GRICE ITALO A-Z O ORI

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Oribasio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Marte, o la scuola di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Giuliano’s personal philosopher. He shares Giuliano’s enthusiasm for paganism. His treatises survive, as does paganism – “Only you shouldn’t use that vulgar adjective,” as Cicerone says!” – H. P. Grice.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orioli: l’implicatura conversazionale nella logica della monarchia romana – i sette re – la scuola di Vallerano -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vallerano). Filosofo italiano. Vallerano, Viterbo, Lazio. Grice: “Only in Italy, a philosopher, rather than a cricketer, is supposed to take part in a revolution and write a book about his shire!” -- Fondatori della Repubblica Romana. “De' paragrandini metallici”  (Milano, Fondazione Mansutti). Il padre, medico, lo condusse a Roma, dove si laureò brillantemente. La professione non lo attraeva molto: lo troviamo, infatti, professore di filosofia nei seminari e nei licei dell'Urbe. Da Roma si trasfere a Perugia, dove si laureò. Insegnò a Bologna. Partecipò con gli allievi all'insurrezione delle Romagne; successivamente fu eletto membro del governo provvisorio di Bologna, che fu sciolto in seguito all'intervento militare dell'Austria. Tentando di mettersi in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia con un altro centinaio di rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall'allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera (padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio) e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco dopo venne liberato, forse per mancanza di risultanze gravi sul suo conto. Iniziò così l'errare, costretto a fuggire da terra in terra, inneggiando sempre all'Italia unita. Fu professore di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove tenne un corso dnell'università della città. Quando Pio IX concesse l'amnistia, poté tornare a Roma, dove tenne la cattedra di archeologia. Le sue attitudini per il giornalismo non attesero molto per farsi notare, e così fondò un periodico politico che ebbe però vita breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al parlamento della Repubblica Romana. Quando il governo pontificio fu restaurato, in riconoscimenti dei suoi meriti, fu nominato consigliere di stato. Pubblica molti saggi di filosofia. Tra i più famosi sono da menzionare “Dei sette re di Roma e del cominciamento del consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi italiane e l'arte di comporle” (Roma). Prese parte alla polemica sui sistemi di prevenzione contro i fulmini e la grandine, che coinvolse anche Bellani, Beltrami, Demongeri, Lapostolle, Normand, Majocchi, Contessi, Molossi, Nazari, Richardot, Scaramelli, Tholard e Volta. Le compagnie assicurative usarono questi studi per valutare rischi e premi per i campi agricoli. Riconoscimenti Il comune di Vallerano lo ha onoratocon l'intitolazione di una delle vie principali del borgo antico, quella del Teatro comunale, e con l'apposizione di una lapide commemorativa sulla facciata della casa in cui lo scienziato nacque. A Viterbo un Istituto Statale di Istruzione Superiore -che comprende il Liceo Artistico e diversi indirizzi di Istituto Professionale, A. Ghisalberti, nella voce della Enciclopedia Italiana, vedi, riporta queste date di nascita e morte, A. Ghisalberti, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fondazione Mansutti, Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M. Bonomelli, schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F. Mansutti. Milano: Electa, Polizzi, Alla ricerca dello «specioso» e dell’«insolito». Leopardi, «Lettere Italiane», Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. -- rità assai leggieri, e, se grandemente non m'inganno, assai consentanei alla ragione, de'quali ho stiinato aver bisogno, l'enunciazione de'puri fatti che costruiscono l'istoria della dignità regale nella città de’ sette colli, ha dovuto essere da me corretta, e ridottasotto la forma seguente. La successione al trono mai non appartenne in Roma a figliuoli maschi de' re precedenti. Essa appartenne sempre a' generi loro, quando ve n'ebbe di viventi -- Numa, Servio, Tarquinio il Superbo. Lo sposo della figliuola Maggiore e a tutti gl’altri preferito -- Servio. Quando i generi sono morti, la successione passa ai primogeniti del primo genero -- Tullo Ostilio, secondo la mia correzione della leggenda che lo concerne; Anco Marcio. Quando si tratta di DUE RE, in luogo di un solo, e di quella magistrature binaria ed a vita che si surroga ne primi tempi alla dignità regia, parimente non si rinunzia a queste medesime regole, e se non trovansi due generi che potessero elevarsi al potere supremo, si'elevano egualmente a quello, secondo l'ordine legale DUE FIGLI DI GENERO --- REMO E ROMOLO -- Bruto e Collatino. La figliastra del re e equiparata alla figlia nel dritto di dare il trono al marito, o a’ suoi discendenti maschi, in un tempo in cui probabilmente figlie proprie non esistevano -- Tullo Osti. Quando non v'hanno, nè generi, nè figliuoli di generi, il trono passa a’ nipoti che s'a mò riguardare, in sì fatta contingenza, come legittimi eredi de’dritti degl’ascendenti loro -- Tullo Ostilio, se si preferisce l'ipotesi, nella quale egli è NIPTE D’UNA FIGLIA DI ROMOLO -- maritata ad Osto. Fuori della serie deʼre, o de 'magistrali che ne tenner le veci, tra gli stessi pretendenti che, senza ottenerla, dimandano la dignità suprema, uno di quelli, de' quali l'antichità ci ha trasmesso la memoria, è stato ugualmenle un genero di re -- Numa MARCIO -- ; due altri, ne'quali' non ci è dato riconoscere questa qualità, non hanno dimandato il trono per le vie legali ma cercarono d'ottenerlo con un delitto -- i figliaoli d'ANCO --; due di che solo si parla presso Plutarco se si ricusi di considerare l'Ersilia dalla quale discende, come FIGLIA DI ROMOLO, e se si rispetta la tradizione, secondo la quale l'ultim re non è che il patrigno o al più il padre adotetivo della SECONDA ERSILIA. In un caso, nel quale il capo supremo non potè far valere il dritto di successione alla sua dignità negl’eredi maschi delle sue figliuole, ne in altro modo potè effettuare la trasmissione della suprema autorità per via d'altre donne sue discendenti, almeno tramanda il suo grado nell'erede necessario della moglie – BRUTO rispetto a LUCREZIO TRICIPITINO, suo successore nella pretura massima, o vogliam dire nel consolato. Quando non vi furono eredi quali che si fossero di lato di donna, il trono, sempre messi in non cale i maschi, ricadde in una persona estranea, cioè non legata di piirentela colla famiglia reale -- Tarquinio Prisco. Quando, non ostante l'aversi eredi legittimi per parte di donna, una persona estranea consegue la dignità regia, ciò avvenne contra il dritto, per la forza dell'armi: Tazio. Non altra è l'espression' rigorosa de' fatti, cosi come sono riferiti dagl’antichi, o come io dovetti correggerne la sostanza e l'enunciazione, secondo le regole di una critica, se posso dirlo, in nessun modo 'temeraria.' Le mie autorità, i miei ragiovamenti, non sofferirono contraddizióve ne’loro particolari, eme nechiamo felice. Si volle solamente avvertirmi che nel mio sistema sono alcuni fatti dubbiosi, e ricavati per conghiettura. stato . co: Voleso e Proculo, sono stati proposti senza gran fatto fermarsi sopra la proposizione; non hanno preso sul serio la lor qualità di candidati, e sembrano avervi rinunziato essi stessi; finalmente sono messi innanzi in un tempo nel quale tutto che concerne le leggi relative alla successione regia era evidentemente suggetto di controversia, e dispuldvasi intorno alle basi stesse di questa parte della costituzione organica dello Io risposta, io vi ho presentato l'analisi, per così dire più condensata, delle tradizioni; lebo prese da prima quali si leggono; mi sono per 'messo unicamente qualche volta. o. Spesso la successione al trono in Roma s' è fatta contra ogni principio d'equità, d'utilità, e di convenienza reciproca de' cittadini. Perchè -- per qui contentarmi d' un solo esempio il quale abbraccia un lungo periodo d'anui -- non certamente a vantaggio del partito latino, o di quel deʼ sabini, sotto la dinastia etrusca, la dignità regia resta sempre nella fazion toscana. Grice: “Orioli philosophised on many topics. To Italian philosophers, who are OBSESSED, during their unstable political history, with political philosophy, his ‘research’ on the consulate proves helpful. He notes that Romolo had no son – so who to succeed him? Other than that, he was almost shot (Orioli, not Romolo) after trying to oppose what he called the Roman theocrazy – or theocracia – For Orioli there are various cracies: theocracia, democrazia, TIMOcrazia, and ARISTO-crazia. PATRIZIO VITERBESE; CONSIGLIERE ORDINARIO DI STATO DI 3. S. P. DI M. MEMBRO DEL COLL F1LOSOF. DELLA UNI V. DI ROMA, PROF. DI STOR. ANT. ED ARCHEOLOG. NELLA STESSA UNIY fclA* PROF. DI FISICA NELLA UNIV. DI BOLOGNA CC. CC. MEMBRO CORRISPOND. DELL* A. SC. MOR. E POL. DELL’lSTIT. DI FRANCIA, ACCAD. BENED. DELL’ ISTIT. DI BOLOGNA, UNO DE'TRE SOCI ATTIVI DELLA CL.DI LETT. DELLA REALE AC. DI SC. E LETT. DI PALERMO . SOC. ONOR. DELLA IMP. E R. AC. DI SC. E LETT. DI PADOVA. SOC. CORRISP. E R. IST. LOMBARDO DELLE SC. DI MILANO E DELL* IMF. E R. IST. DI VENEZIA, DELLA AC. DELLE SC. E LETT. DI TOAINO...E DI MOLTISSIME ALTRE ACC. DI FRANCIA, GRECIA, E ISOLE IONIE, NAPOLI E REGNO, ROMA E STATI PONTIF., FIRENZE E TOSCANA, LOMBARDIA CC. CC. CC.M l' ì(? 0 POLITICI j\r rro vjl Con giunte dell' A. NAPOLI STAMPERIA DEL KIBRENO. Faites, mon garcon, faites, ré{K>nd lo vìeux radicai, et dites-leur aussi à ces hotnwes qui ont cbassé et. ..et tous ceni qui ont osé ex printer un mot de se ns commun et d'humanité, qui lapident Ics prophètes et éteignent l’esprit de Dieu, qui aiment le mensonge, qui pensent ameoer le rógne de l’atnour et de la fraternité aree des piques, des bouteilles de vilriol, aree le meurtre et le blaspbéme, dites-leur à eui et à tous ceux qui pensent comme eux qu’un vieillard...dont les ebeveux ont bianchi au Service de la cause du peuple..., qui contempla lecraquement des nalions en g'3 et qui entcndit les premieri cria d’tm monde au berccau, qui, lorsqu’il était encore un enfant, vit venir de loin la liberté et qui se réjouit en la voyant comme devant une fiancée, et qui pendant soixante pé nibles années, l’a suivie à travers les soliludes ; - diles - leur que cet homme leur eovoie le deraie r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur s passioni, les esclaves du premier coquin venu à la laogue retentissante, du premier charlalan veuu qui dorlote leur opinion pcrsonnclle ; dites-leur que Dieu les frapperà, Ics fera renlrer dans le néa nt et les dispenserà jusqu’à ce qu’ils se soient repentis, qu’ ils se soieot fait des coeurs purs et de nobles ames, et qu'ils aieut relenu les lecons qu’il s’ efforce de leur donner depuis quelque soixante ans ; dites-leur que la carne du pcuple est la cause de celui qui créa le peuple, et que le malhcur toinbera sur ceux qui prennent les armes du diablc pour accomplir l’ceuvre de Dieu ? » Sandy Mackate nel Romano Alton locke di Kingsley Revue des deux Mondes. DUE PAROLE A CHI È PER LEGGERE Stampo ancora una volta, cedendo alle lusinghevoli istanze di parecchi amici miei, questi Opuscoli, a' quali m’è altresì parulo bene d' aggiungere qualche annotazione nuova dove V argomento s embravami o richiederlo, o meritarlo. Certo, che, s'io pongo mente, non alla benigna accoglienza soltanto, la quale a essi Opuscoli fecero que' che m' onorano da lungo tempo della loro pregiata amicizia, e le mie povere cose hanno abito di giudicare con molta indulgenza, ma sì a quel che altri, a me per lo addietro ignoti, o,per fermo, non congiunti d' alcun vincolo di antecedente amistà, ne scrissero ne' giornali, o con private lettere me ne significarono, io debbo tenermi come bastantemente ricompensato della quale che siasi fatica durata nel comporre le pagine che qui appresso seguitano. Tra coloro che più contribuirono alla buona fortuna della mia impresa ho debito di noverare principali i dotti e benemeriti scrittori del Giornale che ha titolo — Civiltà Cattolica — E so la mina degli sdegni a’ quali questo atto di franca gratitudine è per metter fuoco nel campo nemico, poiché campo nemico non manca. Ciò non mi sarà impedimento al fare lealmente il mio dovere di render loro pubbliche grazie. II Giornale — la Civiltà Cattolica — è a troppi, e in troppe sue parli un osso non poco duro da rodere. Nel difetto d' argomenti logici, si può a libito dirigere contro al valoroso drappello de' dieci o dodici campioni che vi brandiscono cotidianamenle la penna, batterie, da ogni lato, di que’ pessimi argomenti rettorici, che si chiamano, in arte, argomenti ad odium, e ad invidiam : resisterà però illeso ed invulnerabile agli strali spuntati de' loro sarcasmi, come le legioni romane restavano salde ed immote agli urli co' quali i barbari, nella loro impotenza, tentavano spaventarle. Quando si sarà detto e ridetto, facendo l’ alto dello scherno e del vilipendio. È opera dei rugiadosi che si sarà provato con ciò ? Si sarà lasciata una prova di più della misera e svergognata dialettica del nostro secolo, rotto a tutte le perversità, ed avvezzatosi a dare alle villanie valore di ragioni. Tornando al mio proprio libro, censure fino ad ora, le quali valgano la pena d’ una speciale risposta, non le ho vedute, nè udite. Sunt quibus in dictis videar nimis acer, et ultra Legem. e, rileggendo a mente fredda, conosco l' acrimonia di certe espressioni, la qual forse sarebbe stato meglio tem perare un po' più. Tuttavia, ben ponderata ogni cosa, ho creduto dover lasciare tutto come stava ; e ciò, in primo luogo, perchè questa in somma è una ristampa, la qual non dee mentir al suo titolo ; in secondo luogo, perchè, al postutto, muri può dire che, contro ad alcuno singolarmente, abbia combattuto e combatta con armi ripassate alla còte samia. Il mio proposito fu ed è, non di fare duelli, ma battaglie. Le persone io le ho sempre rispettate e le rispetto, perciocché ho voluto, e voglio, esser libero ( ed esco ornai dalla metafora ) di trattare /’ errore pervicace e spavaldo con tutta quella severità ed austerità di forme eh' et merita, e che un uomo,, il quale ha sentimento di sua dignità, rifugge dall’ adoperar contro all’errante. L’errante è, quanto alla carne ed allo spirito, consanguineo e fratello nostro. Niun può sapere s'e i non sia più presto un fanatico ed un illuso, che un perverso, od almeno un gran perverso. Ha sempre diritto al fare in sé rispettare la santa emanazione del soffio divino ricevuto, od ereditato, nella fronte. È sempre la creatura celeste, che, se cadde, può rialzarsi, e che, quand’anche, per propria colpa, è in terra, e più al basso che in terra, esser dee per noi, più ancora subbietto di compassione, che obbietto di collera. Ma V errore staccato dalla persona, l' errore lasciato in tutta la sua schifosa nudità, non ha diritto ad alcun riguardo, e vuol essere trattato senza discrezione, senza misericordia. Quanto a colui che avendolo in sé incorporato, sé da quello non distingue, ed a sé stima dette le ingiuriose parole, che quello solo feriscono, tal sia di lui. Più di cosi non aggiungo. E forse non era nè manco necessario dir così : tanto più, che, nell’ antica prefazione, ciò stesso, comechè più brevemente, aveva significato. 1 discreti perdonino. Gl'indiscreti riconoscano che queste ciance premesse per lo meno non hanno il torto della prolissità. wmmm PARERE D’ UN AMICO INTORNO 11 MIO SAGGIO Ho Ietto attentamente la prefazione, e le due dissertazioni vostre. Io credo che abbiate ragione. Avete però del pari prudenza? II mondo è oggi troppo malato. Certe verità dette con durezza qua e là soverchia fanno l’effetto del dito stropicciato sulla piaga viva. Il meglio che vi possa accadere è di non esser letto. Se leggeranno, le grida saranno alte .... terribili. Perchè stuzzicare il vespaio? Ciò non è degno della vostra vecchia esperienza. Il passato non vi basta? Pensateci. RISPOSTA Ho pensato e stampo la prefazione, e le dissertazioni. Le considerazioni che mi schierate innanzi hanno molta verità, ma non mi rimuovono dal mio proposito. La prudenza ! - Sta ottimamente. La prudenza è però spesso il soprabito della vigliaccheria ; e in questo caso non è niente altro che un belletto dell’egoismo. Per non incorrere nel male proprio .... per non turbare la propria pace per non tirarsi addosso disturbi o peggio .... per non guastar, come suol dirsi, i fatti suoi, s’ban da lasciare, senza darsene per intesi, le menti umane sempre più travolgersi, le opinioni sempre più corrompersi, certa gente accrescer la pervicacia nell’errore, e propagarlo a tutto potere. Sentendosi bollire in corpo la verità utile, ed affacciarlasi alla bocca, s’ha da ringhiottirla, o sputarla ( scusate la parola ) nel fazzoletto e poi rimettersela in tasca, quand’anche s'è persuasi, che a gittarla là alla palese sarebbe bene ; che questa verità messa in pubblico sgannerebbe alcuni r eh’ essa suonerebbe alto all' orecchio d’altri, e servirebbe a svegliarne il coraggio addormentato, o gioverebbe almeno a restare come testimonio a’ futuri che v’è, pur tra noi, qualcuno, il quale ricusa le complicità, protesta virilmente contro alle cattive e rovinose dottrine, se ne sdegna com’è il suo debito, ed è disposto a mostrare, che chi sproposita e minaccia scompigli e rovine, invano si confida d’avere il monopolio della franca ed ardita parola. Io vi ringrazio, caro amico: ma voi m’amate troppo. Non pensando, che al mio privato materiale vantaggio, avete dimenticato a mio prò il resto del mondo. Io sento d’ amarmi men di quel che voi mi amate. Intendo benissimo, che scrivere com’ io scrivo, è prepararsi disgusti e forse peggio. Ma considero ch’io son vecchio, e nell’ ordine naturale poco ancora mi resta a vivere. La mia povera e caduca persona non è ornai di tal prezzo che siavi interesse per me a risparmiarla. È lungo tempo da che ho perduto il sapor delia vita, e che le sue dolcezze non mi fanno gran gola, nè le amarezze grave offesa al palato. La lode è un amo che non mi passa la pelle. Il biasimo ( dove creda non meritarlo ) è un’ortica che non mi punge. La minaccia è contro a sì poco che a tenerne conto è una miseria. Di me sarà quel che piace alla Provvidenza. Nella minuzia di tempo che a vivere mi rimane, vorrei pur fare il bene nella maggior misura che posso, a qualunque mio costo. E poiché il pubblicare queste mie carte mi sembra, che o in una guisa o nell’altra qualche bene possa recarlo, perciò le pubblico. Al mio male quale che siasi, dunque, non ci badate, com’io non ci bado. Fate conto ch’io sia soldato. Sarebbe pur bella che al soldato si consigliasse di pensare alle ferite, alle quali battagliando s’espone ! Per altra parte, a me tocca ricomperare il tempo perduto, ed affrettarmi a farlo. Troppo mi dorrebbe il lasciare di me tal memoria in questo mondo che dia giusto diritto a suppormi quale certe antecedenti particolarità della mia vita possono aver fatto credere ch’io mi sia. Non nego, e sarebbe ridicolo il negarlo, d’avere avuto anch’io le mie politiche illusioni ( certo però non quelle di gran lunga, le quali oggi corrono il mondo, e sono in gran favore presso tanti ). Sento il dovere di far conoscere a qualunque prezzo ch’io non sono mai stato da confondere col più de’ cosi detti liberali d’ oggidì, e che istruito ornai ioti all’ esperienza, non sono nemmen da confondere con quell’io che già fui, e molte mutazioni ho in me fatto. Costi ciò tutto che s’abbia da costare al mio amor proprio, voglio che Io si sappia. Gli altri posson tacere ; io non lo posso, nè Io debbo. E so che dirassi da taluni ch’io adulo que’che regnano. Veramente crederei che tutta la mia vita passata m’avesse da essere scudo contro alla bassezza di questa accusa ; tanto più che quegli stessi i quali la daranno (dove tuttavia questo ardiscano ), dovrebbero ricordare, se quando essi regnavano pur testé, io li adulava. Sarebbe avere aspettalo un po’ troppo tardi a mutar natura. Ma voi dite eziandio, che il mondo è troppo malato, e che le sue piaghe non vogliono esser toccate com’ io qua e là le tocco, senza molta discrezione. Caro amico ! la vostra seconda proposizione distrugge la prima. Se accordate che la malattia del mondo è grave, pretendete voi di curarla coll’acqua di gramigna? Eh si: vi son medici che non curano le malattie, ma si contentano di guardarle. Se morte sopravviene, tanto peggio pel malato. Il medico se ne lava le mani. Io non sono di questa scuola. Vi sono piaghe che han fatto il callo, evoltano tutta la malignità aldidentro;ed allora l’arte insegna di trattarle col caustico. Si fan cerimonie, e si risparmia la sensibilità quando il male é leggiero; e questo, per vostra confessione, non è il nostro caso. Da ultimo io vi prego a considerare ch’io mi guardo scru * pelosamente dall’attaccare le persone. Il mio dogma é Parme personis, dicere de viliis. Contea il male non mai congiunto al nome di tale o (ale altro, credo mio diritto, e — li — mio debito scagliarmi con tanta più veemenza quanta mi sforza ad usarne l’animo grandemente commosso. Delle persone io non sono, non voglio, e non debbo essere il giudice; nè v’è il prezzo dell'opera ad esserne il pubblico accusatore. Per altra parte il pubblico non perde nulla per cagione delle mie reticenze. Le persone s’accusan da sè. La loro moda è di non dissimulare quel che pensano, quel che vogliono, quel che van facendo. Per chi’ scrivo? Pei popolo? Il popolo non legge. Tra que’ che leggono, gli uni non han bisogno di leggere ciò ch’io scrivo, perchè ciò eh’ io scrivo è quello che essi medesimi scriverebbero se avessero a scrivere. . . quello che sanno già, e di che sono persuasi tanto quanl’ io lo sono. Gli altri, nel maggiore lor numero, son oggimai venuti a tale, che, quand’anche io fossi aitr’ uomo da quel che sono, cioè, quand’anche fossi più eloquente oratore di Demostene e di Cicerone, e più stringente ragionatore di Zenone, e d’ Aristotele, non si lascerebbero smuovere dalle opinioni loro, delle quali han fatto carne e sangue. . . una (falsa) religione... un culto... una necessità... una parte principalissima, e la più soave, delia lor vita interiore ed esterna. Ove fosse pur possibile che consentisser d’aprire gli occhi dell’ intelletto alla luce de’ ragionamenti, e si lasciassero illuminare nella cecità alla quale son venuti di deliberato e volontario proposito, e vedessero, perciò vinti, il bisogno d’ abbiurare la politica fede in che Guor vissero e giurarono di morire, non oserebbero farlo, vincolati, come sono (impavidamente diciamolo), alle sette che li tiranneggiano e ne tengono in catena ogni libertà. Cosi, solo a pochissimi, posso io rivolgere la parola con qualche speranza che sia per tornare non inutile; e son que’ pochissimi, i quali non tanto innamorarono del creder nuovo, che di questo credere abbiano a sè fatto una passione, e non un legittimo atto della facoltà intellettiva, al quale sian giunti per lavoro di ragionamento, soggetto, come tutti i legittimi atti di ragione, alla necessità di sottostare alle leggi che governano la potestà raziocinante, e che debbono dominarla. Io m’inganno però anche rispetto a essi ultimi. Noi viviamo in un secolo, nel quale la ragione stessa è come morta dell’abuso che se n’è fatto esagerandone i diritti, e falsificandoli. Due già erano, dal tetto in giù ( e voglio dire nelle questioni dove rivelazione non ha luogo ) gli elementi necessari — coessenziali.... tendenti a rafforzamento reciproco, per dare fermezza alla morale governatrice delle volontà e delle azioni umane, ragione (d’individuo), ed autorità (collettiva dei più savi, la cui ragione siasi guadagnata, per ogni correr di secoli, maggior fede presso l’universale, che le spicciolate ragioni di tale o tal altro o di stuoli comparativamente piccoli, e d’un opinar dissonante ). Il qual secondo elemento ( l’ autorità ) è dunque ( a ben considerarlo nella sua vera e giusta natura c quiddità ) ragione aneli’ esso, ma una ragione preponderante e superiore, come quella che non è il giudicare soltanto d’ alcuni separatamente presi, e ristrettisi nella lor propria e privata impotenza, fallibilità e pochezza, ma è la quinta essenza delle ragioni dei più ( chè questa sola, dai tetto in giù, pur sempre, in certe questioni di senso comune, è l’ autorità vera o legittimamente sovrana ). £ dico dei più, o sia che si contino nel numero, -o che si pesino nel valor loro intellettuale: i quali perciò, quanto son maggiore stuolo nel lor consenso prestato a equipollenti sentenze quanto rappfesentan meglio, colla lor somma, tempi e scuole e popoli diversi... quanto hanno maggiore e più costante comunion di pareri, non ostante la diversità di sangue, di luogo, d’educazione, e di tutte le secondarie influenze, tanto fan più sicuramente una forza morale, clic è forza di natura, non d’arte, e che è qualche cosa più potente e più salda che la tanto oggi predicata sovranità del popolo; poiché èia sovranità, non d’un popolo, ma la sovranità della specie umana tutta intera, esprimente il suo voto colla più legittima e la più autorevole delle maggioranze possibili ad ottenersi. Or noi, uomini del secolo XIX, de’ due soprannominali elementi, uno e il più gagliardo, ripudiammo... Y autorità-, ed abbiamo chiamato sovrana unica la ragione (d’individuo), cioè V anarchia! Noi, tutti o quasi tutti (dico noi ragionatori nel popolo, e consenzienti a ragionamento ) abbiamo stabilito in cuore questo primo articolo del nostro atto di fede politica. Io non crederò mai che quello che persuade il mio proprio intelletto; e quel che pèrsuade il mio proprio intelletto io io crederò conira ogni persuasione degli altri, contra ogni dottrina di sapienti o di popoli, contra ogni sperienza di presenti, di passati, o di futuri, contra ogni domma di religione, contra ogni legge di governi... E stabilita una volta questa democrazia delle fedi... decretato anzi, che, in argomento di fedi d’ogni genere, non è governo alcuno possibile, ma gli uomini han tutti naturale e iualienabile diritto d’indipendenza reciproca ed assoluta dove ornai vassi, ed a che? posto che le fedi, cioè le persuasioni dell’ intelletto, sono il perno, sul quale s’appoggiano per muoversi le volontà umane. C’è più possibilità di leggi? C’è più speranza d’obbedienze, altre che tirate colla forza materiale? C’è più virtù di logica? C’è più società ? (li ISullius addiclus jtirare in rerba mtigtstri ama ogni giovane dire di sè slesso uscito ap|»ena dalle scnole di quella filoso- [Persuadetemi, noi diciamo, e mi piegherò ad obbedire, senza combattere il vostro comando con ogni mio mezzo. Persuadetemi che quel che m’insegnate è vero, e quel che lia, che oggi, sotto Dome d’ eclettica, invade un grandissimo numero di scuole, e quel eh’ è il peggio, anche colla innocente approvazione, e sotto il patronato, di maestri ottimi, i quali mostrano di non aver ben compreso a quale indirizzo con ciò guidano gl' illusi discepoli. Se l'avesser compreso, si sarebbero accorti, che professare eclettismo è professare la negazione d’ogni vera certezza, riducendo quella maniera di certezza, che pur si concede, ad un fenomeno d’individuo senz’alcun valore per gli altri individui liberissimi di preferire ciascuno la stia propria certezza alle opposte altrui, comechè d’un numero quanto sì vuol grande, c consenzienti in una medesima opposta sentenza. L'eclettismo non è una filosofia, ma una negazione della filosofia quale scienza altra che opinativa. Essa è anzi peggio che ciò, perchè mentre nega una certezza intrinsecaad ogni filosofia d'individuoo d’individui (per numerosi eh’ essi siano nel consentimento ad una stessa filosofìa), e mentre non s’ avvede, che con ciò viene a negare, per conseguenza, ogni autorevolezza intrinseca a tutte le certezze individuali, confessandole tutte intrinsecamente incerte, accorda non pertanto a ciascuno il diritto di fidare nella propria certezza, e, quel eh' è il più, il diritto di regolare le proprie azioni a dettato di questa incerta certitudine : ciocché viene a dire, che, nel tempo stesso nel quale afferma la fallibilità di tutte le certiludini individuali, afferma nondimeno f infallibilità loro nell’ applicazione all' individuo, dando a esse il diritto d’ingannarlo, e all’individuo il diritto di seguitare unicamente questa guida fallace, quando, a proprio esame, non gli paia tale. E cosi, in luogo d’ una morale, viene a stabilire e farne legittime tante quante piu vuoisi o non vuoisi. L'eclettismo non è nè manco un metodo, come alcuni spropositando dissero, perchè non indica- una speciale strada da seguire nella ricerca del vero. Esso è niente più che una professione di libertà e d' indipendenza nell’opinare ; è un assoggettamento a niente altro, che alla ragion propria. Filosofia eclettica è parola che non ispiega nulla quanto alla natura delle dottrine. Dice solo che il libro, il quale reca in fronte questa parola, è scrìtto seguitando il dettame della ragione dello scrittore, fattosi giudice supremo d’ ogni ragionamento ed opìuamento altrui. Cosi, tutte le filosofie, per diverse che siano, c 1’ una all' altra contraddicenti, possono intitolarsi, del pari, eclettiche, e tanto più eclettiche, quaulo più professanti indipendenza. Messo taluno alte strette, crede d'aver salvato a bastauza la mala parola si fecouda d’errore, rispondendo che il filosofo eclettico, quando accorda alla ragion propria l' autorità che pur le accorda secondo il canone fonda[che nii comandale è giusto . Ma siam noi tutti atti ad essere persuasi? Gl’ingegni nostri son tutti di quella virtù, di quell’addestramento, di quella purità e serenità, che li fa esser buoni a intendere un raziocinio, a non lasciarsi illu men late dell’ eclettismo, parla della retta ragione, cioè convenientemente usata e normale; e non s’ accorge, che, colla sua risposta o rinega la scuola eclettica e la disdice, o ne lascia interi tutti gl’ inconvenienti ed i difetti. Che cosa è la retta ragione, e la ragione convenientemente usata, e normale ? Ad esclusione de' notoriamente pazzi ed universalmente tenuti per tali, e perciò per non uomini, o per non più uomini ; e de’ rozzi ed incolti, che riscuotono risaie da tulli, e son tenuti universalmente per incompetenti, ossia per non ancor uomini (i quali ultimi tuttavia del ticchio dell’ eclettismo non vanno immuni, nè si di leggieri della loro autocrazia e indipendenza si lasciano spodestare ; e il fatto odierno di tutte le filosofìe di piazza più che troppo lo prova ), ognuno di noi, che abbiamo il mesticr d’ occuparci di studi e di stampa, crediam d’ usare la ragion retta, e convenientemente usarla con ogni normalità, e troviam facilmente, con poco impiego di senno ed industria, un coro grande o piccolo di lodanti, il qual basta per darci persuasione, che la ragion nostra è per lo meno tanto retta e normale quanto quella di chicchessia. Peggio è che vi son uomini, di ragione, per fermo, squisitissima, e universalmente riconosciuta come tale, de’ quali, per conseguenza, mal si potrebbe dir che non hanno la ragion retta ed a ottima norma, e non sanno usarla ; e pur mostrano, col fatto, che le loro ragioni li conducono a dottrine opposte.... 0 vuoisi dire che la ragion retta e normale si riconosce a certi criterii suoi, che non sono della ragione d’ individuo, ma sono d’ una universale ragione, a' quali criterii debbono le ragioni individuali commensurarsi, accettandoli per una norma estrinseca alla quale debbano affarsi ? Ma ecco dunque rinegata allora e disdetta veramente la scuola eclettica, e confessato il bisogno d’un dommatismo,' al quale debba soggiacere ogni opinar privato, perduta la libertà della ribellione c l' indipendenza.... Facciasi tutto che vuoisi, ci è appunto nella filosofia necessità d’ un dommalismo dominante i capricci e le contraddizioni degl' ingegni in certe fondamentali questioni costitutive del viver morale e civile. L 'eclettismo potrà permettersi all’ amor proprio d’ognuno nelle altre questioni, come una concessione di poco o niun nocumento. E nondimeno, anche in quelle, il giudizio dell’ individuo dee sottostare al senato degli uomini che si chiaman competenti . Ma questo non è un argomento per una nota, per la quale il poco che se n’ è detto 6 troppo, mentre ciò che ad una nota è troppo, ad una trattazione conveniente è men che poco . ] dere da un sofisma, da un paralogismo, a por nell’ esame * delle questioni la necessaria preparazione di scienza, a spogliarsi di tulle le prevenzioni dell' intelletto, dell' affetto, dell’interesse? Siam tutti veramente uomini ed uomini maturi; o molti di noi non sono, e non restano, fanciulli sempre, e non sono, e non restano, bruti, o quasi-bruti ? A tutto questo nessun pensa a rispondere. Il primo articolo del simbolo de’ nuovi pseudo-apostoli sta pur fermo. Io non crederò, se non mi persuadete; e non farò di buon accordo, e senza resistenza, che quello che sarà conforme al mio credere ! Dirassi eh’ io esagero gli errori del tempo presente. J)irassi, che non tutto alla sovranità del proprio intendimento è dato, ma non è, nel fatto, chi non fortifichi, ancor oggi, le suggestioni del proprio intendimento coll’ autorità di numerosi stuoli d’ amici e d’ uomini del proprio partito, ovunque sparsi, e in più d’un paese predominan ti. Aggiungerassi, che la fede nou è atto di libertà, ma di coazione morale, alla quale l’ intelletto-, che nou è potenza libera, non può resistere : ma faci! cosa è dare risposta. Si, per fermo. Contro alle necessità imposte da natura non cosi di leggieri vassi. O vogliasi, o non si voglia, non si può restar soli del proprio parere, se nou s’ è monomaniaci, che è dire malati di cervello. L’istinto stesso ci spinge a metterci all' unisono con altri, verso i quali ci attraggono simpatie naturali o artificiali, e a’ quali si crede, perchè si crede a noi medesimi : e v’ è in noi tendenza al formarci un mondo di que’ che ci accostano, e che accostiam noi, magnificando ed esagerando il valore e il numero loro. Cosi, quando il mondo che ci siaui fatto pensa e crede come noi, e noi crediamo e pensiamo come quello, ci palelle qiiesta universalità parziale e locale valga la vera universalità potente a vincere tutte le contraddizioni. Ma può ella esser questa l'autorità destinata a fare spalla alla ragion privala di chicchessia, o ad essere uno de’ due puntelli del I' uomo, postigli da due lati per impedirgli il cadere ? La specie umana è forse un partito, ed è una ragion di partito la ragione umana? I partili forse non s’ingannano, e non ingannano? Non hanno passioni che velano il giudizio? Non hanno interessi che muovono le passioni? O nou v’é obbligo, nelle grandi questioni umanitarie, non di misurare il proprio deliberare e credere col deliberare e credere di ((udii, o pochi o molli, a’ quali ci stringono i nostri interessi e i nostri affetti, ma di misurarlo con quel che delibera e crede la sola legale maggioranza del genere umano, cioè quella che si raccoglie in una somma, comprendendo nel computo i popoli di tutte le età, di tutte le stirpi, di tutte le regioni, e dando particolar valore a que’ che si reputaron sempre i più savi, i più probi; e riguardando un po'nella verificazione delle dottrine ( in virtù di quell’argomentazione che i dialettici chiamano ab absurdo) ai grandi ed ultimi conseguenti loro, i quali, se contrari alla perfezione della specie intera, significano, con ciò stesso, efficacemente, la falsità d e’ principii, donde que’ conseguenti discendono? E istituita questa misura e questa comparazione, non bassi egli obbligo, per una generale norma, di dar sempre più valore all’espressione ultima di quel sentimento della vera maggioranza degli uomini, che al sentimento suo proprio, e de’ suoi colleglli ed amici, per numerosi che paiano e siano? o siani venuti a tanto stravolgimento di logica, che ornai l’ autorità di ciò che si chiama il senso comune, ed è appunto il da noi descritto in ultimo luogo, è distrutta ed annullata ? Dopo di che, qual forza ha più l’altra obbiezione dedotta dal supposto, che l’inlelletto non soffra violenza, e che, rispetto al credere, non si è liberi di credere quel che si vuole, ma si è costretti a regolare la propria fede secondo la luce interiore, d’onde essa fede ha unico procedimento? Ammetto il fallo: sebbene, anche in ciò, molto dipende dalle preparazioni estrinseche della monte, e dalle disposizioni del cuore. Pur liberalmente lo ammetto. Ma, dal fatto cosi ammesso, qual diritto scaturisce ? Forse che regolar dobbiamo le nostre azioni interne cd esterne, secondo la suprema norma di quel che all’ intelletto nostro pare unicamente vero? Non già. L’obbligo è d' umiliarci, e di riconoscere, una volta per sempre, l’inferiorità del nostro intelletto, quando ci accorgiamo che i privati opinamenli nostri son contraddetti dalla grande universalità degli opinamenti dell’umana famiglia, considerata nella totalità sua presente e passata; e di lasciare allora da parte il falso lume del proprio intendimento per diriger noi e le cose nostre coll’altro lume tanto più sicuro, eh’ è il lume a cui demmo il nome di cornuti senso. Ed intendiamoci bene, a evitar tutte le ambiguità. Qui non parliamo delle questioni, intorno alle quali il cornuti senso non ha luogo, ne competenza, nè autorità... di quelle questioni, che non son fatte per esser trattate da tutti, e che non bisognano a tutti per la -loro normale esistenza e sussistenza... Qui si tratta di quelle questioni, le quali possono e debbono chiamarsi le grandi questioni del genere umano: le grandi questioni teoriche, fondamento sommo da fatti appartenenti ad un tempo di tralignamento, a svantaggio e discredito delle aristocrazie, non può in nulla percuotere le dottrine che qui si professano. La questione allora sarà al più, se i ceti aristocratici possano mai realmente preservarsi dalle mutazioni che li fan perniciosi più presto che utili, e ridursi a tale di conservare piena conformità col tipo migliore, o di riguadagnarla ; ciocché per me non è nemmeno una questione, e non può esserlo per alcuno, il quale tutta la potenza delle buone arti educatrici conosca. Risaliamo dunque, ripeto, al tempo di certe vere ed antiche aristocrazie cavalleresche, normalmente condotte a quella natura, che aver denno per essere dell’utile specie da noi voluta, e spesso stata e vedutasi nel mondo. In esse voi troverete familiari alcune virtù sommamente utili al popolo, e diffìcilmente reperibili altrove nel numero e coll’abbondanza che più sono desiderabili. Chi noi sa ? Nelle prosapie aristocratiche, principalmente, se non unicamente, può sperarsi- di trovare, ad ogni necessità, i veri patres palriae, preparati a tutti i bisogni ; cioè quegli uomini autorevoli, potenti, coraggiosi, avvezzi a mettersi fuori si dignus vindice nodus, godenti già il privilegio d’essere ascoltati con riverenza, con effetto, assennati, sperimentati, periti, probi, pe’quali è fatto naturai dono, ancor più che artificiale, tutto che è generoso, nobile, magnanimo, eminentemente civile ed utile a civiltà ; e prima la lealtà oggi si rara, il eaudore, la fede, la incorruttibilità, la fermezza, il disinteresse, la franca ed inviolata parola, quella che proverbialmente pereiò si dice parola di cavaliere ; il mantenere a qualunque costo i patti e le promesse ; il non mai mentire ; il religioso astenersi da ogni cosa vile o brutta... Non è la santità de'perfelti in religione, nobil dono di Dio, e privilegio sommo di grazia, sdegnoso per solito di queste cose terrene e caduche ; è la virtù antica e civile, una cosa illibata, ingenita, uscita dai paterni lombi, ed avuta da natura, più ancora che da innestato ammaestramento ; che perciò non costa fatica, nè sacrificio, ma è ab ovo e per traducem, fin dal primo impasto dell’uomo e della razza. — Con questo, è l’abitudine dell’ anteporre l’interesse pubblico ed altrui al proprio e privato... è la naturale generosità e larghezza... è il preferire quasi istintivo del retto all’ utile... è la disposizione avita di tutte le cosi fatte stirpi a eminenza di cittadine virtù ed attezze... il primeggiare nel ci vii senno e consiglio... il gittarsi innanzi, come il ’ prode destriero al romore delle battaglie, anche non chiamati, nè pregati, né desiderati, in tutti i grandi e solenni bisogni della cosa pubblica, senza risparmio di sè e delle sue fortune... il trovarsi pronti e preparali a soccorso, a protezione, a sosteguo, a sovvenzione, a incoraggiamento, a guida, a ufficio di capitani e di porta-bandiera. E I’ esser sempre caporioni agli altri nel bene, e caporioni efficaci, ascoltati, sentiti, rispettali, obbediti... l’aver coraggio civile o militare secondo clie fa d'uopo... il guardare dall'alto al basso il puro e vile materiale interesse, e il cercar sempre nelle questioni il lato della moralità e della giustizia. Non mi state a dire che queste qualità preziose son rare come le mosche bianche. Rare forse oggi, vi ripeto : ma non rare in ogni tempo ; non rare quando gli uomini s’educavano a modo antico. E se si riusciva ad ottenerle, quando a quella forma s’ educavano essi, io non veggo, perchè richiamando le stesse cagioni, non s’abbiano ad ottenere, e non si possauo, gii stessi effetti. Non mi venite a soggiungere, che altrettanto e meglio, per forza di conveniente educazione, puossi ottenere fuori delle privilegiate caste. L’educazione è cosa sempre troppo artificiale, e troppo perciò difficile a condursi a buon termine, se natura non agevola, e condizioni intrinseche non favoriscono ; e l’una e l’ altre non favoriscono, se fin dai primi istanti non concorrono ; e dai primi istanti non concorrono che assai di rado, e solo con qualche frequenza, quando certe disposizioni son fatte dono abituale per lunga serie di generosi avi, e quando ogni cosa che è intorno le seconda. Imperciocché indipendentemente da quel che allora è dato per una felice armonia del fisico col morale improntata per concepimento, v’è lo spontaneo innesto che nou può mancare a chi è uato in mezzo alle morali qualità che si voglion generate ; a chi le ha trovale in casa, e n’è stato cinto da ogni parte fin dalla prima infanzia -, infine a chi non ha incontrato, anche uscendo" di casa, che quelle, come cosa propria della casta in mezzo a cui vive. Le quali cose tutte non sono, per fermo, allo stesso modo, in uno stato dove non è che democrazia, pe'figliuoli degl’ingenliliti da un giorno, e degli arricchiti. Perchè in questi per solito le ricchezze e l’innalzamento è dall’industria mercantile o quasi-mercantile ; e l’industria delle mercature e de’com fu merei, pur troppo, a esser promossa, e tanto da generare tesoro, ha bisogno d’accompagnarsi con amor di guadagno, e d’ esserne preceduta come da suo naturale stimolante : amor di guadagno, che è passione per sè, non dirò vile, ma certo un po’ bassa, e non troppo generativa di virtù politiche. Ed ha radice d’egoismo e d’interesse materiale e personale, due interessi che non poco penano a subordinarsi all’interesse morale, tanto da contentarsi sempre delle seconde parti. Donde poi viene, che nelle case di si fatti (non ch’io neghi molte onorevoli eccezioni) gli esempi non sogliono esser quali in quelle della vera e buona aristocrazia ; e colla rarità di questi esempi va proporzionata la difficoltà della fruttuosa educazione di che favellavamo. Che se, pe’fin qui discorsi argomenti, s’ è dunque cercalo di provare, che utile pertanto è l’aristocrazia, rispetto al creare, con un buono e conveniente indirizzo, una schiera di cittadini egregi, quali con arte di speciale istituzione applicata a’ primi che presenta il caso, o la fortuna, è difficile ottenerli; già possiamo a un altro argomento venire, e sarà l’argomento di un secondo e ancor più elevato interesse politico, il qual consiglia a mantenere, quantunque dentro giusti contini, un ceto aristocratico nello stato; c questo è l’interesse cornai at or e. Il quale interesse, naturale antagonista delV interesse riformatore, molti non vogliono conoscere utile, perchè non vi pongon mente : e, non avvertendolo, non se ne fanno una chiara idea. Ma non perciò non esiste; e non è rilevantissimo, e tanto anzi più importante, quanto le forme del governo son più liberali, e tengono delle repubblicane, o delle rappresentative e democratiche, e quanto v’è più grande l’autorità delle turbe popolari. Perchè il proprio delle democrazie, come in generale dei popoli e de’tempi tendenti a democrazia, è, in politica, il moto perpetuo. Un paese dato o soggetto alla dominazione, od alle forti influenze de’ capricci, di quello che fu e sarà sempre varium et mutabile vuigus, è come dire un terreno in man d’una compagnia d’ agricoltori, ognun dei quali vuol coltivare a suo modo ; e dove, secondo che uno riesce a prevalere sull’ altro nella lotta delle volontà, e nella pertinacia e nella validità de’ contrasti, distrugge l’opera de’compagni, e rilavora, e risemina a suo modo. Il qual terreno lascio decidere a chicchessia se può mai prosperare, e dare un frutto che valga le spese, e le fatiche periodicamente abortive. Un tal paese è sempre sul disordinarsi, e riordinarsi per disordinarsi di nuovo, e tornare ad ordinarsi: come ciò accade del mobile campo del mare a ogni nuova aura che spiri, non importa da qual parte. Le leggi non vi durano. L’espcrienze lunghe non vi si maturan mai. Le fortune vi sono instabili, come le dignità, come le influenze, come le ricchezze, come le risoluzioni. Ora un tal paese, per avere una qualche speranza di requie, e di rallentamento negl’impeti inconsiderati del moto, ; per non lasciarsi perpetuamente allucinare da false apparenze di mali, da false apparenze di beni, giudicate secondo la prima impressione, e guidanti a fatti spesso inconsiderati e rovinosi, ha bisogno che sia, nel popolo, un certo numero di cittadini saldamente potenti (ciocché non vuol dir prepotenti), i quali mettano nella bilancia disposizioni opposte ; cioè appunto quelle disposizioni che si chiatnan conservatrici, com’é il proprio delle aristocrazie, alle quali tutto fa invito a temere i troppo rapidi mutamenti, e a temperarli, facendo per propria essenza l’officio del regolatore nell’ orologio, e della scarpa nel carro, non per arrestare l’ andamento, o per voltarlo io contrario, ma per fare necessario contrasto alle accelerazioni dissenna te, e per impedirne le aberrazioni pericolose. Né voglio, a provarlo, altra dimostrazione che quella delle prove storiche, dalle quali risulta che nessun paese prosperò mai lungamente, dove un robusto ceto aristocratico non si ponesse in mezzo tra le facili velleità delle plebi e de' municipii, tra i piccoli e gretti interessi del terzo stato ... tra le tendenze agli abusi del potere in più alto luogo; c non concorresse con ciò validamente e in modo principalissimo alla costruzione diffìcile del buon governo. Finirò enumerando i beni accessorii, che a lutti i precedenti van connessi. Unicamente coll'aristocrazia, che si tiene ancorala sopra una ricchezza immancabile ( non fluttuante, non fortuita, non nata oggi o ieri, c non destinata a perire domani), e sopra tradizioni antiche di potenza, e sopra le aderenze numerose e gagliarde che la corroborano, e la fan per cosi dire immortale, sono possibili, od almen frequentissimi, tanti abbellimenti delie città ; que’ palagi, de’quali parlavain sopra, che sffdano i secoli, e che son come reggie; i musei, le ville, i parchi, le splendide ed ereditarie proiezioni alle belle arti di lusso, alle lettere, alle scienze; i costumi gcutili, il secolo di Leon X, la considerazione al di dentro, e al di fuori, la dignità c il decorodelle nazioni. Solamente coll'esistenza di famiglie, la cui poderosa influenza sugli uomini e sulle cose abbia grande ed antico ed esteso fondamento, è lecito sperare ad ogni privato facili appoggi e saldi nelle solenni necessità d’ogui genere, ferma resistenza contra ogni nemico interno od esterno che minacci lo stato e la città, c perfino la miglior guarentigia possibile contra gli abusi d'autorità, procedenti da ogni alto luogo. Questi abusi, possibilissimi anzi dove non sono che governo e popolo più o meno minuto, e qua c là ricchi senza consistenza e senz’ altra fede che nella loro pecunia, non possono esistere o sussistere gran fatto dove quel terzo elemento dello stato è fortemente costituito su basi ben radicate che non tremano ; le combinazioni ternarie, in queste faccende, piu essendo valide ad impedire le abusive prevalenze da qualunque parte, c quindi le prepotenze di qualunque origine. Ivi i facili rivolgimenti c sconvolgimenti trovano remora gagliarda e principalissima, distrutta la quale i Iremuoti politici si succedono a ogni piè sospinto ; e dura pròva più d’un paese n’ha falla in questi nostri lagrime volissiini tempi. Di qui è che la sapienza antica, per voce di Platone c di Cicerone, cosi appunto sentenziava ne’ libri De republica. Si ama favellare soltanto delle soperehierie de’ nobili, di certe violenze che alcuni di loro si permettono, di certi mali ch’essi han prodotto. Bisogna, com’ io diceva, pesar più giusto, e mettere su la bilancia nell’ altro piatto i vantaggi. Quando avrete distrutta la nobiltà, e avrete solo tollerato quella ineguaglianza di fortune, che non siete padroni di distruggere, e che resisterà ad ogni vostro tentativo livellatore, avrete tanto e tanto le stesse violenze e le stesse soperchierie da que’che avranno la prevalenza di fortuna, ma le avrete senza il correttivo ed il freno che per sua natura è chiamalo a mettervi il buon patriziato per una dicevole educazione e tradizione. Servio Tullio, fin dai tempi regii di Roma, non annullò questo ; ne moderò i poteri ; e provvide con ciò alla fuUira grandezza di quella ch’era destinata ad essere la capitale del mondo. La elevazione di Roma repubblicana è dovuta principalmente al suo senato di patrizi. Le successive invasioni della plebe alzaron molli di quesla sino a quello, cd era giusto ; non abbassarono quello fino a sè, che sarebbe stato follia. . . distruzione di Roma. I Cesari lolser di mezzo, o snaturarono l’organo politico, pel quale Roma dominò la terra ; eslcrminarono le grandi famiglie, fecer perire l’ antiche tradizioni, tolsero ogni impedimento, ogni potestà tra sè e il popolo, e con quale effetto non ho bisogno di ricordarlo ad alcuno. Venezia ed Inghilterra la Venezia de’ passati secoli, l’Inghilterra d’oggidi, son altra prova storica e splendida della mia tesi. I soprusi e gli abusi di potere si possono correggere, impedire, medicare; il male della mancanza della nobiltà è immedica bile nel materiale e nel morale. E la nobiltà è zero senza ricchezza ; e la ricchezza è labile senza fedecommessi. Dunque i fedecommessi, oltre al non essere ingiusti, oltre all'essere senza detrimento al paese che li ammette, gli sono necessari (1). (1) Di qui è, che, a mio senso guardando alla ragion politica, possono nelr eredita fidecommissaria difendersi anche certe sostituzioni, e certi passaggi di famiglia a famiglia come mezzo di perpetuare i gran nomi, la memoria de’ grandi servigi, e gli obblighi che queste memorie traggon seco. L'argomento è degno per lo meno di nuovi esami. Non è il mio Bne l’intraprenderli. N- B. Dopo stampale, una prima ed una seconda volta, queste lettere, un vicino paese fu, nel quale i maggiorati s’ abolirono, disputatone prima, come e quanto lo si poteva aspettare, nella camera dei suoi deputati, e nel senato de’sapienti del luogo. Nè negherò, che, vista la coedizione de'tempì e delle opinioni, il conservarli sarebbe quivi stato un’ anomalia ; certo una disarmonia con tutto il resto. Nel fallo, si guardi meno alla quistione assoluta, che alla relativa ; e meno la relativa al piti o manco di vantaggio del popolo, e in generale dello stato, ebe ia relativa all' andamento politico in cui lo stato s'è colà messo, ed alle necessità che ciò s'è tratte dietro. La questione giudicata oggi cosi sta donque forse bene. Bisognerà vedere se ugualmente starà bene domani. DELLA LIBERTA’ E DELL’EGUAGLIANZA CIVILE. -DEL GOVERNO E DELLA SOVRANITÀ’ IN GENERALE. - DELLA COSI DETTA SOVRANITÀ’ DEL POPOLO E DELLA DEMOCRAZIA. -DEL VOTO UNIVERSALE. DELLE RIVOLUZIONI E DELLE RIFORME NEI GOVERNI EC. Al REPUBBLICA! RICOVERATI IH IHGBlLTERRA E ALTROVE Il ne faut pas vous le dissiniuler. Le peuple, ainsi que la bourgeoisie n’a nulle confianee en vous. Le peuple rii de vos pasquinades politiqueset sociales: il vous a connus à l’oeuvre : il a jugé la puissance de vos moyens et la fécondité de vos ressources; il a vu poindre, sous volre iniiiative, celle réaction que vous condamne/. aujourd'bui, mais dont le principe est loujours vivant dans vos vues et pour rien au monde il ne se sou cie de riimeltre nne seconde fois ses destinées eulre vos mains. Tranquillisez-vous donc, et quoi qu’ il arrive, ne vous excilez pas le cerveau, ne vous écbaufl'ez l.oint la bile. Acceptez en tonte résiguation le repos que vous fait l’cxil, et metlez-vous bien dans la téle qu’à rnoins d'unc transformation complète de volre esprit, de volre caraclèrc, de votre intelligence, volre ròte est lini. Teuez, voulez-vous queje vous dise louie ma pensée? Je ne connais qu’un mot qui caractérise votre passò, et je saisis celie occasion de le Taire passer de l’argot populairc dans la langue polilique. Avec vos grands mols de guerre aux rois, et de l'ralernité des peuples ; avee vos parades revolulionnaires, et toutee lintamarre de démagogues, vous n’avez été jusqu’à préscnt, que des blagucurs. Journ. le Peuple ile l»bO Articolo di P. /. Prudhon Della libertà nel civile consorzio, e dei limiti che necessariamente debbc avere. Che cosa volete, signori maestri del mondo, che si rinnova? - « Libertà ed eguaglianza nel consorzio civile, nco« nosciute e difese; e, come frutto della libertà e dell’egua« glianza, la parte di sovranità nel popolo, che a ognuno « coegualmente spelta per quel che concerne gl’interessi « sqoi, e gl’interessi dell’universale in correlazione co’suoi. « Perchè, se gli uomini sono uguali per natura ( e certo lo « sono}, è una iniquità il farli disuguali per arte; è una slo« Udita il lasciarsi far tali, ed ammettere maggiori di sé soci pra sè quando piace, e quando non piace. E se gli uomini « sono liberi per natura, è una iniquità il farli più o meno a schiavi per arte, e stolidità il lasciarsi far tali, ed ammet« tere padroni di sè sopra sè, quando piace, e quando non piace. Ma qui vale la risposta celebre degli spartani a Filippo re - (1). « SE ». La libertà! Innanzi tratto, parliamo un po’ sul serio: raccordate voi veramente all’ uomo, voi che pugnate tanto perchè vi si lasci interissima, e quasi o senza quasi priva di vincoli ? - Ma molti di voi, che chiamano l’uomo una macchina fisica, so che il libero arbitrio, cioè questa tanto richiesta libertà, dicono non esistere ; poiché tutto che facciamo, lo facciamo, secondo essi, per coazione prodotta in noi da impellenti motivi, interiori od esterni, che prepotentemente, (I) Plutarch. fìe g.imililale. Edil. Rnisk benché occultamente, ci spingono a fare o non fare, ed a fare una cosa piuttosto che un' altra. Dunque, almen per tutti cotesti negatori del libero arbitrio, le dimande d’ esser liberi hanno assurdità manifesta, e mancan di senso, essendo in contraddizione perfetta colla loro intima e confessata persuasione di non poter esser soddisfatti nelle loro dimande, nè essi, nè chicchessia (1). Essi sanno, o pretendon sapere, che chiedono quel che non è possibile dar loro ; poiché quel che chiedono, a lor detto, è un nulla, un non-ente; e niun può dare ad altrui, se non illudendolo, un non ente, un nulla, una cosa, che nè ha egli, nè alcun altro possiede, o può possedere. Dunque la libertà non possono chiederla, che coloro i quali la credon possibile all’uomo, e che non risguardano il mondo morale, ossia il mondo delle volontà, come un conflitto di forze, ognuna delle quali non può non esercitarsi, che nel modo col quale nel fatto s’esercita, senza che alcuno possa iutervenirvi per azioni diverse da quelle con che ogni volta in realtà v’interviene. La libertà, in altri termini, non posson chiederla, che gli spiritualisti ; e già in ciò v’è molto di guadagnato: perchè cogli spiritualisti, se sono veramenle quel che dicono di essere, si può disputare con ferma speranza di giungere presto o tardi a spogliarli di certe idee, per così dire, superfetate ed aggiunte, contro a naturatile loro persuasioni di spiritualisti: idee non compatibili con quelle persuasioni, e tali, che nonèdifficile alla lunga di farle apparir loro quali realmente sono, riducendole al giusto loro valore. È argomento ad hominem — Ex ore vestro voi judico. Que’ cbe negano la libertà non solo non posson chiedere questa, ma non possono, sul serio e da senno, chiedere o pretendere nulla, nè accusar nulla, nè lagnarsi o adirarsi di nulla, nè trovare a ridire su nulla. Nella loro ipotesi lutto quel che è o sarà, tatto quel che si la o si farà, non dipende dall'arbitrio 'di chicchessia. È o sarà, à fa o si farà, perchè non puh essere nè farsi diversamente. Dimande, lagnanze, accuse, saranno, per vero, esse pure atto necessario, ma un alto senza significato, o d’ un signitìcato che non può stare. La proposizione non lo che accennarla. Il trattarla ex profitto non è di questo luogo. E che cosa è questa libertà ? - « La facoltà ( rispondono } « d’usare delle proprie forze, fisiche o morali, nel modo « che più aggrada, la quale ( dicono que’che vi credono ) « è una facoltà primitiva e naturale, e tale perciò che non si « ha diritto di toglierla. » Intanto, essi che l’ ammettono, si vergognerebbero di non ammettere però, che alcuni di si fatti usi della libertà propria son buoni, altri cattivi, e che i buoni usi ognuno è tenuto a praticarli, e i cattivi ad evitarli. Dunque coloro che ammettono la libertà, .e che perciò ne chiedono alla congrega civile la maggiore possibile indipendenza e franchigia, concedono almeno una legge interiore, e naturale, e non abrogabile, data al loro intelletto, che comanda, consiglia, o proibisce; legge obbligatoria per ognuno. Dunque concedono, che la libertà, per sua natura, non è poi cosi sfrenata come lo si suppone, nemmen nell’uom solitario e sottratto perciò ad ogni coazione estrinseca de’simili suoi, da che è limitata e vincolata da una legge interna, che notabilmente ne restringe pur sempre i poteri. Anzi, poiché, conceduto il bene ed il male nelle azioni libere o volontarie, vengono con ciò necessariamente a concedere la distinzione tra l’uomo da bene e perfetto, e l’uomo imperfetto e cattivo, conseguita da questo, che per essi il migliore ed il più perfetto degli uomini è quegli che più limita le proprie libertà, e che, per conseguenza, nel fatto, è o si fa men libero; e viceversa, che l’ uom peggiore e più imperfetto è quegli il quale più ai vincoli della libertà si sottrae, godendo, nel fatto, d’un più illimitato uso della libertà propria. Qual è l'uomo il più libero ? — Il ciallroue, che, senza un riguardo per sè o per gli altri, va e fa e dice, e si veste o sveste, e s'accompagna o scompagna, e si satolla negli appetiti suoi più disordinati e più bestiali ed immondi a tutto suo grado, gitlandosi panciolle o rotolandosi in istrada, ubriacandosi nella taverna, appaiandosi colle sgualdrine, gridando e urlando per via, spargendo motti, dileggiamenti, bestemmie, ingiurie a questo ed a quello. Or, se la civil convivenza è ordinata a rendere gli uomini, non più imperfetti e cattivi, ma sempre migliori e piu perfetti (ed aspetto che qualcuno voglia con moderna impudenza negarmelo), è chiaro, che quello è il consorzio umano più conforme alle leggi di natura, in che il male è più difficile a farsi, ed il bene piu facile. Laonde, se un modello di ottimo civile ordinamento è a proporsi come un tipo al quale si debbano conformare, quanto meglio ciò è dato, le umane congreghe, converrà dire l’ideal naturale ( come lo chiamano ) dell’ ottima e perfetta civil convivenza esser quello dove alle volontà del male è recato il massimo impedimento, alle volontà del bene il massimo eccitamento e favore, alle volontà indifferenti quanto a bene ed a male la massima indipendenza : quello dunque dove la libertà ha vincoli molto maggiori de’ vincoli che le nostre leggi, anche le più rigorose impongono. Tuttavia confesso, che chi cosi ragionasse andrebbe troppo in là col ragionamento, massime ove difendesse l’opinione, che questo ideale sia immediatamente riducibile ad atto nella odierna condizione delle aggregazioni umane che si noman popoli. Confesso, che, conosciuto il mondo cosi com’è, e considerato quanto immensamente son gli uomini ancor lontani, nella lor molta corruttela, dal tollerare universalmente d’ esser costretti a farsi ottimi, e ad incontrare ostacoli ad ogni azion loro men che retta ed a bene rivolta; veduto quindi che la legge troppo rigorosa incontrerebbe innumerabili ribelli, i quali sarebbe presso a poco impossibile frenare, e colla forza ridurre ad obbedienza, o pur solo punire; infine, richiamalo alla memoria, che Iddio stesso, nella formazione dell’ uomo, mentre si è contentato di dare ad Lo 5cln 'rauo clic corre armalo le campagne taccinlo silo tulio che trova, spogliando i viandanti, accoltellandoli.... — E qual uomo onesto, nel senso che questa parola ottiene in ogni vocabolario di popolo civile, vorrebbe essere cialtrone o scherano ? o eie' specie li ci' il consorzio è possibile ne' cialtroni, e fra gli scherani?] ognuno le norme del bene e del male, ba però voluto lasciare, a tutto risico di chi devia da queste norme, la libertà di si fatta deviazione ; di qui è che, per men danno, e per men difficoltà, i savi, che dell’ ordinamento degli stati han fatto particolare studio, avvisarono la necessità di abbandonare al proprio libito di ciascuno il più di quegli abusi di li bertà recanti a tristo o sconveniente (ine, ma che non nuocono altrui, riserbato il vincolare con leggi quegli abusi die agli altri recauo un più o men grave ed ingiusto nocumento, od una indebita e non lieve molestia : ciocché accordandosi a riconoscere e concedere ( e vi riflettati bene i capitani e i campioni delle nuove dottrine) non credon già di aver, per si fatti divisamenti, proposto quel che veramente sarebbe il meglio; ma, proponendolo, o, a dir piu vero, confessando d’ essere stati costretti a concederlo, compiangono di non aver potuto proporre c consigliare che un men male. E tuttavia questo men male non lo propongono, e non lo accettano, che in modo, per cosi dire, precario, e finché, con un migliore indirizzo della educazione privala e pubblica, sia lecito assai più recidere di questa libertà del non buono, senza troppa resistenza, e per successivi sempre maggiori troncamenti giungere alfine a quel minimo di libertà lasciata al mal fare, che costituirebbe de’ civili ordinamenti la vera normalità. Ed ecco ricacciate in gola, io spero, a certi insipienti banditori del sacro diritto (coni’ essi soglion chiamarlo) d’ esser padroni delle azioni loro, tante balorde cicalcric di pocosen so, che vanno eglino ripetendo, e che, se dimostran qual che cosa, dimoslrau solo quanto è grande la ignoranza di gridatori si fatti in lutto che risguarda la vera filosofia delle leg; gi e la vera natura dell’ uomo. Io so però con qual mutamento di linguaggio si sforzeranno essi di riguadagnare terreno, se non di fronte, almen per fianco. Senza osar troppo di negare, presi cosi alle strette, che quegli usi della libertà, dai quali un altro, e con piu forte ragione più altri, o la comunità intera, possono essere più o men notabilmente ed ingiustamente pregiudicati, debbono dalla legge frenarsi, diranno però, ed in effetto dicono ( abbassato molto il tuono della voce e della superbia ), che la forfattura de’ legislatori a cui si chiede emendamento è appunto nel giudizio del male, operato o da operarsi, il qual conviene, o prevenire perchè si tema, o punire perchè si risguardi come fatto, e delle condizioni che si stima utile all’ universale di lasciare in potestà de’governanti lo imporre a’ singoli, quale un debito comune di violenze fatte o da farsi alia libertà d’ ognuno pel bene di tutti. Rispetto a che ricusano il più delle norme stabilite dalla sapienza antica, senza un riguardo eh’ ella sia stata sempre una e costante, sempre simile a sè fin dalle prime manifestazioni sue, giungendo da gente a gente al nostro tempo ; e trinceratisi sopra questo terreno, vogliono, coni’ oggi dicesi, guarentite almeno certe principali libertà, o salvati certi privilegi di libertà, di che fanno enumerazione, secondochè, per un detto di detto, impararono. E qui non discenderò io a disputar loro ciascun palmo del nuovo terreno in che s’accampano, questo non essendo per ora il mio proposito. Non ch’io non voglia, a miglior tempo, a un per uno, espugnare ciascun de'baluardi ove atlendon battaglia, impotenti, come si sentono, a tener la campagna aperta. Ben, fermandomi qui sulle generali, poche cose dirò, che importa stabilire, come opportune premesse a tutte l'altre, quasi circonvallandoli intorno d’un regolare assedio, per toglier loro qualunque spe [ È degno d’esser notato che si schiamazza e si pugna per si fatte libertà, e per questi privilegi sempre ne’ tempi in cui più si vuole abusarne, e da que’che di abusarne hanno il proposito deliberato. Que’ che non han bisogno dell’abuso, e che non lo hanno nell’animo e nel desiderio, è chiaro che sarebbe ridicolo se ciò curassero. Ed altrettanto è a dire de’ secoli in cui rarissimi sono, o nessuni, gli abusa tori di fatto o d'intenzione. Queste grida allora non si sa che siano. Si chiede il permesso di quel che si vuol fare, e si muovono lagnanze di quel che, volendo farlo, non sì pub ; non di quello mai, che non occupa la mente, e che non ispiace di non poterlo operare a suo grado.] anza di esteriore sussidio, e di futuro scampo. Dove, se per avventura, io paia a taluno usare, a dispetto, un troppo superbo linguaggio, valgami a scusa la salda fede che ho nell’animo, non veramente del prevalere per senno, ma sì certo dello scendere a combattimento con tale una soprabbondanza di forze, che il far fronte, negli avversari, più mi sembra presunzione ed insania, che coraggio e bravura. E prima, prendo, come suol dirsi, atto del concesso, e dell’ ornai da essi perduto per non poterlo difendere : cioè, che tutte le declamazioni, le quali fannosi, a destra e a sinistra, suonare sul sacro diritto della libertà umana, cosi in generale sfrenata, e della intangibilità di questo diritto ( le quali declamazioni tanto si vanno ripetendo a illusione e pervertimento degli sciocchi, e col plauso del codazzo lungo anzichenò de’tristi, i quali approvano e fan coro, perchè l’approvazione è come indiretta difesa di molte ribalderie loro); tutte queste declamazioni, dico, bisogna ringhiottirsele, o riservarle a’ crocchi degl’ imburiassali a lor forma, e già non più ragionanti, nè disputanti, ma credenti, e disposti a contendere solo co’pugnali e colle contumelie. Per tutti gli altri un punto è vinto, ed una verità è conquistata: la libertà, per sé medesima, dev’ esser vincolala in tutti. Questo non ammette più disputa. Or, ciò premesso, io dico poi, che, nelle azioni le quali necessariamente han, per cosi dire, contatto cogli altri, e sono usi di libertà che agli altri possono riuscire o molesti o pregiudice voli, a rendere, non pur possibile, ma solo reciprocamente tollerabile la consociazione degli uomini, è chiaro che l’interesse comune richiede il provvedere a tanto, che i conflitti delle coeguali libertà siano evitati il meglio che esser può, e siano del pari scansate le cagioni, quant’elle sono, onde, per fatto delle libertà male-usate, si renda sgradevole ed intolleranda ad altri, pochi o molti, la convivenza. E poiché nessuno è giusto che sia giudice in causa propria, quando specialmente la causa propria è in contrasto colla causa degli altri, perchè niuno, negl’ innumerabili e colidiani casi di si fatti contrasti, vorrebbe aver fede nella giustizia e nella discrezione d’un che ha interesse a favorire sè stesso (massime considerando, che il momento medesimo del conflitto, allorché più le passioni sono in presenza, in accensione, ed in tumulto, dovrebbe esser quello del giudizio ), perciò è necessario, che ognuno anticipatamente sappia (da terzi ed im parziali, e parlanti con autorità in guisa da comandare obbedienza ed ottenerla) quel che può e deve, e quel che non può, nè dee. Di che poi si conclude, che, innanzi al fatto, egli è della più grande evidenza, bisognare alcune regole prestabilite, ossiano leggi, per le quali si determini efficacemente il lecito e l'illecito. Resterà dunque solamente a cercare, da quali, secondo ragion naturale, debbano queste leggi emettersi, ed in che misura. E la -questione giunta a questo termine, s’allarga. Perchè, venuto il discorso alle leggi che stabilir denno i confini e la misura della libertà civile, l’argomento facilmente trapassa alla non meno astrusa ed importante trattazione del primitivo stabilimento di tutte l’altre leggi obbligatorie per l’universale, e si di quelle che fermano, o fermar debbono le originarie condizioni della civile congrega, nelle parti onde si compone od hassi a comporre l’intera macchina governativa, qual si ha, o qual si desidera averla, si di quell’altrc, che, a volta a volta, si van facendo, o si vorrebbero fatte, per nuovi bisogni che si stimano sopravvenuti, o per correzione d’antichi e nuovi errori, de’ quali credesi avere accorgimento. Intorno a che una opinione oggi, e da molli anni, a memoria di noi vec-r chi, cerca di signoreggiare il mondo, secondo la quale, la volontà egualmente ed il senno di lutti avrebbe in ciò a consultarsi, e a deliberare, per quella dottrina che troppi pongono a di nostri in cima a ogni altra, e che chiamano il domala della sovranità del popolo, da cui, come da vecchia sua radice, sorse già e prese forza l’altro domina del cosi detto patto, o contratto sociale ; due domini a’ quali dassi appunto per fondamento, come la libertà originaria e naturale dell’uomo, cosi l ’ eguaglianza primitiva d’uomo con uomo. Or poiché, rispetto alla prima già vedemmo, quantunque sommariamente, quel che bassi a pensarne, favelliamo adesso della seconda. Della eguaglianza in generale, e quanto poco esista essa nella specie utnana. Si pretende, che gli uomini, per naturale diritto, sian tutti uguali, e, al solito, insegnando al popolo questa supposta fondamentale verità, que’ che la insegnano si guardan bene dal dichiararla con più esplicite parole, e dallo spiegare in che senso, a lor senno, questa eguaglianza può affermarsi, in che senso non lo si può. E il popolo fa di questa proposizione quel medesimo, che dell’altra, la qual die e-Gli uomini son lutti liberi - Ambedue le accetta così come gli si danno, senza limitazione, e se le stampa bene in mente al modo che suonano, per poi trarne le conseguenze dirette ed estre- i me, che oggi pur troppo ne trae... conseguenze che la pace del mondo da sessanta anni disturbano ed impediscono. Io spesso ho domandato a que’ difensori di si fatte stolte teoriche, co'quali è pur possibile tentare un po’ di ragionamento, qual fondamento dessero ( parlando dell’egualità ) al domma che stabiliscono ; e i più di loro m’hanno risposto con gran franchezza, che l’eguaglianza è da legge di natura, perchè la natura ci ha fatti tutti della stessa specie, e della stessa carne; tutti, gli uni agli altri, fratelli. Ma, quando li ho incalzati, chiedendo, se la natura facendoci uguali quanto a specie e carne, e con questo dandoci una comune fraternità, abbia poi col fatto mostrato di averci voluto ad un tempo dare anche le altre eguaglianze qualitative e quantitative, ossia di modo, e di grado, che bisognano per costituire l’assoluta eguaglianza naturale, la quale intende il popolo, non ra’han potuto più rispondere cosa che valga. Almeno avessero potuto dimostrarmi che queste ultime sono una conseguenza necessaria di quelle prime! Bisogna compatirli. Essi non potevan fare l’ impossibile. La natura, certo, non ha voluto farci diversi da quelli che ci ha fatto. Ora è chiaro, ch’essa ci ha fatto in ogni cosa disuguali. ( E si noti, eh’ io qui uso il linguaggio de’ moderni filosofanti. Metto da parte la fede, il peccato d’origine, e le sue conseguenze. Parlo, come oggi usano tanti, della natura acefala, e separala dalle sue cagioni, come se non le avesse ). Infatti che vogliamo ricercare? Il fisico, o il morale? Ma, nel fisico, nessuno, per fermo, avrà l’ ardire d’ affermare, che la natura, fabbricandoci tutti della stessa carne, e collocandoci nella stessa specie, abbia voluto altro farci che disugualissimi. Non forse ogni giorno ci schiera essa innanzi i belli ed i brutti, i dritti ed i bistorti, i contraffatti a ogni forma ed i ben composti della persona.... i sani e gl’ infermicci, i gagliardi ed i frolli, gli svegliati ed i pigri o buoni-da-nulla? Non forse tra milioni di visi nessun ce ne presenta ben simile... ben uguale ad un altro « imprimendo ad ognuno una fisonomia sua, che è la sua e non d’altrui? Non forse disuguali dà le complessioni, la fazion generale della persona, le idiosincrasie ? Pur la carne è una in tulli, e la stessa : la specie è una e comune. Più però l’originaria e naturale disuguaglianza fassi palese, ove al morale riguardiamo, e si a questo nella parte intellettiva e discorsiva, si nella memorativa, si nella immaginativa, nell’ affettiva, nella volitiva, e in quante altre le sottigliezze de’ filosofi distinguono... Ho io bisogno di dire, che hannovi nati stupidi, e nati con ogni buona disposizione di memoria, di giudizio, d’ acume... ? Ho io bisogno di ricordare le portentose varietà d’ altezze, di capacità, d’umori, di tendenze, infinitamente tra loro disparate e distanti ? Ho io bisogno di avvertire, che GALILEI (si veda), Newton, Eulero, Lagrangia non nacquero per esser umili ragionieri di lor persona sopra un povero banco di libri tenuti a scrittura-doppia ; Cesare, Carlo Magno, Napoleone, non erano modellati alta stampa d'un piccolo caporale di milizie ; i Law non furono mai del legno di che si formano i Colbert, i Turgot ; Omero non doveva essere Clierilo, nè Virgilio Bavio..., e tutta la larghezza d’ un oceano doveva separare Marco Tullio Cicerone da Marco figliuolo, Marco Aurelio Antonino da Commoilo, Tito da Domiziano... Vaucanson da un costruttore d’organucci di Barberia... Giovanna d’ Arco dalla mia donna di faccende ? Non favello delle disposizioni di cuore... delle disposizioni di volontà... del più o meno di mercurio, di zolfo, di sali, che, fino dal primo impasto, è infuso nelle nostre crete; e del diverso rombo di vento a che si volge l’ago delle nostre tramontane. Nel vostro stesso campo, signori maestri del novello mondo, consultate Gali, Spurzheim, Fossati, Combe. Crederanno leggervi sul cranio, scritto e significato a grandi rilievi, se siete della pasta dei Tersiti, de’Paridi, degli Ulissi, de’ Palamedi, o degli Achilli.... E non solo differenti s’esce di prima stampa dall’utero materno. Altre cagioni soggiungono, da natura pur sempre, e dal conflitto perpetuo delle sue forze, per le quali alle inegualità fisiche e morali, cominciate fin dai primordi nostri, se ne vanno altre aggiungendo finché dura la vita, ed alcune per effetto della stessa vita. Imperciocché a questo lavorano giornalmente le infermità, e centinaia di fortuiti accidenti che sopravvengono... le differenze di climi e del tenor di vita... i nostri spropositi volontari ed involontari... : senza di che molle cose al vecchio toglie P età, e al fanciullo non le dà ancora... E l’arte, eh’ essa medesima è da natura, opera forse, e conduce, a diverso fine? -L’arte è l’educazione, secondo che ce la danno, secondo che ce la diamo. Or l’educazione, facciasi quel che si vuole, è per l'uomo una nuova grandissima cagione d’ inegualità, la quale niun potrà mai governare in modo da impedirle il produrre questo ultimo effetto. E, primo, è una potente cagione d'inegualità dalla parte degli educatori. Perché come poterli applicare a uno stesso modo, a una stessa misura, in tutti i luoghi ed a tutti? nelle città e ne’ villaggi ? nelle campagne e ne’ boschi ? a que’ che vivono raccolti insieme, e a que’che in solitudine, o grandemente spicciolati e divisi ? Come trovarli, da per tutto, uguali in eccellenza, per dottrina, per zelo, per altezza, per l’allre molte qualità che aver denno, o dovrebbero ; o come non piuttosto contentarsi assai spesso di non trovarne, di non averne, o di averne de’mediocri, degl'insufficienti, o decessimi? Come, da per tutto, avere o procacciarsi le stesse facilità secondarie, gli stessi ausiliarii mezzi, senza di che la bontà degli educatori o fallisce, o men vale? Come non avere riverberate sugli educati le diversità che provengono dalla diversa natura de’ maestri, de’ metodi, degli aiuti estrinseci? E, per tutti questi motivi, come non giungere all’effetto ultimo, che, se le differenze predisposte da natura erano già grandi, più grandi ancora saranno esse fatte, dopoché di necessità in diversissimo grado e modo l'arti educatrici sarannosi adoperate? Secondo, è un’altra cagione d’ineguaglianze, dalla parte di coloro che debbono educarsi. Imperciocché le inegualità già preordinate in ciascuno nell’esser coucetli, come potranno non avere accrescimento e moltiplicazione, aggiuntevi le inegualità avventizie, prodotte dall’azion di coloro, che, più o men bene, o più o men malamente, educheranno? Dove, tra inegualità ed inegualità, sarà pur talvolta che accadano compensazioni: ma sarà più spesso ancora, che le inegualità si sommino, e s’alzino a maggior valuta... Terzo, son molte più, accidentali, cagioni, che necessariamente faranno anche maggiore essa differenza : come dire, il più o men bene, o male affetto stato di salute, o di vigore, il più o meno di fortuiti ostacoli, o di fortunate agevolezze sopraggiuugenti : la nebbia delle passioni viziose che alcuni offuscalo la loro forza che molti distrae; lo stimolo delle passioni generose che ad altri é incitamento... cento altri e mille incidenti della vita, che or turbano, or secondano, e fan mentire in bene o in male ogni anticipato presagio da natura tratto... Ma v’ è una piu generai considerazione, che vie meglio conferma la verità del mio detto. Essa ci è somministrala dalla ricerca del fine stesso per cui la natura ci diede delle arti educatrici il bisogno, l’istinto, ed il seme. Questo fine evidentemente, e per sua essenza, è, sempre, e ogni giorno più, disuguagliare, anziché uguagliare. Imperciocché la perfettibilità umana esse arti han persubbietto sul quale lavorano ; e la perfettibilità è cosa sterminata. L'arte, cioè l’educazione, perfeziona, che è dire s’ aggiunge alla natura, acciocché quello che in essa è germe, tallisca, cresca in pianta, e fruttifichi. Ora il germe è d’ineguaglianze: dunque ineguaglianze raccoglierannosi dall’ educare, tanto maggiori, quanto l’ educare sarà più perseverante, e condotto a maggiore eccellenza. In ciò sta il progresso, che è pure un altro degl’ idoli del nostro tempo : in ciò la civiltà, effetto principale del progresso, che tanto oggi i nuovi dottori dicono di voler promuovere, non s’accorgendo, che il suo vero fine è aumentare le differenze tra gli uomini, non già scemarle. Gara infatti essa è per essenza, e specie di palestra aperta a tutti, dove arte aiuta natura a far si che ciascuno co’ vantaggi che può e sa, si gitti innanzi quanto più può e sa meglio, lasciando iudietro il compagno o i compagni di quanto piu intervallo è possibile, nelle diversità di direzione che tutti prendono. Cosi arte e natura a un medesimo scopo convengono. Quella accresce 1’ effetto di questa. La disuguaglianza é data all’uomo per legge; il disuguagliarsi per istinto, e per bisogno. Voi piu facilmente fabbrichereste gli uomini della favola di Luciano, usciti dalla granata magica, con metodo di successive dicotomie, che gli uguali i quali sognale. Arroge, die questa è una legge non esclusivamente propria della nostra specie. Chi ben considera, trova ch’è legge data all’intero universo, come norma del suo modo d’essere. Tutto in esso è varietà e diversità. Tutto è gerarchia. La materia è una nella sua sostanza, pur l’oro non è argento, nè T argento rame, nè il rame piombo, nè il piombo arsenico, nè l’arsenico azoto od ossigeno. Vi son dunque caste nella materia, come nella specie umana ; come nelle specie degli animali domestici (cavalli, pecore, capre)... V’ è una gerarchia delle stelle tra le stelle, delle comete tra le comete. V’é il grande ed il piccolo, il luminoso e l’oscuro, quel che domina e quel eh’ è dominato. Un carbone è cristallizzato ; è brillante; è la coli-i noor, la montagna della luce, che brillerà sulla fronte di Vittoria regina d’ Inghilterra ; un altro carbone non è buono che a scaldare la pentola della massaia. Lo stesso grano, dice il più santo de’libri, è trasportato dalla piena del torrente nel mare, e vi perisce ; dal vento tra le sabbie, e non vi nasce ; dall’agricoltore nel campo, e, secondo le condizioni diverse del terreno e de’ succhi, v’ intristisce c non viene a spiga, traligna ed è ucciso dalla golpe... prolifica ed è ricchezza della messe e del granaio. Evidentemente queste diversità di sorte furono, sin dalla prima origine, ne’ disegni del Creatore, nelle necessità imposte al creato... Quanto agli uomini, ciò non è solo un fatto cieco ed improvvido : è una manifestazione splendente della sapienza del divino architetto. La vita normale della civil congrega ha bisoguo di simiglianti radicali disuguaglianze. È forza che v’ abbia chi non si sdegni d’ esser destinalo ad metalla, alla coltivazione laboriosa delle terre, alle meccaniche fatiche dell’incudine, della sega, della pialla... Come è forza che v’abbiano altri ad altro buoni, ed a meglio, secondo tutta la varietà degli uffici e de’ servigi che se ne aspettano. Fede c filosofia s’ accordan poscia a proporci, affinchè nissuno si lagni, il sistema delle compensazioni in una seconda vita. Or, se tanto è innegabilmente vero, come s’ osa insegnare al popolo l’opposto di queste dottrine? Come s’abusa della sua irriflessione naturale e della sua ignoranza per falsificargli sino a questo segno il giudizio? Come s’ardisce predicargli ogni giorno il domina supposto delVeguaglianza, o non fiancheggiandolo con ragioni, o rendendolo credibile con miserabili ragioni di fratellanza universale, d’identità d’origine, o simile? (1)-E v’ha chi chiama perfino a complicità dell’inganno la religione, come se vi credesse! V’ha chi usa come argomento: Siamo lutti figli d’Adamo; lutti ugualmente redenti sulla croce; tutti ugualmente fratelli in Cristo! - Fratelli si certo ; c figliuoli lutti della prima umana coppia, e della seconda per Noè il diluviano; ed ugualmente ricomperati col prezzo di sangue sul Golgota: ma non perciò uguali; come uguali non erano, ancorché fratelli, più ancora stretti tra toro che non un uomo a un altr’ uomo, Caino e Abele ; come uguali non erano tra loro, ancorché fratelli, Isacco ed Ismaele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e Beniamino, e gli altri figliuoli di Giacobbe... Fratelli, e perciò tenuti a reciprocamente amarci, ad assisterci, a giovarci; ma non a modellarci ognuno sull’altro, ma non a metterci tutti a uno stesso livello, ma non a interdirci ogDuno i vantaggi delle nostre individualità, o a pretender di divider cogli altri gli svantaggi. L’ autorità della religione, della quale s’ abusa, non ha mai consacrato queste massime, o, per dir meglio, ha consacrato sempre le massime contrarie. Io dimentico però, che hannovi, a di nostri, cristiani a’ quali par bello servirsi del vangelo per falsificarlo, e spurii cattolici, i quali s’argomentano d’ insegnare caltolicliesimo alla Chiesa, e teologia alla teologia!  É facile intendere, se non il come, almeno il perchè. Si cercano nel volgo, e nel minuto popolo complici, ed uomini di braccio per l'opera di distruzione ebe si medita; e l’adescarli con si fatti miserabili e detestabili inganni par utile, se non bello. Se non che intendo bene quel che vorrassi rispondermi. Sorgeranno d’ ogni parte di coloro, che vorranno dirmi, nissuno esser si stupido da pretender di negare il fatto visibile e palpabile delle ineguaglianze di natura e d’arte, che son tra gli uomini, troppe delle quali non possono non essere in un grado maggiore o minore, si nel morale, che nel fìsico. Solo chiedersi oggi quell' eguaglianza, che spetta agli uomini, in quanto congregati in società; e questa esser Veguaglianza che chiamasi civile, cioè de’ fondamentali diritti della vita di cittadino; e pretendersi essa come dovuta per legge eterna di naturale giustizia. E avvegnaché, ristretta la proposizione entro si fatti più precisi e più angusti termini, non è poi si chiaro il comando della legge di giustizia la qual si cita, e resta sempre a superarsi la difficoltà del concepire come e perché abbia a credersi di misurar giustamente, applicando a tanti fra loro disuguali una misura uguale per tutti, fan prova d’ avviluppare sé e gli altri in un tessuto di ragionamenti, che è pregio dell’ opera l’ esaminare- Esaminiamoli dunque, c cerchiamo di far conoscere quanto essi hanno poco del solido, e quanto facilmente s’abbattono, e si riducono a nulla. Dell' eguaglianza nel civile consorzio e su quali falsi fondameli ti si pretenda stabilirla. Si vuole l ' Eguaglianza civile, cioè l’eguaglianza ne’ fondamentali diritti della vita di cittadino! E per che buona ragione ?-Rispondono i pili barbassori: « non veramente per « che siavi tra gli uomini l’eguaglianza primitiva di natura, « o perché possa l’arte giungere a distrugger mai le diffe« renze che natura ha in noi largamente seminate nel tisico « e nel morale j ma perchè, tra tante che mancano, un’e« guaglianza primordiale è pur veramente in tutti, ed è « T eguaglianza di condizione primitiva, quando la vita civile « ha per noi, secondo ragione, normale coininciamento. » E, a meglio spiegare il concetto loro, cosi ragionano, tornando un tratto a considerazioni relative alla libertà « Sia quel che si voglia de’ limiti che la legge eterna ha se« gnato al libero arbitrio d’ogn'uno, e della natura obbli« gatoria de’ precetti ch’essa legge dà a tutti ; se potente« mente c’invila essa ad unirci in civil convivenza, non, « per fermo, l’invito è coattivo (posto che niuu pretende « esserci disdetto il segregarci per vivere in solitudine, « quando ciò ne piaccia) ; e molto meno è obbligatorio a un « dato modo d’associazione (posto che niun pretende esser« ci da ragione naturale vietato il torci all’ associazione, in « che, per esempio, ci troviamo inclusi dal nascere, per « entrare, a nostro libito, in un'altra la quale consenta « di riceverci). Dunque l’entrare, o il restare, in una data « civil congrega, è, per sé, atto di libertà, rispetto al qua le noi conserviamo intero l’arbitrio. Ma lo stesso ragio— « namento può ugualmente applicarsi ad ogni uomo. Dun« que tutti gli uomini, debbono, in ciò, riguardarsi d* lift guai condizione : lutti almeno coloro, a togliere qui ogni « soGstcria, che hanno sufficiente normalità coni’ uomini, « quanto alle facoltà naturali (salvo il diverso grado in che « le posseggono), per non dare evidente motivo d’ esser te« nuli come non liberi. Ma concessa l’esistenza d’almen « questa eguaglianza, non v’è poi ragione perche da detta « eguaglianza non si derivi un’altra eguaglianza, e vuoisi « dir quella per che, ne’ rapporti generali di cittadino a cil« ladino, e da cittadino a tutta la congrega, pesi c benefi« zi, cioè doveri e diritti sian parificati. Dunque sì fatta pali rificazione, che è l’eguaglianza la quale aveva a dimo« strarsi essere di diritto naturale, lo è realmente. » Dal qual tenore di discorso è poscia uscita, nel passato secolo, tutta la dottrina del palio sociale, c (connessa con quella) l’altra dottrina, secondo la quale il popolo, cioè la somma di tutti i concorrenti a civil consorzio, nell’atto del concorrervi, c dopo esservi concorsi, ha in sè la vera sovranità e supremazia, per tal guisa, che ognuno ne possiede la sua coeguale parte: ciocché costituisce poi quella che si chiama la sovranità popolare, o la democrazia risguardata come il solo governo naturale e legittimo. Donde molte conseguenze scaturiscono, c principalmente questa « Che gli entrati, « od i liberamente restati in una civil convivenza, se dispnee nendo di sè, come sovrani che ne sono, tutti con egual « volontà e potestà si spogliano o si spogliarono pacificale mente d’una parte della sovranità di sè stessi, per formale re di queste parti riunite l’altra sovranità posta fuori, e ee depositata in mani terze, alla quale, in essa convivenza, ee liberamente si sottoposero, non però a questa seconda so« vranità non si serban sempre superiori. Nè, in quanto è « artificiale, e procedente dal loro libero arbitrio, da cui « trae tutto il suo valore su ciascuno, può questa sovranità fattizia distruggere la supremazia delle volontà da « cui supponsi derivala. E perciò, quantunque soprastante « per patto, essa è nondimeno in realtà soggetta, e dalla « stessa volontà onde procede può quindi essere rivocata e « distrutta ». Le quali teoriche con tanto animo i nuovi maestri le difendono, che, non potendo non accorgersi, ciò, nel fatto, non esser mai, perchè, storicamente parlando, l’asserito patto sociale, mai, o quasi mai, non in terviene, ancorché per diritto dovrebbe, a lor sentenza, intervenire « ciò dicono provar solo la spuria origine delle « civili congreghe in che, per tal guisa, si è inclusi. Don« de è poi, che il pacifico e precario restarvi, il qual fac« damo, non può, a lor detto, chiamarsi nemmeno un « tacito consentimento. Imperciocché secondo il proverbio, « chi non parla non dice niente. Ed, essendo che ogni go« verno é intanto una forza di fatto alla quale difficilmente « si può resistere, cosi il non dir niente esso medesimo è, « conchiudon essi, una necessità imposta, piuttosto che « volontaria. Il perchè, ora massimamente che i popoli co« minciarono a parlare, il diritto, il quale non poteva essere abrogato, o soppresso, risorge, dicon essi, con tanto « più vigore, e legittimamente pronunzia illegittimi quc’civili consorzi, e sentenzia rivendicata e ripigliata da tutti quella sovranità di sé, che natura diè loro, per esercitar« la congiuntamente, dove ciò aggradi, nella formazione « di consorzi nuovi e di nuovi governi, a tal forma, e con tali leggi, che il libero ed effettivo consentimento prece« da consorzio e governi, e li accompagni, o, cessando, « cessi l’autorità di questi, c sia come se non fosse. Donde « tornan di nuovo alla tesi, che la democmzia è nel diritto x di natura, in quanto almeno poter supremo, cioè alto ed « indeclinabile potere, che sovrasta ad ogni maniera di governo, la quale il libero consenso degli uomini abbia stabilito, o sia per istabilire ; e che tutte le altre maniere di « governo, anche consentite, sono artificiali e transitorie, mentre quell’ una, o esista o no in alto, è permanente ed « imprescrittibile. Cosi presso a poco ragionano, quanto a tutto cotesto domma dell'eguaglianza, e a’ corollarii che ne traggono, i più logici tra costoro, e nondimeno ragionano pessimamente e con una molto povera logica. Perchè, in tutta l’esposta tela di raziocinii, s’afferma, più che si provi, quella supposta egualità di condizion primordiale, che, o realmente, 0 per una finzione giuridica, precede, o debbe precedere, l’ingresso consentito d’ognuno nella civil convivenza, e che è data come fondamento di tutta l’eguaglianza civile intorno alla quale si disputa. In questa vece facilissimo è dimostrare che il fondamento, assunto per postulato non ha sussistenza alcuna. Imperciocché sia pur dato e non concesso a’cosi ragionanti d'assumer l’uomo nel momento d’entrare con perfetta libertà di sè in una associazione nuova, 1 cui patti abbiano allora allora da stringersi, e, come molti oggi dicono, da formularsi (ciocché, nel fatto, non è mai) ; certo, anche in questa immaginaria ipotesi, di che direm poi quel che è a dirne, falsissima cosa è, che, nella turba de’ concorrenti a costituire la nuova congrega, ciascuna arrechi, non una quale che siasi equipollenza, od eguaglianza di requisiti, ma quella equipollenza od eguaglianza che sarebbe necessaria per venire alla conclusione a cui vuol venirsi. L’equipoHenza o l’eguaglianza che v’è, è quella delle individuali libertà degli ancora sciolti, ossia è l’eguaglianza nella autocrazia, o nella signoria di sè, che ciascuno, per ipotesi, conserva ancora, e in virtù delia quale, come padrone della propria individualità, concorre e consente per la sua parte alla formazione d’ un sociale consorzio. Ma da che si viene all’inventario ed alla ricogniti) E tuttavia del rigore di questa stessa speciale uguaglianza potrebbe disputarsi, cercando deulro quali termini, e sotto quali condizioni ogni uomo è sui juris nel fatto. Ma il cercarlo sarebbe un'iucidentu questione, la quale ci porterebbe troppo lungi.] zione de’ capitali e de’ requisiti che ciascuno con sè reca ad associazione, l’equipollenza o l’eguaglianza subito cessa, e cominciano le disuguaglianze... tutte quelle disuguaglianze, che noveravamo nel precedente articolo, e che non possono non essere messe in conto rispetto al reciproco interesse degli stipolanti, c a quanto esso comanda. Imperciocché sia pure un contratto quel che trattasi di formare, e sia pure in libertà d’ognuno il preordinarne gli articoli a suo proprio grado, o il ricusare la stipolazione. Ma si abbia in memoria, che qui si domanda al postutto, a stipolazione da farsi, non quello che ognuno, con un pensiero egoista di superbia, d’invidia, e di gelosia, non volendo esser da meno degli altri, pretende a perfetta parità cogli altri, per prezzo d’adesione, o sia o no interesse degli altri il concederlo ; ma quello che gli eterni principii di ragione c di giustizia in questo proposito consigliano ed ordinano. Perchè, insomma, bisogna ricordare quel che dicevamo nel nostro primo articolo. Non è il libero arbitrio puro e semplice la norma direttrice degli atti umani, e non esso è l’autocrate, oil sovrano legittimo; nè alcuno ci venga a dire, secondo filosofìa, stai prò ralione voluntas. Il vero e legittimo sovrano è il Xòyos", e il Xòyos, cioè la ragione, non di tale o tale altro individuo, ma si l’universale ; quello che è la espressione del senno raccolto dalle ragioni più squisite di tutte l’età e di tutti i luoghi. Rispetto a’ cui precetti non si può nemmen dire che nel caso nostro siavi oscurità, o incertezza, chiari essendo e non contrastati i principii generali regolatori de’ contratti di società, non secondo tale o bile altra legge scritta, ma secondo il naturale diritto. Insegna esso, che se un individuo contribuisce al bene della società men clic altri, non può pretendere d’essere accettato alla stessa dose di beneficii che gli altri., i quali contribuiscon più. Nè se, quanto aU’amministrazione della società intera, sono in essa e capaci ed incapaci, è giusto che gl’ incapaci pretendano il diritto dell'avere altra parte che indirettissima nella direzione e nel governo degl’interessi sociali. Di che l’applicazione al caso nostro non ha bisoguo d’altre parole. E tuttavia l’ altre parole, che qualcun chiede a maggiore schiarimento saran dette a suo luogo. Qui basti per ora t’avere indicato in che giace la falsità del ragionamento su cui la pretensione all’eguaglianza civile si vuol fondata ; e- basti chiudere il discorso facendo riflettere, che, dopo le cose dette, resta almeno a tutto carico ornai de’difensori di cotesta domandata eguaglianza il provare, che realmente, nell’ ipotesi del libero convenire degli uomini a costituire una nuova civil convivenza, tutti arrechino in contributo, non una parziale ed apparente, ma una totale e conveniente egualità di condizione primordiale, e nè più, nè meno di quella che il caso nostro richiederebbe a rigore di legge. Ma è una seconda parte, che non vuol esser passata sotto silenzio. Questa è l’esame di quel che si vuol dare per conchiuso ed accettalo ; cioè che gli umani consorzi, come sono fin qui stali c sono, abbian da considerarsi tutti appunto per illegittimi, e spurii, perchè non consentiti normalmente da ciascuno nel popolo, ed anomali, e non formali secondo quelle che sole si giudicano essere le regole veramente razionali, destinate da natura a presiedere al nuovo patto sociale, e a servire a stabilirlo. Intorno a che veggiamo un po’ quanto, ugualmente, e con quanto pericolo, vanno errati coloro i quali cosi predicano, e cosi s’ostinano a pervertire il piceol senno delle turbe. • Sta bene mettersi in capo di sovvertire tutto ciò che è stato, ed è, in fatto di civili convivenze, e volere sconvolgere da cima a fondo lutti gli stati, perchè vi sono alcuni (e sian pur molti ), che gridano che, negli stati, cosi come sono, la distribuzione de’diritti civili non è esatta ! Sta meglio che questi medesimi, i quali cosi propongonsi di turbare violentemente la pace del mondo, giurino di non voler cessare la guerra da essi intimata, e già flagrante dal lato loro, contro alle congreghe umane oggi esistenti, e di non posare le armi, e di non finire le cospirazioni, finché non solo a una riforma in ciò siasi giunti, ma quel, che è più, finché uon siasi pervenuti alla maniera di riforma, la quale, a lor senno, è la sola giusta ! Peccato che vi siano certe difficoltà teoriche e pratiche, le quali combattono questo bene e questo meglio... £ so che delle difficoltà oggi non s’usa occuparsi dai proseliti delle nuove scuole. Chiamali vigliaccheria, strettezza di spirilo l'occuparsene. Chiamano oscurantismo il proporle. Chiamano forfattura il dirle al popolo. Noi, che non siamo proseliti di quelle scuole, diciamone alcuna cosa. Non saremo da essi ascoltati. Non mancheranno tuttavia gli ascoltatori in tempi piu tranquilli, se non oggi. Questa è almeno la nostra fiducia. Considerazioni contro al preteso diritto di rinnovare le società umane per accomodarle alle proprie idee preconcette, e contro alle tentale riduzioni ad allo di questo diritto. « Il mondo'( vuoisi dirci ) ha bisogno di riforma, e di « quella riforma che noi da lungo tempo andiamo indican« do : e, poiché n’ha bisogno, non resteremo colle mani in « mano. - Giovandoci d’ogni mezzo, tanto faremo, finché « avrem pur conseguito quel che ci siamo proposto. » Quante proposizioni incluse nelle precedenti parole, ognuna delle quali proposizioni, in argomento si grave, richiederebbe un libro a parte per trattarla come si conviene, e per porre ben in chiaro quel che debba pensarsene! « Il mondo ha bisogno di riforma. - La riforma che bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano, e non altra. Questa maniera di riforma si ha diritto di cercare immediatamente il tradurla ad atto, senza lasciarsi trattenere da quale si voglia opposta secondaria ragione. - Tutti i mezzi son buoni e leciti, se a sì fatto fine paian conducenti. » - Ecco quel che vale il discorso con che abbiamo incominciato questo articolo! Non tutte, per vero, le dette proposizioni s’ osa dirle da tutti : ma tutte son professate con cieca ed ostinata fede. Professarle, in questo caso, è metterle in pratica, perchè la loro natura c tendenza è pratica più ancora che teorica. Due fini si hanno. Uno è terribile. Da maniaci e per maniaci ; impossibile, grazie al cielo, a conseguirsi interamente, ma purtroppo tale, che il camminare verso esso è impresa feconda de’ piu gran mali che melile umana possa immaginare. L’altro è un castello in aria verso il quale non è pallon volante che possa condurre, perchè tutti i palloni son condannali a precipitare prima di giungervi: castello senza base, altra che di nuvole; castello posto nella regione de’ turbini, e del fulmine; dove niuno durerebbe tranquillo, e senza perirvi alla lunga, corps el biens. Il primo è mettere a soqquadro ogni cosa : città, terre, castelli, e ville, per distruggervi gli ordini stabiliti, e, se bisogna, tutti che s’oppongono alla distruzione. Il secondo è dare alla specie umana un altro ordinamento: ordinamento repubblicano; ordinamento di pura democrazia, interpretata e stabilita nel senso il più largo. Se ne spera per gli uomini d’un altro secolo (certo, non pe’vivenli oggidi, e, men che per tutti, pèr quegli stessi che ciò tentano ) quasi l’inaugurazione d’un’ era nuova tra gli uomini, era di felicità, di ragione, e di giustizia! Cerchiam di mostrare quanto questa speranza è vana, temeraria, fallace, e quanto questa impresa è colpevole, sottoponendo ad una ad una, ma brevemente, ciascuna delle proposizioni a critico esame. 1. Il mondo ( morale ) ha bisogno di riforma ? - Eh si. Ma la perfezione, in ogni cosa umana, è un punto di mira piuttosto che una meta. Vi si guarda, ma non si pretende arrivarvi. Vi si guarda per prendere la direzione, e per accorgersi se si sbaglia nell'andare, come si guarda alla stella cinosura dal navigante, non che il guardarvi significhi speranza di raggiungerla. E bello è accorgersi di quel che merita riforma. Per gran disgrazia - judicium difficile, experitnenlum periculosum - Si prendono spesso de’ be’ granchi a secco, in questo mare, piu che in altro, e con più danno. E conosciuto il bisogno vero di riforma, bello è spesso il tentare di operarla. Spesso, ma non sempre. Perchè vi sono in medicina certe malattie, che a volerle curare si fa peggio ; e ciò nel morale, come nel fisico. Perciò un medico savio, prima cerca di ben conoscere la malattia, e di non ingannarsi nel giudicarla ( cosa, come testé notavamo, non facile ). Poi cerca se si pnò medicare. Se si può intraprenderne la cura subito. Se non giova invece differire il rimedio, e far vero il dinotando restiluit rem. Od ancora se a tutto non è preferibile il rassegnarsi per non isdegnare il mafe ed intristirlo. E il medico savio al cito preferisce il tufo; e, salvo pochi casi estremi, e disperati, che scusano le più grandi temerità, non mai dimentica lo jucunde d’Asclepiade. Gli stati sono grandi corpi, ne’ quali un'intera sanità è impossibile. E guai se tutti pretendono di tastar loro il polso, e di trattarli alla risoluta con ferro e con fuoco, alla Browniana, od alla Rasoriana, dandosi patente di dottori senza diploma. Turba medicorum occidit Caesarem, e Cesari, in subiecta materia siamo tutti. Figuriamoci poi quel che dev’essere, quando i medici non sono che empirici. . ! Quel che è peggio, nel caso nostro que’ che si gittano innanzi a tastare il polso, non sono nemmeno empirici; perchè empirici sono quelli che se non han teorica, almeno han pratica : e che pratica possono avere di cose amministrative e politiche tutti cotesti innanzi tempo usciti, o piuttosto scappati, di scuola, a’ quali l’età troppo giovanile e il non essere mai stati in faccende nega ogni esperienza? La riforma che bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano, e non altra? Stimo la franchezza colla quale in piazza questo è spaccialo come assioma, che non importa dimostrare. V'ha egli in ciò buonafede? Quando lutti coloro ette studiano a queste cose fossero d’ un medesimo avviso, potrebbe ben dirsi a chi non lo sa : Ecco la verità in poche parole. Le prove sono inutili. Si tratta di quel che è consentito generalmente. Ma qui la dottrina che si va spargendo è contro a ciò che i più grandi Statisti e Politici sempre ed uniformemente insegnarono. Trova oggi stesso una forte opposizione nelle scuole e fuori delle scuole, presso il più gran numero di coloro che a queste materie han volto l’animo preparato da forti studi. Noi medesimistiam per provare, che è dottrina palpabilmente falsa; e lo proveremo, se al eie! piace.E si tratta d’ana dottrina che minaccia grandi interessi stabiliti, dottrina gravida di sconvolgimenti e di rovine .... forse e senza forse di stragi : e affermo anzi senza forse, perché quei che la professano, stragi senza reticenza minacciano a ogni terza lor parola. Con che coraggio dunque persi fatto modo s’inganna il povero popolo invasandolo a questa guisa di supposte certezze, che non sono che grossolani e pericolosissimi errori, atti a scaldare le sue passioni le più accensibili, le più feraci di mali quando sono accese ; o che, per Io meno, son dottrine in nessun modo dimostrate? 3 La riforma, la cui necessità si v# predicando con parole, si ha diritto di cercar di tradurla immediatamente ad atto senza lasciarsi trattenere da qualunque ostacolo d’opposta ragione? Ciò è ben qualche cosa di peggio. Tal diritto in una proposizione incerta, combattuta, negata da troppi ed autorevolissimi I Bella legislazione iu materia di diritti ! Ciò è il diritto in causa grandemente controversa ( e non tornerò ad aggiungere, nella quale non è difficile dimostrare che si ha torto marcio ) di sentenziare, non solo, in proprio favore, sommando in sé le parti di contendente e di giudice; ma eziandio quello d'eseguir subito la sentenza che si è pronunziata dando a sé ragione ! S’ardisce dire : « Se gli altri negano la « certezza della opinione nostra, noi ne siam persuasi, e « non possiamo permetterci di dubitarne, ed operiamo co« me persuasi e non dubitanti ». - Ma gli altri che negano, negano perchè, con più persuasione ancora, od almanco con pari fermezza di persuasione, hanno una certezza in senso contrario. V’è dunque, per lo meno, lotta teorica e coeguale di certezze contro a certezze, delle quali nessuna, cosi di leggieri, cede alla sua contraria (1). Or perchè, e (1) Io indebolisco l' argomento . e mi lo torlo. Gli altri che uegano hanno per qual ragione, la certezza vostra dee prevalere alla nostra, e non la nostra alla vostra? Per la ragion della forza, o per la forza della ragione ? Se per la forza «Iella ragione ; dunque ragionate, e vincete ragionando, cioè persuadendo, ciocché solo è vincere in fatto di ragionamenti. Ma > finché ragionando non avrete vinto, e non avrete guadagnato quella generai convinzione degli intelletti, nella quale sola può consistere la vittoria, confessate almeno ch’ei v'é la sola certezza del non v’ esser certezza, e ciò colla solenne forinola, Nonliquei; e lasciate le cose, nel generale, come stanno, finché alla certezza clic si cerca non siasi veramente giunti. Se poi la certezza vostra volete che alla nostra prevalga per Tunica ragione della forza, abbiate almeno il pudore di non parlar più di ragione. . . abbiate almeno il pudore di non parlar più d'eguaglianza civile de’ difilli- Voi rinegate quest'ultima col vostro fatto medesimo, mentre la difendete col detto, e mentre pugnate ( solete dice) per conquistarla ad universale vantaggio. Voi la rinegate, perchè vi fate superiori, e prevalenti, per forza, a lutti coloro che credono e vogliono il contrario di quel che voi credete e volete. Voi la rinegate, perchè, prima di contar quanti siete, senza legittimamente poter sapere ancora se siete la pluralità, o il minor numero, vi tenete padroni di venire ai fatti, e di combattere contro ai dissenzienti da voi, pochi o molti che siano, sforzandovi di tirarli a voi men colle ragioni, che ado perandovi le cospirazioni, e a vostro libilo le armi, cioè la una certezza ben altrimenti salila die la vostra. La vostra è ertezza di partilo, o di setta : quella degli altri è certezza fondata sul senso colmine, cioè sul credere presso a poco universale degli uomini di lutti i luoghi, e di tutti i tempi; di quelli che si son sempre giudicati i più sapienti, ed i migliori ; degl’ interi popoli, i quali tra gli altri ebbero la riputazione di più savi, e che meglio prosperarono finché a questa certezza furono fedeli nella direzione della loro azienda politica. Si può egli dunque istituir confronto giusto fra la vostra certezza, e la certezza degli altri ? Chi non ha il senno velato da passione risponda e giudichi.]frode eia violenza. Voi rinegate, perché non vi vergognale di dire, clic, se anche una maggiorità evidente e contata, dissentisse in modo esplicito da voi, voi minorità non più dubbia, pur seguitereste la guerra per vincere, cioè per fare che il numero minore soperchiasse il maggiore, e per conseguente acciocché voi che costituireste il primo dei due numeri aveste a valere ciascuno più che ciascuno degli altri, costituenti il secondo numero. Voi finalmente la rinegate, perchè, divenuti ancora maggiorità manifesta, nel voler tradurre ad alto la opinion vostra, se voleste esser ben d’accordo colla dottrina vostra d’ universale eguaglianza ne’diritli civili, dovreste concedere che il vostro solo diritto non potrebbe esser che quello di formare un consorzio civile del modo che a voi piace con coloro che con voi concordano, lasciando a’ discordi di formare un altro consorzio a lor gusto, ma non di sforzare le volontà de’ discordi a soggiacervi ; non di comandare ad essi, e di disporre delle lor cose : ciocché è misconoscere il loro diritto, individualmente pari a quello di ciUscun di voi ciocché è dare alla forza il diritto supremo d’annullare l’eguaglianza ciocché é confiscare in ognuno de’dissidenti I’ autocrazia di sé e delle sue cose, e ciò a profitto d' una sovranità vostra su voi e sugli altri.E so che risponderete. I dissidenti, che riescon mi— « nori di forza e di numero, sgombrino il suolo, e se ne va« dano altrove; o se voglion rimaner tra noi, s’assoggettino « colle persone e colle cose loro. » — Ma qual è il principio di ragione, col quale giustificate questa vostra massima di governo ? Un patto reciproco di cosi fare, tra maggiorità e minorità ? No : perché questa massima non può esser parie d’ un patto, che non é fatto né consentito ancora, e per conseguenza che non esiste altrove che nel paese delle vostre speranze e de’ vostri desiderii ; donde poi si deduce, che non è obbligatoria per que’ che ai patto da voi proposto non si son fatti spontaneamente ligi, e che, come uguali a voi, sono perfettamente indipendenti da voi. O volete insegnarci, che così dev’ essere per un diritto realmente superiore ed anteriore a quello dell’ eguaglianza... per un diritto antecedente ad ogni patto... diritto naturale... diritto che attinge la virtù efficace e la sanzione dal fatto, in quanto è fatto; e dal fatto, in virtù di clic i più numerosi, i più forti, i più destri est in fatis, che faccian sempre la legge alle minorità di numero, di destrezza, di forza? Guardatevi dall’insegnarlo. Quei che saran per avventura disposti a concederlo, potran per virtù di logica dedurne ben altro da quello che voi ne deducete. Siccome numero maggiore, violenza, destrezza non sono lo stesso che ragione ; siccome sovranità di numero, di violenza, di destrezza non è lo stesso che sovranità di ragione ; siccome, secondo la ipotesi assunta, numero maggiore, violenza, destrezza non han bisogno di consentimenti e di patti per comandare ; siccome l’essenza di questa virtù di comando è di misconoscere il principio dell'autocrazia nell'uomo, e quanti» a sè, e quanto alle sue cose, e d’assoggettarlo, per cosi dire a posteriori, ad una forza che gli viene dal di fuori, trasformando il fatto in diritto ( c sia poi, nella pratica, questa forza, quella d’una maggiorità, d’una minorità scaltra, o d’un solo ) : cosi, ammessa una volta si fatta dottrina, s’accorgeranno ch’ella assorbe ed annichila tutte le altre. S’accorgeranno, che non vi sono più, con essa, nè uguaglianze, uè autocrazie di persona, nè patti che tengano. Sentenzieranno che la forza, razionale od irrazionale, è l’unica padrona... la tiranna degli uomini : la forza che ha la ragione di sè in sè, o piuttosto in nessun luogo, ma che non ne ha bisogno. E sarà con ciò giustificato non solo il vostro fatto, ma quello d’ogni despota felice, d’ogni governo forte, qualunque siane la natura, l’origine, e la forma ; o sarà dispensato almeno dalla necessità di giustificarsi, perchè sarà annullata la giustizia. E voi che avrete messa in onore questa terribile massima, n’ avrete guadagnato al postutto di metter in onore un principio, che potrà esservi ritorto contro da ogni fortunato avversario; e ridurrà tutto il diritto pubblico al diritto d’una guerra perpetua tra gli uodiìdì ; senza mai speranza di concordia o di pace. Nè ho qui toccato l’altro punto della proposizione la quale esamino, contenuto nella seconda parte di essa proposizione, dove si dice dai nuovi riformatori del mondo, eh’ essi non son disposti a lasciar di cominciare o di seguitare l’ opera per qualunque ostacolo d' opposta secondaria cagione: ciocché, mi si perdoni d’ esser costretto a risponderlo, è favellar da mentecatti. Imperocché i soli insensati dancominciamentoalle imprese, e s’ostinano a continuarle, senza punto attendere alle circostanze, alle opportunità, agl’ impedimenti. Povera gente! Questo lo chiamano bravura! la bravura di Storlidano nella Gerusalemme liberata. È un amor idolatra della propria opinione, la quale ha toccato i termini della infatuazione e della mania. Per essi è vero Audaces fortuna juvat; non è vero — La fine de’ temerari e degl’improvvidi è fiaccarsi il collo. Come tra tutti gl’ innamorati, le difficoltà non servono ad essi ebe a far crescere in loro le furie cieche del1’ amore. Caloandri fedeli, andranno per montagne e per valli, colla lancia sempre in resta, contro a rupi e burroni, se non basti contro ad uomini, e contro a giganti. La previdenza la chiamano codardia, tiepidità, sacrilegio. Sacrilegio, perchè questo amore è per loro una religione ( perdonino la parola le orecchie pie). Son sacerdoti dell’ idea, della quale si son fatti un idolo interiore ; e purché l’ idolo sopravvinca, muoiano tutti, e la patria stessa perisca. E sorga un'altra patria, se lo può, e sia rifatto il mondo a pieno lor grado... o sia disfatto!!! — Aspetto, intanto, che mi si provi, gl’innamorati ed i fanatici esser mai stati, o poter essere uomini atti ad amministrare le cose umane, private o pubbliche. Governali essi male sé medesimi : può immaginarsi come governerebbero gli altri ! — Gran miseria de’ nostri giorni, il dover perdere il tempo a confutare monomanie si mostruose! Il meglio che si possa fare sul loro proposito è non dirne altro. Qualunque mezzo dee tenersi per buono e lecito, se al fine conduca della universale Riforma che vuol ten~ (arsir — Egregiamente, come il resto! L’assassinio... perchè no? Questo s’ usa. Questo non radamente è necessario. Ha spesso una efficacia molto sbrigativa ed unica. Dunque è bene. E se è bene I’ assassinio... un pugnale dietro le spalle... un assalto a tradimento... un’aggressione di quindici armati cantra uno disarmato, perché non il veleno? perchè non l’ incendio ? perchè non la calunnia ? perchè non » libelli infa manti? perchè non le falsificazioni di carattere? perchè non il furto, o la rapina? #alum ad bonum ErgobonumH! E ciò sarà chiamato riformare in meglio il mondo ! Togliete a! popolo ogni sentimento religioso. La religione, eh’ esso ha, favorisce i tiranni. Toltagli questa religione, il volgo sarà materialista ed ateo... M’inganno. Alzerà altari Deo ignoto, come già in Atene ; ma ad un Dio, che non ha fulmini per punire, non ha che indulgenze per chiuder gli occhi sui male che fanuo gli uomini ; e gli uomini faranno il male allegramente, e con piena sicurtà di sé. Ma per (sradicare nel popolo la fede nel Dio de’ Cristiani, nel Dio che lo ajutò ad esser buono colle sue speranze, co’ suoi spaventi, volete adoperar le scaltrezze d’una filosofia sofistica e trascendente? Esso non la capirebbe, non la gusterebbe. Meglio vale creargli il bisogno di non crederla. Si renda vizioso, e tanto che disperi del perdono, e trovi più comodo il negare le pene d' un’ altra vita, che il paventarle. Si seducano perciò le donne, e s’infiammino d’illeciti amori. Si corrompa la gioventù... Debbo io seguitare questo tristo inventario di pratiche atte a pervertire? O non qui scrivo un piccolo brano della prima pagina delia storia contemporanea ? Cosi, non è tanto una proposizione astratta, quella che qui discorro, quanto un’ opera avviata a compimento e cotidiana. Già non c’ è più bisogno di prediche. Le prediche son fatte, ed han fruttificato. È in pien corso il nuovo insegnamento. Aspettando la universale Riforma, a chi minacciata sotto forma d'una ghigliottina, (o d’una delle tante eleganze inventate 60 anni fa in Francia, coggi pronte a risuscitare: u«e fournée, une noyade, una passeggiata di colonna infernale), a chi presentata nell’ abito verde della speranza come un secol d’oro che si prepara a nascere per condurre in terra la perfezione fin qui ignota a’mortali; noi poveri contemporanei vivemmo, invecchiamo e morremo tra le delizie d’un presente tutto pieno di perturbazioni. Ora i benefizi che si promettono agli eletti son per lo meno nella schiera de’ futuri assai contingenti. Il male che s’ opera, e che si soffre purtroppo, è da lungo tempo una funesta realtà. Per tornare all’ argomento nostro, gli scrupoli si van togliendo. La bella morale del fine che giustifica i mezzi corre il mondo, c lo conquista. Noi siam cattivi abbastanza. I nostri figli, se Iddio nella sua misericordia uon ci provvede, saran peggiori di noi. Qual riforma della umana convivenza possa divenir possibile con si fatta educazione degli uomini, altri mcl dica. Io non so indovinarlo. Il mio stomaco si solleva dalla nausea veggendo i costumi nuovi, le abitudini nuove, udendo le bestemmie nuove. L’istoria ha sempre insegnato, che tutte le volte nelle quali un popolo è stato condotto a questi estremi, esso ha rapidamente degenerato, e finalmente è perito. Cosi fu spenta la gloria di Grecia e di Roma antica. Cosi la gloria più antica ancora delle Monarchie de’ Babilonesi, de’ Medi, de’ Persiani, degli Egizi. Le stesse cause hau sempre prodotto nel mondo gli stessi effetti ... e sempre li produrranno ! E qui fo punto. Fo punto; ma poche altre parole mi permetto d’aggiungere su tutto l’argomento di questo articolo. Si vuol distruggere gli antichi ordinamenti del mondo caule que conte, facendo sempre la vista di partire dai due principii, della libertà e della eguaglianza. E vedemmo quanto l’una e l’altra si rispettino in tulli gli sforzi che si fanno per fas et nefas a fin d’ affrettare l’ ora della riforma. V’ é però ancor peggio di quel che ho detto, sebbene ho detto molto. Ripigliando da un’ altra parte il principio de\Y eguaglianza, dopo averlo calpestato c manomesso, e ripigliandolo a scapito del principio della libertà, si parla d’abolire lutti i diritti acquistali anche per vie le più oneste. Gli uguali ban da essere uguali, perdendo tutto quello per che con arti anche degne, e coll’ industria, e co’meriti, e colle fatiche, s’eran fatti maggiori, e non han da esser nè uguali nè liberi quanto al diritto di contrapporre il loro no all’allrui si. Gli uguali s’tian da potere non solo spogliare dagli altri uguali, ma da questi si ban da potere anche sterminare ed uccidere, se voglion conservare intatta tutta la loro autocrazia, se non voglion piegarsi a dar mano a queste spogliatrici dottrine... -Un contratto sociale tra eguali ha da esser fondamento della società nuova per libero consentimento di tutti; ma il patto, o contratto sociale non dee poter aver forza, e il libero consentimento non ha da esser libero di non consentire ai patti che vogliono i preparatori della nuova libertà ed eguaglianza. E queste contraddizioni palpabili e nauseose si dissimulano dagli uni ; e dette agli altri non li commuovono, ed è come se non fosscr dette, tanto è fermo il proposito di non ragionare, c d’ostinarsi. Ecco a qual grado d’ accecamento e di depravazione s’è giunti! Con che torna vero quel che già notavamo, chiudendo il 3. articolo. Cercar di confutare costoro è spendere parole ed inchiostro a pura perdita. Scriviamo a preservazione dei non corrotti ancora, o ad emendazione di chi sta tra due nè ben sano, nè tutto guasto. Gli altri Iddio li illumini. E ripigliamo dal suo principio il discorso delle ricostruzioni, delle costruzioni, o delle riparazioni dell’ edilizio sociale. Altre considerazioni sulle riforme nel reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto e il modo di tentarle. Quantunque d’un argomento si importante oggi tutti parlino in tuon di dottori, e quasi anche i fanciulli, qui «ondimi aere lavanlur, pur non è men vero, che il dire intorno ad esso quel che veramente la ragione insegni è cosa grandemente difficile per tutti, ed anche pei più periti nelle scienze dello Statista. Due sono i casi. O alcuni inclusi in una convivenza civile già stabilita, e soggetti alle sue leggi, se ne stancano, vi si trovan male, vogliono sottrarsene, e ciò non collo staccarsi e irsenealtrove in cerca d’un’associazion nuova, ma coi riformar l’associazion vecchia e spiacente, resistendo a questo gli altri che pur vi sono ; o i venuti a desiderio di rinnovazione del politico ordinamento, nella civile congrega alla quale s’appartiene, non sono alcuni, ma presso a poco tutti, cosicché nessun degl’interessati in ciò resista, e faccia notabile ostacolo. Nel secondo caso, difficoltà gravi, quanto all’iniziare le riforme, di che si crede aver bisogno, non possono esservi (1), perchè si suppone non esservi lotta ; ed aversi,  Noq saranno le difficoltà quanto al consenso nelle riforme, ed alla loro attuazione. Resterà peri) a vedere pur sempre, se le riforme in che consentirono, avranno quel sommo genere di legittimità che sola puh dar la giustizia e ragionevolezza loro, o se uon l'avranno. E resterà a cercar se, non avendola, siano ciò non ostante obbligatorie, ed in che senso, e fino a qual grado, o dentro quai limiti lo siano : questioni difficilissime a trattarsi, ma che non e questo il lungo di trattare presso a poco, universalità di consenso. (Le difficoltà cominceranuo, quando si tratterà del modo, se vogliasi che questo modo sia il più ragionevole, ed il più profittevole a tutti). Ma, nel primo caso, non si può dire altrettanto. Quando un governo è stabilito, e un ordine quale che siasi già esiste... quando in tutto il numero dei componenti la civile congrega i sufficientemente contenti sono di gran lunga i più, e i veramente gravati, e giustamente malcontenti sono di gran lunga i men numerosi, il vero diritto non è quello di turbare tutto lo stato tentando novità, e con ciò disturbare tutti i contenti e tranquilli, rimescolando e rinnovando ogni cosa, e scomponendo e disordinando ogni privato interesse, per fare ragione ai pochi che si lagnano perchè stan male ; ma è il diritto di cercare, senza punto incomodar gli altri, o comunque gravarli nelle persone e negli averi, che sia fatta ragione ai pochi che lo dimandano, e che lo meritano. £ questo può esser difficile ; può essere anche talvolta impossibile senza rovesciare intera mente la costituzione dello Stato. Tuttavia ci vuole un bel coraggio per mettere innanzi la proposizione, che, dove ciò accada, la giustizia negata a’ comparativamente pochi, debba essere ad essi buono e legittimo motivo di spinger la reazione immensamente più in là di quel che porta il loro diritto ; cioè, affinché questa sopravvinca, di scomporre e distruggere tutta la macchina costitutiva della civil congrega, della quale i più si trovan paghi, mentre ogni turbamento un po’ generale dell’ordine stabilito tutti inquieta, molesta, e danneggia. Maggiore però fa d’uòpo che sia questo coraggio, se quei che si fatta proposizione mettono (1) Può bene io questa ipotesi ater luogo il principio (ed il più spesso lo de\e)-Expedit unum hominem mori prò cunctopopulo.-l pochi gravati, operato per ottener giustizia tutto quello che non pub operarsi senza manifesto e mollo maggiore danno deli' universale, se ascoltano la voce della coscienza, il meglio che possan fare è rassegnarsi, come è forza rassegnarsi alle malattie, alle disgrazie fortuite, ai tanti altri mali della vita. ] innanzi, nessuna ingiuria, nessun (orlo ricevettero, e sono unicamente duellanti, per cosi dirlo, di malcontento, i quali non si lagnano per proprio conto, ma si lagnano per conto di quelli che a loro spiace di non udire lagnarsi, e eh’ essi vogliono che si lagnino per forza ; o di quegli altri che, pur lagnandosi a buon diritto, nondimeno par loro che non si lagnino abbastanza, e non sian disposti a spinger le querele fino agli estremi che a lor piacerebbero. Vengan di nuovo que’ehe cosi vogliono e fanno, a parlarci d’eguaglianza, e di tutte l’ altre loro frottole di libertà, di giustizia, di ragione ! La loro eguaglianza diventa, come altrove riflettevamo, superiorità de’ pochi su i molti. La loro libertà diventa licenza di nuocere agli altri per giovare a sé, o per soddisfare la propria passione. La loro giustizia è non tener conto del diritto altrui, per non aver occhio che a quello che si crede essere il diritto proprio, od il proprio talento. La loro ragione è la ragione del più forte ; una ragione egoista, ostinata, feroce, senza pietà, senza discrezione, senza riguardi... una ragione che ricusa di ragionare, e che vuol esser tiranna delle ragioni altrui. Si difenderanno con dire, che, ncll’operare quel che tentano, il fine loro non è contentare sé stessi, pregiudicando indebitamente gli altri, c dando loro motivo legittimo di querelarsi ; ma è proporsi cosa in sé buona : cioè, considerato che gli stali son oggi, dove più, dove meno, in tal mala guisa ordinali da render possibili per tutti, e inevitabili per molti, una gran quantità d’ ingiustizie, d’avanie, d’oppressioni cotidiane, senza facile riparo, e sovente senza alcun riparo ; considerato per conseguente, che il malcontento il quale per gli uni è attuale, per gli altri è virtuale, e che il danno da tale o tale sofferto oggi, può percuoter domani, o doman l’altro, a volta a volta, quelli ancora che or sono contenti ; considerato perciò, finalmente, che, a distruggere il vizioso edificio delle odierne macchine politiche per sosliluirvene un altro migliore, è meno ancora contentare sé, che rendere servizio all’universale, e a quei medesimi che ora per poca previdenza, per indolenza, per egoismo rifuggono dalle riforme e che ciò è poi promuovere la causa sempre bella ed onesta della giustizia : per tutte queste ragioni far essi cosa degna d’ approvazione, anziché di biasimo, perseverando nella impresa alla quale si danno. Ma l’apologià nulla vale. Primo : hanno eglino ben pensato, cotesti temerari sconvolgitori delle civili convivenze, la massima gravitò del fatto a cui s’adoperano? Uno stato è una somma immensa d’interessi distribuiti e collegati tra tanti quanti sono in esso gl’individui che sono, e que’che prossimamente, o più tardi, saranno. Ogni interesse si risolve esso medesimo in innumerabili subalterni interessi di cose e di persone, ed ha sempre due parti : una che risguarda i privati, l’altra che risguarda il pubblico, ossia 1’ universale. Quanto più una umana congrega è matura a civiltà, ed in essa progredisce, tanto più questi interessi crescon di numero e d’importanza. La prosperità privata e pubblica è tutta principalmente fondata sul rispetto, sulla protezione, sui favore che ottengono si fatti interessi. È pur troppo certo (colpa delle imperfezioni umane !), che non v’ha umana congrega, non v’ha stato, dove gl’interessi qui mentovati riscuotano tutto il favore, tutta la protezione, tutto il rispetto che aver dovrebbero, acciocché la prosperità fosse massima. Per conseguenza è purtroppo certo, che tutte le umane congreghe, tutti gli stati han sempre bisogno di qualche riforma, e di molte riforme, e questo è bisogno che mai non cessa, perchè mai non cessano di rivelarsi e di generarsi i difetti di rispetto, di favore, e di proiezione di che parlo. Qualche umana congrega, o qualche stato, tanto alle volte soprabbonda di difetti di si fatto genere, che il riformarli si fa un bisogno generalmente, e fortissimamente sentito. Ma, dopo lutto ciò, può egli dirsi che sia cosa lecita e conveniente (per lo sdegno delle riforme che non si fanno da que’che llO lo dovrebbero, polendole fare) l’opera cbe, con privala autorità, vogliono alcuni collocare in promuovere tali convulsioni politiche, dalle quali, secondo le maggiori probabilità umane, queste immediate conseguenze sian per discendere, che tutta, o quasi tutta la massa degl’interessi privati e pubblici sia improvvisamente e grandemente turbata-che moltissimi di essi patiscano enorme ed irreparabile offesa, od anche intera rovina-e cbe, per un tempo più o meno lungo, e sovente lunghissimo, nata, e durando, la lotta tra que’cbe si difendono, e que’ctie offendono, innanzi alla vittoria decisiva, la quale di soprappiù non si può mai prevedere per chi sarà, non s’abbia altro spettacolo cbe di fortune ile a soqquadro, di famiglie desolate, di uomini esterroinati, di civili battaglie e guerre... del commercio rovinato, dell’industria spenta, degli studi intermessi, d’ abitudini d’ozio, di turbolenza, e di licenza introdotte, e di lutti gli altri mali di cui gli annali contemporanei troppi esempi da più cbe mezzo secolo ci somministrano ? Per poterlo dire, sarebbe almen necessario aver fatto un bilancio: il bilancio de’ danni a’quali vuoisi portare riparo, e di quegli altri, che, col fine d'arrivare a questo riparo, certamente si genereranno. Ma questo bilancio, che, ne’singoli casi, i temerari sconvolgitori odierni delle civili convivenze non fanno, e non han fatto, l’ba già fatta per tutti la storia, e lo ha pubblicato. Essa da lungo tempo ha insegnato agli uomini, che, di tutte le calamità, le quali possono cadere sopra un popolo, nessuna calamità pareggia quella di ciò cbe si chiama una rivoluzione, massime dei modo di quelle che oggi si macchinano, e si hanno in pensiero, od apertamente si minacciano. I cattivi governi... le tirannidi d’ogni nome offendono gravemente alcuni, od anche molti ; ma, salvo certi casi rari come le mosche bianche, lascian sufficientemente tranquilli i più, e, nel loro proprio interesse (voglio dire nell’interesse de’ governanti) risparmiano il massimo numero : di guisa che le angherie, lille ingiustizie, sodo enormi iu pregiudizio d' alcuni; per molti sono grandi, ma pur tollerabili e pazientemente tollerate, per non pochi nessune. Al contrario, le rivoluzioni, a quel modo che oggi s’ intendono, se pur non siano, come suol dirsi, colpi di mano, a coi per miracolo succeda un immediafo e tranquillo riordinamento, per poco che durino (e durano spesso una o più generazioni d'uomini), offendono tutti... anche que’che le han fatte, i quali, d’ordinario, finiscono col perirvi, essi e i loro. Finché si pugna, è strage dalle due parti... la strage delle guerre civili ; strage accompagnata di crudeltà mostruose e ferine, d’eccessi contro a natura. Sono incendi, saccheggi, brutalità d’ogni nome, e senza nome. Que’che non combattono, sono vittime spesso delle due parti combattenti. E chi può prevedere quanto durerà il combattimento, quanto sarà esteso, quante volte ripullulerà, or dall’un lato, or dall’altro ? Chi può dire a priori, se vincerà Bruto, o Tarquinio se interverrà Porsenna.... se si troverà sempre un Muzio Scevola, un Orazio, una Clelia... o se piuttosto Roma non finirà per servire al re di Chiusi, come pur troppo la storia rettificata oggi dice? Habenl sua sidera lites.-E intanto le felicità dell’anarchia per que’che non pugnano ! Le felicità delle dittature militari nel campo, o ne’campi di battaglia, o dovunque armati stanno o passano ! Le terre le coltiverà chi può, ossia non le coltiverà più alcuno 1 mercatanti potran chiudere i loro fondachi, se tuttavia lo potranno, e se non li vedranno messi a ruba ed a rapina prima del chiuderli. I ricchi fuggiranno, se lor torna fatto, ma fuggiranno in farsetto, se nou perdano la testa per via. Palagi, monumenti, sa il cielo come saranno malmenati. Il danaro rubato si dissiperà, come si dissipa sempre il danaro del furto. L’altro sarà nascosto, o mandato all’estero. Poi la penuria, la carestia, la fame, e seguace della fame la peste o l’epidemia. De’ costumi non parlo, né della gioventù falciata innanzi tempo, o perduta ad Ogni buono impiego Digitized per l’avvenire... Succederà, quando Iddio vuole, la villoria ultima a chi Iddio vorrà darla (spesso nè agli uni, nè agli altri, ma a' terzi venuti di fuori... ai Porsenna : secondo il proverbio, che tra due litiganti il terzo gode ; con che sarà perduta l’autonomia, e da popolo che obbedisce a sé stesso ed a’suoi, si sarà trasformati in popolo conquistato, in popolo assoggettato, in popolo profeto, in popolo-colonia, in popolo vaceg-da -mungere ), e colla vittoria ultima sarà una specie di pace. Che pace però? La pace accompagnata qualche volta da amnistie per tutti, se può sperarsi, che, come è disposto a dimenticanza vera il Vincitore, cosi sia disposto il vinto : ma, se a questa seconda dimenticanza non si crede da esso vincitore, mancherà d’ordinario la prima, e mancherà, alle volte, indipendentemente da ciò, s’cgli creda che bisognin giustizie ed esempi, e se le collere non calmate cosi consiglino, o le circostanze paiano cosi comandare. Ed allora s’avrà un altro tempo, più o meno lungo, che sarà di terrori più o meno grandi, e di severi gastighi, od anche aspri, che i gastigali chiameranno reazioni e persecuzioni, i gastiganti chiameranno necessità, e opere di prudenza ; e chi oserà dire, in massima generale, da qual parte sia la ragione? E questa vittoria, e questa pace, e i migliori lor frulli, per chi poi saranno? 10 l’ho già detto. Per chi vorrà Iddio : cosicché è possibile (si torni bene a pensarvi sopra), mollo frequentemente è probabile, e facile a prevedere, se non si è ciechi, che non sarà dalla parte di chi tentò la rivoltura : ma, o di quelli contro a’quali fu tentata, o d’altri e d’altri, diversi, e non aspettati, c non voluti, e non utili. Nel qual caso agli altri mali s’aggiungerà quello che non s’avrà nemmeno il contento d’aver guadagnato ciò che si cercava ; e s’avrà invece 11 dolore e la pena di avere aggravato il male che voleva allontanarsi, o d’ esser caduti, come s’usa dire, dalla gradella nelle brace. - Anzi non basterà a’rivoltuosi nemmeno l’aver essi per sè guadagnata la vittoria : perchè aver vinto è poco. Ciò significa essere riusciti a distruggere, non significa avere edificato, e poterlo e saperlo fare. L'opera della riedificazione resterà ad intraprendersi : opera più difficile sempre che non quella della distruzione : opera, che, ne' paesi, ove gli ordini antichi, colla violenza, si spiantarono, richiede, per solito, anni moltissimi, e talvolta secoli, innanzi all’ esser condotta a qualche buon termine : opera, in questo mezzo, tutta di prove e di errori, tutta d’esitazioni, tutta di conti sbagliati e da rifarsi ; vera tela di Penelope da far disperare del compierla ; e che quando pur si compie si trova ben altra da quel che s’era immaginato, finita da altre mani, sotto l’impero d’altre circostanze, sovente di altre idee, tale insomma che, per ultima conclusione si riconosce essere un imperfetto sostituito a un altro imperfetto, dove ciò solo di sicuro che emerge è la certezza del male immenso che si è fatto a pura ed inutile perdita. Secondo: e fin qui ho supposto che si parta almeno da un motivo più o meno evidentemente giusto dell’ operare le rovine che vogliono operarsi, col fine huono, sebbene con Non si crede vero? — Un’occhiata allo Stato d’Europa ila sopra a 60 anni in qua. Veggasi piti che altro la Francia. Vcggansi poscia le tante repubbliche succedute alle mutazioni americane. E mi si opporrà, per avventura, il solilo modello della repubblica degli Stati Uniti d’America ; cioè un esempio sufficientemente favorevole contro a molti contrari. Questo è la pruova del terno vinto, che è la rovina di tutti i dilettanti di giuoco. La repubblica degli Stati Uniti d’America ha incontrato quattro fortune piuttosto uniche che rare. 1. La fortuna d’ essersi imbattuta in un Washington. 2. Quella d’essere stata, quando cominciava l'affrancamento un paese nuovo, e d'una popolazione assai sparsa In mezzo alla quale le fermentazioni e i conflitti delle idee meno eran facili. 3. Quella d’averne avuto a progenitori, uomini già educati a libertà, ed a reggimento presso a poco repubblicano. 4. Quella d’aver dovuto lottare contra un potere lontano.... troppo lontauo, e con validi esteri aiuti. E ancora, prima di giudicare il bene o il male del reggimento che si è conseguito di stabilire, bisogna la sanzione d’ almeno un paio di secoli. Io non lo credo fondato su base ferma.] gravo pericolo, e spesso quasi colla sicurezza di successo non buono, o non proporzionatamente buono. Ma questa giustizia del motivo v’è ella sempre? Chi la giudica d'ordinario? e quanti sono que’che la giudicano? Uomini d’esperienza? Uomini i più sapienti nel popolo? Uomini che conoscou bene lo stato vero delle cose? Uomini, che non si lasciano illudere dalla passione? Uomini capaci di ponderare, non solo se il motivo è vero in qualche grado, ma se è vero fino a tal grado da richiedere un pronto rimedio, da non averiosi che per una rivoluzione? e da lasciare sperare con qualche buon fondamento che per una rivoluzione di leggieri s’avrà? Diamo un’occhiata al passato, ed al presente prima di rispondere, e ricaviamo la risposta da quel che s’è veduto, e si vede. Ragazzi, e giovinastri, od uomini già noti per natura torbida, e per naturale inclinazione a novità. Gente impetuosa, violenta, a cui natura toglie il giudizio freddo ed imparziale dei fatti. Persone di mano, e non di testa, facili a prestar fede al male che si dice di que’che odiano, e ad esagerarlo, ed a misconoscere il bene: tali che .a reggimento ed a governo mai non dieder mano, e che parlano di quel che non sanno, per un dicium de dieta tali che delle ponderate risoluzioni non hanno nè la scienza, nè 1’ abito, nè la capacità ; e il cui maggiore studio non è curare, se quel che vogliono sta bene o male a volerlo, ma cercare come possano cominciare a ridurlo ad atto. E cotesti formano il fiore dello stuolo. Gli altri son quali possono accompagnarsi a cosi fatti gonfalonieri, come subalterni. Volgo proletario, che è facile sedurre con immaginarie speranze, e mettere in fermento con fanatiche predicazioni. Disperati e perduti per debiti. Piccoli ambiziosi, che consapevoli della loro nullità e turgidi di luciferesca superbia, non altro mezzo veggono per sorgere, che il gittarsi a corpo perduto tra i motori di cose nuove. Giovani entusiasti, poveri di mente e di cuore, in cui l’immaginazione prevale al giudizio, il bisogno d’agitarsi e di fare al bisogno di starsi con uu libro innanzi o Ira le pacifiche occupazioni d’ una vita di sedentari negozi. Altri che seduce il mistero delle sette, nati per essere schiavi in nome della libertà, e bruti in nome della ragione. I seguaci di Calilina, quali ce li descrivono Cicerone e Sallustio.... gli scherani di Clodio i guerriglieri di Spartaco. Ora il senno di questi può con giustizia decidere il tremendo problema delle rivoluzioni, e della necessità del farle...? Poveri popoli condannati a patire la costoro malefica influenza! I disordini d’uu governo cotesti son più atti ad accrescerli che a conoscerli, e a ripararli.,E il lor costume è di dire che il desiderio loro è il desiderio di tutti, o almcn de’ più, perchè più di tutti essi gridano, e s’ agitano, e accendon fuoco da ogni parte! Gli altri che tacciono, e che col silenzio mostrano che non si malesi trovano da dover gridare, non li contano. Son essi il popolo vero; il popolo solo. Gli altri, che coraggiosamente s’oppongono e gridan contro, non li apprezzano. Chi sta in casa e bada agli affari suoi non fa numero. Chi s’oppone è zero ! ! ! Tanto basti avere avvertito per giunta ali’altre cose dette nell’antecedente articolo, e nel principio di questo. Si opporrà — Stando al precedente discorso, le rivoluzioni non si potrebber mai fare ( vedi calamità !), e i gravi disordini degli stali non mai correggere. E Bruto primo ( po'ni esempio ), e Bruto secondo sarebbero stati o due pazzi, o due furfanti. E Roma avrebbe dovuto tollerarsi in pace quella grande iniquità del regno, e quella maggiore di Tarquinio secondo e di Giulio Cesare. E i popoli dovrebber soflferir sempre, eie tirannidi sempre trionfare, lo rispondo. Innanzi tratto non si abusi delle autorità. Sappiamo oggi tutti la verità intorno ai due Bruti, non quale ce l'han trasmessa menzognere storie, ma quale una bene illuminata critica cereò di porla in chiaro in mezzo alle tenebre addensate sugli antichi fatti. Del primo Bruto poco può dirsi. Esso è mito più che personaggio certo. Stando a quel che se ne narra.] bene addimostrò s’egli amava la libertà o la schiavitù diRo' ma, nella famosa storia del bacio dato alla terra. Oggi si sa, e ben sa, che Roma, innanzi alla distruzione dei Galli, non fu mai si florida come sotto i re etruschi. La rivoluzione di Giunio Bruto contra il Superbo, se risguardiamo agli effetti, distrusse per lunghi anni la prosperità della futura capitale del mondo, e non è sicuro che la preparasse. A essa dovette Roma i mali d’ una lunga e disgraziata guerra, che condusse, come testé notavamo, all’assoggettamento a Porsenna, il quale altro ferro non lasciò a’ vinti romani se non quello che agli usi dell’ agricoltura sovvenisse. La città regina deve la sua rivendicazione in libertà ai fatti della guerra infelice del re chiusino contro ad Aricia e contro a’Cumani.E senza Bruto, la tirannide del Superbo finiva al finir di lui : nè le due catastroG, che successero, pel tentato repubblicano mutamento sarebbero state. Se dal male venne poi bene alla luoga,ciò non è il merito dell’ autore del male. I provvidenziali destini di Roma dovevansi compiere ad ogni modo. Quanto al secondo Bruto, si conosce nou meno a che buon fine usci il cavalleresco, e sufficientemente odioso fatto dell’ingrato bastardo del Dittatore. Il fanatico non conobbe nè i suoi contemporanei, nè i veri bisogni del suo paese. Fu un povero politico, siccome un povero guerriero. Nè combatteva per la riforma, ma a chi ben riflette, contro ad essa, voglioso di richiamare a una vita impossibile la degenerata e morta repubblica, la quale Cesare per ben di Roma aveva distrutta. E il mondo che vi guadagnò? L’aver perduto un grand’ uomo qual senza dubbio era il vincitore delle Gallie e di Pompeo, per fargli succedere un minore di lui, nè manco despota di quello. Nondimeno, io non voglio abusare di questa maniera d’argomentazione. Certe rivoluzioni, che, dopo i primi mali prodotti, alla fine son riuscite ad utilità ( una ogni mille ) io non voglio negarle. Voglio negare che il massimo numero delle volte siano state atti considerati e degni di lode, anche quando una utilità se ne trasse. Voglio osservare ch’elle sono giuocate di lotto, dove il vincere è un caso assai raro, il perdere è la sorte comune; con questo di peggio, che il perdere non è mai di poca cosa, nè d’uno o di due, ma di tutto un popolo, di tutta una nazione, perchè la posta ( 1 ’enjeu ) è la fortuna di esso popolo, di essa nazione, nel suo presente, forse nell’avvenire; sono le vite, gli averi, gli onori, ogni cosa più cara che gli uomini s’abbiano. Voglio per conseguenza dire, ch'esse possono esser atto di disperazione o d’audacia, non atto mai, o quasi mai di senno; e che sono un mezzo, e qualche rarissima volta il solo ( della cui natura lecita od illecita quanto a coscienza di buon cristiano è questione che lascio decidere a’casuisti ) per liberare l’universale da mali, più o men reali, e più o meno intollerandi, son però un pessimo mezzo; uno di que’ rischia-tutto, che chi sente d’andare a irreparabile ed imminente rovina, tenta qualche volta, come un’ultima speranza, quia melius est anceps, quarti nullum experiri remedium, ma che aggiunge un biasimo di più a chi, andando a rovina, per questa via l’ affretta, e la rende più grave, più inevitabile. Or, data, contro alle rivoluzioni in generale, questa sentenza di condanna, qual rimedio dunque avranno i tiranneggiati, gl’insoffribilmente angariati, i giustamente e gran-: demente malcontenti de’ mali ordini politici sotto i quali gemono ? Vuoisi eh’ io tratti la questione storicamente, o teoricamente? Se storicamente, dirò, con franchezza, spesso nessuno. Perciò gli annali del mondo son pieni delle storie di popoli non solo lungamente malgovernati, e barbaramente oppressi, ma sterminati senza rimedio, e cancellali tutti interi dal libro della vita. Coraggio o viltà ; resistenza e difesa sino agli estremi, od abbandono di sè, non ci fanno nulla: chè spesso il tentar di liberarsi e di riscuotersi è stato col proprio peggio, rendendo più tormentosa 1’ agonia, più terribile I’ eslerminio. In questa guerra, come in ogni altra, è quale nel duello. Non vince sempre chi ha ragione. Cosi le disgrazie dei mali ordinamenti, e le pressure, son come le pestilenze, come le fami, come gli altri flagelli che cadono a volta a volta sulla nostra povera specie, a ventura, come un decreto di calamità e di morte, al quale ci è forza soggiacere. Se parliamo poi teoricamente, dirò, che in cielo non è scritto, che la giustizia in terra sempre vinca. È nell’ economia del mondo, che il male non rade volte domini il bene, e che la specie nostra riceva, a quando a quando, dure lezioni per imparare umiltà e rassegnazione; per accorgersi che non è qui il tribunale supremo dove si giudicano le cause degli uomini in ultima istanza; per Operare o per temere una giustizia futura ; per credere un’ altra vita. Noi tratteremo altrove questo argomento più alla distesa. Il rassegnarci sarà dunque lo scoraggiante unico dover nostro? nè Iddio nella sua pietà e bontà infinita ci avrà dato modo per ajutare la giustizia, se non a vincere, almeno a generosamente difendere le proprie ragioni, a virilmente protestare contro alla iniquità e al sopruso? Questo io non pretendo, e nessuno lo pretende. Quel ch’io pretendo, e ciò t che i savi pretendono, richiede un più lungo discorso. A chi, senza passione, studia i casi dei popoli quasi sempre appar chiaro, che si fatta specie di mali assai radamente sono senza manifesta colpa o cooperazione di chi vi soggiace. Si soffre perchè s’è meritalo di soffrire. I figli pagano la pena degli errori de’ padri. E tuttavia, se par non esservi rimedio, è che manca le più volte piuttosto la sapienza e la virtù per emendare il danno, di quello che la possibilità d’emendarlo. Un popolo che soffre ( giova ridirlo ), soffre ordinariamente, perchè è degno di soffrire; ed allora il soffrire è una pena meritata, e il non saper liberarsi di questa pena, e il seguitare di essa è ugualmente sua colpa. Dove i probi, ed i sapienti, e i fervidi amatori del pubblico bene abbondano, l'amor del giusto e del vero necessariamente si prepondera, che l’ingiusto ed il falso non possono allignare, od allignando non possono guadagnare rigoglio, e non finire col diseccarsi fino alla radice, e col perire. Perchè dal retto apprezzamento, nel maggior numero, di quel che è buono e cattivo, e dall’avversione per questo, e dal bisogno di quello, si genera di necessità ciò che si chiama la forza della opinion dominante, che è tanta parte della forza delle cose, la quale, allorché ha saldo fondamento di verità, dura, e non domina da burla. I cattivi, se vi sono, allora han più vergogna, e a lor malgrado, si nascondono, e non osano, o, se ardiscono, sono presto repressi, senza strepito d’armi, dalla generale riprovazione, la quale, in innumerabili, prende la forma di coraggio civile, che dice animosamente, ma pacificamente, e con tulli i modi legali, il vero : ciocché è possibile, ed alle volte è probabile, che nuoca a chi lo dice, ma non è possibile, nè probabile, che non Gnisca col giovare all’universale, secondo che gli esempi di sì fatto coraggio fruttifichino, si moltiplichino, e si rinnovino. In altri prende la forma di pubblica e franca disapprovazione, tanto più efficace, quanto men turbolenta, quanto meno esagerata. In tutti prende ogni legittima forma, per la quale sia possibile arrivare, senza eccessi mai, nè disordini, all’emendazione del malfatto. E il malfatto battutto da tante parti, ed in modo si misurato, si degno, sì animoso^ nel tempo stesso si prudente, potrà bene sbizzarrirsi ancora qualche tempo, ma non vincerà la pazienza e la virile e nobile resistenza di quei che giustamente si querelano, si bene sarà vinto con assai più prontezza che altri non immagini. Ma dove cittadini della forte e virtuosa tempra ch’io dissi, o difettano al lutto, o sono in minimo numero, e gli altri non sono che turba ignobile, impastata d’ egoismo e di vizio, primo (torno a dirlo perchè bisogna), la perseveranza e l’ immedicabilità del male a torlo è querelata. Essa è un effetto le cui cagioni principali sono in chi si querela, come dianzi affermavamo: secondo, è allora solamente che in mezzo a popolo depravato si giltan fuori falsi medici ; cioè quelli che han fuoco soprabbondante di passioni per isdegnarsi di ciò che materialmente si soffre, e per accender lo sdegno al di là d’ ogni equa proporzione col suo fomite ; ma non hanno, nè senno per conoscere e pesare quel che conviene e quel che no, nè virtù per saper soffrire quel che non può evitarsi, nè altro di ciò che bisogna a dar buono indirizzo al pensiero riformatore. E son eglino che non contenti di sbagliar essi la strada, traggon fuori di via gli altri, già purtroppo, per ipotesi, poco alti a fare saper quel eh’ è il debito. Eglino che screditano la moderazione, i mezzi legali e pacifici, e tutto che non sia l’impeto loro sconsigliato e pazzo. Eglino da cui nasce e prende piede la falsa opinione dell’ impossibilità del bene o del meglio senza ricorrere a’ loro forsennati e pericolosi divisamenti. E già troppo di questo argomento s’ è favellato. Ma fin qui noi, per cosi dire, non abbiamo che girato attorno al massiccio delle questioni nostre. Ciò è la trattazione del governo in sè, che si vuole ostinarsi a considerare come una emanazione pur sempre di quella sovranità del popolo, di che abbiamo già detto parecchie indirette parole, ma non le dirette che si richiedono. Direttamente dunque ornai favelliamone, e cerchiamo che il discorso abbia l’ estensione che l’importanza del soggetto richiede. De’ governi, e delle sovranità in generale. Si : nessun assioma più oggi è fitto nella mente degli uomini, che quest’ uno, tenuto come principale La sovranità risiede, per sua essenza, nel popolo Chiedete intanto a que’ che cosi pronunziano, qual cosa, in si fatto assioma delle piazze e delle conversazioni, significa per essi sovranità, che cosa popolo : chiedete l’ analisi e la sintesi teorica e pratica dell’ idea che innestano a questi due vocaboli : chiedete la spiegazione delle dottrine, che da esso assioma voglion dedotte, od almeno de’suni più immediati conseguenti; e vi accorgerete esser quello, al maggior numero di loro, niente altro che una frase oscura e d’ indeterminata significazione, la quale permette interpretazioni le più diverse, e, purtroppo, lascia sovente libero il luogo alle più strane e le più assurde. Come intendete voi, brav’ uomo, questo che oggi tutti dicono Il popolo è sovrano ? dimandava io, son or pochi giorni, a un mercenario, il quale, per prezzo, prestava alla mia casa non so che faticoso servigio Rispose L’intendo, che tutti dobbiamo comandare Io ripresi Ma, se tutti comanderanno, chi dunque obbedirà? Senza perdersi d’animo, egli soggiunse Que’ che han comandato finora. I nobili ed i preti. I ricchi e gli usurai. Quei che posseggono e possono, mentre noi non abbiamo fin qui posseduto, e potuto nulla — Ed io Ma non sono essi ancora popolo, e del popolo, e perciò, almen almeno, cosi legitimamente padroni della lor parte del comandare, quanto I’ han da essere gli altri? Ed egli La parte loro di padronanza l’hanno esercitata e goduta anche troppo, giacché l’hanno adoperata soli e sempre. Una volta per uno. Adesso tocca a noi. Essi non eran popolo, nè del popolo, quando comandavano, e lasciarono esser popolo, e del popolo, solamente a noi poveretti. Dunque, giacché s’ erano separati dagli altri, ne patiscano la pena... Ecco come il volgo interpreta la sua sovrana potestà ! Un abuso sostituito ad un altro abuso : una tirannide ad un’ altra tirannide ( concessogli anche, senza esame, nè disputa, che ogni poter sovrano dell’ antico modo sia stato, sia, e non possa non essere, che abuso e tirannide ; concessione, la quale dicano i discreti se possa farsi. Certo, in coscienza, io non posso farla. ) Ritorniamovi sopra. 11 secolo interroga Di chi è per naturai diritto la sovranità ? — E son io questa volta, che voglio rispondere. Nè tratterò prima la quislione, che chiamano pregiudiciale : se quel che lilosolìcamente parlando, sembri a taluno, od a molti, od anche a lutti, di naturai diritto assoluo più sono per andare, innanzi, avvegnaché in si fatti popoli, le sempre crescenti disuguaglianze stabiliscono, per legge di ragione, una necessità di gerarchie, per le quali vuole giustizia, che gli uni siano maggiori degli altri a vario grado, e la sovranità s’ attemperi all’ordine gerarchico, il quale natura ed arte hanno stabilito, o son per istabilire. Ma essenza della civiltà non è meno un immenso campo aperto alle passioni ed ai vizi i più detestabili, come alle virtù più nobili. Da una parte avarizia, invidia, rivalità, egoismo, ambizione, tradimento, perfìdia, frode, broglio, seduzione, baratteria, truffa, usura, ladroneccio, mariuoleria, stupro, adulterio, dissolutezza, maltolto, accattoneria, accoltellamento, assassinio, e cento altre mila simili, o peggiori, depravazioni e miserie d’una civiltà volta a contrario fine : dall’ altra filantropia vera, generosità, carità, longanimità, sacrifizio abituale di sè, e delle cose sue, date a pubblico e privato vantaggio, assistenza a chi è in bisogno, disinteresse, rettitudine eminente, desiderio intenso del bene, orrore del male, coraggio militare e civile, infaticabilità, zelo, larghezza di consigli, d’indirizzi, d'aiuti... virtù cristiane. . . virtù civili. Or ciò fa una seconda categoria di disuguaglianze, maggiori ancora di quelle che precedentemente consideravamo in più special modo ; disuguaglianze che hanno un gràdo intermedio de'non buoni e non cattivi abitualmente, ma degli andanti a orza. Donde la convenienza di tener gli uni come peste del popolo, e come non popolo; di diffidare grandemente degli altri, c di non aver fede, a pubblica e comune utilità, che de’ già provati ottimi, nei quali le altre condizioni pur concorrano. E di qui una nuova ragione perché la democrazia pura a’ popoli civili tanto men s’ attemperi quanto son più civili, e contenenti perciò nel loro seno, al fianco di molti ottimi, molti (tessimi, e molti che stanno tra l’ ottimo e il pessimo. Il perchè, se, a priori, e secondo le suggestioni astratte dal senso comune, in essi popoli avesse a crearsi una sovranità, certo ogni sua parte sarebbe agli uni negata assolutamente, agli altri non concessa in ogni cosa, e ridotta, nel generale, a più o men ristrette proporzioni ; e riservata o interamente, o nella massima sua dose, a’ soli degni di questo privilegio. In che può ben essere una difficoltà grande d’esecuzione; ma ciò non toglierebbe che in teorica ciò avrebbe a giudicarsi il meglio da ogni savio. Per ultimo l’essenza della civiltà è il creare innumerabili maniere d 'interessi, de’ quali non è vestigio nella vita delle selve, o delle capanne : interessi principalmente materiali, odiali e screditati da quei che vorrebbero ricondurre gli uomini alla vita della selva e della capanna ( o lo confessino, o no, perchè chi vuole il mezzo vuole il fine ); ma interessi tanto connaturati a ogni società civile, che il turbarli a qualunque grado è fare a un popolo uno dei maggior mali che possano farglisi. Tali sono gl’ interessi di possidenza, gl’ interessi d’industria promossi da qùe’ primi, gV interessi di famiglia, gl’interessi di condizione, ed altri che non accade specificare più a minuto. I quali da due parti si possono riguardare: dalla parte di coloro a chi spettano; e dalla parte delI’ universale, in mezzo a cui sorgono, e si moltiplicano. E, dal primo lato, giova dire, che hanno essi una origine, della quale, se sono artificiali i modi, è da natura la principale radice. Perché è natura l'amare noi stessi, e i nostri congiunti, e il nostro e il loro bene ed agio ; natura l’ istinto della proprietà, o del possesso di quél ciré ci troviamo avere, e di quel che andiamo procacciando man mano ; natura il cercar di crescere questo capitale nostro, che non siam padroni di non considerare come facente colla nostra persona un sol tutto, per tal guisa, che, quanto fa esso maggior somma, tanto fa più grande la nostra importanza, il nostro ben essere terreno, il sentimento d’ esser meglio che altri riusciti a soddisfare il bisogno ingenito d’alzarci con ogni nostro onesto sforzo, non per soperchiare chicchessia, ma per obbedire, anche in questo, alla legge di perfettibilità e di progresso ; natura quindi ( ciò che istintivamente a un modo medesimo ammise presso a poco ogni popolo ), il chiamare ed il credere legittimamente nostro l’ ereditato, il donatoci, il comperato, l’ottenuto, si nel peculio, e si nella superiorità della condizion relativa a che s’ è giunti, o in che s’ è nati... il guadagnato e l’avuto dal lavoro, o da traffichi di buona lega; (ìnalmerite natura il riguardare l'interesse proprio d’ ogni forma come non si esclusivamente proprio della persona, che non s’abbia a riguardarlo quale un interesse, ad un tempo, dell’ intera famiglia alla quale apparteniamo, finché sarà essa per durare e per estendersi. E di qui categorie di ricchezza più o meq considerabile, in opposizione colla povertà ; di patriziato più o meno eminente, in opposizione col terzo stato e col volgo. Di qui tutta la scala delle fortune, per che uno è Grasso, o Luculio; un secondo è un accattone di strada; un terzo è un che vive del suo, masotlilmente, con quel che basta, e con nulla che avanzi — Da un altro lato, se gli effetti di ciò, nell’universale de’ cittadini, si considerino, quantunque a dì nostri molta sia la proclività de’ novatori al gridare, questo essere, non pur soltanto ingiustizia degli uni contro degli altri, ma ( quel ch’è peggio) gravissimo danno, gl’imparziali e giudiziosi però non cosi vorranno affermare quando ben vi riflettano, e quando massimamente volgan l’occhio alle conseguenze ultime. Per chi ben guardaci! mondo è fatto in modo, cosi avendo il creatore disposto, che non può uscire di questo di lemma ; o dell’esser composto di lutti poverissimi, costretti, per sussistere, alla vita selvaggia, e nomade, e di cacciatori ; senza nemmen pastorizia, non che agricoltura ; o dell’ esserlo d’ uomini, i quali, cominciato a gustare le materiali e miste dolcezze .d’ un viver più confortevole, più agiato, meglio congiunto con que’che s’amano, e co’quali s’ ha strettezza di sangue, più che le gustano, più ne divengono avidi, e più speronano la propria attività per procacciarsele, ognuno, nella maggior misura possibile, senza essere impedito o disturbato, e più se ne creano quel che si chiama un loro interesse individuale, a cui tengon tanto quanto alla propria vita : ed allora, secondo che un s’ industria più, un altro meno, uno piu è destro, un altro ha manco attezza, ecco a poco a poco ricchi e poveri, possidenti e proletari, banchieri, mercatanti in ogni ragion di mercatura e di commerci, agricoltori, fabbricatori, mercenari, patrizi, e plebei... uomini accasati e vagabondi, capi di bottega e garzoni, e manovali, padri di famiglia e scapoli ricusanti la briglia delle nozze per amore dell' allegra e libera vita, quegli che ha la casa e la vigna, e quegli che non ha nè la casa, nè la vigna... E l’amore di ciò crescendo, cresceranno le distanze tra gli estremi, o le differenze. Or quello è barbarie, questo è quel che sempre s’è chiamato la civiltà, il progresso, o della civiltà, e del progresso, . effetto, ad un tempo, c causa e criterio e simbolo il più visibile. Volete voi una civiltà, invece, ed un progresso, senza questi effetti? Voi vi fate illusione. Avrete un ricadere infallibile nello stato barbaro. Imperciocché, si pubblichi, a cagiou d’ esempio, una legge domani, non dirò che abolisce ogni proprietà, ma dirò che abolisce, pur solo, la libertà de’ cumuli, e degli accrescimenti, nella possidenza così detta, e che con una nuova divisione di tutte le terre distribuisce per teste il suolo, assegnando a ognuno tanti iugeri, e non più. Aggiungansi altre leggi, che quanto è danaro faccian colare spartito coegualmente, o più o men coegualmente, su tutti. Chi non vede la conseguenza forzala? — Tu che non puoi coltivare colle tue braccia, con quali braccia coltiverai? Con quelle d’ un operaio preso a mercede? Ma l’operaio è possidente ai par di te, ed ha i suoi propri iugeri da coltivare. Se addoppiando la fatica, pur si darà braccia anche per te, si contenterà più egli di coltivare il tuo con quello stesso salario con che te lo coltiva oggi? Vorrà raddoppiarlo, o astenersi, perchè non ha bisogno ; e tu dove troverai questo doppio danaro che t’ è necessario, se vuoi che i tuoi pochi iugeri ti faccian mangiare? Dove lo troverai, se sei di coloro, i quali s’avvezzarono a vivere col solo frutto della loro possidenza, e non saprebbero far altro? (Oltre di che, se Io trovi, c glie lo dai, egli diverrà comparativamente il ricco, e tu diverrai, viceversa, il povero, ristabilita cosi a rovescio, comechè dentro piu ristretti limiti, la differenza di fortuna, e ripristinato, per contrario verso, un nuovo bisogno di livellazione ). Ma, educato come sei, non ti basta, pe’ pochi iugeri che ti son dati, o che ti restano dopo lo spoglio, il trovare coltivatori. Ei ti bisogna trovare un che dell’ amministrazione s’intenda, più di quel che tu ne intendi, tu che, probabilmente, non vi pensasti mai, volto ad altro il pensiero, e solito a farti servire in tutto ; e questi ancora non vorrà spartire il suo tempo tra l'azienda della propria coltivazione e della tua, senza esserne ben pagalo egli stesso. Ecco dunque per te una nuova necessità di pecunia, che non saprai donde trarre. Ecco, se tu arrivassi a trovarla su i risparmi eccessivi che t’ imporresti, una cagione per esso di soprastare a te nell’ avere, e di turbare il livello, quanto almeno il misero sistema che analizziamocomporta (colla conseguenza poi del bisogno di sconvolgere nn’ altra volta la società, per novamente livellarla, quando il ricco sarà diventato povero, e il povero ricco). Ed ecco, se, non ostante ciò, non potrai trovarne quanta te ne bisogna, ecco dunque, ripeto, cbe i tuoi pochi iugeri non ti serviranno a nulla, e resteranno incolti, con danno anche pubblico, e tu morrai di fame. Muori pure, tu fuco nell’alveare della nazione, tu il « quale non meriti vivere» dirà la legge nuova, che, senza scrupolo, e senza badare a numero, vuole uccidere una eletta parte della popolazione a profitto del nuovo mondo, il quale s’avvisa di fabbricare. « Muori tu, con tutti i tuoi. « Resteranno, con maggiore utilità, cittadini più laboriosi, « tra’ quali que’cbe prestan le braccia e la direzione per « coltivare, saran pagati con quel cbe lucreranno i non col« tivanti con altre occupazioni retribuite. Ma che occupazioni potranno esser queste? Arti, per esempio, di lusso? Tu burli. Queste no : perchè il lusso è una superfluità per que’gran birboni de’ ricchi, cbe necessariamente costa cara, essendo cara la materia prima, care le operazioni destinate a trasformarla, e le spese di manifattura ; ciocché fa, che il prezzo loro è necessariamente alto ed altissimo, e perciò irreperibile in un popolo dove ricchi più non sono. Dunque non più carrozze, non più arredi preziosi, non più drappi sfoggiati, non più cristalli e porcellane di Sevres, non più ori e gemme ed argenti, e per analoghe ragioni, non più statue, non più pitture, non più palagi, non più parchi, giardini di piacere, cavalli di pompa, ville... cose tutte riservate a’ paesi infelici dove duri la servitù degli uomini... Quali pertanto, nella beata tua Sparta, saranno le arti, a che que’chenon vogliono, o non sanno, o non possono, coltivar la terra, o fare al più vita di pastori, potranno darsi, per isperare sostentamento, e possibilità di coltura alle poche terre, che la legge agraria avrà voluto assegnare alla loro incapacità? Siccome la consumazione è quella che regola sempre la produzioiìe, saranno > salvo poche eccezioni, le arti che si chiamano di prima necessità, ed elle stesse ridotte alla loro pili grossolana e più rozza e men costosa espressione.... E questo non si chiamerà rendere la spezie umana retrograda, e distruggere la civiltà ! ! ! Questo sarà il secol d’oro ( senza l’oro, e ricacciato nel fango dei consorzi umani che sono in sul cominciare, e che tengono ancor molto della primitiva creta senza vernice ). E io qui non parafraso l’argomento, e non lo-scorroper ogni suo punto, piacendomi a descrivere tutti gli altri conseguenti: gli studi scaduti, le occupazioni geniali vegnenti meno, lo slaucio, il potere degl’ intelletti inceppato ... a dir breve, la condizione di tutto il popolo condotta sollecitamente a quella forma, che oggi, per trovarla, dohhiam salire le montagne più selvagge, insinuarci ne’ villaggi i più rozzi.... Pur so qùel che si risponde dai gros bonnels delle nuove filosofìe politiche. Non son essi cosi bestie da non vedere tutto ciò, per poco che vi riflettano, cosi limpidamente come noi lo veggiamo... Ma essi han due lingue in bocca. Una colla quale parlano al volgo; un’altra colla quale parlano a noi. La prima delle due lingue favella alla faccia del popolo. Divisione de’ beni Distruzione de' ricchi Abolizione dell’ odierno ordine di cose col ferro e col fuoco — Sovranità della moltitudine proletaria.... senza comento, senza restrizione. E la feccia del popolo accetta con alacrità questo simbolo della sua fede politica nel senso il più letterale, il più largo ; e vi crede ; e se ne infatua ogni giorno più ; e affretta co’desiderii l’ istante, in che la legge agraria sarà promulgata; e odia intanto, e minaccia que’ che hanno, considerandoli, come usurpatori del dovuto (!) a que’ che non hanno ( e che non hanno fatto niente per avere ). Come potrebbe essere diversamente? — La lingua, in questa vece, che parla con noi, rinega, o piuttosto maschera sì fatte enormità. Va per giravolte. Sostituisce alle idee troppo urtanti, ch’esse enormità rappresentano, altre idee che mostran meno quel che è celato sotto. Propone temperamenti e sistemi, che creeranno una civiltà nuova, capace d’ evitare, o d’attenuare Uno ad una proporzione innocua i precedenti sconci. Utopie. Le Icarie d’ un Cabet ( da andare a cercare in America, lontano lontano dagli occhi di coloro, che potrebbero screditarne gl’ incunaboli, e riferirne le miserie). I ComuniSmi sotto certe forme. I socialismi de’Fourieristi e di Considerane diLouisBlanc, e di Prudhon: sistemi confutati ogni giorno lecento volte da uomini sommi.. . da uomini i più grandi, i più competenti della Francia, e dell’ altre nazioni d’Europa, e pur messi sempre innanzi colla stessa impavida sfrontatezza, colla stessa subdola destrezza, fingendo, che confutazioni nou vi siano. ..che le dispute abbiano cessato, o non meritino la pena ’d’ essere intraprese e siano state vinte ... che il giudizio dell’ universale ( non quello delle proprie sette soltanto ) sia già intervenuto, e sia stato favorevole : sistemi, uno de’quali è la confutazione dell’altro: sistemi, non pertanto, ciascuno de’quali, cosi ancor controverso, cosi ancor contrastato tra le file stesse degli odierni rinnovatori del mondo, non si è già contenti dell'ofirirlo solo all’esame ed alla disputa de’ ginnasi, com’io pur altrove considerava, ina, prima d’averne posto fuor d’ogni controversia la certa utilità presso almeno il maggior numero degl’invitati a subirlo, si vuol pervicacemente tradurlo ad alto ; si vuole imporlo a tutti colla forza, e guadagnargli la prevalenza del numero, colla seduzione, e con arti di cospiratori ! Nè io, deviando troppo dall'argomento principale e diretto di questo articolo, debbo qui imprendere d’ aggiungere una confutazione di più alle tante che corrono il mondo, e che si rimangono senza adeguata risposta. A me, per l’oggetto, che mi son proposto, basterà fare una dimanda (lasciato da parte il trattare, se quello di si fatti sistemi, che ciascuno .ole de’ parliti nuovi preferisce, e che, ad ogni costo, vorrebbe sostituito, senza dilazione, al presente ordine di cose, bada esser liberamente consentito, o si vuol che sia una confisca violenta delle libertà di troppi a profitto d’ una futura riordinazione degli uomini secondo la prestabilita formola d'alcuni, che non si vuol disputata, né sottomessa ad arbitrio di rifiuto, ma si vuol accettata da chi non la crede buona ed utile, come da chi la crede, ancorché chi non la crede s’ostini invece a riputarla un esperimento eminentemente dannoso ed assurdo, o per lo meno grandemente rischioso, e pieno di pericolosa incertitudine). — Io farò la dimanda, che sola qui m’ imporla. I nuovi sistemi di congrega civile ( si risponda con franchezza ) manterranno si o no, la diversità, più o meno, di specie e di grado negl’interessi, anche materiali, de’ singoli, come in generale, l'ordine della civiltà mostrammo, per sua natura leudere a produrre? — Se no: dunque ( levata pure ogni maschera ) tutti, ne’ materiali profitti, avranno lo stesso ; tutti spereranno lo stesso, o presso a poco lo stesso. Sparirà, o tenderà a sparire, la libertà del mio e del tuo, almeno quanto alla misura. L’attività, la solerzia, per ciò che spetta al ben essere fisico d'ognuno, non recheranno alcun maggiore vantaggio, che l’infiugardia, l’inerzia. La perizia più grande nello stesso genere sarà materialmente trattata come la minore. Nella comunità nessuno avrà alcuno di quegli stimoli stali sempre, che più energicamente e più universalmente ed infallibilmente son motori al fare, non che al ben fare. Vi sarà ( vorrà dircisi ) il premio della maggiore stima che si godrà da chi la merita, oltre alla soddisfaziou generosa dell’ animo proprio. Vi sarà il piacere di sentirsi lodato j di vedersi onorato, consultalo sopra gli altri. Ma questo é dimenticare, che si fatto premio già c’é nell’ordine odierno, e pur non basta senza quegli altri che oggi vi sono, anzi non basta nemmen con quegli altri. Questo é dimenticare che noi siam composti d’anima e di corpo, 1' uno e l’altra co’ suoi speciali bisogni, e perciò cogl'interessi, e co’ diritti suoi ( purtroppo i secondi essendo, di più, meglio sentiti che i primi ). Questo è il togliere de’ due ordini di molle, che natura ci ha dato per impulso al progredire, uno de’ più efficaci; il più efficace de’due; il solo efficace pel maggior numero de’viventi : i quali, se anche colla giunta della potente azione di si fatta specie di molle, si spesso, tra color pure che son meglio educati e disciplinati, si ristanno, c non progrediscono, o vanno all’ indietro, può ben prevedersi quanto più si ristaranno dal progredire, od andranno all’ indietro dopo la sottrazione che lor si minaccia. Ma qui non si fermeranno gl’inconvenienti, poiché bisognerà bene esser preparati al subire molti altresi di quelli che già di sopra toccavamo, od analoghi a quelli. Tradotto a pratica, uno od un altro di cotesti sistemi* per ipotesi, livellatori, senza bisogno di speciali leggi suntuarie, il naturale loro effetto sarà che diverranno per tutti ugualmente interdetti certi innocenti, ma vivi, piaceri della vita, a che pur ci ha preparato natura, e non ci è a disgrado che ci educhi l’ arte ; cioè il magnifico vestire, la buona tavola con una corona d’ amici del cuore, servita di costosi manicaretti, e di squisiti vini, e le altre, o simili cose ch’io diceva ; come dire argenterie, oreficerie, tappeti, arazzi, bei quadri, le sontuosità de’ palagi, le scuderie popolate da bei palafreni, o da generosi corsieri .... cocchi, cacce, viaggi, villeggiature, libero ed ampio sfogo a’ propri generosi impulsi, e ad altri, che, per essere men nobili, non ci son però men cari, nè men sono innocenti.. ; il poter direasè stesso. Y’è qualche cosa... v’è molto, di cui son io padrone... di che posso disporre a mio pien beneplacito, e di che posso, con oneste arti, a me accrescere il godimento, quanto a farlo mi basti la volontà e l’ ingegno, chiamandolo mio senza che altri me ne turbi, o me ne coarti ad una data invidiosa misura, l’uso ed il possedimento. Questa è la vera libertà del progresso. Questo è il progresso della libertà. Libertà dell’ industria. Libertà piena «senza limitazioni. Libertà, non della sola persona, ma di quello, che, com’ io notava altrove, noi consideriamo qual parte, e connaturale contorno e complemento della nostra persona terrestre, nel senso che già esponemmo. Or si ponga ben mente alla contraddizione. Si dice, che, ne’ sistemi presenti di reggimento de’ popoli le libertà son troppo vincolate, e non hanno il loro legittimo slancio, tiranneggiandole soverchiamente tutti più o meno i governi. Si dice, che il diritto al progresso è inceppato ; che è giunto finalmente il tempo d’ affrancar l’uomo dalle infami antiche catene; ed intanto i nuovi sistematici preparano al mondo forme di schiavitù inaudite, e che non sono mai state. La vita comune è d’ alcuni conventi, e si sa quanta abnegazione del proprio volere ed istinto costa, e quanto pesa, e quanta virtù esige perchè si giunga a patirla senza lamento. Altrettanto è dello stare a parte in mano, e del vivere a misura quale che siasi, ed a spilluzzico in ogni cosa, secondo che altri assegni o conceda. Quel dover più o manco, giusta la diversità de’ sistemi, lamentare tra sè e sè con queste voci : « La famiglia me la « usurpa in gran parte lo stato. La rendita me la limita lo « stato. La nobiltà me l’abolisce lo stato. La eredità me la « sequestra e me la impedisce lo stato » ( parlo qui specialmente nella supposizione sempre dalla quale son partito, cioè in quella de’ livellamenti, qualunque siane il metodo e la forma), non è egli un costringere ad esclamare chi cosi considera « Io non son più meijuris ! Io mi son fatto servo dell’ associazione d’ uomini nella quale sono entrato! Questo è ben altro che società sinaliagmatica di buona fede 1 — Questa è una società leonina, o una società da « volpe ( ripeteranno ), dove il più poltrone, il più gaglioffo, il più stupido, il più disadatto, iLpiù vivente a « peso degli altri è il più favorito o il più furbo, ed ha stipolato in suo favore il monopolio del massimo vantaggio; « mentre il più attivo, il più industrioso, il più ingegnoso, « il meglio animato a fatica, quegli che del suo piu contri« buisce, è quegli eh’ è sopraffatto, eh’ è derubato, eh’ è « vittima! Questo è il mondo alla rovescia!? Cosi combinisi ogni cosa come lo si voglia, diasi d’ oro alla pillola meglio che si sappia, cuoprasi con tutti i nastri che si voglia la trappola, mal s'ha fiducia del riuscire a ingannare altri che i più sciocchi. Da che l’ effetto ultimo sai che ha da essere l’averti tirato dentro ad una società a capitale morto, dove, nella liquidazione de’frutti, a te principale azionista, o dei principali, dee toccare un dividendo pari al dividendo di chi non ha messo nulla, per poco che abbi saviezza, non si sarai gonzo da lasciarviti accalappiare. Dopo tutte le quali considerazioni, per ultimo risultato, e per giunta alla derrata, a si fatta conclusione non si sfugge, che l’alzarsi al postutto degl’ infimi, e di essi stessi fino a un limite poco lontano e di piccola elevazione, gioverà ben poco alla causa della civiltà e del progresso, e rabbassarsi a precipizio, de’ nati per esser sommi, gioverà a questo ancor meno; e perciò, che, contata ogni cosa, la conclusione finale sarà il regresso sollecito degli uomini verso quella che sempre s’è chiamata barbarie, non certo un’accelerazione di passo nel verso opposto. Se poi.ne’nuovi ordinamenti politici, che si ci si vantano, per salvar la legge di progresso, e di civiltà, e della naturale libertà di sé e delle cose sue, che alla civiltà ed al progresso è tanto incitamento, vogliansi conservate le diversità negli interessi di vario nome, si quanto a specie, sì quanto a grado (ch’era la seconda parte del mio dilemma), dunque costituirà ciò una terza categoria di disuguaglianze, crescenti col grado del progresso e della civiltà ; e ammessa la realtà di queste nuove disuguaglianze, come non dovranno generare elle ancora una disuguaglianza ne'diritti in ragione delle disuguaglianze suddette? Perchè, io non sarò di coloro, i quali esclusivamente le convivenze umane risguardano sotto l’aspetto di quelle società A’azionisli eh’ io poco là mentovava, dove i soli valori de’ puri interessi materiali d’ognuno, tradotti nell’ idea del proprio tornaconto, rappresentino le azioni messe in comune, e quindi le correspettività de’ diritti politici da godersi. Certo v’è altro eziandio, a che gli eterni principii della giustizia distributiva comandano che s’ abbia riguardo, e spesso un maggior riguardo; e alcune delle cose dette di sopra mostrano in ciò la mia persuasione in questo senso. Ma non son io nemmen di quegli altri, i quali la somma e l’importanza disi fatti interessi non considerano affatto nella ripartizione de’ poteri e de’ diritti a’ poteri ; e per questo lato, tanta voce vorrebber data al mascalzone, il quale non ha interessi di possidenza, non d' industria... non di famiglia (od ha interessi tutti negativi, cioè tutti in opposizione cogl’ interessi di coloro, i quali nell’ alveare sociale sono Tapi operaie e produttive ; tutti interessi di far guerra alla produzione, alla possidenza, all'industria... alla famiglia... ; tutti interessi di disordine per pescare nel torbido), quanta agli altri pe’ quali la società va prosperando, cresce in affluenza di beni, ed è corpo, regolare, utile, e conducente al fine, per cui principalmente le convivenze umane sono stabilite. ]si dato mano, e solamente lo patirono, di che il bene susseguente è poida ricompensa. ]mili, esso uomo abbia or buono avviamento od indirizzo alla riuscita, or non l’abbia, e ciò, alle volte per colpa propria, o rispettivamente per proprio merito, altre volte senza ciò, e contro a ciò: cosicché l’impiego de’ mezzi aberra più o meno dal fine, e radamente vi conduce ; e, quando vi conduce, lascia sempre molto e moltissimo di desideralo e non conseguito. Dove le volte, che più o men si riesce, servono a mantenere l’attività nostra, e la speranza, e il coraggio, e a preservarci dal precipitare nell’inerzia ; le volte che non si riesce, servono a ricordarci, che un potere superiore al nostro è dietro la tela, il quale regge le coso umane, e con occulta sapienza, or ci dà i beni della terra, or ce li leva, o ce li nega, acciocché pensiamo che non son questi il fin proprio e sommo a noi proposto. Ma poiché insonuna, concedo io pure, che al mal governo l’ opporsi con onesti sforzi, invece di esser colpa, è anzi spesso dovere, o quasi dovere (l’acquiescenza pura e semplice, e la rassegnazione, quando fosse di tutti, potendo in alcuni casi divenire condannabile, rispetto almeno ad alcuni: perocché è alto, non di sola virtù, ma di debito, per quelli che han di ciò competenza : 1. l'illuminare, a il cercar d’ illuminare, i depositari del potere, in quel che veramente abbiano errato, od errino, massime quandi l’errore sia grave ed abituale : 2. l’adoperarsi a promuovere la medicina de’ vizi radicali con indefessi, opportuni, e convenienti mezzi), come dee procedersi iu questa dilli cile e delicata faccenda? — 'fiuti is thè qmstion — Ciò sia materia d’un Di quello che al popolo non ispelta, e spelta, in fatto di governo e di sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta. L’argomento io l’ho toccato qua e là più volle, forse con un po’ di disordine, ma esprimendo con forza ogni volta l’opinione della quale sono persuaso. Giova nondimeno tornarvi sopra in quest’articolo, e dir con più grande asseveranza ancora, che in ogni altro luogo — la principal fonte degli errori, i quali sul proposito nostro si spacciano, e corrono oggi il mondo, stare appunto in questo atto d’universale superbia, per che, in cosa, la quale tanto è legata a fatti providcnziali che si burlano, per cosi favellare, di tutte le previdenze umane ; la quale tanto poco dipende dalla volontà de’singoli ; la quale tanto è superiore alla intelligenza delle turbe ; tanto è diffìcile ad essere trattata come lo si addice ; tanto è poco alla a condursi per sole deliberazioni d’uomini quali che siano, a grado delle passioni loro, e nel conflitto de’loro interessi perpetuamente fra loro lottanti : s’argomentano di credere tra tutti distribuita, ed a tulli appartenente la competenza del trattarla per Io meglio loro. Don^c è poscia l’opinione si da noi combattuta, che la sovranità, in radice, è di tutto il popolo, inalienabile da esso, reversibile in esso, e rivendicabile per esso, tutte le volte che lo vuole ; esercitarle da ciascuno, individuatamente, ed individualmente, nella porzione più o men coeguale che gli spetta ; residente di fatto, come potere attuale ed accidentale nella maggiorità ( più o meno istabile di sua natura) de’cittadini, che sendosi data la pena di concorrere ad esercitarla, convennero in un medesimo voto ; ma non ispettante di diritto normale ad essa; perchè la parte non può equivalere al tutto ; perchè chi non ha parlato, non ha detto niente, e non s’è interdetto di poter parlare quando che sia ; perchè il diritto delle minorità, tanto piccolo quanto più si voglia, può essere oppresso, ma non annullato, nè distrutto; perchè, infine, non può non esser lecito a queste il cercar di farsi maggiorità la loro volta, acciocché il fatto della sovranità ad essi o passi, o ritorni. E, per vero, i fautori stessi delle anzidette sentenze, non osapo analizzarle, od almen confessare, i naturali conseguenti loro, de’quali conseguenti il principale è, che, cosi insegnando essi, vengono a dire, insomma, che la sovranità, comunque affidata come potere esecutivo, legislativo, giudiziario, o quale altro potere che siasi o che si chiami, obbliga in diritto i soli consenzienti: quanto agli altri, li violenta, ma non può obbligarli; o, ciò che vale lo stesso, vengono a dire, che la sovranità è obbligatoria di diritto per nessuno, giacché que’che le obbediscono, in quanto sono consenzienti, evidentemente obbediscono a sè e non a quella, cioè obbediscono alla propria volontà di obbedire, nou alla forza imperante della sovranità, attinta, in massima parte, dagli eterni principii della ragione e della giustizia ; ed obbediscono perchè son contenti di farlo, non perchè si credano obbligati a farlo ; ed, in que’che obbediscono, in quanto, a lor malgrado, vi sono costretti, non dall’autoriLà, ma dalla forza materiale, in essi ancora l’obbedienza è un fatto sofferto, e non un dovere adempito ; e un’ obbligazione estrinseca, e non un obbligo di vero nome ; o, a dir meglio, è violazione di diritto, e non diritto, contro alla qual violazione si ba invece il diritto di mettersi in istato d’ostilità, di cospirare, di muover guerra flagrante, in detto ed in alto. Il che dire è negare la sovranità, e ennsiderarla come ud fallo pur sempre, non come un diritto; Tatto di alcuni che soperchiano tutti, non diritto di tutti contro a ciascuno ; tirannide, e non sovranità, pe’ dissenzienti ; cosa inutile, superflua, ed illusoria, o simulacro di cosa pe' danti libero consentimento : ciocché bene interpretalo, significa poi, che la sovranità, in quanto è potere, pe’soli dissenzienti esiste ; ma esiste per essi soli come una iniquità ed una ingiustizia, non come cosa mai legittima e normale : verità si vera, che lo spirito logico d’ uno de’ più sinceri, e de’ più espliciti tra gli antesignani del nuovo liberalismo (Prudhon) non ha dubitato di confessarla e dichiararla ad alta voce, e per istampa. In si fatto sistema, pertanto, gli attualmente investiti della sovrana potestà, e d’ogni sua grande o piccola parte, quali e quanti pur siano, non sono che semplici incaricati d’affari, privi di plenipotenza, e quasi direbbesi ad referendum, o piuttosto godenti d’una plenipotenza frodolenta di l'alto a tutto loro risico, e sotto la loro perpetua responsabilità, come i generali di Cartagine ; sempre revocabili, sempre soggetti al sindacato di tutti e di ciascuno ; posti in una siugolar condizione innanzi al popolo : perchè, ne’paesi dove tutto il popolo non è stalo chiamato, e non è concorso a farli (messo dietro le spalle ogni diritto di prescrizione e d’usucapione) sono come se non fossero; usurpatori posti fuori della legge ; nemici pubblici, e niente meno di ciò : ma, ne’ paesi stessi, dove il popolo è quegli che li elesse negli universali suoi comizi, non hanno, per le ragioni esposte di sopra, solidità e realtà alcuna di potere ; burattini da filo quanto a tutti, e tali burattini, il cui filo dev’essere spezzato il più presto, o quando il destro uc viene, quanto a’dissidenti. Che se tutto ciò è rispetto alle persone, poco diversamente dee dirsi rispetto agli atti loro, il cui valore intrinseco è subordinato sempre all’apprezzamento libero e capriccioso d’ognuno. Ed altrettanto è ancora delle leggi ; o sian pure quelle che si chiamano Costituzioni, Carle, Statuti, o simile. E cosi dislruggesi allatto, e si demolisce l’idea di governo, e si sperperano le convivenze civili, rimettendo ogni umana congrega nelle condizioni primordiali del viver selvaggio, ricondotto a’suoi naturali e radicali elementi d’indipendenza degl’individui, e di forza brutale del più potente, o del numero maggiore, centra il più debole, o contra il numero più piccolo. Io invece, per finirla, riduco a queste non molte proposizioni i dettati della ragion pura in si fatta perplessa materia, sottoposti nondimeno alcuni di essi, nell’applicazion loro, al prudente apprezzamento delle circostanze. Iddio, a farci appunto conoscere, nella presente imperfezione ed ignoranza nostra, eh’ egli è il padrone (domitius dominanlium ), e che noi, per molto che immaginiamo di esserlo, non lo siamo punto, o lo siamo assai poco, c sotto sempre la legge della sua supremazia, dispose, c dispone, colla sua direzione occulta del mondo morale, come del tìsico, le cose in modo, che lo stabilimento de’ governi, nel materiale, e nel personale, è (storicamente parlando, cioè nella pratica, cosi come dalla storia universale e particolare de’ popoli ci è dichiarata) un mero previdenziale fatto, dato o coadiuvalo, sempre, o quasi sempre, da forza di circostanze, indipendenti il più spesso da ogni preordinala volontà delle turbe ; per le quali circostanze, o contrastato, o no che sia ne'suoi cominciamenti, esso, da una esistenza precaria, e spesso irregolare, passa, a poco a poco, ad un'altra esistenza tacitamente consentita dall’universale, e pacifica, e con ciò legittimata ; rispetto alla quale, l’azione indesinente de’ due principali fattori di quest’ordine di fatti (e voglio dire, 1. il reggimento divino delle cose umane, 2. quella dose di politico senno, che giunge per solito, da ultimo, a scaturire da qualche parte), più o meri laboriosamente, viene a galla, a traverso d’ogni difficoltà, in mezzo ai popoli, come una manifestazione inevitabile alla lunga, dell’idea insita in tutti, ed eterna, tuttoché più o meno oscurata, di giustizia, di verità, di dovere; ed allora quest’azione, or lenta, or sollecita, opera in guisa, che l’intollerabile alla fine si fa tollerabile e tollerato, l’ingiusto si fa giusto, o meno ingiusto, l’improvvido o provvido, o meno improvvido ; e nascono sistemi e vie di compensazione, lenitivi, palliativi, rimedi ; e il male che c’è, o che resta, non può superare una certa misura (tranne quando un decreto terribile di Provvidenza vuol che le nazioni periscano, o si consumino, e decadano umiliate e contrite), nè può non avere un contrapposto di beni : cosicché di questo misto si componga quella dose d’ infelicità terrena, più o meno temperata, che è necessariamente compagna di questa vita, punizione meritala agli uni ; scuola di virtù, e mezzo di merito agli altri. A vie meglio mostrarci la verità di questa dottrina, la Divinità ha in tal forma ordinato il mondo morale, che in que’ secoli di contumace superbia, o tra quelle superbe nazioni, in cui la verità c la presunzione della propria sapienza più prevale tra gli uomini, e li spinge a voler tutti fare e non lasciar fare, ognuno mettendosi innanzi, e cercando d’esser primo, o de’ primi, ognuno volendo esser dio a sé stesso, e governo, e governante ; ivi, ed allora, è l’infelicità massima, il disordine massimo, lo sgovernamelo massimo, la guerra civile imminente o flagrante, l’anarchia, lo stato convulsivo, od epilettico, delle umane congreghe: disordine, sgovernamenlo, guerra, anarchia, convulsione, epilessia, che seguitano finché questo periodo di presunzione non passa, e finché principii migliori, e più giusti, non tornano a prevalere la loro volta. Intanto perù è giusto confessare, che, se da un lato, il Creator delle cose, per le ragioni che più volte adducemmo, non ha concesso agli uomini la perfezione in nulla, e nè manco ne’governi, ed ha voluto tollerare, e permettere, a volta a volta, l’imperfezione, anche condotta, in essi governi, fino all'abituale imperizia, imprevidenza, inettitudine, ingiustizia, e tirannide; da un altro lato, ei non ba voluto, in generale, abbandonare si fattamente la specie umana all’ impero del male, anche sulla terra, che non abbiale concesso, nella sua benignità, mezzi normali di riparo, di resistenza, di rimedio (renduti, egli è vero, per suoi segreti disegni, ora più, or meno efficaci), e non abbia perciò inserito nelle ragioni, le meglio addottrinate, de’ saggi in mezzo ai popoli il lume più o manco opportuno a conoscere in ogni caso quel che è lecito, e conveniente, e necessario di fare per tentar diuscire di pena, d’ingiustizia, e d’oppressione. Questa è almeno la regola generale, sebbene, purtroppo, convien dire, che talvolta, nel segreto della sua sapienza, esso Creatore, permette e tollera, come altrove notammo, che sì fatto lume in pochissimi splenda, e quasi in nessuno : di che poi la conseguenza è, che il male del malgoverho, o dura, o quel che è peggio, per gli sforzi inconsiderati di que’che non vogiion patirlo s’aggrava, o sia che conservi, o non conservi le prime sue forme. Or quando a si fatto ultimo flagello non si è condannati (pena, per solito, del lungo tralignare d’una civil convivenza, confermata nel vizio, e nella cecità d’intelletto) allora il rimedio, e il riparo, c’è, sol che tutti facciano il dover loro ; e c’è senza le maledette rivoluzioni, senza le illecite cospirazioni e sette. C’è per la forza pacifica ed infallibile delle persone, e delle cose. Del quale riparo e rimedio le massime io le ho sostanzialmente, qui indietro dette, nell’articolo. E non è, che, in si fatto ufficio non abbia ognuno la sua parte legittima. Solo bisogna confessare, che la parte non può nè dev’ essere in tutti uguale, e la stessa. La prima e principal condizione è il coraggio civile (giova ripeterlo : il militare guasterebbe tutto, infondendovi dentro le sue furie), coraggio prudente, ponderato, modesto, mantenuto sempre rigorosamente dentro i limiti del permesso dalla legge, ma perseverante, istancabile, non in alcuni, ma nel maggior numero. Le leggi in nessun luogo son cosi cattive, che non aprano più di un adito a raddrizzare i torti, e a far fare giustizia. Bisogna non perdersi d’animo. I forti debbono aiutare i deboli, dirigerli, farsene avvocati. 1 savi debbon dar mente agl’ insipienti. Questi debbon ricorrere a coloro che la fama universale indica in ogni luogo come sapienti ed uomini da bene, per cercar lume, e conoscere se veramente ban ragione e diritto di lagnarsi, e dentro che misura. Gli uomini da bene e sapienti non debbono negarsi agl’inferiori.Tutti insistendo nelle vie consentite da ragione e da legge, e facendo concerto perpetuo di sforzi, ciò, senza essere una cospirazione illecita, e di setta, e d' armati, è impossibile che non produca il suo frutto. Ma non bisogna che i primi, a’ quali questo coraggio sia di qualche danno personale, faccia» perciò meno il debito loro, o che l’esempio del loro danno distolga gli altri dali’imitarli. Ciò ha da essere, come nella guerra. 1 feriti, non perchè feriti, finché possono, lasciano il combattimento, se aspirano al titolo di bravi : e i non feriti non fuggono perché altri al loro fianco son feriti od uccisi. Solamente bisogna ben guardarsi dall’ uscir dalle vie rigorose della legalità, e del rispetto che è interesse di tutti il non dimenticare; e dall’ immaginare, o pretender gravami e torti, dove non sono. Cosi adoperando, colla metà della ostinazione che gli odierni settarii pongono nelle loro inconsiderate e criminose mene, certo non è abuso di potestà, il quale non debba con [Ecco mio de' vantaggi innegabili dell' aristocrazia. Dov’ella è in forza, e bene e convenientemente stabilita, è 3i grande l' autorità sua, si connatura to il coraggio civile, si spontaneo f intervento a tutela de deboli, che difficilissimo riesce l'abuso del potere in cbi lo ha in mano, almeno condotto sino a vizio abituale, ed a quell’eccesso ch'è tirannide intolieranda, od insipienza equivalente a tirannide.]più certezza essere corretto, die tentando pazze congiure a moderna usanza. Nè nego, perfino, che quando i’ abusare nasca da imperfezione di legge, o di leggi, di questa o queste non possa legittimamente chiedersi il mutamento, e il raggiustamento a più equa forma. Quando veramente costi, per consenso di tutti tsavi, che le leggi sono cattive, o talmente imperfette da rendere necessario un cangiamento, niun può trovare men che giusto il desiderarne e il chiederne la rettificazione. Il male non istà nel desiderare, e nel chieder ciò, ma nel desiderarlo e nel chiederlo in modo illecito, arrogante, e perturbatore. Sta nel volere a forza cattivo, quel che non lo è manifestamente. Sta nel non andare a rilento in si fatti giudizi, e nei non ben verificare ogni cosa a norma della sapienza scritta di tutti i tempi, prima d'avventurarsi a pretendere che la cosa è come la si pensa. Sta nel non aver occhio alle circostanze, agli effetti probabili, agli scompigli possibili. Sta nel mancar infine di buone bilance per non trascender mai la giusta misura in nessuna sua parte : condizione più essenziale ancora, acciocché niuno possa imputare di sedizione, di ribellione, di fellonia ciò che nel qui discorso senso e modo va operandosi. Da tutte le quali cose vede ognuno che non discende, nè l’obbligo assoluto di rassegnarsi al male, che evidentemente è male, nè l’assoluta assenza di mezzi per medicarlo. Ma non discende nemmeno la pazza politica massima degl’odierni, che per ultima panacea propongono date forme di [Queste sono le teoriche. Ma torno a dire, se i savi mancano, se mancan d’ accordo, se v’ è funesto li svolgimento negl’ intelletti di que’ che so» creduti tali ; se certi desiderii poco ragionati, e poco ragionevoli, si confondono co’bisogni, solo perchè sono alia moda, e perché sono intensissimi; se certe lagnanze son di minimi che si giudican massimi, e che fatte suonar alto più disturbano che non giovino; se? Allora come non tremare nell’avventurarsi alla pratica? Iddio liberi i popoli dall’ esser condotti agli estremi qui sopra ricordati; e dia loro la sapienza vera che li aiuti a scegliere il miglior partito.] governo applicabili a tutti i casi, come uua calza a maglia. Delle democrazie pure già dicemmo quanto basta a provare la loro imperfezione essenziale. L’antica sapienza rappresentata da CICERONE sta per le Monarchie temperate, dove i veri ottimati, cioè dove le capacità e gl’ interessi han voce preponderante, e tra gl’interessi, meno ancora i fluttuanti e transitorii (sebbene questi eziandio), che i permanenti e più tenaci, d’un buono e lodevole patriziato. S’ è perciò giustamente levata a cielo la timocrazia di Servio Tullio la sapienza del Senato romano e dell’ aristocrazia inglese, corroborata dalle tradizioni di più secoli. Ma non tutti gli ordinamenti ( ridiciamolo ) convengono a tutti i popoli e a tutti i tempi: e chi non ne fosse persuaso, più d’un esempio recente potrebbe addurne, fatto per iscoraggiare assai del supposto valor pratico di certe teoriche, le quali poi, quando si traducono in iscena, si risolvono in bliteri, e in peggio che ciò, vale a dire in danno evidentissimo de’ popoli. Grandissimo ( a miglior prova di ciò ) è il male che s’è detto, massime nel tempo nostro, de’ governi assoluti; e i governi assoluti eglino stessi han poi per loro essenza e natura il grande ed intrinseco male, che con tanta generalità oggi s’afferma? ( L’argomento loabbiam già toccato alcune pagine indietro : pure importa tornarvi sopra un’ultima volta ). Messi a bilancia con tutte le altre forme di governo, e contati, e imparzialmente pesati, i vantaggi egli svantaggi, traendoli dalla verità storica d’ogni età e d’ogni contrada, e non dalle menzogne sistematiche di tale o tale altro declamatore odierno, io non so se un uomo di delicata coscienza oserebbe giurare, che la parte degli svantaggi preponderi, sempre totale contro a totale, cioè somma intera di fatti contro a somma di fatti, dal Iato delle monarchie pure, a quel modo che s’ama asserirlo. Per Io meno questo conto, o vogliasi dirlo bilancio, non è mai stato instituito colla debita accuratezza, e varrebbe la pena dell' instituirlo: impresa tuttavia molto più difficile di quel che non si pensa, e da più dotti, che non sono di gran lunga i giudici di strada. Donde poi deduco, che, assai più alla leggiera di quel che si dovrebbe, si pronunzia la sentenza assoluta di condanna, la qual suona nelle bocche di tauti, più per moda, che in forza d’ una dimostrazion rigorosa. Le ingiustizie, le improvidità, le tirannidi s’incontrano in tutte le forme d’ ordinamenti politici ( cosi insegna la storia ), e le forme le più liberali n'ebbero, e possono averne all’ avvenire, di non minori che i più tristi degli assoluti governi. Quidleges sine moribusvanae profitiunt (ridirò col poeta)? Uno o molti che siano gl’ investiti dell’ atto della potestà, possono del pari abusarne; e, se gli abusatori son molti, sarà il danno più grave assai, che con un abusatore unico, tranne se alcun si piaccia del paradosso che più tiranni debbono men nuocere d’un tiranno solo. Le responsabilità ministeriali, o d'altri ( nome vano ) si dovrebbe ornai sapere da tutti quel che valgono. Le supposte guarentigie sono sempre un preservativo, o un rimedio, più illusorio, che vero. Cb’ buoni sono inutili, co’ cattivi sono insufficienti, per grandi eh’ elle sembrino. Dove furono concesse Ano ad ogni richiesta misura, gl’incontentabili odierni se ne contentarono forse? Le probabilità del maggior senno, che parrebber più facili ad incontrarsi nel consiglio di molti, di quello che in una mente unica, non sono assai spesso, in tempi di civiltà corrotta, e d’ambizioni flagranti, che un vantaggio presunto, più che bilanciato, ed annullato dall’altre probabilità delle discordie intestine tra senno e senno, e delle lotte che quindi nascono. E sovente è più bisogno di guarentirai da que’che sono scelti à guarentire, che ragionevolezza di speranze le quali in questi ultimi si ripongano. Hannovi poi circostanze ( è giusto il ricordarlo ), nelle quali solo le pure monarchie valgono ad operare il bene delle nazioni; e sonovi beni che soltanto dalle pure monarchie possono aspettarsi. Ad esse principalmente, se non unicamente, parche abbia riservato la Provvidenza l'incarico de' grandi mutamenti da operarsi ne’ popoli colla debita rapidità, rovesciando i maggiori ostacoli : perchè il modificare ampiamente, e radicalmente, con forza, prontezza e conveniente efficacia, le sorti d’un popoloso dimoiti popoli a uu tempo, è parte quasi esclusivamente concessa agli assolutismi de’ Sesostri, degli Alessandri, de’ Cesari, degl’Augusti, de’ Carli Magni, de’ Federicbi, de’ Napoleoni, certo non alle disordinate e burascose discussioni de’ senati, de’ parlamen li, de’tribunali, delle moltitudini deliberanti. Sono sempre, o quasi sempre, gli assolutismi, che tagliano ultimi il capo alle rivoluzioni, e creano ultimi la stabilità delle paci. Sono essi una necessità pe’ popoli che vanno in bizzarrie pericolose e distruttive. Sono essi a volta a volta, grandissimi benefattori della umanità, piuttostocfaè i suoi principali flagelli. £ di questa particolare virtù de’ governi assoluti, quanto a prevalenza d' efficacia e di rapidità, tanto hanno persuasione, perfino i moderni perturbatori, ( torniamo a dirlo sebbene altrove l’abbiamo già detto), clic solamente perciò hanno istituito, essi medesimi, la obbedienza passiva delle sette, e l’assoggettamento senza discussione, e sotto pene terribili, a’capi di esse. Tuttavia non voglio io qui farmi l’apologista esagerato de’governi di si fatto genere, e dissimulare gl’inconvenienti a’quali vanno per solito espósti. Non voglio dare il piacere a’ miei avversari, di poter dire ch’io sono un assolutista sistematico, perchè abbia con ciò bella occasione la rettorica di certa gente del gittarmi alla faccia questo rimprovero seguitato da una mezza dozzina di punti ammirativi. Ho voluto solamente dire che ancora essi governi possono avere ed hanno il loro tempo, e la loro opportunità; ed in subiecla materia esaminino (dirò di nuovo) i capi-setta sé stessi prima di rispondere se è vero o falso. Mi basta avere indicato l’irragionevolezza della troppo universale condanna la qual di essi governi è fatta, come di cosa assolutamente CONTRO A NATURA (cf. H. P. Grice), e necessariamente riprovevole. Mi basta aver dato a conoscere, die vale, anche rispetto ad essi, la regola generale, che non vi può essere una regola generale di proscrizione. Le circostanze, anche a loro riguardo, entrano per molto nel giudizio, come in ogni altra maniera di governo. D’ altra parte, i governi veramente assoluti dove più sono? Tutti il tempo li modifica. Addolcisce i più severi. Modera i più dispotici, e viene più o meno accostandoli alle forme di temperata monarchia. Siamo giusti. Dove son più i Busiridi, i Falaridi, i Tarquini Superbi, i liberi, i Neroni ? Se si voglia trovar tiranni, nell'antica significazione del vocabolo, bisogna andar a cercare nel campo repubblicano ultraliberale i Marat, i Robespierre. I voti del vero popolo, di giorno in giorno, son più ascoltati di quel che vuol confessarsi; e, se si é di buona fede, non può esser negato, che le concessioni cominciate qua e là a farglisi, per tutta Europa, son bastantemente grandi per far dire che nelle altissime regioni non si è tanto sordi, quanto da alcuni si va spacciando. 1 bisogni reali finiscono sempre coll’essere ascoltati, non per forza, ma per ragione. Gli esagerati e falsi può colla violenza costringersi a soddisfarli per un momento, ma vale allora il proverbio. Nil wolentum durabile. Per chiudere a quel modo che meglio per me si può l’ardua discussione nella quale sono entrato, io Unirò dunque cosi dicendo a chi tanto si preoccupa del male dei governi più o meno imperfetti (come se per necessità non dovessero a, diverso grado tutti esserlo), e a chi perciò, venendo a conseguenze estreme, niente ha più a cuore ed in mente, che farsi autore e cooperatore di riforme radicali, da ottener subito, quasi a tamburo battente, ed a qualunque gran costo, giuste ch’elle sianolo non siano, purché tali paiano a quei che le dimandano, avuto a sdegno, e messo in non cale il più prudente desiderio e consiglio de’ miglioramenti graduati, bene studiali, ben maturati, e solo predisposti e promossi ne' legittimi e tranquilli modi che rispettan la pubblica pace, e servono ad assodarla, anziché a turbarla. Se veramente ami tu il bene del tuo paese, fa senno, e pensa che qui non si tratta d’un trastullo da gioventù, e d’un balocco da capi sventati, per darsi dell’ aria e dell’importanza, ma della somma delle cose pel presente e per l’avvenire, od almeno per lunga successione d’anni. Fa senno, e dà prova d’averlo fatto, giudicando per anticipazione testesso, prima d’assumere il terribile incarico di giudicare gl’imperi ed i regni. Discendi, Gracco, nel tuo interno, e chiedi, con buona fede, a te medesimo se t’è lecito di crederti tale da ben sapere quel che è mestieri sapersi nell’astrusissimo argomento de’ governi, per islendervi sopra una man temeraria; e se ti puoi, senza farti rosso nel viso, chiamare uomo di stato, ose, in questa vece, non senti, nel tuo segreto, d’essere niente altro che un misero pappagallo, il quale ripeti su ciò, senza bene intenderlo, quel che t’ha insegnato la piazza, o la setta. Non ti lasciare illudere dall'orgoglio, nè dall’assenso lusinghiero de’ niente maggiori e migliori di le, ma metti l’amor proprio da parte, e dà sentenza su te, come la daresti sopra un altro. Tastati addosso, e cerca imparzialmente se trovi sotto il dito l’economista, il dotto nella filosofia delle leggi, l’intendente ne’ misteri dell’amministrazione e della finanza, il fino conoscitore della storia umana, l’uomo freddo, ponderato, esperto, che nel giudicare questioni si diffìcili, si recondite, si gravi, si feconde di beni e di mali, come sono tutte queste delle quali stiam parlando, sa, innanzi tratto, esaminare, prima del giudizio, gl’innumerabili particolari; che concorrer debbono ad illuminare la mente; a spogliarsi d’ogni passione e d’ogni opinione preconcetta; e, senza dar peso a insinuazioni d’amici, o di confederati e compagni, discernere, e ben discernere quel che il luogo, il tempo, le circostanze, gli uomini, gli antecedenti, i comitanti, i conseguenti, oltre ai principii eterni di ragione e di giustizia, suggeriscono e richiedono. Va intorno, e parla pettoruto alle genti in questo linguaggio. Miratemi, e sentenziate voi. Son io veramente l’uomo da rifare il mondo, e da insegnare agli altri il come? Son io Zaleuco, Caronda, NUMA (si veda), Licurgo, Solone del secolo illustre ; o sono almeno l’uomo da saper discernere, senza ingannarmi, que’ eh’ io possa e debba seguitar come capitani in faccenda di si gran momento? O piuttosto la risposta non l’odi aver già preceduto la dimanda? Povera mosca del carro (tu dei sapere la favola), va a scuola, e fatti vecchia prima di toccar solo col pensiero problemi di tanta astrusità. Solamente allora saprai ridurre al genuino valor loro tanti spropositi di moderne teoriche assolute, che, messe in prova da già dodici lustri, non han saputo partorire ovunque che continuati scompigli, e inenarrabili guai sempre ripullulanti a doppio cornei capi tagliati dell’idra! Povera mosca, solo buona ad esser tafano atto ad inquietare i cavalli che tirano il carro dello stato, finché un colpo di frusta ti schiacci. Riguarda ( se non hai le cataratte agli occhi ) nella Francia, prima maestra di sì fatte novità, e spettacolo e scuoia delle lor conseguenze a ogni gente... nella Francia già più volte rovinata, e data per queste a scompiglio, e le più volte, non da mani forestiere, ma dalie proprie. Riguarda a’ be’frutti delle agitazioni tedesche. Riguarda a’ bei fruiti delle agitazioni di questa misera Italia, qual ella è or fatta per colpa di simili tuoi ! Gusta il Progresso che han generato i tuoi pari, la ricchezza e la prosperità eh’ è opera loro! Basta ornai. Basta. La terra ha bisogno di tranquillità, e, a tuo dispetto, saprà come darsela. Cosi ti risponderà, e ti risponde il mondo : non quello veramente nel quale tu vivi, ma quello in mezzo al quale dovresti imparare a vivere, per tua istruzione, ed emendazione, e per l’altrui pace. Ma ti risponderà, e ti risponde anche altro. Ti dirà, e ti dice. O tu, che ti proponi niente meno che di metterti il grembiule di Prometeo, cioè di rifare la gran famiglia umana in quella parte che rende a lei possibile il viver socievole, cioè negli ordinamenti de’ suoi governi, comincia col rifare te stesso. Volendo insegnare a’ tuoi contemporanei l'arte del comando, insegna a te medesimo l’ arte dell’ obbedienza, che non sai, o non vuoi sapere. Con uomini quale tu sei nessun arte di comando, e per conseguente di governo, è possibile, e l’ esperimento s’è visto. È forse giovato in più d’ un luogo darti costituzioni, e rinnovarle? É forse giovato accordarti assemblee deliberanti, libertà di stampa, libertà d’associazione ...tutte le libertà? È bisognato finir col frenarle dal momento che i pari tuoi v’ han voluto metter mano. E cosi doveva essere ; perchè ogni governo, anche larghissimo e mitissimo, è legge e dominazione; e cbe legge, oche dominazione può esservi per tali come tu sei? Tu ( quel tu eh’ io m’ intendo ) di Dio non accetti che H nome. Tu sei di quegli uomini, quorum Deus venler est ( riconosciti ). . ; degli uomini turbolenti, sfrenati, ricalcitranti che chiamano ben pubblico il dar di naso abitualmente ad ogni autorità, sotto colore di far la guerra agli abusi suoi, colla presunzione di giudicarli in ultimo appello secondo il privato tuo senno; degli uomini che ban distratto ogni riverenza, ogni fede al senno antico, ai documenti de’ secoli passati, alla sapienza accumulata per gli studi comuni de’ migliori cbe in ogni età vissero; degli uomini che ner gano ogni efficacia d’ antica esperienza, e che queste massime non si contentano di professarle per sè, ma le promulgano giornalmente d’ ogni intorno! Or con te, e con tali quale tu sei, qual maggiore pubblico bisogno v’è, del bisogno di mettersi in guardia, e tirare a sè le briglie ? É egli tempo d’allargar la mano alle redini, quando il cavallo dà continuo cenno di rubarla, e di mettersi alla scappata verso precipizi!? Pur troppo quando un paese ha la disgrazia d'avere a ridondanza gente del tuo taglio, facilmente arriva a quella condizione di tempi che o scusano, o rendono ine vitabili gli assolutismi i più stretti e i più vessatori. Perchè, non accade dissimularlo. Ecco la massima miseria della condizion nostra. È peggio che al tempo de’ guelfi e de’ ghibellini. L’ira tien luogo di ragione. Vendicarsi, ed esterminare sono ornai la parola di guerra. Sangue! San-gue! Ammazza ammazza! Quel che non s’ osa fare aucora, si dice pubblicamente che sarà fatto alla prima opportunità. Designane adcaedem unumquemque nostrum. Poveretti! S’uccidono gl’individui, non s’uccide la verità e la giustizia. Ma anche a’Principi d’Europa rivolgerò finalmente la rispettosa mia voce. Purtroppo hanno essi bisogno d’una rivista severa del passato, e d'una ponderazione accurata del presente a previsione del futuro. Quel che è stato ed é male, fa d’uopo mutarlo. Quel che è giusto e doveroso in tanto mare di desiderii, di querele, di mescolate richieste, bisogna farlo. Mai non ci fu maggior necessità, per chi siede ne’ sommi scanni, d’esaminare gli antichi ordinamenti, e di recarvi miglioramenti reali e legittimi. Mai non richiesero i secoli che sono scorsi maggior senno in chi regge i popoli, e per conseguenza più grande opportunità di circondarsi di buoni, e probi, e saggi aiutatori, e subalterni. “Riforma!” è la parola favorita del nostro tempo. Riforma non è in sé medesima parola d’errore. Le riforme bisognano sempre alle congreghe umane, come agl’ individui. Riforma dunque anch’ essi dicano i re ma non ogni riforma dimandata le riforme che la vera sapienza politica consiglia, e vuole. Eruditami qui iudicalis terram. Imparino le genti col fatto, che amate di cuore il ben pubblico, odiate il male, e vi studiate per quanto è da voi d’affaticare alla pubblica felicità correggendo intorno a voi, per aver più diritto, e più facilità a correggere intorno a quei che vi debbono obbedire. Due parole a chi è per leggere Parere d’un Amico intorno a questo saggio Risposta Prefazione Opuscolo De’ Fedecommessi e dell’ Aristocrazia Due parole al Lettore Lettera I Fedecommessi sono una istituzione appartenente a più luoghi c a più genti e tempi, che non si crede. Conseguenza di ciò Essi hanno una principale e giusta difesa nell’interesse convenientemente inteso di famiglia Non sono applicabili ai piccoli patrimoni, ma solo ai grandissimi ivi Perennando lo splendore di tutta una linea principale po tentemente soddisfatto a uno de’ sentimenti connaturali all’ uomo Senza i Fedecommessi, le grandi fortune, di necessità, tra breve, sminuzzandosi, periscono per V intera famiglia, e con ciò essa è condannata a rapido scadimento 1 Fedecommessi salvano, per quanto esser può, il patrimonio dalle imprevidenze, dall'incuria, e da’ vizi dei temporanei suoi possessori, e lo conservano a que’che debbono in avvenire possederlo Discussione delle ragioni de’ cadetti. E maggiore il numero de'beneficali nel sistema che qui si contempla di quello che nel sistema opposto pag. ivi Infatti quei che nel i° sistema godono ( al contrario di ciò che succede nel 2°) sonpiù numerosi de’ danneggiati I vantaggi d’ognuno de' favoriti sono più grandi, che i vantaggi d’ognuno de’ favoriti nell' altro sistema Gli svantaggi de’ danneggiati nel secondo sistema sono più grandi che quei de’ danneggiali nel primo Lettera Soluzione d’ alcune difficoltà 35 Si risponde a chi oppone che il testatore dee riguardare al bene massimo de’ prossimi ed esistenti, e non, collo scapito di questi, a quello de’ remoti, e non esistenti ancora, o forse non destinati ad esistere giammai .Si prova che, oltre al vero interesse delle famiglie, nel si stema de fedecommessi, meglio che nel sistema contrario, è provveduto anche all’interesse dello stato Risposta alla obbiezione de’ supposti diritti degli altri figli, che si dicon violali nel sistema da noi difeso Si torna a distinguere tra i fedecommessi utili, e i dannosi, e si prova come ne’ primi i cadetti non sono pregiudicali in modo indebito 19 Risposta a chi oppone l’ accusa di parzialità, e d’ eccitamento alle invidie, a’ disamori, alle discordie tra pa dre e figli e tra fratelli Esposizione de’ rapporti tra V erede preferito cogli altri posposti Convenienza del preferire il primogenito ai nati poi . . M Di nuovo sull’ accusa del supposto fomite somministrato alle invidie reciproche 45 Indirizzo da dare all’ educazione perchè queste temute in vidie non nascano Lettera Seguita la soluzione delle difficoltà Non è vero che i fedecommessi, favorendo il celibato laicale, favoriscano i vizi che vi vanno connessi 1 matrimoni son più incoraggiati nel sistema qtrì difeso, che in quello della divisione dell’ eredità per capita, p. 49 È insussistente il nocumento che la sottrazione di molti be ni rustici, in virtù, de’ vincoli fidecommissarii, alle speculazioni di compra e vendila minaccia di recare al pubblico Un certo numero di latifondi legati a fedecommesso, lungi dall’ essere un impedimento alla buona agricoltura, ed alla pubblica prosperità, sono utili e necessari al l'unae all’ altra Risposta alla difficoltà tratta dai creditori dell’eredità defraudali talvolta, quando essa ha il genere di vincolo del quale qui si tratta Lettera Difesa dell’Aristocrazia Proposizione premessa, che, distrutti i fedecommessi, è distrutto il patriziato I vizi de’ nobili che sono da degenerata istituzione non vogliono esser contati soli, ma messi a confronto delle utilità, e delle virtù ivi Essi vizi possono emendarsi, e le utilità e le virtù accrescersi : utilità e virtù le quali difficilmente possono trovarsi fuori del ceto patrizio ivi È nella natura stessa della Nobiltà un seme di miglioramento nella specie umana, che ne innalza la dignità e la perfezione Caratteri propri del genuino patriziato La grandezza degli averi in famiglie non patrizie non può dare i vantaggi eh’ essa dà o può dare nelle famiglie patrizie Necessità politica in uno stalo dell’ esistenza del ceto nobile, e particolari servigi, che ad esso esclusivamente sono riservati ed appartengono Opuscolo Della libertà e dell’eguaglianza civile Del governo e della sovranità in generale Della così della sovranità del popolo, e della democrazia. Del voto universale. Delle rivoluzioni e delle riforme de governi ec paff. Della libertà nel civile consorzio, e decimiti, che necessariamente debbe avere. I più di qne’ che la dimandano oggi, da ette negano nella loro filosofia il libero arbitrio, e sono materialisti, fanno una dimanda assurda, cioè chiedono quel che credono non potere esse r loro concesso Per chiedere la libertà civile, bisogna essere spiritualista, e cogli spiritualisti non è difficile giungere ad intendersi in tutte le altre questioni da noi trattate Que’ che chiedono la libertà, quale e quanta la dà natura, debbon concedere gli usi buoni ed i cattivi della medesima, ed una legge interna che comanda i primi, e vieta i secondi, e con ciò debbon concedere di fatto e di diritto che la libertà è limitata per natura La convivenza civile essendo ordinata a perfezionare l’uomo, e non a deteriorarlo, la miglior convivenza civile necessariamente dee dirsi una convivenza ove la libertà naturale incontra nella legge vincoli grandissimi e maggiori di que’ che ordinariamente le si prescrivono È solo la difficoltà soverchia opposta dalla corruttela umana allo stabilimento d’ una piena normalità nelle civili convivenze, quella che impedisce il comandare oggi tulli i vincoli che bisognerebbero: ciocché non toglie però che il vero progresso è quello il qual favorisce essi vincoli, e li promuove, anzi che produrre effetto opposto ivi È per effetto di questa difficoltà che le umane congreghe si ristringono per solilo quasi al solo governo di quelle libertà, gli usi o abusi delle quali risguardano i rapporti reciproci de’ cittadini co’ cittadini, non che il loro scopo remolo non debba esser quello d’ordinare a poco a poco le leggi a una sempre migliore sistemazione, e per conseguenza a una sempre maggior limitazione, di tutte le altre libertà col fine d’accostar f turno alla perfezione quanto più puossi. Prime parole sulle leggi che legar debbono le libertà, e su’coloro che debbono stabilirle; c sulla genesi dell’ odierno domma della sovranità del popolo, e del patto sociale Dèli’ eguaglianza in generale, e quanto poco esista essa nella specie umana Falsità della massima che al volgo suole oggi insinuarsi che gl’uomini sono tutti uguali per natura. .Naturale ineguaglianza fisica tra uomo ed uomo Naturale ineguaglianza morale Altre cagioni artificiali ed accidentali d’ inegualità; e prima per parte degli educatori Degli educandi D’altre accidentali cagioni E pel fine stesso che l’arli educatrici si propongono, e possono non proporsi Si Per ultimo l’ineguaglianza è la legge generale della natura, in tutto il creato Una delle principali ragioni, per le quali il creatore volle questa disuguaglianza Vergognoso abuso che si fa della religione per cercar di persuadere la contraria dottrina Passaggio al provare che inutilmente si limitano alcuni ed difendere soltanto l’eguaglianza ne’ fondamentali diritti della vita di cittadino Dell’eguaglianza nel civile consorzio, e su giudi falsi fondamenti si pretenda stabilirla Paralogismi con che, dato un quale che siasi appoggio alla qui combattuta dottrina, cercasi di ricavarne la dottrina del palio sociale, della sovranità popolare e della democrazia; e conseguenze che se ne deducono, ivi È falsa l'equipollenza di condizioni pel cui supposto gli uomini liberamente entrando in una civil convivenza acquistati pari diritto di fermarmi palli Nè lo stabilimento di questi patti è puro atto di libertà, ma dee conformarsi a certe massime generali di ragione e di giustizia che impediscono appunto l’affermata egualità di diritti È non men falso, che gli umani consorzi quali sono e furono debbano considerarsi come illegittimi e spurii perchè non individualmente consentiti da tutti e da ciascuno. Passaggio al provare l'assurdità e i pericoli della dottrina che quindi si suol trarre per voler sovvertire il passato e il presente a vantaggio d' un futuro ipotetico Considerazioni contro al preteso diritto di rinnovare le società umane per accomodarle alle proprie idee preconcette, e contro alle tentale riduzioni ad atto di questo diritto Confutazione di quattro proposizioni, che corron oggi per le bocche di molli, e prima, risposta alla i a proposizione, che il mondo ha bisogno di riforma Che la riforma la qual bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano, e non altra Alla Che la riforma la cui necessità si va predicando con parole si ha diritto di condurla immediatamente ad atto; e che non è da lasciarsi trattenere da qualunque ostacolo d’opposta ragione Che qualunque mezzo dee tenersi per buono e lecito, se al fine conduce della universale riforma che vuol tentarsi Altre considerazioni sulle riforme nel reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto ed il modo di tentarle Due casi che rispetto a ciò possono darsi. E prima, del caso, in cui tutti consentano Secondo, del caso in cui siano divisi i pareri, e sia lotta de' medesimi. Solo e vero diritto che allora si ha Grave torlo dei dilettanti di malcontento, e parole severe ad essi dirette quando tentano le rivoluzioni Risposta a certi loro sofismi Danni delle rivolture politiche, quanto a interessi di ogni genere Incertezza de’ loro successi Difficoltà del ben giudicare i molivi che spingono a rivolte, e poca fiducia da aversi in coloro che per solito le tentano Vanità della querela che alcuni fanno, come se tolta la libertà delle rivoluzioni, il migliore strumento fosse tolto del ritorno a giustizia. Esame d’ alcuni esempi so lili ad addursi Rimedi più veri e più ragionevoli contro alle ingiustizie anche abituali de' gox'emi Certi mali sono conseguenza d’imperfezione della natura nostra, o decreti di provvidenza Essi sono il più spesso, generalmente parlando, ineritali, ivi Doveri e diritti de’ cittadini sottoposti a cattivo reggimento. De’ governi, e delle sovranità in generale Ignoranza del popolo quanto alle idee di ciò che è sovranità, e di ciò che è popolo. Esempio ivi Se un diritto, il quale anche realmente si abbia, sia sempre perseguibile, e da perseguire Idee preliminari sulla socievolezza, come una delle condizioni di natura date all’ uomo Il bisogno d" un governo è uno de’ conseguenti della necessità d’ associarsi. Definizione del governo Distinzione fra governo normale, e governo legittimo indicata Mentre il vivere in società è una necessità ingenita, la formazione d’un governo è un bisogno accidentale, sopraggiunto, e secondario Dottrina intorno a ciò che discende dalla Fede ivi Distinzionedi tre stati nell’uomo, cosi come oggi lo conosciamo per sola ragione. E prima dell’ uomo ineducato e selvaggio e delle conseguenze di questa con dizione quanto a governo Secondo, del? uomo ipoteticamente perfetto, e di nuovo del governo del quale è suscettivo Terzo, dell’ uomo nè selvaggio, nè perfetto, cosi come suol essere, c delle innumerabili varietà delle sue condizioni, donde si trae che il governo il quale gli conviene non ha nè può avere generali regole, tranne il principio generico che dee possibilmente esser giusto e ragionevole ivi Questo principio generico non insegna però,nuUa d’assoluto guanto a necessità di determinale forme nell’ applicar zione, e negli altri particolari a cui si suole applicarlo Niente dunque v’ha di primitivamente fermo e comandalo intorno alle costituzioni primitive de’ governi da applicarsi alle diverse genti Della sovranità del popolo, consistente nella democrazia pura, e rappresentata dal voto universale Ragionamenti che si fanno per provarla universalmente fondata sopra giustizia e ragione ivi foro insussistenza. V’è egli un popolo uno ? Tutto ragionevole? Tulio illuminalo? Tutto probo? Tutto unanime? Conseguenze che discendono dalla risposta ne-galiva a si fatti quesiti Esame della famosa dottrina circa le maggiorità, e circa il voto universale Che cosa è il maggior numero ; come si compone, e che cosa conseguila dai difetti della sua composizione. Se sia vero che col volo universale si può almeno ottenere il massimo contentamento del CORPO SOCIALE Fino a qual segno le maggiorità siano maggiorità reali La democrazia de’ moderni non può convenire ad alcun popolo Essa twn conviene a un popolo selvaggio Non a un piccolo popolo di pastori e d’ agricoltori Non a un popolo piti o meno provetto in civiltà per cagione delle disuguaglianze, che la civiltà tende sempre ad accrescere, e delle loro conseguenze per cagione della lotta delle virtù co’ vizi delle altre ine-guaglianze che da ciò derivano e delle necessità che ciò crea per cagione di ciò che costringono a mettere a calcolo nella formazione delle società le diversità enormi d’ inleressi tra cittadini e cittadini Conseguenze funeste ed assurde del sistema tanto da deu-ni idolatrato della divisione de’ beni secondo le leggi della livellazione universale Differenza sleale di linguaggio che usano i propagatori delle dottrine nuove quando parlano col volgo, e quando colle persone educale a ragionamenti Dilemma ad essi proposto. Vogliono essi o non vogliono rispettata la differenza di grado negl’interessi, e tenulane ragione? Se no, conseguenze necessarie e lui (uose della neqativa Se si, dire conseguenze di ciò diametralmente opìwsle a quel che pretendono e vanno spacciando Continuazione dello stesso argomento. Traltazione d’ deune obbiezioni die quali si cerca rispondere. Risposta die lagnanze di que’ che lamentano il vilipendio e l’ oppressione del povero popolo, e agli eccitamenti che gli danno a redimersi a ogni patto Leggierezza, e spesso insussistenza de’ giudizi che su questo proposito s avventurano Mate usanze introdotte rispetto a ciò, e perniciosi effetti di esse Diritti esorbitanti che si vorrebber dati alle turbe a fine di prevenire gli abusi dell’ autorità imperarne, e di farli efficacemente cessare, ed estirpare radicalmente. Catastrofi inevitabili alle quali non potrebbe non condurre la riduzione a pratica di tutto questo ordine (Videe. Parere intorno a ciò di CICERONE e di Platone ed esempi moderni contraddizione con sè stessi de’ difensori delle dottrine fin qui impugnate, i quali mentre affermano di combat tere per la libertà, impongono servitù inlolleranda ai loro proseliti, e cosi mostrano che colla libertà da essi predicata il governare comunque le volontà umane è impossibile anche a lor giudizio Le stesse ragioni colle quali lentan essi di scusare questa contraddizione provano contro di loro Di nuovo delle ragioni, per le quali la formazione a priori d' un ottimo governo, e lo stabilimento il più ragionevole della sovranità non ha regole generali, e costituisce un problema di difficilissima e quasi impossibile soluzione, massime quando la soluzione al popolo s’abbandoni Pochissimo, e quasi titilla, rispetto a ciò, può attingersi, ne’ particolari casi, dalla sapienza generale, e quasi lutto esige in essi le deliberazioni ad hoc d’uomini i più saggi Or Alcune volte quest’ uomini non sono presso il popolo del quale si tratta Spesso non in sono in sufficiente numero, e tale da essere facilmente trovati ed utilmente ascoltali Diffìcilissimo è distinguerli dai cerretani che simulati sapienza ed esperienza, e tendono con male arti a mettersi inmnzi e prevalere Non dirado, anche cotisultati, rendono intralciatissima la deliberazione, non essendo tra loro accordo di pareri Spesso ancora accresce la difficoltà il tnescolar che essi fanno all’ interesse della causa pubblica, quello delle private loro cause, delle loro passioni e simili, E tuttociò vale, quando, a società non costituita ancora in alcun modo, trattasi di costituirla. Peggio è che il più spesso le società umane sono già costituite, e v’ è la question preliminare, se sia giusto, conveniente, e possibile il disfarle per rifarle Lotte per solito che in tal caso nascono tra conservatori, e riformatori, e discussione de diritti degli uni e degli altri e delle contitigenti conseguenze di esse lolle Del perchè e del come il problema del governo e della sovranità è presso a poco insolubile a priori por l’umana sapienza Cardine della questione. Doppia natura dell'uomo Bisogni ed istinti numerosi della vita terrena, che non son fatti per ottenere la soddisfazione loro durante essa vita Motivo e fine occulto, e non troppo occulto, di ciò Applicazione di questa dottrina anche al particolare problema qui discorso E nondimeno non può dirsi che un qualche rimedio alla frequente imperfezione degli ordinamenti civili non sia dato in terra all’ umana specie. Ritorno, rispetto a ciò, a una quislione già altrove trattata Di quello che’ al popolo non ispella, e spelta, in fatto di governo e di sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta Principal fonte delle false opinioni che intorno a ciò corrono tra’ moderni Si torna all’esame della presunta distribuzione tra lutti del diritto competente a trattare e risolvere sì falle questioni ivi Una conseguenza ultima ed inevitabile di si falla dottrina è che la sovranità non obbligherebbe dunque che t ~ soli consenzienti, o piuttosto non obbligherebbe alcuno, e cesserebbe d’ esistere in altro modo, che come una cosa da giuoco ed assurda li altrettanto sarebbe di tutte le leggi Teoremi più veri eh’ io credo doversi sostituire alle opinioni dominanti delle turbe male istrutte. Proposizione Due parole su i governi assoluti Protesta Conclusione ed Epilogo Esortazione ai predicatori di rivoluzioni e di novità politiche Poche parole a’ Principi Indice ragionato Lin. CORRIGE Urliamo Gridiamo fili le ristampa con emendazioni edizione di lilosolia di buona tilosofia collaterali collaterali almeno prossimi in quella società in quel consorzio nipoti nostri nipoti nostri, e, se non di tulli almeno di (pianti più ci è lecito civil società civil congrega all'opposto per all' opposto (almen quanto alla linea privilegiala), tra pe’ fratelli poi-nati lTl pe cadetti quello dico quello dico pur mentovalo contechè alla breve ir società consociazioni son le difficoltà son difficoltà le propensioni le agevolezze pii uomini gli uomini senza rovinarsi Kit de' Babilonesi degli Assiri c clic e che se CONSIGLIO GENERALE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli.Vista la dimanda del Tipografo Marotta con che ha chiesto ristampare il primo volume dell’opera intitolata Opuscoli politici d’O. Visto il parere del Regio Revisore Capone. Si permetta che la suddetta opera si ristampi, però non si pubblichi senza un secondo permesso che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto essere 1’impressione uniforme all’ originale approvato il Presidente interino: Saverio j4 puzzo, ìl Segretario interino : Piktrocola. Nome compiuto: Francesco Orioli. Orioli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Orioli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ornato: la ragione conversazionale o dell’implicature conversazionali nella conversazione d’Antonino con Antonino – la scuola di Carmagna -- filosofia piemontese -filosofia italiana -- Luigi Speranza (Carmagna). Filosofo italiano. Carmagna, Cuneo, Piemonte. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza intesa soltanto allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la filologia, la poesia, la musica e con singolare amore le discipline metafisiche. Sii trasferisce a Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia sabauda. Tra le sue amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli Balbo. Dei concordi è insegnante di matematica nel collegio dei paggi imperiali, impiegato nella segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e successivamente professore presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai moti rivoluzionari e nominato da Santarosa Ministro della Guerra della giunta rivoluzionaria. Si rifugia in esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe amicizia con Cousin e la sua casa è frequentata da numerosi patrioti italiani. Ottiene di poter rientrare in Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le visite dei patrioti Pellico, Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino dove morirà e verrà sepolto nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode a Roma di Erinna, traduzione dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii e lettere inediti di Leone Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di ricercheo, Becchio Calogero, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ulteriori approfondimenti possono essere reperiti nei seguenti siti: Comune di Caramagna Piemonte, su comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione Culturale "L'Albero Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi abiti, nota qui e contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente dalla IMPRESSIONE che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a quello secondo che quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del lasciarci guidare unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in mente a caso, seguendo quelli che eccitano più la nostra attenzione. Due stati passivi, dove l’uomo non esercita punto la volontà nè l’intelletto, ma segue ciecamente, nel primo, il caso esterno, o nel secondo, il caso interno, cioè quella che è stata nomata di poi legge di associazione di due idee: due stati quindi dove l’uomo non ha scopo. Il primo de’ quali ha luogo nella vita puramente ANIMALE, e il secondo nel sogno. Quello, proprio del giovane troppo dedito al senso. Questo, del vecchio rimbambito. E quindi, dopo avere esortato sè stesso a fuggire il difetto del giovane si esorta a fuggire quello del vecchio. Il carattere che fa riconoscere il vecchio per rimbambito è il vaneggiare, cioè il parlar senza costrutto, ripetendo il già detto. Ma avverte sè stesso che l’uomo può essere rimbambito già anche quando non parla ancora senza costi itto, non vaneggia ancora in parole, se egli fa delle azioni senza costrutto, o vaneggia nelle azioni: il che ha luogo ogni volta che esse azioni non sono collegate tra sè, non hanno unità, cioè non sono riferite tutte ad uno stesso ed unico scopo. Questo lodare la compassione senza aggiungere con Epitteto che ella debba essere puramente esteriore e non di cuore, è certamente una contradizione al principio stoico. La compassione essere come tutti gli altri affetti un moto irragionevole dell’anima, e contrario alla natura, il saggio non essei'c accessibile alla compassione; una contradizione a ciò che è detto in questo medesimo §, dovere il saggio mantenere il suo genio interno netto da passione. Ma è una di quelle contradizioni magnanime per le quali IL CUORE corregge talvolta gli errori dell’INTELLETO. Sul punto particolarmente della compassione, come su quello dell’affezione verso gl’amici e i congiunti e verso tutti gli uomini e Antonino uno stoico poco fedele al principii della sua scuola, e segue piuttosto gl’accademici e i liceii, i quali insegnavano il sentimento della pietà essere il carattere distintivo delle belle e grandi anime; e quel detto di Focione, conservatoci dallo Stobeo: non togliete nè Voltare dal tempio y nè dalla natura umana la compassione. Fu in questa deviazione, almeno in pratica, dal rigore dell’antica dottrina del Portico Antonino e stato preceduto da altri romani illustri del PORTICO. Il che non potea non avvenire, perchè secondo un antico senario greco, il cuore soltanto del malvagio non è capace di essere ammollito. E però il severissimo CATONE minore, già deliberato in quanto a sè di morire, pianse, come narra Plutarco, per pietà di tutti quelli amici e concittadini suoi che eransi pur dianzi affidati ad un maro procelloso per non lasciarsi cogliere in UTICA da GIULIO (si veda) Cesare vincitore, come avea pur pianto alcuni anni innanzi per un fratello amatissimo, quando trovandosi esso CATONE minore al comando di una legione in Macedonia, alla novella che il detto fratello era moreute in Enos città della Tracia, salpa immantinente con piccolo e fragil legno da Tessalonica, contro l’avviso di tutti i nocchieri, per un mare tempestosissimo, E GIUNTO IN ENOS TROVA IL FRATELLO GIA SPENTO (Plut., vita di Catone). E pianse certamente TACITO, benché del PORTICO anch’egli, quando, dopo aver narrato come e vissuto e morto, non senza sospetto di veleno, Giulio AGRICOLA suo suocero, aggiunge queste patetiche parole. Beato te. Agricola, che vivesti sì chiaro e moristi sì a tempo. Abbracciasti la morte con forte cuore e lieto. Quanto a te, quasi scolpandone il principe. Ma a me e alla figliuola tua, oltre all’acerbezza dell’aver perduto un tanto padre, scoppia il cuore che non ci sia toccato ad assistere nella tua malattia, aiutarti mancante, saziarci di abbracciare, baciare, affissarci nel tuo volto. Avremmo pure raccolti precetti e detti da stamparli nei nostri animi. Questo è il dolore, il coltello al nostro cuore. Senza dubbio. o ottimo padre, per la presenza della moglie tua amatissima, ti soverchiarono tutte le cose al farti onore. Ma tu se stato riposto con queste meno lagrime, e pure alcuna cosa desiderasti vedere al chiudere degl’occhi tuoi. Fra le varie divisioni dei beni appo IL PORTICO, l’una è questa, che dei beni altri sono finali, altri efficienti, altri e finali insieme ed efficienti. I beni finali sono parte della felicità e la costituiscono. Gli efficienti solo la procurano. I finali ed efficienti insieme e la procurano e sono parte di quella. Del primo genere sono la letizia, la libertà dell’animo, la tranquillità, ecc. Del secondo, l’uom prudente ed amico. Del terzo, tutte le virtù. L’uom prudente ed amico è un bene efficiente, perchè muove con la sua dispozione razionale la tua diapoaizion razionale, cioè è occasione a te di buone azioni. E nello stesso modo è un bene di quel secondo genere ogni cosa, o sia pensiero o altro, che è occasione a te per camminare verso la perfezione. Di questo bene parla ora ANTONINO (si veda). Il quale, per l’esser solo efficiente, e non finale, cioè pel non essere accompagnato ancora da quel sentimento intimo di gioia perfetta che costituisce la felicità, non attrae invincibilmente il tuo volere; ed è necessario quindi, perchè operi veramente sull’uomo, che questi si sottragga da tutte le altre cose che ne lo possono sviare -- conferisci quello che ne insegna la teologia intorno alla grazia. E quando ANTONINO chiama questo bene razionale -- che è attributo generale del bene appo IL PORTICO -- il fa per opposizione al preteso bene dell’ORTO, che è sensibile. Seneca, epistola ultima. Chi riguarda il piacere come sommo bene – o OTTIMO --, giudica che il bene sia sensibile: noi il giudichiamo intelligibile. E più sotto. Non è bene dove non è ragione. Tutte queste cose e necessario notare per ìscliiarimento e conformazione del testo, dove la maggior parte dei cementatori ed interpreti ha voluto cangiare la parola efficiente in “civile” o vuoi “sociale” con manifesto danno del senso e del pensiero di ANTONINO. Dispensazione, in greco “eco-nomia”, vale generalmente governo della casa, amministrazione. E perchè molte cose si fanno pel governo della casa, le quali da per sè sole non si farebbero -- come per esempio il risparmiare certe spese perchè le sostanze famigliar! sopperiscano al mantenimento di quella -- quindi è stata applicata questa voce ad ogni cosa che si faccia con fine provvidenziale, benché sia di nessun pregio in sè od anche noiosa; come p. e. il gastigare i rei. È usata sovente IN QUESTO SENSO [O IMPLICATURA] dagli filosofi latini di tarda età, e del PORTICO ed altri. È tra noi disusata perchè è DISUSATO IL CONCETTO ch’ella esprime. Ma per provare la sua antica cittadinanza in Italia alleghera il passo seguente di Cavalca, l’ultimo dei citati sotto essa voce nel V. della Crusca (Medicina del cuore). Per divina dispensazione avviene che, per li pessimi vizi e gravi, grave e lunga tribolazione ed infermitade arda e salvi l’anima. Da una nota d’O. credo che, quando la scrive, inclina per l’interpretazione di questo luogo, a dar ragione a Xilandro contro i posteriori. Se non muta poi di parere, IL SENSO (O IMPLICATURA) DI QUESTA ESPRESSIONE con libertà di parole dovrebbe essere liberalmente cioè con liberalità di parole, o generosamente poiché così anche lo Xilandro intende lo £À6u0£.'iu)5 del testo. E con questo raccomandare la generosità nelle preghiere, ANTONINO intende di biasimare le preghiere che non mirano che all’interesse proprio di chi lo fa. E però loda quella preghiera degl’ateniesi, i quali, al dire di Pausania, soleno pregare non solo per TUTTA L’ATTICA, ma anche per tutta la Grecia. Auto nel senso peripatetico del Lizio e scolastico, è l’affezione costante deWente: e per quel carattere di costanza si distingue dalla disposizione che è variabile. Appo IL PORTICO è la forza o virtù (andreia) che mantien l’ente in quella affezione costante; o, siccome essi favellano, è spirito -- intendi aria -- che mantiene il corpo e il contiene. Perchè l’ente ò corpo appo loro. La mente dell’ universo, dice Senone, penetra per tutte le cose particolari e le mantiene e governa: ma non tutte nel medesimo modo: perchè nelle une si manifesta come abito -- pietre, legni --; nelle altre come natura -- intendi principio organico mero: piante, alberi --; nelle altre come anima -- principio animrle mero: bruti --; nelle altre ancora come mente e+ ragione -- anima ragionevole universale e sociale appo ANTONINO; uomini. Le cose governate dall’abito sono adunque i corpi dove non è altro principio costituente che il generale di corpo, dove per conseguenza non è altro carattere distintivo che quella affezione -- modo d’essere -- costante por cui sono il tal corpo anziché il tal altro. Sono la classe infima e generalissima di corpi, che noi chiamiamo inorganica. Nelle cose governate dalla natura, oltre al carattere generale di corpo v’ ha già il carattere d’organizzazione. Nelle cose governato dall’anima, oltre al carattere di cor poreità e di organizzazione, v’ha di più quello di animalità ecc. Le classi si van cosi ristrignendo e innalzando sino all’ultima, che ha per carattere la razionalità. In questo il testo è. in più d’un luogo corrotto, e verìsimilmente havvi anche qualche lacuna. Non potrei dire precisamente quali sieno le emendazioni seguite o fatte da lui, perchè una sua lunghissima nota sulle difficoltà di questo paragrafo, oltre che è piena di cancellature e in gran parte non intelligibile, è anche manchevole, essendone stato lacerato via, non so da chi (forse dall’O. medesimo per aver mutato parere), un mezzo foglio. Nel voltare in italiano io mi sono discostato il meno possibile dalle sue parole stesse e ho serbato inalterato il senso della sua interpretazione. Questo paragrafo, essendo corrotto in più luoghi, dei quali l’emendazione e inutilmente tentata finora, è diversamente inteso dagli interpreti. O. lascia scritto al principio di una lunga nota: Di questo veramente corrotto paragrafo non so che partito trarre. La sua interpretazione che io seguii nel volgarizzamento vuol dunque essere accettata con quella medesima riserva con che egli la propose. La parte che segue di questo paragrafo è assai guasta, e fors’anche mutilata. O. non la tradusse in alcun modo, riserbandosi di farlo quando avesse trovato una correzione che gli piacesse. Intorno a che lascia molte note. Nel mio volgarizzamento ho letto il testo come fu letto da Schiiltz, non perchè egli approvasse in tutto quella lezione, mna perchè non seppe trovarne una migliore. Il testo di questo paragrafo è corrotto, e chi corregge in un modo e chi in un altro, e chi ancora difendo la vulgata. Io ho seguito quella fra le molte e varie emendazioni, dalla quale parvemi almeno di poter trarre un senso chiaro. Poi sensori tutto il paragrafo conf. anche V, 33, e Seneca. More quid est? aut finis, aut transitus. Tutti gli interpreti che io conosco finora, compreso anche Gataker, il quale nondimeno si scosta dal vero meno che gli altri, pigliano qui il granchio (fan pietà Dacier o Joly che seguono ciecamente Gasauhono, come fa pure Barberini: iMilano poi è la stessa pecora sempre, Hoffmann erra men grossamente com Gataker), confondendo insieme, siccome fossero una sola cosa, la toù 3Xou (fùaiv e il ToO xóojjiou ’hys.u Qvixdv; quando anzi nella distinzione di queste duo cose è fondato il senso di tutto il paragrafo. La toO SXou qjvlcjis è la potenza creatrice o facitrice primitiva; lo •óyepwvixòv toO xóopiou è la potenza governatrice, dipendente da quella prima, generata, o formata da quella prima. Siccome la natura dell’ uomo forma l’iomo, cioè la mente dell’uomo non meno che il corpo; e la mente dell’uomo poi gOTema il corpo. Il senso adunque di tutto il paragrafo è questo. La natura dell’universo decreta, determina con deliberazione ragionevole il mondo, dandogli, per così dire, un corpo ed una mente. Ora, o questa mente, a cui è affidato il governo del mondo, segue la ragione (perchè la mente nel senso dello ìf£|jiovixbv può anche talora essere sragionevole). E allora tutte le cose che ella fa, sono quali le ha determinate generalmente dà principio la natura formatrice del tutto, sono involute in quella prima determinazione, sono conseguenza necessaria di quella prima determinazione, ecc.; ovvero essa mente non segue sempre la ragione, e allora essendo essa soggetta a capriccio, dove accadere che non solamente le cose di minor conto che ella fa, ma anche le cose principali sieno sragionevoli. Ma noi non veggiamo mai che nelle cose principali ella sia sragionevole. Dunque non può essere sragionevole nè anche in quelle di minor conto; dunque tutte le cose vanno secondo ragione. Godo di aver potuto deeiferare nel manuscritto d’Ornato e quindi trarre in luce la precedente nota (la cui redazione sarebbe certo migliore se l’ autore avesse potuto ripulire e pubblicare egli stesso il suo lavoro); perchè l’interpretazione e illustrazione contenuta in essa è ingegnosissima, naturalissima e confermata da tutto quello che conosciamo della fisica degli stoici. La natura universale (n toù óXov (pdcjts), la potenza facitricc o creatrice è il divino puro, il quale trae l’universo dalla sua propria sostanza, è l’unità assoluta senza distinzioni e diversità di parti, è la natura naturane; la potenza governatrice, la mente che governa il mondo (TÓrìysixovixóv toù xó^jxou), generata da quella prima, è all’incontro, nell’attuale diversità delle cose,' nella nauìra naturata, nel mondo propriamente detto e composto di anima e di corpo, è, dico, la provvidenza, l’anima di esso corpo. Al novero degli interpreti che frantesero questo § è ora da aggiungersi Pierron. Ed è tanto più da stupire che il sig. Pierron abbia egli pure sì mal compreso, in quanto che, avendo egli già prima tradotto la Metafisica di Aristotele, dovea essere sufficientemente versato nelle dottrine filosofiche delle principali scuole della Grecia. Quasi tutti i traduttori hanno franteso questo luogo, pigliando l’iwoia per intelletto ragione e traducendo quindi: vide ne intellectus hoc feraf.... il senso letterale, aggiungendo ciò che è sottinteso, è: vedi se la nozione (che tu hai di te stesso come uomo) soffre cotesto, soifre cioè che tu dica esser nato a goder dei piaceri. Pierron, seguendo l’ esempio di tutti i suoi predecessori, pigliò anch’egli Vhvo'.a per intelletto traducendo: vota a' il y a du bon aena à le prétendre. Colia bontà delle singole azioni vuotai procacciare di ben comporre la vita. Il testo e bravissimo. Talvolta troppo fedele alla lettera e studioso di conservare tutta la brevità dell’ originale, avea tradotto: ai vuol comporre la vita mettendo inaieme le azioni ad una ad una; poi comporre inaieme la vita accozzando le azioni ad una ad una; poi allogando le azioni ad una ad’una. Non credo che so avesse potuto ripulire e terminare egli stesso il suo lavoro, si sarebbe contentato di alcuno di questi tre modi, che tutti peccano di oscurità e di ambiguità. A costo dì essere men breve, io ho creduto di dover essere piò chiaro non solo in questa frase, ma in tutto questo paragrafo, svolgendo un poco il concetto dell’autore siccome io l’intendo. Quasi tutti gli interpreti frantendono. Nel novero degli interpreti che frantesero questo luogo comprendi ora anche Mr. Al. Pierron, che sdgue docilmente- Gataker e Schultz. L’errore sta nel legare Io i^’oioy ctv xoti up^rìae col ófUTw che precede; laddove si riferisce all’azione alla quale l’animale ragionevole tendea e nella quale è stato impedito. E ciò pare che abbia poi capito lo Schultz nella sua seconda edizione del testo greco, avendo egli posto una virgola dopo il óutù. Se tu vo/eafi ftema la debita ritterva, che da lei etesaa; cioè a dire: se tu volesti assolutamente e non a condizione soltanto che la cosa fosse possibile; questo atto della tua volontà fu veramente un male, perchè, come è detto altrove, l’ animai ragionevole non dee voler nulla che non sìa in poter suo, ed anche il bene relativo, non dee volerlo se non se condizionalmente, cioè in quanto sia possibile; rimpossibilità essendo per gli stoici sinonimo di non voluto dalla natura e dal destino, al quale il savio non dee ripugnare. Che se poi la cosa voluta da te fu una di quelle che non sono pur buone in senso relativo, e quindi il volerla fu un appetito, prendendo il vocabolo volere nel significato volgare, cioè un moto del senso, piuttosto che della volontà ragionevole; tu non ricevesti nocumento nè impedimento veruno: perchè tu non sei «erwo, ma bensì mento, ragione o volontà razionale, e come tale, in quanto operi secondo la tua propria natura non puoi essere impedito da nissuna forza esteriore. Così intendo questo luogo, così certamente è stato inteso dall’ Ornato (assai diversamente dagli altri interpreti che io conosco, Gataker, Schultz e Pierron, e questo senso ho procurato, di esprimere traducendo. O. lascia una breve nota a questo luogo, ma in essa non fa che avvertire le difficoltà del tradurlo, stante la povertà dell’italiano,comparativameute al greco, e scusare l’ oscurità e l’ ambiguità della traduzione tentata da lui. Di tutto questo paragrafo fa quattro tentativi diversi di traduzione, tutti laboriosissimi, come appare dalle molte cancellature e correzioni. In margine alla quarta od ultima prova scrisse: Sta qui fermo, perche farai peggio se cangi. Non fu quindi senza molto bilanciare che mi risolsi a fare io, come feci, una quinta prova, essendomi sembrato che il miglior partito fosse qui di tradurre letteralmente, e spiegare i sensi del testo nelle note. Ad illustrazione del senso stoico di tutto il paragrafo ricordiamoci priinierainente che secondo gli stoici: c Dio, considerato dal lato fisico, è la forza motrice della materia, è la natura generale, e r anima vivificante del mondo; considerato dal lato morale, è la ragione eterna che governa e penetra l’universo, è la provvidenza benefica, è il principio della legge naturale che comanda il bone e proibisce il male. Ricordiamoci ancora che l’aria, come uno dei due elementi attivi e parte essa stessa della sostanza divina, ò dagli stoici considerata come il principio della vita sensitiva. Dice adunque Antonino: non contentarti oramai di essere unito con Dio a quel modo solamente che sono uniti con lui gli esseri solamente sensitivi, cioè per mezzo della respirazione; ma fa’ ancora di unirti con lui a quel modo che si appartiene agli esseri intellettivi, cioè con cognizione e accettazione libera dello scopo che Iddio ha proposto all’accettazione libera di quelli. E però, siccome tu traggi dall’aria ambiento gli elementi della tua vita sensitiva, traggi ancora dalla ragione ambiente gli elementi della tua vita intellettiva. L’esistenza delle cose dissolvendotù (Tràvxa èv [xerai^oX-^. K«ì ocùrCg cù év ^'.r,v£xet à^.Xoicoasi, \at xaxa ti (JiOop^). Qui mi pare che fosse il caso di dovere assolutamente abbandonare la lettera e contentarci di esprimere il senso del testo, piuttosto che cercar di tradurne le parole, che non sono traducibili in italiano. L’Ornato avea detto: tutte le, cose vanno soggette a mutazione. E tu stesso ti alteri continuamente, e peì'^isci, per cosi dire. Ma egli non era contento, come appare dall’usato segno. E in vero che significa quel tutte le cose vanno soggette a mutazione f Significa, e non può significare di più, che tutte le cose possono essere mutate e lo saranno effettivamente quando che sia; ma ciò liou esprime quella condizione delle cose, per cui non hanno stato, o modo di essere che perduri pure un istante senza mutamento, che è la vera condizione delle cose secondo la filosofia di ANTONINO e voluta esprimere da lui. Chi dovesse tradurre questo luogo in tedesco, lo potrebbe fare, parmi, benissimo dicendo: Alle (Unge aind in unaufhorlichem anclera-werden; come si dice in werden non solo dai filosofi, ma anche nel linguaggio famigliare, quando di una cosa che non è ancora, ma si sta incominciando 0 si va facendo, si suol dire: Die Saehc iat noch ini werden. Ma la nostra lingua italiana non ha tutta la flessibilità del tedesco, uè sarebbe chiaro, uè permesso il dire in italiano: tutte le coae sano in un continuo mutarai. È una singolare coutradizione di Marco nostro e di altri del PORTICO poateriori il venir cosi spesso parlando con tanto dispregio della materia che aottoatà alle cose (tt,? ii7:oy.e'.[xi\rng uXin?, — A"edi anche YI, 13, e altrove). Il mondo è tuttavia per essi un animale perfetto e bellissimo, il cui corpo è la materia, e l’anima, Dio. Le rughe sul volto del vegliardo, le screpolature delle ulive e del fico vicini ad infradiciare, la bava del cignale ed altre sì fatte cose hanno pure una certa grazia e venustà, perchè il mondo è perfetto, e nulla è nelle suo parti che non conferisca alla bellezza del tutto. Perchè dunque ora tanto dispregio non solo per tale o tale altra parte, ma universalmente per tutta, la materia che sottosta, quando questa materia, che non è poi altro per gli stoici se non se il suhstratum indeterminato di tutto il contingente sensibile, è essa pure sostanza divina secondo la scuola? Intendi: « o tu voglia dire che il mondo sia stato formato di atomi. ed abbia quindi origine dal caso; o che sia stato formato di nature (essenze, entelechie, monadi), ed abbia quindi per origino l’ intelligenza, o la natura, che qui è sinonimo di intelligenza; questa cosa pongo io certa anzi tutto, come tratta dalla mia osservazione immediata, che io sono attualmente parte di un tutto governato da una natura. Con altre parole: o tu faccia venire il mondo dalla pluralità, o tu lo faccia venire dall’unità, ella è cosa di fatto che io ci ravviso attualmente una pluralità governata da una unità. Il qual metodo di filosofare, per cui, lasciata stare la disputa intorno all’origine delle cose, si viene ad esaminare la realtà attuale di esse; lasciato stare il lontano e mediato, si viene ad osservare l’ immediato e prossimo; lasciata stare la cognizione dedotta, si viene a far capo alla cognizione di fatto acquistata per osservazione; è solenne ad Antonino. Ricordi il lettore che appo stoici mondo, tutto, natura, Dio sono V sostanzialmente la stessa cosa, e però quelle che poco innanzi furono chiamate parti del tutto, qui sono dette della natura. Dìo, natura, mondo, tutto sono espressioni diverse che corrispondono a modi diversi di considerare una stessa cosa, e questa diversità è relativa alla mente finita dell’uomo che non può simultaneamente contemplare gli aspetti e momenti diversi delle cose, e non alla realtà obbiettiva. Quindi ò che le espressioni soprascritte sono non di rado usate runa per l’altra, poiché sostanzialmente significano la medesima cosa. Il mondo KÓrfixog), dice Laerzio, er DAL PORTICO considerato: 1® come causa 0 pbtenza informatrice di tutte le cose che sono {natura nuturans, i; t£ Xvtxfi, -ij ToO òlo\j q>0ai<é ), la quale, come artefice e informatrice di sé medesima, trae da sé stessa e informa tutte le coso con suprema saviezza e divina necessità, cioè secondo le sue leggi che sono quelle della ragione; 2" come la totalità delle cose informate e ordinate dalla potenza informatrice immanente in esse e governatrice di esse (dotta allora xòv Toù xd^fjLou) e quindi come l’opera vivente, il vivente organismo, o corpo organato da quella {natura naturata); finalmente come l’unità dei due, cioè dell’ organismo vivente e della forza organatrice e governatrice, in quanto l’uno non si distingue dall’altra se non se per la contemplazione della mente finita deU'uomo. Vedi i Prologo nell’edizione di Torino. Fa che tu vi sottoponga col pensiero di che io ragiono. Ho conservato tutte le parole della interpretazione dell’O., perchè non avrei saputo quali altre più chiare sostituir loro; atteso che io non son sicuro di intendere qui nè che cosa abbia voluto dire r O., nò che cosa Antonino. Ornato volea faro a questo luogo una nota; ma non la fece, e non trovo altro,, che si riferisca a questo luogo, ne’suoi manoscritti, se non se un cenno pel quale è indicato che egli lesse qui ò, ti risolutamente^ ove tutti gli altri, che io conosca, lessero &ti; e che egli intese r Ù7TÓ0OU diversamente da tutti gli altri interpreti. Gataker e Schultz che lo segue da vicino, non sono più chiari. Le quali tu apprendi»,, considerazione del tutto. Così O. svolge ed illustra la filosofia di ANTONINO espresso brevissimamente e, parmì anche, poco chiaramente nel tosto. Non ho mutato quasi nulla alla versione di questo paragrafo lasciata d’O., sia perchè ho motivo di credere che ne fosse già poco meno che contento egli stesso, trovando io questo paragrafo nettamente ricopiatom sia perchè non avrei voluto correr pericolo -- li alterarne benché minimamente il senso, trattandosi di un luogo che egli intese assai diversamente da tutti gli altri interpreti. Vuol dire che non bastano le impressioni buone che noi riceviamo per mezzo della sensibilità, le quali possono e sogliono venir cancellate da impressioni contrarie, ma ci vuole anche il lavoro deir intelletto che riduca quelle ad unità e le fermi cosi nel nostro spirito, formandone come un corpo di scienza. Non basta l’osservazione, l’applicazione dello spirito alle cose di circostanza, ma ci vuole ancora la contemplazione, l’ applicazione dello spirito alle cose permanenti, al generale immutabile. Solo col ridurre ad unità il moltiplice, a generalità il particolare, si possono radicare le cognizioni nell’ anima, la quale si compiace dell’unità, e quindi della scienza: compiacenza cui la semplicità del cuore dee far rimanere secreta naturalmente nel cuore, ma non artatamente celata; ed allora è l’anima veramente grave e soda e come chi dicesse, veneranda. Sul fine del paragrafo fa la enumerazione delle diverse categorie alle quali si dee riferire l’oggetto osservato. Questa nota d’O. che per le troppe citazioni del testo greco non può qui darsi che in parte, trovasi intera nell’edizione di Torino. Grecismo, per suole accadere. Non era possibile il tradurre altrimenti. Del resto vada a rilento chi per la sola ragione del non potersi tradurre sempre colla stessa voce una stessa parola del testo, accusa ANTONINO qui ed altrove di arguzia. IL PORTICO crede che, là dove è una stessa parola, debbe essere anche una stessa idea. Ed anche Platone (vedi il Cratilo) il credette; e il credette VICO (si veda): e tanti j altri il credettero: e noi il crediamo. Se quella idea generalissima che l’antichità avea attaccata al:p:?.eìv non si trova più annessa al nostro amare, ciò j non prova altro se non che il greco d’ANTONINO e l’italiano sono due lingue diverse. E sap evadicelo. Il passo di Platone è nel Teeteto dove parlando dell’ uomo filosofo liberalmente educato, dice, udendo egli lodare e magnificare un tiranno od un re, gli par di udire lodato e magnificato un pastore, perchè egli munga di molto latte; e l’animale cui pasce e munge il re, gli pare anche più ritroso e più infido di quello cui pasce e munge il pastore; nè men rozzo nè meno ineducato stima egli l’uno che l’altro, mancando ad amhidue il tempo per badare a sè, e vivendo il primo fra le mura della reggia a quello stesso modo che l’altro nella capanna sul monte. Del resto, il senso generale di tutto questo paragrafo, non bene inteso, secondo me, dagli interpreti, mi pare che sia: Tu dèi farti capace sempre pih cho tu puoi vivere da filosofo in questa tua corte come faresti in. quella tua villa .che agogni. Non incontri tu ad ogni passo esempi di quel che dice Platone: uomini che vivono nei palagi come farebbe un rozzo pastore in sul monte: ingolfati cioè quelli e questo nelle cure materiali del governo dell’armentoV E sottintende: se per costoro il palagio non è altrimenti che una capanna, non può ella con più ragiono essere la reggia per te come un ritiro filosofico? Gran ragione ha qui ANTONINO di raccomandare a sè medesimo anche ' questo genere di contemplazione, cioè a dire lo studio dei fenomeni, e delle maraviglie, come egli dice sapientemente, dell’organismo corporeo degli animali e deir uomo massimamente: perchè non è altro studio il quale possa per via più compendiosa e sicura condurre alla cognizione della infinita sapienza, e provvidenza infinita della causa reggitrice del mondo. Nè l’uorao può presumere di conoscere sè medesimo, sé non conosce almeno un poco di queste maraviglie, cioè come si formi, cresca, si conservi, si rinnovi e deperisca il suo corpo, quale sia la natura e il modo di operare della causa o principio a cui dehbonsi riferire questi fenomeni, quali le relazioni di questa vita organica del suo corpo con quella del principio che in lui sente, vuole, e pensa, e come possano questo due vite modificarsi fra loro scambievolmente. In vero chi aspira a conoscere sè medesimo, per quanto sia dato all’uomo di pur conoscere sè stesso, e non cura di conoscere un po’intimamente anche questa delle due parti di che si compone l’esser suo, porta gran pericolo di errare nel vano, e di prendere astrazioni por realtà, il che avvenne appunto ai filosofi del PORTICO, ignorantissimi di anatomia o quindi più ancora di fisiologia. Perchè uno appunto degl’errori fondamentali della loro filosofia, quello por cui mutilavano la natura umana escludendo da essa la sensibilità che riferivano al corpo come a cosa straniera all’ uomo propriamente, il quale per essi non e altro che ragione e volontà; questo errore, dico, è in gran parte da attribuire alla imperfezione delle loro cognizioni, ai loro errori circa la costituzione fisica dell’uomo e le relazioni in che ella si trova colla sua costituzione morale e intellettuale; o per dire più veramente, alla loro totale ignoranza dello leggi che governano i fenomeni dell’organismo corporeo dell’uomo, delle relazioni intimissime della vita di esso organismo corporeo con quella della mente, e della natura egualmente spirituale di ambidue. Questi versi sono d’Omero e sono dei più famosi nell’antichità, dei più spesso citati e ripetuti, imitati dai poeti posteriori; o però ANTONINO non li scrive per intero, ma solo quei brani che sono stampati in corsivo, bastando quelli a richiamare alla memoria i versi interi, alle diverse sentenze contenuto in essi alludendo egli poi nella parte seguente del paragrafo. Con questi versi GLAUCO, (opo aver detto magnanimo Tidide a che mi chiedi il mio lignaggio?, incomincia la sua risposta a Diomede, il quale, prima di accettare il combattimento con lui, aveagli chiesto qual fosse la sua stirpe. Io li ho tradotti letteralmente, giovandomi in parte della traduzione di Monti, la. quale, come nota a tutti i lettori, avrei volentieri dato qui inalterata, se in essa fosse più fedelmente espresso, e nell’ ultimo verso non interamente guasto il senso delle parole d’Omero. Il qual verso, voglio dire il 149\ è tradotto da Monti come segue: CosxVuom nasce e così muor: il che fa fare un falso sillogismo a Glauco, il quale secondo la traduzione del Monti, concludendo, affermerebbe dell’wo/ Ho ciò che dovea affermare delle schiatte umane, mutando, come direbbero i loici, nella conclusione il piccolo termine, che nella premessa minore- non era uomo ma schiatta o stirpe, come disse Monti. E pure il verso d’Omero ò chiarissimo. Questo strafalcione Monti non fa se, come quasi ignorante del greco, con tante altre traduzioni avesse saputo consultare quella mirabilissima, non solo per eleganza di stile ma ancora per fedeltà, precisione e chiarezza, del Voss, il quale in cinque bellissimi esametri tedeschi traduce letteralmente i cinque esametri greci. Anche Pope, sebbene i suoi lavori sui poemi d’Omero, tutto die pregevolissimi per altri rispetti, non meritino il nome di traduzione, non fa qui lo sproposito di Monti. Ed altri ancora potrei nominare dei nostri che con nobilissimo intendimento si diedero all’ardua impresa di recare nella nostra lingua italiana chi l’una e chi l’altra di quelle poche reliquie che ci rimangono della greca poesia -- dico poche rispetto a ciò che fu divorato dal tempo --; i quali avrebbero meglio inteso e meglio tradotti moltissimi luoghi se avessero potuto consultare, se non tutti gl’interpreti, cementatori ed espositori, almeno i traduttori tedeschi. Ma basta che io nomini il più valente, a parer mio, di tutti, Belletti, al quale, tranne forse una più intima notizia del greco, nulla mancava, non valor d’arte, non felicità d’ ingegno, a poter fare una traduzione perfetta, o prossima alla perfezione, dei tragici greci. E in vero, leggendo io le traduzioni di Bellotti e riscontrandolo diligentemente cogli originali, ebbi in moltissimi luoghi ad ammirarne la eccellenza, anzi direi quasi in tutti quei luoghi dov’egli capì abbastanza intimamente il suo testo e non erano difficoltà insuperabili a qual sivoglia traduttore. Ma anche in molti altri luoghi io ebbi a lamentare che egli pure non abbia saputo o potuto giovarsi delle eccellenti traduzioni fatte da* suoi predecessori alemanni. Nel solo Agamennone, che anche considerato in sè stesso e non come parte di una grande e sublime trilogia, è forse il più bel monumento della scena antica, e certamente il più grande di tutti per sublimità tragica, recondita filosofia, splendore di immagini e copia di alti e forti pensieri, quanti errori avrebbe evitati il Belletti, quante meno scempiaggini avrebbe fatto dire a quella grande anima e colossale ingegno d’Eschilo, so egli avesse solo potuto profittare della traduzione e dei Prolegomeni di Humboldt? Non dirò del libro di Welcker sulla Trilogia di Eschilo che forse non era ancora pubblicato quando Bellotti traducea l’Agamennone. Ed è tanto più da lamentare che a Bellotti siano mancati questi sussidi, quanto è meno da sperare che sia presto per sorgere un altro ingegno italiano, il quale possa fare quello che avrebbe potuto Bellotti. Ritornando al paragrafo di ANTONINO e al luogo citato d’Omero, è da notare come siffatti pensieri intorno al poco o niun valore della vita considerata in sè, e di tutte le cose umane e dell’ uomo stesso, così frequenti nei poeti ebraici; frequentissimi in questo scritto di Antonino e divenuti quasi abituali nei cristiani dei primi secoli, si trovino pure non di rado anche nei poeti greci più antichi, voglio dire in quelli delle prime e più splendide epoche della greca letteratura, sebbene i greci fossero un popolo di allegra immaginazione. Forse non dispiacerà al lettore il vederne qui raccolti alcuni esempi: nell’ Odissea la terra non nutre nulla di più infermo che l’uomo. Nell’ottava delle pitie di Pindaro Che siatn noi dunque o che non siamo f Leggiero veder d’ombra che sogna. Letteralmente la seconda parte. L’uomo è l’ombra di un sogno. Nel Prometeo d’Eschilo e non vedevi l’imbecille natura a vano sogno eguale onde è impedito il cieco umano gregge? Nell’Aiace di Sofocle, perocché veggo non essere noi, quanti viviamo, altro che larve ed ombra vana. Nel Filottete del . medesimo Sofocle, Filottete chiama sè medesimo: ombra di un fumo. Nella Medea di Euripide -- non ora soltanto incomincio a stimare tutte le cose umane come un' ombra, E vuoisi notare come appo i tragici ed anche appo i) lepidissimo Aristofane la parola effimeri, cioè quelli che durano un giorno, è spessissimo usata come sinonimo di uomini. A queste, o ad altre simili sentenze d’ antichi ed illustri poeti, le quali erano nella memoria di tutti gli eruditi del suo tempo, allude evidentemente ANTONINO con quelle sue parole: il più breve detto, anche di quelli che sono i più noti ecc., accennava poi per esempio quelli d’Omero. Questa nota e scritta in tempo che io, quasi appona ripatriato, e mandato a stare in un cantuccio al tutto vacuo di studi e di lettere (prendendo i vocaboli in un senso un po’ alto), e ridottomi a passare nella solitudine i pochi momenti d’ozio che r esercizio di un pubblico ufficio mi lascia, avea potuto, non saprei diro perchè, immaginarmi che il valentissimo Bellotti fosse già del numero di quei felici che più non vivono altrimenti sulla terra che per la memoria di opere egregie che vi lasciarono. Avvertito ora del mio errore, non cangio nulla a quello che ho scritto di lui; ma aggiungo l’espressione di un voto, che deve esser quello di tutti gli amatori delle buone lettere desiderosi di vedere vie più chiara e più grande la rinomanza di un nobilissimo ingegno: ed è che l’esimio sBellotti, come sta ora, da quanto mi dissero, rivedendo o migliorando il suo volgarizzamento di Sofocle, così possa egli poi rivedere ed emeudare quello ancora di Eschilo, il quale, a parer mio, ne ha maggiore bisogno; perchè quello, tranne forse alcune eccezioni, non pecca gravemente che nella parte lirica; laddove in questo trovai, 0 parvemi certamente trovare, molti luoghi da dover essere emendati non solo nella parte lirica troppo spesso non traducibile in italiano (come è intraducibile Pindaro, secondo che fu sentenziato anche da LEOPARDI non ismentito dal tentativo più audace che felice di Borghi); ma eziandio nel dialogo. Ella comjyie nondimeno..», si avea proposto. Mi sono scostato, anche nel senso, interamente dall’ Ornato, il quale avea tradotto: ella rende intero e compiuto quanto ella avea fatto fino allora; primieramente perchè il senso voluto esprimere d’O. non mi sembrava abbastanza chiaro; e poi, e principalmente perchè mi parve troppo grande licenza il tradurre per quanto avea fatto fino allora, il tò irpoTcOiv, il quale mi sembra qui usato nel senso il più ovvio del verbo “7rp.oT{6T)|ju”, che è quello di proporre, e così l’ intende anche lo Schultz contrariamente al’Gataker seguito d’O. Veggo bene le ragioni che possono avere gl’indotto a interpretare a quel modo. Ma non mi persuadono. Il pensiero di Antonino mi sembra chiaramente, l’anima razionale, la quale non si propone altro che di operare sempre secondo ciò che richiede il momento presente, e di aver caro tutto ciò che le interviene, come cosa voluta dalla natura, in qualunque istante le sopravvenga la morte, compie sempre interamente il compito che ella si avea proposto, e in modo soddisfacente a sè stessa; ella ha tutto ciò che potea desiderare, ha totalmente esaurita la sua parte come attrice sulla scena del mondo; e appunto il morire quando la natura lo vuole, è la conclusione, il compimento della parte a lei assegnata e da lei liberamente accettata nel gran dramma della vita universale. Bone avverte qui Gataker aver già Socrate usato il medesimo argomento per indurre Alcibiade a disprezzare la moltitudine, alla quale peritavasi di farsi innanzi a concionare: qual è, diss’egli, di costoro quegli che ti impaurisce? forse Micillo il ciabattieref Trigaió il conciatore f Trochilo il ferravecchio? ora non sono costoro quelli dei quali si compone l’adunanza del popolo? Che se non temi di favellare a ciascuno di essi separatamente, che è dò.che ti fa timido a parlar loro riuniti insieme? Il ragionamento di Socrate era giustissimo applicato ad una moltitudine di popolo riunito, e avrebbe anche potuto ricordare ad Alcibiade l’antico detto di Solone ai:li Ateniesi conservatoci da Plutarco: preni ad uno ad uno »iete tante volpi; riuniti insieme siete tanti allocchi. Ma il medesimo ragionamento applicato allo cose di cui parla Marco nostro non ò molto concludente. E una melodia, per es., come qui avverte opportunamente Pierron, è qualche cosa di più che una semplice successione di suoni, e Antonino dimentica di considerare ciò appunto per cui le note musicali hanno potenza da commovere l’anima sì intimamente. Avverta il lettore che idea tragica fondamentale ai poeti greci era la lotta infelice della volontà e liberta morale dell’ uomo contro l’ inflessibile necessità; o per dir più veramente, quella fatale retribuzione di giustizia che risulta inevitabilmente alla vita umana dalle leggi necessarie dell’ordine morale. Perchè quella necessità che non era punto upa cosa cieca secondo gli stoici, apjio i quali il /«<o non era altro che la concatenazione delle cause secondo le leggi della natura, cioè della ragione e quindi della giustizia; quella necessità, dico, non era punto una cosa cieca neppure nella mente dei poeti: sendo che a Nemesi figlia appunto di essa necessità e particolarmente incaricata di vendicare i delitti e rovesciare le troppo grandi e- immeritate prospérità, a Nemesidico, e alla Giustizia (5“tx-ri), che erano i due concetti più puri fra tutte le divinità immaginate dall’ antico politeismo, il semplice, ma sublime buon senso dei Greci riferiva tutto ciò che risguarda il supremo governo del mondo. L’idea dunque della giustizia era congiunta con quella della necessità sebbene in modo diverso, anche nella mento dei poeti, come in quella degli stoici. Cho se Antonino non fa qui esplicitamente alcuna allusione a quella retribuzione di giustizia, che era l’elemento morale della tragedia greca, ma solo allude alla inutilità della lotta contro alla necessità, e sembra così impicciolire l’idea nobilissima dell’antica tragedia; egli è perchè questa inutilità intendeano gli stoici e i poeti allo stesso modo, e quasi esprimevano colle medesime parole; laddove intendeano in modo diverso quella retribuzione: e non erano forse i poeti quelli clie la intendeano in modo men vicino al vero. Benissimo Gataker ricorda qui alcuni detti memorabili di Pocione, conservatici da Plutarco, ai quali alludea probabilmente Antonino in questo luogo. Già condannato a morte per giudizio iniquo de’ suoi cittadini, in proposito. di uno che non ristava dal dirgli villanie, disse Focione: non sarà alcuno che faccia costui cessare dal disonorar «è medesimo? E già vicino a morire, questa sola ingiunzione fece al figliuolo: dimenticasse il fatto ingiusto degli Ateniesi. Quanto alle parole che seguono di Marco nostro: mpposto che non e in fingenac, non debbono esser prese come, espressione di nn sospetto nel caso particolare di Focione, ma bensì in un senso generale, quasi dicesse Antonino con istoica riserva, non bastar sempre le parole a dar certo fondamento a un giudizio sulle disposizioni interne dell’animo altrui, nè doversi mai fingere, neppur quando il fingere potesse giovare a bene edificare gli uomini. Da stólto (à|*vu/jiov). Traduce inìquo, seguendo Schultz che tradusse iniquum. Ma non e ben risoluto di aver bene interpretato quello “ayvofxov,” come appare dal consueto segno. E veramente non parmi che lo ayvcofjLov possa esser preso in questo senso, sebbene abbia quello ingrato, disleale, disamorato. Il senso più ovvio di questo aggettivo è privo di senno, stolto, inavveduto, e parmi che 41 1 reo Aurelio questo senso quadri benissimo in questo, luogo, meglio che non faccia quello di inìquo. Dopo aver detto ANTONINO essere da pazzoy cioè a dire da stolto, il volere che ì malvagi non pecchino; aggiunge che lo ammettere in tesi generale ed assoluta, poiché non si può fare altrimenti, che essi debbano di neces- sità peccare, e il volere ad un tempo che essi facciano una eccezione a favor tuo, è cosa non solo às. stolto ma anche da tiranno: da stolto perchè l’eccezione, anche di un solo caso non è possibile ai malvagi;.da tiranno perchè vuoi esser distinto e che ti si abbia maggior rispetto che agli altri uomini. Anche Gataker intende 1’ àyvwi^ov così; iPierron segue lo Schultz. Parole di Epitteto malissimo interpretate da Pierron, che riferisce l’àiro OavTi al padre, quando deve essere riferito al figliuolo, corno fece O., seguendo Gataker e Schultz. La medesima sentenza si trova anche nel Manuale del medesimo Epitteto con parole poco diverse, e fu benissimo tradotta dal Leopardi. Se tu hacer<fi per avventura un tuo Jigliolino o la moglie, dirai teco stesso: io bacio un mortale. Manuale, Tutto è opinione. Il lettore com- prenderà facilmente come il senso stoico di questa frase, tante volte ripetuta da Marco nostro, è al tutto alieno da quello della famosa sentenza del sofista Protagora: V uomo è misura di tutte le cose. La sentenza del sofista si riferiva ad ogni cosa, alla verità obbiettiva, alla moralità come alla sensibilità, e tendea quindi a distruggere la possibilità' di ogni cognizione teorica, la morale come la religione. La sentenza di Antonino al contrario, il quale, per un errore direi quasi magnanimo, riduceva, seguendo gli stoici anteriori, tutta l’essenza dell’ uo- mo alla ragione e alla volontà ragionevele, non si riforisce ad altro che alla sensibilità, cioè ai piaceri e ai dolori di cui essa sensibilità è soggetto. Intendi raziocinio nel senso proprio dei loici, cioè facoltà del sillogizzare, operazione propria dell’intelletto; e nota qui il carattere esclusivo del Portico, il quale considerava e stimava un nulla, non che la sensibilità ma l’in- telletto stesso, a paragone dei buon uso della volontà, cioè della moralità della ragione. Traducendo ho usato il vo- cabolo raziocinio piuttosto che intelletto, perchè in italiano il senso della parola intelletto può essere troppo facilmente confuso con quello di ragione, la differenza fra i due non essendo così ben determinata nella nostra lingua, come è fra i due corrispondenti tedeschi Verstandnis e Vernunft. Nome compiuto: Ornato. Keywords: implicatura, Antonino, ad seipsum, ricordi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ornato” – The Swimming-Pool Library.

 

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