GRICE ITALO A-Z P PAGL

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagliaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei siculi – la scuola di Mistretta -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mistretta). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Mistretta, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher. Linceo. Fu uno dei fondatori della scuola di romana. Fra i padri della semiologia, ha introdotto gli studi sul pensiero linguistico. Dopo il diploma al Regio Ginnasio di Mistretta, si iscrisse al corso di laurea a Palermo, dove ebbe, tra gli altri, come docenti Nazari, Pitrè, Gentile e Guastella. Si trasfere poi a Firenze dove subì l'influenza di Vitelli, Antoni e Pistelli. Partecipa volontario come sottotenente del Corpo degli arditi, e fu insignito della medaglia d'argento al valor militare. Si iscrisse all'Associazione Nazionalista Italiana e  prese parte all'Impresa di Fiume al seguito di Annunzio. Si laureò discutendo con Parodi e  Pasquali la tesi Il digamma in Omero. Trascorse un periodo di studio in Germania, seguendo corsi di linguistica latina di Meister. Seguì i corsi di Kretschmer a Vienna. Ritornato in Italia, conseguì la libera docenza in indoeuropeistica, quindi fu chiamato da Ceci ad insegnare, per incarico, storia comparata delle lingue romanzi a Roma. Vinto un concorso a cattedre, divenne ordinario di glottologia, nuova disciplina che ereditava il corso di Storia comparata delle lingue romanzi. Insegnò anche "Storia e dottrina del fascismo"  e "Mistica fascista.” Aderì al Partito nazionale fascista e ne fu uno degli intellettuali di spicco, presiedendo anche alcune edizioni dei Littoriali della cultura, che ogni anno raccoglievano i migliori universitari italiani. Fu primo capo redattore dell'Enciclopedia Italiana, dove curò numerose voci, fin quando non entrò in contrasto con il conterraneo Gentile, che dirigeva l'opera. Non figura tra gli accademici d'Italia, ma fu eletto al Consiglio superiore dell'educazione, dove rimase fino allo scioglimento.  Fu voluto da Mussolini alla guida del “Dizionario di politica” dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, una ponderosa opera che raccolse le migliori intelligenze del fascismo, ma anche qualche intellettuale "eretico". Il suo nome compare tra i 360 docenti universitari che aderirono al Manifesto della razza, premessa alle successive leggi razziali fasciste, anche Mauro scrive che egli dissentì dalla politica razziale del fascismo. Con la caduta del Regime fascista, è sospeso ndall'insegnamento. Reintegrato nella cattedra, insegna Filosofia del linguaggio a Roma. Presidente della sezione "Archeologia, Filologia, Glottologia" della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e prima socio corrispondente poi, socio nazionale dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Fu anche direttore editoriale, per la Fabbri, della Enciclopedia di Scienze e Arti. Fu rieletto, con larghissimi consensi, al Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Nel comitato scientifico dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Promotore e direttore della rivista Ricerche linguistiche e presiedette la sezione filologica del Centro di studi filologici e linguistici siciliani. Candidato alla Camera per il Partito Monarchico Popolare nella circoscrizione Sicilia orientale  e al Senato nel collegio Roma ma non e eletto. La Rai trasse un sorprendente sceneggiato per la televisione da un suo testo che dava una nuova interpretazione della vicenda di Alessandro Magno. Membro della giuria del premio Marzotto. Lascia anticipatamente l'insegnamento universitario. Palermo e la città di Mistretta hanno istituito, in sua memoria, il “P.”.  Esplora soprattutto l'antico e medio persiano, la lingua della Grecia classica, quindi il LATINO classico e medievale, nonché l'italiano dei tempi di ALIGHIERI cui ha dedicato varie opere e della scuola siciliana. Come critico letterario e glottologo, diede nuove, originali interpretazioni di VICO, ANNUNZIO e PIRANDELLO.  In ambito linguistico, già nel suo Sommario di linguistica ario-europea, che comprendeva oltre le lezioni dei suoi corsi universitari anche innovative linee di ricerca e nuove idee, delinea una nuova prospettiva di approccio e di indagine delle varie questioni linguistiche la quale viene condotta parallelamente ad un confronto storico-critico con l'evoluzione del pensiero filosofico dalla grecità alla filosofia classica tedesca. Al contempo, P. abbozza in esso prime idee sulla NATURA DEL LINGUAGGIO INTESO fondamentalmente come TECNICA ESPRESSIVA, allontanandosi così dall'idealismo crociano per avvicinarsi piuttosto al positivismo, ed analizzando in modo approfondito, ma al contempo trasversalmente alle varie discipline, la natura e la struttura dell'atto linguistico fra due inter-locutori basandosi sia sull'indagine semantica -- mediante un metodo che egli chiama "critica semantica" -- che sull'interpretazione storico-critica, fino a considerare il linguaggio come una forma di inter-azione semiotica condizionata storicamente da una tecnica funzionale, la lingua. Nel simbolismo linguistico -- soprattutto fonetico -- poi, afferma P. ne” Il segno vivente” riecheggiano non solo l'individualità ed il vissuto dell'inte-rlocutore ma anche la storia dell'intera umanità a cui egli appartiene come soggetto storico.  In estrema sintesi, si può dire che la sua teoria linguistica è una posizione unificata tra lo strutturalismo saussuriano e l'idealismo hegeliano. Altri saggi: “Epica e romanzo, Sansoni, Firenze; Sommario di linguistica ARIA, Bardi, Roma; “Il fascismo: commento alla dottrina” Bardi, Roma; “La lingua dei Siculi, Ariani, Firenze, Il comune dei fasci, Monnier, Firenze, La scuola fascista” (Mondadori, Milano); “Dizionario di Politica,” Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma); “Insegne e miti della nazione italiana, la nazione romana: teoria dei valori politici – la romanita e la razza romana, Ciuni, Palermo; Il fascismo nel solco della storia” (Libro, Roma; Le Iscrizioni Pahlaviche della Sinagoga di Dura-Europo” (R. Accademia d'Italia, Roma; Storia e Dottrina del fascismo” (Pioda, Roma); “Teoria dei valori politici” (Ciuni, Palermo; Logica e grammatica” (Bardi, Roma); “Il canto V dell'"Inferno" d’Alighieri” (Signorelli, Milano); “Il segno vivente” (ERI, Torino); “La critica semantica” (Anna, Firenze); “Il contrasto di Cielo d'Alcamo e poesia popolare” (Mori, Palermo); “Linguistica della "parola"”(Anna, Firenze);  “I primordi della lirica popolare in Sicilia” (Sansoni, Firenze); “La Barunissa di Carini: stile e struttura” (Sansoni, Firenze); “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO (Ateneo, Roma); “La parola e l'immagine” (Scientifiche, Napoli); “Poesia giullaresca e poesia popolare” (Laterza, Bari); “La dottrina linguistica di VICO” (Lincei, Roma); “Il Canto XIX dell'Inferno” (Monnier, Firenze); “Linee di storia linguistica dell'Europa” (Ateneo, Roma); “L'unità ario-europea: corso di Glottologia,” Ateneo, Roma, Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia,  Anna, Firenze, “Forma e Tradizione,” Flaccovio, Palermo, “La forma linguistica,” Rizzoli, Milano, Vocabolario etimologico siciliano, Pubblicazioni del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo, Storia della linguistica, Novecento, Palermo. Commento all'Inferno di Dante. Canti I-XXVI, Herder, Roma); Romanzi Ceneri sull'olimpo, Sansoni, Firenze, Alessandro Magno, ERI, Torino, Ironia e verità, Rizzoli, Milano (raccolta di elzeviri). Sottotenente di complemento, 32º reggimento di fanteria Aiutante maggiore in 2a in un battaglione di riserva, vista ripiegare una nostra colonna d'attacco, riordinava i ripiegandi e li guidava al contrattacco, respingeva il nemico che già aveva occupato un tratto della nostra linea. In un successivo attacco, sotto un intenso bombardamento e il fuoco di mitragliatrici avversarie, dava mirabile esempio di coraggio e di fermezza indirizzando intelligentemente i rinforzi nei punti più minacciati e facilitando così la conquista di ben munite e contrastate posizioni. Monte Asolone. Cfr. M. Palo, S. Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana: da Pagliaro a Mauro, Carocci, Roma,.  La scuola linguistica romana. Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli, Milano, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Cfr. Gabriele Turi, Sorvegliare e premiare. L'Accademia d’Italia, Viella, Roma,  Cfr. Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli, Milano, Cit.  Cfr. Riunioni, Cfr. Riunioni Accademia Nazionale dei Lincei  Centro di studi filologici e linguistici siciliani » La storia, su csfls. Cfr. Mininterno Camera  Mininterno Senato //opar.unior//1/Filologia_dantesca_di_P. .pdf  Cfr. D. Cesare, "Premessa", Lumina. Rivista di Linguistica Storica e di Letteratura Comparata,  Cfr. pure E. Salvaneschi, "Su Attila Fáj, maestro di «molti paragoni»", Campi immaginabili. Rivista semestrale di cultura, Cfr. Tullio De Mauro, Prima lezione sul linguaggio, Editori Laterza, Roma-Bari, Tullio De Mauro, La fede del diavolo  Istituto Nastro Azzurro   Studia classica et orientalia. Oblate, Casa Editrice Herder, Roma, Münster, M. Palo, Stefano Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana. Da Pagliaro a  Mauro, Carocci Editore, Roma, Vallone, "La „Lectura Dantis” di Antonino Pagliaro", in Deutsches Dante-Jahrbuch, Edited by Christine Ott, Walter Belardi: studi latini e romanzi in memoria di Antonino Pagliaro, Pubblicazioni del Dipartimento di Studi glottoantropoligici dell'Roma La Sapienza, Roma, Aldo Vallone, Enciclopedia Dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma, M. Durante, T. De Mauro, B. Marzullo, Pubblicazioni dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, Palermo, Bonfante, Antonino Pagliaro, Pubblicazioni dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, Belardi, Pagliaro nel pensiero critico del Novecento, Calamo, Roma,  D.  Di Cesare, Storia della filosofia del linguaggio, Carocci, Roma, Mauro, Formigari (Eds.), Italian Studies in Linguistic Historiography. Proceedings of the International Conference in Honour of Pagliaro. Rome, Nodus Publikationen, Münster, Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, prefazione di Lyttelton, Unicopli, Milano, Tarquini, Gentile dei fascisti: gentiliani e anti-gentiliani nel regime fascista, Mulino, Bologna, Battistini, Gli studi vichiani di  P., Guida, Napoli, Mauro,  Dizionario biografico degli italiani, Roma, Enciclopedia Italiana Dizionario di Politica Linguistica Semiologia Filologia Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere d La Scuola linguistica romana, su rmcisadu.let.uniroma.  GRICE E PAGLIARO: IMPLICATVRA ARIA  LINGUA E RAZZA  Schlòzer da per primo il nome di  «semitico » al vasto dominio linguistico che ha il suo centro originario fra la Mesopotamia e il Mediterraneo, le montagne dell’Armenia e le coste meridionali dell'Arabia, e che per successive migrazioni  e conquiste si è allargato su una notevole parte del continente africano. Tale denominazione si richiama alla tavola dei popoli tramandata nella “Genesi”  nella quale si distinguono i popoli  discendenti da Sem, primogenito di Noè, dai popoli discendenti dagl’altri due fratelli, Cam ed Iafet. La parentela linguistica fra l'arabo e  l'ebraico, le due lingue più vitali del gruppo, e già stata notata  dai grammatici ebrei ma la precisa nozione di unità semitica, concordante con quella che se ne ha nel  mondo ebraico all’epoca in cui e redatta la Genesi è ben più recente e, nella sua formulazione scientifica, è un riflesso della precisa nozione di unità ario-europea costituitasi nel nostro tempo. Oggi il gruppo semitico si  suole distinguere in semitico orientale che comprende il babilonese  e l’assiro, e in semitico occidentale. Quest'ultimo si distingue a sua  volta in semitico nord-occidentale -- che comprende il gruppo aramaico,  di cui la più importante manifestazione è il siriaco, e il gruppo cananco, a cui appartiene l'ebraico --, e in semitico sud-occidentale, di  cui fanno parte l'arabo settentrionale e meridionale e l’etiopico.  Ad indicare la vasta unità linguistica comprendente quasi tutta  l'Europa e buona parte del continente asiatico, scientificamente accertata per primo da Bopp in uno studio comparativo sulla coniugazione, appare per la prima volta nell'Asia polyglotta di Klaproth il termine ‘indo-germanico.’ Tale termine, divenuto usuale, intende riunire i  due punti estremi del dominio linguistico considerato e si è affermato in tedesco, nonostante che le più vaste conoscenze posteriori  pongano come estrema zona ad Occidente quella del celtico e ad  Oriente il tocario. Fra tutte le denominazioni altrove usate, e cioè  “indo-europeo”, “ario-europeo”, ed “ario”, questa ultima è forse la più propria,  poichè, se non nome unitario di popolo, è certo una denominazione  che parecchi popoli del gruppo usano darsi nei confronti degl’altri  popoli. Purtroppo, in linguistica l'uso di «ario» in senso così vasto  può ingenerare confusione, essendo esso abitualmente riservato al  gruppo indoiranico. Noi tuttavia l’accogliamo come il meno improprio e anche per avere una terminologia uniforme con altre discipline,  come la paletnologia e l'antropologia che l’usano già stabilmente  nell'accezione più vasta. L'unità linguistica aria comprende oggi i  seguenti gruppi storicamente accertati: in Asia l’indiano, l’iranico, il  tocarico, l’hittito, l’armeno, il traco-frigio; in Europa l'illirico, il  greco, lo slavo, l’italico, il baltico, il germanico e il celtico. In Asia  delle lingue arie sopravvivono soltanto l’indiano, l’iranico e l’armeno;  in Europa tutte le lingue oggi parlate sono di derivazione aria, fatta  eccezione dell’ungherese, del finnico, dell’estone e del basco.  Nessuna scienza storica opera con metodo così sicuro come la  linguistica, la quale dispone di un materiale di osservazione vastis-  simo, sia attuale sia documentato nel tempo. L'unità linguistica aria  e quella semitica sono verità acquisite, assolutamente incontrovertibili, anche se le lingue che ad esse partecipano siano ormai profondamente differenziate. Compito della linguistica storica è per l’appunto, una volta riconosciuta l’unità genetica originaria, di seguire  nel quadro di essa le modalità e, vorremmo dire, le leggi degli sviluppi e delle differenziazioni, che hanno determinato la fisionomia  delle singole lingue come noi oggi le conosciamo; compito a volte  arduo, specie quando dalla ricognizione dei fatti si voglia risalire alle  loro cause, cioè ai momenti umani che danno origine all'innovazione;  ma tuttavia ricco di risultati grandissimi, i quali dal campo della  glottologia si estendono a tutte le altre discipline, che studiano l’umanità nelle manifestazioni concrete della sua storia. La lingua italiana  è una delle forme più importanti, anzi la più importante, in cui l'umanità realizza se stessa come realtà spirituale, e perciò le lingue  costituiscono gli archivi, in cui si traducono con incomparabile ricchezza e fedeltà gli eventi, le esperienze, le creazioni dei popoli at-  traverso i secoli ed i millenni. Le nozioni di razza aria e di razza semitica, come nozioni scientifiche, sono certamente posteriori alle nozioni dell'unità linguistica  rispettiva. Per quanto si riferisce agli Ari, prima della scoperta della loro  unità linguistica non si ebbe nemmeno la nozione empirica di una  parentela etnica fra i popoli che la compongono. L'affinità etnica è  grossolanamente intuita presso i Greci, soltanto in base alla comunione linguistica per cui «barbari», probabilmente « balbuzienti »,  sono coloro che parlano un’altra lingua. I ROMANI, che pure ebbero  così vivo il senso della loro stirpe, non ebbero mai la percezione che  quei Galli, Germani e Parti, contro i quali strenuamente combatterono, discendevano dallo stesso loro ceppo. L'autorità della tradizione  biblica con la babelica confusione delle lingue tolse poi del tutto  la possibilità di pensare ad un legame linguistico fra popoli diversi  e ad un legame etnico che non fosse quello indicato nella Genesi. Tanta fu l'autorità delle Sacre Scritture, anche nel campo degli interessi linguistici, che, se tentativi si ebbero per ricercare la derivazione  di questa o quella lingua, furono sempre diretti a stabilire la priorità  e la paternità dell’ebraico, come avvenne nel corso del Seicento e del  Settecento; tentativi di nessun valore, al pari degli altri diretti alla  creazione di una GRAMMATICA RAZIONALE, che vale per le lingue  di tutti i tempi e di tutti i luoghi.  Anche presso i popoli semitici, se se ne toglie il peso che la tradizione religiosa contenuta nella Bibbia potè avere nel mondo giudaico,  mancò il senso di una propria reciproca parentela, mentre fu quanto  mai vigoroso proprio presso gl’ebrei il senso della propria individuazione come popolo, legato alla coscienza di popolo eletto.  La scoperta e la fissazione in termini scientifici di unità linguistiche originarie come quella aria e quella semitica, a cui seguirono  scoperte abbastanza numerose di altri gruppi linguistici, aprirono la  via al problema se a tali unità linguistiche rispondessero unità etniche  più o meno nettamente definite. In un primo tempo, com'è noto, ad  opera di Gobineau, di Chamberlain e di altri, si assunse senza  discussione l'identità fra unità linguistica ed unità etnica, fra lingua e  razza, e si procedette alla ricerca delle caratteristiche differenziali fisiche e psicologiche, che potessero ancor meglio individuare sul piano razziale i diversi gruppi linguistici. Tale procedimento, ispirato in  genere a criterio polemico, è stato condannato come dilettantesco  e prescientifico tanto dai linguisti, quanto dagli antropologi, asse-  rendo gli uni e gli altri che la lingua è patrimonio facilmente trasmissibile da individuo ad individuo, da gruppo a gruppo e non può  essere quindi assunta a caratteristica etnica preminente ed esclusiva. A rinsaldare questa convinzione, contribuirono tentativi, come quello  fatto da Müller, di far coincidere una classificazione delle  lingue con una classificazione antropologica, destinati all’insuccesso,  anzitutto per l'incertezza delle classificazioni antropologiche, poi per  l'intervento del fattore storico che fa talvolta assumere da individui  e da gruppi lingue di popoli etnicamente diversi. A questo riguardo,  si suole richiamare il classico esempio dei Bulgari, che dal punto di  vista etnico sono genti turaniche e dal punto di vista linguistico sono  slavi, cioè ARI. D'altra parte, questo negare l’esistenza di ogni rapporto fra razza  e lingua con l’attribuire valore discriminante nella classificazione delle  razze ai soli caratteri strettamente biologici, non soltanto è contrario  alle nostre reali esperienze, ma verrebbe a togliere ogni valore a  quelle distinzioni ormai acquisite come fra razza aria e razza semi-  tica, le quali, come si è visto sopra, hanno come precedente storico e  come fondamento il riconoscimento della rispettiva individualità linguistica.   Dato ciò, sembra qui opportuno chiarire in quale misura sia  possibile fare valere il criterio linguistico nella discriminazione  delle razze. Esiste certamente una differenza sostanziale e profonda fra la  linguistica e l'antropologia, sia nell'oggetto sia nel metodo, che ne  rende difficile e poco proficua la collaborazione. La linguistica è disciplina ESSENZIALMENTE STORICA, tanto che le sue classificazioni hanno  vero valore solo se abbiano fondamento genetico. Ciò si vede soprattutto nel campo della linguistica aria, che fra tutte le discipline linguistiche è certamente la più progredita. Qui dalla comparazione  fra le lingue storiche si riesce a postulare con sufficiente sicurezza la  struttura originaria della lingua comune da cui esse discendono; si  riesce a fissarne i caratteri propriamente genetici, liberandoli dalle  modificazioni successive determinate da molteplici cause, fra cui  principalissimi j contatti e le mistioni con popoli di altra lingua. Così  noi sappiamo con relativa sicurezza qual’erano la struttura fonetica e  morfologica e il patrimonio lessicale dell’ARIO dell’epoca comune, all’incirca come potremmo ricostruire dalle lingue romanze LA LINGUA LATINA, se non l’avessimo documentata. È una ricostruzione che ha  quasi una realtà matematica, fondata com'è su norme di sviluppo  fonetico che, se non sono leggi ineccepibili, come si credeva alcuni  decenni or sono, hanno tuttavia una vastità e regolarità di applicazione che non ha riscontri in altri campi delle creazioni umane.   L'antropologia, invece, per insufficienza e discontinuità del ma-  teriale d'osservazione, è costretta a gravitare sul presente cercando di  classificare le razze umane in base ai caratteri morfologici attuali, e  solo eccezionalmente qualche importante trovamento apre ad essa la  possibilità di rintracciare precedenti sporadici, generalmente assai distanti, di questo o quel tipo umano. Il materiale antico rinvenuto  è così scarso e frammentario che le conclusioni che se ne possono  trarre sono molto tenui e malsicure. Così avviene che, mentre dell’unità aria dal punto di vista linguistico noi abbiamo una sicura nozione, poichè la comparazione ci consente di risalire oltre i confini  della storia, della struttura somatica degl’ARI nulla di sicuro sappiamo, poichè nell’osservazione delle caratteristiche somatiche degl’ARI attuali l'antropologia non è ancora in grado di distinguere i  caratteri geneticamente originari da quelli acquisiti in seguito a mescolanza. Oggi non si è davvero:in grado di dire se gl’ARI fossero,  ad esempio, dolicocefali e biondi o mesocefali e castani, a capelli lisci o a capelli ondulati. La ragione di ciò è dovuta al fatto che non esiste  un’antropologia genetica, la quale consenta di chiarire, dato un tipo  capostipite, quali siano i caratteri, permanenti nel corso delle ge-  nerazioni e quali quelli che si mutano o si acquisiscono. Teoricamente, nel confronto fra i vari tipi di probabile discendenza aria  dovrebbero potere risultare i caratteri specifici da attribuire ad un  Ario astratto della preistoria; praticamente ciò non è possibile per la  insufficiente conoscenza che si ba, delle modalità con cui si traman-  dano i caratteri biologici, sia ifisici, sia psichici. Avviene così, ad esempio, ghe: l'Europa, mentre è fondamentalmente unitaria dal punto di vista linguistico, da quello antropologico  annovera numerose razze, la mediterranea, l’alpina, la dinarica, la  nordica, nè le differenze, che caratterizzano tali razze, combaciano  con le differenze che caratterizzano i vari gruppi linguistici determinatisi in seno all’originaria unità. Nonostante questa mancata concordanza di dati fra la linguistica  e l'antropologia, le due discipline maggiormente impegnate nella  definizione delle razze umane, è certo che razze esistono con carat-  teri ben precisi e differenziati e che, nella pratica, anche al più mo-  desto osservatore non sfugge l’esistenza di tipi umani diversi, i quali  assommano i caratteri di unità razziali diverse. Nell'ambito stesso  dell'unità aria, a nessuno sfuggirà l’esistenza di una unità aria medi  terranea e di un'unità aria nordica, c, a un più attento esame, nel-  l'ambito di queste unità, sarà possibile rintracciare altri tipi umani i  quali danno fisionomia ai diversi popoli che le compongono. Fuori  di ogni dubbio è poi, nell’ambito della razza bianca, la distinzione fra  razza aria e razza semitica, anche se, per la prima più che per la  seconda, non si riesca a individuare i caratteri biologici originari. Questo fatto è prova che non il solo dato antropologico ha valore nella determinazione della nozione di razza. Poichè, come sopra si è detto, la nozione di razza aria e razza  semitica ha avuto come suo precedente la nozione di unità lingui-  stica aria ed unità linguistica semitica, è indubbio che il fattore lingua  deve avere un valore determinante nella costituzione dell’unità razziale. Qual'è dunque il fondamento dell’obiezione in contrario, alla  quale si è sopra accennato, che la lingua, essendo facilmente dominata da fattori storici e culturali, non sia elemento stabile nella continuità delle generazioni, per il fatto che può essere sostituita con  quella di altri popoli, e perciò sia inadeguata a fornire criterio nella  discriminazione delle razze? Bisogna, anzitutto, tenere presente che dalla nozione di razza  come dalla nozione di lingua esula ogni idea di purezza in senso assoluto, specie quando si tratti di popoli di cultura che hanno dietro  a sè una storia lunga e complessa. Gli stessi Ebrei possono considerarsi razza pura, e relativamente pura, solo dal momento in cui hanno  cominciato a volerlo essere deliberatamente, a tradurre il loro istinto  dell'isolamento come popolo in norma di carattere religioso. Tutti  i popoli ari dell'Europa e dell'Asia sono, senza eccezione, risultati  dalla mistione fra la minoranza dei conquistatori ari e la vasta massa  delle popolazioni preesistenti nelle zone occupate. Non è certo presumibile che gli Ari al loro arrivo nelle loro sedi storiche abbiano  distrutto le popolazioni preesistenti, le quali, ad esempio in Grecia,  in ITALIA e sull’altipiano iranico, erano in possesso di civiltà notevolmente progredite. D'altra parte, di tali mescolanze ci danno sicura  testimonianza, oltre che i dati dell'archeologia preistorica, lo inte-  grarsi della lingua aria comune in nuove unità, che sono quelle a  noi storicamente note. 1 profondi rivolgimenti che alcune lingue  hanno subìto anche nella struttura fonetica, ad esempio le rotazioni  delle consonanti in germanico, non si possono altrimenti spiegare se  non riferendole all'influenza di un sostrato alloglotto. E' noto che una  parte non trascurabile del lessico del latino e dei volgari romanzi  non si spiega nell’ambito dell’ario e deve essere riportato al fondo  linguistico non ario su cui il latino venne a distendersi.   Orbene, che un popolo, come è il caso di quello bulgaro, abbia  assunto una lingua diversa non è altro se non un fatto di sincretismo  in cui prevale la civiltà di maggiore prestigio. Quello che importa te-  nere fermo è per l'appunto che il sincretismo, cioè la creazione di  un risultato nuovo non inferiore agli elementi che vi hanno concorso,  si ha solo quando la mescolanza sia guidata da un senso più o meno  vivo di affinità elettiva. Ciò si può osservare con sufficiente sicurezza sia nel senso positivo sia in quello negativo. Nella penisola greca la civiltà minoica si  è confusa con quella degl’ARI sopravvenuti ed ha dato origine alla  meravigliosa civiltà ellenica. In ITALIA il senso di conquista degl’ARI NOMADI E GUERRIERI si è trasfuso nell'ordine civile delle popolazioni  stanziali ed ha dato origine alla mirabile e grandiosa civiltà romana  che è poi la civiltà dell'Occidente. Evidentemente, fra le genti arie  sopravvenute e le popolazioni mediterranee si determinò una facile  intesa, dovuta al fatto che non vi dovettero essere fra esse sostanziali  differenze di ordine fisico e spirituale e tali da produrre una corruzione anzichè un miglioramento, dal punto di vista etnico e culturale. In Italia, in Grecia, e dovunque si afferma LA LINGUA ARIA, i caratteri dominanti furono indubbiamente dati dalla STIRPE ARIA e per  questo, nonostante le differenze che si osservano fra i diversi popoli  di questo gruppo, è facile cogliere in numerosi e cospicui tratti gli in-  dizi della comune origine. Vi sono invece casi in cui questa affinità elettiva che dà la preminenza ai caratteri del tipo superiore non ha luogo, per motivi che  non è sempre facile individuare. La storia di alcuni millenni dimostra, per esempio, come fra gl’ARI e i Semiti essa sia completamente mancata e che le due stirpi si sono sempre tenute in reciproca  difesa, quasi istintivamente conscie che da una fusione si dovesse  avere la perdita da una parte e dall'altra dei rispettivi caratteri dif-  ferenziali. Dovunque Semiti ed Ari si sono trovati in contatto si  sono sempre scontrati in lotta senza quartiere: gli Irani contro  l'impero di Assiria, Roma contro Cartagine, il mondo cristiano contro l'Islam. Sia che vincessero gli uni, sia che vincessero gli altri  la barriera fra i due mondi non fu mai superata. Da una parte e  dall’altra, tranne sporadiche infiltrazioni, due mondi diversi hanno  conservato tenacemente la loro autonomia, e gli stessi apporti culturali che l'uno ha dato all'altro sono stati da ciascuno svolti, interpretati ed elaborati secondo la propria natura. Il cristianesimo è diventato universale nell’interpretazione romana. Il senso ario della conquista e dell'espansione assume nella coscienza e nella prassi giudaica aspetti e modalità, per cui non è quasi più riconoscibile. Ed è certo bene che sia così, che cioè la barriera sussista, poichè  il suo abbattimento non è, come la storia categoricamente dimostra,  nella natura delle cose. Ciò si potrà rilevare in molti campi, ma a  noi preme rilevarlo proprio nel campo della lingua, che oggi è senza  dubbio uno dei più importanti fattori differenziali degli aggruppamenti razziali. Difatti, quando noi attribuiamo questo o quel popolo  al gruppo ario o al gruppo semitico lo facciamo soprattutto in base  al criterio linguistico che è alla base di tali gruppi, e dove tale criterio sia reso fallace, com'è il caso dell'elemento giudaico che ha  assunto a propria lingua la lingua nazionale dei popoli presso i quali  vive, vi si sostituisce un criterio pure di ordine storico, quello religioso. Per l'appunto, nel campo linguistico la differenza costituzionale  fra il semitico e l’ario, sia dal punto di vista fonetico per il prevalere  in quello di suoni laringali ignoti all’ario, sia dal punto di vista morfologico per la diversità sostanziale della rispettiva flessione, si rivela  così profonda da non consentire un sincretismo produttivo. L'elemento  arabo, penetrato nel persiano in larga misura in seguito alla conver-  sione della Persia zoroastriana all’islamismo, si è limitato al lessico e  non ha intaccato la struttura fonetica e morfologica squisitamente aria  di quella lingua; vi è rimasto così estrinseco, che, a seguito della ri-  presa nazionale avutasi con la nuova dinastia, l'elemento arabo viene  progressivamente sostituito con elemento propriamente iranico. Quan-  do poi una lingua semitica è stata assunta da un POPOLO DI STIRPE ARIA i risultati che se ne sono avuti sono, nel loro aspetto negativo, profonda-  mente significativi. Questo è, come è noto, il caso di Malta in cui  il primitivo idioma romanzo venne per effetto della lunga occupa-  zione musulmana sostituito con un dialetto arabo magrebino: l'arabo, forzato in una impostazione vocale completamente estranea, ne è  uscito così malconcio e così, come si suol dire, corrotto, da giustifi-  care quasi le interessate fantasie della pseudo-scienza linguistica britannica, che nel dialetto maltese voleva riconoscere, anzichè un dialetto arabo storpiato da bocca romanza e sempre ricco di elementi  italiani, nientemeno che la sopravvivenza di un antico idioma fenicio.    Se ora ci poniamo il problema concreto della formazione dell’unità etnica, ci appare chiaro che il processo non è diverso da quello  della formazione dell'unità linguistica. Per l'una e l’altra unità è er-  rore gravissimo partire dall'immagine dell’albero genealogico dal cui  ceppo, quasi per virtù interiore di linfa, si siano venuti staccando  tanti rami, integralmente fedeli alla natura e alla struttura di quello. Niente di più falso, poichè se ciò fosse si dovrebbe avere, tanto nel  caso delle lingue quanto in quello delle razze, propagazione uniforme  e non formazione di nuove unità più o meno nettamente differenziate. L'albero genealogico sarebbe giustificato solo se in esso potesse  risultare il complesso degli apporti e delle cause che hanno determinato la figura particolare di ciascuna unità. Prendiamo il caso della lingua italiana. Non esistono lingue, specialmente  a larga diffusione, che non siano costituite da una più o meno grande  varietà di dialetti. L'unità neo-latina, ad esempio, è divisa in tante  lingue, italiano, francese, spagnuolo, provenzale, rumeno, per dire le  maggiori, e queste sono alla loro volta distinte in varietà dialettali  più o meno nettamente individuabili. Qual'è il motivo di tanta dif-  ferenziazione, quando è noto che alla base di tante e così varie lingue  e dialetti vi è l’unità latina, cioè una lingua di cultura, affermatasi per  forza d’armi e prestigio di civiltà? Anzitutto, come causa di trasformazione appare la reazione del sostrato etnico-linguistico su cui il  latino si è venuto a sovrapporre, sicchè non di latino volgare bisogna parlare, bensì di tanti volgari, per quante sono le zone linguistica-  mente individuate in precedenza, di cui il latino s'impossessa. Intervengono poi i contatti che ciascun gruppo già delineato ha con popoli  di altra lingua, germani, slavi, ecc., e gli sviluppi particolari di ciascuna cultura che necessariamente si riflettono in ciascuna lingua, soprattutto attraverso il convergere delle varietà dialettali verso la lin-  gua comune, cioè verso una più piena e precisa unità. In altre parole,  il processo per cui le lingue sì determinano non deve essere guardato  nel suo aspetto di disintegrazione di un’unità, bensì piuttosto in quello  integrativo che la nuova unità veramente determina. Ciò ha ancor  maggiore valore, quando non si tratti, come è il caso del latino, di  una lingua di cultura, quindi chiaramente unitaria, che si sovrappone  con il peso della civiltà di cui è espressione su lingue di minore prestigio, bensì di unità linguistica naturale, in cui il processo integra-  tivo, lento e faticoso, costituisce la modalità stessa di essere della lingua. Le unità linguistiche, come si è detto, non esistono mai internamente indifferenziate e ciò deve essere inteso come il risultato di  quella necessità naturale per cui il comprendere, e perciò l’esprimersi,  avviene prima fra i membri di una famiglia, poi fra i membri di  una gente, di una tribù, di un popolo, di diversi popoli, ed è questa  necessità sempre più vasta di esprimersi e di intendersi che costituisce  quelle vaste unità alle quali noi diamo il nome di unità aria e di  unità semitica. Da queste considerazioni deriva che nessuna teoria è  tanto assurda quanto quella della monogenesi del linguaggio, non  meno assurda, o almeno altrettanto poco giustificata, quanto quella  che volesse scientificamente riportare tutti i caratteri delle attuali  razze umane nella loro infinita varietà ai caratteri di una coppia  capostipite. Come per questa altra realtà non si può postulare se non  quella dell'essere uomini, così per la lingua originaria altra qualità  non è possibile postulare se non quella di essere mezzo espressivo di  uomini.   Ora, identico processo integrativo è quello che dà origine alle diverse unità razziali. Anche qui si ha uno slargarsi per accrescimento  e mistioni: dalla singola gente si arriva alla tribù, al popolo, alla nazione italiana. E’ chiaro che l’accrescersi naturale delle generazioni amplifica  al tempo stesso la natura del processo e fa che i caratteri dominanti  del nucleo più vitale guadagnino sempre più vasto spazio. Vi è certo  qualche cosa di misterioso in questo propagarsi di caratteri superiori  per cui l'umanità ci appare in una continua ascesa, e ancor più grande  mistero è quello che avvolge l’occulta forza da cui ogni unità razziale  è guidata nella sua istintiva difesa da quei contatti e da quelle mi-  stioni che ne altererebbero la genuina struttura. Poichè l’uomo è  essere spirituale, tale modalità del suo divenire anche dal lato fisico  ha forse la sua ragione nell’esigenza di una maggiore spiritualità che  si rifletta anche nella struttura fisica, e in ciò è appunto il grande  mistero dell’uomo, nell’indissolubile legame che in lui si realizza fra  vita biologica e spirito.  Da quanto si è detto appare chiaro che il fattore lingua concorre  in maniera dominante, almeno sino a quando le conoscenze antropo-  logiche non forniranno dati biologici più sicuri, a determinare la  nozione di razza; anzi essa costituisce il mezzo principalissimo di  coesione per cui una comunità più o meno vasta di individui sente di  essere popolo e nazione. Le caratteristiche spirituali e la struttura  della lingua di un popolo – osserva Humboldt —  sono l’una con le altre in tale intreccio che posto l’un dato, l’altro si  dovrebbe poter derivare completamente da quello. La lingua italiana, infatti, riflette anzitutto l'ambiente fisico e una maniera nativa, naturale di sentire il reale e di esprimerlo. Essa è fatto fisiologico e psicologico al tempo stesso e, come tale, è legata intimamente con la  struttura psicofisica del popolo che la parla, è anzi la modalità più  essenziale con cui tale struttura si manifesta. Il complesso dei costumi,  delle tradizioni che si tramandano di generazione in generazione,  tutto ciò insomma che concorre a dare a ciascun popolo la sua propria fisionomia, trova espressione fedele e categorica nel linguaggio. Poichè la nozione di razza non è in sostanza altro se non la nozione  di un'appartenenza ad una determinata comunità genetica, la coscienza della razza trova nel linguaggio uno dei suoi più forti sostegni. Non è senza significato il fatto che l'esigenza alla purezza,  quanto all’e4ros e quanto alla lingua, si manifesta presso i popoli  nei momenti della loro maggiore vitalità. Un popolo che ad un de-  terminato momento della sua storia voglia riconoscere i suoi carat-  teri differenziali e voglia segnare una netta linea di demarcazione  fra sè ed altre unità etniche, portatrici di caratteri spirituali ed etnici  non congeniali ai suoi, altro non fa se non riportarsi coscientemente  alle sorgenti più genuine della sua vita. Un aspetto di tale esigenza  è il desiderio di tenere immune la propria lingua da influenze stra-  niere e di eliminare le infiltrazioni che si sono verificate in momenti  di indebolita o distratta coscienza. Nome compito: Antonino Pagliaro. Pagliaro. Keywords: i arii; la lingua degl’arii, la favella degl’arii, I fasci littori, dal lictor al littore, il littorio, l’uso dei fasci nell’Etruria non-aria, la dottrina linguistica di Vico, “scienze filosofiche – lincei”, ossesso dalla latinita della Sicilia, Cratilo, discussion di Storia Romana, Romolo, proprieta private, Cicerone, Empedocle, il fascino dei fasci – enciclopedia del fascismo, fascisti gentiliani ed anti-gentiliani, l’uso di ‘ario’ – latinita, arieta, romanita – il linguaggio, sessione sul linguaggio -- filosofia del linguaggio --.Tullio. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pagliaro” – The Swimming-Pool Library.

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