GRICE ITALO A-Z O ORO

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Oro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Grice e Trissino – la difficoltà dei segni di Trissino non favorì la diffusione della sua filosofia – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta -- filosofia italiana  (Vicenza). TRISSINO-DAL-VELLO-D’ORO -- or ORO (Vicenza).  Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della cultura rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente il modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si interessò, infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche presso i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che riguarda la cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva rimodellare la poesia italiana.  Fu anche un grande diplomatico e oratore politico in contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali Niccolò Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico Ariosto, Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila, Niccolò Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X, Clemente VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per conto del papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un fedelissimo, come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse l'architetto Andrea Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli, vicino Vicenza, che venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato al culto della bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. O. nacque da antica e nobile famiglia. Suo nonno Giangiorgio combatté nella prima metà Professoreil condottiero Niccolò Piccinino, che al servizio dei Visconti di Milano invase alcuni territori vicentini, e riconquistò la valle di Trissino, feudo avito. Suo padre Gaspare era anch'esso uomo d'armi e colonnello al servizio della Repubblica di Venezia e sposò Cecilia Bevilacqua, di nobile famiglia veronese. Ebbe un fratello, Girolamo, scomparso prematuramente, e tre sorelle: Antonia, Maddalena, andata in sposa al padovano Antonio degli Obizzi, ed Elisabetta, poi suor Febronia in San Pietro nel 1495 e dal 1518 rifondatrice insieme a Domicilla Thiene di San Silvestro.   Targa marmorea che Trissino fece realizzare a ricordo del suo maestro Demetrio Calcondila in S.Maria della Passione a Milano Trissino studiò greco a Milano sotto la guida del dotto bizantino Demetrio Calcondila, sodale di Marsilio Ficino, e poi filosofia a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Da questi maestri imparò l'amore per i classici e la lingua greca, che tanta parte ebbero nel suo stile di vita. Alla morte di Calcondila, fece murare una targa nella chiesa di S.Maria della Passione a Milano, dove fu sepolto il suo maestro. Sposa Giovanna, figlia del giudice Francesco Trissino, lontana cugina, da cui ebbe cinque figli: Cecilia, Gaspare, Francesco, Vincenzo e Giulio. Trissino sostene l'Impero come istituzione, come d'altronde era tradizione nella sua famiglia da generazioni, ma ciò venne interpretato in spirito antiveneziano e, per questo, egli fu temporaneamente esiliato dalla Serenissima. Nel 1515, durante uno dei suoi viaggi in Germania, l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo lo autorizzò all'aggiunta del predicato "dal Vello d'Oro" al proprio cognome e alla relativa modifica dello stemma gentilizio (aurei velleris insigna quae gestare possis et valeas), che nella parte destra riporta su fondo azzurro un albero al naturale con fusto biforcato sul quale è posto un vello in oro, il tronco accollato da un serpente d'argento e con un nastro d'argento tra le foglie, caricato del motto "PAN TO ZHTOYMENON AΛΩTON" in lettere maiuscole greche nere, preso dai versi 110 e 111 dell'Edipo re di Sofocle che significa "Chi cerca trova", privilegi trasmissibili ai propri discendenti. Stemma di Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro come appare nel volume dedicatogli da Castelli. In quegli stessi anni intraprese diversi viaggi tra Venezia, Bologna, Mantova, Milano (dove conobbe Trivulzio, comandante francese) e Padova (dove riscoprì il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri). Poi si recò a Firenze ed entrò nel circolo degli Orti Oricellari (i giardini di Palazzo Rucellai) in cui si riunivano, in un clima di marca neoplatonica e di classicismo erudito, Machiavelli e i poeti Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai ed altri. Qui il Trissino discusse il De vulgari eloquentia e compose la tragedia Sofonisba. Questi anni agli Orti Oricellari furono centrali, sia per quanto il poeta ricevette intellettualmente, sia per la forte impronta che lasciò sui suoi sodali: si vedano le tragedie di Giovanni di Bernardo Rucellai e il poemetto le Api (in endecasillabi sciolti, concluso dalle lodi del Trissino, cfr. il paragrafo sul Profilo religioso del Trissino) o le poesie pindariche di Luigi Alamanni, o ancora i punti di contatto fra le tante digressioni erudite sull'arte militare contenute nell'Italia liberata dai Goti che rimandano all'Arte della guerra del Machiavelli, elaborata proprio in quegli anni. Anzi, le idee linguistiche del poeta spronarono lo stesso Machiavelli a scrivere anche lui un Dialogo sulla lingua, nel quale difende l'uso del fiorentino moderno (cfr. il paragrafo Opere linguistiche). In seguito si recò a Roma, dove stampò la Sofonisba -- dedicandola papa Leone X -- la prima tragedia regolare, e la famosa Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana (dedicata a Clemente VII), un arditissimo libello in cui si suggeriva l'inserimento nell'alfabeto latino di alcune lettere greche per segnalare alcune differenze di lettura. Intanto il figlio Giulio, di salute cagionevole, venne avviato dal padre alla carriera ecclesiastica e, dopo il suo soggiorno a Roma sempre presso papa a Clemente VII, divenne arciprete della cattedrale di Vicenza. Sempre a Roma, O. diede alle stampe alcuni testi fondamentali: la versione riveduta della Epistola, la traduzione del De vulgari eloquentia, Il castellano (dialogo sulla lingua, dedicato a Cesare Trivulzio ed ispirato a quello dantesco), le Rime (dedicate al cardinale Niccolò Ridolfi) e le prime quattro parti della Poetica (il primo trattato ispirato alla Poetica di Aristotele, da poco riscoperta), con le quali il programma di riforma letteraria classicheggiante avviato con la Sofonisba può dirsi quasi concluso. Per i prossimi 20 anni il poeta non stamperà più nulla. Queste opere sollevarono un grande clamore per la loro arditezza e disorientarono (o meglio: orientarono diversamente) la nascente letteratura italiana: nessuno aveva osato finora riformare addirittura l'alfabeto, né aveva avuto ardire di cancellare l'intero sistema dei generi in uso fin dal Medioevo (le sacre rappresentazioni e il poema cavalleresco, in primis) per farne sorgere dal nulla dei nuovi, cioè poi quelli antichi (la tragedia, la commedia e il poema epico). Da questi libelli prese avvio la secolare questione della lingua italiana. A Bologna, nel corso dell'incoronazione di Carlo V a Re d'Italia e Sacro Romano Imperatore, egli ebbe il privilegio di reggere il manto pontificale a Clemente VII e Carlo lo nominò conte palatino e cavaliere dell'Ordine Equestre della Milizia Aurata. Secondo quanto riportato dallo storico Castellini, Trissino rifiutò posizioni di potere offertegli dai pontefici a seguito dei successi riportati come diplomatico (Nunzio e Legato), ad esempio l'arcivescovado di Napoli, il vescovado di Ferrara o la porpora cardinalizia, in quanto desideroso di una propria discendenza ed essendo il figlio Giulio avviato nella gerarchia ecclesiastica. Rientrato a Vicenza sposa Bianca, figlia del giudice Nicolò Trissino e di Caterina Verlati, già vedova di Alvise di Bartolomeo O. Da Bianca ebbe due figli: Ciro e Cecilia. Alla nomina di Ciro come erede universale, si scatenarono le ire di Giulio che per lungo tempo lottò in tribunale contro il padre e il fratellastro per poi morire in odore di eresia calvinista. Anche a seguito delle divergenze causate dai cattivi rapporti con Giulio, la coppia si divise quando Bianca si trasferì a Venezia, dove morì. Trissino manifestò il proprio fervente sostegno all'Impero dedicando, qualche anno prima della morte, a Carlo V il suo poema in 27 canti L'Italia liberata dai Goti, il primo poema regolare destinato, come si vede fin dal titolo, ad essere importante per la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Stampa anche la commedia I Simillimi, anch'essa la prima commedia regolare. Villa O. di Cricoli Intanto nella villa di Cricoli alle porte di Vicenza, già dei Valmarana e dei Badoer e acquistata dal padre Gaspare, si radunava una delle più prestigiose Accademie vicentine. Qui Trissino scoprì uno dei più grandi talenti della storia dell'architettura, Andrea Palladio, di cui fu mentore e mecenate, che portò nei suoi viaggi con sé ed educò alla cultura greca e alle regole architettoniche di Marco Vitruvio Pollione. Morì a Roma l'8 dicembre 1550 e fu sepolto nella Chiesa di Sant'Agata alla Suburra. Vennero alla luce le ultime due parti della sua Poetica, la quinta e la sesta (dedicate ad Antonio Perenoto, vescovo di Arras), che erano comunque già pronte, come si evince dalla chiusura della quarta parte. Progetta e attua una imponente riforma della lingua e della poesia italiane sui modelli classici, cioè la Poetica di Aristotele da poco riscoperta, i poemi di Omero, e le teorie linguistiche esposte di Alighieri nel “Della volgare eloquenza” riscoperto da lui stesso a Padova. Un programma in piena antitesi sia con la moda del petrarchismo di P. Bembo, sia con quella del romanzo cavalleresco incarnato supremamente dall' “Orlando furioso” di L. Ariosto, che allora infuriavano. Il programma di riforma venne esposto attraverso saggi diversi, cioè un saggio di orto-grafia e di orto-fonetica (Epistola dele lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, dedicata a Clemente VII), un saggio di teoria della lingua italiana (Il castellano, dedicato a C. Trivulzio), due saggi di grammatica (“Dubbii grammaticali” e la “Grammatichetta”) e un manuale di teoria dei generi letterari (“Poetica”). Tali proposte (specie quella di modificare l'alfabeto inserendovi alcune lettere greche così da rendere visibili le differenti pronunce di alcune vocali e di alcune consonanti) e la riscoperta del “Della volgare eloquenza” di Aligheri) sono clamorosi e fa esplodere in Italia la secolare questione della lingua, idealmente chiusa da “I promessi sposi” di Manzoni. Questa intensa speculazione teorica ha il suo sbocco fattuale in quattro saggi poetici, tutte molto importanti: la Sofonisba (dedicata a Leone X), la prima tragedia regolare della letteratura moderna (regolare si definisce un'opera costruita secondo le norme derivate dai testi classici, essenzialmente la Poetica di Aristotele e l'Ars poetica di Orazio), L'Italia liberata dai Goti (dedicata a Carlo V), il primo poema epico regolare, e I simillimi (dedicata al G. Farnese), la prima commedia regolare. Si aggiunga un volume di poesie d'amore e di encomio (Rime, dedicato a N. Ridolfi) di gusto anti-petrarchista e ispirato ai poeti siciliani, agli Stilnovisti, ad Aligheri e alla tradizione del Quattrocento, tutte cassate dal Bembo. Anche queste opere sollevarono un grande dibattito, ma saranno destinate ad avere un ruolo centrale nello sviluppo degl’umanita italiana ed europea, se si considera l'importanza che la tragedia e l'epica, ad esempio, hanno in tutta Europa. A lui si deve anche l'invenzione dell'endecasillabo sciolto (cioè senza rima) ad imitazione dell'esametro classico, anche questa un'invenzione destinata a fama europea. La sua produzione comprende diversi generi: innanzitutto un Architettura, incompleto, ricerche sulla numismatica, traduzioni, ed orazioni varie. Se ci si concentra solo sugli studi di teoria del linguaggio, si ha a che fare con pochi testi, ma tutti rilevantissimi, attraverso i quali struttura un coerente programma di riforma del linguaggio sui modelli classici e sul linguaggio d’Alighieri ispirato alla Poetica di Aristotele, ad Omero e al “Della volgare eloquenza”, un sistema da opporre sia alle Prose della volgar lingua del Bembo di qualche anno prima, che aveva dato come modelli solo Petrarca e Boccaccio (riducendo, quindi, i generi letterari solo alla lirica e alla novella), sia all'”Orlando furioso” di L. Ariosto, che è un romanzo cavalleresco e non un poema epico. Attraverso il proprio programma iverrà a creare una tradizione di gusto classico del tutto nuova che nei secoli a venire si affiancherà al bembismo sebbene agli inizi gli fu avversario. Il suo sistema iinfatti, vuole sopperire ai vuoti lasciati dal petrarchismo bembesco e proseguire lo sperimentalismo della tradizione antica e quattrocentesca (la cosiddetta docta varietas). Né egli e l'unico convinto di queste idee, come si dice ancora oltre, ma era affiancato da Speroni, Tasso (padre di Torquato), Brocardo, Tolomei, Colocci, Equicola e altri ancora. Volendo sintetizzare, le sue opere si raccolgono intorno a tre date: Dà alle stampe a Roma la tragedia “Sofonisba” (composta prima agli Orti Oricellari) e l'Epistola sulle lettere da aggiungere all'alfabeto. Tutte le sue opere stampate in vita sono scritte secondo l'alfabeto da lui congegnato e non con l'alfabeto usuale. Vengono date alle stampe sei opera: “Della volgare eloquenza”, le prime IV parti della Poetica, il dialogo “Il castellano, le Rime, i Dubbi grammaticali e la Grammatichetta. Dà alla luce il poema L'Italia liberata dai Goti, e la commedia I simillini. Passeremo in rassegna le principali opere poetiche, tranne gli Scritti linguistici, che hanno un paragrafo apposito. La Sofonisba è in assoluto la prima tragedia regolare della letteratura europea, destinata a vasta fortuna specie in Francia. Secondo il modello antico, Trissino compone una tragedia in endecasillabi sciolti, che imitano i trimetri giambici (il verso a questa data fa la sua prima apparizione), divisa in quadri da cori rimati: alcuni cori sono canzoni petrarchesche mentre altri, invece, canzoni pindariche (che fanno anch'esse qui la loro prima apparizione e si ritroveranno nella poesia di Luigi Alamanni e poi ancora di Gabriello Chiabrera). L'argomento (con sensibile differenza dai classici antichi) è storico (preso da Tito Livio), non fantastico, mitico o biblico. L'azione, come poi sarà canonico nel teatro regolare, si svolge nello stesso posto (unità di luogo) e nello stesso giorno (unità di tempo) e prevede in scena un numero limitato di persone. Venne recitata durante il carnevale di Vicenza, messa in scena dall'amico e allievo Andrea Palladio. La proposta piacque, tutto sommato, e riscosse successo: l'endecasillabo sciolto, metro nuovo, fu approvato anche dal Bembo (come ricorda Giraldi Cinzio) e divenne da allora in poi il metro quasi canonico del teatro italiano, specie tragico (vedi sotto). Anche nelle Rime si mostra uno sperimentatore e il Petrarca, modello obbligatorio a prescindere dal Bembo, si fonde con immagini derivanti da altre epoche e da altri autori, in special modo la poesia occitana, quella siciliana, gli stilnovisti e Dante, i poeti quattrocenteschi. Nel sistema del Trissino è possibile usare ancora metri come, ad esempio, i sirventesi e le ballate (cassati dal Bembo) o anche introdurre particolari nuovi come gli occhi neri di guaiaco della donna amata, immagine inventata dal poeta su un referente quotidiano della cultura cinquecentesca e non in linea con le immagini tipiche del Petrarca (occhi di stelle e simili). Il Castellano è un dialogo sulla lingua dedicato a Cesare Trivulzio, comandante francese a Milano. Si ambienta a Castel Sant'Angelo e ha per protagonisti Giovanni di Bernardo Rucellai (il castellano, appunto) e Strozzi, amici degli Orti Oricellari. Il Trissino espone per bocca del Rucellai il suo ideale linguistico, preso dal De vulgari eloquentia, cioè quello di un volgare illustre o cortigiano, mobile ed aperto, fondato in parte sull'uso moderno e concreto della lingua, e in parte sugli autori della tradizione letteraria. Questi autori sono soprattutto Dante e Omero poiché dotati di enargia, cioè della capacità di rendere visibili a parole ciò di cui stanno narrando. Le idee linguistiche del Trissino sollevarono grande clamore (fondate com'erano su un testo la cui paternità dantesca non era ancora assicurata) e fecero scoppiare il secolare 'dibattito sulla lingua italiana' concluso, come detto, almeno idealmente, dal Manzoni tre secoli dopo. Fra i molti che parteciparono al dibattito si ricordi il fiorentino Machiavelli al quale il Trissino aveva letto il De vulgari eloquentia sempre agli Orti Oricellari, il Bembo, ovviamente, Sperone Speroni, Baldassarre Castiglione. Poetica Le teorie che soggiacciono a questo vasto programma vengono esposte nella Poetica, libro fondamentale non solo per il Trissino, essendo in assoluto il primo libro di poetica in Europa ad essere modellato sulla Poetica di Aristotele, destinato a fama secolare in tutto il continente. Né banale né senza rischi era, come potrebbe apparire, l'idea di resuscitare dei generi letterari di fatto morti da millenni e lontani per gusto e ispirazione dalla società rinascimentale. Sul piano linguistico immagina una lingua di ispirazione dantesca e omerica, cortigiana e illustre, che contempli l'innovazione e la tradizione, che sia aperta a una collaborazione ideale fra varie regioni italiane e non sul predominio esclusivo del toscano trecentesco, che ottemperi anche l'inserimento di neologismi e di dialettismi. Nella poesia lirica si appoggia, sempre dietro Dante, alla tradizione occitana, siciliana, stilnovista e dantesca e anche petrarchesca. Nella metrica saccheggia ampiamente il trecentesco Antonio da Tempo che ancora contempla ballate e sirventesi, generi cassati dal Bembo, come detto, e si mostra vicino allo sperimentalismo della poesia quattrocentesca. Discorre, inoltre, della possibilità di utilizzare in italiano metri di stile greco e latino, come fatto da lui nei cori della Sofonisba, proposta che avrà grande successo nei secoli a venire, specie nella poesia per musica e nel melodramma. Discorre poi della tragedia, della commedia, dell'ecloga teocritea e del poema omerico, i generi resuscitati dal mondo classico. A ogni genere vengono date ovviamente le proprie regole tratte da Aristotele, cioè le unità di tempo e di luogo, per la tragedia e la commedia, e le unità narrative, per il poema epico. Vengono quindi stabilite le nette differenze fra il romanzo cavalleresco e il poema epico. Mentre il romanzo cavalleresco narra una vicenda fantastica costituita dall'intreccio di molte storie diverse (alcune delle quali destinate a non chiudersi nel poema poiché non necessarie alla conclusione generale della vicenda), nel poema epico, invece, la vicenda dovrà essere di matrice storica e dovrà essere unitaria e conclusa: essa cioè dovrà venire raccontata dall'inizio alla fine, e i pochi protagonisti dovranno ruotare tutti attorno ad essa, tutti per un solo scopo, e le loro vicende dovranno venire concluse entro l'arco del poema, non lasciando nulla in sospeso. Il genere epico, inoltre, secondo una caratteristica che gli diventerà propria, viene dal Trissino investito di un alto valore morale e politico, profondamente pedagogico, ignoto al romanzo, che lo trasformano in un percorso di formazione morale e culturale. Per questi tre generi nuovi, il poeta propone l'endecasillabo sciolto, corrispettivo moderno dell'esametro e del trimetro giambico classici (vedi paragrafi sottostanti). Sul piano dello stile e dei registri il poeta rimanda alle teorie dei greci Demetrio Falereo e di Dionigi di Alicarnasso, che ponevano come vertice dello stile poetico l'energia, cioè la capacità di rappresentare visivamente con le parole le cose di cui s sta narrando, prerogativa, per il Trissino, dello stile di Omero e Dante. Sempre dietro Demetrio e Dionigi, divide la lingua italiana in quattro registri stilistici e non tre, come voluto dalla tradizione medievale e bembesca (la cosiddetta rota Vergilii, secondo la quale esistono 3 registri stilistici soltanto: quello basso, esemplificato dalle Bucoliche, quello medio dalle Georgiche, e quello alto o tragico dell'Eneide). Questo veniva a reimpostare daccapo i rapporti ormai consolidati fra genere letterario e registro stilistico, e fu una novità che avrebbe causato non poco l'insuccesso di un poeta il cui punto debole fu proprio lo stile. Tornò in scena con L'Italia liberata da' Gotthi, un vastissimo poema di endecasillabi sciolti in 27 canti, iniziato intorno nell'età di Papa Leone X. Esso è di fatto il primo poema epico moderno e sarà destinato, come la Sofonisba, a inaugurare un genere del tutto nuovo, in dichiarata antitesi alla tradizione medievale del romanzo cavalleresco che in quegli anni stava sfondando con Ariosto. L'idea che soggiace alla composizione dell'opera è illustrata nella famosa Dedica a Carlo V che precede il poema, dove O. dichiara di essersi ispirato ovviamente ad Aristotele e all'Iliade di Omero. Con la guida di Omero e di Demetrio Falereo (e non di Dante, si noti), inoltre, reclama l'uso di un volgare illustre che contempli l'inserimento di voci dialettali, arcaiche o anche latine e greche, come infatti nel poema avviene. Come detto più volte, inoltre, lo scopo del poema è 'ammaestrare l'imperatore', non solo attraverso dei modelli cavallereschi, ma anche attraverso conoscenze tecniche di architettura, arte militare e via di seguito. Il poema è ligio, insomma, a quanto stabilito nella Poetica: la trama è tratta da un accadimento storico cioè la guerra gotica tra l'imperatore bizantino Giustiniano I e gli Ostrogoti che occuparono l'Italia (per la quale il poeta segue lo storico bizantino Procopio di Cesarea), che viene raccontata dall'inizio alla fine, e i (relativamente) pochi protagonisti ruotano attorno ad essa. I personaggi, a loro volta, saranno specchio di altrettanti vizi e virtù da correggere, in questa crociata che sarebbe anche un percorso di formazione bellica e morale del suo lettore ideale, cioè Carlo V stesso. Il poema, atteso da vent'anni dai dotti italiani, fu uno dei più clamorosi fiaschi della storia letteraria italiana, come noto, anche se ebbe un impatto profondissimo. Critiche violente vennero da Giambattista Giraldi Cinzio (che ne parla nei suoi Romanzi) e da Francesco Bolognetti, ma non solo. I quali derisero il poema per la sua imitazione pedissequa dei valori dell'eroismo classico (grandezza e generosità d'animo, nobiltà e gloria), per l'attenzione estrema alla corretta applicazione delle regole aristoteliche, più che alla fluidità della narrazione o al dare un rilievo psicologico ai personaggi, assolutamente frontali. Inoltre, la ripresa parola per parola del modello omerico (ma in generale di tutte le moltissime fonti tradotte dal poeta) fu ritenuta noiosa, e la solennità dell'argomento venne a scontrarsi con la prosaicità dello stile trissiniano, del metro senza rima costruito in maniera formulare (come quello di Omero ovviamente) che rende il dettato fiacco e stereotipato. I lunghi intervalli eruditi, inoltre, in cui il poeta si dilunga nelle descrizioni degli accampamenti, dei monumenti della Roma medievale, di città, architetture, armature, eserciti, giardini, mappe geografiche dell'Italia, precetti morali, massime e apologhi eruditi e via di seguito, soffocano la narrazione epica (nella prima edizione il poema è addirittura corredato da tre cartine geografiche) e rendono il poema di difficile lettura. Ciò non toglie, tuttavia, che l'Italia liberata abbia un posto di rilievo nella letteratura: la visione di un mondo superiore di eroi solenni e composti nella dignità del loro ideale e della loro missione, tipicamente aristocratici, anticipava le preoccupazioni morali della Controriforma. Sarà proprio alla fine del secolo, infatti, che il poema trissiniano avrà la sua fortuna, col Tasso ma non solo. “I simillimi” w l'ultima opera stampata dal poeta e i modelli sono indicati da lui stesso nella dedica a Farnese: Aristofane e la Commedia antica -- Menandro è stato riscoperto solo nel Novecento) -- sul modello della quale il Trissino ha fornito la favola dei cori (con l'appoggio anche dell'Arte poetica di Orazio) ma non del prologo. Dichiarata è anche l'ascendenza da Plauto (essenzialmente i Menecmi). Il testo è costruito in versi sciolti, ovviamente, mentre i cori sono costituiti anche da settenari e sono rimati.Le opere linguistiche Frontespizio del Castellano di Giangiorgio Trissino, stampato con lettere aggiunte all'alfabeto italiano da quello Greco. I suoi saggi di filosofia del linguaggio sono essenzialmente quattro: l'Epistola, Castellano, Dubbi, Grammatichetta, oltre, ovviamente la Poetica. Accese discussioni suscita il suo esordio letterario, cioè la proposta di ri-formare l'alfabeto classico italiano, di radice latina – Lazio -- contenute nell' “Ɛpistola del Trissinω” delle lettere nuωvamente aggiunte nella lingua italiana”, dove suggerisce l'adozione di grafia dell’abecedario di vocali e consonanti della fonologia greca al fine di “dis-ambiguare” un segno diversi resi allora, e ancor oggi, con il medesimo segno grafico: e e o aperte (“ε” ed “ω”) e chiuse, z sorda e “z” sonora (“ζ”) – “Speranζa” -- nonché la distinzione dell’“i” e dell’ “u” con valore di vocale (i, u), o di consonante (j, v). Ri-propone questa idea, sebbene ricorrendo a segni diverse, anche l'accademico della Crusca (cruschense) Salvini, sempre senza successo. Accolta fu nei secoli a venire, invece, la sua proposta di utilizzare la “z” al posto della “t” nelle vocaboli latini che finiscono in “-tione” (implicatione > “implicazione” -- oratione > orazione) e di distinguere sistematicamente il segno “u” dal signo “v” (uita > “vita”) I punti principali dell'abecedario riformato sono i seguenti: carattere fonema Distinto da Pronuncia “Ɛ”, “ε”; E aperta [ɛ] E e E chiusa [e] “Ω” “ω” O aperta [ɔ] O o O chiusa [o] V v V con valore di consonante [v] U u U con valore di vocale [u] J j con valore di consonante J [j] I iI con valore di vocale [i] “Ӡ” “SPERANӠA” “ç” – Sperança -- Z sonora [dz] Z z Z sorda [ts]. Tali idee vengono confermate. Nel Castellano, propone il modello di una lingua cortigiana-italiana formata dagli elementi comuni a tutte le parlate dei letterati della penisola, non solo nel lessico ma anche al livello della fonetica (visibile ormai grazie al suo abecedario ri-formato). La sua teoria si appoggia ad Omero e soprattutto alla sua traduzione del “De vulgari eloquentia”, e vede amplificata nella “Poetica”, in riferimento a tutti i generi letterari, ed e illustrata materialmente nella sua Grammatichetta messa a disposizione da Trissino stesso e i Dubbi grammaticali. Alla sua tesi si dimostrano particolarmente ostili i toscani, ovviamente, visto che Aligheri stesso asserisce nel trattato che il toscano non è il volgare illustre. Tra di essi spicca il Machiavelli, come accennato, che compose un “Dialogo sulla lingua” nel quale reclama la specificità del fiorentino in opposizione a Bembo e anche a Trissino, che nella grammatica di base parte sempre dalla lingua letteraria, anche perché l'unica in grado di assicurare a livelli profondi una similarità fra i vari parlari italiani. Un esempio: se nel toscano di Poliziano è normale usare “lui” in funzione di soggetto, Bembo invece rispolvera “egli” e lo stesso fa Trissino. Machiavelli, invece, difende l'uso di “lui”, normale a Firenze. La riforma trissiniana dei segni dell’abecedario italiano, applicata sistematicamente da lui in tutti i suoi saggi (anche negli appunti!), è un prezioso documento delle differenze di pronuncia tra il tosco toscano e la lingua cortigiana, fra la lingua letteraria e la corretta pronounia Nordica (e vicentino) perché applica i propri criteri nel pubblicare i suoi saggi o nell'interpretare alcuni segni del toscano. La conseguente maggior difficoltà non favoresce la diffusione della sua filosofia e porta diverse critiche da parte dei filosofi suoi contemporanei. Sebbene sia noto come esegeta aristotelico, il Trissino si era formato, invece, sul finire del Quattrocento e nei primi del Cinquecento nelle capitali culturali italiane sature di cultura neoplatonica e mistica: non ci riferiamo solo agli anni a Milano presso il Calcondila (amico di Marsilio Ficino) o a Ferrara presso il Leoniceno, ma soprattutto a quelli trascorsi agli Orti Oricellari fiorentini e nella Roma di Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici. Importanti sono i due ritratti che ci vengono lasciati da due contemporanei. Il primo è il quello di Giovanni di B. Rucellai, che nel poemetto in versi sciolti Le api, dopo aver discusso dell’armonia cosmica e della dottrina ermetico-platonica dell’Anima Mundi, specifica: «Questo sì bello e sì alto pensiero / tu primamente rivocasti in luce / come in cospetto degli umani ingegni O., con tua chiara e viva voce, tu primo i gran supplicii d’Acheronte ponesti sotto i ben fondati piedi / scacciando la ignoranza dei mortali». Insomma il Trissino viene riconosciuto come un interprete del pensiero platonico e, si direbbe, democriteo. Il secondo, invece, riguarda le esposizioni rilasciate al'Inquisizione, dopo la morte del poeta, da parte del Checcozzi, il quale dichiara che il Trissino «faceva discendere le anime umane dalle stelle ne’ corpi e diede a divedere come i passaggi di quelle di pianeta in pianeta fossero stimate altrettante morti e dicesse essere pene infernali non le retribuzioni della vita futura ma le passioni e i vizi» (in B. Morsolin, O.. Monografia di un gentiluomo letterato, Firenze, Le Monnier). A questo si aggiungano ancora la ripetuta ammissione di credere nella salvezza per sola Grazia (Morsolin, confermata nell'Epistola a Marcantonio da Mula), cioè di essere a rigore un luterano, e la lunga requisitoria contro il clero corrotto contenuta contenuta nell'Italia liberata, requisitoria che però, come rilevato da Maurizio Vitale (in L'omerida italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia liberata da' Gotthi», Istituto Veneto di Scienze ed Arti, ), non figura in tutte le stampe del poema ma solo in quelle indirizzate forse in Germania. Anche quindi, auspicava un riordino interno della Chiesa e una sua restaurazione morale, in linea con il generale movimento di riforma che scoppio' nel Rinascimento, con Lutero, Erasmo etc.... senza per questo farne un luterano in senso stretto. Insomma, è un tipico esponente della tradizione religiosa pre-tridentina, in cui il fervido sostegno alla Chiesa romana e la vicinanza coi papi non escludono forti iniezioni di filosofia idealista e della scuola di Crotone, di stoicismo e di astrologia, di tradizione bizantina e millenarismo, in cui Erasmo da Rotterdam, M.Lutero, Agrippa von Nettesheim, Pico, Ficino si fondono in una forma religiosa eclettica e ancora tollerata prima dell'apertura del Concilio di Trento. Le persecuzioni inizieranno dopo la sua morte e vi verrà coinvolto, invece, il figlio Giulio, vicino al calvinismo, che subirà l'Inquisizione. Il suo poema, una vera enciclopedia dello scibile, è molto interessante a riguardo, e queste venature di pensiero religioso inquiete ed eclettiche sono evidenti in maniera palese. Si ricordino gl’angeli che portano nomi di divinità pagane -- Palladio, Onerio, Venereo etc... -- e che non sono altro che allegorie delle facoltà umane o delle potenze naturali (Nettunio, angelo delle acque, ad esempio, o Vulcano come metonimia del fuoco) come indicato nel De Daemonius di M. Psello e nel pensiero idealista o accademico. E questo uno dei punti più bersagliati dai critici contro lui, per primo, ancora una volta, Cinzio. Di Palladio cura soprattutto la formazione di architetto inteso come filosofo umanista. Questa concezione risulta alquanto insolita in quell'epoca, nella quale all'architetto era demandato un compito preminentemente di tecnico specializzato. Non si può capire la formazione filosofica ed umanistica e di tecnico specializzato della costruzione dell'architetto Andrea della Gondola, senza l'intuito, l'aiuto e la protezione di lui. È lui a credere nel giovane lapicida che lavora in modo diverso e che aspira a una innovazione totale nel realizzare le tante opere. Gli cambia il nome in Palladio, come l'angelo liberatore e vittorioso presente nel suo poema L'Italia liberata dai Goti. Secondo la tradizione, l'incontro tra lui e Gondola ha nel cantiere della villa di Cricoli, nella zona nord fuori della città di Vicenza, che in quegli anni sta per essere ristrutturata secondo i canoni dell'architettura classica. La passione per l'arte e la cultura in senso totale sono alla base di questo scambio di idee ed esperienze che si rivela fondamentale per la preziosa collaborazione tra i due "grandi". Da lì avrà inizio la grande trasformazione dell'allievo di G. Pittoni e Giacomo da Porlezza nel celebrato Andrea Palladio. E proprio lui a condurlo a Roma nei suoi viaggi di formazione a contatto con il mondo classico e ad avviare il futuro genio dell'architettura a raggiungere le vette più ardite di un'innovazione a livello mondiale, riconosciuta ed apprezzata ancora oggi. Il sistema letterario inventato dal lui non e il solo tentativo di preservare un rapporto diretto con la cultura degl’antichi con Aligheri e con l'umanesimo del Quattrocento, che il sistema bembiano esclude. Molti altri condividevano le sue idee, infatti, come A. Brocardo, B. Tasso, anche loro intenti a inventare nuovi metri su imitazione dei classici. Tuttavia, se si eccettua forse S. Speroni, e uno dei pochi che struttura nella sua Poetica un sistema totale, onni-comprensivo, aristotelico in senso pieno, dove ogni genere è regolato in maniera specifica; e questo gli permette di essere un punto di riferimento privilegiato. Bisogna fare a questo punto una distinzione essenziale fra le sue produzione filosofica e le sue teorie letterarie. Le opere poetiche, forse con la sola eccezione della Sofonisba e delle Rime, sono notoriamente brute. Lo stile è fiacco e prosaico e la narrazione dispersa in mille meandri eruditi, ragione per cui furono conosciute da tutti, lette e ammirate, ma non apprezzate né imitate dal punto di vista stilistico. L’invenzione del verso sciolto, che e centrale nella storia letteraria europea, infatti, non e destinata a fiorire con lui ma solo alla fine del secolo perché venisse accettata entro un poema di genere e di stile alto come quello epico. La sua filosofia, invece, trova un successo secolare, non solo in Italia ma in molti paesi europei specie nel Settecento, con la nuova moda del classicismo. Questo specie per quel che riguarda i due generi principali del mondo degl’antichi, la tragedia e l'epica, e con essi anche il verso sciolto. In Italia si può dire che ha grande fortuna col verso sciolto e col poema epico, ma minore col teatro tragico. La Sofonisba, quando usce, non era in Italia l'unica tragedia di imitazione antica, anche se era la prima: vi erano, infatti, anche quelle di Giovanni di Bernardo Rucellai, composte sempre agli Orti Oricellari. Ma la tragedia ispirata ai modelli antici non trovò terreno in Italia e fu soppiantata presto, già a metà del secolo, da quella 'alla latina' -- cioè piena di fantasmi, conflitti, colpi di scena e sangue, shakespeariana insomma), riportata in auge a Ferrara dalle Orbecche di Giambattista Giraldi Cinzio -- una linea di gusto che, alla fine del Cinquecento e nel Seicento, si sposerà in pieno col teatro gesuita, di ispirazione anche esso stoica e senecana. Non così nell'epica e nel verso sciolto. Il poema del Trissino è nominato infatti da tutti i principali autori epici dell'epoca (e spesso in mala fede), da Bernardo Tasso (intento anche lui alla realizzazione del poema Amadigi, che nella prima stesura era in versi sciolti) e Giambattista Giraldi Cinzio (che compose contro l'Italia liberata il volume Dei romanzi), F. Bolognetti e via via fino a Tasso. Quest'ultimo parla spesso dell'Italia liberata nei Discorsi del poema eroico e, sebbene ne rilevi i limiti, la tiene presente chiaramente come modello teorico e anche in molti passaggi della Gerusalemme liberata (fra cui la famosa morte di Clorinda, ripresa da quella dell'amazzone Nicandra, ad esempio). Vale la pena specificare che il titolo di “Gerusalemme liberate”, infatti, non fu deciso dal Tasso (che nei Discorsi chiama sempre il suo poema “Goffredo”), ma dallo stampatore A. Ingegneri, che doveva aver notato la somiglianza dell'opera tassiana col poema trissiniano. Mentre nel Rinascimento i critici iniziavano a discutere dei rapporti fra poesia epica e romanzo cavalleresco, si assiste a un lento processo di 'acclimatazione' del verso sciolto nei poemi narrativi. Dapprima viene usato nei generi minori, come le ecloghe pastorali, i poemetti georgici, gli idilli o le traduzioni, ma alla fine del secolo sarà impiegato in opere imponenti come l'”Eneide” di Caro, o nel poema sacro del Mondo creato di Tasso, o nello stile fastoso dello Stato rustico di G. Imperiale o quello classico di Chiabrera in pieno Barocco. Anzi, proprio Chiabrera (non a caso allievo di Speroni) si può dire che sia il suo grande erede, animato come lui dal desiderio di riformare la metrica e di ricreare i generi letterari sui modelli classici. La Poetica è citata dal Chiabrera in punti importanti, sia in difesa del verso sciolto, sia dei generi metrici non bembeschi o nuovi, sia, implicitamente, nella ripresa del mito di Dante e di Omero (cfr. il paragrafo apposito in Chiabrera). O. ebbe ancora fortuna anche nel XVIII secolo, con l'edizione in due volumi Scipione Maffei di Tutte le opere (Verona, Vallarsi, ancora oggi punto di riferimento indispensabile), e con nove tragedie intitolate Sofonisba, una delle quali d’Alfieri. Grande fu l'influenza anche nel melodramma: si contano ben quattordici Sofonisba, una delle quali di Gluck e uno di Caldara. Ma a parte la fortuna della Sofonisba, considerando che la riforma poetica dell'Accademia dell'Arcadia si ispira dichiaratamente alla poesia e alla metrica del Chiabrera, possiamo dire che il Trissino sia stato uno dei fondatori della poesia arcadica e capostipite di una tradizione letteraria, anche quella del melodramma settecentesco. Non a caso è uno degli autori più presenti nella ragion poetica di Gravina, maestro del giovane Metastasio, la cui prima opera sarà la tragedia Giustino, una riproposizione quasi parola per parola del III canto dell'Italia liberata dove si narrano gli amori di Giustino e di Sofia. PCastelli dedica la poeta una intera monografia (La vita di Giovangiorgio Trissino oratore e poeta). Si può dire, quindi, che non solo nell'epica il Trissino abbia avuto fortuna, ma anche nel teatro italiano, anche se nelle forme del melodramma e non quelle della tragedia, come tipico della tradizione italiana. Questo grazie, soprattutto, alla mediazione del Chiabrera, che seppe rendere le forme metriche del Trissino (prima fra tutte il verso sciolto) di insuperabile eleganza. Nell'Ottocento si ricordino l'Iliade di Vincenzo Monti e l'Odissea di Ippolito Pindemonte, che proseguono la grande storia del verso sciolto nella traduzione italiana, e le considerazioni di tre grandi scrittori. Il primo è Manzoni che, meditando sul romanzo storico, rifletté anche sui rapporti fra creazione poetica e verosimiglianza storica date da Aristotele nello scritto Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione. Il secondo è Carducci che stronca il poema ne I poemi minori del Tasso (in L’Ariosto e il Tasso) e il terzo è B. Morsolin che compose la biografia del poeta (Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato) che ancora oggi è indispensabile.Francia In Francia, invece, si assiste in un certo senso alla situazione opposta e le teorie del Trissino trovarono vasta eco più nel teatro che nel poema epico, questo anche perché in generale il teatro classico francese ha sempre prediletto i modelli greci ai latini e il teatro, in genere, al melodramma. Nel teatro francese l'influenza della Sofonisba sarà forte: la prima rappresentazione documentata in francese è nel castello di Blois, davanti alla corte della regina, Caterina de' Medici, non a caso una fiorentina. La corte di Francia era già abituata d'altronde alla poesia italiana di stile classico da almeno trent'anni, dopo il soggiorno presso Francesco I di Francia di Luigi Alamanni. Da qui in poi si conteranno otto Sofonisba fino alla fine del Settecento, una delle quali di Pierre Corneille. Non così invece nell'epica, genere che in Francia trovò poco seguito, e nel verso sciolto, che non si acclimatò mai nella poesia francese, poco adatta per suo ritmo naturale a un verso senza rima. Il Voltaire, che amava l'Ariosto, ricorda l'Italia liberata nel suo Saggio sulla poesia epica più che altro per rilevare le pecche del poema. In Inghilterra si ricorda la fortuna del verso sciolto (blank verse) che avrà la sua consacrazione nel Paradiso perduto di Milton, e le lodi tributate al Trissino da Pope nel prologo alla Sofonisba di Thomson. In Germania si ricordano tre Sofonisba. Anche Goethe possede una copia delle Rime trissiniane Opere: “Sofonisba, tragedia Ɛpistola del Trissino de le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana; De vulgari eloquentia di Alighieri; traduzione Il castellano, dialogo: Daelli; Poetica; Dubbi grammaticali; Grammatichetta; L'Italia liberata dai Goti, poema epico I simillimi, commedia Galleria d'immagini Gian Giorgio Trissinoincisione da Tutte le opere non più pubblicate di Giovan Giorgio Trissino, Miniatura di O.. Incisione da Castelli La vita di Giovangiorgio Trissino, Targa a O., in piazza Gian Giorgio Trissino. Targa posta sulla casa natale di Gian Giorgio Trissino, in corso Fogazzaro 15 a Vicenza, opera di Bartolomeo Bongiovanni.Medaglione posto nel salone di Palazzo Venturi Ginori, a Firenze, raffigurante Giovan Giorgio Trissino, membro dell'Accademia Neoplatonica che lì ebbe sede. Bernardo Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI,Margaret Binotto, La chiesa e il convento dei santi Filippo e Giacomo a Vicenza, Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino, Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato. L'incisione recita: DEMETRIO CHALCONDYLÆ ATHENIENSIIN STUDIIS LITERARUM GRÆCARUM EMINENTISSIMOQUI VIXIT ANNOS MENS. VET OBIIT JOANNES O. GASP. FILIUS PRÆCEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMOPOSUIT. Castelli, La Vita d’O, ernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato; Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, Giambattista Nicolini, Vita di Giangiorgio Trissino, Nell'originale sofocleo "τὸ δὲ ζητούμενον ἁλωτόν", letteralmente "ciò che si cerca, si può cogliere". Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato, Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio Trissino, Pierfilippo Castelli, La vita, Antonio Magrini, Reminiscenze Vicentine della Casa di Savoia. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato. Bernardo Morsolin, O. o Monografia di un letterato, Silvestro Castellini, Storia della città di Vicenza. Castelli, La vita d’O, nota. Morsolin, O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1Come i saggi di Lucien Faggion ricordano, per preservare il patrimonio famigliare non era inusuale sposare cugini di altri rami della medesima famiglia. La decisione di scegliere Ciro come proprio erede ebbe ripercussioni drammatiche per diverso tempo. Oltre al trascinarsi della causa civile intentata da Giulio al padre e a Ciro, nacque una vera e propria faida tra i discendenti Trissino dal Vello d'Oro e i parenti del ramo dei Trissino più prossimo alla prima moglie, Giovanna. Le voci che fecero risalire a Ciro la denuncia anonima alla Santa Inquisizione delle simpatie protestanti, spinsero Giulio Cesare, nipote di Giovanna, a uccidere Ciro a Cornedo nel 1576, davanti a Marcantonio, uno dei suoi figli. Quest'ultimo decise di vendicare il padre, accoltellando a morte Giulio Cesare che usciva dalla cattedrale di Vicenza il venerdì santo del 1583. R. Trissino, altro avversario dei Trissino dal Vello d'Oro, s'introdusse nella casa di Pompeo, primogenito di Ciro, e ne uccise la moglie, Isabella Bissari, e il figlioletto Marcantonio, nato da poco. Si vedano al proposito vari saggi sull'argomento di Lucien Faggion, tra cui Les femmes, la famille et le devoir de mémoire: les Trissino aux XVIe et XVIIe siècles. Dovette affrontare una causa civile intentatagli dai Valmarana: negli ultimi decenni ProfessoreAlvise di Paolo Valmarana perse villa e tenuta, giocandosele col patrizio Orso Badoer, che rivendette la proprietà a Gaspare Trissino. Gli eredi Valmarana tentarono di riprendersela ipotizzando un vizio all'origine, ma il tribunale diede ragione ai diritti del Trissino. Si veda Lucien Faggion, Justice civile, témoins et mémoire aristocratique: les Trissino, les Valmarana et Cricoli au XVIe siècle,. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, voce O. nel sito Treccani L'Enciclopedia Italiana. Achille, Trissino, Giangiorgio, in L'Enciclopedia dell'Italiano. "Palladio" è anche un riferimento indiretto alla mitologia greca: Pallade Atena era la dea della sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra; Pallade, a sua volta, è un'ambigua figura mitologica, talvolta maschio talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell'Eneide di Virgilio. Ma è stata avanzata anche l'ipotesi che il nome possa avere un'origine numerologica che rimanda al nome di Vitruvio, vedi Paolo Portoghesi, La mano di Palladio, Torino, Allemandi, Dal volantino della mostra dedicata a O., in occasione dell’anniversario della promulgazione dello Statuto del Comune, organizzata dalla Provincia di Vicenza, Comune di Trissino e Pro Loco di Trissino. L. Cicognara, Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia fino al secolo di Canova, Giachetti, Losanna, 1824. Sull'autore in generale si vedano almeno tre testi fondamentali: Pierfilippo Castelli, La vita di Giovangiorgio Trissino, oratore e poeta, ed. Giovanni Radici, Venezia, Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato del secolo XVI, Firenze, Le Monnier, Atti del Convegno di Studi su Giangiorgio Trissino, Vicenza); Pozza, Vicenza, Neri Pozza, Sulla Sofonisba: E. Bonora La "Sofonisba" del Trissino, Storia Lettaliana, Garzanti, Milano, M. Ariani, Utopia e storia nella Sofonisba di Giangiorgio Trissino, in Tra Classicismo e Manierismo, Firenze, Olschki, C. Musumarra, La Sofonisba ovvero della libertà, «Italianistica», Sulle Rime: A. Quondam, Il naso di Laura. Lingua e poesia lirica nella tradizione del classicismo, Ferrara, Panini, C. Mazzoleni, L’ultimo manoscritto delle Rime di Giovan Giorgio Trissino, in Per Cesare Bozzetti. Studi di letteratura e filologia italiana, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Sull'Italia liberata si vedano almeno (in ordine di stampa): F. Ermini, L’Italia liberata dai Goti di Giangiorgio Trissino. Contributo alla storia dell’epopea italiana, Roma, Romana, A. Belloni, Il poema epico e mitologico, Milano, Vallardi, Ettore Bonora, L'"Italia Liberata" del Trissino,Storia della Lett. italiana,Milano, Garzanti, Marcello Aurigemma, Letteratura epica e didascalica, in Letteratura italiana, IV, Il Cinquecento. 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La crisi culturale Professoree la negazione delle origini” (Bologna, Il Mulino); M. Pozzi, Lingua, cultura, società. Saggi della letteratura italiana del Cinquecento, Alessandria, Dell’Orso, Per il rapporto fra l’epica del T. e quella del Tasso (in ordine di stampa): E. Williamson, Tasso’s annotations to Trissino’s Poetics, «Modern Language Notes», M. Clarini, Le postille del Tasso al Trissino, «Studi Italiani», G. Baldassarri, «Inferno» e «Cielo». Tipologia e funzione del «meraviglioso» nella «Liberata», Roma, Bulzoni, R. Bruscagli, L’errore di Goffredo, «Studi tassiani», S. Zatti, Tasso lettore del Trissino, in Torquato Tasso e la cultura estense, G. Venturi, Firenze, Olsckhi, Sulla lingua e il dibattito dei contemporanei si vedano almeno (in ordine di stampa): B. Migliorini, Le proposte trissiniane di riforma ortografica, «Lingua nostra» G. Nencioni, Fra grammatica e retorica. Un caso di polimorfia della lingua letteraria, Firenze, Olsckhi, B. 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Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, in Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi,Floriani, Trissino: la «questione della lingua», la poetica, negli Atti del Convegno di Studi su Giangiorgio Trissino, etc...(ora in Gentiluomini letterati. Studi sul dibattito culturale nel primo Cinquecento, Napoli, Liguori, I. Pagani, La teoria linguistica di Dante, Napoli, Liguori, C. Pulsoni, Per la fortuna del De vulgari Eloquentia: Bembo e Barbieri, «Aevum», E. Pistoiesi: Con Dante attraverso il Cinquecento: Il De vulgari eloquentia e la questione della lingua, «Rinascimento», Per le trafile del codice dantesco posseduto dal Trissino, oggi alla Biblioteca Trivulziana di Milano, cfr. l'introduzione diRàjna alla sua edizione del De Vulgari Eloquentia (Firenze, Le Monnier) e G. Padoan, Vicende veneziane del codice Trivulziano del “De vulgari eloquentia”, in Dante e la cultura veneta, Atti del convegno di studi della fondazione “Giorgio Cini”, Venezia-Padova-Verona, V. Branca e G. Padoan, Firenze, Olschki, Tutti i testi d’O si rileggono nei due volumi intitolati Tutte le opere Scipione Maffei (Verona, Vallarsi), che non riproducono però l'alfabeto inventato riformato. Alcuni testi hanno avuto delle edizioni moderne: La Poetica si rilegge nei Trattati di poetica e di retorica, Weinberg, Bari, Laterza, Il testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O. Scritti linguistici, A. Castelvecchi, Roma, Salerno (che contiene la Epistola delle lettere nuovamente aggiunte, Il Castellano, i Dubbii grammaticali e la Grammatichetta). I testi sono riprodotti con l'alfabeto inventato dal Trissino. La Sofonisba è stata curata da R. Cremante, nel Teatro, Napoli, Ricciardi, Il testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O ed è dotato di un vasto commento e introduzione. La traduzione del De vulgari eloquentia si può leggere in D. Alighieri, F. Chiappelli, nella collana “I classici italiani”, G. Getto, Milano, Mursia, oppure, assieme al testo latino, nel 2 tomo dell’Opera Omnia curata da Scipione Maffei (vedi sotto). Per l'Italia liberata dai Goti e per I Simillimi si deve ricorrere, invece, alle prime edizioni o all'edizione del Maffei o alle ristampe sette-ottocentesche. Per l'elenco completo di tutte le stampe, ristampe, studi ed edizioni sul Trissino vedi Corrieri, O., consultabile (aggiornata al 2 settembre ) presso// nuovorinascimento. org/ cinquecento/trissino. pdf. A. Palladio O. (famiglia). Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Encyclopædia Britannica, Inc. O. Open MLOL, Horizons Unlimited srl. O. Opere di Gian Giorgio Trissino, su Progetto Gutenberg. O. Catholic Encyclopedia, Appleton. Italica Rinascimento: O, L'Italia liberata dai Gotthi. L’uomo solo ha il COMERCIO del parlare. Questo è il nostro vero e primo parlare. Non dico nostro, perchè altro parlar ci sia che quello dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono SOLAMENTE ALL’UOMO E DATO IL PARLARE,sendo a lui necessario solo. CERTO NON A a gl’angeli non a GL’ANIMALI INFERIORI e necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato invano a costoro, non avendo bisogno di esso. E LA NATURA certamente abborrisce di fare cosa alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la INTENZIONE del parlar [parabola] nostro, niun'altra ce ne troveremo, che il MANIFESTARE all’altro questo o quello CONCETTO della mente nostra. Avendo adunque gl’angeli prontissima e neffabile sufficienzia d'intelletto da chiarire questo o quello gloriosi concetto, per la qual sufficienza d'intelletto l'uno è TOTALMENTE NOTO all'altro, o per sè, o almeno per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti sono rappresentati bellissimi e in cui avidis simi sispecchiano. Per tanto pare che di ni uno SEGNO DI PARLARE ha mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando quei spiriti, che cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può rispondere. Prima, che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono che Q a bene esser, devemo essi lasciar da 3 parte, conciò sia che questi perversi non vollero aspettare la divina cura. Seconda risposta, e meglio è, che questi demoni a MANIFESTARE fra sè la loro perfidia, non hanno bisogno di conoscere se non qualche cosa di ciascuno, perchè è, e quanto è 1 : il che certamente sanno; perciò che si conobbero l'un l'altro avanti la ruina loro. Agl’ANIMALI INFERIORI poi non e bisogno provvedere di parlare. Conciò sia che per solo ISTINTO DI NATURA sono guidati. E poi, tutti quelli animali che sono di una medesima specie hanno le medesime azioni, e le medesime passioni; per le quali loro proprietà possono le altrui conoscere. Ma aquelli che sono di diverse specie, non solamente non e necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe stato, non essendo alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi fosse opposto che IL SERPENTE che PARLA alla prima femina, e l'asina di Balaam PARLA, a questo rispondo, che l'ANGELO nell’asina e IL DIAVOLO nel serpente hanno talmente operato che essi animali mossero gli organi loro. E così d'indi la voce risulta distinta, COME vero parlare; non che quello de l'asina fosse altro che ragghiare e quello del serpente altro che fischiare. Il testo ha: non indigent, nisi ut sciant quilibetde quolibet, quia est, et quantus est. Parrebbe più proprio il tradurre cosi. Non hanno bisogno di conoscere, se non ciascheduno di ciaschedun altro, che è,e quanto è: ossia l'esistenza e il grado. Se alcuno poi argumentasse da quello, che OVIDIO (si veda) dice nella Metamorfosi che LE PICHE parlarono, dico che dice questo FIGURATAMENTE, intendendo altro. Ma se si dices che le piche al presente e altri uccelli parlano, dico che è FALSO, perciò che tale atto NON è parlare, ma è certa imitazione del suono de la nostra voce; o vero che si sforzano di imitare noi in quanto SONIAMO ma non in quanto PARLIAMO (cf. ‘talk,’ ‘speak’, ‘speak in tongues’). Tal che se quello che alcuno espressamente dice, ancora la pica ride, questo non sarebbe se non rappresentazione, o vero imitazione del SUONO di quello, che prima ho detto. E così appare agl’UOMINI SOLI e dato dalla NATURA il PARLARE. Ma per qual cagione esso gli e NECESSARIO, ci sforzeremo brievemente trattare. Che e NECESSARIO agl’uomini il COMERCIO, la CONVERSAZIONE. Ovendosi adunque l'uomo NON PER ISTINTO DI NATURA, ma per *ragione*. E essa ragione o circa la separazione, o circa il giudidizio, o circa la elezione diversificandosi in ciascuno; tal che quasi ogni uno de la sua pro [La voce del testo, “discrezione”, sarebbe resa meglio dalla parola discernimento. del parlare, pria specie s'allegra; giudichiamo che niuno intenda l'altro per la sua propria AZIONE o PASSIONE, come fanno le bestie. Nè anche per speculazione l'uno può intrar ne l'altro, come gl’angeli – JARMAN, La conversazione angelica --, sendo per la grossezza e opacità del CORPO mortale la umana specie da ciò ritenuta. E adunque bisogno che, volendo la generazione umana fra sè COMUNICARE IL SUO CONCETTO, avesse qualche SEGNO SENSUALE e *razionale*; per ciò che, dovendo prendere una cosa dalla ragione, e nela ragione portarla, bisogna essere razionale. Ma non potendosi alcuna cosa di una ragione in un'altra portare, SE NON PER IL MEZZO DEL SENSUALE, e bisogno essere sensuale, perciò che se 'l e *solamente* razionale, non puo trapassare. Se *solo* sensuale, non puo prendere dalla ragione, nè nella ragione de porre. E questo è SEGNO (SENNO) che il subietto di che parliamo, è nobile; perciò che in quanto è suono, il SEGNO (SENNO) è per natura una cosa sensuale. E inquanto che, secondo la *volontà* di ciascun, *significa* qualche cosa, egli è razionale 1. Iltestoha: Hoc equidem SIGNUM est, ipsum subjectum nobile, dequo loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est, esse. Rationale vero, in quantum aliquid SIGNIFICARE videtur ad placitum. A noi pare più giusto l'interpretare questo passo cosi. Questo segno, l'aliquod rationale signum et sensuale di cui ha parlato poche righe più sopra, è per l'appunto il nobile soggetto di cui parliamo. Sensuale per natura, in quanto è SUONO. Razionale, in quanto che, se A che uomo e prima dato il parlare, e che dice prima, et in che lingua L’UMO SOLO e dato dalla natura il parlare. Ora istimo che appresso debbiamo investigare, a che uomo e prima dato dalla natura il parlare, e che cosa prima dice, e a chi parlò, e dove e quando, e eziandio in che linguaggio il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del Genesis, ove la sacratissima Scrittura tratta del principio del mondo, si truova la femina, prima cheniunaltro, aver parlato, cio è lapre sontuosissima EVA, la quale al DIAVOLO, che la ricercava, disse, ‘Dio ci ha commesso, che non mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo tocchiamo, acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si trovi la donna aver pri mieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che crediamo, che l'uomo fosse quello, che prima parlasse. Nè cosa inconveniente mi pare condo la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale interpretazione stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di troppo ; ma,per com penso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col senso di tutto il Capitolo. Anifesto è per le cose già dette, che a pensare, che così eccellente azione de la il generazione umana prima da l'uomo, che da la femina procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato dato primier mente il parlare da Dio, subito che l’ebbe formato. Che voce poi fosse quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in pronto e io non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per modo d'interrogazione, o per modo di risposta. Assurda cosa veramente pare, e da la ragione aliena, che da l'uomo fosse nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò sia che da esso,& in esso fosse fatto l'uomo. E siccome, dopo la prevaricazionedel'u m a n a generazione, ciascuno esordio di parlare comincia da heu ; così è ragionevol cosa, che quello che fu davanti, cominciasse da alle grezza, e conciò sia che niun gaudio sia fuori di Dio,ma tuttoinDio,& esso Dio tuttosiaal legrezza, conseguente cosa è che 'l primo p a r lante dicesse primieramente Dio. Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo aver prima per via di risposta parlato, se risposta fu,devette esser a Dio; e se a Dio, parrebbe, che Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello che avemo detto di sopra. Al qual dubbio risponderemo,che ben può l'uo mo averrisposto a Dio, chelointerrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella LOQUELLA, che dicemo.Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non si pieghino secondo il voler di Dio,da cuièfatta, governata, econservata, ciascuna cosa ? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per comandamento della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di Dio, di maniera che fa risuonare i tuoni, fulgurare il fuoco, gemere l'acqua, e sparge le nevi, e slancia la grandine ; non si moverà egli per comandamento di Dio a far risonare alcune parole le quali siano distinte da colui, che maggior cosa distinse?e perchè no? Laon de et a questa, et ad alcune altre cose credia mo tale risposta bastare. Dove,& a cuiprima l'uomo abbiaparlato. ta così da le cose superiori,come da le in feriori), che il primo uomo drizzasse il suo primo parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo parlante parlò s u bito,che fu da la virtù animante ispirato: per ciò che ne l'uomo crediamo,che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire, pur che egli sia sentito,e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, di ogni perfezione principio et amatore,inspirando il primo uomo con ogni perfezione compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale non prima cominciasse a sentire, che 'l fosse sen tito. Se alcuno poi dicesse contra le obiezioni, 11 Iudicando adunque (non senza ragione trat, che non era bisogno che l'uomo parlasse, es sendo egli solo ; e che Dio ogni nostro segreto senza parlare, ed anco prima di noi discerne ; ora (con quella riverenzia, la quale devemo usare ogni volta,che qualche cosa de l'eterna volontà giudichiamo),dico,che avegna che Dio sapesse, anzi antivedesse (che è una medesima cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non di meno volse che esso parlasse; acciò che ne la esplicazione di tanto dono, colui, che graziosamente glielo avea do nato,se ne gloriasse.E perciò devemo credere, che da Dio proceda, che ordinato l'atto de i nostri affetti, ce ne allegriamo. Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale fu mandata fuori la prima favella; perciò che se fu animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori: se dentro, diremo che dentro fu il loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozii umani si hanno ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che molti per le parole non intesi da molti, che se fussero senza esse; però fia buono investigare di quel parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che nacque senza sono altrimente 1 Di che idioma prima l'uomo parld, e donde fu l'autore di quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupil lare età vide,nè adulta.In questa cosa,sì come in altre molte, Pietramala è amplissima città, e patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo .Però qualunque si ritrova essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua nazione sia il più delizioso, che si trovi sotto il Sole, a costui parimente sarà licito preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione,a tutti gli altri; e conse guentemente credere essa essere stata quella diAdamo.Ma noi, acuiil mondo èpatria, sì come a'pesci il mare, quantunque abbiamo bevuto l'acqua d'Arno avanti che avessimo denti,e che amiamo tanto Fiorenza,che pe averla amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del nostro giudizio più a la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il piacer nostro, o vero secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in terra loco più ameno di Fiorenza;pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli altri scrittori, ne i quali il mondo universalmente e particularmente si descrive, e discorrendo fra noi i varj siti dei luoghi del mondo, e le abitudini loro tra l'uno e l'altropolo,e'lcircolo equatore, fermamente comprendo, e credo, molte regioni e città es sere più nobili e deliziose che Toscana e Fiorenza, ove son nato, e di cui son cittadino; e molte nazioni e molte genti usare più dilette vole, e più utile sermone, che gli Italiani. R ir tornando adunque al proposto, dico che una certa forma di parlare fu creata da Dio insie me con l'anima prima,e dico forma, quanto a i vocaboli de le cose,e quanto a la construzione de'vocaboli, e quanto al proferir de le con struzioni; la quale forma veramente ogni par lante lingua userebbe, se per colpa de la pro sunzione umana non fosse stata dissipata, come di sotto si mostrerà. Di questa forma di par lare parlò Adamo, e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de la torre di Babel, la quale si interpreta la torre de la confusione. Questa forma di locuzione hanno ereditato i figliuoli di Heber, i quali da lui furono detti Ebrei ; a cui soli dopo la confusione rimase, acciò che il nostro Redentore, il quale doveva nascere di loro,usasse,secondo laumanità,dela lin gua de la grazia, e non di quella de la confu sione 1. Fu adunque lo ebraico idioma quello, che fu fabbricato da le labbra del primo par lante . ' Il testo ha: qui ex illis oriturus erat secundum humanitatem, non lingua confusionis, sed gratiæ frue retur.E deve tradursi:ilqualedovevanascere di loro secondo l'umanità, usasse della lingua della grazia, e non di quella della confusione. Hi come gravemente mi vergogno di rin 15 e per De la divisione del parlare in più lingue. A en ta nerazione umana: ma perciò che non possia mo lasciar di passare per essa, se ben la fac cia diventa rossa, e l'animo la fugge, non starò di narrarla. Oh nostra natura sempre prona ai peccati, oh da principio, e che mai non finisce, piena di nequizia; non era stato assai per la tua corruttela, che per lo primo fallo fosti cacciata, e stesti in bando de la p a tria de le delizie? non era assai, che per la universale lussuria, e crudeltà della tua fami glia, tutto quello che era di te, fuor che una casa sola, fusse dal diluvio sommerso, il male, che tu avevi commesso, gli animali del cielo e de la terra fusseno già stati puniti ? Certo assai sarebbe stato; ma come prover bialmente si suol dire,Non andrai a cavallo anzi terza ; e tu misera volesti miseramente andare a cavallo.Ecco,lettore, che l'uomo, o vero scordato,o vero non curando de le prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le sferze, che erano rimase, venne la terza volta a le botte, per la sciocca sua e superba prosunzio ne. Presunse adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo, sotto persuasione di gigante, di, superare con l'arte sua non solamente la na tura,ma ancora esso naturante, ilqualeèDio; e cominciò ad edificare una torre in Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè confusione, per la quale sperava di ascendere al cielo, avendo intenzione, lo sciocco,non solamente di aggua gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore. Oh cle menzia senza misura del celeste imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal figliuolo? Ora innalzandosi non con inimica sferza, ma con paterna, et a battiture assueta, il ribel lante figliuolo con pietosa e memorabile corre zione castigò. Era quasi tutta la generazione umana a questa opera iniqua concorsa ; parte comandava, parte erano architetti,parte face vano muri,parte impiombavano,parte tiravano le corde ", parte cavavano sassi, parte per ter ra, parte per mare li conducevano. E cosìdi verse parti in diverse altre opere s’affatica vano, quando furono dal cielo di tanta con fusione percossi, che dove tutti con una istessa loquela servivano a l'opera, diversificandosi in molte loquele, da essa cessavano, nè mai a quel medesimo comercio convenivano ; et a quelli soli, che in una cosa convenivano una · Il Witte osserva che in luogo di pars amysibus tegulabant, pars tuillis linebant, come leggeva erro neamente la volgata nel testo latino, si deve leggere : pars amussibus tegulabant, pars trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre : parte arrotavano sulle pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano. istessa loquela attualmente rimase, come a tutti gli architetti una, a tutti i conduttori di sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di tutti gli operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera, di tanti varj linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più eccellente l'arti ficio di ciascuno, tanto era più grosso e barbaro il loro parlare. Quelli poscia, a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti nè lodavano lo esercizio loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la sciocchezza de gli operanti.M a questi furono una minima parte di quelli quanto al numero ; e furono, sì come io comprendo, del seme di Sem, il quale fu il terzo figliuolo di Noè, da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la antiquissima locu zione fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er la detta precedente confusione di lin gue non leggieramente giudichiamo, che allora primieramente gli uomini furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per tutte le re gioni et angoli di esso. E conciò sia che la P Sottodivisione del parlare per il mondo, principal radice dela propagazione umana sia ne le parti orientali piantata, e d'indi da l'u no e l'altro lato per palmiti variamente diffu si, fu la propagazione nostra distesa; final mente in fino a l'occidente prodotta, là onde primieramente le gole razionali gustarono o tutti,o almen parte de ifiumi di tutta Europa. Ma ofussero forestieriquesti,cheallorapri mieramente vennero, o pur nati prima in Europa, ritornassero ad essa; questi cotali por tarono tre idiomi seco ; e parte di loro ebbero in sorte la regione meridionale di Europa, parte la settentrionale, et i terzi, i quali al presente chiamiamo Greci, parte de l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia da uno istesso idio ma,dalaimmonda confusione ricevuto,nac quero diversi volgari, come di sotto dimostre remo ; perciò che tutto quel tratto, ch'è da la foce del Danubio, o vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali (li quali da i confini d'Inghilterra, Italia e Franza, e da l'Oceano sono terminati), tenne uno solo idioma: ave gna che poi per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni, Inglesi et altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato ; rimanendo questo solo per segno, che avessero un medesimo prin cipio, che quasi tutti i predetti volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal termine di questo idioma,cioè da iconfini de gli Ungari verso oriente,un altro idioma tutto quel tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si chiama Europa, e più oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che resta, tenne un terzo idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia ; perciò che volendo affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè Spagnuoli, Francesi et Italiani .Il segno adunque che i tre volgari di costoro procedessero da uno istesso idioma,è in pronto; perciò che molte cose chiamano per i medesimi vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e vive,muore, ama,& altri molti.Di questi adunque de la meridionale Europa, quelli che proferiscono oc tengono la parte occidentale, che comincia da i confini de'Genovesi ; quelli poi che dicono sì, tengono da i predetti confini la parte orientale, cioè fino a quel promontorio d'Italia, dal quale comincia il seno del mare Adriatico e la Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi sono settentrionali a rispetto di questi ; perciò che da l'oriente e dal settentrione hanno gli Ale manni, dal ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha : A b isto incipiens idiomate, videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud occupa vittotum quodabindevocaturEuropa,necnonul terius est protractum. Totum autem, quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere tradotto cosi: A cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari verso oriente, un altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là si chiama Europa, e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della rimanente Europa tenne un terzo idioma. 19 glese, e dai monti di Aragona terminati, dal mezzo di poi sono chiusi da'Provenzali,e da la flessione de l'Appennino. Noi ora è bisogno porre a pericolo 1 la ' Il verbo periclitari del testo latino qui vale mettere alla prova, cimentare, ragione, che avemo, volendo ricercare di quelle cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de la variazione, che intervenne al parlare, che da principio era il medesimo. Ma conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si vada, però so lamente per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo da parte, conciò sia che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio abbia ad esser causa ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si, e altri oil. E che questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la grammatica. A la quale convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne la edificazione di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte cose convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil, « Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor.» Il re di Navara, «De'finamor sivientsenebenté.» M. Guinizelli, « Nè fè amor, prima che gentil core, Nè cor gentil,prima che amor, natura.» Investighiamo adunque, perchè egli in tre parti sia principalmente variato,e perchè cia scuna di queste variazioni in sè stessa si varii, come la destra parte d'Italia ha diverso par lare da quello de la sinistra, cioè altramente parlano i Padovani, e altramente i Pisani : e investighiamo perchè quelli,che abitano più vi cini,siano differenti nel parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e Fiorentini;e ancora perchè siano differenti quelli,che si convengono sotto un istesso nome di gente,come Napole tani e Gaetani, Ravegnani e Faentini ; e quel che è più maraviglioso, cerchiamo perchè non si convengono in parlare quelli che in una medesima città dimorano, come sono i Bolognesi del borgo di san Felice, e i Bolognesi della strada maggiore.Tutte queste differenze adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con una istessa ragione saranno manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza la sua ca gione, in quanto effetto,perchè niuna cosa può fare ciò che ella non è.Essendo adunque ogni nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con l'uomo creata) a nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale niente altro fu che una oblivione de la loquela prima, et essendo l'uomo instabilissimo e va riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè continua può essere ; m a come le altre cose che sono nostre (come sono costumi et abiti), simutano;cosìquesta,secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va riarsi. Però non è da dubitare che nel modo che avemo detto,cioè,che con la distanzia del tempo il parlare non si varii, anzi è fermamente da tenere ; perciò che se noi vogliamo sottilmente investigare le altre opere nostre, le troveremo molto più differenti da gli antiquissimi nostri cittadini, che da gli altri de la nostra età, quantunque ci siano molto lontani. Il perchè audacemente affermo che se gl’antiquissimi Pavesi ora risuscitassero, parlerebbero di diverso parlare di quello, che ora parlano in Pavia. Nè altrimente questo, ch'io dico, ci paja maraviglioso che iI qualici siano molto lontani (magis....quam a coetaneis per longinquis). ci parrebbe a vedere un giovane cresciuto il quale non avessimo veduto crescere. Perciò che le cose che a poco a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto; e quanto la variazione de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto essa cosa è da noi più stabile esistimata. Adunque non ci ammiriamo se i discorsi di quegli uomini che sono POCO DALLE BESTIE DIFFERENTI, pensano che una stessa città ha sempre il medesimo parlare usato, conciò sia che la variazione del parlare di essa città non senza lunghissima successione di tempo a poco a poco sia divenuta, e sia la vita de gl’uomini di sua natura brevissima. Se adunque il SERMONE nella stessa gente successivamente col tempo si varia, nè può per alcun modo firmarse, è necessario che il parlare di coloro, che lontani e separati dimorano, sia VARIAMENTE VARIATO; sì come sono ancora variamente variati i costumi e abiti loro, i quali nè da natura, nè da CONSORZIO umano sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la convenienzia de i luoghi nasciuti. Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi tempi e luoghi. Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non par suggetta al SINGULARE ARBITRIO di niuno – GRICE, Deutero-Esperanto, High-Way Code --, e consequentemente non può essere variabile. Questa adunque trovarono, acciò che per la variazionee del parlare, il quale DELLA VOLGARE ELOQUENZIA. De la varietà del parlare in Italia dalla destra e sinistra parte dell'Appennino. LA VITA D I Gl OVAN GIORGIO O. LA VITA GlOVAN GIORGIO O., ORATORE, E POETA SCRÌTTA DA CASTELLI VICENTINO. IN VENEZIA, Per Giovanni Radici.Con Licenza de’ Superiori, e Trtvììegio. sAlli Kob. Kob. Sigg. Co Co. PARMENIONE, ED ALESSANDRO trissini, ^ier-Fuippo Castelli. t «1 et egli fu fempre le cita non fo lamento, ma lodevol cojaa chiunque ha fatto penitelo di mandar a luce un qualche Juo componimento, lo fceglìero a alca alcuno illujlre e ragguardevole perfonaggio, a cui intitolarlo ; non fola mente per acquijlargli col nome di lui pregio e ornamento y ma ancora per poterlo col favore di lui mede fimo dagl vividi morti de' malevoli difendere, e ajfìcurare : mafiimamente di ciò fare a me fi conviene, il quale avendo dìliberato di dare alle luce il già condotto a maturità primaticcio frutto del poco e debile ingegno mio, voglio dire la V ita del nobili fimo, e dottijfimo Poeta e Oratore Gì ovan Giorgio T rissino, decoro e fple udore ampli filmo di que fi a no fi r a Città di Vicenda s a nobile e buona guida con pili di ragione debbo accomandarlo, onde poffa fi curamente ufcir fuori, Me migliore per tanto, nè piu fidata fo ritrovarne di quella della molta Vofira Umanità, e Genti legga, Jllu I Illustrissimi, e Nobilissimi Sigg. Conti-, concio [fi ache Voi Germe fiele di queir amie hi filma, e fempre cospicua Famigliai Voi alla tefifiiitra, e alla pubblicazione di quejì Opera ni avete piu volte inanimito, e follecitato ; e Voi per fine dotati fiete di sì illuJlri prerogative, le quali ( comeche un largo campo me fe ne pari davanti ) per lo timore di forfè non offendere la fingolar VoJlra moaejlia ometterò. Non voglio tuttavia la f dar di accennare V amor Vojlro alle lettere, e a chi le coltiva, il quale ficco me dà a co no fiere quanto nobile fi a la Vofira indole, e quanto colto il Vojlro ingegno, così Vi fu e fifere in Patria e fuori fingo tarme nt e chiari. In fatti e chi e tra per la bre' ' C vita, e per ?ion piu fajlidirvi la f ciò di dire, io umilio e dedico a Voi,. Nobilissimi* e Chiarissimi Cavalieri, quejia mia prima Operai la quale y perciocché la V ita contiene del non mai ablctJlan^a lodata Giovangiorgio Tr issino, fon ficuroy che da Voi, che con lui comuni la patria, il cognome, e le virtù avete, benignamente e gratamente farà accettata . E qui nella pregevol grafia Vojlra r accomandandomi Vi faccia umilijftma riverenza, A Vita di GIO V ANGIORGIO O., poeta e orator celebre, ficcome per alcuni: è Rata già fcrirta, così parrà a prima villa, che inutii cola ila Hata Io /crivella .di nuovo ; ma perchè quelli tali Scrittori han di Lui molte cole dette, le, quali o non fono Rate per eflì .bene difeufle, o forfè .anche furono dette a capriccio, perciò non Lenza ragione rilolvemmo .di così fare . Tra efii uno fi fa eflere Rato il Signor ApoRolo Zeno, di chiariffima memoria, il quale nella fine del le* colo paflfatodiede jh luce la Vita d’O. inferita nella terza parte della Galleria di Minerva in Venezia prejj'o Girolamo jilhrivjj 1 696. in foglio ; ma ficcome gli uomini 'veramente dotti ed ingenui non fi vergognano di ritrattar quegli errori, che nelle proprie Opere conofcono aver commefiì, così non ifdegnò egli non pure di dirci a bocca, ma di farci fàpere eziandìo per lettera, mandataci da Venezia addi iv. di Giugno dell’anno 1749., che nè quella Vita, nè ciò, che col fuo nome fu Rampato e in quel tomo, e negli altri ancora della detta Galleria di Minerva, riconofccva per cola fua : e quelle fono le fue parole . Sono cinquanta e più anni, ch'io fcrijjì quella Vita dell' infigne Giangiorgio T rijjìno, la quale fi legge nella Galleria di Minerva. Sappia però V. S., ch’io prefentementc, anzi da gran tempo in qua non ricono feo per mio lavoro y ma per aborto della immatura mia età tanto . la medejima Vita, quanto tutto quello, che col mio nome fi legge flampato in quel tomo della Galleria di Minerva, e in tutti i Jeguenti, Ci fono qua e là V'arj punti effendi ali e importanti, che allora mi parvero con vero e fame difcujfy, e che ora per migliori lumi fopr avvenuti ritratto, e condanno . Di tutto ciò mi è paruto avvi far la per fua regola, e mia giufìife azione . Sebbene quali lo Hello avea egli fcritto affai prima al P. D. Pier-Caterino Zeno, Somafco, fuo fratello, di fèmpre celebratiffima ricordanza ; mentre tra le fue Lettere, di frefeo fìampate in tre volumi in 8. col titolo di Lettere di Apoftolo Xeno ec. I n Venezia, apprcjjo Pietro Valvafenfe ; nel z. Volume a car. 91. ve n’ha una a lui diretta, fegnata di Vienna., in cui in proposito della riftampa dell* Opere del Triffino allora ideata da’ Sigg. Volpi, così gli diC. fe : Vinti i fono, eh' io diedi fuori nel /. Volume della Gallerìa la Vita di effo ( Triffino ) : ma Je orai avejfi a ferriere, la riformerei tutta da capo a piedi : onde fe io ne fo ora sì poco conto, avvertite anche i Sigg. Volpi a non far fopr a efja alcun fondamento . Allorché in Verona preflò Jacopo Vallarli fi fece la ri Rampa delle Opere del noflro TR ISSINO, proccurata dal chiariamo Sig. Marchelè MafFei, ma primieramente ideata da 1 rinominatiifimi Sigg.Vol. pi di Padova, tanto delle Lettere benemeriti (come appare e dalle parole della lettera furriferita dei Sig. ApojRolo Zeno, e dal Giornale de’ Letterati d' Italia, . ) noi lappiamo edere Rato pregato il liiddetto Signor ApoRolo, che vi lalciaflè premettere la detta Vita ; ma non avendo egli allora avuto tempo di r: correggerla, «Rendo occupato in altro impiego, non volle acconientire . Ne fu tuttavia fatto un breve Rjfìretto dal mentovato Signor Marchele, e fu alle Opere luddette premeflo ; nel quale egli pur prele qualche sbaglio, eflendofì (come a noi pare ) attenuto alla Vita inferita nella Galleria di Minerva, e a MonEgnor Jacopo-Filippo Tommafini, che fu il primo a feri ver del TRI SS INO a lungo, teifuto avendone un latino elogio Rampato in un cogli altri fuoi Elogia Virorum literis, et f apienti a illuflrium : Patavii, ex T ypographia Sebajtiani Sardi, . in 8. Datici per tanto con lollecito penfiere a racoorrc le cole fparfe qua e là in varj libri, ed anche a cer. carne di nuove, trovammo a calo in un Difcorfo intorno aìl'Opere del noRro Autore, del Sig. Cavaliere Michelangelo Zorzi (Rampato nella Riaccolta dOpufcoli Scientifici, e Filofojìci, toni. 3. a car. 398.) la quale cominciatali a pubblicare per opera b del P. D, Angelo Calogero. M. Carnai, in VencTja appreJJ 0 Crifioforo Zane in 1 z. leguitandoll tuttora a produrre da'torchj di Sirnone Occhi è già arrivata alTomoXLVII.) citato a car.441. una dia manulcritta Vita d’O. i per la qual cofa torto ricercatala con molta diligenza, ci venne fatto, per mezzo del Signor Abate Don Barcolommeo Zigiotti, non pure di ritrovarla, ma di averla eziandìo cortefemente in noftra cala, Quella Vita rt conferva di prelentc appiedò i Sigg. Conti Triflìni dal Vello di Oro, dilcendenti del noftro Autore, ed ha quefto titolo : Ragguaglio Jftorico, e Letterario intorno alla Vita di GIOVA NGIORGIOO. Nob. Vicentino, Co., Cav ., Poeta, ed Oratore infìgne ; con un Efame delle Opere da Lui fiampate, e col giudicio fatto delle medefme dagli Uomini più celebri di quc' tetri pi, e con una ccnfura J opra il fuo Poema Erpico intitolato L A ITALIA LIBERATA DA GOTI, eftratta da Critici allora più famojì, e più intendenti della Poetica Difciplina . Aggiuntovi un,e fatto Catalogo delle Opere tanto pubblicate, quanto MS S. dello fìe ffo O., ed un Indice copio (0 d' Autori, che parlano di Lui, e che fomminijlraron no tifi e per compilare la Vita prefente, Il Manofcritto è in 4., e comprende 653. facce. Da quello titolo sì fpeciolo e pieno credevamo invero, che invano ci foffimo medi all’opera, c che avedìmo perduta la fatica inutilmente ; ma piu cuore ci facemmo a profeguirla, ed a compierla, allora che letta e riletta la Vita fleflà trovammo ella poco piu in se contenere di ciò,, che detto aveano i predetti Autori r oltreché ognuno recherebbe!! a noja il leggerla a cagione delle parecchie lunghe digreffioni, che F Autore vi frappofe, lontane affatto dalla materia, che e’ fi propofè di trattare ( vizio Colico nel Cavaliere Zorzi, ma pure fcufabile in lui per la valla raccolta di letterarie erudizioni, che egli, come in preziofà confèrva, nel teforo di fila mente ferbava ), benché per altro cotali digreffioni in sé contengano molte curiofe notizie . Non polliamo tuttavia non confeflàre, averci quello Manufatto varie cofè fommini firate, per cui vie più. arricchita abbiamo quella noilra fatica ;la quale ficcome cola nuova e vera, fperar vogliamo, che non abbia ad eflère fèr non di diletto. V'abbiamo per entro fparfe alcune notizie letterarie ed ifloriche fpettand a varj perfonaggi, che fiorirono nell età del noflro O., oa qualche fatto notabile de! tempo fleffo, lenza però dilungarci granfatto dal hlo principale dal racconto; le quali notizie vogliam parimente credale, che non faranno difeare. A non oltrepafiare la brevità, che ci fiamo prefifla, abbiamo a bella polla tra lafcia te alcune cole di non tanto conto/ perchè altrimenti fé avefà fimo voluto dir tutto ciò, che ad O. 1 può. appartenere, di tanto fi farebbe quella Vita. b z afiim prefazione. allungata, che, anzi che diletto, noja e fafiidio apportato avrebbe . Quanto poi alle Opere del noRro Autore, crediamo di non averne tralafciata pur una, come apparirà dal Catalogo, che fi pone in fine di quella Vita y dove molte fé ne vedranno regiRrate, che non furono mai Rampate, ed al Compilatore fopraccennato o non venute a cognizione, o dalui per avventura non curate: e di molte eziandìo fi favellerà, che da qualche Scrittore da fallace tradizione ingannato a GIOVAN GIORGIO furono attribuite . Tutti i Titoli per altro delie Opere fleffe non ci fiamo curati di riferire appuntino, come Ranno ne’ Frontelpic) delie edizioni, non ci parendo cofa di grande importanza > e fimilmente se fatto nell’ allegare, e citare qualche pafso di fue fcritture: e abbiamo tralafciato eziandìo i Caratteri Greci dal noRro Autore inventati, non avendogli giudicati quivi totalmente neceflàrj, e non già credendo di reìidcr così molto buon fcrvigio alla memoria di quel grand’ uomoy come fi lafiiò ulcir della penna il per altro tanto benemerito dottiilìmo editor della rifiampa delle Opere dei Trillino fatta in Verona j imperciocché tenghiamo per fermo, che Te il Triflino folle vivo, figurerebbe a afare nelle proprie fcritture quelle lettere da se con tanto Rudio ritrovate, ulate, e difcle. Dopo di avere così Icritto ci confoliamo, parendoci di elserci in quefio particolare uniti alla oppinio vir ©ppìnione del fu Signor Apollolo Zeno, che nella più fopra citata Lettera al P. D. Pier-Caterino fuo fratello così Icrilse : Lodo /'edizione di tutte /' Opere del T riflino . Ma fi farà ella con gli Ornicron, e cogli Omega, e con la foli t a ortografia di quel grand’ uomo? Si farebbe potuto regiftrar anche il catalogo di quegli Autori'*,. che di Lui fecer menzione ; ma liccome molti lì troveranno già citati per entro quella Vita, e gli altri non ne parlarono più che tanto, così noi ci lìamo dilpenlati da .quella forfè dilutile fatica . A quello però può abbondantemente lupplire la Tavola delle cofe notabili, che alla fine del libro abbiamo aggiunta ; la quale altresì mette in un tratto lotto l’occhio del letrore tutte quelle notizie letterarie ed illoriche, che, come lopra è detto, abbiamo fparfe qua e là: Tavola che lenza quelli ragionevoli motivi, lì larebbe dovuta certamente lalciare in un’Opera di pochi fogli, liccome lì è quella nollra. Circa poi le correzioni ed ofservazioni critiche per noi fatte lòpra gli errori d’ alcuni de’ detti Autori, lì vuol qui dire, che non s’intende giammai d’olcurar punto la fama, che e£Iì godono più che chiara tra’ Letterari, ma fola mente di far apparire il vero nella lua luce; e le allo ’ncontro qualche errore lì troverà in quella Vita da noi innavvertenremente commefso, lì feulì la piccolezza della nollra luffìcienza ; riflettendo maflìme, che rari lon quegli, i quali vadano in tutto efenti da que’ difetti,, che ( come dicea l’Abate Anton Maria Salvini ) fono patrimonio e retaggio di nofircc fievole umanità. Finalmente fe vedremo y che quello primo parto del noftro rozzo ingegno lìa gratamente ricevuto,. come ci giova iperare, dagli uomini lavji ed eruditi,. noi allora con maggiore follecitudine attenderemo a profeguire la già da parecchi anni incominciata faticolìllima Opera delle Notizie Letterarie ed I (loriche degli Scrittori Vicentini da altri pure, ma Tempre infelicemente ternata; nella quale,. le non andiamo errati r fperiarno di inoltrare,. che ( come lalciò Icritto il nollro Ba~ flian Montecchio nel- fuo- Trattato; De Inventario’ tLeredis, et c . Venetiis apud Fransi feum Zilettum a car. 160. a tergo, num, joz.- J Viceda foecunda fuit JvLxter et jiltrix poetarum philofopborum, or a forum,, thcologorum,. jurif confiti forum y ant i queir iorum medicorum, atque in qualibet facultate eruditorum ; e che per ciò elsa noa è. a verun altra città inferiore KOI! Spcriarao prròdi vedere a luce rra fonazioni intorno all a forte miiliopoeo tempo un’Opera ddl’cruditif»..! re della Storia Ecclefiaftica r eSe~ Sig, Dr. D. Franccfco Fortunato Vi- J colare della medefima noftra Patria,, gna, la quale conterrà V /fiorite Let- ! promclTe col dottifsimo fuo Preli/er 4 r/ e ricca del pari di facoltà» e di Soggetti » che in ogni genere di profeffione illuftri ella ha prodotti in ogni tempo . Ella è in parecchie linee divifa » e tra effe con particolar luftro fplendc quella, che conofce per fuo gloriofiflimo afeendente quel Giovangiorgio, di cui fcriviamo la Vita ; il quale alla nobiltà del legnaggio A avendo accoppiate le più eminenti prerogative# che render pollano un perfonaggio e’n rarità di dottrine, e’n cavallerelche virtù fplendentiflimo, non fedamente tra’ Letterati, ma in una gran parte del Mondo celcbratiflìma, ed oltremodo chiara lafciò la fama del fuo nome. Nacque adunque Giovangiorgìo Trissino' in Vicenza il fettimo, o, fecondo altri, l’ottavo giorno di Luglio. Suo Padre fu Gafpare Trillino, uomo d’armi, e colonnello di trecento fanti alToldati col proprio danajo a fervigio della Repubblica di Venezia, appo cui acquiftò (ingoiar merito; e fua madre fu Cecilia di Guilielmo Bevilacqua, nobile di Verona. Non pure da un Epica- 1 luogo fi favellerà) cioè) che P fio delle geftc del noftro Tms- anno 1487. per la morte di fuo SINO, collocato in S. Lorenzo j Padre egli rimafe orfano di fette di Vicenza, di cui a fuo luogo ' anni . Ma liccomc egli non in diremo didimamente > ma da mohiflimi Scrittori appare edere egli nato l'anno fuddetto, c fpczial mente da Monfignor Jacopo Filippo Tommafini nel fuo tuteli luoghi di fue feri tture fida l’epoca del fuonafeimemo in un medefimo anno, fccondochè lui bene tornava, e in utilità de* fuoi dcmeftici affari ( come ci fe libro intitolato ; Elotia rirornm certi il Sig. Abate Don BartoLittris et ftpitntia illuftrium lommeo Zigiotti, che tutte vi' &c. Patavii ex 7 ypo{rapkia Se- J de, e rivide le private Scritture bacioni Sardi 1644. in 8. a dell’Archivio de’Sigg. Co. Co. pag.48. Quello tuttavia potrebbe [ Tri dì ni di lui eredi); cosi ci è non crederli, quando fode vero! paruto miglior cofa edere lo acciò, che il T r issino medefi- tenerci anzi alle autorità, e air irto dica in una fua mirini* far- 1 unanime confentimento dei pre fic" come fu fuo maefiro quel Demetrio Calcondila Ateniefe, la cui fama è sì chiara tra’ Letterati (5); al quale appreflb fua morte erger fece il Trissino un bel Depofìto, ed Epitafio Scolpito in marmo bianco nel facrario della Chiefa della Paffione della Città Aefifa di Milano, come dicono Paolo Beni, c'1 P. D. Francefco Rugeri Somafco, cd altri, il qual Epitaffio non V’ha un’epiftola addetto Giraldi in vedi Latini del Sacco di Roma, polla nel 2. tomo delle fue Opere della edizione di 8 Mfilt.it per T nomar» Guarinmn, infol. che autorizza il noftro detto cosi dicendo; tt Aec dttfet Bembus, q*o » nere pr e fi art hot alter „ A«e q»cm Ntbilitar gene . tt rit, f ac media triplex » Irejigreem fAcit, et viridi mihi notr s ab avo „ T r 1 * s t N U s, In fibra dum tt Grecai difeimm Urbe. Da una Lettera aliai lunga del Trusino, fcritta da A-iilano li. all' txc cliente Medie» ( così Ha ferirlo ) M. Uini tritio da Afalgradt, fi ha, che egli non pure era fcolare del Calcondila, ma che anche abitava in fua cafa. (6) Tratt . dell' Origin. della Famiglia Trijf. lib. 2. a car.33. Nella Declamazione latina intitolata : Trutina JOelpb»htdrki Tabellariatui Traiani 1 Boc Digitized by Google del TRissino. 5 non pur fi conferva manufcritto con altre fue compofizioni fin ora non date a luce, appretto i Sigg. Co. Co. Fratelli T riflìni di lui eredi*, ma fu anche ftampato nella Biblioteca degli Scrittori Milanefi pubblicata dal Sig. Filippo Argelati Bolognefe (8), e poi riferito fulla fede di quefto autore da Criftiano-Federigo Boernero nel libro de' Dotti Uomini Greci riftoratori della Greca letteratura nell’ Italia (p); ed è quefto. p. m. DEMETRIO CHALCONDYLyE ATHENIENSI IN STUDIIS L1TERARUM GR^CARUM EMINENTISSIMO QUI VIXIT ANNOS LXXVII. MENS. V. ET OBIIT ANNO CHRISTI MDXL O. GASP. FILIUS PRAICEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMO POSUIT. E di fiat cui ini ice. Alon.ìchii fuisformis, CTfumptibmt cuffie Nicola hs tìmricHs, t6aa. in 4. pag.xxi 1 1. e xxiv. ove dice: „Hic ( JojGeoru gius ) a viro do&ìllìmo De„ inetrio Cbalcondyla Athc-,» nienti, tanca ingenii foclici„ tace, Gricci fcrmonis latices, » haufic ut.... Attici cognomen, „ paucorununenfium cuiriculo, „ ex fui prseceptoris fententia, „ verius proineruit : Magiftro i) benemerenti gratiflìmu,, cui », McdioJani vita fun&o, mo » numentum marmoreum in „ tempio Paffioni Servatoti, noftri facrum excitavit. (8) Philip pi Arie lati Bono, nienfis Bibliotheca Scriptorum Alcdiolancnjìnm, five Alla, et Elogia Virorum omnigena or odi. tionc illuflrium, qui in Metro, foli Infubrie, Oppidifquc circum. jacentibut orti funi lice. Medio. Uni 174J. In JLdibus Palatini t; Tom. ix. in fol. l’ Epitelio Chriftiani Frid. B temer i De E di ciò non .contento Giovangiorgio volle j in fegno di gratitudine maggiore allo fteflò Tuo grande maeftro, farne altresì lodevole menzione nel predetto fuo Poema (io). Donde fi deduce, che molto lontana è dal vero la opinione di Giovanni Imperiali, Vicentino, il quale fcrifse eflere fiato il Tassino affatto ignaro di lettere fino all’età di ventidue anni; e che dipoi andato a Roma, al folo udì* re colà le aringhe de’ Letterati, tanto fi accen. defle in lui la brama di fapere, che giugnefle in breve tempo a quella letteratura, che lo rendette poi così celebre, e così illuftre: il che difsero anche Paolo Beni (i z), ed un altro autore. Allo De dotti Hominibn i Gr tris Li- Il Calcondilt, che farà, che t trarum Gracarum in Italia in- ditene (taur attribuì Libtr. Làpfi* in Bi- Verrà ftco in Italia, t pian tliopolie Job. Frid . Sledijtchii terawi 1750. in ii.gr. Qui l’ Epitaffio è II feme elette della lingua a car. 185. Greta, (10I Ita!. Libtr. da' Goti, lib. fit ) Gio. Imperiali Mufxum *4. nella fine con quelli verli . Hiftortcum óiC.Venetiù apuajunVtlgett gli occhi a luti pre- ; ttai . 1640. in 4. pag. 43. dori ingegni ; ( li ) Tratt. dell' Orig. della Quello è BeJJarion, quell' altro Famigl. Trzff. lib. 2. a carr. 33. i’I Gaxjt ; Qiiclli fu un certo G» . leazzo Trillino in una Genea QnelV altre t'I Gemijle col 1 logica Narrazione della fu a faTrapeftnxj», miglia, da effo iraslatata di la £ 'l C aleni’ dii e, f’I Lafcari, e[ tino involgare. Di quefto vol*1 Muffure, 1 garizzamento fi trovano parec * chic. Allo ftudio delle Greche lettere uni il noftro O. quello delle feienze Matematiche} e tifiche (14), e quello ancora dell’ Architettura, in èhie copie, c una è appretto il perfona del noftro Giovanrnentovato Sig. Co: Parmcnione | G1orgìo, c che da edo ci fu‘Triflino, della quale ci fiamo rono pare con umanilTima gcnferviti a fcrivere queftaf'it.», e tilezza trafmede a. Vicenza. Forciceremla col nome di Gemalo- I le che detta Raccolta di Scric* già delia Cafii Triffino di Galeaz. • ture queUa era, che da Paolo zj> Triffino . Quello autore di- Beni viene citata nel predetto ce nel proemio di avere ac- {no Trattato Manufcricto della trefeiura eda Narr Azione da (e Famigl. Trifs. a car. 26. Ann. tradotta a inchieda di parco» 1404. con quelle parole: Gic: chi fuoi amici e parenti, i qua- Giorgi o Tr issino» il li voleano i che c’ia defle an- Poeta, di chì ragioneremo, nelP che in luce. Orazione che fece nel green Con Un’altra copia nc ha il Sig. figlio di Tentila fer ricupera Abate D. Bartolommeo Zigiotti Alone delle fue Decime nella Tilin tutto limile alla predetta . Un Im di Tal d’ Agno, che fi legge Tello poi di quell’opera era già fcritta a penna nelC Archivio appretto i p. P. Somafchi della del Sig. Co. Bonifacio Triffino Salute in Venezia! e queftonoi j nel libro, che ha per titolo Rimiamo, dite potefte ctTcrc I'IPrisca Triisjne^ Famioriginale. Con ctTo era unita) ti .€ Monumenta.* et c.., la citata Aringa di G 1 o v a n- facendo egli menzione delle Giorgio, c ’1 Trattato mano- Scritture defle anche a car. 29. fcritto della Famigl. Triff. di I del primo libro dello Aedo fuo Paolo Beni, ed altre feri t tu re Trattato della Famigl. Triff ., concernenti alla detta Famiglia: che è dampato, di cui più intutto in un libroin foglio, fui nanzi faremo menzione. Dilli, cui cartone al di fuori lì legge- j che era nella Libreria de’ P.P. delVano quelle parole: P r i se a t la Salute in Venezia, perchè ogTrusinea Familismo-! gidi certamente ivi o non vi fono hu menta. Le quali Scrittu- j ìe dette fcritture, o difficilmente prima erano appredo il P.D. te fi podono ritrovare : conciof* Pier-Catcrino Zeno Cher. Rcg. fiachè io col mezzo anche del Somafco, di gloriofa memoria} | P. D. Jacopo Maria Paltoni, che come ci dide il Sig. Apoftolo j con tutta bontà mi favorì di diZeno, fuo fratello, che di ede ligentemente cercarle, non abbia tutte nc eflraflc quelle notizie, mai quivi potuto ritrovarla, che credette più fpettami alla) (14) Che il Tr issino fof— - -, fc in cui molto fece di profitto, come ne fa fede non pure un piccolo ir aitato in cotal materia da lui comporto (15)» ma la fabbrica del fuo Palazzo nella Villa di Cricoli a mezzo miglio lontana da Vicenza, che è tutto di fuo difegno fulle regole di Vitruvio (i Quia 1 ri* del nome loro. Non fi può *,, Parthenius multaruni (cien-' veramente farne altro gìudicio, >» tiarum homo, diù literas ibi i confederata con la prontezza di „ docuit, erudivitquc canqu 3 m j cotefii ingegni, che voi harete », in Lyceo Juvcnes nobiles Vi- da e fer citare, la finezza delle », cetinos maximè, ac Vcnctos. veftre lettere, e la gentil manieri) Queita lettera, che fi ra, propria di voi filo nel dilcgge tra la Lettere di xiu. mojtrarle . Entrate pure, Sig.Com Uomini illuftri ec. In Venezia pare con franco animo in quefia per Comin da T rino di Alonfer - eroica imprefa, e commutile at e rato, 1561. in 8,, a car. 180. e altrui i tefiri della vera dolche fu anche inferita nella terza trina, parte con la voce, e parie del V Idea del Segretario di parte, ancora con la penna, che Bartolommeo Zucthi, In Vene- non ho dubbio, che nell’ ameniz.ia prcjfo la compagnia minima tà di quella vaga fan zia non vi léso, in 4. a car. 8 1. ; Quella let- fi defti defiderio di qualche bel tera, dico, vogliamo qui rife- la poefìat al che doveri fifpiCÙe; cd £ quella.. ( [ gntrvi la rimembranti, che ogni trat Digitized by Google ti L A Vita S’era già ammogliato il noitro Tassino a Giovanna Tiene, nobile Vicentina, da cui avea avuti due figliuoli, l’uno chiamato Francefco, che morì giovane, e l'altro Giulio (25), il quale fu poi Arciprete della Chiefa Cattedrale di Vicenza (26)$ ed eflfendo effa morta, di tanto egli fi ram tratto il luogo vi darà del dot tijfimo Trisjino; in cui a giudicio mio chiiirijftmo efempio ha veduto Reta noftra delle tre più pregiate lingue, cc» Di Venetia olii xx. dì Maggio MDLV, Compari e fratello Paolo Mariano . Ciò» clic della Villa (addetta di Cricoli lafciò fcritto il Sabellico nel Poemetto intitolato Crater yiccntinus, porto nel tomo iv. delle fue Opere, a car.550. ( nominato dal P. Rugcri nella ìua Declamazione a car. xxv.) fu molto prima che ella fofsc ridotta alla perfezione, c vaghezza, che oggi fi vede; la qual cofa fu osservata eziandio dal Beni nel luogo citato. Nel Palazzo iftcfso di Cricoli ebbe diletto di foggiornare parecchie volte 1 ’ Arcivcfcovo di Rofsano Monti?, nor Giovambatirta Cartagna » nobile Romano, Genovefc di origine, nel tempo, che era Nunzio di Gregorio .irti, in Venezia; come dicono il P. Rugeri Trutina&c. pag. xxv., c Paolo Beni Tratt. dell' Orig. della Famigl. Trift. rtampato, a car. jj., e’lTom-{ I mafini Elogia &c. pag. 49. e 50., ed altri; U qual Prelato fu poi [addi li. del Dicembre dell’anno 1583. creato Cardinale, e poi a’ 1. fatto Papa col nome di Urbano vii. | Onde in memoria di ciò fu la I cornice d’una porta d’una Ca| mera del mcdeìimo Palagio vi tu incifaquertaifcrizionc; B E at issi m 1 Urbani VII. Hospitium ; e fovrappoftovi il Bufto dello ftefso Pontefice. (14) Nel Ri/fretto della Vita dei O. prcmcfso alle fue Opere dell^ rirtampa di Verona, quella fua prima moglie è chiamata erroneamente Giovanna T r 1 ss 1 n a, quando ella fu veramente (come conila dagli Arbori) della Famiglia de k Cor Co: Tiene. Di quello Giulio avremo occaGonc di fare pcculiar menzione, a cagione de’ fuoi lunghi litigj contro al Padre. (26) Che due figliuoli avefsc il Tr issino della detta fua moglie» lo dice ilTommafini negli Elogi pag. 30., cd altri; ma il Tr issino irtclfo nella citata lettera al Reve d’O.. 13 rammaricò, che non volle più dimorare nella Patria 5 ma partitofcne tornò a Roma, dove già era ftato effe ndo giovane; e quivi col cuore ingombrato da quello fanello penliero fi diede a telfere la celebre -Tragedia della Sofonisba, della quale innanzi parleremo minutamente. Frattanto eflendo morto il Pontefice Giulio 11 . gli fuccedette Tanno a dì xi. di Marzo, o fecondo altri addì xv., il gran Cardinale Giovanni de’ Medici» che fi fece chiamare Leone X., il quale, ficcome quegli che era principal protettore de’ Letterati, avendo conofciuto il Tris sino, s'innamorò ardentemente del fuo raro ingegno, e poi lo amò fempre quanto ciafcuno illuftrc Perfonaggio del fuo tempo, c l’onorò fommamente, impiegandolo eziandio in varj uffizj affai riguardevoli. Godea egli pertanto in quella Corte tutti gli agi, e gli onori tutti, che a un Perfonaggio diletto al Pontefice fi convenivano; quando venutogli nella mente il già goduto rìpofo nella fua Villa di Cricoli, deliberò di Reverendo Prete Francefco di j ra poi del medefimo, che non Gragnuola, che fu fuo macftro, c fra le (lampare, fcritta da Aiudandogli ragguaglio delle cofe ' ratto al detto Giulio addì iS. della fua cafa, d’altri non par- M*rz,o 1542., fi ha, che elio la, fuorché dell’ Arciprete con Giulio fu primamente Cameriere quelle parole: Hebbì della yri- di Papa Clemente vii. > c clic ma moglie un figliuolo, il qua- da lui fu poi fatto Arciprete del. le è fatto-, ed è Arciprete di la Cattcdtale della Cittì noquefia Città. Da un’altra lette- j ftra di rimpatriarli : laonde prefo commiato dal Pa» pa, tornò a Venezia, dove fuori di rutto il fuo penfamento trovò materia, per la quale e’ dovette per lungo fpazio di tempo anzi inquieta, che ripofata menar fua vita. Ciò fu una per altro temeraria infolenza di alcune Comunità di certe Ville del Territoria Vicentino, fpecialmcnte di Recoaro, e di Val d Agno, che prefa l’occafione delle turbolenze e rivoluzioni, che travagliavano in que'tempi non pure la noftra Patria, ma tutta la Lombardia, aveano fupplicata la Sereniffima Signoria di Venezia fotto palliato colore di oneftà, che volefle (gravarle dellobbligo, che aveano di dare le Decime delle loro ricolte a'CorC.o: Triffmi della linea del noftro Giovangior.gi.o, i quali n erano i foli Proprietarj e Padroni, come quelli, che dalla Signoria ilefsa ne erano (lati invertiti a di 3. di Settembre. E benché addì 6 . di Ottobre dell'anno 1512. le dette Comunità avefsero avuta fopra ciò contraria fentenza in foro civile, non però di me* no tentarono, fe favorevole giudicio ottener po tefsero io foro ecclefiallico: e perchè ne furono molto Della Repubblica di Venezia fi gloria d’ cfscrc volontaria prima fuddita la Città di Vicenza -, la quale anche però è chiamata dagli Scrittoci Primogenita d’cfs a Repubblica, perche la Piuma fu, che fra tutte le Città fudditc le fi donifse fpontancamcnte: il clic fu molto torto impediti, però efli per forza dal fuddetto obbligo fi efentarono. Ma in quello mezzo per giurto motivo quefte Decime applicate furono al Fifco Pubblico. Tornato adunque Giovanciorcio in Patria, come dicemmo e trovati sì fatti difordini, de’ quali dicea egli di non averne avuta, dimorante in Roma, veruna relazione (so)-, pensò di ricorrere alla Signoria medefima, perchè almeno gli fofle redimita del" le fuddette Decime la fua propria porzione- Se poi egli efFettuaffe perfonalmente quello fuo penfamento, o fe altri in fuo nome facefse la fupplica, noi noi fappiamo di certo: comunque ciò fofse, fatto ila, che cfsendo Hata conofciuta la fua innocenza, e a riguardo fpecialmente di Papa Leone, il quale la iatercertìon fua in ciò frapOttennero i Co; Co;Trifflniaddi ia.di Novembre Lettere Ducali proibitive del non doverli trattare in foro ecdefiaBico quella lite. Tommafini negli Elegi pag. 51. dice, clic furono confricati i fuoi Beni ita urgente belli fortuna : c poco appreffo parlando della refiituzionel fattagli de’ Beni Beffi dai Vene-! ziani, accenna la cagione d’cf-| fa confifcazione, dicendo: fai, cognita ifjìut innteentìa, Veneti Bona ab / enti jujìa confanguintorum culpa ob defetHoncm erepra, benigni reflituerunt . Noi veramente fappiamo qual folle cotal colpa} maonefii rifpetti, e necefsarj giuBi motivi non ci permettono di riferirla. Tanto egli afferma nella fua siringa-, di cui diremo più datatamente a fuo luogo. Irappofe, gli fu Tanno fuddetto . reflituita ogni cofa. In quello tempo medefimo fu egli dallo fteffo Pontefice in aliai importanti affari impiegato; e primieramente finché folfe palfato il verno di quell’anno, (dopo cui gli ordinò medefimamente, che, prendendo la volta di Dacia, fe n* andafsc Nuncio a quel Re), lo mandò fuo Ambafciadore all’ Imperator Maffimiliano ; nel quale impiegò fi portò con tale prudenza, che e da ognuno in molta llima tenuto fu, e all* Imperatore caro sì, che ne riportò grandilfimi onori (35): anzi è fama, che da lui conceduto gli fofse, che nell’Arme gentilizia Tlmprefa del Fello d'oro inferir potefìc, e che altresì Tri ss ino • dal Che Papa Leone frappont(Tc in quello fatto la Tua intercezione, non folamente lo dice Monfignor TommaGni negli Elogi, pag. 51., ove regiftra un frammento di una fua lettera al Conte di Cantati, con cui gli raccomandava quefto affare; ma lo accenna Giovangior. Gto fieffo nella già citata fua lettera al Revtr. Prete di Gragnuola con quefte parole: Io fono flato per varj cafl: prima per qitcfle guerre fletti ot Panni exule, e privato di tutte le tuie facult à, che per la benignità de la felice ricsr dazione di P.P.... (il nome non è quivi cfprelfo, ma fu Leone) mi fu reflituito ogni cofa, nel tempo, che if ero Legato di Sua Beatitudine a Maxìmiliano Imperatore ; e nella fua Aringa dice, che ciò fu de l' anno 15 1 5., che erano tre anni a ponto dopo che li Communi aveano occupate le Decime. La Dacia, dove il Trissino dovea andare, quella non è, che anticamente era unagrandiflìma e vada Provincia dell’ Europa, c che oggidì c laTranfil vania; ma quella, che oggi sì appella Dania, o Danimarca, la quale giace a fetrenttionc dell, a Germania. Tanto afferma egli (Icffo nella Dedicatoria del fuo Poema dell’ Italia Liberata eia'Goti.] dal vello d,' oro potefse denominarli .. Ma perchè alcuni dicono eSsergli flato conceduto ciò anche da Carlo V.» pero ci riferbiamo a parlarne altrove a minuto. Di tutto ciò, che Giovan Giorgio operava nel tempo di detta legazione, avvisò il Pontefice -con una lettera inclufa in un’altra diretta a Giovanni Rucellai, Tuo grande amico, e confidente, il quale poi addi 8. di Novembre del Suddetto anno 15-15^ gli riSpoSe da Viterbo, che avea congegnata al Papa la fila lettera; che elfo l'avea letta molto 'volentieri,5 e che non pur dai motti e gefti fatti nel leggerla conofciuto avea effergli -molto piaciuta, ma più affai da quelle fue prexile parole: egli hi fino a qui proceduto bene y et non poteva meglio exequire li mia volontà dì quello Jl * Soggiungendo appreffo aver dal medelìmo commiffione di Scrivergli, che feguitaffe P ure, come avea fatto, a conferir col Vefcovo FeU trenje gli affari che maneggiava; Siccome il Papa fleffo gliel’ ordina-va col Brieve, che gli trasmetteva in un con quella Sua lettera di rifpofta (34)* Dalla qual lettera appare ancora avere avuto il Trissino ordine dal Pontefice di trattare la pace universale, e l’impreSa contra degl* Infedeli; poiché il Rucellai gli Scrive così: Per C li pie e Quella lettera del Ruceliai fu ftampata a car. xv. del la citata Prefazione alle Opere del Trissino. U pace univerfale, e l* impre fa c intra Infedeli vi ha•ucte a d «per are totis v/ribut, perché Sua Santi ita t ba mi In 4 cuore, come fapete, e crediate certo, che ne/funa altra caufa particolare non lo muove, fi non la unione della Crifianitì 3 £ t/uefta fan ti firn a ImpreC*> benché fi, che vi ricordate la COMMISSIONE fua y e con che affezione vi PARLÒ di t/ue/la cofa (35). Ettèndo già intanto pattato il verno del predetto anno 1 5 1 5» volea Giovamgiorgio proferire il Tuo viaggio verfo la Dacia, giufta la committionc dei Pontefice; ma ne -fu impedito dalflmperadore, il quale volle, che invece al Papa ritornatte, come Tuo proprio ambafeiatore, e lo pregafle in Tuo nome, che volette fermare una nuova lega tra sè, el Re d’Inghilterra, e’1 Re di Spagna contro a'Franzefi, i quali dittimulando la brama di vendicarli, voleano pattare in Italia; giacche la confederazione altra volta conchiufa tra sè, e’1 Re cT Aragona, s*cra fciolta per la morte di quello Re; mandandogli anche per Giovan gidroio medefimo una ben lunga Jette- Rucellai finifee detta j de’ Medici, cugino di Papa Leolcttcra con quefte patolc: Credo ine; il quale poi anch’egli fu haremo pre/t 0 il Cardinal de' Medi- '.(aito Pontefice col nome di Cleri, il quale è tanto vo/fro, quanto | mente VII.; abbiamo però rifedir fi pojfa,pcr qualche lettera,rér|rite le parole fuddette del Ruha /cripto qui, dimojìra, che molto celiai, perchè avremo occaftonc v ama perchè ha fallo fempre ho- ', di dire gli onori da quello Papa rtorevtle menzione di voi. I fatti al Tr issi no nel tempo Quello Cardinale era Giulio | del fuo Pontificato. . lettera, pregandolo primamente, che Lui fcuCaffe, fé invece d’andare in Dacia, come era Tua mente, alla Santità £ua ritornava* perchè ne 1* avea egli coftretto; lignificandogli pofeia il pericolo imminente, e la necefiìtà dell’affare G z RiceContenendo quella lettera dell’ Imperatore al Papa alcune curiofe particolarità, fpczialmente intorno al noftro Tr issi n Oj abbiamo (limato bene di qui traferivcrne buona parte; tralafciando di dire ciò, Che punto o poco fa al noftro propofito. La qual Lettera ci fu comunicata dal Sign. Apoftolo Zeno, di Tempre cara memoria. >, Maximiliamus Di vi« na favente Clementi^ Roma. „ norum Imperator S. A. &c >, Io. G e o r g 1 u s de T m s„ sino San&itatis fu. e apud,» Nos Nuncius, Se Orator . », &c. ... In primis idem Ora-,, tor cxhibitis Litcris noftris >, credentialibus Beat. Pònti fi-,» ci, cum omni filiali reveren-,, tia. et obfcquiolàlutabitSan-,, Sitarmi fuam, Se commcn», dabit Nos, Screnifs. Carolum Regem Hifpaniarum, Se „ alios Filios noiiros ad Suam,, Beatitudinem. Deinde deda „ rabit banditati Sua:, quod „ licet idem Orator ftatuiffet » iter fuum continuare juxta », mandata Beat. Ponti ficis ad „ Screnifs. Regem Dacia:, fra„ trem, Se gcncrum Noftrum,, cariftimum nihilominus Nos confidcrantes longè plus ex-,, pedirc rebus Sux Sancfcitatis Se fuis, ac univerfx Reipub. Chriftiana* redirc propter oc„ currenda* ad S. San&itatem,,, quàm profequi iter emptum, ob fingularem obfervantiam, Se affeàum, quem No* habe„ mus ad San&ic. Pontificis, „ Se )us, quod prxfumimus in omnibus miniftris, Se fervitoribus S. Beatitudinis, ipfum Oratorem cùm venia noftra defeendentem ab itinere „ retraximus, et ad S. E. redi» re computi mus, quo clarius». „ Se apertius rerum omnium,, Sancitati Sux per Creaturam „ fuam tàm Ei affe&am deda» „ ramus. Ideo Bcatitudo Ponti„ ficis hxc sequo animo accipiat, „ Se fi in errore erracunv fit, quod tamcnnonciedimus, id „ Nobis imputet. Caufaautcm hujufmodieft „ quod cum jam Ser. Rex An„ glia: fratcr nofter cariffimus „ per Litcras, Se Oratorem fuum: „ apud Nos degentem, Se Or a„ torem Noftrum apud Se ref„ fidentem dcclaraverit Beat. „ Pontificis, cognito periculo,,, quod imminer, nedum Ita-,, lise, fed univerfx. Reipublicf m> ChriRicevette volentieri il Papa quefte (cute, e accolfe il noftro T rissino colla folita benignità» e ( omettendo di riferire ciò, che Tulle richiefte dell’ Imperatore egli riiòivefse, come cofa poco Cbriftian ex magnitudine, Se infoientia Gallorum forc », optimè contentimi, et idem „ maxime defiderare, quod,» iidem Galli hunjilientur, Se n rebus fuis contcntcntur : qux „ quidem fentcntia Sandlitatis », Su*,cùm Nobis fempernedum „ opti ma, fed valdè neceflaria „ vifa eli, ex periculo, quod „ omnibus imminet, Se prxfertim Beau Pontificis, et fu* „ Patri*, Se Familix, cùm il-,, lud antiquum odium, quem Galli babucrunt ad Eum, quùm fecerint ipfum extorrem, et per xviil. annos.cr», rare à Patria, cùm maxime, calamitates compulcrint, nullatenus remiferint, td omni„. nò auxerint, licei imprxfen„ tiarurn negant, et compri„ mane, cxpedtantes tempus. vindidlx: Itaque cogiraverit, SandlirasSua comprimere eos, Se ad illum terminum redigere, quod non liceat plus eis „ inSandlitat.Suam,quàmfiui-| » timos fuos, Se quam juftum fit . | >, Et cùm Nos, et Scr. Rex j n Angli*, et Ci. mcm. olimj n Rex Arngonumid apertd pcr-l « fpiceremus, fapienter cogita- j „ vimus de una confxderatio- ' », ne ad inumani defenfionem ! », ad inviccm, Se etiam offèa-J,3 fionem cantra eofdem Gallos, etiam crat Lex imer Nos, Se », ipfos conclufa : fed morte,3 ipfius clar. mera. Regis Ara„ gonum dilata. Se interrupta I,» eft •, fed tamen cùm ex hoc „ pcticulum > ncc fublatum,3 ncc diminutura immò nia„ ximcaudtum fit, vidccurNo„ bis omnino in eadem dclibc„ tatione perfiftendum, Se rogamus Beat. Pontificis ut, confiderata nccdlitate hujus> 3, rei, vclit fpfà quidem intra. 3, re foedus hoc,. Se tranfmitte3, re mandatum fuum apud Scr. Regfm Angli* » ut ibidem ». contradletur» Se conciudatuu » Efficiamus autem, quod in. „ locum Clar. mcm. Regjs dc-,» fundìi fuccedar Se r. Carolus,, Rex Hifpaniarum, Se qui „ quidem in ca te proficerc poterir, idem Orator admo„ ncbit Nos. Agct autem di-,» dus Orator, tee. „ Dar. iu Civitare noftr* „ Tridentina die odiava,. „ Regni noflri Romani „ triccfimo ptimex.,, Locus 4 . Sigilli . Ad Mandatum Ccfa„ re* Majcflatis prò. „ prium ]o. de B&», KL'ljjS- i n O. 12 poco alla preferite materia confacente) pensò indi a poco tempo di occuparlo in altri impieghi • In fatti l’anno ftefso, che fu il lo inviò fuo Nunzio alla Repubblica di Venezia per maneggiar forfè 1 affare della Crociata contro a Selim Gran-Signor de Turchi, la quale gli flava molto in fui cuore. Nel tempo di quella lua ambafeeria trovò il Tr issino? che le Comunità, di cui s’è fatta menzione, pagata aveano 3I Fifco Pubblico la rendita della fua porzione delle Decime fopraddette; negando in oltre coftoro di riconofccrne lui per Signore: laonde egli ebbe novamente ricorfo alla Signoria di Venezia, la quale fubito con fue lettere in data de’xvu f. Dicembre 15 itf. commife ai Rettori di Vicenza ( che in quel tempo erano Ermolao Donato, Podeftà, e Girolamo Pefaro > Capitano') che nel pofsefso dello Decime flefse lo riponefsero, come lo era innanzi la pafsata guerra (39). Dalle quali lettere ebbe poi co mincia Lo dice il Tri ss imo Hello nella Tua Aringa, d meglio nella lettera al Prete di Cragmtol a con quelle parole : Sua Beatitudine mi mandò .... Legato a Venezia, ovt fui molto ben veduto da quella Jlluflr : f. Signoria . Al Papa quello affare premeva si, che perciò maneg-j giòj c tlabilì una lega tra mol- j | ti Principi Crifliani ; ma por per la morte di Maffimiliano li difciolfc, e di sì alta e pia impresi fvant 1’ effetto defidera* to. MTr issino in propofito di ciò nella fua Aringa dice cosi : Per effer abfente la mia facoltà fu tolta nel Fifcho ; et detti Comuni però, quantunque ritmtjfero tutte le farti di que fic D. 2.J tro Bembo, fuo Segretario, la quale opportuno crediamo di qui trafcrivere. JO: O. y I C 1 H X I 11 o.,, Cationi am opera, et diligentia tua, atquc „ virtute certis in meis, et Reip. rebus uri quam„ plurimum volo, quarum rerum caufa, te ut » alloquar, magnoperè oportet: mando tibi, ut quod tuo comodo fiet, Leonardo Lauredano Principe Venetiarum falutato, ad me confe„ ftim revertare.,, Dat. Non. Januarii M. D. XVII. Anno „ quarto. Roma. Andovvi egli prettamente, niente penfando, che perciò iettar dovette in pendente l’efito della Tua lite. Non lappiamo precifamente a che il Papa lo aveffe richiamato a Roma: del retto non molto egli quivi dimorò, perciocché nello ftef-' io anno 1517. ritornò a Venezia-, e fé fi vuol dar fede a Paolo Beni, xitornovvi anche a quella volta come Nuncio Apoftolico per trattare di ftabilire una lega contra 1 Imperio de’ Turchi (41) . Vero è tuttavia', che il Papa in tale • ; occafio (40) Quella lettera fi legge ' Simonìe Vinctntii fin fine ) Dùncl libro intitolato : Ferri Bembi, niftus ab Harfioexrndebat Lugdu • EfiftoUrnm Ltonis Decimi Ton- j ni. ! r I 11 . in 8 ed è tif. Max. nomine fcriptarum Li- ! la 35. del lib. xlll. pag. bri xvi. Ledimi apud Hercdts \ Paolo Beni nel T ratent. L a Vita occafione inviò per lofteflò Tr issino una lettera al Doge Leonardo Loredano, dalla quale appare, che egli avea a trattare col Doge a nome della -Santità Sua cofe di fomma importanza: la qual lettera non vogliamo lafciare parimente di qui traferivere, ed è la feguente. Leonardo lauredano Principi Venetiarum.,, IP Roficifcenti Venetias Jo:Georgio TrissinoVì* 5, centino; quem quidem propter bonarum artium „ do&rinam, et politiores literas, excellentem>, que virtutem unicè diligo; mandavi, ut tibi „ falutem nuntiaret mcis verbis; tecumque certis de rebus ageret, quae cùm mihi cordi flint, „ tùm noftra utriufque intereft ea confieri : tibi „ vero edam hone fiati, atquegloriae funt futura„ Dat. prid. Non. Septemb. Anno quarto . jj Ronitif Non oftante che in tanti e si diverfi negozj notò del titolo di Legato ApoA (4») Quella lettera fi legge Jlolico inviandolo a Adajpmilia-ìahicsì nel citato libro delle Lctno Cefare. Ritiratofi alla Pa- 1 tere fcrittc a nome di PapaLiotria, fa di nuovo chiamato a &>-I nc dal Bembo, lib. XI II. ma nel principio dell' anno IJ17. ; 16. pag. jiy. Ciovangiorgio occupato forte, avea condotta* a fine la fbprammentovata Tua Tragedia della Sofonìsbti y cui ( dopo eflere flato lungamente in forfè y come dice egli fteflo nella Dedicatoria) indirizzò al luddetto Pontefice con lettera, che in poi flampata colla ftefla Tragedia l'anno 152^ in Roma. Leone gradì fommamente qucfto componimento r e ficcomc egli era giudiciofiflìmo e. fapientiflìmo letterato, ne fece tanta. Rima, che volle forte con reale magnificenza, e con tutto lo sfoggio degno di se rapprefentata (43 K Non può negarli, che il Tr issi no non abbia comporta quella Tragedia con tutto lo sforzo dell’ingegno fuo; perchè quanto al Suggctto, fcelto avendo l’ avvenimento funefto di Sofonisba Regina di Cartagine r fi fece conokcrc giudiciofo sì, che per teftimonianza di Nic D colò Di ciò veramente altra !»» mationibus adjudicarus fuit.ficura pruova addurre non pof- j Benché dalle infraferitre pacamo, fuor folamente la fama role, che Giovanni Rucellai agc la tradizione, che fe ne hn; | giunfc in fine della fopraccitata e in oltre l’ aurorità ( fe pur va- j fua lettera al Trmsino fognale) dclTommafini, il quale ne. | ta addi 8. Novembre 1515. di gli Elogi, pag. 50., cosi lafci b- yiterbo, fi potrebbe ancora conferino : » Summa duksdine, I ghietturar quello fatto. Abbiate „ Se majeftatis pondero calami - 1 a mente ( dice egli ) Sophonitb. 1 „ rofum Sophonisbi Regine voflra, che forfè Phalijco fari evtntum drnmatc exprcfiit .'ratto fuo in qutfla venuta del „ Quod cùtn Leone X- li cera.- j Papa a Fiorenza .,, rum Moecenatc benignifiìmo I Difcorfi intorno alla „ in Scenam magno apparata T rag* dì a . /n P’icenz.a, appreffo „ eficc projuitum, primus illc Giorgio Greco. in 8 . c. 14» „ Italia: puòiicis lauree accia, [a tergo che (non oftante che ad alcuni quefto componimento non -fia perfettamente piaciuto, come vedremo) elfo fu ftimatiflìmo, e non fidamente vivente il fuo Autore, ma appreffo fua morte, e d’ogni tempo r e i noftri Accademici Olimpici elfo feelfero a rapprefentare l’anno 1562. nella Sala del Palazzo della Ragione in occafione di provare il modello del famofo Teatro Olimpico di Andrea Palladio ( 45 ); e ciò fecero con sì ricca magnificenza, che, fecondo che dice Marzari 1, vi ccncorft quafi tutta la Nobil m Il Sig. Marchefe Maffci',» rem Siphaci». filiam Afdrunei preambolo a quella Trage-j„ bali», captam Satina adamadia riftampnea uri primo tomo „ vie, et nuptiis fa&is nxorerrt del Tuo T entro Italiano, che d-|„ babuit ; caftigatufque a Scr1 tremo a fuo luogo, dice intorno J „ pione » venenum tranfmific* al Soggetto di dia, che chi leg- „ quo quidem baufto illa degerà il trtnttjìmo libro di T . Li- [,, ceflir . vio, ravviferà y come ninna fe\ ( 46 ) Di quella notizia ci conn' è fatta mai, che fervafft fi* ( fediamo unicamente debitori al fide all' iftoria, e che jì nel S ig. Abate D. Bartolommeo Zitnttoy come nelle farti fi* infi- grotti, femprc intento a cercali fiejfe in effa : aggiugnendo, che nuove cofc, onde ampliare la le fcgucnci foche farole dell ’ . fua bell’ Opera delle Memorie antico Efitomatore fremevo ne, del detto Teatro. ffiegano i' argomento a ba]l alila : ( 47 ) Jft orla di Pie enza CC. u Macinili.» Sophooiibam, uxo- | In Piceni,* > affreffo Giorgio Qn Nobiltà dell* Lombardia, e delU Marca Trevigiana . E da Manofcritti dell’Accademia Olimpica fi viene anche in chiaro, non (blamente effere fiata ella Tragedia magnificamente rapprefentata» ma tale e tanta efsere fiata la ma. gnificema, che alcuni Accademici penfarono non doverfi mai più fare tali fontuofe rapprcfentazioni, temendo, che l’Accademia non foffe per riportarne mai più lode e ftima si univerfale. Ma gli altri più giudiciofi Accademici a sì fatto penfamento non aflfendrono; laonde meglio penfata quefta faccenda, e gravemente ponderata, tutti in fine conchiufero, (e ciò fu l’anno I57P-) che moderata in buona parte la fpefa, fi dovettero pure dall’Accademia fare tali pubbliche i-apprefentanze . E’n fatti a’X. d'Agofto dello fletto anno fu ordinato, doverfi fare feelta d* Lina Favola PajìoraU da recitarli pubblicamente nel Carnovale dell'anno appretto 1580. (48): benché per altro fotte differito il recitarla ad altro tempo. Di Ma ri Greco, . in 8. lib. 1. a ferratori delle Leggi, Contradi Cai. 160. c 161. 'centi. A: adertici, et Secretar j Per ripruova di ciò G deli' Ac adorni* delti Olimpici, vuol qui traferivere intero in- \& delle Parti prefe nel Configli» tero l’atto deli’ Accademia, che di ejfa Academia. Qual inco fi legge \m un Litro manoferit-, mincia . Anta pteJTo di me, Legnato » c no terno della fejfa Olimpiade intitolato; Libro delle Crtatio- 'fino 7. Aprile 1581. L’Atto è r-tdc Prencipi,Confalicri t Con- \ quello . j> Adi X. Agofto 1 5 79. In Cou Ma ripigliando il lafciato filo, eflendo morto l'anno 152,1. addì 2. di Dicembre il lodato Pontefice Leone X.., il quale? come s'è veduto, Sommamente amo il Tris si no, e ne fece moltiffima ftima ( anzi fu detto per alcuni, come riferisce, Coniglio, dove inrervencro » il Sign. Prencipe, Conlìglic•99 ri doi, cioè il Sign Hicroni>, mo Schio follituto per il Sign.,, Marco Brogia, et ilSign. Fau>9 fio Macchiavelli, il Teforic9, ro contraddente foflituco, il „ Cavalicr CriHoforo Barbaran per nome del Co. Leonardo M Tiene, et il Sign. Antonio Ca„ mozza confervator delle Lcggì foftituito per il Sign. Antpnio Maria Angiolcllo, con,, aie Secretano; in tutti al numero di 14.,, Par che, la rapprefentazio-,, ne della Sofonisba Tragedia .*, dell’ Eccellerli ifT. Sign. Ciò:,9 Giorgio Trjssino già no-,, flro Patricio. „ pel Palazzo publico per la rip„ feita Tua non purcon fodisfa„ tione, ma con meraviglia di 9, chi ne furono fpettatori, hab.9, bia caufato fin fiora in quell’ Accademia un quali continuo 9, filentio a fpcitacoli publici, „ come che potendoli diflficilmente fperare più da lei im„ prete tanto illuBri,fofire meglio 9, per non declinare non rcetterfi » più a veruna anione tale peri’ avvenire . Ma certamente cf 99 fendo l’Acadcmia noflra fon9, data fopra i continui cfercizf,9 virtuofi, &c dalFclperienza di,9 molti anni, elfendo già co-,, nofeiuta tale, che può fpcra9, re fempre d’ operare fe non,9 cqfc uguali 9 almeno degne di 99 fe mede lima, et della Patria j 99 non deve da quello .troppo,9 fevero rifpctto lafciarfi impe99 dir quel sì lodevol corto, a 99 cui dal genio > dallo (limolo 9, virtuofo, dal debito della pro-,t feflìone, dal defiderio, et dall’ « afpettatione altrui lì fenteee„ citata. Laonde andari Parte* „ che quello proffitnocarnafciale venturo lia recitata publi„ camente a Cafa dell’ Acadc9, mia con quella minor fpefa,,9 clic fia poflìbilc, atccfa Isde9, gnità, una Favola Ptjlor ale, „ come cofa nuova et non più „ fatta fin’ ora da quell’ Acad. „ quelii cioè 9 che farà eletta „ dal Sign. Prencipe nolìro, et da „ 4. Acadcmici, che per quello „ CanGglio faranno a tal cari-,9 co deputati, i quali habbiano „ ancoinfieme cura d’informar» lì da perfone perite della fpefa, 9, che vi potrà andare, acciochè,, fi porta f.\r la provi (ione dei den». ferifce Ciò vanni Imperiali, che efso volea conferirgli il -Cardinalato-» ma che da lui fu ricufato per poter nuovamente prender moglie ) a cui fuccedette Adriano VI. ; il noftro G10•vangiorgjo fece da Roma a Vicenza ritorno • Quivi attendendo à’fuoi ftudj, e fpecialmentc alla Poefia, compofe tra le altre cofe una Canzone in loda d’ Ifabella Marchefa di Mantova, a cui mandolla, ed ella poi ne lo -a» denaro io tempo, et dar prin” cjpio ad imprcfa cosi hono-,, rata, rifervata poi la elettio•'»» nc di Accademici, coni’ », è detto di /òpra, la qual paf» sò di tutti i voti. »> l'or ballottati i fottoferitti. »> 11 Sign. Paulo-Cihiapino prò 1 1. 3. »9 -II Sign. Criftofano Darbaran .Cavai ier .... prò p. 4. »» 11 Co. Leonardo Thiene . prò 8. 5. » Il Sign. Hicronimo Schio prò io. 3. -9, Il Sign. Antonio Maria 9» Angiolello . . prò ri. 1. »» 11 Sign. Alfonfo Ragona * • • ..... j>ro 16. Rimate il Sign. Paulo Chi*», pino, il Cavalier Barbarano, „ il Sign. Hieronimo Schio, et „ il Sign. Antonio Maria An-,, giolcUo » come fuperiori di,, voti. Mufeum Hifloricum 8cc. pag. 43.,, Munito libi ad Leo„ nis X. gratiamaditu, infplcn„ didiflìmo Mularum et virtù»,, tum atrio fic vixit, ut Non„ nulli delatum fibi purpurar ho„ norem prolis gratia rejc&utn,, ab ipfo prodiderint. Da alcune Lettere man uteri t« te del Tris si no appare veramente, avergli voluto il Papa varie ecclefiadiche Dignità conferire, che ivi non fi fpecificano, e che tutte da lui furono ricuf.ite. (jo ) Quella Principefla fu figliuola d’ Eccole I. Duca di Ferrara, cd è quella ideila, cui tanto efalta il nodro Autore nc’ Ritratti - lo ringraziò con Tua lettera in data di Mantova del dì ics.; e gli fcriflc pur da Mantova un* altra Lettera (52), pregandolo, che volefle a fuo agio colà andare dov ella era, perchè diGderava fornai amente di vederlo non tanto per godere e gufi gre U amenità dell’ ingegni, e dottrina fu* y ma perchè volea, che nelle fcienze e nelle lettere ammaetìxafle Ercole fuo figliuolo» da che fegno dava di buona docilità, e di buon ingegno, e d’eflere allo Audio letterario mirabilmente inclinato i pregandolo in fine, che pel mcfso a polla mandatogli volefse farla avviata del tempo della fua andata, acciocché lo poteJGfe afpettare; noi per altro non abbiamo ficura contezza, s’egii v’andafse. Sappiamo bensì» che l’anno apprefso 1523. addì 20. di Maggio efsendo flato eletto a Doge di Venezia Andrea Grilli, di glori ofiflìma memoria » Quella Lettera c Rampata San Francefco della Vigna di nella citata Prefazione alle Opere, Venezia entro un fuperbo depodcl noftro Autore a car.xvm. fito, fopra cui fu fcolpitoquc( ji) Anche quella Lettera Ito .Epitafio: • Ha nella fuddetta Prefazione, a Andre* dritto, Duci Opti car. in. | mo, et Reipub. Amantijfimo, pa Non folanicnve nelle (ij terra, mari^hepart* A*&*ftorie di Venezia, ma in altre ri, ac Veneti terejìris imperli ancora fi poflono leggere le ge- Vindici, et Conferva! ori, Hafte di sì invitto e gloriofo Pria- rcdtt pientiffmi . Vixit A», cipe, che mori dcì 1538. in eràLXxxui. Mtnf. vili. Dici xt, di anni 83., e fu feppcllito in; Lecejpt V Cai. 3 r ed efscndo cortume di que* tempi, che le Città fuddite mandafsero Oratori a congratularli col Principe eletto, fu dalla noftra Patria a tale uffizio feelto il T rissino, unitamente con due altri ragguardevoli Cittadini (54^ il quale avendo comporta perciò una elegante Orazione jn lingua Italiana, in pien Collegio allo ftefso Doge la recitò \ della quale orazione, che fi leg* ge tra quelte raccolte dal Sanfovino (55}, e che fu anche più volte rift. rapata, favelleremo afuo luogo. Nell'anno medefimo 1523. a dì 19. di Novembre efscndo flato afsunto al Pontificato il Cardinale Giulio de’ Medici, col nome di Clemente VII., il quale (come già fi è detto) amava grandemente il noftro Trissinov quertri una lettera gli fcrifse di congratulazione (e forfè allora medefimo gl'inviò la Canzone (56), che fece in fua lode ) facendogliela confegnare in proprie mani pel Cardinale Giovanni Salviati, fuo ( J 4 ) Quefti furono Aurelio dai!’ Acqua, e Piero Valmarana amendue gentiluomini Vienici- j ni. Oraziani di Divtrfi Huotnini Jlluftri raccolte da Franctfca Sanfovino, in Penezia per AltobeUa S alleato . . in 4. Pait. 1. a car. 1 jy. ! Qucfta C tenzone ( che fu j {Unipara da prima in Penezja j per T olomeo Janicolo da Bref~ fa, in 4., fenz’anno; c poi itRampata più volte come in fi. ne fi dirà) comincia cosi. SIGNOR, che fofii eternamente elette Nel Conjìglio Divi n per il governa De la fua fianca e travasata nave ; Or thè novellamente ec. fuo amici filmo, a cui mandolla con altra Tua letrcra. Aggradì Clemente la officiofità di Giova n giorni o sì fattamente, che, dopo aver letta con molta giocondità d’animo la pillola di lui ordinò- allo ftefso Cardinale, che gli fpedifsc tolto un fuo Breve, col quale lo chiamava a Roma ( 57) Tenendo egli lo invito del Papa r fi partì lubito, di confenfo eziandio della Signoria. Affinchè meglio appa-j ja la verità' di quante s’è ora detto, vogliamo qui traferi vere la Lettera del fuddetto Cardinale ferina al Trksino, entro cui tirandogli il Brtve del. Pontefice } cd è quella. „ Magnifice Aniice, et tan* quam Frater Garifllme. „ Io era ctrtiffimo della „ molta allegrezza di V. S. pei „ la felice affunpuone della „ Santità di Nollro Signore,,, come fe preferite mi fulTì „ che mi Benderei molto più,. „ fe- non fuffi certillìmo, che „ la S.V. per fc medefima lo „ cognofce. Del bene, et fc-,» licita mia non le voglio di-,, re altro, fenonchè quanto* »> più farà, di tanto più qucl» la potrà a-ogni fuo benepla„ cito difporre; et quanto nc,, difporrà più, farò io tanto 1 „ più contento . La Lettera» fua detti in mano propria » di fua Santità, là quale con >, fornirlo piacere la lede : &c „ flato, come quello, che al- j » più mi diflcndOrci intorno,, cuno non cognofccvo, clic'»» aqucllo» che amortvolmen»,, più meritamente fe ne do-j», tc mi rifpofe, fe Sua Beati* „ vedi rallegrare; perchè la-'» tudine con uno Breve ( il „ feiamo Bare lo univerfal be* [,» quale con quella fari) non„ ne, che tutta la Criftianità |,, avelie ordinato di rifponde„ ne afpetta, &: quali mani fe- », te- alla S.V., la quale cec-,, (lamento ne vede » il che », tifico, che fetnpre che ver-tutti e buoni et virtuofi, 1 », rà, farà vcdutadaSua-Bea„ come è V. S. debbono fom- „ titudine come dolciilimo;,, mamente deftderarc; chi più j»- amico; et da me come dol-,, di G-i anc! orcio è da,, ci (Timo fratello; &• a quella» „ fua Beatitudine amato ? ! « mi offero. Se raccomando.. „ Chi più di lui fc ne può, Roma XI. Decembris Mdxxiii. „ ogni cofa promettere ì In j,, lo. Cardin.dc Salviate,, Qucgnoria di Venezia (58 ); e giunto a Roma fu da Clemente accolto con fegni di ftraordinario affetto, e apprefso anche fu deftinato a ragguardevoli impieghi, come diremo più fotto. Ma avendo egli intanto fatto pubblicare nel Luglio dell’anno 1524. colle ftampe di Roma la fua Tragedia, pensò di dar fuora nuove cofe a -utilità della noftra favella; e però fcarfo parendogli l’Italiano alfabeto di caratteri atti a fignifìcare tutti i varj fuoni delle voci, inventonne di nuovi, o a dir di più vero, ne tolfe alcuni dall’alfabeto Greco, e all’ Italiano proccurò di aggiungerli. Ma non tenendofi pago di aver ciò nelle propie fcritture ufato, diftefe nel Dicem.bre dello fteffo anno 1524. cotale fuo penfamento in una lettera al predetto Pontefice intitolata ^59). Circa il principio del Secolo XVI. vi fu veramente nell’ Accademia di Siena chi avvisò di aggiugnere all’alfabeto Tofcano alcuni Elemcn* E ti per Quella lettera fu flampata a \fubito mi fcrifft uno Brieve, ricar. xv ir. deila Prefazione alle j cercandomi che io dovtfft andar Opere del Tr issi no più voi- a Berna-, et io con il confenfo, te citata . I (he d'Jft fuori fìmil pcnfìcro. Gli venne non per tanto fallita in buona parte quella fua bella intenzione (come chiamolla l'Abate Anton Maria Salvini di chiariflìma ricordanza): imperocché oltre allo avere egli fteflo a rovefeio, e non nella dovuta maniera, ufate da prima le nuove lettere, e così per lo modo del linguaggio Lombardo indicando falfa pronunzia, ebbe più lodatori, che feguaci, come accenna Giovanni Imperiali y del quale errore avvedutotene poi egli Hello n € Dubbj Grama ricali, ftampati appref* fo a difefa del fuo ritrovamento? fe ne amrnen* dò U3), Da Corr.ment. all' ]ftoria\ della Polgar Poefìa-, Vol.i.Lib.vi. ; a car. 408. della ediz. di Venezia . j Fra l’ altre Lettere dal Trissino tolte dal Greco alfabeto, ! due fono più offervabili, cioè Fi, ci’ a, Pro/e Tofane, Par. 1, Lcz.xxxi. a car.i9i. dcH’cdizione di Firenze, apprejfo O'infeppe Manni, 1735. in 4. (Mufaum Hi/ioric. pag. 4Z.„ Rem paritcr molitus per„ arduam, charaftercs Graecos „ noflris immifeendi litetis ad i » varios fonos aptius fignifi-j candos, ut repente multosad » fui vel laudem, vel iurgi* „ traxit Reclamante Do „ ètorum ccetu, quod in tan»> tis dodtrinarum momcntis,,, monftruofa elemcntorum no„ vitate animos haudquaquam „ turbandos putaverint. (63) Protelìa egli in quefti Dubbi d’avere aggiunte le dette Lettere al noftro alfabeto a fine folamcntc di giovare agli ftudiofi della noftra lingua; c foggiugne, che non tralafcerà^ fuo potere coti bello, e coti nobile injlituto : ringraziando i fuoi riprenfori, come quelli, che per lo avergli fcritto contro d’O.. Da alcuni Scrittori fu il noftro Autore per tal sua invenzione rigidamente appuntato; e prima da Lodovico Martelli? Fiorentino, il quale manda fuori una Rìspofta all’Epì fi ola d’O. delle Lettere nuovamente aggiunte alla Lìngua volga te Fiorentina (64); nella quale s' ingegnò di inoltrare, che vana era Hata, ed inutile la di lui invenzione, allegando fpezialmente, che non doveaA punto alterare la maniera dell'antico fcrivere Tofcano. Indi comparve Agnolo Firenzuola, Monaco Vallombrofano, il quale oppofe ad O. tra l’ altre cofe, che poco lodevole tra, e poco ncieffario, e infofficiente lo aggingnìmtnto delle nuove Lettere al fcmpliciffimo alfabeto Tofcano, perette con effe gli fi toglieva la fua naturai femplicità. In quella fua opera il Firenzuola trapafsò per verità i limiti di quella moddtia, con cui fi vantò nel principio di voler riprendere la invenzione del Trissino, perchè fì moftrò nel fuo dire alquanto appallìonato, non curandofi di apparir tale ancora nel frontifpizio, taccian E i . dolo tro furon cagione» che fi fa- 1 nell’ Eloquenza Italiana ec..... ce (Te paltfe la natura, t la uti- \ In Venezia appreffo Criftofor » lità di effe lettere. Zane . c.ir. 27J. Nell' Non dille il Tu 1 s s r- Operetta del Martelli, chcè in 4. no d’aggiugner le nuove Let - 1 non v’ha il fuo nome, nèqucltere alla lingua volgare Fioren- lo dello ftamparore, nè l’anno; tina, come avvisò il Martelli; 1 nel fine però fi legge pompata in ma alla lingua Italiana r il che Fierenzji . fu notato anche dal Montanini ! (Quell’ Opera c così in filo Ddolo in fine d’ufurpatore degli altrui ritrovamenti, con dire, che prima d’efia e l’Accademia Sanefe aveva avuti limili penfieri, e alcuni giovani Fiorentini pi» per e fcr citare i loro ingegni, che per metterla in Optra della medefima imprefa parlato aveano ; i ragionamenti de’ quali efsendo fiati naf cefi amente uditi dal T rissino, da eflo poi come ftto proprio trovato fenza far di loro alcuna menzione, furono meli! in luce ( ) . Finalmente Claudio Tolomei, fiotto nome di Adriano Tranci, ftampò egli ancora un libro l’opra quella materia, e lo intitolò U volito, Rifpofe il Tr issino a’ Tuoi Oppòfitori colla fuddetta opera de’ Dubbj Gramatìcali j ed anche col Dialogo intitolato il c aftcllano, e molto bene fi difefe -, ma non fu fiolo in ciò, che anche Vincenzio titolata : Difcacciamento delle nuove Lettere inutilmente aggiunte nella Lingua Tofana ; fenza efprcflìone di luogo, c di ftampatorc. Trovali anche tra le Prtfe del Firenzuola ifteflo a car. 306. della edizione di Fiorenza, apprejfo Lorenzo Torrentino, mdlii. in 8. Fu poi altre volte riftampata, ed eziandio nel Tom. 2. delle Opere dei Tr issino della edizione di Verona. Non può negarfi » che l’Accademia di Siena non avvilitile ella prima, che O. pubblicane la fua Lettera, di aggiugncrc ( come già dicemmo ) nuovi elementi al noftro alfabeto; ma che egli fi valeflc interamente di quello di lei penfiero, come dille il Firenzuola, non è da credere, che troppa ingiuria fi farebbe al fuo gran nome. E ’n fatti il Varchi nell’ Ercolano dell’ ultima edizione di Padova, apprejfo il Cornino, 1744. in 8. a car. 468., dice avere il Firenzuola ferino contra il T rissino piuttofto in burla, e per giuoco, che gravemente, e da dover 0. La (lampa di quell’ Opera fu fatta in Roma, per Lodovico Digitized by Google DEI Trissino. 37 cenzio Oreadino da Perugia flampar volle a di fefa del di lui ritrovamento un dotto latino opufculo, il quale eflendo flato per lungo tempo fmarrito, fu ritrovato per diligenza del Sig. Marchefe Maffei, che Io fece ritlampare nel tomo fecondo delle Opere del medefimo noftro Autore per lui raccolte. Che dovico Vicentino i j 30. in 4. Ve- vifato dall' Accademia Sane/e * di fopra di ciò il Foncanini nel- per quel che fcrive il Firenzuola Eloquenza Italiana, a car. la nel Trattateli del Difcac- . ciamento delle Lettere, impref 11 Crefcimbeni nc’ Commenta- fo tra le fue Profe. Tutto ciò rj al! Jffor. della Volg.Poef. Tom. abbiamo noi voluto riferire, r. lib. vi. a car. 408. dice, che acciocché (ì vegga quanto popcrché andò r Accademia indù- co a ragione fia (lato il Trisgiando di pubblicare lì fatto av- sino dal Firenzuola tacciato di vifo, Giovanciorgio Trissiwo ufurpatore. La qual cofa più fu il primo che de ff e fuori un fi- evidentemente appare in riflccmil penfiero : indi regiftra FAI- tendo, che O. avea fabeto Italiano coi caratteri dal già medi in opera i Tuoi caratTr issino aggiunti, che è ceri anche prima di dar fuori quefto; abcdtfgche gh j quello fuo penfamento ; cioè kiljmnopqrustfu nella Sofonitba, fcritta, e far. z v q x 7 th ph h: e poi dice I ta leggere, come dicemmo, fotcosi: In quel medefimo torno, 0 to il Pontificato di Leone X.ladpoco dopo, M. Claudio T olotr.ei dove folamente nel principio del non gli parendo, tra l’ altre co - Secolo XVI., come dice ilcitafe, buono il penfier del Tris- to Crefcimbeni, 1 ’ Accademia sino, ritrovò un'altra manie- diSiena avvisò lo aggiugnimcnra, togliendo la forma de'Ca- \ to di nuovi caratteri. rat ieri, che avevano a duppli- ( 68 ) Il fuddetto Opufcolo carfi, dagli fi effi caratteri del no- dell’ Oreadino in detta riftampa fico alfabeto, Cime appare dall' è cosi intitolato : Vincentii Orcaalfabeto, che fiegue : a (T c d dini Perufini Oprfeulum, in ecf^gh lilmneopqr 1 quo agit utrum adjcìtio no va rum sftv-t/uz z . E quefio | litter aratri Italica Lingua all(foggiugne il Crefcimbeni) noi quam utilitatem peperit : Ad crediamo, che fia l’ alfabeto av-^Thomam Severum de Alphamt Vi- Che alquanti dementi di greco alfabeto prendere egli per aggiungerli al nostro italiano, non era certamente per mio avvifo quella fconvcnelezza, che gli antidetti Scrittori credetterfi> condolila cola (come già notò il foprammentovato Abate Salvini che l’Italiano alfabeto fia ftato altresì di parecchi altri caratteri Greci formato. Tuttavia non riufcì affatto inutile il di lui penfamentoi perchè due delle nuove Lettere da lui propofte, cioè H, e Kv confonanti, veggonfì oggidì univerfalmente abbracciate dagli Scrittori, anche Fiorentini, come necelfarie a torre ogni equivoco EQUIVOCO DELLE VOCI EQUIVOCO GRICE delle voci: onde a ragione diflc il predetto Signor Marchefe Maffei (70j che * Luì » han» obligo’ le Jlampe dì tutta C Italia, che le u fatto perpetuamente . Laonde non bene fi appofe il celebre Signor Domenico Maria Manni, Letterato per altro eruditismo, e dìgniflì- Virum eruditijpmum, et Cenci- I la noftra lingua habbia bi fogno/ vcm Optimum . Girolamo Ru- 1 delle Lettere aggiunte dal DRtsccllai nelle fue note all’ Orlon- sino, et dal Tolomei cc. doFuriofo dell’Ariofto della cdi-| Cioè il Tolomei, e zionc di Penez.ia > aM re J[° ] Firenzuola nelle Opere lopracEredi di rinccnz.io Talgrìfio, ' cerniate.. . a car. il. facendo! (7°) Profe Tofcane, In Ftun’ ofT.rvazionc gramaxicale fo - rence, nella Stamperia diS.f. pra la voce corrò ( accorciato A. -per I Guiduecit e Franchi » dal verbo coglierò) con cui l’A- 17 2 5 « 4 * P ar * P 1 * 012 Acz. liofto comincia la danza 5 8. del ; a car. 523. primo canto*, dice cosi : Et in j lucila Prefaz. alle Opequtjtt tai voti Ji cottofee quanto, re del noftro Autore a car.xxx. dignifTimo Accademico Fiorentino > in dicendo nelle, fue Lezioni di Lingua T ofeana j che 1 ’ / confonante i cioè quello, che j lungo fi appella, conte trovato d’O., e da Daniello Bar t olì po/lo in ufo, non è ricevuto da per tutto : e pure egli ftefio Io usò nelle medefime Tue Lezioni (73)* Monfignor Fontaninij da cui fu UTrlssino chiamato In Firenze nella] sintonie Muratori, legnata dì Stamperia di Pietro Gaetano, Venezia li 12. Marzo 1701; fìViviani. in8. a car. 43. 1 gnificandogli la allora frefea e- Bene è vero, che l’ufo I dizione delle Poche degli antidi quello j lungo, o fia con - 1 detti d*ue poeti Vicentini, diffonance, ritrovato dal T r i s- 1 fc, avere quelli in dette loro sino, fcfu abbracciato univcr. poefic pretefo di ravvivare l’ orfalmente nel plurale de’ nomi, I 1 agrafia fcrupolofa del vecchio che nel numero del meno fini- Lr Trijftno, ftnza però quelli f cono in io di due fillabe, in epfilon, e quegli omega, co' quacui Vi non lìa gravato dall’ ac- li voleva imbrogliare iinejlro alenato, come vizio t vario, eli- fabeto Italiano. Colle quali pamili, i quali nel maggior nu- ! cole troppo veramente difprezmcro più rettamente il ferivo- jzòe quelli poeti, e la buona vono col detto j lungo in ifcam-llontà del Trillino, la quale, cobio de’ due ir, come a dir vime è delio, non riufeì affatto zj, varj ; fu rifiutato l’ ufario do- I inutile, vcggendoli abbracciapo l’L in luogo del G c dell* E | te dall' Accademia medefim* nella voce EGLI, c in luogo del | della Grufca le due fopraddettc G nell’articolo GLI, feri vendo ; Lettere J, e F* confonanti, come LJI, come fece fempre il Trissi- ' fi può vedere nel fuo Focabolano. La qual maniera di fcrivere fu I rio alla lettera I. §. xi.j e alla poifeguitata, ma con poca lode, j Lettera F. La lettera poi delZeda Andrea Marana, e da Antonio no è Hata ultimamente pubbliBergamini, amendue di Vicen- cara in un coU’ altre lue erudiza, uomini per altro di lette- 1 udirne lettere in tre Volumi, ed ratura Italiana, Latina, e Gre-| è a car. 44. del primo, che ha ca molto intendenti. Il Sign. I quello titolo : Lettere di jìpoApoflolo Zeno, di Tempre glo- fole Zeno, Cittadino Fcneziariofa, e a me cara memoria in ! no, Iftorico e Poeta Cefareo. ec. una fua lettera al Sign. Lodovico I Folumt primo in Fenezia tO (74) Novello Cadmo, C Cadmo Italiano, fu di oppinione, edere ftata altresì invenzione del medefimo noftro Letterato 1* ufare la z j n cambio del t dopo vocale, e innanzi all’ /, cui fegue altra vocale, come nelle voci vìzio, malizia, e fomiglianti. Ma, per pigliare il filo principale del noftro racconto, l'anno 1525 . ( nel quale il Re Francesco I. di Francia eflendo ritornato in Italia, donde l’anno avanti era ftato cacciato, e avendo già prefo Milano, attediava la Città di Pavia, la quale fu appreflò liberata dall’ efercito di Carlo V- > che mife in Sconfitta 1* ofte Franzefe, e fece affrtff» Pietro Falvafenfe . i Nella Eloquenza Italiana a car. 36. e 339. In proposto delle Lettere aggiunte « Valerio Ccntannio. Medico Vicentino, di cui parla lodevolmente il Marzari nella tua Jftoria di licenza, a car. 183. fcriffe al Trissino il feguente curiofo Sonetto, che ci fu comunicato dal più volte mentovato Sign. sportolo Zeno . ì’O grande A» tji Urici nominato. A dijfertnlia Ai quel, cb‘ i tu ir. a rii VE difl' ignudo i 1 di pie» valori, A luta ai Alph' al Giet" accorti pugnato i Ch* nel fcnvir Tofcan ha ritrova • to Voflr’ alt’ ingegno i facindo maggiori Numcr di Lettre : eh’ in vano tino’i Si anno a chi nin ha 'l cervi ! fia catoi 1 Verrei faptr t Si noi Urica Scrittura Leggenda > dtbben ritener* il futi-, no, Che nel Uggir Tofcan Kiara fi finti. Ri ff tendete Signore che la cenfura. Et gran judicio vofira, a mt tal fono, Qual Sol ad g orno : a nette fioco ardiate. Andar mi vi in a minte D' addimandar 1 fi l' Ita Gri't » timi La voce t eh' a V E Taf co fi ceti « m». Et forfè dicttn bini Quelli, che voljan pir ditti d' Hv miro L' Ita fuonar s cimi il Taf cu E primiera . Bramo faper il vero. Adunque fa- fi l' O Tofcan antico Terrà ’l fuun d' il Grt co 0 :cht minor dico. Il Servo di Veflra Magn. Valido Cintannio fece prigione il Re fte{fo(7 Papa Clemente impiegò in varj negozj il notlro Giova n gì orcio. e intra gli altri lo mandò una volta Oratore alla Repubblica di Venezia C 77)» e ' [ferma per la concordia degli Ma quel [degnato, horntil-vente fiero * Scrittori, c per lo Elogio, che Con Pungine, ri rofiroil batti, elo '^tfU Chiefa di San Lorendìmtna Si fai lamenti, eh' ci fuggendo a fina Hcrfer lo [campo f ho trova fenderò . Tal che aebaffata in lui fi» con gran fretta, Et forfè affatto fjenra l'arroganza, Che tutta Europa già foft in itlanza: ! dal Papa folte O. Ottd'io tengo nel cor ferma fgtranza, mandato Nunzio prima alla RcChe il Citi farà dei torti afpra ve »• pubblica di Ve.'CZÌa, e poi all’ detta | Imperatore: ecco le fue parole: ACriflo fatti,§ a tuttala fua fetta .1 >} Clemcr.tis Septimi acerrimi Cosi afferma il Tris-',, teftimatoris nutu ex Romana sino medefimo nella fua Ari».',, Curia ad Carolum Carfircnt ga, dicendo: Papa Clemente fu' „ Nuncius cfl elc&us : inde ad eletto al Pontificato,.,. S. Santità,, SapicntifTìmum Vcnetorum fubito mi fcriffe uno P, rieve, ri- „ Scnatum . « In ciò fu egli cercandomi, ch'io dove/fi andar (e guicato dal Signor Marchefe a Roma, et io col confenfo, CT I Maffciìad Ri fretto deila P'ita del I zo di Vicenza allato all’altare idi detto Santo fi legge, e die I di fotto tra feri veremo . Gioivano! Imperiali nel Afufeo Jflo \rico a car. 44. lafciò fcritto, che gno dì parttcolar menzione fi è un altro pubblico contralfegno deiramore, che gli portava. Ciò fu l’anno 1530. in occafìonc che dovea coronare folennemcnte in Bologna l’Imperatore fuddetto (79)1 imperciocché, fecondo che affermano alcuni Scrittori (80), e appare chiaro da una d’O., e da altri : ma ficcome quelli Scrittori non ci daono il tempo di corali Legazioni, cosi noi non ci facemmo fcrupolo in notarne pri ma una che l’altra; e tanto più, quanto che può edere veramente, clic andafle egli Nunzio a Sua MaclU Cefarea molto tempo dopo di edere dato Oratore a Venezia, cioè dopo il Sacco di Roma fatto dagl’ Imperiali nel IJZ7., in cui effendo dato ditenuto Io Bello Pontefice, e poi liberato per commillìonc dell’ Imperatore, edo lo mandò a ringraziare per un fuo Nunzio, accennato folamente in una Lettera di congratulazione, che Io Redo Imperadore al Papa riferirle in data di Burgos addi xxn. di Novembre di detto annoi .; la qual lettera Ci legge nei tomo primo delle Lettere di Priadpi » ecv raccolte da Girolamo Rufcclii, Ja Veneti a appre/fo Giordano Ziletti, 1564. in 4. a car. no. a tergo; fe pure ciò non fu l’anno 1529., cioè dopo la pace tra loro fatta in Barcellona, di cui parla, tra gli altri, il Guicciardini nel terzo degli ultimi quattro litri della fua Ifi$ria\ avendovi una lettera di Sua Madia al Papa in data di Genova addi xxix. di slgo/lo ., che fi legge nel citato tomo delle fuddette Lettere di Prinnpi a car. 123.» nella quale fa menzione di un fuo Nunzio con quelle parole : Havendo intefo dal detto Duca,et da' Reverendijfmi Cardinali . fuoi Legati ...., et dal SUO NUNZIO,. et Zmbafiiatore, cc.....; il quale può perle fuddette cofc fondatamente crederli, foflTe Giovangiorgio. Carlo V. fu coronato da- Clemente il giorno di Santo Mattia Apoftolo, cioè a dì 24. di Febbrajo: ed è JlTervabile, che nei mede^mo* giomcr egli e Ila nato, ed abbia prefo i fegni e gli ornamenti d’ Im- peratore. Si vegga Alfonfo Ulloa nella Vita di Lui molto eruditamente feri tra ( 80 ) Gio: Imperiali, Mhfaum Hi/l or. a car. 44. Toirmiafini Elogiaste, a car. 53. e Paolo Beni Trattato dell' Orig. della Famigl. Trijf. lib. 2- manufcritto, a car. 34., ove nota anche di malevolo il Giovio, che riferendo paratamente tale folcnuna lettera manufcritta del noftro Autore medefimo (81), da tanti Principi e Cavalieri, che a tale folennità fi trovavano, Clemente tralcelfe il TiussiNoa portargli lo ftrafcico Pontificio; .onore» che per innanzi era /olito farli a Perfonaggi di nobililfima Schiatta, e molto qualificati. Si trova fcritto apprelTo qualche Autore (Si), che Carlo V. facefie conte e cavaliere fi noftro Giovangiorgio» e lui co’ Tuoi difendenti privilegiaffe, che potefse mettere nd/arme dellaFamiglia la Imprefa del Tofone, c fi potefle in oltre dinorninare dal vello d'oro. Noi non vogliamo ora dilàminare, fe ciò fia vero, anzi il crediamo; che conte e cavaliere egli fteflò in qualche Tua lettera s intitolò (83), e alzò la detta Imprefa» con foprapporvi il mòtto Greco to zhtotme. ;non aax2ton, prefo dall’ Edipo di Sofo F 1 eie folennkà, nulla facefle del Tri jliN o menzione. JvQucfta lettera di prò. prio pugno* del noftro Autore | c tra le altre lue manuferirte, cd è 'quella, che diramino più d’una volta in quefta Vita, fcritta da Marano all’Arciprete Giulio fuo figliuolo, fegnata 18. A/arz.0 IJ42. In effa egli parla cfprcffamentcdi quefto étto, ricordandolo al figliuolo qual /ingoiar h*neficiodal Pontefice a fe ufato. ( 8a_) Cioè approdo il Tom mafjni, Elogia cc.-, a car. 54. c ’1 P. Rugeri, T ratina ec. a car. xxxin. ( 83 ) Veggafi la lettera di lui al Reverendo Prete Francefco di Grugnitola già fopracciiata, all’ annotazion. 3.C 26. Il Fontanini nell’£/tfquentLa Italiana a car. 380. riferire e fvariatamctwequAlo motto, rcrivendo in quefta guifa T o 2HTOTMENON A A ftTON* diche fu appuntato dal Signor Marchcfe Ma fife i a car. 8j. dell’ Fiume d’ elio libro del Fontani eie (85)} che lignifica conftguir chi cerca ma nsn chi trafeura ; ed anche ftamparc la fece o ne’ frontefpizj, o in fine delle fue Opere. Si vuole bensì avvifare, che fe egli ebbe dall’Imperatore Maflìmiliano primieramente» come abbiamo accennato al di fopra, e poi ancora da Carlo V. il privilegio di potere l’arme gentilizia adornare di detta Imprefaj come tengono alcuni, e come forfè volle dire il Signor Marchefe Mafie i, quando difle, che il Trissino imperaci ere Maffìmilian » riporto il Tofon d’ Or o\ e fe ; egli fu ni, che approdo citeremo, tratto delle fue OffervaiÀoni Letterarie, fn Serena nella Stamperìa del Seminario per Jacopo Saltar fi in la. Articolo VII. a c.vr. 103. Verfo 110.  Nel fopraccinnaro Elogio, che è in San Lorenzo di Vicenza, fi legge: Aurei fucilerie infìgnibui, et Corniti* dignitate prò fe, et Pojlerit ab iifdem Impp. ( MaKimiliano, et Carolo) decorato . Il Padre Rugcri nella Trotina &c. a car. 33. pare che affermi, avere il T rissino avuto il fuddetto privilegio da Carlo V., poiché gli t cbbc niarfdatoa donare (come diremo ) pel fuo figliuolo . Ciro il Poema dell'Italia Liberata da' Coti. Quelle fono le fue parole : T itm vero P o s TQ.U A m ledi 1T1 mai cjtjitm fiiius Cyrus, poema iliaci eidem Carolo V. patrie nomine donariam confccrauit, Aurei Velieri s Agalma dimidiato in Umbone fui Aviti Stemmati!, Imperai or is auttoritate, et concezione appingi voluìt, quo fa. cilius hac velati tejjcra, è fuo Pipite dedali a Sobolet, ab aliis et Laude, et Vice ti *, f amili* nobilijfm*, et numcro/tjfimafurculit dignofeerentur . Contutcociò noi troviamo* erteti* Giova» Giorgio denominato dal Vello d' Oro ^rima che Ciro prcfeniaffc il detto Poema all’Imperatore. Può effere bensì, che avendo egli avuto da Maflimiliano il detto privilegio, confermato poi gli forte da Carlo V. Nel Riflretto della Vita del noffro Autor, preme fl o la rirtìmpa delle fuc Opere. egli fu veramente da’ Monarchi medefimi fatto Cavaliere; non dee perciò dirfi, che forte egli da efli fatto Cavali er del Tofo» d'oro: concioflìac»fache non fia mai fiato il T rissino arrolato in quell’ordine. Le fa f Che ciò fia vero, ba- Trissino, che non era da fievolmente è provato dal Fon- trafeurarfi, quando veramente canini nella Eloquenza Italia- vi [offe fiato; e ciò tanto meno, va, ove a car. 380. dopo regi- che in quefio affare ci entrano Arata la primiera edizione del anche gli Araldi, 0 Re £ Armi, Poema dell’ Italia Liberata da' per ajfegnare a ciafcun CavalieGoti, così lafciò fcritto. Qui re lo Scudo, e /’ Infegne, tutte in fine, e in altri fuoi libri fi le quali Ji leggono efprejfe dal vede la pelle, 0 vello d'oro del C biffi elio . E a car. 474. dopo Montone di Friffo, da lui fof- j aver regi fi rato i Difcorfi ini or pefo a un Elee in Coleo, e cu- f no alla Tragedia, di Niccolò fi adito dal Drago Volendo | Rolli., tornò a dire, come fc il TR1ss1no con quefia fua 1 guc ; Effendofi già mofirato non Imprefa alzata all'ufo di que' \fujfi fiere, che il T rissino, tempi alludere alle fue lettera - 1 comecnè talvolta fi dicejfe oAr. rie fatiche, e da fe ancora in- \ Vello d’oro, e meritaffe per - titolanàofi dal Vello d’Oro . j altro ogni onore, foffe perciò Ca.Ala non per quefio egli intefe di valier del Tofone, perchè meri far fi Cavaliere dell'Ordine del 'tare non vuol dir confeguire, qui T ofone - E poco apprelTo ; L'\fi può aggiugnere, che quefio Su• Ordine del Tofone fu conferma- premo Ordine, detto in latino to dai Sommi Pontifici Eugenio Vclleris Aurei, nelle lingue voi IV. e Leone X. ; e Gianjacopo gari fi chiamò del Tofone .Chifflezio ha data la ferie de' Nè può effere inutile il ridurfi Cavalieri » e de' Uro fupremi a memoria, come ne’ tempi del Capi dalla prima fua ifiitud-o- Trissino fiorì /’ Accademia aie fino a Filippo I v. Re di Spa - degli Argonauti conquifiat ori del gna, erede àe’ Duchi di Borgo- Vello d’Oro, poco fipra acc cagna: e ne ba fcritto ancora un, nata* Se poi egli fi diffe Cotemo in foglio Giambatifia A/au-j me; et Equcs, ciò nulla imporrizio e altri pure han- ita, petchè non fu foto a chiana pubblicati gli Statuti dell' ' mar fi in tal guifa . 11 Mar C'rdine, e gli Elogi de' Cavalle - 1 cii'eje Maffci nell’ E fame del ri: ma fenza alcun merlo del [ (udektto. Libro del Fontanini, Digitized by Google 4 fìccome l’altra volta, la fentenza incontro. Tuttavolta collo ro infiftendo, agli Auditore Vecchi appellarono di ella fentenza, dai quali fu poi rimeffa la Caufa al Configli dì xl, civìl-Nuovo. Ma quella volta Gì ovan Giorgio delibero di orare elio pubblicamente, e dire in Configlio le fue ragioni : per la qual cofa comporta in comunal dialetto Lombardo una forte Aringa (pi)» sì bene, e con tale efficacia davanti ai Giudici la recitò, che all’ultimo (pi), con grande feorno e rabbia degl’ incaparbiti Comuni, egli fentenziarono a di lui favore (p$). Sera egli ammogliato la feconda volta a Bianca (P4). figliuola di Niccolò Trillino, e di Caterina Ver Quella è l'Aringa da noi citata sì fpctfo nella prefentc Vita-, e Cc nc conferva copia nella Libreria de’Cherici Regolari Soraafchi della nolìra Città di Vicenza. Avvitatamente s r è detto all' ultimo, perciocché non tappiamo, che il Tri ss ino per la narrata cagione piatile più colle dette Comunità : ben è vero, che i di lui Poderi appo fua morte ebbcro«a foffrir da colloro per lo ftctTo motivo nuovi difturbi . Crediamo ciò fofle o' nel principio dell’anno x 5 3 1. ? 'o nella fine del precedente; e | lo argomentiamo da ciò che e* 'dice nella citau Lettera al Pre~ ! re di Grugnitola, ed è; Le cofe | della [acuità mia dopo molti tra| valji fono quaji tutte rajfcttate, e trovami manco povero ch'io ' fojft nati, I « quella .ftponda fua | moglie fa il T r iss 1 no onoratole njènzione nc‘ fuoi Ritratti > Citila» Re (fa fi parla altresì con lo.Je’nel libro intirolaro:7" atte U Dgnne maritate, Vedove,, è’ I)ongeil/ \ ptr Lugrezio Beccandoli Bologne fé *»/ magnanimo’ Ai, Fr ance [co elei Scolari, Eresiano, na Verlati (p?), e già vedova di Alvife Tri Arno (ptf): la quale partorì a Giovangiorgio u n figliuol [ciano, [no Signore . in 4» fcnza efprcffione di luogo» anno, e ftampatore. Se il Tommafini negli Elogi, a car. 53. dicendo:,, De-,, funóto Leone X. in Pacriam rc„ diic.... Anno mdxxiii. fe» cundas cum Bianca fui Sxcu3, li Helena, Nicolai Triffini », Vidua nuptias contraxit volle dire, che Bianca, quando fi fposò a Giovangior g 1 o foffe vedova di Niccoli Trillino» prefe certamente uno sbaglio, come lo prefe il Sigi Apollolo Zeno nella Galleria, e gli altri, che ciò affermano apertamente. Imperciocché Bianca non fu vedova, ma figliuola di Niccolo Tuffino, come dalli fcguenti Alberi dal Sig.Co: Anco» nioTriffino del Sig.Co:Piero, corr umaniflìma gentilezza fomminillratici, evidentemente appare» 1. i Birtolommeo Trillino. NICCOLO' Tullio©» Cafparc Trillino» in in in Chiara Mirtinengbi. Caterina Verlati» Cecilia Bevilacqua. 1 L 1 ALVISE BIANCA. CIOVANGIOR.GIOPoet.ec» in in in BIANCA di Niccoli 1. ALVISE di Battolar»- BIANCA di Niccoli Trillino ; da cui la li- mio Trillino . Trillino, da cui li Nob» nei del Nob- Sig.Co: a. GIOVANGIORGIO Nob. Sigg. Co. Co. CiPiero. Tuffino Poeta ee. r®, e Nepoti Trillino •Senza di che Paolo Beni ncljwe/rfe, figlio unico (cioè di MaTrattato dell' Ori*. della Fa ! fchi ) ec. In oltre dalla Scrittumigl. Triff. lib. 2. Manofcritto, ! ra nuziali d’ effa Bianca, fedove parla delle Donne illufiri | gnata addì 18. di Febbrajo.... della detea Famiglia, venendo | fatta col fuddetto Alvife Trifa Bianca, dice; Bianca peri fino, fi ha non pure che effo la fuafingolare belletta merita-' fu il primo fuo marito, madie mente chiamata l' Helena della j il valore della fua Dote fu di Dufua età, hebbe due mariti dell’ | cali tremillccinqucccnto, cioè ifteffa famiglia: fu il primo . di lire Vi niziane 21700. ; Dote Luigi figliodi SartoiomeoTrif-' affli Cofpicua 3 quc’tcmpi. EJ fino, et di Chiara Martine ri ] anclie di q-uefta notizia ci con» ga, a cui partorì 6. figli mafihi, fediamo debitori al predato Siti' 2. fenmine : fu il fecondo gnor Conte Antonio Trillino. Giovangiorgio, Poetaf (96) Alvif: Triflino fe te» Gr Oratore, et hebbe Ciro-Cl>- \ ttamento del ijìi,, c poco di poi t I del Trissi.no. 4P figliuol mafchio, appellato Ciro, ed una femmina . Ora dopo qualche tempo nacquero diffenfioni tra Bianca, e l’Arciprete Giulio, figliuolo della prima moglie d’effo Giovangiorgio: delle quali principal cagione fi fu, che amando ella teneramente, ficcome è naturai coti, il fuo proprio figliuolo Ciro, s’ adoprò in guifa, che il marito Umilmente facefle, e feemando l’affezione fua verfo Giulio, lui più cordialmente inchinalfe ad amare . Le quali cofe diedero apprelfo motivo all* Arciprete di piatire lungamente col padre, da cui prctefe* e in fine poi confeguì non poca parte di fua facoltà. In quello mezzo la Patria impiegollo in un affare molto importante . Ciò fu fpedirlo fuo Oratore (in uno con Aurelio dall’Acqua e Piero Valmarana, Gentiluomini Vicentini,) a Venezia per contrapporre ad una troppo altiera richieda degli Uomini della Terra di Schio, Dillretto di Vicenza. Volevano coftoro non iftar più foggetti al Gentiluomo Vicentino, che reggevagli, e regge ancora con titolo di Vicario; e però nel principio dell’anno 1534. ardirono di chiedere al Senato Veneziano, che rimolfò quello, un fuo Nobile Patrizio defse loro a Rettore . Ma sì giulle furono le ragioni da’ Vicentini G Ora poi fopravviffe; ficcome colla \o in quell’ anno, o l’anno apiolita gentilezza mi fc certo il preffo Bianca fi farà a G iovanSig. Co: Antonio Trillino fud- ciorcio rimaritata, detto, fuo difendente; laonde Digitized by Google 50 L A Vita Oratori addotte in prò della Patria, che non ottante che Baftian Veniero, gentiluomo Veneziano, incontra nringifse, i Giudici confermarono la giurifdizione della Città noftra, e condannarono gli avverfarj a rimborfarla delle fpele dovute fare pel detto motivo: loro davvantaggio vietando penalmente di più contravvenire a tale deliberazione. E per dire di altri onori, a cui fu egli dallaPatria elevato, troviamo, che nel 1536. addì 27. di Maggio era uno dei Deputati alle cofc utili della Città (p 3 >; ficcome nel mefe fufleguente era Confervatore dette Leggi : e pochi anni appretto, fu ricevuto nel numero di que’ Nobili, che formar doveano il Configlio centumvirale > detto anche Graviffìmo, dcll^ Città, allora allora riformato.. Morì in que’ tempi il celebre Poeta Giovanni Rucettaii tanto amico delnoftroTiussiNoi il quale fin dall’anno 1524. (nel qual tempo era Cartellano di Caftel Sant’Angelo in Roma) avendo com Veggafi io Statuto no-| Statuto noftro fuddet firo lib. 4. pag. 176. a tergo . to, Lib. Novm Partium, pag. Noi ci fiamo ferviti dcli’cdizio- : 197. a tergo. Qui il Trissino nc fattane con ! è schiantato Dottor, &£qnes. quello titolo ^ Jhs À/nnicipale \ (99) "Statuto noftro, ivi » l'iccntinum, cum sìddit ione Par- png. 19H. a tergo.. tium Jlluftrijfimi Dominii . Vt - 1 (loo)Statuto cc.. Ivi, pag. nttiit, Motxvii. ad infiantiam I 185. c 186. a tergo, cdanchcqui BartMomei Centrini. infoi. | il Trissjno è detto Cavaliere. 1 compiuto il belliflìmo luo Poema delle /#/>/, non volle pubblicarlo infinoattantochè il Tassino da Venczia> ove era Legato di Papa Clemente, non foffe ritornato, perchè volea farglielo rivedere.. Ma non avendo' potuto ciò effettuare fopraggiunto dalla morte, al fratello Palla, nel raccomandargli prima di morire tra gli altri Tuoi componimenti il detto Poema, notificò tale Ilio penfamento : onde quelli poi fauna 1 5 39. mandandolo alla luce, al Tm ss ino lo intitolò (101). Intanto effendo la fopraddetta feconda fua moglie Bianca pallata di quella vita l’anno 1540.. C102), le liti già incominciate tra fe e’1. figliuol’ G 2. Giu. La Dedicatoria di Pai- 1 Antonio Volpi, il quale poi lai ta Rucellai al Tr issi no è . fece pubblicate in un col Pocfegnata *li Firtnzj addi li. di ma ftdlbdelle Api, ecollaC*/.5.6 in e(Ta affer- ] tivazione di Luigi Alamanni „ ma di efeguite in Dirar ai templi di Ciprigna, e Marte Le mie vittoriofe, e chiare palme, Cosìdiceegli nella Dedicatoria del Poema fletto a Carlo V.; ma in una Lettera al Cardinal Madrucci, che appretto allegheremo, accenna d" averne glieli, per efsere anch’efso malato di quartana;accomandando con fua lettera al Cardinal Criftofano Madrucci, Vefcovo e Principe di Trento, il Dottore medcfimoi e pregandolo, che ali' Imperatore lo facefse introdurreQuelli sì fece; el dono fu fommamente gradito alla Maellà Sua, che moftrò nello flefsotempo gran delìderio d’ averne: ancora il rcftante.. La qual cofa da Giov angiorgio intefa, ritornò prettamente a. Venezia, e gli. ultimi diciotto libri, colla maggior, follecitudine: a perfezionar fi diede; e poi fattigli ttampare l’anno^ 1548., a quella volta pel figliuol Ciro gliel’inviò; elfo altresì al. lùddetto Cardinale raccoman-dando con maggiore affetto-,, dicendogli, che per la fua giovanezza egli più abbifognava di conliglio, e di ajuto (106): i quali libri da fua. Maellà. Vegganfi le Lettere \ fiche fùe cTAnhi Venticinque*. dall' Autor noltro fcritte a Sua ! che le avea dedicate c mandaMacftà, e al predetto Cardina- te, grate le foffero Hate, e acle in propoli to di ciò, inferite ! citte . foggiuogendo*. che nont nella, già citata Prefazione del | a vendo ardi mento a chiedere coSig. Marchefe Maffei alle Opere j fa alcuna, al perfetto giudici» di lui a car.xxt. xxn.. xxit 1 . 1 della Maefià Sua, come fapien-' c xxiv.; in una delle quali, I tiflìma, c liberali/fma che era,, che è a car. xxwi. al Cardina* | fi rimetteva . le indiri eca * fegnata di Venezia I Qui vuol novamente notarGiovcdì, addì x.. di Dicembre fi,. che dalPcHferfi il Trissino 1548., dice, che dcfiderava,! in quelle Lettere foferitto. Dal che da Sua Maefià fojfe noti fi- ; Ve ilo d’OKo, chiaro» appare, cato ai Móndo per qualche ma- ! non aver egli avuto da Carlo nifeflo fegno, che le vigilie e fa- [ V. per la Dedicazione del detto Maeftà furono ricevuti collo itefso .gradimento, che i primi. Ma per pafsare ad altre cofe, fu il noftro T r issino familiare eziandio del Pontefice Paolo III., a cui nel .1541. efsendo per andare (come in fatti vandò) ad abboccarli la feconda volta con Carlo V. a Lucca, indirizzò «un fuo Sonetto: e altra volta certo vino mandoglf,3 donare ; del qual dono, e deH’efserfi ricordato di fe, il Papa Io fece ringraziare pel Cardinale Rannuccio Farnefe, grande amico del Trissino (iop). Nel tempo, che il noftro Autore era lontano dalla Patria, ed infaccendato nel mandar a luce i proprj componimenti, l'Arciprete Giulio, che pure continuava la fiera lite contro a lui -, •tutte le fue rendite fece ftaggire: il perchè in fran to Poema la conceflfìonc di cosi denominarli, comcpare, che voIeOTc il P. Rugeri nella citata ' Declamazione; ma fc pur da lui ! l’cbbe, come dicefi anche nell’ Elogio dianzi mentovato, che in San Lorenzo di Vicenza fi legge, certamente molto rem», po avanti la ebbe, cioè quando in Bologna alla Coronazione dell' Imperatore medcfimo fi trovò prefente. Quello Sonetto, che incomincia: Padre, fot to' l citi Scettro alto rifofa, cc. | e che non è tra le fue Rime dcllà prima edizione, eflcndo j Hate molto tempo avanti ftampare^ fi legge nella Raccolta dell' Atanagi, par. pr. a car 89, a icrgo \ e nella edizione di VeronaTom.i.a car. 3La Lettera di quello Prelato al T rissino (cricca d’ordine del Papa, c in data di Roma. Nella citata Raccolta dell’ Atanagi a car. 90. fi vede un Sonetto d’O. al predetto Cardinale indirizzato. granditfima ira montato egli, fe tc-ftamento, e in tutto e per tutto Giulio difereditando, Ciro inftitui erede d’ ogni Tuo avere; aggiungendo, che morendo quelli fenza dipendenza, gli fuccedelfero nell’ eredità del Palazzo di Cricoli i Dogi di Venezia, e nel rimanente de’fuoi beni i Procuratori di San Marco con ugual porzione . Dichiarò CommelTarj del detto Tellamento il Cardinal Niccolò Ridolfi, allora Vefcovo di Vicenza, Marcantonio da Mula, e Girolamo Molino; ordinando, che appreffo la morte di fe, folle il fuo corpo feppellito fui campo di Santa Maria .degli Angeli di Murano in un avello di pietra ijiriana: la quale volontà mutò dappoi in un codicillo, ordinando invece, che volea cfsere fepolto nella Chicfa di San Baftiano di Comedo * territorio di Vicenza, ce» ornamento di rofe, e lidia fepoltura 'vi fofsc polla quella fempliee breve iscrizione; £uì giace ciò : G io AG io t rissino . Pur finalmente anche quello piato ebbe; fine ma Giovangiorgio fuori di tutto il fuo penfie ro n’ebbe la fentenza incontro, e dal figlio fi vide fpo (llo) Si può credere fonda- \Janiculo, 1548. in 8., introdut. -urente, che per aver egli do- ì cede il perfonaggio nominato vuto (offerire tante c si fiere ; Sìmitlimo Rabbatti a così fdaliù, avvifatamentc nella fualmare contra gli Avvocati ; c Commedia de' Simulimi* contro a ogni forte di Im para in Venezia, per T olmmeo j gio . O rra fpogliato d’una gran parte de' propri beni. Della qual cofa sì fi crucciò} e difpettò che rifolvette di abbandonare affatto la Patria* e lafciati prima fcritti due molto rifentiti componimenti in fegno di fua indignazione (ni), andofsenc H dirit- O maledette fian tutte le liti » JT uni i garbugli, e tutti gli Avvocati, Nati a ruina de f umane Senti, Che fi nutrifeon degli altrui dif canài Difendendo i ribaldi con gran cura'. Et opprimendo i buoni ; che i feelefii • Gli fon più cari, e di maggior guadagno: Nè cofa alcuna è federata tanto, *Che non ardifean ricoprirla, e farla Rimanere impunita da le Leggi, Di cui fono la pefie, e la ruina . Sono rapaci, e fraudolenti, e pieni ~D' in fidie, di perjuri, e di bugie, S end alcuna vergogna, e fenz.a fede, Servi de l'avarizia, e del denaro . Mentre che fiato fon f, opra 7 Palaz.zo Quafi tutt' oggi in una lite lunga D' un mio Parente, l' Avvo cato awerfo : Tanto ha ciarlato tc. Da quelle ultime parole fi può dedurre, aver egli in ciò avuta la mira alle proprie liti. I Componimenti die c’ fece avanti la fua ultima partenza dalla Patria, fono primieramente il feguente Epigramma latino, che fi legge eziandio llampatO' negli Elogi di Monlìg. Tommafini pag. j 6., ed anche tra le OpcTe del noftro Autore della riftampa di Verona Tom. 1 . in fine. „ Quatramus terras alio fub 1, cardine Mundi, f „ Quando mihieripitur frau„ de paterna T)omus. „ Et fovet hanc fraudem Venetum fententia dura Qux Nati in patrem comprobat infidias: >» Qux Natum voluit confe&um xtate Parcntem, „ Acque xgrum antiquis pellcre limitibus. „ CharaDomus, valea*, dulcef„ que valete Pcnates, „ Nam rnifer ignotos cogor adire Larcs. Indi un Sonetto, che fu inferito nella Biblioteca Potante del Cinclli, Scansìa xxn. aggiun- dirittamente all’Imperator Carlo V., al quale cariflìmo era* da cui apprefso licenziatofi, da Trento, fenza purpafsare per Vicenza, fe n’andò a Mantova r e quindi da capo, tuttoché vecchio fofse, e molto gottofo, fi ritorno a Roma, dove era Rato tanto onorato, ed amato. Ma poco quivi fopravvifse, concioflìachè. tra per lo cruccio, e passa di quella vita. Non fi fa veramente ove fia di prefen giunta da Gilafco Eut elide» fc, Pafiore àrcade, ( cioè dal P.Manano Rude Carmelitano cc. In Roveredo frego Pierantonio Perno, 1736. in 8.: a car. 82. e 83. il qual Sonetto fu comunicato all' autore di quella S con zia dal ! Cavaliere Micbelagnolo Zorzi, | di cuifeperciòa car. 8+. lodevol menzione, E' notabile l’errore cotnmeffo da Luigi Groto, foprannominato Cieco d’sldria, in propoli to di quello Sonetto nelle tue Lettere familiari. In Venezia, preffo Gioì sintonia Giuliani, 1616. in8.a car. 124.; perche quivi parlando del Tr issi no lo chiama Brlsci ano, e Padre deir Jtalia Illustrata. (na) In alcune manoferitte memorie intorno al noltro Autore, comunicateci cortefcrr.cnte dalla gentilezza del lodato Sig. Apoftolo Zeno, dopo 1 ' Epigramma e Sonetto fuddetti, ili legge come fcguc. M. Zan! zorzi fece ciò per una lite, che \ veniva tra ejjo, et P Arciprete | M. Giulio fuo figliuolo di la Ca \fa di licenza, ove dillo M. Zanzorzi hebbe una fententia centra in Quarantia, et con queftà opinione andò a P Imperatore, e ritornato in Trento fenza venir di qua per la via di Mantova, Ticchio, pien di gotta Il rimanente non s’ intende per edere rofo il foglio. Che il Trissino moridc l’anno 15 jo. conila non folamente dal concorde confcnfo degli Scrittori, ma da una Lettera di Giulio Savorgnano, fcritta a Marco Tiene, gentiluomo Vicentino, fegnata di Belgrado addì 29. di Dicembre 1150.: della notizia della quale al già mentovato Signor Abate Don Bartolommco Zigiotti ci confefflamo unicamente debitori. preferite il fuo monimento } ma Autóri parecchi hanno fcritto, eflergli ftata data fepoltura in Roma medcfimo nella Chicfa di Sant’Agata entro lo ftefso Depofito, in cui era ftato fepolto molto tempo innanzi il famofo gramatico Giovanni Lafcari (114); e Jacopo- Augufto Tuano nelle lue Morie) facendo di Giovangior.gio molto onorata menzione) accenna) che gli fofse ftata anche fatta una lapida» poiché dicc 5 che efsen H. 2 do Tra gli altri Scritto - 1 della Città coltra, di cui il P, ri, che addurre li potrebbono, Rugcri avea fatta menzione avvi Paolo Beni, che nel T rat- nella detta fua Opera a car. xxvr. tato àell'OrigMlla P amigl.Triff. | dice come fegue .,, Quoniam manoferitto, a car. 34. cosi dice : Partitofi ( il noftro Autore) nell' A. 72. della fua et 4 per di f gufi 0 dalia Patria-, il che egli efpreffe con alcuni verfi latini et volgari ( cioè l’ Epigramma, c*l Sonetto predetti) li quali ferini a penna nella libreria Ambroftana di Alitano con altre molte fue compojìtioni non ancora fiampate fi conferva . no, andò in Germania a ritrovare l' Imp. Carlo r., et ritornato in Italia per la via di Trento, e Mantova pafsb a Roma, ove morì, et fu il fuo Cadavere poflo in Depofito nella fepoltura del Lafcari. E Olindro Trillino in fine della DeclamazJone latina del P. Rugeti, citata di fopra, da elfo fatta (lampare, traferi vendo il già mentovato epitaffio, che fi legge in San Lorenzo meminit Au&or Epitaphii, „ Cenotaphio loann. Georg. •„ Trifiini Vice ti* infculpto „ (Relliquum cnim tanti Vi-,, ri, quod Claudi poterat, Ro-,, M.C in Tempio S. Agatb* in „ Suburra Conditu.m Fuit) illud hic &c.“ E finalmente anche lo Beffo Rugeri nel citato luogo afferma, che Eius offa-, ( di G1oVAN GIORG I o ), Roma cum Jo. Lafcari cineribut affervantur . Comunque lia di ciò, fatto fta che al prefentc in S. Agata di Roma tuttoché fuffiffa il fepolcro del Lafcari, non fuffifte più veruna memoria del Tr issino; come ci fe certi il P. Girolamo Lombardi della Compagnia di Gesù con fua lettera fcrittaci da Roma addi 11. di Novembre di queft’ anno 17} 2. do diroccato il monimento nella reftaura2ione‘ del Tempio (non ifpecifica quale^, ove era Ila*to feppellito, gli eredi Tuoi un altro gliene pofero in San Lorenzo di Vicenza nell’avello de’ fuoi Antenati In fatti in San Lorenzo fi vede l’infrafcntto epitafio, opiuttofto elògio, tante volte in queft3 VitA citato, da Pompeo Trillino, e da’ fuoi affini' fatto ivi fcolpire, non veramente fa 1’ avello' degli antenati fuoi, come erroneamente ha lardato fcritto ilTuano, ma allato all’altare dr detto Santo, a perpetua decorofà memoria di; un sì grande uomo. IOAN- lllujhis Viri J m obi Au~ Xufii T hunni Hiftoritrum fui tem. pori s Ab Anno Domini i J43. nfque . libricxxxvt 1 I. Gcnev* apud Heredet Pctri de U Roviere Lite. D. „ Obli c et hoc anno « I. Georgius Triflinus peran» tiqua, nobiliquc Vicetise fa. » milia, ad virtuccm, Se lite „ ra* natus, linguarum periti fj> fimus» Se omni Scienciarum,, genere exercitatiffimus »> Roma laboriofz virar finem „ impofuic anno xtaris lxxii. >» Diruto Monumento» dum „ Templum inftauratur, in quo „ conditus fuerac, Hacrcdes al iud i» ei ad S. Laurentii in Majo„ rum Scpulchro Vicctia pò» fuerunt. IO' ANNI GEORGIO O. Putriti o Vicent. tAtn nobilitate, quarti dottrina, (fi integt itato Leoni Decimo, et Clementi VII. p 0 „t. Max. necnon Alaximil. (fi Car. V. Impp. aliifique Pfincipibus acceptijfimo, Legationibus prò Cbrifiiana Repub. temporibus difficillimit fattici cum oxitu apud eofdem per alì is : Dacia inde Regi desinato . Jn Coronai ione Caroli Imperatorie ad Sacra Palla Pontificia nitentis ferendi Syrmatis Munus, infignioribus Principibus ad hoc ipfum afpirantibut pofi habitis, Bononia eletto . Aurei Ve Iter ij Infignibus » (fi Comitis dignitate prò fi » et Pofieris ab eifdem Imperatori b. decorato. Apud Ser. Remp. Venetam fapixs Legati nomine de Clodianis Satin ù, de Ve. rona refi itut ione, De Pace, Deq\ aliis negotiis gravibus re ad votum tran fatta. Sublimiori gradu Sobelis ergo r confato. Operibut plurimi e cum antiquitate ceri antibus elucubrati s. Rebus finis* et Pofieris eidem Inclyta Reipublìca Ven. ex tefi amento commendatis . Vitaq; religiofijfimì funtto Anno Aitai is Sua LXXII. Virgìnei vero Partus A4. D. L. P ompejus Cyri Comitis, et Eq. fil. unicus Superfies, Nepes, (fi Hares, AJfinefq; T anti Antecefioris Memores pii, gratiq; animi A4. P.P. An. Salu. A4. DC. XV. Non (116) Di ciò non facemmo [nc abbiamo trovate tipruovc più fpecial menzione, perchè nonjficure. Non dee tralafciarfi di qui trafcrivere altresì l’ Oda latina da Giufeppe Maria Ciria fatta in laude del noftro O. - j) FAma centenis animata linguis » Aureo pergat refonare cornu 3> Trissini Busto fuper 5 et jaccntés 33 Excitet umbras. 33 Fas ubi trilli gemuere lu e Lamino Perugino nel MDXXjy in 4. . e C^enza luogo > anno> e ftampatore ) in i e (Cón la SofonUba, i Ritratti, e l'Orazione al Principe Oritti ) In renezJat per Girolamo Penzio da Le. che, C Venezia per Agoftino Sindoni e finalmente in rerona coll’ altre Tue Opere ( 1*1 )• li. EPISTOLA de le Lettere nuovamente aggiunte ne la 1 2 > Lin- Nel Catalogo della Libreria Capponi, 0 Jta de' Libri del fa Afarchcfe Alejf andrò (ire. gor io Capponi, Patrizio Roma-\ no ec. C on Annotazioni in di- j verfi luoghi cc.. .. i n R oma ap- preso il Bernabb, e Lazza. : rmi 1747. in 4. a car.  .| vedcfi regillrata tale edizione;) ma farà forfè quella fleila, che fic fu fatta unitamente co’ Ri- ! tratti, e colla Sofonisba, cd al- ‘ tro, da noi per altro non ve-| duta, che ha quelle note in fi-| j ne P. Alex. Benacenses F. Be- na. V. V.; fecondo che dice il j Cavaliere Zorzi nel Ragguaglio ! JJlor. della rita d’O. manoferitto, in fine> cd anche nel Difcorfo fopra le Opere di lui, llampato nel tomo 5. della Rac colta A'Opufcoli ec. in Venezia apprcjfo Crijtoforo Zane, i 7 jo. in la. car. jp8. Di quella Rac- colta ne è benemerito Autore il celebre P. D. Angelo Calogerà. ( Tom. a. a car. 2 7 p. . Digitized by Googlc -. rugino e m Venezia ( Tenz’ anno, e ftampatorc in 8. e ( COn la Sofonisba, l'Epiflola de la Vita ec., ed al- Tom. 3. a car. . ( ia8 ) Tom. 2. a car. 201. Il Fontanini nel regi- ftrare nella tua Eloqu. hai. a car. * 75 - la fudJetta edizione, prete uno fbaglio, notando Venezia in vece di Vicenza. Tom. 2. a car. 243. ( l ì*J Nella Prefazione alle I Opere del rioftró Autore a car. xxx. ( 1 3 2 ) Si legga il Difcorfo del I Cavaliere Zqizì {opra C Opere j del noftro Autore a car. 440. Nel Catalogo della Libreria Cap- [poni, a car. 377. Ih regiftrata [un’edizione di qucft’Opcra in j 8. lenza nota di ftampa, ma quella ed altro ) In Venezia per Girolamo Pernio da Ischi mdxxx. in 8. e V* net. per Ago/lino Bindoni e finalmente in Verona colle altre Tue Ope- re Il T rissino fcrifle quell:’ Opera a mòdo di Dialogo, e in ella lodò parecchie Donne rag- guardevoli del fuo tempo i facendo tra le altre menzione )come fopra è già detto) di Bianca fua feconda moglie, chiamandola beiuffima giovinetta . Vi. Il Castellano, Dialogo, nei quale jì trae. ta de la lingua Italiana . In Vicenza ( fenza nome dello ftampatorc, nè anno della ftampaj ma ter Tolomeo Janiculo . ) in foglio. e ( colla Volgar Eloquenza di Dante) in Ferrara per Domenico Alammarelli 1 1 K in 8. Fu riita mpato anche tra gli Autori del ben parlare, e in Verona coll’altre fue Opere. O. manda quello suo Dialogo a lo ili ufi re Signor Cefare Trivulzio, fottO il nome di Arrigo Dori a ; e iperfonaggi, che v’introdulfe a favellare, sono Giovanni Ruceiiai col nome di Ca/iciiano, il quale di- fende l’Autore da quanto gli fu fcritto contro circa le nuove lettere } Filippo Strozzi, che lo Cdlfura, e gli quella forfè farà, che abbiamo] (133) Tom. 1. a car. accennata al di fopra nell’anno- . Tom. r. a car. 41. (azione ITom. 2. a car. c gii oppone le parole medcfime de’fuoi avver- sari ; e Jacopo sannazx.aro y che difende le ragioni del Trissino. Della Poetica; Divisone i. n. m.*iv, Jfu riceva perT olomeo Janiculo da Bretfa MDXXIX. di Aprile. in foglio . Monfignor Fontanini regiftrò nell’ Eloquenza ita. liana quelle quattro prime Divijìoni in tal guifa : Dalla Poetica di Gìangiorgio Trijfmo, Divijìoni iy. in Vicenda per Tolommeo Janicolo. in foglio: ma flc- come noi non abbiami vedute altre edizioni, che la fuddetta del 152 p., e quella di Verona ; e di altre non facendo menzione nè il Fontanini medefimo, nè l’Autore del Caia - lego della Libreria Capponi, nè ’1 Cavaliere Zorzi in nefliina delle due fue Opere intorno al Traino, (138), nè finalmente chi compilò la Biblioteca italiana; così crediamo agevolmente, che egli in ciò fi fia ingannato . Lo Hello diciamo parimente della feguente impresone delle altre due Divijìoni, da lui notata i 140) . A car. 354. j 1718. in 4. a'car. Coll’ altre fue Opere, e 17. e nell’Indice: Il Com- Tom. a. a car. 1- ! pilatore di quella Biblioteca fu Cioè nel Difcorfo /o-jNiccoIa Franccfco Haym Ro- pra le Opere di lui, e nella Vita mano. del medefimo manuferitta. ! Neil’ Eloqnjtal. a car, { li9) Biblioteca Italiana cc. In 354. Venezia prejfo Angelo Geremia . 5 che pure non farebbe il folo errore conv meflfo dal Fontanini in quella fua Opera. Della POETICA; Divifione . In Ve . - per Andrea. Arrivatene, Sono fiate tutte ultimamente riftampate ì* a?»»* coll’ altre fue Opere. Quelle ultime due Divìfioni furono dedicate dall* Autore ad Antonio Perepoto Vefcovo di Aras ? con dirgli > non aver loro data 1' ultima mano per effere fiato in quel tempo grandemente occupato nella teffi.- tura del fuo Poema dell’ Itali * Liberata da Goti, Nelle prime quattro Divìfioni tratta egli de’ Ver- fi, delle Rime, e delle varie maniere de’ Li- rici Componimenti volgari : e dice in princi- pio » che fé bene da molti Poeti tra fiato pot tic amen* te Jcrittoy e con arte, pure nefiùno fin al fuo tempo avea deir^r/ a voffra Reve- Furono più volte flant-j rtndìffìm a Paternità molto, et pata. V. fopra car.31. annor 55. | molto mi raccomando. ove s’c favellato di quefta Ora- i Da Cric oli-, di luni, cincone . V‘t di Marza del mille cinque Tom. 2. a car. 28?. cento trenta/ette, il tutto di In fine di quefta Let- \ Fopra RevcrenditfmaTatermta. tcra fa il Tris sino menzio - 1 Giovanceougio Trissino. ile fuccinta eziandio di certi al - 1 Quefta lettera non (apremmo tri Villaggi del Territorio di perchè non fi a (lata inferita nelViectiza ; c poi termina con | la edizione di Verona, quefte parole: A 1 on faro più I (^ P inrgia appreffo lungo, perciocché effondo Monf,-\ Pietro dei Nicolini da Sabbio gnore Brevio noftre lo apporta- \ mdm. in 4 * * Car> 3 ^ 1, a tcr S 0, tare di quefta, egli fupplirà a I (iji) Ivi» ed anche a car. bocca a quello, che io bavero. in fine. D’O. GRAMMATICES introduci ionie Libcr Primus. Verona afkd jintonium Putellettum Fu rijtempato quello Trattatello in Verona unitamente coll’altre fue Opere dove si premette un breve avvilo al Lettore, dicendo in eflb, che la detta Operetta forfè è quella, che fittone. me di Grammatica fi cip* da quelli, C hanno fatto U Catalogo dell'onere del *oJItq T*is«no, e forfè ancora nella prima edi. itone fi è dallo Stampatore coti nominata > Libro Primo 5 per rifletto 4' altro giceiolo Libretto » che contiene le inflituzioni della Grammatica del celebre Guari» Veronefi, e che figuitandogli immediatamente, fui far le veci di Secondo diquejfa materia. Non fi fa in fatti che il Tri ss ino altri ne facefle i e certamente altri non ne avrà compofti, concioffiacofachè nulla manchi alla perfezione dell’Operetta medefima* in cui egli attenendoli alla Italiana Grammatùhetta, tratta compiutamente delle otto parti dell’ Orazione . K i OPETota. i.acar.197. OPERE i D’O. >. In Verlì Stampate. LA SOFONflSBA (in fine} Jfampata in I v Rama per Lodovico Scrittore, et Lautitio Perugino intagliatore con p rohibitione, che nefsuno poffa Jfampare queft opera per anni diece t - come appare nel Brieve concedo al prefato Lodovico dal San . tifiimo Noflro Signore Papa Clemente VII. per tutte le Opere nuove che 'Iftampa. in 8. Laltefià. Jn Vicenzjt per T olomeoj articolo e In Venezia ( con li Aitratti I* Epiftola a Margherita Pia Sanlevenna y f Orazione ai Doge Gritdj e la Canzone a Clemente VII.) per Girolamo Pernio da Lecbo. in 8» e ivi ( lenza la Canzone ) per Agoflino Bìndoni Ivi ancora (reparatamente) prejfo u Gioliti mdliii. in 12. c Ivi per Francefco Lerenzini MDLX, in 8# * e Ivi P” u Gioliti ( tratta dal fuo primo efemplare) mdlxii. in n. - *' £ Jn Gntovrfapprtffo Antonio Bellone * e Venezia per Ginfeppe Guglielmo, >s T UO- Nuovamente ** Venezia prejfo Altobello Salica io Poi In Vicenza prejfo Perin Librar o t e Giorgio Greco compagni in 12. e in V me zia prejjo li Gioliti mdlxxxv. e mdlxxvi in n. e Ivi per Domenico Cavale «lupo. ili 8. e Ivi preffo Michel Bocobello " Poi ancora inVicenzA appreffo il Brefcia e in V inezia per Gherardo Jmbcrti . Fu riftampara eziandio unitamente con la Dpijtola de la Vita ec. (con li Ritratti, e X Orazione al Doge Gritti) fenza nota di ftampa, con certe note in fine, in 8. (15?) Finalmente fu impreffà tre volte, in re. rena prej/b Jacopo raiUrji, F una . nel primo tomo del 7 Wr» italiano (154), l’altra nel 1729, colle altre Opere del noftro Autore, e la ter V. fopra annotazione l2c. a car. 67. ( >54 J Di quell’ Opera ne dobbiamo laper gradoni Signor Marchefe Maffei, il quale v' ha premevo ancora una dotta Prefazione, da noi altrove accennata, in cui difeorre molto eruditamente della Sofonisba, che occupa il primo luogo. Quell’ Opera è cosi intitolata t Tea-\ tro Italiano, o Jìa Scelta di Traj gedie per ufo della frena ; ec. i in reron a prefso Jacopo Vallar fi 171S. in 8. Tom. 1. a car. . Tralafciando di riferire le vcrfiotti fatte di quello Tragico Componimento in altre lingue, fedamente vuol di rii, efTere cffo fiato tradotto in metro Jambico latino da Giulèppe Trillino la terza nel prima toma del fuddetto Teatro italiano ultimamente rillampatoQui dovremmo ftenderci a defcrivere a minunuto le bellezze di quella Tragedia, aia per non dilungarci troppo, ci riftringeremo (blamente a riferire ( come di fopra prometto abbiamo ) le oppenioni di parecchi illuflri e chiari Scrittori fopra la fletta, £ primieramente Niccolò Rotti, tanta ftima ne fece* che non pure ditte ( 1 5 . che ella tra tutte le Tragedie de’ Tuoi tempi teneva il primo luogo? ma la fcelfe di più per materia de’ Tuoi Dimorfi intorno alia t rogo dia. Angelo Ingegneri? Veneziano, laido lcricto, non efler troppo agtvol cofa P arrivar P Arìoflo nella Commedia, atrissimo nella Tragedia r del qual fentimentO fu pure Giovambatilla Giraldi da Ferrara, per altro rigido appuntatore del Trissino, dicendo, che tra’ noftri Comici è recito p Ariofio eccellentijfmo, et il TrHsino nelle Tragedie ha riportato, et ragionevolmente grandijfmo honort . Benedetto Varchi poi, uomo di molta erudizione fornito, non dubitò di dire nelle fue Leudoni > là dove trattò dei no, Cherico Regolare Soma- 1 meffaa* fuoi Difeorfi intorno alla (cor la qual traduzione fta ma- j Tragedia . V.’car. 1j.aonot.44. nufcritta nella Libreria de' P. P. I Della Poefia RappreSomafchi di Vicenza con que- 1 fentativa, et del modo di rap fta femplice ifcrizione: Sopho- I prefentarr le Favole Sceniche cc. NUB/t Tragedia metrico-latina 1 In Ferrara per littorio Baldini Paraphra/ìt . IJ98. in 4. a car. a. Lettera a’ Lettori pre -1 Ne' fuoi Difeorfi intorno dei Traici Tofani (159), edere ftato il noftro CjIOVANGIORGIO il P R 1 AIO » che fcrivejfe Tragedie in queJU lingua degne del nome loro. E flOIl pure il Vàrchi gli diede quella lode* ma eziandio il fopraddettoGiraldi, il quale nel fine della Tua Orbecche introducendo la Tragedia a favellare a chi legge, le fece dire cosi: £’l O. gtWtH, che col fno canto Prima d Ognhn dd Tebro, e dall UH f so Già trajje la Tragedia all’ end e et Arno . E a tralafciar altri autori, non fu minore la ftimaj che d’efia fe il Signor Marchefe Maffei, il quale nella fua raccolta di tragedie date a luce Col titolo di Teatro Italiano, dando all 1 Sofonisba nel primo tomo il primo luogo, dille, che ella il primo luogo altresì occupa fra tutte quelle Tragedie, che dopo il rinafeere delle bell' arti in moderne lingue apparsero ( 161 ); foggiungendo cfler mira. HI terno al comporre dei Romanzi,] (160) Nel principio della delle Commedie, e delle Trage-i Prefazione, o Difcorfo, che vi dte, cc. in Vinezia appejfo Ga - premette . briei Giolito de' Ferrari, &\ Avverte qui dottameli. Fratelli, . acar.14jr.Jtc il Signor Matchefe, che benLegioni di A 4 . Bene- j che vero fia, clic avanti la Sodetto Varchi Fiorentino lette da' fonisba il nome di Tragedia in lui pubicamente nell' Ac ademia J Italia fia ftato a’ componimenti Fiorentina, ec. in Fiorenza per | volgari impofto, poiché, die’ Filippo Giunti 1590. in 4. a car.J-egli, con queji' ijtejjo belliffmo 681 •, argomento una Tragedia abbia ' mo, è il ctfa, come la [rim a Tragedia riufcifle cui eccellente: C po CO apprell'o a fieri, che chiunque no n abbia » come in molti accade, il gufo del tutto guafto da certe Romanzate ftramere, non [otrà certamente non fentir/ì maravigliosamente com. muovere dalle belle vue di queftaTragedia, e da' p a fi tenerijfimi, c Singolari, che in ejfa fono. E finalmente in un altro luogo lafciò fcrittOj'che vera e regolata Tragtdia in quefla, o in altra volgar lingua non fi vide avanti la Sofonisba d’O. a cui il bell' onore non dee invi diarfi d'aver innalzate le nofir.e /cene fino a emulare i fiamofi efemplari de' Greci* Ma degno di (ingoiar lode 5 e d’eterna memoria fi rendette il noftro Giovangiorgio per aver ufata in quefta Tragedia una nuova maniera di verfi, e da veruno non prima ufata, dico i verfi fciolti, cioè non legati dalla rima*, di che e il Giraldi e per la condotta tanto fi allontanano dal regolato ufo del Teatro, e dalla furia degli antichi Maeflri, che non hanno fatto confcguir luogo agli slutori loro fra ^ Poeti Tragici; onde la gloriaci' aver data al Mondo la Prima ! Tragedia, dopo il riforgiment» 1 delle lettere, e delle bell' arti, è rimafia al O. . i A car. iv. della fud* j detta Prefazione, o Difcorfo p.renjeflfo al detto T entro Italia * no . I Difccrfi cc. a car. 23 6. ! Di f par crebbe non altrimenti ap* 1 preffo noi una Tragedia fe di ver1 fifo tutti rotti, 0 mefcolati cogl’ ! intieri, o co gl' intieri foli c'h.u j veffero le rime, fifle tutta compìfi a, che havtrebbe fatto appreflo i Greci, et i Latini, fefujfeft at a 1 ccm . d’O. . ‘ Si Ivlaffei (154) afsai lodatilo, e dicono, che perciò gli debbe fentir molto grado la noftra lingua. Ben’è vero, che vi fu chi a Luigi Alatnanui., famofiilimo Poeta Fiorentino, attribuì la gloria d’aver prima d’ognuno pofto in ufo co.tal Torta di verfii e ciò perchè egli -nella Dedicatoria delle lue opere To/cane dille d aver mejfi in ufo i .ver fi fenza le rime non ufati ancor mai da' noftri migliori.,Ma come notò molto giudiciofamente l’eruditiffimo Signor, Conte Giovammaria Maz 2 uchelli [166), o che l' Alamanni contezza non ebbe della Tragedia del Trissinoj e però fi pensò d‘ efsere il primo a fcrivere in detti verfi, o che accennar volle colla voce migliori qué’foli antichi fcrittorij .che fon venerati per primi Maeftri L della é compofia di Dimetri, di Adonii,\ Fiorenti* . in 4. a car. 7. di Jindec afill ahi, ovtro di éjfa- come pure il Bocchi nc’ fuoi E Iometri, perchè le fi leverebbe con' gj a car. 68., ed altri allegati la gravità il verifimile ; le qua- \ dal Sig. Co.'Giovammaria Mazli due cof* levatele, firimarreb-\ne ucheìli nella Pira dell’Alare ella fenz.a pregio. Et però manni per etto dottamente ferie— debbono aver molto grazia gli' ta, e (lampara • in Verona per huomini della nqfira lingua al ! Pierantonio Berno, 174 j. in 4. T R 1 s s ino, eh' egli quefli ver- j unitamente colla Coltivaz.icne Ji fcielti lor dejje, ne' quali la j dello ftcflfo Alamanni, c colle Tragedia pigliale la fede della \ Api di Giovanni Rucellai, fu* Maefià con vera fembianzut amendue gentiluomini Fiorenatl parlar communi* I tini . (164) Nella Prefazione al j A car. 47. della pcc’ Teatro italiano. I anzi citata Tita di Luigi Ala Il Poccianti nel Cata-j manni. logo Scriptcr, Florentitiorum della Poefia. Fatto fta però avere il T rissi no» come già è detto» la Tua Tragedia comporta vi* ventc Leone X. a cui la dedicò » cioè a dire prima che l’ Alamanni fcrivefle le Tue Opere» che furono ftampate nel in 2 E perchè v'ha una Commedia di Jacopo Nar* di, Fiorentino, intitolata amicizia (j e dell' ortografia antica della predetta Commedia, e fu Taverla il Nardi chiamata nel Prologo fabula nuova, c primo frutto di Ytvovo autore in Idioma Tofco, decife francamente > effcr la piti antica, e la prima di tutte le Commedie, che fi vedeffe feruta in 1/crf, Italiane: aggiungendo, che dalle quattro stante ftampate in fine di efla Commedia ( 172), appar chiaro efier efifa finta compo L 2 fila * I. " L - - u j, j Il Crefcimbejoi nella [che egli verarnente prete yno Star, della l^olg. Poef. dell’ edi- 1 sbaglio, perchè il Varchi dille zione di Venezia* tom. r. lib. folamcnre, che il Nardi usi in lib. J. a car. 1 1 V parlando del ! una fua commedia i verfi fciolti. verfo fciolto j dice, cheiIVar| A car. 4J5. e fcg. chi, lafciando indubbio, fe il J Quelle Stanze fono le Tris e dì guerre accefe in Tofcana, e per tutta l' Italia : il che (dice egli) pienamente corriffondt all' annoi 494. in congiuntura del. la venuta del Re Carlo Vili, in Italia-, e della cacciata de' Medici da Firenze . Ma quanto egli favellale a capriccio? ognuno-, che fiore abbia di letteraria erudizione, può agevolmente chiarirfene. Conciolfiacofachè quantunque Da quel-, da cui ogni falute pende Letitia et paco: a cui fittoil tuo fogno Si pofa : et lieto ogni tuo bene attende: j Et ceffi il Martial furore et /degno: Cbe fa tremare H Mondo: Italia incende, Chel clanger delle tube, et il fuon dettarmi Non laffa modulare i dolci carmi. Ma quello Dio, che olii alti in- gegni afiira: Et ogni opera dif prezza abie- tta dr vile: Tanto- favor benigno oggi ne fint- eti pur la fronte extollt il ficco umile. Ma fi lodore antiquo non re- fi™ Stufate lo idioma : et baffo fHle. Et fcujt il tempo Ihuom fag. gio et difereto Che molto importa il tempo fri fio 0 lieto . ]_ Quando farà che in porto al | ficco lido Salva (Fiorenza mia ) tua barca vegna Secura in tulio homai dal mare infido: T efio : Se il Sacro -Apollo il ver minfegna Segua pure il Nvcchkr ac- corto et fido : Et viva, et regni pur Chi vive et regna-, -Allhor (fé alcun difir dal Citi' s impetra) Diro le laude tua con altra Cetra . -Allhor mutato il Cielo in altro afielìo Renoverà nel Mondo il Secol dauro-.- si libar farai degni virtù re- cepto : Cipta felice: et di mirto, et di Lauro Coronerai chi honore ha per obietto. Et nota ti farai dallo Indo al Mauro. Ma hor eh' il ferro et il fico it Mondo a in preda Convita eh' a Marte ancor Minerva ceda 8$ tunque di ciò, che il Nardi dice in principio delle fud dette Stanze, (cioè che elle fi cantarono falla lira davanti alla Signoria» Quando fi recitò la predetta Conr media) racC ogli e r fi poflìi e (Ter efsa fiata rapprefen- tata in tempo che Firenze non avea cefsato ancora d efsere Repubblica ; nientedimanco nè da quefte parole > nè dalle stanze fiefse può dedurli che il tempo della recita d’efsa Commedia cor . rifa onde Piènamente . in congiuntura de- gli avvenimenti fuddetti. E fe egli in dette stanze fe menzione di guerre moleftillime a tutto il Mondo, non che all'Italia, non ne fpecifica pe- rò il tempo j anzi le accenna in maniera che fi potrebbe più verifimilmente conghietturare aver egli voluto in efse indicare le guerre in cui dall’ armi ddl’Imperator Car- f lo V. Roma fu prefa, e Taccheggiata, il Papa (che era Clemente Vii. di cafa Medici) fatto pri- v gione, l’Italia molto travagliata, e tutto il Mondo, dirò così, afflitto da gravilfime turbolenze. Oltreché non è probabile, che la signoria in tem- po di guerre e di turbolenze inteftine fi fofse data bel tempo, e fe la fofse pafsata (comefuoi dirli) in allegrie, e in divertimenti di Gomme die. Laonde con migliore probabilità fi può dire, che la Commedia del Nardi fofse rapprefentata nell’anno 1530. giacché in queft'anno e Clemente, Vii. ritornò a Roma dopo la pace fatta col fud. detto detto Imperatore, e dopo averlo anche folenne-^ mente coronato nella Città di Bologna; c Aleflan- dro de Medici fu fatto Duca di Firenze dal mede- fimo Imperatore; fotto il Dominio del quale la Città non lafciò in certo modo d’eflere tuttavia Re- pubblica. E verifimilmente un de’ due accennar volle il Nardi nella voce Nocchiero, ufata nel quinto verfo della terza ftanza, e ad uno de’ due pari* mente, o fors’ancbc a tutti e due pregò egli PitA t Rtgn? nel fedo verfo della ftanza medeilma r E viva > et regni pur Chi vive et regna. Se poi egli chia- mo la Commedia fabula nuova i e primo frutto di nuovo uè ut or e in idioma t ofeo, volle con ciò indicare la novità dell’Argomento, ma non mai la novità del verfo, come pretefe di farci credere il Fontani- ni nel citato luogo : c perciò fu giuftamente cen- furato dal Dottore Giovannandrea Barotti nella fila JOifefa delti Scrittori Ferrar e fi A quel che fi è detto fi può ancora aggiungere * che non fi troverà certamente, che lo Zucchetta, per cui fi crede, che fofle anche fiata fatta la pri- ma edizione della predetta Commedia * libro al- cuno ftampato abbia avanti! 1517.» 0 al più al più avanti > quando il Trissino avea già com- Parte feconda A car.n j. I tutori / opra P Eloquenza Italia- Queft’ Opera del Sig. Bacotei faina del F anfanivi, Roveredo[ ma Campata tra gli Ejfami di Tarj veramente Venezia) comporta là fua sofonhba. Ma per- chè più chiaro appaia l’errore del Fontanini ? e del Guidetti altresì nella fua relazione al Var- chi, e come a torto vuol toglierli al Tr issino da alcuni moderni la gloria della invenzione dei Verfi fcioltij vogliamo qui riferire ciò ? che al medefimo noftro Autore dille Palla Rucellai nella lettera ? colla quale gl’ intitolò il Poema delle Api di Giovanni Rucellai ? Ilio fratello? che che è fegnata di Firenze Voi fofte il Primo (gli dille) che quejio modo di fcrivere in •verfi materni liberi dalle rime ponefte in luce, il q»al modo fa Voi da mio fratello in Rojmunda primieramente, e poi nell' ji- pi » 0 nell' Orefie abbracciato, ed ufato: e apprellò chia- mò f Opere dello fteflo fuo fratello Primi frutti della Invenzione del Trissino. Per le quali cofe tutte forza è, che conchiudiamo? che a gran ra- gione non pure dagli antidetti Scrittori? ma dal Tuano e da altri ( ìycr ) fu il noftro Au- tore . Veggafi la foprallega- ! FHJlor. &c. Toni. 1. lib, ta lettera di Giovanni Rucellai vi. Ann. 1550. pag. 200. lctt. ai Trissino fegnata di Fi - \ D.„ Jo: G e or g i U s Tbis> terboaddt 8. di Novembre mdsv. j », sihi's .... Primus genu$ stampata nella Prefaz. alle Ope-',> canninis foluti foelicitcr ufur- re dello fteflo Trissino a car. ‘ „ pavit, cum a temporibus Fr. xv.} e a car. xvm. v’ha una „ pcirarchae Itali Kythniis ute- Lettera della Marchcfa Ifabclla,, rcntur. di Mantova al nollro Autore; ( 176 ) Filippo Pigafctta, Vi- de* di 24. di Maggio 1514. in ccntino, nel Difccrfo mandata cui gli dice, che avea ricevutola Celio Malafpina in materia una fua Lettera, Ferfi, et Ope- ‘ dei due Titoli del Poema di retta, la quale fi può crede- Torquato Tallo, premeflò al re, folTc la Sofonìsba, Poema fteflo delia edizione di Fette- Digitized by Googl SS •' La Vita torc chiamato Primo inventore di qucfti verfi. Ma per tornare alle opinioni degli Scrittori fopra la Tragedia del Tassino» non fu ella efen- te da’fuoi critici, rare eflfendo quell’ Opere, in cui non fia ftato notato qualche difetto. Il Var- chi nel citato luogo volendo darne giu- dizio, la oenfurò fpezialmente per la locuzione, dicendo COSÌ: Io per me quanto alla favola, e ancora in molte cofe dell'arte non faperrei fe non lodarla -, ma in molte al* tre parti, e fpezialmente d’ intorno alla locuzione non faperrei, volendola lodare, da qual parte incominciar mi dovejfi . E nell* JErcolano diflfc: La La Sofonijba del Tr isslno, c la Rofmunda di mefier Giovanni Rucellai, le quali fono loda tijftme, mi piacciono sì, ma non pia quanto a molti altri. 17 al C k Venezia per Francefco de' Fran- j che come fi avea d aver grazia, cefchi. in 4., dice, che \\\al Tr 1 s j i N o, c'havejfe dati Tr1ss1no fu il Primiero; que verfi ( fciolti ) alla Scena, che in italiano abbia ofato, e | così cc. Finalmente il Giti di faputo ..., camminare per fen - 1 medefimo in una delle fueLettiero erto, non più calcato da terc.tra quelle di Bernardo l af' vernn altro dal tempo antico in fo. In / 'a dova ., apprefi quà, faivendo in Verso dal- fo il Cornino-, in 8.; toni. a. a la rima Sciolto, con avvefttu- | car. 198. apertamente chiamo 1 rato ardimento, la Sofor.isba Tra - ITr.ssino Inventore di tali tedia ce.. HGiraldi poi ne* Di fi ! verfi : la qual cofa fu olTervata cor fi cc. a car. 92. favellando dei anche dal predetto Sig. Co: MazVerft Sciolti, chiama il noftro ! zuchelli, a car. 47. annotaz. Gì ovangiorgio loro in- j 1 22. della fuddetta l'ita di Luiventore-, e approdo dice qucdc' gi Alamanni, parole: Veramente mi pare, che | Lezjzioni ec. a car. 68 r,. Monfignor il Bembo, giudiciofo A car. 393. e 394 del Scrittore ..... il vero dice fio, | la ciraw edizione di Padove quando a Bologna mi diffe, che I 7 -H -,n X» "E L T RI S S,I N O. Giraldi poi fu appuntato il nollro Autore; per eflcrfi in quella Tragedia più dato (come £ dlfle) a fcrivtre i co fimi, e- le m Anitre de i Greci, che nonfi conveniva ad uomo, che firiveffe cofa Romano, nella quale tn. traffe la maejlà. delle perfine, ch'entra nella Sofinisba, Alla quale obbiezione veramente potrebbe nlpondcrfi colle parole del fuddetto Signor Marchefe Maffei (180), cioè che certe azioni, 0 detti, che ci pa jonoJn Per finali grandi aver talvolta troppo del famigliare > .non danno dif gufi 0 a. chi . ha cognizione de' Tragici Greci, egra* ttìca de' co fi unti antichi * E sì . parimente altri difetti furono appuntati an erta Tragedia, che per dir breve fi ommet> tonoi ma con tutto quello farà elfa da tutti i dotti Tempre in grandilfimo pregio tenuta: perchè quantunque lì creda lontana da quella perfezione, a cui fi può condurre un componimento teatrale! (oltreché Tiftelfo potrebbe forfè dirli delle Greche Tragedie ancora, come dice il predetto Signor Marchefe egli è per altro certo, no» molte prelfo chi ben intende annoverarli Tragedie in lingue volgari, che portano gareggiar con la Sofinuha, la quale fola farebbe ballante a tener tempre viva gloriofamcnte M appreC f 179) Difiorfi del Giraldi e. liane luog. cir, car. 179. in fine, e a car. Prcfaz. alle Opere de ( lio) PreCaz. al Teatre Jta.\ Trissino a car. xxvii. Dìgitized by Coogle 5>S 'La Vita apprcfso i letterati la memoria del Tuo AutoreA ciò che abbiam detto fi può aggiugnere ancora il giudicio del mentovato Signor Cavaliere Zorzi, il qual dille, che la Sofonùba ì u n Tragico Poemetto, migliare de’greci, e /nitriere ai Latini, Italiani » e Franzefi Scrittori. LA ITALIA liberata tia i Goti. Stampata in Roma per Valerio, e Luigi Dorici a petizione di plutonio A/aero Vicentino con Privilegio di N. S. Papa Paulo Jll, di altri Potentati. RarifDifcorfo fopra l’ Opere \ al Clcmentijfimo ed Invit tijfimo del Trissino a car. 415. 11 ^Imperatore Quinto CARLO Quadrio nella Storia e Ragione > Maffimo : e quelli primi nove d' ogni Poefia Voi. 3. libi 1. Dift. ì libri fono di carte 175 I fcI. cap. iv. Particcl 2. a car. 65. condì nove, che contengono regimando quella Tragedia, ac- carte 181, furono Rampati l’anCenna i difetti fuddetti in clfa no approdo nel Mcfe di Novem notati dai predetti Varchi cGi- bre, come appare da quelle pallidi ; ma apprelTo foggiugne, fole, che in fine fi leggono : che efla ciò non cjtantc ha fem- Stampata In Pene zia per T 0pre avuta ejiimazJone non poca: torneo Janiculo da Brejfa nell' annominando anche la traduzio- no MDXLV 111 . di Novembre . ne Iranzcfc di detta Tragedia Con le grazie del Sommo Fonfatta per Claudio Mcrmctto, c tifico, e de la JlluHriJfima Siimprcfla in Lione l’anno 1583. gnoria di Venezia, e de lo Illu( Quello Poema fa dal Jlrìjfimo Duca di Fiorenza, che Trissino, come è detto di ninno non la poffa riftamparc lopra, mandato in luce in più per anni X. fot za efprejfa licen tempi. 1 primi nove Libri » i za de l’Autore. Gli ultimi noquali hanno il titolo fuddctto,;ve finalmente furono llampati ma co’fuoi nuovi caratteri, fu- janch* effi in Venezia P anno rono llampati l’anno 1547. nel Hello MDXLVII . per Io Redo Mcfe di Maggio ; attorno il qual Janicolo, ma di Ottobre (cioè titolo v’ ha eziandio il motto un mcfe innanzi a'Scconai no. della, imprcla da lui alzata TO ve) collo Hello privilegio. E / HTOTvevon A auto >1 i e tutti quelli XXV II. Litui (che dopo fegue la fua Dedicatoriafono, non già. come Ov pi Rariflìma è quefta edizione } e due fole copie n’abbiamo noi vedute in Venezia y una nella celebre Libreria Pifani? e l’altra nella preziofa Libreria del fu Signor Apoftolo Zeno (184) 5 apprefso cui Vera anche un efcmplare dell’ impresone feguente. J tali a &c. riveduta e corretta per /’ Abate Antonini ec. in Parigi nella Stamperia di Ciovanfrancefco Rteapen . Tom. 3- in 8. Fu anche riftampata unitamente colle altre Opere del noftro Autore nell’edizione tante volte da noi citata j (ma fenza i caratteri da efso in inventati) in Verona preffo Jacopo PalUrfi 1729. i n e tiene il primo luogo nel tomo primo • Ma Anche ionie diflero erroneamente il Fonranini nell’ Eloquenza italiana à car. 580. . e 1 Autor del Catalogo della Libreria Capponi a car. 377.) fono uniti in un volume in 8. Il Cavaliere Zorzi nel fuo Dif offa intorno alle Opere del Tkissino a car. 4 y). sbaglio prefe in dicendo, che i primi libri furono ìmprtfft in Roma, e gli airi IX. in Venezia . Dal Signor Apoftolo Zeno fu la detta fua Libreria donata con teftamento a P. P. Domenicani della flrctta offervanz.a di Venezia nel mefe di Settembre dell’anno i7jo.» nel quale poi addì xt. di Novembre placidamente p.ifsò di quefta vi ta. Della cui perdita li dorranno mai Tempre i Letterati, ed tifa da noi non pure in quel tempo, in cui appunto eravamo in Venezia, ma continuamente farà compianta. Cinqui abbiam voluto dire., per Iafciare un pubblico arredato, della noftra gratitudine alle molte cortcfie ufjtcci dal meiefimo. Per altro un elogio alla memoria di sì grand’ uomo col Catalogo delle fuc Opere ha pubblicato l’erudito Autore della Storia Letteraria d'Italia (il P. Francefco Antonio Zaccaria Gcfuira ) nel Voi. 3. lib. 3. cap. V. num. 1. c fegg. pubblicata in Venezia nella Stamperia Polttiv 1752. In 8. Anche quefto Poema fu da varj letterati ITomi-^ ni e Iodato? e cenfurato in molte cofe. E quanto alle cenfure, il Titolo primieramente non è affatto piaciuto ad alcuni, giudicandolo dii troppo lungo, e ravvolto, diròcosì* dicendo, non bene diftinguerfi, fe i Goti, o pure altri da' Goti abbiano liberata f Italia (18*) . Scipione Erriccy Poi nelle fue Rivolte di Parnafo Criticò 1 - AtJtore noftro, che fece fare fenza necelfità veruna ai Perfonaggi del Poema lunghi ragionari, e che introduce la gente nella Zuffa, parlante aguifa di Dialogo, facendo che l’uno ricominci dove l’altro terminai il che è lontano affatto dal verifimile j concioffiacofachè nelle guerre non s’odano che poche voci, e folamente fi fenta, il fragore delTarmi : e in altro luogo ky criticò, perchè troppo alto cominciamento die. de alla guerra i dicendo, che meglio avrebbe fatto', fe avefse porto Belifario o dentro a Roma, o per lo meno in Italia v e tacciando in oltre gli amori di Giuftiniano di troppo goffi c lafcivi, c d’indegni del fuggetto, a cui furonoappropriati (188): delle quali cenfure dell’Erri- CO fi Veggafi Udcno Nificli tic' Proginnafmi ec. Rivolte di Parnafo di Scipione Errico . In Me finn per gli Eredi di Pietro Urea 164.1. in iz. acar. 63. Rivolte di Pam a fe a car. 64. Rivolte ec. a car. . pj to fi dolfe poi non poco Gafpare Trillino colla Lettera a lui indiritta ? la quale fi legge nelfè efse Rivolte di Pimi/,, (i8p). Attché il Fontanirri nella Eloquenza Italiana ( jpo ) notò qnefto fallo commefso d’O., foggiugnendo, che egli Poi ravvedutoli, ne fece l’ammenda, riftampando le carte, e mutando i verfi già fcritti (ip r ; s pafiando appreffo a riprendere chi riftampò le Opere di lui, perchè avendo tralafciata l’ortografia dal Tri ss ino fieflb inventata, v’ avelie poi inferite le cofe ** M medefmo volontariamente ritrai utt (ipi). Da S * ÌV r ° lte J C - * car - «o-. | eolie parole, e le parole io' ben(iyo) A cai. 581. 1 fieri: le quali fofto perciò fem so^Aelìa Ubr^'r ^ C * ! * lo \t lici e P«re, e di quando in quan. go della Libreria Capponi a car. | do con virgìnal modeffia trasfe &Y.T„“fT ''jT'I’t'v" 4 CanonTo G fZt d I Rissino, die*; nelle An- : ni Checozzi nella fùa dotta Ltt TZntL C alcll q0Cl1 ’ \ *»* di,enfiva ’ «tata al di fopra An!dli r q '"'"^ont all 1 annotazione 101., dice che {jù 1 ; isst { ;j:zz:iu f :rr ir ™ s ìz o ìvT cho t bcmì ! 2 *’ 119 J. \ io ’ »,iche > àoveglifcherzi qualche e 1 31., che fi e tentato di leva - 1 volta p affano aver Inaio ma UaVitìc *‘ r l ÌC l n ? }{ molto pia nelle ferie, et ed oraMa Vincenzio Gravina nella fua tcrie. * Opera intitolata Della Ragion Poetica libri due cc. Jn Venezia frejfo singioio Geremia 1731. in 4. lib. a. a car. 106. non dubitò di lafciarc fcrirtó non foiamen- Le parole delFontanini nel luogo citato fono quelle z Reca gran maraviglia (dic’egli j che ojjendendofi la memoria, e riputazione dd Tritino nel ri fi n 1. ^ te chela Qifd. -r riputazione del J njf.no nel ri te che lojhle del Tassino \fiamparfi le fue Opere ( non pe e caffo e frugale; ma ancora che] ri con l'ortografìa da lui fi tifo tatti ifitoi penfien fon mi furati j inventata ) fiafi voluto in onta fua » .Vita' Da Gio: Mario Crefcimbeni nella Stiletta dilla Fdgar Totfm { ipj), fu il Tr issino cenfurato di troppo efatto nella deferizione delle parti,• e particolarmente del veftire dell’Imperatore Giuftiniano; concioflìacofachè gli abbia fatto metter prima la camicia, e poi 1* altre robe di mano in mano fino alli calzari; foggiungendo, che l’efempio d’Omero inventore di cotali foverchio diligenti narrazioni, non lo dee in ciò feufare. In fatti l’avere Giovangiorgio troppo efattamente imitato quello Greco Poeta, fu la cofa principaliflìma, che. gli ha nociuto. Di che eziandio Giovambatiila Giraldi ? Cintio, Ferrarefe, appuntollo, dicendo (194)5 che £ energia non iftà ì come il noftro Autore fi credette, nel minutamente feri, vere ogni copicela, qualunque volta il Poeta fcrive eroicamente; ma nel fla, e non fenza contumelia della Chrefa Romana fargli l' oltraggio di preferire alia giufta fua correzione le cofe, volontariamente da lui meclefimo ritrattate, cantra le quali da onorato gentiluomo-, e da buon Crifiiano altamente fi fdcg -crebbe, Je foffe in vita. Con quelle parole accennò il Fontanini la rillaihpa» che delle Opere del T n i s‘s i n o fi fece in Verona ; del che il Marchefc Maffci fe ne rifenri nell’ E fame fopraccirato, a car. 73., dove dice, che il detto Boema fi è ristampato a Verona | fecondo /’ impresone con Privilegio di Papa Paolo Terzo ufiiI ta . lo certamente non ho vo; Juro darmi la briga di confrontare la primiera edizione ; colla riftampa' del Poema fieffo, per chiarirmi» fe vere ricino quelle mutazioni predicate dal Fontanini . Bellezza della Volgar ' Poefia di Gio: Mario Crtfcimj beni ; In Venezia, preffo Loren\zo Bafeggio, in 4. Dialog. Vili, a car. 157. Ne’ Di f cor fi ec . a car. 6 a. ma nelle cofe, che fono degne della grandezza della materia* if'ha il. Poeta per le mani: e prima ( 195 ) dille quelle parole: Come l'età di Omero e i collumi di que' tempi, e le fingo lari virtù, che fi trovano in queflo divino Poeta, fecero toler abili quelle- cof e in lui', così l'averle il Trijsino in ciò imitato ne/r Italia, .altro non fece, che ffiegliere dall'oro del componimento di quel poeta lo fi creo, (il quale non per fuo vizio, ma dell età ci fi trapofe ),.e imitare i viz,j, ( parendogli di avere affai fatto, fe bene gli efprimeva ), e accogliere tutto quello, che i buoni giudicii vollero trai affiate, moftrandofi in ciò foco grave. Oltreciò lo Hello Giraldi (i 96 ) notò in quello Poema, vìziofe eflere le invocazioni; e la favola di Farlo e di Lìgridonia elTervi introdotta, e fuori dì ogni bifogno, e fuori d'ogni dependenza ; aggiungendo, quell’allegoria efler tolta da altri, e in parte dall' Ar lofio nella favola et Ale in a, e di Logifiill * * C finalmente in una. Lettera a Bernardo Tallo (198) dille, chele il Tr ISSINO fiecome era dottiamo, così foffe fiato giudiciofo in eleggere cofa degna delle fatica di venti anni, avrebbe veduto, che così fcrivere, com'egli ha fatto, era uno fcrivere Smorti ] inferir volendole il Poema non era letto. Ma chi dogni appuntatura de'Critici a quello Poema parlar volette, llucchevole forfè e nojofo riufeirebbe ; elfendo già flato fatto queflo dal Difcorfi ec. a car. 33 .[quelle d’effo Taffo, ( Voi. a. t 9f> \ ^r 0T r cc ‘ 3 car ' 49 - a Car. 196. e fegg. ) (lampare — l J cor fi cc e fopra i Poemi di alcuni più chiari Epici non dubitò d’, innalzarlo. Nè minor conto ne fece Benedetto Varchi, poiché in una deile fue Leeoni (20 6) dille, che 1 Italia Liberata da Goti fe bene era lodata da pochijfimi meno che mezzanamente, e da molti in finii amen. t e biafimata,.e quafi derifa, pareva a fe nondimeno, che -Quanto a quello, che è prof rio del poeta, ella mcrìtdffc tanta lode, anzi tanta ammirazione, quanta altra potft*, che JSj fia dogo fico, ed a teffer lavoro Somigliante a quei di Virgilio, a d' Omero, e di quejlo fpezialmente eh' egli prefe a imitar del tutto. Lettere, Voi. 2. acar. 416. Il T rissino > la cui dottrina nella noftra età fu degna di maraviglia, il cui Poema non farà alcun» addito di negare che non fia dijpojlo fecondo i Canoni delle leggi d' lArift utile, e con la intera imitazione d' Omero, che non fia fieno d erudizione atto a infegnar di molte belle cofe ec. 11 O. medefimo nel 1. libro di quefto fuo Poema, a car.22.dcll’cdizione di Roma così dice ; „ Ma voi beate Vergini, che „ fofte „ Nutrici, e figlie del divi - 1 a> no Homcro, [ „ Ch’i ammiro tanto, e vo feguendo Torme „ Al me’, ch’io fo, de i fui „ veftigi eterni; Reggete il faticofo mio viaggio: „ Ch’ io mi fon pofto per „ novella ftrada, „ Non più calcata da terrc.^nc piante . E in quefti ultimi verfi potrebbe crederfi, che avefle egli voluto indicare non pure d’eflere flato il primo a comporre Poemi a imitazione d’Omero, ma d’effere anche flato il primo inventore del verfo fciolto » in cui il Poema è dettato. Lib. 2. acar. ioj. I Lezzioni di M. Bcnedetto Varchi a car. f‘* dopo Omero fiata firitta, e dopo Virgilio: foggiungcnclo appreflo, che deve molti fi ridono del T n. i ss i n ® > che confi fio d'aver penato XX. anni a comporla » a luì pareva, che ciò a gerle giudizio porre, e attribuire fi gli doVcHè > Finalmente ( a tralafciare il fentimento di altri Scrittori circa quello Poema, e fpecialmente del Tommafini, e dell’Imperiali Salvini, che fu uno de’ più begli ornamenti, che abbia avuto in quelli ultimi tempi la Città di Firenze, così fcrille (2op) in torno al Poema Hello, e al fuo Autore: 11 nofiro leggiadrijfimo Rutilai tefii in verfi fiiolti il fuo poemetto dell' Api dedicandolo al Trissino, che nello fiejfo tempo dello Alamanni » che la celebratifiima f u a Coltivazione mife in verfi fiiolti > compofe alla gran guifa Omerica I'Itau a Liberata dai Goti, il qual Poema fu tanto da un drappello diPaftori Arcadi confidar ato ripieno di bellezza, e virtù poetiche, che ave ano a varj /oggetti dato un Canto per uno, per metterlo in ottava rima, per farlo più leggibile con quefio lenocinlo alle fihiz,. zìnafiy per dir, coti, orecchia Italiane ( 2 to) • ed in Un e nel primo tomo delle fue opere della riftampa di Verona j e con altre fue poefie nella prima Parte della Scelta di Sonetti e Canzoni de' pi* eccellenti Rimatori d'ogni fecolo (alj). . RI Jm ^214) Mi pare, che qui da tralafciar non fia il Sonetto da Benedetto Varchi mandato al noftro Giovangiorgio j giacché con dio non pare lui lodò, ma avendo forfè la mira alle altrui critiche fopra il di lui Poema, inanimillo a?profeguire gl’incominciati fuoi Audi . 11 Sonetto è qticfio, e fi è traforino dal libro intitolato: J Sonetti di M. Benedetto Varchi, ec. In Venezia per Plinio Pietra Santa, 155-5. in S.acar. O. altero, che con chiari inchiojtri T e ’nvoli a morte, e 7 foco l noftro bonari, Rendendo Italia a' fuoi pajfati honori. Di man de' fin crucici barbari moftri Tu con nuovo cantar l'antico' moftri Sentier di gire al Cielo, e tra'migliori Le tempie ornarfi dì honorat i allori Pi* cari a cor non vii, ohe gemme et oftri. Per te l' Adria, la Brenta, e ’t Bacchillone Al dolce fuori de tuoi graditi accenti Vanno al par di Pento, del T tbro, e d'Arno . Deh, fe 'i gran nome tuo ftntpre alto fuone, £ faccia ogni gentil pallido 1 e fcarno, Tuo corfo l'altrui dir nulla rallenti. Scelta di Sonetti e Canzoni de’piìt eccellenti Rimatori dì ogni Secolo ec. DEL TRI'SsrN'O- roi XV. RIME. In Vicenza per Tolomeo laniccio. Diccfi j che l’anno medefimo fofler ivi riftampatc per lo Hello janicoia in 8>; ma quella edizionoi non l’abbiamo veduta. Furono bensì riftampate 1» Verona coll’ altre lue Opere. Il Tris si no dedicò quelle Rime al Cardinale Niccolò Ridolfi, Velcovo di Vicenza in quel tempo ( non a Leone X., come fcrifle erro* nearnente il Signor Canonico Conte Giovambatifta Cafottì, che fu perciò ne[ Giornale de' letterati £ Italia, modcllarrrente corretto) e nella Dedicatoria, la quale non ha daLa, egli dice, che gli mandava w'ft* Tuoi giovanili componimenti per ubbidire alle fue molte infianze . Di quelle Urne, non meno che del loro Autore, favellò con molta lode il Quadrio nella più volte citata Opera fua della Storia e Ragione di ogni Ree* : c Federigo Menini lafciò fcritto et* fere W4, che contiene i Rimatori an- Tom. prim.acar.349i fichi del 1400. e del 1500. fino j Nella Prefazione. In Venezia r Vrofe e Rime de'due Buonaccorpreffo Lorenzo Rafcggio . in 12. 1 fi « Rampate In Firenze nella Voi. iv. La Canzone è a car. ! Stamperia di Giufeppe A/anni 303. del Vol.i.e di efla se fatta 1 . menzione al di fopra all’annot. ! Tom. xxxvl. Arde* 56. Olitila Scelta, che era fiata ix. a car. 224. in 12. prima in Bologna Rampata, fu poi j Voi. 2. lib. I. Difi» riprodotta in Venezia inpiùVo-’i. Cnp. 8. Parriccl» s. a car» lumi. IOÌ L A V i f A fere i Sonetti del" noftro Autore e buri, fentenzàoft, e' patetici Sette Tuoi sonetti, i quali mancano nelle fuddette Rime, furono ftampati nella già citata Raccolta delle Rime di diverfi nobili PeetiTofeani fatta dall* Atanagi: il primo de’quali fu da Giovan* Giorgio indirizzato al Pontefice Paolo Terzo > e l’abbiamo accennato altrove; il fecondo a Ottavio Farnefe, allora Duca di Camerino} e poi di Parma c Piacenza* il terzo a Margherita dAuftria* il quarto al Cardinal Farnefe foprammentovato; il quinto a Girolamo Verità, gentiluomo Veronefej il fefto a Paolo Giovio» Vefcovo di Nocera, e Storico di chiaro nome» il fettimo finalmente è il fopraferitto, da eflo fatto poiché terminato ebbe il fuo Poema dell 5 Italia Liberata da Goti. Ancora Un fuO Sonetto, fcrittO al Cardinal Pietro Bembo (224;, fi legge tra le Rime di quefto Autore il quale un altro Sonetto Nel Ritratto del So- j cenza fua Patria. Sono chiarii netto 1 e della Canzone In Vene- \ fent trizio ft, e patetici, zia apprejfo il Bertoni > 1678.' A car. 8?. a tergo, e in il., a car. io?. Ecco le fuc, feguemi. parole Giovan - Giorgio! V* fopra et car. 55. al. T rissino, nobile Vicentino, l annotazione 1 07. oltre alla Tragedia delta Soft- j V. ivi. nisba e oltre all'Italia' Quefto Sonetto C0 Liberata, Poema Eroico, che \ inincia : fu il primo ad ejfer dettato fe- j Bembo, voi ftet e a qne bei condo It regole d'^driftotele, e ftadj intento . fatto ad, eferr.pio di Omero 1 fe J Rime di M. Pietro molti Sonetti ftampati in Vi- Bembo: In Bergamo appretto Pietro DEL, TRI5SIN Q. j ^ .Sonato nelle medefime definenze gli mandò in rilpofta. Altre lue Rime poi dono fparfe nelle Raccolte del Varchi» del Rufcelli, e d’ altri: ma dal Signor Marchefe Maffei tutte adunate furono, e poi fatte Rampare in un colle altre di lui opere, colla giunta ancora di altre poefie del mcdefimo (ma non di tutte), non prima date in luce, e di alcuni Sonetti da altri Poeti a lui fc ritti. Ma perchè alcune poefie, che fono tra quelle del noftro Autore, veggonfi altresì tra le rime o de Buonaccorfi, o di qualche altro Poetai però egli è ragione, che diciamo intorno a ciò qualche cofa, avendone già diffufamente parlato altri Scrittori, e fpezialmente il Cavaliere Zorzi. Tra le Rime adunque de’ Buonaccorfi Ieggonfi quattro Sonetti interi, e cinque foli verfi di un altro Sonetto (11 fuddetto Signor w tro Lanccllom 174 J. > in 8 . a car. Quello Sonetto comineia: Così mi rentU il cor page, e contente . e fi legge in dette Rime a car. 94 -Tom. l. a car.Difcorfo /opra l Opere'. del T r 1 $ $ t n o, a car. 404. e ! feguenti 11 -primo ^i queftiSonerti, che a car. 1. delle Rime del noftro Autore fi legge; ed a càr. 2 96. di quelle dc'JBuonac. 1 corfi, della mentovata edizione di Firenze 1718. in 12., comincia coste La bella donna, che in virtù d" Amore . il fecondo che principia: Li occhi foavi, al cui governo Amore ; nelle Rime de’ Buonaccorfi c a car. La vita Signor Conte Cafotti incaricando (2jo) modefìamente il noftro Trissino, favoreggia i due Poeti: e nel domale de' letterati tf /taiu fi accenna folamente, ma non fi feioglie cotal viluppo » Il Cavaliere Zorzi dice, che perciò fare converrebbe andare a Firenze, ed ofservare fc Antico, o no, fia il carattere, onde fono fcritte le poefie de’ poeti fuddetti •, concioffiacofachè pofsaefsere, che da'copifti, (le copie fono)> o come a car. ., cd in quelle del ine allenirne de’ Buonaccorfi a Trissino a car. 4. Il terzo, car. lvi. che ha quello principio: j Tom. xxxvr. Artic. Qando 'l piacer, che’l defia to bene; \ b o> he 1 Sonetti^/ I ; non fieno del piovane Buonaccor-,è a car. 4. a tergo delle Rime fi, offendo firitti a Palla di del noftro Autore, cd a car. Noffcri Strozza, ea'fioi figliuoli quelle de’ Buonaccorfi . 11 li > tutti fuoi coni empcr enei - I quarto finalmente, clic fi leg- '.y chc| DelLi edizione di Veti legge tra quelli di qucfto \nez.ia 1546. in 8. a car. 7..; la Autore dell’edizione di Firenze * qual Canzone, che nelle Rime e comincia: (del Trissino è a car.' 5. Quanto più mi dijlrugge il ( principia. mio pen fiero-, . Amor, da eh' e' ti piace nelle Rime del Trissino cl -Chela mia lingua parli-, cc a car, . j IOJ La Vita con vcrfi di Tette, e di undici fillabe, tutti Tciolti, e ufolla in una Cantone indiritta al Cardinal Ridolfi : il qual modo ftravagante e fconfigliata cofa parve al Crelcimbeni (i* ma, come dille Maffei Tu bizzarria d’un iblo componimento. I Simulimi (Commedia in verfo fcioito) In P rnezja per Tolomeo J unitola da Breffa. Quella Commedia ( dì cui non Tappiamo eflerci altra riilampa, Tuorchè quella Tatta in Perona unitamente coll' altre Tue Opere) Tu da lui compoftaa imitazione dei Mtnemmì di Plauto, aggiungendovi il coro-, e varie coTe mutando-, Teguitando in effe altresì le tracce degli Antichi, ed accoftandofi Tpezialmente ad Arifto/ane . Nella Dedicatoria al Cardinal Farnefe dice, che avendo in quefia lingua Italiana compoJ} 0 e l 4 Tragedia, e lo Eroicoy gli ' t* rut ° oU tra futili di abbracciare ancora qaefb' altra farle di $“fia, cioè la Com . Quella Canzone end nd primo tomo ddla riftampa di Verona,. a car. 371. cola.., c comincia; Paghi, fu feriti, * venerandi Colli i cc. ( ma non Tragedia, fi il TafTo, che non compofe Commedia, fua non eflendo quella, che fu imprefla col nome di lui (23P). A che volendo noi alludere abbiamo fatto di quattro differenti poetiche corone adornare il Ritratto del noflro Autore, che in fronte di quella Vita fi vede. Nella Prcfaz. alla ri- | Rampa di Verona a car. Xxv. Tra’ lodatori della commedia del nostro autore, j uno fi fu il P. Rugcri, cosi parlandone nella citata Declamazione a car. xxiiù,1 Hic fior Georgivs) anti„ quorum poetarum, qui Co— n mie® Poefis lauream adepti,! » Slori® termino* pofteris cir. j cumfcripfifle videbamur, Rre-,» nui adeò coocertationc ingej„ nii adarquavir, eruditiflìmo !» PoCmatc, metro jfcripto quod Sim itL r mos infcripfit ut quonefeumque >» Comicum illuci Carmen le- ftionc parcarro, ipfa fe mihi » antiqure Poefis facies verert-,, do, gravique afpc&u referar,» contemplanda. Egloga fafitrAie (in verfo Italiano) nella quale Tìrfe pallore invitato da Bauo capraro» piange la Morte di cefAre Trivuiào fotto nome di DAfm bifolco. Quello componimento fu inferito coll’ altre fue ogere nella riftartipa di Verona Altra Egloga (parimente in verlo Italiano), in cui parla Batto Capraro folo. E quella altresì fu llampata coll’ altre fue Opere Pharmaceutria U4* )• De mtTU Anche quella Compofizione, che è di clxxvil. verlì Latini, fu unita alle altre fue Opere nella riftampa di Verona (244): e perchè nel Codice v’era Tom. I. a car. \ffripfft, quifquis ille fiat, qm Tom. I. a car 375. \titulum aididit, non ertim ei,m À Gli eruditici ini Signo- arbitror effe a manu Io. Gìor rì Volpi di Padova, i quali fic- gii Trissini, quei» come aveano ideata Una edizio- ÌGracas litteras egregie caUuìJne delle Opere del Th iss l»o|/f. apud The ocn ( comc è detto nella Prefazione) J tum che ineptì hanc E- Fracaftoro. tlogam PiiAUM aceutri am in- (T Tom. U a car. IOS V’ erano alcuni vani? perciò dal foprammentovato Gafpare Tri ss ino eruditamente furono empiuti > e quivi fi veggono contraflegnati con carattere diverfo. Encomium MAximUiàni ctfarit . Sta quefto altresì coll’altre fue Opere della detta riftampa. Due Epigrammi latini. 11 primo di quelli Epigrammi (i quali furono dati a luce parimente in detta riftampa (245); fu fatto dal Trissino in morte di Pulifena Attenda, Celcnate, piagnendo egli in perfona del Marito* Quefto fu tratto da un libretto ftampaco in Venezia» in cui fi legge anche un’Orazione di Jovita Rapicioj da Rrefcia, detta in Vicenza in morte della ftefla. L’altro Epìgramm* è quello, che s’è riferito al di fopra, fatto da lui prima della ultima fua partita dalla Patria. Tom. 1 . a car. più nella Seconda Parte, a car. Qucùo Encomio è di CHI. Vcrfi 63.efeg.91.eieg. 192. c fcg. dello eroici latini, e comincia Cosi. Specimen Paria Ut ceratura, &c. Heor.rn Jì fatta mihi, laudcfvo Btixia 173 9. 4. pubblicato dal -Dei-rum non meno per dignità, che per Quandoq; ut ctlebrem permit - virtù inorali, cd intellettuali tii carmini Phàebe, Eminentiffimo Cardinal Qui. En tempus, ncque fallar, a- fini : e nella Libreria Ere defi} &c. feiana di Lion ardo C o^z^ando, Tom. 1. a car. 398. \in Brefciu\ 6 vq. per Gio: Maria Di Jovità Rapicio ' Rizxxrdi in S. a car.. ove fi trova latta menzione neli, £’r-|è chiamato Raviz.zat, c fr dice, colano del Varchi a car o che fu lcctore di umanità in Vili ella Scan zia xx 1 1. della Biblio- j ccnza . tcca Polamcz car.120.121. mal all’ annotazione m. Digitized by Google tio L a Vita Alcune poetiche Latine Compofizioni del Tr issi no non inferite nella fuddetta riftampa di Verona, furono ftampate nella Scambia XXIL della Biblioteca Volante- di Giovanni Cinelli ( MW • Quelle fono primieramente due ode; dopo cuifeguitano due evitati in morte dì Vincenzio Magre, fuo caro amico j e appreflfo feguita un epigramma ad fonticuium /: e finalmente una Compofizione intitolata leges conviva les . L’Autore di efia scam.i a nel luogo citato dice» che quefie Poefie ad intelligenti, che le hanno vedute, fembrano cofe fatte dal TnissiNO ne'fuoi pii* giovanili anni: ag>» giungendo, che il il Codice, onde le trajfe, benché fia ferie to net 1500;, mofira che già inclinava al fine il fecole, ed in confcgutnz.a molto tempo dopo l A di lui morte. DÌCC 1U oltre, che U Copifia era poco intendenti del Latine -, per. che vi fi trovano > alcuni errori, che mai fi poffono ’ attribuire a n illufire Autore. xxxrn.' A car. c 81. E‘ mentovata da noi all’ annotazione in. { ajo) La prima di quelle Ode comincia: Du&urus aurum nobile per Mare Carafve gemmai n avita fluttibus Non ante fe cautus mari . nis Crederet, et rapidi s procella 8 cc. L'altra' ha quello principio: Pulcher o Sol, qui nitido s dies &' Das, et idem fubtrahis, a eque ter rie Humidam noSlem *. et placidam quietone Riddi: avarie Sic. Quello Epigramma è diverfo da un altro dal noftro i Aurore Grecamente compollo fopra il mcdcGmo fuo Fonticello di Cricoli, il quale di fotto regiftriamo tra le fuePoefie non ancora date a luce 1 VOLGARIZZAMENTO .dì alcune Ode MQrazio* Quelle noi non le vedemmo» ma follmente ci atteniamo .all’autorità del Fontanini {252), e del •Quadrio )1 il primo de'quali dopo avere regiftrato un libro intitolato: Odi diverfe d' Orario volganzjzate da Memi nobilitimi ingegni, e raccolte per Giovanni Nar ducei da Perugia : fy Venezia, per Girolamo Polo. in 40 foggiugne fubito come fegue. Q*tJH vdga fi datori fora XIJ. ai le f andrò Cofanzo, Annibal Caro Cosimo Mortili, Curzio Gonzaga, Domenico Venitro, Francefco Veranda, Francefeo Crìftiani, GiovangIOr cio Tri «ino, Giulio Cavalcanti,, Marcantonio T ile fio. Sir . Jorio ELOQUENZA ITALIANA, a alleai»»? di luì ftampate in 5er‘ Car falla fola autorità del gemo per Pietro Dance dotti I7JX quale viene riferito quello libro in 8. a car. xxtv. tra le opere anche nella Biblioteca degliauto- del Vcniero regiftrando anche la ri Greci e Latini volgarizzati traduzione di alcuneOde dtO«nferita nel tomo jcxii. c fegg. hrazio da lui fatta, taluna dice, » della Raccolta Calogeriana alla di quefte fi trova fiammata in un yoceOrazio, dovr ai tomoxxiv. I libro, che io mai non ho potuta 3 ° 7 * f' sggiange ; libro avere, e che ha penitelo : Odi rari fimo, che non ancora abbi*. .diverfe ec. che è il libro da noi mo avuto incontro di vedere . ; fopraeckato, E pure grande Tappiamo cffcrc 1 ( 25+ ) Veramente il Signor ìiata la diligenza del P. Paico- j Anton.Fcdcrigo Seghezzi, di m, autore di detta Biblioteca, 'chiara memoria, nella Vita del per ritrovar un tal libro. [Caro per lui dottamente ferir V 2 J 3 ) Storia e Ragione dì ta, e premcfTa alle lettere delio ogni Poefia-, tom. 2. lib. t, Dift ! ftcflfo dell’ultima edizione di I. cap. vili. Particcl.iv. a car. I Padova, apprejjo Giufeppe Comi* 394. e falla autorità di lui il|m> . in 3. tomo primo, benemerito delle lettere Sig. Ab. niente dice, che il Caro tra1 icr-Antonio Serrani nella Virai dotte aveffe Odi eli Orazio, di Domenico Venterò, premeffa I uà La Vita torio Quattr ornarti, e Tiùerio Tarfia. L'altro pòi riferì' fee medefimamente quefta Traduzione, cd edizione, e i nomi degli fteftì Volgarizzatori. OPERE In prosa non istampate. YV IV T\ UE ORAZIONI di Sereniffidee Mente di re. JL) mrje, ter ifirevere le Ci, ed dir*"™ imgoftn riedificazione delle J*e Mora.. ORAZIONE, ovvero ARINGA ( dettata in lingua Lombarda) de, e. 2 M*U, ter ridare U D„m‘ * rei d ‘ V,.ni,d di de,,. Terre. Di quella Orazione s e già favellato a baftanza per entro quella r „. . Breve Trattato ài Architettura, coirai cune Piante di Edifizj fecondo le regole di Vitravio.. Di quelloTrattateli, abbiamo fatta meuzione nel principio di quefta r,ta IMD TRATTATO intorno ‘1 Mero Arbitrio. Due lettere latine a Monlignore Jacopo Sadoleto. . fopra paj- 8. annot. IJ. :I7$ Un Volume di lettere, fcritte a molti ragguardevoli Perfonaggi del fuo tempo, tra le quali molte ve n’ha da Soggetti cofpicui, e da dottiflìmi Letterati fcritte al T RrssINO ; ficcome altresì ve ne fono di Principcfle, e di Dame illuftri di quel fecoio . Da quello Volume fono -Hate eftratte dal Signor 'Marchefe Maflfei quelle, che leggonfi inferite nella iu a Prefazione alla riftampa delle Opere di Giovangiorgio» nella •quale egli nomina anche alcuni di que’Soggetti* 2e Lettere de’quali indiritte al T RlS jrN© trovanfi nello ftelfo Volume* e di quelle Lettere-, tanto llampate, quanto manuferitte, ci fiamo noi fpezialmente ferviti per compilare quella vita . Gli Originali di tutte le fuddette opere in Prof a manuferitte (fuori de\Y Aringa) > e delle feguenti pur manoferitte in Verfo, fi confervano di prefente apprelfo i mentovati Signori Conti Trilfini dai vello d'Oro, difeendenti dal nollro Letterato 1 le quali tutte fono Hate con molthTima diligenza raccolte, cd unite in due volumi in foglio dai Signor Abate Don Bartolommeo Zigiot-ti, che colla Lolita gentilezza* e benignità -ce ne •ha data contezza* e ci ha proccurato la comodità di vederle. Due LETTERE Volgari al molto Reverende Mejfer Hieronymo di Gualdo Canonico . L’Originale di quelle Lettere, (le quali purcnon fono tra le fuddette)* fi conferva prefentemente nella Libreria P de u 4 tfc’PP, Somafchi della Salute in Venezia, in una raccolta di lettere di diverfi fcritte ai Co: Co: Gualdi ; donde anche furono eftratte quelle che fono ftate pubblicate col titolo di Lettere dPUomini Jlluflri del Setolo decimo fettimp non fin fiampate L’ una di quefte due Lettere è fegnata di Roma; l'altra è fenza data OPERE he Venezia, nella li della Madre di Dio a canili. Stamperia Baglieni, della Prefazione al fuo S. Pier edizione p roccarata, e di note Grafologo ltampato Venetiis acorredata dal più volte nomi- pud Thomam Bettinelli nato P. Paitoni. fol. „Ne... ingratiffìmis quibufLa notizia di quefte «quevidearaccenfcndus, illau. due Lettere ci fu comunicata «datura iri non panar ci. et dal fuddetto P. Paitoni, a cui „do ut dr eorum fibi gratiam cónciliarit y et magnani apud omnet auiloritatem . Digitized by Google del Trissino; 117 Ìli Italiano ) In Vicenza per T olomeo Janiculo da Brejjfa > mdxxix. in foglio. e ( col Dialogo del CafielUno ) In Ferrara ter Domenico Mammartlli in 8. e (nella Galleria di Minerva, parte feconda, a car. 3 5 *) InVi inezia preffo Girolamo Albrix.z& > 16 $6. in foglio; e finalmente coll’altre fue Opere in j 5 ? tona H Libro è dedicato da Giovambatifta Dona a l Cardinal de’ Medici. Si dubitò per lungo tempo ^ fe Dantè fia ve* ramente fiato autore del tefto Latino di queft* Opera, di cui a tempi del Tr. issino niuno v’ era, che ne a vette contezza. Egli fu il primo a pubblicarla in Firenze, allora quando vi fu con la Corte di Leone X., come dice il Fontanini, il quale anche lungamente favella di molte letterarie contcfe, alle quali die motivo la pubblicazione del Libro fteflb, che finalmente fu riconofciuto per vera fattura di Dante . Ma cosi non poniamo noi dice del Volgarizzamento, di cui e fi dubitò, e fi dubita tuttavia, f e fia del Taissinq: e non oftante che tra le fue Opere (a6i) Tom. 2. a car. 141. 1 ( 262 ) V. il Fontanini nell’ Eloquenza lui. dalle car jjy. I tino alle car. 246. e ndl'Aminta di Tajfo difefo ec. In Venezia 1730. per Stbaftia • noColeti, in 8. a car. r Opere d annoveri, molti letterati vi Tono, i quali affermano non effere di lui . Tra quefti fpezialmente v’ha il Cavaliere' Zora, il quale nel Difcorfo /ofra r- opere del noftro Autore {26$ )> dopo aver regiftrate le Opere di lui in Profé) dice di ommetter la verfione de’ libri de vvlgari ELOQUENTI A di Dante, torchi non li giudica tradotti dal Tri ss ino, nté fatalmente da Lui fatti /lampare', aggiugnendo, provar egli ciò con buone ragioni nella «m del me defimo Tjussino da lui fcritta A car. xj>o. a tergo » ciò riferito il titolo nella Prefa-,c feguenti» . Jljj ;altro ci fcmbra affai frivola, perciocché moke altre opere del noftro Autore han tralafciato di regiftrare quefti Scrittori.) Oltre a ciò dice, che effendo detta -verfione malamente dettata in Italiana favella, farebbe!! perciò «* affronto patente ai. la fempre verter abil m (moria d’O., aggravando, . e sfregiando ing'mfiamente la fua reeognizione, col? attribuirgli un lavoro male intefo, t malamente tradotto-, facendo anche offervazione, che non d’O., ma da Giovambatifta Doria, Genovefe, è ftata quella Traduzione dedicata al Cardinale Ippolito de' Medici, con dirgli nella Dedicatoria, che Dante Jiccome ave a ferino f Opera fieffa in Latino idioma, cosi la trafportaffe nell'Italiano. Soggjllgne di più lo fteffo Signor Cavaliere, che fe Giova NG ioRGio foffe flato l’Autore di quella verfione, e’ non l’avrebbe poi allegata nel fuo dialogo del Gabellano a fua difefa, come fe foffe fiata Opera di penna altrui Que- X B, . .1 M Fontanini neH’£/equenza Italiana a car. 10A. diffc, eflere ftata la detta veriionc pubblicata dal Trjssino ; c ’l Muratori nella Prefetta Poefta Italiana tom. prim. a car. 2 3. della edizione di Modena Il T r 1 ss 1 ho nell’ accennato Dialogo fa, che Gio. vanni Rucellai lotto nome di Caffettano dica ad Arrigo Doria quelle parole: Deh per vofra gentilezza M. irrigo guardate un poco nel mio ftudio, e fende, che il libro portate qui il Libro della VolDe Volgari Eloquenti* trafporta-\gar Eloquenza di Dante tradotto in Italiano, fu dato alla Ite- J to in Italiano . et dal Trissimo. ! no Quelle, ed altre rimili ragioni adduce Cavaliere a provare» che il Tlissi no non fia {lato l’Autore di tale Volgarizzamento i alle quali aggiugner fé ne può un’altra piò torte, cioè, che fé egli non ebbe alcun riguardo a pubblicare, come è detto, in Firenze il tefto Latino di queft' Opera col nome di Dante, Tuo vero autore, molto meno l’avrebbe avuto a iar fapere? che fua propria era la traduzione Italiana*, e manco avrebbe comportato, che il Doria nella Dedicatoria al fuddetto Cardinale dieeffe, che Dante (il quale, fecondo il Tuo dire, l’Opera fteffa in Latino compofe, affinchè intefa [offe dagli Spagniuoì li, Provenzali, e Pranzo fi) la TRASPORTASSE ancora nel r.oftro Idioma. Anche il Fontanini U, con aggiugnere, che il noftro G io va n Giorgio net pubblicare quella ver bone; fi f* r ì fervùo de\ fuoìcarat. t tri Greci, perchè da lui creduti migliori per Pefprejfione perfetta di noftra Italiana favella . Con quelle ragioni, e con altre, che ommettiamo a motivo di brevità, foltengono i predetti Scrittori, non elfer del nollro Autore la fuddetta verdone; e ’1 Signor Marcitele Maflfei fe la fece (lampare, come abbiam detto, tra l’ altre lue Opere, non però di meno non dice» elfer cflà fattura di lui. Comunque fi fia, abbiamo giudicato miglior cofa elfere e non porla tra le Opere da lui fenza dubbio compolle, e non tralafciare affatto di regillrarla, sì perchè va attorno col nome di lui» e sì ancora perchè avvi qualche fcrittore> che la cita come di lui fattura. R ERUM ricent irtarnm Compendiane a Io. Georgio Trusjno confcriptum . In fine leggonfi quelle parole : Ha* fìrhfi t*fi dtpepulationtmUrUt Rome, dum Le. lattee tram apud Remp. renet am prò Clemente rii. P.M. Quello Componimento non è mai flato Rampato 5 cd una ( rita del Tr I s* 1 n o fima» ed utilidìma Stor. e Re. manuferìt. a car. 294. a tergo, gion. d'ognì Paef. Tom. I. lib. VeggaG il Qua dr nè da niuno certamente fi sa, dove effe fi trovino di prefentev e non oftante che abbiano detto i predetti Tommafini, e Beni, che allora fi con-[V. fopra a car. jr. f Trattar, dell' Orig. Prefazione alle Opere * ec. tib. a. manoferitto a car. tc. z ar. xxxi. jj. Elegia &c. a car. (180 ) Difcorfo ec. a car. 44»» D’O. ;i2,y fi conferva vano preflfo i fuoi credi (28O? pure quivi certamente non fono. Anche il Doni veramente ne regiftrò il titolo fenza più nella seconda lì. ireria ( 2.8ì )* ma con quella differenza? che T ultima d’efle Opere fu da lui chiamata Frontefpixio delle clone. E benché nel principio di quella fua Opera dica il Doni di aver mejfo infiemt tutti i Cicalai tri da sé veduti a ferma, de’quali 11 C aveva avuta notizia j e benché foggiunga? che di tali litri etmfofii (e regiftrati in detta fua Libreria, fochi c’credeva fodero per elfere ftampati» con con ciò fofle colachè erano libri rari, e inma. no di per fané, thè non li voleane dar fuori, mapiuttofio ardergli : nondimeno ci accordiamo volentieriflìmo colla opinione del Sig* Marchefe Maffei intorno a tali Opere? cioè che non fi fono vedute mai ; ma che iono Hate alcune per equivoco EQUIVOCO GRICE, altre ridicolmente intitolate. E crediamo parimente, che lo fteflfo fi debba dire d’un altra Opera dal medefimo Doni, e dal Tommafin. loog. eie- ! Nella Lettera, die egli jQfud Comitcs T rijfnos iffius i' colla fua lolita bizzarria intitoFi are ics affervantur : La Bafe la A coloro che non leggono, a del Chrifiianoì ec.Beni Trattar. car. io. eli. fc. lQ0g.cit.L4 Bafe del Chri- 1 {'184) Prefazione alle Opere Jtianoec.con altre Operette ferie. 1 ec. a car. xxx 1. te in prò fa, fono in Caf a de’ fuoi' (285) In un’ altra Opera, io Utrcdi. cui regiftra le Opere ftampatc La Seconda Libreria ài Autori Volgari, intitolata.' del Doni ec. Jn Vincgia 5 jj. La Libreria del Doni Fiorenti. in 8. a car. 91. i no, nella quale fono ferini cut ti ili Digitized by Google I2 c dove ftampata 47 -»-? 4 Meliini ( Giovanni) pittor celebre non fece il Ritratto del Trillino. 64. effo Ritratto premefTo a quella noftra Opera perchè adornato di quattro differenti corone poetiche 107. fua morte 6J. Bembo (Pietro Cardinale,) lodato 4. ». 4. fue EpiftoU dove Rampate 23. ».40. citate 24. «.41 due di effe fcritte a nome di Leone X. riferite a 3. e feg. fcrivc regole di noftra lingua 69. fa autore il Trifsino del verfo fciolto 88.». 17 6. fue Rime pubblicate per opera del Sig. Ab.Sertaffi citate 102. ». 225. rifponde nellemedefimedefinenzea un 5onerto del Trifsino. Beni ( Paolo ) fi crede autore di certo libro. 3. ». 2. filo Trat- Favola delle Cofie Notabili. 12.9 T ruttata del? Origine della Famiglia T rijfino dove Rampato . ivi. iua erronea opinione incorno al Trillino 6. e intorno all’ ifcrizione dclfuo palazzo nella villa di Cticoli io. nora di malevolo ilGiovio 4*. n. So. fa il Trillino autore di «ree opere . 51. ». xoi. 1 1 J.a fegg. fina al fine . lo fa fepolto pel Depofuo del L afe ari 59. n. 114. parla con lode di Bianca feconda moglie del Trillino 48. ». 95. citato 4. ia. ». 23. 23. w.41. Benrivoglio ( Ippolita ) a lei c indirizzata un’ Ode latina dal Trillino 115. Bergamini imitò .con poca lode la manieradi Ceri vere tifata dal Trillino • Bragia ( Marco ), Con Agli e dell’ Accademia Olimpica vi mette un SoRituto ». 28.48. Buonaccorfi . Vedi Montemagna. c C Arco trote, a ( Demetrio ) fu macftro del Trillino nella Greca letteratura. 4. dopo morte gli è dal medefimo eretto un Depofico con Epitafio in Milano ivi. lodato dallo RefTo nel fuo poema dell* Italia Liberata . 6. ». io. Calogeri ( P. D. Angelo ) lodato per la fua Raccoltad'Opufcoli Scientifici, cc.lll.e / allog. già nel Palazzo del Tri di no nella Villa di Cricoli * e quando . 12. ». 23. fatto Cardinale * e poi Papa col nome di Ufbano VII. ivi . Suo Bullo in pierra collocato in detto palazzo con ifcrizione, e quale, ivi. Cartellano, uno degli interlocutori del Caflellano del Tuffino, chi Ha ? t perche così detto 70. • ‘ Cavalcanti fu® Giudizio /opra la C anace cc. dove ftampato (fuo volgarizzamento d' alcune Ode d* Orazio, tu. Centanni/) ( Valerio ) fuo curiofo Sonetto al Trinino, riferito 40. ». 7J. Checozzi (Canonico Giovanni) illuftta un luogo- del Poema delle Api di Giovanni Ru* celiai, a difefa del Trillino 51. rat 01. chiama pio e ca/tigato il Trinino 93. ». I9T. Chiapino Vedi Bar- bar ano . C biffi ezio l GiovanjaCopo ) (nell* Infatti* &c. Antuerpix ex officina Plantinian* 1632. in 4. ) -non mette tra’Cavalieri del Tofon d Oro il Trinino 4J. e fegg. ». 88. Cindli Vedi Raf- ie. Ciria{ Gìufeppe Maria) Tua Ode latina in lode del Tuffino, ri- H CUt^ntt vi' Papa . Vedi &A D y 0 'J?%tfix doic^ftLpata ledici antt t,cn .' - f :i te _ CoRoza, Villaggio deiscenti-, arre poetica - J »* « £lo, ' A m famo'o Covolo vie- Ilo latino de c.^1uon a «I"f |i 11-1 breria Brtffiann love Rampa- »o. * 4- da cbi .Btoccurateiw. Coment* j dove Rampati }4-| e /^', . pentiluomo ir. 6o. fa il T tiffino il primo, Dw-tfo ( Ermolao U Martbcfa di ! Mantova ringrazia il TrifTi- 1 no per certa Canzone man datale lo invita a fe, e perchè . ivi. efaltata nei Ritratti del Trillino. 39. » 50. lettera a lei fcritta dallo ftclTo, citata F arnese a lui viene indirizzato un Sonetto dal Tuffino, c dóve fi legga. ( Rannuccio Cardinale ) grande amico del Tuffino, j j. icrive allo fieflb una lettera d’ ordine di Paolo HI. ivi ». 108. dal Tuffino gli è dedi- cata la Commedia de’ Simu- limi. io 6. Sonetto dal Trif-i no a lui dove fi legga fioretti (Benedetto) V. Nifieli (Udcno). Firenzuola ( Agnolo ) fuo Dif- (acciamente cc. dove Rampa- ! to . e feg. feri ve contro a! Tuffino . ivi. e 37. ». lo taccia di ufurpatore . 36. e fg. n.6j. quanto falfamcntc . ivi. fcriffe piuttofto per giuo- co, che daddovero. è citato nell’ Ercolano del Varchi ivi . citato 68* Fontane delia Villa di Cricoli lodate dal Triffino con lati- na poefia. ito. e con un c- pigr .mma Greco ivi ». Fontattini ( Monfignor Giulio) fuo libro dell' Eloquenza Ita- liana dove, Rampato 35.» 64- Efami fopra d'effa ftampati cenfurato giuftamentc dal Si g. Marchcfe Mattici. . »j . difefo da ccnfura dello lìdio 46. ». 88. chiama Novell 10 Cadmo, e Cadmo Italiano • 11 Trillino 39. giudica in- venzione di lui 1’ ufare la Z, in vece del T. ivi. fuoi sba- gli. . ». . e feg. . e f e ii- . critica V Da- lia Liberata 93. non viene confermata la fua ccnfura dal Catalogo della Libreria Capponi ivi. ». i9i. riprende il Marchefe Ma Aci 94. « 1s2.il quale gli rifponde ivi. Vol- garizzamento d’ Orazio da lui riferito, dubbiofatnente da noi riportato . ni. Aminta del 7 affo da lui difefo ion le Offervazietti d' un Accademi- co Fiorentino dove Rampato li luogo ambiguo di quell' Opera lai. ». z6g. fua oppimene circa il iraduc- tor del Libro de Volgari Elo. quentia di Dante. . e feg. Fortunio (Francefco) feri ve re- gole di nollta lingua. . Fracafioro ( Girolamo) amicif- fimo Tavola delle Cofe Notabili. 1$; fimo di Giovambatifta della loda la Sofonùba ivi . la bi*. Torre. 10S. ».. fimaS9. come gli rifpondail Francefco I. Re di Francia, è Malici ivi. critica/’ balia li- fatto prigione dell’armi dell* berata . nell’ Orbecchc la au- Imperator Carlo V. e ’1 fuo torc il Trillino delle Trage- cfcrcito feonfitto. 40. gedic ferine in Italiano 7 9. Erancefì, feonfitti dall’ armi di come pure del verfo fciolto Carlo V. Imperatore, c cac. . fua lettera dove ciati d’Italia, ivi. fi legga ivi, citato 90. ». Franti ( Adriano) V. T t tornei. ( Lilio-Gregorio ) fu con- G difcepolo del Trillino nel- lo Audio delie lettere Greche. G aza (Teodoro ) nominato 4* ne fa menzione in certo con lode nell* Italia lite- \ fuo Latino poema . ivi. ». 4. rata 6. ». io. ! Giulio II. Pontefice, fua mor- Gemi/lb ( Giorgio) nominato al- ! te quando fucceduta 13. tresi con lode nella Refluivi. 1 G abbi ( Agoftino ) fua Scelta Ghilini ( Girolamo ) (nel fuo' ài Sonetti cc. dove publicji- Teatro d'Uomini letterati. Ve-\ t» . ». aij. nezJa perii G aerigli; Gonzaga ( Curzio ) fua tradu- non regiftra tra le Opere deli zione d’alcuncOde d’Orazio, Trillino il Volgarizzamento j citata ni. di Dante de Fulgori Eloqucn~ j ti Gragnuola (Prete Francefco) tia. . j fu il primo maeftro del Tril- Gilafco Eutelidenfe . Vedi Lue- j fino. 3. lettera a lui fcritto le., | dalTriffino ove fi legga ivi. Giorgi ( Monfig. Gio: Domcni- { citata 13. ». . ai. ». co ) Compilator del Calalo- 1 ». . go della Libreria- Capponi . Gravina ( Vicenzio ) fua Ka > Vedi Capponi., ' ' I adone Poetica dove ftampata Giorgio (Gio: Lorenzo) Noda-| . in efla loda il ro Veneziano . » . Trillino itti, fa grande ftima Giornale de’ Letterati d’Italia del di lui poema dell’ Ita- ccnfura il Cafoni 101. «.228. 1 Un Liberata. 97. non decide fc alcuni Soneui Gritti ( Andrea ) Doge di Ve- fieno del Triffinoio.) nezia, quando vi tulle elcr- lo fa bensì autore dell' in- 1 to . . gli è recitata in tal venzionc del verfo fciolto occaltone un’Orazione congratulatoria d’O a Gìovio (Paolo) tacciato di ma- nome della città di Vicenza, levolo da Paolo Beni, c per- 31. citata . 73 e feg.76. fua che . gli è fcritto morte quando feguita 30. un Sonetto dal Triffino. . »-JJ. dove fepolto, e con Giraldi (Gio: Battila ) fuoi Dif- qual Epitafio ivi. cerji dove Campati 7S. ». tj8- Grato (Luigi) fuprannominat» i Cie. Tavoli, delle Cieco. £ Adria, filo grotto sbaglio ». in. Gualdo (.Girolamo) due lettere dal Tuffino aldi' fcriue » ove. liano - ( Paolo ) fua Vita- di Andrea Palladio dove fi legga 9. Lettere Originali a’ Guai* di dove fi. confcrvino- IV}e feg. Guarirti ( Guarino ) Vcronefc 5 fcriflc colè gramaricali io lingua Latina. . Guicciardini- ( Franccfco ) fuoi Quattro libri della fua Storia ( nott pia fiammati.. Venezia ftr Gabriel Giolito 1 ciati Guidetti. ( Franccfco ) fua rclazioae a Benedetto. Varchi, . ccnfurata. H I ! . H a y m (-• Nicola- Franccfco ) fua Biblioteca Italiana dovei Rampata I liingo, o fia confonante, trovato dal Trillino > e abbracciato dagli Scrittori an. che Fiorentini. 39. ». 73 Jjenicol» ( Tolommeo ) folito Rampato» del Trinino .lai. Imperiali ( Giovanni ) fuo Mufaum Hifioricum dove Rampato . . ». 11. dove il fuo Mufaum Phyficum 8. ». 17fua erronea opinione intorno ai primi Rudj. del Triffino.6. e intorno ad Andrea Palla, dio . 8., loda il’. Tuffino . éj. ». lift. c il di lui poema Co fé Notabili. deli’ Italia Liberata citato- Ingegneri fua Opera della Poe fia Rapprefentativa ec. dove Rampata .». 157loda la Sofonùba. del Tuffino.. *»»• licrizione al Sepolcro del Calcondila dell’Accademia Triffina attorno alla porta del Palazzo del Tuffino inCricoli io., a che fine vi. fotte collocala . . al BuRo di Vrbano Villa. »•»?• «1 sepolcro di Andrea Gritti Doge. 30. ». J3al Sepolcro del T tifiino da lui fòrmatafi, ma non. metta in ufo» e perchè. 56.., altra, in forma diElogioéi IL L ascari ( Giovanni) nominarlo con lode nell Italia /*barata ». io. ove fia. fqrpolto. . »• 114àttere di XIII - Uomini illit~ftri dove Rampate n. ». . d' Uomini Illuftri dei Se. colo XVII. dove» per cui ope. ra pubblicate» c donde cavante XM* »• Z S , Libreria Arobrofiana 52^ ». io»j. - Bertoliana di Vicenza 3. ». a. chi nc è. Bibliotecario ivi dei Nobili Uomini Pifanj in Venezia ; conferva la prima edizione rariffima della Italia liberata da’ Goti PI.. de’ ' de’PP.Somafchi della Sa* I Maffei ( MarChefe Scipione ) >b* Iute di Venezia, confervava un MS.-de'Trifftni, ed uno del Beni originale7. ». . con • fervagli originali di . olcilfi • me Lettere fcrittc a’Gualdi .. '• j - dei detti PP. di SS. Filippo, e Jacop > di Vicenza conferva 1” Aringa MS. del Triffino 47. n.91. e una eradazione in latino . MS. della Sofoniiba. «.. Vedi C Apponi . Colando . Plutoni . Rude. Zeno ( Apportelo ). Lombardelli (t'razio ) lettera di Torquato Taffo a lui fcritra • dove fi legga 96. n 101 Lombardi (P.Giroiamo ) Gefui ta, citato . Loredana \ Leonardo ) Doge di Venezia. Lettera del Ponrefi. ce Leone X. a lui ferina, -e prefen taragli dal Trifòrio, riferita. 24. Leone X. Papa. Vedi de' Medi, ci (Giovanni). M M acchiaveui (Faufto) Accademico Olimpico, in. xerviehc a un Configlio. della fua Accademia . . ». . Madrucci ( Criftofano ) Card ni. Vcfcovo, Principe di Trento, introduce a Carlo V. un meffo dei Triffino. 54. lettere a lui feriteci citate ivi 1 06. al lui c raccomandato Ciro 1 Trissino da 'Gioan.Giorgio fuo Padre. 54. Mairi (Vicentino^ due Epigrammi latini fatti dal Ttif- 1 fino, per la mòrte di lai do-, • ve fi leggano no. dizione delle Opere del Trif. fino da lui procurata, premefiòvi un Riftretto della Vita dello fteffo, citata foftiene, che il Trillino valeffc nella Filofofia Platonica e Pitagorica 8. ». i^enore nel fuddetto Riftrettodi luicommcflb 12. ». . fuo Teatro Italiano ci. tato 26 . ». 45. 79» c feg. n. 161.89.». 180. più volte ftam. paro 77. loda la Sofonisba. la difende dalle altrui cenlure - loda la Gramat iebetta del Triffino 69. e la Italia liberata e la invenzione dc’nuo. vi caratteri 38, fua falla cppinionc intorno 1’ ufo che ne avrebbe fatto il Triffino . . la fa autore del verfo fciòL to8l. lo difende dalCrefcimbeni per una nuova maniera di Canzoni da lui ufata 106. interpreta fi ni Riamente un dettodcl Fontanini . ». . lo ccnfura giufiamente . ». . cenfurato da lui fc ne Tifcnte 94. fuo E fame fatto all* Eloquenza Italiana dello fteflo dove Rampato fue Offer. vazMtni letterarie dose ftam* pare 44. ». 84. lodato afferma non efierdi Torqua~ i I J/j Tavola delle Co fe Notabili. quato Taflb certa Commedia che è ftampata col nome di lui . Vedi 7 'ajfo (Torquato) . prova non effer del Triflìno certa opera Latina 123. nè certe altre ridicole compolmoni dn Malgrado (Vincenzio) a lui fcrive il Trillino una lettera 4. ». 5. Mattiti ( Domenico Maria ) fuo detto cenfurato 39. lue Lezioni dove (lampare, ivi. . Mattux.it} ( Paolo ) fua lettera a Bernardino Parremo riferirà. . Marana( Andrea) imita con po ca lode la maniera dì fcrive. re ufata dalTriffino. 3». ». 73 Martelli ( Lodovica ) fcrive contro al Trillino in proposto de Tuoi nuovi caratteri. 35. fuo deteo coytrctto. ivi. ». «4. Martintngo (Chiara) madre di Luigi Trillino primo marito di Bianca feconda moglie di Giovan-Giorgio . Martiri ( Jacopo ) fua Jfioria di ricetta, dove ftampata z6. ». 4". Maj]tmiiiatto, Imperatore, onora il TrifGiro. 16. fi crede, gli abbia conceduto il Vello ef Oro . ivi . non gli falcia profdguir Certo viaggio . lo rimanda fuo amb afe Latore a Papa Leone X. ivi . fua lettera latina al detto Pontefice . 1 9'.»?-»47._fuo Specimen varia litttrattcra dóve ftampato. ivi. ' R R aoona ( Alfonfo) Accademico Olimpie o. Vedi Angioiello . • Rapido (Jovita) fua Orazione accennata 109. menzionato da più autori . iviy ». 24.7. fu Lettore di Umanità in Vicenza ivi. vicn chiamato Ra Cofe Notabili. vizza dal Cozzando . ivi . Rccoaro, villaggio del Viccntino.Vedi Comuni diRccoaro ec. Ridolfi ( Cardinal Niccolò ), Vcfcovo di Vicenza, eletto dal Trillino per uno de'Commiffari del fuo teftamenco . J6. gli fono dedicate dallo Aedo le fuc Rime . Canzone del Trillino in di lui lode, accennata . 106. Roma, Taccheggiata a’ tempi del Trifsino. . Rojp ( Niccolò ) fuoi Difcorfi interno alla Tragedia dove ftampati 2j. ». . citati 45. »• 88. loda la Sofonisba del Trifsino. 2J. 7S. Rucellai ^Giovanni) fuo Poema dell ' sìpi quando ftampato * io elfo loda il Triffino. 8. ». 14. volea fotte riveduto da lui prima di darlo in luce. 51. e . cosi le fuc tragedie dell' Ore/?*, e della Rofmunda 123. e feg. luogo ofeuro di detto Poema dell' Api illuftrato dal Signor Canonico Giovanni Checozzi è grande amico del Trifsino 17. rifponde a una lettera di lui ivi. dove efta rifpofta fi legga ivi . ». 34. f*i. è Caftellanodi Caftel S- Angelo 50. * e con quello nome c uno degl’ interlocutori dell’ Opera del Tuffino, che per ciò s’ intitola il Cafiellano. a lui è intitolato il Poema dell’ Api. V. Rucellai ( Palla ). la fua Rau fmunda non piace affatto al Varchi 88. corretta dal Trifsino 123. e feg. fua morte jo. lodato dal Salvini 98. citato 2J. ». . $ % ( Pai . V 140 1“ avola delle Cefe Notabili» ( Palla) dedica al Trillino li | poema delle Api di Giovanni 1 S filo fratello, c quando 51.». ' 101. 87. lo fa autore del ver- qabellico ( Marc’Antonio) lofio fciolto 87. O dò in un fuo poemetto la £uele (P. Mariano) Carmclita- Villa Cricoli, c quale 12. no, fua Stanzia aggiunta al- 23. la Biblioteca Colante di Gio Sadoleto ( Jacopo ) gli fono vanni Cinclli, dove Rampata fcritte due lettere latine dal $7' c f e t' n ' in. regiftra alcune Trifsino. iti. compofizioni dei Trifsino non Salviati ( Cardinale Giovanni ) più Rampate ivi . e 1 1 o. fa meta- prefenta al Papa una Canzozione di J ovita Rapido 109. ne d’O. 31. fua lette. ». . ra al Trifsino, riferita. 32. Ruderi ( P. D. Francefco ) Soma- n. 57. gli manda un Breve dà feo . Sua 7 'ratina cc. dove Clemente VII. ivi . Rampata 4. rt.’j. da chi fatta Salvini ( Anton-Maria) citato Rampare accenna Vili. 38. loda il Poema dell’ T alloggio d’Vrbano VII. nel Italia liberata . e P Palazzo di Crico/i . Api del Kucellai, e la Col vuole che Carlo V. f»cefle tivazione dell* Alamanni ivi. Conte, e Cavaliere il Tri fsi- fu c Profs To/cane dove ftanv no . e quando 44. ». . paté . . quanto in quello egli s’ in- Sannazzaro (Jacopo ) uno deganni 55. ». 106. loda il gl lnterlocutori del CaJleUaTrifsino 6 J. e la fua Poeti. no del Trifsino . e la fua Coni- Sanfevcrina ( Margherita Pia) a media Ì07. ». 239. accenna lei è dedicata un’Opera del aver il Trifsino icritti Infe- Trifsino 67. gnamenti Rettorici 116. ». Sanfovino ( Francefco ) edizio260. come debba!! intendere ne della fua raccolta di Orativi. zioni di diverfi Uomini Ulte Bufcelli loda P /tri divifa in due parti, cita invenzione de’nuov! caratte- ta 31. ». J$. fa volte più ri del Trinino, c del Tolo- volte pubblicata . mci.38. «.68. fua raccolradi in e da ha luogo un’OrazioLettere di Principi, ec. cita- ne d’O., e quale ivi . ta . 42. ». . nelle Rime Sajp (Giufeppc Antonio) lodapcr lui raccolte lì trovano to . Je. . delle compofizioni del Trif- Savorgrtano (Giulio). una lettefino . 103. fuc note al Fu. radilui a Marco Tiene ftabiriofii dcH’Arioflo, citate ivi. | lifcc l’anno della morte del Trifsino. . Scaligeri (Mattino, e Antonio) in qual tempo vi veliero. 71. Scamozzi (Vincenzio) chiariffimo Tavola delle fimo Architetto . io. ». «. discepolo del Palladio ivi . di che non ne fa menzione nei Tuoi libri ivi. Schio ( Girolamo ) Configliere dell’ Accademia Olimpica, a chi foftituito . ». . . Vedi Angiolello . Terra del del Vicentino, manda Oratori a Venezia a a chiedere un fattizio Veneziano in Rettore in vece del Vicario Vicentino . 49, difefo da Baftian Venicro Gentiluomo Veneziano. 50. per. de in tutto, e per tutto, ivi. degli Scolari ( Franccfco). Vedi Bcccanuoli . Scotto nd fuo hi. nerarium ec. parla dtlh AccademiaTriflìna. m. ». 22. Vedi da Cap ugnano. Stghezii ( Anton-Federico ) fcrive la Vita di Annibai Caro in. ». 274. dove flampata ivi. non regiftra tra le Òpere di lui alcuna traduzione dell’ Odi d’ Orazio . ivi. fu a edizione delle lettere diBcrnardo Tasso, citata Serra# ( PìcriAmoqiQjjpubbli. ca le Rime del Bembo io». . e quelle de’ Venie» ledendo la Vita di Domenico, HI. ». 2 JJ.Speroni ( Sperone ) Sue Opere dove ftampatc Giudizio fopra la fra Canate da chi comporto, vedi Cavai, canti ( Bartolotnmeo ) . da Somacampagna ( Gidino ) primo Scrittoredc 11 ’ arte Poetica, in Italiano. 72. inqual tempo viveffe. ivi. Statuto Vicentino citato ' feSS Strozzi (Filippo) uno degli Interlocutori nel Cartellano . Sub a f ano . Vedi degli Aromatari. T T Asso ( Bernardo ) edizione delle Tue lettere ( proccurara da Anton-Federico Seghezzi ) citata aia. loda 1 ’ Italia liberata. fue Lettere dove ftampate .. lodala Poetica del T tif. fino 7j. edizione della Aia Gerufrlemme citata 87. e frg. ». 176. edizione di altre fuc Opere ». aot. loda i’ Ita.,, Ha liberata . 96. non è Aurore ( feconde il Sign. Marohefe Maffci (a) ) della Commedia ("intitolata gl' Jtrichid' -S } Amo (a.) Facendo però il Taffo menzione di certa Commedia, che andava lavorande in, Tua Lettera a Giovambaiti'fta T.icinio, la quale fi legge a car. iff. del Libro intitolato: Lettere del Sig. Torquato Tuffo, non più ftam . fate ec. Bologna. por Bartelomto Cocchi quand’anche non fia egli l'autore della Commedia degl' Intrichi d" Amore, di che per forti ragioni (e ne moftra.anzi dubb>ofo, che no, l’autore della Prefazione alla nobiiillìma edizione dell’-Qprrr di Torquato Tuffo in Firenze per li Tariini e Franehi . iti Volumi m fol. viene a renderli affai vacillante la decisiva temenza del Signor Marcitele, cioè non avere Tasso compofte Commedie. Tavola delle Cofe Notabili. Amore) febbene porta il fuo ne X. H. n. 31. vuole che il nome . fno Amine» da • Tri /Tino foffe fatto- Conte, chi difcfo, vedi Font /mìni. t Cavaliere da Carlo V. T»rji» (Tiberio) fuo volgnrìz- 43. fua cfpreflìone dubbiozamento d’ alcune Ode d'Ora- fa. .». . riferifce unepì. zio citato uà. gramtna del Triffìno di Ttmfo (Antonio) fcrifle in rii. non fa menzione del ItalianodcH’ Arte Poetica. 7a. Volgarizzamento dell’ Elo. c quando ivi. quenza di Dante fatto dal T ibride » ( Antonio ) fua Lettera Trillino 118. attribuifee al dìfcnfìvAi citata ( della qua O. molte Opere non le fi tiene eflcre Autore il mai vedute. . loda laSo- Sig. Arciprete Girolamo Ba- fonisba 98. afferma effere fta- ruffaldì ) . 1 io. ta rapprefentata con grande Tiene ( Giovanna) prima mo. apparato per comandamento glie del Trillino . 12. fua di Leone X. 25. ». . «itato morte ivi . . ». Accademico . Olimpico foflnuifcc ano » della Torri che intervenga a fuo no- fua mone pianta dal Tri/fì- me a un configlio dell’ Ac- no fu amico di cademia. citato Girolamo Fracaftoro. ivi. 0. ifteffa. ; j T rape futi z.io (Giorgio ) noroina- Vedi Saver- 1 to con lode nell’ Italia libe- &»»no ! rata. 6. ». io. Tilefio fuo voi- Triffina Famiglia. Sua antichi- garizzamento d' alcune Ode tà, e nobiltà. 1. divifa in più d’ Orazio citato ni. linee. ivi. Autori, chen’han- Tolomci (Claudio) fcrive con- no fcritto . 3; ». 2. Alberi tra il Trillino in- propofito tre di quella Famiglia alle» dei nuovi caratteri fotto no- g«i . J. i difecndenti me di ^idriono -f ranci fuo della linea di GioVan-Giorgio alfabeto > e caratteri da lui inveititi delle Decime di ai- trovati . . ». . citato 38. cune Ville del Vicentino. . 1 fan lite per rifcuotetle con- Tomafini ( Monfig. Jacopo Fi- tro ai Comuni d’effe Ville., lippo) fuoi E log. yirar. Lit - ivi. vengono loro confifca- ter. t ir fafitnt. Jlluftr. do- te effe Decime, e perchè . 1 j.. ve ftampati . 1 1 J. . 1. fu pofledono l’ Opere manofcric- il primo a parlar a lungo te del detto GiotGiorgio.nj. del Trinino . . lo fa ftu- Trijftno ( Co: Aleffandro) lodato, diofiffìmo dell’ Architettura . Vedi la noftra Dedicatoria . 8 .». 16. accenna l’alloggio di . (Alvifej primo mari. Urbano VII. nei Palazzo di to di Bianca O. Cricoli. ta. ». . regiftra un quando abbia fatto il fuo Te. franamento di lettera di Leo» fomento, Co: An. 7 avola delle Ceft Nut abili. Iodato j. e . Padre di Alvife, primo marito di Bian- ca feconda moglie di Giovan- J Giorgio j. feconda Moglie di Giovan Giorgio, fuoi ge- nitori . ». fua dote . ivi . fuo primo Marito chi folle ivi. di fomma bellezza. ivi. detta V Eleva del- la fua età. ivi. di lei parla il Beccanuoli, e dove. .». - f“o Teftamento. da chi rogato . lodata da Giovan-Giorgio confervava on MS. appartenente alla Fa- miglia Triflina. j. n.tj.figliuolo di Giovan Giorgio O. ammalato. ., e feg. porta allTmpcrator Carlo V. gli ul- timi diciotto libri dell’Italia liberata di fuo Padre.raccomandato da Gio- van-Giorgio al Cardinal Ma- drucci. ivi. figliuolo di Gì ovan-Giofgto^aaoti^io va- ne. za., fuo sbaglio intorno a Giovan-Giorgio O. . ». zj. fuo trac-) tato della fua Famiglia, cita- to. ivi. e h. . ( Gafpare ) padre di Gio- van Giorgio O.. 2. mi- lita a fue fpefe per la Repub- blica di Venezia . ivi. fua mor- te. 3. traduce in metro latino la j Sofonisba di Giovan-Giorgio ! O.. . h.ijj. dove fi cenfervi. ivi. fi lamenta con Scipione Errico, per aver que- lli criticato l 'Italia liberata . una lettera di lui dove fi legga . ivi . riempie alcuni vani d’ un’ Egloga latina di effo Giovan Giorgio non llabilifce fempre nello fteffo anno la fua nafeita. 2. ». 1. nominato nell’ ulpi del Ru. celiai. 8. ». 14. fuo Sonetto riferito, e in qual occafione fatto. 41. ». 7 6. fu creato da Mafsimiliano, c daCarlo V. Conte, e Cavaliere, ma non del Tofon d’ Oro con altri privilegj. quando. altro fiso Sonetto riferito quanti anni abbia fpc- fi nell' Italia liberata . 53. e feg. ». 106. Suo Epi- gramma latino riferito 5 7. ». in. fatto Brcfciano erronea- mente dal Cieco d’ Adria. 58. ». ilteffa. La fua Italia liberata è chiamata erroneamen- te dallo Hello Italia il latra- ta. ivi . da una iferizionc Sepolcrale riferita, appare ef- fe re flato Nunzio per le iali- ne di Chiazza, e per la refti- tuzione di Verona, diche in altri luoghi non ne abbiamo trovata memoria Catalogo delle fue Opere ftam. paté, e MS. tanto in Profa, quanto in Vc.tlo. ., e fegg. la fua Italia liberata, come e quando Rampata. . e feg. . di quanti libri compofta. ivi . errori in que- llo dclFontaniai, e del Com- pilatore del Catalogo della Li- breria Capponi, ivi. ia pri- mi Tavola delle ma volta ftampata per Privi- legio di Papa Paolo 4. w. . fi tentò vetfione del- la fiefia in ottava rima. . le lue Rime dedicate non al Cardinal Ridotti, ma a Leo- ne X. . lue Opere ad altri attribuite, cioè lette Sonetti a' BuonaccorfiJ. . -e feg. uno a Guittone d' Arezzo ioj. ed una Canzone all’ Ariofto ivi . fuo Ritratto in- tagliato dal Sign. Franccfco Zucchi perchè adornato 'di quattro CoroncPoetiche . fila Opera imperfetta da chi compiuta ( Giulio ) figliuolo di Giovan-Giorgio -natogli dalla prima moglie. 12. lette- ra di fuo Padre a lui, citata. gì. ja. »Cameriere di Clemente Vii. poi Arciprete della Cattedrale di Vicenza litiga contra il Padre, e per- chè 49. cui fa ftaggire le rendite viene da lui di- fendalo vince la lite con tro di lui. ivi. Padre di Bianca, moglie di Giovan-Giorgio pubblica un' Opera del P. Rugeri, c quale. }.«.ii. dove facciafc- polto Giovan-Giorgio ( Co: ParmcMiotie ) Bibliotecario delia Bere oliana di Vicenza confcrva copia del Volgarizzamento di certa Genealogia di fua Famiglia 7. n.i 3. Vedi la Dedicatoria Nipote di Gio- Cose Notabili. van-Giorgio fece in un cogli alrri fuoi affini fcolpirc un Elogio allo Zio, e dove . lo Beffo Elogio riferito Trinizio a lui manda O, il fuo Cartellano forco il nome di Dona fua morte pianta in un’ Egloga da Giov.n-Giorgio^ xo8- Consonante, invenzione d’O., abbracciata dalla Crusca Faccari avea traf- pottato in . ottava rima un Canto dell’ Italia liberata io. Val d.’Agno. Vedi Comuni di Recoaro cc. Fate» ararla (Piero) va con O. a Venezia Orator per la Patria Farchi edizione del suo Ercolano citata. afferma c!- e il Firenzuola fende contro O. per giuoco loda la Sofonisba la biafima fue Legioni) dove stampate loda l’ Italia liberata. . no» decide la quertione circa l’ inventore del verso stiolto. mal inteso da Fontanini edizione de’ fuoi Sonet. ti, citata «.a Sonetto ad O. riferito ivi. loda Jovita Rapido citato F'ewimi Nobile Veneziano, avvoca in Venezia a favor della Comunità di Schio con Tavola delle Cofe Notabili contro Vicenza, e perde ( Domenico ) tuo Vol- garizzamento di alcune Ode rvr In cambio del T da chi, di Orazio citato ut. fue Ri- j / j e come fi comincia ad ufa- da chi pubblicate. n. 1 re . ZaccariaVerità Sonetto ai nio)Gefuira, fua StoriaLet- lui foriero d’O., ove) teraria, dove stampata. si legga roi. I. fa 1 Elogio di Apposto- Verlati, madre di; lo Zeno ivi. Bianca, feconda moglie del ' Zeno ( Apposolo ) ritratta la O. sua Vita d’O. inferi. Vicenza, perchè detta Primoge- ta nella Galleria di Miner vita della Repubblica di Veva I. e feg. fue Lettere dove nczia quando fi fia Rampate citate donata alla flefla ivi. manda c fegfquarci Oratori di congratulazione al j di lettere ferine all’Autore Doge Andrea Gritti, e chi j di quella vita c ne invia contrai munica all’ Autore varie noti- la Comunità di Schio dozie per telTtrc quella Vita ve manda un Vicario a governarla ivi . è fatta piena WI12. donde l’abbia giuftizia alle fue pretefe. J eflratte fuo sbaglio conlerifce ad O. varie lodato dignità, e quali . ivi sua Vigna fue | Libreria a chi donata ivi. Differì azioni promeffe Vili. | fua morte quando feguitam. fuo Preliminare dove lodato dal P. Zaccaria con Rampato ivi. I lungo elogio, ivi . non tcn- Volpi lettera) ne, che O. folle piti a loi fctitja dal Sign. Cano- j per ufare i caratteri da lui nico Checozzì iir-tèifcfa del' inventati non tenne per O,, dove fi legga fattura d’O. certa operi. ioi. | ra latina citato (il fo j Vedi Giornale de’ Let- praccennato)eGaetano fratelli) I rerati d’Italia, (del quale cf. furono i primi a idear una edi- clfedone egli il principale unzione di rottele Opere delTrif- tore con ragione a lui fi at- fino U. u Io- 1 ttibuifee tuttociò, che inef- xo ( Ifcrvazionc erudita fopra j fo fi contiene). il titolo d’ un’ Egloga del Trif- ; ( P. D. Pier. Caterino So, fino m. lodato Vrbano Vedi Cafiagna. j Zigiof ti 1 cfamina P Archivio de’ Co: Trilfini conferva co- Tavola delle pia del volgarizzamento di certa Genealogia della famiglia d’O. lede un’ Opera delle Memorie del Teatra Olimpico di Vicenza citato raccoglie tutte le Opere MS. D’O. lodato ZorzÀ fuo Ragguaglio Jjlonco intorno ad O. MS. ci- tato IV. fuo Discorso intorno alle Opere dello Kctfo, do. ve fi fcgga . tao. citato nominato con lode del P. Ruelc, c dove in. fuoi sbagli difende O. per l’invenzione de' nuovi caratteri loda la Sofonisba numera le cen-. fare fatte alle opere d’O. e dove - at- Cose Notabili rribuilce certa Opera ad O. ufi-fua opinione circa alcuni Sonetti, at- tribuiti a’ Iluonaccorfi non vuole O. Autore del Volgarizzamento dell’eloquenza volgare di Dame nò d’ un’ altra Opera latina lo crede bensì Autore di certe Opere, che mai non fi fono vedute ivi Zucchetta ftampatore quando cominciò a pubblicare Opere dai fuoi torch) Zucchi fua Idea del Segretario,ec. dove ftamta intaglia il Ritratto d’O. premeffo a quella Vita il Fine della Tavola. Gian Giorgio Trissino dal Vello d'Oro. Oro. Keywords: la riforma della lingua italiana, filosofia del linguaggio, Alighieri, lingua e linguaggio, codice di comunicazione, il parlare umano, il parlare solo umano, la prima lingua, la parlata dei genovesi, la filosofia della lingua in Alighieri, l’eloquenza, la filosofia del linguagio, only man speaks. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Oro” -- Luigi Speranza, “Grice e Trissino” – The Swimming-Pool Library.

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