GRICE ITALO A-Z O OLG
Luigi Speranza – GRICE ITALO!:, Grice ed Olgiati: HART
GRICE HOLLOWAY la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei
classici – la scuola di Busto Arsizio – Grice on Hart on Holloway on language
and intelligence -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza
-- (Busto Arsizio). Filosofo italiano. Busto
Arsizio, Varese, Lombardia. Grice: “I’m impressed that Olgiati dedicated a
whole tract to the idea of ‘soul’ in Aquino!” Si forma presso Seminari
milanesi. Collabora con Gemelli e Necchi alla Rivista di filosofia
neo-scolastica e fonda con loro il periodico Vita e Pensiero. Insignito da Pio
XI del titolo di Cameriere Segreto e da Pio XII di Proto-notario Apostolico.
Inoltre assieme ad Gemelli, uno dei fondatori dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore. Presso tale ateneo insegnò nelle facoltà di Lettere, di Magistero
e di Giurisprudenza. Condirettore della Rivista del Clero Italiano insieme a
Gemelli. Autore di saggi relativi sulla religione e l’istruzione. I suoi
allievi più illustri sono Melchiorre e Reale. Tomba di Gemelli mons. O.. Il
libro Le lettere di Berlicche, scritto da Lewis, oltre ad essere dedicato a
Tolkien, è dedicato anche a O.. Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola,
della cultura e dell'artenastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai
benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte — Università Cattolica del
Sacro CuoreLa storia: Le origini, su uni cattolica. Saggi: “Religione e vita”
(Vita, Milano); “Schemi di conferenze” (Vita, Milano); “I fondamenti della
filosofia classica” (Vita, Milano); “Il sillabario della Teologia” (Vita,
Milano); “Il concetto di giuridicità in AQUINO” (Vita, Milano); “Marx” (Vita,
Milano); Il sillabario della morale Cristiana” (Vita, Milano); “Il sillabario
del Cristianesimo, Vita, Milano) b I nuovi soci onorari della Famiglia
Bustocca. Almanacco della Famiglia Bustocca per l'anno 1956, Busto Arsizio, La
Famiglia Bustocca, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia.
La filosofia di Bergson, TORINO BOCCA pS og 4 E E Z á (a ) S 3 JE lí E | S E a
AT O A GEMELLI CON AMMIRAZIONE E CON AFFETTO nel. «ficie tico; de: de; a Forse
nessun filosofo, durante la sua vita, riscosse un plauso cosi intenso e suscitó
tanto entusiasmo, come Bergson. I difensori stessi di altre tendenze
filosofiche, pur dissentendo da lui, lo. ammirano e lo coronano di rose.
William James lo salutó il nuovo Platone. e disse che le pagine dei suoi
scritti schiudevano nuovi orizzonti dinnanzi ai suoi occhi: esse gli sembravano
simili all'aria pura del mattino ed al canto d'un. uccello. Croce gli riconosce
il merito grande di aver rotto le tradizioni dell'intellettualismo e
dell'astrattismo del suo paese, dando per la prima volta alla Francia quella
viva coscienza dell'intuizione, che sempre le e mancata, e scotendo la fiducia
ec- cessiva, che essa aveva, nelle nette distinzioni, nei concetti ben
contornati, nelle classi, nelle formole, nei raziocinii filanti diritto, ma
scorrenti sulla super- -.ficie della realtá (2). Il Balfour conclude: un suo
articolo, assicurando che' chi si trova poco soddisfatto dei sistemi
idealistici e che non puó accettare il credo del naturalismo, si rivolgerá
sempre con interesse e con ammirazione a questo esperimento brillante di
costruzione filosofica. 1! Windelband in Germania JAMES, A pluralistic
universe, Longmanns, CROCE (vedasi) Logica, Laterza BALFOUR, Cre-.tive
evolution and philos. doubt, in The Hrbbert journal, considera Bergson come la
personalita piú originale e pia importante della filosofia francese
contemporanea. Anche se queste lodi fossero esagerate, e certo che da molti
anni nessun pensatore ha esercitato in Francia un efficacia cosi forte come
Bergson (2). Non solo egli ha sotto la sua influenza il corpo filosofico
insegnante del suo paese, che col Gillouin lo stima il solo filosofo di primo
ordine che abbia avuto la Fran- cia dopo Descartes e 1'Europa dopo Kant; ma «
da lui discendono anche ¡i teorici piú moderni delle correnti pia vivaci
francesi. 11 Le Roy, nel suo Comment se pose le probléme de Dieu, crede di
poter distrug- gere con le teorie bergsoniane le antiche prove tradi- zionali e
di poter additare una via nuova per ascendere alla conoscenza di Dio (4); e nel
Dogme et critique si e sforzato di ripensare i dogmi cattolici in funzione di
quelle dottrine. Sorel, dalle sue Reflexions sur la violence ai suoi ultimi
articoli, vuol giustificare il movimento sindacalista con le idee dell”
Evolution Créatrice, libro che egli non esita a paragonare alla WINDELBAND,
LZehrbuch der Geschichte der Philosophte, trad. ital, Sandron, É una giusta
osservazione dello SCHOEN, 2. Bergsons phi- losophische Anschauungen, in Zeitschrift fúr Philos. und
pihlos. Kritik BERGSON,
choix de textes avec étude du syst. philos. par RÉNÉ GILLOUIN, pag. 8. Del Gillouin si vegga pure il recente volume: La
philosophie de M. H. Bergson, Grasset. Anche il Keyserling in Germania
considera Bergson come la mente filosofica piú originale dopo Kant. Anche
PREZZOLIN], La teoria sindacalista, ultimo capo: La filosofía dí E. Bergson Fra
gli studi critici, apparsi in Italia e al- estero, € uno dei piú notevoli. (4)
In Revue de Métaphysique el de Morale, marzo eluglio 1907. Critica della Ragion
pura (1). A Bergson si ispirano i simbolisti ed il Claudel. 1 pragmatisti
trovano nelle sue opere nuovi argomenti in loro favore. Nell'intui- -zione i
mistici scorgono un primo passo verso la loro esperienza tacita, intima,
ineffabile. 1 protestanti li- berali abbracciano con gioia le nuove idee, e
solo pochi mesi or sono, in una riunione degli Unitari a Londra, il pastore
Jacks diceva che esse portano alla religione un soffio nuovo di vita (2).
Persino gli Ebrei tentano di utilizzare le conclusioni di Bergson. il quale,
come tutti sanno, da alcuni anni e il trionfa- tore dei congressi filosofici.
Molte riviste, tra cui il Logos e 1'Hibbert journal, si onorano di poterlo
¡iscri- vere tra i loro collaboratori, e non ce periodico in Europa che non
abbia esaminato i suoi volumi, oramai tradotti in tutte le lingue. In una
parola, la filosofia bergsoniana, per quanto abbia soltanto venti anni di vita,
e davvero una filosofia alla moda SOREL, Considerazioni sulla violenza,
Laterza, rgro; ed in MMouvement Socialiste + in Revue de Métaph. et de Mor.,
gennaio rgrr, nell'articolo : Vues sur les problemes de la philosophie. Quanto
alle relazioni tra sindacalismo e berg- sonismo, si vegga PREZZOLINI: op. cit.
capo III ed un articolo dello stesso autore nel Bollettino Bibliografico
Filosof. di Fi- renze, Gennaio 1909: 7.e grandi idee sindacaliste e la
filosofía di E. Bergson; BOUGLÉ- Sindacalistes et Bergsoniens in La Revue,
GOLDSTEIN. Bergson und Sozialwis senschajt in Archiv. fúr Sozialwissenschfat
COENOBIUM ZIEGLER, Religion und Wissenschaft, Kaufmann Cosi la definisce TILGHER
in un importante ar- ticolo : Zo, liberta, moralita, nella filosofía di E,
Bergson, in Cul- tura, 15 novembre e 1 dicembre 1902. Anche in Inghilterta il
berg- sonismo, che sino a pochi anni fa era quasi sconosciuto, ottiene ora un
successo crescente. Prova ne siano i numerosi volumi e studii di riviste
dedicati al Bergson e le conferenze di questi a Oxford, a Birmingham, a Londra.
Gli inglesi perd.qualche volta, do Na P E ció che piú ancora sorprende, osserva
un neo- scolastico francese, e che la sua riputazione oltre- passa il cerchio
degli iniziati, per raggiungere il grande pubblico. Per farsene un'idea, e
necessario assistere ad uno dei suoi. corsi al Collége de France, ove si ha
limpressione di assistere ad una premitre: gli automobili aspettano alla porta,
i servitori in livrea conservano i posti che saranno occupati dalle grandi
dame; e quando il maestro appare, si sente che egli affascina il suo uditorio.
Gia Bergson entusiasmava i suoi studenti di filosofia del collegio Rollin e del
liceo Henri IV. Agli esami del baccalauerato, della licenza, dell'aggregazione,
tutte le dissertazioni si ispiravano dlle sue idee. E come ciascun anno i
grandi sarti danno la medesima silhouette a tutte le signore, cosi l'autore
dell'Essai sur les données immédiates dava a tutti i candidati la medesima
fisionomia filosofica gia fin dal 1895. Cogli anni l'entusiasmo é andato
crescendo. Nel 1912, narra il Grivet, ogni venerdi la vasta sala del College de
Framce comin- clava a riempirsi un”ora prima dell'apertura della le- zione; sui
banchi gli ultimi posti erano presi d'as- salto; poi si entrava per pressione o
meglio per com- pressione. Come ai giorni piú belli della filosofia, le persone
si battevano, per poter udire colui che i giovani hanno soprannominato «
l'allodola », colpiti da non so quale rassomiglianza tra questo filosofo e
nellPinterpretare Bergson, gli hanno attribuite teorie tutte. op- poste a
quelle da lui difese. Cf. ad es. la risposta . di Bergson ad un articolo del
Pitkin nel The journal of phylosophy, psycolog y and scientific methods, 7
luglio 1910, pag. 385-388, sul quale ritor- neró in seguito, Rivista di
filosofía neoscolastica; Il successo dí Bergson. Anche RAGE OT: 4. Bergson nel
Temps, 2 luglio rgrr. Uuccello, che sotto il cielo azzurro vola cosi alto. e
canta cosi bene (1). Si spieghi come si vuole questo fenomeno. Si dica che la
causa deve essere attribuita alla magia di uno stile, che, specialmente nella
finezza delle analisi psicologiche, sa evocare l'inesprimibile; se ne cerchi
pure la ragione nell'ampiezza della documen- tazione scientifica o
nell'artistica genialita di similitudini superbe e di immagjni seducenti; se ne
assegni il motivo nel bisogno, intensamente sentito dalla generazione presente,
di una reazione all'intel- lettualismo ed al positivismo: e un fatto peró che
questo pensatore puóo vantarsi di esercitare su molti spiriti contemporanei un
fascino immenso. NM successo di Bergson e tale, che alcuni asseri- scono che
con lui si inaugura un nuovo periodo filo- sofico. « La sua opera, scrive il Le
Roy, sará riguar- -data dall'avvenire come una delle piú caratteristiche, dele
pin feconde, delle piú gloriose della nostra GRIVET: MZ. Bergson : esquisse philosophique
in Etudes, s ottobre 1909 e La théorie de la personne d'aprés Bergson nella stessa
rivista, 20 nov. 1grr. Anche nella parte
espositiva del pensiero bergsoniano, quest'ultimo articolo del P. Grivet mi ha
giovato molto, poiché contiene un sunto delle lezioni tenute dal Bergson sulla
teoria della persona. BELOT: Un nouveau spiritualisme, in Revue philosophigue 1897,
19 Semestre, pag. 183. Anche il JOUS- SAIN nella stessa rivista paragond
l'opera del Bergson ad una sinfonia severa : cfr. L'¿dée de l'Inconscient et
'intuition de la vie, in Revue phtlos. epoca. Essa segna una data che la storia
non dimen- ticherá piú; apre una fase del pensiero metafisico; pone un
principio di sviluppo, di cui non si saprebbe assegnare il limite; ed e dopo
fredda riflessione, con piena coscienza del giusto valore delle parole, che si
puó dichiarare che la rivoluzione, da essa operata, eguaglia in importanza la
rivoluzione kantiana ed anche la rivoluzione socratica. Certo, si e esagerato
dicendo che, se il metodo bergsoniano fosse vero, la storia della filosofia non
comprenderebbe che due capitoli: prima e dopo Bergson, e che il primo capitolo,
che abbraccia 25 secoli, non sarebbe che la narrazione di un errore e di un
pregiudizio tenace. Bergson infatti, nella sua Introduction á la Métaphysique e
nel suo discorso al Congresso di Bologna, si + degnato di ammettere che nei
sisterni dei grandi maestri c'e sempre qualcosa di semplice e di netto, come un
colpo di sonda, che e andato a toccare pin o meno in gia il fondo di uno stesso
oceano, portando ogni volta alla superficie un'intuizione vera, intorno alla quale
si e poi organizzato il sistema. Ma anche evi- ROY, Une philosophie nouvelle:
H.Bergson, Alcan In questo volumetto il Le Roy raccolse due articoli ap- parsi
dapprima nella Revue des deux mondes, 1 e 15 febbraio 1gr2 e vi aggiunse
parecchie appendici. Il secondo articolo fi- nisce cosi: « Con Bergson nella
storia del pensiero umano qualche cosa di nuovo comincia. MENTRÉ, La tradition
philosophique in Revue de philosophte (3, ln Revue de Métaph. et de morale. Di questo importantissimo articolo del Bergson c'é
una bella traduzione italiana del Papini, dal titolo: La flosoña
dell'intuizione, Lan- ciano, Carabba, Ig1r. (4) IL discorso, che spesso citerd,
e stato pubblicato dalla Revue de Métaphys. et de Mor., novembre 1911, col
titolo : 7m- tuition philosophique. tando l'esagerazione del Mentré, e
indubitabile che l'intuizionismo bergsoniano e un tentativo di riforma del modo
di filosofare. Lo nota a ragione il Papini, il quale, appunto per questo e
indignato contro la cicalesca plebaglia filosofica, che frinisce sempre nello
stesso metro, guarda il Bergson come un pensatore interessante, riassume alla
meglio i suoi libri, si scandalizza un po” della sua abitudine di scriver bene
e con calore, ma poi non pensa neppure o a distrug- gerlo tutto senza
misericordia, oppure ad accettare il suo metodo, a migliorarlo, ad applicarlo
(1). Ed il Papini ed i bergsoniani vogliono che tutti noi rinunciamo una buona
volta agli antichi sisternmi morti dell'analisi concettuale, per immergerci nel
flutto del reale, per tuffarci nel fiume dell'intuizione. Fra questo delirio
frenetico di. ammiratori, fra tanti inni di lode, non tardarono a farsi udire
le critiche implacabili, i giudizii severi ed anche le ingiurie pla- teali. Il
nuovo Platone venne chiamato dai Le Dantec, dagli Elliot, dai Lankester, da
tutti insomma i mec- canicisti, un jongleur, un faux monnayeur e le sue teorie
vennero ritenute come « aberrazioni e mostruositáa dello spirito umano.
Dusmenil osserva che «quasi non si puó pia ascoltarlo, senza Pintroduzione del
Papini alla traduz. dell'artic. cit., pag. 3. Vedi: LE DANTEC, Reflexions d'un
Philistin in Grande Revue. ELLIOT, Moderne science and the illusions of prof.
Bergson with preface by Lankester, Longmanns pensare continuamente: nego» (1).
IM. Renda ha gia proclamato il fallimento di questa filosofia (2). In Italia
poi il De Ruggiero vi ha sentito un gran senso di vuoto in mezzo alla pid
smagliante ricchezza. Ed ¡io potrei continuare a lungo nell'enumerazione di
queste sentenze inesorabili, se, pur avendo coscen- ziosamente letto e meditato
la maggior parte dei principali lavori critici, pubblicati in questi ultimi
anni intorno al filosofo francese, non credessi me- glio di attendere nella
seconda parte di questo volu- me ad esporre ció che in essi ho trovato di
meglio. Qui basterá notare che gli studiosi cattolici, e. so- pratutto i
neoscolastici francesi, sempre si opposero con le loro riviste e coi loro libri
al pensiero di Berg- son. Nel settembre dello scorso anno, in una lettera ad
Albert Farges, che aveva scritto un'opera contro Bergson, il Card. Merry Del
Val, a nome del Ponte- fice, si congratulava con lui, perche aveva combattuto «
le false teorie di questa nuova filosofia, la quale vorrebbe scuotere i grandi
principii, le veritá acquisite della filosofia tradizionale » ed in tal modo
aveva pro- curato di preservare gli animi da un veleno « tanto piú funesto e
dannoso, quanto pia e velato, sottile e se- ducente ». Anche prima peró di
questa condanna, i neoscolastici francesi furono spiccatamente antiberg-
soniani. Nononstante che il Le Roy sognasse un ab- braccio della fede cattolica
col bergsonismo (4); che DUSMENIL, La sophistique contemporaine, Beauchesne
RENDA, Le Bergsonisme ou une philosophie de la mobi- lité, Mercure de France,
rgr2. RUGGIERO, La fñlosofia contemporanea. Il giudizio del giovane
neohegeliano € molto diffuso in Italia tra studiosi di diverse tendenze. ROY
Coignet ed altri vedessero in questo la riconci- liazione della religione e
della scienza in uno spiri- tualismo nuovo (1); che il Segond tentasse di mo-
strare che le nuove teorie non negano la trascen- denza divina (3); nonostante
che la stessa lettera dell'Eminentissimo Segretario di Stato avesse solle- vato
le sorprese del Temps, che in tono di ramma- rico ricordava le benemerenze del
Bergson verso Vapologetica cristiana; gli scrittori nostri non vollero bruciare
nessun granello d'incenso all'idolo del giorno e furono concordi nel
riconoscere che questa dottrina ' e fuori della corrente della filosofia
cristiana, e lon- tana dalla tesi spiritualista e conduce inesorabilmente ad un
panteismo ateo (3). Da queste accuse cerco di scolparsi lo stesso Bergson. In
una lettera diretta al P. De Tonquédec, egli scriveva: « Le considerazioni
esposte nel mio Essai sur les données immédiates mettono in luce il fatto della
liberta; quelle di Matiére et Mémoire fanno toccare con mano la realtá dello
spirito: quelle del- MAD. C. COIGNET, De Kant a Bergson, réconciliation de la
religion et de la science dans un spiritualisme nouveau, Alcan La stessa cosa
aveva gia detto al Congresso di Heidelberg: Cfr. Bericht túber dem III
internation. Kon- £ress fúr Philos. Heidelberg. SEGOND, L'intuition bergsonienne,
Alcan In Italia Borgesein un artic. del Corriere della Sera, dal titolo
Cercator: di Dio, diceva che pud darsi che «lo scetticismo mistico di Bergson
si plachi in Dio e che nel suo mondo sconquassato senza causa né legge
ristabilisca 1'ordine la Provvidenza. Il commento poi del Corriere della Sera
alla lettera del Card. Merry Del Val era simile a quello del Temps. Ad es.
MARITAIN, L’évolutionnisme de Bergson in Revue de Philosophte,
settembre-ottobre rg9rr, ed il suo recente volume: La philosophie bergsontenne,
Paris, Riviére. Identico in sostanza é il giudizio del Mercier nel suo discorso
: Vers: Pl unite. l'Evolution Créatrice presentano la creazione come un fatto:
da tutto questo sgorga nettamente l'idea d'un Dio creatore e libero, generatore
ad un tempo della materia e della vita, il cui sforzo di creazione si continua,
dal lato della vita, con l'evoluzione delle specie e con la costituzione delle
personalita umane. Da tutto questo deriva, per conseguenza, la confu- futazione
del monismo e del panteismo in generale. Poco tempo dopo, ad Edouard Le Roy che
in un lavoro aveva salutato nella philosophie nouvelle un punto d'inserzione
del problema religioso, Bergson inviava un ringraziamento per la simpatia
profonda di pensiero dimostrata dal noto modernista nel- Uesporre le sue idee e
soggiungeva: « Questa sim- patia si dimostra sopratutto nelle ultime pagine,
dove voi indicate con poche parole la possibilita di svi- luppi ulteriori della
dottrina. lo stesso non direi in proposito altra cosa di ció che voi avete
detto. Non basta. Nella sua conferenza di Birmin- gham (3), in un discorso
tenuto a Parigi il 4 maggio 1912 (4) ed anche nelle sue recentissime conferenze
negli Stati Uniti, Bergson difese la tesi dell'immor- TONQUÉDEC a proposito
dell Evolution Créa- trice aveva pubblicato negli Ztudes uno studio : Comment
in- terpréter P ordre du monde, dove dimostrava che Bergson é mo-' nista ateo.
A quell'art. Bergson rispose con la lettera citata, che insieme ad un'altra
lettera del Bergson e ad un altro arti- colo del De Tonquédec: M. Bergson est -
il moniste 2 si trova ora nel volumetto dello stesso autore: Dieu dans
"Evolution créa- trice, avec deux lettres de M. Bergson, Beauchesne. Cfr.
LE ROY, La philos. Nouvelle. Questa conferenza fu pubblicata in lingua britannica,
lingua poco bergsoniana, in The Hibbert Journal col titolo: Life and
Consciousness, IL discorso fu tenuto dal Bergson per Piniziativa dell”as-
sociazione Foiet vie ed aveva per tema: L'áme et le corps. Ne talitá dell?
anima, considerandola quasi una conse- guenza legittima delle sue concezioni. e
Queste dichiarazioni del Bergson, cosi contrastanti. con un giudizio diffuso ed
autorevole; l'importanza che la sua filosofia e andata acquistando in questi
ul- timi anni e la questione molto dibattuta intorno al valore del metodo
intuizionistico, mi indussero a comporre questo saggio. 2 Nel quale ho cercato
innanzi tutto di tracciare a grandi linee le teorie bergsoniane, utilizzando
non solo le opere principali del pensatore francese, ma anche quasi tutti i
suoi articoli di rivista, i discorsi da lui recitati in diversi congressi, le
sue piú importanti di- scussioni alla Société francaise de philosophie, le pre-
fazioni da lui scritte a varii libri di altri autori, le sue conferenze,
parecchie sue lettere, alcune inter- viste, qualche: sunto dei suoi corsi al.
Collége de France, tutto insomma quello che mi fu dato di consultare.
Riassumere il pensiero di Bergson non e facile. L”apparente chiarezza
dell'espressione copre spesso idee oscure, che sembrano sciogliersi in qualche
cosa di impreciso, di vago, di fiuido. Se in qualche punto le mie
interpretazioni sono inesatte, ció mi sará perdonato, anche per il fatto che,
quando nel apparve un resoconto nel Temps e fu poi inte- gralmente pubblicata
nel periodico Fot et Vie Si vegga alla fine del volume, nell'appendice, la
bibliografia degli scritti di Bergson. Sono parole del Prezzolini in un
articolo della Voce: Bergson. 11 Prezzolini ad un dato punto parlando dell'oscuritá
di alcune pagine del Bergson, esclama: « Ah che di- sgrazia per chi vuole avere
delle idee chiare ! Binet apri un'inchiesta tra i professori di liceo della
Francia, per conoscere l'influenza della filosofia bergsoniana sul loro
insegnamento, le loro risposte furono tali, che in una seduta della Société
frangaise de philosophie Bergson protestó vivacemente. Nelle tesi che quei
professori gli attribuirono, egli non riconosceva nulla di ció che aveva
pensato, insegnato o scritto! (1). lo spero pero di essere stato un espositore
coscienzioso e fedele: alla doverosa lealtá di un avversario onesto, nulla puó
tornare tanto doloroso, quanto il sapere d'aver tradito, sia pure senza colpa,
il pensiero di colui che si combatte. Ponendomi poi dal punto di vista della
Neoscola- stica, e tenendo conto degli studii critici pia notevoli e
specialmente dei lavori degli scrittori cattolici, ho mostrato gli errori e le
contraddizioni di questa filo- sofia nuova. Ma — sará bene avvertirlo fin d'ora
— lo non ho potuto appagarmi d'una critica negativa e demolitrice, poiche lo
studioso di filosofia non deve essere mai un Attila che non lascia crescere
filo di erba, dove si posa la zampa del suo cavallo ; ma deve essere un medico,
il quale esamina un organismo e procura di distruggerne i microbi dannosi ed ¡
bacilli, per rendergli possibile un ulteriore sviluppo. Anche il Farges osserva
giustamente che non vi sono sol- tanto teorie false in Bergson, ma che vi si
trovano anche idee buone ed eccellenti, che egli e felice di rilevare e di
notare (2). Queste idee buone ed ec- cellenti ho cercato di organizzarle nella
mia conce- Cfr. Bulletin de la Société fran;aise de philosop.FARGES, Za
Philosophie de M. Bergson, Bonne Presse. anche BAEUMKER in Philosophische Jahr-
MN A zione filosofica, poiché ho la convinzione che la filo- sofia ¿ e non puó
non essere sistematica. La seconda parte di questo libro rappresenta dunque il
cozzo di due sistemi. Ed a chi fosse tentato di ab- bozzare un facile sorriso e
di obiettare a priori che il medioevo, ossia un passato morto e putrefatto, non
puó competere con un presente fresco di vitalitá e di energle, porgo l'invito
di leggermi senza pre- gludizil: forse il suo disprezzo cesserá o almeno su-
bira una sensibile diminuzione. Prego poi il lettore a ricordarsi che il mio e
un tentativo modesto, che va riguardato con l'occhio indulgente, col quale $
doveroso esaminare il primo tentativo d'un giovane. Saro ben grato a tutti, e
specte agli amici della Neoscolastica, se vorranno rivol- germi le loro
osservazioni, persuaso come sono che, solamente con la critica schietta fra
noi, potremo divenire soldati meno indegni dell'idea grande che difendiamo, ed
alla quale siamo fieri di consacrare con animo lieto la nostra giovinezza e la
nostra vita. Ho dedicato il volume al P. Dott. Agostino Ge- melli: questo nome,
tanto caro ai cattolici italiani, rispettato anche da molti avversari sereni,
gioverda, spero, a far dimenticare le imperfezioni di queste pagine ed a
ricordare a tutti la bellezza dell'ideale, che ci canta in cuore. FRANCESCO OLGIATI. Milano, buch
(25B., Heft 1, pag. 10): Ueber die Philosophie von H. Berg- son; GRIVET in
£tudes, BAINVEL in Revue pratique d'apologétique; TAVERNIER nel! Univers, etc.
Esposizione della filosofia bergsoniana La teoria della durata reale della
coscienza Nella conferenza tenuta al Congresso internazionale di filosofia in
Bologna, il 10 aprile 1911, Enrico Berg- son osservava che un sistema
filosofico sembra dap- prima elevarsi come un edificio completo, d'una
architettura sapiente, dove sono state prese disposi- zioni, perché vi si
possano alloggiare tutti i problemi. Ma a misura che noi cerchiamo di
collocarci maggior- mente nel pensiero del filosofo, invece di girargli at-
torno, ci accorgiamo subito che la sua dottrina si trasfigura. La complicazione
comincia a diminuire, poi le parti entrano le une nelle altre, infine tutto si
rac- coglie in un punto unico, al quale sentiamo che po- tremmo avvicinarci
sempre piú, benché sia impossibile raggiungerlo. In questo punto c*é qualcosa
di semplice, d'infinitamente semplice, di si straordinariamente sem- plice, che
il filosofo non € mai riuscito a dirlo. Ed € per questo che egli ha parlato
tutta la sua vita. Anche attraverso alla svariata ricchezza del pen- siero
bergsoniano, é facile scorgere una intuizione in- divisibile, un principio di
unitá organica. La filosofia BERGSON: L?2mtustion philosophique in .Revue de
méta- Dbhys. et de moraleEsposizione della filosofia bergsoniana di Bergson e
una filosofia della durata (1). Ed in- fatti tale fu il punto di partenza della
sua riflessione originale. Criticando l'idea che la fisica e la mecca- nica si
fanno del tempo, cercando il concreto sotto le astrazioni matematiche (2), egli
giunse, nel sorriso dei suoi vent'anni, a questa teoria della durata reale, che
dal Papini fu chiamata la sua scoperta. Essa € la sorgente del metodo
intuizionistico; é la chiave che servirá al suo autore per risolvere i pro-
blemi della libertá e dei rapporti tra lo spirito ed il corpo; e la nozione,
che trasportata nella natura vi- vente, lo fará arrivare all'idea dello slancio
vitale. Gli ammiratori di Bergson dicono che dall'Essai sur les données
immédiates de la conscience all” Évo- lution Créatrice, il suo pensiero, con un
progresso ar- monioso che dá l'impressione d'una bella frase musi- cale, si €
sviluppato in un movimento che non comporta evoluzioni divergenti (5); delle
molteplici forme di questo sviluppo, la durata reale e il prin- cipio semplice,
inesauribilmente fecondo, che il lin- guaggio, coi dettagli che si aggiungono
ai dettagli e che compongono una approssimazione crescente, non riesce mai a
comunicarci a perfezione (6). E quindi necessario incominciare l'esposizione
del bergsonismo da questa idea direttrice, in quanto ri- ROY: Une philosophie
nouvelle, pag. 200. (2) Cfr. la lettera di Bergson del ro luglio 1905 al
direttore della Revue philosophique in Rev. phil. 1905, 2% Sem.,' p. 229. In
essa il Bergson difende anche come scoperta sua la nozione della durata. Cfr. GILLOUINCTE MOD. GASTON RAGEOT in Revue
philosophique, luglio rg1o,pag. 84, nella recensione dell Evolution créatrice.
BERGSON: Préface a Gabriel Tarde, introduction et pages choisies par ses fils,
pag. s. La teoria della durata reale della coscienza 5 guarda la coscienza
individuale; tanto piú che, se- condo alcuni, essa ha rinnovato profondamente
l'antica massima Conosct te stesso, che da Socrate in poi fu sempre il
programma della filosofia Se io, dice Bergson, faccio scorrere sulla mia per-
sona lo sguardo interiore della mia coscienza, scorgo dapprima, come una crosta
fatta solida alla superficie, tutte le percezioni che le giungono dal mondo
mate- riale. Queste percezioni sono nette, distinte, sovrap- poste o
sovrapponibili le une alle altre; esse cercano di aggrupparsi in oggetti.
Scorgo poi dei ricordi piú o meno aderenti a queste percezioni e che servono ad
interpretarle: sono ricordi che si sono come staccati dal fondo della mia
persona, attirati alla periferia dalle percezioni che loro somigliano e che si
son posati su me, senza essere assolutamente me stesso. E final- mente sento
manifestarsi delle tendenze, delle abitu- dini motrici, ed una moltitudine di
azioni virtuali piú o meno solidamente legate a quelle percezioni ed a quei
ricordi. Tutti questi elementi dalle forme ben defínite mi sembrano tanto piú
distinti da me, quanto piú son distinti gli uni dagli altri. Orientati dal di
dentro verso il di fuori, costituiscono, riuniti, la superficie di una sfera,
che tende ad allargarsi e a perdersi nel mondo esterno (2). Ma non bisogna
fermarsi a questi cristalli ben ta- gliati a questa superficie, dove le nostre
idee galleggiano come foglie morte sull'acqua d'uno stagno (3); biso- LE ROY. BERGSON: Introduction á la
Métaphysique, trad. Italiana BERGSON : Essai sur les données immédiates de la
con- science, pag. 103. 6 Esposizione
della filosofia bergsoniana gna scendere piú giú, nelle profondita dell'essere,
nella secreta intimitá di queste tenebre feconde, dove zam- pillano le sorgenti
della coscienza. E qui soltanto, che si puó cogliere la persona nella sua
freschezza, nella sua originalita, nel suo ritmo vivente, nel suo palpito
intenso, nel suo murmure fievole, nel suo scorrere ininterrotto attraverso il
tempo. Quando io percepisco me stesso interiormente, profondamente, constato
che ¡o passo da uno stato all'altro. La mia esistenza viene alternatamente co-
lorata da senzazioni, da sentimenti, da volizioni, da rappresentazioni: in una parola,
io cangio senza posa. Non basta. Un leggiero sforzo di attenzione mi ri- vela
che uno stato interno qualsiasi non € mai simile ad un pezzo di marmo, ma si
modifica ad ogni mo- mento. Perfino la percezione visuale di un oggetto
esteriore immobile non si conserva mai uguale in due momenti successivi: la
visione che ne ho, differisce da quella che ne avevo or ora, se non altro
perché si € invecchiata di un istante ed al sentimento pre- sente sié aggiunto
il ricordo dei sentimenti passati (2). Ogni stato d'animo, avanzandosi sulla
via del tempo, si gonfia continuamente della durata che esso accu- mula, e fa,
per cosi dire, una palla di neve con sé stesso. Il cangiamento perció non
risiede nel passaggio da uno stato all'altro; lo stato stesso é gia
cangiamento. Vale a dire che non c'e differenza essenziale tra il passare da
uno stato ad un altro ed il persistere in un medesimo stato. Il passaggio
dall*uno all'altro stato rassomiglia ad uno stesso stato che si prolunga; la
transizione € continua. BERGSON : Evolution créatrice Z6td., pag. 1-2 e Introd. dá la Métaph.,
trad. ital. Evol. cr. La teoria della durata reale
della coscienza 7 Il male é che io chiudo spesso gli occhi su questa variazione
perenne e non vi faccio caso, finché e di- venuta cos] considerevole, da
imporsi all'attenzione e da illudermi che uno stato nuovo si e aggiunto al
precedente. É appunto per questo che io credo alla discontinuita della vita
psicologica, e, dove non c'e che un pendio dolce, mi sembra di percepire i gra-
dini di una scalinata. Ma é un'apparenza fallace; il mio spirito non € mai
qualche cosa di fatto, ma si fa incessantemente; esso é un perpetuo divenire.
Anche ¡ mille incidenti imprevisti che sorgono e pare non ab- biano nessuna
relazione con ció che li precede o che li segue, simili a colpi di timballo che
squillano qua e la nella sinfonia, sono portati dalla massa fluida della mia
esistenza psicologica tutt'intera. Ciascuno di essi non é che il punto meglio
rischiarato d'una zona che si muove e che comprende tutto ció che io sento,
penso, voglio, tutto ció infine che sono in un dato momento (2). Gli stati di
coscienza quindi non sono elementi distinti, non costituiscono stati multipli,
se non quando li ho passati e mi volgo indietro per os- servarne la traccia.
Mentre li provo, sono cos] solida- mente organizzati, cosi profondamente
animati da una vita comune, che io non avrei potuto dire dove finisce uno
qualunque di essi e dove l'altro comincia. In realtá nessun di loro né comincia
né finisce, ma tutti si pro- lungano, si continuano gli uni negli altri in uno
scor- rimento senza fine (3), in un zampillare ininterrotto di novitáa,
ciascuna delle quali non é ancora sorta per fare il presente, che giá ha
indietreggiato nel passato. Zntrod. a la Métaph., trad. ital. Evol. cr., pag.
so. 8 ' Esposizione della filosofia bergsoniana Il presente! Che cos'é per me
il momento presente ? La proprietáa del tempo é di scorrere; il tempo gia
scorso é il passato ed io chiamo presente l'istante nel quale scorre. Ma qui
non puód esservi questione d'un istante matematico. Senza dubbio, c'é un
presente ideale, puramente concepito, limite indivisibile che separerebbe il
passato dallavvenire. Ma il presente reale, concreto, vissuto, occupa
necessariamente una durata. Ov'2 dunque situata questa durata? É al di qua o al
di lá del punto matematico, che io deter- mino idealmente, quando ¡o penso
all'istante presente? É troppo evidente che essa € al di qua e al di lá ad un
tempo e che ció, che io chiamo il mio presente, si distente in una volta sul
mio passato e sul mio avvenire. La durata é appunto il progresso con- tinuo del
passato, che morde l'avvenire, e che pro- cedendo si aumenta. Poiché il passato
s'accresce con- tinuamente, automaticamente si conserva, ed a mia insaputa mi
accompagna. Tutto questo sará dimo- strato nella teoria della memoria e si
vedrá allora che ciascuno di noi trascina dietro a sé tutto il peso della sua
vita psicologica anteriore. Ció che io ho pensato, sentito, vissuto dalla prima
infanzia in poi, e lá chi- nato sul presente, come la madre sul suo figliuolo,
e si rotola, si avvolge su sé stesso nell'impulso indi- visibile che mi
comunica. lo lo chiamo il mio carat- tere, quel carattere che mi assiste in
tutte le mie decisioni e che mi ricorda che il mio passato esiste per me piú
ancora del mondo esterno, di cui non percepisco che una piccolissima parte,
mentre al con- BERGSON: Matiére et Mémotre, Cfr. anche BERGSON: La perception du
changement, 2* conferenza di Ox- ford, €
BERGSON: Life and consciousness in The Hibbert Journal, . Évol. cr. La teoria
della durata reale della coscienza 9 trario utilizzo sempre la totalita della
mia esperienza vissuta. Conservando il passato, la mia persona progredisce,
cresce, matura continuamente. Ciascuno dei suoi momenti é del nuovo, che si
aggiunge a ció che vi era dapprima; sopratutto nell'azione libera, nell”atto
del volere, io comprendo che la durata é inven- zione ed elaborazione creatrice
dell” assolutamente nuovo. Cos1, quando con un vigoroso sforzo d'astrazione, la
coscienza si isola dal mondo esterno e cerca di ri- divenire sé stessa, le
diverse parti dell'essere en- trano le une nelle altre, e la mia personalitáa
tutta intera si concentra in un punto o meglio in una punta, che s'inserisce
nell?avvenire, intaccandolo senza posa. La durata non ha dunque nulla di
ineffabile e di mi- sterioso, ma e la cosa piú chiara del mondo (6); in essa la
coscienza si conosce nella sua essenza e coglie assolutamente sé stessa Matiére
et Mém. . Essai Évol. cr., Perception du chang., Conf. . Cfr. la lettera gia citata
del BERGSON in The journal of phylosophy, psychology and scientific methods. -
Nell Introd. € la Métaph. (trad. ital.), Bergson cerca
di suggerire il sentimento della durata per mezzo di immagini. Eglila paragona
allo svolgersi ed allarrotolarsi di un rotolo, ad uno specchio dalle mille
sfumature con degradazioni insensibili, che ci fanno passare da una tinta
all'altra e attraverso le quali passa una corrente di sentimento; ad un
elastico infinitamente piccolo che si allunga e si distende. Pur difendendo
Putilitá delle immagini per darci la intuizione della durata, ne mostra anche
Pincompletezza e l'in- sufficienza. 10 Esposizione della filosofia bergsoniana
Chi é riuscito a darsi il sentimento originale, 1'in- tuizione della durata
costitutiva del suo essere, si accorge subito che questa € una continuitá
dinamica, semplice ed indivisa. La durata tutta pura é la forma che prende la
successione dei nostri stati di coscienza, quando l'io si lascia vivere e si
astiene dallo stabi- lire una separazione tra lo stato presente e gli stati
anteriori. Non é necessario per questo che esso si assorba interamente nella
sensazione o nell'idea che passa, poiché allora, al contrario, cesserebbe di
durare. Non € nemmeno necessario dimenticare gli stati an- teriori; basta che
ricordandoli, non li giustapponga allo stato attuale come un punto ad un altro
punto, ma li organizzi con quest'ultimo, come succede quando ci richiamiamo,
fuse per cosi dire insieme, le note di una melodia. Non si potrebbe forse dire
che, benché queste note si succedano, noi tuttavia le percepiamo le une nelle
altre e che il loro insieme e paragonabile ad un essere vivente, le cui parti,
benché distinte, si penetrano per l'effetto stesso della loro solida- rieta?
(1) Tale € precisamente la durata; é succes- sione senza la distinzione, é una
penetrazione mutua, un organizzazione intima di elementi, ciascuno dei quali é rappresentativo
del tutto e non se ne distingue e non se ne isola, che per un pensiero capace
di astrarre (2). Quando perció io parlo di sensazioni, di tappresentazioni, di
volizioni, e concepisco, 1'unitá vivente della coscienza come un aggruppamento
di stati distinti e giustapposti ; quando solidifico la flui- dita della mia
vita psicologica e la sbocconcello in Essaz Z6., E Le La teoria della durata
reale della coscienza 11 istati, come una commedia in scene (1); io altero con
simboli figurativi e con una deformazione artificiale la realtáa concreta
dell'io. La quale € simile alla figura che un artista di genio dipinge sulla
tela: io posso certo imitare quel quadro con piccoli quadratelli di mosaico
multicolori, e quanto piú questi saranno pic- coli, numerosi, variati,
altrettanto meglio riprodurro le curve e le sfumature del modello. Ma come
quella figura dipinta non é una giustaposizione di piccoli quadratelli, cosi la
mia vita interna non é una com- posizione di stati, ma é qualche cosa di
semplice e di uno, nella sua eterogeneitá qualitativa (2). Siccome poi il
passato sopravvive, € impossibile che una coscienza traversi due volte lo
stesso stato. Le circostanze possono ben essere le stesse, ma non agi- scono
piú sulla medesima persona, perché la prendono ad un nuovo momento della sua
storia (3). Non vi sono due momenti identici nel medesimo essere co- sciente,
poiché il momento seguente contiene sempre, oltre il precedente, il ricordo che
questo gli ha la- sciato. Una coscienza che avesse due momenti iden- tici
sarebbe una coscienza senza memoria, perirebbe e e rinascerebbe continuamente,
sarebbe in altre parole Pincoscienza (4). La durata reale morde e lascia nelle
cose l'impronta del suo dente; é quindi una cor- rente che non si pub risalire
(6); insomma é irrever- sibile. La sua legge fondamentale € di non ripetersi BERGSON: Le
souvenir du présent et la fausse reconnais- sance in Revue philosophique,. Cfr.
Évol. cr., Zb1d., pag. 6- (4) ZIntrod. á
la Mét., trad. ital., Evol. cr. Esposizione della filosofia bergsoniana giammai;
cessare di cambiare, sarebbe cessare di vi- vere (1). Essa € anche
imprevedibile. Nel suo progresso in- timo c'é incommensurabilitá tra ció che
precede e ció che segue; il mio stato attuale si spiega, é vero, con ció che vi
era in me e con ció che or ora agiva su di me: io non vi troverel altri
elementi, analizzan- dolo. Ma un'intelligenza, anche sovrumana, non avrebbe
potuto prevedere la forma semplice che a questi elementi astratti (i quali non
hanno nemmeno un'esistenza reale) vien data dalla loro organizzazione concreta.
Poiché prevedere consiste nel proiettare nel- l'avvenire ció che si € percepito
nel passato o nel rap- presentarsi per piú tardi un nuovo aggregamento, in un
altro ordine, di elementi gia percepiti. Ma ció che non é mai stato percepito e
ció che e nello stesso tempo semplice, é necessariamente imprevedibile. Ora,
tale é il caso di ciascuno dei nostri stati, riguardato come un momento di una
storia che si svolge. Esso é semplice e non pud essere giá percepito, poiché
concentra nella sua indivisibilitá tutto il percepito con, in piú, ció che il
presente vi aggiunge. É un momento originale di una storia non meno originale
(3). Cosi, per portare un esempio, quando un ritratto € finito, lo si spiega
con la fisionomia del modello, con la natura dell'artista, coi colori
stemperati sulla tavolozza; ma anche con la conoscenza di tutto questo,
nessuno, nemmeno Partista, avrebbe potuto prevedere quale BERGSON : Le rire,
pag. 32. Per Bergson, se cosi e lecito esprimere il suo pensiero, Pattendere la
ripetizione di uno stesso stato di coscienza € un'ingenuitá peggiore ancora di
quella di una certa signora che l'astronomo Cassini aveva invitata ad assistere
ad un*eclisse di luna e che, arrivata in ritardo, esclamo: il signor Cassini
vorrá bene ricominciare per me. Cfr. Le rire, » Evol. cr.. Zbid., Essat, . sarebbe stato il ritratto (1).
L'ingegno stesso del pit- tore si modifica sotto l'influenza dell?opera che
pro- duce, poiché ogni invenzione, man mano che viene realizzandosi, reagisce
sull'idea e sullo schema, che essa era destinata ad esprimere. Tutto questo si
verifica in quella creazione inventiva che é la nostra durata. La quale perció,
a chi, con uno sforzo di intui- zione diretta, cerca di penetrarla nella sua
realtá e nella sua ricchezza interiore, si manifesta come va- rietá di qualitá,
continuitá di progresso, unitá di dire- zione (3), dove in una semplicita
indivisa, irreversi- bile, imprevedibile, il passato si conserva e si crea
Pavvenire. Purtroppo contro questa concezione elevano le piú fiere proteste la
scienza, il senso comune, la filosofía. Protesta la psicofisica, che non solo
attribuisce agli stati interni un esistenza distinta e separata, ma pre- tende
persino di misurarli. Protesta la psicofisiologia, che nella danza degli atomi
cerebrali crede di aver scoperto lunitá di misura di tutti 1 fenomeni psicolo-
gici. Protesta il senso comune, che ha sempre rite- tenuto che molti fossero
gli stati di coscienza ed anzi li va enumerando, e che ad ogni modo si appella
al tempo della fisica e della meccanica, che permette di dividerli e di calcolarne
la lunghezza. Protesta 1'asso- ciazionismo che si ¿ sempre immaginato le idee e
le rappresentazioni come uno sciame di piccoli corpuscoli BERGSON: Z effort
intellectuel in Revue philosophique, . Zntrod. dá la Mét. Esposizione della
filosofia bergsoniana A O MI e AN solidi, mossi in ognisenso con estrema
velocitá, che talvolta si uniscono insieme per produrre un'unita si- mile a
quella che ci é data dagli elementi di un composto chimico. Ed infine molti
altri protesteranno in tutte le varie questioni, che saranno sollevate. Contro
questo esercito di nemici, di diverse nazio. nalitá, ma concordi nel muovere
battaglia alla teoria della durata reale, Bergson scende in campo e affronta la
lotta. IL I nemici della durata reale La psicologia moderna, sopratutto sotto
l'influenza di Kant, é tormentata dalla preoccupazione di stabi- lire che noi
deformiamo la realtá, poiché percepiamo le cose esterne mediante le forme
soggettive, dovuté alla nostra costituzione. Bergson invece ha la persuasione
tutta opposta : egli € convinto che gli stati di coscienza, che noi cre- diamo
di cogliere direttamente, portano il segno vi- sibile di certe forme del mondo
esteriore. Ed € venuto a questo risultato, esaminando i varii nemici della
teoria esposta : poiché essi, invece di contem- plare l'io nella sua purezza
originale, guardano la du- rata interna attraverso lo spazio esteso,
sostituendo cos] alleterogeneitá qualitativa l'omogeneita di simboli
quantitativi, al flusso perenne della successione i punti fissi della
simultaneita. La psicofisica. Ecco dapprima i psicofisici, i quali ci
assicurano che una sensazione pud essere due, tre, quattro volte pid Essaz
Esposizione della filosofia bergsoniana intensa d*un'altra; anche i loro
avversari non vedono del resto nessun inconveniente nel parlare d*uno sforzo
piú grande d'un altro sforzo, e a porre cosl differenze di quantitá tra gli
stati puramente interni. ll senso comune d'altra parte si pronuncia senza
esitazione su questo punto. Si dice che si ha piú o meno caldo; che si é piú o
meno tristi, e questa distinzione del piú e del meno, anche quando la si
prolunga nella regione dei fatti soggettivi e delle cose inestese, non sorprende
nessuno. E superfluo osservare che tutto ció 8 incompatibile con la realtá
della durata. Questa, non presentando se non fenomeni che si intrecciano e si
inseriscono gli uni negli altri nella fluiditáa d'un cangiamento inin-
terrotto, si ribella ad uno spezzettamento artificiale. Ma, anche prescindendo
per ora da questo fatto, noi vedremo che la vita reale della coscienza e pura-
mente qualitativa e perció esclude dal suo campo ogni grandezza, intensiva o
estensiva che sia. Fu questa la prima battaglia del Bergson. La sua tesi di
dottorato, 1” Essai sur les données immédiates de la conscience, si inizia
appunto con la critica del concetto dell'intensitá psichica (critica, che
secondo Guido Villa (2), € la piú acuta che si sia fatta ai nostri tempi) e con
una confutazione della psicofisica.Nessuno pud negare — dice il Bergson — che
uno stato psicologico abbia una intensitá. La questione e semplicemente di
sapere se questa intensitaá sia una grandezza. Essaz VILLA: La psicologia
contemporanea, Bocca BERGSON : Le parallélisme psycho-physique et la Mé-
taphysique positive in Bulletin de la Société frangaise de philosophie, Séance
2 Mat I nemici della durata reale 17 Consideriamo ad esempio i sentimenti
profondi del- l'animo. In che cosa consiste la loro intensitá ? Se bene si
osserva, essa si riduce ad una certa qualitá o sfumatura, di cui si colora una
massa piú o meno considerevole di stati psichici. Un oscuro desiderio e
divenuto ad esempio una passione profonda. La sua de- bole intensitá consisteva
in ció, che esso vi sembrava isolato e come straniero a tutto il resto della
vostra vita interna. Ma a poco a poco esso ha penetrato un pid gran numero di
elementi psichici, tingendoli per cos dire del suo proprio colore; ed ecco che
il vostro punto di vista sull'insieme delle cose vi sembra ora cangiato. Tutte
le vostre sensazioni, tutte le vostre idee hanno riacquistato una freschezza
tale, che vi dá l'impressione di una novella infanzia. É un can- giamento di
qualitá che € avvenuto, non di gran- dezza (1). Questo lo si ripeta anche delle
grandi gioie, delle tristezze sentite, delle emozioni estetiche, dei senti-
menti morali, di tutti insomma gli stati profondi dell”anima : il loro
aumentare corrisponde ad una ricchezza crescente, ad un progresso puramente
qualitativo. Si dirá forse che questi stati sono rari, e che bisogna studiare
anche gli altri fenomeni che avven- gono in noi. Ebbene, trasportiamoci pure
all'estremita opposta della serie dei fatti psicologici. Se c'é un fe- nomeno
che sembra presentarsi immediatamente alla coscienza sotto forma di quantitá o
almeno di gran- dezza, é senza dubbio lo sforzo muscolare. Ci sembra che la
forza psichica, imprigionata nell”anima come i venti nell'antro di Eolo,
attenda solamente un*occa- sione per slanciarsi fuori; la volonta
sorveglierebbe Essaz, . F. O. 2
Esposizione della filosofia bergsoniana questa forza, e di tempo in tempo le
aprirebbe una uscita. Eppure, se noi ricerchiamo attentamente in che consiste
davvero la percezione dell'intensitá di uno sforzo, ci persuaderemo che quanto
piú questo ci fa Peffetto di crescere, tanto piú aumenta il numero dei muscoli
che si contraggono simpaticamente e che esso si riduce in realtá alla
percezione d'una pid grande superficie del corpo, che si interessa all*opera-
zione. Provate ad es. a chiudere il pugno sempre di pid. Vi sembra che la
sensazione di sforzo, tutta intiera loca- lizzata nella vostra mano, passa
successivamente per grandezze differenti. In realtá la vostra mano prova sempre
la stessa cosa. Solamente la sensazione, che vi era localizzata, ha invaso il
vostro braccio, € risa- lita fino alla spalla ; finalmente 1'altro braccio si
irri- gidisce, le due gambe l'imitano, la respirazione si ar- resta e via
dicendo. Voi credevate che si trattasse di una stato di coscienza unico, che
variava di gran- dezza; invece no: anche qui c'é un progresso quali- tativo,
una complessitá crescente, confusamente per- cepita (1). II che si verifica
anche negli stati intermediari, vale a dire nei fenomeni dell'attenzione, nei
desideri acuti, nelle collere scatenate, nell'amore appassionato, nell*odio
violento. Veniamo da ultimo alle sensazioni, la cui intensitá varia come la
causa esteriore, della quale esse sono considerate l"equivalente
cosciente: come spiegare l'in- vasione della quantitá in un effetto inesteso e
questa volta indivisibile? Per
rispondere a questa questione bisogna dapprima distinguere tra sensazioni
affettive e sensazioni rap- presentative. Nelle prime, allo stato interno, che
€ I nemici della durata reale 19 pura qualitá, sono sempre congiunti mille
piccoli mo- vimenti di reazione, che esse provocano nel nostro corpo. É di
questa reazione che noi teniamo conto nell?apprezzare l'intensitá di quelle
sensazioni e nel- l'interpretare come differenza di grandezza una diffe- renza
di qualita. Nelle seconde un'esperienza di tutti gli istanti ci mostra che una
sfumatura determinata risponde ad un determinato valore di eccitazione. Noi
associamo cosi ad una certa qualitá dell'effetto l'idea di una certa quantitá
della causa, poniamo questa in quella, ed in tal modo !'intensita, che prima
non era che una certa sfumatura della sensazione, diventa una gran- dezza.
Nelle une e nelle altre si forma quindi un compro- messo tra la qualitá pura,
che € il fatto di coscienza, e la pura quantitá, che € necessariamente spazio:
a questo compromesso vien dato il nome di intensita, concetto bastardo, che ci
fa dimenticare che se la grandezza, fuori di noi, non é mai intensiva, l'inten-
sitá, dentro di noi, non e mai grandezza. Per non aver compreso questo, i
filosofi hanno do- vuto distinguere due specie di quantita, luna: esten- siva,
l'altra intensiva, senza giammai riuscire a spiegare ció che esse avevano di
comune, né come si possa adoperare, per cose cosl dissimili, le stesse parole «
crescere » e « diminuire ». Con ció stesso essi sono responsabili delle
esagerazioni della psicofisica ; poiché dal momento che si riconosce alla
sensazione la fa- coltá di crescere, ci si invita anche a cercare di quanto
essa cresce. Ed e ció che fu tentato da Fechner. Questi, par- tendo da una
legge di Weber, affermava un rapporto Esposizione della filosofia bergsoniana
costante tra la quantitá dell'eccitazione e l”accresci- mento della sensazione.
Noi non solleveremo nessuna difficoltá sull'esistenza probabile di una simile
legge: ma contestiamo, e qui fu l'errore di Fechner, che si possa introdurre la
misura in psicologia e che tra due sensazioni successive S e S' vi sia un
intervallo, una differenza di grandezza, e non gia un semplice pas- saggio (1).
Non si puó misurare se non ció che é omogeneo ; ora che cosa c'é d'omogeneo tra
due sensazioni? Ab- biamo provato che l'intensita di qualsiasi stato psico-
logico non é una grandezza, ma solo una qualitá ; se quindi da due sensazioni
eliminiamo le loro differenze qualitative, non ci restera un fondo identico,
una unitá elementare ed eguale, ma ci resta nulla, asso- lutamente nulla (2).
Fechner non giudicó insormontabile questa diffi- colta; egli si illuse di aver
scoperto il fondo comune nelle differenze minime della sensazione, che corri-
spondono al piú piccolo accrescimento percettibile dell'eccitazione esteriore.
Si raffiguró quindi la sensa- zlone come un processo continuativo, unilineare,
omo- geneo; S' € la somma di S con la differenza minima, come d'altra parte S
fu ottenuta coll”addizione delle differenze minime che si traversarono prima di
rag- giungerla. In tutto questo c'é il postulato indimostrato e falso che il
passaggio da S a S' sia paragonabile ad una differenza aritmetica, sia una
realtá ed una quantita. Ora, non solo non si saprebbe dire in che senso questo
passaggio é una quantitá, ma, se si riflette, si capisce subito che non €
nemmeno una realta. EA q . PERS I nemici della durata reale 21 Di reale non vi
sono che gli stati S e S', che non sono dei numeri, non sono una somma di
unita, ma sono stati semplici tra i quali c'é una differenza analoga a quella
delle sfumature dell'arcobaleno e non un intervallo di grandezza. Possiamo
quindi dire che non c'é contatto tra l'ine- steso e l'esteso, tra la quantitá e
la qualita. Si puó interpretare l'una con l'altra, erigere ¡”una in equi-
valente dell'altra; ma presto o tardi, al principio o alla fine, bisognerá
riconoscere il carattere convenzio- nale di questa assimilazione. La
psico-fisiologia. L?illecita intrusione della quantitá nel regno della qualitá
condusse gli scienziati all”altra ipotesi del pa- rallelismo psico-fisiologico,
che ammette un*equiva- lenza perfetta tra la vita della nostra coscienza e la
danza degli atomi cerebrali. Questa concezione, secondo Bergson, non solo non
ha nemmeno un senso intelligibile quando si tratta della fluida mobi- lita
degli stati psicologici profondi; ma é falsa anche per i fenomeni del nostro io
superficiale. Non si pud dire assolutamente che i movimenti omogenei degli
atomi del cervello siano la traduzione integrale degli stati interni. Egli
svolse questa tesi in due discorsi, il primo tenuto alla Société frangaise de
philosophie, il secondo pronunciato a Ginevra al congresso di filosofia. lo
sono interamente convinto — cosl Bergson enun- ciava il suo pensiero agli
illustri della Societá francese BERGSON: Le parallelisme psycho-physigue etc.
Esposizione della filosofia bergsoniana HA E NE di filosofia (1) — che tra il
fatto psicologico e 1'atti- vita cerebrale c'é una certa relazione, una
corrispon- denza di un certo genere, ma non esiste in nessun modo un
parallelismo rigoroso. Posto un fatto psico- logico, voi determinate senza
dubbio lo stato cerebrale concomitante ; ma la reciproca non e necessariamente
vera, poiché questa attivitá cerebrale puó essere iden- tica per pensieri tutto
affatto diversi. Ritengo perció falsa la tesi del parallelismo, che potrebbe
essere for= mulata cosl: posto uno stato cerebrale, segue uno stato psicologico
determinato. O ancora: un'intelligenza sovrumana, che assistesse alla danza
degli atomi di cui é fatto il cervello umano e che avesse la chiave della
psico-fisiologia, potrebbe leggere in un cervello che lavora, tutto ció che
avviene nella coscienza cor- rispondente. O infine: la coscienza non dice nulla
di piú di ció che si fa nel cervello, ma l'esprime solo in un'altra lingua. Chi
volesse fare la storia della questione, dovrebbe riconoscere che l'idea d'una
corrispondenza tra il mo- rale e il fisico rimonta alla pid alta antichitá, ma
non gia l'idea del paralelismo. Il senso comune ha sempre pensato alla prima
cosa, non ha mai ammesso la se- conda, che altro non € se non un'ipotesi
filosofica di origine spinozista e leibniziana, che data dal giorno in cui si €
creduto al meccanismo universale, e che gia era implicitamente contenuta nel
sistema di Descartes. I successori di quest'ultimo, spingendo alle estreme
conseguenze le idee del maestro, hanno creduto ad una scienza unica della
natura, ad una grande mate- matica, capace di tutto abbracciare. Per non
rompere Riassumo le idee espresse da
BERGSON in quella discus- sione: cír. Bulletin de la Societé Frangaise de
Philosophte: Le parallelisme Psychophysique et la metaphy- sigue positive, l
nemici della durata reale 23 questo concatenamento rigoroso di cause e di
effetti, parlarono di parallelismo tra il psichico ed il fisico. Per
l'intermediario poi dei medici filosofi del sec. xvIHn, quella teoria € passata
nella psicofisiologia del nostro tempo. La quale fa benissimo a procedere nelle
sue ricerche come se dovesse un giorno darci la tradu- zione fisiologica
integrale dell'attivitá psicologica, ma dovrebbe ricordarsi sempre che questo é
un'utile re- gola metodologica e nulla piú. Invece gli scienziati la erigono in
una affermazione dogmatica, e la mutano in una ipotesi metafísica, alla quale
incombe di stretta glustizia l'onus probandi e che sarebbe distrutta ¿pso
facto, se i fatti le fossero contrari. Orbene, “questo parallelismo
psico-fisiologico non fu mai dimostrato : nessuno ha finora portato una prova
che ce lo imponesse o che ce lo suggerisse. E non appellatevi - replicava
Bergson ad un obiettante - non appellatevi ai progressi futuri della scienza :
non solo perché sarebbe questo un procedere poco scientifico, ma anche perché
io fondo la negazione del paralle- lismo non su considerazioni negative, ma con
una tesi positiva suscettibile di miglioramento e di verift- cazione
progressiva. Il metodo da seguire non é quello dell'antico spi- ritualismo, che
per ribattere i suoi avversari si rin- chiudeva come in una fortezza nelle
facoltá superiori dello spirito, proprie ed essenziali all'uomo. Con questa
tattica di combattimento lo spiritualismo sembrava ar- bitrario ed era
infecondo. Sembrava arbitrario, perché gli oppositori potevano sempre
obiettargli che la differenza constatata tra il psichico e il fisico derivava
semplicemente da ció, che esso considerava la materia nelle sue forme piú
rudimentali e lo spirito nei suoi stati piú perfetti; ma che se si prende la
materia al grado di complessitá e di mobilitá ove imita certi ca- ratteri della
coscienza, e la coscienza ad un grado di 24 Esposizione della filosofia
bergsoniana semplicitá e di stabilitá ove partecipa dell'inerzia della materia,
si riesce senza pena a farle coincidere. Era anche infecondo, poiché si
limitava a considerare i termini estremi e a dichiarare che lo spirito e
irridut- tibile alla materia. Ora una dichiarazione di questo genere puú essere
vera (essa dé vera, a mio gludizio), ma non si guadagna nulla a constatare che
quei due concetti di spirito e di materia sono esteriori 1”uno all'altro. Si
potranno fare invece scoperte importanti, se ci si pone nel punto ove i due
concetti si toccano, alla loro frontiera comune, per studiare la forma e la
natura del contatto. A questo lavoro lungo e difficile io - continua Bergson -
ho invitati i filosofi nel mio Matiére el Mémoire. Nel fatto cerebrale
determinato e localizzato, che condiziona una certa funzione della parola, ho
consi- derato le manifestazioni della materia nella loro forma piú complessa,
nel punto ove rasentano l'attivita dello spirito. Nel ricordo del suono delle
parole ho esami- nato lo spirito nel suo stato pid semplice. lo era questa
volta alla frontiera, eppure ho dovuto arrivare alla conclusione che tra il
fatto psicologico e il suo sub- strato centrale non c'é un parallelismo
rigoroso, ma esiste una relazione che non risponde a nessuno dei concetti tutti
fatti che la filosofia mette a nostro ser- vizio. Dato uno stato psicologico,
la parte vissuta, jouable, di questo stato, quella che si traduce con
un'attitudine del corpo e con azioni del COrpo, é rap- presentata nel cervello;
il resto ne 8 indipendente e non ha equivalente cerebrale. Di modo che ad uno
stesso stato cerebrale possono corrispondere stati psi- cologici diversi, che
hanno tutti in comune lo stesso schema motore, ma non stati psicologici
qualsiasi, perché in una medesima cornice possono stare molti quadri, ma non
tutti i quadri. Il pensiero e relativa- mente libero e indeterminato per
rapporto all'attivita 2”TI nemici della durata reale cerebrale che lo
condiziona, poiché questa non esprime che le articolazioni motrici dell'idea,
le quali possono essere le stesse idee assolutamente differenti. Da ció ne
segue che non pud esservi parallelismo o equiva- lenza tra lo stato cerebrale
ed il pensiero. Queste furono le idee che Bergson difese in quella seduta.
Segui una discussione serenamente tranquilla, che diede campo all'oratore di
affermare sempre piú le sue teorie. Molto piú agitato fu il dibattito che
avvenne al Congresso di Ginevra tra i numerosissimi difensori del parallelismo
ed il Bergson. Questi in una comu- nicazione, che sollevd molto rumore (2),
volle prescin- dere dalle sue teorie, e si propose di stabilire che il pa-
rallelismo psico-fisiologico implica una contradizione fondamentale e riposa su
un artificio dialettico, su una serie di paralogismi. La lettura di questa
memoria, racconta il Chartier, provoco in tutti gli uditori un sentimento di
sorpresa e di inquietudine. Quasi tutti coloro che si trovavano presenti,
avevano formulato spesso la tesi del pa- rallelismo. 1 piú prudenti l'avevano
presentata come il risultato esatto di un gran numero di esperienze
concordanti; nessuno aveva mai esaminato se la sem- plice enunciazione di
questa tesi rinchiudesse una con- tradizione. Ora, era questo che Bergson
pretendeva provare. Quando parliamo d'oggetti esteriori - egli disse - noi
abbiamo la scelta tra due sistemi di notazione. Pos- siamo trattare gli oggetti
ed i cangiamenti, che si Questa teoria
beresoniana sará ampiamente esposta nei capitoli seguenti, dedicati alla
percezione ed alla memoria. BERGSON: Le paralogisme psycho-physiqgue in Revue
de Métaph. et de Morale Revue de métaphys. et de morale Esposizione della
filosofia bergsoniana compiono, come cose o come rappresentazioni: nel primo
caso siamo realisti, nel secondo idealisti. Che ¡i due postulati si escludano
lun 1'altro, che sia perció illegittimo 1applicare nello stesso tempo i due
sistemi di notazione allo stesso oggetto, tutti lo accorderanno. Orbene, se si
opta per la notazione idealista, l'affer- mazione del paralelismo implica contradizione;
se si preferisce la notazione realista, si ritrova la stessa contradizione; la
tesi del parallelismo non e intelligi- bile se non nel caso, che per una
incosciente pre- stidigitazione intellettuale, si adottino nello stesso tempo,
nella stessa proposizione, i due sistemi di no- tazione. Poniamoci infatti
dapprima dal punto di vista idea- listico e consideriamo ció che avviene nella
percezione degli oggetti, che popolano il campo della visione. Per Pidealismo
tutto € immagine e nelle cose non vi é se non ció che e mostrato nell'immagine,
perchée la realtá si identifica con la rappresentazione. Il mondo esteriore €
quindi un'immagine, il cervello 4 un'altra immagine della stessa natura e nella
danza degli atomi cerebrali non c'e nulla di piú ne di diverso, se non la danza
di questi atomi stessi. 11 dire col paral- lelismo che lo stato cerebrale
equivale alla rappresen- tazione degli oggetti, é un assurdo in questa ipotesi
; poiché lo stato cerebrale € un'infima parte del campo di rappresentazione, mentre
gli oggetti riempiono il campo di rappresenzazione tutto intero. É evidente che
la parte non pud equivalere al tutto, e che for- mulato in una lingua
rigorosamente idealista, la ' tesi del parallelismo si riassumerebbe in questa
proposi- zione : la parte e il tutto, Ma la veritá € che si passa
incoscientemente dal punto di vista idealistico al punto di vista pseudo-
realista. Si € cominciato a fare del cervello una rap- presentazione, che non
ha da suscitare le altre rappre- IL I nemici della durata reale sentazioni,
poiché queste sono date con esso, attorno ad esso. Ma insensibilmente si arriva
ad erigere il cer- vello ed i movimenti intracerebrali in. cose, cioé in cause
nascoste dietro una certa rappresentazione ed il cui potere si estende infinitamente
piú lungi di ció che vien rappresentato. Dall'idealismo si é sdruccio- lato nel
realismo. Passiamo ora al realismo, secondo il quale, le mo- dificazioni del
cervello prodotte dalle cose esterne, creano, occasionano o almeno esprimono la
rappre- sentazione degli oggetti da me veduti. Si noti che, a differenza
dell'idealismo, il realismo non pud separare dal tutto reale ció che €
separabile nella rappresenta- zione ; esso definisce l'oggetto per la sua
solidarietá col tutto ed anche la scienza, man mano che progre- disce,
considera l'interazione come la realtá definitiva. 1l realista perció dovrebbe
dire che la rappresenta- zione degli oggetti € funzione dello stato cerebrale e
degli oggetti che lo determinano, poiché questo stato e questi oggetti formano per
lui un blocco indivisi- bile. 1l sostenere che la rappresentazione é funzione
dello stato cerebrale soltanto, é contraditorio ed equi- vale alla affermazione
che una relazione tra due ter- mini equivale all'uno di essi, oppure all'altra
: una parte, che deve tutto ció che e, al resto del tutto, pud essere concepita
come sussistente, quando il resto del tutto svanisce. Ein questa contradizione
che incorre il parallelismo. Esso comincia a darsi un cervello, che gli oggetti
esteriori modificano in modo da suscitare delle rappresentazioni. Poi fa tavola
rasa di questi 0g- getti e attribuisce alla modificazione cerebrale il po- tere
di disegnare, da sola, la rappresentazione degli oggetti. Ma ritirando gli
oggetti che lo incorniciano, si ritira anche lo stato cerebrale, che da loro
prende le sue proprietá e la sua realtá. Il realista lo conserva, perché passa
furtivamente al sistema di notazione 28 Esposizione della filosofia beresoniana
idealista, ove si pone come isolabile in diritto ció che e isolato nella rappresentazione.
L*essenza stessa dell'illusione parallelistica consiste nell*apparente
conciliazione di due affermazioni incon- ciliabili, nell*oscillare ciog
dall'idealismo al realismo o dal realismo all'idealismo. Questo, in breve, é il
discorso di Bergson, che nei congressisti causó una emozione profonda e che fu
seguito da una discussione vivacissima, la quale si prolungó anche dopo la
seduta, nelle conversazioni accalorate dei filosofi presenti a quel Congresso.
c) Il tempo e lo spazio. Dopo le scaramuccie contro la psicofisica e la psico-
fisiologia, Bergson con una battaglia campale contro certi idoli dellazione e
del linguaggio vuol dimostrare quella profonda distinzione tra durata e
spazialitá, che, come ben nota il Prezzolini, forma un leit-motiv del- l'opera
sua (1). Se dai fenomeni di coscienza, presi isolatamente, passiamo alla
molteplicitá concreta ed allo sviluppo organico della vita interiore, noi
vediamo che in questa tutto si compenetra e si fonde in un cangiamento in-
divisibile, ininterrotto, eterogeneo. 1 che, come si disse, non viene
menomamente ammesso dal senso co- mune, dalla filosofia, dalla scienza, quando
frazionano la continuitá della durata pura in tanti stati distinti, separati,
esteriori gli uni agli altri, che si possono trattare come i numeri
dell”aritmetica e rappresentare per mezzo di una giustaposizione nello spazio.
Sorge quindi la questione: la molteplicitá dei nostri stati di coscienza ha la
minima analogia con la molteplicita Ne I nemici della durata reale 29 delle unitáa
di un numero? la vera durata ha il me- nomo rapporto con lo spazio? (1). Nell
Estetica trascendentale Kant, con una conce- zione che non differisce troppo
dalla credenza popolare, distingue lo spazio dalla materia che lo riempie, gli
concede un esistenza indipendente dal suo contenuto. Lo spazio per Kant é un
mezzo vuoto, infinito e infi- nitamente divisibile, che si presta
indifferentemente a qualsiasi modo di decomposizione; € una realtá senza
qualitá, una omogeneitá estesa, una maglia dalle reti che si possono fare e
disfare a piacimento (2). In questo spazio noi ci rappresentiamo i numeri, le
unita omogenee, che non si penetrano, ma che sono suscettibili di essere
sbocconcellate all'infinito e poste le une accanto alle altre. Ossessionati da
questa idea, osserva Bergson, noi Pintroduciamo a nostra insaputa nella
rappresentazione della successione pura della coscienza e proiettiamo nello
spazio il tempo concreto, vale a dire la durata reale, indi- visa nella sua
molteplicitá, una nella sua eterogeneita, irreversibile nei suoi movimenti. In
tal modoriesciamo a dividere i nostri stati interni, a giustaporli, a
percepirli simultaneamente non piú l*uno nell'altro, fusi insieme come le note
di una melodia, ma l'uno accanto al- Paltro. 11 prima ed il poi non si
succedono piú, ma coesistono e prendono per noi la forma di una catena, i cui
anelli si toccano senza penetrarsi. Cosi la conti- nuita dei fatti di coscienza
viene frazionata, ed i di- versi stati, con un ordine che ci sembra
reversibilissimo, si dispongono e si allineano in un mezzo omogeneo ed
indefinito. Il quale, nevvero, dovrebbe essere chiamato spazio ed invece...
prende il nome di tempo! (1) Essaz, pag. 69. (2) 7b01d., pag. 70 € Seg. 30
Esposizione della filosofia beresoniana Ora, non é forse vero che questo tempo
kantiano e un concetto bastardo, dovuto all'intrusione dell'idea di spazio nel
dominio della coscienza pura, e che questa pretesa forma dell'omogeneo deriva
dall'altra? Non é forse vero che il tempo astratto non é che spazio? Bisogna persuadersi
bene di ció, per non confon- dere, come fece Kant, il tempo astratto, spazia-
lizzato, omogeneo, col tempo concreto, ossia con la durata reale. C'2 una
differenza capitalissima tra essi: poiché il primo non e che il simbolo e
1'ombra dell”altro, proiettato nello spazio. Noi, purtroppo, sostituiamo
sovente, pet ragioni che ricercheremo poi, il simbolo alla realtá. Ma quando
stacchiamo gli occhi dall*ombra che ci segue; quando con mano franca strappiamo
il velo che si interpone tra la realtá e noi; quando, — non fermandoci alla
superficie del nostro io, dove le sensazioni successive. pur fondendosi le une
nelle altre, ritengono qualche cosa dell”esterioritá reciproca che ne
caratterizza opgetti- vamente le cause, — gettiamo lo sguardo indagatore nelle
regioni piú profonde della coscienza vivente; noi scor- giamo che in questa non
vi sono cose, ma progressi; vi notiamo momenti eterogenei che si penetrano, si
orga- nizzano, si mescolano in tal maniera, che non si sa- prebbe dire se sono
uno o molti e nemmeno esami- narli da questo punto di vista senza snaturarli
tosto. Allora comprendiamo che la molteplicitá qualitativa degli stati di
coscienza, riguardata nella sua purezza originale, non presenta alcuna
rassomiglianza con la molteplicita distinta che forma un numero, e che al-
lVinfuori di una rappresentazione simbolica, il tempo non prenderebbe mai per
noi l'aspetto di un mezzo omogeneo. Z61d., pag. 96 e 104. I nemici della durata
reale 31 Una distinzione dunque si impone tra le due forme della molteplicitá,
tra le due apprezziazioni della du- rata: luna é la durata vera e concreta, la
durata eterogenea e vivente, la durata qualitá; Paltra e in- vece un simbolo
morto, € la durata quantita, e un un tempo materializzato per mezzo di una
proiezione nello spazio, € il fantasma dello spazio che ci perse- guita e ci
ossessiona. Per non essersi ricordati di questo, gli associazio- nisti hanno
polverizzato la vita dello spirito, risolven= dola in un aggregato di elementi
separati ed incon- trando poi gli assurdi che la loro teoria suscita nella
questione della libertá e nel problema della memoria. Lo mostreremo ampiamente
in seguito e sempre ci accorgeremo che chi calpesta i diritti della durata
reale solleva mille dispute inutili, insolubili ed eterne. Il giorno in cui
avvenne la confusione di quei due aspetti della vita cosciente, del tempo con
lo spazio, — cosl esclamava Bergson in una conferenza al Col- lege de France —
si iniziarono i guai e le sciagure della filosofia (2). Ma allora, si
domanderá, se la durata propriamente detta non si divide e quindi non si
misura, che cosa dividono e che cosa misurano le oscillazioni del pen- dolo? 11
tempo che l”astronomia, la fisica e la mecca- nica introducono nelle loro
formule, non é forse una egrandezza divisibile, misurabile ed omogenea? Un
esame attento, risponde il Bergson, dissipera quest' ultima illusione. Quando
io seguo con gli occhi, sul quadrante d'un orologio, il movimento della lan-
Z01d., pag. 57-81. GRIVET, art cit., in £tudes. - Riguardo alla spazia- lizzazione
della durata, si vegga anche la risposta del Bergson al Le Dantec in Revue du
mois, : L*évolution créatrice.
Esposizione della filosofia bergsoniana cetta che corrisponde alle oscillazioni
del pendolo, ¡o non misuro la durata, ma mi limito a contare delle
simultaneitá, cosa che e ben differente. Fuori di me nello spazio, non c'é che
una posizione unica della lancetta e del pendolo, poiché delle posizioni
passate nulla resta. Dentro di me, avviene un processo di organizzazione dei
fatti di coscienza, che costituisce la durata. E perché io duro in questo modo,
che mi rap- presento ció che chiamo le oscillazioni passate del pendolo, nello
stesso tempo che percepisco 1'oscilla- zione attuale. Ora, sopprimiamo per un
istante l'¡o, che pensa le oscillazioni successive; non vi sará che una sola
oscillazione del pendolo e quindi nessuna du- rata. Sopprimiamo, dall*altra
parte, il pendolo e le sue oscillazioniz non vi sará che la durata eterogenea
dell'io, senza momenti esteriori gli uni agli altri, senza rapporto col numero.
Cosl nel nostro io, c'é succes- sione senza esterioritá reciproca; fuori di me
esterio- rita reciproca senza successione, poiché la successione esiste
soltanto per uno spettatore cosciente, che ricordi il passato e giustaponga le
due oscillazioni e i loro simboli nello spazio ausiliario. Tra queste due
realtá si produce un fenomeno d'endosmosi. Siccome ciascuna delle fasi
successive della nostra vita co- sciente, che si penetrano tra loro,
corrisponde ad una oscillazione del pendolo, che le € simultanea; siccome
d'altra parte queste oscillazioni sono nettamente di- stinte, poiché l'una non
c'é piú, quando si produce l'altra, noi contraiamo l'abitudine di stabilire la
stessa distinzione tra i momenti successivi della nostra vita cosciente; le
oscillazioni del bilanciere la decompon- gono in parti esteriori le une alle
altre: di qui l'idea erronea d'una durata interna omogenea, analoga allo
spazio, i cui momenti identici si seguirebbero senza penetrarsi. Ma dall'altro
lato le oscillazioni pendolari, ciascuna delle quali svanisce, quando l'altra
appare, I nemici della durata reale : grazie al ricordo che la nostra coscienza
organizza del loro complesso, si conservano, si allineano e creano nella nostra
fantasia il tempo omogeneo. Cosi dalla comparazione dello spazio, dove i
fenomeni non du- rano, e la durata reale, dove non vi sono che mo- menti
eterogenei, nasce questa forma illusoria d'un mezzo omogeneo ; il trait-d'union
tra 1 due termini é la simultaneitá, che si potrebbe definire 1'intersezione
del tempo con lo spazio. Ancora una volta, il tempo omogeneo ed astratto é solo
una rappresentazione simbolica della vera durata, dedotta dallo spazio. Se ora
sottoponiamo alla stessa analisi il concetto di movimento, noi verremo ad un
identico risultato. lo ho la mano al punto A e la trasporto al punto B,
percorrendo l'intervallo A-B. In questo atto ¡o posso considerare due cose :
Innanzi tutto, lungo questo movimento posso rap- presentarmi lo spazio
percorso, cioé le possibili fer- mate, le stazioni del mobile, i punti per i
quali la mia mano passa. Queste posizioni, questi punti non sono nel movimento
e neppure sotto il movimento : sono semplicemente proiettati da me sotto al
moto, come tanti luoghi dove sarebbe la mano, se si fer- masse; sono quindi dei
semplici punti di vista. Non basta : le stazioni, i punti sono l'immobilita
stessa ; anche moltiplicindoli all'infinito, non si ricostruisce il moto. Il
movimento sdrucciola nell*intervallo. In breve: lillusione di costruire il
movimento con quelle posi- Essaz. Essai, pag. 78 e Seg. ; Matiére el Mémotre, pag. 207 €
Seg. ; La perception du-changement, pag. 19 € Seg. Prego i lettori a se- guire attentamente l'analisi
bergsoniana pel movimento : essa ha dato origine alla famosa obiezione del Le
Roy contro la prima delle cinque vie che, secondo S. Tommaso conducono a Dio.
Cfr. .LE ROY: Comment se pose le probleme de Dieu, l. c. zioni immobili,
implica l'assurdo che il movimento + immobilitá. Ma io posso riguardare anche
l'atto col quale per- corro quello spazio, l'operazione ciog per cui la mano
passa da una posizione all'altra. Allora non ho piú Una 'CoSa, ma un progresso
; ho una sintesi qualitativa, 'un'organizzazione graduale delle mie sensazioni
suc- cessive, un”unitá analoga a quella d'una frase melo- dica, 'un processo
psichico e percid inesteso. In questo caso non ho piú i punti traversati, che
non erano che immobilita, ma ho la traversata dei punti, cioé il vero
movimento. Ma anche qui si produce un fenomeno d'endosmosi: da una parte,
siccome il movimento, una volta effet- tuato ha deposto nello spazio una
traiettoria immobile, divisibile all'infinito, noi attribuiamo al movimento la
divisibilitá stessa dello spazio percorso, dimenticando che l'immobilitá non
coincide col movimento e che, se si pud frazionare la traiettoria una volta
creata, non si puó dividere la sua creazione, che non é una cosa, ma un atto in
progresso. Dall'altra parte noi ci abi- tuiamo a proiettare questo atto nello
spazio, a solidi- ficarlo, come se questo non significasse che anche fuori
della coscienza il passato coesiste col presente. E in questo modo che sorge l'idolo
del movimento omogeneo e divisibile, il quale rappresenta - gioverá ripeterlo -
lo spazio percorso e non il moto stesso, le stazioni successive del mobile e
non il progresso per cui esso passa da una posizione all'altra, il punto di
riposo e non lattivita, Pestremitá e non l'intervallo della durata, in una
parola l'immobilitá e non il mo- vimento ! Qual meraviglia se per queste
confusioni il Cfr. anche /Zntrod. a la
Meétaph., trad. ital. pag. 49, Essaz, pag. 84-5, Évol. cr. etc. Essaí pag. 85, Évol. cr., 334. I nemici
della durata reale 35 problema del moto ha fatto nascere fin dalla piú re- mota
antichitá mille questioni? 1 quattro famosi ar- gomenti di Zenone d”Elea non
hanno altra origine di questa. Sia il primo (della dicotomia), sia gli altri
(d*Achille e della tartaruga, della freccia, dello stadio) non fanno altro che
scambiare il fatto indivisibile del movimento con la traiettoria infinitamente
divisibile, che quello descrive, e che non é altro che spazio immobile. Ed e
solo su quest'ultimo che riposa tutta la nostra fisica, anche quando si parla
di tempo, di moto, di velocitá. I trattati di meccanica infatti hanno cura di
notare che essi non definiscono la durata stessa, ma l'egua- glianza di due
durate. Due intervalli di tempo, di- cono essi, sono eguali, quando due corpi
identici, posti nelle stesse circostanze al principio di ciascuno di questi
intervalli, e sottomessi alle stesse azioni ed ' influenze di ogni specie,
avranno percorso lo stesso spazio alla fine di questi intervalli. In altre
parole noi notiamo l'istante preciso in cui il movimento comincia, ciog la
simultaneita d'un cangiamento esteriore con uno dei nostri stati psichici;
notiamo il momento in cui il movimento fluisce, cioé una simultaneitá ancora;
infine misuriamo lo spazio percorso, la sola cosa che di fatto sia misurabile.
Qui non c'é dunque questione di durata, ma solo di spazio e di simultaneitá
(2), vale a dire d'immobilitá. 11 tempo reale, che é un flusso, ed € la
mobilitá stessa dell'essere, sfugge alla conoscenza scientifica. Dal punto di
vista della Essai, pag. 85-7, Mat. et Mém. pag. 211-2; ÉvOol. cr. pag. 333
eseg.; Introd. a la Mét., trad. ital. pag. 52. La perception du changement,
Conf. Il, pag. 20. Essaz, pag. 88. Lvol. cr., pag. 364. Esposizione della filosofia bergsoniana A e A E A
scienza, ció che conta non e P'intervallo di durata, che noi viviamo e
sentiamo, ma sono le stazioni del mo- bile, tanto € vero che se tuttii
movimenti dell”uni- verso si producessero due o tre volte pid in fretta, non vi
sarebbe nulla da modificare ne alle nostre for- mule né ai numeri che vi
facciamo entrare. Edé evidente; poiché la scienza non tiene conto ná della
successione in ció che ha di specifico, ne del tempo in ció che ha di fluido;
essa non si applica alla realtá in ció che ha di movente, come i ponti lanciati
su un fiume non seguono l'acqua che scorre sotto le loro arcate. Analizziamo
finalmente la nozione di velocitá. La meccanica costruisce dappprima l'idea
d'un moto uniforme, rappresentandosi d'un lato la traiettoria A B d'un certo
mobile, e dall'altro un fenomeno fisico che si ripete indefinitamente in
condizioni iden- tiche, per esempio la caduta d'una pietra, che cade sempre
dalla stessa altezza al medesimo luogo. Se si notano sulla traiettoria A B ¡
punti M, N, P.... rag- giunti dal mobile in ciascuno dej momenti in cui la
pietra tocca il suolo, e se gli intervalli A M, MN, NP... sono riconusciuti
eguali tra loro, si dirá che il movimento e uniforme e si chiamera velocita
d'un mobile uno qualunque di questi intervalli, purché si convenga di adottare
come unitá di durata il fenomeno fisico, che si é scelto come termine di
paragone. Si definisce dunque la velocitá d'un movimento uniforme senza fare
appello ad altre nozioni che a quelle di spazio e di simultaneitá. Conclusione,
questa, alla quale si giun- gerebbe analizzando anche il moto variato (3).
Confessiamolo, dunque; noi parliamo di tempo, Essaz, pag. 83-89, 148, cfr.
anche £vol. C7., PAY. 10. (2) Evol. cr., . Essaz, . E A PA, ya) SAR e ná I
nemici della durata reale pronunciamo questa parola, e pensiamo allo spazio.
Discorriamo di movimento e ad esso sostituiamo la simultaneitáa. Noi insomma -
esclamava Bergson nella prima conferenza di Oxford - diciamo e ripetiamo che
tutto cangia, che il movimento esiste, che esso € la legge stessa della cose :
ma intanto ragioniamo e fi- losofiamo, come se il cangiamento non esistesse.
Per pensarlo e per vederlo, bisogna rimuovere un velo fitto di pregiudizi. La
perception du changement, Conf. 1, pag. 4. In. L' Intelligenza ed il Linguaggio
-- HART GRICE HOLLOWAY LANGUAGE AND INTELLIGENCE Chi vuole riprodurre per mezzo
del cinematografo una scena animata, ad esempio la sfilata di un reggimento,
prende sul reggimento che passa una serie di istantanee, e le proietta sulla
tela in modo che si sostituiscano velocissimamente le une alle altre. Col
movimento impersonale, astratto e semplice dell*appa- recchio, e con
fotografie, ciascuna delle quali rappre- senta il reggimento in un attitudine
immobile, si rico- stituisce la mobilitá dei soldati che passano. Il meccanismo
della nostra conoscenza usuale — dice il Bergson, e questa é una delle idee a
lui piú care, che sviluppó lungamente del 1goo al 1904 nelle sue lezioni al
College de France, sopratutto in un corso sulla storia dell'idea di tempo — é
di na- tura cinematografica (1). Ne abbiamo una prova evidente nella
ricostruzione che il pensiero concettuale fa del divenire continuo della
durata. Noi prendiamo delle vedute istantanee su questa realtá interiore che
scorre, e poi le infiliamo lungo un divenire astratto ed uniforme, situato al
Évol. cr., pag. 329 € Seg. X 40 Esposizione della filosofia beresoniana fondo
dell'apparecchio della coscienza. Quale valore abbia questo divenire, che si
vuol chiamare tempo omogeneo, l'abbiam gia visto nel capitolo precedente; ora
invece ricercheremo il significato delle varie foto- grafie, vale a dire dei
concetti della nostra intelligenza, e del linguaggio con cui li enunciamo. pa
Qualunque sia il sistema filosofico che abbia le nostre preferenze, noi tutti
siamo d'accordo su due punti. Siamo pronti ciod a concedere coi pensatori
antichi e moderni che un essere perfetto sarebbe colui che conoscesse ogni cosa
intuitivamente, senza aver bisogno di passare per l'intermediario del
ragionamento, dell'astrazione e della generalizzazione. Inoltre tutti
affermiamo che le idee astratte e generali, i concetti, hanno solo il valore
delle percezioni eventuali da essi rappresentate : tanto é vero che crollano
come castelli di carta il giorno in cui un fatto, un fatto solo real- mente
percepito viene ad urtarli (1). Se si ammette questo, — e come non ammetterlo ?
bisogna necessariamente procedere oltre e conce- dere che ¡i concetti coi quali
esprimiamo la durata del nostro io profondo, sono schemi morti che non ci danno
la realtá, ma solo l'ombra di questa; sono fo- tografie immobili, relative ad
uno speciale punto di vista, che non ci possono servire in u na filosofia che
che vuol cogliere l'assoluto. La durata infatti della nostra coscienza é un
flusso continuo ed indiviso, dove tutto é cangiamento. Ebbene, cosa fa la
nostra intelligenza? Essa comincia a distinguere e a dividere questa vita
interiore e ne ot- tiene delle unitá artificiali, che chiama sensazioni,
sentimenti, rappresentazioni, ecc. Riesce cos] a rappre- La perception du
changement, Conf. 1, pag. 5-8. sentarsi il divenire come una serie di stati,
ciascuno dei quali non muta punto; e se osserva la mutazione di uno di essi,
subito lo decompone in un seguito di altri stati immobili, che costituiranno
riuniti la sua modificazione esteriore, e cosl via, fin quando non ha ottenuto
degli elementi stabili. L*intelligenza ha una viva ripugnanza per ció che e
fluido, solidifica tutto ció che tocca, e non si rappresenta chiaramente che la
immobilitá. Siccome quindi il reale, il vissuto, il con- creto si riconosce per
il fatto che e la variabilita stessa, é chiaro che coi concetti invariabili e
fissi, con questi quadri rigidi ed inerti, non potremo ricomporre la realta. Essi
sono soltanto una ricostruzione semplificata, spesso un semplice simbolo, in
ogni caso una veduta immobile, presa sulla fugace successione della realtá che
scorre (1). Non é vero, rispondera l'intelligenza; la durata é unitá e
molteplicitá: eccola risolta in concetti, esat- tamente, ed in concetti
estratti d a essal — Ma é un tentativo vano di difesa. La nostra durata non puó
racchiudersi in una rappresentazione concettuale. Se la si dichiara multipla,
la coscienza insorge ed afferma che le mie sensazioni, i miei sentimenti, i
miei pensieri sono astrazioni che opero su me stesso, e che questi termini,
invece di distinguersi come quelli di una mol- teplicitáa qualunque, si
accavallano gli uni sugli altri. Confessiamo dunque che, se c'é una
molteplicita, questa molteplicitá non rassomiglia a nessun altra. Diremo allora
che la durata ha dell?unita? Senza dubbio, una continuitá di elementi che si
prolungano gli uni negli altri partecipa dell'unitá quanto della molteplicita;
ma questa unitá -mobile, mutevole, colorata, vivente, non Zntrod. á la Mét.,
trad. ital. pag. 45, 48; Évol. cr. . Esposizione della filosofia bergsoniana
rassomiglia affatto all?unitá astratta, immobile e vuota, che circoscrive il
concetto di unitáa pura. Conclude- remo da ció che la durata si deve definire
ad un tempo con lunitá e la molteplicita? Ma, cosa strana, avró un bel
manipolare i due concetti, dosarli, combinarli diversamente insieme, praticar
su di essi le piú sottili operazioni della chimica mentale, non otterrd mai
niente che somigli all'intuizione semplice che ho della durata; mentre se io mi
rimetto nella durata con uno sforzo d'intuzione, m'accorgo subito come essa é
unita, molteplicitá e molte altre cose ancora (1). In altre parole si comprende
che i concetti fissi pos- sono essere estratti dal nostro pensiero dalla realtá
mobile; ma non c'é modo di ricostruire, colla fissitá dei concetti, la mobilitá
del reale. E del resto che che la personalitá abbia dell”unitá, che il nostro
io sia molteplice, é certo; ma ció che importa alla filosofia é di sapere quale
unitá, quale molteplicita, guale realtá superiore all'uno e al multiplo
astratti, sia la unitá molteplice della persona. Questo ¡ concetti né separati
né riuniti non ce lo diranno mai; tutto al piú faranno sorgere una tesi ed
un'antitesi, che invano cercheremo di conciliare logicamente . E non si dica
che i concetti sono estratti dalla realtá : lo concediamo; ma da ció non si pud
concludere che vi erano contenuti. L”apparecchio fotografico estrae, da uno
spettacolo che si muove, delle vedute immobiliz ma non ne segue che le
immobilita abbiano fatto parte del movimento. Tra la realtá ed i concetti ad
essa piú. vi- cini, c'é lo stesso rapporto che tra la scena animata e Zntrod. á
la Mét. trad. it.. Z61d., pag. 63. Zb1d., pag. 41; Cfr. anche Le paralogisme psycophysique in
Bulletin . A la fotografia istantanea. Che sarebbe
poi, se si consi- derassero tutti gli altri concetti, che sono meno an- cora di
questo, semplici note prese a proposito di questa realtá, ed anche, piú
sovente, note prese su queste note? Non basta: per altre ragioni ancora
dobbiamo con- dannare l'intelligenza. Essa € invaghita di semplicita, ha
abitudini tenaci e radicate di economia. Con pochi principii, con pochi
elementi, vuol ricomporre tutto il reale, il quale invece € ridondante, é
sovrab- bondante e colle sue innumerevoli manifestazioni Ci attesta la sua
ricca feconditá. Tra la realtá vera e quella dei filosofi, si puó stabilire lo
stesso rapporto che esiste tra la vita che noi viviamo tutti i giorni e quella
che gli attori ci rappresentano, la sera, sulla scena. Al teatro ciascuno non
dice che ció che bisogna dire e non fa che ció che bisogna fare; vi sono delle
scene ben tagliate; la rappresentazione ha un prin- cipio, un mezzo, una fine;
e tutto é€ disposto colla massima parsimonia, in vista d'uno scioglimento fe-
lice o tragico. Ma nella vitá c'e una folla di cose e di gesti inutili, non vi
sono situazioni nette; nulla avviene cosi semplicemente, cosl completamente,
cosl bellamente come vorremmo; le scene si allargano le une nelle altre, le
cose non cominciano né finiscono, non c'é né uno scioglimento interamente
soddisfa- cente, ne gesti assolutamente decisivi e via dicendo. Tale e la vita
nella sua feconda ricchezza. Come mai questa potrá essere abbracciata dalle
forme ischele- trite del pensiero, dai quadri dell'intelletto, da pochi
concetti ? Bergson scrisse questo nella sua lettera al Pitkin in The jour- nal
of phylosophy etc. num. cit. BERGSON : Vérité et realité. Introd. alla trad. franc. di
un saggio di James : Le pragmatisme. Esposizione
della filosofia bergsoniana Tanto piú che noi abbiamo visto che la durata €
originalita e imprevedibilitá per essenza. In essa non vi sono mai due istanti
uguali; ogni momento della sua storia porta qualche cosa di nuovo che
scaturisce senza posa nella genialitá di uno slancio creatore. Se si volessero
vestire questi momenti, si dovrebbe ta- gliare un concetto appropriato a
ciascuno di essi, che a fatica si potrebbe chiamare concetto, perché si ap-
plicherebbe ad una cosa sola. Invece l'intelligenza non vede che l'aspetto
ripetizione ; se il tutto é ori- ginale, essa l'analizza in aspetti, che sono
press'a poco la riproduzione del passato. Essa non ammette la novita completa
né il divenire radicale, ma risolve la perenne invenzione creatrice della
durata in elementi conosciuti ed antichi, disposti in un ordine differente (1).
Per questo procede con la combinazione di idee che si trovano gia in commercio
e nella sua incurabile pre- sunzione si immagina di possedere per diritto di
na- scita o per diritto di conquista, innate o apprese, tutti gli elementi
essenziali della conoscenza della veritá. Non le viene nemmeno il sospetto di
dover creare per un momento nuovo un nuovo concetto, ma é preoc- cupata solo di
scegliere uno degli abiti gia confezio- nati; vuol trovare la categoria antica,
il vecchio ca- sellario, la rubrica usuale, l'etichetta di un concetto bello e
fatto . L'intelligenza perció comincia a trascurare la colorazione speciale
della persona, che non puó esprimersi in termini noti e comuni. Poisi sforza,
di isolare nella persona gia semplificata a quel modo, il tale o tal'altro
aspetto che si presta ad uno studio interessante, e lo erige in fatto
indipendente, otte- nendo cosi un punto di vista sulla mobilitá della vita
interna, uno schema della realtá concreta. É un la- Évol. cr., e Seg. Zb1d.,
Introd, á la Mét., trad. ital. pag. 40-3. voro analogo a quello dun artista,
che, di passaggio a Parigi, facesse, ad esempio, uno schizzo d'una torre di
Nótre-Dame. La torre é inseparabilmente legata all'edificio, che € legato, non
meno inseparabilmente, al suolo, ai dintorni, a tutta Parigi ecc. Bisogna co-
minciare collo staccarla ; si noterá solo un certo aspetto dell'insieme. La
torre é costituita da pietre che le dánno, con la loro speciale combinazione,
la sua forma, ma il disegnatore non si interessa alle pietre e non nota che il
profilo della torre. Egli sostituisce dunque all'organizzazione reale ed
interna della cosa una ricosti- tuzione interna e schematica, in modo che il
suo disegno risponde, insomma, a un certo punto di vista sull*oggetto e alla
scelta di un certo modo di rappresentazione. Ora succede precisamente lo stesso
nell'operazione colla quale estraiamo un concetto dall'insieme della persona:
noi consideriamo.il tutto sotto un certo aspetto elementare che si interessa
particolarmente e lo espri- miamo con un concetto, che non ci dá l'assoluto,
come non ce lo dá lo schizzo preso dalla torre di Nótre-Dame. Quest'ultimo
avrebbe potuto essere diverso, se fosse stato ritratto da un punto di vista
differente; quello pure non ci dá dell'oggetto in questione che qualche tratto
sommario, variabile secondo la dire- zione e Pangolo. L*analisi concettuale é
quindi relativa, poiché non si pone nell*oggetto, ma gira attorno ad esso ed e
costretta a tradurlo in simboli, a confrontarlo con altre cose che giá crede di
conoscere, a espri- merlo in funzione di ció che esso non é. Anche ag-
giungendo descrizioni a descrizioni, moltiplicando i punti di vista, non ci
dará mai una conoscenza per- fetta : l'oggetto sará sempre la moneta d'oro di
cui non si finisce di rendere il resto. E quando si ten- Zntrod. a la Mél..
Zb1d,, trad. ital.. Esposizione della filosofia bergsoniana terá con la
moltitudine di queste rappresentazioni simboliche, con le idee e con i
concetti, di ricostruire la realtá assoluta, non vi si riuscirá, come non
riesce un bambino a fabbricarsi un balocco solido con le ombre che si profilano
sui muri. Come e possi- bile fabbricare la realtá, manipolando dei simboli?
Come si potrá rappresentare la durata con una serie di note, di
rappresentazioni piú o meno schematiche? Come si potrá comporre una cosa con
punti di vista? ES Ecco quindi spiegato 1”eterno bisticciare delle scuole
filosofiche, le difficoltá inerenti alla metafísica, le an- tinomie che fa
sorgere, le contradizioni in cui cade, il pullulare di teorie antagoniste,
lopposizione irridu- cibile dei sistemi. Se la filosofia dev'essere fondata sui
concetti, non v'é e non vi pud essere uma filosofia, ma vi saranno tante
filosofie, quanti sono i pensatori originali, che salgono alternativamente
sulla scena, per farsi applau- dire (3). Con un decreto contestabile essi
attribuiranno un'importanza arbitraria ad un concetto o ad un altro, ad un
punto di vista sulla realtá, che impoverirá la visione concreta ed eliminerá
una moltitudine di differenze qualitative. A questo decreto se ne potrá sempre
opporre un altro e cosi sorgeranno varie filosofie, armate di differenti
concetti e capaci di lottare indefinitamente tra loro. E allora che si avanzano
le dottrine scettiche, idealiste e criticiste, che, constatando Pimpossibilita
di Z0. Bulletin de la Soc.
fr. de phil.; La perception du changement, Conf. . L'intelligenza ed il linguaggio 47 far entrare il
reale nei vestimenti di confezione che sono le nostre idee, proclameranno con
Kant la relativitá della conoscenza (1). Dopo troppo orgoglio si finisce con un
eccesso di umiltá. Dopo la pretesa assurda di voler racchiudere negli schemi
concettuali la ricchezza ine- sauribile dello spirito vivente e di voler
cogliere con formule fisse ed immutabili il rinnovarsi incessante d'una
primavea eterna, eternamente nuova ed ine- sauribile nelle sue creazioni, la
ragione umana giunge con orgogliosa modestia a dichiarare il proprio falli-
mento e l'impossibilitá della metafísica. A questa triste e sconsolata
conclusione non si sarebbe giunti, se si fosse incominciato a valutare con
sereno giudizio la natura dell'intelligenza nostra, scien- tifica o metafisica
che sia; se nel tempo spazializzato, nel movimento omogeneo, nei concetti
astratti, nelle idee generali, si fosse riconosciuto una conoscenza
esclusivamente pratica, orientata verso il profitto che ne vogliano ricavare.
Ce ne persuaderemo, esami- nando la funzione naturale dell'intelligenza,
1'origine delle idee generali e la natura propria della LINGUA. *k *Se
potessimo spogliarci della nostra superba fierezza, se per definire la nostra
specie ci tenessimo stretta- mente a ció che la storia e la preistoria ci
presentano come la caratteristica costante dell'uomo, noi non di- remmo homo
sapiens, ma homo faber. Originaria- mente noi non pensiamo, che per agire. La
specula- zione é un lusso, mentre l'azione é una necessitá. Ed e nella forma
dellazione che la nostra intelligenza é stata fusa; essa non e la facolta di
fabbricare sistemi Introd. a la Mét. Évol. cr., pag MI. 48 Esposizione della
filosofia bergsoniana di metafisica, bensi di preparare strumenti artificiali.
Stretta dalle esigenze della vita pratica, la sua atti- vitá si esercita
esclusivamente sulla materia bruta, nel senso che anche quando adopera
materiali organizzati, li tratta sempre come oggetti inerti. Della stessa
materia bruta non ritiene che il solido, e non si rappresenta chiaramente che
il discontinuo ; perció considera ogni oggetto decomponibile in parti arbitra-
mente tagliate, esteriori 1*una all'altra e alla loro volta divisibili
all'infinito; la realtá ultima, 1*elemento estremo é sempre per essa qualche
cosa di stabile e di immo- bile. Questo é utile e questo le basta ; la fluidita
e la continuitá non l'interessano. Poi, per le esigenze della vita pratica e
sociale, l'intelligenza da alle cose esterne un nome, estensibile ad
un'infinita di oggetti. Nascono cosl le idee, i concetti, che naturalmente sono
este- riori fra loro, come i modelli sui quali furono formati; sono fissi ed
inerti come il mondo dei solidi; sono simboli piú leggieri, piú diafani, piú
facili a manipo- lare dell'immagine pura e semplice delle cose concrete. La
logica non é che l'insieme delle regole che bisogna seguire, per maneggiare
questi simboli. I nostri concetti perció sono stati creati da un?atti- vitá che
non era destinata alla speculazione pura, ma era orientata verso l'azione :
dall”azione soltanto eb- bero origine le idee generali. Se si riflettesse a
questo, scomparirebbe il circolo vizioso che il problema delle idee generali
sembra pre- sentare : per generalizzare bisogna astrarre, ma per astrarre
utilmente bisogna saper generalizzare. Intorno a questo circolo gravitano
concettualismo e nomina- lismo, ognuno dei quali ha sopratutto per sé l'insuf-
ficienza dell”altro. 1 nominalisti hanno il torto di non dirci come mai il nome
generale puó applicarsi a L'intelligenza e LA LINGUA molti oggetti, se questi
non presentano rassomiglianze tra loro, se cioé la generalizzazione non fu
preceduta da una estrazione di qualitá comuni. Í concettualisti -si dimenticano
di dirci se le qualitá individuali, anche isolate con uno sforzo di astrazione,
non restano indi- viduali come prima, e se per apparire comuni non hanno dovuto
giá subire un lavoro di generalizzazione. Gli uni e gli altri suppongono che
noi partiamo dalla per- cezione di oggetti individuali. Ora questo postulato e
falso. La nostra percezione delle cose ha origini tutte utilitarie. Ció che ci
interessa in una data si- tuazione e ció che cogliamo dapprima, é il lato per
cui essa pud rispondere ad una tendenza o ad bisogno: ed il bisogno va diritto
alla qualita, alla rassomiglianza, e non ha a che fare colle differenze
individuali. Questa rassomiglianza agisce oggettivamente come una forza e
provoca reazioni identiche in virtú della legge tutta fisica che vuole che gli
effetti d'insieme seguano le stesse cause profonde. L”identitá di reazioni ad
azioni superficialmente diverse e il germe che la coscienza umana sviluppa in
idee generali. Siamo quindi libe- rati dal circolo vizioso, nel quale
sembravamo rinchiusi: per generalizzare, dicemmo, bisogna astrarre le rasso-
miglianze, ma per far questo bisogna giá saper gene- ralizzare. La verita e che
la rassomiglianza dalla quale lo spirito parte, quando dapprima estrae, non é
la rasso- miglianza alla quale giunge, quando, coscientemente, generalizza.
Quella da cui parte é una rassomiglianza sentita, vissuta, automaticamente
rappresentata; quella a cui riviene é una rassomiglianza intelligentemente per-
cepita o pensata. Nel corso di questo progresso si co- struisce l'idea chiara
della generalitá, che ai suoi inizi non era che la coscienza d*un'identita
d'attitudine in una diversita di situazioni. Con uno sforzo di riflessione
siamo passati all'idea generale del genere, per for- mare poi un numero
illimitato di nozioni generali, le O. Esposizione della filosofia bergsoniana
quali perció nacquero non dalla speculazione disinte- ressata, ma dallazione. Da
questa ebbero origine anche tutti i prin- cipii. Nel congresso di filosofía,
tenutosi a Parigi, Bergson cerca di dimostrare questa tesi, per quello che
riguarda il principio di causalita. In quella sua Note sur les origines
psychologiques de notre croyance ú la loi de causalité, egli so- stenne che la
nostra credenza a questa legge € vissuta dal nostro corpo, prima di essere
pensata dal nostro spirito. L*acquisto graduale di questa credenza non fa che
una cosa sola con la coordinazione progressiva delle nostre impressioni tattili
alle nostre impressioni visuali, coordinazione che implica l'intervento di mo-
vimenti e sopratutto di tendenze motrici. La percezione ripetuta di una forma
visuale determinata crea in noi un'aspettazione macchinale di percezioni tattili
deter- minate ; la forma visuale, che si continua cosi rego- larmente in
resistenza, ci appare a poco a poco come la causa di questa resistenza. Ed a
poco a poco anche le forme visuali in generale, vale a dire gli oggetti
esteriori, ci appaiono come forze che agiscono rego- larmente le une sulle
altre. La riflessione, esercitan- dosi su questa credenza, deduce il principio
di cau- salita sotto la sua forma precisa e scientifica. La necessita inerente
alla legge di causalitá si muove cosl tra due limiti estremi: da necessita
vissuta di- viene necessita pensata. Empirismo ed apriorismo si accordano a non
tener conto che della seconda di queste due forme della necessita; € per questo
che Questa analisi sull'origine e la natura delle idee generali si trova in
Matiére et Mémoire, pag. 169 e seg. Questo discorso si trova in Bibliot. du
Congrés Intern, de Philos., Vol. 1, Philos, gén. et meétaphys., L’intelligenza
ed LA LINGUA né Puno né l'altro ci dá una spiegazione veramente psicologica
della nostra credenza ai principii. xk Se ¡ concetti, le idee, i principii
derivano non gia dalla speculazione, ma dalla vita, e precisamente dalle
relazioni nostre con la materia bruta, € evidente in- nanzi tutto che
l'intelligenza raggiunge con essi la realtáa, quando si ferma nel dominio della
materia inerte. L'azione nostra non potrebbe muoversi nell’irreale e perció,
purché non si consideri della fisica che la sua forma generale e non il
dettaglio della sua realizzazione od il simbolismo delle sue leggi, pud dire
che essa tocca l'assoluto. S1, ripeteva Bergson contro coloro che lo accusavano
di anti-intellet- tualismo; io dico che quando l'intelligenza umana e la
scienza positiva si esercitano sul loro proprio 0g- getto, sono in contatto col
reale e penetrano sempre piú nell'assoluto (3). Ma il male é, che quando
Pintelligenza opera non piú sulla materia bruta, ma sulla durata reale o sulla
vita (che, come vedremo, presenta tutti caratteri della durata), tratta il
vivente come l'inerte, applicando al novello oggetto le stesse forme, proprie
dei corpi inorganizzati, trasportando nel nuovo dominio le mede- simi abitudini
contratte nell'antico campo (4). Ed essa ha ragione di farlo, poiché a questa
condizione soltanto, il vivente offrirá alla nostra azione la stessa (1) Ho utilizzato
il sunto fedele che del discorso del Bergson diede la Revue de Métaphys. et de
Mor.. Évol. cr. BERGSON ;
A propos de l 'Evolution de Pintelligence géome- trique, in Revue de mél. et de
mor ale, vol. cr. Esposizione della filosofia bergsoniana
presa della materia inerte. Ma resti inteso che la ve- rita alla quale allora
si giunge, diviene tutta relativa alla nostra facoltá di agire e non é piú che
una ve- rita simbolica, Nel nuovo dominio l'intelligenza non é piú un sole che
illumina il mondo, ma una lanterna manovrata al fondo d'un sotterraneo. q Noi
peró dimentichiamo tutto questo, sedotti dalla grande causa di mille errori, il
linguaggio, Creato per designare le cose e null'altro che le cose, il
linguaggio, quando lo si applica alle idee, esige che noi vi stabiliamo le
stesse distinzioni nette e precise, la stessa discontinuita che c'é tra gli
oggetti mateteriali. Si vuole una prova convincente? Quando noi diciamo che
nella nostra durata molti stati di coscienza s*organizzano tra loro, si
penetrano, s'arric- chiscono sempre piú; adoperando la parola « molti »,
abbiamo isolati questi stati, li abbiamo esteriorizzati e glustaposti;
coll'espressione stessa, alla quale eravamo obbligati a ricorrere, abbiamo
tradito l'abitudine pro- fondamente radicata di sviluppare il tempo nello
spazio (3). Per portare un altro esempio: quando si dice «il fanciullo diviene
uomo », se riflettessimo bene, vedremmo che allorché poniamo il soggetto « fan-
ciullo », Pattributo « uomo » non gli si addice ancora, e quando enunciamo
l'attributo « uomo » questo non si applica gia piú al soggetto « fanciullo ».
La realta, che € la transizione dall'infanzia all” etá matura, a ci e sfuggita,
ci € sdrucciolata tra le dita. Fot et Vie , fasc. IV, PD. 421: BERGSON : Les réalitlés
que la Science n'atteint pas. Essaz,
pag. VII. (3) Z01d., pag. 92-3. Evol.
cr.. A AA == Il nostro modo abituale di PARLARE € consono alle abitudini
cinematografiche della nostra intelligenza € non sa cogliere 1”aspetto
infinitamente mobile ed ine- sprimibile, che ci presentano le percezioni, le
sensa- zioni, le emozioni, le idee, senza fissarne e distrug- gerne la
mobilita. É LA LINGUA – cf. H. P. GRICE, “NEGATION AND PRIVATION’, “PERSONAL
IDENTITY” -- che ci fa confondere il sentimento intimo in perpetuo divenire,
coll'oggetto esteriore che lo causa e con la parola che esprime questo oggetto,
facendoci attribuire alle impressioni, che cangiano continuamente, contorni
precisi e l'immobilitá. E LA LINGUA che ci fa solificare le nostre sensazioni.
Un sapore, un profumo mi sono piaciuti quando era fanciullo ed ora mi ripugnano.
Tuttavia io do ancora lo stesso nome alla sensazione provata e parlo come se il
profumo ed il sapore sono restati identici ed i miei gusti soli avessero
cambiato. Mentre tutte le sensazioni si modificano ripetendosi, LA LINGUA ci fa
credere alla loro immobilitá. La parola dai contorni ben definiti, la parola
brutale, che immagazzina ció che c'é di stabile, di comune, d’impersonale nelle
impressioni dell?umanitaá, schiaccia o almeno ricopre le impressioni delicate e
fuggitive della nostra coscienza individuale e specialmente i nostri
sentimenti. Essa deforma l”originalitá d'un amore violento, d'una melanconia
profonda; separa nella loro massa confusa una molteplicitá d’elementi che
dispone poi in un mezzo omogeneo; ruba ai nostri sentimenti la loro indefinibile
animazione, il loro colore, e poi vi appiccica sopra un nome e li erige in un
genere; e dopo aver spogliato questi stati d'animo di tutto ció che essi
avevano di intimo, di personale, di tutte le loro sfumature fuggenti e delle
lora risonanze profonde, pretende di averci fatto cono- Essaz, -- scere meglio
noi stessi, mentre non ha fatto altro che stendere dinanzi a noi la tela
abilmente tessuta del nostro io convenzionale. THE CLOSEST H. P. GRICE GETS TO THIS IS IN THE
CONCLUDING WILLIAM JAMES LECTURE, HARDLY DISCUSSED – on thinking and meaning. Anche riguardo alle nostre idee, se le cogliessimo in
sé stesse, ci accorgeremmo che la dissociazione dei loro elementi costitutivi,
che mette capo all*astrazione, per quanto comoda nella vita ordinaria e nella
discus- sione filosofica, assomiglia alla dissociazione degli stati di
coscienza. Anche le nostre idee hanno uno slancio comune, presentano una
penetrazione mutua; esse non hanno la forma banale, che loro dá il lin-
guaggio, ma vivono in noi come cellule in un orga- nismo, modificandosi ad ogni
nostra mutazione. Certo, non tutte queste idee si incorporano cosi alla massa
dei nostri stati di coscienza: quelle che riceviamo tutte fatte, che rimangono
in noi senza venir assimi- litate dalla nostra sostanza e che giacciono
dissecate nell'abbandono, sono adeguatamente esprimibili con parole; ma se
penetriamo negli strati piú profondi dell'io, assisteremo alla fusione intima
di idee, che, una volta dissociate, sembrano escludersi sotto forma di termini
logicamente contradditorii. X Con tutto questo noi non disprezziamo I'intelli-
genza né neghiamo /utilitá del linguaggio, come non contestiamo l'importanza
dei biglietti di banca. La nostra vita esteriore e sociale esige giustamente
che sotto l'estensione reale delle cose noi stendiamo uno spazio omogeneo; che
sbocconcelliamo la fluida con- tinuitá della durata in tanti momenti ben
distinti, in Essat pag. 99 e seg.; Le Rire. Essaií La perception du changement,
pag. 5. L'intelligenza e LA LINGUA ls 'tanti stati nettamente caratterizzati;
che applichiamo al vivente i concetti, le idee, LA LINGUA derivati dalla
materia inerte. Solo a questo modo, con questi principi di divisione e di
solidificazione, la nostra attivita pud avere dei punti di applicazione: nulla
di piú legittimo nel campo dell'azione. Ma pretendere di penetrare la natura
intima ed il fluire concreto della realtá CON QUESTA LINGUA, con questi schemi
rigidi, con queste idee generali, con queste astrazioni concettuali, significa
voler trasportare nella speculazione pura un procedimento fatto pella vita
pratica. Se non vogliamo BALOCCARCI CON SIMBOLI, praticamente utili, ma
assolutamente inefficaci nel raggiungimento dell'assoluto; se vogliamo arrivare
ad una conoscenza disinteressata ma vera; Se vogliamo la filosofia; dobbiamo
avere il coraggio di atterrare con mano inesorabile GL’IDOLI DELLA LINGUA ed i
concetti dell'intelligenza. a - Aya pe y EE (5 L'Intuizione L”intelligenza
umama - tale è la conclusione - non e affatto quella che ci mostra l’accademia
nell”allegoria della caverna. Essa non ha l’ufficio di guardare ombre vane che
passano, né di contemplare voltandosi l”astro splendente. Ha da far altro:
aggiogati, come bovi da lavoro, ad un compito pesante, noi sentiamo il giogo
dei nostri muscoli e la resistenza della terra; agire e sapersi agire, en-
trare in contatto colla realtá e anche riviverla, ma solo nella misura in cui
interessa il lavoro che si fa ed il solco che si apre, ecco la funzione
dell'intelligenza umana. O la filosofia quindi non € possibile ed ogni
conoscenza delle cose é una conoscenza pratica orientata verso il profitto che
vogliamo trarre, oppure filosofare consiste non giá nel prendere delle idee gia
fatte per dosarle e per combinarle insieme, ma nel rovesciare, nell'invertire
il lavoro abituale del pensiero, nel porsi nel oggetto stesso, nel tuffarci
d'un colpo nel fluire della durata per adottarne la direzione mutevole senza
posa, e per afferrarla con uno sforzo d'intuizione. Che cos'é quest'intuizione?
Évol cr., trad. Papini. Introd. a la Métaph., trad. ital., Se ¡o potessi
coincidere per un istante col personaggio d’un romanzo, di cui mi raccontano le
avventure, la mia conoscenza non sarebbe relativa ed imperfetta, ma mi parrebbe
di veder sgorgare naturalmente, come dalla sorgente, le sue azioni, i suoi
gesti, le sue parole. lo coglierei ció che costituisce la sua essenza in tutta
la completezza delle sue perfezioni, e proverei un sentimento semplice, che si
presterebbe nello stesso tempo ad un apprendimento indivisibile e ad una
inesauribile enumerazione. Ecco che cos’e l'intuizione: e quella specie di
simpatia divinatrice, per cui ci si trasporta nell'interno di un oggetto per
coincidere con ció che ha di unico e per conseguenza d’INESPRIMIBILE; e
quell'auscultazione intima che ci fa accostare alla realtá, per sentirne
palpitare l'anima e vi s’inserisce, per coglierla AL DI FUORI D’OGNI
ESPRESSIONE, traduzione, o RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA. Essa sola, dove é
possibile, pud darci la vera metafísica, la scienza cioé che vuol fare a meno
dei simboli e che raggiunge l’assoluto. Diciamolo subito. Questa facoltá non ha
nulla di misterioso. Non é necessario, per andare all'intuizione, di trasportarsi
fuori del dominio dei sensi e della coscienza, come falsamente crede Kant. Essa
Z01d., . Bergson nell'Zntrod. a la Met. (scritta nel 1093) diceva « simpatia
2ntellettuale ». Ma come bene osservano il Ségond ed il Le Roy, egli dopo
1'Evolution créatrice, non userebbe piu quella parola. (3) Zntrod. a la Mét.,
trad. ital., Z. (5) Zótd., Zbtd., L’intuition philosophique, riv. cit., pag.
827. non é altro che uno sforzo penoso, perfino doloroso, di risalire la china
abituale del lavoro del pensiero (1), di disfare i prodotti artificiali creati
dall'intelligenza per facilitare la nostra azione sulle cose, di mettersi
subito per una specie di dilatazione intellettuale nell*oggetto che si studia,
per andare dalla realtá ai concetti e non dai concetti alla realtá. Gli inizii
di questa intuizione filosofica sono segnati dal buon senso. Questo, che tanto
differisce dal senso comune, é un senso del reale, del concreto,
dell*originale, del vivente, un'arte di equilibrio e di precisione, un senso
della complessitá, in palpazione continua, come le antenne di certi insetti.
Esso implica una certa diffidenza della facoltá logica di fronte a sé stessa;
fa una guerra incessante all'automatismo in- tellettuale, alle idee tutte
fatte, alla deduzione lineare. Si preoccupa sopratutto di collocare e di pesare
senza nulla disconoscere ; arresta lo sviluppo di ogni prin- cipio e di ogni
metodo al punto preciso in cui un*ap- plicazione troppo brutale offenderebbe la
delicatezza del reale; ad ogni momento raccoglie l'insieme della nostra
esperienza e l'organizza in vista del presente. Esso, in una parola é pensiero
che si conserva libero, attivitá che sta in guardia, flessibilitá di
attitudine, attenzione alla vita, accomodamento sempre rinnovato a situazioni
sempre nuove. Da questo contatto mobile col dato, da questo sforzo vivente di
simpatia, deriva la sua virtú rivelatrice. Ecco ció che noi dobbiamo tendere a
trasportare dall'ordine pratico all*ordine spe- Zntrod. dá la Met. BERGSON: Le
bon sems et les études classiques, discorso pronunciato alla distribuzione dei
premi del Concorso generale. Esposizione della filosofla bergsoniana culativo
(1) e che gia abbiamo compiuto, quando spo- gliandola dai simboli che la
ricoprivano, abbiamo cercato di cogliere la durata del nostro.io. Mentre
l'intelligenza, costretta a prendere delle vedute immo- bili sul movimento e a
scoprire ripetizioni lungo ció che non si ripete, attenta a dividere
comodamente l'indivisibilita della nostra coscienza, era obbligata a gilocar
d*astuzia con la realtá e ad assumere in faccia ad essa un'attitudine di
diffidenza e di lotta, noi ab- biamo trattato questa realtáa en camarade,
abbiamo simpatizzato col nostro io, e con questo sforzo d'in- tuizione abbiamo
oltrepassato l'intelligenza. ES * X Queste parole suggeriscono subito l'idea di
un cir- colo vizioso. Invano si dirá, pretendete di andar piú in lá dell'intelligenza
; come otterrete questo, se non con l'intelligenza stessa ? L'obiezione si
presenta naturalmente allo spirito, ma con un simile ragionamento si proverebbe
l'impos- sibilitá di acquistare qualsiasi abitudine nuova. L*es- senza del
ragionamento sta nel rinchiudersi nel cerchio del dato. Ma l'azione rompe il
cerchio. Se voi non aveste mai visto nuotare un uomo, mi direste forse che
nuotare é una cosa impossibile, giacché per im- parare a nuotare, bisognerebbe
cominciare a reggersi nell'acqua, e per conseguenza saper nuotare di gia.
Infatti il ragionamento m'inchiodera sempre alla terra ferma. Ma se io mi butto
nell'acqua senza aver paura, dapprima mi sosterró alla meglio, dibattendomi
contro di essa, a poco a poco mi adatteró a questo nuovo Il sunto di questo
discorso sul buon senso € dato dal LE ROY, . Di esso mi sono servito.
Z'intuition philosophique, riv. cit. pag. 824-825.ambiente e impareró a
nuotare. Cosi, in teoria, é un assurdo voler conoscere altrimenti che
coll'intelligenza, ma se si accetta francamente il rischio, l”azione toglierá
forse il nodo che ha intrecciato il ragionamento e che questo non scioglierá.
Ma se la metafisica deve procedere per intuizione, se l'intuizione ha per
oggetto la mobilitá della durata, e se la durata € d'essenza psicologica, non
corriamo il rischio di rinchiudere il filosofo nella contemplazione esclusiva
di sé stesso ? La risposta a questa difficolta dev'essere data da tutto
l'insieme dell'opera bergsoniana, che procurerá di mostrare come noi possiamo
simpatizzare con altre realtá ed inserirci in esse con uno sforzo di immagi-
nazione. Questo lo possiamo giá comprendere fin d'ora, osservando che
l'intuizione di cui parliamo non é un atto unico, ma una serie indefinita di
atti, tutti senza dubbio, del medesimo genere, ma ciascuno di una specie
particolare, e che questa diversita di atti cor- risponde a tutti i gradi
dell'essere. Se io cerco di analizzare la durata, cioé di risolverla in
concetti belle fatti, sono obbligato a prendere sulla durata in generale due
vedute opposte, colle quali, dopo, tenteró di ricomporla. Diró che da una parte
c'é un*unitá e dall'altra una molteplicita di stati di coscienza e che la
durata e la sintesi di questa unita e di questa molteplicitá. Questa
combinazione, che ha del resto qualcosa di miracoloso e di misterioso, non pud
presentare né una diversitá di gradi, né una varietá di forme e di sfumature:
in questa ipotesi non c'é e non ci pud essere che una durata unica. £vol. cr.,
(trad, Papini). Esposizione della filosofia bergsoniana Ma se invece di voler
analizzare la durata e di farne la sintesi con dei concetti, ci s'installa
subito in essa con uno sforzo d'intuizione, si ha il sentimento di una certa
temsione ben determinata, di cui la stessa determinazione appare come una
scelta fra un'infinita di durate possibili. Allora scorgiamo tante durate
quante vogliamo, tutte molto differenti tra loro, benché ciascuna di esse,
ridotta a concetti, si riconduca sempre alla medesima combinazione indefinibile
del molteplice e dell'uno. Cosi l'intuizione della nostra durata, ben lungi dal
lasciarci sospesi nel vuoto, come farebbe la pura analisi, ci mette in contatto
con tutta una con- tinuitá di durate che dobbiamo tentar di seguire, sia verso
il basso sia verso l'alto: mei due casi possiamo dilatarci indefinitamente, con
uno sforzo sempre pid violento; nei due casi trascendiamo noi stessi. Nel primo
andiamo verso una durata sempre piú sparpagliata, i cui palpiti, piú rapidi dei
nostri, dividendo la nostra senzazione semplice, ne diluiscono la qualitá in
quantitá: al limite sarebbe il puro omogeneo, la pura ripetizione, colla quale
definiremo la materialita. Andando nell*altro senso, andiamo ad una durata che
si tende, si serra, si intensifica sempre piú: al limite sarebbe l'eternitáa.
Non piú leternitá concettuale, che e eternitá di morte, ma una eternitá di
vita. L'in- tuizione si muove fra questi due limiti estremi e questo movimento
é la stessa metafísica. * *x* Voi vi contradite, hanno osservato altri; se la
nostra intelligenza ha delle abitudini statiche, come potrá comprendere il
flusso del reale? A Wildon Carr che gli presentava questa obie- Introd. á la
Mét. trad. ital. Proceedings of Aristotelian Society. L’intuizione zione,
Bergson rispose che la nostra intelligenza e cir- condata da una frangia
d'intuizione che ci permette di simpatizzare con ció che c'é di propriamente
vitale nella vita. Se a questa frangia si vuol dare il nome d'intelligenza, si
é liberi di farlo, ma si estenderá troppo il senso della parola; ed a dire il
vero, questa frangia d'intuizione sembra che rassomigli meno alla intelligenza
che all'istinto, che é quasi l”opposto del- Pintelligenza. . Siccome questo
confronto tra imtuizione e istimto ricorre spesso nella pagine di Bergson e
diede luogo a molti malintesi, contro i quali egli stesso ha prote- stato (2),
€ necessario ricercare quale sia il pensiero preciso del filosofo francese.
Nell Evolution créatrice, quando affronta il pro- blema della vita, Bergson
tenterá di mostrare che la vita, dalle sue origini in poi, non é che la
continua- zione d'un solo e medesimo slancio, che si € poi di- viso in linee di
evoluzioni divergenti (3). Lo sviluppo di quell”unico impulso ha dissociato
cosl tendenze che non potevano crescere al di lá di un certo punto, senza
divenire incompatibili tra loro; ma che peró, nonostante la divergenza dei loro
effetti, conservano qualche cosa di comune per l'identitá della loro ori- gine.
Cosi, ad es., lo slancio iniziale s'é scisso in in- telligenza nell”uomo e in
istinto negli-«animali, in modo che ogni istinto concreto é mescolato
d'intelligenza ed ogni intelligenza reale e penetrata d'istinto. É per questo
che noi non siamo pure intelligenze, ma che intorno al nostro pensiero
concettuale e logico é re- Cír. Proceedings of Arist. Society. A propos de
l'évolution de l'intell. géom., riv. cit., pa- gina 30. (3) vol. cr., .
Esposizione della filosofia beresoniana stata una nebulosita vaga, fatta della
sostanza stessa alle cui spese si € formato il nocciolo luminoso che noi
chiamiamo intelligenza (1); accanto alla zona ri- schiarata, c'é una frangia
oscura che va a perdersi nella notte. Se questa frangia indistinta esiste, essa
deve avere per il filosofo una importanza maggiore del nucleo lu- minoso che
essa circonda (3). Che pud essere infatti questa frangia inutile, se non la
parte del principio. evolventesi, che non si € ristretta alla. forma speciale
della nostra organizzazione e che € passata in contra- bando? (4). Ed appunto
perché questa intuizione vaga non c'é d'alcun aiuto per dirigere la nostra
azione sulle cose, azione interamente localizzata alla super- ficie del reale,
non possiamo noi presumere che essa non si esercita semplicemente in
superficie, ma in profonditá ? É qui dunque che dobbiamo cercare le indicazioni
per dilatare la forma intellettuale del nostro pensiero; é qui che attingeremo
lo slancio ne- cessario per innalzarci al disopra di noi stessi (6) e per
trovare certe potenze complementari dell'intelletto, potenze di cui non abbiamo
che un sentimento con- fuso, quando restiamo in noi, ma che si rischiarano e si
distinguono, quando percepiscono sé stesse al- Popera, nellevoluzione della
natura. La conoscenza intuitiva di questa frangia ha molta rassomiglianza colla
conoscenza propria dell'istinto. Cosi disse Bergson al Congresso di filos. di
Parigi nel 1900 in una discussione col Weber. Cfr. Revue de métaph. et de
morale. Settembre 1900, pag. 662. (3) Evol. cr.L’intuizione 63 Per quanto
l'istinto non abbracci che la piccolissima porzione di vita che l'interessa e
sia necessariamente specializzato ; per quanto si esteriorizzi in azione, in-
vece di interiorizzarsi in coscienza e tenda assai verso l'incoscienza ; pure
bisogna riconoscere che esso € orientato verso la vita e non fa altro che
continuare il lavoro per il quale la vita organizza la materia, a tal punto che
non sapremmo dire dove finisce l'orga- nizzazione e dove comincia l'istinto. II
quale coglie il suo oggetto, al di dentro, non per un processo di conoscenza,
ma per un'intuizione vissuta piuttosto che rappresentata, che rassomiglia senza
dubbio a ció che noi chiamiamo simpatia divinatrice. Lo ripetiamo : questa
simpatia ha un oggetto limitato ed é incapace di riflettere su sé stessa; in
ció sta la sua deficienza. L'intelligenza invece, benché dapprima si concentri
sulla materia e si adatti agli oggetti del di fuori, pure giunge a circolare
tra essi, a rovesciare le barriere che le si oppongono, ad ampliare
indefinitamente il suo regno. Una volta liberata, pud piegarsi all'in- terno e
risvegliare le virtualita d'intuizione che son- necchiano ancora in essa e che
altro non sono se non una specie d'istinto, divenuto disinteressato, cosciente
di sé stesso, capace di riflettere sul suo oggetto e di allargarlo
indefinitamente. Bergson quindi — come scriveva nel 1908 in un arti- colo
apparso nella Revue de métaphysiqueet de morale non pretende di sostituire
all'intelligenza qualcosa di differente o di preferirle l'istinto. Egli vuole
sol- tanto che, quando si abbandona il dominio degli og- getti materiali e
fisici, per entrare in quello della vita e della coscienza, si faccia appello a
un certo senso della vita che s'oppone all'intelletto puro e Life and
Consciousness, riv. Cit., pag. 44. O. Esposizione della filosofia bergsoniana
E. AE EN ONIS che ha la sua origine nel medesimo getto vitale del- listinto,
benche l'istinto propriamente detto sia tutta altra cosa. Che Pintuizione sia
possibile, che l'uomo possa distogliere la sua attenzione dal lato praticamente
in- teressante dell'universo, per rivolgerla verso ció che praticamente non
serve a nulla, e ció che ci sugge- risce l'esistenza in noi di una facoltá
estetica accanto alla percezione normale. Nulla come l'arte, pud dirci che cosa
sia 1'imtui- zione filosofica. Non solo, vivendo di creazioni, l'arte pud farci
comprendere ció che é la durata reale e lo slancio vitale; ma inoltre, anche
l'artista si pone per una specie di simpatia nell'interno dell'oggetto e non
percepisce piú semplicemente in vista d'agire, ma solo per percepire, per il
piacere, per nulla. L”osservazione sincera della nostra vita psicologica
normale ci mostra una tendenza costante dello spirito a limitare il suo
orizzonte. Nel campo infinitamente vasto della nostra conoscenza virtuale, noi
cogliamo solo ció che interessa la nostra azione sulle cose e trascuriamo il
resto. Prima di filosofare bisogna vi- vere (5) e vivere significa accettare
dagli oggetti sol- tanto l'impressione utile, per rispondervi con reazioni
appropriate: le altre impressioni debbono oscurarsi o non giungerci che
confusamente. I sensi e la co- scienza non ci dánno della realtá che una
semplifi- A propos de Pévol. de Pintell. géomét., riy. cit, pag. 30. (2) Évol. cr., pag. 192. Z01d., pag. 49. La perception du changement, Conf. Z61d., Conf. 1, pag. 12. Le Rtire PIRANDELLO
L'intuizione K 67 cazione pratica. L'individualitá delle cose e degli es- seri
ci sfugge tutte le volte che non giova materialmente di percepirla. E anche lá
dove la notiamo, come quando distinguiamo un uomo da un altro uomo, non é la
individualitá stessa che afferra il nostro occhio, ma soltanto uno o due tratti
che faciliteranno il ricono- scimento pratico (1). Infine per dir tutto, noi
non ve- diamo le cose stesse, come non percepiamo i nostri stati d'animo in ció
che hanno di piú intimo e di ori- ginalmente vissuto. Ci appaghiamo di solito
di leggere le etichette, che il linguaggio appiccica sul reale. Noi insomma ci
muoviamo tra generalitá e simboli ; e affascinati, attirati dall'azione,
viviamo in una zona mediana tra le cose e noi, esteriormente alle cose, ed
esteriormente anche a noi stessi (3). Se la realtá col- pisse direttamente i
nostri sensi e la nostra coscienza, se noi potessimo entrare in immediata
comunicazione con le cose e con noi, l'arte sarebbe inutile, o piut- tosto
saremmo tutti artisti, perché allora la nostra anima vibrerebbe continuamente
all*unissono colla na- tura. 1 nostri occhi, aiutati dalla memoria,
ritagliereb- bero nello spazio e fisserebbero nel tempo dei quadri inimitabili.
Il nostro sguardo afferrerebbe a volo, scol- piti nel vivo marmo del corpo
umano, frammenti di statua, belli come quelli della statuaria antica. Noi sentiremmo
cantare in fondo alle nostre anime, come una musica a volte gaia, ma piú che
altro lamentosa, sempre originale, la melodia ininterrotta della nostra vita
interiore (4). Ma nulla di tutto ció é percepito direttamente da noi, perché
tra noi e la natura, tra noi e la nostra stessa coscienza, s'interpone un velo
(trad. Papini).fitto per gli uomini comuni, leggiero e quasi traspa- rente per
l'artista ed il poeta. Di quando in quando, per un felice accidente, nascono
delle anime che coi loro sensi e con la loro coscienza sono meno attac- cate
alla vita. Quando riguardano una cosa, la vedono per sé stessa (pour elle) e
non per sé stesse (pour eux) e ne ritraggono una visione piú diretta e piú
immediata. Se il distacco della vita fosse completo, se l'anima non aderisse
piú all'azione con nessuna delle sue percezioni, avremmo l'anima di un artista,
che eccellerebbe in tutte le arti nello stesso tempo o piuttosto le fonderebbe
tutte in una sola. Ma sarebbe chieder troppo alla natura. Per quelli stessi fra
noi che ha fatti artisti, essa ha sollevato il velo acciden- talmente e da una
parte sola: da ció la diversita delle arti. Ma sia pittura, sia scultura,
poesia o musica, Parte non ha altro oggetto che di levar di mezzo i simboli
praticamente utili, le generalita convenzional- mente e socialmente accettate,
infine tutto ció che ci maschera la realtá, per metterci faccia a faccia con la
realtá stessa (1). L”arte dunque ci mostra che una estensione delle nostre
facoltáa di percepire € possibile, e benché essa non attinga che l'individuale,
ci fa peró conce- pire una ricerca orientata nel suo stesso senso e che prenda
per oggetto la vita in generale (3). Ció che la natura fa di quando in quando
per distrazione e per qualche privilegiato, la filosofia deve farlo per tutti
in un altro modo, conducendoci ad una perce- zione piú completa del reale, per
un certo spostamento della nostra attenzione (4). L*arte e la filosofia si ri- La
perception du changement, Conf. La
perception du changement, Conf. L'intuizione 69 congiungono cosi
nell'intuizione, che é la loro base comune (1); é la stessa intuizione,
diversamente uti- lizzata, che fa il filosofo profondo ed il grande ar- tista
(2). ll senso comune dice che lartista € un idealista e certo é un ri] Filosoña
e realtá X* A questa concezione pura del reale si sostituisce spesso un
equivalente statico. La durata vera cede il posto ad un tempo polverizzato, il
movimento si ri- solve in una serie di posizioni, il cangiamento in una serie
di istantaneita, il divenire in una serie di stati. Con una ingegnosa
disposizione di immobilitá, con un procedimento cinematografico, si ricompone
il movi- mento : operazione praticamente comoda, ma teorica- mente assurda e
gravida di tutte le contraddizioni,, dí tutti i falsi problemi, in cui si
impigliano la meta- fisica e la critica (1), come lo mostra 'un colpo d*oc-
chio sulla storia dei sistemi filosofici (2). Xx * Perché infatti i filosofi
della scuola di Elea dichiara- rono assurdo il movimento? Si esaminino gli
argo- menti di Zenone e si vedrá che essi sono logicamente concludenti, se si
confonde il movimento con la tra- iettoria, vale a dire se si fa coincidere il
moto colla immobilita. a Cerchiamo il principio fondamentale della filosofia
che si sviluppd attraverso l”antichita classica : lo spi- rito deve trovare la
qualita, la forma o essenza, il fine, ció insomma che e refrattario al
cangiamento, sotto il divenire delle cose. Ecco quindi le pure idee immutabili,
alle quali Platone attribuisce un”esistenza vera, e che entrando le une nelle
altre si raggrup- pano in un concetto unico, nella forma delle forme, nell'idea
delle idee, nel motore immobile di Aristotele. Cfr. L'intuition philosophique,
riv. cit., pag. 825. (2) Tutto il Capo IV dell vol. Créat. € dedicato a
dimostrare questa tesi. Questo sistema di concetti fissi, che costituisce la
vera scienza, € completo e tutto fatto dall'eternitá : tutto é dato. Quale sará
allora l'indivisibile sorgente della mobilita? Essendo la negazione della
forma, sfuggirá per ipotesi ad ogni definizione e sará l'indeterminato puro, il
quasi-niente, il non-essere platonico, la materia prima aristotelica. E via di
seguito, fino alle creazioni fantastiche di cosmologie arbitrarie, dedotte
dalla concezione falsa, che € alla base di queste metafisiche. Le quali, nelle
loro grandi linee, corrispondono alla metafisica naturale dell'intelligenza
umana: edé per tale ragione che mille fili invisibili uniscono la scienza
moderna alla filosofia greca. Nonostante le differenze profonde che esistono
tra la scienza nostra e quella degli antichi, i nostri scienziati, costretti
dalle esi- genze pratiche, non considerano altro che il tempo lunghezza e
trascurano il tempo vero, il tempo inven- zione. Da questa negazione della
durata, sorge il determinismo assoluto, che abbraccia la totalitá del reale:
anche per loro, tutto e dato. Descartes sembra dubitare di questo: se da una
parte egli accetta il meccanismo universale, dall'altra crede al libero
arbitrio, che ci fa credere all'inven- zione, alla creazione, alla successione
vera. Tra le due concezioni egli é esitante, ma é purtroppo la prima che la
filosofia posteriore abbraccia con Spinoza e con Leibniz. Per l'uno e per
l'altro, la realtá come la veritá sono integralmente date ab aeterno. Essi
rifiu- tano l'idea di una durata assoluta, come la rifiutano anche il preteso
empirismo moderno, le spiegazioni meccanistiche dell*universo, l”epifenomenismo
mate- rialista, la psicofisiologia e via dicendo. Tutte queste dottrine sono in
ritardo in confronto della critica kantiana. Vedendo nell'intelligenza una
facoltá di stabilire dei rapporti, Kant attribul ai ter- mini dei rapporti
stessi un'origine extraintellettuale. Egli affermó, contro i suoi predecessori
immediati che la conoscenza non é interamente risoivibile in termini d'intelligenza.
Con ció apriva la strada ad una filo- sofía nuova, che avrebbe dovuto porsi
nella materia extraintellettuale della conoscenza, con uno sforzo su- periore
d'intuizione. Ma Kant non si mise in questa direzione ; anch”egli non pensd ad
affermare la realtá sostanziale della durata. Il pensiero filosofico del sec.
xix senti che questa era la via da prendersi. Quando un pensatore sorse ad
annunciare una dottrina d'evoluzione, ove il pro- gresso della materia verso la
percettibilita sarebbe stata delineata insieme alla marcia dello spirits verso
la razionalitá, ed ove si sarebbe seguito di grado in grado la complicazione
delle corrispondenze tra 1'in- terno e l'esterno, ed il cangiamento sarebbe
divenuto la sostanza stessa delle cose, verso di lui si rivolsero tutti gli
sguardi. Ma Spencer non attud il suo pro- gramma. La sua dottrina porta il nome
di evoluzio- nismo e pretende di salire e di discendere il corso del divenire
universale: ma in realtá non era que- stione né di divenire né di evoluzione. L”artificio
or- dinario del metodo spencieriano consiste infatti nel ricostituire
l”evoluzione coi frammenti dell'evoluto. Se incollo un'immagine sul cartone e
taglio poi questo ultimo in pezzetti, io potrei, raggruppando i piccoli
cartoni, riprodurre l'immagine. Ed il fanciullo che cosi lavora sui pezzi d'un
giuoco di pazienza, che giusta- pone i frammenti d'immagini informi e finisce
per ottenere un bel disegno colorato, pensa senza dubbio d'aver prodotto il
disegno ed il colore. Tuttavia 1”atto di disegnare e di dipingere non ha nessun
rapporto con quello di radunare i frammenti di una immagine gia disegnata e gia
dipinta. Nello stesso modo com- ponendo tra l oro i risultati piú semplici
dell*evoluzione, voi imiterete bene o male i piú complessi ; ma né 180 Esposizione
della filosoña bergsoniana degli uni né degli altri voi avrete delineato la
genesi; e questa addizione dell'evoluto coll'evoluto non rasso- miglierá
assolutamente al movimento dell'evoluzione. Tale tuttavia e l'illusione di
Spencer : egli prende la realtá nella sua forma attuale ; la spezza, la
sparpiglia in frammenti che getta al vento; poi integra questi frammenti e ne
dissipa il movimento. Dopo di aver imitato il tutto con un lavoro di mosaico, e
di essersi dato anticipatamente tutto ció che si trattava di spie- gare, crede
di aver compiuta l*opera promessa. A questo falso evoluzionismo bisogna invece
sosti- tuire l'evoluzionismo vero, ove la realtá sia seguita nella sua
generazione e nel suo crescere. É cid ap- punto che ha tentato di fare Bergson.
Cosi finisce 1”Évolution Créatrice e cosi termino anch'io lesposizione del
pensiero bergsoniano. Come gia dissi al congresso di Bologna ed in una
prefazione agli scritti di Tarde, Bergson sostenne che per capire il pensiero
di un filosofo, bisogna riassu- mere tutte le sue teorie in un punto unico,
straordi- nariamente semplice. Questo punto é cos) semplice che il filosofo
parla tutta la vita senza riescire ad esprimerlo. Egli non pud formulare ció
che ha nello spirito, senza sentirsi obbligato a correggere la sua formola ed a
correggere poi la sua correzione : cos di teoria in teoria, rettificandosi
quando crede di comple- tarsi, non fa altra cosa che rendere con approssima-
zione crescente la semplicitá della sua intuizione ori- ginale. (1) Évol.
Créat., Capo IV passim. Zbid., pag.
VI-VII. É questo il metodo che Bergson vuole che si ap- plichi a tutti i
pensatori e quindi anche a lui: metodo tutto opposto ai tentativi molto in voga
e contro i quali egli protesta, di trascurare ció che di personale vi é in un
sistema, per dissolverlo nelle sue fonti e per ridurlo ad una sintesi di idee
di altri filosofi. Si dove perció cercare di afferrare nella com- plicazione
delle dottrine bergsoniane l'intuizione sem- plice che le anima. Modifichera la
nozione della durata della coscienza con le teorie della memoria e sopra- tutto
della vita, poiché la nostra coscienza che dura e che porta con sé tutto il
peso del suo passato, non ¿ che un frammento della piú grande Coscienza. La
durata e libertá ; ma il concetto di questo dev'essere completato con la
concezione della genesi universale, poiché e lo slancio vitale che e libero e
che si risveglia ad una libertá non perfetta nello spirito umano. La
Supracoscienza poi che dura, con la sua distensione fa sorgere la materialita,
e cosi di seguito. Le opere future di Bergson porteranno nuovi ritocchi,
daranno al pensiero passato un colorito speciale; ma Infiniti sono gli articoli
di riviste, dove si cercano le orí- gini del bergsonismo e si paragona Bergson
a Eraclito, a Plotino, a Kant, a Darwin, a James, a Freud, a Wells, a Balfon,
etc. etc. Non ne cito nemmeno uno, perché, fatta qualche rara eccezione, non
mirano a provare la continuita del pensiero filosofico, ma cercano con
ravvicinamenti, quasi sempre contrari al vero spi- rito di questa filosofia, di
distruggere ció che di originale vi € in Bergson. lo non nego perd che vi siano
analogie tra alcune teorie berg- soniane e le teorie di altri pensatori, ad es.
di Ravaisson, di Paul Janet, di Maine de Biran. Si legga ad es: BERGSON: Prin-
cipes de psychologie et de métaphysique a' aprés M. Paul Janet in Revue
Philosophique, 2% Sem., e lo studio gia citato dello stesso Bergson: /Votice
sur la vie et les oeuures de M. F. Ravaisson-Mollien (Académie des Sciences
morales et politiques, séances des 20 et 27 février 1904). Esposizione della filosofia bergsoniana l’anima
vivificatrice, se é lecito esprimerla con una formula, è sempre l'intuizione
della durata pura. A quanto si dice, il pensatore francese sta ora stu- diando
il problema morale ed il problema d”oltretomba, memore forse che la filosofia
non € solo una medita- zione della vita, come disse Spinoza, ma é anche,
secondo il detto di Platone, una meditazione della morte. Recentemente agli
amici che lo avvicinavano, ai giornalisti ammessi allintervista, Bergson
confes- sava che il mistero dell'al di lá lo tormenta E Mentre egli sta
meditando, ¡o vorrei invitare il let- tore ad un esame critico delle teorie
lealmente e serenamente esposte, per vedere se Bergson pud ab- bandonarsi
davvero alla gioia di aver creato un si- stema vitale, gioia ineffabile, che,
in una lezione al College de France, egli preferiva a tutti gli onori ed a
tutti gli applausi. L’intervista concessa da Bergson a Verne nell’Intransigeant
Igrr. PA > BE; Etudes:"e Life and Consciousness, riv. cit., pag. 42.Gli
ammiratori di Bergson, che nel loro maesto ac- clamavano « il nuovo Platone »,
ebbero un giorno una sgradita sorpresa. Bergson — cosl dicevano alcuni critici
— é un grande artista, ma non e un filosofo. Anche noi lo ammiriamo, se ce lo
presentate come un cantore genialmente ispirato. Le sue dottrine sono davvero
creazioni superbe e fantastiche, degne d'un poeta. Ma se vorreste ostinarvi a
ricercare in esse un sistema filosofico, noi saremmo obbligati a ripetervi
Pinvito di Alfred Fouillée e vi proporremmo di non discorrere piú di Évolution
Créatrice, ma di Imagi- tion créatrice. Questo giudizio molto diffuso, per
quanto rara- mente espresso in una forma cosl crude e sincera, mi sembra
ingiusto. Poiché, se Bergson é sempre un at- tista della parola, se alcune
pagine dei suoi libri ras- somigliano di piú ad un canto dell”Ariosto che non
ad un capitolo della Critica della Ragione pura, tuttavia egli ¿ anche un
filosofo per i problemi che tratta e per il metodo che difende. In un tempo in
cui si tentava di ridurre la filosofia ad un paragrafo delle scienze naturali,
Bergson ha sentito il dovere di discutere i problemi della liberta umana, della
spiritualita dell'anima, dell”unione del- FOUILLÉE: La pensée et les nouvelles
écoles anti- intellectualistes, Paris, Alcan Note critiche A O E AENA GU ANIOS
l’anima col corpo, della natura della vita, dell'origine del mondo e via
dicendo. Si potrá e si dovrá combat- terlo per il modo con cui li ha discussi;
ma nessuno puó negargli il merito di aver compreso che le do- mande: «Chi siamo
noi? che cosa dobbiamo fare quaggiú? dove veniamo e dove andiamo? » sono come
egli stesso proclamava nelle sue recenti confe- renze di Birmingham e di Parigi
le questioni essenziali e vitali, le questioni di interesse supremo, che prime
si presentano al filosofo e che sono o do- vrebbero essere la vera ragione
della filosofia E questi « massimi problemi » Bergson ha cercato di risolverli
non giá con le macchinette, cogli istru- mentini dei laboratorii o con gli altri
famosi ritrovati della filosofia naturalistica, ma con quel metodo in- tuitivo,
che € certo incompleto e che nel suo esclu- sivismo é falso e contradittorio,
ma che rappresenta un'esigenza del metodo filosofico vero. Da queste parole il
lettore avrá gia inteso qual'e il giudizio che io daró del sistema bergsoniano.
lo credo che esso, per quanto abbia segnato un immenso progresso di fronte al
positivismo imperante pochi anni or sono (2), presenta ancora mille errori, che
rovinano spesso le sue tesi pid belle. Sono peró anche convinto che questi
errori non sono una manifesta- zione di uno spirito debole ed inadatto alla
specula- zlone, come potrebbe pensare un osservatore super- ficiale; ma sono
talvolta lespressione di tendenze legittime ed insoddisfatte. BERGSON : Life and
Consciousness in The Hibdert Journal; 1d.: Ame et corps, in Foi et Vie, num.
cit. In questo sono concordi tutti ¡
neoscolastici, dal Farges al Mercier, dal Tredici al Baeumker. Sottoscrivo
quindi, pur dissentendo «dal loro sistema filo- sofico, al giudizio di alcuni
critici italiani.Note critiche Il che equivale a dire che, per giudicare
Bergson, non bisogna fermarsi alle particolaritá dei suoi scritti, non bisogna
considerare atomicamente le varie teorie, per accontentarsi di una facile
critica, puramente e semplicemente distruttrice. Si deve invece studiare questa
filosofia nello spirito che la vivifica e la sug- gerisce, per colpire in ogni
sua parte il tutto, con una crítica positiva e costruttiva (1). Con tale
programma, che non so se sara da me felicemente svolto ed attuato, ma che certo
fu since- ramente voluto, mi accingo ad esaminare il metodo e le dottrine di
Enrico Bergson. KRONER nel Logos art. cit., pag. 139. Chi volesse avere un
saggio di critica, tutto opposto al mio, pud leggere il recente volume di DAVID
BALSILLIE : An examination of Professor Bergsons Philosophy, London, Williams
and Norgate, . ta e MS A An y (Jal y no 1 ' as A AN ras A ME A r $ Bergson e un
filosofo del divenire. La realtá per lui é un movimento senza mobile, € un
flusso con- tinuo, e durata. Nell”esposizione delle teorie bergsoniane, non si
8 fatto altro che ripetere con una insi- stenza significativa questo pensiero,
che venne giusta- mente indicato come l'espressione sintetica di tutta la
filosofia nuova. Da questa concezione fondamentale, Bergson ha dedotto il suo
metodo: se tutto diviene, la realta che in due momenti, anche consecutivi,
cangia qualitativamente non potrá essere espressa con parole comuni, le quali
nella monotonia della loro ripetizione suppongono l'identitá costante di una
parte almeno del reale, e nemmeno pud essere afferrata dall'intel- ligenza con
concetti immobili, rigidi e sempre eguali. Linguaggio e concetti sono utili per
i bisogni imme- diati della vita, per la necessita della pratica, ma sono
impotenti a darci la veritá, che solo pud essere rag- giunta coll'intuizione.
lo prescindo ora dalla premessa bergsoniana, poiché é nella seconda parte di
questo studio che cercherd di confutare la teoria del divenire universale; e mi
limito a considerare il metodo in sé, vale a dire l'odio Cfr. LE ROY: Une
philosophie nouvelle Note critiche del Bergson contro la lingua e contro
l'intelligenza ed il suo ideale di una filosofia intuitiva. Mi sembra che
questo metodo sia in sé stesso contraddittorio. E La lingua, secondo il
Bergson, e la causa di tutti gli errori, 1”origine di tutti gli inganni. Egli
lancia le sue imprecazioni contro'« la parola brutale », Che de- forma la
realtá, che ce ne dá solo un'ombra pallida e fallace, che non riesce a riprodurre
fedelmente le idee veramente nostre, la vita intima della coscienza e dell'io
profondo, l”evoluzione creatrice dello slancio vitale. Eppure Bergson stesso ha
dovuto constatare un fatto. Nell'introduzione del suo Essai sur les données
immédiates de la coscience, egli scrive: « Noi ci esprimiamo necessariamente
con parole » (2). Ed e verissimo: infatti anche i libri di Bergson si compon-
gono di parole; il metodo dell'intuizione viene di- feso con le parole; con
parole sono esposte tutte le sue teorie; perfino la critica spietata contro il
linguaggio e fatta col linguaggio. Non é forse chiaro che se la teoria
bergsoniana del linguaggio fosse vera, se la parola non potesse davvero
esprimere la realtá senza deformarla, anche tutta la filosofia di Bergson
sarebbe falsa? La parola tra- disce la realtá: ora Bergson ha continuato a
parlare; dunque ha continuato a tradire la realtá. Anzi bisognerebbe aggiungere
che la critica stessa del linguaggio € completamente vana, poiché anche essa é
enunciata con parole, In breve: combattere il valore del linguaggio e ser- Cfr.
Essat, Cap. Il passim. (2) Z61d., pag. VII. Il metodo 11 ' virsi della lingua
come se avesse valore, é una con- traddizione. Se il reale € inesprimibile,
rassegniamoci al silenzio. Per essere coerente, Bergson doveva negare alla
filosofia il diritto di esistere, anzi non do- veva nemmeno dire questo: la
logica gli imponeva un assoluto silenzio. Uno dei piú profondi discepoli di
Bergson, Segond ha tentato di ribattere questa accusa ed ha osservato che la
denuncia del verbalismo non é una condanna del pensiero verbale, poiché
quest'ultimo nella sua ispirazione spirituale € orientato intuitivamente. Ed il
Le Roy ha soggiunto che, benché « lintuizione dell'immediato, a parlare
rigorosamente, sia inespri- mibile », pure «la si pud suggerire ed evocare con
metafore e con immagini. lo non negheró che specialmente l'osservazione del
Segond, come meglio apparirá in seguito, contiene un'anima di veritá; ma perché
queste difese possano divenire valide, e indi- spensabile confessare con
schiettezza che Bergson ha per lo meno... esagerato. Secondo la sua teoria, il
Quanto a questa critica della teoria bergsoniana del lin- guaggio, si vegga:
PREZZOLINI, LECLÉRE: Pragmatisme, Modernisme, Protestantisme, Paris, Bloud;
CALO: 11 problema della Isbertá nel pen- siero contemporaneo, Milano, Sandron,
nota; KEY- SERLING: Das Wesen der Intuition und ihre Rolle in der Phi- losophie
in Logos, Band lII, Heft 1, S.; e fu svolta anche da molti neoscolastici, come
ad es. dal PIAT : Insuffisance des philosophies de Pintuition, Paris. Solo perd
il PREZZOLINI non si limitó ad una critica negativa. Riguardo poi alle riserve
di LEVI, L'indeterminismo nella filosofia contemporanea, Firenze, Seeber, pag.
265 e seg. ed alla sua di- stinzione tra il valore psicologico ed il valore
log.co della pa- rola, credo non abbiano piú nessuna ragione di essere dopo P
Evolution Créatrice SEGOND: Z*intuition bergsonienne, Paris, Alcan ROY Note
critiche pensiero verbale, appunto perché verbale, non pud darci una visione
fedele della durata; ogni parola, anche se é Evolutionisme de M. Bergson in
Revue de Philosophte CRESPI: Lo spirito nella filosofia di Bergson. M. La me-
tafisica bergsontanain La Cultura contemporanea 11 metodo razione, ed invece ci
ha dato un'altra metafísica, ricca di contraddizioni numerose, che non si
risolvono tuffandosi nel flutto del reale, ma solo possono essere dissipate da
una filosofía, che, pur riconoscendo la intuizione, non disprezza la ragione ed
il concetto. Quali sono questi concetti, che la filosofia deve adoperare? Le
obiezioni di Bergson non distruggono forse il loro valore ? Due sono le
correnti, che in questi ultimi anni si sono delineate tra i neoscolastici
italiani a proposito di questa questione. Gli scolastici puri stanno fermi
all*antico astrattismo aristotelico ed aderiscono perció a quanto in prege-
voli lavori hanno detto il De Tonquédec, il Farges, il Piat, il Tredici e mille
altri. Essi, dinanzi al bergsonismo, ragionano cos]: «E facile mettere di
fronte, da una parte la ric- chezza e la complessitá del reale quale € dato
dall*intui- zione, con tutto quel cumulo di note che rendono ciascuno
differente da ogni altro reale e soggetto alle piú svariate vicissitudini e
mutazioni, e dal- altra la povertá, la semplicitáa del concetto astratto, che
non rappresenta una cosa piuttosto che un'altra, che resta immutabilmente lo
stesso nonostante il cam- biamento delle cose esistenti, —e poi gridare alla
loro TONQUÉDEC: La notion de la vérité dans la Philos. nou- velle, dapprima
apparso in Études, come dissi e poi pubblicata dal Beauchesne, Parigi; PIAT,
Op. cit., passim. ; FARGES, op. cit., cap. Vl e VII; MARITAIN, art. cif.,
passim. ; GRIVET: Henri Bergson: esquisse philosophique in Études, etc. Note critiche completa eterogeneitá, e chiamare il
concetto una deformazione della realtá... Ma la cosa merita di essere esaminata
un po” piú profondamente; ammette « la libera scelta » dello slancio
incosciente; e siccome la radice dell'atto li- bero é nella durata, richiede
come conditio sine qua mon della libertá che vibri la nostra personalitá tutta
intera ; distingue perció 1l'io superficiale dall'io pro- fondo ed enuncia la
strana teoria ripugnante alla te- stimonianza della nostra coscienza che gli atti
li- beri sono rari e che molti muoiono senza aver cono- sciuto la vera libertá.
Invece € chiaro che quando, conscio di quello che faccio, scrivo queste righe,
mi sento libero, anche senza far vibrare tutta la lira dei sentimenti e delle
potenze del mio animo; é su- perfluo bruciare la casa per far cuocere due uova.
Vi- ceversa, il desiderio della felicita, profondamente in- sito in ciascuno di
noi ed in ciascuna delle nostre azioni, é necessitato. Bergson afferma che é
impossibile definire l”atto li- bero, perché l'eterogeneita sempre cangiante
della du- rata non puó essere rinchiusa in una forma morta. Poniamoci dal punto
di vista bergsoniano; concediamo per ora, senza discutere, che il flusso della
nostra du- rata interiore sia una continuitá perfetta; che sul teatro della
nostra coscienza sia assurdo che si ripro- ducano due volte le stesse cause;
ammettiamo che per un essere finito l'atto libero futuro sia impreve- dibile.
Anche allora, quando dopo d'esser passato FARGES, op. cit., c. II, passim. A EP
VIA per una serie di mutazioni, Pio compie Patto libero, sente che se elegge
quest'azione, potrebbe perú anche non eleggerla o eleggerne un'altra. Bergson
stesso lo riconosce; poiché e costretto a scrivere: «anche quando si abbozza
(on esquisse) lo sforzo necessario per compiere un'azione, si sente bene che si
é ancora in tempo di arrestarsi. In questo fatto sta 1'es- senza della libertá.
Bergson critica tre definizioni della libertáa: «Patto libero € quello che una
volta compiuto, poteva anche non esserlo; é quello che non si po- trebbe
prevedere, anche se antecedentemente si cono- scessero tutte le condizioni;
quello che non é necessa- riamente determinato dalla sua causa». Ma egli ha
dimenticato proprio la definizione esatta : «| P'atto li- bero é quello che, mentre
lo si compie, potrebbe anche non essere compiuto ». Questa definizione non
confonde il tempo con lo spazio, ma si pone nella pura durata ed esprime esat-
tamente un fatto della nostra coscienza; non vale solo per l'azione compiuta,
ma anche e sopratutto per l'azione che si compie; non incorre nella tautologia
che «il fatto, una volta avvenuto, é avvenuto ; mentre, prima di avvenire, non
era avvenuto »; non cade nelle braccia del determinismo, ma infigge un pugnale
nel cuore di questo avversario. Essa, cosa importante da osservare, non fa
nemmeno dell”atto libero un'abitraria creazione ex nihilo, poichée e la ragione
che deve dirigere la volonta. Quando la volontá vuole un bene che in quelle
cit- costanze € ragionevole, non pone un atto arbitrario, bensi un atto libero:
non e Poggetto esterno che de- termina la volontá, ma e la volonta, che
determina sé stessa e potrebbe anche (irragionevolmente si, e qui Essaz Note
critiche sta appunto la colpa o l'imperfezione e la responsa- bilita personale)
non determinarsi. Avere il dominio dei proprii atti, non significa che questo
dominio debba venire esercitato arbitrariamente, come credono certi illustri
positivisti. Non mi dilungo su questa questione della liberta, perché nel
presente studio critico io non mi propongo di esporre tutte le tesi scolastiche
riguardanti i diversi problemi. Il mio scopo € piú modesto: io vorrei sol-
tanto che ¡ lettori si persuadessero che non é poi per stupido cretinismo o per
un decreto di autoritá che i neoscolastici- moderni alla voce che oggi risuona
nel College de France preferiscono un”altra parola, la cui eco dorme da
settecento anni tra le pietre della vecchia Sorbona e che veniva pronunciata
senza scintilllo di metafore, ma con semplicita profonda da un grande filosofo.
Quel filosofo, che gli studiosi d’allora, accorsi da tutte le contrade
d”Europa, ascol- tavano con Paviditá che oggi tiene sospesa la gio- ventú
francese alle labbra di Enrico Bergson, si chia- mava San Tommaso d'Aquino.
Coloro che lo igno- rano, lo possono disprezzare ; coloro che lo meditano, lo
debbono ammirare. MATTIUSSI GRIVET:
4H. Bergson, esquisse philosophique in Études La dottrina L'anima. Un nouveau spiritualisme » : ecco come vennero
denominate dal Belot le teorie bergsoniane intorno all'anima umana ed ai
rapporti dello spirito col corpo (1). E parrebbe infatti che nessuna parola
fosse meglio indicata, per designare questa filosofia che combatte il
materialismo, che riconosce una dif- ferenza di natura (e non di grado
soltanto) tra 1'ani- male e l?uomo, che sente cosi prepotente il bisogno
dell'immortalitá personale. Ma anche qui é necessario procedere cautamente;
poiché, come nel problema della liberta Bergson non sapeva conciliare la
libertá dell'io con la necessita del tutto, cosi in questa questione non sa
conciliare l'unitá dello slancio e lPindividualitáa dei singoli. Egli si trova
molto impacciato. Ci ha sempre detto che la corrente vitale ha tutti ¡
caratteri della nostra coscienza per ció che riguarda la durata: lo slancio
unico é un tutto indiviso, in cui non vi sono elementi o stati separati, come i
quadratelli d'un mosaico od i gradini di una scalinata; le molteplici
virtualitá si prolungano e si continuano le une nelle altre insen- sibilmente,
come la dolcezza d'un pendio. Ma e gli individui? Dobbiamo negarne l”esistenza
? No, risponde Bergson: la corrente una, indivisa, indivisibile, si rami- fica
nelll'oscuritá della materia in tante gallerie sot- terranee ; é un obice che
esplode in tanti frammenti, destinati alla loro volta ad esplodere ancora. Ció
che era uno, semplice, indiviso, indivisibile, si divide, si BELOT osservava
peró che questo spiritualismo rischia di fare gli affari del materialismo. Cfr.
Revue philoso- phique, Note critiche A A A A suddivide, separa le sue tendenze,
crea i regni, le specie, i viventi tutti! ! Bergson capisce di essersi messo su
di una brutta china ; e, pentito di aver spezzettato l?unita del tutto, cerca
di ridurre ai minimi termini la individualitá dei singoli: un colpo al cerchio
ed uno alla botte. « Gli organismi — egli avverte — piú che individui, hanno la
tendenza all'individualitá »; « l'individuo é un semplice luogo di passaggio,
dove la vita prende il suo slancio per ascendere piú in alto » (2); non c'é «
une individualité tranchée » nella natura, tanto € vero che quello che voi
chiamate individuo, dipende dai suoi parenti, dai suoi antenati, da tutta la
corrente vitale. Insomma, gli esseri viventi non si individualizzano, se non in
una certa misura «dans une certaine me- sure » (4). In tal modo il povero
Bergson € sbattuto da Scilla in Cariddi. E la burrasca e la confusione
aumentano : malcon- tento di aver troppo depressa l'individualita, egli Come si
spiegano tutti questi fatti o datici imme- diatamente dalla coscienza o
constatati dall'esperienza ? Come si spiega che il mio spirito, sostanzialmente
identico nelle sue mutazioni qualitative, non é il tuo, (1) Si veggano a questo
proposito le opere del Wasmann, del Gutberlet, Gemelli, del Salis-Seevis, del
Farges, del Mercier etc. La dottrina che tra il mio spirito ed il principio
vitale d'un bruto c'é una differenza assoluta di natura ? La teoria delllunico
slancio non sa che pesci pi- gliare. Lo slancio bergsoniano € obbligato a
scindersi, e ció € assurdo, perché ció che é indivisibile, non pud dividersi.
Lo slancio bergsoniano importa la ne- gazione dell'individualitá perfetta e
calpesta l”attesta- zione chiara della coscienza. Lo slancio bergsoniano, tende
a porre una differenza solo di grado tra il bruto e l'uomo, contro ció che lo
stesso Bergson é obbligato ad ammettere. Quei fatti sono invece meravigliosa-
mente spiegati dalla filosofia cristiana. Quando un uomo ed una donna — che non
sa- rebbero tali, se tale non fosse stata la realtá in cui sono stati prodotti
ed in cui sono cresciuti — gene- rano un. nuovo essere, il principio vitale di
quest'ul- timo e, secondo Bergson, la stessa anima dei genitori e dei loro antenati,
e l'identico slancio (naturalmente modificato nel corso del suo sviluppo) che
si scinde ancora una volta. L'impossibilitáa di questa scissione appare subito
a chi riflette che ció che é semplice € spirituale non pud scindersi.
Bisognerebbe dunque dire che i genitori creano quest'anima, ma Bergson non
ricorre a questa scappatoia ; la vita creativa im- porta una potenza infinita.
Resta dunque che questa anima, venga creata. 1 genitori pongono, causano il
corpo, ma lo spirito e creato da Dio e col corpo forma un unico essere. Con cid
si chiarisce, perché io sono questo indi- viduo e non un altro; perche io, pur
derivando dai miei genitori, non mi posso confondere con loro; perché,
nonostante le mutazioni successive continue, ¡o rimanga sostanzialmente identico
: perché tra 1'ani- male e Puomo ci sia una differenza di natura, essendo solo
l'anima delluomo che e spirituale e solo questa richiedendo un intervento
creativo diretto. Note critiche Ma allora, domanda Bergson, non é forse Aena
l’organicitá dell'universo? No, perché la filosofia cristiana ha sempre difeso
l’altra grandiosa concezione del LIZIO, che Bergson, essendo il tipico ebreo,
non mostra di conoscere, dell'unione sostanziale dell'anima col corpo. In
questo problema Bergson si é accontentato di parole e di frasi. La sua teoria,
che fa unire la materia e lo spirito in ragione del tempo e non in ragione
dello spazio, non rischiara il mistero. Intanto, se essa fosse vera, non
sarebbe possibile la percezione. L”essenza della percezione consiste in ció,
che il corpo avverte l'azione esterna che si esercita su di esso; in altre
parole, la percezione € d'ordine psicologico. Non basta che il cervello sia un
bureaw telefonico centrale, munito abbondantemente di apparecchi; perché sorga
la percezione, € indispensabile che a questi apparecchi vi sia qualcuno, che
riceva e spe- disca la comunicazione. Orbene, chi mai nella teoria bergsoniana
percepisce il movimento ? Nessuno : non lo spirito, poiché la materia agisce
solo sulla materia e lo spirito é incapace di essere avvertito della pre- senza
di un oggetto per mezzo di un eccitante mate- riale; anche se l”oggetto
materiale é un'immagine, siccome € fuori dello spirito, non rimane in comuni-
cazione con esso. E tanto meno il corpo: il' corpo riceve il movimento e lo
restituisce per un'attivitá tutta meccanica, che non é menomamente di ordine
psicologico. Se dunque la teoria bergsoniana fosse vera, non solo non si
comprenderebbe il sorgere della percezione cosciente, ma non percepiremmo
nulla. GRIVET, art. cit., Études. La dottrina E poi, Bergson chiarisce forse il
fatto che la libertá si introduce nella necessitá e che lo spirito non resta
legato dalle ferree catene del determinismo ? Ci spiega forse come mai lo
spirito inesteso possa avere delle sensazioni estese e percepire la materia
indivisa? Ci dice il modo con cui lo spirito si unisce al corpo, cosi da poter
legare i momenti successivi della durata delle cose e da ottenere il sentimento
della tensione ? Ep- pure era in questa notte che si doveva far luce ed in cui
il dualismo aristotelico ha, secondo me, proiettato un fascio luminoso. Bergson
conosce solo un dualismo volgare, che non sa trovare un punto di contatto tra
due entitá cosl diverse, come l'anima e il corpo, e che ricorre all*ar- monia
prestabilita o ad un accordo fortuito (1). Egli ha ragione di deridere un
simile dualismo, ma ha torto di non voler prendere in considerazione il pen-
siero di Aristotile. Questi, dopo aver dimostrato che due elementi si debbono
distinguere nellluomo, procedeva cosl. Comincia a constatare un fatto sicuro;
il fatto cioé dell'unitá dell'essere umano. É lo stesso uomo che vegeta, che
sente, che si muove, che intende, che vuole. E concludeva che l'anima ed il
corpo non sono uniti tra loro come un pilota ad una nave, ma che la loro unione
é sostanziale, produce cioé e costituisce una sola natura specifica, una sola
sussistenza completa ; lo spirito forma con la materia un solo e medesimo
essere, una sola natura umana, una sola persona. E come avviene questo? Il
principio dell'unita non € certo la materia divisibile, ma 2 l'anima. É lo
spirito che perfeziona la materia, che le comunica l'essere, il moto, la vita,
e le conferisce la sua specificitá : essa informa il corpo, € forma del corpo.
Forma sostanziale Matiére et Mém. Note critiche ed anche unica, in quanto
contiene nella sua potenza eminente tutte le potenze delle forme imperfette :
se il principio vitale in noi non fosse unico, sarebbe an. nientata lP'unitáa
dell'essere umano. Ed allora tutto si spiega : si comprende il sorgere della
percezione sensibile, poiché la materia animata pud essere alterata da una
attivita materiale; le sue sensazioni saranno dotate di vera unitá, perché uno
e semplice é il principio vitale che informa il soggetto senziente, e nello
stesso tempo saranno estese a ca- gione del principio esteso, della materia. Si
spiega la materialitá dell'immagine-ricordo ed anche come ogni funzione
psichica debba avere in noi un riflesso fisio- logico. Ho detto che € anima che
informa gli elementi: ad essa bisogna guardare, per giudicare un organismo,
come per comprendere il significato di una pa- rola bisogna mirare al pensiero
che la vivifica. Che importa quindi se c'é una somiglianza maggiore o mi- nore
di struttura tra l'animale e l'uomo? Per capire un pensiero non si guarda alla
somiglianza materiale delle lettere, ma al suo significato; per giudicare un
vivente si deve guardare alla natura della sua anima. Ho accennato brevemente a
questa dottrina del LIZIO, per venire alla conclusione che con la creazione degli
spiriti singoli non si distrugge 1l”organicitá del tutto. Poiché, siccome
l'anima forma con la materia un intrinseco costitutivo' del vivente, essa
.risentira l'influsso del corpo. E questo corpo é quale 1'han for- mato ¡
genitori, quale l’han preparato gli antenati, e condizionato insomma da tutta
la storia e da tutta la natura : se i genitori furono viziosi, il figlio
porterá le stigmate del vizio e cosl via. Come si vede, questa concezione della
filosofia cri- stiana € consona coi fatti, e basata sui fatti ed ac- cetta
quello che c'é di vero in Bergson. La dottrina 271 Accetta cioé — posto
l'identitá sostanziale dell'io tutte le analisi bergsoniane della nostra vita
psichica, la continuitá dei nostri stati interni, lo scorrimento ininterrotto
del nostro io, che si svolge, ma- tura e cresce in un ritmo irreversibile, dove
il passato si conserva e si prolunga in un presente sempre nuovo. Puód
accogliere la sua denuncia della confusione tra il tempo astratto della scienza
e la durata concreta, le sue splendide confutazioni delle concezioni
atomistiche, spaziali ed associazionistiche dello spirito; pud applaudire anche
alla sua lotta tenace contro la psico-fisica ed il parallelismo
psicofisiologico. Sopratutto solo la filosofia cristiana pud difendere efficacemente
l'immortalitá personale. Bergson ha fondato la sua presunzione di quest'im-
mortalitá nel fatto che il parallelismo € falso e che la vita mentale trascende
(deborde) la vita cerebrale, li- mitandosi il cervello a tradurre in movimento
una pic- cola parte di ció che avviene nella coscienza. L'indi- pendenza di
questa riguardo al corpo dá un grande grado di probabilitá alla tesi della
sopravivenza. Confesso candidamente di non esser mai riuscito a capire
Pentusiasmo di alcuni neoscolastici per la psicofisica e per la
psicofisiologia. L”unione sostanziale dell.anima col corpo importa soltanto che
ogni stato psicologico abbia una ripercussione sullo stato fisiologico, ma non
esige che tra l'uno e l’altro vi sia un perfetto parallelismo, né permette di formare
delle generalizza- zioni scientifiche, le quali, in questo caso, quando hanno
la pre- tesa di essere vere, sono la negazione della storicitá della co-
scienza. Perció pur rispettando la psicofisica e la psicofisiologia, come
rispetto l'astronomia e le altre scienze, non comprendo come si voglia fare di
esse una parte della filosofia. Lo stesso si potrebbe ripetere del nuoyo metodo
introspettivo. Anche in questa questione mi sembra che la Sco- lastica era ben
piú profonda. L”anima spirituale, che ha delle operazioni indipendenti dalla
materia, non dipende da questa nemmeno nell'essere; dissolvendosi dunque
l”organismo, non cessa di esistere. Ecco una prova che non ci dá solo uua
probabilitá, ma una certezza e che prescinde affatto dall'ipotesi parallelistica.
Supposto anche che ad ogni nostro atto psichico corrispondesse un determinato
movimento cerebrale, ció non significherebbe che l'atto psichico non sia
spirituale e che perció lo spirito dipenda dalla ma- teria nei suoi pensieri.
Anche allora sarebbe ragionevole concludere che l’anima, sciolta dal corpo,
nasce ad un'alba che non tramonta mai; sarebbe logico far risuonare il grido
delle eterne speranze in mezzo ai due grandi silenzi, ammirati da Carlyle e tra
¡ quali viviamo : il silenzio delle tombe ed il silenzio degli astri. La
dottrina La vita. L'£volution créatrice € ritenuta da molti come la parte piú
poetica e meno filosofica dell?opera bergsoniana. Alcuni anzi non la stimano
del tutto degna dell'autore dell” Essai sur les données immédiates. A me invece
sembra che tra l'uno e laltro volume esista un nesso strettissimo e che
1”evoluzione creatrice non sia che la teoria intorno alla durata della
coscienza, applicata logicamente ad una piú grande Coscienza, alla
Supercoscienza. Partendo da questa mia interpretazione, che giudico esatta e
che, spero, sará limpidamente risultata dalla esposizione che ho dato della
filosofia di Bergson, cominceró ad indicare il progresso che la nuova conce-
zione biologica rappresenta di fronte al meccanicismo, per poi enumerare le
asserzioni che mi paiono fanta- stiche od infondate. La biologia di ¡eri voleva
spiegare i fenomeni vitali col giuoco delle sole forze fisico-chimiche ed
accarez- zava la speranza di poter costruire artificialmente la vita. Basterá
ricordare in proposito tutti ¡ tentativi fatti per provare la generazione
spontanea, dal Ba- thybius Haeckelii alla glia di Maggi, dalla glairina di
Béchamp, ai ritrovati di Burke e di Bastian. Basterá accennare alle piante
artificiali di Herrera e di Leduc, ai cristalli viventi di von Schrón, alle
teorie basate sulle proprietá della materia allo stato colloidale o sui
processi catalitici da questi provocati, alle ipotesi dei tropismi, degli ¡oni,
dell'osmosi, alle deduzioni tratte dalle esperienze del Carrel, a tutte insomma
le dot- trine antivitalistiche, che sorsero, brillarono e scom- parvero. Era
tale l'atteggiamento mentale che ormai va lentamente scomparendo della
generazione trascorsa, che ognuna di queste ipotesi attirava subito l”atten-
zione vivissima di tutti; ognuna di esse, anche se strana, suscitava
l'interesse animato di una tragedia grandiosa, nella quale la forza possente
della scienza infliggeva la morte ad un passato tenebroso di bar= barie. E
nessuno si scoraggiava, anche quando la se- veritá della supposta tragedia
terminava miseramente come il famigerato Bathybius Haeckelii e la legge
biogenetica fondamentale nelle allegre amenita di una farsa. Prossimo parente
della concezione meccanica della vita era ritenuto l'evoluzionismo, che, come
bene osserva Bergson, in sé non dice affatto meccani- cismo. Si pud anzi
aggiungere che la ragione principale del trionto delle idee trasformiste € da
ricercarsi nel- l'illusioné degli scienziati, i quali nelle teorie dell'evo-
luzione videro una dimostrazione della loro concezione. Se dalla materia é
sorta la vita, se l'uomo deriva dal- Vanimale, non c'é tra l'inorganico e
organico, tra Puomo e il bruto che una differenza di grado, non di natura. 1
fenomeni vitali non sono piú un enigma; Pistinto e l'intelligenza differiscono
tra loro quantita- La magnifica opera di GEMELLI: ZL'enigma della vita ed
inuovi orizzonti della biología, Firenze, come pure le altre numerose
pubblicazioni dell'egregio biologo. GEMELLI-BRASS : Le falsificazioni di
Haeckel, 3% Edi Firenze. A A AS La dottrina 275 AS A A SE e El Ia OI A
tivamente; ció che proviene da un altro € uguale qualitativamente ad esso. Ecco
la mentalita di ¡eri. Se la generazione passata avesse sospettato che l'e-
voluzionismo nulla diceva in favore dell'idea meccanicistica, il novantacinque
per cento dei cultori delle scienze positive gli avrebbe fatto una accoglienza
non troppo festosa., Dinanzi a questo indirizzo, che con nomi reboanti e con
parole sonore nascondeva un semplicismo an- tifilosofico spaventoso, Bergson ha
la gloria di aver reagito. I suoi critici anche piú spietati hanno confessato
che le splendide confutazioni del meccani- cismo sono la parte piú bella e piú
duratura della sua opera. E per la storia si deve aggiungere che questo € il
motivo per il quale furono rivolte a Berg- son molte ingiurie, che gli fanno
onore (1), e che pro- vano tutt'al piú il basso livello intellettuale, di chi
le ha usate.Bergson ha compreso innanzi tutto la storicitá della vita e con la
sua teoria della vita-durata ha superato il meccanicismo. Spieghiamoci. Un
esploratore ardito, viaggiando in regioni lontane, scopre una tribú, che parla
una lingua affatto scono- sciuta. Procura di farsi intendere con segni e con
gesti, ma non vi riesce. Trova invece un numero considerevole di iscrizioni nei
cimiteri, nei templi, nelle piazze di quella tribú. Quelle iscrizioni sono per
lui oscure come un enigma; ma egli, pieno di speranza, le esamina
pazientemente, distingue le varie lettere, Cfr. nella prefazione gli insulti di
Le Dantec, di Elliot, di Lankester etc. Note critiche giunge a scoprire
lalfabeto di quella lingua e crede con gran probabilita di conoscere l'alfabeto
completo. Ha forse interpretato con questo anche una sola iscri- zione? No: chi
sapesse solo che in esse vi sono tanti a, tanti b, tanti c, ne saprebbe ancora
press'a poco come prima. Chi dei Promessi Sposi conoscesse soltanto quante migliaia
di lettere di un genere, quante migliaia di vocali, quante migliaia di
consonanti vi sono, non avrebbe ancora capito niente del romanzo dello
scrittore lombardo. Chi pretendesse di spie- gare il significato della parola «
Dio », dicendo che Dio significa D + 1 + O, toccherebbe il colmo del ridicolo.
La vera spiegazione ben lungi dal rinchiu- dersi nell'enumerazione e nella
disposizione delle let- tere, va dal pensiero alle lettere; quello spiega
queste e non viceversa. E se l'esploratore, per confermare la sua stranissima
tesi, si balloccasse a mettere in- sieme lettere con lettere, formando
cervellotticamente dei pseudovocaboli, noi gli risponderemmo che le sue sono
parole morte, dove non brilla il raggio del pensiero. Chi volesse proprio
comprendere una iscrizione di quella tribú, non solo deve cercare il
significato delle parole e delle frasi, ma dovrebbe anche ricordarsi che queste
sono nate in una determinata situazione di fatto e che perció i vocaboli di
quella iscrizione hanno il senso che loro ha conferito colui che Il'ha com-
posta. Noi tanto meglio la interpreteremo, quanto piú non ci fermeremo alle
lettere dell'alfabeto, ma sco- priremo il valore delle espressioni, il tempo in
cui fu scritta, l*uomo che la dettó, l'occasione che la sug- gen, la cultura e
il carattere di quell'epoca e via dicendo. Non basta limitarsi alla materialitá
delle parole e delle frasi. La stessa frase sulle labbra di una persona pud
avere un significato ben diverso di quello che ad essa attribuisce un'altra
persona di un'altra epoca, od anche della stessa epoca. Il vero é€ il fatto, ha
detto Vico e lo dice oggi Benedetto Croce e lo ripete anche Roberto Ardigd :
l'espressione e materialmente identica; il pensiero inteso dai tre filosofi €
sostan- zialmente diverso. Per portare un*altro esempio: quando un negoziante
di acquavite parla di « spirito », non intende certo indicare lo « spirito »
dell'idealista, come quest*ultimo a sua volta non intende alludere allo «
spirito » del monadista, né allo « spirito » dello spi- ritista. Non si puó
quindi dimenticare la storicita dell'iscri- zione, storicitáa che fa si che il
significato di essa sia unico. Scritta in un'altro tempo, in altre circostanze,
con le stesse lettere, con le stesse parole, con le stesse frasi, avrebbe
espresso un pensiero differente, corrispondente agli avvenimenti di quel tempo.
E lo stesso si ripeta, se fosse stata composta da un altro individuo o dalla
stessa persona in un momento di- verso della sua vita. Una differenza
qualitativa ci sarebbe sicuramente, se, ben inteso, si considera la iscrizione
nella sua realtá concreta. Finalmente il pensiero dell'iscrizione € uno, pur
nella molteplicita delle idee espresse; si trova in essa quell'unitá di
ispirazione, che si osserva in una strofa, in un inno, in un quadro. Ecco
perché non si pud spiegare l'iscrizione con le lettere di cui consta,
L’iscrizione ha una storia, é storia; le lettere non ne hanno. L'iscrizione é
unica ; le lettere son sempre quelle. L'iscrizione € una; le lettere sono
molte. Con queste riflessioni — che sembreranno infantil- mente elementari e
che pure furono calpestate dal meccanicismo si rimprovera forse all*esploratore
di aver fatto una cosa ¿imutile ? Ma nemmeno per sogno. Egli ha compiuto un
lavoro utilissimo, una prepa- razione necessaria. Ed anche nel caso che per una
felice combinazione fosse arrivato a decifrare il senso di quelle iscrizioni,
Pesploratore, per utilizzare il suo studio, metterá per un momento da parte la
loro sto- ricitá, la loro unicitá, la loro unitá, in una parola la loro
finalitá. Le scomporrá invece in tanti vocaboli, ne catalogherá il maggior
numero possibile, formerá un vocabolario e dará cosi un mezzo utile e indispen-
sabile a coloro che vorranno comunicare con gli abi- tanti di quel popolo o che
vorranno studiarne la let- teratura, la storia, la civiltá. E tutti
applaudiranno alle sue fatiche pazienti, al suo sforzo, al suo successo. olo
allora gli applausi si muteranno ed a ragione — in fischi sonori, quando egli
fosse cos pazzo da pretendere che le parole si debbono spiegare con le lettere,
che ad es. la parola Re s’interpreta, non giá alludendo ad una autoritá
sovrana, ma con R + e; oppure quando, dopo aver finito il vocabolario ed
elencato tutti i vocaboli, credesse di aver riassunto tutta una cultura ed una
civiltá. A chi ci offrisse un dizionario completo della Divina Commedia e
s'illu- desse che tutta ll fosse la poesia di Dante, noi di- remmo: scusa,
questi sono i detriti di quell*opera immortale, non il poema; sono la morte e
non la vita. Quando per riassumere si confonde un procedimento pratico, utile,
se si vuole, e necessario, Op- pure un minimum di veritá, quale ci é dato
dall'a- strazione, con la veritá in tutta la sua concretezza, allora noi
protestiamo. Ebbene, dice press'a poco Bergson: applicate questo al problema
della vita. Le iscrizioni oscure sono gli organismi viventi; eli esploratori
sono gli scienziati che vogliono risolvere e spiegare l'enigma della vita.
Siccome non ne comprendono nulla, cominciano ad esaminare le lettere che
compongono le parole, vale a dire gli elementi fisico- chimici, le molecole,
gli atomi che compongono il vivente. E si pud dire che raggiungono con
probabilita un alfabeto completo. Fin qui tutto va nel migliore dei mondi
possibili:; il loro lavoro, le loro scoperte sono utilissime sotto mille
rispetti. 11 male é che alcuni scienziati si accon- tentano di ricercare le
lettere dell”alfabeto, gli ele- menti fisico-chimici e credono di aver spiegato
il mistero, quando hanno trovato che in un dato orga- nismo, vi sono tante molecole
di carbonio, tante di acqua, etc., non comprendendo che essi sono simili
all'esploratore, che si ostina a pensare d'aver inter- pretata l'iscrizione,
perché sa quanti a, quanti b etc. in essa vi sono. Ed il male si accresce,
quando questi biologi si divertono nei loro laboratori ad accozzare lettere a
lettere, elementi ad elementi, per creare degli esseri vitali, delle parole
significative, senz'accorgersi che é per il pensiero che si hanno tali lettere,
€ per la vita che si ha un tale organismo, e non viceversa. Le conseguenze che
ne derivano sono le medesime: l’esploratore poneva in oblio la storicita,
1’unicita, I?unita dell'iscrizione. 1 meccanicisti non si ricordano che ogni
organismo ha una storia, mentre quest'ultima, come dice il Bergson, sdrucciola
sopra gli elementi, senza penetrarli. L”organismo é unico e non vi sono in
nature due foglie identiche; gli elementi sono eguali. L'organismo € unita; gli
elementi sono nu- merosi. Essi.sono i concomitanti necessari della vita, come
le lettere sono i concomitanti necessari dell'iscri" zione; ma non sono la
vita, non sono il pensiero ; gli elementi sono i detriti dei fenomeni vitali,
sono la morte e non spiegano nulla. Note critiche Senza dubbio, é utile, é
necessario studiare gli elementi ed i loro composti, come é utile, é necessario
conoscere le lettere d'un alfabeto ed il vocabolario di una lingua. Ma come non
€il vocabolario che spiega la lingua, € questa che spiega quello; cosi non sono
gli elementi né loro combinazioni che risolvono l'enigma della vita, bensl €
quellattivita immanente, che ma- nifesta sempre caratteri opposti alla materia.
Ed anche ripetiamolo non si disprezza il lavoro degli esploratori, ossia dello
scienziato; non solo la scienza, come esperienza storica é presa di realta; non
solo, io aggiungo, alcune sue generalizzazioni astratte hanno un valore
teoretico; ma essa e feconda di risultati pratici. Per ottenere i quali, come
l'inter- prete deve trascurare la storicitá, l'unicitá, I’unitá
dell'iscrizione, cosi lo scienziato deve trascurare gli stessi caratteri della
vita. S'intende perd: il suo € un metodo pratico di ricerca, indispensabile per
1'utiliz- zazione della realtá ed anche per poter poi risalire a cogliere la
vita nella sua finalitá concreta; egli com- mette un errore grossolano, solo
quando vuol erigere una regola metodologica alla dignitáa di spiegazione
teoretica e di sistema metafisico. Questa in breve la confutazione bergsoniana
del meccanicismo; che io accetto, sottoscrivendo anche quasi completamente
(dico: quasi, per la teoria da me difesa intorno all'astrazione) cid che
riguarda i rapporti tra scienza e filosofia. Scienza e filosofia marciano in
due direzioni ben diverse; questa verso la storicitá della vita e della
coscienza, quella verso l'antistoricitá degli elementi, BALSILIE nel suo libro:
4x4 examination of prof: Bergson philosophy, London rgr2, sostiene che Bergson
é un meccanista per alcune teorie di Matiére et Mémoire, non gia per le idee
dell'Évolution créatrice. La dottrina della psicofisica, della psicofisiologia;
luna verso il movimento composto di immobilitá e di simultaneita, l'altra verso
il movimento reale; l'una verso il tempo t della fisica, l'altra verso la
durata concreta; l'una verso il meccanicismo, l'altra verso la finalitá; l'una
verso la morte, l'altra verso la vita; la scienza verso Putilita, la filosofia
verso la veritá. Conseguentemente al suo antimeccanicismo, Berg- son contro gli
evoluzionisti d'ieri, i quali con una asserzione che faceva loro poco onore
vedevano nell'uomo un bruto perfezionato e che tra l'uomo e il bruto ponevano
solo una diversitá di grado, affermó la tesi contraria, ossia una diversitá di
natura. Se ¡ suoi pregiudizi contro l'intelligenza rendono talvolta un po”
deboli le sue prove, é un fatto peró che le pagine dell” Évolution Créatrice,
dedicate alla divergenza tra l'istinto e l'intelligenza, contengono molte
verita. Egli anzi ha compreso che la teoria del trasfor- mismo non é nemmeno
una teoria filosofica, e dinanzi a coloro, che nell'ipotessi trasformista
scorgevano un compendio di tutta la filosofia, ha notato che gli importerebbe
molto poco, anche se il trasformismo fosse dimostrato falso. Gli evoluzionisti
non hanno mai afferrato l'anima di veritá, che David Hume insegnó nel suo
Treatise of human nature. L'esperienza — disse Hume ci mostra solamente come un
fatto segue l'altro, ma non ci dá l'intima necessita del loro collegamento; ci
offre cioé un rapporto di successione, non un » Filosofia e realtá » Note critiche.
a) Il metodo pag b) La dottrina » La libertá L'anima » La vita » Dio Note
oriaficho. Piecola Biblioteca di Scienze Moderne Eleganti volumi in-120
Zanotti-Bianco, In cielo. Saggi di ones Cathrein, Il Socialismo Brúcke,
Bellezza e difetti del corpo umano. Con figuro Sergi, Arii e Italici Rizzatti,
Varietá di storia naturale. Eon figure Lombroso, Il problema della felicitá
Morasso, Uomini e idee del domani Kautsky, Le dottrine economiche di C. Marx e
(sequestrato). 9. Hugues, Oceanografia Frati, La donna italiana Zanotti-Bianco,
Nel regno del sole Troilo, 1l misticismo moderno Jerace, La ginnastica e l'arte
greca. Con fifure ; ó > : » . Revelli, Perche si nasce maschi o femmine?
Groppali, La genesi sociale del fenomeno scientifico . z > »» 2,50 16. Vecchj
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Stratfforello, Dopo la morte Lassar-Cohn, La chimica nella vita quotidiana, Con
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Con Sgure - á z, »» . Trivero, La teoria dei bisogni Vitali, Il rinascimento
educativo Disa, Le previsioni del tempo Tarozzi, La virtú contemporanea
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per l'esistenza Grant Allen, La vita delle piante. Con gt O A A y , Zini, [l
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personalita Oddi, Gli alimenti e la loro funzione Rossi, 1 suggestionatori e la
folla Vaccal, Le feste di Roma antica Marchesini, 11 dominio dello po Sergi,
Gli Arii in Kuropa e in Asia Con figure Zanotti-Bianco, Istorie di mondi
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Gachetti, La fantasia Turchi, Storia delle religioni Somigli, La pesca
marittima industriale Halewy, Vita di Nietzsche. Troilo, Il positivismo e i
diritti dello spirito Michels, I limiti della morale sessuale .Graziani, Teorie
e fatti economici Cappelletti L., La riforma Gallo, La guerra e la sua ragion
sessuale Ramaciaraca, La respirazione e la salute Carus, Il Buddismo e i suoi
critici cristiani Sergi, Le origini umane Rau, La crudeltáa Aitken, Le vie dell'anima
Canestrini, Nel mondo dei parassiti Avebury, Pace e Felicita Rensi, La
Trascendenza Grew, Lo Sviluppo di un pianeta Sergi, Evoluzione organica e le
origini umane Gallo, Valore sociale dell'abbigliamento Ramaciaraca, Ata Yoga:
L'arte di star bene. Vercellini, Unita di legge nei fenomeni vitali Germani, La
Ragioneria come scienza moderna. I volumi di questa serie esistono pure
elegantemento legati im tela con” fregi artistici, con una lira d'aumento sul
prezzo indicato. Ps Ñ a A ll nes e T
Se y Pe ES A y e a xi le t y ES y, 3 E Z $ í seo > 1 pe 4. Nome compiuto: Francesco Olgiati. Olgiati. Keywords: classici, il
gusto per l’antico, ius, Aquino, sillabario, filosofia classica, filosofia
no-classica, logica classica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Olgiati” – The
Swimming-Pool Library.
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