GRICE ITALO A-Z O ORO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Oro:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Grice e Trissino
– la difficoltà dei segni di Trissino non favorì la diffusione della sua
filosofia – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta -- filosofia italiana (Vicenza). TRISSINO-DAL-VELLO-D’ORO -- or ORO
(Vicenza). Filosofo italiano. Vicenza,
Veneto. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della cultura
rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente il
modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si interessò,
infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di
musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di
numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche presso
i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che riguarda la
cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva rimodellare la
poesia italiana. Fu anche un grande diplomatico e oratore politico in
contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali Niccolò
Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico Ariosto,
Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila, Niccolò
Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X, Clemente
VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per conto del
papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un fedelissimo,
come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse l'architetto Andrea
Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli, vicino Vicenza, che
venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato al culto della
bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. O. nacque da antica e
nobile famiglia. Suo nonno Giangiorgio combatté nella prima metà Professoreil
condottiero Niccolò Piccinino, che al servizio dei Visconti di Milano invase
alcuni territori vicentini, e riconquistò la valle di Trissino, feudo avito. Suo
padre Gaspare era anch'esso uomo d'armi e colonnello al servizio della
Repubblica di Venezia e sposò Cecilia Bevilacqua, di nobile famiglia veronese.
Ebbe un fratello, Girolamo, scomparso prematuramente, e tre sorelle: Antonia, Maddalena,
andata in sposa al padovano Antonio degli Obizzi, ed Elisabetta, poi suor
Febronia in San Pietro nel 1495 e dal 1518 rifondatrice insieme a Domicilla
Thiene di San Silvestro. Targa marmorea che Trissino fece
realizzare a ricordo del suo maestro Demetrio Calcondila in S.Maria della
Passione a Milano Trissino studiò greco a Milano sotto la guida del dotto
bizantino Demetrio Calcondila, sodale di Marsilio Ficino, e poi filosofia a
Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Da questi maestri imparò l'amore per i classici
e la lingua greca, che tanta parte ebbero nel suo stile di vita. Alla morte di
Calcondila, fece murare una targa nella chiesa di S.Maria della Passione a
Milano, dove fu sepolto il suo maestro. Sposa Giovanna, figlia del giudice
Francesco Trissino, lontana cugina, da cui ebbe cinque figli: Cecilia, Gaspare,
Francesco, Vincenzo e Giulio. Trissino sostene l'Impero come istituzione, come
d'altronde era tradizione nella sua famiglia da generazioni, ma ciò venne
interpretato in spirito antiveneziano e, per questo, egli fu temporaneamente
esiliato dalla Serenissima. Nel 1515, durante uno dei suoi viaggi in Germania,
l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo lo autorizzò all'aggiunta del predicato
"dal Vello d'Oro" al proprio cognome e alla relativa modifica dello
stemma gentilizio (aurei velleris insigna quae gestare possis et valeas), che
nella parte destra riporta su fondo azzurro un albero al naturale con fusto
biforcato sul quale è posto un vello in oro, il tronco accollato da un serpente
d'argento e con un nastro d'argento tra le foglie, caricato del motto "PAN
TO ZHTOYMENON AΛΩTON" in lettere maiuscole greche nere, preso dai versi
110 e 111 dell'Edipo re di Sofocle che significa "Chi cerca trova",
privilegi trasmissibili ai propri discendenti. Stemma di Giangiorgio Trissino
dal Vello d'Oro come appare nel volume dedicatogli da Castelli. In quegli
stessi anni intraprese diversi viaggi tra Venezia, Bologna, Mantova, Milano
(dove conobbe Trivulzio, comandante francese) e Padova (dove riscoprì il De
vulgari eloquentia di Dante Alighieri). Poi si recò a Firenze ed entrò nel
circolo degli Orti Oricellari (i giardini di Palazzo Rucellai) in cui si
riunivano, in un clima di marca neoplatonica e di classicismo erudito,
Machiavelli e i poeti Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai ed altri.
Qui il Trissino discusse il De vulgari eloquentia e compose la tragedia
Sofonisba. Questi anni agli Orti Oricellari furono centrali, sia per quanto il
poeta ricevette intellettualmente, sia per la forte impronta che lasciò sui suoi
sodali: si vedano le tragedie di Giovanni di Bernardo Rucellai e il poemetto le
Api (in endecasillabi sciolti, concluso dalle lodi del Trissino, cfr. il
paragrafo sul Profilo religioso del Trissino) o le poesie pindariche di Luigi
Alamanni, o ancora i punti di contatto fra le tante digressioni erudite
sull'arte militare contenute nell'Italia liberata dai Goti che rimandano
all'Arte della guerra del Machiavelli, elaborata proprio in quegli anni. Anzi,
le idee linguistiche del poeta spronarono lo stesso Machiavelli a scrivere
anche lui un Dialogo sulla lingua, nel quale difende l'uso del fiorentino
moderno (cfr. il paragrafo Opere linguistiche). In seguito si recò a Roma, dove
stampò la Sofonisba -- dedicandola papa Leone X -- la prima tragedia regolare,
e la famosa Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana
(dedicata a Clemente VII), un arditissimo libello in cui si suggeriva
l'inserimento nell'alfabeto latino di alcune lettere greche per segnalare
alcune differenze di lettura. Intanto il figlio Giulio, di salute cagionevole,
venne avviato dal padre alla carriera ecclesiastica e, dopo il suo soggiorno a
Roma sempre presso papa a Clemente VII, divenne arciprete della cattedrale di
Vicenza. Sempre a Roma, O. diede alle stampe alcuni testi fondamentali: la
versione riveduta della Epistola, la traduzione del De vulgari eloquentia, Il
castellano (dialogo sulla lingua, dedicato a Cesare Trivulzio ed ispirato a
quello dantesco), le Rime (dedicate al cardinale Niccolò Ridolfi) e le prime
quattro parti della Poetica (il primo trattato ispirato alla Poetica di
Aristotele, da poco riscoperta), con le quali il programma di riforma
letteraria classicheggiante avviato con la Sofonisba può dirsi quasi concluso.
Per i prossimi 20 anni il poeta non stamperà più nulla. Queste opere
sollevarono un grande clamore per la loro arditezza e disorientarono (o meglio:
orientarono diversamente) la nascente letteratura italiana: nessuno aveva osato
finora riformare addirittura l'alfabeto, né aveva avuto ardire di cancellare
l'intero sistema dei generi in uso fin dal Medioevo (le sacre rappresentazioni
e il poema cavalleresco, in primis) per farne sorgere dal nulla dei nuovi, cioè
poi quelli antichi (la tragedia, la commedia e il poema epico). Da questi
libelli prese avvio la secolare questione della lingua italiana. A Bologna, nel
corso dell'incoronazione di Carlo V a Re d'Italia e Sacro Romano Imperatore,
egli ebbe il privilegio di reggere il manto pontificale a Clemente VII e Carlo
lo nominò conte palatino e cavaliere dell'Ordine Equestre della Milizia Aurata.
Secondo quanto riportato dallo storico Castellini, Trissino rifiutò posizioni
di potere offertegli dai pontefici a seguito dei successi riportati come
diplomatico (Nunzio e Legato), ad esempio l'arcivescovado di Napoli, il
vescovado di Ferrara o la porpora cardinalizia, in quanto desideroso di una
propria discendenza ed essendo il figlio Giulio avviato nella gerarchia
ecclesiastica. Rientrato a Vicenza sposa Bianca, figlia del giudice Nicolò
Trissino e di Caterina Verlati, già vedova di Alvise di Bartolomeo O. Da Bianca
ebbe due figli: Ciro e Cecilia. Alla nomina di Ciro come erede universale, si
scatenarono le ire di Giulio che per lungo tempo lottò in tribunale contro il
padre e il fratellastro per poi morire in odore di eresia calvinista. Anche a
seguito delle divergenze causate dai cattivi rapporti con Giulio, la coppia si
divise quando Bianca si trasferì a Venezia, dove morì. Trissino manifestò il
proprio fervente sostegno all'Impero dedicando, qualche anno prima della morte,
a Carlo V il suo poema in 27 canti L'Italia liberata dai Goti, il primo poema
regolare destinato, come si vede fin dal titolo, ad essere importante per la
Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Stampa anche la commedia I Simillimi,
anch'essa la prima commedia regolare. Villa O. di Cricoli Intanto nella villa
di Cricoli alle porte di Vicenza, già dei Valmarana e dei Badoer e acquistata
dal padre Gaspare, si radunava una delle più prestigiose Accademie vicentine.
Qui Trissino scoprì uno dei più grandi talenti della storia dell'architettura,
Andrea Palladio, di cui fu mentore e mecenate, che portò nei suoi viaggi con sé
ed educò alla cultura greca e alle regole architettoniche di Marco Vitruvio
Pollione. Morì a Roma l'8 dicembre 1550 e fu sepolto nella Chiesa di Sant'Agata
alla Suburra. Vennero alla luce le ultime due parti della sua Poetica, la
quinta e la sesta (dedicate ad Antonio Perenoto, vescovo di Arras), che erano
comunque già pronte, come si evince dalla chiusura della quarta parte. Progetta
e attua una imponente riforma della lingua e della poesia italiane sui modelli
classici, cioè la Poetica di Aristotele da poco riscoperta, i poemi di Omero, e
le teorie linguistiche esposte di Alighieri nel “Della volgare eloquenza”
riscoperto da lui stesso a Padova. Un programma in piena antitesi sia con la
moda del petrarchismo di P. Bembo, sia con quella del romanzo cavalleresco
incarnato supremamente dall' “Orlando furioso” di L. Ariosto, che allora
infuriavano. Il programma di riforma venne esposto attraverso saggi diversi,
cioè un saggio di orto-grafia e di orto-fonetica (Epistola dele lettere
nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, dedicata a Clemente VII), un saggio
di teoria della lingua italiana (Il castellano, dedicato a C. Trivulzio), due
saggi di grammatica (“Dubbii grammaticali” e la “Grammatichetta”) e un manuale
di teoria dei generi letterari (“Poetica”). Tali proposte (specie quella di
modificare l'alfabeto inserendovi alcune lettere greche così da rendere
visibili le differenti pronunce di alcune vocali e di alcune consonanti) e la
riscoperta del “Della volgare eloquenza” di Aligheri) sono clamorosi e fa
esplodere in Italia la secolare questione della lingua, idealmente chiusa da “I
promessi sposi” di Manzoni. Questa intensa speculazione teorica ha il suo
sbocco fattuale in quattro saggi poetici, tutte molto importanti: la Sofonisba
(dedicata a Leone X), la prima tragedia regolare della letteratura moderna
(regolare si definisce un'opera costruita secondo le norme derivate dai testi
classici, essenzialmente la Poetica di Aristotele e l'Ars poetica di Orazio),
L'Italia liberata dai Goti (dedicata a Carlo V), il primo poema epico regolare,
e I simillimi (dedicata al G. Farnese), la prima commedia regolare. Si aggiunga
un volume di poesie d'amore e di encomio (Rime, dedicato a N. Ridolfi) di gusto
anti-petrarchista e ispirato ai poeti siciliani, agli Stilnovisti, ad Aligheri
e alla tradizione del Quattrocento, tutte cassate dal Bembo. Anche queste opere
sollevarono un grande dibattito, ma saranno destinate ad avere un ruolo
centrale nello sviluppo degl’umanita italiana ed europea, se si considera
l'importanza che la tragedia e l'epica, ad esempio, hanno in tutta Europa. A
lui si deve anche l'invenzione dell'endecasillabo sciolto (cioè senza rima) ad
imitazione dell'esametro classico, anche questa un'invenzione destinata a fama
europea. La sua produzione comprende diversi generi: innanzitutto un
Architettura, incompleto, ricerche sulla numismatica, traduzioni, ed orazioni
varie. Se ci si concentra solo sugli studi di teoria del linguaggio, si ha a
che fare con pochi testi, ma tutti rilevantissimi, attraverso i quali struttura
un coerente programma di riforma del linguaggio sui modelli classici e sul
linguaggio d’Alighieri ispirato alla Poetica di Aristotele, ad Omero e al
“Della volgare eloquenza”, un sistema da opporre sia alle Prose della volgar
lingua del Bembo di qualche anno prima, che aveva dato come modelli solo
Petrarca e Boccaccio (riducendo, quindi, i generi letterari solo alla lirica e
alla novella), sia all'”Orlando furioso” di L. Ariosto, che è un romanzo
cavalleresco e non un poema epico. Attraverso il proprio programma iverrà a
creare una tradizione di gusto classico del tutto nuova che nei secoli a venire
si affiancherà al bembismo sebbene agli inizi gli fu avversario. Il suo sistema
iinfatti, vuole sopperire ai vuoti lasciati dal petrarchismo bembesco e
proseguire lo sperimentalismo della tradizione antica e quattrocentesca (la
cosiddetta docta varietas). Né egli e l'unico convinto di queste idee, come si
dice ancora oltre, ma era affiancato da Speroni, Tasso (padre di Torquato),
Brocardo, Tolomei, Colocci, Equicola e altri ancora. Volendo sintetizzare, le
sue opere si raccolgono intorno a tre date: Dà alle stampe a Roma la tragedia
“Sofonisba” (composta prima agli Orti Oricellari) e l'Epistola sulle lettere da
aggiungere all'alfabeto. Tutte le sue opere stampate in vita sono scritte
secondo l'alfabeto da lui congegnato e non con l'alfabeto usuale. Vengono date
alle stampe sei opera: “Della volgare eloquenza”, le prime IV parti della
Poetica, il dialogo “Il castellano, le Rime, i Dubbi grammaticali e la
Grammatichetta. Dà alla luce il poema L'Italia liberata dai Goti, e la commedia
I simillini. Passeremo in rassegna le principali opere poetiche, tranne gli
Scritti linguistici, che hanno un paragrafo apposito. La Sofonisba è in
assoluto la prima tragedia regolare della letteratura europea, destinata a
vasta fortuna specie in Francia. Secondo il modello antico, Trissino compone
una tragedia in endecasillabi sciolti, che imitano i trimetri giambici (il
verso a questa data fa la sua prima apparizione), divisa in quadri da cori
rimati: alcuni cori sono canzoni petrarchesche mentre altri, invece, canzoni
pindariche (che fanno anch'esse qui la loro prima apparizione e si ritroveranno
nella poesia di Luigi Alamanni e poi ancora di Gabriello Chiabrera).
L'argomento (con sensibile differenza dai classici antichi) è storico (preso da
Tito Livio), non fantastico, mitico o biblico. L'azione, come poi sarà canonico
nel teatro regolare, si svolge nello stesso posto (unità di luogo) e nello
stesso giorno (unità di tempo) e prevede in scena un numero limitato di
persone. Venne recitata durante il carnevale di Vicenza, messa in scena
dall'amico e allievo Andrea Palladio. La proposta piacque, tutto sommato, e
riscosse successo: l'endecasillabo sciolto, metro nuovo, fu approvato anche dal
Bembo (come ricorda Giraldi Cinzio) e divenne da allora in poi il metro quasi
canonico del teatro italiano, specie tragico (vedi sotto). Anche nelle Rime si
mostra uno sperimentatore e il Petrarca, modello obbligatorio a prescindere dal
Bembo, si fonde con immagini derivanti da altre epoche e da altri autori, in
special modo la poesia occitana, quella siciliana, gli stilnovisti e Dante, i
poeti quattrocenteschi. Nel sistema del Trissino è possibile usare ancora metri
come, ad esempio, i sirventesi e le ballate (cassati dal Bembo) o anche
introdurre particolari nuovi come gli occhi neri di guaiaco della donna amata,
immagine inventata dal poeta su un referente quotidiano della cultura
cinquecentesca e non in linea con le immagini tipiche del Petrarca (occhi di
stelle e simili). Il Castellano è un dialogo sulla lingua dedicato a Cesare
Trivulzio, comandante francese a Milano. Si ambienta a Castel Sant'Angelo e ha
per protagonisti Giovanni di Bernardo Rucellai (il castellano, appunto) e
Strozzi, amici degli Orti Oricellari. Il Trissino espone per bocca del Rucellai
il suo ideale linguistico, preso dal De vulgari eloquentia, cioè quello di un
volgare illustre o cortigiano, mobile ed aperto, fondato in parte sull'uso
moderno e concreto della lingua, e in parte sugli autori della tradizione
letteraria. Questi autori sono soprattutto Dante e Omero poiché dotati di
enargia, cioè della capacità di rendere visibili a parole ciò di cui stanno
narrando. Le idee linguistiche del Trissino sollevarono grande clamore (fondate
com'erano su un testo la cui paternità dantesca non era ancora assicurata) e
fecero scoppiare il secolare 'dibattito sulla lingua italiana' concluso, come
detto, almeno idealmente, dal Manzoni tre secoli dopo. Fra i molti che
parteciparono al dibattito si ricordi il fiorentino Machiavelli al quale il
Trissino aveva letto il De vulgari eloquentia sempre agli Orti Oricellari, il
Bembo, ovviamente, Sperone Speroni, Baldassarre Castiglione. Poetica Le teorie
che soggiacciono a questo vasto programma vengono esposte nella Poetica, libro
fondamentale non solo per il Trissino, essendo in assoluto il primo libro di
poetica in Europa ad essere modellato sulla Poetica di Aristotele, destinato a
fama secolare in tutto il continente. Né banale né senza rischi era, come
potrebbe apparire, l'idea di resuscitare dei generi letterari di fatto morti da
millenni e lontani per gusto e ispirazione dalla società rinascimentale. Sul
piano linguistico immagina una lingua di ispirazione dantesca e omerica,
cortigiana e illustre, che contempli l'innovazione e la tradizione, che sia
aperta a una collaborazione ideale fra varie regioni italiane e non sul
predominio esclusivo del toscano trecentesco, che ottemperi anche l'inserimento
di neologismi e di dialettismi. Nella poesia lirica si appoggia, sempre dietro
Dante, alla tradizione occitana, siciliana, stilnovista e dantesca e anche
petrarchesca. Nella metrica saccheggia ampiamente il trecentesco Antonio da
Tempo che ancora contempla ballate e sirventesi, generi cassati dal Bembo, come
detto, e si mostra vicino allo sperimentalismo della poesia quattrocentesca.
Discorre, inoltre, della possibilità di utilizzare in italiano metri di stile
greco e latino, come fatto da lui nei cori della Sofonisba, proposta che avrà
grande successo nei secoli a venire, specie nella poesia per musica e nel
melodramma. Discorre poi della tragedia, della commedia, dell'ecloga teocritea
e del poema omerico, i generi resuscitati dal mondo classico. A ogni genere
vengono date ovviamente le proprie regole tratte da Aristotele, cioè le unità
di tempo e di luogo, per la tragedia e la commedia, e le unità narrative, per
il poema epico. Vengono quindi stabilite le nette differenze fra il romanzo
cavalleresco e il poema epico. Mentre il romanzo cavalleresco narra una vicenda
fantastica costituita dall'intreccio di molte storie diverse (alcune delle
quali destinate a non chiudersi nel poema poiché non necessarie alla
conclusione generale della vicenda), nel poema epico, invece, la vicenda dovrà
essere di matrice storica e dovrà essere unitaria e conclusa: essa cioè dovrà
venire raccontata dall'inizio alla fine, e i pochi protagonisti dovranno
ruotare tutti attorno ad essa, tutti per un solo scopo, e le loro vicende
dovranno venire concluse entro l'arco del poema, non lasciando nulla in
sospeso. Il genere epico, inoltre, secondo una caratteristica che gli diventerà
propria, viene dal Trissino investito di un alto valore morale e politico,
profondamente pedagogico, ignoto al romanzo, che lo trasformano in un percorso
di formazione morale e culturale. Per questi tre generi nuovi, il poeta propone
l'endecasillabo sciolto, corrispettivo moderno dell'esametro e del trimetro
giambico classici (vedi paragrafi sottostanti). Sul piano dello stile e dei
registri il poeta rimanda alle teorie dei greci Demetrio Falereo e di Dionigi
di Alicarnasso, che ponevano come vertice dello stile poetico l'energia, cioè
la capacità di rappresentare visivamente con le parole le cose di cui s sta
narrando, prerogativa, per il Trissino, dello stile di Omero e Dante. Sempre
dietro Demetrio e Dionigi, divide la lingua italiana in quattro registri
stilistici e non tre, come voluto dalla tradizione medievale e bembesca (la
cosiddetta rota Vergilii, secondo la quale esistono 3 registri stilistici
soltanto: quello basso, esemplificato dalle Bucoliche, quello medio dalle
Georgiche, e quello alto o tragico dell'Eneide). Questo veniva a reimpostare
daccapo i rapporti ormai consolidati fra genere letterario e registro
stilistico, e fu una novità che avrebbe causato non poco l'insuccesso di un
poeta il cui punto debole fu proprio lo stile. Tornò in scena con L'Italia
liberata da' Gotthi, un vastissimo poema di endecasillabi sciolti in 27 canti,
iniziato intorno nell'età di Papa Leone X. Esso è di fatto il primo poema epico
moderno e sarà destinato, come la Sofonisba, a inaugurare un genere del tutto
nuovo, in dichiarata antitesi alla tradizione medievale del romanzo
cavalleresco che in quegli anni stava sfondando con Ariosto. L'idea che
soggiace alla composizione dell'opera è illustrata nella famosa Dedica a Carlo
V che precede il poema, dove O. dichiara di essersi ispirato ovviamente ad
Aristotele e all'Iliade di Omero. Con la guida di Omero e di Demetrio Falereo
(e non di Dante, si noti), inoltre, reclama l'uso di un volgare illustre che
contempli l'inserimento di voci dialettali, arcaiche o anche latine e greche,
come infatti nel poema avviene. Come detto più volte, inoltre, lo scopo del
poema è 'ammaestrare l'imperatore', non solo attraverso dei modelli
cavallereschi, ma anche attraverso conoscenze tecniche di architettura, arte
militare e via di seguito. Il poema è ligio, insomma, a quanto stabilito nella
Poetica: la trama è tratta da un accadimento storico cioè la guerra gotica tra
l'imperatore bizantino Giustiniano I e gli Ostrogoti che occuparono l'Italia
(per la quale il poeta segue lo storico bizantino Procopio di Cesarea), che
viene raccontata dall'inizio alla fine, e i (relativamente) pochi protagonisti
ruotano attorno ad essa. I personaggi, a loro volta, saranno specchio di
altrettanti vizi e virtù da correggere, in questa crociata che sarebbe anche un
percorso di formazione bellica e morale del suo lettore ideale, cioè Carlo V
stesso. Il poema, atteso da vent'anni dai dotti italiani, fu uno dei più
clamorosi fiaschi della storia letteraria italiana, come noto, anche se ebbe un
impatto profondissimo. Critiche violente vennero da Giambattista Giraldi Cinzio
(che ne parla nei suoi Romanzi) e da Francesco Bolognetti, ma non solo. I quali
derisero il poema per la sua imitazione pedissequa dei valori dell'eroismo
classico (grandezza e generosità d'animo, nobiltà e gloria), per l'attenzione
estrema alla corretta applicazione delle regole aristoteliche, più che alla
fluidità della narrazione o al dare un rilievo psicologico ai personaggi,
assolutamente frontali. Inoltre, la ripresa parola per parola del modello
omerico (ma in generale di tutte le moltissime fonti tradotte dal poeta) fu
ritenuta noiosa, e la solennità dell'argomento venne a scontrarsi con la
prosaicità dello stile trissiniano, del metro senza rima costruito in maniera
formulare (come quello di Omero ovviamente) che rende il dettato fiacco e
stereotipato. I lunghi intervalli eruditi, inoltre, in cui il poeta si dilunga
nelle descrizioni degli accampamenti, dei monumenti della Roma medievale, di
città, architetture, armature, eserciti, giardini, mappe geografiche dell'Italia,
precetti morali, massime e apologhi eruditi e via di seguito, soffocano la
narrazione epica (nella prima edizione il poema è addirittura corredato da tre
cartine geografiche) e rendono il poema di difficile lettura. Ciò non toglie,
tuttavia, che l'Italia liberata abbia un posto di rilievo nella letteratura: la
visione di un mondo superiore di eroi solenni e composti nella dignità del loro
ideale e della loro missione, tipicamente aristocratici, anticipava le
preoccupazioni morali della Controriforma. Sarà proprio alla fine del secolo,
infatti, che il poema trissiniano avrà la sua fortuna, col Tasso ma non solo.
“I simillimi” w l'ultima opera stampata dal poeta e i modelli sono indicati da
lui stesso nella dedica a Farnese: Aristofane e la Commedia antica -- Menandro
è stato riscoperto solo nel Novecento) -- sul modello della quale il Trissino
ha fornito la favola dei cori (con l'appoggio anche dell'Arte poetica di
Orazio) ma non del prologo. Dichiarata è anche l'ascendenza da Plauto
(essenzialmente i Menecmi). Il testo è costruito in versi sciolti, ovviamente,
mentre i cori sono costituiti anche da settenari e sono rimati.Le opere
linguistiche Frontespizio del Castellano di Giangiorgio Trissino, stampato con
lettere aggiunte all'alfabeto italiano da quello Greco. I suoi saggi di
filosofia del linguaggio sono essenzialmente quattro: l'Epistola, Castellano,
Dubbi, Grammatichetta, oltre, ovviamente la Poetica. Accese discussioni suscita
il suo esordio letterario, cioè la proposta di ri-formare l'alfabeto classico
italiano, di radice latina – Lazio -- contenute nell' “Ɛpistola del Trissinω”
delle lettere nuωvamente aggiunte nella lingua italiana”, dove suggerisce
l'adozione di grafia dell’abecedario di vocali e consonanti della fonologia
greca al fine di “dis-ambiguare” un segno diversi resi allora, e ancor oggi,
con il medesimo segno grafico: e e o aperte (“ε” ed “ω”) e chiuse, z sorda e
“z” sonora (“ζ”) – “Speranζa” -- nonché la distinzione dell’“i” e dell’ “u” con
valore di vocale (i, u), o di consonante (j, v). Ri-propone questa idea,
sebbene ricorrendo a segni diverse, anche l'accademico della Crusca
(cruschense) Salvini, sempre senza successo. Accolta fu nei secoli a venire,
invece, la sua proposta di utilizzare la “z” al posto della “t” nelle vocaboli
latini che finiscono in “-tione” (implicatione > “implicazione” -- oratione
> orazione) e di distinguere sistematicamente il segno “u” dal signo “v”
(uita > “vita”) I punti principali dell'abecedario riformato sono i
seguenti: carattere fonema Distinto da Pronuncia “Ɛ”, “ε”; E aperta [ɛ] E e E
chiusa [e] “Ω” “ω” O aperta [ɔ] O o O chiusa [o] V v V con valore di consonante
[v] U u U con valore di vocale [u] J j con valore di consonante J [j] I iI con
valore di vocale [i] “Ӡ” “SPERANӠA” “ç” – Sperança -- Z sonora [dz] Z z Z sorda
[ts]. Tali idee vengono confermate. Nel Castellano, propone il modello di una
lingua cortigiana-italiana formata dagli elementi comuni a tutte le parlate dei
letterati della penisola, non solo nel lessico ma anche al livello della
fonetica (visibile ormai grazie al suo abecedario ri-formato). La sua teoria si
appoggia ad Omero e soprattutto alla sua traduzione del “De vulgari
eloquentia”, e vede amplificata nella “Poetica”, in riferimento a tutti i
generi letterari, ed e illustrata materialmente nella sua Grammatichetta messa
a disposizione da Trissino stesso e i Dubbi grammaticali. Alla sua tesi si
dimostrano particolarmente ostili i toscani, ovviamente, visto che Aligheri
stesso asserisce nel trattato che il toscano non è il volgare illustre. Tra di
essi spicca il Machiavelli, come accennato, che compose un “Dialogo sulla
lingua” nel quale reclama la specificità del fiorentino in opposizione a Bembo
e anche a Trissino, che nella grammatica di base parte sempre dalla lingua
letteraria, anche perché l'unica in grado di assicurare a livelli profondi una
similarità fra i vari parlari italiani. Un esempio: se nel toscano di Poliziano
è normale usare “lui” in funzione di soggetto, Bembo invece rispolvera “egli” e
lo stesso fa Trissino. Machiavelli, invece, difende l'uso di “lui”, normale a
Firenze. La riforma trissiniana dei segni dell’abecedario italiano, applicata
sistematicamente da lui in tutti i suoi saggi (anche negli appunti!), è un
prezioso documento delle differenze di pronuncia tra il tosco toscano e la
lingua cortigiana, fra la lingua letteraria e la corretta pronounia Nordica (e
vicentino) perché applica i propri criteri nel pubblicare i suoi saggi o
nell'interpretare alcuni segni del toscano. La conseguente maggior difficoltà
non favoresce la diffusione della sua filosofia e porta diverse critiche da
parte dei filosofi suoi contemporanei. Sebbene sia noto come esegeta
aristotelico, il Trissino si era formato, invece, sul finire del Quattrocento e
nei primi del Cinquecento nelle capitali culturali italiane sature di cultura
neoplatonica e mistica: non ci riferiamo solo agli anni a Milano presso il
Calcondila (amico di Marsilio Ficino) o a Ferrara presso il Leoniceno, ma
soprattutto a quelli trascorsi agli Orti Oricellari fiorentini e nella Roma di
Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici. Importanti sono i due ritratti che ci
vengono lasciati da due contemporanei. Il primo è il quello di Giovanni di B.
Rucellai, che nel poemetto in versi sciolti Le api, dopo aver discusso
dell’armonia cosmica e della dottrina ermetico-platonica dell’Anima Mundi,
specifica: «Questo sì bello e sì alto pensiero / tu primamente rivocasti in
luce / come in cospetto degli umani ingegni O., con tua chiara e viva voce, tu
primo i gran supplicii d’Acheronte ponesti sotto i ben fondati piedi /
scacciando la ignoranza dei mortali». Insomma il Trissino viene riconosciuto
come un interprete del pensiero platonico e, si direbbe, democriteo. Il
secondo, invece, riguarda le esposizioni rilasciate al'Inquisizione, dopo la
morte del poeta, da parte del Checcozzi, il quale dichiara che il Trissino
«faceva discendere le anime umane dalle stelle ne’ corpi e diede a divedere
come i passaggi di quelle di pianeta in pianeta fossero stimate altrettante
morti e dicesse essere pene infernali non le retribuzioni della vita futura ma
le passioni e i vizi» (in B. Morsolin, O.. Monografia di un gentiluomo
letterato, Firenze, Le Monnier). A questo si aggiungano ancora la ripetuta
ammissione di credere nella salvezza per sola Grazia (Morsolin, confermata
nell'Epistola a Marcantonio da Mula), cioè di essere a rigore un luterano, e la
lunga requisitoria contro il clero corrotto contenuta contenuta nell'Italia
liberata, requisitoria che però, come rilevato da Maurizio Vitale (in L'omerida
italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia liberata da'
Gotthi», Istituto Veneto di Scienze ed Arti, ), non figura in tutte le stampe
del poema ma solo in quelle indirizzate forse in Germania. Anche quindi,
auspicava un riordino interno della Chiesa e una sua restaurazione morale, in
linea con il generale movimento di riforma che scoppio' nel Rinascimento, con
Lutero, Erasmo etc.... senza per questo farne un luterano in senso stretto.
Insomma, è un tipico esponente della tradizione religiosa pre-tridentina, in
cui il fervido sostegno alla Chiesa romana e la vicinanza coi papi non
escludono forti iniezioni di filosofia idealista e della scuola di Crotone, di
stoicismo e di astrologia, di tradizione bizantina e millenarismo, in cui
Erasmo da Rotterdam, M.Lutero, Agrippa von Nettesheim, Pico, Ficino si fondono
in una forma religiosa eclettica e ancora tollerata prima dell'apertura del
Concilio di Trento. Le persecuzioni inizieranno dopo la sua morte e vi verrà
coinvolto, invece, il figlio Giulio, vicino al calvinismo, che subirà
l'Inquisizione. Il suo poema, una vera enciclopedia dello scibile, è molto
interessante a riguardo, e queste venature di pensiero religioso inquiete ed
eclettiche sono evidenti in maniera palese. Si ricordino gl’angeli che portano
nomi di divinità pagane -- Palladio, Onerio, Venereo etc... -- e che non sono
altro che allegorie delle facoltà umane o delle potenze naturali (Nettunio,
angelo delle acque, ad esempio, o Vulcano come metonimia del fuoco) come
indicato nel De Daemonius di M. Psello e nel pensiero idealista o accademico. E
questo uno dei punti più bersagliati dai critici contro lui, per primo, ancora
una volta, Cinzio. Di Palladio cura soprattutto la formazione di architetto
inteso come filosofo umanista. Questa concezione risulta alquanto insolita in
quell'epoca, nella quale all'architetto era demandato un compito
preminentemente di tecnico specializzato. Non si può capire la formazione
filosofica ed umanistica e di tecnico specializzato della costruzione
dell'architetto Andrea della Gondola, senza l'intuito, l'aiuto e la protezione
di lui. È lui a credere nel giovane lapicida che lavora in modo diverso e che
aspira a una innovazione totale nel realizzare le tante opere. Gli cambia il
nome in Palladio, come l'angelo liberatore e vittorioso presente nel suo poema
L'Italia liberata dai Goti. Secondo la tradizione, l'incontro tra lui e Gondola
ha nel cantiere della villa di Cricoli, nella zona nord fuori della città di
Vicenza, che in quegli anni sta per essere ristrutturata secondo i canoni
dell'architettura classica. La passione per l'arte e la cultura in senso totale
sono alla base di questo scambio di idee ed esperienze che si rivela
fondamentale per la preziosa collaborazione tra i due "grandi". Da lì
avrà inizio la grande trasformazione dell'allievo di G. Pittoni e Giacomo da
Porlezza nel celebrato Andrea Palladio. E proprio lui a condurlo a Roma nei
suoi viaggi di formazione a contatto con il mondo classico e ad avviare il
futuro genio dell'architettura a raggiungere le vette più ardite di
un'innovazione a livello mondiale, riconosciuta ed apprezzata ancora oggi. Il
sistema letterario inventato dal lui non e il solo tentativo di preservare un
rapporto diretto con la cultura degl’antichi con Aligheri e con l'umanesimo del
Quattrocento, che il sistema bembiano esclude. Molti altri condividevano le sue
idee, infatti, come A. Brocardo, B. Tasso, anche loro intenti a inventare nuovi
metri su imitazione dei classici. Tuttavia, se si eccettua forse S. Speroni, e
uno dei pochi che struttura nella sua Poetica un sistema totale,
onni-comprensivo, aristotelico in senso pieno, dove ogni genere è regolato in
maniera specifica; e questo gli permette di essere un punto di riferimento
privilegiato. Bisogna fare a questo punto una distinzione essenziale fra le sue
produzione filosofica e le sue teorie letterarie. Le opere poetiche, forse con
la sola eccezione della Sofonisba e delle Rime, sono notoriamente brute. Lo
stile è fiacco e prosaico e la narrazione dispersa in mille meandri eruditi,
ragione per cui furono conosciute da tutti, lette e ammirate, ma non apprezzate
né imitate dal punto di vista stilistico. L’invenzione del verso sciolto, che e
centrale nella storia letteraria europea, infatti, non e destinata a fiorire
con lui ma solo alla fine del secolo perché venisse accettata entro un poema di
genere e di stile alto come quello epico. La sua filosofia, invece, trova un
successo secolare, non solo in Italia ma in molti paesi europei specie nel
Settecento, con la nuova moda del classicismo. Questo specie per quel che
riguarda i due generi principali del mondo degl’antichi, la tragedia e l'epica,
e con essi anche il verso sciolto. In Italia si può dire che ha grande fortuna
col verso sciolto e col poema epico, ma minore col teatro tragico. La
Sofonisba, quando usce, non era in Italia l'unica tragedia di imitazione
antica, anche se era la prima: vi erano, infatti, anche quelle di Giovanni di
Bernardo Rucellai, composte sempre agli Orti Oricellari. Ma la tragedia
ispirata ai modelli antici non trovò terreno in Italia e fu soppiantata presto,
già a metà del secolo, da quella 'alla latina' -- cioè piena di fantasmi,
conflitti, colpi di scena e sangue, shakespeariana insomma), riportata in auge
a Ferrara dalle Orbecche di Giambattista Giraldi Cinzio -- una linea di gusto
che, alla fine del Cinquecento e nel Seicento, si sposerà in pieno col teatro
gesuita, di ispirazione anche esso stoica e senecana. Non così nell'epica e nel
verso sciolto. Il poema del Trissino è nominato infatti da tutti i principali
autori epici dell'epoca (e spesso in mala fede), da Bernardo Tasso (intento
anche lui alla realizzazione del poema Amadigi, che nella prima stesura era in
versi sciolti) e Giambattista Giraldi Cinzio (che compose contro l'Italia
liberata il volume Dei romanzi), F. Bolognetti e via via fino a Tasso.
Quest'ultimo parla spesso dell'Italia liberata nei Discorsi del poema eroico e,
sebbene ne rilevi i limiti, la tiene presente chiaramente come modello teorico
e anche in molti passaggi della Gerusalemme liberata (fra cui la famosa morte
di Clorinda, ripresa da quella dell'amazzone Nicandra, ad esempio). Vale la
pena specificare che il titolo di “Gerusalemme liberate”, infatti, non fu
deciso dal Tasso (che nei Discorsi chiama sempre il suo poema “Goffredo”), ma
dallo stampatore A. Ingegneri, che doveva aver notato la somiglianza dell'opera
tassiana col poema trissiniano. Mentre nel Rinascimento i critici iniziavano a
discutere dei rapporti fra poesia epica e romanzo cavalleresco, si assiste a un
lento processo di 'acclimatazione' del verso sciolto nei poemi narrativi.
Dapprima viene usato nei generi minori, come le ecloghe pastorali, i poemetti
georgici, gli idilli o le traduzioni, ma alla fine del secolo sarà impiegato in
opere imponenti come l'”Eneide” di Caro, o nel poema sacro del Mondo creato di
Tasso, o nello stile fastoso dello Stato rustico di G. Imperiale o quello
classico di Chiabrera in pieno Barocco. Anzi, proprio Chiabrera (non a caso
allievo di Speroni) si può dire che sia il suo grande erede, animato come lui
dal desiderio di riformare la metrica e di ricreare i generi letterari sui
modelli classici. La Poetica è citata dal Chiabrera in punti importanti, sia in
difesa del verso sciolto, sia dei generi metrici non bembeschi o nuovi, sia,
implicitamente, nella ripresa del mito di Dante e di Omero (cfr. il paragrafo
apposito in Chiabrera). O. ebbe ancora fortuna anche nel XVIII secolo, con
l'edizione in due volumi Scipione Maffei di Tutte le opere (Verona, Vallarsi,
ancora oggi punto di riferimento indispensabile), e con nove tragedie
intitolate Sofonisba, una delle quali d’Alfieri. Grande fu l'influenza anche
nel melodramma: si contano ben quattordici Sofonisba, una delle quali di Gluck
e uno di Caldara. Ma a parte la fortuna della Sofonisba, considerando che la
riforma poetica dell'Accademia dell'Arcadia si ispira dichiaratamente alla
poesia e alla metrica del Chiabrera, possiamo dire che il Trissino sia stato
uno dei fondatori della poesia arcadica e capostipite di una tradizione
letteraria, anche quella del melodramma settecentesco. Non a caso è uno degli
autori più presenti nella ragion poetica di Gravina, maestro del giovane
Metastasio, la cui prima opera sarà la tragedia Giustino, una riproposizione
quasi parola per parola del III canto dell'Italia liberata dove si narrano gli
amori di Giustino e di Sofia. PCastelli dedica la poeta una intera monografia
(La vita di Giovangiorgio Trissino oratore e poeta). Si può dire, quindi, che
non solo nell'epica il Trissino abbia avuto fortuna, ma anche nel teatro
italiano, anche se nelle forme del melodramma e non quelle della tragedia, come
tipico della tradizione italiana. Questo grazie, soprattutto, alla mediazione
del Chiabrera, che seppe rendere le forme metriche del Trissino (prima fra
tutte il verso sciolto) di insuperabile eleganza. Nell'Ottocento si ricordino
l'Iliade di Vincenzo Monti e l'Odissea di Ippolito Pindemonte, che proseguono
la grande storia del verso sciolto nella traduzione italiana, e le
considerazioni di tre grandi scrittori. Il primo è Manzoni che, meditando sul
romanzo storico, rifletté anche sui rapporti fra creazione poetica e
verosimiglianza storica date da Aristotele nello scritto Del romanzo storico e,
in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione. Il secondo è Carducci
che stronca il poema ne I poemi minori del Tasso (in L’Ariosto e il Tasso) e il
terzo è B. Morsolin che compose la biografia del poeta (Giangiorgio Trissino o
monografia di un letterato) che ancora oggi è indispensabile.Francia In
Francia, invece, si assiste in un certo senso alla situazione opposta e le
teorie del Trissino trovarono vasta eco più nel teatro che nel poema epico,
questo anche perché in generale il teatro classico francese ha sempre
prediletto i modelli greci ai latini e il teatro, in genere, al melodramma. Nel
teatro francese l'influenza della Sofonisba sarà forte: la prima
rappresentazione documentata in francese è nel castello di Blois, davanti alla
corte della regina, Caterina de' Medici, non a caso una fiorentina. La corte di
Francia era già abituata d'altronde alla poesia italiana di stile classico da
almeno trent'anni, dopo il soggiorno presso Francesco I di Francia di Luigi
Alamanni. Da qui in poi si conteranno otto Sofonisba fino alla fine del
Settecento, una delle quali di Pierre Corneille. Non così invece nell'epica,
genere che in Francia trovò poco seguito, e nel verso sciolto, che non si
acclimatò mai nella poesia francese, poco adatta per suo ritmo naturale a un
verso senza rima. Il Voltaire, che amava l'Ariosto, ricorda l'Italia liberata
nel suo Saggio sulla poesia epica più che altro per rilevare le pecche del
poema. In Inghilterra si ricorda la fortuna del verso sciolto (blank verse) che
avrà la sua consacrazione nel Paradiso perduto di Milton, e le lodi tributate
al Trissino da Pope nel prologo alla Sofonisba di Thomson. In Germania si
ricordano tre Sofonisba. Anche Goethe possede una copia delle Rime trissiniane
Opere: “Sofonisba, tragedia Ɛpistola del Trissino de le lettere nuωvamente
aggiunte ne la lingua Italiana; De vulgari eloquentia di Alighieri; traduzione
Il castellano, dialogo: Daelli; Poetica; Dubbi grammaticali; Grammatichetta;
L'Italia liberata dai Goti, poema epico I simillimi, commedia Galleria
d'immagini Gian Giorgio Trissinoincisione da Tutte le opere non più pubblicate
di Giovan Giorgio Trissino, Miniatura di O.. Incisione da Castelli La vita di
Giovangiorgio Trissino, Targa a O., in piazza Gian Giorgio Trissino. Targa
posta sulla casa natale di Gian Giorgio Trissino, in corso Fogazzaro 15 a
Vicenza, opera di Bartolomeo Bongiovanni.Medaglione posto nel salone di Palazzo
Venturi Ginori, a Firenze, raffigurante Giovan Giorgio Trissino, membro
dell'Accademia Neoplatonica che lì ebbe sede. Bernardo Morsolin O. o Monografia
di un letterato del secolo XVI, Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio
Trissino. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato
del secolo XVI,Margaret Binotto, La chiesa e il convento dei santi Filippo e
Giacomo a Vicenza, Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino,
Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato.
L'incisione recita: DEMETRIO CHALCONDYLÆ ATHENIENSIIN STUDIIS LITERARUM
GRÆCARUM EMINENTISSIMOQUI VIXIT ANNOS MENS. VET OBIIT JOANNES O. GASP. FILIUS
PRÆCEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMOPOSUIT. Castelli, La Vita d’O, ernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato; Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo
XVI, Giambattista Nicolini, Vita di Giangiorgio Trissino, Nell'originale
sofocleo "τὸ δὲ ζητούμενον ἁλωτόν", letteralmente "ciò che si
cerca, si può cogliere". Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato, Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio
Trissino, Pierfilippo Castelli, La vita, Antonio Magrini, Reminiscenze Vicentine
della Casa di Savoia. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di
un letterato. Bernardo Morsolin, O. o Monografia di un letterato, Silvestro
Castellini, Storia della città di Vicenza. Castelli, La vita d’O, nota.
Morsolin, O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1Come i saggi di
Lucien Faggion ricordano, per preservare il patrimonio famigliare non era
inusuale sposare cugini di altri rami della medesima famiglia. La decisione di
scegliere Ciro come proprio erede ebbe ripercussioni drammatiche per diverso
tempo. Oltre al trascinarsi della causa civile intentata da Giulio al padre e a
Ciro, nacque una vera e propria faida tra i discendenti Trissino dal Vello
d'Oro e i parenti del ramo dei Trissino più prossimo alla prima moglie, Giovanna.
Le voci che fecero risalire a Ciro la denuncia anonima alla Santa Inquisizione
delle simpatie protestanti, spinsero Giulio Cesare, nipote di Giovanna, a
uccidere Ciro a Cornedo nel 1576, davanti a Marcantonio, uno dei suoi figli.
Quest'ultimo decise di vendicare il padre, accoltellando a morte Giulio Cesare
che usciva dalla cattedrale di Vicenza il venerdì santo del 1583. R. Trissino,
altro avversario dei Trissino dal Vello d'Oro, s'introdusse nella casa di
Pompeo, primogenito di Ciro, e ne uccise la moglie, Isabella Bissari, e il
figlioletto Marcantonio, nato da poco. Si vedano al proposito vari saggi
sull'argomento di Lucien Faggion, tra cui Les femmes, la famille et le devoir
de mémoire: les Trissino aux XVIe et XVIIe siècles. Dovette affrontare una causa
civile intentatagli dai Valmarana: negli ultimi decenni ProfessoreAlvise di
Paolo Valmarana perse villa e tenuta, giocandosele col patrizio Orso Badoer,
che rivendette la proprietà a Gaspare Trissino. Gli eredi Valmarana tentarono
di riprendersela ipotizzando un vizio all'origine, ma il tribunale diede
ragione ai diritti del Trissino. Si veda Lucien Faggion, Justice civile, témoins et
mémoire aristocratique: les Trissino, les Valmarana et Cricoli au XVIe siècle,.
Bernardo Morsolin, Giangiorgio
Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, voce O. nel sito Treccani
L'Enciclopedia Italiana. Achille, Trissino, Giangiorgio, in L'Enciclopedia
dell'Italiano. "Palladio" è anche un riferimento indiretto alla
mitologia greca: Pallade Atena era la dea della sapienza, particolarmente della
saggezza, della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più
nobili della guerra; Pallade, a sua volta, è un'ambigua figura mitologica,
talvolta maschio talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la
dea, è citata soltanto nell'Eneide di Virgilio. Ma è stata avanzata anche
l'ipotesi che il nome possa avere un'origine numerologica che rimanda al nome
di Vitruvio, vedi Paolo Portoghesi, La mano di Palladio, Torino, Allemandi, Dal
volantino della mostra dedicata a O., in occasione dell’anniversario della
promulgazione dello Statuto del Comune, organizzata dalla Provincia di Vicenza,
Comune di Trissino e Pro Loco di Trissino. L. Cicognara, Storia della scultura
dal suo risorgimento in Italia fino al secolo di Canova, Giachetti, Losanna,
1824. Sull'autore in generale si vedano almeno tre testi fondamentali:
Pierfilippo Castelli, La vita di Giovangiorgio Trissino, oratore e poeta, ed.
Giovanni Radici, Venezia, Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o monografia
di un letterato del secolo XVI, Firenze, Le Monnier, Atti del Convegno di Studi
su Giangiorgio Trissino, Vicenza); Pozza, Vicenza, Neri Pozza, Sulla Sofonisba:
E. Bonora La "Sofonisba" del Trissino, Storia Lettaliana, Garzanti,
Milano, M. Ariani, Utopia e storia nella Sofonisba di Giangiorgio Trissino, in
Tra Classicismo e Manierismo, Firenze, Olschki, C. Musumarra, La Sofonisba
ovvero della libertà, «Italianistica», Sulle Rime: A. Quondam, Il naso di
Laura. Lingua e poesia lirica nella tradizione del classicismo, Ferrara,
Panini, C. Mazzoleni, L’ultimo manoscritto delle Rime di Giovan Giorgio
Trissino, in Per Cesare Bozzetti. Studi di letteratura e filologia italiana,
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Sull'Italia liberata si vedano almeno (in
ordine di stampa): F. Ermini, L’Italia liberata dai Goti di Giangiorgio
Trissino. Contributo alla storia dell’epopea italiana, Roma, Romana, A.
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L'"Italia Liberata" del Trissino,Storia della Lett. italiana,Milano,
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del poema rinascimentale e tradizione omerica, Roma, Bulzoni, Renato Bruscagli,
Romanzo ed epos dall’Ariosto al Tasso, in Il Romanzo. Origine e sviluppo delle
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Trissino, «Schifanoia», Claudio Gigante, Epica e romanzo in O., in La
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Machiavelli e il Dialogo intorno alla lingua. Con un’edizione critica del
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Tolomei: le quattro lingue di toscana, «Giornale storico della letteratura
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Cinquecento, Roma, Bulzoni, M. Pozzi, Trattatisti del Cinquecento,
Milano-Napoli, Ricciardi, Richardson, Trattati sull’ortografia del volgare,
Exeter, University of Exeter, Pozzi, O. e la letteratura italiana, in Id.,
Lingua, cultura e società. Saggi sulla letteratura italiana del Cinquecento,
Alessandria, Edizioni dell’Orso, A. Cappagli, Gli scritti ortofonici di Claudio
Tolomei, «Studi di grammatica italiana», Maraschio, Trattati di fonetica del
Cinquecento, Firenze, presso l’Accademia, C. Giovanardi, La teoria cortigiana e
il dibattito linguistico nel primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, M. Vitale,
L'omerida italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia
liberata da' Gotthi», Istituto Veneto de Scienze ed Arti,. Sulla traduzione di
Dante e l'importanza del De vulgari eloquentia si vedano almeno (in ordine di
stampa): M. Aurigemma, Dante nella poetica linguistica del Trissino, «Ateneo
veneto», foglio speciale, C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura
italiana, in Geografia e storia della letteratura italiana, Torino,
Einaudi,Floriani, Trissino: la «questione della lingua», la poetica, negli Atti
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letterati. Studi sul dibattito culturale nel primo Cinquecento, Napoli,
Liguori, I. Pagani, La teoria linguistica di Dante, Napoli, Liguori, C.
Pulsoni, Per la fortuna del De vulgari Eloquentia: Bembo e Barbieri, «Aevum»,
E. Pistoiesi: Con Dante attraverso il Cinquecento: Il De vulgari eloquentia e la
questione della lingua, «Rinascimento», Per le trafile del codice dantesco
posseduto dal Trissino, oggi alla Biblioteca Trivulziana di Milano, cfr.
l'introduzione diRàjna alla sua edizione del De Vulgari Eloquentia (Firenze, Le
Monnier) e G. Padoan, Vicende veneziane del codice Trivulziano del “De vulgari
eloquentia”, in Dante e la cultura veneta, Atti del convegno di studi della
fondazione “Giorgio Cini”, Venezia-Padova-Verona, V. Branca e G. Padoan,
Firenze, Olschki, Tutti i testi d’O si rileggono nei due volumi intitolati
Tutte le opere Scipione Maffei (Verona, Vallarsi), che non riproducono però
l'alfabeto inventato riformato. Alcuni testi hanno avuto delle edizioni
moderne: La Poetica si rilegge nei Trattati di poetica e di retorica, Weinberg,
Bari, Laterza, Il testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O. Scritti
linguistici, A. Castelvecchi, Roma, Salerno (che contiene la Epistola delle
lettere nuovamente aggiunte, Il Castellano, i Dubbii grammaticali e la
Grammatichetta). I testi sono riprodotti con l'alfabeto inventato dal Trissino.
La Sofonisba è stata curata da R. Cremante, nel Teatro, Napoli, Ricciardi, Il
testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O ed è dotato di un vasto
commento e introduzione. La traduzione del De vulgari eloquentia si può leggere
in D. Alighieri, F. Chiappelli, nella collana “I classici italiani”, G. Getto,
Milano, Mursia, oppure, assieme al testo latino, nel 2 tomo dell’Opera Omnia
curata da Scipione Maffei (vedi sotto). Per l'Italia liberata dai Goti e per I
Simillimi si deve ricorrere, invece, alle prime edizioni o all'edizione del
Maffei o alle ristampe sette-ottocentesche. Per l'elenco completo di tutte le
stampe, ristampe, studi ed edizioni sul Trissino vedi Corrieri, O.,
consultabile (aggiornata al 2 settembre ) presso// nuovorinascimento. org/
cinquecento/trissino. pdf. A. Palladio O. (famiglia). Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia. Encyclopædia Britannica, Inc. O. Open MLOL,
Horizons Unlimited srl. O. Opere di Gian Giorgio Trissino, su Progetto Gutenberg.
O. Catholic Encyclopedia, Appleton. Italica Rinascimento: O, L'Italia liberata
dai Gotthi. L’uomo solo ha il COMERCIO del parlare. Questo è il nostro vero e
primo parlare. Non dico nostro, perchè altro parlar ci sia che quello
dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono SOLAMENTE ALL’UOMO E DATO IL
PARLARE,sendo a lui necessario solo. CERTO NON A a gl’angeli non a GL’ANIMALI
INFERIORI e necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato invano a costoro,
non avendo bisogno di esso. E LA NATURA certamente abborrisce di fare cosa
alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la INTENZIONE del parlar
[parabola] nostro, niun'altra ce ne troveremo, che il MANIFESTARE all’altro
questo o quello CONCETTO della mente nostra. Avendo adunque gl’angeli
prontissima e neffabile sufficienzia d'intelletto da chiarire questo o quello
gloriosi concetto, per la qual sufficienza d'intelletto l'uno è TOTALMENTE NOTO
all'altro, o per sè, o almeno per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti
sono rappresentati bellissimi e in cui avidis simi sispecchiano. Per tanto pare
che di ni uno SEGNO DI PARLARE ha mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando
quei spiriti, che cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può
rispondere. Prima, che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono che Q a
bene esser, devemo essi lasciar da 3 parte, conciò sia che questi perversi non
vollero aspettare la divina cura. Seconda risposta, e meglio è, che questi
demoni a MANIFESTARE fra sè la loro perfidia, non hanno bisogno di conoscere se
non qualche cosa di ciascuno, perchè è, e quanto è 1 : il che certamente sanno;
perciò che si conobbero l'un l'altro avanti la ruina loro. Agl’ANIMALI
INFERIORI poi non e bisogno provvedere di parlare. Conciò sia che per solo
ISTINTO DI NATURA sono guidati. E poi, tutti quelli animali che sono di una
medesima specie hanno le medesime azioni, e le medesime passioni; per le quali
loro proprietà possono le altrui conoscere. Ma aquelli che sono di diverse
specie, non solamente non e necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli
sarebbe stato, non essendo alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi fosse
opposto che IL SERPENTE che PARLA alla prima femina, e l'asina di Balaam PARLA,
a questo rispondo, che l'ANGELO nell’asina e IL DIAVOLO nel serpente hanno
talmente operato che essi animali mossero gli organi loro. E così d'indi la
voce risulta distinta, COME vero parlare; non che quello de l'asina fosse altro
che ragghiare e quello del serpente altro che fischiare. Il testo ha: non indigent, nisi ut
sciant quilibetde quolibet, quia est, et quantus est. Parrebbe più proprio il tradurre cosi. Non hanno
bisogno di conoscere, se non ciascheduno di ciaschedun altro, che è,e quanto è:
ossia l'esistenza e il grado. Se alcuno poi argumentasse da quello, che OVIDIO
(si veda) dice nella Metamorfosi che LE PICHE parlarono, dico che dice questo
FIGURATAMENTE, intendendo altro. Ma se si dices che le piche al presente e
altri uccelli parlano, dico che è FALSO, perciò che tale atto NON è parlare, ma
è certa imitazione del suono de la nostra voce; o vero che si sforzano di
imitare noi in quanto SONIAMO ma non in quanto PARLIAMO (cf. ‘talk,’ ‘speak’,
‘speak in tongues’). Tal che se quello che alcuno espressamente dice, ancora la
pica ride, questo non sarebbe se non rappresentazione, o vero imitazione del
SUONO di quello, che prima ho detto. E così appare agl’UOMINI SOLI e dato dalla
NATURA il PARLARE. Ma per qual cagione esso gli e NECESSARIO, ci sforzeremo
brievemente trattare. Che e NECESSARIO agl’uomini il COMERCIO, la
CONVERSAZIONE. Ovendosi adunque l'uomo NON PER ISTINTO DI NATURA, ma per
*ragione*. E essa ragione o circa la separazione, o circa il giudidizio, o
circa la elezione diversificandosi in ciascuno; tal che quasi ogni uno de la
sua pro [La voce del testo, “discrezione”, sarebbe resa meglio dalla parola
discernimento. del parlare, pria specie s'allegra; giudichiamo che niuno
intenda l'altro per la sua propria AZIONE o PASSIONE, come fanno le bestie. Nè
anche per speculazione l'uno può intrar ne l'altro, come gl’angeli – JARMAN, La
conversazione angelica --, sendo per la grossezza e opacità del CORPO mortale
la umana specie da ciò ritenuta. E adunque bisogno che, volendo la generazione
umana fra sè COMUNICARE IL SUO CONCETTO, avesse qualche SEGNO SENSUALE e
*razionale*; per ciò che, dovendo prendere una cosa dalla ragione, e nela
ragione portarla, bisogna essere razionale. Ma non potendosi alcuna cosa di una
ragione in un'altra portare, SE NON PER IL MEZZO DEL SENSUALE, e bisogno essere
sensuale, perciò che se 'l e *solamente* razionale, non puo trapassare. Se
*solo* sensuale, non puo prendere dalla ragione, nè nella ragione de porre. E
questo è SEGNO (SENNO) che il subietto di che parliamo, è nobile; perciò che in
quanto è suono, il SEGNO (SENNO) è per natura una cosa sensuale. E inquanto
che, secondo la *volontà* di ciascun, *significa* qualche cosa, egli è
razionale 1. Iltestoha: Hoc equidem SIGNUM est, ipsum subjectum nobile, dequo
loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est, esse. Rationale vero,
in quantum aliquid SIGNIFICARE videtur ad placitum. A noi pare più giusto
l'interpretare questo passo cosi. Questo segno, l'aliquod rationale signum et
sensuale di cui ha parlato poche righe più sopra, è per l'appunto il nobile
soggetto di cui parliamo. Sensuale per natura, in quanto è SUONO. Razionale, in
quanto che, se A che uomo e prima dato il parlare, e che dice prima, et in che
lingua L’UMO SOLO e dato dalla natura il parlare. Ora istimo che appresso
debbiamo investigare, a che uomo e prima dato dalla natura il parlare, e che
cosa prima dice, e a chi parlò, e dove e quando, e eziandio in che linguaggio
il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del
Genesis, ove la sacratissima Scrittura tratta del principio del mondo, si
truova la femina, prima cheniunaltro, aver parlato, cio è lapre sontuosissima
EVA, la quale al DIAVOLO, che la ricercava, disse, ‘Dio ci ha commesso, che non
mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo
tocchiamo, acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si
trovi la donna aver pri mieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che
crediamo, che l'uomo fosse quello, che prima parlasse. Nè cosa inconveniente mi
pare condo la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale
interpretazione stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di
troppo ; ma,per com penso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col
senso di tutto il Capitolo. Anifesto è per le cose già dette, che a pensare,
che così eccellente azione de la il generazione umana prima da l'uomo, che da
la femina procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato
dato primier mente il parlare da Dio, subito che l’ebbe formato. Che voce poi
fosse quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in pronto e io
non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per modo
d'interrogazione, o per modo di risposta. Assurda cosa veramente pare, e da la
ragione aliena, che da l'uomo fosse nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò
sia che da esso,& in esso fosse fatto l'uomo. E siccome, dopo la
prevaricazionedel'u m a n a generazione, ciascuno esordio di parlare comincia
da heu ; così è ragionevol cosa, che quello che fu davanti, cominciasse da alle
grezza, e conciò sia che niun gaudio sia fuori di Dio,ma tuttoinDio,& esso
Dio tuttosiaal legrezza, conseguente cosa è che 'l primo p a r lante dicesse
primieramente Dio. Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo
aver prima per via di risposta parlato, se risposta fu,devette esser a Dio; e
se a Dio, parrebbe, che Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello
che avemo detto di sopra. Al qual dubbio risponderemo,che ben può l'uo mo
averrisposto a Dio, chelointerrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella
LOQUELLA, che dicemo.Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non
si pieghino secondo il voler di Dio,da cuièfatta, governata, econservata,
ciascuna cosa ? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per comandamento
della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di Dio, di
maniera che fa risuonare i tuoni, fulgurare il fuoco, gemere l'acqua, e sparge
le nevi, e slancia la grandine ; non si moverà egli per comandamento di Dio a
far risonare alcune parole le quali siano distinte da colui, che maggior cosa
distinse?e perchè no? Laon de et a questa, et ad alcune altre cose credia mo
tale risposta bastare. Dove,& a cuiprima l'uomo abbiaparlato. ta così da le
cose superiori,come da le in feriori), che il primo uomo drizzasse il suo primo
parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo parlante
parlò s u bito,che fu da la virtù animante ispirato: per ciò che ne l'uomo
crediamo,che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire, pur che
egli sia sentito,e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, di ogni
perfezione principio et amatore,inspirando il primo uomo con ogni perfezione
compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale non prima
cominciasse a sentire, che 'l fosse sen tito. Se alcuno poi dicesse contra le
obiezioni, 11 Iudicando adunque (non senza ragione trat, che non era bisogno
che l'uomo parlasse, es sendo egli solo ; e che Dio ogni nostro segreto senza
parlare, ed anco prima di noi discerne ; ora (con quella riverenzia, la quale
devemo usare ogni volta,che qualche cosa de l'eterna volontà
giudichiamo),dico,che avegna che Dio sapesse, anzi antivedesse (che è una
medesima cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non
di meno volse che esso parlasse; acciò che ne la esplicazione di tanto dono,
colui, che graziosamente glielo avea do nato,se ne gloriasse.E perciò devemo
credere, che da Dio proceda, che ordinato l'atto de i nostri affetti, ce ne
allegriamo. Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale fu mandata fuori la
prima favella; perciò che se fu animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che
fuori: se dentro, diremo che dentro fu il loco del suo primo parlare. Ra perchè
i negozii umani si hanno ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che
molti per le parole non intesi da molti, che se fussero senza esse; però fia
buono investigare di quel parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che
nacque senza sono altrimente 1 Di che idioma prima l'uomo parld, e donde fu
l'autore di quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupil lare età
vide,nè adulta.In questa cosa,sì come in altre molte, Pietramala è amplissima
città, e patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo .Però qualunque si
ritrova essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua
nazione sia il più delizioso, che si trovi sotto il Sole, a costui parimente
sarà licito preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione,a
tutti gli altri; e conse guentemente credere essa essere stata quella
diAdamo.Ma noi, acuiil mondo èpatria, sì come a'pesci il mare, quantunque
abbiamo bevuto l'acqua d'Arno avanti che avessimo denti,e che amiamo tanto
Fiorenza,che pe averla amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del
nostro giudizio più a la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il
piacer nostro, o vero secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in
terra loco più ameno di Fiorenza;pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli
altri scrittori, ne i quali il mondo universalmente e particularmente si
descrive, e discorrendo fra noi i varj siti dei luoghi del mondo, e le
abitudini loro tra l'uno e l'altropolo,e'lcircolo equatore, fermamente
comprendo, e credo, molte regioni e città es sere più nobili e deliziose che
Toscana e Fiorenza, ove son nato, e di cui son cittadino; e molte nazioni e
molte genti usare più dilette vole, e più utile sermone, che gli Italiani. R ir
tornando adunque al proposto, dico che una certa forma di parlare fu creata da
Dio insie me con l'anima prima,e dico forma, quanto a i vocaboli de le cose,e
quanto a la construzione de'vocaboli, e quanto al proferir de le con struzioni;
la quale forma veramente ogni par lante lingua userebbe, se per colpa de la pro
sunzione umana non fosse stata dissipata, come di sotto si mostrerà. Di questa
forma di par lare parlò Adamo, e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de
la torre di Babel, la quale si interpreta la torre de la confusione. Questa
forma di locuzione hanno ereditato i figliuoli di Heber, i quali da lui furono
detti Ebrei ; a cui soli dopo la confusione rimase, acciò che il nostro
Redentore, il quale doveva nascere di loro,usasse,secondo laumanità,dela lin
gua de la grazia, e non di quella de la confu sione 1. Fu adunque lo ebraico idioma
quello, che fu fabbricato da le labbra del primo par lante . ' Il testo ha: qui
ex illis oriturus erat secundum humanitatem, non lingua confusionis, sed gratiæ
frue retur.E deve tradursi:ilqualedovevanascere di loro secondo l'umanità,
usasse della lingua della grazia, e non di quella della confusione. Hi come
gravemente mi vergogno di rin 15 e per De la divisione del parlare in più
lingue. A en ta nerazione umana: ma perciò che non possia mo lasciar di passare
per essa, se ben la fac cia diventa rossa, e l'animo la fugge, non starò di
narrarla. Oh nostra natura sempre prona ai peccati, oh da principio, e che mai
non finisce, piena di nequizia; non era stato assai per la tua corruttela, che
per lo primo fallo fosti cacciata, e stesti in bando de la p a tria de le
delizie? non era assai, che per la universale lussuria, e crudeltà della tua
fami glia, tutto quello che era di te, fuor che una casa sola, fusse dal
diluvio sommerso, il male, che tu avevi commesso, gli animali del cielo e de la
terra fusseno già stati puniti ? Certo assai sarebbe stato; ma come prover
bialmente si suol dire,Non andrai a cavallo anzi terza ; e tu misera volesti
miseramente andare a cavallo.Ecco,lettore, che l'uomo, o vero scordato,o vero
non curando de le prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le sferze, che
erano rimase, venne la terza volta a le botte, per la sciocca sua e superba
prosunzio ne. Presunse adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo, sotto
persuasione di gigante, di, superare con l'arte sua non solamente la na tura,ma
ancora esso naturante, ilqualeèDio; e cominciò ad edificare una torre in
Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè confusione, per la quale sperava di
ascendere al cielo, avendo intenzione, lo sciocco,non solamente di aggua
gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore. Oh cle menzia senza misura del celeste
imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal figliuolo? Ora innalzandosi
non con inimica sferza, ma con paterna, et a battiture assueta, il ribel lante
figliuolo con pietosa e memorabile corre zione castigò. Era quasi tutta la
generazione umana a questa opera iniqua concorsa ; parte comandava, parte erano
architetti,parte face vano muri,parte impiombavano,parte tiravano le corde
", parte cavavano sassi, parte per ter ra, parte per mare li conducevano.
E cosìdi verse parti in diverse altre opere s’affatica vano, quando furono dal
cielo di tanta con fusione percossi, che dove tutti con una istessa loquela
servivano a l'opera, diversificandosi in molte loquele, da essa cessavano, nè
mai a quel medesimo comercio convenivano ; et a quelli soli, che in una cosa
convenivano una · Il Witte osserva che in luogo di pars amysibus tegulabant,
pars tuillis linebant, come leggeva erro neamente la volgata nel testo latino,
si deve leggere : pars amussibus tegulabant, pars trullis (o truellis)
linebant, e si deve tradurre : parte arrotavano sulle pietre i mattoni,parte
con le mestole intonacavano. istessa loquela attualmente rimase, come a tutti
gli architetti una, a tutti i conduttori di sassi una,a tuttiipreparatori di quegli
una, e così avvenne di tutti gli operanti; tal che di quanti varj esercizj
erano in quell'opera, di tanti varj linguaggi fu la generazione umana
disgiunta. E quanto era più eccellente l'arti ficio di ciascuno, tanto era più
grosso e barbaro il loro parlare. Quelli poscia, a li quali il sacrato idioma
rimase, nè erano presenti nè lodavano lo esercizio loro; anzi gravemente
biasimandolo, si ridevano de la sciocchezza de gli operanti.M a questi furono
una minima parte di quelli quanto al numero ; e furono, sì come io comprendo,
del seme di Sem, il quale fu il terzo figliuolo di Noè, da cui nacque il popolo
di Israel, il quale usò de la antiquissima locu zione fino a la sua
dispersione. e specialmente in Europa. Er la detta precedente confusione di lin
gue non leggieramente giudichiamo, che allora primieramente gli uomini furono
sparsi per tutti iclimi del mondo e per tutte le re gioni et angoli di esso. E
conciò sia che la P Sottodivisione del parlare per il mondo, principal radice
dela propagazione umana sia ne le parti orientali piantata, e d'indi da l'u no
e l'altro lato per palmiti variamente diffu si, fu la propagazione nostra
distesa; final mente in fino a l'occidente prodotta, là onde primieramente le
gole razionali gustarono o tutti,o almen parte de ifiumi di tutta Europa. Ma
ofussero forestieriquesti,cheallorapri mieramente vennero, o pur nati prima in
Europa, ritornassero ad essa; questi cotali por tarono tre idiomi seco ; e
parte di loro ebbero in sorte la regione meridionale di Europa, parte la settentrionale,
et i terzi, i quali al presente chiamiamo Greci, parte de l’Asia e parte de la
Europa occuparono. Poscia da uno istesso idio ma,dalaimmonda confusione
ricevuto,nac quero diversi volgari, come di sotto dimostre remo ; perciò che
tutto quel tratto, ch'è da la foce del Danubio, o vero da la palude Meotide,
fino a i termini occidentali (li quali da i confini d'Inghilterra, Italia e
Franza, e da l'Oceano sono terminati), tenne uno solo idioma: ave gna che poi
per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni, Inglesi et altre molte nazioni fosse
in diversi volgari derivato ; rimanendo questo solo per segno, che avessero un
medesimo prin cipio, che quasi tutti i predetti volendo affir mare, dicono jo.
Cominciando poi dal termine di questo idioma,cioè da iconfini de gli Ungari
verso oriente,un altro idioma tutto quel tratto occupò. Quel tratto poi, che da
questi in qua si chiama Europa, e più oltra si stende,o ve ro tutto quello de
la Europa che resta, tenne un terzo idioma 1, avegna che al presente tri partito
si veggia ; perciò che volendo affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri
sì, cioè Spagnuoli, Francesi et Italiani .Il segno adunque che i tre volgari di
costoro procedessero da uno istesso idioma,è in pronto; perciò che molte cose
chiamano per i medesimi vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e
vive,muore, ama,& altri molti.Di questi adunque de la meridionale Europa,
quelli che proferiscono oc tengono la parte occidentale, che comincia da i
confini de'Genovesi ; quelli poi che dicono sì, tengono da i predetti confini
la parte orientale, cioè fino a quel promontorio d'Italia, dal quale comincia
il seno del mare Adriatico e la Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi
sono settentrionali a rispetto di questi ; perciò che da l'oriente e dal settentrione
hanno gli Ale manni, dal ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha : A b
isto incipiens idiomate, videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud
occupa vittotum quodabindevocaturEuropa,necnonul terius est protractum. Totum
autem, quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere
tradotto cosi: A cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari
verso oriente, un altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là
si chiama Europa, e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della
rimanente Europa tenne un terzo idioma. 19 glese, e dai monti di Aragona
terminati, dal mezzo di poi sono chiusi da'Provenzali,e da la flessione de
l'Appennino. Noi ora è bisogno porre a pericolo 1 la ' Il verbo periclitari del
testo latino qui vale mettere alla prova, cimentare, ragione, che avemo,
volendo ricercare di quelle cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati,
cioè volendo dire de la variazione, che intervenne al parlare, che da principio
era il medesimo. Ma conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si
vada, però so lamente per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo
da parte, conciò sia che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio
abbia ad esser causa ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come
ho detto di sopra) in tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si,
e altri oil. E che questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il
che primieramente provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti
vocaboli,come gli eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare,
e come col tempo il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la
grammatica. A la quale convenienzia repugna a la confusione, che fu per il
delitto ne la edificazione di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste
lingue in molte cose convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil, «
Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor.» Il re di Navara, «De'finamor sivientsenebenté.» M.
Guinizelli, « Nè fè amor, prima che gentil core, Nè cor gentil,prima che amor,
natura.» Investighiamo adunque, perchè egli in tre parti sia principalmente
variato,e perchè cia scuna di queste variazioni in sè stessa si varii, come la
destra parte d'Italia ha diverso par lare da quello de la sinistra, cioè
altramente parlano i Padovani, e altramente i Pisani : e investighiamo perchè
quelli,che abitano più vi cini,siano differenti nel parlare,come è iMila nesi e
Veronesi, ROMANI e Fiorentini;e ancora perchè siano differenti quelli,che si
convengono sotto un istesso nome di gente,come Napole tani e Gaetani, Ravegnani
e Faentini ; e quel che è più maraviglioso, cerchiamo perchè non si convengono
in parlare quelli che in una medesima città dimorano, come sono i Bolognesi del
borgo di san Felice, e i Bolognesi della strada maggiore.Tutte queste
differenze adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con una istessa ragione
saranno manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza la sua ca gione, in
quanto effetto,perchè niuna cosa può fare ciò che ella non è.Essendo adunque
ogni nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con l'uomo creata) a
nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale niente altro fu
che una oblivione de la loquela prima, et essendo l'uomo instabilissimo e va
riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè continua può essere ;
m a come le altre cose che sono nostre (come sono costumi et abiti),
simutano;cosìquesta,secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va
riarsi. Però non è da dubitare che nel modo che avemo detto,cioè,che con la
distanzia del tempo il parlare non si varii, anzi è fermamente da tenere ;
perciò che se noi vogliamo sottilmente investigare le altre opere nostre, le
troveremo molto più differenti da gli antiquissimi nostri cittadini, che da gli
altri de la nostra età, quantunque ci siano molto lontani. Il perchè
audacemente affermo che se gl’antiquissimi Pavesi ora risuscitassero,
parlerebbero di diverso parlare di quello, che ora parlano in Pavia. Nè
altrimente questo, ch'io dico, ci paja maraviglioso che iI qualici siano molto
lontani (magis....quam a coetaneis per longinquis). ci parrebbe a vedere un
giovane cresciuto il quale non avessimo veduto crescere. Perciò che le cose che
a poco a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto; e quanto la
variazione de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto essa cosa è
da noi più stabile esistimata. Adunque non ci ammiriamo se i discorsi di quegli
uomini che sono POCO DALLE BESTIE DIFFERENTI, pensano che una stessa città ha
sempre il medesimo parlare usato, conciò sia che la variazione del parlare di
essa città non senza lunghissima successione di tempo a poco a poco sia
divenuta, e sia la vita de gl’uomini di sua natura brevissima. Se adunque il
SERMONE nella stessa gente successivamente col tempo si varia, nè può per alcun
modo firmarse, è necessario che il parlare di coloro, che lontani e separati
dimorano, sia VARIAMENTE VARIATO; sì come sono ancora variamente variati i
costumi e abiti loro, i quali nè da natura, nè da CONSORZIO umano sono firmati,
ma a beneplacito, e secondo la convenienzia de i luoghi nasciuti. Quinci si
mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale grammatica non è altro che
una inalterabile conformità di parlare in diversi tempi e luoghi. Questa
essendo di comun consenso di molte genti regulata, non par suggetta al
SINGULARE ARBITRIO di niuno – GRICE, Deutero-Esperanto, High-Way Code --, e
consequentemente non può essere variabile. Questa adunque trovarono, acciò che
per la variazionee del parlare, il quale DELLA VOLGARE ELOQUENZIA. De la
varietà del parlare in Italia dalla destra e sinistra parte dell'Appennino. LA
VITA D I Gl OVAN GIORGIO O. LA VITA GlOVAN GIORGIO O., ORATORE, E POETA SCRÌTTA
DA CASTELLI VICENTINO. IN VENEZIA, Per Giovanni Radici.Con Licenza de’
Superiori, e Trtvììegio. sAlli Kob. Kob. Sigg. Co Co. PARMENIONE, ED ALESSANDRO
trissini, ^ier-Fuippo Castelli. t «1 et egli fu fempre le cita non fo lamento,
ma lodevol cojaa chiunque ha fatto penitelo di mandar a luce un qualche Juo
componimento, lo fceglìero a alca alcuno illujlre e ragguardevole perfonaggio,
a cui intitolarlo ; non fola mente per acquijlargli col nome di lui pregio e
ornamento y ma ancora per poterlo col favore di lui mede fimo dagl vividi morti
de' malevoli difendere, e ajfìcurare : mafiimamente di ciò fare a me fi
conviene, il quale avendo dìliberato di dare alle luce il già condotto a
maturità primaticcio frutto del poco e debile ingegno mio, voglio dire la V ita
del nobili fimo, e dottijfimo Poeta e Oratore Gì ovan Giorgio T rissino, decoro
e fple udore ampli filmo di que fi a no fi r a Città di Vicenda s a nobile e
buona guida con pili di ragione debbo accomandarlo, onde poffa fi curamente
ufcir fuori, Me migliore per tanto, nè piu fidata fo ritrovarne di quella della
molta Vofira Umanità, e Genti legga, Jllu I Illustrissimi, e Nobilissimi Sigg.
Conti-, concio [fi ache Voi Germe fiele di queir amie hi filma, e fempre
cospicua Famigliai Voi alla tefifiiitra, e alla pubblicazione di quejì Opera ni
avete piu volte inanimito, e follecitato ; e Voi per fine dotati fiete di sì
illuJlri prerogative, le quali ( comeche un largo campo me fe ne pari davanti )
per lo timore di forfè non offendere la fingolar VoJlra moaejlia ometterò. Non
voglio tuttavia la f dar di accennare V amor Vojlro alle lettere, e a chi le
coltiva, il quale ficco me dà a co no fiere quanto nobile fi a la Vofira
indole, e quanto colto il Vojlro ingegno, così Vi fu e fifere in Patria e fuori
fingo tarme nt e chiari. In fatti e chi e tra per la bre' ' C vita, e per ?ion
piu fajlidirvi la f ciò di dire, io umilio e dedico a Voi,. Nobilissimi* e
Chiarissimi Cavalieri, quejia mia prima Operai la quale y perciocché la V ita
contiene del non mai ablctJlan^a lodata Giovangiorgio Tr issino, fon ficuroy
che da Voi, che con lui comuni la patria, il cognome, e le virtù avete,
benignamente e gratamente farà accettata . E qui nella pregevol grafia Vojlra r
accomandandomi Vi faccia umilijftma riverenza, A Vita di GIO V ANGIORGIO O.,
poeta e orator celebre, ficcome per alcuni: è Rata già fcrirta, così parrà a
prima villa, che inutii cola ila Hata Io /crivella .di nuovo ; ma perchè quelli
tali Scrittori han di Lui molte cole dette, le, quali o non fono Rate per eflì
.bene difeufle, o forfè .anche furono dette a capriccio, perciò non Lenza
ragione rilolvemmo .di così fare . Tra efii uno fi fa eflere Rato il Signor
ApoRolo Zeno, di chiariffima memoria, il quale nella fine del le* colo
paflfatodiede jh luce la Vita d’O. inferita nella terza parte della Galleria di
Minerva in Venezia prejj'o Girolamo jilhrivjj 1 696. in foglio ; ma ficcome gli
uomini 'veramente dotti ed ingenui non fi vergognano di ritrattar quegli
errori, che nelle proprie Opere conofcono aver commefiì, così non ifdegnò egli
non pure di dirci a bocca, ma di farci fàpere eziandìo per lettera, mandataci
da Venezia addi iv. di Giugno dell’anno 1749., che nè quella Vita, nè ciò, che
col fuo nome fu Rampato e in quel tomo, e negli altri ancora della detta
Galleria di Minerva, riconofccva per cola fua : e quelle fono le fue parole .
Sono cinquanta e più anni, ch'io fcrijjì quella Vita dell' infigne Giangiorgio
T rijjìno, la quale fi legge nella Galleria di Minerva. Sappia però V. S.,
ch’io prefentementc, anzi da gran tempo in qua non ricono feo per mio lavoro y
ma per aborto della immatura mia età tanto . la medejima Vita, quanto tutto
quello, che col mio nome fi legge flampato in quel tomo della Galleria di
Minerva, e in tutti i Jeguenti, Ci fono qua e là V'arj punti effendi ali e
importanti, che allora mi parvero con vero e fame difcujfy, e che ora per
migliori lumi fopr avvenuti ritratto, e condanno . Di tutto ciò mi è paruto
avvi far la per fua regola, e mia giufìife azione . Sebbene quali lo Hello avea
egli fcritto affai prima al P. D. Pier-Caterino Zeno, Somafco, fuo fratello, di
fèmpre celebratiffima ricordanza ; mentre tra le fue Lettere, di frefeo
fìampate in tre volumi in 8. col titolo di Lettere di Apoftolo Xeno ec. I n
Venezia, apprcjjo Pietro Valvafenfe ; nel z. Volume a car. 91. ve n’ha una a
lui diretta, fegnata di Vienna., in cui in proposito della riftampa dell* Opere
del Triffino allora ideata da’ Sigg. Volpi, così gli diC. fe : Vinti i fono,
eh' io diedi fuori nel /. Volume della Gallerìa la Vita di effo ( Triffino ) :
ma Je orai avejfi a ferriere, la riformerei tutta da capo a piedi : onde fe io
ne fo ora sì poco conto, avvertite anche i Sigg. Volpi a non far fopr a efja
alcun fondamento . Allorché in Verona preflò Jacopo Vallarli fi fece la ri
Rampa delle Opere del noflro TR ISSINO, proccurata dal chiariamo Sig. Marchelè
MafFei, ma primieramente ideata da 1 rinominatiifimi Sigg.Vol. pi di Padova,
tanto delle Lettere benemeriti (come appare e dalle parole della lettera
furriferita dei Sig. ApojRolo Zeno, e dal Giornale de’ Letterati d' Italia, . )
noi lappiamo edere Rato pregato il liiddetto Signor ApoRolo, che vi lalciaflè
premettere la detta Vita ; ma non avendo egli allora avuto tempo di r:
correggerla, «Rendo occupato in altro impiego, non volle acconientire . Ne fu
tuttavia fatto un breve Rjfìretto dal mentovato Signor Marchele, e fu alle
Opere luddette premeflo ; nel quale egli pur prele qualche sbaglio, eflendofì
(come a noi pare ) attenuto alla Vita inferita nella Galleria di Minerva, e a
MonEgnor Jacopo-Filippo Tommafini, che fu il primo a feri ver del TRI SS INO a
lungo, teifuto avendone un latino elogio Rampato in un cogli altri fuoi Elogia
Virorum literis, et f apienti a illuflrium : Patavii, ex T ypographia
Sebajtiani Sardi, . in 8. Datici per tanto con lollecito penfiere a racoorrc le
cole fparfe qua e là in varj libri, ed anche a cer. carne di nuove, trovammo a
calo in un Difcorfo intorno aìl'Opere del noRro Autore, del Sig. Cavaliere
Michelangelo Zorzi (Rampato nella Riaccolta dOpufcoli Scientifici, e
Filofojìci, toni. 3. a car. 398.) la quale cominciatali a pubblicare per opera
b del P. D, Angelo Calogero. M. Carnai, in VencTja appreJJ 0 Crifioforo Zane in
1 z. leguitandoll tuttora a produrre da'torchj di Sirnone Occhi è già arrivata
alTomoXLVII.) citato a car.441. una dia manulcritta Vita d’O. i per la qual
cofa torto ricercatala con molta diligenza, ci venne fatto, per mezzo del
Signor Abate Don Barcolommeo Zigiotti, non pure di ritrovarla, ma di averla
eziandìo cortefemente in noftra cala, Quella Vita rt conferva di prelentc
appiedò i Sigg. Conti Triflìni dal Vello di Oro, dilcendenti del noftro Autore,
ed ha quefto titolo : Ragguaglio Jftorico, e Letterario intorno alla Vita di
GIOVA NGIORGIOO. Nob. Vicentino, Co., Cav ., Poeta, ed Oratore infìgne ; con un
Efame delle Opere da Lui fiampate, e col giudicio fatto delle medefme dagli
Uomini più celebri di quc' tetri pi, e con una ccnfura J opra il fuo Poema
Erpico intitolato L A ITALIA LIBERATA DA GOTI, eftratta da Critici allora più
famojì, e più intendenti della Poetica Difciplina . Aggiuntovi un,e fatto
Catalogo delle Opere tanto pubblicate, quanto MS S. dello fìe ffo O., ed un
Indice copio (0 d' Autori, che parlano di Lui, e che fomminijlraron no tifi e
per compilare la Vita prefente, Il Manofcritto è in 4., e comprende 653. facce.
Da quello titolo sì fpeciolo e pieno credevamo invero, che invano ci foffimo
medi all’opera, c che avedìmo perduta la fatica inutilmente ; ma piu cuore ci
facemmo a profeguirla, ed a compierla, allora che letta e riletta la Vita
fleflà trovammo ella poco piu in se contenere di ciò,, che detto aveano i
predetti Autori r oltreché ognuno recherebbe!! a noja il leggerla a cagione
delle parecchie lunghe digreffioni, che F Autore vi frappofe, lontane affatto
dalla materia, che e’ fi propofè di trattare ( vizio Colico nel Cavaliere
Zorzi, ma pure fcufabile in lui per la valla raccolta di letterarie erudizioni,
che egli, come in preziofà confèrva, nel teforo di fila mente ferbava ), benché
per altro cotali digreffioni in sé contengano molte curiofe notizie . Non
polliamo tuttavia non confeflàre, averci quello Manufatto varie cofè fommini
firate, per cui vie più. arricchita abbiamo quella noilra fatica ;la quale
ficcome cola nuova e vera, fperar vogliamo, che non abbia ad eflère fèr non di
diletto. V'abbiamo per entro fparfe alcune notizie letterarie ed ifloriche
fpettand a varj perfonaggi, che fiorirono nell età del noflro O., oa qualche
fatto notabile de! tempo fleffo, lenza però dilungarci granfatto dal hlo
principale dal racconto; le quali notizie vogliam parimente credale, che non
faranno difeare. A non oltrepafiare la brevità, che ci fiamo prefifla, abbiamo
a bella polla tra lafcia te alcune cole di non tanto conto/ perchè altrimenti
fé avefà fimo voluto dir tutto ciò, che ad O. 1 può. appartenere, di tanto fi
farebbe quella Vita. b z afiim prefazione. allungata, che, anzi che diletto,
noja e fafiidio apportato avrebbe . Quanto poi alle Opere del noRro Autore,
crediamo di non averne tralafciata pur una, come apparirà dal Catalogo, che fi
pone in fine di quella Vita y dove molte fé ne vedranno regiRrate, che non
furono mai Rampate, ed al Compilatore fopraccennato o non venute a cognizione,
o dalui per avventura non curate: e di molte eziandìo fi favellerà, che da
qualche Scrittore da fallace tradizione ingannato a GIOVAN GIORGIO furono
attribuite . Tutti i Titoli per altro delie Opere fleffe non ci fiamo curati di
riferire appuntino, come Ranno ne’ Frontelpic) delie edizioni, non ci parendo
cofa di grande importanza > e fimilmente se fatto nell’ allegare, e citare
qualche pafso di fue fcritture: e abbiamo tralafciato eziandìo i Caratteri
Greci dal noRro Autore inventati, non avendogli giudicati quivi totalmente
neceflàrj, e non già credendo di reìidcr così molto buon fcrvigio alla memoria
di quel grand’ uomoy come fi lafiiò ulcir della penna il per altro tanto
benemerito dottiilìmo editor della rifiampa delle Opere dei Trillino fatta in
Verona j imperciocché tenghiamo per fermo, che Te il Triflino folle vivo,
figurerebbe a afare nelle proprie fcritture quelle lettere da se con tanto
Rudio ritrovate, ulate, e difcle. Dopo di avere così Icritto ci confoliamo,
parendoci di elserci in quefio particolare uniti alla oppinio vir ©ppìnione del
fu Signor Apollolo Zeno, che nella più fopra citata Lettera al P. D.
Pier-Caterino fuo fratello così Icrilse : Lodo /'edizione di tutte /' Opere del
T riflino . Ma fi farà ella con gli Ornicron, e cogli Omega, e con la foli t a
ortografia di quel grand’ uomo? Si farebbe potuto regiftrar anche il catalogo
di quegli Autori'*,. che di Lui fecer menzione ; ma liccome molti lì troveranno
già citati per entro quella Vita, e gli altri non ne parlarono più che tanto,
così noi ci lìamo dilpenlati da .quella forfè dilutile fatica . A quello però
può abbondantemente lupplire la Tavola delle cofe notabili, che alla fine del
libro abbiamo aggiunta ; la quale altresì mette in un tratto lotto l’occhio del
letrore tutte quelle notizie letterarie ed illoriche, che, come lopra è detto,
abbiamo fparfe qua e là: Tavola che lenza quelli ragionevoli motivi, lì larebbe
dovuta certamente lalciare in un’Opera di pochi fogli, liccome lì è quella
nollra. Circa poi le correzioni ed ofservazioni critiche per noi fatte lòpra
gli errori d’ alcuni de’ detti Autori, lì vuol qui dire, che non s’intende
giammai d’olcurar punto la fama, che e£Iì godono più che chiara tra’ Letterari,
ma fola mente di far apparire il vero nella lua luce; e le allo ’ncontro
qualche errore lì troverà in quella Vita da noi innavvertenremente commefso, lì
feulì la piccolezza della nollra luffìcienza ; riflettendo maflìme, che rari
lon quegli, i quali vadano in tutto efenti da que’ difetti,, che ( come dicea
l’Abate Anton Maria Salvini ) fono patrimonio e retaggio di nofircc fievole
umanità. Finalmente fe vedremo y che quello primo parto del noftro rozzo
ingegno lìa gratamente ricevuto,. come ci giova iperare, dagli uomini lavji ed
eruditi,. noi allora con maggiore follecitudine attenderemo a profeguire la già
da parecchi anni incominciata faticolìllima Opera delle Notizie Letterarie ed I
(loriche degli Scrittori Vicentini da altri pure, ma Tempre infelicemente
ternata; nella quale,. le non andiamo errati r fperiarno di inoltrare,. che (
come lalciò Icritto il nollro Ba~ flian Montecchio nel- fuo- Trattato; De Inventario’
tLeredis, et c . Venetiis apud Fransi feum Zilettum a car. 160. a tergo, num,
joz.- J Viceda foecunda fuit JvLxter et jiltrix poetarum philofopborum, or a
forum,, thcologorum,. jurif confiti forum y ant i queir iorum medicorum, atque
in qualibet facultate eruditorum ; e che per ciò elsa noa è. a verun altra
città inferiore KOI! Spcriarao prròdi vedere a luce rra fonazioni intorno all a
forte miiliopoeo tempo un’Opera ddl’cruditif»..! re della Storia Ecclefiaftica
r eSe~ Sig, Dr. D. Franccfco Fortunato Vi- J colare della medefima noftra
Patria,, gna, la quale conterrà V /fiorite Let- ! promclTe col dottifsimo fuo
Preli/er 4 r/ e ricca del pari di facoltà» e di Soggetti » che in ogni genere
di profeffione illuftri ella ha prodotti in ogni tempo . Ella è in parecchie
linee divifa » e tra effe con particolar luftro fplendc quella, che conofce per
fuo gloriofiflimo afeendente quel Giovangiorgio, di cui fcriviamo la Vita ; il
quale alla nobiltà del legnaggio A avendo accoppiate le più eminenti
prerogative# che render pollano un perfonaggio e’n rarità di dottrine, e’n
cavallerelche virtù fplendentiflimo, non fedamente tra’ Letterati, ma in una
gran parte del Mondo celcbratiflìma, ed oltremodo chiara lafciò la fama del fuo
nome. Nacque adunque Giovangiorgìo Trissino' in Vicenza il fettimo, o, fecondo
altri, l’ottavo giorno di Luglio. Suo Padre fu Gafpare Trillino, uomo d’armi, e
colonnello di trecento fanti alToldati col proprio danajo a fervigio della
Repubblica di Venezia, appo cui acquiftò (ingoiar merito; e fua madre fu
Cecilia di Guilielmo Bevilacqua, nobile di Verona. Non pure da un Epica- 1
luogo fi favellerà) cioè) che P fio delle geftc del noftro Tms- anno 1487. per
la morte di fuo SINO, collocato in S. Lorenzo j Padre egli rimafe orfano di
fette di Vicenza, di cui a fuo luogo ' anni . Ma liccomc egli non in diremo
didimamente > ma da mohiflimi Scrittori appare edere egli nato l'anno
fuddetto, c fpczial mente da Monfignor Jacopo Filippo Tommafini nel fuo tuteli
luoghi di fue feri tture fida l’epoca del fuonafeimemo in un medefimo anno,
fccondochè lui bene tornava, e in utilità de* fuoi dcmeftici affari ( come ci
fe libro intitolato ; Elotia rirornm certi il Sig. Abate Don BartoLittris et
ftpitntia illuftrium lommeo Zigiotti, che tutte vi' &c. Patavii ex 7 ypo{rapkia
Se- J de, e rivide le private Scritture bacioni Sardi 1644. in 8. a
dell’Archivio de’Sigg. Co. Co. pag.48. Quello tuttavia potrebbe [ Tri dì ni di
lui eredi); cosi ci è non crederli, quando fode vero! paruto miglior cofa edere
lo acciò, che il T r issino medefi- tenerci anzi alle autorità, e air irto dica
in una fua mirini* far- 1 unanime confentimento dei pre fic" come fu fuo
maefiro quel Demetrio Calcondila Ateniefe, la cui fama è sì chiara tra’
Letterati (5); al quale appreflb fua morte erger fece il Trissino un bel
Depofìto, ed Epitafio Scolpito in marmo bianco nel facrario della Chiefa della
Paffione della Città Aefifa di Milano, come dicono Paolo Beni, c'1 P. D.
Francefco Rugeri Somafco, cd altri, il qual Epitaffio non V’ha un’epiftola addetto
Giraldi in vedi Latini del Sacco di Roma, polla nel 2. tomo delle fue Opere
della edizione di 8 Mfilt.it per T nomar» Guarinmn, infol. che autorizza il
noftro detto cosi dicendo; tt Aec dttfet Bembus, q*o » nere pr e fi art hot
alter „ A«e q»cm Ntbilitar gene . tt rit, f ac media triplex » Irejigreem
fAcit, et viridi mihi notr s ab avo „ T r 1 * s t N U s, In fibra dum tt Grecai
difeimm Urbe. Da una Lettera aliai lunga del Trusino, fcritta da A-iilano li.
all' txc cliente Medie» ( così Ha ferirlo ) M. Uini tritio da Afalgradt, fi ha,
che egli non pure era fcolare del Calcondila, ma che anche abitava in fua cafa.
(6) Tratt . dell' Origin. della Famiglia Trijf. lib. 2. a car.33. Nella
Declamazione latina intitolata : Trutina JOelpb»htdrki Tabellariatui Traiani 1
Boc Digitized by Google del TRissino. 5 non pur fi conferva manufcritto con
altre fue compofizioni fin ora non date a luce, appretto i Sigg. Co. Co.
Fratelli T riflìni di lui eredi*, ma fu anche ftampato nella Biblioteca degli
Scrittori Milanefi pubblicata dal Sig. Filippo Argelati Bolognefe (8), e poi
riferito fulla fede di quefto autore da Criftiano-Federigo Boernero nel libro
de' Dotti Uomini Greci riftoratori della Greca letteratura nell’ Italia (p); ed
è quefto. p. m. DEMETRIO CHALCONDYLyE ATHENIENSI IN STUDIIS L1TERARUM GR^CARUM
EMINENTISSIMO QUI VIXIT ANNOS LXXVII. MENS. V. ET OBIIT ANNO CHRISTI MDXL O. GASP. FILIUS
PRAICEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMO POSUIT. E di fiat cui ini ice. Alon.ìchii
fuisformis, CTfumptibmt cuffie Nicola hs tìmricHs, t6aa. in 4. pag.xxi 1 1. e
xxiv. ove dice: „Hic ( JojGeoru gius ) a viro do&ìllìmo De„ inetrio
Cbalcondyla Athc-,» nienti, tanca ingenii foclici„ tace, Gricci fcrmonis
latices, » haufic ut.... Attici cognomen, „ paucorununenfium cuiriculo, „ ex
fui prseceptoris fententia, „ verius proineruit : Magiftro i) benemerenti
gratiflìmu,, cui », McdioJani vita fun&o, mo » numentum marmoreum in „
tempio Paffioni Servatoti, noftri facrum excitavit. (8) Philip pi Arie lati
Bono, nienfis Bibliotheca Scriptorum Alcdiolancnjìnm, five Alla, et Elogia
Virorum omnigena or odi. tionc illuflrium, qui in Metro, foli Infubrie,
Oppidifquc circum. jacentibut orti funi lice. Medio. Uni 174J. In JLdibus Palatini t; Tom. ix. in
fol. l’ Epitelio Chriftiani Frid. B temer i De E di ciò non .contento
Giovangiorgio volle j in fegno di gratitudine maggiore allo fteflò Tuo grande
maeftro, farne altresì lodevole menzione nel predetto fuo Poema (io). Donde fi
deduce, che molto lontana è dal vero la opinione di Giovanni Imperiali,
Vicentino, il quale fcrifse eflere fiato il Tassino affatto ignaro di lettere
fino all’età di ventidue anni; e che dipoi andato a Roma, al folo udì* re colà
le aringhe de’ Letterati, tanto fi accen. defle in lui la brama di fapere, che
giugnefle in breve tempo a quella letteratura, che lo rendette poi così
celebre, e così illuftre: il che difsero anche Paolo Beni (i z), ed un altro
autore. Allo De dotti Hominibn i Gr tris Li- Il Calcondilt, che farà, che t
trarum Gracarum in Italia in- ditene (taur attribuì Libtr. Làpfi* in Bi- Verrà
ftco in Italia, t pian tliopolie Job. Frid . Sledijtchii terawi 1750. in ii.gr.
Qui l’ Epitaffio è II feme elette della lingua a car. 185. Greta, (10I Ita!.
Libtr. da' Goti, lib. fit ) Gio. Imperiali Mufxum *4. nella fine con quelli
verli . Hiftortcum óiC.Venetiù apuajunVtlgett gli occhi a luti pre- ; ttai .
1640. in 4. pag. 43. dori ingegni ; ( li ) Tratt. dell' Orig. della Quello è
BeJJarion, quell' altro Famigl. Trzff. lib. 2. a carr. 33. i’I Gaxjt ; Qiiclli
fu un certo G» . leazzo Trillino in una Genea QnelV altre t'I Gemijle col 1
logica Narrazione della fu a faTrapeftnxj», miglia, da effo iraslatata di la £
'l C aleni’ dii e, f’I Lafcari, e[ tino involgare. Di quefto vol*1 Muffure, 1
garizzamento fi trovano parec * chic. Allo ftudio delle Greche lettere uni il
noftro O. quello delle feienze Matematiche} e tifiche (14), e quello ancora
dell’ Architettura, in èhie copie, c una è appretto il perfona del noftro
Giovanrnentovato Sig. Co: Parmcnione | G1orgìo, c che da edo ci fu‘Triflino,
della quale ci fiamo rono pare con umanilTima gcnferviti a fcrivere
queftaf'it.», e tilezza trafmede a. Vicenza. Forciceremla col nome di Gemalo- I
le che detta Raccolta di Scric* già delia Cafii Triffino di Galeaz. • ture
queUa era, che da Paolo zj> Triffino . Quello autore di- Beni viene citata
nel predetto ce nel proemio di avere ac- {no Trattato Manufcricto della
trefeiura eda Narr Azione da (e Famigl. Trifs. a car. 26. Ann. tradotta a
inchieda di parco» 1404. con quelle parole: Gic: chi fuoi amici e parenti, i qua-
Giorgi o Tr issino» il li voleano i che c’ia defle an- Poeta, di chì
ragioneremo, nelP che in luce. Orazione che fece nel green Con Un’altra copia
nc ha il Sig. figlio di Tentila fer ricupera Abate D. Bartolommeo Zigiotti
Alone delle fue Decime nella Tilin tutto limile alla predetta . Un Im di Tal d’
Agno, che fi legge Tello poi di quell’opera era già fcritta a penna nelC
Archivio appretto i p. P. Somafchi della del Sig. Co. Bonifacio Triffino Salute
in Venezia! e queftonoi j nel libro, che ha per titolo Rimiamo, dite potefte
ctTcrc I'IPrisca Triisjne^ Famioriginale. Con ctTo era unita) ti .€ Monumenta.*
et c.., la citata Aringa di G 1 o v a n- facendo egli menzione delle Giorgio, c
’1 Trattato mano- Scritture defle anche a car. 29. fcritto della Famigl. Triff.
di I del primo libro dello Aedo fuo Paolo Beni, ed altre feri t tu re Trattato
della Famigl. Triff ., concernenti alla detta Famiglia: che è dampato, di cui
più intutto in un libroin foglio, fui nanzi faremo menzione. Dilli, cui cartone
al di fuori lì legge- j che era nella Libreria de’ P.P. delVano quelle parole:
P r i se a t la Salute in Venezia, perchè ogTrusinea Familismo-! gidi
certamente ivi o non vi fono hu menta. Le quali Scrittu- j ìe dette fcritture,
o difficilmente prima erano appredo il P.D. te fi podono ritrovare : conciof*
Pier-Catcrino Zeno Cher. Rcg. fiachè io col mezzo anche del Somafco, di
gloriofa memoria} | P. D. Jacopo Maria Paltoni, che come ci dide il Sig.
Apoftolo j con tutta bontà mi favorì di diZeno, fuo fratello, che di ede
ligentemente cercarle, non abbia tutte nc eflraflc quelle notizie, mai quivi
potuto ritrovarla, che credette più fpettami alla) (14) Che il Tr issino fof— -
-, fc in cui molto fece di profitto, come ne fa fede non pure un piccolo ir
aitato in cotal materia da lui comporto (15)» ma la fabbrica del fuo Palazzo
nella Villa di Cricoli a mezzo miglio lontana da Vicenza, che è tutto di fuo
difegno fulle regole di Vitruvio (i Quia 1 ri* del nome loro. Non fi può *,,
Parthenius multaruni (cien-' veramente farne altro gìudicio, >» tiarum homo,
diù literas ibi i confederata con la prontezza di „ docuit, erudivitquc canqu 3
m j cotefii ingegni, che voi harete », in Lyceo Juvcnes nobiles Vi- da e fer
citare, la finezza delle », cetinos maximè, ac Vcnctos. veftre lettere, e la
gentil manieri) Queita lettera, che fi ra, propria di voi filo nel dilcgge tra
la Lettere di xiu. mojtrarle . Entrate pure, Sig.Com Uomini illuftri ec. In
Venezia pare con franco animo in quefia per Comin da T rino di Alonfer - eroica
imprefa, e commutile at e rato, 1561. in 8,, a car. 180. e altrui i tefiri
della vera dolche fu anche inferita nella terza trina, parte con la voce, e
parie del V Idea del Segretario di parte, ancora con la penna, che Bartolommeo
Zucthi, In Vene- non ho dubbio, che nell’ ameniz.ia prcjfo la compagnia minima
tà di quella vaga fan zia non vi léso, in 4. a car. 8 1. ; Quella let- fi defti
defiderio di qualche bel tera, dico, vogliamo qui rife- la poefìat al che
doveri fifpiCÙe; cd £ quella.. ( [ gntrvi la rimembranti, che ogni trat
Digitized by Google ti L A Vita S’era già ammogliato il noitro Tassino a
Giovanna Tiene, nobile Vicentina, da cui avea avuti due figliuoli, l’uno
chiamato Francefco, che morì giovane, e l'altro Giulio (25), il quale fu poi
Arciprete della Chiefa Cattedrale di Vicenza (26)$ ed eflfendo effa morta, di
tanto egli fi ram tratto il luogo vi darà del dot tijfimo Trisjino; in cui a
giudicio mio chiiirijftmo efempio ha veduto Reta noftra delle tre più pregiate
lingue, cc» Di Venetia olii xx. dì Maggio MDLV, Compari e fratello Paolo
Mariano . Ciò» clic della Villa (addetta di Cricoli lafciò fcritto il Sabellico
nel Poemetto intitolato Crater yiccntinus, porto nel tomo iv. delle fue Opere,
a car.550. ( nominato dal P. Rugcri nella ìua Declamazione a car. xxv.) fu
molto prima che ella fofsc ridotta alla perfezione, c vaghezza, che oggi fi
vede; la qual cofa fu osservata eziandio dal Beni nel luogo citato. Nel Palazzo
iftcfso di Cricoli ebbe diletto di foggiornare parecchie volte 1 ’ Arcivcfcovo
di Rofsano Monti?, nor Giovambatirta Cartagna » nobile Romano, Genovefc di
origine, nel tempo, che era Nunzio di Gregorio .irti, in Venezia; come dicono
il P. Rugeri Trutina&c. pag. xxv., c Paolo Beni Tratt. dell' Orig. della
Famigl. Trift. rtampato, a car. jj., e’lTom-{ I mafini Elogia &c. pag. 49.
e 50., ed altri; U qual Prelato fu poi [addi li. del Dicembre dell’anno 1583.
creato Cardinale, e poi a’ 1. fatto Papa col nome di Urbano vii. | Onde in
memoria di ciò fu la I cornice d’una porta d’una Ca| mera del mcdeìimo Palagio
vi tu incifaquertaifcrizionc; B E at issi m 1 Urbani VII. Hospitium ; e
fovrappoftovi il Bufto dello ftefso Pontefice. (14) Nel Ri/fretto della Vita
dei O. prcmcfso alle fue Opere dell^ rirtampa di Verona, quella fua prima
moglie è chiamata erroneamente Giovanna T r 1 ss 1 n a, quando ella fu
veramente (come conila dagli Arbori) della Famiglia de k Cor Co: Tiene. Di
quello Giulio avremo occaGonc di fare pcculiar menzione, a cagione de’ fuoi
lunghi litigj contro al Padre. (26) Che due figliuoli avefsc il Tr issino della
detta fua moglie» lo dice ilTommafini negli Elogi pag. 30., cd altri; ma il Tr
issino irtclfo nella citata lettera al Reve d’O.. 13 rammaricò, che non volle
più dimorare nella Patria 5 ma partitofcne tornò a Roma, dove già era ftato effe
ndo giovane; e quivi col cuore ingombrato da quello fanello penliero fi diede a
telfere la celebre -Tragedia della Sofonisba, della quale innanzi parleremo
minutamente. Frattanto eflendo morto il Pontefice Giulio 11 . gli fuccedette
Tanno a dì xi. di Marzo, o fecondo altri addì xv., il gran Cardinale Giovanni
de’ Medici» che fi fece chiamare Leone X., il quale, ficcome quegli che era
principal protettore de’ Letterati, avendo conofciuto il Tris sino, s'innamorò
ardentemente del fuo raro ingegno, e poi lo amò fempre quanto ciafcuno illuftrc
Perfonaggio del fuo tempo, c l’onorò fommamente, impiegandolo eziandio in varj
uffizj affai riguardevoli. Godea egli pertanto in quella Corte tutti gli agi, e
gli onori tutti, che a un Perfonaggio diletto al Pontefice fi convenivano;
quando venutogli nella mente il già goduto rìpofo nella fua Villa di Cricoli,
deliberò di Reverendo Prete Francefco di j ra poi del medefimo, che non
Gragnuola, che fu fuo macftro, c fra le (lampare, fcritta da Aiudandogli
ragguaglio delle cofe ' ratto al detto Giulio addì iS. della fua cafa, d’altri
non par- M*rz,o 1542., fi ha, che elio la, fuorché dell’ Arciprete con Giulio
fu primamente Cameriere quelle parole: Hebbì della yri- di Papa Clemente vii.
> c clic ma moglie un figliuolo, il qua- da lui fu poi fatto Arciprete del.
le è fatto-, ed è Arciprete di la Cattcdtale della Cittì noquefia Città. Da
un’altra lette- j ftra di rimpatriarli : laonde prefo commiato dal Pa» pa,
tornò a Venezia, dove fuori di rutto il fuo penfamento trovò materia, per la
quale e’ dovette per lungo fpazio di tempo anzi inquieta, che ripofata menar
fua vita. Ciò fu una per altro temeraria infolenza di alcune Comunità di certe
Ville del Territoria Vicentino, fpecialmcnte di Recoaro, e di Val d Agno, che
prefa l’occafione delle turbolenze e rivoluzioni, che travagliavano in
que'tempi non pure la noftra Patria, ma tutta la Lombardia, aveano fupplicata
la Sereniffima Signoria di Venezia fotto palliato colore di oneftà, che volefle
(gravarle dellobbligo, che aveano di dare le Decime delle loro ricolte
a'CorC.o: Triffmi della linea del noftro Giovangior.gi.o, i quali n erano i
foli Proprietarj e Padroni, come quelli, che dalla Signoria ilefsa ne erano
(lati invertiti a di 3. di Settembre. E benché addì 6 . di Ottobre dell'anno
1512. le dette Comunità avefsero avuta fopra ciò contraria fentenza in foro
civile, non però di me* no tentarono, fe favorevole giudicio ottener po tefsero
io foro ecclefiallico: e perchè ne furono molto Della Repubblica di Venezia fi
gloria d’ cfscrc volontaria prima fuddita la Città di Vicenza -, la quale anche
però è chiamata dagli Scrittoci Primogenita d’cfs a Repubblica, perche la Piuma
fu, che fra tutte le Città fudditc le fi donifse fpontancamcnte: il clic fu
molto torto impediti, però efli per forza dal fuddetto obbligo fi efentarono.
Ma in quello mezzo per giurto motivo quefte Decime applicate furono al Fifco
Pubblico. Tornato adunque Giovanciorcio in Patria, come dicemmo e trovati sì
fatti difordini, de’ quali dicea egli di non averne avuta, dimorante in Roma,
veruna relazione (so)-, pensò di ricorrere alla Signoria medefima, perchè
almeno gli fofle redimita del" le fuddette Decime la fua propria porzione-
Se poi egli efFettuaffe perfonalmente quello fuo penfamento, o fe altri in fuo
nome facefse la fupplica, noi noi fappiamo di certo: comunque ciò fofse, fatto
ila, che cfsendo Hata conofciuta la fua innocenza, e a riguardo fpecialmente di
Papa Leone, il quale la iatercertìon fua in ciò frapOttennero i Co;
Co;Trifflniaddi ia.di Novembre Lettere Ducali proibitive del non doverli
trattare in foro ecdefiaBico quella lite. Tommafini negli Elegi pag. 51. dice,
clic furono confricati i fuoi Beni ita urgente belli fortuna : c poco appreffo
parlando della refiituzionel fattagli de’ Beni Beffi dai Vene-! ziani, accenna
la cagione d’cf-| fa confifcazione, dicendo: fai, cognita ifjìut innteentìa,
Veneti Bona ab / enti jujìa confanguintorum culpa ob defetHoncm erepra, benigni
reflituerunt . Noi veramente fappiamo qual folle cotal colpa} maonefii
rifpetti, e necefsarj giuBi motivi non ci permettono di riferirla. Tanto egli
afferma nella fua siringa-, di cui diremo più datatamente a fuo luogo.
Irappofe, gli fu Tanno fuddetto . reflituita ogni cofa. In quello tempo
medefimo fu egli dallo fteffo Pontefice in aliai importanti affari impiegato; e
primieramente finché folfe palfato il verno di quell’anno, (dopo cui gli ordinò
medefimamente, che, prendendo la volta di Dacia, fe n* andafsc Nuncio a quel
Re), lo mandò fuo Ambafciadore all’ Imperator Maffimiliano ; nel quale impiegò
fi portò con tale prudenza, che e da ognuno in molta llima tenuto fu, e all*
Imperatore caro sì, che ne riportò grandilfimi onori (35): anzi è fama, che da
lui conceduto gli fofse, che nell’Arme gentilizia Tlmprefa del Fello d'oro
inferir potefìc, e che altresì Tri ss ino • dal Che Papa Leone frappont(Tc in
quello fatto la Tua intercezione, non folamente lo dice Monfignor TommaGni
negli Elogi, pag. 51., ove regiftra un frammento di una fua lettera al Conte di
Cantati, con cui gli raccomandava quefto affare; ma lo accenna Giovangior. Gto
fieffo nella già citata fua lettera al Revtr. Prete di Gragnuola con quefte
parole: Io fono flato per varj cafl: prima per qitcfle guerre fletti ot Panni
exule, e privato di tutte le tuie facult à, che per la benignità de la felice
ricsr dazione di P.P.... (il nome non è quivi cfprelfo, ma fu Leone) mi fu
reflituito ogni cofa, nel tempo, che if ero Legato di Sua Beatitudine a
Maxìmiliano Imperatore ; e nella fua Aringa dice, che ciò fu de l' anno 15 1
5., che erano tre anni a ponto dopo che li Communi aveano occupate le Decime.
La Dacia, dove il Trissino dovea andare, quella non è, che anticamente era
unagrandiflìma e vada Provincia dell’ Europa, c che oggidì c laTranfil vania;
ma quella, che oggi sì appella Dania, o Danimarca, la quale giace a
fetrenttionc dell, a Germania. Tanto afferma egli (Icffo nella Dedicatoria del
fuo Poema dell’ Italia Liberata eia'Goti.] dal vello d,' oro potefse
denominarli .. Ma perchè alcuni dicono eSsergli flato conceduto ciò anche da Carlo
V.» pero ci riferbiamo a parlarne altrove a minuto. Di tutto ciò, che Giovan
Giorgio operava nel tempo di detta legazione, avvisò il Pontefice -con una
lettera inclufa in un’altra diretta a Giovanni Rucellai, Tuo grande amico, e
confidente, il quale poi addi 8. di Novembre del Suddetto anno 15-15^ gli
riSpoSe da Viterbo, che avea congegnata al Papa la fila lettera; che elfo
l'avea letta molto 'volentieri,5 e che non pur dai motti e gefti fatti nel
leggerla conofciuto avea effergli -molto piaciuta, ma più affai da quelle fue
prexile parole: egli hi fino a qui proceduto bene y et non poteva meglio
exequire li mia volontà dì quello Jl * Soggiungendo appreffo aver dal medelìmo
commiffione di Scrivergli, che feguitaffe P ure, come avea fatto, a conferir
col Vefcovo FeU trenje gli affari che maneggiava; Siccome il Papa fleffo gliel’
ordina-va col Brieve, che gli trasmetteva in un con quella Sua lettera di
rifpofta (34)* Dalla qual lettera appare ancora avere avuto il Trissino ordine
dal Pontefice di trattare la pace universale, e l’impreSa contra degl*
Infedeli; poiché il Rucellai gli Scrive così: Per C li pie e Quella lettera del
Ruceliai fu ftampata a car. xv. del la citata Prefazione alle Opere del
Trissino. U pace univerfale, e l* impre fa c intra Infedeli vi ha•ucte a d «per
are totis v/ribut, perché Sua Santi ita t ba mi In 4 cuore, come fapete, e
crediate certo, che ne/funa altra caufa particolare non lo muove, fi non la
unione della Crifianitì 3 £ t/uefta fan ti firn a ImpreC*> benché fi, che vi
ricordate la COMMISSIONE fua y e con che affezione vi PARLÒ di t/ue/la cofa
(35). Ettèndo già intanto pattato il verno del predetto anno 1 5 1 5» volea
Giovamgiorgio proferire il Tuo viaggio verfo la Dacia, giufta la committionc
dei Pontefice; ma ne -fu impedito dalflmperadore, il quale volle, che invece al
Papa ritornatte, come Tuo proprio ambafeiatore, e lo pregafle in Tuo nome, che
volette fermare una nuova lega tra sè, el Re d’Inghilterra, e’1 Re di Spagna
contro a'Franzefi, i quali dittimulando la brama di vendicarli, voleano pattare
in Italia; giacche la confederazione altra volta conchiufa tra sè, e’1 Re cT
Aragona, s*cra fciolta per la morte di quello Re; mandandogli anche per Giovan
gidroio medefimo una ben lunga Jette- Rucellai finifee detta j de’ Medici, cugino
di Papa Leolcttcra con quefte patolc: Credo ine; il quale poi anch’egli fu
haremo pre/t 0 il Cardinal de' Medi- '.(aito Pontefice col nome di Cleri, il
quale è tanto vo/fro, quanto | mente VII.; abbiamo però rifedir fi pojfa,pcr
qualche lettera,rér|rite le parole fuddette del Ruha /cripto qui, dimojìra, che
molto celiai, perchè avremo occaftonc v ama perchè ha fallo fempre ho- ', di
dire gli onori da quello Papa rtorevtle menzione di voi. I fatti al Tr issi no
nel tempo Quello Cardinale era Giulio | del fuo Pontificato. . lettera,
pregandolo primamente, che Lui fcuCaffe, fé invece d’andare in Dacia, come era
Tua mente, alla Santità £ua ritornava* perchè ne 1* avea egli coftretto;
lignificandogli pofeia il pericolo imminente, e la necefiìtà dell’affare G z
RiceContenendo quella lettera dell’ Imperatore al Papa alcune curiofe
particolarità, fpczialmente intorno al noftro Tr issi n Oj abbiamo (limato bene
di qui traferivcrne buona parte; tralafciando di dire ciò, Che punto o poco fa
al noftro propofito. La qual Lettera ci fu comunicata dal Sign. Apoftolo Zeno,
di Tempre cara memoria. >, Maximiliamus Di vi« na favente Clementi^ Roma. „
norum Imperator S. A. &c >, Io. G e o r g 1 u s de T m s„ sino San&itatis fu. e
apud,» Nos Nuncius, Se Orator . », &c. ... In primis idem Ora-,, tor cxhibitis Litcris
noftris >, credentialibus Beat. Pònti fi-,» ci, cum omni filiali reveren-,,
tia. et obfcquiolàlutabitSan-,, Sitarmi fuam, Se commcn», dabit Nos, Screnifs.
Carolum Regem Hifpaniarum, Se „ alios Filios noiiros ad Suam,, Beatitudinem. Deinde deda „ rabit banditati Sua:, quod „
licet idem Orator ftatuiffet » iter fuum continuare juxta », mandata Beat.
Ponti ficis ad „ Screnifs. Regem Dacia:, fra„ trem, Se gcncrum Noftrum,,
cariftimum nihilominus Nos confidcrantes longè plus ex-,, pedirc rebus Sux
Sancfcitatis Se fuis, ac univerfx Reipub. Chriftiana* redirc propter oc„ currenda* ad S.
San&itatem,,, quàm profequi iter emptum, ob fingularem obfervantiam, Se
affeàum, quem No* habe„ mus ad San&ic. Pontificis, „ Se )us, quod
prxfumimus in omnibus miniftris, Se fervitoribus S. Beatitudinis, ipfum
Oratorem cùm venia noftra defeendentem ab itinere „ retraximus, et ad S. E.
redi» re computi mus, quo clarius». „ Se apertius rerum omnium,, Sancitati Sux
per Creaturam „ fuam tàm Ei affe&am deda» „ ramus. Ideo Bcatitudo Ponti„
ficis hxc sequo animo accipiat, „ Se fi in errore erracunv fit, quod
tamcnnonciedimus, id „ Nobis imputet. Caufaautcm hujufmodieft „ quod cum jam
Ser. Rex An„ glia: fratcr nofter cariffimus „ per Litcras, Se Oratorem fuum: „
apud Nos degentem, Se Or a„ torem Noftrum apud Se ref„ fidentem dcclaraverit
Beat. „ Pontificis, cognito
periculo,,, quod imminer, nedum Ita-,, lise, fed univerfx. Reipublicf m>
ChriRicevette volentieri il Papa quefte (cute, e accolfe il noftro T rissino
colla folita benignità» e ( omettendo di riferire ciò, che Tulle richiefte
dell’ Imperatore egli riiòivefse, come cofa poco Cbriftian ex magnitudine, Se
infoientia Gallorum forc », optimè contentimi, et idem „ maxime defiderare,
quod,» iidem Galli hunjilientur, Se n rebus fuis contcntcntur : qux „ quidem
fentcntia Sandlitatis », Su*,cùm Nobis fempernedum „ opti ma, fed valdè
neceflaria „ vifa eli, ex periculo, quod „ omnibus imminet, Se prxfertim Beau
Pontificis, et fu* „ Patri*, Se Familix, cùm il-,, lud antiquum odium, quem
Galli babucrunt ad Eum, quùm fecerint ipfum extorrem, et per xviil. annos.cr»,
rare à Patria, cùm maxime, calamitates compulcrint, nullatenus remiferint, td
omni„. nò auxerint, licei imprxfen„ tiarurn negant, et compri„ mane,
cxpedtantes tempus. vindidlx: Itaque cogiraverit, SandlirasSua comprimere eos,
Se ad illum terminum redigere, quod non liceat plus eis „
inSandlitat.Suam,quàmfiui-| » timos fuos, Se quam juftum fit . | >, Et cùm
Nos, et Scr. Rex j n Angli*, et Ci. mcm. olimj n Rex Arngonumid apertd pcr-l «
fpiceremus, fapienter cogita- j „ vimus de una confxderatio- ' », ne ad inumani
defenfionem ! », ad inviccm, Se etiam offèa-J,3 fionem cantra eofdem Gallos,
etiam crat Lex imer Nos, Se », ipfos conclufa : fed morte,3 ipfius clar. mera.
Regis Ara„ gonum dilata. Se interrupta I,» eft •, fed tamen cùm ex hoc „
pcticulum > ncc fublatum,3 ncc diminutura immò nia„ ximcaudtum fit,
vidccurNo„ bis omnino in eadem dclibc„ tatione perfiftendum, Se rogamus Beat.
Pontificis ut, confiderata nccdlitate hujus> 3, rei, vclit fpfà quidem
intra. 3, re foedus hoc,. Se tranfmitte3, re mandatum fuum apud Scr. Regfm
Angli* » ut ibidem ». contradletur» Se conciudatuu » Efficiamus autem, quod in.
„ locum Clar. mcm. Regjs dc-,» fundìi fuccedar Se r. Carolus,, Rex Hifpaniarum,
Se qui „ quidem in ca te proficerc poterir, idem Orator admo„ ncbit Nos. Agct
autem di-,» dus Orator, tee. „ Dar. iu Civitare noftr* „ Tridentina die
odiava,. „ Regni noflri Romani „ triccfimo ptimex.,, Locus 4 . Sigilli . Ad Mandatum
Ccfa„ re* Majcflatis prò. „ prium ]o. de B&», KL'ljjS- i n O. 12 poco alla
preferite materia confacente) pensò indi a poco tempo di occuparlo in altri
impieghi • In fatti l’anno ftefso, che fu il lo inviò fuo Nunzio alla
Repubblica di Venezia per maneggiar forfè 1 affare della Crociata contro a
Selim Gran-Signor de Turchi, la quale gli flava molto in fui cuore. Nel tempo
di quella lua ambafeeria trovò il Tr issino? che le Comunità, di cui s’è fatta
menzione, pagata aveano 3I Fifco Pubblico la rendita della fua porzione delle
Decime fopraddette; negando in oltre coftoro di riconofccrne lui per Signore:
laonde egli ebbe novamente ricorfo alla Signoria di Venezia, la quale fubito
con fue lettere in data de’xvu f. Dicembre 15 itf. commife ai Rettori di Vicenza
( che in quel tempo erano Ermolao Donato, Podeftà, e Girolamo Pefaro >
Capitano') che nel pofsefso dello Decime flefse lo riponefsero, come lo era
innanzi la pafsata guerra (39). Dalle quali lettere ebbe poi co mincia Lo dice
il Tri ss imo Hello nella Tua Aringa, d meglio nella lettera al Prete di
Cragmtol a con quelle parole : Sua Beatitudine mi mandò .... Legato a Venezia,
ovt fui molto ben veduto da quella Jlluflr : f. Signoria . Al Papa quello
affare premeva si, che perciò maneg-j giòj c tlabilì una lega tra mol- j | ti
Principi Crifliani ; ma por per la morte di Maffimiliano li difciolfc, e di sì
alta e pia impresi fvant 1’ effetto defidera* to. MTr issino in propofito di
ciò nella fua Aringa dice cosi : Per effer abfente la mia facoltà fu tolta nel
Fifcho ; et detti Comuni però, quantunque ritmtjfero tutte le farti di que fic
D. 2.J tro Bembo, fuo Segretario, la quale opportuno crediamo di qui
trafcrivere. JO: O. y I C 1 H X I 11 o.,, Cationi am opera, et diligentia tua,
atquc „ virtute certis in meis, et Reip. rebus uri quam„ plurimum volo, quarum
rerum caufa, te ut » alloquar, magnoperè oportet: mando tibi, ut quod tuo
comodo fiet, Leonardo Lauredano Principe Venetiarum falutato, ad me confe„ ftim
revertare.,, Dat. Non. Januarii M. D. XVII. Anno „ quarto. Roma. Andovvi egli
prettamente, niente penfando, che perciò iettar dovette in pendente l’efito
della Tua lite. Non lappiamo precifamente a che il Papa lo aveffe richiamato a
Roma: del retto non molto egli quivi dimorò, perciocché nello ftef-' io anno
1517. ritornò a Venezia-, e fé fi vuol dar fede a Paolo Beni, xitornovvi anche
a quella volta come Nuncio Apoftolico per trattare di ftabilire una lega contra
1 Imperio de’ Turchi (41) . Vero è tuttavia', che il Papa in tale • ; occafio
(40) Quella lettera fi legge ' Simonìe Vinctntii fin fine ) Dùncl libro
intitolato : Ferri Bembi, niftus ab Harfioexrndebat Lugdu • EfiftoUrnm Ltonis
Decimi Ton- j ni. ! r I 11 . in 8 ed è tif. Max. nomine fcriptarum Li- ! la 35.
del lib. xlll. pag. bri xvi. Ledimi apud Hercdts \ Paolo Beni nel T ratent. L a
Vita occafione inviò per lofteflò Tr issino una lettera al Doge Leonardo
Loredano, dalla quale appare, che egli avea a trattare col Doge a nome della
-Santità Sua cofe di fomma importanza: la qual lettera non vogliamo lafciare
parimente di qui traferivere, ed è la feguente. Leonardo lauredano Principi
Venetiarum.,, IP Roficifcenti Venetias Jo:Georgio TrissinoVì* 5, centino; quem
quidem propter bonarum artium „ do&rinam, et politiores literas,
excellentem>, que virtutem unicè diligo; mandavi, ut tibi „ falutem
nuntiaret mcis verbis; tecumque certis de rebus ageret, quae cùm mihi cordi
flint, „ tùm noftra utriufque intereft ea confieri : tibi „ vero edam hone
fiati, atquegloriae funt futura„ Dat. prid. Non. Septemb. Anno quarto . jj
Ronitif Non oftante che in tanti e si diverfi negozj notò del titolo di Legato
ApoA (4») Quella lettera fi legge Jlolico inviandolo a Adajpmilia-ìahicsì nel
citato libro delle Lctno Cefare. Ritiratofi alla Pa- 1 tere fcrittc a nome di
PapaLiotria, fa di nuovo chiamato a &>-I nc dal Bembo, lib. XI II. ma
nel principio dell' anno IJ17. ; 16. pag. jiy. Ciovangiorgio occupato forte,
avea condotta* a fine la fbprammentovata Tua Tragedia della Sofonìsbti y cui (
dopo eflere flato lungamente in forfè y come dice egli fteflo nella
Dedicatoria) indirizzò al luddetto Pontefice con lettera, che in poi flampata
colla ftefla Tragedia l'anno 152^ in Roma. Leone gradì fommamente qucfto
componimento r e ficcomc egli era giudiciofiflìmo e. fapientiflìmo letterato,
ne fece tanta. Rima, che volle forte con reale magnificenza, e con tutto lo
sfoggio degno di se rapprefentata (43 K Non può negarli, che il Tr issi no non
abbia comporta quella Tragedia con tutto lo sforzo dell’ingegno fuo; perchè
quanto al Suggctto, fcelto avendo l’ avvenimento funefto di Sofonisba Regina di
Cartagine r fi fece conokcrc giudiciofo sì, che per teftimonianza di Nic D colò
Di ciò veramente altra !»» mationibus adjudicarus fuit.ficura pruova addurre
non pof- j Benché dalle infraferitre pacamo, fuor folamente la fama role, che
Giovanni Rucellai agc la tradizione, che fe ne hn; | giunfc in fine della
fopraccitata e in oltre l’ aurorità ( fe pur va- j fua lettera al Trmsino
fognale) dclTommafini, il quale ne. | ta addi 8. Novembre 1515. di gli Elogi,
pag. 50., cosi lafci b- yiterbo, fi potrebbe ancora conferino : » Summa
duksdine, I ghietturar quello fatto. Abbiate „ Se majeftatis pondero calami - 1
a mente ( dice egli ) Sophonitb. 1 „ rofum Sophonisbi Regine voflra, che forfè
Phalijco fari evtntum drnmatc exprcfiit .'ratto fuo in qutfla venuta del „ Quod
cùtn Leone X- li cera.- j Papa a Fiorenza .,, rum Moecenatc benignifiìmo I
Difcorfi intorno alla „ in Scenam magno apparata T rag* dì a . /n P’icenz.a,
appreffo „ eficc projuitum, primus illc Giorgio Greco. in 8 . c. 14» „ Italia:
puòiicis lauree accia, [a tergo che (non oftante che ad alcuni quefto
componimento non -fia perfettamente piaciuto, come vedremo) elfo fu
ftimatiflìmo, e non fidamente vivente il fuo Autore, ma appreffo fua morte, e
d’ogni tempo r e i noftri Accademici Olimpici elfo feelfero a rapprefentare
l’anno 1562. nella Sala del Palazzo della Ragione in occafione di provare il
modello del famofo Teatro Olimpico di Andrea Palladio ( 45 ); e ciò fecero con
sì ricca magnificenza, che, fecondo che dice Marzari 1, vi ccncorft quafi tutta
la Nobil m Il Sig. Marchefe Maffci',» rem Siphaci». filiam Afdrunei preambolo a
quella Trage-j„ bali», captam Satina adamadia riftampnea uri primo tomo „ vie,
et nuptiis fa&is nxorerrt del Tuo T entro Italiano, che d-|„ babuit ;
caftigatufque a Scr1 tremo a fuo luogo, dice intorno J „ pione » venenum
tranfmific* al Soggetto di dia, che chi leg- „ quo quidem baufto illa degerà il
trtnttjìmo libro di T . Li- [,, ceflir . vio, ravviferà y come ninna fe\ ( 46 )
Di quella notizia ci conn' è fatta mai, che fervafft fi* ( fediamo unicamente
debitori al fide all' iftoria, e che jì nel S ig. Abate D. Bartolommeo Zitnttoy
come nelle farti fi* infi- grotti, femprc intento a cercali fiejfe in effa :
aggiugnendo, che nuove cofc, onde ampliare la le fcgucnci foche farole dell ’ .
fua bell’ Opera delle Memorie antico Efitomatore fremevo ne, del detto Teatro.
ffiegano i' argomento a ba]l alila : ( 47 ) Jft orla di Pie enza CC. u
Macinili.» Sophooiibam, uxo- | In Piceni,* > affreffo Giorgio Qn Nobiltà
dell* Lombardia, e delU Marca Trevigiana . E da Manofcritti dell’Accademia
Olimpica fi viene anche in chiaro, non (blamente effere fiata ella Tragedia
magnificamente rapprefentata» ma tale e tanta efsere fiata la ma. gnificema,
che alcuni Accademici penfarono non doverfi mai più fare tali fontuofe
rapprcfentazioni, temendo, che l’Accademia non foffe per riportarne mai più
lode e ftima si univerfale. Ma gli altri più giudiciofi Accademici a sì fatto
penfamento non aflfendrono; laonde meglio penfata quefta faccenda, e gravemente
ponderata, tutti in fine conchiufero, (e ciò fu l’anno I57P-) che moderata in
buona parte la fpefa, fi dovettero pure dall’Accademia fare tali pubbliche
i-apprefentanze . E’n fatti a’X. d'Agofto dello fletto anno fu ordinato,
doverfi fare feelta d* Lina Favola PajìoraU da recitarli pubblicamente nel
Carnovale dell'anno appretto 1580. (48): benché per altro fotte differito il
recitarla ad altro tempo. Di Ma ri Greco, . in 8. lib. 1. a ferratori delle
Leggi, Contradi Cai. 160. c 161. 'centi. A: adertici, et Secretar j Per
ripruova di ciò G deli' Ac adorni* delti Olimpici, vuol qui traferivere intero
in- \& delle Parti prefe nel Configli» tero l’atto deli’ Accademia, che di
ejfa Academia. Qual inco fi legge \m un Litro manoferit-, mincia . Anta pteJTo
di me, Legnato » c no terno della fejfa Olimpiade intitolato; Libro delle
Crtatio- 'fino 7. Aprile 1581. L’Atto è r-tdc Prencipi,Confalicri t Con- \
quello . j> Adi X. Agofto 1 5 79. In Cou Ma ripigliando il lafciato filo,
eflendo morto l'anno 152,1. addì 2. di Dicembre il lodato Pontefice Leone X..,
il quale? come s'è veduto, Sommamente amo il Tris si no, e ne fece moltiffima
ftima ( anzi fu detto per alcuni, come riferisce, Coniglio, dove inrervencro »
il Sign. Prencipe, Conlìglic•99 ri doi, cioè il Sign Hicroni>, mo Schio
follituto per il Sign.,, Marco Brogia, et ilSign. Fau>9 fio Macchiavelli, il
Teforic9, ro contraddente foflituco, il „ Cavalicr CriHoforo Barbaran per nome
del Co. Leonardo M Tiene, et il Sign. Antonio Ca„ mozza confervator delle Lcggì
foftituito per il Sign. Antpnio Maria Angiolcllo, con,, aie Secretano; in tutti
al numero di 14.,, Par che, la rapprefentazio-,, ne della Sofonisba Tragedia
.*, dell’ Eccellerli ifT. Sign. Ciò:,9 Giorgio Trjssino già no-,, flro
Patricio. „ pel Palazzo publico per la rip„ feita Tua non purcon fodisfa„
tione, ma con meraviglia di 9, chi ne furono fpettatori, hab.9, bia caufato fin
fiora in quell’ Accademia un quali continuo 9, filentio a fpcitacoli publici, „
come che potendoli diflficilmente fperare più da lei im„ prete tanto
illuBri,fofire meglio 9, per non declinare non rcetterfi » più a veruna anione
tale peri’ avvenire . Ma certamente cf 99 fendo l’Acadcmia noflra fon9, data
fopra i continui cfercizf,9 virtuofi, &c dalFclperienza di,9 molti anni,
elfendo già co-,, nofeiuta tale, che può fpcra9, re fempre d’ operare fe non,9
cqfc uguali 9 almeno degne di 99 fe mede lima, et della Patria j 99 non deve da
quello .troppo,9 fevero rifpctto lafciarfi impe99 dir quel sì lodevol corto, a
99 cui dal genio > dallo (limolo 9, virtuofo, dal debito della pro-,t
feflìone, dal defiderio, et dall’ « afpettatione altrui lì fenteee„ citata.
Laonde andari Parte* „ che quello proffitnocarnafciale venturo lia recitata
publi„ camente a Cafa dell’ Acadc9, mia con quella minor fpefa,,9 clic fia
poflìbilc, atccfa Isde9, gnità, una Favola Ptjlor ale, „ come cofa nuova et non
più „ fatta fin’ ora da quell’ Acad. „ quelii cioè 9 che farà eletta „ dal
Sign. Prencipe nolìro, et da „ 4. Acadcmici, che per quello „ CanGglio faranno
a tal cari-,9 co deputati, i quali habbiano „ ancoinfieme cura d’informar» lì
da perfone perite della fpefa, 9, che vi potrà andare, acciochè,, fi porta f.\r
la provi (ione dei den». ferifce Ciò vanni Imperiali, che efso volea
conferirgli il -Cardinalato-» ma che da lui fu ricufato per poter nuovamente
prender moglie ) a cui fuccedette Adriano VI. ; il noftro G10•vangiorgjo fece
da Roma a Vicenza ritorno • Quivi attendendo à’fuoi ftudj, e fpecialmentc alla
Poefia, compofe tra le altre cofe una Canzone in loda d’ Ifabella Marchefa di
Mantova, a cui mandolla, ed ella poi ne lo -a» denaro io tempo, et dar prin”
cjpio ad imprcfa cosi hono-,, rata, rifervata poi la elettio•'»» nc di
Accademici, coni’ », è detto di /òpra, la qual paf» sò di tutti i voti. »>
l'or ballottati i fottoferitti. »> 11 Sign. Paulo-Cihiapino prò 1 1. 3. »9
-II Sign. Criftofano Darbaran .Cavai ier .... prò p. 4. »» 11 Co. Leonardo
Thiene . prò 8. 5. » Il Sign. Hicronimo Schio prò io. 3. -9, Il Sign. Antonio
Maria 9» Angiolello . . prò ri. 1. »» 11 Sign. Alfonfo Ragona * • • .....
j>ro 16. Rimate il Sign. Paulo Chi*», pino, il Cavalier Barbarano, „ il
Sign. Hieronimo Schio, et „ il Sign. Antonio Maria An-,, giolcUo » come
fuperiori di,, voti. Mufeum Hifloricum 8cc. pag. 43.,, Munito libi ad Leo„ nis
X. gratiamaditu, infplcn„ didiflìmo Mularum et virtù»,, tum atrio fic vixit, ut
Non„ nulli delatum fibi purpurar ho„ norem prolis gratia rejc&utn,, ab ipfo
prodiderint. Da alcune Lettere man uteri t« te del Tris si no appare veramente,
avergli voluto il Papa varie ecclefiadiche Dignità conferire, che ivi non fi
fpecificano, e che tutte da lui furono ricuf.ite. (jo ) Quella Principefla fu
figliuola d’ Eccole I. Duca di Ferrara, cd è quella ideila, cui tanto efalta il
nodro Autore nc’ Ritratti - lo ringraziò con Tua lettera in data di Mantova del
dì ics.; e gli fcriflc pur da Mantova un* altra Lettera (52), pregandolo, che
volefle a fuo agio colà andare dov ella era, perchè diGderava fornai amente di
vederlo non tanto per godere e gufi gre U amenità dell’ ingegni, e dottrina fu*
y ma perchè volea, che nelle fcienze e nelle lettere ammaetìxafle Ercole fuo
figliuolo» da che fegno dava di buona docilità, e di buon ingegno, e d’eflere
allo Audio letterario mirabilmente inclinato i pregandolo in fine, che pel
mcfso a polla mandatogli volefse farla avviata del tempo della fua andata,
acciocché lo poteJGfe afpettare; noi per altro non abbiamo ficura contezza,
s’egii v’andafse. Sappiamo bensì» che l’anno apprefso 1523. addì 20. di Maggio
efsendo flato eletto a Doge di Venezia Andrea Grilli, di glori ofiflìma memoria
» Quella Lettera c Rampata San Francefco della Vigna di nella citata Prefazione
alle Opere, Venezia entro un fuperbo depodcl noftro Autore a car.xvm. fito,
fopra cui fu fcolpitoquc( ji) Anche quella Lettera Ito .Epitafio: • Ha nella
fuddetta Prefazione, a Andre* dritto, Duci Opti car. in. | mo, et Reipub.
Amantijfimo, pa Non folanicnve nelle (ij terra, mari^hepart* A*&*ftorie di
Venezia, ma in altre ri, ac Veneti terejìris imperli ancora fi poflono leggere
le ge- Vindici, et Conferva! ori, Hafte di sì invitto e gloriofo Pria- rcdtt
pientiffmi . Vixit A», cipe, che mori dcì 1538. in eràLXxxui. Mtnf. vili. Dici
xt, di anni 83., e fu feppcllito in; Lecejpt V Cai. 3 r ed efscndo cortume di
que* tempi, che le Città fuddite mandafsero Oratori a congratularli col
Principe eletto, fu dalla noftra Patria a tale uffizio feelto il T rissino,
unitamente con due altri ragguardevoli Cittadini (54^ il quale avendo comporta
perciò una elegante Orazione jn lingua Italiana, in pien Collegio allo ftefso
Doge la recitò \ della quale orazione, che fi leg* ge tra quelte raccolte dal
Sanfovino (55}, e che fu anche più volte rift. rapata, favelleremo afuo luogo.
Nell'anno medefimo 1523. a dì 19. di Novembre efscndo flato afsunto al
Pontificato il Cardinale Giulio de’ Medici, col nome di Clemente VII., il quale
(come già fi è detto) amava grandemente il noftro Trissinov quertri una lettera
gli fcrifse di congratulazione (e forfè allora medefimo gl'inviò la Canzone
(56), che fece in fua lode ) facendogliela confegnare in proprie mani pel
Cardinale Giovanni Salviati, fuo ( J 4 ) Quefti furono Aurelio dai!’ Acqua, e
Piero Valmarana amendue gentiluomini Vienici- j ni. Oraziani di Divtrfi
Huotnini Jlluftri raccolte da Franctfca Sanfovino, in Penezia per AltobeUa S
alleato . . in 4. Pait. 1. a car. 1 jy. ! Qucfta C tenzone ( che fu j {Unipara
da prima in Penezja j per T olomeo Janicolo da Bref~ fa, in 4., fenz’anno; c
poi itRampata più volte come in fi. ne fi dirà) comincia cosi. SIGNOR, che
fofii eternamente elette Nel Conjìglio Divi n per il governa De la fua fianca e
travasata nave ; Or thè novellamente ec. fuo amici filmo, a cui mandolla con
altra Tua letrcra. Aggradì Clemente la officiofità di Giova n giorni o sì
fattamente, che, dopo aver letta con molta giocondità d’animo la pillola di lui
ordinò- allo ftefso Cardinale, che gli fpedifsc tolto un fuo Breve, col quale
lo chiamava a Roma ( 57) Tenendo egli lo invito del Papa r fi partì lubito, di
confenfo eziandio della Signoria. Affinchè meglio appa-j ja la verità' di
quante s’è ora detto, vogliamo qui traferi vere la Lettera del fuddetto
Cardinale ferina al Trksino, entro cui tirandogli il Brtve del. Pontefice } cd
è quella. „ Magnifice Aniice, et tan* quam Frater Garifllme. „ Io era
ctrtiffimo della „ molta allegrezza di V. S. pei „ la felice affunpuone della „
Santità di Nollro Signore,,, come fe preferite mi fulTì „ che mi Benderei molto
più,. „ fe- non fuffi certillìmo, che „ la S.V. per fc medefima lo „ cognofce.
Del bene, et fc-,» licita mia non le voglio di-,, re altro, fenonchè quanto*
»> più farà, di tanto più qucl» la potrà a-ogni fuo benepla„ cito difporre;
et quanto nc,, difporrà più, farò io tanto 1 „ più contento . La Lettera» fua
detti in mano propria » di fua Santità, là quale con >, fornirlo piacere la
lede : &c „ flato, come quello, che al- j » più mi diflcndOrci intorno,,
cuno non cognofccvo, clic'»» aqucllo» che amortvolmen»,, più meritamente fe ne
do-j», tc mi rifpofe, fe Sua Beati* „ vedi rallegrare; perchè la-'» tudine con
uno Breve ( il „ feiamo Bare lo univerfal be* [,» quale con quella fari) non„
ne, che tutta la Criftianità |,, avelie ordinato di rifponde„ ne afpetta,
&: quali mani fe- », te- alla S.V., la quale cec-,, (lamento ne vede » il
che », tifico, che fetnpre che ver-tutti e buoni et virtuofi, 1 », rà, farà
vcdutadaSua-Bea„ come è V. S. debbono fom- „ titudine come dolciilimo;,,
mamente deftderarc; chi più j»- amico; et da me come dol-,, di G-i anc! orcio è
da,, ci (Timo fratello; &• a quella» „ fua Beatitudine amato ? ! « mi
offero. Se raccomando.. „ Chi più di lui fc ne può, Roma XI. Decembris Mdxxiii.
„ ogni cofa promettere ì In j,, lo. Cardin.dc Salviate,, Qucgnoria di Venezia
(58 ); e giunto a Roma fu da Clemente accolto con fegni di ftraordinario
affetto, e apprefso anche fu deftinato a ragguardevoli impieghi, come diremo
più fotto. Ma avendo egli intanto fatto pubblicare nel Luglio dell’anno 1524.
colle ftampe di Roma la fua Tragedia, pensò di dar fuora nuove cofe a -utilità
della noftra favella; e però fcarfo parendogli l’Italiano alfabeto di caratteri
atti a fignifìcare tutti i varj fuoni delle voci, inventonne di nuovi, o a dir
di più vero, ne tolfe alcuni dall’alfabeto Greco, e all’ Italiano proccurò di
aggiungerli. Ma non tenendofi pago di aver ciò nelle propie fcritture ufato,
diftefe nel Dicem.bre dello fteffo anno 1524. cotale fuo penfamento in una
lettera al predetto Pontefice intitolata ^59). Circa il principio del Secolo
XVI. vi fu veramente nell’ Accademia di Siena chi avvisò di aggiugnere
all’alfabeto Tofcano alcuni Elemcn* E ti per Quella lettera fu flampata a
\fubito mi fcrifft uno Brieve, ricar. xv ir. deila Prefazione alle j cercandomi
che io dovtfft andar Opere del Tr issi no più voi- a Berna-, et io con il
confenfo, te citata . I (he d'Jft fuori fìmil pcnfìcro. Gli venne non per tanto
fallita in buona parte quella fua bella intenzione (come chiamolla l'Abate
Anton Maria Salvini di chiariflìma ricordanza): imperocché oltre allo avere
egli fteflo a rovefeio, e non nella dovuta maniera, ufate da prima le nuove
lettere, e così per lo modo del linguaggio Lombardo indicando falfa pronunzia,
ebbe più lodatori, che feguaci, come accenna Giovanni Imperiali y del quale
errore avvedutotene poi egli Hello n € Dubbj Grama ricali, ftampati appref* fo
a difefa del fuo ritrovamento? fe ne amrnen* dò U3), Da Corr.ment. all'
]ftoria\ della Polgar Poefìa-, Vol.i.Lib.vi. ; a car. 408. della ediz. di
Venezia . j Fra l’ altre Lettere dal Trissino tolte dal Greco alfabeto, ! due fono
più offervabili, cioè Fi, ci’ a, Pro/e Tofane, Par. 1, Lcz.xxxi. a car.i9i.
dcH’cdizione di Firenze, apprejfo O'infeppe Manni, 1735. in 4. (Mufaum
Hi/ioric. pag. 4Z.„ Rem paritcr molitus per„ arduam, charaftercs Graecos „
noflris immifeendi litetis ad i » varios fonos aptius fignifi-j candos, ut
repente multosad » fui vel laudem, vel iurgi* „ traxit Reclamante Do „ ètorum
ccetu, quod in tan»> tis dodtrinarum momcntis,,, monftruofa elemcntorum no„
vitate animos haudquaquam „ turbandos putaverint. (63) Protelìa egli in quefti
Dubbi d’avere aggiunte le dette Lettere al noftro alfabeto a fine folamcntc di
giovare agli ftudiofi della noftra lingua; c foggiugne, che non tralafcerà^ fuo
potere coti bello, e coti nobile injlituto : ringraziando i fuoi riprenfori,
come quelli, che per lo avergli fcritto contro d’O.. Da alcuni Scrittori fu il
noftro Autore per tal sua invenzione rigidamente appuntato; e prima da Lodovico
Martelli? Fiorentino, il quale manda fuori una Rìspofta all’Epì fi ola d’O.
delle Lettere nuovamente aggiunte alla Lìngua volga te Fiorentina (64); nella
quale s' ingegnò di inoltrare, che vana era Hata, ed inutile la di lui
invenzione, allegando fpezialmente, che non doveaA punto alterare la maniera
dell'antico fcrivere Tofcano. Indi comparve Agnolo Firenzuola, Monaco
Vallombrofano, il quale oppofe ad O. tra l’ altre cofe, che poco lodevole tra,
e poco ncieffario, e infofficiente lo aggingnìmtnto delle nuove Lettere al
fcmpliciffimo alfabeto Tofcano, perette con effe gli fi toglieva la fua naturai
femplicità. In quella fua opera il Firenzuola trapafsò per verità i limiti di
quella moddtia, con cui fi vantò nel principio di voler riprendere la
invenzione del Trissino, perchè fì moftrò nel fuo dire alquanto appallìonato,
non curandofi di apparir tale ancora nel frontifpizio, taccian E i . dolo tro
furon cagione» che fi fa- 1 nell’ Eloquenza Italiana ec..... ce (Te paltfe la
natura, t la uti- \ In Venezia appreffo Criftofor » lità di effe lettere. Zane
. c.ir. 27J. Nell' Non dille il Tu 1 s s r- Operetta del Martelli, chcè in 4.
no d’aggiugner le nuove Let - 1 non v’ha il fuo nome, nèqucltere alla lingua
volgare Fioren- lo dello ftamparore, nè l’anno; tina, come avvisò il Martelli;
1 nel fine però fi legge pompata in ma alla lingua Italiana r il che Fierenzji
. fu notato anche dal Montanini ! (Quell’ Opera c così in filo Ddolo in fine
d’ufurpatore degli altrui ritrovamenti, con dire, che prima d’efia e
l’Accademia Sanefe aveva avuti limili penfieri, e alcuni giovani Fiorentini pi»
per e fcr citare i loro ingegni, che per metterla in Optra della medefima
imprefa parlato aveano ; i ragionamenti de’ quali efsendo fiati naf cefi amente
uditi dal T rissino, da eflo poi come ftto proprio trovato fenza far di loro
alcuna menzione, furono meli! in luce ( ) . Finalmente Claudio Tolomei, fiotto
nome di Adriano Tranci, ftampò egli ancora un libro l’opra quella materia, e lo
intitolò U volito, Rifpofe il Tr issino a’ Tuoi Oppòfitori colla fuddetta opera
de’ Dubbj Gramatìcali j ed anche col Dialogo intitolato il c aftcllano, e molto
bene fi difefe -, ma non fu fiolo in ciò, che anche Vincenzio titolata :
Difcacciamento delle nuove Lettere inutilmente aggiunte nella Lingua Tofana ;
fenza efprcflìone di luogo, c di ftampatorc. Trovali anche tra le Prtfe del
Firenzuola ifteflo a car. 306. della edizione di Fiorenza, apprejfo Lorenzo
Torrentino, mdlii. in 8. Fu poi altre volte riftampata, ed eziandio nel Tom. 2.
delle Opere dei Tr issino della edizione di Verona. Non può negarfi » che
l’Accademia di Siena non avvilitile ella prima, che O. pubblicane la fua
Lettera, di aggiugncrc ( come già dicemmo ) nuovi elementi al noftro alfabeto;
ma che egli fi valeflc interamente di quello di lei penfiero, come dille il
Firenzuola, non è da credere, che troppa ingiuria fi farebbe al fuo gran nome.
E ’n fatti il Varchi nell’ Ercolano dell’ ultima edizione di Padova, apprejfo
il Cornino, 1744. in 8. a car. 468., dice avere il Firenzuola ferino contra il
T rissino piuttofto in burla, e per giuoco, che gravemente, e da dover 0. La
(lampa di quell’ Opera fu fatta in Roma, per Lodovico Digitized by Google DEI
Trissino. 37 cenzio Oreadino da Perugia flampar volle a di fefa del di lui
ritrovamento un dotto latino opufculo, il quale eflendo flato per lungo tempo
fmarrito, fu ritrovato per diligenza del Sig. Marchefe Maffei, che Io fece
ritlampare nel tomo fecondo delle Opere del medefimo noftro Autore per lui
raccolte. Che dovico Vicentino i j 30. in 4. Ve- vifato dall' Accademia Sane/e
* di fopra di ciò il Foncanini nel- per quel che fcrive il Firenzuola Eloquenza
Italiana, a car. la nel Trattateli del Difcac- . ciamento delle Lettere, impref
11 Crefcimbeni nc’ Commenta- fo tra le fue Profe. Tutto ciò rj al! Jffor. della
Volg.Poef. Tom. abbiamo noi voluto riferire, r. lib. vi. a car. 408. dice, che acciocché
(ì vegga quanto popcrché andò r Accademia indù- co a ragione fia (lato il
Trisgiando di pubblicare lì fatto av- sino dal Firenzuola tacciato di vifo,
Giovanciorgio Trissiwo ufurpatore. La qual cofa più fu il primo che de ff e
fuori un fi- evidentemente appare in riflccmil penfiero : indi regiftra FAI-
tendo, che O. avea fabeto Italiano coi caratteri dal già medi in opera i Tuoi
caratTr issino aggiunti, che è ceri anche prima di dar fuori quefto; abcdtfgche
gh j quello fuo penfamento ; cioè kiljmnopqrustfu nella Sofonitba, fcritta, e
far. z v q x 7 th ph h: e poi dice I ta leggere, come dicemmo, fotcosi: In quel
medefimo torno, 0 to il Pontificato di Leone X.ladpoco dopo, M. Claudio T
olotr.ei dove folamente nel principio del non gli parendo, tra l’ altre co -
Secolo XVI., come dice ilcitafe, buono il penfier del Tris- to Crefcimbeni, 1 ’
Accademia sino, ritrovò un'altra manie- diSiena avvisò lo aggiugnimcnra,
togliendo la forma de'Ca- \ to di nuovi caratteri. rat ieri, che avevano a
duppli- ( 68 ) Il fuddetto Opufcolo carfi, dagli fi effi caratteri del no-
dell’ Oreadino in detta riftampa fico alfabeto, Cime appare dall' è cosi
intitolato : Vincentii Orcaalfabeto, che fiegue : a (T c d dini Perufini
Oprfeulum, in ecf^gh lilmneopqr 1 quo agit utrum adjcìtio no va rum sftv-t/uz z
. E quefio | litter aratri Italica Lingua all(foggiugne il Crefcimbeni) noi
quam utilitatem peperit : Ad crediamo, che fia l’ alfabeto av-^Thomam Severum
de Alphamt Vi- Che alquanti dementi di greco alfabeto prendere egli per aggiungerli
al nostro italiano, non era certamente per mio avvifo quella fconvcnelezza, che
gli antidetti Scrittori credetterfi> condolila cola (come già notò il
foprammentovato Abate Salvini che l’Italiano alfabeto fia ftato altresì di
parecchi altri caratteri Greci formato. Tuttavia non riufcì affatto inutile il
di lui penfamentoi perchè due delle nuove Lettere da lui propofte, cioè H, e Kv
confonanti, veggonfì oggidì univerfalmente abbracciate dagli Scrittori, anche
Fiorentini, come necelfarie a torre ogni equivoco EQUIVOCO DELLE VOCI EQUIVOCO
GRICE delle voci: onde a ragione diflc il predetto Signor Marchefe Maffei (70j
che * Luì » han» obligo’ le Jlampe dì tutta C Italia, che le u fatto
perpetuamente . Laonde non bene fi appofe il celebre Signor Domenico Maria
Manni, Letterato per altro eruditismo, e dìgniflì- Virum eruditijpmum, et
Cenci- I la noftra lingua habbia bi fogno/ vcm Optimum . Girolamo Ru- 1 delle
Lettere aggiunte dal DRtsccllai nelle fue note all’ Orlon- sino, et dal Tolomei
cc. doFuriofo dell’Ariofto della cdi-| Cioè il Tolomei, e zionc di Penez.ia
> aM re J[° ] Firenzuola nelle Opere lopracEredi di rinccnz.io Talgrìfio, '
cerniate.. . a car. il. facendo! (7°) Profe Tofcane, In Ftun’ ofT.rvazionc
gramaxicale fo - rence, nella Stamperia diS.f. pra la voce corrò ( accorciato
A. -per I Guiduecit e Franchi » dal verbo coglierò) con cui l’A- 17 2 5 « 4 * P
ar * P 1 * 012 Acz. liofto comincia la danza 5 8. del ; a car. 523. primo
canto*, dice cosi : Et in j lucila Prefaz. alle Opequtjtt tai voti Ji cottofee
quanto, re del noftro Autore a car.xxx. dignifTimo Accademico Fiorentino >
in dicendo nelle, fue Lezioni di Lingua T ofeana j che 1 ’ / confonante i cioè
quello, che j lungo fi appella, conte trovato d’O., e da Daniello Bar t olì
po/lo in ufo, non è ricevuto da per tutto : e pure egli ftefio Io usò nelle
medefime Tue Lezioni (73)* Monfignor Fontaninij da cui fu UTrlssino chiamato In
Firenze nella] sintonie Muratori, legnata dì Stamperia di Pietro Gaetano,
Venezia li 12. Marzo 1701; fìViviani. in8. a car. 43. 1 gnificandogli la allora
frefea e- Bene è vero, che l’ufo I dizione delle Poche degli antidi quello j
lungo, o fia con - 1 detti d*ue poeti Vicentini, diffonance, ritrovato dal T r
i s- 1 fc, avere quelli in dette loro sino, fcfu abbracciato univcr. poefic
pretefo di ravvivare l’ orfalmente nel plurale de’ nomi, I 1 agrafia fcrupolofa
del vecchio che nel numero del meno fini- Lr Trijftno, ftnza però quelli f cono
in io di due fillabe, in epfilon, e quegli omega, co' quacui Vi non lìa gravato
dall’ ac- li voleva imbrogliare iinejlro alenato, come vizio t vario, eli-
fabeto Italiano. Colle quali pamili, i quali nel maggior nu- ! cole troppo
veramente difprezmcro più rettamente il ferivo- jzòe quelli poeti, e la buona
vono col detto j lungo in ifcam-llontà del Trillino, la quale, cobio de’ due
ir, come a dir vime è delio, non riufeì affatto zj, varj ; fu rifiutato l’
ufario do- I inutile, vcggendoli abbracciapo l’L in luogo del G c dell* E | te
dall' Accademia medefim* nella voce EGLI, c in luogo del | della Grufca le due
fopraddettc G nell’articolo GLI, feri vendo ; Lettere J, e F* confonanti, come
LJI, come fece fempre il Trissi- ' fi può vedere nel fuo Focabolano. La qual
maniera di fcrivere fu I rio alla lettera I. §. xi.j e alla poifeguitata, ma con
poca lode, j Lettera F. La lettera poi delZeda Andrea Marana, e da Antonio no è
Hata ultimamente pubbliBergamini, amendue di Vicen- cara in un coU’ altre lue
erudiza, uomini per altro di lette- 1 udirne lettere in tre Volumi, ed ratura
Italiana, Latina, e Gre-| è a car. 44. del primo, che ha ca molto intendenti.
Il Sign. I quello titolo : Lettere di jìpoApoflolo Zeno, di Tempre glo- fole
Zeno, Cittadino Fcneziariofa, e a me cara memoria in ! no, Iftorico e Poeta
Cefareo. ec. una fua lettera al Sign. Lodovico I Folumt primo in Fenezia tO
(74) Novello Cadmo, C Cadmo Italiano, fu di oppinione, edere ftata altresì
invenzione del medefimo noftro Letterato 1* ufare la z j n cambio del t dopo
vocale, e innanzi all’ /, cui fegue altra vocale, come nelle voci vìzio,
malizia, e fomiglianti. Ma, per pigliare il filo principale del noftro
racconto, l'anno 1525 . ( nel quale il Re Francesco I. di Francia eflendo
ritornato in Italia, donde l’anno avanti era ftato cacciato, e avendo già prefo
Milano, attediava la Città di Pavia, la quale fu appreflò liberata dall’
efercito di Carlo V- > che mife in Sconfitta 1* ofte Franzefe, e fece
affrtff» Pietro Falvafenfe . i Nella Eloquenza Italiana a car. 36. e 339. In
proposto delle Lettere aggiunte « Valerio Ccntannio. Medico Vicentino, di cui
parla lodevolmente il Marzari nella tua Jftoria di licenza, a car. 183. fcriffe
al Trissino il feguente curiofo Sonetto, che ci fu comunicato dal più volte
mentovato Sign. sportolo Zeno . ì’O grande A» tji Urici nominato. A dijfertnlia
Ai quel, cb‘ i tu ir. a rii VE difl' ignudo i 1 di pie» valori, A luta ai Alph'
al Giet" accorti pugnato i Ch* nel fcnvir Tofcan ha ritrova • to Voflr’
alt’ ingegno i facindo maggiori Numcr di Lettre : eh’ in vano tino’i Si anno a
chi nin ha 'l cervi ! fia catoi 1 Verrei faptr t Si noi Urica Scrittura
Leggenda > dtbben ritener* il futi-, no, Che nel Uggir Tofcan Kiara fi
finti. Ri ff tendete Signore che la cenfura. Et gran judicio vofira, a mt tal
fono, Qual Sol ad g orno : a nette fioco ardiate. Andar mi vi in a minte D'
addimandar 1 fi l' Ita Gri't » timi La voce t eh' a V E Taf co fi ceti « m». Et
forfè dicttn bini Quelli, che voljan pir ditti d' Hv miro L' Ita fuonar s cimi
il Taf cu E primiera . Bramo faper il vero. Adunque fa- fi l' O Tofcan antico
Terrà ’l fuun d' il Grt co 0 :cht minor dico. Il Servo di Veflra Magn. Valido
Cintannio fece prigione il Re fte{fo(7 Papa Clemente impiegò in varj negozj il
notlro Giova n gì orcio. e intra gli altri lo mandò una volta Oratore alla
Repubblica di Venezia C 77)» e ' [ferma per la concordia degli Ma quel
[degnato, horntil-vente fiero * Scrittori, c per lo Elogio, che Con Pungine, ri
rofiroil batti, elo '^tfU Chiefa di San Lorendìmtna Si fai lamenti, eh' ci
fuggendo a fina Hcrfer lo [campo f ho trova fenderò . Tal che aebaffata in lui
fi» con gran fretta, Et forfè affatto fjenra l'arroganza, Che tutta Europa già
foft in itlanza: ! dal Papa folte O. Ottd'io tengo nel cor ferma fgtranza,
mandato Nunzio prima alla RcChe il Citi farà dei torti afpra ve »• pubblica di
Ve.'CZÌa, e poi all’ detta | Imperatore: ecco le fue parole: ACriflo fatti,§ a
tuttala fua fetta .1 >} Clemcr.tis Septimi acerrimi Cosi afferma il Tris-',,
teftimatoris nutu ex Romana sino medefimo nella fua Ari».',, Curia ad Carolum
Carfircnt ga, dicendo: Papa Clemente fu' „ Nuncius cfl elc&us : inde ad
eletto al Pontificato,.,. S. Santità,, SapicntifTìmum Vcnetorum fubito mi
fcriffe uno P, rieve, ri- „ Scnatum . « In ciò fu egli cercandomi, ch'io
dove/fi andar (e guicato dal Signor Marchefe a Roma, et io col confenfo, CT I
Maffciìad Ri fretto deila P'ita del I zo di Vicenza allato all’altare idi detto
Santo fi legge, e die I di fotto tra feri veremo . Gioivano! Imperiali nel
Afufeo Jflo \rico a car. 44. lafciò fcritto, che gno dì parttcolar menzione fi
è un altro pubblico contralfegno deiramore, che gli portava. Ciò fu l’anno
1530. in occafìonc che dovea coronare folennemcnte in Bologna l’Imperatore
fuddetto (79)1 imperciocché, fecondo che affermano alcuni Scrittori (80), e
appare chiaro da una d’O., e da altri : ma ficcome quelli Scrittori non ci
daono il tempo di corali Legazioni, cosi noi non ci facemmo fcrupolo in notarne
pri ma una che l’altra; e tanto più, quanto che può edere veramente, clic
andafle egli Nunzio a Sua MaclU Cefarea molto tempo dopo di edere dato Oratore
a Venezia, cioè dopo il Sacco di Roma fatto dagl’ Imperiali nel IJZ7., in cui
effendo dato ditenuto Io Bello Pontefice, e poi liberato per commillìonc dell’
Imperatore, edo lo mandò a ringraziare per un fuo Nunzio, accennato folamente
in una Lettera di congratulazione, che Io Redo Imperadore al Papa riferirle in
data di Burgos addi xxn. di Novembre di detto annoi .; la qual lettera Ci legge
nei tomo primo delle Lettere di Priadpi » ecv raccolte da Girolamo Rufcclii, Ja
Veneti a appre/fo Giordano Ziletti, 1564. in 4. a car. no. a tergo; fe pure ciò
non fu l’anno 1529., cioè dopo la pace tra loro fatta in Barcellona, di cui
parla, tra gli altri, il Guicciardini nel terzo degli ultimi quattro litri
della fua Ifi$ria\ avendovi una lettera di Sua Madia al Papa in data di Genova
addi xxix. di slgo/lo ., che fi legge nel citato tomo delle fuddette Lettere di
Prinnpi a car. 123.» nella quale fa menzione di un fuo Nunzio con quelle parole
: Havendo intefo dal detto Duca,et da' Reverendijfmi Cardinali . fuoi Legati
...., et dal SUO NUNZIO,. et Zmbafiiatore, cc.....; il quale può perle fuddette
cofc fondatamente crederli, foflTe Giovangiorgio. Carlo V. fu coronato da-
Clemente il giorno di Santo Mattia Apoftolo, cioè a dì 24. di Febbrajo: ed è
JlTervabile, che nei mede^mo* giomcr egli e Ila nato, ed abbia prefo i fegni e
gli ornamenti d’ Im- peratore. Si vegga Alfonfo Ulloa nella Vita di Lui molto
eruditamente feri tra ( 80 ) Gio: Imperiali, Mhfaum Hi/l or. a car. 44.
Toirmiafini Elogiaste, a car. 53. e Paolo Beni Trattato dell' Orig. della
Famigl. Trijf. lib. 2- manufcritto, a car. 34., ove nota anche di malevolo il
Giovio, che riferendo paratamente tale folcnuna lettera manufcritta del noftro
Autore medefimo (81), da tanti Principi e Cavalieri, che a tale folennità fi
trovavano, Clemente tralcelfe il TiussiNoa portargli lo ftrafcico Pontificio;
.onore» che per innanzi era /olito farli a Perfonaggi di nobililfima Schiatta,
e molto qualificati. Si trova fcritto apprelTo qualche Autore (Si), che Carlo
V. facefie conte e cavaliere fi noftro Giovangiorgio» e lui co’ Tuoi difendenti
privilegiaffe, che potefse mettere nd/arme dellaFamiglia la Imprefa del Tofone,
c fi potefle in oltre dinorninare dal vello d'oro. Noi non vogliamo ora
dilàminare, fe ciò fia vero, anzi il crediamo; che conte e cavaliere egli
fteflò in qualche Tua lettera s intitolò (83), e alzò la detta Imprefa» con
foprapporvi il mòtto Greco to zhtotme. ;non aax2ton, prefo dall’ Edipo di Sofo
F 1 eie folennkà, nulla facefle del Tri jliN o menzione. JvQucfta lettera di
prò. prio pugno* del noftro Autore | c tra le altre lue manuferirte, cd è
'quella, che diramino più d’una volta in quefta Vita, fcritta da Marano
all’Arciprete Giulio fuo figliuolo, fegnata 18. A/arz.0 IJ42. In effa egli
parla cfprcffamentcdi quefto étto, ricordandolo al figliuolo qual /ingoiar
h*neficiodal Pontefice a fe ufato. ( 8a_) Cioè approdo il Tom mafjni, Elogia
cc.-, a car. 54. c ’1 P. Rugeri, T ratina ec. a car. xxxin. ( 83 ) Veggafi la
lettera di lui al Reverendo Prete Francefco di Grugnitola già fopracciiata,
all’ annotazion. 3.C 26. Il Fontanini nell’£/tfquentLa Italiana a car. 380.
riferire e fvariatamctwequAlo motto, rcrivendo in quefta guifa T o 2HTOTMENON A
A ftTON* diche fu appuntato dal Signor Marchcfe Ma fife i a car. 8j. dell’
Fiume d’ elio libro del Fontani eie (85)} che lignifica conftguir chi cerca ma
nsn chi trafeura ; ed anche ftamparc la fece o ne’ frontefpizj, o in fine delle
fue Opere. Si vuole bensì avvifare, che fe egli ebbe dall’Imperatore
Maflìmiliano primieramente» come abbiamo accennato al di fopra, e poi ancora da
Carlo V. il privilegio di potere l’arme gentilizia adornare di detta Imprefaj
come tengono alcuni, e come forfè volle dire il Signor Marchefe Mafie i, quando
difle, che il Trissino imperaci ere Maffìmilian » riporto il Tofon d’ Or o\ e
fe ; egli fu ni, che approdo citeremo, tratto delle fue OffervaiÀoni
Letterarie, fn Serena nella Stamperìa del Seminario per Jacopo Saltar fi in la.
Articolo VII. a c.vr. 103. Verfo 110.
Nel fopraccinnaro Elogio, che è in San Lorenzo di Vicenza, fi legge:
Aurei fucilerie infìgnibui, et Corniti* dignitate prò fe, et Pojlerit ab iifdem
Impp. ( MaKimiliano, et Carolo) decorato . Il Padre Rugcri nella Trotina
&c. a car. 33. pare che affermi, avere il T rissino avuto il fuddetto
privilegio da Carlo V., poiché gli t cbbc niarfdatoa donare (come diremo ) pel
fuo figliuolo . Ciro il Poema dell'Italia Liberata da' Coti. Quelle fono le fue
parole : T itm vero P o s TQ.U A m ledi 1T1 mai cjtjitm fiiius Cyrus, poema
iliaci eidem Carolo V. patrie nomine donariam confccrauit, Aurei Velieri s
Agalma dimidiato in Umbone fui Aviti Stemmati!, Imperai or is auttoritate, et
concezione appingi voluìt, quo fa. cilius hac velati tejjcra, è fuo Pipite
dedali a Sobolet, ab aliis et Laude, et Vice ti *, f amili* nobilijfm*, et
numcro/tjfimafurculit dignofeerentur . Contutcociò noi troviamo* erteti* Giova»
Giorgio denominato dal Vello d' Oro ^rima che Ciro prcfeniaffc il detto Poema
all’Imperatore. Può effere bensì, che avendo egli avuto da Maflimiliano il
detto privilegio, confermato poi gli forte da Carlo V. Nel Riflretto della Vita
del noffro Autor, preme fl o la rirtìmpa delle fuc Opere. egli fu veramente da’
Monarchi medefimi fatto Cavaliere; non dee perciò dirfi, che forte egli da efli
fatto Cavali er del Tofo» d'oro: concioflìac»fache non fia mai fiato il T
rissino arrolato in quell’ordine. Le fa f Che ciò fia vero, ba- Trissino, che
non era da fievolmente è provato dal Fon- trafeurarfi, quando veramente canini
nella Eloquenza Italia- vi [offe fiato; e ciò tanto meno, va, ove a car. 380.
dopo regi- che in quefio affare ci entrano Arata la primiera edizione del anche
gli Araldi, 0 Re £ Armi, Poema dell’ Italia Liberata da' per ajfegnare a
ciafcun CavalieGoti, così lafciò fcritto. Qui re lo Scudo, e /’ Infegne, tutte
in fine, e in altri fuoi libri fi le quali Ji leggono efprejfe dal vede la
pelle, 0 vello d'oro del C biffi elio . E a car. 474. dopo Montone di Friffo,
da lui fof- j aver regi fi rato i Difcorfi ini or pefo a un Elee in Coleo, e
cu- f no alla Tragedia, di Niccolò fi adito dal Drago Volendo | Rolli., tornò a
dire, come fc il TR1ss1no con quefia fua 1 guc ; Effendofi già mofirato non
Imprefa alzata all'ufo di que' \fujfi fiere, che il T rissino, tempi alludere
alle fue lettera - 1 comecnè talvolta fi dicejfe oAr. rie fatiche, e da fe
ancora in- \ Vello d’oro, e meritaffe per - titolanàofi dal Vello d’Oro . j
altro ogni onore, foffe perciò Ca.Ala non per quefio egli intefe di valier del
Tofone, perchè meri far fi Cavaliere dell'Ordine del 'tare non vuol dir
confeguire, qui T ofone - E poco apprelTo ; L'\fi può aggiugnere, che quefio
Su• Ordine del Tofone fu conferma- premo Ordine, detto in latino to dai Sommi
Pontifici Eugenio Vclleris Aurei, nelle lingue voi IV. e Leone X. ; e Gianjacopo
gari fi chiamò del Tofone .Chifflezio ha data la ferie de' Nè può effere
inutile il ridurfi Cavalieri » e de' Uro fupremi a memoria, come ne’ tempi del
Capi dalla prima fua ifiitud-o- Trissino fiorì /’ Accademia aie fino a Filippo
I v. Re di Spa - degli Argonauti conquifiat ori del gna, erede àe’ Duchi di
Borgo- Vello d’Oro, poco fipra acc cagna: e ne ba fcritto ancora un, nata* Se
poi egli fi diffe Cotemo in foglio Giambatifia A/au-j me; et Equcs, ciò nulla
imporrizio e altri pure han- ita, petchè non fu foto a chiana pubblicati gli
Statuti dell' ' mar fi in tal guifa . 11 Mar C'rdine, e gli Elogi de' Cavalle -
1 cii'eje Maffci nell’ E fame del ri: ma fenza alcun merlo del [ (udektto.
Libro del Fontanini, Digitized by Google 4 fìccome l’altra volta, la fentenza
incontro. Tuttavolta collo ro infiftendo, agli Auditore Vecchi appellarono di
ella fentenza, dai quali fu poi rimeffa la Caufa al Configli dì xl,
civìl-Nuovo. Ma quella volta Gì ovan Giorgio delibero di orare elio
pubblicamente, e dire in Configlio le fue ragioni : per la qual cofa comporta
in comunal dialetto Lombardo una forte Aringa (pi)» sì bene, e con tale
efficacia davanti ai Giudici la recitò, che all’ultimo (pi), con grande feorno
e rabbia degl’ incaparbiti Comuni, egli fentenziarono a di lui favore (p$).
Sera egli ammogliato la feconda volta a Bianca (P4). figliuola di Niccolò
Trillino, e di Caterina Ver Quella è l'Aringa da noi citata sì fpctfo nella
prefentc Vita-, e Cc nc conferva copia nella Libreria de’Cherici Regolari
Soraafchi della nolìra Città di Vicenza. Avvitatamente s r è detto all' ultimo,
perciocché non tappiamo, che il Tri ss ino per la narrata cagione piatile più
colle dette Comunità : ben è vero, che i di lui Poderi appo fua morte ebbcro«a
foffrir da colloro per lo ftctTo motivo nuovi difturbi . Crediamo ciò fofle o'
nel principio dell’anno x 5 3 1. ? 'o nella fine del precedente; e | lo
argomentiamo da ciò che e* 'dice nella citau Lettera al Pre~ ! re di
Grugnitola, ed è; Le cofe | della [acuità mia dopo molti tra| valji fono quaji
tutte rajfcttate, e trovami manco povero ch'io ' fojft nati, I « quella
.ftponda fua | moglie fa il T r iss 1 no onoratole njènzione nc‘ fuoi Ritratti
> Citila» Re (fa fi parla altresì con lo.Je’nel libro intirolaro:7"
atte U Dgnne maritate, Vedove,, è’ I)ongeil/ \ ptr Lugrezio Beccandoli Bologne
fé *»/ magnanimo’ Ai, Fr ance [co elei Scolari, Eresiano, na Verlati (p?), e
già vedova di Alvife Tri Arno (ptf): la quale partorì a Giovangiorgio u n
figliuol [ciano, [no Signore . in 4» fcnza efprcffione di luogo» anno, e
ftampatore. Se il Tommafini negli Elogi, a car. 53. dicendo:,, De-,, funóto
Leone X. in Pacriam rc„ diic.... Anno mdxxiii. fe» cundas cum Bianca fui Sxcu3,
li Helena, Nicolai Triffini », Vidua nuptias contraxit volle dire, che Bianca,
quando fi fposò a Giovangior g 1 o foffe vedova di Niccoli Trillino» prefe
certamente uno sbaglio, come lo prefe il Sigi Apollolo Zeno nella Galleria, e
gli altri, che ciò affermano apertamente. Imperciocché Bianca non fu vedova, ma
figliuola di Niccolo Tuffino, come dalli fcguenti Alberi dal Sig.Co: Anco»
nioTriffino del Sig.Co:Piero, corr umaniflìma gentilezza fomminillratici,
evidentemente appare» 1. i Birtolommeo Trillino. NICCOLO' Tullio©» Cafparc
Trillino» in in in Chiara Mirtinengbi. Caterina Verlati» Cecilia Bevilacqua. 1
L 1 ALVISE BIANCA. CIOVANGIOR.GIOPoet.ec» in in in BIANCA di Niccoli 1. ALVISE
di Battolar»- BIANCA di Niccoli Trillino ; da cui la li- mio Trillino .
Trillino, da cui li Nob» nei del Nob- Sig.Co: a. GIOVANGIORGIO Nob. Sigg. Co.
Co. CiPiero. Tuffino Poeta ee. r®, e Nepoti Trillino •Senza di che Paolo Beni
ncljwe/rfe, figlio unico (cioè di MaTrattato dell' Ori*. della Fa ! fchi ) ec.
In oltre dalla Scrittumigl. Triff. lib. 2. Manofcritto, ! ra nuziali d’ effa
Bianca, fedove parla delle Donne illufiri | gnata addì 18. di Febbrajo....
della detea Famiglia, venendo | fatta col fuddetto Alvife Trifa Bianca, dice;
Bianca peri fino, fi ha non pure che effo la fuafingolare belletta merita-' fu
il primo fuo marito, madie mente chiamata l' Helena della j il valore della fua
Dote fu di Dufua età, hebbe due mariti dell’ | cali tremillccinqucccnto, cioè
ifteffa famiglia: fu il primo . di lire Vi niziane 21700. ; Dote Luigi figliodi
SartoiomeoTrif-' affli Cofpicua 3 quc’tcmpi. EJ fino, et di Chiara Martine ri ]
anclie di q-uefta notizia ci con» ga, a cui partorì 6. figli mafihi, fediamo
debitori al predato Siti' 2. fenmine : fu il fecondo gnor Conte Antonio
Trillino. Giovangiorgio, Poetaf (96) Alvif: Triflino fe te» Gr Oratore, et
hebbe Ciro-Cl>- \ ttamento del ijìi,, c poco di poi t I del Trissi.no. 4P
figliuol mafchio, appellato Ciro, ed una femmina . Ora dopo qualche tempo
nacquero diffenfioni tra Bianca, e l’Arciprete Giulio, figliuolo della prima
moglie d’effo Giovangiorgio: delle quali principal cagione fi fu, che amando
ella teneramente, ficcome è naturai coti, il fuo proprio figliuolo Ciro, s’
adoprò in guifa, che il marito Umilmente facefle, e feemando l’affezione fua
verfo Giulio, lui più cordialmente inchinalfe ad amare . Le quali cofe diedero
apprelfo motivo all* Arciprete di piatire lungamente col padre, da cui prctefe*
e in fine poi confeguì non poca parte di fua facoltà. In quello mezzo la Patria
impiegollo in un affare molto importante . Ciò fu fpedirlo fuo Oratore (in uno
con Aurelio dall’Acqua e Piero Valmarana, Gentiluomini Vicentini,) a Venezia
per contrapporre ad una troppo altiera richieda degli Uomini della Terra di
Schio, Dillretto di Vicenza. Volevano coftoro non iftar più foggetti al
Gentiluomo Vicentino, che reggevagli, e regge ancora con titolo di Vicario; e
però nel principio dell’anno 1534. ardirono di chiedere al Senato Veneziano,
che rimolfò quello, un fuo Nobile Patrizio defse loro a Rettore . Ma sì giulle
furono le ragioni da’ Vicentini G Ora poi fopravviffe; ficcome colla \o in
quell’ anno, o l’anno apiolita gentilezza mi fc certo il preffo Bianca fi farà
a G iovanSig. Co: Antonio Trillino fud- ciorcio rimaritata, detto, fuo
difendente; laonde Digitized by Google 50 L A Vita Oratori addotte in prò della
Patria, che non ottante che Baftian Veniero, gentiluomo Veneziano, incontra
nringifse, i Giudici confermarono la giurifdizione della Città noftra, e
condannarono gli avverfarj a rimborfarla delle fpele dovute fare pel detto
motivo: loro davvantaggio vietando penalmente di più contravvenire a tale
deliberazione. E per dire di altri onori, a cui fu egli dallaPatria elevato,
troviamo, che nel 1536. addì 27. di Maggio era uno dei Deputati alle cofc utili
della Città (p 3 >; ficcome nel mefe fufleguente era Confervatore dette
Leggi : e pochi anni appretto, fu ricevuto nel numero di que’ Nobili, che
formar doveano il Configlio centumvirale > detto anche Graviffìmo, dcll^
Città, allora allora riformato.. Morì in que’ tempi il celebre Poeta Giovanni
Rucettaii tanto amico delnoftroTiussiNoi il quale fin dall’anno 1524. (nel qual
tempo era Cartellano di Caftel Sant’Angelo in Roma) avendo com Veggafi io
Statuto no-| Statuto noftro fuddet firo lib. 4. pag. 176. a tergo . to, Lib.
Novm Partium, pag. Noi ci fiamo ferviti dcli’cdizio- : 197. a tergo. Qui il
Trissino nc fattane con ! è schiantato Dottor, &£qnes. quello titolo ^ Jhs
À/nnicipale \ (99) "Statuto noftro, ivi » l'iccntinum, cum sìddit ione
Par- png. 19H. a tergo.. tium Jlluftrijfimi Dominii . Vt - 1 (loo)Statuto cc..
Ivi, pag. nttiit, Motxvii. ad infiantiam I 185. c 186. a tergo, cdanchcqui
BartMomei Centrini. infoi. | il Trissjno è detto Cavaliere. 1 compiuto il
belliflìmo luo Poema delle /#/>/, non volle pubblicarlo infinoattantochè il
Tassino da Venczia> ove era Legato di Papa Clemente, non foffe ritornato,
perchè volea farglielo rivedere.. Ma non avendo' potuto ciò effettuare
fopraggiunto dalla morte, al fratello Palla, nel raccomandargli prima di morire
tra gli altri Tuoi componimenti il detto Poema, notificò tale Ilio penfamento :
onde quelli poi fauna 1 5 39. mandandolo alla luce, al Tm ss ino lo intitolò
(101). Intanto effendo la fopraddetta feconda fua moglie Bianca pallata di
quella vita l’anno 1540.. C102), le liti già incominciate tra fe e’1. figliuol’
G 2. Giu. La Dedicatoria di Pai- 1 Antonio Volpi, il quale poi lai ta Rucellai
al Tr issi no è . fece pubblicate in un col Pocfegnata *li Firtnzj addi li. di
ma ftdlbdelle Api, ecollaC*/.5.6 in e(Ta affer- ] tivazione di Luigi Alamanni „
ma di efeguite in Dirar ai templi di Ciprigna, e Marte Le mie vittoriofe, e
chiare palme, Cosìdiceegli nella Dedicatoria del Poema fletto a Carlo V.; ma in
una Lettera al Cardinal Madrucci, che appretto allegheremo, accenna d"
averne glieli, per efsere anch’efso malato di quartana;accomandando con fua lettera
al Cardinal Criftofano Madrucci, Vefcovo e Principe di Trento, il Dottore
medcfimoi e pregandolo, che ali' Imperatore lo facefse introdurreQuelli sì
fece; el dono fu fommamente gradito alla Maellà Sua, che moftrò nello
flefsotempo gran delìderio d’ averne: ancora il rcftante.. La qual cofa da Giov
angiorgio intefa, ritornò prettamente a. Venezia, e gli. ultimi diciotto libri,
colla maggior, follecitudine: a perfezionar fi diede; e poi fattigli ttampare
l’anno^ 1548., a quella volta pel figliuol Ciro gliel’inviò; elfo altresì al.
lùddetto Cardinale raccoman-dando con maggiore affetto-,, dicendogli, che per
la fua giovanezza egli più abbifognava di conliglio, e di ajuto (106): i quali
libri da fua. Maellà. Vegganfi le Lettere \ fiche fùe cTAnhi Venticinque*.
dall' Autor noltro fcritte a Sua ! che le avea dedicate c mandaMacftà, e al
predetto Cardina- te, grate le foffero Hate, e acle in propoli to di ciò,
inferite ! citte . foggiuogendo*. che nont nella, già citata Prefazione del | a
vendo ardi mento a chiedere coSig. Marchefe Maffei alle Opere j fa alcuna, al
perfetto giudici» di lui a car.xxt. xxn.. xxit 1 . 1 della Maefià Sua, come
fapien-' c xxiv.; in una delle quali, I tiflìma, c liberali/fma che era,, che è
a car. xxwi. al Cardina* | fi rimetteva . le indiri eca * fegnata di Venezia I
Qui vuol novamente notarGiovcdì, addì x.. di Dicembre fi,. che dalPcHferfi il
Trissino 1548., dice, che dcfiderava,! in quelle Lettere foferitto. Dal che da
Sua Maefià fojfe noti fi- ; Ve ilo d’OKo, chiaro» appare, cato ai Móndo per
qualche ma- ! non aver egli avuto da Carlo nifeflo fegno, che le vigilie e fa-
[ V. per la Dedicazione del detto Maeftà furono ricevuti collo itefso
.gradimento, che i primi. Ma per pafsare ad altre cofe, fu il noftro T r issino
familiare eziandio del Pontefice Paolo III., a cui nel .1541. efsendo per
andare (come in fatti vandò) ad abboccarli la feconda volta con Carlo V. a
Lucca, indirizzò «un fuo Sonetto: e altra volta certo vino mandoglf,3 donare ;
del qual dono, e deH’efserfi ricordato di fe, il Papa Io fece ringraziare pel
Cardinale Rannuccio Farnefe, grande amico del Trissino (iop). Nel tempo, che il
noftro Autore era lontano dalla Patria, ed infaccendato nel mandar a luce i
proprj componimenti, l'Arciprete Giulio, che pure continuava la fiera lite
contro a lui -, •tutte le fue rendite fece ftaggire: il perchè in fran to Poema
la conceflfìonc di cosi denominarli, comcpare, che voIeOTc il P. Rugeri nella
citata ' Declamazione; ma fc pur da lui ! l’cbbe, come dicefi anche nell’
Elogio dianzi mentovato, che in San Lorenzo di Vicenza fi legge, certamente
molto rem», po avanti la ebbe, cioè quando in Bologna alla Coronazione dell'
Imperatore medcfimo fi trovò prefente. Quello Sonetto, che incomincia: Padre,
fot to' l citi Scettro alto rifofa, cc. | e che non è tra le fue Rime dcllà
prima edizione, eflcndo j Hate molto tempo avanti ftampare^ fi legge nella
Raccolta dell' Atanagi, par. pr. a car 89, a icrgo \ e nella edizione di
VeronaTom.i.a car. 3La Lettera di quello Prelato al T rissino (cricca d’ordine
del Papa, c in data di Roma. Nella citata Raccolta dell’ Atanagi a car. 90. fi
vede un Sonetto d’O. al predetto Cardinale indirizzato. granditfima ira montato
egli, fe tc-ftamento, e in tutto e per tutto Giulio difereditando, Ciro
inftitui erede d’ ogni Tuo avere; aggiungendo, che morendo quelli fenza
dipendenza, gli fuccedelfero nell’ eredità del Palazzo di Cricoli i Dogi di
Venezia, e nel rimanente de’fuoi beni i Procuratori di San Marco con ugual
porzione . Dichiarò CommelTarj del detto Tellamento il Cardinal Niccolò
Ridolfi, allora Vefcovo di Vicenza, Marcantonio da Mula, e Girolamo Molino;
ordinando, che appreffo la morte di fe, folle il fuo corpo feppellito fui campo
di Santa Maria .degli Angeli di Murano in un avello di pietra ijiriana: la
quale volontà mutò dappoi in un codicillo, ordinando invece, che volea cfsere
fepolto nella Chicfa di San Baftiano di Comedo * territorio di Vicenza, ce»
ornamento di rofe, e lidia fepoltura 'vi fofsc polla quella fempliee breve
iscrizione; £uì giace ciò : G io AG io t rissino . Pur finalmente anche quello
piato ebbe; fine ma Giovangiorgio fuori di tutto il fuo penfie ro n’ebbe la
fentenza incontro, e dal figlio fi vide fpo (llo) Si può credere fonda-
\Janiculo, 1548. in 8., introdut. -urente, che per aver egli do- ì cede il
perfonaggio nominato vuto (offerire tante c si fiere ; Sìmitlimo Rabbatti a
così fdaliù, avvifatamentc nella fualmare contra gli Avvocati ; c Commedia de'
Simulimi* contro a ogni forte di Im para in Venezia, per T olmmeo j gio . O rra
fpogliato d’una gran parte de' propri beni. Della qual cofa sì fi crucciò} e
difpettò che rifolvette di abbandonare affatto la Patria* e lafciati prima
fcritti due molto rifentiti componimenti in fegno di fua indignazione (ni),
andofsenc H dirit- O maledette fian tutte le liti » JT uni i garbugli, e tutti
gli Avvocati, Nati a ruina de f umane Senti, Che fi nutrifeon degli altrui dif
canài Difendendo i ribaldi con gran cura'. Et opprimendo i buoni ; che i
feelefii • Gli fon più cari, e di maggior guadagno: Nè cofa alcuna è federata
tanto, *Che non ardifean ricoprirla, e farla Rimanere impunita da le Leggi, Di
cui fono la pefie, e la ruina . Sono rapaci, e fraudolenti, e pieni ~D' in
fidie, di perjuri, e di bugie, S end alcuna vergogna, e fenz.a fede, Servi de
l'avarizia, e del denaro . Mentre che fiato fon f, opra 7 Palaz.zo Quafi tutt'
oggi in una lite lunga D' un mio Parente, l' Avvo cato awerfo : Tanto ha
ciarlato tc. Da quelle ultime parole fi può dedurre, aver egli in ciò avuta la
mira alle proprie liti. I Componimenti die c’ fece avanti la fua ultima
partenza dalla Patria, fono primieramente il feguente Epigramma latino, che fi
legge eziandio llampatO' negli Elogi di Monlìg. Tommafini pag. j 6., ed anche
tra le OpcTe del noftro Autore della riftampa di Verona Tom. 1 . in fine. „
Quatramus terras alio fub 1, cardine Mundi, f „ Quando mihieripitur frau„ de
paterna T)omus. „ Et fovet hanc fraudem Venetum fententia dura Qux Nati in
patrem comprobat infidias: >» Qux Natum voluit confe&um xtate Parcntem,
„ Acque xgrum antiquis pellcre limitibus. „ CharaDomus, valea*, dulcef„ que
valete Pcnates, „ Nam rnifer ignotos cogor adire Larcs. Indi un Sonetto, che fu inferito nella Biblioteca
Potante del Cinclli, Scansìa xxn. aggiun- dirittamente all’Imperator Carlo V.,
al quale cariflìmo era* da cui apprefso licenziatofi, da Trento, fenza
purpafsare per Vicenza, fe n’andò a Mantova r e quindi da capo, tuttoché
vecchio fofse, e molto gottofo, fi ritorno a Roma, dove era Rato tanto onorato,
ed amato. Ma poco quivi fopravvifse, concioflìachè. tra per lo cruccio, e passa
di quella vita. Non fi fa veramente ove fia di prefen giunta da Gilafco Eut
elide» fc, Pafiore àrcade, ( cioè dal P.Manano Rude Carmelitano cc. In Roveredo
frego Pierantonio Perno, 1736. in 8.: a car. 82. e 83. il qual Sonetto fu
comunicato all' autore di quella S con zia dal ! Cavaliere Micbelagnolo Zorzi,
| di cuifeperciòa car. 8+. lodevol menzione, E' notabile l’errore cotnmeffo da
Luigi Groto, foprannominato Cieco d’sldria, in propoli to di quello Sonetto nelle
tue Lettere familiari. In Venezia, preffo Gioì sintonia Giuliani, 1616. in8.a
car. 124.; perche quivi parlando del Tr issi no lo chiama Brlsci ano, e Padre
deir Jtalia Illustrata. (na) In alcune manoferitte memorie intorno al noltro
Autore, comunicateci cortefcrr.cnte dalla gentilezza del lodato Sig. Apoftolo
Zeno, dopo 1 ' Epigramma e Sonetto fuddetti, ili legge come fcguc. M. Zan!
zorzi fece ciò per una lite, che \ veniva tra ejjo, et P Arciprete | M. Giulio
fuo figliuolo di la Ca \fa di licenza, ove dillo M. Zanzorzi hebbe una
fententia centra in Quarantia, et con queftà opinione andò a P Imperatore, e
ritornato in Trento fenza venir di qua per la via di Mantova, Ticchio, pien di
gotta Il rimanente non s’ intende per edere rofo il foglio. Che il Trissino
moridc l’anno 15 jo. conila non folamente dal concorde confcnfo degli
Scrittori, ma da una Lettera di Giulio Savorgnano, fcritta a Marco Tiene,
gentiluomo Vicentino, fegnata di Belgrado addì 29. di Dicembre 1150.: della
notizia della quale al già mentovato Signor Abate Don Bartolommco Zigiotti ci
confefflamo unicamente debitori. preferite il fuo monimento } ma Autóri
parecchi hanno fcritto, eflergli ftata data fepoltura in Roma medcfimo nella
Chicfa di Sant’Agata entro lo ftefso Depofito, in cui era ftato fepolto molto
tempo innanzi il famofo gramatico Giovanni Lafcari (114); e Jacopo- Augufto
Tuano nelle lue Morie) facendo di Giovangior.gio molto onorata menzione)
accenna) che gli fofse ftata anche fatta una lapida» poiché dicc 5 che efsen H.
2 do Tra gli altri Scritto - 1 della Città coltra, di cui il P, ri, che addurre
li potrebbono, Rugcri avea fatta menzione avvi Paolo Beni, che nel T rat- nella
detta fua Opera a car. xxvr. tato àell'OrigMlla P amigl.Triff. | dice come
fegue .,, Quoniam manoferitto, a car. 34. cosi dice : Partitofi ( il noftro
Autore) nell' A. 72. della fua et 4 per di f gufi 0 dalia Patria-, il che egli
efpreffe con alcuni verfi latini et volgari ( cioè l’ Epigramma, c*l Sonetto
predetti) li quali ferini a penna nella libreria Ambroftana di Alitano con
altre molte fue compojìtioni non ancora fiampate fi conferva . no, andò in
Germania a ritrovare l' Imp. Carlo r., et ritornato in Italia per la via di
Trento, e Mantova pafsb a Roma, ove morì, et fu il fuo Cadavere poflo in
Depofito nella fepoltura del Lafcari. E Olindro Trillino in fine della
DeclamazJone latina del P. Rugeti, citata di fopra, da elfo fatta (lampare,
traferi vendo il già mentovato epitaffio, che fi legge in San Lorenzo meminit
Au&or Epitaphii, „ Cenotaphio loann. Georg. •„ Trifiini Vice ti* infculpto
„ (Relliquum cnim tanti Vi-,, ri, quod Claudi poterat, Ro-,, M.C in Tempio S.
Agatb* in „ Suburra Conditu.m Fuit) illud hic &c.“ E finalmente anche lo
Beffo Rugeri nel citato luogo afferma, che Eius offa-, ( di G1oVAN GIORG I o ),
Roma cum Jo. Lafcari cineribut affervantur . Comunque lia di ciò, fatto fta che
al prefentc in S. Agata di Roma tuttoché fuffiffa il fepolcro del Lafcari, non
fuffifte più veruna memoria del Tr issino; come ci fe certi il P. Girolamo
Lombardi della Compagnia di Gesù con fua lettera fcrittaci da Roma addi 11. di
Novembre di queft’ anno 17} 2. do diroccato il monimento nella reftaura2ione‘
del Tempio (non ifpecifica quale^, ove era Ila*to feppellito, gli eredi Tuoi un
altro gliene pofero in San Lorenzo di Vicenza nell’avello de’ fuoi Antenati In
fatti in San Lorenzo fi vede l’infrafcntto epitafio, opiuttofto elògio, tante
volte in queft3 VitA citato, da Pompeo Trillino, e da’ fuoi affini' fatto ivi
fcolpire, non veramente fa 1’ avello' degli antenati fuoi, come erroneamente ha
lardato fcritto ilTuano, ma allato all’altare dr detto Santo, a perpetua
decorofà memoria di; un sì grande uomo. IOAN- lllujhis Viri J m obi Au~ Xufii T
hunni Hiftoritrum fui tem. pori s Ab Anno Domini i J43. nfque . libricxxxvt 1 I.
Gcnev* apud Heredet Pctri de U Roviere Lite. D. „ Obli c et hoc anno « I.
Georgius Triflinus peran» tiqua, nobiliquc Vicetise fa. » milia, ad virtuccm,
Se lite „ ra* natus, linguarum periti fj> fimus» Se omni Scienciarum,,
genere exercitatiffimus »> Roma laboriofz virar finem „ impofuic anno xtaris
lxxii. >» Diruto Monumento» dum „ Templum inftauratur, in quo „ conditus
fuerac, Hacrcdes al iud i» ei ad S. Laurentii in Majo„ rum Scpulchro Vicctia
pò» fuerunt. IO' ANNI GEORGIO O. Putriti o Vicent. tAtn nobilitate, quarti
dottrina, (fi integt itato Leoni Decimo, et Clementi VII. p 0 „t. Max. necnon
Alaximil. (fi Car. V. Impp. aliifique Pfincipibus acceptijfimo, Legationibus
prò Cbrifiiana Repub. temporibus difficillimit fattici cum oxitu apud eofdem
per alì is : Dacia inde Regi desinato . Jn Coronai ione Caroli Imperatorie ad
Sacra Palla Pontificia nitentis ferendi Syrmatis Munus, infignioribus
Principibus ad hoc ipfum afpirantibut pofi habitis, Bononia eletto . Aurei Ve
Iter ij Infignibus » (fi Comitis dignitate prò fi » et Pofieris ab eifdem
Imperatori b. decorato. Apud Ser. Remp. Venetam fapixs Legati nomine de
Clodianis Satin ù, de Ve. rona refi itut ione, De Pace, Deq\ aliis negotiis
gravibus re ad votum tran fatta. Sublimiori gradu Sobelis ergo r confato. Operibut
plurimi e cum antiquitate ceri antibus elucubrati s. Rebus finis* et Pofieris
eidem Inclyta Reipublìca Ven. ex tefi amento commendatis . Vitaq;
religiofijfimì funtto Anno Aitai is Sua LXXII. Virgìnei vero Partus A4. D. L. P
ompejus Cyri Comitis, et Eq. fil. unicus Superfies, Nepes, (fi Hares, AJfinefq;
T anti Antecefioris Memores pii, gratiq; animi A4. P.P. An. Salu. A4. DC. XV.
Non (116) Di ciò non facemmo [nc abbiamo trovate tipruovc più fpecial menzione,
perchè nonjficure. Non dee tralafciarfi di qui trafcrivere altresì l’ Oda
latina da Giufeppe Maria Ciria fatta in laude del noftro O. - j) FAma centenis
animata linguis » Aureo pergat refonare cornu 3> Trissini Busto fuper 5 et
jaccntés 33 Excitet umbras. 33 Fas ubi trilli gemuere lu e Lamino Perugino nel
MDXXjy in 4. . e C^enza luogo > anno> e ftampatore ) in i e (Cón la
SofonUba, i Ritratti, e l'Orazione al Principe Oritti ) In renezJat per
Girolamo Penzio da Le. che, C Venezia per Agoftino Sindoni e finalmente in
rerona coll’ altre Tue Opere ( 1*1 )• li. EPISTOLA de le Lettere nuovamente
aggiunte ne la 1 2 > Lin- Nel Catalogo della Libreria Capponi, 0 Jta de'
Libri del fa Afarchcfe Alejf andrò (ire. gor io Capponi, Patrizio Roma-\ no ec.
C on Annotazioni in di- j verfi luoghi cc.. .. i n R oma ap- preso il Bernabb,
e Lazza. : rmi 1747. in 4. a car. .|
vedcfi regillrata tale edizione;) ma farà forfè quella fleila, che fic fu fatta
unitamente co’ Ri- ! tratti, e colla Sofonisba, cd al- ‘ tro, da noi per altro
non ve-| duta, che ha quelle note in fi-| j ne P. Alex. Benacenses F. Be- na.
V. V.; fecondo che dice il j Cavaliere Zorzi nel Ragguaglio ! JJlor. della rita
d’O. manoferitto, in fine> cd anche nel Difcorfo fopra le Opere di lui,
llampato nel tomo 5. della Rac colta A'Opufcoli ec. in Venezia apprcjfo
Crijtoforo Zane, i 7 jo. in la. car. jp8. Di quella Rac- colta ne è benemerito
Autore il celebre P. D. Angelo Calogerà. ( Tom. a. a car. 2 7 p. . Digitized by
Googlc -. rugino e m Venezia ( Tenz’ anno, e ftampatorc in 8. e ( COn la
Sofonisba, l'Epiflola de la Vita ec., ed al- Tom. 3. a car. . ( ia8 ) Tom. 2. a
car. 201. Il Fontanini nel regi- ftrare nella tua Eloqu. hai. a car. * 75 - la
fudJetta edizione, prete uno fbaglio, notando Venezia in vece di Vicenza. Tom.
2. a car. 243. ( l ì*J Nella Prefazione alle I Opere del rioftró Autore a car.
xxx. ( 1 3 2 ) Si legga il Difcorfo del I Cavaliere Zqizì {opra C Opere j del
noftro Autore a car. 440. Nel Catalogo della Libreria Cap- [poni, a car. 377.
Ih regiftrata [un’edizione di qucft’Opcra in j 8. lenza nota di ftampa, ma
quella ed altro ) In Venezia per Girolamo Pernio da Ischi mdxxx. in 8. e V*
net. per Ago/lino Bindoni e finalmente in Verona colle altre Tue Ope- re Il T
rissino fcrifle quell:’ Opera a mòdo di Dialogo, e in ella lodò parecchie Donne
rag- guardevoli del fuo tempo i facendo tra le altre menzione )come fopra è già
detto) di Bianca fua feconda moglie, chiamandola beiuffima giovinetta . Vi. Il
Castellano, Dialogo, nei quale jì trae. ta de la lingua Italiana . In Vicenza (
fenza nome dello ftampatorc, nè anno della ftampaj ma ter Tolomeo Janiculo . )
in foglio. e ( colla Volgar Eloquenza di Dante) in Ferrara per Domenico
Alammarelli 1 1 K in 8. Fu riita mpato anche tra gli Autori del ben parlare, e
in Verona coll’altre fue Opere. O. manda quello suo Dialogo a lo ili ufi re
Signor Cefare Trivulzio, fottO il nome di Arrigo Dori a ; e iperfonaggi, che
v’introdulfe a favellare, sono Giovanni Ruceiiai col nome di Ca/iciiano, il
quale di- fende l’Autore da quanto gli fu fcritto contro circa le nuove lettere
} Filippo Strozzi, che lo Cdlfura, e gli quella forfè farà, che abbiamo] (133)
Tom. 1. a car. accennata al di fopra nell’anno- . Tom. r. a car. 41. (azione
ITom. 2. a car. c gii oppone le parole medcfime de’fuoi avver- sari ; e Jacopo
sannazx.aro y che difende le ragioni del Trissino. Della Poetica; Divisone i.
n. m.*iv, Jfu riceva perT olomeo Janiculo da Bretfa MDXXIX. di Aprile. in
foglio . Monfignor Fontanini regiftrò nell’ Eloquenza ita. liana quelle quattro
prime Divijìoni in tal guifa : Dalla Poetica di Gìangiorgio Trijfmo, Divijìoni
iy. in Vicenda per Tolommeo Janicolo. in foglio: ma flc- come noi non abbiami
vedute altre edizioni, che la fuddetta del 152 p., e quella di Verona ; e di
altre non facendo menzione nè il Fontanini medefimo, nè l’Autore del Caia -
lego della Libreria Capponi, nè ’1 Cavaliere Zorzi in nefliina delle due fue
Opere intorno al Traino, (138), nè finalmente chi compilò la Biblioteca
italiana; così crediamo agevolmente, che egli in ciò fi fia ingannato . Lo
Hello diciamo parimente della feguente impresone delle altre due Divijìoni, da
lui notata i 140) . A car. 354. j 1718. in 4. a'car. Coll’ altre fue Opere, e
17. e nell’Indice: Il Com- Tom. a. a car. 1- ! pilatore di quella Biblioteca fu
Cioè nel Difcorfo /o-jNiccoIa Franccfco Haym Ro- pra le Opere di lui, e nella
Vita mano. del medefimo manuferitta. ! Neil’ Eloqnjtal. a car, { li9)
Biblioteca Italiana cc. In 354. Venezia prejfo Angelo Geremia . 5 che pure non
farebbe il folo errore conv meflfo dal Fontanini in quella fua Opera. Della
POETICA; Divifione . In Ve . - per Andrea. Arrivatene, Sono fiate tutte
ultimamente riftampate ì* a?»»* coll’ altre fue Opere. Quelle ultime due
Divìfioni furono dedicate dall* Autore ad Antonio Perepoto Vefcovo di Aras ?
con dirgli > non aver loro data 1' ultima mano per effere fiato in quel
tempo grandemente occupato nella teffi.- tura del fuo Poema dell’ Itali *
Liberata da Goti, Nelle prime quattro Divìfioni tratta egli de’ Ver- fi, delle
Rime, e delle varie maniere de’ Li- rici Componimenti volgari : e dice in
princi- pio » che fé bene da molti Poeti tra fiato pot tic amen* te Jcrittoy e
con arte, pure nefiùno fin al fuo tempo avea deir^r/ a voffra Reve- Furono più
volte flant-j rtndìffìm a Paternità molto, et pata. V. fopra car.31. annor 55.
| molto mi raccomando. ove s’c favellato di quefta Ora- i Da Cric oli-, di
luni, cincone . V‘t di Marza del mille cinque Tom. 2. a car. 28?. cento
trenta/ette, il tutto di In fine di quefta Let- \ Fopra RevcrenditfmaTatermta.
tcra fa il Tris sino menzio - 1 Giovanceougio Trissino. ile fuccinta eziandio
di certi al - 1 Quefta lettera non (apremmo tri Villaggi del Territorio di
perchè non fi a (lata inferita nelViectiza ; c poi termina con | la edizione di
Verona, quefte parole: A 1 on faro più I (^ P inrgia appreffo lungo, perciocché
effondo Monf,-\ Pietro dei Nicolini da Sabbio gnore Brevio noftre lo apporta- \
mdm. in 4 * * Car> 3 ^ 1, a tcr S 0, tare di quefta, egli fupplirà a I (iji)
Ivi» ed anche a car. bocca a quello, che io bavero. in fine. D’O. GRAMMATICES
introduci ionie Libcr Primus. Verona afkd jintonium Putellettum Fu rijtempato
quello Trattatello in Verona unitamente coll’altre fue Opere dove si premette
un breve avvilo al Lettore, dicendo in eflb, che la detta Operetta forfè è
quella, che fittone. me di Grammatica fi cip* da quelli, C hanno fatto U
Catalogo dell'onere del *oJItq T*is«no, e forfè ancora nella prima edi. itone
fi è dallo Stampatore coti nominata > Libro Primo 5 per rifletto 4' altro
giceiolo Libretto » che contiene le inflituzioni della Grammatica del celebre
Guari» Veronefi, e che figuitandogli immediatamente, fui far le veci di Secondo
diquejfa materia. Non fi fa in fatti che il Tri ss ino altri ne facefle i e
certamente altri non ne avrà compofti, concioffiacofachè nulla manchi alla
perfezione dell’Operetta medefima* in cui egli attenendoli alla Italiana
Grammatùhetta, tratta compiutamente delle otto parti dell’ Orazione . K i
OPETota. i.acar.197. OPERE i D’O. >. In Verlì Stampate. LA SOFONflSBA (in
fine} Jfampata in I v Rama per Lodovico Scrittore, et Lautitio Perugino
intagliatore con p rohibitione, che nefsuno poffa Jfampare queft opera per anni
diece t - come appare nel Brieve concedo al prefato Lodovico dal San . tifiimo
Noflro Signore Papa Clemente VII. per tutte le Opere nuove che 'Iftampa. in 8.
Laltefià. Jn Vicenzjt per T olomeoj articolo e In Venezia ( con li Aitratti I*
Epiftola a Margherita Pia Sanlevenna y f Orazione ai Doge Gritdj e la Canzone a
Clemente VII.) per Girolamo Pernio da Lecbo. in 8» e ivi ( lenza la Canzone )
per Agoflino Bìndoni Ivi ancora (reparatamente) prejfo u Gioliti mdliii. in 12.
c Ivi per Francefco Lerenzini MDLX, in 8# * e Ivi P” u Gioliti ( tratta dal fuo
primo efemplare) mdlxii. in n. - *' £ Jn Gntovrfapprtffo Antonio Bellone * e
Venezia per Ginfeppe Guglielmo, >s T UO- Nuovamente ** Venezia prejfo
Altobello Salica io Poi In Vicenza prejfo Perin Librar o t e Giorgio Greco
compagni in 12. e in V me zia prejjo li Gioliti mdlxxxv. e mdlxxvi in n. e Ivi
per Domenico Cavale «lupo. ili 8. e Ivi preffo Michel Bocobello " Poi
ancora inVicenzA appreffo il Brefcia e in V inezia per Gherardo Jmbcrti . Fu
riftampara eziandio unitamente con la Dpijtola de la Vita ec. (con li Ritratti,
e X Orazione al Doge Gritti) fenza nota di ftampa, con certe note in fine, in
8. (15?) Finalmente fu impreffà tre volte, in re. rena prej/b Jacopo raiUrji, F
una . nel primo tomo del 7 Wr» italiano (154), l’altra nel 1729, colle altre
Opere del noftro Autore, e la ter V. fopra annotazione l2c. a car. 67. ( >54
J Di quell’ Opera ne dobbiamo laper gradoni Signor Marchefe Maffei, il quale v'
ha premevo ancora una dotta Prefazione, da noi altrove accennata, in cui
difeorre molto eruditamente della Sofonisba, che occupa il primo luogo. Quell’
Opera è cosi intitolata t Tea-\ tro Italiano, o Jìa Scelta di Traj gedie per
ufo della frena ; ec. i in reron a prefso Jacopo Vallar fi 171S. in 8. Tom. 1.
a car. . Tralafciando di riferire le vcrfiotti fatte di quello Tragico
Componimento in altre lingue, fedamente vuol di rii, efTere cffo fiato tradotto
in metro Jambico latino da Giulèppe Trillino la terza nel prima toma del
fuddetto Teatro italiano ultimamente rillampatoQui dovremmo ftenderci a
defcrivere a minunuto le bellezze di quella Tragedia, aia per non dilungarci
troppo, ci riftringeremo (blamente a riferire ( come di fopra prometto abbiamo
) le oppenioni di parecchi illuflri e chiari Scrittori fopra la fletta, £
primieramente Niccolò Rotti, tanta ftima ne fece* che non pure ditte ( 1 5 .
che ella tra tutte le Tragedie de’ Tuoi tempi teneva il primo luogo? ma la
fcelfe di più per materia de’ Tuoi Dimorfi intorno alia t rogo dia. Angelo
Ingegneri? Veneziano, laido lcricto, non efler troppo agtvol cofa P arrivar P
Arìoflo nella Commedia, atrissimo nella Tragedia r del qual fentimentO fu pure
Giovambatilla Giraldi da Ferrara, per altro rigido appuntatore del Trissino,
dicendo, che tra’ noftri Comici è recito p Ariofio eccellentijfmo, et il
TrHsino nelle Tragedie ha riportato, et ragionevolmente grandijfmo honort .
Benedetto Varchi poi, uomo di molta erudizione fornito, non dubitò di dire
nelle fue Leudoni > là dove trattò dei no, Cherico Regolare Soma- 1 meffaa*
fuoi Difeorfi intorno alla (cor la qual traduzione fta ma- j Tragedia . V.’car.
1j.aonot.44. nufcritta nella Libreria de' P. P. I Della Poefia RappreSomafchi
di Vicenza con que- 1 fentativa, et del modo di rap fta femplice ifcrizione:
Sopho- I prefentarr le Favole Sceniche cc. NUB/t Tragedia metrico-latina 1 In
Ferrara per littorio Baldini Paraphra/ìt . IJ98. in 4. a car. a. Lettera a’ Lettori
pre -1 Ne' fuoi Difeorfi intorno dei Traici Tofani (159), edere ftato il noftro
CjIOVANGIORGIO il P R 1 AIO » che fcrivejfe Tragedie in queJU lingua degne del
nome loro. E flOIl pure il Vàrchi gli diede quella lode* ma eziandio il
fopraddettoGiraldi, il quale nel fine della Tua Orbecche introducendo la
Tragedia a favellare a chi legge, le fece dire cosi: £’l O. gtWtH, che col fno
canto Prima d Ognhn dd Tebro, e dall UH f so Già trajje la Tragedia all’ end e
et Arno . E a tralafciar altri autori, non fu minore la ftimaj che d’efia fe il
Signor Marchefe Maffei, il quale nella fua raccolta di tragedie date a luce Col
titolo di Teatro Italiano, dando all 1 Sofonisba nel primo tomo il primo luogo,
dille, che ella il primo luogo altresì occupa fra tutte quelle Tragedie, che
dopo il rinafeere delle bell' arti in moderne lingue apparsero ( 161 );
foggiungendo cfler mira. HI terno al comporre dei Romanzi,] (160) Nel principio
della delle Commedie, e delle Trage-i Prefazione, o Difcorfo, che vi dte, cc.
in Vinezia appejfo Ga - premette . briei Giolito de' Ferrari, &\ Avverte
qui dottameli. Fratelli, . acar.14jr.Jtc il Signor Matchefe, che benLegioni di
A 4 . Bene- j che vero fia, clic avanti la Sodetto Varchi Fiorentino lette da'
fonisba il nome di Tragedia in lui pubicamente nell' Ac ademia J Italia fia
ftato a’ componimenti Fiorentina, ec. in Fiorenza per | volgari impofto,
poiché, die’ Filippo Giunti 1590. in 4. a car.J-egli, con queji' ijtejjo
belliffmo 681 •, argomento una Tragedia abbia ' mo, è il ctfa, come la [rim a
Tragedia riufcifle cui eccellente: C po CO apprell'o a fieri, che chiunque no n
abbia » come in molti accade, il gufo del tutto guafto da certe Romanzate
ftramere, non [otrà certamente non fentir/ì maravigliosamente com. muovere
dalle belle vue di queftaTragedia, e da' p a fi tenerijfimi, c Singolari, che
in ejfa fono. E finalmente in un altro luogo lafciò fcrittOj'che vera e
regolata Tragtdia in quefla, o in altra volgar lingua non fi vide avanti la
Sofonisba d’O. a cui il bell' onore non dee invi diarfi d'aver innalzate le
nofir.e /cene fino a emulare i fiamofi efemplari de' Greci* Ma degno di
(ingoiar lode 5 e d’eterna memoria fi rendette il noftro Giovangiorgio per aver
ufata in quefta Tragedia una nuova maniera di verfi, e da veruno non prima
ufata, dico i verfi fciolti, cioè non legati dalla rima*, di che e il Giraldi e
per la condotta tanto fi allontanano dal regolato ufo del Teatro, e dalla furia
degli antichi Maeflri, che non hanno fatto confcguir luogo agli slutori loro
fra ^ Poeti Tragici; onde la gloriaci' aver data al Mondo la Prima ! Tragedia,
dopo il riforgiment» 1 delle lettere, e delle bell' arti, è rimafia al O. . i A
car. iv. della fud* j detta Prefazione, o Difcorfo p.renjeflfo al detto T entro
Italia * no . I Difccrfi cc. a car. 23 6. ! Di f par crebbe non altrimenti ap*
1 preffo noi una Tragedia fe di ver1 fifo tutti rotti, 0 mefcolati cogl’ !
intieri, o co gl' intieri foli c'h.u j veffero le rime, fifle tutta compìfi a,
che havtrebbe fatto appreflo i Greci, et i Latini, fefujfeft at a 1 ccm . d’O.
. ‘ Si Ivlaffei (154) afsai lodatilo, e dicono, che perciò gli debbe fentir
molto grado la noftra lingua. Ben’è vero, che vi fu chi a Luigi Alatnanui.,
famofiilimo Poeta Fiorentino, attribuì la gloria d’aver prima d’ognuno pofto in
ufo co.tal Torta di verfii e ciò perchè egli -nella Dedicatoria delle lue opere
To/cane dille d aver mejfi in ufo i .ver fi fenza le rime non ufati ancor mai
da' noftri migliori.,Ma come notò molto giudiciofamente l’eruditiffimo Signor,
Conte Giovammaria Maz 2 uchelli [166), o che l' Alamanni contezza non ebbe
della Tragedia del Trissinoj e però fi pensò d‘ efsere il primo a fcrivere in
detti verfi, o che accennar volle colla voce migliori qué’foli antichi
fcrittorij .che fon venerati per primi Maeftri L della é compofia di Dimetri,
di Adonii,\ Fiorenti* . in 4. a car. 7. di Jindec afill ahi, ovtro di éjfa-
come pure il Bocchi nc’ fuoi E Iometri, perchè le fi leverebbe con' gj a car.
68., ed altri allegati la gravità il verifimile ; le qua- \ dal Sig. Co.'Giovammaria
Mazli due cof* levatele, firimarreb-\ne ucheìli nella Pira dell’Alare ella
fenz.a pregio. Et però manni per etto dottamente ferie— debbono aver molto
grazia gli' ta, e (lampara • in Verona per huomini della nqfira lingua al !
Pierantonio Berno, 174 j. in 4. T R 1 s s ino, eh' egli quefli ver- j
unitamente colla Coltivaz.icne Ji fcielti lor dejje, ne' quali la j dello
ftcflfo Alamanni, c colle Tragedia pigliale la fede della \ Api di Giovanni
Rucellai, fu* Maefià con vera fembianzut amendue gentiluomini Fiorenatl parlar
communi* I tini . (164) Nella Prefazione al j A car. 47. della pcc’ Teatro
italiano. I anzi citata Tita di Luigi Ala Il Poccianti nel Cata-j manni. logo
Scriptcr, Florentitiorum della Poefia. Fatto fta però avere il T rissi no» come
già è detto» la Tua Tragedia comporta vi* ventc Leone X. a cui la dedicò » cioè
a dire prima che l’ Alamanni fcrivefle le Tue Opere» che furono ftampate nel in
2 E perchè v'ha una Commedia di Jacopo Nar* di, Fiorentino, intitolata amicizia
(j e dell' ortografia antica della predetta Commedia, e fu Taverla il Nardi
chiamata nel Prologo fabula nuova, c primo frutto di Ytvovo autore in Idioma
Tofco, decife francamente > effcr la piti antica, e la prima di tutte le
Commedie, che fi vedeffe feruta in 1/crf, Italiane: aggiungendo, che dalle
quattro stante ftampate in fine di efla Commedia ( 172), appar chiaro efier
efifa finta compo L 2 fila * I. " L - - u j, j Il Crefcimbejoi nella [che
egli verarnente prete yno Star, della l^olg. Poef. dell’ edi- 1 sbaglio, perchè
il Varchi dille zione di Venezia* tom. r. lib. folamcnre, che il Nardi usi in
lib. J. a car. 1 1 V parlando del ! una fua commedia i verfi fciolti. verfo
fciolto j dice, cheiIVar| A car. 4J5. e fcg. chi, lafciando indubbio, fe il J
Quelle Stanze fono le Tris e dì guerre accefe in Tofcana, e per tutta l' Italia
: il che (dice egli) pienamente corriffondt all' annoi 494. in congiuntura del.
la venuta del Re Carlo Vili, in Italia-, e della cacciata de' Medici da Firenze
. Ma quanto egli favellale a capriccio? ognuno-, che fiore abbia di letteraria
erudizione, può agevolmente chiarirfene. Conciolfiacofachè quantunque Da quel-,
da cui ogni falute pende Letitia et paco: a cui fittoil tuo fogno Si pofa : et
lieto ogni tuo bene attende: j Et ceffi il Martial furore et /degno: Cbe fa
tremare H Mondo: Italia incende, Chel clanger delle tube, et il fuon dettarmi
Non laffa modulare i dolci carmi. Ma quello Dio, che olii alti in- gegni
afiira: Et ogni opera dif prezza abie- tta dr vile: Tanto- favor benigno oggi
ne fint- eti pur la fronte extollt il ficco umile. Ma fi lodore antiquo non re-
fi™ Stufate lo idioma : et baffo fHle. Et fcujt il tempo Ihuom fag. gio et
difereto Che molto importa il tempo fri fio 0 lieto . ]_ Quando farà che in
porto al | ficco lido Salva (Fiorenza mia ) tua barca vegna Secura in tulio
homai dal mare infido: T efio : Se il Sacro -Apollo il ver minfegna Segua pure
il Nvcchkr ac- corto et fido : Et viva, et regni pur Chi vive et regna-,
-Allhor (fé alcun difir dal Citi' s impetra) Diro le laude tua con altra Cetra
. -Allhor mutato il Cielo in altro afielìo Renoverà nel Mondo il Secol dauro-.-
si libar farai degni virtù re- cepto : Cipta felice: et di mirto, et di Lauro
Coronerai chi honore ha per obietto. Et nota ti farai dallo Indo al Mauro. Ma
hor eh' il ferro et il fico it Mondo a in preda Convita eh' a Marte ancor
Minerva ceda 8$ tunque di ciò, che il Nardi dice in principio delle fud dette
Stanze, (cioè che elle fi cantarono falla lira davanti alla Signoria» Quando fi
recitò la predetta Conr media) racC ogli e r fi poflìi e (Ter efsa fiata
rapprefen- tata in tempo che Firenze non avea cefsato ancora d efsere
Repubblica ; nientedimanco nè da quefte parole > nè dalle stanze fiefse può
dedurli che il tempo della recita d’efsa Commedia cor . rifa onde Piènamente .
in congiuntura de- gli avvenimenti fuddetti. E fe egli in dette stanze fe
menzione di guerre moleftillime a tutto il Mondo, non che all'Italia, non ne
fpecifica pe- rò il tempo j anzi le accenna in maniera che fi potrebbe più
verifimilmente conghietturare aver egli voluto in efse indicare le guerre in
cui dall’ armi ddl’Imperator Car- f lo V. Roma fu prefa, e Taccheggiata, il
Papa (che era Clemente Vii. di cafa Medici) fatto pri- v gione, l’Italia molto
travagliata, e tutto il Mondo, dirò così, afflitto da gravilfime turbolenze.
Oltreché non è probabile, che la signoria in tem- po di guerre e di turbolenze
inteftine fi fofse data bel tempo, e fe la fofse pafsata (comefuoi dirli) in
allegrie, e in divertimenti di Gomme die. Laonde con migliore probabilità fi
può dire, che la Commedia del Nardi fofse rapprefentata nell’anno 1530. giacché
in queft'anno e Clemente, Vii. ritornò a Roma dopo la pace fatta col fud. detto
detto Imperatore, e dopo averlo anche folenne-^ mente coronato nella Città di
Bologna; c Aleflan- dro de Medici fu fatto Duca di Firenze dal mede- fimo
Imperatore; fotto il Dominio del quale la Città non lafciò in certo modo
d’eflere tuttavia Re- pubblica. E verifimilmente un de’ due accennar volle il
Nardi nella voce Nocchiero, ufata nel quinto verfo della terza ftanza, e ad uno
de’ due pari* mente, o fors’ancbc a tutti e due pregò egli PitA t Rtgn? nel
fedo verfo della ftanza medeilma r E viva > et regni pur Chi vive et regna.
Se poi egli chia- mo la Commedia fabula nuova i e primo frutto di nuovo uè ut
or e in idioma t ofeo, volle con ciò indicare la novità dell’Argomento, ma non
mai la novità del verfo, come pretefe di farci credere il Fontani- ni nel
citato luogo : c perciò fu giuftamente cen- furato dal Dottore Giovannandrea Barotti
nella fila JOifefa delti Scrittori Ferrar e fi A quel che fi è detto fi può
ancora aggiungere * che non fi troverà certamente, che lo Zucchetta, per cui fi
crede, che fofle anche fiata fatta la pri- ma edizione della predetta Commedia
* libro al- cuno ftampato abbia avanti! 1517.» 0 al più al più avanti >
quando il Trissino avea già com- Parte feconda A car.n j. I tutori / opra P
Eloquenza Italia- Queft’ Opera del Sig. Bacotei faina del F anfanivi, Roveredo[
ma Campata tra gli Ejfami di Tarj veramente Venezia) comporta là fua sofonhba.
Ma per- chè più chiaro appaia l’errore del Fontanini ? e del Guidetti altresì
nella fua relazione al Var- chi, e come a torto vuol toglierli al Tr issino da
alcuni moderni la gloria della invenzione dei Verfi fcioltij vogliamo qui
riferire ciò ? che al medefimo noftro Autore dille Palla Rucellai nella lettera
? colla quale gl’ intitolò il Poema delle Api di Giovanni Rucellai ? Ilio
fratello? che che è fegnata di Firenze Voi fofte il Primo (gli dille) che
quejio modo di fcrivere in •verfi materni liberi dalle rime ponefte in luce, il
q»al modo fa Voi da mio fratello in Rojmunda primieramente, e poi nell' ji- pi
» 0 nell' Orefie abbracciato, ed ufato: e apprellò chia- mò f Opere dello
fteflo fuo fratello Primi frutti della Invenzione del Trissino. Per le quali
cofe tutte forza è, che conchiudiamo? che a gran ra- gione non pure dagli
antidetti Scrittori? ma dal Tuano e da altri ( ìycr ) fu il noftro Au- tore .
Veggafi la foprallega- ! FHJlor. &c. Toni. 1. lib, ta lettera di Giovanni
Rucellai vi. Ann. 1550. pag. 200. lctt. ai Trissino fegnata di Fi - \ D.„ Jo: G
e or g i U s Tbis> terboaddt 8. di Novembre mdsv. j », sihi's .... Primus
genu$ stampata nella Prefaz. alle Ope-',> canninis foluti foelicitcr ufur-
re dello fteflo Trissino a car. ‘ „ pavit, cum a temporibus Fr. xv.} e a car.
xvm. v’ha una „ pcirarchae Itali Kythniis ute- Lettera della Marchcfa
Ifabclla,, rcntur. di Mantova al nollro Autore; ( 176 ) Filippo Pigafctta, Vi-
de* di 24. di Maggio 1514. in ccntino, nel Difccrfo mandata cui gli dice, che
avea ricevutola Celio Malafpina in materia una fua Lettera, Ferfi, et Ope- ‘
dei due Titoli del Poema di retta, la quale fi può crede- Torquato Tallo,
premeflò al re, folTc la Sofonìsba, Poema fteflo delia edizione di Fette- Digitized
by Googl SS •' La Vita torc chiamato Primo inventore di qucfti verfi. Ma per
tornare alle opinioni degli Scrittori fopra la Tragedia del Tassino» non fu
ella efen- te da’fuoi critici, rare eflfendo quell’ Opere, in cui non fia ftato
notato qualche difetto. Il Var- chi nel citato luogo volendo darne giu- dizio,
la oenfurò fpezialmente per la locuzione, dicendo COSÌ: Io per me quanto alla
favola, e ancora in molte cofe dell'arte non faperrei fe non lodarla -, ma in
molte al* tre parti, e fpezialmente d’ intorno alla locuzione non faperrei,
volendola lodare, da qual parte incominciar mi dovejfi . E nell* JErcolano
diflfc: La La Sofonijba del Tr isslno, c la Rofmunda di mefier Giovanni
Rucellai, le quali fono loda tijftme, mi piacciono sì, ma non pia quanto a
molti altri. 17 al C k Venezia per Francefco de' Fran- j che come fi avea d
aver grazia, cefchi. in 4., dice, che \\\al Tr 1 s j i N o, c'havejfe dati
Tr1ss1no fu il Primiero; que verfi ( fciolti ) alla Scena, che in italiano
abbia ofato, e | così cc. Finalmente il Giti di faputo ..., camminare per fen -
1 medefimo in una delle fueLettiero erto, non più calcato da terc.tra quelle di
Bernardo l af' vernn altro dal tempo antico in fo. In / 'a dova ., apprefi quà,
faivendo in Verso dal- fo il Cornino-, in 8.; toni. a. a la rima Sciolto, con
avvefttu- | car. 198. apertamente chiamo 1 rato ardimento, la Sofor.isba Tra -
ITr.ssino Inventore di tali tedia ce.. HGiraldi poi ne* Di fi ! verfi : la qual
cofa fu olTervata cor fi cc. a car. 92. favellando dei anche dal predetto Sig.
Co: MazVerft Sciolti, chiama il noftro ! zuchelli, a car. 47. annotaz. Gì
ovangiorgio loro in- j 1 22. della fuddetta l'ita di Luiventore-, e approdo
dice qucdc' gi Alamanni, parole: Veramente mi pare, che | Lezjzioni ec. a car.
68 r,. Monfignor il Bembo, giudiciofo A car. 393. e 394 del Scrittore ..... il
vero dice fio, | la ciraw edizione di Padove quando a Bologna mi diffe, che I 7
-H -,n X» "E L T RI S S,I N O. Giraldi poi fu appuntato il nollro Autore;
per eflcrfi in quella Tragedia più dato (come £ dlfle) a fcrivtre i co fimi, e-
le m Anitre de i Greci, che nonfi conveniva ad uomo, che firiveffe cofa Romano,
nella quale tn. traffe la maejlà. delle perfine, ch'entra nella Sofinisba, Alla
quale obbiezione veramente potrebbe nlpondcrfi colle parole del fuddetto Signor
Marchefe Maffei (180), cioè che certe azioni, 0 detti, che ci pa jonoJn Per
finali grandi aver talvolta troppo del famigliare > .non danno dif gufi 0 a.
chi . ha cognizione de' Tragici Greci, egra* ttìca de' co fi unti antichi * E
sì . parimente altri difetti furono appuntati an erta Tragedia, che per dir
breve fi ommet> tonoi ma con tutto quello farà elfa da tutti i dotti Tempre
in grandilfimo pregio tenuta: perchè quantunque lì creda lontana da quella
perfezione, a cui fi può condurre un componimento teatrale! (oltreché Tiftelfo
potrebbe forfè dirli delle Greche Tragedie ancora, come dice il predetto Signor
Marchefe egli è per altro certo, no» molte prelfo chi ben intende annoverarli
Tragedie in lingue volgari, che portano gareggiar con la Sofinuha, la quale
fola farebbe ballante a tener tempre viva gloriofamcnte M appreC f 179)
Difiorfi del Giraldi e. liane luog. cir, car. 179. in fine, e a car. Prcfaz.
alle Opere de ( lio) PreCaz. al Teatre Jta.\ Trissino a car. xxvii. Dìgitized
by Coogle 5>S 'La Vita apprcfso i letterati la memoria del Tuo AutoreA ciò
che abbiam detto fi può aggiugnere ancora il giudicio del mentovato Signor
Cavaliere Zorzi, il qual dille, che la Sofonùba ì u n Tragico Poemetto,
migliare de’greci, e /nitriere ai Latini, Italiani » e Franzefi Scrittori. LA
ITALIA liberata tia i Goti. Stampata in Roma per Valerio, e Luigi Dorici a
petizione di plutonio A/aero Vicentino con Privilegio di N. S. Papa Paulo Jll,
di altri Potentati. RarifDifcorfo fopra l’ Opere \ al Clcmentijfimo ed Invit
tijfimo del Trissino a car. 415. 11 ^Imperatore Quinto CARLO Quadrio nella
Storia e Ragione > Maffimo : e quelli primi nove d' ogni Poefia Voi. 3. libi
1. Dift. ì libri fono di carte 175 I fcI. cap. iv. Particcl 2. a car. 65. condì
nove, che contengono regimando quella Tragedia, ac- carte 181, furono Rampati
l’anCenna i difetti fuddetti in clfa no approdo nel Mcfe di Novem notati dai
predetti Varchi cGi- bre, come appare da quelle pallidi ; ma apprelTo
foggiugne, fole, che in fine fi leggono : che efla ciò non cjtantc ha fem-
Stampata In Pene zia per T 0pre avuta ejiimazJone non poca: torneo Janiculo da
Brejfa nell' annominando anche la traduzio- no MDXLV 111 . di Novembre . ne
Iranzcfc di detta Tragedia Con le grazie del Sommo Fonfatta per Claudio
Mcrmctto, c tifico, e de la JlluHriJfima Siimprcfla in Lione l’anno 1583.
gnoria di Venezia, e de lo Illu( Quello Poema fa dal Jlrìjfimo Duca di
Fiorenza, che Trissino, come è detto di ninno non la poffa riftamparc lopra,
mandato in luce in più per anni X. fot za efprejfa licen tempi. 1 primi nove
Libri » i za de l’Autore. Gli ultimi noquali hanno il titolo fuddctto,;ve
finalmente furono llampati ma co’fuoi nuovi caratteri, fu- janch* effi in
Venezia P anno rono llampati l’anno 1547. nel Hello MDXLVII . per Io Redo Mcfe
di Maggio ; attorno il qual Janicolo, ma di Ottobre (cioè titolo v’ ha eziandio
il motto un mcfe innanzi a'Scconai no. della, imprcla da lui alzata TO ve)
collo Hello privilegio. E / HTOTvevon A auto >1 i e tutti quelli XXV II. Litui
(che dopo fegue la fua Dedicatoriafono, non già. come Ov pi Rariflìma è quefta
edizione } e due fole copie n’abbiamo noi vedute in Venezia y una nella celebre
Libreria Pifani? e l’altra nella preziofa Libreria del fu Signor Apoftolo Zeno
(184) 5 apprefso cui Vera anche un efcmplare dell’ impresone feguente. J tali a
&c. riveduta e corretta per /’ Abate Antonini ec. in Parigi nella Stamperia
di Ciovanfrancefco Rteapen . Tom. 3- in 8. Fu anche riftampata unitamente colle
altre Opere del noftro Autore nell’edizione tante volte da noi citata j (ma
fenza i caratteri da efso in inventati) in Verona preffo Jacopo PalUrfi 1729. i
n e tiene il primo luogo nel tomo primo • Ma Anche ionie diflero erroneamente
il Fonranini nell’ Eloquenza italiana à car. 580. . e 1 Autor del Catalogo
della Libreria Capponi a car. 377.) fono uniti in un volume in 8. Il Cavaliere
Zorzi nel fuo Dif offa intorno alle Opere del Tkissino a car. 4 y). sbaglio
prefe in dicendo, che i primi libri furono ìmprtfft in Roma, e gli airi IX. in
Venezia . Dal Signor Apoftolo Zeno fu la detta fua Libreria donata con
teftamento a P. P. Domenicani della flrctta offervanz.a di Venezia nel mefe di
Settembre dell’anno i7jo.» nel quale poi addì xt. di Novembre placidamente
p.ifsò di quefta vi ta. Della cui perdita li dorranno mai Tempre i Letterati,
ed tifa da noi non pure in quel tempo, in cui appunto eravamo in Venezia, ma
continuamente farà compianta. Cinqui abbiam voluto dire., per Iafciare un
pubblico arredato, della noftra gratitudine alle molte cortcfie ufjtcci dal
meiefimo. Per altro un elogio alla memoria di sì grand’ uomo col Catalogo delle
fuc Opere ha pubblicato l’erudito Autore della Storia Letteraria d'Italia (il
P. Francefco Antonio Zaccaria Gcfuira ) nel Voi. 3. lib. 3. cap. V. num. 1. c
fegg. pubblicata in Venezia nella Stamperia Polttiv 1752. In 8. Anche quefto
Poema fu da varj letterati ITomi-^ ni e Iodato? e cenfurato in molte cofe. E
quanto alle cenfure, il Titolo primieramente non è affatto piaciuto ad alcuni,
giudicandolo dii troppo lungo, e ravvolto, diròcosì* dicendo, non bene
diftinguerfi, fe i Goti, o pure altri da' Goti abbiano liberata f Italia (18*)
. Scipione Erriccy Poi nelle fue Rivolte di Parnafo Criticò 1 - AtJtore noftro,
che fece fare fenza necelfità veruna ai Perfonaggi del Poema lunghi ragionari,
e che introduce la gente nella Zuffa, parlante aguifa di Dialogo, facendo che
l’uno ricominci dove l’altro terminai il che è lontano affatto dal verifimile j
concioffiacofachè nelle guerre non s’odano che poche voci, e folamente fi
fenta, il fragore delTarmi : e in altro luogo ky criticò, perchè troppo alto
cominciamento die. de alla guerra i dicendo, che meglio avrebbe fatto', fe
avefse porto Belifario o dentro a Roma, o per lo meno in Italia v e tacciando
in oltre gli amori di Giuftiniano di troppo goffi c lafcivi, c d’indegni del
fuggetto, a cui furonoappropriati (188): delle quali cenfure dell’Erri- CO fi
Veggafi Udcno Nificli tic' Proginnafmi ec. Rivolte di Parnafo di Scipione
Errico . In Me finn per gli Eredi di Pietro Urea 164.1. in iz. acar. 63.
Rivolte di Pam a fe a car. 64. Rivolte ec. a car. . pj to fi dolfe poi non poco
Gafpare Trillino colla Lettera a lui indiritta ? la quale fi legge nelfè efse
Rivolte di Pimi/,, (i8p). Attché il Fontanirri nella Eloquenza Italiana ( jpo )
notò qnefto fallo commefso d’O., foggiugnendo, che egli Poi ravvedutoli, ne
fece l’ammenda, riftampando le carte, e mutando i verfi già fcritti (ip r ; s
pafiando appreffo a riprendere chi riftampò le Opere di lui, perchè avendo
tralafciata l’ortografia dal Tri ss ino fieflb inventata, v’ avelie poi
inferite le cofe ** M medefmo volontariamente ritrai utt (ipi). Da S * ÌV r °
lte J C - * car - «o-. | eolie parole, e le parole io' ben(iyo) A cai. 581. 1
fieri: le quali fofto perciò fem so^Aelìa Ubr^'r ^ C * ! * lo \t lici e P«re, e
di quando in quan. go della Libreria Capponi a car. | do con virgìnal modeffia
trasfe &Y.T„“fT ''jT'I’t'v" 4 CanonTo G fZt d I Rissino, die*; nelle
An- : ni Checozzi nella fùa dotta Ltt TZntL C alcll q0Cl1 ’ \ *»* di,enfiva ’ «tata
al di fopra An!dli r q '"'"^ont all 1 annotazione 101., dice che {jù
1 ; isst { ;j:zz:iu f :rr ir ™ s ìz o ìvT cho t bcmì ! 2 *’ 119 J. \ io ’
»,iche > àoveglifcherzi qualche e 1 31., che fi e tentato di leva - 1 volta
p affano aver Inaio ma UaVitìc *‘ r l ÌC l n ? }{ molto pia nelle ferie, et ed
oraMa Vincenzio Gravina nella fua tcrie. * Opera intitolata Della Ragion
Poetica libri due cc. Jn Venezia frejfo singioio Geremia 1731. in 4. lib. a. a
car. 106. non dubitò di lafciarc fcrirtó non foiamen- Le parole delFontanini
nel luogo citato fono quelle z Reca gran maraviglia (dic’egli j che
ojjendendofi la memoria, e riputazione dd Tritino nel ri fi n 1. ^ te chela
Qifd. -r riputazione del J njf.no nel ri te che lojhle del Tassino \fiamparfi
le fue Opere ( non pe e caffo e frugale; ma ancora che] ri con l'ortografìa da
lui fi tifo tatti ifitoi penfien fon mi furati j inventata ) fiafi voluto in
onta fua » .Vita' Da Gio: Mario Crefcimbeni nella Stiletta dilla Fdgar Totfm {
ipj), fu il Tr issino cenfurato di troppo efatto nella deferizione delle
parti,• e particolarmente del veftire dell’Imperatore Giuftiniano;
concioflìacofachè gli abbia fatto metter prima la camicia, e poi 1* altre robe
di mano in mano fino alli calzari; foggiungendo, che l’efempio d’Omero
inventore di cotali foverchio diligenti narrazioni, non lo dee in ciò feufare.
In fatti l’avere Giovangiorgio troppo efattamente imitato quello Greco Poeta,
fu la cofa principaliflìma, che. gli ha nociuto. Di che eziandio Giovambatiila
Giraldi ? Cintio, Ferrarefe, appuntollo, dicendo (194)5 che £ energia non iftà
ì come il noftro Autore fi credette, nel minutamente feri, vere ogni copicela,
qualunque volta il Poeta fcrive eroicamente; ma nel fla, e non fenza contumelia
della Chrefa Romana fargli l' oltraggio di preferire alia giufta fua correzione
le cofe, volontariamente da lui meclefimo ritrattate, cantra le quali da
onorato gentiluomo-, e da buon Crifiiano altamente fi fdcg -crebbe, Je foffe in
vita. Con quelle parole accennò il Fontanini la rillaihpa» che delle Opere del
T n i s‘s i n o fi fece in Verona ; del che il Marchefc Maffci fe ne rifenri
nell’ E fame fopraccirato, a car. 73., dove dice, che il detto Boema fi è
ristampato a Verona | fecondo /’ impresone con Privilegio di Papa Paolo Terzo
ufiiI ta . lo certamente non ho vo; Juro darmi la briga di confrontare la
primiera edizione ; colla riftampa' del Poema fieffo, per chiarirmi» fe vere
ricino quelle mutazioni predicate dal Fontanini . Bellezza della Volgar '
Poefia di Gio: Mario Crtfcimj beni ; In Venezia, preffo Loren\zo Bafeggio, in
4. Dialog. Vili, a car. 157. Ne’ Di f cor fi ec . a car. 6 a. ma nelle cofe,
che fono degne della grandezza della materia* if'ha il. Poeta per le mani: e
prima ( 195 ) dille quelle parole: Come l'età di Omero e i collumi di que'
tempi, e le fingo lari virtù, che fi trovano in queflo divino Poeta, fecero
toler abili quelle- cof e in lui', così l'averle il Trijsino in ciò imitato
ne/r Italia, .altro non fece, che ffiegliere dall'oro del componimento di quel
poeta lo fi creo, (il quale non per fuo vizio, ma dell età ci fi trapofe ),.e
imitare i viz,j, ( parendogli di avere affai fatto, fe bene gli efprimeva ), e
accogliere tutto quello, che i buoni giudicii vollero trai affiate, moftrandofi
in ciò foco grave. Oltreciò lo Hello Giraldi (i 96 ) notò in quello Poema,
vìziofe eflere le invocazioni; e la favola di Farlo e di Lìgridonia elTervi
introdotta, e fuori dì ogni bifogno, e fuori d'ogni dependenza ; aggiungendo,
quell’allegoria efler tolta da altri, e in parte dall' Ar lofio nella favola et
Ale in a, e di Logifiill * * C finalmente in una. Lettera a Bernardo Tallo
(198) dille, chele il Tr ISSINO fiecome era dottiamo, così foffe fiato
giudiciofo in eleggere cofa degna delle fatica di venti anni, avrebbe veduto,
che così fcrivere, com'egli ha fatto, era uno fcrivere Smorti ] inferir
volendole il Poema non era letto. Ma chi dogni appuntatura de'Critici a quello
Poema parlar volette, llucchevole forfè e nojofo riufeirebbe ; elfendo già
flato fatto queflo dal Difcorfi ec. a car. 33 .[quelle d’effo Taffo, ( Voi. a.
t 9f> \ ^r 0T r cc ‘ 3 car ' 49 - a Car. 196. e fegg. ) (lampare — l J cor
fi cc e fopra i Poemi di alcuni più chiari Epici non dubitò d’, innalzarlo. Nè
minor conto ne fece Benedetto Varchi, poiché in una deile fue Leeoni (20 6)
dille, che 1 Italia Liberata da Goti fe bene era lodata da pochijfimi meno che
mezzanamente, e da molti in finii amen. t e biafimata,.e quafi derifa, pareva a
fe nondimeno, che -Quanto a quello, che è prof rio del poeta, ella mcrìtdffc
tanta lode, anzi tanta ammirazione, quanta altra potft*, che JSj fia dogo fico,
ed a teffer lavoro Somigliante a quei di Virgilio, a d' Omero, e di quejlo
fpezialmente eh' egli prefe a imitar del tutto. Lettere, Voi. 2. acar. 416. Il
T rissino > la cui dottrina nella noftra età fu degna di maraviglia, il cui
Poema non farà alcun» addito di negare che non fia dijpojlo fecondo i Canoni
delle leggi d' lArift utile, e con la intera imitazione d' Omero, che non fia
fieno d erudizione atto a infegnar di molte belle cofe ec. 11 O. medefimo nel
1. libro di quefto fuo Poema, a car.22.dcll’cdizione di Roma così dice ; „ Ma
voi beate Vergini, che „ fofte „ Nutrici, e figlie del divi - 1 a> no
Homcro, [ „ Ch’i ammiro tanto, e vo feguendo Torme „ Al me’, ch’io fo, de i fui
„ veftigi eterni; Reggete il faticofo mio viaggio: „ Ch’ io mi fon pofto per „
novella ftrada, „ Non più calcata da terrc.^nc piante . E in quefti ultimi
verfi potrebbe crederfi, che avefle egli voluto indicare non pure d’eflere
flato il primo a comporre Poemi a imitazione d’Omero, ma d’effere anche flato
il primo inventore del verfo fciolto » in cui il Poema è dettato. Lib. 2. acar.
ioj. I Lezzioni di M. Bcnedetto Varchi a car. f‘* dopo Omero fiata firitta, e
dopo Virgilio: foggiungcnclo appreflo, che deve molti fi ridono del T n. i ss i
n ® > che confi fio d'aver penato XX. anni a comporla » a luì pareva, che
ciò a gerle giudizio porre, e attribuire fi gli doVcHè > Finalmente ( a
tralafciare il fentimento di altri Scrittori circa quello Poema, e fpecialmente
del Tommafini, e dell’Imperiali Salvini, che fu uno de’ più begli ornamenti,
che abbia avuto in quelli ultimi tempi la Città di Firenze, così fcrille (2op)
in torno al Poema Hello, e al fuo Autore: 11 nofiro leggiadrijfimo Rutilai
tefii in verfi fiiolti il fuo poemetto dell' Api dedicandolo al Trissino, che
nello fiejfo tempo dello Alamanni » che la celebratifiima f u a Coltivazione
mife in verfi fiiolti > compofe alla gran guifa Omerica I'Itau a Liberata
dai Goti, il qual Poema fu tanto da un drappello diPaftori Arcadi confidar ato
ripieno di bellezza, e virtù poetiche, che ave ano a varj /oggetti dato un
Canto per uno, per metterlo in ottava rima, per farlo più leggibile con quefio
lenocinlo alle fihiz,. zìnafiy per dir, coti, orecchia Italiane ( 2 to) • ed in
Un e nel primo tomo delle fue opere della riftampa di Verona j e con altre fue
poefie nella prima Parte della Scelta di Sonetti e Canzoni de' pi* eccellenti
Rimatori d'ogni fecolo (alj). . RI Jm ^214) Mi pare, che qui da tralafciar non
fia il Sonetto da Benedetto Varchi mandato al noftro Giovangiorgio j giacché
con dio non pare lui lodò, ma avendo forfè la mira alle altrui critiche fopra
il di lui Poema, inanimillo a?profeguire gl’incominciati fuoi Audi . 11 Sonetto
è qticfio, e fi è traforino dal libro intitolato: J Sonetti di M. Benedetto
Varchi, ec. In Venezia per Plinio Pietra Santa, 155-5. in S.acar. O. altero,
che con chiari inchiojtri T e ’nvoli a morte, e 7 foco l noftro bonari,
Rendendo Italia a' fuoi pajfati honori. Di man de' fin crucici barbari moftri
Tu con nuovo cantar l'antico' moftri Sentier di gire al Cielo, e tra'migliori
Le tempie ornarfi dì honorat i allori Pi* cari a cor non vii, ohe gemme et
oftri. Per te l' Adria, la Brenta, e ’t Bacchillone Al dolce fuori de tuoi
graditi accenti Vanno al par di Pento, del T tbro, e d'Arno . Deh, fe 'i gran
nome tuo ftntpre alto fuone, £ faccia ogni gentil pallido 1 e fcarno, Tuo corfo
l'altrui dir nulla rallenti. Scelta di Sonetti e Canzoni de’piìt eccellenti
Rimatori dì ogni Secolo ec. DEL TRI'SsrN'O- roi XV. RIME. In Vicenza per
Tolomeo laniccio. Diccfi j che l’anno medefimo fofler ivi riftampatc per lo
Hello janicoia in 8>; ma quella edizionoi non l’abbiamo veduta. Furono bensì
riftampate 1» Verona coll’ altre lue Opere. Il Tris si no dedicò quelle Rime al
Cardinale Niccolò Ridolfi, Velcovo di Vicenza in quel tempo ( non a Leone X.,
come fcrifle erro* nearnente il Signor Canonico Conte Giovambatifta Cafottì,
che fu perciò ne[ Giornale de' letterati £ Italia, modcllarrrente corretto) e
nella Dedicatoria, la quale non ha daLa, egli dice, che gli mandava w'ft* Tuoi
giovanili componimenti per ubbidire alle fue molte infianze . Di quelle Urne,
non meno che del loro Autore, favellò con molta lode il Quadrio nella più volte
citata Opera fua della Storia e Ragione di ogni Ree* : c Federigo Menini lafciò
fcritto et* fere W4, che contiene i Rimatori an- Tom. prim.acar.349i fichi del
1400. e del 1500. fino j Nella Prefazione. In Venezia r Vrofe e Rime de'due
Buonaccorpreffo Lorenzo Rafcggio . in 12. 1 fi « Rampate In Firenze nella Voi.
iv. La Canzone è a car. ! Stamperia di Giufeppe A/anni 303. del Vol.i.e di efla
se fatta 1 . menzione al di fopra all’annot. ! Tom. xxxvl. Arde* 56. Olitila
Scelta, che era fiata ix. a car. 224. in 12. prima in Bologna Rampata, fu poi j
Voi. 2. lib. I. Difi» riprodotta in Venezia inpiùVo-’i. Cnp. 8. Parriccl» s. a
car» lumi. IOÌ L A V i f A fere i Sonetti del" noftro Autore e buri,
fentenzàoft, e' patetici Sette Tuoi sonetti, i quali mancano nelle fuddette
Rime, furono ftampati nella già citata Raccolta delle Rime di diverfi nobili
PeetiTofeani fatta dall* Atanagi: il primo de’quali fu da Giovan* Giorgio
indirizzato al Pontefice Paolo Terzo > e l’abbiamo accennato altrove; il
fecondo a Ottavio Farnefe, allora Duca di Camerino} e poi di Parma c Piacenza*
il terzo a Margherita dAuftria* il quarto al Cardinal Farnefe foprammentovato;
il quinto a Girolamo Verità, gentiluomo Veronefej il fefto a Paolo Giovio»
Vefcovo di Nocera, e Storico di chiaro nome» il fettimo finalmente è il fopraferitto,
da eflo fatto poiché terminato ebbe il fuo Poema dell 5 Italia Liberata da
Goti. Ancora Un fuO Sonetto, fcrittO al Cardinal Pietro Bembo (224;, fi legge
tra le Rime di quefto Autore il quale un altro Sonetto Nel Ritratto del So- j
cenza fua Patria. Sono chiarii netto 1 e della Canzone In Vene- \ fent trizio
ft, e patetici, zia apprejfo il Bertoni > 1678.' A car. 8?. a tergo, e in
il., a car. io?. Ecco le fuc, feguemi. parole Giovan - Giorgio! V* fopra et
car. 55. al. T rissino, nobile Vicentino, l annotazione 1 07. oltre alla
Tragedia delta Soft- j V. ivi. nisba e oltre all'Italia' Quefto Sonetto C0
Liberata, Poema Eroico, che \ inincia : fu il primo ad ejfer dettato fe- j
Bembo, voi ftet e a qne bei condo It regole d'^driftotele, e ftadj intento .
fatto ad, eferr.pio di Omero 1 fe J Rime di M. Pietro molti Sonetti ftampati in
Vi- Bembo: In Bergamo appretto Pietro DEL, TRI5SIN Q. j ^ .Sonato nelle
medefime definenze gli mandò in rilpofta. Altre lue Rime poi dono fparfe nelle
Raccolte del Varchi» del Rufcelli, e d’ altri: ma dal Signor Marchefe Maffei
tutte adunate furono, e poi fatte Rampare in un colle altre di lui opere, colla
giunta ancora di altre poefie del mcdefimo (ma non di tutte), non prima date in
luce, e di alcuni Sonetti da altri Poeti a lui fc ritti. Ma perchè alcune
poefie, che fono tra quelle del noftro Autore, veggonfi altresì tra le rime o
de Buonaccorfi, o di qualche altro Poetai però egli è ragione, che diciamo
intorno a ciò qualche cofa, avendone già diffufamente parlato altri Scrittori, e
fpezialmente il Cavaliere Zorzi. Tra le Rime adunque de’ Buonaccorfi Ieggonfi
quattro Sonetti interi, e cinque foli verfi di un altro Sonetto (11 fuddetto
Signor w tro Lanccllom 174 J. > in 8 . a car. Quello Sonetto comineia: Così
mi rentU il cor page, e contente . e fi legge in dette Rime a car. 94 -Tom. l.
a car.Difcorfo /opra l Opere'. del T r 1 $ $ t n o, a car. 404. e ! feguenti 11
-primo ^i queftiSonerti, che a car. 1. delle Rime del noftro Autore fi legge;
ed a càr. 2 96. di quelle dc'JBuonac. 1 corfi, della mentovata edizione di
Firenze 1718. in 12., comincia coste La bella donna, che in virtù d" Amore
. il fecondo che principia: Li occhi foavi, al cui governo Amore ; nelle Rime
de’ Buonaccorfi c a car. La vita Signor Conte Cafotti incaricando (2jo)
modefìamente il noftro Trissino, favoreggia i due Poeti: e nel domale de'
letterati tf /taiu fi accenna folamente, ma non fi feioglie cotal viluppo » Il
Cavaliere Zorzi dice, che perciò fare converrebbe andare a Firenze, ed
ofservare fc Antico, o no, fia il carattere, onde fono fcritte le poefie de’
poeti fuddetti •, concioffiacofachè pofsaefsere, che da'copifti, (le copie
fono)> o come a car. ., cd in quelle del ine allenirne de’ Buonaccorfi a
Trissino a car. 4. Il terzo, car. lvi. che ha quello principio: j Tom. xxxvr.
Artic. Qando 'l piacer, che’l defia to bene; \ b o> he 1 Sonetti^/ I ; non
fieno del piovane Buonaccor-,è a car. 4. a tergo delle Rime fi, offendo firitti
a Palla di del noftro Autore, cd a car. Noffcri Strozza, ea'fioi figliuoli
quelle de’ Buonaccorfi . 11 li > tutti fuoi coni empcr enei - I quarto
finalmente, clic fi leg- '.y chc| DelLi edizione di Veti legge tra quelli di
qucfto \nez.ia 1546. in 8. a car. 7..; la Autore dell’edizione di Firenze *
qual Canzone, che nelle Rime e comincia: (del Trissino è a car.' 5. Quanto più
mi dijlrugge il ( principia. mio pen fiero-, . Amor, da eh' e' ti piace nelle
Rime del Trissino cl -Chela mia lingua parli-, cc a car, . j IOJ La Vita con
vcrfi di Tette, e di undici fillabe, tutti Tciolti, e ufolla in una Cantone
indiritta al Cardinal Ridolfi : il qual modo ftravagante e fconfigliata cofa
parve al Crelcimbeni (i* ma, come dille Maffei Tu bizzarria d’un iblo
componimento. I Simulimi (Commedia in verfo fcioito) In P rnezja per Tolomeo J
unitola da Breffa. Quella Commedia ( dì cui non Tappiamo eflerci altra
riilampa, Tuorchè quella Tatta in Perona unitamente coll' altre Tue Opere) Tu
da lui compoftaa imitazione dei Mtnemmì di Plauto, aggiungendovi il coro-, e
varie coTe mutando-, Teguitando in effe altresì le tracce degli Antichi, ed
accoftandofi Tpezialmente ad Arifto/ane . Nella Dedicatoria al Cardinal Farnefe
dice, che avendo in quefia lingua Italiana compoJ} 0 e l 4 Tragedia, e lo
Eroicoy gli ' t* rut ° oU tra futili di abbracciare ancora qaefb' altra farle
di $“fia, cioè la Com . Quella Canzone end nd primo tomo ddla riftampa di
Verona,. a car. 371. cola.., c comincia; Paghi, fu feriti, * venerandi Colli i
cc. ( ma non Tragedia, fi il TafTo, che non compofe Commedia, fua non eflendo
quella, che fu imprefla col nome di lui (23P). A che volendo noi alludere
abbiamo fatto di quattro differenti poetiche corone adornare il Ritratto del
noflro Autore, che in fronte di quella Vita fi vede. Nella Prcfaz. alla ri- |
Rampa di Verona a car. Xxv. Tra’ lodatori della commedia del nostro autore, j
uno fi fu il P. Rugcri, cosi parlandone nella citata Declamazione a car.
xxiiù,1 Hic fior Georgivs) anti„ quorum poetarum, qui Co— n mie® Poefis lauream
adepti,! » Slori® termino* pofteris cir. j cumfcripfifle videbamur, Rre-,» nui
adeò coocertationc ingej„ nii adarquavir, eruditiflìmo !» PoCmatc, metro
jfcripto quod Sim itL r mos infcripfit ut quonefeumque >» Comicum illuci
Carmen le- ftionc parcarro, ipfa fe mihi » antiqure Poefis facies verert-,, do,
gravique afpc&u referar,» contemplanda. Egloga fafitrAie (in verfo
Italiano) nella quale Tìrfe pallore invitato da Bauo capraro» piange la Morte
di cefAre Trivuiào fotto nome di DAfm bifolco. Quello componimento fu inferito
coll’ altre fue ogere nella riftartipa di Verona Altra Egloga (parimente in
verlo Italiano), in cui parla Batto Capraro folo. E quella altresì fu llampata
coll’ altre fue Opere Pharmaceutria U4* )• De mtTU Anche quella Compofizione,
che è di clxxvil. verlì Latini, fu unita alle altre fue Opere nella riftampa di
Verona (244): e perchè nel Codice v’era Tom. I. a car. \ffripfft, quifquis ille
fiat, qm Tom. I. a car 375. \titulum aididit, non ertim ei,m À Gli eruditici
ini Signo- arbitror effe a manu Io. Gìor rì Volpi di Padova, i quali fic- gii
Trissini, quei» come aveano ideata Una edizio- ÌGracas litteras egregie
caUuìJne delle Opere del Th iss l»o|/f. apud The ocn ( comc è detto nella
Prefazione) J tum che ineptì hanc E- Fracaftoro. tlogam PiiAUM aceutri am in-
(T Tom. U a car. IOS V’ erano alcuni vani? perciò dal foprammentovato Gafpare
Tri ss ino eruditamente furono empiuti > e quivi fi veggono contraflegnati
con carattere diverfo. Encomium MAximUiàni ctfarit . Sta quefto altresì
coll’altre fue Opere della detta riftampa. Due Epigrammi latini. 11 primo di
quelli Epigrammi (i quali furono dati a luce parimente in detta riftampa (245);
fu fatto dal Trissino in morte di Pulifena Attenda, Celcnate, piagnendo egli in
perfona del Marito* Quefto fu tratto da un libretto ftampaco in Venezia» in cui
fi legge anche un’Orazione di Jovita Rapicioj da Rrefcia, detta in Vicenza in
morte della ftefla. L’altro Epìgramm* è quello, che s’è riferito al di fopra,
fatto da lui prima della ultima fua partita dalla Patria. Tom. 1 . a car. più
nella Seconda Parte, a car. Qucùo Encomio è di CHI. Vcrfi 63.efeg.91.eieg. 192.
c fcg. dello eroici latini, e comincia Cosi. Specimen Paria Ut ceratura,
&c. Heor.rn Jì fatta mihi, laudcfvo Btixia 173 9. 4. pubblicato dal
-Dei-rum non meno per dignità, che per Quandoq; ut ctlebrem permit - virtù
inorali, cd intellettuali tii carmini Phàebe, Eminentiffimo Cardinal Qui. En
tempus, ncque fallar, a- fini : e nella Libreria Ere defi} &c. feiana di
Lion ardo C o^z^ando, Tom. 1. a car. 398. \in Brefciu\ 6 vq. per Gio: Maria Di
Jovità Rapicio ' Rizxxrdi in S. a car.. ove fi trova latta menzione neli,
£’r-|è chiamato Raviz.zat, c fr dice, colano del Varchi a car o che fu lcctore
di umanità in Vili ella Scan zia xx 1 1. della Biblio- j ccnza . tcca Polamcz
car.120.121. mal all’ annotazione m. Digitized by Google tio L a Vita Alcune
poetiche Latine Compofizioni del Tr issi no non inferite nella fuddetta
riftampa di Verona, furono ftampate nella Scambia XXIL della Biblioteca
Volante- di Giovanni Cinelli ( MW • Quelle fono primieramente due ode; dopo
cuifeguitano due evitati in morte dì Vincenzio Magre, fuo caro amico j e
appreflfo feguita un epigramma ad fonticuium /: e finalmente una Compofizione
intitolata leges conviva les . L’Autore di efia scam.i a nel luogo citato dice»
che quefie Poefie ad intelligenti, che le hanno vedute, fembrano cofe fatte dal
TnissiNO ne'fuoi pii* giovanili anni: ag>» giungendo, che il il Codice, onde
le trajfe, benché fia ferie to net 1500;, mofira che già inclinava al fine il
fecole, ed in confcgutnz.a molto tempo dopo l A di lui morte. DÌCC 1U oltre,
che U Copifia era poco intendenti del Latine -, per. che vi fi trovano >
alcuni errori, che mai fi poffono ’ attribuire a n illufire Autore. xxxrn.' A
car. c 81. E‘ mentovata da noi all’ annotazione in. { ajo) La prima di quelle
Ode comincia: Du&urus aurum nobile per Mare Carafve gemmai n avita
fluttibus Non ante fe cautus mari . nis Crederet, et rapidi s procella 8 cc.
L'altra' ha quello principio: Pulcher o Sol, qui nitido s dies &' Das, et
idem fubtrahis, a eque ter rie Humidam noSlem *. et placidam quietone Riddi:
avarie Sic. Quello Epigramma è diverfo da un altro dal noftro i Aurore
Grecamente compollo fopra il mcdcGmo fuo Fonticello di Cricoli, il quale di
fotto regiftriamo tra le fuePoefie non ancora date a luce 1 VOLGARIZZAMENTO .dì
alcune Ode MQrazio* Quelle noi non le vedemmo» ma follmente ci atteniamo
.all’autorità del Fontanini {252), e del •Quadrio )1 il primo de'quali dopo
avere regiftrato un libro intitolato: Odi diverfe d' Orario volganzjzate da
Memi nobilitimi ingegni, e raccolte per Giovanni Nar ducei da Perugia : fy
Venezia, per Girolamo Polo. in 40 foggiugne fubito come fegue. Q*tJH vdga fi
datori fora XIJ. ai le f andrò Cofanzo, Annibal Caro Cosimo Mortili, Curzio
Gonzaga, Domenico Venitro, Francefco Veranda, Francefeo Crìftiani, GiovangIOr
cio Tri «ino, Giulio Cavalcanti,, Marcantonio T ile fio. Sir . Jorio ELOQUENZA
ITALIANA, a alleai»»? di luì ftampate in 5er‘ Car falla fola autorità del gemo
per Pietro Dance dotti I7JX quale viene riferito quello libro in 8. a car. xxtv.
tra le opere anche nella Biblioteca degliauto- del Vcniero regiftrando anche la
ri Greci e Latini volgarizzati traduzione di alcuneOde dtO«nferita nel tomo
jcxii. c fegg. hrazio da lui fatta, taluna dice, » della Raccolta Calogeriana
alla di quefte fi trova fiammata in un yoceOrazio, dovr ai tomoxxiv. I libro,
che io mai non ho potuta 3 ° 7 * f' sggiange ; libro avere, e che ha penitelo :
Odi rari fimo, che non ancora abbi*. .diverfe ec. che è il libro da noi mo
avuto incontro di vedere . ; fopraeckato, E pure grande Tappiamo cffcrc 1 ( 25+
) Veramente il Signor ìiata la diligenza del P. Paico- j Anton.Fcdcrigo
Seghezzi, di m, autore di detta Biblioteca, 'chiara memoria, nella Vita del per
ritrovar un tal libro. [Caro per lui dottamente ferir V 2 J 3 ) Storia e
Ragione dì ta, e premcfTa alle lettere delio ogni Poefia-, tom. 2. lib. t, Dift
! ftcflfo dell’ultima edizione di I. cap. vili. Particcl.iv. a car. I Padova,
apprejjo Giufeppe Comi* 394. e falla autorità di lui il|m> . in 3. tomo
primo, benemerito delle lettere Sig. Ab. niente dice, che il Caro tra1
icr-Antonio Serrani nella Virai dotte aveffe Odi eli Orazio, di Domenico
Venterò, premeffa I uà La Vita torio Quattr ornarti, e Tiùerio Tarfia. L'altro
pòi riferì' fee medefimamente quefta Traduzione, cd edizione, e i nomi degli
fteftì Volgarizzatori. OPERE In prosa non istampate. YV IV T\ UE ORAZIONI di
Sereniffidee Mente di re. JL) mrje, ter ifirevere le Ci, ed dir*"™ imgoftn
riedificazione delle J*e Mora.. ORAZIONE, ovvero ARINGA ( dettata in lingua
Lombarda) de, e. 2 M*U, ter ridare U D„m‘ * rei d ‘ V,.ni,d di de,,. Terre. Di
quella Orazione s e già favellato a baftanza per entro quella r „. . Breve
Trattato ài Architettura, coirai cune Piante di Edifizj fecondo le regole di
Vitravio.. Di quelloTrattateli, abbiamo fatta meuzione nel principio di quefta
r,ta IMD TRATTATO intorno ‘1 Mero Arbitrio. Due lettere latine a Monlignore
Jacopo Sadoleto. . fopra paj- 8. annot. IJ. :I7$ Un Volume di lettere, fcritte
a molti ragguardevoli Perfonaggi del fuo tempo, tra le quali molte ve n’ha da
Soggetti cofpicui, e da dottiflìmi Letterati fcritte al T RrssINO ; ficcome
altresì ve ne fono di Principcfle, e di Dame illuftri di quel fecoio . Da
quello Volume fono -Hate eftratte dal Signor 'Marchefe Maflfei quelle, che leggonfi
inferite nella iu a Prefazione alla riftampa delle Opere di Giovangiorgio»
nella •quale egli nomina anche alcuni di que’Soggetti* 2e Lettere de’quali
indiritte al T RlS jrN© trovanfi nello ftelfo Volume* e di quelle Lettere-,
tanto llampate, quanto manuferitte, ci fiamo noi fpezialmente ferviti per
compilare quella vita . Gli Originali di tutte le fuddette opere in Prof a
manuferitte (fuori de\Y Aringa) > e delle feguenti pur manoferitte in Verfo,
fi confervano di prefente apprelfo i mentovati Signori Conti Trilfini dai vello
d'Oro, difeendenti dal nollro Letterato 1 le quali tutte fono Hate con
molthTima diligenza raccolte, cd unite in due volumi in foglio dai Signor Abate
Don Bartolommeo Zigiot-ti, che colla Lolita gentilezza* e benignità -ce ne •ha
data contezza* e ci ha proccurato la comodità di vederle. Due LETTERE Volgari
al molto Reverende Mejfer Hieronymo di Gualdo Canonico . L’Originale di quelle
Lettere, (le quali purcnon fono tra le fuddette)* fi conferva prefentemente
nella Libreria P de u 4 tfc’PP, Somafchi della Salute in Venezia, in una
raccolta di lettere di diverfi fcritte ai Co: Co: Gualdi ; donde anche furono
eftratte quelle che fono ftate pubblicate col titolo di Lettere dPUomini
Jlluflri del Setolo decimo fettimp non fin fiampate L’ una di quefte due
Lettere è fegnata di Roma; l'altra è fenza data OPERE he Venezia, nella li
della Madre di Dio a canili. Stamperia Baglieni, della Prefazione al fuo S.
Pier edizione p roccarata, e di note Grafologo ltampato Venetiis acorredata dal
più volte nomi- pud Thomam Bettinelli nato P. Paitoni. fol. „Ne...
ingratiffìmis quibufLa notizia di quefte «quevidearaccenfcndus, illau. due
Lettere ci fu comunicata «datura iri non panar ci. et dal fuddetto P. Paitoni,
a cui „do ut dr eorum fibi gratiam cónciliarit y et magnani apud omnet
auiloritatem . Digitized by Google del Trissino; 117 Ìli Italiano ) In Vicenza
per T olomeo Janiculo da Brejjfa > mdxxix. in foglio. e ( col Dialogo del
CafielUno ) In Ferrara ter Domenico Mammartlli in 8. e (nella Galleria di
Minerva, parte feconda, a car. 3 5 *) InVi inezia preffo Girolamo Albrix.z&
> 16 $6. in foglio; e finalmente coll’altre fue Opere in j 5 ? tona H Libro
è dedicato da Giovambatifta Dona a l Cardinal de’ Medici. Si dubitò per lungo
tempo ^ fe Dantè fia ve* ramente fiato autore del tefto Latino di queft* Opera,
di cui a tempi del Tr. issino niuno v’ era, che ne a vette contezza. Egli fu il
primo a pubblicarla in Firenze, allora quando vi fu con la Corte di Leone X.,
come dice il Fontanini, il quale anche lungamente favella di molte letterarie
contcfe, alle quali die motivo la pubblicazione del Libro fteflb, che
finalmente fu riconofciuto per vera fattura di Dante . Ma cosi non poniamo noi
dice del Volgarizzamento, di cui e fi dubitò, e fi dubita tuttavia, f e fia del
Taissinq: e non oftante che tra le fue Opere (a6i) Tom. 2. a car. 141. 1 ( 262
) V. il Fontanini nell’ Eloquenza lui. dalle car jjy. I tino alle car. 246. e
ndl'Aminta di Tajfo difefo ec. In Venezia 1730. per Stbaftia • noColeti, in 8.
a car. r Opere d annoveri, molti letterati vi Tono, i quali affermano non
effere di lui . Tra quefti fpezialmente v’ha il Cavaliere' Zora, il quale nel
Difcorfo /ofra r- opere del noftro Autore {26$ )> dopo aver regiftrate le
Opere di lui in Profé) dice di ommetter la verfione de’ libri de vvlgari
ELOQUENTI A di Dante, torchi non li giudica tradotti dal Tri ss ino, nté
fatalmente da Lui fatti /lampare', aggiugnendo, provar egli ciò con buone
ragioni nella «m del me defimo Tjussino da lui fcritta A car. xj>o. a tergo
» ciò riferito il titolo nella Prefa-,c feguenti» . Jljj ;altro ci fcmbra affai
frivola, perciocché moke altre opere del noftro Autore han tralafciato di
regiftrare quefti Scrittori.) Oltre a ciò dice, che effendo detta -verfione
malamente dettata in Italiana favella, farebbe!! perciò «* affronto patente ai.
la fempre verter abil m (moria d’O., aggravando, . e sfregiando ing'mfiamente
la fua reeognizione, col? attribuirgli un lavoro male intefo, t malamente
tradotto-, facendo anche offervazione, che non d’O., ma da Giovambatifta Doria,
Genovefe, è ftata quella Traduzione dedicata al Cardinale Ippolito de' Medici,
con dirgli nella Dedicatoria, che Dante Jiccome ave a ferino f Opera fieffa in
Latino idioma, cosi la trafportaffe nell'Italiano. Soggjllgne di più lo fteffo
Signor Cavaliere, che fe Giova NG ioRGio foffe flato l’Autore di quella
verfione, e’ non l’avrebbe poi allegata nel fuo dialogo del Gabellano a fua
difefa, come fe foffe fiata Opera di penna altrui Que- X B, . .1 M Fontanini
neH’£/equenza Italiana a car. 10A. diffc, eflere ftata la detta veriionc
pubblicata dal Trjssino ; c ’l Muratori nella Prefetta Poefta Italiana tom.
prim. a car. 2 3. della edizione di Modena Il T r 1 ss 1 ho nell’ accennato
Dialogo fa, che Gio. vanni Rucellai lotto nome di Caffettano dica ad Arrigo
Doria quelle parole: Deh per vofra gentilezza M. irrigo guardate un poco nel
mio ftudio, e fende, che il libro portate qui il Libro della VolDe Volgari
Eloquenti* trafporta-\gar Eloquenza di Dante tradotto in Italiano, fu dato alla
Ite- J to in Italiano . et dal Trissimo. ! no Quelle, ed altre rimili ragioni
adduce Cavaliere a provare» che il Tlissi no non fia {lato l’Autore di tale
Volgarizzamento i alle quali aggiugner fé ne può un’altra piò torte, cioè, che
fé egli non ebbe alcun riguardo a pubblicare, come è detto, in Firenze il tefto
Latino di queft' Opera col nome di Dante, Tuo vero autore, molto meno l’avrebbe
avuto a iar fapere? che fua propria era la traduzione Italiana*, e manco
avrebbe comportato, che il Doria nella Dedicatoria al fuddetto Cardinale
dieeffe, che Dante (il quale, fecondo il Tuo dire, l’Opera fteffa in Latino
compofe, affinchè intefa [offe dagli Spagniuoì li, Provenzali, e Pranzo fi) la
TRASPORTASSE ancora nel r.oftro Idioma. Anche il Fontanini U, con aggiugnere,
che il noftro G io va n Giorgio net pubblicare quella ver bone; fi f* r ì
fervùo de\ fuoìcarat. t tri Greci, perchè da lui creduti migliori per
Pefprejfione perfetta di noftra Italiana favella . Con quelle ragioni, e con
altre, che ommettiamo a motivo di brevità, foltengono i predetti Scrittori, non
elfer del nollro Autore la fuddetta verdone; e ’1 Signor Marcitele Maflfei fe
la fece (lampare, come abbiam detto, tra l’ altre lue Opere, non però di meno
non dice» elfer cflà fattura di lui. Comunque fi fia, abbiamo giudicato miglior
cofa elfere e non porla tra le Opere da lui fenza dubbio compolle, e non
tralafciare affatto di regillrarla, sì perchè va attorno col nome di lui» e sì
ancora perchè avvi qualche fcrittore> che la cita come di lui fattura. R ERUM
ricent irtarnm Compendiane a Io. Georgio Trusjno confcriptum . In fine leggonfi
quelle parole : Ha* fìrhfi t*fi dtpepulationtmUrUt Rome, dum Le. lattee tram
apud Remp. renet am prò Clemente rii. P.M. Quello Componimento non è mai flato
Rampato 5 cd una ( rita del Tr I s* 1 n o fima» ed utilidìma Stor. e Re.
manuferìt. a car. 294. a tergo, gion. d'ognì Paef. Tom. I. lib. VeggaG il Qua
dr nè da niuno certamente fi sa, dove effe fi trovino di prefentev e non
oftante che abbiano detto i predetti Tommafini, e Beni, che allora fi con-[V.
fopra a car. jr. f Trattar, dell' Orig. Prefazione alle Opere * ec. tib. a.
manoferitto a car. tc. z ar. xxxi. jj. Elegia &c. a car. (180 ) Difcorfo
ec. a car. 44»» D’O. ;i2,y fi conferva vano preflfo i fuoi credi (28O? pure
quivi certamente non fono. Anche il Doni veramente ne regiftrò il titolo fenza
più nella seconda lì. ireria ( 2.8ì )* ma con quella differenza? che T ultima
d’efle Opere fu da lui chiamata Frontefpixio delle clone. E benché nel
principio di quella fua Opera dica il Doni di aver mejfo infiemt tutti i
Cicalai tri da sé veduti a ferma, de’quali 11 C aveva avuta notizia j e benché
foggiunga? che di tali litri etmfofii (e regiftrati in detta fua Libreria,
fochi c’credeva fodero per elfere ftampati» con con ciò fofle colachè erano
libri rari, e inma. no di per fané, thè non li voleane dar fuori, mapiuttofio
ardergli : nondimeno ci accordiamo volentieriflìmo colla opinione del Sig*
Marchefe Maffei intorno a tali Opere? cioè che non fi fono vedute mai ; ma che
iono Hate alcune per equivoco EQUIVOCO GRICE, altre ridicolmente intitolate. E
crediamo parimente, che lo fteflfo fi debba dire d’un altra Opera dal medefimo
Doni, e dal Tommafin. loog. eie- ! Nella Lettera, die egli jQfud Comitcs T
rijfnos iffius i' colla fua lolita bizzarria intitoFi are ics affervantur : La
Bafe la A coloro che non leggono, a del Chrifiianoì ec.Beni Trattar. car. io.
eli. fc. lQ0g.cit.L4 Bafe del Chri- 1 {'184) Prefazione alle Opere Jtianoec.con
altre Operette ferie. 1 ec. a car. xxx 1. te in prò fa, fono in Caf a de’ fuoi'
(285) In un’ altra Opera, io Utrcdi. cui regiftra le Opere ftampatc La Seconda
Libreria ài Autori Volgari, intitolata.' del Doni ec. Jn Vincgia 5 jj. La
Libreria del Doni Fiorenti. in 8. a car. 91. i no, nella quale fono ferini cut
ti ili Digitized by Google I2 c dove ftampata 47 -»-? 4 Meliini ( Giovanni)
pittor celebre non fece il Ritratto del Trillino. 64. effo Ritratto premefTo a
quella noftra Opera perchè adornato di quattro differenti corone poetiche 107.
fua morte 6J. Bembo (Pietro Cardinale,) lodato 4. ». 4. fue EpiftoU dove
Rampate 23. ».40. citate 24. «.41 due di effe fcritte a nome di Leone X.
riferite a 3. e feg. fcrivc regole di noftra lingua 69. fa autore il Trifsino
del verfo fciolto 88.». 17 6. fue Rime pubblicate per opera del Sig.
Ab.Sertaffi citate 102. ». 225. rifponde nellemedefimedefinenzea un 5onerto del
Trifsino. Beni ( Paolo ) fi crede autore di certo libro. 3. ». 2. filo Trat-
Favola delle Cofie Notabili. 12.9 T ruttata del? Origine della Famiglia T rijfino
dove Rampato . ivi. iua erronea opinione incorno al Trillino 6. e intorno all’
ifcrizione dclfuo palazzo nella villa di Cticoli io. nora di malevolo ilGiovio
4*. n. So. fa il Trillino autore di «ree opere . 51. ». xoi. 1 1 J.a fegg. fina
al fine . lo fa fepolto pel Depofuo del L afe ari 59. n. 114. parla con lode di
Bianca feconda moglie del Trillino 48. ». 95. citato 4. ia. ». 23. 23. w.41.
Benrivoglio ( Ippolita ) a lei c indirizzata un’ Ode latina dal Trillino 115.
Bergamini imitò .con poca lode la manieradi Ceri vere tifata dal Trillino •
Bragia ( Marco ), Con Agli e dell’ Accademia Olimpica vi mette un SoRituto ».
28.48. Buonaccorfi . Vedi Montemagna. c C Arco trote, a ( Demetrio ) fu macftro
del Trillino nella Greca letteratura. 4. dopo morte gli è dal medefimo eretto
un Depofico con Epitafio in Milano ivi. lodato dallo RefTo nel fuo poema dell*
Italia Liberata . 6. ». io. Calogeri ( P. D. Angelo ) lodato per la fua
Raccoltad'Opufcoli Scientifici, cc.lll.e / allog. già nel Palazzo del Tri di no
nella Villa di Cricoli * e quando . 12. ». 23. fatto Cardinale * e poi Papa col
nome di Ufbano VII. ivi . Suo Bullo in pierra collocato in detto palazzo con
ifcrizione, e quale, ivi. Cartellano, uno degli interlocutori del Caflellano
del Tuffino, chi Ha ? t perche così detto 70. • ‘ Cavalcanti fu® Giudizio /opra
la C anace cc. dove ftampato (fuo volgarizzamento d' alcune Ode d* Orazio, tu.
Centanni/) ( Valerio ) fuo curiofo Sonetto al Trinino, riferito 40. ». 7J.
Checozzi (Canonico Giovanni) illuftta un luogo- del Poema delle Api di Giovanni
Ru* celiai, a difefa del Trillino 51. rat 01. chiama pio e ca/tigato il Trinino
93. ». I9T. Chiapino Vedi Bar- bar ano . C biffi ezio l GiovanjaCopo ) (nell*
Infatti* &c. Antuerpix ex officina Plantinian* 1632. in 4. ) -non mette
tra’Cavalieri del Tofon d Oro il Trinino 4J. e fegg. ». 88. Cindli Vedi Raf-
ie. Ciria{ Gìufeppe Maria) Tua Ode latina in lode del Tuffino, ri- H CUt^ntt
vi' Papa . Vedi &A D y 0 'J?%tfix doic^ftLpata ledici antt t,cn .' - f :i
te _ CoRoza, Villaggio deiscenti-, arre poetica - J »* « £lo, ' A m famo'o
Covolo vie- Ilo latino de c.^1uon a «I"f |i 11-1 breria Brtffiann love
Rampa- »o. * 4- da cbi .Btoccurateiw. Coment* j dove Rampati }4-| e /^', .
pentiluomo ir. 6o. fa il T tiffino il primo, Dw-tfo ( Ermolao U Martbcfa di !
Mantova ringrazia il TrifTi- 1 no per certa Canzone man datale lo invita a fe,
e perchè . ivi. efaltata nei Ritratti del Trillino. 39. » 50. lettera a lei
fcritta dallo ftclTo, citata F arnese a lui viene indirizzato un Sonetto dal
Tuffino, c dóve fi legga. ( Rannuccio Cardinale ) grande amico del Tuffino, j
j. icrive allo fieflb una lettera d’ ordine di Paolo HI. ivi ». 108. dal
Tuffino gli è dedi- cata la Commedia de’ Simu- limi. io 6. Sonetto dal Trif-i
no a lui dove fi legga fioretti (Benedetto) V. Nifieli (Udcno). Firenzuola (
Agnolo ) fuo Dif- (acciamente cc. dove Rampa- ! to . e feg. feri ve contro a!
Tuffino . ivi. e 37. ». lo taccia di ufurpatore . 36. e fg. n.6j. quanto
falfamcntc . ivi. fcriffe piuttofto per giuo- co, che daddovero. è citato nell’
Ercolano del Varchi ivi . citato 68* Fontane delia Villa di Cricoli lodate dal
Triffino con lati- na poefia. ito. e con un c- pigr .mma Greco ivi ».
Fontattini ( Monfignor Giulio) fuo libro dell' Eloquenza Ita- liana dove,
Rampato 35.» 64- Efami fopra d'effa ftampati cenfurato giuftamentc dal Si g.
Marchcfe Mattici. . »j . difefo da ccnfura dello lìdio 46. ». 88. chiama Novell
10 Cadmo, e Cadmo Italiano • 11 Trillino 39. giudica in- venzione di lui 1’
ufare la Z, in vece del T. ivi. fuoi sba- gli. . ». . e feg. . e f e ii- .
critica V Da- lia Liberata 93. non viene confermata la fua ccnfura dal Catalogo
della Libreria Capponi ivi. ». i9i. riprende il Marchefe Ma Aci 94. « 1s2.il
quale gli rifponde ivi. Vol- garizzamento d’ Orazio da lui riferito,
dubbiofatnente da noi riportato . ni. Aminta del 7 affo da lui difefo ion le
Offervazietti d' un Accademi- co Fiorentino dove Rampato li luogo ambiguo di
quell' Opera lai. ». z6g. fua oppimene circa il iraduc- tor del Libro de
Volgari Elo. quentia di Dante. . e feg. Fortunio (Francefco) feri ve re- gole
di nollta lingua. . Fracafioro ( Girolamo) amicif- fimo Tavola delle Cofe
Notabili. 1$; fimo di Giovambatifta della loda la Sofonùba ivi . la bi*. Torre.
10S. ».. fimaS9. come gli rifpondail Francefco I. Re di Francia, è Malici ivi.
critica/’ balia li- fatto prigione dell’armi dell* berata . nell’ Orbecchc la
au- Imperator Carlo V. e ’1 fuo torc il Trillino delle Trage- cfcrcito
feonfitto. 40. gedic ferine in Italiano 7 9. Erancefì, feonfitti dall’ armi di
come pure del verfo fciolto Carlo V. Imperatore, c cac. . fua lettera dove
ciati d’Italia, ivi. fi legga ivi, citato 90. ». Franti ( Adriano) V. T t
tornei. ( Lilio-Gregorio ) fu con- G difcepolo del Trillino nel- lo Audio delie
lettere Greche. G aza (Teodoro ) nominato 4* ne fa menzione in certo con lode
nell* Italia lite- \ fuo Latino poema . ivi. ». 4. rata 6. ». io. ! Giulio II.
Pontefice, fua mor- Gemi/lb ( Giorgio) nominato al- ! te quando fucceduta 13.
tresi con lode nella Refluivi. 1 G abbi ( Agoftino ) fua Scelta Ghilini (
Girolamo ) (nel fuo' ài Sonetti cc. dove publicji- Teatro d'Uomini letterati.
Ve-\ t» . ». aij. nezJa perii G aerigli; Gonzaga ( Curzio ) fua tradu- non
regiftra tra le Opere deli zione d’alcuncOde d’Orazio, Trillino il Volgarizzamento
j citata ni. di Dante de Fulgori Eloqucn~ j ti Gragnuola (Prete Francefco) tia.
. j fu il primo maeftro del Tril- Gilafco Eutelidenfe . Vedi Lue- j fino. 3.
lettera a lui fcritto le., | dalTriffino ove fi legga ivi. Giorgi ( Monfig.
Gio: Domcni- { citata 13. ». . ai. ». co ) Compilator del Calalo- 1 ». . go
della Libreria- Capponi . Gravina ( Vicenzio ) fua Ka > Vedi Capponi., ' ' I
adone Poetica dove ftampata Giorgio (Gio: Lorenzo) Noda-| . in efla loda il ro
Veneziano . » . Trillino itti, fa grande ftima Giornale de’ Letterati d’Italia
del di lui poema dell’ Ita- ccnfura il Cafoni 101. «.228. 1 Un Liberata. 97.
non decide fc alcuni Soneui Gritti ( Andrea ) Doge di Ve- fieno del
Triffinoio.) nezia, quando vi tulle elcr- lo fa bensì autore dell' in- 1 to . .
gli è recitata in tal venzionc del verfo fciolto occaltone un’Orazione
congratulatoria d’O a Gìovio (Paolo) tacciato di ma- nome della città di
Vicenza, levolo da Paolo Beni, c per- 31. citata . 73 e feg.76. fua che . gli è
fcritto morte quando feguita 30. un Sonetto dal Triffino. . »-JJ. dove fepolto,
e con Giraldi (Gio: Battila ) fuoi Dif- qual Epitafio ivi. cerji dove Campati
7S. ». tj8- Grato (Luigi) fuprannominat» i Cie. Tavoli, delle Cieco. £ Adria,
filo grotto sbaglio ». in. Gualdo (.Girolamo) due lettere dal Tuffino aldi' fcriue
» ove. liano - ( Paolo ) fua Vita- di Andrea Palladio dove fi legga 9. Lettere
Originali a’ Guai* di dove fi. confcrvino- IV}e feg. Guarirti ( Guarino )
Vcronefc 5 fcriflc colè gramaricali io lingua Latina. . Guicciardini- (
Franccfco ) fuoi Quattro libri della fua Storia ( nott pia fiammati.. Venezia
ftr Gabriel Giolito 1 ciati Guidetti. ( Franccfco ) fua rclazioae a Benedetto.
Varchi, . ccnfurata. H I ! . H a y m (-• Nicola- Franccfco ) fua Biblioteca Italiana
dovei Rampata I liingo, o fia confonante, trovato dal Trillino > e
abbracciato dagli Scrittori an. che Fiorentini. 39. ». 73 Jjenicol» ( Tolommeo
) folito Rampato» del Trinino .lai. Imperiali ( Giovanni ) fuo Mufaum
Hifioricum dove Rampato . . ». 11. dove il fuo Mufaum Phyficum 8. ». 17fua
erronea opinione intorno ai primi Rudj. del Triffino.6. e intorno ad Andrea
Palla, dio . 8., loda il’. Tuffino . éj. ». lift. c il di lui poema Co fé
Notabili. deli’ Italia Liberata citato- Ingegneri fua Opera della Poe fia
Rapprefentativa ec. dove Rampata .». 157loda la Sofonùba. del Tuffino.. *»»•
licrizione al Sepolcro del Calcondila dell’Accademia Triffina attorno alla
porta del Palazzo del Tuffino inCricoli io., a che fine vi. fotte collocala . .
al BuRo di Vrbano Villa. »•»?• «1 sepolcro di Andrea Gritti Doge. 30. ». J3al
Sepolcro del T tifiino da lui fòrmatafi, ma non. metta in ufo» e perchè. 56..,
altra, in forma diElogioéi IL L ascari ( Giovanni) nominarlo con lode nell
Italia /*barata ». io. ove fia. fqrpolto. . »• 114àttere di XIII - Uomini illit~ftri
dove Rampate n. ». . d' Uomini Illuftri dei Se. colo XVII. dove» per cui ope.
ra pubblicate» c donde cavante XM* »• Z S , Libreria Arobrofiana 52^ ». io»j. -
Bertoliana di Vicenza 3. ». a. chi nc è. Bibliotecario ivi dei Nobili Uomini
Pifanj in Venezia ; conferva la prima edizione rariffima della Italia liberata
da’ Goti PI.. de’ ' de’PP.Somafchi della Sa* I Maffei ( MarChefe Scipione )
>b* Iute di Venezia, confervava un MS.-de'Trifftni, ed uno del Beni
originale7. ». . con • fervagli originali di . olcilfi • me Lettere fcrittc
a’Gualdi .. '• j - dei detti PP. di SS. Filippo, e Jacop > di Vicenza
conferva 1” Aringa MS. del Triffino 47. n.91. e una eradazione in latino . MS.
della Sofoniiba. «.. Vedi C Apponi . Colando . Plutoni . Rude. Zeno ( Apportelo
). Lombardelli (t'razio ) lettera di Torquato Taffo a lui fcritra • dove fi
legga 96. n 101 Lombardi (P.Giroiamo ) Gefui ta, citato . Loredana \ Leonardo )
Doge di Venezia. Lettera del Ponrefi. ce Leone X. a lui ferina, -e prefen
taragli dal Trifòrio, riferita. 24. Leone X. Papa. Vedi de' Medi, ci
(Giovanni). M M acchiaveui (Faufto) Accademico Olimpico, in. xerviehc a un
Configlio. della fua Accademia . . ». . Madrucci ( Criftofano ) Card ni.
Vcfcovo, Principe di Trento, introduce a Carlo V. un meffo dei Triffino. 54.
lettere a lui feriteci citate ivi 1 06. al lui c raccomandato Ciro 1 Trissino
da 'Gioan.Giorgio fuo Padre. 54. Mairi (Vicentino^ due Epigrammi latini fatti
dal Ttif- 1 fino, per la mòrte di lai do-, • ve fi leggano no. dizione delle
Opere del Trif. fino da lui procurata, premefiòvi un Riftretto della Vita dello
fteffo, citata foftiene, che il Trillino valeffc nella Filofofia Platonica e
Pitagorica 8. ». i^enore nel fuddetto Riftrettodi luicommcflb 12. ». . fuo
Teatro Italiano ci. tato 26 . ». 45. 79» c feg. n. 161.89.». 180. più volte
ftam. paro 77. loda la Sofonisba. la difende dalle altrui cenlure - loda la
Gramat iebetta del Triffino 69. e la Italia liberata e la invenzione dc’nuo. vi
caratteri 38, fua falla cppinionc intorno 1’ ufo che ne avrebbe fatto il
Triffino . . la fa autore del verfo fciòL to8l. lo difende dalCrefcimbeni per
una nuova maniera di Canzoni da lui ufata 106. interpreta fi ni Riamente un
dettodcl Fontanini . ». . lo ccnfura giufiamente . ». . cenfurato da lui fc ne
Tifcnte 94. fuo E fame fatto all* Eloquenza Italiana dello fteflo dove Rampato
fue Offer. vazMtni letterarie dose ftam* pare 44. ». 84. lodato afferma non
efierdi Torqua~ i I J/j Tavola delle Co fe Notabili. quato Taflb certa Commedia
che è ftampata col nome di lui . Vedi 7 'ajfo (Torquato) . prova non effer del
Triflìno certa opera Latina 123. nè certe altre ridicole compolmoni dn Malgrado
(Vincenzio) a lui fcrive il Trillino una lettera 4. ». 5. Mattiti ( Domenico
Maria ) fuo detto cenfurato 39. lue Lezioni dove (lampare, ivi. . Mattux.it} (
Paolo ) fua lettera a Bernardino Parremo riferirà. . Marana( Andrea) imita con
po ca lode la maniera dì fcrive. re ufata dalTriffino. 3». ». 73 Martelli (
Lodovica ) fcrive contro al Trillino in proposto de Tuoi nuovi caratteri. 35.
fuo deteo coytrctto. ivi. ». «4. Martintngo (Chiara) madre di Luigi Trillino
primo marito di Bianca feconda moglie di Giovan-Giorgio . Martiri ( Jacopo )
fua Jfioria di ricetta, dove ftampata z6. ». 4". Maj]tmiiiatto,
Imperatore, onora il TrifGiro. 16. fi crede, gli abbia conceduto il Vello ef
Oro . ivi . non gli falcia profdguir Certo viaggio . lo rimanda fuo amb afe
Latore a Papa Leone X. ivi . fua lettera latina al detto Pontefice . 1
9'.»?-»47._fuo Specimen varia litttrattcra dóve ftampato. ivi. ' R R aoona (
Alfonfo) Accademico Olimpie o. Vedi Angioiello . • Rapido (Jovita) fua Orazione
accennata 109. menzionato da più autori . iviy ». 24.7. fu Lettore di Umanità
in Vicenza ivi. vicn chiamato Ra Cofe Notabili. vizza dal Cozzando . ivi .
Rccoaro, villaggio del Viccntino.Vedi Comuni diRccoaro ec. Ridolfi ( Cardinal
Niccolò ), Vcfcovo di Vicenza, eletto dal Trillino per uno de'Commiffari del
fuo teftamenco . J6. gli fono dedicate dallo Aedo le fuc Rime . Canzone del
Trillino in di lui lode, accennata . 106. Roma, Taccheggiata a’ tempi del
Trifsino. . Rojp ( Niccolò ) fuoi Difcorfi interno alla Tragedia dove ftampati
2j. ». . citati 45. »• 88. loda la Sofonisba del Trifsino. 2J. 7S. Rucellai
^Giovanni) fuo Poema dell ' sìpi quando ftampato * io elfo loda il Triffino. 8.
». 14. volea fotte riveduto da lui prima di darlo in luce. 51. e . cosi le fuc
tragedie dell' Ore/?*, e della Rofmunda 123. e feg. luogo ofeuro di detto Poema
dell' Api illuftrato dal Signor Canonico Giovanni Checozzi è grande amico del
Trifsino 17. rifponde a una lettera di lui ivi. dove efta rifpofta fi legga ivi
. ». 34. f*i. è Caftellanodi Caftel S- Angelo 50. * e con quello nome c uno
degl’ interlocutori dell’ Opera del Tuffino, che per ciò s’ intitola il
Cafiellano. a lui è intitolato il Poema dell’ Api. V. Rucellai ( Palla ). la
fua Rau fmunda non piace affatto al Varchi 88. corretta dal Trifsino 123. e
feg. fua morte jo. lodato dal Salvini 98. citato 2J. ». . $ % ( Pai . V 140 1“
avola delle Cefe Notabili» ( Palla) dedica al Trillino li | poema delle Api di
Giovanni 1 S filo fratello, c quando 51.». ' 101. 87. lo fa autore del ver-
qabellico ( Marc’Antonio) lofio fciolto 87. O dò in un fuo poemetto la £uele
(P. Mariano) Carmclita- Villa Cricoli, c quale 12. no, fua Stanzia aggiunta al-
23. la Biblioteca Colante di Gio Sadoleto ( Jacopo ) gli fono vanni Cinclli,
dove Rampata fcritte due lettere latine dal $7' c f e t' n ' in. regiftra
alcune Trifsino. iti. compofizioni dei Trifsino non Salviati ( Cardinale
Giovanni ) più Rampate ivi . e 1 1 o. fa meta- prefenta al Papa una Canzozione
di J ovita Rapido 109. ne d’O. 31. fua lette. ». . ra al Trifsino, riferita.
32. Ruderi ( P. D. Francefco ) Soma- n. 57. gli manda un Breve dà feo . Sua 7
'ratina cc. dove Clemente VII. ivi . Rampata 4. rt.’j. da chi fatta Salvini (
Anton-Maria) citato Rampare accenna Vili. 38. loda il Poema dell’ T alloggio
d’Vrbano VII. nel Italia liberata . e P Palazzo di Crico/i . Api del Kucellai,
e la Col vuole che Carlo V. f»cefle tivazione dell* Alamanni ivi. Conte, e
Cavaliere il Tri fsi- fu c Profs To/cane dove ftanv no . e quando 44. ». . paté
. . quanto in quello egli s’ in- Sannazzaro (Jacopo ) uno deganni 55. ». 106.
loda il gl lnterlocutori del CaJleUaTrifsino 6 J. e la fua Poeti. no del
Trifsino . e la fua Coni- Sanfevcrina ( Margherita Pia) a media Ì07. ». 239.
accenna lei è dedicata un’Opera del aver il Trifsino icritti Infe- Trifsino 67.
gnamenti Rettorici 116. ». Sanfovino ( Francefco ) edizio260. come debba!!
intendere ne della fua raccolta di Orativi. zioni di diverfi Uomini Ulte
Bufcelli loda P /tri divifa in due parti, cita invenzione de’nuov! caratte- ta
31. ». J$. fa volte più ri del Trinino, c del Tolo- volte pubblicata . mci.38.
«.68. fua raccolradi in e da ha luogo un’OrazioLettere di Principi, ec. cita-
ne d’O., e quale ivi . ta . 42. ». . nelle Rime Sajp (Giufeppc Antonio) lodapcr
lui raccolte lì trovano to . Je. . delle compofizioni del Trif- Savorgrtano
(Giulio). una lettefino . 103. fuc note al Fu. radilui a Marco Tiene
ftabiriofii dcH’Arioflo, citate ivi. | lifcc l’anno della morte del Trifsino. .
Scaligeri (Mattino, e Antonio) in qual tempo vi veliero. 71. Scamozzi
(Vincenzio) chiariffimo Tavola delle fimo Architetto . io. ». «. discepolo del
Palladio ivi . di che non ne fa menzione nei Tuoi libri ivi. Schio ( Girolamo )
Configliere dell’ Accademia Olimpica, a chi foftituito . ». . . Vedi Angiolello
. Terra del del Vicentino, manda Oratori a Venezia a a chiedere un fattizio
Veneziano in Rettore in vece del Vicario Vicentino . 49, difefo da Baftian
Venicro Gentiluomo Veneziano. 50. per. de in tutto, e per tutto, ivi. degli
Scolari ( Franccfco). Vedi Bcccanuoli . Scotto nd fuo hi. nerarium ec. parla
dtlh AccademiaTriflìna. m. ». 22. Vedi da Cap ugnano. Stghezii ( Anton-Federico
) fcrive la Vita di Annibai Caro in. ». 274. dove flampata ivi. non regiftra
tra le Òpere di lui alcuna traduzione dell’ Odi d’ Orazio . ivi. fu a edizione
delle lettere diBcrnardo Tasso, citata Serra# ( PìcriAmoqiQjjpubbli. ca le Rime
del Bembo io». . e quelle de’ Venie» ledendo la Vita di Domenico, HI. ». 2 JJ.Speroni
( Sperone ) Sue Opere dove ftampatc Giudizio fopra la fra Canate da chi
comporto, vedi Cavai, canti ( Bartolotnmeo ) . da Somacampagna ( Gidino ) primo
Scrittoredc 11 ’ arte Poetica, in Italiano. 72. inqual tempo viveffe. ivi.
Statuto Vicentino citato ' feSS Strozzi (Filippo) uno degli Interlocutori nel
Cartellano . Sub a f ano . Vedi degli Aromatari. T T Asso ( Bernardo ) edizione
delle Tue lettere ( proccurara da Anton-Federico Seghezzi ) citata aia. loda 1
’ Italia liberata. fue Lettere dove ftampate .. lodala Poetica del T tif. fino
7j. edizione della Aia Gerufrlemme citata 87. e frg. ». 176. edizione di altre
fuc Opere ». aot. loda i’ Ita.,, Ha liberata . 96. non è Aurore ( feconde il
Sign. Marohefe Maffci (a) ) della Commedia ("intitolata gl' Jtrichid' -S }
Amo (a.) Facendo però il Taffo menzione di certa Commedia, che andava lavorande
in, Tua Lettera a Giovambaiti'fta T.icinio, la quale fi legge a car. iff. del
Libro intitolato: Lettere del Sig. Torquato Tuffo, non più ftam . fate ec.
Bologna. por Bartelomto Cocchi quand’anche non fia egli l'autore della Commedia
degl' Intrichi d" Amore, di che per forti ragioni (e ne moftra.anzi
dubb>ofo, che no, l’autore della Prefazione alla nobiiillìma edizione
dell’-Qprrr di Torquato Tuffo in Firenze per li Tariini e Franehi . iti Volumi
m fol. viene a renderli affai vacillante la decisiva temenza del Signor
Marcitele, cioè non avere Tasso compofte Commedie. Tavola delle Cofe Notabili.
Amore) febbene porta il fuo ne X. H. n. 31. vuole che il nome . fno Amine» da •
Tri /Tino foffe fatto- Conte, chi difcfo, vedi Font /mìni. t Cavaliere da Carlo
V. T»rji» (Tiberio) fuo volgnrìz- 43. fua cfpreflìone dubbiozamento d’ alcune
Ode d'Ora- fa. .». . riferifce unepì. zio citato uà. gramtna del Triffìno di
Ttmfo (Antonio) fcrifle in rii. non fa menzione del ItalianodcH’ Arte Poetica.
7a. Volgarizzamento dell’ Elo. c quando ivi. quenza di Dante fatto dal T ibride
» ( Antonio ) fua Lettera Trillino 118. attribuifee al dìfcnfìvAi citata (
della qua O. molte Opere non le fi tiene eflcre Autore il mai vedute. . loda
laSo- Sig. Arciprete Girolamo Ba- fonisba 98. afferma effere fta- ruffaldì ) .
1 io. ta rapprefentata con grande Tiene ( Giovanna) prima mo. apparato per
comandamento glie del Trillino . 12. fua di Leone X. 25. ». . «itato morte ivi
. . ». Accademico . Olimpico foflnuifcc ano » della Torri che intervenga a fuo
no- fua mone pianta dal Tri/fì- me a un configlio dell’ Ac- no fu amico di
cademia. citato Girolamo Fracaftoro. ivi. 0. ifteffa. ; j T rape futi z.io
(Giorgio ) noroina- Vedi Saver- 1 to con lode nell’ Italia libe- &»»no !
rata. 6. ». io. Tilefio fuo voi- Triffina Famiglia. Sua antichi- garizzamento
d' alcune Ode tà, e nobiltà. 1. divifa in più d’ Orazio citato ni. linee. ivi.
Autori, chen’han- Tolomci (Claudio) fcrive con- no fcritto . 3; ». 2. Alberi
tra il Trillino in- propofito tre di quella Famiglia alle» dei nuovi caratteri
fotto no- g«i . J. i difecndenti me di ^idriono -f ranci fuo della linea di
GioVan-Giorgio alfabeto > e caratteri da lui inveititi delle Decime di ai-
trovati . . ». . citato 38. cune Ville del Vicentino. . 1 fan lite per
rifcuotetle con- Tomafini ( Monfig. Jacopo Fi- tro ai Comuni d’effe Ville.,
lippo) fuoi E log. yirar. Lit - ivi. vengono loro confifca- ter. t ir fafitnt.
Jlluftr. do- te effe Decime, e perchè . 1 j.. ve ftampati . 1 1 J. . 1. fu
pofledono l’ Opere manofcric- il primo a parlar a lungo te del detto
GiotGiorgio.nj. del Trinino . . lo fa ftu- Trijftno ( Co: Aleffandro) lodato,
diofiffìmo dell’ Architettura . Vedi la noftra Dedicatoria . 8 .». 16. accenna
l’alloggio di . (Alvifej primo mari. Urbano VII. nei Palazzo di to di Bianca O.
Cricoli. ta. ». . regiftra un quando abbia fatto il fuo Te. franamento di
lettera di Leo» fomento, Co: An. 7 avola delle Ceft Nut abili. Iodato j. e .
Padre di Alvife, primo marito di Bian- ca feconda moglie di Giovan- J Giorgio
j. feconda Moglie di Giovan Giorgio, fuoi ge- nitori . ». fua dote . ivi . fuo
primo Marito chi folle ivi. di fomma bellezza. ivi. detta V Eleva del- la fua
età. ivi. di lei parla il Beccanuoli, e dove. .». - f“o Teftamento. da chi
rogato . lodata da Giovan-Giorgio confervava on MS. appartenente alla Fa-
miglia Triflina. j. n.tj.figliuolo di Giovan Giorgio O. ammalato. ., e feg.
porta allTmpcrator Carlo V. gli ul- timi diciotto libri dell’Italia liberata di
fuo Padre.raccomandato da Gio- van-Giorgio al Cardinal Ma- drucci. ivi.
figliuolo di Gì ovan-Giofgto^aaoti^io va- ne. za., fuo sbaglio intorno a
Giovan-Giorgio O. . ». zj. fuo trac-) tato della fua Famiglia, cita- to. ivi. e
h. . ( Gafpare ) padre di Gio- van Giorgio O.. 2. mi- lita a fue fpefe per la
Repub- blica di Venezia . ivi. fua mor- te. 3. traduce in metro latino la j
Sofonisba di Giovan-Giorgio ! O.. . h.ijj. dove fi cenfervi. ivi. fi lamenta
con Scipione Errico, per aver que- lli criticato l 'Italia liberata . una
lettera di lui dove fi legga . ivi . riempie alcuni vani d’ un’ Egloga latina
di effo Giovan Giorgio non llabilifce fempre nello fteffo anno la fua nafeita.
2. ». 1. nominato nell’ ulpi del Ru. celiai. 8. ». 14. fuo Sonetto riferito, e
in qual occafione fatto. 41. ». 7 6. fu creato da Mafsimiliano, c daCarlo V.
Conte, e Cavaliere, ma non del Tofon d’ Oro con altri privilegj. quando. altro
fiso Sonetto riferito quanti anni abbia fpc- fi nell' Italia liberata . 53. e
feg. ». 106. Suo Epi- gramma latino riferito 5 7. ». in. fatto Brcfciano
erronea- mente dal Cieco d’ Adria. 58. ». ilteffa. La fua Italia liberata è
chiamata erroneamen- te dallo Hello Italia il latra- ta. ivi . da una
iferizionc Sepolcrale riferita, appare ef- fe re flato Nunzio per le iali- ne
di Chiazza, e per la refti- tuzione di Verona, diche in altri luoghi non ne
abbiamo trovata memoria Catalogo delle fue Opere ftam. paté, e MS. tanto in
Profa, quanto in Vc.tlo. ., e fegg. la fua Italia liberata, come e quando
Rampata. . e feg. . di quanti libri compofta. ivi . errori in que- llo
dclFontaniai, e del Com- pilatore del Catalogo della Li- breria Capponi, ivi.
ia pri- mi Tavola delle ma volta ftampata per Privi- legio di Papa Paolo 4. w.
. fi tentò vetfione del- la fiefia in ottava rima. . le lue Rime dedicate non
al Cardinal Ridotti, ma a Leo- ne X. . lue Opere ad altri attribuite, cioè
lette Sonetti a' BuonaccorfiJ. . -e feg. uno a Guittone d' Arezzo ioj. ed una
Canzone all’ Ariofto ivi . fuo Ritratto in- tagliato dal Sign. Franccfco Zucchi
perchè adornato 'di quattro CoroncPoetiche . fila Opera imperfetta da chi
compiuta ( Giulio ) figliuolo di Giovan-Giorgio -natogli dalla prima moglie.
12. lette- ra di fuo Padre a lui, citata. gì. ja. »Cameriere di Clemente Vii.
poi Arciprete della Cattedrale di Vicenza litiga contra il Padre, e per- chè
49. cui fa ftaggire le rendite viene da lui di- fendalo vince la lite con tro di
lui. ivi. Padre di Bianca, moglie di Giovan-Giorgio pubblica un' Opera del P.
Rugeri, c quale. }.«.ii. dove facciafc- polto Giovan-Giorgio ( Co: ParmcMiotie
) Bibliotecario delia Bere oliana di Vicenza confcrva copia del Volgarizzamento
di certa Genealogia di fua Famiglia 7. n.i 3. Vedi la Dedicatoria Nipote di
Gio- Cose Notabili. van-Giorgio fece in un cogli alrri fuoi affini fcolpirc un
Elogio allo Zio, e dove . lo Beffo Elogio riferito Trinizio a lui manda O, il
fuo Cartellano forco il nome di Dona fua morte pianta in un’ Egloga da
Giov.n-Giorgio^ xo8- Consonante, invenzione d’O., abbracciata dalla Crusca
Faccari avea traf- pottato in . ottava rima un Canto dell’ Italia liberata io.
Val d.’Agno. Vedi Comuni di Recoaro cc. Fate» ararla (Piero) va con O. a
Venezia Orator per la Patria Farchi edizione del suo Ercolano citata. afferma
c!- e il Firenzuola fende contro O. per giuoco loda la Sofonisba la biafima fue
Legioni) dove stampate loda l’ Italia liberata. . no» decide la quertione circa
l’ inventore del verso stiolto. mal inteso da Fontanini edizione de’ fuoi
Sonet. ti, citata «.a Sonetto ad O. riferito ivi. loda Jovita Rapido citato
F'ewimi Nobile Veneziano, avvoca in Venezia a favor della Comunità di Schio con
Tavola delle Cofe Notabili contro Vicenza, e perde ( Domenico ) tuo Vol-
garizzamento di alcune Ode rvr In cambio del T da chi, di Orazio citato ut. fue
Ri- j / j e come fi comincia ad ufa- da chi pubblicate. n. 1 re .
ZaccariaVerità Sonetto ai nio)Gefuira, fua StoriaLet- lui foriero d’O., ove) teraria,
dove stampata. si legga roi. I. fa 1 Elogio di Apposto- Verlati, madre di; lo
Zeno ivi. Bianca, feconda moglie del ' Zeno ( Apposolo ) ritratta la O. sua
Vita d’O. inferi. Vicenza, perchè detta Primoge- ta nella Galleria di Miner
vita della Repubblica di Veva I. e feg. fue Lettere dove nczia quando fi fia
Rampate citate donata alla flefla ivi. manda c fegfquarci Oratori di
congratulazione al j di lettere ferine all’Autore Doge Andrea Gritti, e chi j
di quella vita c ne invia contrai munica all’ Autore varie noti- la Comunità di
Schio dozie per telTtrc quella Vita ve manda un Vicario a governarla ivi . è
fatta piena WI12. donde l’abbia giuftizia alle fue pretefe. J eflratte fuo
sbaglio conlerifce ad O. varie lodato dignità, e quali . ivi sua Vigna fue |
Libreria a chi donata ivi. Differì azioni promeffe Vili. | fua morte quando
feguitam. fuo Preliminare dove lodato dal P. Zaccaria con Rampato ivi. I lungo
elogio, ivi . non tcn- Volpi lettera) ne, che O. folle piti a loi fctitja dal
Sign. Cano- j per ufare i caratteri da lui nico Checozzì iir-tèifcfa del'
inventati non tenne per O,, dove fi legga fattura d’O. certa operi. ioi. | ra
latina citato (il fo j Vedi Giornale de’ Let- praccennato)eGaetano fratelli) I
rerati d’Italia, (del quale cf. furono i primi a idear una edi- clfedone egli
il principale unzione di rottele Opere delTrif- tore con ragione a lui fi at-
fino U. u Io- 1 ttibuifee tuttociò, che inef- xo ( Ifcrvazionc erudita fopra j
fo fi contiene). il titolo d’ un’ Egloga del Trif- ; ( P. D. Pier. Caterino So,
fino m. lodato Vrbano Vedi Cafiagna. j Zigiof ti 1 cfamina P Archivio de’ Co:
Trilfini conferva co- Tavola delle pia del volgarizzamento di certa Genealogia
della famiglia d’O. lede un’ Opera delle Memorie del Teatra Olimpico di Vicenza
citato raccoglie tutte le Opere MS. D’O. lodato ZorzÀ fuo Ragguaglio Jjlonco
intorno ad O. MS. ci- tato IV. fuo Discorso intorno alle Opere dello Kctfo, do.
ve fi fcgga . tao. citato nominato con lode del P. Ruelc, c dove in. fuoi
sbagli difende O. per l’invenzione de' nuovi caratteri loda la Sofonisba numera
le cen-. fare fatte alle opere d’O. e dove - at- Cose Notabili rribuilce certa
Opera ad O. ufi-fua opinione circa alcuni Sonetti, at- tribuiti a’ Iluonaccorfi
non vuole O. Autore del Volgarizzamento dell’eloquenza volgare di Dame nò d’
un’ altra Opera latina lo crede bensì Autore di certe Opere, che mai non fi
fono vedute ivi Zucchetta ftampatore quando cominciò a pubblicare Opere dai
fuoi torch) Zucchi fua Idea del Segretario,ec. dove ftamta intaglia il Ritratto
d’O. premeffo a quella Vita il Fine della Tavola. Gian Giorgio Trissino dal
Vello d'Oro. Oro. Keywords: la riforma della lingua italiana, filosofia del
linguaggio, Alighieri, lingua e linguaggio, codice di comunicazione, il parlare
umano, il parlare solo umano, la prima lingua, la parlata dei genovesi, la
filosofia della lingua in Alighieri, l’eloquenza, la filosofia del linguagio,
only man speaks. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Oro” -- Luigi Speranza,
“Grice e Trissino” – The Swimming-Pool Library.
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