GRICE ITALO A-Z N NO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Noce: l’implicatura conversazionale – la polemica contro il
fascismo di Gentile -- la scuola di Pistoia -- filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pistoia). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pistoia, Toscana.
Grice: “Only in Italy, philosophy and history are so connected; it would be as
if we at Oxford after the war would be only concerned with understanding
Churchill!” Grice: “For us, to do linguistic philosophy was to get away from
post-tramautic stress disorder acquired during what Winthrop stupidly called
the ‘phoney’ war!” – Grice: “It’s not difficult to understand why Noce’s notes
on Gentile were only published posthumously!” -- essential Italian philosopher.
«Certo i cattolici hanno un vizio
maledetto: pensare alla forza della modernità e ignorare come questa modernità,
nei limiti in cui pensa di voler negare la trascendenza religiosa, attraversi
oggi la sua massima crisi, riconosciuta anche da certi scrittori laici.»
(Risposte alla scristianità, da Il Sabato). Ttitolare della cattedra di
"Storia delle dottrine politiche" all'Università La Sapienza di
Roma. Studioso del razionalismo cartesiano e del pensiero moderno (Hegel,
Marx), analizzò le radici filosofiche e teologiche della crisi della
modernità, ricostruendo con cura le contraddizioni interne dell'immanentismo.
Argomentò l'incompatibilità tra marxismo, umanesimo, ed altri sistemi di
pensiero che propugnavano la liberazione secolare dell'uomo e la dottrina
cristiana (affermò: "solo il Redentore può emancipare"). Sostenne
tenacemente, per tali motivi, l'impossibilità del dialogo tra cattolici e
comunisti e previde il "suicidio della rivoluzione". Studioso del
fascismo, sostenne che tale ideologia fosse peraltro in continuità con il
comunismo e fosse anch'esso un momento della secolarizzazione della modernità.
Sostenne, inoltre, l'esistenza di molti punti di contatto tra il fascismo e il
pensiero dei sessantottini. Filosofo della politica, preconizzò la crisi del
socialismo reale, mentre esso viveva la sua massima espansione a livello
mondiale. Argomentò che tale sistema, da una parte applicava coerentemente la
filosofia di Marx, ma dall'altra negava le premesse del marxismo: ciò in
quantomostrava N. lo stesso sistema di Marx si basava sulla contraddizione tra
dialettica e materialismo storico. Ribadiva infine la necessità dei valori di
verità e di moralità. Figlio di un ufficiale dell'esercito e di Rosalia Pratis,
savonese discendente di una famiglia nobile savoiarda. L'anno dopo la madre si
trasferisce con il figlio a Savona e, allo scoppio della guerra mondiale, a Torino,
presso una zia materna. A Torino, Augusto svolge tutta la sua carriera di
studi: dapprima al noto liceo D'Azeglio, frequentato da alcuni dei futuri
protagonisti della vita politica e culturale della città e della nazione
(Bobbio, Mila, Pajetta, Pavese, Balbo e altri), poi all'Università degli Studi
di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, allievo di Faggi, Juvalta e
Mazzantini con il quale si laurea con una tesi su Malebranche. Inizia quindi a
insegnare presso istituti superiori (Novi Ligure, Assisi, Mondovì), mentre
sviluppa la sua attività di studio anche con soggiorni all'estero. Legge con
entusiasmo Umanesimo integrale di Jacques Maritain, che rafforza in lui, tra
l'altro, una sempre più convinta opposizione al fascismo. Cerca invano di farsi
trasferire a Torino e di accedere qui alla carriera universitaria. Si
trasferisce a Roma per un distacco propostogli dall'amico Castelli. A Roma
frequenta Franco Rodano che, con Felice Balbo e altri, anima l'esperienza di
«Sinistra Cristiana», un tentativo di conciliazione di comunismo e
Cristianesimo da quale Del Noce resta per breve tempo affascinato. Viene
accolta la sua richiesta di trasferimento presso un istituto superiore di
Torino, dove torna a risiedere. Accompagna all'insegnamento un'intensa attività
di studio e di collaborazione a diversi periodici, tra cui Cronache Sociali che
gli dà occasione di incontrare Dossetti. Scrive e pubblica il saggio La non
filosofia di Marx, che ripubblicherà vent'anni dopo nella sua opera maggiore
(Il problema dell'ateismo) e nel quale fissa i termini complessivi della sua
interpretazione del marxismo. Nello stesso anno cura l'edizione italiana di
Concupiscentia irresistibilis di Šestov. Inizia la collaborazione alla
Enciclopedia filosofica del Centro Studi Filosofici di Gallarate, diretta da
Luigi Pareyson. Distaccato a Bologna presso il centro di documentazione diretto
da Giuseppe Dossetti. Nel capoluogo emiliano frequenta Matteucci e collabora
stabilmente al neonato periodico «Il Mulino». Scrive su Ordine Civile, rivista
animata da Bozzo, e altri alcuni saggi, uno dei quali, «Idee per
l'interpretazione del fascismo», sarà all'origine delle future revisioni
storiografiche di Felice e Nolte. Partecipa al convegno organizzato dalla
Democrazia Cristiana a Santa Margherita Ligure con una relazione intitolata
L'incidenza della cultura sulla politica nella presente situazione italiana:
sugli stessi temi N. intratterrà per anni un rapporto difficile con il partito
cattolico (altri interventi nei convegni di San Pellegrino e di Lucca.
Partecipa a un concorso a cattedra a Trieste, ma non ottiene il posto. Pubblica
Il problema dell'ateismo e l'anno successivo Riforma cattolica e filosofia
moderna, Cartesio. Partecipa alla «Giornata rensiana» con una relazione
intitolata Giuseppe Rensi fra Leopardi e Pascal. Ovvero l'autocritica
dell'ateismo negativo in Rensi, nella quale espone la sua fondamentale
fenomenologia del pessimismo come pensiero religioso. Nello stesso anno vince
il concorso per una cattedra di Storia della filosofia moderna e contemporanea
a Trieste, dove divenne Professore. In quell'anno esce L'epoca della
secolarizzazione, che raccoglie molti dei saggi e degli interventi degli anni
sessanta. Si realizza il tanto atteso trasferimento a Roma, dove,
all'Università "La Sapienza", insegna prima Storia delle dottrine
politiche e poi dal Filosofia della politica. Si infittisce la sua
collaborazione a riviste e periodici, sui quali interviene anche riguardo
all'attualità politica e culturale. Diresse la collana «Documenti di cultura moderna»,
dell'editore torinese Borla (poi passata alla Rusconi) proponendo al pubblico
italiano autori come Corte, Burkhardt, Pelayo, Sedlmayr e Voegelin. Partecipa
vivacemente al dibattito sul divorzio. Dopo la metà degli anni settanta inizia
il rapporto con gli universitari di Comunione e Liberazione partecipando a
convegni e incontri promossi dal Movimento Popolare. Pubblica il saggio Il
suicidio della rivoluzione, dedicato al compimento e alla dissoluzione del
marxismo. Con Il cattolico comunista chiude i conti con l'esperienza di Rodano
(che nel frattempo ha lasciato la DC per il PCI) e dei teorici della
conciliazione tra Cattolicesimo e marxismo. Inizia anche la collaborazione
continuativa con il settimanale «Il Sabato» e contribuisce alla creazione della
rivista 30 giorni, di cui rimarrà stabile collaboratore. Nello stesso anno
viene candidato come indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana per il
Senato: primo dei non eletti, entrerà in Senato l'anno successivo a seguito
della morte di un collega. Viene insignito del «Premio Internazionale Medaglia
d'Oro al merito della Cultura Cattolica. Riceve il premio Nazionale di Cultura
nel Giornalismo: la penna d'oro. Viene premiato dal Meeting di Rimini. Muore a
Roma. È tumulato nel Famedio del cimitero di Savigliano. Esce “Gentile”, che
raccoglie diversi saggi sul padre dell'attualismo, sul fascismo e sul suo
significato nella storia, frutto di decenni di studi e rielaborazioni.
L'archivio del filosofo e la sua biblioteca sono custoditi a Savigliano dalla
fondazione Centro Studi N., sorta nei primi anni novanta, diretta prima da G.
Ramacciotti, poi da Mercadante, da Riconda, e Randone. In “Il problema
dell'ateismo” N. inizia l'analisi della storia della filosofia moderna
invertendo il paradigma storicistico e positivistico che nel progressismo aveva
la sua cifra comune. Il filosofo afferma infatti che tale paradigma di
illuministica origine ha come prima condizione d'esistenza la postulazione
dell'ateismo come necessità del progredire dei sistemi filosofici e delle
scienze a prescindere dalla teologia cristiana, cioè a prescindere dalla
Scolastica, anzi in più o meno esplicita opposizione alla Scolastica. La tesi
che Del Noce intende dimostrare in questa sua opera è -come evidenzia appunto
il titolo- la considerazione dell'ateismo non più come «necessità» bensì come
«problema» della modernità, il cui ultimo, coerente e necessario sbocco è
appunto il nichilismo post-nietzscheano distaccato ormai da qualsiasi
riflessione filosofica e sfociato in una pura forma di vita, in puro way of
life di distruzione e auto-distruzione dell'uomo. Del Noce pone quindi
innanzitutto una distinzione fra tre diverse forme di ateismo, ovvero fra
l'ateismo positivo o politico diurno, i cui esempi perfetti sono stati
l'illuminismo di un Diderot o l'umanesimo di un Feuerbach, l'ateismo negativo o
nichilistico («notturno»), esemplificato invece dalla filosofia di
Schopenhauer, e infine l'ateismo tragico, detto anche «follia filosofica», cioè
la forma più rara e particolare di ateismo che N. trova solo in due casi in
tutta la storia della filosofia, ovvero in Nietzsche e in Jules Lequier. Posta
questa propedeutica distinzione, Del Noce inizia l'anamnesi del pensiero
filosofico moderno per rintracciare la genesi di ogni forma di ateismo,
impossibile da pensarsi per la filosofia antica come dimostra il fatto che
anche la filosofia epicurea -considerata comunemente come ateistica- ammetteva
in realtà l'esistenza degli dèi. Per N. appare evidente che la crisi della
Scolastica medievale non ha costituito un processo necessario per il semplice
fatto che proprio colui che aveva intenzione di riformarla -cioè Cartesio- fu
invece colui che in realtà la tradì e se ne allontanò: è nelle celeberrime
Meditazioni metafisiche che il filosofo francese -allievo dei Gesuiti- tentò di
riproporre una nuova prova dell'esistenza di Dio da opporre al naturalismo
libertinista del Seicento, che predicava relativismo etico e che sostituiva il
dio-logos con la Natura impersonale e senza ordine. In realtà però Cartesio,
nel suo sforzo apologetico, compì il definitivo tradimento della filosofia
cristiana riattingendo ad un agostinismo privato di platonismo e considerando
così le idee dei semplici «contenuti della mente». In altre parole se l'idea di
Dio, quantunque logicamente necessaria, non è il riflesso intellettivo di una
realtà ontologica esterna al soggetto ma è una semplice struttura logica,
allora vale realmente la critica kantiana della prova ontologica di
Sant'Anselmo secondo la quale non è lecito aggiungere il predicato
dell'esistenza alla perfezione dell'idea se non per un paralogismo. N. in
sintesi ha mostrato come il tradimento e la perdita della Scolastica, attuata
innanzitutto da Cartesio, ha come punto centrale l'idea di Idea, che è passata
ad essere da struttura del reale a struttura del razionale, passando quindi dal
dominio dell'ontologia a quello della psicologia. Per questo non vi è alcuna
spiegazione se non il rifiuto pregiudiziale di riconoscere uno statuto
ontologico all'idea, cosicché non vi sarebbe appunto alcuna necessità di
trapasso della Scolastica né tantomeno alcuna necessità di genesi del
razionalismo; in tal senso la famosa critica di Kant varrebbe quindi solo
contro Cartesio e non contro Sant'Anselmo, il cui platonismo gli permetteva ancora
di inferire necessariamente la «perfezione» dell'esistenza dall'idea
dell'Essere con ogni perfezione, cioè dall'idea di Dio. Prosegue la sua analisi
mostrando quindi come in Cartesio, che pur nelle sue intenzioni voleva essere
un defensor Fidei, già sussisteva in nuce ogni forma di illuminismo che avrebbe
poi dominato nel Settecento, per questo egli parla di un pre-illuminismo
cartesiano e aggiunge inoltre che proprio Cartesio, fiero avversario del
libertinismo dilagante nel suo tempo, fu colui che tradusse l'ateismo
libertinistico e irrazionalistico nella sua forma razionalizzata, cioè
nell'illuminismo, che sarebbe stato appunto un libertinismo razionalistico. Si
noti che Del Noce non pone giudizi sulla persona di Cartesio, e anzi sottolinea
come al suo tempo egli si poteva davvero credere il grande condottiero
vincitore della battaglia culturale del Cristianesimo contro il libertinismo,
ma ciò perché non era riuscito a prevedere una forma di ateismo
non-irrazionalistico e non-relativistico quale fu appunto l'illuminismo
settecentesco, che non si limitò più ad opporsi alla Scolastica ma che formò
una propria dogmatica visione della storia in cui il Cristianesimo,
rappresentato dalle leggende nere del Medioevo, era stato solo un ostacolo per
lo «sviluppo» e l'«emancipazione» dell'umanità (si tenga presenta la
definizione kantiana di illuminismo). Da Cartesio in poi sono comunque due i
percorsi filosofici che partono e che sviluppano i due aspetti compresenti in
Cartesio, ovvero l'illuminismo e lo spiritualismo: da una parte infatti
Condillac, Kant, Condorcet, fino a Hegel e Marx riceveranno il lascito
propriamente razionalistico e sensu lato materialistico di Cartesio, dall'altra
invece Pascal, Malebranche, VICO (si veda) e infine SERBATI saranno gli eredi del
suo patrimonio spiritualistico, inteso questo come filosofia di accordo fra
ragione naturale e fede cristiana, posta la distanza epistemologica dalla
Scolastica; famosa ed illuminante è a questo proposito la teoria della «visione
in Dio» di Malebranche, nonché la distinzione pascaliana fra il divino dei
filosofi e Dio padre (IVPITER) dei romani. Andando comunque alla radice del
problema del tradimento della metafisica cristiana (Tomismo) da parte di
Cartesio e del conseguente illuminismo, N. individua come unica possibile
condizione per tale tradimento il rifiuto del peccato originale come male
metafisico e quindi il rifiuto dello «status naturae lapsae» di cui proprio il
Cristo sarebbe il redentore: senza alcuna natura umana da redimere, cioè
senzanecessità di alcun redentore, il razionalismo ha sostituito il peccato con
l'ignoranza e Dio con la ragion critica, rifacendosi così ad un pelagianesimo
laicizzato che da solo rende possibile una qualsiasi forma di ateismo. Egli
nota, infine, che avendo rifiutato la radice metafisica del male se ne è dovuta
cercare quella fisica o psicofisica, secondo gli schemi ideologici che nel
Novecento avrebbero reso la psicanalisi e la psicologia gli elementi
complementari allo scientismo per una completa e non riduttiva visione del
mondo senza Dio, e per una definitiva «ateologizzazione» della ragione.
Compimento e dissoluzione del marxismo Riguardo al marxismo e alla sua
interpretazione Del Noce scrisse due opere, ovvero Il cattolico comunista e Il
suicidio della rivoluzione, che costituiscono la continuazione de Il problema
dell'ateismo in quanto in esse il filosofo analizza più dettagliatamente solo
una delle linee filosofiche originate da Cartesio, quella razionalistica, cioè
quella che nella storia moderna fu vincente nella sua estensione politica, nel
tentativo di trovare e di dimostrare la continuità necessaria fra razionalismo,
materialismo, marxismo e infine nichilismo, quest'ultimo inteso come cifra
problematica della civiltà postmoderna. La giustificazione epistemologica di
questa analisi è data dal fatto incontestabile che la storia del Novecento
inizia da un fatto filosofico, ovvero dal passaggio della filosofia marxiana in
azione politica, ovvero dalla coerentizzazione di quella che N. definisce la
«non-filosofia di Marx»: da ciò appare non solo giustificato ma anche
necessario portarsi sul piano storico della filosofia per comprenderne il suo
portato teoretico, e così disinnescarne il suo sostrato ideologico. Si affianca
a diversi filosofi, quali ad esempio Voegelin, per rintracciare l'inizio della
cosiddetta secolarizzazione, il cui compimento sarebbe stato appunto il
marxismo e poi il nichilismo, nel sequestro della nozione di «progresso» da
parte di filosofie laiche dalla teologia di Gioacchino da Fiore, o meglio
dall'interpretazione di tale teologia: ben nota è infatti la distinzione
gioachimita nelle tre età della storia, l'Età di Dio-Padre (Ebraismo), l'Età di
Dio-Figlio (Cristianesimo) e infine l'Età di Dio-Spirito che avrebbe dovuto
superare i «limiti» del Cristianesimo ed estendere l'elezione e la salvezza in
modo universale. Di tale teologia mistica e profetica si appropriò lo
gnosticismo sviluppatosi in seno al Cristianesimo stesso ed estesosi pian piano
oltre i confini delle filosofie razionalistiche del Settecento e soprattutto
dell'Ottocento. N. nota infatti una sorta di dialettica nata all'interno
dell'illuminismo settecentesco non tanto fra atei e deisti bensì fra
rivoluzionari e conservatori, ovvero fra il puro giacobinismo ghigliottinatore
dell'«ancien Régime» e il progressismo che caratterizzò invece la fase
dell'illuminismo dopo la degenerazione della rivoluzione francese in Terrore,
ovvero la fase dei cosiddetti ideologues, fra i quali Cabanis e Condorcet. Il
punto attorno a cui si sviluppava tale dialettica fu appunto la differente
filosofia della storia che aveva caratterizzato l'illuminismo
pre-rivoluzionario e l'illuminismo post-rivoluzionario, in quanto il primo
aveva escluso una qualsiasi evoluzione storica e necessaria dell'umanità e aveva
anzi condannato il Medioevo con la storiografia della leggenda nera, mentre il
secondo aveva invece rivalutato l'intera storia pre-illuministica (sia pagana
che cristiana) considerandola come momento dialettico necessario pur se
negativo della storia universale. In questo senso N. ha potuto mettere in
parallelo l'opposizione fra illuminismo giacobino e spiritualismo in Francia e
quella fra kantismo e hegelismo in Germania, ove spiritualismo e hegelismo sono
state filosofie vincenti in quanto hanno assorbito in sé il momento
rivoluzionario e negativo dell'illuminismo per poi superarlo nella formazione
di quella filosofia della storia che ebbe certo in Hegel il suo culmine.
Riguardo al binomio illuminismo-spiritualismo la critica vincente del secondo
sul primo è stata quella di un estremo e insostenibile riduzionismo
rappresentato dal sensismo di Condillac, in altre parole è stata la critica di
ridurre la comprensione del mondo al pari di ciò che lo stesso illuminismo
aveva accusato la religione di aver fatto. In questo contesto è la nascita
della visione sociologica del mondo a rappresentare il tentativo di superare
questa aporia illuministica senza tuttavia dover ritornare alla metafisica
tradizionale: N. insomma sostiene il trapasso dell'illuminismo in socialismo,
non a caso nato in Francia, intesa questa come dottrina che dell'illuminismo
mantiene il carattere utopistico (socialismo utopistico) e quindi
anti-tradizionalistico, ma ne sconfessa invece il deprecabile riduzionismo che
ancora non permetteva un'adeguata analisi della società ai fini della
rivoluzione politica. In Germania invece la dialettica fra kantismo e
hegelismo, con netta vittoria dell'hegelismo, ha come punto di svolta la
riconsiderazione hegeliana della storia come storia dell'Assoluto -- storia di
Dio --, secondo il ben noto schema gioachimita che vedeva in ogni momento
storico un grado dimanifestazione dell'Assoluto, e quindi «necessario» pur
nella sua negatività. In questo senso Hegel è colui che diede forma alla
corrente tradizionalistica dell'illuminismo, ove la tradizione non è più
peròcome per Tommaso d'Aquinol'insieme delle verità eterne e immutabili che
solcano trasversalmente la dimensione temporale mediante il passaggio delle
generazioni, ma è bensì la struttura dialettica eterna che necessita
l'evoluzione delle verità, e quindi la sua temporalizzazione. Per questo N.
afferma che l'idealismo hegeliano ebbe nei confronti del kantismo la medesima
funzione che in Francia ebbe il positivismo comtiano nei confronti del
socialismo utopistico: egli ricorda la critica di Comte nei confronti
dell'illuminismo settecentesco, la sua rivalutazione della tradizione (in senso
dialettico), nonché la celeberrima teoria degli stadi che costituisceancora una
voltauna forma secolarizzata della teologia gioachimita. È dopo questa
dettagliata analisi che Del Noce innesta il discorso sul marxismo, il quale
appunto si configuròper stessa ammissione di Marxcome ripresa critica di Hegel
attraverso la filtrazione di Feuerbach e della sinistra hegeliana (celebri sono
le marxiane Tesi su Feuerbach) e come fusione fra la dialettica hegeliana e la
politica del socialismo utopistico: alla base del cosiddetto socialismo
scientifico rimane ancora il desiderio di palingenesi politica propria di
Saint-Simon o di Fourier, ma onde evitare il risibile utopismo di questi ultimi
ad esso Marx applicò la dialettica hegeliana con cui solamente si sarebbe
potuto analizzare il capitalismo e prevederne così il necessario fallimento. A
tal punto però l'analisi marxiana di come potrà nascere la società comunista
introduce l'elemento di distacco non solo dall'idealismo hegeliano ma anche
dalla filosofia stessa, ovvero la necessità di tradurre il pensiero analitico
in azione politica e di affidare alla storia invece che alla ragione il compito
di dimostrare la verità delle tesi marxiane. In questo N. si riallaccia a una
lunga storiografia socialista, uno dei cui esponenti più noti è per esempio
Lukács, che afferma la stretta e necessaria continuità fra filosofia di Marx e
di Engels, politica di Lenin e politica di Stalin, senza concedere alcuna
differenza né alcuna opposizione fra socialismo reale e socialismo ideale
(quasi a guisa di giustificazione storica). Il fattore fondamentale di
continuità fra Marx e Lenin è infatti quella struttura tipicamente gnostica che
equalizza il male all'ignoranza e il bene alla conoscenza e quindi divide il
genere umano fra la massa degli ignoranti e la ristretta cerchia
degl’lluminati, che nella riflessione leniniana erano gli intellettuali
borghesi che per una non spiegata differenza dal resto della borghesia
avrebbero potuto e dovuto guidare la rivoluzione; in questo senso la politica
leniniana, poi proseguita coerentemente nella politica staliniana, sarebbe
stata l'incarnazione perfetta nonché l'unica incarnazione possibile della
filosofia marxiana, e non invece -come è tesi di una certa apologetica
socialista- un tradimento di Marx. Ancora una volta si rifà a una lunga
storiografia critica nel considerare il marxismo non come una filosofia ma come
una religione, ma a ciò egli aggiunge la dimostrazione non del suo carattere di
religione civile bensì di religione gnostica: in tal modo il marxismo leninista
sarebbe davvero il compimento del razionalismo ove quest'ultimo è inteso come
gnosticismo laico, religione non di Dio ma dell'Idea/ideale che non ha bisogno
dell'Incarnazione di un Dio-Uomo in quanto l'uomo stesso avrebbe potuto e
dovuto far incarnare tale Idea nel mondo attraverso la sua azione. Questo è il
senso dell'appellativo delnociano di «non-filosofia» per il marxismo, giacché
la contemplazione metafisica in esso viene interamente assorbita dall'azione
politica, in quanto per Marx la politica è la vera metafisica al pari di come
per Nietzsche lo è la morale. Eppure è proprio questo punto a costituire
secondo N. la contraddizione fondamentale interna al marxismo e quindi la causa
prima del suo fallimento storico: se infatti la «riconciliazione con la realtà»
iniziata da Hegel, proseguita da Feurbach a portata a compimento da Marx deve
rivoltare l'intera comprensione del mondo in trasformazione del mondo, cioè in
rivoluzione, allora in ciò non rimane giustificato il riferimento ideologico
all'avvenire come sede immaginifica della società comunista, ovvero non rimane
giustificato il carattere ancora religioso del marxismo per cui esso ha
sostituito il futuro all'eternità e il lavoro dell'uomo alla redenzione del
dio-uomo. Il fallimento storico del comunismo, quindi, sarebbe stato non solo
la dimostrazione sperimentale della falsità delle teorie marxiane ma anche il
coerente compimento del marxismo come auto-distruggersi nella sua forma di
religione. Con ciò si spiegherebbe per N. l'attivismo comunista nonché la
graduale decadenza del socialismo nel mondo fino alla sua profetizzata fine,
simboleggiata dalla caduta del Muro di Berlino. È propria di lui infatti la
teoria secondo cui il compimento e la dissoluzione del marxismo non siano due
momenti separati o addirittura opposti, ma siano bensì il medesimo momento
dispiegato coerentemente nel tempo. L'interpretazione del fascismo Sul fascismo
e sulla sua interpretazione in stretta relazione al marxismo dedicato gran
parte dei suoi studi e delle sue opere, partendo appunto dalle opinioni comuni
e molte volte ideologiche degli storici nei confronti del fascismo e delineando
una struttura paradigmatica tanto controversa quanto precisa e fondata. È a
partire dalla definizione data dallo storico tedesco Nolte di ogni movimento
fascista come «resistenza contro la trascendenza», intesa come trascendenza
storica e non metafisica, che N. sottolinea la continuità fra questo serio
giudizio e la communis opinio del fascismo come movimento reazionario, per
questo tradizionalista e nazionalista, e per converso di ogni forma di
tradizionalismo e di nazionalismo come rimando implicito e forse inconscio al
fascismo. Di questo fa una critica serrata, facendo notare innanzitutto le
origini culturali dei due fondatori del fascismo, cioè Gentile e MUSSOLINI,
come antitetiche rispetto a ogni forma di politica reazionaria, tradizionalista
e nazionalista e come invece affini rispetto al socialismo, del quale Mussolini
in particolare fu un esponente. Si noti che l'obiettivo che N. intende colpire
e abbattere è quella generale concezione del fascismo come momento singolare e
controcorrente rispetto all'intera storia moderna, dalla rivoluzione francese
in poi, mentre ciò che intende mostrare è la continuità quasi necessaria che è
posta fra l'hegelismo, il marxismo e il fascismo come tre momenti dell'unico
processo di secolarizzazione. Il filosofo inizia quindi dall'analisi della
figura storica di Mussolini e della sua formazione culturale, notando il suo
giovanile anticlericalismo, il suo spontaneo confluire nel socialismo, e il
seguente superamento di quest'ultimo per l'evoluzione fascista del suo
pensiero. È in particolare sul concetto di «rivoluzione» che pone l'accento,
essendo questo un concetto base del marxismo che però, attraverso l'incontro
mussoliniano con la tedesca «filosofia dello Spirito» risorgente in Italia,
dovette radicalmente trasformarsi e portarsi dal livello sociale della «classe»
a quello personale del «soggetto». È insomma l'incontro intellettuale di
Mussolini con la filosofia di Gentile ad aver reso necessaria la trasformazione
della rivoluzione in un senso non più finalistico o escatologico (come era nel
marxismo puro, il cui fine è appunto la società comunista) ma in un senso
propriamente attivistico e lato sensu solipsistico, in termini gentiliani cioè
attualistico. Con ciò N. può connettere la psicologia di Mussolini con il vero
e proprio formalismo pratico del fascismo, il quale non aveva in realtà alcun
contenuto definito, ma proclamava bensì una forma di azione tanto vaga e
generale da poter attrarre a sé ogni sorta di ceto sociale (anche il
proletariato) e di frangia ideologica, in alcuni momenti persino quella
marxistica. Il concetto di «rivoluzione» infatti contiene in sé già un termine
finale ben preciso verso cui lo stato attuale del mondo andrebbe rivoluzionato,
mentre nella politica fascista il termine rivoluzione deve necessariamente
essere sostituito dal termine «riforma» (si pensi appunto alla riforma Gentile)
in senso non più tradizionale, cioè come ri-formare ciò che è stato de-formato,
bensì in senso creazionale, cioè come dare una nuova forma (indefinita) alle
antiche cose, perciò rimane un concetto molto affine a quello di marxistico di
rivoluzione, e permette l'affiancamento ideale dell'attualismo gentiliano al
modernismo teologico fiorente a quel tempo e condannato come eresia dalla
Chiesa. Saggi: “Teologia della storia” (Torino, Filosofia); “La solitudine di
Faggi” (Torino, Filosofia); “L'incidenza della cultura sulla politica italiana,
Cultura e libertà” (Roma, 5 lune); “A-teismo” (Bologna, Mulino); “Riforma e
filosofia” (Bologna, Mulino, Brescia); “In contra del domma cattolico-romano”
(Torino, Erasmo); “Contra il domma cattolico-romano” (Milano, UIPC); “L'amore
di Dio” (Torino, Borla); “Il secolare” (Milano, Giuffrè); “Il partito comunista
italiano” (Roma, Europea); “Il suicidio di un rivoluzionario” (Milano,
Rusconi); “I comunisti” (Milano, Rusconi); “L'interpretazione trans-politica
della storia contemporanea,” Napoli, Guida, “Secolarizzazione e crisi della
modernità” (Napoli, Benincasa); “Gentile: per una interpretazione FILOSOFICA
del fascismo” (Bologna, Mulino); “Da Cartesio a Serbati” -- Scritti vari di
filosofia,” Milano, Giuffrè); “Esistenza e libertà.” Spir, Chestov, Lequier,
Renouvier, Benda, Weil, Vidari, italiano Faggi, Martinetti, italiano Rensi,
italiano Juvalta, italiao Mazzantini, italiano Castelli, italiano Capograssi”
(Milano, Giuffrè); “Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione”; Scritti su l'Europa
e altri, Milano, Giuffrè); “I cattolici e il progressismo,” Milano, Leonardo,
“Fascismo e anti-fascismo: errori della cultura” (Milano, Leonardo); “Il
laico”; Scritti su Il sabato (e vari, anche inediti), Milano, Giuffrè);
Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea. Leone XIII, Paolo VI, Giovanni
Paolo II” (Roma, Studium); “Verità e ragione nella storia. Antologia di
scritti, “ I. Mina, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli); “Modernità.
Interpretazione transpolitica della storia contemporanea” (Morcelliana,
Brescia.). N. insegna nel capoluogo piemontese. Bozzo. N., il filosofo della
libertà politica). N., «Idee per l'interpretazione del fascismo», Ordine
Civile. E tra i componenti del comitato promotore del referendum abrogativo
antidivorzista) e più tardi sull'aborto. premio Rhegium Julii, su
circolorhegiumjulii. wordpress. Armellini, Razionalità e storia, in Il pensiero
politico, Roma, Aracne editrice, Borghesi, N.. La legittimazione critica del
moderno. Marietti, Genova-Milano.[collegamento interrotto] Luca Del Pozzo,
Filosofia cristiana e politica, Pagine, I libri del Borghese, Roma, Fumagalli,
Gnosi moderna e secolarizzazione nell'analisi di Samek Lodovici ed N., PUSC,
(scaricabile in PDF dal sito sergiofumagalli) Gian Franco Lami, La tradizione,
Angeli, Milano, Marietti, Genova-Milano. Enciclopedia ItalianaV Appendice,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ratto, Ipotesi sul fondamento
dell'essenza dissolutiva del marxismo e del fascismo, in Boscoceduo. La
rivoluzione comincia dal principio, Sanremo, EBK Edizioni Leudoteca, Riili, N.
interprete del Marxismo. L'ateismo, la gnosi, il dialogo con Volpe e Goldmann,
in Centotalleri, Saonara, il prato, Tibursi, Il pensiero di N. come Teoria
sociale, in Andrea Millefiorini, Fenomenologia del disordine. Prospettive
sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana, Societas, Roma, Nuova
Cultura, Xavier Tilliette, Omaggi. Filosofi italiani del nostro tempo,
traduzione di Sansonetti, Brescia, Morcelliana, Natascia Villani, Marxismo
ateismo secolarizzazione. Dialogo aperto con N., in Pensiero giurdico. Saggi,
Napoli, Editoriale Scientifica, Augusto Del Noce, in Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Repertori
Bibliografici, su centenariodelnoce). La metafisica civile: ontologismo e
liberalismo dalla rivista telematica di filosofia Dialeghesthai. P. Ratto,
Laicità e Democrazia: da N. a Giotto, su Bosco Ceduo, Democrazia e modernità in
N., articolo dal mensile 30Giorni. L'inseparabilità dei Tre. La modernità, di
Andrea Fiamma Centro Culturale,//centrodelnoce. Fondazione //fondazione
augustodelnoce.net. centenariodelnoce. Articoli di N. «Il dialogo tra la Chiesa
e la cultura moderna» da Studi Cattolici. «L'errore di Mounier» da Il Tempo.
«Risposte alla scristianità» da Il Sabato. «La sconfitta del modernismo» da Il
Tempo. «La morale comune dell'Ottocento e la morale di oggi», tratto da Il
problema della morale oggi. «Rivoluzione gramsciana», tratto da Il suicidio
della rivoluzione. «Origini dell'indifferenza morale» da Il Tempo. «Le origini
dell'indifferenza religiosa» da Il Tempo. «Religione civile e secolarizzazione»
da Il Tempo. «Un dramma europeo: il dissenso cattolico» da Corriere della Sera.
«Questi poveri cattolici minacciati dal suicidio» da Il Sabato «In stato di
porno-assedio»[collegamento interrotto] da Il Sabato. «La più grande vergogna
del nostro secolo» da Il Sabato. «Fu vera gloria? La resistenza 40 anni
dopo»[collegamento interrotto], tratto da Litterae Communionis. «Una colomba,
non un santo (caso Bukarin)» da Il Sabato. «Intensità d'una gran illusione
(Dossetti e dossettismo)»[collegamento interrotto] da Il Sabato.
«L'antifascismo di comodo» da Corriere della Sera. «Togliatti? Un perfetto
gramsciano. Polemica su Gramsci»[collegamento interrotto] da Il Sabato. «Il
nazi contagio» da Il Sabato. «La morale catto-comunista» da Il Sabato. «Abbasso
Mazzini» da Il Sabato. «I lumi sull'Italia»[collegamento interrotto] da Il
Sabato. «Recensione del romanzo di Benson "Il Padrone del mondo"» dal
mensile 30Giorni. «Filo rosso da Mosca a Berlino (Hitler-Stalin)» da Il Sabato.
Le connessioni tra filosofia e politica da Il Tempo. Pci, l'impossibile
conversione» tratto da Prospettive nel mondo. Grice: “Unfortunately, Noce is a philosopher, like me.
We cannot lay word on history. Had Hitler won, I wouldn’t have joined Austin’s
Play Group. Being Italian, Noce thinks different. He thinks history is guided
by philosophical principes. It wasn’t Mussolini’s charisma that led the
populace, but Gentile’s attualismo puro. He makes a good point about the
distinction between Hitler and Mussolini. Hitler is a Protestant, Mussolini
ain’t! Most in Mussolini’s circle were just as heathen as those in Hitler’s
circle – different heathenism, though. No Odin, but Giove. Not Siegrfied, but
Enea! Noce does not know the first thing about this. He never socialized with
any of the people he is philosophizing about. In any case, there’s Garibaldi,
which is a stain to Italian history. Italians, and a Ligurian friend of mine
can testify to this, never wanted the UNITY. It was forced ON them. So it’s
only natural that Gentile and Noce regard the UNITY brought by Risorgimento
(alla Fichte Hegel, and the idea of the NATION) that was furthered by
Mussolini. Mussolini did use Garibaldi imagery – saying that his movement was
‘garibalismo puro’ – but although he (Mussolini) did write a little thing about
Nietzsche, you won’t find his name in ‘dizionari di flosofia’!” Non si può dire che a Del Noce sia mancato il
coraggio di proporre ipotesi interpretative del pensiero contemporaneo anche in
radicale antitesi con la pubblicistica corrente e con gli intellettuali più
ascoltati dal potere culturale dominante. Come si è visto a proposito del
marxismo, la nettezza del giudizio critico non è mai venuta meno e non ha mai
ceduto ad attenuazioni, nemmeno nel caso di una vicinanza amicale con i suoi
interlocutori. Nel caso dell’interpretazione del fascismo N. esprime un simile
coraggio e propone sin dagli anni Sessanta (ma brevi testi dell’immediato
dopoguerra documentano già la stessa lucidità)! un’interpretazione originale,
solidamente argomentata e assolutamente controcorrente. Anche in questo caso,
come in quello del marxismo, N. procede da una considerazione attenta del
fascismo che ne faccia emergere le specificità culturali, lo renda
identificabile e ne faccia perciò comprendere le ascendenze più o meno
evidenti. Quest'opera di studio e di approfondimento dei contenuti del fascismo
è già un aspetto rilevante dell’interpretazione, dal momento che, ancora oggi
il fascismo è stato rappresentato da una parte come una sorta di barbarie
irrazionale e oscura, dall’altra come l’esito della coalizione di tutte le
forze conservatrici e reazionarie a difesa di interessi particolari. In questa
prospettiva il fascismo viene identificato come un’entità a sé stante e, nel
contempo, caratterizzato come male assoluto, mitizzato come un abisso di
negatività al di fuori di qualsiasi analisi critica e storica. Da ultimo,
trasformato in una sorta di essenza, il fascismo diviene la categoria alla
quale ricondurre tutti gli aspetti legati alla tradizione, alla metafisica, al
tema dell’autorità ecc., secondo uno schema per cui non si può affermare la
tradizione senza essere nel contempo, almeno incoattivamente, fascisti e
repressivi. AI contrario, per N. il fascismo è un momento di quel percorso
verso l’ateismo (descritto nei capitoli precedenti) in cui consiste lo sviluppo
del razionalismo e che può essere designato più opportunamente come
secolarizzazione, per intendere quel tentativo di creare una società nella
quale non ci sia più traccia dell’idea di Dio. Il fascismo ha perciò una radice
culturale precisa, situabile in quel processo di decomposizione dell’idealismo
che ha inizio con il marxismo. È questo il punto più incandescente dell’analisi
di N.: il fascismo si presenta come un tentativo rivoluzionario di origine
marxista, nel quale il marxismo viene corretto per essere inverato, cioè per
essere effettivamente realizzato. In altre parole, tra marxismo e fascismo c'è
un legame profondo e intrinseco: nel percorso del razionalismo che porta a una
progressiva secolarizzazione del mondo, l’ideale rivoluzionario tende ad
assumere il ruolo sociale occupato precedentemente dalla religione. In questo
quadro, secondo N., la rivoluzione può assumere due forme: quella marxista, che
si fonda, come si è visto, sul materialismo e sulla sua opera decostruttiva;
oppure quella attualista, che è una interpretazione dell’ideale rivoluzionario
da un punto di vista soggettivo-spiritualistico, che assume le caratteristiche
di una filosofia del divenire e della prassi e rifiuta il materialismo
marxista. La spiegazione del fenomeno fascista trova perciò in Gentile una
figura centrale, attraverso la quale N. mette in evidenza il nesso storico e
teorico tra idealismo e fascismo. Per comprendere questo nesso, però, occorre
che venga pienamente riconosciuta la complessità e profondità di pensiero di
Gentile, più spesso relegato a personaggio di propaganda e di apparato. D. non
solo riconosce in Gentile una figura chiave del pensiero italiano, ma nel suo
pensiero coglie una svolta epocale, quella del tentato inveramento del
marxismo: perciò in esso egli vede il compiersi per l'Occidente del percorso
razionalistico del pensiero che così fortemente ha determinato le sorti
dell’epoca contemporanea. Gentile intende recuperare lo spirito risorgimentale
e connetterlo con l’ideale rivoluzionario, sganciandolo perciò dal quel
presupposto naturalismo e materialismo che rappresentavano ai suoi occhi un
limite nella comprensione del vero spirito idealistico. È in questa temperie
culturale che avviene l’incontro con Mussolini. N. è certo attento nel
precisare che i fenomeni storici si verificano per una complessa serie di
fattori che non possono essere ridotti a uno schema concettuale. Tuttavia
quando nelle sue analisi parla di incontro intende evidenziare non solo
l’incrociarsi di percorsi biografici e storici, ma anche il congiungersi, si
potrebbe dire fatale, di indirizzi di pensiero che per consonanza e necessità
logica danno luogo a un connubio creativo. Nel caso del rapporto tra Gentile e
il fascismo come regime N. parla, per esempio, di armonia prestabilita, quasi a
evidenziare una sorta di attrazione fatale che ha compenetrato traiettorie di
pensiero che avevano origini distinte. Mussolini infatti era anch’egli
incamminato verso una revisione del marxismo, a partire dalla critica al
socialismo riformista, sebbene con una coscienza filosofica assai più sbiadita
rispetto a quella di Gentile. L’incontro avviene perciò sul terreno comune
della volontà di ripresa dello spirito rivoluzionario, in una chiave però
compatibile con la tradizione risorgimentale italiana. All’interno di questa
struttura significativa, certamente gioca poi un ruolo determinante la
personalità di Mussolini, che se è senz'altro molto meno permeata di coscienza
critica e culturale, è tuttavia perfetta espressione esistenziale-politica di
quell’ansia rivoluzionaria che si traduce in attivismo come pura affermazione
di potenza e in solipsismo, inteso come soggettivismo assoluto, incapace di
cogliere la realtà esterna in sé sussistente se non in funzione del proprio
processo di autoaffermazione. Si comprende dunque perché N. abbia parlato
spesso di fascismo come errore della cultura e non errore contro la cultura
(interpretazione, come si è visto, dominante nell'ultimo cinquantennio). Esso
si configura non come fenomeno estemporaneo di improvviso impazzimento della
società italiana succube di forze oscurantiste, ma segna un passo decisivo di
quell'epoca della secolarizzazione che contraddistingue l'evoluzione ultima del
razionalismo moderno e che, secondo N., ha il suo inizio con l’opera
rivoluzionaria di Lenin come colui che ha più coerentemente inteso realizzare
il farsi mondo della filosofia secondo quanto prospettato da Marx. In questo
senso, tra l’altro, si comprende perché sia senz’altro errato interpretare il
fascismo come fenomeno reazionario e conservatore; in esso agisce la volontà di
interpretazione dello spirito rivoluzionario nel modo più radicale, per il
quale la tradizione e l’identità storica rappresentano puri strumenti per
l’affermazione dell’azione trasformatrice, che sarà perciò inevitabilmente
violenta e inesorabile. Ma in Italia, negli stessi anni in cui andava
formandosi il fascismo, vi è un altro pensatore che lavora alla revisione del
marxismo per elaborare una concezione rivoluzionaria capace di realizzare
effettivamente una nuova società: è Gramsci. Anche in questo caso N. dimostra
un’acutezza interpretativa unica, nonché coraggio nel presentare le sue
ipotesi. Egli infatti mette a punto una serie di studi che confluiranno poi in
un volume intitolato I/ suicidio della rivoluzione, nel quale Gramsci è
presentato come colui che, nel tentativo di riformare il marxismo, incontra in
realtà l’attualismo e trasforma l'ideale rivoluzionario marxista in una
filosofia della prassi perfettamente funzionale e coerente con il realizzarsi
del nichilismo. Gramsci, perciò, identificato in quegli anni come il vero punto
di riferimento dell’antifascismo marxista e nume tutelare per il realizzarsi
del marxismo nei paesi occidentali, viene presentato da N. come un autore
gentiliano. Che cosa è infatti la revisione gramsciana del marxismo se non il
rifiuto del suo materialismo e del suo economicismo, per fondare una filosofia
della prassi che porti a realizzare la rivoluzione prospettata dal marxismo a
partire da una lotta per l'egemonia culturale messa in atto dagli intellettuali
militanti? Secondo N. non è più marxismo, ma filosofia della prassi con tutti i
caratteri dell’attualismo. In che senso allora N. parla di suicidio della
rivoluzione? Precisamente nel senso per cui, nel proseguire il suo progetto rivoluzionario
a partire da una filosofia della prassi non materialista, Gramsci riduce il
pensiero a ideologia strumentale per l’affermazione del potere, svincolandolo
da qualsiasi riferimento alla verità. Pensiero senza verità, pura affermazione
di potenza, e perciò nichilismo, approdo coerente di quell’impeto
rivoluzionario che però ottiene il suo opposto proprio attraverso il
costituirsi del predominio sociale di una classe borghese cinica e
disincantata. Diciamo che Gramsci rappresenta il paradigma italiano di quella
dissoluzione dell’idealismo e del marxismo che, per l’eterogenesi dei fini di
cui s'è detto, nel compiersi realizza l'opposto di quanto si era proposto. Il
primo testo del capitolo è una conferenza confluita in L’epoca della
secolarizzazione, che propone una definizione storica generale del fascismo e
consente uno sguardo sintetico d’insieme sull’interpretazione di N. delle
figure di Gentile e di Mussolini. Il secondo testo è il capitolo secondo de I/
suzcidio della rivoluzione, che imposta l’assunto fondamentale del libro,
soprattutto nel mostrare la vicinanza filosofica tra Gentile e Gramsci. Appunti
per una definizione storica del fascismo. Il fondamento del progressismo, così
nella sua forma di illuminismo laico come in quella di modernismo religioso, è
un giudizio sulla storia contemporanea; per dir meglio, su una zona della
storia contemporanea, quella dell'Europa fra le due guerre. Ora, l'attitudine
contraddittoria a cui ha dato luogo e per la cui designazione ho usato il
termine di millenarismo negativistico, porta al problema della sua revisione.
Si badi bene: non si tratta menomamente di mutare il giudizio assiologicamente
negativo sul fascismo; si tratta, invece, di vedere quali posizioni ideali
siano state coinvolte nella sua catastrofe. È il primo saggio che tenta
un’esaustiva comprensione storico-filosofica del fascismo come fenomeno
epocale, quello di NOLTE? Sostanzialmente, si può dire che esso abbia dato
espressione rigorosa all’idea che informa i giudizi correnti: quella secondo cui
i fenomeni fascisti dovrebbero venire sussunti sotto il concetto generale di
controrivoluzione. Visto nel suo aspetto più profondo, come fenomeno
transpolitico, il fascismo sarebbe per Nolte una disposizione di «resistenza
contro la trascendenza», termine con cui intende non la trascendenza religiosa,
ma quella che oggi si suol chiamare «trascendenza orizzontale», trascendimento
storico, insomma. Quello che per il fascismo, in qualsiasi delle sue forme, è
il nemico, deve essere individuato nella libertà verso l'infinito» che, «innata
nell’individuo e reale nell’evoluzione universale, minaccia di distruggere ciò
che si conosce e si ama». Sul piano più strettamente politico questa
«resistenza contro la trascendenza» si affermerà come lotta sino alla morte contro
i movimenti che la rappresentano, ed esprimono la ricerca di andare al di là
dell'ordine presente, verso una realtà sociale più ampia. Si dovrebbe perciò
parlare di un’essenza comune che si sarebbe specificata in diverse forme nei
vari paesi europei, a seconda delle loro diverse situazioni politiche,
economiche, culturali. Le principali di queste forme costituirebbero
altrettanti gradi; così Nolte ha delineato una linea unitaria di sviluppo, il
cui primo grado sarebbe rappresentato dall’Action frangaise, il secondo dal
fascismo italiano, il terzo dal nazismo. Come è facile osservare, una tale
interpretazione corrisponde alla veduta corrente, secondo cui i termini ultimi
dei contrasti presenti sarebbero le parti dei tradizionalisti e dei
progressisti, ogni valore venendo assorbito dalla causa dei progressisti; e
secondo cui ogni atteggiamento tradizionalista conterrebbe, anche se nella più
inconsapevole delle maniere, e allo stato germinale, una possibilità fascista.
Ciò che però caratterizza la sua opera, è che questo giudizio non condiziona la
ricerca, come presupposto polemico, ma invece appare essere il risultato di un
reale sforzo di comprensione storica. Di qui la sua importanza: perché la
rigorosa messa in forma di un giudizio corrente serve pure a farne apparire i
caratteri contestabili. Anzitutto, da che cosa egli si trova portato a parlare
di un’«epoca del fascismo? Da questo: è esistito un periodo in cui, in seguito
all’arretramento e al chiudersi in se stesse delle potenze periferiche (Stati
Uniti, Unione Sovietica; isolazionismo americano, socialismo in un solo Paese
per cui la Russia ridivenne una terra incognita ai limiti del mondo) l'Europa,
pur dopo quell’anno, in cui la prima guerra mondiale aveva cessato dall’essere
un conflitto di stati nazionali, poteva nuovamente considerare se stessa come
il centro del mondo, e affermarsi quale proscenio degli avvenimenti mondiali.
Ora, poiché «si deve denominare un’epoca, caratterizzata decisamente da contese
politiche, sulla scorta di quello che, nel punto culminante degli avvenimenti,
costituisce il fenomeno del tipo più nuovo, ebbene, in tal caso sarà
inevitabile chiamare l'epoca delle guerre mondiali epoca del fascismo»; termine
che «presenta il vantaggio di non esibire alcun contenuto concreto, e di non
presentarsi al pari della parola nazionalsocialismo con una pretesa
contenutistica non però giustificata. Col dare una tale definizione dell’epoca,
Nolte non pretende affatto a una particolare originalità. Ha cura, anzi, di
sottolineare com’essa fosse già stata affermata da rappresentanti delle
correnti più diverse. Che nel giro di brevi anni l’intera Europa sarebbe stata
fascista, era stata affermazione di Mussolini, spesso ripetuta negli anni del
massimo suo potere. Ma, su questo punto, avversari decisissimi si erano trovati
d’accordo, con opposto accento valutativo. Così Mann nel define il fascismo
come «una malattia del nostro tempo, che è di casa dappertutto, e dalla quale
nessun paese può dirsi immune». Così, nella nota opera La distruzione della
ragione Lukacs ha indicato «nello sviluppo spirituale e politico tedesco
null’altro che la manifestazione più saliente di un processo internazionale che
si svolge nell’ambito del mondo capitalistico. Bastano già queste citazioni per
vedere il posto che l’opera di Nolte occupa tra le interpretazioni del
fascismo. Essa si situa dopo quella, diciamo in largo senso liberale, della
malattia morale e dopo quella marxista. Luk4cs aveva parlato di una linea
unitaria di processo verso l’irrazionalismo da Schelling a Hitler»,
includendovi tutti i pensatori tedeschi di rilievo successivi alla morte di
Hegel. Da questa tesi, in cui riconosce però un aspetto di verità, Nolte
dissente soprattutto per quel che riguarda il prefascismo di Weber, e
naturalmente il dissenso su questo pensatore ha un contraccolpo decisivo per
quel che riguarda l’intera linea indicata da Lukacs. Forse — non ho verificato
quest'idea — il suo libro potrebbe esser definito come un rifacimento per
l'Europa intera di quello che Lukacs ha scritto sul pensiero reazionario
tedesco, operato però da uno scrittore su cui è stata forte l'influenza di
Weber. Ora, nello stesso giro di tempo in cui Nolte scriveva il suo libro, io
mi ero proposto il suo medesimo problema — di una definizione del fascismo in
sede trascendentale — arrivando però a prospettive diverse. Infatti, nel saggio
di N., Il problema dell’ateismo, definie la peculiarità della storia
contemporanea per il suo carattere di storia filosofica. Il mio punto di vista,
che mantengo oggi del tutto invariato, era semplice: se si riconosce un
carattere genuinamente filosofico all'opera di Marx, bisogna prendere alla
lettera la sua frase secondo cui la sua concezione è quella di una filosofia
che diventa mondo (che si oltrepassa nella realizzazione politica e cerca in
questa la sua verifica) opposta a quella di un mondo che diventa filosofia
nell’autocoscienza; se poi la storia contemporanea non può essere compresa che
in relazione alla rivoluzione comunista, essa acquisisce un carattere nuovo,
diverso da tutta la storia precedente, soprattutto dal Rinascimento in poi. Non
soltanto una storia che può essere compresa dal filosofo; una storia fatta dal
filosofo, perché il valore del pensiero è per Marx quello di realizzare la
condizione per un’azione efficace a trasformare la società e il mondo; e per
riferimento al carattere precipuo della filosofia di Marx, mi parve di doverla
definire come l’età dell’espansione dell’ateismo. Preferirei oggi, per indicare
la stessa cosa, parlare d’epoca della secolarizzazione, servendomi di un
termine che ora è divenuto corrente. Secolarizzazione e dr O ateismo sono
certamente le due facce della stessa moneta; ma siccome il termine di
secolarizzazione dice ciò che questa età vuol essere — processo verso una
situazione in cui si possa dire che Dio è scomparso senza lasciar tracce — e
siccome qui si tratta di un’analisi interna di quest'epoca, prima che di un
giudizio valutativo, qui è la ragione della mia preferenza. Ora se l’età
contemporanea deve, a mio giudizio, venir definita come epoca della
secolarizzazione, l’inizio non può essere cercato che nell’opera di Lenin;
quindi, davanti a una rivoluzione che nell’intenzione è mondiale, non mi sembra
possibile ritagliare l’idea di un’epoca semplicemente europea e parlare di un’«epoca
del fascismo». Bisognerà invece parlare del «momento fascista» dell’epoca della
secolarizzazione. Credo inoltre che un’ulteriore specificazione si presenti
come necessaria. Nell’epoca della secolarizzazione noi possiamo distinguere un
periodo che si può dire sacrale (in relazione al fenomeno delle religioni
secolari, che accomunano comunismo, nazismo e fascismo) e un periodo profano; a
un dipresso, e con l’approssimazione necessaria delle date, possiamo dire che
il primo si chiude con la morte di Stalin. Fascismo e nazismo appartengono
interamente al periodo sacrale; fenomeno nuovo che caratterizza in maniera
precipua il periodo «profano» è la società opulenta. Anche qui azzardando
un'ipotesi, mi pare si possa dire che Nolte sia stato sviato dall’analogia tra
la posizione dell’Action francaise rispetto al radicalismo e quella del nazismo
rispetto al comunismo. Non vorrò negare che la simmetria vi sia, ma, appunto,
soltanto una simmetria; è infatti altrettanto impossibile vedere nel
nazionalsocialismo la continuazione e lo svolgimento dell’Aczion frangaise che
nel comunismo lo svolgimento del radicalismo. Di più, mi sembra che lo stesso
Nolte si trovi in imbarazzo quando deve trattare del termine medio tra Action
francaise e nazismo, cioè del fascismo propriamente detto. Nel considerarlo,
infatti, egli accentua, molto giustamente, i tratti segnati da un persistente
influsso marxista, e le curiose affinità tra Mussolini e Lenin. Si avrebbe
dunque, nel momento mediano, un elemento che è del tutto assente nel momento
iniziale (Action francaise) e di nuovo scompare nel momento conclusivo
nazionalsocialista. E, allora, non è almeno singolare definire l’intera epoca
con il termine di fascismo? Siamo con ciò arrivati al punto veramente centrale:
se si possano sussumere sotto il comune concetto di controrivoluzione (o di
reazione, o di resistenza contro la trascendenza, ecc.) così i movimenti
tradizionalisti e nazionalisti, che più o meno si richiamano tutti
all’ispirazione dottrinaria dell’Action francaise, come il fascismo e il
nazismo, in modo che si possa parlare di una stessa essenza, che si è
specificata diversamente a seconda delle condizioni culturali ed economiche dei
Paesi in cui si era realizzata, o se invece l’attenzione debba prevalentemente
venir portata sulle differenze. Se ci si mette in questa seconda via si
delineano poi due diverse possibilità interpretative. Si devono distinguere
qualitativamente i movimenti nazionalisti dal fascismo e dal nazismo,
riconoscendo però una stessa essenza a questi due ultimi fenomeni? 2) Si deve
invece parlare di fascismo e di nazismo, come di fenomeni per essenza diversi?
Come si vede, il punto più delicato, e quello che ora cercherò di affrontare, è
proprio quello di assegnare il punto giusto al fascismo italiano: che alcuni
associano al nazismo, mentre altri sono proclivi a considerarlo come una
semplice variante dei regimi autoritari. La distinzione così di fascismo come
di nazismo dal nazionalismo propriamente detto può essere stabilita facilmente.
Il nazionalismo, infatti, si presenta come un tradizionalismo, come uno sforzo
per perpetuare un'eredità, quest’eredità essendo per lo più legittimata per
rapporto a valori trascendenti, anche se poi vi sia la tendenza a vederli
soltanto nella funzione di legittimare un’eredità (per ciò si può vedere nel
nazionalismo lo sbocco finale di un’inesatta idea della tradizione). ! Il
fascismo concepisce invece la nazione non più come un'eredità di valori, ma
come un divenire di potenza. A diversità del nazionalismo, la storia non è
concepita come una fedeltà, ma come una creazione continua che merita di
rovesciare nel suo passaggio tutto ciò che le si può opporre. Si tratta, del
resto, di una distinzione su cui spesso ebbero a insistere Hitler e Goebbels,
che riconobbero l’originalità del fascismo nell’essere stato il primo movimento
che avesse combattuto marxismo e comunismo da un punto di vista non
reazionario; * sta in ciò la ragione della devozione indubbiamente sincera che
Hitler mantenne sempre per Mussolini. Assai più che i tratti comuni importano
però le differenze. In quello stesso libro sostenevo che il fascismo deve
essere storicamente definito come la piena realizzazione e il completo scacco
di quel socialismo rivoluzionario che ha accolto la critica idealistica del materialismo
naturalistico e dello scientismo, senza supporre la reale posizione di Marx (o
pensandola come una posizione contraddittoria di spirito rivoluzionario e di
materialismo); e che la biografia di Mussolini è il miglior documento per lo
studio dell’idea di rivoluzione totale sganciata dal materialismo marxista e
connessa invece col clima di pensiero dominante in Europa nei primi decenni del
Novecento. La successiva biografia di Felice, preparata in assoluta
indipendenza dalle idee che avevo allora accennato, mi pare offrirne la
conferma. Rispetto alla caratterizzazione del fascismo, tre mi sembrano essere
i fatti essenziali su cui deve venir portata l’attenzione: che fu fondato da
colui che giustamente può essere considerato come l’iniziatore, avanti la prima
guerra mondiale, del comunismo europeo; che l’ascesa di Mussolini ha
temporalmente coinciso con quella della cultura idealistica, che l'avvento del
fascismo ha coinciso con l'epoca del completo successo di questa cultura, che
vi è una corrispondenza temporale tra i declini dell’uno e dell’altra; che
questa cultura idealistica italiana prende inizio da quella prima grande
disputa sul marxismo teorico, che segna l’europeizzarsi della cultura italiana.
Non si può, insomma, intendere Mussolini al di fuori della misteriosa vicinanza
e lontananza insieme che lo collegava alla figura di Lenin, punto ben visto da
Nolte, ma non sufficientemente approfondito. Il mistero della lontananza viene
infatti tolto di mezzo quando si pensi a quella distinzione tra il vivo e il
morto in Marx che la cultura idealistica italiana aveva definito, che Mussolini
aveva di fatto accettato, e Lenin, nella sua riaffermazione dell’unità
inscindibile tra materialismo radicale e azione rivoluzionaria, rifiutato. La
vicinanza a Lenin è stata assai bene illustrata da Nolte: «Se per comunismo si
intende l’ala intransigente staccatasi da quella riformistica, disposta alla
collaborazione, del partito socialista, Mussolini può essere a ragione definito
il primo e, da un certo punto di vista, l’unico comunista europeo del periodo,
in quanto in tutti gli altri paesi europei la scissione suddetta avvenne
soltanto per influenza del bolscevismo russo, formatosi, nei limiti di una
situazione affatto diversa. In ogni caso, si può dire che Mussolini ponesse non
solo le basi del comunismo italiano postbellico egli fu anche il promotore
dell’impotenza della socialdemocrazia in fieri, raccolta intorno a Turati, che
fu forse la causa immediata della vittoria fascista. Il suo “volontarismo”, che
a torto si è tentato di contrapporre alla sua ortodossia marxista, non è che
l’espressione teoretica della sua intransigenza. Tale volontarismo, infatti, si
rivolge polemicamente contro la teoria evoluzionistica dell’epoca, e
costituisce l’esatto analogo della lotta condotta da Lenin contro la dottrina
del decorso spontaneo. Dove è giusto parlare di analogia, non di ortodossia
marxista. Il «volontarismo» di Mussolini non è la «dialettica» di Lenin; è il
rifiuto del materialismo marxista, in relazione alla generale critica allora
corrente del materialismo naturalistico e del positivismo evoluzionista. Ma,
ora, dobbiamo domandarci: che cosa diventa l'atteggiamento rivoluzionario —
inteso nel suo senso più rigoroso, come sostituzione della politica alla
religione nella liberazione dell’uomo — quando venga totalmente sganciato dal
momento materialistico e dall’utopistico? L’essenzialità del materialismo a
quella che giustamente è stata detta «non nuova filosofia della prassi, ma
nuova prassi della filosofia» di Lenin, autentico definitore su questo punto
del significato del pensiero marxista, è, oggi, assai chiara. Sotto un primo
riguardo il momento materialistico significa la sconsacrazione dell’ordine che
si deve abbattere; sotto il secondo assai più importante — che implica la
conservazione, e non la semplice negazione, del pensiero utopistico nel
pensiero rivoluzionario è intrinseco alla finalità rivoluzionaria stessa, in
quanto diretta all’instaurazione di una nuova idea dell’uomo, materialistica
nel senso che è separata da ogni traccia del divino, in quanto il pensiero
dell’uomo è praxzs, attività sensitiva umana, pensiero espressivo e non
rivelativo, che non è nulla oltre la sua espressione sensibile; al di fuori del
nuovo e radicale materialismo non essendo pensabile lo stesso comunismo.
Separato dal materialismo, lo spirito rivoluzionario si converte in una specie
di mistica dell’azione, in quel che si suol dire con un termine diventato
logoro perché sciupato nelle abitudini del parlare comune, «attivismo»;
tensione verso un’azione che è voluta per sé, come semplice trasformazione
della realtà, e non finalizzata a un ordine, con la conseguente retrocessione
dei valori che, invece di dar significato all’azione, sono pensati valere
soltanto come strumenti che possono promuoverla. Ma non basta: la logica che
gli è intrinseca lo porta anche alla negazione della personalità degli altri,
alla loro riduzione a oggetti; dato il conferimento del valore alla pura
azione, gli altri soggetti cessano di essere fini in se stessi per diventare
puri strumenti e ostacoli. Questo disconoscimento è però altra cosa dal
semplice disconoscimento morale. Nel caso del disconoscimento morale si tratta
di un rifiuto pratico di eseguire quel che la legge morale comanda; nel caso,
invece, dell’attivismo si tratta di una prospettiva totale per cui gli altri
sono ridotti a oggetti, in modo che non ha più senso parlare di doveri morali
nei loro riguardi. Come definire quest’attitudine? Io proporrei il termine di
solipsismo, e personalmente sarei portato a credere che l’unico senso preciso
che si possa dare alla nozione di solipsismo sia questo; insostenibile come
posizione teoretica, il solipsismo è possibile come atteggiamento vissuto. La
totale spersonalizzazione che l’attivismo include porta a togliere alla realtà
l’aspetto di sussistenza autonoma; sembra che essa non esista che nella mia
azione, come ostacolo che proietto davanti a me per superarlo. Sul termine si
potrà discutere; ma è comunque certo che all’azione di Mussolini non si
addicono la qualificazione di anarchica, perché resta sempre che l’anarchismo
cerca l'abolizione del potere, e invece Mussolini la sua conquista, né quella
di reazionaria, perché non si può rintracciare la tradizione che Mussolini
abbia riaffermata e difesa; né, ovviamente, di giacobina e di comunista. A me
pare che partendo da una fenomenologia dell’attivismo diventino comprensibili
quegli aspetti contraddittori che rendono così difficile, come De Felice ha
giustamente notato, tratteggiare un ritratto di Mussolini! Perfettamente De
Felice ha parlato di un miscuglio di personalismo, di scetticismo, di
diffidenza, di sicurezza in se medesimo e al tempo stesso di sfiducia
nell’intrinseco valore di ogni atto, e, quindi, nella possibilità di dare
all’azione un significato morale, un valore che non fosse provvisorio,
strumentale, tattico. Partiamo dal primo, dal personalismo. Bene Cantimori lo
ha delineato. Questo senso della potenza, questa volontà di predominio che lo
fa identificarsi spontaneamente con la sua patria, questo fortissimo
protagonismo politico, diventa, nei momenti della lotta più aspra per
un’affermazione della propria volontà, consapevolezza e affermazione della
propria individualità... e questa consapevolezza di sé, questo esser
continuamente presente, cosciente della propria volontà e della propria
individualità, continuerà sempre: l’identificazione spontanea con il proprio
popolo si articola sempre più attraverso tale consapevolezza, in ordine, in
comando, in primato, in dominio, in compiacimento per la disciplina e
obbedienza ottenute». Per sé, l’identificazione con la causa del proprio popolo
caratterizza ogni politico ed è da essa che questi trae la propria forza; ma in
Mussolini si compie in una volontà di predominio, in un protagonismo politico
che è consapevolezza e affermazione della propria personalità; che altro può
significare questo se non un’identificazione che si opera a rovescio di quella
dei grandi politici attraverso una specie di assorbimento, per così dire, del
popolo in sé? Di qui quei caratteri che sconcertarono quegli uomini della
vecchia generazione politica che furono in rapporto con lui: l'esclusivo e
feroce culto di se medesimo, l'eccezionale energia volitiva, la nessuna
discriminazione fra il bene e il male, il nessun indizio di senso del diritto.
Rispetto a cui è da aggiungere: se si potesse ridurre la personalità di
Mussolini a questo semplice immoralismo, neppure si potrebbe intendere il suo
successo. In realtà, nella disposizione attivistica abbiamo una singolare
coincidenza di moralismo e di immoralismo. Moralismo, nel senso di
autotrascendimento di sé nell’azione; immoralismo, nel disconoscimento della
personalità morale degli altri. Qui è anche la radice ultima
dell’antiliberalismo fascista, se il liberalismo è caratterizzato dal rispetto
dell’altrui persona. Si spiega pure il tratto, su cui particolarmente aveva
insistito Gobetti, del suo tatticismo e trasformismo: l’assenza della finalità
ultima dell’azione gli concedeva infatti una disponibilità massima per ogni
tatticismo e trasformismo, ma al tempo stesso gli vietava di dare all’azione un
valore che non fosse appunto provvisorio e tattico. Di qui l’altra
contraddizione per cui non poteva pensare se stesso che come creatore, mentre
di fatto la sua azione non poteva esplicarsi che come distruttrice. Per la
radicalità di questa azione distruttiva, pensiamo infatti al posto che gli
verrà dato, tra qualche decennio, nei manuali di storia: c'era una realtà
storica nuova, il Regno d’Italia, e fu Mussolini colui che lo consunse e lo
distrusse; sotto questo rapporto, veramente l’antiCavour. Si intende anche
l’osservazione acuta di Gramsci per cui Mussolini non poteva essere un «capo»;
ciò, però, non già perché vi si debba vedere quel che Gramsci pensava, «il tipo
concentrato del piccolo borghese italiano», ma in ragione proprio della sua
disposizione attivistica. Costretto da essa a trattare gli altri come forze,
veniva a sua volta visto dagli altri come una forza di cui disporre. Da ciò
anche la continua minaccia di restare prigioniero delle forze con cui si
alleava, e il continuo bisogno di bilanciare queste forze con altre; onde la
sua continua politica di compromessi e di contrappesi, anche se si trattava di
compromessi che non si davano per tali. Onde perfettamente De Felice ha scritto
che «credendo così di essere l’arbitro di tutto, non si accorgeva che, di
compromesso in compromesso, il suo margine di autonomia si riduceva sempre più
e che la logica delle cose, dei problemi di fondo rimasti senza soluzione, lo
soffoca progressivamente, e lo riduceva a un piccolo Laocoonte che appariva
forte solo perché poteva gonfiare i muscoli, ma era irrimediabilmente stretto
in un groviglio di spire che lentamente lo avrebbero soffocato. Si intende pure
la sua sfiducia negli uomini, la sua incapacità di comunicazione umana e di
amicizia, e quindi il ricorso al pessimismo di MACHIAVELLI per sentire questa
solitudine come forza; per questo riguardo il suo Preludio a MACHIAVELLI è tra
le pagine che meglio illuminano la sua personalità. Né c’è difficoltà a intendere
come potessero combinarsi in lui una straordinaria attitudine di parlare al
popolo e di trascinarlo in quanto massa, e l’incapacità di colloquiare con gli
uomini in quanto singoli, e di giudicarli. Perciò ebbe su di lui tanta presa la
lettura della Psicologia delle folle di Le Bon; gli rivelava i meccanismi che
determinano il comportamento collettivo, lo istruiva nella tecnica che doveva
usare nei suoi discorsi e nei suoi interventi. Diventa pure chiara la sua
incapacità di formare un’élite e di scegliere dei collaboratori veramente
validi; perché questi uomini che accettavano di essere strumenti, per fare a
loro volta di Mussolini il loro strumento, non potevano certo essere le
coscienze più diritte. Questi non sono che esempi che ho addotto per proporre
un tema: si può ravvisare, dal punto di vista tipologico, in Mussolini la
personalità solipsista allo stato puro. Con l’avvertenza, però, che non si
intende con ciò delineare dei tratti psicologici o cercar di spiegare il
fascismo con la psicologia di Mussolini. Sono tratti che dipendono in realtà
dalla sua iniziale scelta per l’attitudine rivoluzionaria, pensata come
contraddittoria col materialismo; dalla irrazionalizzazione, se si vuol dir
così, della posizione rivoluzionaria. È a questo punto che deve esser posto il
problema del rapporto tra il fascismo e la cultura dell’epoca. Bisogna però
guardarsi da una troppo ristretta e accademica idea della cultura, e arrivare
al comune discorso sulla superficialità e ignoranza di Mussolini; discorso che
si traduce poi in quell’ordinario ritratto che lo rappresenta come un semplice
demagogo, sia pure con qualità, in questo genere non comuni; o nell’altro che
vi vede l’esemplare dell’avventuriero opportunista, pronto a ogni cambiamento,
a seconda della possibilità di successo; di cui poi è specificazione quello del
traditore o del transfuga, o rispetto al socialismo o all’interventismo
democratico. Certo, non poté incontrare i problemi culturali che da politico; e
pensò contro certe idee che trovava incarnate in posizioni politiche, e aderì a
certe vedute culturali piuttosto che ad altre, in relazione a questa polemica
politica. Una volta che si è detto questo, si deve vedere quali pensatori abbia
dovuto incontrare e domandarsi se abbia verificato nella pratica, e quindi
coinvolto nel suo scacco, certe direzioni di pensiero. Il termine della sua
polemica è chiaro: si tratta del socialismo riformista e della cultura che lo
accompagnava; del marxismo ripensato nella cultura positivistica di fine
Ottocento, e diventato un consiglio di prudenza ai rivoluzionari. Perciò
anch’egli fu detto e si disse volentieri idealista perché «aperto come giovane
che era alle correnti contemporanee, procurò a infondere al socialismo una
nuova anima, adoperando la teoria della violenza di Sorel, l'intuizione di
Bergson, il prammatismo, il misticismo dell’azione, tutto il volontarismo che
da più anni era nell’aria intellettuale e che pareva a molti, idealismo. È il
noto giudizio di Croce, non inesatto, ma tuttavia generico, e che per questa
genericità rischia di sviare. Maggior significato si deve dare alla
rievocazione, singolarmente istruttiva, con cui lo stesso Mussolini illustra a
De Begnac il processo che l’aveva portato più di vent'anni prima alla
fondazione dei Fasci di combattimento. Le guide spirituali erano rimaste
indietro di mille anni a noi che avevamo sofferto l’esperienza della lunga
trincea. Croce non ci aveva detto in quaranta mesi una sola parola di speranza.
Del Vecchio aveva raccolto in un libro per noi combattenti il meglio del suo
nobile cuore, ma pochissimi erano culturalmente in grado di comprendere il suo
discorso. Gli economisti riaprivano il nostro animo ad un qualche interesse
alla vita. VITI, MARCO, EINAUDI, RICCI e, soprattutto, PANTALEONI e Pareto.
Sorel sembrava appartenere ad altra età, ormai. GENTILE preparava la strada a
chi come me avesse desiderato camminare su di essa. Certamente, si tratta di
una veduta retrospettiva: è difficile pensare che Mussolini abbia guardato a
Gentile, anche se questi, particolarmente dopo Caporetto, avesse preso
posizione come scrittore politico. Suggerisce però una veduta importante,
anzitutto come indicazione dei limiti che si devono dare all’influenza di Sorel
su Mussolini: al momento in cui il Mussolini «fascista» succedeva al Mussolini
rivoluzionario, due dei protagonisti della disputa italiana sul marxismo
teorico, CROCE e Sorel, non gli parlavano più. Mentre invece la sua veduta sul
momento storico si incontrava con quella di Gentile. Ora, la veduta affermata
dal Gentile scrittore politico non si può separare in alcun modo dalla sua
filosofia; e questa a sua volta (pongo qui una tesi che non posso ora
dimostrare con la precisione sufficiente, ma che tuttavia penso possa venir
largamente accettata) deve venire storicamente vista come l’epilogo più
rigoroso di quella disputa. Dobbiamo perciò passare qui a definire il senso
dell'incontro di Gentile e Mussolini. Presenta certo degli aspetti singolari:
Mussolini aveva provato interesse per il Marx rivoluzionario e per Nietzsche; e
Gentile soltanto per il Marx filosofo, né vi è nella sua opera traccia di
un’influenza di Nietzsche, come pure degli altri autori che possono aver
esercitato un’influenza su Mussolini: Sorel, Pareto, Le Bon. Genericamente
possiamo dire che fu un incontro per negazioni: per un verso l’attualismo
gentiliano era travagliato da un’aspirazione verso l’azione, mentre per l’altro
era del tutto impotente, nonché a formare, a modellare e a prospettare un
movimento politico; di più, nel riguardo delle forme politiche esistenti,
pronunziava le stesse negazioni che pure pronunziava il fascismo. Mentre il
fascismo nel suo periodo di consolidamento aveva bisogno di una legittimazione
culturale. Facilmente si è portati da ciò al pensiero di un'illusione del
filosofo, accortamente captata dal politico. In questo discorso la premessa è
insufficiente e la conclusione inesatta. Osserviamo infatti che il modo in cui
così Mussolini come Gentile possono venir detti eretici rispetto al marxismo, è
strettamente simile. È giudizio ormai corrente che quel primo lavoro che fu
dedicato, nel mondo intero, alla filosofia di Marx da Gentile (La filosofia di
Marx) non è affatto un episodio marginale della sua opera. Si può infatti
presentare l’attualismo come un marxismo dissociato dal materialismo. È a
partire da questo punto che possiamo definire il senso dell’adesione di Gentile
al fascismo. È una posizione che deve venir vista come unica, perché non si può
ascriverla a quella dei tanti fiancheggiatori di ogni tipo (è del tutto inesatta
l’idea di un Gentile che aderisse al fascismo in nome degli ideali della
vecchia destra storica), e meno che mai, si intende, a quella
dell’intransigentismo diciannovista. Fu egli l’unico a vedere in Mussolini non
già una forza atta a servire o per il consolidamento dell’ordine o per un
ordine nuovo costruito a partire dallo squadrismo, ma invece il solo uomo
capace di compiere l’opera del Risorgimento. Credo che le parole che pronunziò
dopo quell’incontro con Mussolini, che decise la sua adesione alla repubblica
sociale, O l’Italia si salva con lui, o è perduta per parecchi secoli, debbano
venir intese nel senso più letterale, come conferma ultima di questa sua
interpretazione. Anche quando tutto indicava che il fascismo stava per
concludersi in una catastrofe, Gentile non poteva staccarsene: per una coerenza
intellettuale, ancor prima che per l'impegno a restar fedele nella disgrazia
alla causa che aveva seguito nel momento della fortuna. Per intendere la natura
del suo consenso converrà prender le mosse dallo saggio su Origini e dottrina
del fascismo. La data è molto importante. Esso appare dopo che il fascismo
aveva rotto definitivamente con il liberalismo prefascista e dopo che Croce non
soltanto si era messo all'opposizione, ma dopo che aveva ragionato i motivi di
questa nella Storsa d’Italia. Il primo paragrafo si intitola Le due anime del
popolo italiano prima della guerra, e contiene un’interpretazione estremamente
significativa dell’interventismo e della partecipazione dell’Italia alla prima
guerra mondiale. Alla vigilia e all’indomani della guerra l'animo non era
concorde perché «c'erano nell’anima italiana due correnti affatto diverse, e
quasi due anime irreducibili, che combattevano da quasi due decenni e si
contrastavano il campo accanitamente, per riuscire a quella conciliazione che
richiede sempre una guerra guerreggiata e una vittoria finale col trionfo d’uno
degli avversari, che solo può conservare del vinto, quel che è conservabile».
La partecipazione italiana alla prima guerra mondiale è sentita essenzialmente
come rivoluzione; la guerra è lo strumento perché la parte risorgimentale possa
vincere sulla parte non risorgimentale: entrare nella guerra, gettare nel fuoco
tutta la nazione, dei volenti e dei nolenti, non tanto per Trento e Trieste e
la Dalmazia, e non certo per i vantaggi specifici, politici e militari, se non
economici, che queste annessioni avrebbero potuto arrecare... In guerra
bisognava entrare per cementare una volta nel sangue questa Nazione formatasi
più per fortuna che per valore dei suoi figli... Cementare la Nazione, come può
fare soltanto la guerra, creando a tutti i cittadini un solo pensiero, un solo
sentire, una stessa passione, una comune speranza... Cementarla, questa
Nazione, per farne una Nazione vera, reale, viva, capace di muoversi e di
volere, e farsi valere e pesare nel mondo, ed entrare insomma nella storia, con
una sua personalità, con una sua fisionomia, con un suo carattere, con una nota
sua originale, senza più vivere d’accatto sulle civiltà altrui, e al’ombra dei
grandi popoli fattori della storia. Crearla dunque davvero questa Nazione, come
soltanto è possibile che sorga ogni realtà spirituale: con uno sforzo
attraverso il sacrifizio. Abbiamo qui il passaggio dall’impostazione
democratica della Prima guerra mondiale, come lotta per la libertà delle
Nazioni, all'impostazione fascista, e l’insieme del saggio è estremamente
interessante per far cogliere la rottura tra l’interventismo democratico e
l’interventismo fascista; insomma, tra il fascismo e quello che successivamente
prenderà nuova forma come Partito d’azione. Com’erano definite queste due
Italie? «I neutralisti stavano per il tornaconto e gli interventisti per una
ragione morale, non tangibile, non palpabile, non pesabile sulla bilancia. La
prima parte era per Gentile quella dell’Italia giolittiana, la seconda
dell’Italia mazziniana; ed è appunto nella continuazione di Mazzini che
avverrebbe per Gentile il suo incontro con Mussolini. Mazziniano (quest’ultimo)
di quella tempra schietta che il mazzinianismo trovò nella sua Romagna, egli
aveva già superato, prima per istinto e poi per riflessione, attraverso una
giovinezza travagliata e pensosa, ricca di esperienza e di meditazione, nutrita
della più recente cultura italiana, tutta l’ideologia socialista. Particolarmente
importante è quanto vi è detto sulla separazione tra nazionalismo e fascismo:
«Sta in ciò che per il nazionalismo la nazione è un'entità che trascende la
volontà e la personalità dell'individuo, perché concepita come obiettivamente
esistente, indipendentemente dalla coscienza dei singoli; esistente anche se
questi non lavorino a farla esistere, a crearla. L'individuo nel nazionalismo
diventa un risultato, qualche cosa che ha nello stato il suo antecedente che lo
limita sopprimendone la libertà, o condannandolo sopra un terreno nel quale
egli nasce, deve vivere e deve morire; mentre per il fascismo lo stato e
l'individuo si immedesimano, o meglio sono termini inseparabili di una sintesi
necessaria». In breve, quel che caratterizza per Gentile il fascismo, e lo
differenzia dal nazionalismo, è il rifiuto di quel carattere naturalistico da
cui proverrebbero gli aspetti retrivi, illiberali, conservatori. Abbiamo in una
certa maniera un Gentile che si inserisce nello sviluppo del fascismo per
contenderlo a conservatori, nazionalisti e tradizionalisti? Lo stesso
atteggiamento viene da lui assunto nei riguardi della monarchia; nel
nazionalismo essa era un presupposto in quanto faceva parte del processo di
formazione storica della nazione italiana. E viceversa per Gentile «tutto che
pareva già in essere, e quasi un legato ereditario, si trasfigura in una nostra
personale conquista, che svanirebbe appena ce ne distraessimo, noi che ne siamo
gli autori». Sarebbe totalmente errato ridurre questo saggio a un puro scritto
di circostanza, e ciò perché la visione del Risorgimento che Gentile vi afferma
è in continuità diretta con quella già delineata addirittura nei suoi
primissimi scritti, espressa già nella prefazione a SERBATI e Gioberti; e
SERBATI e Gioberti e La filosofia di Marx sono due libri inseparabili. Gentile
era ossessionato dal termine di «riforma» al modo in cui Marx lo era stato da
quello di rivoluzione. Riforma della dialettica, riforma della scuola, riforma
dello stato, ecc.; ma il termine di riforma significava per lui non già
rettificazione di un ordine costituito, ma nuova forma attraverso cui il
passato deve essere restituito a nuova vita; è più prossimo cioè a quello di
rivoluzione che a quello di riforma ordinariamente inteso. E la sua filosofia è
veramente inscindibile dall’idea di una riforma religioso-politica,
continuazione in certo senso di quella riforma cattolica giobertiana in cui già
si trovano tutti i motivi del modernismo; né ha senso per lui come puro sistema
speculativo, indipendentemente da questa riforma. Egli è l’ultimo dei
riformatori religioso-politici italiani, in una linea che va da BRUNO a
Gioberti, né del resto egli presentò la sua filosofia in altro modo; e in certo
senso può anche venir detto l’ultimo dei risorgimentali. Gentile curiosamente
ritrova la figura del filosofo politico nel corso dei suoi studi giovanili su
Rosmini e Gioberti e su Marx. Studi, il cui senso complessivo può essere
espresso nella formula che segue: il marxismo separato dal materialismo e il
giobertismo separato dal platonismo, e perciò immanentizzato, si identificano.
Da ciò era arrivato a un’interpretazione del Risorgimento che si ricollegava a
quella di Gioberti nella forma di continuazione e di approfondimento; di un
giobertismo particolare, però, per cui l’opposizione a Mazzini era tolta, e si
poteva affermare l’attualità di Mazzini dopo Marx. Col che si stabiliva pure
una curiosa analogia tra Gentile e Marx; si può dire che come Marx pensa alla
rivoluzione francese come rivoluzione compiuta, così Gentile pensa al
Risorgimento italiano come risorgimento incompiuto. Dal
mazzinianesimo-giobertismo di Gentile, e quindi dall’unità di religione e di
politica, seguiva quella serie di negazioni che coinvolgeva, oltre l’intero
sistema giolittiano, anche lo stesso nazionalismo. Procedendo per accenni, è
importante osservare quale scossa avesse rappresentato per lui la Prima guerra
mondiale, e particolarmente Caporetto che gli parve segnare il crollo
dell’Italia post-risorgimentale, e quel che seguì, in cui egli ravvisò la
rinascita dello spirito risorgimentale. Ebbe allora l'impressione che le cose
venissero a lui, confermando la sua veduta filosofica e permettendone la
realizzazione, onde i vari scritti politici del periodo tra Caporetto e la
marcia su Roma — gli articoli raccolti in Guerra e Fede e Dopo la vittoria, i
saggi su Mazzini e su Gioberti, i Discorsi di religione, in cui l'accento cade
sull’impostazione di una politica religiosa. Possiamo così renderci conto della
necessità dell'incontro. Era naturale che Gentile pensasse che come egli, a
partire dalla critica teorica di Marx, aveva incontrato il pensiero
risorgimentale, lo stesso dovesse avvenire per Mussolini a partire dalla
critica politico-pratica del marxismo.” Si vede dunque come, in sede di un
giudizio storico e non moralistico e polemico sul fascismo, la questione delle
illusioni di cui Gentile sarebbe stato vittima non debba esser posta. E che il
fascismo fu un fenomeno assai più complesso di come viene presentato dalla
consueta pubblicistica, se portò ad aderirvi, per un obbligo di coerenza
intellettuale, il maggior filosofo italiano del tempo. D'altra parte non può
non essere senza significato il fatto che le stesse critiche fondamentali mosse
contro l’attualismo, di attivismo e di solipsismo, servano come criteri storici
essenziali per intendere la natura del fascismo. Mi si può domandare: se è
facile ricostruire l’idea che Gentile si formò di Mussolini, quale fu quella
che Mussolini si formò di Gentile? È un tema, questo, che non è stato ancora
trattato da alcuno, che io sappia. Certamente si può pensare che egli non abbia
troppo gradito di venir considerato come lo strumento di una riforma religioso-
politica pensata da un altro, e di cui neppur bene afferrava i termini; e ho
già detto della sua incapacità di vere amicizie. Tuttavia, sentì che non poteva
metterlo completamente da parte; così ricorse a lui per la stesura della
Dottrina del Fascismo; così mi è sembrato molto significativo quell’accenno
nella conversazione con De Begnac, avvenuta in un momento in cui Gentile non
era certo troppo in auge. Se è vero quanto finora ho detto, non poteva essere
che così. Possiamo ora tentare una definizione complessiva? Il fascismo,
secondo quel che si è detto, sarebbe la posizione rivoluzionaria, di origine
marxista, quale doveva diventare dopo aver accettato i risultati di quella
critica del marxismo teorico che fu svolta in Italia negli ultimi anni
dell’Ottocento e di cui l’attualismo può essere considerato la conclusione
filosofica. Naturalmente, questa definizione non concerne che la sua forza,
che, per sé, non è sufficiente a spiegare la sua realizzazione pratica. Questa,
ovviamente, non si sarebbe data senza una serie di occasioni storiche: la
guerra mondiale, il modo in cui avvenne l'intervento, Caporetto, la
trasfigurazione della battaglia di Vittorio Veneto nel mito della vittoria
mutilata, la rivoluzione russa, il biennio rosso, ecc. Come si inserisce in
quella che prima si è chiamata l’epoca della secolarizzazione? Sotto questo
riguardo deve essere definito come alternativa al leninismo (al leninismo, si
badi, non allo stalinismo; anche se lo stalinismo e il richiudersi della Russia
in se stessa potevano sembrar confermare la validità della soluzione fascista).
Ma il termine alternativa («o loro o noi») può essere inteso in due sensi:
quello di opposizione assoluta, o quello di inveramento, in una forma adeguata
a un paese di civiltà e di cultura superiori alla russa; non dell’Italia
soltanto, anzi, se Mussolini poté pensare a una prossima fascistizzazione del
mondo. A mio giudizio, è in questo secondo senso che Mussolini pensò al
fascismo; e qui sta la differenza tra fascismo e nazismo. Due uomini si
contendevano nel mondo la pretesa di incarnare la vera figura del
rivoluzionario, Lenin e Mussolini. E si deve riconoscere che in questa pretesa
Mussolini fu veramente sincero. Rivoluzione fallita, dunque, che trovò la sua
giustificazione storica, nel senso di condizione della sua possibilità, nel
fatto che il marxleninismo non ha potuto realizzarsi come rivoluzione mondiale,
ma ha dovuto arrestarsi davanti alla realtà delle nazioni. Il constatare però
che il fascismo sia fallito come rivoluzione non equivale a dire che debba
esser considerato come fenomeno reazionario; né a giustificare i giudizi secondo
cui Mussolini avrebbe deliberatamente ingannato sin dagli inizi, servendosi
come copertura di una fraseologia rivoluzionaria. Ma la considerazione
dell’esito non può servire come criterio per la definizione dell’inizio. Chi,
per esempio, dice che il comunismo è fallito perché ha portato a una nuova
classe, più oppressiva di ogni altra, non vuol certamente dire con questo che
il comunismo sia sorto in un’intenzione reazionaria. Perciò, se è inesatto
parlare di fascismi, altrettanto lo è il giudizio che la loro catastrofe
coinvolga quella degli ideali tradizionali in cui la vecchia Europa era
cresciuta; giudizio, il secondo, carico delle più gravi conseguenze pratiche.
Quel che, a mio modo di vedere, il crollo del fascismo propriamente detto
coinvolge, è la linea dei riformatori religioso-politici italiani, linea
unitaria che è insieme antiprotestante e in posizione eretica rispetto al
cattolicesimo; che nell’ultimo suo atto giunge, con Gentile, al tentativo di
inveramento idealistico del marxismo. AI solito, si risponderà che nessuno
pretende realmente affermare che la caduta del fascismo coincida con il crollo
degli ideali tradizionali; ma questo significa soltanto che nessuno ha potuto
seriamente dimostrare che l’affermazione di tali ideali sia legata direttamente
alla politica fascista; non che nella pubblicistica corrente, ad alto o a basso
livello, non si ragioni cozze se l'epoca nuova, affermatasi dopo la sua caduta,
non importi anche tale crollo; nel linguaggio del nuovo mestiere di demolitori
di tabù, il loro assertore è sempre considerato come un fascista più o meno
consapevole, o quasi sempre inconscio; e «fascismo» è fatto sinonimo di
«repressività». Non vorrò certo accomunare a simili personaggi uno studioso
della serietà di Nolte, e sono ben certo che il suo intendimento è tutt'altro,
ma è un fatto che la formula di resistenza contro la trascendenza facilmente si
cangia a livello inferiore, in quella di «spirito di repressività. Per il
significato di quanto ho detto, valga un esempio. Comunemente si pensa che il
fascismo abbia trovato un sostegno valido in quella parte del mondo cattolico
che più era avversa al modernismo; e in realtà, si può ben ammettere che
un'illusione vi fu, in molti dei suoi componenti; obbedienti a quella visione
cattolica dell’«antimoderno» che coinvolgeva in una condanna globale tutti gli
aspetti della modernità, e oltrepassava in ciò la critica del modernismo, e che
effettivamente e prevalente (come dimenticare che diede anche il titolo a
un’opera di Maritain?): per loro il fascismo combatteva le grandi eresie
moderne, il liberalismo e il socialismo, ed era destinato a esaurirsi in questa
lotta, lasciando lo spazio aperto a una restaurazione cattolica. Se questo è
vero, occorre però aggiungere che si trattò, per costoro, di un'illusione; in
illusioni rispetto al fascismo caddero troppi (si pensi a Croce per i primi
anni), sicché una storia completa del fascismo sarebbe in gran parte la loro
storia. Di ciò la spiegazione è del resto facile: quell’assenza di contenuto,
come finalità ultima che abbiamo visto esser legata al tatticismo di Mussolini,
spiega come quasi nessuna figura di rilievo della storia italiana del nostro
secolo non si sia, per un momento almeno, illusa su di lu (anche Salvemini e
Gramsci, al tempo dell’intervento!). Si è voluto qui mostrare come invece
l’adesione di Gentile, che, sotto il riguardo religioso, può essere considerato
come il più coerente dei modernisti (in polemica con altri modernisti per
questa sua coerenza)? sia stata intellettualmente obbligata. È per un singolare
travolgimento che si pensa oggi come interiormente obbligata l'adesione dei
tradizionalisti, di qualsiasi parte, e invece scusabile perché motivata da
illusioni quella degli assertori dello spirito di modernità. E proprio contro
quest'idea, solidificatasi ormai come abitudine mentale, che il presente
discorso è diretto. Alla base di questo travolgimento sta l’idea che novità sia
sempre sinonimo di poszzività. Idea, se ben si osserva, che è intrinseca
all’epoca della secolarizzazione, perché questa conferisce un significato
magico, di parola-forza, al termine rivoluzione; oggi quasi sempre, come
perfettamente osserva Monnerot, «la parola “rivoluzione” è presa en donne part;
quando non lo sarà più, avremo cangiato d’epoca. Re: Gentile e Gramsci, alcune
premesse sono necessarie. In che senso dico prego intendere quanto scrivo alla
lettera che il pensiero di Gentile rappresenta una svolta di capitale
importanza nella storia della filosofia, in un senso la più importante del
Novecento, e lo dico senza essere per nulla gentiliano? In quello che ha
portato all'estremo non soltanto, come normalmente si dice, l’idealismo o la
sua forma soggettivistica, ma la filosofia del primato del divenire,
chiarendone l'esito antimetafisico. È nel suo pensiero che si trovano, portate
all'estremo, tutte le possibili linee del pensiero antimetafisico. Gentile ha
stabilito, cioè, il rapporto di necessità che intercorre tra la coerenza
rigorosa della filosofia del divenire, e la più radicale negazione della metafisica.
Parlare perciò di una svolta gentiliana della storia della filosofia» significa
questo: la sua considerazione ci permette di giudicare tutte le forme di
pensiero antimetafisico anteriori o successive, e di motivare le ragioni per
cui non possono venire affermate dopo l’attualismo. Con l'aggiunta: il suo
pensiero si svolge interamente entro la filosofia del primato del divenire;
perciò, se si pensa concluda in uno scacco, permette anche di definire,
facendola almeno intravedere controluce, quella sola linea in cui il pensiero
metafisico può venire ripresentato! O, in altre parole: la sua grandezza resta
identica, per la svolta che condiziona, sia che si parli di successo come di
scacco. Che la mia persuasione sia la seconda, non ha ora importanza. La
rivendicata «classicità» di Gentile, dopo un lungo periodo di oblio, non
significa perciò che il suo pensiero appartenga al passato, anzi! Riflettiamo
sulle due sue prime opere che, per la loro data, possono essere considerate
come i due ultimi grandi libri di filosofia apparsi nell'Ottocento, e in cui
tutto il suo pensiero successivo si trova già virtualmente precontenuto,
Rosmini e GIOBERTI e La filosofia di Marx. Ho già dimostrato altra volta come
la sua filosofia, suscettibile di essere definita, se vista nell'angolo visuale
della prima, come «la riforma cattolica giobertiana resa coerente attraverso lo
hegelismo, rappresenti il punto ultimo, soltanto ora raggiunto da coloro che si
definiscono nuovi teologi, del modernismo religioso. Per quel che riguarda la
seconda ho già accennato — ma devo confessare che il mio pensiero al riguardo
non era ancora, al tempo in cui ne scrissi, sufficientemente chiaro — alla sua
definizione come punto ultimo a cui deve giungere lo svolgimento dello
hegelismo nella forma della filosofia della prassi; quindi come un
oltre-marxismo rispetto a cui il marxismo non si trova nella possibilità di
rispondere. Si dirà che, la sua fortuna anche qui in Italia — e si era
trattato, del resto, di un successo che aveva avuto scarsa eco oltre frontiera
— è andata costantemente declinando rispetto a quella di Heidegger, e che
l’arretramento è avvenuto senza resistenza: sintomo, questo, di cui è superfluo
sottolineare l’estrema significatività. È vero, ma, se ben si guarda, la
visione heideggeriana della storia della filosofia, quale emerge dal libro su
Nietzsche, coincide singolarmente con quella proposta da Gentile, ma con segno
rovesciato: è, cioè, letta come processo verso il nichilismo. In questo senso,
penso sia possibile dire che la filosofia di Heidegger è la verità della
filosofia di Gentile, quella verità di cui Gentile non si accorse; o che la
filosofia di Gentile è la conferma ante litteram della diagnosi di Heidegger.
Ma è appunto questo che le conferisce la sua eccezionale importanza attuale; è
attraverso il suo studio che possiamo renderci conto della profondità della
crisi del pensiero teologico-metafisico e delle sue radici. D'altra parte, la
posizione di Gentile (e di Gramsci) nello hegelo- marxismo può apparire
ulteriore a quella di Lukdcs. Continuamente su Lukécs grava infatti l'ombra di
Heidegger come versione del suo pensiero in forma di filosofia speculativa; per
sottrarsi deve tornare, come fa nell’introduzione alla nuova edizione della sua
opera principale Storia e coscienza di classe, al materialismo dialettico
engelsiano. Cioè proprio quella forma di pensiero nella cui critica, svolta ne
La filosofia di Marx, è uno dei convergenti punti di partenza dell’ attualismo.
Tratterò in questa occasione della questione seguente: se la proposizione: «La
filosofia di Gentile è il punto ultimo dello svolgimento dello hegelismo in
termini di filosofia della prassi», sia suscettibile di dimostrazione. Ci
troviamo per affrontarla in una posizione privilegiata in ragione dell’esistenza
dell’opera del «marxista dopo la filosofia dello Spirito», Gramsci. Uso il
termine filosofia dello spirito, invece di altre sigle — neoidealismo,
neohegelismo, eccetera — come perfettamente adeguato rispetto alle negazioni
che lo specificano. Quella filosofia italiana che genericamente viene detta
idealistica, e che è la prima filosofia dopo Marx che sia sorta nel mondo
facendo inizialmente i conti col marxismo, non può infatti venir caratterizzata
altrimenti che come «filosofia dello Spirito»: contro la metafisica per la
negazione dell’intuizione intellettuale, contro il positivismo, per la sua
subordinazione alla metafisica, che lo costringe a esprimersi come naturalismo.
In questo senso generale la filosofia dello spirito abbraccia così l’opera di
Croce come quella di Gentile. Il rapporto col marxismo è patente: al modo del
Marx filosofo, CROCE e GENTILE rifiutano così Platone come Democrito, così
l’idealismo metafisico come il materialismo naturalistico. Per raggiungere la
piena coerenza in questo assunto, rifiutano anche il materialismo di Marx. Il
successo del neomarxismo in Italia dopo la «filosofia dello Spirito» non può
quindi venir inteso come un accidente, dato che è la riapertura di un problema
interno al suo processo di costituzione. Quanto al neomarxismo di Gramsci, vuol
essere la riaffermazione di Marx dopo la filosofia dello spirito, correttamente
intesa come riforma dello hegelismo quale si rendeva necessaria dopo il
marxismo, o come tentativo di vittoria sul marxismo, all’interno della riforma
dello hegelismo. Vuole portare cioè il marxismo al massimo rigore critico,
liberandolo da tutte le incrostazioni positivistico-naturalistiche, o
paleomaterialistiche o giusnaturalistiche o neokantiane. Il suo problema è
rigorosamente filosofico, dato che la vittoria del marxismo è legata per lui
alla prova della sua verità filosofica. Rivoluzione e filosofia vera fanno per
lui tutt'uno. Si può enunciare perciò il suo problema nei termini seguenti:
come la rivoluzione mondiale, perché totale, è possibile? È noto come su questo
neomarxismo circolino due giudizi opposti. Per il primo sarebbe la forma più
rigorosa che il marxismo abbia raggiunto in Occidente e l’unica che possa dar
luogo a una prassi politica capace di portare al successo i partiti comunisti occidentali.
Per il secondo sarebbe una sorta di marxismo diminuito, accompagnante il
processo di dissoluzione della rivoluzione come sua involuzione borghese,
condizione dell’affermarsi della nuova classe borghese quale che possa essere
il successo del suo partito, giudizio che fu portato alle conseguenze estreme
da un comunista non secondo a nessuno per integrità morale, BORDGIA (si veda).
Entrambe le vedute sono vere; ma quel che può sembrare paradossale e curioso
(ma si dimostrerà come non lo sia) è che la prima è vera per il non marxista e
non comunista, la seconda per i marxisti e comunisti autentici. Per anticipare
brevemente quel che è il mio punto di vista, dirò che vedo nel gramscismo non
già il marxismo contagiato da influenze filosofiche estranee, ma la sola forma
in cui esso può riaffermarsi dopo la «filosofia dello Spirito»; questa
posizione non può però venire assimilata a uno sviluppo del marxismo, e la
realtà storica a cui può dar luogo è ben diversa da quella significata nel
PRINCIPIO SPERANZA. Ma, d’altra parte, è inutile cercare dopo Gramsci un
miglior» marxismo, a cui corrisponda una più adeguata politica. Ricordiamo per
brevissimo accenno le tesi del marxismo antigramsciano. Esse hanno a punto di
partenza i giudizi di chi prende posto nella storia contemporanea come il più
intransigente moralista in nome del marxismo letterale e del comunismo nella
sua versione ideale, BORDIGA (si veda), e hanno trovato la più rigorosa
espressione filosofica in uno dei migliori libri che sul pensatore sardo siano
stati scritti, quello del marxista eterodosso Riechers. Riechers, che pure non
mostra di avere una conoscenza approfondita del pensiero gentiliamo (al punto
di accomunare la posizione di Gentile nei riguardi del marxismo a quella di
Rodolfo Mondolfo), tuttavia, sul piano teorico critica Gramsci per aver
sostituito al materialismo marxiano un idealismo soggettivo di stampo
kantiano-fichtiano, piuttosto che hegeliano, a cui corrisponderebbe sul piano
politico una curiosa vicinanza al fascismo di sinistra. Scrive, infatti:
«Questi fascisti di sinistra la maggior parte dei quali confluì dopo la fine
del dominio fascista nel socialismo e nel comunismo, hanno soltanto da
sostituire l'attributo fascista con quello di democratico, socialista o
comunista, per scoprire negli scritti di Gramsci una posizione analoga alla
loro. Tolto il tono polemico, la frase può essere intesa nel senso seguente: il
neomarxismo di Gramsci appartiene a una rivoluzione ulteriore al leninismo, di
cui fascismo e postfascismo sono momenti che si avversano mortalmente, ma nello
stesso orizzonte; e lo stesso vedere nel fascismo un delitto, proprio degli
antifascisti, è posizione di chi deve chiamare delitto un errore perché
partecipa dello stesso errore. Orbene, uno studio approfondito di Gentile può
perfezionare la tesi del Riechers, portandola a un altro significato che
coinvolge la critica anche dell’eterodossia marxista. La questione che ho
proposto mi porta a una serie di tesi la cui enunciazione può sembrare
sconcertante, anzi stupefacente. Soltanto la discussione del tema
Gentile-Gramsci ci mette in grado di formulare adeguatamente le categorie
interpretative della storia contemporanea. Con la sua discussione giungiamo al
momento conclusivo di quella che suol venir detta interpretazione transpolitica
della storia contemporanea, cioè quella che privilegia, in detta storia, come
l’essenziale, il momento filosofico; o che è attenta al parallelismo tra
filosofia e politica come tratto nuovo che la specifica. Possiamo parlare in
questo senso di un paradigma italiano, decisivo per una lettura veramente
adeguata di detta storia (dato che Gentile e Gramsci possono trovare
spiegazioni soltanto nella storia del pensiero italiano). Si tratta, del resto,
di paradossi soltanto apparenti. Il carattere che accomuna le filosofie di Marx
e di Gentile è di essere, entrambe, svolgimenti dello hegelismo nel senso della
filosofia della prassi. Di questi svolgimenti, quale il più rigoroso? Il
pensiero di Gramsci, che ha presenti entrambe le filosofie, e che è guidato
dalla più ferma intenzione di riaffermare il marxismo, ci dà la possibilità di
una soluzione rigorosa della questione. Ma perché ho parlato altresì delle
categorie interpretative della storia contemporanea, e della possibilità di
graduare, nella sterminata letteratura sull’argomento, il momento di verità
delle varie tesi, solo a partire dalla soluzione di tale problema? Nel suo
aspetto rivoluzionario la storia contemporanea non è altro che il passaggio
alla realtà di queste due filosofie della prassi. La rivoluzione marxleninista
e le sue eresie, per un verso; per l’altro, l’idea di una rivoluzione
occidentale ulteriore alla rivoluzione russa, in quanto adeguata a paesi
superiori per civiltà e cultura, o per essere più esatti, per grado di modernizzazione.
Non a caso questa idea maturò soprattutto in Italia in relazione così al
tentativo di riforma dello hegelismo come all’interventismo rivoluzionario (la
guerra come rivoluzione, o per la rivoluzione) e incontrò la filosofia di
Gentile, anche se assunse poi forme opposte fino alla morte (ma la lotta fino
alla morte caratterizza pure le forme divergenti sorte sull’orizzonte del
marxleninismo). Poniamo ora si riesca a dimostrare — ed è l’assunto che mi
propongo — che il neomarxismo di Gramsci non è più marxismo nella misura in cui
cede all’attualismo. Avremo che la politica che esso promuove prende posto in
una rivoluzione ulteriore alla marxleninista, non già, cosa che Gramsci avrebbe
ammesso, o anzi a cui esplicitamente lavorò (da ciò il suo dissenso con lo
stalinismo), perché il modello russo non può essere trasportato identico nei
Paesi occidentali, ma perché 07 più marxista. La domanda che sorge è se,
nonostante l'opposizione mortale, non si debba vedere una continuità tra il
periodo fascista e il postfascista, come continuità di un processo di
dissoluzione. In termini filosofici, se la filosofia del primato del divenire,
dopo aver elaborato il concetto di rivoluzione totale, giunta al suo punto
ultimo, non lo rovesci in quello di dissoluzione, di processo verso il
nichilismo. Trasportiamo la considerazione sul piano mondiale. Se l’attualismo
è la forma filosoficamente rigorosa della filosofia della prassi, il
marxleninismo si risolve in ideologia, nel senso di strumento di potenza
(ossia, Lenin ha trasformato il marxismo in ideologia). Perciò la rivoluzione
che esso ha promosso ha dato luogo alla forma estrema dell’imperialismo (questo
è il senso profondo, filosofico, con cui si può render ragione del fatto
dell’imperialismo sovietico, al di là delle intenzioni di dirigenti).
Viceversa, la forma filosoficamente più rigorosa, non realizza la rivoluzione,
ma il suo opposto. Questo aspetto della storia contemporanea non deve però
produrre meraviglia, né far pensare all’irrazionale se si osserva il fatto che
la contraddizione della filosofia della prassi, come termine ultimo della
filosofia del primato del divenire, non può esplicarsi che storicamente e
praticamente. È In dipendenza delle considerazioni sinora svolte, la
trattazione presente deve articolarsi in tre punti. Gramsci pensa di poter
risalire da Croce a Marx, perché la filosofia di Croce sarebbe il tentativo,
fallito, di ritraduzione del marxismo in forma di filosofia speculativa. Ossia,
egli pensa di aver compreso il segreto di CROCE. Questi aveva presentato
l’avversario contro cui muoveva, ora come il positivismo, ora come la filosofia
teologizzante, o anzi, come il genere filosofia senz'altro (con la proposta
della sostituzione della metodologia alla filosofia), ora come
l’irrazionalismo: Gramsci dice che è serzpre soprattutto il marxismo, e che
quello di Croce è l’unico tentativo serio di vincerlo. Per cui, dopo il suo
fallimento, il marxismo emergerebbe nella sua forma più rigorosa. In questa
asserzione c’è del vero nel senso che la filosofia di Croce è una «ritraduzione
in forma di filosofia speculativa di un’altra filosofia». Ma quest'altra
filosofia è la filosofia della prassi di Marx o invece quella di Gentile? Si
può dimostrare come sia questa seconda. Gramsci dunque, nel suo lavoro di «ritraduzione
storicizzante» non incontra Marx, ma invece Gentile, pur credendo di incontrare
Marx. Questa tesi può avere la sua riprova nel fatto che le novità del pensiero
di Gramsci rispetto a Marx o rispetto a Lenin — novità che nessuno può negare —
non possono trovare spiegazione come sviluppo del marxismo o del marxleninismo,
mentre invece si accordano con la forma gentiliana della filosofia della prassi
(rappresentano il cedimento rispetto a essa. Come può dunque Gramsci essersi
illuso di aver ritrovato il marxismo, se anche un marxismo diverso dal marxismo
volgare e, per quel che riguarda la lettera, anche dalle formulazioni
criticamente elaborate? Occorre distinguere la filosofia della prassi’
gentiliana, dall’interpretazione che lo stesso Gentile ne aveva dato e dalla
politica con cui l’aveva connessa. Effettivamente anche un’altra ne è
possibile, quella svolta da Gramsci. Si tratta quindi di porre in chiaro come
nell’attualismo, e più precisamente nella veduta attualista della storia della
filosofia, ci siano possibilità politiche diverse: l'una porta il
risorgimentale Gentile all’adesione al fascismo, l’altra al rivoluzionario
Gramsci. Si tratta, tuttavia, di una rivoluzione che si rovescia in
dissoluzione: il nome di questa rivoluzione che si rovescia in dissoluzione è:
«contestazione. Non è un caso che Gramsci sia forse l’unico filosofo marxista
la cui fama abbia resistito alla contestazione nelle sue forme anarchiche, o si
sia anzi successivamente consolidata. Se dunque Gramsci ha ragione nello scrivere
che «la filosofia del Croce rimane una filosofia “speculativa” e in ciò non è
solo una traccia di trascendenza e di teologia, ma è tutta la trascendenza e la
teologia, ha poi storicamente torto nell’identificare col marxismo la filosofia
della prassi che egli avrebbe ritradotto. Ha parimenti torto nell’idea
dell’ossessione del marxismo, raffigurato come avversario sempre presente alla
mente di Croce, anche se ossessione quasi sempre sottaciuta; perché la
tentazione rivoluzionario- marxista era stata accesa in Croce da Labriola, e
poi criticata senza troppa difficoltà in questa forma labrioliana, e i motivi
della critica rivoluzionaria si erano rovesciati nella critica della mentalità
radicale, e nell'accordo, su questo punto, con Sorel. Come dalla critica di
Labriola fosse riportato allo Herbart, ho detto altrove: non più, per la
verità, come al moralista che nella prima gioventù gli aveva fornito un purismo
etico, giovevole come un’armatura, onde egli mi rivestiva contro il
disfacimento dell’etica operato dall’associazionismo, dallo psicologismo e
dall’evoluzionismo e dall’utilitarismo che stava sempre nel fondo di questi
tentativi, ma al filosofo che aveva sentito l’importanza della distinzione; e
affermato una linea che porta Croce attraverso il riconoscimento dell’autonomia
del momento economico alla hegeliana riconciliazione con la realtà. Intenzione
— sinora, per quel che so, non segnalata, ma che la corrispondenza rende chiara
del Gentile de La filosofia di Marx è di portarlo al suo pensiero attraverso
una considerazione del marxismo più profonda di quella di Labriola,
condizionante una critica più rigorosa di quella di Croce; segnalandogli una
filosofia di Marx più profonda di quella dell’antDibring, a cui Labriola
sostanzialmente si atteneva. Si sono dette le ragioni, profonde per riguardo
alle esigenze spirituali, che portarono Croce alla filosofia, tali da spiegare
perché questo tentativo doveva andare fallito; separando Croce le accettate
critica dell’intuito metafisico e affermazione del formalismo — che rendono
possibile anzitutto la costruzione di un'estetica liberata a un tempo dalla
metafisica e dal naturalismo dalla filosofia della prassi. In quegli anni
Labriola e Gentile si contendono CROCE, senza riuscire completamente né l’uno
né l’altro nel loro intento; e senza intendere appieno, né l’uno né l’altro, le
ragioni della resistenza. Dunque l'esame, preciso al mio credere, anche se
rapidamente accennato, dei rapporti tra la filosofia di Croce e di Gentile,
porta a dire che Gramsci, nella sua ritraduzione, avrebbe dovuto ritrovare
Gentile, o ripensare in forma attualistica il marxismo, dato che la filosofia
di Croce è l’esatta traduzione in termini di filosofia speculativa, non del
pensiero di Marx, ma di quello di Gentile. Avrebbe dovuto: il condizionale
dimostra che quanto abbiamo detto non è ancora una prova sufficiente del suo
attualismo. Potrebbe infatti darsi che Gramsci avesse condotto un parallelo tra
lo storicismo marxiano e il crociano, mostrando la superiorità del primo, e
avesse poi voluto far coincidere questa ricerca con la dimostrazione che il
ripensamento italiano dello hegelismo doveva logicamente concludere con la
riaffermazione del marxismo. Le due ricerche potrebbero essere di diritto
autonome, e l’eventuale insuccesso della seconda non inciderebbe sulla
valutazione della prima. Non è tuttavia così, e realmente quel che Gramsci
chiama marxismo è il risultato coerente della ritraduzione di Croce, così
coerente da ricostruire dopo il crocianesimo l’attualismo, come se procedesse
dalla traduzione al testo originale. Possiamo convincercene attraverso varie
vie. La prima è la coincidenza puntuale tra la critica gramsciana dello
storicismo di Croce e la gentiliana. La seconda è la formulazione nuova che in
Gramsci trova il concetto marxiano di società civile, con le sue implicazioni,
tra cui quella dell'abbandono dell’economismo e del materialismo marxiani. La
terza è la posizione rispetto a Labriola, # inconsapevolmente identica a quella
di Gentile. Si può dire che l’invito che questi aveva rivolto a Croce sia stato
invece recepito da Gramsci. La quarta è il modo in cui è inteso il blocco
storico. La quinta è il giudizio sulla funzione capitale accordata alla
filosofia italiana nel processo di modernizzazione rivoluzionaria. La sesta, la
differenza da Lenin rispetto alla nozione di egemonia. Per gli ultimi cinque di
questi punti, se ne trova la miglior conferma in uno scritto che Norberto
Bobbio ha dedicato a Gramsci e la concezione della società civile e che è il
più penetrante nella linea, per dir così, gramsciano-azionista, che è anche
accettata, sostanzialmente, in quanto riforma del marxismo e del leninismo che
è insieme loro sviluppo, dal comunismo occidentale. Da uno studioso di cui è
nota la scarsissima simpatia per Gentile e che non pone infatti la domanda
essenziale: se quella che pur chiama «la profonda innovazione che Gramsci
introduce in tutta la tradizione marxista possa essere considerata uno sviluppo
del pensiero marxiano, o risulti invece dall’accettazione della critica gentiliana,
inconsapevole, ma necessaria, dato l'assunto di tradurre in linguaggio
storicizzato il pensiero speculativo di Croce. È piccante osservare come le
precisazioni testualmente esatte del filosofo italiano più avverso a Gentile
rappresentino le tappe per la dimostrazione rigorosa del cedimento in Gramsci
della filosofia della prassi marxiana rispetto alla gentiliana. Cominciamo con
l’osservare come la critica gramsciana dello storicismo crociano coincida
puntualmente con quella svolta da Gentile. Che cosa dice infatti Gramsci? Che
al divenire Croce ha sostituito il «concetto» del divenire; che questa
sostituzione coincide con quella del divenire reale con un divenire dipinto;
che la «non definitività» della filosofia ricopre di fatto la definitività
della società liberale, apparentemente aperta allo sviluppo, in realtà chiusa
alla trasformazione rivoluzionaria; che, insomma, per usare un linguaggio
lukAcsiano, Croce ha semplicemente sostituito all’apologetica diretta
dell'ordine esistente un’apologetica indiretta. Che lo storicismo di CROCE,
come storicismo separato dalla filosofia della prassi e dall’unità di pensiero
e di azione, è uno storicismo chiuso al futuro. Se passiamo a considerare quel
saggio in cui Gentile conclude definitivamente i suoi conti con CROCE,
Storicismo e Storicismo, riscontriamo una corrispondenza perfetta. Gentile
parla dello storicismo crociano come appoggiato a fondamenta semplicemente
dipinte, perché all’interno di un realismo e di un naturalismo presupposti;
così da essere uno storicismo della realtà conclusa in cui «il futuro preveduto
o comunque pensato come un qualunque possibile futuro, è logicamente un passato
rispetto al pensiero che lo raffigura nel sistema necessario della logica.
Passiamo ora all’innovazione profonda che Gramsci introduce in tutta la
tradizione marxista, e che non ha in questa precedenti. Sta nella diversa
concezione della società civile vista come appartenente non al momento della
struttura, ma a quello della sovrastruttura; cioè per Marx la società civile,
intesa come «il vero focolare, il teatro di ogni storia», comprende secondo la
definizione dell’Ideologia tedesca, poi ripresa nella Critica dell’economia
politica, tutto il complesso delle relazioni materiali fra gli individui
all’interno di un determinato grado di sviluppo delle forze produttive.&
Affermazioni che sono la premessa della celebre definizione della Critica
dell'economia politica. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce
la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva
una struttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forze
determinanti della coscienza sociale. Nella scuola marxista si può trattare
dell’azione reciproca tra struttura e sovrastruttura, ma non abolire il primato
della struttura, con la teoria materialistica del riflesso (le idee come
riflesso). Se, come Gramsci, si intende invece per «società civile» tutto il
complesso delle relazioni ideologico- culturali della vita spirituale, si
rimette la dialettica sulla testa, sia pure in modo diverso da quello che aveva
fatto Hegel. La storia non è più, in primo luogo, storia economica, ma storia
delle concezioni del mondo, storia della filosofia. È quel che attesta il passo
gramsciano così frequentemente citato, secondo cui «la filosofia della prassi è
il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale,
dialettizzato nel contrasto tra cultura popolare e alta cultura. Corrisponde al
nesso Riforma protestante più Rivoluzione francese; è una filosofia che è anche
una politica e una politica che è anche filosofia».& Detto questo, le altre
novità gramsciane che BOBBIO mette in luce con tanta precisione non possono
servire ad altro che a illuminare meglio la coincidenza tra il distacco di
Gramsci da Marx e da Lenin (non soltanto nella lettera), e la sua, certamente
non voluta né consapevole, subordinazione all’attualismo. Sembra che Gramsci
ripercorra il processo di pensiero di GENTILE da La filosofia di Marx alla
prolusione palermitana sul concetto di storia della filosofia, in cui la
storia, in obbedienza, per così dire, al mondo rimesso sulla testa nel
giovanile libro su Marx, viene risolta nella storia della filosofia. Con la
conseguenza, per Gramsci, che il concetto «borghese» di «modernità» si
sostituisce alla versione rivoluzionaria del concetto di «materialismo»; e
sulla base della «modernità» si ha poi l’incontro tipicamente gramsciano tra la
borghesia progressiva e il comunismo, quell’incontro così severamente giudicato
da BORDIGA (si veda), ma non da Bordiga soltanto. La novità rispetto all’idea
della società civile è correlativa all’abbandono dell’oggettivismo di Labriola,
come pure BOBBIO acutamente avverte, senza però osservare che avviene
esattamente nei termini che Gentile auspicava. Per LABRIOLA la tesi che «le
idee non nascono dal cielo» era equivalente alla loro spiegazione a partire
dalla struttura economica, secondo la notissima sua frase per cui la struttura
economica determina 77 primzo luogo e per diretto i modi di regolazione e di
soggezione degli uomini verso gli uomini (il diritto, la morale, lo stato), 1
secondo luogo e per indiretto gli obiettivi della fantasia e del pensiero,
nella produzione della religione e della scienza». Le idee non nascono dal
cielo neanche per Gentile e per Gramsci; ma le concezioni del mondo hanno
rispetto alle istituzioni una funzione primaria; non sono giustificazioni
postume di un potere, ma forme creatrici di nuova storia. Ora, questo era
appunto il senso del congedo del materialismo marxiano — dell’ antDibring in
nome dell’elemento più positivo e rigorosamente critico delle tesi — proposto
dal Gentile anti-Labriola. La concezione gramsciana della società civile porta
alla critica dell’economismo a cui consegue quella del materialismo. Marxismo
dissociato da materialismo e da economismo; ma non è una definizione che vale
esattamente per l’attualismo? Con un paradosso soltanto apparente si potrebbe
giungere a dire che il rimprovero mosso a Croce da Gramsci è di non avere, in
quei lontani anni, ascoltato Gentile. Passiamo a un quarto punto, a quella
nozione di blocco storico, in cui, benché gli accenni contenuti negli scritti
gramsciani siano scarsissimi, si suol riconoscere il nucleo fondamentale» del
gramscismo. Ebbene, in due di questi pochi passi si dice che nel «blocco
storico» le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma,
affermazione a cui Gramsci pensa di dover immediatamente aggiungere che la
distinzione di forma e di contenuto è meramente didascalica, perché le forze
materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie
sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali; così che
l’unità-distinzione tra la struttura e la sovrastruttura viene esemplata su
quella tra la natura e lo spirito. Frasi di cui è inutile sottolineare
l'accento attualistico. Consideriamo poi la curiosa affermazione gramsciana sul
primato italiano nella promozione della rivoluzione comunista a rivoluzione
mondiale. Per lui, la missione del popolo italiano è nella ripresa «del
cosmopolitismo romano e medioevale, ma nella forma più moderna e avanzata» non
in quella nazionalistica rivolta al passato. Quanto a dire è nella
continuazione, nella forma che si è detto, della filosofia dello Spirito
italiana, vista da lui come il punto più alto sinora raggiunto dal pensiero,
che il marxismo si eleva alla sua forma rigorosamente critica, condizione del
carattere mondiale della rivoluzione. Anche se non mi sembra si possano addurre
passi precisi al riguardo, ho l’impressione che il nuovo concetto di società
civile ha tra l’altro la funzione di permettere, attraverso una giustificazione
filosofica, la fondazione in linea di diritto della novità del leninismo
rispetto a Marx: la nozione di egemonia, ossia l’idea del partito come
strumento rivoluzionario permanente. Il leninismo aveva parlato dell’egemonia
come «direzione politica», andando in ciò oltre al marxismo nella direzione
volontaristica e partitica; per Gramsci bisogna subordinare questa direzione
politica alla direzione culturale. Si potrebbe dire che il progresso politico
di Lenin su Marx importa filosoficamente per Gramsci un nuovo concetto di
«società civile» che può trovare il suo fondamento solo nel passaggio dalla
prima alla seconda forma di filosofia della prassi: è questo un punto che meriterebbe
di venire svolto con particolare attenzione. Anche se non si possono trovare
citazioni precise, credo si possa considerare pensiero centrale di Gramsci
quello che la riforma teorica del marxismo conseguente alla riforma italiana
del pensiero classico tedesco rende anche possibile la riforma
politico-culturale del leninismo. Altrimenti — non sembra arbitrario attribuire
questo pensiero a Gramsci — si va fatalmente a cadere nelle due opposte
deviazioni, quella di Stalin e quella di Trockij. Perché si può dire che in
entrambe egli dovesse vedere la conseguenza del non risolto problema leninista;
nello stalinismo prendeva la forma della subordinazione della teoria alla
pratica, con la conseguenza della trasformazione del marxismo in un’ideologia
di potere che doveva, in definitiva, portare al social-imperialismo. Quanto al
trockismo, la giusta esigenza di non troncare il processo rivoluzionario non
poteva trovare soddisfazione sino a che non si fosse elaborata una filosofia
rivoluzionaria con significato veramente mondiale. La priorità della direzione
politica poteva cioè portare alla formazione di una volontà collettiva, nel
senso di volontà universale, solo a condizione che fosse subordinata a una
concezione del mondo, non più usata strumentalmente, ma valida perché vera,
tale da imporsi agli intellettuali. Ciò aveva portato alla delusione degli
stessi intellettuali marxisti occidentali rispetto al comunismo russo, e alla
loro solidarietà con gli intellettuali liberi o socialdemocratici nella
convinzione che la rivoluzione marxleninista fosse fenomeno russo e non inizio
della rivoluzione mondiale. Come reazione di Gramsci a questa impressione deve
essere inteso quel passo ricordato dianzi sulla missione del popolo italiano.
La rivoluzione mondiale deve, cioè, procedere dall’Italia: in dipendenza di
quella rielaborazione veramente critica del marxismo, che sarà il risultato di
quell’opera fr ewig [per sempre] a cui egli si accinge dopo la sconfitta
politica e a cui lavora negli anni del carcere. Il lungo giro che si è percorso
ci riporta, certificandole, alle ipotesi pronunziate all’inizio. È frequente il
discorso sull’insuperabilità della crisi che il marxismo non può confessare, e
che non può confessare perché è insuperabile. Ora, soltanto #/ necessario cedimento
di Gramsci rispetto a Gentile ci permette di definire questa insuperabilità.
Davanti alla filosofia dello spirito italiana non ci sono per il marxismo
filosofico che due vie: o respingere assolutamente tale filosofia dalla storia
del pensiero,@ o trasformarsi nel senso gramsciano. Finché si porti
l’attenzione sul solo Croce, la tesi del marxismo di Gramsci può ancora, e sia
pure con un po’ di difficoltà, essere sostenuta: il suo è uno dei vari modi in
cui può essere sostenuta entro il marxismo la tesi dell’unità di struttura e di
soprastruttura; il gramscismo può anzi essere visto come la forma più liberale
che il marxismo sia suscettibile di assumere. Le cose cambiano completamente,
come si è visto, quando si ponga il problema del rapporto con l’attualismo.
D'altra parte evitare questi conti è impossibile perché sia marxismo che
attualismo si presentano come l’esito della filosofia classica tedesca.
Bisognerebbe dimostrare che l’attualismo è un’involuzione, ma dove ravvisare
l'elemento involgente? La considerazione del modo con cui Gentile incontra il
punto nodale del pensiero marxiano, tronca anzi ogni possibile discorso
sull’involuzione attualistica dello hegelismo nel giobertismo, nell’ideologia
italiana, eccetera; tutti i discorsi del cattaneismo oggi corrente. A partire
dal rapporto Gramsci-Gentile viene così anche definito il limite del marxismo
di sinistra antigramsciano. Ha ragione quando afferma che il neomarxismo di
Gramsci non è effettivamente più marxismo; non però perché contagiato da influenze
che avrebbe subito, in qualche modo passivamente, dall'ambiente culturale, o
perché il modo di pensare del suo autore non sia stato rigoroso: si deve invece
dire che rappresenta esattamente quel che il marxismo deve diventare quando
vuol prendere posizione rispetto alla «filosofia dello Spirito» italiana.
Meglio ancora: come già si è visto, l’originalità incontestabile del pensiero
gramsciano, quel che ne fa il più notevole tra i commenti filosofici al
marxleninismo, sta nel fatto che, richiamandosi a LABRIOLA (si veda), ha posto
il problema dell’autosufficienza del marxismo, necessaria perché la rivoluzione
non venga riassorbita nel vecchio mondo; da ciò l’eccezionale importanza che, a
mio giudizio, ha il suo scacco. La critica di sinistra non può procedere oltre
dopo il rilievo del nonmarxismo di Gramsci: la sua verità rispetto a giudizi di
fatto abbisogna di una diversa giustificazione teorica. Questo marxismo di
sinistra respinge il Diazzat come ideologia, e respinge insieme il gramscismo
e, senza dubbio, le sue osservazioni sono molto pertinenti per quel che
riguarda le conseguenze pratico-politiche del gramscismo. Non sa tuttavia
indicare la forma di marxismo critico che possa venir sostituita alla posizione
di GRAMSCI; ed è dogmatico nella convinzione, ancora, di una rivoluzione nel
senso del marxismo dopo che ha rifiutato e deve rifiutare tutte le forme in cui
sinora si è realizzata o si propone. Quanto si è detto porta al non piccolo
risultato del riconoscimento di un’impotenza non superabile. La vera
formulazione della crisi insuperabile del marxismo teorico riguarda dunque il
fatto se sia coinvolto nello scacco dell’attualismo, da intendere non come
scacco- fallimento, ma come scacco-occasione di una svolta nella storia del
pensiero. Ogni altra critica appare esterna rispetto a questa: che mostra come,
percorrendo lo svolgimento dello hegelismo nella forma della filosofia della
prassi, non si possa evitare l’attualismo come momento ultimo. Di quale portata
sia questa critica ci accorgiamo considerando come quella che si potrebbe
chiamare «prigionia gramsciana del marxismo nell’attualismo» porti a rovesciare
la rivoluzione, nel senso marxiano del termine, in dissoluzione. Non è senza
significato che oggi si affacci l’idea che la contestazione (definibile appunto
come rovesciamento della rivoluzione in dissoluzione) abbia compiuto un’opera
selettiva tra i teorici del marxismo, risparmiando il solo Gramsci come
elaboratore dell’unica strategia capace di render possibile il passaggio al
comunismo nei Paesi occidentali. Ma come spiegare le opposte disposizioni
politiche di GENTILE e di GRAMSCI? Analizzare così il particolare fascismo di
GENTILE come il comunismo di Gramsci può portare a una visione della storia
contemporanea diversa dalle abituali. Nelle relazioni che ho ascoltato mi è
sembrato di sentire una certa reticenza nei riguardi del fascismo di Gentile,
quasi si trattasse di un tema su cui fosse preferibile non insistere. Bisogna
riconoscere che se fascismo vuol dire credere nella funzione cosmico-storica
della personalità di Mussolini, nessuno fu fascista come Gentile. Come spiegare
dunque, data la prossimità di posizioni filosofiche, il fascismo di Gentile e
l’antifascismo di Gramsci? Cominciamo perciò col considerare a priori le
possibilità politiche contenute nell’attualismo, per passare poi al riscontro
testuale. Tali possibilità sono due, la risorgimentale” e la rivoluzionaria. La
prima si imparenta alla sua interpretazione in termini di «filosofia
cristiana». La grande cesura nella storia sarebbe rappresentata dal
cristianesimo = che il processo dell’oggettiviimo al soggettivismo della
filosofia cristiana libererebbe dalla rete, in cui si trovò impigliato, del
pensiero greco. A partire da questo e in relazione alla sua critica del
materialismo marxiano, da lui associato con l’idea rivoluzionaria, GENTILE può
pensare a un Marx oltrepassato in GIOBERTI (si veda), e all’idea di rivoluzione
oltrepassata in quella di Risorgimento, elevata a vera e propria categoria
filosofica. Risorgimento che viene conseguentemente definito attraverso
l’antitesi radicale alle posizioni descritte ne La filosofia di Marx come
conseguenti al materialismo: ateismo, sensismo, individualismo e amoralismo,
spirito rivoluzionario, negazione della tradizione. Da ciò lo sganciamento
totale del Risorgimento dall’illuminismo e dallo spirito della Rivoluzione
francese e la sua connessione con la Restaurazione, nel senso di vera
restaurazione, restaurazione del divino. Intesa però non come semplice
riaffermazione del passato, ma come ripresa e affinamento di una tradizione,
dopo che essa era stata messa in crisi, così che potremmo complessivamente dire
che per Gentile spirito risorgimentale ha il significato di riaffermata
religione di SPIRITO (si veda), come spiritualismo purificato da ogni traccia
di naturalismo e di soprannaturalismo insieme, essendo il soprannaturalismo per
lui, per così dire, una forma di naturalismo iperuranico. Se separiamo però
l’attualismo dal suo carattere «cattolico» o dall’interpretazione religiosa che
il suo autore gli aveva dato, esso assume un carattere rivoluzionario, per quel
che riguarda la sua posizione nella storia della filosofia (particolarmente
visibile, per esempio, nella prolusione pisana L'esperienza pura e la realtà
storica). Ossia: tutte le concezioni del mondo prima dell’attualismo si sono
mosse nell'orizzonte di una realtà e di una verità presupposte; certamente la
storia del pensiero è quella di un processo di erosione della concezione
oggettivistica e trascendentistica, e con ciò prepara la «maturità dei tempi»;
ciò non toglie però il salto tra esse, e il rigoroso immanentismo. L’attualismo
non è soltanto il punto d’arrivo di un processo millenario, ma una rivoluzione;
e il passo ricordato del giovane Gramsci mostra come egli vi vedesse questo; la
rivoluzione filosofica attualista, perfezionamento del marxismo, poteva ben
congiungersi con la rivoluzione comunista, negatrice delle formulazioni
riformistiche o evoluzionistiche del marxismo. Finora abbiamo parlato
dell’attualismo interpretato da Gramsci in senso rivoluzionario. Proponiamoci
ora la domanda inversa: l’interpretazione in termini di attualismo, di
soggettivistica filosofia della prassi, non porta al rovesciamento dell’idea di
rivoluzione in quella di dissoluzione? Cioè al nichilismo che è il termine
esatto per indicare questo rovesciamento? A parlare del nichilismo non può non
venire in mente la diagnosi di Nietzsche: l'avventura della rivoluzione a
contatto con l’attualismo può servire a mostrare che l’idea rivoluzionaria non
riesce a sormontare il nichilismo. È qui che si manifesta massimamente
quell’enorme potere di negatività, che è il proprio dell’attualismo. Con un
bisticcio di parole, direi che l’attualismo è oggi attuale, o torna a esserlo,
proprio per questo motivo. La trasposizione sovrastrutturalistica mette in
primo piano la figura dell’intellettuale; e si sa quanta importanza la sua
definizione abbia assunto per GRAMSCI. Ora, si consideri: l'influenza
gramsciana nell’ultimo quarto del Novecento è stata enorme, solo paragonabile a
quella della cultura idealistica nel primo; ma i tipi di intellettuale che oggi
prevalgono sono quello del dissacratore o demistificatore e quello dell’esperto
o del tecnico; quale rapporto hanno con la figura gramsciana dell’intellettuale
organico? Rispondo che sono il frutto della sua decomposizione.
All’intellettuale era assegnata da GRAMSCI una funzione un po’ simile a quella
che Marx assegnava al proletariato: quella di chi, liberando se stesso, libera
il mondo. La decomposizione lo trasforma in funzionario dell’industria
culturale, dipendente da una classe di potere che ha bisogno così
dell’intellettuale dissacratore (quale custode del nichilismo) come
dell'esperto aziendale. Il processo che vi ha portato non è del resto difficile
da ricostruire, per via negativa. Come si configura, infatti, questo
intellettuale? Messo da parte l’economismo, l'opposizione diventerà quella tra
intellettuali tradizionali e intellettuali progressivi. Come storicisti, questi
non potranno più parlare in nome di un socialismo utopistico; neppure però di
un socialismo scientifico, dato l’abbandono dell’aspetto
materialistico-economicistico, oggettivistico, del marxismo. Semplicemente in
nome della storia come processo di autotrascendimento. L’interpretazione
dell’attualismo in chiave illuministica porterà a una sorta d’illuminismo dopo
il marxismo, dunque a un illuminismo «senza diritto naturale», con la
conseguenza che l’intellettuale progressivo prenderà la figura
dell’intellettuale dissacratore: del devalorizzatore dei valori finora
considerati come supremi. Quella rivoluzione per erosione, e non per rottura
brusca, che è poi la «guerra di posizione» sostenuta da Gramsci, come tecnica
rivoluzionaria, alla «guerra di movimento», si risolve in una dissoluzione
entro l'ordine dato, che viene privato dei valori ideali che lo fondano, così
che viene chiusa la via a una loro riaffermazione purificata. GRAMSCI,
naturalmente, non ha il minimo sospetto di questo possibile esito del suo
pensiero. Si può garantire che avrebbe detestato gli intellettuali profittatori
dei connubi tra marxismo, psicanalisi di sinistra e decadentismo sadico. Ci si
può render conto di questa assenza di previsione, se si pensa alle circostanze
politiche che furono l’occasione della sua riflessione filosofica. In GRAMSCI
ordinovista c’è la persuasione della solidarietà tra la nuova cultura italiana
e la rivoluzione socialista, nella forma in cui avrebbe potuto attuarsi in
Italia. Ed ecco che si verifica il fenomeno affatto imprevisto del fascismo che
attrae a sé il consenso della maggior parte di questa cultura; in diversi
gradi, ma praticamente è sufficiente il giudizio della sua minore pericolosità
rispetto a quella presentata dal comunismo. Per il Gramsci dei Quaderni del
carcere si tratta di riguadagnare all’antifascismo la cultura del Novecento
italiano, attraverso l’unica via possibile: la dimostrazione che lo sviluppo
coerente del suo motivo più originale deve portarla all'incontro col marxismo
autentico, o, per dir meglio, alla sua scoperta. SPIRITO dice che GENTILE è il
creatore del fascismo. Si tratta di una frase forse un po’ a punta, ma che è
vera, quando venga bene intesa. Senza la cultura gentiliana il fascismo non
avrebbe potuto prender forma. Ebbene, si deve dire che GRAMSCI e il creatore dell’antifascismo,
quando lo si distingua dall’opposizione mossa in nome del prefascismo (quella
di CROCE, per esempio). Sempre presente nei Quaderni è l’immagine del fascismo
come del nemico che si deve evertere; è quindi naturale che, trasportato in una
situazione in cui il fascismo non sussiste più, l’antifascismo non possa
esplicarsi che come fenomeno dissolutivo. Per esprimere tutto in una rapida
formula, direi che, visti nella loro radice filosofica, fascismo e antifascismo
sono i due aspetti in cui quella filosofia della prassi che è l’attualismo si
dirompe nel farsi mondo. Ritorniamo al punto già accennato, sul vincolo
necessario che unisce, nel marxismo, materialismo e idea della rivoluzione
totale. Il pensiero di GRAMSCI, in quanto vuole assegnare al termine
materialismo un significato soltanto metaforico (al di là del mondo storico non
c’è nulla), ne è la completa riprova: la funzione primaria data agli
intellettuali come all'elemento attivo e unificante e al partito moderno
Principe come intellettuale collettivo porta in realtà alla captazione
borghese-illuministico-modernista. Osserviamo infatti. In questa concezione
storicistica gli intellettuali possono operare soltanto come dissolutori delle
verità eterne, svolgenti perciò una critica che include quella dell'aspetto
escatologico del marxismo. Il momento negativo del pensiero rivoluzionario si
dissocia così dal positivo e si fa negazione, piuttosto che dell’ordine
esistente, dei valori ideali che lo legittimavano. Esercita un’azione
dissolutiva che non distrugge le classi, ma porta al dominio di una nuova
classe, che tratta ogni idea come strumento di potere. Il processo è quindi da
uno stadio all’altro, più razionalmente organizzato, del dominio di classe. Si
trova una precisa conferma a questa tesi se si porta attenzione alle cose più
pertinenti che siano state scritte negli ultimi anni, così su GRAMSCI come su
GENTILE. Così, è stato giustamente osservato da Riechers come il socialismo si
riduca fondamentalmente per GRAMSCI a un modo di produzione capitalistica
separato dalla figura dell’imprenditore e in cui il funzionamento del piano è
controllato dagl’intellettuali organici (la nuova classe); e che per lui sembra
esistere un’economia indifferente alle classi, il cui sviluppo naturalmente
positivo si trova impedito da retrivi gruppi sociali. Per un verso, dunque,
rivoluzione è scissione completa col vecchio mondo, e tutto il suo lavoro è
svolto a definire l’idea, in questo significato scissionistico; di fatto,
questa purificata idea rivoluzionaria è destinata a rovesciarsi nel senso che
si è detto. [sal Si potrebbe dire che negli atteggiamenti storico-politici
opposti di GENTILE e di GRAMSCI si conclude la polemica tra MAZZINI e Marx. Si
conclude però nel modo più singolare, estremamente istruttivo così per il
pensiero filosofico come per il politico. Marx aveva stabilito la solidarietà
tra filosofia della prassi, rivoluzione totale e materialismo;
l’approfondimento gentiliano della filosofia della prassi porta alla
cancellazione del materialismo; GRAMSCI tenta vanamente di ristabilire il
concetto di rivoluzione totale dopo la riforma gentiliana della filosofia della
prassi. CROCE pensa che nelle discussioni italiane il marxismo teorico avesse
subito la sua critica decisiva, fornendo in pari tempo l’occasione al pensiero
italiano di portarsi al livello più alto del pensiero mondiale. È un giudizio
da rettificare piuttosto che da escludere; a parte la consapevolezza che egli
stesso o altri abbiano potuto averne, il protagonista della grande e insolubile
crisi del marxismo teorico è GENTILE. E la crisi avviene effettivamente in
Italia attraverso la rottura non conciliabile tra l’opera rigorosamente teorica
di GRAMSCI e quella di BORDIGA (si veda), che è costretta al marxismo
letterale, e non può raggiungere una formulazione teorica seria, proprio perché
non ha affrontato Gentile, ma che è nonostante ciò sufficiente per mettere in
rilievo il non marxismo di GRAMSCI. O, per concludere: l’attualismo è
l’autocritica, all’interno della filosofia della prassi dopo Hegel, dell’idea
marxiana della rivoluzione totale, autocritica che si esprime nella forma di
rovesciamento nell’opposto. Il pensiero di GRAMSCI ne è la decisiva conferma.
Se è vera la prospettiva che ho enunciato nel mio libro su I/ problema dell’ateismo,
secondo cui il razionalismo, inteso come negazione senza prove del
soprannaturale, deve concludere sull’idea della rivoluzione totale,
l’attualismo è la prova del suo scacco. In ciò il senso della svolta decisiva
che la filosofia di GENTILE rappresenta. Augusto Del Noce. Noce. Keywords:
saggio su Gentile e il fascismo, Faggi, Serbati, Spir, Vidari, Rensi,
Martinetti, Juvalta, Massantini, Catelli, Capograssi. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e Noce," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Noferi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della setta di
Firenze – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina -- filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Abstract. Grice
would often speak of the ‘Athenian dialectic’ – by which he meant just
Socrates, Plato, and Aristotle – and none of the ‘minor’ schools other than the
Agora –where Socrates preached barefoot, the Academy, or the Lycaeum --.
Grice’s implicature seems to be that he would deem those ‘minor’ – pre-socratic
and post-socratic or Hellenistic schools – as ‘minor – ‘sects.’ Italians more
or less behave similarly. Other than Bologna, everything is more or less a
‘sect’, including whatever happens at Florence! Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Important Italian philosopher,
especially influential at what Grice called Italy’s Oxford, i. e. Firenze“Palla
Strozzi was more a mentor than a philosopher, but I would consider him both a
Grecian and Griceian in spirit.” alla Strozzi
Palla e Lorenzo Strozzi. Dettaglio
dell'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano. Grazie alla ricchezza
accumulata nelle ultime generazioni dalla sua famiglia, il padre puo far
istruire il figlio da filosofi, e grazie all'interesse e all'intelligenza, divenne
di fatto uno dei più fini uomini di cultura fiorentini. Ricco e colto,
commissiona numerose opere d'arte, tra le quali la Cappella N. nella Basilica
di Santa Trinita, opera di Brunelleschi e Ghiberti. La cappella, progetto
irrealizzato da N., venne fatta erigere in la sua memoria e ne ospita la
sepoltura monumentale. Per questo ambiente commissiona l'Adorazione dei Magi a
Gentile da Fabriano e la Deposizione dalla Croce a L. Monaco, terminata poi da
Beato Angelico che ne fece uno dei suoi capolavori. Collezionista di libri rari
e conoscitore del greco e del latino, si trova nvischiato nell'opposizione
strenua contro Cosimo de' Medici. Cosimo e l'uomo che per la prima volta si e di
fatto preso tutto il potere cittadino, grazie a un sistema di clientelismo con
uomini chiave alla guida degli uffici della repubblica di Firenze. Davanti a
lui solo due strade sono possibili: l'alleanza accettando un ruolo subordinato
o lo scontro frontale. Forte della sua ricchezza e fiero della propria cultura,
e a capo della fazione anti-medicea assieme ad un altro oligarca indomabile,
Albizi. La fortuna arriva alla sua fazione, riuscendo ad ottenere prima
l'incarcerazione di de’ Medici, poi la dichiarazione del medesimo come magnate,
cioè tiranno, ed il suo conseguente esilio da Firenze. Il suo obiettivo
comunque non e tanto l'eliminazione di un avversario, ma la restaurazione della
“liberta”. In questo e diverso d’Albizi.
Intanto de’ Medici manda già segni di prepararsi a un ri-entro, che
avvenne puntuale al cambio di governo con il veloce avvicendamento dei gonfalonieri.
Tra i primi provvedimenti vi è proprio la vendetta sugli avversari, con
l’esilio del filosofo e d’Albizi. In questo de’ Medici e favorito anche
dall'appoggio popolare che lui e la sua casata si sono saputi conquistare.
Quindi parte per Padova. Il suo palazzo a Padova e un ritrovo di filosofi, nel
periodo d'oro quando la città veneta era uno dei centri culturali più notevoli
della penisola italiana, per certi risultati artistici più importante della
stessa Firenze. Si pensi ai capolavori lasciati proprio da due fiorentini come
Giotto o Donatello. Lascia la sua
raccolta di libri rari, arricchita ulteriormente durante il suo soggiorno
padovano, al monastero di Santa Giustina. Muore a Padova nel suo palazzo verso
il Prato della Valle. Sepolto nella vicina chiesa di Santa Maria di Betlemme. Cavaliere
dello Speron d'oro nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dello speron
d'oro Marcello Vannucci, Le grandi
famiglie di Firenze, Roma, Newton Compton, Palmarocchi, La famiglia Strozzi, in
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “His main claim to
philosophical fame is in his character- unlike Alibizi’s and indeed Medici. He
loved freedom, and chose to settle in Padova, although his roots were well in
Firenze. He built hiw palace in Padova in Prato del Vallo to gather
philosophers, since what’s the good of knowing the classics if you cannot
converse? He never touched a university! His ‘bibliotheca’ is legendary! NOME
COMPIUTO: Strozzi-Noferi. Noferi. Keywords: “Beautiful painting (by Gentile da
Fabriano) of Noferi. Very Italian in an exotic sort of way!” – Grice. Refs.:Luigi Speranza, "Grice e Strozzi-Noferi --
Grecian, Griceian," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library,
Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Nola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
dell’urina – la scuola di Crotone -- filosofia calabrese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Crotone).
Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Crotone, Calabria. Gice: “At Oxford, we are proud
of our philosophy, at Bologna, and in Italy in general, they are proud of their
physicians, as they call them – students of nature!”. In “Aristotle on the
multiplicity of being” and in his unpublications, Grice considers – in the
seminar on Categories with his former pupil Srawson – possible predications for
‘medical’ --. In his earlier reflections, Grice is concerned, like Aristotle,
with the variety of such predications – ‘medical practice,’ ‘medical herb,’
‘medical science,’ ‘medical person’. In ‘Multiplicity,’ he goes further. He is
interested in refuting Owen, an Anglo-Welsh philosopher, former pupil of Ryle,
who had made ‘focal unification’ a bit of the favourite jargon of the day. For
Grice, ‘focal’ unification is just ONE type of such ‘unification’ in
‘signification.’ There is, of course, analogical unification, and recursive
unification. Grice goes on to propose an exploration in what Aristotle might
have had in mind when choosing ‘medical’ as his choice for ‘analogical’ or
proportional unification – and comes out with something resembling his
excursions into ‘theory-theory’. ‘Medical’ may thus be a bit of the vocabulary
of the ‘lay’ or the ‘vulgar,’ for which the ‘learned’ is trying to provide his
‘rational’ or ‘logical’ ‘re-construction’ – Grice restricts the use of
‘construction’ to such routines for which there is no counterpart in the
vernacular. Di origini napoletane e
zio di Molisi, insegna per lungo tempo a Napoli. Discepolo di Altomare, divenne
noto per suo saggio, “Quod sedimentum sanorum, aegrorumque corporum non sit
eiusdem speciei adversus Ferdinandum Cassanum et alios contrarium sentientes.” Cf.
Marruncelli, Elementi dell'arte di ragionare in medicina” – cf. Grice goes
medical – Aspets of reason – “He must be treated!” -- (Napoli, Gabinetto); S. Renzi, “Storia della medicina”, Napoli,
Filiatre-Sebezio); Adalberto Pazzini, La Calabria nella storia della medicina,
Roma; Lavoro critico (Bari, Dedalo). La Famiglia dei N.. Molise, Archivio
storico di Crotone. 1, quem ad modum
civitates tunc optime gubernatur, (ut inquit Platoin lib. de Philo. cum
iniustidant pænas: perin so& impudenter, impugnant, accontra dicunt, optimèquoquereor,
et scientiæ, et artesse haberent. Nam veras CLARISS. ALTIMARI discipulo, auctore.
med. doctore scientias ac artes perfetè, et brevi cuns et isaffequiliceret: at queitaetia
muere scientes, acoptimos artifices fieri. Nuncueròcumlex falso
contradicentibus statuta nullafit, no immeritòe inoptimosuiros, arbitror,
impurissimum quen queac in eruditum iuuenem inuehiandere et admodum paucos vere
scientes, artifices quereperiri, cum& passim scribere omnibus liceat, et unicuique
sententiam ferre apud vulgus. Adde, quòdnefcio quo fato datum etiam fit
quibusdam, easdem docere artes, ac publicè profiter i, qui uel omnino inertes
fint, aut parumeas intelligant: cùm ueròne sciant, scire autem seputant, mirum non
est fidgeipfierrent, et alios aberrarecogant. Quandoquidem oporteret
(utinquitidem Plato in Alcib.) eos qui aliquid doftursiunt, priufquam doceant, intelligere,
fix OVOD SANORVM AEGRORVMQVE SEDIMENTVM IOANNE Andrea Nola Crotoniata Artium et
bique fuoq; martese dimenti ueritate mueftigauitad Hippo. es Gal. sententiam
quemadmodumo non nulla alia nonminu sad artem medicam utilia quàm necessaria,
ut in reliqus fuis scriptis palàmestuidere:) Sedcum hacfole clariorafint,
pateant quecun&tis artis medicæ candidatis, quirenera medicisunt, nedum in uniuersa
Italia, uerum etiam into tafere Europa in colentibus; mea approbationenon indigent.
Attem puseft ut adiftorum ignorantiam castigandam, ac in numeros errores
patefaciendos, accedamus. Nos uero eo, quo scriptifunt, ordine, eos
animaduertemus, etiam fiad sedimentorum naturam manifestandam non conferant; ut
discant studiosiquam maxime', nedum Artis medis ca, sed philosophia, et dialeticæ
fe imperitosese oftendant; quanto veliuore impulsitali ascribere conatifuerint.
Cum vero futurun fitut hominem reprehendamin doctum, ftolidum, opinione sua sapientem,
nugis interin erudite siuuenes uersatum in uniuersauita, queso, candidiß. lector,
liceat mihi uerbis huius ignorantiam castigare asperio nibus, quibus ego ut ialioquinon
foleo. Cum primimin prima pagellahicuirdă nassettum Plusquam commentatoris, tum
etiam Neotericorum opinionem de sedimento quiz whipseait, quamuis. Iaftenturf copumattigile,
longèalijs falluntur Sedimentum SANORUM ægrorumý; corp. biqueconsentire, e
nondissidere: hæcetenim bonos decet præcepto ses utipfeait. quod sita fieretnequehic
incognitus nescio quis Cassanus, tam fuisse taudaxs atque impudens, ut feuerisoppo
neret, nifiexilis esset, quiomnem funditus pudorem exuerunt, neque afuis præceptoribus
male eruditusac impulsus, eorumtamen opinio ne sapientibus totausus fuissetscriberenugas.
Quas omnes passimin minibus artis medicecandidatis, seclusoliuore, manifestare conabor,
quod huiu suiri ignorantia, simul quete meritas castigetur. difcantque
reliquiin posterum quàmmalum sitoptimis, aceruditiß. virisindies utilia,
Artisg; medicæ apprimè necessaria, et verissima scribentibus; O ut summatim
dicam, universam pene medicinam illustrantibus, falso contradicere. Non autem,
uteaquæa doctissimoac Clariss. Alti maro præceptore meo de sedimenti in urinis scripta
sunttuear, sunt et enim ad eòscitèacdo Et é conscripta, ég hæc, et
reliquaomniaque hactenus in luce medidit, acualidiß. auctoritatibus et
rationibus comprobata, ut nedumiftorum uirorumnugas non curent, sed quorumuis
etiam aliorum do tiffimorum, si quæ essent contradictiones paruifaciant, ipsea;
primus omnium quosuiderim, propria inuentione cumque 1 cumque neutri, fuo optimo
iudicio, ueritate mattigerint, et fimulli. Uore percitus eosdem recentiores scriptores
calumniasset, quorumnca quidem calciamentasoluere dignus esset, eisque falso tribueret
cunéta quaibitemerenarrat cõfestim, utipfeait. In fecüda ueritatë protulit quam
desedimentosentit, quæquantiss catea terroribus, quantumus averitatealienafit, et
Gal. sententia demonstrabimus, ubialios prius ciuserroresin eadem secunda pag.
conscriptos, manifeftauerimus: Aitetenim {senolle tempus conterere circa urine generationis
modă. NOME COMPIUTO: Giovanni Andrea de Nola.
Nola. Keywords: Crotone, Plato, Nola-Molise, corpus sanum, focal unification,
Owen, Pantzig, brennpunktbedeutung, Grice, Aristotle, Metafisica, ‘unificazione
focale’ – universale: ‘sanitas’ instantiazione: corpus sanum, corpi sani. Refs.:
“Grice e Nola” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Sperana – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Noto: all’isola
-- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di IVPITER – la
scuola di Noto -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pollina). Abstract. In his ‘unpublications,’ – whose number by
far exceeds those of my pubilcations’ – Grice would often use ‘God as
exegetical device.’ I. e. to conceive of ‘God’ as willing the best for his
creatures. It is most likely that, gven the classical education of which he was
so proud – and which he at times deemed a ‘requiment’ for his proficiency in
his type of philosophy – he was thinking IVPITER, rather than JEHOVA! -- Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Pollina, Palermo, Sicilia. Grice: “Italian
philosophers, must be for St. Peter, who DIED there – are obsessed with God –
Noto wrote his thesis on that, evidence and lack thereof for God – the part
concerining the refutation for those who deny evidence is fascinating! And
typically of an Italian philosopher, he narrows down his research to ‘secolo
XIII,’ where we at England and Oxford hardly existed!”Fa gli studi ginnasiali
al Convento di Giaccherino e al Convento del Bosco ai Frati. Vestì il saio francescano a Fucecchio e professò. Studia
filosofia a Lucca, Bosco ai Frati, il Convento di San Vivaldo, Fiesole, Siena e
il Convento di Sargiano. Emise i voti a Fiesole e fu ordinato sacerdote a
Siena. Andò a Parigi e frequentò l’Istituto Cattolico, la Sorbona e il Collège de
France. Conseguì il Dottorato in filosofia e il Diploma di studi superiori alla
Sorbona. Essendo andato a Londra per alcuni mesi ebbe il Diploma di lingua
inglese che in seguito perfezionò tornando ogni anno a Londra nel periodo
estivo. Pubblicò la tesi di laurea “L’evidenza di Dio nella filosofia"
(Ed. MILANI, Padova). Si imbarca per l’Egitto e si stabilì a Ghiza dove
insegnò. Lì ricoprì gli incarichi di Guardiano e Maestro dei Chierici. Torna in
Italia e fu per un anno direttore di un grande hotel di Montecatini Terme. Si
trasfere a Figline Valdarno per l’insegnamento all’Istituto Ficino. Si iscrisse
alla Università Cattolica dove conseguì il Dottorato in filosofia valido in
Italia. Aveva iniziato l’insegnamento della lingua inglese alla scuola per
infermieri dell’ospedale di Figline e un corso serale per adulti. Crea un
laboratorio linguistico per facilitare e perfezionare l’apprendimento delle
lingue. Deceduto nell’Ospedale di Figline Valdarno per edemapolmonare acuto da
miocardite in diabetico. Affetto da grave forma di diabete, si era sentito male
nella notte dell’11 novembre, ma dopo aver prolungato il riposo mattutino aveva
tenuto lezione fino a mezzogiorno. Prese allora poco cibo e tornò a riposarsi.
Alle 18 andò alla preghiera comune e alle 18.30 tenne il corso di lingua
inglese per adulti. Alle 20 mentre era a tavola fu chiamato il medico
cardiologo che ordinò il ricovero urgente in ospedale. Qui la sua vita è stata
stroncata da un complesso attacco cardiaco polmonare. Ai funerali, presieduti dal Padre Provinciale
nella Chiesa di San Francesco in Figline erano presenti tanti religiosi e
sacerdoti, i parenti, molte suore oltre che un grande pubblico di studenti e
popolo che riempiva la chiesa. È stato sepolto nel cimitero di Montemurlo. Convento
di Giaccherino Convento del Bosco ai Frati Convento di San Vivaldo Convento di
Sargiano Montemurlo L'evidenza di Dio
nella filosofia del secolo XIII. Grice: “Noto is playing with his surname. There’s no
‘significare’ in Italian. They use ‘notare’ – Now, how is God signified? When
Cicero said ‘god’ he meant Jupiter. Ask Ganymede: The literal truth is Ganymede
was killed in self-inflicted accidental with a boomerang. Her mother said: “His
corpse is here, but he was raped by Giove --. Taking this narrative literally –
Ganymede was RAPED, so the rape is the way the god gets ‘noted’. Noto.
Keywords: IVPITER -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Noto” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Novara: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale d’Euclide – la scuola di Novara -- filosofia piemontese –
filosofia italiana -- Luigi Speranza
(Novara). Abstract. “At Oxford,’ Grice says, “we
don’t do Euclid – nor does he do us!” – Euclid is not considered philosophical
enough. There is a special faculty for that, an a special chair – the Regius
professor of Mathematics --. Grice would often admire a mathematician –
‘provided he is from the other place’. He meant Hardy – and was fascinated by
an episode ‘that could never have taken place at Oxford – within the Debating
Union --. Hardy is challenged to the ‘alleged obviousness’ of one of Euclide’s
theorems, leaves the lecture room, for 24 minutes – returns, and responds to the
challenger: “It IS obvious!” -- Keywords. Filosofo
italianao. Novara, Piemonte. m. Viterbo. matematico, astronomo e astrologo
italiano. Tra i più importanti scienziati e matematic (anche Bacone lo cita
come uno dei più grandi matematici a lui contemporanei), Campano è conosciuto
anche come Johannes Campanus (che è tuttavia anche il nome di un Johannes
Campanus anabattista belga del Cinquecento). Elementa geometriae,
Campano da Novara Tetragonismus idest circuli quadratura. Pubblicato
un'edizione degl’Elementa geometriae d’Euclide ed un importante commento
all'opera, introducendo un sistema di calcolo degli angoli del pentagono. Il
testo e utilizzato per circa due secoli e sarà stampato a Venezia
(Preclarissimus liber elementorum Euclidis). L'opera si basa su una traduzione
in lingua araba dell'originale testo greco. N. ha inoltre probabilmente
presente la traduzione latina eseguita da Bath. Cappellano di papa Urbano
IV (in un documento delle Curia pontificia se ne attesta la presenza e se ne
parla come di uno dei quattro migliori matematici viventi) e medico personale
di papa Bonifacio VIII e viaggia in Arabia e in Spagna. Su ordine dello stesso
Urbano IV egli si occupa anche di astronomia e realizzerà la Theorica
Planetarum, nella quale descrisse geometricamente i moti dei pianeti e il modo
per realizzare un planetario. I dati sui pianeti sono tratti dall'Almagesto e
dalle Tavole Toledane dell'astronomo arabo Azarquiel (al-Zarqālī). Dopo
trent'anni di presenza nella curia pontificia a contatto con i maggiori
filosofi naturali dell'epoca, raccolse un enorme patrimonio immobiliare,
stimato alla morte da un ambasciatore aragonese in più di 12 000 fiorini: una
ricchezza legata con ogni probabilità alla sua attività di medico. Negli
ambienti curiali fu assai fortunata una benefica pillola da lui fabbricata, di
cui poi si lesse la ricetta nel Breviarium Praticae. Si ricorda anche una sua
splendida dimora presso Viterbo, in una zona di bagni termali, nella quale
abitò negli ultimi anni della sua vita. Di lui ci restano l'Abbreviatio
equatorii planetarum, il Canon pro minutionibus et purgationibus, il Computus
maior, il Tractatus de sphera, il De computo ecclesiastico, un Calendarium, i
commenti ad Euclide e all'Almagesto. Secondo una recente ipotesi sarebbe a lui
attribuibile anche lo Speculum astronomiae, importantissimo catalogo di opere
astrologiche, che distingueva magia lecita dall'illecita. Da lui prende il nome
un sistema di domificazione in astrologia. Gli è inoltre stato intitolato il
cratere Campano, all'estremo sud-occidentale del Mare Nubium, sulla Luna.
Parte di questo testo proviene dalla relativa voce del progetto Mille anni di
scienza in Italia, Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza, Francis
S.Benjamin Jr., G.J. Toomer, N. and Medieval Platenary Theory, The University
of Wisconsin Press, N. (et alii), Tetragonismus idest circuli quadratura,
Impressum Venetiis, per Ioan. Bapti. Sessa, Agostino Paravicini Bagliani, N., Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, N. Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Campanus, su Enciclopedia Britannica, ALCUIN, Università di
Ratisbona. Modifica su Wikidata (EN) Campano da Novara, su MacTutor, University
of St Andrews, Scotland. Portale Astrologia Portale Astronomia
Portale Biografie Portale Matematica Categorie: Matematici
italiani Astronomi italiani Astrologi italiani Nati a Novara Morti a Viterbo Astronomi
medievali [altre]. Giovanni Campano da Novara. Novara.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Novaro: la
ragione conversazionale e implicatura conversazionale ligure -- l’infinito del
ponente – la scuola di Diano Maria -- filosofia ligure -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Diano Maria). Abstract. Grice dwelt with
the infinite early on in his career. ‘I kow that there are infinitely many
stars,’ Grice claimed, was a piece of nonsense which, contra Austin, was bound
to appear in ‘the vernacular’ or ‘the vulgar’. Grice’s tirade is against those
defensors of ‘ordinary language’ that couldn’t recognise ‘ordinary’ from their
elbow! At a later stage of his development, Grice re-encountered the infinite
in terms of the ‘regressus ad infinitum.’ True, he proposes an ‘anti-sneak’
clause to cut that regress short. But, in response to some possible objection
to this as ‘ad hoc’ he would comment: ‘And if the ‘analysans’ of ‘… significat
…’ DOES appeal to the infinite – what?!” – Things were different for N., who
knew that he knew the infinite – at least for the purposes of his ‘laurea’ –
recall that ‘laurea’ occurs in Grice’s degree earned at Oxford, that of
BACCA-LAUREVS in artibus --. Filosofo
ligure. Filosofo italiano. Diano Maria, Liguria. Grice: “Novaro comes from my
favourite area in Italy, “La riviera ligure”!” Grice: “Novaro wrote a nice
little treatise on the nature of the infinite – a concept which fascinates me!”
--Fratello di Novaro, nacque da famiglia economicamente agiata e dopo aver
condotto brillantemente gli studi liceali, ottenendo la laurea a Torino. Si
stabilì a Oneglia dove fu assessore comunale per il partito socialista. Dopo
avere per breve tempo insegnato nel locale liceo, con i fratelli si occupò
dell'industria olearia intestata alla madre Paolina Sasso. Pur dedito all'attività imprenditoriale fece
parte attiva della vita letteraria dei primo anni del Novecento e fondò la
rivista “La Riviera Ligure,” da lui diretta fino alla sua cessazione. Ospitò
nel suo giornale filosofi come Pascoli, Roccatagliata, Jahier, Boine e
Sbarbaro. Scrisse saggi di carattere
filosofico e raccolse tutte le sue poesie, che hanno come tema principale il
bellissimo paesaggio ligure, in un volume intitolato Murmuri ed echi che vide
le stampe. Fu anche il curatore dell'edizione delle opere di Boine che sentiva
affine negli interessi soprattutto di carattere etico. Saggi: “Finito ed
iinfinito” (Roma, Balbi), “Murmuro ed echo” (Napoli, Ricciardi) – cf. Grice,
“Implicatura ecoica” --; “All'insegna del pesce d'oro” (Genova, Devoto).
Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, La Riviera Ligure Nicolas Malebranche. Tra Diano Marina e Oneglia: i
luoghi dei fratelli Novaro, su parchiculturali. Fondazione Mario Novaro, Genova,
su Fondazione novaro. Scheda biografica nel sito della Fondazione Mario Novaro,
Genova, su Fondazione novaro. Se il concetto di “infinito” è stato dal sorgere
della filosofia italiana, uno degl’oggetti più costanti degl’uomini, il
progresso verso una definitiva soluzione delle difficoltà che esso presenta non
e tuttavia che straordinariamente lento. A ciò à sopratutto contribuito il
rilegare, come a priori, l’infinito fuori del campo appunto della filosofia e
si considera il regresso all’infinito una fallacia. Poiché quando si ammette
senz’altro che, essendo l’uomo finite, non si può pretendere eh' esso arrivi a
comprendere l’infinito. Hobbes, De
corpore; Descartes, Principien, ediz. Kirclimann, GALILEI, Opere (Milano);
Locke, Essay on humane Underslaning, ediz. Ward, World Library, Hume, Treatise,
ediz. Selby-Bigge, cfr. anche Jevons, Principia
of Science. S’è già troncata la questione senza neanche avei’la posta. S’è
lasciato intatto il mistero che sembra involgerla. Già tutti i concetti che in
qualche modo ha una stretta attinenza con altri concetti ontologici dovettero
per questo attendere a lungo prima di venir trattati in corretto modo
analitico. La oscurità misteriosa del concetto di “infinito” si ripercorse
naturalmente negli oggetti nei quali esso poteva trovare applicazione, come il
tempo, lo spazio, la materia, l’universo, l’essere. Anzi si comincia dapprima
ad accorgersi delle difficoltà del concetto di “infinito” non cosi in astratto,
ma nell’esame degli oggetti ai quali la infinitezza pare doversi attribuire.
Tanti secoli prima della ripresa della questione per Locke, trattarono il
problema con sommo acume dialettico i veliani de Velia. Sugli veliani e la loro
importanza, vedi specialmente la “Kritische Geschichte der Philosophie” di
Dùhring. Le difficoltà che conduceno al veliano a negare la realtà dello spazio
non sono punto illusori. Cantor, “Geschichte der Matematik”. Bei ihnen [i tropi
dei veliani] handelt es sich um Schwierigkeiten, denen in der That-wcder der
Philosoph noch der Mathematiker in aller Strenge gerecht werden Kann Zwei Jakrtausend
und mehr haben an dieser zàhen Speise gekaut, und es ware unbillig von den
Veliani des funften vorcbristlichen Iabrhunderts zu verlangen, dass sie in
Klarbeit gewesen seien iiber Dinge, welche freilich anders ausgesprocben noch
Streitigkeiten unserer Gegenwart bilden. Nò altre furono quelle che spinsero
poi Kant ai risultati della estetica trascendentale. Sebbene più d’uno storico
della filosofia davanti ai tropi di quell’ acutissimo filosofo sentendo
l’imbarazzo suo a confutarli, stima poterli chiamare sofismi o false
sottigliezze che chi le esaminasse da vicino e colla necessaria acutezza non
dovrebbe tardare a riconoscere evidentemente per tali. E più d’uno nel
confutarli à seguito, come Zeller, Aristotele che in questo se in altro mai fu
infelicissimo. Aristotele crede di confutare il veliano (V. anche Apelt,
Beitrdge sur Geschichte der Grieschischen Philosophie, Leipzig) col dire che la
dimostrazione data dal veliano riposa sulla falsa et i matematici, i quali
spaventati dalle contraddizioni svelate dai veliani avevano dovuto per forza
rinunciare a far uso del concetto di “infinito” e lasciar tanto tempo
infruttuoso l’ardimento di Antifontem continuarono a lungo ad aiutarsi
altrimenti per non derogare alla rigorosa esattezza delle loro dimostrazioni,
Cosi il concetto d’”infinito” non compare mai esplicitamente nella geometria
degl’antichi. E Archimede ha seguaci anche dopo che il calcolo infinitesimale
ha chiaramente mostrati i suoi cosi fecondi vantaggi. Ragione principale di ciò
e il non avere l’autore stesso del concetto di “infinitesimo”, saputo mai nè
pienamente giustificarlo, nè dargli un denotato preciso, si che egli molte
volte ha a espri supposizione che il tempo consti di singoli momenti (ex -J 5 v
aio Èrtovi come se la critica del velino non valesse indifferentemente tanto
per il continuo dello spazio che per quello del tempo stesso. Cfr. Cantor. Er
(Aristotele) lòst das Paradoxon der Duschlaufung dieser unendlich vielen
Raum-punkte in endlicher Zeit, durch das neue Paradoxon, dass innerhalb der
endlichen Zeit unendlich viele Zeittheile von unendlich Kleiner Dauer
anzunehmen seien. Sul concetto di “infinito” in Aristotele vedi specialmente
“Phys.”, De Coelo. Il LIZIO dà una divisione dei vari generi di infinito, che
come sempre 0 spessissimo presso lui è più una spiegazione di parole che di
concetti. Inoltre è la sua trattazione oscura e affatto manchevole. Aristotele
non accetta che l’infinito *potenziale*, il quale nasce dal non trovar la
nostra immaginazione alcun limite così nel togliere come nell’aggiungere.
Rifiuta l’infinito attuale. L’infinito, dice Aristotele, non è grandezza nè à
parti così, come il suono è per sò invisibile (Phys., Ili, 4 ). Non esiste
dunque in realtà, perchè non v’ è grandezza cui possa attribuirsi. Ma la contraddizione
che Aristotele crede dover evitare rigettando il concetto dell’infinito attuale
è appunto nascosta invece in quello del continuo. Altrimenti Aristotele non
avrebbe così leggermente creduto di aver superate le difficoltà dei veliani. li
Montucla, Histoire cles recherches sur la quadrature du eercìe. Paris, Hankel,
Zur Geschickte der Matliematik ivi Alterthum und Mitelaltcr.] juersi sulla sua
nozione in modo affatto contradittorio. E se i filosofi non riuscirono a
chiarire i loro concetti riguardanti l’infinito trascurando la maggior parte di
aiutarsi con un esame accurato dalle difficoltà che incontrano anche i
matematici, questi dal canto loro si sono del pari in grau parte appagati dei
risultati, senza sentire troppo acuto il bisogno di rendersi conto esatto dei
concetti dei quali hanno a fare un continuo uso. Che anzi per le difficoltà,
oscurità o contraddizioni dell infinito tranquillamente si rimettevano Leibniz,
anche quando si esprime più razionalmente intorno ai concetti infinitesimali,
conserva pur sempre in fondo una evidente ambiguità sulla natura generale del
concetto d’“infinito”. Lascia infatti alla ontologia, senza risolverla Leibniz
stesso, la questione se si diano propriamente degl’infinitamente piccoli
rigorosi. E cosi tiene pure per indifferente considerare per tali
gl’infinitesimi o soltanto per arbitrariamente piccoli. Leibniz inclina però
più a tenere l’infinito rigoroso per una finzione. Leibniz, Opera omnia, ed.
Dutens e Leibniz; il/af/iema</se/»e Schriften, Gerhardt I', dove Leibniz
pare considerare gli infinitesimi come quantità finite variabili e cfr.
Gerhardt, Erdmann, dove egli parrebbe ammettere l’infinitesimo *attuale*. In
altri luoghi, Leibniz è affatto incerto; ed. Dutens, Gerhardt, e vedi
specialmente un passo ivi. Infatti dopo l’adottamento del calcolo, una delle
prime accademie d Europa, quella di Berlino, presieduta da uno dei più grandi
matematici, da Lagrange, apriva un concorso sul concetto dell’infinito. Dice tra altro ai concorrenti.
On demande […] une thdorie clairc et precise de ce qu’ on appelle ‘influì en
mathcmati jue. On sait que la haute geometrie fait un usage continuel des
infiniment grands et des infiniinent petits. Cependant les geomètres et meme
les analystes anciens, ont eviti* soicneusement tòut ce qui approche de
l’infini, et des grands analystes modernes avouent que les termes grawleur
infmie sont contradictoires. L’Acad^mie sou- haitc donc qu’ on explique comment
on a déduit tant de theorèmes vrais d une supposition contradictoire. Nouveaux Mémoires de l’Acad. des Sciences. Berlin.
come molti si rimettono tuttora, all’ongologia. L’unico filosofo dal quale si
sarebbe potuto aspettare qualche dilucidazione definitiva, Corate, il quale era
tanto versato nelle matematiche e che di esse à dato una cosi bella e tuttora
insuperata sistematica trattazion generale, non solo non fa fare un passo alla
questione, ma neppure seppe bastantemente apprezzare i grandi meriti del lavoro
di Carnot, il quale prepara la soluzione definitiva. Solo Locke e Kant sono
cosi i filosofi che fanno verso di essa un passo decisivo. Kant però si direbbè
che lo fa in senso reazionario, chè se Locke avesse decisamente cangiato li suo
metodo empirico e psicologico con un metodo critico, come egli in realtà è
qualche volta inconsapevolmente vicino a fare, avrebbe egli stesso còlto
1’ultimo futto della sua fine analisi. Ad ogni modo è merito di Locke, oltre
aver risolto l’infinitamente piccolo e grande nel processo formale dell’animo,
l’aver dimostrato come un tale concetto sia solo propriamente applicabile a
grandezze, al numero, al tempo ed allo spazio. Con ciò ogni nebuloso abuso
scolastico e metafisico di esso, era reso impossibile, e ogni sua applicazione
ad altro che a concetti di grandezze diventava una pura metafora. Rilacendosi
da Locke e approfittando della luce che Carnot getta sulla natura
dell’infinitesimo, il Duhnng à finalmente completata la razionalizzazione di [
Leibniz, passo citato, Gerhardt e Montucla, Histoire des mathématiques. Quanto alle questioni che
l’ontologia può sollevare sul concetto dell’infinito, il matematico “a droit de
ne s en pas plus embarasser que des disputes des physiciens sur la naure de 1
etendue et du movement.” Locke,
On human Umlerst., questo concetto. L’infinito assoluto ha però Diihring
costantemente rifiutato come la più assurda contraddizione in tutti i suoi
saggi filosofici. Soltanto- nell’ultima suo saggio filosofico arriva egli ad
una luminosa distinzione dell’infinito *assoluto* dal infinito relativo. La sua
dimostrazione è però geometrica, e non insieme algebraica. Manca quindi di
generalità. Cosi si spiega come Diihring ritenga ancor ora inammissibile
l’applicazione dell infinito al tempo, che egli à assurdamente e colla più gran
forza di convinzione fatto finito nel passato. Diihring vide che ove il
concetto di infinito non viene dapprima reso chiaro e incontradittorio nella
matematica, la rocca in apparenza più forte rimarrebbe in piedi a difesa del
mistificante concetto. La nozione di infinito non è però specificamente
formale. Il concetto d’infinito appartiene a quel campo della filosofia
‘speziale’, in cui anno comuni le radici o i principi e la matematica e la
logica. La. soluzione di un problema cosi universale non può esser diversa, ove
esso venga formulato con la dovuta astrazione ed esattezza, sia che la si
cerchi nel campo piu astratto dell’ontologia della concezione universale
dell’*essere*, sia che la si cerchi nel campo dell’algebra. Non [Nat Uri iche
Dialéktik -- questo libro d’oro di puro criticismo, la cui prima edizione è esaurita
da molti anni senza che Diihring si decida a ri-pubblicarlo, malgrado il viro
desiderio di molti suoi ammiratori, quali per un esempio v. Gizicky e Riebl.
Vedi specialmente dello stesso, nei “ Xeue Grundmitteln u. Erfindungen zur
Analysis, ecc. il capitolo terzo. L’analisi critica dell’infinitesimo ivi data
riassumiamo noi brevemente nel numero seguente, modificandola però nel senso
della corretta legge del numero determinato. V. sotto. Cursus der Philosophie;
Logik und KVssenschaftstheorie, è un differente problema quello di Senone di
Velia, da quello che occupa a cosi grande distanza di tempo i matematici dal
seicento in poi. In tutti i problemi riguardanti il concetto di “infinito”, le
difficoltà ànno la loro comune radice nella contraddizione fondamentale
nascente dalla posizione di un infinito numericamente dato e compiuto nel
*finito* stesso. Cosi l’infinitesimo, e già prima l’indisivibile di CAVALIERI,
e pensato assurdamente quale risultato di una infinita divisione, o come
l’elemento più piccolo d’ogni grandezza assegnabile, di cui si integra ogni
grandezza finita. Più piccolo di qualunque quantità data e pensato
l’infinitamente piccolo, e maggior d’ogni data grandezza l’infinitamente
grande, arrivando anche qui ad una infinità compiuta, come raggiungibile per
via di una sintesi successiva. Tra lo zero e una comunque piccola grandezza
dovrebbe dunque esistere qualcosa di intermedio. Questa ibrida quantità non
dovrebbe esser zero ma neppure perù una determinata quantità per quanto
arbitrariamente piccola. Essa dovrebbe esser minore d’ogni quantità assegnabile
o qualcosa che esprima l’ultimo irraggiungibile grado di piccolezza
immaginabile e prima dello zero. Minore d’ogni quantità assegna- [Modificando
la nozione di GALILEI di “momento”, già Hobbes define il conatus (concetto che
doveva poi diventare il fondamento della teoria newtoniana), il moto lungo uno
spazio minore di qualsiasi assegnato. Hobbes conserva, però, malgrado
l’equivoca definizione, come dell infinitamente grande (De Corpore) cosi dell’infinitesimo
un giusto concetto. Di quest’ultimo haa intesa infatti a essenziale relatività.
V. De Corpore. Delimemus CONATUM esse motum per spatium et tempus minus q’uam
quarn bile è però soltanto lo zero; una quantità non può venir immaginata oltre
ogni assegnabile grandezza. Tra la quantità e lo zero non vi è cotesta assurda
finzione. A meno che il dire “minor d’ogni data quantità” abbia quod datar, id
est determinatur, sine expositione vel numero assignatur ìaest per punctum. Ad
eius definitiouis explicationem meminisse oportet per punctum non intelligi id
quod quantitatcm nullam habet, sive quod nulla ratione potest dividi (niliil
enim est eiusmodi in rerum natura) sed id cuius quantità non consideratili-,
hoc est cuius neque quantitas neque pars ulta inter demonstrandum computatur.
Ita ut punctum non habeatur prò IN-DIVISIBILI. Sed prò IN-DIVISO. Sicut edam
instans sumendum est prò tempore IN-DIVISO non prò IN-DIVIS-IBILE. Similiter
Conatus ita mtelhgendus est, ut sit quidem motus sed ita ut neque tempori in
quo fìt neque lineai per quam fit quantitas, ullam comparationem habeat in
demonstratione cum quantitate temporis vel line cuius ipsa est pars. Quanquam
sicut punctum cura puncto, ita conatus cum Canata comparaci potest et unus
altero maior vel minor reperiri.Poisson ammette invece nel modo più esplicito
l’assurdo concetto dell infinitesimo di cui sopra è parola. Un infiniment petit est une
grandeur moindre que toute grandcur donnée de la meme nature. On est conduit
naturellement a ridde des infiniment petits, lorsqu’on considère les variations
successives d’une grandeur soumise à la loi de continuiti. Ainsi, le temps
croit par des degrés mo.ndres qu’ aucun intervalle qu’on puisse assigner,
quelque petit quii soit. Les espaces parcourus par le différents points d’un
corps croissent aussi par des infiniment petits, car chaque point ne peut fi er
d une posdion à une autre, sans traverser touts les positions intermédiaires,
et l’on ne saurait assigner aucune distance, aussi petite qu on voudrn, entre
deux positions successives. Les infiniment petits ont donc une existence
rielle, et ne sont pus seulement un mo.ven d’investigation imagini par les
giometres. Traile de mécanique, Bruxelles) l’er
questa ragione non pochi matematici, quali Bernouille “oto^amente Eulero,
pensarono l’infinitesimo come assolutamente nullo. Anche GALILEI, sebbene con
altro linguaggio, scompone il continuo esteso in infiniti punti inestesi o
nulli senza però trovar poi il modo di farlo generare da quelli. V. GALILEI
Opere. Sopra gli atomi non quanti di lui vedi Lasswitz, Galileis Thieorie der
Materie, 1 lerteljahrsschrift f wiss. Philosph., a riferirsi non a qualcosa di
effettivo o di dato, ma al nostro animo -- il nostro volere -- come ragione
della infinita divisibilità, potendo noi sempre supporre una quantità più
piccola di ogni qualunque piccola quantità data. Come nella serie dei numeri
noi possiamo (prova Peano) farci un concetto dell’infinito aggiungimento di
unità a unità, cosi possiamo farcene uno della possibile divisione dell'unità
all’infinito. Un tal concetto non rimane tuttavia che il campo d’una operazione
che non può per la sua natura venir mai compiuta. La infinita divisione come la
infinita addizione non possono mai senza contraddizione considerarsi come
eseguite. Non si può con un salto oltrepassare un’infinità di operazioni,
ponendo l’ultima come già compiuta, che invece non può mai essere. Ciò che
esiste o è dato numericamente quale totalità non può esser che in numero
determinato. Un numero infinito come qualcosa di dato o compiuto nel finito
medesimo è un CONCEPTO IMPOSSIBILE perchè vorrebbe porre ciò che insieme viene
a negare. Ammesso dunque che abbia a dirsi di una quantità che essa è minore
d’ogni possibile quantità data, ciò potrà solo razionalmente indicare che è pur
sempre possibile suppor quella come ancor più pioti) È questa la legge
formulata da Diihring sotto il nome di legge del numero determinato (Gesetz der
bestimmten Anzahl). Cfr. Kant: Kritikd. reinen Vcrn. edizione Kirchmann. Sohald
etwas als quantum discretum angenommen wird, so ist die Menge der Einheiten
darin bestimmt, daher auch jederzeit einer Zahl gleich. Diihring però, e qui
sta il grave errore della sua teoria dell’infinito, à tralasciato come iKant di
aggiungere che tale legge à valore appunto, come diciamo noi, solo in riguardo
a grandezze che si lasciano concepire come totalità, ossia in riguardo a
grandezze comprese tra limiti. cola di una qualunque data comunque già piccola
per sè. La illimitatezza riposa sul concetto della infinita possibilità della
ripetizione, non è dunque un concetto di effettività, ma di mera possibilità.
Il moto nevi realizza come si crederebbe l’assurdità di una infinita divisione
o di una infinità di parti nel finito. Moto non è che il concetto di ciò che la
stessa cosa si trova seguentemente prima in un luogo e poi in un altro. Nostro
APPARATO SENSORIALE non fa che abbracciare un dato numero di posizioni diverse,
e l’animo non trova altro che il fatto ossia la cangiata posizione. Noi non
possiamo formarci nè pretendere altro chiaro concetto che quello del passaggio
da un punto all’altro. Possiamo solo, ove ce ne sia l’animo, INTER-POLARE delle
posizioni intermedie a piacere senza limite alcuno. Ma effettivamente nè la
natura nè noi possiamo fis:arne altro che un numero determinato. È una
illusione il credere che un punto, ad esempio, nel muoversi in linea retta
vei’so un altro punto fisso, e trascorrendo secondo il concetto comune di un
movimento assolutamente continuo, per ogni posizione, trascorra con ciò effettivamente,
se posso dir cosi, per ogni grado di piccolezza. La posizione di infiniti punti
distinti in una determinata estensione è sempre e solo una possibilità ma non
mai un fatto compiuto. Di due punti immediatamente aderenti NOI ABBIAMO
ASSOLUTAMENTE CONCETTO ALCUNO. Punti inestesi o coincidono, o hanno una
posizione diversa, e allora anche una determinata distanza. 11 punte non può
che passare da uno ad un altro punto, comunque noi idealmente possiamo astrarre
da cotesti trapassi e considerare unicamente la infinita possibilità (li
posizioni diverse. La stessa illusione è nel dire che una quantità cresce per
gradi minori di ogni comunque piccola grandezza data. E vero che m matematica
le quantità continue crescono per gradi e che ogni nuovo incremento elementare
possiamo immarginarcelo già per sè stesso composto di ancor più piccoli
incrementi elementari all’infinito. Ma oltre che nella realtà bisogni. Che
esistano dei limiti a questa illimitatezza che è solo della facoltà del nostro
ANIMO, è anche vero che le quantità non constano di elementi per sè esistenti,
e che invece noi solo distinguiamo in esse delle divisioni e stabiliamo dei
limiti che per sè non sono dati. Il concetto di continuità ne involge uno
infinitesimale che però inchiude solo la possibilità di un infinito porre di
limiti, ma non una infinità di limiti posti. Esso è quindi come quello
dell’infiuitamente piccolo un concetto di pura posibilità. La illimitatezza
nella scomponibilità in parti che possono in ogni caso venir fatte ancora più
piccole che una qualunque piccola grandezza data, e dunque ciò che di razionale
s’ à a sostituire al concetto nebuloso dell’ infinitamente piccolo. Con ciò
viene evitata quella ipostasi o per cosi dire insostanziazione di un modo di
azione del nostro animo, o di una mera possibilità, la quale è inchiusa nel
falso concetto della grandezza minore di ogni altra assegnabile, come di
qualcosa realmente esistente quasi mèta irraggiungibile ma pur reale di una
infinità di operazioni. Non esiste un ultimo piccolo o infinitesimo, ma solo
una infinita possibilità di rimpicciolimento. 1 Si deve dunque pensare che il
differenziale è nel calcolo una grandezza finita relativamente piccola, la
quale nel complesso delle operazioni può e deve rappresentare ad arbitrio ogni
grado di piccolezza. Si tratta per eempio, dice Diihring, di una lunghezza. Può
questa, come infinitamente piccolo, essere secondo le circostanze un
milionesimo di millimetro ovvero una distanza solare. L’essenziale non istà in
queste eventuali determinazioni, ma nel pensiero che in luogo di quella
grandezza, scelta in relazione a un tutto come parte insignificante, possano
nelle operazioni sostituirsi altre ed altre senza limite alcuno sempre più
piccole verso lo zero. L’ infinito o la illimitatezza non è dunque ipostasiata
nel differenziale, si bene sta nel nostro animo che questa grandezza
rappresenta qualunque grado di piccolezza oltre il suo. Razionalizzato cosi il
concetto fondamentale del calcolo, non à più ragione quella ripugnanza che i
migliori matematici anno sempre sentito per quella oscura ipotesi o idea falsa,
come la chiama Lagrange, dell’infinitamente piccolo. L’analisi è dunque, dice
Diihring, un calcolo d’ approssimazione, ma si noti bene- non di semplice
approssimazione, bensì di approssimazione infinita. I sensi trascurano nel
piccolo le quantità insignificanti che loro NON SONO più PERCETTIBILI, e se
fatti più acuti procederebbero del pari in analoghe proporzioni; cosi fa il
calcolo nel trascurare quantità che nelle [l'reyeinet: Étude sur la métaphysique
du haul calcul. Cfr. Carnot : Reflexions sur la métaphysique du calcili
infinitesima!, Comte: Cours de philosophie positive] loro funzioni darebbero in
ultimo per risultato una grandezza che per la sua ultima piccolezza non à
importanza alcuna. Accanto a quantità finite si trascura nel risultato e con
ragione, un infinitamente piccolo, poiché è nella sna natura di poter venire
senza fine rimpicciolito verso lo zero. Idealmente c’ è dunque un abisso tra
l’infinitesimo e lo zero. Non quello ma questo è il limite dell’ infinito
rimpiccoliinento, e prima dello zero non vi sono che quantità in realtà sempre
finite, comunque possano secondo il bisogno venir supposte sempre più piccole
verso di esso. D’altra parte nella direzione opposta dell’ infiniitamente
grande si à analogamente a distinguere tra [Non altro significa il luminoso
concetto di Carnot delle equazioni imperfette. Tuttavia Carnot non arriva a dar
l’ultima chiarezza alla nozione dell’infinitesimo. Infatti non avrebbe
altrimenti creduto vi fosse bisogno (per dimostrare come i risultati del
calcolo in apparenza soltanto approssimativi, siano in realtà esatti) oltre che
della considerazione dell’arbitrarietà del differenziale, anche di una
dimostrazione della compensazione degli errori. Comte poi frantese affatto ciò
che di veramente importante e duraturo conteneva lo scritto di Carnot, e
ravvisa così il merito di lui appunto nella dimostrazione della compensazione
degli errori (Cours de philosophie positive), la teoria invece
dell’arbitrarietà del’infinitesimo la trova più sottile che solida. l concetto
della rigida uguaglianza degl’antichi venne definitivamente superato con
Leibnitz e Newton. Ciò che però non venne schiarito e rimase oggetto di tutte
le lunghe innumerevoli dispute a cui diede luogo il calcolo differenziale, e un
giusto concetto di ciò che avesse a indicare la trascuranza, nelle equazioni,
dell’infinitamente piccolo. Dopo Carnot la relatività del concetto del
differenziale s’è sempre più fatta strada nelle menti dei matematici. Ma non
basta questo a razionalizzare l’infinitesimo. Dove colla relatività di esso si
ammette però ancora (v. ad es. Montucla : Histoire des maih.) che questo possa
divenir minore d’ogni quantità assegnabile, s’è pur sempre lontani da una
esatta concezione. questo e 1’ infinito assoluto o transfinito. Qui cometa si à
una differenza qualitativa: nell’ un caso si à ancora a fare con delle
grandezze, nell’ altro il concetto proprio di grandezza è scomparso. Il non
aver distinto questi due concetti non à forse meno contribuito della
contraddizione di un infinito compiuto nel finito stesso, implicato nel falso
concetto del differenziale e del continuo, a rendere cosi pieno di supposte
insolubili difficoltà il problema di cui ci occupiamo. All’infinitamente
piccolo risponde perfettamente l’infinitamente grande. Abbiamo qui un
accrescimento senza fine come là un illimitato rimpicciolimento. In entrambi i
casi ci è data la norma di un’operazione che non deve poter mai venir
considerata come compiuta, poiché essa deve rispondere alla illimitata
possibilità di ripetizione- del nostro animo, con la quale dunque non c’è
grandezza per quanto piccola o grande di cui non si possa sempre raggiungere
un’altra ancora più piccola o grande. Attribuito ad una data grandezza il concetto
di infinitamente grande non indica quindi altro che essa, comunque già grande,
può senza fine venir considerata ancor sempre più grande secondo il bisogno. In
ogni aso non sarà però ella mai altro che finite. Come la nostra sintesi benché
non abbia limite, pure in fatti non può -- Chiamo infinito assoluto o
trans-finito – tras-finito, a distinzione dell't/t/unVo relativo (infinitamente
piccolo o grande), ciò che Diihring dice illimitato (Unbegrcnzt)
[LIMITATO/NON-LIMITATO] e Cantor, e dietro lui Wundt e Lasswitz chiamano
appunto transfinito o tras-finito (<o ). Del resto una volta riconosciute
queste differenze essenziali, nulla impedisce di adoperare anche solo e
indifferentemente l’espressione “infinito”, lasciando al contesto
conversazionale l’ulteriore specificazione. mai esercitarsi che nel finito.
Anche l’infinitamente grande è un concetto di mera possibilità e non mai di
effettività. Non è quindi propriamente applicabile ad alcuna grandezza
determinata. La serie progressiva dei numeri nella sua illimitata addibilità è
il più chiaro esempio dell’infinitamente grande. Noi non possiamo mai arrivare
ad un ultimo membro delle serie, perchè la possibilità di aggiungerne altri
riman sempre la medesima. E nella natura dell’infinitamente grande di non poter
venir mai compiuto. La illimitatezza non è neppur qui data oggettivamente, ma
sta invece in questo che la grandezza infinitamente grande può rappresentare ad
arbitrio una grandezza sempre maggiore oltre la sua. Inteso cosi è senz’altro
chiaro che rinfinitamente grande non è un infinito in atto e non può senza
contraddizione venir scambiato con questo. L’aver confuse l’infinito assoluto o
transfinito o trasfinito o illimitato coll’infinitamente grande è appunto la
cagione che condusse chi mirava a un esatto [Locke, On bum. Underst, Our idea of infinity
being, as I think, an endless growing idea, biit the idea of any quantity our
soul kas being at that tirae terminated in tbat idea (l'or be it as great as it
will, it can be no greater than it is), to join infinity to it, is to adjust a
standing measure to a growing bulk. We can bave no more the positive idea of a
body infinitely little than we have thè idea of a body infinitelv great. Our
conception of infinity being, as I may so say, a growing and “fugitive” concept,
stili in a boundless progression that can stop nowhere. Our conception of the
infinity [...] return at least to that of number always to be added. But
thereby never amounts to any distinct idea of actual infinite parts. We bave,
it is true, a clear idea of division, as often as we will think of it. But
thereby we have no more a clear idea of infinite parts in matter than we have a
clear idea of an infinite number, by being able still to add numbers to any
assigned nember we have. E
chiaro concetto di quest’ultimo a rifiutare risolutamente il primo, dopo averlo
trovato incompatibile colla nozione di quello. Mentre l’infinitamente grande
esprime una illimitata possibilità, il transfinito o trasfinito esprime invece
una effettività compiuta cui l’infinitamente grande non arriva mai. Nel
transfinito o trasfinito ogni grado di ingrandimento è già anticipatamente
dato. Esso è realmente maggiore di ogni assegnabile grandezza, e dal finito non
c’è modo di farlo originare, sebbene ogni finito sia in esso. La facile
obbiezione che nessuna grandezza è la più grande perchè le possono sempre venir
aggiunte altre unità, non tocca. L’infinito assoluto, ma solo una NOZIONE
IRRAZIONALE dell’infinitamente grande, partendo ella da un falso concetto del
transfinito o tras-finito, secondo il quale si avrebbe questo a lasciar pensare
come un tutto, ossia, contrariamente all’assunto, come finito. Il concetto di
totalità applicato al transfinito o tras-finito è trascendente, benché tale non
sia il transfinito o tras-finito per sé. Se l’infinito assoluto non può venir
esaurito dalla sintesi empirica di nostro animo, non è questa una ragione per
rifiutarne il concetto : la sua natura consiste infatti appunto in ciò di NON
POTER VENIR RAPPRESENTATO come una totalità ossia esaurito per mezzo di una
sintesi empirica di nostro animo -- successiva delle sue parti. – Cf. Speranza,
‘mise-en-abime’ – come violazione del prinzipio conversazionale – be brief.
Rifiutarlo perchè non si lascia trascorrere da un capo all altro, è rifiutare
il transfinito perchè appunto tale, ossia perchè non è finito, o perchè non si
trovano endless divisibility giving us no more a clear and distinct idea of
actuallv infinite parts than endless addibility, if I may so speak, gives us a
clear and distinct idea of an actually infinite number, both being only in a
power stili of increasing thè nuinber, be it already as great as it will” ia
esso le proprietà che dal suo concetto sono precisanente escluse. Mentre
nell’infinitamente grande la sintesi empirica di nostro animo è quella che
aggiunge membro a membro. Nell’infinito assoluto troviamo noi sempre ogni
ulteriore membro come già innanzi esistente prima che la nostra sintesi lo
abbia raggiunto, indipendentemente da essa. È dato quindi così il numero
infinito, se “numero” può questo ancora chiamarsi – “As far as I know there are
infinitely many stars” --, che è in realtà la negazione di esso e con ciò di
ogni determinazione nel grande. Il “numero” infinito non è più nè ‘pari’ nè
‘dispari’, e neppur quindi aumentabile più, nè diminuibile. Esso è dunque
qualcosa di affatto compiuto, al contrario dell’infinitamente grande che è in
un continuo'flusso; e sta a questo come all’infinitamente piccolo sta lo zero.
Come nello zero non c’è più possibilità di rimpicciolimento, cosi non ce n’è
più di ingrandimento nel transfinito o tras-finito. Questo è la negazione della
grandezza misurata nel grande, e lo zero la negazione della grandezza in
generale e con ciò della grandezza nella direzione deH’infinitamente piccolo.
Lo zero come l’infinito assoluto sono non tanto quantitativamente quanto per
qualità diversi da ogni altra grandezza. L’infinitamente piccolo e grande sono
in un continuo flusso, lo zero e il transfinito sono invece forme fisse ; il
principio generativo dei primi non è applicabile ai secondi. Dall’infìnitamente
piccolo allo zero e dall’infinitamente grande all’infinito assoluto c’è, a dir
proprio, un salto. Duhring: Neue Grundmlttel, ecc. Lo zero e l’infinito
assoluto o trasfinito si fanno dunque riscontro. Ed erra «quindi Lasswitz che
nega esserci qualcosa di corrispondente a que- [Nel primo caso il passaggio sta
non nel rimpiccilire all’infinito per successive divisioni la quantità piccola
in modo che avanzi pur sempre un resto, ma nell’ultimo atto risolutivo col quale
si sottrae interamente il resto stesso. Nell’un caso si riman sempre nel campo
dell’infinitamente piccolo, nell’altro si salta propriamente dalla quantità al
nulla di essa. Una quantità non viene mai esaurita col sottrarre ripetutamente
anche all’infinito una nuova parte del sempre nuovo resto. Bsogna togliere in
ima volta l’intero resto altrimenti si avrà una convergenza continua verso
l’irraggiungibile zero, ma non mai propriamente lo zero. E solo in quest’ultimo
caso sarebbe veramente esaurita la grandezza. Non bisogna prender per
esaustione reale una infinita approssimazione. Ciò che e l’ESAUSTIONE è solo
tale fino ad un infinitamente piccolo. Ma questo vien da essa lasciato
inesaurito. L’saustione non à luogo che con un salto alla Peano, ossia con un vero
passaggio. La inter-polabilità infinita di posizioni tra punto e punto non
toglie che da posizione a posizione il passaggio debba rimanere E come v’è un
salto da un punto a un altro in una linea, cosi v’è da un punto al punto ultimo
col quale la grandezza finisce. Solo col st’ultimo. (Lasswitz: Zum Problem der
Continuitdt, Philosoph. Monats - hcfte); come pure e più erra Wundt che crede
cadere nel differenziale ogni differenza essenziale tra l’infinito e il
transfinito o trasfinito. Wundt: Kants Kosmologische Antinomien u. das Problem
der Unendlichke.it Philos. Studien: (che) das Intinitesimalsy.nhol ebenso gut
in Siane einer unendlich zudenkenden Abnahme einer gegebener Grosse, wie im
Sinne des bereits vollzogenen Processes- dieser Abnahme gedacht werden kann.
Hier fàllt niimlich ein wesen- tlichcr Unterscbied des Infiniten und
Transfiniten vollig hinweg. -- passaggio allo zero si à però un risultato
differente non tanto per quantità quanto per qualità dagli altri. D’altra parte
lo stesso risultato qualitativamente differente si à nel secondo caso del
passaggio dall’infinitamente grande al transfinito o tras-finito. Praticamente
si può concliiudere è vero dal caso dell’incoutro di due rette a distanza
infinitamente grande al caso delle parallele, in quanto si astrae dallo sbaglio
infinitamente piccolo, e si pone come identico il risultato solo infinitamente
approssimativo. In realtà però mentre il punto d'incontro si allontana
infinitamente all’vvicinarsi delle due rette al parallelismo senza raggiungerlo,
raggiunto che questo sia, esso è scomparso, essendo per sè la infinita
estensione della linea LA NEGAZIONE DELLA POSSIBILITa d'uu punto d’incontro,
poiché questo le farebbe finite. Ed à luogo allora quella illimitatezza od
infinità assoluta della retta, la quale è la negazione della grandezza misurata
nel grande, come lo zero è la negazione della grandezza in generale. Un
indubitabile significato si lascia dare al transfinito o trasfinito, come
vedremo in séguito soltanto nella serie infinita dei processi del tempo
passato. Il nostro regresso che assume qui la forma dell’infinitamente grande,
procede in base al transfinito o trasfinito della realtà, poiché esso trova e
suppone necessariamente come dati sempre piu membri della serie di quelli che
esso raggiunge. Se si fosse costretti a pensare l’universo infinito in
estensione si avrebbe una seconda applicazione reale del nostro conti)
Diihring, luogo citato. «etto ; ma rimanendo insolubile la questione se la
natura o L’UNIVERSO o il numero dei stelle sia o no infinita, non si à che
l’applicazione di esso allo spazio puro. Ed ecco la dimostrazione che dà di
questa Dtihring, colla quale egli stabilisce appunto la distinzione
dell’infinito relativo dall’infinito assoluto. La tangente di un angolo che
differisce da 90° di una infinitamente piccola differenza, è come la rispettiva
secante infinitamente grande. Ad ogni grado di riin-piccioliinento della
differenza risponde un grado di ingrandimento della tangente e della secante
dell’angolo. Cosi il punto in cui le linee si tagliano si fa sempre più
lontano. Rimane però sempre dato un incontro reale delle linee fin che sia data
una per quanto piccola divergenza da 90°. Se si à invece una differenza uguale
a zero ossia se non se ne à alcuna, non si à nemmanco più propriamente una
SECANTE nè una propria TANGENTE. Entrambe le linee loro corrispondenti non si
tagliano più. Nel caso dello zero o, ciò che sarebbe lo stesso, per la
CO-SECANTE e la CO-TANGENTE di 0 non esiste più alcuna grandezza, allo stesso
modo che nello zero medesimo. Intatti la illimitatezza di una linea non è già
una quantità della stessa j ella è invece l’assenza d’ogni determinazione
quantitativa. In tal modo allo zero dall’una parte corrisponde dall'altra
l’illimitato non quanto (das grossenlose Unbegrenzte). Il caso
dell’infinitamente grande si distingue da quello dell’infinito assoluto per
questo, che la possibilità (della illimitata estensibilità) non figura come per
sè data, ma vien 'riferita alla nostra attività.Di pio quest’ultima possibilità
vien sempre rappresentata coinè dipendente di un’altra, in modo che
dall’infinito rimpicciolimento e dal grado di questo dipende l’infinito
ingrandimento e rispettivo grado costantemente corrispondente Una distinzione
simile a quella di Diihring à fatto in riguardo all’infinito Cantor, seguito in
ciò da Wundt e seguito pure, sebbene con qualche riserva, da Lasswitz. Ad essa
fa però assolutamente difetto quella spiccata razionalità che è la
caratteristica della filosofia di Diihring. Crede Cantor che la serie dei
numeri si lasci pensare non solo come compiutamente- infinita, ma come compiuta
totalità. Cantor stima che si lasci pensar radunato in un tutto ogni numero
intero positivo. L’aver sconosciuto l’inapplicabilità del concetto di totalità
al transfinito o tras-finito è la cagione dell’assurda nozione che s’è fatto
Cantor di questo. Infatti perciò à e Cantor potuto credere che il transfinito o
trasfinito pnssa trovarsi nel finito stesso quasi come suo sostrato, e servire
cosi alla spiegazione del continuo e del NUMERO IRRAZIONALE. Ma qui non si
ferma Cantor : chè anzi la vera originalità della sua dottrina vede egli nelle
differenze essenziali da lui trovate nel campo stesso dell’infinito assoluto.
Si tratta infatti per lui sopratutto dell’ampliazione o proseguimento della
reale serie dei numeri intieri Duhrinq. Logik. Cantor: Grundlagen einer
Mannichfaltigkeitslehre; Zur Lehre vom Transfinite.] oltre l’infinito medesimo.
Egli non ottiene solo un unico numero intiero infinito, si bene una infinita
serie di tali numeri come benissimo tra loro distinti. Vi sarebbero cosi
infinite classi di numeri ; la l a classe sarebbe la serie dei numeri finiti 1.
2. 3... v..., ad essa terrebbe dietro la 2 a classe composta di successivi
numeri intieri infiniti in ordine determinato. Dopo la 2 a si verrebbe alla 3 a
e alla 4 a classe e cosi all’infinito. In tal modo naturalmente l'infinito
propriamente detto (“das eigentlicbe Unendliche”) non sarebbe ancora il vero
infinito (“das walire Unendliche”) o l’assoluto. Chè anzi Cantor espressamente
fa notare che in tal guisa non si arriverà mai a un limite ultimo, e neppure a
una sia pur soltanto approssimativa comprensione dell’assoluto, il quale solo è
un infinito non più oltre aumentabile. Con ciò il transfinito o trasfinito,
quantunque determinato e maggiore d'ogni finito, avrebbe assurdamente comune
col finito il carattere della illimitata aumentabilità. Cantor dà per esempio
del transfinito o trasfinito la totalità dei numeri finiti, confessa però non
darsi, o almeno pel nostro animo, una totalità dei numeri transfiniti, ossia
l’assoluto o il vero infinito non poter venir concepito, quantunque
necessariamente postulato. Qui dunque ritorna la difficoltà del problema, e
questa volta Cantor confessa di non saperla sciogliere. Con ciò dà Cantor
stesso involontariamente la miglior critica della sua teoria dell'infinito. Il
suo transfinito o trasfinito del resto non è in fondo altro che l’infinito
dell’animo di Spinoza e BRUNO [ Grundlagen. Zur Lehre. Illusorie come la
infinita totalità sono le altre proprietà clie Cantor crede dover attribuire ai
suoi immaginari numeri della nuova serie al DI là DELL INFINITO. Cosi il non
esser questi più soggetti alla LEGGE DI COMMUTAZIONE (p e q = q e p) è una
evidente ASSURDITà che rivela una inesatta concezione dell'infinito assoluto.
Questo infatti è indifferente in riguardo al più e al meno. Ad esso non si può
nè aggiungere nè togliere, come quello che non si lascia originare per via di
operazioni. Per poter ad esso aggiungere qualche cosa converrebbe pensarlo dato
quale compiuta totalità. Dia è falso che l'infinito si lasci concepire in tal
guise. Cosicché invece di operare con esso si opera inavvedutamente con una
quantità pur essa finita. Il concetto formulato da Diihriug dell’infinito
assoluto non è nella storia dell’ONTOLOGIA del tutto senza precedenti, per
quanto la critica da lui fatta dell’infinitesimo possa assai più facilmente
rannodarsi a quella del Locke e di Ivant da una parte, e dall’altra a quella di
Carnot, che non si lasci questa sua nuova distinzione rannodare a’ suoi
precedenti storici (3). Veraci) Cantor: Grundlagen. Bradwardinus distingue nel
suo trattato “De Continuo”, come espone Cantor (Geschichte d. Mathematik), “
zwei Unendlichkeiten, die “kathetische” und die “synkathetische”. “Katlietisch” oder einfach
unendlich ist eine Grosse die kein Ende hat.” Syn-kathetisch” unendlich ist
eine Griisse der gegenùber es eine endliche Gròsse giebt und ein andsres
gròsseres Endliche, und wieder Eines gròsser als jenes Gròssere, und so oline dass
ein Letzes sicb fiinde, welckes den Abschluss bildete; aucli dieses ist immer
eine Gròsse, aber nickt wenn es mit Gròsserem verglicken wird. Man erkennt leicht dass das kathe- tisck Unendliclie
Bradwardinus das Ueberendliche oder Transfinite ‘mente l’INFINITO POSITIVO di
Descartes, di GIORDANO BRUNO e di Spinoza è un concetto che tradisce un’origine
quasi del tutto- ancora scolastica. L’infinito inteso coinè attributi
necessario dell’essere è una concezione comune a BRUNO, e mostra chiara la sua
derivazione da un altro concetto. Quantunque esso non ha in BRUNO questa sola
origine ‘divino’. unserer neuerer Philosophen ist, dem von Anfang an das
Merkmal der Begrenztheit, welches deu endlichen Gròssen zukommt fehlt, wàhrcnd
das “synkathetisch” Unendliche mit den Endlosen oder Infinitcn ùbercin stimmt,
welches aus der endlichen Grosse durcli unbegrenztes Wa- chsen hervorgelit.
BRUNO capovolge la dottrina di Aristotele. Risolve arditamente e con grande
acume il continuo ne’ minimi onde liberarsi dalle contraddizioni svelate da
SENONE DI VELIA, come farà poi anche ma meno felicemente Hume, e accetta
l’infinito nel grande: gli atomi e la infinità del mondo. (V. Acrotismus,
citato dal TOCCO, Le opere di BRUNO, p. liti: De Minimo). Devcsi però avvertire
che il minimo è per BRUNO ancora una grandezza che ei pensa giustamente, come
fa anche Hobbes, relativamente trascurabile nel calcolo. Il progresso infinito
nelle divisioni è solo una continua possibilità dell’animo, mai un’effettività.
BRUNO non nega all’animo, all’immaginazione o alla ratio, a distinzione della
mensì di poter ulteriormente suddividere il minimo all’infìnito, -- dum non
promere subiectae credat con- formia rei. — Intìnitae progressioni
IMAGINATIONIS seu mathesis NATURA non respondet neque ullus usus ARTI-FICIALIS
obsecundat. De Min. Tuttavia anche alla matematica vorrebbe BRUNO dare una base
atomistica, facendo valere pel concetto del corpo matematico ciò che vale per
quello del corpo fisico. In questo anzi non sa BRUNO liberarsi dalla influenza
dell’aristotelismo, pel quale ciò che vale della materia doveva naturalmente
valere dello spazio. Il suo strano tentativo ricorda l’antica dottrina delle
linee indivisibili o atomiche di Senocrate, anch’essa stabilita per evitare le
stesse contraddizioni del continuo messe in chiaro dalla critica dei veliani
(V. nello scritto -epì à-riuiov ypaujLùv Apelt, Beitrcige z. Geschichte d.
Griech. Philosoph. dove ne è anche data la traduzione) Della dottrina
atomistica di BRUNO riconosce giustamente il merito Lasswitz (“ Bruno und die
Atomistik”, Viertelsjahrsschift f. icissensch. Tuttavia alcune importanti
considerazioni sono comuni al Cusano e a quest’ultimo sulla natura
dell’infinito ossia sull’esistenza di un unico infinito in riguardo al quale
non possa esservi divisione possibile uè disuguaglianza se misurato
immaginariamente da misure differenti. L’infinito assoluto considera poi
Spinoza come dato nei noti due cerchi l’uno dei quali è dentro all’altro e che
non si toccano nè sono concentrici, esempio ricavato da Cartesio (Principii) e
da Spinoza medesimo già illustrato nella esposizione dei principii cartesiani
della filosofia. Ma come è impossibile che la materia mossa tra due cerchi
possa realmente dividersi all’infinito, cosi è impossibile farsi un concetto di
una infinità assoluta di disuguaglianze come effettuata dalla relazione di
quelli. Poiché data questa infinità non è nè può essere. Altrimenti la potremmo
anche pensare effettuata in un qualunque segmento di linea da’suoi punti
infiniti. Una tale infinità non può cosi che venir riferita alla facoltà della
nostra mente quale suo fondamento ; non può esser che un caso di infinita
possibilità come lo è quello dell'infinitamente grande. Philos.): “BRUNO hat
darci» (lcn erkenntnisstheoretiscben Ausgangspunkt seiner Monadologie sicli das
bleibendc Verdienst erworben, den Atombegriff klar und wiederpruchslos
dargestellt zu haben. So lange das Atom
nur als Letzes der Theilung gilt, blcibt es immer fraglich, ob man auf ein
solches Kommen masse. Erst die Einsicht, dass es ein Krfordcrniss dcs Erkennens
istein Erstes der Znsammcnsetzung zn liaben, macht den Atombegriff za einem
nothwendigen. Cusano, Dada ignoranza. Già Aristotele
tiene per inapplicabile ad ogni grandezza l’intìnito attuale, ma perciò appunto
ne aveva rifiutato il concetto. Il caso (lei due cerchi si lascia ricondurre a
quello d’ogni grandezza continua. Ora l’esame del continuo non può per sè mai
darci l’infinito assoluto ; il continuo riceve i termini che noi segniamo in
esso senza lasciarsi però mai esaurire da successive suddivisioni. Con ciò esso
non ci dà che il campo di una regola d’operazioni infinite, rimanendo pur
sempre finiti i risultati di queste. Che le parti del continuo non si lascino
esprimere con alcun numero (nullo numero explicari possunt) indica solo che
sarebbe, contradittorio pensare come raggiunto il risultato d’una operazione
infinita ossia da ripetersi senza fine. Il continuo non ci dà insomma che
l’infinito relativo. E così ciò che Spinoza distingue dall’infinitamente grande
non è in realtà l’infinito assoluto. Esso è soltanto lo stesso infinito
relativo nella direzione opposta del primo, ossia nella direzione del piccolo.
Ammette inoltre Spinoza che l’infinito propriamente detto può esser
suscettibile di più e di meno. Ma non è esso allora cangiato nel finito? (2) e
non dice egli altrove che SPAVENTA, Saggi critici, seguendo Hegel trova la
distinzione dello Spinoza dell'infinito della immaginazione da quello
dell’ANIMO veramente profonda, e ravvisava in questo ultimo fissato il concetto
dell’infinito assoluto che trascende ogni determinazione. Infatti però esso non
può rappresentare che lo stesso infinito della immaginazione. Vedi lettera
XXIX. In complesso questa importante lettera parmi mostrare molta incertezza
malgrado il tono suo dommatico e tanto sicuro. I due unici esempi che Spinoza
porta dei molti che ei dice avrebbe potuto addurre dell’infinito dell’ANIMO,
non sono omo-genei. La infinità dei moti che furono, e la infinità delle
disuguaglianze dei due cerchi non cadono sotto uno stesso concetto. Lo stesso
abbiamo notato del transfinito o trasfinito di Cantor, il quale dovrebbe del
pari esprimere appunto e l’intervallo ( 0.1) come totalità infinita, e il
complesso della serie dei numeri intieri positivi. Etica, I, prop. XV. è un
assurdo che un infinito possa essere il doppio di un altro? A questo assurdo
risultato arrivano tutti quelli che pensano potersi DARE L’INFINITO NEL FINITO
medesimo. Di Locke s’è visto qual razionale concetto egli ha dell’infinitamente
piccolo e grande. Locke non sa tuttavia considerare l’infinito altro che nella
illimitata addibilità e divisibilità, per cui non intese l’infinito assoluto.
Locke analizza con una grande acutezza soltanto le funzioni dell’ANIMO in
riguardo all’infinito, non però il riscontro loro oggettivo. Infatti e questo
per Locke ancora Dio, il quale oltre i confini raggiungibili dal nostro ANIMO
coll’illimitato progresso, riempiva tanto l’infinito del tempo che quello dello
spazio. Ed è cosi che Locke puo pensare esser l’idea positiva di infinito
troppo ampia per una capacità finita e angusta come la nostra (2). Kant
scioglie trionfalmente tutte le difficoltà che incontra Locke nell’esame dello
spazio, e fissa l’idealità di questo. Una idealità che se è conseguenza delle
stesse ragioni che l’avevano fatta necessaria ai veliani, à però, un
significato e una giustificazione scientifica di gran lunga superiore. Ma
quanto al concetto proprio di infinito Kant non fa un passo oltre Locke. E
neppure Hume e andato più oltre sulle tracce di quest’ultimo. E’ non sa anzi
per il metodo suo empirico apprezzare la bella trattazione lockiana
dell’infinito, in cui la funzione SINTETICA dell’animo trovava una cosi Locke:
Essay on Human Under ai. giusta e importante bencliè non del tutto consapevole
applicazione. Hume, senza esaminare particolarmente l’infinitamente grande, si
volge in special modo a considerare l’infinito nel piccolo. Ciò che più, come
già BRUNO, imbarazza il grande scozzese è la considerazione della infinità nel
continuo, ossia della infinita divisibilità, la quale egli non distingue
dall’infinito esser diviso, ossia dalla infinita divisione effettuata. Il suo
empirismo, confondendo il reale colla forma, lo porta a stabilire lo spazio
come composto di punti visibili e sensibili (meno risolutamente però nella
“Inquiry”) ; e il tempo della somma dei minimi delle sensazioni. Come può, si
domanda egli, un infinito numero di infinitamente piccoli non dare una
grandezza infinitamente grande? o, come può un tal numero esser compreso allo
stesso modo in una data grandezza che in una doppia di quella? Come può passare
il tempo da un punto all’altro per un numero infinito di parti reali
successivamente esaurientisi ? Sono in conclusione le stesse contraddizioni
svelate dapprima da Senone di Velia, l’amato di Parmende. Senone conclude col
negare lo spazio e il moto. Hume invece accusa L’ANIMO STESSO senza dare
soluzione alcuna definitiva. L’aver confuso la forma col reale, e il non aver
più acutamente esaminate le funzioni sintetiche dell’ANIMO sono la ragione
della infruttuosità delle sue ricerche sull’infinito. Locke è insomma l’unico
tra’ filosofi moderni, o alti) Treaiise; Essays, edizione World Library.
Exsai/s (4; Hume: Essai/s. meno sino a Diiliring, che segna un notevolissimo
progresso nella razionalizzazione del concetto di infinito. D’altra parte tra’
matematici, dopo le lunghe discussioni sulla natura dell’infinitesimo, si fa
strada, è vero, con Carnot, e con Cauchy, in séguito, l’opinione della
arbitrarietà del differenziale, ma riman pur sempre come sfondo oscuro
l’infinito esatto, una sfinge che i matematici dichiarano spettare AL ONTOLOGO
di interrogare. E con ciò la mente è ben lontana ancora dal trovarsi appagata.
Con Gauss poi, e dietro a lui con Riemann e con Steiner e con tutti i geometri
anti-euclidèi, la nebbia che avvolgeva l’infinito s’è fatta ancora più fitta, e
rimarrà cosi quale indizio dello spirito mistico dell'epoca nostra, la quale
non sente quel bisogno vivo e quell’amore della chiarezza che cosi grande aveva
il secolo decimottavo Nfe i filosofi del nostro secolo sono certo fatti per
confortarci della mistica incertezza dei matematici e sbugiardare così il
notato carattere generale dello spirito del decimonono dicontro al secolo
precedente. (V. più sotto di Hamilton e Spencer n. 8). Dove l’universo, come
presso Democrito e gl’epicurei, o presso BRUNO e Spinoza si stabilisce
dommaticamente infinito, l’ONTOLOGIA non s’è ancor spogliata di tutti gli
elementi puramente poetici. Col criticismo moderno la questione della reale
estensione dell’universo si è fatta essenzialmente empirica. La illimitatezza
della nostra concezione dello spazio non ci garantisce una infinità oggettiva
materiale. Empiricamente non si lascia dimostrare nè la finitezza nè la
infinità dell'universo; È chiaro che chi volesse supporre un riscontro
materiale assolutamente completo della nostra concezione infinita dello spazio
correrebbe dietro una chimera. La nostra rappresentazione dello spazio il la
sua spiegazione nella costante unità della coscienza e nella sua libertà del
porre e dell’oltrepassare continuamente il posto. Ora a questa funzione de
nostro ANIMO non si deve attribuire senz’altro un carattere oggettivo. Al
contrario fa il Urtino infinito il mondo appunto perchè è infinito lo spazio,
ritenendo che la materia stia allo spazio come questo a quella: “ e se non v’ha
differenza tra spazio e spazio, non c’è nessuna ragione che solo quel breve
tratto occupato dal nostro sistema planetario sia pieno e tutto il resto
dell’immenso spazio vuoto. „ Cfr. Schopenhauer (Die Welt als Wille ecc.). il
quale commenta gli argomenti affatto ineritici di BRUNO e vorrebbe farli
servire a dimostrare anche la infinità del tempo. altro che il finito noi non
possiamo raggiungere e non possiamo mai giudicare se altro non vi sia più oltre
da raggiungere nella realtà. Se essa stessa abbia o no dei limiti come gli à
costantemente la nostra RAPPRESENTAZIONE. L’infinito COME TALE non può diventar
oggetto DELLA NOSTRA ESPERIENZA. Ma se questa è per la sua natura limitata, non
perciò dobbiamo pensar limitata la realta inconscia. Il concetto nostro
dell’universo sarebbe dunque sempre solo comparativo. Certo è però che
praticamente l'universo sarà per noi costantemente finito, poiché altro che in
limiti finiti non può venir da noi conosciuto. Il principio della costanza
della materia e della forza non basta, come crede Rielil, a dimostrare la
finitezza della massa dell'universo. Seia massa si fa infinita, dice Riehl,
verrebbe a mancarle con ciò ogni determinazione quantitativa, il che è incompatibile
col concetto stesso di massa. Ogni determinazione le mancherebbe però
naturalmente se considerata solo nella sua trascendente totalità, non mai
invece nel finite. Nè d’altro che di masse finite può aver ad occuparsi l’uomo.
Il grande principio della costanza della materia e della forza, nota ancora
Riehl, diventerebbe una mera e inutile TAUTOLOGIA, data la infinità loro. Non
potendo evidentemente l’infinito venir nè aumentato nè sminuito. Neppur questo
è giusto. Il principio in discorso sarebbe tautologico se stabilisse appunto la
costanza della materia infinita come tale. Non se, come esso fa, stabilisce
quella del finito in essa datoci. Infatti la conservazione costante del finito
[Riehl, Ber pMosoph. Kriticismus. non è (lata analiticamente colla
inalterabilità quantitativa dell’infinito, poiché come l’infinito non è toccato
da addizione o sottrazione, cosi potrebbe, posta infinita la materia, il finito
in essa assolutamente crearsi o annichilarsi senza contraddizione alcuna. G.
Mentre la estensione e la massa dell’universo sono presumibilmente finite, ma
nessuna necessità apriorica od empirica ci sforza a pensarle piuttosto finite
che infinite. In riguardo al tempo concorrono invece necessità dell’esperienza
e dell’ANIMO a farlo nel REGRESSO assolutamente infinito. Il problema
cosmologico del tempo non à tuttavia avuto sinora una soluzione definitiva. A
il tempo reale mai avuto principio? Vi fu nell'universo o nell’essere un primo
cangiamento? E se il tempo non à avuto principio, ed è nel passato infinito,
come può senza contraddizione venir pensata cotesta sua infinità? Che il
cangiamento abbia una volta cominciato è, per il principio di causalità,
impossibile ammettere. La ausa di un cangiamento deve cercarsi a priori in un
cangiamento anteriore e cosi via all’infinito. Un cangiamento assoluto è
empiricamente impossibile e a priori inconcepibile. Vi sono nell’essere ultime
ragioni dei processi, ma non ultime cause. In ogni punto del tempo è esistita
la serie delle variazioni. Non che nel concetto di sostanza si trovi unita
necessariamente coll’esistenza l’azione, come crede il Rielil, e che non
lasciandosi quindi disgiungere il fare dell’essere dalla sua esistenza, venga
ad esser perciò inconcepibile la sostanza scompagnata dal cangiaménto. Inconcepibile
sarebbe solo una esistenza vuota, ossia scompagnata dalla essenza. La forza
potrebbe però concepirsi ovunque come in equilibrio stabile, e con ciò
l’universo come privo di ogni mutamento. Vi è una condizione del divenire cbe
non entra mai come membro nella serie causale -- è questa il fondamento ultimo
d’ogni fenomeno, la ragione della loro possibilità. Un tal fondamento riman
quindi come fuori del tempo ossia veramente ETERNO, senza origine nè fine. Non
è cosi dei cangiamenti o degli stati momentanei dell’essere. Lo stato
precedente a un DATO momento nella serie molteplice dei cangiamenti, se fosse
sempre esistito, non avrebbe mai prodotto un effetto cbe si origina solo nel
tempo; auche quello deve dunque aver avuto una causa, e cosi all’infinito. Delle
cause non ve ne può essere una cbe da sè inizi assolutamente una serie; ogni
causa di cangiamento è essa stessa un cangiamento, e suppone con ciò un’altra
causa, un altro stato cbe la spieghi. Tutto è seguenza nella serie, e un
principio assoluto è un assurdo. Una prima causa del cangiamento per cui
avvenga qualcosa cbe anteriormente non era, non è in alcun modo a connettersi
coll’esperienza. La fine della primitiva quiete nell’ essere senza una causa
che la faccia cessare è un pensiero irrealizzabile. Esprimerebbe una
spontaneità incomprensibile, anche formalmente, cbe noi non possiamo accettare
sensa derogare alle leggi della conoscenza e della natura. Come la legge della
causalità non conduce fuori della causalità empirica (all’Assoluto), cosi non
conduce fuori del cangiamento. Esenti da mutazione rimangono soltanto la
sostanza e le sue qualità originarie, ossia in generale gli elementi, per cui
solo sou possibili le variazioni. La causalità è applicabile unicamente ai
cangiamenti, di modo che causa di un cangiamento non può mai esser che un altro
cangiamento, non una cosa come tale. E quindi unicamente l’ideniico che sta a
base del vario FENOMENICO che non à nè causa nè ragione, se non quella almeno
che con Schopenhauer potremmo chiamare la ragione dell’essere, o di identita.
La medesimezza con sè stesso è infatti la ragione della sua eterna esistenza.
Dove non c’è variazione non c’è causa da ricercare. Poiché causa non è che la
ragion reale del cangiamento. Una variazione che non procedesse in base a qualcosa
di stabile è un assurdo. Degli elementi non si dà quindi nè generazione nè
corruzione alcuna. L’essere non è mai causa; le cause che la scienza rintraccia
sono cangiamenti, e le leggi sono la uniformità e costanza del loro succedersi.
Tanto l’essere universale quanto la materia e la forza sono fuori della catena
causale. Nn sono per sè causa, si bene la ragione della connessione stessa
causale. E cosi l’essere non si può porre quale ultimo anello della causalità.
Tanto il più remoto fenomeno immaginabile quanto il presente presupponendo
l’essere, il fare dell’essere. Un sistema dinamico non può mai per sè stesso
originarsi da un sistema STATICO, come neminanco può a questo passare. Sempre
le forze si son misurate a vicenda, ed elementi di esse si son fatti equilibrio
ed altri ànno prodotto dei cangiamenti col lavoro meccanico; ed equilibrio e
lavoro sono sempre stati necessari da una parte per conservare i cangiamenti
lenti concretatisi, ossia in generale le forme durevoli, e d’altra parte per
alimentare la vicissitudine o la vita nell’essere. Il voler dunque trovare un
principio della mutazione sarebbe lo stesso che credere che la materia una
volta non sia esistita. Il sorgere della coscienza a un dato momento
nell'universo, che il momento innanzi noi possiamo immaginare come affatto
privo di vita conscia, non è uua creazione assoluta, nè rappresenta una
infrazione alle nostre leggi della conoscenza dell’animo. Perchè
quell’apparizione della vita conscia noi non l’abbiamo a pensare che come una
combinazione di elementi, nè di elementi v'è creazione, poiché essi esistono
eterni. Pensare la combinazione come occasionata dallo svolgersi delle
variazioni non à nulla di sovrannaturale. Certo la coscienza nella sua natura
generale non à causa; ad essa come agli elementi ultimi d’ogni realtà è
applicabile soltanto ciò che s’è detta la ragione dell’essere. Altra è però la
questione della sua fenomenologia- In questa come nella fenomenologia generale
la causalità à il suo regno. Se la coscienza al pensiero si presenta come
originata dal NULLA, gli è perchè le sue cause, nella loro natura oggettiva
materiale, non possono in essa evidentemente comparire. Gli elementi di
coscienza, o meglio le disposizioni alla coscienza nella realtà inconscia sono
ora come latenti o neutralizzate: una data combinazione materiale ecco ne
suscita la luce subitanea. Il sorgere del cangiamento in generale implicherebbe
invece una derogazione alla legge fondamentale dell’ANIMO; noi non lo possiamo
in modo alcuno concepire, e la realtà empirica ci costringe ad ammettere il
contrario. Il variabile non è per sè stesso intelligibile senza un identico a
sostrato. La identità dell’io come dà origine alla ragione logica cosi la dà a
quella del cangiamento reale. Le diiferenze come tali non possono farsi
contenuto della coscienza. Per esserlo anno a venir riferite a una totalità
identica. Ammesso che cangiamenti potessero avvenire senza conseguire ad altri,
verrebbe a mancare la connessione dei fenomeni secondo leggi costanti. Il
concetto di natura perderebbe la sua unità e l’ONTOLOGIA con ciò ogni
fondamento. Le leggi dell’animo si incontrano invece con quelle della realtà. È
chiaro che come l’animo è la condizione inevitabile della esperienza, e con ciò
del nostro mondo fenomenico, cosi le sue leggi o funzioni generali devono anche
di quello esser leggi a priori, o assolutamente valide indipendentemente da
ogni esperienza. Ciò non toglie tuttavia che coteste leggi possano venir
trovate, come vengono in realtà, consone alla natura propria delle cose, ossia
non imposte loro direi quasi arbitrariamente, perchè nelle cose sono le stesse
leggi quantunque impensate. Che anzi in riguardo al fatto dell'esperienza, in
riguardo alla unità sistematica dell’essere e dell’ontologia, potrà trovarsi
necessario di veder nelle leggi che la coscienza applica a priori alle cose
nuli’altro che un riverbero o meglio null’altro che l’espressione soggettiva
delle determinazioni autonome della stessa realtà inconscia. Ponendo un
principio del tempo reale e con ciò un cominciamento delle causalità non si
sfugge d’ altronde alla domanda. E perchè non prima? Se il primo cangiamento
non ebbe causa, o perchè è esso avvenuto solo, mettiamo,parecchi quadrilioni di
secoli fa? È vero che non si ammette una causa che l’abbia chiamato all’esistenza,
ma nemruanco si dice che qualche cosa l’abhia impedito di nascere prima. Per
questo, per quanto lo si allontani dal presente, esso riesce sempre troppo
vicino. Richiamarsi alla originarietà dell'essere come fa Duliring, alla sua
effettività indipendente da ogni pensiero e da ogni ragione, richiamarsi alla
natura della realtà inconscia, cui il pensiero non può mai ricevere
completamente in sè stesso, mai fondare in senso assoluto, ma soltanto
ammettere come fatto, non è permesso quando intanto alla stessa effettività
della natura impensata dell’essere evidentemente si contraddice. Si
contraddice, dico, poiché, lasciando da parte l'analogia del pensiero che
ammesso il cangiamento non sa vedere come esso possa originarsi in modo
assoluto, noi non abbiamo in realtà conoscenza alcuna di un cangiamento cui un
altro non preceda, ogni cangiamento che apparentemente si presenta come tale —
il nuovo nell’evoluzione — noi lo riduciamo è vero alle forze o forme, agli
elementi costanti dell’essere de’ quali non c’è ragione a domandare. Ma il
perchè della loro manifestazione appunto in un tale momento e non in altro, è
nell’ininterrotto cangiamento collaterale, occasionai e in rapporto a quello.
Ben possiamo invece richiamarci noi alla assoluta autonomia della realtà, che
nulla ammettiamo contro il suo reale manifestarsi, quando diciamo che in senso
assoluto non c’è una ragione del perchè quest’oggi, poniamo, sia proprio ora e
non sia già stato in passato o non abbia piuttosto a venire in futuro, che v’è
tanto poco ragione di questo suo essere Logik. il, Wiscnschaftsftheorsie,
presente che della esistenza stessa universale : dacché come questa non à inai
avuta fuori di sè la ragione del suo essere, così nemmanco il suo fare, il suo
divenire interno. In qualunque punto del tempo noi fissiamo l’essere, non lo
troviamo mai privo di determinazioni, perchè queste sono autonome; e dal suo
stato in dato momento dipende ogni sua ulteriore evoluzione ; come però non c’
è un momento in cui l’essere non sia, nemmanco ve n’è uno in cui esso non abbia
un suo stato determinato. E cosi che del divenire v’ è sempre la ragione in un
divenire anteriore, ma del divenire in senso assoluto, v’è tanto poco un perchè
quanto dei suoi durevoli elementi. In ciò che esiste è la ragione di ciò che
esisterà ; in ciò che à esistito la ragione di ciò che esiste. Nella originaria
nebulosa è la ragione dell’attuale disposizione del sistema nostro solare, ed
in altri processi cosmici ebbe essa stessa la sua origine, i quali se la
scienza non può oggi rintracciare, non è però assolutamente impossibile che un
giorno ella trovi, e che ad ogni modo sono necessariamente avvenuti. Il
cangiamento non à dunque avuto principio. Ed ecco appunto dove sorgono
specialmente gravi, e a molti filosofi son parse insormontabili, le difficoltà
del problema cosmologico del tempo. Si è sempre trovato, e Cusanus, Opera,
Complementura theologicum, Si enim numerare possumus decem revolutiones
praeteritas, et centum, et mille, et omnes. Si quis dixerit non omnes esse
numcrabiles, sed practeriisse infinitas, et dixerit imam futuram revolutionem
in futuro anno, essent igitur tunc infinitae et una, quod est impossibile. Bacone, Novum Organimi, odi/.. Fcllow, Ne- Kant è il
filosofo che più vi à attira’ o l'attenzione, che ponendo la mancanza d’ogni
principio nella serie regressiva delle cause, si viene conseguentemente ad
ammettere che un’infinità di cause si sia esaurita, una infinità di cangiamenti
sia realmente tutta trascorsaci che contraddice al concetto di infinito, ed è
quindi assurdo accettare. Non solo Kant, ma anche, tra gli altri, il più acuto
forse dei filosofi post-kantiani, Duliring trova qui una insuperabile
contraddizione, ed è stato da essa spinto a stabilire che il cangiamento nel
mondo abbia ad un dato punto cosi casualmente senza ragione alcuna avuto un
assoluto principio nell’essere, cosa evi- quc. cogitari potest quomodo
seternitas dofluxerit ad lume diem; cum distinctio illa, quae recipi consuerit.
quod sit infinitum a parte ante et a parte post, nullo modo constarò possit;
quia inde sequeretur quod sit unum infinitum alio infinito maius, atque ut
consumetur infinitum et vergat ad finitum. Hobbes, il quale dichiara insolubile
la questione dell’ infinito in riguardo al problema cosmologico, ammette
tuttavia cautamente la infinità del tempo nel passato e non si lascia ritenere
dalla contraddizione di un infinito maggiore di un altro che sarebbe data dalla
relazione dell’infinito passato a momenti diversi della serie temporale. Non sa
però pensar l’infinito assoluto in modo razionale poiché crede di vincere
quella supposta contraddizione obbiettando: « similis demonstratio est siquis
ex co quod numerorum parinm numerus sit infinitus, totidem esse conclu- deretur
numeros pares quod sunt simpliciter numeri, id est pares et impares simul
sumpti ». De corpore La impossiblità del “regressus in infinitum in causis
efficienticibus” REGRESSUS IN INFINITUM -- e un principio riconosciuto della
scolastica. È vero però che gli scolastici lo facevano ancor più che a
dimostrare un principio del tempo, o, secondo loro, del mondo, servire a
dimostrare (seguendo Aristotele nella sua dimostrazione del PRIMO MOTORE) la
necessità di una prima causa assoluta. ossia ontologica. Cfr. il libro apocrifo
Idella “Metafisica” di Aristotele, secondo il quale non solo la serie delle
cause nel passato, ma anche quella del futuro sarebbe contraddittoria. Cursus
der Philosophie, Logik. luoghi citati. dentemente assurda, e tanto più per chi
come lui è sur un terreno affatto critico e scientifico. Io trovo al contrario
che la illimitatezza della serie regressiva dei cangiamenti si lascia senza
contraddizione alcuna concepire infinita o, più propriamente, assolutamente
infinita. Dtlliring, non à compreso come l’infinito assoluto possa attribuirsi
anche a ciò che è per sé numerabile. E cosi alla infinità dei cangiamenti nel
tempo ritroso, che è l’unico caso dove una tale applicazione sia necessaria,
egli à fatto invece quella ingiustificata della sua manchevole legge del numero
determinato. La difficoltà da me superata sta in questo, cui nessuno, per
quanto io mi sappia, à mai badato sin’ora. I cangiamenti infiniti di cui si
discorre non involgono contraddizione perchè essi non sono nè furono mai dati
come totalità, ossia come complesso di una serie infinita. Acciò la
contraddizione esistesse, bisognerebbe che s’ammettesse tacitamente un
principio del cangiamento. Di fatti altrimenti nell’assenza d’ ogni principio
come si può dire. Ora, in questo momento si è esaurita uua serie infinita di
cangiamenti ? Ma da quando dunque? Si pensa con un tratto indefinito di tempo
di avvicinarsi di più all’ infinito del passato, mentre in- -- Questa soluzione
è gù brevemente enunciata nella mia “Lettera filosofica” a I Simirenko”
(Torino, Roux). Schopenhauer, Parcrga u. Paralipomena: Wenn cin erster Anfang
nicht gewesen wure, so tornite die jetzige reale Gegenwart nicht erst, jetzt
seyn, sondern wiire schou liingst gewesen, dcnn zwischen ihr und dem ersten
Anfange miisscn mir irgend einen. jedoch bestimmten und begriinzten Zeitraum
annehmen, der min aber, wenn wir den Anfung liiugnen, d. h. ihn ins Unendliclic
hinaufruckén, mit hinaufriickt, ecc. ecc. E vece noi ne rimangbiaino sempre
alla medesima distanza. Qualunque punto del tempo si scelga, anche milioni di
milioni di secoli addietro nel passato, noi siamo sempre tanto vicini lo stesso
all’infinito di prima. Come noi per quanto risalghiatno addietro non possiamo
esaurire l’infinito che fu, cosi non dobbiamo inavvertentemente ammettere che
l'essere sia ne’ suoi cangiamenti partito da un punto per quanto distante da
noi. Poiché in realtà ogni e qualunque suo cangiamento ne à sempre avuti dietro
a sè una stessa infinità di altri. Non è che l’essere avendo dovuto compiere i
cangiamenti in senso inverso di quello che noi tenghiamo nell’abbracciarli
venga con ciò ad aver esaurito una infinità di variazioni. Il tempo nella sua
durata bisogna considerarlo analogamente a una retta che in una direzione è
assolutamente infinita e nell’altra in ogni momento terminata, ma prolungabile
a piacere all’infinito. Come non implica contraddizione far terminare a un
punto una linea assolutamente infinita, cosi non la implica il passato
assolutamente infinito che si termina nel presente e può prolungarsi senza
limite nel futuro. L’errore di Kant e di Diiliring e di tanti altri sta nel
credere che posta la serie regressiva infinita si abbia con ciò una totalità
infinita. L’infinito passato invece non è nè può essere un tutto, e non ammette
quindi alcuna determinazione numerica, pur contenendo in sè ogni numero. Tale
infinità non involge, come crede Diihring, l'assurdo di una contata (o
percorsa, come direbbe Kant) serie infinita (“den Widerspruch einer abgezàblten
unendlicher Zalilenreihe”). In qual modo potrebbe una tal serie esser contata?
Non s’accorge Diihring che con ciò egli ammette già quello che ei vorrebbe
dimostrare, ossia un principio del tempo reale? In verità è quella serie non
contata, ma innumerata e innumcrabile, ciò che detto di un infinito non
inchiude punto contraddizione. Il moto non à principio nel tempo, e: sino a un
punto qualunque del tempo è trascorsa una infinita serie di cangiamenti — non
si equivalgono esattamente. Con è trascorsa si vorrebbe tacitamente porre come
dato ciò che è impossibile a darsi. Di fatti la contraddizione scompare subito
che si dice: la serie dei cangiamenti nel passato è infinita. É trascorsa
sembra rinchiudere l’idea di un punto iniziale della serie, dove (die i
cangiamenti non si possono considerare un tutto o come serie completa senza
contraddire al concetto di ogni assenza di principio. Una infinità di
cangiamenti, una infinità di momenti del tempo non è trascorsa, sibbene
l’infinito trascorre sempre, e in ogni momento è esistita la serie dei
processi. La successione perpetua è appunto la forma della infinità del tempo.
Se si dice che l’infinito è trascorso si scambia, a jiarlar esattamente, il suo
concetto, ponendo in vece sua quello del finito, o almeno si combinano insieme
due concetti incongruenti. Poiché ammettendo che una infinità di movimenti è trascorsa
o s’è esaurita nel passato, noi raduniamo in un tutto ciò che per sua natura
non può mai venir radunato. Il concetto di infinito e quello di totalità sono
incommensurabili.Una totalità è sempre raggiungibile con una sintesi successiva
delle sue parti, non cosi l’infinito. Diciamo invece. Le serie dei cangiamenti
del passato è infinita — quale contraddizione nel pensare che ogni cangiamento
avvenuto è stato preceduto da un altro? Dov’è qui l’assurdo di un tatto
infinito che avrebbe dietro a sè ogni momento del tempo? I fenomeni per sè non
suppongono se non i fenomeni che immediatamente li precedono ; e come non c’è
qui contraddizione, cosi per quanto noi ci trasportiamo addietro nel tempo, mai
la troveremo. Come à fatto il tempo reale a giungere all’ora presente
dall’infinito? È potuto giungere dall’ infinito perchè non è mai partito. Se
fosse a un dato punto partito non sarebbe potuto giungere. E tanto concepibile
l’infinito verso il quale tende la serie che quello dal quale essa procede.
Nell’un caso e nell’altro si deve solo avvertire di non fare un insieme o un
complesso di ciò che non è mai dato come tale, ossia un insieme in cui ogni
momento dell’ infinito fosse anticipatamente compreso. Kant nella prima
ANTINOMIA spiega dapprima egli stesso che l’infinità di una serie consiste nel
non poter questa venir mai compiuta per mezzo di una sintesi successiva e che
il CONCETTO di fatalità non è altro che la rappresi) Schopenhauer crede di
sciogliere il sofisma Kantiano con un altro sofisma, distinguendo tra assenza
di principio e infinità del tempo. Schopenhauer cosi infatti obbietta alla tesi
della prima ANTINOMIA. Uebrigens besteht das Sophisma darin, dass statt der
Anfangslosigkeit der Reihe der Zustànde, ivovon zuerst die Rede, plutzlich die
Endlosigkeit (Unendliclikeit) derselben untergeschoben und nun bewiesen wird,
was Xiemand bezweifelt, dass dieser das Vollendetsein logisch widerspreclie und
dennocb jede Gegenwart das Ende de Vergangenheit sei. Das Ende einer
anfangslosen Reilic làsst sich aber immer denken, oline ihrer Anfangslosigkeit
Abbruok zu tbun : wic sich aneli umgekehrt der Anfang einer endlosen Reihe
denken làsst. “Die Welt als
Wille” ecc. “Kritik der reinen Venunft”, ed. Kirchmann p. 3G4, 3GG, 3G0. 4G sentanone della
sintesi completa delle sue parti. Dunque anche secondo lui dovrebbe il concetto
di totalità non esser applicabile ad una serie infinita. Tuttavia per
dimostrare che le cose coesistenti non possono essere infinite, alla loro
infinita sostituisce egli appunto il concetto contradittorio di un tutto
infinito. Ed à bel giuoco nel rigettare quindi un tale assurdo. Ecco la sua
dimostrazione . un tutto infinito per venir pensato tale dovrebbe lasciarsi
esaurire per mezzo di una sintesi successive. Ma l ’infinito non può mai venir
cosi esaurito, dunque una totalità infinita di cose coesistenti non può
considerarsi come data. Insomma dice Kant : una infinità non potrebbe venir
numerata ossia non potrebbe esser finita, dunque non può esser data; vien
rigettato l’infinito semplicemente perchè è altra cosa che il finito. Non
l’nfinito per sè, solo l’infinito nel finito è realmente un assurdo, poiché
come tale dovrebbe esser necessariamente dato tutto. Ogni insieme di cose deve
perciò contenere soltanto un numero finito di elementi numerabili. Ma quanto al
temilo non c’è ragione di negarne la infinità ; numerabili sono i processi da
un punto a un altro della serie, non la serie stessa in senso assoluto, perchè
ella non è mai data come un tutto, Is eli infinito assoluto o transfinito che è
proprio del tempo, non abbiamo più veramente una grandezza ma 1 assenza di
essa, poiché è data la necessità della mancanza di un limite nel regrèsso, ed
una tale mancanza è oggettivamente mallevata come nello schema spaziale della
mente essa lo è soggettivamente. La ragione della infinità dello schema
spaziale, come di quella della serie dei numeri sta nel soggetto ; la infinità
invece della serie causale à la sua ragione nell’ oggetto o nella realtà
estramentale. E appunto solo nell’infinito del tempo passato che si lascia
necessariamente attuare un significato reale del transfinito. Poiché una simile
illimitatezza assoluta è bensi anche dello spazio, ma soltanto dello spazio
ideale o matematico, in quanto questo viene ogget- tivato e lo possibilità che
realmente è solo nella funzione mentale vien naturalmente considerata come
oggettiva e per sé esistente indipendentemente da noi. L’infinità del passato
non à, come tale, determinazione alcuna quantitativa, non si lascia esprimere
col numero ; in essa è invece ogni numero e può porsi ogni determinazione
rimanendo ella assolutamente indeterminata. Cosi la distanza di due punti nel
tempo, per quanto grande la si immagini, se si à riguardo alla sua relazione
all’infinito del tempo anteriore, non significa nulla per questo appunto che
l’infinito assoluto essendo propriamente la negazione di ogni grandezza nel
grande non può venir posto in relazione con altre grandezze. La nostra fantasia
non può correre che all’ infinitamente grande del passato. SOLO L’ANIMO ne
intende la infinità assoluta. Della seriedel tempo non possiamo ottenere una
assurda totalità; per padroneggiare quella bisogna uscire dal cangiamento e
volgersi al fondamento della infinità temporale, ossia all’essere come presente
in ogni momento e come fonte d’ogni possibile. Meravigliarsi che la più grande
grandezza immaginabile non sia più vicina all’infinito assoluto che la più
piccola, è analogo al meravigliarsi che la più ampia conoscenza dei fenomeni
non arrivi più vicino alla cosa in sè che la conoscenza più limitata. Qui come
là si tratta di una differenza qualitativa che nou si lascia esaurire pei
aiiazioni di quantità. L’apparente paradosso che con una comunque grande
grandezza non s’è mai più vicini che con altra infinitamente minore al
transfinito, riposa in questo, che le due grandezze vengono riferite a quello
senza mantenere di esso il giusto concetto, ma consideiandolo invece come una
quantità determinata; nel qual caso sarebbe veramente un assurdo dire che da
esso disti ugualmente un dato punto e un altro che fosse prima o dopo di
questo. Come nel transfinito del passato non c è assolutamente un termine, cosi
esso non è raggiungibile in alcun modo; dunque tutte le grandezze sono per
riguardo ad esso insignificanti. Parimenti è un assurdo credere di poter
addizionare una unità al transfinito o trasfinito. Si può solo addizionarla al
finito. L’accrescimento esisterà pertanto in riguai do ad un segmento finito di
retta, ma non in riguardo alla retta stessa nella sua infinità. In una retta
infinita nelle due direzioni è indifferente il far la divisione più in un punto
che in un altro da quello lontanissimo ; le due rette risultanti sono sempre lo
stesso transfinito e con ciò sempre uguali. Nella retta co’_a _b _m rx - A —
Aoo e oo’B ossia ( co’A-H AB ) — B oo uguale cioè (A oo — AB). Si vede cosi
contrariamente alla dottrina di Cantor. Dice Cantor. Zu einer unendlichen
Zalil, wenn sie als bestimmt und vollendet gedacht wird, selir «ohi cine
endliche hinzu- gelugt und mit ihr vereinigt werden kann, oline dass kierdurch
eine Aufhebung der letzeren bewirkt wird ; nur der umgekerte Vorgang, die
llinzufugung einer unendlicker Zahl zu einer en dlicbcn, wenn diese che oo-t-1
( <> —J— 1 secondo la sua notazione) non è maggiore di <», nè 1-f-o è
differente da essendo co’A + A B = A B + oo. Non v’è infinito maggiore d'altro
infinito: tanto sarebbe infinito il tempo ritroso se la serie dei cangiamenti
fosse terminata migliaia di secoli fa, quanto se esso continui all’infinito a
trascorrere ancora. Il passato si può misurare tanto a minuti che a secoli, e
dirlo eguale, se fosse lecito così esprimersi, a numero infinito di minuti o a
uno infinito di secoli; non pertanto sarebbe sempre lo stesso infinito nè più
nè meno. E la ragione di ciò è che la quantità transfinita non è misurabile. La
immensità supera ogni numero, come direbbe Spinoza. Nella infinita serie delle
cause è da pensarsi un numero di esse (se tale può chiamarsi), maggiore di ogni
numero assegnabile ; oltre ogni raggiungibile anello la natura ne offre costantemente
altri ulteriori. Nella natura la contraddizione non può esistere ella non ef¬
fettua il passaggio che da un momento a un altro; e questo passaggio non può
farsi attraverso l’infinito. Per quanto noi risalghiamo all’indietro nella
serie causale, come non troviamo contraddizione pel pensiero, cosi non la
troviamo nella realtà. Essa ci offre sempre e solo un ziierst, gesetzt wird,
bewickt die Anfhebung der letzeren, ohne dass eine Modification der ersteren
eintritt. (Grundlagen ecc.); e più oltre: “Ist co die erste Zalil der zweiten
Zalilenelasse, so iiat man: 1+01=10, dagegen u> 4 .i-=(coq-l), wo (co- 1 - 1
) eine von co durchaus verschiedene Zahl ist. Aiif die Stellung des Endliclien
konmtes also alles an. Una tale inapplicabilità della LEGGE DI COMMUTAZIONE ai
numeri transfiniti o trasfiniti dovrebbe per Cantor servire inoltre a
dimostrare come tali numeri debbano poter essere e pari e dispari insieme o
anche nè pari nè dispari. . 5dato cangiamento e la sua causa. II fenomeno non
richiede per la sua spiegazione la totalità della serie delle cause anteriori,
si bene soltanto la causa immediatamente antecedente; e il principio di ragione
domanda unicamente la immediata condizione e non una totalità di condizioni. In
quanto la stessa richiesta si rivolge successivamente alla causa della causa e
cosi via all’infinito, si viene a domandare costantemente una nuova condizione
e questa è un nuovo membro della serie e niente di più. Al tempo è essenziale
la posizione in atto di un solo momento. Fatta astrazione dai cangiamenti, e
supposto l’essere affatto immoto in una rigida stabilità assoluta, noi lo
poniamo però sempre in qualunque punto del tempo ideale che noi fissiamo ; la
sua esistenza la poniamo cosi necessariamente infinita nel passato. Or come può
nascere la contraddizione se noi in uno qualunque di questi punti pensiamo
invece l’essere universale nel flusso del cangiamento? Assurda è la posizione
di un tutto infinito, quale non può qui esser dato, poiché la successione
perpetua è la forma dell’infinito del tempo; noi abbiamo qui una serie che in
riguardo al nostro procedere a ritroso nel tempo da fenomeno a fenomeno è
infinitamente grande, e per sé è transfinita come la tangente dell’angolo di
90° -- Wundt è condotto a credere (Philos., Stadie. Kant’s kosmologichen
Antinonien n. das Problem des Unendl.) che l’applicazione de concetto di
transfinito non sia possibile nel problema cosmologico del tempo. Egli crede un
tal concetto trascendente, che invece non è e cosi gli viene a mancare un
concetto che esprima la infinità oggettiva ossìa 1 eternità del processo della
natura. Il concetto limite del in. Kant crede che la sua dottrina della
idealità del tempo e dello spazio o della transcendentalità in generale,
spiegasse la supposta antinomia del problema cosmologico, e rendesse con ciò
inutile e vana la ricerca di una soluzione. Ma appartenga o no il tempo e lo
spazio al reale in sè, riman sempre tuttavia la questione se questo, che Kant
non può a meno di accettare, si abbia a pensai’e come fondamento di un mondo
fenomenico finito ovvero di uno infinito. Non vale rispondere che la serie
regressiva delle percezioni nostre non può essere realmente infinita perchè
come tale impossibile, e neppure finita perchè nessun limite dei fenomeni può
venir concepito come assoluto, e dichiarare con ciò insolubile la questione.
Dacché l’oggetto trascendentale condiziona realmente, come egli ammette un
determinato regresso empirico, per un esempio nell’ordine dei corpi celesti ;
doveva Kant pur ammettere che rimaneva sempre a ve- regresso infinito (o a dir
proprio infinitamente grande) non è già un concetto trascendente della
creazione quale dovrebbe, secondo Wundt, accettare ogni spiegazione filosofica
della natura (v. Wundt, “Ueber das Kosmolog. Problm, Yiertelsjahrszeitscb.);
quel suo concetto limite nuli’ altro è invece appunto die l’infinito assoluto
del tempo oggettivo, in base al quale è possibile il nostro infinito
(infinitamente grande) regresso. Il non aver considerato l’eternità del fare
della natura, e specialmente il non aver badato die l’infinito regresso è in
realtà per la natura un perpetuo progresso, il cui concetto non può venir
altrimenti pensato che per via del transfinito,stata la causa per cui Wundt
concepì il tempo passato sotto il concetto dell’infinitamente grande
concordando in fondo col Kant, come il Lasswitz si trova in questo d’accordo
con lui. (Ein Beitrag zum Kosmol. Proli. Viertels. Kritik der reinen Vermnft.
dere se l’oggetto trascendentale determinasse un possibile regresso finito od
infinito (11. Perchè se per lui tuttii processi compiutisi da tempo remotissimo
ad ora non significano altro che la possibilità deirallungamento della catena
dell’esperienza dalla percezione attuale indietro alle condizioni che la
determinano nel tempo; pure egli, per ciò che s’è sopra citato, non può negare
che il possibile regresso delle nostre percezioni secondo le soggettive leggi
della mente, non supponga un regresso oggettivo determinato dalla realtà
inconscia indipendentemente da ogni esperienza. Trasportati a indefinita
distanza dal nostro sistema solare, avremmo noi sempre ancora nuove percezioni?
E cosi, trasportati indefinitamente addietro nel tempo vedremmo noi
necessariamente sempre nuovi cangiamenti? Poiché la nostra necessaria
produzione dello schema dello spazio e del tempo, non potrebbe per sè far si
che noi avessimo nuove percezioni dove l’oggetto trascendentale non le
condizionasse e si mostrasse con ciò finito. Lo spazio e il tempo ideali non
sono per sè garanti di una corrispondente possibile PERCEZIONE. Non una
necessità del nostro concetto a priori del tempo, ma il principio di causalità
richiede la infinità della serie regressiva dei cangiamenti. Poiché non si può
conchiudere la mancanza di un principio del tempo -- Cfr. Schopenhauer,
Parerga. Die wicklichen Dinge der vergangenen Zeit si nel in dm
transcendentaien Gegenstand der Erfahnmg gegeben ; sie sind aber ftir mieli nur
Gegenstànde und in der vergangenen Zeit wicklich, sofern als ich ecc.). Saranno
però dunque sempre non null’altro, come dice Kant poco sotto, ma qualcosa di
più della possibilità dell’allungamento della catena dell’esperienza dalla
presente percezione indietro alle condizioni che la determinano nel tempo. ]da
questo, che ogni limite è necessariamente da noi pensato come relativo. La
relazione di termine e terminante è infinita come quella di soggetto e oggetto
; perciò appunto vuota ; essa nulla può aggiungere al contenuto reale cui viene
applicata. Come il pensiero dell’essere impensato, che è la forma in cui
comprendiamo il reale, nulla toglie alla realtà estraraentale od in sè della
cosa, allo stesso modo la relazione mentale di limite e limitante non può
evidentemente mettere nella realtà il suo secondo termine se nella realtà non è
dato. Questo secondo termine, il limitante, rimane, se si astrae da ogni altra
considerazione, un puro complemento ideale. Riehl non seppe neppur egli
superare o sciogliere la falsa contraddizione che Kant e Dtihring, per non dir
che di loro, credettero inchiusa nella concezione di una serie regressiva
infinita di cangiamenti. Visto che la contraddizione stava nel concetto di una
infinità la quale quei filosofi avevano pensato necessariamente [Hamilton il
quale (“Lectures un Metaphysics”, lettura; On logic) segue Kant nelle
antinomie, non giunge che a questo risultato, di pensare in riguardo
all’infinito del tempo e dello spazio, che se la ragione non ci fa piegare
necessariamente nè da una parte nè dall’altra, pure in realtà il tempo e lo
spazio dehban essere o finiti o infiniti. (Cfr. del resto l’acume del Mill
nella sua confutazione di Hamilton, La philosnphie de IL). Spencer poi, che à
fatto la sua più alta educazione filosofica presso di Hamilton appunto e del
suo scolare Mansel, professore di metafisica a OXFORD, seguendo il maestro
dichiara questioni insolubili tanto quella riguardanti l’infinità del tempo e
dello spazio che quella della divisibilità della materia e altre ancora. Egli
pensa, cerne è noto, che i concetti di spazio, di tempo, di moto, di materia e
di forza si mostrino in ultima analisi inconcepibili e ci lascino sempre del
pari nell’alternativa tra due opposte assurdità, “First Principles”, la quale
io stimo certo l’opera più infelice del filosofo inglese. data come totalità,
egli pensò di sfuggirla col negare la numerabilità o la reale distinzione e
indipendenza numerica nella catena delle cause e delle variazioni. Numerabili,
dice egli, sono le cose, non i processi. In quanto le cose sono od appaiono
spazialmente divise, deve è vero valere ciò die il Duhring à formulato come
legge del numero determinato; ma altrettanto, séguita Kiehl, è certo che quella
presupposizione non vale per i processi temporali. Questi non sono, secondo
lui, per sé stessi distinti numericamente : è solo per la nostra distinzione
mentale che essi ottengono una tale determinatezza. Un argomento dunque che
vale per il numero non può senz’altro venir applicato al tempo, poiché mancano
in questo per sé considerato e non riferito allo spazio, degli effettivi
processi indipendenti, separati l’uno dall’altro, o posti insomma come
numerabili. Noi possiamo distinguere dei processi nel tempo soltanto in
determinato numero finito, nessun processo è però indipendente [Il Itielil (Ber
phUosopliischc Kriticismus) inclinava dapprima decisamente a porre con Duhring
un principio del cangiamento. Soltanto nella seconda parte del secondo tomo,
tormentato dalla necessità del principio di causalità cangiò opinione
(quantunque non lo abbia fatto notare egli stesso esplicitamente); ma per
uscire dalla presunta contraddizione dell’ infinito regresso, pensò, al
contrario di prima, i processi come assolutamente, e con ciò assurdamente
continui. Si vede del resto evidentemente clic il Riehl oltre aver cangiato di
parere, non ò nemmanco ancor ora troppo certo della sua nuova teoria; poiché la
tratta troppo brevemente e troppo alla larga, come se gli scottasse di dover
render più minuto conto di ragioni che a lui stesso non possono parere troppo
convincenti Ciononostante l'opera sua e specialmente la seconda parte del
secondo tomo è un lavoro filosofico non solo di grande valore, ma anche molto
attraente, il che è una cosa assai rara. 1C e distinto da quello che
immediatamente lo precede o segue. Rielil, non sapendo come uscire dalla
supposta contraddizione à dunque rinunciato a concetti di cui l’esatto pensiero
scientifico non sa nè può lare a meno, senza che ciò del resto gli abbia
giovato per la eliminazione della temuta assurdità come più innanzi vedremo. La
questione dell’infinito riguarda tanto il tempo che lo spazio. Solo si à sempre
a distinguere tra l’esistenza loro ideale ; cioè il loro schema mentale, e la
loro esistenza reale. Non numerabile possiamo noi solo pensare lo spazio
ideale, lo spazio o l’estensione materiale dobbiamo invece necessariamente
porla numerabile. Poiché estensione reale è coesistenza, e la continuità
assoluta non può essere reale ma soltanto ideale ; altrimenti essa
inchioderebbe la contraddizione dell’infinito compiuto nel finito, chè senza
parti è solo il continuo della rappresentazione. Porre la continuità assoluta
come effettiva è non spiegar nulla e mettere il mistero nella realtà,
rinunciando a comprenderla. L’irriducibile noi lo dobbiamo soltanto rilegare
negli atomi sia dello spazio che del tempo reali. I tropi degli Eleati non
valgono meno contro il continuo del tempo che contro quello dello spazio; non
meno contro lo spazio percorso da un pendolo in una oscillazione, che contro il
tempo in questa impiegato. In parti ultime non si può dividere il tempo nè lo
spazio ideale, perchè essi nè sono composti nè si originano da una sintesi di
parti, come in fatti non possono venire analiticamente scomposti in ultimi
elementi semplici, e sono conseguentemente l’uno e l’altro divisibili
all’infinito ; ma non è cosi del tempo e dello spazio leali, dove la natura viene
necessariamente aH'atto. Dice Diehl che solo il nostro intelletto scompone
l’accadere temporale in singoli processi, e che questi solo per ciò ci appaiono
indipendenti, che partono da cose spaziali e si trasmettono ad altre cose nello
spazio. Un processo secondo lui può aver indipendenza solo perchè vien riferito
alle cose nello spazio e non al tempo unicamente. Ma è naturale che tutti i
processi siano nel mondo materiale (e non vengano soltanto da noi)
schematizzati per dir cosi nello spazio, poiché essi non sono altro che
cangiamenti della realtà spaziale, e unicamente i processi della coscienza in
sè considerati possono venir riferiti al tempo come tale senza riguardo allo
spazio. Difatti non pensa ora Rielil che sia concepibile una materia
assolutamente continua come lo spazio mentale, ossia non costituita da atomi?
Anche della materia allora si dovrebbe dire che gli elementi distinti solo la
nostra mente li pone. Come può egli dunque affermare ripetutamente che soltanto
la riferenza dei processi temporali allo spazio ci faccia considerar questi
come distinti e per sè numerabili? Voler negare la numerabilità nel tempo reale
o ne’ suoi processi dovrebbe al contrario anche secondo il Riehl esser lo
stesso che negare nello spazio gli atomi o le cose ossia gli aggruppamenti
durevoli degli atomi. Ogni grandezza nella realtà à parti elementari, non
esclusi i cangiamenti; un certo gi’ado di cangiamento è una somma di successivi
cangiamenti minimali. Ma il pensiero come per istinto sembra rifuggire dalla
concezione dell’atomo o minimo temporale, perchè colla determinatezza scompare
quel che di vago e di nebuloso E ir, rdie altrimenti conserva la concezione
(lei tempo, e per cui la mente non avverte o avverte assai meno la
inintelligibilità di quello. Colla posizione dell'atomo o minimo, la natura non
più oltre scrutabile del tempo si affaccia bruscamente all’intelletto. Il tempo
come rappresentazione rimane naturalmente strettamente continuo pur essendo
discreti i processi reali, cliè la sua continuità assoluta ideale è una
proprietà necessaria dipendente dalla natura della coscienza, la quale tra due
processi per quanto infinitamente vicini interpola pur sempre la sua unità. Non
c’è un minimo concettuale del tempo come c’è invece e si richiede il minimo
reale. I n minimo nella rappresentazione del tempo sarebbe un punto inesteso, e
considerarlo come elemento della durata tanto varrebbe quanto rendere
impossibile il concetto di questa. Non deve più urtarci l’accettar gli atomi, o
meglio la concessione atomistica, per la materia, che accettarla in riguardo
alla forza e al cangiamento. Non crediamo siano più intelligibili gli elementi
materiali che quelli del divenire. La facoltà nostra mentale di pensare gli
Schopenhauer trattando nella quadruplice radice del principio di ragione del
tempo del cangiamento, mette in piena e con ciò stridentissima luce il concetto
ch’egli à della continuità assoluta del tempo, quale egli trova acutamente
espresso presso il LIZIO. “ Come tra due punti v’ è ancor sempre una linea,
dice egli, così tra due ora vi è ancor sempre del tempo. È questo il tempo del
cangiamento ; esso è come ogni tempo divisibile all’ infinito e per conseguenza
il cangiamento percorre in esso un numero infinito di gradi per i quali dal
primo stato nasce a poco a poco il secondo. Egli conchiude con Aristotele dalla
infinita divisibilità del tempo, che ogni contenuto di esso e con ciò ogni
cangiamento, o il passaggio da uno stato all’altro deve essere infinitamente
divisibile, e che dunque tutto- ciò che diviene s’origina in fatti da punti
infiniti. atomi come ulteriormente divisibili vale per tutti e due gli ordini
senza diminuire perciò la necessità che à la mente di ammetterli. Quel
sentimento direi quasi di disagio clic par darci questa necessità, non è in
fondo che ca¬ gionato da quella nostra come ripugnanza a riconoscere che
l’analisi mentale della realtà deve a un dato punto arrestarsi. La mente deve
arrivare ed arriva, ad elementi i quali non sono più oltre scomponibili,
altrimenti il reale potrebbe sciogliersi nel pensiero.La divisibilità ideale
non porta con sè una reale divisione. Solo il tempo ideale può venir diviso a
piacere all' infinito, e non à quindi elementi numerabili, ma il tempo reale
col suo vario contenuto fenomenico è di sua natura numerabile; quantunque noi,
come ci accade per gli atomi della materia, non arriviamo direttamente a’ suoi
elementi. Non meno delle cose o degli elementi delle cose sono anche i processi
numericamente distinti. E se in astratto la grandezza non à divisione, essa non
può tuttavia nella realtà venir esattamente concepita che come risultante di
una immediata ripetizione numerica d’uno stesso identico. L’assenza di elementi
reali è solo nel nostro pensiero che può a- strarre da ogni divisione nel
considerare una grandezza, ed è pienamente libero di dividerla o accrescerla
all’ infinito, allo stesso modo che esso procede co’ numeri. Tanto la natura
che il pensiero ànno del resto la possibilità dell’infinito accrescere e
interpolare ; ma ne’ loro prodotti non possono dare che il determinato:
l’infinito si riferisce solo al loro operare, non al loro operato. Il concetto
del continuo assoluto applicato al tempo reale sarebbe del resto affatto
inutile anche quando fosse giustificato. Poiché empiricamente un tal continuo
noi non lo incontreremmo mai. Il fatto che noi della sintesi della natura (come
dice Diihring in qualche luogo della “Dialettica”), non abbiamo altro che
rappresentazioni di effettività, non ci dà il diritto di fare delle possibilità
del nostro pensiero la misura della realtà. Come in sé sia fatto il passaggio
da un punto del tempo all’ altro, non può venir inteso. Tanto varrebbe
domandare perché esiste il tempo o magari l’essere stesso nella sua -effettiva
natura Voler ancora spiegare gli elementi del tempo è uno sconoscere la natura
del pensiero; noi non li possiamo ridurre ad altro perchè il tempo non è un
prodotto della mente, è condizione anzi dell’esperienza, e non à una natura
puramente logica. Il passaggio è una determinazione della realtà che noi non
possiamo che riflettere. Sarebbe lo stesso voler spiegare gli atomi della
materia; noi non possiamo che ammetterli o riconoscerli; una pretesa
spiegazione di essi è assurda poiché il pensiero non è tutta la realtà, ma vien
confinato da qualcosa che se pò dare ad esso un contenuto formale, non può però
dare il suo essere. Da un grado a un alti’O del cangiamento si fa il passaggio
in quanto il cangia¬ mento stesso ci si mostra come fatto compiuto. Noi non
dobbiamo quindi illuderci col concetto misterioso del continuo assoluto di
penetrare più addentro nel fare della natura, nel divenire dei fenomeni. Noi
non possiamo mai altro che constatare gli avvenuti cangiamenti, nuH’altro
possiamo. E cosi in realtà non conosciamo come il cangiamento, ma che il
cangiamento s’è fatto. Tornando ora alla soluzione di Riehl, nemmanco col fare
la serie dei cangiamenti assolutamente continua sfugge egli, secondo crede,
alla temuta e presunta contraddizione dell’infinito compiuto od esaurito. E 1'
errore suo si fa più stridente e palese quando egli sostiene che la infinità
del tempo si mostrerebbe esaurita se si dovesse pensare ad un suo fine nel
futuro. Ei crede che solo in tal caso, per evitare la contraddizione, si
dovrebbe ammettere un principio assoluto del tempo. E così fa dipendere, cosa
enorme, la infinità del regresso dalla infinità del progresso nel futuro. Ma la
fine del tempo non è invece punto contradditoria. É questa una questione di
natura empirica; e cosi secondo lui non dovrebbe esser allora inconcepibile e
contraddittorio neppure un principio del tempo. Il tempo reale, ove fossero
date le condizioni di un equilibrio universale, potrebbe finire ad ogni momento
senza assurdità alcuna. Poiché ad ogni modo nella natura ogni fine non è della
serie infinita ma dell’ultimo cangiamento. Del resto, sia pure, ammettiamo che
i processi non siano per sé distinti e numerabili, ma siano invece
assolutamente continui. Dice Riehl che le oscillazioni di un pendolo sono senza
dubbio determinate numericamente. Ora come risponderebbe egli alla domanda — nè
vi può in modo alcuno sfuggire — se si debba pensare che insieme sommate le
oscillazioni dei pendoli che possono dall’eternità esser mai esistiti in
infiniti mondi, possano venir compresi da un numero finito? E se no sotto quale
concetto una tale somma o regola di somma dovrà venir pensata? A ciò non à egli
risposta. E più ancora come risponde Riehl a quest’altra, la domanda. Il numero
delle terre dall'eternità ad ora nate e morte è egli infinito o finito? Poiché
qui manifestamente abbiamo delle esistenze separate, indipendenti, numerabili
anche secondo lui. L’unica giusta risposta è che un tal numero è
necessarianente infinito, o, propriamente, transfinito. Nel corso perpetuo del
tempo non solo non è contraddittorio, sibbene è necessario che un infinito
numero di corpi celesti (dato che le moderne teorie cosmiche siano, come pare,
inevitabili) abbia gradatamente avuto nascita e morte. Con ciò come non vi fu
un primo cangiamento, nemmanco vi fu una prima terra. Il concetto dell’infinito
assoluto o transfinito è applicabile solo alla serie regressiva dei
cangiamenti, non alla progressiva. La natura di questa consistendo appunto nel
crescere suo continuo verso il futuro non può cadere, se infinita, che sotto il
concetto dell’infinitamenfe grande. Poiché in nessun punto iminaginabi'e del
futuro non si sarà compiuta, a partire da un punto qualunque del tempo
precedente, una infinità assoluta di cangiamenti. E ciò che si avrà sarà solo
la continua possibilità di sempre nuove mutazioni. La questione però se realmente
nella natura dell’essere sia la disposizione a qnes'.o infinito futuro è
affatto empirica, non essendoci, come s’è visto sopra, alcuna difficoltà che a
priori ci impedisca di pensare possibile un termine d’ogni cangiamento in un
qualunque momento avvenire. Il concetto del tempo per sé non ci dà alcuna
soluzione; la questione è puramente di fatto. La soggettiva possibile anzi
necessaria illimatezza dello schema spaziale non porta seco necessariamente un
infinito riscontro nella esistenza materiale oggettiva. Allo stesso modo
neppure la illimitatezza del tempo ideale porta con sè quella del tempo reale
ossia una serie infinita di reali cangiamenti. Essa non ci impedisce in modo
alcuno di considerare come possibile un limite del mondo nel tempo. Se noi
siamo sforzati di pensare ad un tempo vuoto non è però il pensiero di esso che
gli dà un contenuto reale in ogni suo momento. Essendo che per sè stesso la
vuota durata tanto è del reale come del nulla ; sebbene la durata non rimane
mai nel nostro pensiero priva adatto di contenuto, in quanto la permanenza
dell’essere, indipendentemente dallo svolgersi o no esso in fenomeni, non può
mai mancare di farle riscontro. Ed è in questo una grandissima differenza tra
la rappresentazione dello spazio e quella del tempo. Mentre a niun punto
arbitrario del tempo viene a mancare il contenuto materiale, non così
necessaria¬ mente ad ogni punto dello spazio. A parte i cangiamenti in cui
l’universo si svolge è evidente che non può ad. esso venir applicato il
concetto di una determinata durata. Come esso è sempre quello che è, cosi il
tempo non à a suo riguardo significato alcuno. In un qualunque momento inesteso
del tempo 1’ essere è completo, è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.
Se dunque nel futuro venisse realmente a mancare ogni mutazione nell’essere,
questo potrebbe solo impropriamente venir considerato come nel tempo; la durata
dal punto in cui il cangiamento sarebbe cessato à soltanto senso perchè noi la
immaginiamo misurata da quella piena di cangiamenti della nostra coscienza.
Intanto la meccanica non ammette assolutamente la possibilità del passaggio di
un sistema da uno stato dinamico ad uno statico. E cosi il tempo futuro è
indubbiamente infinito nel senso di una progressione senza fine – V. anche le considerazioni
di Sleyer, “Mechanick iter l Verme”. Tra le due infinità del passato e del
futuro sta il momento presente, il quale inchiude la realtà eterna, la realtà
che fu e che sarà. La pienezza dell’essere non ci sfugge come parrebbe a
considerarlo nella infinita sua fenomenologia. L’essere è sempre tutto
presente, non c’ è elemento di cui possa dirsi che sia stato o che abbia a
originarsi. Certamente l’interesse nostro va al suo svolgersi ne’ cangiamenti
per cui solo ci si svela la sua natura e per cui solo noi ci commoviamo e
viviamo. Che per la coscienza l’essere immoto in una rigida inerzia non avrebbe
valore alcuno. Tuttavia la infinita possibilità del cangiamento è tutta
nell’essere in un qualunque punto matematico del tempo. E cosi T importanza del
tempo finito non si perde di contro alla infinità passata e futura del
processso: ogni momento del tempo ci dà l’essere sub specie aeternitacis, nè
altra mai è stata la esistenza della realtà che quella del momento. Solo in
questa considerazione della permanenza eterna del reale possiamo noi
comprenderne la infondata e infondabile natura sistematica. Lo sguardo alla
incessante evoluzione può troppo facilmente far considerare le interne
determinazioni dell’ essere come transitorie. Che l’evoluzione sia tale quale
noi l’andiamo scoprendo non è altrimenti a intendersi. Giova quindi, per la
concezione universale dell’esistenza, oltre che aver riguardo allo svolgimento
di un sistema parziale nel tempo considerare gli altri sistemi parziali del
cosmo nel loro coesistente diverso grado di svolgimento, per cui si lascia
forse quasi pensare come in ogni momento attuata nello spazio la evoluzione
temporale dei singoli mondi. Nello spazio e nel tempo, da cosa a cosa, da
processo a processo, per il filo della causalità materiale spiega l’essere la
sua unità. Alla necessaria necessità logica rispondi la effettiva unità
materiale della esistenza. L’unità dello spazio e del tempo nella
rappresentazione non basterebbero per sè a escludere una radicale disparità nel
reale. Se lo spazio e il tempo fossero puramente forme ideali nascerebbe il
problema del come la realtà non possa dare origine a duplicità di sorta. E la
questione si scioglie solo in quanto si riconosce che l’unità stessa del reale
è che crea quella dello spazio e del tempo. Le proprietà dello spazio sono esse
stesse di na¬ tura meccanica, nè altrimenti potrebbero le leggi della natura
esprimersi in relazioni di spazio; nelle necessità spaziali è la logica
immanente delle forze della natura. Due spazi differenti sono un assurdo non
solo avuto riguardo al pensiero, ma anche in riguardo alla oggettiva realtà
materiale. Il pensiero per sè non trova alcun impedimento a riunire ogni spazio
in uno spazio unico nel vuoto schema spaziale e non può trovar quindi ragione di
considerarlo come disuniforme. Nella realtà poi la pluralità degli spazi
vorrebbe dire pluralità di esseri. Ora una tale pluralità non solo non può mai
venir oggetto del nostro pensiero e per noi non può quindi assolutamente
esistere, ma è dalla realtà smentita, perchè anche l’esperienza colla
omogeneità universale della materia mostra esser l’essere uno. Le posizioni
delle distanze nello spazio reale non sono che rapporti di forza. Ogni elemento
dell’ esistenza materiale è quindi nello stesso unico spazio. Non esistendo
cosi elemento alcuno fuori d’ogni relazione cogli altri. Analogamente è del
tempo reale ; la sua unità suppone quella dello spazio materiale e dipende
insieme dalla universalità del cangiamento. Per la natura radicalmente omogenea
delle cose e per la temporalità d’ogni cangiamento è uno anche il tempo
oggettivo. E cosi che i principii meccanici si estendono presumibilmente e con
sempre maggior certezza ad ogni massa dell’universo, a ogni sistema di stelle
fisse e gruppo di sistemi. Poiché la base dell’esistenza è di natura meccanica.
Solo la sensazione come tale o il campo della coscienza ne resta fuori e riceve
dalla spiegazione meccanica una eterogenea sebbene costante e parallela
illustrazione. L’unità dell’essere non à riscontro in una fantasticata e
contraddittoria unità cosciente universale; rifrange invece per dir cosi la sua
unità in quella di molteplici coscienze individuali. L’unità oggettiva
estramentale e la unità della coscienza: due abissi del pari inscrutabili ma
rispondentisi. Albana e all’altra sta a base e direi quasi a tergo quella che
noi non possiamo concepire che col concetto formale di ragione o di fondamento
unitivo e subfenomenico dei due fatti. Non è meno inscrutabile l’una unità
dell’altra, sebbene quella della coscienza implica per sé quella materiale
oggettiva. Infatti che cosà di meno oltre analizzabile dell’unità radicale che
con la mutazione si appalesa esistere negli elementi dell’essere? Come spiegare
la effettiva comunione delle sostanze, il fatto che lo stalo di un atomo porti
seco un dato altro stato di un altro? Queste riflessioni ci richiamano alla
infondata originarietà delle cose, e alla natura per così dire superficiale
della conoscenza e del pensiero. Quelli sono resti refrattari ad ogni ulteriore
analisi; nè già per difetto del nostro istrumento, ma per la necessaria natura
stessa del conoscere, chè altrimenti la realtà dovrebbe cessare di esistere
come distinta dal pensiero. La analisi à necessariamente de’ limiti, i quali
non anno però bisogno d’esser limiti della conoscenza nel modo in cui
falsamente per lo più vengono intesi, quasi indizi di limitatezza di contro a
una sia pur solo logicamente possibile conoscenza superiore. Come non è
incondizionatamente applicabile al reale il principio di ragione, tanto meno lo
sono altri concetti essenzialmente relativi quali quelli di grandezza e di
scopo. Se l’universo è infinito, non à evidentemente per ciò stesso
determinazione alcuna quantitativa; se finito è vero però che in relazione ad
una sua parte esso à una grandezza determinata, sebbene nell’estenzione
variabile da un momento all’altro. E che possiamo quindi dirlo più piccolo di
una grandezza posta mentalmente superiore alla sua ; che anzi possiamo anche
considerarlo infinitamente piccolo in relazione all’infinito assoluto dello
spazio ideale. Ma in sè non si potrebbe dirlo propriamente nè grande nè
piccolo, perchè fuori di esso non vi è nulla che possa darci una unità di
misura. E del pari è affatto relativo il concetto di durata e inapplicabile
perciò in modo incondizionato all’essere. Questo non dura nè tanto nè poco; e
la ragione di ciò è che esso non è nel tempo. Considerando però la serie dei
cangiamenti, al contrario di quanto ci accade per lo spazio, lo schema ideale
del tempo riceve necessariamente un contenuto reale perfettamente
corrispondente. E sciogliendo la difficoltà che più che tale a molti filosofi è
parsa sinora una stridente contraddizione, abbiamo visto che come per mezzo del
tempo si fa possibile il cangiamento, il quale altrimenti sarebbe
contraddittorio, cosi per il cangiamento trova una necessaria applicazione alla
realtà oggettiva l’infinito assoluto o trans-finito. Mario Novaro. Novaro.
Keywords: implicatura ligure, ‘la riviera ligure’, Grice echoing Kant, echo,
implicature ecoica, Strawson’s ditto-theory of truth, Strawson’s echoic theory
of truth, Skinner on echo – ecoico, eco, implicature ecoica, infinito, Lucrezio
– Luigi Speranza, “Grice e Novaro” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Riviera Ligure. Novaro.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Novato: la ragione conversazionale e il portico romano
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice, as a ‘Midlands scholarship boy’ at
Corpus, knew it well: the Romans would distinguish between one born within the
sound of the bells of the Campidoglio, and one from the almost un-Roman
provincial whence Novato hailed! Keywords. Filosofo italiano. Seneca’s brother.
Adopted by Lucio Giunio Gallio. Seneca dedicates two of his philosophical
dialogues to him. Seneca’s exhortations suggest that if Novato was not a
follower of the Porch, he was a the very least a sympathiser. Lucio
Anneo Novato. Novato.
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