GRICE ITALO A-Z O ORTE

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ortensio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ortes – la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del verso – la scuola di Venezia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Abstract. Grice: “Ortes’s little treatise on the philosophy of language supports my claim about philosophy of language NOT being a necessary discipline on which to give a seminar at Oxford, since the pupil would already know the stuff!” Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Being English, I was often confronted with that very ‘silly’ song by Cleese and Idle, but then they were never the first! Which is good, since they are Cambridge and Ortes is Oxonian! Viva La Fenice!”. Considerato uno dei più dotati tra i filosofi veneti settecenteschi, precursore nell'analizzare dal punto di vista della produzione complessiva alcuni aspetti come popolazione e consumo. La sua impostazione filosofica si fonda su un rigoroso razionalismo. Nel mercantilismo vide far gran confusione fra moneta e ricchezza. Fu un sostenitore del libero scambio pur con alcune restrizioni della proprietà che interessavano il clero, anche se appartenevano al passato ed è considerato per questo un anticipatore di Malthus, ma con qualche contraddizione. Malthus prevede l'aumento della popolazione, in trenta anni, in modo esponenziale, quindi molto di più dell'aumento delle sussistenze. Altre saggi: “Grandi, abate camaldolese, matematico dello Studio Pisano, Venezia, Pasquali, “ Dell'economia nazionale” (Venezia); “Sulla religione e sul governo dei popoli” (Venezia); “Saggio della filosofia degli antichi” -- esposto in versi per musica (Venezia); “Dei fedecommessi a famiglie e chiese,” Venezia, “Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all'economia nazionale: errori popolari intorno all'economia nazionale e al governo delle nazioni” (Milano, Ricciardi), Donati (Genova, San Marco dei Giustiniani). Catalano, Dizionario Letterario Bompiani. Milano, Bompiani, Citazionio su Treccani L'Enciclopedia. Quanto i suoi studi matematici influissero sul suo metodo economico, vedremo; qui, brevemente, come in fluissero sulle sue considerazioni filosofiche. Così, scrive egli delle opinioni ed ecco si studia di ridurre a “Calcolo sopra il valore delle opinioni e sopra i piaceri e i dolori della vita umana”, Venezia, Pasquali, ristampato dal Custodi, degli ECON. MOD. FILOSOFIA IN FORMULE MATEMATICHE numero determinato il valore dell'opinione, che alcun gode, per possedere certa qualità che lo pone innanzi agli altri nella scelta degli oggetti piacevoli. Questa buona opi nione nasce o dai natali,come la nobiltà,la patria ecc., o dallaprofessione,come la milizia, le lettere ecc.,o da qualche prerogativa, come dall'autorità, dal merito ecc. Ciascun uomo fornito di alcuna di queste qualità gode di qualche cosa che non godrebbe se ne fosse privo. Ortes si studia di determinare il valore di questi beni recati dall'opinione. Valga un esempio. Se si chiede quanto aggiunga di valore alla nobiltà l'opinione della stessa, O. ragiona così: postoche larenditagiorna liera di tutte le famiglie nobili sia 20,000, quella che proviene da cariche, magistrature, commende ecc. 3,300, quella che vien data dall'opinione,cioè coll'autorità di disporre di più posti, e colla riputazione dei grandi sul volgo, a 700, posto che il numero di tutti i nobili sia 10,000, il valore di tutta la nobiltà sarebbe espresso da 20,000 + 3,300 + 700 = 2. Falo stessocoin 10,000 puto per le altre opinioni,di cui dice esser pretesto la virtù, ma vero fine l’interesse proprio, poichè, dipendendo il valore delle opinioni dalla ricchezza attuale o possibile, è manifesto che si deve prima d'ogni altra cosa cercare l'utile proprio. Avverte che v'ha sempre un'opinione predominante che varia col variare dei secoli: ai tempi di ROMA libera e la conquista; sotto OTTAVIANO illusso; il platonismo ai tempi di Costantino; l'investitura ai tempi di Gregorio VII; le lettere sotto Leon X ; finalmente l’ozio a tempi dell'autore! Strana è questa classificazione, PIACERI E DOLORI. tuttavia 1?O. mostra come il pretesto della virtù coprisse basse mire di privato interesse. Lo stesso ozio ha il suo pretesto dell'ordine, benchè sia figlio di vana alterigia. L'uomo che dee servire a molte di queste opinioni sarà più civile, ma più timido e finto; chiapoche; sarà più rozzo, ma anche più sicuro e più libero. E come O. si studia di ridurre a calcolo le opinioni, così parimenti i piaceri e i dolori. Meno originale e meno astruso è O. in questo saggio. Con molta inesattezza di idee e di lingua, espone da principio la dottrina che tutto ciòche è conforme alla conservazione e sviluppo del nostro essere, genera piacere; il contrario, dolore. Parla dei dolori e piaceri del senso, dei dolori e piaceri dell'opinione. Mostra l'uomo naturalmente soggetto al dolore, e che il piacere non è che un sollievo del dolore; con ragionamento curioso studiasi mostrare che il piacere non può mai superare il dolore, perchè il piacere essendo preceduto, secondo O., dal dolore, sopito che questo sia, tutto quel di più di piacere che si volesse applicare generera dolore contrario -- come l'indigestione dopo la fame cessata, la stanchezza dopo la danza ecc. Il calcolo del piacere e dei dolori dipende dal grado della elasticità delle fibre onde alcuno è fornito, e, quanto ai piaceri e dolori d'opinione, dalla stima che ciascuno fa degli stessi. L'autore non pretende a novità di dottrina, professa di avere scritto secondo la propria esperienza, con un temperamento indolente é coi suoi sensi in un'età di mezzo.Vedrem poi com’egli stesso ne abbia dato un giudizio severo. Due altre opere filosofiche si hanno di O.: un ragionamento delle scienze utili e delle dilettevoli per rapporto alla felicità umana; — e riflessioni sugl’oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per rapporto alle lingue. Ma si può dispensarsi dal tener dietro a questi discorsi, che, a dir vero, son pesantissimi. In sostanza l'uno si riduce a mostrare l'ufficio delle umane facoltà nella scienza e nelle arti belle, anche queste intitolandole scienze ma dilettevoli, in contrapposto delle altre che chiama scienze utili. Nelle scienze tiene il campo l'intelletto, nelle arti belle l'imaginazione. Quelle hanno per oggetto il vero com'è, queste il vero ma elaborato dalla fantasia. Quindi discorresi in quali termini sia concesso il lavoro dell'imaginazione e concludesi sul tenore dell'epigrafe: Sol la scienza del ver giova ed alletta. L'altro ebbe occasione dalla traduzione di Pope, perchè volendo ragionare delle difficoltà del tradurre, si trova così accresciuta in mano la materia, che piuttosto d’un proemio s’appiglia a farne un saggio a sè. In fatto prende la cosa da alto, e filosofeggia sulla varietà reale degli oggetti e sulla varietà nel modo di rappresentarseli, onde s'apre l'adito a discorrere delle lingue e delle loro diversità, quindi intorno l'uso della parola, e particolarmente intorno all'eloquenza. Infine ritorna donde era partito, e conclude che se il traduttore può benissimo esporre le verità apprese da altra lingua, non potrà tuttavia produrne tale impressione negli animi, come ne è prodotta dall'originale, se non facendo sene come nuovo autore, esprimendole cioè inmodo; tip. Pasquali. SUL MODO DI TRADURRE. Non si può negare che osservazioni argute si tro vino spesso in O. anche in queste riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi, e sulle cognizioni umane per rapporto alle lingue; ma pur troppo è d'uopo cercarsele in una lettura assai noiosa. Qualche volta dà risalto a quell'idea che vedremo poi sua prediletta in economia, che cioè quello solo riesca ove siavi la pubblica persuasione, non già ove questa non corrispondaagliimpulsi; e però egregiamente dice, che allora un ammiraglio potea condurre gli’inglesi in America, come un tempo un romito potea condurli in Soria, perchè gl’inglesi stessi voleano e avean voluto così. Qualche volta, faticosamente sì, ma pur si conduce a qualche sentenza netta e perspicua, come, p. es., dopo GOLDONI, COLTURA ALLAMODA, PUB. OPINIONE. Adatto all'indolee ai pregi della propria lingua. Chi volesse calcare l'autore straniero sarebbe come chi cre desse ricopiare un ritratto con soprapporvi isuoi colori, coprendone così e confondendone letinte,ecangiando il quadro in un mascherone o in un empiastro. necessità invece che gli scrittori s'accordino sempre col carattere nazionale de'lettori; e qui O. osserva, che il miglior poeta comico italiano de'suoi tempi potea bensi starsene in Francia per passar quivi meglio i suoi giorni, ma non giammai perchè il suo talento comico fosse così ben rilevato nella lingua francese a Parigi, come il e già in Venezia nel dialetto suo veneziano. Qualche volta sembrerebbe anche gaio,come quando si lagna che, temendosi la fatica dello studio, si trascurassero le cognizioni vere, contentandosi di dizionari, giornali, compendi o altri repertori per dilettare, divertire, o come diceano, per amuseare! È USO DELLA PAROLA PEI GOVERNI avere deplorato che il mondo governisi da chi più ciarla, non da chi più sa, egli conclude: se chi pretende governar altri senza render ragione del suo governo, e uomo assai vano; il sarebbe non men certamente chi pretende governarli per sola copia ed eleganza di voci. Qualche volta infine dimostrasi d'animo aperto e sollecito per le innovazioni. Qui cade a proposito, così egli, d'avvertire l'errore di quelli che si figurano di richiamar nelle nazioni la verità e la ragione comune, cioè gli interessi comuni, pubblici, universali in contrapposto ai particolari, privati, speciali) perquantovi sifosse smarrita, col rinovar quelle leggi che ne prescrivevano le modificazioni a'tempi de'loro bisavoli, progetto al tutto assurdo e impossibile. La verità e la ragione comune potrà ben richiamarsi per leggi, per quanto a'tempi trasandati fosse stata più riconosciuta per sè stessa in quei costumi, di quel che il sia ai tempi presenti per costumi che la modificassero in contrario di sè medesima; giacchè essa in sè stessa è una sola di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Ma il richiamarla al presente per le sue modificazioni antiche, quando tali modificazioni debbon ad ogni tempo esser diverse, non può essere che una miseria di mente, per cui si creda la natura non più capace d'invenzioni in sua natura, di quel che siasi un po vero consigliere segreto che creda operar in sua rece. Chi declama contro i nuovi costumi che si vanno in troducendo, e deplora gli usati che si van disusando; ha molta ragione se inuovi costumi son modificazioni di una ragion men comune, di quel che siano gl’usati che a quelli dan luogo. Ma seinuovicostumi son » tanto buone modificazioni della comun ragione, quanto gli usati che siperdono; ei declama inutilmente, come se ciò fosse contro il variar de venti, essendo l’una e l'altra cosa quanto innocente, tanto inevitabile e necessaria, e potendo, anzi dovendo, quella comun ragione, per disposizione di natura e per sapienza illimitata del supremo suo artefice, praticarsi sempre per modificazioni diverse, e comparire in sembianze ché non siano giammai le stesse, essendo nondimeno la stessa per sè medesima. Senza questo una simile verità o ragione correrebbe rischio di non esercitarsi che per inganno; ed è ancor vero che talvolta con richiamare la verità, la ragione, e la religione stessa per le sole loro modificazioni esterne di tempi molto remoti, si riesce a perdere tutto il senso reale ed interno di queste virtù, incariabili per sè stesse, riducendole a quelle materiali loro modificazioni esterne, senza alcun rapporto a quell interno lor senso e significato. Si pigli intanto O. in parola, poichè avrem campo di trovarlo in seguito così reluttante a certe modificazioni che non sembra quel desso. Meglio avremo occasione di riandare alcuni suoi pensieri dello stesso libro, che con certo apparato filosofico mettono innanzi quell'armonia degli interessi, da lui tanto raccomandata nelle sue opere economiche. Ma lasciamo per ora queste meditazioni di filosofia. Errori popolari intorno all'economia nazionale considerati sulle presenti controversie fra i laici e i chierici in ordine al possedimento dei beni; Della Economia nazionale, parte prima, libri sei; Lettere concernenti la stessa (oltre quelle che si hanno nel • Custodi, quelle publicatesi in questo libro); Dei fedecommessi a famiglie, a chiese e luoghi pii, in proposito del termine di manimorte introdotto a questi ultimi tempi nella econ. naz.; Lettere in proposito;Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto alla econ. naz.; Dell' ingerenza del governo nell'econ. naz., publicato da G. Fovel. Venezia, tip. del Commercio; Della eguaglianza delle ricchezze e della povertà nel comune delle nazioni, publicato dal Cicogna. Portogruaro; Riflessioni sulle rendite del Principato e sulle rendite publiche in proposito di economia nazionale; Discorso sull' economia nazionale; Popolazione perchè non cresca per l'agricoltura, per le arti e pel commercio; Vari pensieri economici sull' interesse del denaro, etc. Tra gli scritti d'Ortes nella Marciana. LETTERARI. Traduzione del saggio di Pope sull'uomo; Saggio della filosofia degl’antichi esposto in versi per musica; Riflessioni sopra i drammi per musica e l'azione drammatica, Calisso spergiura, sonetti; nelodrammi; traduzione dei treni di Geremia, nella Marciana; dei sonetti, ve n'ha anche di publicati in raccolte; FILOSOFICI. Delle scienze utili e delle dilettevoli per rapporto alla FELICITÀ [cf. H. P. Grice, “Notes on ends and happiness”] umana; Calcolò sopra il valore delle opinioni, e sopra i piaceri – EDONISMO -- e i dolori della vita umana, Riflessioni sugl’oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per rapporto alle LINGUE, alla LINGUA; Lettere relative; Calcolo de’ vizi e delle virtù, nella Marciana). ATTINENTI A MATEMATICA E FISICA. Vita del P. Grandl, Calcolo sopra i giuochi della bassetta e del faraone, con un estratto di lettera sul lotto publico in Venezia, Calcolo sopra la verità della Storia; Venezia; Sulla probabilità di vincite o perdite nel giuoco delle carte; Problemi geometrico-matematici; ed altri di matematica e fisica, nella Marciana. Parmi che molte sien cose scolastiche; in ogni modo, non da trascurarsi per gli storici delle scienze fisiche e matematiche nel secolo scorso. RELIGIOSI. Della religione e del governo dei popoli per rapporto agli spiriti bizzarri e increduli de' tempi presenti, Lettere di estratto; Della confessione fra i cattolici; Delle differenze della Religione cattolica da tutte le altre (nella Marciana). POLITICI. Dell'autorità di persuasione e di forza fra loro divise; Della scienza e dell'arte politica; tutti due publicati da Cicogna. Portogruaro. Inoltre lettere, in parte stampate, in parte inedite presso Cicogna, e le memorie autobiografiche, publicatesi da Cicogna. Ometto i saggi che Cicogna indica solo come accennati d’altri, e ometto pure alcuni saggi che Cicogna indica nella Marciana, ma che in parte sono manifestamente cose scolastiche, in parte mi sembrano ricordi sceltisi d’O. per suo studio, senza che si possano sicuramente dir cose sue, in parte son cose del momento. Del resto non importa aggiungere se non l'osservazione, che volendosi ripublicare scritti d’O., converrebbe far collazione delle edizioni coi manoscritti, che servirebbero a correggerle e completarle. Riflessioni sugl’oggetti apprensibili, sui costumi, e sulle cognizioni umane per rapporto alla LINGUA. Degl’oggetti apprensibili, de’costume, e delle cognizione umane, per rapporto alla lingua.\>atu jB>ttl{otFircac vMtì^^trì |^ynel tcv nr{» {« tRomaine ^«.^ieKHot .i^rtfi|/j^»jmnaj;o, L e frefentì rìfle$ont innò origine d’una prefazsonCy cb' io volea premenere a un opuscolo filosofico, da me tradotto pili' anni innanzi dalla lingua e poejia della Britannia nella dell’ITALIA; nella qual traduzione efiendomì allontanato dalle maniere solite usarsi dagl’altri in simili casi, O crede di dover di ciè render conto al lettore. Questo non puo lui fare senza entrare a ragionare della divergiti degl’oggetti, de’costumi, e delle cognizioni, quali pili corrono nelle diverse nazioni, e della attiviti e spirito delle lingue diverse per esprimere tutto quefioy sia con precisione sia con eleganza ciò che non mi riufciva mai ben di fare, ne' brevi limiti eh' io m' era prefiPfo (f una Refezione, per quante volte in piu modi la volgefil e rivolgevi in mente. Depofto pertanto ogni pensiero per ejfa ò giudicato piu facile, anzi che jerivere una prefazione insignificante, di Jìendere tutto ciò che è detto proposìto della lingua, e di cose per essa espresse mi si presenta alla mente in un trattato completo y e inteso a questo espressamente; il quale così non d pili che fare colla traduzione suddetta, ma à molto che fare per quanto mi sembra, colle maniere di pensare sugli studj, sulle cognizione umana, sugl’affari comuni, e sulla religione medesima, per quanto code/le maniere essendo al presente diverse dalle usate a'tempi passuti y si reputano di quelle migliori. Questto trattata dunque b Lettore, c quello eh' io qui ti presento e che h jeritto per mia e tua ijiruzione migliore y e per avventura dt pochtjjimi altri, e non gid di tutti; sempre piu falda in quella mia majjima che la cognizione vera e reale ha e puo esser di pochi, a differenza delle superficialt e apparenti, che possono e debbono ficnderfi a molti e sempre più convinto altresì nel mio particolare, che nulla per me /limerei di f opere di certo y fe nulla sapejji dt geometria DEGL’OGGETTI APPRENSIBILI, DE’COSTUMI, E DELLA COGNIZIONE UMANA, PER RAPPORTO ALLA LINGUA. vfc/ievAA<vdv> ^srssrSFST^. La favella nell’uomo è quel dono eh’egli U 'f'^'^ M ^ COMMUNICARE ad altri l’immagini pre- Oggetti ap Pii § fl Tentate al suo cervello dagl’oggetti efter- prensibili ori» W ^ quivi combinate inpìbmodi dalla fa intellettiva, dono e qualità più ancor sìngolare e più sublime dell’umana natura. Quelle immagini che se non s’intendono per quello nome non s’intendono per spiegazione d’elio veruna, sono più o men vive, a norma dell’impressìoni che gl’oggetti llein fanno diversamente sull’un cervello più che sull’altro, o coll’aspetto loro attuale, o colla memoria di elTi appresi altre volte, come la ftelTa percolTa imprime orma diversa nella creta, nel gellò, nella cera o nel piombo. E quantunque s’imprimano fors’anco su qualdvoglia materia pur insensata, non si combinano che sulla materia animata mediante la facoltà intellettiva suddetta, o la separazione delle più proporzionali ed armoniche dalle più dissonanti e deformi, per la quale così diconfi appunto combinarli A ia'è<i 1 1 ^ . infra esse. Una simile operazione dell’intelletto tende a confrontare gl’oggetti fra loro, e d’un sìmil confronto a rilevare su essi e per essì quelle verità, che senza ciò rimarrebbero ascole ed ignote, non arguendosi il vero che dalle consonanze d’alcuni oggetti con altri, siccome dalle dissonanze degl’uni dagl’altri se ne arguisce il falso. Perchè poi delle consonanze o dissonanze d’oggetti ben arguite è indizio l’approvazione o disapprovazìone per elle d’altri che abbiano o non abbiano similmentc combinate quelle immagini; e perchè una simile approvazione o disapprovazione non può conseguirsi che per qualche mezzo sensibile per cui esprimere e partecipare gl’uni agl’altri codeste combinazioni; quindi è dunque che un simile mezzo fu ilHtuito nella FAVELLA (FABVLA), per la quale appellando ciascune immagini o ciascuni oggetti dai quali quelle derivano, con altrettante voci o parole diverse, e collocando quesse con certa disposizione e corruzione analoga a quelle, H partecipa da ciascuno ad altri i modi coi quali gl’oggetti che occorrono all’immaginazione son da se appresì e combinati, afHne di verificare quanto sian efTì giusti, per quanto reflino approvati dal concorso maggior di piu altri; di maniera che quelle combinazioni d’oggetti s’appellin migliori, alle quali più altri preflinò un assenso più facile e pronto, e quelle s’appellin peggiori, le quali non sìan fecondate, ma sìano all’incontro contraffate da più altre a quelle opposse e contrarie, COMUNICATE ciascune a tutti mediante una comune favella. È chiaro, quelle immagini combinate e COMUNICATE così altrui pella favella, non esser diverse dai proprj sentimenti d’animo, coi quali ciascuno si manifesta agl’altri non solo ne’proprj giudicj sugl’oggetti esterni, ma nelle proprie azioni ancora, e negl’ufiìcj e decenze della vita comune che da quelli derivano, per non provenire tai sentimenti che dall’impressioni appunto degl’oggetti esterni, e dalle combinazioni che sé ne formano nelle ciascune menti. A quedo modo parlando pella verità e fuor d’illusione, pare che 1’uomo tolto pella parte sua fifìca, non didèrifca dai tronchi e dai faflì, se non in quanto imprimendosi si in lui che in quelli l’immagini degl’oggetti coi quali del pari COMUNICANO, egli solo mediante 1’anima ragionevole che lo informa, à la facoltà che non an quelli, di segregarne alcune dall’altre e di combinarle insieme, e quindi di COMUNICARLE colla favella agli altri, affine di verificarle, e di dedurne quelle verità che sugl’oggetti medesimi possono per lui concepirsi, e dalle relazioni fra quelli », t. scuoprire per quanto a intendimento mortale è concesso, gl’usi e le convenienze maggiori alle quali dall’autore della natura son pur desinati. Che s’egli sì lascierà trasportare dalle combinazioni casuali che l’immagini degl’oggetti imprimeranno sui suo cervello senza scelta o interesse alcuno, quella facoltà non è in lui diversa dalla Pazxìa, la quale in fatti non è che un abbandono alla propria immaginazione, commossa dagl’oggetti veduti o rammentati, e stranamente accozzati insieme. Se poi egli combina tali immagini per le sole consonanze apparenti ed esterne di pochi particolari oggetti a sè vicini, pelli quali pertanto ei è prevenuto per suo solo piacere e interesse, nulla badando all’oltraggio o danno che quindi ne provenisse ad altri, per non iflendere quelle combinazioni ai moltiffimi alr’oggetti ren-.oti coi quali quelli avefTero relazione, e doveDero in conseguenza combinarsi; quella facoltà si dice in lui errore, o ragione intereffata particolare, il cui indizio è quefto d’ottener cita l’approvazione di alcuni, ma colla disapprovazione di tutti gl’altri, potendo così l’errore eller bensì particolare di pochi, ma non mai comune di tutti. E fe finalmente egli applicherà a combinare le immagini colla scelta e discernimento più accurato, ed ellefo al maggior numero d’oggetti, e dirtinguendone le relazioni e le consonanze tanto più armoniche quanto più sparse in lontano, quali collocherù nel miglior grado di Ibmiglianza fra elle, c quali fegregherà dall’altre colle quali aveller quelle rapporto minore, o non ne avelfer nelluno; allora ei ftenderà l’interdlè e il piacere che da tali combinazioni derivano, da sè ad ogni altro, senza oltraggio d’alcuno, e una tal facoltà fi dirà \n\n\ verità o ragione comune, come quella che riconofeiuta da tutti, non potrà contrallarfi da alcuni, o contradata da alcuni, relterà ognor vendicata dall’allenfo comune di tutti gli altri. Quello dà facilmente a conofeere, come gli uomini in generale, mediante la facoltà intellettiva suddetta, o l’anima ragionevole che gl’informa, paffino dall’insensatezza alla pazzia, col combinare gl’oggetti fortuitamente ed a caso; e come dalla pazzia pallino all’errore, combinandoli per proprio solo inteTcfle e piacere SENZA RIGUARDO AD ALTRI – of course you don’t until I tell you --; e come finalmente dall’errore fiano tutti condotti alla verità loro comune, pella quale combinandoli per interelTe e piacerecomune, agitati dapalTioni particolari, ma corretti e follenuti pelle comuni, tutti pur infiemc fudidono. E febbene tal non fia d’elTi in particolare, per provvidenza pure particolare, giacché quafi tutti invero dalla pazzia o dalla inconseguenza nella quale si trovano da BAMBINI, padano all’errore nel qual si trovan d’adulti, ma non tutti da quell’errore padano alla verità comune, nella qual si trovan ben molti nell’età più matura, ma tutti non vi si trovan che al punto ellremo di vita; tal però è d’elliin generale per provvidenza eterna. Che s’alcuni spiriti timidi e ombrofi giudicano l’errore più comune della verità, in quanto gl’uomini bene spesso contrallano, e non cosi di leggieri s’accordano ne’loro penfieri; ciò nondimeno la verità fi feorgerà sempre dell’error più comune, in quanto elTa in etì'etto o previene, o modera, o pon fine sempre a quei contraili medellmi anco ad onta loro, fenza di \ che nulla v’avrebbe di certo nelle combinazioni d’immagini, nelle cognizioni che ne derivano, e nelle azioni per le quali fi fulTide, che da tali cognizioni dipendono, contro l’esperienza manifesta, giacché pur fi fuflTifte. Ma intanto quindi apparisce, come non edendò LA LINGUA idituite che per esprimere e COMUNICARE altrui i proprj sentimenti dell’animo o le proprie combinazioni d’immagini, per quindi rilevare quanto ciafcuno per le vie dell’insensatezza, del delirio, e dell’errore nello dato materiale, di bambino, e d’adulto proceda nell’età ferma alla verità comune nella quale alhn s’adagia e tranquillo fudide; la cognizione di quelle dipende dalla conoscenza di quede. Ond’è che per ben ragionare della NATURA DELLA LINGUA dove ragionarsi PRIMA della cognizione umana da manifedarsi per quella ad altri, non edendo certamente podibile ragionare o intender i mezzi coi quali conseguire un fine, senza la conoscenza di quedo fine medesimo. Siccome ancora da qued’edèr LA FAVELLA intefa a esprimer ioltanto la propria cognizione falle verità o dilla ragione comune, e dall’cder eda propria del solo uomo, si rileva, al W solo uomo dunque eder dato il penetrare coll’intelletto e r alzarfi a simili cognizioni, occulte a tutt’altre Ibdanze anco animate, ma prive della favella; in guisa che siccome ei solo possede la favella, cosi ei solo in queda vita mortale è dedinato dalla provvidenza eterna alla conofcenza delle cofe per una simil ragione, non odante il deviamento da eda di alcuni, riconoicìuto sempre dalla ragione medefima a tutti gli altri comune. Per comprender meglio le cofe fuddette, e come gli oggetti combinati nelle ciafcune menti si comuni- Della fornichino altrui mediante la favella, O. confidera da un 8'9 canto, che fogliono quedi del continuo rinovarli gli . uni negli altri secondo alcune leggi di moto in che consiste la vita, e la essenza di tutte le cose mortali, e senza di che refterebbe il tutto coperto e ingombro di quiete, morte e nullità eterna. Quelle leggi sono collanci e invariabili, cui natura non preterifce giammai, come si dimollra nel lirico, e da quello li arguifce pur nel morale, per la ragione di non procederfi a quello che per le vie di quello, o per la Icorta de’sensi, onde non poter formarli regola per lo morale che non è in conformità a quelle per cui si conofcc proceder il fisico. Pertanto gl’oggetti rinovati per tali invariabili leggi, debbono altresì elTere invariabili e fra loro consimili, ciò eh’ è molto conforme all’ armonia universale e alla concordia di tutto il creato, non prodotto dal caso cieco e impossibile, come figurano gli fpenfierati, ma ufeito di mano di un folo, eterno e sapientidìmo autore. O. confidera dall’ altro canto che quella somiglianza d’oggetti la quale feorre da tutti ein in cialcuna specie a tutti ein nelle innumerabili altre fpezie nelle quali lì trovan divifi, non toglie che gli oggetti medefimi non fian fra loro diverfì, colla diflerenza ancora che gli oggetti della HelTa fpecie come fon fra lor più confimili, così fono meno diverlì dagli oggetti nell’ altre fpecie, dai quali più e più diverlìficano. Ciò che non può provenire che dalle modificazioni diverfe e infinite, colle quali procede il moto medefimo fìsico o morale fra gli oggetti. tutti creati, e che pur concorda colla potenza e sapienza infinita del fupremo autore della natura, cui non conviene replicar un oggetto nelle varie o nella llella fpecie di elTi, e colla varietà di natura medefima, cui difdice ad altri fpogliare delle infinite forme di oggetti de’quali è adorna, per rellrignerla folo ad alcune. Quelle confiderazioni Habilifcono dunque quella verità, che gl’oggetti creati fono bensì tutti Confimi^ li y per le llefle collanti leggi di moto fisico o morale per cui fullìllono, ma che fono altresì tutti Diverfi, pelle diverfe modificazioni di codello moto che procede colle tnedefime leggi, fcorrendo quella Ibmiglianza e dilTomiglianza per gradi inrenfibili dagli oggetti di ciafcuna Ipecie a quelli di tutte le altre contigue dal regno minerale al vegetale, e dal vegetale all’animale fisico, e lo stesso dee intenderli del morale, come è noto ai naturaliHi e agli altri filosofì per quel misero finitefìmo di natura che fi trafpira, e dal quale foltanto lice arguir di tutt’ella. Tal ogni oggetto in ciafcuna fpecie nel confumarlì procede per gradi di fomiglianza indifcernibile, e conferva i caratteri della fua fpecie con sè medefimo, e cogli altri ne’ quali va a riprodurfi, paflando per insensibili gradi di modificazioni diverfe da uno flato all’altro prima nella fua fpecie, e pofcia da quella ad altre contigue più e più così fimili e refpettivamente diverfe in infinito, finché dal tronco più informe e infenfato, fi pervenga all’uomo megfioorganizzato e più faggio. Siccome dunque il moto è la caulà di tutte le produzioni create, cosi certe leggi di elfo Habili fon la caufa per cui fi producono e n confervano elle tutte confimili; e le diverfe modificazioni di un moto che procede per le medefime leggi, fon la caufa della diverfità di ciafcuni oggetti in ciafcuna delle loro fpecie e in tutte le fpecie loro, reflando così il creato uniforme e moltiforme, perchè prodotto e confervato per quel moto, per quelle leggi, e per quelle mifure e modificazioni di elio . Senza moto, non vi avrebbe cofa alcuna in natura . Senza leggi di elfo, non vi avrebbe per il moto che un caos di follanze confufe ed incerte, e da una rapa per efempio ufcirebbe una rofa, da una rofa una ferpe, da una ferpc un coniglio, ma il tutto informe e inoHruofo fenza diHinzione e progreflìone di fpecie, con ifconvoglimento di tutto il creato . Senza modificazioni diverfe di moto, per elfo e per le fole fue leggi non s’ avrebbe in natura che una fpecie di follanze inalterabili, folTer poi elTe tutte rofe, tutte rape, tutte ferpi, o tutte conigli. £ folainente per un moto che proceda per le medefime leggi e per diverfe modificazioni di eflb, può formarfi e confervarfi in natura quella uniformità e varietàdi follanze, per le quali effa pur fi vede ordinatamente fuflìftere . Che fe la rofa verbigrazia è più fimile alla rofa che alla rapa, alla ferpe, o al coniglio ; ciò non deriva da diverfità di leggi, ma da diverfità di modificazioni in un moto, che ferbando le leggi medefime, più che da rofa a rofa, procede da rofa a rapa, a ferpe, a coniglio. E d’altronde la rofa, la rapa, la ferpe, e il coniglio fi diran fempre fimili, perchè prodotti per le flefle leggi motrici, avvegnaché fempre diverfe per le diverfe modificazioni di quelle. Alcune di quelle leggi colanti di moto, e di quefte modificazioni di eflo diverfe particolari, furono alìegnate e conofciute dai geometri, ma il pretender di tutte raccorle con mente mortale, o di portarli da quelle che fi conofcono alla maffima di tutte dalla quale per avventura tutte dipendono, farebbe lo ftelloche pretendere di mifurar l’infinito con una fpanna, non che di infonder l’oceano in un bicchiere. Che però gli oggetti fan fempre diverfi, fi conofce maffimamente da ciò, che la detta rofa verbigrazia non è già alla fera qual era al mattino, e un uomo non è in vecchiaia qual era in giovinezza, e io flefib può arguirfi d’ogni altra cofa che abbia fenfo onon lo abbia. Quella variabilità poi negli oggetti creduti più volgarmente gli flefii, dee maggiormente feorrere Irai creduti diverfi, contemporanei o confecutivi, nella fielTa fpecie e nell’ altre eziandio contigue e diffimili ; dimanierachè non folamente tutte le rofe fian diverfe da tutte le uova, e tutte le uova da tutti gli uomini, ma di tutte altresì le rofe, di tutte le uova, di tutti gli uomini, non ve n’ abbian pur due, fra i quali non corra qualche indifccrnibile difparità, mercecchè lefolfer perfettamente le fteffe, non due ma una farebber quelle rofe, queir uova, quegli uomini, e la prima divina caufa motrice non più infinita, ma farebbe limitata e finita. Ciò che negli uomini può arguirfi dai fesni ancor materiali edefierni, per cui ciafcun d’eiTifi didingue da ciafcun altro per iembianze di volto, di voce, di carattere, di portamento e (Imili, e lo liefFo avverrebbe delle rofe, dell’ uova, e de’ grani ftefli di miglio, fe fe n’ avede una pratica corri fponden te . E quel che avvien delle rofe, dell’ uova, de’ grani di miglio, dee avvenire d’ogni altro oggetto particolare minore e maggiore, e del compleflb di più altri ancora vifibili e invifibili ad occhio umano, della terra, degli adri, delie codellazioni, e di tutto infomma il creato . Così la terra fempre a sè defla confimile, è pur fempre dasè diverfa, e dove al prefente forgonole città, v’ aveano ad altri tempi i deferti, dove s’ alzano! monti, fcorrevano i fiumi o i mari, e viceverfa ; alla quale diverfità fi procede per gradi quanto infenfibili, tanto continuati e incelTanti. Gli oggetti dunque creati pafTati, prefenti, e futuri fono tanto fimili per le delle leg^i di moto, quanto diverfì per le infinite modificazioni, colle quali può edb variare, padandofi per infiniti gradi e in infinite maniere di madima fomiglianza e di minima varietà, dall’uno all’altro nella deda fpecie, e dall’ una eziandio all’altra delle infinite fpecie contigue di eflì, e accodandofi ciafcun uovo ^r fomiglianza, e fcodandofi per diverfità da ciafcun altro o da Ciafcuna rapa, per oggetti infiniti intermedi va rie fpecie, fenza però mai adomigliarlo o didbmigliarlo del tutto; vale a dire fenza effer del tutto quel dedb o quella rapa, o senza didrugger del tutto l’altr’ uovo o 1’altra rapa . Quel che s’ è detto degli oggetti filici, dee pur applicarfi ai morali, giacché fìcome quelli fi confervano e fi rinnovano io ciafcuni per le deffe leggi di moto fifico, così operan quedi per le deffe leggi di moto morale che da quello dipende. In confeguenza di che 1’ equità, il valore, la codanza, 1’ amore e gli altri affètti umani virtuofi [Oggetti come apprefì diverfamente . ] tuofi o viziofi ancora, fi diran propagarfi dagli uni agli altri in ciafcuni fempre conlìmili, ina tuttavia diverfi, non folo ciafcuni in genere, ma nelle loro fpecie ancora in ciafcuno individuo, come paffioni bensì confimili, ma che fono modificazioni diverfe d’ una verità o d’un errore, eh’ ellendo lo fielfo e indivifibile in ogni paflione, è nondimeno vario in qualfivoglia fua apparenza o modificazione particolare. Tallo Ipirito di conquida per efempio in Alelfandro, in Maometto, in Roberto Guifeardo, o il genio di filofofia in Salomone, in Numa, in Marc’ Aurelio, o il fentimento di libertà comune in Giunio, in Catone, in Gregorio VII-, furono ciafeune paffioni medefimein sè llefle, benché ciafeune diverfamente modificate in ciafeune di quelle perfone, attefe le diverfe circollanze de’ tempi, e le varie difpofizioni de’ popoli, per le quali ancora furono diverlàmentc fecondate, e iortirono vario efl'etto. La fomiglianza e refpettivamente diverfità d’oggetti fuddetta, è quella che coliituifce le diverie relazioni fra effi, non riferendofi un oggetto all’ altro che per quanto ad effo è fimilc, o da effo è diverfo. Le quali relazioni così fono infinite, per gl’ infiniti gradi di fomiglianza e di diverfità, coi quali gli uni fi accodano agli altri o fi feodan da quelli, e per li quali podbno infleme paragonarli, fia l’uno coll’ altro nella deda fua fpecie, fìan gli uni cogli altri nelle fpecic loro diverfe. Qui prima di proceder più oltre, piacemi avvertire, che parlando io d’infinito, comeò fatto innanzi e farò in féguito, non intendo parlarne come di cofa eh’ io comprenda per sè, ma come di cofa eh’ io non intendo che per approlfimazione, immaginandolo qual conviene a mente finita, vale a dire qual finito, maggiore di quanti pollano alfegnarfi giammai in ciafeuna fua fpecie ; inguifachè egli fia per l’aggregato di più e più finiti fenza fine di quella Ipe cie eie d'oggetti di che fi tratta, per cui fi porga all’ intelletto umano queir idea qualunque incompleta, che àffi dell’infinito, fenza perciò che fi confegua elFo, o fi raggiunga a comprendere polìtivamente giammai. Ciò avviene per le forze intellettuali umane limitate al contrario e finite; perciocché fe ad intelletto umano fofle dato di apprendere verbigrazia tutti gli oggetti e tutte le infinite relazioni fra loro, un intelletto tale non farebbe più umano o finito, e non combinerebbe gli oggetti, nia farebbe un Dio, che fenza combinarli li apprenderebbe tutti ad un tratto, come quegli che li avefle creati, e ne avefle ordinate le relazioni di tutti i luoghi, e di tutti 1 tempi. £ quan* tunque di quella conofeenza l’uomo fcevro dai lenii, per quanto comporta il grado di fua intellettualità, fia per partecipare nella vita avvenire ; nella prefente di che II tratta, non potrà egli mai flenderfi in elTa che per quanto lo conducano le tracce limitate de’fenfi medefimi, reflrignendofi così le fue cognizioni ad alcuni oggetti per combinazioni foltanto finite, fenza fìenderfi a tutte per comprenfione d’ efiì intuitiva e infinita . Ciò porto, non dirtinguendofi per or gli oggetti che per le lor dette relazioni diverfe, ed elTéndo tali relazioni per ciafeuni di erti tanto infinite, quanti i gradi di fomiglianza odi diverfità, co’ quali poifan fra lor riferirfi, fia nella ftefla, fia nelle fpecie loro diverfe, corrifpondenti alle infinite modificazioni d’un moto che procede colle medefime leggi; ciafeun intelletto particolare, che per le forze fue limitate dee apprenderli non per tutte, ma per alcune fole di tali relazioni, dovrà apprenderli per relazioni diverfe da quelle, per le quali le apprenda ciafeun altro, e in confeguenza dovrà apprenderli diverfamente da tutt’ altri . In ellctto dovendo la fomiglianza e diflbmiglianza fra gli oggetti a|>prenderfi da ciafeun intelletto finito ad un modo, edeffendo infiniti i modi, coi quali ciafeun oggetto può paragonare come fimile o diffimile agli altri ; non potrà di quefti infiniti modi quello col quale apprende quell’oggetto uno, effer quel delTo col quale lo apprende un altro, ma dovrà l’uno effer dall’ altro diverfo, per quanto pur poffa efier a quello più e più confimile. A quello modo faran gl’ intendimenti umani per gli oggettr medefimi tanto diverfi, quanto le loro fifonomie o alia) C.II, n.^. tre fembianze loro efterne fuddette che poffono bensì affomigliarfi in bellezza o in deformità, ma non mai in modo di effer del tutto le fteffe, o di non corrervi qualche differenza, per cui uno non fi ravvifi o non fi diflingua, pollo al confronto coll’altro. Ed efIcndo gli oggetti diverfi e confimili, e le relazioni fra effi infinite ; di infiniti ancora intelletti umani fe fìa poffibile paffati, prefenti, e futuri, fu i quali cadano le immagini d’unaflella, d’un fiore, d'un fallo, non ve ne avran pur due che le concepifeano ifleffamente a per le medefime relazioni ad altri oggetti, ma farà 1’ immagine di quella (Iella, di quel fiore, di quel faffo diverfa nelle ciafeune menti di quelle infinite perfone, confimile però più o meno l’una all’altra, quanto queflc relazioni fian più proporzionali ed armoniche, ancorché armoniche e proporzionali Tempre dìverfamente. Fuori di quello cafo non due, ma uno farebbero quegl’ intendimenti, i quali ConcepilTero gli flelli og. getti per le fleffe immagini, o riferiti ad altri oggetti per le fleffe finite relazioni delle infinite che ve n’ànno, ciò eh’ è impoffibile. Qui occorre offervare, come non è folamcnte la diverntà degli oggetti apprefi avvertita difopra (r), ma quella ancora delle relazioni loro agli altri diver\ (g gjjg (j avverte al prefente, per cui fi concepìfcano quelli da ciafeuni in vario modo, tanto al medefimo tempo uno lleflo identico oggetto, quanto à tempi diverfi quell’ oggetto a sé confimile, ma da sè diverfo a diverfi tempi in sè fleffo o nella fuafpecie. Per la qual cofa Tolomeo per efempio, Ticonc, e Galileo n diranno aver tute’ a tre immaginato il Sole ' diverlamente, quantunque il Sole veduto dal primo in Alessandria à Tuoi giorni, non folTe identicamente lo Iteflo che il veduto per avventura dai due altri all’ idei fo giorno, quattordici fecoli dopo nella Dania o in Ita* lia, ma folle da quello infenfibilmente dillimile, per rinfenfibile alterazione fofl'erta da ogni corpo, e in confeguenza da ogni pianeta nella Tua durata medefima, come s’è veduto. E ciò per le relazioni finite del Sole dell’uno e dell’altro tempo, tolte dall’ infinità di tutt’ elle cogli altri oggetti di qualfivoglia tempo, per le quali relazioni cialcun dei tre potea concepire il Sole, e didinguerlo dagli altri oggetti, o paragonarlo con quelli. Quello è ben vero che la diverlìtà, colla quale fi concepifcono da piò perfone al medefimo tempo e nel medefimo luogo gli oggetti identici, farà molto minore di quella, colla quale fi concepifcano a tempi e luoghi diverfi oggetti folo confimili, per variar appunto in quello cafo gli oggetti ancora da sè medeiìmi, e concorrer cosi non una, ma due ragioni a diverfilìcarne le immagini . Ond’ è che ne’ diverfi luoghi e a diverfi tempi, fi dovrà ragionare di oggetti conlimili con più di diverfità, di quel che fi ragioni al medefimo tempo e luogo di oggeui identici llelfi. Del rimanente quella maniera in ciafcuno diverfa d’ immaginare gli oggetti llelfi o confimili, fi riconol'ce dai giudici diverlT che fe ne formano daciafcuni, i quali giudici dipendono appunto da tali immaginazioni. Se quei giudici fugli oggetti llelfi folTer gli llelfi, allora potrebbe dirli, che quegli oggetti follerò apprefi e immaginati illelTamente . Ma giudicando ciafcuni diverlamente del color verbigrazia rolFo o del azzurro, convien pur dire, le immagini di quelli colori eflér diverfe nelle ciafcune immaginazioni. Anzi fe un giudicalTe del rolTo come un altro dell’ azzurro, potrebbe dirfi, apprender quegli perrolTo quel cheque /V! Oesetii come nominati per la fteffa favella. ’fti apprendelTe per azzurro, e viccverfa . Ma ciò non è vero nemmeno e attefa la infinità delle relazioni di ciafcuni oggetti a tutti gli altri, e la fingolarità iti ciafcuni di apprenderli (/»), le immagini d’cfTì deftate fui ciafcuni cervelli fon fcmpre diverfe, come diverfi ne fono i giudicj, e non folo uno apprende ciafcun colore, ma li apprende ancor tutti in vario modo da ajuel che li apprenda ciafcun altro, inguifachè il rollo, r azzurro, il bianco, e il nero imprimati di sè diverfe immagini fui ciafcuni cervelli non mai le Itelle, e non mai permutate, ma fempre diverfe e impermutate, avvegnaché fcmpre conlimili. P orte quefte confiderazioni fulla diverfità degli oggetti, e fulla maniera in ciafeuno diverfa di concepirli, per apprendere come querto concepimento fi comunichi da ciafeuno ad altri mediante la favella, è da avvertirfi, noneflcr certamente portibile il communicarlo per voci del tutto corrifpondenti, e che il figurarfi un efatta analogia fra le immagini colle quali s’apprendon gli oggetti, e le voci colle quali s’ efprintono, è figurarfi un aflurdità . Imperciocché ert'endo ciafcun oggetto infenfibilmcnte diverfo da ogni altro in ciafeuna e in tutte le fpecie, dovrebber le voci colle quali fignificarlo, variar infenfibilmentc com’eflb dall’ altre voci colle quali fignifìcar gli altri oggetti, ed crtér così le voci tante quanti fofler gli oggetti individui, appellandofi oggetti confìmili ma noniilertì, con voci pur confìmili ma non iftelTe in partato, al prefente e nel futuro; anzi appellandofi con voci diverfe una rofa fterta per efempio al mattino e alla fera, e un uomo ftertb prima e dopo una febbre quartana. Oltre ciò per effer ancora le immagini di quelli oggetti medefimi nelle ciafcuni menti diverfe, o per apprender ciafeuno gli oggetti diverfamente da un altro, ne dovrebbero altresì le efpreffioni diverfifipre nelle ciafcuni bocche irtertamente, o dovrebbero le favelle cfler tante quante le perfone favellatrlci, eiafeuna delie quali apprendendo gli oggetti così diverfi per relazioni eziandìo diverfe ad altri oggetti, dovrebbe altresì pronunciarli in modo diverfo . Ognun poi ..vede quel che avverrebbe per un fimil garbuglio di favelle, per cui non farebbe poìTibile intenderli fra padre e figlio, o fra marito e moglie, più che fra gli antichi fabbricatori fcefi dall’ altiflima torre di Babelle. Poiché dunque non è poHìbile applicar alia favella, nè la diverfità degli oggetti individui, nè quella delle immagini loro nelle cìafcune menti, ed è pur necelTario che quelle immagini lì comunichino dagli uni agli altri, per conofeere quelle verità che da mente nmana polTono concepirfi nello flato di vita mortale; non refla fe non che gli oggetti s’efprimano per voci identiche flelTe accordate per confenlo e per ufo, per le quali gli oggetti o le figure e immagini loro, s’ efprimano non elattamente, ma proflimamente, e non già per quanto farebbe neceflario, ma per quanto foltanto è poflibile ; in guifachè elTendo tali immagini tutte fimili e tutte altresì diverfe, le voci corrifpondenti le efprimano bensì efattamente quanto alla lor, fomiglianza comune, ma non quanto all'individua loro diverfità. Quello è ciò che avviene in efietto, mentre oggetti precifamente non iflelTi, e non concepiti da ciaIcuno ifleflamente, s’appellano non per tanto con voci flefle precife, e un faflb per efempio, un fiore, una ilella fi proferifeono fermamente con quelli flabili nomi quafi folTer indifcernibilmente gli llefli, e li concepiflero ifleflamente, quando per verità non lo fono, e fono da ciafeuni ^preli in maniera diverfa . Con ciò fi vede, come effetto della favella è quello di rellrigner il numero degli oggetti e dellefimmagini loro indeterminato e infinito, a numero tanto finito, quanto quel delie voci colle quali fogiiono profcrìrfi gli oggetti medeOmi per quanto fono confnnili, e non per quanto fono diverfi, giacché alla ìftcflTa voce d’ una lUlla, d’ un fiore, d’ un fafTo non fi deflano in ciafcu* ni le flelTe immagini, ma fi deflano tanto diverfe, quanto quella (Iella, quel fiore, quel fallo cosi appellati fono individualmente variabili, e fi riferifcono da ciafcuni non agliflefli, ma ad oggetti altri diverfi pur variabili, ed apprefi diverfamente, e appellati tuttavia per quelle voci. Un tal lavoro poi non può feguire, che mediante cert’ ufo e certa convenzione di quei particolari che piò comunicano di immagini e di voci, di appellar appunto con voci immutabili e precifamente ifleffe, oggetti individui e immagini loro, che non fono le flelTe colla precifione medefima, fia per sè fia nelle ciafcune apprenfioni; o di appellar verbigrazia col nome immutabil di rofa un oggetto tanto variabile quanto una rofa, e lo flelfo dee dirfi d’ogni uomo e d ogni altro oggetto particolare per sè vario, ed apprefo da ciafcuno in vario modo, ancorché pure confimile . La qual convenzione e il qual ufo è arbitrario, e libero, mentre come fu convenuto di appellar r acqua e il fuoco con tali denominazioni, cosi niente impediva che non fi convenirle di appellare alJincontro 1’ acqua col nome di fuoco, e il fuoco col nome di acqua. Perché poi poflbno gli uomini convenire di chiamar gli oggetti per quanto fono confimili con al. gypg yQgj jjQj, poflono convenire di render quegli oggetti cosi invariabili come quelle voci, o di concepirli ciafcuni al medefimo modo ; quindi avviene che r analogia delle voci invariabili cogli oggetti variabili in sè fleflì, e nelle ciafcuni immaginazioni, non può verifìcarfi che molto imperfettamente, o in quanto fi affuman per oggetti invariabili, quelli che in effètto non fon tali che per approlTimazione, variando eflì d’altronde del continuo per gradi infenfìbili e indeterminabili. In fatti quelli oggetti eie maniere di concepirli, cangiano del continuo non can giangiando le voci colle quali s’appellano, ed emendo le voci in ogni lingua tanto finite, quante poffononumerarfi ne’ Dizionarj, gli oggetti e le immagini loropoffono dirfi tanto finite, quante le innumerabili modificazioni di moto, dal qual derivano quelli, o le innumerabili relazioni degli uni oggetti a tutt’ altri, dalle quali derivano quelle in ciafcuno . Il qual ciafcuno benché apprenda oggetti finiti per relazioni finite, per eller però quelli e quelle in infinito variabili, li apprende in guifa diverl'a da quella d’ ogni altro, febben in guifa d’ogni altro conlimile (<?), per le medeli me leggi di moto, per le quali fi confervan gli oggetti, proferendoli però lempre per le ftelfe invariabili voci d’ ogni altro. Onde redi pur llabilito, la moltitudine di oggetti e d’ immagini loro nelle ciafcune menti, effer a numero incomparabilmente maggiore della moltitudine delle voci, colle quali pofian quelli denominarfi ed efprimerfi . Un contralTegno efpreflb della detta imperfezione d’ analogia fra le voci, e le immagini d’ oggetti per effe fignificati è quello, che ciafcuno nello fpiegare altrui le proprie immaginazioni oi propri fentimenti d’animo, non trova cosi pronte le voci che gli occorrerebbero, ech’ei defidererebbe, come trova le immagini, e non v’è cofapiù familiare, quanto il dolerfi uno di non poter per voci dar così bene ad intender ad altri ciò eh’ ei fente e intende per sé medefimo, di che gli amanti foglion lagnarli il piò fpeffo. Ciò che non può derivare, che dal conofeerlui molto bene, che gli altri per quelle voci non apprendon gli oggetti per elle efpreffi, com’ei le apprende, ma li apprendono in modo piò o meno diverfo, e che quelle voci dellando nelle altrui menti non le lleffe, ma confimili immagini, fpiegano ad altri una verità apprefa fempre con maggior chiarezza da quei che la proferifee, che da quegli cui vien proferita . Lo che fi verìfica tanto delie menti piò chiare che delle piò confufe, effendo certo che ficcome un uomo fensato per quanto ei fia eloquente, intende meglio i fuoi penfamcnti di quel che gl’ intendano altri ai quali ei li fpieghi per voci ; cosi un inCenfato ancora, benché non intenda lui ftelFo quel che vuol dar ad altri ad intendere, è però fempre mcn capito da altri di quel eh’ ei capifea sè HelFo, ed è fempre men feimunitoin sé, di quel eh’ ei fia concepito da altri. Applicate come fopra una volta alcune voci ad Oggetti co- jlA. alcuni oggetti in certo luogo e a certo temine nominati po, fe quelle voci come fono finite riguardo a per favelle quegli oggetti, così il follerò riguardo a fe ftellé, ® avellerò con quegli oggetti una necclTaria connef qiie(p applicazione avrebbe dovuto elTere univerfale di tutti i luoghi e di tutti i tempi, e non v’ avrebbe al mondo che una favella, la quale formata una volta, fi farebbe prefervata dappertutto la fiefla, invariabile per tutti i fecoli, per efprimer gli oggetti per quanto almen fono fimili, fe non (l)C.iy.n.t. per quanto Ibno diffimili. Il fatto però è, che febbene le voci lian finite riguardo agli innumerabili e infiniti oggetti per elle efprefli, fon però elle pur innumerabili e infinite riguardo a sè medefimc, fenza perciò avere quella infinità relazione alcuna con quella ; mentre laddove quella degli oggetti dipende dagli infiniti modi, coi quali procede il moto, che per le ItdTe invariabili leggi li prelerva e li rinuova in ciafeuna e in tutte je fpecie; quella delle voci dipende dai moti pur infiniti, co’ quali l’aria fiella può ufeir dalle labbra, fpinta e percolla dagli organi della favella, e quei modi non àn che fare con quelli. Quindi apparifee perchè le lingue abbiano ad elTer diverfe a diverfi tempi e nei diverfi luoghi, perciocché elléndo le maniere, colle quali le voci poffono articolarfi infinite, c dovendo elle adoprarfi a numero finito per elprinier oggetti mcdelimi e confimili, benché infiniti j non v’à ragione perchè a quell’ 'it nfo s’adoprino l’une anziché l’altre di effe, o perchè CAP. vA un faflo, un fiore, una della appellati ora in Italia con quedi nomi, non fodero appellati o non foder per appellarli ad altri tempi in Italia o altrove con nomi diverfi. Per quedo s’è odervato, gli oggetti non appellarft con certe voci, che per convenzione particolare divifa fra quei che più comunicano d’ immagini, a efclufione di tutt’ altri chemen comunicano, non potendo quelli eder mai tutti. E perchè l’infinità delle voci nonà alcun rapporto a quella degli oggetti, quindi è ancora che una tal convenzione non è neccllaria per certe voci, ma è libera ed arbitraria per tutte, e dove s’applicano ad oggetti dedì e confimili alcune di ede, dove alcun’ altre, e quando quelte, quando quelle, fempre diverfe perchè Tempre finite, tolte dall’infinità loro intiera. Se l’tina infinità fode relativa all’ altra, il farebbero pur 1’ una all’altra quede applicazioni, ma moltiplicandofi allora le lingue colle imma< ginazioni delle perf>ne in infinito, ne feguirebbe quella babilonia di lingue odèrvata di fopra per cui non farebbe più podìbile fpiegarfi gli uni cogli altri, e per eder quede infinite quante le perfone di tutti i tempi e di tutti i luoghi, non farebber nediine in alcun luogo, o ad alcun tempo. Come poi egli avvenga, che LA LINGUA una volta introdotta si cangia in altra ai diverfi tempi e ne’diverfi luoghi, si comprenderà da ciò, che dovendo gli oggetti per le voci didinti eder gli dedi per le dede invariabili leggi di moto, ma dovendo ciafeuni in ciafeuna fpecie rinovarfi con infenfibili difparità per le infinite modificazioni o mifure di quedo moto medefimo (c)j dovranno dunque efll appellarfi per le (f)C. //. ». 2 . voci una volta loro affide e applicate, in guifa però che confervandofi quede le dede per lo primo riguardo, fi vadano insensibilmente alterando e degenerando in altre per lo fecondo. Queda ragione s’ avvalora e s’accrefee per le nuove arti, per le quali gli oggetti e amedefimi e confìmilì fi fan fervine a nuovi ufi, a(Tumendo eflì quindi pur nuove denominazioni c divcrfe di pria, e introducendofi nelle lingue nuove voci a efclufione di altre all’ introdurfi di nuove arti, collo fmarrirfi delle antiche. Dell’introduzione di nuove voci in qualfivoglia lingua fon prova evidente tutte quelle, che nelle lingue vive fervono all’ arti di nuovo introdotte nella milizia, nella meccanica, nella fiampa, e fimili ; o quelle colle quali fi fpiegano le nuove foggie di vediti, di mobili, di utenfili e così feguendo, le quali prima dell’introduzione di tali arti e foggienon potevano avervi. E della perdita delle antiche fono indizio quelle innumerabili nelle lingue morte, fulle quali indarno fofifiicano gli eruditi per trovarvi il fignificato nell’ arti ed ufi di oggetti prefenti, quando meglio dovrebbero non penfarvi, come ad appartenenti ad arti ed ufi di oggetti già fmarriti, e la cui conofcenza col fignificato di tali voci rimarrà fempre irreparabilmente perduta . Perciocché il figurarfi che al forger di nuove arti o di nuove maniere di fuflillere non abbiano generalmente a fopprimerfene e a perire altrettante, è una puerilità e debolezza di mente, per cui fi credan gli uomini in genere più fiupidi o più fvegliati, e più taciturni o più loquaci a un tempo che a un altro, ciò che non fi darà mai ad intendere a chi meglio intenda la fpecie umana, e la natura generai delie cofe. Variando dunque infenfibilmente gl’oggcìt loro ufo per ordine di natura, e quindi per difpofìzione d’ arte ; le lingue altresì debbono variare infenfibilmente per efprimere quegli oggetti e quegli ufi, finché col lungo corfo di fecoli quelli e quelle prendano nuovi afpetti, refiando gli oggetti gli rteflì per le fiefie leggi di moto, ancorché diverfi per le diverfe modificazioni di quello ; e refiando le lingue pur le lleflè per la llelTa perculTìone d’aria dai polmoni foIpinta, ancorché fempre diverfe per le diverfe articolazioni di voci provenienti da quella percufiione, modificata in varie maniere. Ad accrefcer però e ad affrettare moltiffìmo una fimile alterazione e rinovazione di lingue, s’ aggiugne la mefcolanza di popoli di lingue diverfe che comunichino di favella; perciocché appellando gli uni e gli altri oggetti fteffi o confimili con voci diverfe, e non avendo ciafcuni maggior ragione di così appellarli, è pur forza che riefcano a inferir gli uni le loro voci nelle voci degli altri, onde imballardite così le lingue, vengan di due a formarfene una o più altre di quelle compone, e da quelle del pari diverfe. Egli è poi da oflervare, come per cffer gli oggetti confimili fempre divertì, e per eflere una tal diverfità molto più notabile a tempi e in luoghi difparati (a) ne’ quali s’ufino favelle diverfe, che alloflef- v.]. fo tempo e luogo, ove non fe n’ufi che una ; quegli oggetti efprelTi in un tempo e luogo con favella d’altro tempo e d’altro luogo, non fi concepifcono perciò quali furono o fono a quei tempo o in quel luogo natio, ma feguono a concepirfi quai fogliono in quello, colla fola diffferenza di replicarli così in mente, e di cfprimerli altrui con favella ancora ftraniera . Cosi le produzioni ftefre di animali, di piante, di minerali, più diverse nell’antica Italia e nella presente Britannia di quel che il fiano nell’ Italia prefente, efprelTe qui ora colle voci italiane antiche o colle presenti britannici, non si concepifcono quali sono in Italia anticamente o quali sono al prefente nella Britannia, ma quali sono al prefente in Italia. £ sebbene per la voce VIR si fìgnifìca verbigrazia allora in Italia un uomo come un Lentulus, e per la voce britannica man si significa ora nella Britannia un uomo come un Richard, e per la voce uomo si concepisca ora in Italia un tale come un Giampietro. Per tutte quelle voci VIR, MAN, UOMO, -- cf. Locke, a very rational parrot -- si concepirà ora in Italia del pari un tale come un Giampietro, e non mai come un Lentulus o come un Richard. Lo che fi dice per avvertire, che la cognizione delle lingue morte o vive Oraniere, non amplifica per nulla la cognizion degli oggetti, ma carica foltanto la mente di più termini d’eflì apprefi ad un modo folo, diritto o torto ch'ei fiafì, lafciando cìafcuno nello flato d’ ignoranza o di dottrina, nel quale d’altronde ei fi trovi . Certo è che quantunque ciafcuno apprenda gli oggetti diverfamente da tutt’ altri, per appellarli con più nomi non li apprende con più maniere, o colle maniere degli altri, ma fegue a concepirli all’ ulato fuo modo . Ond’ è che per apprendere più lingue n apprendon più voci, per le quali replicar in mente gli oggetti, e comunicarli a perlone di linguedìverfe non diverfamente all’une che all’ altre, fcnza apprender perciò niente di più fu quelli, o fenza accrefcer per nulla le proprie cognizioni ; quand’ ancora la mente occupata ed ingombra dalla farragine di quei moltiplici termini fugli oggetti medefimi, non reflafT'e perciò impedita dal concepirli con più chiarezza e con più precifione, reflando così le cognizioni fu effi tanto più limitate e riftrette, quanto apprefe per più mani di lingue, come v’ù gran luogo di dubitare. /^Uella diverfltà e refpettivamente fomiglianza, che Della divef- V^_s’è veduta correre fra gli oggetti della (lefTa e fità poffibile di diverfe fpecie, e fra le maniere diverfc di (^)> è manifefto dover molto più ampiaC./i/ » " ^ver luogo fra le combinazioni di quelli nelle ciafcune menti, le quali combinazioni cosi faranno diverfe e confimili non folo quanto gli oggetti, ma quanto altresì pofTono quelli confimilmente combinarli o accoppiarfi infieme a numero minore o maggiore, feparatamente gli uni dagli altri . Da quelle moltiplici combinazioni d’ oggetti in ciafcuni diverfe procede quell’ordine, per cui gli uomini diverfificanod’ inclinazioni, di genj, di temperamenti, e quindi di maniere di penfare e d’operare, ciò che coflituifce i divcrfi cojìumi loro ne’ divcrfi luoghi e ai diverfi tempi. Imperciocché llante una fimile diverfità di oggetti diverfamentc combinabili, non farà poflìbile che s’accordin eglino di applicare tutti ad oggetti delle ftelTe fpecie, ma dovranno applicare quali all’une, quali all’ altre di quelle, e quando a quelle, quando a quelle, per riferirli cialcuni e combinarli con altri oggetti di tutte le fpecie diverfamente, onde deriveranno appunto le moltiformi inclinazioni e coHumi fuddetti . Quindi apparifce la necedìtà di una limile diverfità di collumi negli uomini adunati ancora più Hrettamente infìeme, la qual procede dall’ impodìbilitàfuddetta di applicar ciafcuni in particolare, e più ancora di ellì in comune, alle ftelTe fpecie d’oggetti, e di combinarli e riferirli fempre al medefimo modo finito, quando tali fpecie d’oggetti e tali modi di combinarli e riferirli fono infiniti, e il finito tolto dall’infinito in palTato, alprefente, e nel futuro per infinite fiate ancora fe fia polfibile, è fempre diverfo. Quella diverfità d’opinioni e di combinazioni d’immagini, per ufo di combinare ciafcuni più particolarmente oggetti d’ alcune fpecie in luogo d’altre, è cofa familiare, e fi manifella ai frequenti incontri per le impreflioni diverfe degli oggetti medefimi fulle menti di quelli, che lìan più o meno avvezzi ad apprenderli, e a combinarli. Ed è certo l’incantefimo per efempio del villano fra i cittadini, l’orgoglio del cittadino fra i villani, laprelunzione del cortigiano fra i dotti, la noja del dotto fra i cortigiani, non proceder da altro, che da maggior ufo in ciafcuni di quelli di combinare più particolarmente oggetti di diverfe fpecie, nelle varie circollanze nelle quali ciafcuni fi trovano. Chi poi da una fimile diverfità d’opinioni ecofiumi riputalfe derivar difordine e fconccrto fra gli uomini, s’ ingannerebbe di molto, perciocché per quanto diverfi fian gli oggetti apprefi e combinati più frequentemente da ciafcuno, purché le combinazioni cogli altri ne fiano armoniche, e conformi alla llelTaragione comune, non potran quelle elTere che pur consimili, e perciò conformi fra elle, nè potran i codumi che ne derivano effer difcordi o generar fra cfli difordine, eflendo anzi tutti in ordine a una ftelTa verità o comun ragione. In eflètto rcflTer le opinioni e i coflumi diverfi non toglie che non poffan elTer confimili, e ficcome gli oggetti fon confimili per la femplicità e invariabilità delle ftedè leggi motrici, per cui Il confervano c fi rinnovano in cialcuna e in tutte le l'pecie, e fono diverfi per le diverfe mifure e modificazioni, colle quali procede quel moto in ciafcuniper le medefime leggi ; all’ ilidìo modo le combinazioni loro, e i cofiumi che ne derivano, fon pur confimili nella loro diverfità, per una ragione comune invariabile in sè fiefia, ma variabile nelle fue modificazioni, lecondo le quali quegli oggetti fi a ppret\dono, e fi combinano da ciafcuni . Che le fi domandi un rifcontro, per cui conofcere quella conformità di coftumi colla ragione comune, fi dirà quello efl'er quello, per cui apparila, che elTendo elfi utili a sè niedefimi, il fiano altresì agli altri, lenza che alcun ne rifenta nocumento od oltraggio, mcrcecchè fe elfendo quelli a sè utili, fulfero ad altri nocivi, allora non firebber elfi alla comun ragione o alla verità di natura conformi, la quale è Tempre concorde e non mai a sè lidia oltraggiofa; ma làrebber in conformità all’errore o alla ragion particolare d’ alcuni a quella comune contraria, dillruttiva disè medefima neila dillruzione degli altri, come s’è dillinto da principio. Con ciò apparifee, come la diverfità di combinazioni d’immagini, e quindi d’opinioni e collumi, non folo non apporta difordine in matura, ma ne collituifce aU’oppolto l’ordine e la concordia migliore, purché non s’ allontanino dalla llelTa ragione a tutti comune, ciò che può avvenire in infiniti modi; e in tai modi appunto diverfi fi dirà pollo l’ordine e l’armonia medefima di natura morale, come ne’ modi di combinazioni in conformità alle ftefTe segni motrici filiclie, è polla l’armonia di natura pur liiTca. E invero dall’ applicare gli uomini di concerto, quali fu alcune, quali lù altre fpecie d’oggetti più particolarmente, ne proviene che le cognizioni fu effi e per erti refpettivamente s’accrefeano, e gli uni accorrano in foccorfo degli altri, derivandone quindi quella perfualìone e prudenza umana, per la quale ciafeuni per quanto è polìibile, ne’ varj ullicj, profertioni e modi di vita per erti intraprcli piacevolmente fulfirtono. Senza ciò combinando ciafeuni calualmente gli onnetti fenza fcelta e fenza difeernimento di fpecie, non s’avrebbe che confufìone, e per clTer gli uomini di tutte le opinioni, i collumi c le profellioni, non farebbero di nellune. Ov’è da oU'ervare altresì l’iinportìbiltà in alcuni foli di riconofeer tutte le azioni e tutti i cortumi, per quanto fian quelli utili a tutti, e conformi alla coniun ragione, dovendo una tal conofeenza dipendere dalla ragione appunto comune, e non mai dalla particolare di quegli alcuni . Se quello folfe portabile, la natura avrebbe dertinati gli uomini non in foftegno, ma a carico ed oppreHione gli uni degli altri, e avendo formato alcuni foli intendenti ed attivi, avrebbe collituito tutti gli altri llupidi e inerti. Egli è ben necellario, che alcuni riconofeano le azioni e i collumi tutti, per quanto forter quelli contrarj al bene e alla ragione a tutti comune, al qual fine furono illituiti i Governi de’ popoli; mentre il conofeer fe un’azione coll’crter utile a sè il fia pur ad altri, o fja ad altri nociva, è dato ad ogni uomo in particolare, e martime a chi è dertinato a quella conofeenza. Ma il prefumer alcuni* d’ inventariare e regolar tutte le azioni, i collumi, le opinioni e le profèlfioni, per quanto fian utili a tutti, è un prefumer d’efler quei tali di tutte le azioni, i collumi, le opinioni e le profertìoni, cofa allurda, non elTcndo ciò dato dalla natura ad alcuni in particolare, ma agii uomini in generale di tutti i tempi, e di tutti i luo IV. Infatti poiché le combinazioni di oggetti fono infinite non folo in tutte le fpecic, ma in ciafeune ancora di e(fi, e non può intelletto umano apprenderne che un numero finito ; e oltre ciò poiché gli oggetti non fi combinano che per conol'cere le verità fu effi c per efiì, e tali verità non poffono rilevarfi per tali combinazioni, che pel confenfo di molti fu quelle; iàrà dunque forza, che molti concorrano ad apprendere c combinare, quali oggetti di alcune fpecie, quali di altre particolari, clTendo cosi altri di alcune, altri di altre inclinazioni e collumi meglio intefi e iftruiti, a efclulìone limile di tutte le altre; non efi'endo d’altronde poHibile che tutti gli uomini, ciafeuni de’ quali debbono apprendere e combinare alcune fpecie fole d’oggetti finiti; delie infinite fpecie che ve n’ ànno, s’ imbattano ad apprenderli e combinarli delle lleflè fpecie finite a efclulìone delle infinite altre, e in tal guifa ad eflér tutti d’un umore, d’ un’ inclinazione, e d’ un collume. A quello modo fi può dire, eh’ tlfendo le immaginazioni d’oggetti diverfe, edelfendo pur diverfe le opinioni e i collumi, fra 1’ una e 1’ altra diverlità v’ à però quello divario, che elfendo la prima in riguardo a ciàlcun uomo, la feconda è in riguardo a più d’ elTi, e che non avendovi pur uno che immagini gli oggetti come un altro (r), ve n’àn però moltilTimi della llelfa opinione c collume, diverfi dalle opinioni e collumi degli altri; in guilàchè ladiverlìtà di opinioni e collumi, anziché divider gli animi, tenda ad unirli dalla diverlità molto più amplafra le loro particolari immaginazioni col vincolo d’ una loia ragion comune, alla quale quelle opinioni e quei collumi, avvegnaché diverti, fian pur femnre conformi. Lo che non avviene indarno, ma è llabilito con provida dilpcfizione, alfine di verificare l’armonia delle immaginazioni diverfe per la conformità delle opinioni confimili, giacché la diverfità poid’opinioni fra tutti non induce confufione o difcordia fraefll, per la uniformità appunto di molti in ciafcuna di effe, e per non opporfi nelTuna alla ragion umana comune, della quale anzi ciafcuna opinione particolare coitituifce una parte, ed è modificazione particolare diverfa. Certo è, che ficcome la diverfità degli oggetti immaginati non confonde la natura, anzi ne coltituifce la vaghezza e perfezione migliore ; cobi la diverfità delle opinioni e cofiumi, che di quella è la conleguenza, non incomoda alcuni come quella che coftituifce anzi la varietà delle azioni, e colla varietà la libertà, che di quelle azioni è il carattere più gradito e migliore, efléndo così ladiverfità de’ colìumi umani tanto necelTaria all’umana fulTidenza, quanto ladiverfità nelle fpecie d’ oggetti lo è nella natura univerfai delle cofe V. Per altro ciò che fa credere come fopra, che WC.Ff. n.ila diverfità degli oggetti combinati, e de’ coflumi che ne procedono, apporti confufione edifordine, è l’equivoco EQUIVOCO GRICE di confondere la diverfità colla contrarietà di dii oggetti e coflumi, e di prender quella per quella, non potendo negarfi, che per opinioni e coflumi repugnanti e contrari non s’apporti fconcerto e non fi dia motivo a difordini, ciò che non è da temerfi per opinioni e coflumi diverfi. La contrarietà però è tanto lungi dalla diverfità in tutte le cofe, quanto è appunta ad effa contraria, ed è quella tanto implicante nelle immagini degli oggetti e ne’ coflumi che ne derivano, come lo è negli oggetti tutti creati, i quali pofìbno bensì efler diverfi, ma non mai contrari, per dover efier tutti confimili, e poter bensì la fomiglìanza aver luogo fra gli oggetti diverfi, ma fra i centrar) non poterlo avere giammai, come per più induzioni e rifeontri fi farà chiaro qui in feguito. Della contrarietà impofTibile de’ coflumi. Per meglio comprendere le cofe fuddette è daconfiderarH, gli oggetti de’ quali fi tratta, e dai quali procedon le immaginazioni, le opinioni, e i collumi umani, non poter efferc che gli efjftenti, politivi, e creati, e non mai i negativi, non efiftenti, e non creati, i quali non vi fono, e non fon nulla . Polli poi alcuni oggetti pofitivi, i negativi loro contrari non poter efl'er pofitivi giammai, e in confeguenza non poter efl'er del tutto, e pertanto gli oggetti contrari efler del tutto impoflibili . In efletto fe oggetti tali folfer poflìbili ed efiftenti, rimarrebber dibrutti gli uni negli altri nella loro efillenza medefima, nè vi avrebber più quelli nè quelli • e il fupremo artefice della natura farebbe autor ai contrari, o farebbe un principio contradittorio e implicante lui Ueflo, vale a dir nullo ; quando pur non piacefle ricorrere al ripiego di due principi in natura contrari ed ambo efiftenti, per il’piegar appunto codefta fuppofta contrarietà di oggetti pofitivi cercati ; ripiego adottato in vero da alcune menti fupcrficiali, ma tanto pur contradittorio e allurdo elio llelfo, quanto la fuppofizione medefima, a fpiegar la quale fu vanamente chiamato in foccorfo . Il fuppor gli oggetti pofitivi c creati contrari fraeflì procede da materialità di mente, per cui fi crede contrario all’altro quel che fembra diftrugger l’altro fol perchè il vince d’ efletto, e fi crede cosi uno di quelli negativo dell’altro, quando fon tutt’ due pofitivi del pari, e quella apparente dillruzione non procede da qualità contraria, ma da forza maggiore, per cui uno fupera la forza dell’altro, e non la vince nella parte che per prefervarla nell’ tutto . Cosi r acqua per efempio gettata fopra un incendio, fi dirà fpegner il fuoco, non perchè ad elfo contraria, o il negativo di quello, ma per impedir al fuoco di diftrugger il tutto. E all’ iftelfo modo fi dirà, una fornace di fuoco aflorbire e vincere una pinta d’ acqua fparfavi fopra, per l’ attività allora fuperiore del fuoco nel confervare fe flelTo, e del par pofitiva a quella dell’acqua, giacché nell’ uno e nell’ altro cafo ciafeun di quelli elementi efercita tanto di fua polla full’ altro, quanta ne efercita quello fu quello, accordandofi così entrambi anco a collo di loro ellinzione particolare, per la confervazione loro e delle cofe comun politiva, e non mai per la diflruzione loro e comune, eh’ è negativa, impolfibile, e nulla. Se li domandi un contralTegno, per cui dillinguer gli oggetti politivi e efillenti dai negativi e inelidenti, giacché dal volgo fi confondon gli uni cogli altri, fari facile additarlo in ciò, d’eU'er quelli fufeettibili di piò modificazioni o mifure, quando quedi il fon di nellune, come il nulla ch’é appunto di nelTuna mifura e non efide . Cobi 1’ acqua e il fuoco fuddetri perché fufcettibili di piò modificazioni e mifure, fi diran politivi ed elidenti del pari, avvegnaché creduti negativi e contrari l’uno all’altro. E all’incontro il calore, la luce, il moto, il pieno creduti contrari e negativi del freddo, delle tenebre, della quiete, e del voto, faranno tali in effetto, per elfer quelli di piò modi, quando quelli il fon di neffuno . Ma per quedo appunto faran quelle qualità create pofitivc ed elìdenti, quando quede faranno non create, negative, e inefidenti, o non elideranno che nella mancanza di quelle. Con ciò fi dirà, il volgo ingannarfi nel primo cafo col creder l’acqua contraria al loco, quando èfoltanto da quello diverfa, e non ingannarfi nel credere quedi due elementi del pari efillenti ; e nel fecondo fi dirà lui ingannarfi all’incontro nel creder quelle qualità tutte efìdenti, non ingannandofi nel crederle contrarie, mentre per quedo appunto eh’ efiflono il caldo, la luce, il moto, il pieno che fon di piò modi ; i contrari loro freddo, tenebre, quiete e voto che non fon di nclTun modo di quelli, non potrebber fuffidere. E in vero col toglier del tutto il calore, la luce. Il moto, 1’ eftcnfione, non è che fi generi cofa alcuna pofitiva, come freddo, tenebre, quiete, voto, ma è foltanto che annichilate quelle qualità nelle fofianze create, vi rimangon quelle come nulla di quelle, giacché il negativo è nulla di quel che nega fenzaeffer cola alcuna per sé pofitiva, e gli oggetti o follanze create di calde, lucide, mobili, ed ellefe che fono in più modi, tolte quelle qualità, rellan non calde, non lucide, non mobili, e non ellefe ad un modo, vale a dire a nelTun di quei modi. Quel che s’ è qui detto degli oggetti creati fifici, dee altresì applicarfi ai morali, oai collumi uma come fi li avvedrà dall’appiicarlo alle umane palTioni figlie delle imprelTioni di quegli oggetti, e madri di quelli collumi . Imperciocché tali palTioni effendo fra sé diverfe, e fullillendo come tali, non fono fra sé contrarie, e come tali non potrebber fulfillere che con ripugnanza e contraddizione, eh’ è quanto a dire non potrebber fulTillere in modo alcuno. In ell'etto l’amore, la compallione, la giullizia, la libertà, e r altre virtù morali fon tutte palTioni pofitive, create, ed efillenti ; e 1’ odio, l’ ingiullizia, 1’ oppreffione, la crudeltà tenute volgarmente per palTioni viziofe a quelle contrarie, non elìllono altrimenti come tali, ma fono all’incontro quelle prime palfioni medefime che in luogo di adoprarfi in ufo comune e polfibile, per lo quale fono create, fi adoprano in ufo particolare e negativo, per lo quale non fono create e fono impolfibili. La contrarietà dunque delle palfioni non é tale in sé llella, ma é apprefa per tale dalla dillruzione che fi feorge per elTe nel particolare per p'fefervare il comune, come la contrarietà degli elementi è apprefa dal vederli uno vincer l’altro nel particolare, quando quella vincita é intefa a prelèrvar 1’univerfale (A) . Con ciò fi dirà, che quel che fa le palfioni pofitive, fia lo llcnderfi efiTe.da sé ad altri, con che la fpecie umana fi conferva coll* ordine di natura creato c che fuflìfte; e che quel che la fa negativa, fia il concentrarfi effe in sè llcffe con danno d’ altri, contro quell’ ordine che non fuflìfte, e per lo quale il tutto fe fofle poflìbile s’ annullerebbe e andrebbe in difperfione ; lo che però non avviene per la provida natura, che converte quel difordine particolare in ordine univerfale- Tal Tinterefle per le foftanze fparfo da sè ad altri, s’appella equità, prudenza, gratitudine, e tali altre virtù confervatrici ; e riftretto insè folo, degenera in avarizia, ingiuftizia, ingratitudine, per le quali contro natura tutti languirebbero e perirebbero . L’ ambizione di onore, di potenza, grandezza e fimili, difufa da sè ad altri, è virtù d’ ordine, e di concordia pofitiva; e confinata in sè folo, è vizio di fuperbia, di oppreflìone, e di difpotifmo . L’ amor di fenfo fparfo da sè ad altri, è amor pudico, amiftà, compaflìcne, per cui la fpecie fi propaga e fuflìfte; e raccolto insè folo, è lafcivia, odio, crudeltà, per cui refterebbe la fpecie fpenta e diftrutta. In fomma qualfivoglia paflìone, eflèndo virtù confervatrice fra tutti difufa, lì cangia in vizio diftruttore di tutti col contrarfi in sè folo ; e finché le foftanze, gli oi»ri, i piaceri procurati per l’interefle, l’ambizione, famore, colfeller proprj fi dilatano ad altri, quelle paflìoni fono virtù, non illando la reità di elle nel procurare il bene per sè, ma nel toglierlo ad altri, o ne! procurare il proprio utile e piacere con altrui feiagura, onta, od inganno . Perchè poi tutti certamente fuflìftono, e finché ciò avviene non è da dire che tutti non fufliftano, fi diranno le paflìoni effer fempre virtù pofitive e come tali fulfiftcrc, e come vizj a quelle contrari o negativi di quelle, non fuffilter efle giammai ( « ), eflèndo tanto contraditto- (j) C.VlI.ti.\. rio che fulTiftano inficine vizj e virtù fra sè contrari, quanto che gli uomini tutti fufliftano e non fuffillano . Non dubito, che quello dichiarare cosi ampiamente, che le paflìoni non fufliilano come vizj, non abbia a parer Urano e (ingoiare a quei poveri di fpirito, a’ quali fembra molto bene veder i vizj trionfare in alcuni. Lo sbaglio però di cortoro Ha, nel confonder che fanno il particolare col comune degli uomini, e nello (lar colla mente pur fitti in quello, come chiufi con quello in un facco, quando la natura e il grande fuo aurore non opera che per lo comune, e ogni particolare alforto e immerfo ncH’univerfale fi perde del tutto e s’annulla. D’altronde fe il vizio è contrario alla (j) C. in, virtù ei contrari non fon pclHbili (//), poiché la vir3 - certamente fudllte, il vizio dunque non può dirli che ludiila che per equivoco. E quell’equivoco fi dirà proceder da vuote immagini, per le quali fi prendono a torto per politivi, oggetti che non fono che i negativi di quelli; e quindi fi apprendono gli uni e gli altri per eiillenti, quando per verità i negativi perquefio appunto che fiifiiilono i pofitivi, non potrebber lulli(lere c(Ii (ledi . Cosi quantunque gli oggetti detti volgarmente contrari, li prendano a vicenda per, pofitivi e p.r negativi gli uni degli altri, è certo nondimeno i pofitivi (oli eilere efillenti creali, ei negativi noncnérche il nulla di quelli, o il nulla alfoluto, il qu^l non fuffille, o (udìile folo nella negazione del pofitivo . Per la qual cola il contrario dell’ amore, della compadione, della equità, della libertà come (opra, non è 1’ odio, la crudeltà, la iniquità eia opprefTione come volgarmente è creduto, ma è il non amore, la non equità, non comp.idione, non libertà che non fudìllono, come il contrario del fuoco c dell’acqua non è 1’ acqua o il fuoco, ma il non fuoco, e la non acqua che pur non vi fono. Quelle coiifiderazioiii fulle padroni umane, che elTendo virtù diverle non fon mai vizj contrarj a quelle virtù, fan conofeere, che i codumi altresì che ne procedono, pollono bensì clfer diverlì, ma non mai contrarj, e che fe perquefli tufcono difordini, ciònon' avviene che per quel bene, che dovendo procurarli per sè e per tutti com’è polfibile, fi vorrebbe procurato per se a efclufione degli altri, quafi ^ruggendo in tutti quel che vuolfi per sè parte di quelli tutti, ciò che non può avvenire, e che in fatti non avviene, giacché ogni bene procurato per sè con danno di altri, lì diUrugge alla fine in sè ancora per la oppofizione e il contralto di tutti gli altri . Procurandofi il bene al primo modo, le difcordie faranno imponìbili, e ciafcun di tempera diverfa e non mai contraria a quella dell’ altro, s’ unirà ad elio per coitumi diverfi e non pur contrari, il collerico col tranquillo, il timido coll’ ardito, il fcmplice coll’accorto, e limili altri, come l* acqua col fuoco, e la terra coll’aria nella compoGzione de’ corpi fifica . Ma procurandofi quel bene al fecondo modo o con altrui oltraggio, le difcordie faranno inevitabili per rimpollìbiltà di unire i contrari, ^ poterfi bensì unir l’ardito e il timido, ma non 1’ ardito e il non ardito, e il timido e non timido, come può unirfi acqua e fuoco ne’ corpi, ma non acqua e non acqua, e fuoco e non fuoco, quafi fi voIelTe fulllfter da un lato quel che fi volefre difirutto dall’altro, o quel che non potefle fullìftere fenza la diliruzione di quello che pur fullifte . Egli è ben vero, che ficcome un elemento nel fìfico non illrugge mai 1’ altro, per quanto contrafiino nel particolare, attefe le leggi di moto invariabili ed eterne ; cosi nel morale una paffione, e un cofiume che ne deriva, non dillrugge mai l’altra nel generale, per quanto pur nel particolare s’ apprenda per a quello contraria, per elTer tutti pofitivi e conformi a una comune ragione, non mai a sè lleffa contraria. Ciò che conferma quel che s’è detto, le opinioni e i cofiumi umani eficr diverfi, e combinarfi diverfamente, mediante una ftefia verità comune, della quale fiano modificazioni diverfe e non mai contrarie, come gli oggetti fon diverfi e fi combinano ineme nell’ opere di natura inedianti le fleflè leggi di moto, delle cjuali (ianpur modificazioni nsion trui contrarie c tempre diverfe . Airoppotlo non pt)ter quelli nè queffi etler contrarj, nè combinarli in contrario j er errore comune, o per contralleggi di moto impoflibili e nulle, per le quali foltanto potrebbero clfer tali, e per r implicanza di ruflilter la t'pccie umana per coiiumi, e la natura umverl'ale per leggi di moto, infierne col principio che dovefle dillruggerle, o per cui dovelfero eller nulle . E conferma ciò ancora quel che è aggiunto (/»), di elFer bensì poflTibile per attenzione particolare d’ alcuni nelle nazioni, il riconofccrvi ogni male e 1’ deluderlo da elle, per elfcr quello negativo e d’ un Col modo . Ma non elTer cosi poflìbile per l’attenzione meddima, o introdurvi o crearvi ogni bene, per la ragione contraria di dfer quello pofitivo, e di modi infiniti, onde l'uperare elio ogni particolare attenzione che s’è detto finora dà facilmente ad intenCollucni ere- Vedere, che non è già la diverlità, ma la contraduci comrar) j-jetà e ripugnanza de’ coflumi quella, per cui non 1 . noco- degenerino quelli in errori, e per cui nal'can fra gli uomini Iconcerti e difordini, e ciò per la contrarietà fimilmente e non divcriità di oggetti e di combinawC.VI.n.i. zioni loro, ful’e quali verlin le umane menti, e dalle quali quei collumi derivano. Quelle combinazioni d’oggetti diendo innumerabili, ed elléndo gli uomini nelle diverte iorcircollanze avvezzi quali all’une, quali all’al(OC. F/. n.i. tre Ipecie di elle, faran dii cosi di divcrli collumi, allor conformi alla verità, quando gli oggetti combinaci fian reali, pofitivi edefillenti; e allor contormi all’ errore, quando tali oggetti fian negativi, imponibili, innefiflenti c nulli . Imperciocché lebbene gli oggetti fian d’innunurabili modi, e il nulla d’ un folo, ciò nondimeno ficcome la verità eh’ è una, è di tanti modi, di quanti puòcfTa atlermarlì nelle cok divcriè; cosi l’errore altresì eflTendo uno, s’apprende pur di tanti caP- Vili! modi, di quanti quella verità può negarfi, inguilà che tanti fiano i modi politivi di fullìlìere per la verità, quanti s’ apprendono i negativi di non rulTifìere per 1’ errore, fuililìendo ogni cofa a un modo, e non lulli» ftendo la Aia contraria al modo a quello contrario, e corrifpondendo verbigrazia 1’ ardito, il timido, il collerico, pofitivi tutti creali, ad altrettanti negativi loro non ardito, non timido, non collerico, con cller ciò non oAante quelli tutti di più mudi, e queAi d’ un modo folo o di nelTuno, come il nulla eh’ è di neffun modo . E^li è poi da confiderare, eh’ effondo la verità e la eiiAenza tuttociò ch’efiAe, ed eflendo 1’ errore o il nulla tuttociò che non efilìe, e non efilten* do cola alcuna che per la combinazione di oggetti di> verli, e non mai contrari; parrebbe che il tutto C.Vir.n.t. dovclie l'ulfiAerc per la verità, e nulla per l’errore, e che ficcome nella efilìeriza degli oggetti, così nelle combinazioni loro e nelle inclinazioni e coftumi che ne derivano, non dovelfe avervi che verità, efclufo fempre l’errore, cofa non generalmente creduta dal volgo, il quale all’incontro non parla che di errori, e di contrarietà nelle inclinazioni e ne’coAumi fra gli uomini. Chi però meglio rifletta, conolcerà, quello elTcr verifftmo, ed elfer l’errore cosi lontano dai coAumi umani, come dall’ opere di natura, che non ammette contrari, e non erra giammai . Che fe v’ à chi crede diverfamente, ciò deriva da equivoco GRICE EQUIVOCO di prendere il particolare per lo comune, come s’è accennato, eco- C.W. «.4, me più efprelTamente fi dichiarerà ora, per ifpiegar meglio coi fatti quelle verità, che fon lempre alcofe al volgo, e che bene fpedo fi nafeondono ai filofufi ancora, che nel fìlofofare non fanno Aaccarfi dalle volgari maniere di penfare, reAand > coi,i nella loro filolofofìa più all’nfcuro del volgo medeltmo. Si dice dunque che lo sbaglio di prendere il negativo per pofitivo, o l’ errore per la verità, nafee da» £ z equivoco di prendere il particolare per univerfafe, c di credere che ciò che può efler in quello con ripugnanza e dilordine, poflTa pur avervi in quello con ordine ed armonia. E invero l’errore col nome fuofteffo, non porta alla mente che un’ immagine di mancanza e di nullità, e il crederlo nei collumi comune quando non è che particolare, procede da errore appunto o da mancanza di difeernimento, per cui occupata la mente da vani timori, dà corpo all’ ombre ed al nulla. Del rimanente s’ ei fembra nafeere e avvalorarfi :n alcuni, non fi vede mai (lefo a tutti, e in quegli alcuni medefimi non lì vede che vinto, e dillrutto dalla verità a tutti comune . Il fullìller poi vinto e didrutto non è fullìller in modo alcuno, in guifache chi fi lagna dell’error ne’coflumi, fi lagni di elTo che volendo pur con vane lulìnghe e con faifeapparenze inlìnuarfi e fuHìllere nel particolare, non tenta mai altrettanto neU’univerfale, e in quel particolare medelìmo è didrutto da quedo univerfalc, che il difapprova e il dichiara pur nullo . Per quedo il comune degli uomini fi vede Tempre correggere il particolare, e non mai all’oppodo; di che prova evidente fono i governi de’ popoli, fra i quali tolti i più colti e fenfati, non v’à dubbio che non confidano quedi in ciò, che per ellì colla verità e la ragione comune di tutti fi didruggan gli errori, o le ragioni particolari di alcuni a quella contrarie . Che le il governo delTo reggede i popoli per la ragione fua particolare alla comune contraria, o per 1’ errore contrario alla verità, come nelle nazioni barbare o fconcertate ; allora non elTendo quedo certamente poflibile, quell’ ederno governo fi vedrebbe cangiato in fimulazione, o in nullità elTo dedb, redando nondimeno la ragione e la verità comune interna a governar la nazione realmente, Tempre per 1’ errore particolare da elTa vinto e didrutto in ognuno, e nel governo medefimo ; verilicandofi così Tempre, che la verità c la ragion comune fia cofa reale, pofitiva’i^A~prv'ìTr. ed efiftente, e che 1’ errore fia cola negativa, innefìilente e nulla, comechè i'empre dilirutta da quella verità medelima. Chi dunque precorre provincie e climi diverlì, e incontra opinioni e collumi, per li quali fi fulTide in un luogo, alieni da quelli, per li quali fi fulTilte in un altro; creda pure tali coliumi quanto fivogliandiverfi, ma non li giudichi giammai contrarj, per eller ein modificazioni diverfe d’ una verità a tutti corna* ne, che non è mai a sè fleffa contraria. £ fe apparifcon contrari, li creda tali per fola appunto apparenza, attefo ungoverno pur apparente, fimulato c nullo, (a) giacché l’apparenza e la fimuiazione è nulladiquel^^jjc.p;;/.,,.che è in fatto. Del rimanente che fin a tanto che tutti nelle nazioni fufTiliono, i coliumi comuni benché diverfi, non fian mai contrarj a una verità comune, fi manifclia da quelio, che 1’ errore contrario a quella verità fi troverà periéguitato e punito, vale a dir diiirutto da per tutto del pari, e ciò fempre nel particoJare e non mai nel comune ; altrimenti converrebbe dire, che laddove gli uomini fulTiliono a un tempo e in un luogo per la verità, fuUìlielIero all’ altro per 1’ errore e per la menzogna contraria e diliruttiva di quella verità, cofa affatto affurda e impolTibile. All’ilielTo modo i difordini ne’ fenomeni ffici debbono ìmputarfi a irregolarità, particolari ne’ moti conformi alle leggi collanti e generali, per le quali il tutto fuffifte, vinte però quelle irregolarità e fuperate fempre da quelle leggi, lenza di che il tutto perirebbe, effendo cosi il difordine, la dillruzione e l’errore fempre particolare, e 1’ ordine, la confervazione e la verità fempre comune, fia nel fifico. Ila nel morale, e quell’ errore fempre vinto e diflrutto da quella verità. Qui può oflcrvarfi, come quell’ effer l’ errore fempre particolare in ogni nazione e non mai comune, e quell’, e queft'annullarfi per quello, quanto per fa verità comune in e(Ta ruflìRe, dà a conofcere, che le fedizioni, i tumulti, le dilcordie, le guerre fono nelle nazioni Tempre errori particolari, e non mai verità comuni, come quelle che in effe diliruggono ciò che pur Tuffìfte in modi diverfi, ma non mai contrari . Che fimili diTafiri intcreffìno le nazioni intiere, cuna’ è la Trafc d’efprimerfi de’ Gazzettieri, non è che uno sbaglio, per cui come fopra (a) fi prende 1’ ambizione e Terrore particolare d’ alcuni, come Te TolTe comune di tutti, i quali all’incontro non pnfl’on fufiìfiere e non fufiìfiono, che per la comun verità e dilàmbizione. E fi ila pur certi, che ogni nazione adonta di qualfivoglia an bizione o interclle particolare che muova in tifa difeordia, prefa in comune non amerà che la concordia e la pace. Quell’ ambizione poi e quell’ intcreflfe fi manifefiano particolari dal fatto, per iadifiruzione che del pari ne fegue delle parti ambiziofe e interefiate, fufiìliendn le nazioni nell’ intiero per la concordia, al tempo fieiìo che per la difeordia fi difiruggnno nelle parti . Che fe quella difeordia parefie comune, non farebbe di nazione che fufiìfielle, ma farebbe dell' ultimo particolare fuo avanzo, che facrificaiTe fe (lelTo al riforgimento di altra nazione, che fulle reliquie della già diilrutta a parte a parte per errori particolari, fi nnovafle intieramente per la verità a tutti comune, eh' è il calò di tutte le rivoluzioni negl’ irnperj . Ma tolte alfine tutte le nazioni progrefiive e contemporanee, e tutti gli uomini in genere, fempre fia che ogni difeordia, guerra o tumulto fra effi abbia a terminar in concordia, pace e amillà per la verità comune che difirugga 1’ errore particolare, quando pur fi voglia prefervar la fpecie umana, ficcome ogni pelhienza o procella dee terminar in aere falubre e tranquillo, quando pur fi voglia prelervar la natura, e non mandar tutto il fifico e il murale in nonnulla. S’aggiunge, che la detta prevalenza della ragione c A P. Vili, o verità comune full’ errore particolare a quella contrario, fi manifeda non folo negli uomini conolciuti per giudi, ma in quelli ancora che fi reputano, e cliepià fembran malvagi, e ciò per lo timore che accompagna infeparabilmente quedi fecondi . imperciocché un fimil timore fe ben fi confideri, non è che una pofitiva virtù eh’ edinta ogni altra, reda in cialcuno a moderare e rafirenar i luoi eccedi negativi medefimi. Laonde edèndo qualfivoglia malvagio Tempre più timido che malvagio, non efclufi i tiranni medefimi ; farà Tempre ogni uomo più virtuoTo che reo nella deTfa Tua reità, e farà Tempre vero, che 1’ error negativo rimanga annichilato e didrutto da virtù politiva a 'quello fuperiore in quegli deffi, che più Tembran menarlo in trionfo. In queda guiTa il timor pofìtivo e virtuoTo, con frenar l’ambizione e rintercH'e dall’ offènder altri, impedifee che quede padìoni, di pofitive e virtuoTe che pur fono in propria e comun fuffidenza, diventino negative e viziofe in didruzione altrui e propria (<i), e tien luogo di virtù nello dedb malvagio, ia)C.VlI.n.^. come un elemento altresì nel fìfico contradando coli’ altro per la confcrvazion pofitiva del tutto, impedifee la didruzion generai di natura, che tolto un (imii contrado ne leguirebbe, fcnzachè negativo alcuno lùlTida, Tempre per 1’ aperta implicanza di fudidere cola alcuna negativamente. Una fimil providenza nel WC.W/.«.i. morale (i manifeda non folo ne’ rei fuperbi come fopra, ma ne’ giudi ancora da quelli oppredì, i quali fon così virtuoli nella loro tranquillità e nella loro fidanza, come il fon quelli nella loro agitazione e nel loro timore; ed è certo, ogni oppredb innocente eder così contento per la verità comune che lo allolve fugli occhi dell’univerfo, come il fuo oppredbre è feontento per 1 error fuo particolare, che combattendolo con quel timore, lo cruccia nella Tua ignoranza fe non à talento, efe à talento, illude nel fuo rimorfo. Refta dunque Tempre più flabilito, non avervi di contrario in natura che la verità e 1’ errore, ed elfer quella una modificazione di tuttociò eh’ eflde, e quello una modificazione di tuttociò che non efifle. Il confidcrar ciò cIT efìfle come contrario a ciò che pur efille, è un afTurdità ; e fe gli uomini apprendono per contrarie quelle cofe che non fon che diverfe, ciò è Tempre per errore particolare, che non paflà ad cfTer verità comune. Il contrassegno poi, per cui avvederli Te gli oggetti fian diverTi o contrar) farà quello, di eflTer effi o non efTer efiflenti, mercecchè Te eTiftono Ton certamente diverfi, e Ton contrarj Te non eTillono . Ma per ben giudicare di quella efillenza o non eTiflenza loro, debbon elR riTerirfì non al Tolo particolare, ma al comune di tutti . Il dolore per eTempin e il piacere, poiché ambo Tuffiflono, Ton certamente TenTazioni diverTe, ed elTendo diverTe non Tono contrarie . RiTerite però al particolare s’ apprendono per contrarie, ciò che non rieTce Te Ti riTeriTcano al comune . Di ciò è prova evidente ognuno che Tofl'ra il dolor con piacere, Tol che il riTeriTca non a sé Tolo, ma al comune degli altri ; come Muzio contento del pari e d’arder il Tuo braccio nel Campo di PorTena, e di llrignerTi con quei braccio al Ten la Tua Clelia, per addurre un Tolo degl’ innumerabili eTempj di eroi TacrihcatiTi con dolore al piacere di giovar alla religione, alla patria, alla verità inTomma comune, ciò che non avverrebbe Te tali TenTazioni ToTfer contrarie. Quella comun verità non è in Tollanza (0 C.r/J.a.j. che la virtù (c), la qual contrallata dai vizj particolari e non mai comuni, può dirTi travagliata, ma non per efiì opprelTa. Laonde elTa fola può dirli comune, come quella eh’ è approvata da tutti, quando il vizio non può appellarTi che particolare, come quello eh’ è dctelfato da ognuno, e dilàpprovato da quei medeTimi che lo proTelTano, indizio evidente di eller quella poTitiva ed efìllente, e di efier quello negativo e nullo. Certo è die (iccome futTifle quel eh’ è voluto ed è approvato da tutti, come la virtù ; cosi quel che non è voluto e non è approvato da alcuno, come il vizio, non può dirfi fuffìlìere . E lo sbaglio di conlìderar quello come efiftente Ila in ciò, di confiderar per efiftente quel eh’ è voluto da alcuni coi contrailo di tutti, quando non può confiderarfi per tale, che quel che voluto da tutti, non è contraHato da alcuno. Io non fo, fé tali dottrine convengano con quelle che lì dicono degli antichi iloici, accademici, platonici, o altri, interpretate dagli eruditi, e eh’ io non ò mai avuto la flemma d’ interpretare . So che le ò apprefe dai lume naturale, dal quale poteano apprenderle quelli, e può apprenderle ogni altro che fia i'eguace della verità comune, non alterata da errore o da educazione corrotta particolare, e fappia che un uomo non è tutti gli uomini, nè tutto il creato, ma uno folo di quelli, e un’opera fola di quello. Se poi le mie dottrine non convengono con quelle che corrono al prefente anco fra i più fludiofi, ciò è per errore appunto particolare di quelli, che fedoni maffìme a quelli tempi da dottrine fuperhciali di Comici che fi fpacciano per fìlofofi, vorrebbero pur perfuadere il tutto effer peggio, contro il fatto evidente, per cui la natura e l’uomo, col conferv'arfi e fufliflere, dimoflrano il tutto efler meglio . La dottrina fra le altre della nullità dei contrae) (a) non dee dirfi nuova, dacché fi troverà ella convenire coll’ altra non nuova del tempo e dello fpazio, che efiendo quello la durata fola, e quello la fola diflanza degli oggetti e delle foflanze create, non fuflìflono così che negativamente, e fulTiflendo in tal modo, pofitivamente fon nulla. Tolte quelle foilanze pofitive e create, il tempo e lo fpazio reflan come nulla di quelle, o come nulla adoluto, non pntendofi inver concepire come polfan pofitivamente fufliflere o tempo, o fpazio, o diflanza di cole, che non fufliflauo elleno flefle. Procedendo le inclinazioni e i coftmni dagli oggetDella (labilità ti creati ertemi, e dalle combinazioni loro nelle e inabilità de' umane menti, è certo eh’ ellendo tali oggetti invariaro(lumi. bili per le rtelfe invariabili leggi motrici, dalle quali derivano, faranno altresì quelle inclinazioni e coftumi invariabili e cortanti, per la rtdià inalterabile verità e ragione comune, per cui naCcono, fi confervano, e fi rinnovano. Per la qual cofa ficcome quegli oggetti fi vedon perfeverare gli rterti in ogni fpecie, e ogni pianta e animale fi rinuova in pianta e animale confimile, (enza degenerar mai in altra di natura diverfa; all' ilierto modo l’ambizione, l’interertè, l’amore, il timore’, e limili altre partìoni, dalle quali rifultano i cortumi, fon collanti in natura, nè tralignan mai in partìoni diverte nel propagarfi dagli uni agli altri, e il fimile avvien dei cortumi. Quanto però cederti cortumi per quelli motivi tono rtabili e fermi nella loro natura, tanto nelle modificazioni loro fon variabili e incollanti, come appunto gli oggetti dai quali derivano, o le modificazioni delle rtellè leggi di moto, dalle quali quelli oggetti procedono. Ertèndo poi le modificazioni dall’ una e dall’altra parte infinite, ed ertendo quelle di ciafeun tempo e di ciafeun luogo finite ; i cortumi di ciafeun tempo e luogo, fempre gli rtelll per la rterta verità comune, faran per le modificazioni di quella verità fempre diverfi da quelli di un altro, come gli uomini finiti d’ un luogo e d’un tempo, fimili fra loro per la rtabile loro natura, variano nondimeno infenfibilmente in infinito di fembianze, d’afpetto, di maniere da quelli d’un altro per le modificazioni diverfe di quella natura rterta . Con ciò rinovandofi gli oggetti e le loro combinazioni in altre pur fempre diverlè, anco per tempi e luoghi infiniti ; i collumi, le opinioni, i gen), e le inclinazioni umane di ciafeun luogo e tempo vi dovranno variare in infinito, come modificazioni fempre finite tolte dall’infinità di tutt’ effe fcnza di che dovrebbe dirfi, che degl’ infiniti oggetti i. creati, o dei coflumi che ne derivano, doveffer gli uni a un tempo efier gli ftellì che gli altri ad un altro, ciocché ripugna colla fapienza e perfezione infinita del fupremo autore della natura nelle fue opere. Perchè poi tutti gli ilabilimenti umani in riguardo alla fucieià, e gf Imper) lieffi dipendono dalle opinioni e coliumi in effi comuni ; per effer quelli nelle loro modificazioni ederne cosi variabili, non potran tali focietà o Imper) avere labilità alcuna dipendente da quelle, ma dovranno infenfibilmente variar di maniere, cola comprovata molto bene dal fatto, per cui fcorrendo con occhio fugace per tutta quanta la ferie de’ tempi e de’ luoghi da Noemo a noi, non ci fi rapprefenta alla mente, che una perpetua rivoluzione di Stati e d’ Imper) . Infatti effendo le opinioni e i collumi in ogni impero attualmente finiti, ed effendo quelli di maniere infinite pollibili, debbono dunque col variar de’ tempi e de’ luoghi finiti variare infenfibilmente di maniere attuali e finite , e con ciò variar quegP Imper), la cui divifione cosi, ellenfione e forma effendo fempre tanto (labile e ferma, quanto la verità e la ragione a tutti comune ; farà eziandio tanto cangiabile, quanto le modificazioni dìverle e infinite di quella verità, o quanto la divifione, ellenfione e forma delle opinioni e collumi in ciafcun impero particolari, e comuni. Vero è, che fimili rivoluzioni negl’ Imper) o ne’ governi de’ popoli non fempre fon fubitanee e impetuofe, anzi il più delle volte feguon per gradi infenfibili ; ma fono in ogni cafo le lleffe, o producono i medefimi effetti, e la differenza ne dipende folo dalla verità o ragione comune che Ila piò o men riguardata dai particolari, e per la qual, folamente poffon le nazioni fulfillere. Perciocché fe quella verità farà dalla nazione fparita, l’errore ol’ ambizione particolare che d’ effa avanza, dovrà dì flrug F a gerla,,. IiT~gerIa, o diftrugger fe ftcflb colle difcordie e le guerre, per dar luogo a quella verità di ricorrere a rinovar quella nazione fott’ altro afpetto, e talvolta fott’ altro nome, nel qual cafo fi diranno feguir le rivoluzioni con più di violenza e di fdegno . Ma fé quella comun verità fi foderrà nelle nazioni a fronte di quìifìvoglia errore particolare, le rivoluzioni allora vi feguiranno a (Irida quiete, fenza violenza e per gradi infenfibili, trovandoli nondimeno ia nazione col corfo di lunghi l'ecoli del pari cangiata da quella di prima per varietà di opinioni e coliunii, non però mai fra loro contrarj. Del primo cafo è elempio qualfivoglia Impero d’ Afta o di Grecia più rinomato, e in particolare l’antica Roma, volta di Regno in Repubblica a’ tempi di GIUNIO, e indi di Repubblica in Impero a’ tempi di Giulio CESARE, per ia verità comune a quei tempi in e(Ta fmarrita, e per l’errore o per 1’ ambi Ìone particolare non da timore frenata redatavi fola, per cui non era poflibile che quel go%^erno, (la in forma di regno o di repubblica più fuUìdefle. E del fecondo polFon eller efempio quegli Stati prefenti Europei più moderati, che contano più migliaja di fecoli per fuccedioni di Sovrani, ma che per opinioni e codumi non fon certamente quali erano alla loro origine y e ciò per la delTa verità o ragione comune non mai da e(Ti partita, quantunque diverfifìcata in modificazioni diverfe, che (on appunto quelle divcrfe opinioni e codumi. Tuttociò fa conofcere, come quel che cangia gl’ Imperi è in ogni evento la ragione comune di tutti, per la quale pur fi confervano, e la qual ricorre fempre a occupar il luogo dell’ errore particolare, per cui fe folTe pofTibile rederebber le nazioni tutte didrutte, fenza che l’attività particolare di Giunio, di Giulio, o d’altri v’abbia più parte di quella di qualfi voglia altro che podìeda una fimil ragione, e che coll’ unirla alla ragione di quelli la renda comune . Del rimanente che le nazioni prefenti d’ Europa non fian quali erano da principio, e fi fìan rinovate in altre, non ferbando di fe (ielFe che i nudi nomi, fi comprova da quello, che tolta qualfivoglia diede, potrà quella ben appellarfi collo (Iciro nome di due i'ecoli innanzi, come per la lleda verità comune fudlilere, ma non perciò fi troverà la llefla per forma d’ inclinazio' ni e coftumi comuni che la collituifcano, o per modificazioni di quella verità medefima. Anzi fi troverà da quella tanto diverta per quello capo, quanto dall’ altre nazioni fue contemporanee, e lo fieiro avverrà retrocedendo di due in due fecoli più o meno, per quanto le memorie ne fiano a noi tramandate. Cosi i Francefi prefenti diflèrifcono forte più per maniere e cotlumi dai pur cosi detti Francefi di due fecoli innanzi, di quel che differifcano dai prefenti Italiani dillinti da etti di nome . £ gl’ Inglelì che ora fon d’opinione di difertar per l’America, avran forfè più di conformità coi prefenti Francefi loro emoli, di quel che pretendano aver per cotlumi cogl’ Inglelì loro antenati, eh’ erano d’opinione dv difertar per Soria, e così di più altri . E’ poi chiaro, una fimile rivoluzione di opinioni e cotlumi nelle nazioni dover efier tale, da non ricorrere o rinovarfi mai in netfune allo lleflo, fempre per la detta ragione delle combinazioni di oggetti, e delle modificazioni che ne derivano ne’ cotlumi, che tolte dall’ infinito a numero finito, fon fempre diverfe fune dall’ altre per quante pur volte fi prendano (rt) . E ciò non per dil^fizione umana particolare, ma per fitlema imperferutabile di natura. Il comprender quello fitlema, vale a dir 1’ ordine, la ferie, i rapporti di tali combinazioni di oggetti, e di tali modificazioni di cotlumi, o perchè e come a certune abbiano a fucceder cert’ altre, in luogo di tutt’ altre qualunque, è rìferbato alla mente dell’ autore del tutto, nè potrà ciò mai penetrarfi da mente creata, finché fi trovi nel pafieggiero fuo flato, avviota c ridretu dalle ritorte e dagl’ inganni de’sensi. Qui cade a propofito d’avvertire l’errore di quelli, che lì figurano di richiamar nelle nazioni la verità e la ragione comune per quanto vi fi folTe l'marrita, col rinovar quelle leggi che ne preferivevano le modificazioni a’ tempi decloro bifavoli, progetto del tutto affurdo e impofTibile . La verità e la ragione comune potrà ben richiamarfi per leggi, per quanto a’ tempi trafandati folle Itaca più riconofeiuta per fé ItelTa in quei coltumi, di quel che il fia a’ tempi prefenti per coltumi che la modificairero in contrario di sè medelìma, giacché elTa in sè llelTa è una fola di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Ma il richiamarla al prefente per le fue modificazioni antiche, quando tali modificazioni debbon ad ogni tempo elTer diverfe, non può elTere che una miferia di mente, per cui lì creda la natura non più capace d’invenzioni in fua condotta, di quel che fiafi un povero Conllgliere fecreto che creda operar in fua Wce. Chi declama contro i nuovi coltumi che fi vanno introducendo, e deplora gli ufati che fi van diftifando; à molto ragione fe i nuovi coltumi fon modificazioni dì una ragion men comune, di quel che il fiano gli ufati che a quelli dan luogo . Ma fe i nuovi coltumi fon tanto buone modificazioni della comun ragione, quanto gli ufati che fi perdono ; ei declama inutilmente, come fe ciò foffe contro il variar de’ venti, elTendo 1’ una e l’altra cofa quanto innocente, tanto, inevitabile e neceflaria, e potendo, anzi dovendo quella comun ragione per difpofizion di natura, e per fapienza illimitata del fupremo fuo artefice, praticarfi fempre per modificazioni diverfe, e comparire in fembianze che non fiano giammai le flelle, elTendo nondimeno la. ItefTa per sé medefima . Senza quelto una fimile verità o ragione, correrebbe rifehio di non efercitarfi che per inganno ; ed è ancor vero, che talvolta con richiamare la verità, la ragione, il valore e la religione fteflfa per le fole loro modificazioni eflcrne di tempi molto remoti, f» rielce a perdere tutto il fenfo reale ed interno di quelle virtù, invariabili per sè flede, riducendole a quelle materiali loro modificazioni eflerne, fenza alcun rapponto a quell’ interno lor SENSO E SIGNIFICATO. Ma intanto è qui da avvertire, che quel che s’è detto finora in ordine all’ illabilità de’coflumi, non fa torto ad alcuno, e non è detto per accufar gli uomini di leggerezza o d’incoflanza, ma per anzi giuflificarli d’ ella, e per renderne ragione, come di cofa inevitabile e neceffaria, la qual non riguarda in eflì coflumi che le modificazioni eflerne d’una ragione comune interna, che debbon cangiare, come le modificazioni eflerne degli oggetti fenfibìli, dalle quali quelle tengono dipendenza. Dail’altro canto ficcome quelli oggetti cangiando modificazioni fon purglifleffi in tutti i luoghi e a tutti i tempi, per le fleffe leggi di moto che li producono ; il medefimo avviene de’coflumi, ed è fempre una flefla invariabil ragione e verità comune, che per varie vie li guida e governa . Per quello s’ è veduto, quella ragione comune effer la fola, per cui gli uomini lufTiflano infìeme, come per quella che può ben effer diverfa nelle diverfefue modificazioni, ma non può mai a sè flcffa effer contraria, nel qual cafo foltanto la comun fuffiflenza farebbe impoffibile ; ond’ è che non è effa contraria che per difetto o ragione particolare di alcuni, e non mai di tutti. Ciò fa che i governi o gl’ Imperi fian fempre confimili, per quella fleffa ragione comune per cui fullìflono, avvegnaché diverfi per le modificazioni diverfe di quella ragione medefima, non oflante qualfivoglia irregolarità particolare, come gli oggetti fenlibili eflemi fon fempre confimili nelle loro fpecie, perchè fempre in conformità alle flefle leggi motrici, benché ne fìano diverfe le modificazioni, e non oflanti alcune irregolarità in eflì fifiche . £ potranno quelli e quelli fuffiflere a ragione benché dive rfa, giacché i mollri nel filico e le calamità nel morale lòn cafi infoliti e particolari, e il confueto e comune non è calamità e difordine, ma é ordine ed armonia . In effetto la ragion comune, dalla quale deriva il difintereffe, la dUambizione ed ogni altra virtù, per la quale fuflillon gl’ Imperj, é invariabile, ed è di tutti i luoghi e di tutti i tempi, e ne fon le modificazioni infinite. E iflelfamente la ragion particolare, dalla quale procedono 1’ intereffe, l’ambizione, e gli altri vizj per li quali col diflruggerfi fi rinuovan gl’ Imper), è pur la lidia, in quanto é Tempre contraria alla comune, con modificazioni altresì infinite a quelle contrarie . Ma è poi imponibile che quella ragione particolare viziofa diventi comune, com’ è imponibile che i turbini e i terremoti fiano incdlanti e collanti, mercecché in quello cafo rimarrebbe la natura non variata, ma dillrutta, come in quello rimarrebber non rinovati, ma dillruttì gl’Imp.rj. Nel rimanente le diverfe circollanze comuni e particolari, nelle quali fi trovino le nazioni per le divcrlé modificazioni d’ una lldfa ragion pur comune o particolare, fon quelle che giullificano o non giuflifino le opinioni e i collumi diverli. Così gl’ Inglefi avran per avventura tanta ragione di difettar ora per l’America, quanta ne avevano innanzi di difettar per Sorla, fe tali opinioni diverfe faran conformi del pari alle diverfe circollanze o modificazioni di ragion loro comune d ambo quelli tempi, di che farà indizio appunto l’ellèr quelle all’uno e all’altro tempo comuni. Perciocché fe la nuova opinione non folfe cosi comune come l’antica, non farebbe quella così conforme alla comun ragione, come lo era l’antica, ma potrebbe elfere qualche opinione o errore ancora particolare alla verità comune contraria. Il fuppor gl’ Inglefi che difertan per Bollon più fenfati di quei che difettavano per Sorìa, quando quelli difettavano di comune confenfo, e quelli difertano coll’oppofizione di mezzi i voti della nazione, è un’ alTurdità . Del redo non fi nega che sì una fpedizione che un pellegrinaggio non pofian eficr conformi alla comun ragione, purché fian efiì tali da attirare il comune confenfo. E ciò non per attività d’un Ammiraglio o d’ un Romito che li pcrfuadano, ma per ragioni piò alte, ordinate da una fapienza eterna, la quale nel crear una fola ragione, ne coditu) le modificazioni diverfe, e volle che non ladiverfità, ma la contrarietà delle opinioni e coftumi fodè quella, che da queda comun ragione li dividede. Quelche s’ è detto di fopra, che le immagini C A P. X. degli oggetti da ciafcuni apprefi non tengan rap- De’ cofhimi 'porto necedario alcuno colla favella e colle voci, efpreffi perla per le quali fian ede efpredè agli altri, dee applicarfi f»ella. eziandio alle combinazioni di quelle immagini, dalle quali derivano le inclinazioni e i codumi diverfi, le quali combinazioni d’immagini non terran così nedunnecedario rapporto con quelle delle voci, o colle regole gramaticali di lingua, per le quali fi manifedano, oli partecipano agli altri. Ciò fi verifica idedamente dall’ edere tali regole pure dabilite di comune confenfo arbitrario di quei foli, fra i ^uali quelle combinazioni d’ immagini debbono comunicarfi (c), e che così comu- (#)C.iF.«,i. nicano di codumi e d’inclinazioni a efclufione d’ ogni altri . Ond’ è che ove manchi queda comunicazione, nedune lingue o regole di ede fono in ufo, e ove effa v’abbia, le lingue e le regole d’ede perciò introdotte, non s’ apprendono dalla natura, ma da fola meccanica fcoladica, o da idruzione pratica d’altri, fenza apprender perciò niente più di reale (d), e fuor di WCy.n.ì. queda meccanica, l’ ufo dejle lingue farebbe impoflìbiIc. Del primo è prova ogni felvaggio, il quale perchè non in calo di comunicar ad altri le proprie combinazioni d immagini, non à favella veruna, nè articola alcune voci introdotte fra gli altri, non occorrendone certamente a lui alcune per efprimerfi a sè medelìmo. E del fecondo è prova ogni bambino, che alla villa degli oggetti che le gli prefentano, non proferifce naturalmente che llravaganze, finché colla propria efperien- za e coll’illruzione non ifcientifìca, ma pratica altrui, non s’ alTuefaccia a proferirli e cultruirli per voci alla maniera accordata fra gli altri, coi quali più COMUNICA, e non mai alla maniera fra quelli, coi quali non comunica d’immagini e di collumi . Ancorché poi le combinazioni d’ immagini degli stessi oggetti, non abbian verun necessario rapporto colle combinazioni di voci, colle quali li proferifcono; per elTere nondimeno quelle tutte consimili, atteli gli (ledi oggetti, e tutte diverte, attefe le diverse combinazioni loro nelle ciafcune menti; c per edere altresì una FAVELLA (fabula) colla quale spiegarle la della per ciascuni, ma pur diverse le combinazioni in clfa di voci nelle ciascuni bocche d’innmnerabili persone ancora le quali ESPRIMANO ALTRUI uno STESSO SENTIMENTO colla llelTa FAVLELLA, siccome non ve n’àn pur due, che apprendendo gl’oggetti dell! li combinino indiamente nel lor cervello; così non ve n’àn pur due, eh’ esprimendoli con quella FAVELLA, li espriman colla deda disposizione di voci; in guisa che poda dirsi eziandio, che quede innumerabili persone liccome edendo della della specie, pur son diverse ciafeune dall’altre per sembianze ederne e per tuono delFo di voce, così essendo dello dedo sentimento e della Itelfa lingua, s’esprimano nondimeno agli altri cialcuno con diverta disposizione di voci o di termini di quella lìngua medefmia. Inoltre quella idabilità d’oggetti, eh’edendo gli dedt per le Itede leggi motrici, pur lì cangiano del continuo per le infinite modificazioni di codedo moto; e quella delle inclinazioni e codumi, eh’ essendo gli dedi per le delle padioni d’una ragione comune, van pur perpetuamente cangiando di modificazioni,(! riconosce altresì nelle lingue, eh’edendo le llefle per la stessa impulsione d’aria fofpinta dai polmoni, rielcon pur diverle per l’ARTICOLAZIONE di voci, o per modificazioni diverse di quell’aria sospinta. Perciocché essendo esse intese a esprimer l’immagini quali son combinate, e i codumi quali son praticati, egli è pur forza che feguaciò che per nota esperienza si vede seguire, vale a dire che difufati in ciafeuna lingua del continuo alcuni termini, fe ne sostituifean di nuovi, non per altro certamente, che per fecondare la detta diversìtà di modificazioni, (la nelle immagini degl’oggetti, sia nella pratica de’ coAumi che ne derivano. E quantunque quella diversìtà di modificazioni negl’oggetti e ne’cofìumi, proceda con più d’uniformità, per elTer ella opera di NATURA; non manca però più o men esattamente di tener dietro a quella la diversìtà de’termini in ciafeuna lingua, con quella imperfezione, colla quale si vede sempre l’arte imitar LA NATURA – GRICE SEGNO NATURALE, SEGNO ARTIFICIALE. In efi'etto, del difufo suddetto di termini in ogni lingua viva, e dell’introduzione in efla di termini nuovi fuir eftinzione di quelli, non sì saprà afìegnar altra ragione, che quella degl’oggetti appresì e combinati, e de’codumi che ne derivano, eh’ elTendogli flefit per la flclTa ragion comune, si van rinovando per modificazioni di quella diverse col variar de’feco- Ji, giacché le lingue non sono inllituite e non fono intese che a quello, d’esprimere quegl’oggetti e quei collumi così combinati e cosi diversamente modificati. Dimanieraché per la stessa ragione, per cui non v’à luogo, in cui corrano le opinioni e i costumi di più secoli innanzi, cosi non v’abbia luogo, in cui s’ adopri la lingua d’allora; e sia cosi imposìbile di richiamar fra gl’uomini quei coftumi (c), com’è imposìbile il richiamar quella lingua. Da ciò s’apprende, come il determinar una FAVELLA di tutti i luoghi e di tutti i tempi, sarebbe lo stesso che determinar un opinione e un costume, o una combinazione d’opinioni e di costumi pur d’ogni luogo e d’ogni tempo; vale a dire che determinar la facoltà intellettuale umana, e limiurla non solo all’ellenfìone, ma alla qualità ancora e ai modi delle sue cognizioni in ogni luogo e ad ogni tempo; cosa 1’una e l’altra imponibile, per non poter elTa accordafi colla fleda limitazione umana intellettuale. Perciocché l’intelletto umano per quello appunto di edere limitato nelle sue cognizioni, dee variarne’ modi e nelle qualità di edè; e per eder quedi modi e quede qualità infinite, dee versar più quando fu alcune di ede, quando fu altre, e quindi adottar quando alcuni, quando altri codumi, esprimendo in conseguenza e COMUNICANDO tuttociò altrui, quando coU’une, ^uandolcoll’altre voci o FAVELLE. Siccome poi col variar di combinazioni d’oggetti e di codumi non si ricorre giammai ai modi usati altre volte, ma le modificazioni ne son sempre diverse; così col variar delle lingue vive non si ricorre giammai a rinovame o a replicarne alcune delle morte oltrepadate, ma fe ne formano altre dapprima sempre inaudite, e non mai per innanzi adoprate. Il tutto per le infinite maniere, colle quali possono combinarsi gii dedì oggetti, gli dedi codumi, e le dede articolazioni di voci, colie quali proferirsi [GRICE UTTER], attesa una sapienza eterna e infinita [GRICE GENITOR – ‘God as an expository device who cares for his creatures’ --], che regola tutto quedo magìdero con leggi uniformi in sé dede, ma varie sempre nelle loro modificazioni. Per quedo gl’eruditi pudono bensì lufingarfi d’ idruird. e di ragionare de’ codumi e delle lingue antiche, per quanto é podibile ravvifarle a un lume che d va sempre allontanando, e per quanto è podibile alla vita umana caduca tener dietro al tempo indancabile ed eterno. Ma il figurarsi d’aver de’codumi e delle lingue perdute, quella contezza che si à de’codumi e delle lingue viventi, o il lufingarsi di raccapezzar dai pochi frammenti che redano, quel tanto più che non teda de’ lècoli antichi, é una vana credulità; ed è come lufìngarfi d’indovinar per le poche fandonie che foglion narrarfì delle Sibille, tutto quel che per avventura avelTero queste scritto ne’libri loro, che si di-, con arfi nell’incendio del campidoglio romano. Per altro la diversità di lingue, che come sopra dee avervi nelle nazioni, per la diversità in elle d’oggetti combinati, e di collumi che ne derivano, e 1’impossìbilità di elTer tutti d’un collume e d’una favella (a), fan conoscere che la natura unisce in vero; gli uomini hno a certa misura, alla quale polTan elTi giovarsi, ma li disgiunge oltre a quella misura, nel qual caso la loro unione essendo inutile, farebbe incomoda, e potrebbe renderft ancora nociva. Certo è, che fe r ufo dell’ illelTa FAVELLA indica la necessità di llar gl’uomini uniti, per accorrere gli uni in SOCCORSO DEGL’ALTRI – GRICE PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS --, ciò che non può verifìcarsì che per favella che sia la llelTa; 1’uso di fevellar diversamente indica la nelfuna necessìtà di Har elTi uniti a quell’effetto, giacché fra persone di favella diversa nessuna COMUNICAZIONE DI SENTIMENTI, o nelfuna scambievole ali^ llenza può interceder giammai. D’altronde le occorrenze umane sono ognor limitate, e non poflbno llenderfì oltre a quei limiti che con disagio comune degl’altri, e con illusione particolare disè medefimi, essendo in vero un’illusione e un inganno, che quel soccorso – GRICE PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS -- Ila di provedimento, di diletto, di piacere, di difefa o d’altra qualunque occorrenza, che ognun può conseguire da altri loncan tutt’al più dieci miglia, abbia da attendersi ed alanguirsi d’altri, di FAVELLA ININTELLIGIBILE, e lontani le migliaia e migliaia di mK glia. Con ciò^ sì direbbe, che quel che congrega gl’uomini lino a certo numero, al quale possano conservarsi dell’ illelTa FAVELLA, sia la natura amica della suflillenza e del piacere verace; e che quel che li congrega oltre a quello numero, al qual non possano conservarsi d’una FAVELLA, fia l’ambizione particolare dillruttiva della specie, corruttrice del vero piacere, e amica del De’coftumi espressì per favelle diverse piacere ingannevole. Ciò si comprova dal fatto, per cui gli uomini finché son dell’ifiefla favella, più convengono insieme, e più s’accrefcono per arti di moderazione e di pace, come nelle nazioni più limitate d’ Europa, e qualor diventano di più lingue, come negl’ imperj più valli dell’Asia, non possono sofienerfi che pella forza, e si distruggono per queir arti stesse di luflb e di guerra, pelle quali credono bonariamente di conservarlì, e di SOCCORRERSI GL’UNI GL’ALTRI – GRICE THE PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS --; come in fatti si trovano quivi a molto minor numero che nell’altre nazioni d’una sola lingua, avuto riguardo all’ellenfion delle terre. E si comprova ciò pure dalla dipendenza necessarìa degl’uni dagl’altri, quando pur voglian gli uni cogli altri supplire ai BISOGNI COMUNI. La qual dipendenza d’ordinazione e sub-ordinazione può ben avervi fra persone della fleU'a lingua, ma fra quelle di lingue diverse non può avervi che con inganno, essendo invero impossibile che gli uni dipendan dagli altri, quando ignorano fin la favella, per la quale dipendere. Dacché si conclude, che la saggia natura vuol veramente uniti e congiunti insieme tutti gl’uomini dell’ universo, ma per il solo vincolo d’amore e di ragione loro comune; e che quel che li tiene uniti per tutt’altro titolo, non sia che la stolta ambizione e 1’interesse loro particolare, ben diverso da quell’amore e da quella ragione, e talvolta a quelli contrario. Quella ragione che fa, che gli uomini dell’illeffo luogo e dell’ifteflb tempo fiano dell’illeffa favella, per la necessità di comunicare insieme d’immagini d’oggetti, e di collumi (rf), fa non meno che a luoghi e tempi diversi sian di diverse favelle, per la nelTuna necessità allora di una simile comunicazione, essendo d’altronde le voci, colle quali comunicar d’immagini e di collumi per le llef fe infinite, ed essendo finite quelle, colle quali a'qualunque tempo e luogo particolare, comunicar d’immagini e di collumi di quel tempo, e di quel luogo particolare. Ma oltre ciò quella ragione che fa, che ciascuna lingua vada alterandoli riguardo a sè llefla, per r alterazione che va seguendo nelle modificazioni degl’oggetti e de’collumi medelimi allo IlelFo tempo e nello ItcITo luogo, fa che s’ alteri molto maggiormente riguardo all’ altre di tempo e luogo di verfo, per feguire l’alterazione degli oggetti e de’ collumi molto più notabilmente ne’ luoghi e tempi feparati e lontani, che in un iltelTo luogo e tempo (c), o lotto al medefimo afpetto de’ pianeti . Da ciò ne deriva, che non polfan gli uomini mai fpiegar così bene le proprie combinazioni d’ immagini, e i proprj collumi e fentimenti con lingua Itranicra d’ altro tempo e luogo, come li fpiegano colla propria, ciò intefo degli uomini in genere, e degli affari e collumi loro non già meno fìgnificanti, che fi trattano nelle accademie 0 ne’ gabinetti, ma dei più fìgnificanti e comuni, che fi trattano nelle piazze e nelle famiglie. E invero effendo ogni favella illituita per elprimere gli oggetti e 1 collumi d’ un luogo e d’ un tempo, e dovendo quella variare col variar di quelli; l’adoprar a un tempo c in un luogo una lingua illituita per efprimere oggetti e collumi d’ un altro, farà ognor più difficile, per doverli allora follituire alle voci più proprie e più precife di quegli oggetti e collumi, voci intefe a clprimcrne altri da quelli diverfi, e in confeguenza men proprie per elprimerli, e men precife . Che gl’oggetti e collumi di ciafeun luogo e tempo fian diverti da quelli di ciafeun altro, e che per ciafeuni corrifpondano termini e voci diverfe, fi manifella oltre per quel che s’è detto, per li Dizionari ancora particolari, ciafeun de’ quali fi vede più carico e ricco di quelle voci, che più corrifpondono agli oggetti e collumi del luogo e tempo, in cui la lingua d’eiTi è nativa; carichi in confeguenza cricchi meno di quelle, che più corri fpande{Iero agli oggetù e costumi d’ogni altro luogo e tempo, incuifolTe quella lingua straniera. Non per altro certamente, fé non ' perche ciafcun luogo e tempo à i Tuoi coslumi che non son precisamente quelli d' un altro, e per esprimer ì quali non mancando mai le voci nella lingua di quel luogo o tempo, mancano bene fpefTo nella lingua dell’altro. Per elempio nel vocabolario arabo dicesi, il cammello espredo con voci mille ed una, quando nell’italiano si tiene per espreflTo abbadanzapet qued’una sola, lasciate fuori le mille [GRICE: “We spent a whole term learning Eskimo]; e ciò non per altro, che per la moltiplicità d’usi di codeiio animale nelle contrade arabe maggiore che nelle italiane, per la quale moltiplicità, gl’oggetti e i costumi diversihcando nell’une e nell' altre regioni, diversamente s’esprimono. E lo steifo si direb^ d’ innumerabili altre produzioni animali e vegetali diverse degli uni luoghi e tempi, in riguardo a quelle di altri. Ch’ è la ragione, per cui un dragomanno pratico del pari della lingua araba, e dell’italiana s’arreda bene fpelTo nel ragionar di cose italiane colla prima lingua, e nel ragionar di arabe colla seconda; e per cui parrebbe ancora, che CICERONE (vedasi) defl'o non potcfle al prefente elTer cosi buon secretario di lettere latine in Roma, come alcun crederebbe, per gl’oggetti e affari romani prefenti molto diversi da quelli, de’quali ei scrive ad Attico a’suoi tempi, e richieder pertanto gl’uni e gl’altri qualche diversità ne’modi d’esprimerli. Tutto ciò si dice, non perchè il posseder più lingue non abbia a riputarsi un ornamento, necessario ancora a chi non contento degl’oggetti e codumi vicini, che forfè non intieramente intende, anela ed applica ai più lontani che intenderà sempre meno; ma perchè si sappia che gl’uomini delle nazioni, siccome ciafcuni ànno i propri oggetti e codumi diversi da quelli degl’altri, cosi ànno una propria lingua, per cui esprimerli, che non può esser quella degli altri: e che~^~ A T vi" siccome non adotteranno mai bene gli altrui oggetti e costumi comei propr), cosi non esprimeranno mai quedi cosi bene coll altrui, come colla propria favella. Dall’ altra parte la cognizione di più lingue non è cognizione f«r se Itella, ma è un mezzo per cui COMUNICARE soltanto a più altri quelle cognizioni, che solle cose e non sulle parole, si foflcro apprese - e un WC.F. n. 3. dotto farà sempre tanto dotto con una lingua, come con dicci, siccome uno sciocco non si manifesterà men Iciocco con dieci lingue, che con una sola. A ciò riguarda lo zelo, col quale i più sensati antichi, e moderni ancora, si sono ognor dichiarati a favore, e àn sempre altamente parlato in commendazione de’patri lari, de patrj collumi, de’patrj iflituti, e della patria tavella. Ognun che trascuri tutto questo per quanto é suo, affine di adottarlo per quanto folle dUltri, fia certo che trafeura quel che a lui è più naturale, per aflumere e tenerfi a quel che gli è meno, e che ciò è coinè s ei fpogliafle 1 proprj velliti per adoffarfi gli altrui, che non fe gli adatteranno mai bene indoflb . Un uomo di tutti 1 coftumi, di tutti i fentimenti, e di tutte le lingue, fuole dal popolo e dai romanzieri ammirarfi come un portento . Un uomo tale per la verità c per la natura, farebbe un arnefe infignificantee contraddittorio, di nelTun coftume, fentimento, o favella che almen foffe Aia propria (A), com’ei farebbe di nelTuna nazione e religione, quando intendeffe eflèr di tutte. Del rimanente col diffinguere come fopra, idiverfi oggetti e coffumi di ciafeun tempo e di ciafeun luogo (c), non s è già pretefo di dividerli in modo, y che non abbian poi a convenire allo llelTo, per auan *°‘“«,'.P™«donp dalle ffefle invariabili leggi motrici, c dall iffefla ragion urnana comune ; per la qual cofa le lingue altresì fi vedon poi quafi confluir tutte in una, allorché gli oggetti, i coftumi e i fentimenti in fomma umani efpreffi in una favella, fi trafportano a qualfivoglia altra. Ma s’è pretefo con quello foltanto di far conofcere, che quella convenienza che corre fra r une e 1’ altre lingue in riguardo appunto a codefie leggi e a codefia ragion comune, per cui gli oggetti e i cofiumi fono confimili, non pofla correre in riguardo alle modificazioni di quelle leggi e di quella ragiotie diverfe, per le quali gli oggetti e ico». 1 . Itumi fon pur diverfi. Ona è che per 1’ une e T altre lingue s’ efprimono oggetti bensì confimili, ma diverfamente modificati, e per le voci vir, uomo, e s’esprime il medesimo uomo, ma diversamente modificato in Lentulo, Giampietro, e Ricardo, come s’è veduto. Queste modificazioni dunque diverse d’oggetti e cosìumi consimili fan fempre conoscere, eh’efpreffi ciafeuni di quelli in una favella per modificazione a sè naturale e nativa, trasportati ad un altra non pefTon serbare la nativa lor proprietà e vivezza, ma debbon perdere di loro espressione più naturale. A quello modo fi dirà, che pofla ciafeun valersi d’una lingua slraniera qualunque, per quanto gl’oggetti, i collumi e i sentimenti sono gli llelfi e confimili a tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma che non possa poi così propriamente valerli di efla come della propria, per quanto quegl’oggetti, collumi e sentimenti essendo consimili nelle loro specie, son poi dissimili nelle loro modificazioni col variar de’ tempi e de’ luoghi. Dacché apparifee di nuovo, come natura sempre a se steflà uguale e sempre saggia, avendo ordinato gl’oggetti, i collumi e i sentimenti tutti consimili, ma pur diversi ; col conceder agli nomini la ilefla FAVELLA perchè poteflero SOCCORRERSI GL’UNI GL’ALTRI [GRICE PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] per quanto occorrefle, la concefle altresì diversa, per quanto un simil soccorso poteflè renderfì loro inutile, o potefle ancora convertirli in dannoso. Ma all’illeflb tempo conservò nondimeno tutte le favelle consimili, per avvertirli d’ una Ulefla ragione e amore COMUNE – GRICE CONVERSATIONAL SELF-LOVE, CONVERSATIONAL OTHER-LOVE --, per cui doveflero tutti trovarfi uniti e concordi; quafi avvertendoli, che per suppLire ai bisogni scambievoU di iudilienza, basta 1’opera immediata di pochi fra loro vicini d’ una litigai medesima; e che peramarfi dovevano tanto stenderli, quanto le favelle loro essendo diverse, foflcr tutte consimili, dovendo cosi il circolo dell’ amore fra eSli edere incomparabilmente più ampio, di quello dell’ interede comune medeSitno. Ma ritornando airalterazione Solita seguir col progredo de’tempi in ciascuna lingua viva, è da odervarfi, che Sebbene queda foglia, e debba molto imputarli al commercio degli uni cogli altri popoli di lingue diverse, e all’invasioni d’un popolo d’una lingua solle terre de’popoli di un’altra; ed a nondimeno dee sempre principalmente attribuirsi alle modificazioni degl’oggetti e codumi, che col progreSTo de’fecoli son Sempre diverfe nelle consimili Specie loro ^ Perciocché lasciando pur dare, che prescindendo ancora d’invasioni e commercio ederno, la lingua italiana o l’inglese d’ora non è già la delTa che la italiana di Guiton d’Arezzo, o l’inglese di Caucer; è certo che per quelle invasioni e per quel commercio ederno, non è che gli uni adottino la lingua degli altri, ma é che dall’ impado di due lingue (e ne forma una terza, che non è alcuna di quelle, liccome dalla composìzione dell’une coll’altre inclinazioni e codumi ne rifulta un’altra a quelle consimile, ma non mai la deSTa che quelle, prevalendo però Sempre in tutto quedo l’indole degl’oggetti edemi attuali e presenti, e non mai dei lontani e padati. L’introdurre in una nazione i codumi e la lingua d’un’altra, quando tutto ciò va cangiando in qued’ altra fteSTa, è un’ aperta implicanza; e il pretender tutti d’un codume e d’ una lingua medesima farebbe lo deSTo, che limitar la natura come in ciafcuna Sua opera così in tutte, quando eSTa è tanto infinitamente Simile in tutte, quanto infinitamente diffi H z niile in ciafcune. Quindi è che per quanti barbaci) C. II. n.z. ri così detti, fian mai fceft in ITALIA, i coftumi iu> liani àn potuto bensì coiromperfi ed alterarsi, ma non mai perciò renderli così barrati, come i colìumi di quelli. E Io lleflb è avvenuto delia lingua, che coll’ alterarsi per quello motivo, conserva sempre 1’indole dell’antica LATINA, e non già della gotica antica. Il tutto per gl’oggetti e le produzioni italiane sempre nel rinovarsi men diverse da sè medeTime, di quel che il potelTero essere da quelle della Gozia. Per la qual cosa dovevano ben i goti più piegare ai collumi e alle inclinazioni italiane, che gl’ italiani ai collumi e alle inclinazioni de'goti, giacché quelli col trasportarsì nelle pianure del Lazio e della Lombardia, non vi avevano trasporcato i diacci o le rupi delle loro regioni. Certo, la verità delle coTe non apparire airafpetDelle cogni- to ellerno di elTe, ma doverli invelligar per induzioni reali, e ^ioni da cagioni occulte ed interne, quando più quando e e ipparen- come apparisce dalle molte implicanze nelle quali s’incorre nel giudicarne di prima villa, per le quali implicanze quel che sembra vero all’ellerno, Ti Tcuopre realmente non efler tale, e Ti riconoTce fovente elio Hello eller Talfo. E’ certo altresì, una tal verità dover nelle cofe eller unicamentre fe folTe più d’ una o folTc da fe Heffa diverla, quella cofa ancora di cui fols’ elTa la verità, farebbe pure più d’ una, o farebbe diverfa da sè medefima, ciò che certamente è impoffibile . Ond’ è che fe d’ una cofa llelTa fi giudichi in più maniere, tali giudici non faran veri, ma faran dubb) ed incerti, e tutt’al più faran probabili e verifimili, come foglion pure appellarfi; e allora foltanto faran elfi veri, quando elfendo d’un modo, fi riconofcano non poter elTere d’ alcun altro. Ciò fa ch’io dillingua le cognizioni umane vere t reali, dalie verifiOlili ed apfarcnri, conlidcrando quelle per tali, la cui verità non poffa cambiarfì con altra, comechè dedotta da ragioni immutabili e neccfl'arie, colle quali non poflan altre competere, o polTan a quelle refiilere; e confìderando quede per tali altre, la cui verità poffa eziandio cfler diverfa, comechè fufcettibile di più e di meno, o proveniente da ragioni che s’ arreffano Aiirefferno, e che eflendo a quel modo, potrebbero ancora efferlo a un’ altro, ancorché non da altre apertamente fmentite. Del primo genere fono le cognizioni che fi direbber geometriche affratte, della cui verità l’animo riman talmente convinto, che di più non ricerca per effe . E del fecondo fon tutte le più ufate, folite fpacciarfi da chi applica coi metodi più comuni all’ifforia, alla fifica, alle leggi, alla politica e fimili ffudjpiù praticati, filile quali per quanto la verità apparifca lotto a un afpetto, lafcia pur luogo di apparir fotto a un altro fenza contraddizioni, conofciute almeno ed efpreffè; fcgno evidente di non effer dunque tali cognizioni reali, ma di effer foltanto apparenti, giacché le reali non fon che di un modo ( rt), e quelle fon di più modi . Dell’ incertezza di quelle feconde cognizioni in confronto alle prime, non diffentono gli rtefli coltivatori di effTe Ilorict, filici, legilli, politici ed altri, quando convengono, le cognizioni loro ei fiffemi di più modi, non effer cosi evidenti come le verità per efempio numeriche elementari, da loro pure e da ogni altro conofciute a un fol modo. Chi ben attenda a quello conofcerà, l’intelletto umano effcre molto più inclinato alle cognizioni efferne ed apparenti, che alle interne e reali, ciò che procede non già dall’ effer ei più capace del falfo che del vero, come immaginan alcuni ; ma dall’ effer quelle cognizioni più facili di quelle, non efigcndofi per le apparenti che certa attenzione fuperficialc, quando per le reali fi efige un’ applicazione più diligente e più dilìntereffata. Quella applicazione poi più diligente e difintereflata richieda per le cognizioni reali, proviene ‘ dalla neceflltà di 6flar per elTe lo fpirito per sè volubile e fugace, a un punto foto dei moltiflinii, fra i quali ei fuole fvagare trafportato da’ cavalli dell’ immaginazione fervidi di natura; e molto pià provien ella dalle feduzioni de’fenli a proprio interelle, a che ei (la fortemente attaccato . Per la qual cofa la mente umana o non cura idruirfi di fotta alcuna, e fchiva d’ ogni applicazione, s’abbandona all’inerzia; o nell’ iftruzione medefima s’ arreda alle prime imprellìoni, o fegue più la fcorta de’ fenlì in fuo prò, che quella della ragione, intollerante di quel freno che quella cerca d’imporre a quelli, perchè non la traggano lunpi dal vero. Certo è che tolta quell’ inerzia e quella intolleranza, farebbero gli uomini cosi ben idrutti della verità delle cofe, come ne fon mal idrutti/ gli ottimi conofcitori del vero farebbero nelle piazze e ne’ mercati, nelle accademie e nelle corti, cosi familiari e frequenti, come vi fon gl’ ignoranti e gl' impodori, e tutti parlerebbero di verità, come i Parrochi nel. le Chiefe, e come i filofoli migliori ne’ privati loro recedi. Pare dunque, che la verità reai del le cofe dia fituata a certo punto di mezzo unico e indivifibile, innanzi e oltre il quale fia vano il cercarla, o non fia podibile il rinvenirla che con dubbierà e incertezza ; e che gli uomini per lo più o non fi muovano a ricercarla del tutto, o neirinquifizione di elTa trafcendano quel punto, (edotti e ingannati dai fenfi, che per loro interede particolare li trafportano dall’ une all’ altre apparenze, lenza difcernere o arredarfi al punto reai delle cofe, fuor che ben rare volte . In effetto il didinguer fra tutti quel punto folo, efìge certa infidenza e applicazione, che non è volentieri incontrata, ma è al contrario fchivata e abborrita ; e dall’ altra parte l’ affidarfì ad un punto folo degli infiniti che ve n’ ànno, fra i quali può la mente fvagare nella traccia del vero, è cofa ardua e difficile. Laonde le verità nuile o peggiori faran“cAp xiT fempre più coltivate delle alcune o migliori, e gli uomini ad ogni tempo e in ogni luogo faran Tempre nelle lor cognizioni medefime più Aiperfìciali e diftratti, che rifleffivi e raccolti ; perciocché non potendo le cognizioni reali acquiltarfi che per applicazione più laboriofa, c per aftrazione dai fenfi, non faranno dunque elleno mai comuni fra gli uomini, alieni comunemente da quel lavoro e da quell’ aerazione, maffime per l’interelTe loro che v’interviene particolare, al quale principalmente riguardano i fenfi . S’aggiunge a ciò, che quel che induce gli uomini ad applicare di via ordinaria alle cognizioni apparenti, non ollante refler clTe divcrfe dalle reali, è ancor quello, che quelle cognizioni per quanto fian dubbie, oltre al prefentarfi Tempre in fembianza di reali, lon bene fpeffo reali effettivamente effe fteffe ; e la differenza dell’ une dall’ altre confifte foltanto in ciò, che laddove le reali fon conofciute tali immediatamente per sè medefime, le apparenti non fi riconofcono per reali che dagli effetti confecutivi, o dall’ cfperienze eventuali che lor corrifpondano o non corrifpondano, attendendofi cosi da quelle la prova della verità loro reale, o della apparente . Allora poi le cognizioni corrifpondono cogli eflfetti confecutivi, o fon comprovate per elfi, quando effendo quelli dagli altri diverfi, non fono a quelli contrarj; e allora non ccrrifpondono, o non fi verificano per gli cfl'etti che ne confeguono, quando quelli fi trovano implicanti, e a tutt’ altri o ai comuni contrarj . Imperciocché le cognizioni, all’ illello modo che gli oggetti creati, e i cotlumi c le ^inioni umane che ne derivano, poffon bensì cller diverfe, ma non poffon fra sé trovarli giammai contrarie, e quelle e quelle finché fon diverfe, fon reali e conformi alia verità comundi natura ; e qualor fi readon contrarie, fono apparenti, imponìbili, e conformi al/alfo e all’errore. Le cognizioni dunque apparenti polTono e(Tcr reali ancorché fempre noi (ìano, perchè dipendendo dagli effetti confecutivi, poflbno queffi effer dagli altri diverfi, ancora chè poffano eziandio efler a quegli altri comuni contrari ; a differenza delle cognizioni reali così dette, le quali non dipendendo da effètti confecutivi alcuni, ma da sè fole, ed effendo fra sè diverfe, non poflbn efler contrarie nè fra sè ffeffe, nè negli effètti comuni che le confeguono . Gli uomini poi inclinano più a quelle che a queffe cognizioni, per eflTer più facile attendere la verità dagli eventi confecutivi benché dubbioli, che logorarli il cervello, come lor fembra, nel ricercarla per sè medefima e di prima mano. E ciò tanto più, quanto per le lufìnghe de’ fenfi, o per interefie loro particolare, le cognizioni apparenti dilettano molto più delle reali, avvegnaché queffe iffruifeano più di quelle, e ognun vede, che inclinando elfì fempre più ai diletto de’fenfì che all’iffruzion della mente, faranno dunque efft fempre più avidi di cognizioni apparenti che di reali, in tutto ciò che riguarda la ricerca del vero. Ma intanto qui fi vede, come le cognizioni diverfe e reali, alle apparenti ad effe contrarie tengono la ffclTa relazione, che gli oggetti pur diverfi e reali, ai contrarj ad effì e aita comun ragione, per queffo appunto, che quei primi coffumi procedono da quelle prime cognizioni, e queffi fecondi da queffe feconde. Quello ch’io vorrei qui malTimamente avvertito, egli è, che quantunque il punto fuddetto nel quale fu detto dler polla la verità reai delle cofe, per edere indubitato e folo, fembri non poter convenire e non poter confeguirfi che nelle cognizioni affratte e geometriche cosi dette, convien elio nondimeno e fi trova molto bene in ogni genere di cognizione pratica. Chi crede la fola geometrìa e l’ altre cognizioni affratte, dette ancora teoriche, capaci di certezza reale, e l’altre cognizioni dette volgarmente pratiche, non ca-‘ paci della certezza medefìma; non avverte, l’adrazione di quelle prime non confidere appunto che nell’ a<ha> rione dai fenll, e la evidenza di elTe dipendere dal metodo d’ inveliigare il vero, o di dedurre le verità più compone dalle più femplici. La qual aerazione dai ienfi e il qual metodo può aver luogo, anzi dee averlo, ed applicarfì a qualfrvoglia facoltà di leggi, di Itoria, di fìfìca, di politica, di teologia liefla e di morale, e di tant’ altre, nelle quali foglion dividerfì le cognizioni umane; di ciafeuna delle quali fi giudicherà Tempre realmente, fol che fi aftragga dagl’ inganni e dalle feduzioni de’ fenfi, e fi giudicherà femprd con dubbio, non afiraendo datai feduzioni, o non correggendole per lo reale della ragion comune, come fi pratica nelle cognizioni dette appunto afiratte e teoriche. In guifa che 1’ incertezza delle feienze pratiche come le appellano, in confronto delle teoriche o afiratte, dipenda Tempre dall’inganno de’ fenfi, dai quali gli uomini s’ingegnano in vero di aflrarre o di prefeindere, quando meditano, ma non fan rifolverfi di far lo fieflb, o duran fatica a farlo, quando operano. A quello modo ogni fpecie di cognizione umana, qualor lia verace e reale, fi renderà una fpecie di geometria, e non rendendofi tale, non farà che una cognizione fuperficiale, apparente ed incerta, come quella che involve le illufiioni de’lènfi, perle cui apparenze può ciafeuno cafualmente imbatterfi nei vero, ma può ancora rellar ingannato o trovarli involto nel falfo. Anzi la geometria cosi detta, non farà per sà stessa cognizione, ma parlando più propriamente, fa il metodo ola regola, per la quale dillinguere in qualfivoglia specie di cognizione il reale dall’apparente, e di rilevare in ella la verità per quanto è possìbìle, o di disingannare per quanto non è possibile di rilevarla convenendo così elTa colla Logica comune, o ellendo la Geometria una Logica pratica, quando la } comune cosi detta, non è che una Logica fpeculativa, men facile a praticarli e men ficura . Del rimanente è poi vero che parlando in genere, lo fpirito umano in ordine a cognizioni, parte (i trova fotto al punto reale e più precifo di elTe difopra accennato, e parte ancor Io oltrepalTa e trafcende e che quello è il coliume del popolo più incolto ed abietto inclinato alla pigrizia, quando quello è il folito del popolo più colto e volgarmente Hudiofo, amante per lo più delle follecitudini e della gloria alfannola . Perciocché egli è vero, che gli uomini fchivi di quella laboriofa applicazione eh’ elige la ricerca del vero reale, s’abbandonano fpeflb all’inerzia e non v’ applicano di Torta alcuna . Ma dall’altra parte è vero altresì, che avidi elTi di cognizioni, e Idegnofì per mancanza di quelle di vederli confufi col comun della plebe, s’alzano fopra quella nella ricerca medellma, nella quale poi impazienti di freno, lìlafciano trafportare dalie illulìoni de’fenfi come s’è detto, oltre quel punto, e lo sfuggono fenza avvederfene, feorrendo dall’ignoranza propria del volgo più rozzo, a quella propria de’ comuni (ludiofi, che per lo più fono i troppo lludiofi. L’una e l’altra ignoranza può dirfi comune, ef< tendo ben pochi quei che fcevri da illulìoni, ricerchino la verità con accuratezza fenza penofa follecitudine, e eh’ elTendo tranquilli, non fiano pigri ed inerti. E l’una e l’altra ignoranza fi dirà ancora comune^ del pari ; mercecchè chi toglielTe a follenere, quella' de’ comuni lludioli elTere meno ellefa, e più tollerabile di quella de' comuni idioti, torrebbe a follenere ardua e didicil cofa, e a ben riflettere s’ accorgerebbe, la differenza dell’ una dall’altra ignoranza elTèr polla in ciò foto, che elTendo quella degli idioti più fempliceemen fallofa, quella dei più fludioiì tien più di fallo, e men di femplicità. Poiché le cognizioni apparenti ed ellerne fon molto pià coltivate delle reali ed interne (a), egli è certo, che gli uomini nella condotta de’ loro aSari, dovranno di regola generale govemarfi per quelle, più che per quelle cognizioni, dovendo certamente govemarfi ellt comunemente Mr cognizioni che fiano fra lor più comuni, anziché per quelle che fodero men comuni. Una llmil condotta loro non può negarli in pratica da chi dia ad olTervarli, ed ogni perfona più accorta s’ avvedrà molto bene, che tenendo ciafcun in mente certa verità reai delle cofe non abballanza da lui fviluppata ed attefa, pure co’ fuoi penfìeri e colle fue azioni fa forza a sè delTo per adattarli alla verità di quelle apparente, e ciò per conformarli al comune degli altri, che paghi di quella verità, mal foflfrono di procedece a quella . Nè v’è cola più familiare, quanto il vedere i più fenlati in ogni fpecie d’ aflàri loro economici e civili ancor più fer), adattarli con certa ripugnanza interna colle cognizioni loro reali per quante ne tengono, alle apparenti dei men fenfati, come altresì a quantità di ulRcj, formalità, e convenienze ederne di vita vane ed inutili, che di quegli adari più fer) fon per lo più la difpofizione, il. veicolo, e l’impulfo maggiore . Lo che non per altro certamente fuccede, che per la facilità maggiore, colla quale quegli adari fi conducono a proprio intereffe colla fcorta dei fenfì per cognizioni apparenti, di quel che li conducedero per reali, con più d’efame e con più adrazione dai fenfi, fodrendo così ciafcuno con qualche fua pena negli altri quella negligenza di cognizioni, che brama con maggior fuo comodo da altri fodèrta in lui dedb . Tutto quedo poi avviene fenza difordine, e con efito ancora felice, purché- quelle cognizioni apparenti non s’oppongano alle reali, ciò che negli uomini che fi regolino a quedo modo non può conofoerfì che per gli effetti 1 2 con- Cognizioni apparenti più pratiche delle reali. Consecutivi come s’è veduto, o per Toltraggio o danno che fe ne fcorga provenuto negli altri. Perciocché fe quegli aflari cosi condotti, eflendo utili a sò fteflì, non riurciran dannofi ad alcuni ; le cognizioni apparenti,- per le quali (I conducono, faran conformi alle reali e procederanno elll felicemente, e il contrario avverrà, fe da quell’ utile particolare ne feguirà danno ad altri, nel qual cafo non potrebber gli ad'ari procedere, che con ifconcerto e difordine. E invero fe gli uomini tutti fi- governalTero direttamente per cognizioni reali e teoriche, gli fconcerti fra loro farebber tolti del tutto e farebbero impolTibili, tutti fi troverebbero d’ un fcntimento conforme ed unanime, nè vi avrebbe il cafo di diirenfioni dell’uno coll’altro in qualfivoglia genere d’ intereife o . d’ affare. Ma essendo quello iirpoffìbile, attefa la (0 feduzione de’fenfi a proprio intercfle, ei bada dun* que per evitar gli fconcerti, che governandoli effi per apparenza e per pratica, non s’oppongano almeno al reai delle cole . Quegli fconcerti poi procedono dalla verità di natura, la quale non laida di regolare gli uomini per io reale, ad onta d’ogni lor propenfìone, dilegno e inffllenza di regolarfi pure per apparenze . Ond’ è, che fe tali apparenze fon contrarie a quel reale, debbono quelle andar vuote d’effetto, o confeguir-i lo con difordine, per poter bensì l’apparente averluogo, quando non na al reale contrario, ma non pcteraver mai, quando al reale s’ opponga {d) . Quello regolarfi gli uomini da sè fteflì per apparenze, e regolarli la natura irrefiffibilmente per io reale, fa conofeere, che fe effi pur reggono e fuffiffono, e i loro affari procedono felicemente, ciò avviene per difpofizicne e faper di natura, e non mai per fapicn-za loro, giacché governandofi effi al primo modo errano bene ImITo, e fi trovano fvergognati dalla verità reale, quando natura governandoli al fecondo non erra giammai, ed è Tempre a sè llelTa conforme . Egli è ben vero, esser poi quefto ftcflTo il gran delirio di quei politici, ed altri che più prefumono di prudenza umana, i quali vedendo cosi fpenb mancare i loro progetti più ipeciofì, non s’ accorgono derivar ciò da quello appun< to, di elTcr quelli contrari al reai delle cofe, per non riguardarne che l’apparente, per la qual cofa la natura che non intende apparenze, fconcerta le loro inifure, e delude per lo reale quanto per 1’ apparente eflt tentano, e non è Tempre polTibile che riefca . Peg § io però intendono e ufan quei fcimuniti, che vedeno i molti difordini che corion fra gli uomini, fogliono imputarli alla natura, o al grande autore di e(Ta « quando è certo che debbon quelli imputarfi agli uomini Itein, che in luogo di applicare al reai delle cofe, applicano all’ apparente, che può a quel reale elfer conforme, ma può ancora a quello cder contrario, e perciò impolTibile a riufcire ( <» ) ; in guifa eh’ effen- ».j do gli uomini Tempre occupati a imbarazzarfi infìeme per fole loro follie, la natura non fembri occupata d’altro, che di sbarazzarli, emendando e correggendo quelle follie medefime . Quello che qui lì dice è tanto più vero, quanto la verità reale non è già per gli uomini un arcano, ma è cofa palefe ad ognuno, che nel cercarla fappia prelcindere, o non fr lafci ingannare da illulìoni di fenfi . Ciò fi manifella, oltre per la forza che come (opra ognun fa a fe llelTo nell’ adattarfi al penfar apparente degli altri (é), per quello ancora, chegrin-iganni medefimi, nei quali bene fpelTo cadono gli uomini per quelle illufioni, appena incontrati da una parte da alcuni, fono riconofeiuti da tutti dall’altra, non folo per gli effetti contrarj che fpelTo ne derivano, ma per lo pianto ancora, e pel rifo che più ancor di frequente fi fparge full’ azioni umane. Perciocché le ben fi confideri, l’uno e l’altro di quelli non è pollo che in ciò, di riconofeer gli uni, che s’ollinino gli altri a regolarfi per apparenze, quando la natura e Hiria neceffità li aftrigne a regolarli per lo reale . Dacché procedon fra loro quei tanti inganni, e quelle miferie, che vedute in altri folTerte per altrui opera, generan la compaflìone ; e vedute fofferte da altri per loro colpa, generano il ridicolo . Non avendovi poi genere di peribne di quallivoglia arte, ufficio, o profeflìone, fui quale non cada qualche fpecie di compaffione o di ridicolo conofciuto da tutti, non v’avrà genere di perfone, che non fi governi per apparenze . Ma quella riconofcenza comune medefima farà molto ben noto, una verità reai delle cofe elTer da tutti fentita, ancorché men coltivata, per eflcre veramente più facile compatire- le altrui miferie o ridere degli altrui inganni, che coltivar quella verità con più d’ attenzione, aliraendo dai fenfi e dalle loro illufìoni a proprio favore, E qui s’ oflfervi, come di quella verità reale fentita, ma non attefa, fon del pari lontani ed ignari e quei che delle azioni umane fentono compaflìone, e quei che ne conofcono il ridicolo, colla fola differenza, che l’ignoranza dei primi pare efler quella della plebe meno fludiofa, e l’ignoranza dei fecondi quella degli fludiofi di fole apparenze, o dei vanamente ftudiofi, quando quei che applicano al reai delle cofe, non piangono nè ridono mai delle verità che conofcono. Così Eraclito, e Democrito, come vien detto, erano tanto faggi, quanto a conofcer le apparenze per cali, ma non quanto a diftinguerle dai reale o a conofcer le verità uefTe reali, al che nelTuni procederono tanto innanzi, quanto ifilorofì del crillianefimo. Quello però non impedifce, che in ogni flato, poiché le cognizioni reali vengono in confeguenza della iflruzione, e le apparenti in confeguenza del diletto durato nell’ acquiflarle, gli uomini più propenfi a quefto diletto che a quella illruzione, non lian più ricchi di quelle che di quelle cognizioni, e che gli affari loro condotti per aroarenze, non fi conducano femprecon implicanze e difordini, di che non lì ceflTa di lamentarfi, e a che non fi cefla di fiudio per provvedervi. 1 quali difordini, (oliti mal attribuirfi alla debolezza delle umane cognizioni, e peggio a diHètto di natura, abbian tutti a cadere come s’ è detto, fuU’ WC.A^///.».z, avverfione fuddetta all’ifiruzione migliore^ e filila pròpenfione al diletto fiiperfìciale e peggiore ; mercecchè dovendo Tempre gli affari proceder per verità reali, e con certo ordine di natura flabilito dal fupremo Tuo autore, qualora voglian diflrarfi per apparenti contrarie a queir ordine, non potranno a meno di non procedere con difordine. Qui non può a meno di non prefentarfi alla mente una verità, la quale è quella, che diflinguendofi gli affari particolari dai communi, poffano nell’, ellerno molto piò facilmente condurfi per cognizioni, reali quelli che quelli, per edere appunto il particolare più facilmente condotto per Io reale, di quel che fiafi il comune, che come s’ e veduto, non è con- WCJCILn.i, dotto che per apparenze . Una fimile verità quantunque di fatto, non fi efprimerebbe da alcuni con parole, quafi per timore di non mollrar per effa dì credere, o di dar a credere, che al governo degli altri non fi richiedan che cognizioni apparenti, polle le reali tutte dapparte. Allopollo però di quello, chi ridetta più finceramente apprenderà, che per quello appunto di dover il comune degli uomini regolarfi per cognizioni apparenti, è necelfario fra elfi un governo ellerno, per cui da quell’ apparente fian tutti condotti al reai delle cofe ; mercecchè fe il comune degli uomini fi regolalfe per lo reale, ogni governo allora fra loro ellerno farebbe inutile e vano . In edètto fe fi confìderi che per necedità di natura debbon gli adàri procedere per lo reale, e che l’apparente può invero elfere a quello reale conforme, ma può ancora non eflèrlo; ^li è dunque d’ uopo per non trovarfi colla natura in contrailo, che v’ abbian alcuni, i quali più bene intefi, più efperti ed illrutti degli altri nelle verità reali ( che o bene o male fon fentite da tutma non da tutti dalle apparenti dipinte prefìedano agli altri, e diftinguan loro quali di tutte le cognizioni apparenti per le quali fì regolano, fianò alle reali couformi, e quali fìano a quelle contrarie . Quefto infatti è ciò cn è intefo per ogni Governo, prima per la perAiaHone della Religione, depofìtaria delle verità reali non corrotte da apparenze contrarie, e desinata così a infegnarle ai popoli per regola delle loro paOioni, delle loro azioni, e de’ loro coftumi ; ed indi per la forza o il comando del Principato, deAinato a far valere quelle verità medefime, e a difènderle, per Quanto colle apparenti a quelle contrarie foffero contralUte . La qual difinzione di Religione e di Principato nel governo non è un giuoco dì fpirito, ma una necefìtà di natura, per cui nella condizione umana non è pofibile, che un perfuada a ciò a che dovefe pur af rignerc, o afringa a ciò a che dovefle pur perfuadere, per l’ abufo d’una di quefe facoltà che ognun vede poter allora feguire nell’ ufo dell’ altra, come ò altrove dimofrato ampiamente . Io qui parlo de’ governi ben ordinati e fenfati, ne’ quali la Religione appunto e il Principato nelle refpettive loro appartenenze iuddette, fon del pari lìberi e indipendenti, come nelle nazioni più colte e più crìfiane,* e non de’ governi difordinati, ne’ quali confufe quelle due appartenenze in una, o oppredà l’una dall’altra, il governo (lelTo non è che una fìmulazione o impofura, rapprefentato da una fola autorità più forte, e foggetta alle UriTe illufioni d’ ogni altro, come nelle nazioni men colte, o nelle quali più prevale la fchìavitù e 1’ ignoranza. In qualunque modo però proceda un governo* egli è fempre vero, che attefa l’inclinazione comune all’apparente più che al reale, elTo non efibifce oprefenta mai ai popoli le verità reali, che coll’afpetto delle ‘ apparenti, e che nel adattare appunto 1’ apparente conforme e non il contrario al reai delle cole, è pollo tutto l’arcano e l’arte ben difficile di regger i popoli, fenza di che quella non farebbe, che un’arte ben facile di follazzare sè lleflì . I governi poi ben ordinati dagli fconcertati fi dillinguono appunto per quello foto, eh’ eflendo gli uni e gli altri occupati nell’ accomodare il reale all’ apparente, o all’ intendimento fuperficiale del popolo, i primi per quell’ apparente non li fcollano mai dalle verità reali molto ben conofeiute da chi governa, quando i fecondi per quell’ apparente s’ oppongono più o meno a quelle verità reali, feonofeiute ed ignote talvolta più a chi governa, che a chi da altrui è governato . Ma intanto quindi apparifee, come non potrebbe dirli cofa più inlenfata di quella, che la Religione non abbia ad aver parte nel governo de’ popoli nell’ illruire, come loà l’Impero nel comandare, o nell’ allrignere alle verità medefime, per le quali i popoli fon governati; Tempre ciò intefo de’ governi (inceri e reali, e non delle fimulazioni o apparenze di ellì, contrarie elTe (lede talvolta al reai delle cofe. Quello poi ch’è pur detto da alcuni con qualche circofpezione e riferva, toma però a quello che con minor riferva è detto da più altri ; cioè che al governo Udrò ballino cognizioni pratiche, vale a dire apparenti, e che le teoriche o reali fìano del tutto inutili . lo fon certo, che gli uomini di (lato più accorti, converran Tempre meco, che ogni lor pratica abbia da procedere da conifpondente teorica, e che per quella fola da quella difgiunta, gli (latifli non dovelTer riufeire che a tanti ciechi, che lì battdTero infìeme / nel qual cafo i popoli di elfi più faggi àvrebber ragione di lafciarli fare, governandoli inunto da loro llelfi. P t^emefle quelle conftderazioni Tulle cognizioni urna ne reali e Tulle apparenti, per rilevare 1’ effetto Imperfeiione della favella nel comunicarle altrui, gioverà confiderà- dell» favella re in prima pur quella fotte un doppio afpetto, o di dichiarare ad altri le cognizioni della prima fpeciepià ardue e men note, o di trattenerli su quelle della fe> conda più facili, e quai fon conofciute comunemente ; giacché in eflètto quallìvoglia ragionamento verfa fempre su qualche foggetto, noto bensì ad ognuno per le lue apparenze più generali ed elìerne, ma ignoto altresì comunemente per li Tuoi principi afcolì ed interni. Siccome poi le prime cognizioni fì fon vedute intefe a idruire, e le feconde a dilettare ciafcuni che vi applicano (a); così ufficio della fa\ella fi dirà pur doppio, o d’ iflruire altri nelle cognizioni non per anco da effi acquilìate, o di dilettarli nelle giàacquilìate; quello molto più familiare di quello e frequente, giacché il più confueto degli uomini è d’ intrattenerfì fra lor per diletto, favellando di quel che fanno; e l’inllruir gli uni gli altri di quel che quelli non fanno, par cofa riferbata alle fcuole, e da non praticarfi fuor d’efle che con altrui fallidio, dai foli pedanti. Nientedimeno, poiché la favella é pur dellinata a partecipare ad altri le cognizioni da cialcuni acquiUate, e tali cognizioni dipendono da oggetti appreli e combinati; é altresì da confiderare, eh’ elfendo 3 ue(li oggetti a numero incomparabilmente maggiore elle voci, per le quali poflfano denominarfi (r), le voci in ogni favella mancheranno bene fpelTo, come per nominar quegli oggetti, cosi molto più Mr efprimerne le cognizioni, e la favella a quell’ enetto rinfeirà un mezzo dubbio, confulo e imperfetto . E invero quantunque ciafcuni oggetti in ciafeuna favella tengano alcune voci più efprelfìve e diUinte, dette perunto \ot proprie", ciò non fa che tali voci non pollano eziandio applicarli ad oggetti da quelli diverli, per le quali diventan traslate, non per altro certamente, che per la povertà appunto di clTe voci in riguardo agli oggetti, eaU’impoinbiltà di appellar ciafcuni con voci talmente proprie, che non pòiTan elTer d’altri . Oad’,é che una voce medeGma dellinata cosi a più oggetti, gli cfprime Tempre con proprietà maggiore o gap. xiv. minore, ma non mai per la fola e precifa, che cor-' ril'ponda per la cognizione di dii. II. S’ arrese, eh’ dTendo le apprenfioni e le combinazioni d’oggetti diverfe nelle ciafeune menti y tali combinazioni che ne derivano, debbon pur dier per ciafeuni diverfe, e il comunicar uno agli altri le proprie, potrà bensì edere per regolarle e confrontarle con quelle degli altri, ma non mai perchè diventino cosi proprie d’altri, come fon fue. All’incontro la favella è a ciafeuno comune, ed è la deda in una deffa nazione, e quando dante la diverfità d’apprenfioni e di combinazioni d’oggetti, le cognizioni particolari fono in altri più chiare ed edefe, in altri più ofeure e ridrette ; le voci per cui efprìmerfi, non fon più chia> re o copiofe per ^elli o per quedi, ma fon le dede per tutti, e il più fciocco parlerà forfè tanto e più ancora del più lenfato. Per la t^ual cofa la favella dovrà ognor trovarfi inedìcace o imperfetta per efprimere le cognizioni, dovendo eda eder tanto comune al dotto che più ne podìede, che all’ indotto che ne poffiede meno, e dovendo necedariamente adattarfi all’ intendimento non dei più, ma dei meno intendenti, che fono a maggior numero fra quei che l’adoprano. A quedo modo parlando più propriamente, fi direbbero le lingue idituite non a efprimere le cognizioni, ma a fufcitarle più o meno nelle menti a norma dei ciafeuni intendimenti, giacché per le dede voci altri le apprende più didinte e moltiplici, altri più limitate e confufe . Perciocché per quanto il dotto tenti partecipar le fue all’indotto, ufando la deda di lui favella; quedi non le concepifee mai che in relazione alle per lui apprefe dianzi, per gli ometti dedi da lui combinati diverfamente dall’altro. Per quedo di cento che odano un rt^ionamento, o che leggano un libro deffo, ciafeun fe ne idruifee a norma della qualità delle cognizioni da lui podedute e apprefe dianzi, e il dottO' K a puù può per un libro fciocco > rettificandolo e migliorandolo per le Tue cognizioni, farìfipiì^ dotto, <|uando l’indotto per un libro de’oiù Irafati, può divenir più sguajatodt prima, o renderli per quella lettura più (Iucche vote e più Impertinente, ma non già più dotto. Se ciò non fofle, ogni difcepolo al folo udire il maedro, diverrebbe così dotto che lui, e per divenir Capiente come il Galileo dovrebbe badare il leggere le fue Opere, che parlando generalmente è tanto vero, quanto il pretendere di partecipare alla fua dottrina, per adìbiarri quel fuo certo collare che forfè fi conferva per memoria di un tanto uomo, ma non per ridampar qued’uomoad ognun che Io adìbj. III. Per altro qui cade a propofito di riflettere alquanto Alila diverlità delle cognizioni umane, e Alila moltiplickà per ede e varietà, con cui procede natura nelle Aie operazioni. Perciocché edcndo in prima le voci in ciafcuna lingua a così gran numero, quanto è pur noto ; quedo numero moltiplica colla ferie de’ tempi infiniti e de' luoghi finiti, efomminidra una moltitudine innumerabile di lingue, in ciafcuna delle quali le voci lon all’ idedb modo moltidtme . Contuttociò fe A confiderino le maniere, colie quali quede voci prefe a numero maggiore e minore fogliono combinard e permutarA in una favella, A conofcerà, tali combinazioni e permute collocate pur con fenfo e difcemimento, edere a numero incomparabilmente fuperiore a quello delle voci in eda, ed eder in tutte le lingue a tanto più ancora, quanto imfwrti quedo gran numero di pennute e ' ' di combinazioni in una lingua, moltiplicato nel numero delle lingue di tutti i luoghi e di tutti i tempi Padando poi dalle voci e combinazioni loro, agli oggetti ocmbinati per ede efpredt, e alle maniere di cognizioni che ne derivano ; A conofcerà, la moltitudine di tutto quedo edere incomparabilmente ancor fuperiore a quella delie combinazioni di voci, e tantoAiperiore in ciafcuna lingua, quanto per ciafcuna combinazione di voci in efla ciafcun apprende e combina gli oggetti fiedì difl'erentemente, e ne forma diverfe le cognizioni, proferendole iftelTamente . Tantopià poi fuperiore in tutte le lingue, quanto quel numero di cognizioni diverfe in ciafcuno di diverfa lingua, moltiplicato pure nel numero delle lingue tutte diverfe palTate, prefenti, e future . Quello poi che reca maggior forprefa egli è, che tutta quella prima prodigiofa quantità di voci e combinazioni loro, non deriva da più, che da venti elementi o lettere d’ alfabeto, più o meno pronunziate in ogni lingua . E che queda feconda tanto più prodigiofa e incredibile quantità di apprenfloni e di combinazioni d’oggetti, e di cognizioni su e(Tì, non deriva che da alcune leggi di moto quanto più femplici e vere, tanto più uniche e fole, giacché tutte le apprenfioni e cognizioni umane, per quanto fiano individualmente diverfe in ciafcuno, pur fono in tutti confimili. Tutta poi C. II. mi.. codeda varietà e fbmiglianza di cofe è unita e concatenata infìeme, e procede e fi confegue con certoordine e ragione eterna e immutabile, lenza la quale {^un comprende nulla poter avvenire, e a comprendere la quale ognun conofce in sè dedb, poter edenderfi ben per poco la umana capacità, colla fcorta di fenfi infermie fallaci. Niente di meno in quedo dedo natura non manca, giacché dal minimo faggio che di ciò fi trafpira, può altresì ognuno arguire, quanta e quale fiala pofTanza e la fapienza del fupremo autore di tutto quedo, e quanto ammirando l’ordine e il raagidero con ch’ei governa e regola l’univerfo. U NA affai curiofa confeguenza che dalle cofe Aid- dette fi viene a dedurre è queda, che l’ imper- ImMrfezione lezione accennata delle lingue, per cui le voci riefcono dell» favella a numero molto minore di quello degli oggetti per dell effe efpredi, par che torni non già a diffctto come fi. crederebbe a prima vida, ma a perfezione ed eleganza di quelle maggiore, in quanto non avendovi cosi nefTune voci talmente proprie e attaccate ad alcuni oggetti, che non poiTano applicarfì anco ad altri ; gli oggetti tiefli polTono efprimerri, o dedarfene le immagini negl’ intelletti, non folo per voci dirette, ma per fHÙ altre ancora indirette chiamate traslate come s’è veduto, d’t^getti a quelli analoghi e confimili. A quello modo lebbene manchino nelle lingue le voci dell’ ultima precisone alle immagini degli oggetti determinate, foprabbondano per le indeterminate, e in mancanza e neU’impofTibiltà di adoperare per ciafeuna immagine ciafeuna voce diverfa, le ne adoprano non una, ma più e più altre d’ oggetti a quelk affini e confimili, per le quali non una, ma più immagini fìmilmente occorrono all’ intelletto pur fra sè confimili e combinabili, ciò che Tuoi avvenire con molto diletto e foddisfazione dell’ intelletto medefimo. Cosi appellandofi DIO ottimo e grandiffimo, non folo per quello venerando più proprio fuo nome, ma per altri ancora traslati di via, di verità, di vita e fimili, fi dellan nell’ animo tutte le immagini proprie e bro affini, polTibili più o meno a dellarfi per quelle ciafeune voci, a mifura dell’attività dell’animo Udrò, onde figurar alla mente con più efficacia e grandezza r idea di quella ineUàbile elTenza . E generalmente laddove fe ciafeuna voce propria corrifpondellè efattamente a ciafeuna immagine a efclufione di tutt’ altre voci, da dieci voci proprie per efempio, non fi deUerebber nell’ animo che altrettante - immagini combinabili in alcuni modi; corrifpondendo quelle nonefattamente e non a efclufione di altre, vi fi dellan per dieci voci proprie e più altre traslate, pur altrettante immagini combinabili in nioltifiime più altre maniere. Su quella condizion delle lingue, o fu quello difetto in effe di vocaboli per efprimer gli oggetti, è pollo tutto i! pregio deli’ eloquenza, e da ciò derivano tutte le perfezioni e tutti gl’ incantcTimi dell’ arte oratoria, e più della poetica; vaie a dire non folo i traslati, ma le allegorie ancora > le allulioni, le parabole, le (imiiitudini, le analogie, le efagerazioni, il palTaggio dal proprio al metaforico, dal ferio al gio<cofo, dall’ animato all’inanimato, e fimili ornamenti che fan la grazia, la forza, e la bellezza eh’ è invero delle immagini dedate e .combinate nell’ intelletto, ma che in eflb non fi dellerebbero e combinerebbero, fei termini nelle lingue coi quali efprimer gli ometti, foffer tanti quanti eflì . Perciocché dall’ dfer folo quelli a molto meno, ne avviene che non fiano quelli cosi propr) di alcuni oggetti, che non polTanu eziandio trasferirfi ad altri, per li quali con numero d’ immagini maggiore, certe verità intefe afignificarfi, fi rapprefentino all’ intelletto con più di vivacità e di vaghezza . Egli è ben vero che affinché ciò riefea felicemente è d' uopo, che tali traslati feguano con certa fcelta e giudicio, fenza di che tutti gli ornamenti rettorici e poetici non avrebbero fenfo; e non confidendo edéttivamente l’ infenfatezza che nella combinazione d’oggetti fatta fenza dilcernimento, fe le voci proprie fofler applicate ad oggetti trasìati pure fenza difeernimento ed a cafo, non potrebbe quindi derivare che ofeurità e confufìone . Laonde i traslati nelle lingue per quanto pur fian difparati, debbono ferbare certa conneffione e mifura, per la quale fian conofeiuti fimili e relativi agli oggetti lor propr), fenza di che chi fi credefle il più l'ublime nell'eloquenza, potrebbe edere il più proffimo alla fatuità, e dalle immajgini più ardite e più ingegnofe di Pindaro, lì potrebbe Korrere con breve pafso alle più infenfate aisurdicà d’ un vifionario. Quefta .condizione non è della fola rettorica e poetica, ma di tutte le bell’ arti ancor cosi dette, e di tuue le opere di entufiafmo, nelle quali il più fublime delirio confiru infcnlìbilmente col più Urano ridicolo, e il pittore e il mufico più eccellente neirarte fua, con un pafso più oltre trafcende il giudicio, e diventa una Aia caricatura di piazza, nella quale pur procedendo per gradi, può toccarfi l’eftre* mo, fino all’efser condotto allo fjpedale qual pazzo dichiarato . Ch’ è la ragione, per cui comunemente ancor fu odervato, ogni pazzo tener un non fo che di poeta, di mufico o di pittore, fìccome ciafeun diqueAi, tener talvolta in lor virtù qualche irregolarità, che li denota prodimi alla pazzia. Per altro quedo diletto che così apporta la favella, col trafportar l’intelletto dal projprio al figurato degli oggetti, fa conofeere che l’ imperfezione e la incapacità conofeiura in efsa difopra («), per partecipa». 1. 2. re altrui le proprie cognizioni, dee edere intefa in riguardo principalmente alle reali, per le quali reda la mente idrutta, e non già in riguardo alle apparenti, per le quali fuol eda dilettare. E in vero i traslati, le analogie, e gli altri ornamenti rettorici fuddetti, convengono molto bene alle cognizioni di quedo fecondo genere, per eder ede note comunemente, onde giovar rapprel'entarlc altrui con pluralità d’ immagini, che imprimendole nelle menti con più di novità, producano quel diletto . Laddove per efprimere le cognizioni del primo genere più afeofe e men conolciute, ognun vede edere necedario valerfi di termini più propr) e precifi per quanto è podibile, e che r uiare i traslati non farebbe che od'ufcar quelle cognizioni maggiormente, e renderle a chi n’ è privo più ofeure ancora ed ignote. Ed è vero che per quedo fecondo edètto, le voci proprie mancano bene fpeA fo, quando per quel primo le traslate non mancati giammai . A quedo modo parlando più propriamente, didinguendo la favella dall’eloquenza, fi dirà, che ficcome quella è imperfetta, cosi queda è nociva finché fi tratti di verità reali, o d’ idruir altri di quel che non fanno. Ma che trattandofi di fole verità fupcrficiali e apparenti, conofeiute comunque da tutti, quella favella dovelTe eflere un’ arte non folo inperfetta, ma ancora nojofa, quando non fofle foccorfa dall’eloquenza, la quale con rinovar alle menti quelle verità coli qualche varietà d’immagini, riefcille così a dilettarle per elle • Quella attività maggiore della favella per le cognizioni fuperficiali più conofciute, che per le reali men conofciute, perchè aHìdita dall’ eloquenza, fa che lepcrfone più applicate alle verità reali lian parche di parole ne’ familiari difcorfi, che d’ordinario non fon che ferie confecutive d’immagini conofciute, e rapprefentate altrui colla favella fenza efame, e fenza conneflìone dimodrativa per effe ; al contrario delle perfone contente della • cognizione più volgar delle cofe, le quali fon copiofiffìme di parole, e parlan rapidamente di tutto . Le donne in particolare, men atte per la delicatezza e debolezza de’ loro organi a penetrar nelle verità men comuni, fe non fon frenate dalla modeffia, che di quella debolezza è il compenfo più caro e gradito, favellan delie più comuni con più diff'ufìone eprontezza degli uomini, più robuffi di tempera, e più (ermi dipenfamento. Vero è che per quello lleffo parlando generalmente, i menrillelHvi c più loquaci dilettan più quando illruiì'con meno, a differenza de’ più taciturni eritìeffìvi, chediJettan meno quando più illruifcono . £ che i gran parlatori di verità apparenti, lafciano per lo più i loro uditori muti e llorditi, quando i parchi dicitori di verità reali, lafciano i loro più fereni di mente, e migliori ragionatori di prima. Per comprovare che l’eloquenza nella favella fia intefa non già a illruire, ma a fol dilettare, gioverà ancora avvertire, che una delle condizioni principali, per le quali piùeffa rifalta, è quella dell’accento, del numero, della inflellìone tenue o piena, grave o dolce, affrettata o fofpefa nelle voci, per le quali fi porti effa all’ udito, cofa più efpreiramente praticata nella poefia, ma che fi llende a ogni genere di eloquenza, L per Eloquenza come nociva alle cognizioni reali. per cui il periodo giunga air udito piùfonoro, quali a guifa di canto. Tutto quello certamente non è diretto che a dilettar l’udito, percuotendolo con vibrazioni d’aria pìd regolari; e perchè le l'enfazioni della favella qualunque fieno, dall’ organo dell’ udito paUàno all’intelletto; quindi è che quello Hello per quelle sensazioni a lui tramandate, nerella dilettato al modo medelimo, prefeindendo da cognizioni di qualunque genere, e non rellando cosi più illrutto delle cole, di quel che ne redi l’orecchio materiale. Ognun vede quanto per quello capo rellino pregiudicate le umane cognizioni, per Tabulo allora così evidente della favella, la qual dellinata a illruire, o a pur dilettare T intelletto colle cognizioni reali, o almeno apparenti delle cofe, s* arrclla all’ udito per follcticarlo con percuflìoni più rodo grate che ingrate, e non tramanda alT intelletto che il diletto elimero che da tal folletico ne deriva; quali deludendolo con prefentargli per cognizioni quelle, che per veritù non fon tali. Certo è che T armonia mu(leale, dipendente da confonanze di fuoni uditi, è diverl'a dalla intellettuale, dipendente da confonanze d’ oggetti e di cofe intefe, perciocché podbno efprimerfi con verfi canori i più alti drambezzi, ficcome podbno efprimerfi con afpro fuono di voci le verità più reali, non che le apparenti ; ed io conofeo un gran filolbfo che canta aliai male, come ò conofeiuto un celebre violinilla, che ragionava molto male del fuo violino. P oiché come s’è veduto, le cognizioni reali ed interne non elìgono eloquenza, ed è queda ferbata per le apparenti cd ederne, chiara cofa è che il più che prevarrà nelle nazioni e nello fpirito del fecolo T eloquenza, il più prevarranno quelle cognizioni, prevalendo men quelle. Perciocché per quanto l’intelletto umano fia capace ed attivo, e forpadì per cognizioni Tua l’altro, eiTcndo non per tanto eì Tempre limitato e finito, non potrà quell’ attività niedefima pii adoprarfi falle cognizioni più trafcurate a tutti comuni eh’ efigono eloquenza, fenza flenderfi meno Tulle rifervate a pochi che non la efigono, attenuandofi cosi in tutti le cognizioni reali, quanto più lo fiudio dell’ eloquenza, che non può occuparfi che Tulle apparenti, farà coltivato ed efiefo . Si Ta che chi inclina al diletto più comune, sfugge l’iftruzion men comune, e viceverfa fimilmente; e per regola generale ^ gli applicati all’ une e all’ altre cognizioni, tanto più riefeono in ciafeune, quanto men fi (iendono ad altre, e ognun che fi flenda a più generi di cognizioni, riefee in ciafeuno più leggiero e più fuperficiale . L’ elTer poi gli uomini in generale, non fol più inclinati a cognizioni apparenti perchè più facili, che a reali perchè più difficili, ma dcfiderofi eziandio di renderfi per cognizioni accetti a maggior numero d’ altri, fa che inclinino altresì facilmente allo fiudio dell’eloquenza, proprio di quelle, e non di quelle cognizioni > Onci’ è che fcbbtne le lingue fian dellinate a iflruire e a dilettare, lo fiudio e l’ufo più frequente d’ efle fia in riguardo più a quello fecondo, che a quel primo ufficio, affine d’elT'er uno cosi per efle intelò, approvato e applaudito da maggior numero di perfone, rellando intanto per la molta eloquenza più riputate ed eltcfe le cognizioni apparenti,, e le reali più trafcurate e neglette. Qui cade a propofito di oflervare, che fe le cognizioni fra gli uomini fembrano a’ nollri giorni più avanzate che ad altri, e fi reputan eflì p«ù illuminati e più. iflrutti delle cofe di quel che foflero i loro antenati, ciò non potrebbe accordarft che in riguardo alle cognizioni apparenti, giacché una fimite riputa- zione ridonda inelTì dalla facilità maggiore, colla qual fi ragiona da tutti d’arti e di feienze, e dalia molti- plicità de’ libri che feorrono dappertutto fu ogni genere di cognizione, tanto più comuni a tutti, quanto L z più adorni de’ pregi dell' eloquenza. Quefto giudicar però le cognizioni più avanzate, perchè più comuni e perchè più facili, indica abbalianza eflb fteflb, non poter tali cognizioni elTer dunque che le apparenti, che in effetto fon tali ; laddove le reali, per la diffi- cile aerazione daifenfi, eia infiftenza maggiore richic- fta nell’ acquiftarle, non è poffibile che lian facili o fian comuni. Il pretender poi per iftudio d’ elocuzione o per meccanifmo di parole, di render facile e comune ciò che per sò è difficile e non comune, o d’ inclinar gli uomini generalmente più alla fatica di apprendere il reai delle cofe, che al diletto di tratte- nerfi full’ apparente, farà fempre difperato configlio, ad onta di quanti dizionari – I give a hoot what the dictionary says -- , Giornali, Compendi o altri repertori poffan formarfi di cognizioni qualunque fieno, e che fembrino facilitarle . Di ciò par che con- vengano gli fieffi autori de’ libri letti il più comune- mente, quando dichiarano di fcriverli per dilettare, divertire, eamufe(ire^ come direbbero, tutto il mondo, di maniera ch’ei lembri, che ognun di quelli dovefle quafi recarfi a vile, di fcrivere per iftruir feriamente lol pochi, nelle verità reali ed interne. Con ciò fi direbbe, che tanta follecitudine fra noi di applicar tut- ti a tutte le cofe non folle intefa, che a meglio elu- derfi gli uni gli altri per apparenze, e che dovendo le verità reali rimaner tanto addietro, quanto le apparenti procedeffero innanzi; per effer dunque quello fecolo d’ ogni altro il più adorno per cogni- zioni apparenti, doveffe trovarli ( fia detto per mo- dellia ), il più fcempiato d’ogni altro per cognizioni reali. Comunque fiafi, nelTun negherà che llante l’inclinazione comune al diletto, non potendo le verità reali eller comuni (c), lo lludio dell’ eloquenza, col render le apparenti più diffufe e più riputate, noti efcluda maggiormente di infra gli uomini le reali, e che ogni eloquenza così adoprata per diffonder le verità in genere, lungi dall’ ottenere di ftender la più reale, non ottenga al contrario di llenderla meno, per non adoprarfì quella che l'ulla verità apparente più comu- ne, a elclulione della men comune e reale, che non elige eloquenza. Lafcio conliderare, fe fia perciò che folle creduto, le verità più venerabili e più arca- ne di religione, la cui cognizione reale può certamen- te tanto meno clièr comune al popolo, doverli ad elio annunciare con lingua a lui ignota, e da lui più ri- fpettata che intela . Certo è, le religioni ancora più materiali antiche, eirerli cipolle al popolo fra le nazio- ni riputate più laggie con liinboli, hgure ed emble- mi, c non mai con elprelfioni verbali ; per elFerlì 'ognor giudicate le verità d’clfe qualiunque follerò, tan- to più venerande, quanto più ineH'abili, e non con voci eiprimibili . Ma parlando pure di verità femplici naturali, che 1’eloquenza col lublimar le apparenti tenda ad allontanar le reali, lì troverà verificato trop- po ancora per pratica ; e chi poflìede l’arte d’inten- dere, non potrà certamente a meno di non farli un tri- llo Ipettacolo, diveder come alcuni polFedendo eminen- temente l’arte del dire, riconvochino IpelTo intorno gran turbe di popolo nobile e ignobile, e prevalendofi della comun debolezza bro e pigrizia per le cognizioni reali, li traggan l'eco perle più fuperfìciali e apparen- ti, non lapciido elfi Itelli ove abbian a riulcire . Per- ciocché l'oratore, adulatore fempre e lulìnghiero, rap- prelentando almo uditore credulo fempre e vano l’ap- parente, come le folle indubitatamente reale, lo confer- ma bensì nel vero quando ei lìa tale, ciò che avvien rare volte, ma Io conferma altresì e indura nel falfo ? quand’ei noi lìa, il che avviene più fpelfo, fenzache né lui, nè la ciurma de’ Tuoi uditori aguifa di pecore, fappiano lo perchè, o lo come. Per altro quel che s’è detto finora delle cogni- zioni apparenti, non fia già creduto clferfi detto pec difanimarle, o avvilirle del tutto . Ma fi creda detto fol-,'^o*t3nto per avvertire, di noa prender in effe per rea- le quel che folle folo apparente, e perchè non s’attri bulica tanto a quello eh’ elìge eloquenza, quanto a la* feiar del tutto da banda quella che non la elìge. Dall' altra parte egli è poi vero, che non potendo le co> gnizioni reali effer comuni, giova che per occupazio- ne almeno, per commercio di vita, e per diletto ap- punto comune, tali fian le apparenti, pur che ciò avvenga in modo, che non s’ oppongano alle reali, ma che dipendano Tempre quelle da quelle . £ in vero quel che s’ è detto de’ collumi, ch’cffendo diverli poHono non- dimeno aver luogo lenza implicanza, ed effer utili a tutti purché non fiano centrar) (a); Io Hello dee ap- plicarft alle cognizioni umane, che eilendo apparenti poflono illeffamente non effer implicanti, nel qualcafo . non fono alle reali contrarie, ma fi concilian con efe fupplifcono a quelle. 11 diltinguer poi quan- do r apparente difeordi, e quando concordi col reale in genere di cognizioni, dipende dalle cognizioni ap- punto reali, o apprefe per fe medefime e per teoria, allraendo da illufioni di fenfi ; cofa che non può ap- partenere al comune degli uomini incapace di tali allra- zioni, e Iblito verificar le fue cognizioni per fola pra- tica confecutiva de’ fatti, bene fpeffo ingannevole ; ma dee appartenere a pochi fra tutti piò faggi, e più il- luminati degli altri. Quelli s’è già avvertito dover ef- fer quelli che agli altri prelìeduno, fia colla perfuafio- ne della Religione, fia colla forza del Principato ( 0 C.A///.b, 4 ._( f j dellinati perciò all’ ufficio di giudicare quali fra tutte le verità apparenti, per le quali fi conducon gli ailàri comuni, concordino colle verità reali, e quali da effe difeordino, o fiano a quelle contrarie.. £ ve- ramente che un fimil giudicio o una fimile cogni- zione abbia ad appartenere, e poffa convenire del pari, non folo al nobile e al manovale, o al citta- dino e al rifuggiate, ma al chierico ancora che iflrui- £ce, e al cialtrone che dee effere iflruito, o al Ma giflraciftrato che comanda, e al fuddito che dee obbedirlo,ó quella un’ aperta impitcanza, malTime quando già tutti convengono, chegli uomini generalmente fon più fpenfierati che riflelTivi, e che le cognizioni reali fon riferbate ai foli più rifleinvi . Ora piacemi ancora olfervare, che quell’ clTer le cognizioni reali note per sè ftelTe a fol pochi, e quello dover perciò tutti rcllar a quei pochi fubordinati, non fa torto ad alcuno, e non è che per quello flanatura cogli uomini parziale od ingiuHa. Imperciocché non è già elTa, che concedendo le cognizioni reali ad alcuni, le ricufì a tutti gli altri ; ma fon gli uomini flein, che inclinando più al facile che al dilhcile, lì lafcian condurre da illufìoni de’fenfi a proprio favore, anziché da rifledione, per cui conofcere fe le cognizioni che quindi loro derivano, fiano reali, adraendo ancora dai fenfi . E quella fubordinazione non fi rende neceflaria, che per fecondare codeda loro inclinazione più geniale al facile, e per follevarli da quella più difficile riflelfione . Sol che gli uomini tutti s’ accordino d’elfere riHclfivi, ogni fubordinazione ceflerebbe fra loro, tutti fi governerebbero da sè per cognizioni reali, nè v’ avrebbe d’ uopo di chi li govcrnafle per quelle. Ma efl'endo quello impolfibile, per la propenl'ione comune più aldiletto delle cognizioni apparenti, che all’ illruzione delle reali, come s’ é replicato più volte; e dovendo pur eglino governarfi per cognizioni reali, quando voglian fulTillere infieme ; egli è dunque forza che alcuni almeno fra edì aduman le veci di tutti, o fupplifcano al loro dilètto, prefìedendo al governo degli altri, con quella verità reale, che altri ricufan di darfi la pena di didinguere e d’ invedigar per sé dedì. Vero é però, che perla propcnfione lleffa invincibile e comune all’apparente e al facile, quella verità mcdellma non può poi produrli al popolo da chi governa che per l’apparente, ciò che può avvenire lènza implicanza, per edere ogni apparente al reale conforme, quando non fia a quello contrario: Dimanierachè il fiflema d’ ogni nazione fia quello, che le verità reali fi propongano per le apparenti non a quelle contrarie, e per tali conofciute e difiinte da un governo, procedendo così tutti gli affari per apparenze, con ficurtà di non opporfi per quefìe al rcal delle cole, mercè l’intelligenza fuperiore di chi a tutti prefiede. Se in un fimil governo la perfuafione eia forza faran libere e indipendenti, il governo farà giufio e fenfato, e la nazione libera e tranquilla ( giacche quelle due facoltà nella condizione umana debbon pure dilìinguerfi, e o bene o male fi difìinguono dappertutto ). Se faran le due facoltà confufe in una, o una minilira e non compagna dell’altra, farà il governo fimulato e difpotico, e la nazione inquieta ed opprelfa. Il tutto non per difetto di natura, ma degli uomini e de’ governi fleffi in particolare, che anzi eh’ effer liberi e tranquilli, amaffero elfer opprcflì e agitati. Sempre però Ila, che la fubordinazione a un governo fia per fc flcffa non un dilòrdine, ma un ordine anzi faggio e ammirando, per cui 1’umana fiacchezza fi alìolve dall’ applicare a quelle verità reali, che fofier per eflà faticofe ad apprenderli, e fi concede ad ognuno di abbandnnarfi ancora alle apparenze e al diletto Hello de’ lenii, purché ciò fia in conformità alle regole, calle leggi llabilite e preferitteda un governo, che per la fuperiorità de' fuoi lumi, e per fenno e fapienza fia più illrutto degli altri, nel difeerner quale apparente fia al reale conforme, e quale fia ad elio contrario. C Olfellerli dichiarato di fopra, di dover l’eloquenza verfare fulle cognizioni più comuni, non s’è perciò intefo di degradarla in modo, che abbiano gli oratori, e i poeti a confonderli per fapere colvolgar della plebe . All’ incontro fi sa, dover efli molto bene dilìinguerfi per cognizioni dal volgo, e laco/ pia pii di cognizioni, e lo ftudio degli oggetti su i quali ftenderfi la loro eloquenza, dover precedere l'eloquenza medefìma, fenza di che non farebbe poflibile dilettare per ella, e non favellando l’oratore al fuo uditore che di ciotole e di pianelle, anziché diletto, non potrebbe recargli che noja e faftidio . L’oratore dunque dee più del fuo uditore elTere iihutto e ricco di cognizioni, per ornarle pofcia coi fregi dell’arte fua, e fì; li dice tali cognizioni dover efler comuni, ciò non può verifìcarlì che in quanto abbian elle ad elTere delle più apparenti, e delle più facili a concepirli da Mnuno . Ciò conviene con quanto s’ è avvertito pur mpra ( ), di ftar la giuHa cognizion delle cofe in certo punto di mezzo, innanzi e oltre al quale fìa vano il cercarla, come che quinci e quindi ha polla r ignoranza di elTa ; col folo divario d’ efler dalf una parte la ignobile, propria degl’ idioti e del popolo più rozzo i e dall’ altra la ignoranza nobile, propria delle perfone più colte . A quello modo fi dirà, l’oratore e ri poeta rare volte comunicar di cognizioni e d’immagini col popolo più ignobile al di qua di quel punto, e folo trattenerli quivi con quello ne’ foggettì più comici, burlefchi, o latirici; e qualor s’alzi colla tromba più fonora a celebrar eroi, o a trattar argomenti gravi e fublimi, allor fi dirà lui trafcender quel punto, e confarfi col p<^lo più nobile e più ri S utato . Ma intanto fempre Ila, che al giullo punto i mezzo, al quale s’arrellano le cognizioni reali, ei rare volte o non mai fi foflèrrni, per^ l’ inutilità dell’ arte fua qualor lì tratti di verità reali, fuperiori a ornamenti rettorici e poetici, atti più tollo a ofcurarle, quando fulle fuperliciali e apparenti quell’arte fa di sé prova e pompa maggiore. L’ufo delle efagerazioni – GRICE HYPERBOLE, de? traslati, delle allegorie, e rimili figure proprie della fola oratoria e poetica, fan conofeere tutto quello, e come tali articoli’ amplificare o ellenuaie gli <^etti, fi trattengano fotto quel punto o lo formontino ; mentre quantunque le c(^nizioni Tulle quali verfano, ogii argomenti de’ quali trattano, fiano agli uditori men noti; pure per efler quelle cognizioni fuperficiali e apparenti, e in conleguenza facili ad apprenderfi dall’ uno e dall’ altro popolo, polTono da quello elTer apprefe nell’ atto lieflo di ellerne ei dilettato . Con ciò fi direbbe, che il partito degli oratori e de’ poeti in ordine al vero, foffe quello dei disperati, i quali diffidando di sè stessi per assegnarlo al giullo suo punto, scegliellero più to Ito di raggirarvisi intorno inocrtamente, e di quasi controillruire per più dilettare con varietà d’immagini facili, ma tirane e TpetTo IMPLICANTI, nell’incapacità conosciuta d’iltruire colle piu difficili e più veraci. Quindi ebber luogo quei tanti poemi su passioni ed azioni oltre il credibile. Le donne, i cavalier, l’armi, gl’amori, e quei tanti strambezzi sugli eroi là volosi e sull’antica mitologia, i quali dilettan molto più di quei che versano su argomenti filosolici e morali, Alila vera religione, e su azioni deferitte quai son accadute precifamente, che non diletterebbero più di un processo civile o criminale, cfpolio a un auditor di rota. E ciò sol perchè in quel caso può la mente svagare dappertutto a suo talento, quando in quello elTa è allretta a hllarfi ad un punto, e a Aarvi confìtta come ad un chiodo; elfendo d’altronde impossibile di supplire ad un tempo llelTo a due oggetti, di dilettare e d’ iAruire precifamente, o supplendosi almen meglio ad un solo di quelli oggetti, che infieme ad entrambi. Per quello ftelTo le rappresentazioni massime teatrali, tanto più fogliono dilettare, quanto più dal vero, o dal verisìmile ancor di natura, trafeendono all’IMPLICANTE od al falso dell’immaginario, brillando sempre il diletto a spefe dell’ iAruzione migliore; tanto è quello comunemente diverso da queAa, e tanto1’eloquenza e1altre arti analoghe ad elfa, c compagne del diletto più comune, sfuggono l’iAru zion XCI xion più feverj c meno comune. Chi trova indecente che Temiftode canti andando a morte, non bada che a queda Uhuzione, che non trafcende il vero ed èbeti di pochi; ma sol ch’ei badi a quel diletto, che trascende il vero ed è di molciffimi, troverà quel canto adattato all’azione, e piagnerà ad eflb, purché fia preparato a dovere, e accompagnato da quel debile che richiede l’azione medefima. Ma infomma generalmente chi riprende i poeti per la futilità degl’argomenti, ai quali d’ordinario e’ s’appigliano, e per la fallacia delle cognizióni che inOnuan per edi, non bada a quedo, d’eifere il hne Principal loro quello di dilettare e non d’istruire e di dilettare non i più dotti ma il comune del popolo che non è dotto, e che parlando generalmente,.n.i ceflTan eglino di dilettare, todochè prendono a istruire. Le allusioni certamente, le immagini, i traslati suddetti, proprj e neceflarj dell’arte loro, occorrono alla mente a numero incomparabilmente maggiore pelle cognizioni più facili al volgo note, che per l’efatte e didicili riferbate ai più dotti, per le quali non è così agevole passare dal proprio e preciso – youre my pride and joy -- al metaforico – you’re the cream in my coffee -- e figurato. Cosi la luna per esempio, concepita pelle immagini più facili che ne dànno le antiche favole, non che col nafoecolla bocca Come sugl’almanacchi, dà motivo a mille allusioni e figure che non darebbe apprefa per lo reale de’suoi monti, e delle fue ombre nel sistema planetario; e finché il popolo la concepirà più facilmente al primo che al secondo modo, il poeta canta, e ha ragion di cantare con più dolcezza del naso della luna che de'suoi monti. Gl’occhi ideflamentc, cosa la più conofeiuta e più triviale, appresi pelle cognizioni di effi più volgari e comuni, somminidrano alla mente mille immagini, ond’effer chiamati luci leggiadre, vezzofi rai, fiammelle vivaci, lucide delle, pupille ferene, drali omicidi, faci gemelle, adii d’amore, che non somminidrerebbcro appresi pell’irruzione d’ effi più efatta, o pelle dottrine ottiche e anatomiche migliori, ma men conofciute. Anzi s’olfervi di più, come da ciò procede, che l’oratoria, la poetica, e l’altre arti dilettevoli non soffron nemmeno regole istruttive per esser tai regole ellratte dalla ragione più elàtta per cui appunto s’iftruHca, quando quell’arti per illituto principale, debbono trascender quello reale per dilettare coll’apparente. Quindi avvien bene rpelTo che un’orazione, un poema, un’azione teatrale dettata secondo tutti i precetti che ne dànno Longino, Aridotele, ORAZIO, o GRAVINA, dilTecca nondimeno l’anima, e fa sbadigliare, quando un’altea senza quelle regole, ma ornata più di drane apparenze, attrae tutto il popolo fìa noÙie o ignobile, il quale seguace del diletto, schiva ogni idruzione per eflo, e prevenuto anzi per lo mirabile falso e apparente che per lo vero naturale e verisimile ancora, non intende precetti, per cui fìa qnello confinato e ridretto; giudicando di quel che ode e vede, pelle ragioni superficiali pur vedute ed udite, e non per le interne che non vede, e che non potrebbe vedere che prefeindendo dai sensì di che il popolo ( e il fod'ra LIZIO ), non è mai capace. Quedo preferirfì poi per l’oratoria sempre l’apparente al reale, non può negarsì che non torni in abuso, il quale però faria tollerabile finch’ei fi reftrignede al divertimento appunto teatrale, e all’ozio delle corti e dell’accademie, senza perciò opporli al U)CJOI.n,j. medefìmo, com’è pur podibile. Ma il fatto è, che bene fpeflb ei li dende ancor filila condotta degli affari più fer), ne’ quai l’ eloquenza col folfermarfì più full’ apparente, fa più perder di vida il reale di edi, con altrui dainno e feiagura ; come apparifee ki pratica per più (inceri uomini e dabbene, fopradàtti e delufì ne’ loro intereffì da chi per fola facondia, e per artificio di ragionare vai più di loro . E il peggio è ancora, che dagli affari particolari, l’ abudo medefimo s’inoltra facilmente ai comuni cosi detti di governo, ne’quali per l’adulazione, la lusinga, e la simulazione che più o meno indispensabilmente v’àn luogo, L’ARTE DEL DIRE è ancor più accetta che altrove . C^d’è, che Aiblimando quella più le verità apparenti, mette più a rifehio d’allontanarfi e d’obbliar le rnli. Su quelle conliderazioni farebbe a riflettere, fe giovi a’ di nollri tanto animare e apprezzar l’eloquenza su i tribunali e nei fori, o fe anzi oltre al dovere non fi trovi effa incoraggita e apprezzata. Certo è che sebbene gl’affari comuni abbiano a condursi per cognizioni apparenti; nientedimeno ciò dee seguire senza scollarfi dalle reali, come s’ è ridetto più voi-’ te, e ciò per imitar per quanto è poflìbile la natura, che falciando difputar gl’uomini, accarezzarfi e idolatrarfi fra loro, regola il tutto per lo reale SENZA PROFFERIR MAI PAROLA. Se poi chi pretende governar altri senza render ragione del suo governo, come ufa natura, sarebbe un uomo affai vano; il farebbe non men certamente chi pretende governarli per sola copia ed eleganza di voci. Quei medefimi che si reputan più valere per eloquenza ne’congressi, e ne’PARLAMENTI, converranno di quelle verità, se L’ARTE DEL DIRE è in lor pari al buon senso; e accorderanno non meno che quegli oggetti grandiosi di prosperità, di felicità, di potenza pubblica, che si spesso dai rollri amplificano all’orecchio del popolo, non fon poi tali quai da lor ir promettono, o almen ne dubitan ellt nelfi, e ne rellan in gran parte fofpefi. Dall’altra parte, le repubbliche antiche non sono mai più feoncertate che a’tempi dell’eloquenza più sublime di Demostene e di CICERONE, quafichè si governano allora per cognizioni più popolari e apparenti, che per vere e reali, per le quali quelle repubbliche si farebber per avventura meglio follenute, come A TEMPI DEL PARCO LICURGO E DEL RELIGIOSO NUMA. Fi 1TInora ei pare che non fi fia ragionato di doquenza, che affine di screditarla, e di renderla fra gli quen» filile uomini odiosa, proverbiandola come inutile, vana, cogaizioDire-pregiudiciale, inhdiofa, e nociva alla miglior condotta de’privati e de’pubÙici affari. Perchè però non fia creduto, efferfi di cosi mal umore contr’efla, quanto a volerla del tutto sbandita dalle nazioni, è da avvtrtirfi, non efferfi cosi favellato dell’eloquenza, che in quanto fuoleffa versare sulle cognizioni apparenti e fallaci, lardate a parte le reali e migliori. In coneguenza di che si apprende che l’odiofità suddetta non cade già full’eloquenza in genere, e che non è effa cosi pregiudiciale nelle nazioni per sè medefima, ma pella qualità appunto delle cognizioni alle quali d’ordinario s’appiglia, e alle quali stante la propensione comune umana al piò facile, dee eifa cotnunemente appigliarfi. Con ciò confiderando ogni cofa, s’arguirà dunque eziandio, che fe l’eloquenza, in luogo d’occuparfi a fiabilir negl’animi le cognizioni apparenti, s’applica ad ornare e a meglio prcfentar alle menti co’suoi vivi colori le più reali; lungi dall’elfer nelle nazioni nociva, fi renderà anzi a quelle utile e giovevole. Infatti s’ è veduto, ufficio della favella esser quello d’istruire e di dilettare, vale a dire d’istruire nelle verità non conosciute, e di dilettare nelle già conosciute. E perchè le verità di qualfivoglia genere non polTono esser conosciute che per qualche istruzione, questa dunque dovrà fempre precedere il diletto che proviene dalla favella, e 1’oratoria così, la poefra, non meii che r altr’arti tutte dilettevoli, dovran generalmente conseguire la filofofia, la morale, e 1’altr’arti klruttive, fiano apparenti o fiano reali, fcnza che polfan mai quelle preceder quelle, non elfendo certamente polfibile adornar coi fiori dell’eloquenza, e con immagini traslate e sublimi, ciò che non fi fia pri xcv prima appreso per voci PROPRIE, più piane e precise. Stando dunque al diletto della favella, è certo che dovendo quello cunfeguir l’istruzione, tanto può conseguir la più superficiale e comune, quanto la più vera ertale eh’ è mcn comune; e che ficcome possono con figure – GRICE FIGURES OF SPEECHL METAPHOR MEIOSIS LITOTES HYPERBOLE -- e immagini adornarsi le verità men el'atteepiù popolari, conofeiute da molti; cosi si poflbno pur le più efatte e men popolari, riferbare a sol pochi . £ la differenza farà, che effendo nel primo caso 1’eloquenza la più popolare e comune, della qual s’è favellato finora; fi renderà ella nel secondo più particolare, difufa a non molti, della quale s’aggiungerà qui qualche cofa. Egli è vero' pertanto, che gl’uomini amanti generalmente più del diletto che dell’istruzione, foglion trattenerli più fulle cognizioni apparenti perchè piùfiicili e perchè apprefe, che sulle reali perchè non apprefe, e perchè foticofe ad apprenderli, ond’ è che il più frequentemente ufino 1’eloquenza fu quelle cognizioni, applicandola ben di rado a quelle \b) Ma ciò non teglie che non poflà effa a quelle applicarli, e che non vi fi applichi talvolta effettivamente. Anzi quello fa, che l’eloquenza medefima coll’effer nel primo cafo più comune, Ila altresì più apparente ed equivoca, e in tal guila perigliofa come s’ è detto ; quando nel fecondo coll’ elfere men comune, fi rende più ficura e reale, e con ciò giovevole, prendendo il diletto che ne proviene ognor tempera e qualità, dall’iUruzione e dalla cognizione apparente o reale che lo precede. Così uno fpirito altiero e ambiziofo, potrà tirarfi dietro un popolo di fpenfierati, e -condurli per le verità apparenti all’incredulità, e quindi alla fchiavitù, alle difeordie, alle guerre, e alla povertà che ne derivano, e ciò con tanto più di veemenza, quanto in lui fìa maggiore l’ARTE DEL DIRE. E dall’altra parte può un tìlofofo più sensato colie verità reali, perfuadere i più rideliìvi ' per quanti ve n’ànno, alla religione non finta, e con ciò alla libertà, alla concordia, alla pace e alla felicità che pur ne confe^uono, con tanto più iiledamcnte di forza e di grazia, quanto in lui v’abbia più di facondia. £ la prima eloquenza farà indubitatamente futile e dannosa, eflendo quell’ altra più utile e reale, giacché in eflètto ogni apparente termina in reale, per la 'natura che non devia mai da quello, per quanto gli uomini fi lafcino sbalordire da quello . Ond’ è che (ebbene quel primo cafo (ìa il più frequente in pratica umana, rella nondimeno e^o fempre tolto per lo fecondo, o per la pratica della natura, eh’ è la più vera, perchè pratica infieme e teorica, di quanto a.v viene nel corfo generai delle cofe. IH. S’arroge, che la detta dillinzione xkll’ idruzionc dal diletto che procede dalla favella, non è poi tale, che 1’ un di quedi s’ efcluda per 1’ altro, o che abbian perciò f arti dilettevoli a non efler idruttive, e le idruttive non dilettevoli . Perciocché aU’ incontro può ancor dirli, che 1 ’ idruzione deda non vada difgiunta dal diletto, ancorché quedo proceda non dalla favella, ma dalla verità per eflà avvertita ed intefa, il qual diletto così é compagno e contemporaneo all’ idruzione medefima, quando r altro che procede dalla favella, confegue 1’irruzione, e non mai 1’accompagna, e molto men la precede . E fi dirà idedanaente, qud di letto eder di quedo molto maggiore, mafdine in riguardo alle verità reali, come quello che li dende all’ intelletto, quando quello della favella (i porta all’immaginazione, e talvolta s’ arreda all’ orecchio. Certo é che il diletto d’ un geometra nel concepire una verità, fupera di gran lunga quello d’ un Oratore nelteder l’elogio, o nel commendar legeda d’un eroe, come lo fupera eziandio quello di quedo eroe ncH’efequir quelle geda, quand’ ei pur le efequifea ; e quattro linee di Euclide con illruire piit di dieci orazioni di CICERONE (vedasi), dilettano altresì più di quelle, che ben fovente dilettano con inganno. Per quello i precetti fondamentali, e le regole generali di morale, di giurifprudenca, e tali altre verità, per quanto fono reali e geometriche, dilettano coll’ illru- 1«) zione tanto a’ dì noUri, quanto a mill’anni innanzi ; vale a dire con diletto più fenfato e durevole . Laddove i lìmboli di Pitagora, i fogni di Platone, le minuzie d’ Omero, che a’ lor tempi rapivano gli animi, col diletto per avventura fugace della fola elocuzione ; al prefente o non lì comprendono, o non apportan diletto, quando ciò non folTe in riguardo lòlo a chi avelTe l’abilità, di formarfene uno della loro antichità medelima. Le lingue dunque finché si trattengono nell’ufficio d’istruire, ancorché non dilettino per fe lleffe, dilettano per le verità, delle quali ilhuifcono; e le s’ avanzano a dilettar per fe Ireire, ciò non é, che per figurar alla mente con colori più vivi le verità medefime per efle apprefe, e ciò con eloquenza frivola e vana, fe le verità fon comuni e volgari, e con eloquenza robulla creale, fe le verità fon pur reali e fuor d’ ogni inganno . Verbigrazia s’ io dirò : La Luna coll’ attrar più la fuperficie convelTà che il centro, e più il centro che la fuperficie conca„ va più dillante della terra, alza la parte acquola „ che più cede, filila falda che men cede nell’ una e „ nell’ altra fuperficie di elTa ; ond’ é che quelle due „ elevazioni d’ acque comparifcono tulle llabili ripe, al paflàr d’ ella Luna per Io punto fuperiore e in„ feriore del meridiano di ciafcun luogo terrelhe Io con ciò non farò, che dilettar l’intelletto colla illnizione men comune, ma più vera che polla darli del fiulTo del mare, fenza punto dilettarlo per la favella, per cui Cia efpolla quell’ illruzione, non potendo ella efportì per termini più femplici e più precisi. Che fe dopo aver dilettato T intelletto con quc Ha iftruzione, dirò come in quel terzetto: Sai perché fale alternamente, e fcende Il mar, che a Cintia che fi /pecchia in ejfo, Innamorato in fen fi /pigne e tende ; allora palTerò di più a dilettar l’ intelletto medefimo coir eipreflìone ancor d’ eloquenza fu quell’ iHruzione, tralportandolo dalle immagini proprie di Luna, di mare, di attrazione, alle figurate e fimboUche di Cintia, di fpecchio, d’amore, per le quali quella verità già conofciuta, fe gli prefenta con più di novità e di vaghezza; e ficcome quell’ iftruzione è migliore febben men comune, cosi quella eloquenza che la confegue, può appellarfì migliore . Ma fe in luogo di tutto quello, fupponendo 1’ uditor pure iftrutto di qualcuna di quelle più volgari dottrine, per le quali iogliono. più comunemente fpiegarfi le maree, io prendelfi ad ornarla con immagini fimilmente traslate, con figure rettoriche, e con efprellìoni enfatiche ; potrei pur con ciò dilettarlo, defcrivendo un cieco turbine interno, una prelfìon d’aria verticale, una imprelfion di vento orientale ellerno, o fimil altra opinione folita fpacciarlì a quello propofito, delle quali tutte vien detto, che mal loddisfatto un filofofo dell’ antichità, prendelTe la rifoluzione di gettarli in mare, dichiarando elfer giudo che folTe da quello capito, chi non potea quello capire- Comechè però tali opinioni, per elTer più facili e più comuni, fon meno efatte e peggiori ; così la eloquenza fu clTe che le confeguilfe, farebbe imperfetta, o farebbe un inutile vaniloquio. Il diletto dunque che proviene dall’ eloquenza, può confeguire le cognizioni tanto apparenti e comuni, quanto reali e meno comuni, e per quello ilelTo di elTer ogni eloquenza confecutiva all’ illruzione. Bc, chiunque afpira al diletto d’ efla migliore, dee prevenirlo per la migliore irruzione corril'pondente, e per le verità non quai fon conofeiute dal popolo, ma quai fono in fe ftede, mentre quel diletto confeguendo la irruzione fuperfìciale del popolo, non potrà appunto elTcre che fuperficiale, e talvolta efimero e menzognero, come nel cafo degli equivoci, de’ fofirmi, degli enimmi, de’ paralogifmi, e degli altri prodigi cosi detti dell’ eloquenza > Per la qual cofa, che i poeti dilettino più cogli argomenti quai fono apprefi popolarmente, s’ è detto ciò eflTere in riguardo al popolo, al quale più frequentemente favellano (/r). E fi aggiunge ora ciò elTere ancor con inganno, in. quanto quel diletto che confegue 1’ idruzinne peggiore, è ingannevole, e non v’à diletto di eloquenza reale, che quel che confegue pur l’ irruzione vera e reale {b)^ Dacché s’apprende, perchè 1’eloquenza, e generalmente 1’ arti di diletto più comoni, rade volte appaghino le genti di miglior fenno, e perchè gli fciocchi fieri ne refiino cosi toflo annoiati per elTer quelle in confeguenza .della irruzione peggiore, che foggetta ad inganno, non può dilettare che con inganno, e quero non avvertito ancora, non può a meno di non generar noja e fpiacere. Quindi è che agli fpettacoli, alle fere, ai conviti, e a ogni fpecie infomma di divertimenti comuni nobili e ignobili, è d’uopo dar fempre nuove forme, Quando ancor del tutto non fì cangino in altri, fenza i che ogni fpecie di popolo alto e bafTo' ne reda rucco e ammorbato. L’ uomo è fatto dall’autore della natura per l’ irruzione inreme e pel diletto reale, ad onta, de’ fuoi fenH che lo incantano full’ apparente ; come H convince da ciò,. che l’ irruzione allor più. diletta, quando è più diligente ed efatta ; prova J |uefla. evidente della fuperiorità, e immortalità del i uo intendimento fopra tutte le cofe mortali.(#) c.hu.j^ Laonde s’ ei fi lafcia trafporur dal diletto apparente Ni fcnza iftrurione, o coll’ irruzione priore, non pnò alfin ciò riufcire che a Aio rincrefcimento, e con fu» naturai ripugnanza. L'oAinarfi poi a contraAar quel reale con quello apparente, è come contrallar il cor* fo del Sole con un tiro di cannone, o penfar di dillnigger la natura in sè Aeflb, come fi dillruggono J uattro poveri ingannati, che A difendono in una iazza . QE piaccia applicare il detto finora folle cognizioni Delle tradu- O umane, e Alile lingue per le quali s’efprimono, alle zioaidall’uoa traduzioni dell’ opere d’ingegno ferine dalP una all’ altra all’ altra fa- favella, èda avvertirfi, eh’ elTendo le lingue intele oa velia. iAruire nelle cognizioni reali, o a dilettare colle appa(a}CJC/Kn.i. tenti (a), il trafporto delle cognizioni dall’ una all’altra lingua potrà agevolmente riufcire, quanto al primo capo dell’iAruzione reale ; perciocché non richiedendoA a ciò che un’ efprellìone d’oggetti per li termini lor più proprj e precifi, queAi in ciafeuna lingua fono determinati, o efprimon gli oggetti colla precilìone medefìma, eh’ è una per tutti i luoghi e per tutte le lingue. Laonde baderà a queAo effetto, che il traduttore ben intefo del fentimento dell’ autore, e iArutto per pratica de’ termini precifì d’ ambe le lingue, foAituifca gli uni agli altri di quelli, con quella coAro-, zìone o difpoAzione che a lui fembri piò naturale nel la Aia lingua ; coB' che egli iAruirà così bene in queAa, come 1’ autore nella lingua Aia originale . Ma quanto al fecondo capo di dilettare colle cognizioni apparenti, poiché il diletto delie lingue proviene da Amilitudini, alluAoni, e altre immagini d’oggetti anco traslate, queAe in ciafeuna lingua fon più o men naturali, più o men giudiciofe o ingegnofe, a norma degli oggetti Aedi, eh’ eAendo conAmili, Aan più o meno diverA, e a combinar i quali Aa una nazione piùo meno familiarizzata. E pertanto trafportate quelle iminagiai per foAituzione di termini come fopra, dall’ una favella, debbono perder di molto della lor grazia, e della lor forza nell’altra. In effetto, quelladifferenza che nelle combinazioni d’ immagini proprie, e molto più traslate, s’ è oflervato paflàre fra perfone di varie condizioni in una fteffa nazione (a)j non (a)C.n.n,i. v’à dubbio che non abbia a rendersi vieppiù notabile fra perfime di varie nazioni e lingue, i cui coflumi, profeflìoni, e modi altri efierni, per impreflìoni più o men forti e frequenti d’oggetti diversi benché consimili, son più rilevanti, non sol fra ciafcuni in specie, ma fra tutti eziandio generalmente; procedendo da ciò un SIGIFICATO più o men eliefo ne’termini delle lingue, per eprimer gl’oggetti fterti o consimili, che si direbbe tanto più efiefo nelle lingue diverse, quanto quella diversità supera quella dei diversi dialetti in una lingua medesima. Egli è certo, da quella diversità d’oggetti consimili nelle varie nazioni, derivar le diverse indoli, spiriti, e umori nazionali, come pur le diverse indoli e spiriti cosi detti delle lingue. Concioflìachè siccome le piante, gl’animali, i minerali di qualsivoglia specie, e gl’uomini flefli nel lor materiale, ancorché consimili, son pur diversi in ciascuni climi per C. T. ». j-tcflìtura di parti più dure o più elafliche, più dense o più rare, più fragili o più compatte; all’ifleflo modo il SIGNIFICATO delle voci, colle quali esprimer tuttociò nelle lingue, è più o meno eflefo, e le voci stesse più aspre o più dolci, più risonanti o più molli, più acute o più ottuse. Ciò eh’é ben noto ai viaggiatori, che vaghi d’investigar una tal varietà, feorrono da"^ dima a clima e da nazione a nazione; e un britannico che per tal suo capriccio muova da Londra all’Egitto, o un affricano che per sua disperazione sia tratto d’Algeri in America, non trova minor disparità fra i suoi coflumt e i coflumi egizj o americani, di quella che trova fra le maniere diverse d’esprimerli lotto ciafcuni di quelli climi, rimanendo ciafeun C.Jff. dei due allettato più, come delle fue die delle altrui immaginazioni e collumi cosi de’Tuoi che degl’altrui modi d’esprimerli; non per altro che pella diversìtà deg’oggetti e voci corrispondenti – TO COWARD: WHAT DID YOU LEARN IN AUSTRALIA, KANGAROO -- ai quali le respettive lor menti sìan più afluefatte ed avvezze. Per efler dunque la verità delle cose reale una, ed invariabile dappertutto, e per elTer le maniere di apprenderla e di dilettare con elTa moldplici e innumerabili, saran le lingue tutte del pari, qualor lì tratti d'idruire nelle verità reali, ma saran fra elTe diverse, qualor si tratti di dilettare culle apparenti, essendo generalmente elle illituite non per quel fulo udìcio, ina ancora per quello, e non per tutti in tutte le nazioni, ma per ciafcuni in ciafcune. La copia e moltiplicità di termini in una lingua al paragone dell’altra è un indizio di tutto questo, e di quanto una lingua puo dilettar più d’un’altra; per provenire quella moltiplicità dalla maggior quantità d’immagini, colle quali esprime ciafcuna gl’oggetti llein o consìmili; non introducendosi una nuova voce in una lingua che per introdurvi una nuova immagine, o per dividere e appellar per due voci l’immagini, che prima s’appella per una. Pella qual coa la lingua più ricca di voci è più capace d’immagini divise o traslate, per esprimere la lidia quantità d’ oggetti, e per dilettare con elTi; perciocché se un oggetto stesso o consimile vorrà esprimersi per due lingue, lì dove pella più povera di voci appellarlo talor pella voce che folle pur propria d’un altro; laddove colla più ricca appellando 1’uno e l’altro con voci diverse – WHAT IS THAT: A FLOWER – FIORE --, coll’applicar poi a quello la voce propria di quello, e viceversa, u viene a esprimerli entrambi per traslati e figuratamente. Per esempio un britannico appellando propriamente un furbo e un fervo per la llelTa voce knave non può per queAo capo indur analogia veruna fra quelle due persone; e l’italiano appellando ciadcun di questi con quelle voci proprie diverve, collo stender poi all’uno la voce propria dell’ altro, riesce ad appellarli tutt’a due allusivamente, e a significame i caratteri, quando occorra, con più di forza e con più di vivezza. Con tal fondamento ei parrebbe che numerandoli nella favella italiana da 38000. termini o voci, e non numerandosene nella britannica che da zdooo, deflunti gl’uni e gl’altri proflimamente, e colla Udrà regola dai più comuni respettivi dizionari; la prima favella superalTe la seconda per capacità di alluuoni allusioni, e d’immagini traslate, in ragione di ip.aiz.,e che di tanto più potesse quella sopra di quella dilettare nell’opere a ingegno scritte. Ma fopra tutto è cosa mirabile TolTervare, come dalla detta diversa ellenlion di SIGNIFICATO ne’termini delle lingue, e dal grado impercettibile d’elTa con cui li palla dall’uno all’altro oggetto, unitamente a non li là dir quale collocazione dei termini lleffi, dipende quella inesplicabile forza, armonia, e grazia di Jiiley che nelle produzioni d’ingegno rapifcegli animi, e fa bene spesso il più bello e il più dilettevole di elTe; lieve così, che sfugge molte volte il senso dei nazionali medesimi, e che i forellieri cerumente non aggiungon giammai. Io non ò trovato oltramontano, per illudiofo che fosse della lingua italiana che rilevalTe differenza veruna jIì flile infra il sonetto per esempio del Cafa sopra la gelosìa, e quello d’ogni altro comune studente di RETTORICA che imita quello poeta, e non folfe disposto a giudicar il primo del secondo autore, e il secondo del primo, quando ciò gli folfe stato dato ad intendere. Le bellezze altresì che trovano i forellieri nello flile del Petrarca, d’ALIGHIERI, del Tasso, son diverse da quelle che vi riconoscono gl’italiani, e la novella di Giocondo, dilettando del par gli uni e gli altri pell’invenzione; pelle grazie dello stile, e pell’efficacia dell’elocuzione, non diletterà mai tanto un gallo come un italiano nell’Ariosto, nè mai tanto un italiano come un gallo nel Fonténe. Ciò che fa, che di via ordinaria, chi giudica dell’opere d’ingegno d’altra lingua e d’altro tempo, s’attacchi ai difetti che hanno in elle dalla parte del sentimento, del quale è giudice ognuno, come di cosa di tutte lingue e di tutti gl’intendimenti, senza badare che Hando al diletto dell’espresione, quello sfuggendo un tempo e un luogo, spazia molto bene in un altro, rilevando talvolta sui sentimento medesimo. Così il moto verbigrazia della terra pell’annua sua paralade colle Helle fìlTe, che n’è la cagione di tutti i luoghi e di tutti i tempi, può comprenderfì d’ognuno del pari, fiaper la propria, sia per l'altrui favella ; quando il Capitolo dei Lorenzini sulla vendetta, o simil altro tratto di poesia italiana, il cui pregio confida nella sola collocazione, cnfafi, dite, e SIGNIFICATO di voci, per cui dipingere all’immaginazione le passioni umane, non fa mai da neduno cosi ben rilevato, come dall’italiano, per eder tutto ciò diverlb in ciascuna lingua, e in ciascuna nazione Egli è dunque vero che trattandosi di traduzioni d’opere d’ingegno scritte dall’una all’altra favella, non potran quede mai riuscire quanto al diletto della favella deda, o qualora il traduttore aduma di dilettare coll’espresìoni del suo autore, trasportate nella propria lingua. Quedo nondimeno è quel che volgarmente suol farli, ed è queda la ragione per cui le traduzioni quand’anche idruifcano ugualmente che gl’originali, dilettan sempre meno di quelli, e riescono per quedo capo quanto inutili per chi intende ambe le lingue, tanto imperfette per chi non ne intende che una. E ciò allor più, quando nell’opere tradotte, il diletto della favella prevale alla dottrina deir idruzione, come nelle novelle, ne’romanzi, nelle produzioni teatrali, poetiche, e sìmili altre, più cv di spirito che di sentimento. II pretender di dilettare per sodituzioni grammaticali di termini d’una lingua a quelli d’un’altra, come nel caso suddetto d’idruire \a)y è una vanità, simile a quella di chi crede di meglio ricopiare un ritratto originale, con soprapporvi i suoi colori, cuoprendone cosi e confondendone le tinte, e cangiando il quadro in un mascherone, o in un empiadro. S’aggiunge trattandosi di poesia che il numero, L’ACCENTO (Grice), la rima (“Never seek to tell they love, love that never told can be, pleasure, treasure” – Donne, four-corners – cabbages and kings -- ], e 1’altre condizioni, per le quali il diletto dell’eloquenza rileva moltidimo, e che dipendono dall’armonia che palTa all’intelletto per le vìe dell’udito, sono if>)C.XF.n. del tutto imponibili a tral^rtarfì dall una all’altra favella; e che sìccome la musica dell’Italia può farsì udire nella Gallia, e la della Gallia in Italia, ciascuna nel suo carattere, ma non è podibile tradurre la musica verbigrazia di GALLUPI (vedasi) in quella di Monsù Ramò. All’ ideflb modo non è podibile per quedo capo, tradurre r una nell’altra poesia. E il miglior poeta comico d’ITALIA de’nostri tempi, potrà darfene nella GALLIA per padar quivi meglio i fuoi giorni, ma non giammai perchè il suo talento comico da così ben rilevato in Parigi, nella lingua galla non sua, come il è già in Venezia, nel dialetto suo veneziano. Da ciò A conclude, che non potendo il traduttore nella nuova lingua dilettare coll’epressioni dell’originale, non gli rederà dunque per tradurre ben che dilettar coll’espresioni della propria; inguifachè impodedato A lui del sentimento dell’autore per idruire com’edo, l’esponga poi con quei colori di stile, e con quelle fraA d’eloquenza, che nella sua lingua son più vive e più forti, per dedare il piacere, n terrore, la tenerezza, la compasione, e gl’altr’affetti, quai più occorredero. £i dee Agurarn d’effere autore, per non isAgurare il suo autore, e lasciar a lui l’arte di dileture colla sua lingua, per dilettar O ci €» colla propria; e alTumendo le dottrine e l’immagini di quello, esprimer 1’une e rappresentar 1’altre, coi COLORI (COLORE – Farbung – Grice) colori della sua lingua e poesia che meglio conosce, e non con quei dell’altra lingua e poesia, che non potrebbe mai cosi bene conoscere. In altra guisa gli riulcirebbe bensì di privar la sua traduzione del diletto, che potesse provenirle nella propria lingua, ma non mai di venirla del diletto che 1’animala nell’altra. L’indizio poi per cui ravvisare, s’ei si fia nel tradurre comportato con quelle regole, fa fo que fio, di piacer tanto la sua traduzione a quei della lingua tradotta, quanto l’originale a quei della lingua originale, o di poter quella palTar per opera così originale fra quelli, come 1’originale medesimo pafia per ule fra quelli. Accogliendo ora le principali verità efpofte di fo- Epilogo, e pra, fi apprenderà facilmente, una di quefie CoDcluCone . efl'er quella, di dover difiinguerfi fra le cognizioni umane le apparenti, e le reali. Perciocché io non ò già preteso per quanto ò qui scritto, di persuadere gl’uomini a governarli col solo reai delle cose, e di difiruggere infra lor 1’apparente del tutto, come potrebbe alcun lòspettare. Ciò faria fiato come voler persuaderli a lasciar le vie piò facili e pronte di governarsi, per appigliarfi alle piò lontane e difficili, e ad abbandonar quegli alietumenti de’sensi, dai quai dipende tutto quel commercio di passioni, dipende ri, e d’azioni grandi e luminose, per cui piacevolmente fufiifiono; cosa che non s’è mai ottenuta, e che in conseguenza non è da sperarsi che s’ottenga giammai. Al contrario di ciò, mio disegno è fiato sol quello, di didngannare gl’uomini fu su quello apparente mededmo, e di rappresentarlo loro per quello eh’egli è, avvertendoli che oltre a quello, per cui fogliono elfi governarsi, v' à nelle cose un reale, per cui li governa irredllibilmente natura, o riferire 1’uno all’altro di quedi, dipende quella felicità, di cui fon tanto ansiosi e soJlecitt, o quella infelicità, per cui alzan- si trilli e si fpein lamenti. E ia vero non potendo gl’uomini acquillar cognizioni che per mezzo de’sensi, e non^ iflendendofi quelli che alla superficie apparente degl’oggetti, le cognizioni loro fu quelli non possono al primo tratto essere che superficiali e apparenti. Vero è che oltre ai sensi, son eglin dotati dalla natura eziandio d’un intelletto, per cui confrontando giuHamente fra loro quegli oggetti inferiori ed ellerni, arguir le verità fu elH piu sublimi ed interne, e farsi cosi dal visibile degl’oggetti creati, all’invisibile di Dio eterno e increato. Ma efigendofi a ciò certa allrazione dai sensi medefimi, da non praticarsi che con ripugnanza, per l’amor proprio che tiene a quelle apparenze fortemente attaccati/ non è poi llupore, le gl’uomini di via ordinaria s’ arredano sulle prime impressioni, e fe paghi dell’intereire proprio per quelle, non elaminanpoi, fe quedo concordi o non concordi col comune degli altri, o colla ragione reale di tutti. Una fimil pigrizia in edi e tanto più fcufabile, quanto le apparenze medelìme non son fallaci per sè, ma per sola mancanza di ridedìone, poda la quale, si rendono elTe dede il reai delle cofe . £ oltre ciò i disordini che quindi ne seguono, facendo ben todo accorti gl’uomini de’loro inganni dopo edervi incorsi, fan si che se ne correggano, e conoscano quegl’errori che potean prevenire, ma che non àn prevenuto, ciò che non è altro che condurli idedamente dall’apparente al reale, benché proprio mal grado, a che riguarda quel detto popolare che la necedità, o le angudie alle quali li conducono gl’uomini da sè dedi, insegnan gran cose. Un’altra verità dedotta dalle cose suddette è pur queda, che le dette cognizioni reali, alle quali O z conducono l’apparenti, non son poi tanto fconoIbiute ed ignote, nè da ^efte tanto diverse, quanto raflembrano, e eh’eifendo anzi quelle inufitate nella pratica edema, nel sentimento e nella pratica interna, son più note e paleft di quede. Lo che si comprova non sòlo per quella coinpadione e quel ridicolo che s’è odervato cadere sì di frequente sulle azioni e debolezze altrui \ ma per quella circofpezione ancora, e dudio d’ognuno d’occultare le verità, o di presentarle e palliarle ad altri con colori alterati, e talvolta MENTITI – GRICE MEAN MENTARE MENTIRE -- da quel che si conoscono. Perciocché in ed'etto ciò non è, che tacere il reai delle cose che più si sente e s’approva, per regolarci cogli altri pel1’apparente, che 11 lente e s’approva meno, amando meglio adulare e lufingare col facile che illuminar col mdìcile, e infadidir sà dedi con tacer quel reale, più todo che offendere o turbar altri con lor palefarlo. E ciò non ]xr altro che per conciliare una pari condifeendenza d’altri verso di sè medefìmi, contenti cosi gl’uomini con sì bel garbo, quasi d’ingannarfi a gara a chi fa far meglio, e di convenzione comune. Essendo poi queda più o meno la pratica universale, il reai delle cose non è dunque così arcano e incredibile, come è creduto, ed è anzi più noto ed approvato dell’ apparente, ancorché fimulato quello, e adombrato nelle azioni comuni ederae. E s’odervi, come queda simulazione delle verità reali conofeiute in occulto, è poi altresì SMENTITA – GRICE MEAN MENTIRE MENTARE SMENTIRE SMENTARE -- elfa deda io palele d’ognuno, allor eh’ei dichiara ad alta voce, che le cognizioni umane son tutte incerte e fallaci, e che gl’uomini son soggetti tutti a sbagli e a illusioni, alle quali espressioni tutti fan eco ed applauso; ciò che propriamente é un vero accordarsi da tutti che sebbene gl’uomini si regolino pell’apparente, per cui s’ingannano, tengono nondimeno mi mente e in cuore un reale, per cui alla line del conto, puc ad onta loro li disìngannano. Ed è cosa maravigliosa, come è lecito ad ognuno di dichiarare impunemente e con lode che fian gl’uomini in genere deboli, lufinghieri, e ad errore soggetti; e non ardisca poi alcuno di far la ileda dichiarazione ad un altro, di quello stesso in ispecie, anzi sia quella creduta cosa villana e indiscreta. L’ignoranza dunque delle verità reali è polla non già nel non conoscerle, ma nel simularle ad altri pelle apparenti j mercecchè d’altronde se tutti conoscono, le cognizioni umane elTer generalmente fallaci, in quella conoscenza medesima additano molto bene, le reali eHer loro pur note, e a qualche modo non son più nell’inganno, rollo che conoscono d’eflTervi . Quindi si presenta f altra verità pur avvertita, la qual è, che se gl’uomini prendono errore nel regolarsi per cognizioni apparenti, senza badare se convengano o non convengano quelle colle reali, il prendono molto maggiore, quando condotti perciò in un pelago di contraddizioni e d’IMPLICANZE O IMPLICATURE, dal qual non fan come uscirne, e per uscire dal quale son indi allretti a ingannarli, a tradirsi, a combattersi insieme con quella serie di calamità, delle quali non cessano di lagnarsi, si volgono a imputar tutto quello alla natura, o ai grande autore di ella; quando C.Z//7.n.a» ò indubitato doverli tutto ciò ascrivere alla loro pigrizia, per cui non curano di proceder dall’apparente al reai delle cose, e s’arredano alle prime im» S rdfioni degl’oggetti edemi a loro favore, senza ba- are se con ciò ìiano giudi o ingiudi cogli altri. E in vero che gl’uomini per certa inerzia e condifcendenza, prefertfcano d’adularfi e d’accarezzarfi insieme con vide d’ambizione, di fado, e di altre verità apparenti, in luogo d’iltuminarfi colle reali, temendo ancora per quede di od'endere o conturbare i più inclinati a quelle; può ciò palfarfi, benché con poco onore dell’umana ragione, purché ne’mali che O 3 con 'Òt ex con ciò s’adunano intorno, si compatifeano e si difendan fra loro. Quello infatti è ciò che avviene di via ordinaria, e ben fel vede ogni più faggio ed attento, nel quale eccita ancor tenerezza il vedere come quelli poveri spenlìerati, poiché son caduti per inavvertenza negl’inganni più vergognosi, fatti indi accorti di quelli per li difordini che ne confeguono, accorrano ad alfillerfi per ufeirne, a compatirli, e a prellarfi SOCCORSO GL’UNI AGL’ALTRI – HELPFULNESS --, comprovando cosi a elTervi incorfi quasi di consenso uniforme. Fin qui li mollrano elfi di un carattere timido e incauto, ma buono almeno e sincero. Ma che poi vi fian di quelli, i quali degli errori e de’mali che s’attirano sopra per loro pusillanimità e miseria di spirito, accusino la natura, quando quella con ingenuo candore fuggerifee loro che oltre all’apparente v’à negl’oggetti un reale, cui va quello riferito, al qual fine oltre ai sensi, per cut apprender gl’oggetti, dà altresì un intelletto, per cui confrontarli; quella non può negarsi che non sia la cecità r e la llolidezza maggiore. PalTando poi al proposìto delle lingue, la verità più considerabile avvertita di sopra in ordine ad elTe e che quantunque sian quelle dellinate a rapprefentare ad altri, e a esprimere gl’oggetti e le cognizioni per quelli apprese; non son però così atte a far quello, come il sembrano a prima villa; e eh elTcndo anzi elTe imperfette per esprimer le cognizioni reali, servono di fomento per dilatare e dar rifalto al- (.é)CJCyi.n.u ìe apparenti a esclulìone delle reali medellme. Cib avviene per mancanza d’analogia necessaria fra le cose e le parole – GRICE ON GELLNER AND FOUCAULT -- per cui s’esprimono, e fra la diver-11 tà colla quale s’apprendono e si combinano gl’oggetti, e quella colla quale si proferifeono e si combinan le voci; come altresì fra le foggie, colle quali cangiano quelli e quelle, che non àn connefilone o dipendenza necessaria veruna l’une coll’altre. Quefta osservazione che pare nuova nell’enunciarla non n trova tal nella pratica, se si ponga mente alle tante ^legazioni, coment!, glose, e interpretazioni che {penb occorrono per i’ intelligenza degl’altrui pensamcnti sui libri, o sulla lettera di efli, massiime se sì tratti di leggi, di costumi, e d’azioni antiche cfprefie con lingue perdute. Le quali interpretazioni fan conoscere che non solo i costumi diversi pallati non àn relazione necessaria conosciuta veruna cogli (ieflTi presenti, ma che le lingue pur morte diverse non 1’anno con una llefla pur viva, e ciò senza dipendenza di ciascuna di quefle relazioni coll'altra; giacché per le flelTi voci antiche si dedano diversi, e talor contrari concepimenti in persone d’una lingua medefìma da quella diversa, alfiflellb tempo. Quindi molto più apparisce l’incapacità delle lingue per dettar regole di vita, che servano a tutti i tempi e i luoghi, ne’quali si cangiano e i costumi e le lingue; e come elTendo le azioni, per quanto pajan connmili, ciascuna diversa da tutte l’altre alio flelTo, e molto più a’tempi diversi, ciascuna doveflb (j)C.F/. ».t. efigere quasi una legge diversa, o dettata diversamente, essendo invero impossibile il comprenderle e regolarle tutte, colla fiefia esprefiìone di voci. Certo è che nella pratica ancor più sensata una legge per esempio che non può dettarli dai legislatore che su tutti i casi in afiratto non avvenuti, dee sempre dal saggio giudice interpretarsi nell’applicarla ai casi avvenuti particolari, cial'cun de’quali è noto diversificare da tutti gl’altri per adiacenze, occasioni, circostanze e motivi che lo accompagnano; senza di che quella legge si trova sempre al proposito o rigida o lenta, o mancante o eccesiiva, o facile o severa. I britannici che pa|ono aver sempre del singolare, col soggettarsi alla lettera materiale delle lor leggi più tolto che al SENSO O SPIRITO d’esse, non si sono accorti che d’uomini ragionevoli eh’ ei sono, si son contentati di confiderarsi come tanti automi, da muoversì per quelle leggi come per molle, a guisa di figure in un quadro movibile; operando cosi non pella ragione lor viva, ma per la morta di alcuni loro vecchi parlamentari, non certamente d’efll più ragionevoli. Finalmente dall’esser le lingue più atte a diffonder le cognizioni apparenti che a efpor le reali, si conferma la verità prima suddetta che gl’uomini in generale abbiano ad elTer più ricchi di quelle che di quelle cognizioni; giacché la favella, per cui s’avanza 1’apparente, è infatti più comune della riflelfione e della meditazione, per cui s’avanza il reale. Ciò che conviene col detto ancor popolare che la verità e la virtù sincera Ila nell’azione e non nella favella – a man of words and not of deeds is like a garden full of weeds --, e che gl’uomini più millantatori e loquaci – come CICERONE -- Ibn meno attivi degl’altri – COME MARCO ANTONIO --. Il giudicarli più virtuosì e più saggi, perchè più parlano di virtù e di saviezza, ognun fa eh’è un giudicio dubbio ed equivoco; e che quando ancora si verifica elTo della virtù e faviezza apparente, della reale non potrà verificarli giammai. Del rimanente io son certo che in proposito di quella mia solenne distinzione d’apparente e di reale – BRADLEY APPEARANCE AND REALITY --, di che ò fatto qui si grand’uso, alcuni avrebbero desiderato eh’io ravelli meglio specificata, esemplificandola su soggetti particolari, e tnalTime su quei che riguardano la comun fulTillenza e i comuni aflàri, e aflegnando in elfi ciò che sia apparente e ciò che sia reale, o distinguendo 1’uno diair altro. Quello non puo io qui fare, trattando d’oggetti, di costlumi, e di cognizioni in genere. Trovo però d’averlo fatto in altro luogo, ove trattando particolarmente dell'economia e del governo de’popoli, ò polle molte proposizioni col titolo d’errori popolari, che sono tante verità apparenti alle quali ne ò contrappollo altrettante col titolo di ^JJiomi, che non sono che veri- '-Secxiii ^ errori contrarie delle quali proposizioni un saggio fa ancor veduto da alcuni. Lo lleflo potrà farsi d’ognuno in qualsìvoglia altro particolare soggetto che se gli presenti alla mente j o eh’ ei prenda in consìderazìone, fui quale procedendo col metodo col quale io son proceduto in quello, allora dovrà sempre temere di giudicare per 1’apparente, quando flando alle prime impressioni de’ (enfi, badi al particolare di sè fteflo o d’alcuni, trafeurando il rimanente degl’altri; e allora potrà a(^ sicurarsi di giudicare realmente, quando badando al particolar di sè (le(To o d’alcuni, abbia altresì riguardo al comune di tutti, a somiglianza di giuda e imparziale natura. Que(ia amica di tutti, non tien nelTuni nemici, e non opera mai per uno, che con relazione all’univerfale degl’uomini e di se def- (a ; e il medesimo dee fare chiunque penfi imitarla. I N- /^Ggetti apprenGbili origini della fiTelIa. Gianmaria Ortes. Ortes. Keywords: verso. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ortes” – The Swimming-Pool Library. Ortes.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z A AB

GRICE ITALO A-Z G GI

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z A ASS