GRICE ITALO A-Z O ORI
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Oribasio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Marte, o la scuola di Giuliano -- Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma) Filosofo
italiano. Giuliano’s
personal philosopher. He shares Giuliano’s enthusiasm for paganism. His
treatises survive, as does paganism – “Only you shouldn’t use that vulgar
adjective,” as Cicerone says!” – H. P. Grice.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orioli:
l’implicatura conversazionale nella logica della monarchia romana – i sette re –
la scuola di Vallerano -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Vallerano). Filosofo italiano. Vallerano,
Viterbo, Lazio. Grice: “Only in Italy, a philosopher, rather than a cricketer,
is supposed to take part in a revolution and write a book about his shire!” -- Fondatori
della Repubblica Romana. “De'
paragrandini metallici” (Milano,
Fondazione Mansutti). Il padre, medico, lo condusse a Roma, dove si laureò
brillantemente. La professione non lo attraeva molto: lo troviamo, infatti,
professore di filosofia nei seminari e nei licei dell'Urbe. Da Roma si trasfere
a Perugia, dove si laureò. Insegnò a Bologna. Partecipò con gli allievi
all'insurrezione delle Romagne; successivamente fu eletto membro del governo
provvisorio di Bologna, che fu sciolto in seguito all'intervento militare
dell'Austria. Tentando di mettersi in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia
con un altro centinaio di rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale
viaggiava venne catturato dall'allora capitano di vascello della marina
austriaca Francesco Bandiera (padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio)
e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco
dopo venne liberato, forse per mancanza di risultanze gravi sul suo conto.
Iniziò così l'errare, costretto a fuggire da terra in terra, inneggiando sempre
all'Italia unita. Fu professore di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles
insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove tenne un corso dnell'università della
città. Quando Pio IX concesse l'amnistia, poté tornare a Roma, dove tenne la
cattedra di archeologia. Le sue attitudini per il giornalismo non attesero
molto per farsi notare, e così fondò un periodico politico che ebbe però vita
breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al parlamento della Repubblica Romana.
Quando il governo pontificio fu restaurato, in riconoscimenti dei suoi meriti,
fu nominato consigliere di stato. Pubblica molti saggi di filosofia. Tra i più
famosi sono da menzionare “Dei sette re di Roma e del cominciamento del
consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi italiane e l'arte di comporle”
(Roma). Prese parte alla polemica sui sistemi di prevenzione contro i fulmini e
la grandine, che coinvolse anche Bellani, Beltrami, Demongeri, Lapostolle,
Normand, Majocchi, Contessi, Molossi, Nazari, Richardot, Scaramelli, Tholard e
Volta. Le compagnie assicurative usarono questi studi per valutare rischi e
premi per i campi agricoli. Riconoscimenti Il comune di Vallerano lo ha
onoratocon l'intitolazione di una delle vie principali del borgo antico, quella
del Teatro comunale, e con l'apposizione di una lapide commemorativa sulla facciata
della casa in cui lo scienziato nacque. A Viterbo un Istituto Statale di
Istruzione Superiore -che comprende il Liceo Artistico e diversi indirizzi di
Istituto Professionale, A. Ghisalberti, nella voce della Enciclopedia Italiana,
vedi, riporta queste date di nascita e morte, A. Ghisalberti, Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fondazione Mansutti,
Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M. Bonomelli,
schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F. Mansutti. Milano:
Electa, Polizzi, Alla ricerca dello «specioso» e dell’«insolito». Leopardi,
«Lettere Italiane», Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. -- rità assai leggieri, e, se grandemente non
m'inganno, assai consentanei alla ragione, de'quali ho stiinato aver bisogno,
l'enunciazione de'puri fatti che costruiscono l'istoria della dignità regale
nella città de’ sette colli, ha dovuto essere da me corretta, e ridottasotto la
forma seguente. La successione al trono mai non appartenne in Roma a figliuoli
maschi de' re precedenti. Essa appartenne sempre a' generi loro, quando ve
n'ebbe di viventi -- Numa, Servio, Tarquinio il Superbo. Lo sposo della
figliuola Maggiore e a tutti gl’altri preferito -- Servio. Quando i generi sono
morti, la successione passa ai primogeniti del primo genero -- Tullo Ostilio,
secondo la mia correzione della leggenda che lo concerne; Anco Marcio. Quando
si tratta di DUE RE, in luogo di un solo, e di quella magistrature binaria ed a
vita che si surroga ne primi tempi alla dignità regia, parimente non si
rinunzia a queste medesime regole, e se non trovansi due generi che potessero
elevarsi al potere supremo, si'elevano egualmente a quello, secondo l'ordine
legale DUE FIGLI DI GENERO --- REMO E ROMOLO -- Bruto e Collatino. La
figliastra del re e equiparata alla figlia nel dritto di dare il trono al
marito, o a’ suoi discendenti maschi, in un tempo in cui probabilmente figlie
proprie non esistevano -- Tullo Osti. Quando non v'hanno, nè generi, nè
figliuoli di generi, il trono passa a’ nipoti che s'a mò riguardare, in sì
fatta contingenza, come legittimi eredi de’dritti degl’ascendenti loro -- Tullo
Ostilio, se si preferisce l'ipotesi, nella quale egli è NIPTE D’UNA FIGLIA DI
ROMOLO -- maritata ad Osto. Fuori della serie deʼre, o de 'magistrali che ne
tenner le veci, tra gli stessi pretendenti che, senza ottenerla, dimandano la
dignità suprema, uno di quelli, de' quali l'antichità ci ha trasmesso la
memoria, è stato ugualmenle un genero di re -- Numa MARCIO -- ; due altri,
ne'quali' non ci è dato riconoscere questa qualità, non hanno dimandato il
trono per le vie legali ma cercarono d'ottenerlo con un delitto -- i figliaoli
d'ANCO --; due di che solo si parla presso Plutarco se si ricusi di considerare
l'Ersilia dalla quale discende, come FIGLIA DI ROMOLO, e se si rispetta la
tradizione, secondo la quale l'ultim re non è che il patrigno o al più il padre
adotetivo della SECONDA ERSILIA. In un caso, nel quale il capo supremo non potè
far valere il dritto di successione alla sua dignità negl’eredi maschi delle
sue figliuole, ne in altro modo potè effettuare la trasmissione della suprema
autorità per via d'altre donne sue discendenti, almeno tramanda il suo grado
nell'erede necessario della moglie – BRUTO rispetto a LUCREZIO TRICIPITINO, suo
successore nella pretura massima, o vogliam dire nel consolato. Quando non vi
furono eredi quali che si fossero di lato di donna, il trono, sempre messi in
non cale i maschi, ricadde in una persona estranea, cioè non legata di
piirentela colla famiglia reale -- Tarquinio Prisco. Quando, non ostante
l'aversi eredi legittimi per parte di donna, una persona estranea consegue la
dignità regia, ciò avvenne contra il dritto, per la forza dell'armi: Tazio. Non
altra è l'espression' rigorosa de' fatti, cosi come sono riferiti dagl’antichi,
o come io dovetti correggerne la sostanza e l'enunciazione, secondo le regole
di una critica, se posso dirlo, in nessun modo 'temeraria.' Le mie autorità, i
miei ragiovamenti, non sofferirono contraddizióve ne’loro particolari, eme
nechiamo felice. Si volle solamente avvertirmi che nel mio sistema sono alcuni
fatti dubbiosi, e ricavati per conghiettura. stato . co: Voleso e Proculo, sono
stati proposti senza gran fatto fermarsi sopra la proposizione; non hanno preso
sul serio la lor qualità di candidati, e sembrano avervi rinunziato essi
stessi; finalmente sono messi innanzi in un tempo nel quale tutto che concerne
le leggi relative alla successione regia era evidentemente suggetto di controversia,
e dispuldvasi intorno alle basi stesse di questa parte della costituzione
organica dello Io risposta, io vi ho presentato l'analisi, per così dire più
condensata, delle tradizioni; lebo prese da prima quali si leggono; mi sono per
'messo unicamente qualche volta. o. Spesso la successione al trono in Roma s' è
fatta contra ogni principio d'equità, d'utilità, e di convenienza reciproca de'
cittadini. Perchè -- per qui contentarmi d' un solo esempio il quale abbraccia
un lungo periodo d'anui -- non certamente a vantaggio del partito latino, o di
quel deʼ sabini, sotto la dinastia etrusca, la dignità regia resta sempre nella
fazion toscana. Grice: “Orioli
philosophised on many topics. To Italian philosophers, who are OBSESSED, during
their unstable political history, with political philosophy, his ‘research’ on
the consulate proves helpful. He notes that Romolo had no son – so who to
succeed him? Other than that, he was almost shot (Orioli, not Romolo) after
trying to oppose what he called the Roman theocrazy – or theocracia – For
Orioli there are various cracies: theocracia, democrazia, TIMOcrazia, and
ARISTO-crazia. PATRIZIO VITERBESE; CONSIGLIERE ORDINARIO
DI STATO DI 3. S. P. DI M. MEMBRO DEL COLL F1LOSOF. DELLA UNI V. DI ROMA, PROF.
DI STOR. ANT. ED ARCHEOLOG. NELLA STESSA UNIY fclA* PROF. DI FISICA NELLA UNIV.
DI BOLOGNA CC. CC. MEMBRO CORRISPOND. DELL* A. SC. MOR. E POL. DELL’lSTIT. DI
FRANCIA, ACCAD. BENED. DELL’ ISTIT. DI BOLOGNA, UNO DE'TRE SOCI ATTIVI DELLA
CL.DI LETT. DELLA REALE AC. DI SC. E LETT. DI PALERMO . SOC. ONOR. DELLA IMP. E
R. AC. DI SC. E LETT. DI PADOVA. SOC. CORRISP. E R. IST. LOMBARDO DELLE SC. DI
MILANO E DELL* IMF. E R. IST. DI VENEZIA, DELLA AC. DELLE SC. E LETT. DI
TOAINO...E DI MOLTISSIME ALTRE ACC. DI FRANCIA, GRECIA, E ISOLE IONIE, NAPOLI E
REGNO, ROMA E STATI PONTIF., FIRENZE E TOSCANA, LOMBARDIA CC. CC. CC.M l' ì(? 0
POLITICI j\r rro vjl Con giunte dell' A. NAPOLI STAMPERIA DEL KIBRENO. Faites, mon garcon, faites,
ré{K>nd lo vìeux radicai, et dites-leur aussi à ces hotnwes qui ont cbassé
et. ..et tous ceni qui ont osé ex printer un mot de se ns commun et d'humanité,
qui lapident Ics prophètes et éteignent l’esprit de Dieu, qui aiment le
mensonge, qui pensent ameoer le rógne de l’atnour et de la fraternité aree des
piques, des bouteilles de vilriol, aree le meurtre et le blaspbéme, dites-leur
à eui et à tous ceux qui pensent comme eux qu’un vieillard...dont les ebeveux
ont bianchi au Service de la cause du peuple..., qui contempla lecraquement des
nalions en g'3 et qui entcndit les premieri cria d’tm monde au berccau, qui,
lorsqu’il était encore un enfant, vit venir de loin la liberté et qui se
réjouit en la voyant comme devant une fiancée, et qui pendant soixante pé
nibles années, l’a suivie à travers les soliludes ; - diles - leur que cet
homme leur eovoie le deraie r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur
qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur r message qu’il
envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs
convoitises et de leur r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur
qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur s passioni, les
esclaves du premier coquin venu à la laogue retentissante, du premier charlalan
veuu qui dorlote leur opinion pcrsonnclle ; dites-leur que Dieu les frapperà,
Ics fera renlrer dans le néa nt et les dispenserà jusqu’à ce qu’ils se soient
repentis, qu’ ils se soieot fait des coeurs purs et de nobles ames, et qu'ils
aieut relenu les lecons qu’il s’ efforce de leur donner depuis quelque soixante
ans ; dites-leur que la carne du pcuple est la cause de celui qui créa le
peuple, et que le malhcur toinbera sur ceux qui prennent les armes du diablc
pour accomplir l’ceuvre de Dieu ? » Sandy
Mackate nel Romano Alton locke di Kingsley Revue des deux Mondes. DUE PAROLE A
CHI È PER LEGGERE Stampo ancora una volta, cedendo alle lusinghevoli istanze di
parecchi amici miei, questi Opuscoli, a' quali m’è altresì parulo bene d'
aggiungere qualche annotazione nuova dove V argomento s embravami o richiederlo,
o meritarlo. Certo, che, s'io pongo mente, non alla benigna accoglienza
soltanto, la quale a essi Opuscoli fecero que' che m' onorano da lungo tempo
della loro pregiata amicizia, e le mie povere cose hanno abito di giudicare con
molta indulgenza, ma sì a quel che altri, a me per lo addietro ignoti, o,per
fermo, non congiunti d' alcun vincolo di antecedente amistà, ne scrissero ne'
giornali, o con private lettere me ne significarono, io debbo tenermi come
bastantemente ricompensato della quale che siasi fatica durata nel comporre le
pagine che qui appresso seguitano. Tra coloro che più contribuirono alla buona
fortuna della mia impresa ho debito di noverare principali i dotti e benemeriti
scrittori del Giornale che ha titolo — Civiltà Cattolica — E so la mina degli
sdegni a’ quali questo atto di franca gratitudine è per metter fuoco nel campo
nemico, poiché campo nemico non manca. Ciò non mi sarà impedimento al fare
lealmente il mio dovere di render loro pubbliche grazie. II Giornale — la
Civiltà Cattolica — è a troppi, e in troppe sue parli un osso non poco duro da
rodere. Nel difetto d' argomenti logici, si può a libito dirigere contro al
valoroso drappello de' dieci o dodici campioni che vi brandiscono
cotidianamenle la penna, batterie, da ogni lato, di que’ pessimi argomenti
rettorici, che si chiamano, in arte, argomenti ad odium, e ad invidiam :
resisterà però illeso ed invulnerabile agli strali spuntati de' loro sarcasmi,
come le legioni romane restavano salde ed immote agli urli co' quali i barbari,
nella loro impotenza, tentavano spaventarle. Quando si sarà detto e ridetto,
facendo l’ alto dello scherno e del vilipendio. È opera dei rugiadosi che si
sarà provato con ciò ? Si sarà lasciata una prova di più della misera e
svergognata dialettica del nostro secolo, rotto a tutte le perversità, ed
avvezzatosi a dare alle villanie valore di ragioni. Tornando al mio proprio
libro, censure fino ad ora, le quali valgano la pena d’ una speciale risposta,
non le ho vedute, nè udite. Sunt quibus in dictis videar nimis acer, et ultra
Legem. e, rileggendo a mente fredda, conosco l' acrimonia di certe espressioni,
la qual forse sarebbe stato meglio tem perare un po' più. Tuttavia, ben
ponderata ogni cosa, ho creduto dover lasciare tutto come stava ; e ciò, in primo
luogo, perchè questa in somma è una ristampa, la qual non dee mentir al suo
titolo ; in secondo luogo, perchè, al postutto, muri può dire che, contro ad
alcuno singolarmente, abbia combattuto e combatta con armi ripassate alla còte
samia. Il mio proposito fu ed è, non di fare duelli, ma battaglie. Le persone
io le ho sempre rispettate e le rispetto, perciocché ho voluto, e voglio, esser
libero ( ed esco ornai dalla metafora ) di trattare /’ errore pervicace e
spavaldo con tutta quella severità ed austerità di forme eh' et merita, e che
un uomo,, il quale ha sentimento di sua dignità, rifugge dall’ adoperar contro
all’errante. L’errante è, quanto alla carne ed allo spirito, consanguineo e
fratello nostro. Niun può sapere s'e i non sia più presto un fanatico ed un
illuso, che un perverso, od almeno un gran perverso. Ha sempre diritto al fare
in sé rispettare la santa emanazione del soffio divino ricevuto, od ereditato,
nella fronte. È sempre la creatura celeste, che, se cadde, può rialzarsi, e
che, quand’anche, per propria colpa, è in terra, e più al basso che in terra,
esser dee per noi, più ancora subbietto di compassione, che obbietto di
collera. Ma V errore staccato dalla persona, l' errore lasciato in tutta la sua
schifosa nudità, non ha diritto ad alcun riguardo, e vuol essere trattato senza
discrezione, senza misericordia. Quanto a colui che avendolo in sé incorporato,
sé da quello non distingue, ed a sé stima dette le ingiuriose parole, che
quello solo feriscono, tal sia di lui. Più di cosi non aggiungo. E forse non
era nè manco necessario dir così : tanto più, che, nell’ antica prefazione, ciò
stesso, comechè più brevemente, aveva significato. 1 discreti perdonino.
Gl'indiscreti riconoscano che queste ciance premesse per lo meno non hanno il
torto della prolissità. wmmm PARERE D’ UN AMICO INTORNO 11 MIO SAGGIO Ho Ietto
attentamente la prefazione, e le due dissertazioni vostre. Io credo che abbiate
ragione. Avete però del pari prudenza? II mondo è oggi troppo malato. Certe
verità dette con durezza qua e là soverchia fanno l’effetto del dito
stropicciato sulla piaga viva. Il meglio che vi possa accadere è di non esser
letto. Se leggeranno, le grida saranno alte .... terribili. Perchè stuzzicare
il vespaio? Ciò non è degno della vostra vecchia esperienza. Il passato non vi
basta? Pensateci. RISPOSTA Ho pensato e stampo la prefazione, e le
dissertazioni. Le considerazioni che mi schierate innanzi hanno molta verità,
ma non mi rimuovono dal mio proposito. La prudenza ! - Sta ottimamente. La
prudenza è però spesso il soprabito della vigliaccheria ; e in questo caso non
è niente altro che un belletto dell’egoismo. Per non incorrere nel male proprio
.... per non turbare la propria pace per non tirarsi addosso disturbi o peggio
.... per non guastar, come suol dirsi, i fatti suoi, s’ban da lasciare, senza
darsene per intesi, le menti umane sempre più travolgersi, le opinioni sempre
più corrompersi, certa gente accrescer la pervicacia nell’errore, e propagarlo
a tutto potere. Sentendosi bollire in corpo la verità utile, ed affacciarlasi
alla bocca, s’ha da ringhiottirla, o sputarla ( scusate la parola ) nel
fazzoletto e poi rimettersela in tasca, quand’anche s'è persuasi, che a
gittarla là alla palese sarebbe bene ; che questa verità messa in pubblico
sgannerebbe alcuni r eh’ essa suonerebbe alto all' orecchio d’altri, e
servirebbe a svegliarne il coraggio addormentato, o gioverebbe almeno a restare
come testimonio a’ futuri che v’è, pur tra noi, qualcuno, il quale ricusa le
complicità, protesta virilmente contro alle cattive e rovinose dottrine, se ne
sdegna com’è il suo debito, ed è disposto a mostrare, che chi sproposita e
minaccia scompigli e rovine, invano si confida d’avere il monopolio della
franca ed ardita parola. Io vi ringrazio, caro amico: ma voi m’amate troppo.
Non pensando, che al mio privato materiale vantaggio, avete dimenticato a mio
prò il resto del mondo. Io sento d’ amarmi men di quel che voi mi amate.
Intendo benissimo, che scrivere com’ io scrivo, è prepararsi disgusti e forse
peggio. Ma considero ch’io son vecchio, e nell’ ordine naturale poco ancora mi
resta a vivere. La mia povera e caduca persona non è ornai di tal prezzo che
siavi interesse per me a risparmiarla. È lungo tempo da che ho perduto il sapor
delia vita, e che le sue dolcezze non mi fanno gran gola, nè le amarezze grave
offesa al palato. La lode è un amo che non mi passa la pelle. Il biasimo ( dove
creda non meritarlo ) è un’ortica che non mi punge. La minaccia è contro a sì
poco che a tenerne conto è una miseria. Di me sarà quel che piace alla
Provvidenza. Nella minuzia di tempo che a vivere mi rimane, vorrei pur fare il
bene nella maggior misura che posso, a qualunque mio costo. E poiché il
pubblicare queste mie carte mi sembra, che o in una guisa o nell’altra qualche
bene possa recarlo, perciò le pubblico. Al mio male quale che siasi, dunque,
non ci badate, com’io non ci bado. Fate conto ch’io sia soldato. Sarebbe pur
bella che al soldato si consigliasse di pensare alle ferite, alle quali
battagliando s’espone ! Per altra parte, a me tocca ricomperare il tempo
perduto, ed affrettarmi a farlo. Troppo mi dorrebbe il lasciare di me tal
memoria in questo mondo che dia giusto diritto a suppormi quale certe
antecedenti particolarità della mia vita possono aver fatto credere ch’io mi
sia. Non nego, e sarebbe ridicolo il negarlo, d’avere avuto anch’io le mie
politiche illusioni ( certo però non quelle di gran lunga, le quali oggi
corrono il mondo, e sono in gran favore presso tanti ). Sento il dovere di far
conoscere a qualunque prezzo ch’io non sono mai stato da confondere col più de’
cosi detti liberali d’ oggidì, e che istruito ornai ioti all’ esperienza, non
sono nemmen da confondere con quell’io che già fui, e molte mutazioni ho in me
fatto. Costi ciò tutto che s’abbia da costare al mio amor proprio, voglio che
Io si sappia. Gli altri posson tacere ; io non lo posso, nè Io debbo. E so che
dirassi da taluni ch’io adulo que’che regnano. Veramente crederei che tutta la
mia vita passata m’avesse da essere scudo contro alla bassezza di questa accusa
; tanto più che quegli stessi i quali la daranno (dove tuttavia questo
ardiscano ), dovrebbero ricordare, se quando essi regnavano pur testé, io li
adulava. Sarebbe avere aspettalo un po’ troppo tardi a mutar natura. Ma voi
dite eziandio, che il mondo è troppo malato, e che le sue piaghe non vogliono
esser toccate com’ io qua e là le tocco, senza molta discrezione. Caro amico !
la vostra seconda proposizione distrugge la prima. Se accordate che la malattia
del mondo è grave, pretendete voi di curarla coll’acqua di gramigna? Eh si: vi
son medici che non curano le malattie, ma si contentano di guardarle. Se morte
sopravviene, tanto peggio pel malato. Il medico se ne lava le mani. Io non sono
di questa scuola. Vi sono piaghe che han fatto il callo, evoltano tutta la
malignità aldidentro;ed allora l’arte insegna di trattarle col caustico. Si fan
cerimonie, e si risparmia la sensibilità quando il male é leggiero; e questo,
per vostra confessione, non è il nostro caso. Da ultimo io vi prego a
considerare ch’io mi guardo scru * pelosamente dall’attaccare le persone. Il
mio dogma é Parme personis, dicere de viliis. Contea il male non mai congiunto
al nome di tale o (ale altro, credo mio diritto, e — li — mio debito scagliarmi
con tanta più veemenza quanta mi sforza ad usarne l’animo grandemente commosso.
Delle persone io non sono, non voglio, e non debbo essere il giudice; nè v’è il
prezzo dell'opera ad esserne il pubblico accusatore. Per altra parte il
pubblico non perde nulla per cagione delle mie reticenze. Le persone s’accusan
da sè. La loro moda è di non dissimulare quel che pensano, quel che vogliono,
quel che van facendo. Per chi’ scrivo? Pei popolo? Il popolo non legge. Tra
que’ che leggono, gli uni non han bisogno di leggere ciò ch’io scrivo, perchè
ciò eh’ io scrivo è quello che essi medesimi scriverebbero se avessero a
scrivere. . . quello che sanno già, e di che sono persuasi tanto quanl’ io lo
sono. Gli altri, nel maggiore lor numero, son oggimai venuti a tale, che,
quand’anche io fossi aitr’ uomo da quel che sono, cioè, quand’anche fossi più
eloquente oratore di Demostene e di Cicerone, e più stringente ragionatore di
Zenone, e d’ Aristotele, non si lascerebbero smuovere dalle opinioni loro,
delle quali han fatto carne e sangue. . . una (falsa) religione... un culto...
una necessità... una parte principalissima, e la più soave, delia lor vita
interiore ed esterna. Ove fosse pur possibile che consentisser d’aprire gli
occhi dell’ intelletto alla luce de’ ragionamenti, e si lasciassero illuminare
nella cecità alla quale son venuti di deliberato e volontario proposito, e
vedessero, perciò vinti, il bisogno d’ abbiurare la politica fede in che Guor
vissero e giurarono di morire, non oserebbero farlo, vincolati, come sono
(impavidamente diciamolo), alle sette che li tiranneggiano e ne tengono in
catena ogni libertà. Cosi, solo a pochissimi, posso io rivolgere la parola con
qualche speranza che sia per tornare non inutile; e son que’ pochissimi, i
quali non tanto innamorarono del creder nuovo, che di questo credere abbiano a
sè fatto una passione, e non un legittimo atto della facoltà intellettiva, al
quale sian giunti per lavoro di ragionamento, soggetto, come tutti i legittimi
atti di ragione, alla necessità di sottostare alle leggi che governano la
potestà raziocinante, e che debbono dominarla. Io m’inganno però anche rispetto
a essi ultimi. Noi viviamo in un secolo, nel quale la ragione stessa è come
morta dell’abuso che se n’è fatto esagerandone i diritti, e falsificandoli. Due
già erano, dal tetto in giù ( e voglio dire nelle questioni dove rivelazione
non ha luogo ) gli elementi necessari — coessenziali.... tendenti a
rafforzamento reciproco, per dare fermezza alla morale governatrice delle
volontà e delle azioni umane, ragione (d’individuo), ed autorità (collettiva
dei più savi, la cui ragione siasi guadagnata, per ogni correr di secoli,
maggior fede presso l’universale, che le spicciolate ragioni di tale o tal
altro o di stuoli comparativamente piccoli, e d’un opinar dissonante ). Il qual
secondo elemento ( l’ autorità ) è dunque ( a ben considerarlo nella sua vera e
giusta natura c quiddità ) ragione aneli’ esso, ma una ragione preponderante e
superiore, come quella che non è il giudicare soltanto d’ alcuni separatamente
presi, e ristrettisi nella lor propria e privata impotenza, fallibilità e
pochezza, ma è la quinta essenza delle ragioni dei più ( chè questa sola, dai
tetto in giù, pur sempre, in certe questioni di senso comune, è l’ autorità
vera o legittimamente sovrana ). £ dico dei più, o sia che si contino nel
numero, -o che si pesino nel valor loro intellettuale: i quali perciò, quanto
son maggiore stuolo nel lor consenso prestato a equipollenti sentenze quanto
rappfesentan meglio, colla lor somma, tempi e scuole e popoli diversi... quanto
hanno maggiore e più costante comunion di pareri, non ostante la diversità di
sangue, di luogo, d’educazione, e di tutte le secondarie influenze, tanto fan
più sicuramente una forza morale, clic è forza di natura, non d’arte, e che è
qualche cosa più potente e più salda che la tanto oggi predicata sovranità del
popolo; poiché èia sovranità, non d’un popolo, ma la sovranità della specie
umana tutta intera, esprimente il suo voto colla più legittima e la più
autorevole delle maggioranze possibili ad ottenersi. Or noi, uomini del secolo
XIX, de’ due soprannominali elementi, uno e il più gagliardo, ripudiammo... Y
autorità-, ed abbiamo chiamato sovrana unica la ragione (d’individuo), cioè V
anarchia! Noi, tutti o quasi tutti (dico noi ragionatori nel popolo, e
consenzienti a ragionamento ) abbiamo stabilito in cuore questo primo articolo
del nostro atto di fede politica. Io non crederò mai che quello che persuade il
mio proprio intelletto; e quel che pèrsuade il mio proprio intelletto io io
crederò conira ogni persuasione degli altri, contra ogni dottrina di sapienti o
di popoli, contra ogni sperienza di presenti, di passati, o di futuri, contra
ogni domma di religione, contra ogni legge di governi... E stabilita una volta
questa democrazia delle fedi... decretato anzi, che, in argomento di fedi
d’ogni genere, non è governo alcuno possibile, ma gli uomini han tutti naturale
e iualienabile diritto d’indipendenza reciproca ed assoluta dove ornai vassi,
ed a che? posto che le fedi, cioè le persuasioni dell’ intelletto, sono il perno,
sul quale s’appoggiano per muoversi le volontà umane. C’è più possibilità di
leggi? C’è più speranza d’obbedienze, altre che tirate colla forza materiale?
C’è più virtù di logica? C’è più società ? (li ISullius addiclus jtirare in
rerba mtigtstri ama ogni giovane dire di sè slesso uscito ap|»ena dalle scnole
di quella filoso- [Persuadetemi, noi diciamo, e mi piegherò ad obbedire, senza
combattere il vostro comando con ogni mio mezzo. Persuadetemi che quel che
m’insegnate è vero, e quel che lia, che oggi, sotto Dome d’ eclettica, invade
un grandissimo numero di scuole, e quel eh’ è il peggio, anche colla innocente
approvazione, e sotto il patronato, di maestri ottimi, i quali mostrano di non
aver ben compreso a quale indirizzo con ciò guidano gl' illusi discepoli. Se
l'avesser compreso, si sarebbero accorti, che professare eclettismo è
professare la negazione d’ogni vera certezza, riducendo quella maniera di
certezza, che pur si concede, ad un fenomeno d’individuo senz’alcun valore per
gli altri individui liberissimi di preferire ciascuno la stia propria certezza
alle opposte altrui, comechè d’un numero quanto sì vuol grande, c consenzienti
in una medesima opposta sentenza. L'eclettismo non è una filosofia, ma una
negazione della filosofia quale scienza altra che opinativa. Essa è anzi peggio
che ciò, perchè mentre nega una certezza intrinsecaad ogni filosofia
d'individuoo d’individui (per numerosi eh’ essi siano nel consentimento ad una
stessa filosofìa), e mentre non s’ avvede, che con ciò viene a negare, per
conseguenza, ogni autorevolezza intrinseca a tutte le certezze individuali,
confessandole tutte intrinsecamente incerte, accorda non pertanto a ciascuno il
diritto di fidare nella propria certezza, e, quel eh' è il più, il diritto di
regolare le proprie azioni a dettato di questa incerta certitudine : ciocché
viene a dire, che, nel tempo stesso nel quale afferma la fallibilità di tutte
le certiludini individuali, afferma nondimeno f infallibilità loro nell’
applicazione all' individuo, dando a esse il diritto d’ingannarlo, e
all’individuo il diritto di seguitare unicamente questa guida fallace, quando,
a proprio esame, non gli paia tale. E cosi, in luogo d’ una morale, viene a
stabilire e farne legittime tante quante piu vuoisi o non vuoisi. L'eclettismo
non è nè manco un metodo, come alcuni spropositando dissero, perchè non indica-
una speciale strada da seguire nella ricerca del vero. Esso è niente più che
una professione di libertà e d' indipendenza nell’opinare ; è un
assoggettamento a niente altro, che alla ragion propria. Filosofia eclettica è
parola che non ispiega nulla quanto alla natura delle dottrine. Dice solo che
il libro, il quale reca in fronte questa parola, è scrìtto seguitando il
dettame della ragione dello scrittore, fattosi giudice supremo d’ ogni
ragionamento ed opìuamento altrui. Cosi, tutte le filosofie, per diverse che
siano, c 1’ una all' altra contraddicenti, possono intitolarsi, del pari,
eclettiche, e tanto più eclettiche, quaulo più professanti indipendenza. Messo
taluno alte strette, crede d'aver salvato a bastauza la mala parola si fecouda
d’errore, rispondendo che il filosofo eclettico, quando accorda alla ragion
propria l' autorità che pur le accorda secondo il canone fonda[che nii
comandale è giusto . Ma siam noi tutti atti ad essere persuasi? Gl’ingegni
nostri son tutti di quella virtù, di quell’addestramento, di quella purità e
serenità, che li fa esser buoni a intendere un raziocinio, a non lasciarsi illu
men late dell’ eclettismo, parla della retta ragione, cioè convenientemente
usata e normale; e non s’ accorge, che, colla sua risposta o rinega la scuola
eclettica e la disdice, o ne lascia interi tutti gl’ inconvenienti ed i
difetti. Che cosa è la retta ragione, e la ragione convenientemente usata, e
normale ? Ad esclusione de' notoriamente pazzi ed universalmente tenuti per
tali, e perciò per non uomini, o per non più uomini ; e de’ rozzi ed incolti,
che riscuotono risaie da tulli, e son tenuti universalmente per incompetenti,
ossia per non ancor uomini (i quali ultimi tuttavia del ticchio dell’
eclettismo non vanno immuni, nè si di leggieri della loro autocrazia e
indipendenza si lasciano spodestare ; e il fatto odierno di tutte le filosofìe
di piazza più che troppo lo prova ), ognuno di noi, che abbiamo il mesticr d’
occuparci di studi e di stampa, crediam d’ usare la ragion retta, e
convenientemente usarla con ogni normalità, e troviam facilmente, con poco
impiego di senno ed industria, un coro grande o piccolo di lodanti, il qual
basta per darci persuasione, che la ragion nostra è per lo meno tanto retta e
normale quanto quella di chicchessia. Peggio è che vi son uomini, di ragione,
per fermo, squisitissima, e universalmente riconosciuta come tale, de’ quali,
per conseguenza, mal si potrebbe dir che non hanno la ragion retta ed a ottima
norma, e non sanno usarla ; e pur mostrano, col fatto, che le loro ragioni li
conducono a dottrine opposte.... 0 vuoisi dire che la ragion retta e normale si
riconosce a certi criterii suoi, che non sono della ragione d’ individuo, ma
sono d’ una universale ragione, a' quali criterii debbono le ragioni
individuali commensurarsi, accettandoli per una norma estrinseca alla quale
debbano affarsi ? Ma ecco dunque rinegata allora e disdetta veramente la scuola
eclettica, e confessato il bisogno d’un dommatismo,' al quale debba soggiacere
ogni opinar privato, perduta la libertà della ribellione c l' indipendenza....
Facciasi tutto che vuoisi, ci è appunto nella filosofia necessità d’ un
dommalismo dominante i capricci e le contraddizioni degl' ingegni in certe
fondamentali questioni costitutive del viver morale e civile. L 'eclettismo
potrà permettersi all’ amor proprio d’ognuno nelle altre questioni, come una
concessione di poco o niun nocumento. E nondimeno, anche in quelle, il giudizio
dell’ individuo dee sottostare al senato degli uomini che si chiaman competenti
. Ma questo non è un argomento per una nota, per la quale il poco che se n’ è
detto 6 troppo, mentre ciò che ad una nota è troppo, ad una trattazione
conveniente è men che poco . ] dere da un sofisma, da un paralogismo, a por
nell’ esame * delle questioni la necessaria preparazione di scienza, a
spogliarsi di tulle le prevenzioni dell' intelletto, dell' affetto,
dell’interesse? Siam tutti veramente uomini ed uomini maturi; o molti di noi non
sono, e non restano, fanciulli sempre, e non sono, e non restano, bruti, o
quasi-bruti ? A tutto questo nessun pensa a rispondere. Il primo articolo del
simbolo de’ nuovi pseudo-apostoli sta pur fermo. Io non crederò, se non mi
persuadete; e non farò di buon accordo, e senza resistenza, che quello che sarà
conforme al mio credere ! Dirassi eh’ io esagero gli errori del tempo presente.
J)irassi, che non tutto alla sovranità del proprio intendimento è dato, ma non
è, nel fatto, chi non fortifichi, ancor oggi, le suggestioni del proprio
intendimento coll’ autorità di numerosi stuoli d’ amici e d’ uomini del proprio
partito, ovunque sparsi, e in più d’un paese predominan ti. Aggiungerassi, che
la fede nou è atto di libertà, ma di coazione morale, alla quale l’
intelletto-, che nou è potenza libera, non può resistere : ma faci! cosa è dare
risposta. Si, per fermo. Contro alle necessità imposte da natura non cosi di
leggieri vassi. O vogliasi, o non si voglia, non si può restar soli del proprio
parere, se nou s’ è monomaniaci, che è dire malati di cervello. L’istinto
stesso ci spinge a metterci all' unisono con altri, verso i quali ci attraggono
simpatie naturali o artificiali, e a’ quali si crede, perchè si crede a noi
medesimi : e v’ è in noi tendenza al formarci un mondo di que’ che ci
accostano, e che accostiam noi, magnificando ed esagerando il valore e il
numero loro. Cosi, quando il mondo che ci siaui fatto pensa e crede come noi, e
noi crediamo e pensiamo come quello, ci palelle qiiesta universalità parziale e
locale valga la vera universalità potente a vincere tutte le contraddizioni. Ma
può ella esser questa l'autorità destinata a fare spalla alla ragion privala di
chicchessia, o ad essere uno de’ due puntelli del I' uomo, postigli da due lati
per impedirgli il cadere ? La specie umana è forse un partito, ed è una ragion
di partito la ragione umana? I partili forse non s’ingannano, e non ingannano?
Non hanno passioni che velano il giudizio? Non hanno interessi che muovono le
passioni? O nou v’é obbligo, nelle grandi questioni umanitarie, non di misurare
il proprio deliberare e credere col deliberare e credere di ((udii, o pochi o
molli, a’ quali ci stringono i nostri interessi e i nostri affetti, ma di
misurarlo con quel che delibera e crede la sola legale maggioranza del genere
umano, cioè quella che si raccoglie in una somma, comprendendo nel computo i
popoli di tutte le età, di tutte le stirpi, di tutte le regioni, e dando
particolar valore a que’ che si reputaron sempre i più savi, i più probi; e
riguardando un po'nella verificazione delle dottrine ( in virtù di
quell’argomentazione che i dialettici chiamano ab absurdo) ai grandi ed ultimi
conseguenti loro, i quali, se contrari alla perfezione della specie intera,
significano, con ciò stesso, efficacemente, la falsità d e’ principii, donde
que’ conseguenti discendono? E istituita questa misura e questa comparazione,
non bassi egli obbligo, per una generale norma, di dar sempre più valore
all’espressione ultima di quel sentimento della vera maggioranza degli uomini,
che al sentimento suo proprio, e de’ suoi colleglli ed amici, per numerosi che
paiano e siano? o siani venuti a tanto stravolgimento di logica, che ornai l’
autorità di ciò che si chiama il senso comune, ed è appunto il da noi descritto
in ultimo luogo, è distrutta ed annullata ? Dopo di che, qual forza ha più
l’altra obbiezione dedotta dal supposto, che l’inlelletto non soffra violenza,
e che, rispetto al credere, non si è liberi di credere quel che si vuole, ma si
è costretti a regolare la propria fede secondo la luce interiore, d’onde essa
fede ha unico procedimento? Ammetto il fallo: sebbene, anche in ciò, molto
dipende dalle preparazioni estrinseche della monte, e dalle disposizioni del
cuore. Pur liberalmente lo ammetto. Ma, dal fatto cosi ammesso, qual diritto
scaturisce ? Forse che regolar dobbiamo le nostre azioni interne cd esterne,
secondo la suprema norma di quel che all’ intelletto nostro pare unicamente
vero? Non già. L’obbligo è d' umiliarci, e di riconoscere, una volta per
sempre, l’inferiorità del nostro intelletto, quando ci accorgiamo che i privati
opinamenli nostri son contraddetti dalla grande universalità degli opinamenti
dell’umana famiglia, considerata nella totalità sua presente e passata; e di
lasciare allora da parte il falso lume del proprio intendimento per diriger noi
e le cose nostre coll’altro lume tanto più sicuro, eh’ è il lume a cui demmo il
nome di cornuti senso. Ed intendiamoci bene, a evitar tutte le ambiguità. Qui
non parliamo delle questioni, intorno alle quali il cornuti senso non ha luogo,
ne competenza, nè autorità... di quelle questioni, che non son fatte per esser
trattate da tutti, e che non bisognano a tutti per la -loro normale esistenza e
sussistenza... Qui si tratta di quelle questioni, le quali possono e debbono
chiamarsi le grandi questioni del genere umano: le grandi questioni teoriche,
fondamento sommo da fatti appartenenti ad un tempo di tralignamento, a
svantaggio e discredito delle aristocrazie, non può in nulla percuotere le
dottrine che qui si professano. La questione allora sarà al più, se i ceti
aristocratici possano mai realmente preservarsi dalle mutazioni che li fan
perniciosi più presto che utili, e ridursi a tale di conservare piena
conformità col tipo migliore, o di riguadagnarla ; ciocché per me non è nemmeno
una questione, e non può esserlo per alcuno, il quale tutta la potenza delle
buone arti educatrici conosca. Risaliamo dunque, ripeto, al tempo di certe vere
ed antiche aristocrazie cavalleresche, normalmente condotte a quella natura, che
aver denno per essere dell’utile specie da noi voluta, e spesso stata e
vedutasi nel mondo. In esse voi troverete familiari alcune virtù sommamente
utili al popolo, e diffìcilmente reperibili altrove nel numero e
coll’abbondanza che più sono desiderabili. Chi noi sa ? Nelle prosapie
aristocratiche, principalmente, se non unicamente, può sperarsi- di trovare, ad
ogni necessità, i veri patres palriae, preparati a tutti i bisogni ; cioè
quegli uomini autorevoli, potenti, coraggiosi, avvezzi a mettersi fuori si
dignus vindice nodus, godenti già il privilegio d’essere ascoltati con
riverenza, con effetto, assennati, sperimentati, periti, probi, pe’quali è
fatto naturai dono, ancor più che artificiale, tutto che è generoso, nobile,
magnanimo, eminentemente civile ed utile a civiltà ; e prima la lealtà oggi si
rara, il eaudore, la fede, la incorruttibilità, la fermezza, il disinteresse,
la franca ed inviolata parola, quella che proverbialmente pereiò si dice parola
di cavaliere ; il mantenere a qualunque costo i patti e le promesse ; il non
mai mentire ; il religioso astenersi da ogni cosa vile o brutta... Non è la
santità de'perfelti in religione, nobil dono di Dio, e privilegio sommo di
grazia, sdegnoso per solito di queste cose terrene e caduche ; è la virtù
antica e civile, una cosa illibata, ingenita, uscita dai paterni lombi, ed
avuta da natura, più ancora che da innestato ammaestramento ; che perciò non
costa fatica, nè sacrificio, ma è ab ovo e per traducem, fin dal primo impasto
dell’uomo e della razza. — Con questo, è l’abitudine dell’ anteporre
l’interesse pubblico ed altrui al proprio e privato... è la naturale generosità
e larghezza... è il preferire quasi istintivo del retto all’ utile... è la
disposizione avita di tutte le cosi fatte stirpi a eminenza di cittadine virtù
ed attezze... il primeggiare nel ci vii senno e consiglio... il gittarsi
innanzi, come il ’ prode destriero al romore delle battaglie, anche non
chiamati, nè pregati, né desiderati, in tutti i grandi e solenni bisogni della
cosa pubblica, senza risparmio di sè e delle sue fortune... il trovarsi pronti
e preparali a soccorso, a protezione, a sosteguo, a sovvenzione, a
incoraggiamento, a guida, a ufficio di capitani e di porta-bandiera. E I’ esser
sempre caporioni agli altri nel bene, e caporioni efficaci, ascoltati, sentiti,
rispettali, obbediti... l’aver coraggio civile o militare secondo clie fa
d'uopo... il guardare dall'alto al basso il puro e vile materiale interesse, e
il cercar sempre nelle questioni il lato della moralità e della giustizia. Non
mi state a dire che queste qualità preziose son rare come le mosche bianche.
Rare forse oggi, vi ripeto : ma non rare in ogni tempo ; non rare quando gli
uomini s’educavano a modo antico. E se si riusciva ad ottenerle, quando a
quella forma s’ educavano essi, io non veggo, perchè richiamando le stesse
cagioni, non s’abbiano ad ottenere, e non si possauo, gii stessi effetti. Non
mi venite a soggiungere, che altrettanto e meglio, per forza di conveniente
educazione, puossi ottenere fuori delle privilegiate caste. L’educazione è cosa
sempre troppo artificiale, e troppo perciò difficile a condursi a buon termine,
se natura non agevola, e condizioni intrinseche non favoriscono ; e l’una e l’
altre non favoriscono, se fin dai primi istanti non concorrono ; e dai primi
istanti non concorrono che assai di rado, e solo con qualche frequenza, quando
certe disposizioni son fatte dono abituale per lunga serie di generosi avi, e
quando ogni cosa che è intorno le seconda. Imperciocché indipendentemente da quel
che allora è dato per una felice armonia del fisico col morale improntata per
concepimento, v’è lo spontaneo innesto che nou può mancare a chi è uato in
mezzo alle morali qualità che si voglion generate ; a chi le ha trovale in
casa, e n’è stato cinto da ogni parte fin dalla prima infanzia -, infine a chi
non ha incontrato, anche uscendo" di casa, che quelle, come cosa propria
della casta in mezzo a cui vive. Le quali cose tutte non sono, per fermo, allo
stesso modo, in uno stato dove non è che democrazia, pe'figliuoli
degl’ingenliliti da un giorno, e degli arricchiti. Perchè in questi per solito
le ricchezze e l’innalzamento è dall’industria mercantile o quasi-mercantile ;
e l’industria delle mercature e de’com fu merei, pur troppo, a esser promossa,
e tanto da generare tesoro, ha bisogno d’accompagnarsi con amor di guadagno, e
d’ esserne preceduta come da suo naturale stimolante : amor di guadagno, che è
passione per sè, non dirò vile, ma certo un po’ bassa, e non troppo generativa
di virtù politiche. Ed ha radice d’egoismo e d’interesse materiale e personale,
due interessi che non poco penano a subordinarsi all’interesse morale, tanto da
contentarsi sempre delle seconde parti. Donde poi viene, che nelle case di si
fatti (non ch’io neghi molte onorevoli eccezioni) gli esempi non sogliono esser
quali in quelle della vera e buona aristocrazia ; e colla rarità di questi
esempi va proporzionata la difficoltà della fruttuosa educazione di che
favellavamo. Che se, pe’fin qui discorsi argomenti, s’ è dunque cercalo di
provare, che utile pertanto è l’aristocrazia, rispetto al creare, con un buono
e conveniente indirizzo, una schiera di cittadini egregi, quali con arte di
speciale istituzione applicata a’ primi che presenta il caso, o la fortuna, è
difficile ottenerli; già possiamo a un altro argomento venire, e sarà
l’argomento di un secondo e ancor più elevato interesse politico, il qual
consiglia a mantenere, quantunque dentro giusti contini, un ceto aristocratico
nello stato; c questo è l’interesse cornai at or e. Il quale interesse,
naturale antagonista delV interesse riformatore, molti non vogliono conoscere
utile, perchè non vi pongon mente : e, non avvertendolo, non se ne fanno una
chiara idea. Ma non perciò non esiste; e non è rilevantissimo, e tanto anzi più
importante, quanto le forme del governo son più liberali, e tengono delle
repubblicane, o delle rappresentative e democratiche, e quanto v’è più grande
l’autorità delle turbe popolari. Perchè il proprio delle democrazie, come in
generale dei popoli e de’tempi tendenti a democrazia, è, in politica, il moto
perpetuo. Un paese dato o soggetto alla dominazione, od alle forti influenze
de’ capricci, di quello che fu e sarà sempre varium et mutabile vuigus, è come
dire un terreno in man d’una compagnia d’ agricoltori, ognun dei quali vuol
coltivare a suo modo ; e dove, secondo che uno riesce a prevalere sull’ altro
nella lotta delle volontà, e nella pertinacia e nella validità de’ contrasti,
distrugge l’opera de’compagni, e rilavora, e risemina a suo modo. Il qual
terreno lascio decidere a chicchessia se può mai prosperare, e dare un frutto
che valga le spese, e le fatiche periodicamente abortive. Un tal paese è sempre
sul disordinarsi, e riordinarsi per disordinarsi di nuovo, e tornare ad
ordinarsi: come ciò accade del mobile campo del mare a ogni nuova aura che
spiri, non importa da qual parte. Le leggi non vi durano. L’espcrienze lunghe
non vi si maturan mai. Le fortune vi sono instabili, come le dignità, come le
influenze, come le ricchezze, come le risoluzioni. Ora un tal paese, per avere
una qualche speranza di requie, e di rallentamento negl’impeti inconsiderati
del moto, ; per non lasciarsi perpetuamente allucinare da false apparenze di
mali, da false apparenze di beni, giudicate secondo la prima impressione, e
guidanti a fatti spesso inconsiderati e rovinosi, ha bisogno che sia, nel
popolo, un certo numero di cittadini saldamente potenti (ciocché non vuol dir
prepotenti), i quali mettano nella bilancia disposizioni opposte ; cioè appunto
quelle disposizioni che si chiatnan conservatrici, com’é il proprio delle
aristocrazie, alle quali tutto fa invito a temere i troppo rapidi mutamenti, e
a temperarli, facendo per propria essenza l’officio del regolatore nell’
orologio, e della scarpa nel carro, non per arrestare l’ andamento, o per
voltarlo io contrario, ma per fare necessario contrasto alle accelerazioni
dissenna te, e per impedirne le aberrazioni pericolose. Né voglio, a provarlo,
altra dimostrazione che quella delle prove storiche, dalle quali risulta che nessun
paese prosperò mai lungamente, dove un robusto ceto aristocratico non si
ponesse in mezzo tra le facili velleità delle plebi e de' municipii, tra i
piccoli e gretti interessi del terzo stato ... tra le tendenze agli abusi del
potere in più alto luogo; c non concorresse con ciò validamente e in modo
principalissimo alla costruzione diffìcile del buon governo. Finirò enumerando
i beni accessorii, che a lutti i precedenti van connessi. Unicamente
coll'aristocrazia, che si tiene ancorala sopra una ricchezza immancabile ( non
fluttuante, non fortuita, non nata oggi o ieri, c non destinata a perire
domani), e sopra tradizioni antiche di potenza, e sopra le aderenze numerose e
gagliarde che la corroborano, e la fan per cosi dire immortale, sono possibili,
od almen frequentissimi, tanti abbellimenti delie città ; que’ palagi, de’quali
parlavain sopra, che sffdano i secoli, e che son come reggie; i musei, le
ville, i parchi, le splendide ed ereditarie proiezioni alle belle arti di
lusso, alle lettere, alle scienze; i costumi gcutili, il secolo di Leon X, la
considerazione al di dentro, e al di fuori, la dignità c il decorodelle
nazioni. Solamente coll'esistenza di famiglie, la cui poderosa influenza sugli
uomini e sulle cose abbia grande ed antico ed esteso fondamento, è lecito
sperare ad ogni privato facili appoggi e saldi nelle solenni necessità d’ogui
genere, ferma resistenza contra ogni nemico interno od esterno che minacci lo
stato e la città, c perfino la miglior guarentigia possibile contra gli abusi
d'autorità, procedenti da ogni alto luogo. Questi abusi, possibilissimi anzi
dove non sono che governo e popolo più o meno minuto, e qua c là ricchi senza
consistenza e senz’ altra fede che nella loro pecunia, non possono esistere o
sussistere gran fatto dove quel terzo elemento dello stato è fortemente
costituito su basi ben radicate che non tremano ; le combinazioni ternarie, in
queste faccende, piu essendo valide ad impedire le abusive prevalenze da
qualunque parte, c quindi le prepotenze di qualunque origine. Ivi i facili
rivolgimenti c sconvolgimenti trovano remora gagliarda e principalissima,
distrutta la quale i Iremuoti politici si succedono a ogni piè sospinto ; e
dura pròva più d’un paese n’ha falla in questi nostri lagrime volissiini tempi.
Di qui è che la sapienza antica, per voce di Platone c di Cicerone, cosi
appunto sentenziava ne’ libri De republica. Si ama favellare soltanto delle
soperehierie de’ nobili, di certe violenze che alcuni di loro si permettono, di
certi mali ch’essi han prodotto. Bisogna, com’ io diceva, pesar più giusto, e
mettere su la bilancia nell’ altro piatto i vantaggi. Quando avrete distrutta
la nobiltà, e avrete solo tollerato quella ineguaglianza di fortune, che non
siete padroni di distruggere, e che resisterà ad ogni vostro tentativo
livellatore, avrete tanto e tanto le stesse violenze e le stesse soperchierie
da que’che avranno la prevalenza di fortuna, ma le avrete senza il correttivo
ed il freno che per sua natura è chiamalo a mettervi il buon patriziato per una
dicevole educazione e tradizione. Servio Tullio, fin dai tempi regii di Roma,
non annullò questo ; ne moderò i poteri ; e provvide con ciò alla fuUira
grandezza di quella ch’era destinata ad essere la capitale del mondo. La
elevazione di Roma repubblicana è dovuta principalmente al suo senato di
patrizi. Le successive invasioni della plebe alzaron molli di quesla sino a
quello, cd era giusto ; non abbassarono quello fino a sè, che sarebbe stato
follia. . . distruzione di Roma. I Cesari lolser di mezzo, o snaturarono l’organo
politico, pel quale Roma dominò la terra ; eslcrminarono le grandi famiglie,
fecer perire l’ antiche tradizioni, tolsero ogni impedimento, ogni potestà tra
sè e il popolo, e con quale effetto non ho bisogno di ricordarlo ad alcuno.
Venezia ed Inghilterra la Venezia de’ passati secoli, l’Inghilterra d’oggidi,
son altra prova storica e splendida della mia tesi. I soprusi e gli abusi di
potere si possono correggere, impedire, medicare; il male della mancanza della
nobiltà è immedica bile nel materiale e nel morale. E la nobiltà è zero senza
ricchezza ; e la ricchezza è labile senza fedecommessi. Dunque i fedecommessi,
oltre al non essere ingiusti, oltre all'essere senza detrimento al paese che li
ammette, gli sono necessari (1). (1) Di qui è, che, a mio senso guardando alla
ragion politica, possono nelr eredita fidecommissaria difendersi anche certe
sostituzioni, e certi passaggi di famiglia a famiglia come mezzo di perpetuare
i gran nomi, la memoria de’ grandi servigi, e gli obblighi che queste memorie traggon
seco. L'argomento è degno per lo meno di nuovi esami. Non è il mio Bne
l’intraprenderli. N- B. Dopo stampale, una prima ed una seconda volta, queste
lettere, un vicino paese fu, nel quale i maggiorati s’ abolirono, disputatone
prima, come e quanto lo si poteva aspettare, nella camera dei suoi deputati, e
nel senato de’sapienti del luogo. Nè negherò, che, vista la coedizione de'tempì
e delle opinioni, il conservarli sarebbe quivi stato un’ anomalia ; certo una
disarmonia con tutto il resto. Nel fallo, si guardi meno alla quistione
assoluta, che alla relativa ; e meno la relativa al piti o manco di vantaggio
del popolo, e in generale dello stato, ebe ia relativa all' andamento politico
in cui lo stato s'è colà messo, ed alle necessità che ciò s'è tratte dietro. La
questione giudicata oggi cosi sta donque forse bene. Bisognerà vedere se
ugualmente starà bene domani. DELLA LIBERTA’ E DELL’EGUAGLIANZA CIVILE. -DEL
GOVERNO E DELLA SOVRANITÀ’ IN GENERALE. - DELLA COSI DETTA SOVRANITÀ’ DEL
POPOLO E DELLA DEMOCRAZIA. -DEL VOTO UNIVERSALE. DELLE RIVOLUZIONI E DELLE
RIFORME NEI GOVERNI EC. Al REPUBBLICA! RICOVERATI IH IHGBlLTERRA E ALTROVE Il ne faut pas vous
le dissiniuler. Le peuple, ainsi que la bourgeoisie n’a nulle confianee en
vous. Le peuple rii de vos pasquinades politiqueset sociales: il vous a connus
à l’oeuvre : il a jugé la puissance de vos moyens et la fécondité de vos
ressources; il a vu poindre, sous volre iniiiative, celle réaction que vous
condamne/. aujourd'bui, mais dont le principe est loujours vivant dans vos vues
et pour rien au monde il ne se sou cie de riimeltre nne seconde fois ses
destinées eulre vos mains. Tranquillisez-vous donc, et quoi qu’ il arrive, ne
vous excilez pas le cerveau, ne vous écbaufl'ez l.oint la bile. Acceptez en
tonte résiguation le repos que vous fait l’cxil, et metlez-vous bien dans la
téle qu’à rnoins d'unc transformation complète de volre esprit, de volre
caraclèrc, de votre intelligence, volre ròte est lini. Teuez, voulez-vous queje
vous dise louie ma pensée? Je ne connais qu’un mot qui caractérise votre passò,
et je saisis celie occasion de le Taire passer de l’argot populairc dans la
langue polilique. Avec vos grands mols de guerre aux rois, et de l'ralernité
des peuples ; avee vos parades revolulionnaires, et toutee lintamarre de
démagogues, vous n’avez été jusqu’à préscnt, que des blagucurs. Journ. le Peuple ile l»bO Articolo di P. /. Prudhon
Della libertà nel civile consorzio, e dei limiti che necessariamente debbc
avere. Che cosa volete, signori maestri del mondo, che si rinnova? - « Libertà
ed eguaglianza nel consorzio civile, nco« nosciute e difese; e, come frutto
della libertà e dell’egua« glianza, la parte di sovranità nel popolo, che a
ognuno « coegualmente spelta per quel che concerne gl’interessi « sqoi, e
gl’interessi dell’universale in correlazione co’suoi. « Perchè, se gli uomini
sono uguali per natura ( e certo lo « sono}, è una iniquità il farli disuguali
per arte; è una slo« Udita il lasciarsi far tali, ed ammettere maggiori di sé
soci pra sè quando piace, e quando non piace. E se gli uomini « sono liberi per
natura, è una iniquità il farli più o meno a schiavi per arte, e stolidità il
lasciarsi far tali, ed ammet« tere padroni di sè sopra sè, quando piace, e
quando non piace. Ma qui vale la risposta celebre degli spartani a Filippo re -
(1). « SE ». La libertà! Innanzi tratto, parliamo un po’ sul serio: raccordate
voi veramente all’ uomo, voi che pugnate tanto perchè vi si lasci interissima,
e quasi o senza quasi priva di vincoli ? - Ma molti di voi, che chiamano l’uomo
una macchina fisica, so che il libero arbitrio, cioè questa tanto richiesta
libertà, dicono non esistere ; poiché tutto che facciamo, lo facciamo, secondo
essi, per coazione prodotta in noi da impellenti motivi, interiori od esterni,
che prepotentemente, (I) Plutarch. fìe g.imililale. Edil. Rnisk benché
occultamente, ci spingono a fare o non fare, ed a fare una cosa piuttosto che
un' altra. Dunque, almen per tutti cotesti negatori del libero arbitrio, le
dimande d’ esser liberi hanno assurdità manifesta, e mancan di senso, essendo
in contraddizione perfetta colla loro intima e confessata persuasione di non
poter esser soddisfatti nelle loro dimande, nè essi, nè chicchessia (1). Essi
sanno, o pretendon sapere, che chiedono quel che non è possibile dar loro ;
poiché quel che chiedono, a lor detto, è un nulla, un non-ente; e niun può dare
ad altrui, se non illudendolo, un non ente, un nulla, una cosa, che nè ha egli,
nè alcun altro possiede, o può possedere. Dunque la libertà non possono chiederla,
che coloro i quali la credon possibile all’uomo, e che non risguardano il mondo
morale, ossia il mondo delle volontà, come un conflitto di forze, ognuna delle
quali non può non esercitarsi, che nel modo col quale nel fatto s’esercita,
senza che alcuno possa iutervenirvi per azioni diverse da quelle con che ogni
volta in realtà v’interviene. La libertà, in altri termini, non posson
chiederla, che gli spiritualisti ; e già in ciò v’è molto di guadagnato: perchè
cogli spiritualisti, se sono veramenle quel che dicono di essere, si può
disputare con ferma speranza di giungere presto o tardi a spogliarli di certe
idee, per così dire, superfetate ed aggiunte, contro a naturatile loro
persuasioni di spiritualisti: idee non compatibili con quelle persuasioni, e
tali, che nonèdifficile alla lunga di farle apparir loro quali realmente sono,
riducendole al giusto loro valore. È argomento ad hominem — Ex ore vestro voi
judico. Que’ cbe negano la libertà non solo non posson chiedere questa, ma non
possono, sul serio e da senno, chiedere o pretendere nulla, nè accusar nulla,
nè lagnarsi o adirarsi di nulla, nè trovare a ridire su nulla. Nella loro
ipotesi lutto quel che è o sarà, tatto quel che si la o si farà, non dipende
dall'arbitrio 'di chicchessia. È o sarà, à fa o si farà, perchè non puh essere
nè farsi diversamente. Dimande, lagnanze, accuse, saranno, per vero, esse pure
atto necessario, ma un alto senza significato, o d’ un signitìcato che non può
stare. La proposizione non lo che accennarla. Il trattarla ex profitto non è di
questo luogo. E che cosa è questa libertà ? - « La facoltà ( rispondono } «
d’usare delle proprie forze, fisiche o morali, nel modo « che più aggrada, la
quale ( dicono que’che vi credono ) « è una facoltà primitiva e naturale, e
tale perciò che non si « ha diritto di toglierla. » Intanto, essi che l’
ammettono, si vergognerebbero di non ammettere però, che alcuni di si fatti usi
della libertà propria son buoni, altri cattivi, e che i buoni usi ognuno è
tenuto a praticarli, e i cattivi ad evitarli. Dunque coloro che ammettono la
libertà, .e che perciò ne chiedono alla congrega civile la maggiore possibile
indipendenza e franchigia, concedono almeno una legge interiore, e naturale, e
non abrogabile, data al loro intelletto, che comanda, consiglia, o proibisce;
legge obbligatoria per ognuno. Dunque concedono, che la libertà, per sua
natura, non è poi cosi sfrenata come lo si suppone, nemmen nell’uom solitario e
sottratto perciò ad ogni coazione estrinseca de’simili suoi, da che è limitata
e vincolata da una legge interna, che notabilmente ne restringe pur sempre i
poteri. Anzi, poiché, conceduto il bene ed il male nelle azioni libere o
volontarie, vengono con ciò necessariamente a concedere la distinzione tra
l’uomo da bene e perfetto, e l’uomo imperfetto e cattivo, conseguita da questo,
che per essi il migliore ed il più perfetto degli uomini è quegli che più
limita le proprie libertà, e che, per conseguenza, nel fatto, è o si fa men
libero; e viceversa, che l’ uom peggiore e più imperfetto è quegli il quale più
ai vincoli della libertà si sottrae, godendo, nel fatto, d’un più illimitato
uso della libertà propria. Qual è l'uomo il più libero ? — Il ciallroue, che,
senza un riguardo per sè o per gli altri, va e fa e dice, e si veste o sveste,
e s'accompagna o scompagna, e si satolla negli appetiti suoi più disordinati e
più bestiali ed immondi a tutto suo grado, gitlandosi panciolle o rotolandosi
in istrada, ubriacandosi nella taverna, appaiandosi colle sgualdrine, gridando
e urlando per via, spargendo motti, dileggiamenti, bestemmie, ingiurie a questo
ed a quello. Or, se la civil convivenza è ordinata a rendere gli uomini, non
più imperfetti e cattivi, ma sempre migliori e piu perfetti (ed aspetto che
qualcuno voglia con moderna impudenza negarmelo), è chiaro, che quello è il
consorzio umano più conforme alle leggi di natura, in che il male è più
difficile a farsi, ed il bene piu facile. Laonde, se un modello di ottimo
civile ordinamento è a proporsi come un tipo al quale si debbano conformare, quanto
meglio ciò è dato, le umane congreghe, converrà dire l’ideal naturale ( come lo
chiamano ) dell’ ottima e perfetta civil convivenza esser quello dove alle
volontà del male è recato il massimo impedimento, alle volontà del bene il
massimo eccitamento e favore, alle volontà indifferenti quanto a bene ed a male
la massima indipendenza : quello dunque dove la libertà ha vincoli molto
maggiori de’ vincoli che le nostre leggi, anche le più rigorose impongono.
Tuttavia confesso, che chi cosi ragionasse andrebbe troppo in là col
ragionamento, massime ove difendesse l’opinione, che questo ideale sia
immediatamente riducibile ad atto nella odierna condizione delle aggregazioni
umane che si noman popoli. Confesso, che, conosciuto il mondo cosi com’è, e
considerato quanto immensamente son gli uomini ancor lontani, nella lor molta
corruttela, dal tollerare universalmente d’ esser costretti a farsi ottimi, e
ad incontrare ostacoli ad ogni azion loro men che retta ed a bene rivolta;
veduto quindi che la legge troppo rigorosa incontrerebbe innumerabili ribelli,
i quali sarebbe presso a poco impossibile frenare, e colla forza ridurre ad
obbedienza, o pur solo punire; infine, richiamalo alla memoria, che Iddio
stesso, nella formazione dell’ uomo, mentre si è contentato di dare ad Lo 5cln
'rauo clic corre armalo le campagne taccinlo silo tulio che trova, spogliando i
viandanti, accoltellandoli.... — E qual uomo onesto, nel senso che questa
parola ottiene in ogni vocabolario di popolo civile, vorrebbe essere cialtrone
o scherano ? o eie' specie li ci' il consorzio è possibile ne' cialtroni, e fra
gli scherani?] ognuno le norme del bene e del male, ba però voluto lasciare, a
tutto risico di chi devia da queste norme, la libertà di si fatta deviazione ;
di qui è che, per men danno, e per men difficoltà, i savi, che dell’
ordinamento degli stati han fatto particolare studio, avvisarono la necessità
di abbandonare al proprio libito di ciascuno il più di quegli abusi di li bertà
recanti a tristo o sconveniente (ine, ma che non nuocono altrui, riserbato il
vincolare con leggi quegli abusi die agli altri recauo un più o men grave ed
ingiusto nocumento, od una indebita e non lieve molestia : ciocché accordandosi
a riconoscere e concedere ( e vi riflettati bene i capitani e i campioni delle
nuove dottrine) non credon già di aver, per si fatti divisamenti, proposto quel
che veramente sarebbe il meglio; ma, proponendolo, o, a dir piu vero,
confessando d’ essere stati costretti a concederlo, compiangono di non aver
potuto proporre c consigliare che un men male. E tuttavia questo men male non
lo propongono, e non lo accettano, che in modo, per cosi dire, precario, e
finché, con un migliore indirizzo della educazione privala e pubblica, sia
lecito assai più recidere di questa libertà del non buono, senza troppa
resistenza, e per successivi sempre maggiori troncamenti giungere alfine a quel
minimo di libertà lasciata al mal fare, che costituirebbe de’ civili
ordinamenti la vera normalità. Ed ecco ricacciate in gola, io spero, a certi
insipienti banditori del sacro diritto (coni’ essi soglion chiamarlo) d’ esser
padroni delle azioni loro, tante balorde cicalcric di pocosen so, che vanno
eglino ripetendo, e che, se dimostran qual che cosa, dimoslrau solo quanto è
grande la ignoranza di gridatori si fatti in lutto che risguarda la vera
filosofia delle leg; gi e la vera natura dell’ uomo. Io so però con qual
mutamento di linguaggio si sforzeranno essi di riguadagnare terreno, se non di
fronte, almen per fianco. Senza osar troppo di negare, presi cosi alle strette,
che quegli usi della libertà, dai quali un altro, e con piu forte ragione più
altri, o la comunità intera, possono essere più o men notabilmente ed
ingiustamente pregiudicati, debbono dalla legge frenarsi, diranno però, ed in
effetto dicono ( abbassato molto il tuono della voce e della superbia ), che la
forfattura de’ legislatori a cui si chiede emendamento è appunto nel giudizio
del male, operato o da operarsi, il qual conviene, o prevenire perchè si tema,
o punire perchè si risguardi come fatto, e delle condizioni che si stima utile
all’ universale di lasciare in potestà de’governanti lo imporre a’ singoli,
quale un debito comune di violenze fatte o da farsi alia libertà d’ ognuno pel
bene di tutti. Rispetto a che ricusano il più delle norme stabilite dalla
sapienza antica, senza un riguardo eh’ ella sia stata sempre una e costante,
sempre simile a sè fin dalle prime manifestazioni sue, giungendo da gente a
gente al nostro tempo ; e trinceratisi sopra questo terreno, vogliono, coni’
oggi dicesi, guarentite almeno certe principali libertà, o salvati certi
privilegi di libertà, di che fanno enumerazione, secondochè, per un detto di
detto, impararono. E qui non discenderò io a disputar loro ciascun palmo del
nuovo terreno in che s’accampano, questo non essendo per ora il mio proposito.
Non ch’io non voglia, a miglior tempo, a un per uno, espugnare ciascun
de'baluardi ove atlendon battaglia, impotenti, come si sentono, a tener la
campagna aperta. Ben, fermandomi qui sulle generali, poche cose dirò, che importa
stabilire, come opportune premesse a tutte l'altre, quasi circonvallandoli
intorno d’un regolare assedio, per toglier loro qualunque spe [ È degno d’esser
notato che si schiamazza e si pugna per si fatte libertà, e per questi
privilegi sempre ne’ tempi in cui più si vuole abusarne, e da que’che di
abusarne hanno il proposito deliberato. Que’ che non han bisogno dell’abuso, e
che non lo hanno nell’animo e nel desiderio, è chiaro che sarebbe ridicolo se
ciò curassero. Ed altrettanto è a dire de’ secoli in cui rarissimi sono, o
nessuni, gli abusa tori di fatto o d'intenzione. Queste grida allora non si sa
che siano. Si chiede il permesso di quel che si vuol fare, e si muovono
lagnanze di quel che, volendo farlo, non sì pub ; non di quello mai, che non
occupa la mente, e che non ispiace di non poterlo operare a suo grado.] anza di
esteriore sussidio, e di futuro scampo. Dove, se per avventura, io paia a
taluno usare, a dispetto, un troppo superbo linguaggio, valgami a scusa la
salda fede che ho nell’animo, non veramente del prevalere per senno, ma sì
certo dello scendere a combattimento con tale una soprabbondanza di forze, che
il far fronte, negli avversari, più mi sembra presunzione ed insania, che
coraggio e bravura. E prima, prendo, come suol dirsi, atto del concesso, e
dell’ ornai da essi perduto per non poterlo difendere : cioè, che tutte le
declamazioni, le quali fannosi, a destra e a sinistra, suonare sul sacro
diritto della libertà umana, cosi in generale sfrenata, e della intangibilità
di questo diritto ( le quali declamazioni tanto si vanno ripetendo a illusione
e pervertimento degli sciocchi, e col plauso del codazzo lungo anzichenò
de’tristi, i quali approvano e fan coro, perchè l’approvazione è come indiretta
difesa di molte ribalderie loro); tutte queste declamazioni, dico, bisogna
ringhiottirsele, o riservarle a’ crocchi degl’ imburiassali a lor forma, e già
non più ragionanti, nè disputanti, ma credenti, e disposti a contendere solo
co’pugnali e colle contumelie. Per tutti gli altri un punto è vinto, ed una
verità è conquistata: la libertà, per sé medesima, dev’ esser vincolala in
tutti. Questo non ammette più disputa. Or, ciò premesso, io dico poi, che,
nelle azioni le quali necessariamente han, per cosi dire, contatto cogli altri,
e sono usi di libertà che agli altri possono riuscire o molesti o pregiudice
voli, a rendere, non pur possibile, ma solo reciprocamente tollerabile la
consociazione degli uomini, è chiaro che l’interesse comune richiede il
provvedere a tanto, che i conflitti delle coeguali libertà siano evitati il
meglio che esser può, e siano del pari scansate le cagioni, quant’elle sono,
onde, per fatto delle libertà male-usate, si renda sgradevole ed intolleranda
ad altri, pochi o molti, la convivenza. E poiché nessuno è giusto che sia
giudice in causa propria, quando specialmente la causa propria è in contrasto
colla causa degli altri, perchè niuno, negl’ innumerabili e colidiani casi di
si fatti contrasti, vorrebbe aver fede nella giustizia e nella discrezione d’un
che ha interesse a favorire sè stesso (massime considerando, che il momento
medesimo del conflitto, allorché più le passioni sono in presenza, in
accensione, ed in tumulto, dovrebbe esser quello del giudizio ), perciò è
necessario, che ognuno anticipatamente sappia (da terzi ed im parziali, e
parlanti con autorità in guisa da comandare obbedienza ed ottenerla) quel che
può e deve, e quel che non può, nè dee. Di che poi si conclude, che, innanzi al
fatto, egli è della più grande evidenza, bisognare alcune regole prestabilite,
ossiano leggi, per le quali si determini efficacemente il lecito e l'illecito.
Resterà dunque solamente a cercare, da quali, secondo ragion naturale, debbano
queste leggi emettersi, ed in che misura. E la -questione giunta a questo
termine, s’allarga. Perchè, venuto il discorso alle leggi che stabilir denno i
confini e la misura della libertà civile, l’argomento facilmente trapassa alla
non meno astrusa ed importante trattazione del primitivo stabilimento di tutte
l’altre leggi obbligatorie per l’universale, e si di quelle che fermano, o
fermar debbono le originarie condizioni della civile congrega, nelle parti onde
si compone od hassi a comporre l’intera macchina governativa, qual si ha, o
qual si desidera averla, si di quell’altrc, che, a volta a volta, si van
facendo, o si vorrebbero fatte, per nuovi bisogni che si stimano sopravvenuti,
o per correzione d’antichi e nuovi errori, de’ quali credesi avere
accorgimento. Intorno a che una opinione oggi, e da molli anni, a memoria di
noi vec-r chi, cerca di signoreggiare il mondo, secondo la quale, la volontà
egualmente ed il senno di lutti avrebbe in ciò a consultarsi, e a deliberare,
per quella dottrina che troppi pongono a di nostri in cima a ogni altra, e che
chiamano il domala della sovranità del popolo, da cui, come da vecchia sua
radice, sorse già e prese forza l’altro domina del cosi detto patto, o
contratto sociale ; due domini a’ quali dassi appunto per fondamento, come la
libertà originaria e naturale dell’uomo, cosi l ’ eguaglianza primitiva d’uomo
con uomo. Or poiché, rispetto alla prima già vedemmo, quantunque sommariamente,
quel che bassi a pensarne, favelliamo adesso della seconda. Della eguaglianza
in generale, e quanto poco esista essa nella specie utnana. Si pretende, che
gli uomini, per naturale diritto, sian tutti uguali, e, al solito, insegnando
al popolo questa supposta fondamentale verità, que’ che la insegnano si guardan
bene dal dichiararla con più esplicite parole, e dallo spiegare in che senso, a
lor senno, questa eguaglianza può affermarsi, in che senso non lo si può. E il
popolo fa di questa proposizione quel medesimo, che dell’altra, la qual die
e-Gli uomini son lutti liberi - Ambedue le accetta così come gli si danno,
senza limitazione, e se le stampa bene in mente al modo che suonano, per poi
trarne le conseguenze dirette ed estre- i me, che oggi pur troppo ne trae...
conseguenze che la pace del mondo da sessanta anni disturbano ed impediscono.
Io spesso ho domandato a que’ difensori di si fatte stolte teoriche, co'quali è
pur possibile tentare un po’ di ragionamento, qual fondamento dessero (
parlando dell’egualità ) al domma che stabiliscono ; e i più di loro m’hanno
risposto con gran franchezza, che l’eguaglianza è da legge di natura, perchè la
natura ci ha fatti tutti della stessa specie, e della stessa carne; tutti, gli
uni agli altri, fratelli. Ma, quando li ho incalzati, chiedendo, se la natura
facendoci uguali quanto a specie e carne, e con questo dandoci una comune
fraternità, abbia poi col fatto mostrato di averci voluto ad un tempo dare
anche le altre eguaglianze qualitative e quantitative, ossia di modo, e di
grado, che bisognano per costituire l’assoluta eguaglianza naturale, la quale
intende il popolo, non ra’han potuto più rispondere cosa che valga. Almeno
avessero potuto dimostrarmi che queste ultime sono una conseguenza necessaria
di quelle prime! Bisogna compatirli. Essi non potevan fare l’ impossibile. La
natura, certo, non ha voluto farci diversi da quelli che ci ha fatto. Ora è
chiaro, ch’essa ci ha fatto in ogni cosa disuguali. ( E si noti, eh’ io qui uso
il linguaggio de’ moderni filosofanti. Metto da parte la fede, il peccato
d’origine, e le sue conseguenze. Parlo, come oggi usano tanti, della natura
acefala, e separala dalle sue cagioni, come se non le avesse ). Infatti che
vogliamo ricercare? Il fisico, o il morale? Ma, nel fisico, nessuno, per fermo,
avrà l’ ardire d’ affermare, che la natura, fabbricandoci tutti della stessa
carne, e collocandoci nella stessa specie, abbia voluto altro farci che
disugualissimi. Non forse ogni giorno ci schiera essa innanzi i belli ed i
brutti, i dritti ed i bistorti, i contraffatti a ogni forma ed i ben composti
della persona.... i sani e gl’ infermicci, i gagliardi ed i frolli, gli
svegliati ed i pigri o buoni-da-nulla? Non forse tra milioni di visi nessun ce
ne presenta ben simile... ben uguale ad un altro « imprimendo ad ognuno una
fisonomia sua, che è la sua e non d’altrui? Non forse disuguali dà le
complessioni, la fazion generale della persona, le idiosincrasie ? Pur la carne
è una in tulli, e la stessa : la specie è una e comune. Più però l’originaria e
naturale disuguaglianza fassi palese, ove al morale riguardiamo, e si a questo
nella parte intellettiva e discorsiva, si nella memorativa, si nella
immaginativa, nell’ affettiva, nella volitiva, e in quante altre le
sottigliezze de’ filosofi distinguono... Ho io bisogno di dire, che hannovi
nati stupidi, e nati con ogni buona disposizione di memoria, di giudizio, d’
acume... ? Ho io bisogno di ricordare le portentose varietà d’ altezze, di
capacità, d’umori, di tendenze, infinitamente tra loro disparate e distanti ?
Ho io bisogno di avvertire, che GALILEI (si veda), Newton, Eulero, Lagrangia
non nacquero per esser umili ragionieri di lor persona sopra un povero banco di
libri tenuti a scrittura-doppia ; Cesare, Carlo Magno, Napoleone, non erano
modellati alta stampa d'un piccolo caporale di milizie ; i Law non furono mai
del legno di che si formano i Colbert, i Turgot ; Omero non doveva essere
Clierilo, nè Virgilio Bavio..., e tutta la larghezza d’ un oceano doveva
separare Marco Tullio Cicerone da Marco figliuolo, Marco Aurelio Antonino da
Commoilo, Tito da Domiziano... Vaucanson da un costruttore d’organucci di
Barberia... Giovanna d’ Arco dalla mia donna di faccende ? Non favello delle
disposizioni di cuore... delle disposizioni di volontà... del più o meno di
mercurio, di zolfo, di sali, che, fino dal primo impasto, è infuso nelle nostre
crete; e del diverso rombo di vento a che si volge l’ago delle nostre
tramontane. Nel vostro stesso campo, signori maestri del novello mondo,
consultate Gali, Spurzheim, Fossati, Combe. Crederanno leggervi sul cranio,
scritto e significato a grandi rilievi, se siete della pasta dei Tersiti,
de’Paridi, degli Ulissi, de’ Palamedi, o degli Achilli.... E non solo
differenti s’esce di prima stampa dall’utero materno. Altre cagioni
soggiungono, da natura pur sempre, e dal conflitto perpetuo delle sue forze,
per le quali alle inegualità fisiche e morali, cominciate fin dai primordi
nostri, se ne vanno altre aggiungendo finché dura la vita, ed alcune per
effetto della stessa vita. Imperciocché a questo lavorano giornalmente le
infermità, e centinaia di fortuiti accidenti che sopravvengono... le differenze
di climi e del tenor di vita... i nostri spropositi volontari ed involontari...
: senza di che molle cose al vecchio toglie P età, e al fanciullo non le dà
ancora... E l’arte, eh’ essa medesima è da natura, opera forse, e conduce, a
diverso fine? -L’arte è l’educazione, secondo che ce la danno, secondo che ce
la diamo. Or l’educazione, facciasi quel che si vuole, è per l'uomo una nuova
grandissima cagione d’ inegualità, la quale niun potrà mai governare in modo da
impedirle il produrre questo ultimo effetto. E, primo, è una potente cagione
d'inegualità dalla parte degli educatori. Perché come poterli applicare a uno
stesso modo, a una stessa misura, in tutti i luoghi ed a tutti? nelle città e
ne’ villaggi ? nelle campagne e ne’ boschi ? a que’ che vivono raccolti
insieme, e a que’che in solitudine, o grandemente spicciolati e divisi ? Come
trovarli, da per tutto, uguali in eccellenza, per dottrina, per zelo, per
altezza, per l’allre molte qualità che aver denno, o dovrebbero ; o come non
piuttosto contentarsi assai spesso di non trovarne, di non averne, o di averne
de’mediocri, degl'insufficienti, o decessimi? Come, da per tutto, avere o
procacciarsi le stesse facilità secondarie, gli stessi ausiliarii mezzi, senza
di che la bontà degli educatori o fallisce, o men vale? Come non avere
riverberate sugli educati le diversità che provengono dalla diversa natura de’
maestri, de’ metodi, degli aiuti estrinseci? E, per tutti questi motivi, come
non giungere all’effetto ultimo, che, se le differenze predisposte da natura
erano già grandi, più grandi ancora saranno esse fatte, dopoché di necessità in
diversissimo grado e modo l'arti educatrici sarannosi adoperate? Secondo, è
un’altra cagione d’ineguaglianze, dalla parte di coloro che debbono educarsi.
Imperciocché le inegualità già preordinate in ciascuno nell’esser coucetli,
come potranno non avere accrescimento e moltiplicazione, aggiuntevi le
inegualità avventizie, prodotte dall’azion di coloro, che, più o men bene, o
più o men malamente, educheranno? Dove, tra inegualità ed inegualità, sarà pur
talvolta che accadano compensazioni: ma sarà più spesso ancora, che le
inegualità si sommino, e s’alzino a maggior valuta... Terzo, son molte più,
accidentali, cagioni, che necessariamente faranno anche maggiore essa
differenza : come dire, il più o men bene, o male affetto stato di salute, o di
vigore, il più o meno di fortuiti ostacoli, o di fortunate agevolezze
sopraggiuugenti : la nebbia delle passioni viziose che alcuni offuscalo la loro
forza che molti distrae; lo stimolo delle passioni generose che ad altri é
incitamento... cento altri e mille incidenti della vita, che or turbano, or
secondano, e fan mentire in bene o in male ogni anticipato presagio da natura
tratto... Ma v’ è una piu generai considerazione, che vie meglio conferma la
verità del mio detto. Essa ci è somministrala dalla ricerca del fine stesso per
cui la natura ci diede delle arti educatrici il bisogno, l’istinto, ed il seme.
Questo fine evidentemente, e per sua essenza, è, sempre, e ogni giorno più,
disuguagliare, anziché uguagliare. Imperciocché la perfettibilità umana esse
arti han persubbietto sul quale lavorano ; e la perfettibilità è cosa
sterminata. L'arte, cioè l’educazione, perfeziona, che è dire s’ aggiunge alla
natura, acciocché quello che in essa è germe, tallisca, cresca in pianta, e fruttifichi.
Ora il germe è d’ineguaglianze: dunque ineguaglianze raccoglierannosi dall’
educare, tanto maggiori, quanto l’ educare sarà più perseverante, e condotto a
maggiore eccellenza. In ciò sta il progresso, che è pure un altro degl’ idoli
del nostro tempo : in ciò la civiltà, effetto principale del progresso, che
tanto oggi i nuovi dottori dicono di voler promuovere, non s’accorgendo, che il
suo vero fine è aumentare le differenze tra gli uomini, non già scemarle. Gara
infatti essa è per essenza, e specie di palestra aperta a tutti, dove arte
aiuta natura a far si che ciascuno co’ vantaggi che può e sa, si gitti innanzi
quanto più può e sa meglio, lasciando iudietro il compagno o i compagni di
quanto piu intervallo è possibile, nelle diversità di direzione che tutti
prendono. Cosi arte e natura a un medesimo scopo convengono. Quella accresce 1’
effetto di questa. La disuguaglianza é data all’uomo per legge; il
disuguagliarsi per istinto, e per bisogno. Voi piu facilmente fabbrichereste
gli uomini della favola di Luciano, usciti dalla granata magica, con metodo di
successive dicotomie, che gli uguali i quali sognale. Arroge, die questa è una
legge non esclusivamente propria della nostra specie. Chi ben considera, trova
ch’è legge data all’intero universo, come norma del suo modo d’essere. Tutto in
esso è varietà e diversità. Tutto è gerarchia. La materia è una nella sua
sostanza, pur l’oro non è argento, nè T argento rame, nè il rame piombo, nè il
piombo arsenico, nè l’arsenico azoto od ossigeno. Vi son dunque caste nella
materia, come nella specie umana ; come nelle specie degli animali domestici
(cavalli, pecore, capre)... V’ è una gerarchia delle stelle tra le stelle,
delle comete tra le comete. V’é il grande ed il piccolo, il luminoso e
l’oscuro, quel che domina e quel eh’ è dominato. Un carbone è cristallizzato ;
è brillante; è la coli-i noor, la montagna della luce, che brillerà sulla
fronte di Vittoria regina d’ Inghilterra ; un altro carbone non è buono che a
scaldare la pentola della massaia. Lo stesso grano, dice il più santo de’libri,
è trasportato dalla piena del torrente nel mare, e vi perisce ; dal vento tra
le sabbie, e non vi nasce ; dall’agricoltore nel campo, e, secondo le
condizioni diverse del terreno e de’ succhi, v’ intristisce c non viene a
spiga, traligna ed è ucciso dalla golpe... prolifica ed è ricchezza della messe
e del granaio. Evidentemente queste diversità di sorte furono, sin dalla prima
origine, ne’ disegni del Creatore, nelle necessità imposte al creato... Quanto
agli uomini, ciò non è solo un fatto cieco ed improvvido : è una manifestazione
splendente della sapienza del divino architetto. La vita normale della civil
congrega ha bisoguo di simiglianti radicali disuguaglianze. È forza che v’
abbia chi non si sdegni d’ esser destinalo ad metalla, alla coltivazione
laboriosa delle terre, alle meccaniche fatiche dell’incudine, della sega, della
pialla... Come è forza che v’abbiano altri ad altro buoni, ed a meglio, secondo
tutta la varietà degli uffici e de’ servigi che se ne aspettano. Fede c
filosofia s’ accordan poscia a proporci, affinchè nissuno si lagni, il sistema
delle compensazioni in una seconda vita. Or, se tanto è innegabilmente vero,
come s’ osa insegnare al popolo l’opposto di queste dottrine? Come s’abusa
della sua irriflessione naturale e della sua ignoranza per falsificargli sino a
questo segno il giudizio? Come s’ardisce predicargli ogni giorno il domina
supposto delVeguaglianza, o non fiancheggiandolo con ragioni, o rendendolo
credibile con miserabili ragioni di fratellanza universale, d’identità
d’origine, o simile? (1)-E v’ha chi chiama perfino a complicità dell’inganno la
religione, come se vi credesse! V’ha chi usa come argomento: Siamo lutti figli
d’Adamo; lutti ugualmente redenti sulla croce; tutti ugualmente fratelli in
Cristo! - Fratelli si certo ; c figliuoli lutti della prima umana coppia, e
della seconda per Noè il diluviano; ed ugualmente ricomperati col prezzo di
sangue sul Golgota: ma non perciò uguali; come uguali non erano, ancorché
fratelli, più ancora stretti tra toro che non un uomo a un altr’ uomo, Caino e
Abele ; come uguali non erano tra loro, ancorché fratelli, Isacco ed Ismaele,
Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e Beniamino, e gli altri figliuoli di Giacobbe...
Fratelli, e perciò tenuti a reciprocamente amarci, ad assisterci, a giovarci;
ma non a modellarci ognuno sull’altro, ma non a metterci tutti a uno stesso
livello, ma non a interdirci ogDuno i vantaggi delle nostre individualità, o a
pretender di divider cogli altri gli svantaggi. L’ autorità della religione,
della quale s’ abusa, non ha mai consacrato queste massime, o, per dir meglio,
ha consacrato sempre le massime contrarie. Io dimentico però, che hannovi, a di
nostri, cristiani a’ quali par bello servirsi del vangelo per falsificarlo, e
spurii cattolici, i quali s’argomentano d’ insegnare caltolicliesimo alla
Chiesa, e teologia alla teologia! É
facile intendere, se non il come, almeno il perchè. Si cercano nel volgo, e nel
minuto popolo complici, ed uomini di braccio per l'opera di distruzione ebe si
medita; e l’adescarli con si fatti miserabili e detestabili inganni par utile,
se non bello. Se non che intendo bene quel che vorrassi rispondermi. Sorgeranno
d’ ogni parte di coloro, che vorranno dirmi, nissuno esser si stupido da
pretender di negare il fatto visibile e palpabile delle ineguaglianze di natura
e d’arte, che son tra gli uomini, troppe delle quali non possono non essere in
un grado maggiore o minore, si nel morale, che nel fìsico. Solo chiedersi oggi
quell' eguaglianza, che spetta agli uomini, in quanto congregati in società; e
questa esser Veguaglianza che chiamasi civile, cioè de’ fondamentali diritti
della vita di cittadino; e pretendersi essa come dovuta per legge eterna di
naturale giustizia. E avvegnaché, ristretta la proposizione entro si fatti più
precisi e più angusti termini, non è poi si chiaro il comando della legge di giustizia
la qual si cita, e resta sempre a superarsi la difficoltà del concepire come e
perché abbia a credersi di misurar giustamente, applicando a tanti fra loro
disuguali una misura uguale per tutti, fan prova d’ avviluppare sé e gli altri
in un tessuto di ragionamenti, che è pregio dell’ opera l’ esaminare-
Esaminiamoli dunque, c cerchiamo di far conoscere quanto essi hanno poco del
solido, e quanto facilmente s’abbattono, e si riducono a nulla. Dell'
eguaglianza nel civile consorzio e su quali falsi fondameli ti si pretenda
stabilirla. Si vuole l ' Eguaglianza civile, cioè l’eguaglianza ne’
fondamentali diritti della vita di cittadino! E per che buona ragione
?-Rispondono i pili barbassori: « non veramente per « che siavi tra gli uomini
l’eguaglianza primitiva di natura, « o perché possa l’arte giungere a
distrugger mai le diffe« renze che natura ha in noi largamente seminate nel
tisico « e nel morale j ma perchè, tra tante che mancano, un’e« guaglianza
primordiale è pur veramente in tutti, ed è « T eguaglianza di condizione
primitiva, quando la vita civile « ha per noi, secondo ragione, normale
coininciamento. » E, a meglio spiegare il concetto loro, cosi ragionano,
tornando un tratto a considerazioni relative alla libertà « Sia quel che si
voglia de’ limiti che la legge eterna ha se« gnato al libero arbitrio
d’ogn'uno, e della natura obbli« gatoria de’ precetti ch’essa legge dà a tutti
; se potente« mente c’invila essa ad unirci in civil convivenza, non, « per
fermo, l’invito è coattivo (posto che niuu pretende « esserci disdetto il
segregarci per vivere in solitudine, « quando ciò ne piaccia) ; e molto meno è
obbligatorio a un « dato modo d’associazione (posto che niun pretende esser« ci
da ragione naturale vietato il torci all’ associazione, in « che, per esempio,
ci troviamo inclusi dal nascere, per « entrare, a nostro libito, in un'altra la
quale consenta « di riceverci). Dunque l’entrare, o il restare, in una data «
civil congrega, è, per sé, atto di libertà, rispetto al qua le noi conserviamo
intero l’arbitrio. Ma lo stesso ragio— « namento può ugualmente applicarsi ad
ogni uomo. Dun« que tutti gli uomini, debbono, in ciò, riguardarsi d* lift guai
condizione : lutti almeno coloro, a togliere qui ogni « soGstcria, che hanno
sufficiente normalità coni’ uomini, « quanto alle facoltà naturali (salvo il
diverso grado in che « le posseggono), per non dare evidente motivo d’ esser
te« nuli come non liberi. Ma concessa l’esistenza d’almen « questa eguaglianza,
non v’è poi ragione perche da detta « eguaglianza non si derivi un’altra
eguaglianza, e vuoisi « dir quella per che, ne’ rapporti generali di cittadino
a cil« ladino, e da cittadino a tutta la congrega, pesi c benefi« zi, cioè
doveri e diritti sian parificati. Dunque sì fatta pali rificazione, che è
l’eguaglianza la quale aveva a dimo« strarsi essere di diritto naturale, lo è
realmente. » Dal qual tenore di discorso è poscia uscita, nel passato secolo,
tutta la dottrina del palio sociale, c (connessa con quella) l’altra dottrina,
secondo la quale il popolo, cioè la somma di tutti i concorrenti a civil
consorzio, nell’atto del concorrervi, c dopo esservi concorsi, ha in sè la vera
sovranità e supremazia, per tal guisa, che ognuno ne possiede la sua coeguale
parte: ciocché costituisce poi quella che si chiama la sovranità popolare, o la
democrazia risguardata come il solo governo naturale e legittimo. Donde molte
conseguenze scaturiscono, c principalmente questa « Che gli entrati, « od i
liberamente restati in una civil convivenza, se dispnee nendo di sè, come sovrani
che ne sono, tutti con egual « volontà e potestà si spogliano o si spogliarono
pacificale mente d’una parte della sovranità di sè stessi, per formale re di
queste parti riunite l’altra sovranità posta fuori, e ee depositata in mani
terze, alla quale, in essa convivenza, ee liberamente si sottoposero, non però
a questa seconda so« vranità non si serban sempre superiori. Nè, in quanto è «
artificiale, e procedente dal loro libero arbitrio, da cui « trae tutto il suo
valore su ciascuno, può questa sovranità fattizia distruggere la supremazia
delle volontà da « cui supponsi derivala. E perciò, quantunque soprastante «
per patto, essa è nondimeno in realtà soggetta, e dalla « stessa volontà onde
procede può quindi essere rivocata e « distrutta ». Le quali teoriche con tanto
animo i nuovi maestri le difendono, che, non potendo non accorgersi, ciò, nel
fatto, non esser mai, perchè, storicamente parlando, l’asserito patto sociale,
mai, o quasi mai, non in terviene, ancorché per diritto dovrebbe, a lor sentenza,
intervenire « ciò dicono provar solo la spuria origine delle « civili congreghe
in che, per tal guisa, si è inclusi. Don« de è poi, che il pacifico e precario
restarvi, il qual fac« damo, non può, a lor detto, chiamarsi nemmeno un «
tacito consentimento. Imperciocché secondo il proverbio, « chi non parla non
dice niente. Ed, essendo che ogni go« verno é intanto una forza di fatto alla
quale difficilmente « si può resistere, cosi il non dir niente esso medesimo è,
« conchiudon essi, una necessità imposta, piuttosto che « volontaria. Il
perchè, ora massimamente che i popoli co« minciarono a parlare, il diritto, il
quale non poteva essere abrogato, o soppresso, risorge, dicon essi, con tanto «
più vigore, e legittimamente pronunzia illegittimi quc’civili consorzi, e
sentenzia rivendicata e ripigliata da tutti quella sovranità di sé, che natura
diè loro, per esercitar« la congiuntamente, dove ciò aggradi, nella formazione
« di consorzi nuovi e di nuovi governi, a tal forma, e con tali leggi, che il
libero ed effettivo consentimento prece« da consorzio e governi, e li
accompagni, o, cessando, « cessi l’autorità di questi, c sia come se non fosse.
Donde « tornan di nuovo alla tesi, che la democmzia è nel diritto x di natura,
in quanto almeno poter supremo, cioè alto ed « indeclinabile potere, che
sovrasta ad ogni maniera di governo, la quale il libero consenso degli uomini
abbia stabilito, o sia per istabilire ; e che tutte le altre maniere di «
governo, anche consentite, sono artificiali e transitorie, mentre quell’ una, o
esista o no in alto, è permanente ed « imprescrittibile. Cosi presso a poco
ragionano, quanto a tutto cotesto domma dell'eguaglianza, e a’ corollarii che
ne traggono, i più logici tra costoro, e nondimeno ragionano pessimamente e con
una molto povera logica. Perchè, in tutta l’esposta tela di raziocinii,
s’afferma, più che si provi, quella supposta egualità di condizion primordiale,
che, o realmente, 0 per una finzione giuridica, precede, o debbe precedere,
l’ingresso consentito d’ognuno nella civil convivenza, e che è data come
fondamento di tutta l’eguaglianza civile intorno alla quale si disputa. In
questa vece facilissimo è dimostrare che il fondamento, assunto per postulato
non ha sussistenza alcuna. Imperciocché sia pur dato e non concesso a’cosi
ragionanti d'assumer l’uomo nel momento d’entrare con perfetta libertà di sè in
una associazione nuova, 1 cui patti abbiano allora allora da stringersi, e,
come molti oggi dicono, da formularsi (ciocché, nel fatto, non è mai) ; certo,
anche in questa immaginaria ipotesi, di che direm poi quel che è a dirne,
falsissima cosa è, che, nella turba de’ concorrenti a costituire la nuova
congrega, ciascuna arrechi, non una quale che siasi equipollenza, od
eguaglianza di requisiti, ma quella equipollenza od eguaglianza che sarebbe
necessaria per venire alla conclusione a cui vuol venirsi. L’equipoHenza o
l’eguaglianza che v’è, è quella delle individuali libertà degli ancora sciolti,
ossia è l’eguaglianza nella autocrazia, o nella signoria di sè, che ciascuno,
per ipotesi, conserva ancora, e in virtù delia quale, come padrone della
propria individualità, concorre e consente per la sua parte alla formazione d’
un sociale consorzio. Ma da che si viene all’inventario ed alla ricogniti) E
tuttavia del rigore di questa stessa speciale uguaglianza potrebbe disputarsi,
cercando deulro quali termini, e sotto quali condizioni ogni uomo è sui juris
nel fatto. Ma il cercarlo sarebbe un'iucidentu questione, la quale ci
porterebbe troppo lungi.] zione de’ capitali e de’ requisiti che ciascuno con
sè reca ad associazione, l’equipollenza o l’eguaglianza subito cessa, e
cominciano le disuguaglianze... tutte quelle disuguaglianze, che noveravamo nel
precedente articolo, e che non possono non essere messe in conto rispetto al
reciproco interesse degli stipolanti, c a quanto esso comanda. Imperciocché sia
pure un contratto quel che trattasi di formare, e sia pure in libertà d’ognuno
il preordinarne gli articoli a suo proprio grado, o il ricusare la
stipolazione. Ma si abbia in memoria, che qui si domanda al postutto, a
stipolazione da farsi, non quello che ognuno, con un pensiero egoista di
superbia, d’invidia, e di gelosia, non volendo esser da meno degli altri,
pretende a perfetta parità cogli altri, per prezzo d’adesione, o sia o no
interesse degli altri il concederlo ; ma quello che gli eterni principii di
ragione c di giustizia in questo proposito consigliano ed ordinano. Perchè,
insomma, bisogna ricordare quel che dicevamo nel nostro primo articolo. Non è
il libero arbitrio puro e semplice la norma direttrice degli atti umani, e non
esso è l’autocrate, oil sovrano legittimo; nè alcuno ci venga a dire, secondo
filosofìa, stai prò ralione voluntas. Il vero e legittimo sovrano è il
Xòyos", e il Xòyos, cioè la ragione, non di tale o tale altro individuo,
ma si l’universale ; quello che è la espressione del senno raccolto dalle
ragioni più squisite di tutte l’età e di tutti i luoghi. Rispetto a’ cui
precetti non si può nemmen dire che nel caso nostro siavi oscurità, o
incertezza, chiari essendo e non contrastati i principii generali regolatori
de’ contratti di società, non secondo tale o bile altra legge scritta, ma
secondo il naturale diritto. Insegna esso, che se un individuo contribuisce al
bene della società men clic altri, non può pretendere d’essere accettato alla
stessa dose di beneficii che gli altri., i quali contribuiscon più. Nè se,
quanto aU’amministrazione della società intera, sono in essa e capaci ed
incapaci, è giusto che gl’ incapaci pretendano il diritto dell'avere altra parte
che indirettissima nella direzione e nel governo degl’interessi sociali. Di che
l’applicazione al caso nostro non ha bisoguo d’altre parole. E tuttavia l’
altre parole, che qualcun chiede a maggiore schiarimento saran dette a suo
luogo. Qui basti per ora t’avere indicato in che giace la falsità del
ragionamento su cui la pretensione all’eguaglianza civile si vuol fondata ; e-
basti chiudere il discorso facendo riflettere, che, dopo le cose dette, resta
almeno a tutto carico ornai de’difensori di cotesta domandata eguaglianza il
provare, che realmente, nell’ ipotesi del libero convenire degli uomini a
costituire una nuova civil convivenza, tutti arrechino in contributo, non una
parziale ed apparente, ma una totale e conveniente egualità di condizione primordiale,
e nè più, nè meno di quella che il caso nostro richiederebbe a rigore di legge.
Ma è una seconda parte, che non vuol esser passata sotto silenzio. Questa è
l’esame di quel che si vuol dare per conchiuso ed accettalo ; cioè che gli
umani consorzi, come sono fin qui stali c sono, abbian da considerarsi tutti
appunto per illegittimi, e spurii, perchè non consentiti normalmente da
ciascuno nel popolo, ed anomali, e non formali secondo quelle che sole si
giudicano essere le regole veramente razionali, destinate da natura a
presiedere al nuovo patto sociale, e a servire a stabilirlo. Intorno a che
veggiamo un po’ quanto, ugualmente, e con quanto pericolo, vanno errati coloro
i quali cosi predicano, e cosi s’ostinano a pervertire il piceol senno delle turbe.
• Sta bene mettersi in capo di sovvertire tutto ciò che è stato, ed è, in fatto
di civili convivenze, e volere sconvolgere da cima a fondo lutti gli stati,
perchè vi sono alcuni (e sian pur molti ), che gridano che, negli stati, cosi
come sono, la distribuzione de’diritti civili non è esatta ! Sta meglio che
questi medesimi, i quali cosi propongonsi di turbare violentemente la pace del
mondo, giurino di non voler cessare la guerra da essi intimata, e già flagrante
dal lato loro, contro alle congreghe umane oggi esistenti, e di non posare le
armi, e di non finire le cospirazioni, finché non solo a una riforma in ciò
siasi giunti, ma quel, che è più, finché uon siasi pervenuti alla maniera di
riforma, la quale, a lor senno, è la sola giusta ! Peccato che vi siano certe
difficoltà teoriche e pratiche, le quali combattono questo bene e questo
meglio... £ so che delle difficoltà oggi non s’usa occuparsi dai proseliti
delle nuove scuole. Chiamali vigliaccheria, strettezza di spirilo
l'occuparsene. Chiamano oscurantismo il proporle. Chiamano forfattura il dirle
al popolo. Noi, che non siamo proseliti di quelle scuole, diciamone alcuna
cosa. Non saremo da essi ascoltati. Non mancheranno tuttavia gli ascoltatori in
tempi piu tranquilli, se non oggi. Questa è almeno la nostra fiducia.
Considerazioni contro al preteso diritto di rinnovare le società umane per
accomodarle alle proprie idee preconcette, e contro alle tentale riduzioni ad
allo di questo diritto. « Il mondo'( vuoisi dirci ) ha bisogno di riforma, e di
« quella riforma che noi da lungo tempo andiamo indican« do : e, poiché n’ha
bisogno, non resteremo colle mani in « mano. - Giovandoci d’ogni mezzo, tanto
faremo, finché « avrem pur conseguito quel che ci siamo proposto. » Quante
proposizioni incluse nelle precedenti parole, ognuna delle quali proposizioni,
in argomento si grave, richiederebbe un libro a parte per trattarla come si
conviene, e per porre ben in chiaro quel che debba pensarsene! « Il mondo ha
bisogno di riforma. - La riforma che bisogna è quella che le scuole
democratiche oggi insegnano, e non altra. Questa maniera di riforma si ha
diritto di cercare immediatamente il tradurla ad atto, senza lasciarsi
trattenere da quale si voglia opposta secondaria ragione. - Tutti i mezzi son
buoni e leciti, se a sì fatto fine paian conducenti. » - Ecco quel che vale il
discorso con che abbiamo incominciato questo articolo! Non tutte, per vero, le
dette proposizioni s’ osa dirle da tutti : ma tutte son professate con cieca ed
ostinata fede. Professarle, in questo caso, è metterle in pratica, perchè la
loro natura c tendenza è pratica più ancora che teorica. Due fini si hanno. Uno
è terribile. Da maniaci e per maniaci ; impossibile, grazie al cielo, a
conseguirsi interamente, ma purtroppo tale, che il camminare verso esso è
impresa feconda de’ piu gran mali che melile umana possa immaginare. L’altro è
un castello in aria verso il quale non è pallon volante che possa condurre,
perchè tutti i palloni son condannali a precipitare prima di giungervi:
castello senza base, altra che di nuvole; castello posto nella regione de’
turbini, e del fulmine; dove niuno durerebbe tranquillo, e senza perirvi alla
lunga, corps el biens. Il primo è mettere a soqquadro ogni cosa : città, terre,
castelli, e ville, per distruggervi gli ordini stabiliti, e, se bisogna, tutti
che s’oppongono alla distruzione. Il secondo è dare alla specie umana un altro
ordinamento: ordinamento repubblicano; ordinamento di pura democrazia,
interpretata e stabilita nel senso il più largo. Se ne spera per gli uomini
d’un altro secolo (certo, non pe’vivenli oggidi, e, men che per tutti, pèr
quegli stessi che ciò tentano ) quasi l’inaugurazione d’un’ era nuova tra gli
uomini, era di felicità, di ragione, e di giustizia! Cerchiam di mostrare
quanto questa speranza è vana, temeraria, fallace, e quanto questa impresa è
colpevole, sottoponendo ad una ad una, ma brevemente, ciascuna delle
proposizioni a critico esame. 1. Il mondo ( morale ) ha bisogno di riforma ? -
Eh si. Ma la perfezione, in ogni cosa umana, è un punto di mira piuttosto che
una meta. Vi si guarda, ma non si pretende arrivarvi. Vi si guarda per prendere
la direzione, e per accorgersi se si sbaglia nell'andare, come si guarda alla
stella cinosura dal navigante, non che il guardarvi significhi speranza di
raggiungerla. E bello è accorgersi di quel che merita riforma. Per gran
disgrazia - judicium difficile, experitnenlum periculosum - Si prendono spesso
de’ be’ granchi a secco, in questo mare, piu che in altro, e con più danno. E
conosciuto il bisogno vero di riforma, bello è spesso il tentare di operarla.
Spesso, ma non sempre. Perchè vi sono in medicina certe malattie, che a volerle
curare si fa peggio ; e ciò nel morale, come nel fisico. Perciò un medico
savio, prima cerca di ben conoscere la malattia, e di non ingannarsi nel
giudicarla ( cosa, come testé notavamo, non facile ). Poi cerca se si pnò
medicare. Se si può intraprenderne la cura subito. Se non giova invece
differire il rimedio, e far vero il dinotando restiluit rem. Od ancora se a
tutto non è preferibile il rassegnarsi per non isdegnare il mafe ed
intristirlo. E il medico savio al cito preferisce il tufo; e, salvo pochi casi
estremi, e disperati, che scusano le più grandi temerità, non mai dimentica lo
jucunde d’Asclepiade. Gli stati sono grandi corpi, ne’ quali un'intera sanità è
impossibile. E guai se tutti pretendono di tastar loro il polso, e di trattarli
alla risoluta con ferro e con fuoco, alla Browniana, od alla Rasoriana, dandosi
patente di dottori senza diploma. Turba medicorum occidit Caesarem, e Cesari,
in subiecta materia siamo tutti. Figuriamoci poi quel che dev’essere, quando i
medici non sono che empirici. . ! Quel che è peggio, nel caso nostro que’ che
si gittano innanzi a tastare il polso, non sono nemmeno empirici; perchè empirici
sono quelli che se non han teorica, almeno han pratica : e che pratica possono
avere di cose amministrative e politiche tutti cotesti innanzi tempo usciti, o
piuttosto scappati, di scuola, a’ quali l’età troppo giovanile e il non essere
mai stati in faccende nega ogni esperienza? La riforma che bisogna è quella che
le scuole democratiche oggi insegnano, e non altra? Stimo la franchezza colla
quale in piazza questo è spaccialo come assioma, che non importa dimostrare.
V'ha egli in ciò buonafede? Quando lutti coloro ette studiano a queste cose
fossero d’ un medesimo avviso, potrebbe ben dirsi a chi non lo sa : Ecco la
verità in poche parole. Le prove sono inutili. Si tratta di quel che è
consentito generalmente. Ma qui la dottrina che si va spargendo è contro a ciò
che i più grandi Statisti e Politici sempre ed uniformemente insegnarono. Trova
oggi stesso una forte opposizione nelle scuole e fuori delle scuole, presso il
più gran numero di coloro che a queste materie han volto l’animo preparato da
forti studi. Noi medesimistiam per provare, che è dottrina palpabilmente falsa;
e lo proveremo, se al eie! piace.E si tratta d’ana dottrina che minaccia grandi
interessi stabiliti, dottrina gravida di sconvolgimenti e di rovine .... forse
e senza forse di stragi : e affermo anzi senza forse, perché quei che la
professano, stragi senza reticenza minacciano a ogni terza lor parola. Con che
coraggio dunque persi fatto modo s’inganna il povero popolo invasandolo a
questa guisa di supposte certezze, che non sono che grossolani e
pericolosissimi errori, atti a scaldare le sue passioni le più accensibili, le
più feraci di mali quando sono accese ; o che, per Io meno, son dottrine in
nessun modo dimostrate? 3 La riforma, la cui necessità si v# predicando con
parole, si ha diritto di cercar di tradurla immediatamente ad atto senza
lasciarsi trattenere da qualunque ostacolo d’opposta ragione? Ciò è ben qualche
cosa di peggio. Tal diritto in una proposizione incerta, combattuta, negata da
troppi ed autorevolissimi I Bella legislazione iu materia di diritti ! Ciò è il
diritto in causa grandemente controversa ( e non tornerò ad aggiungere, nella
quale non è difficile dimostrare che si ha torto marcio ) di sentenziare, non
solo, in proprio favore, sommando in sé le parti di contendente e di giudice;
ma eziandio quello d'eseguir subito la sentenza che si è pronunziata dando a sé
ragione ! S’ardisce dire : « Se gli altri negano la « certezza della opinione
nostra, noi ne siam persuasi, e « non possiamo permetterci di dubitarne, ed operiamo
co« me persuasi e non dubitanti ». - Ma gli altri che negano, negano perchè,
con più persuasione ancora, od almanco con pari fermezza di persuasione, hanno
una certezza in senso contrario. V’è dunque, per lo meno, lotta teorica e
coeguale di certezze contro a certezze, delle quali nessuna, cosi di leggieri,
cede alla sua contraria (1). Or perchè, e (1) Io indebolisco l' argomento . e
mi lo torlo. Gli altri che uegano hanno per qual ragione, la certezza vostra
dee prevalere alla nostra, e non la nostra alla vostra? Per la ragion della
forza, o per la forza della ragione ? Se per la forza «Iella ragione ; dunque
ragionate, e vincete ragionando, cioè persuadendo, ciocché solo è vincere in
fatto di ragionamenti. Ma > finché ragionando non avrete vinto, e non avrete
guadagnato quella generai convinzione degli intelletti, nella quale sola può
consistere la vittoria, confessate almeno ch’ei v'é la sola certezza del non v’
esser certezza, e ciò colla solenne forinola, Nonliquei; e lasciate le cose,
nel generale, come stanno, finché alla certezza clic si cerca non siasi
veramente giunti. Se poi la certezza vostra volete che alla nostra prevalga per
Tunica ragione della forza, abbiate almeno il pudore di non parlar più di
ragione. . . abbiate almeno il pudore di non parlar più d'eguaglianza civile
de’ difilli- Voi rinegate quest'ultima col vostro fatto medesimo, mentre la
difendete col detto, e mentre pugnate ( solete dice) per conquistarla ad
universale vantaggio. Voi la rinegate, perchè vi fate superiori, e prevalenti,
per forza, a lutti coloro che credono e vogliono il contrario di quel che voi
credete e volete. Voi la rinegate, perchè, prima di contar quanti siete, senza
legittimamente poter sapere ancora se siete la pluralità, o il minor numero, vi
tenete padroni di venire ai fatti, e di combattere contro ai dissenzienti da
voi, pochi o molti che siano, sforzandovi di tirarli a voi men colle ragioni,
che ado perandovi le cospirazioni, e a vostro libilo le armi, cioè la una
certezza ben altrimenti salila die la vostra. La vostra è ertezza di partilo, o
di setta : quella degli altri è certezza fondata sul senso colmine, cioè sul
credere presso a poco universale degli uomini di lutti i luoghi, e di tutti i
tempi; di quelli che si son sempre giudicati i più sapienti, ed i migliori ;
degl’ interi popoli, i quali tra gli altri ebbero la riputazione di più savi, e
che meglio prosperarono finché a questa certezza furono fedeli nella direzione
della loro azienda politica. Si può egli dunque istituir confronto giusto fra la
vostra certezza, e la certezza degli altri ? Chi non ha il senno velato da
passione risponda e giudichi.]frode eia violenza. Voi rinegate, perché non vi
vergognale di dire, clic, se anche una maggiorità evidente e contata,
dissentisse in modo esplicito da voi, voi minorità non più dubbia, pur
seguitereste la guerra per vincere, cioè per fare che il numero minore
soperchiasse il maggiore, e per conseguente acciocché voi che costituireste il
primo dei due numeri aveste a valere ciascuno più che ciascuno degli altri,
costituenti il secondo numero. Voi finalmente la rinegate, perchè, divenuti
ancora maggiorità manifesta, nel voler tradurre ad alto la opinion vostra, se
voleste esser ben d’accordo colla dottrina vostra d’ universale eguaglianza
ne’diritli civili, dovreste concedere che il vostro solo diritto non potrebbe
esser che quello di formare un consorzio civile del modo che a voi piace con
coloro che con voi concordano, lasciando a’ discordi di formare un altro
consorzio a lor gusto, ma non di sforzare le volontà de’ discordi a soggiacervi
; non di comandare ad essi, e di disporre delle lor cose : ciocché è
misconoscere il loro diritto, individualmente pari a quello di ciUscun di voi
ciocché è dare alla forza il diritto supremo d’annullare l’eguaglianza ciocché
é confiscare in ognuno de’dissidenti I’ autocrazia di sé e delle sue cose, e
ciò a profitto d' una sovranità vostra su voi e sugli altri.E so che
risponderete. I dissidenti, che riescon mi— « nori di forza e di numero,
sgombrino il suolo, e se ne va« dano altrove; o se voglion rimaner tra noi,
s’assoggettino « colle persone e colle cose loro. » — Ma qual è il principio di
ragione, col quale giustificate questa vostra massima di governo ? Un patto
reciproco di cosi fare, tra maggiorità e minorità ? No : perché questa massima
non può esser parie d’ un patto, che non é fatto né consentito ancora, e per
conseguenza che non esiste altrove che nel paese delle vostre speranze e de’
vostri desiderii ; donde poi si deduce, che non è obbligatoria per que’ che ai
patto da voi proposto non si son fatti spontaneamente ligi, e che, come uguali
a voi, sono perfettamente indipendenti da voi. O volete insegnarci, che così
dev’ essere per un diritto realmente superiore ed anteriore a quello dell’
eguaglianza... per un diritto antecedente ad ogni patto... diritto naturale...
diritto che attinge la virtù efficace e la sanzione dal fatto, in quanto è
fatto; e dal fatto, in virtù di clic i più numerosi, i più forti, i più destri
est in fatis, che faccian sempre la legge alle minorità di numero, di
destrezza, di forza? Guardatevi dall’insegnarlo. Quei che saran per avventura
disposti a concederlo, potran per virtù di logica dedurne ben altro da quello
che voi ne deducete. Siccome numero maggiore, violenza, destrezza non sono lo stesso
che ragione ; siccome sovranità di numero, di violenza, di destrezza non è lo
stesso che sovranità di ragione ; siccome, secondo la ipotesi assunta, numero
maggiore, violenza, destrezza non han bisogno di consentimenti e di patti per
comandare ; siccome l’essenza di questa virtù di comando è di misconoscere il
principio dell'autocrazia nell'uomo, e quanti» a sè, e quanto alle sue cose, e
d’assoggettarlo, per cosi dire a posteriori, ad una forza che gli viene dal di
fuori, trasformando il fatto in diritto ( c sia poi, nella pratica, questa
forza, quella d’una maggiorità, d’una minorità scaltra, o d’un solo ) : cosi,
ammessa una volta si fatta dottrina, s’accorgeranno ch’ella assorbe ed
annichila tutte le altre. S’accorgeranno, che non vi sono più, con essa, nè
uguaglianze, uè autocrazie di persona, nè patti che tengano. Sentenzieranno che
la forza, razionale od irrazionale, è l’unica padrona... la tiranna degli
uomini : la forza che ha la ragione di sè in sè, o piuttosto in nessun luogo,
ma che non ne ha bisogno. E sarà con ciò giustificato non solo il vostro fatto,
ma quello d’ogni despota felice, d’ogni governo forte, qualunque siane la
natura, l’origine, e la forma ; o sarà dispensato almeno dalla necessità di
giustificarsi, perchè sarà annullata la giustizia. E voi che avrete messa in
onore questa terribile massima, n’ avrete guadagnato al postutto di metter in
onore un principio, che potrà esservi ritorto contro da ogni fortunato
avversario; e ridurrà tutto il diritto pubblico al diritto d’una guerra perpetua
tra gli uodiìdì ; senza mai speranza di concordia o di pace. Nè ho qui toccato
l’altro punto della proposizione la quale esamino, contenuto nella seconda
parte di essa proposizione, dove si dice dai nuovi riformatori del mondo, eh’
essi non son disposti a lasciar di cominciare o di seguitare l’ opera per
qualunque ostacolo d' opposta secondaria cagione: ciocché, mi si perdoni d’
esser costretto a risponderlo, è favellar da mentecatti. Imperocché i soli
insensati dancominciamentoalle imprese, e s’ostinano a continuarle, senza punto
attendere alle circostanze, alle opportunità, agl’ impedimenti. Povera gente!
Questo lo chiamano bravura! la bravura di Storlidano nella Gerusalemme
liberata. È un amor idolatra della propria opinione, la quale ha toccato i
termini della infatuazione e della mania. Per essi è vero Audaces fortuna
juvat; non è vero — La fine de’ temerari e degl’improvvidi è fiaccarsi il
collo. Come tra tutti gl’ innamorati, le difficoltà non servono ad essi ebe a
far crescere in loro le furie cieche del1’ amore. Caloandri fedeli, andranno
per montagne e per valli, colla lancia sempre in resta, contro a rupi e
burroni, se non basti contro ad uomini, e contro a giganti. La previdenza la
chiamano codardia, tiepidità, sacrilegio. Sacrilegio, perchè questo amore è per
loro una religione ( perdonino la parola le orecchie pie). Son sacerdoti dell’
idea, della quale si son fatti un idolo interiore ; e purché l’ idolo
sopravvinca, muoiano tutti, e la patria stessa perisca. E sorga un'altra
patria, se lo può, e sia rifatto il mondo a pieno lor grado... o sia
disfatto!!! — Aspetto, intanto, che mi si provi, gl’innamorati ed i fanatici
esser mai stati, o poter essere uomini atti ad amministrare le cose umane,
private o pubbliche. Governali essi male sé medesimi : può immaginarsi come
governerebbero gli altri ! — Gran miseria de’ nostri giorni, il dover perdere
il tempo a confutare monomanie si mostruose! Il meglio che si possa fare sul
loro proposito è non dirne altro. Qualunque mezzo dee tenersi per buono e
lecito, se al fine conduca della universale Riforma che vuol ten~ (arsir —
Egregiamente, come il resto! L’assassinio... perchè no? Questo s’ usa. Questo
non radamente è necessario. Ha spesso una efficacia molto sbrigativa ed unica.
Dunque è bene. E se è bene I’ assassinio... un pugnale dietro le spalle... un
assalto a tradimento... un’aggressione di quindici armati cantra uno disarmato,
perché non il veleno? perchè non l’ incendio ? perchè non la calunnia ? perchè
non » libelli infa manti? perchè non le falsificazioni di carattere? perchè non
il furto, o la rapina? #alum ad bonum ErgobonumH! E ciò sarà chiamato riformare
in meglio il mondo ! Togliete a! popolo ogni sentimento religioso. La
religione, eh’ esso ha, favorisce i tiranni. Toltagli questa religione, il
volgo sarà materialista ed ateo... M’inganno. Alzerà altari Deo ignoto, come
già in Atene ; ma ad un Dio, che non ha fulmini per punire, non ha che
indulgenze per chiuder gli occhi sui male che fanuo gli uomini ; e gli uomini
faranno il male allegramente, e con piena sicurtà di sé. Ma per (sradicare nel
popolo la fede nel Dio de’ Cristiani, nel Dio che lo ajutò ad esser buono colle
sue speranze, co’ suoi spaventi, volete adoperar le scaltrezze d’una filosofia
sofistica e trascendente? Esso non la capirebbe, non la gusterebbe. Meglio vale
creargli il bisogno di non crederla. Si renda vizioso, e tanto che disperi del
perdono, e trovi più comodo il negare le pene d' un’ altra vita, che il
paventarle. Si seducano perciò le donne, e s’infiammino d’illeciti amori. Si
corrompa la gioventù... Debbo io seguitare questo tristo inventario di pratiche
atte a pervertire? O non qui scrivo un piccolo brano della prima pagina delia
storia contemporanea ? Cosi, non è tanto una proposizione astratta, quella che
qui discorro, quanto un’ opera avviata a compimento e cotidiana. Già non c’ è
più bisogno di prediche. Le prediche son fatte, ed han fruttificato. È in pien
corso il nuovo insegnamento. Aspettando la universale Riforma, a chi minacciata
sotto forma d'una ghigliottina, (o d’una delle tante eleganze inventate 60 anni
fa in Francia, coggi pronte a risuscitare: u«e fournée, une noyade, una
passeggiata di colonna infernale), a chi presentata nell’ abito verde della
speranza come un secol d’oro che si prepara a nascere per condurre in terra la
perfezione fin qui ignota a’mortali; noi poveri contemporanei vivemmo,
invecchiamo e morremo tra le delizie d’un presente tutto pieno di
perturbazioni. Ora i benefizi che si promettono agli eletti son per lo meno
nella schiera de’ futuri assai contingenti. Il male che s’ opera, e che si
soffre purtroppo, è da lungo tempo una funesta realtà. Per tornare all’
argomento nostro, gli scrupoli si van togliendo. La bella morale del fine che
giustifica i mezzi corre il mondo, c lo conquista. Noi siam cattivi abbastanza.
I nostri figli, se Iddio nella sua misericordia uon ci provvede, saran peggiori
di noi. Qual riforma della umana convivenza possa divenir possibile con si
fatta educazione degli uomini, altri mcl dica. Io non so indovinarlo. Il mio
stomaco si solleva dalla nausea veggendo i costumi nuovi, le abitudini nuove,
udendo le bestemmie nuove. L’istoria ha sempre insegnato, che tutte le volte
nelle quali un popolo è stato condotto a questi estremi, esso ha rapidamente
degenerato, e finalmente è perito. Cosi fu spenta la gloria di Grecia e di Roma
antica. Cosi la gloria più antica ancora delle Monarchie de’ Babilonesi, de’
Medi, de’ Persiani, degli Egizi. Le stesse cause hau sempre prodotto nel mondo
gli stessi effetti ... e sempre li produrranno ! E qui fo punto. Fo punto; ma
poche altre parole mi permetto d’aggiungere su tutto l’argomento di questo
articolo. Si vuol distruggere gli antichi ordinamenti del mondo caule que
conte, facendo sempre la vista di partire dai due principii, della libertà e
della eguaglianza. E vedemmo quanto l’una e l’altra si rispettino in tulli gli
sforzi che si fanno per fas et nefas a fin d’ affrettare l’ ora della riforma.
V’ é però ancor peggio di quel che ho detto, sebbene ho detto molto.
Ripigliando da un’ altra parte il principio de\Y eguaglianza, dopo averlo
calpestato c manomesso, e ripigliandolo a scapito del principio della libertà,
si parla d’abolire lutti i diritti acquistali anche per vie le più oneste. Gli
uguali ban da essere uguali, perdendo tutto quello per che con arti anche
degne, e coll’ industria, e co’meriti, e colle fatiche, s’eran fatti maggiori,
e non han da esser nè uguali nè liberi quanto al diritto di contrapporre il
loro no all’allrui si. Gli uguali s’tian da potere non solo spogliare dagli
altri uguali, ma da questi si ban da potere anche sterminare ed uccidere, se
voglion conservare intatta tutta la loro autocrazia, se non voglion piegarsi a
dar mano a queste spogliatrici dottrine... -Un contratto sociale tra eguali ha
da esser fondamento della società nuova per libero consentimento di tutti; ma
il patto, o contratto sociale non dee poter aver forza, e il libero
consentimento non ha da esser libero di non consentire ai patti che vogliono i
preparatori della nuova libertà ed eguaglianza. E queste contraddizioni
palpabili e nauseose si dissimulano dagli uni ; e dette agli altri non li
commuovono, ed è come se non fosscr dette, tanto è fermo il proposito di non
ragionare, c d’ostinarsi. Ecco a qual grado d’ accecamento e di depravazione
s’è giunti! Con che torna vero quel che già notavamo, chiudendo il 3. articolo.
Cercar di confutare costoro è spendere parole ed inchiostro a pura perdita.
Scriviamo a preservazione dei non corrotti ancora, o ad emendazione di chi sta
tra due nè ben sano, nè tutto guasto. Gli altri Iddio li illumini. E ripigliamo
dal suo principio il discorso delle ricostruzioni, delle costruzioni, o delle
riparazioni dell’ edilizio sociale. Altre considerazioni sulle riforme nel
reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto e il modo di
tentarle. Quantunque d’un argomento si importante oggi tutti parlino in tuon di
dottori, e quasi anche i fanciulli, qui «ondimi aere lavanlur, pur non è men
vero, che il dire intorno ad esso quel che veramente la ragione insegni è cosa
grandemente difficile per tutti, ed anche pei più periti nelle scienze dello
Statista. Due sono i casi. O alcuni inclusi in una convivenza civile già
stabilita, e soggetti alle sue leggi, se ne stancano, vi si trovan male,
vogliono sottrarsene, e ciò non collo staccarsi e irsenealtrove in cerca
d’un’associazion nuova, ma coi riformar l’associazion vecchia e spiacente,
resistendo a questo gli altri che pur vi sono ; o i venuti a desiderio di
rinnovazione del politico ordinamento, nella civile congrega alla quale
s’appartiene, non sono alcuni, ma presso a poco tutti, cosicché nessun
degl’interessati in ciò resista, e faccia notabile ostacolo. Nel secondo caso,
difficoltà gravi, quanto all’iniziare le riforme, di che si crede aver bisogno,
non possono esservi (1), perchè si suppone non esservi lotta ; ed aversi, Noq saranno le difficoltà quanto al consenso
nelle riforme, ed alla loro attuazione. Resterà peri) a vedere pur sempre, se
le riforme in che consentirono, avranno quel sommo genere di legittimità che
sola puh dar la giustizia e ragionevolezza loro, o se uon l'avranno. E resterà
a cercar se, non avendola, siano ciò non ostante obbligatorie, ed in che senso,
e fino a qual grado, o dentro quai limiti lo siano : questioni difficilissime a
trattarsi, ma che non e questo il lungo di trattare presso a poco, universalità
di consenso. (Le difficoltà cominceranuo, quando si tratterà del modo, se
vogliasi che questo modo sia il più ragionevole, ed il più profittevole a
tutti). Ma, nel primo caso, non si può dire altrettanto. Quando un governo è
stabilito, e un ordine quale che siasi già esiste... quando in tutto il numero
dei componenti la civile congrega i sufficientemente contenti sono di gran
lunga i più, e i veramente gravati, e giustamente malcontenti sono di gran
lunga i men numerosi, il vero diritto non è quello di turbare tutto lo stato
tentando novità, e con ciò disturbare tutti i contenti e tranquilli,
rimescolando e rinnovando ogni cosa, e scomponendo e disordinando ogni privato
interesse, per fare ragione ai pochi che si lagnano perchè stan male ; ma è il diritto
di cercare, senza punto incomodar gli altri, o comunque gravarli nelle persone
e negli averi, che sia fatta ragione ai pochi che lo dimandano, e che lo
meritano. £ questo può esser difficile ; può essere anche talvolta impossibile
senza rovesciare intera mente la costituzione dello Stato. Tuttavia ci vuole un
bel coraggio per mettere innanzi la proposizione, che, dove ciò accada, la
giustizia negata a’ comparativamente pochi, debba essere ad essi buono e
legittimo motivo di spinger la reazione immensamente più in là di quel che
porta il loro diritto ; cioè, affinché questa sopravvinca, di scomporre e
distruggere tutta la macchina costitutiva della civil congrega, della quale i
più si trovan paghi, mentre ogni turbamento un po’ generale dell’ordine stabilito
tutti inquieta, molesta, e danneggia. Maggiore però fa d’uòpo che sia questo
coraggio, se quei che si fatta proposizione mettono (1) Può bene io questa
ipotesi ater luogo il principio (ed il più spesso lo de\e)-Expedit unum hominem
mori prò cunctopopulo.-l pochi gravati, operato per ottener giustizia tutto
quello che non pub operarsi senza manifesto e mollo maggiore danno deli'
universale, se ascoltano la voce della coscienza, il meglio che possan fare è
rassegnarsi, come è forza rassegnarsi alle malattie, alle disgrazie fortuite,
ai tanti altri mali della vita. ] innanzi, nessuna ingiuria, nessun (orlo
ricevettero, e sono unicamente duellanti, per cosi dirlo, di malcontento, i
quali non si lagnano per proprio conto, ma si lagnano per conto di quelli che a
loro spiace di non udire lagnarsi, e eh’ essi vogliono che si lagnino per forza
; o di quegli altri che, pur lagnandosi a buon diritto, nondimeno par loro che
non si lagnino abbastanza, e non sian disposti a spinger le querele fino agli
estremi che a lor piacerebbero. Vengan di nuovo que’ehe cosi vogliono e fanno,
a parlarci d’eguaglianza, e di tutte l’ altre loro frottole di libertà, di
giustizia, di ragione ! La loro eguaglianza diventa, come altrove riflettevamo,
superiorità de’ pochi su i molti. La loro libertà diventa licenza di nuocere
agli altri per giovare a sé, o per soddisfare la propria passione. La loro
giustizia è non tener conto del diritto altrui, per non aver occhio che a
quello che si crede essere il diritto proprio, od il proprio talento. La loro
ragione è la ragione del più forte ; una ragione egoista, ostinata, feroce,
senza pietà, senza discrezione, senza riguardi... una ragione che ricusa di
ragionare, e che vuol esser tiranna delle ragioni altrui. Si difenderanno con
dire, che, ncll’operare quel che tentano, il fine loro non è contentare sé
stessi, pregiudicando indebitamente gli altri, c dando loro motivo legittimo di
querelarsi ; ma è proporsi cosa in sé buona : cioè, considerato che gli stali
son oggi, dove più, dove meno, in tal mala guisa ordinali da render possibili per
tutti, e inevitabili per molti, una gran quantità d’ ingiustizie, d’avanie,
d’oppressioni cotidiane, senza facile riparo, e sovente senza alcun riparo ;
considerato per conseguente, che il malcontento il quale per gli uni è attuale,
per gli altri è virtuale, e che il danno da tale o tale sofferto oggi, può
percuoter domani, o doman l’altro, a volta a volta, quelli ancora che or sono
contenti ; considerato perciò, finalmente, che, a distruggere il vizioso
edificio delle odierne macchine politiche per sosliluirvene un altro migliore,
è meno ancora contentare sé, che rendere servizio all’universale, e a quei
medesimi che ora per poca previdenza, per indolenza, per egoismo rifuggono
dalle riforme e che ciò è poi promuovere la causa sempre bella ed onesta della
giustizia : per tutte queste ragioni far essi cosa degna d’ approvazione,
anziché di biasimo, perseverando nella impresa alla quale si danno. Ma
l’apologià nulla vale. Primo : hanno eglino ben pensato, cotesti temerari
sconvolgitori delle civili convivenze, la massima gravitò del fatto a cui
s’adoperano? Uno stato è una somma immensa d’interessi distribuiti e collegati
tra tanti quanti sono in esso gl’individui che sono, e que’che prossimamente, o
più tardi, saranno. Ogni interesse si risolve esso medesimo in innumerabili
subalterni interessi di cose e di persone, ed ha sempre due parti : una che
risguarda i privati, l’altra che risguarda il pubblico, ossia 1’ universale.
Quanto più una umana congrega è matura a civiltà, ed in essa progredisce, tanto
più questi interessi crescon di numero e d’importanza. La prosperità privata e
pubblica è tutta principalmente fondata sul rispetto, sulla protezione, sui
favore che ottengono si fatti interessi. È pur troppo certo (colpa delle
imperfezioni umane !), che non v’ha umana congrega, non v’ha stato, dove
gl’interessi qui mentovati riscuotano tutto il favore, tutta la protezione,
tutto il rispetto che aver dovrebbero, acciocché la prosperità fosse massima.
Per conseguenza è purtroppo certo, che tutte le umane congreghe, tutti gli
stati han sempre bisogno di qualche riforma, e di molte riforme, e questo è
bisogno che mai non cessa, perchè mai non cessano di rivelarsi e di generarsi i
difetti di rispetto, di favore, e di proiezione di che parlo. Qualche umana
congrega, o qualche stato, tanto alle volte soprabbonda di difetti di si fatto
genere, che il riformarli si fa un bisogno generalmente, e fortissimamente
sentito. Ma, dopo lutto ciò, può egli dirsi che sia cosa lecita e conveniente
(per lo sdegno delle riforme che non si fanno da que’che llO lo dovrebbero,
polendole fare) l’opera cbe, con privala autorità, vogliono alcuni collocare in
promuovere tali convulsioni politiche, dalle quali, secondo le maggiori
probabilità umane, queste immediate conseguenze sian per discendere, che tutta,
o quasi tutta la massa degl’interessi privati e pubblici sia improvvisamente e
grandemente turbata-che moltissimi di essi patiscano enorme ed irreparabile
offesa, od anche intera rovina-e cbe, per un tempo più o meno lungo, e sovente
lunghissimo, nata, e durando, la lotta tra que’cbe si difendono, e que’ctie
offendono, innanzi alla vittoria decisiva, la quale di soprappiù non si può mai
prevedere per chi sarà, non s’abbia altro spettacolo cbe di fortune ile a
soqquadro, di famiglie desolate, di uomini esterroinati, di civili battaglie e
guerre... del commercio rovinato, dell’industria spenta, degli studi
intermessi, d’ abitudini d’ozio, di turbolenza, e di licenza introdotte, e di
lutti gli altri mali di cui gli annali contemporanei troppi esempi da più cbe
mezzo secolo ci somministrano ? Per poterlo dire, sarebbe almen necessario aver
fatto un bilancio: il bilancio de’ danni a’quali vuoisi portare riparo, e di
quegli altri, che, col fine d'arrivare a questo riparo, certamente si
genereranno. Ma questo bilancio, che, ne’singoli casi, i temerari sconvolgitori
odierni delle civili convivenze non fanno, e non han fatto, l’ba già fatta per
tutti la storia, e lo ha pubblicato. Essa da lungo tempo ha insegnato agli
uomini, che, di tutte le calamità, le quali possono cadere sopra un popolo,
nessuna calamità pareggia quella di ciò cbe si chiama una rivoluzione, massime
dei modo di quelle che oggi si macchinano, e si hanno in pensiero, od
apertamente si minacciano. I cattivi governi... le tirannidi d’ogni nome
offendono gravemente alcuni, od anche molti ; ma, salvo certi casi rari come le
mosche bianche, lascian sufficientemente tranquilli i più, e, nel loro proprio
interesse (voglio dire nell’interesse de’ governanti) risparmiano il massimo
numero : di guisa che le angherie, lille ingiustizie, sodo enormi iu
pregiudizio d' alcuni; per molti sono grandi, ma pur tollerabili e
pazientemente tollerate, per non pochi nessune. Al contrario, le rivoluzioni, a
quel modo che oggi s’ intendono, se pur non siano, come suol dirsi, colpi di
mano, a coi per miracolo succeda un immediafo e tranquillo riordinamento, per
poco che durino (e durano spesso una o più generazioni d'uomini), offendono
tutti... anche que’che le han fatte, i quali, d’ordinario, finiscono col perirvi,
essi e i loro. Finché si pugna, è strage dalle due parti... la strage delle
guerre civili ; strage accompagnata di crudeltà mostruose e ferine, d’eccessi
contro a natura. Sono incendi, saccheggi, brutalità d’ogni nome, e senza nome.
Que’che non combattono, sono vittime spesso delle due parti combattenti. E chi
può prevedere quanto durerà il combattimento, quanto sarà esteso, quante volte
ripullulerà, or dall’un lato, or dall’altro ? Chi può dire a priori, se vincerà
Bruto, o Tarquinio se interverrà Porsenna.... se si troverà sempre un Muzio
Scevola, un Orazio, una Clelia... o se piuttosto Roma non finirà per servire al
re di Chiusi, come pur troppo la storia rettificata oggi dice? Habenl sua
sidera lites.-E intanto le felicità dell’anarchia per que’che non pugnano ! Le
felicità delle dittature militari nel campo, o ne’campi di battaglia, o
dovunque armati stanno o passano ! Le terre le coltiverà chi può, ossia non le
coltiverà più alcuno 1 mercatanti potran chiudere i loro fondachi, se tuttavia
lo potranno, e se non li vedranno messi a ruba ed a rapina prima del chiuderli.
I ricchi fuggiranno, se lor torna fatto, ma fuggiranno in farsetto, se nou
perdano la testa per via. Palagi, monumenti, sa il cielo come saranno
malmenati. Il danaro rubato si dissiperà, come si dissipa sempre il danaro del
furto. L’altro sarà nascosto, o mandato all’estero. Poi la penuria, la
carestia, la fame, e seguace della fame la peste o l’epidemia. De’ costumi non
parlo, né della gioventù falciata innanzi tempo, o perduta ad Ogni buono
impiego Digitized per l’avvenire... Succederà, quando Iddio vuole, la villoria
ultima a chi Iddio vorrà darla (spesso nè agli uni, nè agli altri, ma a' terzi
venuti di fuori... ai Porsenna : secondo il proverbio, che tra due litiganti il
terzo gode ; con che sarà perduta l’autonomia, e da popolo che obbedisce a sé
stesso ed a’suoi, si sarà trasformati in popolo conquistato, in popolo
assoggettato, in popolo profeto, in popolo-colonia, in popolo vaceg-da -mungere
), e colla vittoria ultima sarà una specie di pace. Che pace però? La pace
accompagnata qualche volta da amnistie per tutti, se può sperarsi, che, come è
disposto a dimenticanza vera il Vincitore, cosi sia disposto il vinto : ma, se
a questa seconda dimenticanza non si crede da esso vincitore, mancherà
d’ordinario la prima, e mancherà, alle volte, indipendentemente da ciò, s’cgli
creda che bisognin giustizie ed esempi, e se le collere non calmate cosi
consiglino, o le circostanze paiano cosi comandare. Ed allora s’avrà un altro
tempo, più o meno lungo, che sarà di terrori più o meno grandi, e di severi
gastighi, od anche aspri, che i gastigali chiameranno reazioni e persecuzioni,
i gastiganti chiameranno necessità, e opere di prudenza ; e chi oserà dire, in
massima generale, da qual parte sia la ragione? E questa vittoria, e questa
pace, e i migliori lor frulli, per chi poi saranno? 10 l’ho già detto. Per chi
vorrà Iddio : cosicché è possibile (si torni bene a pensarvi sopra), mollo
frequentemente è probabile, e facile a prevedere, se non si è ciechi, che non
sarà dalla parte di chi tentò la rivoltura : ma, o di quelli contro a’quali fu
tentata, o d’altri e d’altri, diversi, e non aspettati, c non voluti, e non
utili. Nel qual caso agli altri mali s’aggiungerà quello che non s’avrà nemmeno
il contento d’aver guadagnato ciò che si cercava ; e s’avrà invece 11 dolore e
la pena di avere aggravato il male che voleva allontanarsi, o d’ esser caduti,
come s’usa dire, dalla gradella nelle brace. - Anzi non basterà a’rivoltuosi
nemmeno l’aver essi per sè guadagnata la vittoria : perchè aver vinto è poco.
Ciò significa essere riusciti a distruggere, non significa avere edificato, e
poterlo e saperlo fare. L'opera della riedificazione resterà ad intraprendersi
: opera più difficile sempre che non quella della distruzione : opera, che, ne'
paesi, ove gli ordini antichi, colla violenza, si spiantarono, richiede, per
solito, anni moltissimi, e talvolta secoli, innanzi all’ esser condotta a
qualche buon termine : opera, in questo mezzo, tutta di prove e di errori, tutta
d’esitazioni, tutta di conti sbagliati e da rifarsi ; vera tela di Penelope da
far disperare del compierla ; e che quando pur si compie si trova ben altra da
quel che s’era immaginato, finita da altre mani, sotto l’impero d’altre
circostanze, sovente di altre idee, tale insomma che, per ultima conclusione si
riconosce essere un imperfetto sostituito a un altro imperfetto, dove ciò solo
di sicuro che emerge è la certezza del male immenso che si è fatto a pura ed
inutile perdita. Secondo: e fin qui ho supposto che si parta almeno da un
motivo più o meno evidentemente giusto dell’ operare le rovine che vogliono
operarsi, col fine huono, sebbene con Non si crede vero? — Un’occhiata allo
Stato d’Europa ila sopra a 60 anni in qua. Veggasi piti che altro la Francia.
Vcggansi poscia le tante repubbliche succedute alle mutazioni americane. E mi
si opporrà, per avventura, il solilo modello della repubblica degli Stati Uniti
d’America ; cioè un esempio sufficientemente favorevole contro a molti
contrari. Questo è la pruova del terno vinto, che è la rovina di tutti i
dilettanti di giuoco. La repubblica degli Stati Uniti d’America ha incontrato
quattro fortune piuttosto uniche che rare. 1. La fortuna d’ essersi imbattuta
in un Washington. 2. Quella d’essere stata, quando cominciava l'affrancamento
un paese nuovo, e d'una popolazione assai sparsa In mezzo alla quale le
fermentazioni e i conflitti delle idee meno eran facili. 3. Quella d’averne
avuto a progenitori, uomini già educati a libertà, ed a reggimento presso a poco
repubblicano. 4. Quella d’aver dovuto lottare contra un potere lontano....
troppo lontauo, e con validi esteri aiuti. E ancora, prima di giudicare il bene
o il male del reggimento che si è conseguito di stabilire, bisogna la sanzione
d’ almeno un paio di secoli. Io non lo credo fondato su base ferma.] gravo
pericolo, e spesso quasi colla sicurezza di successo non buono, o non
proporzionatamente buono. Ma questa giustizia del motivo v’è ella sempre? Chi
la giudica d'ordinario? e quanti sono que’che la giudicano? Uomini
d’esperienza? Uomini i più sapienti nel popolo? Uomini che conoscou bene lo
stato vero delle cose? Uomini, che non si lasciano illudere dalla passione?
Uomini capaci di ponderare, non solo se il motivo è vero in qualche grado, ma
se è vero fino a tal grado da richiedere un pronto rimedio, da non averiosi che
per una rivoluzione? e da lasciare sperare con qualche buon fondamento che per
una rivoluzione di leggieri s’avrà? Diamo un’occhiata al passato, ed al
presente prima di rispondere, e ricaviamo la risposta da quel che s’è veduto, e
si vede. Ragazzi, e giovinastri, od uomini già noti per natura torbida, e per
naturale inclinazione a novità. Gente impetuosa, violenta, a cui natura toglie
il giudizio freddo ed imparziale dei fatti. Persone di mano, e non di testa,
facili a prestar fede al male che si dice di que’che odiano, e ad esagerarlo,
ed a misconoscere il bene: tali che .a reggimento ed a governo mai non dieder
mano, e che parlano di quel che non sanno, per un dicium de dieta tali che delle
ponderate risoluzioni non hanno nè la scienza, nè 1’ abito, nè la capacità ; e
il cui maggiore studio non è curare, se quel che vogliono sta bene o male a
volerlo, ma cercare come possano cominciare a ridurlo ad atto. E cotesti
formano il fiore dello stuolo. Gli altri son quali possono accompagnarsi a cosi
fatti gonfalonieri, come subalterni. Volgo proletario, che è facile sedurre con
immaginarie speranze, e mettere in fermento con fanatiche predicazioni.
Disperati e perduti per debiti. Piccoli ambiziosi, che consapevoli della loro
nullità e turgidi di luciferesca superbia, non altro mezzo veggono per sorgere,
che il gittarsi a corpo perduto tra i motori di cose nuove. Giovani entusiasti,
poveri di mente e di cuore, in cui l’immaginazione prevale al giudizio, il
bisogno d’agitarsi e di fare al bisogno di starsi con uu libro innanzi o Ira le
pacifiche occupazioni d’ una vita di sedentari negozi. Altri che seduce il
mistero delle sette, nati per essere schiavi in nome della libertà, e bruti in
nome della ragione. I seguaci di Calilina, quali ce li descrivono Cicerone e
Sallustio.... gli scherani di Clodio i guerriglieri di Spartaco. Ora il senno
di questi può con giustizia decidere il tremendo problema delle rivoluzioni, e
della necessità del farle...? Poveri popoli condannati a patire la costoro
malefica influenza! I disordini d’uu governo cotesti son più atti ad
accrescerli che a conoscerli, e a ripararli.,E il lor costume è di dire che il
desiderio loro è il desiderio di tutti, o almcn de’ più, perchè più di tutti
essi gridano, e s’ agitano, e accendon fuoco da ogni parte! Gli altri che
tacciono, e che col silenzio mostrano che non si malesi trovano da dover
gridare, non li contano. Son essi il popolo vero; il popolo solo. Gli altri,
che coraggiosamente s’oppongono e gridan contro, non li apprezzano. Chi sta in
casa e bada agli affari suoi non fa numero. Chi s’oppone è zero ! ! ! Tanto
basti avere avvertito per giunta ali’altre cose dette nell’antecedente
articolo, e nel principio di questo. Si opporrà — Stando al precedente
discorso, le rivoluzioni non si potrebber mai fare ( vedi calamità !), e i
gravi disordini degli stali non mai correggere. E Bruto primo ( po'ni esempio
), e Bruto secondo sarebbero stati o due pazzi, o due furfanti. E Roma avrebbe
dovuto tollerarsi in pace quella grande iniquità del regno, e quella maggiore
di Tarquinio secondo e di Giulio Cesare. E i popoli dovrebber soflferir sempre,
eie tirannidi sempre trionfare, lo rispondo. Innanzi tratto non si abusi delle
autorità. Sappiamo oggi tutti la verità intorno ai due Bruti, non quale ce
l'han trasmessa menzognere storie, ma quale una bene illuminata critica cereò
di porla in chiaro in mezzo alle tenebre addensate sugli antichi fatti. Del
primo Bruto poco può dirsi. Esso è mito più che personaggio certo. Stando a
quel che se ne narra.] bene addimostrò s’egli amava la libertà o la schiavitù
diRo' ma, nella famosa storia del bacio dato alla terra. Oggi si sa, e ben sa,
che Roma, innanzi alla distruzione dei Galli, non fu mai si florida come sotto
i re etruschi. La rivoluzione di Giunio Bruto contra il Superbo, se
risguardiamo agli effetti, distrusse per lunghi anni la prosperità della futura
capitale del mondo, e non è sicuro che la preparasse. A essa dovette Roma i
mali d’ una lunga e disgraziata guerra, che condusse, come testé notavamo,
all’assoggettamento a Porsenna, il quale altro ferro non lasciò a’ vinti romani
se non quello che agli usi dell’ agricoltura sovvenisse. La città regina deve
la sua rivendicazione in libertà ai fatti della guerra infelice del re chiusino
contro ad Aricia e contro a’Cumani.E senza Bruto, la tirannide del Superbo
finiva al finir di lui : nè le due catastroG, che successero, pel tentato
repubblicano mutamento sarebbero state. Se dal male venne poi bene alla luoga,ciò
non è il merito dell’ autore del male. I provvidenziali destini di Roma
dovevansi compiere ad ogni modo. Quanto al secondo Bruto, si conosce nou meno a
che buon fine usci il cavalleresco, e sufficientemente odioso fatto
dell’ingrato bastardo del Dittatore. Il fanatico non conobbe nè i suoi
contemporanei, nè i veri bisogni del suo paese. Fu un povero politico, siccome
un povero guerriero. Nè combatteva per la riforma, ma a chi ben riflette,
contro ad essa, voglioso di richiamare a una vita impossibile la degenerata e
morta repubblica, la quale Cesare per ben di Roma aveva distrutta. E il mondo
che vi guadagnò? L’aver perduto un grand’ uomo qual senza dubbio era il
vincitore delle Gallie e di Pompeo, per fargli succedere un minore di lui, nè
manco despota di quello. Nondimeno, io non voglio abusare di questa maniera
d’argomentazione. Certe rivoluzioni, che, dopo i primi mali prodotti, alla fine
son riuscite ad utilità ( una ogni mille ) io non voglio negarle. Voglio negare
che il massimo numero delle volte siano state atti considerati e degni di lode,
anche quando una utilità se ne trasse. Voglio osservare ch’elle sono giuocate
di lotto, dove il vincere è un caso assai raro, il perdere è la sorte comune;
con questo di peggio, che il perdere non è mai di poca cosa, nè d’uno o di due,
ma di tutto un popolo, di tutta una nazione, perchè la posta ( 1 ’enjeu ) è la
fortuna di esso popolo, di essa nazione, nel suo presente, forse nell’avvenire;
sono le vite, gli averi, gli onori, ogni cosa più cara che gli uomini
s’abbiano. Voglio per conseguenza dire, ch'esse possono esser atto di
disperazione o d’audacia, non atto mai, o quasi mai di senno; e che sono un
mezzo, e qualche rarissima volta il solo ( della cui natura lecita od illecita
quanto a coscienza di buon cristiano è questione che lascio decidere a’casuisti
) per liberare l’universale da mali, più o men reali, e più o meno
intollerandi, son però un pessimo mezzo; uno di que’ rischia-tutto, che chi
sente d’andare a irreparabile ed imminente rovina, tenta qualche volta, come
un’ultima speranza, quia melius est anceps, quarti nullum experiri remedium, ma
che aggiunge un biasimo di più a chi, andando a rovina, per questa via l’
affretta, e la rende più grave, più inevitabile. Or, data, contro alle
rivoluzioni in generale, questa sentenza di condanna, qual rimedio dunque
avranno i tiranneggiati, gl’insoffribilmente angariati, i giustamente e gran-:
demente malcontenti de’ mali ordini politici sotto i quali gemono ? Vuoisi eh’
io tratti la questione storicamente, o teoricamente? Se storicamente, dirò, con
franchezza, spesso nessuno. Perciò gli annali del mondo son pieni delle storie
di popoli non solo lungamente malgovernati, e barbaramente oppressi, ma
sterminati senza rimedio, e cancellali tutti interi dal libro della vita.
Coraggio o viltà ; resistenza e difesa sino agli estremi, od abbandono di sè,
non ci fanno nulla: chè spesso il tentar di liberarsi e di riscuotersi è stato
col proprio peggio, rendendo più tormentosa 1’ agonia, più terribile I’
eslerminio. In questa guerra, come in ogni altra, è quale nel duello. Non vince
sempre chi ha ragione. Cosi le disgrazie dei mali ordinamenti, e le pressure,
son come le pestilenze, come le fami, come gli altri flagelli che cadono a
volta a volta sulla nostra povera specie, a ventura, come un decreto di
calamità e di morte, al quale ci è forza soggiacere. Se parliamo poi
teoricamente, dirò, che in cielo non è scritto, che la giustizia in terra
sempre vinca. È nell’ economia del mondo, che il male non rade volte domini il
bene, e che la specie nostra riceva, a quando a quando, dure lezioni per
imparare umiltà e rassegnazione; per accorgersi che non è qui il tribunale
supremo dove si giudicano le cause degli uomini in ultima istanza; per Operare
o per temere una giustizia futura ; per credere un’ altra vita. Noi tratteremo
altrove questo argomento più alla distesa. Il rassegnarci sarà dunque lo
scoraggiante unico dover nostro? nè Iddio nella sua pietà e bontà infinita ci
avrà dato modo per ajutare la giustizia, se non a vincere, almeno a
generosamente difendere le proprie ragioni, a virilmente protestare contro alla
iniquità e al sopruso? Questo io non pretendo, e nessuno lo pretende. Quel
ch’io pretendo, e ciò t che i savi pretendono, richiede un più lungo discorso.
A chi, senza passione, studia i casi dei popoli quasi sempre appar chiaro, che
si fatta specie di mali assai radamente sono senza manifesta colpa o
cooperazione di chi vi soggiace. Si soffre perchè s’è meritalo di soffrire. I
figli pagano la pena degli errori de’ padri. E tuttavia, se par non esservi
rimedio, è che manca le più volte piuttosto la sapienza e la virtù per emendare
il danno, di quello che la possibilità d’emendarlo. Un popolo che soffre (
giova ridirlo ), soffre ordinariamente, perchè è degno di soffrire; ed allora
il soffrire è una pena meritata, e il non saper liberarsi di questa pena, e il
seguitare di essa è ugualmente sua colpa. Dove i probi, ed i sapienti, e i
fervidi amatori del pubblico bene abbondano, l'amor del giusto e del vero
necessariamente si prepondera, che l’ingiusto ed il falso non possono
allignare, od allignando non possono guadagnare rigoglio, e non finire col
diseccarsi fino alla radice, e col perire. Perchè dal retto apprezzamento, nel
maggior numero, di quel che è buono e cattivo, e dall’avversione per questo, e
dal bisogno di quello, si genera di necessità ciò che si chiama la forza della
opinion dominante, che è tanta parte della forza delle cose, la quale, allorché
ha saldo fondamento di verità, dura, e non domina da burla. I cattivi, se vi
sono, allora han più vergogna, e a lor malgrado, si nascondono, e non osano, o,
se ardiscono, sono presto repressi, senza strepito d’armi, dalla generale
riprovazione, la quale, in innumerabili, prende la forma di coraggio civile,
che dice animosamente, ma pacificamente, e con tulli i modi legali, il vero :
ciocché è possibile, ed alle volte è probabile, che nuoca a chi lo dice, ma non
è possibile, nè probabile, che non Gnisca col giovare all’universale, secondo
che gli esempi di sì fatto coraggio fruttifichino, si moltiplichino, e si
rinnovino. In altri prende la forma di pubblica e franca disapprovazione, tanto
più efficace, quanto men turbolenta, quanto meno esagerata. In tutti prende
ogni legittima forma, per la quale sia possibile arrivare, senza eccessi mai,
nè disordini, all’emendazione del malfatto. E il malfatto battutto da tante
parti, ed in modo si misurato, si degno, sì animoso^ nel tempo stesso si
prudente, potrà bene sbizzarrirsi ancora qualche tempo, ma non vincerà la
pazienza e la virile e nobile resistenza di quei che giustamente si querelano,
si bene sarà vinto con assai più prontezza che altri non immagini. Ma dove
cittadini della forte e virtuosa tempra ch’io dissi, o difettano al lutto, o
sono in minimo numero, e gli altri non sono che turba ignobile, impastata d’
egoismo e di vizio, primo (torno a dirlo perchè bisogna), la perseveranza e l’
immedicabilità del male a torlo è querelata. Essa è un effetto le cui cagioni
principali sono in chi si querela, come dianzi affermavamo: secondo, è allora
solamente che in mezzo a popolo depravato si giltan fuori falsi medici ; cioè
quelli che han fuoco soprabbondante di passioni per isdegnarsi di ciò che
materialmente si soffre, e per accender lo sdegno al di là d’ ogni equa
proporzione col suo fomite ; ma non hanno, nè senno per conoscere e pesare quel
che conviene e quel che no, nè virtù per saper soffrire quel che non può
evitarsi, nè altro di ciò che bisogna a dar buono indirizzo al pensiero
riformatore. E son eglino che non contenti di sbagliar essi la strada, traggon
fuori di via gli altri, già purtroppo, per ipotesi, poco alti a fare saper quel
eh’ è il debito. Eglino che screditano la moderazione, i mezzi legali e
pacifici, e tutto che non sia l’impeto loro sconsigliato e pazzo. Eglino da cui
nasce e prende piede la falsa opinione dell’ impossibilità del bene o del
meglio senza ricorrere a’ loro forsennati e pericolosi divisamenti. E già
troppo di questo argomento s’ è favellato. Ma fin qui noi, per cosi dire, non
abbiamo che girato attorno al massiccio delle questioni nostre. Ciò è la
trattazione del governo in sè, che si vuole ostinarsi a considerare come una
emanazione pur sempre di quella sovranità del popolo, di che abbiamo già detto
parecchie indirette parole, ma non le dirette che si richiedono. Direttamente
dunque ornai favelliamone, e cerchiamo che il discorso abbia l’ estensione che
l’importanza del soggetto richiede. De’ governi, e delle sovranità in generale.
Si : nessun assioma più oggi è fitto nella mente degli uomini, che quest’ uno,
tenuto come principale La sovranità risiede, per sua essenza, nel popolo
Chiedete intanto a que’ che cosi pronunziano, qual cosa, in si fatto assioma
delle piazze e delle conversazioni, significa per essi sovranità, che cosa
popolo : chiedete l’ analisi e la sintesi teorica e pratica dell’ idea che
innestano a questi due vocaboli : chiedete la spiegazione delle dottrine, che
da esso assioma voglion dedotte, od almeno de’suni più immediati conseguenti; e
vi accorgerete esser quello, al maggior numero di loro, niente altro che una
frase oscura e d’ indeterminata significazione, la quale permette
interpretazioni le più diverse, e, purtroppo, lascia sovente libero il luogo
alle più strane e le più assurde. Come intendete voi, brav’ uomo, questo che oggi
tutti dicono Il popolo è sovrano ? dimandava io, son or pochi giorni, a un
mercenario, il quale, per prezzo, prestava alla mia casa non so che faticoso
servigio Rispose L’intendo, che tutti dobbiamo comandare Io ripresi Ma, se
tutti comanderanno, chi dunque obbedirà? Senza perdersi d’animo, egli soggiunse
Que’ che han comandato finora. I nobili ed i preti. I ricchi e gli usurai. Quei
che posseggono e possono, mentre noi non abbiamo fin qui posseduto, e potuto
nulla — Ed io Ma non sono essi ancora popolo, e del popolo, e perciò, almen
almeno, cosi legitimamente padroni della lor parte del comandare, quanto I’ han
da essere gli altri? Ed egli La parte loro di padronanza l’hanno esercitata e
goduta anche troppo, giacché l’hanno adoperata soli e sempre. Una volta per
uno. Adesso tocca a noi. Essi non eran popolo, nè del popolo, quando
comandavano, e lasciarono esser popolo, e del popolo, solamente a noi
poveretti. Dunque, giacché s’ erano separati dagli altri, ne patiscano la
pena... Ecco come il volgo interpreta la sua sovrana potestà ! Un abuso
sostituito ad un altro abuso : una tirannide ad un’ altra tirannide (
concessogli anche, senza esame, nè disputa, che ogni poter sovrano dell’ antico
modo sia stato, sia, e non possa non essere, che abuso e tirannide ; concessione,
la quale dicano i discreti se possa farsi. Certo, in coscienza, io non posso
farla. ) Ritorniamovi sopra. 11 secolo interroga Di chi è per naturai diritto
la sovranità ? — E son io questa volta, che voglio rispondere. Nè tratterò
prima la quislione, che chiamano pregiudiciale : se quel che lilosolìcamente
parlando, sembri a taluno, od a molti, od anche a lutti, di naturai diritto
assoluo più sono per andare, innanzi, avvegnaché in si fatti popoli, le sempre
crescenti disuguaglianze stabiliscono, per legge di ragione, una necessità di
gerarchie, per le quali vuole giustizia, che gli uni siano maggiori degli altri
a vario grado, e la sovranità s’ attemperi all’ordine gerarchico, il quale
natura ed arte hanno stabilito, o son per istabilire. Ma essenza della civiltà
non è meno un immenso campo aperto alle passioni ed ai vizi i più detestabili,
come alle virtù più nobili. Da una parte avarizia, invidia, rivalità, egoismo,
ambizione, tradimento, perfìdia, frode, broglio, seduzione, baratteria, truffa,
usura, ladroneccio, mariuoleria, stupro, adulterio, dissolutezza, maltolto,
accattoneria, accoltellamento, assassinio, e cento altre mila simili, o
peggiori, depravazioni e miserie d’una civiltà volta a contrario fine : dall’
altra filantropia vera, generosità, carità, longanimità, sacrifizio abituale di
sè, e delle cose sue, date a pubblico e privato vantaggio, assistenza a chi è
in bisogno, disinteresse, rettitudine eminente, desiderio intenso del bene,
orrore del male, coraggio militare e civile, infaticabilità, zelo, larghezza di
consigli, d’indirizzi, d'aiuti... virtù cristiane. . . virtù civili. Or ciò fa
una seconda categoria di disuguaglianze, maggiori ancora di quelle che
precedentemente consideravamo in più special modo ; disuguaglianze che hanno un
gràdo intermedio de'non buoni e non cattivi abitualmente, ma degli andanti a
orza. Donde la convenienza di tener gli uni come peste del popolo, e come non
popolo; di diffidare grandemente degli altri, c di non aver fede, a pubblica e
comune utilità, che de’ già provati ottimi, nei quali le altre condizioni pur
concorrano. E di qui una nuova ragione perché la democrazia pura a’ popoli
civili tanto men s’ attemperi quanto son più civili, e contenenti perciò nel
loro seno, al fianco di molti ottimi, molti (tessimi, e molti che stanno tra l’
ottimo e il pessimo. Il perchè, se, a priori, e secondo le suggestioni astratte
dal senso comune, in essi popoli avesse a crearsi una sovranità, certo ogni sua
parte sarebbe agli uni negata assolutamente, agli altri non concessa in ogni
cosa, e ridotta, nel generale, a più o men ristrette proporzioni ; e riservata
o interamente, o nella massima sua dose, a’ soli degni di questo privilegio. In
che può ben essere una difficoltà grande d’esecuzione; ma ciò non toglierebbe che
in teorica ciò avrebbe a giudicarsi il meglio da ogni savio. Per ultimo
l’essenza della civiltà è il creare innumerabili maniere d 'interessi, de’
quali non è vestigio nella vita delle selve, o delle capanne : interessi
principalmente materiali, odiali e screditati da quei che vorrebbero ricondurre
gli uomini alla vita della selva e della capanna ( o lo confessino, o no,
perchè chi vuole il mezzo vuole il fine ); ma interessi tanto connaturati a
ogni società civile, che il turbarli a qualunque grado è fare a un popolo uno
dei maggior mali che possano farglisi. Tali sono gl’ interessi di possidenza,
gl’ interessi d’industria promossi da qùe’ primi, gV interessi di famiglia,
gl’interessi di condizione, ed altri che non accade specificare più a minuto. I
quali da due parti si possono riguardare: dalla parte di coloro a chi spettano;
e dalla parte delI’ universale, in mezzo a cui sorgono, e si moltiplicano. E,
dal primo lato, giova dire, che hanno essi una origine, della quale, se sono
artificiali i modi, è da natura la principale radice. Perché è natura l'amare
noi stessi, e i nostri congiunti, e il nostro e il loro bene ed agio ; natura
l’ istinto della proprietà, o del possesso di quél ciré ci troviamo avere, e di
quel che andiamo procacciando man mano ; natura il cercar di crescere questo
capitale nostro, che non siam padroni di non considerare come facente colla
nostra persona un sol tutto, per tal guisa, che, quanto fa esso maggior somma,
tanto fa più grande la nostra importanza, il nostro ben essere terreno, il
sentimento d’ esser meglio che altri riusciti a soddisfare il bisogno ingenito
d’alzarci con ogni nostro onesto sforzo, non per soperchiare chicchessia, ma
per obbedire, anche in questo, alla legge di perfettibilità e di progresso ;
natura quindi ( ciò che istintivamente a un modo medesimo ammise presso a poco
ogni popolo ), il chiamare ed il credere legittimamente nostro l’ ereditato, il
donatoci, il comperato, l’ottenuto, si nel peculio, e si nella superiorità
della condizion relativa a che s’ è giunti, o in che s’ è nati... il guadagnato
e l’avuto dal lavoro, o da traffichi di buona lega; (ìnalmerite natura il
riguardare l'interesse proprio d’ ogni forma come non si esclusivamente proprio
della persona, che non s’abbia a riguardarlo quale un interesse, ad un tempo,
dell’ intera famiglia alla quale apparteniamo, finché sarà essa per durare e
per estendersi. E di qui categorie di ricchezza più o meq considerabile, in
opposizione colla povertà ; di patriziato più o meno eminente, in opposizione
col terzo stato e col volgo. Di qui tutta la scala delle fortune, per che uno è
Grasso, o Luculio; un secondo è un accattone di strada; un terzo è un che vive
del suo, masotlilmente, con quel che basta, e con nulla che avanzi — Da un
altro lato, se gli effetti di ciò, nell’universale de’ cittadini, si
considerino, quantunque a dì nostri molta sia la proclività de’ novatori al
gridare, questo essere, non pur soltanto ingiustizia degli uni contro degli
altri, ma ( quel ch’è peggio) gravissimo danno, gl’imparziali e giudiziosi però
non cosi vorranno affermare quando ben vi riflettano, e quando massimamente
volgan l’occhio alle conseguenze ultime. Per chi ben guardaci! mondo è fatto in
modo, cosi avendo il creatore disposto, che non può uscire di questo di lemma ;
o dell’esser composto di lutti poverissimi, costretti, per sussistere, alla
vita selvaggia, e nomade, e di cacciatori ; senza nemmen pastorizia, non che
agricoltura ; o dell’ esserlo d’ uomini, i quali, cominciato a gustare le
materiali e miste dolcezze .d’ un viver più confortevole, più agiato, meglio
congiunto con que’che s’amano, e co’quali s’ ha strettezza di sangue, più che
le gustano, più ne divengono avidi, e più speronano la propria attività per
procacciarsele, ognuno, nella maggior misura possibile, senza essere impedito o
disturbato, e più se ne creano quel che si chiama un loro interesse
individuale, a cui tengon tanto quanto alla propria vita : ed allora, secondo
che un s’ industria più, un altro meno, uno piu è destro, un altro ha manco
attezza, ecco a poco a poco ricchi e poveri, possidenti e proletari, banchieri,
mercatanti in ogni ragion di mercatura e di commerci, agricoltori,
fabbricatori, mercenari, patrizi, e plebei... uomini accasati e vagabondi, capi
di bottega e garzoni, e manovali, padri di famiglia e scapoli ricusanti la
briglia delle nozze per amore dell' allegra e libera vita, quegli che ha la
casa e la vigna, e quegli che non ha nè la casa, nè la vigna... E l’amore di
ciò crescendo, cresceranno le distanze tra gli estremi, o le differenze. Or
quello è barbarie, questo è quel che sempre s’è chiamato la civiltà, il
progresso, o della civiltà, e del progresso, . effetto, ad un tempo, c causa e
criterio e simbolo il più visibile. Volete voi una civiltà, invece, ed un
progresso, senza questi effetti? Voi vi fate illusione. Avrete un ricadere
infallibile nello stato barbaro. Imperciocché, si pubblichi, a cagiou d’
esempio, una legge domani, non dirò che abolisce ogni proprietà, ma dirò che
abolisce, pur solo, la libertà de’ cumuli, e degli accrescimenti, nella
possidenza così detta, e che con una nuova divisione di tutte le terre
distribuisce per teste il suolo, assegnando a ognuno tanti iugeri, e non più.
Aggiungansi altre leggi, che quanto è danaro faccian colare spartito
coegualmente, o più o men coegualmente, su tutti. Chi non vede la conseguenza
forzala? — Tu che non puoi coltivare colle tue braccia, con quali braccia
coltiverai? Con quelle d’ un operaio preso a mercede? Ma l’operaio è possidente
ai par di te, ed ha i suoi propri iugeri da coltivare. Se addoppiando la
fatica, pur si darà braccia anche per te, si contenterà più egli di coltivare
il tuo con quello stesso salario con che te lo coltiva oggi? Vorrà
raddoppiarlo, o astenersi, perchè non ha bisogno ; e tu dove troverai questo
doppio danaro che t’ è necessario, se vuoi che i tuoi pochi iugeri ti faccian
mangiare? Dove lo troverai, se sei di coloro, i quali s’avvezzarono a vivere
col solo frutto della loro possidenza, e non saprebbero far altro? (Oltre di
che, se Io trovi, c glie lo dai, egli diverrà comparativamente il ricco, e tu
diverrai, viceversa, il povero, ristabilita cosi a rovescio, comechè dentro piu
ristretti limiti, la differenza di fortuna, e ripristinato, per contrario
verso, un nuovo bisogno di livellazione ). Ma, educato come sei, non ti basta,
pe’ pochi iugeri che ti son dati, o che ti restano dopo lo spoglio, il trovare
coltivatori. Ei ti bisogna trovare un che dell’ amministrazione s’intenda, più
di quel che tu ne intendi, tu che, probabilmente, non vi pensasti mai, volto ad
altro il pensiero, e solito a farti servire in tutto ; e questi ancora non
vorrà spartire il suo tempo tra l'azienda della propria coltivazione e della
tua, senza esserne ben pagalo egli stesso. Ecco dunque per te una nuova
necessità di pecunia, che non saprai donde trarre. Ecco, se tu arrivassi a
trovarla su i risparmi eccessivi che t’ imporresti, una cagione per esso di
soprastare a te nell’ avere, e di turbare il livello, quanto almeno il misero
sistema che analizziamocomporta (colla conseguenza poi del bisogno di
sconvolgere nn’ altra volta la società, per novamente livellarla, quando il
ricco sarà diventato povero, e il povero ricco). Ed ecco, se, non ostante ciò,
non potrai trovarne quanta te ne bisogna, ecco dunque, ripeto, cbe i tuoi pochi
iugeri non ti serviranno a nulla, e resteranno incolti, con danno anche
pubblico, e tu morrai di fame. Muori pure, tu fuco nell’alveare della nazione,
tu il « quale non meriti vivere» dirà la legge nuova, che, senza scrupolo, e
senza badare a numero, vuole uccidere una eletta parte della popolazione a
profitto del nuovo mondo, il quale s’avvisa di fabbricare. « Muori tu, con
tutti i tuoi. « Resteranno, con maggiore utilità, cittadini più laboriosi, «
tra’ quali que’cbe prestan le braccia e la direzione per « coltivare, saran
pagati con quel cbe lucreranno i non col« tivanti con altre occupazioni
retribuite. Ma che occupazioni potranno esser queste? Arti, per esempio, di
lusso? Tu burli. Queste no : perchè il lusso è una superfluità per que’gran
birboni de’ ricchi, cbe necessariamente costa cara, essendo cara la materia
prima, care le operazioni destinate a trasformarla, e le spese di manifattura ;
ciocché fa, che il prezzo loro è necessariamente alto ed altissimo, e perciò
irreperibile in un popolo dove ricchi più non sono. Dunque non più carrozze,
non più arredi preziosi, non più drappi sfoggiati, non più cristalli e
porcellane di Sevres, non più ori e gemme ed argenti, e per analoghe ragioni,
non più statue, non più pitture, non più palagi, non più parchi, giardini di
piacere, cavalli di pompa, ville... cose tutte riservate a’ paesi infelici dove
duri la servitù degli uomini... Quali pertanto, nella beata tua Sparta, saranno
le arti, a che que’chenon vogliono, o non sanno, o non possono, coltivar la
terra, o fare al più vita di pastori, potranno darsi, per isperare
sostentamento, e possibilità di coltura alle poche terre, che la legge agraria
avrà voluto assegnare alla loro incapacità? Siccome la consumazione è quella
che regola sempre la produzioiìe, saranno > salvo poche eccezioni, le arti
che si chiamano di prima necessità, ed elle stesse ridotte alla loro pili
grossolana e più rozza e men costosa espressione.... E questo non si chiamerà
rendere la spezie umana retrograda, e distruggere la civiltà ! ! ! Questo sarà
il secol d’oro ( senza l’oro, e ricacciato nel fango dei consorzi umani che
sono in sul cominciare, e che tengono ancor molto della primitiva creta senza
vernice ). E io qui non parafraso l’argomento, e non lo-scorroper ogni suo
punto, piacendomi a descrivere tutti gli altri conseguenti: gli studi scaduti,
le occupazioni geniali vegnenti meno, lo slaucio, il potere degl’ intelletti
inceppato ... a dir breve, la condizione di tutto il popolo condotta
sollecitamente a quella forma, che oggi, per trovarla, dohhiam salire le
montagne più selvagge, insinuarci ne’ villaggi i più rozzi.... Pur so qùel che
si risponde dai gros bonnels delle nuove filosofìe politiche. Non son essi cosi
bestie da non vedere tutto ciò, per poco che vi riflettano, cosi limpidamente
come noi lo veggiamo... Ma essi han due lingue in bocca. Una colla quale
parlano al volgo; un’altra colla quale parlano a noi. La prima delle due lingue
favella alla faccia del popolo. Divisione de’ beni Distruzione de' ricchi
Abolizione dell’ odierno ordine di cose col ferro e col fuoco — Sovranità della
moltitudine proletaria.... senza comento, senza restrizione. E la feccia del
popolo accetta con alacrità questo simbolo della sua fede politica nel senso il
più letterale, il più largo ; e vi crede ; e se ne infatua ogni giorno più ; e
affretta co’desiderii l’ istante, in che la legge agraria sarà promulgata; e
odia intanto, e minaccia que’ che hanno, considerandoli, come usurpatori del
dovuto (!) a que’ che non hanno ( e che non hanno fatto niente per avere ).
Come potrebbe essere diversamente? — La lingua, in questa vece, che parla con
noi, rinega, o piuttosto maschera sì fatte enormità. Va per giravolte.
Sostituisce alle idee troppo urtanti, ch’esse enormità rappresentano, altre
idee che mostran meno quel che è celato sotto. Propone temperamenti e sistemi,
che creeranno una civiltà nuova, capace d’ evitare, o d’attenuare Uno ad una
proporzione innocua i precedenti sconci. Utopie. Le Icarie d’ un Cabet ( da
andare a cercare in America, lontano lontano dagli occhi di coloro, che
potrebbero screditarne gl’ incunaboli, e riferirne le miserie). I ComuniSmi
sotto certe forme. I socialismi de’Fourieristi e di Considerane diLouisBlanc, e
di Prudhon: sistemi confutati ogni giorno lecento volte da uomini sommi.. . da
uomini i più grandi, i più competenti della Francia, e dell’ altre nazioni
d’Europa, e pur messi sempre innanzi colla stessa impavida sfrontatezza, colla
stessa subdola destrezza, fingendo, che confutazioni nou vi siano. ..che le
dispute abbiano cessato, o non meritino la pena ’d’ essere intraprese e siano
state vinte ... che il giudizio dell’ universale ( non quello delle proprie
sette soltanto ) sia già intervenuto, e sia stato favorevole : sistemi, uno
de’quali è la confutazione dell’altro: sistemi, non pertanto, ciascuno
de’quali, cosi ancor controverso, cosi ancor contrastato tra le file stesse
degli odierni rinnovatori del mondo, non si è già contenti dell'ofirirlo solo
all’esame ed alla disputa de’ ginnasi, com’io pur altrove considerava, ina,
prima d’averne posto fuor d’ogni controversia la certa utilità presso almeno il
maggior numero degl’invitati a subirlo, si vuol pervicacemente tradurlo ad alto
; si vuole imporlo a tutti colla forza, e guadagnargli la prevalenza del
numero, colla seduzione, e con arti di cospiratori ! Nè io, deviando troppo
dall'argomento principale e diretto di questo articolo, debbo qui imprendere d’
aggiungere una confutazione di più alle tante che corrono il mondo, e che si
rimangono senza adeguata risposta. A me, per l’oggetto, che mi son proposto,
basterà fare una dimanda (lasciato da parte il trattare, se quello di si fatti
sistemi, che ciascuno .ole de’ parliti nuovi preferisce, e che, ad ogni costo,
vorrebbe sostituito, senza dilazione, al presente ordine di cose, bada esser
liberamente consentito, o si vuol che sia una confisca violenta delle libertà
di troppi a profitto d’ una futura riordinazione degli uomini secondo la
prestabilita formola d'alcuni, che non si vuol disputata, né sottomessa ad
arbitrio di rifiuto, ma si vuol accettata da chi non la crede buona ed utile,
come da chi la crede, ancorché chi non la crede s’ostini invece a riputarla un
esperimento eminentemente dannoso ed assurdo, o per lo meno grandemente
rischioso, e pieno di pericolosa incertitudine). — Io farò la dimanda, che sola
qui m’ imporla. I nuovi sistemi di congrega civile ( si risponda con franchezza
) manterranno si o no, la diversità, più o meno, di specie e di grado
negl’interessi, anche materiali, de’ singoli, come in generale, l'ordine della
civiltà mostrammo, per sua natura leudere a produrre? — Se no: dunque ( levata
pure ogni maschera ) tutti, ne’ materiali profitti, avranno lo stesso ; tutti
spereranno lo stesso, o presso a poco lo stesso. Sparirà, o tenderà a sparire,
la libertà del mio e del tuo, almeno quanto alla misura. L’attività, la
solerzia, per ciò che spetta al ben essere fisico d'ognuno, non recheranno
alcun maggiore vantaggio, che l’infiugardia, l’inerzia. La perizia più grande
nello stesso genere sarà materialmente trattata come la minore. Nella comunità
nessuno avrà alcuno di quegli stimoli stali sempre, che più energicamente e più
universalmente ed infallibilmente son motori al fare, non che al ben fare. Vi
sarà ( vorrà dircisi ) il premio della maggiore stima che si godrà da chi la
merita, oltre alla soddisfaziou generosa dell’ animo proprio. Vi sarà il
piacere di sentirsi lodato j di vedersi onorato, consultalo sopra gli altri. Ma
questo é dimenticare, che si fatto premio già c’é nell’ordine odierno, e pur
non basta senza quegli altri che oggi vi sono, anzi non basta nemmen con quegli
altri. Questo é dimenticare che noi siam composti d’anima e di corpo, 1' uno e
l’altra co’ suoi speciali bisogni, e perciò cogl'interessi, e co’ diritti suoi
( purtroppo i secondi essendo, di più, meglio sentiti che i primi ). Questo è
il togliere de’ due ordini di molle, che natura ci ha dato per impulso al
progredire, uno de’ più efficaci; il più efficace de’due; il solo efficace pel
maggior numero de’viventi : i quali, se anche colla giunta della potente azione
di si fatta specie di molle, si spesso, tra color pure che son meglio educati e
disciplinati, si ristanno, c non progrediscono, o vanno all’ indietro, può ben
prevedersi quanto più si ristaranno dal progredire, od andranno all’ indietro dopo
la sottrazione che lor si minaccia. Ma qui non si fermeranno gl’inconvenienti,
poiché bisognerà bene esser preparati al subire molti altresi di quelli che già
di sopra toccavamo, od analoghi a quelli. Tradotto a pratica, uno od un altro
di cotesti sistemi* per ipotesi, livellatori, senza bisogno di speciali leggi
suntuarie, il naturale loro effetto sarà che diverranno per tutti ugualmente
interdetti certi innocenti, ma vivi, piaceri della vita, a che pur ci ha
preparato natura, e non ci è a disgrado che ci educhi l’ arte ; cioè il
magnifico vestire, la buona tavola con una corona d’ amici del cuore, servita
di costosi manicaretti, e di squisiti vini, e le altre, o simili cose ch’io
diceva ; come dire argenterie, oreficerie, tappeti, arazzi, bei quadri, le
sontuosità de’ palagi, le scuderie popolate da bei palafreni, o da generosi
corsieri .... cocchi, cacce, viaggi, villeggiature, libero ed ampio sfogo a’
propri generosi impulsi, e ad altri, che, per essere men nobili, non ci son
però men cari, nè men sono innocenti.. ; il poter direasè stesso. Y’è qualche
cosa... v’è molto, di cui son io padrone... di che posso disporre a mio pien
beneplacito, e di che posso, con oneste arti, a me accrescere il godimento,
quanto a farlo mi basti la volontà e l’ ingegno, chiamandolo mio senza che
altri me ne turbi, o me ne coarti ad una data invidiosa misura, l’uso ed il
possedimento. Questa è la vera libertà del progresso. Questo è il progresso
della libertà. Libertà dell’ industria. Libertà piena «senza limitazioni. Libertà,
non della sola persona, ma di quello, che, com’ io notava altrove, noi
consideriamo qual parte, e connaturale contorno e complemento della nostra
persona terrestre, nel senso che già esponemmo. Or si ponga ben mente alla
contraddizione. Si dice, che, ne’ sistemi presenti di reggimento de’ popoli le
libertà son troppo vincolate, e non hanno il loro legittimo slancio,
tiranneggiandole soverchiamente tutti più o meno i governi. Si dice, che il
diritto al progresso è inceppato ; che è giunto finalmente il tempo d’
affrancar l’uomo dalle infami antiche catene; ed intanto i nuovi sistematici
preparano al mondo forme di schiavitù inaudite, e che non sono mai state. La
vita comune è d’ alcuni conventi, e si sa quanta abnegazione del proprio volere
ed istinto costa, e quanto pesa, e quanta virtù esige perchè si giunga a
patirla senza lamento. Altrettanto è dello stare a parte in mano, e del vivere
a misura quale che siasi, ed a spilluzzico in ogni cosa, secondo che altri
assegni o conceda. Quel dover più o manco, giusta la diversità de’ sistemi,
lamentare tra sè e sè con queste voci : « La famiglia me la « usurpa in gran
parte lo stato. La rendita me la limita lo « stato. La nobiltà me l’abolisce lo
stato. La eredità me la « sequestra e me la impedisce lo stato » ( parlo qui
specialmente nella supposizione sempre dalla quale son partito, cioè in quella
de’ livellamenti, qualunque siane il metodo e la forma), non è egli un
costringere ad esclamare chi cosi considera « Io non son più meijuris ! Io mi
son fatto servo dell’ associazione d’ uomini nella quale sono entrato! Questo è
ben altro che società sinaliagmatica di buona fede 1 — Questa è una società
leonina, o una società da « volpe ( ripeteranno ), dove il più poltrone, il più
gaglioffo, il più stupido, il più disadatto, iLpiù vivente a « peso degli altri
è il più favorito o il più furbo, ed ha stipolato in suo favore il monopolio
del massimo vantaggio; « mentre il più attivo, il più industrioso, il più
ingegnoso, « il meglio animato a fatica, quegli che del suo piu contri« buisce,
è quegli eh’ è sopraffatto, eh’ è derubato, eh’ è « vittima! Questo è il mondo
alla rovescia!? Cosi combinisi ogni cosa come lo si voglia, diasi d’ oro alla
pillola meglio che si sappia, cuoprasi con tutti i nastri che si voglia la
trappola, mal s'ha fiducia del riuscire a ingannare altri che i più sciocchi.
Da che l’ effetto ultimo sai che ha da essere l’averti tirato dentro ad una
società a capitale morto, dove, nella liquidazione de’frutti, a te principale
azionista, o dei principali, dee toccare un dividendo pari al dividendo di chi
non ha messo nulla, per poco che abbi saviezza, non si sarai gonzo da
lasciarviti accalappiare. Dopo tutte le quali considerazioni, per ultimo
risultato, e per giunta alla derrata, a si fatta conclusione non si sfugge, che
l’alzarsi al postutto degl’ infimi, e di essi stessi fino a un limite poco
lontano e di piccola elevazione, gioverà ben poco alla causa della civiltà e
del progresso, e rabbassarsi a precipizio, de’ nati per esser sommi, gioverà a
questo ancor meno; e perciò, che, contata ogni cosa, la conclusione finale sarà
il regresso sollecito degli uomini verso quella che sempre s’è chiamata
barbarie, non certo un’accelerazione di passo nel verso opposto. Se
poi.ne’nuovi ordinamenti politici, che si ci si vantano, per salvar la legge di
progresso, e di civiltà, e della naturale libertà di sé e delle cose sue, che
alla civiltà ed al progresso è tanto incitamento, vogliansi conservate le
diversità negli interessi di vario nome, si quanto a specie, sì quanto a grado
(ch’era la seconda parte del mio dilemma), dunque costituirà ciò una terza
categoria di disuguaglianze, crescenti col grado del progresso e della civiltà
; e ammessa la realtà di queste nuove disuguaglianze, come non dovranno
generare elle ancora una disuguaglianza ne'diritti in ragione delle
disuguaglianze suddette? Perchè, io non sarò di coloro, i quali esclusivamente
le convivenze umane risguardano sotto l’aspetto di quelle società A’azionisli
eh’ io poco là mentovava, dove i soli valori de’ puri interessi materiali
d’ognuno, tradotti nell’ idea del proprio tornaconto, rappresentino le azioni
messe in comune, e quindi le correspettività de’ diritti politici da godersi.
Certo v’è altro eziandio, a che gli eterni principii della giustizia distributiva
comandano che s’ abbia riguardo, e spesso un maggior riguardo; e alcune delle
cose dette di sopra mostrano in ciò la mia persuasione in questo senso. Ma non
son io nemmen di quegli altri, i quali la somma e l’importanza disi fatti
interessi non considerano affatto nella ripartizione de’ poteri e de’ diritti
a’ poteri ; e per questo lato, tanta voce vorrebber data al mascalzone, il
quale non ha interessi di possidenza, non d' industria... non di famiglia (od
ha interessi tutti negativi, cioè tutti in opposizione cogl’ interessi di
coloro, i quali nell’ alveare sociale sono Tapi operaie e produttive ; tutti
interessi di far guerra alla produzione, alla possidenza, all'industria... alla
famiglia... ; tutti interessi di disordine per pescare nel torbido), quanta
agli altri pe’ quali la società va prosperando, cresce in affluenza di beni, ed
è corpo, regolare, utile, e conducente al fine, per cui principalmente le
convivenze umane sono stabilite. ]si dato mano, e solamente lo patirono, di che
il bene susseguente è poida ricompensa. ]mili, esso uomo abbia or buono
avviamento od indirizzo alla riuscita, or non l’abbia, e ciò, alle volte per
colpa propria, o rispettivamente per proprio merito, altre volte senza ciò, e
contro a ciò: cosicché l’impiego de’ mezzi aberra più o meno dal fine, e
radamente vi conduce ; e, quando vi conduce, lascia sempre molto e moltissimo
di desideralo e non conseguito. Dove le volte, che più o men si riesce, servono
a mantenere l’attività nostra, e la speranza, e il coraggio, e a preservarci
dal precipitare nell’inerzia ; le volte che non si riesce, servono a
ricordarci, che un potere superiore al nostro è dietro la tela, il quale regge
le coso umane, e con occulta sapienza, or ci dà i beni della terra, or ce li
leva, o ce li nega, acciocché pensiamo che non son questi il fin proprio e
sommo a noi proposto. Ma poiché insonuna, concedo io pure, che al mal governo
l’ opporsi con onesti sforzi, invece di esser colpa, è anzi spesso dovere, o
quasi dovere (l’acquiescenza pura e semplice, e la rassegnazione, quando fosse
di tutti, potendo in alcuni casi divenire condannabile, rispetto almeno ad
alcuni: perocché è alto, non di sola virtù, ma di debito, per quelli che han di
ciò competenza : 1. l'illuminare, a il cercar d’ illuminare, i depositari del
potere, in quel che veramente abbiano errato, od errino, massime quandi
l’errore sia grave ed abituale : 2. l’adoperarsi a promuovere la medicina de’
vizi radicali con indefessi, opportuni, e convenienti mezzi), come dee
procedersi iu questa dilli cile e delicata faccenda? — 'fiuti is thè qmstion —
Ciò sia materia d’un Di quello che al popolo non ispelta, e spelta, in fatto di
governo e di sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta.
L’argomento io l’ho toccato qua e là più volle, forse con un po’ di disordine,
ma esprimendo con forza ogni volta l’opinione della quale sono persuaso. Giova
nondimeno tornarvi sopra in quest’articolo, e dir con più grande asseveranza
ancora, che in ogni altro luogo — la principal fonte degli errori, i quali sul proposito
nostro si spacciano, e corrono oggi il mondo, stare appunto in questo atto
d’universale superbia, per che, in cosa, la quale tanto è legata a fatti
providcnziali che si burlano, per cosi favellare, di tutte le previdenze umane
; la quale tanto poco dipende dalla volontà de’singoli ; la quale tanto è
superiore alla intelligenza delle turbe ; tanto è diffìcile ad essere trattata
come lo si addice ; tanto è poco alla a condursi per sole deliberazioni
d’uomini quali che siano, a grado delle passioni loro, e nel conflitto de’loro
interessi perpetuamente fra loro lottanti : s’argomentano di credere tra tutti
distribuita, ed a tulli appartenente la competenza del trattarla per Io meglio
loro. Don^c è poscia l’opinione si da noi combattuta, che la sovranità, in
radice, è di tutto il popolo, inalienabile da esso, reversibile in esso, e
rivendicabile per esso, tutte le volte che lo vuole ; esercitarle da ciascuno,
individuatamente, ed individualmente, nella porzione più o men coeguale che gli
spetta ; residente di fatto, come potere attuale ed accidentale nella
maggiorità ( più o meno istabile di sua natura) de’cittadini, che sendosi data
la pena di concorrere ad esercitarla, convennero in un medesimo voto ; ma non
ispettante di diritto normale ad essa; perchè la parte non può equivalere al
tutto ; perchè chi non ha parlato, non ha detto niente, e non s’è interdetto di
poter parlare quando che sia ; perchè il diritto delle minorità, tanto piccolo
quanto più si voglia, può essere oppresso, ma non annullato, nè distrutto;
perchè, infine, non può non esser lecito a queste il cercar di farsi maggiorità
la loro volta, acciocché il fatto della sovranità ad essi o passi, o ritorni.
E, per vero, i fautori stessi delle anzidette sentenze, non osapo analizzarle,
od almen confessare, i naturali conseguenti loro, de’quali conseguenti il
principale è, che, cosi insegnando essi, vengono a dire, insomma, che la
sovranità, comunque affidata come potere esecutivo, legislativo, giudiziario, o
quale altro potere che siasi o che si chiami, obbliga in diritto i soli
consenzienti: quanto agli altri, li violenta, ma non può obbligarli; o, ciò che
vale lo stesso, vengono a dire, che la sovranità è obbligatoria di diritto per
nessuno, giacché que’che le obbediscono, in quanto sono consenzienti,
evidentemente obbediscono a sè e non a quella, cioè obbediscono alla propria
volontà di obbedire, nou alla forza imperante della sovranità, attinta, in
massima parte, dagli eterni principii della ragione e della giustizia ; ed
obbediscono perchè son contenti di farlo, non perchè si credano obbligati a
farlo ; ed, in que’che obbediscono, in quanto, a lor malgrado, vi sono
costretti, non dall’autoriLà, ma dalla forza materiale, in essi ancora
l’obbedienza è un fatto sofferto, e non un dovere adempito ; e un’ obbligazione
estrinseca, e non un obbligo di vero nome ; o, a dir meglio, è violazione di
diritto, e non diritto, contro alla qual violazione si ba invece il diritto di
mettersi in istato d’ostilità, di cospirare, di muover guerra flagrante, in
detto ed in alto. Il che dire è negare la sovranità, e ennsiderarla come ud
fallo pur sempre, non come un diritto; Tatto di alcuni che soperchiano tutti,
non diritto di tutti contro a ciascuno ; tirannide, e non sovranità, pe’
dissenzienti ; cosa inutile, superflua, ed illusoria, o simulacro di cosa pe'
danti libero consentimento : ciocché bene interpretalo, significa poi, che la
sovranità, in quanto è potere, pe’soli dissenzienti esiste ; ma esiste per essi
soli come una iniquità ed una ingiustizia, non come cosa mai legittima e
normale : verità si vera, che lo spirito logico d’ uno de’ più sinceri, e de’
più espliciti tra gli antesignani del nuovo liberalismo (Prudhon) non ha
dubitato di confessarla e dichiararla ad alta voce, e per istampa. In si fatto
sistema, pertanto, gli attualmente investiti della sovrana potestà, e d’ogni
sua grande o piccola parte, quali e quanti pur siano, non sono che semplici
incaricati d’affari, privi di plenipotenza, e quasi direbbesi ad referendum, o
piuttosto godenti d’una plenipotenza frodolenta di l'alto a tutto loro risico,
e sotto la loro perpetua responsabilità, come i generali di Cartagine ; sempre
revocabili, sempre soggetti al sindacato di tutti e di ciascuno ; posti in una
siugolar condizione innanzi al popolo : perchè, ne’paesi dove tutto il popolo
non è stalo chiamato, e non è concorso a farli (messo dietro le spalle ogni
diritto di prescrizione e d’usucapione) sono come se non fossero; usurpatori
posti fuori della legge ; nemici pubblici, e niente meno di ciò : ma, ne’ paesi
stessi, dove il popolo è quegli che li elesse negli universali suoi comizi, non
hanno, per le ragioni esposte di sopra, solidità e realtà alcuna di potere ;
burattini da filo quanto a tutti, e tali burattini, il cui filo dev’essere
spezzato il più presto, o quando il destro uc viene, quanto a’dissidenti. Che
se tutto ciò è rispetto alle persone, poco diversamente dee dirsi rispetto agli
atti loro, il cui valore intrinseco è subordinato sempre all’apprezzamento
libero e capriccioso d’ognuno. Ed altrettanto è ancora delle leggi ; o sian
pure quelle che si chiamano Costituzioni, Carle, Statuti, o simile. E cosi
dislruggesi allatto, e si demolisce l’idea di governo, e si sperperano le
convivenze civili, rimettendo ogni umana congrega nelle condizioni primordiali
del viver selvaggio, ricondotto a’suoi naturali e radicali elementi
d’indipendenza degl’individui, e di forza brutale del più potente, o del numero
maggiore, centra il più debole, o contra il numero più piccolo. Io invece, per
finirla, riduco a queste non molte proposizioni i dettati della ragion pura in
si fatta perplessa materia, sottoposti nondimeno alcuni di essi,
nell’applicazion loro, al prudente apprezzamento delle circostanze. Iddio, a
farci appunto conoscere, nella presente imperfezione ed ignoranza nostra, eh’
egli è il padrone (domitius dominanlium ), e che noi, per molto che immaginiamo
di esserlo, non lo siamo punto, o lo siamo assai poco, c sotto sempre la legge
della sua supremazia, dispose, c dispone, colla sua direzione occulta del mondo
morale, come del tìsico, le cose in modo, che lo stabilimento de’ governi, nel
materiale, e nel personale, è (storicamente parlando, cioè nella pratica, cosi
come dalla storia universale e particolare de’ popoli ci è dichiarata) un mero
previdenziale fatto, dato o coadiuvalo, sempre, o quasi sempre, da forza di
circostanze, indipendenti il più spesso da ogni preordinala volontà delle turbe
; per le quali circostanze, o contrastato, o no che sia ne'suoi cominciamenti,
esso, da una esistenza precaria, e spesso irregolare, passa, a poco a poco, ad
un'altra esistenza tacitamente consentita dall’universale, e pacifica, e con
ciò legittimata ; rispetto alla quale, l’azione indesinente de’ due principali
fattori di quest’ordine di fatti (e voglio dire, 1. il reggimento divino delle
cose umane, 2. quella dose di politico senno, che giunge per solito, da ultimo,
a scaturire da qualche parte), più o meri laboriosamente, viene a galla, a
traverso d’ogni difficoltà, in mezzo ai popoli, come una manifestazione inevitabile
alla lunga, dell’idea insita in tutti, ed eterna, tuttoché più o meno oscurata,
di giustizia, di verità, di dovere; ed allora quest’azione, or lenta, or
sollecita, opera in guisa, che l’intollerabile alla fine si fa tollerabile e
tollerato, l’ingiusto si fa giusto, o meno ingiusto, l’improvvido o provvido, o
meno improvvido ; e nascono sistemi e vie di compensazione, lenitivi,
palliativi, rimedi ; e il male che c’è, o che resta, non può superare una certa
misura (tranne quando un decreto terribile di Provvidenza vuol che le nazioni
periscano, o si consumino, e decadano umiliate e contrite), nè può non avere un
contrapposto di beni : cosicché di questo misto si componga quella dose d’
infelicità terrena, più o meno temperata, che è necessariamente compagna di
questa vita, punizione meritala agli uni ; scuola di virtù, e mezzo di merito
agli altri. A vie meglio mostrarci la verità di questa dottrina, la Divinità ha
in tal forma ordinato il mondo morale, che in que’ secoli di contumace
superbia, o tra quelle superbe nazioni, in cui la verità c la presunzione della
propria sapienza più prevale tra gli uomini, e li spinge a voler tutti fare e
non lasciar fare, ognuno mettendosi innanzi, e cercando d’esser primo, o de’
primi, ognuno volendo esser dio a sé stesso, e governo, e governante ; ivi, ed
allora, è l’infelicità massima, il disordine massimo, lo sgovernamelo massimo,
la guerra civile imminente o flagrante, l’anarchia, lo stato convulsivo, od
epilettico, delle umane congreghe: disordine, sgovernamenlo, guerra, anarchia,
convulsione, epilessia, che seguitano finché questo periodo di presunzione non
passa, e finché principii migliori, e più giusti, non tornano a prevalere la
loro volta. Intanto perù è giusto confessare, che, se da un lato, il Creator
delle cose, per le ragioni che più volte adducemmo, non ha concesso agli uomini
la perfezione in nulla, e nè manco ne’governi, ed ha voluto tollerare, e
permettere, a volta a volta, l’imperfezione, anche condotta, in essi governi,
fino all'abituale imperizia, imprevidenza, inettitudine, ingiustizia, e
tirannide; da un altro lato, ei non ba voluto, in generale, abbandonare si
fattamente la specie umana all’ impero del male, anche sulla terra, che non
abbiale concesso, nella sua benignità, mezzi normali di riparo, di resistenza,
di rimedio (renduti, egli è vero, per suoi segreti disegni, ora più, or meno
efficaci), e non abbia perciò inserito nelle ragioni, le meglio addottrinate,
de’ saggi in mezzo ai popoli il lume più o manco opportuno a conoscere in ogni
caso quel che è lecito, e conveniente, e necessario di fare per tentar diuscire
di pena, d’ingiustizia, e d’oppressione. Questa è almeno la regola generale,
sebbene, purtroppo, convien dire, che talvolta, nel segreto della sua sapienza,
esso Creatore, permette e tollera, come altrove notammo, che sì fatto lume in
pochissimi splenda, e quasi in nessuno : di che poi la conseguenza è, che il
male del malgoverho, o dura, o quel che è peggio, per gli sforzi inconsiderati
di que’che non vogiion patirlo s’aggrava, o sia che conservi, o non conservi le
prime sue forme. Or quando a si fatto ultimo flagello non si è condannati
(pena, per solito, del lungo tralignare d’una civil convivenza, confermata nel
vizio, e nella cecità d’intelletto) allora il rimedio, e il riparo, c’è, sol
che tutti facciano il dover loro ; e c’è senza le maledette rivoluzioni, senza
le illecite cospirazioni e sette. C’è per la forza pacifica ed infallibile
delle persone, e delle cose. Del quale riparo e rimedio le massime io le ho
sostanzialmente, qui indietro dette, nell’articolo. E non è, che, in si fatto
ufficio non abbia ognuno la sua parte legittima. Solo bisogna confessare, che
la parte non può nè dev’ essere in tutti uguale, e la stessa. La prima e
principal condizione è il coraggio civile (giova ripeterlo : il militare
guasterebbe tutto, infondendovi dentro le sue furie), coraggio prudente,
ponderato, modesto, mantenuto sempre rigorosamente dentro i limiti del permesso
dalla legge, ma perseverante, istancabile, non in alcuni, ma nel maggior numero.
Le leggi in nessun luogo son cosi cattive, che non aprano più di un adito a
raddrizzare i torti, e a far fare giustizia. Bisogna non perdersi d’animo. I
forti debbono aiutare i deboli, dirigerli, farsene avvocati. 1 savi debbon dar
mente agl’ insipienti. Questi debbon ricorrere a coloro che la fama universale
indica in ogni luogo come sapienti ed uomini da bene, per cercar lume, e
conoscere se veramente ban ragione e diritto di lagnarsi, e dentro che misura.
Gli uomini da bene e sapienti non debbono negarsi agl’inferiori.Tutti
insistendo nelle vie consentite da ragione e da legge, e facendo concerto
perpetuo di sforzi, ciò, senza essere una cospirazione illecita, e di setta, e
d' armati, è impossibile che non produca il suo frutto. Ma non bisogna che i primi,
a’ quali questo coraggio sia di qualche danno personale, faccia» perciò meno il
debito loro, o che l’esempio del loro danno distolga gli altri dali’imitarli.
Ciò ha da essere, come nella guerra. 1 feriti, non perchè feriti, finché
possono, lasciano il combattimento, se aspirano al titolo di bravi : e i non
feriti non fuggono perché altri al loro fianco son feriti od uccisi. Solamente
bisogna ben guardarsi dall’ uscir dalle vie rigorose della legalità, e del
rispetto che è interesse di tutti il non dimenticare; e dall’ immaginare, o
pretender gravami e torti, dove non sono. Cosi adoperando, colla metà della
ostinazione che gli odierni settarii pongono nelle loro inconsiderate e
criminose mene, certo non è abuso di potestà, il quale non debba con [Ecco mio
de' vantaggi innegabili dell' aristocrazia. Dov’ella è in forza, e bene e
convenientemente stabilita, è 3i grande l' autorità sua, si connatura to il
coraggio civile, si spontaneo f intervento a tutela de deboli, che
difficilissimo riesce l'abuso del potere in cbi lo ha in mano, almeno condotto
sino a vizio abituale, ed a quell’eccesso ch'è tirannide intolieranda, od
insipienza equivalente a tirannide.]più certezza essere corretto, die tentando
pazze congiure a moderna usanza. Nè nego, perfino, che quando i’ abusare nasca
da imperfezione di legge, o di leggi, di questa o queste non possa
legittimamente chiedersi il mutamento, e il raggiustamento a più equa forma.
Quando veramente costi, per consenso di tutti tsavi, che le leggi sono cattive,
o talmente imperfette da rendere necessario un cangiamento, niun può trovare
men che giusto il desiderarne e il chiederne la rettificazione. Il male non
istà nel desiderare, e nel chieder ciò, ma nel desiderarlo e nel chiederlo in
modo illecito, arrogante, e perturbatore. Sta nel volere a forza cattivo, quel
che non lo è manifestamente. Sta nel non andare a rilento in si fatti giudizi,
e nei non ben verificare ogni cosa a norma della sapienza scritta di tutti i
tempi, prima d'avventurarsi a pretendere che la cosa è come la si pensa. Sta
nel non aver occhio alle circostanze, agli effetti probabili, agli scompigli
possibili. Sta nel mancar infine di buone bilance per non trascender mai la
giusta misura in nessuna sua parte : condizione più essenziale ancora,
acciocché niuno possa imputare di sedizione, di ribellione, di fellonia ciò che
nel qui discorso senso e modo va operandosi. Da tutte le quali cose vede ognuno
che non discende, nè l’obbligo assoluto di rassegnarsi al male, che
evidentemente è male, nè l’assoluta assenza di mezzi per medicarlo. Ma non
discende nemmeno la pazza politica massima degl’odierni, che per ultima panacea
propongono date forme di [Queste sono le teoriche. Ma torno a dire, se i savi
mancano, se mancan d’ accordo, se v’ è funesto li svolgimento negl’ intelletti
di que’ che so» creduti tali ; se certi desiderii poco ragionati, e poco
ragionevoli, si confondono co’bisogni, solo perchè sono alia moda, e perché
sono intensissimi; se certe lagnanze son di minimi che si giudican massimi, e
che fatte suonar alto più disturbano che non giovino; se? Allora come non
tremare nell’avventurarsi alla pratica? Iddio liberi i popoli dall’ esser
condotti agli estremi qui sopra ricordati; e dia loro la sapienza vera che li
aiuti a scegliere il miglior partito.] governo applicabili a tutti i casi, come
uua calza a maglia. Delle democrazie pure già dicemmo quanto basta a provare la
loro imperfezione essenziale. L’antica sapienza rappresentata da CICERONE sta
per le Monarchie temperate, dove i veri ottimati, cioè dove le capacità e gl’
interessi han voce preponderante, e tra gl’interessi, meno ancora i fluttuanti
e transitorii (sebbene questi eziandio), che i permanenti e più tenaci, d’un
buono e lodevole patriziato. S’ è perciò giustamente levata a cielo la
timocrazia di Servio Tullio la sapienza del Senato romano e dell’ aristocrazia
inglese, corroborata dalle tradizioni di più secoli. Ma non tutti gli
ordinamenti ( ridiciamolo ) convengono a tutti i popoli e a tutti i tempi: e
chi non ne fosse persuaso, più d’un esempio recente potrebbe addurne, fatto per
iscoraggiare assai del supposto valor pratico di certe teoriche, le quali poi,
quando si traducono in iscena, si risolvono in bliteri, e in peggio che ciò,
vale a dire in danno evidentissimo de’ popoli. Grandissimo ( a miglior prova di
ciò ) è il male che s’è detto, massime nel tempo nostro, de’ governi assoluti;
e i governi assoluti eglino stessi han poi per loro essenza e natura il grande
ed intrinseco male, che con tanta generalità oggi s’afferma? ( L’argomento
loabbiam già toccato alcune pagine indietro : pure importa tornarvi sopra
un’ultima volta ). Messi a bilancia con tutte le altre forme di governo, e
contati, e imparzialmente pesati, i vantaggi egli svantaggi, traendoli dalla
verità storica d’ogni età e d’ogni contrada, e non dalle menzogne sistematiche
di tale o tale altro declamatore odierno, io non so se un uomo di delicata
coscienza oserebbe giurare, che la parte degli svantaggi preponderi, sempre
totale contro a totale, cioè somma intera di fatti contro a somma di fatti, dal
Iato delle monarchie pure, a quel modo che s’ama asserirlo. Per Io meno questo
conto, o vogliasi dirlo bilancio, non è mai stato instituito colla debita
accuratezza, e varrebbe la pena dell' instituirlo: impresa tuttavia molto più
difficile di quel che non si pensa, e da più dotti, che non sono di gran lunga
i giudici di strada. Donde poi deduco, che, assai più alla leggiera di quel che
si dovrebbe, si pronunzia la sentenza assoluta di condanna, la qual suona nelle
bocche di tauti, più per moda, che in forza d’ una dimostrazion rigorosa. Le
ingiustizie, le improvidità, le tirannidi s’incontrano in tutte le forme d’
ordinamenti politici ( cosi insegna la storia ), e le forme le più liberali
n'ebbero, e possono averne all’ avvenire, di non minori che i più tristi degli
assoluti governi. Quidleges sine moribusvanae profitiunt (ridirò col poeta)?
Uno o molti che siano gl’ investiti dell’ atto della potestà, possono del pari
abusarne; e, se gli abusatori son molti, sarà il danno più grave assai, che con
un abusatore unico, tranne se alcun si piaccia del paradosso che più tiranni
debbono men nuocere d’un tiranno solo. Le responsabilità ministeriali, o
d'altri ( nome vano ) si dovrebbe ornai sapere da tutti quel che valgono. Le
supposte guarentigie sono sempre un preservativo, o un rimedio, più illusorio,
che vero. Cb’ buoni sono inutili, co’ cattivi sono insufficienti, per grandi
eh’ elle sembrino. Dove furono concesse Ano ad ogni richiesta misura,
gl’incontentabili odierni se ne contentarono forse? Le probabilità del maggior
senno, che parrebber più facili ad incontrarsi nel consiglio di molti, di
quello che in una mente unica, non sono assai spesso, in tempi di civiltà
corrotta, e d’ambizioni flagranti, che un vantaggio presunto, più che
bilanciato, ed annullato dall’altre probabilità delle discordie intestine tra
senno e senno, e delle lotte che quindi nascono. E sovente è più bisogno di
guarentirai da que’che sono scelti à guarentire, che ragionevolezza di speranze
le quali in questi ultimi si ripongano. Hannovi poi circostanze ( è giusto il
ricordarlo ), nelle quali solo le pure monarchie valgono ad operare il bene
delle nazioni; e sonovi beni che soltanto dalle pure monarchie possono
aspettarsi. Ad esse principalmente, se non unicamente, parche abbia riservato
la Provvidenza l'incarico de' grandi mutamenti da operarsi ne’ popoli colla
debita rapidità, rovesciando i maggiori ostacoli : perchè il modificare
ampiamente, e radicalmente, con forza, prontezza e conveniente efficacia, le
sorti d’un popoloso dimoiti popoli a uu tempo, è parte quasi esclusivamente
concessa agli assolutismi de’ Sesostri, degli Alessandri, de’ Cesari,
degl’Augusti, de’ Carli Magni, de’ Federicbi, de’ Napoleoni, certo non alle
disordinate e burascose discussioni de’ senati, de’ parlamen li, de’tribunali,
delle moltitudini deliberanti. Sono sempre, o quasi sempre, gli assolutismi,
che tagliano ultimi il capo alle rivoluzioni, e creano ultimi la stabilità
delle paci. Sono essi una necessità pe’ popoli che vanno in bizzarrie pericolose
e distruttive. Sono essi a volta a volta, grandissimi benefattori della
umanità, piuttostocfaè i suoi principali flagelli. £ di questa particolare
virtù de’ governi assoluti, quanto a prevalenza d' efficacia e di rapidità,
tanto hanno persuasione, perfino i moderni perturbatori, ( torniamo a dirlo
sebbene altrove l’abbiamo già detto), clic solamente perciò hanno istituito,
essi medesimi, la obbedienza passiva delle sette, e l’assoggettamento senza
discussione, e sotto pene terribili, a’capi di esse. Tuttavia non voglio io qui
farmi l’apologista esagerato de’governi di si fatto genere, e dissimulare
gl’inconvenienti a’quali vanno per solito espósti. Non voglio dare il piacere
a’ miei avversari, di poter dire ch’io sono un assolutista sistematico, perchè
abbia con ciò bella occasione la rettorica di certa gente del gittarmi alla
faccia questo rimprovero seguitato da una mezza dozzina di punti ammirativi. Ho
voluto solamente dire che ancora essi governi possono avere ed hanno il loro
tempo, e la loro opportunità; ed in subiecla materia esaminino (dirò di nuovo)
i capi-setta sé stessi prima di rispondere se è vero o falso. Mi basta avere
indicato l’irragionevolezza della troppo universale condanna la qual di essi
governi è fatta, come di cosa assolutamente CONTRO A NATURA (cf. H. P. Grice),
e necessariamente riprovevole. Mi basta aver dato a conoscere, die vale, anche
rispetto ad essi, la regola generale, che non vi può essere una regola generale
di proscrizione. Le circostanze, anche a loro riguardo, entrano per molto nel
giudizio, come in ogni altra maniera di governo. D’ altra parte, i governi
veramente assoluti dove più sono? Tutti il tempo li modifica. Addolcisce i più
severi. Modera i più dispotici, e viene più o meno accostandoli alle forme di
temperata monarchia. Siamo giusti. Dove son più i Busiridi, i Falaridi, i
Tarquini Superbi, i liberi, i Neroni ? Se si voglia trovar tiranni, nell'antica
significazione del vocabolo, bisogna andar a cercare nel campo repubblicano
ultraliberale i Marat, i Robespierre. I voti del vero popolo, di giorno in
giorno, son più ascoltati di quel che vuol confessarsi; e, se si é di buona
fede, non può esser negato, che le concessioni cominciate qua e là a farglisi,
per tutta Europa, son bastantemente grandi per far dire che nelle altissime
regioni non si è tanto sordi, quanto da alcuni si va spacciando. 1 bisogni
reali finiscono sempre coll’essere ascoltati, non per forza, ma per ragione.
Gli esagerati e falsi può colla violenza costringersi a soddisfarli per un
momento, ma vale allora il proverbio. Nil wolentum durabile. Per chiudere a
quel modo che meglio per me si può l’ardua discussione nella quale sono
entrato, io Unirò dunque cosi dicendo a chi tanto si preoccupa del male dei
governi più o meno imperfetti (come se per necessità non dovessero a, diverso
grado tutti esserlo), e a chi perciò, venendo a conseguenze estreme, niente ha
più a cuore ed in mente, che farsi autore e cooperatore di riforme radicali, da
ottener subito, quasi a tamburo battente, ed a qualunque gran costo, giuste
ch’elle sianolo non siano, purché tali paiano a quei che le dimandano, avuto a
sdegno, e messo in non cale il più prudente desiderio e consiglio de’
miglioramenti graduati, bene studiali, ben maturati, e solo predisposti e
promossi ne' legittimi e tranquilli modi che rispettan la pubblica pace, e
servono ad assodarla, anziché a turbarla. Se veramente ami tu il bene del tuo
paese, fa senno, e pensa che qui non si tratta d’un trastullo da gioventù, e
d’un balocco da capi sventati, per darsi dell’ aria e dell’importanza, ma della
somma delle cose pel presente e per l’avvenire, od almeno per lunga successione
d’anni. Fa senno, e dà prova d’averlo fatto, giudicando per anticipazione
testesso, prima d’assumere il terribile incarico di giudicare gl’imperi ed i
regni. Discendi, Gracco, nel tuo interno, e chiedi, con buona fede, a te
medesimo se t’è lecito di crederti tale da ben sapere quel che è mestieri
sapersi nell’astrusissimo argomento de’ governi, per islendervi sopra una man
temeraria; e se ti puoi, senza farti rosso nel viso, chiamare uomo di stato,
ose, in questa vece, non senti, nel tuo segreto, d’essere niente altro che un
misero pappagallo, il quale ripeti su ciò, senza bene intenderlo, quel che t’ha
insegnato la piazza, o la setta. Non ti lasciare illudere dall'orgoglio, nè
dall’assenso lusinghiero de’ niente maggiori e migliori di le, ma metti l’amor
proprio da parte, e dà sentenza su te, come la daresti sopra un altro. Tastati
addosso, e cerca imparzialmente se trovi sotto il dito l’economista, il dotto
nella filosofia delle leggi, l’intendente ne’ misteri dell’amministrazione e
della finanza, il fino conoscitore della storia umana, l’uomo freddo,
ponderato, esperto, che nel giudicare questioni si diffìcili, si recondite, si
gravi, si feconde di beni e di mali, come sono tutte queste delle quali stiam
parlando, sa, innanzi tratto, esaminare, prima del giudizio, gl’innumerabili
particolari; che concorrer debbono ad illuminare la mente; a spogliarsi d’ogni
passione e d’ogni opinione preconcetta; e, senza dar peso a insinuazioni
d’amici, o di confederati e compagni, discernere, e ben discernere quel che il
luogo, il tempo, le circostanze, gli uomini, gli antecedenti, i comitanti, i
conseguenti, oltre ai principii eterni di ragione e di giustizia, suggeriscono
e richiedono. Va intorno, e parla pettoruto alle genti in questo linguaggio.
Miratemi, e sentenziate voi. Son io veramente l’uomo da rifare il mondo, e da
insegnare agli altri il come? Son io Zaleuco, Caronda, NUMA (si veda), Licurgo,
Solone del secolo illustre ; o sono almeno l’uomo da saper discernere, senza
ingannarmi, que’ eh’ io possa e debba seguitar come capitani in faccenda di si
gran momento? O piuttosto la risposta non l’odi aver già preceduto la dimanda?
Povera mosca del carro (tu dei sapere la favola), va a scuola, e fatti vecchia
prima di toccar solo col pensiero problemi di tanta astrusità. Solamente allora
saprai ridurre al genuino valor loro tanti spropositi di moderne teoriche
assolute, che, messe in prova da già dodici lustri, non han saputo partorire
ovunque che continuati scompigli, e inenarrabili guai sempre ripullulanti a
doppio cornei capi tagliati dell’idra! Povera mosca, solo buona ad esser tafano
atto ad inquietare i cavalli che tirano il carro dello stato, finché un colpo
di frusta ti schiacci. Riguarda ( se non hai le cataratte agli occhi ) nella
Francia, prima maestra di sì fatte novità, e spettacolo e scuoia delle lor
conseguenze a ogni gente... nella Francia già più volte rovinata, e data per
queste a scompiglio, e le più volte, non da mani forestiere, ma dalie proprie.
Riguarda a’ be’frutti delle agitazioni tedesche. Riguarda a’ bei fruiti delle
agitazioni di questa misera Italia, qual ella è or fatta per colpa di simili
tuoi ! Gusta il Progresso che han generato i tuoi pari, la ricchezza e la
prosperità eh’ è opera loro! Basta ornai. Basta. La terra ha bisogno di
tranquillità, e, a tuo dispetto, saprà come darsela. Cosi ti risponderà, e ti
risponde il mondo : non quello veramente nel quale tu vivi, ma quello in mezzo
al quale dovresti imparare a vivere, per tua istruzione, ed emendazione, e per
l’altrui pace. Ma ti risponderà, e ti risponde anche altro. Ti dirà, e ti dice.
O tu, che ti proponi niente meno che di metterti il grembiule di Prometeo, cioè
di rifare la gran famiglia umana in quella parte che rende a lei possibile il
viver socievole, cioè negli ordinamenti de’ suoi governi, comincia col rifare
te stesso. Volendo insegnare a’ tuoi contemporanei l'arte del comando, insegna
a te medesimo l’ arte dell’ obbedienza, che non sai, o non vuoi sapere. Con
uomini quale tu sei nessun arte di comando, e per conseguente di governo, è
possibile, e l’ esperimento s’è visto. È forse giovato in più d’ un luogo darti
costituzioni, e rinnovarle? É forse giovato accordarti assemblee deliberanti,
libertà di stampa, libertà d’associazione ...tutte le libertà? È bisognato
finir col frenarle dal momento che i pari tuoi v’ han voluto metter mano. E
cosi doveva essere ; perchè ogni governo, anche larghissimo e mitissimo, è
legge e dominazione; e cbe legge, oche dominazione può esservi per tali come tu
sei? Tu ( quel tu eh’ io m’ intendo ) di Dio non accetti che H nome. Tu sei di
quegli uomini, quorum Deus venler est ( riconosciti ). . ; degli uomini
turbolenti, sfrenati, ricalcitranti che chiamano ben pubblico il dar di naso
abitualmente ad ogni autorità, sotto colore di far la guerra agli abusi suoi,
colla presunzione di giudicarli in ultimo appello secondo il privato tuo senno;
degli uomini che ban distratto ogni riverenza, ogni fede al senno antico, ai
documenti de’ secoli passati, alla sapienza accumulata per gli studi comuni de’
migliori cbe in ogni età vissero; degli uomini che ner gano ogni efficacia d’
antica esperienza, e che queste massime non si contentano di professarle per
sè, ma le promulgano giornalmente d’ ogni intorno! Or con te, e con tali quale
tu sei, qual maggiore pubblico bisogno v’è, del bisogno di mettersi in guardia,
e tirare a sè le briglie ? É egli tempo d’allargar la mano alle redini, quando
il cavallo dà continuo cenno di rubarla, e di mettersi alla scappata verso
precipizi!? Pur troppo quando un paese ha la disgrazia d'avere a ridondanza
gente del tuo taglio, facilmente arriva a quella condizione di tempi che o
scusano, o rendono ine vitabili gli assolutismi i più stretti e i più
vessatori. Perchè, non accade dissimularlo. Ecco la massima miseria della
condizion nostra. È peggio che al tempo de’ guelfi e de’ ghibellini. L’ira tien
luogo di ragione. Vendicarsi, ed esterminare sono ornai la parola di guerra.
Sangue! San-gue! Ammazza ammazza! Quel che non s’ osa fare aucora, si dice
pubblicamente che sarà fatto alla prima opportunità. Designane adcaedem
unumquemque nostrum. Poveretti! S’uccidono gl’individui, non s’uccide la verità
e la giustizia. Ma anche a’Principi d’Europa rivolgerò finalmente la rispettosa
mia voce. Purtroppo hanno essi bisogno d’una rivista severa del passato, e
d'una ponderazione accurata del presente a previsione del futuro. Quel che è
stato ed é male, fa d’uopo mutarlo. Quel che è giusto e doveroso in tanto mare
di desiderii, di querele, di mescolate richieste, bisogna farlo. Mai non ci fu
maggior necessità, per chi siede ne’ sommi scanni, d’esaminare gli antichi
ordinamenti, e di recarvi miglioramenti reali e legittimi. Mai non richiesero i
secoli che sono scorsi maggior senno in chi regge i popoli, e per conseguenza
più grande opportunità di circondarsi di buoni, e probi, e saggi aiutatori, e
subalterni. “Riforma!” è la parola favorita del nostro tempo. Riforma non è in
sé medesima parola d’errore. Le riforme bisognano sempre alle congreghe umane,
come agl’ individui. Riforma dunque anch’ essi dicano i re ma non ogni riforma
dimandata le riforme che la vera sapienza politica consiglia, e vuole.
Eruditami qui iudicalis terram. Imparino le genti col fatto, che amate di cuore
il ben pubblico, odiate il male, e vi studiate per quanto è da voi d’affaticare
alla pubblica felicità correggendo intorno a voi, per aver più diritto, e più
facilità a correggere intorno a quei che vi debbono obbedire. Due parole a chi
è per leggere Parere d’un Amico intorno a questo saggio Risposta Prefazione
Opuscolo De’ Fedecommessi e dell’ Aristocrazia Due parole al Lettore Lettera I
Fedecommessi sono una istituzione appartenente a più luoghi c a più genti e
tempi, che non si crede. Conseguenza di ciò Essi hanno una principale e giusta
difesa nell’interesse convenientemente inteso di famiglia Non sono applicabili
ai piccoli patrimoni, ma solo ai grandissimi ivi Perennando lo splendore di
tutta una linea principale po tentemente soddisfatto a uno de’ sentimenti
connaturali all’ uomo Senza i Fedecommessi, le grandi fortune, di necessità,
tra breve, sminuzzandosi, periscono per V intera famiglia, e con ciò essa è
condannata a rapido scadimento 1 Fedecommessi salvano, per quanto esser può, il
patrimonio dalle imprevidenze, dall'incuria, e da’ vizi dei temporanei suoi
possessori, e lo conservano a que’che debbono in avvenire possederlo
Discussione delle ragioni de’ cadetti. E maggiore il numero de'beneficali nel
sistema che qui si contempla di quello che nel sistema opposto pag. ivi Infatti
quei che nel i° sistema godono ( al contrario di ciò che succede nel 2°) sonpiù
numerosi de’ danneggiati I vantaggi d’ognuno de' favoriti sono più grandi, che
i vantaggi d’ognuno de’ favoriti nell' altro sistema Gli svantaggi de’
danneggiati nel secondo sistema sono più grandi che quei de’ danneggiali nel
primo Lettera Soluzione d’ alcune difficoltà 35 Si risponde a chi oppone che il
testatore dee riguardare al bene massimo de’ prossimi ed esistenti, e non,
collo scapito di questi, a quello de’ remoti, e non esistenti ancora, o forse
non destinati ad esistere giammai .Si prova che, oltre al vero interesse delle
famiglie, nel si stema de fedecommessi, meglio che nel sistema contrario, è
provveduto anche all’interesse dello stato Risposta alla obbiezione de’
supposti diritti degli altri figli, che si dicon violali nel sistema da noi
difeso Si torna a distinguere tra i fedecommessi utili, e i dannosi, e si prova
come ne’ primi i cadetti non sono pregiudicali in modo indebito 19 Risposta a
chi oppone l’ accusa di parzialità, e d’ eccitamento alle invidie, a’ disamori,
alle discordie tra pa dre e figli e tra fratelli Esposizione de’ rapporti tra V
erede preferito cogli altri posposti Convenienza del preferire il primogenito
ai nati poi . . M Di nuovo sull’ accusa del supposto fomite somministrato alle
invidie reciproche 45 Indirizzo da dare all’ educazione perchè queste temute in
vidie non nascano Lettera Seguita la soluzione delle difficoltà Non è vero che i
fedecommessi, favorendo il celibato laicale, favoriscano i vizi che vi vanno
connessi 1 matrimoni son più incoraggiati nel sistema qtrì difeso, che in
quello della divisione dell’ eredità per capita, p. 49 È insussistente il
nocumento che la sottrazione di molti be ni rustici, in virtù, de’ vincoli
fidecommissarii, alle speculazioni di compra e vendila minaccia di recare al
pubblico Un certo numero di latifondi legati a fedecommesso, lungi dall’ essere
un impedimento alla buona agricoltura, ed alla pubblica prosperità, sono utili
e necessari al l'unae all’ altra Risposta alla difficoltà tratta dai creditori
dell’eredità defraudali talvolta, quando essa ha il genere di vincolo del quale
qui si tratta Lettera Difesa dell’Aristocrazia Proposizione premessa, che,
distrutti i fedecommessi, è distrutto il patriziato I vizi de’ nobili che sono
da degenerata istituzione non vogliono esser contati soli, ma messi a confronto
delle utilità, e delle virtù ivi Essi vizi possono emendarsi, e le utilità e le
virtù accrescersi : utilità e virtù le quali difficilmente possono trovarsi
fuori del ceto patrizio ivi È nella natura stessa della Nobiltà un seme di
miglioramento nella specie umana, che ne innalza la dignità e la perfezione
Caratteri propri del genuino patriziato La grandezza degli averi in famiglie
non patrizie non può dare i vantaggi eh’ essa dà o può dare nelle famiglie
patrizie Necessità politica in uno stalo dell’ esistenza del ceto nobile, e
particolari servigi, che ad esso esclusivamente sono riservati ed appartengono
Opuscolo Della libertà e dell’eguaglianza civile Del governo e della sovranità
in generale Della così della sovranità del popolo, e della democrazia. Del voto
universale. Delle rivoluzioni e delle riforme de governi ec paff. Della libertà
nel civile consorzio, e decimiti, che necessariamente debbe avere. I più di
qne’ che la dimandano oggi, da ette negano nella loro filosofia il libero
arbitrio, e sono materialisti, fanno una dimanda assurda, cioè chiedono quel
che credono non potere esse r loro concesso Per chiedere la libertà civile,
bisogna essere spiritualista, e cogli spiritualisti non è difficile giungere ad
intendersi in tutte le altre questioni da noi trattate Que’ che chiedono la
libertà, quale e quanta la dà natura, debbon concedere gli usi buoni ed i
cattivi della medesima, ed una legge interna che comanda i primi, e vieta i
secondi, e con ciò debbon concedere di fatto e di diritto che la libertà è
limitata per natura La convivenza civile essendo ordinata a perfezionare
l’uomo, e non a deteriorarlo, la miglior convivenza civile necessariamente dee
dirsi una convivenza ove la libertà naturale incontra nella legge vincoli
grandissimi e maggiori di que’ che ordinariamente le si prescrivono È solo la
difficoltà soverchia opposta dalla corruttela umana allo stabilimento d’ una
piena normalità nelle civili convivenze, quella che impedisce il comandare oggi
tulli i vincoli che bisognerebbero: ciocché non toglie però che il vero
progresso è quello il qual favorisce essi vincoli, e li promuove, anzi che produrre
effetto opposto ivi È per effetto di questa difficoltà che le umane congreghe
si ristringono per solilo quasi al solo governo di quelle libertà, gli usi o
abusi delle quali risguardano i rapporti reciproci de’ cittadini co’ cittadini,
non che il loro scopo remolo non debba esser quello d’ordinare a poco a poco le
leggi a una sempre migliore sistemazione, e per conseguenza a una sempre
maggior limitazione, di tutte le altre libertà col fine d’accostar f turno alla
perfezione quanto più puossi. Prime parole sulle leggi che legar debbono le
libertà, e su’coloro che debbono stabilirle; c sulla genesi dell’ odierno domma
della sovranità del popolo, e del patto sociale Dèli’ eguaglianza in generale,
e quanto poco esista essa nella specie umana Falsità della massima che al volgo
suole oggi insinuarsi che gl’uomini sono tutti uguali per natura. .Naturale
ineguaglianza fisica tra uomo ed uomo Naturale ineguaglianza morale Altre
cagioni artificiali ed accidentali d’ inegualità; e prima per parte degli educatori
Degli educandi D’altre accidentali cagioni E pel fine stesso che l’arli
educatrici si propongono, e possono non proporsi Si Per ultimo l’ineguaglianza
è la legge generale della natura, in tutto il creato Una delle principali
ragioni, per le quali il creatore volle questa disuguaglianza Vergognoso abuso
che si fa della religione per cercar di persuadere la contraria dottrina
Passaggio al provare che inutilmente si limitano alcuni ed difendere soltanto
l’eguaglianza ne’ fondamentali diritti della vita di cittadino Dell’eguaglianza
nel civile consorzio, e su giudi falsi fondamenti si pretenda stabilirla
Paralogismi con che, dato un quale che siasi appoggio alla qui combattuta
dottrina, cercasi di ricavarne la dottrina del palio sociale, della sovranità
popolare e della democrazia; e conseguenze che se ne deducono, ivi È falsa
l'equipollenza di condizioni pel cui supposto gli uomini liberamente entrando
in una civil convivenza acquistati pari diritto di fermarmi palli Nè lo
stabilimento di questi patti è puro atto di libertà, ma dee conformarsi a certe
massime generali di ragione e di giustizia che impediscono appunto l’affermata
egualità di diritti È non men falso, che gli umani consorzi quali sono e furono
debbano considerarsi come illegittimi e spurii perchè non individualmente
consentiti da tutti e da ciascuno. Passaggio al provare l'assurdità e i
pericoli della dottrina che quindi si suol trarre per voler sovvertire il
passato e il presente a vantaggio d' un futuro ipotetico Considerazioni contro
al preteso diritto di rinnovare le società umane per accomodarle alle proprie
idee preconcette, e contro alle tentale riduzioni ad atto di questo diritto
Confutazione di quattro proposizioni, che corron oggi per le bocche di molli, e
prima, risposta alla i a proposizione, che il mondo ha bisogno di riforma Che
la riforma la qual bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano,
e non altra Alla Che la riforma la cui necessità si va predicando con parole si
ha diritto di condurla immediatamente ad atto; e che non è da lasciarsi
trattenere da qualunque ostacolo d’opposta ragione Che qualunque mezzo dee
tenersi per buono e lecito, se al fine conduce della universale riforma che
vuol tentarsi Altre considerazioni sulle riforme nel reggimento delle
convivenze umane in generale, e sul diritto ed il modo di tentarle Due casi che
rispetto a ciò possono darsi. E prima, del caso, in cui tutti consentano
Secondo, del caso in cui siano divisi i pareri, e sia lotta de' medesimi. Solo
e vero diritto che allora si ha Grave torlo dei dilettanti di malcontento, e
parole severe ad essi dirette quando tentano le rivoluzioni Risposta a certi
loro sofismi Danni delle rivolture politiche, quanto a interessi di ogni genere
Incertezza de’ loro successi Difficoltà del ben giudicare i molivi che spingono
a rivolte, e poca fiducia da aversi in coloro che per solito le tentano Vanità
della querela che alcuni fanno, come se tolta la libertà delle rivoluzioni, il
migliore strumento fosse tolto del ritorno a giustizia. Esame d’ alcuni esempi so
lili ad addursi Rimedi più veri e più ragionevoli contro alle ingiustizie anche
abituali de' gox'emi Certi mali sono conseguenza d’imperfezione della natura
nostra, o decreti di provvidenza Essi sono il più spesso, generalmente
parlando, ineritali, ivi Doveri e diritti de’ cittadini sottoposti a cattivo
reggimento. De’ governi, e delle sovranità in generale Ignoranza del popolo
quanto alle idee di ciò che è sovranità, e di ciò che è popolo. Esempio ivi Se
un diritto, il quale anche realmente si abbia, sia sempre perseguibile, e da
perseguire Idee preliminari sulla socievolezza, come una delle condizioni di
natura date all’ uomo Il bisogno d" un governo è uno de’ conseguenti della
necessità d’ associarsi. Definizione del governo Distinzione fra governo
normale, e governo legittimo indicata Mentre il vivere in società è una
necessità ingenita, la formazione d’un governo è un bisogno accidentale,
sopraggiunto, e secondario Dottrina intorno a ciò che discende dalla Fede ivi
Distinzionedi tre stati nell’uomo, cosi come oggi lo conosciamo per sola
ragione. E prima dell’ uomo ineducato e selvaggio e delle conseguenze di questa
con dizione quanto a governo Secondo, del? uomo ipoteticamente perfetto, e di
nuovo del governo del quale è suscettivo Terzo, dell’ uomo nè selvaggio, nè
perfetto, cosi come suol essere, c delle innumerabili varietà delle sue
condizioni, donde si trae che il governo il quale gli conviene non ha nè può
avere generali regole, tranne il principio generico che dee possibilmente esser
giusto e ragionevole ivi Questo principio generico non insegna però,nuUa
d’assoluto guanto a necessità di determinale forme nell’ applicar zione, e
negli altri particolari a cui si suole applicarlo Niente dunque v’ha di
primitivamente fermo e comandalo intorno alle costituzioni primitive de’
governi da applicarsi alle diverse genti Della sovranità del popolo,
consistente nella democrazia pura, e rappresentata dal voto universale
Ragionamenti che si fanno per provarla universalmente fondata sopra giustizia e
ragione ivi foro insussistenza. V’è egli un popolo uno ? Tutto ragionevole?
Tulio illuminalo? Tutto probo? Tutto unanime? Conseguenze che discendono dalla
risposta ne-galiva a si fatti quesiti Esame della famosa dottrina circa le
maggiorità, e circa il voto universale Che cosa è il maggior numero ; come si
compone, e che cosa conseguila dai difetti della sua composizione. Se sia vero
che col volo universale si può almeno ottenere il massimo contentamento del
CORPO SOCIALE Fino a qual segno le maggiorità siano maggiorità reali La
democrazia de’ moderni non può convenire ad alcun popolo Essa twn conviene a un
popolo selvaggio Non a un piccolo popolo di pastori e d’ agricoltori Non a un
popolo piti o meno provetto in civiltà per cagione delle disuguaglianze, che la
civiltà tende sempre ad accrescere, e delle loro conseguenze per cagione della
lotta delle virtù co’ vizi delle altre ine-guaglianze che da ciò derivano e
delle necessità che ciò crea per cagione di ciò che costringono a mettere a
calcolo nella formazione delle società le diversità enormi d’ inleressi tra
cittadini e cittadini Conseguenze funeste ed assurde del sistema tanto da
deu-ni idolatrato della divisione de’ beni secondo le leggi della livellazione
universale Differenza sleale di linguaggio che usano i propagatori delle
dottrine nuove quando parlano col volgo, e quando colle persone educale a
ragionamenti Dilemma ad essi proposto. Vogliono essi o non vogliono rispettata
la differenza di grado negl’interessi, e tenulane ragione? Se no, conseguenze
necessarie e lui (uose della neqativa Se si, dire conseguenze di ciò
diametralmente opìwsle a quel che pretendono e vanno spacciando Continuazione
dello stesso argomento. Traltazione d’ deune obbiezioni die quali si cerca
rispondere. Risposta die lagnanze di que’ che lamentano il vilipendio e l’
oppressione del povero popolo, e agli eccitamenti che gli danno a redimersi a
ogni patto Leggierezza, e spesso insussistenza de’ giudizi che su questo
proposito s avventurano Mate usanze introdotte rispetto a ciò, e perniciosi
effetti di esse Diritti esorbitanti che si vorrebber dati alle turbe a fine di
prevenire gli abusi dell’ autorità imperarne, e di farli efficacemente cessare,
ed estirpare radicalmente. Catastrofi inevitabili alle quali non potrebbe non
condurre la riduzione a pratica di tutto questo ordine (Videe. Parere intorno a
ciò di CICERONE e di Platone ed esempi moderni contraddizione con sè stessi de’
difensori delle dottrine fin qui impugnate, i quali mentre affermano di combat
tere per la libertà, impongono servitù inlolleranda ai loro proseliti, e cosi
mostrano che colla libertà da essi predicata il governare comunque le volontà
umane è impossibile anche a lor giudizio Le stesse ragioni colle quali lentan
essi di scusare questa contraddizione provano contro di loro Di nuovo delle
ragioni, per le quali la formazione a priori d' un ottimo governo, e lo
stabilimento il più ragionevole della sovranità non ha regole generali, e
costituisce un problema di difficilissima e quasi impossibile soluzione,
massime quando la soluzione al popolo s’abbandoni Pochissimo, e quasi titilla,
rispetto a ciò, può attingersi, ne’ particolari casi, dalla sapienza generale,
e quasi lutto esige in essi le deliberazioni ad hoc d’uomini i più saggi Or
Alcune volte quest’ uomini non sono presso il popolo del quale si tratta Spesso
non in sono in sufficiente numero, e tale da essere facilmente trovati ed
utilmente ascoltali Diffìcilissimo è distinguerli dai cerretani che simulati
sapienza ed esperienza, e tendono con male arti a mettersi inmnzi e prevalere
Non dirado, anche cotisultati, rendono intralciatissima la deliberazione, non
essendo tra loro accordo di pareri Spesso ancora accresce la difficoltà il
tnescolar che essi fanno all’ interesse della causa pubblica, quello delle
private loro cause, delle loro passioni e simili, E tuttociò vale, quando, a
società non costituita ancora in alcun modo, trattasi di costituirla. Peggio è
che il più spesso le società umane sono già costituite, e v’ è la question
preliminare, se sia giusto, conveniente, e possibile il disfarle per rifarle
Lotte per solito che in tal caso nascono tra conservatori, e riformatori, e
discussione de diritti degli uni e degli altri e delle contitigenti conseguenze
di esse lolle Del perchè e del come il problema del governo e della sovranità è
presso a poco insolubile a priori por l’umana sapienza Cardine della questione.
Doppia natura dell'uomo Bisogni ed istinti numerosi della vita terrena, che non
son fatti per ottenere la soddisfazione loro durante essa vita Motivo e fine occulto,
e non troppo occulto, di ciò Applicazione di questa dottrina anche al
particolare problema qui discorso E nondimeno non può dirsi che un qualche
rimedio alla frequente imperfezione degli ordinamenti civili non sia dato in
terra all’ umana specie. Ritorno, rispetto a ciò, a una quislione già altrove
trattata Di quello che’ al popolo non ispella, e spelta, in fatto di governo e
di sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta Principal fonte delle
false opinioni che intorno a ciò corrono tra’ moderni Si torna all’esame della
presunta distribuzione tra lutti del diritto competente a trattare e risolvere
sì falle questioni ivi Una conseguenza ultima ed inevitabile di si falla
dottrina è che la sovranità non obbligherebbe dunque che t ~ soli consenzienti,
o piuttosto non obbligherebbe alcuno, e cesserebbe d’ esistere in altro modo,
che come una cosa da giuoco ed assurda li altrettanto sarebbe di tutte le leggi
Teoremi più veri eh’ io credo doversi sostituire alle opinioni dominanti delle
turbe male istrutte. Proposizione Due parole su i governi assoluti Protesta
Conclusione ed Epilogo Esortazione ai predicatori di rivoluzioni e di novità
politiche Poche parole a’ Principi Indice ragionato Lin. CORRIGE Urliamo
Gridiamo fili le ristampa con emendazioni edizione di lilosolia di buona
tilosofia collaterali collaterali almeno prossimi in quella società in quel
consorzio nipoti nostri nipoti nostri, e, se non di tulli almeno di (pianti più
ci è lecito civil società civil congrega all'opposto per all' opposto (almen
quanto alla linea privilegiala), tra pe’ fratelli poi-nati lTl pe cadetti
quello dico quello dico pur mentovalo contechè alla breve ir società
consociazioni son le difficoltà son difficoltà le propensioni le agevolezze pii
uomini gli uomini senza rovinarsi Kit de' Babilonesi degli Assiri c clic e che
se CONSIGLIO GENERALE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli.Vista la dimanda del
Tipografo Marotta con che ha chiesto ristampare il primo volume dell’opera
intitolata Opuscoli politici d’O. Visto il parere del Regio Revisore Capone. Si
permetta che la suddetta opera si ristampi, però non si pubblichi senza un
secondo permesso che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà
attestato di aver riconosciuto nel confronto essere 1’impressione uniforme all’
originale approvato il Presidente interino: Saverio j4 puzzo, ìl Segretario
interino : Piktrocola. Nome compiuto: Francesco Orioli. Orioli. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Orioli” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ornato:
la ragione conversazionale o dell’implicature conversazionali nella
conversazione d’Antonino con Antonino – la scuola di Carmagna -- filosofia
piemontese -filosofia italiana -- Luigi Speranza (Carmagna). Filosofo italiano. Carmagna, Cuneo,
Piemonte. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza intesa
soltanto allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la filologia,
la poesia, la musica e con singolare amore le discipline metafisiche. Sii
trasferisce a Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia sabauda.
Tra le sue amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli Balbo. Dei
concordi è insegnante di matematica nel collegio dei paggi imperiali, impiegato
nella segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e successivamente
professore presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai moti rivoluzionari
e nominato da Santarosa Ministro della Guerra della giunta rivoluzionaria. Si
rifugia in esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe amicizia con Cousin
e la sua casa è frequentata da numerosi patrioti italiani. Ottiene di poter
rientrare in Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le visite dei patrioti
Pellico, Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino dove morirà e verrà
sepolto nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode a Roma di Erinna,
traduzione dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii e lettere inediti
di Leone Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di ricercheo, Becchio
Calogero, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Ulteriori approfondimenti possono essere reperiti
nei seguenti siti: Comune di Caramagna Piemonte, su
comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione Culturale "L'Albero
Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi abiti, nota qui e
contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente dalla IMPRESSIONE
che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a quello secondo che
quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del lasciarci guidare
unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in mente a caso, seguendo quelli
che eccitano più la nostra attenzione. Due stati passivi, dove l’uomo non
esercita punto la volontà nè l’intelletto, ma segue ciecamente, nel primo, il
caso esterno, o nel secondo, il caso interno, cioè quella che è stata nomata di
poi legge di associazione di due idee: due stati quindi dove l’uomo non ha
scopo. Il primo de’ quali ha luogo nella vita puramente ANIMALE, e il secondo
nel sogno. Quello, proprio del giovane troppo dedito al senso. Questo, del
vecchio rimbambito. E quindi, dopo avere esortato sè stesso a fuggire il
difetto del giovane si esorta a fuggire quello del vecchio. Il carattere che fa
riconoscere il vecchio per rimbambito è il vaneggiare, cioè il parlar senza
costrutto, ripetendo il già detto. Ma avverte sè stesso che l’uomo può essere
rimbambito già anche quando non parla ancora senza costi itto, non vaneggia
ancora in parole, se egli fa delle azioni senza costrutto, o vaneggia nelle
azioni: il che ha luogo ogni volta che esse azioni non sono collegate tra sè,
non hanno unità, cioè non sono riferite tutte ad uno stesso ed unico scopo.
Questo lodare la compassione senza aggiungere con Epitteto che ella debba
essere puramente esteriore e non di cuore, è certamente una contradizione al
principio stoico. La compassione essere come tutti gli altri affetti un moto
irragionevole dell’anima, e contrario alla natura, il saggio non essei'c
accessibile alla compassione; una contradizione a ciò che è detto in questo
medesimo §, dovere il saggio mantenere il suo genio interno netto da passione.
Ma è una di quelle contradizioni magnanime per le quali IL CUORE corregge
talvolta gli errori dell’INTELLETO. Sul punto particolarmente della
compassione, come su quello dell’affezione verso gl’amici e i congiunti e verso
tutti gli uomini e Antonino uno stoico poco fedele al principii della sua
scuola, e segue piuttosto gl’accademici e i liceii, i quali insegnavano il
sentimento della pietà essere il carattere distintivo delle belle e grandi
anime; e quel detto di Focione, conservatoci dallo Stobeo: non togliete nè
Voltare dal tempio y nè dalla natura umana la compassione. Fu in questa
deviazione, almeno in pratica, dal rigore dell’antica dottrina del Portico
Antonino e stato preceduto da altri romani illustri del PORTICO. Il che non
potea non avvenire, perchè secondo un antico senario greco, il cuore soltanto
del malvagio non è capace di essere ammollito. E però il severissimo CATONE
minore, già deliberato in quanto a sè di morire, pianse, come narra Plutarco,
per pietà di tutti quelli amici e concittadini suoi che eransi pur dianzi
affidati ad un maro procelloso per non lasciarsi cogliere in UTICA da GIULIO
(si veda) Cesare vincitore, come avea pur pianto alcuni anni innanzi per un
fratello amatissimo, quando trovandosi esso CATONE minore al comando di una
legione in Macedonia, alla novella che il detto fratello era moreute in Enos
città della Tracia, salpa immantinente con piccolo e fragil legno da
Tessalonica, contro l’avviso di tutti i nocchieri, per un mare tempestosissimo,
E GIUNTO IN ENOS TROVA IL FRATELLO GIA SPENTO (Plut., vita di Catone). E pianse
certamente TACITO, benché del PORTICO anch’egli, quando, dopo aver narrato come
e vissuto e morto, non senza sospetto di veleno, Giulio AGRICOLA suo suocero,
aggiunge queste patetiche parole. Beato te. Agricola, che vivesti sì chiaro e
moristi sì a tempo. Abbracciasti la morte con forte cuore e lieto. Quanto a te,
quasi scolpandone il principe. Ma a me e alla figliuola tua, oltre
all’acerbezza dell’aver perduto un tanto padre, scoppia il cuore che non ci sia
toccato ad assistere nella tua malattia, aiutarti mancante, saziarci di
abbracciare, baciare, affissarci nel tuo volto. Avremmo pure raccolti precetti
e detti da stamparli nei nostri animi. Questo è il dolore, il coltello al
nostro cuore. Senza dubbio. o ottimo padre, per la presenza della moglie tua
amatissima, ti soverchiarono tutte le cose al farti onore. Ma tu se stato
riposto con queste meno lagrime, e pure alcuna cosa desiderasti vedere al
chiudere degl’occhi tuoi. Fra le varie divisioni dei beni appo IL PORTICO,
l’una è questa, che dei beni altri sono finali, altri efficienti, altri e
finali insieme ed efficienti. I beni finali sono parte della felicità e la costituiscono.
Gli efficienti solo la procurano. I finali ed efficienti insieme e la procurano
e sono parte di quella. Del primo genere sono la letizia, la libertà
dell’animo, la tranquillità, ecc. Del secondo, l’uom prudente ed amico. Del
terzo, tutte le virtù. L’uom prudente ed amico è un bene efficiente, perchè
muove con la sua dispozione razionale la tua diapoaizion razionale, cioè è
occasione a te di buone azioni. E nello stesso modo è un bene di quel secondo
genere ogni cosa, o sia pensiero o altro, che è occasione a te per camminare
verso la perfezione. Di questo bene parla ora ANTONINO (si veda). Il quale, per
l’esser solo efficiente, e non finale, cioè pel non essere accompagnato ancora
da quel sentimento intimo di gioia perfetta che costituisce la felicità, non
attrae invincibilmente il tuo volere; ed è necessario quindi, perchè operi
veramente sull’uomo, che questi si sottragga da tutte le altre cose che ne lo
possono sviare -- conferisci quello che ne insegna la teologia intorno alla
grazia. E quando ANTONINO chiama questo bene razionale -- che è attributo
generale del bene appo IL PORTICO -- il fa per opposizione al preteso bene
dell’ORTO, che è sensibile. Seneca, epistola ultima. Chi riguarda il piacere
come sommo bene – o OTTIMO --, giudica che il bene sia sensibile: noi il
giudichiamo intelligibile. E più sotto. Non è bene dove non è ragione. Tutte
queste cose e necessario notare per ìscliiarimento e conformazione del testo,
dove la maggior parte dei cementatori ed interpreti ha voluto cangiare la parola
efficiente in “civile” o vuoi “sociale” con manifesto danno del senso e del
pensiero di ANTONINO. Dispensazione, in greco “eco-nomia”, vale generalmente
governo della casa, amministrazione. E perchè molte cose si fanno pel governo
della casa, le quali da per sè sole non si farebbero -- come per esempio il
risparmiare certe spese perchè le sostanze famigliar! sopperiscano al
mantenimento di quella -- quindi è stata applicata questa voce ad ogni cosa che
si faccia con fine provvidenziale, benché sia di nessun pregio in sè od anche
noiosa; come p. e. il gastigare i rei. È usata sovente IN QUESTO SENSO [O
IMPLICATURA] dagli filosofi latini di tarda età, e del PORTICO ed altri. È tra
noi disusata perchè è DISUSATO IL CONCETTO ch’ella esprime. Ma per provare la
sua antica cittadinanza in Italia alleghera il passo seguente di Cavalca,
l’ultimo dei citati sotto essa voce nel V. della Crusca (Medicina del cuore).
Per divina dispensazione avviene che, per li pessimi vizi e gravi, grave e
lunga tribolazione ed infermitade arda e salvi l’anima. Da una nota d’O. credo
che, quando la scrive, inclina per l’interpretazione di questo luogo, a dar
ragione a Xilandro contro i posteriori. Se non muta poi di parere, IL SENSO (O
IMPLICATURA) DI QUESTA ESPRESSIONE con libertà di parole dovrebbe essere
liberalmente cioè con liberalità di parole, o generosamente poiché così anche
lo Xilandro intende lo £À6u0£.'iu)5 del testo. E con questo raccomandare la
generosità nelle preghiere, ANTONINO intende di biasimare le preghiere che non
mirano che all’interesse proprio di chi lo fa. E però loda quella preghiera
degl’ateniesi, i quali, al dire di Pausania, soleno pregare non solo per TUTTA
L’ATTICA, ma anche per tutta la Grecia. Auto nel senso peripatetico del Lizio e
scolastico, è l’affezione costante deWente: e per quel carattere di costanza si
distingue dalla disposizione che è variabile. Appo IL PORTICO è la forza o
virtù (andreia) che mantien l’ente in quella affezione costante; o, siccome
essi favellano, è spirito -- intendi aria -- che mantiene il corpo e il
contiene. Perchè l’ente ò corpo appo loro. La mente dell’ universo, dice
Senone, penetra per tutte le cose particolari e le mantiene e governa: ma non
tutte nel medesimo modo: perchè nelle une si manifesta come abito -- pietre,
legni --; nelle altre come natura -- intendi principio organico mero: piante,
alberi --; nelle altre come anima -- principio animrle mero: bruti --; nelle
altre ancora come mente e+ ragione -- anima ragionevole universale e sociale
appo ANTONINO; uomini. Le cose governate dall’abito sono adunque i corpi dove
non è altro principio costituente che il generale di corpo, dove per
conseguenza non è altro carattere distintivo che quella affezione -- modo
d’essere -- costante por cui sono il tal corpo anziché il tal altro. Sono la
classe infima e generalissima di corpi, che noi chiamiamo inorganica. Nelle
cose governate dalla natura, oltre al carattere generale di corpo v’ ha già il
carattere d’organizzazione. Nelle cose governato dall’anima, oltre al carattere
di cor poreità e di organizzazione, v’ha di più quello di animalità ecc. Le
classi si van cosi ristrignendo e innalzando sino all’ultima, che ha per
carattere la razionalità. In questo il testo è. in più d’un luogo corrotto, e
verìsimilmente havvi anche qualche lacuna. Non potrei dire precisamente quali
sieno le emendazioni seguite o fatte da lui, perchè una sua lunghissima nota
sulle difficoltà di questo paragrafo, oltre che è piena di cancellature e in
gran parte non intelligibile, è anche manchevole, essendone stato lacerato via,
non so da chi (forse dall’O. medesimo per aver mutato parere), un mezzo foglio.
Nel voltare in italiano io mi sono discostato il meno possibile dalle sue
parole stesse e ho serbato inalterato il senso della sua interpretazione. Questo
paragrafo, essendo corrotto in più luoghi, dei quali l’emendazione e
inutilmente tentata finora, è diversamente inteso dagli interpreti. O. lascia
scritto al principio di una lunga nota: Di questo veramente corrotto paragrafo
non so che partito trarre. La sua interpretazione che io seguii nel
volgarizzamento vuol dunque essere accettata con quella medesima riserva con
che egli la propose. La parte che segue di questo paragrafo è assai guasta, e
fors’anche mutilata. O. non la tradusse in alcun modo, riserbandosi di farlo
quando avesse trovato una correzione che gli piacesse. Intorno a che lascia
molte note. Nel mio volgarizzamento ho letto il testo come fu letto da
Schiiltz, non perchè egli approvasse in tutto quella lezione, mna perchè non
seppe trovarne una migliore. Il testo di questo paragrafo è corrotto, e chi
corregge in un modo e chi in un altro, e chi ancora difendo la vulgata. Io ho
seguito quella fra le molte e varie emendazioni, dalla quale parvemi almeno di
poter trarre un senso chiaro. Poi sensori tutto il paragrafo conf. anche V, 33,
e Seneca. More quid est? aut finis, aut transitus. Tutti gli interpreti che io
conosco finora, compreso anche Gataker, il quale nondimeno si scosta dal vero
meno che gli altri, pigliano qui il granchio (fan pietà Dacier o Joly che
seguono ciecamente Gasauhono, come fa pure Barberini: iMilano poi è la stessa
pecora sempre, Hoffmann erra men grossamente com Gataker), confondendo insieme,
siccome fossero una sola cosa, la toù 3Xou (fùaiv e il ToO xóojjiou ’hys.u Qvixdv;
quando anzi nella distinzione di queste duo cose è fondato il senso di tutto il
paragrafo. La toO SXou qjvlcjis è la potenza creatrice o facitrice primitiva;
lo •óyepwvixòv toO xóopiou è la potenza governatrice, dipendente da quella
prima, generata, o formata da quella prima. Siccome la natura dell’ uomo forma
l’iomo, cioè la mente dell’uomo non meno che il corpo; e la mente dell’uomo poi
gOTema il corpo. Il senso adunque di tutto il paragrafo è questo. La natura
dell’universo decreta, determina con deliberazione ragionevole il mondo,
dandogli, per così dire, un corpo ed una mente. Ora, o questa mente, a cui è
affidato il governo del mondo, segue la ragione (perchè la mente nel senso
dello ìf£|jiovixbv può anche talora essere sragionevole). E allora tutte le
cose che ella fa, sono quali le ha determinate generalmente dà principio la
natura formatrice del tutto, sono involute in quella prima determinazione, sono
conseguenza necessaria di quella prima determinazione, ecc.; ovvero essa mente
non segue sempre la ragione, e allora essendo essa soggetta a capriccio, dove
accadere che non solamente le cose di minor conto che ella fa, ma anche le cose
principali sieno sragionevoli. Ma noi non veggiamo mai che nelle cose
principali ella sia sragionevole. Dunque non può essere sragionevole nè anche
in quelle di minor conto; dunque tutte le cose vanno secondo ragione. Godo di
aver potuto deeiferare nel manuscritto d’Ornato e quindi trarre in luce la
precedente nota (la cui redazione sarebbe certo migliore se l’ autore avesse
potuto ripulire e pubblicare egli stesso il suo lavoro); perchè
l’interpretazione e illustrazione contenuta in essa è ingegnosissima,
naturalissima e confermata da tutto quello che conosciamo della fisica degli
stoici. La natura universale (n toù óXov (pdcjts), la potenza facitricc o
creatrice è il divino puro, il quale trae l’universo dalla sua propria
sostanza, è l’unità assoluta senza distinzioni e diversità di parti, è la
natura naturane; la potenza governatrice, la mente che governa il mondo (TÓrìysixovixóv
toù xó^jxou), generata da quella prima, è all’incontro, nell’attuale diversità
delle cose,' nella nauìra naturata, nel mondo propriamente detto e composto di
anima e di corpo, è, dico, la provvidenza, l’anima di esso corpo. Al novero
degli interpreti che frantesero questo § è ora da aggiungersi Pierron. Ed è
tanto più da stupire che il sig. Pierron abbia egli pure sì mal compreso, in
quanto che, avendo egli già prima tradotto la Metafisica di Aristotele, dovea
essere sufficientemente versato nelle dottrine filosofiche delle principali
scuole della Grecia. Quasi tutti i traduttori hanno franteso questo luogo,
pigliando l’iwoia per intelletto ragione e traducendo quindi: vide ne
intellectus hoc feraf.... il senso letterale, aggiungendo ciò che è sottinteso,
è: vedi se la nozione (che tu hai di te stesso come uomo) soffre cotesto,
soifre cioè che tu dica esser nato a goder dei piaceri. Pierron, seguendo l’
esempio di tutti i suoi predecessori, pigliò anch’egli Vhvo'.a per intelletto
traducendo: vota a' il y a du bon aena à le prétendre. Colia bontà delle
singole azioni vuotai procacciare di ben comporre la vita. Il testo e
bravissimo. Talvolta troppo fedele alla lettera e studioso di conservare tutta
la brevità dell’ originale, avea tradotto: ai vuol comporre la vita mettendo
inaieme le azioni ad una ad una; poi comporre inaieme la vita accozzando le
azioni ad una ad una; poi allogando le azioni ad una ad’una. Non credo che so
avesse potuto ripulire e terminare egli stesso il suo lavoro, si sarebbe
contentato di alcuno di questi tre modi, che tutti peccano di oscurità e di
ambiguità. A costo dì essere men breve, io ho creduto di dover essere piò
chiaro non solo in questa frase, ma in tutto questo paragrafo, svolgendo un
poco il concetto dell’autore siccome io l’intendo. Quasi tutti gli interpreti
frantendono. Nel novero degli interpreti che frantesero questo luogo comprendi
ora anche Mr. Al. Pierron, che sdgue docilmente- Gataker e Schultz. L’errore
sta nel legare Io i^’oioy ctv xoti up^rìae col ófUTw che precede; laddove si
riferisce all’azione alla quale l’animale ragionevole tendea e nella quale è
stato impedito. E ciò pare che abbia poi capito lo Schultz nella sua seconda
edizione del testo greco, avendo egli posto una virgola dopo il óutù. Se tu vo/eafi
ftema la debita ritterva, che da lei etesaa; cioè a dire: se tu volesti
assolutamente e non a condizione soltanto che la cosa fosse possibile; questo
atto della tua volontà fu veramente un male, perchè, come è detto altrove, l’
animai ragionevole non dee voler nulla che non sìa in poter suo, ed anche il
bene relativo, non dee volerlo se non se condizionalmente, cioè in quanto sia
possibile; rimpossibilità essendo per gli stoici sinonimo di non voluto dalla
natura e dal destino, al quale il savio non dee ripugnare. Che se poi la cosa
voluta da te fu una di quelle che non sono pur buone in senso relativo, e
quindi il volerla fu un appetito, prendendo il vocabolo volere nel significato
volgare, cioè un moto del senso, piuttosto che della volontà ragionevole; tu
non ricevesti nocumento nè impedimento veruno: perchè tu non sei «erwo, ma
bensì mento, ragione o volontà razionale, e come tale, in quanto operi secondo
la tua propria natura non puoi essere impedito da nissuna forza esteriore. Così
intendo questo luogo, così certamente è stato inteso dall’ Ornato (assai
diversamente dagli altri interpreti che io conosco, Gataker, Schultz e Pierron,
e questo senso ho procurato, di esprimere traducendo. O. lascia una breve nota
a questo luogo, ma in essa non fa che avvertire le difficoltà del tradurlo,
stante la povertà dell’italiano,comparativameute al greco, e scusare l’
oscurità e l’ ambiguità della traduzione tentata da lui. Di tutto questo
paragrafo fa quattro tentativi diversi di traduzione, tutti laboriosissimi,
come appare dalle molte cancellature e correzioni. In margine alla quarta od
ultima prova scrisse: Sta qui fermo, perche farai peggio se cangi. Non fu
quindi senza molto bilanciare che mi risolsi a fare io, come feci, una quinta
prova, essendomi sembrato che il miglior partito fosse qui di tradurre
letteralmente, e spiegare i sensi del testo nelle note. Ad illustrazione del
senso stoico di tutto il paragrafo ricordiamoci priinierainente che secondo gli
stoici: c Dio, considerato dal lato fisico, è la forza motrice della materia, è
la natura generale, e r anima vivificante del mondo; considerato dal lato
morale, è la ragione eterna che governa e penetra l’universo, è la provvidenza
benefica, è il principio della legge naturale che comanda il bone e proibisce
il male. Ricordiamoci ancora che l’aria, come uno dei due elementi attivi e
parte essa stessa della sostanza divina, ò dagli stoici considerata come il
principio della vita sensitiva. Dice adunque Antonino: non contentarti oramai
di essere unito con Dio a quel modo solamente che sono uniti con lui gli esseri
solamente sensitivi, cioè per mezzo della respirazione; ma fa’ ancora di unirti
con lui a quel modo che si appartiene agli esseri intellettivi, cioè con
cognizione e accettazione libera dello scopo che Iddio ha proposto
all’accettazione libera di quelli. E però, siccome tu traggi dall’aria ambiento
gli elementi della tua vita sensitiva, traggi ancora dalla ragione ambiente gli
elementi della tua vita intellettiva. L’esistenza delle cose dissolvendotù (Tràvxa
èv [xerai^oX-^. K«ì ocùrCg cù év ^'.r,v£xet à^.Xoicoasi, \at xaxa ti (JiOop^).
Qui mi pare che fosse il caso di dovere assolutamente abbandonare la lettera e
contentarci di esprimere il senso del testo, piuttosto che cercar di tradurne
le parole, che non sono traducibili in italiano. L’Ornato avea detto: tutte le,
cose vanno soggette a mutazione. E tu stesso ti alteri continuamente, e
peì'^isci, per cosi dire. Ma egli non era contento, come appare dall’usato
segno. E in vero che significa quel tutte le cose vanno soggette a mutazione f
Significa, e non può significare di più, che tutte le cose possono essere
mutate e lo saranno effettivamente quando che sia; ma ciò liou esprime quella
condizione delle cose, per cui non hanno stato, o modo di essere che perduri
pure un istante senza mutamento, che è la vera condizione delle cose secondo la
filosofia di ANTONINO e voluta esprimere da lui. Chi dovesse tradurre questo
luogo in tedesco, lo potrebbe fare, parmi, benissimo dicendo: Alle (Unge aind
in unaufhorlichem anclera-werden; come si dice in werden non solo dai filosofi,
ma anche nel linguaggio famigliare, quando di una cosa che non è ancora, ma si
sta incominciando 0 si va facendo, si suol dire: Die Saehc iat noch ini werden.
Ma la nostra lingua italiana non ha tutta la flessibilità del tedesco, uè
sarebbe chiaro, uè permesso il dire in italiano: tutte le coae sano in un
continuo mutarai. È una singolare coutradizione di Marco nostro e di altri del
PORTICO poateriori il venir cosi spesso parlando con tanto dispregio della
materia che aottoatà alle cose (tt,? ii7:oy.e'.[xi\rng uXin?, — A"edi
anche YI, 13, e altrove). Il mondo è tuttavia per essi un animale perfetto e
bellissimo, il cui corpo è la materia, e l’anima, Dio. Le rughe sul volto del
vegliardo, le screpolature delle ulive e del fico vicini ad infradiciare, la
bava del cignale ed altre sì fatte cose hanno pure una certa grazia e venustà,
perchè il mondo è perfetto, e nulla è nelle suo parti che non conferisca alla
bellezza del tutto. Perchè dunque ora tanto dispregio non solo per tale o tale
altra parte, ma universalmente per tutta, la materia che sottosta, quando
questa materia, che non è poi altro per gli stoici se non se il suhstratum
indeterminato di tutto il contingente sensibile, è essa pure sostanza divina
secondo la scuola? Intendi: « o tu voglia dire che il mondo sia stato formato
di atomi. ed abbia quindi origine dal caso; o che sia stato formato di nature
(essenze, entelechie, monadi), ed abbia quindi per origino l’ intelligenza, o
la natura, che qui è sinonimo di intelligenza; questa cosa pongo io certa anzi
tutto, come tratta dalla mia osservazione immediata, che io sono attualmente
parte di un tutto governato da una natura. Con altre parole: o tu faccia venire
il mondo dalla pluralità, o tu lo faccia venire dall’unità, ella è cosa di
fatto che io ci ravviso attualmente una pluralità governata da una unità. Il
qual metodo di filosofare, per cui, lasciata stare la disputa intorno
all’origine delle cose, si viene ad esaminare la realtà attuale di esse;
lasciato stare il lontano e mediato, si viene ad osservare l’ immediato e
prossimo; lasciata stare la cognizione dedotta, si viene a far capo alla
cognizione di fatto acquistata per osservazione; è solenne ad Antonino. Ricordi
il lettore che appo stoici mondo, tutto, natura, Dio sono V sostanzialmente la
stessa cosa, e però quelle che poco innanzi furono chiamate parti del tutto,
qui sono dette della natura. Dìo, natura, mondo, tutto sono espressioni diverse
che corrispondono a modi diversi di considerare una stessa cosa, e questa
diversità è relativa alla mente finita dell’uomo che non può simultaneamente
contemplare gli aspetti e momenti diversi delle cose, e non alla realtà
obbiettiva. Quindi ò che le espressioni soprascritte sono non di rado usate
runa per l’altra, poiché sostanzialmente significano la medesima cosa. Il mondo
KÓrfixog), dice Laerzio, er DAL PORTICO considerato: 1® come causa 0 pbtenza
informatrice di tutte le cose che sono {natura nuturans, i; t£ Xvtxfi, -ij ToO
òlo\j q>0ai<é ), la quale, come artefice e informatrice di sé medesima,
trae da sé stessa e informa tutte le coso con suprema saviezza e divina
necessità, cioè secondo le sue leggi che sono quelle della ragione; 2"
come la totalità delle cose informate e ordinate dalla potenza informatrice
immanente in esse e governatrice di esse (dotta allora xòv Toù xd^fjLou) e
quindi come l’opera vivente, il vivente organismo, o corpo organato da quella
{natura naturata); finalmente come l’unità dei due, cioè dell’ organismo vivente
e della forza organatrice e governatrice, in quanto l’uno non si distingue
dall’altra se non se per la contemplazione della mente finita deU'uomo. Vedi i
Prologo nell’edizione di Torino. Fa che tu vi sottoponga col pensiero di che io
ragiono. Ho conservato tutte le parole della interpretazione dell’O., perchè
non avrei saputo quali altre più chiare sostituir loro; atteso che io non son
sicuro di intendere qui nè che cosa abbia voluto dire r O., nò che cosa
Antonino. Ornato volea faro a questo luogo una nota; ma non la fece, e non
trovo altro,, che si riferisca a questo luogo, ne’suoi manoscritti, se non se
un cenno pel quale è indicato che egli lesse qui ò, ti risolutamente^ ove tutti
gli altri, che io conosca, lessero &ti; e che egli intese r Ù7TÓ0OU diversamente
da tutti gli altri interpreti. Gataker e Schultz che lo segue da vicino, non
sono più chiari. Le quali tu apprendi»,, considerazione del tutto. Così O.
svolge ed illustra la filosofia di ANTONINO espresso brevissimamente e, parmì
anche, poco chiaramente nel tosto. Non ho mutato quasi nulla alla versione di
questo paragrafo lasciata d’O., sia perchè ho motivo di credere che ne fosse
già poco meno che contento egli stesso, trovando io questo paragrafo nettamente
ricopiatom sia perchè non avrei voluto correr pericolo -- li alterarne benché
minimamente il senso, trattandosi di un luogo che egli intese assai
diversamente da tutti gli altri interpreti. Vuol dire che non bastano le
impressioni buone che noi riceviamo per mezzo della sensibilità, le quali possono
e sogliono venir cancellate da impressioni contrarie, ma ci vuole anche il
lavoro deir intelletto che riduca quelle ad unità e le fermi cosi nel nostro
spirito, formandone come un corpo di scienza. Non basta l’osservazione,
l’applicazione dello spirito alle cose di circostanza, ma ci vuole ancora la
contemplazione, l’ applicazione dello spirito alle cose permanenti, al generale
immutabile. Solo col ridurre ad unità il moltiplice, a generalità il
particolare, si possono radicare le cognizioni nell’ anima, la quale si
compiace dell’unità, e quindi della scienza: compiacenza cui la semplicità del
cuore dee far rimanere secreta naturalmente nel cuore, ma non artatamente
celata; ed allora è l’anima veramente grave e soda e come chi dicesse,
veneranda. Sul fine del paragrafo fa la enumerazione delle diverse categorie
alle quali si dee riferire l’oggetto osservato. Questa nota d’O. che per le
troppe citazioni del testo greco non può qui darsi che in parte, trovasi intera
nell’edizione di Torino. Grecismo, per suole accadere. Non era possibile il
tradurre altrimenti. Del resto vada a rilento chi per la sola ragione del non
potersi tradurre sempre colla stessa voce una stessa parola del testo, accusa
ANTONINO qui ed altrove di arguzia. IL PORTICO crede che, là dove è una stessa
parola, debbe essere anche una stessa idea. Ed anche Platone (vedi il Cratilo)
il credette; e il credette VICO (si veda): e tanti j altri il credettero: e noi
il crediamo. Se quella idea generalissima che l’antichità avea attaccata
al:p:?.eìv non si trova più annessa al nostro amare, ciò j non prova altro se
non che il greco d’ANTONINO e l’italiano sono due lingue diverse. E sap
evadicelo. Il passo di Platone è nel Teeteto dove parlando dell’ uomo filosofo
liberalmente educato, dice, udendo egli lodare e magnificare un tiranno od un
re, gli par di udire lodato e magnificato un pastore, perchè egli munga di
molto latte; e l’animale cui pasce e munge il re, gli pare anche più ritroso e
più infido di quello cui pasce e munge il pastore; nè men rozzo nè meno
ineducato stima egli l’uno che l’altro, mancando ad amhidue il tempo per badare
a sè, e vivendo il primo fra le mura della reggia a quello stesso modo che
l’altro nella capanna sul monte. Del resto, il senso generale di tutto questo
paragrafo, non bene inteso, secondo me, dagli interpreti, mi pare che sia: Tu
dèi farti capace sempre pih cho tu puoi vivere da filosofo in questa tua corte
come faresti in. quella tua villa .che agogni. Non incontri tu ad ogni passo
esempi di quel che dice Platone: uomini che vivono nei palagi come farebbe un
rozzo pastore in sul monte: ingolfati cioè quelli e questo nelle cure materiali
del governo dell’armentoV E sottintende: se per costoro il palagio non è
altrimenti che una capanna, non può ella con più ragiono essere la reggia per
te come un ritiro filosofico? Gran ragione ha qui ANTONINO di raccomandare a sè
medesimo anche ' questo genere di contemplazione, cioè a dire lo studio dei
fenomeni, e delle maraviglie, come egli dice sapientemente, dell’organismo corporeo
degli animali e deir uomo massimamente: perchè non è altro studio il quale
possa per via più compendiosa e sicura condurre alla cognizione della infinita
sapienza, e provvidenza infinita della causa reggitrice del mondo. Nè l’uorao
può presumere di conoscere sè medesimo, sé non conosce almeno un poco di queste
maraviglie, cioè come si formi, cresca, si conservi, si rinnovi e deperisca il
suo corpo, quale sia la natura e il modo di operare della causa o principio a
cui dehbonsi riferire questi fenomeni, quali le relazioni di questa vita
organica del suo corpo con quella del principio che in lui sente, vuole, e
pensa, e come possano questo due vite modificarsi fra loro scambievolmente. In
vero chi aspira a conoscere sè medesimo, per quanto sia dato all’uomo di pur
conoscere sè stesso, e non cura di conoscere un po’intimamente anche questa
delle due parti di che si compone l’esser suo, porta gran pericolo di errare
nel vano, e di prendere astrazioni por realtà, il che avvenne appunto ai
filosofi del PORTICO, ignorantissimi di anatomia o quindi più ancora di
fisiologia. Perchè uno appunto degl’errori fondamentali della loro filosofia,
quello por cui mutilavano la natura umana escludendo da essa la sensibilità che
riferivano al corpo come a cosa straniera all’ uomo propriamente, il quale per
essi non e altro che ragione e volontà; questo errore, dico, è in gran parte da
attribuire alla imperfezione delle loro cognizioni, ai loro errori circa la
costituzione fisica dell’uomo e le relazioni in che ella si trova colla sua
costituzione morale e intellettuale; o per dire più veramente, alla loro totale
ignoranza dello leggi che governano i fenomeni dell’organismo corporeo
dell’uomo, delle relazioni intimissime della vita di esso organismo corporeo
con quella della mente, e della natura egualmente spirituale di ambidue. Questi
versi sono d’Omero e sono dei più famosi nell’antichità, dei più spesso citati
e ripetuti, imitati dai poeti posteriori; o però ANTONINO non li scrive per
intero, ma solo quei brani che sono stampati in corsivo, bastando quelli a
richiamare alla memoria i versi interi, alle diverse sentenze contenuto in essi
alludendo egli poi nella parte seguente del paragrafo. Con questi versi GLAUCO,
(opo aver detto magnanimo Tidide a che mi chiedi il mio lignaggio?, incomincia
la sua risposta a Diomede, il quale, prima di accettare il combattimento con
lui, aveagli chiesto qual fosse la sua stirpe. Io li ho tradotti letteralmente,
giovandomi in parte della traduzione di Monti, la. quale, come nota a tutti i
lettori, avrei volentieri dato qui inalterata, se in essa fosse più fedelmente
espresso, e nell’ ultimo verso non interamente guasto il senso delle parole
d’Omero. Il qual verso, voglio dire il 149\ è tradotto da Monti come segue:
CosxVuom nasce e così muor: il che fa fare un falso sillogismo a Glauco, il
quale secondo la traduzione del Monti, concludendo, affermerebbe dell’wo/ Ho
ciò che dovea affermare delle schiatte umane, mutando, come direbbero i loici,
nella conclusione il piccolo termine, che nella premessa minore- non era uomo
ma schiatta o stirpe, come disse Monti. E pure il verso d’Omero ò chiarissimo.
Questo strafalcione Monti non fa se, come quasi ignorante del greco, con tante
altre traduzioni avesse saputo consultare quella mirabilissima, non solo per
eleganza di stile ma ancora per fedeltà, precisione e chiarezza, del Voss, il
quale in cinque bellissimi esametri tedeschi traduce letteralmente i cinque
esametri greci. Anche Pope, sebbene i suoi lavori sui poemi d’Omero, tutto die
pregevolissimi per altri rispetti, non meritino il nome di traduzione, non fa
qui lo sproposito di Monti. Ed altri ancora potrei nominare dei nostri che con
nobilissimo intendimento si diedero all’ardua impresa di recare nella nostra
lingua italiana chi l’una e chi l’altra di quelle poche reliquie che ci
rimangono della greca poesia -- dico poche rispetto a ciò che fu divorato dal
tempo --; i quali avrebbero meglio inteso e meglio tradotti moltissimi luoghi
se avessero potuto consultare, se non tutti gl’interpreti, cementatori ed
espositori, almeno i traduttori tedeschi. Ma basta che io nomini il più
valente, a parer mio, di tutti, Belletti, al quale, tranne forse una più intima
notizia del greco, nulla mancava, non valor d’arte, non felicità d’ ingegno, a
poter fare una traduzione perfetta, o prossima alla perfezione, dei tragici
greci. E in vero, leggendo io le traduzioni di Bellotti e riscontrandolo
diligentemente cogli originali, ebbi in moltissimi luoghi ad ammirarne la
eccellenza, anzi direi quasi in tutti quei luoghi dov’egli capì abbastanza
intimamente il suo testo e non erano difficoltà insuperabili a qual sivoglia
traduttore. Ma anche in molti altri luoghi io ebbi a lamentare che egli pure
non abbia saputo o potuto giovarsi delle eccellenti traduzioni fatte da* suoi
predecessori alemanni. Nel solo Agamennone, che anche considerato in sè stesso
e non come parte di una grande e sublime trilogia, è forse il più bel monumento
della scena antica, e certamente il più grande di tutti per sublimità tragica,
recondita filosofia, splendore di immagini e copia di alti e forti pensieri,
quanti errori avrebbe evitati il Belletti, quante meno scempiaggini avrebbe
fatto dire a quella grande anima e colossale ingegno d’Eschilo, so egli avesse
solo potuto profittare della traduzione e dei Prolegomeni di Humboldt? Non dirò
del libro di Welcker sulla Trilogia di Eschilo che forse non era ancora
pubblicato quando Bellotti traducea l’Agamennone. Ed è tanto più da lamentare
che a Bellotti siano mancati questi sussidi, quanto è meno da sperare che sia
presto per sorgere un altro ingegno italiano, il quale possa fare quello che
avrebbe potuto Bellotti. Ritornando al paragrafo di ANTONINO e al luogo citato
d’Omero, è da notare come siffatti pensieri intorno al poco o niun valore della
vita considerata in sè, e di tutte le cose umane e dell’ uomo stesso, così
frequenti nei poeti ebraici; frequentissimi in questo scritto di Antonino e
divenuti quasi abituali nei cristiani dei primi secoli, si trovino pure non di
rado anche nei poeti greci più antichi, voglio dire in quelli delle prime e più
splendide epoche della greca letteratura, sebbene i greci fossero un popolo di
allegra immaginazione. Forse non dispiacerà al lettore il vederne qui raccolti
alcuni esempi: nell’ Odissea la terra non nutre nulla di più infermo che
l’uomo. Nell’ottava delle pitie di Pindaro Che siatn noi dunque o che non siamo
f Leggiero veder d’ombra che sogna. Letteralmente la seconda parte. L’uomo è
l’ombra di un sogno. Nel Prometeo d’Eschilo e non vedevi l’imbecille natura a
vano sogno eguale onde è impedito il cieco umano gregge? Nell’Aiace di Sofocle,
perocché veggo non essere noi, quanti viviamo, altro che larve ed ombra vana.
Nel Filottete del . medesimo Sofocle, Filottete chiama sè medesimo: ombra di un
fumo. Nella Medea di Euripide -- non ora soltanto incomincio a stimare tutte le
cose umane come un' ombra, E vuoisi notare come appo i tragici ed anche appo i)
lepidissimo Aristofane la parola effimeri, cioè quelli che durano un giorno, è
spessissimo usata come sinonimo di uomini. A queste, o ad altre simili sentenze
d’ antichi ed illustri poeti, le quali erano nella memoria di tutti gli eruditi
del suo tempo, allude evidentemente ANTONINO con quelle sue parole: il più
breve detto, anche di quelli che sono i più noti ecc., accennava poi per
esempio quelli d’Omero. Questa nota e scritta in tempo che io, quasi appona
ripatriato, e mandato a stare in un cantuccio al tutto vacuo di studi e di
lettere (prendendo i vocaboli in un senso un po’ alto), e ridottomi a passare
nella solitudine i pochi momenti d’ozio che r esercizio di un pubblico ufficio
mi lascia, avea potuto, non saprei diro perchè, immaginarmi che il valentissimo
Bellotti fosse già del numero di quei felici che più non vivono altrimenti
sulla terra che per la memoria di opere egregie che vi lasciarono. Avvertito
ora del mio errore, non cangio nulla a quello che ho scritto di lui; ma
aggiungo l’espressione di un voto, che deve esser quello di tutti gli amatori
delle buone lettere desiderosi di vedere vie più chiara e più grande la
rinomanza di un nobilissimo ingegno: ed è che l’esimio sBellotti, come sta ora,
da quanto mi dissero, rivedendo o migliorando il suo volgarizzamento di
Sofocle, così possa egli poi rivedere ed emeudare quello ancora di Eschilo, il
quale, a parer mio, ne ha maggiore bisogno; perchè quello, tranne forse alcune
eccezioni, non pecca gravemente che nella parte lirica; laddove in questo
trovai, 0 parvemi certamente trovare, molti luoghi da dover essere emendati non
solo nella parte lirica troppo spesso non traducibile in italiano (come è
intraducibile Pindaro, secondo che fu sentenziato anche da LEOPARDI non
ismentito dal tentativo più audace che felice di Borghi); ma eziandio nel
dialogo. Ella comjyie nondimeno..», si avea proposto. Mi sono scostato, anche
nel senso, interamente dall’ Ornato, il quale avea tradotto: ella rende intero
e compiuto quanto ella avea fatto fino allora; primieramente perchè il senso
voluto esprimere d’O. non mi sembrava abbastanza chiaro; e poi, e
principalmente perchè mi parve troppo grande licenza il tradurre per quanto
avea fatto fino allora, il tò irpoTcOiv, il quale mi sembra qui usato nel senso
il più ovvio del verbo “7rp.oT{6T)|ju”, che è quello di proporre, e così l’
intende anche lo Schultz contrariamente al’Gataker seguito d’O. Veggo bene le
ragioni che possono avere gl’indotto a interpretare a quel modo. Ma non mi
persuadono. Il pensiero di Antonino mi sembra chiaramente, l’anima razionale,
la quale non si propone altro che di operare sempre secondo ciò che richiede il
momento presente, e di aver caro tutto ciò che le interviene, come cosa voluta
dalla natura, in qualunque istante le sopravvenga la morte, compie sempre
interamente il compito che ella si avea proposto, e in modo soddisfacente a sè
stessa; ella ha tutto ciò che potea desiderare, ha totalmente esaurita la sua
parte come attrice sulla scena del mondo; e appunto il morire quando la natura
lo vuole, è la conclusione, il compimento della parte a lei assegnata e da lei
liberamente accettata nel gran dramma della vita universale. Bone avverte qui
Gataker aver già Socrate usato il medesimo argomento per indurre Alcibiade a
disprezzare la moltitudine, alla quale peritavasi di farsi innanzi a
concionare: qual è, diss’egli, di costoro quegli che ti impaurisce? forse Micillo
il ciabattieref Trigaió il conciatore f Trochilo il ferravecchio? ora non sono
costoro quelli dei quali si compone l’adunanza del popolo? Che se non temi di
favellare a ciascuno di essi separatamente, che è dò.che ti fa timido a parlar
loro riuniti insieme? Il ragionamento di Socrate era giustissimo applicato ad
una moltitudine di popolo riunito, e avrebbe anche potuto ricordare ad
Alcibiade l’antico detto di Solone ai:li Ateniesi conservatoci da Plutarco:
preni ad uno ad uno »iete tante volpi; riuniti insieme siete tanti allocchi. Ma
il medesimo ragionamento applicato allo cose di cui parla Marco nostro non ò
molto concludente. E una melodia, per es., come qui avverte opportunamente
Pierron, è qualche cosa di più che una semplice successione di suoni, e Antonino
dimentica di considerare ciò appunto per cui le note musicali hanno potenza da
commovere l’anima sì intimamente. Avverta il lettore che idea tragica
fondamentale ai poeti greci era la lotta infelice della volontà e liberta
morale dell’ uomo contro l’ inflessibile necessità; o per dir più veramente,
quella fatale retribuzione di giustizia che risulta inevitabilmente alla vita
umana dalle leggi necessarie dell’ordine morale. Perchè quella necessità che
non era punto upa cosa cieca secondo gli stoici, apjio i quali il /«<o non
era altro che la concatenazione delle cause secondo le leggi della natura, cioè
della ragione e quindi della giustizia; quella necessità, dico, non era punto
una cosa cieca neppure nella mente dei poeti: sendo che a Nemesi figlia appunto
di essa necessità e particolarmente incaricata di vendicare i delitti e
rovesciare le troppo grandi e- immeritate prospérità, a Nemesidico, e alla
Giustizia (5“tx-ri), che erano i due concetti più puri fra tutte le divinità
immaginate dall’ antico politeismo, il semplice, ma sublime buon senso dei
Greci riferiva tutto ciò che risguarda il supremo governo del mondo. L’idea
dunque della giustizia era congiunta con quella della necessità sebbene in modo
diverso, anche nella mento dei poeti, come in quella degli stoici. Cho se
Antonino non fa qui esplicitamente alcuna allusione a quella retribuzione di
giustizia, che era l’elemento morale della tragedia greca, ma solo allude alla
inutilità della lotta contro alla necessità, e sembra così impicciolire l’idea
nobilissima dell’antica tragedia; egli è perchè questa inutilità intendeano gli
stoici e i poeti allo stesso modo, e quasi esprimevano colle medesime parole;
laddove intendeano in modo diverso quella retribuzione: e non erano forse i
poeti quelli clie la intendeano in modo men vicino al vero. Benissimo Gataker
ricorda qui alcuni detti memorabili di Pocione, conservatici da Plutarco, ai
quali alludea probabilmente Antonino in questo luogo. Già condannato a morte
per giudizio iniquo de’ suoi cittadini, in proposito. di uno che non ristava
dal dirgli villanie, disse Focione: non sarà alcuno che faccia costui cessare
dal disonorar «è medesimo? E già vicino a morire, questa sola ingiunzione fece
al figliuolo: dimenticasse il fatto ingiusto degli Ateniesi. Quanto alle parole
che seguono di Marco nostro: mpposto che non e in fingenac, non debbono esser
prese come, espressione di nn sospetto nel caso particolare di Focione, ma
bensì in un senso generale, quasi dicesse Antonino con istoica riserva, non
bastar sempre le parole a dar certo fondamento a un giudizio sulle disposizioni
interne dell’animo altrui, nè doversi mai fingere, neppur quando il fingere
potesse giovare a bene edificare gli uomini. Da stólto (à|*vu/jiov). Traduce
inìquo, seguendo Schultz che tradusse iniquum. Ma non e ben risoluto di aver
bene interpretato quello “ayvofxov,” come appare dal consueto segno. E
veramente non parmi che lo ayvcofjLov possa esser preso in questo senso,
sebbene abbia quello ingrato, disleale, disamorato. Il senso più ovvio di
questo aggettivo è privo di senno, stolto, inavveduto, e parmi che 41 1 reo
Aurelio questo senso quadri benissimo in questo, luogo, meglio che non faccia
quello di inìquo. Dopo aver detto ANTONINO essere da pazzoy cioè a dire da
stolto, il volere che ì malvagi non pecchino; aggiunge che lo ammettere in tesi
generale ed assoluta, poiché non si può fare altrimenti, che essi debbano di
neces- sità peccare, e il volere ad un tempo che essi facciano una eccezione a
favor tuo, è cosa non solo às. stolto ma anche da tiranno: da stolto perchè
l’eccezione, anche di un solo caso non è possibile ai malvagi;.da tiranno
perchè vuoi esser distinto e che ti si abbia maggior rispetto che agli altri
uomini. Anche Gataker intende 1’ àyvwi^ov così; iPierron segue lo Schultz.
Parole di Epitteto malissimo interpretate da Pierron, che riferisce l’àiro
OavTi al padre, quando deve essere riferito al figliuolo, corno fece O.,
seguendo Gataker e Schultz. La medesima sentenza si trova anche nel Manuale del
medesimo Epitteto con parole poco diverse, e fu benissimo tradotta dal
Leopardi. Se tu hacer<fi per avventura un tuo Jigliolino o la moglie, dirai
teco stesso: io bacio un mortale. Manuale, Tutto è opinione. Il lettore com-
prenderà facilmente come il senso stoico di questa frase, tante volte ripetuta
da Marco nostro, è al tutto alieno da quello della famosa sentenza del sofista
Protagora: V uomo è misura di tutte le cose. La sentenza del sofista si
riferiva ad ogni cosa, alla verità obbiettiva, alla moralità come alla sensibilità,
e tendea quindi a distruggere la possibilità' di ogni cognizione teorica, la
morale come la religione. La sentenza di Antonino al contrario, il quale, per
un errore direi quasi magnanimo, riduceva, seguendo gli stoici anteriori, tutta
l’essenza dell’ uo- mo alla ragione e alla volontà ragionevele, non si
riforisce ad altro che alla sensibilità, cioè ai piaceri e ai dolori di cui
essa sensibilità è soggetto. Intendi raziocinio nel senso proprio dei loici,
cioè facoltà del sillogizzare, operazione propria dell’intelletto; e nota qui
il carattere esclusivo del Portico, il quale considerava e stimava un nulla,
non che la sensibilità ma l’in- telletto stesso, a paragone dei buon uso della
volontà, cioè della moralità della ragione. Traducendo ho usato il vo- cabolo
raziocinio piuttosto che intelletto, perchè in italiano il senso della parola
intelletto può essere troppo facilmente confuso con quello di ragione, la
differenza fra i due non essendo così ben determinata nella nostra lingua, come
è fra i due corrispondenti tedeschi Verstandnis e Vernunft. Nome compiuto: Ornato.
Keywords: implicatura, Antonino, ad seipsum, ricordi. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Ornato” – The Swimming-Pool Library.
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