tesì
soggettiva ci dà l’unità formatrice dello spirito, la sintesi oggettiva ci dà
l’unità costitutiva della realtà; questa psicofi- sica, quella subobjettiva. Ma
in fondo i due lati non sono mai separabili in nessun oggetto di conoscenza,
come in nessun istante. Quel che varia è l'apparenza dovuta al prevalere del-
l’uno o dell’altro momento dell’individuazione progressiva del- 324 CONCLUSIONE
l’universo, in ultima analisi risolventesi nell’attività sintetica del pensiero.
Evidentemente il pensiero reale, di cui qui si par- la, è l’unità — universale
— della soggettività — in relazione — coll’oggettività (1); vale a dire, così
l’unità universale d’ogni principio in relazione con ogni conseguenza, come
l’unità uni- versale d’ogni causa in relazione con ogni etfetto. Le applica
zioni di questa dottrina al problema causale vengono di conse- guenza, notando
che nessuna elevazione così nella natura come nello spirito è impossibile, se
non per mezzo dell’attività causale formatrice. Nel Capo secondo sì dimostra
che l’idea di causa ha origine soggettivo-oggettiva e che le leggi causali
analogamente hanno valore psicofisico. Prove di certezza estrinseca ed
intrinseca dis- sipano ogni dubbio a questo riguardo. Da esse discende l'uso
le- gittimo dell’idea di causa oltre i confini della scienza. Nel Capo terzo,
rispetto alla questione della causalità effi- ciente considerata come causalità
metafisica, sì giunge ad una conclusione assai vicina a quella del Guastella.
Però, circa il modo d’intendere tanto l’esperienza quanto la metafisica la dif.
ferenza è radicale. Il Guastella invero distingue le cause empi- riche dalle
metempiriche. Le cause empiriche sono per lui le sruse nel senso scientifico,
cioè quelle che. si affermano nelle scienze positive. Le cause metempiriche
sono per lui le cause nel senso metafisico, cioè quelle che si affermano
nell’apparenza tra- scendentale della nostra ragione. Qui invece le cause nel
senso empirico non sono le cause nel senso scientifico, dato il profondo
divario che intercede fra l’esperienza, primo grado della cono- scenza che dà i
fatti e i rapporti particolari e contingenti, e la scienza, secondo grado della
conoscenza che dà i rapporti unì. versali e necessarj cioè le leggi. Inoltre,
da quanto precede ri- sulta che la metafisica non è sempre il prodotto della
tendenza ingannatrice dello spirito umano, in quanto si volge a oltrepas- sare
l’esperienza, giacchè la tendenza a superare ogni dato è il processo
costitutivo di tutta la realtà e l’esigenza fondamentale dello spirito. (1) I
tratti di linea interposti sono impiegati per far capire che l'unità -
universale - della soggettività - in relazione - coll’oggettività deve essere
intesa come una parola sola. CONCLUSIONE 325 La conoscenza non solo può ma deve
sempre oltrepassare tanto l’esperienza quanto la scienza, e in questo
superamento non cade fatalmente nel sofisma, ma può elevarsi alla vera
filosofia. Non tutte le idee metafisiche sono illusorie, ma quelle sole che ab-
bandonano il principio dell’unità psicofisica del reale. Tal’è la. idea
metafisica delle cause efficienti, in quanto queste vengano considerate come
incognite, poste al di là della nostra cono- scenza. Propriamente, il carattere
illusorio dell’idea di causa efficiente non deriva dal fatto illegittimo della
realizzazione delle astrazioni, giacchè non v'è fatto, non idea, non realtà de-
terminata per quanto legittima che in qualche modo non sia una astrazione.
L'errore piuttosto deriva dalla tendenza a oltrepas- sare ogni perchè col perchè
del perchè, supposto come qualcosa di diverso cioè di più essenziale dell'unità
psicofisica. È di questa tendenza che ho cercato di rendermi conto, riducendola
al fatto ordinario d’una illusione di prospettiva della nostra mente. Ed è
questo il punto in cui l’investigazione del Guastella mi ha pre- stato il suo
prezioso contributo. La legittima e naturale impa- zienza delle anime credenti,
di cui parla così bene il Janet, è anche per me un argomento morale della
massima importanza. Ancl’io riconosco che Vanimit ha bisogno di credere. Cerco
sol- tanto di far intendere che, poste le leggi causali della natura. la
ricerca d'una causa suprema di queste leggi, logicamente parlando, non ha
senso. Da ciò segue che la questione della cause efficiente universale resta
bandita così dalle scienze, come dalla, filosofia. In suo luogo si presenta il
problema del senso e del valore ideale dell'attività causativa dell’universo.
Nel Capo quarto, anche le idee di causa prima e di causa fi- nale vengono
escluse quali prodotti illusorj della nostra ottica mentale; come in genere
viene congedata ogni metafisica la quale affermi di poter spiegare il tutto con
una qualsiasi idea o con un supremo soggetto in contrasto col principio del
pen- siero come unità subobjettiva del reale, Nel Capo quinto, rispetto alla
questione del determinismo e dell’indeterminismo, si respinge lV’indeterminismo
assoluto, per propugnare una soluzione aitiologica che sembra atta a conci-
liare il principio del determinismo col principio della libertà intendendo
questa non come contingenza ma come novità. Con 3260 | CONCLUSIONE questa
s’intreccia la conciliazione della causalità determinata colla causalità
libera, avvalorata la tesi della libertà come for- ma speciale di causazione.
Si vede adunque come l’interpretazione aitiologica sia indi- spensabile alla
comprensione unitaria di tutto il reale. Il fatto eminente in cui la retta
interpretazione aitiologica dell’universo comincia a manifestarsi, è
l'abbandono risoluto dell’ipotesi di un principio incausato causatore, sia
fuori di noi, sia nella co- scienza nostra. Una volta stabilita questa
premessa, bisogna re- stituire all'attività causale tutto il suo valore
teoretico e pra- tico. Sta qui l'ufficio proprio della teoretica in ordine al
pro- blema genoseologico e metafisico delle cause. Avendo esaurito questo
compito nella Sezione presente, la sola ricerca che ora ci rimanga è lo studio
del potenziamento umano della causalità, base e condizione di ciò che ha
maggior potenza innovatrice nella vita psichica prima e quindi nella vita
morale. SEZIONE TERZA ———»y+y&<——_y—»- La causalità nella vita morale *
=_= _=&riF-=s rs" c="=—= n, A TreF9oer=ze _r_o_e_etToe=
—__eeee-—- Csi —=={[@ INTRODUZIONE. f 1. Questione preliminare del solipsismo
che nega la possibilità di oltrepas- sare la sfera del soggetto. Confutazione.
Senso e valore antisolipsistico del cogito di Descartes e dell’io penso di
Kant. Si levano di mezzo i due equi- voci sopra la tesi dell’indipendenza e
della subordinazione. — $ 2. L’antiso- lipsimo come esigenza necessaria della
coscienza morale. Profondo bisogno d'una ragione che riconosca l’unità
fondamentale della coscienza. — $ 3. Vero stato della questione. Dilemma fra la
scienza e la morale. S1. — Nelle due Sezioni antecedenti fu riconosciuta la ne-
Cessità teoretica di oltrepassare così la sfera della soggettività, come quella
dell'oggettività. Certamente questa necessità col- pisce con eguale forza tutte
le posizioni gnoseologiche e metafi- siche unilaterali. Ma, siteome la
concezione solipsistica solleva alcune difficoltà che più delle altre sembrano
derivare necessa- mamente dalla condizione fondamentale del conoscere, diventa
Opportuno rivedere in succinto le ragioni dell’atteggiamento antisolipsistico,
per chi voglia con animo sereno giudicare quale possa essere nel pensiero
contemporaneo il senso e il valore di ‘una tesì che, come la nostra, riconosca
la realtà autonoma di altri esseri umani simili a me, nonchè Ja realtà di corpi
esterni alla sfera del mio soggetto. Questo punto dev'essere tenuto ben fermo,
altrimenti è impossibile riconoscere in tutta la sua por- tata il principio
della causalità tanto nella natura quanto nella vita morale, perchè il
principio medesimo della libertà si affer- ma come forma speciale di
causazione. Ma, se questo è vero, è la tesì dell’antisolipsismo che dev'essere
riconosciuta come funzione liberatrice della filosofia. Ora la necessità di
oltrepassare la sfera del mio io individua- 330 SEZIONE III - INTRODUZIONE le,
senza cadere nei sistemi esclusivi, fu da noi riconosciuta in tutti i tre campi
del sapere. a) Nell’esperienza, per opinione e per abitudine di vita pra- tica
che è continua affermazione di socialità, di ostacoli e di resistenze anche
involontarie, anche dolorose cioè di oggetti- vità di cui non posso e non so
liberarmi, di cui non posso cre- dermi ec non so di essere il produttore. Di
più la mia esperienza personale è subobjettiva e io ne riconosco i diritti.
Infine la praris medesima dell’esperienza, come autocritica della cono- scenza
e della realtà, mi dà la ragione dell’oscuro impulso objettivo che ci fa porre
il fuori di noi e il senza di noi (1). b) Nella scienza, per postulato e per
esigenza indeclinabile della possibilità e della validità del metodo
sperimentale. Ne- gaudo il postulato dell’esistenza objettiva della realtà’ le
cer- tezze capitali della scienza rovinano (2). c) Nella filosofia, per analisi
critica delle condizioni fonda- mentali necessarie tanto del conoscere (3)
quanto dell’essere (4) e per sintesi sistematica (5). | Quindi la protesta del
solipsismo è infondata. Ma scendiamo a qualche particolare. Il solipsismo
pretende appoggiarsi sopra le due massime af- fermazioni teoretiche del
pensiero moderno, cioè il cogito di Descartes e Pio penso di Kant. Consideriamo
in primo ]uogo il cogito cartesiano. Quando il solipsismo dice che il coyito è
il presupposto fondamentale di ogni conoscenza e di ogni affermazione di
realtà, non riflette a bastanza che il peculiare senso del cogito cartesiano al
quale esso si riferisce, anzi tutto non si presenta come immediata certezza del
pensiero, e perciò esso si scosta dal suo punto di vista fon- damentale che è
quello di star fedele alla certezza immediata dell'esperienza ; inoltre è un
senso in tutto destituito di fonda. mento. Ter provare quest'ultimo punto,
precisiamo prima i var] sensi che furono sinora attribuiti al cogito. (1)
Sezione I, Capo 1°. (2) Sezione I, Capo 20. (3) Sezione II, Capo 2°, Art. I.
(4) Sezione II, Capo 2°, Art. II (5) Sezione II, Capo 2°, Art. III. SEZIONE III
- INTRODUZIONE 331 I} primo è la grande constatazione dell’esistenza della
realtà pensante, che è la certezza prima della filosofia. Il secondo è il fatto
fondamentale che, in ogni caso, il cogito significa ego cogito aliquid, cioè
significa Sr 0. Qui Valiquid è quel che i solipsisti chiamano il contenuto
della sfera dell'io pensante, ciò che sì trova come elemento della mia
coscienza, ciò che io chiamo mio, in quanto lo trovo aggregato l’unità mia, che
è il centro attivo di tutto. Il terzo è Paffermazione che, non gli elementi del
contenuto, ma solo l'unità soggettiva del contenuto cosciente è. Il solipsismo
si attacca. propriamente a questo terzo significato. Per esso il cogito
cartesiano viene a dire: io solo (come unità subjettiva) Sono; solo io (che
penso) sono; ciò che da me è pensato non è. Esiste solo ciò che è cogitante,
cioè il soggetto della coscienza. L'10 diventa così la res cogitans: solo ciò
che è nella sua essenza cosciente esiste, il resto non esiste. Evidentemente
questa in- ferpretazione è, in fondo, solipsistica. Affermando Tio soggetto
come sola certezza immediata costante, il solipsismo fa Vipo- stasi dell’unità
soggettiva della coscienza, Il Martinetti che ha chiarito a perfezione questo
punto (1) non manca di avvertire che su questo senso il solipsismo si basa per
costituire Vio in unica realtà sostanziale, e cousiderare i suoi elementi
acciden- tali e mutevoli come fe sue semplici affezioni o i suoi atti. Per
confutare la tesi del solipsismo dimostra che questo senso attri- buito al
cogito è del tutto fallace, La sua dimostrazione è doppia. In primo luogo fa
osservare che con questo senso si fa una distinzione tra l'unica esistenza del
soggetto pensante e la non esistenza dei fenomeni componenti la sua
objettività, distinzione che costituisce già un'interpreftazione metafisica, e
quindi pro- cedente da un punto di vista diverso da quello dell’immediata
certezza del cogito, un punto di vista astratto e derivato da cui dobbiamo fare
completa astrazione. In secondo luogo fa notare che, se questo senso fosse la
prova dell’esistenza d'un essere unico e semplice, cioè Vimmediata certezza
d'una sostanza unica e identica nella diversità dei fe- nomeni, noi dovremmo
intuire direttamente questa unità fon- (1) MartINETTI, Introd. « metaf., pag.
123-126. 332 NEZIONE III - INTRODUZIONE damentale (io soggetto), come alcun che
di distinto dai feno- meni. Invece io non trovo nella mia coscienza nessuno dei
suoi elementi che presenti questo carattere (di assoluta eliminabi- lità, a
beneficio della sola unità pensante). «Se io faccio astrazione da tutto ciò di
cui il mio io è conscio, scompare anche il mio io individuale » (1). Tolti
tutti i miei pen- sieri (o pensati) è tolto anche l’io che in me pensa. Io poi,
i1g- giunge, citando Jo Spir, non trovo in me altro che sensazioni, pensieri,
volontà particolari e passeggiere. L’io uno e identico, che sembra esser da per
tutto, non si trova in realtà in nessuna parte. Non v’è nessun stato di
coscienza che sia esclusivamente soggettivo, come non v’è n'è nessuno che sia esclusivamente
og- settivo (2). Questa dimostrazione è definitiva; da essa discende
legittimamente la tesi della subobjettività del conoscere. In base ad essa
affermiamo che il cogito cartesiano significa S r O, cioè un rapporto tale che
se io potessi togliere il mio oggetto, toglierei anche l'io, cioè l'essere S
che in me pensa. Considerato indipendentemente dal nesso S r O, l'io-soggetto è
una genera- lità vuota, un’astrazione. Per ciò concludo che il fondamento
cartestano del solipsismo manca del tutto. Consideriamo in secondo luogo lio
penso di Kant. Quando il solipsismo dice che l'io penso kantiano è il
presupposto fonda- mentale d'ogni conoscenza e d'ogni affermazione di realtà
rico- nosce una cosa nota e verissima, ma non può dedurne il minimo vantaggio per
la propria tesi, anzitutto perchè Kant è realista (cioè antisolipsista)
ammettendo il nonmeno, come oggetto trans- oggettivo, inoltre perchè la
coesistenza dei soggetti pensanti è un fatto kantiano così certo, come è certo
che per Kant 1 prin- cipj « priori della conoscenza servono a costituire in no?
(non cià nel solo mio io pensante individuale) l’esperienza. La validità
objettiva del subjettivo non è forse data da quella forma a priori che vale per
tutte le menti percipienti? Perchè, secondo Kant, possiamo conoscere le leggi
della fisica pura? Perchè siamo noi stessi i produttori della natura, in quanto
è il nostro spirito che ne pone le condizioni, i fondamenti, i prin- (1)
MARTINETTI, op. cil., pag. 126. (3) MARTINETTI, op. cit., pag. 126. SEZIONE III
- INTRODUZIONE 333 Gipj che la fanno essere e «la fanno essere ciò che è ». La
realtà è costruita formalmente da noi, etco perchè noi la possiamo co- noscere.
E in fondo il principio vichiano del vero che si con- verte col fatto. Ciò,
perchè, secondo Kant, il principio costitu- tivo della realtà s'identifica col
principio dell’attività forma- trice dello spirito. Mai lio individuale nella
verità objettiva, secondo Kant, sempre il noi. La nostra sensibilità, il nostro
in- telletto, il nostro giudicare, insomma la nostra conoscenza, ecco ciò che
ci salva dalla mera apparenza, individuale, arbitraria. In ogni caso di verità,
Vio individuale è trasceso dall’univer- sale. Il mio, il tuo, il suo è trasceso
dal nostro, cioè dalla nostra comune natura di conoscere in quanto è possibile
a priori. Trascende l'individuo, ma è immanente in tutti eli individui. J
Vimmanenza del nostro. Direi: è ciò che è più nostro d'ogni altra cosa, liu
nostra. vera e propria intimità, il no- strissimo nostro. Quindi la negazione
del solipsismo. Ecco il vero Kant. Che è dunque l’io penso? Non è che la
condizione lo- gica d’ogni giudizio, una rappresentazione «una e identica in
tutte le coscienze ». Che più? Kant, nella Dialettica trascenden- tale,
trattando dell’idea psicologica richiedente Vultimo sog- getto, deferisce come
paralogismo la conversione che faceva la vecchia Psicologia col tradurre Tio
penso, che è una pura fun- zione logica, nella frase fo sono pensante; frase
personificatrice dell’atto della coscienza, frase che converte l’io funzione
logica in io sostanza, frase che sostituisce ad un soggetto logico un sot-
getto reale. In questo equivoco, detto da Kant, il paralogismo dell’idea
psicologica, precipita adunque il solipsismo. Riassu- mendo, il senso ricco di
verità dell’io penso hantiano è contra. rio al solipsismo. Perciò è evidente
che anche il fondamento kantiano al solipsismo manca del tutto. Se ora,
raccogliamo i due risultati della critica del cogito di Descartes e dell'io
penso di Kant, risulta un’altra volta che la conoscenza non è fatto
esclusivamente subjettivo, bensì subo- bjettivo. Ecco la conclusione
antisolipsistica che deriva neces- sariamente dall’esigenza fondamentale del
conoscere, invocata Con sì poca fortuna dal solipsismo. Unaltra apparente
difficoltà. che bisogna levar di mezzo è l’ipotesi dell’indipendenza di un
mondo ertra mentem meam. 334 SEZIONE III - INTRODUZIONE Il solipsismo si
affanna sempre a provare che questa ipotesi è inammissibile e continuamente
domanda, d’accordo collo scetti- cismo: — come si ‘può affermare l’esistenza
d’un’oggettività in- dipendente dal soggetto, se l'affermazione di un reale che
può esistere indipendente da me presuppone implicitamente il mio Stesso.
pensiero che lo pone e lo contempla? — Ma la più leg- gera riflessione convince
che qui il solipsismo regala a tutti i Suoi oppositori una tesi viziata dalla
base, che è solo Yargo- mento fallace di alcuni di essi. Invero una ben più
giusta do- manda si può rivolgere al solipsismo: — siete voi sicuro che la
concezione antisolipsistica debba insistere sul principio dell’in- dipendenza?
Non può negarsi all’incontro che la concezione su- bobjettiva si mise su
miglior via, ammettendo con tutta la cri- tica del relativismo, che è fallace
la credenza nella realtà d’un oggetto indipendente dal soggetto, ammettendo che
nessun og- getto può esistere senza un soggetto che lo percepisca, ossia che la
sua esistenza consista nell'essere conosciuto nella relazione S ro. Dunque non
è questione d’indipendenza dell’oggetto dal soggetto, è anzi questione di
dipendenza reciproca. In tutti i casì è piuttosto il solipsismo che afferma la
tesi assurda dell’in- dipendenza, proclamando la possibilità dell’esistenza
della mia mente crtra mundum meum. Contro il solipsismo noi ricono- sciamo che
nessun soggetto percipiente può esistere senza un 0g- getto percepito.
L'esistenza del soggetto consiste nell’esser co- noscente un oggetto, nella
relazione S r O. Il vero reale così dell'essere come del conoscere è Punità S r
O, non ciò che è solo S. E dalla relazione S r O che io non posso uscire, non
da S. Di qui possiamo già raccogliere che per conoscere l’oggetto al- tro dal
soggetto, V’io non ha punto bisogno di uscire da sè. Chi parla d’altri spiriti
esistenti e li afferma in relazione con sé, non ha punto bisogno di affermare
la loro assoluta indipen- denza dal sno pensiero che il solipsismo ha, in
questo, tanto ra- gione di negare. E, posto questo concetto del pensiero come
subobjettività, V'i- dentificazione della realtà col pensiero in senso
universale non che. condurre al postulato dell’universalità dello Spirito sog-
gettivo (cioè all’Io trascendentale, al Soggetto assoluto) risponde invece al
bisogno di eliminare Peterna domanda : pensiero di chi? SEZIONE III -
INTRODUZIONE 335 L'impossibilità di identificare il tutto (S r O) ad uno dei
suoi fattori, qualunque sia, riveste il carattere della più inconenssa verità.
Ciò premesso, finchè non mi è negato il fatto che la conoscen- za implica
sempre S r O, io ne affermo il possesso è dico che io non ho certezza soltanto
del mio S individuale e astratto, ma della mia concreta individualità, come S r
O. Questa è l’unica realtà che io posso, anzi devo, senza il minimo dubbio,
affer- mare. L'affermazione d’un reale (0) assolutamente indipenden- te da me
(S) non mi riguarda. Se questo è il vizio radicale del realismo, io — come
subobjettivista — resto indifferente. Posso invece respingere il solipsismo,
quando esso attribuisce senso e valore gnoseologico e metafisico alla tesi che
dei due ter- mini della conoscenza, il soggetto e l'oggetto, «l’oggetto è logi.
camente subordinato al soggetto, dal quale dipende» (1). ITo già indicato che
bisogna levar di mezzo la questione dell’indi- pendenza assoluta, ora aggiungo
che bisogna anche eliminare l'equivoco sul modo di interpretare la relazione di
subordina- zione dell’oggetto al soggetto. Principalissima sorgente delle più
vane controversie nel campo scientifico e filosofico è la man- cata analisi del
concetto di relazione. Per essa avvengono i pe- ritolosi trapassi dal senso
logico al senso extralogico e, nel caso che ora ci interessa, il passaggio
dalla subordinazione logica dell'oggetto al soggetto logico alla subordinazione
reale dell’og- getto al soggetto reale. Se dal punto di vista logico astratto
posso ammettere che gli altri io e... tutto il resto non sono altro, in ultima
analisi, che oggetti per il mio pensiero, subordinati logicamente a me, cioè al
soggetto, punto centrale e permanente di riferimento dell’altro, qual ragione
ontologica mi autoriz- zerà a dire che tutti gli esseri che penso sono
subordinati real- mente al mio lo pensante? La ragione, in apparenza decisiva,
che il solipsista non si perita d’indicare, quella cioè che «lo Stesso concetto
di essere e di realtà è una produzione del mio pensiero »), presenta il curioso
inconveniente d’esigere per la sua accettazione che siano già rimosse tutte le
ragioni contrarie alla tesi del solipsismo. (1) LEvI, Sceptica, Torino,
Paravia, 1921, pag. 178. 336 SEZIONE III - INTRODUZIONE Bastino questi pochi
cenni a determinare la. posizione gratui- ta nonchè illusoria di questa tesì.
In quanto asserisce che la na- tura come oggettività è creata interamente dallo
spirito come soggetto e che fuori della realtà del soggetto pensante è nulla,
il solipsismo si rivela una delle tante varietà del soggettivismo assoluto che
ha la magica virtù di abbagliare tante menti, is- sorbendo tutta la realtà
nella voragine dell’ipse particolare. S 2. — L’elisione del solipsismo che
costituisce il punto di arrivo della ricerca teoretica forma ora il punto di
partenza della ricerca morale. Qui la vita pratica che è di sua natura so-
ciale, esige il riconoscimento della realtà e della relativa auto- nomia di
altri esseri umani. So bene che alcuni solipsisti, per quanto abbiano legata la
loro sorte alle scetticismo teoretico, riconoscono questa neces- saria esigenza
della coscienza morale. Ma che altro fanno essi, in realtà, se non adoperarsi,
quanto è in loro, per annunciare che «ciò riguarda soltanto Pazione, non la
conoscenza ? )») Certo è che questa distinzione non è altro che un argomento:
sofistico. È tanto vivo, profondo, irresistibile nella coscienza umana il
bisogno d’una ragione che riconosca l’unità fondamentale della coscienza, che
accentri l'essere e il dover essere, quanto il bi- sogno di un criterio che
associi agire al sapere. Ogni violazione dell’integrità della coscienza umana
trae seco inevitabilmente la sua rovina. Chi disgiunge il conoscere dal-
l'operare non è più capace di vivere umanamente. Come possia mo operare bene
senza conoscere? Come possiamo esaminare, criticare, discutere, ragionare
infine secondo le esigenze fonda- mentali del conoscere, accettare una
concezione teoretica del reale o rifiutarla, senza operare? Non è forse un
giudizio — sin- tetizzante il reale e Videale — che determina e costituisce il
principio della legge morale? Una coscienza che prescinda da ogni conoscenza
non è idonea a fornire una guida ragionevole, & raggiungere un bene verace,
ad assicurarsi uno sirumento fe- condo di moralità e di progresso. Disconosce
la natura della fi- losofia chi separa la verità dalla libertà, non è più umano
in nessuna occasione chiunque spezza la sua coscienza, non ordini ll pensiero
all’azione si condanna a vivere nell’assurdo. SEZIONE III - INTRODUZIONE 337 Da
queste nette dichiarazioni si comprende che il pensiero tecretico ha nel
presente sistema una parte di gran lunga mag- giore di quella che gli assegna
il solipsismo. \ 3. — Potrebbe tuttavia sembrare a prima giunta che qui si
voglia invocare la concezione teoretica della causalità per fondare l'etica sul
principio astratto della conoscenza, conforme alla tesi dell'intellettualismo.
Ma è da avvertire che il propo- sito è ben diverso. Si vuole bensì
espressamente convalidare la tesi dell'applicazione della causalità nella vita
morale, ma per mantenere il fondamentale principio d'ordine e d’unità, ond°ò
costituita la conoscenza del vero e la pratica del bene; ordine e unità delle
idee e delle azioni, procedenti dalla natura stessa dello spirito e delle cose,
noi dipendenti dall'autorità 0 dall'ir- bitrio di chi che sia. In altro punto,
non meno grave, bisogna rintuzzare le pretese dell’intellettnalismo. Sappiamo
che la scienza è il titolo più abusato dagli intellettualisti per passare con
estrema furia, dalla cognizione delle cause naturali all’apprezzamento del
senso e ‘alore della vita. Quindi eccessivamente si vanta la verità scien-
tifica, più precisamente la si trascina fuori del campo suo: quindi qualcuno
sentenzia che, fuor di essa, non c'è nulla di sicuro quaggiù, che solo essa
fonda e deve fondare l’interpre- tazione e l'orientamento della nostra
condotta. Ma all’atto pratico è sempre evidente che la sola scienza non basta a
risolvere i problemi morali. Se consulto la matematica non risolve il problema
dell'amore, se consulto li fisica non risolvo il problema della Hbertà. Vedo
anzi che la scienza può diventare un formidabile strumento di distruzione e di
morte; l'oppressione dell'ignorante, la cinica superbia d'un generale. Se
qualche volta la scienza è impiegata a fin di bene benchè vi si presti
meravigliosamente, trovo che essa è indifferente così al male come al bene.
Invece di fornire il principio direttivo della condotta morale, essa fornisce
al ricco il mezzo di inven- tare nuove macchine per lo sfruttamento dei poveri,
fornisce al povero, infelicissimo, il mezzo di inventare nuovi ordigni per la
protesta, per la rivolta, per Ta demolizione. Ogni guerra mette In Aubbio
l'umanità della scienza : come sciogliere il dubbio ? Se an- dI A. Pastore — Il
problema della causalità - Vol, Il, 338 SEZIONE III - INTRODUZIONE che l'uomo
civilizzato troppo sovente soffre pel peso della scien- za, il moralista non ha
il diritto di reclamare ? Se il diritto della verità è sacrosanto in vista dei
beneficj, questo diritto non deve cessare quando assicura l’ingiustizia, la
barbarie, l’infelicità ? Se colla scienza mi fo lupo sempre più complicato e
bramoso, in ve- rità, non devo fare ogni sforzo per ridiscendere al livello
degli umili, dei semplici e degli altruisti? Che mi fa la conoscenza
scientifica dei rapporti costanti della realtà ? Mi dà certo un cre- scente
dominio sulla potenza della natura. Non credo tuttavia che possa neanche
servirmi a domandare la carità colla verità alla mano. In sostanza, posso dare
torto a coloro che si lasciano in- vadere da uno scetticismo antiscientifico
scoraggiante? Par- rebbe, perchè il poeta ha detto: Felice colui che potè
conoscere le cause delle cose. Sia: ma sorge un nuovo ostacolo. È se il
progresso nella conoscenza della causalità venisse ad uccidere in noi medesimi
il principio della nostra dignità? Tanti filosofi, in- vero, da Kant a Bergson,
sostengono che la causalità sopprime radicalmente la libertà. Ma è vera questa
dottrina? Se fosse vera, non potrebbe essere più tragica la funzione della
scienza. I dubbj contro il valore liberale della causalità sono fortissi- mi;
giù lo vedemmo nell’ultimo cap. della Sez. II. Il fatto solo, si dice, che la
scienza trascura le infinite varia- zioni individuali non lascia supporre che
il suo residuo possa magari essere la capacità della libertà? Bisogna dunque
inda- gare. Nelle operazioni scientifiche compiute coll’intelletto 1’no- mo
deve fare astrazione da tutto ciò che è più vivo e vibrante dentro di sè, da
tutti gli elementi personali, che rapirebbero Ll'oggetfività cioè la validità
universale e necessaria della legge. Si può dunque capire perchè Bergson
dichiari che l’intelligenza è caratterizzata da un’assoluta incomprensione
della vita. La scienza non è tutta la vita. Anzi io sento che se io voglio
stare solo con tutte le astrazioni che, non da me vuole la scienza, ma che io
devo volere per essa, io rinuncio ad una parte della mia concreta realtà ;
sento che concedendo una dissociazione concedo una frazione della mia unità.
Certo si può far mercato di tutto, anche della nostra concretezza i ma che
valore vitale ha dunque una disciplina che impone tante mutilazioni ?
Procedendo, il dilemma fra scienza e morale si trasforma nel + _ ee SEZIONE III
- INTRODUZIONE 339 dilemma tra la morte e la vita. Rieccoci nel vuoto. La
scienza è tendenza alla morte? Se la domanda è eccessiva, almeno non possiamo
nascondere che la verità scientifica in genere è senza cuore, senz'anima, senza
intrinseca moralità. Dite lo stesso della conoscenza causale. In una parola, il
problema causale si riduce a zero, se l’uomo, stanco della ragione astratta,
non sia capace omai d’altro che di cercare il valore della vita in funzioni
meno razionali, abbandonandosi alla cecità dell’istinto o del senti- mento o
della fantasia. Finalmente, la ricerca stessa del valore della vita è viziata
nel suo punto di partenza: cercare il valore della mia vita? Quale commedia !
ma prima dovrei credere all’importanza della mia esistenza, delle mie fatiche,
della mia stessa utopia. Pure, non c'è rimedio. Comica o no, questa è
l’esigenza. della, vita. E la verità scientifica a sua volta non avrà ai nostri
occhi alcun valore morale, se prima l’umanità non giungerà a giusti- ficare
moralmente la sua più ampia ragione d’essere nell’uni- verso. Bisogna adunque
scrutare il senso e il valore della vita umana. Non posso dimostrarli
scientificamente, perchè la vita non è un teorema; mi limito a verificarli.
Vedremo se questa verifica darà il valore morale della verità, in ordine al
problema delle cause. i CAPO PRIMO Fondamento causale della libertà. $ 1.
Concetto generale della natura umana. L'uomo come autocoscienza pro- gressiva
dell’unitiv psicofisica del reale. — $ 2. Duplice aspetto del problema della
libertà dal punto di vista causale: la volontà come causa e la volontà come
effetto, Duplice aspetto del processo formativo della libertà: amorale e
morale, analitico e sintetico, temporale e intemporale. — $ 3. Tre fatti
costanti. — $ 4, Senso del potenziamento causale applicato alla vita psichica.
— $ 5. La necessità del rapporto causale come condizione necessaria della
libertà. — $ 6. Determinazione dei caratteri specifici della libertà. La
libertà come novus ordo. — $ 7. Quattro tesi negative; tesi affermativa. — $ $.
Schiarimenti. Natura psicologica del centro di causalità autocosciente, pro-
dotto dal potenziamento. $ 1. — Risaliamo rapidamente al concetto generale
della na- tura umana, per derivarne il senso della sua possibile libertà e il
valore della sua vita nell'universo. Si ammetterà facilmente la premessa che
tutti noi nomini ab- biamo un principio comune costituente la radice unitaria e
fon- damentale della nostra natura. Secondo i priucipj esposti nella Sezione
precedente (Capo 1), aggiungiamo che nella nostra na- tura si riscontra la
natura medesima che è essenziale alla realtà. E poichè la realtà, secondo noi,
è psicofisica nella sua essenza e sì sviluppa secondo la legge
dell'individuazione progressiva e la storia dimostra che l'individuazione umana
passa da forme inferiori di coscienza a forme superiori d’antocoscienza, la no-
stra concezione della natura umana (che non è solo soggettività ma
subobjettività) si può riassumere così: la vita umana è un 8tUppo d’organi e di
funzioni costituenti un sistema di centri 342 SEZIONE III - CAPO I periferici
d’attività intorno ad un centro interno d’individua- zione, in Cui
progressivamente si attua l’autocoscienza dell’unità psicofisica del reale.
L'uomo quindi, sotto questo riguardo, può definirsi l’unità di un sistema di
centri psicofisici d’attività in evoluzione dalla coxcienza all'autocoscienza,
o, più brevemente, l’autocoscienza progressiva dell'unità psicofisica del
reale. Gili elementi della natura umana così concepita si devono di- stinguere
per due aspetti: l’uno esterno, l’altro interno. Quello esprime la molteplicità
dei centri del sistema, questo l’unità centrale o centro dei centri. Del centro
dei centri si può dire che è la vera essenza del- l’uomo cioè l’unità sintetica
fondamentale che costituisce l’u- manità. dell’uomo medesimo. Questa unità
centrale è insieme conoscenza sentimento e volontà e in questo senso si dice
spi- rituale. La sua formazione è evolutiva e virtualmente identica in ogni
individuo, benchè la sua attuazione, caso per caso, sia ben diversa per
quantità e qualità. | a) La sua funzione conoscitiva è appercettiva perchè si
attua come opera tipica di selezione e di rannodamento di ve- rità; b) La sua
funzione patetica è espansiva perchè in tutte le gioje che hanno il carattere
sacro dell’amore è il cuore del. l'individuo che batte all’unisono col cuore
dell’umanità; c) La sua funzione volitiva è antlegoistica e liberatrice percliè
si sviluppa come bontà disinteressata nell’interesse su-, premo della specie a
prezzo dello sforzo, del dolore e anche della morte degli individui. JI centri
ambienti sono le funzioni inferiori che, per le loro esigenze particolaristiche
e quindi antagonistiche, costituiscono la non umanità, pur congiunta (ma con
relativa indipendenza) all’unità dell’io umano, cioè le cognizioni aberranti,
gli amori ciechi, le volizioni eccentriche della vita. Yz. — Partendo ora dal
concetto di questa natura, come mai sì può dedurne il potere della nostra
autonomia personale di cui abbiamo la più chiara coscienza, quel potere che ci
fa entro certo limiti dominare la fatalità, per cui non restiamo indiffe-
FONDAMENTO CAUSALE DELLA LIBERTÀ 343 renti alla lode e all’ingiuria,
apprezziamo gli onesti, disprez- ziamo i vigliacchi, ammettiamo le
responsabilità, in breve ci arroghiamo il diritto di giudicare il merito o il
demerito, di punire il vizio, di premiare la virtà? Questa deduzione sarebbe
senza dubbio ostruita da un grande cumulo di equivoci se nel problema della
libertà dal punto di vista causale non si distin- guesse accuratamente la
teoria della volontà come causa dalla teoria della volontà come eifetto. Questa
distinzione è uno dei più notabili e radicali progressi così della psicologia
come della morale. Li La teoria della volontà come causa contempla l’azione
morale nei puri rapporti colla volontà dell’agente, secondo il principio della
libertà d’azione. La teoria della volontà come effetto contempla la volontà
del- l’agente nei suoi rapporti colle sue condizioni determinanti, se- condo il
principio del potenziamento causale. Il primo aspetto è fuori di controversia,
benchè possa rice- vere interpretazioni diverse. Il secondo è ancora sub
judice, quindi richiede un'analisi speciale. S'è cercato di mostrare che la
questione della psicogenesi aitio- logica della libertà è infondata,
protestando che la libertà. ha un'origine sopranaturale e ipercausale. Nulla è
più contrario “alla verosimiglianza. l’er comprenderlo bisogna sviscerare la
teoria del potenziamento causale, che per rispetto al problema morale ha nella
produzione della libertà un'importanza pari a quella che ha nella produzione
della ricchezza la teoria del ca- pitale per rispetto al problema economico.
Perchè dalla chiara nozione della natura e dell'uflicio del potenziamento
causale di pende in gran parte la chiara notizia degli elementi produttivi del
bene e della stessa produzione della libertà. Alla parità di importanza si
aggiunge una profonda analogia (nel concetto € nel processo di formazione) che
potrebbe dar luogo ai più erro- nei malintesi se non fosse interpretata a norma
delle avvertenze seguenti. In primo luogo, nel significato della libertà, tutte
indistinta. mente le azioni sono sempre amorali se si riguardi alle cause da
cui sono prodotte e ai mezzi con cui si rivelano, tutte sono morali se si
riguardi all'effetto che sono destinate a produrre e 344 NEZIONE III - CAPO I
al fine a cui sono consapevolmente rivolte. Il primo aspetto è analitico, il
secondo sintetico; perciò la trattazione del primo non pregiudica nè annulla
quella del secondo, anzi ci fornisce la spiegazione positiva delle condizioni
che lo rendono possibile. Nel primo caso non si fa che indicare un cammino, nel
secondo si autentica un valore. Col primo non si fa neppure una inter-
pretazione meccanicit, nè si deduce il superiore dall’inferiore, non si fa che
indicare un costante rapporto fra certe condizioni determinanti e certe altre
determinate. Che un fatto prevalente- mente psichico si svolga da condizioni
prevalentemente fisiche e in veste amorale non'implica contradizione. Ciò è
dovuto alla natura psicofisica di tutta la realtà. In secondo luogo l'aspetto
amorale della libertà importa la considerazione del tempo, l’aspetto morale ne
importa l’astra- zione. Si spezzerebbe l'unità strutturale della realtà umana
trascn- rando uno di questi aspetti, In questo errore incorre la scuola kantiana
e neokantiana quando nega l’origine e lo sviluppo della Jibertà. dello spirito
nel tempo, per affermare che la libertà dello spirito non può ricevere
spiegazione causale. Lo spirito libero da questo punto di vista è, nel suo
essenziale valore, intem po- rale, esso non ebbe mai cominciamento nel tempo
perchè, vera- mente parlando, non è esistito giammai. Da questo errore bi-
sogni tener lontana la trattazione presente, giacchè da un lato la libertà come
fatto psichico non può essere considerata senza precedente causale, Anmnetterla
come una causa senza cansa 0 attribuirle una causa occulta è contentarsi d’una
spiegazione morale apparente; dall'altro la libertà come fatto etico non può
essere considerata senza valore. Ammetterla come un cef- fetto senza importanza
morale o attribuirle il valore d’un sem- plice riflesso epifenomenico è
contentarsi. d'una spregazione amorale. Con queste avvertenze possiamo farci
della libertà una no- zione tutta diversa da quella degli innatisti. Questi,
ignorand» che bisogna distinguere il fatto dal valore, e che il fatto attinge
la sua ragione d'essere alla natura psicofisica del reale, mentre ll valore
Vattinge alle fonti dell'ideale, cercano di sbarazzarsi d'ogni preocenpazione
di fatto, e si credono guariti dal positi- FONDAMENTO CAUSALE DELLA LIBERTÀ 345
vismo quando in un modo o nell'altro sono riusciti a considerare la libertà
come un'entità concreta esistente all’infuori e al di- sopra degli uomini che
ne possono disporre. Così dicono che la libertà fa vivere l’uomo moralmente,
come il volgare dice che la vita ci fa vivere e la morte ci uccide; mentre nè
la libertà, nè la morte hanno realtà fuori dell'uomo libero e vivo, altro non
essendo esse se non termini astratti, per mezzo dei quali deno- miniamo
processi e momenti umani di attività, e nel caso della libertà tutto
riducendosi all'elevazione dello spirito dalla can- sazione esterna ed interna,
cieca, eteronoma e coattir alla sua Capacità d'autononna, d'antocoscienza,
d’autocausalità. Elimi- nate quindi le soluzioni mitologiche, tenute sempre
presente la: distinzione del fatto storico e del valore morale, possiamo ana.
lizzare objettivamente le successive fasi del potenziamento can- sale della
libertà. è 3, — AA più riprese, nel corso dell'opera, abbiamo riscontrato: tre
fatti costanti: 1° il valore causale d'ogni etfetto, 2° il valore di novità
d’ogni effetto, 3° la moltiplicazione del valore causale degli effetti, dovuta
alla confluenza degli effetti, anche minimi. Il primo, se non è dei: più notorj
e meglio accertati che ne attesti l'esperienza, implica però una tale
probabilità che equi- vale in pratica ed in generale alla vera e propria
condizione che rende possibile Timmensa catena dell'universo. Trasportato nel
Campo della vita psichica viene a dire che ogni produzione di effetti mentali è
produzione di causalità. Che ogni oggetto sia causa (d'altro effetto), che ogni
condizionato sia a sua volta Condizionaute, che nulla, in altri termini, sia
senza azione, è un principio ovvio anche nella vita mentale, com’è ovvio il
prin- Cipio che ogni causa è effetto d'altra causa. Per esso noi rico- Mosciamo
che nessun processo mentale è destituito d'efficacia (1). = elcriue e (1)
Continuando V'esplicazione di questo prineipio possiamo aggiungere che il
processo mentale, quando effettivamente si verifica nel suo ordine interno,
esercita pure una vera azione pratica nell'ordine esterno costituendo la condi-
zione sine qua non dell’atto esterno. Questa realizzazione effettiva del
processo mentale è resa possibile dal fatto che lo spivito non è già un
semplice riflesso @pifenomenico ma esso medesimo essenziale ed etfettiva
realtà. Da questo 346 SEZIONE III - CAPO I Il secondo invece è lampante in ogni
caso di rapporto causale, come fu già avvertito a suo luogo. La prova più manifesta
che la causalità non esclude la produzione del nuovo, anzi l’importa, consiste
in ciò che, se non l’importasse, la cansalità si risol- verebbe nell’identità e
non produrrebbe nessun effetto. A suo Jogo provammo che il rapporto cansale
mentre importa succes- sione e necessità, importa pure relativa identità e
relativa dif- ferenza (1). Trasportato nel campo della vita psichica questo
principio viene a dire che ogni produzione di effetti mentali è produzione di
novità (di risnltanza sui generis). Da ogni pro- fesso causativo risulta una
causalità nuova come effetto di quella. Il terzo è, come il primo, poco noto e
accertato ; pure è forse impossibile render conto delle sintesi causali e
quindi della va- rietà infinita dell'universo, se non a patto di riconoscere
che nell'intreccio dei fatti. i valori causali degli effetti, anche mi- nimi,
si associano e producono un aumento d’attività causatrice a seconda di certe
condizioni che ora è inutile annoverare. Tra. sportato nel campo della vita
psichica questo principio viene a dire quanto esprime la legge psicologica
wundtiana dell’ac- crescimento dell'energia psichica (1* legge di evoluzione),
ap- plicazione della legge delle risultanze (2* legge di relazione). \4, — Ne
ogni effetto mentale è produzione di causalità, se ogni effetto mentale è
produzione di novità, se gli effetti mentali si associano tra loro in
risultanze crescenti di composizione, è giusto concludere che la comproduzione
di effetti mentali è pro- duzione crescente di nuovo potere causale nella coscienza.
Da più processi causativi immediati può risultare una causalità nuova come
effetto mediato di quelli. E poichè gli esseri viventi. secondo il grande
principio dell'evoluzione, tendono costante. mente ad acquistare, a conservare
e a tramandare i progressi che sono vantaggiosi alla loro esistenza, il
processo di tesaunriz- punto di vista la pretesa di determinare la causazione
incausale della libertà si rivela, come notammo più volte, un'illusione. La
soluzione di un problema di questo genere è condizionata dal concetto che ci
sappiamo fare dell’ordine delle azioni individuali e sociali e massimamente
dalla connessione delle idea- lità, donde risulta Pkumnaritas e il suo continuo
incremento. (1) Cfr. Sez. I, Capo HI, $ 2, Glossa prima. FONDAMENTO CAUSALE
DELLA LIBERTÀ 347 zazione della risultante causale nuova si traduce in pratica
nella costituzione d’un centro psichico di crescente spontaneità, nel medesimo
tempo conoscitivo, attettivo e volitivo i cui effetti gradatamente più liberi
vengono registrati dall’esperienza. Tale è il senso del potenziamento causale
applicato alla vita psichica. Per questo processo si ingenerano nella vita
umana relazioni e complicazioni multiformi fra la possibilità di causare
effetti relativamente nuovi (causazione mediata) e la volontà di vivere
conforme ai fini individuali e sociali che hanno un'importanza grandissima
nell'economia materale e spirituale della condotta. L'effetto più sorprendente
di questo processo è la produzione della libertà. l’rocuriamo ora di comprendere
come questo pro- cesso abbia quel grado di costanza e di stabilità che compete
alle opere della natura e dello spirito. So. — Se tali sono le condizioni della
formazione naturale della libertà alle quali ci richiama analiticamente la
critica, non è affatto evidente che l'atfermazione della libertà sia legata
alla negazione della causalità fenomenica e non possa interessatei che da un
punto di vista puramente antistorico. Non c'è più, prima di tutto, da objettare
la vecchia antino- mia fra la libertà e la necessità, perchè essa viene risolta
dalla natura stessa del rapporto causale. Questo punto è già stato accennato
nel capo Vo della Sezione precedente trattando del determinismo e
dell’indeterminismo. Più chiaramente ora si intende che la hbertà ha limiti
posti dalle condizioni formali e materiali nei quali deve realizzarsi come
espressione dell'attività di un soggetto capace di operare una scelta. Ciò è
possibile in quanto il senziente acquista conoscenza. e coscienza. della. ne-
cessità del rapporto causale determinabile e può prevedere. Se il rapporto
causale determinabile non fosse sostanzialmente ne- Cessario nessuna previsione
e quindi nessuna libertà di elezione e d’azione sarebbe possibile, ma vi
sarebbe solamente un incon- scio dibattersi in un tutto caotico, ove nessuna
coscienza e nes- sun ordine di condotta sarebbe pensabile. La necessità del
ran- porto causale quindi non solo non è antinomica colla liberta, ma ne è la
condizione necessari. i D'altra parte la causalità stessa non è chiusa e finita,
ma 348 SEZIONE IlI - CAPO ] progrediente per successivo sviluppo. Ogni fase è
aumento sotto certi rispetti della fase anteriore, mentre sotto altri rispetti
è ad essa equivalente, come s'è veduto nella Sezione antecedente. Questo
amumento per successive fasìî è potenziamento causale ed è la maggior via che
permette alla libertà di esplicarsi conforme ai fini della vita umana. | SG. —
Ni opporrà forse che, ammessa la formazione naturale del potenziamento causale
della libertà, posta cioè la libertà del- l'uomo come l’effetto, per quanto
mediato e relativamente nuo- vo, del suo potenziamento causale siamo al caso di
prima, cioè ricadiamo nel determinismo causale, nella saerva necessitas della
causalità? Raglionando così si tronca senza esame, nel senso del dogmatismo
antiaitiologico, il problema della libertà che è dop- pio, quello morale
(sintetico) della volontà come causa e quello amorale (analitico) della volontà
come effetto. Sta di fatto che non è punto evidente che la nostra critica debba
rinunciare al- l’indagine se la libertà abbia senso e valore psicologico,
quando si consideri come effetto del potenziamento causale. E come non
riconoscere che il potenziamento causale è tutto e sempre psico- fisico e
subobjettivo( non solo oggettivo) e perciò che in esso nol già disponiamo dei
due fattori nonchè dei due punti di vista sulla realtà di quel processo vivente
in forma S r O che nessnna sintesi artificiale è capace di produrre? La
legittimità di una volontà libera, infine non sì può misurare che colla
determina- zione dei caratteri specifici della libertà, che sono due : I° la
capacità d’inibizione, 2° la capacità d'iniziativa. Il primo dà il concetto
negativo della Hbertà, il secondo ne dà il concetto positivo. Ora noi vediamo
appunto che il potenzia- mento causale della libertà si realizza per gradi
diversi. Una prima libertà è il potere difensivo e reattivo di opporre alle
cause cieche e meccaniche sia dell'ambiente esterno, sia del tem- peramento
(prodotto naturale connesso a cause fisiologiche), sia dell'educazione
(prodotto artificiale connesso all’ambiente so- “ cdale), una causalità nuova,
che permette di non cedere alla coa- zione, Una seconda libertà è il potere
effettivo di realizzare una con- trocausalità atta sia ad attribuire nuova
efficacia a qualche mo- FONDAMENTO CAUSALE DELLA LIBERTÀ 349. tivo
determinante, sia a lanciarsi in una direzione nuova se- condo un fine
consapevolmente proposto e con mezzi deliberata- mente prescelti, Vediamo
dunque che in primo luogo la liberazione dell’io dalla servitù degli impulsi
inferiori (indipendenza dalla causalità ete- ronoma), in secondo Inogo
l'autodeterminazione dell’io per cau- salità propria (causalità autonoma)
assicurano alla volontà, ar- ricchita di potenziamento causale, Vuso innegabile
d'una vera e propria libertà. Vediamo che lVandatura generale del potenzia-
mento causale che procede dal momento negativo al positivo, luugi dall'essere
in opposizione coi caratteri costitutivi della li- bertà, vi appare al
contrario singolarmente conforme. Se il po- teuziamernito cansale produce un
nuovo centro di causalità; pos- siamo trascurare questo eratide fatto della
produzione del nuovo? Se la volontà è così in armoiia coi caratteri più
salienti della li- bertà non ne segue che debba ancora risolversi nella sua
nega- zione. Una volontà libera dalla coazione potrà ancora dirsi coatta? Siamo
piuttosto propensi a ritenere che una volontà ca- pace di agire secondo la
propria norma, capace cioè di realizzare in sè il proprio ideale, vivendo in
esso e per esso, è nna volontà libera. Riassumendo, i caratteri predetti, cioè
: 1° efficacia, novità, accrescimento graduale degli effetti : 2° capacità
d'inibizione e capacità d’imiziativa, | bastano a giustificare la tesi che la
libertà effettuata per poten- ziamento causale è produzione d'un novus ordo, Le
diverse manifestazioni della volontà libera dell’uomo rap- presentano una serie
di potenziamenti causali coi quali l'uomo supera sempre più la causalità
coattiva e supera sè medesimo, Quello che la coscienza ci attesta come una
creazione in appa- renza istantanea e spontanea del presente è in fondo il
lavoro accumulato di centinaja di secoli e di migliaja di generazioni che .
conpvertirono in potenzialità spirituale la rude impulsività del. l’azione
riflessa e dell'istinto costretta a scattare quasi immedia- tamente alla prima
eccitazione. IL la stessa realtà della vita che, poco a poco, tesorizzandosi un
viatico d’attitudine spirituale (1), può proporzionalmente spez. (1) Intorno
alla tesorizzazione degli ettetti utili alli specie, uno pumeiplo biogenetico
importantissimo per la scienza, il più importante forse che sia 350 SEZIONE III
- CAPO I zare le dolorose catene che avvincono le più povere vite e costi-
tuirsi un mondo a sè, non dipendente dal volubile accidente, non dipendente
dalla tetraggine del fato, non dipendente dal volere divino. Da ciò si vede che
nella nostra libertà non si rispecchia - tutta la nostra storia, ma solo la
storia di quei valori che hanno potuto convertirsi nelle forme sempre più alte
e comprensive della previdenza e della provvidenza dello spirito. La libertà,
sempre più vantaggiosa per le generazioni future, rampolla dal centro sempre
vivo del potenziamento ‘uusale, alimentato dal laboratorio del tempo. Il
segreto della libertà è qui. Non quale si trova segnato nelle carte fantastiche
del dogma- tismo. La libertà, a dir breve, non tanto è, quanto continuamente
diventa con .lunga e faticosa elaborazione. La sua funzione in fondo si fa
palese ed è la sostituzione della causalità mediata in- feriore alla causalità
immediata esteriore. La libertà pertanto non esce dai sillogismi, o dal seno
d'una grazia divina. La sua origine è storica. La fiaccola della libertà brilla
consumando l°e- uefgia causativa del potenziamento. ST. — Tirando le somme di
queste considerazioni e di quelle svolte nell'ultimo capo della Sezione
precedente (Determinismo e indeterminismo) sembrano giustificate quattro tesi
negative, ec una positiva di capitale importanza : 1° la tesi che nega la
fatale coordinazione sia al passato sia al presente d'ogni atto volitivo, cioè
la negazione del gretto de- terminismo ; | 2° da tesì che nega il Hbero
arbitrio fondato sull’indifferenza del volere; 3° la tesi che nega il
contingentismo indeterministico asso- luto; 4° Ta tesi che nega il teologismo e
la libertà mitica; 5° la tesi che afferma la capacità di realizzare un ordine
stato proposto in sostituzione della dogmatica causa finale, è quello della
moltiplicazione degli efetti utili indiretti dovuto al Lugaro (Riv. di
Patologia nervosa e mentale, XVIII, fase, 3). La portata filosofica di questo
principio non è ancora stata — ch'io sappia — messa in luce dalla critica.
FONDAMENTO CAUSALE DELLA LIBERTÀ 351 nuovo e futuro di fatti, cioè
l'affermazione della capacità. posi- tiva della libertà, presumente la capacità
negativa di inibizione e Ja formazione naturale della volontà libera per
potenziamento successivo di causalità. Quest'ultima tesì non solo importa la
conciliazione della li- bertà con quella necessità che è immanente nel processo
causale, ma il riconoscimento della causalità come condizione necessaria della
volontà libera. Tutte queste tesi si possono riassumere in poche parole. Ci
siamo persuasi che il ginoco delle energie psi- siche capaci di libertà non
esce dal quadro del potenziamento ‘ausale. $ 8. — L'inchiesta fatta s'aggira su
ciò che precede, non su ciò che segue la libertà, tanto meno sul suo senso e
valore morale. Anche quando la volontà libera ci appare condizionata necessa -
riamente nella sua esistenza e nella sua intelligibilità da succes. sive fasi
di potenziamento cansale non ne viene che la libertà debba essere concepità
materialisticamente. Affermiamo soltanto che l'atto volontario non può essere
libero se non sia convenien-' temente causato e causante, se cioè non sia
causalità nuova e vit- trice d’autonomia. Per la nostra coscienza immediata,
incapace di vedere il come e il perchè degli atti nostri, Vatto Tbero pare
assolutamente incondizionato, non necessitato, senza causa. Ma l'ipotesi più
probabile è che esso sia mediataumente necessitato did condizioni di cui siamo
presentemente inconsapevoli. Perchè un fatto qualunque accada occorre che vi
sia una ragione neces- saria e sufficiente del suo accadere. Ma non è punto
necessario . che cià sia predeterminata la modalità del fatto possibile, nè che
ogni soggetto ne abbia la conoscenza adeguata. Noi rispettiamo la voce della
coscienza attuale. Ma questa vocé evidentemente non ci dice tutto. Nulla
frattanto ci impedisce di riconoscere che il mondo della volontà libera sia un
mondo di causalità che el- fettivamente ci permetta di agire in una direzione
nuova, cioè di causare certi effetti, sottratti ai vincoli sempre variabili e
diversi del presente e a quelli sempre identici e invariabili del passato. Noi
abbiamo sempre diritto di dire che il mondo della Ibertà psicologica per il suo
processo di costituzione potenziale e per il suo prodotto di originalità esce
dalla nostra esperienza psi- 352 SEZIONE III - CAPO I chica ordinaria e sì
afferma come una vita nuova, irriducibile con l'attualità immediata della
natura fisica esteriore. Per la nostra libertà noi ci eleviamo in una direzione
nostra propria e se questa direzione superiore non è imaginabile dal punto di
vi- sta dei determinismi immediati che possiamo valutare, ciò non prova la suna
incausalità, nel tempo stesso non ne annichila il pregio (1). Il problema che
fa nascere questa concezione del fondamento causale della libertà è il seguente
: qual’è la natura psicologica di quel centro di causalità antocosciente che si
viene potenziando evolutivamente dentro di noi? | Abbiamo riconosciuto che la
vera Riwnarnitas dell’uomo è nel- Vunità sintetica fondainentale che
centralizza tutti i valori su- periori di conoscenza, di sentimento e di
volontà. Dunque, da questo punto di vista, non è il solo volere, come direbbe
la scuola schopenhaneriana (2) ma è il vero e integrale valore tipico del- (1)
Ho gia accennato (nell’ultimo capitolo della Sezione precedente) l’intimo nesso
della presente teoria causativa della libertà colla dottrina del De Sarto,
citando il passo in cui si riconosce che «la libertà non implica assenza di
causalità, ma capacità di sottrarsi ad un ordine di causalità (azione dei
motivi estrinseci) per subire una causalità d’ordine superiore » (0p. cit.,
pag. 197). Per meglio dilucidare il senso e il valore di questa dottrina si
tenga ancora pre- sente il seguente tratto. « Il momento di sottrarsi ad un
ordine di cause per sottoporsi ad un altro, se rappresenta una vera e propria
creazione dello spirito, non può essere ri- guardata come una creazione
arbitraria, in quanto è regolata dal bisogno di assurgere ad una dignità
maggiore e quindi ad un grado di realizzazione più perfetta. D'altra parte il
non sentire un tale bisogno, il rimanere sotto il do- minio del meccanismo
psichico non implica in alcun modo contingenza, ma assenzit di libertà, assenza
della capacità di superare la necessità meccanica, e quindi in ultima analisi
predominio di questa. Chi dice libertà, dice capa- cità di progredire, di
elevarsi al disopra dei motivi impulsivi, e tale capacità lungi dall’eseludere
la causalità ne è come l’espressione più potenziata, perchè emergente dalla
natura stessa dell'agente e perchè immanente ». Dk SARLO, op. cil., pag. 197).
(2) Di fronte al Genio della specie imaginato dallo Schopenhauer, qui si pone
il Genio dell'amore, della conoscenza e della volontà umana, che non solo
perpetua il tipo organico ma costituisce il cuore dei cuori, sigilla Ja lo-
gica delle cose, e solidarizza le volizioni per la conquista progressiva
dell’av- venire. Il Drirscn chiama entelechia il principio autonomo che dirige
i feno- meni della vita. Il principio aristotelico dell'entelechia, per
rispetto alla forza motrice del corpo e alla soluzione del problema della
spontaneità dello spirito nella volontè, fu assunto felicemente dal Fiorentino,
(Ctr. Etica, ed. Gentile, Paravia, 1907, pat. 66). FONDAMENTO CAUSALE DELLA
LIBERTÀ 353 l'umanità che si viene organizzando sinteticamente dentro di noì,
come potere di tronteggiare le ‘multiformi attività eccen- triche che operano
alla luce della coscienza, di moderarne lo slancio, di elaborare prodotti nuovi
e imprimere nuove direzioni Ila nostra condotta. E la presenza di questa
attività sintetica suprema. veramente umana, quindi virtualmente identica in
tutti gli individui e mo- deratrice dei centri periferici, che ciò che truova
attivo quivi attira in sua sustanzia e fassi un’alma soli che vive e sente e sè
in sé rigira, E la presenza di questa suprema attività sintetica, fatta di co-
noscenza di sentimento e di volontà, che spiega la ragione del sacrificio. Ei
A. PASTORE — Il problema della causalità - Vol, II, A; ‘4 ===
eE___==="=--=<= == CAPO SECONDO, L’esigenza della libertà di fronte
alle esigenze del sapere. $ 1. Si mette alle prese l’esposto concetto della
libertà colle varie forme del sapere : esperienza, scienza, filosofia. — $ 2.
Come già nel campo empirico il problema della libertà possa ricevere una
soluzione conciliativa. È libero chi è in grado di autocausarsi spiritualmente.
Sostituzione della causalità interna alla causalità esterna. Negazione della
morale al bivio. — $ 3. S'im- posta la disputa fra la libertà attestata dalla
coscienza e la causalità dimo- strata dalla scienza. Insussistenza del
contrasto fra coscienza di libertà e scienza di causalità. Come l’essenza della
libertà sia nè sotto, nè sopra, nè accanto, ma dentro la necessità. Significato
causale della libertà. — $ 4. Come neanche nel campo filosofico abbia senso
l’antinomia della libertà e della causalità. Rifiuto dello scetticismo. Due
punti capitali: 1° io sono libero perchè posso gausare; 2° io non posso causare
liberamente senza causa ragionevole. Si rovescia l’idolo della libertà senza
legge. — $ 5. Di- fesa del bene inteso determinismo. L'’utilitarismo come
frutto della mali- gnità, non della scienza. Nuovo indirizzo ispirato alla
riscoperta della libertà nel portato medesimo della causalità. $ 1. — Prima di
procedere alla questione della libertà morale, mettiamo direttamente alle prese
l’esposto concetto di libertà colle varie forme ed esigenze del sapere, per
vedere se e come con Ognuna di queste sia compatibile. Per raggiungere
l’intento dob- biamo ritornare un momento a cose note (Sezione I, Capo I) e
saremo anche costretti a ripetere i principj del capo antecedente. Possano
almeno queste ripetizioni andare a vantaggio della chia- l'ezza di tutta la
teoria. Così nell’uomo come nella natura accadono fatti in relazione Più o.
meno costante fra loro, e, tanto di questi fatti, quanto di 306 | SEZIONE III -
CAPO II queste relazioni. quanto infine dell'ordine universale, gli uomini
possono in certa misura avere adeguata conoscenza. ca) Per la conoscenza dei
fatti particolari e delle relazioni contingenti serve l'esperienza che è
duplice : esterna ed interna. La prima, per mezzo dei sensi e dei loro relativi
processi com- prendenti le operazioni dell'intelligenza, avverte e associa i
fatti e le relazioni contingenti che succedono fuori dell’uomo, ma non oltre i
suoi limiti sensorj. La seconda, illumina immediata - mente quei fatti e quelle
relazioni che, senza tregua, succedono nell'uomo, cioè sia il giuoco più o meno
sfrenato dei centri peri- ferici, sia l'opera doppiamente produttrice dello
spirito ; luna rivolta all'elaborazione e all'impiego dei prodotti dello
sviluppo psichico, Faltra rivolta alla costituzione d’un potenziamento cau-
sale d'energia psichica accumulata nel centro e disponibile se- condo la
ragione centrale che funziona nell’interesse dell’umana natura. b) Per la
conoscenza delle relazioni umiversali e necessarie serve la scienza. cr Per la
conoscenza dell'ordine universale specula la filo- sofia. î 2. — Ora, in primo
luogo, l'errore che proscrive la libertà nel principio del sapere empirico
nasce dal pregiudizio che tutti i fatti e le relazioni avvertibili dalla
coscienza abbiano la stessa origine e lo stesso valore. Invece, secondo
l’accennata teoria, sì possono distinguere in due classi : 1° fatti e relazioni
dipendenti dalle funzioni eccentriche della vita umana, 2° fatti e relazioni
dipendenti dalla funzione centrale. Secondo l’esposta teoria quelli della prima
classe sono relati- vamente indipendenti dalla seconda, così quelli della
seconda sono relativamente indipendenti dalla prima. Chiamiamo non liberi i
primi, liberi i secondi. Sappiamo che d’entrambi fa larga e sicura
testimonianza la coscienza, che qui adegua l’estensione dell’esperienza (1).
(1) Questa spiegazione presenta una notevole ditferenza da quelle dello HerBarT
e dello SpencER, perchè non accetta che la volontà sia rimorchiata dalla forza
delle rappresentazioni, indipendentemente così dallo spirito come L'ESIGENZA
DELLA LIBERTA 357 Appare di qui che già nel campo dell’esperienza il problema
della libertà e della determinazione può ricevere una soluzione contciliativa,
ma affatto diversa da quella di Schopenhauer. In- vero per Schopenhauer il
singolo è assolutamente determinato e sottoposto alla legge della causalità, ma
il singolo nou è che ap- parenza : la volontà per contro che costituisce la
realtà essen- ziale d'ogni singolo è fuori della causalità e in questo senso
egli la ritiene libera. Invece chi bene avverte alla formula dianzi eSpo- sta.
per dichiarare il processo della natura intima dell’uomo. è condotto a capire
che libero è ciò che è fuori della dipendenza delle funzioni eccentriche,
inferiori, ma dentro la dipendenza ar- monica della centrale unità. In questo
senso è libero solo ciò che è determinato dall'io umano che è al nucleo dei
centri ed ha for- mazione autonoma naturale (potenziamento), non ciò che asso-
lutamente si strania da ogni rapporto di causa. Libero è chi è in grado di
autocausarsi spiritualmente. Buono è colui pel quale il bene e il male
dell'umanità sono co ipso un bene e un male proprio. colui che « fassi un'alma
sola, che vive e sente e sè in sé rigira ». colui che si riconosce in quel solo
e medesimo essere che sotfre è gode, ama, pensa e vuole in ciascuno di noi. Ma
que- sta dottrina non ci spinge a concepire lunità umana vivente in ognuno di
noi come un ente astratto d'un contenuto sempre iden- tico e predeterminato
superiore ed estraneo i qualunque motivo dal cui assoluto arbitrio (arbitrizwm
indifferentiaci senza vin- coli o antecedenti scocchi Tazione. Anzitutto perchè
quella vivente sintesi di amore e di conoscen- za e di volontà che costituisce
la ricchezza progressiva di tutti eli uomini, è un centro dinamico concreto in
funzione differen- ziale, intimamente collegato collesperienza evolutiva della
vita umana. In secondo Inogo, perchè, quel che resta. progressiva- nente
potenzitto è un'attitudine spirituale non unit modalità. dalla natura, e del
pari non accetta che tutto ciò che succede nello spirito sia sfornito di
attività originaria e si riduca a un mero rispecchiamento delle relazioni
esteriori. Più tosto idombra la dottrina del Barx e più propriamente feconda
quella del Frontino che ammette la spontaneità dello spirito nella volontà
colla capacità di intrinsecare tutto quello che è dato esternimuente e di
farselo suo, trasformandolo in prodotto spirituale, Ma amche è notevole li . »
A N LI dZeg DION differenza della presente teoria da quella del Frorextixo,
perchè il FroRENTINO non fa parola del potenziamento causale. 858 SEZIONE III -
CAPO II è la possibilità d'un fare futuro non un fatto. Il principio della
libertà nel campo del sapere empirito è adunque semplicissimo. Esso consiste
nella capacità effettiva che ogni uomo ha: di cono- scere di amare e di volere,
cioè di vivere secondo la propria na- tura, potenziata nell'ordine causale
della vita umana. Per esso l’uomo inserisce la propria azione causale nell’
insieme delle azioni che costituiscono lo sviluppo necessario della realtà.
Sarà agevole distinguere questo principio della libertà da ogni altro,
rammentando che esso in sostanza si riduce alla sostituzione della causalità
interna all'esterna. Qui sta il nerbo della solu- zione, la quale ci fa capire
che la concezione tradizionale della morale al bivio (1) e dell’inditferenza
della libertà è falsa. Quan- do il volere umano si trova posto fra due giudizj
valutativi op- posti non può determinarsi, senza motivo, alla scelta, e questa
scelta non può non dipendere dalla causalità del soggetto cioè non esprimere
l’intima natura. Se questa natura fosse qualcosa di fa- tale, o la
manifestazione d’un’essenza arcanaTo d’un noumeno la responsabilità sarebbe perduta.
Ma essa invece « sì forma nella luce della coscienza, e trova in questa le
condizioni sufficienti della sua educazione morale, per questo che la coscienza
è na- turalmente la liberazione dalla servitù dell'impulso » (2). S 3. — In
secondo luogo passando al sapere scientifico, il problema della relazione fra
la libertà e la verità è meno vasto ma più delicato e profondo. Si domanda: —
come sfuggire all’as- (1) Sopra la falsità del vecchio pregiudizio della morale
al bivio, cfr. DE SarLo: « La libertà, giova tenerlo bene a mente, non è
vacillamento. Non cì sentiamo mai così poco liberi come quando ci troviamo
dinanzi ad un bivio senza che alcun motivo di preferenza ci si affacci alla
mente. In casi di tal fatta la scelta è causale, ma non è atfatto libera,
perchè noi sentiamo che la decisione non può essere presa da noi, ma è
determinata da motivi estrinseci, quali il bisogno di toglierci da uno stato
penoso di indecisione, un'associazione accidentale, ecc. L'asino di Buridan è
tanto poco libero che si trova in balìa del gioco dei motivi accidentalmente
agenti in un dato momento della co- scienza. Quando noi, esseri ragionevoli,
siamo in uno stato d'animo analogo cerchiamo ogni via di stabilire un ordine
trai motivi, di metterci nella posi- zione di preferire, nel che propriamente
si riveli la natura della libertà in- terna ». (0p. cit.. pag. 197-198). (2)
Masci, Coscienza, volontà, libertà, 364. E. sempre pel concetto della libertà
morale considerata come causalità del soggetto, cfr. Masci. Etica, 112-144.
L'ESIGENZA DELLA LIBERTÀ 359 surdo se la disputa fra la libertà attestata dalla
coscienza e la causalità dimostrata dalla scienza ci forzasse a concludere che
la causalità in quanto è necessità è assolutamente la negazione della libertà?
A chi dare ragione se coscienza e scienza si con- testano reciprocamente Ie
conclusioni? Per trovare un'uscita, non è necessario lasciar chiusi i cancelli
della causalità, slan- ciandosi in direzione opposta senza fine? — No, non è
necessario. Facciamo tesoro dei risultati raccolti nell'epistemologia. La
scienza fisica, è noto, registra due classi di relazioni variabili : variabili
indipendenti e variabili dipendenti o funzioni che tro- vano la loro
espressione nelle leggi. Chiamiamo particolari e contingenti le prime, universali
e necessarie le seconde. Queste ultime costituistono il vero campo della
scienza. le prime ap partengono ancora al campo empirico in cui brilla La Iuce
della coscienza. Che ne deriva? Che non bisogna scambiare una di. versità di
funzioni con una negazione. L'antinomia fra co- scienza e scienza, fra esigenza
di libertà ed esigenza -di causalità non emerge dal fondo delle cose. Opporre
coscienza di libertà e scienza di causalità è una contradizione puerile, la
lotta sva- nisce nel nulla (1). Perchè, la coscienza empirica è solo spetta-
trice dei fatti che scoccano o dalle tendenze egoistiche eccen- triche o dal
centro antiegoistico dell'unità, non sa e non può attestare che fatti singoli e
rapporti contingenti e non ha alcun bisogno di contestare i risultati della
scienza. Questa, dal canto suo, indagatrice delle connessioni che restano
permanenti sha nella natura esterna sia nella interna, non si cura che delle
re- lazioni universali e necessarie e non ha mai nè preteso nè as- surrto la
funzione etica di fissare i valori della vita rispetto ai (1) Questa
conciliazione della necessità colla libertà fu intesa perfettamente da FicHTE
che vide nell’idea d’una legge, che l’io liberamente impone a sé stesso,
l’intima fusione della legge che ha per contenuto la libertà, colla li- bertà
che ba per contenuto la legge. Anche per Ficute l'intimo nesso che rende
possibile questa fusione è la causalità dell'essere ragionevole, cioè auto-
legislativa. Notevolissimo poi è il passo in cui egli riduce a tale causalità
l’attuazione progressiva del concetto di libertà e ne atferma il senso vitto-
rioso : «io ho causalità » significa sempre: «io allargo i mici contini ». Das
System der Sittenlehre (S. W°.. Berlin, 1845-46, IV, 91-92). 360 SEZIONE II -
CAPO II fini della condotta umana (1). Dove la coscienza determina il singolo e
lascia indeterminate le relazioni, la scienza determina le relazioni e lascia
ivdeterminati i singoli. Ma se questo è, è del tutto vero che tanto la
coscienza quanto la scienza proce- dono per astrazione. Gli intuizionisti
dunque — si conceda ja disgressione col proibirci di fare stima dell’astrazione
scien- tifica per amore del vantato concreto della coscienza, mostrano di non
capire che scienza e coscienza sono forzatamente astrat- tive entrambe, perchè
una fa astrazione dall'altra. La scienza bon cerca che l'identità astratta
delle relazioni facendo astra- zione dall'identità originale dei singoli, la
coscienza non cerca che l'identità originale dei singoli facendo astrazione per
quanto involontaria: dall’identità astratta delle relazioni. La loro doppi
funzione è tuttavia fondamentale alla conoscenza. Dopo tanti schiarimenti
(Sezione 1) non occorre mostrare qui come e perchè l'indeterminazione della
natura dei singoli non costituisca un impedimento alla determinazione esatta
delle re- lazioni. Tenende presente tutto ciò, come si potrebbe ancora pro-
lungare il conflitto tra la coscienza e la scienza? Bisognerebbe da un lato che
la coscienza potesse provare scientificamente che non è vero che certe relazioni
sono necessarie, dall'altro biso- gnerebbe che la scienza potesse provare
introspettivamente che uon è vero che certi fatti siano liberi, Il che è
impossibile. Dun- que ne Puna nè Taltra hanno bisogno o modo di contestarsi re-
ciprocamente le conclusioni. Se qualcuno temesse che (insisten- dio così
fortemente nell'escludere che la determinazione scienti- tica delle leggi
causali. danneggi l’interpretazione della li- bertà) io abbia in mente di
mostrare la scienza come un puro paravento dietro cui liberamente si svolga
Tattività spontanea della natura e dello spirito, cadrebbe in uno sbaglio
radicale. Io credo che abbiano torto tanto i filosofi che, distaccano il pro-
blema della NHbertà umana da quello della necessità naturale, e quindi credono
di poter buttar via il determinismo come un fossile fumesto solo dal campo dei
prodotti morali per salvare (1) Cfr. Tanozzi, Empirismo filosofico, Estratto
dalla Rivista di filosofia (anno IV, fase. III) 1912, pag. 25. Il Tarozzi,
giustamente ricorda che « del resto, una grande funzione morale ha la scienza,
perchè non vi è più profonda prepara- zione etica delle coscienze che
l'orientamento di esse al culto della verità ». L'ESIGENZA DELLA LIBERTÀ 361
l'autonomia personale dell'opera umana, e mantenere invece il determinismo nei
fatti naturali: quanto quelli che (mentre giu- stamente si rifiutano di
scindere la questione del determinismo in due problemi. della natura e
dell'uonio) credono di poter con- siderare il determinismo come un mero bisogno
metodico della sclenza senza portata objettiva sul fatti naturali ed umani sot-
tostanti. | A mio modo di vedere la causalità deterministica non è affatto una
mera apparenza sistematica generata dal bisogno metodico della scienza. dietro
cui sì debba cercare Tessenza della libertà. Nè la scienza è una rete
deterministica in cui restino impigliati solo alcuni dati della realtà, quando
la scienza coi suoi artifizi metodici riesca più 0 meno bene a pescarli dal
grande fondo. Per quanto sia grande e pieno il diritto che si ammette alla
sclenza di intervenire dal di fuori a indagare il decorso dei fatti e di
prenderli come sa e come può, la determinazione delle leggi causali in tale
ipotesi resterebbe una giustaposizione sche- matica artificiale che il filosofo
da parte sua si sentirebbe sem?- pre in diritto di gettar a mare ogni qualvolta
essa venisse a sconcertare î suol piani o direnio anche i suoi comodi
pregiudizj. Così gli indeterministi avrebbero sempre agio di proclamare che
solo essi sono i veri campioni della libertà, mentre il vero è ben diverso.
come un ultimo gruppo di considerazioni dimostrerà. Premesso doverosamente che
niun rapporto di causalità voli- tiva finora ha potuto essere determinato con
rigore dalla scien- za, onde in ogni caso resta prematuro il lamento della
compro- ‘messa libertà per opera della scienza 1 premesso inoltre che la
libertà si attesta immediatamente in un luogo e per in senso (Coscienza, la
necessità mediatamente in un altro e per un altro (sclienzar, onde resta
infondato il rimprovero di contradizione. nulla potrebbe tuttavia esser più
assurdo che la paura della Morte della libertà anche se venisse provata
scientificamente e in modo completo la formazione causale deterministica della
volontà. Vuol dire che noi, lora, avremo finalmente la prova inespi. snabile
che lessenza della libertà non è dietro nè accanto nè SOpra ma dentro Ja
necessità. Pensiero fecondo. Troppo poco ilivero si riconosce che tutto ciò che
accade, senza eccezione, @ 362 SEZIONE III - CAPO II ha e deve avere la sua ragione
d’essere necessaria e sufficiente. Troppo poco si riconosce che l’affermazione
dell’assoluta con- tingenza, oltre ad essere impotente (perchè nulla di
assoluto è provabile da ciò che è relativo) è soltanto una confessione della
nostra ignoranza. Diritto pieno ed. evidente ha l’esperienza di proclamare ad
ogni piè ‘sospinto la volubile contingenza delle Cose, perchè purtroppo la
cognizione provata del necessario non è che una scintilla di luce în un oceano
di tenebre. E pieno diritto ha la coscienza di attermare immediatamente la
libertà, se li. bertà. per lei significa paternità dell'attività spirituale,
indipen- denza dalle necessità fisiche e psichiche immediate (potenza co-
sciente di liberazione progressiva), ascensione verso il disinte- resse, incremento
di ordini nuovi, trionfo antiegoistico della vera umanità. Tuttavia è tempo che
della libertà si riconosca anche l'importantissimo significato causale il
quale, se non è rivelazione diretta immediatamente nota e familiare della co-
scienza umana, pure non è con questa incompatibile e di più ci assicura che il
riconoscimento del principio dell’universale can- salità non è più destinato ad
inspirarci un pessimismo metafi- SÌCO. $ 4. — In terzo ed ultimo luogo, di
fronte al sapere filosofico la nostra conclusione è nota : combattere la
causalità in nome della libertà di combattere la verità in nome della vita. Se
ci sco- stiamo dalla coscienza manca la-vita : se ci scostiamo dalla scien- za
manca la verità : se ci scostiamo dalla speculazione di questa e di quella,
cioè dalla filosofia, manca la vita della verità e la ve- rità della vita. Ma
si potrebbe objettare: — e se questa fosse la soluzione? e se solo questa
soluzione fosse la verità? — Tal’è il procedere dello scetticismo. Noi non
seguiamo cotesta via. Vorrebbe essere la soppressione d'un male e non conduce
che al peggio. Per noi, è la filosofia che fonda la conciliazione della libertà
colla verità, e la fonda sin- tetizzando tutte le rivelazioni dell’esistenza. |
Certo la filosofia delle cause d'età in età ha sottoposto i filo- Sofi a un
nuovo genere di tormento. Kant. com'è ben noto, am- mette ancora l'antinomia
della libertà e della causalità 0 meglio d'una causalità noumenica senza fempo
e d'una causalità fe- L'ESIGENZA DELLA LIBERTÀ 363 nomenica nel tempo; questa
per lui è una necessità dell'ordine conoseitivo, quella una necessità
dell'ordine morale. Ma il suo misterioso concetto d'una causalità senza tempo
ha tanto senso quanto quello di una causalità senza causalità. Di più la sua
ipotesi d’un’origine noumenica della libertà è una fisima, che si risolve in
una soluzione miracolosa. Recentemente il Bereson ha presentato una sua maniera
di concepire la libertà che si ri. solve nella negazione del principio di
causa. Soluzione como:fla, se si vuole, ma del tutto illusorla, com'è tutta la
sua polemici contro l'intellettualismo, Hlusoria perchè Bergson continua, non
solo a pensare la libertà, creatrice o no, ed a far uso della li- bertà. di
pensare, ma continua a pensare. Frattanto egli, per ]i- berarci — come dice —
dalla necessità causale nega anche la realtà del tempo e va sì avanti nella
negazione della realtà che ogni realtà diventa impensabile. Ora è concesso al
filosofo d’invocare la ragione per negare la fagione? Quanto si dice di
Bergson, si applica a tutti i contingentisti. Lo scompiglio delle idee,
l'impossibilità della pratica mostrano urgente la necessità di restituire alla
causalità — filosoficamente intesa — tutto il suo valore (1). Io sono libero
perchè posso causare conforme alla mia matura, perchè posso cioè sostituire
alla causalità esterna del motivo la mia propria causalità, fatta di
conoscenza, d'amore è di volontà. Ecco già un primo punto che non è
un'illusione. Ma ancora si objetterà : — non sì tratta di ciò, che non è con-
troverso ; sì tratta più tosto di intendere che non può essere li- bero chi,
benchè possa causare, ski a sua volta causato. — Qui l'equivoco classico
traduce la tesi della libertà senza causa nella pretesa che si intenda il non
intelligibile. Sempre così. Vedem- mo che quando il mondo è spiegato colla
causa prima, la cansa prima resta da spiegare : ora è forse più esplicabile il
concetto di una causa senza causa? Questa ipotesi profitta al nemico della
conoscenza, e l'errore metafisico annienta il principio della li- bertà. nel
sostenerlo. La vita stessa ci consiglia di non essere ir- razionalmente
ostinati. (1) Si veda la Drillante confutazione della teoria del Bergson in
Masci, Etica pag. 119-122. è da pr RL AI, Pu al Pa lo ne fà AE TO PAR RO I
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b A an È x i ‘ E; “AE ia dè dr 364 SEZIONE III - CAPO na LI ut. % x î "a i
Affermiamo dunque decisamente anche questo. secor i do punto lo non posso
causare liberamente senza causa ragione ol e. E: ab bandonata una volta per
sempre 1° ipotesi d’un volere non moti. vato, cerchiamo il concetto d'una
libertà che sia non solo ] libera: zione dalla tirannia degli impulsi inferiori
ma causalità. concreta del volere e affermazione palese di necessità. "n
S; sini (ili indeterministi, mentre riconoscono che il fatto della co scienza
della libertà non si può negare, fanno del volere un pri cipio capriccioso e
incoerente, e î liberisti stessi perfezionano di Di i equivoci
déll’indeterminismo, avversando senza ragione la lega- | lita. Mentre questo è
il merito di chi è Hbero. Già il fatto. 6 libertà psicologica non consiste in
qualsiasi novità d'una. risul. i tanza eslege ma solo in quella che è la
ripetizione volontaria. di un certo ordine nel disordine. La novità veramente e
moralmen- ì- te libera, a più forte ragione, non è nel fatto assoli a nuovo, ma
nella produzione del rapporto tipico della legge mo rale che costituisce novità
vera rispetto alla serie tutta dif e * rente dei fatti non liberi. C'è insomma
nella rivelazione della — libertà morale la produzione d’un ordine costante e
ben. del > terminato. entro un mondo incostante e variabile all'infinito.
si, Questo è il vero titolo della libertà spirituale al nostro rico À
noscimento. Più che la capacità dell’assoluta novità incausale | essa è la
capacità di causare sempre lo stesso ordine cioè di re d- as : Hzzare sempre la
stessa legge in mezzo alla varietà infinita dei PA fatti. Rovesciamo dunque
l'idolo della libertà senza legge, radi- cato nell’ienoranza della verità e
sussidiato dall’impossibile I, nella ragione. Ne vha una legge morale, perchè
si nega la neces: sità? Oppongono che la parola necessità non ha lo stesso
signifi = cato per la natura e per il volere. «Ogni legge naturale — riba-
discono — è causale e la sua necessità non ammette la possibilità del
contrario; la legge della volontà ha invece la forma del co £ mando, e la sua
necessità non è quella della causa, ma quell Bo dell’obbligazione » (1). Ne non
che è assai dubbio che questa di- stinzione sia ammissibile. Essa in fondo
sposta la questione, p per- chè non è la necessità della legge morale in sè ehe
ammetta la possibilità del contrario; ma è la realtà empirica della vita che
(1) Masci, Etica, pag. 203. n” e" Digitized by Roi I Si Gt L'ESIGENZA
DELLA LIBERTÀ l'ammette. Tanto è vero che lo stesso accade per la necessità
della legge naturale, la quale — benchè in sè non ammetta la possibi - lità del
contrario — pure non esclude fuori del suo seno la con- tingenza. Togliete
questa possibilità alla necessità della legge così naturale come morale e tutta
la realtà, proprio tutta, di- venta per lo meno un'astrazione (1). Il principio
di causa natu- rale applicato alla libertà morale non esclude la possibilità
del contrario nella vita, anzi la postula, come fu già detto, me- diante il
potenziamento: se così non fosse escluderebbe nella natura la varietà dei
fenomeni. Ma non è così. Ed è questa la testimonianza innegabile della nostra
coscienza. S 5. E di conseguenza chiarissimo, per chi voglia giudicare con
buona fede, che la tesi dela netessità come condizione dei sistemi liberi e
quindi dell'uomo non può essere buttata via con disprez- 70, senza snaturare le
esigenze della volontà libera e della razio- nalità. Tale essendo la natura
della necessità e della libertà, della scienza e della coscienza, della natura
fisica e dell’uomo, con re- lativamente nuovo ordine di prove, si trova il
fondamento per purgare il bene inteso determinismo da quell'efficacia deleteria
sulla concezione naturale e morale che gli fu sempre attribuita
dall’indeterminismo. Come prezioso allora diventa il contributo recato dalla
nuova soluzione del problema della’ causalità, alto il pregio della scienza
sperimentale restituita alla sua vitale funzione e grande l'impulso che il
pensiero filosofico contempo- raneo può trovare al proprio rinnovamento. |
Dunque è tempo omai che l’uomo moderno, in cui si sono com- piute le più grandi
rivoluzioni della storia, osi guardare in fac- cia anche alle scienze esatte.
Le scoperte delle scienze non de- vono esser accompagnate dall’amarezza delle
lagrime e dalla di- sperazione. Continueremo noi ad ascoltare le parole ambigne
della vita ingiuriando la scienza? No, l'uomo moderno non deve aver paura di
vivere armonicamente con tutte le sue funzioni; no, l’uomo moderno non ha il
diritto di prendere la posa roman- tica d’un cterno ferito davanti a qualunque verità.
Contro il du. plice assalto degli ipocriti e degli illuxi bisogna reagire.
Biso- (1) Masci, Etica, pag. 121. 366 SEZIONE III - CAPO II gna provare che
l’utilitarismo è il frutto non già della conoscenza scientifica ma della
malignità. Bisogna provare che il mondo e l’uomo non sono una prigione in cui
si agiti dolorosamente l’a- more e irridano gli schemi deterministici della più
coattiva cau- salità. Tali restano per chi, negando i diritti della conoscenza,
voglia ridurre ogni cognizione, che di sua natnra è bensì sempre un'astrazione
ma vibrante nell’intensità della vita, ad un mise- rabile residuo sospeso nel
vuoto e disseccato dalla morte. La scienza allora, travisata, diventa una
stimmate di debolezza, un segno di sclerosi della conoscenza, il prodromo della
paralisi. Ma per chi sì lasci penetrare dallo stato d’animo famigliare agli
amanti e agli scopritori della verità, ogni progresso scientifico è pretesto
alle più feconde aspirazioni, ogni determinazione can- sale è segno d'una nuova
scoperta di libertà e occasione di slan- cio verso la libertà sintetica
universale. Se dunque la libertà è un fenomeno che non sì distrugge ma si
giustifica per le conqui- ste della scienza e si restaura con questa, non ci
rimane che di comprenderla come una rivelazione della logica della natura tutta
quanta e della vita, che promuove e moltiplica in ogni ‘ampo le nostre energie.
È questo appunto il grande concetto che la critica moderna va facendosi della
logica e quindi della sclenza. La logica non ci spaventa più, anzi il suo
ritorno è sa- lutare in ogni campo. E una specie di ritorno alla vita per la
vita cioè per quelle condizioni necessarie e sufficienti che la fanno
possibile. È il gusto della verità congiunta colla bellezza e colla bontà senza
riserve, è la gioja del presente scientifico (1) colla sua potenza che
s'infutura e colle sue conquiste, è la vita multi- pla e vibrante con Tamore
cioè con l'accettazione appassionata di tutte le sue esigenze, col coraggio
senza rimpianto che caratte rizza Vanima profonda del nostro tempo. V’ha, se
non erro, una vivificante speranza in questo nuovo indirizzo che sì ispira alla
riscoperta della libertà nel portato medesimo della causalità. L'individuo si
esalta sentendosi libero e solidale con tutto il mondo, cioè tanto più libero
quanto più partecipe della causa- zione universale. Che se, per ultimo, dai più
intransigenti ancora si objetterà (1) Cfr. la mia op.: Del nuovo spirito della
scienza e della filosofia, Torino, Bocca, 1907. L'ESIGENZA DELLA LIBERTÀ 367
che il nostro amore alla scienza, la nostra dedizione alla logica è immorale,
se i più cortesi ci accuseranno di freddezza. d'insen- sibilità, di povertà di
cuore, di meccanismo e via dicendo. por- teremo pazienza. Noi teoretici da
lungo tempo siamo abituati alle frecciate degli intuizionisti che considerano
sempre i loro av- versarj come animali a sangue freddo, incapaci di penetrare e
quindi di vivere lo slancio concreto della realtà. Non è il giudi- zio altrui
che genera il nostro sentimento. Facciamo solo che tutto il grande anelito
della libertà umana viva in noi. poichè sappia - mo che tutto è il volto
vivente della necessità e della libertà sinte- tica universale, le rose,
l'acqua, la foresta, il mare e tutte le cose e la nostra carne e la nostra
medesima coscienza. Oh potessimo sempre essere ancora come colui che ad ogni
aprile sentiva il ri- torno della nuova linfa nelle sue membra ! Oh potesse
sempre Pa: nima nostra inchindersi in maggiore e più intenso giro di leggi
causali per ingrandirsi e infine per liberarsi! Nulla certo è in. differente
all’anima nostra nello spettacolo del mondo, ma. il no- stro amore per la
libertà sopratutto si alimenta della conoscenza delle cause e la nostra vita
per tanto, infinitamente necessitan- dosi in ogni cosa, infinitamente in ogni
cosa sì riconosce, sì sen- te, si vuole e si prolunga. |StT8] . CAPO TERZO
L’autocausalità del volere morale. $ 1. L'uomo come sistema libero funzionante
nell’ordine causale. — $ 2. Come il principio del potenziamento causale della
libertà rientri nei quadri del si- stema tracciato. — $ 3. Come la libertà non
sia il proprio dell’azione morale. Applicazione della volontà libera al bene,
fine della morale. — $ 4. Aspetto normale e aspetto sublime della moralità. — $
5. Triplice periodo dell’evo- luzione storica della causalità. Si giustifica il
principio dell’autocausalità mo- rale; come l’unica via che ci conduce alla
nostra destinazione. $ 1. — Un gran senso di pace e di freschezza si ricava dal
pen- siero che l’uomo, come sistema libero, possa, anzi debba funzio- nare
nell’ordine della causalità, e come potenza autocosciente e autonoma possa
disporre della sua attività, sia pure entro certi limiti, cioè entro i limiti
del suo potenziamento causale. Sapere che la volontà è libera e che il suo
centro spontaneo e progres- sivo si concilia teoricamente e praticamente col
determinismo causale è il solo conforto e il solo compenso in mezzo a tante
amarezze e umiliazioni dovute ai bisogni inferiori della nostra natura. Senza
questa positiva certezza non sapremmo che farci nè della scienza, nè dei
codici, nè dell’opinione pubblica. Può ad altri giovare il fatalismo, a noi
giova custodire questa certezza della nostra crescente capacità di liberazione,
da cui solo rica. viamo la forza di sperare un più equo assetto sociale e la
reden- zione delle plebi e di agire con tutto lo slancio in nome della giu-
stizia crescente dell'avvenire. E una questione di fatto, pure vi si pensa
troppo poco e la ra- A. PastoRE — Il problema della causalità - Vol. II 24. 370
SEZIONE III - CAPO III e nni gione mi pare questa. Noi, per l’ordinario,
viviamo tanto alla superficie di noi stessi che la vita vera della causalità
liberatrice, che è poi la vita irradiante dall’interno, ha finito per sembrarci
un accidente. Tutto quanto si afferma della causalità nella vita morale, si
dice, è freddo artificio; puro giuoco di schemi, pura astrazione formalistica
degli intellettualisti. Confidenti in questo loro preteso antintellettualismo,
i negatori del fondamento can- sale della libertà, parlando una lingua sola,
quella dell’indeter- minismo, credono di potere, meglio che in qualsiasi altro
modo, sentire ed esprimere la loro profonda vita nell’intuizione. Quindi la
loro volontà cerca di approssimarsi ad un ideale che essi ri- tengono fuori
d’ogni serie causale, anzi contradittorio al prin- cipio di causalità e lo
chiamano ideale di libertà creatrice, nel senso che solo esso, a parer loro, ci
libera dalla necessità causa: tiva, e non lo vedono atfferrabile che nello
slancio vitale. In com- penso abbandonano la scienza come se non cercasse che
la realtà grossolana e utilitaria e ci allontanasse dalla vera umanità. Ma
tuggiamo questo errore profondo che, nelle sue estreme conseguenze, nega
lPumanità della scienza. Gli corrisponde in etica l'errore non meno profondo
che nega la responsabilità, per la scusa che, se tutto ha una causa necessaria,
nessun male è im- putabile. Noi, quanti amiamo la vita malgrado i suoi dolori,
sen- tiamo tutti che non dobbiamo spingerci tanto oltre. V'ha infatti una
responsabilità che non può essere seriamente contestata. Noi possiamo senza
dubbio fare molto male intorno a nol, contrastando l’interesse sia generale,
sia particolare del- l’umanità coll’ingiuriare, col rubare, col ferire,
coll’uccidere i nostri simili, e con la più chiara coscienza di fare il male,
anzi con una volontà predeterminata e costante. Non possiamo negar- la, senza
porci a livello dell’egoismo ; condotta turpe che nes- suno potrà impedirci di
disprezzare. Nessuno inoltre ci conte- sterà almeno il diritto di aspirare agli
ideali più alti della vita. Ma già basta che si desideri un ideale e lo si
voglia, perchè Vi- deale discenda in qualche modo nella realtà. E perchè ? Per
la virtà antocausatrice dell'ideale medesimo, quale germe d’inten- sità e
d'espansione. L'importante è adunque che si rettifichi il ritmo della vita e
degli ideali cioè della volontà, affinchè un'i- berrazione di questa non ci
getti in un mondo vilmente imagi- Lal cio - sr L'AUTUCAUSALITÀ DEL VOLERE
MORALE ‘ 371 nario e non cì sfugga la nostra migliore realtà, annientata dalla
nostra follia. Che cosa è il bene stesso se non il nostro più nobile ideale che
in quanto è conosciuto, amato e voluto da noi, nell’universale unione degli
spiriti si realizza? C'è del vero nell’idea di Nietz- sche che l’uomo deve
diventare sempre più una volontà di po: tenza, ma la teoria sarebbe impotente
se la volontà non fosse real- mente potenza di causare e quindi di liberarsi.
La formazione degli vomini migliori, l'elevazione del tipo umano non dipende
forse in massima parte dalla possibilità di scegliere la direzione favorevole
agli atti che servono al progresso? Se l'uomo non avesse la capacità di
spostarsi, di metamorfosarsi, di progredire, insomma di causarsi, qual divario
dagli esseri inferiori? Colui che impara a situare il principio direttivo della
sua condotta in un ideale, non solo diverso ma superiore al livello attuale in
cui egli è, e a vivere di conseguenza, sl crea un motivo potentissimo
d’elevazione, partecipando alla causalità fondamentale dell’uni- Verso, $ 2. —
Tornando al principio filosofico proposto nella Sezione precedente, ora è da
vedere come la dottrina del potenziamento causale della libertà rientri nei
quadri del sistema tracciato. L'unità psicofisica della realtà è sintesi
attiva, sviluppantesi per momenti successivi di individuazione da ciò che
astratta mente diciamo natura (prevalenza del fattore fisico) a ciò che
astrattamente diciamo spirito (prevalenza del fattore psichico). La causalità
attraversa tutto il piano della realtà psicofisica, Come un ritmo unico che va
dalla natura allo spirito. Ciò posto, siccome la riflessione critica procede
per astrazioni e anch'essa segue la legge dell’individuazione progressiva,
torna comodo dire che in un estremo della realtà (ma in verità la realtà non ha
estremi) predomina la determinazione naturale o esterna, nel- l’altro predomina
la determinazione spirituale o interna. La cau- salità, come ritmo ricorrente
di tutta la realtà, verso il primo lato è, o meglio ci appare, atto esplicito
di coazione (causalità. naturale) ma potenza implicita di libertà (causalità
spirituale) ; verso il secondo lato invece è, o meglio ci appare, atto
esplicito di libertà, ma potenza implicita di coazione. . 372 SEZIONE III -
CAPO III «Questo significa, come già fu ripetuto nei capitoli antecedenti, che
la causalità stessa — ma a certe condizioni, che son poi quelle del
potenziamento causale — è virtù liberatrice, cioè vittoria dello spirito (1).
Tutto è in relazione causale nell’unità psico- fisica della realtà, benchè in
forme e gradi diversissimi e anche opposti di potenziamento, dalla natura allo
spirito. La libertà è niente altro che una realizzazione di causalità e
precisamente l’autocausazione dello spirito. È il potenziamento interiore della
causalità che rende necessaria nonchè possibile la nostra libera - zione. Val
quanto dire che per lo spirito la ragion d’essere della sua crescente libertà è
il suo crescente potere di necessitarsi. Finchè l’uomo non è capace di causare
e di causarsi egli non è libero, perchè è egli stesso causato ; è egli stesso
agito, non agen- te. A misura che l’uomo trionfa della vita inferiore dei sensi
per elevarsi alla vita superiore dello spirito. sfugge allo stato di cau-
sazione cieca cioè allo stato di servitù e acquista quella causa- zione
vittoriosa e illuminante che noi diciamo libertà, tanto più intensa nella
coscienza individuale quanto più espansira nella società universale delle
coscienze. S3. — Ma la possibilità di risolvere il conflitto tra il princi- pio
della causalità e quello della libertà morale non si ottiene col riferire la
volontà libera al potenziamento causale, con la costi- tuzione cioè di quella
causalità che cessa di essere fatale quando sì effettua in principio di
libertà. La moralità dell’azione esige senza dubbio la volontà libera, però la
volontà non è morale in quanto è libera, rammenta a ragione un geniale
moralista, « ma è morale, in quanto si applica al fine della morale che è il
bene, e non soltanto all’utile personale o collettivo, nè al vero o al bello.
Dunque la libertà non è il proprio dell’azione morale; ma è bensì la proprietà
del mondo #74n0, contrapposto a quello na- turale corporeo » (2). L'azione
morale ha questo di proprio, che . (1) S. Paolo dice: « Chi mi libererà da
questo corpo di morte? » E invoca la grazia divina contro la legge carnale che
combatte la legge dello spirito. Ora, chi non ha bisogno di interventi
straordinarj si contenta di riconoscere la virtù redentrice dell’autocausalità
conseguita per potenziamento causale, entro ì cui limiti, in sostanza, noi
siamo padroni di essere liberi umanamente. (2) Trivero, Nuora critica della
morale kantiana in relazione alla teoria dei bisogni. Torino, Bocca, 1914, pag.
123, 5 L’AUTOCAUSALITÀ DEL VOLERE MORALE 373 invera praticamente tutte le fondamentali
esigenze della vita teoretica. Questo inveramento a sua volta non avrebbe senso
se tra la libertà morale e la libertà psicologica vi fosse un’interru- zione
della serie causale. Respinto questo jato, noi siamo neces- sarlamente
ricondotti ad ammettere un rapporto necessario tra questi due ultimi gradi
della causalità e dobbiamo per conse- guenza esaminare come sia possibile
l’ultimo grado che si mani- festa nella vita morale. $ 4. — Il concetto etico
della libertà include due aspetti : 1° l'aspetto normale della moralità ; 2°
l'aspetto sublime. Entrambi questi aspetti sono sintesi di ragione teoretica e
di ragione pratica, perchè lo sviluppo dell’umanità si attua sul piano d’un
principio unico. Nell’aspetto normale lo spirito non fa che attuare pratica ?-
mente nelle tre forme della libertà, della solidarietà e della giustizia la
triplice esigenza della conoscenza, del sentimento e della volontà che è
fondamentale alla sua coscienza. Quando Puomo realizza nell'unità concreta
della sua condotta queste tre esigenze egli è morale. E poichè in questa prazis
di moralità, progressivamente causandosi come libertà (individuale), solida-
rletà (sociale), giustizia (universale), l’uomo effettivamente si in- dividua,
diciamo che egli è moralmente libero, essendo l’indi- viduazione il processo
più caratteristico della liberazione, e il bene morale consistendo appunto
nell’applicazione della volontà, libera a questo triplice fine. L'aspetto
sublime della moralità si manifesta nell’atto eroico del sacrificio. $ 5. — Da
tutta lanalisi che precede risulta che la causalità nella sua evoluzione
storica per successivi gradi di potenzia- mento si svolge in un triplice
periodo, cioè : 1° il periodo della causalità cieca ; 2° quello della cansalità
libera ; 3° quello della causalità morale. La causalità morale, che è essa pure
principio di libertà, pre- suppone la libertà psicologica (causalità libera),
ma non sì iden- 374 SEZIONE III - CAPO III tifica con essa. Ogni prodotto
successivo del potenziamento cau- sale è connesso necessariamente colla fase
anteriore, ma si di- stacca da essa come frutto maturo dall’albero che l’ha
nutrito. Così una prima libertà, negativa, è il potere di inibizione, di-
fensiva e reattiva all'impulso cieco e meccanico ; una seconda li- bertà, positiva,
è il potere d'iniziativa, conquistatrice ed ordi- natrice, E queste sono di
natura. psicologica (in s. s.). La libertà più eletta e veramente umana si
raggiunge con l'ulteriore per- fezionamento dello spirito che costituisce la
vera libertà morale, la quale vive nella giustizia e per la giustizia come
sintesi equi- librata di libertà e di solidarietà e si sigilla con l’atto
sublime del sacrificio. Tutte queste forme della libertà sì attuano in quanto
l'uomo sa porsi un fine e in quanto perviene alla conoscenza dei rapporti
causali immanenti alla realtà, cioè sì pone nel rapporto concreto SroOe
realizza l'unità psicofisica con piena coscienza della re- lazione. In tali
condizioni di progressiva antocoscienza dell’unità. psi- cofisiga del reale,
l'uomo può allontanare e neutralizzare i fat- tori contrarj alla propria
elevazione, far convergere i favorevoli, autocausarsi nella giustizia come
sintesi di libertà e di solida- rietà (1) e testimoniare della vittrice
moralità del sno fine col sacrificio. L'autocausalità morale! ecco il sole dei
pochi. Ma rimane sempre la più consolante certezza della nostra -co- xcienza e
la possibilità delia nostra crescente elevazione. Non dobbiamo pertanto
considerare questo ideale, ehe richiede cer- tamente una serie continua di
sforzi per realizzarsi, come un gran deserto che ci allontani dalla nostra
meta, ma piuttosto come TUumea strada che ci conduce alla nostra destinazione. Qui creuse la
terre asses Grant, ammonisce il Guvan, finit par rclrourer le ciel. (1) Queste tre esigenze tipiche
della vita morale: la libertà (individualità), la solidarietà (socialità) e la
giustizia (universalità) corrispondono in certo modo ai tre caratteri della
legge morale secondo Kant : l’assolutezza, l'obbligatorietà e l'universalità.
La libertà è l'esigenza dell'ego come assolutezza, la solidarietà è l'esigenza
dell'alter come legalità, la giustizia è l'esigenza dell’Romo come
universalità. n L’AUTOCAUSALITÀ DEL VOLERE MORALE 375 Sia questo lo sforzo più
ardente delle nostre aspirazioni, nello scopo del bene universale. «Per un
cuore appassionato, dice Edgardo Poe, il sogno è migliore del vero, pure se il
sogno sia dolore ». Autocausarsi, realizzando sempre più alti valori ideali di
ve- rità, di bellezza e d’amore universale. In quest’ultima conquista
sopratutto, tanto più intensiva rispetto alla coscienza indivi- duale quanto
più espansiva rispetto alla società delle coscienze, è la più nobile
espressione del potenziamento causale e solo in essa consiste la moralità. (od
CAPO QUARTO Concezione drammatica della vita morale. Cet étre souffre, donc je
laime. Guvat. L’irréligion de l’avenir. $ 1. Ufficio filosofico dell'amore. — $
2. Il saerificio come legge sublime dell’a- more. — $ 3. Il senso morale della
vita. Il senso del vero e il senso del mi- stero. Le grandi speranze. — $ 4. La
morale come esercizio della catsalità della coscienza entusiasmata dall'amore,
— è 5. La realtà delle opere spiri- tualizzatrici della vita. L'ora della
morte. Necessità di prender possesso di quel noi che è fuori del nostro
individuo. Fecondità morale della bellezza. $ 6. Valore del suicidio di fronte
all'esistenza reale del yenere. Vero senso della nostra moralità cioè della
nostra libertà morale di autocausazione. Ac- cordo dell'amore colla tristezza,
fusione del sapere colla volontà. $ 1. — S. Agostino compiange i Platonici
d'aver conosciuto la patria ove bisogna andare, ma non la strada che vi condu-
ce (1), strada rivelata invece dal Cristianesimo coi tre dommi della creazione,
del peccato originale e dell’incarnazione. Per questa via, secondo lui, si
risolvono i due massimi problemi del- l’origine del mondo e dell’esistenza del
male, davanti ai quali ha naufragato tutta l'antica filosofia. Ciò che seduce
NS. Agostino, ed è precisamente il solo punto che può dare un valore umano alla
sua dottrina, è l'esplicita confessione della necessità dell'amore per
innalzarsi all’interpre- tazione suprema dell'universo. Nel domma cristiano,
egli lo dice apertamente, l’amore colma labisso che separa la creatura dal (1)
S. AGostIno, De civ. Dei, X, 23. 373 SEZIONE III - CAPO IV creatore, come
dall'origine dei tempi aveva colmato l’abisso che si stende fra la creatura e
il nulla. Noi avremmo una ben debole ombra di ciò che è la dottrina di S.
Agostino se non riconoscessimo che tutta la sua speculazione dell'infinito
principia e termina con un atto d'amore. Ma chi più di Platone riconobbe
l'ufficio filosofico dell’amore? Questa riflessione non è che un omaggio alla
profonda ed intima parentela di S. Agostino col platonismo, e mira a farci
compren- dere che NS. Agostino ha spinto troppo lungi il suo compianto dei
Platonici per la loro ignoranza dell'amore come vera via, tanto più che il
perpetuo onore della filosofia cristiana è d’aver messo in pratica ciò che la
filosofia platonica ha presentito, sia sul principio del sommo bene come verità
ed amore, sia sulla neces- sità di cercarlo come somma bellezza. i c Che cosa
amiamo ed ammiriamo noi, domanda a sè stesso S. Agostino, in questo santo
vecchio consumato dal tempo, in questo martire il cui corpo solcato dalle
battiture non offre che membra insanguinate? E forse qualche bellezza fisica
che possa colpire gli occhi? No; ma è l'incorruttibile bellezza della giu-
stizia, della santità e della virtù: bellezza che l'occhio interiore può sempre
scorgere, e da cui tanto più è colpito quanto è più puro » (1). Senza usurpare
il dominio della teologia, noi possiamo qui ri- connettere la nostra concezione
della morale ai sommi principj della filosofia platonica e di NS. Agostino, per
quel tanto d’uma- nità che costituisce il più bel titolo di gloria della
tradizione filosofica. S 2. — La moralità consiste, secondo noi,
nell’emancipazione della causalità del volere dalla causalità dell’impulso, e
si ri- vela nell'ordine morale che è sintesi di libertà e di solidarietà nella
giustizia. Ma non basta conoscere per teoria in che consiste la moralità,
bisogna vivere moralmente. E non si vive moralmente se non si ama, perchè amore
è giustizia, amore è solidarietà, amore è li- bertà. (1) Zbid., S. CONCEZIONE
DRAMMATICA DELLA VITA MORALE 379 La moralità come conquista autocausativa e
quindi come po- tenza liberatrice della coscienza, prende una forma altamente
drammatica quando ci impone di riconoscere che il sacrificio è la legge sublime
dell'amore. Le tre idee dell'amore, della bellezza e della verità sono con-
cette ad un tempo nel dolore, e si convertono reciprocamente. La felicità
sopramondana è l'illusione dei teologi che vollero conciliare lo scopo della
fede collo scopo della morale. Noi evitiamo l'illusione della teologia,
riconoscendo che la do- lorosa bellezza della verità, per chi sa amarla e
volerla nell’in- finita tristezza della fortuna, è il solo principio, sempre
nuovo nella forma, che ne sigilla il valore morale. S'avanza Tumanità “verso lo
scopo supremo della vita, commossa dalla più nostal- gica brama. Speranza di
gioie immortali le sorridono al fianco. Ma la fatalità esterna trascina tutte
le circostanze che dispon- gono della giola. Non riusciamo che ad accrescere i
nostri doiori nell’atto in cui cerchiamo la felicità. Tale il fatto ; pure
perchè sì persegue l'ideale anche se è così arduo ? Perchè la certezza di
incontrare il dolore non distoglie Veroe dal sacrifizio ? La carne é vile ma
concreta e il suo piacere almeno è positivo ; mentre la virtù è astratta e i
nove decimi delle sue gioie non. trascendono la regione del sogno. In una
parola, il finito è pre- sente e gli egoisti lo cercano, lo vivono, non pensano
ad altro ; troppo felici di guadagnare la vità con tanta rapidità. A chi dunque
non basta il presente ? ON, io lo sento, i chi non sia sordo all'appello
dell’infinito. No, li vera vita non sì vive nel piacere del presente : si
spreca. Non saremo mai vivi finchè non avremo riconosciuta la vanità di star
attaccati a ciò che passa sì in fretta, compresa la nostra miserabile amima
(1), non illuminata dallo spirito. Concedlamo tuttavia che questa ragione non
possa convincere (1) In un senso, non molto diverso, si deve intendere la
sentenza evangelica . come radice di ogni virtù: « chi non dimentica sè stesso,
non è degno di sa- lire al regno dei cieli ». El qui non
accipit crucem suam, et sequitur me. non est me dignus. Qui inveniet animam
suam perdit illam, et qui perdiderit animam suani propter me, inveniet me.
Matti, x, 33. — Qui amat animam suam. perdet cam ; et qui odit animam suam in
hoc mundo, in vitiam acternam custodit cam. Tou., XII, 25. Qui certo Vanima in
Roc mundo signitica le passioni. la concupiscenza della carne, ciò che è fango
e sangue, l'umanità inferiore. 380 NEZIONE Ill - CAPO IV tutti: concediamo che
l'intelligenza non sappia da sola deter- minare la nozione del bene e del male;
concediamo che la virtù non esca dai sillogismi. $ 3. — Ma il senso morale
della vita, lungi dallo scomparire, rimane ; si riduce all’esigenza dell’amore
del bene, malgrado ogni dolore ; sorge superiore alla nostre piccole conoscenze
; non tocca i teoremi; non respinge la logica; non impone l’errore in luogo
della verità. Ma è l’irradiazione d'una nuova verità che emerge penosamente dal
seno più profondo della vita. L’uomo esteriore tace, ma l'uomo interno, come il
seme, ha un senso profetico del- l'avvenire. Così nel dilemma del bene e del
male c’è qualche grande ragione non apparente che sfida l'insuccesso del genio,
il trionfo dell'egoismo, la persecuzione della virtù. Anche questo è un fatto
indubitabile e non è vero, quel che dice il Mandeville, che tutti gli uomini
sarebbero vili, se lo osassero. Inoltre, il senso del vero e il senso del
mistero vanno insieme intimamente congiunti. Si direbbe che la potenza dell’uno
sia la condizione della potenza dell’altro. E benchè ambedne, forse, aspirino:
egualmente al primato, non possono dividersi, costi- tuendo i poli opposti
della nostra coscienza. Ben considerato per- tanto non può raggiungere lo scopo
chi non riconosca questa doppia esigenza. Egli è in forza di questo doppio
senso che la realtà ci rivela la sua doppia natura. Vogliamo verificare ogni
cosa ? Dobbiamo ammettere la verità doppia ed una della realtà. Tutti gli
oggetti ingrandiranno. Indagheremo il senso nascosto d’ogni fenomeno, la
corrente profonda che scorre in ogni cosa, il soggetto d'ogni oggetto,
l'oggetto d'ogni soggetto, l'anima e il corpo d'ogni realtà. La pretesa dei
miopi è appunto quella di Sopprimere ogni lontananza. quella dei presbiti di
sopprimere ogni prossimità. Evitando accuratamente queste esclusioni, ri- conosciamo
che il mondo delle apparenze non ci basta. Nous ne royons
jamais qu un seul coté des choses, L'autre plonge cn la nuit un mystere
cffrayant. Ogni cosa ha pertauto un
carattere misterioso, come se fosse 1Mmersa in una vita invisibile. Ogni
piccola esistenza partecipa CONCEZIONE DRAMMATICA DELLA VITA MORALE 381 «a
qualcosa d'enorme. Ogni parola è come la nota d’una sinfonia immensa che,
arcanamente vibrando fra la realtà ed il sogno, ci solleva alle porte
dell'infinito. Ma il dubbio incalza. | Non condanniamo il lavoro dei secoli
affermando tutto ciò? Non ci facciamo un concetto falso dello sviluppo
dell’umanità, deducendo il senso della vita, non solo dalla riconosciuta ve-
rità, ma ancora dal sentimento di tutto ciò che è inesplicato nel mondo e pare
in contradizione col vero? Non aumenteremo il discredito della scienza
giustificando il sospetto di tutto ciò che nella natura non cade sotto la presa
dei sensi? Non riapriremo le cicatrici ascetiche ereditate dal medio evo
ammettendo, sia pur solo in poesia, la causalità del soprasensibile? Non è il
sc eno d’una querimonia inutile quest'impazienza dello spirito con. tro le
catene della materia? Non è un pessimismo impotente, di cui fa d’uopo liberarci
per sempre? Tutt'altro; anzi chi credesse di poter negare il dolore per su-
pperare il pessimismo. non solo non vincerebbe nulla, ma false- rebbe lo stesso
concetto della realtà (1). Il pessimismo non si vince negando il dolore ma
riconoscendolo e allontanandolo, co- me non si vince lo scetticismo negando il
mistero, se il mistero è lo sfondo della verità. Giacchè il peso insensibile
d’un senti- mento può arrestare la mano al vincitore, giacchè la meditazione
medesima — essa così fatta di essenza incorporea e immateriale — contrae i più
atletici corpi sotto il suo sforzo (rammentate il Pensatore di Redin), il
pensiero è reale, il dolore è reale, l'ideale è reale. Scevri da ogni tumida
ostentazione (2) riconosciamo stoicamente la realtà dolorosa della nostra vita.
Di questa do- lorosa conoscenza la nostra ragione non si deve sbigottire. La
rinunzia dell'uomo a interrogare i segreti della realtà sarebbe una debolezza
non minore di quella che ne sposta la soluzione nell’oltre tomba. Quale scampo
peraltro? Nessuno. (1) Sul contrasto, la lotta e quindi il dolore appartenente
all'essenza, vedi B. SPAVENTA, Principj di etica, Napoli, 1904. pag. 61. « E
qui, e non già in una causa estrinseca, è la vera radice del dolore, e anco del
male. Dolore e male non s'introducono da fuori, per opera, come erede la
fantasia, di ostili e mal- vage potenze sopranaturali; ma hanno origine e sede
nello spirito, e sono as- solutamente intimi e spirituali ». (2) Conferisci
Marco AurELIO, Ricordi, NI, 3. 382 SEZIONE III - CAPO IV ST [1 T T TT iu
iéé0@6@@,@@ì’ 1] dolore non si elimina, solo si purifica colla virtà redentrice
dell’amore. L'amore stesso non sì purifica che nel erogiuolo del dolore. Di qui
rampollano le grandi speranze, di qui crescono e si moltiplicano quei valori
che, solo in ragione diretta dei dolori affrontati volontariamente, in niezzo
alle linee passeggere della fortuna, rivelano il tipo eterno d'ogni essere e si
slanciano sem- pre più avanti, oltre l'effimero Alcune conclusioni sono
evidenti. Perchè soffriamo? Noi soffriamo perché amiamo, e perchè ab- biamo un
ideale in opposizione colla nostra bassa e feroce na- tura. Solo chi è senza
ideale non soffre. | Amiamo dunque il bene malgrado il dolore ; il bene alla
fine trionferà, nel senso che questo amore medesimo è già il trionfo del bene.
Piaccia o non piaccia, il bene è a questo prezzo. Il do- lore stesso allora si
giustifica se è condizione della nostra. virtù. Se lamore non si nobilita che
nel dolore, chi si ribella al dolore non ne intende la feconda verità, non ne
apprezza il valore di purificazione (1). Il segreto della vita morale è forse
qui. Solo l’amore può indovinare il senso della vita. Forse solo il dolore del
sacrificio rende possibili i più alti valori dell'universo (2). S4 — Questa
concezione drammatica della morale fa irresisti- bilmente pensare alla
necessità di tendere più tosto alla vita in- terlore che all’esteriore (31,
perchè i fatti che si compiono prima (1) Sul dolore come condizione e salvezza
dei valori cfr. Gurau. L'irrél., pag. 462. (2) Sopri la parte che il dolore ha
nella formazione del mondo morale cfr. Tanrozzi, Idea d’una scienza del bene,
Firenze, Lumachi, 1901, pag. 163-172. (La sapienza del dolore). Per molti,
abituati a sperare una ricompensa futura dei loro meriti attuali, la
prospettiva del sacrificio, sirà ben poco consolante, e, senza dubbio, li
sent'remo vipetere che questa concezione morale, ancor più in- grata di quella
kantiana del disinteresse, quando fosse accettata non farebbe che restringere
la loro attività altruistica... Notiamo per verità che anche co- loro i quali
sperano l’annientamento totale come ricompensa non sono meno interessati di
coloro ch? vivono nella prospettiva d’una sanzione universale. (3) E s'impone
la necessità di non pretendere alla sopravivenza di quella parte della nostra
stessa vita interiore (l’anima in x. s.) che non ha valore di fronte
all’universale. Troppi ancora credono di essersi liberati dall’angusta cer-
chia dell’egoismo, solo perchè — spogli di ogni interesse corporeo — non pen- ’
i ec elle /’rrr.@@——m@—n’eccr’‘«meri-+-P-tali@i@»@*@ iii e e Tn _ sO O EI I nc
Lc ron i — ne CONCEZIONE DRAMMATICA DELLA VITA MORALE 383 della coscienza
morale non han valore. Se lazione non è pen- stero realizzato, a che serve? Se
la virtù non è effetto d'amore, dove è il bene? Tutta la coscienza concorre
alla vita morale. Ma solo l’amore, come entusiasmo puro, libero da ogni bassa
sen- sibilità, è la causa del bene, In questo senso diciamo che la morale è
l'esercizio della causalità della coscienza entusiasmata dall’amore. La
coscienza degli umili è la rivelazione innnediata di questa verità. Le grandi
azioni morali dei semplici non sono tutte ca- ratterizzate dall’invisibile
presenza d'una spiritualità, onde la loro caritatevole vita, nel lavoro meno
retribuito, nei patimenti più Immeritati si trasfigura? Se una vita è piena
d'amore non ha bisogno d’altro. Il fiume più profondo, dice Tolstoi, non può
aggiungere uni goccia d’acqua a un vaso gia pieno, Non ve- diamo la rosa
sbocciare dal terriccio delle tombe? Non vediamo l’amore fiorire fra le lacrime
e le rovine? Nessuna azione mo- rale è perfetta se non prorompa da un cuore
trafitto crudel- mente dalla sorte. Questo è l'orculto elemento, questa è la
cor- rente spirituale sotterranea che accompagna il mistero della mo- rale. Oh
amore, mistero di bellezza e di dolore! Oh amore, potenza di verità ed
entusiasmo di bene ! tun sei L'unica causa sublime del nostro progresso; perchè
essendo causa sei anche fine. Per te la moralità non è più che la causalità
dell'ideale, vissuta nella coscienza, realizzata nelle opere, prolungata nella
famiglia € nell’umanità. Amare è ajutare quelli che soffrono, ajuto che non si
può dare senza ripunzia ad alcun nostro piacere per il bene altrui: amare è
soffrire per quelli che soffrono senza speranza in alcuna pro- sano omai che a
sulvarsi Vanima. Poichè il vero valore della virtù è nel sa- crifizie completo
d’ogni contingenza, balzar nel bujo giovinette anime senza conforti, il merito
e insieme la condizione essenziale del sacrifizio supremo e nella se- vera
sicurezza di non poter sottrarre alla morte, non che al dolore, neanche quella
coscienza della nostra etlimera individualità che a molti sembra la più
consolante ricompensa d’una vita spesa nell'adempimento costante del proprio
dovere, 384 SEZIONE III - CAPO IV messa di premio: amare è coraggio di
sacrifizio sempre, dovun- que, ad ogni costo. Morale poetica da sognatore? Ma
quando si comincierà a comprendere che la nostra vita non è buona perchè è
troppo lungi dalla bellezza dell'ideale? La poesia è la sola realtà che valga
la pena di possedere, e l’uomo non sarà mai grande se non la possederà. La
nostra conoscenza delle canse, in senso stretto, è angustis- sima, purtroppo.
Questo è ben noto. E tutta la nostra vita visi- bile, del resto. è Così
profondamente connessa con l’invisibile che noi agiamo molte volte, e
sopratutto nei più grandi momenti del- l’esistenza, quasi senza conoscere il
perchè, o almeno giungiamo poco alla volta a conoscerlo in quanto operiamo. S
5. — Domandiamo ansiosamente il perchè di tanti ingiusti dolori? Non possiamo
scorgere nel martirio dell’innocente, nella sconfitta dei buoni, nel trionto
beffardo del malvagi, un van- raggio superiore che almeno valga lu pena? Perchè
sparisce que- sto fiore d’un istante nell'ora eterna ? È evidente che se, ciò
malgrado, i buoni vanno avanti lo stesso per l’amore, i martiri per la libertà,
i genj per l'idea, l’auto- causazione dell'amore ideale come universalità
stessa del bene è la condizione necessaria e sufticiente della nostra vera
realtà. Chi sopprime la causalità ideale sopprime l’uomo medesimo. Noi siamo
tenuti ad accettare la rivelazione di questa verità ; siamo degeneri se
lignoriamo: siamo spregevoli se le resistiamo con la prepotenza dell'egoismo,
Quanti uomini superiori, quasi in ogni secolo. fatti multanimi dall'arte, dalla
scienza, dalla filo- sofia, amarono tanto le opere spiritualizzatrici della
loro vita da trovarle, malgrado la loro sublime inutilità, più reali d’ogni
così detto reale? Solo da questo punto di vista ciò che pare morte è vita e
quella deficienza di esteriorità che ci appare come annientamento di tutta la
nostra energia nell'atto della morte è forse largamente compensata da una
maggiore possibilità di svolgimento in una direzione diversa. Nella parabola
della vità l’estrinsechezza della natura è a sazietà evidente; mentre, di
fronte alla materialità del corpo così fissato, lo spirito a pena traspare. La
qualità — per parlare con una metafora, perchè lo î 2 ©7579. ee "e
o—®oeo€o€—o€o€"“* << >... CONCEZIONE PRAMMATICA DELLA VITA MORALE
385 spirito non è nuda qualità, ma essenzialmente attività (1) — resta come
velata dalla quantità. Ma lesperienza ci ammonisce che già in un'ora fatale della
Stork umana, lora della generazione, il rapporto qualiquanti- tativo della
nostra esistenza è molto diverso da quello che ci presenta La vifa ordinaria,
cioè la qualità è in modo straordi- nario prevalente, mentre la quantità è
ridotta ai minimi (er- mini (2). Non è strano che il potenziamento qualitativo
della specie sia concentrato nella quasi imponderabile massa. quantitativa del
germe organito, senza che il potere progressivo della vità umana sia diminuito
in qualche parte 0 modo sensibile dell’essere suo? AlPinizio di ogni vita
individuale la scomparsa quasi completa del corpo è dunque compatibile colla
permanenza potenziale della vita. Perchè Fora della morte, che segna Ta
scomparsa sensibile del corpo, dovrebbe importare Vannientamento totale di quei
valori che non sono neanche visibili nell'esistenza? Non potrebbe darsi che la
vita, nel suo più profondo valore avesse un modo di es- Sere e quindi di
permanere, relativamente indipendente così dalla massa del corpo, come dallo
stesso sistema dell'io indivi- duale? Non potrebbe darsi che ad una pausa della
vità organica (1) « Lo spirito... non è nuda qualità, imzi alto ». B.
SraveNnTA, Principi di clica. pag. 57. A (2) Soffermiamoci un istante sul
misterioso processo delli riproduzione, dove tutta l’esperienza della specie
passa, di generazione in generazione, traverso ad un piccolissimo germe
organico. « Così nel caso dell’uomo, come ha notato giu- stamente il geologo
americano Shaler, un’imponderabile missa di protoplasma trasmette al figlio
Porganismo, l’intelligenza e tutto quello che la lunga tratti degli antenati è
venuta accumulando nellesperienzia millenaria. Onde gii den- tro i misurati
limiti di ciò che è cognito a noi e nel processo. visibile della vita, vi è una
testimonianza di questo ben sottile vincolo che lega una tenue massa di materit
ad un enorme cumulo d'energia psichica ; e il fatto della ge- nerazione
dimostra che la vit potenzialmente complicata, come quella che si dilegua o par
dileguarsi nell’atto della morte può aver sede e sostegno in con- dizioni di
materia molto semplici, IL che, se non altro, deve persuaderci che le proprietà
delli materia sono così complesse rispetto a quanto noi ne cono- scitamo, da
non potersi tenere il fatto della morte così sostauziale e, per così dire,
radicale da dover trarre seco necessariamente Pannichilamento di tante e sempre
operose energie ». Vedi questo bel passo in Atkssanpro CAPPELLI, Guerra, amore
ed immortalità, Milano, Hoepli, 1916, pag. 149-150. A. PasToRE — Il problema
della causalità - Vol, II, 25 386 SEZIONE IIT - CAPO IV corrispondesse una
fitse di maggiore concentrazione della vita dello spirito? Questo fatto si
osserva su vasta scala in tante fasi del nostro vivere, le quali senza di esso
sarebbero un vero non senso. Del resto siamo noi sicuri di poter morire del
tutto ? Ne, com'è indubitabile, noi siamo in massima parte i nostri morti, se
le loro azioni materiali e spirituali, colle loro conse- guenze prossime e
remote, si estendono fino a noi, dunque i nostri morti sono ancora vivi dentro
di noi. Ciò che ha vissuto vive ancora, e ciò che vive ora vivrà ancora
nell’avvenire e forse In eterno. Se, com'è indubitabile, noi siamo uniti
solidamente con tanti nostri simili per una somma crescente di interessi, di
senti- menti, di conoscenze, di ideali ; se non è una frase vuota asserire che
in certi casi nno stesso cuore batte in ognuno di noi, dunque noi non morremo
del tutto, abbandonando la scena sensibile di questa vita. Anzi, se riusciremo
ad aumentare progressivamente questa meravigliosa solidarietà, vivendo sempre
più e meglio nello spirito altrui, penetrando le anime, fondendo intimamente 1
valori, noi vinceremo sempre meglio la morte, perchè noi im- personalmente
sopravivremo nelle intelligenze, negli amori, nelle volontà dei nostri diletti.
Se, com'è indubitabile, il voi già nella vita dell’individuo è assiti più che
Pindividuo isolato, in quanto è anche universale, e per la sua universalità
partecipa della vita degli altri, se uni- versale stesso, malgrado la sua
impersonalità, può in noi e per noi divenire cosciente del sno valore, e se la
morte non è che la scomparsa dell’individualità inferiore, dunque possiamo con
vi- rile tristezza pensare la dissoluzione del presente individuo. Ciò che più
importa diventa ora evidente. Bisogna prendere interi coscienza di sè } bisogna
cioè prender possesso di quel noi che è fuori del nostro individuo; bisogna
dare un senso e un valore a questa conoscenza, e servircene per dirigere i
nostri sforzi verso La piena consapevolezza dell’umi- versale (1). (!) «
Conosci te stesso. E il punto di partenza e dev'essere il punto d’ar- FIVO »,
VARISCO, Conosci te stesso, 1912, pag. 33. CONCEZIONE DRAMMATICA DELLA VITA
MORALE 387 — Tu sei più largo di quel che credi. Tu sei ancl’io; tu sei anche
gli altri. Il fondo della tua vita s'estende anche fuori del {uo organismo, a
tua insaputa. Notre
poitrine est trop étroite pour notre cocur (1), Cet élre souffre, donc je Vaime
(2). Perchè il poeta-filosofo
così sospira? Perchè Li sua delicati te- nerezza arriva fino all'essere che
soffre; perchè egli ha ingran- dito l'orizzonte della sua coscienza, La sfera
della sua azione mo- ‘ale ; perchè infine allargamento ideale del suo cuore si
risolve nell’allargamento reale della sua stessa esistenza. C'è un senso e un
valore universale così nella rivelazione della bellezza, come nella vera vita
della poesia che nessuna critica in- sisteute sull’arida individualità del
lirismo riuscirà mai a di- struggere, nonchè a comprendere cr veritate. Il vero
carattere del bello non è nè Vindividualità, nè Puni- versalità, ma
l’individualità dell’universale. Egco ciò che dà ra- gione della fecondità
morale della bellezza, dello slancio pe- renne degli artisti verso Vinfinito,
dei veri artisti infedeli al fatto per rimanere fedelissimi all’umiversale. $
6. — Ritorniamo all’interpretazione del dolore. L'estrema paura del dolore non
è ragionevole. TI suo difetto sta nel dimenticare il ritmo della vita, tessuto
inevitabilmente li gioje e di dolori. Riconosciuta la funzione vitale del
dolore ela sua portentosa fecondità non sarà impossibile trarne pro- fitto. Da
che proviene la nostra tristezza ordinaria pensando all'ora della morte?
Proviene dall’idea della dissoluzione del nostro individuo, che si confonde
coll’annientamento completo del noi. Ma se il genio della specie umana nou è
effimero, neanche col suicidio noi possiamo annieutarci del tutto. E può darsi
che qualche spirito forte, nella terribile ora, sap- pia ciò che vuole e ciò
che fa e ne sia responsabile perfettamente ; può darsi che voglia uccidere
soltanto Pindividuo, non per mo- (1) Guyau, op. cit., pag. 469. (2) Gurau,
ibid., pug. 412, ;- 388 SEZIONE III - CAPO IV rire, ma per vivere impersonalmente
nell'universale. Rifugio su- blime. Certo quest'idea — come il bello e il
buono, del resto — è uma specie di tesì senza prova. Ma chi può impedirci di
supporre che ogni uomo, a forza di sapere, damore e di volontà, possa aumen-
tare la sfera della sua azione, projettare nelle altre coscienze i suoi valori,
farsi più penetrabile e più penetrante, vivere più intensamente nello spirito e
negli spiriti, resistere sempre più fortemente alla rapina del tempo, fissare
sempre più a lungo la miglior parte di sè, realizzare infine una progressiva.
vittoria sulla morte? Grande invero, anzi enorme, è la potenza di con-
centrazione spirituale che Puomo — nella sua progressiva ci- pacità di
autocausazione può realizzare, facendosi sempre più intimo a sè, continuamente
rinnovandosi nel perenne inere- mento di sè medesimo. (è forse-anche un superbo
piacere nel sottrarre all’indifferente causalità della. natura una vita, pur
d'un sì rapido momento, e arriechirla del più eletto ideale. (è forse per
alcuno anche un selvaggio piacere nel non conoscere una ragione di più. E per
altri sarà ancora la gioja, Tardente cioja della bellezza, traverso il dolore :
Durch Leiden Preude, L’impresa di Beethoven. D'altra. gioja non brilla la
virtù. E forse il vero senso della nostra moralità, cioè della nostra 11-
Dertà. morale d’autocausazione, che è in pari tempo la nostra sola crandezzia
(in questa. vita che è per tre quarti mrinutilità, quando non è unassurdità 0
qualche cosa di peggio) consiste nella fierezza, chiara e precisa ad ognuno che
ne sia capace, di sapere e di volere vivere senza palliativi, senzat vame
illusioni, nella crescente imarezzia della sorte (1). (un desiderio austero di
vivere per un ideale, malgrado il di- sgusto e anche il disprezzo per fanta
parte della società così detta civile in cui ci sentiamo condannati a
convivere, mal- grado il nostro amore per i luoghi solitarj e selvaggi e
Vistintiva (1) Conferisci : « Pelevazione dello spirito al disopra di ogni moto
soave o insoave della carne, e al disopra della gloriuzza, della morte e simili
cose » che è l'insegnamento di Marco Auggtio. (Ricordìî, X, 8). CONCEZIONE
DRAMMATICA DELLA VITA MORALE 389 e preferenza di appressarcì alla morte nel
consorzio degli umili e dei sognatori. Ecco V’ardente disperazione della sensibilità
di fronte alla vita diseraziatamente cattiva, ecco l’ardente bellezza
dell’amore nella sofferenza, ecco Vardente lotta della libertà a cui non manca
il coraggio di affermarsi anche nell’ora indeprecabile della morte. Certo nelle
ore solenni, quando al peso dei massimi problemi, l’anima è a sè stessa un
eniguia, quando l’esigenza spietata del- l'interesse combatte coll’eroica
esigenza del sacrificio, la conce- zione tragica della vita morale non può
essere vinta e solo l'arte — perchè la bellezza interviene essenzialmente nella
nostra espli- cazione dell’universo — forse solo la veemenza della musica può
esprimere il sospiro profondo dell’umanità. Nell’accordo dell’amore colla
tristezza, nella fusione del sa- pere colla volontà, noi vediamo dunque brillare
La grazia e la potenza inviuribile della filosofia. FINE Digitized by Google tI
TORINO - FRATELLI BOCCA, EpITORI - RoMA-MILANO Biblioteca di Scienze Moderne *
GareLLo. La morte di Pan. Psicologia morale del mito . SPENCER. L'evoluzione
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si diventa ciò che si è ol. PauLSEN. Introduzione alla » filosofia | È x >
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delle religioni i 7 : ò 04-59. WAGNER. Trattato di geografia generale. — Tre
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corso di VE 65. MANARESI. L'impero romano e il cristianesimo 66. TUNZELMANN. La
teoria elettrica ed il problema dell'universo. Con illustrazioni ? d 67.
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Storia : è 68. Zini. La doppia maschera dell'universo. Filosofia del tinpo e
dello spazio 69. JEMoLO. Stato e Chiesa negli sorition politici italiani del
‘600. e del 700 . È : 3 . 70. Crosa. La sovranità popolare dal vado: -evo alla
Sodano fran- cese 71-72. DE SANOTIS. Storia dei romani. — Vol. III in soa Si
Tuotà delle guerre puniche. Con 8 carte geografiche 3 73. Niceroro. La misura
della vita. Applicazioni del metodo statistico alle Scienze naturali, alle
Scienze sociali ed all'Arte nette (4. SerarI. Italia - Le MC Antropologia -
cultura e civiltà. Con 88 tavole s y Ò nette 75. BIANCHI. La meccanica del
cervello e la REANO dei lobi fron- tali. Con 61 figure e 4 diagrammi i ‘ : :
nette 76. 'l'orranIiNn. La fine dell'umanesimo . 3 - ? : nette TT. De PrETTO.
Lo spirito dell'universo ; Î ì % nette » » » » 50 — 24 — 28 — NB. - Questi
volumi si possono avere legati elegantemente in tela con fregi artistici, con
aumento ‘sul prezzo di L. 5 per ogni volume, Digitized by Google IN
PREPARAZIONE: l'uronIi. — Storia delle religioni. — 2* edizione. Loria. . — I
fondamenti scientifici della riforma economica. Masci. — Pensiero e conoscenza.
Dessau. — Origini e sviluppo della fisica moderna. MicHELS. — Patria. VV.
OFFERTI AD ENRICO D’'OVIDIO In occasione del suo LXXV genetliaco DAI
PROFESSORI: E Armansi — G. BernarDI — M. Borrasso — F. Ca- steLLANO — G.
CasteLNuovo — G., FANO — G. Fupini — F. GERBALDI — G. GramBeLLI — N. JAaDANza —
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DI FRANCESCO GERBALDI E GINO LORIA Un volume in-80 — L. 30 ANNIBALE PASTORE — —
——- IL PENSIERO PURO Un volume in-5° — L. 12 Vaio: rt. T = Digitized by 4009 IC APRE ART CPI, PA TOP a OE — IA i ;
Ure 7 MRO i Bn DR e. i | ds a fe ANNIBALE PASTORE ui: Libero docente di
Filosofia teoretica nella R. Università di Genova io di i js 7 NI | Conferenza
Popolare - :5 alla S Nn Società di Letture e Conversazioni Scientifiche i ; IN
GENOVA - GENOVA Tipografia FrateLLI CarLINI FU Gio. BaTTA irta Via XX
Settembre, 22 ‘E ri-,--Eeaùtt.-- elet ni lei —_ ° 1 1 __ MACCHINE LOGICHE
Benchè gli studî e gli sforzi dei filosofi, che cercano di il- luminare le
menti per richiamarle alle leggi supreme della ra- gione, non ricevano ancora
troppo favorevole accoglienza in verun paese e tanto meno nel nostro dove la
filosofia incontra assai più detrattori e nemici che studiosi e cultori;
tuttavia è già ragione di non poco conforto il veder rese possibili, almeno
nelle città più culte, alcune conferenze pubbliche sopra quegli argomenti
filosofici che per l’ addietro si rinchiudevano gelosa- mente nelle aule più
severe delle Università. So che compendiare alcuni de’ risultati più importanti
che si contendano, ai giorni nostri, il campo della filosofia benanco alla
forte schiera delle persone culte le quali provano il bisogno di seguire
(ovunque si manifestino) le fasi del pensiero contem- poraneo è un’impresa
piena di difficoltà e di ostacoli d’ogni maniera. Ed io sono troppo alieno dal
presumere di non fallire più o meno all'intento mio ed alla pubblica
aspettazione ; e non perciò l'impresa cessa di essere un dovere ed un bisogno
per chiunque abbia raccolto da studî coscienziosi il frutto d’una dottrina in
cui creda riposta qualche verità vantaggiosa al- l’opera emancipatrice della
filosofia. Da cinquant’ anni a questa parte il progresso degli studî filosofici
è stato molto favorito dai progressi compiuti nel campo delle scienze esatte e
sarebbe difficile calcolare in modo ade- guato i servigi resi alla teoria
logica, fra l’ altre, dalle scienze matematiche e fisiche. Un aspetto
caratteristico delle più recenti indagini logiche è la possibilità di studiare
i fenomeni logici più astratti dal punto di vista sperimentale. A. PASTORE
Giacchè le ricerche combinabili da questo punto di vista hanno bisogno di
essere poste in piena luce e potrebbero , col tempo e col progresso degli
studî, suggerire una moltitudine di problemi interessanti, io cercherò di chiarire
le basi di questa — teoria, spogliandola d’ ogni apparato filosofico e
riducendola nei termini della logica e del senso comune; traducendo in lin-
guaggio popolare i principî ond’è mossa, i risultati ai quali è pervenuta e gli
scopi ai quali è rivolta. almeno nell’ animo dei suoi promotori. j Tale è lo
scopo di questa mia conferenza (1). Dividerò l’ argomento in tre parti: Nella
prima svolgerò in forma popolare le premesse da cui si deduce la possibilità di
costruire i modelli ideofisici. Nella seconda, chiariti rapidamente i processi
della logica pr) simbolica in generale, farò la descrizione delle macchine
logiche ’ più elementari che servono da modello alle forme elementari ' della
logica, vale a dire al concetto, al giudizio, al sillogismo ilo e metterò in
rilievo i risultati principali ottenuti i Nella terza darò un cenno delle
conseguenze scientifiche e filosofiche più caratteristiche che si possono
derivare. Bi): I Si direbbe a tutta prima che la gran difficoltà della logica i
TA pura debba risiedere nella necessità di scoprire le leggi d’un or- dine di
fatti che si sottraggono completamente ai nostri organi di senso. Per tutto il
corso della vita siamo così abituati a vivere tra e per le cose sensibili,
‘senza imparare a conoscere la vera natura delle cose sentite, che siamo ben
poco disposti a conce- a dere vhe la mente nostra possa giungere a conoscere
con esat- ; tezza quei fatti che escono fuori dell’ ordine fisico. Ritengo per
fermo che moltissime persone, anche istruite , non posseggano una chiara idea
di quel che sia la logica pura: e debbano quindi restare grandemente
maravigliate all’ esposi- zione dei modelli ideofisici, delle macchine logiche
e così via, appunto perchè noi siamo troppo disposti a credere che non 1 208)
abbiano luogo quei fatti i quali appunto non pare che abbiano fi luogo in un
luogo assegnabile qualunque. (1) Conferenza popolare fatta alla Società di
Letture e Conversazioni scientifiche in Genova, il 10 Marzo 1906. MACCHINE
LOGICHE 5 Ma è proprio vero che i fatti di cui si occupa la logica pura si
sottraggano completamente ai nostri organi di senso? Questa domanda ne involge
un’ altra. Che cosa sono i fatti della logica formale? Sono i fenomeni
morfologici coi quali e nei quali si mani- festa e si svolge la vita dell’ umano
pensato, (badate che non dico dell’ umano pensiero), qualunque ne sia il
contenuto psico- logico concomitante; sono le forme geometriche pure in cui
cri- stallizzano per dir così le varie nozioni che s’introducono nel nostro
ragionamento. Come, generalmente parlando, ciascun minerale, quando
cristallizza, assume una forma particolare e costante la cui co- noscenza basta
soventemente a palesare la natura del minerale cristallizzato; così ciascun
ente mentale, quando si concettualizza definitivamente in un pensato qualunque,
assume certe forme tipiche particolari i cui caratteri il più delle volte si
possono valutare in modo preciso ed anche esprimere con misure nume- riche
definite. Trattasi ora di sapere se questi fatti o prodotti morfologici del
pensiero che si riscontrano nella struttura dei concetti e nel processo del
ragionamento procedano a caso ed a ventura, come eventi al tutto accidentali e
fortuiti o invece a tenore di rap- porti costanti determinabili se non sempre
determinati; impe- rocchè fuori di questa ultima ipotesi la riduzione dei fatti
lo- gici a modelli meccanici esatti tornerebbe impossibile, e il con- cetto
Stesso d’ una dottrina logica qualunque involgerebbe ripu- gnanza. A tal
riguardo io non posso credere che non si capisca immediatamente che l’esistenza
di leggi logiche è la condizione necessaria per l’ applicazione del metodo
sperimentale allo studio dei fenomeni logici, come l’ esistenza di leggi
naturali è la con- dizione necessaria per l’applicazione del metodo
sperimentale allo studio dei fenomeni della natura. Ma esistono veramente
queste logiche formali regolanti tutte le forme del pensato? Tale è la
questione preliminare dalla cui soluzione dipende tutto l'indirizzo di questo
studio. Orbene e la ragione induttiva ld TE © e db ei 6 A. PASTORE e la
deduzione astratta sono concordi nel riconoscere l’ esistenza di queste leggi
logiche come certa ed indubitabile. Infatti, riflettendo al processo ascensivo
che la natura segue regolarmente negli ordini della vita universale, nei quali
ai gradi inferiori e rudimentali rispondono leggi assai semplici e generali e a
mano a mano che gli organismi divengono più compiti e le funzioni più elevate,
non vanno già cessando le leggi, ma anzi se ne manifestano altre ed altre via
via più complesse e speciali, come mai e perchè dovremmo ammettere che la vita
del pensiero umano debba la sua maggior perfezione al fatto che le forme
inferiori sono determinate da un certo or- dine di leggi, ed essa invece da
nessuno? Quando mai la mancanza delle leggi ha conferito un pregio qualunque ad
un fenomeno qualunque dell’ universo? Un concetto simile non varrebbe certo un
omaggio alla dignità delle spirito umano, le cui produzioni nella serie delle
epoche scorse (le quali abbracciano un periodo grandemente ba- stevole a
chiarire e risolvere il nostro problema) si sono verifi- cate e ripetute con
una regolarità tanto superiore agli arbitrî dell’ individuo quanto alla
sorprese della fortuna. Ma abbando- niamo anche questo argomento induttivo per
quanto riceva piena conferma dalla ragione storica. E andiamo più oltre. V'è
un’altra serie d’ argomenti e di metodi la quale parla ancora più chiaro,
rendendo direttamente possibile alla ragione di tradurre quell’ ipotesi in una
teoria scientifica sostenuta da prove irrefragabili. Perocchè, se è vero che
gli enti logici in sè considerati non- dimorano nella ragione dei sensi,
fortunatamente noi possiamo in certo modo farli cadere in una regione che ne
rende possi- bile l’esperienza; talchè il loro studio ci è reso possibile in
più modi : primo, collo studio comparativo del linguaggio e della scrittura in
cui gli enti logici in certi casi si esprimono com- pletamente ; secondo ,
collo studio analitico di certe corrispondenze (che ora non è il caso di
chiarire) fra le proprietà degli enti logici MACCHINE LOGICHE T e le proprietà
di certi enti geometrici, donde risulta che tanto i sistemi logici quanto quei
sistemi geometrici si possono con- siderare come subsunti o compresi in un
certo concetto generico le cui proprietà deducibili valgono così nella logica
come nella geometria; finalmente, collo studio dell’ analogia fra i sistemi
logici e certi sistemi meccanici, le cui proprietà saranno desunte fuga-
cemente nel seguito. Nel primo metodo sono la comparazione e l’ analisi linguistica
che ci aiutano positivamente .a stabilire la teoria logica, sebbene non si
possa dire, come afferma il Croce p. es., che tutto il la- voro infine si
riduca a projettare la forma del linguaggio nella forma del pensiero, giacchè
anche per questa via i sussidî ver- balistici sono oltrepassati rapidamente e
le teorie formali deri- vanti non restano affatto falsificate dai caratteri
accidentali ed estrinseci del linguaggio. Per le altre vie tanto meno si
giusti- fica l'appunto del pregiudizio verbalistico. Ma, tralasciamo ogni
questione pregiudiziale e scendiamo ai particolari della prima ricerca.
Riflettendo un poco vedremo che ad ogni ente logico astratto corrisponde o si
può far corrispondere nel linguaggio e nella scrittura un segno (vocabolo
fonico, termine grammaticale) ben determinato ; quindi si capisce che è sempre
possibile compiere l’analisi rigorosa degli enti logici, lavorando prima sui
segni linguistici e grammaticali e poi risalendo da questi a quelli. Dimostrerò
in appresso, in modo più ampio, che questo procedimento di ricerca, dai segni
agli enti significati, questa so- stituzione del segno alla cosa e questo
ragionamento sui segni invece che sulla cosa significata, mentre restano la
maniera di in- vestigare effettivamente esercitata quasi in ogni caso nel campo
della scienza, ci condurrà necessariamente alla costruzione ed alla
giustificazione delle macchine logiche che si impiegano con , tanto vantaggio
alla ricerca delle leggi del ragionare. Studiamo frattanto con quale processo
si possa giungere da questo punto di vista alla determinazione rigorosa di quei
primi dati logici che ci permettono la messa in opera d’ una macchina logica
qualunque. A la A. PASTORE ata Gli uditori seguendo con attenzione lo sviluppo
di questo edificio capiranno, agevolmente che cosa fa lo spirito nostro quando
dà origine al più semplice nesso logico binario che è il giudizio espresso
verbalmente dalla proposizione. Per chiarire le nostre idee su questo argumento
cominciamo a dichiarare che tutti i giudizîì semplici sono sempre riducibili ad
un tipo unico di costruzione. Ogni proposizione semplice è sempre - la riunione
di due termini mediante un verbo, che è detto copula per la sua funzione d’
accoppiamento. Si accetti pertanto come un postulato fondamentale che in tutti
i casi giudicativi noi ci troviamo sempre di fronte a due termini riuniti in un
rapporto. Cominciamo ora dai termini poi passeremo al rapporto. Dal momento che
ogni giudizio deve porre con esattezza qualche nozione innanzi all’ altrui
intelligenza si scorge che nes- sun giudizio può mai sussistere come forma
significativa se i due suoi termini non sono considerati in una maniera ben
definita. Da ciò si comprende che tutti i concetti o termini del giu- dizio —
qualunque sia il loro contenuto materiale — non pos- sono mai entrare nei
quadri del giudizio, senza ricevere un va- lore ben definito rispetto alla loro
quantità. Questa operazione dicesi appunto quantificazione dei termini logici,
e si effettua (quando ha luogo) mediante l’ aggiunta di certi segni quantifi-
cativi (articoli, aggettivi ecc.) che indicano sempre con chia- rezza i due
punti di vista sotto cui sono considerati i concetti: punto di vista della
classe (universale), punto di vista dell’ indi- viduo (particolare). Per questo
riguardo tutti i concetti suscettibili d’ entrare in una relazione giudicativa,
qualunque sia il loro contenuto ma- teriale , sono disponibili in due
categorie: concetti di classe o universali; concetti di individui o
particolari. Quanto alla relazione giudicativa l’ analisi del linguaggio
dimostra che la copula assume pure due valori ben definiti ed opposti da cui
risulta ciò che si dice la qualità del giudizio. Quest’ operazione si effettua
analogamente mediante l’ ag- giunta di certi segni qualificativi che indicano
sempre con chia- MACCHINE LOGICHE 9 rezza i due punti di vista sotto cui è
considerata la relazione giudicativa: punto di vista dell’ affermazione, punto
di. vista della negazione e dicesi appunto qualificazione del giudizio. In
conclusione colla determinazione rigorosa di quattro va- lori (due
quantificativi per i termini, due qualificativi per il rap- porto) ogni
giudizio risulta perfettamente spiegato dal punto di veduta della sua forma,
vale a dire, astrazion fatta da qualsivoglia contenuto, 0 significazione
materiale dei termini. E così resta provato, almeno per questo primo e più sem-
plice procedimento, che i fatti logici fondamentali sono suscet- tibili di una
determinazione scientifica rigorosa. Degli altri due procedimenti indicati, che
non sono in alcun modo così ovvî e anzi al contrario molto remoti dalla pratica
ordinaria, dirò poi a suo tempo quanto basti a mostrare come sia ampia la parte
che spetta alla pura ragione nell’ esame delle questioni scientifiche, e quanto
dovrebbe esser implicita la nostra confidenza in quel potente e regolare
sistema di norme e di metodi che costituiscono l’ analisi delle scienze esatte.
Finalmente dal sin quì detto risulta che noi abbiamo di- stinto nei prodotti
più modesti del pensiero ciò che si può dire nettamente la forma dalla materia.
Per materia s’ intende il dato dell’ esperienza sensibile, il il contenuto, gli
elementi oggettivi, le note, gli individui, il ciò che viene pensato in una
parola. Per forma s’ intende il-modo in cui questo dato informe viene compreso
dal pensiero e fissato nell’opera mentale che ne risulta. Ciò che dicesi forma
rivelasi così come l’ orditura logica del pensiero, lo stampo, l’impalcatura
delle note e degli elementi sensazionali. Ancora s'impone la necessità di
distinguere nettamente il pensiero dal pensato. Il pensiero è l’ attività
mentale che concepisce. Il pensato è il prodotto, l’ opera, l’ atto, il
pensiero concepito , il pensiero concetto, il concetto insomma. Il pensiero è
la potenza forma- x trice, poetica. Il pensato o concetto è il fatto formato,
l’ opera A. PASTORE d’arte compiuta nel modo e nel mezzo che è naturale al
pensiero agente. Ora la logica formale non si occupa che di questo fatto o più
esattamente di questi fatti morfologici, ne studia analitica- mente i caratteri
e le relazioni. Nel caso più semplice del con- cetto, cioè di quei prodotti che
figurano come termini del giu- dizio, vede una struttura, un sistema
architettonico, per dirscosì, di elementi. Quindi afferma che il concetto è un
complesso di note, una moltiplicità di elementi unificata in certa guisa, un
organismo di note cioè di indici di relazioni; poi si eleva a studiare le -
relazioni costanti tra questi gruppi, cioè le leggi di questo pro- cesso
ordinato; e poi... nulla più, perchè questa è la sola e la vera realtà logica
di cui vogliamo occuparci. Questo organismo di note soddisfa a due condizioni :
1. di solidarietà (continuità, subordinazione, ecc.) per cui tutte le note
particolari si riattaccano fra loro e fanno una classe unica. 2. di libertà
(discontinuità, indipendenza, ecc.) per cui tutti i particolari sono staccati
fra loro e dal tutto. È un curiosissimo gruppo di condizioni per cui si deter-
mina un sistema di organi tali che sono o possono essere riu- niti o distinti,
solidali o disimpegnati fra loro a piacimento. Ma quale prova possediamo della
validità di queste leggi logiche ? £ La prova della validità delle leggi
logiche, potremo ripetere A col Masci, sta tutta nell’ uso necessario di esse,
cioè nell’ uso stesso del pensiero e nella dimostrazione (mediante questo uso)
perciò la legge logica è la necessità stessa dell’ uso del pensiero. Ora
fermiamoci un poco quì. ; II Siamo giunti ad un bivio. Da una parte continua
ardua e periagiosa la strada della logica tradizionale, la quale conduce alle
mirabili costruzioni che è impossibile pensare altrimenti, cioè con altra legge
e che. MACCHINE LOGICHE 11 teoriche del giudizio e del raziocinio in tutte le
loro varietà più complicate. Dall’ altra s' apre una via nuova: la'via della
logica simbo- lica. Tre schiere di ricercatori s' inoltrano oramai per questa
via. La prima comprende i fautori della logica matematica o leibniziana. La
seconda i fautori della logica figurativa o euleriana. La ‘terza i promotori
della logica tecnica. Il principio fondamentale comune a tutte le varietà della
logica simbolica è il seguente: contraddistingnere ogni ente lo- gico interiore
con un simbolo esteriore corrispondente. Così gli enti che si devono studiare
vengono rappresentati in varie guise dallo studioso medesimo e diventano gli
oggetti d’ un’ esperienza possibile. La differenza specifica è questa. La
logica matematica, che si sente anche dire comunemente « logica algebrica » o «
algebra della logica » o « logistica » semplicemente, sia che la si consideri
alla stregua più generale della scuola inglese e tedesca come la scienza
astratta della for- malità logica trattata collo strumento della formalità
matematica, sia che la si consideri alla stregua più particolare della scuola
italiana del Peano come la scienza che tratta delle forme di ragionamento che
si incontrano nelle varie teorie matematiche, riducendole a formule simili alle
algebriche, si vale unicamente di simboli ideografici logici e matematici, ma
resta sempre, più o meno, una matematica. La logica figurativa o euleriana, che
si potrebbe anche dire schematica, per rappresentare graficamente i concetti e
le loro relazioni adopera largamente alcune figure geometriche, per l’
ordinario , circoli, (proiezioni delle sfere nel piano), elissi, diagrammi schematici
ecc. che, nei casi elementari, non. man- cano al requisito d’ essere un
discreto aiuto all’ cechio dello studioso, ma nei casi appena un po’ complicati
falliscono com- pletamente allo scopo. Inoltre lascia compiere dall’ occhio le
ope- razioni logiche occorrenti, non libera lo studioso dall’ interpre- tazione
verbale delle condizioni premasse e dei risultati e resta sempre, più o meno,
uno schematismo descrittivo. MELA * d NI pi 12 A. PASTORE La logica tecnica per
contro si vale di modelli meccanici i quali nei casi più interessanti lavorano
da sè con una specie di lealtà e di previdenza logica che talora superano la
sottigliezza del nostro ragionamento. A questo riguardo merita d’ essere
rammentata una cosa importante. Si possono costruire due tipi differenti di
macchine logiche: 1. — macchine di ripetizione, 2. — macchine di controllo. Le
prime tornano a dire sotto forma meccanica quanto fu già detto sotto forma di
ragionamento formale, rappresentano , traducono, traslatano le teorie logiche
da una lingua in un’altra, riproducendo tutto esattissimamente. L’opera così
trasportata può essere vera o falsa. Ciò non ha nulla da fare colla fedeltà
della macchina ripetitiva. Le seconde dimostrano se è vero il nostro
ragionamento, sempre dal puro punto di vista della forma. Ad esse ricorriamo
per accertarci con riscontro dell’autenticità o verità di una cosa, ed esse ce
lo manifestano in modo da togliere ogni dubbio. Pro- vano per via meccanica
quanto si è già stabilito per via di ra- gionamento, stabilendo se le cose
dette sono secondo verità o no; finalmente, nei casi più favorevoli, trovano
fatti nuovi, scoprono di propria virtù conseguenze non ancora osservate, ci
fanno ottenere prodotti imprevisti, moltiplicando in certa guisa i fatti noti
fra loro. Insomma: le prime lavorano secondo imagine e somiglianza intorno a
ciò che sì è già detto, e si riferiscono sempre a casi del passato. Le seconde
lavorano secondo verità intorno a ciò che sì deve dire e si riferiscono sempre
a casi del passato e del pre- sente, e nei casi più favorevoli lavorano
eziandio secondo origi- nalità intorno a ciò che si può dire riferendosi per
tal guisa anche a casi del futuro. Le macchine logiche finora conosciute
appartengono esclu- sivamente al primo tipo. Sono macchine inglesi, americane,
pro- poste segnatamente dal Jevons, dal Marquand, dal Venne da altri. MACCHINE
LOGICHE 13 La macchina del Jevons è una specie di piccolo piano la cui tastiera
comprende 21 tasti. 16 di essi rappresentano i termini (distinti in universali,
particolari; positivi e negativi) che possono fungere da soggetto e da
predicato. Gli altri 5 sono tasti di operazione. Uno (quello di mezzo) serve
per la copula. Altri due rappresentano le congiunzioni disgiuntive delle
proposizioni. Degli altri due, uno rappresenta il punto e si deve pre- mere
quando una proposizione è compiuta, l’ altro (di scarico) quando si prema alla
fine d’un argomento, serve a rimettere la macchina allo stato primitivo. I
tasti dei termini sono legati ad un abdecedario logico o tavola di tutte le
combinazioni possibili dei termini impliciti. Per far agire la macchina basta
premere successivamente i tasti nell'ordine indicato dalle lettere e dai segni
d’una proposi- zione simbolica già stabilita. Allora appaiono sopra un
quadrante tutte le combinazioni che sono d’ accordo con le premesse, se condo
le leggi del pensiero. Le combinazioni incompatibili con le premesse scompaiono
dal quadro e non restano che le com- patibili. Questa macchina, come si vede, è
come la realizzazione ma- teriale del corpo intiero della logica per
sostituzione. Essendo date certe premesse essa classifica , sceglie e rigetta
la combina- zione dei termini come lo farebbe uno spirito pensante. Però l’
esattezza matematica dei risultati che essa dà non è una prova della verità del
sistema che essa applica, come credeva che fosse il Jevons, ma solo un effetto
della fedele rappresentazione del- l’abecedario logico interpretato secondo una
serie di operazioni già predeterminate. > Come ho già notato questa macchina
appartiene esclusiva- mente al primo tipo, ed i suoi vantaggi si riducono solo
alla dimostrazione delle ripetibilità o rappresentabilità meccanica di alcuni
fatti logici conosciuti. Si capisce quindi che le sue operazioni si compiano
sempre we" 14 A. PASTORE in guisa elegante e perfetta. Non v'ha dunque in
essa che una curiosità e per nulla uno strumento nuovo di cui \poss profit tare
l’ analisi logica. Ora consentitemi d’ accennare ad alcune mie personali ri-
cerche che furono pubblicate a suo tempo come saggio d’ una teoria logica
compiuta col sussidio di macchine logiche del 2.° tipo. Ma prima d’ esaminare i
mezzi pratici occorrenti per co- struire un modello meccanico di fatti logici i
quali come si vedrà a suo tempo sono estremamente modesti, vediamo brevemente
gli argomenti teorici che giustificano la ragionevolezza del ten- tativo. Tutte
le ricerche che ci conducono al nostro scopo si ridu- cono in fondo a due
operazioni: una traduzione o rappresenta- zione materiale delle quantità
logiche proposte ed uno speri- mento nel vero senso della parola. Si capisce
che una traduzione siffatta presuppone che siasi compiuta antecedentemente la
de- terminazione esatta e rigorosa di quegli enti logici formali che si
introducono nelle operazioni elementari del ragionamento. E confido che non
avrete dimenticato che questo compito fu esau- rito nella prima parte di questa
conferenza. Ora aggiungerò che non si può tardare a riconoscere che tutti gli
enti logici for- mali sì possono dividere in due categorie : 1.° enti
‘primitivi o indefiniti, 2.° enti derivati o definiti, e si possono disporre in
guisa tale da costituire un sistema ge- rarchico di trasformazioni deduttive
analoghe a quelle dell’ al- gebra, in cui alcuni elementi semplicissimi
diversamente combi- nati bastino a produrre rigorosamente tutto il resto.
Supponiamo ora che l’analisi e la riduzione accennata siano state compiute
esattamente, per modo che il campo logico sia stato depurato da ogni elemento
materiale e ridotto a purissima formalità; supponiamo che tutti gli enti
formali della logica siano divisi in due categorie distinte (enti primitivi ed
enti de- rivati) e che si conoscano le leggi delle loro combinazioni.
Traduciamo in termini o enti fisici equivalenti tutti i ter- — mini o enti
logici formali primitivi, in modo da ottenere una sostituzione chiara esatta e
completa di ente ad ente. MACCHINE LOGICHE 15 Combiniamo tra loro questi enti
fisici, rappresentativi de- gli enti logici, secondo le leggi indicate dalla
logica pura. Si otterrà una costruzione o combinazione fisica materiale corri-
spondente alla costruzione o combinazione logica formale. Questa costruzione
fisica è ciò che io chiamo il modello fi- sico dei fatti logici, in una parola
il modello ideofisico. Ora l'importante è comprendere che lo spirito può lavo-
rare con una facilità ed una sicurezza completa sopra questo modello
ideofisico, il quale non è altro che un tentativo di equa- zione materiale dei
fatti formali più o meno fedele ed equiva- lente ad essi; e che — avendo
sostituito ai termini oscuri del modello formale i valori ben chiari e
corrispondenti del modello materiale — noi possiamo sempre verificare,
paragonandole fra loro, se le conseguenze naturali del modello fisico siano o
no d’ accordo colle conseguenze logiche del modello logico. Abbiamo insomma
trovato il modo di tradurre un sistema razionale astratto in un modello
meccanico equivalente e in pari tempo scoperta la possibilità di sottoporre al
metodo speri- mentale le ricerche analitiche della logica formale, introducendo
nella verificazione delle conseguenze logiche pure il controllo della funzione
sperimentale del modello ideofisico. Tutta 1’ ideo- fisica è qui. î Molto
grandi sono i vantaggi di dimostrazione e di ricerca offerti da questa
rappresentazione ideofisica, quando la tradu- zione degli enti logici e delle
loro proprietà nei simboli mecca- nici corrispondenti venga fatta in modo
esatto e completo. In questo ordine di idee si confrontano gli enti logici
cogli enti fisici o corpi fisici sottoposti alle leggi della meccanica. Allora
le proprietà generali dei corpi fisici corrispondono alle proprietà generali
dei corpi logici, e le macchine meccani. che esteriori corrispondono alle
macchine logiche interiori quasi perfettamente. Vi sono manifestamente fra le
grandezze che si hanno a considerare nei modelli, le stesse relazioni che
corrono fra le grandezze logiche. Anzi, in realtà, parecchi termini logici e
dei più notevoli 16 A. PASTORE trovano quasi solo in questa analogia meccanica
la loro giusti- ficazione. È estremamente interessante constatare a questo
riguardo che le nozioni che si deducono dalla considerazione di questi modelli
meccanici corrispondono proprio a qualche cosa di reale che sussiste
indipendentemente dai modelli, i quali possono es- sere bene costruiti in modi
infinitamente diversi ma sono sempre veri di fronte ad una legge o ad un
sistema di leggi che in tutti i casi rimane sempre la stessa. Analogamente alla
logica pura questa logica simbolica de- dotta dalla considerazione dei modelli
fisici studia le leggi dei fenomeni logici nell’ intento di poter prevedere
quali fatti logici succederanno in date circostanze e di poter conoscere quali
circostanze si devono attuare per ottenere certi fenomeni logici che si
desiderano. Passiamo ora alla descrizione meccanica dei primi modelli
ideofisici del concetto. Poichè la teoria del concetto ci avverte che i termini
d’un concetto o gruppo generatore qualunque devono soddisfare neces- sariamente
a queste due condizioni : 1.* ad una condizione di solidarietà o di continuità,
o di ge- rarchia o di subordinazione che dir si voglia consistente in ciò che
tutti i termini quantitativi del sistema quando sono consi- derati come classe
unica si riattaccano gli uni agli altri, e si di- portano tutti a un modo
indipendentemente dalle determinazioni particolari di ciascuno, 2. ad una
condizione di libertà (o indipendenza) consistente in ciò che ogni termine
particolare considerato in se stesso deve essere incompatibile tanto con gli
altri quanto col sistema; è chiaro che si otterrà una soluzione soddisfacente
del problema con un sistema di organi meccanici legati in guisa che il di-
stacco o la riunione degli organi possano effettuarsi fra loro a piacimento.
Nel modello del concetto che vi presento ho voluto precisa- mente imitare i
casi più complessi e comuni ai quali dà luogo la presenza di più particolari
dentro un universale e in cui si MACCHINE LOGICHE 17 ’ Î dichiarate or ora. Per
la presenza simultanea dei particolari tutti fra loro differenti questo sistema
rappresentativo ha ricevuto il nome di | modello differenziale. > Vi sono
nell’ apparecchio differenziale tre ruote coniche den- % tate o pignoni
collegati ad angolo retto fra loro. Ognuna di esse rappresenta un particolare
di un universale. Questo univer- sale è rappresentato a sua volta da una quarta
ruota ridotta a Lea È, verificano le due condizioni di solidarietà e di libertà
che furono Di, h a - manicotto, portante due sbarre normali all'asse e poste l’
una sul prolungamento dell’ altra, la quale comanda a tutto il sistema. La
disposizione schematica che ricorda l'ingranaggio differenziale 18 A. PASTORE
del Maxwell e sopratutto i varî modelli fisici impiegati dal Gar- basso per
illustrare il fatto delle teorie meccanicamente equiva- lenti, le leggi
teoriche per la scarica di condensatori e numerosi fenomeni elettromagnetici,
si ricava immediatamente dalla grande tavola colorata che vedete appesa alla
parete (1). Sopra l’ asse orizzontale A B sono infilati il pignone C e la
carrucola D; questa carrucola D è fissata in posizione inva- riabile sull'asse
A B, il pignone C può venire fissato o reso li- bero sull’ asse, mediante una
vita di pressione. Quest’ organo A B, C D è colorato in rosso nel modello
murale. Sopra il tratto dell'albero A _B che va dal pignone C alla carrucola D è
infilato un lungo manicotto o albero cavo E F portante sull’estremità F la
carrucola G fissata rigidamente in esso, e nel centro del sistema due sbarre H
I, K L normali all’ asse e poste l’ una sul prolungamento dell’ altra. La
sbarra K L porta una grossa sfera di ottone in L per equilibrare il sistema.
Quest’organo E F, G, H I, K L è colorato in azzurro nel modello murale. Ancora
sopra l’asse A B e nel tratto che va da K ad F è infilato un più corto
manicotto o secondo albero cavo M N che porta alle sue due estremità la
carrucola O e la ruota co- nica P fissate rigidamente in M ed in N. Questo
organo M N, O P, è tinto in giallo nel modello murale. Le due ruote © e P
ingranano con una terza ruota Q che è sostenuta dalla sbarra verticale H I
intorno a cui può gi- rare liberamente o venire fePmata con apposita vite di
pressione. Quest’organo Q è lasciato in bianco nel modello murale. Tutto l’
ingranaggio è retto da due robusti sostegni di ghisa R S, T U; ed è posto in
movimento dalla manovella Z. . In conclusione: l'ingranaggio centrale è un
sistema di tre pignoni ad angolo retto, rotante intorno a due assi normali
l'uno all’ altro ed equilibrato dal peso L, come si vede diretta- mente nella
macchina completa che vi presento. (1) La figura rappresenta una sezione
dell'apparecchio in discorso. gi e 2 1.9 e MACCHINE LOGICHE 19 La sua proprietà
caratteristica è l'innesto per cui i due al- beri normali l’uno all’ altro
possono venire vincolati o svinco- lati meccanicamente come e quando si vuole.
Vediamo ora rapidamente come funzioni il modello in ae- cordo col principio
fondamentale della logica. Se io fisso il pi- gnone C lascio libero il pignone
Q e faccio girare la manovella Z, il pignone © gira nel senso della manovella;
il pignone P gira in senso contrario; il pignone Q interferendo tra C e P
comunica il moto da quello a questo e gira in un suo modo particolare; l’ asse
verticale I L resta fermo. Ciò vale a rappre- sentare che un concetto può
essere preso in una parte della sua estensione o in una nota della sua
comprensione senza che sia preso in universale; vale a dire ciò che è vero.per
un in- cluso non è sempre vero per l’includente, ciò che vale in par- ticolare
non vale in universale. Se io fisso Q e faccio girare Z, l’asse verticale I L
girando nel senso della manovella intorno ad A B trascina con sè nel suo moto
tutti i due pignoni verticali e li fa girare nel senso della manovella; e ciò
vale a rappresentare che quando un concetto è preso distributivamente cioè in
tutta la sua esten- sione o comprensione tutti i suoi individui e tutte le sue
note vengono prese implicitamente con esso in conformità del prin- cipio che è
di somma importanza per la logica: la parte è su- bordinata al tutto, vale a
dire ciò che vale in universale vale anche in particolare. Veramente alla
rappresentazione completa del modello del concetto non occorrono le tre
carrucole D G 0; esse formano soltanto un dispositivo accessorio che permette
di tradurre in modo più esplicito i valori delle tte ruote C, I L, P legate in
guisa troppo implicita nell’ ingranaggio differenziale. Così la
rappresentazione grafica di questi rapporti può ve- nire riprodotta e
schematizzata con grande facilità sopra di un foglio, inoltre la struttura
delle carrucole serve alla concatena- zione di tutti i rapporti che possono
intercedere tra concetto e concetto, offrendoci campo sufficiente a tutte le
considerazioni, le applicazioni e le ricerche che si possono fare in
conseguenza. 20 A. PASTORE Vi è luogo dunque a ritenere che questi due
apparecchi: l'ingranaggio differenziale e il sistema delle carrucole, siano due
modelli equivalenti dei medesimi fenomeni logici. Ognuno di essi può prendersi
come rappresentazione dell’ altro. Non ho tempo ora di dimostrarvi la completa
analogia di costituzione fra il concetto logico e il modello differenziale; per
gli scopi della nostra rapidissima informazione mi limito a di- chiarare che la
descrizione meccanica del modello ideofisico diffe- renziale diventa
propriamente la descrizione logica del concetto. Passiamo ora alla teoria del
giudizio. Per semplificare e precisare le idee, non considero che il caso delle
relazioni qualitative a due termini variabili quanti- tativamente secondo quei
quattro valori che furono indicati a suo tempo, discorrendo dell’ analisi del
giudizio. Avendo il verbo, per cui si esprime sempre la rolazione tra idea ed
idea nel discorso, una natura essenzialmente fan- zionale, trovare un modello
ideofisico della relazione tra idea ed idea equivarrà a trovare in che modo si
può stabilire una comunicazione di forza tra una serie di ruote successive. Ora
sì sa che si possono fare meccanicamente le comuni- cazioni richieste in due
modi diversi ma equivalenti, o adoperando una serie di ruote munite alla loro
periferia di denti i quali si incastrino fra loro in modo conveniente, o
congiungendo insieme le ruote per mezzo di cingoli senza fine. Questa
convenzione ultima fu appunto adottata per tutti i modelli ideofisici che si
descriveranno qui. E così, uguagliando la relazione affermativa al caso delle
ruote giranti nello stesso senso, e la relazione ne- gativa al caso delle ruote
giranti in senso opposto, potremo in- dicare coll’ unico modello della
rotazione dei corpi fisici il doppio carattere affermativo e negativo dei corpi
logici. Le macchine ideofisiche del giudizio si ottengono pertanto con tutta
facilità con una coppia di modelli differenziali del concetto, che abbiano fra
loro legate le loro carrucole con cin- goli senza fine, paralleli nel caso
affermativo, incrociati nel caso negativo, tenendo debito conto della
quantificazione e della qua- lificazione che sono richieste nei singoli casi.
MACCHINE LOGICHE 21 Gli esempî che traccio ora schematicamente sulla lavagna e
riproduco meccanicamente sul modello che vi sta davanti illu- streranno
pienamente la cosa (1). Per ottenere un modello meccanico del sillogismo
mediato, pel caso più semplice del sillogismo tradizionale aristotelico, non
abbiamo che da disporre tre macchine semplici del concetto ai tre vertici d’ un
triangolo qualunque, legandole opportunamente fra loro mediante tre cinghie
senza fine disposte sul sistema delle tre carrucole concentriche. Dalle
relazioni derivanti dai tre concetti, soggetto, termine medio, e predicato,
risulteranno tre giudizi, i due primi rappre- senteranno le due premesse (maggiore
e minore) l’ultimo la con- clusione del sillogismo. La macchina si carica
disponendo le cinghie sopra le car- rucole secondo le condizioni quantitative e
qualitative che si richiedono dalle premesse e si mette in funzione per mezzo
di una manovella che s’ infila nell’ asse di ogni ingranaggio, desi- gnando
volta a volta il soggetto d’ ogni giudizio. Come vedete, la conclusione è
imposta meccanicamente dalle premesse. Questo modello soddisfa in modo assai
semplice ed evidente a tutte le condizioni richieste dalla materia e dalla
forma del sil- logismo, presentando i tre termini, i tre giudizî, la loro mutua
dipendenza, la funzione delicatissima del termine medio; tutte le 8 regole del
sillogismo, le 4 figure, i 256 modi tra legittimi ed illegittimi del
sillogismo, e tutte l’ altre forme derivate dal raziocinio, dal polisillogismo
al sorite; in una parola esso non solo rappresenta ma controlla e anzi
rettifica in molti punti importantissimi tutti i principî fondamentali che
regolano la teoria classica dei raziocinio e si riducono, in ultima analisi ad
un caso particolare della teoria generale dell’eliminazione e della
sostituzione, conforme alle condizioni qualitative e quantitative imposte dal
problema di Boole. (1) Per brevità, gli esempî e le illustrazioni ulteriori del
modello ven- gono quì soppressi. I lettori, per maggiori schiarimenti, possono
ricorrere al volume: « Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli
mec- canici. Con 47 figure ed 8 tavole fuori testo. Ed. Bocca, Torino, 1906 ».
292 A. PASTORE eta Dal complesso di queste descrizioni e di questi risultati
de- ducibili coll’ esatto funzionamento dei modelli proposti, dovrebbe emergere
fuor di dubbio che il primo tipo di macchine logiche, voglio dire il tipo delle
macchine di ripetizione semplice, fu su- perato definitivamente. È vero che il
controllo delle leggi logiche elementari che forma l'oggetto delle macchine del
secondo tipo e si ottiene colla messa in opera dei modelli differenziali
descritti, presenta ancora grandi difficoltà, perchè spesso azioni secondarie
masche- rano i fenomeni principali. Conviene allora cominciare coll’ os-
servazione dei fenomeni più semplici, guardare cioè se l'ufficio di ripetizione
o di primo tipo sia almeno compiuto con esat- tezza. Si potrà poi procedere
all’ esame dei fenomeni del secondo tipo di non dubbia interpretazione e
facilmente accessibili, per verificare se e come l’ufficio di controllo venga
esercitato dal mo- dello. Finalmente, di mano in mano che si penetra
nell’essenza dei fenomeni, si potrà estendere le ricerche ai fatti più com-
plessi per indagare se e come il modello escogitato offra qualche vantaggio
imprevisto, corrispondente all’ ufficio euristico che si ottiene nei casi più
favorevoli. L'ufficio teorico delle due prime classi di fenomeni è utilissimo
per chi voglia occuparsi della re- : visione scientifica dei principî logici,
mentre quello della terza classe portandoci alla scoperta di fatti nuovi ci fa
penetrare di- rettamente nella natura dei legami esistenti fra la logica e la
meccanica. È facile inoltre capire che le deduzioni del secondo tipo saranno
sempre tanto corrispondenti alla realtà, quanto lo sono i loro principî
fondamentali. | Le applicazioni loro poi si fanno introducendo qualche mo- |
dificazione sull'andamento del fenomeno da studiare, vale a dire qualche
ipotesi, spesso giustificata dall’ esperienza, sulla natura di esso, allora l’
esattezza delle deduzioni dipenderà evidente- mente da quella dell'ipotesi
introdotta. MACCHINE LOGICHE 23 Così le deduzioni più brillanti ottenute col
modello sillogi- stico del secondo tipo furono rese possibili solo in seguito
al tentativo di sviluppare sistematicamente tutta la logica sillogi- stica
operando con modelli meccanici, tenuto calcolo delle conelu- sioni che vengono
imposte di necessità allorchè si introducono certe modificazioni nelle
premesse. Analogamente i fatti nuovi che rendono tanto preziosi i servizî delle
macchine del secondo tipo sono stati suggeriti dalla considerazione che,
assicurate da un lato la ripetizione e la verificazione d’ un certo numero di
fenomeni ben conosciuti, si presentavano dall’ altro certi altri fenomeni
costanti, i quali interpretati a dovere misero appunto in luce certi fatti che
per l’ addietro erano lasciati nell’ ombra. Valga per tutti il caso della
dimostrazione della possibilità di concludere affermativamente da due premesse
negative, contro l espresso divieto della regola VI della logica tradizionale,
la quale stabilisce che, da due premesse negative non si può trarre nessuna
conclusione. Da questa dimostrazione lampante (che io non posso eviden- temente
propormi di sviluppare ora e quì) discende tutta una retticazione del concetto
della negazione logica, quindi dell’uffi- cio della copula giudicativa e in
generale la necessità di spo- stare la concezione delle leggi fondamentali
della logica classica. Ciò posto, posso io lusingarmi d’aver giustificato
abbastanza non solo la possibilità ma l’ utilità della logica tecnica in tutta
la varietà dei modelli ideofisici ripetitivi verificativi ed inven- tivi che
furono dichiarati antecedentemente? II. Io comprendo bene, o Signori, che allo
stato attuale delle nostre conoscenze, tutta una folla di problemi logici verrà
a farvi ressa da ogni banda, mentre io non posso ora soddisfare alle vostre legittime
esigenze. Frattanto per arrivare con maggiore sicurezza alla mode- stissima
meta che mi sono prefisso non dimenticate di notare che le due questioni
proposte in principio di questa conferenza mi sembrano risolte. 24 A. PASTORE .
rt La ANI Dovevamo illustrare, in primo luogo, la realtà e la natura dei fatti
della logica formale. Per giungere a questa conclusione era necessario
assicurare l’ esistenza delle leggi logiche formali e dimostrare la possibilità
della determinazione rigorosa dei primi enti logici necessarî alla costruzione
simbolica dei modelli ideofisici. Ed abbiamo provata la prima e dimostrata la
seconda in maniera, mi sembra, abbastanza chiara e precisa. In secondo luogo
dovevamo descrivere rapidamente alcuni tipi di macchine logiche che servono da
modello alle forme ele- mentari della logica formale. E l'abbiamo fatto.
Voghamo ora dare un’occhiata fugacissima ai risultati otte- nuti ed alle
conseguenze logiche e filosofiche che si possono de- rivare da questo nuovo
ordine di idee ? Molte volte il senso di certe cose si capisce meglio alla fine
che in principio. Tanto più che, nel sentire alludere a questi argomenti
astratti, a queste, per così dire, eleganti ‘finzioni d’un’ima- ginazione
meccanica nelle quali ci siamo dilettati così lunga- mente, molti avranno già
proposto con impazienza la questione: Ma a che cosa è utile tutto ciò? Ora è
vero che io vi potrei pregare di riflettere che è que- sta una domanda alla
quale naturalmente non si potrà rispon- dere se non quando l’ oppositore determinerà
la classe di argo- menti a cui si vuol estendere il carattere di utilità. Ma
siccome l’ affermare che simili materie di contemplazione astratta (lasciando
ben da parte il senso e i risultati stessi delle mie ricerche da cui le
dottrine in questione non devono venire compromesse) sono fra le più utili e le
più belle che onorano lo spirito umano è cosa che dipende dal gusto scientifico
, la giu- stezza del quale non può essere riconosciuta se non dal convin-
cimento di coloro che faranno gli studî necessarì per mettersi in grado di
giudicare, così vorrei condurre oggi il vostro pensiero ad acquistare una
giusta idea dell’ importanza di coteste ricerche, accennando all’ intima
connessione che intercede fra queste e le altre parti del sapere. Non ragionarvi
soltanto della necessità di studiare oltre alla MACCHINE LOGICHE 25 vita ed
alla voce delle cose fuggevoli ciò che s' intravede quasi eterno nella misura
del tempo e sembra riflettere la grande mu- sica delle idee sud specie
aeternitatis, come avrebbe detto Spinoza. Non proclamarvi soltanto che la
sorgente del progresso scien- tifico verrebbe ad inaridirsi d’ un tratto se uno
spirito conosci- tivo rivolto esclusivamente alla scoperta de’ beni di prossima
utilità riuscisse a dominare la nostra generazione già troppo preoccupata di
ciò che può essere immediatamente godibile. Se dubitammo dell’ utilità della
logica formalistica quando nell’ imperversare della scolastica medievale tutto
il valore dei suoi principî ci pareva infirmato da formule ontologiche meta-
fisiche artificiose, incapaci di staccarsi dalla più ingrata aridità, incapaci
di oltrepassare il più ridicolo vaniloquio; il carattere sperimentale della
logica tecnica ci terrà praticamente lontani dalla voluttà delle costruzioni
arbitrarie e aprendoci una sicura e larga visione dei problemi scientifici ci
insegnerà quel che sia lecito e possibile sperare. Il che però non avverrà mai
per coloro i quali fossero an- cora disposti a ritenere che le nostre macchine
logiche riprodu- cono coi loro ingranaggi ciò che si dice metaforicamente nella
conversazione ordinaria il meccanismo delle idee; mentre tra il sistema mentale
e gli infiniti sistemi meccanici soddisfacenti non passa che una corrispondenza
di leggi. Nè tanto meno sarebbe ragionevole ritenere che le nostre son macchine
taumaturgiche capaci di far ragionare a macchina coloro che non sono capaci di
ragionare. To non so ciò che ci riserba l'avvenire; la scienza logica penetrerà
forse in vie che noi non possiamo prevedere; ma è ragionevole sperare che gli
studî dei principî che occupano oggi tanto posto e vanno destando un così vivo
interesse per le pro- fonde riferenze che presentano con gli altri rami del
sapere ri- guardati un tempo come remotissimi fra loro e segnatamente colle
scienze fisico-matematiche finiranno è qualche risultato im- portante. \ Senza
dubbio le rappresentazioni meccaniche dei fenomeni logici sono ancora molto
grossolane e questi primi modelli ideo- 26 A. PASTORE fisici faranno forse
sorridere i filosofi latini poco abituati a simili concezioni. — Ma conviene
leggere fra le linee e non attribuire a questi simboli grossolani: più valore
cho essi non comportino. Essi non sono che aiuti e strumenti transitorî di
investigazione scientifica. Noi abbiamo ancora troppo male a pensare la logica
formale in modelli ideofisici ed anche nei casi più fortunati la fisica non è
oggi che un eccitante per la logica formale; ma questo ricorso tecnico potrà
essere agevole e fecondo fra qualche dozzina d’anni e, forse, potrà rigenerare
la logica deduttiva rinnovellandone il metodo quasi dalle fondamenta. Perchè io
sento oramai che ogni studio di logica pura e il muoversi vago e concitato
dello spirito verso un principio di metodo superiore che unifichi l’ esperienza
e la teoria e diriga non solo la visione della natura fisica ma anche il
procedimento di quelle scienze che sono fatte più col ragionamento che colla
osservazione diretta e nelle quali accade di dover valutare de- duttivamente l’
efficacia dei fenomeni intellettuali, deve per ne- cessità salutare esser
cimentato alla stregua dei metodi più si- curamente accreditati da quelle
scienze che sono il centro e l’anima del secolo. Non nelle pure riflessioni
degli spiriti analitici , non nelle ricerche limitate alla nuda esperienza, sia
principalmente il significato e la grandezza della scienza. La vita della
scienza sta nella crescente rivelazione dell’ in- timo nesso che corre tra l’
esperienza e la teoria, onde gli stu- diosi si fanno sempre più persuasi della
necessità di coordinare insieme le ricerche analitiche e le ricerche pratiche.
In questa via pertanto deve inoltrarsi la logica nuova, su- perando l'eccessiva
diffidenza che inspirano a tutta prima i mo- delli ideofisici, superando in
seguito l'eccessiva confidenza che vi potrebbe riporre, riconoscendo da ultimo
che le equazioni a cui conducono le infinite teorie hanno un significato ben
più largo e più profondo che le ipotesi da cui si sono ricavate. E così, 0
Signori, si giungerà alla determinazione delle equazioni fonda- mentali della
logica pura. Bisognerà allora vedere se tra queste PLS MACCHINE LOGICHE OT
equazioni logiche e le equazioni fisiche che saranno già state raccolte per
altra via passi o non passi una corrispondenza co- stante. Allora si potrà
attaccare la questione delle differenze specifiche fra le leggi del pensato e
le leggi della natura, in cui si radunano poi le due supreme questioni: intendo
la que- stione del mondo fisico e la questione del mondo logico, e sì potrà
cercar di vedere quanta parte di verità si racchiuda nel sublime sogno di
Spinoza: Ordo ac connexio rerum idem est ac ordo et connexio idearum.
Intendiamoci, però. Il parlare dell’ avvenire d’ una scienza, quando le
ricerche scientifiche delle quali si ragiona sono ancora allo stato quasi
embrionale, potrà parere a molti un ingenuo anacronismo. Lo so. Ma io non posso
trattenermi dal sognare che un giorno le singole teorie della logica e della
fisica saranno forse raccolte in un unico edificio in cui si riconoscerà, come
preludio ad una investigazione più profonda dell’ universo, che la logica è
niente altro che la fisica dello spirito come la fisica è niente altro che la
logica della natura. È un sogno cotesto? Sì, lo ripeto, per ora non è che un
sogno; ed io non pretendo neppure di capirlo adeguatamente. Per capire del
tutto queste cose bisogna avere un’ anima colossale. Bisogna aver oltrepassato
lo stadio troppo sterile e mono- lineare in cui giace ancora la nostra logica,
smaniosa solo di comprendere al minuto una cosa fuori dell’altra; bisogna
essere inclinati a non perdere di vista la contestura e la seguenza dei fatti e
delle leggi; bisogna, accogliendo e concentrando nel foco della nostra mente l’
universale irraggiamento della realtà, con- templare l’ universo della natura e
della scienza con quell’occhio supremo senza cui anche le più grandiose
magnificenze sono ridotte a frantumi di mosaico. Alcuni sublimi spiriti
introversi, famigliari coi più riposti tesori della filosofia, hanno posseduto
certo, in misura straordi- naria lo spirito dell’indiano Visnù il quale dice da
tanti secoli e quasi invano: « Zo sono lo stesso per tutta la natura, Io sono
lo stesso per tutta l’umanità ». t,,* 28 A. PASTORE © e ___— e ill..,ul Ma
finora noi siamo soltanto come Saadi il quale nella sua visione si proponeva di
riempire il suo grembo di fiori ce- lesti per farne un regalo a’ suoi amici, ma
la fragranza delle rose lo inebriò tanto che la falda gli sfuggì dalle mani. E
tutto il nostro merito maggiore, forse, non consiste in altro che nel sapere
quanto divario corra tra 1° entusiasmo e il valore del sogno e l'entusiasmo e
il valore della verità. sFa Ed ora nel prendere commiato da voi, o Signori,
pensando che, malgrado l’ aridità della materia, malgrado l’ insufficienza
della mia esposizione, anche in mezzo all’ avvicendarsi di tante cure più
urgenti, di tanti svaghi e diporti che rendono così in- tensa la vita e così
ameno il soggiorno in questa superba città, voi avete pur voluto concedere un’
ora d’ attenzione al racconto d’una proposta di logica che occupa presentemente
il campo della filosofia, mostrando così di ben comprendere l'intimo nesso che
lega insieme il progresso spirituale delle idee col progresso materiale dei
fatti, lasciate che, tanto per me quanto più ancora per tutti i cultori della
filosofia, io ve ne esprima, la più pro- fonda e più sincera gratitudine.
ANNIBALE PASTORE. é | Ren G, IV. /46 CU8 0he3iSe
ANNIBALE M. PASTORE edit LA VITA ORME LETTERARIE STUDI CRITICI DI SCIENZA DELLA
LETTERATURA (GIS) Go f % \ Arturo GRAF RI \% AS 1892 L. ROUX re C. - EpItoRI
Torixo-Roma js! PROPRIETÀ LETTERARIA } bi — Ppeo- RUE — N° è (1515) A TE SOSPIRATO
IDEALE CHE MI FORMI IL CONFORTO E LA SPERANZA DELLA VITA ED A TUTTI I MIEI
PARENTI AMICI E BENEFATTORI NON POTENDO DARE MAGGIOR PROVA D'AFFETTO E DI
RICONOSCENZA DEDICO QUESTO LIBRO | CE INTRODUZIONE TI movimento scientifico del
pensiero moderno — LA SCIENZA DELLA LerterATURA — suo metodo di indagine
critica — La tradi- zione scientifica nella storia — Filosofia della storia —
Desanctis, Taine, Hennequin, Trezza — Il presente rigoglio delle mono-
grafie-critico-letterarie e degli studi storici. — Scopo di questa trattazione.
La vita della natura si manifesta in un'infinita serie di fenomeni, che si
trasformano incessante- mente, e non sono altro che espansioni dello stesso
principio, il quale è come un angolo im- menso che diverge i suoi lati nello spazio
e nel tempo. Questa espansione continua di vita che tra- sformò una semplice
combinazione albuminoide nel più complesso organismo umano fu accom- 8
INTRODUZIONE pagnata parallelamente da una continuità di co- scienza graduale e
relativa. Qui più che altrove rifulse la virtù dell’ Ele- zione naturale; i
coefficienti più utili, prodotti dalla variabilità, accumulandosi e
riconnettendosi spontaneamente in maniera sempre più complessa, giunsero a
formare la nostra coscienza umana, dopo un inconoscibile numero di anni. Poi
che — nel nostro concetto — la coscienza umana è precisamente la risultante
dell’elezione naturale di tutte le coscienze inferiori cioè la coscienza stessa
degli esseri inferiori sviluppata per ascenso — come direbbe Giordano Bruno. Se
il mondo — ora cosidetto per convenzione in- fondata — inorganico non è, senza
dubbio, la perfezione della coscienza umana, ne è — per altro — una effettiva o
potenziale sua propria, quantunque infinitamente più semplice della nostra. Del
resto siccome l'uomo non è punto l’ultimo e definitivo termine dell’evoluzione
naturale, si può ancor fare l’ipotesi scientifica che la coscienza mentre, per
un lato, abbraccia tutte le coscienze inferiori e precedenti verrà poscia
abbracciata da una coscienza superiore nel progresso del tempo, o la sia già in
realtà anche ora, avuto riguardo alla probabile esistenza di altri esseri
planetari, non conosciuti, e dispersi nell'immen- sità degli spazî, di cui la
povera terra nostra è così piccola parte, INTRODUZIONE 9 Il compianto
poeta-filosofo Giovanni Maria Guyau di cui non si possono leggere le poesie, e
studiare le dottrine senza una commozione profonda ed una ammirazione
crescente, non si stancava mai di rivolgersi questa domanda: — “ Siamo noi i
soli esseri pensanti dell’uni- verso, non vi possono esistere altri fratelli,
nel- l’infinità degli spazîì, infinitamente superiori a noi? E la coscienza
sociale non potrà mai otte- nere una vittoria sullo spazio, ed irraggiarsi, per
mezzo di ondulazioni di una sottigliezza an- cora sconosciuta? , — Tutto questo
ragionamento però tende a di- mostrare una sola cosa ben più dimostrata ed
indiscutibile: cioè — la funzione sociale della coscienza umana, ed il posto
che occupa nel- l'espansione della vita. Quando la coscienza è giunta al grado
dello sviluppo umano, impres- sionata continuamente e stimolata dalla natura
stessa, scorgendosi attorno tanta molteplicità di fenomeni diversi, comincia a
riflettere ed a stu- diare, poi raccoglie i rapporti delle cose, li coordina
saviamente, collegando gli antecedenti ai susseguenti, e forma una dottrina
scientifica di essi. La storia ci dimostra, ad evidenza, la verità di questa
affermazione, e non si può sostenere (1) Gruserre Tarozzi. G. M. Guyau e il
naturalismo critico contemporaneo. Dumo!ard, 1890, pag. 57. 10 INTRODUZIONE che
lo spirito umano studii o debba studiare la natura, con altro procedimento.
Così poco per volta si vennero costituendo le diverse scienze dei fatti
naturali, o delle espan- sioni della vita. Ma l’uomo come principio attivo per
eccellenza, durante il corso storico della sua evoluzione, e continuamente,
espandendo la sua virtualità in tutte le direzioni ed in tutte le forme è
prodotto e produce una serie di mani- festazioni non meno importanti, anzi ben
più elevate, di tutti gli altri fatti naturali. Però l’arte, squisitissima
azione o manifestazione della coscienza umana, deve pure entrare nella coor-
dinazione scientifica dei fenomeni naturali, e con essa tutte le sue diverse
forme di espansione maggiori e minori. Il nostro spirito si esalta
nell'osservare che in tutti gli ordini dello studio umano, e per tutti gli
aspetti della natura si produce ora un movimento scientifico correlativo. Una
specie di irradiamento sempre più largo e più intenso, penetrando tutto
l’ambiente della coltura contemporanea lo assimila a sè, e per mezzo dei nuovi
elementi, dei germi di idee nuove che si spande, sopratutto poi col rendere
sempre più comuni gli abiti della mente — come dice un acutissimo filosofo — le
tendenze e le preoccupazioni critiche che le sono proprie, fa sentire i suoi
effetti in tutte le forme dell’ingegno e della vita dei popoli. Tutti gli studi
umani su- biscono una trasformazione nel medesimo senso. INTRODUZIONE 1l Come ©
i cerchi succedentisi gli uni agli altri, prodotti da un sasso scagliato
nell’onda tran- quilla di un lago, si propagano gradatamente fino alle più
remote sponde di esso, così questo movimento convergente si viene estendendo
eziandio a quegli studi, che a primo aspetto parvero più estranei a simile tendenza.
Quando mai — come all’epoca presente — si sono veduti i filosiologi ed i
naturalisti proporsi tanti gravi problemi di antropologia, di biologia e di so-
ciologia applicata? Quando mai le scienze astratte per eccellenza si fecero ad
offrire i propri calcoli e le proprie formole per applicare la grande teoria
dell'evoluzione ai fenomeni sociali, e per trovare — frammezzo alle anormalità
dei fatti particolari —quelle medie costanti che poi som- ministrano i mezzi di
assodare le leggi diret- tive generali delle energie. È in virtù di questa
irresistibile tendenza dello spirito umano che vengono esaminate, studiate e
coordinate tutte le diverse manifestazioni della vita fisica e sociale, ed è
questa la ragione per cui tutte le scienze, studiando gli aspetti di una stessa
questione, sentono il bisogno di ravvici- narsi e di contemperarsi, e di mutare
perfino il primitivo indirizzo non prettamente scientifico, e mentre
riconoscono la propria subordinazione (1) G. Carre. Gli studi sociali all’età
nostra. Discorso letto per l'inaugurazione dell'anno accademico 1882-83, nella
R.Univer- sità di Torino. 12 INTRODUZIONE ad una scienza più alta che è la
scienza sociale, si contentano di studiare quel complesso di fe- nomeni, che
cade nel proprio dominio ©, Ora se lo studio e la coordinazione di tutti gli
altri fenomeni della natura è prodotto la formazione delle varie scienze umane,
perchè non sorgerà dallo studio e dalla coordinazione sistematica e razionale
dei complessi fenomeni della letteratura, parimenti una scienza rela- tiva? È
naturale che di quei fremiti e di quegli ondeggiamenti vigorosi e potenti della
scienza moderna, indirizzata severamente allo studio dei fenomeni naturali si
risenta pure profondamente la critica letteraria e che gli spiriti studiosi co-
mincino a lavorare ed a portare il loro contri- buto alla costruzione della
scienza novella: LA SCIENZA DELLA LETTERATURA. Ma poichè ogni scienza deve
avere il suo me- todo di indagine critica, quale sarà pure il me- todo di
questa Scienza della Letteratura? anzi prima di tutto quale sarà il suo scopo?
Lo scopo generale di qualsiasi altra scienza umana è scoprire e coordinare li
rapporti, vale a dire, le leggi dei fenomeni e conoscerne il processo di
formazione storica: ed il suo metodo — pari- menti — dovrà essere — come per
qualsiasi altra scienza — qualitativo e quantitativo. (1) Vedi Carte, op. cit.,
pag. 26. INTRODUZIONE 13 Ogni scienza — disse il Boccardo — è neces- sariamente
destinata a percorrere due periodi distinti, successivi: Mt” a) un periodo qualitativo
o logico, in cui esso determina l’esistenza e le funzioni del fe- nomeno, 0) un
periodo quantitativo nel quale assegna i gradi e l'intensità e la quantità del
fenomeno stesso, Ora è evidente che la relativa perfezione di ogni singola
scienza nei vari periodi del suo svolgimento è sempre in ragion diretta
dell’ap- plicazione dei metodi quantitativi. Chè la scienza sì amplia in
estensione quanto più si perfeziona in profondità. Il suo movimento — continua
il Boccardo — non è quello di una linea che si allunga in una sola direzione,
ma quello di una sfera che si fa man mano più vasta, in tutti i punti della sua
superficie, crescendo in pari tempo la sua massa. Di qui si scorge nettamente
come la scienza della letteratura, tanto bambina, sia ancor ben lungi dal
potersi servire dei metodi quantitativi; ma intanto è più che mai necessario
tentare l'applica- zione dei metodi qualitativi seguendo il procedi- mento
stesso dell'espansione dell'umano pensiero. Secondo me — la scienza della
letteratura deve rifiutare ogni altra guida, perchè il sno punto di partenza è
il pensiero, ed essa nella sua for- mazione deve compiere ed armonizzare in sè
il 14 INTRODUZIONE doppio lavoro dell’induzione e della deduzione, compiuto
precedentemente dal pensiero. Se essa tenesse altro metodo non sarebbe più
coerente al principio da cui — come da germe — si è sviluppata. Ma quale è
appunto il procedimento del pen- siero umano nella comprensione dei fenomeni
naturali, nella cognizione dei fatti? La legge stessa dell'evoluzione data
dallo Spencer, come quella che è desunta propriamente dalla realtà delle cose,
indicherebbe a sufficienza questo procedimento costante e generale della mente
umana nella sua evoluzione storica, ma vogliamo esprimerci più chiaramente. È
certis- simo che il pensiero, trovandosi di fronte alla totalità indistinta e
confusa di un fenomeno, e non essendo capace, naturalmente, di compren- dere (a
prima giunta) in modo chiaro e distinto tutta l'integrità costitutiva
dell'oggetto, comincia a fissarsi poco per volta in un punto speciale di esso,
poi in un altro, poi in un altro, e così via, notando perciò e distinguendo i
singoli elementi costitutivi. Così scioglie il tutto nelle sue parti, e da
ultimo ricomponendo, di bel nuovo gli ele- menti studiati nella loro effettiva
integrità risale dalle parti al tutto, dal molteplice all’uno. La scienza
nostra quindi, deve similmente avere due periodi distinti e successivi:
discensivo il primo, nel quale la critica dall'in- sieme d'un fenomeno
confusamente veduto, come INTRODUZIONE 15 a dire dalla confusa cognizione di un
intricato movimento letterario, scende a distinguerne i molteplici coefficienti
costitutivi: . ascensivo il secondo, in cui risale alla chiara e distinta
conoscenza dell'unità e totalità del mo- vimento stesso. A questi due distinti
periodi, che corrispondono all'evoluzione stessa della conoscenza umana,
adunque, la scienza della letteratura non potrà sottrarsi assolutamente, e la
critica letteraria pertanto dovrà adempiere a due uffici logici diversi: a) svolgere
l’unità confusa del momento letterario, nella sua molteplicità (analisi); b)
ricomporre questa disciolta molteplicità ad armonica unità (sintesi). Così
solamente la critica scientifica può e deve giungere alla ricostruzione dei
periodi storici, così solamente è possibile determinare con esat- tezza lo
spirito artistico che circola negli am- bienti letterari, il quale è sempre l’x
incognita delle nostre investigazioni. Concretiamo questa idea con un esempio
brevissimo e riassuntivo. Che cosa è il Secentismo, o il Romanticismo, 0 in
genere qualunque altro momento storico della letteratura? — Al primo rivolgersi
della mente a tale oggetto ne otteniamo una cognizione con- fusissima ed
indeterminata, e la mente perciò, non potendosi appagare di questo imperfettissimo
modo di conoscere i fatti, sente il bisogno di de- 16 INTRODUZIONE terminare
esattamente il suo concetto e comincia a riflettervi intorno, a svolgerne i
coefficienti per via dell'analisi. Sapendo che ogni fenomeno è i suoi
antecedenti, le sue cause, le sue relazioni, il suo modo di essere, i suoi
effetti, il suo tempo, il suo luogo, e sapendo che l’arte e l’ambiente storico
sono indivisibili, comincia a svolgere l’'in- treccio dei fatti storici
produttori. Le idee spiegano i fatti, come i fatti servono a porre in sodo le
idee, e stolto chi pensa poter comprendere il reale ‘% senza indagare le leggi
che lo governano! Perciò la mente indagatrice cerca le condizioni storiche
dell'ambiente, portando la sua attenzione alla vita pubblica, alla vita privata,
alla reli- gione, alla moralità, alla scienza, ed all'arte stessa considerata
nel suo complesso delle forme. Se non che il momento storico appare fin qui
alla mente scomposto, e come a dir frantumato nella molteplicità dei
coefficienti diversi. Ora la mente non se ne sta paga, perchè la sua forma
logica ultima non è la molteplicità, ma l’unità, e pertanto cerca di ricomporre
ad unità questa eterogeneità di fattori, i quali, del resto, non essendo tutti
importanti allo stesso modo, e non potendo tutti entrare nell'espressione
sintetica del momento, esigono naturalmeute di essere comparati. (1) ELtororo
LomBarpI, Il dramma serio in Italia. Drucker e Tedeschi, 1878, Verona.
INTRODUZIONE 17 Ne segue che la mente, valendosi opportuna- mente dei metodi di
induzione esposti da I. Stuart ill. (Delle concordanze, Delle differenze, Dei
re- gidui, Delle variazioni concomitanti) si accingè ad np lavoro di
eliminazione, poscia raggruppa i fattori comuni, collega gli antecedenti ai
con- seguenti, tiene conto del tempo e del luogo articolare e giunge a
formulare con esattezza soddisfacente, il concetto reale del momento es@minato
, e così è luogo per la coscienza umana, la rivelazione sublime della dinamica
sociale. Ognuno comprende evidentemente la grandis- sima difficoltà di questa
Scienza della Lettera- {ura, però non deve arrestarsi impaurito. Se di fanto
lavoro critico che si deve fare egli è ap- ena capace di muovere un dito, lo
muova, pessuno gli farà rimprovero di non aver saputo fare di più, anzi sarà
tanto di guadagnato per ja critica successiva. La scienza appunto procede
jentissimamente, @ gradi a gradi, costruendo il g110 edificio, con l'arena, coi
ciottoli, coi macigni, con le lastre di marmo. —Perdil fatto è che nessun
sistema critico-let- terario — considerato @ parte— è seguito fin'ora
rigorosamente questo procedimento scientifico e razionale, e certo passerà
ancor molto tempo prima che tutti i lavori speciali degli studiosi, gi
stringano opportunamente in un solo indirizzo scientifico, con quest'unico intento
finale. Fatale 2 — Pasrore, La vita delle forme letterarie. 18 INTRODUZIONE
dispersione di moto che accompagna la natura nella sua stessa evoluzione! Ma
come maii principii di questa scienza, che pure sono così naturali ed evidenti,
e vengono già avvertiti ora da tanti scrittori, furono così ostinatamente
negati nel tempo addietro? La ragione è pur troppo evidentissima. To sono certo
che pur anche al giorno d'oggi, in mezzo a tanto progresso di scienza positiva,
rincrescerà a moltissimi il mio lavoro, e molti anzi lo guarderanno
sprezzantemente non per averlo letto e giudicato, secondo il severo con- cetto
della critica scientifica — (che di questo giudizio sfavorevole — se avverrà, e
può acca- dere — io sarei certo molto dolente, ma non at- tribuirei
l'insuccesso ad alcun altro fuor che a me medesimo) — ma perchè esso considera
come semplici fenomeni naturali le manifestazioni più squisite del pensiero
umano, e cerca di serutarne i rapporti di connessione, e li raggruppa, e li
coordina secondo i criteri delle scienze naturali. Fu detto, non so più da qual
filosofo, che: v'ha di quelli i quali amano dormire e sognare quando il sogno è
piacevole, e non perdonano a chi in luogo di cullarveli, ne li sveglia
bruscamente. Il fatto è che l’attenzione degli scrittori, per tanto tempo, ed a
seconda dei gusti, si lasciava tanto facilmente assorbire tutta dalle impres-
sioni religiose e politiche, ma sempre preconcette che — come disse Ardigò —
rinsciva abituale INTRODUZIONE 19 l'incoscienza delle formazioni sedimentarie
della Storia. Ben è vero che di già una parte dei fenomeni letterari veniva
compresa nel nome di Yiosofia della storia. Ma anche qui, come per l'altre
scienze, fatta eccezione di quella del Vico, il quale “ realmente tentò un
metodo naturale nell'investigazione e interpretazione dei fatti umani ,, tutte
le filosofie della storia, sono figlie di un preconcetto metafisico. Però non
si può dire che questa scienza della letteratura man- chi assolutamente di una
tradizione storica. Mol- tissime ipotesi sono state fatte nello scopo di
investigare e di fissare il principio dominante ed assoluto della storia, nè,
oltre al già citato G. B. Vico, devono essere dimenticati il Montesquieu ed il
suo “ Lo spirito delle leggi ,, l'Herder colla sua “ Filosofia della storia ,,
il Bossuet col suo famoso: “ Discorso della Storia Universale ,, G. Hegel colla
sua: “ Filosofia della Storia ,, il Vera, ecc. ece. V'ha una scuola in
Letteratura — ed è stata un tempo lodatissima, ed è parso che avesse raggiunto
il colmo della perfezione per opera di quel grande critico che tutti conoscono
— la quale ha creduto che nella riproduzione riflessa del processo
intellettuale ed immaginativo del poeta, consistesse tutta la critica
letteraria. Ora in ciò consiste solo una parte. La critica dev'essere estetica
e storica ad un tempo. Ed è 20 INTRODUZIONE fuor d'ogni dubbio che la critica
del T'aine à por- tato un contributo molto più grande ed impor- tante che non
l’opera elegantissima di Francesco De-Sanctis, alla scienza della letteratura.
Le opere di Ippolito Taine e di Emilio Hennequin, morto così immaturamente la
state dell’88, ànno fatto avanzare di molto la critica scientifica. “ La dot-
trina dell'ambiente , del Taine, e “ La critica scientifica , di Emilio
Hennequin, che egli volle chiamare “ pomposamente , estopsicologia sono state
esaminate così acutamente e profonda- mente da A. Graf nelle sue “ Questioni di
cri- tica , che io posso a buon diritto esimermi dal riparlare qui. Dirò
soltanto che tanto l'uno quanto l’altro dànno limiti troppo angusti alla
critica letteraria, e perciò non possono essere seguìti intieramente dalla vera
critica scientifica. Agli studi di critica letteraria sembra essere avvenuto
ciò che suole accadere ad una na- zione neutrale, il cui territorio sì trovi
fra molte potenze belligeranti. I vari sistemi critici si contesero ferocemente
il terreno, e riuscirono a prevalere per un po’ di tempo: così si ebbe una
critica religiosa me- tafisica, una critica ideale preconcetta, una cri- tica
estetica pura, una critica storica, una critica psicologica, una critica
estopsicologica, una critica sociologica, e non mai ancora la vera critica
scien- tifica completa, di cui per altro qua e là comincia a sorgere
timidamente qualche tentativo. INTRODUZIONE 21 Dopo la grande vittoria
dell'evoluzionismo, avvenuta nel campo delle scienze naturali, molti scrittori
intanto si provarono di farne applica- zione diretta anche ai fenomeni morali e
psi- chici, partendo dal concetto che tutti i fenomeni non sono che
manifestazioni diverse di n solo e medesimo divenire. E per parlare brevemente
dei nostri italiani. Gaetano Trezza fuil primo che propugnò presso di noi la
dottrina dell'evoluzione nella critica letteraria. Giuseppe Checchia, in un suo
notevolissimo studio, che io citerò più volte in queste pagine, e che è pure un
contributo alla Scienza della letteratura ‘ parlando, in una nota, del Trezza
dice: —le sue pagine della “ Critica moderna ,, sono delle più acute, e
rivelano un grande intel- letto innamorato del vero, e ci fanno pensare. — Pure
il compianto prof. Ugo Canello, dotto ed erudito, applicò alle lettere la
dottrina dell’evo- luzione, e nel suo volume di storia della lette- ratura non
sì stanca di ripetere che la letteratura deve essere considerata come una
funzione evo- lutiva della vita sociale. Del medesimo Giuseppe Checchia abbiamo
pure un’articolo importante, pubblicato nel vo- lume III della Rivista del
Morselli, che s'intitola: (1) Giuseppe CneconIA, Rivista di filosofia
scientifica di Mor- selli, gennaio 1887; Del metodo storico-evolutivo nella
critica letteraria. o (SS) INTRODUZIONE Le formazioni storiche e il cosidetto
periodo delle în- termittenze secondo i dettami della filosofia scientifica.
Anzi a proposito di questa splendida Rivista, disgraziatamente ora interrotta,
io devo dire a scarico di coscienza e per debito di riconoscenza, che fu dalla
lettura di essa che io presi il più grande impulso a questi studi letterari. Da
questa miniera inesauribile io ò ricavato veramente i principii fondamentali
dell'opera presente. Del resto rimando i lettori all’appendice bi- bliografica
che è in fondo al volume. Ora, per ritornare direttamente al proposito nostro,
noi possiamo scorgere che la critica let- teraria presente non è un solo e vero
indirizzo speculativo. Siamo per altro in una vera epoca di prepa- razione
scientifica. La critica storica e sociolo- gica più che altro sottomette tutti
i suoi do- cumenti ad una disamina paziente, sottile ed imparziale. Tutta la
quantità straordinaria di studi di erudizione storica, di monografie, di ri-
cerche particolari, che fece perfino gridare 4 al diluvio , da taluno, è per
noi la più splendida e convincente riprova di quanto abbiamo detto sul
procedimento del peusiero umano, e della scienza della letteratura. Prima della
sintesi l’ana- lisi. Ora sì comprende perchè tanto rigoglio di studi minuti e
pazienti, perchè la coscienza umana prima di arrestarsi a certe convinzioni,
sottometta ad un'indagine minuta tutto il ma- INTRODUZIONE 23 teriale che era
accettato dalle generazioni pre- cedenti. Se non che, quantunque immatura, non
può fare a meno di sorgere una sintesi correlativa. Per via naturale, tutte
queste cognizioni sorte qua e là indipendentemente una dall'altra, e poste in
evidenza dalle pubblicazioni, sì strati- ficano poco per volta nel fondo della
coscienza umana, ed il pensiero poi le esamina nuovamente, ne cerca i rapporti,
li trova, li nota, li raggruppa, li coordina spontaneamente. S'intende che
quando sono ancora in poco numero i materiali appurati analiticamente dallo
studio dei critici poco o nulla dev'essere la sin- tesi, e tanto più poca e
trascurabile quanto minore è in chi la tenta, la virtù scientifica
coordinatrice. Così è successo a me, per la composizione di quest'opera, la
quale ebbe il suo primo proce- dimento logico induttivo, nell’attivissimo
studio analitico dei fatti della letteratura, durante tutto il presente periodo
di ricerche storiche e di spoglio di documenti, ed ora si studia di giun- gere
ad un risultato sintetico raggruppando e coordinando razionalmente, almeno ne
pare, i vari rapporti dei fenomeni della natura, ed espo- nendoli
sistematicamente secondo i criteri della filosofia scientifica. Se avessi
rifatto tutto il procedimento anali- tico seguìto solamente dal mio pensiero,
que- D4 INTRODUZIONE st'opera sarebbe stata troppo grave e troppo voluminosa
sopratutto. Quest'opera adunque è una coordinazione dei rapporti dei fenomeni
letterari, trovati dallo studio paziente e collettivo della critica, per- tanto
non si ricerchi in essa l’esplicazione mi- nuta e progressiva del lavoro
d'indagine indut- tiva. To stesso riconosco, ad opera compiuta, di non aver
oltrepassato la soglia della Scienza della letteratura, poichè sono ancora ben
lungi dal mio stesso ideale. Tuttavia non vorrei si credesse che io abbia un
proposito più alto di questo semplicissimo e modesto: coordinare i rapporti
della vita delle forme letterarie, affinchè queste non sembrino fuochi staccati
e fosforescenti, e sempre mag- giormente si comprenda che la letteratura è una
funzione della vita sociale. E tanto basti a chiarire l'intento mio presso
coloro i quali pur comprendendo come sia estre- mamente difficile, per non dire
impossibile, giun- gere alla intiera verità, tuttavia non disprezzano quelli
che fanno tutti i loro sforzi per avvici- narsi ad essa. CAPITOLO I. Funzione
sociale della letteratura Le ultime ricerche della scienza ànno posto
assolutamente fuori d'ogni dubbio che non esiste ormai limite fisso fra il
mondo organico e l’inor- ganico. La vecchia convenzione metafisica stabi- lita
dietro la guida di un preconcetto a-prioristico, ed infondato, allorchè la
scienza era ancora nelle fasce, ora non è più alcuna ragione di esistere,
poichè tutto il mondo è un solo e medesimo di- venire (Guyau), e tutto in
natura è organico, e tutto è una vita propria dall’atomo alla mole- cola, dal
protoplasma all'uomo. Non intercede alcuna distinzione di essenza tra le forze,
così dette, fisiche, e le forze, così dette, psichiche, ma unicamente una
diversità di grado. Un'energia calorifica può trasformarsi in una
corrispondente quantità di energia meccanica, 0 26 CAPITOLO I fisiologica, o
psicologica od artistica. L'unità fon- damentale di tutti gli esseri della
natura è l’'at- tività dinamica, cioè la Vita. Dalla vita, principio
eminentemente espansivo, sorge l’azione e la co- scienza, e quindi, tutto ciò
che è prodotto dal- l’azione e dalla coscienza è niente altro che
manifestazione della vita. Così si spiegano i vari regni della natura:
minerale, vegetale ed animale, distinti soltanto per una differenza di grado,
di struttura e di coscienza. Le razze animali inferiori e le razze umane sono
collegate intimamente. La forza vitale, che spinge tutte le cose a divenire
continuamente, ed a trasformarsi, spinse pure l'umanità sulla via del progresso,
e l'energia fisiologica sviluppandosi ed appurandosi — senza posa — si elevò ad
energia psichica e volitiva, ad energia intellettuale che estrinsecandosi va-
riamente produsse la religione, l’arte, la morale e la scienza — diversi modi
di espansione della vita. Pertanto questi diversi modi di espansione di vita,
sono tutti diretti ad uno stesso scopo ultimo, e non sono altro che funzioni
dell’ organismo sociale, che tende a svilupparsi continuamente. Di qui si
scorge chiaro il fine d’ognuna di queste funzioni distinte della vita sociale,
e la posizione di ognuna di esse, e la necessità di subordinarle a quel comune
intento finale. L'arte adunque — lasciando tutte le altre — è FUNZIONE SOCIALE
DELLA LETTERATURA 27 una funzione della vita sociale, ed è per oggetto la
manifestazione sensibile della vita, cioè della realtà, essendo che tutto quel
che vive è reale. La realtà e la vita si confondono insieme. Ma l'arte umana si
estrinseca in molte guise: Letteratura, pittura, scoltura, architettura e
musica, a seconda che la comunicazione sensibile della vita si effettua per
mezzo della parola, dei colori, della materia plastica, dell’edilizia e dei
suoni. Così tutte queste diverse comunicazioni sen- sibili della vita essendo
dirette ad un unico scopo definitivo cioè a far vibrare la vita ®, dalla cui
vibrazione sì produce il piacere nell'uomo per la coscienza rapida della
stimolazione generale — queste diverse maniere d'arte — dico — di- ventano alla
loro volta, funzioni distinte del- l'organismo sociale. Ed in conclusione —
lasciando tutte le altre — la letteratura è una vera e propria funzione della
vita evolutiva della società. E come tale deve essere considerata e studiata
nel corso storico della sua manifestazione. La vita dell'organismo sociale è la
risultante di molte forze concorrenti, tra le quali è pure un notevolissimo
posto la letteratura. (1) Gurau, Les problémes de l' Estétique contemporaine.
1884, F. Alcan. — Gurau, L'Art au point de vue sosiologique. Paris, F. Alcan, 1886. to 8 CAPITOLO
I La letteratura è adunque niente più e niente meno che una forza sociale. Essa
accompagnerà col suo sviluppo partico- lare lo sviluppo della vita sociale, e
ad essa sarà sempre congiunta intimamente, non essendo che la manifestazione
artistica di una parte della vita medesima, cioè la luce espansiva e gagliarda
dell’idea-forza esplicantesi nella vita sociale. Ora, poichè ogni forza della
vita è sottoposta ad una necessità evolutiva, anche la letteratura, che è una forza
vitale, è soggetta all’evoluzione. Quindi la letteratura in quanto è
manifestazione della vita, non può non sottostare alle leggi della vita stessa,
anzi deve necessariamente in sè ri- fletterle e riprodurle. Essa non è figlia
del capriccio e del caso, ma è una forza che si coordina e si combina costan-
temente con tutte l'altre forze concorrenti, sul- l'immenso parallelogramma
della vita storica. Perciò è regolata da leggi tanto immutabili e costanti
quanto quelle che regolano la natura, cioè la vita delle cose. Se non che, chi
ci dà il diritto di parlare di leggi regolatrici della natura, quando si è sta-
bilito che la scienza deve escludere ogni tra- scendenza ed ogni dogma ?
Possiamo noi accettare questo concetto a-prioristico e non dimostrato, che evidentemente
fa parte dell’antico arsenale metafisico, a cui dobbiamo dare severamente
l’ostracismo? No, certamente. FUNZIONE SOCIALE DELLA LETTERATURA 29 Un
a-priori, sospeso in aria — disse il Goggia © — è come un amo sospeso
nell'acqua; quello prende i semplici, questo i pesci. Lasciamo adun- que questo
amo a coloro che godono l'incurabile felicità di capire e di spiegarsi con una
parola l'origine di tutte le cose, creandosi attorno fan- tasticamente una
straordinaria congerie di leggi direttive e teleologiche, noi cerchiamo di
darsi ragione delle cose. Quando abbiamo adoperata primamente (e l’adopereremo
ancora per brevità di linguaggio, a patti chiari) l’espressione, leggi nella
natura non avevamo in mente alcuna in- tenzione teleologica, ma soltanto il desiderio
di indicare “ la costanza di alcuni rapporti empi- ricamente dimostrati ,
(Cantoni). E questi rapporti ànno luogo nella vita, natura- lissimamente in
questo semplice modo. Dalla pro- prietà degli enti diversi risultano
necessariamente certe relazioni, per cui fra loro si collegano e si li- mitano,
a vicenda, e siccome sono appunto queste relazioni mutue e perenni che noi
diciamo leggi della natura, appare chiaramente essere bastevole l’esistenza
reale delle cose, perchè — come si esprime il dotto prof. Gilberto Govi ® — fra
di esse sorgano e si mantengano rapporti costanti o leggi. (1) Goccia, La mente
di I. S. Mill. (2) Prof, Giuperto Govi, Discorso letto nella R. Università di
Torino il 16 novembre 1868, pag. 22. ————— 30 CAPITOLO T Solamente in questo
senso noi diciamo che la natura, e per conseguenza la letteratura, è go-
vernata da leggi costanti, anzi possiamo consi- derare ogni manifestazione
della vita — dalla più semplice alla più complessa, dalla più bassa alla più
elevata — come la rivelazione perenne di questi rapporti. Quindi — fuor d’ogni
dubbio — la letteratura è la risultante di questi rapporti naturali, e la
riproduzione evidentissima di queste leggi, du- rante il corso storico della
sua evoluzione. Ora — venendo alla determinazione concreta di questi rapporti
naturali delle forze, noi ci atteniamo agli ultimi risultati della scienza mo-
derna. Non abbiamo sicuramente la presunzione che il progresso della filosofia
positiva, conservi sempre intatte le ultime conclusioni della scienza nostra,
ben altro deve essere il concetto di chi è convinto che la scienza è la
elezione progres- siva del materiale speculativo elaborato conti- nuamente ed
accresciuto dalle coscienze. Però sarebbe strano e ridicolo, che nello studio
razionale dei fenomeni della natura non si pren- desse la norma e l’indirizzo
da quelle generaliz- zazioni che sono più soddisfacenti e persuasive, come
quelle che escludono ogni trascendenza ed ogni dogma e, per intanto — fino a
prova con- traria — spiegano un maggior numero di feno- meni. Ora, la
conclusione scientifica più fondata e FUNZIONE SOCIALE DELLA LETTERATURA 31 più
conforme alla realtà è la dottrina dell’evo- luzione, notissima a tutti senza
dubbio. Pertanto noi abbiamo tracciato il terreno per la nostra indagine critica,
e con la comparazione, ed il ragruppamento di dati storici tentiamo di portare
un contributo umilissimo alla sistema- zione della “ Scienza della letteratura
,. E dico Scienza della letteratura, perchè se tutti gli altri fenomeni
naturali (espansioni di vita) considerati e studiati e raggruppati secondo i
loro vari caratteri distintivi ànno dato origine alle varie scienze naturali:
zoologia, biologia, antro- pologia, fisiologia, psicologia, sociologia, ecc.,
io non vedo perchè dalla conoscenza e dalla coor- dinazione sistematica dei
fenomeni letterari — che sono tanta parte della vita naturale — non possa
costituirsi analogamente una dottrina scien- tifica corrispondente, depositaria
e rilevatrice delle leggi generali che :governano l'evoluzione della letteratura.
Forse a molti sembrerà che nemmeno gli studi moderni di sociologia siano ancor
abbastanza maturi per applicare la grande teoria dell'evo- luzione ai fenomeni
letterari, e molti gindiche- ‘anno prematuro il mio lavoro, più che mai
desiderosi di tenere le menti nell'orbita degli studi particolari analitici,
nella ricerca affannosa del documento, nelle minute illustrazioni mono-
grafiche. E di fatto, io non nego che siamo an- cora in un periodo di
preparazione iniziale, e 32 CAPITOLO I uon desidero punto che cessino tutte le
me- morie, le illustrazioni minute ed analitiche, le ricerche pazienti ed
elaborate dei documenti letterari. È indispensabile che la sintesi completa sia
preceduta dall'analisi accurata e diligente. Però quando mai lo spirito umano
potrà ap- pagarsi in una sintesi completa della verità? Secondo me — il còmpito
dello studioso, giunto a comprendere, o per meglio dire, ad intuire la
possibilità di ridurre ad unità sistematica una svariatissima quantità di
elementi disgiunti e dispersi, può anche essere quello di mandare ad effetto il
suo disegno, nella fiducia di non fare opera assolutamente vana, da poi che non
farà altro che esporre sistematicamente le ultime con- clusioni della sua
scienza. Se non altro, la generalizzazione è per se stessa una grande
soddisfazione. Staccare i fenomeni letterari per studiarli mi- nutamente,
separatamente in tutte le loro parti, è utilissimo senza dubbio, ma volerne
dare l’inter- pretazione, senza considerarli nell'unità totale di cui fanno
parte, conduce ad erronee e false in- duzioni. Del resto se si dovesse trattare
solamente di ciò che è assolutamente certo, le più belle sco- perte
dell’umanità resterebbero ignote. La teoria della gravitazione, fondamento
della meccanica, è una semplice ipotesi: i fenomeni elettrici e magnetici si
spiegano coll’ipotesi dei fluidi e dei FUNZIONE SOCIALE DELLA LETTERATURA 33
movimenti molecolari, da essi si fanno dipen- dere i fenomeni ottici; la
chimica riposa sulla teoria atomica, altrimenti la trattazione di. que- ste
scienze dovrebbe ridursi ad una descrizione di oggetti o ad un racconto di
fenomeni la cui spiegazione col mezzo delle ipotesi o teorie sa- rebbe
proibita. Non è qui il caso di svolgere più ampiamente questo concetto, ma di
porre in sodo soltanto che l’indagine critica non deve fermarsi a considerare
le forme letterarie come un pro- dotto geniale staccato, indipendente, e
tutt'af- fatto spiegabile di per sè stesso. Perchè è facile comprendere — da
quanto si è detto — che la critica non potrà mai giun- gere ad una conclusione
scientifica e positiva, se dimenticherà di ritenere che la letteratura è una
funzione organica della vita sociale. 3 — Pasrone, La vita delle forme
letterarie. 34 CAPITOLO II CAPITOLO IL Organismo della letteratura Avendo
considerata la letteratura come una funzione organica della vita sociale, ne
rimane a considerarla come organismo individuale, e ca- ratteristico. Così la
nostra indagine critica, dopo d'aver posto in evidenza le relazioni che inter-
cedono fra la letteratura e la vita sociale, si volge direttamente allo studio
del corpo lette- rario in sè. E perchè il carattere sociale della letteratura
esige che la trattazione scientifica si mantenga nel campo positivo della
sociologia, riporteremo alcune osservazioni acutissime del prof. Giuseppe Sergi
©, le quali giustificheranno le nostre con- clusioni. (1) Prof. G. Seno1,
Prefazione all'Introduzione allo studio della Sociologia, dì H. Spencer. —
Milano, Dumolard, 1881, pa- gina xxIx. ) ORGANISMO DELLA LETTERATURA 35 “ Noi —
dice il chiarissimo professore — siamo troppo abituatia chiamare organismo
soltanto un individuo vivente, perchè vediamo le sue unità elementari agire per
concorso ad un fine, di- remmo determinato alla vita dell'intero. “ E questo
concorso delle diverse unità si ma- nifesta principalmente nella divisione
delle fun- zioni, che ordinariamente si suol chiamare divi- sione del lavoro
fisiologico. E poichè in un vivente le unità biologiche sono in contatto può
dirsi immediato, almeno per l’immagine visibile che in noi si forma, per errore
molto naturale e molto facile a prodursi, vedendo altre unità viventi agire
separatamente nella vita individuale, come non abbiano alcuno contatto, aleuna
aderenza fra loro, non crediamo appunto di attribuire loro una vita comune che
può dirsi: organismo. “ Ora l'organismo non consiste nel contatto o aderenza
materiale degli elementi, ma nel con- corso delle loro funzioni; ed un
organismo è tanto più sviluppato e più complesso, quanto più le unità che lo
compongono sono libere di muoversi e di agire nella loro propria sfera di
azione, che poi è una parte del tutto in modo diretto ed indiretto ,. Così
questa maniera scientifica di considerare l'organismo, permette pure a noi di
farne ap- plicazione perfetta nella letteratura, dimostran- doci il posto e
l’importanza correlativa che ànno le diverse forme letterarie. 36 CAPITOLO 1I
st, n ca arr > Che cosa è la letteratura — (che noi serven- doci del
concetto del Guyau abbiam definito: espansione di vita per mezzo della parola e
comu- nicazione di coscienze) — se non un complesso organismo risultante dal
concorso di tutte le svariate forme letterarie, cospiranti tutte insieme a
determinare la sublime rivelazione artistica della vita? Qui, le unità
biologiche raccolte a vita co- mune, sono precisamente le diverse forme let-
terarie che, per un lato, vengono prodotte natu- ralmente dalle diverse facoltà
della psiche umana: sentimento, imaginazione e riflessione, e perl’altro
riproducono pure naturalmente i tre aspetti di- versi della realtà: parere,
divenire ed essere ‘. Qui la sfera d’azione di ciascuna forma lette- raria cioè
di ciascuna unità sociale, è tutta quella grandezza e quella libertà che rende
la vita del- l'organismo più sviluppata e più complessa, qui parimenti ogni
forma letteraria, nell'atto che è un individuo intero e completo e ben
distinto, è però sempre una parte, cioè un elemento or- ganico del tutto in
cui. opera, vive e muore. Ogni forma letteraria si può considerare come
un'unità biologica, cioè come un’individuo intero e completo, giacchè essa è
dotata di certe sue particolari distinzioni specifiche, tanto per la con-
tenenza psichica, quanto per la forma artistica. (1) Dott. F. Gaporto, Principi
di scienza della letteratura. ORGANISMO DELLA LETTERATURA 37 Anzi nelle forme
letterarie il concetto di in- dividuo non potrebbe essere più marcato ed
evidente, se si dimenticano per un istante, tutti gli stati intermedii di forme
letterarie che se- gnano il trapasso graduale ed insensibile di esse, e
determinano quella naturale continuità che è pur così evidente nei diversi
regni della na- tura. La forma epica — per esempio — è certo una unità
biologico-letteraria spiccatamente distinta da ogni altra forma poetica, e più
ancora da ogni altra forma di prosa. Frattanto che cosa possiamo noi
concludere? Se la biologia è dimostrato che gli organismi individuali sono
società anch'essi — che ciascuno - elemento organico © è l'individuo di questa
so- cietà, che si può denominare biologica — che cia- scuna cellula a sua
volta, si comporta come un individuo vivente, e frattanto che come elemento
organico à una vita propria, neà un’altra comune con l’intiero gruppo sociale a
cui appartiene; noi potremo ugualmente stabilire che ogni forma let- teraria è
pur essa una società — che ciascuna produzione artistica organica è l’unità
biologica di questa società — che ciascuna produzione or- ganica dell’arte si
comporta come un individuo vivente, e frattanto che, come produzione orga- nica
distinta è una vita propria, ne è un’altra (1) G. Serci, Op. cit., pag. xxIx.
38 CAPITOLO 1I comune con l’intiero organismo sociale della let- teratura a cui
appartiene. L'applicazione non potrebbe essere più esatta e più calzante, e noi
stabiliremo pertanto come principio dimostrato che le diverse forme let- terarie
sono -— ad un tempo stesso — organismi individuali, società, e funzioni della
vita orga- nica letteraria complessiva. Questa differenziazione sociologica che
abbiamo fatto, tornerà sommamente utile alla compren- sione degli elementi
dinamici nel complicato intreccio dei periodi letterari; per essa noi po- tremo
molto agevolmente internarci nella scom- posizione dei fattori degli ambienti,
poi riallac- ciare e coordinare nuovamente queste forze e giungere alla
ricostruzione ideale primitiva ed a determinare il valore della nostra x
incognita, cioè dello spirito che circola nell'ambiente storico, ed informa
tutte le produzioni artistiche. Se non che ogni organismo vivente è dotato
naturalmente di un sistema nervoso proprio, e di una vita sot- toposta a tutte
le esigenze dell'evoluzione. Ora, è naturale che în questi organismi bio-
logici letterari, non esista come nei sistemi nervosi animali, un centro
encefalico, se così posso dire, fisso e localizzato; il centro è diffuso —
invece — in tutte le unità componenti, così che ciascuna unità è centro e
periferia, così che ogni fenomeno letterario dapprima è un fenomeno in-
dividuale, poi passa — per comunicazione rapidi ORGANISMO DELLA LETTERATURA 39
— a fenomeno sociale, pur conservando in parte il carattere primitivo. Voglio
dire, che in questi sistemi nervosi let- terari non esiste un centro unico di
produzione artistica; ma invece la produzione è individuale. L'opera artistica
è il prodotto di un individuo solo — strettamente parlando — ma essa si co-
munica tosto a tutte le altre coscienze; si po- trebbe dire agli altri ganglii
correlativi, finchè si sparge per tutto il sistema nervoso sociale. Il nostro
grande filosofo Roberto Ardigò — benchè per altro proposito —à espresso un or-
dine di idee così logico, che io non posso te- nermi dal riportarlo,
adattandolo al caso mio, come quello che non lascierà più nulla a dire. « Le
varie forme letterarie si corrispondono, e per una corrispondenza organica,
quindi, cia- scuna forma è nel tutto organico della lettera- tura una funzione
rispettivamente al tutto mede- simo coordinata. E da tutte singolarmente
irradia un'influenza che mette capo nel gran seno della letteratura, che fa
specchio a tutto il movimento del pensiero, che diventa la pittura
dell'ambiente, e l'eco che ripete le voci di tutti i secoli. Nella letteratura,
così considerata, si riflettono come in un centro comune, e vi si rafforzano in
idee ge- neralissime riassuntive e sintetiche tutti i fatti particolari, e le
forme artistiche come i raggi che si incontrano e si confondono insieme nel
centro del cerchio. Vi sì riflettono e vi si fon- 40 CAPITOLO II dono insieme
per ritornare ad ognuna trasfor- mate nella luminosità prodotta dal cozzo di
tutte. Ed a questo modo il progresso nell'una, diventa progresso nelle altre ,
e la rivoluzione di una forma letteraria può produrre la rivo- luzione in quasi
tutte le altre contemporanee, quando però siano favorevoli le condizioni del-
l’ambiente, e la produzione artistica risenta tutta la grande prepotenza della
correlazione di svi- luppo. Perchè vi furono veramente delle epoche storiche
durante l'evoluzione della letteratura, nelle quali pressochè tutte le forme
artistiche piegate da un'ineluttabile esigenza sociale, do- vettero svilupparsi
in una correlazione uniforme e severa. Rimando i lettori alla lettura del ca-
pitolo IV di quest'opera, in cui si tratta appunto della correlazione di
sviluppo. Ma io è detto dianzi che ogni organismo vivente per essere il
concorso di molteplici unità biologiche, oltre ad avere un sistema nervoso
proprio, deve entrare necessariamente come tutti gli individui della natura,
nel processo evolutivo di tutte le vite, cioè del gran tutto. Ora che cos’ è
l'Evoluzione? e come si esplica nel decorso del tempo e dello spazio ? Ed a
quali necessità biologiche devono uniformarsi gli or- ganismi, seguendo la gran
Jegge dell'evoluzione? IL. Spencer ne’ suoi “ Primi principî $ $ 145, pag. 301:
definì l'Evoluzione: “ un'integrazione “ di materia, accompagnata da
dispersione di ORGANISMO DELLA LETTERATURA 41 “ moto; in cui la materia passa
da un’omoge- “ neità indefinita, incoerente, ad una eterogeneità “ definita,
coerente, mentre il moto trattenuto “ subisce una trasformazione parallela ,.
Nel caso nostro, come si dirà poi anche nel cap. III, questa “ materia , è la
vita psichica che inte- grandosi passa da uno stato di manifestazione artistica
(sensibile) omogenea, indefinita, incoe- rente ad un’eterogeneità di forme
letterarie de- finita e coerente, mentre il moto trattenuto subisce una
trasformazione parallela, ed una parte di moto viene dispersa. Vedremo — a suo
tempo — che cosa deve rite- nersi di questa dispersione e di quest’assorbimento
di moto; ora l'importante è di stabilire quel che segue. Spinti dalla forza
continua dell'evoluzione gli organismi individuali nascono, vivono e muoiono,
ma al disopra di essi si evolve perenne la vita dell'organismo sociale. Ogni
organismo non è che una grande catena per cui si svolge la vita della società.
Ora dal seno della natura come è sorto il primo essere vivente, si riproduce
una quantità sempre crescente di esseri, i quali per la diversità delle
condizioni dell'ambiente, co- minciano a modificare la loro struttura
particolare e ad assumere distinti caratteri specifici, tra- smessi
naturalmente ai discendenti nell'atto della riproduzione. Quindi avviene una
moltiplicazione rapidissima di organismi, i quali, in poco tempo, 42 CAPITOLO
II dovendo servirsi degli stessi mezzi di sussistenza, sono costretti a
disputarsi la vita ferocemente. Ora in questa lotta per la vita sopravvivono
quegli organismi che ànno qualche vantaggio sopra gli altri, quelli cioè che
sono più forti e meglio adatti alle condizioni di vita del loro am- biente.
Pertanto, nella natura stessa, succede un elezione spontanea, cioè una scelta
evidentissima degli organismi più adatti all'ambiente, da cui la sopravvivenza
o l'estinzione della vita degli or- ganismi meno perfezionati. È inutile, quasi
il ripetere, che al disopra della parabola descritta fatalmente da tutti gli
organismi individuali, si evolve perenne la vita sociale, misteriosa funzione
della vita dell’uni- verso. La morte non esiste in senso assoluto, essa non è
che la vita in un altro senso — dice il Guyau %— e sotto un’altra forma
particolare. Ecco come si esplica nel decorso del tempo e dello spazio
l'evoluzione, ed ecco a quali fortunose necessitudini devono uniformarsi gli
organismi viventi, seguendo la gran legge dell'evoluzione. Però, chi sì accinge
a' descrivere la vita delle forme letterarie, deve fermare maggiormente la sua
indagine critico-storica sopra questi vari momenti caratteristici, che noi (per
brevità di linguaggio) continuiamo a chiamare leggi del- (1) G. Tarozzi, G.M.
Guyau ed il naturalismo antico con- temporaneo, — Milano, Dumolard, 1890, Pag.
58. ORGANISMO DELLA LETTERATURA 43 l'evoluzione, quantunque non s’'abbia
neppure l’idea d'un legislatore sovrumano, o d’una pou- tenza creatrice,
inconoscibile. . Ma a che cosa si riduce, in fine, la dottrina dell'evoluzione
? All espressione della realtà pura e semplice. Niente altro. Il filosofo non è
tentato di spie- gare —a suo capriccio —i fenomeni della natura, si è
contentato — come era l'obbligo suo, di dire che le cose stanno così e così.
Non vi è precon- cetto di sorta. Tutta la dottrina si riduce alla semplice esposizione
dei rapporti naturali dei fenomeni della vita. Chi considera francamente le
cose, non vede che una coordinazione positivi dei fenomeni naturali. Il
filosofo — puro di mente e di cuore — è gettato il suo sguardo indagatore
nell'immensa congerie dei coefficienti dinamici, e notando che i principali
rapporti dei fenomeni si collegavano spontaneamente e di per sè stessi
nell’ordine naturale delle cose, espose candida- mente questo intreccio
evidente delle cause e degli effetti, riproducendo esattamente la realtà, e
direi quasi: fotografando la vita, nel suo sistema. Di qui la grande forza
d'espansione di questi dottrina, ed il grande sviluppo suo nelle co- scienze di
tutti i popoli. Che cosa opporre alla logica naturale dei fatti ? — Lo spirito
della dottrina non è che lo spirito stesso della vita, cioè la natura stessa
cerebrata # sistemata — come direbbe Giovanni Bovio. 44 CAPITOLO lI Chi scrive
queste modeste pagine non cesserà mai di sentire profonda riconoscenza
all'autore di quella dottrina immortale, che s'intitola del- l’Evoluzione la
quale, come scrisse pure il Boc- cardo di sè stesso, letta e studiata con
crescente ammirazione gli dischiuse quattro anni or sono i vasti orizzonti di
una scienza, a cui non ces- serà mai più di consacrare l’attività e la vita.
ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECC. 45 CAPITOLO II. Origine e sviluppo delle
forme letterarie La letteratura è la manifestazione di una parte della vita
psichica dell’uomo, cioè la luce espan- siva e gagliarda dell’'idea-forza che
si manifesta nella vita sociale. La mente ed il cuore della nazione si riversa
naturalmente nel grande teatro della letteratura, la quale perciò si risolve
nell’unità e nell’ar- monia dei moti, dei palpiti e de’ sentimenti di tutte le
coscienze. Tutta l'arte in genere, e l’arte letteraria in specie, sorge dalla
coscienza per tornare alla coscienza, come l’acqua che le nubi raccolgono dal
mare torna dopo la pioggia nel mare. E ciò è tanto vero che, allorquando sì
vuole fare argine alle decadenze, ed al manierismo artistico di un dato periodo
storico si grida dai ribelli: Torniamo alla realtà, risaliamo la cor- 46
CAPITOLO III rente, cerchiamo nuovamente le pure e limpide scaturigini dell’
arte, “ esploriamo il proprio petto! , come diceva il povero Leopardi. La vita
appunto, secondo la teoria di G. M. Guyau® è il principio comune della morale,
del- l'arte e della religione; in quanto che nella vita considerata dal punto
di vista della sua intensità cè un principio di espansione di cui la morale,
l'arte e la religione sono diverse manifestazioni. Intorno a “ Giovanni Maria
Guyau , scrisse nel 1889 Alfredo Fonillée® ed è ner noi eziandio molto
pregevole uno studio accuratissimo che il dottor G. Tarozzi pubblicò in due
articoli suc- cessivi nella Rivista di filosofia scientifica del Mor- selli,
serie 2, anno IX, volume 1x, gennaio-feb- braio 1890. Siecome il principio
generale del Guyau, se- condo me, è l'ipotesi scientifica che meglio di ogni
altra risponde alle esigenze della critica, così io — fino a prova contraria —
l’accetto, e me ne servo quasi completamente per lo studio della genesi delle
forme letterarie. Anche il Wundt è espresso in riguardo alla coscienza umana un
concetto assai importante, (1) Gurau, Les problèmes de l’Esthétique
contemporaine. Paris,
F. Alcan, 1884. Guyau, L'art au point de vue sociologique. Paris, F. Alcan,
1884. (2) ALrreD FoviLLÉée, La morale, l'art et la religion d'après M. Guyau. Paris, F. Alcan, 1889. ORIGINE E
SVILUPPO DELLE FORME, ECC. 47 che può essere applicato parimenti a questa in-
dagine. Giacchè veramente, eziandio nel grande, campo delle lettere, attraverso
agli elementi che can- giano senza posa, la vita cosciente, intellettuale,
realizza una connessione intima di fenomeni letterari, che si spiega in una
continuità di fun- zioni. E le funzioni sono le varie forme letterarie,
artistiche, e gli elementi sono gli ambienti so- ciali diversi che si mutano
continuamente per le nuove condizioni di tempo e di luogo. Ma non basta; perchè
sorgono i fenomeni letterari? e come, e quando, e dove sorgono essi? Ammesso
pure che la letteratura sia espan- sione della vita psichica e comunicazione di
co- scienze, come si effettua primamente questa espansione ? Orbene, poichè
tutti i fenomeni della natura sì riconnettono intimamente nella severa ar-
monia del tutto, e poichè l'osservazione ci di- mostra che tutti i fenomeni
naturali succedono in virtù della legge d’evoluzione, noi dobbiamo di necessità
pigliar le mosse da questo grande principio che ci traccia il terreno, e presta
l’in- dirizzo e le norme alla nostra investigazione. Ciò che è legge
impreteribile del tutto, è pur legge impreteribile d'ogni singola parte. Le
forze intellettuali non possono essere tagliate fuori dall’armonia della
dinamica naturale. 48 CAPITOLO II H. Spencer ne’ suoi “ Primi principi », $
145, pag. 301, è definito l’Evoluzione: un’integra- zione di materia
accompagnata da dispersione di moto; in cui la materia passa da un’omoge- neità
indefinita, incoerente ad una eterogeneità definita, coerente, mentre il moto
trattenuto su- bisce una trasformazione parallela. Nel caso nostro questa “
materia , è la vita psichica che integrandosi passa da uno stato di manifestazione
artistica, (sensibile), indefinita, omogenea, incoerente, confusa, ad una
eteroge- neità di forme letterarie definita, coerente, di- stinta, mentre
succede una vera dispersione ed un assorbimento di moto. E di quest’ultimo
fatto la letteratura e l’arte in genere ci dùnno esempi evidentissimi. Soltanto
è da notarsi che la difficoltà di seguire le tra- sformazioni così complicate
ed insensibili è così grande che è quasi impossibile isolare i vari momenti del
processo totale, in modo da porre in evidenza i diversi legami di mutua dipen-
denza. Però, come dissi, quanto all'assorbimento di moto la cosa è chiara.
Pigliamo anzitutto un esempio di integrazione in gui si trovi una grande unità
di composizione, colla severa su- bordinazione delle parti al tutto. Il
Romanzo. I bambini e il popolo, che tanto per sempli- cità e naturalezza
somiglia. ai fanciulli, ed i trecentisti, che scrivevano secondochè parlavano,
ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECC. 49 si esprimono per mezzo di frasi, corte,
sempli- cissime, talvolta senza apparente connessione logica, e talvolta
proprio senza connessiohe al- cuna. Nei racconti dei fanciulli e ne’ racconti
più antichi dei popoli non c'è un intimo legame logico fra le idee; e le varie
parti che entrano a comporre il tutto non sono mai strettamente coordinate.
Anzi s'incontra un andare a salti, a singhiozzi, un'eccessiva indipendenza
organica, una specie di anarchia che rivela uno sperpero di moto sconclusionato
nelle singole parti. Poco per volta, a misura che il fanciullo s'avvicina alla
ragione, alla maturità, ed a misura che il popolo pro- gredisce
intellettualmente, ecco che le opere di immaginazione subiscono un'integrazione
note- volissima, e le varie parti che entrano. a com- porre l’opera d’arte si
collegano, si coordinano strettamente al tutto, e le varie idee non pos- sono
più svolgersi sconclusionatamente da sole, e gli avvenimenti ed i fatti si
localizzano, si inquadrano, si fissano secondo certi criteri; e non si può
mutarne l'ordine e la natura senza dan- neggiare o distruggere l’effetto
generale. Le di- verse idee hanno effettivamente perduto alquanto del loro moto
relativo, in seguito al fenomeno dell'integrazione avvenuta. Così dalle novelle
staccate, sconclusionate dei primissimi tempi arriviamo ai romanzi d'intreccio,
ai romanzi di analisi psicologica elaboratissima; così dalle pri- 4 — Pasrore.
La vita delle forme letterarie. 50 CAPITOLO II missime favole cavalleresche
indefinite, incoerenti, confuse si è giunto alla Gerusalemme liberata di
Torquato Tasso; così dai lazzi sconclusionati, dalle facezie senza scopo, si è
giunto alle com- medie dell’arte, e da queste alla commedia mo- derna; così le
forme letterarie nascono e si svi- luppano. Però, intanto, sarebbe necessario
fare la storia di ogni forma letteraria, e seguendo strettamente la grande
legge enunciata, segnare, per quanto è possibile, tutti i punti intermedi
dell'evoluzione sua propria. Ma l'indole teorica di questo primo volume non lo
permette; io non devo far altro ora, che riunire i fenomeni letterari, coordinarli
logicamente e porne in evidenza le leggi fonda- mentali. “ Come, — dice lo
Spencer! — ogni pianta cresce concentrando in sè stessa gli elementi che prima
erano diffusi, come gas, e come ogni animale cresce per avere concentrato gli
ele- menti prima dispersi nelle piante e negli ani- mali circostanti, così per
passare a fenomeni di un ordine più elevato ed a cui bisogna rigoro- samente
annetterli, la letteratura di un paese cresce concentrando in sè stessa gli
elementi intellettuali che prima erano diffusi nella società come effetti,
sentimenti, idee e pensieri. E come ($ 111) nell’impronta della cera leggiamo i
segni . (1) Spencer, Primi principî, $ 111. ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME,
ECC. 51 del sigillo, così nella integrazione del linguaggio, delle scienze e
delle arti progredienti vediamo riflesse certe integrazioni dell'umano
progresso, sì nell’individuo che nella società. “ Nella pittura, dalle prime
antichissime deco- razioni murali degli Egizi, degli Assiri, come del resto
anche dalle pitture del Medioevo ai quadri dell’età moderna; nella musica,
dalla semplice cadenza di poche note dei monotoni canti sel- vaggi alla
perfezione artistica della musica mo- derna; nella scoltura, dai fantocci
primitivi, dagli idoli selvaggi alle stupende opere plastiche dei (ireci e dei
moderni, l’integrazione progressiva si mostra evidentissima, e quanto più è
completa l'integrazione, tanto più squisita è la perfe- zione artistica
raggiunta nella subordinazione degli effetti particolari agli effetti totali ,.
(Spen- cer; :$ I11). Chi non ricostituisce l'evoluzione dall’omoge- neo
all'eterogeneo manifesta nella separazione della pittura, della scoltura e
dell'architettura, e più ancora nella grande varietà di soggetti da esse
trattati ? E più avanti (nel paragrafo 126) Spencer se- guita a dire: “
Nell’origine graduata e nel combinato dif- ferenziamento della poesia, musica e
danza ab- biamo un'altra serie di esempi. In Grecia, la musica e la poesia
dapprima unite si separarono dalla danza. Il coro nelle azioni drammatiche 52
CAPITOLO 1II da prima incastrato si rese indipendente. Gli strumenti si
moltiplicarono. E cominciò ad esi- stere musica senza parole. Negli scritti
ebraici troviamo uniti in uno stesso libro la teologia, la cosmologia, la
storia, la biografia, la legge civile, la morale e la poesia, mentre vi sono
epoche, in cui come nell’Iliade gli elementi religiosi, marziali, storici,
epici, drammatici e lirici, son mescolati. Infine, a’ giorni nostri, lo
sviluppo eterogeneo della letteratura ci offre delle sud- divisioni così
numerose e variate che sfidano una completa classificazione ,. ($ 126). Che
questo e non diverso sia il processo evo- lutivo delle forme letterarie (non
ostante tutte le deviazioni di cui verrà data la spiegazione naturale a suo
tempo) la storia dei fenomeni letterari serve mirabilmente a dimostrarlo. Ed è
impossibile non ammettere questo continuo divenire delle forme artistiche nel
campo della letteratura. Senonchè, ormai che sappiamo che le forme letterarie
non sono altro per un rispetto che la differenziazione dell’espansione della
vita psichica, dobbiamo fare un passo avanti nell’indagine nostra e domandarci:
quali sono le forze che determinano veramente questo fenomeno? È dico # forze ,
perchè — secondo me — ogni fenomeno deve riguardarsi come l’effetto pro-
porzionato di quelle cause che lo determinano, vale a dire, come risultante di
un sistema di forze ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECO. 53 la intensità e
direzione della quale nel campo della fisica è misurata esattamente dal Paralle-
logramma delle forze. Generalizzando sempre più l'ipotesi facciamo
l'applicazione generica di questo principio in letteratura e domandiamoci, in
altri termini; quali sono le forze concorrenti che de- terminano per risultante
le forme letterarie? Non paia ad alcuno strana ed irragionevole la posizione di
questo problema. Il progresso delle scienze (e questo lavoro è un contributo
umilissimo alla scienza della letteratura) sta ap- punto nel sapere applicare i
principii affermati dalle discipline esatte alle discipline speculative, e
quanto più si diradano gli orizzonti di cotale assimilazione, tanto più si
diradano quelli del dominio del pensiero. Ne segue che l'applicazione del
parallelogramma rendesi comune in quasi tutti i casi, e per tutte le ipotesi all'ombra
di un'unica legge. Per cui volendo far l’analisi di un fenomeno letterario
complesso, si. comincia a considerarlo come la risultante della ragion composta
di molte forze concorrenti, poscia con un lavoro di scom- posizione sì
chiarisce l'estensione e l'intensità relativa di ciascuna, e si sorprende in
tutte le sue manifestazioni, la perenne combinazione di- namica del mondo
letterario, dove l’arte rap- presenta il centro al quale ogni produzione let-
teraria si avvicina o da cui si allontana. Ma affrettiamoci alla soluzione. 54
CAPITOLO HI Ippolito Taine sostenne ripetutamente che la letteratura di un
popolo, ed ogni singolo mo- numento di essa sono prodotti e necessariamente
determinati da tre fattori : 1° La razza — 2° l’ambiente (fisico-storico) — 3°
]l momento; oppure 1° L'energia interna — 2° la pressione esterna 53° l'impulso
acquistato. Io non entrerò minutamente nella critica di questa teoria, poichè
questo studio venne già fatto magistralmente da Arturo Graf nelle sue Questioni
di critica (Torino, Loescher 1889). Ed io accetto quasi completamente la teoria
del Taine che l’Hennequin ammise bensì come probabile, quantunque a lui non
sembrasse nè giusta nè verificabile ©. Però, a proposito del primo fattore che
il Taine chiama energia interna, è necessario che io mi fermi con ispeciale
considerazione. Anzi- tutto perchè dovendo noi darci ragione dell'o- rigine e
dello sviluppo delle forme letterarie non possiamo esimerci dal considerare
profondamente questa energia interna che è la matrice comune delle diverse
forme artistiche, secondariamente perchè il Taine non trattò, di proposito
minuto, questa questione e perciò ora è necessario com- pletare la sua teoria
con alcune idee riguar- (1) Vedi A. Grar, loc, cit. ORIGINE E SVILUPPO DELLE
FORME, ECO. 5 | ot danti la vita, l'arte, la coscienza e l'emozione estetica.
Degli altri due fattori suddetti a) am- biente, ©) momento, farò più innanzi
menzione in un capitolo a parte. A rigor di logica, la produzione artistica,
che si differenzia poi nelle singole forme letterarie, è preceduta da una
confusa ed indeterminata emozione estetica iniziale. In questo periodo di
energia latente io pongo il primo impulso alla produzione artistica suc-
cessiva. Perchè, secondo me, il sentimento este- tico di cui è piena e riboccante
la coscienza durante l'emozione è un principio attivo per eccellenza. Questo
sentimento non produce solamente il piacere emozionale nella coscienza, ma
eccita la coscienza stessa ad agire, a produrre, ad estrin- secarsi al di fuori
con forme sensibili. In altri termini, il sentimento non rimane soltanto nella
coscienza come principio statico, limitandosi a far vibrare la vita
nell’allargamento e nella ri- sonanza armonica di tutto l’essere (Guyau) ma
come principio naturalmente dinamico, come idea- forza (A. Fouillée) eccita ad
agire, senza indi- care però in modo categorico l’azione da com- piersi, cioè
la forma speciale della produzione artistica ©, Lo Spencer, il Grant-Allen e lo
Schiller non (1) G. Tarozzi, loc, cit. pag. 25. 56 CAPITOLO HI propugnano
certamente questa teoria, e nep- pure il Guyau, che è il grande merito di aver
dato il concetto generale, mette abbastanza in luce questi due momenti
psicologici dell’emo- zione estetica, il desiderio ed il piacere. 1l Ta- rozzi,
servendosi molto bene della teoria delle idee forze del Fouillée, distingue
nettamente nel sentimento estetico due azioni successive oltre all’azione che
dall'arte deriva e trascende na- turalmente. Di guisa che (ammettendo l’'emo-
zione estetica essere determinata dall’accumu- larsi della forza nervosa), per
una parte si ha un'azione che consiste appunto nell'accumularsi di questa forza
nervosa, che è un piacere per cui si sente più fortemente la vita; per altra
parte si ha pure un’azione che deriva dal de- siderio di riversare questa piena
di vita, e che è il punto di partenza dell’azione successiva ‘, Così, adunque,
riepiligando, dalla coscienza intima della vita sgorga naturalmente l’azione; e
in altre parole: la coscienza della vita estrin- secandosi in virtù di un'energia
sua propria, e coadiuvata dall'ambiente esterno stimolante, pro- duce il primo
germe dell’arte. L'uomo dapprima si sente; di poi questo sen- timento intimo,
questa coscienza di sè, questa visione ideale (id) si trasforma tosto in ele-
mento attivo, e viene determinata l’azione nel (1) Tanrozzi, ib. ib. ORIGINE È
SVILUPPO DELLE FORME, ECO. 57 suo inizio; giacchè le idee (Fouillée) sono forze
naturalmente attive, e sono già di per sè, le azioni stesse nel loro inizio. 7
Allorquando è prodotto il primo germe del- l’arte e della forma letteraria
indeterminata, indistinta, omogenea, confusa, rozza, la produ- zione artistica
neonata entra subito nella grande orbita della legge generale dell'evoluzione,
e si estrinseca, senza posa, in una grande eteroge- neità di forme. E così
nascono i diversi generi letterari, che in seguito si sviluppano col tempo in
mezzo alle molteplici condizioni dell'ambiente, ed entrano fra di loro e con
altri elementi in terribile lotta per la vita, e si avviano all’e- stinzione
loro, o a un maggiore incremento a seconda che li respinge o li favorisce
l'elezione naturale, portando fatalmente in grembo i tratti caratteristici
dell'età trascorse. Ma ora che abbiamo minutamente conside- rato la letteratura
come “ espansione della vita psichica , è tempo che. consideriamo la lette-
ratura come “ comunicazione di coscienze , (Guyau). Gli artisti trasmettendo,
sotto forma di opere letterarie, le loro emozioni estetiche, alla co- scienza
generale dell'ambiente servono eviden- temente ad una funzione sociale. La loro
arte produce una simpatia sociale fra le coscienze. Perciò mentre questa
considerazione ci permette di stabilire, in linea generale, il carattere ed il
58 CAPITOLO l1Il fine sociale dell’arte, noi dobbiamo fermare lo studio sopra
di un altro argomento di capitale importanza, cioè l’espressione per mezzo
della quale l’arte si trasmette di coscienza in co- scienza. I germi della
letteratura sono nati, in essi virtualmente racchiuse tutte le forme letterarie
dell'avvenire; l'energia dell’arte è entrata nella grande colluvie dei moti
dinamici sociali, ve- diamo ora con quali caratteri esterni, si mani- festino
nella società. Prima delle Forme ho voluto studiare le Forze benchè tutta quasi
la differenza tra le une e le altre non dipenda che dal loro momento cero-
nologico. “ Le forze hanno un punto di fermata apparente: ecco le forme. Le
forme hanno un punto di partenza effettivo: ecco le forze ,. Vi ha tra loro una
gerarchia funzionale che le distin- gue, ma la legge di evoluzione — come mi
sembra che s'esprima un notissimo scrittore della Rivista di Filosofia
scientifica di E. Morselli — è sempre allo stesso modo identica; onde il ciclo
della vità si ritempra con eterna vicenda nello alternarsì dell'essere e
dell’apparire. Questa incessante tra- sformazione di energia produce apparenti
inter- mittenze nell’evoluzione della letteratura. Ma quando si pensa che nella
decadenza passeggera delle forme si preparano attivamente le forze de] pensiero
— quantunque nel segreto delle co- scienze — non si andrà più tanto lungi a
trovare ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECC. 59 la spiegazione dei periodi così
detti di intermit- tenza letteraria, e si avrà fede pur sempre nella evoluzione
graduale, lentissima, e progressiva della coscienza umana. Nello studio della
storia letteraria è un grave errore por mente soltanto alle forme, e dimen-
ticar l’importanza delle forze. Vi sono precisamente nella storia, certi
periodi tenebrosi nei quali non si scorge l' elevatezza delle forme appunto
perchè sta costituendosi ed accumulandosi la materia. È una necessità orga-
nica. Il medioevo, tanto maltrattato, per esempio, accumula nelle sue tenebre
un immenso tesoro di poesia virtuale. La sostanza epica (non la forma) del
medioevo è infinita, in quel mondo tetro e stravolto ci è pure un'elaborazione
at- tivissima di forze preparatrici delle forme. L'arte che sorse poi dal
medioevo nell’Umanesimo e nel Rinascimento non è più il vero #05 pre- potente,
è più formale che altro. Il poema di Matteo Maria Boiardo, per conseguenza, appar-
tiene già al terzo periodo dell'epopea, cioè è un poema essenzialmente d’arte;
mentre retrocedendo verso le fonti epiche medievali, cominciamo a trovare, per
esempio, nel poema del Pulci qualche cosa di mezzo tra l'epica popolare ed il
poema d’arte, una vera transizione, in altri termini ; ed andando più avanti,
oltre quest’epopea della far- tasia individuale che segna il secondo periodo
evolutivo, entriamo nelle tenebre più folte del 60 CAPITOLO II medioevo,
giungendo al primo periodo evolutivo, all’epica naturale e spontanea, effusione
neces- saria dello spirito e della coscienza del popolo intero, rivelatrice
delle sue tendenze e delle sue superstizioni. E del grandissimo potere
d'espansione delle forze poetiche medioevali possiamo eziandio es- sere
completamente convinti, riflettendo che per- fino nel secolo nostro xIX buona
parte dell’arte sì rituffa in quelle antiche leggende, e non vi ripugna troppo
la coscienza moderna. Così dalle forze erompe un infinito numero di forme e
dalle forme un’infinita congerie di forze. Se non che venendo a parlare
propriamente della forma in concreto, cioè dell'espressione sensibile del
pensiero per cui l’arte diventa es- senzialmente comunicazione di coscienze
dobbiamo distinguere due primi modi onde l’uomo cominciò ad elaborare i
fenomeni della natura in largo senso, ed a riprodurli con la parola nell'opera
letteraria primitiva. Il primo modo può dirsi soggettivo 0 poctico in quanto
che il soggetto, cioè lo spirito pensante trasforma inconsciamente in sè stesso
la materia pensata, e quasi la ricrea nuovamente. Il secondo modo può dirsi
invece oggettivo 0 prosastico in quanto che l'oggetto, cioè la ma- teria
pensata viene espressa pacatamente, e nu- damente così come essa è in realtà.
La prima espressione formale del pensiero ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECO.
6l umano generò la poesia, la seconda, riproduzione esatta e quasi direi
fotografica della realtà, diede origine alla prosa. Quella è la prima effusione
spontanea dello spirito umano senziente, questa è la successiva manifestazione
naturale dello spirito umano ragionante. Ora siccome i po- poli primitivi, come
i bambini, sono più ricchi di senso che di ragione perchè sempre più vicini
alle ‘azze animali, così avviene che la letteratura nascendo, per la prima volta,
nelle varie razze, prende anzitutto qualità e forma di poesia, e non dà la
prosa — come osserva egregiamente il dott. G. Finzi ® — se non quando la
civiltà sia più matura, e nelle menti umane siasi stabilito un certo equilibrio
tra le facoltà effettive e fan- tastiche e le riflessive. Tutte le storie delle
genti umane sono una prova evidentissima di queste conclusioni. Se non che
l'oggetto del pensiero si affaccia all'uomo con ben diverso aspetto © secondo
le generali condizioni della civiltà, della cultura e dei costumi di un popolo
e di un’età, e secondo le particolari dell'animo e della mente di cia- scuna
persona. Onde prima di tutto, a seconda delle varie facoltà psichiche
prevalenti in certi stadi del soggettivismo, ed a seconda, inoltre, dei vari aspetti
prevalenti in certi stadi dell’og- (1) Dott. G. Fixzi. Avvertimenti intorno ai
vari generi dello scrivere in prosa ed in poesia. Torino, Casanova, 1889, pag.
4. (2) Finzi, Vedi loc. cit. pag. 2. 62 CAPITOLO III gettivismo stesso, la
letteratura dovrà atteggiarsi in altrettante forme artistiche corrispondenti.
Di qui appunto uoi ci argomentiamo di trarre un criterio scientifico per
classificare le varie forme della letteratura. Ma come in zoologia ed in
botanica, dal punto di vista che le specie non sono altro che varietà molto
distinte e permanenti, e che ogni specie esistette dapprima come varietà,
dobbiamo ri- conoscere che non sì può stabilire alcuna linea assoluta di
demarcazione fra le specie e le va- rietà, così in letteratura non potremo assoluta-
mente presentare una classificazione rigorosa e severa delle forme letterarie ;
perchè quantunque tra i due termini estremi (prosa e poesia) la di- stanza sia
molto grande, tuttavia © dall’uno al- l'altro v'è un trapasso graduale
insensibile, at- traverso a una serie di stadi intermedi infiniti per la
naturale continuità. Così si scopre sempre di più lo stesso rapporto che lega
questa scienza infante alle altre sorelle più adulte, e scende ognor più grande
conforto nell'animo innamorato dello studioso. La stessa difficoltà che si
incontra in zoologia volendo definire il concetto di specie incontriamo pur noi
riferendoci alle specie letterarie. Però il fatto incontestabile che non esiste
un (1) Dott. F. Gaporto, Principi di Scienza della letteratura, al uso del
Ginnasio Superiore. Torino, Loescher, 1891, pag. 5. ORIGINE E SVILUPPO DELLE
FORME, ECC. 63 limite deciso tra i generi letterari maggiori e le forme minori,
e le varietà, non deve condurci ad una conclusione estrema ed erronea,-cioè a
credere che la scienza della letteratura siste- matica sia una scienza vana ed
inutile, non esi- stendo i generi letterari. Qui giova riflettere — come fa
notare molto bene il Canestrini ‘% — che la teoria della tra- sformazione
naturale non distrugge il concetto della specie ma lo modifica. Dovremo noi
tra- scurare — egli dice — lo studio delle isole di un dato mare perchè ci
consta che esse sono soggette a sollevamenti e ad abbassamenti, e perchè
sappiamo che esse ad una profondità maggiore o minore sono tutte insieme
collegate ? La nostra teoria scientifica portando lo studio diretto sulle forme
letterarie distintamente con- siderate ne farà comprendere più agevolmente
tutto il processo evolutivo particolare, la vita e la fortuna e la estinzione
di ognuna, e nello stesso tempo, spiegando l'intricato avvilupparsi di esse nel
grande campo della letteratura, con- tribuirà alla ricostruzione scientifica
della dina- mica sociale, e ci metterà sempre più addentro al macrocosmo della
vita dei popoli. L'orizzonte di questa plaga misteriosa si allarga all'infinito
e noi siamo appena sul limitare di essa. (1) CanESTRINI, La teoria
dell'evoluzione, Torino, 1887. Unione Tip. Editrice. 64 CAPITOLO III Per dare
una rapidissima scorsa alla storia del graduale sviluppo della letteratura, io
non farò che addurre l’ultima parola della critica storica, a quel riguardo.
Par conforme a ragione l’ammettere che la prima forma letteraria, nata dalla
coscienza po- polare per soddisfarne i primissimi bisogni intel- lettuali e
morali, sia stata la lirica religiosa, nell'ampio significato della parola,
lirica coeva all'origine stessa della civiltà, anzi efficace sua iniziatrice.
Poscia pare che sia successo un pe- riodo eroico, oppure, se così vuolsi, un
periodo il cui canto lirico ed il racconto epico non ancor ben distinti tra
loro prorompevano ‘ insieme commisti e confusi nell'anima umana. La tradi-
zione — scrive il Finzi nel suo aureo libretto “ Intorno ai vari generi dello
scrivere in poesia e in prosa , — conserva il ricordo (e ne rimane qualche
vestigio) degli inni orfici della Grecia, delle cantilene francesi, dei canti
dei fratelli Arvali in Roma, dei canti (lieds) germanici, delle leg- gende
(saghe) scandinave, dei cantari spagnuoli, che precedettero le varie epiche
nazionali di co- testi popoli o ad esse almeno s’intrecciarono. E possiamo
leggere ancora i Vedi che son la rac- colta degli inni religiosi e furon il
fondamento dell’antichissima epica indiana. I canti eroici, per la parte
narrativa, contene- (1) Finzi. Op. cit., pag. 10. ORIGINE E SVILUPPO DELLE
FORME, ECO. 65 vano in sè i germi della vera poesia epica, e così la poesia
epica trasse i principî da quelle antiche canzoni in cui la lode era alternata,
intrecciata e svolta nel racconto. Così agli al- bori delle letterature fiorisce,
per !ungo tempo feconda, la poesia eroica improntata di un ca- rattere
religioso e nazionale, come che negli antichissimi canti dei popoli primitivi
siano commisti elementi epici, lirici e drammatici. La drammatica appunto,
connessa primiera- mente alle cerimonie popolari religiose ed alla livica
primitiva, si viene differenziando poco per volta a misura che il pensiero e la
civiltà dei popoli si vengono liberando dallo scomposto im- pero © della
fantasia e del sentimento e si fanno capaci di matura riflessione, sugli
avvenimenti umani, sull’umana natura, sui costumi sociali, sui difetti e sui
vizi delle persone. La drammatica però, mentre si vale massimamente della
facoltà psichica della riflessione, è nello stesso tempo poesia del sentimento
e dell’immaginazione. — Ultima entra nella letteratura la prosa colla storia e
colla filosofia dapprima, poscia coll’elo- quenza © quando lo spirito umano è
completa- mente maturo, e nelle dure esperienze e lotte della vita è perduto le
gaie illusioni della prima (1) Finzi. Op. cit., pag. 10. (2) Ixama. Storia
della letteratura Greca, pag. 17. Manuali Hoepli, 1882. i 5 — Pasrore, La vita
delle forme letterarie. 66 CAPITOLO IlI giovinezza, e dai campi fantastici
dell'ideale viene tratto e richiamato alla realtà della vita. Così ad ogni
forma di pensiero risponde sempre una forma letteraria particolare. Nello
svolgimento storico ed artistico della poesia del sentimento, cioè della
lirica, possiamo annoverare una quantità grande di forme mag- giori e minori
relativamente: Sonetto, ode, ballata, elegia, capitolo, madrigale, brindisi,
ditirambo, epigramma, epistola, carme, ser- mone, ece., mentre tuttavia si deve
tener gran conto della differenziazione notevolissima del sen- timento. Intendo
parlare della contenenza psichica delle forme, secondo cui la lirica può essere
re- ligiosa, amorosa, intima, gioviale, melanconica, politica, satirica,
pastorale, ecc. Nello svolgimento storico ed artistico della poesia
dell'immaginazione, cioè dell’epopea, pos- siamo similmente annoverare una
quantità grande di forme maggiori e minori relativamente: poema eroico,
mitologico, religioso, romanzesco, dida- scalico, eroicomico, satirico,
burlesco, grottesco, leggenda epica, novella, fiaba, favola, romanzo. Nello
svolgimento storico ed artistico della poesia della riflessione cioè della
drammatica pos- siamo analogamente annoverare una quantità grande di forme
maggiori e minori relativamente: tragedia, commedia, dramma, atellana, mistero,
dramma in musica, opera ed operetta in musica, melodramma, egloga, idillio,
ecc. ORIGINE E SVILUPPO DELLE FORME, ECC. 67 Fin qui per la poesia, cioè per la
riproduzione soggettiva, ideale della vita umana. Quanto alla prosa cioè alla
riproduzione 0g- gettiva e naturale della realtà, che si differenzia a seconda
che riflette la vita umana apparente, o la vita storica, o la vita naturale,
possiamo venire alla seguente classificazione delle forme letterarie: La prosa
corrispondente al 1° aspetto della ‘ realtà cioè alla vita dell'apparenza
comprende le seguenti forme: orazione, nel larghissimo signi- ficato della
parola, che può dunque essere pane- girica, giudiziaria, politica, ecc., ed
epistola. La prosa corrispondente al 2° aspetto della realtà, cioè alla vita
storica, comprende le seguenti forme: Storia in larghissimo senso, cronaca, an-
nale, biografia, autobiografia, ecc. La prosa corrispondente al 3° aspetto
della realtà, cioè alla vita naturale, comprende le se- guenti forme:
Filosofia, in larghissimo senso, trat- tato didascalico, scientifico, ecc. È
necessario che io avverta che nel porre questa classificazione delle varie
forme letterarie ò seguito completamente il criterio distributivo adottato dal
Dott. F. Gabotto nei suoi ottimi “ Principî di scienza della letteratura , ©.
Da questa brevissima trattazione si può scor- gere chiaramente la posizione
organica che ogni (1) Dott, F. Gaporto. Op. cit, pag. 3. 68 CAPITOLO II forma
letteraria occupa nel campo della lettera- tura, e si comprende pure perchè
ogni forma letteraria tenda a riservarsi un’esclusione di at- tività
psicologiche, o almeno ad accentuarne tra le altre alcuna, per modo che tutte
insieme riu- nite formano un'attività sola e completa, e rigo- gliosissima. E
si conferma anche stupendamente, in questa grande colluvie di gruppi e
sottogruppi ideali, la grande legge del Polimorfismo che si di- | mostra negli
individui e nei gruppi biologici ‘*.. Dunque siamo lieti di poter conchiudere
che anche in letteratura, come in biologia — im- portante carattere morfologico
di ogni 0rga- nismo, in largo senso, cioè di ogni forma lette- raria, è questo,
che ognuno tende — come dice il Bonelli prelodato — ad assumere una confor-
mazione sempre più speciale e diversa da quella degli altri, e ciò perchè
ciascuno possa svolgere nel complesso un'attività diversa e così meglio
riuscire nella lotta per la vita. Più rigagnoli vicini, ed a quando a quando
intrecciati fra di loro, che si dirigono verso uno sbocco comune, ci danno
l'idea della letteratura, in cui si possono veramente distinguere diverse
correnti psicologiche e caratteristiche, e di cui ogni studioso può rimontare
il corso senza troppa fatica, purchè sappia valersi dei documenti della storia
universale. (1) Gustavo Bovetui. Individuo e gruppo in biologia, « Rivista di
Filosofia scientifica » di E. Morselli, 1885. VARIABILITÀ DELLE FORME
LETTERARIE, ECC. 69 CAPITOLO IV. Variabilità delle forme letterarie — Ibridismo
Correlazione di sviluppo x La variabilità dei generi letterari è uno dei
fenomeni più appariscenti della storia della let- teratura. E non è necessario
certamente che io porti molti esempi per sostenere questa asserzione, poichè
basta avere una elementarissima cogni- zione della storia, per essere del tutto
convinti. Quanta varietà di atteggiamenti è assunto, per esempio, la
novellistica dai primi tempi del medio evo ai giorni nostri! E la drammatica, e
l'epopea, e la poesia lirica non ànno avuto una innumerevole quantità di
manifestazioni arti- stiche durante la loro evoluzione storica? Ed ora
precisamente, tutta l’arte non tende forse ad assumere una forma nuova,
corrispondente, in tutto e per tutto, alle nuove esigenze dell'am- biente
sociale e della coscienza umana progre- 70 CAPITOLO IV dita? Sì, è d'uopo
riconoscere che le grandi cor- renti letterarie, come tutte le forze vive della
letteratura subiscono col tempo notabilissimi ondeggiamenti, così che si
determina nel campo storico un processo continuo di trasformazione dell'energia
artistica. Ma intanto, perchè nel grembo della lettera- tura succede questa
fatale instabilità delle ferme? O per meglio dire: Quali sono le cause che pro-
ducono la variabilità delle forme letterarie? La risposta è ovvia. Le forme
letterarie variano continuamente, perchè i loro coefficienti naturali subiscono
incessanti variazioni. Mi spiego. Per noi, le forme letterarie (v. Cap. III)
sono il pro- dotto di tre coefficienti naturali: Energia interna - Pressione
esterna - Impulso acquistato. Senonchè questi fattori delle forme letterarie,
essendo sot- toposti alla legge dell’evoluzione generale della natura, come
tutti gli altri fenomeni, o per meglio dire tutte le altre forze naturali,
variano e si trasformano continuamente; (più oltre ne verrà data la ragione).
Per conseguenza è chiaro che variando perennemente i coefficienti, varino pure
sempre analogamente le forme letterarie, prodotte da essi. Quindi, ecco subito
tre ordini nettamente distinti di cause che producono la variabilità delle
forme. EA anzitutto è cosa sommamente agevole il dimostrare che, alle
variazioni dell'energia in- terna produttrice e stimolante, rispondono al-
VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECO. 71 trettante variazioni corrispondenti
d’intensità e di direzione nelle forme letterarie. Quando mai la coscienza di
un popolo si fissa, a lungo, in uno stato di equilibrio stabile? Se- condo me,
l'intelletto e la coscienza d'una nazione si sviluppano senza posa, e tentano
di allargarsi sempre più, a misura che progredisce lentamente la civiltà. E
quando mutano le condizioni psi- cologiche d'un popolo, pigliano pure una vita
diversa le manifestazioni intellettuali della sua vita. Questo accadde per
l'epopea eroica e per la didascalica, frutti, per un lato, di uno speciale
stato dell'animo, che cessarono di esistere quando si trovarono in contrasto
con un nuovo spirito poetico. Con questo concetto della vita e dell'arte, e del
loro necessario collegamento, si possono spie- gare tutte le variazioni delle
forme letterarie, percorrendo la storia universale delle lettere, e scorgere
nettamente la ragione di molti feno- meni involuti e complessi. Ho detto, dianzi,
che la letteratura è l’espan- sione luminosa, sfolgorante dell’idea-forza in
quanto si manifesta nella produzione dell’arte. Orbene, quando succede una
variazione qua- lunque in questa idea-forza, che è l'anima della produzione,
parallelamente resta modificata la forma letteraria corrispondente. E l’arte si
ab- bellisce di un nuovo atteggiamento, si arricchisce di una nuova conquista.
72 CAPITOLO 1V Un esempio solo diciamo e via innanzi. Che cos’ è che
caratterizza le tante variazioni della poesia-lirica del duecento, nella nostra
let- teratura italiana ? Perchè questa forma letteraria, dalle prime produzioni
trobadoriche informate strettamente all'arte provenzale, venne mano mano assu-
mendo nelle diverse scuole, diverse gradazioni di colore; e dal fare artifiziato
e convenzionato dei trobadori, con insistente efficacia trasforman- dosi, si
scostò tanto dalla maniera originaria da giungere poi alla perfezione del dolce
sti! nuovo 2 Egli è che si trasformava mano mano la co- scienza degli artisti,
sostituendo agli artifizi la espressione verace degli affetti del cuore, e con
l’arte meno fredda e più passionata commovevasi dolcemente l'animo. La novità
della forma, non più provenzaleggiante come era stata usata fino allora, sorse
naturalmente dalla novità, e dalla freschezza ingenua del sentimento; ed in tal
modo la variazione d’'intensitaà dell'energia in- terna, dell’idea-forza,
dell’emozione estetica pro- dusse una variazione felice nell'espressione della
forma lirica. Tutta la storia della letteratura è una prova splendidissima di
questa verità. Veniamo alla seconda causa: la pressione esterna, ol'ambiente
tanto fisico, quanto morale — che, non meno della prima, chiaramente lascia
scorgere VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC. 73 la sua influenza diretta
od indiretta sulla .va- riabilità delle forme letterarie. “ È difficilissimo ©
entrar ne' particolari per scoprire in qual modo l’ambiente fisico eserciti il
suo influsso sulla letteratura, e quale impronta lasci, ma è innegabile che la
fantasia di un po- polo prenda colore dal cielo sotto cui vive. Se il così
detto Nervosismo americano tanto diffuso negli Stati Uniti dipende in parte
(secondo che da medici illustri sì vede attestato) dalla qualità del suolo e
del clima, più particolarità della civiltà si potranno riferire adunque all’
am- biente , ®. Come l'individuo — per grande che sia — non può sfuggire alla
pressione dell'atmosfera fisica sotto cui vive, così nessuna forma lette- raria
può sottrarsi all’influenza dell'ambiente. Non vi si sottraggono, per intero,
neanche gli ingegni solitari e che ànno la potenza di trasfe- rirsi in un mondo
diverso da quello circostante. Essi — dice un egregio scrittore — spaziano pei
campi sterminati del passato e del futuro, sì sollevano a grande altezza sul
presente, ma un filo indistruttibile li collegherà sempre all’am- biente loro.
Però, a proposito dell'ambiente fi- sico, il Montesquieu 4 passò addirittura le
co- lonne d'Ercole, sostenendo, nella sua Climatologia (1) A. Grar. Questioni di
critica. (2) A. Grar. Ibidem. ibidem. (3) Mosresquieu, Esprit des lois. Ed. cit. 74 CAPITOLO 1V storica,
che: il clima è creato le istituzioni. Questo principio è in sè stesso
esagerato, esclu- sivo, ed unilaterale; ed io mi guarderò bene dall'applicarlo
in tutto ai fenomeni letterari. Per assegnare alla natura esteriore i suoi
giusti limiti, nel vasto ed intrecciato dramma lettera- rio, io vedo bene che
si richiede una potentis- sima intuizione della natura. Perciò io mi starò pago
d’osservare la questione dall'alto. August Comte (a proposito della teoria di
Montesquieu) scrisse: Le cause fisiche, locali, po- tentissime all'origine
della civiltà, perdono suc- cessivamente dell'impero loro, secondo che il corso
naturale dello svolgimento umano consente di neutralizzare la loro azione.
Questa grande verità fu poi ripetuta da Herbert Spencer e con maggior dottrina
dimostrata nei “ Primi principî ,. La corrispondenza fra l'organismo ed il suo
ambiente, scrive l'illustre filosofo inglese, è di- retta ed omogenea nei bassi
gradi della vita, sì fa diretta ed eterogenea nei gradi immedia- tamente
successivi; eterogenea ed indiretta riesce ad essere nei gradi più alti. Così
essa acquista sempre più in generalità ed in complessità. La equazione diventa
così sempre più difficile a sta- bilire. Ma ciò — scrive A. Graf! — che tale
diffi- (1) A. Grar. Op. cit. VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC. 75 coltà
mette in forse, è il risultato della nostra indagine speciale, non già la
verità generale di questa corrispondenza, la quale ci è dimostrata da quanto
noi sappiamo di fisica, di psicologia e di storia. E si aggiunga, secondo me,
che se le cause fisiche sono sempre più potenti nelle zone estreme, però non sì
scambi la perdita del successivo impero con la cessazione di qualunque
influenza. Dopo l’ambiente fisico, lo storico. Le forme letterarie si elaborano
incessante- mente, attingendo il loro contenuto dalle parti- colari condizioni
della società contemporanea. Lo stampo individuale delle forme, la fisionomia
caratteristica, per così dire, di esse si modella, s'inspira ai sentimenti, ed alle
predilezioni psi- chiche del tempo attuale, alle condizioni gene- rali di
coscienza e di politica, e di costume, e di moralità prevalenti. Intendiamoci
però, qui parlo unicamente della produzione artistica in generale, e lascio da
banda affatto la considerazione delle opere importan- tissime di reazione, e di
atavismo, delle quali parlerò a lungo in seguito. Giovi ora soltanto lo
stabilire che le forme letterarie risentono — come le piante — l’in- flusso
dell'atmosfera in cui vivono. Di guisa, che essendo esse la riflessione della
vita psichica del popolo, vengono a cambiare necessariamente al- lorchè
cambiano le condizioni di vita del popolo, 76 CAPITOLO IV e nascono nuove
esigenze, muove aspirazioni e nuove tendenze. E inutile quasi avvertire che
questa seconda causa della variabilità delle forme letterarie è intimamente
legata con la prima; e malamente si opporrebbe chi volesse distinguere con un
taglio netto la competenza di un coefficiente dal- l’altro, dal momento che
ogni forma letteraria risulta dalla combinazione dei tre fattori sud- detti,
sebbene ciascuno di essi vi possa entrare con maggiore o minore intensità degli
altri. Più avanti, in questo stesso capitolo, trattando della correlazione di
sviluppo io porterò molti esempi in appoggio dell'influenza dell'ambiente
esterno sulle forme letterarie; ora basti ricordarne uno brevissimamente. IM
confronto — tra la poesia popolare del Piemonte e la poesia popolare della
Toscana e delle provincie meridionali d’Italia — tradisce subito la diversa
influenza dell'ambiente esterno, del clima cioè, del cielo — dell’indole degli
abi- tanti, della diversità di vita sociale, ecc. È cosa notissima a tutti. E
nel seicento, per esempio, quando infieriva il mal gusto del marinismo, ecc. e
tutta la so- cietà prediligeva tanto la pompa delle forme esteriori gonfia,
concettosa ed artifiziata, for- sechè quasi tutte le forme letterarie del tempo
non piegarono il capo al gusto imperante, non si contaminarono vilmente,
toccando il termine VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC. 77 del barocco, e
dilettandosi di quegli strani ac- cozzamenti d'idee disparatissime, di quei
giuochi continui d'antitesi, di quelle immagini ampollose e sperticate ? Ecco
come, adunque, la variazione d'intensità della pressione esterna produce una variazione
infelicissima nella espressione delle forme letterarie. Veniamo alla terza
causa della variabilità delle forme letterarie, cioè all'impulso acqui stato. È
chiaro che ogni corrente letteraria, consi- derata in qualunque punto della sua
evoluzione, è sempre dotata di un impulso speciale: acqui- stato coll’ andar
del tempo, e collo sviluppo graduale della sua virtualità propria, e colla
conservazione dei caratteri ereditati dalle prime produzioni artistiche.
Quest'accumulamento di caratteri, ereditati dalle prime forme letterarie,
produce evidente- mente una variazione o meglio una distinzione specifica tra i
vari rami della letteratura. Perciò, mentre per un rispetto le forme letterarie
con- servano i caratteri atavici, e mantengono di- stinte le specie, per
l’altro pongono in relazione coll'ambiente presente e l'energia interna tutto
l'accumulamento delle foggie particolari della storia loro, e con la
combinazione di tutti i di- sparati elementi, ricevono un impulso ad una nuova
trasformazione; e si effettua la varia- bilità delle forme letterarie.
Senonchè, io finora 78 CAPITOLO IV ò considerato queste tre grandi cause della
va- riabilità delle forme come agenti separatamente l'una dall'altra. Ma, bene
spesso invece, questi tre fattori possono variare contemporaneamente, e quindi,
nello stesso tempo, produrre in una forma letteraria una modificazione tanto
più profonda quanto maggiore è l'alterazione da essi subìta. Questa causa
complessa produttrice della varia- bilità delle forme letterarie, si rileva
nella di- namica storica della letteratura solo allorquando succede un profondo
e radicale rivolgimento nella coscienza e nella civiltà delle nazioni. Allora,
rinnovellata quasi del tutto l'energia interna, modificate profondamente le
condizioni dell'ambiente esterno, e tenuto calcolo delle va- riazioni ereditate
dai primi tempi, le forme let- terarie producono una vera innovazione
dell'arte, una rivoluzione non sempre feconda e duratura, ma certo quasi sempre
eccessiva e violenta. La letteratura francese ci porge un bell'e- sempio di
questo momento storico, nel periodo che corre dallo scoppio della Rivoluzione
fran- cese alla Ristorazione dei Borboni nel 1815. L'indirizzo letterario di
questo periodo è appunto caratterizzato da un profondo rivolgimento nella
coscienza popolare ed artistica, da una muta- zione radicale dell'ambiente
storico, e da un potentissimo impulso acquistato col tempo, e colla lenta
sovrapposizione degli elementi rivo- luzionari. = Lie) VARIABILITÀ DELLE FORME
LETTERARIE, ECC. Non posso fermarmi a tratteggiare questo quadro così degno di
nota e fecondo di virtua- lità storiche grandissime. Procediamo nella ri- cerca
delle cause della variabilità delle forme letterarie. Ecco, dalla colluvie
stessa delle forme lette- rarie si sviluppa un’altra causa poderosa della
variabilità: è la lotta per la vita. I vari generi di letteratura s'intrecciano
e s'annodano come una doviziosa rete di fiumi e di torrenti che dilagano e
tornano a restrin- gersi, e a diramarsi in muovi corsi limpidi o quieti, o
torbidi e spumanti, “ i cui mormorii cadenzati si ripercuotono nelle valli come
note soavi di zampogna , (Sciangula) ‘®. Ora, siccome essi tentano di allargare
sempre il proprio letto e di crescere le proprie acque, per incontrare
maggiormente il favore del pubblico, e quindi per godere vita migliore, così —
per la comu- nanza dello scopo, per l'indirizzo poco dissimile, e per le
strettissime relazioni di vita — comin- ciano a ristringersi a vicenda, a
tentare di so- perchiarsi reciprocamente, servendosi d’ogni sorta d’armi,
giustificando i mezzi col fine, ingaggiando insomma fra loro una continua e
terribile lotta per la vita. Le forme letterarie, invero, si disputano sem- pre
accanitamente fra di loro il favore del pub- (1) SorancuLa, L'Arte, Studi dell'evoluzione
della forma. 80 CAPITOLO IV blico, e per vincere non rifuggono dal servirsi di
tutti i mezzi, stringono alleanze difensive ed offensive, s'atteggiano in tutte
le maniere più inverosimili, adattandosi come Gingillino alle esigenze degli
ambienti mutati, indossando ca- sacca nuova a tempi nuovi, pur di soperchiarsi
a vicenda, pur di non esser vinte nella sangui- nosa e fatale battaglia della
vita. La variabilità stessa diventa un'arma delle forme letterarie nella lotta
per l’esistenza, e quando saremo nel capitolo dell'adattamento al- l'ambiente
svolgerò quest’'argomento con tutta la larghezza che mi sarà possibile. Non
porto esempi, adunque, per questo motivo. Procediamo innanzi nella ricerca
delle cause della variabilità delle forme letterarie. La fortuna dei generi
letterari è stretta- mente congiunta con l'evoluzione del linguag- gio, per
mezzo di cui appunto si esprimono i pensieri. Onde è naturale che la
trasformazione del linguaggio produca sempre una trasforma- zione
corrispondente nelle forme letterarie. Ora la mente umana subisce il processo
di una con- tinua ed accelerata evoluzione di cui la lingua è il simbolo più
certo ed evidente ‘. Senza cominciare dai primi caratteri della prosa nostra,
ad esempio, nel medio evo, e ri- rimanendo precisamente solo nel secolo nostro,
(1) Cazzaniga, L'Ambiente, Monografia. VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC.
81 per poco che si raffrontino gli scrittori e gli oratori del principio del
secolo coi nostri con- temporanei, s'avvede quanta differenza psicolo- gica
corra fra di loro, e come oggidì per espri- mere le nostre idee sociali —
poniamo il caso — usiamo frequentemente parole o dizioni cor- rispondenti a
fenomeni e leggi generali ed eco- nomiche di cui prima o non si aveva notizia o
per lo meno non si conosceva l'analogia; e troviamo equivalenze immaginose che
i nostri vecchi non sospettavano neanche o molto vaga- mente. Donde proviene
ciò? Dal continuo sviluppo dell'energia interna, cioè dalla coscienza, e dal
continuo variarsi della pressione esterna, cicè delle condizioni generali
dell'ambiente. Non mi fermo a trattare del continuo svi- luppo della prima
forza, giacchè ho già fatto questo studio nel capitolo III. Piuttosto, gioverà
porre in maggior luce l'influenza di due leggi generali dell'evoluzioni che
concorrono a pro- durre l'evoluzione continua del linguaggio e per conseguenza
delle forme letterarie. La grande variabilità del linguaggio di un popolo
dipende dalla legge di ridistribuzione della materia, e dall'introduzione di
parole nuove nel tesoro della lingua nazionale, in virtù della legge di
assorbimento continuo. H. Spencer è già dimostrato, splendidamente, che la
prima legge si verifica in tutte le cose 6 — Pasrore. La vita delle forme
letterarie. 82 CAPITOLO IV della natura, e che è necessaria per unificare le
varie specie di cambiamenti successivi delle esi- genze sensibili, dai fenomeni
del mondo così detto inorganico a quelli del regno vegetale ed animale e così
analogamente ai fenomeni di un ordine più elevato, a cui bisogna rigorosamente
annetterli ‘0, fenomeni che in mancanza di un termine migliore, lo Spencer
chiama superor- ganici. Come la scienza, facendo la storia della ge- nealogia
dei vari oggetti, trova che i loro com- ponimenti erano una volta in istato
diffuso, e, col seguitare la loro storia nell’avvenire, trova che questi stati
diffusi, verranno assunti di nuovo con mirabile alternativa di concentrazione e
diffu- sione, così facendo la storia dell’evoluzione del linguaggio e delle
forme letterarie, si trova chia- ramente un progresso di integrazione continua,
mentre pure si avverte una disintegrazione con- comitante (nel senso che ò
spiegato più avanti) di elementi. Non altrimenti che ogni massa, da un granello
di sabbia ad un pianeta, irradia calore verso le altre, e assorbe calore
irradiato dalle altre (Spencer), ogni forma letteraria esercita un’in- fluenza
certa, per quanto minima, sull’ambiente, e concentra in sè stessa tutti gli
elementi, tutti i pensieri e le idee assimilabili che prima erano (1) Srencek,
Primi principii, $ 110. VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, Ecc. 83 diffusi
nell'ambiente esterno. Oltre a questo as- sorbimento di elementi artistici, ed
a questa ri- distribuzione continua che stabilisce lo séambio mutuo delle
coscienze, le forme letterarie subi- scono più rigorosamente una integrazione
spe- ciale e molto importante. Giova però avvertire che, qui, i due processi
suddetti, in una stessa forma, non ùànno luogo sempre successivamente come pare
a prima giunta, ma essi procedono in un modo molto più complicato di quello
descritto. È importante tuttavia il fatto che, malgrado la complicazione dei
due processi e l'immensa attività dei loro conflitti, resta sempre un pro-
gresso differenziale sia verso l’integrazione, sia verso la disintegrazione.
Ora, per dire un esempio, nei tempi nostri assistiamo ad un evidentissimo
fenomeno di di- sintegrazione e di integrazione concomitante, nel fatto che
parallelamente all’impero del romanzo intimo, organico, fondato sull’analisi
psicologica vive pure floridamente la novella, che è precisa- mente una
disintegrazione del romanzo. Non voglio spiegare il fenomeno, cito soltanto il
fatto. Un altro fatto avvertito da tutti gli studiosi, ma troppo poco
considerato nella storia psicologica è l'introduzione ognor più frequente nel
patri- monio linguistico dei popoli moderni, di vocaboli nuovi, esprimenti
concetti nuovi, e l'applicazione 84 CAPITOLO IV di nuovi significati a vocaboli
che prima non servivano a questo uso. Nella lingua nostra, questa introduzione
è perfino precipitosa, e non segna altro che l'espansione continua dell’intel-
ligenza. Ed è bene che gli altri centri linguistici civili, in continuo
progresso, irradîno attorno ad essi i loro elementi costitutivi, chè l’arte e
la scienza ne ritraggono infiniti vantaggi, e le lingue accrescono sempre più
il patrimonio di vocaboli, con l'assorbimento delle parole appar- tenenti a
centri affini. Le forme letterarie si valgono necessariamente di tutti questi
nuovi elementi che entrano, senza posa, a rinvigorire la lingua, e per essi si
co- loriscono diversamente, ed acquistano maggiore elasticità ed eleganza, e
quando il mutamento del linguaggio è grande anch’esse grandemente si modificano
e si trasformano. Il processo di mutazione delle forme letterarie, in seguito
alle due grandi leggi suddette, può rassomigliarsi a quello della nutrizione
nei corpi organici, in virtù della quale, mentre staccasi dall'organismo una
molecola logora ed inetta, la si supplisce con un’altra più fresca e vitale, la
quale può essere alquanto diversa, onde mano mano cambia l’aspetto e la
sostanza del corpo e gli si accresce energia e stabilità. La coscienza popolare
tutta, e quindi tutte le manifestazioni della vita e dell’arte, dimostrano ad
evidenza questo incessante procedimento di sostituzione VARIABILITÀ DELLE FORME
LETTERARIE, ECC. 85 psichica, per cui nel campo della letteratura le forme
lentamente si modificano, assumendo una svariatissima e pittoresca colorazione.
, Si pensi per poco alla grande trasformazione subìta dalla letteratura italica,
nel passaggio dalla civiltà romana al medio evo e pel conti- nuo sgretolarsi
della lingua latina! Qui l'evoluzione delle forme letterarie accom- pagna grado
a grado l’evoluzione del linguaggio, e la dimostrazione è evidentissima. Per un
analogo procedimento di infiltrazione, la sacra rappresentazione medievale vide
atte- nuarsi sempre più l'elemento religioso primitivo; tanto che da
rappresentazione liturgica divenne, gradatamente affievolendosi, esercizio di
devo- zione, poi semplice rappresentazione drammatica di fatti religiosi, di
episodii di Santi celebri, poi infine il dramma lascia il carattere religioso e
diventa nettamente profano. Quanta varietà delle forme in letteratura non
produsse il lento infiltrarsi del concetto umani- stico nelle coscienze del
quattrocento!, e nel seicento, l’infiltrazione graduale dello spagno- lismo e
di tutti quegli elementi deleteri, che trassero l'arte a tanta decadenza! Ma,
fra le cause della variabilità delle forme letterarie, restano ancora ad
esaminarsi due gran- dissime e principalissime: l’Ibridismo e la Corre- lazione
di sviluppo, poi secondo me, lo studio sarà completo. 86 CAPITOLO IV Veramente
l’ibridismo delle forme letterarie può essere cagione tanto di variabilità come
di estinzione di vita, ma qui riserberò la tratta- zione singolarmente alla
prima parte dell’argo- mento. Anzitutto è bene chiarire il significato di
questa espressione “ Ibridismo delle forme in letteratura ,. Come nel regno
animale gli individui delle varie specie zoologiche possono accoppiarsi fra di
loro, così nel grande campo della letteratura può prodursi un singolare
incrociamento di forme letterarie, donde nascono poi concezioni artistiche
ibride, più o meno o non affatto feconde. L'ibridismo proviene
dall’accoppiamento delle forme, incrociamento che a seconda dei casi può essere
sterile o fecondo. E si può subito notare che il grado di fecondità si
manifesta, anche qui come in zoologia ©, in progressione crescente dallo zero
alla perfetta fecondità. È invero sorprendente l’osservare in quante curiose
maniere questo inerociamento e questa gradazione relativa si effettuano.
Seguendo quel criterio supremo che, nel capi- tolo III di quest'opera, ci ha
diretti nella clas- sificazione generale delle forme letterarie, rie- scirà ora
molto agevole la determinazione dei singoli casi d’ibridismo. Si sa pertanto
che ogni genere letterario è (1) Darwin, Origine delle specie, pag. 252.
VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, Eco. 87 distinto dagli altri per due
elementi fondamen- tali: 1° Elemento psichico, interno, specifico. 2° Elemento
formale, esterno, specifico. Il primo elemento fondamentale è l’idea — forza
intima che dà l'impronta caratteristica più spiccata al genere letterario —il
secondo elemento esteriore è l’espressione sensibile di questa idea- forza,
cioè è la forma artistica particolare che riveste l’idea. Così l'elemento
psichico della poesia lirica, ad esempio, è completamente diverso dall’elemento
psichico della poesia epica, e pure (ma meno pro- fondamente) sono distinte le
forme artistiche este- riori corrispondenti. Cresce la differenza quando
paragoniamo — per un altro caso — l'elemento psichico intimo della poesia
lirica con l'elemento psichico caratteristico del genere storico, ed in tal
caso anche maggiormente si distinguono le forme artistiche relative, tanto più
che si passa dalla poesia alla prosa. Ciò è adunque evidentissimo. Ora questo
cri- terio ci fa tosto comprendere una prima legge fondamentale dell’ibridismo
delle forme in let- teratura. Come, nella formazione degli ibridi animali e
nell'innesto, la capacità è limitata dal- l'affinità sistematica, almeno in
parte — perchè niuno giunse fin'ora ad innestare insieme alberi, spettanti a
famiglie affatto distinte e separate © — (1) DarwIN, Op. cit., pag. 253,
intatti ti tr 88 CAPITOLO IV così ordinariamente in letteratura potranno con
facilità incrociarsi fra loro i generi strettamente affini, e tanto più le
varietà di una medesima specie, ma non mai incrociarsi con possibilità di
successo due generi letterari troppo distinti, sia per l’elemento psichico
fondamentale sia per l’e- lemento formale. Però, in letteratura, la fecondità
di un genere letterario non dipende tanto dall’affinità siste- matica, ma
piuttosto, e quasi unicamente, dalle condizioni favorevoli o sfavorevoli
dell'ambiente sociale. Dimodochè, in alcuni periodi storici, prospe- rarono,
veramente in modo straordinario, alcune produzioni letterarie di formazione
ibrida stra- nissima ed impensata; in cui erano incrociati molteplici elementi
di forma e di concetto di- stinti, che dovevano disturbare l’organizzazione
tutta, e soffocare @ priori ogni elemento di vita. Eppure vennero accolte con
straordinario fa- vore, perchè rappresentavano reazioni terribili, o
rispondevano al gusto caratteristico dell'am- biente, insomma perchè erano il
necessario por- tato delle condizioni della coscienza contempo- ranea. Basti
accennare di volo alla grande diffusione delle produzioni Maccheroniche e
Fidenziane! Nel campo della letteratura, l’ambiente è un vero tiranno assoluto
che regna dispoticamente, e ferocemente. VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE,
ECC. 89 La verità,.è vero, si fa strada e giunge final- mente a farsi
conoscere, ma è costretta spesso a tacere per secoli e secoli dolorosamente, e
prima che un'opera letteraria fortunata e ge- niale riesca a soggiogare
l’ambiente e ad im- primere un particolare indirizzo al pensiero, cento e cento
altre, vittime ignorate, ànno pa- gato — con il loro sangue — l'arditezza della
loro ribellione. Così anche succede che uno solo poi s'arroghi tutto il merito
della vittoria, e quando l’ultimo vincitore non è un genio potente che avendo
raccolto dall'ambiente tutte le forze disperse, le concentra, e le ordina, e le
accresce del suo particolare elemento dinamico, e le consacra s0- lennemente in
una splendida opera d'arte, non di rado è soltanto un Pompeo qualunque, il
quale tornando dalla Spagna, con tutte le sue legioni, schiaccia senza pericolo
le ultime schiere dei gladiatori fuggiaschi, e trionfa poi a Roma come
vincitore della guerra servile, o un povero Carlo VIII che arriva a conquistare
l'Italia col gesso, 0 più tristamente un Maramaldo che uc- cide un uomo morto!
Oltre a queste brevi considerazioni, possiamo subito notare che le formie
letterarie tuttavia sono regolate nella loro costituzione organica da leggi
logiche e costanti, le quali non si possono trascurare dagli scrittori senza
falsare l'arte, anzi senza spegnerla affatto. 90 CAPITOLO IV Nessuno può
violare impunemente la logica eterna della natura. Tra un’orazione ascetica del
Padre Segneri, e la “ Calandra , di Bernardo Dovizi, vescovo di Bibbiena corre
evidentemente una differenza enorme. Così l’ibridismo delle forme,
dall’assoluta ste- rilità, passa gradatamente ad una fecondità com- pleta. Per
chiarire queste conclusioni che io ho de- sunto precisamente dall’osservazione
intima dei fenomeni letterari, e dall'evoluzione storica delle forme, e non
certo da un criterio preconcetto e teorico, porterò avanti alcuni esempi di
ibridismo in letteratura; e così sarà più chiaro che la va- riabilità delle
forme letterarie, si avvantaggia grandemente dai leggeri incrociamenti degli
ele- menti costitutivi e la vitalità della letteratura ne rimane notevolmente
accresciuta. Io considero come ibrida ogni produzione let- teraria che risulti
dall’inerociamento di elementi fondamentali, appartenenti a forme distinte.
Così adunque trovano la loro classificazione tutte le varietà di forme
letterarie seguenti: I poemi grotteschi (Don Quixot), gli eroicomici (Sec- chia
rapita), i burleschi (Ricciardetto), i maccaro- nici (poemi di Merlin Coccajo),
le parodie di ogni forma e di ogni genere, che riescono tanto fa- cilmente ad
accaparrarsi il favore del pubblico, le tragedie a corì lirici (Manzoni),
l’egloga e l'idillio (che risultano dal contemperamento della lirica
VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC, 91 pastorale, e del dialogo), la
cronaca poetica, le epistole în versi, i romanzi storici, le storie roman-
tiche (cioè quelle che non sono l’espressione della vita storica nella prosa
dell'intelletto. Vedi Clas- sificazione delle forme Capitolo III), i trattati
filosofici sentimentali, i poemi didascalici, ecc. ecc. Di qui ancora, si può
scorgere molto bene quale sia l'ideale puro e netto di ciascuna forma
letteraria considerata a sè. La commedia moderna, per esempio, tendendo ad
essere sempre più precisamente la rappresen- tazione oggettiva pura e semplice
della vita umana, non fa altro che proclamare altamente la purezza del suo
ideale, che sdegna di accop- piarsi con elementi d’altre forme letterarie. E
parimenti si dica della storia, la quale non vuole assolutamente esser distolta
dal suo in- dirizzo scientifico e positivo. Quest’argomento meriterebbe senza
dubbio di essere esteso molto più che io non faccio, ed io vorrei chiarire
sopratutto un argomento bello e simpatico oltremodo, il barocco e l'umorismo
nella letteratura, ma siccome mi dilungherei troppo dall’argomento presente,
così m'affretto a trat- tare la correlazione di sviluppo nelle forme
letterarie, per quello che riguarda la grande questione della variabilità
generale delle forme. Noi vedremo così che le varie forme lette- rarie si
corrispondono e per una corrispondenza organica. 92 CAPITOLO IV Come la società
civile è l'aggregazione orga- nica di tante società minori, di tante famiglie
variamente costituite, così la letteratura, socio- logicamente considerata, è
il complesso organico delle singole forme letterarie, è un organismo insomma
vivente, dotato di un sistema speciale, di funzioni proprie ben determinate. È
necessario che io insista ancora sul fatto che ogni sistema organico è
strettamente legato nelle sne parti, di guisa che la variabilità di una
funzione sua è limitata, condizionata dalla natura dell'organismo stesso, e
dalla influenza delle altre funzioni coesistenti? Menenio Agrippa, colla sua
favola del corpo umano, da molti secoli ha posto in luce la grande verità, ed è
nn fatto indiscutibile che, se in un organismo varia una parte essenziale,
variano anche le altre parti che per ciò diconsi “ cor- relative ,. Una parte
di un tutto organico non può svol- gersi disordinatamente, crescere a
dismisura, 0 annichilirsi completamente senza produrre un cambiamento, una
modificazione nell’orientazione delle altre. Le parti analoghe tendono a
variare nel me- desimo modo, è questa una regola sottoposta alle leggi di
simmetria che dominano in tutti gli organismi. Noi intendiamo adunque per
correlazione di sviluppo: l’azione reciproca delle varie forme let- VARIABILITÀ
DELLE FORME LETTERARIE, ECC. 93 terarie, e la dipendenza stretta di esse dalle
condizioni generali dell'ambiente sociale, a quella guisa che i rami di un
grande albero crescono e si sviluppano correlativamente al succo nutri- tivo
che ricevono dal tronco loro, all’aria che respirano dall’atmosfera. Ma come
adunque si concilia questa legge coll’instabilità dell'’omogeneo, ammessa da
tutti, ed evidentissima nella natura, colla grande va- riabilità delle forme?
Un importantissimo carattere morfologico, co- stitutivo delle forme letterarie,
è questo che ognuna di esse tende ad assumere una conforma- zione sempre più
speciale, diversa da quella delle altre, e ciò perchè ciascuna di esse possa
svol- gere nel complesso un'attività diversa, e così meglio riuscire nella
lotta per la vita. Questo carattere che dicesi in biologia Polimorfismo tende sempre
più ad accentuarsi nelle forme artistiche più elevate e produce la spiccata
originalità dei grandi scrittori. È indubitato che ogni forma let- teraria
tende a riservarsi un’esclusione di senti- menti, o almeno ad accentuarne, tra
gli altri, taluno per modo che mentre si verifica netta- mente la divisione del
lavoro, trionfa pure un egoismo brutale che rende le forme letterarie
indifferenti, anzi nimiche fra loro. Dov'è dunque la correlazione di sviluppo?
Ma c’è altro ancora. Come si vuole ammettere che possa esistere 94 CAPITOLO IV
una correlazione di sviluppo tra le forme lette- rarie dal momento che ogni
indirizzo del pensiero incontra fatalmente una reazione, e vi è lotta continua,
incessante tra le varie forme della letteratura? La storia non procede
altrimenti che per determinazioni antitetiche di pensiero. Mentre sorge e si
dilata uno spirito di rivoluzione, sorge ancora e si dilata di contro ad esso
uno spirito di opposta natura, inteso a ristabilire l'equilibrio turbato
dell'umana coscienza. Così, per portare un esempio, in sul principio del secolo
nostro i classicì videro la reazione dei romantici, e furon vinti da essi, e
questi furono alla loro volta soprafatti dai realisti Stecchettiani dai
naturalisti, i quali forse verranno poi balzati di sella dai decadenti
dell'avvenire. E non pare che la variabilità d’ogni forma letteraria sia
affatto indipendente dalla varia- bilità delle altre forme coesistenti? È bene
evidente che l'evoluzione delle singole forme letterarie non è parallela! e che
muoiono alcune di esse mentre altre sono portate in trionfo, ed altre
interessano mediocremente il pubblico dei lettori! Io è posto in evidenza — per
quanto ò saputo — tutte le obbiezioni che si possono fare contro la
correlazione di sviluppo, non credo di averne dimenticata alcuna. Ora mi
accingo a dare una giusta interpretazione del quesito, e le obbiezioni
VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, Ecc. 95 sopracitate serviranno a chiarire
meglio ed a determinare più esattamente il mio concetto. Lo spirito nazionale
della letteratura-non è figlio dell'arbitrio, ma è figlio delle circostanze
particolari della società, quindi è che le forme letterarie devono all'ambiente
quel che sono, questa è la ragione per cui le esplicazioni delle facoltà
estetiche variano col variare dei luoghi e degli uomini. To non posso
assolutamente ripetere le osser- vazioni importantissime che fecero a questo
ri- guardo lo Spencer, il Taine, 1’ Hennequin, il Ribot e tutti gli altri
filosofi e rimando del resto i lettori al capitolo di quest'opera dove si
tratta appunto dell’influsso dell'ambiente sulla genesi e sullo svolgimento
delle forme letterarie. Basti dire che in ogni periodo letterario si lavora
seguendo speciali criteri artistici, e che quindi tutte le forme letterarie
coesistenti si sviluppano correlativamente, ed esse assumono così un ca-
rattere, un indirizzo comune, e serbano uno stretto legame logico di
concezione. Spieghiamoci meglio. Ogni epoca della vita e della storia ha il suo
genio particolare, il suo particolare indirizzo ed a tenore di essi si sente,
sì pensa, e si agisce. Questo stato particolare è sempre generato da un ideale
relativo, agognato da tutti gli scrit- tori, seguìto da essi con grande
entusiasmo degli artisti. 96 CAPITOLO 1V Cosichè in un periodo di ascetismo assoluto-
predominante, senza dubbio, quasi tutte le forme letterarie esistenti seguono
una relativa corre- lazione di sviluppo, e in un periodo di rivolu- zione
diventano esse pure rivoluzionarie, appunto come in un periodo di naturalismo
invadente — come questo che attraversiamo — esse abban- donano gli antichi
metodi, e procedono con de- terminazioni più schiettamente naturalistiche ,
alla esplicazione artistica del nuovo ideale. Ma badiamo; la correlazione di
sviluppo non succede prima che l'ideale artistico sia diventato per così dire
sociale, e trovi eco potente in tutte le coscienze degli artisti. Gli ideali
prima di di- ventare padroni delle coscienze ànno da fare un ben lungo cammino
attraverso le menti degli artisti. Il processo di filtrazione, se così posso
esprimermi, è lentissimo. L'assimilazione, l’inte- grazione si fa
insensibilmente, ed a gradi, e la materia artistica a poco a poco si accumula,
si sovrappone in istrati sottilissimi nel fondo delle coscienze. Quando si
parlerà dell'adattamento, un capitolo apposito metterà in luce questo impor-
tantissimo procedimento della psiche sociale. Giunge il momento in cui il
pubblico preparato inconsciamente alla rivoluzione, per molteplici cause,
insoddisfatto dell’indirizzo soverchiamente fastidioso del tempo suo, bramando
ardentemente un'arte nuova, ma impotente ad estrinsecarla in una forma
adeguata, freme, per così dire, irre- VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC.
97 quieto nella crisi letteraria. Ed un grande in- gegno intuisce allora
l'ideale nascente, lo ferma con mano di bronzo, e lo rivela audacemente atutta
la sua società in una grande opera d'arte. Quindi tutti gli artisti danno il
tracollo ai me- todi vecchi e fastidiosi, quindi si determina un nuovo
movimento psichico, un nuovo indirizzo artistico, al quale mano mano si
conformano i pensieri e i sentimenti, le forme letterarie, gli interessi, il
gusto dell’universale, cioè a dire svol- gesi un nuovo ambiente, che ha
caratteri ed obbietti diversi, si stabilisce una nuova corrente di idee, di
fatti, di desideri che a poco a poco assimila tutto. Ed è solamente in questo
tempo di grandissima tensione intellettuale che le forme letterarie — quasi
tutte — si sviluppano cor- relativamente ad onta dei loro diversi scopi, delle
loro distinzioni specifiche. È così che si deve in- tendere la correlazione di
sviluppo. Se due o tre gazzette epilettiche, scrisse ilvalente Goggia, arrivano
a farsi largo in una città, e per qualche tempo vomitano in mezzo alle
popolazioni i loro vituperi, le loro passioni fescennine, poco tarda che in
quel disgraziato consorzio si formi un ambiente guasto, irritante, ribaldo e
codardo, che a poco a poco tutti sono costretti a respi- rare, e che diffonde
all’intorno il mal essere, il turbamento di ogni retto senso, infino a che non
sorga chi spazzi via quella peste, e purghi l’aria di quel contagio. Se avvenga
che in dato punto 7 — Pastore, La vita delle forme letterarie. 98 CAPITOLO IV
si ripeta una serie di azioni virtuose, si spieghi un indirizzo morale e
normale, tutto all’intorno se ne risente il beneficio, svegliasi l'imitazione
del bene e creasi un ambiente sano e simpatico. Così, torno a dire, succede
pure alle forme della letteratura, le quali nei momenti di un vigoroso impulso
artistico seguono — ineluttabilmente — la fortissima corrente delle idee
dominanti, e tutte rivelano nel loro indirizzo una comunanza di correlazione,
benchè questa non inceppi punto il libero svolgimento di esse. Poichè non si
vuol dire con questo che la cor- relazione di sviluppo importi necessariamente
l'abolizione di tutte le caratteristiche speciali delle singole forme
letterarie, l’atrofia di tutte le virtualità latenti e riduca tutte le forme ad
una sola stregua, le faccia procedere di pari passo, parallele. La correlazione
di sviluppo non è un freno alle forme letterarie, è soltanto medesimezza di
propositi, fusione d’ideali. Tutte le strade menano a Roma, ma quanto esse sono
mai diverse le une dalle altre! La correlazione di sviluppo è come un profumo
penetrante e finissimo che si diffonde prestamente per l'atmosfera, impregna di
sè l’ambiente e le persone stesse che vi sono entro, senza però al- terare
profondamente l’attività psichica di al- cuno. E una virtù analoga a quella che
si mani- VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE, ECC. 99 festa in una famiglia
nella quale ogni figlinolo à carattere, età, tendenze, genio diverso e pure
tutti posseggono lo stesso sangue, e in relazione di esso sì sviluppa il loro
organismo. La correlazione di sviluppo certo non è evi- dente in tutti i
periodi letterari, anzi in taluni per esser poco vigorosa l'intonazione
artistica dell'ambiente, e per mancanza d’ideali determi- nati, le forme
letterarie non possono assoluta- mente dimostrare una caratteristica spiccata e
comune nel loro indirizzo, o in altri periodi letterari per essere troppi gli
ideali delle co- scienze, le forme letterarie assumono pure una moltiplicità di
indirizzi, una varietà stragrande di concezioni artistiche. Ma questo non
infirma punto le nostre conclusioni, ove non si perda di mente che la
correlazione di sviluppo è un fatto puramente accidentale, e che si deve am-
mettere ‘solamente con discreta larghezza di significato, e soltanto in certe
epoche lette- rarie. L’umanesimo, per esempio, nella storia delle lettere segna
un periodo in cui tutte le forme letterarie subiseono una fortissima
correlazione di sviluppo. E di vero, noi vediamo che il trionfo della coltura
umanistica costrinse tutte le forme ad assumere un carattere particolare e
corrispon- dente, e per un altro lato, se non potè soffocare le forme più
vitali e radicate fortemente nella 100 CAPITOLO IV coscienza italiana, strozzò
ferocemente in culla tutte le forme più deboli e più giovani. Perchè sarebbe un
gravissimo errore il cre- dere che l’umanesimo abbia solamente prodotto buoni
effetti nell'arte del secolo xv. Alcuni, an- cora adesso, vedono in esso
solamente la rea- zione benefica contro un periodo storico troppo pieno di
ascetismo e di elementi retrivi, e non rifiniscono dal cantarne le lodi. Ma
pure l’uma- nesimo produsse anche gravissimi mali e taluni — nota Arturo Graf
.— sono di natura ge- nerale e si ripercuotono su tutta l'Europa, altri
riguardano particolarmente l’Italia. Non si guardi unicamente al rinnovato
culto della bellezza greca, al risveglio particolare della filosofia, al
risveglio generale di tutto lo spirito, al ringiovanirsi della genialità larga
dei Greci, e del desiderio di associazione che si contrap- pose al cenobitismo
imperante del medio evo, ed al bisogno ascetico di segregazione; nel rovescio
della medaglia tra gli altri mali prodotti pos- siamo notare senza dubbio:
violenta aristocra- zia delle lettere e delle arti, decadimento della morale,
frivolezza nelle lettere e nella vita tutta, costituzione della tirannia
principesca, avversione alla vita politica, profonda modificazione del Papato,
che diede poi origine alla riforma Lute- (1) A. GRAar, Lezioni di storia della
letteratura. Università di Torino, 1888-1889. VARIABILITÀ DELLE FORME
LETTERARIE, Ecc. 101 rana, servilità delle lettere, culto ed idolatria della
forma, disprezzo e decadimento completo della letteratura volgare, inceppamente
di al- cune forme letterarie, che avrebbero potuto re- care fulgidissima gloria
alla nostra letteratura italiana. Certo la drammatica, per esempio, era una
forma nata allora allora, piena di speranze e di virtualità, e l’umanesimo
l’arrestò nel miglio» punto del suo incremento, snaturandola com- pletamente,
anzi sostituendovi un’altra dram- matica che era soltanto la riproduzione
pedis- sequa di quella greco-latina. Così per quella necessità imperiosa e
fatale, che costringeva tutte le formea svilupparsi correlativamente, fu spez-
zata la tradizione del nostro primitivo teatro italiano mentre in Inghilterra
ed in Spagna sor- geva invece un potente teatro nazionale. Parlando della lotta
per la vita e della sele- zione naturale vedremo perchè l’umanesimo non valse a
soffocare il dramma inglese e spagnolo, nè parimenti in Italia l’epica, la
lirica e la no- vellistica. Ciò che importa ora stabilire è che il secolo xv
vide precisamente una imperiosa correlazione di sviluppo nelle forme
letterarie. Vi è poi un’altra maniera più tenue di corre- lazione di sviluppo
che si riflette nel centro ri- stretto di una forma letteraria, obbligando
quasi tutte le produzioni artistiche relative a svilup- parsi secondo un
preconcetto, di forma, imposto 102 CAPITOLO IV da un grande scrittore. E la
correlazione di sviluppo particolare accennata continua per se- coli e secoli,
come appunto accadde nell'arte della novellistica dal secolo x1v fino al
Manzoni. Ma poichè qui rientra in grandissima parte l’ereditarietà dei
caratteri morfologici aspetterò a trattarne in proposito. Del resto gli esempi
di correlazione di sviluppo s’affollano straordi- nariamente, ed io ho soltanto
l'imbarazzo della scelta. Fermiamoci a studiare un poco tutta la bella
letteratura del nostro risorgimento nazio- nale; vedremo un’altra mirabile
prova della correlazione di sviluppo. Altri è giù — molto meglio di me —
dimostrato che, fin dallo scorcio del secolo passato, questa letteratura nostra
non è stata che una grande, un'immensa officina di guerra contro lo straniero,
per l'indipendenza e per l’unità d'Italia. «“ In questo sforzo gigantesco
sostenuto da “ pochi che erano la mente e l’anima della nu- zione, per muoverne
la massa inerte, in que- “ sta lotta di più che mezzo secolo, continua, “
serrata, quasi senza respiro, non v'è una sola “ forma del pensiero e dell’arte
che non siw “ stata impugnata a suo tempo, come arma “ d'offesa, che in mano
della rivoluzione non “ abbia fatto, se non altro, da leva per scal- “ zare e
per abbattere. La tragedia, la lirica, “ il romanzo, la storia, le riviste, i
giornali e “ perfin l'idillio e l'inno sacro, si svilupparono VARIABILITÀ DELLE
FORME LETTERARIE, EUC. 103 “ in correlazione all’ideale politico ,, e soltanto
alla stregua di tale correlazione ci verrà dato comprendere l’opera di Gaspero
Gozzi, di Giu- seppe Parini, di Vittorio Alfieri, di Ugo Foscolo, di Carlo
Botta, di Gian Domenico Romagnosi, di Pietro Colletta, di Giacomo Leopardi, di
Giu- seppe Giusti, di F. D. Guerrazzi, del Berchet, del Rossetti, del
Brofferio, del Poerio, del Ma- meli, di Giambattista Niccolini, e di tutti gli
altri generosi che auspicavano imminente il sor- gere della libertà italiana.
Ed accadde un bel fenomeno, che il Barzel- lotti, con la sua acutissima
perspicacia — ben nota a tutti — spiega e rende evidentissimo. Mi servo, come ò
fatto più sopra, delle sue bel- lissime parole : Se v'è forma di componimento,
che sembri per natura aliena dal prestarsi a scopo civile e re- frattaria
addirittura all'influenza degli altri ge- neri letterari, questa forma è certo
l'Idillio, e l'Inno sacro. Pure, nota il Barzellotti, l'uno e l'altro ebbero il
loro poeta civile in Terenzio Mamiani, esule a Parigi dopo i moti del ‘81, che
negli Inni, imitati da Omero, cantava le glorie del cristianesimo primitivo,
operoso a pro della patria, e così diverso da quello dei pontefici tralignati,
e negli Idilli e nell'Eroidi narrava j dolori del suo esilio, e la morte di
Antonio Oro- boni compagno del Pellico allo Spielberg ,. È appunto solamente
quando tutte le forze 104 CAPITOLO IV si concentrano e si volgono ad un fine
che la correlazione di sviluppo diventa addirittura pa- lese ed evidente.
Prendiamo un altro esempio. La correlazione di sviluppo fra le forme letterarie
si mostra ai giorni nostri assai evidente. Ora, quasi tutte le forme letterarie
si svolgono in dipendenza di analisi acuta e penetrativa, così detta scien-
tifica, perchè ritrae della descrizione scientifica scrupolosamente minuziosa.
Io rimando i lettori alla limpidissima esposi- zione dell'ambiente letterario
contemporaneo che ha fatto il professore A. Graf nella sua Crisi let- teraria,
dove è dimostrato all'evidenza che per il trionfo della democrazia, di buono o malgrado
la letteratura dovette piegarsi ad accogliere, a ela- borare, a riprodurre in
forme d’arte un infinito numero d'idee, di sentimenti e di fatti che aveva
insino allora negletti o rigettati come troppo umili e vili. E perciò si
origina, anche per l’in- flusso della scienza, una correlazione di sviluppo
spiecatissima fra le varie forme letterarie. E valga il vero. È innegabile che
il romanzo con- temporaneo di osservazione mostra manifesto l'influsso della
scienza nelle sue descrizioni mi- nuziose e prolisse, e vi predomina l’analisi
acuta e penetrativa, l’analisi che è uno degli spiriti della scienza, e si
svolgono pure correlativamente in gran parte la drammatica e la stessa poesia
lirica, che da alcuni si tenta di far diventar VARIABILITÀ DELLE FORME LETTERARIE,
ECC. 105 scientifica addirittura, e nella storia ormai è applicato in tutta la
sua estensione il procedi- mento scientifico rigoroso, poichè ® il pubblico
sempre più si compiace di quel delicato e sot- tile lavorìo che l’analisi
compie. Tale correlazione di sviluppo è voluta impe- riosamente dall'ambiente
nostro; il naturalismo scientifico vincitore tira dietro al suo carro tutte le
forme letterarie che possono rispondere alle sue esigenze, e, inesorato,
sfracella quelle forme che s’'affollano davanti alla sua strada per im-
pedirgli il cammino. E così perirono la tragedia classica, l'epopea, il romanzo
storico, e la poesia religiosa ascetica d'un tempo, e alcun’altra forma
letteraria incapace di seguire il trionfatore nella sua corsa fatale, passa
alla retroguardia e co- mincia a scolorarsi nella lontananza (come l’arte
oratoria religiosa, e quella produzione letteraria che si manifesta nei così
detti Vbretti anti-arti- stici delle opere melodrammatiche) ed altre mol-
tissime eziandio. Moltissimi altri esempi di correlazione di svi- luppo io
potrei addurre; ma credo che ormai tutti i miei lettori ne potranno scorgere
senza fatica, riandando la storia della letteratura e fer- mando specialmente
l’attenzione lù dove appare predominante uno speciale gusto artistico, che può
essere benissimo anche un esorbitante ma- (1) A. Gnar. Op. cit. 106 CAPITOLO IV
nierismo, come una vigorosa intuizione d'un sano ideale d’arte. Vi è appunto
correlazione di sviluppo tanto nei periodi di morbosa produ- zione letteraria,
come nei periodi di concezione pura e serena. Tutto cdiò apparirà ancor più
chiaramente quando parleremo della lotta per la vita, del- l'adattamento, e
della selezione naturale. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 107 CAPITOLO V.
Lotta per la vita — Parassitismo La vita psichica, spinta da un'irresistibile
ne- cessità di espandersi nelle manifestazioni del- l’arte, produce un graduale
passaggio dell'idea letteraria dallo stato confuso ed omogeneo, al diffuso ed
eterogeneo. Da questa sempre mag- giore eterogeneità artistica nasce
quell’incessante variabilità delle forme, che fu studiata nel ca- pitolo
precedente, e da essa, pertanto, una ra- pidissima moltiplicazione di
produzioni letterarie, tutte dirette, infine, ad uno stesso scopo ultimo e
definitivo, cioè alla conquista del favore e della coscienza del pubblico.
Perciò qui ne soccorre la legge di Malthus fondata sulla sproporzione fra la
produzione ed i consumatori. Tuttavia, siccome molto facilmente qui si
potrebbero scam- biare i termini del rapporto, sostenendo che in letteratura le
sussistenze sono le opere letterarie, 108 CAPITOLO V ed i consumatori, quelli
che leggono; io dichiaro tosto di intendere la cosa in quest'altro modo. Per me
è l’ambiente quello che fornisce i mezzi di sussistenza alle opere letterarie,
e ne determina, e ne agevola lo sviluppo con la sua buona accoglienza, o ne
ritarda, o ne arresta altrimenti l'evoluzione con la sua indifferenza. Nel
nostro concetto l’ambiente è come un'oasi fertilissima in un deserto, la quale
abbia una grande abbondanza di pascoli diversi. Tutti i tipi di animali vi
tendono da lungi, e per giun- gere ad essa non temono di affrontare gli spaven-
tevoli disagi del cammino, e molti non vi giun- gono neppure e muoiono di
stenti per la via, ed altri dopo aver superato enormi difficoltà, ed abbattuto
ostacoli d'ogni maniera, tra le dune sabbiose del deserto, giungono fin quasi
al confine della terra promessa, e mentre co- minciano a dilatare i polmoni al
soffio della brezza vivificante, e contemplano bramosamente, sotto alle piante,
scorrere l’acqua limpida e scintillante nei ruscelli, tra l'erba sempre verde
dei prati, per manco di forza, cadono a terra sfiniti, e giacciono dimenticati
per sempre. Intanto la grande turba degli altri giunge all'oasi benedetta, e vi
si affolla con lo slancio della disperazione. Ora che avviene, poichè l'oasi è
ristretta ed infinito invece il numero degli accorrenti ? Ecco, la terra
promessa poco tarda a diven- LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 109 tare il
teatro d’una sanguinosa battaglia, nella quale ognuno tenta di disputarsi lo
spazio ed i mezzi di sostenimento, cioè la vita, prima con- dizione
dell’organismo. — E non solamente la vita, ma sempre maggior copia di beni, a
totale detrimento dei deboli e degli infelici, giustificando il doloroso verso
del poeta: « Sempre il più rude ferro trionfa! » In letteratura la lotta tra le
forme e le pro- duzioni letterarie non potrebbe essere più evi- dente. Il
pubblico chiama al suo banchetto, in cui i posti sono limitati, un numero di produzioni
letterarie, commensali, maggiore di quanto esso possa nutrire. Sono gli
invitati perciò che devono lottare, combattere per procacciarsi un posto.
Fatalmente gran numero di essi viene allonta- nato e soccomberà alla prima
battaglia; alcuni soltanto dopo lunghi e penosi sforzi, potranno conservare, la
vita se giungono a nutrirsi abba- stanza o a stabilirsi nel posto dove la
concor- renza è meno viva e i rivali meno formidabili. E pure nella mischia
delle forme d’arte vi sono dunque tipì eletti cui l’esistenza è facile, e forme
vinte condannate a vivere poveramente od a morire. È una verità che
malauguratamente è troppo facile di riconoscere anche in tutte le società 110
CAPITOLO V umane, ed in tutti i regni della natura “ dal carnivoro che divora
'1 prossimo suo, fino alla pianta che soffoca la sua vicina ©. Nelle prime
orditure del consorzio umano nelle orde © la coesione sociale è inspirata uni-
camente, sopratutto dalla necessità di nutrirsi, di difendersi dall'ambiente
fisico della natura, insomma dal bisogno della cooperazione mutua. Tosto però
la conglomerazione dell’orda per ef- fetto dell’accrescimento della popolazione
e della ricerca di nuovi luoghi di caccia, pesca e pa- storizia, si scinde in
gruppi di parentele e di schiatte, le quali staccatesi formano ciascuna un
ambiente a sè; e col successivo affievolimento dei vincoli primitivi, errano in
altre parti, finchè, dimenticate le prime origini comuni, diventano nemiche fra
di loro. Parimenti nella letteratura del periodo delle origini, la lotta per la
vita fra le forme lette- rarie quasi si direbbe che non esistesse, tanto è poco
severa ed insensibile. E questo fenomeno è naturalissimo, perchè, in quei primi
tempi, le forme letterarie non erano che una spontanea e necessaria espansione
delle coscienze vergini ed ingenue e riboccanti di emo- zione estetica,
diretta. L’arte d’allora, primitiva ed infante, era una produzione inconscia,
invo- lontaria che sgorgava di per sè, come l’acqua (1) Darwin, Origine della
specie. (2) Cazzaniga. L'ambiente. Monografia. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO
111 dal purissimo fianco di un ghiacciaio. D'altronde le forme erano così poche
e così bambine che trovavano — direttamente — favorevolissime condizioni di
vita nelle coscienze dell’ambiente, e non sentivano nemmeno ancora il pericolo
di una lotta fraterna dispiegata. Tutte miravano al perfezionamento delle
coscienze, ad ingentilire il pensiero, a manifestare la luce fulgente del-
l'idea-forza creatrice. E poichè ognuna era l’espressione naturale e spontanea
di un aspetto della realtà e della vita superiore, ed ognuna corrispondeva ad
una facoltà fondamentale della psiche umana, tro- vava di necessità
nell'ambiente un'accoglienza quanto mai favorevole. Così era bene accettata
tanto la lirica reli- giosa, la quale commoveva da un lato la coscienza giovane
del popolo, quanto la poesia epica che ne eccitava da un altro lato
l’entusiasmo e l’im- maginazione. E senza dubbio queste forme così vitali,
poichè erano pure spiccatissimi coefficienti dell’evolu- zione civile, si aiutavano
a vicenda mirabilmente componendosi di per sè, come forze concorrenti ad una
sola risultante, nell’immenso parallelo- gramma della vita. Risultava in
letteratura, pertanto, una coope- razione mutua delle forme, analoga a quella
accennata antecedentemente dal Cazzaniga, nelle prime orditure del consorzio
umano. 112 CAPITOLO V Perciò non poteva non esistere quella lotta per la vita
che sgorga sempre in tutti i tempi, ed in tutti i luoghi, dal conflitto
necessario delle forze, dall’attrito logico delle idee. E se essa non era così
fortemente accentuata tra le forme letterarie distinte, in quanto che esse
erano funzioni eterogenee di un organismo, e tra le funzioni correlative di uno
stesso or- ganismo la lotta non è mai troppo appariscente e fatale, tuttavia
esisteva sempre, e per un altro riguardo, era viva più che mai. Non si creda
subito, @ priori, che essa non esistesse, perchè nei primi tempi della
letteratura non troviamo quei caratteri così evidenti che sì mostrano invece in
altri periodi storici, e spe- cialmente nel secolo nostro. Questo dipende da
uno spostamento di obbiet- tivi. La lotta dura sempre, senonchè allora, non
essendo ancora formato ed abbastanza sensibile l’ambiente psichico, era
mestieri che si rivolges- sero contro la natura quelle armi che furono poi
rivolte fra i generi letterari reciprocamente. Col tempo attenuandosi sempre
più l'influenza diretta dell'ambiente esterno, la lotta per la vita si rivolge
analogamente ad altri ideali più im- mediati, artisticamente parlando, ed è naturale
che trattandosi di fenomeni sempre più elevati e precisi le stesse leggi
generali dell'evoluzione si elevassero di conseguenza, rivelando un rap- porto
sempre più intimo e profondo. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 113 Poichè, se
la lotta per la vita rimane sempre come necessità inevitabile tra le varie
forme letterarie, non si può dire parimenti che rîman- gano pure immutati, nei
diversi tempi, i rap- porti dei vari coefficienti. Donde si capisce agevolmente
che la lotta tra le forme può essere più o meno intensa nelle varie epoche. Nè
si creda che essa segua una gradazione progressiva accentuandosi od
attenuandosi col- l’andar del tempo. È un gravissimo preconcetto il credere che
le diverse forme di lotta per la vita, presentate nel corso storico della
letteratura, non siano che fasi diverse e necessarie dell'evoluzione di una
medesima forza, il vero è che le diverse forme di lotta per la vita non
costituiscono una serie’ logica, ma si classificano in gruppi divergenti come
importa l'adattamento all'ambiente. Così non è necessario che la lotta per la
vita, dopo essere stata intensa in un periodo, aumenti d'intensità nel periodo
successivo, o si indebo- lisca per legge di reazione; il grado di intensità non
è determinato da una necessità, direi quasi, assoluta, dipende invece da una
moltiplicità di cause continuamente) varianti, È certo però che essa è sempre
molto più viva fra gli individui della medesima specie, perchè essi sono
diretti ad una stessa meta, si servono degli stessi mezzi, e quindi cercano di
soperchiarsi reciprocamente. 8 — Pasrone. La vita delle forme letterarie. 114
CAPITOLO V Ogni romanzo, per esempio, che vien pubbli cato vuole conquistarsi
un posto nella coscienza dell'ambiente, ed elevarsi al disopra degli altri
romanzi contemporanei, e cancellare l’'impres- sione destata dagli altri
antecedentemente, 0 sfruttarla più a lungo che sarà possibile, ed in ogni caso
disputare agli altri l'applauso dei let- tori. Il fenomeno è evidentissimo ai
tempi no- stri, per poco che si guardi all'enorme produ- zione di opere
letterarie, commedie, drammi, farse, monologhi, novelle, romanzi, bozzetti,
canzonieri, ecc., ecc. Di guisa che se per un lato bisogna ammet- tere che sia
cresciuto straordinariamente il nu- mero dei lettori, e che una maggiore onda
di nopolo sia entrata nell'orbita della vita lette- raria, determinando un
notevolissimo aumento di produzione artistica, per altro è d'uopo con- venire
che non mai fu così intensa la lotta per la vita tra l’innumerabile quantità
delle forme letterarie. Oggi, in questo diluvio di libri e di studi in questo
moto vertiginoso d'idee e di opinioni, assi- stiamo veramente ad una lotta per
la vita affan- nosa, convulsa, incessante tra le forme d'arte. Manca, è vero,
una completa statistica di tutte le opere che vengono pubblicate, ma perchè è
un la- voro impossibile; i libri si stampano e sì accumu- lano negli scaffali a
migliaia a migliaia, ed è pur troppo vero che noi — come dice il Ghisleri —
LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 115 per tenerci al livello della coltura
contempo- ranea e del diuturno movimento intellettuale, dobbiamo consacrare i
tre quarti del» nostro tempo, con pregiudizio della nostra salute, se- polti in
una vita sedentaria e claustrale; e l’altro quarto soltanto ci resta per
produrre..... E tuttavia la produzione letteraria cresce ogni giorno a
dismisura! Inconsciamente i libri ven- gono di per sè in conflitto fra di loro
e cercano di soppiantarsi a vicenda nell’animo dei lettori. Ora l’espandersi
della commedia moderna è soffocato la produzione della tragedia, e della
commedia classica (si intende che io rapporto tutto ciò eziandio alle mutate
condizioni del- l’ambiente sociale) i romanzi degli scrittori più in voga si
danno lo scambietto ferocemente, la lirica religiosa è moribonda — se non morta
affatto — pel trionfo della lirica amorosa, della lirica naturalistica, ecc. ,
la poesia didascalica non à più ragione alcuna d'esistere, e così va' di-
cendo. Si scorge, in tal modo, che doveva essere molto meno violenta la lotta
per la vita tra le forme letterarie, quando non vi era tanta esor- bitanza di
produzione, e quando nei primi tempi della letteratura le varie forme d'arte,
gio- vani e poco numerose, erano lo sfogo naturale della psiche umana; e non
prendeva ancor tanta parte nel bisogno di produzione il desiderio del lucro
individuale. 116 CAPITOLO V Allora tra la coscienza dell'ambiente e la
produzione artistica passava un rapporto ben di- verso dall’odierno, perchè
mentre nella coscienza generale vi erano condizioni favorevolissime alle manifestazioni
artistiche, ed un'esuberanza d’e- mozione estetica che richiedeva d’essere
impie- gata, le forme letterarie invece porgevano così magro appagamento che
tutte le produzioni ar- tistiche venivano accolte avidamente; e non sorgeva fra
esse intensa lotta per la vita, perchè tutte giungevano alla meta prefissa,
precisa- mente come poche, piante crescenti in un’ampia distesa di prato, non
arrivano neppure a dispu- tarsi fra loro il terreno. Veramente, come nel prato
suddetto, fra tutte l’altre, una pianta più fortunata riesce a fron- deggiare
più larga, ed a crescere più robusta e più alta, così pure, nei primordi della
lette- ratura, quantunque tutte le forme fossero bene accette dal pubblico,
pure ognuna di esse sì sforzava a svilupparsi più rapidamente, ed a pi- gliare
maggior campo delle altre concorrenti nella coscienza popolare. E noi qui
appunto po- niamo il primo punto della futura lotta per la vita. Lotta che,
bene, può dirsi fratricida, ma non deve maravigliare troppo, dacchè si può osser-
vare che perfino tra gli individui di uno stesso nido, o di un medesimo parto
si combatte una lotta per la vita. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 117 È noto
— scrive Giovanni Canestrini © — che in ogni nido vi è un individuo più debole
degli altri, il quale siccome grida meno e protende meno il collo riceve un
nutrimento più scarso e talvolta perisce. Oltre a ciò un'altra cosa è ben degna
di nota. È fuor d’ogni dubbio che le toeme letterarie, nella loro lotta per la
vita, si valgono di molte forze diverse. Ora poichè queste forze, in lin-
guaggio metaforico, non sono altro che le armi delle forme, vale a dire i
coefficienti della loro riuscita, noi ci serviamo tosto di questo voca- bolo,
tanto appropriato ad un capitolo che tratta di lotta per la vita, e ci
domandiamo tosto senza altro. Quali sono le armi adoperate dalle forme let-
terarie nel loro conflitto? Anzitutto è da tener gran conto dello stato
generale dell'ambiente, e delle correnti psichiche dominanti. Non di rado, anzi
quasi sempre, la vittoria di un genere let- terario, o di una sola produzione
artistica si deve attribuire ad una forza di inerzia che do- mina nell'ambiente
sociale. Tutte le forme che sanno giovarsi di essa, agevolmente ottengono
maggior accoglienza dal pubblico che le rivali, e trionfano per tutto un
periodo storico, come riesce a filare una nave — anche pesante — se il suo (1)
Grovayni CanestRINI. Nota 1x alla pagina 68 dell'Origine della specie di
Darwin. 118 CAPITOLO V capitano regolando le vele, sa mantenerle ac- cortamente
il vento in poppa. Poichè il plauso che s'accorda, nei vari tempi, ad alcuni
generi di letteratura produce appunto nell'ambiente una corrente d'idee
fortissima, che dura per un po’ di tempo, e mantiene in vigore tutte quelle
produzioni artistiche che si gettano dentro di essa. Ad esempio, nell'epoca
omai tra- scorsa del romanzo storico prevalente, quanti ro- manzi storici
d'imitazione vennero letti, con pas- sione, dal pubblico, non perchè avessero
in veritì grandissimi meriti intrinseci, ma unicamente per quella corrente di
idee favorevole, che avrebbe ripudiato senza dubbio e sdegnosamente un ro-
manzo d’analisi psicologica nuda e cruda, a tinte fortissime, pieno di
osservazioni brutali, quan- tunque fisiologiche, come La terre di Zola!
Effettivamente Alessandro Manzoni, col suo immortale romanzo, aveva determinato
nella so- cietà una corrente d'idee dominante, nella quale navigando
accortamente, molti scrittori di se- condo e di terzo ordine seppero godere del
loro quarto d'ora di celebrità. Non diversamente ac- cadde in letteratura dopo
che egli ebbe pubbli- cato i suoi ammirabili Inni religiosi, i quali per un po'
di tempo furono tiranni assoluti nella lirica, e tennero indietro, a rispettiva
distanza, tutte le altre forme di lirica profana. Questa vera correlazione di
sviluppo, ristretta però quasi sempre alle produzioni artistiche di LOTTA PER
LA VITA - PARASSITISMO 119 una data forma letteraria, si può riscontrare
facilissimamente in tutti i momenti della lette- ratura, poichè in tutte le
epoche vi è sempre un gusto predominante, valendosi del quale mol- tissime
opere letterarie ottengono buona acco- glienza dal pubblico, mentre altre, non
ancora capaci di portare una reazione decisiva, giacciono dimenticate dalla
maggioranza. Ma talvolta entra in campo un’altra forza curiosissima,
l'alleanza. Propriamente succede, in dati periodi, che per tenere indietro un
ge- nere di letteratura invadente, molti altri generi letterari si uniscano in
una specie di alleanza difensiva ed offensiva. Allorchè nel campo della letteratura
è già prevalso, per lungo tempo, un determinato indirizzo delle coscienze, ed
alcuni ingegni cominciano già a protestare, ed è ormai l’alba della reazione,
sembra non di rado che tutta l’arte “ moritura , raduni in un ultimo sforzo,
tutte le sue energie vacillanti, ed in questo estremo di vitalità tutte le
forme lette- rarie minacciate, si incoraggiano vicendevol- mente, si
sostengono, si aiutano amorevolmente per l’ultima lotta fatale. E parimenti,
nelle altre schiere, l'arte ribelle stringe le sue giovani falangi, le sue
forme let- terarie piene di coraggio e di entusiasmo, ed infiammandole a
scuotere il giogo della servitù, le lancia vigorosamente all'attacco.
Fermiamoci a considerare — per modo d’e- 120 CAPITOLO V sempio — la reazione
stupenda del pensiero ita- liano alla Scolastica, ed all’ascetismo medievale,
che la letteratura può contare come una delle sue più grandi battaglie. Da un
canto la Scolastica e l’ascetismo, dal- l'altro l’umanesimo ed il naturalismo
si contra- stavano l’indirizzo del pensiero italiano, la prima scuola — scrive
il Tuninetti, nella sua pregevolis- sima “ Dissertazione storico-critica sul
trecento , — colle immobilità delle specie ideali tentava di incatenarlo e
d’assorbirlo nelle contemplazioni d'oltre tomba, la seconda gli dava il
fermento e la febbre di nuove aspirazioni, quella lo avrebbe soffocato, questa
gli infuse il senso vitale. Ma prima di giungere a tanto si combattè ad ol-
tranza, e paurose le coscienze sì tenevano aggrap- pate al vecchio mondo in
dissoluzione, mentre si trovavano sospinte da forze inesplicabili verso i tempi
nuovi. Esagerazione in un senso, esa- gerazione nell'altro, le multiformi
tendenze del secolo spiegavano un apparato di contrasti con tutte le gradazioni
del pensiero filosofico eser- citato a indiare o a martoriare la vita. Quando
appariva un'innovazione dell’arte ri- volta ad inneggiare al senso, di ricambio
sorgeva un invito a fare penitenza, ed il giuoco si ripe- teva senza posa. (1)
Giusepre dott. Toninerti. Cenni di critica — Carinaguola, Tipografia
Scolastica, 1889, pag. 27. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 121 La reazione
apparve e fu acre, caustica e sotto forma di ghigno, di sprezzo, di urlo, di
menade ubriaca, di allegra baraonda, di, peana alle glorie del senso, che
conquistava i cervelli, a dispetto dell’atrofia religiosa irreligiosamente
tratta per contagio di superstizione ©. Legge di reazione. L'alleanza
protettiva delle forme letterarie in questa mirabile lotta per la vita non
potrebbe essere più evidente. Procedendo nella nostra rassegna troviamo
un’altra arma poderosa, di cui si valgono i ge- neri letterari nella loro lotta
per la vita: La forma artistica. — Fra le produzioni letterarie del medesimo
genere la vittoria dipende quasi ‘ unicamente dalla forma artistica. — Quelli
che sostengono la formola dell’arte per l'arte, na- turalmente riducono tutte
le altre armi a questa sola: la forma. Ma, senza credere che l’arte sia fine a
sè stessa, si può egualmente attribuire la maggior parte del successo delle
produzioni let- terarie alla forma artistica. Di tutta la grande quantità dei
poemi epici e cavallereschi del ciclo bretone e carolingio, l’Orlando Furioso
di Lodovico Ariosto, è quello che è saputo conservare maggiori elementi di
vitalità, ed è ammirato e studiato oltremodo ai giorni nostri, quantunque sia
tanto mutato l'ambiente Sociale. (1) TuxivneTtI, Op. cit., pag. 26. 122
CAPITOLO V La forma artistica meravigliosa è ciò che è fatto vincere l’Orlando
Furioso nella severissima lotta per l’esistenza, l'è fatto trionfare di tutti
gli altri poemi competitori, ai quali ora sola- mente gli studiosi scuotono la
polvere nelle bi- blioteche. E soltanto per argomento di studi storici e
critici si parla di una Regina Ancroja, di un Plantafiore di Barosia, di un
Altobello e re Tro- iano, di un Persiano figlio d’Altobello, di un
Innamoramento di Rinaldo, di un'Incoronazione del re Alvigi, di un Bovo
d'Ancona, di un Inna- moramento di Carlo Magno, di un Ciriffo Cal- vaneo, di un
Driadeo d'amore, diun Mambriano, di un Orlando innamorato di Matteo Maria
Bojardo, di un Rinaldo innamorato del Tromba, di un Rinaldo appassionato del
Baldovinetti, di un Mandricardo del Banderini, di un'Angelina del Brusantini,
delle Prime imprese d'Orlando innamorato del Dolci, e di moltissimi altri che
io son stufo di citare, e che ognuno può cono- scere agevolmente, aprendo un
trattato di Storia della letteratura. Del resto in tutte le forme letterarie,
dalla lirica alla didascalica, dalla novella faceta al sermone religioso,
l'elemento artistico è quasi sempre quello che fa sopravvivere le produzioni.
Siccome ò considerato, dianzi, ogni forma letteraria come l’espressione
artistica di un pen- siero, è naturale che sì conchiuda: — la vitalità LOTTA
PER LA VITA - PARASSITISMO 123 maggiore o minore, e per conseguenza la durata
di una forma letteraria dipendere strettamente dalla maggiore o minore
perfezione dei que ele- menti. Della forma artistica si è già discorso, ne ri-
mane a studiare l’importanza della contenenza psi- chica nella lotta per la
vita dei generi letterari. Se alcune produzioni ottengono plauso e lunga vita
per l’elemento formale, altre l'ottengono pa- rimenti per l'elemento interno,
virtuale, cioè per il pensiero, quando è la rivelazione potente di una
coscienza. Vi sono invero certe opere let- terarie, quasi del tutto prive di
finezza artistica, che pure s'impadroniscono dell'animo dei lettori, in virtù
di un pensiero robusto, che non lascia badare alla frase poco tornita, al verso
non ele- gante, alla rima tutt'altro che ricca e felice, e commuovono tanto le
coscienze che si impon- gono veramente. Nel corso storico della letteratura
spesso co- minciò precisamente da queste produzioni — così ricche di elementi
interni vitali e fecondi, -— un movimento di reazione contro ad alcune forme
incanerenite dal mal gusto del tempo e dalla sterile ed affettata ricercatezza
dello stile. Così le forme letterarie nuove ed esuberanti di energia interna
psichica, si fanno strada negli ambienti corrotti da eccessivo formalismo, ed
abbattono le forme dominanti rancide e dissan- guate. 124 CAPITOLO V Prima che
fosse inventata la stampa, le forme letterarie non duravano fra loro una
battaglia così fiera ed ostinata, e tremenda. Dopo la stampa le forme ebbero
per un riguardo, un appoggio ed un alleato fortissimo, ma per un altro lato un
pericolo gravissimo, un nemico di più nella lotta per la vita. Il vero è che la
stampa è propriamente un'arma a due tagli. Dopo l'invenzione primor- diale
della scrittura non ci furono più altre in- venzioni, più grande, più intensamente
stimo- lante. “ Per essa, il pensiero, circolando rapidissimo da un luogo
all’altro ®, destò le energie latenti e produsse altissimo splendore di
civiltà; e come la rapida circolazione del sangue, ed il pronto scambio degli
elementi sono cause di prospera vita all'organismo, così la circolazione delle
idee e lo scambio dei pensieri rese più vigorosa la vita sociale, e più florida
la produzione lette- raria ,. La lotta per la vita, con essa, si fece più in-
tensa e più micidiale, quantunque si sia allargato enormemente il campo della
coscienza pubblica. Ai giorni nostri — per far breve — le pro- duzioni
letterarie ànno un'altra arma per vin- cere nella lotta per la vita: l'eleganza
dell’edi- (1) A. Grar, Dalle Lezioni di Storia della letteratura R. Uni- versità
di Torino, 1890. LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 125 zione libraria, e la
réclame della Casa Editrice, e dei giornali e delle riviste. L'industria degli
Editori, i quali studiano continuamente di dare maggiore diffusione alle
proprie opere, à ormai prodotto dei veri miracoli! Che graziosi sesti, che
forme leggiadre, che copertine eleganti, quanta finezza d’incisioni, che
splendore di carta, quanta nitidezza di tipi! Quei caratteri ele- gantissimi nè
offendono, nè stancano la vista, anzi l'occhio scorre lo pagine non pure senza
fatica, ma con diletto infinito come se contem- plasse una leggiadra miniatura.
E l’arte tipografica così giunse a produrre un fatto molto degno di nota: la
rinascenza del culto dei nostri migliori classici. È un fatto in- contrastato
che moltissime persone, che di per sè, non sognerebbero mai di andarsi a
pescare nella biblioteca un tomo di qualche autore clas- sico — se bene
divertente — trovandosi fra le mani un'edizione elzeviriana tutta elegante, per
la vaghezza di sfogliarne le pagine nitidissime, cominciano a rileggere il
libro qua e là a spiz- zico, e talvolta lo leggono tutto intiero da capo a
fondo. Di qui si può intendere tutto il van- taggio che deriva alle produzioni
letterarie nella lotta per la vita; di qui si capisce tutto il se- greto di
certe fame usurpate per eccessivo “ Bar- numismo all’Americana ,, e di certe
opere rimaste in deplorabile oscurità, anche ai giorni nostri, quantunque
meritevolissime di successo. 126 CAPITOLO V La causa invero non è una sola, e talvolta
attorno a certe produzioni artistiche dai maligni si crea il vuoto
meccanicamente, od una disonesta e ribalda “ congiura del silenzio ,. I
giornali e le riviste adesso aiutano mirabil- mente le opere letterarie nella
lotta per la vita; anzi taluno perfino asserì che nell’avvenire il giornale
riesca ad ammazzare il libro. “ Ciò può darsi — dice il Capuana — ma non sarà
forse gran male. — Ma pel presente io credo — sog- giunge — che il giornale
abbia anzi giovato al libro. Il libro è dovuto smettere l’aria arcigna, il tono
cattedratico di uma volta, è diventato una conversazione, una discussione alla
buona col lettore. Non è questo un guadagno? , Giacomo Andrea Musso ‘
s’espresse ancor. più audacemente: “ Il giornalismo ha vinto la sua battaglia,
esso è la principal forma di lettera- tura del giorno. Il libro è
sostanzialmente l’aiuto del giornalista ,. E se non in tutto, in gran parte
certo egli è ragione. Un ultimo punto è ancora assai degno di nota. Le diverse
forme letterarie non sono sempre in- dirizzate nobilmente al trionfo di un
ideale puro e sereno, e la lotta per la vita, pertanto, soffre (come abbiamo
già notato una volta) una de- viazione importantissima. La moda, tiranna as-
(1) G. A. Musso, La terza letteratura civile d'Italia. Roma 1885, pag. 146.
LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 127 soluta di tutti i tempi e di tutti i
luoghi, imprime un marchio caratteristico a tutte le forme d'arte che
l’assecondano. E le forme, così, s'industriano unicamente di tendere ad uno
scopo particolare. Gli artisti non producono più per intimo com- piacimento
artistico, per prepotente inspirazione dell'animo; e le forme artistiche non
sono più la naturale espansione della vita superiore sentita. L'arte diventa un
mezzo indecoroso. Così se ne serviranno taluni per avvicinarsi ad un loro scopo
molto prossimo ed egoistico, così altri se ne servirà per recare danno ai suoi
nemici, così altri se ne varrà per adulare i potenti. Quest'ultimo caso merita
un cenno particolare. Quando un ambiente servile è attraversato pre-
potentemente da una corrente d’adulazione verso un potente qual si sia, si
comprende che otter- ranno grandissima accoglienza e dureranno ri- gogliose,
finchè non si muterà quell'ambiente, tutte le forme letterarie le quali avranno
nel loro grembo maggior copia di servilismo e di sfacciataggine adulatoria.
Dimodochè l’adula- zione sarà un’altra forza importantissima ed in-
dispensabile, per quei generi letterari che vor- ranno essere in vigore, e
sorpassare gli altri nella lotta per la vita. Un bellissimo esempio di ciò
presentano il Quattrocento ed il Cinque- cento, nei quali secoli alle Corti dei
Signori l'adulazione era necessità assoluta di vita. A proposito del
Mecenatismo del secolo xv e 128 CAPITOLO V xVI, fu detto che i Principi
cercavano per tal modo di legare a sè tutte le menti più elevate onde
cattivarsi tutte le forze, ed elevarsi a grande fama, ed assodare più
fortemente il loro dominio. Il Graf, mentre accetta queste due ra- gioni, non
esclude, per tutti i casi, l'amore del- l'arte cune non si può assolutamente
negare in alcuni Principi, siccome era carattere generale dell’età loro. I
letterati volonterosi accorrevano alle Corti perchè bene accolti, perchè ben
pasciuti, perchè difesi, e perchè le loro produzioni letterarie — essendo il
popolo indifferente — non potevano trovare favore che presso i grandi che le
inten- devano. La loro letteratura aristocratica cercava naturalmente
l'aristocrazia © e quell’arte per tal modo promoveva la tirannide e viceversa.
Così in quelle Corti, piene di fasto e di ga- lanteria, piene di capricci e di
esigenze alle volte strane e singolari, le forme letterarie che vole- vano
attecchire dovevano strisciare umilmente profondendo lodi sperticate al
Principe della Corte, alle vezzose Principesse, o a qualche Pre- lato ipocrita
e gaudente. E bazza ai più furbi. Gli artisti si valevano di tutti i mezzi per
farsi ben volere, e si scalzavano senza pietà vi- cendevolmente. Fra essi
ardeva veramente una (1) A. Grar. Lezioni dì letteratura italiana, R.
Università di Torino, 1889, LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 129 fierissima
lotta per la vita, giacchè il vincere per loro in tale lotta era questione di
vita o di morte. Perduto una volta il favore e la prote- zione del principe si
trovavano d’un tratto in istrettezze desolanti e terribili, che li costringe-
vano persino a soffrire di fame! Chi non ricorda — dolorando — le pietose
avventure toccate a quella grande anima di Torquato Tasso? Senonchè il mio
assunto non mi permette di dilungarmi maggiormente. Vediamo come nasca, in
letteratura, il parassitismo delle forme e quali effetti produca. E' appena
necessario osservare che molti speciali fenomeni, intesi un tempo nel concetto
generale del Parassitismo, sono noti oggi nella scienza © sotto il nome di
Simbiosi (vita comune) espresso felicemente dal De Bary; disposizione per cui —
dice il Mattirolo — (nel- l’opera citata), un organismo può percorrere tutta, o
una parte della sua vita, sul corpo 0 dentro al corpo di un altro organismo.
Anche in letteratura, tra l’infinita varietà dei rapporti delle diverse forme
artistiche, abbiamo buon nu- mero di produzioni d’arte, la cui esistenza è di-
rettamente subordinata a quella di altre pro- duzioni. Questo è il concetto che
noi ci facciamo del parassitismo in letteratura. Ora esaminiamo la natura dei
rapporti che passano tra i due sim- (1) Oreste MartIROLO. La simbiosi neù
vegetali, 1884. © — Pastore. La vita delle forme letterarie. 130 CAPITOLO V
bionti; questi rapporti possono essere diversissimi. In alcuni casi la vita
della forma parassita è in tutti gli stadi legata a quella della forma ospite.
In altri — come osserva il Mattirolo — la sim- biosi succede solamente in
epoche determinate, rimanendo, fuori di queste epoche, ospite e pa- rassita
liberi ed indipendenti. Si osservano poi — precisamente come succede in natura
fra gli organismi viventi — ospiti i quali possono sop- portare, senza segni
evidenti di gravi disturbi, la compagnia del parassita, ed altri ai quali essa
riesce fatale in breve tempo. Per esempio: Una forma parassita per eccellenza è
la parodia. Alcune produzioni parodiche che seguono, passo passo, tutto il
pensiero, e ia tecnica di un genere lette- rario, dimostrano che in alcuni casi
la vita della forma parassita è, in tutti gli stadi, legata a quella della
forma ospite, perchè il giorno che morirà la forma presa a modello, morirà pure
la forma d'imitazione, ad essa indissolubilmente congiunta. Alcune volte fecero
gran rumore alcune spiri- tose parodie di opere letterarie più in voga, ma ad
ogni modo, come prodotti d’occasione, durarono soltanto finchè durò il ricordo
vivo dell’opera pa- rodiata, e bene spesso anzi perirono assai prima. Per me la
poesia maccheronica è una produ- zione del tutto parassita, sia per riguardo
allo stile contraffatto, sia per riguardo allo spirito burlesco animatore.
LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 131 Ebbene la comicità della lingua
maccheronica, ai giorni nostri, è perduta quasi completamente, o veramente
risulta soltanto agli eruditi; mentre era tanto più naturale e vigorosa, quanto
mag- giore era la cognizione della classicità nell’am- biente popolare al suo
tempo. Così si dica delle poesie stupende dei Goliardi, e delle loro parodie
degli inni liturgici, e delle funzioni religiose. Ora vanno già perdute moltis-
sime delle loro finezze, e più s'andrà avanti nel tempo e più saranno
dimenticate, finchè quando gli inni religiosi e le funzioni parodiate non sa-
ranno più che un mero documento di una epoca trascorsa per sempre, anche le
poesie goliardiche avranno perduto ogni elemento di vita propria, e finiranno
di essere gustate dai lettori ‘©, È indiscutibile che il maccheronico &
perduto (1) So che, fra breve, il prof. Corrado Corradino, il poeta gen- tile e
commovente, il conferenziere brillante e simpaticissimo, publicherà una traduzione
delle poesie Goliardiche. E quest'opera sua, aspettata e desiderata tanto dal
publico, aggiungendo alla virtù intima della poesia Goliardica il pregio ed il
fascino artistico della traduzione moderna, porterà, senza dubbio, un grande
elemento di forza nella vita del pensiero degli Scolari vaganti. E quelle
produzioni letterarie così originali e caratteristiche, per la luce vivissima
che riceveranno dall'artista moderno, po- tranno nuovamente diventare popolari,
e riflettersi nelle coscienze dell'ambiente nostro e godere ancora, per un
tempo indefinito, una vita nuova e gagliarda, ma una vita di natura tutta supe-
riore e più elevata assai di quella che godettero, nel secolo che,
propriamente, le fece nascere. 132 CAPITOLO V ora gran parte del suo vigore,
quantunque ri- manga sempre come importantissimo documento letterario, — perchè
il latino ora è pochissimo conosciuto dal pubblico. In altri casi, si è detto —
la simbiosi succede solamente in epoche determinate, rimanendo fuori di esse,
parassita ed ospite liberi ed indi- pendenti. La poesia satirica — non burlesca
— e la poesia epica, ad esempio, sono due forme letterarie affatto distinte
l'una dall'altra. Pure in epoche determinate, è cosa notissima a tutti, —
l’elemento satirico cominciò a penetrare nel- l’epica, come vero parassita, e
poco per volta la ridusse a morte, mentre esso pigliava invece sempre nuovo
vigore e rimaneva poi liberissimo ed indipendente dall'influenza dell'altro
genere, come forma letteraria distinta. Per alcuni rispetti, debbo osservare
che in letteratura l’ibridismo è molti punti di contatto col parassitismo delle
forme, mentre se ne dif- ferenzia ricisamente per altri. Poichè ibridismo
indica semplice accoppiamento di forme diverse, il parassitismo importa bensì
una comunanza di vita delle forme letterarie, ma indica più pro- priamente una
reciproca lotta fra i due generi simbionti, ed un antagonismo continuo. Il
bellissimo esempio di parassitismo che ab- biamo recato dianzi, parlando
dell’infiltrazione dell'elemento burlesco nei poemi epici, ci porge occasione
di chiarire un altro punto assai impor- LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 133
tante. Come, nell'evoluzione degli organismi elementari, il semplicissimo grumo
di gelatina informe, trasparente, ma dotato di vita,-che ser- peggia umilmente
o galleggia nell'acqua, e si nutre per imbibizione delle sostanze che può assi-
milarsi, ad un certo periodo della sua vita cresce, ingrossa, poi comincia a
raggrinzarsi nel mezzo, a stirarsi, e finalmente si strangola e si rompe nel
punto più sottile, e da un solo essere se ne for- mano due, che si scostano, si
separano, liberi af- fatto ed indipendenti, così nella letteratura i poemi
epici del XV e XVI, avendo cominciato ad accogliere nel loro seno il giocoso ed
il burlesco, poco per volta acerebbero il loro contenuto, mentre il parassita
ne succhiava tutto il sangue migliore; dimodochè, col tempo, e favorito dalle
mutate condizioni dell'ambiente, 1 umilissimo genere di poesia parassita —
staccandosi dal suo ospite — potè dare origine al poema bur- lesco distinto,
non ultima causa dell'estinzione del poema cavalleresco, da cui era stato rice-
vuto e nudrito. Mi rincresce di non potere — per la brevità che mi è imposta —
addurre altri esempi di questo curiosissimo fenomeno di sdoppiamento, tanto analogo
alla segmentazione elementare delle monere e delle amibe ©. Del resto nel ca-
(1) E. Haoxet. Storia della creazione degli esseri organizzati secondo le leggi
naturali. Tradotta in francese dal dott, C. Le- tourneau. Parigi 1887. 134
CAPITOLO V pitolo che tratterà dell’ Estinzione delle forme letterarie
procurerò di svolgere più ampiamente la questione. Ed ora, prima di venire alla
conclusione di questo capitolo, mi preme distruggere un dubbio, che sarà già
sorto prima d’ora nella mente dei lettori. Io ò considerato sempre le forme
letterarie come funzioni vitali dell'organismo della lette- ratura, e pure,
nello stesso tempo, come indi- vidui affatto distinti gli uni dagli altri. Ora
se le forme letterarie sono veramente funzioni ne- cessarie della letteratura
come mai — diportan- dosi come gli individui in particolare — possono
combattere fra di loro per la propria vita, e tentare di distruggersi a vicenda
senza turbare l'economia fisiologica dell’intiero organismo, anzi senza
distruggerla affatto? i Se le forme letterarie sono funzioni dipen- denti da un
organismo, e strettamente congiunte con esso e fra di loro, possono essere
ancora in- dividui distinti e per un certo riguardo indipen- denti l’un
dall'altro? Non è più logico ammettere che le funzioni di un organismo, invece
di essere sottoposte alla necessità di una lotta continua e reciproca, sono
regolate intimamente da un accordo re- golare ? A mio giudizio — il vero è che
tutto si può conciliare ottimamente. Le forme letterarie sono LOTTA PER LA VITA
- PARASSITISMO 135 ad un tempo stesso organismi individuali, società e funzioni
della vita letteraria, come — per più ampia generalizzazione — la letteratura
stessa è un organismo particolare, una società di forme, ed una funzione
distinta dell'organismo sociale. “ La biologia — dice il G. Sergi nella sua
elegan- tissima Prefazione all’ “ Introduzione allo studio della sociologia ,
di H. Spencer % — à mostrato che gli organismi individuali sono società anche
essi, e che ciascun elemento organico è l’indi- viduo di questa società, che si
può denominare biologica. Ciascuna cellula si comporta come un individuo
vivente, frattanto che come elemento organico è una vita propria, ne è un’altra
co- mune con l’intero organismo sociale a cui ap- partiene. Ora, per non
ripeterci inutilmente rimandiamo i lettori al capitolo di quest'opera in cui la
let- teratura è considerata come un organismo so- ciale. Per ciò che riguarda
la lotta per la vita, noi non ci troviamo punto imbarazzati a considerare le
forme letterarie, dalle più piccole alle più grandi, come le cellule e gli
organi di un vasto organismo della letteratura, poichè lo Spencer à appunto
dimostrato come la concorrenza esista perfino tra gli organi del nostro corpo,
e fra (1) H. Spencer. Introduzione allo studio della sociologia, Milano,
Dumolard 1881, pag. XXIX. 136 CAPITOLO V cellula e cellula particolarmente, e
tuttavia l’in- tiero organismo non si scompone per questo, e non perde la
ragione della sua esistenza. Nè si dica — che la morte di una forma let- teraria
produrrà la perdita di una funzione cor- rispondente, e quindi la morte o la
decadenza assoluta dell'organismo della letteratura. In let- teratura
l'estinzione delle forme letterarie non lascia (per così dire) un vuoto dietro
di sè, perchè l'estinzione non avviene d'un tratto, ma in se- guito ad un
lentissimo processo di sostituzione psichica. Come negli organismi animali ogni
mole- cola è gradatamente sostituita da un’altra, così in letteratura ogni
forma estinta non lascia un desiderio di sè nella coscienza, perchè altre forme
l’anno sostituita poco per volta, e la co- scienza popolare è sempre la
letteratura che si merita. La decadenza di una letteratura non dipende mai
assolutamente dall’estinzione di una forma, ma invece è prodotta da sfavorevoli
condizioni dell'ambiente sociale. Vi sono — è vero — nella storia letteraria
periodi di infiacchimento, di spossatezza, di esau- rimento artistico, ma
questi stati morbosi celano sempre un intenso e continuo lavorìo delle forze
letterarie, preparazione necessaria per l’evolu- zione delle forme, cioè
dell’arte successiva. In quest’epoche l'evoluzione propria della let- teratura
non s' arresta punto; poichè ad ogni LOTTA PER LA VITA - PARASSITISMO 137 modo
uno degli elementi fondamentali della pro- duzione artistica è in continuo
movimento evo- lutivo, l'elemento interno, psichico, dinamico. Cambiandosi e
migliorando le condizioni esterne dell'ambiente, le forme letterarie tornano a
com- parire sulla scena, anzi valendosi di tutta la energia latente accumulata
grado grado, per l’addietro, prendono uno slancio considerevole ed un indirizzo
completamente nuovo ed origi- nale. Non mi fermo ad indicare esempi, perchè
ognuno li può trovare da sè. Solamente è da ritenersi il fatto importantis-
simo che la letteratura è sempre in continua evoluzione, perchè la lotta per la
vita delle forme letterarie non arresta punto il suo cam- mino, nella stessa
guisa che forze concorrenti di un sistema dinamico in movimento produ- cono per
risultante una forza tutta particolare per direzione ed intensità, ma pure in
movi- mento. Così, per sommi capi abbiamo trattato ora tutta la grande
questione della lotta per la vita in let- teratura, senonchè quantunque io mi
lusinghi che i lettori pazienti s'abbiano già potuto fare un concetto chiaro di
questa lotta che si mani- festa evidentissima durante tutto il processo
storico-dinamico della letteratura, tuttavia credo ancora utile riassumere
brevemente in una pro- posizione tutto il mio pensiero. In letteratura la lotta
per la vita è: èl conflitto incessante delle 138 CAPITOLO V forme e delle
produzioni letterarie che cercano di usurparsi violentemente è mezzi di
sussistenza nel- l'intento di espandere, di accrescere e di prolungare sempre
più l'intensità della loro vita nella coscienza dell'ambiente sociale; mentre
la letteratura segue continuamente la sua evoluzione. ELEZIONE NATURALE 139
CAPITOLO VI. Elezione naturale L'elezione naturale non è che la conseguenza
della lotta per la vita. H. Spencer, nei suoi “ Primi Principî , è dimostrato,
all'evidenza, che l’elezione naturale trionfa in tutti i feno- meni della
natura, dagli inorganici ai super- organici. “ Vuotiamo un carro di sassi —
egli dice — sul ciglione d’una china, essi rotoleranno in basso fino al fondo e
qui si disporranno per ordine di grossezza, secondo che importa l'elezione na-
turale ,. Ed altrove; “ I frammenti più piccoli passano attraverso lo staccio,
mentre i più grossi sono trattenuti sul fondo ,. D'autunno il vento, che soffia
tra le piante, divide naturalmente le foglie secche dalle verdi; l’acqua dei
finmi che corre via mormorando, lascia sul suo letto, una disposizione
mirabilissima dei ciottoli, dei macigni 140 CAPITOLO VI e della ghiaia, per
legge di elezione naturale. Insomma l’elezione naturale — per un certo riguardo
— si può dire la ragion suprema del- l'esistenza d'ogni essere, Egli è perciò —
adunque — che anche nella letteratura umana questa grandiosa legge si verifica
mirabilmente, quan- tunque sia un fenomeno poco avvertito da co- loro che non
amano scrutare le ragioni intime delle cose, e si contentano di citare i
risultati, affermando, per esempio, con aria dottorale, che la teoria
dell'evoluzione è sbagliata di sana pianta, poichè la storia dei popoli si
riduce, in ultima analisi, al racconto cronologico delle ri- voluzioni sociali,
ed ignorando affatto che ia dottrina incriminata non esclude le rivoluzioni, ma
spiega anzi perchè e come esse sì producano. Eppure in letteratura l’elezione
naturale è un potentissimo mezzo di perfezionamento artistico, lavorando
insensibilmente e silenziosamente in tutti i luoghi, ed in tutti i tempi, essa
ogni giorno ed ogni ora rigetta ciò che è cattivo, e conserva ed accumula ciò
che è buono e van- taggioso, e va perfezionando senza posa (con l'umanità) la
produzione letteraria guidando l’arte sulla via del progresso. Volendo
distinguere più nettamente l’opera dell'elezione si può avvertire due maniere
di operare di questa gran legge: a) Inconscia o inavvertita, o indiretta, spon-
tanea; ELEZIONE NATURALE 14l b) Conscia, metodica o artificiale, diretta. Però
quando diciamo “ inavvertita , non in- tendiamo dire “ insolubile ,
indecifrabile o mi- steriosa, perchè invece con minutissima indagine critica sì
può, quasi sempre, spiegare la ragione dei fenomeni letterari, e dichiarare nettamente
tutti i passi storici dell'evoluzione loro, tuttavia perchè l'elezione naturale
di alcune forme let- terarie non dipende soltanto dalla volontà espressa degli
artisti, ma ben altrimenti dalle esigenze della coscienza popolare, si può
conservare egual- mente la distinzione suddetta, e parlare di ele- zione
spontanea per indicare la fioritura delle forme letterarie che segue
naturalmente lo svi- luppo della psiche sociale, in maniera quasi inavvertita,
e parlare poi di elezione artificiale per indicare il trionfo delle forme
letterarie prodotto dall'opera diretta degli scrittori. Lo spirito umanistico,
trionfante nel secolo decimo- quarto, per l'esigenza naturale dell'ambiente è
prodotto dell'elezione spontanea, le produzioni letterarie informate così
spiccatamente all'arte classica antica sono prodotti dell’elezione arti-
ficiale degli artisti. Non porto esempi di elezione spontanea ed inconscia
perchè, a ben esaminare, dovrei ripe- tere pressochè tutta la storia della
letteratura. Sarà tanto più opportuno invece considerare come il movimento
dell’elezione spontanea diffe- risca dal movimento dell'elezione artificiale.
142 CAPITOLO VI Anzi, a rendere più evidente il nostro concetto, gioverà
un'osservazione preliminare. Siccome ogni forma letteraria speciale tende ad
espan- dersi continuamente, e siccome le sue produzioni particolari artistiche,
perla variabilità naturale, vengono a diversificare alquanto fra di loro e ad
occupare molti posti affatto differenti nel- l'economia della letteratura e nella
coscienza dell'ambiente, così per conseguenza, l'elezione naturale tende
continuamente a preservare le produzioni più caratteristiche e più divergenti
d’ogni forma. In questo modo, durante un corso prolungato di modificazioni, le
piccole differenze caratteristiche della varietà di una medesima forma
letteraria aumentano fino a diventare le differenze più grandi che
caratterizzano le forme speciali del medesimo genere. Così, verbigrazia, dai
vetustissimi inni sacri dei popoli primitivi, nei quali erano commisti e
confusi gli elementi lirici, epici e drammatici si svolsero successivamente i
principali generi let- terari, e per legge di continua differenziazione — come
abbiam visto — da questi diversi ge- neri letterari, distinti in embrione, si
svolsero poi successivamente le molteplici forme letterarie e s'ebbe una
eterogeneità di poesia epica nella grande partizione dell’epopea (poema eroico,
mi- tologico, religioso, romanzesco, didascalico, eco- nomico ecc.) ed
un’eterogeneità di poesia lirica nella grandissima differenziazione delle forme
ELEZIONE NATURALE 143 liriche (inno, sonetto, ode, ballata, canzone ma- drigale
ecc.) e va dicendo per tutti gli altri grandi generi letterari. n Le produzioni
più perfezionate di tal guisa soppiantano inevitabilmente e distruggono quelle
meno perfette ed intermedie, e così le forme letterarie diventano sempre meglio
distinte e de- finite, per l'elezione naturale. Succede — per altro — nuova
lotta per la vita fra le forme dominanti, nuova elezione naturale, e così di seguito
successivamente s'alterna la fortuna delle forme letterarie. L'opera di
rinnovamento e di elezione procede stimolata da due coefficienti continui:
l’ambiente e gli scrittori. Lo sviluppo storico della coscienza sociale produce
l'elezione inconscia — almeno per un certo riguardo — e spontanea; l’arte degli
scrittori produce l'elezione diretta, conscia, ricercata a proposito, a bello
studio, metodica. Ora siccome l'elezione che abbiam chiamato in- conscia e
spontanea agisce soltanto accumulando gradatamente piccolissime e successive
variazioni favorevoli, non può produrre modificazioni im- provvise e repentine.
Essa non può operare che per gradi molto brevi e molto lenti, come i bra-
disismi di cui però nessuno ora vorrebbe negare l'enorme potenza tellurica.
Perciò s'intende fa- cilmente il canone degli antichi: Natura non facit saltus!
Quindi parimenti si comprende l’opera del 144 CAPITOLO VI genio nell'evoluzione
della civiltà, opera che si riassume tutta in un acceleramento notevole del
processo evolutivo della coscienza umana, e non nel concorso provvidenziale di
una potenza s0- prannaturale, inconoscibile. L'imitazione artistica è una delle
più grandi cause d’elezione artifi- ciale; per essa trionfano nella letteratura
certe forme letterarie che sarebbero scartate senza dubbio dall’elezione
inconscia e popolare della coscienza; per essa l’arte, la grande arte nobile e
pura fu sovente gabellata, e ridotta a mal partito dai mestieranti senza
ingegno e senza cuore, per essa la grande arte nobile e pura, bene intesa e
coltivata con entusiasmo, giunse a toccare molto da presso il più alto fastigio
dell'ideale. L'elezione artificiale adunque in letteratura produce un movimento
molto più rapido e de- terminato che non l'elezione spontanea della coscienza
sociale. È chiarissimo, ad esempio, che Giambattista Marini, pel suo deliberato
proponimento, diede all'arte letteraria del suo secolo un atteggia- mento molto
più spiccato e notabile di quello che — ad ogni modo e senza lui — avrebbe
prodotto l’esigenza della coscienza popolare, seb- bene tanto favorevolmente
disposta al cattivo gusto. Così, l'intervento importantissimo del potere
elettivo dell’uomo rende facilmente conto degli ELEZIONE NATURALE 145
adattamenti straordinari tanto della struttura delle forme letterarie, a certi
bisogni dell’am- biente ed a certi capricci, quanto della -conte- nenza intima
del pensiero. To vi trovo la spiegazione del carattere sì spesso anormale delle
forme, e capisco come mai sopravvivano certe forme letterarie anti- quate e
rancide, per la cocciutaggine di taluni forsennati, i quali vi simpuntano con
tutte le loro forze, e non possono comprendere che fanno un buco nell’acqua.
Spiegheremo poi più ave. questo importan- tissimo fenomeno, che rivela tanta
parte del misterioso lavorìo della letteratura, nelle co- scienze degli uomini.
Come gli allevatori possono, secondo il loro criterio, modificare i caratteri
specifici di un gruppo di bestiame, per mezzo di un’elezione artificiale
avveduta e razionale, così il publico, favorendo, accogliendo bene certe forme
d’arte e prediligendole, ne fa — per così dire — una scelta vera e propria, ed
il nuovo prodotto lette- rario, trovando in quell’ambiente favorevole tutti
isuoi mezzi di sussistenza, vi sì adatta, prospera, si riproduce in modo straordinario,
invade il campo degli altri prodotti letterari suoi compe- titori, ed è buon
gioco nella lotta per la vita. E vero che l’opinione pubblica fa tutto questo
lavoro di scelta, nella maggior parte dei casi, in maniera indiretta e ben
lenta, per altro suc- 10 — Pasrore. La vita delle forme letterarie. 14;
CAPITOLO VI cede in alcune forme speciali d'arte, che l'ele- zione si fa
direttamente dall'ambiente per mezzo di un giudizio esplicito ed evidente. E
ciò succede nel teatro. Le forme drammatiche: opera, melo- dramma, tragedia,
commedia, dramma farsa, monologo e va dicendo, durante la loro stessa
comunicazione sociale o rappresentazione, subi- scono immediatamente
un’elezione naturale. Per un certo riguardo si può dire che le forme
drammatiche lottano fra di loro ferocemente per la vita, in quanto che ognuna
tenta di superare l’altra, e veramente la potenza delle più grandi offusca e
distrugge assolutamente l'impressione delle minori nella coscienza del
pubblico, ma tuttavia queste forme sopportano pure un ben duro travaglio,
passando sotto il Tribunale del- l'opinione pubblica. Fortunate quelle che
sanno conquistarsi il passaporto di questo Cerbero, vera fiera crudele e
diversa, che con cento gole caninamente latra sovra i prodotti drammatici degli
autori, e del quale, in verità, ben può dirsi che Graffia gli spirti, gli
scuoia ed isquatra come scrisse Dante del “ gran vermo , che cu- stodiva
l’ingresso del terzo cerchio infernale. Per questi casi l'elezione
dell'ambiente non potrebbe essere più immediata, perchè, ad esem- pio, una
commedia fischiata completamente in un teatro, ben a stento potrà ancora
rialzarsi ELEZIONE NATURALE 147 vittoriosa negli altri, se proprio non conterrà
in sè una potenza grande, misgonosciuta dianzi da un teatro non competente, ovverosia
com- battuta ad oltranza per intrighi vergognosi. E di quest'ultimo abbominio
gli esempi pur troppo non mancano e non mancheranno ancora, Ma ciò che
ordinariamente produce l'elezione delle forme letterarie è la moda, che deve
avere grandissima parte nel computo della dinamica sociale. La moda veramente è
una forza enorme, non tenerne conto sarebbe un errore fatale per la critica
storica scientifica. Vi sono forme let- terarie alla moda? Altro che! I libri
che vogliono esser letti de- vono appunto adattarsi alla moda, cioè all'esi-
genza del momento storico, esigenza che può essere benissimo cattiva e fatale
per l’arte, per la ragione evidente che l’uso bene spesso è la ragion degli
sciocchi, che ci condanna a molte follie, e la più grande — come disse un
arguto ingegno — è quella di farsene schiavi. Ma le forme letterarie non
possono sempre resistere alla moda: essa è un torrente impe- tuoso che le
strascina tutte. Cosicchè, se l’am- biente è sano, l'esigenza della moda non
sarà perniciosa per l'arte; ma se l’ambiente è viziato, l'esigenza della moda
produrrà la corruzione del gusto letterario e la decadenza delle forme
letterarie. Però — ad ogni modo — chi riguar- dasse sempre la moda come segno e
causa della 148 CAPITOLO VI corruzione del gusto in arte, la sbaglierebbe, come
la sbaglierebbe chi riguardasse sempre la vernice come segno e causa della
corruzione dei legnami, come chi riguardasse le eleganti foggie di vestito come
segni manifesti di cor- ruzione, o pure i cenci della rozzezza come segni della
virtù. Anche in letteratura è vero il pro- verbio: “ L'abito non fa il monaco
,, in certi casi. Ma qui sorge una grave difficoltà che abbiamo però già
incontrato più volte nel corso di questo lavoro. Come si spiega la
contemporaneità di tendenze varie nelle varie forme di letteratura? Se tutte le
forme letterarie, per elezione natu- rale, tendono così a salire nella scala
della per- fezione, come mai avviene che esistano ancora in letteratura tante
forme letterarie che sono veri prodotti di morbosità artistica ? C'è adanque
un'elezione a ritroso parallela all'elezione prin- cipale ? To dovrei ora
evidentemente toccare dell'ata- vismo, e della legge di riversione naturale, ma
per non ripetere ciò che si dirà in un altro ca- pitolo, e poichè lo sviluppo
che merita questo fattore è troppo ampio, rimando i lettori a quella
trattazione speciale. Intanto, per risol- vere l’obbiezione suesposta, mi
servirò tosto delle conclusioni trovate a tale riguardo. Secondo me, la
contemporaneità delle tendenze varie dell’arte, non importa alcuna contraddi-
ELEZIONE NATURALE 149 zione colla dottrina dell'evoluzione. Poichè si noti che
l'elezione naturale delle forme non implica una necessità di perfezione in
tutta l’e- terogeneità delle produzioni artistiche: essa traendo profitto delle
variazioni benefiche ed utili alle forine letterarie, e rispondenti alle esi-
genze dell'ambiente, fa progredire unicamente le più fortunate. Mi giova tanto
riportare quello che scrisse il prof. G. Sergi nella Prefazione all’ “ Introduzione
allo studio della sociologia di H. Spencer ,, a proposito degli stati di
coscienza in lotta per la vita e predominanti nel campo della psirt:. “
Qualunque sia il risultato — egli dice — di questa lotta, il campo della
coscienza è occu- pato successivamente da uno stato predomi- nante, cui
attorniano stati subalterni ; il primo sta nella maggior luce, i secondi nella
pe- “ nombra. “ La qual cosa fa, che la coscienza possa anco simultaneamente
essere occupata da una com- “ posizione di stati differenti. In altri termini,
“ nella coscienza — tanto successivamente che simultaneamente — possono esservi
unite ed associate percezioni e sentimenti di diversa intensità e qualità ,.
Quindi è distrutta l'ipotesi di una elezione a ritroso, inventata per spiegare
la contempora- neità di tendenze diverse. È naturale che accanto alle forme
maggiori 150 CAPITOLO VI ed imperanti vi siano forme minori, meno per- fette, e
meno vitali. Però le opere mediocri in letteratura, non sono meno necessarie
delle grandi e sublimi, come per la società accanto ai biglietti da mille si
trovano le monete di rame, non meno indispensabili de’ primi, anzi necessarie
affatto per il commercio. Le opere artistiche di maggior valore gettate in
mezzo ad un ambiente popolare, nel vero senso della parola, non producono
neppure la decima parte del bene che portano invece le opere mediocri, e tanto
meno delicatamente la- vorate. Questione di livello, e di adattamento. È
sentimento, si può dire universale, che il sapere umano debba la maggior parte
del suo progresso, a quegli ingegni supremi che sorgono, di tempo in tempo,
quando uno, quando l'altro quasi miracoli di natura. Io stimo che non si debba
minor importanza agli ingegni ordinari, che popolarizzano la scienza, e la
comunicano più direttamente alle coscienze meno aperte ed educate. Vediamo: un
genio compone un’opera lette- raria mirabile, splendida, originalissima per la
forma e per il pensiero, e per la sua eccellenza precede addirittura il suo
ambiente di molto. E non di rado succede che gli altri uomini, per il troppo
distacco ideale, non solo non si dispon- gano a seguitarlo ma — non
comprendendolo — . ELEZIONE NATURALE 151 si ridano affatto del suo nobile
tentativo. Il con- trario succede allorchè molti ingegni intermedii, facendo,
per così dire, da interpreti tra il genio e le coscienze dell'ambiente,
aiutandosi del pen- siero del primo e propagandolo gradatamente nel secondo,
fanno congiuntamente un passo nella via del progresso, nel che, per la brevità
dello spazio, per la poca novità delle teorie, ed anche per la moltitudine
loro, in capo @ qualche tempo sono seguitati universalmente, ed essi così èn
conquistato il favore e la coscienza di quell’ambiente, che non s'era punto
commosso all'opera principale. Questi scrittori mediocri, intermedii, che ab-
biam chiamato interpreti, e sono tanto necessari al progresso del pensiero,
costituiscono eviden - temente lanello di congiunzione, l’addentellato tra
l'ingegno dei grandi uomini e la coscienza comune. A questo punto potrebbe
alcuno domandare: Se l’elezione naturale è tanto potente e saggia, da valersi
di tutte le più piccole variazioni utili per accumularle in un determinato
perfeziona- mento, perchè certe forme letterarie non ànno acquistato questa o
quella modificazione, che loro sarebbe evidentemente utile e le farebbe progre-
dire parallelamente alle altre forme letterarie ? Ma non è troppo ragionevole
pretendere una risposta a siffatte domande, perchè non si può certo attribuire
solamente al potere elettivo na- 152 CAPITOLO VI turale tutta la causa del
cambiamento delle forme, sapendosi anzi che nel maggior numero dei casi, tutto
dipende dalla variabilità stessa delle forme e dal loro adattamento
all'ambiente, e da mol- teplici cagioni esterne di variazione. Anzi ordi-
nariamente non si possono addurre che ragioni generali dell'ambiente, e solo,
in pochi casi, par- ticolari. È chiaro che ad un'evoluzione parallela delle
singole forme letterarie, sarebbe indispen- sabile un’uniformità di adattamento
continua ed invariata. Mentre il fatto in natura succede ben diversamente. Ad
esempio, molte forme letterarie devono essere state soffocate nel loro sviluppo
da strane cause particolari di distruzione, le quali mentre non erano comuni ed
uguali in intensità per tutte le altre forme letterarie concorrenti, non
stavano in alcun rapporto diretto con certe mo- dificazioni, che ci immaginiamo
conservate dal- l'elezione naturale. La questione, adunque, viene a pigliare un
aspetto abbastanza ingenuo, e non v'è una ra- gione sola che ci costringa a
supporre che tutte le forme letterarie, per influsso dell'elezione na- turale,
debbano essere modificate parallelamente e contemporaneamente. E senza dubbio
l'Hennequin erra nel conside- rare che l’ambiente sia una causa unica ed uni-
forme, mentre esso opera in concorrenza con altre cause, ed è pur soggetto —
come scrive il ELEZIONE NATURALE 153 Graf — alla suprema legge che regge
l'universo, e che primo lo Spencer pose in evidenza: il gra- duato passaggio
dell’omogeneo all’eterogeneo. Non si dimentichi che l'elezione naturale tut-
tavia se non può far progredire tutte le forme parallele, ne modera alquanto lo
sviluppo, e le fa crescere correlativamente all’esigenze dell’am- biente. Come
il giardiniere © conserva colle forbici ad una siepe una determinata altezza e
forma — tagliando i rami che crescono oltre il livello voluto — così l'elezione
naturale in letteratura distrugge tutte quelle forme letterarie, e quelle
produzioni artistiche che s'allontano troppo in- consideratamente in una
direzione o nell’altra dall'adattamento raggiunto, e dalle esigenze del clima
storico relativo, e da ciò scaturisce — se non altro — quella particolare
impronta arti- stica, che suggella la produzione letteraria di un'epoca
determinata — per legge di correla- zione di sviluppo. L'elezione naturale,
concedendo la vittoria, nella lotta per la vita, alle forme più perfezio- nate,
dà loro evidentemente una sopravvivenza notevole in letteratura, e prima nelle
coscienze dell'ambiente, mentre — pel rovescio — produce l’estinzione delle
forme letterarie meno adatte alle esigenze dell'ambiente medesimo. (1) Danwrs,
op. cit. loc, cit. 154 CAPITOLO VI Tanto l'uno quanto l’altro di questi due im-
portantissimi effetti dell'elezione naturale: a) la sopravvivenza, e D)
l’estinzione delle forme let- terarie, meriterebbero senza dubbio una rag-
guardevole trattazione. Ma io sono costretto a tenermi sulle generali, almeno
per il primo argomento, chè al secondo sarà indispensabile dedicare un capitolo
speciale. E della sopravvivenza delle forme mi fermerò soltanto a considerare
quel punto più caratte- ristico che riguarda la durata storica di esse. Nella
storia della letteratura vi sono esempi di forme che ànno durato (pressochè
senza va- riazioni di forme) per lo spazio di secoli e secoli; in altri casi, in
meno di mezzo secolo alcune forme letterarie si sono trasfigurate com-
pletamente e radicalmente. La lirica amorosa dei Provenzali © dura in fiore
cirea due secoli con poca variazione; le canzoni di gesta francesi, nate dalla
leggenda epica di Carlo Magno si moltiplicano, non senza modifi- carsi
profondamente, gli è vero, ma per lo spazio di quattrocento anni, la lirica
d'amore rifatta sul Canzoniere del Petrarca trionfa lungo tutto il secolo XVI.
Che più? la novellistica s'uniformò completa- mente all'arte del Boccaccio, con
un culto con- tinuo e ferreo, dal trecento fino al Manzoni! (1) Grar, La crisi
letteraria. ELEZIONE NATURALE 155 Ma altri esempi potrebbero addursi ed in
grandissimo numero, di una condizione in tutto diversa. È “In meno di cento anni
— scrive il Graf ® — la letteratura romana, dalla morte di Silla alla morte di
Augusto, si trasfigura. Nel secolo nostro xIX il moto delle forme letterarie è
veramente vorticoso e disordinato. In sul principiar del se- colo ® i classici,
forti di una tradizione indiscussa e come consacrati in un fulgor d’apoteosi
det- tano legge. Ma ecco venir giù, nuovo -popolo di invasori barbarici,
credenti di altra fede, i roman- tici e sconfiggere i primi, e dominare essi.
Ma ecco i romantici soprafatti alla lor volta dai seguaci del così detto
naturalismo, i naturalisti, e non è bene ancora assicurata la loro vittoria che
nuova battaglia s'annunzia e nuovo rivolgimento, e si scoprono qua e là
all'orizzonte le bande irrego- lari dei decadenti, dei simbolisti, degli impressio-
nisti, dei deliquescenti chiamati forse ad essere i trionfatori di domani — Il
quadro non potrebbe essere più bello ,. Rimandiamo ad un altro capitolo di
quest'opera “ Ereditarietà dei caratteri letterari , lo studio dei fenomeni
tanto importanti di riversione 0 d’atavismo letterario, che però potrebbero
anche essere esaminati qui, se volessimo considerarli come prodotti di
un’elezione naturale. (1) Grar, Loc. cit. Pag. 6. (2) Grar, Ibid. Pag. 7. 156
CAPITOLO VI Ora io credo che gioverà meglio alla chiara intelligenza del mio
assunto, fare, anche per la dinamica evolutiva delle forme letterarie, appli-
cazione generica del principio adottato dai fisici intorno al parallelogramma
delle forze. Già fu detto da altri che il progresso delle scienze sta appunto
nel sapere applicare i principî affermati dalle discipline esatte alle
discipline speculative, e quanto più si diradano gli orizzonti di cotale
assimilazione, tanto più si diradano quelli del dominio del pensiero. Ne segne
che l'applicazione del parallelogramma delle forze rendesi comune in tutti i
casi e per tutte le ipotesi, all'ombra di un'unica legge. E tanto più nella
letteratura, dove le forme letterarie sono vere e proprie forme concorrenti,
che si combinano in maniere svariatissime, e sono così intense, nella loro
efficacia, che produ- cono effetti notevolissimi nella coscienza della società,
tanto in bene quanto in male. Noi ora pertanto non facciamo altro che dare il
proprio carattere di universalità tipica, già posto fuori di controversia, a
queste forze psico- logiche del mondo letterario, che non può essere e non è un
mondo a parte da tutti gli altri, perchè se qui i fenomeni si presentano in
pro- porzione più ampia ed in un livello più elevato, non smentiscono per
questo nè la loro genesi dinamica nè il loro processo di formazione. «“ Quivi
(si può del tutto accettare ciò che fu ELEZIONE NATURALE 157 scritto da un
arguto filosofo ® per la statistica e l'economia) la combinazione delle forze
sul parallelogramma della vita storica avviene con le stesse norme che si
scorgono negli altri feno- (1) Sono oltremodo dolente di non poter citare qui,
per difetto di memoria, il nome e l'opera di uno scrittore italiano contem-
poraneo, originale molto e profondo, il quale à pel primo fatto l'applicazione del
parallelogramma delle forze alla scienza della statistica e dell'economia
sociale, e da cui io ò pigliato notizia e giovamento per la presente
applicazione ai fenomeni letterari. Però, ad ogni modo, mi pare opera onesta e
doverosa non attri- buirmi il merito di un'idea tanto originale trovata in un
libro, che io è letto alla sfuggita e per avventura, due mesi sono nella
Biblioteca Nazionale di Torino, ed ora — per averne perduto ma- lauguratamente
l'indicazione — non so più ritrovare nella congerie poco ordinata di quei
Cata'oghi. To devo qui fare un lamento, che per altro non finirà per es- sere
che una vox clamans in deserto ! La Biblioteca Nazionale li Torino, con tanta
dovizia di libri antichi e moderni, non à, ancora, una Catalogazione razionale
delle opere sue, per esatta distinzione di materia. Non si può dire, a
bastanza, lo strazio di nno studioso il quale, dopo aver spogliato
pazientemente per ore ed ore i cataloghi, non riesce ancora a trovare
l'indicazione di un'opera, che pure esiste senza dubbio nella Biblioteca.
Cresce maggiormente il dolore, allorchè si trova sul catalogo l'indicazione, ma
in compenso d’aversi logorato la vista, non si trova il libro — a suo posto —
per niun conto! E pare veramente che sia colma la misura quando il libro è
trovato, dopo infiniti stenti, ma si trovano pure stracciate van- dalicamente
le pagine più necessarie allo studio. Come si può intendere, gli è un crescendo
di trovate tutt'altro che piacevole! Senza dubbio di questi furti miserabili, e
di queste brutture non è responsabile la Direzione, ma però è pietoso desiderio
che quei libri mutilati siano immediatamente sostituiti con altri nuovi — da
poi che sono tanti, e la vergogna è indicibile. 158 CAPITOLO VI meni, Dalle
forme più rozze della letteratura alle più squisite opere d’arte, vi è una
lotta sempre continua, un movimento sempre ascendente, dove la risultante crea
l’embriogenia delle varie fasi evolutive. Nella storia letteraria, come nella
ci- vile la risultante media di tutte le forme insieme combinate in
inconsapevole lotta per l’esistenza, determina il carattere di ciascun periodo
lette- rario, e plasma — per così dire — la fisionomia dei vari ambienti, dei
vari mondi letterari ,. “ Così la lotta per la vita e l'elezione naturale non
sono che l'applicazione o meglio una riprova della legge del parallelogramma
delle forze. I due sistemi si identificano meravigliosamente; il prin- cipio è
lo stesso, cambia soltanto la nomen- clatura. « A dir breve, v'è nella
coscienza publica una battaglia di idee e di sentimenti che si muti- lano, si
reintegrano e si confondono nell’univer- sale intreccio della loro reciproca
azione ,. La letteratura, che è l’espressione artistica di questa vita del
pensiero umano, fatta col mezzo della pa- rola, — riproduce naturalmente nel
suo grembo — tutta la grandiosa battaglia della coscienza. Perciò vediamo che
le forme letterarie, quasi direi: personificazioni individue dei sentimenti e
delle passioni della coscienza umana, combattono senza posa fra di loro. Molte
forme letterarie, così combattute ad oltranza, van disperse e per- dute
nell’oblìo, ma ànno tutte lottato, ma tutte ELEZIONE NATURALE 159 àn
contribuito all'elaborazione artistica del pen- siero umano. Così, a noi è
dato, sull'immenso parallelo- gramma psico-letterario, cogliere le forme vit-
toriose per cui si esplica la letteratura, nelle sue complesse manifestazioni
artistiche. La risultante è la vittoria dell'elezione natu- rale, grande legge
la quale insegna come sempre e dopo tutto nell’interminabile concorrenza delle
forme, la vittoria sia riserbata alle più energiche ed alle più perfette. La
forza elettiva continua, pertanto, è la na- tura naturalizzante, come direbbe
il De-Dominicis, la quale dirige l'evoluzione del pensiero umano. 160 CAPITOLO
VII III em eee e tem CAPITOLO VII. Adattamento all'ambiente Se non tutte le
forme letterarie, che vengono prodotte dall'arte degli scrittori, possono
svilup- parsi in tutti i tempi e raggiungere la prospe- rità e la floridezza
nella coscienza umana, è naturale la domanda: Quali forme letterarie
sfuggiranno alle cause di distruzione e saranno preferite dall’elezione
naturale? E la risposta più semplice e più gene- rale che — come per gli altri
regni della na- tura — si possa dare è questa: Le forme let- terarie meglio
adatte alle condizioni di vita dell'ambiente! . (1) Poichè molte volte — nel
corso di questo libro — m'ac- cadde e mi accadrà eziandio di usare la parola
ambiente, credo opportuno di riportare qui in nota alcune citazioni, tolte da
un bel libro del Cazzaniga: L'ambiente, monografia, pag. 7. « La parola
ambiente applicata al mondo sociale è modernissima, ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE
161 «“ L'elaborazione artistica — dice il Checchia parlando del metodo storico
- evolutivo nella Critica letteraria (Rivista di filosofia scientifica di E.
MorsELLI, gennaio 1887) — l'elaborazione artistica attinge il suo contenuto
alle particolari condizioni dall'ambiente letterario che i rivolgi- menti
politici, sociali, ed i culti ed i costumi diversi, non che le predilezioni e
le affezioni psichiche àn fatto e predisposto ,. Quindi l'adattamento
all'ambiente è una ne- cessità vitale alle forme letterarie che tentano
recentissima e bisogna che risponda ad un'idea molto diffusa e comunemente
intesa se ai giorni nostri è usitatissima sia nel discorrere, sia nello
scrivere, da potersi dire famigliare, Soltanto pochi lustri fa non se ne ayeva
sentore, e benchè non fosse ignota l'idea corrispondente, per essere questa non
ancor bene determi- nata, non sentivasi la necessità di significarla in un vocabolo
peculiare e proprio, ma pure di esprimerla nsavansi dizioni più lunghe ed
annacquate. L'idea d'ambiente è tutta fisica (?) vuol dire ciò che circonda,
circum stantia, l'intorno. Dal momento che la psiche umana è bisogno di organi
fisici e di sensi per svolgersi, e dal momento che questi organi e questi sensi
non potrebbero vivere e agire, senza una continua correlazione col mondo
esterno, coll’aria che si respira, cogli oggetti che ci for- niscono le
impressioni, cogli alimenti che si assimilano, colla Ince che ci rischiara,
colle oscillazioni destinate a diventar suoni, l’azione di simili agenti
esterni, sull'uomo e sui suoi gruppi, deve esercitare un grande influsso sulla
sua costituzione psicologica e quindi morale e sociale, tanto che lo studio dell'ambiente
è indi- spensabile per capacitarsi scientificamente dei modi di sentire, di
pensare e di agire, di vivere dei popoli, così nella geografia che nella
storia, così nello spazio che nel tempo ». È pure molto degno di considerazione
un acenrato studio del dottor Fazio: L'ambiente sensorio-psichico, 11 —
Pasrore. La vita delle forme letterarie. 162 CAPITOLO VII di accrescere sempre
più l'intensità della loro produzione, e di estendere larghe radici nella
profondità della coscienza umana, è nel campo della letteratura. All’occhio
attento dell'osservatore critico non deve sfuggire che sulle forme letterarie
si eser- citano molte e molte influenze, e che i loro caratteri variabili sono
in strettissima relazione causale, con quelle svariate condizioni che for- mano
l’ambiente fisico e psichico, e da cui — senza bisogno di dimostrarlo — dipende
tutta la vita di esse. Se l'ambiente fosse un fattore fisso ed immu- tabile,
tutto esterno alle forme letterarie stesse, la letteratura non sentirebbe la
necessità di mutar, senza posa, la sua arte, perchè le esigenze dell'ambiente
sarebbero sempre le stesse. Ma in- vece, poichè tanto l’ambiente quanto le
forme stesse letterarie (che se per un lato posson stare da sè, per altro
contribuiscono esse stesse egual- mente a formare l'ambiente) sono fatalmente
spinte dalla grande forza dell'evoluzione, sorge naturalissima la necessità
dell'adattamento. L'adattamento nella maggior parte dei casì è proprio forzato,
e le forme letterarie talora sì modificano e si piegano — a tal segno — al
gusto del tempo, che io oso dire che l’ambiente sociale contemporaneo opera,
sulla struttura artistica di esse, come lo scultore sull’informe marmo.
ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 163 oc — +73 Questa forza plastica e modellatrice è un
coef- ficiente continuo, ma non immutabile, tanto che — come fa osservare lo
Spencer — “ la corri- spondenza fra l'organismo ed il suo ambiente è diretta ed
omogenea nei bassi gradi della vita, poi si fa diretta ed eterogenea, nei gradi
imme- diatamente successivi, e riesce infine ad essere eterogenea ed indiretta,
nei gradi più alti ,. Sia posto adunque, fuor d'ogni dubbio, che questa è la
ragione per cui le esplicazioni delle facoltà estetiche variano col variar dei
luoghi e degli uomini. Però l'adattamento all'ambiente è di due maniere in
letteratura: a) spontaneo e incosciente; b) artificiale e cosciente. Oltre a
quel primo adattamento spontaneo, che è una necessità di tutto e di tutti, ed a
cui niuna forma letteraria, per quanto reazionaria, può sottrarsi affatto, ne
avviene in letteratura un altro, dipendente dal pensiero stesso degli
scrittori. Così le forme subiscono due adattamenti, uno inconscio, in quanto
che anche l'arte stessa ed il pensiero degli artisti non vi sì può ribellare,
ed uno artificiale in virtù dell'atteggiamento peculiare, e scientemente
elaborato dagli artisti. Tutta l'eleganza formale, della frase, della pa- rola,
del verso, della rima, dell'effetto, tutta la squisitezza dell'espressione, la
rozza maniera del componimento, e l’ artificio lambiccato, ed i 164 CAPITOLO
VII pregi e i difetti dello stile, e la robustezza o la povertà del pensiero e
la nobiltà o la invere- condia della contenenza, tutto il merito delle riforme,
tutto il danno dell’imitazione servile e vergognosa non è che un adattamento
artificiale, imposto alle forme letterarie dall’opera diretta degli scrittori.
Qui si contengono quasi tutte le armi difensive ed offensive, delle quali si
servono poi le forme inconsciamente per cimentarsi nella terribile bat- taglia
della vita, donde la vita ed il trionfo, o la morte e l'oblio. Del resto,
l'adattamento stesso è un'arma validissima, se non la più potente. Le forme
letterarie — che sono suscettibili d'a- dattamento all'ambiente — non cadranno
mai così presto. E, mirabile a dirsi! l'adattamento stesso al- l'ambiente
produce tosto un nuovo indirizzo del pensiero sociale, e quindi un nuovo
ambiente, che imporrà nuovamente alle produzioni lette- rarie succedenti le sue
imperiose esigenze, quindi nuovo adattamento, quindi nuovo ambiente, quindi
nuove esigenze e così all'infinito. Il genio è il grande fattore di questo pro-
gresso; esso riunendo mirabilmente gli elementi psichici, dispersi
nell'ambiente, in una nuova foggia di concezione artistica suggellata dalla sua
impronta particolare, per un lato riceve, e per l’altro dà l'impronta
caratteristica all'am- biente, ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 165 Molte volte abbiam
ripetuto questo concetto, e non è male ch' io lo ripeta tuttavia. “ L'artista —
generalmente parlando —* scrive il Graf ‘ non ha che una sensitività più squi-
sita degli altri uomini — (e par che basti!) — e mercè di tal sensibilità egli
avverte prima degli altri i moti nascenti dentro l’ambiente sociale ,. Così le
forme artistiche, generate e vissute e nutrite dall'ambiente, vi si riverberano
sopra continuamente, onde si stabilisce una perenne reazione fra questi dne
termini (che potrebbero anche qualificarsi come il contenente ed il conte-
nuto, per ridurre il fenomeno nella-schiera delle azioni fisiche) per opera
dell'adattamento. A proposito dell'adattamento artificiale, si è detto che non
tutte le forme letterarie sono suscettibili di questa esigenza vitale, mentre
altre paiono dotate di una grande pieghevolezza e di una vera malleabilità.
Questa facoltà, e, si può anche dire, facilità di adattamento, si riscontra
pure nell’ingegno degli artisti, produttori delle forme letterarie. Pertanto,
ecco alcuni esempi dell’uno e dell’altro modo. Quegli artisti che vogliono
restar sulla scena, incrollabili nella loro maniera, a dispetto del tempo
mutato, vedono le ovazioni trasformate nella indifferenza, nello sprezzo, anzi
ben sovente (1) A. Grar. Questioni di critica. — Torino, Loescher, 1889. 166
CAPITOLO VII in imprecazioni violente, senza che essi possano rimproverarsi la
menoma alterazione nelle idee e nella condotta, che pur un tempo li avevano
portati al trionfo ‘%. Poichè la coscienza dell'am- biente procede di mutazione
in mutazione, si può dire che ogni artista, ed ogni atteggiamento pecu- liare
delle forme artistiche, può vivere soltanto entro i limiti determinati dalla
durata della fase entro cui vive. Se un letterato o un particolare
atteggiamento artistico delle forme, oltrepassa i limiti della fase accordata
alla sua influenza diventa come un pesce fuor d’acqua, non può vivere se non
per breve tempo e per artificio, e tosto si troverà nello stato di ribellione
contro la natura che procede non coi morti, ma coi vivi che sanno valersi
dell’opera dei morti. Nella politica il fatto è così evidente, che ba- sterà
per tutti i casi citare un uomo solo, Bismark, la cui notissima fortuna
riproduce l’e- voluzione storica di tanti uomini celebri, portati sugli altari
per tanto tempo, poi gettati nel fango delle strade. Non è a credersi però che
il loro nome sia completamente dimenticato dai popoli, chè anzi risplenderà
sempre di vivissima luce, e conti- nuerà sempre ad educare migliaia e migliaia
di generazioni; tuttavia è chiaro che la loro vita materiale, effettiva e
pratica è del tutto spenta. (1) Giuseppe Ferrari, Op, cit. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE
167 Per la memoria e venerazione degli uomini, essi producono ancora una enorme
influenza nell'educazione e nella coscienza degli ambienti successivi, e per un
certo rispetto possono con- siderarsi più vivi che mai; ma appunto questa
continuità di vita è in diretta contraddizione con la parabola descritta
necessariamente da ogni organismo. La morte è una necessità della vita
universale stessa. Il sole, che non può ritornare indietro, bisogna che
tramonti, se vuole sorgere di nuovo sfolgorante, all'alba del giorno no- vello.
Y La continuità di vita poggia evidentemente sopra due periodi distinti, per
ciò che riguarda la fun- zione storica di ogni organismo : 1° Vita organica; 2°
Vita superorganica. Così i grandi uomini nascono, vivono e muoiono nella loro
società, e scompaiono dalla faccia della terra, ma sopravvivono i loro pensieri
e le loro azioni, e lasciano un segno indelebile nella loro schiatta e
nell’umanità. Solo così la loro vita si prolunga oltre la tomba, e solo così
può intendersi la continuità di lor vita; e può sostenersi che i grandi uo-
mini non muoiono mai, perchè il vivere, nella coscienza di coloro che si
lasciano dietro, non può dirsi morire. Tutta questa digressione mira a far
scompa- rire un gravissimo dubbio dalla mente dei let- 168 CAPITOLO VII tori.
Perchè alcuni considerando superficialmente una maravigliosa continuità di vita
che si ma- nifesta, senza dubbio, in alcune produzioni let- terarie
privilegiate, come a dire il poema di Lo- dovico Ariosto, la Divina Commedia di
Dante Alighieri, ecc., potrebbero sostenere che questo fatto, invece di servire
alla nostra dottrina della trasformazione dei generi letterari, milita asso-
lutamente in favore della fissità delle specie letterarie da noi combattute. E
potrebbero so- stenere, inoltre, che queste produzioni letterarie vivono
tuttodì nella coscienza del nostro am- biente, perchè sono dotate di un
meraviglioso potere di adattamento psichico, onde sarebbe poi il caso di
stabilire che, nella letteratura, succede un fenomeno inverso a quel che suc-
cede in zoologia. Vale a dire: mentre in zoologia scompa- rendo, cioè morendo
tutti gli individui di una specie qualsiasi, scompare la specie caratteristica,
in letteratura scomparendo la specie letteraria: poema cavalleresco, visione,
ecc. — rimane l’in- dividuo: Orlando Furioso, Divina Commedia, ecc. — sempre in
virtù di un eccezionale potere di adattamento all'ambiente. Veramente non si
creda, che la cosa accada così, sebbene in letteratura, trattandosi già di
fenomeni superorganici — come piacque chia- marli allo Spencer — possa parere
tosto im- possibile la distinzione fatta dianzi, per conci- — ADATTAMENTO
ALL'AMBIENTE 169 liare la continuità di vita dei grandi uomini, con
l'interruzione fatale della lor vita organica, per necessità della morte. >
Per risolvere la questione serviamoci dei me- todi d'indagine critica da noi
tanto propugnati in un capitolo speciale, e sia questa appunto un esempio di
quella applicazione scientifica, che ci è condotti sempre e per tutti i singoli
casi alle nostre conclusioni. Io prego il benigno lettore di considerare con
attenzione il processo rigorosamente scientifico di questa indagine critica, e
di credere che tutte le altre più grandi generalizzazioni di quest’o- pera non
furono già stabilite dietro la guida di un preconcetto, ma raggiunte
analogamente seguendo lo stesso metodo induttivo. L'intento, adunque, è di
conciliare la soprav- vivenza di alcune produzioni letterarie, create negli
ambienti trascorsi, con l'estinzione reale delle loro forme specifiche; in
altri termini, cioè, conciliare la sopravvivenza dell'individuo con
l'estinzione della sua specie. (1) Se la brevità, imposta a questa sintetica
trattazione, non mi avesse costretto a soffocare tutta l'elaborazione critica
fatta precedentemente, el a tenere nn metodo espositivo che a taluni potrebbe
parere, e non è, contrario al procedimento necessario alla costruzione d'una
scienza, io avrei desiderato di riprodurre in questa pubblicazione tutto il
genuino procedimento naturale che ho percorso per giungere a queste più ampie
generalizzazioni dei fenomeni letterari. Ma mi valga, senz'altro, la cortesia e
l’in- telligenza dei benigni lettori, pei ppi 170 CAPITOLO VII Guidati dalla
conoscenza indiscutibile di un fenomeno, che caratterizza affatto l'evoluzione
storica della letteratura, cominciamo tosto @ fare l’ipotesi che, anche in
letteratura, esista ve- ramente la distinzione di due periodi diversi come
nella continuità di vita dei grandi uomini. Il fenomeno evidentissimo è questo:
“ Se noi guardiamo — dice il professor Canello — nel- l'insieme tutta la storia
letteraria, subito la ve- diam divisa in vari periodi principali, in vari
fiorimenti, direi quasi tappe di un grandioso pellegrinaggio dei diversi
popoli, verso le sospi- rate regioni del bello , ©. Questa maniera di
considerare le cose, ne fa subito scorgere un probabile fondamento di ra- gione
nella nostra ipotesi, da poichè non sì può già negare che non esista una
differenza note- vole tra l’ambiente del secolo xvi ed il nostro ambiente del
secolo xIx, per mantenerci nel caso particolare dell’ Orlando Furioso. Dunque
può darsi che la vita, goduta dall’Orlando Furioso nel secolo xVI, sia ben
diversa da quella che goda presentemente. Non è il caso di dimo- strare, di
nuovo, quanto l’arte sia legata intima- mente colle condizioni del suo ambiente
parti- colare. Odiamo le superfetazioni. — Ma l’ipotesi non basta alla scienza.
Scopriamo le ragioni intime (1) CaNELLO, 0p. cit., pag. 147. ADATTAMENTO
ALL'AMBIENTE 171 della sopravvivenza dell'immortale poema ario- steo. Tutte le
altre scienze quando s’accingono al- l'indagine critica dei fenomeni con
attentissimo lavoro d'analisi, scompongono l’intricato avvi- luppo dei
coefficienti dinamici, poi nuovamente coordinandoli, spiegano la formazione
della ri- sultante finale. A questo metodo, a questo solo metodo — proclama
Mill — l'ingegno umano deve i suoi più grandi trionfi. Ma i fenomeni
elevatissimi della letteratura sono pur essi decomponibili come quelli delle
scienze naturali? — Sì certo, perchè non si tenta giù di scoprire
l'impossibile, cioè il magistero profondo della creazione artistica del genio,
ma si vuole unicamente studiare un fenomeno sto- rico, vale a dire mettere in
evidenza le cause effettive puramente sociali della vita di un in- dividuo, d'una
produzione letteraria. Altri tenti di spiegare, nella scienza dell’arte pura,
la creazione conscia od inconscia dell’opera sublime. La nostra ricerca è più
biologica che altro. Gli ambienti storici sono quasi perfettamente
decomponibili, non risultando che da un rag- gruppamento di forze concorrenti.
E la vita delle forme letterarie non è che la risultante di queste forze : a)
energia interna, particolare; b) pressione esterna, generale, dell’ambiente.
172 CAPITOLO VII Dove non è questa riunione, questa compo- sizione dei due
coefficienti dinamici, l'opera d’arte non vive mai. Sarà grande, pure, per
l'efficacia del primo, nel campo dell’arte pura e semplice, ma sempre morta
socialmente, senza il secondo. Di qui si scorge nettamente la ragione di molti
fenomeni. L'energia interna, particolare e propria della produzione letteraria
si sdoppia ancora in due altre forze concorrenti: a) contenenza, cioè materia
psichica, idea- forza interna, caratteristica; b) forma artistica esterna,
corrispondente. Poco per volta, l’analisi scopre in tutto ciò un vero e proprio
sistema di forze, che si com- pongono vicendevolmente in un parallelogramma
relativo, e producono per risultante finale: la vita dell’opera letteraria ©.
(1) Senza dubbio ànno torto coloro che, nella considerazione del valore di
questi fenomeni letterari, tengono conto di un solo coefficiente. Molti critici
fanno dipendere tutto dalla bellezza della forma, e finiscono per diventare
adoratori partigiani esclusivisti dell'arte per l'arte; molti altri fanno dipendere
tutto dalla bontà della contenenza psichica, e finiscono per disprezzare la
forma, e perdono ogni concetto sereno dell'arte; sonovi poi moltissimi i quali
— parlando più forte di tutti — fanno dipendere tutto dal valore storico
dell’opera, cioè della rispondenza perfetta dell'am- biente, e finiscono per
accettare come bella e buona ogni produ- zione dello spirito. Ma, per verità,
errano tutti; il vero è che non bisogna dimen- ticare alcuno dei suddetti
coefficienti. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 1753 Per conseguenza la nostra ricerca
degli ele- menti vitali dell’Orlando Furioso deve dividersi in tre parti,
riguardanti particolarmente le tre fonti maggiori : Jo ambiente; 2° contenenza
psichica ; 3° forma artistica tanto pel secolo xvI quanto pel secolo xIx.
Trovati i diversi coefficienti vitali, ne faremo il paragone secondo il metodo
di Stuart Mill, e verremo alla conclusione. Naturalmente, nel quadro delle
condizioni sociali dell'ambiente del secolo XVI, non verranno poste in evidenza
che quelle che, a nostro giudizio, ebbero influenza sulla vita dell’Orlando
Furioso, le altre linee storiche saranno eliminate accuratamente. Per quel che
riguarda la letteratura, bisogna sempre esaminare la vita publica, la vita pri-
vata, la religiosa, la moralità, V’arte e la scienza. Ora ecco le principali
linee storiche dell’am- biente del secolo decimosesto ©: VITA PUBLICA: a)
Dissolvimento — b) Disgre- gazione politica — e) Mancanza di coscienza
nazionale — d) Preoccupazione della lotta contro i Mussulmani — e) Signorie e
Corti principesche sfarzose con usanze cavalleresche — f) Ambi- zione dei
Signori — 9g) Mecenatismo — %) Pre- (1) Vedi: Gaspary, op.cit. — CANELLO, op.
cit. — GRAF, Le- zioni di letteratura italiana. R. Università di Torino, 174
CAPITOLO VII e i rr—_—_—___— dilezione al fantastico — i) Grande diffusione
della coltura. VITA PRIVATA: 4) Dissolvimento generale — b) Inizî di
restaurazione della famiglia (Canello) — c) Amore trionfante in tutte le
gradazioni dal platonico al licenzioso — d) Giocondità e spensieratezza.
ReuIGIoNE: 4) Dissolvimento — %) Mancanza di coscienza religiosa — c)
Indifferenza — d) Cor- ruzione del papato e della Chiesa — e) Ipocrisia — f)
Paganesimo affettato. MORALITÀ : a) Dissolvimento — 0) Scadimento del
sentimento morale — c) Sensualità raffinata — d) Celebrità delle Cortigiane —
e) Indolenza satirica. ARTE: a) Idolatria della forma - arte per arte — D)
Cooperazione mutua delle forme artistiche — c) Culto della bellezza — d)
Eredità umani- stica — e) Genialità plastica — f) Servilismo ed adulazione
degli artisti — 9g) Gare dei poeti — h) Esuberanza di forme letterarie — è)
Produ- zione grandissima di poemi cavallereschi. Screnza: a) Primi inizì di
speculazione filo- sofica positiva — %) Reazione metodica ad Ari- stotele — c)
Infanzia delle scienze naturali — d) Tendenza enciclopedica. ADATTAMENTO
ALL'AMBIENTE 175 _________________T_T_TY*YTT Esame degli elementi vitali dell’
« Orlando Furioso ». 1° CONTENENZA: a) Vita cavalleresca — b) Guerra
avventurosa contro i Mussulmani — ©) Episodi fantastici e meravigliosi — d)
Epi- sodi popolari — e) Amore irresistibile e trionfante in tutte le gradazioni
dal platonico al licenzioso — f) Sensualità squisita — 9) Genialità, gio-
condità e spensieratezza di vita — %) Eredità umanistica — i) Fondo naturistico
e realistico ad onta del maravigiioso — 7) Reminiscenze classiche spontanee —
m) Indolenza satirica — n) Mancanza d'unità d’azione — 0) Mancanza di intento
nazionale — p) Mancanza di intento morale — 9) Mancanza di intento religioso —
r) Servilismo ed adulazione — s) Il vero fan- tastico - Illusione. 2° FORMA: a)
Squisitissimo magistero dell’arte — D) Straordinaria eleganza del verso — €)
Robustezza e soavità dell’espressione — d) Ric- chezza e spontaneità di rima —
e) Limpidezza classica — f) Eleganza — 9) Semplicità — 4) Naturalezza delle
descrizioni — #) Intreccio drammatico, commovente — 1) Vivezza di colo- rito —
m) Varietà maravigliosa — n) Vivacità ineredibile — 0) Poema in ottava rima,
ecc. 176 CAPITOLO VII Principali linee storiche dell'ambiente del secolo XIX.
VITA PUBLICA: 4) Restaurazione politica — 2) Risveglio della coscienza
nazionale — c) dissesto economico — d) Preoccupazione della questione sociale —
e) Crisi agraria — f) Crisi operaia — 9) Scuotimento dei privilegi — #) Affermazione
potente dell'idea democratica — è) Corrente mo- narchica — /) Correnti:
republicane, radicali, co- muniste, socialiste, anarchiche, ecc. — m) Amor del
lucro — n) Tendenze pratiche — 0) Asprezza della lotta per la vita — p)
Oppressione delle imposte — 9) Pace armata — r) Grande diffu- sione della
coltura nelle classi sociali — s) Nevro- sismo sociale — t) Impero assoluto
della moda. VITA PRIVATA : @) Restaurazione della famiglia di fronte alla legge
— %) Dissapori intimi, po- litici, religiosi — c) Strettezze finanziarie — d)
Debiti — e) Egoismo brutale — /) Cupidigia sfrenata — 9) Amore trionfante in
tutte le gra- dazioni, dal platonico al licenzioso, al sanguinario — h) Pazzie
— i) Epilessie — 7) Isterismo — m) Grande desiderio di sollievo — #) Affanno e
preoccupazione della vita. RELIGIONE: 4) Dissolvimento — 8) Libera pro-
fessione religiosa — c) Indifferenza — d) Ten- denza all’anomia religiosa per
il progresso della filosofia positiva, e la popolarizzazione della scienza — e)
Paganesimo affettato negli scrittori. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 177 MORALITÀ: a)
Perversità dei costumi — 8) Ci- nismo — c) Sensualità raffinata ed oscenità —
d) Prostituzione enorme — e) Ipocrisia e simu- lazione. ARTE: a) Enorme
produzione letteraria — 7) Lotta intensa nelle forme artistiche — 0) Gran-
dissima diffusione del giornalismo — d) Diver- sità di correnti artistiche:
Arte per arte - Arte mezzo sociale - Arte per lucro individuale — e)
Straordinario sviluppo del romanzo moderno — f)Psicologia ed analisi critica —
g) Progresso evolutivo della commedia moderna — %) Esi- genze del naturalismo —
i) Metodo scientifico nell'arte — 2) Correnti classiche, romantiche,
naturalistiche, realistiche — w») Morbosità nel- l'arte: decadenti, simbolisti,
impressionisti, deli- quescenti — n) Critica dissolvitrice — 0) Rea- zione
atavistica perenne delle forme. SCIENZA: a) Straordinario rigoglio di filosofia
po- sitiva e di scienza — 2) Grande specializzazione delle scienze — c)
Affermazione di scienze nuove — d) Trionfo dei metodi d'osservazione — e) Pro-
gresso accelerato delle invenzioni scientifiche. Così è finita la prima parte
della nostra in- dagine critica: cioè l’analisi, giacchè per essa noi siamo
giunti a distruggere i molteplici ele- menti costitutivi dell'unità indistinta
e confusa del momento letterario. Il tutto è sciolto nelle sue parti; ricompo-
niamolo. 12 — Pastore, La vita delle forme letteraria. 178 CAPITOLO VII Per
trovare la dimostrazione della nostra ipotesi ci serviremo degli elegantissimi
metodi critici espo- sti da I. Stuart Mill, i quali ànno tutti un proce-
dimento comune la comparazione e l'eliminazione dei coefficienti, per mezzo di
cui si fa l'induzione. Ora, gettando uno sguardo comparativo sulle linee
storiche dei due ambienti, si può tosto 0s- servare che: tanto in un quadro,
come nell'altro entrano elementi comuni: mentre però sono mol- tissimi gli
elementi diversi. — Orbene, se la vita dell’Orlando Furioso, nel 500, era
precisamente la risultante di tutte le forze che abbiamo notato, possiamo noi
dire, parimenti, che la vita di questo poema, nel secolo nostro, riposi sopra
tutte le forze poste in evidenza? È indiscutibile che molte condizioni che
favo- rivano la vita dell’ Orlando del 500, ora non esistono più. Ma queste
nuove linee storiche, che sono ve- nute a prendere posto nella combinazione
dina- mica del nostro ambiente, sono tutte favorevoli alla vita del poema
Ariosteo? No, certamente: ognuno può accorgersi che ad onta della apparita di
alenne nuove forze favorevoli alla sopravvi- venza dell’ Orlando Furioso, sono
comparse e trionfano nel nostro ambiente moltissime forze nuove del tutto
contrarie ad esso. E mentre si può dire che nel 500 tutto l’indirizzo della
vita publica, della vita privata, della religione, della moralità, dell’arte e
della scienza, era somma- ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 179 mente favorevole alla
vita del poema d’arte, cavalleresco; nel secolo decimonono invece di fronte a
due sole cause favorevoli nella Vita publica: 1°) la grande diffusione della
coltura nelle diverse classi sociali; 2°) il nevrosismo so- ciale — ed a poche
altre nella Vita privata come; l’amore eternamente trionfante in tutte le sue
gradazioni, l’isterismo, le affezioni psichiche esa- gerate, ed il grande
desiderio di sollievo; e nella Religione come: l'indifferenza, ed il paga-
nesimo affettato; e nella Moralità come: la sen- sualità raffinata e
l'ipocrisia, e nell'Arte come: l'enorme produzione letteraria, l’arte per
l'arte e il grande culto per la forma artistica, le cor- renti classiche e
romantiche superstiti, la mor- bosità artistica, e la reazione atavistica
perenne delle forme; sorse nel secolo xIX un numero straordinario di elementi
negativi per il poema cavalleresco, che sono facilissimamente riscon- trabili
per mezzo di un semplice procedimento di sottrazione. Per tanto si può
stabilire fermamente, che le condizioni storiche dell'ambiente nostro gli sono
contrarie. Tuttavia oltre all'ambiente, coefficiente indi- spensabile per una
completa vita di una produ- zione, abbiamo ricordato il grande pregio del- l'energia
interna, particolare all'Orlando Furioso, energia a sua volta sdoppiantesi,
nella virtualità della contenenza e della forma artistica. 180 CAPITOLO VII Qui
l'eliminazione dei coefficienti vitali non sarà tanto grande. Perciò che
riguarda la con- tenenza, ne interessano ancora sommamente per le ragioni
addotte più sopra i seguenti elementi : amore irresistibile e trionfante in
tutte le gra- dazioni, sensibilità raffinata, fondo naturalistico e realistico
ad onta del maraviglioso (che uni- camente può dilettare per reazione e
sollievo riflesso), reminiscenze classiche spontanee (cor- rispondenti alle
correnti classiche del nostro ambiente, alla coltura diffusa), mancanza di in-
tento morale, mancanza di intento religioso, il vero nel fantastico, e straordinaria
potenza d'il- lusione. Per ciò che riguarda la virtù della forma — secondo me —
non si può far eliminazione di un solo coefficiente ad eccezione di alcune
dediche, invocazioni, chiuse (imposte al poeta dalla ne- cessità dell'ambiente
in cui veniva letto il poema); e forse della lunghezza soverchia. Ora, siccome
tutte queste forze positive del- l'energia interna rimaste nel secolo nostro,
tro- vano naturalmente corrispondenza con le condi- zioni rispettive
dell'ambiente, leghiamo mental- mente tutto: i nuclei degli elementi
antecedenti, coi nuclei dei conseguenti, e formiamo così — come dice il Taine —
a gradi a gradi la pira- mide delle cause vitali. Ogni cosa si coordina
mirabilmente, e tutte le forze si ricompongono nella loro architettonica unità
primitiva. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 181 Noi sappiamo già che se la vita del
poema nostro — nel xvi— era la risultante di 100 forze favorevoli, (poniamo),
ora invece — nel. x1xX — essa non è più che la risultante, (poniamo), di 40
forze favorevoli iniziali, — cioè comuni ai 2 secoli, — e di 15 forze
favorevoli nuove, cioè non esistenti nel xvi. Dimentichiamo, per un istante,
l'ingombro immenso dei fatti particolari, eliminiamo tutti i coefficienti
diversi non comuni ai due secoli, e troveremo di leggieri che di fatto si
verifica pure, nel secolo decimonono, una so- pravvivenza del poema Ariosteo.
Ma, notiamolo subito, sopravvivenza parziale che fa riscontro ad una
contemporanea estinzione parziale dì vita. Il calcolo delle concordanze ci dice
che questa sopravvivenza parziale è l’effetto della combina- zione delle forze
vitali non eliminate e delle forze nuove positive; ed il calcolo delle
differenze e dei residui ci indica che la estinzione parziale è prodotta dalla
mancanza delle forze eliminate, e dall'opposizione delle forze nuove negative.
Ora ritorniamo all’ipotesi primitiva, ricompo- niamo tutti gli svariati
elementi nella loro effettiva integrità risalendo dalle parti al tutto, dal
molteplice all'uno, ricordiamoci che la vera vita delle produzioni artistiche è
la risultante inflessibile dell'energia interna (virtù della con- tenenza, e
virtù della forma) e della pressione esterna, nel momento storico considerato,
non 182 CAPITOLO VII è evidentissimo che, anche in letteratura, può e deve
farsi assolutamente la distinzione di due periodi ben diversi nella continuità
di vita delle produzioni letterarie così come succede nella continuità della
vita umana? È ancora impossibile conciliare la sopravvi- venza della
produzione, con l'estinzione fatale della loro vita specifica? Forse che la
vita del- l’Orlando Furioso, nel XVI, è identica alla vita di esso, nel XIX?
No! quel sole radiante che riscaldò le menti degli artisti del 500,
quell'ambiente privilegiato che produsse tanta ricchezza di manifestazioni
estetiche, quel soffio di vita che animò prima- mente il superbo poema
cavalleresco dell’ Orlando Furioso, ora non esistono più; quelle produzioni
letterarie sono ben morte e sotterrate profonda- mente e per sempre. Ma come
anche per la let- teratura la morte delle forme è una necessità della vita
letteraria così, tuttavia, oltre la loro tomba si prolunga per tutti i secoli
una vita riflessa, superiore ed infinitamente più ideale. La specie “ Poema
cavalleresco , è morta per sempre, insieme con l’ambiente del 500 che l'à
prodotta e nutrita, e parimenti sono morte tutte le produzioni letterarie,
considerate come indi- vidui specifici, e distinti. Con altri intendimenti ora
noi diamo vita al- l'Orlando Furioso; e questo poema ora ne com- muove
altamente, e ci diletta tanto non già in ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 183 virtù dei
suoi caratteri specifici di produzione cavalleresca ; ciò è troppo notevole.
“Proviamoci a comporre un poema cavalleresco — a questi lumi di luna — e Dio ne
scampi dai fischi e dalle imprecazioni del publico. Dunque l’Orlando Furioso
sopravvive per quelle qualità eccezionali che non sono costitutive della sua
specie, ma son proprie di tutte le forme poe- tiche, e vincono tutti gli
ambienti. Dall'Iliade di Omero, alla Terra di Emilio Zola sopravvissero solamente
le opere di quegli artisti che ritrassero dal vero, interpretarono la natura,
scrutarono negli abissi del cuore umano, e con- sacrarono in forme immortali i
sentimenti degli uomini. Non vi è alcuna necessità, che sopravvivano i
rappresentanti delle specie perdute nel corso storico della letteratura, mentre
il progresso evo- lutivo della coscienza umana richiede che soprav- vivano e sì
accumulino gradamente tutte le per- fezioni raggiunte dall’ingegno degli
scrittori, nell’espressione artistica del pensiero. Si può ancora dir questo:
Nel Cinquecento, l’Orlando Furioso essendo la risultante delle due forze
conosciute: 1° Energia interna; 2° Pressione esterna godeva la sua vita
relativa e transitoria, per opera di uno scambio continuo di influenza. È
sempre così: l’ambiente dà forza alle forme 184 CAPITOLO VII letterarie, e
riceve forza da esse; e le forme lette- rarie, alla lot volta, ricevono forza
dall'ambiente e dànno forza ad esso. Ora la morte delle forme let: terarie
avviene quando cessa del tutto questo scambio di influenza; e si danno dei
casi, nei quali si estingue prima l'energia interna, poi la pressione esterna,
ed altri casi nei quali l'energia interna sopravvive all'estinzione della
pressione esterna. Mai però succede che non si spenga affatto la pressione
esterna, poichè la trasformazione degli ambienti storici è una necessità
dell’evoluzione. Nel caso nostro, dell’Orlando Furioso, e per tutte le forme
letterarie veramente geniali, la energia interna sopravvisse all’estinzione
della pressione dell'ambiente, quindi in questa soprav- vivenza parziale è
carattere naturale: la pro- dazione di forza derivante dall’estrinsecazione
dell'energia particolare. Insomma, la sopravvi- venza di queste forme
letterarie non è che la manifestazione della potenza geniale, cioè la luce
espansiva e gagliarda dell’idea-forza, in quanto si manifesta nella vita
sociale. Ecco ciò che v'è di certo nella facoltà mera- vigliosa di adattamento
psichico di aleune forme letterarie. Noi l'abbiamo detto: come tutte le forme
letterarie non sono dotate della facilità di adat- tamento all'ambiente, così
parimenti non tutti gli artisti sanno e vogliono adattarsi alle esi- genze dei
tempi mutati. ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 185 Molti artisti turbati profondamente
dalle mu- tazioni dell'ambiente si riducono veramente al silenzio. i, «“
Corneille — scrive il profondo filosofo G. Fer- rari — Corneille, già dittatore
della scena, vide scomparire il suo publico nei primi giorni della Fronda, e
dopo l’insuecesso del suo Pertarrito si limitò a tradurre in versi l’Imitazione
di Cristo. Racine, il genio della nuova epoca, ne’ suoi ul- timi giorni è
raggiunto anch'esso dalla malattia del suo predecessore, e dopo la revoca
dell’editto di Nantes si tace. Parini, nel 1796, all'arrivo dei Francesi,
ammutolisce fino a sospendere la pub- blicazione del suo poema contro
l'aristocrazia lombarda, che ormai più non esisteva perchè era in isfacelo.
Alessandro Manzoni, dopo d'’es- sere stato l’espressione più nobile della
religione, della monarchia, della pace, e della libertà in tempi tristissimi,
conservò il silenzio per 40 anni, senza proferir parola, quando poteva divenire
poeta Cesareo. Molti — aggiunge il Ferrari — non intendono questi subitanei
mutismi, e non sanno capacitarsi che uomini dotati di ottima salute possano
ristarsi dal moltiplicare drammi, commedie, tragedie, romanzi, e volumi di
versi, ed ànno l’aria di chiedere perchè mai siansi fer- mate sì buone
macchine. Il loro merito grande consiste appunto nel non sedere sul tripode
fuori di tempo, quando sono abbandonati dall'am- biente ,. 186 CAPITOLO VII
Rispettiamo quindi il silenzio dei grandi uomini. Ma che dobbiamo dire del
Monti, pontificio nella “ Basvilliana , e nel “ Pellegrino Apostolico ,,
repubblicano nel “ Pericolo , e nel “ Fanatismo ,, Napoleonista nella “ Spada
di Federico , e nel “ Bardo della Selva Nera ,, Austriaco nel “ Mi- stico
omaggio , e nel “ Ritorno d’Astrea ,, che terminò il suo trasformismo con
accapigliarsi col povero P. Cesari, di cui non comprese neppure le intenzioni ?
Ora diciamo due parole sugli effetti dell'adat- tamento. Le esigenze
dell'ambiente alle volte possono essere così forti, che la correlazione
naturale produce un adattamento forzato su tutto il complesso della
letteratura. Il seicento è un esempio assai notevole. Queste influenze che
operano direttamente sull’intiero organismo della letteratura, per ciò che
riguarda l’influenza delle condizioni fisiche esteriori, si vedono nella loro
maggiore attività nelle letterature dei popoli primitivi, che non si sanno
sottrarre, e non ùnno potenza di modi- ficare, in qualche modo, quest’azione
diretta. Ma nella letteratura delle società civili, se certa- mente è
difficilissima impresa stabilire il rapporto tra l’arte e le condizioni
dell'ambiente fisico, tuttavia non può essere negata ogni influenza. Le forme
letterarie poi singolarmente subi- scono in modo disforme e non parellelo, nè
ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 187 continuo, varii adattamenti specifici a seconda
della diversità delle loro influenze modificatrici; e si diportano insomma come
ogni organismo animato della natura. Basta mutare l’ambiente sociale, perchè le
forme letterarie si modifichino analogamente. Ricordo di volo che un fatto,
molto analogo a questo, succede in natura nella stranissima metamorfosi degli
Elminti, fatta cono- scere ai zoologi nel 1873 dal prof. commendatore G. B.
Ercolani, sotto il nome di dimorfobiosi. “ Basta, a tal riguardo, mutare le
loro condi- “ zioni e l'alimentazione per farli diventar fecon- “ dissimi,
ovvero per farli passare in uno stadio “ di assoluta infecondità, ed anche di
completa (agamia). Certe specie di ascaridi microscopici nella vita libera,
diventano giganteschi quando si introducono negli intestini ,. Serva questo
fenomeno a dimostrare l’intima connessione che passa tra i vari fenomeni della
natura. L'adattamento all'ambiente che è tanti punti di contatto con la
correlazione generale di svi- luppo nelle forme dell’arte, non esercita
soltanto la sua influenza nella letteratura. Tutte le pro- duzioni
dell'industria e dell'ingegno umano pas- sano sotto alle sue forche caudine.
Non si può spiegare diversamente il Lillipu- tismo invadente nell’arte, nella
pittura, nella scoltura, e perfino nell’architettura. “ Il mece- natismo
moderno — scrisse Ugo Pesci — (nelle Lettere ed Arti) — calcolatore e
meschinello, e “ 188 CAPITOLO VII la ristrettezza borghese delle abitazioni e
delle stanze ùnno messo il quadro allo stesso livello dei “ bronzi d’arte , dei
vasi moderni di cera- mica, e di quei mille inutili gingilli, dei quali dev'essere
pieno il salotto di una signora che la pretenda un po’ ad essere o parere di
buon gusto. La pittura — per forza dicono — si adatta a tali esigenze del tempo
che corre. So che i quadri — come gli uomini — non sì misurano a canne, e che
il buon gustaio può trovare gran- dissimo piacere nell'esaminare tutta questa
rac- colta di studi e di impressioni dal vero, più che nello stancarsi a
leggere grossi volumi o a guardare grandi quadri. Non dò giudizi critici, cito
solamente la generale tendenza artistica ,. Però è da notarsi un fatto molto
importante. Se è vero che le forme letterarie devono adat- tarsi alle esigenze
dell'ambiente, per altro è pur vero che l'ambiente stesso deve subìre l'in-
fluenza delle forme e modificarsi in conseguenza. Ora questo fenomeno succede
in realtà, ma l’'a- dattamento dell'ambiente alle forme letterarie non sì fa
sempre — come dovrebbe essere — in modo diretto e naturalmente spontaneo. Anzi,
esso dipende perla massima parte dalla réclame della critica, e dei giornali. Di
guisa che può dirsi che la vita delle pro- duzioni artistiche, o per meglio
dire il successo d’un libro dipende non soltanto dalla sua energia interna, ma
dalla pressione esterna, cioè in questo ADATTAMENTO ALL'AMBIENTE 159 caso dalla
réclame prima, della casa editrice, e poi dei giornali critici, e delle
riviste. Quante nullità — galleggianti per la virtù delle zucche — riescono in
questi nostri tempi, ad innalzarsi al disopra della meritata oscurità, mentre
opere di vero conto e di gran pregio, non conosciute o non curate o non
comprese dalla critica superficiale, s'appartano dolorosa- mente, limitandosi a
commuovere fortemente il pensiero ed il cuore di un ristrettissimo numero di
lettori! È vero che il tempo galantuomo farà poi giustizia definitiva, e quando
nemmeno più si ricorderà il nome delle nullità, camuffate e montate dalle
combriccole invereconde, sarà in- vece lodata ed ammirata da tutti l’opera
geniale, vissuta nel fango per tanto tempo — ma intanto lo scrittore deve
contentarsi della speranza, e della coscienza del suo lavoro e della soddisfa-
zione di sentirsi a dire caritatevolmente: Aspetta cavallin... che l'erba
cresca! (1). (1) Sono sotto l'impressione fortissima della lettura di un libro,
stampato or fa un anno dalla Casa Ed. Bocca: È: Vita di Ca- millo Checehucci. —
Finalmente ci s'apre il cuore alla gioia ed alla speranza. Questa che io sento
è l'arte — così invocata — dell'avvenire, vissuta di studi solitari, custode
gelosa della propria dignità, eco commovente della misteriosa yoce della natura,
tra- sporto lirico e sinceramente profondo del pensiero umano, mara- vigliosa
epopea dell'evoluzione dell'universo. Eppure che cosa à detto la Critica di
questo libro? Quanti sono coloro che ànno notizia di questo capolavoro, che
veramente entusiasma lo spirito, colla potenza mirabile della sua poesia? 190
CAPITOLO VII Veramente, dopo aver dimostrato la grande potenza dell'adattamento
all'ambiente, dovrei trattare degli interessantissimi casi di reazione, e delle
forme letterarie e delle produzioni re- frattarie all'influenza della
correlazione di svi- luppo; ma preferisco svolgere completamente la questione,
quando si parlerà dell’atavismo, e per- ciò rimando i lettori al capitolo
corrispondente. Vi sono, invero, forme letterarie, e produzioni letterarie di
reazione, che vivono in gran parte per virtù propria, e che nella loro
ribellione pe- renne all'ambiente che le circonda, conservano un’originalità
che spicca sul fondo uniforme della maggioranza. Refrattarie alla stregua del
gusto dominante artistico, se molte volte non rappre- sentano che un
temperamento del passato, una reminiscenza atavistica, alcune altre sono
l’espres- sione di tipi nuovi in formazione, non ancor pie- namente rivelati, i
quali avvizziscono presto, in mezzo ad un ambiente che non può alimentarli —
dice il Darwin parlando di alcune varietà zoologiche — e che non si presta al
loro svol- gimento. Noi vedremo, più avanti, le canse ef- fettive della loro
vita particolare. EREDITARIETÀ DEI CARATTERI LETTERARI, Ecc. 191 CAPITOLO VIII.
Ereditarietà dei caratteri letterari — Atavismo La sopravvivenza delle forme
più adatte, e tutto il vantaggio dell'adattamento all'ambiente non avrebbero
effetto duraturo, nè potrebbero produrre il continuo perfezionamento dell'idea
letteraria, se non vi fosse la trasmissione ere- ditaria dei caratteri, la
quale in tutti i regni della natura è ammessa non soltanto dagli evo-
luzionisti, ma da tutti gli studiosi. Come vi potrebbe essere il progresso se i
ca- ratteri utili di recente acquisto non fossero tras- messi alle produzioni
letterarie susseguenti ? Come avrebbe potuto Dante Alighieri stesso giungere
alla concezione divina del suo poema immortale, senza il grande cielo delle
visioni medievali precedenti? Si possono intendere le formazioni storiche dei
poemi Omerici, senza la preparazione naturale dei canti dei rapsodi 192
CAPITOLO VIII antichissimi? Ogni opera letteraria porta nella sua struttura i
caratteri di alcune opere prece- denti, Ognuno è certamente convinto che, senza
la trasmissione dei caratteri letterari, a meno d'un miracolo, l'evoluzione
progressiva della lettera- tura sarebbe impossibile. Ecco adunque quale è la
vera base della teoria evolutiva; la variabilità appresta continua- mente il
materiale pel progresso, succede un’e- lezione naturale degli elementi più
buoni, e l'ereditarietà accumula e conserva questo te- soro di perfezione.
Perciò — come dice il Darwin ® — l’eredi- tarietà e la variabilità si dànno la
mano vicen- devolmente nell'evoluzione, perchè la prima tende a conservare ed a
trasmettere alle forme sus- seguenti quei caratteri utili che apparvero per
effetto della seconda. Nella letteratura, l’ereditarietà agisce tanto per la
contenenza psichica dell’idea-forza, quanto per la forma artistica delle
produzioni lette- rarie. I fattori sopradetti: variabilità delle forme,
ibridismo, lotta per la vita, parassitismo, ele- zione naturale, adattamento
all'ambiente, ap- portano modificazioni lente, ma costanti nell'or- ganismo
delle forme letterarie e queste strut- ture così modificate passano nelle
produzioni (1) DarwIN, op. cit. EREDITARIETÀ DEI CARATTERI LETTERARI, ECCO. 193
successive, quando però ostacoli non ne impe- discano la trasmissione. Così le
forme letterarie vengono determinate, e nella letteratura sì co- stituisce un
vincolo psicologico costante ed in- dissolubile, che lega tutte le produzioni e
le forme letterarie l’una all’altra rispettivamente, come gli anelli di una
grande ed ininterrotta catena. Pertanto l’ereditarietà è da considerarsi come
una funzione necessaria ed importantissima del- l'evoluzione della letteratura.
Un mezzo molto facile per scorgere l'eredità dei caratteri letterari, nel corso
storico della letteratura, è questo; poichè ogni cielo arti- stico è una sua
impronta particolare, che si desume dalla varia prevalenza delle correnti
letterarie, e dall’atteggiamento caratteristico delle forme, si studino
attentamente i carat- teri originali delle varie epoche storiche, poi si
stabilisca un confronto con le linee storiche pre- valenti in due diversi cicli,
si eliminino tutti i caratteri diversi, e sì troverà di leggieri che i
caratteri comuni sono appunto legati da un vin- colo di ereditarietà naturale.
In fondo non è che l'applicazione degli im- mortali metodi di J. S. Mill.
Tenendo questo procedimento, si possono sempre scoprire, con grande facilità, i
detriti dei tempi trascorsi e (1) G. Caeconta, op. cit. 13 — Pastore, La vita
delle forme letterarie. 194 CAPITOLO VIII spiegare la ragione di molte
apparenti innova- zioni, che fanno tanto chiasso, di originalità, nel campo
della letteratura e della società in ge- nere. In genere si deve dare ben poca
fiducia agli strombazzamenti dei sedicenti novatori, avendo per certo che la
natura è molto prodiga nelle varietà, ma molto parca nelle innovazioni. Ogni
nuovo fenomeno — senza dubbio — non nasce per incanto, “ ma — comedice il
Checchia (% — à un addentellato nei fenomeni antecedenti ,. Giosuè Carducci,
con quella sua franchezza classica così prepotente, così sì esprime nei suoi
Studì letterari: “ Nè una lingua, nè un sistema di poesia si trova o si crea da
un uomo, e ima- ginatelo quanto volete grande e potente. Nel- l’arte, come
nelle manifestazioni biologiche non Và cataclismi o avvenimenti improvvisi, ma
tutto s'esplica dopo una lunga gestazione, per le mille attività trasmesseci
dal passato ,. Ed Arturo Graf: “« Il genio più poderoso riceve dall'ambiente
assai più che all'ambiente non dia ,. Però bisogna intendere la cosa con una
certa larghezza ed ammettere che le forme letterarie si tramandino, da un'epoca
all’altra, molta parte dei loro caratteri particolari, sia di contenenza, sia
di forma, onde non si può mai spezzare (1) A. Grar, Questioni di critica.
EREDITARIETÀ DEI CARATTERI LETTERARI, ECCO. 195 E A quell'intimo ed attnoso
legame che connette e congiunge una realtà storica con un’altra, ma tuttavia
riconoscere la produzione gentale di una grande quantità di elementi artistici,
da cui i diversi cicli storici assumono la loro impronta originale. Per
esempio, quanta eredità psichica ed ar- tistica si tramandò dal secolo xv al
secolo XVI, e da questo al XVII, e così via, e pure nondi- meno, quanta
diversità di vita sociale, e di stampo letterario ed artistico! Io sono
convinto che gli esempi evidentissimi si affollano, spontaneamente, nel
pensiero dei lettori, e perciò non credo che questa legge fondamentale
dell'evoluzione generale — per cui le forme fanno tesoro degli elementi buoni
trovati dalle antecedenti, e per cui i fatti non avvengono se non causati da
una progressiva successione di fattori — abbia bisogno dell'ap- poggio dei miei
esempi. Del resto rimando alla classica opera del Ribot ‘% tutti coloro che vo-
lessero sincerarsene meglio. Ora dobbiamo osservare che, se le forme let-
terarie seguono la legge necessaria dell’eredita- rietà, però questa legge così
importante è con- trariata da un numero straordinario di cause che agiscono
sulle forme letterarie stesse, in senso contrario. E troppo naturale
l’avvertire (1) RrBoT, op. cit. 196 CAPITOLO VIII che se fosse attiva, nel
campo della letteratura la sola ereditarietà, tutte le forme letterarie, e le
produzioni artistiche non dovrebbero pro- cedere di un passo, e dovrebbero
essere sempre identiche a sè stesse, conservando tutta la strut- tura e
l'atteggiamento dell’arte precedente. Fortunatamente tutte le cause suddette
con- trastano questa tendenza ereditaria, che gette- rebbe la letteratura in
un'inerzia fatale, e in uno stato di vero marasmo. Si pensi, per un istante
solo, a tutto il ma- lanno che produsse il Petrarchismo nella lirica, stagnante
per tanti secoli di imitazione servile! Si pensi all'imprigionamento ed all’
inceppa- mento dello sviluppo e della struttura della no- vellistica, per
l'arida tendenza dell’imitazione ostinata — dal Boccaccio ad Alessandro Man-
zoni — grande liberatore dell’arte! E ciò basti per tutti i casi. Se non che
non può essere dimenticato un altro fenomeno importantissimo. Nel sereno
esplicamento dell’arte in tutte le forme letterarie ed in tutti i tempi,
sorgono ta- lora delle reazioni violente, che portano, sulla scena pubblica,
certe produzioni molto diverse da quell’indirizzo artistico che le altre produ-
zioni letterarie dimostrano in quel periodo sto- rico. Ed il critico si trova
proprio di fronte ad un fenomeno di atavismo letterario. In linea gene- rale
possiamo stabilire che l’atavismo letterario sì EREDITARIETÀ DEI CARATTERI
LETTERARI, Ecc. 197 à quando viene riprodotta un’opera artistica con la
contenenza psichica, o la forma artistica, o gli stessi criteri, e lo stesso
metodo di un'età trascorsa. In questi casi pare che sia successa propria- mente
una trasmissione latente dei caratteri specifici; dimodochè spesso non si trova
subito la ragione d’aleune manifestazioni letterarie, che paiono campate in
aria, senza nessun rapporto colle antecedenti e tanto meno con le contem-
poranee. In verità, noi possiamo accettare in lettera- tura il bel paragone
addotto, in zoologia, da C. Darwin. — Ciascuna forma letteraria può essere
paragonata ad un terreno pieno di semi, di cui la maggior parte germoglia
prontamente, altri invece muoiono del tutto, mentre una parte di essi dimora,
per un certo tempo, in stato dor- mente, per schiudersi poscia nelle future
gene- razioni. Però in letteratura è importante notare che l’atavismo può
essere di due maniere: 1° Atavismo spontaneo, naturale. 2° Atavismo
artificiale, d'imitazione. Per quello che riguarda la prima maniera è da dirsi
quanto segue. Gli ambienti morali ed artistici vanno succedendosi
continuamente, è dei primi la coscienza nostra, mano mano, perde la memoria.
Tuttavia per la fortissima tenacità della na- tura, e per la sua riluttanza ad
abbandonare i 198 CAPITOLO VIII modelli da essa lungamente seguiti, non si rom-
perà bruscamente la vecchia impronta, ma ri- produrrassi ancora qua e là,
benchè non vi sieno più le condizioni che originariamente la occa- sionarono.
Per poco che ognuno guardi il sostrato artistico e psichico dei vari secoli
della lettera- tura, si potrà persuadere facilmente che ogni ambiente contiene
in sè i detriti di altri tempi, e di altre foggie d'arte, e che per essi vivono
tuttora alcune produzioni bizzarre e problema- tiche, le quali, benchè si
trovino a disagio in mezzo alle mutate esigenze dell'ambiente, tut- tavia vi si
mantengono, non fosse altro, come reminiscenza e protesta. “ Così — osserva un
notissimo scrittore — nel seno dei nostri consorzi contiamo ancora qua e là dei
cannibali, dei masnadieri, degli asceti, delle tempre patriarcali, dei tipi
greci, romani, feudali e via dicendo, per la stessa ragione che, nel campo
filosofico e letterario, si riproducono talvolta scrittori che malgrado
l’ambiente con- temporaneo, richiamano tuttavia modi e sistemi filosofici e di
poetare e di scrivere proprî di pe- riodi trascorsi. Fra gli altri i progetti
socialisti contemporanei, degli spartitori, dei comunisti, degli egualitari,
dei collettivisti, della mano- morta universale, che negano la proprietà pri-
vata in pro della pubblica, non sono — come si pensa dai più — apparizioni
nuove nel mondo, ma fantasmi della storia, echi di sperimenti EREDITARIETÀ DEI
CARATTERI LETTERARI, ECC. 199 tentati, negli ambienti asiatici della Cina e
della Persia sopratutto ,. Per l’altro riguardo suddetto, l’atavismo è adunque
prodotto dall’imitazione conscia degli artisti, i quali volontariamente si
decidono a ripristinare una forma antica della letteratura, od un concetto
caratteristico di ambienti tra- scorsi, sia per spirito di varietà, sia per
spirito deliberato di opposizione reazionaria ad un dato indirizzo della loro
arte contemporanea. Del resto la reazione è fatale in tutto. Ogni forza che
agisce — poichè non lavora nel vuoto — tanto nell'ambiente fisico, quanto nel
morale e nell’artistico, produce un urto con l'altre forze concomitanti, che
non ànno la sua direzione e la sua velocità, e quest'urto che è giù di per sè un'opposizione,
genera una forza contraria alla prima, più o meno notevole a seconda dei casiì,
e quindi un movimento di reazione. Vediamo, per un esempio naturale, quel che
succede nelle correnti d'acqua. — Mentre la gran massa del fiume, seguendo il
filone principale, corre continuamente in una direzione, presso le sponde, dove
l’acqua è più morta e s'abbatte nelle piccole linguette di terra, o nei rami
dei cespugli della riva, ecco che si formano dei pic- coli risucchî, e delle
minuscoli contro-correnti, che fermano la marcia delle leggere foglie gal-
leggianti, dei fili d'erba, ecc. e segnano uno spic- catissimo movimento di
reazione, 200 CAPITOLO VIII Non fa bisogno che io dica che quando l'onda del
fiume s'abbatte in veri ostacoli di conside- revole resistenza, la
contro-corrente è parimenti considerevolissima ed evidente. Nel campo della
letteratura, questo fenomeno dell’atavismo artistico dovrebbe essere studiato
molto profondamente, tanto più che queste ri- versioni ataviche possono essere
sane o morbose, e produrre poi effetti — per conseguenza — buoni o funesti.
Gran parte del destino dell'arte dipende senza dubbio dalla bontà
dell’imitazione, e dell’ispira- zione letteraria, perchè mentre la riproduzione
artistica degli elementi psichici di un ambiente può essere cosa saggia e
sommamente profitte- vole, in altri casi la riproduzione artistica degli
elementi morbosi di un’epoca malsana, potrebbe ridurre l'arte a tristissimo
partito. E certo però che questo fenomeno tanto im- portante non succede, in un
ambiente storico, se non sì riproducono in esso alcune particolari
caratteristiche dell'ambiente passato, come è na- turale il credere che le
medesime influenze ten- dano a riprodurre, anzi esigano analoghe varia- zioni.
Portiamo alcuni esempi. L'umanesimo, questo grande ritorno alla coltura
classica trascorsa non è tutto uno splendidissimo fenomeno di ri- versione
atavica? E il Petrarca stesso, con tutto il grande sentimento vitale e moderno,
non nau- -—TT—_—_—_—_—_____> EREDITARIETÀ DEI CARATTERI LETTERARI, Ecc. 201
fragò con il suo poema classico De Africa, evi- dentissima produzione
atavistica? Io prego il lettore di considerare — serena- mente — se tutta la
drammatica classica del secolo xv, foggiata unicamente sui teatri di Se- neca,
Plauto e Terenzio, ecc. non sia un caso di riversione atavistica. Che altro
conto possiamo noi fare francamente di una Progne di Gregorio Ferrari, di un
/sis di Francesco Ariosto, di un Philodoxus di L. B. Alberti, di un Zusus
Ebriorum di Sicco Polentone, di unà Polissena di Leonardo Aretino, di una
Zilogenia di Ugolino Pisani, e di tante altre produzioni, di cui ognuno può
leg- gersi comodamente l’elenco in una Storia della letteratura? La presente
arte oratoria religiosa, che s'ar- rabatta poveramente nei suoi ultimi anelitìi,
non è legata alle gloriose tradizioni del passato per mezzo di un'eredità
atavistica artificiosa? Che dire della sopravvivenza curiosa dei così detti
Libretti melodrammatici del secolo presente? della corrente neo-pagana, del
Simbolismo dei deca- denti? Secondo me — queste e cento altre rifrit- ture
vecchie non sono altro che veri e propri fenomeni di riversione atavica. E,
cosa davvero incredibile! noi assistiamo pre- sentemente al risollevamento, ed
alla sopravvi- venza di molte forme prettamente atavistiche. Il vero è che noi,
uomini del secolo XIX, portiamo accumulate nell'organismo le impressioni di
tutte 202 CAPITOLO VIII le generazioni passate, come la rondine porta nella
struttura del proprio cervello l’imagine del nido che viene poi effettivamente
compiendo e costruendo. Se si guarda alla storia della nostra scena musicale
dai primi melodrammi del Meta- stasio a Riccardo Wagner, coi suoi libretti
pieni di elementi fantastici, di nebbie folte, di spettri, di caccie selvaggie,
di cavalcate delle Valckirie, dei Nibelungi, del Parsifal, ecc. si riscontra
evi- dentissima un'ascensione trionfale del Romanti- cismo. Già lo disse prima
di noi E. Scarfoglio ©. I librettisti vivono in pieno mondo romantico!
Nonestendiamo maggiormente la nostra troppo facile indagine critica. Si ritenga
solamente che tutti i fenomeni stranissimi di ritorno artistico, a certe forme
letterarie fiorenti di vita naturale presso gli antichi, mentre sono una grande
prova dell'eredità psicologica ed artistica che lega fra di loro i diversi
cicli storici, sorgono per opera di quel sub-stratum ideale, che si forma
lenta- mente, nelle menti, stratificandosi, per opera del concorde e secolare
lavoro di tutte le genera- zioni passate. Certi ravvicinamenti che diedero
molto a pen- ‘sare, non possono e non devono essere spiegati diversamente. (1)
E. ScarrocLio, Il libro di D. Chisciotte pag. 211. ESTINZIONE DELLE FORME
LETTERARIE 203 CAPITOLO IX. Estinzione delle forme letterarie. Tutti gli
organismi della natura, dopo un certo periodo di vita muoiono, per forza di una
legge fatalmente inesorabile che è una necessità evi- dente dell’evoluzione. “
Omnia morsposcit, lex est, non pena, perire ,, disse Seneca, e molto
giustamente pure Marcello Palingenio: Nascimur hac omnes lege ut moriarum: ab
ortu Exitus ipse fluit: cunctis mensura dierum Certa datur. Noi che abbiamo
dimostrato, nei precedenti capitoli, come si riflettano pure nel campo della
letteratura i grandiosi fenomeni dell'evoluzione, e come perciò la lotta per la
vita e l'elezione naturale trovino un esatto riscontro nei feno- 204 CAPITOLO
IX meni letterari, dobbiamo ora occuparci dell’estin- zione delle forme
letterarie — diretta conse- guenza dell'elezione naturale. Poichè ad ogni
essere che si forma e pretende quindi l’esistenza, l’implacabile natura pone
queste condizioni: 0 vincere, 0 sparire, — sparire morendo, com'è sorte del
maggior numero, 0 ritirarsi dalla lotta, mercè un cambiamento di abitudini e di
forma che permetta di conservare la vita — ne risulta che la storia deve farci
menzione non soltanto dei vincitori, ma anche dei vinti. E di vero, quanti sono
i deboli, gli impotenti, gli sfiniti, i miserabili, i degenerati, i vinti nel-
l'umanità, quanti soccombono nella terribile hat- taglia della vita! quanti
scompaiono dilaniati, schiacciati sotto i piedi nel furor della mischia! Quanti
perfino non sono soffocati nell'uovo, 0 periscono prima di aver parte alla
pugna! Parallelamente ora la fortuna delle diverse forme letterarie concorrenti
segue questa alterna vicenda di glorie e di dolori. Il nostro concetto
guadagnerà molta evidenza da un paragone. Le forme letterarie sono viandanti
che cam- minano ansiosamente, nell’interminabile via del progresso. Esse
camminano, camminano sempre come il povero Ahsvero della leggenda. Ora è all’avan-
guardia e sta innanzi a tutte una forma fortu- nata, piena di vita e di slancio
maraviglioso, la ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 205 quale ha saputo
accumulare una grande quan- tità di energia, e prepararsi alla corsa; ora
quella che è tenuto lungamente il primo posto, ansante, stanca, sfinita, passa
alla retroguardia dolorosa- mente. E chi va innanzi non si volta indietro, a
riguardare, con pietà, le stanche compagne di viaggio. Perchè tutte si
disputano il primo posto, ognuna fa per sè, e non sorregge la vicina con mano
pietosa, anzi se può le dà una gomitata, un urtone, un calcio per tenerla
indietro egoi- sticamente. E camminano, camminano, camminano, come quei tre
Cosacchi che Gogol descrisse nel “ Tarass Bulba , i quali “ cavalcano tra gli
orrori della “ guerra, per le steppe rimbombanti di fucilate, “ tra l'incendio
dei villaggi crollanti, con una “ serenità feroce, con una tenacità selvaggia
da “ lupi affamati ,. Spesso chi rimane addietro, ripiglia nuove forze, e
riesce a raggiungere ancora le prime file, ma del resto quante rimangono per
via ab- bandonate, perdute nella lontananza buia del deserto! Ed arriverà poi
il Samoun divoratore, che le coprirà inesorabilmente di sabbia, e di loro non
rimarrà che il nome, se pure ebbero agio di scriverlo nelle tavole del
progresso, quando si slanciarono nella corsa fatale. E veramente la gloria
grande della letteratura non consiste — no — nel possedimento dell'ideale, ma
sta in questo continuo risorgere della lotta, 206 CAPITOLO IX in questo suo
stupendo progredire nella triste asperità del suo cammino. Sì, poi che la virtù
della lotta, del lavoro e del dolore è santifi- cante, e mentre sembra che
distrugga e crei, sembra che abbatta ed esalti, sembra che debi- liti e
fortifichi, sembra che sia il segno della nostra inferiorità, non è invece che
il labaro risplendente della nostra grandezza e della nostra gloria. Però se la
letteratura, pel suo continuo pro- gredire, spezza inesorabilmente ogni vincolo
che tenta legarla al passato, e si lascia addietro tutte le forme letterarie
che sono rifiutate dal- l'elezione naturale, non corrispondenti alle esi- genze
dei nuovi ambienti storici, è naturale e necessario che si studî appunto questo
fenomeno dell'estinzione delle forme. Quante produzioni letterarie, dolci e
consolatrici d'un ambiente particolare, sono omai cadute come foglie secche!
Quante sorgenti di conforto si evaporarono, dopo aver calmato per un tempo la
sete divoratrice dell'infinito! Tutti i singoli organismi per quanto aspiranti
tutti all'ideale, e anelanti tutti alla natura, all'aria, alla luce sono
soggetti alla morte, e costretti a riunire nella gran madre le ossa e gli atomi
del corpo loro. Questo capitolo appunto tratterà dell'estinzione delle forme
letterarie: ma siccome disse Platone nel Gorgia: — “ La morte è comune a tutti
gli uomini, ma non tutti fanno la stessa morte, — ESTINZIONE DELLE FORZE
LETTERARIE 207 così si porranno in evidenza le cause che pos- sono determinare
l'estinzione. Questo argomento dell'estinzione delle forme letterarie fu da
molti avviluppato nei più av- ventati misteri. Ora è il caso di esaminare
accuratamente quali siano le ragioni di queste scomparse, e perchè alcune forme
letterarie, da lungo tempo perdute, non si riproducano più, anche con caratteri
lieve- mente discordanti dai primitivi. Se noi ci do- mandiamo perchè questa o
quella forma d’arte sia rara, attribuiamo tosto ciò a qualche effetto delle
condizioni di vita sfavorevoli. Ma quante volte il critico, pure attentissimo,
non arriva a determinare le circostanze nocive impercettibili, ma tuttavia
bastevoli a produrre la rarità ed a cagionare da ultimo l'estinzione! “ Quanti
non si saranno fin'ora domandato con stupore, perchè sì grandi mostri, come il
masto- donte ed i più antichi dinosauri e megaterii ri- masero estinti nella
lotta per la vita con gli altri competitori più piccoli, quasi che la forza del
corpo assicurasse sempre la vittoria nella lotta per l'esistenza! , Non
pensando, come osserva un grande natu- ralista, che la statura determina in
certi casi la distruzione più rapida della specie, in quanto che richiede una
maggior quantità di nutrimento. Chi non sa che in India ed in Africa oltre alla
grande opera distruttiva dell'uomo gli elefanti 208 CAPITOLO 1X trovano il
principale ostacolo al loro accresci- mento negli insetti, che li tormentano
incessante- mente e li indeboliscono, e nei pipistrelli che succhiano loro il
sangue ? Non è terribile e feroce questa lotta che pare paradossale tra
l'enorme e l’infinitamente piccolo? Orbene noi abbiamo visto riprodursi, nel
campo della letteratura, questa medesima lotta fra le produzioni artistiche,
allorchè abbiamo esaminato il Parassitismo in letteratura, e posto in evi-
denza questo fenomeno così importante nell’eco- nomia vitale delle forme
artistiche, ed ora non possiamo dimenticare che il Parassitismo è una delle
cause che producono l'estinzione delle forme letterarie. Ma parliamo più
diffusamente, anche a costo di ripetere quanto abbiamo scritto a proposito del
Parassitismo nella lotta per la vita. In natura è infinita la varietà dei
rapporti tra i diversi organismi viventi, ed abbiamo buon nu- mero di vegetali
e d’animali la cui esistenza è direttamente subordinata a quella di altri vege-
tali o animali — e così pure in letteratura dove suecedono alle volte veri casi
di Simbiosi. Nessuna genìa più trista degli imitatori pedis- sequi, per
progetto, che seribacchiano sulla falsa- riga dei grandi scrittori, non per
proprio com- piacimento artistico, ma per valersi di un motivo prevalente, per
compiacere il gusto del publico, per secondarne la moda e l’andazzo comune.
ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 209 Essi sono veramente la rovina dell'arto
nobile e serena. Così: Un grande artista compie e publica na suo capolavoro
che, colla originalità superba della sua concezione artistica, guadagna,
affascina tutta la società del tempo suo. — Che cosa avviene? Avviene che gli
scrittori inetti, scimiottatori, vedendo che il vento spira favorevole a quella
maniera di scrivere, alzano la vela delle loro barcaccie e tentano di seguire
la rotta della su- perba corazzata che fende vittoriosa con la prua le onde del
mare. Così fecero, ad esempio, i Petrarchisti del 400 e del 500, così i
realisti, gli elzeviriani dopo Stecchetti. Ma intanto, se in aleuni casi si
osservano produzioni letterarie, che possono sopportare, senza segni evidenti
di gravi disturbi e di corruzione, la compagnia dei parassiti imitatori, in
altri casi, e per altre produzioni artistiche, questa compagnia simbio- tica
riesce fatale in breve tempo. Ed infatto, lo Stecchetti inaugurava il suo
realismo per fare opposizione a tutto ciò che in arte era conven- zionale,
fuori cioè della verità e della vita. Non era un trovato nuovo, da Omero allo
Zola riuscirono grandi solamente gli artisti che ritrassero dal vero, interpretarono
la natura, scrutarono negli abissi del cuore umano, e con- sacrarono in forme
immortali i sentimenti del- l’uomo. Pure l’idealismo romantico convenzionale
era giunto a tal punto eccessivo che si gridò 14: — Pastore La vita delle forme
letterarie. 210 CAPITOLO IX benvenuta “ l’arte nova , che ardiva ribellarsi
all'arte imperante, ed alzava audacemente il velo all’Iside misteriosa,
inspiratrice di tutti i secoli. E “ l’arte nova , per un po’ di tempo fece
fortuna, ed ebbe il suo meritato trionfo, il suo quarto d'ora di celebrità.
Essa rappresentava una reazione, del resto, fa- talmente naturale e voluta
dalle leggi stesse che regolano lefunzioni della vita psichica. Senonchè,
mentre la reazione dello Stecchetti era stata fatta a buon diritto ed in guisa
squisitamente artistica, lo sciame degli imitatori spinse la rea- zione al
colmo, atteggiandosi bestialmente a ri- formatori, ad apostoli della libertà
del pensiero, e nei loro eleganti elzivir il preteso verismo di- ventò una
parodia, una sconcia profanazione dell’arte. Ecco intanto un'arte ridotta a mal
partito dagli imitatori pedestri e senza genio, ecco scemata l'efficacia grande
che questa forma letteraria poteva avere sopra l’ambiente sociale, ecco
svigorita, malmenata, soffocata, strangolata, estinta una reazione artistica
salutare, ecco di- spersa un'importantissima forza viva della let- teratura,
smarrito un coefficiente dell'evoluzione psichica, ritardato il progresso
intellettuale e letterario. Sempre così: “ una volta c'erano i scimiottanti del
Petrarca e la poesia fu per molto tempo un ridicolo centone petrarchesco.
Michelangelo di- pinge il Giudizio Universale, e la sua scuola offre ESTINZIONE
DELLE FORME LETTERARIE 211 negli inetti seguaci le più strane esagerazioni. Il
Cesarotti leva del rumore in mezzo ad una moltitudine di letterati ristuechi
del classitismo, colla traduzione dell’Ossian, e si ribadiscono — su tutti i
toni — fino alla sazietà insopportabile, le immagini e i sentimenti del bardo
scozzese. Il Manzoni scrive degli Inni sacri e un romanzo storico, ed innaiuoli
e romanzatori a buon mer- cato e fastidiosissimi sbucano d’ogni parte d’Italia,
ed, a forza di minestre riscaldate, attirano l’an- tipatia sugli inni sacri e i
romanzi storici, che finiscono per morire di fame. Carducci paga- neggia un pò
liberamente, ma con squisitissimo gusto, e fa della poesia in metri barbari, e,
per un po’ di tempo, la barbarie invade l’arte sul serio , ®. — Fin qui, per la
massima parte, è sempre il parassitismo letterario, che impoverisce l’arte e la
riduce a mal partito, spingendo fino all'estinzione alcune forme molto delicate
e sen- sibili. Ma ben altre cause, non meno importanti, sono da annoverarsi,
quali a) l’ibridismo, 4) la mancanza di opportunità, c) la prevalenza delle
forme letterarie di opposta natura, d) l'incapacità di adattamento all'ambiente
storico, e) la troppa resistenza alla correlazione generale di sviluppo comune
a tutte le altre forme di letteratura, e (1) La favola dei Lillipuziani di
Swift, descrive, con ammirabile fedeltà, un brano importantissimo della Storia
della Letteratura. 212 CAPITOLO IX da ultimo ) infinite altre cause minori,
inter- ferentesi vicendevolmente, le quali non possiamo ancora staccare ed
isolare dalla colluvie dei moti dinamici dei fenomeni letterari, e studiare
sepa- ratamente in tutte le loro parti. Consideriamo brevemente tutte queste
cause menzionate. Noi abbiamo già parlato dell’ibri- dismo delle forme
letterarie, a proposito della variabilità derivante dall'azione diretta ed in-
diretta dell'ambiente. Ora, per evitare inutili ri- petizioni, ci limiteremo a
dire, che in certi casi alcune forme letterarie si estinguono per la sterilità
naturale, prodotta necessariamente dalla loro conformazione ibrida. Poichè se
non tutte le forme letterarie ibride sono infeconde, anzi in alcuni casi
avviene che due forme possono essere accoppiate con stra- ordinaria facilità, e
produrre una numerosa prole ibrida, notevolmente feconda, come è per esempio
dell'egloga e dell'idillio — forme letterarie ibride prodotte dall’accoppiamento
della lirica pastorale col dialogo — tuttavia nella maggior parte dei casi i
prodotti sono sterili. Sorgono talora alcune produzioni artistiche, di un
ibridismo così accentuato e di una con- formazione così imperfetta, che
l'elezione na- turale, inspirata ai severi criteri degli Spartani, senza alcuna
pietà le getta giù dalla terribile rupe del Taigeto, ed il neonato — così come
nasce — muore. La poesia didascalica, forma ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE
213 letteraria ibrida per eccellenza, può contare, nel suo campo ristretto e
particolare, molte estinzioni storiche di produzioni imperfette. Giacchè, è da
tener gran conto che, non tutte le materie sono del pari atte all'elaborazione
poetica, e ci sono materie più o meno riducibili, più o meno ingrate, e talune
addirittura refrattarie. Di guisa che se uno scrittore, miseramente illuso,
vuole sforzarsi . di accoppiare, a viva forza, due elementi affatto ripugnanti
ed opposti, non potrà dar origine che ad una produzione letteraria mostruosa,
quanto mai sterile e sciagurata, incapace assolutamente di vita lunga e
feconda. Questo dimostra age- volmente che le forme letterarie sane ed i feno-
meni artistici in genere, non dipendono dal capriccio degli scrittori, ma sono
regolati da leggi logiche costanti, le quali non si possono trascurare o
manomettere senza falsare l’arte, anzi senza spegnerla affatto. Nessuno può
vio- lare impunemente la logica mirabile della na- tura ! Ma si osservi che Ja
poesia macaronica, forma letteraria del tutto ibrida, non deve la sua estin-
zione alla sterilità peculiare della sua confor- mazione, ma ad altre cause di
natura più com- plessa, fra le quali principalissima la mancanza di
opportunità, da cui trasse singolarmente la sua esistenza. È un fatto
indiscutibile che le forme letterarie dipendono dalle condizioni particolari
del loro 214 CAPITOLO IX ambiente storico, per cui variano col variar dei
luoghi, dei tempi e degli nomini. Esse — come le piante — vogliono vivere del
loro clima, e fuori di esso intisichiseono e muo- iono inesorabilmente. Ecco
posta in evidenza un’altra causa dell’e- stinzione delle forme artistiche in
letteratura: la mancanza di opportunità. Bene spesso accade che un autore, cui
l'amor proprio dà le traveg- . gole, getta in mezzo alla società certi seritti
non più acconci allo svolgimento delle idee e delle cose presenti. Ma i lettori
che ùnno mutato voglie e bisogni, e non amano disgustarsi il palato con quelle
vecchie rifritture, non li lasciano fare un solo passo, senza domandare loro, come
ai sette dormienti della Grecia: — “ Donde venite con le vostre monete di
cuoio? e che volete in un'età che è visto sparire anche quelle d’oro e
d’argento? Andate a mutar vestito ,. — Potranno benissimo taluni sognarsi
beatamente di far rivivere, po- niamo, le pastorellerie dell’Arcadia, ma poichè
è morto e rimorto quell’ambiente che le tolle- rava, anzi le favoriva, perchè,
e con qual diritto, e con quale faccia, vorranno gridare alle genti che
corrono, nel secolo del telegrafo e dell’elet- tricità: Auditores humanissimi,
fermatevi a sen- tire le care coserelle ehe io farnetico, ch'io scrivo, ch'io
voglio consegnare alle ali della fama? « Il vero bello non invecchia mai
stampava sul “ suo cartellone la Reale Compagnia Sarda, ESTINZIONE DELLE FORME
LETTERARIE 215 »R quando voleva che passasse di contrabbando « una commedia del
Goldoni, ma nelle sere del Vero bello il Teatro Carignano in Torino era «
deserto come il Sahara ,. Andiamo avanti nella considerazione delle cause di
estinzione in letteratura, e vediamo come la pre- valenza straordinaria di
alcune forme artistiche produca, per compenso, l'estinzione, il decadimento
delle forme di opposta natura. Questa è una legge della conservazione e
dell'equilibrio delle forze; poichè un piatto della bilancia sale, è naturale
che l'altro discenda, poichè nella dinamica so- ciale la maggior parte delle
forze vive è impie- gata alla produzione di un determinato feno- meno, è
naturale che più poche siano le forze riserbate alla produzione di un altro
movimento, tanto più se di natura contraria al primo. Tutto ciò è logico ed
evidentissimo. Così pure in let- teratura, la vitalità esuberante di una forma
letteraria scema l’energia delle forme competi- trici, soffocandole non
foss’altro che in virtù della sua enorme forza d'inerzia. Di guisa che, se non
siamo in un secolo, dotato di grandis- sima elasticità d'ambiente, come fu il
decimo- sesto, di una produzione letteraria immensamente abbondante e
singolarmente copiosa, in cui, come osserva stupendamente il prof. Graf, poterono
fiorire parallelamente tutte le forme letterarie di prosa e di poesia, dal
madrigale all’epopea, dall’epistola all'orazione ed al trattato politico, » 216
CAPITOLO IX inn crt nici MI N ARS ed in cui avvenne ciò che accade in un paese
che abbia abbondanza di pascoli, vale a dire tuttiitipi di bestiame convivono
insieme, senza che la vita dell'uno importi la distruzione del- l'altro, in
tutti gli altri casi, la prevalenza di alcune forme caratteristiche, determina
la deca- denza delle altre inevitabilmente, e la formazione necessaria di nuove
specie determina l'estinzione delle forme antiche. La grande diffusione di una
forma dominante restringe chiaramente l'arena, il campo d’azione delle forme
minori contempo- ranee concorrenti. Io credo, per esempio, che, nel seicento,
la storia rimasta a gran pezza lontana dalle sublimi altezze del secolo xvi
(con Machia- velli e Guicciardini), debba la sua deficienza all’eccessivo
sperpero di energia, all'enorme di- spersione di pensiero, volto quasi tutto
improv- vidamente a foggiare stravaganze nella poesia, e sprecato inutilmente a
far pompa di immagini ed espressioni gonfie ed esagerate. Ma per andar avanti
nell'esame delle cause nostre suddette, conviene ancora porre in rilievo come
l'estinzione, o la decadenza temporanea delle forme letterarie derivi dalla
loro incapacità di adattamento all'ambiente storico, o dalla loro soverchia
resistenza alla correlazione generale di sviluppo, comune a tutte le altre
forme di letteratura. Però siccome questo fatto, tanto evidente per se stesso,
fu già da noi studiato minutamente ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 217 eee ea
e I a proposito dell'adattamento all'ambiente, e della correlazione di
sviluppo, basti l’osservare, in via sommaria, che l'adattamento, e la
corretazione di sviluppo sono, nella dinamica dell’evoluzione, due grandi
forze, le quali costringono le produ- zioni artistiche ad uniformarsi alle loro
fatali esigenze, se vogliono mantenersi in vigore, al- trimenti a ritirarsi
affatto dalla scena. Non por- tiamo esempi, per evitare le ripetizioni.
Intanto, siccome, a nostro giudizio, è ormai finito l'esame delle grandi cause
che possono produrre la decadenza o l'estinzione delle pro- duzioni letterarie,
consideriamo questo fenomeno sotto un altro punto di vista. In verità i feno-
meni sono come i prismi, i quali presentano nella loro forma tante faccie
distinte l'una dal- l'altra. Bisogna girare attorno ad essi ed osser- varli,
punto per punto, per averne un'idea chiara e precisa e completa. E noi
sappiamo, così, che nella letteratura nascono, vivono e muoiono le produzioni
letterarie, come nella società umana nascono, vivono e muoiono gli individui.
Ma forsechè in natura perisce il genere umano per la morte dei singoli
individui ? No, anzi la morte degli individui permette che avvenga una lenta e
graduale evoluzione nella società; orbene, in letteratura è da stabilirsi pure
che: muoiono le varie produzioni letterarie, le diverse maniere di interpretare
e di rendere una forma deter- minata, ma le forme cardinali della letteratura
218 CAPITOLO IX non così facilmente, e tanto meno l’intiero or- ganismo della
letteratura. Perchè, nel nostro concetto, le forme letterarie sono le funzioni
organiche della letteratura legate ad essa per mezzo di vincoli naturalmente
necessari, tanto che l’estinguersi di una di queste funzioni nuo- cerebbe
straordinariamente al corpo intero della letteratura, compromettendone
gravemente la vita. i Precisamente analogo risulterebbe il turba- mento in un
organismo umano, il quale venisse a perdere, ad esempio, una delle sue facoltà
psichiche costituzionali — mentre per la parte della letteratura in cui prevale
l’oggettivismo, cioè la prosa, il nostro criterio distributivo si fonda soprai
diversi aspetti variamente prevalenti dell’oggettivismo medesimo, vale a dire
appa- renza, realtà storica e realtà naturale — (sentimento, immaginazione,
riflessione) le quali ci servono di criterio per la divisione e la
classificazione delle forme letterarie poetiche, in largo senso. Noi l'abbiamo
detto: come in natura non pe- risce il genere umano per la morte dei singoli
individui, così in letteratura, e finchè l’arte sarà sempre la manifestazione
di vita per opera delle tre facoltà psichiche costitutive dell'animo umano,
muoiono scompaiono le diverse parvenze del- l’arte, le molteplici produzioni
letterarie degli scrittori, singolarmente caduche e passeggere; ma le forme
cardinali, le forme-madri della let- ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 219
teratura, non così facilmente e tanto meno l’in- tiero organismo di essa. Però
se si può sostenere veramente che alcune forme letterarie, prevalenti in altri
periodi sto- rici, sono morte e sepolte da un pezzo, si può per altro sostenere
che sopravvive sempre la virtualità dell'espansione della facoltà psichica
relativa. La poesia del sentimento, dell'immaginazione e della riflessione
rimarrà sempre nella lettera- tura come funzione costitutiva della vita del-
l'intiero organismo. Il vero è che l'elezione naturale sfracella
inesorabilmente quelle produ- zioni che, incapaci di salire sul carro fatale,
si affollano davanti a lei, per impedirle il cam- mino. Così la poesia
didascalica, la tragedia classica, ‘ l'epopea, il romanzo storico, la poesia
religiosa ed ascetica d'un tempo, la lirica patriottica e battagliera, ed
alcumn’altra forma, sono uscite dall'ultimo periodo critico rotte e disfatte, e
passarono alla retroguardia e vanno scoloran- dosi nella lontananza, perchè
esse non sono che il risultato di un dato periodo storico, e passano come le
leggi ed i sistemi quando non abbiano base nell’immutabile verità delle cose.
La nostra storia letteraria abbonda di specie perdute o sorpassate; v’ ha delle
forme che restarono a mezza via quasi nella gestazione, che ebbero lo
scheletro, senza spiracolo di vita, 220 CAPITOLO IX che ebbero tronco e radice
senza avere mai frutta, altre che si mantennero dalla prima alba della loro
vita fino al presente, altre che mentre parevano perdute da lungo tempo, si
riprodus- . sero ancora in un altro cielo storico, e ripiglia- rono grande
vigore. Se l'apparizione, la fioritura e la scomparsa d'un genere letterario
fossero rappresentate © con una corrente di grossezza variabile, ascendente
frammezzo agli ambienti diversi e successivi in cui le forme letterarie si
trovano, si vedrebbe questa corrente innalzarsi coll’estremo inferiore sottile
che raffigurerebbe la prima comparsa della forma, poi crescere gradatamente in
larghezza, come una vena li- quida che cresca il suo volume, ma con frequenti
insenature che alle volte farebbero credere quasi morente la forma, altre volte
conservare, per un determinato intervallo la medesima larghezza, e da ultimo
assottigliarsi negli strati superiori segnando così, per alcune forme, il
decresci- mento e la finale estinzione di esse, per altre solamente il
successivo passaggio a periodi di maggiore vitalità, mentre per le privilegiate
si troverebbe che la corrente cresce in larghezza a misura che attraversa
strati più alti, segnando così un aumento graduale e continuo. Così ogni
corrente, considerata a parte, secondo (1) Darwin stesso applicò questo metodo
di diagramma allo studio dell'estinzione delle specie zoologiche. Vedi: Origine
delle specie. ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 221 che è più o meno ondulata,
presenta grafica- mente l'evoluzione storica della forma letteraria che si
considera, e tutte in complesso presen- tano dinanzi all'occhio, in una guisa
evidente e sintetica, il vario intreccio dei generi letterari nel loro corso
storico. . Orbene, poichè questo diagramma psicografico ci dice chiaramente che
alcune forme letterarie si mantennero in una specie di stato latente per molto
tempo, e poscia, ciò non ostante, ripi- gliate nuove forze, tornarono ad essere
in vi- gore, noi dobbiamo andar molto cauti prima di sentenziare recisamente.
Poichè vi dovette bene essere un tempo in cui certe forme poterono parere morte
affatto, ad un osservatore super- ficiale, pur non esendo tali; ed avrebbe
detto un grande errore chi avesse dichiarato formalmente la loro estinzione.
Facciamo adunque tesoro di questa lezione. Il vero è che muoiono soltanto
definitivamente quelle forme letterarie minori, capricciose, quasi ex lege, che
si possono considerare come il ri- sultato particolare artistico d’un dato
periodo storico, e, se posso dirle con una parola meta- fisica, contingenti —
quantunque nel tempo po- steriore, si manifestino poi ancora certi ritorni
curiosissimi, veri casi di riversione atavica. * Quelle che perdurano, se non
sempre, ma al- meno possono adattarsi quasi sempre alle nuove esigenze
dell'ambiente sono le vere forme-madri 222 CAPITOLO IX funzioni proprie
dell'organismo della letteratura, corrispondendo alle varie facoltà psichiche
del- l'uomo, dalle quali provengono in linea diretta, necessarie ed assolute
manifestazioni degli ideali raggiunti dalla coscienza popolare, e che trovano
la loro base nell'immutabile verità delle cose. Ma possiamo noi ragionevolmente
ammettere quest’affermazione ? Non pare invece che la storia ci dia torto come
sostengono molti? Ed infatti : non è a dirsi (si va ripetendo continuamente da
tanti critici) morto e stramorto un organismo insensibile a tutti gli stimoli,
a tutte le prove? L'inutilità assoluta di tutti i tentativi degli scrittori che
vollero far rivivere una forma let- teraria, l’'epica ad esempio, non dimostra
forse evidentemente che questa forma è perduto ora- mai tutta la sua forza
vitale e non è più su- scettibile di risurrezione? Quanti poveri illusi,
sperando di ridestare la gran morta, trasfusero tutto il loro ingegno, tutta la
loro arte, tutto il loro sangue, nell’elaborazione di un'opera let- teraria di
risorgimento e non fecero che un buco nell'acqua! È inutile ostinarsi ad andar
contro alle leggi della natura; ciò che è morto non può risorgere altrimenti. E
la poesia epica — dicono — in Italia può ben dirsi finita, per- chè ora manca
il maraviglioso, perchè manca il soprannaturale, perchè i temi sono esauriti,
perchè manca gioventù di popolo, perchè il poema storico è toccata la cima col
Tasso, ed è vano ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 223 ritentare il volo,
perchè sarebbe un anacronismo ai nostri lumi di luna, perchè sarebbe troppo
incompatibile col moderno naturalismo scienti- fico imperante, ecc., ecc, lo
non vado più oltre nell'enumerazione dei perchè... di questi sosteni- tori
della morte dell'epica, e il tema è trito e ritrito con enorme fastidio. Noi
dobbiamo orientarei un poco in questo viluppo di difficoltà; e “ poichè tanto
si è gridato ai responsi della storia, guardiamola anche noi da vicino, e prima
di scrivere sull’arena %, im- pariamo a conoscere le lettere dell'alfabeto ,.
Veramente la storia letteraria ci mostra che le forme, nella loro evoluzione,
passano per stadi di notevolissima decadenza, nei quali non danno punto segni
di vita, se pure non debbano con- siderarsi come segni negativi i tentativi
sba- gliati e miserandi degli illusi e degli incompresi. L'apparizione di
alcuni generi è affatto in- termittente ed irregolare. E sta bene; noi esa-
mineremo più avanti la questione importantis- sima delle intermittenze
storiche, non soltanto parziali, e di una forma particolare, ma di tutto
l'organismo letterario, e verremo a questa im- portante conclusione che: le
intermittenze storiche non sono soluzioni di continuità, ma stati latenti di
energia. Veramente abbiamo già risolta, nel capitolo (1) ArcoLeo, Letteratura
contemporanea. 224 CAPITOLO 1X “ Adattamento all'ambiente , una grande que-
stione, per il poema cavalleresco. Si ricordi il cortese lettore di ciò che si
è stabilito a propo- sito della sopravvivenza straordinaria di alcune
produzioni. Per esempio il poema Ariosteo. La forma, poema cavalleresco è
morta, il poema Ariosteo sopravvive, non però come rappresen- tante della
specie cavalleresca. Al disopra delle produzioni singole, sono le forme
speciali, al di- sopra di queste le facoltà psichiche generatrici delle forme.
Secondo come — finchè la letteratura rimarrà nell'umanità come funzione della
vita sociale, e finchè continuerà ad essere — la manifestazione del pensiero
umano fatta per mezzo dell’arte della parola — la storia della letteratura conterà
sem- pre fra le sue glorie l'espansione della, poesia del- l'immaginazione che
è l’epica, come l'espansione della poesia del sentimento, che è la lirica, come
l'espansione della poesia della riflessione che è la drammatica, ece. — Passano
le epopee, le forme liriche e drammatiche, ecc., ma finchè la psiche umana sarà
costituita dalle facoltà psichiche che ora la costituiscono, rimarrà sempre
nella let- teratura la manifestazione artistica corrispon- dente. Si noti però
che non bisogna confondere assolutamente l’'epica con l'epopea, questa ultima
forma letteraria, come indica anche la parola (é725-rÉ%), non è che una
manifestazione di quella, fatta in una guisa particolare dagli ar- ESTINZIONE
DELLE FORME LETTERARIE 225 tisti, e però passeggera e caduca: quella invece si
identifica quasi coll’ immaginazione psichica, che è una forza umana attiva
naturalmente..Non si può adoperare promiscuamente questi due vocaboli, senza
ingenerare una confusione irra- zionale. Noi per intanto, a proposito
dell’estin- zione della forma epica cavalleresca, non rite- niamo assolutamente
— pensando all’ elemento epico naturale — come soluzioni di continuità certi
periodi di decadenza, in cui le correnti ascendenti dei nostri diagrammi
psicografici pre- sentano insenature profonde e si impiccioliscono, a vista
d'occhio, notevolmente. Nella vita degli insetti troviamo pure un periodo
curiosissimo di energia latente e continua, ed è i periodo delle crisalidi. Non
altrimenti dobbiamo giudicare dei fenomeni letterari in discussione. Ma si è
gridato che, tra noi e l'ultimo poema epico fortunato, è trascorso omai troppo
tempo, e che l’epica è ben morta. Però la lunga durata delle intermittenze
storiche non è una causa sufficiente, e non sia pertanto la base del nostro
giudizio. La storia della letteratura ci mostra — chia- rissimamente — che il
sentimento epico permane sempre nella coscienza della nazione e quando più pare
morto, ecco rinasce dalle ceneri, ad una vita nuova e continua. Parli adunque
la storia. — Dai versi Saturnii di Livio Andronico, dal Pu- nicum bellum di
Nevio, e dagli Annales del sommo 15 — Pasrorg, La wita delle forme letterarie.
226 CAPITOLO IX poeta Ennio, che credè d'essere l'’Omero latino, e dopochè fu
da questi poeti innestata con felice ardimento la leggenda Trojana alla 1*
guerra Pu- nica, vibrante di patriottici gloriosi ricordi pel popolo Romano,
all’Eneide di Virgilio corse un’in- termittenza, nella produzione epica, di
circa un secolo e mezzo; e tuttavia, a giudizio dello stesso Virgilio, il poema
epico romano non era ancora a bastanza elaborato, quanto era il desiderio ed il
proponimento. Poscia il poema, dopo il De rerum natura di Lmerezio, e la
Farsaglia di Lucano (m. 18 dopo Cristo) scompare dalla scena lette- raria e
tace per quattrocento anni, finchè cioè non compare Claudio Claudiano (400 dopo
C.) un vero poeta che fa rivivere ancora col suo verso epico la poesia classica
del popolo romano (Giganto- machia, Raptus Proserpinae) e scioglie il suo canto
alla gran madre Roma “ fra lo scalpitare dei cavalli Visigoti, e gli urli dei
barbari sac- cheggiatori ed incendiari , (Occioni). Dopo di lui la sacra
tradizione epica nazionale si perde nella nebbia folta del Medioevo. Il sen-
timento epico, nascosto timidamente sotto la crosta della dominazione ostrogota
e longobarda, passa vigilando otto secoli di studi e di martirî. Tristo quel
tempo in cui, come dice il Chiarini, “ si videro camminare miracolosamente per
lo mondo corpi e corpi d’uomini, ma le anime tenea sigillate nelle sue arche la
Curia Romana, e le custodiva con l'occhio dell'avaro ,. ESTINZIONE DELLE FORME
LETTERARIE 227 La nostra povera forma letteraria, con l’altre sue sorelle
d’arte maggiori e minori, non osava uscire dal suo nascondiglio, “ perchè tutta
la vera poesia era cercata a morte dai fratacchioni, che già le avevano
scavato, gongolando, la fossa con le proprie mani. — Quando finalmente un alito
di vita nuova correndo per tutta la penisola a ridestare i germi della nuova
civiltà ,, anche il sentimento epico nazionale osò sprigionarsi dalle pastoie
che lo implicavano e sorse sfolgorante di luce immortale nel poema sacro di
Dante Alighieri. Quindi fu necessario un intervallo di ben due secoli, perchè
si potessero formare e ridurre a perfezione i grandi poemi del 500. E qual non
fu la remota e lenta preparazione dell’Adone di Giovan Battista Marini, poema,
che ad onta del capriccio dell'autor suo, è pur sempre un prodotto voluto dal
suo ambiente? Orbene chi ora oserebbe sostenere che, in tutti questi grandi
periodi di silenzio, di elaborazione, di stratificazione lentissima, morì del
tutto il sentimento epico? Muore forse la pianta per l’unico fatto che non
produce i suoi frutti, in tutte le stagioni dell'anno? Certo le condizioni dei
popoli mutano, e mu- tano con esse le fogge peculiari delle forme let- terarie;
certo oggi non è più possibile l’epopea Virgiliana o Dantesca, o cavalleresca
che si voglia, nè l'é7o> antico, nè l'elemento leggen- 228 CAPITOLO IX
dario, nè l'elemento soprannaturale. Altri fat- tori storici compariranno sulla
scena lettera- ria, e sempre più mi persuado che un largo movimento epico si
vada inconsciamente propa- gando. Se la scelta del maraviglioso della nuova
epopea stesse a questo 0 a quel poeta, l'epopea forse sarebbe strozzata nella
cuna. Buono per lei, che il maraviglioso non si cerca colla lan- terna di
Diogene, ma che a parer mio, è insito nell’epopea medesima e da essa scaturisce
come un purissimo ruscello d'acqua, dal fianco d'un ghiacciaio. Fa detto che la
storia non è più poetica, e che essa è diventata una scienza: è vero; perchè
anche la scienza è diventata poesia! (Guerzoni) “ E questo è un miracolo ben
più grande d'un nume, che avvolga in nube ce- leste i suoi protetti, o d'una
saga normanna, che faccia, al tocco dello scudo, muovere le quercie della
foresta ,. Nel III capitolo di quest'opera, parlando del processo
d'integrazione della materia letteraria, abbiamo dimostrato che le elaborazioni
artistiche, nella letteratura, si fanno lentissimamente ed a gradi. Il
materiale artistico a poco a poco si ac- cumula, si sovrappone in strati
sottilissimi sul fondo della coscienza popolare, e ciò che a metà di questo
periodo di incubazione può parere ri- dicolo ed impossibile, a gestazione
compiuta di- viene esigenza della natura; e nasce spontanea- ESTINZIONE DELLE
FORME LETTERARIE 229 mente il bambinello bello e forte, l’aspettato dalle
genti. Ogni produzione letteraria partorita ar metà della gestazione popolare
riesce un aborto evi- dentemente. Perchè, tengasi bene a mente, è solo la
coscienza popolare che mantiene sempre acceso il fuoco dell’epopea, e nessun
poeta, per quanto potente, potrà far violenza al popolo stesso, e impadronirsi
delle sue tradizioni, e per- fettamente riprodurle, e armonizzarle ed unifi-
carle insomma in un poema, se quel popolo non gli è confidato un tale ufficio,
se non glie là permesso, come disse Alessandro Manzoni. Perciò, se sentite a
dire, che tutti i tentativi falliti di epopea, che caddero miserabilmente
nell’indifferenza della società nostra, provano ad esuberanza che è passato il tempo
dell’epica, e che questa forma è morta per sempre, non cre- dete. Ei
s'ingannano forte. Perchè i tentativi : falliti non provano l'impossibilità
della forma epica, e non si possono, nè si devono considerare come prove
negative. A giudicare dei tentativi falliti degli scrittori del secolo xIv e
xv, dovremmo pure affermare @ priori impossibile il risorgimento dell'epica, e
intanto questa giunse passando per tale via, tutta sparsa di morti e di feriti,
alle sublimi altezze dell’Ariosto e del Tasso. Dopo il Trissino, che naufragò
miseramente con la sua Italia liberata dai Goti e sì pentì ama- 230 CAPITOLO IX
ramente di non avere tentato il romanzo di cavalleria: Sia maledetto il giorno
e l’ora quando Presi la penna e non cantai d'Orlando, venne Torquato Tasso, e “
guidò la nave al porto della salute , (E. Scarfoglio. Il libro di D.
Chisciotte, 195). E dopo tutto ciò, se l’Epica è una vergine superbamente fiera
e selvaggia, che ributta sde- gnosamente e rudemente tuttii poveri illusi che
si sono innamorati di lei e tentano andacemente di abbracciarla, è segno
manifesto ch’ella aspetta un cavaliere, bello come un sogno e gagliardo come un
eroe, che finalmente appaghi la sua sete insaziabile d'amore. Aspettate che
l'ideale poetico sia maturo e completo, e vedrete che l’epopea proromperà
dall'ambiente, come Pallade armata, dal capo di Giove. Ora si fa proprio
un’opera vana scrivendo poemi non preparati, non consentiti dalla co- scienza
popolare. Egli è di queste grandi rivo- luzioni poetiche come d'una rivoluzione
politica, che non nasce già all'appello del primo tribuno, che s'arrampica su
d'un lampione e strombazza ai quattro venti: Fratelli.... Cittadini...
Libertà... Eguaglianza... Fratellanza! — quantunque queste parole magiche
vengano quasi sempre accolte da un vero uragano d'applausi! Raccogliendo le
fila, a noi pare di avere di- . ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 231
4——__________________T_-TtTrrTrTre mostrato a sufficienza, come nel campo della
letteratura v'è una battaglia di idee, di senti- menti, di produzioni
artistiche, di forme, lette- rarie che si mutilano, si reintégrano e si confon-
dono nell’universale intreccio della loro reciproca azione. Molte forze van
disperse nell’isolamento, ma ùànno tutte lottato; e molte forme letterarie van
perdute nell'oblio, ma tutte àn contribuito al lavoro per l’esistenza
all'evoluzione psicoge- nica della letteratura. Se tutte le forme potessero
vincere ne ver- rebbe la perfetta stasi. Qualche cosa si perde, perchè bisogna
pure che qualche cosa si gua- dagni. Senonchè quest'idea di morte, intesa nel
senso rigoroso della parola, è tutt'affatto poetica. Il fatto scientifico
innegabile è la trasformazione continua «dell'energia fisica e psichica. E
questa necessità, fatalmente continua, impera non so- lamente sulla vita fisica
ed organica, ma eziandio sulla vita intellettuale dell’uomo e delle società, e
nel campo delle più sublimi manifestazioni della psiche. L'arte tutta va via
trasformandosi perenne- mente. Ma non già per il portato cervellottico degli
artisti, bensì in virtù di una lenta e logica evoluzione, la quale comincia a
manifestarsi nella coscienza della società e viene poi riflessa in-
consapevolmente nella coscienza degli artisti, e riprodotta e concretata
nell'opera d'arte. Ben è ‘vero che alcuni grandi artisti precedono di molto 232
CAPITOLO IX la psiche storica dei singoli individui; e perciò rimangono a lungo
incompresi; giacchè per co- stituire la grandiosità di un avvenimento ri-
formatore occorrono due condizioni, scrive il Nietzsche: la coscienza di questa
grandiosità in coloro che lo compiono ed in coloro che vi as- sistono. — Ma
giova ripeterlo, l’arte tutta va via trasfor- mandosi perennemente; e di vero
non assistiamo forse a questo fatto innegabile, presentemente nell'arte
musicale? Qui pure vediamo, come disse Spencer, che l'eterogeneità più
complessa delle re- lazioni determina sempre un più alto valore ideale nella
dinamica storica. — Che distacco enorme dalla semplicità festiva, briosa,
spensierata dei nostri vecchi ballabili alla grandiosità dramma- tica della
musica Wagneriana! Niuno è così pazzo da negare tutta la bellezza e l’eleganza
di quella musica, ma è pure gioco- forza ammettere che essa, con tutti i suoi
pregi inestimabili, presenti tutti i difetti di un'arte giovane ed ingenua. Ora
il grande artista del “ Cavaliere del Cigno , bandì la sua riforma, sostenendo
la teoria che la sola consapevolezza della creazione costituisce l'opera d’arte
veramente geniale, ben lontano dal proposito deliberato di romperla brusca-
mente colle tradizioni gloriose de’ suoi ante- cessori, ma costretto man mano a
svincolarsi dalle pastoie convenzionali, pel proposito deli- ESTINZIONE DELLE
FORME LETTERARIE 233 berato di rappresentare musicalmente il grande contrasto
d'amore, che fremeva nell'animo suo, in una parola, tutto il dramma di una vita
vissuta! “ Da ciò scaturisce il fascino quasi panroso “ che esercitano sui
partigiani e sugli avversari “ certi brani della sua musica: non è un artista
che ci ammalia coi prodigi dell’arte sua — scrive il Depanis — è nn uomo che
ride e “ piange e singhiozza dinanzi a noi, per bocca dei suoi eroi e colle
voci infinite della suna incomparabile orchestra ,. Ecco, nè più nè meno, in
che consiste la cosi- detta musica dell’avvenire, la quale veramente
trionfando, comincia a far dimenticare molta musica del passato. Ma ritorniamo
ai fenomeni letterari. Noi abbiamo posto in luce le leggi che gover- nano le
mutazioni e le scomparse delle forme; e fu dimostrato come e perchè scompaiono,
nel corso storico della letteratura, tutte le produ- zioni artistiche, e le
forme minori che non tro- vano base nell’immutabile verità della coscienza
sociale. Velemmo come le forme cardinali della letteratura — vere e proprie
funzioni della psi- che umana — ad onta delle continue trasfor- mazioni che
subiscono in virtù dell'adattamento all'ambiente, presentino, nella loro
evoluzione un'evidentissima continuità di vita. Cadono adunque, col tempo,
tutte le fogge 234 CAPITOLO IX particolari, tutti gli atteggiamenti mutabili
delle forme, prodotti dalle differenti condizioni del- l'ambiente e dalla
momentanea fisionomia del clima storico. Ma finchè vive la letteratura, du-
rano egualmente le sue funzioni. Come l'integrità di una società umana si man-
tiene perennemente, nonostante la morte dei sin- goli cittadini che la
compongono, così i generi letterari non muoiono, quantunque si cambino
continuamente le manifestazioni e la maniera di interpretarli. Osserva lo
Spencer, nei suoi Primi principî, di una ditta che risale alle generazioni
passate e prosegue negli affari col nome del fondatore, tutti gli impiegati ad
uno ad uno sono stati mutati, fors'anche parecchie volte, mentre la ditta è
continuato ad occupare lo stesso posto e a mantenere le stesse relazioni coi
compratori e coi venditori. Dappertutto è così; i gruppi, gli aggregati
rivelano sempre una continuità di vita che eccede quella degli individui. Và di
più: possono decadere alcune grandi forme letterarie, come può decadere un
centro industriale qualunque nella società, e la lettera- tura e la nazione
conserva sempre la sua inte- grità. E dopo tutto ciò — finisco con un
bellissimo pensiero del Ghisleri ©, “ Se mi domandate: quale (1) GnisLerI,
Polvere. ESTINZIONE DELLE FORME LETTERARIE 235 è la missione dell’opera d’arte.
Io vi rispondo: Quale è la missione del fiore? Svilupparsi e vi- vere, secondo
i limiti e le leggi' della sua Specie, poi morire, per dar posto ad altri fiori
sempre più belli ed olezzanti, che spuntano attorno al suo stelo. Perchè
l’opera d’arte dovrebbe essere tagliata fuori dall'armonia universale? , 236
CAPITOLO X CAPITOLO X. Interpretazione scientifica dei periodi d' intermittenza
Dopo di aver raggruppato razionalmente i principali rapporti biologici delle
forme lette- rarie, nell'intento di dimostrare il progresso con- tinuo dell’idea-forza,
nell'espansione della vita e nella sua manifestazione continua, attraverso i
secoli, dobbiamo considerare un'ultima que- stione di capitale importanza.
Pende tuttora in- certa una grave contesa tra i critici; alcuni sostengono il
progresso continuo della lettera- tura, ed altri — colpiti dalle epoche di
povertà letteraria e dalla mancanza quasi assoluta di produzione artistica —
credono invece la lette- ratura condannata ad un continuo e fortuito on-
deggiamento, fra le età migliori e le peggiori. Orbene, quale è l'opinione
voluta dal con- cetto naturale dell'evoluzione, o almeno quale INTERPRETAZIONE
SCIENTIFICA, ECC. 237 è l'ipotesi scientifica che pare più conforme alla netta
interpretazione dei fenomeni storici ? Prima di venire ad una conclusione,
vediamo anzitutto chiaramente tutti i dubbi e le difficoltà che si presentano
alla mente. E giacchè il movimento della letteratura è nient'altro che un
fenomeno naturale, spiega- bile coi criteri delle scienze positive, servia-
moci delle più generali cognizioni della scienza. Herbert Spencer — nel suo
immortale capi- tolo: Il ritmo del moto — è dimostrato che tutto in natura
procede per un'alternativa di azione e di reazione. « Il movimento — egli dice
— anche negli in- terni cambiamenti della società umana è evi- dentemente
progressivo e regressivo. Nel com- mercio, e nella religione pure — soggiunge —
vi sono periodi di esaltazione e di depressione, ed a generazioni di credenti e
di infatuati se- guono generazioni di tiepidi ed indifferenti. Vi sono epoche
in cui il senso del bello pare as- sopito; insomma, riassumendo, per non
ripetere tutte le oscillazioni della psiche sociale a co- minciare dai sistemi
filosofici, e per finire sino alle variabilissime esigenze della moda, là dove
c'è conflitto, c'è lotta e moto e ritmo del moto. Ogni azione vuole la sua
reazione, ed il ritmo è un corollario inevitabile della persistenza della
forza. Come, adunque, potremo noi conciliare col pro- 238 CAPITOLO X gresso
continuo questa fatale alternativa ritmica, di periodi di esaltazione e di
periodi di depres- sione? Non resta così appunto dimostrata evi- dentemente
l'intermittenza storica nel processo evolutivo della letteratura, la quale
intermit- tenza non sarebbe poi altro che la negazione del periòdo precedente,
il termine antitetico di una fase positiva di sviluppo? Diremo adunque che la
letteratura e tutta l'arte in genere, ed anche perciò la storia, non fa che
trascorrere fortuitamente di periodo in periodo, senza un intimo principio di
progresso, in balìa di un po- tere elettivo che tutte le virtualità trasforma
ed alterna, senza però accumularle &radatamente e rivolgerle a maggior
segno di perfezione ? Noi abbiamo giù visto, nei trascorsi capitoli, quanto sia
lontana dal concetto naturale del- l'evoluzione l'ipotesi d'una elezione @
ritroso. Ora non possiamo ripeterci inutilmente; e perciò, tenendo conto
solamente di quelle conclusioni, affrettiamoci ad esaurire l'argomento non an-
cora trattato delle intermittenze letterarie. Se- nonchè è mio dovere riferire
in quali termini sta la questione, nello stato presente della cri- tica.
Gaetano Trezza, uno dei più insigni nostri filosofi liberali ‘%, ammette che lo
sviluppo psico” genico e storico dell'umanità sia arrestato, di (1) G.
CneECcCHIA, Op. cit. INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA, FCC. 239 ra quando in quando,
da periodi di intermittenza di vera inerzia dell'attività umana, e dà luogo
così ad una teoria che invece di essere in armonia coll’evoluzione la combatte,
anzi, sol perchè la divide, viene a distruggerla completamente ©. Vediamo però
le ragioni del Trezza. Egli dice ©: “ È ben certo che le energie pro- dotte
dalla selectiòn siano sempre feconde? E ben certo che l'evoluzione sia sempre
causa di progresso? e che il predominio di aleuni stati intellettuali su alcuni
altri sia sempre un bene? È ben certo che l’eterogeneità più complessa delle
relazioni determini sempre un più alto va- lore ideale, nella dinamica della
storia, come vorrebbe Spencer? Non si potrebbe dire che la selectiòn crea le
decadenze del pari che le ri- nascenze. sociali? Le follie e le colpe non si
propagano forse come il genio e la virtù? La selectiòn non distrugge più d'una
volta le ener- gie stesse che concorsero a produrla ? Ed il pes- simismo non
avrebbe ragione anche qui? Certo... le leggi dell'evoluzione sono scettiche,
non ànno bisogno di alcuna provvidenza superiore ordi- natrice. “ Il progresso
si fa, non lo nego, ma per com- prenderlo conviene misurarlo a grandi distanze,
non è nè continuo nè certo sempre, più d’una (1) G. CHRCOHIA, 0p. cit. (2)
Trrezza, Il Darwinismo e le formazioni storiche, 1883. ===“ 240 CAPITOLO X
volta tu ài un'evoluzione a ritroso, e cioè un'in- termittenza che sospende per
molti secoli gli effetti scientifici dell'evoluzione, “ La selectiòn può esser
causa di danno, fa- cendo prevalere certe idee e sentimenti ripu- gnanti alla
scienza, che non è fortea bastanza per vincerla; l'eredità trasmette di secolo
in secolo il male. Bisogna aspettare che si ristau- rino da sè stessi i danni
patiti, e allora l’evo- luzione interrotta riprende il suo corso e l'ideale,
mortificato dall’intermittenza, risuscita e trionfa col nuovo stato. Come si
spiega la decadenza del medioevo e la rinascenza del mondo mo- derno? Come si
spiega diversamente un'inter- mittenza sì lunga nella vita storica? , Noi
abbiamo riportato esattamente le parole stesse del Trezza per potere rispondere
diretta- mente, e porre di riscontro la nostra disamina critica. Già il G.
Checchia, in un articolo sopra “ Le formazioni storiche e il cosidetto periodo delle
intermittenze, secondo il dettame della filosofia scientifica , pubblicato nel
1884 sulla Rivista di Filosofia scientifica del Morselli, si provò a ri-
battere le idee del Trezza, e molto bene a no- stro giudizio per quella parte
che è considerato ; ben altro ancora si può aggiungere. Ricapitoliamo
brevemente tutte le ragioni ad- dotte da G. Checchia. “Ammettendo anzitutto col
Trezza che i fe- INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA, ECO. 241 ice a re i nomeni
letterari sono generati dalle leggi del- l'evoluzione, e che il progresso in
letteratura si fa, quantunque non continuo nè certo sémpre, sì scorge tosto a
prima giunta che l’intermit- tenza la quale — secondo il Trezza è l'inerzia
dell'attività numana — appunto perchè arresta lo sviluppo embriogenico della
società viene a distruggere completamente la evoluzione. Poichè il.concetto di
evoluzione non implica solamente un'idea di direzione qualsiasi, e tanto meno
un arresto, una fermata fatale; l'evoluzione è di sua natura essenzialmente
progressiva, altrimenti non sarebbe evoluzione — dice il Checchia —
spostatemela un momento dalle sue leggi, a ri- troso del suo cammino,
arrestatemela dal suo corso, e fatemi di essa un periodo che è uno zero, un
aborto nella storia dei secoli e voi avrete la fine dell'umanità, la cessazione
del- l'essere. L'evoluzione non fa salti, or va lenta, or va rapida, ma sempre
misurata in suo cam- mino, Ammettendo queste soluzioni di continuità evolutiva,
come mai è possibile ricongiungere il passato coll'avvenire se non v'è un punto
inter- medio che intersechi e comunichi l’un coll’altro? “Come mai sarebbe
possibile la vita moderna se nel medio evo proprio fosse mancato un fu- sellino
della vita antica, un breve spiraglio a traverso il quale fosse arrivato il
riverbero del- l'antica vita latina? Come sarebbe nato il Ri- nascimento ? Ciò
che per il Trezza è un periodo 16 — Pasrore. La vita delle forme letterarie.
242 CAPITOLO X di intermittenza, per me un periodo di lentis- sima graduazione
evolutiva o, per dir meglio, di transizione feconda. Certi fenomeni storici non
bisogna interrogarli nel loro manifestarsi esteriore e superficiale, ma
coglierne le ultime ragioni, con profonda intuizione, le variazioni, forme
intime che li svolgono, in altri termini bisogna studiarne il substrato interno
e nascosto che costituisce l’'addentellato della società ven- tura. “ Dice
Carducci negli Studi letterari (pag. 155, Livorno, 1876): “ Nell'arte come
nelle manife- “ stazioni biologiche non v'è cataclismi o avveni- “ menti
improvvisi; ma tutto s'esplica dopo una “ lunga gestazione per le mille
attività trasmes- “ seci dal passato ,. Queste, in breve riassunto, sono le
ragioni addotte dal Checchia contro il pensiero di Gae- tano Trezza, e sono
tanto valide, che devono essere accettate dalla critica scientifica, ed ap-
poggiate e sostenute eziandio con un altro or- dine di argomenti. Ma secondo
me, non si può giungere all’inter- pretazione completa del fenomeno senza tener
gran conto, per un lato, della legge del ritmo del moto stabilita da Herbert
Spencer, e per l’altro senza integrare, con diverse considerazioni, la dottrina
spenceriana. E di vero qui si tratta di fenomeni naturali bensì, ma però di
fenomeni biologici, nel largo INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA, ECO. 243 senso della
parola, cioè delle vicende di quel complesso organismo che è la letteratura.
Per il che, non dobbiam dimenticare l'efficacia del- l'ereditarietà, e
dell’elezione naturale, pur ac- cettando che il movimento della letteratura se-
gua un'alternativa incessante di azione e di rea- zione. I periodi storici sì
susseguono sempre con questa legge naturale, ma non cessa mai di crescere la
coscienza sociale che li collega in- timamente. La letteratura è il suo ritmo
come l’à il polso — scrisse molto elegantemente A. Graf — è vero, ma si ritenga
pure che, come in una stessa arteria il sangue non ritorna indietro nella fase
di depressione che succede immedia- tamente alla pulsazione, anzi corre
continna- mente dentro di essa, senza fermarsi, o indie- treggiare, così è
della grande corrente letteraria, la quale è pure certe fasi di fioritura —
corri- spondenti agli intervalli fra una pulsazione e l'altra, — ma essa
procede continuamente come il sangue nelle vene. Nè si creda recisamente ad un
arresto del movimento letterario, allorchè poca o quasi nulla è la produzione
artistica di un dato pe- riodo; qui non v'è stasi, nè tanto meno elezione a
ritroso; in mancanza delle forme si elaborano però le forze, e la vita della
letteratura non cessa un istante di sussistere. Le forze vive della letteratura
si elaborano, allo stato latente, 244 CAPITOLO X nel profondo delle coscienze
umane, non muoiono perciò, anzi lentamente lentamente vanno ac- cumulandosi e
stratificandosi e si rivelano poi ad un tratto, in una splendida fase di produ-
zione, esuberante di forme artistiche notevolis- sime, che all'occhio
dell’osservatore tradisce tutto quanto il lavorìo segreto e dimostra la potente
virtualità della psiche umana. Ben è vero che il moto spesso è così insensibile
che poco fa- cilmente si lascia determinare; ma noi, in questi casi, siamo di
fronte precisamente allo stesso fenomeno che succede in geologia studiando i
bradisismi. Solo perchè il fenomeno è pressochè inavvertito, possiamo noi
negare il lento movi- mento della crosta terrestre, nelle spiagge famose della
Danimarca, sotto all’azione continua e poten- tisssima dei bradisismi? Come
l’uomo cresce tutti i giorni, ma nessuno se ne accorge, come l’uomo s'avvicina
tutte l’ore alla morte, ma ben pochi se ne dànno pensiero, come l’acqua del
mare cor- rode lentamente la sponda rocciosa sovrastante, finchè un bel giorno
la fa rovinare del tutto, così le energie letterarie lentamente si elabo- rano,
e vanno trasformandosi perennemente in senso progressivo. Se le forme
letterarie non se- gnano evidentemente questo interno lavorìo è pur un fatto
indiscutibile che progrediscono sempre nella società stessa. “La natura, disse
il Biichner (Forza e Materia, pag. 50), non conosce alcuna sorta di riposo,
INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA, ECC. 245 anzi tutta la sua essenza consiste appunto
nella perpetua circolazione, per la quale ogni movi- mento proviene da un altro
antecedente; che a sua volta è causa di un’altro movimento ulte- riore
equivalente, di guisa che nessun movi- mento, per quanto piccolo ei sia non si
pro- duce mai dal nulla nè ritorna nel nulla ,. Nella storia della letteratura,
come in gene- rale nella storia della civiltà, il passaggio da un'èra all'altra
non è mai istantaneo, imme- diato — quasi un semplice ed improvviso mo- vimento
di scena — ma si viene effettuando a traverso d'una cotal ineubazione o
elaborazione lunga, lenta, difficile, onde risulta quello stato particolare
dello spirito umano, che suole de- nominarsi un'epoca di transizione. È
naturale del resto che, nei periodi di de- cadenza letteraria, la poca attività
funzionale diminuisca anche evidentemente la lotta per la vita nelle varie
forme letterarie. E poi si ag- giunge un altro coefficiente a deprimere la vita
delle forme. L'ambiente, sempre conservatore e potentis- simo, impera sulle
coscienze e le piega tutte all’inerzia. Ricordiamoci che vi è anche una forza
di inerzia, 0 per esprimermi più correttamente, di persistenza, per cui i corpi
conservano lo stato in cui si trovano e si oppongono ad ogni cam- biamento di
stato. 246 CAPITOLO X Questo grande principio ci spiega come mai i piccoli
tentativi di reazione artistica ad un genere letterario, e ben anche i
tentativi par- ziali di rivolgimento a tutto un intiero ordine di cose (per
esempio all’arte di un ambiente da lungo tempo abituato a pensare in quella
guisa) non siano mai sufficienti, finchè essi, accumu- lando lentamente le loro
energie di reazione, non riescono a superare la grande forza di resistenza
dell'ambiente. È la ripetizione della favola dei viandanti e del macigno che
ostruiva il sentiero della montagna, e trova una dimostra- zione mirabile nella
grande reazione umanistica del medioevo, per esempio. Noi abbiamo giù visto,
nei precedenti capitoli, come succeda in letteratura l'adattamento al-
l’ambiente. Orbene, per toccare di tutte le carat- teristiche dei cosidetti
periodi di intermittenza, giova ripetere che qui le forme letterarie sono ancor
più costrette ad uniformarsi all'ambiente, ed a vibrare non più alto del
diapason suo. Dimo- dochè succede a dirittura una depressione irre- sistibile,
forzata per correlazione di sviluppo. Tutte le forme letterarie, ed il moto
com- plessivo della letteratura segue in questi casi, come sempre del resto, la
linea di maggiore at- trazione, o veramente di minore resistenza, per ciò, non
potendo vincere l'opposizione dell’am- biente, assumono tutte una fisonomia
caratte- ristica, e l’infiacchimento è generale. Pi INTERPRETAZIONE
SCIENTIFICA, ECO. 247 Le forme letterarie ènno veramente nel loro corso storico
periodi di sonnolenza, di decadenza, di riposo, di catalessi più o men lunghi,
e nei quali la loro vita è un potenziale bassissimo, pressochè nullo. Ma ciò
succede pure negli organismi animali. Ricordiamoci unicamente che la vita della
let- teratura complessivamente considerata è immen- samente al di sopra di
tutte le vite singole delle produzioni artistiche, e delle forme e dei ge- neri
letterari; non si può parlare di morte per essa, finchè è viva la società
umana. Però si tratta di un arresto, di una fermata nel cammino del progresso?
Ebbene, forse che l'organismo perde tutta la sua energia e muore, arrestandosi
un po’ di tempo, per pigliar forza e riposarsi ? Si tratta di decadenza
prodotta da morbo- sità? Ebbene, forse che è morto l’organismo du- rante una
malattia spaventevole, o notevolmente lunga ? Si tratta di sonno, di catalessi
? Ebbene, an- che sotto l'apparenza della morte, &xyos Gaydrov ddeXpos,
continua la vita dell’organismo. L’im- mobilità e la rigidità cadaverica non
contano: applicate l'orecchio su quel petto di marmo, non vi faccia ribrezzo il
freddo delle carni, che cosa è quel rumore lievissimo che sentite? Non è, il
lavorìo terribile dei vermi che rodono le carni, non è il crepitìo naturale
della materia 248 CAPITOLO X che si disgrega, che si corrompe, ma è il battito
del cuore che continuamente rivela la vita del- l'organismo. Del resto in
letteratura succede quel che si può notare nel campo delle altre forze
naturali. Per un certo riguardo le forme letterarie, 0 per meglio dire, la
produzione artistica si com- porta precisamente come un potenziale qualunque.
Di fatto, in elettricità, verbigrazia, è noto che una macchina elettrica può
presentare un po- tenziale molto basso, ed avere invece molta ener- gia
dinamica, e viceversa può presentare un potenziale molto elevato ed avere invece
po- chissima energia dinamica, e così pure in lette- ratura la produzione
artistica di un dato periodo può essere molto esigua, e nello stesso tempo
molto intensa l'elaborazione psichica delle co- scienze, e viceversa può essere
straordinaria la produzione artistica esteriore, e l'elaborazione psichica
delle coscienze umilissima. Si conside- rino attentamente le forze intime e le
forme artistiche del trecento, e del seicento, per un esempio. È chiaro ed
indiscutibile che l'esuberanza della produzione letteraria non è mai condizione
ne- cessaria dell’eccellenza dell’arte e del pensiero. Si è già altrove
dimostrato che la letteratura è in una condizione di equilibrio instabile, e
sottoposta alla legge del ritmo del moto; ora è importante aggiungere un’altra
verità scien- INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA, ECC. 249 tifica, che sgorga dalla
considerazione dei feno- meni naturali. Qualunque ne sia la ragione oc- culta
—scrisse Lorenzo Agnelli, n filosofo nostro troppo atorto dimenticato dalla
critica moderna — per tutta l'immensa natura i contrari si colle- gano e si
alternano continuamente; e l’infinita quantità dei fenomeni ritorna sempre in
sè stessa con un giro periodico. Di qui l'evoluzione dei pianeti, il moto
rotatorio della terra, il corso delle stagioni, il succedersi del giorno e
della notte, e via dicendo. Tutta la natura complessivamente, e nelle sin- gole
vite degli organismi si ordina, si anima, si innalza perfezionando e
moltiplicando i suoi cir- coli. i Nel sistema muscolare, nel fenomeno della
respirazione, nella veglia e nel sonno, nelle abi- tudini, nell'educazione,
nell’imitazione, tutto ma- nifesta una circolarità evolutiva, invisibile,
inelut- tabile di cui ci sfuggono i periodi e le condizioni. I circoli si
ripetono nelle ondulazioni della vita, nelle arti, nel verso, nella rima, nella
ricerca del ritornello, nella melodia in cui il periodo è ra- pido come il
battito del cuore. Questo periodo si allarga poco a poco nei sentimenti, nelle
azioni umane, nelle società, nell’industria e nel com- mercio, nelle più alte
manifestazioni della psiche, e nella letteratura conseguentemente. (1) Lorenzo
AGNELLI, Filosofia della letteratura. 250 CAPITOLO X Il Corso e Ricorso di
Giambattista Vico, che fu ritenuto fino quasi a ieri un'utopia madornale del
grande pensatore napoletano, è pure una grandissima analogia col principio
scientifico che noi propugnamo. Secondo lui, la vita umana, nella sua storia
ideale eterna, percorre continua- mente intorno a sè stessa un circolo ozioso,
in tre rilevanti momenti storici, quello del nascere, del crescere e del
decadere. Egli intravvide adunque confusamentele grandi linee della storia
umana, ma non si accorse del loro intimo legame. Egli trovò una fisonomia
caratteristica comune a,tutti i grandi periodi storici, e considerandola troppo
assolutamente, si fissò in essa, e con iscon- siderato, ma spiegabilissimo
slancio sintetico, l’as- sunse a dogma universale, non vedendo che scambiava la
forma con la sostanza, e conside- rava come qualità essenziale quella che era
formale unicamente. Nella sua mente fantasiosa e poeticissima accadde una
specie di raptus; la fissazione con- centrata su di un fenomeno particolare gli
im- pedì di scorgere minutamente il nesso logico, che vincola strettamente
tutti i fenomeni analoghi. Fatale necessità del monoideismo! Insomma egli
commiselo stesso errore di chi, 0s- servando partitamente che tutti gli anelli
di una lunghissima catena sono circolari, dicesse assolu- tamente che tutta la
catena non è che un anello INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA; ECC. 251 unico e solo,
trascurando di notare che ogni sin- golo anello è concatenato coi precedenti e
coi sus- seguenti, e che tutti insieme ad onta della loro qua- lità formale,
costituiscono una linea indefinita. Tale è il pensiero di Giambattista Vico.
Senonchè la legge del ritmo del moto, stabilita da H. Spen- cer, presenta
piuttosto alla mente la figura d’una linea spezzata, per l’'ineluttabile
alternativa del- l’azione e della reazione. Ma la legge dell’evolu- zione non è
tutta lì. Nel campo della letteratura, come nella società, al disopra degli
ondeggia- menti continui delle forme artistiche, si rivela un'espansione
continua e progressiva del pen- siero, creatore dell’arte. : Se non
progrediscono visibilmente le singole forme letterarie progrediscono bene sempre
le forze, cioè la ragione e la coltura, e la coscienza, fonti alla loro volta
di più elevata manifesta- zione artistica. . L'organismo della letteratura
adempie conti- nuamente alla sua funzione sociale; per esso la vita trova la
sua naturale espansione, e le co- scienze si comunicano senza posa le loro
emozioni e le loro conquiste. Il sentimento estetico è attivo per eccellenza,
donde la relativa perennità della sua manifestazione; cioè dell'arte in genere
e della letteratura in ispecie. Le forme letterarie moderne sono superiori alle
forme degli antichi — perchè la coscienza moderna è più sviluppata della
coscienza degli antichi. 252 CAPITOLO X Ed è proprio così, ad onta di quel che
dicono alcuni puritani, i quali, con passionata ed esclusiva ammirazione verso
qualcuno degli scrittori an- tichi si irrigidiscono — come gli indiani — nel-
l’estasi del Nirvana. Quasicchè nell'ordine intel- lettuale delle produzioni
artistiche, quei loro insuperabili maestri avessero segnato fatalmente a tutti
i venturi nuove ed immutabili colonne d'Ercole. Costoro non avvertono 0 sono
incapaci di av- vertire che — successivamente sviluppandosi e maturandosi
coll’andar del tempo, e col diffon- dersi dell'istruzione, l'ingegno e la
ragione a seconda del rispettivo grado di civiltà, comples- sivamente nel
genere umano, così come nei singoli individui che lo compongono — non so-
lamente si guadagna in complesso ed in superficie quello che si perde in
profondità, ma va conti- nuamente alzandosi il grado o la misura media carattestica
del luogo e del tempo. Non altrimenti per addurre un solo esempio, il
Dhawalagiri, la più alta vetta dell'Imalaja, che è pur la montagna più elevata
del globo, benchè misuri un'altitudine quasi doppia di quella del monte Bianco,
dal livello del mare, pure culmina meno di esso, € presenta un'altezza
relativa, cioè misurata dalla base del cono, assai minore, sorgendo da un alti-
piano per sè medesimo assai più elevato, cosichè apparentemente se ne direbbe
inferiore. Ecco precisamente, noi siamo sopra d’un altipiano INTERPRETAZIONE
SCIENTIFICA, ECO. 253 molto più considerevole di quello su cui si driz- zavano
gli antichi, e se, indipendentemente da ogni altra ragione, noi ci eleviamo
meno, e meno campeggiamo sul fondo, il fenomeno dipende da un concetto tutt'affatto
relativo. Il movimento nella letteratura, pertanto, si produce non già in linea
circolare eterna, come pensò il nostro G. B. Vico, neppure in linea retta come
sognano gli utopisti, e nemmeno in linea spezzata come sostengono i scettici,
ma secondo la legge di una spirale, con che si spiega a me- raviglia il ritmo
del moto, e le alterne succes- sioni dei periodi storici, ed i progressi
continui, ed i continui e fatali deviamenti, ma questi, in- fine, progressivi
sempre come quelli. I diversi cicli-storici sono riflessi mirabilmente dalle
diverse curve della spirale continua, i cui passi possono bensì essere più o
meno salienti, e più o meno divergenti dall'asse centrale, ma non discendono
mai al disotto del relativo piano orizzontale, perchè la spirale continua
sarebbe evidentemente distrutta. E tanto più ampie di- ventano le curve della
spirale e tanto più si discostano dall’asse centrale; e quanto meno sono
salienti i passi relativi, tanto più esteso sarà il periodo dell’intermittenza
storica, e maggiore la decadenza apparente, e più involuto e diffi- cile lo
studio della dinamica sociale. É come il flusso e riflusso della marea, che
successivamente s'alza e s'abbassa, ma pur monta mai sempre! 254 CAPITOLO X In
ultima analisi, questo progresso continuo della Letteratura accompagna
strettamente l’evo- luzione progressiva della società umana, di cui, in verità,
non è che una funzione organica particolare. Però, benchè io creda che la
letteratura sia una funzione sociale, e rigetti la formola del- l’arte per
l'arte, tuttavia non intendo di restrin- gere l'artista in un campo
strettamente morale. Secondo me, l'artista, nella produzione del- l'opera
d’arte non deve già proporsi, deliberata- mente, una mèta ed un indirizzo
morale; egli deve mirare unicamente ad espandere la vita, ed a comunicare agli
altri la sua coscienza par- ticolare, con le forme più acconcie e squisite. Ma
intanto, a lavoro compiuto, nasce senza dubbio un risultato morale; e qui sta
tutta la funzione sociale dell’arte. Così siamo giunti al termine del nostro
lavoro, e, considerando ora francamente la via percorsa, non sembra possibile
che possano concorrere tanti e così svariati argomenti a dare ad un errore
tutta l'apparenza della verità. Ma, inten- diamoci. L’avere rinvenuto un’analogia
continua fra l'evoluzione delle forme letterarie e la vita INTERPRETAZIONE
SCIENTIFICA, ECO. 255 degli altri organismi della natura, non è già aver
provata un'identità. , Tuttavia, poi che lo studio delle analogie sembra essere
assolutamente indispensabile a tutte le scienze, noi abbiamo coordinato queste
ricerche comparative in un libro che non è alcuna pretesa, e vuole essere
unicamente con- siderato — come un punto di partenza. APPENDICE BIBLIOGRAFICA
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Principes de socio'ogie. 4° vol. Alcan. _ Principes de
psycologie, E Principes de biologie, — S Classification des sciences,
Conlommiers, 1881. _ Les bases de la morale 6volutionniste. Coulom- miers,
1880, — Essais sur le progres. _ Essais scientifiques. Sergi — I fenomeni psichici come
fanzioni dell'organismo. —_ La psicologia come scienza biologica. — Prefazione
all'introduzione allo studio della sociologia di H. Spencer, DI Elementi di
psicologia. Siciliani — Sul rinnovamento della filosofia positiva. Firenze,
1871. — Psicogenia moderna. Bologna, 1882. Sonrian —
L'esthétique du mouvement. Paris, Alcan. Sully James — Les illusions des sens
et de l’esprit. Paris, Alcan. Schopenhauer — Le monde comme volonté et comme
représen- tation, 1886. Parte
1. A, Cantacuzène. Stampini — Sulla moderna critica letteraria. — Le
manifestazioni della vita nella letteratura (Sup- plemento letterario all'Eco
dell'Industria). Trezza — Studi critici, —_ Nuovi studi critici. Verona, 1881.
262 APPENDICE BIBLIOGRAFICA Trezza — Dante, Shakespeare, Gosthe nella
rinascenza europea, —_ La critica moderna. Le-Monnier, 1874. _ L'Epicuro e
l'Epicureismo. Milano, 1883. -° Il Darwinismo e le formazioni storiche. Tarozzi
— G. M. Guyan ed il naturalismo critico contemporaneo, Dumolard. Taine —
L'Idéalisme Anglaise, étude sur Carlyle. —_ Philosophie de l'art dans Je
Pays-Bas. - Philosophie de l’art en Gréce. —_ Histoire de la littérature
Anglaise, _ Essais de critique et d'histoire. Paris, 1882, _ Nouveaux essais de
critique e d’histoire, Coulom- miers, 1886, Tamagno e D’Oyidio — Op. cit,
Torraca — Saggi e rassegne, Vera — Introduzione alla filosofia della storia. Firenze 1869, _
Philosophie Hégélienne, Vacherot — La science et la conscience, Valmaggi e
Finzi — Op. cit. Vaccaro — La lotta per
l'esistenza e isuoi effetti nell’umanità, Vignoli T. — I tre fattori naturali
dell'estetica. Vico G. B. — Opere ordinate da G. Ferrari. Milano, 1835-1844,
Villari — Arte, storia e filosofia. Saggi critici. Firenze, 1884, Zumbini — Studi
critici, Zuccante — Saggi filosofici, Torino, Loescher, 1892, _ rr nm—
SNORODUZIONE! Lento REN > Paga CAPITOLO I, Funzione sociale della
letteratura. . ...,/.., PE, 25 CAPITOLO TI. Organismo della letteratura. .
.....,., ate, 34 CAPITOLO II. Origine e sviluppo delle forme letterarie . .
Sainte ‘D 45 CAPITOLO IV. Variabilità delle forme letterarie — Ibridismo — Cor-
relazione di sviluppo . .....,., ORE” 69 CAPITOLO Vv, Lotta per la vita —
Parassitismo , . . |, na 107 CAPITOLO VI, Mlezione naturale . .. ...,. ., duce,
a Mo 3189 CAPITOLO VII, Adattamento all'ambiente . . . , CAPITOLO VIII,
Ereditarietà dei caratteri letterari — Atavismo. . . » 191 CAPITOLO IX,
Estinzione delle forme letterarie... ., , a en 208 CAPITOLO X, Interpretazione
scientifica dei periodi d’intermittenza . » 236 APPENDICE BIBLIOGRAFICA . .
..,.., der» li 287
ANNIBALE PASTORE Dono R.
Wenier IL VALORE TEORRTICO DELLA LOGICA Estratto dalla RIVISTA DI FILOSOFIA
Organo della Società Filosofica Italiana Anno Il. — Fasc. V. = sr ACL) 7% Ò
<a C.\ de Ì (CITES EN DA A. F. FORMIGGINI EDITORE IN MODENA 1910. MODENA, G.
Ferraguti E C., Tipografi, Via Servi, N. 5. Il valore teoretico della logica
‘). Le menti più vigili e attente ai segni dei tempi, riconoscono ormai che nel
pensiero odierno si va preparando da circa un ventennio una rinascita della
filosofia, la cui formula sistematica non è lecito per fermo antivedere.
Favorisce cotesta rinascita la necessità universalmente riconosciuta d’una
revisione critica dei principj fondamentali della filosofia, e già il pensiero
teoretico, nel seguire la sua opera indagatrice, si volge alle più importanti
di- ‘ scipline scientifiche e filosofiche e cerca di far convergere i loro
concetti direttivi, secondo il loro grado, a quella sintetica unità che è
nell’aspirazione di tutti. Ma non così si comporta colla lo- gica, in quanto, tolta
l’ opera di qualche solitario uomo di pensiero, segue troppo incautamente
l’andazzo volgare che si manifesta spic- catissimo nell’odio contro la logica.
Il fenomeno non è nuovo, anzi quasi periodico nella storia della cultura; e
rientra in quella che si potrebbe dire la periodicità della retorica. Ogni
tempo !) Prolusione ad un corso libero di Filosofia teoretica nella R.
Università di Torino, letta il 16 novembre 1910. Per aderire al desiderio della
Direzione della Rivista, questo scritto viene pubblicato con alcune
modificazioni nella forma rivolte a togliergli almeno spiccatamente, il
carattere di discorso acade- mico. Così furono soppressi l'esordio contenente
un saluto alla generosa Facoltà di Filosofia e Lettere dell’ Università di
Genova, una dichiarazione di deferente ossequio a tutti i Maestri della Facoltà
di Filosofia e Lettere dell’ Università di Torino e un omaggio ispirato a
particolare riconoscenza ed affetto all’illustre Prof. PASQUALE D’ ERCOLE, e,
lungo la trattazione, parecchi passi d’ occasio- nale importanza ed anche
alcuni riscontri colla feoria dell’ essere evolutivo e fi- nale « dello stesso
Prof. PASQUALE D’ ERCOLE, che il sagace lettore ‘sarà in grado di fare da sè.
Quanto all'indirizzo filosofico |’ Autore si riferisce alle opere seguenti:
Sopra la teoria della scienza. (Logica, Matematica e Fisica ) Frat. Bocca, Ed.,
Torino 1903; Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli meccanici.
Con 17 figure e 8 tavole fuori testo. Frat. Bocca, Ed. Torino, 1906; Macchine
logiche, Genova 1906; / progressi e le condizioni presenti degli studj intorno
la logica formale, Prolusione a un corso libero di logica. R, Uni- versità di
Genova, Tip. Ardorino Finalmarina, 1906; Del nuovo spirito della scienza e
della Filosofia, Frat. Bocca Ed. Torino 1907; Sul! origine delle idee in ordine
al problema dell’ universale. Rendiconti della Reale Academia dei Lincei,
XVIII, 6°, Giugno 1909; Si/logismo e proporzione. Contributo alla teoria e alla
storia della Logica pura. Frat. Bocca Ed., B. S. M., 47, 1910. STO astttonn;: ;
ni nd e re * intet, --< er ine Il valore teoretico della logica. invero ha
la sua retorica, funesta fra tutte quella che degenera nell’odio contro la
logica, un odio misto di rimorso e di paura, il quale tiene sempre dietro alle
oscurità, alle bizzarrie, agli arbitrj, alle illusioni, agli errori dell’
ingenuo panlogismo ed è coevo alle aberrazioni del sentimento. Per l’ordinario
comincia con una dif- fidenza ragionevole contro le pedanterie e gli eccessi
eristici del formalismo (che non ha niente a che fare colla logica), cresce con
una disistima sistematica d'ogni processo e d’ogni risultato della logica
formale (che non è formalismo), quindi si eleva ad una svalutazione filosofica
della logica in genere (che pure non adegua la logica formale). Questo fenomeno
periodico mi sembra molto interessante, non solo perchè come ho già detto la
critica filosofica italiana contem- poranea traversa precisamente uno di questi
periodi, senza inten- dere che l'odio contro la logica si risolve nell’odio
contro la filo- sofia, ma sopratutto perchè, notandosi un certo riscontro tra
la fortuna della logica e la fortuna della filosofia, vale la pena di provare
che il progresso e il risultato del pensiero teoretico s’ ac- cordano col
progresso e il risultato della logica; e così si potrà vincere il pregiudizio
che la decadenza della logica non influisca che parzialmente sulla grandezza
della filosofia mentre il valore teoretico della logica è, non solo enorme, ma
fondamentale. Alcuni diranno che la tesì è già evidente di per sè. Rispondo che
sarà vero. Anzi vorrei che fosse evidentissima a tutti. Ma fra tanto con- tinuo
a dubitarne, sia che pensi alle tendenze filosofiche che ap- parvero dopo la
morte di Hegel e si prolungarono fino ai giorni nostri, sia che pensi ad Hegel
medesimo. La prova di quest’ affer- mazione sarà data nel seguito. — Basti ora
ricordare che Hegel tentò già di identificare la logica e la teoretica, anzi la
logica e la metafisica. Ma riuscì egli nel suo tentativo? Non riuscì, e per la
ragione semplicissima, già addotta da altri, che « per Hegel la così detta
Logica non aveva nulla di comune colla logica delle scuole, — e neppure, in
genere, con una scienza della logica come par- ticolare scienza filosofica, —
ma era la dottrina delle categorie, delle quali la logica in senso stretto
riempiva una sola, o un gruppo solo; e poichè quelle categorie abbracciavano
tutto lo spirito e tutta la realtà, è chiaro che la identificazione di logica e
di me- tafisica, di logica e di filosofia si riduceva, in fondo, a identificare
la metafisica con la metafisica, la filosofia con la filosofia) ». Dunque
oramai al proposito indicato Hegel non basta più; perchè. 1) B. CROCE, Ciò che
è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel. Bari, Laterza, 1907, pp.
185-6. n Il valore teoretico della logica. 5 abbiamo capito che egli,
trascurando di armonizzare la logica scien- tifica colla filosofica, svalutò
teoreticamente quella logica che noi ci proponiamo teoreticamente di valutare.
La riforma radicale del- l’idea logica a cui si volse il Logo hegeliano non si
effettuò. La sua logica cade per difetto di logica. Così stando le cose bisogna
dunque superare in questo il punto di vista hegeliano, giustificando la logica,
tutta la logica, teoreticamente, tanto più che lo stesso più recente ritorno
all’ hegelismo, che riuscì a promuovere un di- screto risveglio speculativo
anche nel nostro paese, non ha saputo superare finora la posizione storica
dell’hegelismo. A tale scopo bisogna fermare bene i concetti della teoretica e
della logica; quindi passare all’ apprezzamento del valore teoretico della
logica stessa, riconoscendo qual sia e dove sia il vero pen- siero filosofico
post-hegeliano e contemporaneo, problema diffici- lissimo questo che non si può
risolvere senza una coscienza filo- sofica ben determinata, vale a dire, senza
un nuovo sistema di fi- losofia congeniale al carattere ed alla tradizione del
nostro pensiero. Ecco introdotta, posta e divisa sommariamente la questione che
ora ci interessa. * * * Secondo l'opinione comune, la filosofia teoretica è la
conce- zione sistematica dell’ universo, inteso come unità complessiva del
mondo oggetttivo così detto esterno (o reale.o dell'essere) e del mondo
soggettivo così detto interno (0 ideale o del conoscere). Come tale essa
comprende tanti problemi particolari quante sono le forme dell'essere e del
conoscere, ma non consiste nella solu- zione di alcuno di essi. Infatti la
filosofia teoretica si propone questi problemi, non perchè si lusinghi di
poterne dare la soluzione spe- cifica, giacchè in tal caso si confonderebbe con
quelle forme parti- colari del conoscere che essa intende definitivamente di
superare, ma perchè essa ama proporsi solo il compito di connettere
sistematica- mente tutti questi problemi minori, vale a. dire tutti i fatti e
tutte le leggi dell’ universo (filosoficamente parlando ogni fatto e ogni legge
è un problema) in un problema unico e di concepirne una soluzione alla luce di
un principio supremo. Di qui si comincia a vedere che il problema dell'universo
non può essere risolto, nonchè posto, filosoficamente se il pensiero non giunga
a porre, anzi a com- porre, e a risolvere insieme come problema unico il
duplice pro- blema dell'essere e del conoscere. Questo terzo punto di vista
costituisce propriamente il problema della gnoseontologia che è il massimo
problema della filosofia teoretica. Ora, poichè, come in seguito si proverà, il
pensiero teoretico è essenzialmente il » 6 Il valore teoretico della logica.
pensiero seriale dell’ universo, e questo pensiero seriale, non è altrimenti
raggiungibile che dal punto di vista logico, sia per la forma sia per il
contenuto della conoscenza, segue che la filosofia teoretica è, o tende
essenzialmente ad essere, /a concezione logica della logica dell’ universo. E nulla
potrà porre in miglior luce il valore teoretico della logica che la prova della
verità di questa definizione. Produciamo dunque questa prova, dicendo prima che
cos'è la logica, poscia accordando la logica e la teoretica, nel processo
storico e nelle particolari determinazioni della forma e del contenuto. Che
cos’ è la logica? Vi sono tre modi di considerarla: come esperienza, come
scienza, come filosofia. Intesa nel primo senso ha per oggetto l'esercizio
pratico del potere intellettivo; nel secondo può definirsi la scienza delle
rela- zioni necessarie; nel terzo s'impone come pensiero del pensiero, e come
tale estende il suo dominio su tutti i campi dell’ essere e del conoscere,
dovendo di ciascuno e del sistema di tutti ricercare la ragione suprema. Voi
ricorderete indubbiamente, che anche nella /ogica di Hegel essere, essenza e
concetto sono le tre grandi stazioni del processo metafisico. L'importanza del
riscontro sarà considerata a suo tempo. Torniamo a noi. Questi tre modi della
logica costituiscono anzi la sua storica e logica processuosità e si dispongono
nel concetto d’una serie. Ma, come vedremo, la filosofia teoretica ci insegnerà
che anche lo spirito è esperienza, scienza e filosofia, e che queste forme del
conoscere spirituale, come pure le corrispondenti dell’ essere reale, si
dispongono nel concetto d’una serie. Da ciò si deduce che la teoretica, essendo
intesa a procurarci una concezione seriale dell’ es- sere e del conoscere, e a
tale scopo dovendo naturalmente per- correrne tutte le fasi, non può
effettuarsi senza seguire il processo della logica, che è nel tempo stesso il
processo storico e logico dell’ universo. Come dunque si potrebbe negare
seriamente il grande valore teoretico della logica la quale, unica per questo
capitale riguardo fra tutte le discipline dello scibile, accompagna di fatto
nel suo processo e ne’ suoi risultati il processo ed i risultati d’ ogni forma
dell'essere e del conoscere e quindi implicitamente della filosofia? Questo
valore è triplice: empirico, scientifico e filosofico. Il non aver distinto
questi tre aspetti del problema ha dato origine a confusioni ed a polemiche,
che ora soltanto sarà possibile su- perare. Il valore teoretico della logica.
Mi Ma sorvoliamo sul valore empirico della logica. Quanto al valore scientifico,
lo studio della logica produce, com’ è noto, due effetti: 1.° addestra alla
conquista razionale (regolativa e dimostra- tiva) della verità, offrendo una
guida formale, indispensabile a tutte le altre scienze; 2.° cresce il bisogno
di estendere continuamente quella con- quista per quanto all’uomo è concesso.
dalla potenza della sua ragione. Si opporrà che lo studio analitico e formale
conferisce a poco a poco il vizio del formalismo e della pedanteria per
concludere che tale studio è pericoloso e disdicevole alla generale pedagogia
della mente? Ma non c’è via di mezzo; o concedere anche alla logica i benefici
effetti del suo studio, se si riconoscono nelle altre scienze, o negarli anche
a queste, se si disdicono a quella. La differenza invero che si suol porre fra
le scienze si ap- poggia ordinariamente sull’ affermazione che le une hanno un
objetto reale e le altre no; ed anche circa la classe delle scienze che hanno
un objetto appreso dalla ragione si continua a dire dai più che la logica analitica,
sprovvista della strumentalità simbolica ed operativa di cui gode almeno la
matematica, confina lo spirito in un' aridità disperata. Ma simili divisioni
artificiose e convenzionali non hanno da pigliarsi alla lettera, quasi che il
calcolo logico si riducesse a zero e la logica analitica non fosse tutt'uno con
la matematica e pure. la base delle scienze sperimentali della natura e insomma
la forma e l'organo di tutte le discipline dello spirito. È ormai tempo di
comprendere una verità senza la quale il pensatore non potrà mai scorrere
libero sulla via dei fatti e delle leggi verso l'unificazione suprema dell’
universo, che è l'ideale della teoretica. Tutte le scienze sono essenzialmente
deduttive. E la deduzione prende due aspetti: deduzione razionale e deduzione
sperimentale. Ma la deduzione è una, perchè il calcolo non è che un esperimento
in abstracto, esperimento non è che un calcolo ir concreto. Su questo principio
dell’ identità metodologica della deduzione e dello speri- mento avremo
occasione di insistere continuamente. Quanto alla logica in particolare ne
deriva che il metodo in- duttivo non si deve confondere col metodo sperimentale
secondo il malvezzo che costituisce su questo punto il difetto fondamentale del
positivismo. L’induzione, validissima come processo poetico cioè euristico,
come processo logico non ha alcun valore. La logica induttiva è un vecchio
fantoccio pseudologico, perchè incapace di 8 Il valore teoretico della logica.
costituirsi come scienza delle relazioni necessarie. La logica vera e propria
resta esserizialmente ed esclusivamente deduttiva. L'alto valore epistemologico
della logica emerge dunque dal fatto che essa può presentarsi come la suprema
legislatrice e ar- chitettrice di tutte le scienze esatte, come logica della
quantità e delle funzioni per la matematica, come logica della natura per la
fisica e in breve come l’organo (3py2vov), il canone (xévuv) o il logo (A6yos)
della scienza pura perchè essa è la scienza delle re- lazioni necessarie. AI
giovane che si prova per la prima volta a maneggiare gli strumenti scientifici,
dopo questa cognizione, la logica non chiude l'intelligenza ma l’apre e la
rinvigorisce oltre ogni credere. La logica lo spoglia d’ ogni egoistica,
capricciosa, orgogliosa, anarchica mentalità, gli dà chiarezza nelle idee,
sincerità e nettezza di ragio- namento, precisione e critica scrupolosa del
proprio pensiero, cri- terio della verità, metodo di ricerca e di prova, una
fiaccola e un'arma insomma, senza cui bisognerebbe fare l’apologia della
negazione della disciplina della mente. Ci resta a considerare il valore
propriamente filosofico della logica, il quale dipende non solo da motivi
regolativi ma da motivi essenzialmente costitutivi al sistema dell’ universa
realtà. Perchè, a parte il fatto che ogni concezione teoretica ci vieta
formalmente di uscire dalla terra promessa della logicità del sistema, se una
teo- retica qualunque vuol sollevarci al disopra del materiale ingenuo
dell'esperienza e dello scibile finito della scienza, non può farlo se non pronunciandosi
sulla logica reale dell’ universo e fornendo- cene speculativamente la
coscienza. Questa, secondo me, è la ragione precipua del valore teoretico della
logica in generale. Ora la logica reale od ontologica, vogliasi poi ammetterla
o rigettarla qui da principio poco importa, resta ad ogni modo pro- posta come
ipotesi necessaria per stabilire la teoreticità dell’ universo. E la logica
formale l’ assiste naturalmente nel suo sistematico lavoro, perchè essa in
primo luogo non fa che considerare forme sempre più complesse e l'universo è la
forma più complessa di tutte. In secondo luogo, tutte le forme del pensare,
oggetto della logica formale, esprimono sempre una moltiplicità unificata nella
produzione d’una serie e quindi non si distinguono che dal grado della loro
complessità, dal concetto al giudizio al sillogismo, in cui si riscontrano gli
elementi, la ragione e l’unità deduttiva e sin- tetica della serie. A titolo di
schiarimento gioverà appunto ricordare che ogni serie ha per sue condizioni una
molteplicità infinita di elementi ed una ragione una e costante che ne esprime
la legge. Da ciò segue che il pensiero logico è sempre pensiero seriale. Il
valore teoretico della logica. 9 Infine è noto che tutte le forme logiche sono
formazioni ri- ilesse e volontarie; da ciò segue che il pensiero logico è
sempre pensiero eminentemente consapevole. Ciò posto siccome anche il pensiero
filosofico è essenzialmente seriale e consapevole, così si deduce che il
pensiero logico e il pensiero filosofico sono indiffe- renziabili l'uno
dall'altro. Conoscere filosoficamente significa co- noscere logicamente. La
filosofia è la logica dell’ universale. Ma, posto per conseguenza che la logica
filosofica non ri chieda l'intervento d'una forma logica superior, da quali motivi
in particolare deriva la dignità teoretica della logica filosofica? Anzitutto
dal fatto che essa si propone per oggetto la costru- zione vera della realtà,
quindi dal fatto che il teoretico in tale in- tento deve perdere l'abitudine
così delle formazioni sensibili e intel- lettuali dell'esperienza, come delle
formazioni astratte della scienza per sollevarsi al pensiero puro, finalmente
dal fatto che la realtà di fronte al pensiero puro sì dimostra costituita
logicamente Vediamo il primo motivo. Ogni sistema filosofico crea un punto di
vista speciale in ciò che concerne la costruzione della realtà e della verità.
Laonde due problemi: 1.° in qual modo si deve intendere la realtà? 2.° in qual
modo si deve intendere la verità? Due risposte sono necessarie; le due risposte
costituiscono la base del nostro sistema. Quanto al problema della realtà, il
modo è imposto parte dalla storia parte dalla speculazione; dalla storia perchè
la storia della filosofia non è altro che la graduale esplicazione della stessa
filo- sofia teoretica, quindi la teoretica non può, senza demolirsi, tra-
scurare le categorie logiche che si producono storicamente dal logo implicito,
il che significa che al fondo d’ogni realtà, intesa a dovere, è immanente la
razionalità, senza cui la realtà stessa sarebbe inintelligibile e la formazione
naturale della ragione umana nel seno di essa inesplicabile; dalla speculazione
perchè, se nella storia vi sono le categorie, non v'è la sistemazione delle
categorie che deve essere compiuta appunto dalla speculazione nuova ed in
quanto è preparata dall’ antecedente. Questi principj furono sostenuti, il
primo da Hegel, il secondo dal Ceretti e saranno la guida delle nostre
ricerche. Noi sappiamo adunque già dalla storia che l'essenza delle cose non è
il così detto ideale astratto, nè il così detto reale astratto, nè la così
detta unità astratta dell'ideale e del reale. L’insufficienza — di queste
astrazioni fu dimostrata definitivamente da Hegel; atte- . nendoci al quale
riterremo in primo luogo che l’idealismo e il rea- lismo contengono entrambi
una parte di verità, ma solo una parte. E la cosa emergerà anche meglio dalle
considerazioni specu- 10 Il valore teoretico della logica. lative seguenti.
Neppure gli idealisti post-hegeliani dal Bain allo Schuppe allo Schubert-Soldern
ai Rehmke, dal Renouvier al La- chelier, dal Dewey al James, neppure i più
strenui fautori del so- lipsismo hanno potuto distruggere tutte le ragioni del
realismo. Le loro affermazioni non possono distruggere il fatto empirico e
scien- tifico che il nostro pensiero stesso, mentre si pone e si presenta per
sè stesso soggettivamente, ci oppone e ci rappresenta |’ og- gettiva realtà;
anzi per ciò stesso che non può porsi senza distin- guersi da quanto non è lui,
senza contraporre a sè la diversa realtà, ci convince dell’impossibilità che
esso pensiero venga, sia empiricamente sia scientificamente, identificato colla
realtà da cui si sente modificato, contrariato e anche distrutto, senza che
egli possa a piacer suo nè crearla nè distruggerla; benchè riesca a modifi
carla e a contrastarla, almeno in parte. La nostra coscienza non è dunque
l’unica realtà, anche nel senso che non è l’unica coscienza individuale. Anche
il Fichte, lo Schuppe e lo Spir ammettono p.e. l’esistenza di altre coscienze naturalmente
objettive rispetto alla nostra. Solo è d’uopo capire che, se chi dice io dice
anche non io e viceversa perchè pone in fondo una determinazione bi- laterale
che è innegabile nei gradi inferiori della conoscenza; nel grado supremo
invece, essere e conoscere non sono due semplici aspetti d’un solo principio,
nè due principj che possano essere € pensarsi astrattamente, ma due condizioni
diverse d’un rapporto comune tra loro che solo dal punto di vista della serie
universale può e deve essere concepito nella sua concreta e razionale unità.
Della serie universale dico, cioè dell'essere universale che non solo esiste ma
che si conosce e che pensa; ed esiste per ciò che si co- nosce e perchè pensa;
e si conosce e pensa per ciò che esiste. Vacuo per sè l’idealismo soggettivo ci
lascia dunque nell’ igno- ranza, anzi nella paralisi solipsistica e ci vorrebbe
chiudere i sensi di fronte all’ esperienza, la ragione di fronte alla scienza,
il pensiero puro di fronte alla filosofia. Ecco perchè, di fronte al conoscere
che va distinto nei tre gradi suddetti, la speculazione richiede che si ponga
l'essere, distinto analogamente in tre gradi diversi di realtà. Ed ecco perchè
— per un verso — s'impone il realismo e quindi un dualismo tanto in pratica
quanto in ontologia. E non solo un realismo trascendentale, tipo Natorp, direi,
e quasi Hartmann, ma anche un realismo critico, tipo Wundt, e per- fino un
realismo ingenuo quale fu prospettato dai primitivi pensa- tori (Empedocle,
Democrito, Aristotele, Zenone; Crisippo, Epi curo) senza preoccupazioni
metafisiche, e quale in seguito si spinse fino alle recenti conclusioni dello
Schwartz, del Kirchmann e del Riehl. E la ragione è che questi tre momenti del
realismo corri- sé i lai di Il valore teoretico della logica. ul "
spondono a quanto c’ è di vero, da tale punto di vista, nei tre mo- menti
costanti dell’ esperienza, della scienza e della filosofia. Se non che — per un
altro verso — questo realismo dualistico, può avanzarsi d'un passo ardito in
gnoseologia giungendo fino ad un razionalismo o idealismo monistico. Infatti,
la realtà è realmente conoscibile fuori della conoscenza? No; nulla è che non
sia conosci- bile. Nulla è reale che non sia ideale. Speculativamente parlando,
la cosa è patente. ? Il conoscere s' estende quanto l'essere ed entrambi
armonizzano senza punto identificarsi in uno, benchè si unifichino come condi-
zioni nella serie concreta dell'universo e in guisa tale che, secondo i gradi
dell'essere e del conoscere, restano determinati i gradi cor- p rispondenti della
verità. Così siamo condotti al secondo problema: ° In qual modo si deve
intendere la verità? Già altra volta, accennando ai contributi che la teoria
dei mo- a delli può recare alla teoria della scienza e della conoscenza‘), ho
Ù,° avuto occasione di adombrare il principio dei gradi della verità. Principio
veramente considerevole, nella storia del pensiero umano, : secondo cui non
accusiamo nè l’esperienza che ci dà i fatti, nè i la scienza che ci dà le
leggi, nè la filosofia che ci dà la serie; tutte queste tre forme sono
rispettivamente vere; non accusiamo le ‘ nostre facoltà: tutte sono infallibili
secondo il loro grado. Il tutto è determinato dal piano di ‘verità su cui noi
basiamo il nostro giu- dizio. Tutto è vero e tutto è falso. Vero nel suo grado,
falso fuori di esso. Vero ciò che è conforme al suo objetto, falso ciò che è
disforme. I fatti non sono che modelli; l’objetto dei modelli è la legge. Tutti
i modelli che sodisfano alla loro legge sono veri. Un grado superiore alla
verità empirica è la verità scientifica, la “n quale consiste nell’ adeguazione
dei modelli alle leggi, e questa non : solo non ci è negata ma ci è consentita
per infinite vie, perchè i modelli veri sono infiniti. Ma la verità piena,
hegelianamente parlando concreta, è solo dell’ ultimo grado conoscitivo cioè
della " speculazione la quale sola è in grado di spiegarci che tutta la
ve- rità è un sistema logicamente connesso. Il che ci conduce al secondo motivo
cioè alla teoria del pen- siero puro. Secondo la presente teoria, il pensiero
puro è il pen- siero che pensa la serie universale, cioè il pensiero della
logica universale, il pensiero dell’infinita verità. Ma consideriamo la cosa |
anche da un altro punto di vista. Posto che nulla è che non sia conoscibile,
superate le gradazioni inferiori della conoscenza, retti ficate le
interpretazioni parziali ed astratte della realtà e della verità, lA sno I) dd,
SLA 1) Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, pag. 194. - #. « J0l
CI rg i er 1 : Il valore teoretico della logica. si giunge al pensiero puro:
che è desso? una suppellettile medie- vale? una chimera? Niente più che un
nuovo ordinamento delle nostre cognizioni suggerito dal principio che nulla è
conoscibile filosoficamente che non sia costituito logicamente, cioè secondo la
nozione della serie che è poi quella dell’ infinita verità. Questo principio,
capitale per la nostra speculazione, dev’ essere provato: si capisce. Vediamo
dunque questa prova passando alla dimostrazione del terzo motivo cioè della
razionalità costitutiva dell’ universo. L’idea di provare la logica dell’
universo si riduce al tentativo teoretico di sopprimere la contradizione tra le
varie specie dell’es- sere e del conoscere, e più propriamente tra il processo
della na- tura e il processo dello spirito. Dunque, se l’ elaborazione téore-
tica è il giudice dell’intima razionalità dell’ universo, quest’ elabo- razione
deve essere triplice, perchè la mente raggiunge la realtà traverso tre gradi
dell'attività conoscitiva: l’esperienza, la scienza, la filosofia. Il primo
passo si compie per induzione, il secondo per dedu- zione, l’ultimo per
seriazione dell’infinita verità. La prima elaborazione teoretica parte dai
fatti dell’ esperienza intesa nel senso più largo cioè alla guisa dei
pragmatisti i quali dicono, secondo il Ward, che « l’esperienza è la vita ».
Tutte le manifestazioni empiriche dell’umanità spirituale dal lavoro alla
politica, alla storia, all'arte, alla religione, collegando e ricapitolando le
osservazioni staccate in una sintesi, dai fatti parti- colari risalgono ad una
generalizzazione induttiva dell’esperienza che, sotto aspetti e bisogni diversi
ma con risultato unico, si risolve nel postulato della logica dell’ universo.
Ciò avviene perchè, vivendo in mezzo al nostro mondo, e per bisogni prima
pratici e poi teorici, noi cerchiamo di conoscerlo e di spiegarcelo nel miglior
modo possibile. Ora, come osserva egregiamente il Masci, le conoscenze che
ricaviamo da tali ri- cerche ci fanno accorgere che | intelligenza non è
indifferente tra quello che è e quello che non è o non appare, sottoposto ad
una legge; che solo il primo corrisponde alle condizioni del-
l’intelligibilità, e che solo intorno ad essa la conoscenza è possi- bile.
Perciò l’ordine nella realtà è cercato; non è il prodotto d’una contemplazione
passiva o dell’impressione che essa fa sopra di noi. Nelle condizioni inferiori
della conoscenza quest’ ordine, questa legge si considera antropomorficamente
come il comando d’ un le- gislatore, si idealizza nell'arte, si personifica nelle
religioni, s’ inse- risce come una mente vivente nell’ universo « mentem
inserere mundo »; e, tanto praticamente quanto teoricamente, l’ esperienza è LI
Il valore teoretico della logica. 13 incapace di sollevarsi fuori del postulato
della logica dell'universo. L'affermazione di questo postulato è sempre e solo
un atto di fede che rappresenta l'inevitabile punto di vista per l'esercizio
dell’ esperienza medesima; e come tale non può mai essere ritenuto come
criterio sicuro di verità, perchè manca del carattere di asso- lutezza e di
necessità. E così avviene che di tutto quello che ci apprende l’esperienza
sotto le forme contingenti della storia della politica dell’arte della
religione e dell’ingenua metafisica si può sempre pensare che può essere vero
il contrario. Concludendo: la prima elaborazione teoretica, traverso i
molteplici veli dell'esperienza, pone dogmaticamente la logica dell'universo
come un postulato, cioè un principio indimostrabile il quale tuttavia dipende
diretta- mente dalla natura del nostro spirito e si riduce ad un atto di fede.
La seconda elaborazione teoretica, mediante |’ esperimento ed il calcolo,
separandosi sostanzialmente dai risultati controvertibili dell’ esperienza
sensibile e intellettuale, giunge deduttivamente alla prova della necessità
naturale e razionale, e quindi — dentro i suoi brevi limiti, s'intende —
verifica e garantisce il principio dell’ uni- formità delle leggi della natura
e dello spirito, cioè il principio della logica dell’ universo. La possibilità
della scienza, ecco la prova scientifica capitale dell’intima razionalità dell’
universo. Qualunque sia la connessione dell’infinita varietà dei fatti questa
avrà sempre per suo essenziale carattere la logicità, perchè non si potrà mai
nè studiare nè cono- scere scientificamente un reale qualunque senza tener
conto del suo elemento logico, in grazia del quale, soltanto, il reale per noi
è scientificamente conosciuto. Ciò che cade fuori del quadro della razionalità
cioè della logica cade fuori dell’ essere costante e del conoscere scientifico.
L’ illogico, scientificamente parlando, è un mere nihil. E ciò non solo perchè
il nostro pensiero, senza cadere in contradizione, non può concepire come
esistente il reale in modo contraditorio al concetto che ne ha, ma sopratutto perchè,
siccome ogni orditura scientificamente intelligibile è orditura logica e
l’orditura della realtà è almeno in parte scientificamente intelligi- bile,
così segue che l’orditura di questa realtà è logica. E, inoltre, siccome la
legge deve intendersi come l’ espressione di ciò che v'ha di scientificamente
intelligibile nell’ universo così segue che la legge è l’ espressione
scientifica della logica dell’ universo. Davanti a questo grande principio la
mente del ricercatore sembra d’un baleno illuminarsi. L’ universo ci apparisce
così formato di determinazioni logiche. Perchè, ed entro quali limiti noi
sappiamo e possiamo adoperare le forze naturali a nostro vantaggio? Perchè
sappiamo che la natura è costituita ed opera logicamente e tale uso Iì valore
teoretico della logica. dipende dalla misura in cui noi possiamo assodare la
presenza d’ una legge. Dunque la continua ricerca e la graduale scoperta della
lo- gica della natura è ciò che assicura all’ uomo la sua potenza e la sua vera
grandezza nell’ universo. Si tenta di avvalorare la tesi contraria,
sviluppandola come la conseguenza della dimostrazione dell’ impossibilità di
conoscere il dato reale, cioè l’ essere, fuori del modo con cui è compreso’ nel
pensiero, cioè del conoscere. Si insiste sul fatto che, prescindendo dall’ atto
conoscitivo, non è possibile cogliere e neanche parlare d’ un oggetto
qualunque; che anche distinguendo il conosciuto cioè |’ og- getto dal
conoscente cioè dal soggetto che conosce noi non possiamo mai uscire dal
soggetto e che noi improntiamo della nostra forma soggettiva tutti gli oggetti
ed i rapporti naturali che conosciamo; che solo in tal guisa noi formiamo la
nostra natura e il nostro spirito e li formiamo per forza logicamente; ma che
questa legit- timazione dell’ universo si risolve in fondo in una
denaturalizza- zione della natura. Se quest’ objezione reggesse, la logica
reale non sarebbe che un’ illusione. Ma il tentativo è inutile perchè, è vero
che tutte le forme del conoscere sono indipendenti da 47 essere speciale e determinato,
ma è falso che esse siano indipendenti da qua- lungue essere. Essere e
conoscere sono in generale concetti re- lativi, dei quali nessuno può stare
senza l’ altro; nè un essere in- conoscibile, nè un conoscere vacuo sono
pensabili e possibili. Malgrado tutte le trasformazioni del conoscere l'essere
non resta distrutto, anzi può variare entro certi limiti, indipendentemente da
quello, e viceversa. L' essere è il presupposto del conoscere, come il
conoscere è il presupposto dell’ essere. L’idea entifica, l'essere ideifica. Ma
la separazione è stretia- mente limitata a considerare uno dei termini
indipendente dalla qualità particolare e dalla particolare determinazione dell’
altro. La determinazione delle forme del conoscere indipendentemente dalle particolarità
materiali dell'essere è ufficio della Analitica for- ‘male o logica in senso
stretto. La determinazione dei contenuti dell’ essere, indipendentemente dalle
particolarità formali del conoscere è ufficio della Fisica intesa nel suo più
largo significato. Quella dà la logica della forma, questa la logica del
contenuto; però logica sempre. E come quella non fa l’ ipotesi assurda d’ un
pensiero che non pensi nulla, così questa non fa l’ ipotesi assurda di un
essere che non sia conoscibile. L'indipendenza è dunque soltanto relativa, e
ciò chiarisce da un lato il presupposto idealistico | d’ogni realismo,
dall'altro il presupposto realistico d’ ogni idealismo. Il valore teoretico
della logica. 15 Di più è scientificamente provato che non solo lo spirito
altera la realtà extramentale secondo il modo della sua conoscenza, ma che
anche la realtà extramentale altera la conoscenza dello spi- rito secondo il
modo della sua costituzione. Aggiungansi a questo risultato «i due processi
ricavati dall’ analisi accurata dei procedi- menti scientifici che sono degni
di eccitare al più alto grado l’ at tenzione degli scienzati e dei filosofi: 1.
la deducibilità tanto sperimentale quanto razionale delle leggi fisiche, 2° la
deducibilità tanto razionale quanto sperimentale delle leggi logiche » ’). Ne
viene che la possibilità di calcolare e di sperimentare cioè di dedurre entro
certi limiti le variazioni soggettive e oggettive dei due ordini che non sono
mai affatto irrelativi, ma pur sono entro certi limiti indipendenti, costituisce
appunto la possibilità della scienza e, come fu detto, la prova capitale della
logica dell’ universo. Da questo punto di vista parlando, la realtà non è che
la logicità per- manente dell’ essere e la verità non è che la logicità
permanente del conoscere. Dunque la logica è | imperativo scientifico che
governa insieme la realtà e la verità dell’ universo. E ciò è tanto vero che
noi siamo incapaci di discutere |’ esistere d'un mondo illogico
scientificamente conoscibile. L’ atto stesso sarebbe una con- tradizione.
Qualche cosa è objettivo e scientifico nella misura in cui si connette
logicamente col sistema statico € dinamico della nostra realtà e della nostra
verità. In conclusione, l’ elaborazione scientifica, provando coll’ esperi-
mento e col calcolo e coll’ applicazione delle matematiche alle scienze
naturali, dall’astronomia alla fisica, la necessità naturale e razionale di ciò
che cade sotto il suo dominio, prova, entro questi limiti, l’in- tima
razionalità di ciò che è scientificamente conoscibile. Questa prova è deduttiva
e si riduce alla prova della legge considerata come l’ espressione scientifica
della logica dell’ universo. Resta da completare la tesi collà prova della
terza ed ultima ela- borazione fondata sulla seriazione dell’ infinita verità.
Questa prova si raddoppia in noi perchè è storica e teorica. La prima mostra
come la coscienza filosofica della logica reale si sia costruita da sè stessa
durante il suo corso storico; la seconda come si debba da noi costruirla in
armonia con tutte le forme dell’ essere e del conoscere. Vediamo la prova
storica. Storicamente è fondata affermazione che la filosofia antica è
sopratutto conoscenza della realtà naturale, la medievale della realtà
sopranaturale, la moderna della realtà co- sciente ed umana. 1) Del nuovo
spirito etc., p. 207. sil il valore teoretico della logica. Ora la filosofia
antica che, sopra il materiale immenso della logica empirica, gettò le basi
della logica analitica, cioè formale, non seppe elevarsi all’ istituzione della
logica reale, benchè non manchi di preziosissimi germi, i quali furono
ereditati dalla filosofia medievale, germogliarono nei due primi periodi della
filosofia mo- derna e finalmente sbocciarono nella metafisica di Emanuele Kant,
il vero e geniale ispiratore della logica reale che gli idealisti deno-
minarono la logica nuova. Ma questo concetto in Kant è ancora oscuro, così che,
come dice hegelianamente lo Spaventa, la chia- rezza del concetto di Kant, è la
filosofia alemanna posteriore a Kant, cioè Fichte, Schelling ed Hegel, e la
chiarezza di Hegel è la fi- losofia odierna. Indugiamo un istante sulla
chiarezza del concetto di Kant. Se Kant è la logica reale come semplice
coscienza, Fichte è la logica reale come semplice subjettività astratta;
Schelling è la logica reale come semplice ragione o unità razionale del
subjetto e dell’ objetto; Hegel è la logica reale come ragione o idealità con-
creta e conscia di sè. Kant insiste sul concetto dell’ unità sintetica
originaria della coscienza, ma non abbandona quello della separa- zione
riflessa dell’ essere e del pensare. Fichte pone dogmaticamente la mentalità,
l’ autocoscienza come produttrice di tutti gli elementi del- l'essere e del
conoscere. Schelling pone intuitivamente l’ identità reale di natura e spirito
come mentalità, senza cui l’ assolutezza dell’ auto- coscienza produttrice è
impossibile o, per meglio dire, colla sua intuizione intellettuale la
presuppone. Hegel invece concepisce l’idea concreta come |’ unità dell'idea in
sè (Logo) e dell’ idea fuori di sè (natura) in una unità in sè e per sè che è
lo Spirito; quindi intenzionalmente esce fuori di tutte le illogiche
astrazioni, ma la sua prova dell'identità di natura e spirito come ragione
conscia di sè, rimane allo stato di tentativo. In generale, tutti questi
sistemi logici restano insufficienti alla natura dello stesso principio logico
che li costituisce. Il loro errore è evidente. In particolare, mentre 1° organo
della logica reale non può essere che la logica formale stessa in coerente
armonia con tutte le forme del conoscere, per essi la logica analitica fu
trascurata, quando non considerata come un ostacolo per la logica metafisica.
Non rimproveriamo Schelling, perchè egli non ricorse alla logica deduttiva per
fondare il suo prin- cipio della logica metafisica, ma all’ intuizione
immediata. FE lo disse francamente. Ma, poichè Hegel dichiara di abbandonare
l’in- tuizione, consideriamo meglio la sua posizione rispetto alla prova logica
che egli cercò di produrre. Ammetterò con Hegel che provare teoreticamente
significa com- prendere secondo il pensiero puro. Ma il pensiero puro, benchè
Il valore teoretico della logica. 17 non abbia altro contenuto che le proprie
forme e determinazioni universali, non è una pura mentalizzazione arbitraria, è
il pen- siero seriale dell’infinita verità. Le formule sacramentali della dia-
lettica di Hegel invece sono talora esorcismi non deduzioni dal punto di vista
della serie. Perchè un pensiero sia provato teoreti- camente bisogna e basta
che si possa richiamare al concetto della serie subobjettiva che è |’ objetto
della logica dell’ universo. Se non si potesse ritenere provato questo pensiero
non so davvero che cosa si possa provare e pensare filosoficamente. — Ciò
posto, qual’ è la prova di Hegel? In generale, Hegel dice: ogni pensare è
essere; ogni essere è pensare; dunque, pensare ed essere sono identici. E fin
qui non oltrepassa l'intuizione di Schelling, e con ciò ignora che i due
termini, benchè intimamente relativi, sono entro certi limiti indipendenti e
quindi non identici. Ma Hegel ag- giunge che anche la natura è un sistema
seriale e tentò di pro- varlo con la sua filosofia della natura.
Disgraziatamente la sua dialettica, dal punto di vista formale, non è logica,
perchè non s’ accorda colle specie inferiori della conoscenza logica stessa, nè
si dimostra capace di superarle. Non è l’induzione ingenua dell’ esperienza,
non è la deduzione adulta della scienza. È una semplice esposizione metodica e
convenzionale, il cui perpetuum mobile, come direbbe lo Stahl, non ha nulla a
che fare colla pro- cessuosità universale e necessaria della deduzione formale.
Le esemplificazioni poi della sua logica ontologica sono troppo spesso in
contrasto coi risultati delle scienze razionali e sperimen- tali Che resta di
buono? Resta la posizione intuitiva della lo- gica reale, che è certo un
tesoro, ma non fornisce la prova pro- messa della concreta identità. Dopo
Hegel, la logica reale non morì. Lo stesso positivismo naturalistico a sua
insaputa, anzi suo malgrado, mon servì che a maturare indirettamente una nuova
logica reale. Invero che cosa fece il positivismo? Si studiò di dimostrare
antiscientifico il sistema — hegeliano della logica della natura, ne chiarì
l’arbitrio e la fallacia, insomma provò scientificamente insussistente la prova
speculativa di Hegel. In questo ebbe buon gioco, perchè combattè Hegel fuori
della speculazione. Questo punto della massima importanza è compreso da
pochissimi. Per tagliar corto dirò che il positivismo si illuse di aver vinto,
perchè cadde in un equivoco analogo a quello del signor Krug, il quale allo
Schelling, che dichiarava: « lo posso costruire a priori la natura » pretendeva
di contradire esauriente- mente rispondendo: « costruitemi dunque questa penna
», e inten- deva dire: « costruitemi a posteriori questa penna ». Non di meno,
“Il valore teoretico della logica. il positivismo trascinato suo malgrado dall’
intuizione metafisica, acuì il bisogno d’ una nuova soluzione teoretica del
problema della logica dell’ universo. Si aveva bisogno d’un principio
rispondente all’ infinita va- rietà e mutazione dei fatti dell’ esperienza,
alla costanza delle leggi della scienza, alla concezione universale del mondo
richiesta dalla filosofia. Perciò al concetto dell’ essere del vecchio
dogmatismo monadologico, e a quello del conoscere del nuovo idealismo, si
aggiunse il concetto di sviluppo attinto dal divenire della stessa metafisica
idealistica, e si propose con molta opportunità la legge di evoluzione,
estendendola a tutto il mondo dell’ essere e del co- noscere. Ma
l’evoluzionismo positivistico così benemerito della fi- losofia, ebbe il torto
di non comprendere l’importanza del proprio contributo dal punto di vista della
logica reale. Il grande principio dell’Ardigò p. e. il quale dice che /a logica
è il ritmo dell’esperienza, fu lasciato completamente in disparte, sembrando
più urgente sra- dicare la logica formale come scienza. Atteggiamento questo
che non avrebbe mancato di far sorridere il grande pensatore di Stoc- carda.
Per avversare fieramente la speculazione assoluta e la de- duzione necessaria
delle idee sostenute dall’idealismo e contraporvi la sua filosofia dei fatti,
il positivismo evoluzionistico non esitò un istante ad impugnare la validità
del sillogismo e legò in una sola fortuna i due principj dell’ evoluzione e
dell’ induzione. Espediente funesto; perchè la sua così detta logica induttiva
diventò semplice- mente una non-logica, per il fatto che l’induzione non è un
pro- cedimento logico, nè tampoco scientifico; il metodo sperimentale è
essenzialmente deduttivo; la deduzione è lo strumento unico delle scienze;
quindi l’ avversione del positivismo e dell’ evoluzionismo alla logica formale
si convertì in non ultima causa della loro rovina. Noi siamo pertanto in grado
di rispondere in modo nuovo e persuasivo a un duplice problema: « come mai dopo
l’ idealismo hegeliano, si fece ritorno all’ empirismo e si effettuò la grande
orientazione del naturalismo positivistico ed evoluzionistico ? » Per
distruggere la logica hegeliana della natura, soverchiamente sprez- zatrice dei
fatti e delle leggi, chiariti dalle scoperte dell’ astronomia, della geologia,
della fisica, della chimica, della biologia e della psi- cologia, e costruirne
un’altra rispondente ai nuovi bisogni dell’espe- rienza, della scienzave della
filosofia; insomma per restaurare la logica della natura riconciliando la
filosofia colla scienza; poichè la scienza | di Hegel non era, per i
naturalisti (s'intende) una vera scienza. « Come mai, dopo il naturalismo
positivistico ed evoluzionistico si fa ora ritorno (parlo del buon ritorno)
all’ idealismo? » Per com- Il valore teoretico della logica. 19, prendere la
logica della natura e colmare la lacuna hegeliana coi materiali accumulati
dalla critica positiva. Ora è facile vedere che a questo altissimo risultato,
che concilierà logicamente il senso del reale col senso dell'ideale, e fornirà
la prova teorica desiderata, non si giungerà se, con un ultimo sforzo, non si
riuscirà ad introdurre serialmente il concetto della deduzione fra i concetti
superstiti del- l'essere e del conoscere e della evoluzione; perchè il termine
« evo- luzione » è troppo generico per determinare il processo d’ una nuova
logica dell’ universo e già s' è corso opportunamente al ri- paro colla
introduzione del concetto di finalità che invero orienta in modo degno, il
pensiero filosofico contemporaneo, perchè la finalità implica senza alcun
dubbio la deduzione. La verificazione speculativa della razionalità immanente
in tutte le cose sarà poi il frutto principale che noi ci studieremo di rac-
cogliere dalla nozione deduttiva dell’ essere e del conoscere, com- pendiata,
come vedremo, nel concetto seriale dell’ infinita verità. Ardua è l’impresa,
non solo per i’ ampiezza e la profondità dell’ argomento, ma altresì per la
novità del metodo che prende a trattarlo. A titolo di curiosità aggiungerò una
conseguenza assai ardita che si può dedurre da quest’ ordine d'idee, ed è che,
ammessa la possibilità d’una logica reale (comunque intesa) non pare che si
possa respingere la possibilità d’ una /ogica formale della realtà che a suo
tempo potrà, anzi dovrà, essere confrontata con la logica formale del pensiero.
E solo allora, forse, si capirà che è un errore disgiungere logicamente la
necessità deduttiva della natura, dalla necessità deduttiva dello spirito,
insomma che | opposizione fra la logica formale e la logica reale non è che un’
apparenza. Quest’ idea d’una logica formale della realtà corrispondente alla
logica formale del pensiero, e dell’ unità di quella relazione puramente logica
che sia il pensiero, sia la natura pongono fra i loro termini, vale ciò che
vale. lo non la giudicherò ora quì. Essa mi sembra sufficiente- mente
giustificata dal fatto che conoscere le leggi della natura si- gnifica essere
in grado di dedurre dallo stato attuale delle cose lo stato loro per un istante
qualunque. Quindi lavorerò. con tutte le mie forze per farla riconoscere dagli
studiosi nella speranza che potrà esercitare, mercè il loro aiuto, una qualche
buona influenza sulfa nuova filosofia. Frattanto, non vorrei ricevere il
rimprovero d’ aver dimenticato alcune altre objezioni. Supposta la verità del
panlogismo, si dirà, questo sistema ci scopre il suo vizio nell’ atto stesso in
cui vuol costituirsi. Infatti, se tutto è logico, in primo luogo dov’ è la lo-
gica nei fatti singoli dell'esperienza? in secondo luogo, dove sa- rebbe ancora
l’ irrazionale, il non-valore, |’ errore, il male? ° » Le Il valore teoretico
della logica. | —’—Allaprima domanda si risponde che, giusta la teoria della s
I che ha per sue condizioni una molteplicità infinita di elementi ed una
ragione una e costante che ne esprime la legge, tutto è ib logico fuori della
sua serie e tutto è logico dentro. I fatti singoli dell’ esperienza poi non
sono logici in sè, (anzi sono alogici, non perciò illogici), perchè
l’esperienza non fornisce che gli elementi infi- nitamente variabili e
spontanei della serie, per concepire la quale noi dobbiamo sorpassare non solo
|’ esperienza, ma perfino la scienza che pure ci offre già la ragione unica ed
invariabile della serie. Così noi usciamo dalla stretta di quel terribile
dilemma posto dal Ferrari nella sua « Filosofia della rivoluzione » tra la
critica negativa e la critica positiva, la contradizione nella natura e la con-
tradizione nello spirito per cui la salvezza della logica dello spirito importa
il sacrifizio della logica della natura, e la salvezza di questa e il
sacrificio di quella. Se n’ esce, dicemmo, col concetto della serie; ammettendo
i contrasti nell’ esperienza, aggiungendovi anche quelli della scienza e e
dominandoli col pensiero seriale della filosofia. Allorchè adunque mi si
domanda se una cosa è vera o no, io domando: di qual verità volete parlare?
perchè c’ è quella dell’ esperienza, quella della | scienza e quella della
filosofia. E la verità piena è il risultato di una triplice verificazione
logica che in fondo si riduce alla verifi cazione logica deli’ accordo della
pensabilità colla realizzabilità. Ac- cordo graduale s’ intende, perchè vi sono
gradi tanto nella ‘realtà quanto nella verità. E analogamente, se mi si domanda
se una cosa è logica o no; io domando se si accetta questa definizione. Se si
accetta, ri- spondo in conseguenza; se non si accetta, mi astengo perchè penso
che solo allora si può dire di aver approfondito il grado della ve- rità e
della logicità d’ un fatto o d’un idea qualunque, quando cia- scuno dei suoi
aspetti viene riguardato in azione cogli altri. Altrimenti si cadrà sempre
inevitabilmente nell’ equivoco. E così credo d’aver risposto bene anche alla
seconda domanda: perchè, lasciando per ora da parte la questione non esclusiva-
mente teoretica del male, che sarà trattata quando ci occuperemo del valore
morale della logica, si capisce che ogni cosa, ogni affermazione fuor del suo
grado nella logica, sia dello spirito sia della matura, possiede, in certa
misura, un grado vario di errore e di verità. L’ errore è una verità parziale
cioè incompleta. Ogni verità parziale è falsa, ogni falsità parziale è vera. Il
grado supremo o speculativo poi ha per necessarie condi- ‘zioni e presupposti
gli elementi e la ragione della serie, ma non si identifica con essi. Il
condannevole e lo svalutabile restano sempre Il valore teoretico della logica.
21 e sono tali quando versano fuori del concetto della serie. Ed è dal punto di
vista della serie universale anche solo intuita o de- siderata (e questo
potrebbe esser fonte d’ un’ insanabile ironia) che si trova alcuna cosa
condannevole e svalutabile in sè. (Que- stione di piani di verità, cioè
d’ottica seriale; nulla di più, ma anche nulla di meno). V' ha dunque ancora
una ragion sufficiente per distinguere il vero dal falso, il logico dall’
illogico, il razionale dall’ irrazionale e anche dal non razionale, cioè un
criterio d’ orien- tamento sicuro e conforme alla razionalità del sistema. Non
ogni realtà è Ric et nunc razionale. Razionale è solo la realtà della legge
seriale che oltrepassa la semplice realtà del fatto. Finalmente ci vien
raccomandato anzi imposto di staccarci dal panlogismo, perchè questo sistema, «
dal fatto che ciò che è cono- sciuto, |’ obietto, non può essere conosciuto che
in forma razionale, lo potenzia razionale in sè, identificando così il
razionale o teoriz- zabile ($ewpyt6y) col razionativo 0 teoretico (@wpyt xv);
senza es- sere poi in grado di mostrare, nonchè il passaggio di fatto del-
l’idea in realtà naturale, neppure la possibilità ideale che dalla mera idea
della natura consegua, senza illogicità, la natura ». Ed io non comprendo
davvero come possa resistere alla critica un panlo- gismo di tal fatta il quale,
ignorando che |’ esistenza di elementi alogici, ma non illogici, è presupposta
dagli elementi della serie, af- fermi che tutto ciò che è reale è razionale in
sè ed hic et nunc. Ma dopo le prove dianzi addotte circa i gradi della realtà e
della verità e circa la razionalità della natura e la naturalità della ragione,
è ovvio affermare che il nostro principio dell’ ultima e seriale ra- zionalità
d’ ogni conoscibile cioè dell’ universo ci porta fuori d’ ogni panlogismo
ingenuo, ci eleva ad un panlogismo critico e spe- culativo, senza rifiutare,
come vedemmo, la visione dualistica ma inferiore del realismo. Ed è qui che il
teoretico, reso accorto dalla vanità delle ingenue credenze destituite della
vera elaborazione speculativa, sente d’ es- sere superiore ad ogni forma di
esclusivismo sistematico ed as- sume come vera soltanto quella sistemazione
dell’ universa realtà che non solo è contemplazione logica della realtà
universale, ma è contemplazione logica della logica dell’universo. Per ultimo
aggiungerò che, se gli studj filosofici, più che una curiosità intellettuale,
più che un compito scolastico, sono e devon essere per noi un ufficio sacro
verso la verità e le interpretazioni estetiche e morali e mistiche dell’
universo, le considerazioni sud- dette ci portano a negare che ci sia una
logica divina diversa as- solutamente dall’ umana. Assolutamente unica è la
logica, quella logica che risplende nella ragione di ciascuno di noi e che è
imma- ll valore teoretico della logica. n tutte le serie dell’ universo. Conseguenza
di questa dot- trina è il primato e l'universalità speculativa della logica
considerata come espressione teoretica dell’ infinita verità, secondo un’
elabo- razione particolare e sistematica che andrò esponendo al cimento -
didascalico, se non mi mancheranno le forze. Dal disegno gene- rale che ne dò
qui si capisce il fondamento. * * * Concludiamo. L'argomento di questa
prolusione era la con- siderazione del valore teoretico della logica. Il mio
intento era di provare che il progresso storico e il risultato teoretico della
lo- gica s' accordano col progresso e col risultato teoretico della filo-
sofia; per vincere così il pregiudizio antilogico, deplorato all’inizio del mio
discorso. lo spero d’aver dimostrata la mia tesi. Quel panlogismo aberrante,
che è solo un’escrescenza mor- bosa del dogmatismo idealistico astratto, non ci
spaventa più. Inoltre le cose e i fatti della natura, le sensazioni e le idee
dell’ esperienza, i generi della realtà e le leggi della scienza, luni verso e
i concetti della filosofia, tutto fu da noi sottoposto alla prova della logica
e l’ indeterminismo ha ceduto alla forza della logica. Quindi la logica e
l'indeterminismo costituiscono i termini d’un immenso dilemma: credete alla
logica? rinunciate all’ indeter- minismo; credete all’ indeterminismo ?
rinunciate alla logica. Dunque il panlogismo teoretico sarà distrutto solo
quando si dimostrerà logicamente la preferibilità logica dell’ indeterminismo
su tutta la linea, cioè dell’ assurdo. Che cos'è questo nuovo panlogismo o razionalismo
o dedut- tivisno? (Il nome poco importa, perchè a noi preme la verità non il
nome con cui battezzarla). È l’idea della connessione logica di tutte le specie
dell’ essere e del conoscere cioè degli individui, dei generi e dell’ universo,
dell’ esperienza, della scienza e della filosofia che la speculazione ora
rivendica come un bisogno della coscienza filosofica. È tutto un insieme di
vedute filosofiche che convergono press’ a poco tutte quante verso una nuova
attitudine del pensiero. L’ insieme di queste vedute, la sintesi di queste
tendenze, la famiglia di spiriti che esse determinano può essere malamente
designato con un nome solo, ma costituisce già, senza dubbio, un'idea rela-
tivamente nuova, la quale si fonda non sulla fede esteriore d’ un’ au- torità
mistica qualunque, ma unicamente sull’ autorità del ragiona- mento logico che
ci convince dell’ intima razionalità dell’ universo. Per prepararla sono stati
storicamente e logicamente mecessarj i sistemi solenni del razionalismo; te
eritiche scettiche dell’ empirismo, del positivismo, dell’ evoluzionismo e del
contingentismo, le cor- vw ll valore teoretico della logica. 23 renti inesauste
dello sperimentalismo, del deduttivismo matematico, del criticismo e
dell’idealismo contemporaneo; sistemi tutti parzial- mente veri, ma
irriducibili nei loro postulati. Il punto di partenza fu scettico, il punto di
arrivo è costruttivo. Lo capiranno tutti? Non è neppur lecito sperarlo;
anzitutto perchè c’è un mondo superiore in cui non entrano gli specialisti esclusivi
e tale è appunto il mondo teoretico, in cui la logica dello spirito si concilia
colla logica della natura e si concepisce il principio del l’ infinita verità.
In seguito, perchè certi studiosi, nemici della logica, sono come il
peripatetico Cremonini che « non volle metter l’ occhio al cannocchiale
galileano per tema che |’ esperienza non lo facesse ricredere delle antiche
dottrine ». Fortunatamente non tutti la pen- sano così. Voglio anzi sperare il
contrario. Perchè, se è vero che la filosofia, come diceva Kant, non deve
insegnare pensieri, ma insegnare a pensare, ad imprimere cioè nello spirito
quell’ abito di serietà, di critica, di deduzione, e di coordinamento che è
tanta parte dell’ educazione, a qual’ altra disciplina filosofica si può meglio
affidare il difficile compito che alla logica? Nelle nostre lezioni dunque noi
seguiremo costantemente questa via. Qui la tradizione degli studj logici è
antica, e il rivolgimento odierno della logica sia come scienza, sia come
filosofia, se fu ini- ziato altrove, e fuori d’ Italia, trovò qui in questa
fiorente Univer- sità, nel campo delle scienze matematiche, il più originale
propugna- tore nell’ illustre Prof. Giuseppe Peano che fin dal 1888 sostiene
intrepidamente le nuove dottrine della logica matematica, e per la logica
metafisica l’ opera indefessa dell’ illustre Prof. Pasquale d' Ercole che da
ben quarantotto anni d’insegnamento universitario è tutta dedita non solo a
riprodurre ma a sviluppare e ad ampliare l’ imperituro pensiero dell’ hegelianismo.
Siffatti studj, non si iniziano, ne si continuano mai per lusinga di vantaggi
personali. Per contro egli è ben vero che la scarsa fortuna che godono gli
studj logici in Italia non rende nè meno giusta la causa nostra, nè meno degna
la logica, come disciplina didascalica, di poter meglio contribuire all'opera
della redenzione intellettuale del nostro paese. S’alzi dunque una feconda
parola ad affrettare il trionfo di questa disciplina, che fu sempre la ragione
ispiratrice e costitutiva d’ ogni rinascimento filosofico. Ed anche i nostri
pensatori si ci- mentino al grave dovere, altrimenti l’Italia continuerà a
restar sede d’ un’anarchia filosofica che farebbe desiderare Rosmini e
Gioberti. RINNI A. F. FORMIGGINI facd 227 EDITORE IN MODENA RIVISTA PEDAGOGICA
” Pubblicazione mensile dell' Associazione Nazionale —@ per gli Studî
Pedagogici \ Una Lira @5€ Un N:*L 1,50 - Estero L. 2 - Abb. Ann. L. 10 - Estero
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N° 250 — Estero L. ® — Abb. Ann. L. £0 - Estero L. 12 ABBONAMENTI CUMULATIVI A
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"ij 1 I tu +% Der» QI rr VIA GRCLENIEA PIC BIBl:p: SCEN-MOD:- Fui BOCCA
rD-N:302 "a fhove STaucptl per > Dire pelo A 4 ia IL SOLIPSISMO | ite I
«eta DELLO STESSO AUTORE. Sopra la teoria della scienza, Torino, Bocca, 1903.
Logica formale dedotta dalla considerazione di modelli mecca= nici, Torino,
Bocca, 1906. I progressi e le condizioni presenti degli studi intorno la lo-
gica formale, Prolusione alla R. Università di Genova, Final- marina, 1906. Del
nuovo spirito della scienza e della filosofia, Torino, Bocca, 1907. G. M. Guyau
e la genesi dell’idea di tempo, Lugano, « Co- nobium », 1907. Sull’impiego del
concetto di tempo nella logica pura, In « Que- stioni filosofiche », a cura
della $. F, I., Bologna, Formiggini, 1908. Sopra un punto essenziale del
neo-hegelismo contemporaneo, Atti R. Accad, Scienze di Torino (XLIV), maggio
1909. Sulla natura extralogica delle leggi di tautologia e di assorbi- mento
nella logica matematica, IV Congr. Int. Matematica (vol. 3°, IV, 6), Roma,
1909, Sull’ origine delle idee in ordine al problema dell’ universale, Rendic.
Lincei, XVIII, giugno 1909, Sillogismo e proporzione, Torino, Bocca (B. S. M.,
47), 1910. Il valore teoretico della logica, Prolusione alla R. Università di
Torino, « Riv. d. fil. », Roma, 1910. Dell’ essere e del conoscere, Memoria. R.
Acc. Scienze di Torino, Serie II, LXI, gennaio 1911. Contributo alla teoria
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ricerche sulla percezione monoculare della distanza, I. « Riv. di Psic. applic.
», settembre-ottobre 1911. B. Croce e la filosofia di @. B. Vico, « Giorn.
stor. d. let, it. », Torino, 1911. Le definizioni matematiche secondo
Aristotele e la logica mate» matica, Atti R. Accad. Scienze, Torino, marzo
1912. Il pensiero puro, Torino, Bocca, 1913. Der kritische Kommunismus bei
Friedrich Engels, « Archiv. fiir die Geschichte des Sozialismus », Hizschefeld,
Leipzig, 1918. Une
théorie des limites appliquée è la civilisation moderne, « Revue France-Italie
», mai 1914. Sopra la critica
filosofica delle scienze, « Riv. d. filos. », marzo- aprile 1914. Il compito
della filosofia nel rinnovamento degli ideali della patria, Prolusione alla R.
Univ. di Torino, « Riv. d. filos. », gennaio 1916. Il problema della causalità
con particolare riguardo alla teoria del metodo sperimentale. Due vol., Torino,
Bocca, 1921. Nuovi orizzonti della filosofia teoretica in relazione alla teoria
della relatività, Prolusione al Corso di Filosofia teorica nella R. Università
di Torino, « Logos », 1922. ANNIBALE PASTORE IL SOLIPSISMO ONITZOL IL FI
YL10S07I 10. VAIO w=2030 yYIR.LOI"@ es TORINO (2) FRATELLI BOCCA, EDITORI
Librai di S. M, il Re d'Italia 1924 Prof.geTTO RE STAMPI Pi , "CR
UNIVERSITÀ È TORINO PREFAZIONE __ Il solipsismo — l’idea strana che io solo
penso, | dunque io solo sono; e tutto il mondo non è che | | ‘una
rappresentazione della mia coscienza — non | è l'opinione privata d’un
sognatore. i La collaborazione sconosciuta di tutti i sogget- | tivismi
oniristici che hanno l'ampiezza sinistra dei d i traviamenti spirituali narrati
dalla più fredda ra- | gione V'è impressa da cima a fondo. Esaurita la Rd .
letteratura solipsistica, si capisce che il solipsismo | non è la smania di
trovare una via nuova e ca- | pace di riscuotere l'applauso del pubblico, ma
più PRA tosto il segno d’una profonda e desolata passione, «| enon indizio
pertanto di un rigoglio di vita ma «più tosto una vegetazione crittogama sorta:
sul | — tronco malato del soggettivismo assoluto. Più chia- I ramente è l’ultima
espressione di quel solitarismo ideologico giunto all'estremo che riduce tutto
il dramma dell’ universo © della vita a contenuto della coscienza, anzi della
mia coscienza. Sicchè il solipsista, pur vivendo quella vita che egli af- ferma
in tutto e per tutto opera sua, sente stretta x A, Pastore, IL galipsiemo. 1 Il
solipsismo come in cappa di piombo la sua stessa libertà ; quindi vive, o
meglio si vive, libera vittima di sè medesimo senza conforto. I Visioni opposte
vengono suggerite dal realismo. ) | Lo scopo della filosofia realistica
tradizionale è ed Mi è sempre stato quello di aprire e spiegare al pen- \
satore un doppio orizzonte: il mondo esterno e il mondo interno. Il solipsismo
per contro, radical- i mente impregnato d’idealismo soggettivistico asso- di
luto, non esita a considerare questa dualità come M un semplice segno di
superficie, il puro colore lo- cale dell’ illusione. Niente di esteriore,
niente di oggettivo, niente neppure di extrasoggettivo nel solipsismo. Tale la
dottrina, tali gli uomini, sui quali sa- rebbe superfluo fermarci. I filosofi
di questa scuola sono per l’ordinario melanconici, rimorchiati dal-
l’introspezione fino all’algofilia. Il demone inoltre dello scetticismo svaria
continuamente nelle loro analisi e li tortura fra gli arabeschi del sogno.
Tutti gli esseri, tutte le cose, tutti i fatti della cosidetta realtà non sono
che prodotti e contenuti di coscienza del mio solo ipse (questo è il solip-
sismo); però servono allo scopo del mio ipse e hanno tanto sviluppo, quanto ne
consente la tesi: nascono cioè come creature vive e come positive realtà, e
muoiono fantasmi. Così di loro non resta che il sogno, se resta, e finchè
sopravive il de- siderio di ricordare. Ma appunto nel voler brusca- mente
disfarsi d’ogni passato pare che consista la massima smania produttiva della
coscienza pel solipsista, quasi a dire il desiderio di sopprimere ed. = see
Lall' PRE EE ET alici Prefazione 3 la vita per viverla più intensamente
nell’atto. Non che gli manchi l’imaginazione; ma vuol così, perchè se non si
stringe addosso i soli panni del hic et nunc, 1’ ombra del dubbio realistico
prima può projettarsi nella sua coscienza, e quindi im- porsi
antisolipsisticamente. In breve è la logica del sentimento che si vendica della
tirannia del- l’intelletto, è il romanticismo filosofico che ro- manticizza
anche l’analisi e la ragione. Cosa certa, malgrado gli sforzi contrari di tanti
ingegni, il romanticismo è ancora una speranza per molti anche in filosofia; e,
sia comunque, la coscienza romantica è una specie di io multiplo forse
inevidente per la sua diffusa presenza. La consapevolezza di questa multanimità
d’aspi- razione che è insieme il tormento e l’idolo e il demone di molti di
noi, in mezzo a tanta gente che ha fretta di vivere nonchè di pensare, in mezzo
a tante apocrife smorfie filosofiche provo- cate dalla smania di attuarsi
secondo lo spirito dei tempi, non può non rendere indulgente la nostra critica
circa l’opera altrui; ma nello stesso tempo è necessario che la nostra critica
si eser- citi inflessibilmente sopra l’opera nostra. Da ciò risulta questo
problema: come sfuggire dai meandri del soggettivismo ? Ma prima di tutto: chi
suscita la questione cri- tica sulla validità del solipsismo ? Non è certamente
l’opinione volgare, perchè a prima giunta sembra impossibile dubitare del mondo
esterno e l’anti-solipsismo empirico si ferma a questo punto. Il solipsismo
Pure l’ansia critica insiste: — Tutte le cose reali del mondo esterno donde
vengono esse ? posso io parlare di realtà che non sia l'oggetto del mio
pensiero ? e perchè dunque la realtà tutta quanta non si risolverebbe in un
pro- dotto del nudo pensiero? Posso io superare la sfera della mia soggettività
? Certo nell’esperienza totale io posso distinguere un aspetto oggettivo da un
soggettivo. Ma perchè non potrei considerare tutta la realtà oggettiva come una
projezione della mia attuale esperienza ? Questa considerazione non di- venta
forse inevitabile se io penso che su certi casi è necessario nonchè possibile
ridurre 1’ og- getto al soggetto, mentre l’inverso è impossibile? Ebbene, sì,
meditiamo sopra queste vaste oscu- rità. Superata la prima ingenua prospettiva
del- l’esperienza comune, non appena appare chiaro non soltanto che la verità è
in noi, ma che gli oggetti esterni non sono possibili, quali sono per noi,
senza il nostro pensiero, la bevanda lunare del solipsismo dà alla testa.
L’errore inebria. Aste- nersene istintivamente è bene, sapersene liberare
criticamente è meglio. Ecco dunque una prima giustificazione generica di questo
lavoro. Il punto di vista del più ingenuo realismo che è famigliare all’ uomo
volgare è la espressione d’un grado di pensiero non più degno di credito che il
soggettivismo solipsistico, benchè questo pretenda di dimostrare la sua
necessità fondandosi sulle premesse più navigate dello scet- ticismo. Sono
visioni eccentriche che non hanno ancora trasportato il giudizio teorico e
pratico, Prefazione 15 voglio dire il senso e il valore della conoscenza e
della realtà nel puro pensiero. Ma altri scopi importantissimi sospingono.
Ordinariamente nella critica filosofica professio- nale il solipsismo si
presenta come una rovinosa caduta nei precipizi dell’irrazionalismo e dell’amo-
ralismo, e la critica avversa ne addita la fosca prospettiva come voragine da
cui la ragione s’ina- bissa ogni qualvolta una dottrina filosofica unila-
terale accenni ad isolare il soggetto dall’oggetto, , il pensiero dall’azione,
l’esigenza teoretica dalla i pratica, insistendo sulla precedenza causale del I
soggetto. Pare, a prima giunta, una questione al | tutto facile e tale da
liquidarsi in poche dichia- ji razioni esaurienti da chi voglia evitare di
baloc- è carsi con vane parole. Ma, ridotta l'elaborazione filosofica al puro e
ordinato sviluppo d’ un prin- i cipio fino alle ultime conseguenze e posta la
ne- | po cessità di scegliere per la propria filosofia un prin- i” i cipio
fondamentale, chi non vede manifesto e con- | tinuo il pericolo di prendere un
bagliore ingan- natore per la luce della ragione? Non è inoltre da credere che
il solipsismo sia una dottrina tanto facile e trasparente per tutti e tutta in
bell’ordine | schierata per la comodità della scelta e dell’ ap- ° prezzamento.
Nel 1906 Raffaele Trojano scriveva: «il solipsismo non ha trovato sinora
nessuna ela- borazione davvero radicale spinta alle ultime con- X seguenze »
(1). Veramente, lasciando da parte le I di” (1) Trosano, Le basi dell'umanismo,
II, n, 4-3. Cfr, inoltre dello stesso: I? solipsismo. Il solipsismo audacie di
Max Stirner, di Séren Kierkegaard e di Federico Nietzsche che non avevano ai
suoi occhi oltrepassato l’aspetto d’un tritume superficiale in- coerente ed
inconseguente, egli intendeva soltanto contestare la deducibilità del
solipsismo metafi- sico e morale dalle premesse del solipsismo gno- seologico
che gli parevano inconfutabili. Quindi la mancata elaborazione davvero radicale
del sol- ipsismo metafisico gli doveva parere quasi una prova
dell’impossibilità teoretica della tesi. Tuttavia 1’ orientamento solipsistico,
lasciando per ora impregiudicata la questione della distin- guibilità della
gnoseologia dalla metafisica, ha omai tutta una storia le cui remote propaggini
non sa- rebbe possibile distaccare dal quel generale moto del pensiero moderno
procedente dal cartesianismo di Malebranche al semidealismo empirico di Ber-
keley, che molti considerano capostipite del solip- sismo. Quindi da Kant e
sopratutto da Fichte prende corpo e vigore quella corrente di idee che, alimen-
tata più o meno direttamente da importanti con- fluenti, quali: l’ idealismo
della sinistra hegeliana, l’empirismo immediato, l’empirio-criticismo, il psi-
cologismo, l’ immanentismo, il positivismo asso- luto, il fenomenismo critico,
e infine l’ idealismo attuale che è un soggettivismo assoluto, trovò re-
centemente in Italia il suo sigillo in Sceptica di Adolfo Levi (1), opera piena
di coraggio, di sin- cerità e di sodezza che conferisce al suo autore il (1) A.
LEVI, Sceptica, Torino, Paravia, 1921. [Quest'opera sarà citata nel seguito
colla sigla: S.]. Prefazione 7 diritto di collocarsi fra i più rigorosi
sistematori del solipsismo. Tutta una sottile e insidiosa ra- maglia
d'interessi collega infine il solipsismo, come stato d’animo filosofico, ai
problemi dell’arte e della morale che vibrano nella coscienza con- temporanea.
Non pare che giovi meglio alla for- tuna del nostro pensiero discutere
criticamente questa tesi che acconsentire senz'altro all'opinione altrui ? i
Quantunque io sia convinto che il solipsismo rappresenta uno sforzo filosofico
costante e sincero, credo di dover prendere una posizione di battaglia contro
di esso, perchè sento che pel suo esaltato solitarismo va esercitando un
fascino pericoloso sulla gioventù e minaccia di produrre una specie di
malattia. Non sarà ora inutile precisare alcuni punti ge- nerali che aiuteranno
l'impianto successivo della discussione. Come ho già detto, nel 1906 il Trojano
denun- ciava la mancanza d’ una coerente deduzione del solipsismo metafisico
dal gnoseologico. Da tre anni oramai, cioè dalla pubblicazione di Sceptica del
Levi, la situazione teoretica del solipsismo ha mutato faccia in Italia. Esso
afferma che la sua metafisica, rinchiusa nella sfera del mio io pen- sante si
deduce con tutto rigore dal presupposto fondamentale della conoscenza. Orbene è
proprio questa deduzione solipsistica che io mi propongo di criticare qui,
notando parecchie difficoltà che s'incontrano da un punto di vista teoretico
appa- rentemente analogo ma in realtà opposto, dal punto Il solipsismo di vista
cioè che considera l’universo medesimo nella sua totalità come pensiero. E
questo nell’in- tento di chiarire e di approfondire l’attinenza che corre fra
il conoscere e l’essere che è il problema fondamentale della filosofia
teoretica. Ma in che consiste poi questo pensiero o pensare ? Forse, in quella
seconda forma dell’attività conoscitiva che si oppone al sentire e costituisce
l’operazione di- scorsiva fondamentale della Logica come scienza particolare ?
Minimamente. Il pensiero a cui alludo qui è un pensiero non ordinario, in certo
senso mistico e catartico, perchè esige il distacco dalla conoscenza comune,
una volontà adiafora alle lusinghe della vita empirica, una ragione superiore
alle specia- lità delle arti delle scienze e delle religioni e in- fine una
purificazione di criterio gnoseologico e metafisico tale che, per esso, il
principio ideali- stico affermante la sovrana realtà del mondo ideale si
risolva nell’espressione assiomatica del più lo- gico realismo. Chiamo puro
(xatapé<) il pensiero elevato a tal grado di purezza. Ho sostenuto questo
punto di vista nel mio libro Il pensiero puro, che rimase oscurissimo. Però
francamente, non potrei ripetere quello che disse Schelling nella Prefazione
della sua Darstellung: «se ci sono stati lettori e critici che ciò non hanno
notato, o ai quali queste dichiarazioni non lasciarono intravedere la mia vera
opinione, non è colpa mia...». Credo invece di dover attribuire la maggior
parte del successo poco edificante di quell’ opera all’ oscurità dello stile.
In occasione della mia ultima opera: 17 pro- CRC] RIE N PRTETIPO Atri © den =
tei ia Prefazione ; 9 blema della causalità, mi sono studiato d’essere Ù più
chiaro; ciò che da qualche parte fu effettiva- | mente riconosciuto. Ma il mio
punto di vista non è mutato. Ora il passaggio al problema del solipsismo è
naturale. Invero, per ben concepire tutta la realtà - | come pensiero è d’ uopo
provare che il pensiero | pensato come identico a tutta la realtà: a) non può
essere pensato come atto soggettivo, le b) nè considerato come un soggetto
pensante T personale qualsivoglia sia pure trascendentale, c) nè tanto meno
identificato col mio io. I Quest'ultima concezione del reale, implicante la | ì
riduzione di tutti gli esseri apparentemente diversi i da me a contenuto della
mia esperienza personale, di: è la tesi del solipsismo. Chiunque concepisca la
realtà come pensiero nè personale nè impersonale è di necessità condotto a
staccarsi da ogni soggettivismo, quindi dal sol- ipsismo che è la forma estrema
del soggettivismo ha teoretico. Tale è la mia situazione anteriore alla ‘pubblicazione
di Sceptica, opera a cui farò con- Vi tinuo riferimento, per la perspicuità
riassuntiva È della critica e per la coerenza dell’elaborazione. d - Non
pretendo però di confutare il solipsismo. f Mi propongo soltanto di esporre le
ragioni per le | quali io non posso accettarlo, pur sostenendo il principio
dell’idealità del reale per cui si afferma che la realtà tutta è pensiero (s.
u.), ma avendo come punto di partenza e d’arrivo il subobjettivo, non il
soggettivo. L’approfondimento teoretico di questo punto costituisce il mio
scopo speculativo. Il solipsismo Io non cesserò mai d’insistere sulla necessità
che gli studi di filosofia teoretica siano accurata- mente distinti da quelli
di storia della filosofia, di etica e di pedagogia, considerata pure dall'alto
l’unità indissolubile della filosofia. Giacchè, anche nell’unità degli studi
filosofici, la filosofia teoretica è la sola disciplina dai principi, dai
metodi, dai | fini più costruttivi, più euristici, più probativi; sola nella
critica, sola al mondo a combattere ogni equivoco, ogni errore, ogni attentato
alla ragione sostenendo apertamente l’unico culto della ve- rità per la verità,
in nome di quella libertà di pensiero a cui si associano da tutti i secoli le
nostre più feconde rivoluzioni ideali e i nostri destini. Si sparge ora la voce
che la distinzione della filosofia teoretica dalla storia della filosofia è
moda vecchia e sopratutto antifilosofica. Il solo titolo ambito dal teoretico
che scrive queste parole in presenza di tanti avversari vorrebbe essere la coe-
renza e la fermezza nel sostenere le sue idee teo- retiche che omai formano un
sistema. Quindi è che anche le questioni discusse in questa analisi, ommessa
l'indagine storica, ver- sano tutte in materia di teorie della conoscenza e di
metafisica, benchè si rifrangano in un prisma di rappresentazioni e di
sentimenti che colora il monologo d’un introspettivo. Nei pochi tratti che si
riferiscono alla questione dell’arte e della cri- tica d’arte e alla questione
morale non dico cosa che oltrepassi la teoretica. Nè già intendo preve- nire il
giudizio della critica. Il mio intento spe- Prefazione 1 culativo, lo ripeto,
fu questo solo: fare l’autopsia d’una crisi filosofica. Un’altra osservazione
devo aggiungere. Non ho intrapreso quest’esame critico per meditare davanti
all'opinione pubblica. Certo sarei lieto che qualche serio lettore potesse
servirsi della mia modesta esperienza per vedere un po’ più chiaro dentro di
sè, e modificare più criticamente lo sviluppo o l’espressione del suo pensiero.
Ma un sincero esame della mia personale coscienza teoretica da- vanti al
problema del solipsismo, questo princi- palmente fu il mio motivo. Se poi m°
inquieto, come il lettore vedrà, delle objezioni che sono state già proposte e
ventilate nella storia del pen- siero, è perchè malgrado quello che ho potuto
co- noscere al riguardo — certi serupoli rimangono dentro di me; ed io sono
sempre stato ben più di- sposto a sopportare filosoficamente le ostilità dei
miei avversari che il supplizio di pensare in di- saccordo col mio pensiero.
L'importante adunque per me è di proseguire la caccia di tutti i dubbi, le
incertezze e i pericoli teoretici che potrebbero ancora avvalorare la causa
dello scetticismo. La situazione scettica, con le sue diffuse rami- ficazioni
m’ ha sempre interessato e m’ interessa profondamente anche perchè vedo che i
suoi fau- tori la vivono con violento ardore. E, sempre quando m’è dato
d’avvertire o anche solo di sor- prendere il fascino che una dottrina qualunque
esercita sopra lo spirito d’un pensatore, non solo sento il desiderio fervoroso
di giungere anch’io a provarlo, ma provo, come diceva di Winckelmann Il
solipsismo Walter Pater, «il senso penoso di qualche cosa perduta da
riconquistare ». Cotesta profonda pulsazione di vita filosofica tro- vata
nell’opera del Levi ha in me accresciuto il desiderio di visitare la patria
solitaria del solip- sismo per trovarmi a contatto d’ una mentalità sempre
vibrante, malgrado il profondo sconforto della visione scettica e
allucinatoria. In fondo m'interessa il fine meccanismo del pen- siero, non
certo i risultati teoretici sui quali resto scettico io stesso. Sul terreno
della teoria della conoscenza il sol- ipsismo ha attaccato la scienza in quanto
è ricerca e prova di verità e su queste basi ha costruito la sua metafisica. Io
inizio il contrattacco cercando di demolire le sue premesse scettiche, quindi
espongo tutta un’altra concezione della verità, nonchè della vita. Nell’ esame
della dottrina solipsistica mi sono generalmente guardato di mescolare la
critica al- l’esposizione, volendo rendere leale e impersonale omaggio a
pensatori eminenti. Nella critica invece troppe volte, forse, non ho potuto
frenare l’accento di una crudele sincerità. Vi sarà chi, mosso da zelo
inopportuno, preten- derà protestare contro questa vivacità eccessiva ? Ma io
devo dirlo: sarà tutto fiato sprecato, perchè niuno potrà mai indurmi ad essere
meno severo contro di me. Io parlo così, perchè il solipsismo ha minacciato di
essere, per breve tempo della mia vita interiore, la mia malattia. Fortunata-
mente ho potuto curarmi e guarire. Dunque non Prefazione 13 è paja troppo forte
quell’ accento a cui deliberata- mente ricorro affinchè i giovani imparino dal
mio torbido esempio a fare miglior senno. Io ho stu- diato me medesimo. E sono
venuto non tanto a riportare il messaggio d’una filosofia ieri creduta morta
(perchè ancora ligia alla vecchia concezione intellettualistica) oggi invece
risorgente per incre- mento di meditazione teoretica e di sensibilità, raf-
finata nell’ elaborazione dei problemi dell’ arte e della critica d’ arte,
quanto l’ intima storia d’ un pensiero nelle sue relazioni colla vita e colla
realtà. Nel soliloquio raccolto d’un filosofo, per quanto desideroso di
adoperare anche la critica come un mezzo per scrivere in poesia, ogni
abbellimento di quel che vorrebbe essere una mina filosofica per far saltare in
aria le vecchie fortificazioni della filosofia tradizionale, sarebbe un
assurdo. Non bi- sogna blandire il solipsismo se siamo convinti che in buona fede
difende tutto ciò che è malsano, se fa l’avvocato del nulla o considera il
mondo come ‘ una polluzione della soggettività. Se più vivo, e più penso, e più
mi penso e meno mi riesce di spremere tutta la realtà nell’ unica realtà del
mio io, meno debbo violentare tutta la conoscenza colla mia sola conoscenza,
meno riesco a comprendere come l’anima moderna possa nu- trirsi di un tale
orgasmo di solitudine in cui la parusia del mio io a me stesso riassorba e con-
sumi tutto il mondo esteriore nella sua fiamma. La feroce irritazione del
solitario solipsista, sempre oscillante fra la negazione completa d’ogni verità
- n Pi Se pg "#4 ide rin is L= rn Il solipsismo e d’ogni valore e la
svalutazione parziale della ve- rità col salvataggio illogico della morale, è
la triste condizione di un’anima priva d’ogni effusione di umanità o colpita da
emiplegia della conoscenza. Non mancherebbe il crepuscolo a scendere sulla
nostra cultura il giorno in cui il solipsismo riu- scisse ad estendere la sua
concezione della vita in tutti gli spiriti. Adunque: abbandonare il solipsismo.
Gran parte della nostra salute filosofica è a questo prezzo. Per questa salute
io sento di dover avere ogni audacia. Per questo proposito si rinvigorisce lo
stile, bi- sognoso di fissare alcuni punti d’ intensità donde si propaghino le
onde della vita. Non meno importante è il significato che può assumere l'esame
critico del solipsismo, traspor- tata di peso la questione nei campi dell’arte
e della vita morale. Giacchè lo stato d’animo solip- sistico è quanto mai
vicino a quel famoso « stato d’ animo lirico» che l’ artista, secondo 1’
estetica erociana, dovrebbe esprimere senza riferimento al- cuno alla
materialità, all’esteriorità, al piacere, al dolore, alle sensazioni, ai
concetti, alla tecnica, la quale pure agli occhi dei più perspicaci artisti ha
il più evidente carattere della spiritualità. L’espres- sione solipsistica in
arte è un processo che risponde quasi in tutto all’espressione crociana, perchè
(ec- cettuata la considerazione degli altri soggetti finiti per cui la
Filosofia dello spirito è risolutamente antisolipsista) l’espressione crociana
è esclusiva- mente soggettiva e dall’interno, senza addentellato colla generale
disciplina degli organi e dei mezzi Prefazione 15 ti d’impressione, di traduzione
e di attuazione pra- tica, senza riguardo alle conquiste di metodo ac- quisite
progressivamente dai predecessori (1). Su questo punto il Thovez nell’Aggiunta
alla 2* edi- zione della sua opera: /l pastore, il gregge e la zampogna, a
parer mio, aveva ben ragione di ri- cordare «... una cosa, una cosa che i
critici este- tici non sanno, ma che ogni artista operante sa: ed è che
l’espressione artistica ha una base in- crollabile di riferimento: la natura ».
E tredici anni fa gli antithoveziani si affollavano ancora a propinare al
rovente critico un’infusione di Filosofia dello spirito, per soccorrere alla
sua fralezza ...idealistica; e la loro pelosa carità non mancava di far
sorridere il colto pubblico. Ma quante situazioni si capovolsero in questi novis-
simi anni? Oramai chi sa l’idealismo sì da idea- lizzare anche la natura può
accettare tutto 1’ am- monimento thoveziano senza neanche curarsi di deridere i
suoi derisori, alleati senza volerlo ai solipsisti. E quest’accettazione, si
noti, può farsi tanto dal- l’artista quanto dal filosofo. Il primo caso è evi-
) dente. Che la realtà esteriore abbia o non abbia natura ideale, questo poco
importa all’artista che vive coscenziosamente la sua tecnica, e per cui la
nettezza dell’espressione rivelatrice del tocco, del colpo d’ occhio, dell’
audizione penetrante, della frase esatta dell’operaio, è tutto. L'architetto,
lo (1) Cfr., per questi ultimi rilievi, Tnovez, Il pastore, il gregge e la
zampogna, 1920, III, pagg. 352-360. 16 : Il solipsismo scultore, il pittore, il
poeta, il musico è sempre un uomo per cui il mondo sensibile esiste. Quando
anche giunga a sapere che tutta la realtà ha senso e valore ideale, il suo
spirito ‘sempre colo- rato d’ emozione, gusterà la vita con un sapore nuovo, la
sua opera forse genererà un brivido di più, se e in quanto la sua imaginazione
e la sua sensibilità saranno tenere e vibranti, delicate e raffinate al punto
da potersi rappresentare fino allo spasimo la nuova intuizione della realtà, la
nuova coscienza. Ma queste emozioni derivabili dalla co- scienza dell’ idealità
del reale, di tutto il reale, sono ancora inedite. Non si può sentenziare per
altro che siano impossibili. Insomma, fuor d’una trasfigurazione lirica del
pensiero filosofico, non v’ha arte, se anche l’artista sia filosoficamente in-
formato, ingegnoso o sottile, fermo o snodato nel- l’uso dei mezzi per suo
temperamento. Ma anche nel filosofo che abbia anima d’artista cioè che disponga
d’una fremente sensibilità con- giunta al bisogno invincibile della rappresenta-
zione, l’ accettazione della realtà della natura e dell’esistenza reale del
mondo sensibile, l’esercizio medesimo dell’astrazione, non costringono il pen-
siero a funzionare a vuoto. L’ intelligenza più per- spicace e tormentata del
logico può condurlo ad una mordente requisitoria di tutta l’enorme feno-
menologia non razionale dell’esperienza, può spin- gerlo ad una concezione così
esasperata della vita degli altri nonchè della sua da schiacciarlo sotto il
peso d’una nostalgia disperata o da generargli il disgusto della quotidiana
realtà, o altrimenti. Prefazione 17 Ma che importa questo criticamente? Perchè
la filosofia dovrebbe prodursi solo con quello stato d’animo che piace a certi
idealisti o si conforma al loro peculiare temperamento ? Lo spirito filoso-
fico spira come vuole e dove vuole. Se un filosofo si compiacesse a diseccare
il suo pensiero fino al- l’ eccesso dello spleen, non vedo come gli ferme-
rebbe la mano il suo idealismo. Se egli fosse sen- sibile ad un paesaggio, se
gli piacesse una bella forma, se giungesse perfino a riconoscere che la sua
imaginazione si esalta a certe palpitazioni del suo cuore appassionato, e di
tutto ciò fosse ca- pace di render conto criticamente, quale ironia altrui,
derivata dal possesso d’una dialettica sia pure anche idealistica ma differente
dalla sua in- tuizione estetica della vita, potrebbe confutarlo col dire che
egli non fa filosofia? Non è anche alla teoria del cuore umano che noi
teoretici dob- biamo risolutamente mirare ? Io sento una pro- fonda avversione
per tutti quei filosofi ai quali riesce insopportabile 1’ intuizione geniale
della realtà e hanno della filosofia una concezione mo- nopolizzata tascabile.
Se potessi mettere a nudo il mio cuore così come la mia mente, forse riu-
scirei a provare che il culto dell’ analisi logica come della sintesi non è che
l’ espressione della mia violenta sensibilità, e viceversa. Posto quindi il
principio dell’idealità del reale e perciò anche della tecnica, in virtù d’ un
prin- cipio non più soggettivo che oggettivo, le aspira- zioni
anti-solipsistiche di questo saggio volgono tutte a costituire anche la vita
dell’arte sopra un A. PASTORE, Il solipsismo. 2. 18 Il solipsismo interesse
subobjettivo, fecondo di risultati di bel- lezza. Ulteriori schiarimenti sarebbero
fuor di luogo in una prefazione. Qui più tosto avvertirò solo, come punto
sicuro d’approdo, che oggi quel famoso stato d’animo lirico, checchè si dica e
si scriva da alcuni, compreso lo stesso Thovez, al quale pare di dover
nuovamente ricordare « ai filo- sofi che non sono obbligati a saperlo, che lo
‘“ stato lirico ,, non basta per creare opere d’arte» (1), viene interpretato
in modo affatto diverso da quello del Croce; anche prescindendo dall’abbandono
della tesi idealistica, perchè v’ha idealismo e idealismo. Quello stato
sentimentale che il Breviario d’Este- tica pone alla radice dell’arte, quanto a
me, per esempio, non si può identificare con quel lirismo primitivo
indifferenziato (Urlyrik) che è il fondo elementare comune di tutte le
specificazioni for- mali della nostra attività, in ultima analisi non più
teoretiche che pratiche. Troppo si oblia l’unità sintetica dell’attività, se si
trascura il carattere pratico della teoria, malgrado il rapporto corret- tivo
del doppio grado fra le due forme d'attività; perchè anche chi teorizza fa, e
solo pei rètori li- rica e tecnica sono opponibili, una di fronte al- l’altra
come la natura che, secondo il Croce, è stupida di fronte all’arte. Fatte
queste dichiarazioni e queste riserve, io mi rassegno al giudizio del
solipsista, il quale in ultima analisi non potrà, non saprà mai dire altro (4)
Tnovez, Il vangelo della pittura, 1921, pag. 383. Prefazione 19 che questo: che
io non sono un contenuto della sua coscienza. E dica pure. Frattanto io penso
che avere urna filosofia anti-solipsistica sia un modo positivo per avvicinarsi
alla verità e insieme per sentire la nostra terribile distanza dall’ideale.
Perciò dichiaro che nulla quanto la filosofia può far soffrire un uomo capace
di filosofare. Cominciai la mia vita filosofica animato dalla boeziana speranza
di arrivare alla consolazione della filosofia. Ho sempre voluto seguire libera-
mente la verità o ciò che mi parve tale. E come mai sono arrivato ad una
concezione tragica della vita? Distrutto il presupposto fondamentale del
solipsismo (I), risolta la questione scettica (II), dell’uno e del molteplice
(III), dell'esperienza (IV), della verità (V), dell’errore(VI), della
coscienza(VII), della scienza (VIII), della storia (IX), dell’idealità del
reale e della realtà dell'ideale (X), dell’imma- nenza e della trascendenza
(XI), dell’arte e della critica d’arte (XII), provato infine che nous ne sommes
pas dupes (Conclusione), qual’ è la ragione prima della tristezza che circonda
l'impostazione del problema morale ? . Nel domandarlo, non faccio che ripetere
l'eco che risuona amaramente da un capo all’altro del capi- tolo XIII (La
questione morale). Qual’è la causa? Una sola: la riconosciuta leopardiana
certezza che le ingiustizie e le crudeltà senza nome che presenta la storia
dell'umanità sono una vera tra- gedia, che solo in trascurabile parte noi
sappiamo, possiamo e vogliamo alleviare. Volgendo uno ani] pa billàe ei or 20
Il solipsismo sguardo alla storia che pur è pensiero — benchè non in senso
soggettivo — io vedo, unica regola, regnare una tragica Vicenda, che risponde
al riso di Democrito e al pianto di Cristo, con eguale in- differenza. Quindi,
se riconosciuta questa cieca e indeprecabile Ventura e appassionatamente svolte
cioè mirate e vissute le atroci peripezie, dovessi passare, sotto le ali
provvidenziali dell’ottimismo o per lo meno fasciarmi d’uno spirito di serenità
o d’apatia o d’atarassia o d’alipismo, io negherei a me stesso l’inviolato
diritto che rimane ad ogni creatura d’accettare, malgrado tutto, la miseranda
vita, pur sapendo che i cieli sono sordi e muti, e di morire senza viltà
guardando direttamente in faccia il proprio destino. Invero, lasciando anche di
considerare se o meno il solipsismo possa giustificare le sue premesse
scettiche, abbia o non abbia il diritto di dedurre la sua metafisica dalla sua
gnoseologia, dimostrata più o meno teoreticamente la sua necessità, questa sola
conclusione pratica sento che sarei capace di dedurre se fossi solipsista: che
il concetto del mondo e del suo destino storico chiuso dentro il mio ipse
individuale, la sicura coscienza di essere autore per quanto involontario delle
assurdità, delle ingiustizie e delle crudeltà senza fine di questa vita di cui
non potrei sopportare la responsabi- lità, mi porterebbero inevitabilmente al
suicidio. Ma se io sento che tutto il male di questa vita non è opera mia, se
io penso con Marco Aurelio che in un mondo guidato in troppe cose dalla for-
tuna, almeno îo posso agire non a caso, sein una e ec 21 realtà senza ideali io
spero di poter realizzare al- meno in me stesso il mio ideale, considererò riu-
scita la mia vita se avrò la forza di vivere, mal- grado tutto, solo per
questo. Alle avversità della fortuna sarà sufficiente conforto poter
rispondere, ancora con Marco Aurelio: tu sei padrona del mio cadavere:
prendilo; tu non hai altro potere sopra di me. C’è bene un solipsismo
riguardoso il quale crede di salvarsi, limitandosi a dedurre la sua metafi-
sica dalle premesse scettiche della sua gnoseologia, senza decidersi a spingere
le sue ultime conse- guenze nella vita morale. Ma questo solipsismo a metà, non
men che un troppo comodo ripiego, è un vero fallimento teoretico, come ho
mostrato nel capo XIII. Dunque, malgrado il recente notevole assetto del
solipsismo gnoseologico e metafisico, avrebbe an- cora ragione il Trojano di
ripetere che finora noi manchiamo d’un solipsismo coerente fino alle ul- time
conseguenze, dalla gnoseologia alla metafi- sica alla morale. Se poi qualche
più coerente epi- gone dello Stirner pensasse di regalarci 1’ appen- dice d’una
sua morale solipsistica non mancherebbe di completare una costruzione
coerentemente as- surda da cima a fondo, cioè assurda nelle premesse scettiche,
assurda nel nerbo della prova gnoseo- logica, assurda nella deduzione metafisica,
arti- stica e morale. Ma nuovamente anche allora il solipsista, non potendo far
altro che invocare la coscienza per giustificare il senso e il valore della sua
vita e trovando appunto nel testimonio della 9 Il solipsismo sua coscienza la
negazione scettica d’ogni verità, tutta la continuazione della vita sotto 1’
aspetto dell’assurdo, della fatale autotragicità, e, se non del rimorso,
indubbiamente dell’orrore di sè, una sola ora in tutta la sua vita sospirerà,
quella in cui gli sarà possibile-far tacere per sempre la voce della sua
coscienza, l’ora della morte. CDR IDOIGRAGT EG ED I. Il presupposto
fondamentale del solipsismo. Hae omnes creaturae in totum ego sum, et praeter
me ens aliud non est, et omnia ego creata feci. L’ipotesi dogmatica che fuori di
noi esista una realtà esteriore indipendente da noi, e che la no- stra
conoscenza ne sia la rappresentazione più o meno fedele, è la più ingenua forma
di filosofia nel senso amplissimo della parola. Lo stesso Kant in metafisica
non oltrepassò la sfera del principio realistico (che la realtà percepita per
virtù della nostra funzione conoscitiva è la parvenza in noi della realtà in
sè, cioè il. fenomeno del noumeno). Solo l’idealismo trascendentale giunse a
conside- rare tutto il mondo oggettivo dell’esperienza come un prodotto del
Soggetto puro o Io puro. La riduzione senza residuo dell’Io puro di Fichte
all’affermazione del solo mio io attuale individuale empirico: ecco il
solipsismo. Il mondo esteriore (così di tutti gli esseri materiali, come di
tutti gli esseri spirituali) non è che la serie delle rappresen- tazioni
mentali che io mi produco dentro di me e mi projetto a me medesimo. Nulla
esiste fuori della 24 Il solipsismo mia esistenza personale. Solo io sono. Con
questa proposizione il solipsismo si colloca al punto estremo della linea
segnata dall’idealismo sogget- tivistico nel suo prolungamento empirico. Ciò
che taglia fuori di sè resta evidente. La filosofia me- dievale aveva per
oggetto: Dio, il mondo, l’uomo, cioè gli uomini. Sopprimete Dio, sopprimete il
mondo per farne semplici rappresentazioni men- tali, meri prodotti
dell’attività del mio pensiero, pensati e pensabili; riducete l’anima umana
cioè gli uomini al mio solo io; pensate che io sia l’u- nica realtà produttrice
e projettatrice a me mede- simo dei miei prodotti attuali di coscienza, avrete
la prima e l’ultima parola del solipsismo. Questi richiami elementarissimi
bastino per ora a inquadrare storicamente la tesi del solipsismo com’ è intesa
ai giorni nostri, cioè come concezione gnoseologica e metafisica; e a
distinguerne il senso teoretico da quello morale di Kant, che chiamava
solipsismo l’amore esclusivo di sè, l’egoismo pra- tico (1). (1) La concezione
che il Renouvier aveva del solipsismo (che egli chiamava anche semetipsismo)
era anche ben diversa da quella di Kant. «Il ne serait point contradictoire que,
malgré le puissant instinct qui nous porte a croire à l’existence d'objets hors
de nous, lesquels continueraient d’étre, alors que notre conscience serait
anéantie, tout ce que nous percevons ne fit réellement rien de plus que le mode
objectif de nos percep- tions, en corrélation aver leur mode subjectif, en
sorte que les deux modes réunis ne seraient que des affections corréla- tives
de notre conscience, Ce point de vue paradoxal est utile pour nous persuader
d’une vérité étroitement liée au principe de relativité : a savoir, que Za
conscience est la condition de la représentation de toutes les choses, et ne
peut s’assurer d’aucune indépendamment de ses propres modifications. Si cette rèéduction du monde au moi
individuel était posée dog- I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 25
Il presupposto fondamentale di tutta la cono- scenza è adunque, secondo il
solipsismo, costituito dal solo mio io pensante, dal solo mio io perso- nale; e
il suo programma filosofico, quindi, non può e non vuole essere altro che
questo: l’identi- ficazione di tutta la realtà al mio io individuale cosciente
e pensante (1), unica realtà. matiquement comme le vrai, ce serait ce qu'on a
nommé le sémetipsisme, système répugnant, quoique exempt de contra- diction n.
(Les dilemmes de la Metaphysique pure, 19041, pag. 210). Nella sua
Histoire et solution des problémes méta- physiques, svelando il solipsismo
implicito di Fichte, scriveva : «Le moi ainsi compris et le principe d’une sort
d'émanation. Devenu intelligence par le moyen du non moi qu'il s'oppose, le moi
absolu découvre dans le développement de ce non moi le mond. Comment il s’en
distingue, et comment les individus et l'’univers ne composent pas un moi
solipsiste malgré les apparences, on ne le voit pas logiquement. Il faut que 1’
homme recoure à la loi morale, pour se reconnaître des semblables et pour poser
le monde et Dieu » (pag. 357). In seguito riduce a solipsismo esplicito la tesi
di Fichte espressa nell'opera: Die Bestimmung des Menschen (Frankfurt, 4800),
ma conclude : « Ce solipsisme ne pouvant jamais étre qu’une hypothése forcée,
n’a pas la valeur métaphysique de la théorie de Berkeley, qui, reconnaissant la
force de la notion de cause externe, attribue à Dieu la production des idées »
(pag. 357). (1) Il lettore capirà
che qui si prende con molta libertà la espressione « essere cosciente »
(Bewusst-Seiîn) come sinonima di «essere pensante ». So benissimo che molti
fanno una distin- zione fra coscienza e pensiero, e che — senza una trattazione
analitica diligente — non si potrebbe giustificare la risoluzione dell’ u io
penso » cartesiano nell’ «io sono cosciente» del solip- sismo. Del pensare si
possono distinguere almeno quattro sensi : primo, il pensare in senso volgare e
comune come sinonimo di conoscere in genere o percepire; secondo, il pensare in
senso stretto (s. s.) come sinonimo di conoscere logico (cono- scenza mediata);
terzo, il pensare in senso lato (s. 1.) come sinonimo della Cogitatio
spinoziana (attributo); quarto, il pen- sare in senso universale (s. u.) come
sinonimo di tutto il reale, cioè dell’attività del soggetto in relazione
distintiva e unitiva con i cdr DAL eta I è pis.) 26 Il solipsismo 4
Concludendo, credo di poter riassumere la gno- seologia e la metafisica del
solipsismo in questo principio: f io solo penso, dunque, io solo sono,
adombrante — per l’espressione esterna — il cogîto ergo sum. Credo inutile
aggiungere maggiori schia- rimenti teorici dal punto di vista del solipsismo,
per venire subito alla critica. Sono io tenuto ad accettare il presupposto teo-
retico fondamentale del solipsismo ? E innanzi tutto, posso o anzi devo
identificare il principio solipsi- stico ora espresso col principio cartesiano
? Immediatamente vedo che la chiarezza con cui si rivela l’intuizione cartesiana
non può essere ra- gionevolmente posta in dubbio, giacchè il mio dubbio più
radicale presuppone sempre il mio pen- siero, e per fermo il mio pensare è una
realtà quand’anche fossero illusori tutti i suoi risultati. Ma che sia
egualmente chiara e immediata l’intui- zione solipsistica riferita, mediante la
quale mi dichiaro cosciente di essere io l’unico conoscente e quindi di essere
l’unica realtà, si può dubitare. Invero, se innanzi tutto prendo in esame la
prima parte del principio solipsistico: io solo penso, trovo che delle tre
idee: 1* io, 2* solo, 3* penso, l’oggetto. Ma ciò sarà approfondito a suo
tempo. (Cfr. del resto il mio Problema della causalità, II, pagg. 194-250). È
inutile ora sollevare il problema della coincidenza o meno tra coscienza,
conoscenza, esperienza, pensiero, tra cui veramente il solip- sismo tende a
sopprimere ogni differenza. I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 27
po una io riesco a pensare in modo esclusivamente soggettivo, cioè senza
riferimento a qualcosa d’altro. Giò, in generale, mi par che derivi dal fatto
stesso della loro pensabilità, perchè se qualcuna di esse fosse irrelativa,
evidentemente non sarebbe pen- sabile. Ma, in particolare, direi che dipende
dall’ufficio proprio di ciascuna di queste idee, che pare il seguente: 1°
L’ufficio dell’idea dell’io è di guidare alla affermazione di quell’unità
relativamente fissa di concentrazione che è correlativa al non-io sempre
variabile, e senza la cui antitesi la tesi dell'io non avrebbe senso nè valore;
perchè il senso e il va- lore dell'una è appunto di essere la condizione
necessaria di riferimento dell’altra. La relatività . della conoscenza come
condizione della pensabilità ci è data dalla natura stessa della conoscenza
(1). Se poi io mi ostinassi a chiamar io o soggetto la unità sintetica del
soggetto conoscente e dell’og- getto conosciuto (qualunque sia questo oggetto),
cioè l’unità dell’attualità dei due termini della re- lazione, in primo luogo
non potrei farlo senza la presupposizione analitica e sempre reciproca del-
l’io, soggetto conoscente (termine riferente) e del non-io, oggetto conosciuto
(termine riferito); in secondo luogo, mi accorgerei di non avere ancora prove
sufficienti per affermare la riduzione d’ogni altro conoscente alla conoscenza
dell’io. Ma poichè queste due ragioni non si possono dire chiare e generalmente
accolte dalle menti dei filosofi, occorre un maggiore schiarimento. Il Gen- (1)
Cfr. P. d. c., II, ur, Capo 1°, e Nuovi orizzonti della filosofia teoretica in
relazione alla teoria della relatività. pù 28 11 solipsismo tile, che chiama Io
l’autocoscienza, cioè l’objetti- vazione di sè a sè, del soggetto al soggetto e
quindi deduce il suo soggettivismo, ha, in questo, perfet- tamente ragione. Se
è il soggetto che si objetti- vizza siamo in pieno e puro soggettivismo. Se ab-
biamo una tale situazione dell’io in cui e per cui l’io è insieme soggetto e
oggetto, noi abbiamo il diritto anzi il dovere di chiamar io questa ‘unità e
medesimezza di due termini che si differenziano solo nel processo
autocosciente. Ma l’objettivazione del soggetto al soggetto non è già
l’objettivazione d’ogni oggetto pensabile, per quanto — dato il principio della
relatività e quello dell’attività pro- duttiva del soggetto — non si possa
negare una vera e propria soggettivazione anche nell’objetti- vazione d’ogni
oggetto pensabile. Bisogna dunque dissociare due atti che si confondono sempre
erro- neamente insieme, cioè l'atto del soggetto che objettivizza sè a sè
(auto-oggettivazione del sog- getto, autocoscienza), e l’atto per cui ogni
oggetto viene ad essere soggettivamente quello che è, cioè l’atto del soggetto
che objettivizza l’altro (sogget- tivazione dell’oggetto). Il soggettivismo
fondato sul primo atto ha un senso relativo chiarissimo. Il soggettivismo
fondato sul secondo ha pure un senso relativo chiarissimo, ma ben diverso dal
primo. Da entrambi poi differisce radicalmente il soggettivismo assoluto, il
quale afferma che ogni oggetto è integralmente soggettivo; e dunque su che si
fonda? Sopra un’ ipotesi. ì Il soggettivismo assoluto è stato oggetto di molte
discussioni; ma il suo difetto principale è proprio questo: che, nel
pronunciare il giudizio della sog- gettivazione universale, invece di tener
presente la differenza enorme tra l’oggettivazione del sog- I. - Il presupposto
fondamentale del solipsismo 29 trascura, anzi vi si passa sopra. Ora non si
vede perchè si debba fare così, anzi si può provare che così non si deve fare,
perchè è assurdo fare senza ; residuo l’identificazione del differente. Non basta
| entrare dentro allo stesso atto di chi si pensa, e (notato che qui c’è il
soggetto e l'oggetto insieme, l’io posizione di sè come altro da sè, soggetto
in quanto oggetto, una e medesima attività creatrice, il soggetto che si fa
trasparente a sè stesso) spin- gersi a extrapolare: dunque tutto è soggetto che
si objettivizza. Come si prova che l’io pensato (nel caso dell’autocoscienza) è
il pensato in ogni altro caso, cioè tutto il pensato? tutto il pensabile? Per
approfondire questa questione, pensiamo un î } . | getto a sè, e la
soggettivazione dell’oggetto la si soggetto empirico qualunque, prima nell’atto
di pensare un oggetto empirico qualunque, poi nel: l’atto di pensare sè stesso.
Nei due atti successivi A il soggetto empirico resta relativamente sempre lo |
stesso, l’oggetto invece muta; e nel secondo atto | (autocoscienza empirica)
precisamente avviene la objettivazione del soggetto, mentre il primo atto
(eterocoscienza) non è affatto la soggettivazione dell’oggetto. La teoria che
ammettesse senz'altro la identificazione pratica di questi due atti mene- rebbe
empiricamente all’assurdo perchè renderebbe la vita impossibile. Ciò vuol dire
che l’objettiva- } zione di sè a sè, almeno nel campo empirico dove è pure
possibile una certa forma pratica così d’au- N tocoscienza come
d’eterocoscienza, non oltrepassa b la sfera della soggettività. L’autocoscienza
empi- rica resta un processo affatto soggettivo, non com- promettente per nulla
la natura .dell’oggetto em- pirico, che resta differente così da quel soggetto
finito che può oggettivarsi, come da quell’oggetto RETTA a PI TR E NS I le , |
h } . f ea rit de Ln ATA AA LA atta Lesina e _ . Hi i 30 Il solipsismo finito
(che è poi ancora il sè) in cui quel soggetto può oggettivarsi a sè stesso.
Ora, data pure, ma non concessa, la realtà dell’Io trascendentale, e distinti i
due casi: dell’Io trascendentale che pensa sè stesso e dell’Io trascendentale
che pensa pro- duttivamente la realtà empirica (cioè tanto il suo io soggetto
finito, quanto il suo non-io oggetto fi- nito), ancora non si vede come il
primo caso (la objettivazione di Sè a Sè, l’Autocoscienza, l'Io) si
identificherebbe senza rèsiduo col secondo, che non può affatto considerarsi
come la soggettiva- zione dell’oggetto, appunto perchè è l’objettivazione del
soggetto. Neanche qui l’Io pensato e pensabile (nell’auto- coscienza) è tutto
il pensato nè tutto il pensabile. In fondo adunque si vede che l’unità
sintetica del soggetto conoscente e dell’oggetto conosciuto, cioè l’unità
dell'attualità dei due termini della relazione non è solo l’io come
l’objettivazione di sè a sè, ma è assai di più. Il soggetto è produttore; sì,
ma non può non produrre. L’oggetto è prodotto; sì, ma non può non esser
prodotto. È questo dover essere così di S come di O che è superiore ad
entrambi, senza essere sopra di essi un fertium quid. Da questo punto di vista,
in questo senso si capisce che in certo modo l’S resta quasi passivizzato come
l’O, e l’O attivizzato come l’ S, cioè traluce il concetto dell’attività
dell’oggetto. L’attività del soggetto objettivantesi nell’auto- coscienza è
correlativa all’attività dell’oggetto che si sviluppa secondo la sua intima
natura. L’atti- vità del soggetto in relazione unitiva e distintiva con
l’attività dell’oggetto costituisce l’unità della attualità dei due termini
essenziali dell’atto unico I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 31
dell’universa realtà, nè oggettivabile, nè soggetti- vabile, senza essere un
tertium quid (Cfr. Capo X, L’idealità del reale). Ma ora non è il caso d’insistere
su ciò. Piuttosto è il caso di estendere socialmente il campo della
riflessione, cioè di intendere che, quanto io sono forzato a prendere notizia
di me, soggetto conoscente, con quella evidenza della quale nessun’altra è
maggiore, tanto analogamente sono forzato a prender notizia di altri come sog-
getti conoscenti. La varietà dei soggetti empirici individuali non mi è meno
sicura dell’objettiva- mento di me a me stesso, benchè l’io sia unità
relativamente fissa e il non-io varietà sempre mu- tabile; perchè è un dato
dialettico della mia co- scienza che io non posso negare senza distruggere la
mia coscienza stessa. Nulla è più evidente, solipsisticamente parlando, a me
che il mio io. Io dico io, e il mio io mi è sommamente evidente. Ma perchè? Perchè
io, di- cendo io, mi distinguo dal resto; cioè, prendendo notizia di me, sono
in pari tempo forzato a pren- dere notizia di oggetti differenti da me (siano
pure prodotti da me) e di altri io conoscenti (analoga- mente). La varietà
degli altri individui, nel primo stadio dell’esperienza, non mi è meno sicura
della mia individuale unità. Se mi provo a distruggere gli altri, le coscienze
altrui, sento progressivamente distruggersi me stesso, la coscienza mia. Io non
mi capisco se non capisco l’altro e gli altri, non mi unifico se non mi
distinguo, non mi soggetti- vizzo se non oggettivizzo, non potrei oggettivare
me se non potessi oggettivare gli altri. Concludendo, il principio, il mezzo e
il fine del- l’idea dell’io hanno senso e valore solo relativa- mente all’idea
dell’altro e degli altri. Il soggetti- AT 32 Il solipsismo ss __ T°C
_orrr———————————————@ varsi implica l’oggettivare. Ma l’objettivazione di sè a
sè non si identifica con la soggettivazione universale, perchè l’oggettivare è
doppio: d’auto- coscienza e d’eterocoscienza. Neanche nella fantasia posso
pensare il mio io come abolizione completa del non io. A Di qui il primo
carattere arbitrario anzi fallace dell’interpretazione irrelativistica dell’ io
secondo il solipsismo. 9° L'ufficio dell'idea del «solo» è di guidare
all'affermazione d’un limite atto ad includere al- cunchè ad esclusione di
qualche cosa d’altro, cioè a realizzare l'operazione dell’andar oltre il limite
stesso; perchè tale appunto è la forza bilaterale del limite. Due importanti
considerazioni si devono fare a questo riguardo. 1 In primo luogo, il
riconoscimento del « solo » è un prodotto di riflessione avanzata, di una
elabora- zione critica che non può assurgere al suo grado di chiarezza senza
presumere un periodo di co- scienza più intimo e più immediato in cui l’espe-
rienza si presenta con aspetto di maggior solida- rietà fra i suoi termini.
Questa considerazione mi sembra di grande importanza, perchè toglie al sol-
ipsismo la sua pretesa base di immediatezza pre- critica. In secondo luogo,
come il limite è da un lato l’espressione del finito, ma dall’altro dell’in-
definito; così il «solo» ut sîc è ciò che si afferma in sè a distinzione
dell’altro, ma insieme ciò che, si riferisce all’altro. Quando io dico: solo
questo, dico anche implicitamente: quello, cioè l’altro, che è al di là di
questo. Non posso intendere il «solo» senza la sua relazione finita col resto.
Af- fermando la presenza del « solo », riconosco la pre- ati MARU ve” I. - Il
presupposto fondamentale del solipsismo 33 senza dell’altro relativamente
indeterminato, non assolutamente assente. Concludendo, l’idea del «solo» ha
senso e va- lore soltanto relativamente all’idea dell’altro. Il solitario sta
lontano dalla compagnia. Di qui il secondo carattere arbitrario anzi fal- lace
dell’ interpretazione irrelativistica del « solo », che è cardinale al
solipsismo. 8° L'ufficio dell'idea del « penso » è di guidare all’affermazione
d’un atto giudicativo (forma vivente d’una funzione attiva) per cui io metto me
stesso in relazione distintiva e unitiva con un termine qualunque, compreso me
stesso. Da ciò il senso correlativo dei prefissi sub e ob, in soggetto e og-
getto. Non è possibile pensare senza pensare alcun che, il quale così resta un
pensato (1). Quando Car- tesio dice cogito egli non può non voler dire ego
cogito aliquid. Non potrei fare alcuna stima d’un pensiero che ripudiasse la
relatività del pensiero. Pensare un pensiero irrelativo è librarsi nel vuoto;
peggio, è pensare ciò che non si può assolutamente pensare. Concludendo, l’idea
del « penso » ha senso e va- lore solo relativamente al pensiero d'un oggetto
distinto e pur unito al soggetto, come il pesare ha solo senso e valore
rispetto al pesato e al pe- (4) Si noti che il pensiero di alcunchè
assolutamente cioè irrelativamente fuori del pensiero non è un pensiero,
giacchè contradice alle condizioni di possibilità del pensiero rnedesimo. Molto
acutamente osserva il Botti: «In ogni caso, non può presupporsi una cosa fuori
del pensiero; un non pensiero ; bensì piuttosto una cosa, che, non potendo
eccedere il pen- siero, è un pensiero del pensiero, cioè pensiero ». (BOTTI,
Trascendentalismo e solipsismo, Milano, 1923, pag. 114). A, PASTORE, Il
solipsismo. 3. par” Tr ira ne = BOS 34 Il solipsismo sabile. L'uomo nella sua
funzione vivente sogget- tiva e oggettiva, questo è il cogito di Cartesio. Di
qui il terzo carattere arbitrario, anzi fallace, della interpretazione
irrelativistica del penso se- condo il solipsismo. Se ora esamino la ‘seconda
parte del principio solipsistico riferito : io solo sono, (restringengo l’esame
al concetto del « sono », perchè gli altri due sono stati esauriti
precedentemente) anzitutto devo riconoscere che l’affermazione com- plessiva: —
io sono l’unica realtà — non è la sem- plice e immediata constatazione del
fatto primitivo e fondamentale dell’essere nonchè dell’esistenza del mio io
cosciente (1), come mi è dato indubitabil- mente dal principio cartesiano.
Infatti, se io trovo immediatamente certa la mia esistenza, non, mi è
immediatamente possibile dubitare dell’esistenza degli altri esseri coscienti o
no che mi circondano. Prima di giungere a tale ipotesi solipsistica, io (1) Qui
non si tiene ancora distinta considerazione dell’es- sere dall’esistere, perchè
appunto nell’esperienza immediata del cogito questa distinzione non si fa. Ma
nell’esperienza me- diata si fa, e vuole essere qui ricordata, Sulla questione:
An essentia distinguatur ab existentia et (si distinguatur) an sit aliquid
diversum ab idea, et (si aliquid diversum ab idea) an habeat aliquod esse extra
intellectum, cfr. Spinoza, Eth., p. 196. Il risultato di quest'analisi
stabilisce che quattro sono i termini per cui si designano quattro forme
diverse dell’essere (consi- derata come l’idea più generale, quindi indefinibile):
l'essere in essenza, l'essere in idea, l'essere in potenza, l'essere in
esistenza. Queste però si riducono a una cioè all’essenza. Invero: l’idea non è
che l’essenza manifestata a un intelletto, la po- tenza non è che l’essenza
prima della produzione delle cose, l'esistenza non è che l’essenza dopo la
produzione delle cose. Ù tt) Ò É I. - Il presupposto fondamentale del
solipsismo 35 devo (com'è facile avvertire) lottare contro la forza
dell’intuizione, che mi presenta — col senso del- l'immediata certezza —
l’esistenza di altre realtà alle quali continuamente mi riferisco. Ciò prova
che la proposizione solipsistica non è il frutto di una semplice e immediata
constatazione della mia esperienza. In generale trovo che l’idea espressa dal
verbo «sono» non mi dà alcun diritto di escludere dal- l’esistenza altre
possibili realtà, per quanto forti siano gli argomenti coi quali i solipsisti
si inge- gnano di asserire che io solo esisto. Iù particolare trovo che il
passaggio dalla pro- posizione di Descartes a quella del solipsismo non solo
m’inspira la più viva ripugnanza (il che po- trebbe essere solo il segno d’un
temperamento pratico bisognoso d’una certezza morale la quale perderebbe ogni
senso e valore se gli altri soggetti relativamente ai quali io ho fede in un
ideale da realizzare, non fossero vere e proprie realtà esi- stenti), ma mi
pare veramente assurdo e contra- dittorio al principio cartesiano. Infatti, la
certezza (cartesiana) della mia esistenza come coscienza per me non sarebbe
tale se non si risolvesse ipso facto nella certezza dell’esistenza di altri
esseri da me relativamente indipendenti nel senso che io posso pensarli o no.
Per chi riconosca che la proposizione io penso, significa 70 penso alcunchè e
che questo quid ogget- tivo può essere d’infinite specie (risolvendosi poi in
tutta la realtà pensabile compresa la mia) è ingiu- stificato il credere che il
principio cartesiano non implichi la reale dualità dell’esistenza dell’io e del
non-io. A TL Vi Lar do e e "1" ni e -e meli at ù Il solipsismo La
certezza della realtà del soggetto e dell’og- getto è una sola ed identica nel
principio carte- siano; ciascuno dei due termini dell'atto conosci- tivo, l’io
e il non-io vi partecipa immediatamente. Quindi il passaggio da Cartesio al
solipsismo non solo mi inspira ripugnanza (questione di tempe- ramento), ma mi
pare assurdo e anticartesiano. Se io considero bene il senso e la portata del
cogito ergo sum, il risultato innegabile mi pare questo. Dell’essere della mia
coscienza come tale, cioè sia come pensante, sia come pensato-pensante
alcunchè, io ho certezza immediata e intuitiva. Ma, dunque, l’affermazione
della mia coscienza è | nient'altro che l’affermazione dell’essere (qualunque ‘
esso sia: io o non-io, stare o divenire) di cui sono | cosciente. Quindi
l’essere del mio non-io pensato, non è meno un fatto indubitabile dell’essere
del | mio io pensante un pensato (1). Il dualismo di (1) L’esponente di questa
situazione è per altro assai più complesso di quanto non paja, perchè ci sono,
in certo modo, due esseri impliciti nell’affermazione del cogito cartesiano :
primo, l’essere di me soggetto pensante; secondo, l’essere dell'oggetto
pensato. Passando da me soggetto pensante ad ogni altro soggetto pensante, è
chiaro che tanto il pensante (S) quanto il pensato (0) sono, cioè sono essere.
Però si domanda se basti prender atto che il pensante è [essere] per stabilire
che ogni affermazione di pensiero è insieme affermazione di essere e ogni
affermazione di soggetto è insieme affermazione di oggetto. Il soggetto è così
essere come pensiero, secondo che io lo con- sidero. Io sono tanto S quanto O.,
Ora questa è precisamente la mia idea, e per me nessuna idea è più certa di
questa, E per questo sostengo, in parziale accordo col KiiLPE (Das Ich und die
Ausswelt, Philos. Stud. VII, 3), che qualsiasi fatto è tenuto per soggettivo o
per oggettivo, soltanto sotto il dominio di certi criteri empirici, cioè avuto
riguardo a un certo sistema di riferimento, ma che in realtà qualsiasi fatto
non è nè l’una I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo . 37 pensare ed
essere è così evidentemente negato nel- l’affermazione del mio io, come lo è il
dualismo. di pensare e di essere nell’affermazione del mio . non-io, e non meno
infondato risulta il dualismo . di essere del mio io ed essere del mio non-io.
Questo punto è d’una gravità estrema poichè implica la decisione globale circa
la realtà interna. ed esterna senza lasciar credere che la nozione di questa
sorga solo dopo l'intuizione immediata di quella, e quindi mi libera dal
supererogatorio tor- mento di cercare e, all’uopo, d’inventare un secondo atto
per giustificare l'affermazione dell’esistenza d’un’altra realtà conosciuta
(oggettiva) oltre quella della mia realtà conoscente (soggettiva). Per me, il
vero valore di Descartes è in breve questo: assicurare l’inscindibile certezza
imme- diata dell’essere della mia coscienza e di ciò di cui sono conscio; si
risolva questo nel me o in altro o nell’essere (statico), o nel divenire (dina-
mico), o nell’esistere o nel farsi. Così non è que- stione di interpretare il
cogito come ponente solo il passaggio dal soggetto all’oggetto indipendente
esteriore (che a rigore sarebbe l’essenza del dua- lismo), ma come ponente
altresì la composizione relativa di Se di O, e la subobjettività immanente ìn
ogni termine. Descartes, inteso bene, dice: Ego cogito aliquid, ergo ego qui
cogito sum et quod ego cogito est. Tanto la presenza del soggetto pensante a sè
medesimo (cioè io) quanto la presenza all’io del- l’oggetto pensato (cioè il
non-io) sono equimodali cosa nè l’altra. Di qui si vede l'intimo nesso tra il
mio sub- objettivismo e il relativismo (Cfr. Nuovi orizzonti della filosofia
teoretica). ate Mi" Lodi Pe pn MA Dr 38 Il solipsismo n
TTuuIrIttit.@]iielleleeelleleeeeeeeeee e coeve. Se non lo fossero dovrei
ammettere che il cogito cartesiano pone l’assurdo pensiero del mio pensiero
pensante senza pensato, non meno impensabile di un pensato senza pensante. ©
L’aggiunta esplicativa dell’aliguid e del suo esse non è il frutto d’un’argomentazione
metafisica, come l’ergo non è il segno d’un’argomentazione logica. «Se io
faccio astrazione da tutto ciò di cui il mio io è conscio, commenta lucidamente
il Marti- netti, ossia dal contenuto objettivo della mia co- scienza, scompare
anche il mio io individuale : tolta la coscienza dei miei singoli pensieri è
tolto anche l’io che in me pensa » (1). Concludendo, l’idea del «sono» ha senso
e va- lore solo congiuntamente a tutto il complesso reale della coscienza, cioè
sotto il duplice senso e valore dell’esse del soggetto e dell’oggetto che la
medesima evidenza intuitiva mi prèsenta con eguale diritto. Questa è la pietra
angolare di tutta la speculazione gnoseontologica. L’esclusivo esse dell’
io-soggetto è un’astrazione vuota non rivelata dall’esperienza cartesiana nella
sua purezza immediata. Di qui il quarto ed ultimo carattere arbitrario, anzi
fallace, dell’interpretazione soggettivistica del «sono» secondo il solipsismo.
Terminato così l'esame delle due parti del prin- cipio fondamentale del
solipsismo, e riassumendo, trovo che la mia ragione rifiuta come assurdi tutti
gli argomenti con cui io dovrei convincermi col solipsismo tanto di essere io
l’unico conoscente, quanto di essere io l’unica realtà. Io mi sono con- vinto
che quando parlo di conoscenza mi riferisco (4) MARTINETTI, op. cit., 126. I. -
Il presupposto fondamentale del solipsismo 39 necessariamente tanto al pensante
quanto al pen- sato che io ulteriormente distinguo nelle due sfere degli esseri
materiali e spirituali. Se io pensando non pensassi un pensato cesserei così di
pensare come di essere, cioè di essere un pensante. Per appagare l’esigenza
cartesiana del mio pensiero, devo ascoltare tutte e due le parti, non una sola.
Torna dunque inutile tutta la dovizia di sotti- gliezze gnoseologiche e
metafisiche a cui potrei ricorrere sulle tracce del solipsista per dimostrarmi
- l’impossibilità di uscire dalla sfera della mia sog- gettività, giacchè io
sento con imprescindibile cer- tezza che il concetto stesso dell’oggetto è
intima- mente legato a quello del soggetto. Indarno potrebbe replicare il
solipsista che non gli è d’uopo di più di quest’intimo nesso per avere causa
vinta, perchè l’intimo legame del soggetto coll’oggetto è appunto la prova che
questo non è fuori di quello, cioè dipende da quello, essendo l'oggetto un
prodotto e il soggetto il produttore, l'oggetto un fatto formato e il soggetto
l’attività formatrice dello spirito per eccellenza. Non eredo che nell’atto
conoscitivo le cose stiano precisa- Imente così (1); tuttavia lo concedo di buon
grado in via di discussione. (1) Cfr. Cap. X, La questione dell’idealità del
reale. Ficure nell’Introduzione alla vita beata (Lez. III) fa l’os- servazione
seguente: «la coscienza interiore abbraccia il senso esterno, giacchè noi
abbiamo coscienza dell’atto di vedere, di intendere, di subire; mentre invece
non intendiamo, non ve- diamo, non sentiamo la coscienza, e perciò essa occupa
già il posto più alto nel fatto fornitoci dall’osservazione. Quindi chi esamini
profondamente le cose, troverà più naturale conside- rare la coscienza come la
causa principale e il senso esterno Il solipsismo Ma che vale, se anche
l’effetto (benchè sia dipen- dente dalla causa anzi appunto per questo) è ciò
che fa causa la causa? La questione non cade già sul modo della produzione
effettiva dell’oggetto dal soggetto nè sulla dipendenza di quello da questo, ma
sulla effettiva realtà del duplice aspetto del- l’atto conoscitivo; e se sotto
il primo aspetto posso dire, sino a un certo punto, che l'oggetto è pro- dotto
del soggetto, onde per necessità dev’esserci una ragione di dipendenza di
quello da questo; come l’effetto e l’accidente, cioè esplicare, controllare,
con- fermare colla coscienza il senso esterno che fare l'opposto ».
Quest'osservazione è sempre parsa ai Soggettivisti decisiva, ma non lo è.
Infatti, è ben vero che io ho la coscienza di vedere, di toccare, di gustare,
di pensare, ecc., un oggetto; mentre non vedo, non tocco, non gusto, non peso,
ecc., la mia coscienza. Ma in primo luogo anche se non ci fosse l’oggetto sentito,
cioè la sua produzione (lasciando impregiudicata la questione della sua
origine) la mia sola coscienza (anche se fosse possibile) non mi farebbe
vedere, nè toccare, nè gustare, nè pesare, ecc. al- cunchè. ‘Quindi, se da una
parte confermo il senso esterno } colla coscienza, dall'altra confermo la
coscienza col senso esterno. Porre adunque un rapporto di causa e di effetto
tra | coscienza e senso esterno è un arbitrio senza fondamento. . E ad ogni
modo bisogna notare che anche se gli oggetti esterni fossero nostre creazioni,
se queste creazioni non si realizzas- sero, la nostra coscienza non potrebbe nè
esplicarle, nè con- trollarle, nè confermarle in modo alcuno. In secondo luogo
(rifacendo a ritroso il procedimento di Fichte) come potremmo dimenticare il
dato d'osservazione ammesso dallo stesso Fichte che, se noi sentiamo gli
oggetti esteriori, nel medesimo tempo abbiamo coscienza di essi e del nostro
sentire ? Ma se non pos- siamo avere il senso esterno senza avere la coscienza
interiore con-che diritto affermeremmo l'inclusione di quello dentro di questa
? Se i due atti non sono separabili non è gratuito affer- mare che l’uno è
essenziale, l’altro accidentale? Concludendo, appare che l'essenziale è la
produzione dell’oggetto pel sog- getto e al soggetto e il riconoscimento
dell’equivalenza cono- scitiva e reale d’entrambi i termini e gli atti in
relazione. I. - Il presupposto fondamentale del solipsismo 41 PS a ne RIA sotto
il secondo rispetto, però, devo dire che la reale dualità dell’io e del non io
(malgrado la re- lativa accennata dipendenza) è un dato di certezza primitiva,
costante e concreta. L’impossibilità di uscire dalla sfera della mia
soggettività, ad ogni patto riaffermata dal solipsista, non è una prova e non è
neanche un giuoco di parole; è la pura e semplice ripetizione della ipotesi da
provare. Nè l’asserire che io posso parlare di realtà solo in quanto è
l’oggetto del mio pensiero e che in esso la realtà tutta quanta viene a
risolversi (S., 176) giova punto a far procedere d’un passo il solipsismo verso
la dimostrazione della sua tesi. Invero, rispetto al primo tratto (della realtà
come oggetto del mio pensiero) per l’antisolipsista tutta quanta la realtà che
conosco e posso conoscere, appartiene a quel mondo di cui posso parlare in
quanto è l’oggetto del mio pensiero. Se così non fosse, tal realtà per me
sarebbe come se non esi- stesse punto. E anche rispetto al secondo tratto
(della risoluzione della realtà nel mio pensiero), l’asserzione solipsistica
non prova nulla, perchè bisogna distinguere. Che tutta la realtà venga a
risolversi nel pensiero (in s.1., anzi universale), non sono io quello per
fermo che voglia negarlo, giacchè si tratta d’una teoria che ho sostenuto a
lungo nelle mie opere, segnatamente nella mia ultima sul Problema della
causalità in cui già com- batto la tesi del solipsismo (1), e che riprenderò
ampiamente tra poco al Capo X. Ma la risoluzione di tutta la realtà nel mio
pen- siero (s. s.) nel senso solipsistico è tutt’altra cosa. {Per essa la
realtà tutta intera di cui posso par- (4) Vol. II, Sezione II, Capo 1, Il
pensiero reale. 42 Il solipsismo b; . LI . . . Ulare in quanto è l'oggetto del
mio pensiero, di- è venta una mera projezione del mio pensiero cioè un mio
prodotto mentale, non meno vano e chi- ‘merito che quello dei miei sogni. Ora
siamo sempre lì: non è solo perchè io la trovo irrazio- nale, questa
supposizione, che la respingo, ma perchè resta una supposizione gratuita,
perchè il solipsista dopo averla formulata tenta tutte le vie, fa tutti gli
sforzi imaginabili per dimostrarla con argomenti positivi; ma invano, La
situazione critica è così manifesta che niun solipsista ragionevole ardirebbe
dissimularla. O si concede che sia una prova del solipsismo l’asse- rire che
tutta la realtà oggettiva è sempre espres- sione della mia attività personale,
che ogni reale è un semplice contenuto della mia coscienza, che io devo
ammettere l’impossibilità di oltrepassare la sfera della mia soggettività, e
allora ogni di- scussione diventa inutile. Ma un tale linguaggio è ignoto al
filosofo, cioè allo spirito autocosciente che vuole ragionare e non chiudersi
nel ridotto mistagogico del dogmatismo. O non si concede: e allora si sente la
necessità della prova, e dove questa mancasse, apparirebbe , il senso e il
valore chimerico di tutto il solipsismo. Devo dunque indagare se gli altri
argomenti del solipsismo in favore della sua tesi siano o no tutti della stessa
risma. rr rr le c6 ORIO TETTE Il. La questione scettica. Saxificae videas
infelix ora Medusao. Ma un grave dubbio m’incalza. Io ho criticato il principio
del solipsismo in ordine all’ atto fonda- mentale del conoscere e dell’essere e
l’ho trovato impotente a fornire una prova razionale in suo fa- vore. Ma perchè
io rimprovero al solipsismo l’in- capacità di fornirmi una prova razionale?
L’am- missione d’una tesi filosofica è forse legata a tale condizione? Forse
che una prova razionale qua- lunque è mai possibile, nonchè doverosa, in
qualsiasi campo della conoscenza? E se invece ogni processo gnoseologico anche
il più criticamente pretensioso fosse sempre viziato da un atto non critico
(non razionale) pregiudiziale? Se così fosse, da un lato io non avrei il
diritto di pretendere dal solipsista scettico una prova più probabile di
quell’atto dog- matico pregiudiziale che sarebbe il presupposto di ogni atto di
conoscenza, dall’altro il solipsista non avrebbe il dovere di oltrepassare coi
suoi argomenti i limiti d'un puro e semplice atto dogmatico pre- giudiziale.
Ora tale è appunto la pretesa del solip- 44 Il solipsismo sismo a base
scettica, il quale in generale afferma che ogni atto di conoscenza implica già
in sè un atto gratuito di fede nella validità della conoscenza medesima, che
nessuna ragione riesce criticamente a giustificare. La questione cambia dunque
di fronte; enorme- mente s’allarga e si approfondisce; diventa senza altro la
questione della validità della conoscenza. Ed io devo appunto vedere in
particolare con qual dialettica io potrei, d'accordo col solipsista scettico,
stimar provato che l’affermazione della validità della conoscenza, di quella
conoscenza che appunto ci serve a ragionare è e dev'essere da tutti i critici
gnoseologi accettata senza prova. Qui la causa del solipsismo intimamente si
collega, anzi si identi- fica con quella dello scetticismo, che si può pro-
spettare così. Quando gli scettici polemizzano sul problema della validità
della conoscenza (che è il problema gnoseologico in s. s.) sono sempre convinti
d’aver messo definitivamente in sodo questo punto d’im- portanza capitale che,
se non si vuole rimanere nell’incertezza rispetto al problema del conoscere,
occorre compiere un atto di fede nella validità e nell’efficacia del pensiero
(S., 4). In altri termini, se il pensiero non fa inizialmente un atto di fede
non può mai esser giudicato degno di fede; se non vogliamo subito all’inizio
della ricerca gnoseolo- gica perder la fede nella validità del pensiero dob-
biamo compiere un atto di fede, cioè aver fede nella validità del pensiero. Ma
quest’atto di fede, essendo iniziale e ingiustificato, non avendo alcun
fondamento razionale, lascia affacciare sin dal- l’inizio il dubbio che lo
stesso pensiero sia difet- toso, coll’aggravante massimo che il pensiero stesso
II.- La questione scettica non ci permette di eliminare questo dubbio, perchè è
sempre col pensiero che deve giudicarsi il pen- siero. Siamo quindi nella
dolorosa condizione di non poter evitare lo scetticismo (S., 5). Questo è il
primo orizzonte dello scetticismo. E il solipsista scettico vi si rifugia
dolorosamente (S., 5), cioè non già nella tranquilla convinzione d’aver messo
il suo principio in tuto, come una casa sotto la protezione del più sicuro
parafulmine, ma nella tetra certezza che nulla garantisce la sicurezza della
conoscenza. Riassumendo: per procedere oltre nella ricerca sulla validità della
conoscenza, occorre già presupporre quella validità del cono- scere che è
l’oggetto della ricerca medesima; quindi nessuna conoscenza è fornita di
certezza assoluta e indiscutibile, su qualunque affermazione può projettarsi
l’ombra del dubbio (S., 15). Ecco il pre- supposto che vizia tutta la dottrina
e la critica della conoscenza. Ecco il fondamento dello scetticismo. Alla
stregua di questi criteri sembrerebbe oziosa ogni ulteriore disputa sopra la
validità della cono- scenza. Pure, rimanendomi qualche incertezza sul
significato di aleune parole donde pare che dipenda tutto l'impianto della
questione, non mi sento dis- obligato da un’indagine ulteriore, atta a liberare
la mia mente da ogni equivoco. Anzitutto, due sono le basi principali su cui lo
scetticismo cerca di erigere il suo edificio. L'atto di conoscenza e l’atto di
fede. Il processo critico ulteriore invece è semplicissimo: mostrare che il
primo non si può attuare senza il secondo. (Fu- sione dell’atto di conoscenza
con l’atto di fede). Questa la sua chiave di volta. Ora, non potrebbero i due
atti essere di natura affatto diversa e perciò incomparabili rispetto a un 46
Il solipsismo solo criterio cioè rispetto al criterio della validità della
conoscenza? Eccomi guidato ad un primo esame che tanto lo scetticismo in genere
quanto il solipsismo scettico lasciano completamenteda parte. Inoltre, la
necessità che il pensiero debba stu- diarsi e giudicarsi col pensiero,
necessità che gli antiscettici non hanno mai sognato di ignorare nonchè di
negare, perchè sarebbe un chiuder gli occhi a quanto v’ha di più evidente nella
critica della conoscenza, non pare che possa forzare lo spirito alla
conclusione madornale dello scetticismo. Altra questione che sarebbe
imperdonabile non ap- profondire. Tracciato così il piano della disputa non
resta che da mettere alle strette ogni argo- mento cominciando dalla
considerazione della prima base dell’edificio scettico che è l’atto di
conoscenza. I. L'atto di conoscenza. — Per quanto siano discordi le opinioni
dei filosofi intorno alla natura di quest’atto, nessuno vorrà negare che la
cono- scenza ha gradi. Il solipsismo nemmeno, perchè vuole rifarsi alla forma
della prima e immediata conoscenza. Per conto mio — ripetendo cose note (1) —
questi gradi sono tre: esperienza, scienza (s. s.) e filosofia. Ma ora non è
necessario optare per una classificazione speciale delle conoscenze. Basta
rife- rirsi a quel grado che, comunque inteso, si vorrà porre per primo e
accordargli quel tanto di sapere che è necessario e sufficiente
all’affermazione, del notissimo principio cartesiano (cogito ergo sum). Per
amore di brevità e per mantenere alla ricerca il carat- tere d’ un’inchiesta
intima senza pregiudizi dottri- nali, non mi fermerò neanche ad indicare come e
perchè l’unità del sistema conoscitivo risponda a (1) Cfr. P. d. e., II, 1,
capo 2°. Renata è tn ini È de e) 1 A ina ali bile ade Tt ct certe Li e * à rt)
| = : ». ui ties e xa puri i, #1) è i ITALA II.- La questione scettica 47 certe
condizioni, si compia con certi mezzi e si esprima con certe forme. Lascio
anche qui impre- giudicata la questione, perchè a nessuno cadrà mai in mente di
negare che una conoscenza qualunque senza certe condizioni, certi mezzi, certe
forme sia possibile. Rispettato tutto ciò che mette a nudo l’organamento
teoretico della conoscenza in gene- rale, non ad altro risultato si perviene in
qualsiasi atto conoscitivo di primo grado che a questo: la sicurezza vitale
dell’assenso. Assenso semplice e reale voglio dire (non assenso complesso),
assenso semplice, frutto di intuizione immediata e incondi- zionata per la
coscienza del soggetto conoscente, benchè implicitamente conforme alle
condizioni, ai mezzi, alle forme fondamentali di ogni atto. Grande è il divario
tra l’assenso vitale semplice e il com- plesso. La sicurezza del primo è
apparente e in- tuitiva ma non ha bisogno d’essere dimostrata, la sicurezza del
secondo è inapparente e discorsiva, quindi ha sempre bisogno di dimostrazione.
Non bisogna confondere le due cose, Con questa distinzione si pone un problema
di psicologia e di logica della massima importanza, che poi si risolve nel
problema della distinzione fra conoscenza immediata (che alcuni dicono
senz'altro coscienza) e conoscenza mediata (che alcuni dicono senz'altro
conoscenza). La prima ha tutto il carattere d’un’enunciazione prettamente
concreta diretta e sempre innegabile, la seconda d’un’inferenza astrattamente
riflessiva, suscettibile di negazione. Colla prima il soggetto conoscente ha la
virtù di poter affermare irrecusabilmente a Sè stesso sè stesso (cioè a dire la
reale esistenza della propria attività o l’atto della propria reale esistenza),
come tutte l’altre forme di attività coi tte sa 48 Il solipsismo loro effetti e
scambievoli rapporti, senza che diret- tamente, cioè collo stesso modo, a noi
consti che niuna di queste possa fare altrettanto. Colla se- conda il soggetto
conoscente può discorrere i pro- dotti suoi, indurre e dedurre più o meno
logica- mente, e indagare altresì più o meno bene le con- dizioni, i mezzi e le
forme costanti del proprio operare. Qui una proprietà estremamente notevole
richiede d’essere posta in viva luce, benchè sia risaputa da tutti i dogmatici,
scettici e critici, ed è che, con questa forma di conoscenza, lo spirito è così
vital- mente certo della propria reale esistenza che, anche se volesse
divertirsi a dubitarsi o a negarsi, non riuscirebbe che a riaffermarsi
innegabilmente, con- fermandosi colla realtà innegabile del proprio atto di
dubbio o di negazione. (Lo spirito in tale situa- zione si trova in quello che
Hume direbbe uno stato forte di coscienza). Dubbi e questioni potranno sorgere
e quindi giustamente ventilarsi circa l’uso ulteriore diquest’atto vitale di
conoscenza, ma quel che bisogna stabilire come risultato inconcusso che potrà
essere preso anche come punto di partenza per ulteriori ricerche, è l’unità
elementarmente re- lativa di quest’atto di conoscenza con cui il sog- getto fa
a sè stesso l’affermazione dell’ esistenza della propria realtà. Mi è
giocoforza ammettere che qui per me, soggetto conoscente, atto di conoscenza e
atto di affermazione della mia realtà si riducono ad uno, con quell’evidenza
irresistibile che è propria della condizione stessa della mia conoscibilità. Su
questa mia affermazione altri potrà dubitare a suo talento; ma essa per me è
fornita della maggiore certezza e in nessuna maniera io vedo come io possa
projettarle sopra l’ombra del dubbio. L’ope- A Ù x = ea A 1, IIT.- La questione
scettica 49 e_—_r—————t__—.r——_——_—_—— e—o—*e«r«/« re razione poi con cui io
conoscente mi affermo esi- stente è della massima semplicità (in questo senso
l'ho chiamata elementare), e non ho punto bisogno. di ricorrere a ipotesi
prodigiose per potermene render conto. i Ciò premesso, ritorno all’argomento
critico dello scetticismo fondente l’atto di conoscenza con l’atto di fede e
immediatamente comprendo che la verità su questo punto non è come pare allo
scetticismo, perchè non si trova traccia d’atto di fede, nè tanto meno d’una
fusione dei due atti di fede e di cono- scenza. Ciò che trovo fondentesi
nell’unità elemen- tarmente relativa dell’atto di conoscenza imme- diata
(coscienza) con cui il soggetto afferma vital- mente a sè stesso la propria
realtà è l’atto affermativo del proprio conoscere immediato cioè della propria coscienza
con l'atto affermativo del proprio essere immediatamente conoscente, del
«proprio atto o cosciente; e niente altro. Per vedervi un atto di fede bisogna
aver le tra- veggole, o volerlo vedere (1). La coscienza della mia reale
esistenza affermantesi come reale esi- stenza della mia coscienza si attua
dentro di me con la naturalità d’ogni altra funzione organica della mia vita.
Quel che si dice del vivere con- viene a un tal conoscere (il proprio essere)
nel senso che, perchè questo conoscere sia, non fa (1) Uno dei primi urti alla
teoria della conoscenza per l’in- troduzione dell’atto di fede fu certamente
dato da D. Hume colla sua teoria della credenza (belief), caratterizzata da
quel sentimento (sentiment or feeling) difficile a definire che accom- pagna
gli stati forti della coscienza (Ricerche sull’intelletto umano, V). Sarebbe
utile studiare la storia critica dell'atto di fede implicato nell’atto di
conoscenza da D. Hume al Renouvier e dal Renouvier ai giorni nostri. A.
PASTORE, Il solipsismo 4. 50 Il solipsismo d’uopo che di essere questo
conoscente. La sua realtà (d’un tal conoscere cioè d’un tal essere) è la realtà
dell’atto e del fatto stesso della vita del pensiero. Senza quest’affermazione
del mio essere (sum) io come conoscente (cogito) non sono. Come per vivere e
quindi compiere spontaneamente tutte le funzioni del viver mio non ho bisogno
di com- piere il minimo atto di fede, così per conoscere; salvo che si voglia
escludere l’attività del cono- scere e insieme la conoscenza del proprio atto dal
novero di quelle funzioni che sono costitutive della mia vita; ipotesi così
assurda che non merita una parola di più. Quando, giunto al grado del pensiero
cartesiano, io affermo a me stesso la realtà dell’ essere mio, la mia
esistenza, che prova ho io di non cadere in errore? Unica prova: la mia
affermazione vitale, la mia coscienza. Prova senza logica alla mano si capisce,
prova alogica dunque, prova muta direbbe il Boine, ma sicurissima tuttavia e
immediata perchè vitale. Chi mi prova che io sono cosciente di essere
cosciente? Ma che senso posso attribuire a questa domanda? Ho forse bisogno di
ricorrere ad un secondo atto sia di conoscenza immediata o d’altro genere, sia
per render possibile il primo, sia per provarmelo in modo più certo? Per pen-
sarmi così, cioè per affermarmi essere pensante, ho forse bisogno di pensarmi,
di giudicarmi con un altro pensiero o pure di ricorrere ad un altro atto
qualunque per cerziorarmi? Ma niente affatto. Di qui posso già raccogliere che
la realtà vitale di questo atto elementare del conoscere in cui affermo colla
massima certezza la realtà così del mio conoscere come del mio essere, rovescia
di pianta tutto l’edificio dello scetticismo, perchè —_ 9 II. La questione
scettica . 51 quivi appunto io raggiungo la massima certezza conoscitiva del
mio proprio atto senza far uso del conoscere per giudicare il conoscere.
Naturale è del resto che sia così, perchè quando mai potessi 0 dovessi far uso
del conoscere per giudicare il co- noscere avrei una conoscenza mediata e non
im- mediata com'è quella che mi dà l’affermazione vi- tale del mio essere
cosciente scevra da qualsiasi atto di fede; come avviene d’ogni atto vitale.
Tuttavia, siccome nemmeno in questo caso ov’ è questione di evidenza immediata
l’evidenza non è mai troppa, così gioverà indagare se l’analisi dell’atto di
fede non conduca per avventura ad una conclusione diversa. E così passiamo alla
conside- razione critica della seconda base dell’edificio scet- tico, cioè
dell’atto di fede. IL. L'atto di fede. — Il punto preciso dove cade
l’insinuazione scettica dell’atto di fede nella cono- scenza viene ben
determinato dalla seguente avver- tenza prettamente kantiana del Renouvier a
cui si rifanno più o meno felicemente tutti gli scettici con- temporanei: «...
je dois avertir le lecteur que la critique de la connaissance se meut dans un
cercle inévitable » (Logique, I, 1), perchè « qualsiasi rap- porto io mi
accingo a spiegare, a provare; sono costretto a proporre altri rapporti che io
non ispiego, sicchè, o il progresso all’infinito, che è impossibile, o il
circolo che si chiama vizioso ». Posto ciò in Logica, egli così conclude in
Psico- logia: La certitude est done une croyance (Psyc., II, 153); la certitude
est éminemment un’assiette mo- rale (Ivi, 155) (1). (1) Così, più o meno
kantianamente avviene la chiamata in scena della credenza in generale
(Fùrwahralten), a cui gli 52 Il solipsismo Ma, lasciando per un momento la
questione del circolo vizioso, è facile mettere in luce che la ri- duzione
della certezza a credenza di humiana me- moria, ricordata dianzi, si riduce
essa stessa non a una questione di. dottrina, ma propriamente a una questione
di vocabolario; perchè tanto nel Re- nouvier quanto (anzi assai più) negli
scettici odierni, che sostituiscono senz’altro alla credenza la fede, non si
riscontra nella certezza cartesiana dell’atto conoscitivo altro che l’idea
elementarissima del- l’atto vitale del conoscere il proprio essere trave- stita
con un linguaggio che la rende irrieonosci- | bile. Infatti, distinto — come dianzi
— l'assenso immediato dal mediato, quanto al primo tutta la sua natura si
riduce all’affermazione irresistibile del proprio essere conoscente. Zaec est
illa, divina in nobis relucens veritas..., veritas quae intus lo- quitur, ete.
Quando io pensando affermo d’essere pensante non faccio alcun atto nè di
credenza nè di fede. Perchè dovrei dire che un atto morale sta alla base di
questa mia affermazione? Farei una aggiunta soverchia. L'affermazione della mia
esi- stenza pensante è così evidente alla mia coscienza come sono visibili ai
miei occhi gli oggetti illumi- nati dal sole. Tutta l’autorità dei sostenitori
del- l’assiette morale non vale certo a complicare la natura elementare
dell’atto cartesiano. Credenziare quest’atto è mettere una firma d’avallo sotto
l’evi- denza irresistibile del sole. L’affermazione viva è troppo concreta per
ridursi alla stregua d’una cere- scettici odierni preferiscono sostituire
senz'altro la fede, benchè questa secondo Kant non sia che una specie di
quella, e pre- cisamente l’espressa con giudizio assertorio, a differenza delle
sue sorelle: l’opinione (espressa con giudizio problematico) e la certezza
(espressa con giudizio apodittico). II. - La questione scettica 53 denza. Nè
per fare quest’affermazione conoscitiva validissima per me io ho bisogno di
presupporre la validità della mia stessa conoscenza proponendo rapporti
inesplicabili. Questo per la natura del- l’atto nell’assenso immediato. E se da
ultimo, sempre però in questo assenso, premessa questa natura, io voglio proseguire,
col mio processo co- noscitivo non mi muovo in circolo vizioso; giacchè, è
bensì vero che io sono costretto a partire da una prima conoscenza, e che poi
per proseguire devo usar questa per procedere alla seconda e così via; ma
dall’altra è falso che io usi la seconda per pro- vare la prima. Se parto e poi
vado dritto, non giro in tondo; e per proseguire non faccio che confor- marmi a
quel complesso di condizioni, mezzi e forme che rende possibile la conoscenza.
Questo complesso metodologico può anche esser ignorato. Se io, malgrado questa
ignoranza, procedo lo stesso più o meno bene, non sto certo a recitare un atto
di fede, tanto meno a indagare se lo reciti o no. Procedo con quella
naturalezza che è d’ogni atto di vita, e in cui sarebbe ridicolo cercare un
atto di credenza nonchè di fede. Che se anche quel com- plesso è conosciuto da
me ed io vado avanti perchè riconosco, come diceva Voltaire, che è! faut
prendre un parti, del pari non cado in circolo, perchè non faccio altro che
tener ferme le redini in mano e andar avanti senza tornare al punto di
partenza. Quanto all’assenso mediato, sono possibili due casi: o che il
conoscente proceda con piena fiducia nella validità del suo conoscere, o che
questa fi- ducia gli manchi. Ma se la fiducia gli manca è evidente che gli
mancherà anche l’atto di fede pre- teso dagli scettici. Io lascio quindi agli
scettici la briga di mettersi d’accordo su ciò che uno sfidu- 54 Il solipsismo
ciato farà. Se la fiducia invece accompagna il co- noscitore è da notare che fiducia
e conoscenza sono due operazioni d’ordine ben diverso; quindi anche se si
adoprasse la fiducia per proseguire nella co- noscenza e poi la conoscenza per
avvalorare la fiducia dove sarebbe la petizion di principio ? Ma qui lo
scettico potrebbe dire: trasportiamo pure la questione sulla fiducia, e
ommettiamo anche il caso della fiducia cieca, perchè se è tale non è
conoscenza. Parliamo di coloro che vogliono discor- rere pretendendo di avere
fiducia nella validità del conoscere. Se fin dall’inizio hanno già fiducia
nella validità del conoscere, cioè se si fidano del pen- siero senza ancora
giudiziosamente sapere se sia degno di fede o no, compiono sì o no un atto di
fiducia pregiudiziale? Oh finalmente siamo d’ac- cordo! Sì, lo compiono. Ma che
diamine abbia da fare un semplice atto pregiudiziale non giuridi- ziale (1) con
un atto veramente giuridiziale, cioè giudiziario (de jure) io non capisco; e
tanto meno capisco come si possa rinfacciare alla critica della conoscenza un
sofisma che è commesso dai suoi denegatori. Provate prima che fiducia significa
co- noscenza, poi avrete ragione di condannare. Non è forse vero che la
naturale confidenza potrebbe anch’essere mal collocata? l’aspettativa delusa ?
(1) È ovvio che quest’atto pregiudiziale che io chiamo non- giudiziale (de
iure) si lasci porre sotto l’espressione formale d’un giudizio se lo si
consideri ulteriormente in modo astratto dal punto di vista puramente logico,
come rapporto predicativo o copulativo fra concetti; ma non diventa perciò un
atto per- tinente alla pretesa di giudicare cioè pertinente al giudice che si
senta in dovere di emettere il suo giudizio (di valore) ew veritate 0 ex jure.
Fidarsi non significa ancora giudicare cono- scitivamente del valore secondo un
criterio di verità. II. - La questione scettica 55 Non mancano certo le
apparenze che pajono de- porre in favore di questo caso, e quindi rendere
sospette tutte le operazioni conoscitive eseguibili ulteriormente. E sono
‘appunto queste apparenze che oscurano tutto, cioè impediscono di vedere che
l’atto di fiducia non è atto di conoscenza. Se lo fosse, dovrebbe avere qualche
autorità per costi- Ù tuire una verità qualunque. Non è per contro una A verità
lapalissiana che, pel solo fatto d’avere o non \ avere la fiducia necessaria e sufficiente
per vivere, non possiamo dire che il pensiero sia o non sia i capace di
giustificarsi validamente? La fiducia, è C vero, può rendermi capace d’un
fortunato ardi- mento, ma non mi fa anche correre il rischio di accumulare
errori su errori? E non potrei anche sperare, quando tutto paresse fatto per
iscorag- giare ogni speranza? [dentificherò ancora la cono- f scenza con questo
paradosso della speranza? Oh °D fosse pur vero che la speranza colmasse le
lacune della conoscenza! Ma purtroppo non è così; quindi io concludo che la
veracità del processo conosci- tivo non è punto compromessa dal fatto che io,
più | o meno confidando in essa, possa o voglia mettere alla prova il mio
pensiero. Inoltre io penso che sia non solo un diritto ma uno stretto dovere sorpas-
i sare il punto morto dello scettico che s’arresta te- mendo che il suo
pensiero sia inizialmente difet- toso. Agendo così non smentisco punto il
priricipio critico della conoscenza, non faccio un hiatus senza proporzione col
risultato teoretico che mi sarà pos- sibile conseguire. Come la confidenza
reciproca è un dovere tra le persone per bene che intendono | lavorare, così la
fiducia vitale nella validità del | pensiero è una esigenza d’azione imposta
dalla virtù stessa dello spirito che vuol proseguire nel 56 Il solipsismo
cammino della conoscenza. La fiducia stessa accom- pagna ogni ritmo vitale.
Certo il vero errore sa- rebbe se, affidandomi al mio slancio pratico, mi
ostinassi a credere di tutto sapere, rifiutando di studiare le condizioni che
rendono possibile e sempre più valida la conoscenza. C'è di più. Se,
riconoscendo che la necessità pratica mi costringe a sorpassare il limite del
primo conosciuto, mi astenessi, farei meglio? Tutt'altro, l’astensione stessa è
già una decisione imposta dalla passione e quindi suscettibile della stessa
critica. Il vero è che nè l’atto di fiducia nè quello di sfiducia sono atti di
conoscenza. Quindi è insensata la confu- sione dello scetticismo. Il fatto di
dover ammet- tere un atto di affermazione così teorica come pra- tica
all’inizio del processo critico della conoscenza è un’operazione perfettamente
legittima, conforme a tutte le regole logiche di chi agisce e vuol agire
confidando di poter uscire dall’imbarazzo. Lo scet- tico che afferma di
prendere il pensiero critico in flagrante contradizione con sè stesso, e
pretende di provarlo col dire che il pensiero critico impiega un processo
anti-critico ricorrendo al presupposto dogmatico fondamentale, farebbe meglio a
cercare di spiegarsi come mai l’umanità, che non ha aspet- tato a vivere nella
conoscenza e per la conoscenza che le fosse dimostrato dagli scettici la sua
con- tradizione teoretica fondamentale, non abbia fatto fallimento. Ma egli
resterà sempre al buio di ciò, finchè si ostinerà a chiuder gli occhi di fronte
alla vera ragione, che è la seguente. Noi viviamo, noi crediamo bene o male
quel che ci pare meglio, noi conosciamo veramente e realmente, anche se lo
scetticismo ha l'ossessione di mostrarci l'assurdità della nostra conoscenza.
Questo è positivo, com’ è II. - La questione scettica ben positivo il fatto che
non v’ha nulla nella nostra più o meno libera credenza pregiudiziale pratica
che possa pregiudicare di diritto (cioè infirmare) il valore del processo
giudicativo della conoscenza. Io non vedo ancora la luce se pur credo di
poterla trovare prima di vederla cogli occhi miei. Nè smen- tisco la mia
capacità di vedere a suo tempo e luogo, nè già l’adopero, se sono ancora nel
buio. E chi mi afferma il contrario? Lo scettico. E con che prove? Ma, con
nessuna, salvo quella che gli po- trebbe provenire dalla fiducia d’essere un
conosci- tore privilegiato d’una verità che sarebbe precisa- mente la negazione
della verità e nel cui nome scomunica tutti coloro che rifiutano il suo credo.
Ma chi è dunque lo scettico? Oh io lo vedo benis- simo, lo scettico non è che
un dogmatico travestito. Circa la questione della fede nella conoscenza gli
equivoci sono legione. « Non c’è ricerca filosofica o scientifica, dice il
Gentile, nè c’è pensiero di niuna sorta senza la fede del pensiero in sè
stesso, o nel proprio valore, senza il convincimento spon- taneo e incrollabile
di pensare la verità » (1). Son pa (4) GENTILE, La riforma della dialettica
hegel., pag. 245. Però, per precisare questo pensiero si badi che non mancano
nello stesso Gentile i passi în cui, senza la minima reticenza, si afferma che
la scienza è condizionata dalla fede, e anzi che tutta la scienza è fede. Valga
per tutti il seguente tratto del ‘2° vol. del Sistema di Logica. Notato che nel
procedimento analitico delle scienze «c’è un punto di partenza e un punto
d’arrivo », «il punto d’arrivo — egli definisce — è la verità che si dimostra;
quello di partenza, la verità ultima da cui bisogna rifarsi per la
dimostrazione ». In ogni caso, chi dice dimostrazione, dice principio, limite
del processo apodittico, Di guisa che al termine del processo dimostrativo il
pensiero si ritrova tal quale come al cominciamento », ... « DondeXgli
scolastici ebbero buon giuoco a cingere la scienza, che è tutta | Li 58 Il
solipsismo parole giustissime; ma che purtroppo, mi duole dirlo, vengono
interpretate talora da alcuni non con animo di filosofo ma di casista. Oppur si
fan- tastica di non so qual fede morale o anche mistica o anche religiosa (che
non è lo stesso) col van- taggio d'uno svago di belle frasi. Ma dove, nelle
questioni filosofiche non edificano i filosofi, torna quasi vano ogni sforzo.
Certamente la parola fede nel passo soprariferito è presa in senso elastico e
traslato. Non si traita di quella fede che rifiuta ogni prova, perchè sia un
bisogno del cuore che basti a sè medesimo, e s’arroghi di tutto sapere, anche
senza il sapere, anche contro di esso. Quante volte l’uomo di questa fede crede
di poter umiliare l’incredulo schiacciando la sua ragione sotto l’au- torità
d’una così detta verità superiore, di cui solo il suo cuore è garante. Ma di
questa portentosa fede non sa che farsene il gnoseologo, per la solu- zione del
problema dello scetticismo (1). dimostrativa, di fede, che è tutta
immediatezza. Nisì credidero, dice a ragione Anselmo, non intelligam ». ... Ma
se la scienza è condizionata dalla fede, la scienza logicamente non ha modo di
distinguersene. Perchè la verità della conseguenza è la verità stessa delle
premesse: e se la prima premessa è fede, tutta la verità della dimostrazione,
da cima a fondo, è verità di fede, Tutta la scienza è fede. E chi più intende,
più crede: chi più ha fede in una scienza siffatta, più conculca la libertà
della ragione e la sottomette all’arbitrio della fede » (pagg. 159-160). È
inutile prolungare la citazione, perchè il passo di forza è fatto: a Se la
prima premessa è fede,.. tutta la scienza è fede ». Ma, se è così, che larga
prospettiva di riduzioni s’apre d'un colpo ! P. es., notando che anche la
mitologia in fatto di fede ne ha da vendere, che quindi si può dire benissimo:
tutta la mitologia è fede, si potrà tener per dimostrato (visto che ogni
dimostrazione è atto di fede) che la mitologia è scienza e vice- versa.
Analogamente, sostituendo, ecc. (1) Non si sottraggono a questa critica quelle
interpretazioni . II. - La questione scettica . Infine quest’atto di fede è
assai più, troppo assai più che quell’atto di vitale confidenza o di fiducia
che s’identifica col convincimento spontaneo di pensare sia la verità sia altro,
e meno che mai si X riduce al semplice atto pratico che accompagna e 4 sospinge
il pensiero in ogni ricerca. La fiducia teo- retica potrebbe mai diventare
antiteoretica ? E lo diventerebbe se lo spirito pretendesse di sapere oltre
l’ordine del sapere; com’ è appunto l’impresa della fede religiosa: Quod non
capîis, quod non vides animosa firmat fides, proeter rerum ordinem. - dell'atto
gnoseologico e metafisico fondamentale che escogitano un punto di vista o
mistico-teologico o puramente morale, perchè in ultima analisi presuppongono
una situazione scettica come base, cioè ricorrono apertamente o alla grazia
divina o alla rivelazione etica o ad altro espediente non teoretico. Così lo
scetticismo costituisce il loro punto di partenza, benchè non ne costituisca il
punto d’arrivo. Convengono nell’ammettere . che la conoscenza teoretica avente
per oggetto l’essere si rivela priva di quella certezza incrollabilmente salda
che lo spirito esige per non cadere nel nichilismo scettico, Differiscono solo
nel modo con cui credono di poter riparare all’impotenza del pensiero
teoretico, perchè chi chiama in soccorso una fede chi un’altra. L'esempio più
bello e originale fu dato circa mezzo secolo fa dall’Ollé-Laprune nel suo
splendido saggio De la Certitude morale. Vedi per una certa attinenza sul punto
di vista della certezza mistica : MAZZANTINI, La speranza nell’ immortalità,
Torino, Paravia, 1923, Il Mazzantini per assicurare la possibilità d’ogni
certezza dell’esprimibile e non solo la possibilità della certezza razio- nale
di qualunque processo discorsivo, ma la possibilità mede- sima del dubitare
(pag. 15), suppone la possibilità d’una certezza sui generis, che egli chiama
intuitiva o intus-razionale e mi- stica, che trascende fatalmente e
infinitamente l’espressione (cioè è certezza dell’inesprimibile), «tolta la
quale precipita 60 Il solipsismo Sarei troppo felice .se con queste analisi
sentissi d’aver tacitato tutte le objezioni dello scetticismo che si agitano
dentro di me. Altre voci veementi rimangono. Dovrei fare violenza a me stesso
se non le ascoltassi. Io credo fermamente d’aver esa- minato a fondo la
questione di quell’atto dogma- tico pregiudiziale che, secondo lo scetticismo,
sa- rebbe il presupposto ineliminabile d’ogni atto di conoscenza, mentre è solo
l’auto-affermazione car- tesiana dell’essere del proprio conoscere. Il numero
non solo ogni altra certezza ma la possibilità. medesima del dubitare». In
fondo egli alla sua intenzione mistica attribuisce tanto la certezza
dell’esistenza reale dei soggetti (pag. 16), quanto la certezza dell’esistenza
reale degli oggetti (pag. 80); reali questi « di una realtà non fenomenica, e
neppure attuale » ma aper sé. La loro realtà è realtà sostanziale (sub stans) »
(pag. 16). È qui dove si pronuncia il distacco da chi non riconosca la
necessità di inoltrarsi nel gineprajo dell’inesprimibile per assi- curare la
certezza dell’esistenza del reale sia dei soggetti sia degli oggetti. Non può
stare con lui chi ritiene che l’atto della conoscenza dell’inesprimibile è
tutt'uno con l'atto medesimo della realtà che si esprime, e sta se sta o
diviene se diviene non perchè vi sia un’altra realtà sostanziale (sub stans) o
pro- cessuosa che lo renda possibile, ma perchè essa realmente è la realtà per
sé. Tuttavia, non è d’uopo con ciò contestare la intuizione mistica in genere,
perchè da un lato si può ammettere la spostabilità dei limiti sensori,
dall’altro non trovar ragioni per negare nè la conoscibilità di realtà
straordinarie cioè pre- sentemente extraliminari o anche trascendenti, nè la
possibilità d’una guisa di vita prevalentemente non conoscitiva (che ora e qui
non si tenta neanche di chiarire nonchè di definire). In generale l’aspetto
tattico di questo fideismo intus-razionale è non solo quello di far intervenire
un postulato nuovo e gra- zioso nel sistema delle proposizioni filosofiche
primitive, ma quello inoltre di dar un senso determinato alla nozione arcana
dell'interno della ragione, che ha tanto senso quanto ne può avere la nozione
dell'interno dell’interno, II. - La questione scettica 6l degli spiriti colti e
anche aperti ai procedimenti della logica che s’è lasciato in ogni tempo
adescare da questa ipotesi è a bastanza grande perchè la critica, di tanto in
tanto, risenta il bisogno di esa- minare se la ragione debba retrocedere o
andare avanti su questo punto, come su gli altri. Ma, anche all’infuori di
questa preoccupazione che però adesso non è la mia, perchè io qui non mi
preoccupo di meditare davanti all'opinione pubblica e cerco uni- camente di
snidare tutti i dubbi e gli scrupoli che rimangono dentro di me, sento d’aver
raggiunto un punto fermo rispetto all’ interpretazione critica dell’atto
iniziale del pensiero. La fede non ha alcun impiego nell’inizio della
conoscenza, più che non ne abbia all’inizio della vita. La fatale predispo-
sizione tutta dogmatica a credere senza prove alla validità del conoscere è uno
spauracchio. Com- piendo il suo atto originale cioè realizzandosi, il pensiero
rivendica interamente i suoi naturali di- ritti, prevenendo — se mai — l’abuso
dogmatico che ne fa lo scetticista, col rimproverargli il suo stesso atto di
vita come un peccato originale. Svol- gendo il suo corso teoretico poi, nessun
atto sofi- stico o quanto meno sospetto commette il pensiero attuandosi
criticamente. Abbinare i due atti di co- noscenza e di fede anzi identificarli
fin dalla na- scita è assurdo ; distinguerli è d’uopo. Un’identi- ficazione
importantissima invece si deve fare, obliata da ogni scettico : è la fusione
dell’atto della cono- scenza, che è atto di limitazione cioè di riferimento con
l’atto medesimo della realtà la cui attualità consiste appunto nel relativarsi,
secondo quella forma di relazione subobjettiva che è caratteristica alla
sintesi produttrice di tutte le cose. Quel che sembra rimanere in favore dello
scet- ST- 62 Il solipsismo ticismo, se io mi inquieto di tutte le objezioni che
sono già state proposte e ventilate le mille volte nella storia della
filosofia, è il così detto argomento della bilancia, che per quanto non faccia
che ripe- tere sott’altra forma il vecchio arzigogolo del pen- siero che deve
giudicarsi col pensiero, non manca di fare una certa impressione. « In breve —
si dice — come non v'è modo di adoperare una bilancia per pesare sè stessa, non
si può usare il pensiero per valutare sè stesso » (S., 4). Contro un argomento
dello stesso genere ha già protestato Spinoza, adducendo giustamente da parte
sua l’argomento del martello, che in breve qui rias- sumo. Per foggiare il
ferro ci vuole un martello; ma per avere un martello bisogna che questo sia
stato foggiato con un altro e così vìa. Non si apre un regresso all’ infinito?
Basta formularsi questa do- manda per capire che l’argomento non ha neanche
l'apparenza della ragione, perchè :se l’avesse con- verrebbe supporre che
l'invenzione del martello è ancora da fare, quando non si preferisse escogitare
l'ipotesi della nascita ab ovo d'un mariello materiale perfetto! In realtà
l’umanità, avverte Spinoza, ha cominciato a lavorare il ferro e tutto con
strumenti imperfetti, e per mezzo di questi ne ha foggiato altri meno
imperfetti e così via (1). Sviluppando, per analogia, questo argomento, credo
utile aggiungere un altro rilievo. E dove mai _ s'è udito che la bilancia debba
pesare sè stessa per pesar giusto? E potrò io dimenticare quelle semplici
lezioni di fisica che mi hanno insegnato che la retti- ficazione d’una bilancia
non si ottiene punto con un’altra bilancia già rettificata, ma con l’osservanza
(1) Spinoza, De int. emend., 10. II. - La questione scettica ‘| scrupolosa di
certe condizioni di precisione, come: eguaglianza dei bracci di leva del giogo
(metro), posi- zione d’equilibrio coi piatti vuoti (livello), centro di gravità
sotto il punto di appoggio, ete.; di sensibi- lità di controllo o verifica
(inversione dei pesi, me- È todo delle doppie pesate) che furono tratte dalla
esperienza? Analogamente pertanto concluderò che la giustificazione della
conoscenza non si deduce da una conoscenza giustificata, ma che si ottiene
conformando sempre meglio la conoscenza a quel complesso di condizioni, mezzi e
forme che costi- | tuisce l’organamento normale della conoscenza, e . quindi la
rende non solo possibile ma perfettibile in ogni campo. La verità non si deduce
sempre dalla verità, ma sempre alle condizioni, coi mezzi e nelle forme onde
risulta l’unità del sistema conoscitivo. Questa conclusione è intimamente
connessa con tutto quel corpo di ragioni che la critica antiscet- tica ha con
varia fortuna opposto quasi in ogni tempo al vecchissimo argomento del
diallele, ca- vallo di ritorno per tutti i contendenti. Chi non ricorda
l’analisi ironica di Montaigne circa l’im- possibilità per la ragione di
dimostrare sè stessa? Da questa premessa gli scettici hanno sempre rica- vato
il dilemma brutale: o l’atto di fede o la dispe- razione. Non starò qui a
ripetere le tante inezie, per non dir altro, che si trovano in tutti i trattati
di Logica al capitolo della verità della conoscenza e del suo criterio,
coll’insistenza a ritorcere il diallele prendendo atto che lo scettico è in
contra- | dizione con sè, perchè combatte la ragione colla . ragione e via
dicendo. Per rovesciare il diallele bisogna prendere risolutamente un’altra via
(1). (1) Questa via è stata chiaramente additata dal BERTINI nella sua Idea
d'una filosofia della vita, Torino, 1850, pag. rx. 64 Il solipsismo È
necessario e sufficiente notare che, se lo scettico accusa la ragione di non
saper dare, di non poter dare una dimostrazione della sua veracità, è evi-
dente che egli pretende una dimostrazione vera e propria della veracità della
conoscenza. Ciò pre- messo, come e perchè potrebbe egli rifiutarsi di
comprendere che la veracità della conoscenza ha da essere una conclusione (Ths)
da dimostrare non una premessa (Hp)? Ma se è così, ogni discussione preliminare
(che lo scetticismo non manca mai di intraprendere quando attacca la questione
della conoscenza e rimprovera al critico di usare fin dal- l’inizio quello
strumento sospetto di fallacia che è la ragione medesima, presumendone la
veracità) è fuor di posto. Invero chi pretende che una con- clusione venga
dimostrata, non deve combatterla come se fosse una premessa. Se lo scettico
pre- tende una prova della veracità della conoscenza conceda la facoltà non
solo, ma la esibizione effet- tiva di questa prova. Se vuol una conclusione,
non impedisca l’uso delle premesse. Accordi la possi- bilità della dim. secondo
le esigenze normali di ogni dim. Escussa la prova, si vedrà se la vera- cità
della conoscenza risulti o non risulti provata, secondo quelle esigenze
d’ordine, d’accordo, di con- tinuo e reciproco controllo, individuale e
sociale, dei sensi e della ragione, che rendono possibile la umana conoscenza.
Giacchè il punto decisivo è pre- cisamente questo che la veracità presupposta
non è la veracità dimostrata secondo queste esigenze. Queste esigenze legali,
per dir così, che a tutto ri- gore discendono dalle premesse bastano a mostrare
che il vecchio argomento del diallele è una que- stione che lo scettico
prudente, almeno per riguardo a quella ragione cui egli fa finta di appellarsi,
non II. - La questione scettica 65 dovrebbe suscitare giammai. In questo solg
senso si può dire che l’objezione scettica si ritorce contro lo scettico stesso
e quindi che non prova nulla, \ perchè egli, che domanda una prova, non concede
LI la facoltà di provare. d Da ultimo, questa riflessione puramente teoretica
mi fa comprendere che la mia giustificazione critica della conoscenza non è
neanche un mero tentativo prammatistico di interpretare i principi del pen-
siero come postulati derivati da esigenze essenzial- mente pratiche (S., 12),
ma rimane essenzialmente teoretica, dal principio alla fine. È la conoscenza
che porta in sè stessa la sua giustificazione importando la possibilità
dell’esame critico di tutti i suoi atti, com’è la vita che porta in sè stessa
la sua certezza | e il suo controllo. Come l’affermazione del cono- scere è
inseparabilmente l’affermazione dell’essere che è l’esigenza fondamentale del
conoscere, così una critica esauriente della conoscenza non elimina il dolore
ma inaridisce la fonte dello scetticismo. Non vedo adunque in che modo dal
solipsismo, che pretende affermarsi l’unica concezione del reale derivante
necessariamente dalla esigenza fondamen- tale del conoscere (S.,191),si possa
riporrela propria giustificazione teoretica nel principio dello scetti- cismo
che è la negazione dogmatica dell’esigenza fondamentale del conoscere. V’ha
d’altronde, io lo vedo benissimo, in questo tentativo di abbinare il solipsismo
allo scetticismo, una questione di sem- plice preferenza personale che perciò
non si impone a tutti i solipsisti.e che forse non tutti i solipsisti
vorrebbero accettare. Io medesimo, per esempio, se potessi essere solipsista,
non scenderei certo nel- l'inferno della gnoseologia, per riportarne la testa
di Medusa dello scetticismo. A, PASTORF, 77 solinsiemo. 5. fofp aa)
OP Pt le 11 i Dar TR TEN OR DEN DEM DEM TER TE DE NI. La questione dell’ uno e del
molteplice. O perpetnui fiori Dell’eterna letizia che pur uno Parer mi fate
tutti i vostri odori. Par., XIX Un altro problema fondamentale che il solip-
sismo cerca di elevare come un ostacolo insupe- rabile di fronte ad ogni
concezione anti-solipsistica è quello del rapporto fra l’ uno e il molteplice:
«l’uno non può, senza contradizione, essere in sè molteplice, il molteplice non
può, in sè, essere uno» (S., 103). In questo modo l’ io resta chiuso
assolutamente in sè stesso, senza possibile uscita; nulla può oltrepassare il
campo esclusivamente soggettivo della coscienza individuale. : Ora anzitutto
mettiamo fuori di causa il con- i cetto di contradizione, affinchè non sorga
possibi- lità di malinteso, come già avvenne alla critica eleatica. In forza
del principio di contradizione di » due giudizi contradittori, se l’uno è vero,
l’altro dev’ essere faiso, perchè non possono essere veri ambedue. Ciò posto,
si vede subito che il rapporto tra l’ uno e il molteplice non è di contradizione;
” ae rifai lincàia pene SE PI vv + ae gi 68 Il solipsismo perchè qual’ è il
vero? quale il falso? La voce della coscienza, a cui mi sono promesso di con-
formarmi sempre in tutto e per tutto, mi presenta insieme casi di unità e casi
di pluralità e poco inoltre io stento ad ammettere anche col senso comune che
ogni molteplicità suppone l’unità. Di guisa che se riesco, con uno sforzo
monistico di astrazione, a ridurre il molteplice ad una par- venza illusoria,
con pari ma inversa facilità e di- ritto riesco pluralisticamente a ridurre ad
una sem- plice illusione l’uno. La giustificazione immediata e mediata dell’
uno come vero e del molteplice come falso non è più fondata dell’opposta. Ciò è
perfino ammesso esplicitamente dal solipsista il quale dice: «...la cosa, da
una parte'è un’unità (appunto perchè è una cosa) e, dall’altra, mi ap- pare una
molteplicità perchè costituita di più ter- mini». Solo che, mentre il
solipsista si vale di questa doppia presenza innegabile per domandarsi «com’è
possibile che lo stesso quid sia insieme in sè uno e molteplice ?» e per
concludere: «Ciò è contradittorio e quindi a ben pensarci, impensa- bile,
perchè se è un molteplice non può essere uno, e se è unità non può, in sè
stesso, oggettivamente, essere considerato come una molteplicità di ele- menti
» (S., 23); io invece concludo: vero segno è che l’uno e il molteplice non sono
contradittori, come non è contradittorio che un uomo sia real- mente padre e
figlio, che un concetto sia razio- nalmente insieme l’ unità d’ una
molteplicità (di note), e via dicendo. Essi sono: o contrari (nel senso che si
vedrà meglio fra poco) se vengono usati in senso diviso e applicati a due
termini se- parati, o contratti se vengono usati in senso com- posto e
applicati ad un termine solo, come nel III. - La questione dell’iino e del
molteplice 69 medio sillogistico che è maggiore del soggetto e minore del
predicato. Ma il colpo di grazia che si può dare alla falsa pretesa della
contradittorietà di rapporto tra l’uno e il molteplice deriva dalla ragione che
l’opposi- zione contradittoria non può esistere che tra due giudizi, l’ uno
affermativo, l’altro negativo; non tra concetti semplici (relativamente
semplici, s’ in- tende), nè tanto meno tra cose. Compreso ciò, la questione che
pareva disperata (S., 126), insolubile (S., 150), impensabile (S., 108) è
risolta. In generale, è il giudizio nostro che può, se- condo i vari punti di
vista suggeriti dall’interesse della conoscenza, differenziare, con crescente
spe- cificazione, nella specie piena della realtà, le pos- sibili diversità
delle note; e quindi pronunciarsi secondo le varie maniere dei rapporti dei
conte- nuti dei concetti, cioè o secondo |’ identità, o se- condo
l’opposizione, o secondo la connessione e la dipendenza. In particolare, è da
notare che l’uno e il mol- teplice sono due concetti che, per quanto opposti
contrari, non possono essere pensati l’ uno senza dell’altro (1). Ciò significa
che essi sono correla- tivi e quindi appartengono a quella forma speciale
dell’opposizione contraria che si dice reciproca e che è anche valida per
concetti compredicabili di uno stesso quid. Allora si comprende come la mente,
non solo possa, ma debba affermarli in- (1) Conosco l’uno in quanto mi rendo
pienamente consape- vole del molteplice, e viceversa. Ciò deriva dal fatto che
ognuno dei molti implica tutti gli altri e quindi l’uno; essendo l’unità niente
altro che la relatività solidale dei molti. ii 70 Il solipsismo sieme
logicamente, e come anzi se ne abbia da compiacere quando s’ accorga che la propria
esi- genza logica (imposta dalla propria orditura) è pure quella della realtà,
in quanto è intelligibile. La pretesa opposizione contradittoria adunque fra
l’uno e il molteplice è da congedare. Tanto più che, si badi, il termine
contradittorio all’uno è il non-uno (non il molteplice), il contradit- torio al
molteplice è il non-molteplice (non l’uno), e sempre che — rammentando che il
rapporto di contradizione non può passare che tra giudizi — questi concetti
contradittori (uno e non-uno, mol- teplice e non-molteplice) siano connessi con
la fal- sità e verità della cognizione, cioè esprimano il risultato dell’
affermazione e della negazione del giudizio. Queste considerazioni logiche era
necessario pre- mettere per potere stabilire con rigore un concetto
fondamentale che il solipsismo non può non re- spingere, senza annullare
quell’attività di rappre- sentazione in cui consiste tutta la virtù dell’ io
pensante, cioè il principio della moltiplicazione dell’uno, o il processo degli
atti produttivi dell’ io pensante. Dove è ovvio che il molteplice degli atti è
posto senza contradizione dall’ atto stesso dell’ uno. La molteplicità dei
pensieri non è forse il prodotto più ovvio del soggetto pen- sante che è wn
pensante perchè si moltiplica, e viceversa? Ma ciò in pari tempo chiarisce che
l’uno di cui si parla qui si riferisce non all’unione ma all’unità; perchè
quella è la mera raccolta o collezione del molteplice, e questa invece è il
principio vivo e reale dell’ atto universale del pensiero, tanto più indivisibile
quanto maggiore è l’opposizione con- sie VICI LATI II SIN VITE tiene) india)
pigna azzinnnt (} du vi alri TRAE Np, III. - La questione dell'uno e del
molteplice 71 traria ma reciproca degli elementi (1). Questo in- somma è l’atto
armonico della differenziazione, in cui la soggettività e l’oggettività, la
qualità e la quantità, la continuità e la discontinuità, la forma e la materia
sono numerosamente (musicalmente) coimmanenti (2). (1) Anzi, quanto più
incisivo è il carattere d’uno qualunque di questi concetti, tanto maggiore è la
forza irradiante che ci sospinge al concetto opposto. Tanto l’uno quanto il
multiplo si nimbano d’uno slancio drammatico che ce li fa porre come effetti
d'un pensiero protendente i suoi frutti all’avvenire. (Sul valore causativo
d'ogni effetto, cfr. P. d. c., I, 1). È così che pare di dover ammettere il
carattere tensivo d'ogni realtà sia concreta, sia astratta. Il passato (ogni
fatto, pertanto) non è mai inerte (nè tanto meno perduto), per la ragione che
il passato puro, assolutamente sconnesso dal presente, non c'è; come non c'è nè
il presente puro, nè l’avvenire puro. Concludendo, si può dire che l’uno e il
molteplice cercano incessantemente l’uno nell’altro il proprio fine. I vantaggi
teoretici di questa interpretazione sono evidenti, In primo luogo questa
dottrina fa abbandonare l'ipotesi che l'uno derivi dal molteplice, e 1’ inversa
che il molteplice derivi dall'uno. In secondo luogo non forza a credere che
nella realtà vi sia un moto convergente solo verso l’unità 0 viceversa, cioè
solo verso la molteplicità. Mio punto di vista, sostenuto anche nelle opp.
prec., è che la costituzione attiva di una unità non sia nè più vera nè più
reale che la dieresi attiva d’una molte- plicità. Come, trattando dell’ufficio
dell’ idea dell’ io, ho insistito sul dover essere così del soggetto come
dell’oggetto, così ora insisto sul dover essere tanto dell’unità quanto della
moltepli- cità; e sto fedele al pensiero profondo di Hegel che 1 il dover
essere del mondo appartiene già al suo essere. In fondo so- stengo la
coimmanenza così logica come ontologica di soggetto e oggetto, forma e materia,
qualità e quantità, unità e molte- plicità, senza monismo assoluto, senza
dualismo, senza tertium quid, (2) A questi succinti argomenti, che mi sembrano
tuttavia decisivi, aggiungo tutti quelli che si possono desumere dall’in-'
gegnosa, vasta e profonda elaborazione del Varisco, che io ri- tengo
completamente validi. È noto che il Varisco concepisce LE > Re I, SS E dA »
LA LP (ORSI A LE Gs iucizatani Po SII Viza 72 Il solipsismo Infine se è vero,
come credo col Simmel, che si possa caratterizzare .il filosofo come colui che
pos- siede un organo di reazione per la totalità dell’es- sere, e se è vero,
come ho cercato di provare, che i due modi inferiori della distinzione e
dell’unione si solidarizzano nel concetto supremo dell’ unità che è totalità in
quanto è sviluppo, due conclusioni si ricavano: la prima è che la questione
dell’uno e del molteplice tocca il suo punto di evanescenza solo in una realtà
che sia totalità vera, concreta e vivente cioè anti-solipsistica; la seconda è
che il solipsista si è in qualche modo procurato il gusto di sottrarsi,
mediante qualche narcotismo, a quella condizione che è normale ad ogni
filosofia. L’intui- zione torturata che egli ha di sè come tutto ha pre-
cisamente l’aria d’un sotterfugio narcotico d’equi- valenza. Allora dalle tre
meditazioni precedenti (I, II, III) si possono già ricavare alcuni risultati
critici di chiaro significato, cioè: la pluralità sistematica dei soggetti e
degli oggetti, l’identificazione rela- tiva dell'essere e del pensiero in senso
universale, l’unità del processo degli atti produttivi nella forma costante S r
O, la non contraditorietà fra uno e molteplice bensì l'opposizione contraria
reciproca, per cui si capisce che l’uno può essere tanto nella l'universo come
l’unità d’una molteplicità cioè come un sistema (Conosci te stesso, pag. 161)
in cui ogni elemento singolo c'è in quanto ci sono gli altri, e c’è l’unità di
tutti che è impli- cazione reciproca di relazioni. L’indissolubilità dell'uno e
del molteplice è in fondo desunta dalla ragione che l’unità del- l’essere
essendo un sistema essa è insieme uno e molteplice (ib., 131). Giustamente il
Varisco ricorda che c’è un idealismo che implica il solipsismo; e a questo
idealismo egli si oppone risolutamente. Di Î 4 , ro ny ne 59i hi aa Là, i EL. *
ij 7 Va SZ v% Rae Ji e : 4 da, \III.- La questione dell’uno e del molteplice 73
mente quanto in sè molteplice, come il molteplice può tanto in sè quanto nella
mente essere uno, senza contradizione; oltre alla possibilità così indi-
viduale come iperindividuale del sapere che non viene ostacolata ab initio
scetticamente. Resta a vedere come si possa giustificare nel senso d'un i
progresso graduale del pensiero. E sopratutto come SI questi primi elementi,
ora e qui additivamente rac- y colti, si possano armonizzare fra loro (1). Ù i»
», | ù (1) Questi argomenti fortificano la dottrina filosofica che non "
prende partito esclusivo nè pel monismo, né pel pluralismo. è Ma il dibattito
di questo problema eccede i limiti d'una con- siderazione critica del
solipsismo. IV.
La questione dell’esperienza. De l'instant seul je suis l'esclave. Respinta l’ ipotesi che solo il mio
io pensante sia il presupposto fondamentale del conoscere (I), respinto il
presupposto scettico dell’ atto di fede (II), respinto la contradittorietà fra
1’ uno e il mol- teplice (III), resta il grave compito di mostrare che le
interpretazioni solipsistiche delle conseguenti questioni della esperienza e
della scienza, della storia e della filosofia, dell’arte e della pratica non
resistono alla prova della critica. La prima che mi si presenta è la questione
del- l’esperienza (1) che il solipsismo vuol far dipen- dere dal suo proprio
fondamento e presupposto di ogni conoscenza che è il mio soggetto personale.
(1) Non è questo il luogo di discutere il valore delle tesi sostenute dalla
cosidetta filosofia dell'esperienza per opera del Mi]l, del Mach,
dell’Avenarius e del Renouvier, dello Schuppe e del Bergson. Su questi
indirizzi rimando, per più ampie notizie, ai miei studi precedenti: Il problema
della causalità, vol. I. Quivi pure si chiarisce 1’ organamento dell'esperienza,
il suo 76 Il solipsismo Applico ora questo presupposto al caso nostro, e la
filosofia dell’esperienza — dal fenomenismo al- l’ intuizionismo,
all’immanentismo — è demolita. Bella notizia! Ma che so io del presupposto fon-
damentale d’ogni conoscenza? Se il solipsista mi insegna che
«un’interpretazione dell’esperienza non può non partire da presupposti » (S.,
119), e «oc- corre, perchè la ricostruzione abbia valore, che questi siano
derivati dalle esigenze fondamentali del pensiero » (S., 119), io non posso
entrare in contestazione colla voce della mia coscienza, la quale mi accerta
che il presupposto del mio sog- getto pensante implica insieme il presupposto
di un oggetto pensato in relazione unitiva e distin- tiva con quello. Come
posso obliterare la testimo- nianza della mia personale esperienza che l’io e
il non-io mi sono, per me, posti opposti e com- posti nello stesso tempo e
senso e modo? innega- bilmente correlativi e inseparabili ? Non l’ io penso
come il solo mio soggetto per- sonale pensante, ma l’îo penso come l’io penso
un pensato (qualunque poi esso sia), ecco il solo e l’unico senso per cui il
parlare dell’îo penso non si risolve in un parlare in termini completamente
privi di senso. Con questa avvertenza io non sento alcun bisogno di reintrodurre
il vecchio oggetto extra mentem meam, cioè la cosa del più ingenuo realismo. Mi
basta avvertire che se l’io è il ter- senso causativo e il suo valore alogico
rispetto alla conoscenza scientifica, e sono quindi riconosciuti i diritti e i
limiti del- l'empirismo, Filo conduttore è il concetto della spiritualità della
tecnica; risultato critico è il riconoscimento del carattere sub- objettivo
d’ogni termine empirico; e si dà la ragione dell’oscuro impulso objettivo che
ci fa porre il fuori di noi e il senza di noi (Il, 1, Capo 1). TIRO IV.- La
questione dell’esperienza TT mine «implicato da ogni possibile atto del pen-
siero », il non-io non lo è meno. To non posso conoscere altrimenti me stesso
come presente se non in quanto mi penso un essere pensante alcun che. Del
resto, vediamo, un’ ipo- tesi estrema. Se io dicessi al solipsista (anzi ai
solipsisti, perchè ce n’è più d’uno): concedo che possa parlarsi di un oggetto
soltanto rispetto a un soggetto, ma nego che l’unica realtà di cui si possa
trattare sia quella dell’io cosciente, perchè ho coscienza di poter parlare
d’un soggetto soltanto rispetto a un oggetto; ebbene, che cosa direbbe il
solipsista di una simile argomentazione contraria alla sua ? Probabilmente si
stringerebbe nelle spalle, ripetendo in mente sua che egli tenta in- vano di
oltrepassare la cerchia del suo soggetto personale. Ora non sono questi due
argomenti contrari — il solipsistico e il mio — usciti dall’analogo stampo?
accompagnati dalla autentica rivelazione della co- scienza? Quale adunque io
devo tenere per buono ? Quello che sento e penso legittimo per me, o quello che
appare tale al mio avversario ? Chi mi auto- rizzerà ad affermare per vero o
almeno plausibile ciò che per me è assolutamente assurdo e impen- sabile? Dato
pure che io riconosca di valer meno di un altro, rispetto a mille altri lati
della cono- scenza, su questo punto però io mi richiamo del tutto ad una
dichiarazione preziosa del solipsista, che è la seguente: «quando pure ammetto
che qualche verità mi viene comunicata da altri, debbo poi riconoscere -che
essa acquista un significato per me soltanto se io la ripenso e la ricostruisco
col mio stesso pensiero; altrimenti, essa si riduce ad un insieme di parole che
io non comprendo » eS io obra ERI È ta ian n i IT. (ea Rie ita i de e iii na Ea
78 Il solipsismo (S., 165). Ora, siffatta verità (che l’unica realtà di cui si
possa trattare è quella del mio io cosciente) io non posso ripensarla, non
posso — pur volen- dolo — ricostruirla col mio stesso pensiero; essa si riduce
per me ad un insieme di parole che io non comprendo; io non posso dunque essere
solipsista. Ci sarebbe, è vero, ancora una scappatoja pel solipsista; non per
me di sicuro! Giacchè gli ba- sterà stabilire, con quella massima garanzia di
cer- tezza che egli solo possiede, che dal momento che io sono in lui come un
semplice contenuto del suo io personale, vuol dire che c’è in lui una rappre-
sentazione empirica assai buffa di lui medesimo, la quale anch’ essa ha la
fissazione d’ essere un soggetto pensante, una soggettività simile alla-sua, e
l’ostinazione di sentirsi sempre nella relazione subobjettiva, pur non essendo
mai altro che un prodotto resistente del suo pensiero, una sua proje- zione
mentale, un semplice processo della sua esperienza. E allora che ci sarebbe da
ridire sulla verità di questo fatto dal suo punto di vista? Niente certo; ma,
dal mio, la cosa cambia enor- memente. Giacchè a mia volta, finchè io non possa
ripensare la verità del solipsista e rendermene conto (S., 158), cioè
ricostruirmela col mio stesso pensiero, tutte le sue iificazioni che altro
potranno mai essere per me, se non daegri somnia e sofismi ? Se poi il
solipsista intendesse i suoi presupposti sufficienti ad obligare, non dico in
pratica ma anche solo in teoria, tutti gli altri, me compreso, si
contradirebbe. Quindi io sono. sicuro che non devo preoccuparmi di convincere
lui, dal momento che egli non ha che da rientrare in sè stesso per ritrovare
me, e per mettermi a posto come una IV. - La questione dell’esperienza 79 fra
le tante imagini più o meno felicemente da lui sognate ab intra, anzi intra
mentem suam. Ma per un altro verso, e cioè dal mio punto di vista
quest’argomento a che cosa conduce ? Cion- duce o al mio annientamento
teoretico o alla nullificazione del solipsismo. Infatti se da una parte è
d’uopo che io sia solipsista per dar ra- gione a lui che stima necessario quel
principio che annienta l’ essere mio, fondandosi su quella sua verità che egli
ha pensata, ripensata e rico- struita col suo stesso pensiero; e se dall’altra
io perderei la mia realtà appunto se riuscissi a dar ragione a lui, perchè
allora mi convincerei di non esser altro che un mero aspetto arbitrario della
sua esperienza personale, ne segue manifestamente che o io dò ragione a lui di
sopprimere me, o io devo sopprimere me stesso volontariamente. Con- seguenze,
che l’una meglio dell’altra sventano — agli occhi miei — tutto il ragionamento
del solip- sista riducendolo al burlesco colpo teatrale del suicidio universale
o meglio al suicidio teore- tico di tutti gli esseri viventi tranne uno, il
solipsista. Ma, poichè non v’è solipsismo che possa estir- pare dall’ umanità
le sue naturali esigenze, che possa cancellarne la sua positiva realtà; poichè
io non posso cotesta verità del nuovo Oratore della morte altrui (o Egesia
rstordàyaros redivivo!) pensarla, ripensarla e ricostruirla da me, perchè anzi
mi sento forzato a pensare che è falsa, ne segue manifestamente che il
solipsismo dal buon senso degli uomini può essere riguardato colla più
tranquilla indifferenza, quando si tenga in conto di privata opinione o di
sogno, che ciascuno può ben capire che sorga negli altri, ma nessuno ha 80 Il
solipsismo diritto di imporci. Per quanto grande però sia il rispetto che si
meritano le opinioni e i sogni, egli è certo che devono essere rovesciati di
pianta, il giorno in cui i loro banditori propongano di intro- durli in
filosofia e di sostenerli cogli argomenti della ragione; altrimenti la
filosofia sarebbe una costruzione razionale a cui non mancherebbe altro che la
ragione cioè la base. Concludendo, lo Sviluppo della questione della esperienza
mi porta a tener ben fermo questo punto che mi sembra essenziale. Ponendo, col
solipsismo, l’io penso come presupposto d’ogni scepsi, cioè di ogni critica
conforme alle esigenze fondamentali del pensiero, io mi accorgo che non può
parlarsi di O che rispetto ad S, e viceversa; cioè che a parità di diritto io
pongo l’io e il non-io nella forma S r O, che è l’espressione del relativismo
subobjettivistico (non del dualismo). Come ben si comprende, allora l’
interpretazione solipsistica dell'esperienza perde ogni fondamento. Invero, da
precedenti ricerche consta che la rela- zione del soggetto all'oggetto, mentre
è distintiva e unitiva, può dirsi ancora suscettibile di esprimere l’attuarsi
del concreto nell’atto che S pone O. Ma anche con questa concessione (dell’O
prodotto da S) il solipsista che si illude di poter ridurre tutto l’O ad S,
cioè tutto il non io pensato e pensa- bile al solo mio io pensante, sbaglia;
perchè non s’accorge che, se 1'O è dato come il prodotto di S, anche l’S è dato
come produttore di O. Se io consulto criticamente, come devo, la mia espe-
rienza tanto teoretica quanto pratica, e tanto del- ‘ l’oggetto, cioè d’ogni
oggetto da me pensato o pen- sabile, quanto di me stesso e d’ogni contenuto
possibile, del mio pensiero, in nessun modo posso IV.- La questione
dell'esperienza 81 dire di conoscermi o anche solo di intuirmi pro- duttore di
me nonchè dell’ altro. All’ opposto io mi affermo come un'attività non effettuata
da me, benchè realmente capace di effettuare. Ma questo significa che la mia
scepsi non mi orienta in modo alcuno verso l’ affermazione dell’ autoctisi. Per
quanto mi pieghi e mi ripieghi sopra di me io sempre affermo e riaffermo che la
mia attività produttiva (causativa) non mi è meno un presup- posto per me che
l’effetto (o il prodotto) che io posso esser capace di produrre (o di causare).
Pensando di essere in atto di pensare alcun che, io riconosco di avere questo
potere. La mia natura qual'è? È appunto di poter pensare alcun che. È dunque in
qualche modo la mecessità di questa mia possibilità che costituisce la mia
esistenza. Esplicando questa nozione, riconosco che è la mia modalità, cioè: 1°
la mia esistenza come pensante alcun che; 2° la mia possibilità di pensare
alcun che; 3° la mia necessità di pensare alcun che; che costituisce la mia
natura fondamentale, il mio vero io. Se voglio darmi ragione della mia totale
espe- rienza, io devo ammettere che la mia spontaneità (possibilità) di pensare
qualche cosa è un pre- supposto dato a me coll’ identico diritto del pre-
supposto contrario del mio dover essere come esistente ut sic cioè la necessità
di pensare qualche cosa. Non mi pongo io forse come capacità di porre? Sì,
ebbene ciò significa che #0 sono a me stesso un dato, il dato che si pone come
esistenza- possibilità-necessità di porre, come soggetto d’un oggetto
qualunque. Nella corrente produttiva S r 0, che non è nè ‘ A. PASTORE, Il
solipsismo. 6. \ Î ) 3 A ) \ dà. Nr tr vil DOSI tte ; ye Mais) Il solipsismo »
bi S nè 0, sono dati (esistenti, possibili, necessari) tanto il produttore
quanto il prodotto. In ultima analisi, riassumendo, non si può pre- Ù tendere
di assorbire l’oggetto nel soggetto, perchè l’esistenza del soggetto è la
necessità di render possibile l’oggetto. Questa è la voce dell’ esperienza,
interrogata con quella scepsi critica che è l’ esigenza della filosofia. PEGI
SII LIETI tx V. La questione della verità. Le vrai pent apolanalnie n’étre pas
vraisemblable. DESPRÉAUX. Quell’ ipertrofia dell’ io empirico che è l’unica
realtà del solipsismo come potrebbe compiersi se non a spese di tutte le forme
di attività teoretica che vivono in una sfera più ampia della soggettività ?
Così la valutazione della verità è trattata da un punto di vista rigidamente
negativo dal solipsista e assorbita nel giudizio empirico della mia co-
scienza. Questa situazione è inevitabile nel solipsismo ; il quale,
impadronendosi scetticamente di ogni criterio di conoscenza afferma nel modo
più espli- cito di non possedere alcuna certezza di verità, anzi respinge
esplicitamente ogni pretesa di tal genere (S., 15). 1 Pure emerge una stridente
contradizione. Premessi i suoi presupposti che sono l’interver- sione delle
esigenze vitali degli uomini, il solipsista resta un dialettico dei più
bellicosi. Vuol sempre ragionare a filo di logica. Non indietreggia davanti
alle disperate conclusioni. Si ferma alla testimo- 84 Il solipsismo nianza
dalla propria anomalia. Non interroga la voce altrui. Non valuta se non ciò che
gli pare logicamente plausibile (se non certo) dal suo punto di vista. Nè si
cura del suo proprio danno. « Si rassegna a perire col suo nemico » (.S., 15).
Di qui le sue stesse premesse scettiche; di qui tutte le sue critiche al
realismo nelle sue diverse esplica- zioni ; di qui la sua professata necessità;
di qui le sue scettiche conclusioni. Se io persisto a con- siderare
insostenibile la sua teoria non tanto fa- cilmente potrò difendermi da lui, che
conda spada della logica in mano raddoppia i colpi, m’incalza, mi stanca, mi
opprime. Quante cose mostra di sapere questo schermitore che poi finisce per
de- prezzare pessimisticamente ogni sapere e sceredi- tare amaramente ogni
verità! Ma qual’è insomma il titolo nel quale il solipsista fonda il diritto
della sua saturnica idiosinerasia? È la logica; e appunto quell’esigenza che
scaturisce dalla non contradizione, che impone di modificare l’interpre-
tazione del reale in modo tale da evitare l’assur- dità (S., 22), che impone la
necessità di evitare ciò che è contradittorio e quindi, a ben pensarci, im-
pensabile (S., 22), che impone la condizione impre- scindibile della
pensabilità (S., 18). Ora, chi consulta ad ogni passo la logica, chi ne vuole
far uso ad ogni costo, non è implicita- mente obbligato ad accettare il
criterio della verità logica e a possederne la certezza? Ciò è ben certo. E non
si objetti che il solipsista si limita a com- battere i suoi nemici colle loro
armi, cioè che impiega la logica solo ad artificio e la getta in piazza a
spavento dei logici, ma che per conto suo, fa le più ampie riserve, limitandosi
a « cer- care un’ interpretazione almeno provvisoria del- nalzàn Pia + V.- La
questione della verità 85 l’esperienza » (S., 18). È falso che il solipsista si
serva del pensiero logico solamente come arma di combattimento e a scopo
d’ironia. Non può fare così, perchè egli non può non porre l’io pensante come
il presupposto più fondamentale di tutti (S., 18). Ma l’io pensante è l’io
nella funzione normale del pensare; è la tesi del pensare come atto che non
cede ad altre esigenze fuorchè alle proprie. Quindi è evidente che con questo
punto di partenza il solipsista non fa che porre nel medesimo tempo la
condizione della pensabilità, senza la più piccola riserva, benchè voglia e
riesca nello stesso tempo a paralizzarla. Nè pure si tratta solo del modo con
cui la conoscenza mi appare comprensibile ora; si tratta veramente della pen-
sabilità in genere, non esclusa la possibilità che i presupposti fondamentali
del conoscere possano variare in modo qualunque. Riassumendo: il solipsista può
ammettere la va- rietà infinita del suo stesso presente pensiero. Ma non può
derogare alla condizione generalissima della pensabilità che è necessariamente
implicata nel presupposto fondamenlale dell’io pensante. E posso cogliere il
perchè di quest’asserzione dalla stessa bocca del solipsista: «perchè
altrimenti il mio stesso pensiero si distruggerebbe » (S., 18). Ecco dunque la
stridente contradizione inerente al processo scettico del solipsismo. Da una
parte il solipsista dà e deve dare un pregio alla verità e un valore pratico
all’uso logico del pensiero per cui pone il presupposto fondamentale dell'io
pen- sante, dall’altro dà uno schiaffo alla logica euna sva- lutazione
teoretica alla verità per le premesse scet- tiche della sua teoria della
conoscenza. Questo pel suo atteggiamento pratico e critico nella polemica. 86
Il solipsismo E __—_—- e Veramente per la coerenza teoretica la valu- tazione
della verità si trova ridotta a mal partito dal solipsista; perchè, una delle
due: o si rife- risce al pensato e quindi in certo modo al passato, o si
riferisce soltanto al mio io pensante e quindi presente (S., 18). Ma nel primo
caso, fondandosi la certezza dal confronto fra momenti successivi nel tempo, e
sulla presunzione di un pensiero og- gettivato in un momento antecedente all’
attuale, il pensiero dovrebbe poter uscire fuori del pre- > sente, superare
il momento attuale in cui vivo; il che contradice alla negazione del passato,
che è tesi perentoria del solipsismo, come a suo luogo si vedrà (VIII-IX). Nel
secondo caso, fondandosi la certezza solo sullo stato attuale di convinzione
del mio spirito (stato d’animo, sentimento, intui- zione « si chiami come si
vuole ») non c’è garanzia assoluta di possedere la verità : che cosa mi assi-
cura che non possa mutare? (S., 11). Apertamente adunque si vede che il
solipsista, malgrado la sua ripugnanza all’ irrealtà del pas- sato, resta
ancora vieux jeu di fronte alla teoria relativistica della verità, perchè non
sa rinunziare all’arcadica pretesa che il sistema della cono- scenza sia
irrelativo cioè assoluto, pretesa la cui natura è identica colla pretesa della
perfezione dell’umana conoscenza. Ma da assai tempo si è compreso che la
questione della verità non si può risolvere in modo semplice, irrelativistico
ed uno. Bisogna distinguere tre fasi diverse di conoscenza: l’empirica (0
volgare), la scientifica e la filosofica, e rispondere diversamente caso per
caso (1). In ogni caso poi il criterio assoluto della verità è inutile (1) PastoRE,
Il problema della causalità, Il, pag. 32. V.- La questione della verità 87 alla
conoscenza (1). Riferendomi per ora esclusiva- mente alla verità scientifica
(in s. s.), è certo che il solipsismo, fedele al suo punto di vista, non può
ammettere che tal crìterio consista: a) nè nella necessità e universalità che
hanno il suggello deduttivo (logico-matematico) della ra- gione ; b) nè nei
rapporti sperimentali che certi eventi hanno rispetto al presente, al passato e
al futuro. Queste definizioni, compatibili colla mutabilità delle conoscenze e
colla necessità della verifica- zione, sono da parte loro incompatibili col
pre- supposto ueronico, utopico ed antisociale del solip- sismo. E qual'è la
prova del solipsismo ? Siamo sempre lì al mero presupposto difettivo del solo
mio io pensante; e se si riassumono tutte le così dette ragioni del solipsismo
si vede che esso è sempre fermo in tale presupposto, sempre infles- sibile
nell’oppugnare i presupposti non solo ma le dimostrazioni altrui, e sempre —
nel segnare i lati deboli delle teorie — d’ogni sottigliezza curante, fuorchè
di rendersi conto dell’ inconsistenza della propria. Ed io non mi stupisco che
egli faccia così, perchè vedo che tutti i sognatori ad occhi aperti non fanno
altrimenti. Tuttavia, quanto a me, la sola cosa di cui bramo assicurarmi è di
sapere se io sogno o se son desto, e perciò non mi esìmo di ricorrere al
continuo e reciproco con- trollo individuale e sociale dei sensi e della
ragione, e l’assumo come criterio generale della verità. Contro al solipsista
pertanto che non insiste sul- l’aspetto sociale del vero, che non sente il
bisogno di comparare le esperienze, di modificare artificial- (1) Masci,
Pensiero e conoscenza, Torino, 1922, pag. 81. 88 Il solipsismo mente le
circostanze, di supporre, di dedurre, di verificare, alla stregua d’ una norma
compatibile colle differenze, valida per la normale comunità, io mi ispiro
all'esempio di coloro che colla ragione riconoscono che noi uomini non siamo
perfetti ma possiamo e dobbiamo perfezionarci socialmente, che colla operosa
condotta provano che la nostra fortuna dipende in gran parte dal nostro sapere,
che fuori vero umanamente inteso — cioè come accordo pro- gressivo di almeno
due sistemi subobjettivi (l’ uno artificiale, l’altro naturale) relativamente
ad un terzo sistema dello stesso tipo, funzionante da corpo di riferimento (1)
— non va senso nè valore di vita, non v’ha scopo all’intelligenza per studiare,
non v’ha entusiasmo nè diritto al cuore di amare e di soccorrere i nostri
simili. (1) PasrorE, Nuovi orizzonti della filosofia teoretica in rela- zione
alla teoria della relatività, e P. d. c., I, nm. Quivi è detto in che modo
questo mio concetto della verità tesorizzi le altre teorie conosciute nella
storia della filosofia [della verità come adaequatio, come realtà, come norma,
come utile, come valore, come gerarchia di valori, come vita, come logos, come
atto puro, come azione, come ascensione, come accordo di azioni]. La teoria
della verità come accordo progressivo di relazioni sub- objettive in fondo
sostituisce al vecchio concetto della mera adae- quatio rei etintellectus il
concetto più evidentemente relativistico dell’adaequatio formae del soggetto
pensante (che è più che în- tellectus, perchè è accordo di senso e intelletto,
e accordo di esigenze individuali e sociali dovuto all’attività formatrice
dello spirito) e dell'oggetto pensato (che è più che res, perchè è
subobjettività cioè sistema di relazioni subobjettive conforme al principio
costitutivo della realtà). Il solo lavorio ‘dell’atti- vità intellettuale non
adegua l’attività del pensiero (nell’am- plissimo senso del termine), mentre
questa appunto si identifica con l'attività subobjettiva cioè ideale della
realtà (Cfr. X, «La idealità del reale e la realtà dell’ideale »). i - V.- La
questione della verità In me, di questi principî non sorge dubbio (1). Mi
giudicherei destituito del sentimento vivo della mia realtà se non pensassi
così, se non stabilissi Operosamente una scala di verità riconoscendo che è
superiormente vero ciò che consta rispetto alla più alta intelligenza (che non
sarebbe tale se non rispettasse il continuo e reciproco controllo, indi-
viduale e sociale, dei sensi e della ragione) e vale insieme rispetto al più
nobile amore. Queste affermazioni, queste aspirazioni, queste esigenze si
trovano invece insignificanti e sospese pel solipsista, come per l’uomo in
preda al sogno o all’ebrezza del liquore. Con la differenza che nell’ebrezza
l’uomo cerca le delizie e vi si abban- dona a costo della sua vita, nel
solipsismo il vi- sionario invece si dà in balìa alla sua automania a costo di
sopprimere ogni vita altrui. Jules de Gaultier dice « che aver ritrovato sotto
le sabbie delle idee astratte, divinizzate le sorgenti della vita, aver reso ad
ogni attività la sua autonomia, aver mostrato che l’idea di Bene in sè e di
Verità non sono esseri ma mezzi, questa è la grande opera di Nietzsche ». Sarà
difficile contestare la giustezza di questo rilievo. Però quando penso che
Nietzsche è la sostituzione dell’ idea di potenza all’idea di verità (questa
considerata come antitetica a quella), trovo che la tesi nietzschiana della
verità è pre- cisamente la tesi che la distrugge. Pel solipsista la verità è
senza senso, per Nietzsche la verità è (1) Quanto al dubbio che la verità stessa
possa mutare, cor- roborato dall’inquietudine circa la possibilità senza limiti
del- l’errore (falsus in uno, falsus in omnibus), stimo d’aver dato una
risposta esauriente, sia trattando la teoria del metodo spe- rimentale in P. d.
c., II, I, sia criticando le dottrine storiche a base scetticistica nel vol. I.
90 Il solipsismo senza potenza. Due fanatismi opposti che si tro- veranno
sempre nell’impossibilità di vivere uma- namente, perchè vorrebbero vivere in
quella pa- radossale negazione in cui la vita è impossibile. Tale è l’antinomia
dei sistemi ipertrofici. La rivelazione del carattere subobjettivo ed es-
senzialmente sociale dell’uomo per contro si sottrae al dilemma. Il difetto di
questi sistemi unilaterali sta dunque non nel presupposto dell’io cosciente,
non nel presupposto della volontà della potenza, ma nel presupposto che l’ io
cosciente sia senza verità, che la volontà di potenza sia inconciliabile
coll’idea di verità e che il pensiero non sia l’azione, anzi che il pensare sia
sempre infinitamente più povero del vivere. Pensiero, potenza e verità in- vece
sono tra loro nel più fecondo e logico con- tatto che è la vita medesima. Non
nega la vita chi afferma la verità, non nega la verità chi af- ferma la
potenza. Non è destinato a disperare della verità chi riconosce la capacità
pensativa del suo io, a patto che non pretenda di assorbire la realtà
universale nella sua piccola realtà, e d’annegare, nell’impotente solitudine
del suo pic- colo io, tutte le forme di conoscenza che vivono in una sfera ben più
ampia della ristretta area della propria esperienza. VI. La questione
dell’errore. Quest’ombra che mostrano tutte le cose, quando più su esse splende
il sole della conoscenza. NIETZSCHE. Il lettore avrà già compreso che io non
cerco di dominare il solipsista coll’accento della verità. Perchè? Per due
motivi. Anzitutto, perchè voglio fare, non una polemica, ma un esame di
coscienza. Per questo mi sono limitato finora a giudicare la sua teoria col
ritmo naturale della nostra vita, in- tendo la vita reale di noi tutti, atteso
che il sol- ipsista srealizza completamente così l’idea come la realtà di tutto
ciò che è nostro. Così ho chia- rito il fato del solipsista, che è
l’imperniazione sopra il presupposto dogmatico dello scetticismo. In secondo
Tuogo, più che di confutare lui, ho in mente di rivolgermi a coloro, e vorrei
dire mas- simamente ai giovani, che sono sul pendìo del solipsismo, scotendoli
a tempo colla presenza viva di tutta la realtà (I), smascherando la fallacia
anti- critica dello scetticismo (II), testimoniando l’an- damento regolare
della vita che riconosce l’uno e il molteplice (Ill), la voce collettiva dell’
espe- 92 Il solipsismo rienza (IV), il senso relativo e subobjettivo della
verità e la sua portata operosa (V). Che cosa è stato dunque il solipsismo fin
qui? una serie temibile di errori: questo è il fatto che esamino critica- mente
e che combatto. Pure non si saprebbe stabi- lire come, quando e perchè l’errore
debba cessare se non si sa come, quando e perchè comincii. La possibilità dell’errore
sconcerta il confidente gnoseologo, motiva la diffidenza nel valore cono-
scitivo del pensiero (S., 5), l’inquieta, lo turba, lo addolora, l’invade di
profondo sconforto (S., 196). Basterebbe questo fatto (la possibilità
dell’errore, anzi d’un solo mio errore) per far nascere nel mio spirito il
dubbio scettico. Falsus in uno, falsus in omnibus (S., 6). « D’altra parte, non
trovo nessun aiuto nei vari tentativi che posso fare per spiegare l’errore,
perchè non riescono mai ad arrecarmi una sicurezza superiore ad ogni dubbio e,
per di più, posso sospettare che ciascuno ‘di essi sia errato, anche se mi
appare soddisfacente » (S., 6). Argomenti, questi, che a giudicare dalla appa-
renza si direbbero ragioni. È più che probabile, però, che la ragione non vi
partecipi, perchè a farla breve, con poco sforzo mi convinco che il solipsismo
mi farebbe un essere senza ragione, senza speranza, senza condotta umana, se li
accettassi. È logico asserire che il motivo del dubbio è giustificato dalla
possibilità dell’errore (1). Il dubbio stesso (1) Circa la possibilità di
generalizzare il dubbio in ogni ope- razione della nostra mente (falsus in uno,
falsus in omnibus) «mi par superfluo ricordare che il possesso d’una buona
episte- mologia basta ad assicurarci che non è colla ragione che noi possiamo
trovar ragione di dubitare della nostra ragione. In certi casi tipici, cioè
capaci di troncare ogni dubbio, il vero è che noi ci troviamo — per virtù d’una
ben condotta dimo- VI.- La questione dell'errore è un vero grido dell’anima e
davanti alla nobile lotta del dubbio, tutti i pensatori debbono inchi- narsi.
Ma il dubbio, che è il sospiro dell’anima anelante all’amore, alla bellezza,
alla verità, da- vanti all’egoismo, al brutto e al falso dell’esistenza, può
diventare principio d’espansione vitale negli spiriti che riconoscono il
carattere eminentemente sociale della morale, dell’arte e della scienza. È
riservata al solipsismo la prerogativa di spogliare l’uomo del suo entusiasmo,
del suo spirito di sa- crificio, della sua operosità, a profitto d’un solo io
pensante, anzi del solo io mio. È inutile avvertire caso per caso che l’errore
può provenire da fonti diverse: talora più dalla attività pratica che dalla
teoretica, talora da in- completezza, da unilateralità o da disordine di
visione, talora da perturbazioni che possono ledere così il corpo come lo
spirito. Di questa eziologia dell’errore, il solipsista è perfettamente
consapevole e non ha ragione d’essere confutato. Si può forse confutare chi
deprezza tutti i tentativi di spiega- zione dell’errore, chi su tutto il
conoscere projetta l'ombra del dubbio, chi non ha certezza di nulla, chi dubita
perfino di dubitare? Per rispondere esau- rientemente, ricordo che la questione
è doppia: teoretica e pratica. Siccome la prima è già stata trattata nel Capo
II, così quì mi limito a fronteg- giare la seconda. strazione — in grado di
affermare che una data proposizione (concernente rapporti oggettivi e
soggettivi) è in connessione tale con le condizioni formali del nostro pensiero
che la sua negazione equivarrebbe alla negazione medesima del pensiero. Questa
è la nota criteriologica fondamentale di tutte le mie opere dal Pensiero puro
(pag. 101) al P.d. c. n 94 Il solipsismo Il vero problema pratico dell’errore
non cade sul- l’assolutezza del suo principio, cade sui limiti della sua
correggibilità. Posso avere una visione tragica della vita (XIII), posso
metafisicamente pensare che non v’ha alcuna equazione tra i miei deme- riti o
meriti personali e la ferita che porto meco vivendo. Ma se io sia praticamente
capace di lot- tare contro la superstizione, contro 1’ ignoranza, contro
l’errore, e di superarli in qualche modo, ecco, per l'esercizio pratico della
mia vita, il più importante per me. Quindi io esamino freddamente i sofismi dei
diffidenti, non sospiro alcuna illusione, cerco soltanto di non smarrire in
pratica il senti- mento vivissimo della realtà. E che cosa trovo? Trovo che la
correggibilità pratica di alcuni errori è un fatto certo, come è certa per me
l’ esistenza dei miei stati di coscienza. È cecità forse la mia? È mancanza di
sensibilità filosofica? [o nonlo credo, perchè anch'io dubito e conosco la
angoscia del dubitare. Tuttavia mi è impossibile dare un senso a questa
proposizione: « io dubito di dubitare », nè dal punto di vista teorico, nè da
quello pratico. C'è dunque qualcosa in me che mi impedisce di essere
scetticamente solipsista, qualcosa certo che il solipsista non riesce a
comprendere, che sgorga da me, che ha il sopravvento sopra la mia prima imbelle
e gelida paura di sbagliar sempre, di non potere correggere nonchè eliminare
mai l’errore dalla mia mente. Mi provo ad agire mentalmente, faccio, mi lascio
quasi soprafare dall’ invadente atti- vità del mio io pensante; ed ecco che la
mia prima, torbida, irragionevole diffidenza viene battuta dal- l’esperienza.
Capisco benissimo che, se anche il solipsista potesse fare, cioè ragionare
così, la sua filosofia si esautorerebbe da sè nelle sue mani. Ma VI. - La
questione dell'errore » 95 quale valore hanno le sue logicherie davanti al più
modesto risultato della mia operosità intellettuale che io senta e giudichi
riuscito? Parlo evidentemente di un risultato intellettuale che trascenda la
pura e semplice empiria, perchè tale attualmente è il campo della mia
operosità, in cui posso tener conto dei miei dubbi, dei miei errori, di un
certo, ma esilissimo filo di miglio- ramento malgrado l’improba battaglia che
dò senza posa a me stesso, per non ricadere sempre negli stessi difetti, per
rendermi sempre miglior conto degli errori miei, infine per approssimare sempre
meglio la mia conoscenza alla complicazione del reale. E ne parlo perchè qui il
fatto si converte col vero. Ma, se sospendessi il lavoro della critica per
projettare sistematicamente l’ombra del dubbio su tutto il conoscere, io, che
mi so un essere pen- sante, non penserei più, mi adatterei al triste spet-
tacolo del mio fallimento, perderei la mia coscienza d’uomo, annullerei come
uno schiavo volontario del proprio scrupolo il sentimento della mia pen- sante
personalità. Questo accenno alla schiavitù psicologica mi par utile per
determinare l’origine dell’atteggiamento solipsistico di fronte al problema
dell’errore. « La schiavitù, dice il Ferrari, è infinita nelle mille forme che
assume». Fra le altre a me pare evi- dente anche la schiavitù del solipsismo.
E, poichè — solo in apparenza — la logica perde i suoi diritti come valore
iniziale di prova di fronte al solipsista, che s’ingolfa egli stesso nel
razioci- nare e non si stanca di adoperare quell’ istrumento malgrado il quale
pur dispera di potersi assicurare la minima verità, appare che anche in lui
qualche ati cet = , PI nl ir Trota d 7 o = A E LT PUT e, 96 Il solipsismo
intima ragione di quel cuore pascaliano, dirò così, che la ragione logica non
conosce, spiega una forza insormontabile alla penetrazione altrui. Il vero in
fondo è questo: che il solipsista nega, poichè irre- sistibilmente sente di
dubitar di dubitare. Dunque la situazione è chiara. Una prospettiva mentale
generata dal sentimento e dalla fantasia, precedente ad ogni operazione logica
è la vera fonte del solipsismo. Bisogna te- nere conto di questo fondo
prelogico di autoindu- zione per giudicare della superstruttura teoretica su di
esso innalzata discorsivamente. In linea generale io sono disposto ad ammettere
con Jules De Gaultier che ogni sensibilità si com- pone la sua logica come una
testimonianza este- | riore della sua forza. In tutte le manifestazioni
relative ai problemi della vita, questa sensibilità fondamentale si manifesta
sotto le forme più raf- finate, le più indirette, le più sottili e certo ideate
e sostenute con la più sincera buona fede. Anche le più elevate sistemazioni
filosofiche presuppon- gono uno stato o un ritmo, o un’atmosfera di sen-
sibilità di cui le differenti radici sfuggono alla critica. Son queste
differenze di sensibilità che si traducono in conseguenze logiche differenti e
determinano l’ impossibilità d’ intendersi. Questa interpretazione psicologica
mi sembra convincente. Ma non si dica che solo nel solipsismo — perchè io lo
combatto — so e voglio riscontrare uno stato alogico di sensibilità convertito
in riflesso mentale. Sottoposto all’analisi il fenomeno medesimo della mia
filosofia, sono ben disposto ad ammettere che i miei principi teoretici sul
senso e il valore del- l’universo sono la ceristallizzazione di alcune esi-
genze preconcettuali di sensibilità e di rappresen- VI. - La questione
dell'errore 97 tazione sulle quali si appoggia tutta la ruota della mia vita.
Ma semplificato il problema così, ricono- scerò il fatto più duro che
appassiona praticamente la mia critica. Io ricuso il principio del solipsismo
perchè sotto la maschera dell’autarchia travedo l’atteggiamento dell’impotenza.
Chi ha sempre paura di errare, chi non ha mai certezza di nulla, chi du- bita
perfino di dubitare, non farà mai nulla. Ed io invece voglio fare; anche a
costo di errare, nella confidenza di poter correggere almeno in parte gli
errori miei coll’ampliamento, coll’appro- fondimento, colla sistemazione del
conoscere (1); nella sicurezza che solo chi non avrà paura di errare — perchè
potrà, saprà e vorrà emendarsi progressivamente — andrà al di là dell’errore,
cioè nel paese della verità. Finalmente, se nel senso anzidetto è vero che una
filosofia è in funzione di una coscienza, in senso assai più elevato e sociale
non è men vero\ che il prevalere d’una filosofia definisce una civiltà. Noi
filosofi, noi uomini di pensiero, anti-solipsisti, abbiamo bisogno di non aver
paura, neanche del dolore universale. Così avvertiva Nietzsche. « Se la
esistenza universale è una tragedia, come fu detto dall’Andler, egli ne
ascoltava tuttavia la musica commovente ». Meditando sul senso tragico della
conoscenza, forse qualche spirito congeniale al divino sortilegio della civiltà
greca sorgerà in noi. L'esercizio più tragico pel gnoseologo è la rifles- sione
sulla possibilità gigantesca dell’errore. Il (1) Mostrare come veramente si
effettui la correzione degli errori è questione di logica applicata. Qui non ci
interessa che la questione di fondo, cioè il senso e il valore teoretico di
quella pratica correttiva che l’esperienza anti-solipsistica (umana) non mette
in dubbio. A. PASTORE, Il solipsismo. "i BIBLIOTECA DELLA FACOLTA’ DI
FILOSOFIA E LETTERE TORINO * Ng À A i Il solipsismo momento più alcionico è
nella consolazione di averla in parte atterrata. | Un profondo bisogno sociale
incoraggi dunque i filosofi nella lotta contro gli agenti della disso- luzione
dei valori teoretici di cui il solipsismo è un pericoloso rappresentante. La
tendenza scettica del solipsismo isola il pensatore, il presupposto feroce
dell’inevitabilità dell'errore lo demoralizza, gli uccide in germe ogni
proposito di conoscenza, lo trascina nell’abisso del niente. Î I sr e cr tini
ilari triiaboriia cella VII. La questione della coscienza. «Quand
vous voudrez trouver l'est, regardez ‘le nord, et l’est sera à votre droite »,
Mais le point difficile c'est de trouver le nord. CATCRÉDRINE. Il solipsismo, malgrado
la sua maschera scettica, negando la realtà oggettiva sia delle cose, sia degli
spiriti, riducendo ogni resistenza a prodotto quindi a contenuto della mia
attività di coscienza, risolvendo, insomma, ogni realtà nella mia co- scienza,
per non superare teoreticamente i limiti del mio io, si dibatte in
contradizioni continue col suo presupposto. Così il solipsista dovendo elen-
care e tener presenti i diversi contenuti della mia esperienza, è costretto a
far risorgere sotto una specie nuova, quella relativa duplicità di aspetti
(l’aspetto soggettivo e l'aspetto oggettivo) della esperienza che contrasta col
suo monismo sogget- tivistico assoluto. Invero, è un fatto riconosciuto dal
solipsista che io, bene spesso, debbo lottare contro idee o sentimenti che
vorrei respingere e che, per quanti sforzi faccia per liberarmene, mi si
impongono; del pari è assai frequente il caso Ia 10000 Il solipsismo di stati
d'animo che non ho prodotto consapevol- mente e volontariamente, e che tuttavia
anche la concezione realistica non può considerare come rivelazioni d’una
realtà esteriore. Ciò che posso dire è che la sfera del mio pensiero, il
contenuto totale della mia esperienza, non coincide con quella della mia
attività consapevole, che cioè non tutto ciò che incontro in me stesso è stato
volontaria- mente prodotto da me; ma non posso mai supe- rare i limiti della
mia soggettività (S., 178). Ora, è appunto questa impossibile coincidenza che
infirma la concezione soggettivistica. Infatti, se riconosco, e devo
riconoscere, che il contenuto totale della mia esperienza presenta sempre un
duplice aspetto, cioè quello dei prodotti volontari e consapevoli e quello dei
prodotti involontari e inconsapevoli, perchè dando il nome di soggettivo . al
primo e di oggettivo al secondo, dovrei respin- gere la concezione d’un
realismo relativo? Nun posso insistere sul principio che i prodotti involontari
e inconsapevoli della mia esperienza si risolvono tutti in una produzione della
mia stessa mente; l’inerenza di tali prodotti nel conte- nuto totale della mia
esperienza è certo innegabile; ma l’origine e la natura di essi mi è ignota,
perchè io li incontro come opposti (resistenze, opposizioni, ostacoli, lotte,
urti, colpi, tendenze, contrasti, di- sarmonie, pressioni, etc.), non prodotti
volontaria- mente dalla mia attività consapevole, e mi si im- pongono come ob
jecti. Quando pure il loro risolversi in una produzione della mia stessa mente
mi apparisse l'ipotesi più naturale, potrei sempre dubitare del suo definitivo
valore, perchè per assicurarmene dovrei poter ri- durre tali oggetti in
prodotti volontari e consape- VII. - La questione della coscienza 101 voli
della mia stessa mente; ciò che, data la pre- messa di fatto, è evidentemente
impossibile. È vero che io sono pronto a riconoscere che molti di tali prodotti
involontari e inconsapevoli sono veri e proprj processi soggettivi (come
sentimenti o idee), ma sono pur costretto a riconoscere che non tutto ciò che
incontro in me stesso d’involontario e di inconsapevole mi si rivela di natura
esclusivamente soggettiva. Negare questo fatto sarebbe un arbitrio. Ciò posto,
per quanto io mi sforzi, non riesco a ridurre a puri processi della mia
coscienza tutti gli oggetti che io trovo sul mio cammino. Tuttavia su questa
sola base io non affermo già l’esistenza reale di enti non soggettivi di natura
indipendente dalla mia attività consapevole ed in tutto esteriori alla mia
mente. Mi limito a contestare il presup- posto soggettivistico del solipsismo.
La tesi sub- objettivistica, in conclusione, acquista per me un significato,
soltanto se io la penso con tutto il corredo delle ragioni che si desumono
dalla intiera critica della conoscenza e della realtà, pensiero che non vuol
essere esposto in questo capitolo. Ma contro questa tesi subobjettivistica, un
ri- piego potrebbe escogitarsi dal solipsismo, nell’ ipo- tesi che la
soggettività, come campo dell’attività empirica, sia più estesa della
coscienza, cioè che l’attività totale dell'io si dilati realmente oltre i confini
dell’attività consapevole e volontaria. In questo caso la presenza dei
contenuti inconsape- voli e involontari, di cui la stessa coscienza fa
innegabile testimonianza, non fornirebbe un argo- mento contro il
soggettivismo, ma servirebbe solo a stabilire che la realtà totale del soggetto
costi- tuisce realtà parziali extracoscienti di fronte a cui la coscienza
stessa, come connessione centrata delle 102 Il solipsismo formazioni psichiche,
può tendere o vifuggire in modo vario. Da questo punto di vista, il campo
dell’attività empirica soggettiva sarebbe come uno spettro luminoso composto
almeno di tre zone diverse: 12 una inferiore, sotto la soglia della coscienza
(soggettività empirica subcosciente); 2° una media, entro i limiti della
coscienza (soggettività empirica cosciente); 3* una superiore, oltre il vertice
della coscienza (soggettività empirica ipercosciente). Se peraltro la
discussione non vuole sconfinare dal solipsismo, si vede, sia per una ragione
gene- rale, sia per considerazioni pratiche particolari, diminuire alquanto
l'opportunità d’entrare nel me- rito di questa ipotesi. Infatti, quand’anche io
non esitassi a valermene provvisoriamente, cioè a met- tere alla prova anche
questa ipotesi in concorrenza di tutte le altre per sapere in quale misura essa
mi permetta di orientarmi nel dedalo dei fenomeni e di progredire lungo la
linea di feconde scoperte e di utili applicazioni, nesssuna situazione meta-
fisica verrebbe compromessa. Invero, per far questo non ho punto bisogno di
impegnarmi a fondo nella disposizione di spirito del soggettivismo solipsi-
stico. Io posso avanzare e accettare questa ipotesi di lavoro, astrazione fatta
da qualsiasi opinione sulla natura dei fenomeni empirici. L’interpreta- zione
solipsistica invece non si ferma alla sem- plice formulazione ipotetica. Mi
obbliga ad assu- mere una posizione dogmatica esclusiva, che io non potrei
mantenere senza far atto di negazione a riguardo di altre interpretazioni che
voglio tener presenti, restando tuttavia libero da preoccupazioni metafisiche
definitive. Questo in linea generale. In een VII. - La questione della
coscienza 103 particolare osservo che la posizione assunta dal solipsismo
(quando include la coscienza nell’espe- rienza come una parte nel tutto)
diventa zoppicante, sia perchè non mancano nelle opere solipsistiche le
espressioni in cui, per contro, non l’esperienza, ma la coscienza sembra il
tutto, e allora riesce inesplicabile, anzi contradittoria la presenza del-
l’inconsapevole e dell’ involontario nell’esperienza cosciente; sia perchè,
anche rettificando tutte queste espressioni equivoche nel senso che la co-
scienza sia solo un campo particolare della mia esperienza totale, esiterei a
chiamar io o soggetto un campo di attività empirica ridotto allo stato d’un
composto di fenomeni, o prodotti, parte co- scienti e volontari, parte
involontari e incoscienti. In ogni caso, il nome di io non mi pare conve- nire
a ciò che non si saprebbe più in modo alcuno distinguere dal non-io, ammessa
l’ipotesi che questo non-io giaccia in un piano di realtà esteriore a quello
della coscienza. E questo dico, avuto riguardo a quel vergine stato di giudizio
in cui non sia ancora delineata una preferenza interpretativa qualunque. Che
poi un filosofo propenda in misura più o meno larga per un’ipotesi
qualsivoglia, a seconda delle sue tendenze, è una questione accidentale questa,
che rimane assorbita nella sconfinata libertà di op- zione davanti alla
infinita verità dei modelli (accet- tabilità delle ipotesi). Però, non è
immodesta nè eccessiva la speranza che solo distinzioni di questa specie fra
ipotesi di lavoro e dati di fatto portino un contributo progressivo alla
soluzione di quei problemi che devon essere affrontati con animo alieno da
qualsiasi scopo di dogmatismo. Ciò premesso, resta possibile concepire adegua-
i suit 104 11 solipsismo tamente la coscienza, senza aderire al preconcetto
solipsistico. Se da una parte è necessario assegnare alla mia esperienza totale
un’estensione maggiore del campo della coscienza e della volontà, data
l’ineliminabile presenza dei prodotti inconsapevoli e involontari, tanto che
resta inammissibile la sostituzione del termine coscienza al termine espe-
rienza, dall’altra si cade nel fantastico quando si vuole identificare col
soggetto ogni termine della esperienza che si presenta sempre in maniera estre-
mamente complessa. Inoltre si può benissimo far convenire l’attività del
soggetto con l’attività della esperienza senza cadere nel soggettivismo
assoluto, perchè l’attività dell’esperienza può essere intesa come l’attività
che ha il soggetto di oggettivarsi, cioè di produrre un’oggettività non
riducibile ad esso, cioè come funzione di riferimento del soggetto ad altro,
sia pur quest'altro un suo prodotto. A queste prime restrizioni formali della
pretesa soggettivistica bisogna infine aggiungerne un’altra sostanziale che non
può esser trascurata da chi si addentri nello studio del problema della
conoscenza. L'attività soggettiva non è dissociabile dall’ogget- tiva, perchè
anzi l’esplicazione del rapporto sub- objettivo è resa possibile solo dal
riconoscimento dell’implicazione attiva e reciproca dei termini. Nè l’ipotesi
del semplice parallelismo, nè quella dell’esistenza assoluta così del
soggettivo come del- l’oggettivo sono giustificabili. Una rinunzia defi- nitiva
a coteste ipotesi è il più potente mezzo di ajuto per l’interpretazione della
realtà. E, se si avvertirà inoltre che il nodo del problema del sog- gettivo e
dell’oggettivo è posto, più profondamente . di quanto si sia sospettato fin
qui, nel problema del conoscere e dell’essere, le condizioni per la VII. - La
questione della coscienza 105 soluzione diventano assai migliori, perchè, come
non si trova oramai, dopo Descartes, alcuna dif- ficoltà ad ammettere l’essere
del conoscere (co- gito ergo sum), così non pare più una supposi- zione
gratuita affermare subjectum ergo objectum (broxsipevoy dpa dvtimzipevoy). Se
pensare (in senso universale) è essere, essere è pensare nei limiti in cui così
il pensare come l’essere sono attività pro- duttiva subobjettiva; e più chiaramente
(essendo l’essere l’oggettività del pensare e il pensare la sog- gettività
dell'essere) senza che nessuno di essi si presupponga all’altro, nè dall’altro
si seomponga. L’essere è insidente nel pensare e il pensare nel- l’essere come
l’oggetto è insidente nel soggetto e questo in quello. L’essere del pensare è
l’oggetti- vità del soggettivo, cioè è il soggettivo in quanto conosciuto ; il
pensgre dell’essere è la soggettività dell’oggettivo, cioè è l’oggettivo in
quanto cono- scente. Negare questa subobjettività è spezzare tanto il conoscere
quanto l’essere. Questa subobjettività (produttività subobjettiva universale) è
la stessa realtà. Io posso dunque conchiudere che il solip- sismo del soggetto
conoscente è l’espressione di una spensieratezza del pensiero che ha perduto di
vista il suo essere accampando un’ infinita preten- sione e così aprendo
l’adito ad aberrazioni infinite. Si va dicendo sempre più da qualche tempo che
bisogna abbandonare il concetto di coscienza sog- gettiva, perchè la coscienza
senza contenuto e l’oggetto senza la sua ratio subjettiva sono poco concepibili
(1). Questa inerenza reciproca del sog- getto e dell'oggetto è fondatissima.
Non trovo però che da essa discenda l’opportunità di abbandonare (1) Cfr.
Botti, op. cit., pag. 243. pi UN! avo stesi Metri ie-cA petti ph ii aci tiri va
ea lata te Di pi ca arte (12 li Lotte è 3 106 Il solipsismo il concetto di
coscienza soggettiva. Questo abban- dono troverebbe sempre troppi oppositori e
pochis- simi propensi ad accettarne intera la responsabi- lità. Anzitutto se ne
gioverebbero gli stessi sog- gettivisti, giacchè finora la grande maggioranza
degli uomini ha identificato coscienza e soggetto e continuerà a farlo senza
darsi pensiero delle dis- sociazioni eteroclite. Quindi nascerebbe una grande
complicazione alla terminologia, dovendosi ad ogni passo avvertire che altra è
la coscienza come con- tenente, cioè come soggetto, altra è la coscienza come
contenuto, cioè come oggetto, e altro ancora la coscienza come contenente e
contenuto. Pertanto, spinti dalla necessità di identificare la coscienza, da
tal punto di vista considerata come suprema unità, colla totalità del reale, ci
trove- remmo nell’impiccio di identificare la coscienza di tal genere col
pensiero in senso universale, collo strascico di innumerevoli stravaganze
verbali e malintesi. Purtroppo è già molto pericoloso chia- mare pensiero
(benchè in s. u.) la realtà, perchè alcuni idealisti da una parte, senza
osteggiare questa affermazione, cercano di comprometterla ponendola sotto la
luce del soggettivismo; i rea- listi, dall’altra, la rifiutano; perchè, per
motivi di polemica, non vogliono abbandonare il concetto di pensiero
soggettivo. E certo sarebbe utile tron- care alla radice ogni equivoco usando
un termine meno compromesso, se omai, da Spinoza in qua, il concetto di
pensiero, in senso universale, non fosse solo un uso da poter essere adottato
da un solitario, ma provato da tutta una grande tradi- zione. Il senso della
coscienza è fortemente connesso a quello della persona e, come il pensiero in
senso IT) EEA cn GIOIE 1 LITIVTO IVI, |a IGGATOMO/ OI PP LESINA LE IO I II 7
SPETT MATO EISTP LITI L'Arte VII.- La questione della coscienza 107 universale,
deve svincolarsi dal senso tanto per- si sonale quanto impersonale (cfr. Gap.
X), così, se ‘Ti pur in senso universale il pensiero si adeguasse a coscienza,
delle due una: o il pensiero subobjettivo il non potrebbe più dirsi
impersonale, o dovrebbe dirsi impersonale la stessa persona. Ond’è che diventa
impossibile fondere entrambi i concetti in uno solo. La conclusione è che se,
come ammette il solip- sista, il contenuto totale della mia esperienza non
coincide con quello della mia attività volontaria e consapevole, tanto la
concezione immanentistica if (che ogni realtà si risolve in coscienza), punto
di i ) partenza del solipsismo (e suo genere prossimo), F. quanto la concezione
che la coscienza Si risolve i immediatamente nella mia coscienza, punto di LOI
arrivo del solipsismo (e sua differenza specifica), | solo in apparenza ne rimangono
avvantaggiate, : giacchè a sua volta l’attività soggettiva non po- fendosi
maidissociare dall’oggettiva, sempre rimane come principio supremo l’insidenza
reciproca del- | l’essere e del pensare, nei limiti in cui così il pensare come
l’essere sono riducibili allo stesso denominatore, cioè alla produttività
subobjettiva della realtà. Questo — della non coincidenza della mia atti- vità
volontaria e consapevole cioè della mia co- scienza col contenuto totale della
mia esperienza, offrente così, oltre alla parte volontaria e consape- vole, la
parte opposta dei prodotti involontari e inconsapevoli — è dunque un dato
ammesso dal solipsista — e come non ammetterlo? — che per la sua subobjettività
costituisce un vero scandalo pel solipsismo. Ostinarsi a chiamar soggettività
l’esperienza totale della mia attività (composta così ide: RATE dna hzia 33 i
sati bl de = ° ben. Fece sbiot0 Pa 0-3 108 * Il solipsismo di dati d’attività
consapevole e inconsapevole) non è neanche più un semplice bisticciare sui nomi,
ma è l'introduzione nel discorso d’un concetto incon- cepibile, che in pratica
significa il disorientamento completo del pensiero. Invero, se lo scopo del
solipsista è di ridurre tutto il contenuto della mia esperienza nei limiti
della mia soggettività, e per far questo crede che basti chiamar mia
soggettività l’insieme della parte volontaria e consapevole (cioè della
soggettività) e della parteinvolontaria e incon- sapevole (cioè
dell’oggettività), non è evidente che egli fa come chi, volendo trovar l’est, prenda
un punto qualunque come nord e poi tiri a destra? Ma il punto difficile è
trovare il nord, cioè — pel solipsista — trovare la risoluzione del soggettivo
e dell’oggettivo nel soggettivo. Assorto nella sua fissazione soggettivistica,
cre- dendo di dominare da solo la complessità subobjet- tiva dell’esperienza,
il solipsista viene dominato egli stesso dall’esigenza reale del dato. E
allora, da un lato sente la voce del consapevole e del vo- lontario cioè della
sua coscienza, dall’altro quella dell’inconsapevole e dell’involontario cioè
del resto, ma crede di compensare la sua mancanza di logica con la violenza
d’una nomendlatura (1). Com'è triste il destino di questa teoria che si attacca
disperatamente alla testimonianza della coscienza e poi trova in questa la
negazione implacabile del suo principio. (1) Il solipsista che fa produrre
dalla consapevolezza e dalla volontà un prodotto inconsapevole e volontario non
fa che ripe- tere la teoria del Bain che riduce alla forza della nostra co-
scienza il contrasto d’una forza opposta alla nostra. VII. La questione della
scienza. Io non veglio ingannare nè me, nè altri. NIETZSCHE. Quando Kant,
convinto della necessità di un esame critico atto a dimostrare la possibilità
d’un sapere razionale puro, valido per la ragione umana in generale colle sue
leggi necessarie, scrisse la Critica e i Prolegomeni, non aveva da difendere la
scienza dall'assalto del solipsismo. È noto il suo risultato critico
principale: che i principj @ priori della conoscenza servono solo a costituite
in noi l’esperienza, cioè solo il sapere circa la realtà feno- menica
(apparente a noi), non un sapere della realtà come essa è in sè, al di là della
nostra sensibilità; e come egli abbia gettato avanti il suo presupposto
realistico della cosa in sè quasi senza critica, cioè dogmaticamente. Quindi
già tutti i critici più penetranti della filosofia kantiana, da S. Maimon e S.
Bech al Martinetti, chiaramente additarono le difficoltà insolubili del
preconcetto realistico e ne proposero l’eliminazione. Inevitabilmente il
solipsismo è portato a riba- dire questa critica negativa del presupposto dua-
listico, però trascura di criticare un punto della 110 Il solipsismo massima
importanza, cioè che il problema della possibilità della scienza è risolto da Kant
indipen- dentemente dal presupposto realistico. L’interpre- tazione
solipsistica dei diversi contenuti dell’espe- rienza si trova inoltre su questo
punto in una situa- zione molto curiosa, perchè da un lato non elimina i
concetti presupposti dalla scienza nè il loro orga- namento
produttivo-interpretativo, ma li considera come punti di vista, mezzi o
strumenti impiegati per interpretare più facilmente certi aspetti di tale
esperienza (S., 186); dall’altro con la sua conclu- sione scetticamente
disperata d’ogni verità eli- mina precisamente la possibilità della scienza. Se
io fossi solipsista, in questa situazione non potrei certo rimanere; perchè,
quando riconoscessi che ogni mio sforzo per interpretare secondo ve- rità gli
aspetti della mia esperienza è assoluta- mente inutile e vano, troverei assurdo
considerare i concetti presupposti della scienza come punti di vista, mezzi o
strumenti impiegati per interpretare più facilmente certi aspetti della mia
esperienza. Senza notare che l’ipotesi di un mio punto di vista impiegato da me
per interpretare più facil- mente certi miei aspetti, cioè altri miei punti di
visla, mi avrebbe tutta l’aria d’un’autocaricatura sofistica all’idem per idem.
Ma, ommesso ciò, la possibilità della scienza non si salva dall’univer- sale
naufragio teoretico del solipsismo. Questa d'altronde non è che la conseguenza
inevitabile dell’assoluta riduzione d’ogni conoscenza e d’ogni realtà alla sola
sfera del mio io empirico. Invero la scienza ha natura, principj, mezzi e fini
sociali. Io la distruggo se tutta la riduco ad una mia produ- zione personale.
La scienza è calcolo e sperimento. Io la distruggo se l’abbasso al livello del
mio perso- VIII.- La questione della scienza 111 nale empirismo, con
l'aggravante della negazione scetticistica d’ogni verità. Da questo punto di
vista, anche il tentativo di riconoscere se vi sia una via per giungere a una
concezione del reale meno in- certa, meno discutibile delle altre, derivandola
da quelle condizioni del conoscere che appajono meno facilmente vulnerabili dal
dubbio universale, anche la ricerca di una interpretazione almeno provvi- soria
dell’esperienza diventa amaramente derisoria (S., 17, 18). Exiguam pleno de
mare demis aquam! Mi pare quindi di poter concludere che è successo al solipsista
un progressivo raffreddamento di quel fervido principio dell’attività dell'io
pensante, onde tutta la sua critica teoretica promana. Egli ha tentato di
liberarsi criticamente dal predominio di una teoretica inaccettabile, col
risultato a ro- vescio che — invocata la teoretica per rendere pos- sibile la
sua liberazione — ha finito per consu- mare in sè stesso la liquidazione
definitiva d’ogni teoretica. Ma se la teoretica sia veramente obli- gata a
distruggersi da sè, questa è la questione che io voglio e devo teoricamente
affrontare. Ora, per illuminare la mia critica, ho solo da conformarmi alla
condizione essenziale del cono- scere scientifico (s. s.); perchè se io vi
derogo non posso conoscere più; ed io invece voglio co- noscere, appunto perchè
la certezza cartesiana del mio io pensante non è per me se non la cer- tezza
imprescindibile di non poter essere che sotto la condizione del mio pensiero.
Esaminando per- tanto la natura formale del processo della cono- scenza
scientifica in ogni scienza particolare, ri- scontro due momenti di riduzione:
riduzione delle 112 - Il solipsismo nozioni (per definizione), riduzione delle
proposi- zioni (per dimostrazione). Questo doppio processo evidentemente si
arresta a un piccolo numero di nozioni primitive (indefinibili); e di
proposizioni primitive (indimostrabili); la cui scelta è con- venzionale e
indeterminata ma non arbitraria, dovendo necessariamente sodisfare alle due
con- dizioni della sufficienza e della compatibilità, oltre di ai desiderata
della massima economia possibile e à, dell’estetica. Rispettate queste
esigenze, che nella loro estrema i generalità sono comuni a tutte le scienze
(in s. s.), bi | il lavoro scientifico si sviluppa caso per caso col rigore
formale proprio ad ognuna, cioè del calcolo ‘ per le matematiche e
dell’esperimento per le scienze À fisiche ed affini. Tralascio ora di meglio
approfondire l’ orga- namento nonchè il funzionamento logico della scienza (1),
perchè: o il solipsismo accetta di discen- dere sopra questo terreno, o non accetta.
Se ac- cetta, deve ammettere che qualche risultato critico Ù si può assicurare
secondo verità, ma allora deve sconfessare il suo scetticismo teoretico; se non
accetta, qualunque ulteriore approfondimento cono- scitivo sarebbe tempo perso.
Qual’ è intanto la condizione primordiale del conoscere scientifico ? Che la
scienza si stabilisce sopra un piccolo numero di nozioni non def. e di
proposizioni non dim. È possibile che una teoria scientifica deroghi a questa
condizione ? No, non è possibile. Chi l’affermasse dovrebbe venire avanti Po ee
i , (1) Mi valgo dei risultati epistemologici esposti nelle mie opere
precedenti e segnatamente nel Problema della causa- lità, II, Sezione 1. VIII.
- La questione della scienza 113 a dimostrarlo. Ma non è ancor venuto, e quando
verrà esamineremo con grande interesse qual sia la natura della pretesa base
dimostrata della sua dimostrazione. E se è così, perchè tormentarsi a cercar
sempre la prova della prova, cioè a deplo- rare l'insufficienza di tutte le
prove? Tradotto in linguaggio semplicissimo, questo risultato episte- mologico
significa che la verità scientifica non pre- cede mai la def. e la dim., ma
viene sempre dopo. Come il fiore viene dopo la radice. Che senso ha dunque
rimproverare alla scienza di non potere dimostrare le sue verità ?, negare alla
scienza la sua possibilità colla scusa che essa non può dimo- strare il suo
sistema primitivo di nozioni non def., e di proposizioni non dim. ? Non bisogna
confondere le premesse (oltre alle condizioni, ai mezzi, alle forme) colla
conclusione. Se ogni verità è sempre il risultato di uno sforzo logico, è
evidente che |A non ha senso pretendere di riceverla gratis. Ma il solipsista
ripiglierà : Siete voi che po- nete le cose gratuitamente. È tutto il vostro
edi- ficio che non mi offre una garanzia sufficiente di validità, perchè si
fonda sopra una base gratuita (non def. e non dim.). « Se la base su cui esso
sorge è malsicura, se si pùò temere che oscilli, tutto l’edificio può essere
involto nella rovina. Anche qui per procedere debbo compiere un atto di fede;
ma la coscienza di averlo compiuto mi turba, talchè il dubbio riappare sempre
sul mio cammino » (S., 13). Questa replica ha il solo me- rito di svelare
apertamente la pretesa che la ve- rità debba non succedere ma precedere la di-
mostrazione della verità, cioè di contradire alla anzidetta condizione
primordiale del conoscere me- desimo. A. PASTORE, 71 solipsismo. 8. 114 Il
solipsismo Ora, se vi sia una scienza, certo finora scono- sciuta, capace di
sodisfare a questa esigenza (d’una verità precedente la dimostrazione della
verità) è un’altra questione. Io non la considero. L’abisso che s'apre tra la
possibilità della scienza posi- tiva, di cui parlo io ora e qui, e la
possibilità d’una scienza di tal genere è troppo profondo perchè possa colmarsi
con una supposizione. Inoltre nè per porre il sistema primitivo (non def. e non
dim.) la cui scelta, giova ripeterlo, è bensì convenzionale e indeterminata ma
non arbi- traria (1), nè per procedere, debbo compiere, per parlare con
precisione, alcun atto di fede. Questa questione è già stata affrontata e
risolta nella eri- tica del presupposto scettico. Non v’ha motivo di chiamar
atto di fede ogni atto di affermazione. Sotto pretesto di perfezionare una
terminologia finiremmo per intervertire tutte le distinzioni, mettendo l’iper-
bole a servizio della gnoseologia. Essendo inutile la ripetizione degli
argomenti anzi esposti su questo punto (chi la desideri rilegga il Capo II),
resta più tosto da vedere quanto valgano le altre principali objezioni contro
il principio della possibilità della scienza. Invano, mi dirà il solipsista, tu
pretendi di giustificare la validità delle leggi scientifiche af- fermando che
per esse (organizzate in sistema ipotetico-deduttivo), si può dedurre dallo
stato attuale delle cose lo stato loro per un istante qua- lunque del tempo. In
fondo tu ti basi sulla confi- denza di poter oltrepassare la sfera non solo
dell'io individuale, ma del presente. Il che è impossibile. (1) Gfr. Rovcier,
La philosophie géometrique de H. Poin- caré, Paris, Alcan, pagg. 13-25. VIII.- La questione della scienza
115 Inoltre tu pretendi di installarti così nel passato come nel futuro, cioè
di poter trattare il tempo A come reale: altra impossibilità. Te ne convincerai
senza fatica riflettendo che le famose leggi che formano l’oggetto della
determinazione scientifica altro non essendo che relazioni fra rappresenta-
zioni tutte attuali (perchè dal presente non si può uscire), disposte in
apparenza di successione per appagare certi bisogni di ordine nei proprj pro-
dotti, non possono avere la minima portata oltre il puro contenuto della mia
esperienza presente. Infine che altro è tutta la scienza medesima se non una
mia produzione personale? In condizioni rudimentali di spirito io posso credere
d’aver im- parato o di poter imparare qualche cognizione da altri o dai libri.
Ma è un errore. fo mi creo e mi creerò ogni cognizione solo da me, perchè non
esiste nessun essere reale altro da me: uomo, animale, libro o altro oggetto
naturale qualunque, In condizioni d’ ignoranza io posso supporre che un’intera
biblioteca d’opere astruse e da me in- comprese, anzi incomprensibili, sia
fuori di me; che una legione di dotti, specialisti, parlanti e pensanti in
lingue straniere, per proprie esclusive ricerche, sia in possesso di cognizioni
straordi- narie che io ignoro. Ma è un errore. Ciò che chiamo apprendere una
scoperta altrui significa in ultimo ordinare e collegare certi miei pensieri.
Posso bensì riferirli a rappresentazioni fuori di me, ma ciò non impedisce che
queste e i pensieri di cui parlo siano pur sempre elementi del mio io. Ciò è
tanto vero, che quando pure ammetto che qualche ve- rità mi viene comunicata da
altri, debbo poi rico- noscere che essa acquista un significato per me soltanto
se io la ripenso e la ricostruisco col mio 116 Il solipsismò stesso pensiero ;
altrimenti essa si riduce a un insieme di parole che io non comprendo (S.,
185). Qui non terminerebbe certo l’elenco delle diva- gazioni e delle curiosità
d'ogni maniera di cui potrei fare menzione, spigolando puntualmente le opere
dei solipsisti. Ma per la questione trattata qui può bastare questo piccolo
saggio. Ridotti in compendio tutti gli argomenti sopra riferiti vengono a dire:
io mi ostino a credere che la cosa sia così (cioè che io non possa superare il
presente che vivo), ma la scienza pretende l’opposto; dunque essa è im-
possibile. Forse l'argomento avrà potuto valere ai tempi dell’ipse dixit; ma
certo non vale ora e per noi, discepoli di Kant, che prendiamo per insegna la
critica, e, per decidere la questione della verità, il duplice criterio
sensibile e razionale. E vera- mente l’objezione ricavata dall’ impossibilità
di uscire dal presente sarebbe insormontabile, se tempo e spazio non fossero
vere e proprie forme della realtà. Ma una critica odierna prova tutto il contrario.
A questo punto il solipsista non potrà trattenere un sorrisetto ironico, perchè
penserà : — povero Kant! che bel servizio ricevi dai tuoi sedicenti discepoli.
Tu affermavi che il tempo e lo spazio non sono che condizioni soggettive della
nostra sensibilità, che in sè fuori del soggetto sono nulla. Ed ecco ora
affermato, da chi si schiera sotto la tua insegna, che spazio e tempo sono vere
e proprie forme della realtà. — Ebbene, passi pure il sorriso, è troppo giusto.
E non sarà neanche questo l’unico punto in cui dovrò dissentire da Kant,
malgrado la mia ferma volontà di mantenermi fedele allo spirito rinnovatore
della sua critica. Ma i ragionamenti non si troncano coi sorrisi, bensì con la
ragione. E allora avanti di affermare che spazio LU) a; ° (ica VIII. - La
questione della scienza 117 e tempo sono soltanto forme-funzioni della nostra
intuizione sensibile cioè della nostra esclusiva sog- gettività, non converrà
forse definire il senso impli- cito di quel « soltanto »? Bisogna, condensando,
in primo luogo assicurare il valore reale delle forme- funzioni dello spazio e
del tempo; in secondo luogo provare la possibilità di uscire dal presente. I. —
Qui soccorre il prezioso insegnamento del Varisco il quale, appunto per
sostenere la tesi dello spazio e tempo come forme della realtà, avverte: «
Escludiamo che spazio e tempo siano soltanto sog- gettivi; perchè il « soltanto
» manca di significato, se non supponendo che vi siano degli elementi non
soggettivi » (1). Io posso dire, astrattamente par- lando, che la forma della
realtà ha tali o tali altri caratteri. Ma non mi posso spingere mai a pensare
che essa sia un reale sui generis stante in sè e per sè, segregabile realmente
toto caelo da tutto il resto. «Si astrae — insegna ancora il Varisco — quando
una cosa, che ha essenziale relazione con un’altra, viene considerata senza
riferimento all’altra. Noi non possiamo astenerci dall’astrarre ; nè si vede
perchè ce ne dovremmo astenere, se anche potessimo. Se però la mancanza di
riferimento nella consi- derazione viene interpretata come reale mancanza di
relazione, le astrazioni diventano ipostasi. Che le ipostasi vadano scansate,
non è dubbio. Ma quando si lavora su delle astrazioni, è facile, se non si tien
sempre ben presente il loro carattere d’astrazioni, convertirle
inavvertitamente in ipo- stasi » (2). Non bisogna dunque equivocare. Posso
conservare il diritto di trattare astrattamente della (1) Varisco, Conoscì te
stesso, pag. 75. (2) VariISco, op. cit., pagg. 67-68. 118 Il solipsismo È forma
spaziale e temporale, senza perdere il diritto di considerare spazio e tempo
come forme-funzioni della realtà, cioè costitutive essenziali del soggetto e di
ciò che mi rappresento spazialmente e tem- poralmente, cioè dell’oggetto. Tutto
questo è stato magistralmente dimostrato dal Varisco, del quale infine è ancora
pregio dell’opera citare quest’aurea sentenza : « Io dico: e’ è una realtà.
Queste mie parole, o non hanno significato di sorta, o hanno questo : che
l’esserci della realtà consiste nel suo essere concepito da me come un esserci
» (1). Ciò premesso, per intendere se spazio e tempo sono o non sono realtà, io
devo domandarmi : che cosa è la realtà? E non posso rispondere, se non
consultando tutta la mia esperienza. La mia ricerca sì chiude colla doppia distinzione:
a) dell'oggetto della conoscenza sensibile, distinta in: conoscenza
dell’esperienza esterna nei modi più generali della rappresentazione spaziale
(cioè legata in ordine spa- ziale) e conoscenza dell’esperienza interna
analoga- mente pel tempo (cioè legata in ordine temporale), e b) dell’oggetto
della conoscenza razionale. La con- sultazione riflessa della conoscenza
sensibile mi porta insomma a riconoscere oggettivamente una realtà spaziale e
temporale. Osservo subito che questo primo risultato coincide coll’ intuizione
no- tissima della coscienza comune la quale non dubita della realtà del tempo e
dello spazio. Ma appunto perciò io ne diffido, poichè è criticamente evidente
che una gnoseologia non può contentarsi di ciò che può parer reale solo per
un’inchiesta intuitiva, non tale da rispondere alle esigenze d’ un’inchiesta
filo- sofica, giacchè l'evidenza immediata è anche propria (1) VaRISCO, op.
cit., pag. 21. VILI.- La questione della scienza 119 delle illusioni. Occorre,
dunque, approfondire la ricerca. Sarebbe in verità troppo facile nonchè peri-
coloso ammettere come vero filosofico ogni dato che appaja evidente alla
coscienza immediata, per quanto grande sia la fiducia che noi possiamo e
vogliamo concedere alla nostra sincera intuizione. Per noi il criterio supremo
della verità gnoseolo- gica non può esser dato che dall’ insieme di quattro
condizioni: due di evidenza e due di dimostrazione ; giacchè l'evidenza può
essere immediata o mediata e la dimostrazione può essere razionale (per calcolo)
o sperimentale (per sperimento). Lasciando queste due ultime che si esigono
solo per le scienze esatte, qui vuolsi tener conto solo delle due prime, cioè
dell’evidenza immediata, data dalla diretta te- stimonianza della coscienza, e
dell’evidenza me- diata, la quale deve essere fornita da una riflessione
critica probante che ciò che si afferma per vero ha il suggello dell’assenza
della contradizione. Per capire bene l'illegittimità del metodo opposto non ho
che da studiare riflessivamente la tesi del sol- ipsismo che accetta senza
critica solo il dato di una intuizione incompleta (io solo penso, dunque io
solo sono), e che quindi io rifiuto, non solo perchè non esprime una verità di
buon senso, perchè cioè è contraria a quella intuizione volgare del conoscere e
dell’essere che ne abbiamo tutti, ma perchè, oltre a ciò, sottoposta alla prova
della riflessione critica, si rivela contradittoria. Convergo dunque l’atten-
zione sull’esperienza sensibile e cerco d’interpre- tarla criticamente. [o ho
diretta esperienza di me stesso come at- tività conoscente (soggetto) in
relazione unitiva e distintiva con conosciuti di vario genere, com- preso me
stesso (oggetto). Ma, quando conosco ARL 120 Il solipsismo ino “ ii IAN
sensibilmente un oggetto qualunque sia nell’or- dine spaziale sia in quello
temporale (che io pro- pendo, pel mio semplice buon senso, a considerare come
reali), io non ho punto coscienza che la mia esperienza si effettui, o che
almeno mi appaja indu- bitabilmente, come se: a) di là ci fosse un reale aspaziale
e atemporale ; b) di qua fossi io per apprenderlo spazialmente e temporalmente
cioè colle forme di spazio e tempo esclusivamente inerenti alla mia
soggettività. Per giungere a questa interpretazione io devo fare tutto un
lavoro di astrazione e di organizza- zione ch’io sento successivo all’atto
globale della presa di possesso di me per me stesso. Il risultato pratico per
ora è dunque questo: che io riconosco perfettamente che le distinzioni di
questo tenore e gli ordinamenti relativi sono manifestazioni della mia attività
produttiva dello spirito, rispetto ad alcune resistenze che si sviluppano con
la stessa spontaneità della mia attività unitiva e distintiva sia
nell’esperienza esterna sia nell’interna. Ma non basta. Quindi riconcentro la
mia attenzione sull’atto globale unitivo e distintivo, perchè è di questo che
ora mi interesso, e mi domando: così quella materia come quella forma che io
riesco ulteriormente a considerare in modo astratto, ma che nell’atto ori-
ginario e concreto della mia conoscenza sensibile conosco insieme
inseparabilmente, sono un mio costitutivo reale, oppure sono qualche cosa di
cui io sento che potrei anche mancare, pur continuando ad essere? La risposta
negativa per me non ha senso. Chi volesse sostenere che io sarei ancora quello
che sono dal punto di vista della mia cono- scenza sensibile (che io affermo di
me costitutiva) VIII. - La questione della scienza 121 indipendentemente dalla
materia e dalla forma par- ziale e temporale dell’esperienza, non solo dovrebbe
potere lui sapere meglio di me quello che sono io, ma dovrebbe inoltre far sì
che io me ne potessi render conto da me medesimo. Di questa esigenza
fondamentale io non posso e non devo mai dimen- ticarmi, almeno finchè posso
litigare con me stesso solipsisticamente. Invero, da questo punto di vista,
devo ammettere col solipsista che, pure accettando qualche verità comunicatami
da altri, essa acquista un significato per me soltanto se io la ripenso e la
ricostruisco col mio stesso pensiero; altrimenti essa si riduce a un insieme di
parole che io non com- prendo (S., 185). Ma c’ è di più. Io credo di conoscere
la ragione per cui non posso ammettere che la ma- teria e la forma spaziale e
temporale non entrino nella costituzione reale del mio essere e quindi della
realtà (« il cui esserci consiste nel suo essere da me concepito come un
esserci »). E la ragione è che la supposizione tanto di me senza la materia e
la forma dell’esperienza sensibile, quanto di una qua- lunque realtà, cioè
della realtà immateriale, aspa- ziale, atemporale, non solo finisce
nell’assoluto agnosticismo, ma riesce contradittoria. In altri termini, sarei
costretto ad una situazione che oltre alle insormontabili difficoltà dell’
inconoscibilismo, contradirebbe alla mia tesi fondamentale (pure accettata dal
solipsismo) che pone così l’io, come il non-io sotto la condizione della
conoscenza. Più chiaramente ancora, avrei da giustificarmi l’ipotesi di una
materia o di una forma (spaziale e temporale) come sola apparenza da una parte;
e dall’altra l’ipotesi tanto del mio io, quanto della realtà senza materia e
senza forma, cioè indipen- dentemente da qualunque successione ed esten- 122 Il
solipsismo sione empirica ; mentre io non mi sento da tanto, anzi mentre io
riconosco che se potessi o dovessi accettare queste assurdità il mio stesso
pensiero si distruggerebbe. Pertanto io trovo logico concludere col Varisco : «
Reale, nel senso vero della parola, è soltanto l’esperienza complessiva, la
totalità dell'esperienza, o l’unità che io dico subobjettiva, nella quale fatto
e cognizione sono inseparabili. Il fatto è materia, e la cognizione forma; la
forma è forma della ma- teria, la materia è materia della forma. La materia per
sè non è più reale che la forma per sè » (1). Conseguentemente se, per altre
ulteriori ricerche, ci riuscisse di considerare la materia della forma come
molteplicità e la forma della materia come unità (2) la nozione del reale come
unità della mol- teplicità, cioè come sistema (3) verrebbe ribadita anche da
questo punto di vista. Ma questo risultato importantissimo per la coerenza
generale della con- cezione è stato appunto conseguito (4). Il principio
sistematico dell’unità e della molteplicità è l’anima del reale (come risulta
dal Capo III) e insieme ras- soda la formazione del sapere scientifico in cui
l’unità e la molteplicità funzionano categorica- mente. Quanto più si applica
la riflessione all’espe- rienza viva e concreta dello spazio e del tempo, tanto
più consta la loro subobjettiva realtà. Dunque la prima objezione solipsistica
è distrutta. II. — Assicurato il valore reale delle forme-fun- zioni dello
spazio e del tempo, passiamo all’obje- (1) Varisco, op. cit., pag. 102. (2)
Ivi, 161. (3) Ivi, 132-187. (4) Com'è noto, la dottrina del Varisco sodisfa
pienamente a questa esigenza. VIII.- La questione della scienza 123 zione
dell’impossibilità di uscire dal presente, altro tratto importante con cui il
solipsismo mette in forse la possibilità, nonchè la validità della scienza. Ve-
ramente — com’ è ben noto — questa considera- zione è già stata avanzata da
molti altri, come pure è già stata oggetto di vive discussioni, basti
rammentare lo sviluppo critico che va dalle vigo- rose Confessioni di S.
Agostino nel libro XI alla acutissima analisi del senso del tempo di W. James.
Il solipsismo non aggiunge un’ ette alla critica cronologica su questo punto.
Quindi la confuta- zione dell’ insuperabilità del presente che, si fa qui,
supera la portata d’una polemica antisolipsistica. Agostino dice che dei tre
momenti del tempo (passato, presente e futuro) nessuno esiste come entità: il
primo e il terzo non esistono, perchè il passato non è più e il futuro non è
ancora; il secondo poi non esiste, perchè non ha dimensione, non è una durata
ma un semplice limite; quindi il tempo non è una realtà, è una pura distensione
dell'animo (distensio animi). Ora, dire che il pas- sato non è più, che il
futuro non è ancora, e che il presente del pari non esiste come entità, mentre
il tempo è una pura distensio animi, significa appunto affermarel’impossibilità
di uscire dall’unità di quel- l’intimo slancio spirituale a cui resta adeguata
l’attività produttiva dell'io. Inoltre è facile accor- gersi che nella
discriminazione dei tre momenti del tempo (sulla natura della quale ora
sospendo l’in- dagine, per ripigliarla fra poco) è impossibile isolare
assolutamente un presente, tanto meno poi él pre- sente dalla sua connessione
con gli altri momenti. Che cosa è dunque il presente? Lo conosco io bene come
un momento che io vivo separatamente da ogni altro momento prima e poi (non
dico già come a dia At 124 Il solipsismo uno stato, ma come un divenire)? Non
potrebbe darsi che l’affermarlo fosse una delle solite fallacie che si
producono nello spirito, allorchè si vuole difendere un presupposto ? Io sento
viva l’opportunità di dubitarne, tanto più che mi ritornano allo spirito tutte
le sotti- gliezze degli antitemporalisti intorno alla labilità, anzi
all’annientamento del presente, che qui na- turalmente non voglio riportare per
evitare ogni fastidioso ingombro. Potrebbe darsi che ogni senso di tempo mi
avvertisse sempre d’una successione transitiva irreversibile di più momenti,
solidal- mente e inseparabilmente continui, fusi insieme dalla funzione
produttiva del mio spirito. In questa ipotesi avrei un gruppo di proprietà
(successione, irreversibilità, continuità) tenuto insieme da una proprietà
formale, cioè una molteplicità unificata. Questa ipotesi ha precisamente il
sussidio della geniale analisi del James che ha stabilito il prin- cipio del
presente parvente (1). Certo questo nome di battesimo è infelice e per due
motivi: perchè da un lato — col termine parvente — non elimina il dubbio
dell’illusione; dall’altro — col termine pre- sente — perde quel senso di
sintesi che è il filo d’oro della sua scoperta. Ma, a parte ciò, l’innovazione
(1) L'espressione (the specious present) è di E. R. Clay, come ricorda il
James, che ha però il merito d’aver sviluppato il principio del presente come
duration-block, cioè del presente come durata-solida. Fuor di questo, tuttavia,
egli rimane sotto l'impero della maniera abituale di ragionare, perchè non
rico- nosce che lo stesso presente come durata solida, cioè il presente
parvente a doppia frangia vuole a sua volta essere pensato come doppia esigenza
projettiva a parte ante (passato) e a parte post (futuro). Le altre
manchevolezze della dottrina di James si note- ranno nel testo secondo lo
sviluppo della discussione. E TIRA 1 IS) Re CLI PE VIII.- La questione della
scienza 125 della sua teoria mi pare altamente utile e signifi- cativa, perchè
vi aggiunge la teoria della doppia frangia. Secondo lui l'intuizione originaria
del tempo risulta da: 1° un presente parvente; 2° una doppia frangia anteriore
e posteriore. Il presente parvente è una durata centrale inter- media alle due
frangie, variabile fra un marimum di circa 12 secondi e un minimum di circa
1/50 di secondo, per l’udito. La frangia anteriore è la radice del tempo ricor-
dato (passato) (1), la posteriore del tempo aspet- tato (futuro). Precisamente
vuol dire che l’originaria intuizione del tempo non è semplicemente il punto
atomico ed evanescente del presente ccme baleno istantaneo e isolato fra altri,
ma complessivamente la somma di una durata variabile e di due frangie, cioè in
ultima analisi, d’un passato-presente-futuro, integral- mente compreso.
L’intuizione dell’ avvenire soli- dale al presente e al passato. Le difficoltà
apparenti delle anzidette teorie scompajono se prendiamo in esame l’intuizione
del presente da questo punto di vista. Quantunque il nostro più rudimentale
accorgerci del tempo paja l’affermazione del presente senza frangia, quasi d’un
semplice limite transitivo in cui e per cui si attua dinamicamente e irrevoca-
(1) Sulla verità antisolipsistica della reminiscenza che im- plica il
riferimento ad uno stato anteriore, cfr.: VARISCO, La Conoscenza e Paralipomeni
alla conoscenza. Nei Massimi problemi, ribadendo la teoria che l’essenza del
ricordo è la coscienza presente del passato, apertamente si di- chiara che ciò
che si chiama il presente, include sempre dei ricordi, vale a dire che sapere
significa ricordare. 126 È Il solipsismo bilmente la distensio animi, una più
approfondita notizia ci assicura dell’impossibilità di escludere la durata del
presente delle basi della costruzione mentale del tempo. Si fa presto a negare
la possibilità di uscire dal presente. Ma è la prestezza d’un puro traslato. E
il traslato è possibile appunto perchè io seguito ad avere l’intuizione
complessa della successione — continua — irreversibile, formalmente unificata
dalla funzione costruttiva del mio spirito ; e sopra questa fluenza integrale
(che io vivo), diserimino astrattamente la sezione mediana (che io fisso).
Così, p. es., se contemplo un fiume, mi par di poter iso- lare quel determinato
punto o quell'insieme deter- minato di punti che fisso e mi rappresento (insu-
perabilmente, cioè esclusivamente) col potere della mia attenta
discriminazione. Ma, se poi bado alla realtà di quel brano, qualunque esso sia,
oltre il quale io effettivamente non posso più andare, (che io non posso più oltrepassare,
dalla sfera del quale non posso più uscire dopo che l’ho rappresentato, cioè
dopo che l’ho considerato esclusivamente), non mi trovo più in possesso di
niente altro che d’una astrazione. La qualifica dell’ insuperabilità del mo-
mento presente è mia, tutta mia, intendo dire qui della mia astrazione
esclusiva. È troppo naturale che ogni esclusione assoluta non sia che una
reclu- sione infinita. Quindi io riconosco la necessità di dire che non posso
oltrepassare i limiti del presente, se io lo considero esclusivamente da ogni
presente parvente cioè da ogni durata (centrale) e da ogni frangia (laterale).
Ciò però non mi dice che un tale presente insuperabile sia il presente che io
vivo in realtà. Anzi mi dice precisamente l’op- posto; perchè, essendo quello
un presente esclusivo VIII. - La questione della scienza 127 (insuperabile),
astratto da ogni attinenza col pas- sato e col futuro, sottratto cioè a quella
fluenza a parte ante e a parte post in cui e per cui il mio animo si distende
col senso del tempo, la parola presente non ha più senso temporale per me, E un
tempo morto, un non tempo, una vera . impossibilità temporale. Ma questo non è
che il punto di partenza di quella nozione integrale del tempo che deve omai
essere chiarita secondo le ultime esigenze. Alla nozione del presente solido a
doppia frangia, come bilaterale relatività, che già comprende il doppio
paradosso della determinazione esclusiva e dell’irradiamento transitivo d’ogni
frazione tempo- rale, si deve aggiungere come punto d’ arrivo la nozione della
totalità del tempo, non come presente eterno, assoluto, divino, ma come
concreta e attiva ritmicità di passato-presente-futuro. Non basta rico- noscere
il doppio valore di durata e di slancio, di peso e di volo, che è
caratteristico al senso orario del tempo. La regione direi così universale e
meno empirica del tempo ha come un carattere demiur- gico, non coincidente col
carattere spasmodico del frammento. E anche di questo carattere cronologico il
nostro spirito ha come un senso sovrano, di cui ogni altro senso parziale
(senso astratto del pre- sente, o del passato, o del futuro) è tributario. Se
potessi usare il vocabolario schopenhaueriano, direi che è il tempo della
volontà della trasforma- zione universale, che l’amore e l’arte sorprendono, la
scienza astrattamente rivela, la filosofia rende trasparente e vitale ai suoi
fedeli, diffidando ogni temporalità isolabile. Ciò che noi cerchiamo nei più
alti casi della vita di decifrare non è altro. È il segreto dell’energia
plastica universale. bi “ce | dn pa st LAT PRAREZAE. VOR MPI RIP Pale e © ee
ve: n° È. sas £ PIÙ Stat RR PESTO TI ld dei di sl etti TI RITZ te
e-oit>+sieb ie fi 128 Il solipsismo Gl’inconvenienti della dottrina
solipsistica (come anche della jamesiana) si manifestano dunque pa- tentemente.
Il solipsista ha una concezione para- litica del tempo e puntualizzatrice, in
quanto non può varcare il punto statico dell’ hic et nunc. James riconosce
invece la durata solida del presente a doppia frangia, ma non sviluppa il senso
della rela- tività, e ritorna alla concezione medievale e del resto comune
della totalità del tempo come presente eterno. Questo presente eterno nella
concezione co- mune è come situato in un trono utopico e ucro- nico. Sotto ad
esso fluiscono nella loro successione empirica il passato, il presente, il
futuro. Ma esso è fuori tempo e fuori spazio. Per me un tale eterno come
attualità o presenzialità pura è un artificio, un’ipotesi fuori della corrente
temporale. Accordo il presente scientifico, perchè non è altro che
l’affermazione del campo della validità delle leggi (1). Questo campo temporale
delle leggi scien- tifiche occupa nella mia teoria il punto di mezzo tra la
nozione del presente solido a doppia frangia come bilaterale relatività e la
nozione della tota- lità del tempo come relatività ritmica di presente-
passato-futuro. In fondo è la distensione del pen- siero (distensio animi),
risolventesi nella disten- sione della realtà. Per me l’universo intero è
attraversato non solo dal desiderio continuo di abdicare alla staticità
apparentemente discontinua d’ogni momento, ma dalla reale capacità di sor-
passare ogni frammento furtivo; come ogni indi- viduo, in virtù d’una necessità
interiore, è tratto (1) Cfr. Del nuovo spirito della scienza e della filosofia,
1907 ; Il pensiero puro, 1913; Il problema della causalità, 1921. VIII.- La
questione della scienza 129 4 a partecipare della sua suprema relatività cioè a
universalizzarsi. Per modo che io sono costretto a dire contro al solipsismo
che quanto maggiore è la difficoltà di uscire dal presente che vivo, tanto
minore è la capa- cità medesima di discriminare e sinfonizzare il tempo in
quella pienezza delle condizioni di con- tenuto e di forma che costituiscono la
sua realtà. La vita mentale che trova difficoltà ad uscire dal presente non sa
ancora avvertire la doppia esigenza intransitiva e transitiva, analitica e
sintetica del tempo! La natura globale e direi lo stile del tempo non è
l’insuperabilità dell’attualità, è invece il suc- cessivo, continuo, irreversibile
superamento d’ogni astratto e spasmodico momento presente. L’extra-
momentaneità, anzi a rigore l’ inattualità (1), è forse la legge più tipica del
tempo. La ragione è che la coscienza integrale del tempo è coscienza di
passato-presente-futuro inseparabilmente. Di questa inattualità sintetica del
tempo, voglio dire della sua abbondanza interiore, estetica in certo senso e
sin- estetica, non hanno sentore i presenzialisti dell’Qic et nunc. Similmente
non è da loro avvertita la ra- gione che mi pare discendente dalla dialettica
del limite. Perchè, se l’uomo è limitato così nel suo essere come nel suo
conoscere, appunto perciò egli si trova nelle condizioni richieste e
sufficienti per es- sere in relazione e aver senso di relazione con tutto. Per
conoscermi bene io devo acquistare una co- scienza sempre più vasta e più
profonda di questa complessa esigenza di relatività che significa, nel- là si
Ea o AMÉ * E a E I fo = Sten rn _ I (1) L'attuale ha doppio senso, cioè del
presente fra passato e futuro, e dell'attualità aristotelica jesprimente
l’energia in atto o entelechia, opposta al movimento in semplice potenza. f tit
— nr setti. A. PASTORE, Il solipsismo. A 9. = tene TAI. [. PPS Il solipsismo
Frs Q|MReg i. ‘— creoli > ri ni l'ordine del tempo e dello spazio,
l’oltrepassare le esclusioni dell’attuale e del locale, cioè dell’ora e del
qui. Il mio sempre transitorio e sempre rina- scente divenire che altro è, in
ultima analisi, se non la mia reale possibilità di oltrepassare sempre il
presente? Che non ci possiamo liberare mai dai limiti esclusivi del presente è
dunque falso, ed è falsa la concezione opportunistica e astratti- stica del
solipsismo, se si interpreta a rigore. Ma dunque, tolta questa objezione, la
negazione del valore reale delle leggi scientifiche non ha più nessun
fondamento critico, e quindi nessun valore dimostrativo. Non è vero (quel che
afferma il solip- sismo) che le leggi (parlo delle leggi fisiche in modo
particolare) non siano altro che relazioni fra rap- presentazioni tutte
attuali, perchè — se la loro de- terminazione è dedotta sperimentalmente — le
leggi non sono altro che l’espressione di quella relati- vità inattuale che è
propria della natura in quanto esce da ogni presente esclusivo e mantiene la
sua costanza nel suo incessante variare, secondo la for- mula unica di un
rapporto di variazioni. La teoria del metodo sperimentale ci sa dire come e
perchè l’ illazione dal pensiero astratto all’essere astratto e da questo a
quello sia legittima, in certi casi ben determinati. E sarebbe ora superfluo
riaprire una discussione su questo proposito (1). (1) Rimando al mio P. d. c.,
I, Sez. 1. Oltre all'esigenza della memoria (che significa il riferimento
presente a uno stato anteriore, si deve aggiungere l’esigenza della
deducibilità sperimentale (che implica il riferimento reale a uno stato futuro
o in generale qualunque). L’impossibilità di iden- tificare il metodo logico
col metodo aitiologico in fondo significa che il concetto di ragione non è il
concetto di causa. Nel rap- porto causale troviamo necessità razionale e
successione tem- VIII.- La questione della scienza 131 i Ma, se la conoscenza
per le leggi non solo è pra- ticamente attendibile —come è pacifico pertutti —,
ma non trova contro di sè nessun argomento di o ragione o di fatto perchè non
possa essere la forma più rigorosamente universale di conoscenza astratta 4 che
è propria della realtà, è ovvio che anche l’ultima asserzione solipsistica del
carattere esclu- sivamente personale della scienza non regge. Con essa il
solipsista proclama senza provarlo — 0 meglio io stesso dovrei proclamare sub
specie solipsismi — che tutta la scienza non è che una produzione della mia
coscienza personale, con quel fitto corteggio di schiarimenti sul modo di
appren- dere le scoperte altrui, cioè di scoprire a me stesso che io sono lo
scopritore universale, che è stato © dianzi riferito. Ma giunto a questa
conclusione, a cioè dopo d’aver provato, con una critica severa ma leale, la
nessuna validità di ragione e di fatto delle premesse, io mi fermo. Il Masci,
nei suoi frequenti attacchi contro il solipsismo, non si faceva serupolo di
dichiarare « che una tale credenza è da pazzi » (1). A me basterà d’aver
dimostrato con un esame sin- cero ed accurato di tutti gli argomenti
fondamentali che l’edificio teoretico del solipsismo è un castello » in aria. {
porale; nel rapporto razionale non troviamo che pura logicità. Se le leggi
razionali (logiche e matematiche) non escono dal campo della pura mentalità
deduttiva, le leggi fisiche e in ge- nere naturali ne escono, postulando
l’accadere temporale e una permanenza sui generis, (1) Masci, Pensiero e
conoscenza, Torino, Bocca, pag. 17. tu; Ne: lei. î —TFr——_——————_+_ O e; i Lu
PEGI RIZ IZZO ZO TO OOO e SRI in E IX. La questione della storia. Mi ritengono
una tomba e sono la madre. Giustificata antisolipsisticamente la possibilità
della scienza colla rettifica del concetto della realtà, del criterio del vero,
del tempo e dello spazio come forma attiva del reale, si giunge alla
giustificazione della storia, altra tesi negata per contro dal solip- sismo, Le
sue premesse e le sue conclusioni sono le seguenti. Costretto a riconoscere che
non posso superare i limiti del mio io, sono costretto a considerare la storia,
sia naturale, sia umana, come un sem- plice sforzo di ricostruzione e di
interpretazione che si riduce poi a nuova esplicazione della mia effettivamente
attuali per poterle ordinare e rico- struire in un certo modo; nella stessa
maniera, contemplando una pittura che mi presenta tutte le figure sullo stesso
piano, le colloco e le ordino su piani diversi a seconda della differenza di
pro- spettiva che esse offrono. Ma, come non potrei affermare che tali figure
sono effettivamente dis- Î 134 Il solipsismo o ______—r___—_r
1e+e]"edlret, poste in profondità, così non posso dire che i fatti storici
appartengono a periodi temporali real- mente diversi, perchè tutti, anche
quelli che mi appajono più remoti dal presente, fanno parte della mia
esperienza attuale. Ad esempio i fatti della vita di Cesare sono rappresentazioni
attuali; quelli che chiamo testimonianze storiche (documenti, monumenti, ecc.)
sono pure costituenti presenti della mia esperienza. Infatti, se non fossero
tali non potrei nemmeno parlarne e quindi non mi servirebbero per quella
particolare ricostruzione che è la storia della vita di Cesare. Del resto, in
ultima analisi, il punto di riferimento costante della visione storica di ciò
che chiamo il passato è sempre il presente; se alcuni contenuti sono projettati
al di là di esso sebbene siano presenti, è perchè così mi pare di potere
interpretare meglio questo, considerandolo come ultimo anello di una serie di
accadimenti; è precisamente per ottenere tale interpretazione che presuppongo
una realtà del passato e l’esistenza di esseri simili a me, ma da me indipendenti,
vissuti in periodi che sono succeduti nel tempo. Nello stesso modo, io ammet-
tevo l’esistenza reale di un mondo fisico fuori di me per interpretare un certo
aspetto della mia esperienza. Ma, sia in un caso come nell’ altro, l’analisi
mostra che tutti i fatti o gli esseri di cui parlo sono soltanto contenuti di
tale esperienza attuale e che la stessa affermazione della loro realtà fuori di
me è il prodotto del mio pensiero: in ogni caso, per pensarli come indipendenti
da me, io debbo presupporre il mio pensiero di cui sono l’oggetto (S.,
183-184). Ora, spingendo l’ analisi a fondo, è facile pro- vare che, con questi
conati di interpretazione della IX.- La questione della storia 135 visione
storica del passato, il solipsismo si sforza di concepire l’inconcepibile. Mi
guarderei bene di fargliene il minimo rimprovero, ,se il solipsista si
ritenesse interamente. libero davanti a sè stesso di prendere qualunque
determinazione o interpre- tazione o esplicazione gli piaccia. Ma non è così,
perchè egli non vuole ammettere che il suo pen- siero teoretico sia il più
assurdo di tutti, confuta a tono di logica i sistemi altrui, rileva le loro
enormezze e, quando a furia di sottigliezze ha creduto di ridurli all’ assurdo,
sì ritiene autoriz- zato a respingerli come non plausibili, senza ri- guardo. È
vero che egli da parte sua non si perita di sostenere stravaganze così
paradossali che sono in urto al grido del buon senso. Ma non vuole egli sempre
dare appagamento ai bisogni di spie- gazione razionale del suo pensiero? (S.,
181); nella questione che ora ci riguarda, non afferma egli di rifiutare la
concezione del presente (come un’eternità che permane) in quanto essa sarebbe
qualcosa di impensabile, perchè implicherebbe un concetto contradittorio ? (S.,
180). L’ assenza di contradizione resta dunque anche per lui il più importante
criterio di verità col quale si possa.. ragionare fra gente sensata. Io devo
dunque ve- dere se l’ anzidetta negazione della storia effetti- vamente mi
lasci la possibilità di pensare. A prima vista pare che abbia senso l'ipotesi
di una projezione di rappresentazioni tutte effettiva- mente presenti, che però
io considero come suc- cessive, con uno. sforzo d’ interpretazione e di
ricostruzione della mia esperienza attuale. Il pa- ragone colle figure d’un
quadro che sono tutte effettivamente presenti sullo stesso piano, ma che io
considero come collocate su piani diversi (perchè è > era cton- [163# e decò
tears 200* è Titan 1 “pr 0 per n er n 4 na [IV] ! Il solipsismo le ordino io
stesso a seconda dell’ esigenza della .ln © prospettiva), sembra calzante e
decisivo, in favore dell'ipotesi dell’eliminazione del tempo. Ma in un” secondo
periodo questa maniera di concepire la projezione cade dinanzi alla più
penetrante rifles- sione, e la projezione apparentemente insuccessiva si riduce
ad essere una maniera di successione. È precisamente ciò che succede nel
cinematografo, in cui appajono simultanee sullo schermo quelle imagini che sono
in realtà successive sopra il rotolo che si svolge nella macchina di
projezione. Se io arresto questa macchina, l’illusione del si- multaneo non si
forma più. Certo i paragoni non sono ragioni ed io non me ne valgo per troncare
la lite, pretendo però che chi vi ricorre si sottometta alla logica del para-
gone. Ora, quando si potesse provare: 1° che l’illusione medesima della
prospettiva sensoriale, anche nella pittura, non si fa senza tempo; 2° che
l’illusione medesima della prospettiva mentale, anche nella visione storica,
non si fa senza tempo ; che cosa resterebbe in piedi della interpretazione
solipsistica ? Considero il primo caso. Dire che noi ci ren- diamo conto
prospettico di un quadro cioè delle dimensioni e della distanza a cui si
trovano le figure, unicamente con uno sforzo di interpreta- zione e di ricostruzione
della nostra esperienza attuale, è cosa assolutamente troppo azzardata, anzi
falsa. Invero, l’effetto della prospettiva è bensì il frutto d’un processo
logico attuale di ricostruzione per cui noi pronunciamo in modo affatto perso-
ie i i At La IX. - La questione della storia 137 nale e anche variabile i
nostri apprezzamenti sulle dimensioni e distanza reciproca degli oggetti; ma la
prospettiva medesima ha valore solo in quanto noi conosciamo già
approssimativamente la dimen- sione degli oggetti dipinti ora sullo stesso
piano del quadro, e quindi dalle loro dimensioni reci- proche ci formiamo un
concetto approssimativo della distanza a cui si devono trovare. Ma ciò
significa che, senza l’elemento importantissimo dell’ esperienza nostra passata
e della memoria che col suo potentissimo aiuto in modo vario viene a modificare
i nostri apprezzamenti sulle dimen- sioni e le distanze reciproche delle
figure, la pit- tura — non avendo a sua disposizione che una superficie liscia
— non potrebbe precisamente trarre dall’ effetto di prospettiva l’ illusione
del rilievo, cioè far sì che il nostro occhio collochi i vari oggetti
rappresentati, secondo la distanza a cui debbono figurare. Che del resto la
prospettiva esclusivamente pre- sente (senza riferimento al passato) non basti
a farci rendere un conto veramente esatto della po- sizione e delle dimensioni
degli oggetti segnati sopra uno stesso piano, me lo provano una quan- tità di
fatti. Prendiamo il caso d’un paesaggio di alta montagna, o p. e. d’una scena
polare che da noi si veda per la prima volta in fotografia ste- reoscopica.
Osserviamo una sola delle due prove costituenti la veduta, e procuriamo di
renderci esatto conto della distanza che corre fra due picchi nevosi situati in
piani differenti. Se dopo ciò guarderemo la stessa veduta allo stereoscopio
con- stateremo, nove volte su dieci, l’ inesattezza dei nostri apprezzamenti.
Si noti inoltre che, anche nell’ esperienza pre- 4‘ id rail L ul Poac sedi
trvtdi 138 Il solipsismo __—————_—_————---—-——-»—|ttmee"etdeeeeeeer sente
e comune, allorchè noi rivolgiamo i nostri occhi ad oggetti situati non troppo
lontani e ab- biamo la percezione visiva del rilievo, effettiva- mente noi non
entriamo in contatto colle differenti parti della realtà che nella durata: — on
s’aper- gevoit vite que le relief, précisément parce qu’ il suppose une
différence relative de distance entre les parties d’ un objet, ne peut pas
donner lieu à une perception immédiate comme la distance elle- méme: il
comporte nécessairement une évaluation de plusieurs distances et par suite une
compa- raison entre elles qui ne peut étre faite que dans le temps (1). Le temps méme
qui est nécessaire pour un changement d’accomodations nous permet d’apprécier
l’ intervalle qui sépare deux objets (2). È notevole un’altra riflessione del
Lavelle in questa ricerca. Assodato che la profondità ci permette di percepire
l’imagine dello spazio e quindi del mondo, avverte che senza la profondità noi
non conosce- remmo che lè nostre azioni al momento in cui le compiamo ; noi non
avremmo davanti agli occhi uno spettacolo. Ed è per questo che l'allontanamento
degli oggetti nello spazio esercita per noi press’ a poco la stessa funzione
dell’allontanamento loro nel passato. Soltanto il passato è compiuto, ed è irri-
formabile, mentre gli oggetti che noi vediamo solle- (4) Su questo punto si
consultino le brillanti ricerche di Lovis LaveLLE di Strasbourg sopra La
perception visuelle de la profondeur (Publ. de la Faculté des Lettres de 1’
Université de Strasbourg, Fasc. 5, 1921). Queste ricerche si attaccano ai
lavori tedeschi contemporanei della scuola di Schumann, in cui è notevole
l'insistenza particolare sull’impiego del tempo con- siderato come ordine
secondo cui lo sguardo percorre i diversi elementi d’un oggetto nella
valutazione del suo rilievo, p. 66. (2) Pag. 69. ai iii e ice ite te "
\dertai tit citi ae AIN IX. - La questione della storia 139 citano la nostra
azione futura: per questo v’ ha in essi un carattere di mobilità ed essi mutano
inces- santemente d’aspetto, secondo la posizione che noi occupiamo rispetto a
loro. Il Lavelle conchiude: Dopo d’aver unito il passato al necessario e il
futuro al possibile, noi siamo condotti ancora dalla nostra teoria a
ricongiungere nell’ universo rappresentato queste due coppie l’una all’altra.
Perchè non solo il passato, cioè i movimenti che noi abbiamo com- piuto, forma
la trama dello spazio imaginario, ma ancora ciascuna delle nostre azioni
possibili corri- sponde ad un’imagine visiva nella misura in cui un oggetto lontano
esercita un’ influenza attuale sulla nostra sensibilità, di guisa che,
all’interno del pre- sente, un passato che ha perduto ogni carattere effet-
tivo e che è diventato una pura possibilità, si lascia ricoprire da un futuro
che, in virtù della connes- sione necessaria di tutte le parti dell'universo,
inte- ressa già la nostra attività e le propone dei fini. Pare dunque che
l’esito della discussione, nel primo caso della prospettiva (sensoriale), non
possa dar ragione al solipsismo, il quale vorrebbe soste- nere che la
differenza di prospettiva nella pittura si effettua dallo spirito senza tempo.
Meno difficile sarebbe dimostrare l’ intervento del tempo anche nell’effetto
della prospettiva men- tale | della visione storica, se il ragionamento non
fosse fuorviatò dal presupposto solipsistico. Ma, poichè questo non può ancor
essere messo da parte, per risolvere la questione abbastanza com- plessa, sarà
meglio cominciare a prendere le cose ancora un poco alla larga. Secondo il
solipsismo, ciò che io chiamo la realtà del passato, si riduce, quando viene
analizzato, alla interpretazione di qualche dato della mia esperienza attuale,
che Il solipsismo riceve una particolare colorazione per cui viene projettato
oltre il presente (S., 180). Quanto alla interpretazione della permanenza dei
corpi-e dei ricordi ecco uno schiarimento che non lascia dubbio: quando dico
che permangono e si ripre- sentano nello stesso modo, non intendo ammettere che
i corpi mi appajano inalterabili in momenti successivi del tempo, bensì che,
per ottenere una determinata interpretazione di certe mie rappre- sentazioni,
collego alcune di esse, che chiamo ricordi, perchè colorate in un certo modo,
sebbene siano sempre contenuti della esperienza attuale, con altre che,
differendone per un diverso colorito, non vengono projettate nel passato (S.,
180-181). Più brevemente: i corpi sono gruppi di rappre- sentazioni; i ricordi
sono particolari colorazioni di tali gruppi e differiscono per diversità di co-
lorito. Insomma, solipsisticamente, sono sempre e solo io che collego e che
coloro diversamente certe mie rappresentazioni attuali per ottenerne una certa
determinata interpretazione nell’ unica projezione che io vivo e penso
attualmente. Sono sempre solo io che projetto a me stesso le mie rappresenta-
zioni attuali attualmente. Io sono un processo automatico e autoprojettivo di.
rappresentazioni, avente sempre él presente come punto costante di riferimento
(S., 184). Se non che, prima di tutto si può domandare da che si argomenta
l’esistenza nel mio io empirico d’un punto di riferimento co- stante. Perchè
costante? da che si deduce? se dal presente il circolo vizioso è evidente,
perchè si ammette l’impossibilità di superare il presente e si nega la
permanenza reale del tempo. La costanza di riferimento a sè stesso d’un
presente senza IX. - La questione della storia 141 durata non è forse qualcosa
di impensabile perchè implica un concetto contradittorio ? Ma, lasciando anche
da parte questo argomento ad hominem (che si potrebbe tuttavia estendere nel rispetto
di quella determinata interpretazione che l’ io confessa d’aver bisogno di
ottenere) posso dimostrare’ che l’ interpretazione prospettica (cioè
discriminativa sotto l’aspetto fittizio della successione) di quella
molteplicità di rappresentazioni che l’ io projetta a sè medesimo, implica
certo se non presuppone già quella spazialità e quella temporalità che l’at-
tualismo solipsistico apertamente rifiuta. Supporre che, nell’autoproduzione
della prospet- tiva mentale di quelle rappresentazioni che io devo raggruppare
variamente per ottenere i così detti corpi e variamente colorare per ottenere i
così detti ricordi, e quindi projettarli secondo l’ illusorio bisogno o al di
qua o al di là del presente, la distanza mentale appaja immediatamente, senza impiego
di tempo, è gratuito non solo, ma con- tradetto dall'esperienza normale.
Neanche si può invocare l’ esempio delle illusioni o dei sogni; perchè — quanto
alle illusioni ottiche — la psi- cologia scientifica ha dimostrato che anche la
per- cezione del rilievo introduce nello spazio rappre- sentato un fattore
temporale (di durata); quanto . ai sogni è evidente che noi non abbiamo alcuna
risorsa ausiliaria per misurare se le profondità, sempre fluttuanti però, che
ci appajono in essi abbiano o no una valutazione temporale. Il pre- supposto
dell’assenza del tempo nella produzione della prospettiva dei sogni par — è
vero — che liberi il pensiero indagatore da ogni difficoltà, lasciando che la
spiegazione stessa della visione onirica si compia in una sentenza arbitraria
senza controllo. 142 Il solipsismo PP LZ ©tNDnitTtit—w;ùxteo |] e" eeCmTO
Ma se riflettiamo che nessun sogno avviene dentro di noi senza che il nostro io
realmente viva e pulsi in quel divenire d’attività che. è la condizione stessa
sotto cui la vita nostra è pen- sabile, non par possibile supporre che il tempo
della produzione delle imagini nei sogni e quindi del loro immanente benchè
inavvertito Urtheil — se non è patente — non sia latente, data la stessa natura
discorsiva dell’imaginazione. Chi può dire con certezza che la più pronta e
viva percezione dei quadri mentali l’escluda ? Non pare forse più credibile
ammettere che l’im- piego d’un certo tempo sia in qualche modo pro- porzionale
al numero delle rappresentazioni discri- minate, anche là dove l’apprezzamento
del tempo cessa per mancanza di coscienza chiara come nel sogno ? Non potrebbe
darsi che in tale caso la succes- sione delle imagini oniriche avvenisse con
inter- valli minori della minima differenza di tempo percettibile ? Da questi e
altri rilievi che si potrebbero mol- tiplicare, risulta chiaramente che quando
io cerco di giustificare l'ipotesi della projezione intempo- rale delle
imagini, non riesco. Se definisco la visione storica un’ illusione estemporanea
di prospettiva come nella pittura, o dico cosa non vera perchè il tempo
interviene in ogni percezione visiva della profondità tanto nella realtà,
quanto nella pittura, quanto in ogni sforzo cosciente e volontario di
ricostruzione e di in- terpretazione di rappresentazioni interne, quanto infine
nelle stesse illusioni e, secondo la maggiore probabilità, perfino nei sogni
dove può darsi che la projezione delle imagini avvenga in un tempo IX. - La
questione della storia 143 non apprezzabile; o commetto un sofisma, perchè già
surretiziamente includo nel processo projettivo e discriminativo dell’attività
vitale dello spirito quel fattore temporale che affermo inesistente (1).
Concludendo: la tesi del solipsismo che consi- dera la storia come visione
mentale autoprospet- tica di rappresentazioni tutte attuali non regge all'esame
della critica. I suoi sforzi di pittura interiore, in cui le differenti imagini
tutte attuali, mercè semplici differenze combinate di raggrup- pamento e di
colorazione, dovrebbero darmi la illusione del rilievo, cioè il pathos della
distanza, sul fondo piatto del presente preso come punto (4) Il nesso verbale
che rannoda su questo punto il solipsismo all’idealismo attuale (insistente
sull’identità di storia e filosofia) potrebbe far supporre che in favore del
primo militino argo- menti ben più gravi di quelli che sembrano derivare dalla
sem- plicità dell’onirismo. Ma il vero è che la critica non potrebbe mostrarsi
guari indulgente verso l'interpretazione storica del- l'attualismo, se, quando
questo afferma «l’onnipresenza del tutto nell’animo nostro in quel punto che è
attuale e da cui non usciamo mai, mentre il sole tramonta... » (GENTILE,
Sistema d. log., II, 248), intendesse giungere a quella liquidazione del tempo
che è propria del solipsismo. L’idealismo attuale invece, sempre inteso a
sostituire il concreto all’astratto, non vuole punto negare un passato, ma
negarne solo l’attuale presenza astratta. Il che poi significa semplicemente
che ciò che è passato non è il presente (cosa così ovvia che non ha bisogno di teorie
filo- sofiche per essere sostenuta); ma non che il passato non abbia nè senso
nè valore, tanto è vero che ancora uè, sì, e moral- mente efficace come forza
di primo ordine, anche la memoria dei nostri morti, ma perchè presente e
pulsante nel nostro cuore» (ivi, 249), Inoltre l’attualismo, riaffermando
l’attualità del solo eterno presente, si trincera nella pienezza del tempo e
non già — come parrebbe — fuori del tempo. Quindi assume una posizione, che
sarà criticabilissima da tutt'altro punto di vista, ma in cui è impossibile
ravvisare una tesi compatibile con quella del solipsismo. er en 9 Si ì limi.
Sal Il solipsismo costante di riferimento portano l’impronta di quelle
fantasmagorie che sarebbe assurdo nonchè anti- psicologico sottoporre al criterio
del reale, esclu- dendo per definizione ogni ritorno all’esperienza. Lo
sviluppo storico, sia come corrente reale dei fatti, sia come ingenua cronaca
dei fatti nella loro stratificazione astratta dal punto di vista degli annali
delia fenomenologia (historia rerum gesta- rum), sia come vita e critica dello
spirito umano nel suo grande atto di filosofare (1), quando venisse iden-
tificato con siffatta réverie potrebbe, è vero, prendersi giuoco della realtà,
anzi godere nel contradirle. Ma se tale è il giuoco del solipsista, che ricorre
alla testimonianzadella coscienza o della ragione affinchè l’una e l’altra
compiano il proprio suicidio, la filo- sofia non ha più per fine di nobilitare
gli uomini, comprimendole loro tendenze inferiori, promovendo la ricerca e lo
sviluppo della verità e della libertà. E quando pure fossero molti (e sono
purtroppo mol- tissimi) i motivi d’errore e d’affanno per questa via,
basterebbe lo spettacolo di questo mondo stravolto, basterebbe il pensiero di
tutte le conoscenze erro- nee e perverse che travagliano l’ umanità, baste-
rebbe la mia sola speranza per levarmi d’attorno l’incantesimo del solipsismo,
per indurmi a ope- rare da uomo che è giunto all’ uso della propria ragione e
quindi sa riabilitare tutte le operazioni dello spirito che sorpassano la
stessa vita dell’in- dividuo, già portando in sè stesse l’imperita me- moria
del passato. Io sento e penso che nella mia reale distensio animi in me e per
me qualcosa dura e si svolge con una triplice funzione di eredità, d’attualità
e d’avvenire, in vera e propria (1) Cfr. P. d. c., I, pag. 315. IX, - La
questione della storia 145 successione d’atti di pensiero e quindi di azioni.
Ecco, per altra via, perchè non posso credere alla vanificazione solipsistica
della storia. Io ritrovo la mia anima nell’anima continua della tradizione su
cui mi appoggio e per cui sospiro, opero nel- l’attualità del presente in cui
respiro (1), ho fiducia nella conservazione individuale e sociale dei va- lori
a cui aspiro. Spero certo di non confondere l’amore e l’intelligenza del
passato col mummiismo dei paralitici, spero certo di non perdere l’eccita-
mento all’azione nuova per l’adorazione fanatica di ciò che fu. Ma tutta la mia
coscienza coltivata colla storia protesta contro la negazione del senso e del
valore reale e sociale della storia. Protesta perchè, solo col ritorno alla
continuità reale delle cose grandi, donde il genio e l’ eroismo di ogni tempo,
sente una forza nuova al contatto delle (1) A prima giunta si direbbe che le
espressioni : coscienza senza memoria, intemporalità dell'io, negazione del
passato, autoprojezione mentale di rappresentazioni tutte presenti, espe-
rienza tutta attuale senza storia, e simili, sono riferibili più tosto alla
natura materiale, cioè ai corpi, che alla vita spirituale, all’io, alla
coscienza. In questo senso il corpo è definito da Leibniz: « mens momentanea
seu carens recordatione » ; e lio profondo per Bergson è temporalità pura
continua indivisibile e irreversibile. Ma approfondendo la cognizione dei corpi
si perde man mano l’ipotesi dell’ intemporalità della materia, mentre sempre
più si giustifica il principio della temporalità dell'io. Un’accreditata
corrente di fisici contemporanei sostiene con crescente energia e fortuna la
tesi della 4 meccanica ere- ditaria » seguendo l’indirizzo del Volterra, che si
è posto il problema per il primo giungendo alle sue equazioni integro-
differenziali. Certo s'incontra difficoltà a comprendere come ogni corpo sia
durata e memoria. Ma nel partito preso di non fare appello che alle
interpretazioni più facili è forse l’origine di molti errori filosofici. A.
PASTORE, Il solipsismo. 10. UE * l PTT, Leli.n ven (ALRII VAL ati UITOLI e Il
solipsismo origini, e questa mi pare la più grande lezione intellettuale e
morale della storia. Protesta perchè, nella confidenza che il bisogno della
verità nasca da un bisogno sociale e dentro certi limiti vi ri- | sponda, il
processo umano del sapere riesce; e si può non provare da tutti ma non
sopprimere in tutti la sacra altrice gioja del sapere. Ma non sa- rebbe un
vizio iniziale dello spirito questa fiducia operosa nella validità della
conoscenza ? uno stu- pido inganno questa gioja del sapere che 1’ uma- nità in
tutti i secoli reclama? L’ottimismo storico, niuno lo riconosce e con- fessa più
volentieri di me, non può essere che un’amara parodia per la grandissima
maggioranza degli uomini la cui vita gronda lagrime e sangue. Ma se, come, e
perchè alla nostra conoscenza teo- retica e storica che ha principj, mezzi e
fini so- ciali corrisponda in un modo più tosto che in un altro una politica
economica calcolatrice delle resistenze, e una morale giustificatrice del
sacri- fizio, è un’ altra questione, che non vuole essere aperta qui, ma sarà
trattata a suo tempo. Splen- dori di verità, non lacrime terse, misurano l’ al-
tezza teoretica dello spirito, davanti alla clessidra del tempo. Ul: ri p
VRSrTI fr. A X. La questione dell’idealità del reale e della realtà
dell'ideale. Il solipsismo come soggettivismo teoretico asso- luto, non come
idealismo (perchè ci sono più forme di idealismo, e l’hegeliana p. e. è
antisog- gettivistica), fa una specie di accaparramento della parola pensiero.
Riconosciuto con Kant che il soggetto è attività di pensiero, identifica, per
conto proprio, pensiero e soggetto. Riconosciuto con Ber- keley che non può
parlarsi di un oggetto indi- pendente dal soggetto pensante, riduce per conto
proprio ogni oggetto al mio soggetto; nel senso che, dal suo punto di vista,
così tutti gli oggetti come tutti gli altri soggetti finiti, sono semplici
contenuti del mio pensiero; semplici forme per cui si attua la vita del mio
soggetto che è pel solipsista l’unica realtà. La sua tattica è questa: forzare
l'avversario a sostenere una tesi insostenibile, cioè ad affermare l’assoluta
inidealità del mondo oggettivo, e di più costringerlo ad accettare il
corollario del carattere assolutamente soggettivo (individuale e personale) , {
a “Ps Cd v% pinco. un RE ue ALe, re a | Il solipsismo del pensiero, tesi che
pare ovvia ai più, ma che, appunto per la sua ingenua evidenza, rivela la
rudimentalità di significato in cui resta il pensiero nel semplicismo
dell’opinione comune. Ma questa tattica fallisce contro chi per ulte- riore
sviluppo del pensiero si elevi all’ intendi- mento €dell’ unità della soggettività
e dell’ ogget- tività» non “©ome spirito che abbia bisogno di projettarsi al di
fuori di sè creando il mondo esteriore, ma(tome l’attuarsi medesimo della sub-
objettività, e solo a questa unità subobjettiva del tutto, che è la massima, in
quanto è l’unità attiva di pensante e pensato (d’ogni pensante e d’ogni pen-
sato), senza nessun tentativo di derivazione del mondo oggettivo dalla
coscienza soggettiva, con- ferisca e riconosca la suprema dignità del pensiero
in senso universale) Fallisce, giacchè allora, di- stinto ciò che è ideale in
senso universale da ciò che è ideale in senso individuale (soggettivo), ri-
conosciuto quindi il carattere solo relativamente ideale.tanto del soggetto
quanto dell’oggetto: 1° il soggetto resta solo soggetto, cioè 1’ inog-
gettivabile, e il suo pensiero serba il carattere di un’attività individuale;
2° l'oggetto resta solo oggetto, cioè 1’ insog- gettivabile; 3° la
realizzazione resta relatività, che non avrebbe senso senza la realtà dei suoi
termini; 4° la totalità del reale, cioè l’ unità del sogget- tivo e
dell’oggettivo (non potendo più dirsi nè pura- mente soggettiva nè puramente
oggettiva) acquista solo essa il diritto di essere detta, in senso eminente,
ideale. L’unità concreta del reale, senza nessun presupposto che la natura sia
posta e creata dallo spirito, è ciò che io dico il pensiero in senso uni- î) PI
PA di X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 149 versale, CORI affermo
che la realtà tutta è pensiero (1). Wi pvo Questo rensieiazio vertanto sostiene
la tesi dell’idealità del reale avendo come punto di par- tenza e d’arrivo, non
il soggettivo (soggettività universale), ma il subobjettivo, e distinguendo il
pensiero come produttività individuale di ùm pro- duttore, cioè del soggetto,
dal pensiero come pro- duttività universale della realtà. Nom è il caso di
diffondersi maggiormente sopra questa distinzione, già chiarita altrove; sarà
bene invece indicare quel che si deve pensare da questo punto di (1) Sul
diritto di chiamare pensiero il processo dell’attività subobjettiva universale
cfr. P. d. c., II Sul diritto di chiamar idea l’unità della soggettività e del-
l’oggettività cfr. Hegel: Questi richiami devono da una parte farci cansare gli
equivoci della falsa idealità (che è soltanto soggettività) e della falsa
realtà (che è soltanto oggettività); dall’altra chiarire il vero senso
dell’idealità del reale che é l’essenziale subobjettività del tutto, Tale è il
pensiero in senso universale (s. u.), L’Io puro di Fichte, il Soggetto trascen-
dentale del Gentile, come non sono l'Idea di Hegel, così non sono il pensiero
(s. u.) che si sostiene qui, contro il principio del solipsismo. Su questo
punto mi par notevole la profonda attinenza che hanno colla psicologia tutte le
varietà del soggettivismo rispetto alla fusione della gnoseologia e metafisica.
In questo senso ogni soggettivismo, compreso il solipsismo, è psicologismo
metafisico (la sorgente dell’essere nell’attività dell’io cosciente). Per
contro la dottrina del pensiero come processo subobjettivo dell’universale
realtà ha più attinenza col principio del Logos e del pensiero universale senza
coscienza di Spinoza. Per me, } rapport di una mente col proprio oggetto è il
pensiero individuale. Il rapporto di ogni mente con ogni oggetto (cioè della
totalità dei soggetti pensanti colla totalità degli oggetti pensati) è il
pensiero universale, cioè la realtà. 150 Il solipsismo vista intorno alla
derivazione del mondo ogget- _ tivo dal soggettivo. Propriamente il soggetto è
il pensante e 1’ og- i pensare l’oggetto, e Questo 1 non può. non essere \
pensato da quello. Di più, pensando un oggetto il soggetto non fa che pensare
sè in relazione con quello; e del pari il soggetto pensante ha pen- siero di sè
solo in quanto ha pensiero d’oggetto. _ Accentuando, come ragione vuole, questo
dover essere tanto del soggetto quanto dell’oggetto e questa loro fondamentale
reciprocità, si viene a porre in rilievo una doppia conseguenza e cioè: 1° che
l’oggetto — essendo quello che è, in quanto è quello che è per me (conforme a
quelle condizioni che rendono possibile 1’ umana cono- scenza) — è in certo
modo un prodotto, cioè una oggettivazione del soggetto; 2° che, se il soggetto
è per un verso il produt- tore, e l’ oggetto, in quanto è il conosciuto, è il |
prodotto del soggetto, per altro verso il soggetto © stesso non è che un’
individuazione di quell’ atti- vità produttiva universale che si manifesta nel
sr riproduttivo di soggetto Depsa e rie fà, ca sa —, DA _ oggetto pensato. Cia
Ue invatà. ha | 2 AN ci l’oggetto sfuma nel concetto dell'esigenza univer- sale
che la realtà ha di manifestarsi subobjetti- vamente. Per analogia, il
carattere produttivo dei genitori e il loro primato relativo è innegabile. Ma
la loro capacità produttiva non ha che l’ im- portanza di una funzione di fatto
rientrante nelle linee dell’attività produttiva universale che sola du ha senso
e importanza di principio metafisico. x . Non sarà allora superfluo notare che
se il sog- [o 20 getto il pensato; ma il _Soggetto non può non Quindi il
concetto del primato del congela sul- è [{ 2% Li ni X. - La questione
dell’idealità del reale ecc. 151 pensare, non ha poi il diritto di ridurlo a sè
e tanto meno la possibilità; perchè, se è vero che fo in certo modo lo produce
in quanto lo fa essere quello che è, fornendolo di quelle qualità che non solo
si rivelano ai sensi del soggetto, ma sono effettivamente modificazioni del
soggetto medesimo, non è men vero che la natura del soggetto è di oggettivare
cioè di pensare e che il soggetto compie i suoi determinati atti di pensiero in
quanto questi atti sono la possibilità costitutiva i della sua natura. Egli è e
può essere quello che è in quanto fa quello che fa e che deve fare. La sua
natura è di essere quel fare che è il conoscere, cioè l’oggettivare. Ogni
soggetto è generato per essere generanted’un generato, secondo l'esigenza
universale dell’ attività produttiva della realtà. Se il soggetto produce,
traendo l’oggetto prodotto . a dalle sue viscere, e continuando a produrre si
pro- duce, non produce certo le proprie viscere; produce i veramente una
genitura fornita di sue proprie E viscere che a sua volta sarà capace di
generare. Ma si può objettare: — questo vale soltanto pel soggetto empirico
dove l’autoctisi assoluta non LORA ha senso, perchè la produttività empirica
del sog- getto rientra nell’esigenza dell'attività produttiva i) universale.
Per il soggetto trascendentale invece l’autoctisi è assoluta. — Se non che l’
autoctisi assoluta dell’Io trascendentale, come l’ Uno puro assolutamente
autocreatore, è un’ipotesi tre volte ì gratuita : a) pel concetto dell’
autoctisi applicato alla realtà; b) pel concetto dell’ assoluto; c) pel
concetto dell’Io trascendentale. 152 Il solipsismo Invero, in primo luogo, 1
autofondazione (o autoctisi) dell’ universo avrebbe senso se 1’ uni- verso
fosse un sè, ma questo appunto è ciò che si deve dimostrare. Di più, se l’atto
della realtà è la congenitura del sè generante il non sè, tra i due concetti
dell’autofondazione (o autocreazione) ; e della connaturazione o concreazione
(congenitura) | passa ancora un abisso, tanto più che il primo minaccia
seriamente di risolversi nell’assurdo con- | cetto della creazi ione. In
secondo luogo, l'assoluto qui asserito, se è (come dovrebbe essere nella mente
degli assolutisti) l’equivalente " dell’irrelativo; è un concetto
inconcepibile perchè «Ron si può concepire se non il relativo. In terzo - luogo
l’Io trascendentale non è che l’ipostasi dog- matica di ùm'astrazione, cioè
resta ancora sempre \ Giò che si deve giustificare in modo conereto. * Queste
difficoltà non s'incontrano in quella dot- trina che sostiene il principio
dell’ idealità del reale avendo come punto di partenza e d’arrivo il
subobjettivo e distinguendo il pensiero come Na); A | produttività individuale
del soggetto, dal pensiero o come produttività universale della realtà. Pare
adunque a bastanza chiarita la termino- logia adottata in queste ricerche
rispetto alla que- stione fondamentale del pensiero. Ma, anche lasciando da
parte la preferenza per- sonale per questo modo di dire (da cui sarebbe bene
liberarsi definitivamente tutte le volte che la terminologia preferita porta
all’ inconseguenza, i all’equivoco o alla confusione), non è difficile mo-
strare — premessi alcuni avvertimenti — che la tesi dell’idealità del reale per
cui sì afferma che la realtà tutta è pensiero (s. u.), ha in suo favore un peso
di argomenti tutt’ altro che trascurabili. X. - La questione dell’ idealità del
reale ecc. 153 Bisogna anzitutto avvertire che sarebbe falso dedurre il
significato e il pregio d’ un processo dalle sue prime e rudimentali forme di
sviluppo. Più tosto nelle ultime e più ricche individuazioni sembra
prospettarsi quel profondo segreto che certo traride in ogni forma, ma solo in
alcune, nel più intimo suo, meglio s’appunta e si rivela. Analogamente il vero
senso dell’idealità del reale e quindi il fondamento del pensiero in ì senso
uni- versale può apparire chiaro a chi pensi che anche la produzione dell’idea
in senso stretto, in quanto rappresenta il momento. più pùro ed elevato della
vita spirituale, non è solo l’ ultimo e più distan- ziato prodotto storico di
questa, ma all’ incontro è la rivelazione di ciò che ha più pregio e valore
nell’essenza di tutto il processo storico. Ecco come anzitutto si potrebbe
giustificare la tesi del pensiero in senso universale, sul fonda- mento
analogico suddetto. È Si domanderà in secondo luogo, se non sia | troppo
pericoloso dilatare il pensiero sino alla tota- | del biasimo che si rivolge
contro l’ affermazione che tutta la realtà è pensiero: si teme che in questa
tesi idealistica si nasconda la soggettiva- _lità del reale? Qui sta
evidentemente il motiva” Ti Ni l LI 154 Il solipsismo zione sofistica della
realtà) L’esempio travolgente del soggettivismo idealistico assoluto non sta
forse lì a provare la fondatezza d’ un tale timore? Ma bisogna avvertire che è
un errore capitale il non distinguere idealismo da idealismo (1); tanto più (1)
Avvertenza. — Non nego che queste distinzioni di pen- siero in senso stretto e
pensiero in senso universale (subobjet- tivo) potranno generare fastidio.
Osservo che un tal fastidio s'incontra pure colla distinzione hegeliana di idea
in senso psicologico particolare e idea in senso metafisico universale come
unità del soggettivo e dell’oggettivo. Un’altra complica- zione nasce dal fatto
che la scuola hegeliana e le idealistiche più o meno affini pongono anche lo
spirito come unità del soggettivo e dell’oggettivo, talchè in questo senso per
esse il principio dell’idealità del reale significa che il processo del-
l’universa realtà è di natura spirituale (idealismo in senso gnoseologico). lo
incontro invece un’insormontabile difficoltà a identificare tutto .il reale
collo spirito, perchè mi sono abi- + tuato a considerare lo spirito come
soggettivo e personale, mentre senza sforzo ammetto il pensiero (s. u.) come
relati- vamente impersonale perchè subobjettivo e penso l’idealità del reale
come la realtà subobjettiva del pensiero. Chi trascuri di notare e di tener
presente questa avvertenza non mancherà “di cadere in equivoco sul senso della
presente dottrina. È inutile dire che io qui non mi diverto a complicare la
terminologia chiamando pensiero ora ciò che lo è (s. s.), ora ciò che non lo è
(s. u.). Chi conosce la storia del concetto di pensiero da Cartesio a Spinoza a
Kant ad Hegel sa che il vocabolo pensare (cogitare), passando traverso le
grandi stazioni della filosofia, mutò progressivamente senso e valore,
arricchendosi in esten- sione e in comprensione. Infine vuolsi avvertire che
l’idealismo ha almeno due sensi : uno gnoseologico e uno metafisico. Come nota
acutamente il Martinetti: «in senso gnoseologico è idealistica ogni dottrina
che pensa la realtà come fatto o complesso di fatti di natura spirituale ; in
senso metafisico invece ogni dottrina che rico- nosca la realtà dell’ideale.
Nel primo senso è idealismo la dottrina immediatamente postkantiana e l’
hegeliana, e lo stesso positivismo e il fenomenismo, se e in quanto — p. e. —
con S. Mill riduce la realtà a sensazioni o possibilità di sensazioni ; X. - La
questione dell’ idealità del reale eco. 155 se la distinzione è appunto
facilitata, come in questo caso, dalla divergenza omai tanto discussa sull’
interpretazione dell’ unità ideale, che _è soga gettiva per alcuni,
‘soggettiva-oggettiva per. altri. Questa discussione si estènide segnatamente
da Hegel alla presente dottrina che tutta gravita verso il subobjettivismo.
Invero la subobjettività del reale (che è il prin- cipio con cui mi studio
secondo il mio potere di sostenere che la realtà tutta è pensiero){è attività
distintiva e unitiva di soggetto (pensante) in rela- zione ad oggetto
(pensato), cioè processo sogget- tivo-oggettivo, non solo soggettivo»
Riconoscere questa idealità, cioè la realtà subobjettiva del pen- siero, mi par
che sia assicurarsi dell’ unica forza filosofica capace di prevalere contro le
supersti- ziose esclusioni dell’ oggettivismo e del soggetti- vismo. Si
objetterà in ultimo che, ammesso il prin- cipio dell’idealità del reale,
svapora la realtà del mondo oggettivo, per il fatto che io la penso come fatto
di pensiero? Ma l’objezione è vana per un pensierismo che‘non tenti di derivare
la natura dallo spirito (l’oggetto dal soggetto), ma si limiti a chiamare
pensiero (s. u.) l’attività sub- objettiva universale. Qualche cosa per vero
scompare sotto la critica del pensiero come unità subobjettiva della realtà. Ma
è una scomparsa che ha il valore d’una libe- razione. Le irrealtà sia
esclusivamente soggettive, nel secondo caso è idealismo la dottrina platonica »
e chiara- mente quindi anche la dottrina del Martinetti che pone questo senso
idealistico a base necessaria d’ogni dottrina religiosa, (Cfr. MARTINETTI, La
filosofia religiosa dell’ hegelianismo). (unto OE 7a! Y fa- (72 Il solipsismo
,\ Sia esclusivamente oggettive, a cui posso arri- ‘vare facendo astrazione da
me medesimo come 7. pensante e da tutti i nostri oggetti come pensati, mentre
poi mi servo di questa duplice astrazione per negarla, queste sono le cose che
svaniscono fortunatamente; per andar a far compagnia con tutti gli
assolutamente isolati, gli assolutamente - irrelativi, gli assolutamente fuori
di noi e senza È di noi; con tutti i concetti assolutamente inogget- tivabili
che hanno in privilegio la somma realtà r dello zero, Premessi questi
avvertimenti, nella speranza di portar qualche elemento nuovo nella discussione
del pensiero sia come atto individuale d’un pen- sante, sia come atto
universale della realtà, che almeno valga a presentar il problema sotto una
forma nuova e a dargli un nuovo sviluppo, riela- ì boro in compendio le dottrine
già esposte altrove (1) i più largamente, lasciando alla critica di misurarne
la giusta portata. Il pensiero (nel senso più largo della parola) è l’attuarsi
d’ una relazione subobjettiva del tipo Sro, in cui: a) ogni termine è noto
relativamente all’altro (implicazione reciproca); b) la relazione è nota per i
termini che la l'oori pongono. Se c’è una verità gnoseologica fondamentale è
proprio questa, la quale esprime in nuce le con- dizioni necessarie e
sufficienti alla possibilità della conoscenza e quindi della realtà. Queste
condi- ti (1) P. d. c., II, n, 4°. i] F Dita ii È sr } mi 4 e, Lé dedi È (fe T
X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 157 zioni chiariscono ad un
tempo la fallacia di tre ipotesi teoretiche esclusive: 1° del soggetto conoscente
inconoscibile; 2° dell’oggetto inerte e indipendente dal soggetto; 3° della
relazione irrelativa. I. — Nel primo errore — che è quello d’ogni sog-
gettivismo esclusivo — sembra che sia incappato lo stesso Schopenhauer, sebbene
si sia sempre data l’aria di potersi preservare per naturale ripugnanza dall’Io
di Fichte, l'Io curule — io direi — che pone sè stesso e il mondo. È vero che
Schopen- hauer non ammette l’ inerzia dell’ oggetto cono- sciuto, tuttavia le
sue dichiarazioni in merito al soggetto non ne escludono radicalmente l’incono-
scibilità. « Ciò che tutto conosce, senza esser esso stesso conosciuto », è il
soggetto. Il soggetto è dunque il sostegno del nrondo, la condizione uni-
versale, sempre sottintesa, di ogni fenomeno, di ogni oggetto; poichè tutto
quanto esiste non esiste che pel soggetto. Collegando questo passo, che è il
principio del $ 2° del libro I, alle dichiarazioni ulteriori dello Stesso
paragrafo in cui si afferma che il soggetto e l'oggetto sono le due metà
essenziali necessarie ed inseparabili del mondo come rappresentazione e tali
che «ci a delle due non ha senso nè esistenza se non per mezzo dell’altra e in
ordine dell’altra », non si può eseludere il dubbio che la” straoîdi= naria
importanza attribuita al soggetto nel primo punto («tutto quanto esiste non
esiste che pel soggetto ») non sia che la conseguenza dell’ infe- lice
principio dell’inconoscibilità del soggetto non eliminato esplicitamente nel
passo primo. — Invero, posto che l’oggetto stia al soggetto come AE I = n uc. ”
TA : 2 i dm Eri ri N È lismo. La teoria della conoscenza e della realtà i Y il
158 Il solipsismo St sit LO ae Ha il condizionato finito rispetto alla
condizione in- finita, il prodotto relativo al produttore assoluto, il fatto
particolare all’ atto universale, sfuma il principio della loro reciproca ed
equivalente coes- senzialità, con tutte le inevitabili conseguenze del
soggettivismo che, se non fossero già state esposte altrove (P. d. c., I e II),
troverebbero qui neces- sariamente il loro posto. Chi non voglia restare all’
oscuro delle cogni- zioni più rilevanti a questo proposito, deve discu- tere a
fondo il principio dell’ inconoscibilità del conoscente (1) accettato\di
sorpresa senza critica, tanto più che, in questi ultimi anni, è stato tra-
dotto nel principio equivalente del soggetto non - oggettivabile e piantato
come cardine dell’ attua- | dello spirito come atto puro e non mai fatto, è una
\\parafrasi di questo principio. Ora, non si può negare che la conoscenza, so-
pratutto quando è conoscenza della conoscenza, cioè riflessione dello spirito
sopra di sè, in quanto è attività che come tale non può mai neanche re-
lativamente passivizzarsi, presenterà sempre un termine oggettivante, senza mai
essere esso stesso oggettivato; come nel fenomeno della riflessione luminosa il
raggio incidente non si risolverà mai nel raggio riflesso. Ma questo, a mio
modo di vedere, non significa punto che il soggetto (non essendo il conosciuto)
resti inconoscibile, giacchè _———r_ (1) Fra le tante dichiarazioni dei filosofi
sopra l’inconosci- bilità del conoscente, cioè sopra l'inoggettivabilità del
soggetto, ricordo quella dello SimMeL in cui è detto: «Non si può cono- scere
il conoscente, cioè egli non può essere oggetto » (I pro- blemi fond. d.
filos., Trad. Banfi, 137). X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 159 è
evidente che non resta fuori della conoscenza. ‘ Nella stessa maniera il raggio
incidente non resta oscuro rispetto al raggio riflesso, nè tanto meno più vero
di questo, quasi cioè come atto rispetto al fatto. Siccome ogni termine è
conoscibile solo in rapporto a un altro, cioè mediante l’altro, è îù ordine
all’altro, il soggetto relativamente all’ og- getto e viceversa, e questi due
termini sono coes- senziali all’atto di conoscenza che è sempre del tipo Sr O,
così è evidente che ognuno di essi è conoscibile secondo la condizione
universale della conoscenza. < ? 2 De L’uno (il soggetto) si conosce come
conoscente, l’altro (l'oggetto) è conosciuto come conosciuto; î Cd Nessuno 1
essì sfugge alla conoscenza. vero è che nell’atto della conoscenza ‘ brillano
della stessa luce entrambi, perchè la conoscenza è la sorgente luminosa della
loro relazione distintiva e unitiva originale; e non il soggetto è la sorgente
assoluta dell’oggetto. Quindi tutte le dottrine che non danno della conoscenza
come atto del tipo S r O una spie- gazione presupponente 1’ equivalenza
conoscitiva di entrambi i termini pur distinti e uniti nella relazione
originale della conoscenza, cioè la loro C eguale differenza (1), lasciano a desiderare.
(1) Questo punto dell’equivalenza conoscitiva dei termini dif- ferenti merita
la più profonda attenzione. Essa fa un interes- sante riscontro colla questione
della compatibilità dell’egua- glianza e della disuguaglianza che ci presenta
la formula della legge causale. Nella mia opera sul P. d. c. (II, pag. 48,
Glossa prima) ho trattato a fondo questo problema paradossale, mo- strando (io
credo per la prima volta) che in ogni trasforma- zione causale si verifica
sempre l’eguale differenza in omaggio ai due principi aitiologici a)
dell’equivalenza (tra l’effetto pro- i Ri 160 Il solipsismo Troppo oramai si è
ripetuto gratuitamente che | solo il soggetto conosce senza esser egli stesso |
conosciuto, credendo di poterne dedurre l’incono- scibilità del soggetto.
Evidentemente in questo criterio il processo conoscitivo diventa un rap- i
porto che passa da un termine fuori della cono- | scènza a un termine
conosciuto. Non so quale | guadagno si abbia fatto in teoria della conoscenza ‘
con questa interpretazione che finora è stata accet- | tata dalla maggior parte
dei filosofi. Vedo più tosto | che si sono confuse e si confondono insieme due
cose diverse in ordime al processo della conoscenza: "Tuna è il carattere
transitivo del riferimento, avuto riguardo alla totali el processo; l’altro è
il carattere intransitivo dell’attualità, avuto riguardo al soggetto. PR SIATE
La non coincidenza dei due caratteri è evidente; poichè il primo è un punto di
vista, il secondo è un punto di vita; quello concerne l’aspetto esten- sivo e
mediato, questo l’aspetto intensivo e imme- diato del processo. Così quando si
pensa solo al primo carattere e si vuole risolvere il problema. P dotto e la
causa impiegata), e b) dell’irreversibilità. Ho mostrato un esempio chiarissimo
di questo rapporto complesso nei rap- porti della termodinamica in cui si
riscontrano sempre entrambe le condizioni fondamentali d'ogni rapporto causale,
cioè l’equi- valenza (principio di Joule-Mayer) e l’irreversibilità (principio
di Carnot-Clausius). L’eguaglianza dev'essere intesa sotto lo aspetto
dell’invarianza, la non equivalenza sotto l’aspetto delle variazioni dei
sistemi nella loro successione temporale, Ciò posto è facile passare
dall’aitiologia alla questione gnoseologica che ci interessa. Anche qui è d’uopo
rammentare il principio troppo dimenticato che tra termini differenti (S e 0)
possono intercedere rapporti eguali. Soggetto e oggetto nella conoscenza sono
appunto differenti, e anche relativamente dipendenti, e pure equivalenti nel
processo della conoscenza. eo. ‘alii ci X. - La questione dell’idealità del
reale ecc. 161 della conoscenza, la soluzione si ottiene effettuando [8
l’anticipazione d’un soggetto ad un termine qua- lurique, e allora ogni termine
si considera sempre come l’ oggetto d’ un soggetto anteriore. Tutto il processo
insomma si risolve nel riferimento di un’oggettivazione effettiva ad una
soggettivazione possibile. Pel secondo carattere invece, si tratta di assodare
l’ immanente attualità del soggetto. Nel primo punto si risale mediatame
soggetto possibile; nel secondo si autentica imme- diatamente un soggetto
reale. Approfittando d’un efficace paragone in ordine al primo carattere, si
può dire che, dato un termine qualunque nella luce della conoscenza, si cerca
fuori di esso la sua sorgente luminosa: se è un termine oggettivo, se ne cerca
il soggetto: se è soggettivo, si scinde il soggetto in due parti, risolvendo il
conoscersi nell’atto per cui il soggetto con una parte di sè prende conoscenza
dell’altra. Così si afferma che nel conoscersi solo una frazione di sè viene
cono- sciuta ed è il pseudo soggetto ancora oggettiva- bile; l’altra frazione
funzionante da soggetto sfugge sempre alla presa della conoscenza, cioè rimane
sempre inconoscibile ed è il vero soggetto, l’inog- gettivabile. Ora il curioso
è questo. L’ evidenza di questa interpretazione sembra massima e tuttavia le
due proposizioni che l’enunciano, cioè: 1° che non v’ha conoscenza che di un
oggetto per un soggetto; 2° che il soggetto non può mai prender cono- scenza
completa di sè; () sono una falsificazione dell’ atto vitate della co-
noscenza. #0 A. PASTORE, Il solipsismo. 1. À ‘Il solipsismo ; Il vizio consiste
nella mancata dissociazione dei | due caratteri suddetti, cioè nella confusione
della | transitività di riferimento dell’ intero processo | colla immanenza d’
attualità del soggetto. Se si \d cogliere ciù scienza è in quanto _ attualmente
fa, non bisogna uscire dal suo fare. che è appunto il suo essere, per tentar.
di attingere fuori di questo un fattore estrinseco che ne esau- risca
completamente l’attività. Non bisogna usare l’appercezione mediata che è
funzione oggetti- PA e uingi sempre presupponente un soggetto fuori del termine
dato come fattore di questo, per caratterizzare la coscienza the è atto
immediato autenticantesi direttamente nel suo attuarsi., ;° La teomta che il
soggetto per conoscersi deve diventar oggetto è nota, nella storia della
gnoseo- \ logia sotto il nome di teorica del Renouvier. Per essa, in poche
parole, prima si riduce la coscienza a conoscenza; poscia, notando che il
soggetto per conoscersi deve-diventar oggetto, si conclude che nella conoscenza
— quindi nella coscienza stessa — resterà sempre un residuo fuori di
conoscenza. Il Masci ha creduto di poter confutare il Re- nouvier sostenendo che
la coscienza non si può ; . in nessun modo considerare come una cono- scenza.
or i In luogo di starcene al parere altrui, gioverà meglio verificare da noi
stessi il valore di queste 2 dottrine. Or bene, nè il Renouvier nè il Masci i
mostrano di sospettare che sia d’uopo distinguere, oltre all’essere conoscente
(attivo) e all’esser cono- a sciuto (passivo), un terzo senso di essere, cioè :
l'essere nel processo conoscitivo e veramente l’es- È sere nella conoscenza. È
pure la conoscenza non i iste (cioè il suo essere non è) nè nella sola "
Consiste (cioè il suo X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 163
oggettivazione nè nella sola soggettivazione, ma nell’attuazione di un
riferimento del tipo S r O. Voglio dire che l’essere nella conoscenza significa
l’esservi come un conoscente rispetto a un cono- sciuto. Questo esservi quindi
non involge il con- cetto che, per conoscersi, il conoscente (soggetto) debba i
rosati ar conoscto TORESNor concetto. che riuscirebbe a una aperta
contradizione. Non inyolge inoltre che conoscibile qualunque resti fuori della
conoscenza se 0 vena DKgeIt: concetto che riuscì e esso pure contradittorio. La
doppia contradizione non è involta, poichè, nel conoscersi, il soggetto nella
sua integrità o resta fuori della sua conoscenza o resta dentro: ma se resta
fuori non resta più conoscente, se resta dentro non vi resta come conosciuto.
Dunque, nell’autoconoscenza non è punto d’ uopo che il termine soggettivo si
collochi in certo modo fuori di sè, cioè della propria oggettivazione, per
conoscersi(|La sogget-| tivazione si realizza nel sa di essere, cioè di? Vivere
immediatamente nella conoscenza. | Allorchè riflettiamo su noi stessi (dato
anche ma non concesso che sia possibile un purissimo saper sè, diverso dal
sapere insieme sè e la cosa, cioè dal saper d’essere immediatamente presente a
sè e ad una cosa), non abbiamo punto bisogno di passare per intero allo stato
di oggetto. Accade certo come un raddoppiamento di noi stessi e di- stinguiamo
in noi: l’io che riflette (S) e quello su cui riflette (0). Queste due parti
non sono certo la stessa cosa. Ma appunto perchè una parte di noi non è mai
l’altra, e l’una resta S, l’altra diventa O, e noi siamo l’unità di coscienza
pre- sente a sè e attuantesi nel rapporto concreto Sr 0; è la coscienza che noi
siamo un processo di tal tn P Se Il solipsismo tipo (cioè subobjettivo) che
costituisce la cono- scenza di noi medesimi. È quindi conforme alla ragione e
chiarito dal- l'economia del processo conoscitivo che il prin- DI cipio
«conosci te stesso» significhi « conosciti come unità subobjettiva (non come
semplice sog- getto) ». La forza di questo argomento risiede tutta nella
primitività del rapporto S r O rispetto a qualunque suo termine; primitività
che si con- valida per questo che Lera. i cui si vorrebbe costruire, questo
rapporto, | suppone. — omunque perciò si volti e si rivolti la teorica del
Renouvier non c’è verso di salvarla da una intrinseca e irrimediabile
contradizione; ein pari tempo è mostrata una via d’ uscita da questo gi- neprajo,
senza cadere nella teorica del Masci che separa coscienza da conoscenza. Per
evitare queste due teoriche, basta distin- guere la conoscenza soggettiva dall’
oggettiva, e chiamar coscienza (s. s.) la prima e conoscenza (s. S.) la
seconda, e considerare la conoscenza in senso largo come atto di sintesi delle
due prime. Basta non confondere i due caratteri suddetti, che sono
profondamente diversi in sè e nelle appli- cazioni deducibili, rammentando che
il primo si presta al paragone ottico (la cognizione come processo di visione),
il secondo vi si rifiuta. Se si pensa che l'analogia ottica è forse il
principale agente dell’ impresa di s0 sofisticazione della cono- scenza per cui
si è accreditato l’err: errore dell’inco- noscibilità del conoscente, qual valore
di verità si vorrà ancora concedere a tal | presunzione? Noî siamo în parte
spettatori di noi stessi, ma sopratutto noi siamo attori e autori della vita ì
X. - La questione dell’idealità del reale eco. 165 nostra, e-la nostra vita e
ogni vita è tale che l’atto più o meno intenso della sua luminosità si possiede
immediatamente sempre. In verità io non domando px. |, a me d'esser visto sto
da. me- ‘per Conoscermi. Qua- lunque mio mio punto di vista è più stretto del
mio punto di vita. Salvo che io mi diverta a chia- mare vista quella vita che è
già insieme la cono- , scenza della vita medesima. Ma l'importante è
riconoscere che l’atto vitale è una Tealtà subonjet= tiva che si fa, e che she
nel farsi si conosce, senza diventar liventar "cagato" nè d'altri nè
di sè$ Basta, in breve, "che entrambi ì termini siano nella cono- scenza,
perchè con egual diritto partecipino del suo splendore. Nulla importa che il
conoscente | non sia conosciuto, nè per altro (cioè per 0), nonchè per sè {
anzi non lo deve mai essere, perchè, se lo fosse perderebbe la sua naturà
.#{'oncludiamo dunque che Finobjettività del soggettivo contradire al austio
ella conoscenza, ne è la migliore spiegazione senza il minimo residuo di
soggetto inconoscibile? Negare valenza conoscitiva dei due ter- i mm “nel
problema qualche. ipotesi arbitraria. Ciò fornisce quasi un criterio di valu
varie teorie della co- noscenza. Così, per esempio, se dovessi apprez- zare il
merito del soggettivismo attualistico a questo proposito, non esiterei a dire
che è forse il sistema che più d’ogni altro, in luogo di defi- nire
quest’equivalenza conoscitiva dei due termini differenti, la estenua e la
cancella, perchè arbitra- riamente accorda il primato assoluto della con-
cretezza e dell’attività al solo soggetto trascen- dentale fino al punto da
svalutare l'oggetto come attività e considerarlo come un miéro prodotto ì Ì i
II solipsismo inerte ed astratto di quello, mentre pure gli lascia il
privilegio di essere teoricamente conoscibile (1). In realtà, il sistema del Gentile
è ammirabile in quanto sveglia veramente gli spiriti dal sogno della filosofia
volgare innalzandoli al pensiero puro; in quanto, giustamente sollecito di
salvare la realtà del pensiero, s’è appigliato al partito ele- (1) Faccio
quest’ultima riserva teoretica perchè, se lo spirito ct ì secondo la Teoria
generale dello Spirito come Atto puro non gr può mai diventare oggetto di sè
medesimo senza cessare di Ul: essere puro spirito, ci sono veramente da temere
due gravi conseguenze per l’idealismo attuale, cioè : 1° che la realtà come
autoconcetto sia impossibile ; perché, 7 se il Soggetto trascendentale (l'Io
che concependo sè conce- pisce tutto) potesse concepirsi, sarebbe appunto
oggetto di sè, - contro l’ipotesi ;> A) 2° che il Soggetto trascendentale resti
inconoscibile, sot- 4 traendosi ad ogni tentativo di cognizione che in qualche
modo l’objettiverebbe. Per contro della concepibilità e della conosci- te
bilità dell'oggetto (pensato) non si può menomamente dubitare, 4 giacchè
appunto l'oggetto è l’objettivabile (il concepibile, il li conoscibile) per
definizione. Frattanto, se si bada che, tolta br l’objettivazione del pensiero
astratto, il pensiero concreto come II Soggetto objettivante inobjettivabile
non è possibile, si intra- ; vede che la teoria del Gentile è logicamente
costretta a rico- | noscere la realtà effettiva del pensiero «astratto, e
quindi in fondo ad ammèttere l'equivalenza dei differenti. Nel 2° volume del
suo Sistema di Logica come teoria del conoscere il Gentile apertamente riconosce
e dichiara che, se il pensiero pensato non ci fosse, non ci sarebbe pensare, e
\ però nè anche il pensante (p. 8). Tuttavia esclude sia che il pensato
condizioni il pensare, sia che pensato e pensare si con- ‘Ù dizionino
reciprocamente (p. 9). Ma la correlazione non è fra îl; il pensato e il
pensare, bensì tra il pensante e il pensato ; nè È perchè ciò accada è
necessario che il pensato preceda al pensare d come pensabile, nè infine che il
pensare abbia da presupporre una cosa qualunque. Quel che giova invece
comprendere è che al nè anche il pensare é_il presupposto del pensabile, perchè
se | n lo fosse sarebbe un astratto. " Pd X. - La questione dell’idealità
del reale ecc. 167 vatissimo di giustificare la realtà stessa, tutta la realtà
come pensiero. Tuttavia il carattere teore- tico e il valore dell’idealismo
attuale restano pro- ‘ fondamente compromessi dall’esclusivo soggetti- vismo.
La vera e suprema realtà pel Gentile, infatti, è il Soggetto trascendentale,
che è tale appunto perchè è l’assolutamente inoggettivabile, l’atto as-
solutamente pensante della realtà, la totalità del reale come puro soggetto
pensante. Ma in primo luogo, ponendo tutta la realtà come pensiero, che senso
vuolvessere-attribuito a questo pensiero? È - evidente che il punto controverso
della questione consiste nello stabilire se questo pensiero si possa ammettere
come puro soggetto. Ora, questo risulta inammissibile, perchè ogni ipotesi di
soggetto evi- dentemente significa l'affermazione d’un termine relativo, cioè
in rappoîto ad altro e precisamente } ad un oggetto qualunque. Ogni soggetto è
un BOE= getto in rapporto ad un oggetto, Ponendo un sog- iii silice 5 ener di
riferi- mento in cui il soggetto è un termine Telativo, cioè in rapporto ad un
oggetto, non il tutto che è il sistema come unità attuosa dei suoi termini, ,
Essendo innegabile nella realtà l’esistenza di ter- mini o enti soggettivi e
termini o enti oggettivi, | necessariamente tutta la realtà dev'essere pensata
| come sistema attivo del tipo S.r O. In conclusione” l’idealismo attuale
ponendo l’intera realtà come soggetto, sia pure trascendentale, non fa che
porre il tutto come parte, il concreto come astratto. Malgrado tanti propositi
di concretezza, ùî Sofisma d’astrazione resta lo sfondo di cotesta teoria. Ciò
che resta ancora soggetto, comunque inteso, ap- punto perchè è soltanto
l’inoggettivabile, è ancora un termine astratto, Non è ancora tutto l’atto del
—_—- EGEO METE A TR sn è A | si É v }, + at ‘all iù MEANA Lendl VI al bag VIENI
K È Il solipsismo reale nella sua concreta unità. Non lo è ancora, perchè la
vera, reale e concreta unità è ciò che l’insoggettivo, nè l’inoggettivo. Ma non
perchè sia i i ri HI nè l’uno nè l’altro, ma perchè è insieme l’uno l’altro, e
cioè T'attività umitiva e distintiva dell'uno i è Im secondo luogo, l'esclusiva
inoggettivabilità del 4 soggetto trascendentale, necessariamente signifi- i
cando l’impensabilità del pensante, implica la cac- e ciata del soggetto
pensante fuori del pensiero che State resta, cioè non lascia più che tutta la N
realtà si affermi come pensiero, dal momento che la riduce a un solo termine di
esso. Chiarissima allora diventa una conseguenza che sgombra ogni equivoco; si
fa, cioè, evidente che il pensiero nel senso amplissimo, anzi massimo e
universale della parola (s. u.), è senza dubbio “a | l’inoggettivabile essendo
concreta subobjettività; è quantunque, sempre in questo senso, non sia più _
—‘’l’inoggettivabile che l’insoggettivabile. Ma ciò fa è manifesto, finalmente,
che bisogna distinguere colla \ massima cura due inoggettivabili, irreducibili
fra loro, cioè: 1° il soggetto particolare sempre attualmente | | pensante che
nè da altro nè da sè si lascia ogget- . tivare mai, essendo per definizione
l’oggettivante | (e questo inoggettivabile è ancora analitico e | astratto). E
qui abbiamo il pensare come atto par- ticolare d’una persona (soggetto
pensante) in rap- porto ad una cosa, cioè il pensiero in s. s.; 2° la reale e
concreta unità che non si lascia nè oggettivare nè soggettivare, essendo per
defini- zione il subobjettivo, cioè il vero, sintetico e pro- i priamente
concreto, ossia la totalità del reale. E vt allitibanci Y dici cei Ni ve 2 X. -
La questione dell’idealità del reale eco. 169 ——qui abbiamo il pensare come
atto universale, cioè il pensiero in s. u. Davanti a questo principio veramente
supremo ed uno, l’artificiale ipostasi del soggettivismo tra- scendentale
svanisce. E ancora appare la-necessità di tenere per af- fatto artificiale
l’ipotesi dell’assoluta individualità nonchè dell’assoluta personalità del
pensiero, per- chè l’attò del pensiero non si lascia circoscrivere nel campo
del mero soggetto (1). ln_niun senso, nè stretto nè largo, il pensiero si
identifica col enintirzanzziznne . n cnr ar soggetto pensante. Se per pensiero
s'intende il “prodotto empirico d’una attività soggettiva pen- sante, i
pensieri sono molti, il soggetto che li pensa è uno; se per pensiero si pensa
l’attività pensativa in generale anzi in universale, la com- presenza della
soggettività pensante e dell’ogget- tività pensata, determina la natura
subobjettiva del pensiero. Ovviamente, se l’attività del pensiero è unità
sintetica di pensante e pensato, non può l’atto del pensiero identificarsi col
solo pensante. E se è persona solo il soggetto pensante, l’atto del pensiero non
è persona. Secondo Severino Boezio è personale l’essere individuale ragionevole
(2), ma l’atto non è tale. Pica passa ponà la unità di pensiero presente a sè;
esso può diventare ago ziazine. n’unità di pensiero, ma non è l'unità. ©
perentoria ve irasze (1) Chi rifletta su questi concetti vedrà subito che
personalità non è individualità. Dal punto di vista morale la differenza è
veramente capitale, perchè l’individualità sta nell’orbita del- l'egoismo, la
personalità ha per ideale il sacrifizio. Tuttavia qui s’adoperano entrambi i
termini per indicare semplicemente il soggettivo, (2) Cfr. S. Tomaso, Sum.
Theol., 1, q. XXIX, a, 2 (una sostanza individua di natura razionale). nai 170
Il solipsismo In breve, ripugna che il pensiero, essendo l’atto d’una persona
pensante un pensato, sia pensato esso stesso come soggetto personale (1).
Quindi, sottratta la personalità, cio ettività, all’atto del pensiero, il
pensiero in ogni caso appare, ed tiva ad oggetto. Su questa base s’impianta
T'inter- pretazione dell’idealità del reale (intesa l’idealità come unità della
soggettività e dell’oggettività), in contrasto coll’interpretazione del
soggettivismo. Che poi la teoria dell’unità universale della realtà, in quanto
tutto il reale è pensiero (s. u.), si presti ad essere interpretata
soggettivamente, non fa troppo meraviglia, tanto è radicato il pre- giudizio
empirico dell’eslusiva soggettività del pen- siero (2). Così il solipsismo
traduce l'io penso di (1) Io posso parlare dei miei affari personali, e
naturalmente anche dei miei pensieri personali, cioè d’affari e pensieri in
tutto miei e concernenti esclusivamente la mia persona; ma trovo insensata
l’ipotesi della loro personalità. In modo analogo sostengo l’impersonalità del
pensiero. È appena necessario ripetere che neanche l’'impersonalità del
pensiero si può affermare in modo assoluto, perchè se ogni atto di pensiero è
relazione distintiva e unitiva di due termini reciprocamente coessenziali e
inseparabili, uno soggettivo e nei gradi massimi personale, l'altro oggettivo,
segue che il pen- siero non è assolutamente nè solo l’uno nè solo l’altro,
cioè, se si vuole parlare così, che è personale solo relativamente al soggetto
e impersonale solo relativamente all’oggetto. La_sua vera natura è d'essere né
solo soggettivo nè solo oggettivo ma subobjettivo; e allora neanche
assolutamente impersonale. La conclusione ultima di questa dottrina viene ad
essere il rela- tivismo del pensiero, cioè l'affermazione che quel pensiero che
è la totalità del reale è individuale e personale relativamente al soggetto,
inindividuale e impersonale relativamente all’og- getto. Ecco perchè nel testo
si combatte il principio dell’assoluta individualità nonchè dell’assoluta
personalità del pensiero. (2) La difficoltà di abbandonare il preconcetto del
pensare E ceti X. - La questione dell’idealità del reale eco. 171 Kant nel
soggetto personale empirico. Ben si vede ‘che in questo parlare empirico di
soggettività come sinonimo dell’attività del pensiero non si fa che tornare a
confondere, con inveterato equivoco, quello che Kant chiamava l’io penso, e
aveva in conto di pura funzione logica e tipica d’ogni sog- getto individuale e
conoscente colla realtà dell’atto |. concreto e universale del pensiero, per
cui ogni | soggetto pensa e ogni oggetto è pensato o pensa- bile. Un’astrazione
concettuale viene a prendere il posto così della più concreta realtà, e pone
tutta la gnoseologia e la metafisica conseguente sotto la luce della Dialettica
trascendentale. Questo errore è ben scusabile nel primo inganno dell’empirismo.
Ma che nell’ordine speculativo, un sistema il quale af- ferma
l’inoggettivabilità del soggetto, ignori la dop- ———————1__AAAII’:.: come atto
o processo esclusivamente personale e il reale come soggetto individuale e
personale, deriva dalle sempre superstiti tendenze feticistiche, per cui,l’uomo
fu ed è tuttora disposto a rappresentarsi la propria natura come l’essenza
nascosta delle cose (feticismo antropomorfico). Si noti che l'individuazione
(la personificazione) del pensiero ha portato non solo a consi- derare il
pensare come atto esclusivamente proprio d’un soggetto pensante, ma altresì ad
attribuire un’esistenza propria ad un soggetto personale pensante e agente
dotalo della capacità di pensare soggettivamente l’oggettività. Contro questa
doppia esclusiva personificazione [a) del pensiero come atto esclusi- vamente
soggettivo e b) del pensiero come soggetto, esclu- sivamente personale
pensante] che non ha mancato di diven- tare popolare, ricevendo la sua massima
applicazione formale in teologia (ipostasi divine), tenta di reagire la
presente dot- trina. Colla quale però io non intendo scalzare il concetto del
pensiero come d’un soggetto personale; insisto soltanto sulla necessità di
subordinare questo al concetto del pensiero come atto universale e
relativamente impersonale, per aderire a quel- l'elevazione graduale del centro
di prospettiva che è il carattere tipico della storia del pensiero filosofico.
——""T Il solipsismo pia inoggettivabilità, cioè
l’inoggettivabilitàastratta dell’oggettivante e l’inoggettiv ilità concreta del
| subobjettivo, è abbastanza grave. Quantunque, che dico?, îl poco o il molto
grave non ha da far nulla colla verità. L'importante è che non si seguiti a
confondere ciò che deve essere distinto. L’interpretazione fatta del pensiero
come unità subobjettiva guida a eliminare altresì un altro T malinteso.
Sogliono generalmente avvertire i filo- b; sofi, pure intesi a sostenere la
natura ideale della realtà, ma da un punto di vista opposto al pre- sente, che
— ponendo la realtà come soggetto e oggetto — non si pone di concreto niente
più che | una copula indifferente. (ds A me sembra, invece, di avere mostrato
che il pensiero, come reale attività subobjettiva, non sia \ mero incontro che
assommi stochiologicamente il l Soggetto e l'oggetto, presupponendoli come due
| astratti anteriori all’atto e, come tali, concorrenti in seguito a produrre
il totale, ma veramente l’atto ‘ unico dell’universa realtà onde si pensa, e
che, ‘ PA ; appunto per ciò che è concreta indivisibile unità, " | non
essendo nè soggetto nè oggetto (senza essere >. > un tertium quid) non
può essere nè assolutamente | | oggettivato, nè assolutamente soggettivato
sotto ld », nessun titolo. A Concludendo, i concetti fondamentali di questa .\
discussione possono riassumersi brevemente così : | 1°. - Bisogna distinguere
il pensiero in s. S., come produttività individuale d’un soggetto _pen- sante,
dal pensiero in s. u., come produttività uni- versale della realtà. Quello ha
il senso dell’atti- è vità d’un produttore rispetto a un prodotto, questo n ha
il senso dell’attività produttiva universale, che è unità di produttore e
prodotto. a zo Ra = o iedia rin x e #31 di ai fa i anti e AI] X. - La questione
dell’idealità del reale ecc, 173 2°. - Bisogna distinguere il carattere
transitivo del riferimento nella totalità del processo di cono- scenza (punto
di vista) dal carattere intransitivo dell’attualità avuto riguardo al sogoetio
fecero di vita), perchè dalla mancata dissociazione di questi due caratteri
deriva il doppio errore a) che non v'abbia conoscenza che d’un oggetto per un
sog- getto, e 2) che il soggetto non possa mai prendere conoscenza completa di
sè, pel falso presupposto che il soggetto debba diventar oggetto"e pini
lasciare sempre un residuo fuori di conoscenza. La conoscenza invece poggia
sull’oggettivazione, che non può aver luogo se non pel soggetto, e sulla
soggettivazione, che è possibile solo in quanto il soggetto ha conoscenza di
altro. Ora, per la cono- scibilità del soggetto è necessario è sufficiente
il" Suo essé sistema attivo della conoscenza del tipo Sr O, in cui i due
termini differenti sono cono- scitivamente equivalenti. Dunque non ha senso il
principio dell’inconoscibilità del conoscente. 3°. - Bisogna riconoscere che,
quando il pen- siero si eleva al concetto dell’attività produttiva universale
non può arrestarsi all’ipostasi d’un pro- duttore. Un produttore in tal caso è
superato non solo, ma è oltrepassata anche l’idea del produt- tore. Come
corollario, dilegua anche l’ipotesi del-. l’assoluta individualità, nonchè
dell’assoluta per-. sonalità del pensiero. 4. - Bisogna riconoscere una doppia
inogget- tivabilità: l’inoggettivabilità astratta dell’oggetti- vante, cioè del
soggetto, e l’inoggettivabilità con- creta del subobjettivo, cioè dell’intera
realtà. 5°. - Ponendo il principio che la realtà tutta è unità ideale della
subobjettività, sì eliminano tutte —_—t@ nn — 174 Il solipsismo le soluzioni
esclusivistiche ed astratte, cioè il sog- gettivismo, l’oggettivismo, il
neutralismo e l’ipo- tesi della copula indifferente; mentre i due sensi del
pensiero individuale e universale si congiun- gono in feconda armonia. 6°. -
Anzi, ciò che v’ha di proprio nella vita ( teoretica è questo continuo
avvicendarsi in noi della concezione del pensare come attività sogget- tiva
individuale (singolarismo), e del pensare come attività reale universale
(universalismo). Tale è l’inevitabile dramma della filosofia che aspira
alternativamente, per mezzo del pensiero, ora alla concezione personale e
particolare del pen- siero, ora alla concezione relativamente imperso- nale e
universale del pensiero come totalità della realtà, e da ognuna di esse è
spinta verso l’altra, f senza potersi definitivamente acquietare mai (1). II. —
Nel secondo errore, che è quello d’ogni ogget- tivismo esclusivo, incappano
coloro che sono portati (1) Chi rifiuta il concetto del pensiero universale
crede di poter objettare che, se un tal concetto fosse giustificabile, se
appunto fosse il più generale e fondamentale d’ogni atto di pen- siero, non
sarebbe stato tanto obliato dai filosofi. Ma, a non tener conto che pure fu
conosciutissimo circa duecentocinquanta anni fa per merito di Spinoza, non è
punto vero che le cose che sono state sempre davanti agli occhi di tutti
abbiano fin dal principio attirata l’attenzione degli studiosi. La storia del
problema del pensiero non è che uno spostamento continuo e un’elevazione
graduale del centro di prospettiva. Di qui la necessità di non fidarsi delle
prime intuizioni che velano più che non chiariscano la natura fondamentale
delle cose, h Di qui ancora la legittimità d’una situazione mistica come I
risultato del pensiero filosofico sempre più in grado di rendersi conto
dell'identità fondamentale d’ogni forma di vita e di realtà, cioè dell'intimo
rapporto d’ogni individuazione sogget- tiva e oggettiva colla realtà profonda
del pensiero subobjettivo universale. L X. - La questione dell’ idealità del
reale ecc. 175 a considerare l’oggetto indipendente dal soggetto, compresi
quelli che considerano #l'soggetto come epifenomeno (1) o astratto inerte, tesi
quest’ultima che è propria del soggettivismo e quindi del solip- sismo. Ma
forse si dirà che non c’è via di mezzo: 0 accettare la riduzione di O a S cioè
considerare l’og- getto come una semplice rappresentazione passiva del soggetto
e quindi accettare il principio della dipendenza di quello a questo ; o
accogliere quello iell’indipendenza, ponendo l’estraneo a me, il fuori di me,
il senza di me; e che, riconosciuto con Ber- keley l’impossibilità di parlare
di un oggetto indi- pendente dal soggetto pensante (perchè la stessa ipotesi di
una esistenza indipendente implica il mio pensiero che la contempla), è
giocoforza adot- tare il punto di vista del solipsismo. Però, come sopra ho
risposto a proposito della totalità del reale: — inideale no, insoggettivo sì;
— additando francamente la mia via d’uscita; ora pure in modo analogo dichiaro
circa l'essere dell’oggetto: — in- dipendente no, relativo sì — rifiutando ogni
ogget- tivismo esclusivo, compresa la tesi soggettivistica dell’oggetto. Posta
dunque da banda la questione dell’indi- pendenza (2), si potrebbe anzitutto
dubitare che, anche nell’ipotesi della infinita regressione alla (1) È molto
interessante l’avvicinamento del solipsismo al- l’epifenomenismo oggettivistico
(sia fisico sia filosofico), perchè questo crede di spiegare lo spirito con
processi fisici o fisio- logici e il solipsismo (come soggettivismo idealistico
assoluto) crede di spiegare gli oggetti del mondo esterno con processi della
mia coscienza. Sicchè in certo modo l’oggetto non sarebbe che una projezione
della mia attività soggettiva, un epifenomeno della mia coscienza. (2) PastoRE,
P.d.c., II. * dell movi rr ll”. ” 176 i Il solipsismo sempre anteriore
soggettività, donde si ricava il primo senso dell’inoggettività (inoggettività
del soggetto), l’importanza dell’oggetto non scemi, anzi in certo modo aumenti
appunto di quanto — volta per volta — si assottiglia il soggetto, esanimandosi
nel pensiero del pensiero. Ma io la credo una sot- tigliezza poco concludente.
Lascio dunque ogni ste- rile contemplazione, ed esamino i fatti del conoscere
cioè gli oggetti, rilevando quei caratteri più degni di nota che sono obliati
da ambe le parti. Su questo terreno la concezione offerta dall’idea- lismo
attuale è molto vicina a quella del solipsismo, perchè entrambe ammettono
l’inerzia dell’oggetto. Secondo la dottrina del Gentile: « L'oggetto... è
inerte, sta » (1) essendo posto dal soggetto; sola attività che tutto fa, tutto
realizza, tutto produce. L’atto solo essendo concreto e risolutivo in sè d’ogni
suo fatto, ne viene che ogni fatto rispetto all’atto è un astratto. Il fatto è
molteplice, l’atto è invece uno immoltiplicabile, essendo egli l’atto che
moltiplica, cioè la moltiplicazione. Che cosa moltiplica ? Soggetti e oggetti;
empirici tutti, tutti finiti, tutti astratti, tutti quindi giacenti in un piano
di correlazione reciproca diverso da quello della unità dello spirito. Segue
ancora che ogni soggetto empirico, in quanto è un prodotto singolo, contro- termine
finito del suo oggetto, è sempre in fondo un oggetto esso stesso, sia perchè
non è che un’oggettivazione astratta del soggetto uno e con- creto, sia perchè
si può sempre da altro oggetto oggettivare. Il pensiero dei soggetti singoli è
pensiero astratto, il pensiero del soggetto uno è pensiero concreto. (1)
GenTILE, Teoria dello spirito come atto puro, pag. 27. X. - La questione
dell’idealità del reale ecc. 177 Di qui l’ammonimento supremo: « La distinzione
tra pensiero astratto e pensiero concreto è fonda- mentale, e il trasferimento
dei problemi dal pen- siero astratto al concreto è, si può dire. la chiave di
volta di tutta la nostra dottrina » (1). Il solipsismo respmge l’idealismo
attualistico, «in quanto nega il diritto di passare dal mio sog- getto individuale
a un soggetto assoluto a un Io trascendentale » (.S., 189). «Io ho certezza
soltanto del mio io individuale, che è l’unica realtà che io posso affermare;
quello trascendentale è il risultato di una ricostruzione concettuale, anzi è
un oggetto del mio pensiero, non il mio soggetto pensante » (S., 174). Ma,
fatta questa depurazione, il solip- sismo dà la mano all’attualismo
soggettivistico per far trionfare il comune principio dell’inerzia del-
l’oggetto. ona ‘Se-nor che, per più ragioni, questo principio pare
insufficiente e inammissibile. Invero, scalzata la base del presupposto
solipsistico (I-IX), provata l’astrattezza del presupposto attualistico e
rettifi- cato il concetto dell’idealità del reale (prima parte di questo
capitolo) non è da pensare che, rovinate le premesse, si possano salvare le
conseguenze. Se la realtà, tutta la realtà è attività e come tale è pensiero
(s. u.), cioè non soggettività, la realtà non deve essere in alcuna parte o
maniera concepita come limite claustrale del pensiero,fma come l’at- tività
limitativa originaria del pensiero medesimo} altrimenti rimane qualche noumeno
0 fenomeno magari, residuo della vecchia erronea metafisica. Altrove (2) ho
sostenuto, ripigliando il pensiero (4) GENTILE, op. cît., pag. 82. (2) Cfr. P.
d. c., I. In Gioberti si tesorizza la copula della A. PASTORP, 71 solinsismo.
12. 178 Il solipsismo dello Spaventa, che dei due momenti della filosofia di
Gioberti nell’interpretazione della formula ideale rispetto al concetto del
Primo filosofico (l’uno im- perniato sull’Ente come Sostanza e Causa, l’altro
sull’Atto creativo) il pensiero veramente grande e nuovo è nell’atto creativo.
Per esemplificare, nella prima fase (Introduzione allo studio della filosofia)
Dio è 1’ Ente della for- mula ideale; nella seconda (Protologia) Dio è l’ente-
creante-l'esistente. Perciò lo Spaventa, che dei due uomini da lui scoperti in
Gioberti preferiva il nuovo, chiamava Dio falso il Dio-ente-sostanza- causa
dell’uomo vecchio. Ma ora non devo occu- parmi di queste attinenze. Parmi più
tosto di dover concludere che il giobertismo della prima fase non è che una
varietà di solipsismo: il solipsismo divino; mentre il giobertismo dell’ ultima
fase è subobjettivismo e quindi antisolipsismo. Ma un grande dubbio m’incalza.
La concretezza subobjettiva dell’unità non toglie valore all’oggetto ? Perchè
dovrebbe toglierlo? Se la 1 realtà consiste nella produttività, produttore e
prodotto sono necessariamente legati ad un ritmo unico, cioè al ritmo
dell’attività produttrice univer- sale) benchè questo non sia fuori di quelli.
Conce- pirlo fuori, cioè realizzantesi in un piano superiore al piano della
molteplicità, è farne un indipendente; è credere che la fonte possa essere
indipendente dalla foce (da una foce qualunque, s° intende) ; è formula ideale,
come atto dinamico della causazione dialettica autoproduttiva. L’aitiologia di
G. è: 4° Concretezza causativa-reale dell’unità ; 90 Causazione dialettica
dell'ente come autoproduzione asso- luta di sè. X. - La questione dell’idealità
del reale eco. 179 credere che un fiume possa essere solo fonte, mentre il
fiume è lo scorrere da fonte a foce, e in conereto una fonte che sfocia sempre.
La fontificazione del “uno è ui AseunIO. uò esser utile un altro paragone. Il
frutto, anzi questo frutto, è dipendente o no dalla radice anzi dal suo fiore?
È dipendente, certo. Ma, nel prin- cipio dell’attività vegetativa o produttiva
in genere, questo punto di vista dell’assoluta dipendenza del prodotto dal
produttore scompare. Quivi è tanto im- portante il fiore che il frutto, tanto
la radice quanto il fiore. Così, se dico che la natura d’un fiore è di
fruttificare (come la natura del soggetto è di ogget- tivare), nè il frutto
svanisce nel suo fiore o nella sua radice benchè ne sia dipendente, nè
l’oggetto svanirà nel suo soggetto, pure ammessa la sua relativa dipendenza.
Similmente l’effetto non scom- pare di fronte alla sua causa, benchè ne
dipenda. È inoltre da avvertire l'enorme importanza di quel rilievo
dell’interdipendenza della causa e del- l’effetto che ha fatto ridire
giustamente al Gentile sulla parola di Spaventa e dell’ hegelismo : è l’ef-
fetto che fa causa la causa, perchè dà il diritto di conchiudere — analo,
ispetto al valore del- l’oggetto — dunque è l'oggetto che fa soggetto il
soggetto. Ora con questa dizione s’attribuisce al pensato un ufficio molto
superiore a quello che si degnano di concedergli i soggettivisti, i quali ne
fanno un semplice prodotto, astratto, inerte, ines- senziale. Vedo insomma che
nell’ apprezzamento della causalità, fissato l’occhio non più sulla causa che
sull’effetto, ma correttamente sulla causa- zione (1), la logica ha strappato
di bocca anche al (4) PASTORE, P. d. c., II. md gra dtt A ds er celiaca O - Ù
180 Il solipsismo soggettivista una verità di cui egli purtroppo non ha saputo
approfittare? A sviluppare e compiere quest'ordine di consi- derazioni sul
valore Tele dell’oggetto aggiungerò alcune idee sull’attività di quest'oggetto
medesimo, che ribadira e tesi iloli precedenti. Per sfuggire all’ insidiosa
difficoltà, anzi all’assurdo solipsistico dell’impossibilità di superare il
pre- sente, ho mostrato che la natura del tempo è, a ri- gore, la sua
inattualità cioè il successivo-continuo- irreversibile superamento d’ogni
presente conside- rato come intervallo istantaneo fra altri. Ora, se tutto si
fa in una distensio integrale di passato- presente-futuro, se ogni cosa è
sempre un’ inte- grazione di passato, presente e futuro (dato che il tempo è
per eccellenza il nato-nascente-nascituro in senso universale), è manifesto che
la persistenza del passato è una realtà che sempre si fa, natural- mente dura,
e necessariamente si accresce. E questo persistere, questo processo del durare
così intima- mente e profondamente scolpito in ogni cosa nonchè nell'animo
nostro perchè non sarebbe un agire, una forma reale d’attività? Sotto i nomi di
oggetto, pensato, prodotto, astratto, fissato o fatto, forsechè non si cela
un_anello ineli- minabile della realtà, il quale esige il concorso di tutte le
condizioni necessarie e sufficienti della realtà stessa perchè sia realizzato ?
at- Ma-fra.gli at- __ : tributi più caratteristici del reale è appunto l’atti-
Pi tit. Io dunque concludo che ogni fa jene i | sempre il suo carattere di
attività, cioè che ogni ‘ oggetto, ogni pensato, ogni prodotto, ogni astratto,
ogni fissato, ogni fatto, in ultima analisi, è sempre | attivo. Il che non
significa che ogni forma d’atti- vità sia sempre sensibile; nè, tanto meno,
sensibile } Ò | : X. - La questione dell’idealità del reale ecc. 181 allo
stesso modo. Ogni fatto ha quella forma d’at- tività che gli è propria. Anche
il tempo medesimo è quella realtà che per noi è, data la nostra ma- niera di
concepire e di concepirlo (1). Quindi io non posso approvare la dottrina attua-
listica e solipsistica del soggettivismo, il quale proclama l’inerzia
dell’oggetto. L'oggetto, seconde me, non è inerte, Sembra stare, ma non sta che
in apparenza. E non sta, perchè non è al di là «della.storia, cioè non è scisso
dalla realtà che vive in esso, nonchè dal soggetto conoscente. L’intimo
travaglio della realtà È »inti avaglio del pensiero. Unico lo slancio
incessante della metamorfosi. Sorprende infine vedere come il principio del-
l’attività dell’oggetto sia stato riconosciuto aperta- mente da S. Tomaso, e
come la teorica tomistica dia luce e vigore alla tesi dell’impersonalità del
pensiero che è stata difesa nel capitolo antece- dente, senza il minimo attacco
alla personalità del pensante. Secondo l’Aquinate, poichè ogni ente risulta
dal- l'unione della forma colla materia e la SR è l’elemento attivo e
determinante, cioè il principio essenziale che specifica e attua gli enti e la
causa determinante del loro moto, segue che ogni ente ha un moto naturale,
nessun ente è inerte. Questo, per la parte della Filosofia che tratta dell’ordine
(1) «Anche li dove la natura sembra stare, l'apparenza è prodotta dal suo lungo
cammino, lungo così che le nostre facoltà percettive non ci rivelano il
divenire, che perciò di- ciamo latente, ma che facoltà percettive più
penetrative, e di più penetrativa misura del tempo, di quella che noi abbiamo;
renderebbero patente » (Masci, op. cît., pagg. 353-4). 152 , Il solipsismo
reale, cioè per la Metafisica. Su questo si fonda la Gnoseologia o Logica, cioè
la parte della Filosofia che tratta dell’ordine ideale, o del pensiero. In
questa dottrina è fondamentale il principio della cognizione come concorso e
come assimilazione dei due elementi, il conoscente e il conosciuto : a) una
cognizione non si può conoscere se non in quanto dal concorso del conoscente e
del conosciuto è prodotta nel conoscente l’imagine del conosciuto ; b) omnis
cognitio fit per assimilationem cogno- scentis et cogniti. (C. G., I, 65). E
che altro ci vuole per rinforzare la tesi dell’impersonalità del pensiero, se
non la sua chiarita risoluzione în atto di conoscente e conosciuto ? III. — Nel
terzo errore, che è quello d’ogni asso- lutismo (irrelativismo) incappano
coloro i quali dimenticano che nessuna realtà è pensabile fuori della relazione
coll’attività pensante per la quale soltanto è pensabile. Su questo problema
chi siasi collocato dal punto di vista subobjettivo, e non se ne voglia
allontanare, oltre a ben guardarsi d’eri- gere le relazioni e la relazione
delle relazioni in entità, deve star attento a non perdere il concetto della
relazione, pur serbando quello della dipen- denza. Che è ciò che fanno tutti
quelli che assi- curano d’aver capito il concetto di Berkeley, ricor- dato con
tanta frequenza dal Gentile; e poi tornano ad affermare la soggettività
assoluta del reale, col pretesto che l’oggetto, ogni oggetto non è che pel
soggetto e dal soggetto. Altre volte però gli assolutisti traguardano da
un’altra feritoja. Suppongono allora che, data la ;\ natura relativante del
pensiero, il pensiero come | \ realtà universale sia la relazione universale
senza \ \i termini. Ma anche questa ipotesi è assurda e im- Lalli possibile,
giacchè il i id ni-.i F festazioni dI soggetti e oggetti pon è nulla geste da “
molti hanno creduto di oltrepassare ogni finitudine Ù empirica di relativi e correlativi,
ponendo senz'altro ù l’irrelativo come atto concreto della relazione che, i
essendo uno e in eterno presente. realizza esso solo il molteplice, superandolo
trascendentalmente. MLD. E quali sono le prove che s’adducono in favore? fr:
Non ci son prove accessibili al soggetto empirico, n sempre avvolto nelle
nuvole del pensiero astratto. Î Bisogna uscire dal pensiero morto e sotterrato,
A bisogna vivere, bisogna salire... Ma ci sia, o no, hl questo bisogno di
salire oltre una morte, la que- Ù stione è, se l’uomo possa così superare la
legge Piet della sua relatività, come concepire una relazione reale che non
relazioni nulla. Ed è ciò che io nego assolutamente; perchè questo non si può
ottenere se non a patto di potere l’ impossibile. Che il pen- siero si elevi
coll’astrazione all’irrelativo, all’ in- condizionale, è innegabile. Ma,
irrelativo o incon- dizionale, entrambi rimangono sempre una sem- plice
negazione del condizionale e del relativo. \ Massimo pensiero e quindi massima
realtà per me significa massima complicanza di relazioni fra ter- mini reali.
Qui finiscono gli argomenti sopra le tre ipotesi teoriche esclusive, e insieme
il compendioso ac- | cenno alle mie precedenti ricerche sull’ idealità del
reale, concetto che spero d’aver dimostrato meno | L| difficile di quel che
sembra. Opponendomi a quelli ti che fichtianamente chiamano Soggetto
trascenden- | tale la totalità del reale, senza vedere che l’unità del
soggettivo e dell’oggettivo non può essere sog- gettiva (comunque s’intenda un
tal soggetto), con 184 \ Velli dl: solipsismo non minore ragione id ammetto la
relativa dipen- denza dell’oggetto dal soggetto, senza cadere nel soggettivismo
(1). Riassumendo: Per quanto diverse e talora op- poste siano le asserzioni del
soggettivismo assoluto e del solipsismo credo d’aver provato che le loro comuni
riduzioni di pensiero a soggetto, di ogni oggetto a soggetto, di ogni oggetto e
di ogni sog- getto al mio soggetto (qui empirico, là trascenden- (1) Quando si
ammette che dall’ io cioè dal soggetto deriva la conoscenza, che ogni
conoscenza tanto delle cose quanto di sè ha la sua origine nello sforzo
d’attività dell'io, il soggettivismo crede d’aver causa vinta. Ma si sbaglia,
perchè quella ammis- sione (d’aspetto spiritualistico alla Maine de Biran) conduce
solo a distinguere due atti di relazione tra soggettività e oggettività : a)
l’uno come processo particolare (soggettivo) che costi- tuisce la ragione del
soggettivismo ed è l’atto di conoscenza del soggetto pensante un oggetto; b)
l’altro come processo universale (soggettivo- oggettivo) che costituisce la
ragione del subobjettivismo, e quindi nega la portata universale di qualunque
processo soltanto sogget- tivo, cioè nega l’esclusivo soggettivismo. Questa è
sempre stata ed è anche ora la mia convinzione: che posso esser sog- gettivista
nel senso della dipendenza relativa dell'oggetto dal soggetto; ma non lo posso
essere nel senso che la totalità del reale sia soggettiva, perchè l’unità
universale è propriamente ‘ subobjettiva cioè unità di soggetto-oggetto.
Chiamare io 0 sog=- ii ia) a 1 PIPPE uo TITEL 7 i mite X. - La questione dell’
idealità del reale ecc. 185 tale), quindi del soggettivo all’inoggettivo,
dell’og- gettivo a inerzia, della relazione all’irrelatività, a fine di
spiegare il pensiero e la realtà, cominciano per mutilare la realtà e finiscono
per rendere im- pensabile il pensiero. Con questo risultato si vede chiaramente
il senso recondito delle quattro affer- mazioni seguenti : 1° che il
soggettivismo attualistico è in certo modo un solipsismo criptico ; 2° che
nell’autoconoscenza non rimane alcun residuo soggettivo inconoscibile, conforme
al prin- cipio dell’equivalenza conoscitiva di tutti i termini che sono nella
conoscenza ; 3° che l'ipotesi dell’individualità e della per- sonalità del
pensiero è così artificiale come quella della sua esclusiva soggettività,
dell’inerzia del- l’oggettivo, e dell’irrelatività della relazione; 4° che la
giustificazione completa cioè autolo- gica dell’idealità del reale è solo
possibile in una teoria che ponga tutta la realtà come pensiero subobjettivo e
il pensiero come atto unitivo e di- stintivo di potenziamento. Ma ora viene il
problema inverso, cioè il pas- saggio dal problema specifico dell’idealismo
gno- seologico (idealità del reale) al problema specifico dell’idealismo
metafisico (realtà dell’ideale). Il primo è nel campo dell’immanenza, il
secondo in quello della trascendenza. Ma basta ricordare col Marti- netti che
il principio metafisico della realtà del- l’ideale è base necessaria d’ogni dottrina
religiosa per capire che, se si vuol porre una metafisica a base fideistica,
prescindendo da viete lun- gaggini, è sufficiente, come dice Schopenhauer,
pronunciare questa semplice professione di fede : «io credo in una realtà
trascendente ». E su questo 186 Il solipsismo punto è inutile che io ora dica
se credo o no, perchè qui io non debbo esibire il mio atteggiamento ri- spetto
alla fede. In materia di filosofia io non mi fido nè della mia fede nè della
mia miscredenza. Ammesso l’idealismo in senso gnoseologico, come risulta dalla
discussione precedente, ammessa la risoluzione dell’essere‘ nel conoscere cioè
della realtà nel pensiero in senso universale, io sono costretto a dichiararmi
idealista — in questo senso — anche in metafisica. Ma è forse d’uopo, per
questo diventare #dgalista assoluto, cioè ammettere la trascendenza divina?
Pretesa eccessiva. Il punto di vista relativistico fedele nella sua crudezza al
subobjettivismo respinge il dualismo assoluto come quello che rompe e
disarticola tanto l’unità ideale della realtà, quanto l’unità reale dell’
ideale. Ap- punto perchè, gnoseologicamente parlando, am- metto una
trascendenza nel senso che in questa affermazione si esprime e si riassume
l’esigenza della progressività non al di là dell’essere del co- noscere, io
penso una realtà trascendente sì, ma conforme al principio della risoluzione
del cono- EE Tee scere nell’essere. Preciso adunque due cose: la prima è che
con questa tesi della trascendenza io non faccio e non intendo fare alcun atto
di fede, perchè non dico credo, ma dico penso. La seconda è che l’esigenza
metafisica e l’esigenza gnoseolo- gica non sono fra loro contradittorie in
guisa che sia d’uopo temere che il tentativo d’un accordo fra loro si risolva
nel tentativo di conciliare l’ in- conciliabile. L’immanenza è forse la
negazione della trascendenza ? La molteplicità è forse la ne- gazione
dell’unità? L’al di qua è forse la nega- zione dell’al di là? Di tutti questi
quesiti si aspetta una dimostrazione convincente. X. - La questione dell’idealità
del reale eco. 187 Hegel pure mirò sempre alla conciliazione del- l’unità
metafisica colla pluralità gnoseologica, ma in pratica ebbe un concetto
inadeguato dell’unità in sè, perchè la pensò solo come l’unità vivente del
molteplice. Si può e bisogna andare più in là di Hegel, abbandonando
l’illusione (tanto hegeliana), quanto neo-hegeliana, e il problema sia risolto
colla moltiplicaziotiè sefanto naturalistica, quanto dialettica) dell’unità
coeva all’unificazione verbale del molteplice. i poter dichiarare che ice, non
il molte- plice_ si implica nell’uno | per dialettica virtà. Quel- l ct ga ell
er realtà dell'ideale è unità e molteplicità perchè tale diventa, e tale
diventa perchè tale è. Per questo sarei già disposto a pensare che se anche la
conciliabilità dell’ idealismo gnoseologico col metafisico non fosse che
un’illusione, sarebbe già a bastanza bello esser stato ingannato in buona fede.
Quando un'illusione è vitale, perchè l’ illu- sione non sarebbe essa stessa una
ragione di spe- ranza? Ma il fervido consenso che tante anime elette dànno
all'idea della conciliabilità delle due esigenze idealistiche (la gnoseologica
e la meta- fisica) e sopratutto quel senso melanconico di no- stalgia con cui
l’anima accoglie l'incapacità di sapersene dare una dimostrazione esauriente e
a cui difficilmente si potrebbe negare un valore più grande di quello che
merita il senso comune, sono raggi per me rivelatori d’una sublime verità. Non
è una preferenza data allo straordinario sull’ordi- nario, al fatto sulla
dottrina, al mistero sulla co- noscenza. Non bisogna dimenticare che la realtà
universale è più vasta e più profonda della realtà fini n tr ni dle a Ti n n
ierrt NMIRALA e “vi jesi) pesi uff pre bali) : N : ta RS a Sa , ’
-ittterzzaiiziionini otel 188 Il solipsismo particolare che passa per la cruna
della dimostra- Not toengo vi collo gufie traverso la lente "della sua
teoria non potrebbe darsi che troppo spesso, come dice il proverbio, l’albero
gli nascon- desse la foresta ? Nelle analisi precedenti la lente era
indispensabile. Temerei di perdere la visione d’insieme, se ora non mi volessi
concedere al gesto spontaneo dell’ intuizione. Più mi avvicino a me stesso, più
mi accorgo che v’ha dentro di me un mistero teoretico cen- trale, il doppio
bisogno spirituale di sapere e di amare. Di amare dico non già di credere.
Perchè il il credere o il non credere nelle questioni filosofiche mi pare
grossolano e volgare, ed io evito sempre studiosamente ogni contatto non solo
con quello che si dice la religione ma sopratutto con quello che si dice la
religiosità, perchè io sento dentro di me il gusto mistico della verità e della
bellezza, ma tutto ciò si realizza nel mondo del pensiero puro e del- l’amore
puro, fuori d’ogni volontà di credere o di non credere, fuori d’ogni fede
religiosa o irreli- giosa. Finora non ho trovato che due filosofi capaci di
elevarmi lo spirito a questo doppio ed uno mi- stero del pensiero e dell'amore:
Platone e Spinoza. La severa significazione della loro filosofia è tutta
nell’affermazione entusiastica che le cose d’amore (cà îpwrrxd) fondono in uno
il mondo materiale e spirituale, e da un lato favoriscono l’ascensione graduale
dello spirito verso la conoscenza suprema, facendo d’ogni amante appassionato
della verità (&\mdetas tpaotà<) un sapiente delle cose invisibili; dall’
altro introducendo l’ amante del sapere nel mondo della visione intellettuale,
della 6swpta, favoriscono in lui la conoscenza e il possesso in- timo di tali
realtà del mondo ideale che non si X. - La questione dell’ idealità del reale
ecc. 189 potrebbero mai vedere coll’occhio del corpo, con- forme alla
conclusione mistica dell’etica di Spinoza che si sigilla coll’amor
intellectualis. La riabili- tazione mistica della realtà dell’ideale può essere
non solo il segno ma l’effetto d’un entusiasmo giustificato da un sistema
d’affinità : Spotoy épotw. Così io penso e amo la conciliazione dell’idealismo
gnoseologico col metafisico con extra-fideistica ere- sia, perchè non posso
disgiungere dalla mia esi- genza speculativa un’esigenza di pensiero poetico
che alla fede sostituisce l’amore, e non obliterai fenomeni astratti perchè
traverso di questi, come traverso la concreta unità, costantemente vive (e
quindi perchè non direi che concilia ?) l’idealità del reale nella realtà dell'ideale.
E forse questo è, perchè il metodo logico della + verità e il metodo estetico
della bellezza sono es- senzialmente congiunti nel metodo d’amore, come esprime
appunto la parola filosofia, che non è più amore di sapere che sapere di amore.
E non solo la bellezza è insieme visibile e amabile, come di- ceva Platone, ma
per i filosofi anche la realtà del- l’ideale. XI. La questione dell’ immanenza
e della trascendenza. Il solipsismo insegue la relazione insopprimibile del
soggetto e dell’oggetto nell’unità immediata del mio io individuale, e solo
quivi afferma di riscontrarla in modo concreto e definitivo, facendo
dell’oggetto il mero e semplice pensato del mio io. Ovviamente abbandona il
semidealismo di Berkeley che ammette la pluralità degli esseri pensanti e
l’esistenza dello spirito infinito, cioè di Dio, l’idea- lismo di Fichte che
ammette la distinzione astratta fra l'io empirico e l’ Io trascendentale,
l’immanen- tismo dello Schuppe che ammette la coscienza generica
iperindividuale coll’inerenza dei soggetti empirici individuali, infine
abbandona lo stesso idealismo attuale in quanto nega il diritto di pas- sare
dal mio io soggettivo individuale all’ Io tra- scendentale, benchè si accordi
con esso nel rico- noscere che non si può parlare d’ una realtà esterna all’io.
La sua situazione è in breve la puntualiz- zazione immediata del mio io contro
ogni trascen- denza e ogni mediatezza. Però, ridotto l’io a punto senza
coesistenza spa- ziale, a istante senza successione temporale, a mo- pe: a) PES
IEIA MEI 100 LUO «SIA dn cetiiogi ie reti JoR fia pai ITAL SCAN — ape Di 192 Il
solipsismo # mento dinamico senza continuità di movimento e sorto un io
assolutamente immediato senza media- zione, che cosa rimane della realtà
dell'io — allo svanire dello spazio, del tempo, del ‘moto, della mediatezza,
nonchè della nebbia che ricopre lo stre- menzito residuo — se non un innegabile
astratto, triste retaggio dell’éra astrattistica tanto combat- tuta dal
solipsismo? Il Botti, nella sua accuratis- sima monografia sul trascendentalismo
e il solip- sismo, ha bene afferrato questo punto allorchè scrive: «Si può
comprendere l’io punto e istante, fuori di spazio, tempo, decorso, decadenza,
come io matematico: un reale, un ideale, un’ incognita. Ma è certo che ciò che
meno può presentarsi in queste condizioni è la coscienza » (1). Si vede adunque
che, se si vuol approdare a ciò che è «ben remoto dalla concreta vita dell’
io», è giocoforza non imitare il solipsismo ma combat- terlo, non solo colle
sue armi, cioè coll’assoluta im- manenza immediata, ma pur con quelle fornite
dal riconoscimento di una relativa mediatezza compati- bile con una relativa
forma di pluralità e quindi di trascendenza. Ripeta il solipsismo la sua
gratuità antifona dell’ antitesi radicale fra trascendenza e immanenza. Per
altro non resta gratuito sostenere che lo spirito filosofico può, anzi deve
conciliare in sè questi due caratteri che sembrano contra- dittori. Si può
desumerlo dalla compresenza sto- rica dei due indirizzi, che così àppajono
entrambi due esigenze vitali. La loro lotta non sarebbe il principio animatore
del progres co in- tuizione della loro continui e il filo (4) L. BortI,
Trascendentalismo e Solipsismo, Mitano, 1923, pag. 286. XI. - La questione
dell’immanenza e della trascendenza 193 conduttore definiente la nostra
situazione ideale ? Un certo riscontro tra l’antitesi nel processo gno-
seologico (circa l’immanenza) e metafisico (circa la trascendenza) e l’antitesi
nel processo unitivo e di- stintivo del pensiero favorirebbe l'avvicinamento.
Lo spirito filosofico avrebbe due caratteri: uno intransitivo verso l’unità
relativa, donde la ten- denza all’inerenza cioè all’immanenza relativa come
universale intimità; l’altro transitivo verso la pluralità relativa, donde la
tendenza alla distin- zione cioè alla trascendenza relativa come universale
progressività. Così il termine ideale del processo dello. spirito sarebbe non
solo l’unità ma insieme la pluralità. D'altronde, come sarebbe possibile,
ammettendo l’ascensione dello spirito verso una sempre superiore unità, il
passaggio graduale da unità ad unità, senza traversare una fase di distin-
zione ricorrente? Non s'intende come il solipsista ceda al vano puntualismo sia
dell’autocoscienza sia della realtà stipate nell’unicità assoluta d’un punto,
allorchè quel che ci insegna continuamente l’auto- coscienza è la sua continua
attività. Senza virtù continua di attività non si vive, non si pensa. L’in
negabile varietà dei contenuti di coscienza richiede dalla coscienza medesima
una variazione continua di prospettiva che il solipsismo non avrebbe di- ritto
di interpretare come tendenza alla unità se + questa non accusasse una
controtendenza alla plu- ralità, cioè se la coscienza medesima non si dibat-
tesse ‘contintamente fra una certa trascendenza e una certa immanenza. La
trascendenza non è l’im- manenza che si esplica? L’immanenza non è la
trascendenza che si implica ? Se noi dunque potessimo fissare le tappe più
spiccanti dei due indirizzi tanto alternativi quanto A. PASTORE, Il solipsismo,
. 13. Il solipsismo ultanei della tr e dell’immanenza, se ci fosse dato di
conoscere quell’intima ragione per cui si realizza sotto la duplice specie
della tendenza alla pluralità e all’unità, ciò che è in possibilità nelle cose
e in potenza nell’uomo, noi sapremmo la storia ideale del pensiero che si ve-
rifica sotto forme diverse presso tutti i popoli, innovando e trasformando i
sistemi filosofici, in una colle generazioni pensanti che si avvicendano nel
corso dei tempi. XII. La questione dell’arte e della critica d’arte. Scrivo
queste pagine sull’arte e sulla critica d’arte in relazione al solipsismo senza
preoccupazioni dot- trinali a priori. Sarà una schietta confessione psi-
cologica dei miei sentimenti e delle mie aspirazioni che riuscirà da un lato
poco o niente accessibile alla coscienza comune, dall’ altro perfettamente
oziosa a quei sistematici opliti specialisti, dirò così, che hanno la compiuta
sapienza dell'estetica. Che importa? Io cercherò di illuminare le mie idee,
esenti da pretese dogmatiche, con la mia diretta esperienza e con quella poca
ma viva coscienza dei problemi dell’arte che ha costituita finora l’educa-
zione estetica della mia vita. Per un fervido ama- tore dell’arte, non ha
l’arte il suo scopo in sè. stessa? Sarà forse vietato di tentare un’opera
d’arte al pensatore? Il solipsista stesso non può avversare - un tentativo di
psicologismo estetico, perchè in fondo il solipsismo non è altro. Ed io
medesimo, infine, comincio ad essere stanco del mio esame critico del
solipsismo, che, pel mio plumbeo stile, è diventato oramai un tema di
erudizione teorica e una critica di contrasti; e quale critica! Peladan Il
solipsismo ra dite Me RS II oi o . CANTO n, N RATA n rr i PRO Pa aveva ben
ragione di dire: Rien ne fomente l’ennui comme l’énumération des erreurs: pour
utile que ce soit, la matière, par elle-mèéme pédante, vous donne un air de
professeur annotant des composi- tions. On irrite des amours propres sans
remédier aux fautes, et le lecteur n’aime guère à ce qu’on dérange ses
habitudes et qu’on trouble sa coscience. È vero che finora io non ho criticato che per cri- ticarmi e
precisamente per costringermi a formu- lare quelle ragioni teoretiche che
m’impediscono di accettare la dottrina del solipsismo. Chi però se ne sarà
accorto? M’appagherei tuttavia d’aver rimosso qualche inciampo sul cammino
degli stu- diosi. Ma che potrò, che dovrò rispondere alle cen- sure di coloro
che mi attaccheranno sul presupposto della filosofia dell’arte? Nulla. « Nel
mondo estetico ogni essere naturale è un cittadino libero ». Non era questo
l’ammonimento di Schiller? Lasciamo ‘dunque che la contemplazione estetica si
profondi tutta nell’oggetto suo e trovi in questo, solo in questo, senz’altra
inquietudine o desiderio, il suo appagamento. I. Nietzsche vagheggiava l’ arte:
come la libera- zione dello spirito dal predominio dell’&v&pwros
dempyrixés. Siccome egli era sopratutto un artista, è naturale che abbia avuto
dell’arte un’idea troppo poco filosofica. Ciò non esclude che si possa avere
anche un’idea più artistica della teoria, notando di passaggio che questa
parola deriva da una radice che significa guardare, mirare, quindi già per sè
stessa vale spettacolo, contemplazione, e, per tras- lato, anche processione.
Tutta la tragedia greca è, XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte
197 in questo significato, teoria. Quindi, se è vero che la tragedia nacque dal
genio della musica, la teoria esta il segreto d’entrambe. Qui, in questo oblìo
del senso tragico e musicale della teoria si nasconde l’antipatia di Nietzsche
per la visione teoretica (che egli chiamò socratica, senza riflettere che già
tutta la civiltà omerica, che fu epica e apollinea, fu affermazione energica di
teoria plastica) e il suo principio, tante volte riela- borato in termini
schopenhaueriani, che il | pensiero teoretico (rivolto alla rappresentazione)
non sia il centro profondo. della _Vita; attiva soltanto nella volontà e per la
‘volontà. Perciò non ‘potè connet- tere l'ideale estetico all’ideale logico e
non com- prese il socratismo, il quale non fu che la mani- festazione.
razionale successiva dello spirito teore- tico (1). 5SN (1) Fu errore comune
del Nietzsche, del Rohde e del Wagner ritenere che l’unità armonica dell’uomo
s'infranga allorchè la (riflessione logica s’unisce all’intuizione e
all’istinto. Essi sup- pongono che la ragione astratta venga a soppiantare
l’intui- zione cuncreta e quindi a dominare sovrana sopra i sensi. Così
oppongono sempre la contemplazione e la sintesi alla rifles- sione e
all’analisi. Ma questa opposizione anzitutto non è con- trasto dell’uomo logico
e teoretico coll’uomo tragico e pratico; perchè la contemplazione tragica è già
essa stessa teoria. Di più non può darsi che la ragione che è vita logica e
cosciente di sè sia principio di disarmonia per l’uomo razionale tendente all’autocoscienza.
La ragione e l’autocoscienza sono perfetta- mente compatibili con l'ideale
tragico della vita. Ciò è provato dal fatto che la resurrezione del senso
tragico e musicale fu possibile anche in tempi di elevata cultura scientifica e
filo- sofica, come nel dramma wagneriano, fusione di poesia e musica sullo
sfondo simbolico e perfettamente cosciente dell’intelli- genza. La lotta eroica
della volontà umana contro il dolore e la morte è anzi fatta più terribile e
atroce dallo spasimo d’una ragione teoretica conscia di sè e dell’amara
inevitabile lotta il 198 Il solipsismo î 1 î Per me, invero, non ha senso
negare valore di i5 attività profondamente vitale sia alla rappresenta- N zione
sia alla ragione, perchè entrambe irraggiano, dal vero agens dell’arte e della
scienza che è l’amore.) Tosto che questo spirito multiforme della vita vuole {
7 come fenomeno apparire: la teoria del doloroso mistero della bellezza
comincia per ogni musa (1). d'ogni individuo contro la sorte. Da ciò si può
capire che il passaggio dallo spirito d' Eschilo e Sofocle allo spirito di Eu-
ripide non fu determinato dall’insorgenza dello spirito socra- tico; ma da
altre cause che nè il Nietzsche, nè il Rohde, né il Wagner furono capaci di
assodare. Come fu da essi intuita la riconciliazione di Apollo con Dioniso,
così verrà un tempo esplicata l’unità del senso tragico col senso logico, cioè
la tri- stezza dell’uomo teoretico. Del resto la saggezza tragica non è un
principio ignoto allo stesso Nietzsche. Quindi è ammis- sibile una spirituale
intima e feconda concentrazione di rifles- sione e intuizione, di analisi e
sintesi, di teoria e pratica, di intelligenza e di imaginazione, di filosofia e
d’arte. L’ispira- zione creatrice saprà utilizzare ai suoi scopi artistici
tutta la °° vita dello spirito dall'analisi alla dialettica, facendo cooperare
l’arte e la filosofia. Si avrà un’arte integrale che prenderà effi- cacia
organica e carattere nuovo dagli stessi dissidi, Le unioni che ora pajono
ibride e innaturali chissà che un giorno non vengano a risolversi in una
coralità nuova rivelatrice di nuova bellezza, come dalle spine germoglia la
rosa? (1) È noto che Nietzsche, separando come fa Schopenhauer il campo della
musica da quello delle altre arti, e considerando queste come l’espressione
della tendenza apollinica, quella come l’espressione della tendenza dionisiaca
in completo accordo col È principio che Riccardo Wagner stabili nel suo
Beethoven, stima erronea quell’ Estetica che, secondo la frassologia! corrente
an- 4 cora al servizio d’un’arte falsa e degenerata, s’ostina a giu- dicare la
musica secondo gli stessi principj estetici che valgono 5, per le arti
plastiche, cioè séguita ad apprezzarla secondo la « categoria » della bellezza.
Secondo Wagner e Nieltsche è un ì; grande errore esigere dalla musica un
effetto simile a quello delle arti plastiche, vale a dire la produzione del
piacere delle belle forme. L'idea della bellezza è solo propria del mondo LUPIN
dealing : e oe Aa , Pn] “i n l L'ane. XII. - La questione dell’arte e della critica
d’arte 199 Giacchè, ogni affermazione della vita mediante la conoscenza,
dall’arte alla filosofia e nell’arte dal- l’architettura alla musica, è teoria.
Tralascio di { additare gli altri caratteri evidenti. D’essere tragi- camente
teoria: questo è pur la praxis d'ogni vita } artistica, scientifica ‘e
filosofica. Necessità cioè tragedia di vita è necessità cioè - tragedia d’arte
e di pensiero, ossia tragedia di teoria. pentnd \ (L'arte è interamente teoria.
Interamente teoria è la conoscenza scientifica e filosofica) Così, dato ikpunto
di vista tragico) cioè necessario della vita, s'intende come terribilmente si
colori ogni profonda forma di conoscenza sia d’arte che di filosofia. Questo
principio della congenialità dell’amore e della conoscenza, evidentemente si
stacca dalla tesi nietzschiana della nascita della tragedia dallo spi- rito
della musica e quindi dalla sua visione circa l'origine delle arti e più ancora
rispetto alle scienze e alla filosofia (1). Invero Nietzsche, opponendo
plastico (L’origine de la tragédie, $ 16). La constatazione del prodigioso
contrasto notato tra la musica e le altre arti li tra- scina irresistibilmente
ad opporre alla categoria della bellezza Y qua valida per il mondo delle
apparenze sotto il principio del- °° © È l'individuazione la categoria
dell’ebrezza valida per il mondo . > IWA dell'essenza oltre ogni forma e ne
‘annientamento d’ogni. 4 $i individualità.’ F urA © Ma come To stesso Nietzsche
non si trova imbarazzato a parlar d’una gioja sfrenata dietro la gioja
dell’apparenza, così non mi pare illegittimo estendere il senso della bellezza
anche oltre i limiti dell'apparenza. Non ci accade frequentemente di rico-
noscere che ogni arte ha una portata metafisica? Quindi la concezione
metafisica della musica non viene affatto compro- messa dall’idealità d'una
bellezza musicale propria di quella ebrezza profonda che si disfrena al di là
d'ogni principio di individuazione. (4) Per dare risalto al problema artistico,
qui l'accenno alle scienze e alla filosofia viene lasciato deliberatamente
nell'ombra. tum t tai x x [cin # è e 200 Il solipsismo schopenhauerianamente.Ja
musica alle altre arti, deriva solo la tragedia dallo spirito della musica;
opponendo la teoria all’arte, esclude la possibilità d’ogni parentela di questa
con quella; opponendo il momento dionisiaco all’apollinico, benchè ne ammetta
il comune fondo pessimistico, deriva scho- penhauerianamente la musica dalla
volontà, le altre arti dalla rappresentazione. Naturalmente con queste idee la
specificazione dell’arte è già bipartita. Ma si può andare anche più oltre.
Invero, pur ammettendo che il doloroso mistero- ella bellezza ‘costituisca
l’attività germinale dello spirito e propriamente il genere indeterminato di
ogni specificazione d’arte e di filosofia, è una pre- tesa infondata che vi sia
un’arte unica e definibile a un modo. Vi sono invece più arti, cuì spettano
determinazioni diverse, benchè lo stesso amore della bellezza costantemente
esprima in ognuna il suo doloroso mistero. C'è un lirismo primitivo (Urlyrik)
impersonale Qi comune a tutte. reci avevano co o perfetta- 4 mente questa
consanguineità di tutte learti,ideando il coro delle nove Muse, sorelle, che
Apollo e Dio- nisio (in Pieria), Musageti, presiedevano al ban- chetto degli
dèi (1). In altro senso, ciò che bisogna sostituire alle varie definizioni
proposte dagli estetisti per deter- @ minare in modo adeguato il concetto
dell’arte non è un’altra definizione dello stesso tipo (note defi- nienti a
parte), ma nessuna definizione. Perchè l’arte unica non esiste,_ È zione. Il
suo nome . ricorre, è vero, in tutte le conversazioni degli artisti i (4) Sopra
l’alleanza fraterna di queste due divinità cfr. lo stesso Nietzsche (L'origine
de la tragedie, $ 21). XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 201
e fa le spese di tutti i trattati d’estetica; ma, desi- gnando soltanto
l’elemento generico, non serve che a fuorviare il ragionamento, creando
un'identità fittizia tra operazioni diverse, e impedendo di rico- noscere
quelle proprietà essenziali che sono reali e irreducibili, malgrado
l’interpretazione unitaria dell’opinione comune. Questa soppressione d’una
definizione in ogni caso erronea è già stata invo- cata molte volte da artisti
di gran valore e $' in- contra qua e là anche nella critica d’arte (1); ma
incontra poco favore. Ufficio proprio d’una critica d’arte, ma germogliante
essa stessa dall’uso este- tico della ragione ed eccitatrice di sentimenti e di
idee, dovrebbe esser quello di liberare il giudizio dal falso presupposto
dell’arte, voglio dire del- l’arte unica (2), fonte di tutte le più sterili
discus- sioni astratte sulla natura del bello. Di qui forse, potrebbe venire un
mutamento salutare nell’ indi- rizzo degli studj estetici, mutamento che,
strappati gli spiriti alla servitù degli idola fori e dei pseudo- concetti,
preparerebbe il terreno ad una nuova vita. Ma, purtroppo, siamo ancora lungi!
Riforme si sono proclamate e fin dalle radici nella filosofia dell’arte; ma non
vi ha spesso di nuovo che la copertina. Da per tutto vedi nuovi Aristarchi che
dottoreggiano, periti-giurati che controllano, unghie che lacerano, pantografi
che copiano, spine dor- sali che sicurvano, caudatari autorizzati che badano
solo a incensare. Anche i più recenti autorevoli (41) Cfr. W. PATER. (2) Io
trovo una certa attinenza tra questo mio pensiero e il pensiero del GENTILE
quando dice: « Non c’è la filosofia a dar norme al pensiero del filosofo»
(Sistema di logica, II, pag. 233). 202 Il solipsismo tentativi di definizione
dell’arte sembrano prove di quadratura del cerchio, commoventi per la loro
prodigiosa ingenuità. Altri inartistici dottrinari del | bello drammatizzano e
prolungano certe questioni di lana caprina, caricando tinte speculative alla
maniera di Fichte, e fosse pur vero che ne capissero l’idealismo! Conosco
alcuni estetisti ideologi che vivono da parecchi anni in un vero stato morboso
( di eccitazione per decidere-se l’arte sia espressione dell’individuale o
dell’universale! Quanto a me, ho sempre avuto una profonda ripu- gnanza per
siffatte ricerche e ancora mi meraviglio che i loro autori, ricchi di tanta
capacità per inda- gare i caratteri delle varie opere d’arte, non pre-
feriscano l’ incanto meraviglioso di crearne una. Base d’un’ interpretazione
profonda dell’arte è il confidente ritorno del giudizio alla pienezza di quel
torrente di vita interiore in cui tutti gli spiriti, avidi di freschezza ed
originalità, si muovono con slancio sempre più libero e nuovo, donde ogni forma
artistica zampilla e a cui continuamente aspira. La nascita dell’arte si
rinnova in ogni tempo coll’incancellabile segno d’ogni amore, che è è sempre
triplice ed uno: lardore, tristezza e > mistero ,| come pensava Baudelaire
(1). > (1) Sugli affetti fondamentali dell'anima umana rispetto al- l’Arte,
cfr. Baudelaire. Quando questa mia interpretazione | dell’arte si discosti da
quell’estetica la quale afferma che l’arte « non ha nulla da vedere con l’
utile, col piacere e col dolore n, resta evidente, rapporto alla natura,
all’imitazione, al senti- mento, all’idealità, alla tecnica esteriore. Il Croce
opina che la poesia è tutta nella liricità dell’artista. Ma anch'io l’ammetto;
solo che per me la liricità deve intentersi alla maniera musi- cale di
Nietzsche (L'origine de la Tragédie, $ 5) che è precisa- mente l’opposto della
maniera crociana, come ho accennato Ù Cn, dianzi a proposito dell’Urlyrick. E
ciò, non già perchè io am-® XII. - La questione dell’arte e della critica
d’arte 203 Così gli antichi favoleggiarono la natura nei lumi- nosi
semitrasparenti veli di qualche grande Iside o Sfinge, a cui, per un portentoso
processo di ana- logie e di relazioni il simbolo esterno tricorporeo,
moltiplica il significato interiore. Può ripetersi del- l’uomo, come dell’arte.
In materia di sensibilità (dove si opera la comunione delle anime), il+lin-
guaggio figurato è inestimabile. Verbo universale delle forme "e animale
coso sisi di vita propria, svela ed incarna la complicazione fondamentale
dell'amore nella natura, nella vita e nella teoria, ciascuna in ogni forma
triforme che è il segreto dell’arte, mistero di gioja e di dolore; e
costituisce la condizione capitale della sintesi estetica. Non si può legger
Nietzsche senza avvertire la straordinaria utilità delle figure. Platone
esprimeva la sua contemplazione estetica con miti d’incom- parabile splendore a
cui quasi esclusivamente si affida la fortuna e la gloria delle sue teorie.
Imagini sublimi troviamo nei Veda e nelle Upanishad., In realtà il simbolo non
è punto l’esigenza non che il segno d’un’intelligenza rudimentale, imperfetta.
È l’esigenza naturale della forma sempre circon- metta d’avere un mondo fisico
eterogeneo rispetto al mio stato d’animo. Io non credo che ogni monista, il
quale pensi che tutta la realtà è pensiero, sia costretto a proclamare
l’irrealtà della natura, se ammette l’idealità del reale (cfr. Cap. X). Chi
attribuisce il valore reale al pensiero (s. u.) non è forzato a deprezzare la
realtà della natura} giusto appunto perchè ne riconosce l’idealità. È a questo
realismo dell’idealità che io mi riferisco, ed è a questo realismo idealistico,
per dir così, che io vorrei riman- dare chi, per confutare il mio concetto
dell’arte e della liricità anticrocianamente intesa, volesse ribattere che io
cado nel dua- lismo parallelistico dei due mondi opposti dell'essere e del pensiero.
204 Il solipsismo i fusa di ombra e di luce, alata di sogno, ricondut- . trice
dell’uomo verso le sue origini. }; Ma un’altra condizione della sintesi
estetica è | importantissima, ed è precisamente l'interesse che i il soggetto
prende all’oggetto della propria contem- 9 plazione che egli cerca di esprimere
il meglio pos- v) sibile. Non si può esitare a riconoscere il senso e il valore
soggettivo e oggettivo di questo interesse, i perchè si manifesta precisamente
come inter esse I fra, me soggetto e tutta l’oggettività della mia espe- i (
rienza compreso me stesso; cioè m’impone di rico- ‘noscere la realtà oggettiva
di soggetti e di oggetti coi quali sono o posso eventualmente entrare in
rapporti sensibili di piacere o di dolore, di armonia o di lotta, d’abjezione o
d’elevazione ideale. Se io nego questo interesse subobjettivo la mia coscienza
estetica è distrutta. Talchè fra le esigenze della mia coscienza este- tica e
quella del solipsismo s’apre un dissidio in- sanabile. E qui, terminata la
confessione psicologica dei miei sentimenti e delle mie aspirazioni, sulla base
contemplativa si accende la critica. Il. Il fenomeno estetico benchè accada
tutto nello spirito mio è sempre legato in me e per me a certi fattori e certi
valori di soggettività e di oggettività che si richiatizio vienna Così
l'emozione este- tica, come l’opera d’arte, nascono misteriosamente dal loro
incontro, come la bellezza che sogna sul letto della gioja e del dolore. Non mi
fermerò a tratteggiare le condizioni soggettive ed oggettive del fenomeno
estetico. Son trasparenti. “n È VELE % i (iii XII. - La questione dell’arte e
della critica d’arte 205 Ma il tentativo del solipsismo di chiudere gli occhi
sulla realtà dell'oggetto, per concepirlo come interiore al soggetto, avrebbe
certo minore successo ai giorni nostri se non paresse giustificato dalla teoria
di quegli altri soggettivisti che non ammet- tono alcun elemento oltrepassante
la sfera dell’ io, per quanto avversino la causa del solipsismo (1).
Sfortunatamente è più facile chiudere gli occhi sulla realtà della veglia che
sulle pallide alluci- nazioni e sui vani sogni. Una mano sugli occhi ci
risparmia una sgradevole vista. Ma certi sogni, Somnia, quae mentes ludunt
volitantibus umbris, ci perseguitano furiosamente. Sulla differenza tra il
sogno e la percezione del reale (anche sotto la specie del sogno) non ritorno
più (cfr. IX). Quel che voglio conchiudere è presto detto. Esteticamente
parlando, io adesso sento e so che sono sveglio. E se anche sognassi (cioè
sognassi d’aver la co- scienza di non sognare) è un fatto per me innega- bile
che la mia attività mentale, onirica o no, in: questo istante, elabora,
collega, colora certi pro- dotti che sono per me come se fossero esistenti
extra mentem meam, cioè come se il solipsismo fosse falso. Sogno di percepire
una realtà oggettiva? Sogno d’essere in relazione sociale con altri esseri
umani (1) Alludo precisamente agli idealisti della Filosofia dello spirito, pei
quali l’espressione è esclusivamente soggettiva e dall’interno, senza addentellato
colla generale disciplina degli organi e dei mezzi d’impressione, di traduzione
e di attua- zione pratica, senza riguardo alle conquiste di metodo accu- mulate
dai predecesscri (per questi ultimi rilievi cfr. THOVEZ, Il pastore, il gregge
e la zampogna, 1920, mi, pagg. 35-260), senza riguardo alla tecnica che pure
agli occhi dei più per- spicaci artisti ha il più innegabile carattere di
spiritualità. 206 Il solipsismo / simili a me, ma diversi da me? Ma li posso
trat- / tare questi oggetti miei, questi soggetti miei come ‘\ se esistessero
realmente fuori di me? Sì, certo. Ebbene, esteticamente parlando, questa
funzione anti-solipsistica mi è sufficiente. Sia come amatore d’arte, sia come
artista produttore io non sento il bisogno di preoccuparmi di ciò che è
estraneo all’ interesse (inter-esse) mio. Bruscamente, in linea d’arte, io ho
il diritto di non essere solipsista; e — non è questo il colmo? — l’avrei anche
se lo fossi, perchè effettivamente in tal caso io potrei sempre dire: — io
sogno di non esser solo; realmente io sogno di non essere io l’unica realtà. —
Io sogno, p. es., di far il ritratto d’una persona cara. Finchè non mi salta in
testa l’idea di non avere davanti a me che una creatura della mia fantasia, e
di sognare dentro (nel mio primo sogno si capisce) che il mio stesso dipingere
è un sogno, produttivamente parlando, io sono a posto. Ma, e se fosse poi un
sogno che esista questa creatura, e che io l’ami, e che essa mi risponda, e che
io la dipinga? Ebbene, se io non sogno di sognare, cioè se io sento di avere
cervello e cuore, occhi e mani nella realtà, artisticamente parlando, non
chiedo di più. Superfluo, quanto noioso, sarebbe ricorrere ad altri esempj.
Alla completa mancanza di senso este- tico che il problema del solipsismo
irrefragabil- mente assume davanti a me — e questo fatto per me ha il valore
decisivo, perchè sono io stesso (e non il solipsista, diverso da me) che devo
deci- dermi pro o contro il solipsismo — risponde una completa mancanza di
senso pratico in tutti i ten- tativi d’estetismo solipsistico che pretendono
im- prontare dell’ideale solitario tutto il mondo arti- XII. - La questione
dell’arte e della critica d’arte 207 stico che per me — sempre artisticamente
parlando — è prodotto prorompente di soggetti e di oggetti’ associati. Infatti
se io mi persuadessi d’essere l’unico esemplare della razza pensante, senza la
minima concomitanza con un oggetto che non fosse un mio prodotto mentale,
un’individuazione fanta- stica del mio io individuo, mi sentirei talmente condannato,
non a fare, ma a farmi, anzi a lasciarmi fare, che la coscienza della mia
solitaria potenza si identificherebbe colla coscienza della mia asso- luta
impotenza. D'altra parte, se io non potessi, come non posso, dissociare il
problema estetico nè dal problema gnoseologico-metafisico nè dal problema
morale, non riuscirei mai a sottrarmi a quelle differenti, - ma combinate
esigenze di verità e di sacrifizio che un solo entusiasmo mi riunisce nell’
ideale supremo della bellezza. Conseguenze tutte che bastano a determinare la
completa insignificanza estetica del solipsismo, per un'artista che non voglia
e non possa rinnegare le condizioni indispensabili della sua vita. Non mi
convincono le contente credulità dei solipsisti in teoria, ma antisolipsisti in
pratica. Sostenere che le esigenze dell’azione non si possono far valere in
conoscenza non è neanche un effimero coraggio razionalistico trincerato dietro
la distin- zione kantiana delle due critiche. Un siffatto’ divi- sionismo non è
ammissibile neanche nel campo della. pura critica teoretica ; perchè, se ciò
che ri- guarda l’azione non avesse alcun valore rispetto ala ROOSR ‘attività
stessa del teorizzare sa- rebbe senza costrutto; perchè ira) fa, e se non
facesse Niente, non farebbe neanche | la sua teoria. Io intendo adunque
interpretare la! 208 Il solipsismo teoria stessa come vita, e accettare e agire
positi- —vamente con tutto il mio entusiasmo per questa vita teotetica che
tutti i separatisti della conoscenza dall’azione hanno respinto. Chi non sente
che l’arte (che è pure conoscenza) è vita e fervida vita d’azione, chi non
crede ad altra bellezza che a quella d’un costrutto in aria, chi non sente il
suo mondo inte; riore indivisibilmente legato alle gioje, ai dolori, alle
speranze della vita altrui, chi non sa che non | Ra mai tanto intensamente in
sè e per sè che quando più intensamente vivrà negli altri e per gli altri, è un
paralitico, non un artista. L'arte a mezza via come teoria apratica, senza
spiraglio di vita, non è arte. L'arte per l’artista non è solo la scorza, ma
tutto l'albero della vita. Non può essere solip- sista l’artista se non a
rischio d’essicarne il midollo. Comprendo che non servirebbe opporre la neces-
sità dell’imitazione (1) e d’una vagheggiata corri- (1) Dacchè Hegel ha
osservato che il vero piacere dell’uomo- è nel creare non nell’imitare e che la
verità dell’arte non può essere la semplice fedeltà, a cui si limita quella che
si dice imitazione della natura, ma la rappresentazione sotto forme sensibili
dello sviluppo libero della vita, insomma che la mis- sione dell’arte non è di
imitare la realtà esteriore, ma di oltre- passarla idealizzandola, alcuni
idealisti hanno creduta definitiva- mente demolita la teoria aristotelica
dell’arte come imitazione. Ma a costoro è sfuggita l'essenza della teoria
aristotelica. Ari- stotele distingueva l’imitazione semplice e comune
dall’imita- zione artistica. Questa è creazione (roinote); quella no. Espli-
citamenté Aristotele dichiara che «non è ufficio del poeta rappresentare le
cose quali realmente sono, ma quali avrebbero potuto essere, quali sono
possibili secondo la verosimiglianza o la necessità» (Poet., 9, 14541b). Prima
dunque di stimar morta la teoria aristotelica, bisogna capire l'imitazione
secondo la legge generale del verosimile-o-del-necessario xatà tò Elxòs 7
&vaysatov (Poet., 7, 14512). Questa sola imitazione s'ha da considerare
nell’arte, secondo Aristotele ; il quale poi di fade ian [N XII. - La questione
dell’arte e della critica d’arte 209 spondenza tra l’interno e l'esterno, contro
chi afferma che l’io è l’unica realtà, che l’oggetto, ogni oggetto, è interiore
all’io, cioè che tutto è puramente soggettivo, conforme al presupposto so-
lipsistico. Col comodo ripiego dell’ io ridotto a lan- intende che un'azione
sia artisticamente conforme al principio d’imitazione se «a guisa d'un essere
vivente nella sua unità e totalità (orso to0v #v dA0y) produca quel diletto che
le è proprio » (Poet., 23, 1459). Dunque imitazione della vita delle cose come
potrebbero o dovrebbero | essere, e così imitazione catartica e creazione, non
copia conforme al puro hic et nunc e suo duplicato, sfumatura a macchina
ricevente ]” approvazione brutalizzante della volgarità. L’imitazione artistica
rende in qualche _modo l’individua- zione sensibile non solo del sensibile ma
dell’i insensibile. L'arte imita spiritualmente la natura secondo il ritmo
della vita, senza imitarla in modo scipito e meccanico secondo la lettera
morta, cioè senza copiarla ; perchè, come diceva Gioberti, imitare non è
copiare (Prot., Il, 238). Essa è l’espressione pura di quella realtà intima che
si rivela allo spirito nell’atto della vita. In questo senso è imitazione di
quella vita delle cose che si vive nello spirito e si rivela secondo l’ora del
sogno (o della fan- tasia). Si potrebbe dire che è una _mimesi resa possibile
da una metessi o comunione ; però mimesì è ‘metessi (0) "com- nione non
delle Idee ma del ritmo della realtà vivente in noi, e come produzione
essenzialmente proveniente dallo spirito nostro e quindi imitatrice della nostra
natura. Questo mi pare il pensiero del Croce, perchè nella terza edi- zione
della Estetica trovo: «È polisensa... la proposizione che ‘ l’arte sia
imitazione della natura... Uno dei significati scienti- ficamente legittimi si
ha allorché imitazione vien intesa come rappresentazione o intuizione della
natura, forma di conoscenza. E, quando si è voluto designare ciò, mettendo in
maggior rilievo il carattere spirituale del procedimento, risulta legittima
anche l’altra proposizione: che l’arte è idealizzamento o imitazione
idealizzatrice della natura. Ma, se per imitazione della natura s'intende che
l’arte dia riproduzioni meccaniche, costituenti duplicati, ecc... la
proposizione è evidentemente erronea » (pag. 20). A. PASTORE, Il solipsismo. |
14. ai Lat Vel ai er 3 E PE FSE: A RIT o ie del I | SU e SE, . 1 E - el nanna
Il solipsismo ci celti nino anti ubi, in terna magica vivente e
auto-projettante a sè stessa le proprie rappresentazioni non si spiega tutto il
fenomeno artistico solipsisticamente? Il guajo è che per un'artista tutta
questa interpretazione di Sè, delle cose, degli uomini, della sua opera che gli
costa lagrime e sangue, del suo ideale di bellezza, del suo amore, per cui solo
sente di poter vivere e di giustificarsi, ridotta all’automatico giuoco di una
lanterna magica, per quanto magica, anzi auto- magica, è così brutta da far
inorridire. E alla mia orientazione critica in linea d’arte questo mi basta.
Giacchè il più seducente incanto dell’arte non è forse quello di darci un’opera
che sola e di neces- sità possa spiegare sè stessa come bellezza per l’in-
tensificazione significativa del suo stile? Come dunque potrebbe appagarsi
l’artista se ciò che egli stesso produce non irraggiasse questa necessità, non
mostrasse d’essere concepito nella sua verità, non esprimesse il suo
linguaggio, non rivivesse la vita della bellezza? Gli spiriti nutriti d’arte
non considerano la stoffa del mondo come una brutta mascherata. Per quanto
l’artista filosoficamente ignori che tutti i viventi visibilmente divisi fra
loro hanno le loro radici in ‘un fondo invisibile comune, l’arte gli può dare
ed- ‘ effettivamente gli dà la rivelazione della solidarietà, ° degli uomini,
dell’unità fondamentaleditutte le cose. Anche per questo l’arte-è-somma forma
teorica e propriamente metafisica di conoscenza (1). La —__—+_—__ — (1)
Sull’arte come attività essenzialmente metafisica del- l’uomo, Nietzsche già
nella prefazione a Riccardo Wagner — come egli stesso ama ricordare nell’
Introduzione a L'origine della tragedia — presenta una giustificazione
penetrante, deri- vata senza dubbio dalla teoria di Schopenhauer. Ma in tutto
il XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte 211 nostra anima per
l’arte si dilata al contatto delle anime altrui. Il corpo stesso reclama la convivenza,
vibra all’ universale fluttuazione reciproca delle forme. Quindi l’inebriante
grido di esultanza e di morte di tutti i viventi, e ciò che sogna o ride o
singhiozza in tutti noi. Quindi le aeree imagini ' della fantasia, le armonie
della gioja, le disarmonie laceranti del dolore. Quindi l’occhio serutatore
del- l’al di là del fenomeno individuale, la soavità del- l'apparenza, il
bramito dell’ora della fame; l’ala del sogno, il viso della vergine, gli
artigli del leone. Tutto il mondo dell’arte insomma: sogni, cono- scenze,
bisogni, in una parola tutta la profonda saggezza antisolipsistica della nostra
vita (1). Può bene il solipsista camminare a ritroso, per- dere quel senso
giovanile che ci fa entrare nella operosa contrada della società, ricucir brani
di larve e fingere nel suo cervello di sopprimere tutto il reale per illudersi
di poterlo creare egli stesso. Ma son brevi intervalli, che gli permettono
appena di far- neticare. Poi la vita sociale colle sue insopprimi- bili
esigenze lo riafferra. La pratica gli stritola fra le mani la sua impraticabile
e quindi inteorica corso dell’opera egli insiste sul senso dell’arte come
attività metafisica, escludendo l’interpretazione dell’arte come forma
teoretica di conoscenza metafisica — per le ragioni già addotte
precedentemente. (1) Sull’arte come forma di conoscenza è importantissima la
dottrina dello Schelling ripresa dal Ravaisson che l’arte è una metafisica
figurata e la metafisica stessa una riflessione sull’arte. La tesi del Croce,
giacente tutta nel principio .dell’arte come conoscenza dell’individuale, è
così generica che quasi finisce per non individuare. I sentimento invero per
quanto gagliardo, la rappresentazione per quanto nitidissima, sono generalità
descrittive, cioè schemi generici e simboli psicologici validi per l'io
discorsivo dell’uomo, sotto l’aspetto didattico. | TU ET — ui 1a 212 Il
solipsismo teoria. Ed eccolo, curvo davanti alle esigenze mo- rali, confessare
il suo sconforto, la sua miseria, la sua impotenza a creare nonchè a giustificare
e a vivere quel mondo di cui si vanta teoreticamente il creatore. Tale la
teoria, tale la pratica; tale l'intuizione estetica, opera d’arte: doloroso
mistero di bellezza che l’amore ispira e la vita formatrice tra- versa,
realizzando il suo profondo disegno. L’arte è come pianta che vuol vivere della
sua aria e della sua terra. Togliete alla pianta il suo i clima, la sua terra,
il suo suolo; e la pianta morrà. d Così è dell’arte. Sottraetela alla società
delle cose e degli uomini, iificate l’amore, autoprojettatevi i vostri
prodotti; e il senso e il valore dell’ opera d’arte non sono più. Ma vi è
un’altra sorgente, donde resta ancora sempre possibile attingere una’
fortissima ispira- zione antisolipsistica di conoscenza e di lavoro tanto per
le arti plastiche quanto per l’arte musicale, ed è il conato verso
l’universale. Rispetto alla prima : Che cos’è quello slancio, quella vivacità,
quell’ani- mazione, quella concretezza, quella caratteristicità di
rappresentazione che forma il pregio delle arti plastiche e tanto più brilla
nell’attualità dell’ intui- zione quanto più esprime la palpitante realtà di un
individuo %La potenza d’ intuizione dell’ individuale non è che la capacità di
comprendere armonica- mente il fatto vivente nelle parti e le parti viventi nel
tutto. i) personalità umanamentesi esprima, una qualunque, ma una; che
trasfonda la sua vita in tutte le parti e tutte le faccia vivere e palpitare
entro di sè: questo è necessario e sufficiente. SERIO O Î Lal! DPI ari © XII. -
La questione dell’arte e della critica d’arte 213 Parlo di quella palpitante
realtà dell’ individuale che è tanto più espressiva quanto più è irrompente
dentro di noi, con quell’ irresistibile impeto d’uni- versalità che non ha
bisogno dell’approvazione pre- giudiziale dei sostenitori dell’estetica
sociologica o della simpatia sociale per essere riconosciuto come
caratteristico dell’attività teoretica intuitiva. Rispetto dill’arte musicale,
a dispetto d’ogni effimera apparenza d’ individuazione, noi non dobbiamo cer-
care l’intuizione del singolo espressa nell’ equili- brata sintesi estetica di
materia e forma. Quel senso di libertà che s’avverte nello slancio orgiastico
della musica è piuttosto il senso della dissoluzione libe- ratrice d'ogni
individualità e il grido fremente della presa di contatto della nostra
insoggettiva vitalità EVE: FEES EN "I colla vitalità se Ito di tutt ose.
Riassu- . mendo, così nelle arti figurative e plastiche come nell’arte musicale
è insufficiente il criterio dell’esclu- siva individualità. Quindi, senza
aprire i due vani e per me sepolti dibattiti sull’opzione per l’individuale o
l’univer- sale, accenno soltanto a due esigenze senza cui ogni forma d’arte si
dissipa e muore, cioè il riferimento all’universale « d’ogni individuale
artistico, non i | f ' in quanto sia reso logicamente esplicito e pensato » ma
« inquanto intuizione » (1), — e « la gagliardìa del sentimento fattosi
rappresentazione nitidis-' sima » (2). Le considerazioni critiche che il Croce
ha saputo scrivere a questo proposito sono veramente istrut- tive e consolanti,
piene di verità e di luce. Quanto ho goduto, leggendo queste auree pagine in
cui si (1) Croce, Breviario di estetica, 1943, pag. 27. (2) Croce, op. cit.,
pag. 4A. 214 11 solipsismo creta e ie An ARTE sente che la critica d’arte s'è
emancipata dai secondi fini, spazia in un campo suo proprio, non elemo- sina il
suo fondo da altrui, ha e conserva e comu- nica il più ricco criterio della
sintesi estetica, perchè l’attinge direttamente dalla vita. Ma forse non sa-
ranno inutili alcune altre osservazioni circa queste due esigenze. } 1° - Nel
riferimento dell’ individuale all’univer- sale va compreso quell’evidente
carattere di tra- scendentalità d’ogni opera d’arte che eleva lo spi- rito al
di sopra del falso individuale. Il falso individuale è ciò che è solamente e
immediatamente utilitario ed edonistico, finzione di liricità, coacervo
extraestetico di imagini artificiose e di sterili astra- zioni. L’ individuale
estetico invece (che è principio di vita) è irradiazione di umanità,
superamento del- l'esclusivo, incarnazione dell’ indiviso. Quando nella storia
dell’arte si sprigiona una nuova indi- vidualità, un fremito di vita scuote gli
spiriti in ogni sfera; il falso individuale si screpola e va a pezzi come
intonaco vecchio. Il moto di rinnova- mento in certi periodi è così impeluoso
che tutta 1a produzione artistica cambia base. Ogni artista novatore
personifica a modo suo quello spirito im- personale che, infrante le catene
della servitù, invita tutti gli amanti al convito universale della bellezza.
Ma, in ultima analisi, quel che rimane è sem re una rivelazione del
subobjettivo sub specie intui- tionis. Arsione eterna di Fenice, il genio si
libera di tutto ciò che è solo la peculiarità insignificante d’un’apparenza,
sorpassa l’idiosincrasia, decifra sotto i geroglifici dei fatti la parola della
vita, ristabilisce la comunicazione dei valori. Nondimeno anche l’individualità
dell'espressione ad ogni costo! Questo motto che fu sempre il grido XII. - La
questione dell’arte e della critica d’arte 215 di liberazione dei veri artisti
oppressi dalla tiran- nide del convenzionale, del genere, della maniera, dello
stereotipo, dell’arte alla moda, questo motto che fu sempre la riabilitazione
del vero senso del bello, fortificato dal bisogno di ritornare alla vi- brante
umanità dell'individuo vivo, purtroppo non ha mancato di formare l’epigrafe di
molta merce inartistica di contrabbando. E v’hanno certi indivi- dualisti che,
per singolarizzarsi ad ogni costo, in mezzo a tanto fermento di attività si
esaltano della più eccentrica manìa. Ma siamo sempre lì; tutto sta a non
riconfondere il falso individuale col vero indi- viduale; tutto sta appunto a
riconoscere che l’ indi- viduale estetico non è il vano atomistico
fantasticare. Correlativamente, quasi nessuna via è rimasta intentata
dall’altra parte, cioè dagli universalisti ; ora notando una certa assenza di
personalità in tutte le vere e grandi opere d’arte, un’allusione più o meno
trasparente a ciò che oltrepassa il gesto, il senso, il fremito della coscienza
individuale; ora impastando le teorie dell’ istinto, precedente l’appa- rizione
della coscienza individuale chiara e distinta, colla metafisica
schopenhaueriana della musica esprimente direttamente e immediatamente i moti
stessi della Volontà quale essenza universale della vita e del mondo, al di là
d’ogni specificazione e imagine concreta individuale; ora chiedendo agli
individualisti prove dedotte rigorosamente dall’in- dividualità, atte a
spiegare quel giojoso senso d’ab- bandono d’una parte della nostra personalità
che si avverte nell’entusiasmo del bello e che par tanto congiunto a quel
cosidetto spirito di corpo che ci libera dalle esitazioni della coscienza
individuale. nella vertigine dello slancio comune; ora appellan- dosi infine a
quello stato di rapimento che sembra = ——_ —— 216. Il solipsismo un prodigioso
ritorno delle anime all’universale unità. Universalità dunque si disse, e non
indivi- dualità, perchè l’arte è un catartico sublime. Sicchè fu da per tutto,
e torna ogni tanto ad essere di moda. un gridare al valore universale
dell’espressione, un proclamare l’universale: « legge dell’arte oltre il velo
di Maja », temmirio della comune nostalgia degli esuli, sospiranti la vera
patria comune. Frattanto anche qui non s’avverte che la questione è mal posta.
Come c’è una falsa nozione dell’in- dividuale estetico, così c'è una falsa
nozione del riferimento dell’individuale all’universale. Il vero è che non
bisogna far a pezzi il principio vitale dell’arte rispondente alle condizioni
suddette, vale a dire tagliuzzare l'intuizione estetica dell’ indivi- duale da
un lato, lacerare il concetto logico dell’uni- versale dall’altro, per venire a
dirci: — È inutile, l’individuale non serve, e non serve neanche l’uni-
versale, la verità è ben altra. — L’ individuale este- tico non è la negazione
del riferimento all’univer- sale, d’altra parte questo riferimento
all’universale non è l’universale logico. L'importante non è deci- dere, come
ho già detto, se l’arte sia espressione dell’individuale o dell’universale, nè
tormentarsi a escogitare formole equilibristiche di compromesso, ma comprendere
una buona volta l’erroneo scambio fra intuizione indivi + (universale estetico)
e concetto (universale logico) che non deve essere fa a questo proposito. Per
far evitare questo scambio Benedetto Croce ha scritto alcune pagine meravi-
gliose, piene di forza e di luce, che resteranno nella storia dell’estetica. 2°
- Com'è noto, il Croce nel suo Breviario d’Estetica pone la grande opera d’arte
come senti- mento gagliardo che si è fatto tutto rappresenta- XII. - La
questione dell’arte e della critica d’arte. 217 Me” zione nitidissima
(un’aspirazione chiusa nel giro __—_— 3; d’una rappresentazione). iò posto, se
il sentimento è carattere distintivo dell’attività pratica e la
rappresentazione appartiene all'attività teoretica, segue che 1’ opera d’arte
in genere è sintesi di due elementi delle due forme d'attività: Ta pratica e Ja
teoretica, cioè forma di <q azione e forma di conoscenza, e pensando alla
vita { della perfetta forma d’arte :@rganicità sentimentale i imagini. Il
doppio carattere pratico e teoretico dell’opera d’arte sembra quindi
ammissibile senza Ù troppa resistenza, e pertanto dileguabile in lonta- nanza
la tesi dell’arte come forma teoretica. I Il vero, a mio parere, è proprio
questo: che è indif- d ferente presentare l’arte come teoria o come prassi,
purchè s'intenda sempre che la teoria è pratica e la pratica è teoretica, che
la rappresentazione è \ sentita e il sentimento è rappresentato. In generale, 2
7 Ri 3 \w poi, secondo il concetto che ho già esposto, è sem- |\ plice
questione di opportunità astratta, presentare | Ùb la teoria come mera teoria,
scevra di pratica, e la pratica come mera pratica, scevra di e. Ri Nell’arte
intesa a questo modo, lirica (0 orma) Si e tecnica sono indistinguibili; forma
è produzione tecnica, tecnica è produzione formale. Quella distin- zione che il
Croce si sforza di tracciare fra arte e tecnica come insieme degli atti pratici
(fisici) che servono all’opera di riproduzione esterna delle in- “I tuizioni,
ha tanto valore quanto ne ha l’afferma- vd zione crociana «che i fatti fisici
non hanno realtà » 4 (Breviario, 18). Veramente, approfondendo il prin- i)
cipio che lo spirito è tutta la realtà, si vede benis- simo la necessità, non
di concludere che la natura fisica è un’irrealtà, ma piuttosto di concepire
spi- " ritualmente anche la natura fisica e di riconoscere ‘ 218 Il
solipsismo la spiritualità dello stesso meccanismo, se veramente si vuol dire
che nulla è fuori dello spirito, cioè non ricadere nel dualismo, II. Chiarito
in tal guisa il concetto delle arti, resta relativamente facile illustrare
quello della vera e propria.critica d’arte senza dar luogo ad equivoci e
pedanterie. Io ammetto col Croce l’erroneità parziale dell’es- tetismo e dello
storicismo (1), accetto il principio dell’unità inscindibile del gusto e
dell’erudizione, ma non divido il suo concetto della critica d’arte, perchè
mantengo fede al principio di Francesco De Sanctis (2). Vedo che il Croce fa degli
sforzi straordinari per essere e non essere con lui; dice che «il filosofo
dell’arte, l’estetico, non è pari in lui al critico e allo storico letterario »
(Est., 424); « che l’uno sta all’altro come l’accessorio al prin- cipale »
(424), che « paragonato ai pochi estetici filo- sofi, il De-Sanctis appare
manchevole nell’analisi, nell’ordine, nel sistema; impreciso nelle defini- (1)
Groce, Problemi di estetica, pagg. 33-35, 419-428, (2) Il Croce non ha mancato
di notare che il De Sanctis, come ogni critico vero, ha avuto sempre forza
filosofica (Pro- blemi d’estetica, pag. 53). Tuttavia col suo principio mera-
mente additivo del philosophus additus artifici (Breviario, pag. 115)
nettamente si oppone al principio desanctisiano che considera la critica d’arte
come arte su arte. È curioso però che in un primo momento ammetta che la
critica d’arte è cer- tamente critica estetica e critica storica (op. cit.,
pag. 123), poi in un secondo momento giunga a dire che critica storica
dell’arte e critica estetica sono il medesimo (ib., ib.). Ma con queste
identificazioni verbali non si distrugge l’antitesi fra la sua situazione e
quella del De Sanctis. Li XII. - La questione dell’arte e della critica d’arte
219 zioni » (425); che «non riuscì mai a fissare la propria teoria con rigore
scientifico » (423). Ma che senso hanno questi rimproveri, se non quello di
mostrare il difetto forse inemendabile di chi riduce la critica d’arte a
filosofia? Pel De Sanctis invece «la critica germoglia dal seno stesso della
poesia ». « Il libro del poeta è l’universo » egli sog- giunge; «il libro del
critico è la poesia; è un lavoro sopra un altro lavoro. E come la poesia non è
nè una semplice interpretazione, nè una spiegazione filosofica dell’universo;
così il critico non dee sem- plicemente esporre la poesia, nè solo filosofarvi
‘sopra. Non questo, e non quello: cosa dunque? La più natural cosa di questo
mondo, quel medesimo che fa il lettore » (1). Ora, quel che faccia il lettore,
non aspetteranno certo di impararlo da me i miei lettori che sanno quel che si
fanno. Ma ciò che io sento di fronte al Croce, il quale pretende fissare la
propria teoria con rigore scientifico, è presto detto: sento che la critica
d’arte, come l’intende il De Sanctis, sta fuori di lui; sento che quando egli vuol
criticare qualche opera d’arte, e col suo pesante fardello scientifico si fa
«in certo senso, sopra di lei » (2), e col linguaggio e la logica d’un filosofo
consumato la concepisce, c’ è quasi sempre da aspettarsi che concepisca un non
so che di arido e di stecchito, se non di morto. Nè penso che basti essere
un'artista per far meglio di lui. Semplice- mente mi limito a preferire, in
ogni caso, «une plante brisée humide encore de pluie et couverte de fleurs ».
(1) F. De Sanctis, Saggi critici, Napoli, Morano, 1869, pag. 361. 3 (2) Croce,
Breviario, pag. 140. 220 Il solipsismo Ma quest'immagine di Jean Lahor mi
richiama al solipsismo. Jean Lahor, nel suo saggio La gloire du Néant —
commentario filosofico della sua opera lirica — quando fa parlare Allah, al suo
poeta Djelal-ed-Din, si eleva ad una specie di solipsismo divino: Crée donc
aussi, Dielal-ed-Din, crée et réve comme j'ai révé... Les mondes et
les Ames flottent dans ton sein. Déroule les poèmes qui dorment enveloppés dans
le silence de tes réves (1). Ma qui l’ammaliante poeta, ricchissimo di impressioni, di
imagini, d’aspirazioni, di cadenze soavi, di la- grime e di idee rivelatrici di
sorprendente fulgore, ha saputo trasfondere nelle sue parole tutta la sua
anima, triste, sensibilissima, sognante. Moltissimi suoi pensieri passeranno
fra le nostre più belle reminiscenze. Però io non mi preoccupo nè come artista,
nè come filosofo che le sue poesie a tratti ripercuotano il fosco aforisma del
solipsismo. È un poeta, lo sento. Con elaborata fusione di fantasia .@ di
realtà, procede egli verso il suo mondo di bel- lezza, con l’ intuito sicuro
del suo valore, colla rapi- dità caratteristica dell’idealista che, pur col
sem- plice colpo d’ala del desiderio, tiene il mondo delle idee come la massima
realtà. Ma tutto il senso della sua opera è lirico, la sua vitalità è lirica. È
l’espres- sione lirica del nirvanismo dell’unitutto, non spo- gliata tuttavia
dalla camicia di Nesso del pessi- mismo. Ma domani quest’onirismo nullistico
(d’al- tronde non sempre conseguente), calato giù a terra dal cielo della
poesia, rifatto e calzato nella prosa crudele della vita, con gli occhiali a
lanterna auto- magica del solipsismo, sarebbe una spaventevole caricatura. n.
(1) Lanor, La gloire du Néant, Paris, Lemerre, 1896, pag. 90. XII. - La
questione dell’arte e della critica d’arte 221 La mia critica antisolipsistica
adunque, rispetto alla questione dell’arte e della critica d’arte, una sola
cosa reclama: che la critica d’arte, definitiva- | A mente emancipata dalla
patria podestà dei filosofi non artisti e reintegrata nei suoi diritti,
germogli dal seno stesso della poesia. Non ostante l’afflizione che alcuni
pedanti celebri hanno gettato sul problema del rapporto fra arte di e
filosofia, il timore che la filosofi possa guastare ù l’arte o viceversa, è
senza fondamento. Gli èserusivisti possono lanciarsi la scomunica
reciprocamente. Ma la pratica è più larga d’ogni esclusivismo. In pratica ci
sono più. indirizzi di critica d’arte, gli estremi sono la critica estetica e
la filosofica, ma a parità di diritto tutti quanti. I fau- tori dei vari
indirizzi, così diversi, possono tanto ignorarsi, quanto combattersi o
allearsi. La dimo- strazione della verità d’ogni indirizzo non può farsi che
impiegando le risorse di ciascuno a risolvere il problema peculiare che lo
concerne. Ecco dunque il piano d’una critica d’arte veramente libera per cui
non si può imporre alcun tipo supremo, Se il risultato illustrativo è
considerevole o per la tec- nica, o per la storia, 0 per l'aspetto psicologico
o sociologico, o per la filosofia, l’opera critica acquista significato
indipendentemente dagli intenti collaje- rali che si possono conseguire per
altre vie. Così i critici che ragionano d’arte sulla base di concetti
filosofici, se non riescono a sistemare le loro sen- tenze colle riflessioni di
coloro che a difetto di pre- parazione filosofica si fondano sugli elementi di
pura visibilità, non hanno alcun diritto di ritenersi più criteriati dei
tecnici. Così l'eventuale incompe- tenza tecnica o filosofica degli eruditi non
può tra- scinar seco conseguenze estranee a quelle del proprio i È ne (Hi 222
Il solipsismo perio e PALA n n E I I a campo. Se un capolavoro d’arte diventa
un tema d’erudizione, non già l’arte resta ridotta alla critica storica, ma
ogni giudizio storico resta esclusiva- mente valevole in quel campo che fa
dell’erudizione una conditio sine qua non. Questo significa rinunciare alla
teoria 1° che un solo principio esclusivo possa fornire il criterio di
valutazione di tutta l’arte in generale; 2° che solo la tecnica, o
l’erudizione, o la spe- culazione abbia il diritto di interpretare l’opera ‘
d’arte in modo adeguato e definitivo. Ma non significa tuttavia rinunziare alla
compe- tenza dei singoli intenditori. Si rifletta allo sviluppo di qualsiasi
forma d’arte. Nella sua concretezza estetica ogni espressione è tecnicità.
Parlo di quella tecnicità che non è più esterna che interna, perchè a coteste
viete distin- zioni occorre una buona volta rinunciare. Cercare di separare in
arte (che è poeticità), la tecnica in- terna dall’esterna è tempo perso (1).
Sostenere che (1) Non intendo parlare qui degli ingredienti che costitui- scono
il materiale bruto inartistico con cui le opere d’arte si producono. (Cfr. A.
SARTORIO, Flores et humus, Città'di Castello, 1922, pag. 27). Vi sono operai
espertissimi nella lavorazione ar- tificiale e fabbrilmente tecnica di questi
ingredienti, ma incapaci di creare con essi opera d'arte. È dunque la tecnica
di valore schiettamente estetico, espressione esteriore dell’interiorità poe-
tica concretantesi nell’opera d’arte, che qui interessa. Il critico che,
dinanzi ad un’opera d’arte, sa cogliere il fenomeno arti- stico nella sua
espressione concreta, coglie la vita d'una tecnica nella sua elaborazione
traverso la sensibilità poetica d’un sog- getto. La tecnica (architettonica,
plastica, pittorica, metrica, musicale) senza creazione poetica non ha
importanza artistica. La verità poi è questa che una siffatta tecnica d’abilità
(vir- tuosità) ma senza poesia sta e può stare fuori dell’arte, ma l’arte che è
sempre fissazione di poesia non può stare senza una tecnica palpitante col
ritmo profondo della sua vita. - ENT TARE Ci \} bullet zi. XII. - La questione
dell’arte e della critica d’arte 223 | _dal fisico allo spirituale non cè
passaggio, è solo a un difetto di coloro pei quali lo spirito non è tutta a la
realtà, cioè dei Separatisti alla maniera criptica del Croce, che considera la
tecnica poetica come estranea all’arte, Ritornando per un istante al concetto
della liricità aggiungo che una liricità ‘artistica indipendente dalla
sensualità, cioè dall’esercizio dei sensi è sem- plicemente un non senso. Il
carattere di intensa vita intima che costituisce la liricità in fatto d’arte è
tanto_più affascinante e struggente quanto più invade ed esalta la capacità
tecnica dell'artista. © L’intuizione, quando è proprio espressione artistica,
non è altro. Nel soggetto atto ad esprimersi, liri- - fa "a © 11 Pi cità
artistica è coscienza d’esprimibilità. Lo stato \ d’animo lirico non fa astrazione
dall’ atodyots; Î appunto perchè è espressione, è potentemente pro- N duttivo
in quanto è vibrazione dei poteri tecnici, capaci di produrre anche
esternamente una rappre- sentazione o una significazione qualunque, che sono
virtuali dentro di noi. Ù Un pittore non ha stato pittoricamente lirico che
"i non sia commozione della sua potenzialità pitto- È rica. Amore
pittorico di bellezza è aspirazione di 3 possesso per disegno e colore (1). Non
e’ è liricità 4 ‘artistica che non sia spasimo di sensualità tecnica. <——-G
L’importanza estrema di questo fatto non è rico- nosciuta dal Croce. Quindi
avviene che la sua teoria SI (1) In questo senso credo di poter dire, con
terminologia giobertiana, che l’arte, meglio che imitazione della natura, è
metessi spirituale velata nel grembo della mimesi (Prot., II, pig: 93).
Gioberti pensava il bello come equilibrio tra la mi- mesì e la metessi (Prot.,
II, pag. 170). Platone diceva : t L'oggetto dell'amore è la generazione e la
produzione nella bellezza ». 224 Il solipsismo dell’espressione estetica come
liricità trascura pre- cisamente quella sensualità tecnica che è congeniale
alla liricità artistica. Sopratutto dimentica che la tecnica esteriorizzante (o
esteriore, che è lo stesso) è per l'artista vera e propria spiritualità, e che
nessuno, tanto meno l’artista, può sopprimere la idealità del reale. È
l’irrealtà della natura che è un ferravecchio, idealisticamente parlando. Ogni
traduzio rma esterna è i , non irreale. La spiritualità della tecnica in ogni
forma d’arte (figurativa, poetica, musicale) è il solo principio che ci
permetterà di affrontare la questione della tecnicità dello spirito, senza
paura di cadere nel materialismo Si comprende da questo, per analogia, che non
vi sono nè temi troppo bassi nè tecniche troppo meccaniche, nè cose di cui si
possa sdegnare la realtà, ammessa la tesi della spiritualità della tec- nica e
dell’ idealità del reale. L’idealità d’una forma d’arte è la projettività
indefinita dei suoi limiti. A guardarbene nell’opera d’arte non e’ è cosa nè
fisica, nè fisiologica, nè psichica, nè sociologica, che non venga idealizzata
nello sforzo della significazione. Ma, per prendere un esempio, nell’arte
figurativa la spiritualizzazione della pura visibilità non con- siste punto nel
rifiuto degli elementi realistici ; piut- tosto risulta dall’abile e potente
impiego di questi in uno slancio poetico di purificazione. Ed a proposito di
purificazione non credasi poi che la catarsi aristotelica si ottenga colla
rinunzia alla realtà delle passioni e alla loro espressione psicologica. Se col
Croce vogliamo chiamare pra- tica l’espressione psicologica dei sentimenti,
dob- biamo piuttosto riconoscere che la catarsi è l’effetto provocato nel cuore
dello spettatore mediante la sl ; XII. - La questione dell’arte e della critica
d’arte 225 serie mimetica e pratica cioè metessica degli avve- nimenti che
suscitano terrore e pietà. La catarsi | (ideale) è il fine, lo strazio (ideale)
delle passioni è il mezzo. Affinchè l’uomo si possa idealmente (se pur sia possibile)
liberare dalla sua dolorosa bru- talità è d’uopo che ne conosca realmente
(metessi- camente) tutto lo strazio, e che le due emozioni estreme (pietà e
terrore) invadano l’anima intera dello spettatore e prima la spezzino
crudelmente, poscia, appunto colla loro reciproca opposizione, ricompongano
l’equilibrio o mantengano il cuore palpitante, da un polo all’altro, senza
riposo. Nella maggior parte dei casi quando e’ è passaggio dallo stato
passionale allo stato catartico, questo pas- saggio è analogo al passaggio
dalla vita alla morte che projetta la figura della speranza al di là della
tomba. Come nel mistero d’ Eleusi Persefone è l’anima che deve discendere
nell’Ade per rinascere, così nella tragedia l’anima dello spettatore deve
passare traverso l’inferno delle passioni per purificarsi. Dante ha forse
rinunziato agli schemi realistici | della più efficace e violenta visibilità,
per sollevare l’animo dalle passioni e purificarlo? Anzi, al con- trario si può
ritenere che l’enorme portata della sua arte è in ragione diretta dell’impeto
del senti- mento e dello splendore rappresentativo della realtà, individuata,
non nell’insignificanza inarmonica dei particolari, ma nel pieno e concreto
ritmo di vita in cui l’anima si appaga armonicamente. Talora le sue visioni di
violenza si realizzano a tal punto di naturalità che sembrano riportarci
totalmente fuori della finzione, nel dramma immediato della vita. Nè, per aver
grazia, vaghezza, dolcezza, leg- giadria e armonia, occorre che gli elementi
reali- A A. PASTORE, Il solipsismo. >. 226 n solipsismo stici visivi siano
presentati in una smaterializza- zione irreale e ridotti allo stato
contemplativo della serenità. Se_la stessa materia figurativa è spiritua- lità,
sottrarsi all’interpretazione spirituale è impos- sibile. A mio modo di vedere,
gli eccessi espressivi ‘delle passioni diventano inestetici, cioè brutti, non
se e perchè si allontanino dall’assoluta serenità, ma se e perchè l’esteriorità
fallendo alla piumots aristotelica, non realizza in modo adeguato l’ inte-
riorità; giacchè la realtà tragica non è nei parti- colari ma nell’universalità
delle passioni (1) cozzanti fra loro in urto tale che l’una elida l’altra o la
rin- forzi per modo che dalla crisi reale si ricomponga l'equilibrio ideale o
si intensifichi lo strazio della contraposizione nel cuore palpitante senza
fine (2). (1) Questa nota dell’universalità nell'opera d’arte è tutta nello
spirito e nella lettera d’Aristotele il quale nella sua Poetica, tracciando con
alto splendore i caratteri della poesia e della storia ed elevando quella su
questa coll’avvicinare più la poesia alla filosofia che alla storia, dice:
«...la poesia è qualche cosa ; di più filosofico e di più elevato della storia,
imperocchéè la ) poesia si tiene piuttosto all’universale e la storia discende
ai ( particolari. L’universale è cosifatto: ad un tale di tal indole / accade
di dire o fare tali cose secondo le leggi della verosi- / miglianza e della
necessità, al che mira la poesia distinguendo > le persone con un nome; il
particolare invece è quanto ha | fatto ed ha sofferto Alcibiade». (Poet., 9,
1451b, trad. Barco), (2) Per la teoria della serenità, cfr. LIONELLO VENTURI,
La pura visibilità e l'estetica moderna, in Rivista L’Esame, feb- brajo 1923.
Che la serenità (direzione di calma), succeda anche alle dire- zioni più
eccitate del sentimento è pacifico. Ma i postumi del- l’effetto tragico non si
possono identificare con l’essenza della tragicità. Pare per conseguenza logico
ritenere che se, agli effetti della catarsi, le torbide passioni devon essere
mandate via dall’animo terminata la rappresentazione, prima di questo termine
cioè nello svolgersi della tragedia l’animo dello spet- tatore deve essere
tenuto sospeso dai radypata. Se la tragedia XII. - La questione dell’arte e
della critica d’arte 227 La compassione e il terrore sono i due poli del-
l’anima tragica. La catarsi è l’effetto morale delle due opposte passioni che
si combattono finchè pel miracolo dell’arte o si raggiunga la liberazione
redentrice (saggezza eroica) o continui l’ eroica e misteriosa lotta della
volontà umana per le vie dolo- rose della Vicenda. La teoria aristotelica della
tragedia, esplica molte cose, ma d’altra parte suscita molti dubbi: si può
forse dire che illustra bene l'origine dell’ effetto tragico nei casi in cui la
mimesi generatrice di composizione e terrore ha la virtù della catarsi
terapeutica; ma qualche volta si resta esitanti se non a dirittura stravolti di
fronte a certe catastrofi. Come escludere invero che certe tragedie non sboc-
cano che nell’orgiasmo della distruzione? È ammis- sibile in questi casi
concludere che non è opera d’arte quella in cui manchi, sia nei mezzi, sia nel
risultato, il requisito della serenità? Oserei anche dire che non ogni tragedia
si risolve in una catarsi serena, aggiungendo che le tragedie a catarsi serena
non sono nè più tragiche nè più artistiche delle tragedie a catarsi eccitante.
Una più intima derivazione della tragedia dallo spirito della musica, come
videro Nietzsche e Wagner, conduce ad oltrepassare il piano visuale
dell’alipismo. Anzi questo superamento s'impone per tutte Ie arti che hanno
fondo comune in quel già fosse imitazione o rappresentazione di persone in atto
di serenità, l’animo sarebbe già ab initio spoglio di tutto ciò di cui dovrebbe
alfine liberarsi, per via della pietà e del terrore, Evidentemente era questo
il pensiero di Aristotele nel carat- terizzare i mezzi dei quali si giova
massimamente la tragedia per appassionare gli spettatori, tà péytota ols
duyayoyet # tpaywdia (Poet., 14502), Il solipsismo minale dello spirito.
Rammentare queste origini significa riconoscere che l'intensità della
vibrazione: poetica è il punto di riferimento cardinale per la i critica. Il
criterio di valutazione non è dunque un | diapason fondato su elementi preferibilmente
reali . 0 ideali, ma è l’adeguazione d’ intensità espressiva dell’essenza
intima della realtà e dell’opera d’arte mella cui tecnicità gli elementi
spirituali sono ap- punto immanenti. La serenità dell’azione dramma- tica non è
un principio che l’artista debba tener pre- sente come norma tecnica dell’arte
sua. La serenità se mai, è nell’imitazione, cioè nell’armonia severa e
contenuta dello stile, esprimente l’ inserenità del- ( l’azione tragica
rappresentata. Un artista, padrone | lirismo indeterminato che costituisce
l’attività ger- dei suoi mezzi, si esprime tanto sotto la specie del-
l’angoscia del dolore, quanto sotto la specie della | calma e della serenità,
come volge l’ora del suo sogno. Ma in nessun caso colla serenità dei senti- |
menti si ottiene l’effetto tragico e lo slancio finale della catarsi. Ogni
preferenza che si tentasse d’im- porre dimostrativamente al sentimento, nonchè
alla azione rappresentata, sconfinerebbe subito dalla \ragione dell’arte. Ma
appunto perchè non si possono sopprimere le partizioni qualificative di
valutazione tragica, sconsolata, disperata, serena, lieta, ecc., la sere- nità
dell’azione vitale imitata nella favola non si può convertire in valore massimo
e fine ultimo. Nè è diversa la conclusione che discende dal far dipendere il
valore della critica d’arte non già dal- l'indicazione schietta dell’arte, ma
dalla filosofia. Posto che arte e filosofia siano funzioni vitali dello
spirito, non si vede come la filosofia abbia più diritto di aggiungersi
all’arte (philosophus additus artifici), EE Ped XII. - La questione dell’arte e
della critica d’arte 229 che non l’arte di elevarsi a coscienza di sè (artifex
additus artifici). Se la filosofia dell’arte è possibile, lo è solo perchè,
paragonata alla critica estetica, è speculazione, cioè non s’arresta alle
considera- zioni specifiche degli artisti, evita la specialità che ne segue, e
infine supera la pura intuizione della giustificazione estetica della realtà.
La supera perchè il pensiero così giunge ad un’altra giustificazione della
giustificazione estetica della realtà, e quindi serve a chi serve, non certo
all’artista ut sic. Concludendo, per quelli che sanno ormai indo- vinare il mio
pensiero basterà ricordare la solu- zione di Baudelaire ispirata all’estetica
di Poe: « la poesia è essenzialmente filosofica; ma come essa è prima di tutto
fatale, deve essere involontariamente filosofica ». E lo stesso si dica della
filosofia rispetto alla poesia. Conscio quant’altri mai che il grande ufficio
storico e critico della filosofia non è di sop- piantare man mano le forze e le
forme diverse della vita dello spirito, ma di rendersene sempre meglio ragione,
richiamando ognuno a coscienza di sè e dei suoi limiti e delle vie da tenere
per non supe- rarli, il filosofo potrà sempre meglio valersi anche dei
sentimenti e delle rappresentazioni dell’arte; e sempre meglio con essi, non al
posto di essi, filo- sofare: GIpupriocopety toc TAdeot, come diceva Aristotile.
XII. La questione morale. L'uomo deve dire alla vita: « Se tu sei vuota di
senso, io te ne darò uno ». NIETZSCHE, Passando davanti a un alveare nascosto
tra le piante, allungo inconsideratamente la mano per cogliere un fiore. Un’ape
mi ‘punge. So che la piccola operaja che m’ha lasciato l’aculeo della ferita,
di qui a poco, pel suo addome squarciato, morrà. Povera vittima. Senza aver
bisogno di credere all’origine ani- male della sensibilità umana, peno a
credere che non v’abbia la minima traccia di altruismo nel suo rapido atto
istintivo, che ha tutta l’apparenza d’un sacrifizio per la difesa e la salute
dei suoi simili. Invano mi dico che l’ape non conosce che il suo commilitone,
congregario commensale, non il socio; che il suo sciame è un semplice
aggruppamento co- loniale limitato, chiuso, ostile, istintivo, non una vera società;
una semplice famiglia di animali senza coscienza di sè, senza capacità
d’astrazione, senza linguaggio, senza sistema di idee, senza libertà, senza
legge, senza coscienza dell’universale, senza virtù. Invano cerco un rifugio
nei più astrusi re- cessi scientifici della psicologia, È la mia mano ra bet
indi i MT dei p RR) NT. 232 Il solipsismo in) CTfesEnnati che brucia che mi
richiama insistente anche il suo dolore? O non è piuttosto la mia povera
filosofia che non è ancora stata capace di uccidere i sen- timenti puerili
dentro di me? Ebbene, io lo dirò anche se gli altri mi burleranno: io non sono
mai stato capace di vedere e di sentire i dolori filoso- ficamente. "È ben
questa la natura complicata che io sento dentro di me. E non potrei credere
d’aver acqui- stato a troppo caro prezzo la mia povera filosofia, se, per essa
fossi giunto a conoscere veramente il mio segreto. Niente allegro, d’altronde.
Fusione nelle ore più felici di più aspirazioni in una co- scienza unica,
purtroppo nella maggior parte dei casi io mi sento essere una vera e
insopprimibile multanimità. : Anche qui la psicologia, almeno una certa psi-
cologia, ad uso dei medici, avrà la sua sentenza pronta: — Coscienza doppia?
tripla? multipla? Casi d’isterismo, ecc. — Ma son piacevolezze che non possono
essere pigliate sul serio, malgrado il loro cipiglio scientifico. La mia
coscienza estetica che vibra e simpatizza con ogni atto d’amore e di do- lore
(perchè io trovo che nessuna forma d’amore e di dolore è insignificante per
me), la mia co- scienza morale che stima un atto di sacrifizio più importante
di quest’epidermide che brucia e — che dico? — in certi casi ben più reale
della mia vita medesima, registreranno dunque un progresso cre- scente; e la
psicologia medica un regresso. Anzi io mi domando: qual soccorso immediato mi
porta in linea d’arte pura o di moralità un’approfondita conoscenza scientifica
di psicopatologia? V'è chi conosce da maestro i risultati più importanti della
psicologia contemporanea dal punto di vista me- TA TI, È XIII. - La questione
morale 233 dico che non darebbe un cronoscopio di Hipp per una sinfonia di
Beethoven. La virtù morale d’altra parte ha in ben altro che in un trattato di
psico- patologia il suo principio di vita. E non lo ha neanche nei trattati più
celebri di morale, perchè, di questi, uno afferma che la morale è eteronoma,
l’altro che è autonoma; quelli pongono il principio supremo della moralità
fuori della ragione umana e della volontà umana, questi lo ripongono in esse o
in generale nelle potenze proprie dello spirito. Pure ammetto che in mezzo a
tanti contrasti, che anzi di questi contrasti medesimi sia possibile rae-
cogliere spesso una vasta e potente armonia. Am- metto infine che la mia vita
artistica e morale (ne avessi pur una!) lungi dal dissonare coi principj, coi
mezzi, coi risultati e coi fini della scienza, con loro profondamente s’accorda
e, invece di scemare, s’aumenta. ‘ Ma veramente, se rifletto bene, la mia
analisi di coscienza mi ha fatto andare avanti? Di niente, perchè ora non pongo,
come non ho posto mai, antinomie fra scienza e morale e, riassumendo, dopo aver
contradetto come psicopatologo quanto ho affermato come artista e come
psicologo intro- spettivo, eccomi ritornato allo stesso punto di par- tenza:
spettatore commosso della mia insopprimi- bile multanimità. Forse questo sciame
di anime, che io sento a periodi dentro di me, forma in realtà una condi- zione
permanente e moltiplicativa della mia unica personalità; o già fin d’ora
rimorchia una mia aspirazione verso una superiore unità che un giorno sarà
tanto forte quanto più mi sarà possibile pro- gredire moralmente, posto che la
morale abbia per fine l’allargamento e l’approfondimento del 234 Il solipsismo
mio io oltre i confini dell’egoismo. Io non declamo contro la mia natura. Se è
brutta ne soffro, ma non la nascondo, almeno agli occhi miei, e tanto meno la
scuso. Voglio conoscermi per intero. Se anche avessi da risolvermi in un mondo
intero di creature viventi e dissidenti, non mi rinnegherei nè teoricamente nè
praticamente, correndo in con- trosenso della mia vita. Au fond, diceva
Amiel, il n'y a qu'un objet d’étude: les formes et les métamorphoses de
l’esprit. Tous les autres objets reviennent à celui-là ; toutes les autres
études ramenent à cette étude. Ho provato dianzi un momento di commozione al pensiero della
morte dell’ape che mi ha ferito. Un bisogno vivo, acre, spietato di conoscenza,
mi assale. Che cosa mai può condurre un essere qua- lunque a sacrificare il suo
bene, la sua vita (ma è poi proprio un bene la vita ?) al bene comune? Ultimo
soprassalto di sensibilità, forse ispirato da un residuo di egoismo (come se io
potessi costi- tuirmi un comodo alibi di isolamento in mezzo alla pressione
sociale): E se gli altri uomini non esistessero ? E se fossi io solo ? l’unico
conoscente e insieme l’unica realtà? So che parecchi solip- sisti, audacissimi
in teoria della conoscenza, s’ar- restano davanti alle esigenze della coscienza
mo- rale (1), esigenze che riconoscono « fondamentali » (1) Il Trosano, nel
render conto dell’individualismo, riscon- trate le maggiori inconseguenze dei
filosofi dell’immanenza, confutava e rifiutava il solipsismo metafisico,
concludendo : «A ragione lo Schopenhauer faceva degno del manicomio chiunque
s’attentasse seriamente a sostenere il solipsismo me- tafisico v (Le basi ete.,
pag. 185). Per contro, secondo lui, « il solipsismo psicologico e gnoseologico
è inconfutabile » (op. cit., pagg. 185-193), Alla disamina del solipsismo
morale XIII. - La questione morale 235 (S., 192). Ma non è questa un’
inconseguenza ines- plicabile? E sia pure logica o illogica per altri, non è
essa ingiustificabile per me? Convengo vo- lentieri che se non fossi
direttamente in causa, troverei pochissimo interesse all’analisi delle in-
conseguenze dei solipsisti. Ma la sola idea che potrei perdere la certezza
della mia vera realtà, per paura di staccarmi da una certa dottrina anti-
solipsistica per cui forse ho una soverchia debo- lezza, mi fa diffidare delle
mie preferenze. Oramai io non posso più rinunciare ad interrogarmi, io non
posso più vivere senza conoscermi interamente. D’altronde lo so; se vi
rinunciassi, se mi lasciassi vivere per un momento ad occhi chiusi, la stessa
questione tra poco tornerebbe a insinuarsi nella mia coscienza come un rimorso
e si trascinerebbe dietro un corteggio d’inquietudini anche maggiori. Trovo in
Blanqui questo pensiero tremendo. « Il y a chez l’ homme une tendance native,
une force d’expansion et d’envahissement qui le pousse à se developper aux
dépens de tout ce qui n’est pas lui. Ainsi pour les plantes, ainsi pour les
animaux, ainsi pour les hommes... L’instinct envahisseur perce et pénètrè des
qu’il ne sent plus de rési- stance, et se.fait illusion de la meilleure foi du
monde, avec les plus beaux prétextes... La frater- nité n’est que l’impossibilité de tuer son frère
». ed estetico non avrebbe mancato di rivolgere particolari e pro- messe
ricerche (op. cit., pag. 179), se così presto, purtroppo, non l’avesse
arrestato la gelida mano della morte. Ma è noto, e risulta da tanti passi
esplicitamente, che egli avversava la tesi dell’individualismo morale, avendo
già dimostrato, con impa- reggiabile acutezza e maestria, in metafisica che il
solipsismo renderebbe insolubile il problema del tu» (op. cit., pagg. 184- 485);
che non meno imperiosamente si ripresenta nell’ Etica, Laasazi fed 236 Il
solipsismo A più riprese pensieri analoghi sono venuti a tor- mentarmi. La
riflessione senza riguardi è talora un ospite pericoloso. Ma perchè un ospite?
Non sono io solo che imprendo a trattare la mia que- stione, e non sono
soltanto le mie allucinanti pre- occupazioni della vita altrui che mi si
ficeano in mezzo e mi fanno allarmare del mio egoismo? Però, se io fossi solo,
se io fossi l’unico pensante, se io fossi l’unica realtà, non potrei neanche
es- sere un egoista. Infatti che senso potrebbe avere l'egoismo se non vi fosse
la realtà d’una vita so- ciale, composta di creature umane diverse da me, delle
quali io possa e debba rispettare, non oppri- mere, la personalità ? Importa
frattanto che io afferri bene questa con- seguenza : se io sono realmente solo,
se non posso riconoscere l’esistenza oggettiva della società, al- lora io non
sono un egoista, io non sono mai stato un egoista. Ma perchè mi trema la mano
scrivendo queste parole ? Vediamo. È tardi. Io sono qui, solo, davanti alle
bianche pagine del mio scrittojo, stimolato dalla più inquieta e ardente
curiosità. Non trovo alcun sollievo a leggere le pagine altrui. Non so, non
posso far altro che seguitare fino al fondo il mio ragionamento. Ripenso
involontariamente a tutto ciò che ho sentito, a tutto ciò che ho fatto di bene
e di male nella mia vita, fin da quando, ragazzo, pascolavo le vacche sulle
rive del Sangone. Ah mi- seria! quanto mi è penoso il ricordare. Gioje pro- fonde
che nessun dolore riuscirà ad avvelenare giammai, dolori atroci che nessuna
gioja riuscirà mai a lenire, come vi. vedo fluttuare soavi, pian- genti,
intorno a me nel miraggio delle ore passate. Però, veramente passate del tutto
e senza residuo Î | f sillaba da. XIII. - La questione morale 237 dentro di me?
Oh fosse pur vero! Ma non è così. Qualche cosa purtroppo di ben presente mi
resta, qualcosa ch'io non riesco a strapparmi dalle carni, ben più fondo di
quest’aculeo dell’ape che ho ancora infitto nella mano: è per lo meno l’umi-
liazione pungente del mio egoismo! False virtù, orgogli sciocchi, progetti vani
che io dissecco fred- damente fibra a fibra: di voi lo sento e lo spero non
rimane più nulla dentro di me. Ma ecco sempre lì intatto, livido, glaciale
davanti a me, il disgusto implacato del mio trascorso egoismo; e, infine, oh
spasimo paradossale d’ un pauroso che ha paura d’aver paura di sè!... l’ombrosa
paura di non potermene sempre salvare per l’avvenire. Ma dove sono? Ai confini,
mi pare, del mio possibile, e al sommo di quella gamma di emo- zioni che la mia
coscienza ha potuto percorrere nella sua autopsia. Mi è anche possibile
precisare il mio risultato. Rientrando dentro di me, isolando energicamente la
mia realtà, sopprimendo delibe- ratamente nella mia ipotesi quella degli altri,
una conclusione suprema ho raggiunto, penosa ma reale: la coscienza d’esser
stato un egoista, il proposito di non esserlo più, ma ombrato da una specie di
paura di me medesimo. Con questo grido di dolore m'è impossibile accettare
l’ipotesi del solipsismo. No, quelle anime fidenti ch'io ferii non erano sem-
plici rappresentazioni della mia mente, oggettiva- zioni tutte attuali della
mia esperienza, meri conte- nuti della mia mentalità a cui mi illuda di attri-
y buire un’esistenza reale fuori di me. La loro oggettiva insopprimile realtà
mi è garantita dalla testimonianza insopprimibile della mia coscienza. Io non
sarei stato un egoista se fossi stato solo ; non lo sarei, non lo potrei essere
se lo fossi. Riassu- PRE RP CEDE NIE detta ca Il solipsismo o_o cr ‘de Sai A Ri
la LL mendo: ho toccata colle mie mani la ferita dolorosa del solipsismo, l’ ho
sondata senza riguardi dentro di me, e dalla stessa piaga ho dedotto l’antisol-
ipsismo. La strana, quasi morbosa perplessità, in cui mi aveva precipitato
l’ipotesi solipsistica, per la più certa e inesorabile voce che può parlare
dentro di me, è in tutto vinta. Io non sono solo. Io vissi e vivo nella reale
società degli altri uomini. E pur troppo m’è d’uopo confessare che nè in me nè
fuori di me regna sempre l’ordine e il bene, ma il disordine e il male. E se io
mi raccolgo ancora un istante; un’altra voce interiore si eleva per ammonirmi :
Je ne m’appartiens pas, car chaque étre n'est rien, Sans tous, rien pour lui
seul... Ma v'è ancora di più. Finora ho guardato da uno spiraglio il problema
morale del solipsismo, per conchiudere che una dolorosa esigenza morale mi fa
sentire la necessità di oltrepassare la sfera del mio io. Fidarmi a questa
inchiesta mi parve assai più ragionevole e convincente che il prestar fede
all’autorità di quegli stessi solipsisti che usci- rono apertamente dalla loro
incapsulazione teore- tica, come ha fatto, p. es., Adolfo Levi, anima d’oro che
porta così nobilmente la sua ferita come una stimma di sincerità e di coraggio
ad ogni costo. Conclude egli il suo fortissimo studio con queste parole ch’io
voglio riportare per intero affinchè provino (non certo a lui che io stimo
tanto come filosofo e che amo fraternamente, non a lui che non potrà mai dubitare
dell'animo mio), ma a qualche ingenuo lettore, quanto sia grave e terribile il
pro- blema del solipsismo, che tanti superficiali sputa- sentenze credono di
potere stroncare con una frase. XIII. - La questione morale 239 « Certo,
malgrado tutto, io debbo ascoltare la voce della mia coscienza, anche se non so
darmi ragione del dramma della vita e della morte, se non vedo a quale fine
tendano, anzi se tendano a un fine, gli sforzi, le lotte, i dolori degli esseri
viventi. « Fa ciò che devi », mi ordina la mia coscienza, «agisci come se la
vita avesse un significato » ; e io l'ascolto e cerco di conformarmi alla sua
voce. Ma uno sconforto profondo m’invade, pensando che forse la vita è come una
rappresentazione senza significato, che quei valori spirituali che mi si im-
pongono non hanno una ragione che li giustifichi in un valore più profondo che
ne garantisca la permanenza : non chiederei la speranza d’una vita migliore, mi
basterebbe pensare che la vita ha un significato e uno scopo; ma nemmeno questo
mi è permesso, e vedo l’ombra fosca della morte sten- dersi su tutti gli esseri
viventi e sospetto che forse, quando l’umanità sarà scomparsa, tutti i suoi
sforzi saranno stati invano... Ma forse, è meglio così: fare il proprio dovere
sapendo che la lotta sarà coronata da successo sa- rebbe troppo bello e troppo
facile ; forse, è meglio lottare, erchè è dovere, malgrado tvito, soltanto
perchè la coscienza l’impone. « Fa ciò che devi, avvenga che può» (S., 195-6).
L’interesse principale di questa chiusa è l’au- stera dignità del carattere, e
la profonda sincerità della ricerca, di che fa fede tutta l’opera. Ma ciò che
costituisce anche il più nobile pregio per una coscienza altrui, può
scopertamente mancare alla mia e, o rivelarsi privo di quella certezza imme- diata
che io richiedo per decidermi nei frangenti della vita morale, o spiccarsi
tanto alto nei cieli dell’aspirazione da parermi il più indecifrabile
Il'solipsismo e _ Io; enigma. La mia situazione per contro è tutta mia, .
intima e personale. Io richiedo un principio diret- tivo sì ricco e sì mio che
possa tener viva tutta la mia condotta, senza che io debba ricorrere al-
l'abbondanza altrui per affrontare il contrasto delle passioni e non
sottostarvi. La mia situazione esige la coerenza della vita teoretica e della
vita pratica, eliminando radicalmente ogni dualità di pensiero e di azione. Io
non posso impedire che le mie idee abbiano un'efficacia reale nella mia vita.
Io non posso far sì che la mia condotta morale sia senza rapporti colla mia
teoria. Io non posso pensare tutto teoreticamente senza il minimo inconveniente
per la vita morale. Sicuramente con tutto ciò non giungo, e non voglio
giungere, a giudicare le dot- trine teoriche dalle loro conseguenze pratiche, e
in ogni campo mi sento nemico dell’ intolleranza. Viceversa, mi par necessario
tener conto d’una circostanza gravissima, voglio dire dell’esigenza d’indagare
caso per caso se anche il valore morale d’una teoria non possa considerarsi
come indizio sicuro di verità. Vedo che il solipsista in teoria, ma
antisolipsista in pratica, non tiene conto di questa esigenza. Concludo che la
sua conclusione è un vero abuso della teoretica. Perchè è inutile muover
lamenti sulla nostra incapacità di sapere se la vita abbia un significato e uno
scopo, quando per un presupposto gratuito non si vuole ammet- tere che la
nostra conoscenza possa avere rapporto colla nostra moralità. Possiamo noi
forse volgere uno sguardo al nostro ideale morale, che tosto nella nostra
ragione pratica non s’introduca la nostra conoscenza? Non dico che sia così. Mi
pongo il problema. L’averlo obliato, non mi pare un esempio imitabile. ° XIII.
- La questione morale 241 Nè mi pare che a vincere la difficoltà basti in-
vocare la dottrina kantiana dell’indipendenza delle due ragioni o ritorcere
contro di me la confessione pericolosi della mia multanimità. Perchè v'è in
tutto ciò una parte di verità semplicissima, ed una parte di errore enorme. La
verità è che, se non paja felice la parola « multanimità », certo finchè io
penso e mi penso chiaramente e distintamente, e conservo il diritto di pensare
e di dire anch’ io francamente quello che penso senza reticenze, in tutti i
campi della mia vita d’azione, d’affetto, di conoscenza, iò mi sento e mi
affermo risolutamente un’unità relativa. E così relativa in me e per me, come
relativa rispetto agli altri e per gli altri. La verità è che talora io mi vedo
vivere esteticamente, scientificamente, moralmente e — perchè tacerlo? — anche
filosoficamente come un estraneo. Sì, talora la stessa filosofia è spettacolo a
me ‘stesso, cioè alla mia arte, 0 questa-a quella. Talora io sento che molti
centri vitali dentro di me si disputano l’ege- monia, e che ognuno pretende
d’aver ragione contro gli altri. Donde segue che non potendo coltivare ed
esaltare sufficientemente le diverse energie, lascio per forza che ora l’una
ora l’altra predomini, e si proclami l’unica, e con ingiusta violenza comprima
e opprima gli altri fattori coesistenti, e insomma diriga tutta quanta la mia
vita realizzando solo sè stessa a spese altrui. Vedo bene che un governo sì
fatto, come ogni altro, non si fonda che sull’ideale d’una fittizia unità che
talora parrebbe perfino giustificare il mi- sarchismo. E non prolungo la
critica che è troppo evidente. Ma sostenere per questo che di fatto io mi trovo
sempre diviso come in due, senza mai trovar modo A. PASTORE, JI solipsismo. 16.
242 Il solipsismo di conciliare in una sintesi unitaria il pensiero. e la
condotta (S., 195) è far svanire la verità di prima in un sofisma non solo, ma
in un errore di fatto. In vero, a lato di quel carattere di pluralità che
solleverà le più vive proteste degli unitari, io non posso negare d’essere
continuamente sollecitato da una grande curiosità sia di-eiò che può succedere
a mia insaputa dentro di me, sia di ciò che che costi- tuisce effettivamente Ta
vita reale del mio prossimo, e sopratutto da un’immensa simpatia per gli ad-
dolorati. Sicchè, prossimo come non potrei essere di più a me stesso, mi sento
inseparabilmente pros- simo altrui; e non ho mai potuto, non posso, nè potrò
mai vivere indifferente alle disgrazie degli altri. Da questo punto di vista io
ammetto senza altro la tendenza spettacolare della mia vita, am- metto di poter
considerare tutta la mia vita mede- sima come rappresentazione, ammetto in fine
di poter contemplare teoricamente la mia stessa mo- ralità. Ma mentre il
solipsista inconseguente non riesce a connettere la concezione teoretica alle
esì- genze morali, io non posso far a meno di prendere la via opposta. In certo
modo starei per dire che è la stessa ipertrofia della mia teoreticità che ha
per effetto di sopprimere in un colpo l’ indipen- denza teorica e pratica delle
due ragioni e il pre- supposto assolutistico del solipsismo. Tal’ è il senso e
il valore relativistico che io oppongo all’inconse- guenza ingiustificabile del
solipsista a metà. D'altra parte coll’affermazione stessa della mia multani-
mità, riducibile in ultima analisi all’affermazione dell’unità relativa, ecco
salvaguardata la teoretica stessa contro sè stessa ; ecco riconosciuto il
diritto e il dovere di domandare alla teoretica stessa che abbia l’ardire di
guardare in faccia il suo principio WF Pa ri COREGBZIITI URTI INSIVITO E
IR-SINT PO RTPAIO 10101 timo RT REALI IEO PSV A x o x Ù x Uri ° = XIII. - La
questione morale . 243 i di vita, secondo me, riducibile a questa semplicis- |
sima espressione: pensare il pensiero è pensare in fondo il nostro essere, cioè
realizzarlo. 10 sento Che ogni pensiero mi dà una lezione di | vita. Se non
sono sempre in grado di darmi una spiegazione chiara e distinta del dilemma
della mia esistenza, se non ho alcun bisogno di consultare l’ordine scientifico
della verità per agire coerente- mente secondo il mio ideale, se non posso
nemmeno v eliminare le ragioni di dubbio e d’incertezza che mi affannano ogni
volta che mi trovo davanti ad una soluzione pratica che non mi paja
sodisfacente, } d’altra parte non posso affatto ritenere d’aver bi- i sogno di
ignorare per vivere. V’ ha una sola cono- i scenza che provi l’antinomia fra il
sapere e l’agire? V’ha un solo fatto d’ esperienza qualunque che} ] provi la
necessità dell’ignoranza nell’azione mo- | rale? Che se anche una pseudo-dotta
ignoranza pa- resse necessaria a chi veramente volesse fingersi di i troppo
sapere, non vieterebbe essa la protésta del- l’animo mio. E credo d’aver
perfettamente ragione di pensare e di fare così, perchè in fatto di orienta-
zione morale, anzi d’azione diretta, non mi bastano le prediche altrui, se la
mia coscienza conclude a / rovescio. Dunque è falso che le esigenze del pen-/
siero indeboliscano a tal segno le esigenze della vita morale da annientare in
me stesso il principio non che la speranza della loro possibile armonia.
Accanto a queste ragioni c’ è la necessità stessa della vita concreta, la quale
vuole che si viva «malgrado tutto». Ora da tutte le illusioni auto-
rappresentative, da tutti i miraggi evocati dal so- + i lipsismo, qual
solipsista potrebbe dirmi se risul- terà (non dico una realtà sociale nuova,
perchè la società non esiste per lui, e qui non mi rivolgo 244 Il solipsismo al
solipsista a metà, ma al solipsista veramente unico e conseguente), se si
ricaverà una sola pos- sibilità nuova di spinger avanti la vita, per me
medesimo ? Neanche una. Se io solo penso, se io solo sono, se io sono l’unica
conoscenza, se io sono l’unica realtà, perchè non dovrei dar credito a quella
voce che mi dicesse?: — Non illuderti, dunque. Non credere che vi siano altri
esseri umani fuori di te, gettati dalla loro nascita in una vita di dolore e di
sangue, gonfiati dall’avidità, straziati dalla ge- losia, divisi dall’odio,
incapaci di riparare in modo qualunque agli effetti funesti dei loro rancori.
Frena i tuoi sentimenti di solidarietà, asciuga le tue la- grime di
compassione. Queste lotte sono solo dentro di te. Gli esseri non nascono punto
dall’amoroso in- contro delle loro affinità. Nascono dal fondo oscuro del tuo
cervello, come tante minerve armate dal cervello di Giove. Perchè tu sei giove,
senza olimpo però, ma giove stesso, giove solo, senza compagnia vivente d’altri
dei, giove puro. Questi vecchi ai quali tu vorresti procurare un dolce riposo,
questi bambini ai quali tu vorresti che non mancassero mai le soavi cure
materne, questa donna che ami, questi amici ai quali serbasti costante fedeltà,
non sono che una pittura della tua mente, una crea- zione poetica della tua
fantasia, una finzione. — La conseguenza paralitica di questo concetto della
vita è così manifesta che i solipsisti teoretici non ardiscono formularla ;
tanto che qualcuno di essi tenterà tutte le vie, farà tutti gli sforzi
imaginabili per eluderla, altri si fermerà a mezza strada; ma invano.
Risponderanno i primi senza dubbio che la conseguenza paralitica non è dedotta
logica- mente; perchè chi voglia stare alla logica (alla logica del solipsismo,
s’ intende, perchè v'ha una XIII.(- La questione morale logica ariche
nell’aberrazione) capirà che il solip- sista teoretico non vuol distruggere e
in fondo non distrugge niente; si limita solo ad interpretare tutto
adeguatamente sul tipo unico della mia esperienza .attuale e personale che — a
parer suo — io non ho alcun diritto di oltrepassare. Ma questi son giochi di
parole e non ragioni da accamparsi in una conce- zione della vita morale che
voglia positivamente vi- vere senza rinunziare ai presupposti fondamentali
della stessa conoscenza. Che cos'è dunque questa famosa voce della coscienza
che il solipsista invoca per ammettere il suo presupposto teoretico, questa
voce che il solipsista ascolta per conformare la sua vita al suo ordine pur
senza ragione, avvenga che può? Posso io o non posso dipartirmi da lei? Se non
posso, non devo essere solipsista perchè la mia coscienza più chiara e distinta
non mette in dubbio la realtà del mondo esteriore, anzi a gran voce me ne
reclama il riconoscimento ; e se posso, non è giusto obbedirle. Escogiti
adunque il solipsista un’altra fonte più attendibile se non più plausibile di
conoscenza; in mancanza di che mi vedo co- stretto a concludere che la sua
dottrina è senza costrutto. Risponderanno i secondi che la vita morale non è
resa impossibile dal solipsismo ridotto alla pura teoria? Siamo sempre da capo;
giacchè tutti questi aerei compartimenti stagni fra le due ragioni son
palliativi che non rimediano a nulla. Che un altro uomo separi le due ragioni
non significa punto che egli abbia ragione di farlo. Del resto separi, o di-
stingua a genio suo, e ne abbia diritto, o non lo abbia, per me, fa lo stesso:
il punto della que- stione non è lì, ma è nella coscienza reale di tale
distinguibilità, che per me involge una contradi- Il solipsismo zione teorica e
pratica flagrante, perchè io — che dovrei e vorrei farla — non posso farla. La
situa- zione pertanto dei solipsisti in pura teoretica non ha il minimo senso
nè il minimo valore per me. Che cos’ è (sempre per me, si capisce) quella virtù
che essi affermano estranea alla conoscenza ? Nulla e sempre nulla, giacchè io
non so e non posso e non voglio vivere senza una certa solidarietà fra il
pensiero e l’azione. Una moralità senza cono- scenza mi pare una mutilazione
inumana. In ogni uomo moralmente superiore io penso che la bontà sia anche
inseparabilmente una virtù d’intelli- genza. Solo nella conoscenza
superficiale, solo nella più istintiva condotta, verità e virtù mi appajono
distinti l’una dall’altra. Nulla però m’impedisce di credere che abbiano una
radice comune. Quella gioja grave misteriosa ma inebriante che proviamo talora
nei momenti migliori della nostra esistenza, nel volo più alto del pensiero,
nella prova più do- lorosa del sacrifizio, non sarebbe l’annunzio irrag- giante
di questa splendida verità ? Da ciò io deduco che la vera sapienza del filo-
sofo sarà quella bensì d’esser diventato sempre più chiaroveggente sulla
realtà, col progresso della co- noscenza di sè medesimo, ma nè meno operoso, nè
meno speranzoso per tanto. La conoscenza teoretica non disfà l'ideale pratico
ma lo crea come realtà vivente, ein moltissimi casi è anche in grado di
giustificarlo ; non nega la lotta, ma la manifesta come la forma più alta della
ne- cessità che par governare l’universo. Ajutare col- l’azione nostra (teorica
e pratica) l’azione altrui, ecco un ideale sigillato dal doppio crisma della
realtà da cui solo un falso modo di intendere la conoscenza e di misurarne gli
effetti potrebbe divi- XIII. - La questione morale - 247 nni a nti al liglller
vir che VIE O pi dersi senza strazio. Sempre più l’esperienza ci mette a
contatto di uomini forti e lottatori « malgrado tutto », che portano sia nella
concorrenza sia nella collaborazione il doppio corredo d’una conoscenza ricca
di verità e d’un entusiasmo nell’affrontare i pericoli della vita pratica, che
rasenta il disprezzo della morte. Evidentemente in loro e per loro il bene
operare è in ragione diretta del vero sapere. Allo stesso modo che il contrasto
stridente fra una realtà senza ideale e un ideale senza realtà in essi e per
essi non si riscontra, perchè io li vedo pieni d’amore nella famiglia,
avidissimi di libertà e di solidarietà, intrepidi nell’ora del cimento, così
sono tratto a supporre che la capacità di agire in ma- niera di più in più
efficace a vantaggio altrui pro- ceda non tanto da un sortilegio chimerico del
sen- timento, non tanto dall’austera volontà di fare il proprio dovere (qual
dovere frattanto ?) avenga che può, unicamente per conformare la propria vita
all’ordine — senza conforto — della coscienza, quanto dalla più profonda e
consapevole parte che essi prendono e sanno di dover prendere ai dolori altrui,
dal ribrezzo che ispira lo spettacolo del- l’egoismo feroce dei commensali,
dalla riconosciuta certezza che le ingiustizie e le crudeltà senza nome che
presenta la storia dell'umanità sono una vera e reale tragedia di esseri
viventi simili a noi e che noi sappiamo, possiamo e vogliamo, entro certi
limiti, consolare. Quest’attitudine intellettuale e morale dell’uomo d’elezione
resta intieramente senza senso e senza valore pel solipsista. CONCLUSIONE Nous
ne sommes pas dupes, DeLBET. Di questione in questione eccomi giunto al nodo
finale di questa rapida analisi. Sinceramente ho tentato di essere solipsista.
Non mi fu possibile. Io vedo ora il solipsismo in blocco di fronte a me, netto,
objettivato, assorbente, come una visione fantasmagorica; col suo flusso e
riflusso di pen- siero autoproduttivo e autoriflessivo che vuol risol- vere
tutto in me, far uscir tutto da me, farmi veder tutto in me solo, come se io
fossi l’unico pensante, come se io fossi l’unica realtà. Se ancora un istante
mi fermo a riflettere su questo incredibile paradosso (che importa l’iden-
tificazione di tutta la realtà all’unica realtà del mio io personale e la
riduzione di tutti gli oggetti pen- sati e pensabili e quindi di tutti i
soggetti pensanti a semplici contenuti attuali della mia coscienza empirica e
personale) confesso di sentire il bisogno di ritornare immediatamente alla mia
interpreta- zione relativistica e subobjettiva della realtà, con un ardore che
il solipsismo non mi ha fatto che accrescere sempre più. 250 , Il solipsismo
Volendo ora metter in rilievo i tratti caratteri- stici del solipsismo, se
cerco di distinguere in esso i tre aspetti che si riscontrano in ogni
filosofia: la critica, il sistema dottrinale e il metodo o pro- cesso di
sviluppo, trovo che la critica è ben supe- riore agli altri due. Il sistema
quasi non esiste, perchè si può ridurre alla formola: «io solo penso, dunque io
sono l’unica realtà ». Il metodo è del pari rudimentale, o almeno si trova
ridotto ad un processo auto-involutivo che porta dritto all’occlusione della
ragione. Quanto al sistema, per l’aspetto letterale ed esterno della formola
che ne esprime il principio gnoseologico e metafisico fondamentale, il solip-
sismo si direbbe un cartesianismo esasperato. Ma è l’opposto pel significato
interiore, perchè il car- tesianismo è dualismo, il solipsismo invece è mo-
nismo soggettivistico idealistico spinto all’estremo. Quanto al processo
metodologico un primo ma ben lieve riscontro col cartesianismo è forse
possibile, perchè come Descartes vuole fin dal principio cer- carsi aliquid
firum atque inconcussum, quindi — data una sola verità — dedurne tutto il
rimanente; così il solipsismo. L’unico solido principio pel sol- ipsismo, e
generatore di tutto il reale, è l’anzi- detta proposizione, che è il suo vero
punto di par- tenza: «io solo penso, dunque io solo sono ». Di qui tutto
deduce. Ma con che metodo di svi- luppo? Con un primo passo collega il suo
presup- posto gnoseologico e metafisico fondamentale col presupposto scettico,
cioè afferma che ogni cono- paste 188 ent rr pi ie petit apt ad Pie etna deo ip
II nai vw ‘ V » î ’ art Conclusione 251 scenza si fonda sopra un iniziale atto
di fede nella validità del pensiero; atto che essendo iniziale, e
ingiustificato, anzi senza alcun fondamento razio- nale, non lascia modo allo
spirito di sottrarsi allo scetticismo. La sua fissazione critica è sempre
questa: denunciare scetticamente che un atto di fede vizia tutto il processo
critico della conoscenza, come una specie di iniziale chiguenaude donde tutto
il movimento valutativo gnoseologico risulta. Le discussioni critiche
precedenti mostrano quanto valga questo presupposto. Mostrano per tutto dire
che la critica antiscettica della conoscenza non si lascia disarcionare da ciò,
perchè un’accurata ana- lisi dell'atto di conoscenza e dell’atto di fede prova
che i due atti sono dissociabili. Quindi la via si- cura è ben tracciata, a
eguale distanza così dal dogmatismo assoluto come dall’ assoluto scetti- cismo;
perchè quello porta ad abusare della ra- gione, questa ad escluderne l’uso. Ma
il solipsista che adopera l’argomento scettico come un'arma di combattimento,
come non s’accorge di far interve- nire un postulato nuovo a fianco di quel
dato fon- damentale dì conoscenza diretta che egli vorrebbe appurare con la
critica più spregiudicata, così ar- disce anche di più. Il suo scetticismo
diventa dog- matismo. Eccolo infatti ricusare col suo primo passo,
simultaneamente, ogni testimohianza dei sensi e dell’intelletto, ogni soccorso
dell’esperienza altrui, ogni risultato delle scienze. Quindi è com- prensibile
il suo imbarazzo a spiegare in modo qualunque l’ordine e la connessione delle cose,
cioè delle produzioni e delle rappresentazioni del mio io a me medesimo. Qui
appunto manca completa- mente l’analogia col cartesianismo, perchè Descartes e
Spinoza seppero ideare capolavori di incatena- ice io nasrinet 252 IN
solipsismo pore, comincio a riflettere, a rendermi conto delle difficoltà, non
mi accade più altro che un continuo digredire di rappresentazioni, di
concezioni, d’jl- lusioni e d’allucinazioni labenti, perchè il flutto delle
rappresentazioni è Vaghissimo, e ogni conte- nuto della coscienza decorre,
«more fluentis aquae ». voce della mia coscienza, irrecusabilmente sento e
penso che ciò che io sono lo sono per la storia ? Voglioso quanto fui di
approfondire il principio desima, perchè lascia tutt'al Più che la coscienza si
pigli in flagrante del proprio atto non ragione- vole di rappresentazione, Ma
ciò basta a provare alle, Conclusione 258 ar che il solipsismo non sodisfa ai
bisogni della .mia coscienza che cerca, che vuole, che Spera incessan- temente
Sapere. Il solipsista che vuol appagarsi solo dell’esigenza della sua coscienza
non sente per certo che la mia coscienza ha bisogno d’una scienza della realtà
infinitamente ricca, varia e perfettibile a forza di osservazioni, di calcoli,
di Sperimenti. Ma io non posso sentire come fa lui, perchè sono io stesso che
mi sento; e non mi posso ignorare! E dica pure, pessimisticamente da parte sua,
che anch'egli magari lo sentirebbe questo ardentissimo bisogno del sapere, ma
che pur troppo egli è giunto a Sapere che non gli è concesso di sodisfarlo, e
che perciò egli sente crescere maggiormente la sof- ferenza e l’angoscia,
perchè più che mai si trova genza, ma di cui non intravede, nemmeno da lon-
tano, la possibilità della soluzione (S., 195). Questa risposta è giusto
l’inverso di quella che potrebbe Servire per me. Giacchè io non posso
rinunziare a quel che io penso e a quello che sono e quindi Sarà sempre
perfettamente inutile che io discuta con chi non si sappia fare un’ idea ben
netta e com- pleta di ciò che io Stesso penso e sono in fatto di realtà e di
esigenza di coscienza. La mia coscienza è incessantemente avida di analisi e di
sintesi, e profondamente avversa ad ogni apriorismo. Il solipsismo invece ha
saldata la sua premessa coll’apriorismo. Questa parentela — irta di spine
scolastiche — costituisce il suo secondo passo sulla via del metodo, in ordine
al suo sviluppo. Invero, siccome il solipsismo non è altro che un’autogiu-
stificazione di coscienza che si afferma chiara e distinta a sè
indipendentemente da ogni conside- 254 Il solipsismo razione dei fatti, così il
suo apriorismo è innega- bile. Forse qualcuno protesterà, additando all’ op-
posto l’empirismo (dell'io empirico) come il carat- tere più proprio del
solipsismo. Ma, per quanto i termini « apriorismo » ed « empirismo » siano di-
ventati oramai di più in più equivoci, è mia ferma opinione che non si riuscirà
a detergere il solip- sismo dalla nota dell’apriorismo nel senso indicato.
Questo senso è veramente peculiare al solipsismo, ma non meno proprio per
questo. Mettendo in ri- lievo la questione dell’origine della conoscenza, non
ho mancato di far notare che tutto lo sviluppo della conoscenza pel solipsismo
proviene da una fonte primordiale che si autentica da sè)prima di occuparsi
delle conoscenze particolari provenienti da essa. Non è dunque una conoscenza
apparte- nente esclusivamente alla ragione, indipendente dall'esperienza nel
senso che Leibniz e i suoi suc- cessori diedero all’espressione a priori. Il
solip- sismo è una tale svalutazione della intellectio pura di Descartes,
dell'intelletto puro come della ragion pura della scuola di Wolff, della reine
Vernunft di Kant, come del pensiero puro dell’ hegelismo, e naturalmente quindi
d’ogni logicità, che l’avvici- nare il suo apriorismo a quello che proviene in
modo esclusivo dalla ragione, sarebbe assurdo. Questo è pacifico. Ma per
vincere ogni altra rilut- tanza basterà notare nel solipsismo il costante ri-
chiamo al doppio presupposto soggettivistico e scettico che è proprio il motivo
dominante di tutta la sua concezione. Ora che altro è mai un presup- positismo
così sistematico se non un apriorismo irrazionalistico di nuova lega? Ciò che
qui sì ma- nifesta del peculiare apriorismo irrazionalistico del solipsismo
quadra del resto con un altro carattere pe Reg 1 Sor BI «e i ri I ini A e ii A]
Conclusione 255 sensibile da cima a fondo — in ogni trattazione solipsistica —
ed è la sua straordinaria semplicità. Invero il senso esplicativo o
interpretativo di ogni fenomeno viene sempre ricondotto identicamente alla
stessa fonte irrazionale; senz'altro frutto però. Giacchè, se non c’è problema
per quanto astruso e sconcertante che il solipsista non presuma di poter
risolvere, col semplice ricorso alla produzione personale della mia coscienza,
il vacuo del metodo si fa appunto sentire a misura che ci avanziamo verso la
sua portentosa semplicità, e non vi tro- viamo altro. Non è un rimprovero
questo, è una constatazione di fatto. La filosofia del solipsismo non solo non
può ma non vuole dare altro. E la ragione è pur chiara. Il solipsismo, quando
non è l’efflorescenza romantica d’un letterato, non manca d’essere l’at-
teggiamento leteo d’un sognatore. Ma gli è appunto questo sorprendente potere
di sigillare tutto il mondo dentro la mia sola realtà, questo profon- dissimo
convincimento di dire: cî sono soltanto io (essere solipsista vuol dire
questo), è, insomma, questa capacità d’apriorismo pantegoistico che io non ho.
E non l’ho, sia perchè io non la posso sognare (non potendosi mica sognare quel
che si vuole), sia perchè io non posso sempre sognare. Di più, quando non
sogno, questa fede solipsi- stica mi urta, mi sdegna, mi ripugna; mi sembra,
come diceva il Boine, una sottile lascivia solitaria. Volendo per tanto
istituire qualche parallelo coi sistemi storici, la cosa è facile. Se
l’avvicinamento al cartesianismo sopra i punti riferiti non appaga, resta un
tipico punto di convergenza con la dot- trina di Malebranche, che può
rischiarare l’ intimo travaglio idealistico del solipsismo. È il punto di bor
256 Il solipsismo contatto tra la visione onirica del solipsismo e la visione
in Dio. Colla differenza che l’ idealismo di Malebranche era immensamente più
ardito e infinitamente più produttivo (ponendo Dio come la causa infinita). Nòi
vediamo le idee in qualche luogo, diceva il padre Malebranche, e tutti gli
esseri in uno. Questo luogo delle idee e degli spiriti è Dio, unico essere
agente, infinitamente infinito; realmente contenente tutta la realtà
infinitamente infinita che io vedo, allorchè penso all’essere e non a tali o a
tali altri esseri. Così io vedo Dio in lui stesso e tutte l’altre cose (le idee
delle cose) in Dio. La realtà del mondo esterno diventa inutile in questa
teoria. E che cosa fa il solipsista per conto suo ? Non vede egli tutte le idee
e tutti gli spiriti nel suo io? In questo, dunque, si avverte differenza di
contenuto, non di metodo. Ma una differenza sovrana è lampante. Nell’ idea-
lismo del discepolo di Descartes tutto mena a Dio, tutto viene da Dio (posto
per fede cristiana); però nella sua visione in Dio tutto s’incatena a mera-
viglia benchè fuori della coscienza umana. Nella visione solipsistica tutto
mena al mio io, tutto viene dal mio io; però nulla s’incatena, in una serie che
riveli ordine, logica, coerenza. Un altro piccolo rilievo sembra opportuno.
Acuti psicologi hanno già notato che certi spiriti e ta- lora — non par vero! —
anche popoli interi, anche allo stato di veglia lasciano rivivere liberamente
le imagini interiori della loro fantasia e le pigliano come fossero vive. Non
vissero popoli interi e de- licatissimi nel sogno svegliato della mitologia? E
quanti artisti non fanno altro! Però la produzione sociale dei miti e dell’arte
solleva tutto un mondo di questioni che il solipsista, il quale dovrebbe
Conclusione bastare a sè, negare il passato e il futuro, negare il fatto come
fatto, non andar mai al di là dell’atto presente dell’ io empirico, è impotente
a spiegare. E anche sul vitale problema della produzione delle imagini che
potrebbe gettar tanta luce sel ritmo interiore della coscienza estetica, il
solipsismo tace. Non solo non realizza e non storicizza, ma non teorizza. Il
tentativo idealistico immediatamente più im- portante dopo il visionarismo in
Dio di Male- branche fu il semidealismo empirico di Berkeley. Berkeley, com’ è
noto, nega l’esistenza di cose este- ‘ riori e la realtà dei corpi, ma ammette
la realtà dell’anima, quella degli spiriti e quella di Dio. Ora se non ci
lasciamo fuorviare dal fatto che Berkeley afferma antisolipsisticamente di
poter superare la sfera della coscienza propria accedendo alla realtà degli
altri spiriti e a quella di Dio, ma fissiamo l’attenzione sul suo
immaterialismo, la parentela col solipsismo diventa palmare. Quando Berkeley
dice che sono i filosofi che hanno inventato la ma- teria e la sua idea, con un
gioco di spirito, per- mette che il solipsismo trovi e documenti nelle sue
araldiche carte i suoi quarti genuini di nobiltà, necnon gentilia tympana
secum. Il solipsismo non fece che prestar la sua mano all’estensione più
iperbolica di questo immaterialismo. Prima di Malebranche e di Berkeley, a non
tener conto dell’idealismo gnoseologico implicito nel- l’empirismo di Locke, la
catena dell’ universale realtà era questa: da Dio agli spiriti, cioè: Dio, cose
create da Dio, idee delle cose date agli spiriti da Dio, spiriti. Berkeley con
maggiore risolutezza soppresse gli oggetti materiali esteriori, come inu- tili
agenti intermediari fra le idee degli spiriti e A. PASTORE, Il solipsismo 7. Il
solipsismo Dio. Così, per tendenza immanentistica generale evidente, posto il
fondo spirituale di tutto, la ca- tena s’aecorciava, riducendosi a tre anelli :
Dio, le idee, la pluralità degli spiriti. Ma la trascendenza rimaneva nella
pluralità degli spiriti e in Dio. La situazione di Kant, dopo che la critica
idea- listica di Berkeley fu ripresa e potentemente svi- luppata da Davide
Hume, è molto complicata e misteriosa: a) dualismo realistico in metafisica
(noumeno inconoscibile e fenomeno), 5) monismo idealistico trascendentale in
gno- seologia (la ragione umana colle sue leggi neces- sarie), c) antagonismo
delle due ragioni (pura e pra- tica), per non accennare che ai più salienti
con- trasti che interessano la nostra questione. Ma, non uscendo dalla
teoretica, la sua dottrina altissima dell'io penso offrì il destro favorevole
al solipsismo. L’io penso per Kant è la funzione lo- gica per eccellenza e la
condizione fondamentale che accompagna (begleitet) ogni umano giudizio.
Personificare quest’atto della coscienza in un sog- getto pensante,
identificarlo col mio soggetto giu- dicante, affermarlo il mio io personale
conoscente, è commettere un paralogismo. Questa traduzione paralogistica è
appunto commessa dal solipsismo; il quale in fondo precisamente non è altro che
la traduzione paralogistica dell’io penso (1). Ma nel (4) Il soggetto kantiano
d’altronde può prestarsi all’equivoco, cioè essere scambiato col mio soggetto
individuale solo perchè è in realtà unico soggetto [della sensibilità,
dell’intelletto e della ragione], e insieme tal processo formativo dello
spirito che si risolve nel processo costitutivo della realtà. Ma bisogna affer-
sa t] o, FORI Conclusione 259 primo grande epigone di Kant è molto più facile
cogliere sul vivo la contaminazione del solipsismo coll’idealismo. Ecco Fichte
partire dall’io e ricon- durre tutto all’io, ma all’Io assoluto. Da questo
punto di vista ogni noumeno scompare; tutto di- venta una creazione dell’Io
trascendentale, Dio stesso diventa inutile. Colui che disse alla fine di una
conferenza: «Oggi abbiamo creato il mondo; domani, a signori, creeremo Dio», e
usava certa- mente questa audace formola per celebrare il trionfo
dell’Iotrascendentale, in cui non solo Dio e il mondo materialemala pluralità
reale degli spiriti si scioglie e scompare come un'immensa nube di polvere tra-
scinata dal vento, rivelava la bibbia esoterica del solipsismo che ha tre
comandamenti semplicissimi : nè cose, nè spiriti, nè dio; con un codicillo che
gratifica ampiamente Fichte e ogni progenie di idealismo trascendentale di
fichtiana memoria: « e nessun Io assoluto davanti al mio io empirico ». Qui
evidentemente il punto d’arrivo s’identifica col punto di partenza. Ecco perchè
ho detto, nel parallelo con Descartes e Malebranche, che il sol- ipsismo non fa
catena. « Che cosa giustifica l’af- fermazione di tale Io infinito e
universale? Io ho certezza soltanto del mio io individuale, che è la unica
realtà che posso affermare; quello trascen- dentale è il risultato di una
ricostruzione concet- tuale, anzi è un oggetto del mio pensiero, non il rare
bene il senso e il valore umano del soggetto kantiano, Il soggetto di Kant è
propriamente l’attività sintetica del nostro spirito. L'unità del soggetto
kantiano è l’unità della nostra comune natura di conoscere in quanto è
possibile a priori. In ultima analisi, l’io di Kant è sempre il noi. Per la
dimo- strazione del carattere antisolipsistico dell’io penso di Kant cfr. P. d.
c., II, pagg. 332-333. A. PASTORE, Il solipsismo. 17* rt Seli sa — va LI nm ES
DE en; "alles Il solipsismo mio soggetto pensante (S., 174) (1). Così anche
l’idealismo attuale riceveilsuo conto dalsolipsismo. Certo il solipsismo
posteriore ai grandi epigoni di Kant ricevette una spinta decisiva dalle
dottrine moderne tendenti verso l’immanentismo assoluto e lo psicologismo
idealistico dei fautori della espe- rienza immediata procedenti dallo Schuppe;
dal Rehmke, dallo Schubert-Soldern, dal Leclair e dal Kaufmann al Wundt, dal
Brentano al Lipps (2). Ma la strada maestra è quella tracciata. Senza questi
riferimenti storici sarebbe difficile chiarire tutta la situazione psicologica
del solip- sismo. Ma ora mi pare di poterla delineare con sufficiente
chiarezza, benchè sia ricca di svariatis- simi casi di coscienza che — salvo il
genere comune, ma remoto — non si possono assolutamente iden- tificare. È
appunto con una rapida rivista delle due forme estreme della fenomenologia del
solipsismo che ora intendo completarne la psicologia, comin- ciando dalla più
paradossale cioè dal solipsismo fideistico di quel filosofo scettico che fu
seguìto criticamente passo passo fin qui. (1) Si capisce perchè il solipsismo
respinga l'Io universale. Il solipsismo è affermazione di immanenza, l’ Io
universale non sopprimendo l’io individuale diventa un rifugio della trascen-
denza rispetto all'io individuale. Un solipsismo che ammetta 1’ Io universale,
come quello del Lipps (Leitfaden der Psychologie, Leipzig, 1903) è ancora assai
vicino all’atteggiamento di Ber- ckeley, già proclive pel suo spiritualismo
all’ immanenza. (2) Il Borti, nella sua pregevole Teorica del solipsismo, se-
gnala le attinenze col Mach e col Lange, col Fechner; aggiunge riferimenti a
Miinsterberg, James, Hodgson, al neohegelismo inglese del Baillie, all’assoluto
positivismo ; infine «al primo atteggiamento idealistico del Royce, avverso al
kantismo e pro- pugnatore della realtà dell’atto mio individuale del conoscere
» (BoTTI, op. cit., pag. 71 e seg.). SI, pr ali vati LI Conclusione 261 e
tme—>\;}àùà e \*;,, |o1;KKKKT ti La foi n'est, dans Pascal, qu'une agonie
étrange, riassumeva Sully Prudhomme. C° è uria fede solip- sistica che si
direbbe ispirata a questo penetrante pensiero; e questa costituisce la varietà
più pre- gevole e veramente degna di considerazione filo- sofica del
solipsismo. La forma mentis pascaliana di questo fideismo solipsistico è
evidente. Pascal, malgrado il suo scetticismo, era un’anima bollente sotto una
maschera di marmo. Il solipsista dalla parola semplice e grave che abbiamo
ascoltato e analizzato finora è di questo tipo. Pieno di erudi- zione, alacre,
tagliente e originale nella eritica, aborrente la retorica ‘e la viltà, egli ha
studiato profondamente i sistemi maggiori della storia del pensiero, indagate
le conquiste delle scienze. Ma, dopo ciò, interrogata con asprezza la sua
stessa coscienza, vi ha trovato una sproporzione immensa tra l’amore
ardentissimo della verità e le soddisfa- zioni teoretiche che gli sono offerte
dal sapere. Come vincere, come negare, come nascondere a sè medesimo
l’amarezza? Ecco quindi la sua inchiesta scettica, rigida, intrepida,
dignitosa; rivelazione di un’angoscia interiore incessante, fasciata d’ombra e
di sconforto, accettata colla fermezza dello stoico. Questo, secondo me, è il
segreto dell’opera « Scep- tica » di Adolfo Levi, nella quale, malgrado il pre-
supposto scettico, io mi ostino a vedere lo sforzo insistente benchè frustrato
dell’autocritico per evi- tare il doppio pericolo del dogmatismo e dello
scetticismo. Ma nelle regioni di frontiera tra la filosofia e la letteratura,
dove cresce e si estende rigogliosa tutta la vegetazione eteroclita del filosofismo
(1), la con- (1) Filosofismo e filosofia, Rivista di filosofia, 1923, n.1. Ar i
riape i" — dll PA Il solipsismo cezione solipsistica, con base scettica,
seduce ben diversamente, perchè sovreccita e per giunta ab- bacina tutti coloro
che soffrono d’una contradizione interiore, i deboli di spirito, gli
eccentrici, i soli- tari, gli egotisti, le sanguisughe gelide della mi-
santropia, i fakiristi, i decadenti, i nullisti, com- presi certi mitomani
morbosi che bovarizzano automaticamente. Da Paul Bourget a Jules de Gaultier
questa categoria di visi pallidi è stata studiata in modo meraviglioso. Quegli
spiriti sempre inquieti, posseduti dal bisogno irresistibile di veder chiaro
dentro di sè, che seguono colla lente alla mano tutte le minime peripezie della
propria coscienza, non trovano più gusto che a vivere della voluttà del sogno.
Quindi avviene che, polverizzata la vita esteriore, per compenso si svi- luppa
in modo così anormale ai propri occhi, la propria personalità che finiscono per
avere una specie di, sensazione palpabile del proprio isola- mento. Questo
stato singolare di egomania, infa- ticabilmente ansiosa di sè, sconsolatamente
chime- rica e socialmente improduttiva, rappresenta la forma inferiore del
solipsismo. E così, serrato il cerchio della fenomenologia, si può finalmente
met- tere in chiaro il processo psicologico del solipsismo, . contemplandolo
dal punto di vista critico del bo- varismo; perchè il solipsismo è precisamente
una varietà finora non studiata di bovarismo. « Cette
faculté, definisce Jules de Gaultier, est le pouvoir départi à 1’ homme de se
concevoir autre qu’il n’est. C'est elle que, du nom de l’une des principales
héroines de Flaubert, on a nommée le Bova- rysme » (1). Uno squilibrio della personalità,
tal’ è (1) JuLes pe GAULTIER, Le Bovarisme, Paris, Mercure de France, 1902,
pag. 13. Conclusione 263 il fatto iniziale che determina tutti i personaggi di
Flaubert a concepirsi diversi da quel che sono. Sotto l’ impero d’un
entusiasmo, d’un’ammirazione, d’un interesse, d’una necessità vitale, essi
assumono un carattere differente dal proprio, e precisamente quel modello
suggerito dall’amore di sè con cui vorrebbero identificarsi. Tutta la loro vita
defor- mata da una falsa concezione di sè medesimi, di- venta per conseguenza
una parodia. Lo spettro della loro visione allucinatoria li tra- scina, li
rende insensibili alla critica altrui. La falsificazione del loro essere intimo
diventa un carattere fisso e imperioso. Non diverso è il tor- mento del soli
psista, il quale affascinato dal proprio sè, incompreso dagli altri, spinge la
sua avversione contro la realtà degli altri spiriti e di tutte le cose del
mondo esteriore a tale formidabile sproporzione che, per lui l’intera oggettività
dell’universo viene disorbitata radicalmente e ridotta a imagine. Tutto il
reale diventa un miraggio projettato sullo sfondo della propria coscienza. E di
mano in mano che lo spirito s’assorbe nella contemplazione della sua
projezione, l’ipertrofia del solipsismo ingigantisce. Le analisi critiche
precedenti mostrano gli eccessi interessantissimi di questa forma autentica di
bo- varismo, caratterizzata dal fatto che lo spirito della massima debolezza si
riveste colla maschera della massima realtà e, snobisticamente interessato a
prendere davanti a sè stesso la più falsa opinione di sè, criticamente invoca
tutta la sua cultura per ingannarsi. Un’illustrazione più diffusa di questo
fenomeno d’ottica mentale a rovescio sarebbe superflua. È il caso d’un debole
anzi d’un vinto nella lotta cri- tica per la conoscenza che — forse per una
fun- ic voglie 264 Il solipsismo zione di difesa — sostiene ancora il più
difficile combattimento contro di sè. È il tour de force di uno spirito
spaventato della propria irrealtà che si maschera a sè medesimo e, prendendo le
arie di essere egli solo l’unica realtà, tenta di assicu- rarsi un’attitudine
di forza. Eraclito diceva: gli uomini svegliati hanno un mondo unico e comune,
gli uomini sognanti si rivolgono ciascuno verso il proprio mondo. È proprio
quello che succede al solipsista, la cui anima si rivolge sempre esclusivamente
al suo mondo interiore, il mondo del solo io. È vero che in questo mondo per
quanto fittizio il pensiero solipsistico, esso pure, s’agita, soffre, vive,
foggia i suoi miti e li combina imaginativamente. Solo che i suoi miti non sono
entificazioni di imagini astratte, realizzazioni di astrazioni, ma disrealiz-
zazioni di enti concreti. Questo processo di bova- rismo in cui lo spirito si
mente a sè medesimo, srealizzando sistematicamente ogni altra realtà per
realizzare esclusivamente sè stesso, costituisce al- tresì il terzo e ultimo
passo metodico del solipsismo in ordine al suo sviluppo. E qui sarebbe anche il
termine dell’opera, se ancora non fosse utile una sfumatura. «Arrise ad uno,
racconta Novalis, di sollevare il velo della dea di Sais. E bene, che vide?
Vide — meraviglia delle meraviglie — sè stesso ». Segnalando quest’avventura
simbolica che epifa- nizza, nel suo piccolo giro, l’ubiqua nostalgia della
coscienza, e potrebbe anche parere la giustificazione poetica del solipsismo,
spero finalmente di mettere sotto la più bella e favorevole luce della critica
la situazione di spirito eccezionale che ha formato l’oggetto di quest’analisi.
Voglio dire che, se le PRAIA, ERION BANCO Na po Mia Conclusione riflessioni
critiche precedenti sono esatte e fondate le objezioni teoretiche contro la
gnoseologia solipsi- stica che ha smarrito il senso della verità e della
realtà, tuttavia le stesse objezioni dirette contro i poeti non hanno valore.
Reggerebbero se fosse di- mostrato che nello sconfinato campo della cono-
scenza teoretica l’ultima e più matura forma del pensiero può dettar legge alla
prima. La più ele- mentare come la più approfondita esplorazione estetica per
contro rivelano che il doloroso mistero della bellezza, benchè germogli dal
seno comune di | dello spirito, si svolge colla massima libertà e non ha legge
che nella sua vita medesima. Un fervore d’estasi adunque, la palpitazione d’ un
cuore che può cercare e trovarsi, che può amare ed amarsi, che può soffrire e
soffrirsi dovunque, può bene essere fonte d’una nobile poesia. BIiB-IOTERCA
DELLA FAGQLTA'DI FILOSOFIA E LE FTERE TaRINO FINE. ly fanti Teano _ Prefazione
. . . ara Pag: A gui. I iesionato tonsille del solip- ES 59 sismo i È II. — La
questione scettica E Dow III. — La questione dell’uno e del molteplice IV. — La
questione dell'esperienza . * V. — La questione della verità. . . . VI. — La
questione dell’errore . VII. — La questione della coscienza VIII. — La
questione della scienza IX. — La questione della storia. . X. — La questione
dell’idealità del reale e della realtà dell’ideale . . . . » 147 XI. — La
questione dell’immanenza e della 2 8 SJ ari Vis % % 5 % % % % % »% <A
trascendenza. . . » 191 i | Ax: — La questione dell’arte « e della critica j
d’arte . . . MEA »+ » 195 ui i put XIII, — La questione morale s ao leg RE I
ERIÌ lo, di Conclusione dei ” ILE mimLIo TECA . DEMELEr ILA FARCITA RL Fratelli
BOCCA, Editori - Torino (2) O. KULPE LA FILOSOFIA ODIERNA IN GERMANIA H.
SPENCER I PRIMI PRINCIPII Quarta Edizione. Molime 80 n LEO. a L. 25 LE BASI |
DELLA VITA Terza Edizione. ATO A ERIN I LASO F. OLGIATI LA FILOSOFIA DI ENRICO
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Velma indie RT è n ae L. 35 , p da STUDI FILOSOFICI
"93% | RIVISTA TRIMESTRALE DI FILOSOFIA CONTEMPORANEA — A Ì LUGLIO -
SETTEMBRE 1942- XX sioni E sì 12 i As PASTO RE L’AVVERSIONE ALLA LOGICA MILANO
ERI LA LAMPADA EDITRICE Pd x | É # . e A TRI Pr *f . Pr Pra L’AVVERSIONE ALLA
LOGICA L’avversione alla logica che è uno dei tratti caratteristici di varie
cor- renti della nostra odierna filosofia, riscontrabile più o meno
direttamente dove più forte è il richiamo all’interiorità semplicistica della
coscienza, prova che bisogna annettere più pregio alle forze operanti nel genio
impo- polare dell’attività formatrice dello spirito che alla fortuna
dell’opinione pubblica, perchè la logica progredisce tenacemente sia come
disciplina sia come forma e forza intima del pensare operando ai progressi
della civiltà e l’opinione pubblica la ignora. Vuol dire che anche in filosofia
fioriscono e decadono indirizzi indi- pendenti dal progresso interiore della
verità, nei quali autori e pubblico consenziente si illudono a vicenda. Qualche
lettore sarà forse toccato da uno serupolo riflettendo che le correnti che si
presentano ora come un forte invito alla ricerca interiore, dovrebbero essere
meno propense a svalutare le forme del pensiero volte alla ricerca e alla
conquista della verità che è tra le più nobili ricchezze della vita interiore.
Ma è precisamente questo il punto su cui bisogna con- centrare l’attenzione più
spregiudicatamente. Gli aspetti della vita dello spi- rito sono assai
complicati. Alle volte un’attitudine filosofica trionfa al di là delle forme
spirituali in cui altri spiriti, altri ideali, altre esigenze ripon- gono il
maggior senso e il maggior valore dello spirito. Per poco che si voglia
riflettere non si tarda a capire che la forza ideale della filosofia per cui
noi crediamo che valga la pena di combattere e di sacrificarci, non è sempre là
dove noi vorremmo condurla. E pertanto siamo restii a persua- derci che gli
altri indirizzi abbiano ragione di prevalere, se non tengano conto della nostra
ragione di vita. Il fenomeno si ripete tra noi a propo- sito degli indirizzi
filosofici recenti che accentuano il discredito della lo- gica, tra noi che
avendo dedicato le nostre lunghe fatiche al rinnovamento degli studj logici in
Italia, li vogliamo difendere a viso aperto. In parte, nello sfondo del quadro,
è il disagio per la mancanza d’un chiaro orientamento produttivo. Infatti tra
gli altri indirizzi neonascenti quelli che accentuano di più il loro ripudio
della logicità ed entrano deci- samente nella curva misologica riproducono lo
smarrimento degli spiriti 150 A. PastoRE, L’avversione alla logica che oramai
non sanno più far altro che rifugiarsi nelle nebbie d’un vago in- timismo.
Sempre quando la ricerca filosofica sorge con un labirinto di pos- sibilità
aporetiche tutte esclusivamente rivolte al richiamo dell’ente umano alla sua
inoperosa intimità, l’autocoscienza pone il suo magico universo astratto da
qualunque verità determinata e l’avversione alla logica ne forma l'armatura.
Questo dà una singolare idea delle difficoltà in cui si dibatte l’intimismo
inattivistico d’ogni tempo, sempre studioso tuttavia di nascon- dere la sua
inteoretica esigenza donde pure trae il suo principio. La storia insegna che la
supremazia della ragione pratica è il retaggio di tutte queste campagne
antiteoretiche che confluiscono nell’esclusivismo. L’ar- tificioso edificio
costruito intorno all’idea centrale d’un’esclusione sempli- cistica non può
essere che senza consistenza e caduco, È urgente che gli operosi filosofi
abbandonino la falsa via e sappiano arricchire il loro pro- gramma positivo con
nuove risorse destinate a ristabilire l'integrità delle funzioni formali e
formatrici dello spirito minacciata dall’intemperante esclu- sivismo. Solo a
tale prezzo la filosofia avrà un salutare rinnovamento, quando cioè riesca a
collocarsi sul piano d’una nuova tensione spirituale che non faccia violenza ai
progressi della civiltà, anzi si affermi rispetto alle varie esigenze della
vita, non esclusa la logica, con un vero carattere d’integrazione e di
superamento. Benchè non manchino brillanti segni di risveglio, l'andamento
comu- ne delle idee porta a credere che l’ora dell’integrazione è ancora lonta-
na. E ciò per varj motivi, la cui considerazione è il tema speciale di que- ste
pagine le quali non vogliono essere nè un biasimo nè un’apologia, ma un
semplice esame delle risposte che sento di dover dare a queste do- mande. I. È
vero o no che la nostra filosofia contemporanea ha avversione alla logica? È
vero. II. Come e perchè è nata quest’attitudine? È nata dal- l’ignoranza della
situazione attuale della logica a cui non bastano più i vecchi termini della
logica tradizionale da Aristotele a Hegel, avendoli in- vero superati da un
pezzo. III. Può concorrere la nuova logica al rinnova- vamento vitale del
pensiero filosofico? Deve, giacchè la logica non solo è parte integrante della
struttura e della funzione dello spirito, ma il suo spirito è lo spirito
medesimo della filosofia, senza pregiudizio dell’attività estetica, etica e
mistica (1). Assodati questi punti, l’apprezzamento critico degli indirizzi si
farà na- turalmente per reazione nello spirito dei lettori spregiudicati.
L’orienta- zione comprensiva filosofica maturerà da sè. Non pretendo di
additare la (1) Faccio quest’ultima riserva mantenendo fermo il principio della
relativa indipen- denza delle due ragioni (teoretica e pratica), cioè la tesi
dell’interferenza sostenuta in tutte le mie opere filosofiche. A. PastoRE,
L’avversione alla logica 151 soluzione. Faccio il possibile affinchè non siano
dimenticate le forze spiri- tuali che devono cambiare l’asse dei nostri
pensieri, dissociando e associando i varj dinamismi in lotta, trasfigurando il
ritmo della vita dello spirito che si relativizza incessantemente nelle sue
forme, $ I. In via subordinata subito appare che l’avversione alla logica non è
solo il torto dei fondatori dell’esistenzialismo (2), ma un tratto caratte-
ristico della nostra odierna coscienza filosofica. Il che è tanto vero che, se
questa avversione non fosse diffusa nell'ambiente, la grande maggioranza dei
critici che si sono dedicati ad esporre l’esistenzialismo dei fondatori nonchè
a ripensarlo criticamente avrebbe avanzato le sue riserve. Invece tutti furono
e sono solleciti a prender atto del fastidio delle pure ricerche intel-
lettuali nel senso del pensiero teoretico, e a invocare una nuova filosofia che
ci liberi dagli eccessi ideologici sotto la cui grave mora è ovviamente
implicita la causa della logica. Per debito di verità e di simpatia ho da
riconoscere che la situazione spirituale dell’esistenzialismo d’impronta
italiana di fronte alla logica non si può.dire sostanzialmente la stessa.
Segnatamente l’esistenzialismo che si (2) Mi riferisco particolarmente alla mia
Memoria « L’equivoco teoretico della ra- gione nei fondatori della filosofia dell’esistenza
» (R. Accademia delle Scienze dell’Istituto Di Bologna, Classe Scienze morali.
Serie IV, Vol. III, 1939-41), ristampata con un Poseritto nell’ Archivio della
cultura italiana (Anno IV [XI]. Fase. I. 1942-XX). Quivi si insiste sulla
differenza radicale tra l’esistenzialismo dei fondatori, segnatamente di
Kierkegaard, e l’odierno esistenzialismo italiano. L’esistenzialismo di K. è
sempre un pessimismo auto- noeticamente contradittorio e appassionatamente
paradossale. Nei seguaci più fedeli della rinascenza kierkegaardiana, come nel
protestante K. Barth, la nota pessimistica è esaltata a tal grado che la vita
umana è sempre considerata come peccato. L’esistenzialismo italiano invece,
segnatamente lo strutturalismo di ABBAGNANO, come si vedrà meglio in seguito,
in- siste sul riconoscimento del carattere positivo dell’esistenza e sulla
capacità per l’uomo di sollevarsi e di uscire dal nulla, consolidando il suo
rapporto con l’essere in modo fecondo. « L'essere che si costituisce a problema
di sè medesimo » non è per nulla una nota co- mune ai due indirizzi, giacchè
per K. l’essere è tale solo se si riconosce che l’esistenza è sempre un’enorme
contraddizione » (Post-Scriptum final et non scientifique aux Miettes
Philosophiques, par Johannes Climacus, publié par Soren Kierkegaard,
Copenhague, 1846. $ 4, Cap. 3, Sezione 2, Parte 2%). Dunque la situazione
dell’esistenzialismo kierkegaardia- no violentemente contradittoria e
pessimisticamente paradossale dell'essere che si costi- tuisce a problema di sè
medesimo è irreducibile alla situazione non pessimistica, non contradittoria,
non paradossale dell’esistenzialismo strutmralistico. Nel Poscritto ho ricor-
dato che il principio di tensione fra l’esistenza e l'ideale, secondo
l’originale concezione di E. Paci (cfr. Principi di una Filosofia dell'essere,
Modena, Guanda, 1939), inserisce una nuova idea-forma nel programma
dell’esistenzialismo italiano. Ma, se non erro, anche questo prezioso principio
trae senso e valore solo dal riconoscimento del carattere posi- tivo
dell’esistenza, cioè dall’abbandono della nota fondamentale del pessimismo.
Riassu- mendo, la filosofia dell’esistenza di Kierkegaard comincia solo «
quando ci troviamo di fronte all’impossibile », la filosofia
dell’esistenzialismo italiano comincia solo quando ci troviamo di fronte al
possibile. Dunque bisogna andare anche più avanti e concludere che non v’ha
posto nell’esistenzialismo italiano per l’esistenzialismo di Kierkegaard e dei
suoi Senna interpreti della Kierkegaard-Renaissance, per ora, da Martino
Heidegger a Carlo ‘aspers. 152 A. PastoRE, L'avversione alla logica prosegue
nell’opera di Abbagnano: « La struttura dell’esistenza » (Torino, Paravia,
1939) esige un trattamento diverso, in conseguenza della sua tesi
originalissima, che è la seguente. « Come dottrina, la filosofia sembra ri-
chiedere un organo specificamente destinato alla sua formulazione »... ma è
evidente che la filosofia « nel suo significato autentico, non ha bisogno
d’organi: è la struttura stessa dell’esistenza »... « la determinazione di un
organo della filosofia presuppone che essa sia il manifestarsi di qualche
aspetto particolare dell’essere, per esempio della ragione: e porre la ra-
gione come suo organo significa ridurre l’esistenza filosofica ad esigenza
logica, connessa a quel particolare aspetto dell’essere, che è la ragione
conoscente. Inconvenienti analoghi presentano le altre definizioni dell’or-
gano della filosofia, che la riferiscono tutte a qualche aspetto o conoscitivo
o psicologico o d’altro genere ma sempre particolare e limitato — dall’es- sere
» (pag. 47). « Per gli stessi motivi, la filosofia non può identificarsi con
nessuno dei piani dell’essere: nè con la conoscenza, nè con la moralità, nè con
l’esteticità, ecc. Tali piani diventano filosofia solo in quanto sono rivissuti
come problemi, ma è evidente che tale riviverli non è possibile, se non
sottraendoli alle leggi che sono proprie a ciascuno di essi, e per- ciò alle
forme tipiche dell’essere che essi realizzano. La conoscenza come problema non
è più conoscenza; come non è più moralità il problema della moralità e non è
più vita estetica il problema dell’esteticità » (pag. 27). « La conoscenza non
è per sua natura più vicina alla filosofia di ciò che non sia la moralità o
l’esteticità, o un qualsiasi altro piano dell’es- sere » (pag. 27). « La
filosofia non è pura logicità o razionalità: a meno che con tali termini non si
intenda l’intera sfera, nella quale essa viene a costituirsi come dottrina. Nel
senso comune — determinato dalla tra- dizione filosofica — della logicità, la
filosofia non è pura logicità; come struttura essa è la totalità
dell’esistenza, come dottrina è l’organizzazione di un contenuto vario e
illimitatamente ricco, del quale possono far parte gli elementi più diversi,
anche emozionali e pratici, purchè non contra- stanti con le finalità che la
definizione dottrinale deve per sua natura pro- porsi » (pag. 48). Un ultimo
tratto precisa il compito tipico della filo- sofia. Chi è il filosofo per
questo esistenzialismo? È l’essere che si costi- tuisce a problema di sè
medesimo (pag. 21). Queste dichiarazioni sono abbastanza chiare. Fanno
intendere che la filosofia nella concezione di Abbagnano, deve procedere al di
là d’ogni de- terminazione particolare per realizzare il significato integrale dell’essere
dell’uomo che è l’essere che interpreta l’essere. Subito si avverte che la ‘
filosofia, secondo questo concetto, non nutre e non può nutrire alcuna av-
versione alla logica come dottrina e analogamente per l’estetica, l’etica e la
mistica, perchè anzi esplicitamente ne riconosce il valore. Bi A. Pastore,
L’avversione alla logica 153 L’avversione ovviamente nascerebbe solo se la
logica, ponendosi come organo specificamente destinato alla formulazione della
filosofia, preten- desse di identificarsi colla filosofia che, essendo la
struttura stessa dell’esi- stenza ne realizza essa sola la totalità ed
essenzialmente si pone come considerazione problematica. Ma qui avviene una
cosa singolare: che la filosofia come struttura (così come considerazione
problematica) viene a importare la filosofia come dottrina. Giacchè, se «il
movimento che va dalla problematicità costitutiva della vita al fondamento di
questa proble- maticità... è riconosciuto come il movimento che pone l’uomo
nella sua finitudine e nella sua libertà » (VI), non è forse evidente che il
riconosci- mento del problema della nostra esistenza è la vera e valida forma
della nostra medesima esistenza, vera pel riconoscimento teoretico della nostra
finitudine, valida per l’affermazione pratica della nostra libertà? Qui la
situazione problematica pertanto è posta e in pari tempo superata, giac- chè al
problema come processo di sforzo si aggiunge la soluzione come riconoscimento
sicuro della nostra finitudine e della nostra libertà; la co- noscenza e la
volontà non sono escluse, ma incluse, Così, almeno, mi pare. Che se non fosse,
una cosa mi domando: ammesso che il problema di sè sia il problema della
personalità, che razza di sè si potrà mai cogliere per la considerazione
auto-problematica, prescindendo da ogni verità e da ogni valore? Senza dire che
è un’ingenuità l’ipotesi d’un problema privo di ca- rattere conoscitivo, si
verrebbe a questa conseguenza che chi si propone un problema si propone di non
sapere nulla, di non volere nulla. Non è piuttosto da credere che una filosofia
che non sia amor di sapere e di vo- lere è un enigma? Se e come gli elementi
più diversi del contenuto va- rio e illimitatamente ricco della filosofia come
dottrina possano far parte organica della filosofia come struttura, senza
ulteriori schiarimenti resta impossibile decifrare, È ovvio che Abbagnano non
nega in generale la possibilità e la legit- timità della logica. Sarebbe
ridicolo supporlo. Il valore della scienza e perciò della logica è, anzi, da
lui riconosciuto e pienamente affermato (Cfr. in particolare: « Struttura », $
43). Trattasi solo di ben comprendere in che modo egli sostenga che la
strutttura esistenziale non si può riportare e per quale ragione alla
conoscenza, pure ammettendo che la realizzazione dell’uomo nella filosofia è
intelligenza dell’uomo in sè e nella sua natura coesistenziale come libertà ($
34, 35, 101). Il modo è quello che intende evitare la riduzione sofistica del
tutto alla parte, il tutto essendo la filosofia come struttura e la parte la conoscenza
e quindi la logica, come la moralità o l’esteticità o un qualsiasi altro piano
dell’essere. La ragione è questa che col riporto della struttura dell’esistenza
alla conoscenza ed alla volontà e via, si fa riporto « ad una classificazione
delle attività umane e a un con- 154 A. PastorE, L'avversione alla logica cetto
(dell’uomo) preformato; il che non vale come critica ». Pure dal momento in cui
la struttura dell’esistenza non significasse la totalità con- creta delle
funzioni costitutive dell’essere umano, ogni senso della struttura resterebbe
dubbio non solo, ma ogni valore sarebbe impossibile. Io riporto la struttura
alla conoscenza e alla volontà per attenermi ai fatti operanti che non lasciano
titubante chi, preso atto in primo luogo delle attività umane, in secondo
luogo, ma solo in secondo luogo, cerchi di classificarle appunto senza
ricorrere ad un concetto preformato dell’uomo. E questo è il vero argomento che
valga e sia inobliabile come critica. Le attività della struttura sono la
struttura. Urge abbandonare ogni concetto preformato dell’uomo? Lasciamo dunque
subito il concetto di struttura senza le atti. vità umane da cui l’uomo
risulta. È ovvio che giungerà alla determinazione della propria essenza solo
chi perverrà a conoscere che il conoscere ed il volere fra l’altro, non sono
soltanto la scorza ma il vero costitutivo dina- mismo della nostra struttura,
non uno schema classificatorio ma la forza intima che ci muove, ciò infine che
costituisce la nostra attività in sè stessa e il suo pregio, se ne ha una; non
un momento ma il momento del nostro essere e del nostro divenire. Resta
finalmente giocoforza concludere che la conoscenza della verità quindi la
logica, la volontà della libertà e gli altri valori non sono alla superfice
della nostra realtà, ma sono il no- stro autentico essere profondo che si
sprigiona, ciò che si cerca continua- mente, ciò che gradatamente si conquista
e che vale in noi e per noi e negli altri, di cui il resto schematizzabile
nelle aride forme, non è che l’ombra. Di tal fatta sono i rilievi critici che
si possono addurre circa la tesi dell’esistenzialismo strutturale che se non
avversa la logica avversa la tesi della sua strutturale filosoficità. Nè questo
è tutto. L’esistenzialismo strut- turale non riconoscendo come problematica la
considerazione logica, e ri- fiutandosi di riconoscere la struttura filosofica
come logicità favorisce a suo discapito quell’atmosfera di pigrizia
dilettantistica che è la vera spie- gazione della popolarità dei filosofismi,
perchè il dilettante si sente sem- pre a suo agio quando può vantarsi d’essere
filosofo appunto perchè non sa niente e non ha niente da sapere, niente da
volere. Così l’esigenza logica è squalificata da certi filosofi come disciplina
particolare, da certi scienziati come filosofia. Questa in sostanza è la
ragione per cui è doveroso fare un trattamento speciale all’esistenzialismo di
Abbagnano, che nella sua robusta struttura mentale non solo esige una severa
disciplina di ricerca ma la esercita, non solo non indulge nè per la sostanza
delle sue dottrine nè per il modo di presentarla al dilettantismo, ma lo
combatte. Però è contro l’eventuale si- tuazione guidata dall’ignoranza,
dall’equivoco e dal pregiudizio che dob- A. Pasrore, L’'avversione alla logica
155 biamo reagire; e senza complimenti; rammentando che è sempre più dif-
ficile distruggere i pregiudizi che crearli. Tornando alle condizioni della
filosofia contemporanea debbo soggiun- gere che al generale discredito della
logica che fa tanto tenace ostacolo ad un salutare rinnovamento, s’attengono
del pari più o meno alcuni di quei nuovi tentativi di risveglio che vanno
sorvolando il neo-idealismo di ieri per consolidarsi in un nuovo spiritualismo,
ricco già di fermenti originali, come vedremo in seguito. Vuol dire che la
coscienza filosofica odierna è ancora sprovvista di senso logico, mentre sotto
l’aspetto dell’esigenga per- sonalistica invano per ora perseguito da Jaspers e
in particolare nel- l’assunto della situazione esistenzialistica conseguente,
pretende di toccare l’essenza dell’essere umano. Se e come l’esclusione della
logica costituisca un allargamento e un approfondimento della nostra vita
interiore è ciò che metteremo tra poco in discussione. Gli esistenzialisti
intanto, di tipo Hei- degger e Jaspers, hanno diritto di dichiararsi fedeli
allo spirito del tem- po; ed io mi rendo conto esattamente degli ostacoli che
si oppongono in Italia alla valutazione degli studi logici. Figura sempre tra i
più speciosi argomenti la polemica contro «la logica astratta, come quella che
assume gli individui sotto i generi » e contro « la logica hegeliana, come
quella che annega il singolo nel pro- cesso dialettico » secondo gli acuti
rilievi di Pareyson. « L’individuazione assoluta dell’esistenza consiste
proprio nel suo ex: esser fuori dai molti e dall’Uno, rompere ogni sistema
logico e frantumare ogni monismo metafi- sico, proclamare l’apoteosi
dell’unico, e cioè del singolo irripetibile e in- sostituibile, irreducibile, e
insopprimibile » (3). Si tratta però di vedere se abbia senso e valore
l’assolutezza dell’in- dividuazione; e non perchè consista nel suo ex, visto
che è impossibile contestare la relazione d’emergenza tra l’individuo singolo,
sempre esi- stente, sporgente, emergente fuori in modo qualunque dall’altro, sia
mol- teplice o Uno, ma perchè quel faito relativo da cui la singola esistenza
«emerge », non può aver senso di relatività se non avuto riguardo alla singola
esistenza da' esso emergente, e questa non può esistere e conce- pirsi senza un
altro da cui emerga e che sia suo correlativo. L’emergente da non può essere
che aliquid ad aliquid, un esse ad, respectus ad alterum, come nota giustamente
San Tommaso. La singola esistenza dovrebbe es- sere sciolta da ogni emergenza
per essere assoluta. Ponete che il singolo (3) Si veda nel tagliente saggio di
Parevson l’insodisfacente ricerca personalistica di Carlo Jaspers dovuta al
fallimento del principio della libertà, nel.senso che la primitiva esigenza
personalistica svaria in una metafisica che annienta il principio di persona,
156 A. Pastore, L'avversione alla logica preteso assoluto, dopo l’emergenza,
sia chiuso in sè stesso secondo la tesi dell’esistenzialismo, per la virtù
projettiva e bilaterale del limite ciò che chiude un campo finito apre il campo
dell’indefinito necessariamente quindi relativizza. Ponete che insieme « sia
aperto a ciò che lo insignisce di un valore riconoscibile nella comunicazione»,
« senza cui la puntualità cadreb- be in un caotico frammentarismo ». Segue che
l’apertura è non meno una ferita mortale all’esigenza dell’assolutezza, dato e
concesso che l’as- soluto significhi l’irrelativo. Sicchè assolutamente, cioè —
si noti bene — sotto tutti i riguardi, se « puntualità e continuità, chiusura e
apertura, solitudine e comunicazione sono i punti che il personalismo
esistenziali- stico intende svolgere», segue che la logica non ci permette di
considerare l’assolutezza dell’individuazione neppure a titolo di illusione del
pensiero. Se poi volessimo deciderci capricciosamente al sacrifizio della logica
per non esser disturbati dalla sua ingombrante presenza, ci resterebbe appena
l’uscita di voler vivere coscientemente nell’assurdo, col tetro coraggio della
disperazione, che l’esistenzialismo sopratutto di marca italiana approdato alla
terra ferma della struttura, tra la situazione iniziale dell’angoscia e la
situazione finale dello scacco, non ha avuto la forza di inalberare, Ed è anche
per questo che l’esistenzialismo italiano è meno in causa, Per quanto riguarda
la polemica per l’assoluto contro il relativo, bisogna dunque che
l’esistenzialismo si rifaccia suo malgrado alla relatività, giacchè solo la re-
latività si presenta come la condizione che rende possibile l’esistenza, In-
fatti, ancora si ammette, come concede Pareyson, che il singolo assuma
assolutezza quando sia l’unico e cioè nè uno fra molti, nè annegato nel- l’Uno
» (pag. 330); dall’altra parte si riconosce che la singolarizzazione as- soluta
dell’esistenza dipende dallo stabilirsi di due relazioni: relazione con la
situazione, e relazione con l’essere, perchè il singolo si concreta « insi-
stendo » nel fatto e assume significato partecipando dell’essere »(pag. 332).
Ma l’ipotesi d’un assoluto dipendente dallo stabilirsi di due relazioni con, e
per giunta partecipante dell’essere non ci offre pertanto lo spettacolo della
maggiore violazione della logica? A che giova dunque l’avversione alla lo-
gica, sì spesso dichiarata dall’esistenzialismo? Esprimerebbe forse il biso-
gno di liberarsi della più incomoda esigenza del pensiero, affinchè « il pen-
siero esistenzialistico », più versatile di Proteo, si faccia giudice
ingiudica- bile del giudizio e passi da un concetto all’altro non solo senza
vincolo al- cuno consentito dalla logica ma con la contradizione che rende
impossi- bile ogni ragionamento? Posso supporre che l’esistenzialista abbia
bisogno di opporsi alla logica astratta e più ancora alla logica hegeliana;
perchè quella pretende di ridurre la logica all’operazione analitica e questa
non è che una specie di astrologia razionalistica preannunciante il bisogno
della gp aa i | —_ * I, k î formativa, non m’aggiro che fra aridi schemi, nego
in breve la logica nel I A. Pastore, L'avversione alla logica 157 È logica come
scienza (4). Ma finchè rimango nella mera deduzione analitica 1 e non riconosco
l’intuizione sintetica che ci fa passare da teorema a teorema I sono fuori
della logica, ignoro le sue risorse produttive, mutilo la forma ] l'istante
medesimo in cui la vorrei affermare. In questo senso è dunque giusto che
l'individuazione dell’esistenza per emergere dall’essere rompa ogni sistema
esclusivamente deduttivo, frantumi ogni pretesa formalistica e astrologante,
per proclamare la concretezza della sua situazione. Concre- tezza onninamente
relativa, fondamento appunto della validità comunica- 4 bile del singolo. (5)
Ho segnalato alcune contradizioni emergenti dalle tesi fondamentali dei
fondatori dell’esistenzialismo, Il filosofare esistenzialistico conseguente,
che si ripiega su sè stesso e sì scruta nella sua natura non è che la compli- :
cazione degli stessi temi. Ma non è da credere che l’esistenzialista si senta e
si dichiari vinto perciò. Gli si oppongono ragioni logiche? La sua forza i è
d’altra natura; deriva da una fonte che sarà sempre disposta a valersi in :
apparenza della logica per oltrepassarla. Il suo destino sorge dall’istinto |
immediato della vita, non dalla riflessione. In qual modo si affermerà? Senza
ragionare logicamente. E dirà d’aver ragione. Ora questo che si- gnifica? Ad
ogni momento il problema della nostra esistenza viene non sciolto ma prolungato
dalla vita che si dirige verso uno scopo che la logica | ignora. Non spetta
alla logica risolvere questo problema. La vita giunge- ( rebbe a vietare la
logica se la logica giungesse a negare l’esistenza. Ò Interesserà un'osservazione.
Si può riscontrare nella coscienza orientale segnatamente nell’ indiana
fotografata da Keyserling questa istanza della vita subìta e vissuta che riduce
tutti gli sforzi della filosofia alla cultura j ascetica dell’essere, non del
conoscere scientifico; per cui la vita interiore i commisurata al massimo
sforzo di concentrazione in completo disprezzo della tecnica diventa il
criterio della saggezza; la logica stessa, quando si I lascia vivere, è
ritenuta come una semplice facoltà immaginativa sovrab- _— TT Tr
r__—_—___—_—_———___—————+—@——z"—"—5@"===z=e€———=*=*;*k (4) Cfr.
Pietro Mosso: Principi di logica del potenziamento. 2° ed. in Pasrore: La
logica del potenziamento. Appendice. Capo I. $ 2, pag. 283. Rondinella, Napoli,
1936. (5) Quindi si vede che le prudenti riserve di PAREYSON fondate sullo
scacco dell’esi. genza personalistica dovuto alla metafisica jaspersiana della
necessità, (alle quali non sareb- be difficile aggiungere altre ragioni) non
esauriscono ancora il compito del rigeneramento critico dell’esistenzialismo:
perchè occorre rivedere e vagliare fra l’altro la posizione esi- stenzialistica
rispetto alla logica, e mettere in luce anche sotto questo riguardo la sua de-
ficienza, 158 A. Pastore, L'avversione alla logica bondante e subalterna; il
genio si eleva ad un livello d’intensità opaco ad ogni intelligenza (6). $ II.
Pensando a questa temperie spirituale, che è imbattibile logica- mente non
perchè abbia ragione ma perchè vive fuori del piano della lo- gica, io ho dato
testè la forma più aggressiva alle ragioni logiche contro la tesi dei fondatori
dell’esistenzialismo, appunto per far comprendere che anche l’analisi logica
più perspicace e in certo senso più tirannica, lascia indifferente 1’
esistenzialista corrivo all’ antilogicità. Il quale, quasi come I° orientale,
considera la logica come la ricchezza inesauribile dell’ appa- renza, incapace
di toccare le radici di ciò che vale. Il tema della sterilità filosofica della
logica sul quale punta la filosofia personalistica contempo- ranea è — giova
approfondire questo rilievo, — un tema in qualche modo asiatico (7) giacchè in
faccia ai guardiani dei laboratori della cultura occi- dentale che vogliono
serbare e far progredire il tesoro dell’intelligenza, lo spirito teoretico
delle scienze, la potenza della civiltà delle macchine inviso all’Asia
antinipponica rivela all’incirca l'esigenza dell’appello buddistico che vuole
aprirsi solo alla realtà immediata della vita interiore, lungi da ogni forma
tecnica di individuazione. Lo spirito della saggezza orientale come si sa (6)
Questi riferimenti alla filosofia orientale sono fatti prescindendo
dall’intrapren- dente valorosissimo spirito giapponese che si rivela
compatibile con qualsiasi esigenza del- la civiltà, compresa la civiltà delle
macchine. (7) Non intendo dire che la logica sia caratteristica della mentalità
occidentale. E? no- tissimo che il sistema Sankhya nell’ammettere i tre momenti
logici della nozione (la per- cezione, il ragionamento induttivo, la
testimonianza) fa già aperto e libero uso dell’in- tellettualità francamente
riconoscendo che l'unico mezzo per giungere alla liberazione de- finitiva del
dolore è la conoscenza. Tuttavia al di lù di questo mondo che i nostrì sensi
afferrano, che il nostro intelletto concepisce, v'è un mondo che i nostri sensi
non affer- rano, che il nostro intelletto non concepisce, perchè esso è al di
là di ogni defini. zione, d’ogni pensiero, d’ogni coscienza... » (MartINETTI,
Il sistema Sankhya, pag. 13). La filosofia nel suo scopo supremo è al di là dei
modi per mezzo dei quali la ragione umana viene alla conoscenza delle cose. Il
sistema Nyaya di Gotama e Kanada pone esplicitamente una dottrina di natura lo-
gica, con Gotama giunge a distinguere sedici categorie dialettiche ed espone
una matura e complessa dottrina della prova, con Kanada invece chiude tutte le
dottrine teoretiche pro- miscuamente nella metafisica. E° evidente in ultima
analisi che la filosofia nel suo scopo supremo per la mentalità indiana è al di
là della logica. In particolare poi è da notare che la logica indiana non
oltrepassa l'operazione discorsiva, quindi è fuori dell'ambito del pensiero
moderno occidentale, la cui caratteristica in ogni caso è la logicità complessa
della deduzione e della produzione. Si veda il mio saggio: La logicità del
pensiero occi- dentale in Logica sperimentale, Rondinella, Napoli, 1939. V'ha
dunque nel proposito neo-esistenzialistico dello strutturalismo di situare la
filo- sofia al di là d'ogni piano particolare dell’essere non un conscio
prodotto dello spirito asiatico, ma un inconscio ricorso; nella stessa guisa
che varie correnti del Protestantismo, non escluso il Quietismo, che
direttamente influirono sull’esistenzialismo delle origini più o meno
serpeggiando fra le esigenze intimistiche, rinnovano ascetiche concentrazioni,
sta- gnazioni mentali analoghe, senza essere frutto dell’asiatismo. Intimismi
diversi, rifugi di sogni irreducibili possono avere la stessa porta. Le
influenze esteriori, come gli esotismi e snobismi, non rappresentano che un fattore
trascurabile. L’autoproblematica dell’esi- stenzialismo è fuori della portata
volgare. A. Pastore, L’avversione alla logica 159 non è sulla via della logica
odierna nè pura nè applicata; progredisce con una prassi ascetica in
concentrazione e per concentrazione, senza equazioni, senza metodo sperimentale
o, per dire meglio, col puro meccamsmo dello spirito. Lo strumento c’è, ma è lo
strumento interno dell’automeditazione, per uno scopo superiore a quelli della
coscienza volgare, colto dal solo spirito della profondità, oltre il piacere e
il dispiacere, oltre lo stesso bene e il male, oltre la stessa nozione della
verità. Nel clima storico che carat- terizza la vita dello spirito filosofico
orientale (cioè del saggio pervenuto alla liberazione) la logica ha una
funzione trascurabile. Il sapiente non solo la considera subalterna ma la
neglige, quando non l’avversa sdegnosa- mente perchè è convinto che il pensiero
discorsivo, anche dove si metta sulla via dello sforzo verso l’essere non sarà
mai capace di elevarsi al li- vello d’intensità che raggiunge la vita
concentrata in sè non più soggetta nè alla gioia nè al dolore, sciolta da ogni
opera scientifica. In una parola, 4 la logica del pensiero occidentale sia come
deduzione sia come produzione non ha alcuna importanza per lui. Noi occidentali
ci sforziamo di cono- scere le leggi della natura e ci connettiamo alla volontà
di potenza. La sapienza autentica dell’orientale le oblitera. Si vede che anche
la tema- | tizzazione dell’indagine esistenziale colla sua esplicita rinuncia a
conside- rare la filosofia come conoscenza per costituirsi fuori d’ogni sfera
partico- lare dell’essere, come si svincola dalla logica quale funzione
particolare, così l’avversa dove questa aspiri a fornire un contributo positivo
di spiri- tualità nell’appassionato ripiegarsi dell’uomo verso la sua unità
originaria secondo la bella frase di Abbagnano, qualunque sia il nome che si
vo- glia dare al principio autentico del raccoglimento, sia per facilitare la
ri- cerca, 0 il possesso, o il controllo, o la comunicazione del risultato
dello | Li 4 rg” € © sel a _ sforzo verso l’essere nel circolo vitale della
società, Visibilmente l’avversione alla logica in questo caso si spiega col
pre- giudizio che la logica non giovi anzi disturbi il processo autorivelatore
della filosofia. Ciò non deve sorprendere, perchè con l’idea giusta, già ri- ,
ferita nella nota sull’ esistenzialismo di Abbagnano, che la filosofia non deve
riferirsi a qualche aspetto o conoscitivo o psicologico o d'altro genere — ma
sempre particolare e limitato dell’essere, — si è infiltrata la presun- zione
che la filosofia possa far astrazione da tutte le sfere donde risulta in modo
ideale e tipico la sua complessa possibilità. E, ciò posto, dire che la
finalità propria della filosofia è quella stessa della esistenza come strut-
tura significa ammettere la comprensione di tutte le forme attive dello spi-
rito da cui la determinazione della peculiarità del procedimento filosofico
risulta. Questa determinazione non si riduce ad una concatenazione stochio-
logica di temi nè potrebbe esserlo, anzi è sempre una trasfigurazione del. 160
A. PastoRE, L'avversione alla logica l’intero contenuto, giustificata dal fatto
che la possibilità del pensiero filo- sofico come caratteristico dell’umana
natura deriva non solo dalla possibi- lità ma dalla necessità e dal compito
trascendentale dell’esistenza umana, come diversa da tutte le altre. L’idea che
la filosofia sia una semplice con- catenazione di concetti o d’altro, come
quella che la filosofia risulti da niente che la preceda, sintesi senza previe
analisi, è destinata a sparire poco a poco dalla coscienza, La filosofia in
quanto è sintesi è risultato cer- tamente, ma risultato che è forma
unificatrice vitale, autocoscienza, auto- nomia, autologia. Per chi ama la
franchezza aggiungerò che la maggior parte dei nostri filosofi ignora la
condizione attuale degli studj logici così all’estero, come in Italia. Anche in
questo, da troppo tempo, noi siamo e ci ostiniamo a essere provinciali non solo
di fronte ai più colti popoli, ma provinciali a noi medesimi. Ammetterò che
dopo l’ infausta soppressione dell’ insegna- mento della logica nelle scuole
secondarie, quando era d’uopo sopprimere non la disciplina (vantaggiosissima
sempre anche ai meri scopi educativi della pedagogia della mente) ma soltanto
gli infelici libretti di testo, in- sieme con molte teste dirigenti incapaci di
comprendere questa distin- zione, ammetterò che tutti i non filosofi che senza
preparazione adeguata si pronunciano tanto corrivamente sopra l’importanza
della logica perven- gono alla loro sentenza dopo aver fatto le loro ricerche
al più nel campo della logica classica sugli infelicissimi testi storici
compilati da non spe- cialisti. Un’angoscia nonchè una noia mortale sì sprigionano
da questi testi a monografie pseudostoriche. Il ricercatore non filosofo
eventualmente bi- sognoso di un criterio, dopo aver fatto la sua leale ricerca
nell’esercizio della logica tradizionale con alquanti trattatelli slegati da
Aristotele a Ba- cone a Cartesio e via fino a Hegel, fa una tale insalata di
sillogistica, di idola tribus idola specus idola fori idola theatri, di regole
metodologiche, di cogito ergo sum, di ethica more geometrico demonstrata, di
dialettica in tre tempi: tesi antitesi e sintesi, che sbocca alla fine in un
disorientamento in fatto di logica ancora più grande di quello da cui ha preso
le mosse. Alla fine ha disperso i suoi sogni dorati; il miserevole castello di
carta inalzato dagli storicisti crolla; s’avvede di non aver potuto trarne il
mi- nimo frutto, Quindi, circostanza umoristica espiatrice di tanti
traviamenti, conclude che la logica non serve a niente; e magari crede di
ripetere ama- ramente collo stesso Galilei — ma senza capire il profondo senso
— che «la logica non insegna a ragionare» »;j come fanno tutti coloro che dopo
tante speranze sentono il corruccio della delusione. Queste verità tratte da
una lunghissima esperienza d’insegnamento non si diranno mai con una brutalità
abbastaza felice, perchè molti sono che non le vogliono ascoltare. A. Pastore;
L’avversione alla logica 161 E appunto perchè sono in tanti ora a sorridere con
grandi arie filosofiche della sterilità della logica, ammetterò ancora
francamente che gli studj lo- gici condotti secondo la tradizione non sono
produttivi anche perchè sono ammaniti non dai logici ma dagli storicisti,
essendo questa non la più in- consistente spiegazione che si possa dare d’una
alogica storicità, della quale nessuno altrimenti capirebbe nulla, e dopo la
quale non rimane che un ri- medio: gettare fuori bordo cotesti piccoli testi
pseudostorici perpetrati a scopo di inquadrazione storiografica della logica a
far compagnia ai fa- mosi testi di logica ad uso delle scuole secondarie
defenestrati tanti anni fa. Per un momento si potrebbe pensare che ciò sia
l’effetto puro e sem- plice dell’incomprensione. Disinganniamoci, dipende anche
dal fatto che la logica discorsiva è di una povertà che fa pena. Cosa naturale,
d’altronde. Colla mera operazione deduttiva e col voluto esclusivo procedimento
ana- litico, la logica non può darci che formalismi e per conto nostro possiamo
ben sfidarla ad uscirne. Altro è dedurre, altro è produrre. Ecco, in poche
parole, la condizione improduttiva della logica analitica che del resto non è
la condizione della logica, giacchè abbiamo potuto accorgerci che la lo- gica
fra l’altro fa sempre diretto uso anche d’un’altra operazione logica
fondamentale di natura squisitamente produttiva, cioè dell’intuizione lo- gica
(che per brevità noi della Logica del potenziamento chiamiamo opera- zione U,
mentre l’operazione deduttiva chiamiamo D). Ebbene la critica storiografica
ignora il vasto e profondo rivolgimento della logica, sull’uf- ficio e la
portata del quale non dobbiamo ora fermarci, interessandoci di bollare l’ignoranza
di coloro che credono di essere gli infossatori della lo- gica e non la
conoscono neppure. Non sarebbe ora che cessasse questa de- solante situazione?
che la pretesa intollerantemente discorsiva non ve- nisse scambiata colla
logica e che anche nei critici bene intenzionati ce- desse il luogo
all’armonico accordo dell’intuizione sintetica e della dedu- zione analitica?
Lasciamo una buona volta la logica aristotelica, essa è mo- struosa come
l’occhio di Polifemo. In presenza della complessità d’ogni progresso logico
sempre dovuto al solidale impiego della dualità operativa D-U, essa non è e non
vuole essere che lo strumento manipolatore del già fatto, l’organo per
dimostrare, la serva della deduzione. E voi capite, lo spero, perchè si dice
che la logica è impotente a darci la verità. La dimo- strazione non precede i
teoremi, li segue. Nè l’invenzione, nè la costruzione possono derivarne. La
filosofia, non imbalsamata, da gran tempo ha preso atto dell’impotenza della
logica deduttiva. Tutta la sua polemica contro la logica è basata sopra questo
motivo. Che cosa ha cominciato a fare in propo- sito lo stesso Bergson? Ha
posto l’intuizione al disopra della logica. Ma in verità egli ignorò
l’intuizione logica, operazione sui generis definita da 162 A. PastoRE,
L'avversione alla logica un gruppo di certe condizioni necessarie e
sufficienti, irreducibili all’intui- zione a tipo estetico, etico oreligioso,
ece. (7*) Allora era ed ètroppo facile combattere la logica con tali armi.
Così, in campo analogo, il neo-spiri- tualismo, che va ora accreditandosi
sensibilmente, mentre ha già avvertito il bisogno di abbandonare la causa
d’ogni logicismo dialettico, cioè ha ca- pito che la logica non è la dialettica
hegeliana conducente al panlogismo e che il triadismo non è che una
superstruttura artificiosa, ancora tuttavia non ha attenuato la polemica contro
il pensiero teoretico, tenuto a torto responsabile dei trascorsi del vano
intellettualismo (8). Col ripudio d’ogni logicismo dialettico e purtroppo
coll’implicito ripudio d’ogni logicità mai riconosciuta come operante nella
vita dello spirito, si insiste sul diritto dell’autocoscienza. Ma non
lasciamoci divertire. Si può concedere che il problema primo e fondamentale sia
quello dell’autocoscienza, ma bisogna nel contempo riconoscere che
l’autocoscienza viene degradata quando la si adibisca ad escludere dal nodo
della vita dello spirito le altre funzioni costitutive quale, fra l’altre, la
logica, colla scusa di liberare l’autocoscienza che è immediatezza dal pericolo
della sua mediazione, cioè dalla sua riso- luzione in limpida ma fredda
logicità. Certo l’autocoscienza non è mera conoscenza, perchè è realtà vivente;
non è mero esercizio nozionale ma è alimento di vita; non è tanto filosofia
dell’atto quanto filosofia in atto; non è tanto il mondo teoretico della logica
pura quanto anche il mondo pratico. Ma da per tutto, ad ogni pagina dei
novissimi filosofi più o meno esistenzialisti o intimisti, si succedono rilievi
sottili che spiccano con raffi- nata delicatezza dove si pone e si ripone la
tesi dell’immediatezza dell’au- tocoscienza, senza mai bloccare il gran punto
che l’autocoscienza filosofica possa, se non debba, originarsi da
un’associazione di esperienze ideali an- teriori accumulate, cioè da una
preformata mediazione a cui la sintesi filo- sofica risultante non può riuscire
estranea; benchè l’origine d’un’imme- diatezza sorgente dopo un lungo periodo
di mediazione non vada esente dalla più rischiosa paradossalità. $ III Nel
precedente paragrafo che finisce in paradosso ho delibera- tamente ommesso i
particolari dottrinali della nuova logica che esprimono i progressi
metaristotelici e metahegeliani, i quali del resto sono davanti agli occhi di
tutti gli intenditori nelle opere relative. Del pari non mi arre- sterò ad
appurare il contributo che i nuovi studj possono apportare al rin- novamento
del pensiero filosofico. So che sarebbe d’uopo umanizzare tutto un nuovo ordine
di idee, di principj, di metodi e di risultati; so che sa- (7*) Si veda Sulla
intuizione logica ecc. in La logica del potenziamento, op. cit., p. 89-183 e
seg. (8) L’intellettualismo di S. Tommaso non è investito da questa sentenza.
A. Pastore, L’avversione alla logica 163 rebbe urgente far comprendere per gli
scopi più alti del pensiero puro che bisogna ad ogni costo incessantemente
proseguire e potenziare, come il pregio delle ricerche logiche emerga in modo
concreto e incontestabile per l’ufficio formativo ronchè informativo dello
spirito. Ma il rinnova- mento comincierà solo quando saranno dissipati i
pesanti equivoci che oscu- rano la visione dei rapporti delle due ragioni, la
teoretica e la pratica; questione molto superiore ad ogni specialità, questione
che abbiamo sem- pre davanti agli occhi. I sostenitori dell’unità delle due
ragioni, peggio poi i fautori del primato della ragion pratica o viceversa,
hanno operato da gran tempo una confusione di cui a mio parere entrambe hanno
sof- ferto e soffrono ancora, e la filosofia ne porta il lutto amaramente. Non
con- testo il principio dell’unità dello spirito, unità che tuttavia è più un
ideale da attuare, che una realtà posseduta, più un compito che uno stato di
fatto. Penso che lo spirito è l’unità di molte funzioni vitali concorrenti e
che la filosofia analogamente come sforzo di comprensione unitaria del senso
del valore della vita e del mondo si risolva nel pensiero puro dell’universale
relatività, cioè nel pensiero giunto al suo maggior grado di purezza e di
potenziamento. Le pretese dell’unità come semplicità mi sembrano inso-
stenibili. Tutte le cose non si distinguono che dal grado della loro mag- giore
o minore complessità. Per conseguenza si può bene insistere su gli intimi
nessi, cioè sul nesso dei distinti, ma se si nega la relativa in- dipendenza
funzionale dei varj centri, l’ipotesi d’una sostanza semplice escludente ogni
molteplicità non è che l’ipostasi d’un mito, costruito col- l’astrazione
negativa delle proprietà del relativo. Ma non fermiamoci adesso alla questione
metafisica della sostanza semplice, pel riflesso che ogni ente semplice è
un’incognita, ad ogni modo solo un concetto limite, determinato negativamente,
senza apporto alla questione che ci interessa. Per ora mi limito ad affermare
che le due ragioni indubbiamente interfe- renti, quindi a rigore non escludenti
un punto di vitale unità, sono — in quanto si escludono — due sviluppi
divergenti, essendo la zona della loro intersezione ridotta ai minimi termini.
La filosofia adunque che prende atto dei loro rapporti tangenziali è portata a
considerare i loro campi più sotto l’aspetto dell’esclusione reciproca che
dell’inclusione. Tale almeno, secondo me, è l’atteggiamento del pensiero
filosofico determinato da pure ragioni critiche, senza disconoscere le altre
ragioni, estetiche, morali e re- ligiose, che portano invece difilato alla
subordinazione, o all’indistinzione cioè alla soppressione dei distinti. Come
dunque s’incontrano i due atteg- giamenti nell’intimità dell’umana esistenza,
si tratta non solo di accusare l’esigenza tensionale delle due ragioni nel
pensiero filosofico; ma di con- servarla e di avvalorarla criticamente invece
di sopprimerla; e se mai di 164 A. Pastore, L’avversione alla logica
valorizzare in contrasto anche le tendenze dogmatiche unificanti, visto che
tale‘ è il dramma dell’autocoscienza in ciò che si può ben dire la sintesi
filosofica esistenziale. Ma poichè io sento e penso che sotto il cielo iperura-
nio della filosofia, in ogni filosofo s’agita e pulsa la sottocorrente della
sua propria filosofia (9), espressione imprescindibile del suo proprio tem- peramento,
nel prender atto della divergenza insopprimibile delle due ra- gioni che io
devo sempre accusare dentro di me in tutti i momenti della mia vita, in primo
luogo sostengo che nel caso mio, per la conoscenza e la coscienza che io posso
avere di me, la pretesa dell’unità delle due ragioni « si rivela infondata ». E
questo appercepisco con quella netta acuità che fu già messa in straordinaria
luce da Bertrand Russell nel suo suggestivo studio sopra il misticismo e la
logica. In secondo luogo riconosco d’essere gettato in una situazione di sapere
e d’agire che nessun altro fuori di me, (perchè si tratta di ciò che io devo
comprendere nell’esistenza), può esser in grado nè di confermare, nè
d’infirmare. Per questa medesima via, che dunque non è senza esempio, Russell è
pervenuto a dire che di fronte alla logica, le preoccupazioni morali che hanno
sovente ispirato i filosofi devono restare in secondo piano, posto che hanno in
definitiva ritardato il progresso della filosofia. Concludendo, egli sostiene
che nella scienza, più che nella morale e nella religione, la filosofia deve
attingere la sua ispirazione. Ciò risponde perfettamente al proposito di dare
il pri- mato alla filosofia teoretica, proposito esclusivo però che mi è
impossibile accettare, Io mi limito, come ho già detto, a sostenere
l’indipendenza re- lativa delle due ragioni, perchè invano mi sono sforzato e
mi sforzo di trat- tare e risolvere i problemi logici coll’aiuto dell’etica e
viceversa, quindi non posso esagerare l’importanza del loro mutuo appoggio. Vi
sono alcuni che possono farlo? Io l’ignoro; e dico che coloro che predicano il
dogma dell’unità delle due ragioni faranno benissimo a parlare così per proprio
conto, nel caso a me ignoto che l’ambivalenza dei due problemi sia loro
possibile; ma è ovvio che non hanno compreso nulla di quanto succede fuori di
loro, per esempio nel caso mio, nel caso di Russell e di tanti altri che non
possono proporre l’idea dell’unità della logica e dell’etica, in contradi-
zione coi fatti. Restringo qui il campo della filosofia esistenzialistica che
pretende di esaurire il compito filosofico nello sforzo introspettivo per cui
la natura originaria dell’esistenza dell’uomo si rinchiude nella sua esistenza
pura- mente interiore, lontano da ogni logicità. (9) Si veda Sul compito
critico della filosofia secondo la logica del potenziamento con vestigi di
intuizione logica in Aristotele, Archivio di Filosofia. Fasc. IV. 1940. Roma, $
11 e seg. A. PastoRE, L’avversione alla logica 165 Non posso intendere come
l’intelligenza della propria natura non sia conoscenza, non posso intendere
come la conoscenza non sia parte inte- grante dello spirito umano. Invano gli
avversari della logica fanno appello, non alle forme particolari dello spirito
nonchè della logica, ma allo spirito filosofico per eccellenza, per
esautorarla; lo spirito della filosofia occiden- tale trova in essa il suo
legislatore quando sia liberato dallo spirito dell’im- produttivo asiatismo che
l’aduggia. Lo spirito della logica apre alla cono- scenza, funzione costitutiva
dell’esistenza umana, le più vaste e più profon- de prospettive. Insegna a
scoprire e a dimostrare, insegna a costruire, a la- vorare fuori dal mero
approfondimento antilogico dell’esistenza umana in sè stessa, il quale non è
tensione feconda dell’uomo verso la propria unità, ma tensione involutiva che
paralizza, e che sotto pretesto di rifuggire da ogni dispersione
particolaristica, si incapsula nella più inumana clausura. Nell’Oriente
frattanto l’India, assorta, è d Lan Mure . li. i; ni Grupo FA -600 Gan ANNIBALE PASTORE c=
19] VERSO UN NUOVO RELATIVISMO SAGGIO DI ANALISI LOGICA ASTRATTO DA “L'ARCHIVIO
DI FILOSOFIA ,, FASO. Îl, PP. 46-56 SHTTEMBRE 1932. ANNO X. VERSO UN NUOVO
RELATIVISMO | SAGGIO DI ANALISI LOGICA "14 Wo aber Gefahr ist, ewdichst
Das Rettende anch. il HOLDERLIN. SI. — Al di la d’ogni Tapporto considerato
come un tra, cioè, come tratto d’ unione tra termini dati, sia pure quale
vincolo dinamico d’interazione, ma tra enti invariabili, permanenti; al di là
d’ogni rapporto considerato come momento dialettico di Ji ‘opposti
(tesi-antitesi-sintesi) relativo all’essere che mediandosi si i concepisce ; HI
al di là d'ogni rapporto considerato come riferibilità d ogni oggetto fi al
soggetto umano, qual misura d’ogni cosa e quindi qual condizione MIE, 'd’
insufficienza; al di là d’ogni rapporto considerato come categoria o predicato
comune di tutti i concetti con cui lo spirito umano pensa la realtà, procedendo
da eguaglianza a eguaglianza; v'ha la relazione considerata come logicità
universale mente come totalità produttiva dell’ individuazione e della degli
enti e dei loro r: ‘ tenziamento. e propria- variazione o rapporti, secondo il
principio logico del po- Le prime quattro interpretazioni (la positivistica, la
hegeliana, la Protagorea, l’aristotelica) prospettano forme sterili di
relativismo, o almeno per una ragione 0 per l’altra solo parzialmente
produttive, e ciò tanto per la logica analitica (come scienza), quanto per la
lo- gica sintetica (come filosofia). La quinta mira a giustificare un pensiero
del pensiero che, riso- lutamente affermandosi come pensiero della relatività
universale, si ponga come pensiero della verità e della realtà nell’atto
produttivo | delle sue individuazioni e del suo sviluppo. Un pensiero tale, se
potesse serbarsi rispettoso dei diritti dell'esperienza, della scienza e della
filosofia, e dove riuscisse con decisive ricerche a giustificare il I principio
che ogni ente varia in sè a seconda degli enti coi quali 156204 Moi ‘ si trova
in relazione, risponderebbe ad una tesi filosofica di relati- vismo non ancora
messa in rilievo fin qui. x Il presente saggio è il preludio teoretico di
questa tesi. I i) $ 2. — Volgarmente si crede che logica significhi
sistematicità, si crede che la tesi della costituzione logica del reale si
risolva nella tesi del panlogismo. Ma queste opinioni restano nei vecchi quadri
statici della logica da Aristotele a Hegel, sottomettono la forma al- l'impero
della formalità, ignorano la concretezza della relazione, la scambiano coll’
astrattezza dei rapporti, suppongono che la logicità s' identifichi colla
razionalità in senso stretto. Vogliamo salire al concetto d’una logica avente
autonomia e pro- duttività propria e prima, al di là della logica come sistema
e strumento medio sistematico delle altre scienze?! Dobbiamo preventivamente
fare 707) d’ogni sistemazione sia storica sia scientifica. Quindi, astrazione
fatta da ogni prodotto, pro- porre la logica — questa morte vitale d'ogni
sistema — come attività produttrice dei due campi della realtà: il campo
tecnico e sistematico della necessità attuantesi per deduzione, e il campo
ideologico della scelta attuantesi per intuizione. Così il principio
relativistico della logica, espressione della totalità del reale, non scorre
insidiosamente dal significato panlogistico al sistematico, e si può ammettere
la costituzione logica della realtà senza ammetterne la costituzione
raziocinativa. La nostra formula abbraccia e riassume la doppia esigenza della
deduzione e della intui- zione, cioè della necessità della verità e della
libertà del valore. $ 3. — Però a rigore di termini la posizione nuova non si
raggiunge se non sotto la condizione ‘di abbandonare il principio aristotelico
dominante dell’ identità, coi due principj recessivi. della permanenza
dell'ente e della frammettenza della relazione. Concedete aristoteli- ‘camente
che le cose permangano come enti logici nella loro invarianza e che la loro
relazione logica, ridotta a rapporto tra le cose, si possa studiare indipendentemente
dagli enti, è evidente che la logica finisce per contrarsi a sua volta in un
campo chiuso di mediazione, e la realtà, scissa dal relativo, irrigidita nell’
assoluto, perde la possi- bilità d’essere compresa nelle forme del conoscere,
che fuori del relativare non ha senso. 1. Mosso, Principj di logica del Poten-
della Reale Accademia delle Scienze di ziamento — Torino, Bocca, 1923. Torino,
Vol. LXIII, 1928. Pastone, La crisi della logica. In Atti e: SA '. Per contro,
postulando i tre principj seguenti: 1 — la risoluzione dell’ ente in relazione,
donde 2 — la variazione relativa dell’ente, vale a dire la variazione del-
l’ente in sè per effetto del solo variare degli enti coi quali è ‘in relazione,
donde i 3 — il potenziamento reciproco degli enti, i quali esigono che ogni
ente logico sia individuato per identità distintiva e potenziato per la
relazione, resta costituito un nuovo mezzo logico di ricerca e di prova, non
solo irreducibile ai modelli della logica classica, ma fecondo di risultati
nuovi sia nelle scienze sia in gnoseologia è in metafisica. La tesi
relativistica della logicità come attività produttiva universale si fonda sopra
questi princip], sufficienti a generare un nuovo con- cetto di relazione. $S 4.
— Nelle considerazioni ora esposte è rapidamente riassunto lo spirito
dell'indirizzo che deriva dall’ abbandono del principio di tautologia,
introdotto insidiosamente nella logica fino da Aristotile, su cui non sarà
superflua una breve sosta. Direttamente considerato questo principio non resiste
all’ analisi logica. Già dal 1908, con speciale ricerca,! fu dimostrato che in
logica matematica la legge di tautologia è una proposizione senza
giustificazione e che non vi sono ragioni teoriche sufficienti per escludere
dalla logica matematica i simboli 2a e a?. Nel 1923 Mosso ha dato
un’interpretazione algoritmica in logica matematica del sim- bolo a?, e lo ha
generalizzato. Dalla parola « potenza » esprimente in matematica un simbolo
affetto da esponente, il termine potenziamento viene dedotto ad esprimere un
sistema di termini logici affetti da esponenti logici. Le proprietà logiche di
questo simbolo sono indipen- denti dalle sue interpretazioni sistematiche. Un’
interpretazione ci con- duce a stabilire un sistema logico che modifica alcuni
luoghi pacifici della ideologia logica aristotelica. Inoltre gli sviluppi
matematici di questo simbolo ci portano pure a negare ogni possibilità d'una
ideo- logia logico-metafisica sul tipo della dialettica hegeliana. In parti-
colare della logica aristotelica restano negate le tesi del sostrato permanente
e dell'identità come eguaglianza, della logica hegeliana la deducibilità logica
dei fatti fisici e spirituali. Restano introdotte le tesi della variazione e
della scelta. Infine è da notare che le pro- prietà di questo simbolo sono
indipendenti da ogni possibile ideologia. 1. Pastore. Sulla natura extralogica
delle Internazionale dei Matematici. — Roma, leggì di taulologia e di
assorbimento mella 1908 -- Vol. III, Sezione IV. logica matematica. Atti del IV
Congresso Mb Ciò premesso, resta facile vedere come varii la trattazione dei
problemi scientifici applicandovi o no la legge di tautologia e intra- vedere î
vantaggi derivanti dalla logica del potenziamento. i ii Esaminiamo
comparativamente i tre casi della logica, della matema- tica e della fisica,
mostrando caso per caso l’ applicazione della LdP. “a $ 5. — Colla logica
classica, ove impera il principio tautologico, si Ù possono dedurre solo le
relazioni possibili tra n enti indipendenti e LI costitutivi. I termini sono
tautologici (invarianti). Il metodo è sil- logistico. Niente si può dire sui
dati. Quello che si deduce ® già odi tutto contenuto nelle premesse. Le
relazioni del discorso sono rap- bi, presentabili coi simboli euleriani. Tra
enti siffatti la logica non può Ma considerare altri rapporti. Ne risulta che,
volendo applicare una CV, logica di tal tipo al reale, e dato che la realtà nel
suo /incessante na muoversi e trasformarsi presenti, come presenta, altri fatti
o altre @ combinazioni, l’espressione logico-formale diventa inadeguata. Il lo-
ii gico è costretto a dire che si trova di fronte a una realtà extralogioa.
"i Nasce la teoria dell’ irrazionalità del reale. $ 6. — 1) Applicazione
della LAP alla logica. Dal più semplice discorso in cui ogni elemento si scinde
in due fino agli sviluppi più i. complessi di n elementi, la soppressione del
principio tautologico importa che ogni combinazione si scinda logicamente in D
e U. D è bi il discorso, cioè l'insieme o sistema degli elementi posti sotto potenza;
._U è la forma del discorso, cioè l'elemento formale che ne determina È il
potenziamento. Per considerazioni che non si possono addurre qui, vi - a D
corrisponde la deduzione, a U l'intuizione. fe: Succintamente, per
l'introduzione della potenza nasce U, ogni svi- luppo discorsivo D avviene in
una forma U. In particolare, con l’ introduzione del potenziamento possiamo
passare da un sistema di n enti ad un sistema di nH4- 1 enti costitutivi. Le
combinazioni possibili ‘degli enti logici e delle loro proprietà vengono
necessariamente arricchite pel cambiamento di forma da un DU ad un altro DU.
Con questa concezione la logica pura raggiunge una feconda unità e diventa
veramente il modello astratto delle altre scienze, colla capacità di orientare
la ricerca analitica oltre i limiti delle nostre possibili intuizioni
empiriche, come dai seguenti esempj si intravvedrà. } $ 7. — 2) Applicazione
della LdP alla geometria. In matematica il processo del potenziamento logico!
come avviene e quali conseguenze porta? i i 1. È ovvio che la potenza logica
non è la potenza matematica. Nel discorso (A-B)? lè il sinibolo della somma.
logica. eri Siano A e B due enti e sia (A_B)? il discorso da essi determinato.
Esisterà inoltre una funzione U come condizione dell’esistenza formale di
(A_B?. da È: (A—B)? = A°_B?_AB-BA col seguente significato: l’insieme
determinato da A e da B è costituito da l'ente A, l’ente B, le due relazioni
discorsive A B e BA. Supponiamo che A e B siano punti geometrici. Se A e B sono
pri- mitivi rispetto ad (A—B)?, cioè necessarj e sufficienti per determinare
l'insieme (A—B)?, questo è conosciuto quando siano conosciuti: il punto A il
punto B le due relazioni A B e BA. Se i punti A e B sono dati, le due relazioni
A B e BA sono dedu- cibili, ma non sono costruibili, in quanto resta ignota la
forma U \ dell’ universo di D, e quindi ci manca la intuizione di A B e di BA.
Se assumiamo come funzione U il movimento che porta A in B, e B in A, la
funzione U resta determinata come U (t) del tempo #. i Ora sarebbe facile
vedere che la costruzione formale di qualunque deduzione discorsiva geometrica
è una funzione U (t), e quindi # può essere assunto come forma U dello spazio
D. S 8. — 3) Applicazione della LdP alla fisica. Vogliamo ora veri- ficare se
l’unità distintiva logica tra l'elemento discorsivo D e l’ele- mento formale U
è essenziale in ogni trasformazione in cui varii il numero degli enti
primitivi. Abbiamo posto, come correlativi del tipo D ed U, lo spazio ed il
tempo come sono presenti alla nostra deduzione e alla nostra intuizione, - In
questo spazio, la condizione formale dell’ elemento lineare ds? = dx? + dy? +
dz? Ni + Nella teoria della relatività l’ elemento ds? diventa l’ elemento do?.
do? = dx? + dy? + dz? — e? di? cioè la funzione U(t) relativa a ds? è diventata
un elemento del nuovo discorso. | Quali sono le conseguenze logiche di questo
trapasso? spazio, cioè l’ universo nel discorso? come funzione analoga alla
U(t). Facendo la più semplice delle ipotesi potrommo supporre che la | U(t) sia
un elemento di U(r) come # è un elemento di do°. Veri- fichiamo questa ipotesi,
sia cioè fi (ON I do? jd un 0 cioè, con semplici trasformazioni! », 1 un=——-—
vd VI 7 Wo Per U(t) = t?, U(t) = t? questa formula diventa la trasfor- mazione
di Lorentz ol di=\v—_ msn ME A cioè l’ universo si è trasformato relativamente
al discorso, ed esiste un nuovo tempo © correlativo a do. L’analisi che precede
dimostra come le scienze non possano svi- lupparsi sistematicamente nè con soli
procedimenti discorsivi (deduttivi) nè con la sola intuizione delle forme; ma
solamente col concorso di queste due operazioni. La LdP stabilisce, in modo
generale, il modo e la relazione di D con U in dipendenza degli enti
costitutivi, come forme logiche fondamentali. Subordinatamente si deduce che la
LdP, rispetto alla concezione del tempo, dà una veduta più larga ancora e più
comprensiva di quella . x T. o 4 9 a 9 "Ue re Ult) = Fata UO Ut = =S2 U()
= la 0 mana pa ai U(1) _ —- U(t) INPRSREE St cì La teoria della relatività ha
veramente assorbito il tempo nello‘ = Dal punto di vista logico il do?
differisce da ds,2 per essere un discorso di quattro enti in luogo di uno di
tre; e posto che l'universo U di ds? è t, all'elemento do? deve corrispondere
un universo U(t) 5 sE RT — raggiunta dalla teoria della relatività, col
vantaggio di giustificarla logicamente. dI A0N “A sg. — Da questi confronti si
vede come lo sviluppo delle scienze, compresa la logica, avvenga secondo la
struttura logica D.U. Il loro progredire è dovuto a una successione di
cambiamenti di forma, afferrati dall’intuizione, e di sviluppi logici dei dati
di queste in- tuizioni, operati dalla deduzione. Restano così precisati anche i
limiti dell’ intuizione nello sviluppo delle scienze. Lo sviluppo logico del
sistema deduttivo è sempre sorretto dall’ intuizione dell’ elemento formale il
cui intervento però avviene occasionalmente e per salti, necessarj a operare il
passaggio da un D U ad un altro D U più complesso. Bisogna inoltre riconoscere
che all’ elemento formale corrisponde, solo entro ristretti limiti, la nostra
intuizione. Oltrepassati questi limiti la funzione U sussiste ancora ma non è
più empiricamente intuitiva. La distinzione tra D e U sussiste sempre finchè
dura la logicità, perchè in ultima analisi non è altro. Di ciò è necessario
tener conto per riconoscere che non si possono costruire, anche con analogie,
modelli di funzioni D complesse, senza distinguere la corrispondente funzione
(UR $ 10. — La questione ultima che si presenta è dunque di carat- terizzare il
senso e il valore della funzione U. Una facile riflessione sulle precedenti
analisi darà la risposta. La LdP, dimostrando l’esistenza generale della
funzione U (con- nessa colla funzione D), di cui la nostra intuizione è un caso
parti- colare, giustifica l'estensione e la validità dei sistemi estesi oltre i
limiti delle nostre possibilità intuitive, e fornisce un criterio euristico,,
per sistemare gli elementi di U e di D oltre i limiti in cui la nostra
intuizione permette di distinguerli. Ne abbiamo avuto una prova lumi- nosa
nella terza applicazione della LAP, $ 3. Concludendo questa prima parte, pare
quindi che il contributo scientifico portato dalla LAP meriti d'essere preso
sempre in più chiara coscienza. II $ 11. — Quella nuova maniera di filosofare
che è l’apporto odierno del movimento fenomenologico husserliano e cerca in
sostanza di far passare il pensiero filosofico dal concetto logico all’
intuizione eidetica, merita ora il più attento giudizio di quei teoretici che
si preoccupino di promuovere il rinnovamento degli studj logici; giacchè può
parere che la vittoria dell'indirizzo fenomenologico determini un orienta-
mento metalogico. È necessario dunque anche qui entrare nel vivo ‘ della
questione e considerare se si debba o no, dal punto di vista relativistico
della logica che qui si espone, respingere la pregiu- diziale husserliana. }
Qual'è la posizione della fenomenologia rispetto alla logica? Si può desumere
da una rapida analisi dei suoi tre primi momenti. — Nel primo Husserl, sentendo
in larga misura l'influenza d Bernhard Bolzano, da lui ritenuto uno dei più
grandi logici di tu i tempi, ne prosegue l’orientazione rispettosa dei diritti
della scienza esatta, e cerca di rendersi conto dei processi matematici. Così
nel 1891 in Philosophie der Arithmetik approfondisce lo studio della; nuova
logica matematica, col duplice vantaggio di superare la sillo- gistica,
staccandosi da Aristotele, e di distinguere la logica dalla psicologia,
staccandosi da Mill. — Nel secondo riconosce l'autonomia teoretica d'una logica
pura universale e ne determina rigorosamente i confini nel primo volume delle
Logische Untersuchungen (1900-01). — Nel terzo fa passare l'autonomia della
logica pura in seconda linea, perchè concentra tutta l’attenzione sullo
schiarimento del pro- cesso del conoscere come pura teoreticità in cui la
logica stessa viene a trovare fondamento e giustificazione. A questo tema
gnoseologico già nettamente sviluppato nel secondo volume delle L. U. (1901) si
allaccia il secondo tema brentaniano dell’intenzionalità, che trova il suo
compimento nel terzo dell’ intuizione categoriale, e nel quarto della natura
reale dell'oggetto ideale immediatamente dato dall’ atto tipico dell’
intuizione nella sua essenziale purezza, senza deformazione, possibile qual
fenomeno puro. Le /deen del 1913 espongono la scoperta defi- nitiva del
fenomeno puro, la realtà essenziale dell’ eidos e costituiscono. la scienza
eidetica della Wesensschau.i Dunque è lecito domandare dove sia andata a finire
la costruzione della logica pura. È chiaro che la scoperta del 1913 ha fatto
dimen- ticare la promessa del 1900. Donde lo spostamento? E non sì po- trebbe
ripigliare il programma del 1900? Se si pensa che già dai più delicati
fenomenologi si avvertì il bisogno di riparare alla mancanza: d’una
Fenomenologia della religione (riconosciuta sei anni fa da Chestow in Memento
mori), col tentativo di Max Seeler, non parrà impossibile il disegno analogo d’
una Fenomenologia della logica pura, a compimento del voto husserliano del
1900. Circa l'originalità e- l’irreducibilità del fenomeno logico puro, come
mondo indipendente da ogni altro dominio del sapere, già si trovano elementi
tutt’ altro. che trascurabili nella dottrina stessa husserliana. A questa
singolare testimonianza possiamo aggiungerne un’ altra, per niente nota, ma
anche. 1. Queste idee preparano il terreno ad Kritik der logischen Vernunft
(Jahrbuch X,. uno studio critico del Saggio: Formale und 1929) che vuol essere
considerato da, transzendentale Logik, — Versuch einer questo punto di vista. .
= ‘più importante. Ed è che il fenomeno eidetico puro è venuto a togliere | il
primato al fenomeno logico puro solo in apparenza, mentre glielò dà tutto in
realtà. Qual'è invero lo sforzo precipuo di Husserl? È «quello di mostrare che
nell’ intuizione eidetica l’ intenzionalità raggiunge l'essenza dell'essere.
Accorderemo ad Husserl che l’intentio è la -directio? Ma è inevitabile. Passo
passo pertanto, e precisamente per virtù di quella chiarificazione intuitiva
‘dei concetti che egli raccomanda e proclama nel Manifesto del primo tomo del
Jahrbuch, non si vede perchè il tema dell’intenzionalità non abbia da diventare
il tema della relatività. Non v'è assioma che vieti ad una scienza eidetica
della logica pura di spuntare sopra questo terreno. Non hasta: la natura dell’
eidetico, come insieme dei predicati essenziali d’un oggetto puro, non solo può
ma deve conciliarsi, non già coll’ desolata, Ma sile mai — con l'assoluta
relatività, cioè con ciò che è essenzialmente relativo sotto tutti gli aspetti.
Si dirà forse che il fenomeno puro non ha alcun bisogno di appoggiarsi nè su
concetti logici, nè su ragio- namenti logici di sorta? Ma non abbiamo distinta
la logica sistematica «dalla logica pura? È di questa che intendiamo parlare,
non di quella. V'ha bensì una differenza tra la relatività pura della logica
del potenziamento e l’intenzionalità pura della fenomenologia: ma tale che
questa deve orientarsi verso il problema di quella, non viceversa. Chi sia
convinto che l’intenzionalismo di Husserl non è che un relativismo criptico
come tra poco apparirà, ér071) fatta d'ogni relatività logica «sistematica, e
che lo slancio stesso dell’intuizione categoriale non è che la funzione
capitale della logicità, vedrà subito Li necessità di licenziare il volgare
pregiudizio del sostrato permanente dell’ ente e della natura rapportativa
della relazione, in cui ancora Husserl si cristallizza. Qual contributo porterà
al progresso della fenomenologia la -Stimmung speculativa della logica del
potenziamento? Andando avanti senza paura per questa via, s’intravvede fin
d’ora che anzitutto sa- ranno evitate le fumosità della metalogica. $ 12. —
Valga ancora un esempio. I fenomenologisti, quando vo- gliono restare negli
orizzonti intenzionali, hanno, si capisce, orrore «profondo d'ogni deduzione logica:
nondimeno ammettono la struttura necessaria dell'essenza eidetica. Quindi se si
domanda: perchè, eideti- camente parlando, il tetraedro regolare esiste e il
decaedro regolare mon esiste? la ‘risposta dev’ essere l’ esplicazione di tale
necessita «Hering, che ha studiato questo caso di costituzione fenomenologica
come esempio di passaggio dal pensiero concettuale al pensiero in- tuitivo
puro, avverte che non solo ‘siamo incapaci di modellare il decaedro regolare
fisicamente e neanche di imaginarlo, ma che l’ essenza ‘stessa di questa idea,
essendo sinteticamente assurda, ripugna ad ogni mt Die re ni pre ME ee
realizzazione. Se è questo un eccellente esempio di intuizione cate- goriale,
la cosa in altri termini significa che l'entità essenziale del- l'oggetto in
questione è affermata fenomeno puro, non già perchè implichi un dato (sia
ontologico, secondo il vecchio concetto sostanzia- listico dell’esistenza; sia
logico, secondo la necessità tecnica del di- scorso), ma perchè la sua
realizzazione si attua senza contradizione avuto riguardo alla visione
intuitiva dell'idea pura. La sua objettivîtà è tutta intenzionale, cioè
trascendente; le essenze contradittorie, come res trascendenti, mon esistono.
Noi non siamo alieni dal riconoscere che la necessità strutturale dell’essenza
eidetica non è giustificata dalla deduzione logica, ma dalla intuizione pura
dell’objetto intenzionale: lo confermiamo anzi, pre- cisando che l'evidenza
appercettiva è in funzione della non contradit- torietà dell’ ente in sè,
prescindendo nel caso nostro da ogni formazione geometrica (perchè il mondo dei
concetti scientifici non è che derivato), nonchè da ogni rapporto tra
rappresentazioni. Ma la realizzazione del- l'intuizione essenziale prescinde
forse da ogni relatività? No, perchè secondo la mostra intesa, in primo luogo
non prescinde da quella generale relatività che è propria d’ogni relazione
anteriore ad ogni rapporto ($ 1); in secondo luogo non prescinde neanche da
quella relatività speciale che è propria d’ogni rapporto posteriore ad ‘ogni
relazione, di cui per definizione la fenomenologia deve fare 7077). Husserl non
pone mente a bastanza al fatto che il principio di non contradizione, quale
appare anche sotto forma di principio di coerenza unitamente al principio
classico di identità, a punto perchè costituisce il perno su cui si svolge ogni
sistema, resta interamente sul terreno della logica sistematica particolare,
cioè nell’ orizzonte, tecnico della necessità deduttiva; s' illude sulla
Klirung aconcettuale del principio di non contraddizione. Questa illusione
ritarda 1’ emanci- pazione definitiva della necessità eidetica. Riporre il
nuovo di questa necessità sotto il criterio del non contradditorio è in realtà
un ridarlo in balìa al tecnicismo. Per questo rispetto le dissociazioni operate
dalla logica del potenziamento ci sembrano destinate ad esercitare una felice
influenza sul destino della fenomenologia. Concludendo questa seconda parte, si
vede che la Realisierung husser- liana ha per condizione essenziale una
Relativierung (sia venia al neolo- gismo), pregnante nell’intenzionalità dell’
intuizione, quale funzione produttiva della logica e instauratrice delle
infinite individuazioni sub- objettive del suo potenziamento. Noi siamo
arrivati così ad uno dei , problemi più interessanti della dottrina di Husserl.
E abbiamo provato che l’idealismo intenzionalista non è il passaggio ad un
punto di vista assoluto, ma l’implicito appello ad una nuova maniera di
considerare , la logicità che si risolve in una riabilitazione del relativismo.
LAU II Mi s 13. — Se, dopo aver formulato in rapida sintesi i principali
‘criterj d'orientamento e di lavoro che giustificano la nuova logica, (1) anche
la nostra rapida meditazione husserliana (II) ha raggiunto il suo scopo,
facendo eideticamente intuire la relatività costitutiva dell’ analisi
fenomenologica intenzionale e dei suoi objetti e dissipando in tal modo
l'apparenza dell’assolutismo e della metalogica, sarebbe inte- ressante,
terminando, indicare qual direttiva rivoluzionaria imprima la logica del
potenziamento alla conoscenza intima di sè e alla condotta della vita.
Interessante forse, ma mon necessario. Torino, R. Università: Febbraio, 1932.
X. ANNIBALE PASTORE. — a i pià Deoivenuta schiava sotto il dominio straniero, e
la sua filosofia per riverbero non può celebrare l’appassionato ripiegarsi
dello spirito dei suoi inintellettuali sapienti verso l’umana ori- ginaria
unità. La logica occidentale insegna a rovesciare con indifferenza la fisima di
quegli esercizj assorbitivi d’otturamento extralogico che per sottrarsi alla
banalità d’una vita dispersa distruggono il significato propul- sivo della
umana struttura. Prima di giungere ai risultati della filosofia che vuole
autenticarsi nell’irrelatività della sua dogmatica clausura, ci resta a vivere
con una filosofia e per una filosofia che sia l’aperta comprensione di tutte le
forme della vita e del mondo e ci ajuti a operare nell’aria re- spirabile che è
solo in apparenza fuori di noi, perchè noi siamo non solo noi ma anche l’altro,
a vivificare in actu exercito la nostra esistenza con- creta la quale non è mai
tanto concreta che quando è capace di produrre e di potenziare l’astratto,
conforme al programma della logica che non fa altro. Per la logica l’esistenza
operatrice si irradia, e realizza effettiva- mente lo spirito organizzando le
sue strutture. Che i novissimi indirizzi sappiano mettersi nella prospettiva
della lo- gica, dal neoesistenzialismo al neospiritualismo, al neovolontarismo,
al neorealismo, senza lasciarsi captare da quelle avversioni che secondano sol-
tanto le linee di minore resistenza. La loro attitudine di lavoro, le loro gio-
vanili risorse richiameranno la filosofia italiana ad un migliore avvenire ; e
la restituiranno alla sua naturale grandezza. ANNIBALE PASTORE ——_ ea. dell
56396 A. PASTORE SULLA NATURA EXTRALOGICA
DELLE LEGGI DI TAUTOLOGIA E DI ASSORBIMENTO NELLA LOGICA MATEMATICA Prima di
LeiBNIz la Matematica e la Logica vivevano in due campi disparati e lontani.
Poi, in seguito alle geniali intuizioni di quella vasta mente di filosofo e di
matematico, la Logica si avvicinò risolutamente alla Matematica, e l’avvicina-
mento progressivo continuò per opera di successori i quali scoprirono le
numerose e feconde analogie donde trasse origine la Logica matematica. Questo
indirizzo ha già una vasta letteratura che qui è inutile esporre. Ciò premesso,
sorge naturale la domanda: dove ci porterà questo lento ma con- tinuo
avvicinamento dei due calcoli? Notiamo subito che, contro la tesi della loro
fusione definitiva, si oppone un gruppo di ragioni che ha, per lo meno, il
vantaggio della tradizione. È noto infatti che quasi tutti i matematici, che
contribuirono mag- giormente al progresso del calcolo logico, si fanno un
dovere di introdurre un si- stema speciale di segni per trattare le interessanti
questioni relative alla Logica deduttiva, pur riconoscendo che questa fa parte
delle scienze matematiche, e mal- grado la grande analogia presentata dalle
operazioni fondamentali dei due campi. E si capisce che i loro sforzi sono
ispirati dal desiderio di impedire una fusione possibile dei due calcoli, che,
a prima giunta, ha l'apparenza d'una confusione. Frattanto si presenta un fatto
nuovo. Indipendentemente dalle aspirazioni ac- cennate, tanto il calcolo
matematico quanto il calcolo logico, intesi a perfezionare i proprj metodi,
vanno sempre più assumendo un carattere di estrema generalità, in cui alla
crescente purezza formale delle nozioni si accompagna il crescente rigore
deduttivo dei ragionamenti. Ciò significa che i due calcoli, malgrado le loro
presunte differenze, funzionano in realtà come due sistemi ipotetico-deduttivi,
intimamente congiunti nell'impiego d'un procedimento comune. Questo fatto, il
quale si può considerare come un acquisto recente, è tanto grave e inaspettato
che impone la necessità di elencare e discutere colla massima brevità (e quindi
efficacia) tutte le ragioni che attualmente si adducono per impedire il ri-
conoscimento dell'identità fondamentale dei due calcoli. 50 — 394 — Mi limito
ora ad osservare che la ragione più forte si ricava dall’affermazione che
alcune operazioni fondamentali del calcolo logico non hanno le corrispondenti
nel calcolo matematico o differiscono notevolmente nelle loro proprietà. Per
esempio, si afferma che le proprietà espresse dalle seguenti identità, in
generale aa=a sava=-A pel prodotto e per la somma, non hanno le corrispondenti
in Algebra numerica ('), sebbene di queste formole si faccia continuo uso nell'
Algebra della logica, la quale, priva così dei multipli e delle potenze, riceve
una semplificazione enorme rispetto all’ Algebra numerica (*). La legge
rappresentata da queste formole fu dal JEvonSs (*) chiamata the law of
simplicity, da altri la legge di tautologia (‘); da questa deriva la legge di
assorbimento (*) a(avbdj=a ,av(ad)=a, e un gruppo vastissimo di conseguenze che
costrinsero il calcolo logico a diffondersi (*) G. BooLE [The calculs of logic
(Cambridge and Dublin math. Journal, 1848, V. III, pp. 183-198); An investigation
of the laws of thought, on which are founded the mathematical theories of logic
and probabilities (London, Walten et Maberly, 1854)] afferma che le due
equazioni aa=a | a+a=a sono caratteristiche del calcolo logico. La sua dottrina ebbe gran seguito
nella scuola inglese, scozzese e americana. Nel ‘72 RoBERT GRASSMANN
affrontando, con criterj originali, questo argo- mento, pubblicò le sue
ricerche nella Wissenschaftlehre oder Philosophie, Stettin. È noto che egli divide
la matematica in quattro rami distinti: 1) la « Begriffslehre » (logica); 2) la
« Bindelehre » (teoria delle combinazioni); 3) la «Zahlenlehre n (aritmetica);
4) l'« Ausdehnungslehre n e riduce le proprietà caratteristiche di queste
quattro discipline ai diversi modi coi quali si connettono fra loro eguali
elementi. (Verknipfungsarten gleicher Stiften) nella « Fiigung » (addizione) e
nella « Webung » (moltiplicazione) di tali elementi, come mostra il prospetto
seguente; ete=e ete=e) ebete 6 etedte ee=e ce+ e ssi eee G. Prano [Calcolo
geometrico secondo l'Ausdehnungslehre di GRASSMANN, preceduto dalle opera-
zioni della logica deduttiva (Torino, Bocca, 1888)], dichiara che le operazioni
riferite, le quali sono fondamentali al calcolo logico, non hanno le corrispondenti
nel calcolo logico. In «F,N1» [Logique mathématique (Turin, Bocca, 1897, p.
35)] nota che la proprietà della moltiplicazione logica espressa dalla P42 (a =
aa) rende le formule logiche più semplici che le algebriche. (*) L.
Coururat, Z' Algèbre de la logique (Paris, Gauthier-Villars, Ed. 1905, p. 13). (*) W. S.
JEvons, The principles of science, a treatise on logic and scientific method
(London, 1883). (*) A. Nagy, Fondamenti
del calcolo logico (Napoli, 1890, Pellerano); Principj di logica esposti
secondo le dottrine moderne (Torino, Loescher, 1892). A p. 47 e segg. di
quest'opera la legge di tautologia viene indicata in generale coll'espressione
seguente: (2) (4). IHa=a | Za=a. (5) E. ScHRODER chiama le due equazioni: a=a +
ad , a=a(a+d) « Absorptions gesetz ». Cfr. insup. Nagy, Principj ecc., p. 48, e
Fondamenti ecc., p. 3; COuTURAT, op. cit., p. 13. — 395 — con relativa lentezza
e fecero sì che anche le applicazioni della Matematica alla Logica pura siano
ancora oggidì avversate da troppi logici e matematici. Lo scopo della presente
comunicazione è di portare un contributo diretto alla tesi dell'identità
fondamentale dei due calcoli: | 1° dimostrando che tutte le apparenti
dimostrazioni che furono date finora di tali leggi si riducono ad una mera
trasformazione descrittiva di concetti, cioè sono logicamente insussistenti; 2°
riconoscendo che la concezione stessa di queste leggi assunte come primi- tive
o ha natura extralogica o non può essere pensata come compatibile col principio
fondamentale dell'identità; 3° indicando le più elementari applicazioni che
vengono suggerite in conse- guenza. I. Esaminiamo in primo luogo le
dimostrazioni, limitandoci a citare le più im- portanti, per amore di brevità.
Giova ricordare che l'autorità della tesi tautologica rimonta a LEIBNIZ il
quale dichiarò esplicitamente: « repetitto ejusdem literae in eodem termino est
inutilis = (*) quanto al prodotto, e « si idem secum ipso sumatur nihil
constituttur novum, seu A+ A0c0A=» (*) quanto alla somma. In seguito quasi
tutte le scuole di logica matematica: l'inglese (HAMILTON, BooLEe, CLiFFORD,
JEvONS, VENN, ecc.), l'americana (HaLSTED, PEIRCE), la tedesca (ScHRODER, H. e
R. GRASSMANN, FREGE), l'italiana (PreANO, Naoy, BuRALI-FORTI, ecc.), la
francese (CouturaT), la russa (PORETZKvY), accettarono questi princip). Tutte
le dimostrazioni poi che furono escogitate sì riducono, a quanto mi risulta,
malgrado la deplorevole anarchia di notazioni, alle due forme seguenti,
riprodotte, con poche modificazioni, dai var) autori (*). Nella prima forma (‘)
si dimostra, in primo luogo, la Proposizione [1] | aDaa, al quale scopo prima
si moltiplicano fra loro le due deduzioni a Da e a9a; quindi si compongono
secondo le nota formola di Composizione: a)Db.aI)e:I:aIbde, quindi si deduce la
Ths. In secondo luogo, in virtù della definizione dell'eguaglianza, da #
aa)a.429)aa, (*) Leisniz, Ph:/S., t. 7, p. 224. Cfr. Peano, F, N3, pp. 14, 41. (3)
Id., Mss. Phil. VII, p. 3. (3) Vedi p. es. il CouturaT che, in o». e loc. cit. ripete la
stessa dimostrazione del PEANO, ma adoperando la relazione d’inclusione col
segno <. (4) G. Peano, Fi Nl: P31: a5aa[Hp.P21.P21.5.a90a.a9a.Cmp.5. Ths.
P42:a=aa [P23 N P31.>.P.]. La P23 è: a,dbeKk.5.ab 5a. — 396 — in cui la aa9a
è tratta da 252 a), per (a|b), si deduce la proposizione tautologica [2] a= aa.
E analogamente si ragiona per la somma. Quanto infine alla legge di
assorbimento a(a vb)=a ,av(abj=a si capisce che la sua sorte dipende dalle formole
di Cmp e di Smp che furono già impiegate precedentemente e saranno esaminate
fra poco. Ora si vede che la dimostrazione della [1] è subordinata alla
condizione che si possa sostituire (a,a,a|a,d,c) nella formola del Cmp
ad)b.a)e:I:aIbde, affinchè le due deduzioni a 3 a è 42a si possano comporre per
la deduzione della Ths. Ma è chiaro che tale sostituzione (di termini tutti
eguali ad un dato termine @ nella formola del Cmp che contiene termini
differenti) non si può fare perchè, con essa, l' Hp diventerebbe a)Da.a)a da
cuì, in virtù della aa)a già posta antecedentemente; e per la sostituzione, in
questo caso, legittima (a23a |a) non si ricava che ada. Dunque la tesi a>aa
cade senza rimedio, e con essa la sua corrispondente per la somma, e tutto il
sistema delle conseguenze legate alla legge di tautologia. Ma c'è ancora
un'altra prova contraria alla validità di codesta dimostrazione. Infatti, non
solo non si può fare la sostituzione riferita nella forma del Cmp, ma neppure
si può ricorrere al principio di composizione per dedurne la Ths della
tautologia, perchè, rigorosamente parlando, la proposizione del Cmp non è che
la stessa proposizione tautologica mascherata. Invero non si bada che la
formola del Cmp la quale esprime che « se si hanno due deduzioni colla medesima
Hp e per Ths il prodotto logico delle due Ths » implica già un oregov reoregor,
vale a dire costituisce un appello manifesto a quella convenzione la quale
esprime che « ripe- tendo più volte la medesima Hp non si ottiene mai altro che
la medesima Hp ». — 397 — In una parola è necessario supporre già la validità
di quella legge che si cerca in seguito di dimostrare, perchè la vera formola
del Cmp non è questa a5b.aIe:I:aIbde, ma quest'altra ad5b.aI)ce:2aaIbde, la
quale si ottiene moltiplicando membro a membro la deduzione a 3 dè per la de-
duzione a Dc e dice propriamente che « dal prodotto delle Hp si deduce il
prodotto delle Ths ». Nella seconda forma (') la proposizione 01] aaa non è
dimostrata, ma è posta immediatamente come Pp. E allora dalla afferma- zione
simultanea aDaa.aa)a, ip cui la p. aaa è ottenuta per la sostituzione (a/ò)
nella Pp. ab Da, si deduce la Ths. [2] azz ad Ora anche qui si comprende che la
dimostrazione del principio tautologico è logica- mente insussistente, perchè la
sua validità è subordinata alla Pp. [1] nella quale è giocoforza supporre già
la validità di quel principio che si cerca in seguito di dimostrare. Infatti,
poichè in nessuna deduzione la Ths può essere maggiore dell'Hp (la vecchia
logica esprimeva questo canone con la nota legge: « latius hos quam prae-
missae conclusio non vult »), segue che ponendo 49 aa noi sappiamo già che aa
non può essere maggiore di a. Inoltre, poichè la deduzione 43 aa (« da a sì
deduce a ed a») implica già ad evidenza come un caso particolare che « da a si
deduce a », segue che aa non può essere minore di a. Ciò posto, segue di
necessità che po- nendo 42 aa resta già posto a= aa. Questo significa, in altri
termini, che anche qui la Pp aaa non è che la stessa proposizione tautologica
mascherata. Concludendo, si può affermare che le ordinarie dimostrazioni della
proprietà tautologica sono, in sostanza, un puro complesso di convenzioni
descrittive e può ri- tenersi che qualunque altra dimostrazione escogitabile
sia, in ultima analisi, riduci- bile a tale significato. (*) C. Burati-FortI,
Logica matematica (Milano, Hoepli, 1894, p. 11; Pp2. a 5 aa; pag. 15 P2.aa9a;
pag. 45 P44.a=aa [Pp2.P2:5: P44]. — 398 — II. Ed ora passiamo al secondo punto.
Ho detto che alcuni autori accettano il prin- cipio tautologico senza
dimostrazione, cioè come un postulato. Per chiarezza di cri- tica gioverà
ancora distinguere questi autori in due gruppi. Taluni si appoggiano
evidentemente sopra una giustificazione che trascende la natura e i limiti
della logica pura. È questo il caso tipico di S. Bogzio il quale fondandosi su
questo criterio « velut si dicam sol sol sol, non tres sol effecerim sed uno
toties praedicaverim » (') dà un tuffo nella teologia e nell'ontologia
proponen- dosi di corroborare l'ardua tesi della Trinità, ed è pure il caso di
tutti i sostenitori della logica a fondamento ontologico. È chiaro che il loro
ragionamento si riduce a questo. L'oggetto esteriore non si moltiplica anche se
noi lo pensiamo molte volte di seguito; dunque neanche sì moltiplica il
concetto, vale a dire ciò che corrisponde nella nostra mente ad un oggetto
considerato come un reale ontologico esterno. Ma chi non vede che qui si
confonde il campo logico col campo ontologico, perchè sì pretende che ciò che
vale ontologicamente valga anche logicamente? Questo principio può interessare
solo dal punto di vista della celebre questione capitale della Scola- stica che
chiede: se ai concetti (generici) corrisponda un reale ontologico e di qual
natura esso sia, e come si comporti cogli individui (*). Dunque il principio
tauto- logico non è posto che per ragioni extralogiche, chiamando — per
comodità — ertralogico tutto ciò che non è logico (alogico, illogico, Masa Log
co; ontologico, gno- seologico, psicologico, glottologico, ecc.). Altri,
credendo di potersi valere dell'ampia libertà conceduta alla scelta delle Pr i
pongono esplicitamente il principio tautologico come un postulato, senza
aggiungere alcuna giustificazione al riguardo. Ora è della massima importanza
il ricordare che solo fino ad un certo punto sì può dire che la scelta delle Pp
è arbitraria. Infatti da un sistema ipotetico dedut- tivo qualunque si deve
sempre pretendere che le sue Pp siano non contraddittorie e indipendenti e
conducano a risultati esclusivamente formali e necessarj. — Ma queste
condizioni bastano a radiare il principio tautologico da qualsivoglia calcolo
logico che non voglia sacrificare il principio di identità (a= a). Infatti, po-
nendo aa=a si affermano relativamente identiche due quantità logiche fra cuì
passa un'innegabile diversità di contenuto e di estensione, che si può provare
nel modo seguente. Noi ammettiamo come condizione indispensabile alla purezza
del calcolo logico che l'unico vero e proprio oggetto logico è il concetto il
quale, per essere. non ha bi- sogno di esistere, perchè non ha bisogno d'altro
che d'essere pensato. Da ciò risulta che, (!) BoeTtivs, De Trinitate etc., $ 3.
Cfr. Prano, F2 N1. P42. (*) PorrirIo, /s19. Cap. 1. adrixa ne0i yevov te xai
eldov, tò puèv Etre bpeotifxev eitE Éév uovars yidats émvcuiais xeîltar, cite
bqpeotexsta cwuard toruv, 7) davuarae, xai ywpiotà 7 éy tols aic9nrois, xal
neoL tadra bpeotora, napartipoou déyerr, fudureatns ot'ans Ts toravtns moayua-
telas xaù lidlrs ueizovos de. uévns éieraoews. — 399 — ponendo aa, sebbene il
concetto del primo « sia identico al concetto del secondo a, tuttavia gli
oggetti logici, cioè i concetti di cui sì tratta, sono innegabilmente due, e
quindi il concetto della loro affermazione simultanea è irreducibile al
concetto semplice di a se non vogliamo smarrire i due concetti dell’ unità e
della moltiplicità che sono fondamentali a qualunque calcolo. Se questa
distinzione fra a e aa non può esser fatta dalla sensibilità e nella realtà
oggettiva esteriore, prima di tutto non è richiesta dalla logica pura, in
secondo luogo è sempre fatta dalla e nella ragione, alla quale, durante
l'affermazione simultanea, son presenti due oggetti logici e non uno, perchè
tutte le volte che noi pensiamo un concetto, il concetto è ('). Ogni concetto è
un pensato e ogni pensato concettuale tante volte è quante volte sì pensa,
indipendentemente dal fatto che ad esso corrisponda o no verun og- getto reale
esistente fuori del pensiero. Del pari tutte le operazioni che si possono
compiere in qualsivoglia calcolo non sono altro che rapporti ideali, vale a
dire an- cora certi pensati fra certi altri pensati ai quali dagli spiriti
coltivati nelle scienze astratte non si deve imporre limite alcuno. L'aver
sempre presente una sola identità reale o un flatus vocîs tutte le volte che
noi evochiamo il concetto in diversi nessi moltiplicativi, non costituisce una
sola identità logica dei molteplici concetti corrispon- denti che vengono
predicati nello stesso tempo, perchè solo questi predicati astratti sono i veri
e propr] oggetti logici, dei quali si deve occupare la logica pura. Dunque fra
a ed aa passa una diversità concettuale ed operativa assoluta e pensare come
vero l'op- posto di questo pensiero sarebbe un negare assurdamente la validità
universale del principio di identità a cui si connettono naturalmente tutte le
operazioni possibili d'ogni calcolo. Ciò è tanto vero che, indipendentemente
dalla possibilità operativa di cui farò cenno fra poco, l'adozione del
principio non tautologico implica una semplice esten- stone delle condizioni in
cui le operazioni del calcolo possono compiersi attualmente, stando al
carattere esclusivamente formale degli enti e delle relazioni possibili, in
armonia col principio d'identità. Dunque il principio tautologico non resta giustificato
logicamente in nessuna maniera, nè come derivato nè come primitivo. III.
Vediamo ora di renderci conto di alcune applicazioni suggerite dalla presente
ricerca. Anzitutto un doppio compito si impone: 1° sgombrare il terreno della
logica deduttiva dalle proprietà extralogiche che riescono a paralizzarla; 2°
sviluppare il calcolo logico in ordine alla possibilità delle nuove operazioni.
(1) G. Prano, Super theorema de CANTOR-BERNSTEIN. Estr. dal t. XXI (1906) dei
Rendiconti del Circolo Matematico di Palermo, p. 6: « Nos cogita numero, ergo
numero es n. L'importanza logica e filosofica di questo principio necessario a
stabilire la purezza d'ogni calcolo e sufficiente a troncare ogni inutile
disquisizione metafisica è enorme, ma non sentita a bastanza da tutti i cultori
delle scienze pure. — 400 — Si capisce che il primo compito porta ad uno studio
abbastanza facile. Invece il secondo condurrà necessariamente ad un vasto campo
di applicazioni intorno alle quali non sembra facile portare un apprezzamento adeguato
finchè non saremo in grado di raccoglierne e di ordinarne i risultati. Le
applicazioni più elementari sembrano le seguenti: a) in primo luogo restano
modificate le definizioni del prodotto e della somma logica coll’adozione della
coppia di equazioni aatka , ata+a esprimenti in generale proprietà analoghe a
quelle della moltiplicazione e dell'addi- zione matematica; 5) in secondo
luogo, al posto della legge di assorbimento pel prodotto si so- stituisce la
proprietà distributiva anche nella forma a(a+-d)=a' + ab; c) in terzo luogo si
rende possibile l'introduzione delle potenze e dei mul- tipli nel calcolo
logico, col doppio vantaggio di trattare in maniera più rigorosa e corretta î
problemi logici già risolti per altra via, e di aprire nuovi e più vasti campi
di ricerche all'analisi logica. Ma non posso ora proseguire il racconto degli
speciali acquisti conseguibili in tale ordine di idee, riservandomi di
svilupparli in altro lavoro. Noterò solo che per tal modo vengono distrutte le
più forti ragioni tecniche contrarie alla tesi del- l'identità fondamentale dei
due calcoli, perchè calcolo logico e calcolo matematico si presentano ormai
come due insiemi che possiedono le medesime proprietà fonda- mentali; quindi,
sulle traccie del RusseLL ('), del HoNTINGTON (*) e del COUTURAT (?), è ovvio
identificarli puramente e semplicemente dal punto di vista formale (*). (') B. RusseLL,
The Principles of Mathematics (t. I, Cambridge, University Press, 1903); Sur la
Logique des relations, avec des applications a la théorie des séries (ap. Revue de Mathém. di G. PeANO, t.
VII, pp. 115-147. Turin, 1902). Le magistrali ricerche del RussELL, compiute
dal nuovo punto di vista della Logica delle relazioni e coll'impiego della
Logica matematica del Peano, co- stituiscono una ricostruzione logica di tutta
la matematica pura. Molto opportunamente il CouTtuRAT nel suo prezioso
resoconto, citato qui sotto nella nota (*°) ne ha fatto rilevare l’importanza
gran- dissima. Si può ripetere con lui che, grazie alle ricerche del Russzn.L
il collegamento della teoria degli insiemi, scoperta da G. CanTOR e da altri
matematici, al calcolo logico, è ormai un fatto: compiuto. (*)
HuntINGTON, Note on the definitions of abstract groups and fields by sets of
independent postulates (ap. Transact. of t. American Mathem. Society, t. VI, pp. 181-193,
1905). Quest'opera contiene la dimostrazione del carattere logico della teoria
dei gruppi di SopHus Lig, studiata dal punto di vista della Logica delle
relazioni. (*) L. CoutuRAT, in Zes principes des Mathématiques (Paris, F.
Alcan, 1905) tratta profon- damente e con grande chiarezza i rapporti fra la
Logica e la Matematica; tutta l'opera è destinata a giustificare la tesi
dell'identità fondamentale della Logica e della Matematica. (*) Queste considerazioni
ci lasciano intravedere l'utilità derivabile dall'introduzione della veduta del
PLUECKER nell'apprezzamento teorico della Logica e della Matematica. Già
l'ENRIQUES — 401 — Le cose più importanti che ho esposto in questa
Comunicazione si riducono in sostanza alla dimostrazione della natura
extralogica delle leggi di tautologia e di assorbimento nel calcolo logico. Ciò
significa che una vera e propria dimostrazione di queste leggi finora non la
possediamo e non la possederemo tanto presto; il che però non toglie il pregio
dei risultati conseguiti dalla Logica matematica; soltanto ci obbliga a
riconuscere che è un puro arbitrio descrittivo affermare che l’addizione e la
moltiplicazione logica godano realmente delle proprietà speciali espresse dalle
leggi surriferite, a differenza di quanto avviene in Matematica. Abbiamo veduto
come da tale fatto risulti possibile l'introduzione nella Logica matematica di
un gruppo di nuove nozioni e di nuove operazioni, universalmente respinto da
LEIBNIZ ai giorni nostri, il cui retto uso è peraltro intimamente collegato con
quello delle nozioni e delle operazioni fondamentali di tutti i calcoli che
vanno gradatamente unificandosi sotto il cielo comune della deduzione nel senso
più esteso della parola. E ciò basti a porre in luce il molto che resta ancora
da fare per tale via. nei suoi Problemi della Scienza (Bologna, Zanichelli,
1906, p. 165) ha rilevato l'interesse logico e matematico di cotesta veduta che
porge un principio di trasformazione delle teorie basato appunto sul loro
valore formale. Allo stesso risultato si arriva utilizzando la teoria del
PETROvITCH [Za mécanique des Phénomènes fondée sur les analogies (Paris,
Gauthier-Villars, Ed. 1906)] il quale presenta sotto una forma insieme
abbastanza semplice e abbastanza generale il fecondo concetto della
rappresentazione schematica d'un gruppo d'analogia, e colla proposta del
fenomeno tipico astratto eleva lo studio dei sistemi particolari naturali e
razionali alla pura ricerca delle relazioni logico-matematiche generali tra le
cause e gli effetti, i principj e le conseguenze. Tutte queste teorie sono
dominate dallo spirito comune della teoria dei modelli e costituiscono oramai
una nuova branca della filosofia della natura e della scienza. In Teoria della
Scienza: Logica, Matematica e Fisica (Torino, Bocca, 1903); Logica formale
dedotta dalla considerazione di modelli mec- canici (Torino, Bocca, 1906); Del
nuovo spirito della Scienza e della Filosofia (Torino, Bocca, 1907), ho tentato
di rendere famigliari in Italia l'importanza logica e filosofica e le
applicazioni della moderna teoria dei modelli dovuta all’alta mente di Enrico
RopoLro HERTZ.Nome compiuto: Valentino Annibale Pastore. Annibale Pastore. Pastore.
Keywords: implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica rama della fisica. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Pastore,” The
Swimming-Pool Library, Villa Grice.
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