GRICE ITALO A-Z M MUS
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Musatti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’erote collettivo
– filosofia fascista – filosofia del ventennio – Gruppo universario fascista – la
scuola di Dolo -- la scuola di Venezia -- filosofia veneziana -- filosofia
veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Dolo). Abstract. Grice: “In my ‘Personal identity’, I focus
on Gallie’s ‘Someone is hearing a noise.’ It was ages later that I realised
that that verbs require a plural subject – il ‘noi’ colletivo as M. calls it –
such as ‘co-operate.’ The grammar is complicated. We need a pirot to talk, and
we neeed a pirot to EXPRESS what he says – we need a pirot to be helpful. It
may be argued that ‘cooperation’ does not quite equate to ‘helpfulness.’ But my
weak transcendental justification of rational co-operation behind conversation
depends on the ability of one pirot to represent the existence of some other
pirot, and act in ways that the first pirot furthers the second pirot’s goal,
and vice versa!” -- Filosofo italiano. Dolo, Venezia, Veneto. Grice: “Musatti
reminds me of Malcolm, “Tonight I had a dream,”” – Grice: “Musatti has explored
the implicatures of ‘who’s afraid of the big bad wolf?’, which comes strictly
from Grimm – this is a rhetorical question – and Grimm is implicating that
nobody should!” -- Ccesare luigi eugenio musatti. Tra i primi che posero le basi della psicoanalisi, in
Italia. Nato a Dolo, sulla riviera del Brenta, nella Villa Musatti a del
nonno paterno in cui i parenti erano soliti trascorrere la villeggiatura.
Figlio di Elia, ebreo veneziano e deputato socialista amico di G. Matteotti, e
della napoletana Emma Leanza, non fu né circonciso, né battezzato -- durante le
persecuzioni razziali si procura un falso certificato di battesimo dalla
parrocchia di Santa Maria in Transpontina di Roma -- e non professa mai alcun
credo religioso. Frequenta il liceo Foscarini di Venezia, poi si iscrive
dapprima alla facoltà di Scienze dell'Padova per il corso di Ingegneria, e
immediatamente dopo alla facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea in
filosofia. Dopo la laurea, si iscrisse per due anni al corso di Matematica
della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali di Padova, ma non
sostenne esame alcuno. A diciannove anni fu chiamato a Roma per il
servizio di leva. Dopo un periodo di addestramento a Torino, e mandato al
fronte come ufficiale, con impegni marginali. Finita la guerra tornò a Padova
per terminare gli studi. Sulla cattedra di Psicologia Sperimentale c'era
Vittorio Benussi, allora chiamato per chiara fama a insegnare a Padova
dall'Graz. Si laurea in filosofia e l'anno successivo divenne assistente
volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale. Benussi si uccise con il
cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle
mani di M. e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi
divenne sua moglie. Il suicidio di Benussi fu scoperto da Musatti, il quale
però lo nascose per paura di ripercussioni negative sulla psicologia italiana
in una situazione di fragilità e precarietà accademica, sottoposta a pressioni
da parte sia del regime fascista, con le sue istanze gentiliane, che della
Chiesa Cattolica. Negli anni ottanta M. rivelò che Benussi s'era suicidato, non
era morto a causa di un malore. Musatti divenne direttore del Laboratorio
di Psicologia dell'Padova. Porta in Italia la Psicologia della Forma con
importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la
psicologia della Gestalt, divenne il primo studioso italiano di
psicoanalisi. Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi,
introdotta in Italia da Benussi, approdò alla psicoanalisi, sulla quale tenne
il primo corso universitario italiano. Il corso si tenne presso a Padova. Divenne
allora uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani della
psicoanalisi. Nell'Italia le teorie di Freud non erano state accolte bene né
dalle Università, né dalla Chiesa cattolica, a causa dell'ideologia culturale
gentiliana assunta dal fascismo. La Società psicoanalitica italiana venne
limitata anche dalle leggi razziali fasciste che colpirono i membri ebrei della
società. Benché non fosse ebreo (poiché figlio di madre cattolica), e
allontanato dall'insegnamento a Urbino e declassato ad insegnante di liceo. Nominato
professore di Filosofia al Liceo Parini di Milano. Si ritrova con L. Basso, Ferrazzutto e altri vecchi socialisti
con l'intento di creare un partito erede del Partito Socialista Italiano; ebbe
l'incarico di trovare denaro per una prima organizzazione e di allacciare
rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti lavorò anche durante la
guerra. Nel periodo dell'occupazione nazista, fu tratto in salvo dall'avvocato
Paolo Toffanin, fratello diToffanin, che lo aiutò a trasferirsi a Ivrea, ospite
dell'amico Adriano Olivetti. Con il suo sostegno fondò un centro di psicologia
del lavoro. Ricoprì anche l'incarico di direttore della Scuola Allievi
Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati.
Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte
francese. Ottenne all'Università degli Studi di Milano la prima cattedra
di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia. Vi insegnò per venti anni. A Milano ebbe il periodo più florido
della sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano le sue lezioni. M. fu
il leader del movimento psicoanalitico italiano nei primi anni del dopoguerra.
A quel periodo risale il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi.
Divenne direttore della “Rivista di psicoanalisi”. Presidente del Centro
Milanese di Psicoanalisi fondato da Franco Ciprandi, Renato Sigurtà e Pietro
Veltri, che gli verrà intitolato dopo la sua morte. Nel 1976 è diventato
curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa
Editrice Bollati Boringhieri di Torino. Vecchiaia La località a lui
dedicata Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui Il pronipote di
Giulio Cesare, che gli fece vincere il Premio Viareggio. Fu eletto per due
volte consigliere comunale di Milano nella lista del PSIUP e fu anche
consulente del Tribunale dei Minori del capoluogo lombardo. Sostenne sempre la
pace, il progresso dei lavoratori, l'emancipazione femminile ed i diritti
civili. M. era ateo, come ebbe a dichiarare in più occasioni, l'ultima
delle quali in uno dei martedì filosofici del Casinò di Sanremo. Muore nella
sua abitazione di via Sabbatini a Milano. L'indomani dopo una cerimonia laica
di commiato celebrata in forma strettamente privata, la sua salma e cremata a Lambrate. Le sue ceneri sono
tumulate, secondo le sue ultime volontà, nel cimitero comunale di Brinzio, località
in cui era solito trascorrere i periodi di vacanza. Il suo archivio è
conservato presso l'Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana
dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il comune di Dolo ha
ribattezzato la sua località natale Casello 12 località M. e gli ha intitolato
il locale istituto professionale. Musatti e il suicidio di Benussi Anche
dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio, non parla mai
volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso di
Dolo emerge un'intervista. Nell'intervista M. confessa di sognare a volte che
in una caserma dei carabinieri in cui viene tradotto, il commissario lo
interroga sulla morte di tre sue mogli (si sposò quattro volte), decedute
tragicamente, e di Vittorio Benussi. A fine colloquio il militare lo intima di
confessare di aver ucciso il maestro per prendere la cattedra di psicologia.
«Io gli rispondoprosegue Musatti, da buon psicoanalistache sicuramente nel mio
subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il
commissario, che non capiva nulla di subconscio, decide: “Mi spiace professore,
ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario,
perché si tratta di delitti commessi più di cinquant'anni fa, e quindi sono
prescritti!”». ‘Cesare’ è un riferimento al pro-zio M., medico pediatra,
uno che aveva visitato il piccolo, nato settimino. ‘Luigi’ e il nome del bonno
materno (L. Leanza, morto in carcere, partecipa alla rivolta anti-borbonica); ‘Eugenio’
e il nome di un altro pro-zio paterno, lo storico Eugenio Musatti; Musatti.
Forse la psicoanalisi è nata e morta con lui. Il nome allude alla fermata della
tranvia Padova-Malcontenta-Fusina che il nonno, presidente della Società Veneta
Lagunare, odierna ACTV, aveva fatto aprire per raggiungere più agevolmente
Venezia. Musatti IX-XIII. Archivio dell'Università degli Studi di
Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di Lettere e filosofia, Padova,
Carriere scolastiche della Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali,
Opuscolo del Centro Milanese di Psicoanalisi, a cura del Comitato Direttivo,
redatto da L. Ambrosiano Capazzi Gammaro Moroni, Reatto, Schwartz, M. Sforza, Stufflesser,
Milano Per una storia del Centro
Milanese di Psicoanalisi Chiari, Seminario presso il Centro Milanese di
Psicoanalisi Cesare Musatti, Milano Freud,
Opere (Torino, Boringhieri); S. Giacomoni, Cerimonia privata per M., la
Repubblica, è consultabile sul
dell'Aspi, all'indirizzo web AspiArchivio storico della psicologia
italiana, Università degli studi di Milano-Bicocca. D. Mont D'Arpizio, Vittorio
Benussi, Padre della psicologia padovana, in La Difesa del popolo, Mille anni
di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della
Scienza di Firenze, Mia sorella gemella
la psicoanalisi, 1Pordenone, Edizioni Studio Tesi,Luciano Mecacci, M. voce
dell'Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Il contributo italiano
alla storia del pensiero. Ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana. Saggi: “Analisi del concetto di realtà empirica” (Solco, Città di
Castello); “Forma e assimilazione,” in: Archivio italiano di psicologia,
“Elementi di psicologia della testimonianza” (Rizzoli, Forma e movimento” (Ferrari,
Venezia, da: Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Gl’elementi
della psicologia della forma, Gruppo Universitario Fascista, Padova, Trattato
di psico-analisi (Boringhieri, Torino); Super io individuale e Super io
collettivo (Olschki, Firenze); Condizioni dell'esperienza e fondazione della
psicologia” (Universitaria, Firenze, Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e
incursioni nel mondo delle immagini (Boringhieri, Torino); Svevo e la
psicoanalisi (Olschki, Firenze); I rapporti personali Freud-Jung attraverso il
carteggio, Olschki, Firenze, Commemorazione accademica, Olschki, Firenze Nino
Valeri, Olschki Firenze, Il pronipote di Giulio Cesare, Mondadori Milano A
ciascuno la sua morte (Olschki, Firenze); Hanno cancellato Livorno (Olschki,
Firenze); Mia sorella gemella la psicoanalisi (Riuniti, Roma). Una famiglia
diversa ed un analista di campagna, Olschki, Firenze, Questa notte ho fatto un sogno, Riuniti, Roma,
Chi ha paura del lupo cattivo?, Riuniti, Roma, Psicoanalisti e pazienti a
teatro, a teatro (Mondadori, Milano); Leggere Freud, Bollati Boringhieri,
Torino, Curar nevrotici con la propria auto-analisi, Mondadori, Milano:
Geometrie non-euclidee e problema della conoscenza, Aurelio Molaro, prefazione
di Mauro Antonelli, Mimesis, Milano,Treccani Enciclopedie oIstituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. siusa.archivi.beniculturali, italiana di Cesare
Musatti, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. NOME
COMPIUTO: Cesare L. Musatti. Cesare Musatti. Musatti. Keywords: erote, Gruppo
Universitario fascista, il collettivo di Jung, l’ego e il noi collettivo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Musatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Musonio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del Musonio di Gentile -- Roma – la scuola di Bolsena -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Bolsena). Abstract. Grice:
“I don’t know if it was Ryle, but for years, Roman philosophy was a no-no at
Oxford. Gone were the days of Walter Pater and his Marius The Epicurean!” -- Filosofo
italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Esercita un
forte influsso sui contemporanei. Di famiglia equestre dell’etrusca
Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di filosofo l’invidia
di Nerone. Segue Rubellio Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a
togliersi la vita quando Nerone lo condanna a morte. Ritorna a Roma, dove
e bandito insieme con Cornuto in occasione della congiura
di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros nelle Cicladi, ove per la
sua rinomanza attira uditori da ogni parte.Verosimilmente richiamato a Roma
da GALBA, negli ultimi giorni di Vitellio si une ad una ambasceria del
Senato presso Antonio Primo per perorare la causa della pace fra i suoi
soldati, ma senza successo.Quando Vespasiano assunse il potere, M. accusa
davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale delatore e falso testimonio nel
processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse dalla prima espulsione dei
filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per la seconda volta ; però Tito,
che già lo aveva conosciuto, lo richiamò dopo la sua assunzione al trono. In
seguito mancano notizie su di lui, ma da una lettera di Plinio il Giovane
sembra che non fosse più in vita. Non risulta che abbia composto e pubblicato scritti,
anzi sembra che si sia servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale,
però, rimangono frammenti abbastanza numerosi. Essi comprendono 19 brevi
apoftegmi conservati da Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; altri
apoftegmi e trattazioni filosofiche relativamente ampie raccolti da Epitteto
nel suo insegnamento-È e trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo
; esposizioni o lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte
più estesa dei frammenti. È verosimile che provengano da uno scritto di quel
Lucio che si è già ricordato e che si deve ritenere la fonte più importante
dello Stobeo. Un’altra è Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione
(probabilmente Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) compone
Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. È giudicata falsa una lettera
di Musonio a un certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i
frammenti di M, e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o
alla dipendenza di questo da uno scritto di Lucio o alla derivazione di ambedue
da una fonte più antica. Della forte azione di Musonio sui contemporanei sono
prova i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano (oltre al genero
Artemidoro, amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione
di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni
romani, come Plauto, Sorano e Minicio Fundano. M. si avvicina ai cinici
nell’assegnare alla filosofia finalità radicalmente etico-pratiche, accetta
spunti dell’ascetismo dei crotonesi. Ma nel complesso dipende dal Portico con
influssi posidoniani. Nel sno insegnamento non trascura le esercitazioni
logiche e i frammenti toccano argomenti di fisica, ma ciò che vi è
detto degli dei, designati con le denominazioni della religione
tradizionale, non supera la sfera del pensiero comune e non ha carattere
filosofico determinato. Invece riporta al Portico l'affermazione della
necessità universale, che equivale alla teoria del fato. Però l'interesse di M.
si concentra sulla funzione pratica della filosofia, che è assolutamente
necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta dai filosofi dai Cinargo) gli
uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale dev'essere
prestata dalla filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle donne non meno
che agli uomini. La filosofia però è identificata alla ricerca e alla
realizzazione della virtù, per conseguire la quale non vi è necessità di molti
discorsi, nè di molte teorie. Inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore
importanza dell’insegnamento o del discorso. Siccome la natura ha posto in ogni
uomo i germi della virtù, se il discepolo non è stato corrotto, una breve
dimostrazione è sufficiente per fargli riconoscere i principi etici
giusti. Ciò che soprattutto importa è che maestro e discepolo uniformino
la loro condotta ai propri principi. Si comprende che M. si interessasse in
primo luogo della formazione etica degli scolari. Nell’insieme, la morale
di M. si conforma alle dottrine tradizionali del Portico. Occorre distinguere
ciò che è e ciò che non è in nostro potere. Ora da noi dipende soltanto l’uso
delle rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male,
dalle quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi
l'intenzione quale atteggiamento interiore della volontà. In la volonta, se è
retta, consiste la libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende
da noi e perciò rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci
all’ordine necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca.
Soltanto la virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è
indifferente. Però, per rafforzare la volontà, M. ritene necessario, oltre
l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè,
essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare
ambedue. In generale raccoman, avvicinandosi ai filosofi del Cinargo, la vita
semplice e conforme alla natura e accoglie dai crotonesi, il divieto dei
cibi carnei. Oltrepassando le opinioni di molti antichi filosofi del portico,
esige una vita morale severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la
limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti
di Musonio rivelano un’anima nobile e retta, appassionata per il bene e guidata
dal desiderio di educare gli spiriti, ma a queste doti non corrisponde il
valore scientifico degli insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto
mediocri e privi di originalità. Inoltre non si può trovare nelle sue parole
l’espressione di una visione della vita vibrante di dolore e di amore simile a
quella di Seneca. Gaio Musonio Rufo. M. (Volsinii) è un filosofo
romano. Frammento di papiro (P. Harr.Col.), con parte di una
diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in
Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso
Plinio il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia
(presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad
Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei
confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e
figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era
comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens,
e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di
un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o
gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza
tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio
Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato
da Roma in via precauzionale da Nerone, M. lo segue in Asia. Due anni dopo giunge
l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,
in concomitanza della congiura di Pisone,
e mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros,
inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrità morale
e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati
da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a
GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra
civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo
episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in
pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era
teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si
impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli
ambasciatori M., di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti
dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati
con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò
fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava
chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo
stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente
stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad
intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso
non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria
dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora Musonio Rufo
attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Sorano con una falsa
testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle
delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di Sorano
e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando
contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta avanti con
tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso allora di ri-aprire
il processo tra M. e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani di
Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei
magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era,
infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale.
Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto
aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a
Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente.»
Più tardi M. riusce a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata
dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto
da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli
altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fa uccidere
Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio minore si
apprende che egli non era più in vita. Si proclama suo discendente il
poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario,
sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non
lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si
ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di
cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono
intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per un problema” “Su chi
nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le donne dovrebbero
studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei
figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare la
filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un principe
deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo perseguirà
qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono appropriati
per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine principale del
matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della filosofia?” “Ogni
bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna obbedire ai propri
genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior viatico per la vecchiaia?”
“Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo
stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta una questione iniziale,
poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo
figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il
medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica
si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto
rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano, inoltre, frammenti
minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in
numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che
potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di
Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo abbastanza da
rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un aneddoto in Elio
Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione).
Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. M.
rappresenta, con Epitteto, Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più
significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi
corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo
tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero
radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e
onestamente, cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti.
Il ruolo della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più
utile, in quanto ci persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere
sono un bene, e che né la morte, né la povertà, né il dolore sono un male;
quindi questi ultimi non sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da
sola ci impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il
filosofo si occupi di studio della virtù. La persona che afferma di studiare
filosofia deve praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche
altra attività, perché la filosofia è più importante e più difficile da
comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di
altre abilità, le persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro
anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che
impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come
conoscenza teorica. Piuttosto, M. insiste sul fatto che la pratica è più
importante della teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più
efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a
vivere senza errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può
aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di
vivere virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico
esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilità senza errori. In una delle sue diatribe, si
racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve
proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo,
utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è
proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la
giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per
possedere autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità,
capacità di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore
e deve essere privo di errori. La filosofia, sosteneva M., è l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re
aderisse ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere
umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima richiede
maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al freddo, al
caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro,
all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo M.. L'opposizione di M. alla vita lussuosa si estendeva
alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso
desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. M. condanna tutti questi atti
sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali finalizzati
alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia l'adulterio
come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio contro
natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere vergognoso è vile
nella sua mancanza di autocontrollo. M. difende l'agricoltura come un'occupazione
adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o all'insegnamento
di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio sottolineano
l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha sottolineato che ciò che
si mangia ha conseguenze significative. Crede che padroneggiare il proprio
appetito per il cibo e le bevande fosse la base dell'autocontrollo, una virtù
vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e rafforzare il corpo e
sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo non ci dà alcun
piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo supera di gran lunga
il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre il corpo, non il
consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo scopo quando lo
digeriamo, non quando lo gustiamo. M. sostenne la sua convinzione che le
donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica degli uomini con i
seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso
potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione è buona o
cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli stessi
sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi
condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto,
le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità con
essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle azioni
nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse M., è altrettanto
appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino come vivere
onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ 1305: «Figlio di
Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e stoico,
vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri.
Ci sono anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad
Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo
eccesso di libertà e ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che
portano il suo nome e anche le lettere. Epistole. Di origine etrusca: cfr.
Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Pittau, “Dizionario della lingua
etrusca (DETR), Dublino. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14.
Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, Girolamo, Chronicon, a. 2095:Titus
Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c),
inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e M.. Cameron, Avienus or Avienius?, in
"Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik". L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense:
sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento
in cui M. parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecia al bando del suo maestro. Nella diatriba Lucio
riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi,
che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. -- nell'edizione
Hence. Una delle due è una lunga lettera scritta da M. a Pancratide sul tema
dell'educazione dei suoi figli. Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re
dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La
maestà è caratteristica del re che incute timore reverenziale, la crudeltà di
quello che ispira paura» (in Stobeo, IV 7, 16). A differenza del suo allievo
Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, M. sottolinea l'interdipendenza
tra anima e corpo. Questa visione, del tutto coerente con il panteismo stoico,
non è estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; Nussbaum, The Incomplete
Feminism of M., Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic
Experience and Sexual Ethics in Ancient and Rome, Nussbaum and J. Sihvola,
Chicago. Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hence (Lipsia,
Teubner); Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, Yale classical studies. Dillon, M. and Education in the Good Life: A Model of
Teaching and Living Virtue. University Press of America. Laurenti, Musonio,
maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. Berlino, de
Gruyter, King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. Create Space. DOTTARELLI,
M. l'etrusco. La filosofia come scienza di vita” (Roma, Annulli). Musònio Rufo,
Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M., su Encyclopedia of Philosophy. Opere
di Gaio Musonio Rufo, su Open Library, Archive. VDM Stoicismo. Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Filosofi romani Filosofi del II
secoloRomani del II secoloStoici[altre] Grice e Tito – La clemenza di Tito –
“Titus M. Rufum philosophy revocat. Amico di Musonio. Grice e Galba. Grice e
Nerone – Grice e Vespasiano. Gaio M. Rufo, figlio di Capitone e degli stoici di
maggior grido in quell'età, e uno di quelli che si guadagnarono un maggior
numero di seguaci per l'efficacia del loro insegnamento. Plinio Secondo
infatti, lodando le virtú singolari del suo amico Artemidoro, assicura che per
esse ei merito che a C. M. ex omnibus omnium ordinum adsectatoribus gener
adsumeretur. E di Volsinio, in Etruria. Ma non si può dire se fosse nato sotto
Claudio o sotto Caligola. Benché sia più probabile la seconda supposizione. Appartenne
all'ordine equestre. L'incontriamo la prima volta in Roma, quando ne è mandato
in esilio da Nerone in quella serie di condanne che segui alla sventata
congiura di Pisone. A lui, come a Verginio Flavo, celebre maestro di retorica,
nocque, secondo Tacito, claritudo nominis nam Verginius studia iuvenum eloquentia,
Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Tre anni innanzi era nell'Asia Minore
presso Rubellio Plauto, insieme con un altro filosofo, Cerano,il quale non si
trova nominato in altro luogo. Sicché è probabile che egli non tornasse in Roma
se non dopo la morte di Rubellio, per seguire il quale aveva dovuto lasciar
Roma, quando a Rubellio per ordine di Nerone convenne ritirarsi in Asia. Se,
adunque, il nostro M. poté essere il filosofo di Rubellio Plauto, del quale
vedremo con che ardore proseguisse lo stoicismo, la frase di Tacito ci dice che
egli dove esercitare in Roma l'insegnamento pubblico. Le relazioni avute con
Rubellio, che al dire di Tacito, omnium ore celebratur, e quei due anni
consecutivi d'insegnamento pubblico, devono avergli fruttato la claritudo
nominis che fu madre del suo esilio Nerone nella scoperta della congiura
pisoniana trova tra i congiurati più d'uno della setta stoica, come Seneca, a
quanto pare, e Lucano. Ed era naturale che anche M., l'antico maestro ed amico
del suo odiato Rubellio, lo stoico che suscita tanta ammirazione intorno a sé e
trasfondeva in tanti il suo entusiasmo, siccome apparisce da quel che ne dicono
Tacito e Plinio il giovane, facesse nascere nell'animo di Nerone sospetti e
timori e fors'anche invidia. Musonio, cacciato da Roma, e da Nerone relegato
nell'inospitale isola di Giaro, tra le Cicladi. E quivi dimora fino alla morte
di codesto imperatore. Ma neppur li si rimase dall'insegnare. Giacché
Filostrato, testimonio, in verità, non sicuro, ci fa sapere che in quell'isola
accorrevano a lui da ogni parte, e da uno dei frammenti conservatici da Stobeo
si scorge che in Giaro era alla scuola di Musonio il compilatore di quella
specie di 'Azurnusycuata, donde gli estratti musoniani di Stobeo sarebbero
tolti. A Giaro si rese benemerito dell'isola, dove non s'era mai vista
dell'acqua, ed ei seppe trovare una fonte. Per vedere la quale Filostrato
afferma che al suo tempo si visita ancora quell'erma isola. Quanto tempo vi
rimane si può precisare da un luogo del suo discepolo Epiteto; dove si ricorda
un detto di lui relativo alla morte di Galba, dal quale risulta che M. e già a
Roma sotto questo imperatore. Sicché molto probabilmente vi sarà tornato alla
morte di Nerone. Non altrimenti dello stoico Elvidio Prisco, cacciato anche lui
da Nerone e tornato a Roma all'avvento di Galba
all'impero. A Roma, M. si trovava durante il breve impero di Vinelio poicho 1 Potia Coria, sli api
basiatori to riti Tao qua dio qui (o in pa la da i, partando gravi Guasti l'ambasceria
è rimasta famosa; giacché le parole, onde ce la descrive Tacito, colpiscono una
delle debolezze più ridicole che si possano rimproverare ai filosofi: quella di
far della filosofia fuori di luogo. Grave il danno prodotto dai Flaviani fuori
della città. Il popolo, levatosi in armi, vuole uscire in massa contro gl’assalitori.
Tra poco scope terribile la guerra civile. Si convoca il Senato. E questo
sceglie dei legati, che si rechino ai duci di quell'esercito, per persuaderli
pel bene della repubblica alla concordia e alla pace. Tra i primi inviati c'è
uno de' più fervidi e sventurati stoici di quest'età, Aruleno Rustico, allora
pretore. Ma egli e i compagni, venuti da Ceriale, furono accolti assai male. Egli
anzi ferito. Il che eccita più che mai gli animi del popolo: auxit, dice Tacito
invidiam super violatum legati prae-torisque nomen propria dignatio viri. E
quest'offesa recata a un uomo di tanta riputazione della sua setta. non dovette
essere l'ultimo dei motivi che spinsero quindi Musonio a mischiarsi con gl’altri
legati, che andarono da Antonio. Ma già non deve parere strano, che un uomo
cosi illustre, cosi rispettato al tempo suo, e che sapeva di essere ammirato e
di poter contare sull'efficacia della sua nobile parola, s'inducesse a
confidare in questa per calmare gl’animi dei soldati, dimentichi perfino del
più sacro diritto delle genti. Sarebbe stata forse la prima volta che M. parla
a una moltitudine. Anche le Vestali si fecero apportatrici d'una lettera di
Vitellio ad Antonio. Pure non si può non sorridere leggendo in Tacito che
Musonio coeptabat permixtus manipulis, bona pacis ac belli discrimina
disserens, armatos monere. Id plerisque
ludibrio, pluribus taedio: nec deerant qui propellerent propulsarent-que, ni
admonitu modestissimi cuiusque et aliis minitantibus omisisset intempestivam
sapientiam. Ci
si sente Tacito ammiratore del vecchio Agricola, anche in quelle considerazioni
che l'aveva sentito più volte a fare circa il suo amore per la filosofia -
ultra quam con-cessum Romano ac senatori; anche nell'avere conservato soltanto
ex sapientia modum: e pare che goda a metterci innanzi lo spettacolo comico e
pietoso della fatuità d'un filosofo fanatico. Ma sotto i colori aggiunti da Tacito
si scorge chiaramente un quadro, che è eloquente testimonianza
dell'atteggiamento morale e sociale di questo stoi-cismo: nei seguaci del quale
vedi l'anima piena di fede, ardente degli apostoli. In Musonio non c'è l'uomo
speculativo inesperto della vita, ma un'anima infiammata da profonde idealità,
non comprese dai molti. Un'anima compagna a quella dei martiri coetanei della
religione novella. Sotto la pretura d'un altro illustre stoico, Elvidio Prisco,
dopo il trionfo di Vespasiano, M. si riaffaccia nella storia di Roma. E questa
volta con un atto, che gl’attira l'ossequio di tutti gl’onesti. Era costume del
tempo, come sotto l'imperatori violenti, di darsi al mestiere di accusatore,
cosi sotto l'imperatori miti di dare addosso agli accusatori che più avevano
spadroneggiato. Chi non ricorda il commovente processo di Barea Sorano, che
occupa gli ultimi capitoli degli Annali di Tacito? In quell'imperversare contro
tutti i virtuosi che Nerone vedesse in Roma, mentre Marcello Eprio assale
Trasea Peto, Ostorio Sabino citava Barea Sorano a scolparsi dell'amicizia, che
nel suo proconsolato in Asia aveva mantenuta con Rubellio Plauto e delle
speranze sovversive sparse in quella provincial. E ne trascinava in Senato
anche la giovane figliuola Servilia, che, mossa dall'angustia del suo cuore
filiale, s'era indotta a consultare gli astrologi sulla sorte del padre
(delitto anche questo agli occhi di Cesare, che ci vedeva sotto trame e
propositi ribelli di novità). Invano il padre proclamava l'assoluta innocenza
della sua Servilia: e accorreva verso di lei per abbracciarla, ma i littori
frappostisi glielo impedivano.Venuta la volta de' testimoni, fra essi si fece a
deporre contro il padre, suo discepolo, e la figlia, che a lui s'era rivolta
per il responso desiderato sulla sorte del padre, quel malvagio stoicastro di
Publio Egnazio Celere, vecchio antenato di Tartufo, e che già conosciamo. Quantum
mise-ricordiae, dice Tacito, saevitia accusationis permoverat, tantum irae P.
Egnatius testis concivit. Ma Sorano e Servilia dovettero morire; e Tartufo ebbe
il solito compenso dei delatori: denari ed onori — benché Tacito un po'
ingenuamente conchiuda che « dedit exemplum praecavendi quo modo fraudibus
involutos aut flagitiis commaculatos, sie specie bonarum artium falsos et amicitiae
fallaces ». Dopo d'allora i professori di filosofia avrebbero dovuto diventar
tutti fior di galantuomini; il che veramente non pare.Ma tra gli Egnazii per
fortuna c'è sempre un Musonio. E Musonio, anni dopo il turpe fatto, ri-staurato
con la vittoria di Vespasiano il regno della giustizia, sorse a vendicare la
morte del compagno Sorano. Simile al suo sciagurato Rubellio oltre che nella
misera fine, nel desiderio di avere presso di sè un filosofo, che gli facesse
da mentore, quasi dottrina vivente. Musonio adunque assali Publio Egnazio
Celere, accusandolo di falso testimonio contro Sorano. Mentre Elvidio Prisco si
apprestava a fare altrettanto contro Eprio Marcello, accusatore di Trasea. Nota
Tacito, che con l'accusa di Musonio pareva si rinfocolassero I vecchi odii
delle delazioni. Ma che nessuno tuttavia poteva far nulla che giovasse a
salvare un accusato cosi vile e cosi apertamente reo: quippe Sorani sancta memoria; Celer professus
sapientiam, dein testis in Baream, proditor corruptorque amicitiae, cuius se
magistrum ferebat. Quel giorno però in cui fu presentata l'accusa, si stabili
che se ne trattasse il di seguente: e l'aspettativa era grande. Ma, entrato poi
Muciano in Roma e tradottosi ogni potere in mano sua, si disviò e rinviò anche
il processo di Egnazio, e non fu ripreso che al principio dell'anno seguente un
giorno che presiedeva il senato il figlio dell'imperatore, Domiziano.Egnazio fu
condannato all'esilio, e Sorano vendicato. Sorani manibus satisfactum, dice
Tacito, con onore di Musonio, il quale parve a tutti che fosse venuto a capo di
un'opera di giustizia. Vi fu chi ambitiosius quam honestius tentò la difesa
della spia: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio subpeditavit. Questa
condanna fu un trionfo dello stoicismo, e poté sembrare per un momento che
un'aura più propizia incominciasse per i suoi seguaci, grazie al governo mite
di Vespasiano. Ma poco dopo, sappiamo da Dione che essi furono da questo
imperatore per consiglio di Muciano cacciati tutti da Roma. Tutti, ad eccezione
di M., risparmiato forse per l'amicizia personale che lo stringeva, secondo
Temistio, a Tito. Si vede le ragioni di questo bando generale dei filosofi a
cui Muciano, secondo Dione, avrebbe indotto Vespasiano (che pur tanto favori la
cultura) sitofino alla morte, che non si può dire quando sia avvenuta. Ma pare
che fosse morto da un pezzo quando Plinio il giovane scrive al padre
raccomandandogli l'amico suo e genero di Musonio, Artemidoro, e ricorda
l'affetto misto di ammirazione che egli quantum licitum est per actatem, aveva
portato al filosofo etrusco. PLINIO, Epist. Lo ZELLER dice soltanto verosimile
che il Gaio M. di q. 1. sia il noto filosofo stoico. Ma il contesto della
lettera a me non pare che lasci alcun dubbio. Sur A, s.v.(3) TAcioo lo dice “Tusci
generis”; Ab excessu; e TUpprvóv FILOSTRATO,Vita Apoll. Ma SuIDA precisa anche
la città, confermata da un'iscrizione relativa al poeta Rufio Festo Avieno
discendente di Musonio e anch'esso Volsiniense: Corpus inscript. latin., VI,
587. Cfr, anche Epigramm. Anth. lat. (Burm.). Infatti la frase di PLiNIo,
Epist. et M., socerum eius (sc. Artemidori), quantum licitum est per aetatem,
cum admiratione di-lexi deve far pensare che Musonio fosse innanzi negl’anni
quando Plinio era ancora giovane; che perciò intorno all'80 avesse una
cinquantina d'anni. Zeller pone l'anno di nascita di lui tra il 20 e il 80 d.
C.TAc., Hist., III, 81. (1) Ab excessu, XV, 71. Cfr. DIoNE-SIFILINO, LXII, 27.
SUIDA (s. v.) dice: 8iàNépwvos dvoupsitar (cioè è ucciso: ma questo è certo un
errore). Da un frammento d'una lettera di GIULIANO l'Apostata, riferito da
Suida, si ricaverebbe che quando Nerone bandi Musonio, questi occupa una
pubblica carica aTe-jé?eto Bapüv = murorum curator erat; ed. Bernardy). Ma non
è chiaro se il frammento di Giuliano si riferisca al nostro Musonio, o al
Musonio vissuto sotto Gioviano, a cui si riferisce l'art. seguente di Suida. Тас.,
Аб ехсеззи, XIV, 59. Ma forse è una stessa persona con lo scrittore di questo
nome ricordato da PliNio tra le fonti della Nat. Hist. A torto l'HALM
(nell'Index historicus, s. v. Coeranus nella sua ediz. di Tacito) sospetta che
sia da sostituire Cornutus nel detto luogo Ab exc.; perchè la lezione è sicura;
e d'altra parte Cornuto in quel tempo era in Roma. Su Cornuto, maestro di
Persio e Lucano, v. per ora MARTINI, De L. Ann. Cornuto, Lugd., Bat.;ZELLER;
TEUFFEL-SCHWARE, Roem, Litter.-Gesch.; e PAULY-WIssOwA, Real-Encyclopidie s. v.
Il Lipsio al cit. loc. di Tacito sospetta che il Coeranus dovesse con lieve
mutazione di lezione identificarsi con quel Claranus, condiscepolo di Seneca,
di cui questi parla nell'epist. 66. Ed invero la probabile data di questa
lettera (Hu-GENFELD) e il dirsi in essa
che Seneca aveva riveduto cotesto Clarano post multos annos combinano con
l'anno 63, nel quale ei si sarebbe trovato con Rubellio in Asia. Ma nè anche di
Clarano s'avrebbe altra notizia. Ab exc. A questo tempo si può riferire la
notizia di EPITETo (Diss.) di un rimprovero dato a Trasea Peto, che avrebbe
detto voler egli morire la vigilia di quel giorno, in cui gli sarebbe toccato
di lasciar Roma.TU ODU aUTÕ POSSOS SiTEV; El uéy d5 PapÚTEpOr ¿xTErA, TIS i
Mapia tÃsextorisi si d'ós xoupótepor, tis ool déduxev; aù d618i6 pelerãy
apxsiolesTỘ Siouévo. Quando Musonio tornò, Trasea e morto. Quanta incertezza ci
sia intorno all'autore dei frammenti musoniani di Stobeo, comunemente
attribuiti a quel CLAUDIo PoLLIoNE, che secondo SUIDA (Moudúvos) avrebbe scritto
appunto degli anourquoveú para Mouraviou vedidi thy puyny pains au Epaxévos pE
X.T.?, STon.Cir. WENDLAND, JULIANI epist. in Rhein. Mus., XIII, 24, Froste.,
Vita Apoll., VII, 16.Tutti gli altri luoghi di Filostrato in cui si nomina un
Musonio, si riferiscono a un altro Musonio, di Babilonia, cinico EPITETO (Diss.) dice: POÚpO TIS ElEYE,
l'álßa aparèvros,8t Noy Movoi o MóJHOE dOEia; "O 8à, Mi yap dyú ool tot',
egn, añò l'arßaнатвохейава, оть проова б хосноє діохвіто. Il concetto di Calba
accennato in questo passo M. non avrebbe potuto averlo se non a Roma, dopo
essere steto da lui richiamato ed averne sperimentato il governo assai mite
inconfronto del precedente. ZELLER cita anche (come il MoNasEN, Ind. plin.)
Tac., Hist. Ma questo luogo non proverebbe. È un evidente errore quello di Girolamo,
all'anno M. philisophum de exilio revocat/ Giacché nella cacciata Musonio fu
eccettuato, e rimase sempre in Roma sotto Vespasiano.Il CHRIST, Gesch. d.
griech. Litter., Nördlingen, dice che Musonio torna in Roma sotto Trajano!
-Molto probabilmente allora era morto. TAc., Hist., IV, Hist.,
III, 80,Tac., Hist. Miscuerat se legatis... ». Egli non era dunque propriamente
un legato.prodie tot, il vole di grinto rogu latativo. Bai minciava
sompre Era stato consul suffectus sotto Claudio nel 52; e apparteneva
forse alla famiglia Servilia (Ephem. Epigr.). Sua figlia infatti si chiamava
Servilia. Crimini dabatur amicitia Plauti et ambitio conciliandae provinciaead
spes novas. Tac. O 8è On MOÚTAOS Eri uE to duxopaurig nal xpipara Nai tudE
EraßEpostquam pecunia reclusa sunt. di Tac.. Barea Sorano dovette volgersi allo
stoicismo dopo il 52, perchè in quest'anno lo vediamo (TAc., Ab exc.) autore di
quel senatoconsulto (Pul-NIo, Ep., e SvEr., Claud.) in cui si decretavano le
insegne pretorie e 150 milioni di sesterzi a Pallante. Chi consideri il modo
onde Plinio parla di quel S. C., uno stoico non avrebbe commesso un tale atto;
mentre poi TAcITo, Ab excessu, dice che Cicerone volle distruggere la virtù
stessa, virtutem ipsam excindere concupivit, con l'uccidere Trasea e Sorano.(4).
Tum invectus est Musonius Rufus in P. Celerem, a quo
Baream Soranum falso testimonio circumventum arguebat. Tac., Hist. Il nome d'Egnazio, come
s'è visto più su, rimase tristamente celebre come sinonimo di delatore e
traditore vilissimo. Lo dimostrano le frequentiallusioni di Giovenale. Justum
officium [Nipperdey) explesse Musonius videbatur • Tac., Hist., IV, 40. Per la
condanna della spia cfr. DIONE-SirIL., e lo ScHoL. di Giovenale ad Sal., I, 33.
- TAcrro, l. c., continua: • Diversa [da quella di Musonio] fama de Demetrio
Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quum honestius
defendisset Ma è da sospettare che Tacito abbia confuso il Demetrio cinico,
onorato da tutti gli stoici migliori del tempo (cfr. Ab exc.), col Demetrio
causidico, delatore di Nerone, ricordatodallo ScuoLIAsTE di Giovenale, ad Sat.,
Tac., 1. c. DIoNE-SIFIL., LXVI, 18.(5) Orat. XIII, 178.SvEr., Vesp. ingenia et
artes vel maxime fovit ..Epist., III, 11. Le lettere del lib. III di Plinio
devono essere state scritte tra il 101 o il 102, secondo il MouMsEN, Zur Gesch.
d. junger. Plinius, nell' Her. mes, III, 1869, p. 40 (v. lo stesso studio con
aggiunte nella Biblioth, de l'école des hautes étude, trad. par Morel, Paris,
Franck, Sulla vita di Musonio non v'è che la vecchia Dissertatio de M. R. di NIEUWLAND,
ristampata innanzi a C. M. R. Reliquiae et apophthegmata, cum ann. ed. F.
VENHUIZEN PEERLKAMP, Harlemi, e uno scritterello del REINACH, Sur un témoignage
de Suidas relatif à Mus. R., in Comples rendus de l'Acad. des inscriptions et
belles lettres. Rufo
(si veda). Tito Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo. Keywords: Etruria. Luigi
Speranza, “Grice e Musonio”, The Swimming-Pool Library. Musonio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Mussolini
(Dovia di Predapio). – Arnaldo Mussolini Arnaldo Mussolini (Dovia di Predappio,
11 gennaio 1885 – Milano, 21 dicembre 1931) è stato un giornalista e politico
italiano, fratello minore di Benito Mussolini. Biografia Chiamato così in onore
di Arnaldo da Brescia[1] dai genitori, Alessandro Mussolini e Rosa Maltoni,
conseguì il diploma alla scuola media agraria di Cesena e nel 1909 sposò
Augusta Bondanini, dalla quale ebbe tre figli: Vito, Sandro e Rosina. Fu
insegnante e segretario comunale socialista di Predappio fino al 1914. Prima di
dedicarsi all'insegnamento nel paese natale, Arnaldo Mussolini fu docente di
agraria, dal 1908 al 1909, presso l'istituto Falcon-Vial di San Vito al
Tagliamento. Affezionatosi a questo paese friulano, svolse il proprio
insegnamento anche nelle scuole elementari di Carbona, frazione di San Vito.
Proprio in omaggio a questo paese che lo aveva accolto con affetto chiamò il
suo figlio primogenito Vito; in seguito il comune ricambiò, ponendo, a nome dei
Sanvitesi, una lapide a suo ricordo nel cortile dell'istituto Falcon-Vial.
Divenne segretario comunale prima a Travesio, sulla pedemontana friulana, poi a
Morsano al Tagliamento, ricoprendo la carica sino al 1914. Arnaldo Mussolini,
come il fratello, partecipò alla prima guerra mondiale con il grado di sottotenente
e nel 1919, al termine del conflitto, si trasferì a Milano. Qui divenne
direttore amministrativo del quotidiano fondato da suo fratello, Il Popolo
d'Italia, succedendo a Manlio Morgagni, che si occupò della raccolta
pubblicitaria. Nel 1922, quando Benito divenne Presidente del Consiglio, ne
ereditò la direzione, fedele alle linee politiche del fratello, che assecondava
totalmente, pur mitigando alcuni eccessi con uno stile più mite e riservato.
Benito Mussolini si fidava ciecamente di Arnaldo, che ebbe anche l'incarico
della correzione delle bozze dei discorsi del fratello. Il due novembre dello
stesso anno Raoul Vittorio Palermi, Sovrano gran commendatore del Supremo
Consiglio della Gran Loggia d'Italia gli rimise le insegne di 33º grado
("Sovrano Grande Ispettore Generale Onorario") del Rito scozzese
antico ed accettato[2][3][4]. Arnaldo Mussolini (secondo da sinistra) nel 1931
Busto di Arnaldo Mussolini presso il cimitero monumentale di Paderno di Mercato
Saraceno Dal 1922 alla morte ebbe una relazione con la scrittrice Maddalena
Santoro. Fra il 1923 e il 1927 si dedicò all'attività di giornalista e a varie
iniziative editoriali, dando vita a un giornale per i Balilla, alla Domenica
dell'Agricoltore, alla Rivista illustrata del Popolo d'Italia, che fondò con
Manlio Morgagni, alla Illustrazione Fascista, al Bosco e Historia, pur
continuando a dirigere il Popolo d'Italia. L'interesse per la natura lo indusse
inoltre a dedicarsi alla rinascita boschiva, all'organizzazione
dell'agricoltura, alle bonifiche, diventando il primo presidente del Comitato
Nazionale Forestale. Il 27 novembre 1928 gli fu conferita la laurea honoris
causa in scienze agrarie. Nel 1930 sostenne Niccolò Giani nella fondazione
della scuola di mistica fascista a Milano, con l'obiettivo di far rivivere
"l'anima del fascismo più vero", quello della trincea e dei primi
anni del movimento, consegnandolo idealmente alle nuove generazioni[5]. La
scuola fu intitolata al figlio Sandro Italico, scomparso prematuramente a causa
di una leucemia, l'anno prima a soli venti anni. Ne fu presidente anche un
altro figlio di Arnaldo, il primogenito Vito. Lapide in pietra posta nei pressi
dell’ingresso principale della villa comunale di Angri in ricordo del
giornalista e fratello minore di Benito Mussolini, Arnaldo. Di sentimenti
profondamente religiosi[6], Arnaldo Mussolini ebbe una parte importante nel
raffreddare i toni tra il regime fascista e la Chiesa cattolica durante la
crisi del 1931 riguardante soprattutto l'educazione dei giovani. Nel settembre successivo,
grazie ad Arnaldo Mussolini, fu raggiunto un compromesso con il quale i giovani
cattolici potevano organizzarsi solamente all'interno dell'Azione Cattolica,
senza svolgere alcuna attività politica. Gli accordi con la Santa Sede furono
trasmessi dal Ministero dell'Interno a tutte le Regie Prefetture con circolare
telegrafica del 16 settembre 1931. Secondo Marco Zeni, Arnaldo Mussolini si
occupò anche del caso Ida Dalser, la "moglie segreta" di Benito, e
del loro figlio Benito Albino. Mentre la Dalser finì in manicomio, pare che
Arnaldo – non è chiaro se per ordini ricevuti o per affetto personale –
trattasse nel miglior modo possibile il nipote Benito Albino. Dopo la morte
dello zio Arnaldo, anche Albino venne internato, come la madre, in manicomio,
dove morì nel 1942[7]. Arnaldo Mussolini morì improvvisamente di arresto
cardiaco[8], a Milano, il 21 dicembre 1931, a 46 anni. Fu sepolto nel piccolo
cimitero di Paderno di Mercato Saraceno, paese natale della moglie Augusta
Bondanini, dove ancora esiste, nella casa di famiglia, il suo studio privato
con arredi e cimeli dell'epoca. A Forlì, invece, nella Casa del Balilla, poi
della G.I.L., venne aperta una cappella votiva a lui dedicata. La cappella
faceva parte del percorso del "pellegrino" fascista dalla stazione di
Forlì, lungo il viale Benito Mussolini, oggi viale della Libertà, fino al
piazzale della Vittoria, con destinazione la casa natale di Benito Mussolini a
Predappio. Nella chiesa di Santa Maria Nuova, a Mercato Saraceno, una lapide
nel pavimento ricorda la tumulazione provvisoria ordinata da Benito Mussolini,
in quanto, a causa della neve, il cimitero di Paderno era divenuto
inaccessibile. Gli fu dedicato l'Istituto Nazionale di Previdenza dei
Giornalisti Italiani Arnaldo Mussolini, che dopo la guerra divenne INPGI G.
Amendola. Quando morì, Benito Mussolini mandò un telegramma a tutte le scuole,
ordinando di piantare una quercia in memoria del defunto Presidente del
Comitato Nazionale Forestale. Il fratello Benito ne scrive la biografia in Vita
di Arnaldo, che inizia così: "Voglio scrivere stasera - 25 dicembre 1931 -
X - uno dei più tristi Natali - forse il più triste - della mia vita, le prime
pagine del libro che dedico alla memoria di Arnaldo. Oggi, a Palazzo Venezia,
per sei ore, ho cominciato lo spoglio delle carte lasciate da lui; operazione
necessaria, delicata, che ho compiuto e compirò con grande trepidazione."
Onorificenze Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per
uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia Opere
Arnaldo Mussolini, Coscienza e dovere Archiviato il 18 dicembre 2012 in
Archive.is.,Raido, Roma, 2007 Arnaldo Mussolini, Forlì, Tiber, Roma 1929 Note ^
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cancellare, Edizioni del Sus, Bari 2016. Voci correlate Benito Mussolini Edvige
Mussolini Sandro Italico Mussolini Scandalo Belloni Altri progetti Collabora a
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Mussolini Collegamenti esterni Mussolini, Arnaldo, su Treccani.it – Enciclopedie
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Maria Ghisalberti, MUSSOLINI, Arnaldo, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su Wikidata Mussolini, Arnaldo, in
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Wikidata Giulia Albanese, MUSSOLINI, Arnaldo, in Dizionario biografico degli
italiani, vol. 77, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. Modifica su
Wikidata Arnaldo Mussolini, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica
su Wikidata (EN) Opere di Arnaldo Mussolini, su Open Library, Internet Archive.
Modifica su Wikidata Predecessore Direttore del Popolo d'Italia Successore
Benito Mussolini dal 30 ottobre 1922 al 12 dicembre 1931 Vito Mussolini V · D ·
M Benito Mussolini Controllo di autorità VIAF (EN) 64843682 · ISNI (EN) 0000
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Fascismo Portale Storia Categorie: Giornalisti italiani del XX secoloPolitici
italiani del XX secoloNati nel 1885Morti nel 1931Nati l'11 gennaioMorti il 21
dicembreNati a PredappioMorti a MilanoMassoniUfficiali del Regio
EsercitoMilitari italiani della prima guerra mondialeFamiglia
MussoliniDirettori di periodici italianiDirettori di quotidiani
italianiDirettori del Il Popolo d'Italia[altre]Nacque a Dovia di Predappio,
vicino Forlì, l’11 gennaio 1885 da Alessandro, fabbro, e da Rosa Maltoni,
maestra elementare. Neonato, venne dato a balia alla famiglia Gaiani e visse
parte dell’infanzia separato dal nucleo familiare, alla quale si univa solo
durante l’estate. Aveva due fratelli: Benito, nato nel 1883, ed Edvige nel
1888. Fece le elementari a Meldola e fu ospite di un cugino a Cesena per
frequentare la scuola media agraria dal 1899 al 1903. Nel 1904 la mancanza di
prospettive di lavoro lo spinse a emigrare, come il fratello, a Thun, in
Svizzera, dove si guadagnò da vivere come manovale e come giardiniere. In
quegli anni Arnaldo e Benito si incontrarono saltuariamente a Berna e a
Friburgo, oltre che nella stessa Thun. I due fratelli furono influenzati
politicamente dal padre, sia pur con effetti diversi: Benito si avvicinò al
Partito socialista proprio durante l’esperienza svizzera, mentre sin da
giovanissimo Arnaldo fece parte del Partito repubblicano, dal quale si distaccò
nel 1919, quando decise di iscriversi ai Fasci italiani di combattimento.
Rientrato in patria nel 1905 (mentre era in viaggio morì la madre), Mussolini
riuscì a trovare lavoro come prefetto di disciplina e sottocapo coltivatore
alla scuola di agraria di Cesena, dove si era diplomato, per poi divenire capo
coltivatore a Monza e, successivamente, insegnante di agraria nell’istituto
Falcon Vial a San Vito al Tagliamento. Malgrado questi interessi non fossero
centrali per il suo lavoro, negli anni successivi Mussolini mantenne una forte
attenzione alla dimensione agricola e forestale, come si può rilevare da molti
suoi articoli e discorsi del periodo fascista (tra gli altri, L’agricoltura
nella vita italiana, pronunciato il 25 maggio 1928; Discorso ad Asiago per la
giornata forestale, pronunciato sull’Altopiano di Asiago l’8 settembre 1928;
Tradizione agricola, 8 aprile 1929), dal suo ruolo nella fondazione di riviste
su questi temi (in particolare la Domenica per gli agricoltori e Il Bosco) e
dagli incarichi e riconoscimenti pubblici (fu presidente della Commissione
nazionale forestale dal 1928, anno in cui gli fu assegnata una laurea honoris
causa in agraria dal Real Istituto superiore agrario di Milano). Aveva 22 anni
quando conobbe e si fidanzò con Augusta Bondanini, di qualche anno più anziana
di lui, e sorella di un suo compagno di scuola a Cesena. Augusta apparteneva a
una famiglia di possidenti, cattolici e molto devoti, di Paderno, un paese non
lontano da Cesena. I due si sposarono il 14 aprile 1909 e nel luglio 1910
nacque il primo figlio, Alessandro (Sandro) Italico. In quegli anni Mussolini
intraprese anche gli studi magistrali, conseguendo nel 1911 il diploma che gli
permise di insegnare nelle scuole elementari, come già facevano la madre e il
fratello. Dopo il diploma ottenne la patente di segretario comunale, grazie
alla quale fu assunto dal Comune di Travesio e da quello di Morsano al
Tagliamento. Nel 1912 nacque il secondo figlio, Vito. Non sono note le opinioni
di Mussolini nei mesi caldi dell’intervento nella Grande Guerra, ma l’entrata
dell’Italia nel conflitto non cambiò la sua vita familiare e il suo lavoro. Nel
1917 la moglie diede alla luce la loro terzogenita, Rosina, a Morsano. Con la
rotta di Caporetto (novembre 1917) l’intera zona dove vivevano subì l’invasione
delle truppe austriache. Mussolini dovette quindi andarsene, dopo aver messo in
salvo le carte comunali, seguendo la sua famiglia che si era già trasferita a
Paderno. Furono questi anche i mesi del difficile e inizialmente contrastato
avvicinamento di Mussolini al Popolo d’Italia. Inizialmente l’ingresso al
giornale non fu facile, tanto che piuttosto che continuare quell’attività –
come lui stesso confessò all’amico Manlio Morgagni (Roma, Arch. centrale dello
Stato, Morgagni Manlio, b. 37) – preferì lasciare Milano e partire per il
fronte. In quella fase Mussolini riceveva compensi economici dal fratello,
probabilmente come riconoscimento per il lavoro svolto al Popolo d’Italia. Nel
febbraio 1918 fu mandato alla scuola allievi a Caserta, nel maggio, alla scuola
di fanteria a Parma. Giunse al fronte nel giugno 1918 e partecipò alla seconda
battaglia sul Piave nel comando di reggimento del battaglione complementare
della brigata Potenza. Alla fine della guerra si trasferì definitivamente a
Milano con la famiglia: con Benito fu l’inizio di un vero e proprio sodalizio,
che durò per tutta la vita. Al Popolo d’Italia ebbe immediatamente la carica di
direttore amministrativo, collaborando in un primo tempo con Morgagni. Per
Benito divenne un interlocutore privilegiato, sebbene i due avessero fin
dall’infanzia un’indole assai diversa. Non mancarono in questa prima fase i
contrasti, soprattutto – probabilmente – in relazione ai rapporti di Benito con
Ida Dalser: fu Arnaldo infatti a tenere, fino alla morte, i rapporti con il
figlio che Benito ebbe dalla Dalser, Benito Albino, e a divenire anche sul
piano giuridico protagonista di quella complicata e terribile vicenda, cercando
di allontanare in tutti i modi Ida e Benito Albino dal fratello per evitargli
uno scandalo politico potenzialmente molto pericoloso e di riavvicinare il
fratello alla moglie, Rachele Guidi. Negli anni successivi continuò ad avere un
ruolo di rilievo nei confronti di Benito: fu lui a favorire l’incontro tra la
difficile e amata figlia di Benito, Edda, e il suo futuro marito, Galeazzo
Ciano; fu sempre lui l’autore dell’autobiografia che Benito pubblicò negli
Stati Uniti d’America nel 1928, come Benito stesso riconobbe dopo la morte di
Arnaldo. Al Popolo d’Italia si occupò inizialmente soprattutto dei conti che,
nel 1919 e nei primi mesi del 1920, faticavano a tornare. L’incarico era tanto
più importante perché in quella fase il bilancio del giornale si confondeva
facilmente con quello del movimento fascista. Ancora nel primo dopoguerra per
lui il clima al Popolo d’Italia non era migliorato e il rapporto più stretto fu
quello con Morgagni, col quale discuteva della crisi di rapporti con la
redazione che a suo avviso non lo stimava e, nel maggio 1922, del suo desiderio
di dimettersi. -ALT Con la marcia su Roma, nell’ottobre 1922, il ruolo di
Arnaldo e la fiducia di Benito in lui divennero pubblicamente visibili con la
decisione di Benito di affidargli la direzione del Popolo d’Italia, malgrado
fino a quel momento non avesse mai svolto attività di giornalista. Arnaldo
accettò l’incarico pubblicando un articolo, il 30 ottobre, nel quale si
riferiva a Benito che «con infinita bontà» gli concedeva questo «alto onore»,
ma nel quale si presentava con un profilo modesto («non mi nascondo la gravità
del compito affidato»), oltre che con la sua assoluta devozione («obbedisco»).
Nella prima fase della direzione la sua firma non comparve frequentemente, ma
Mussolini si affermò a poco a poco come strenuo difensore della politica del
fratello: si vantava di essere «il destro dei più destri» (Milano, Archivio
storico di Banca Intesa San Paolo, Banca commerciale italiana, Amministratori
delegati, Segreteria dell’amministratore delegato Giuseppe Toeplitz, f. 36, cc.
306-307: lettera di Pietro Fenoglio a Toeplitz, 13 settembre 1924), oltre che
pugnace sostenitore del fascismo anche nelle ore più dure. Negli stessi anni
definì un suo profilo di giornalista a tutto tondo, al punto che Benito
sostenne che «la sola vera rivelazione del fascismo è quella di Arnaldo»
(Amicucci, 1932, p. 14). Nel corso degli anni Venti fu anche l’ideatore, o il
sostenitore, di nuove pubblicazioni e iniziative editoriali; tra le nuove
testate aperte sotto la sua direzione: La rivista illustrata del popolo
d’Italia (1922), condirettore Morgagni; La domenica dell’agricoltore (1925); Il
bosco (1925), organo del Comitato nazionale forestale; Historia (1927);
L’Illustrazione fascista (1928), condirettore Umberto Favia. Queste imprese
riflettevano il ruolo centrale e politico del giornale, che tuttavia fu sempre,
e prima di tutto, il giornale di Benito Mussolini, nel quadro di un regime in
cui il proprietario ed ex direttore era divenuto dittatore e faceva del
controllo e della partecipazione delle masse al suo progetto politico un
cardine. Sono per altro noti e ampiamente documentati i contatti giornalieri
tra Benito e il fratello per commentare la situazione politica e gli articoli
del giornale (e anche i rimbrotti per articoli non ritenuti efficaci), oltre al
ruolo di privilegio del Popolo d’Italia nel ricevere le notizie dall’Ansa di
Morgagni. Non si può tuttavia dire che questa attività giornalistica, negli
anni della direzione di Arnaldo Mussolini, fosse coronata da successo
imprenditoriale, dal momento che queste riviste (e quelle fondate precedentemente)
incisero negativamente sul bilancio del quotidiano, frequentemente in perdita
come testimoniano le lettere tra Arnaldo e Benito. Le vendite del Popolo
d’Italia peraltro non aumentarono e, almeno fino alla guerra di Etiopia
(1935-36), le tirature non superarono mai le 92.000 copie. In qualità di uomo
di fiducia del fratello, Mussolini ebbe un ruolo fondamentale anche nella
riorganizzazione del sistema della stampa nel regime, soprattutto a partire dal
3 gennaio 1925, con la fine della crisi Matteotti e la repressione seguita al
discorso tenuto da Benito alla Camera dei deputati. Successivamente a quella
svolta, infatti, Arnaldo divenne presidente della Commissione superiore per la
stampa e assunse anche la direzione – che tenne fino alla morte – dell’Istituto
nazionale di previdenza dei giornalisti (INPGI), un’istituzione previdenziale
fondamentale per veicolare, controllare e tenere i giornalisti nell’orbita del
regime. Oltre a questi incarichi nazionali, importante fu anche il suo ruolo in
altre testate. Nel marzo 1925 acquisì la direzione del consiglio di
amministrazione de Il Resto del carlino, grazie all’acquisto da parte della
famiglia Agnelli di quote rilevanti di quel giornale. Nel 1929 risultava anche
presidente della Casa editrice Alpes, fondata da Franco Ciarlantini, che dal
1923 ebbe sede al Popolo d’Italia. Dal 1929, inoltre, Mussolini divenne
vicepresidente dell’Ente italiano per le audizioni radiofoniche (EIAR),
costituito due anni prima, segno della centralità dei nuovi mezzi di
comunicazione nella politica del regime. Tramite la Società anonima milanese
editrice di cui era presidente, arrivò a controllare diversi giornali, tra i
quali il Secolo-Sera e L’Ambrosiano. Dal 1924 alla morte, assunse più volte
posizioni tutt’altro che moderate nelle fasi di crisi e nelle polemiche più
importanti. Particolarmente note furono le dichiarazioni a favore del fascismo
durante la vicenda Matteotti e in occasione delle polemiche di Benito con
Roberto Farinacci, che lo coinvolsero in alcuni casi anche direttamente. Lo
sguardo e le parole di Mussolini appaiono spregiudicate quanto quelle del
fratello, se non di più: nelle lettere ricordava con una certa frequenza a
Benito quello che considerava «uno dei migliori cardini della rivoluzione»:
«chi tradisce perisce» (Carteggio, 1954, p. 26). Il ruolo e gli interessi,
anche economici, di Arnaldo Mussolini – in combutta con il fratello – non
furono palesi e sono ben lungi dall’essere chiariti. Appaiono tuttavia ormai
evidenti il legame con gli esecutori del delitto Matteotti e il suo ruolo,
centrale, di mediatore negli interessi editoriali (e non solo) della famiglia
Mussolini. Fu nel consiglio d’amministratore di diverse società, in alcuni casi
grazie anche al sostegno della Banca commerciale italiana; curò i rapporti con
alcuni gruppi industriali (tra i quali in particolare le società elettriche
UNES e SADE, la Banca italiana di sconto, la Compagnia fondiaria di Angelo
Pogliani e alcune società immobiliari), cosa che in alcuni casi lo mise al
centro di polemiche. Quale fosse il rapporto tra le attività compiute per
rafforzare il regime e il giornale e quelle svolte per arricchimento personale
e familiare è difficile sapere. Tutto ciò fa comunque di Arnaldo Mussolini una
figura meno cristallina e scialba di quello che la storiografia ha in passato
intravisto nei pochi momenti in cui si è occupata di lui. Anche sul fronte
personale, per altro, malgrado l’immagine integerrima di marito fedele che il
fascismo ha voluto accreditare, le cose erano più complesse: appare evidente che
vi furono ricchezze accumulate, necessarie anche per mantenere un’amante, la
scrittrice Maddalena Santoro, cui regalò, oltre a una discreta somma, due
appartamenti arredati a Firenze e a Roma. Interessante appare il ruolo
attribuito da Benito ad Arnaldo nel definire il rapporto tra il regime e la
Chiesa cattolica e nel lavoro finalizzato alla Conciliazione. Arnaldo aveva una
sensibilità religiosa più spiccata del fratello e si considerava cattolico,
almeno dopo l’incontro con la moglie. Intervenne più volte su Il Popolo
d’Italia a favore della conciliazione tra Stato e Chiesa e, anche per questo,
divenne uno degli interlocutori del gesuita Pietro Tacchi Venturi, che in
alcune testimonianze Benito sostenne gli fosse stato presentato proprio dal
fratello. Questa sensibilità non lo limitò nella sua avversione dichiarata
contro il Partito popolare italiano, il giornale Il Popolo e Luigi Sturzo, e
neppure nelle sue espressioni di contrarietà contro il giornale cattolico
L’Osservatore romano per le sue non infrequenti critiche contro il fascismo.
Mussolini tuttavia sottolineava l’importanza della «spiritualità nel fascismo»
e la natura non opportunista di tale tema, ponendo esplicitamente la questione
della centralità della religione nel regime e nella vita dei fascisti, non
senza sottolineare i vantaggi ottenuti dalla Chiesa grazie al fascismo, idee
espresse nel durissimo articolo pubblicato su Il Popolo d’Italia il 13
settembre 1926 (Un problema difficile). Proprio l’attenzione ai valori
spirituali del fascismo, esemplificati nel discorso Coscienza e dovere,
diventato il «manifesto etico politico del movimento» (Marchesini, 1976, p.
19), lo portò a essere una importante figura di sostegno alla Scuola di mistica
fascista, fondata a Milano nel 1930 e dedicata alla memoria di suo figlio
Sandro Italico. Mussolini giocò anche un ruolo nella definizione della linea
politica e delle gerarchie di potere, a Milano in modo particolare ma anche in
Lombardia e nell’Italia settentrionale. Tra il 1926 e il 1927 le tensioni tra Benito
Mussolini e Farinacci coinvolsero anche Arnaldo, riguardo ai rapporti tra Il
Regime fascista di Farinacci e il Popolo d’Italia, nonché alle mire di
Farinacci su Il Secolo di Milano, che avrebbe potuto divenire un diretto
concorrente del giornale di Arnaldo. Erano tensioni direttamente collegate al
fenomeno del dissidentismo all’interno del fascismo e, per molti versi, un
effetto diretto delle rivalità tra gruppi di potere, fenomeno tipico del
sottobosco governativo di quegli anni. Tali questioni non erano archiviate
quando, nel 1928, Arnaldo assunse in prima persona un ruolo importante nella
marginalizzazione del segretario milanese, Mario Giampaoli, e nel
commissariamento del fascio locale, voluto da Benito, a opera del segretario
del Partito nazionale fascista, Achille Starace. Mussolini ebbe dunque un ruolo
decisivo nella stabilizzazione del regime: rappresentò uno snodo rilevante del
regime con i gruppi capitalistici e finanziari, milanesi e genovesi in
particolare, e con la stampa. Non fu esclusivamente un fedele seguace del
fratello, malgrado questa rappresentazione sia a lungo prevalsa, anche perché
fortemente suffragata da Arnaldo stesso. Negli scritti e nella corrispondenza
emerge in realtà una certa sua autonomia di posizioni, come quando gli fu
proposta la presidenza della Provincia di Forlì, un incarico che il fratello
gli ingiunse, senza successo né conseguenze, di rifiutare. Nel 1928 cominciò
una fase sfortunata. Dapprima, nel maggio, fu vittima con la moglie di un
incidente d’auto tra Cesena e Forlì. A ottobre fu diagnosticata una grave
malattia a Sandro Italico, che morì nell’agosto 1930, a soli vent’anni.
Mussolini gli dedicò, subito dopo la morte, un volume di ricordi e riflessioni,
Il libro di Sandro (Milano 1930), uno scritto pervaso da un anelito
profondamente religioso, al punto che il figlio viene rappresentato con
l’immagine di un santo in terra, nel quale si scorge tuttavia, oltre allo sfogo
privato, anche la forza dell’autorappresentazione pubblica e della
consapevolezza di essere al centro dell’attenzione della nazione. Con la
perdita del figlio sembrò svanire – secondo quanto affermarono molti dei suoi
amici – anche la voglia di vivere del padre. Alcuni suoi collaboratori
raccontarono infatti che qualche giorno prima di morire, dopo aver avuto una
piccola crisi cardiaca, Mussolini raccontò di aver sentito la morte vicina e di
averla aspettata con gioia. Il 21 dicembre 1931 – il giorno successivo a una
cerimonia politica a Milano alla presenza di Starace – morì in seguito a un infarto.
La camera ardente fu allestita nel suo studio al Popolo d’Italia. Dal
pomeriggio di quel giorno si diffusero voci e sospetti sulla sua morte, sugli
stress e le tensioni che l’avrebbero causato. I funerali si svolsero con grande
solennità il 28 dicembre 1931 e le celebrazioni si susseguirono nei mesi e
negli anni successivi. A Milano gli fu intitolata via Lovanio, dove il Popolo
d’Italia aveva la sua sede. Nei giorni immediatamente successivi alla morte di
Arnaldo e negli anni che seguirono, Benito si sforzò di sottolineare l’assoluta
estraneità del fratello agli affarismi che gli erano stati addebitati,
mostrando – anche attraverso la pubblicazione del testamento – che non si era
arricchito. Anche per questo favorì la pubblicazione immediata di un testamento
spirituale, tutto volto a difendere la correttezza del fratello, la sua
attenzione alla famiglia e la sua lontananza da speculazioni economiche. Poco
tempo dopo, tracciò un ritratto del fratello (Vita di Arnaldo, Milano 1932;
ripubblicata a Milano nel 1934 insieme al Libro di Sandro) in cui ne delineò un
profilo a tutto tondo, riflettendo anche sulle loro differenze tanto
caratteriali che spirituali e ribadendone il disinteresse e la fedeltà. Opere:
tra le pubblicazioni di Arnaldo Mussolini, oltre agli articoli apparsi sul
Popolo d’Italia tra il novembre 1922 e la morte, si ricordano le numerose
prefazioni a volumi di altri su vari temi, la cura delle opere di Benito e di
diverse raccolte di suoi scritti (tra cui Il mio diario di guerra 1915-17, in
collaborazione con Dino Grandi). Tra i diversi volumi: L’agricoltura nella vita
italiana: conferenza tenuta a Milano il 25 maggio 1928, Milano 1928; Commento
alla carta del lavoro, ibid. 1928; Le forze dominanti, Firenze 1928; Polemiche
e programmi: articoli del 1926, Milano 1928; Commenti all’azione: articoli del
1927, ibid. 1929; Forlì, Roma, 1929; Stile fascista stile di vita, Milano 1929;
Verso il nuovo primato, ibid. 1930; Ammonimenti ai giovani e al popolo, Roma
1931; Il memoria di Sandro Italico Mussolini, s.l. né d.; Coscienza e dovere,
Roma 1932; Tripolitania, ibid. 1932. Arnaldo Mussolini è anche l’autore del
volume pubblicato a nome del fratello, My autobiography, che apparve dapprima
sul Saturday Evening Post di Filadelfia nel 1928. Dopo la morte i suoi scritti
e i discorsi furono raccolti in quattro volumi, che significativamente
iniziavano con il ricordo del figlio (Scritti e discorsi, Milano 1934-37).
Fonti e Bibl.: L’archivio di Arnaldo Musso-lini è stato in parte conservato,
insieme al suo studio, nella villa di Paderno, a Mercato Saraceno (provincia di
Forlì-Cesena), di proprietà della famiglia, di cui si è consultato il primo
inventario redatto. Roma, Arch. centrale dello Stato, Ministero dell’Interno,
Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione polizia politica, Fascicoli
personali, b. 7 (A. M.); b. 1208 (Maddalena Santoro); Ministero della Cultura
popolare, b. 11; Segreteria particolare del duce, Carteggio riservato, b. 41
(Farinacci); Fondo Federzoni, sc. 2; Morgagni Manlio, b. 37; Mostra della
Rivoluzione fascista, bb. 88, 169; Arch. di Stato di Milano, Prefettura,
Gabinetto, bb. 555, 987, 988, 1982; Milano, Archivio storico di Banca Intesa
San Paolo, Banca commerciale italiana, Amministratori delegati, Segreteria
dell’amministratore delegato Giuseppe Toeplitz, f. 36; Segreteria Toeplitz, bb.
79, 83.Tra i volumi apparsi dopo la morte, oltre alla biografia scritta da
Benito Mussolini, il volume raccolto dal Sindacato nazionale fascista dei
giornalisti In memoria di A. M., Roma 1932 (all’interno, E. Amicucci, Il padre
dei giornalisti). Nel 1954, con la seconda edizione dell’Opera omnia di Benito
Mussolini, fu pubblicato un volume di lettere tra i fratelli che comprende
soprattutto lettere di Benito (Carteggio Benito-Arnaldo Mussolini, premessa e
note di D. Susmel, Firenze 1954). Una fonte interessante, seppure non neutra,
sui rapporti tra i due fratelli è E. Mussolini, Mio fratello Benito, Firenze
1957. La figura di Arnaldo Mussolini non è stata molto approfondita dagli
storici. Tra le opere principali il lavoro apologetico ma ricco di
informazioni: M. Staglieno, Arnaldo e Benito. Due fratelli, Milano 2003. Si
vedano inoltre la riflessione che ne fa, sulla base degli scritti
autobiografici di Benito, L. Passerini, Mussolini immaginario, Roma-Bari 1991.
Fondamentali sulla sua vita sono: S. Lupo, Il fascismo. La politica in un
regime totalitario, Roma 2000; R.J. Bosworth, Mussolini’s Italy. Life under
dictatorship, London 2005; M. Di Figlia, Farinacci. Il radicalismo fascista al
potere, Roma 2007. Per il ruolo nel fascismo milanese: I. Granata, Il Partito
nazionale fascista a Milano tra «dissidentismo» e «normalizzazione»
(1923-33),in Il fascismo in Lombardia, Milano 1989; per quello nel sistema
della stampa fascista: M. Forno, La stampa del ventennio. Strutture e
trasformazioni nello Stato totalitario, Soveria Mannelli 2005. Sulla vicenda
Dalser sono fioriti in questi anni diversi volumi: il più completo, per quanto
non privo di ingenuità è M. Zeni, La moglie di Mussolini, Trento 2005. Sul suo
apporto alla Scuola di mistica fascista, si veda tra gli altri D. Marchesini,
La scuola dei gerarchi. Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni, Milano
1976; sul delitto Matteotti: M. Canali, Il delitto Matteotti. Affarismo e
politica nel primo governo Mussolini, Bologna 1997, ad indicem.BIBLIOTECA
CIVICA - VARESE ARNALDO MUSSOLINI COSCIENZA E DOVERE SIBLlui lCa L.UML'■ /V c
lii90$ VA RESE Quaderni della Scuola di Mistica Fascista Sandro Ita lico
Mussolini a cura dalla rivista " Dottrina Fascista „ 46° MIGLIAIO 3 Questo
Jf^corao solenne e commosso fu pronunzialo in Milano la dome¬ nica del 29
novembre anno X, per r inaugurazione dell* attività di quella Scuola di Mistica
Fascista che porta il nome di Sandro «mistico e stoi¬ co. » Sono queste le
ultime parole che Arnaldo Mussolini abbia detto in pubblico, Ventidue giorni
prima della Sua morie improvvisa avvenuta il 21 dicembre. Parole semplici e
■ahissi- me — viatico dì fede e insegnamento di vita nuova ai giovani del
Litto¬ rio — esse più che mai oggi, a sefle anni di disianza, si rrtfefano
aguale e ammaestrai rici. Giovani Camerati, mi è avvenuto più volte di parlare
in pubblico, in diverse vicende, su temi differenti; e pur sen¬ tendo sempre
l’alta responsabilità del mio com¬ pito, non ho mai provato la minima inquietu¬
dine. Debbo invece riconoscere che, contraria¬ mente al solito, questa
conferenza inaugurale, mi ha tenuto e mi tiene tuttora trepidante per
l’uditorio d'eccezione, per il tema delicato e per il momento in cui viene
pronunciato il mio di¬ scorso. Voglio parlare a voi con cuore La legge aperto
vorre i dire con cuore pa- del Dovere terno. Senza asprezza, ma sen¬ za
indulgenza : questo m’ispira il nome sacro sotto la cui egida avete posto la
vostra Scuola : questo voi stessi sono certo desiderate da me. Molti fra voi
uniscono alla nobiltà dell’ingegno un senso critico già acuto e aperto. Voi
conoscete già una letteratura che vi riguarda e che troppe volte non vi
soddisfa. Vi sentite a volte umiliati o adulati, raramente conosciuti a fondo,
di quella cono- 7 scenza che è, secondo la vivida espressione del- l'Alighieri,
«intelletto d'amore)). Si tratta di di¬ sorientamento in cui più d’uno di noi
si può tro¬ vare, tentando di giudicare una generazione co¬ me la vostra, sorta
dopo la duplice esperienza della guerra e della Rivoluzione Fascista. Sul
tessuto della tradizione, che spostava in forma impercettibile il corso della
Storia, è entrato, come una vampata, il rinnovamento della Na¬ zione, a cui s
univa una certa tendenza nel di¬ struggere le vecchie concezioni della vita. Il
pic¬ colo mondo d’altri tempi si è dilatato, come oggi si dilata lo spirito per
assorbire ed elaborare tutto quello che di nuovo s'impone all’attenzione ed
all’esame critico dell’ingegno. In questa nuova atmosfera voi siete cresciuti,
e, porre oggi, da¬ vanti a voi il binomio « coscienza e dovere », può sembrare
voler ribattere quei principii d’altri tempi, statici ed irrigiditi. Non è
così. La nostra coscienza non rinnega niente del nuovo che si avanza. Il dovere
costituisce una legge che s'in¬ quadra nel nostro secolo, facendosi più forte
per le nuove esperienze, e la coscienza che lo regge è coscienza nuova, resa
più ricca e più vitale dal crogiolo di sacrifici e di eroismi da cui è nata la
vostra generazione. Prima di addentrarmi sul tema che mi sono prefisso, è bene
eliminare alcune riserve di prin¬ cipio e chiarire alcune posizioni. Si è detto
che la vostra Scuola di Mistica Fascista non ha il ti¬ fi tolo appropriato.
Mistica è una parola che si ad¬ dice a qualche cosa di divino, e quando viene
portata fuori dal campo rigidamente religioso si adatta a troppe ideologie
inquiete, vaghe, inde¬ terminate. Diffidate delle parole e sopra tutto delle
parole che possono avere parecchi signifi¬ cati. Certo che qualcuno può
rispondermi che con la parola mistica si e voluto porre in evidenza 1 rapporti
necessari fra il divino e lo spirito uma¬ no, che ne è la sua derivazione.
Accetto questa tesi senza indugiarmi in una questione di paro¬ le. In fondo non
sono queste che contano : è Io spirito che vale. E lo spirito che vi anima, è
in giusta relazione al correre del tempo che non co¬ nosce dighe, nè ha dei
limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive tra¬
sformata e ricreata nel vostro programma di gio¬ vani fascisti rinnovatori.
Un'impronta di Altro elemento pre- nobiltà e di iorza binare, ma fonda- mentale
ai fini della mia lezione, e la ragione del movimento giova¬ nile fascista e
gli interrogativi che molti si fanno parlando dei giovani. Tanti si chiedono :
per¬ che questo valore e questa forza preminente nel¬ la vita dei giovani? Non
sappiamo forse che tut¬ ta I umanità è passata a traverso il periodo della
gioventù? Non vi è forse del sano, deirottimo. 9 dell’esperienza nell’età
virile, quando la mente è già temprata ed i muscoli sono ben saldi? Non viene,
cori questa sopìavalutazione dei giovani, alimentato uno squilibrio naturale
fra giovani e anziani ? È innegabile che simili interrogativi hanno, ad un
esame superficiale, una importanza alme¬ no formale. È meglio rispondere per
proposizio¬ ni definite, chiare, e chiamare la logica e la storia in nostro
aiuto. Bisogna innanzi tutto rilevare che questa vigile preoccupazione dei
giovani è sem¬ pre stato il carattere tipico, l’impronta di nobiltà e di forza
di tutti i grandi popoli nei momenti del loro maggiore sviluppo. Atene e Roma
hanno dato esempi indimenticabili. La diversa conce¬ zione di, vita fra
Ateniesi e Spartani, il diverso carattere delle due civiltà elleniche era
appunta nel differente modo di risolvere il problema del¬ la gioventù : con un
raffinarsi delle potenze in¬ tellettuali ad Atene, con un potenziamento fisico
e volitivo a Sparta. Che dire di Roma? 1 giovani formarono nella Città Eterna 1
assillo costante dei pensatori e dei politici, dei condottieri di po¬ poli e
dei condottieri d’eserciti. Si può dire che Roma, per questo carattere della
sua civiltà im¬ periale e universale, stabilì le basi fondamentali
dell’educazione dei giovani. Oggi la leva fascista ripristina in tutto il suo
valore di responsabilità l’antico rito solenne dell’ « assunzione della to¬ ga
virile)). È quindi naturale, o storicamente necessario, che l’Italia fascista
senta, prima dii ogni altra esigenza, la necessità di infondere vita nuova
nella educazione dei giovani e nel Ioto compito nel quadro armonico delle
attività na¬ zionali. Il problema Noi siamo un popolo antico e religioso
glorioso; le più alte tradizioni rivivono in noi, ma come na¬ zione unita ed
operante non abbiamo, nell'evo moderno, neanche un secolo di vita. Per questo
il nostro lavoro formativo è oggi più arduo e com¬ plesso; la costituzione
unitaria non è solo recen¬ te, ma si è venuta formando in tempi poco pro¬ pizi
nell'antitesi fra il vecchio ed il nuovo secolo, a traverso 1 irrompere dei
partiti politici, il fra¬ zionarsi dei doveri verso la collettività, l’imporsi
— con lo sviluppo del capitalismo — di un nuo¬ vo problema, la questione
sociale. Durante il pe¬ riodo grigio della terza Italia le divisioni fra gli
anziani si riflettevano per solito nei quadri dei giovani. Non vi era una
verità basilare; mancava un denominatore comune a tutta la gioventù. Si
cominciava dal governo centrale a dare il triste esempio. A parte le
considerazioni elettorali e regionali — assurde e balorde — nell'assegHa- zione
del comando, avveniva il fatto specifico che l'istruzione pubblica e la
giustizia dovevano essere amministrate da elementi graditi o pro¬ li posti
dalla massoneria. Cosa fosse la massone¬ ria, io non saprei proprio dirvelo. Ma
dal mo¬ mento che non agiva alla luce chiara del sole e che nessuno, di coloro
che vi hanno appartenuto, ha mai avuto il coraggio di gridarlo e gloriar¬ sene,
mi permetto di affermare che fosse una associazione obliqua, sotterranea, a
finalità non chiare e sopra tutto legata a quel reciproco fa¬ voritismo che nel
nome della carriera e dell'avan- zamento offusca il merito e la giustizia.
Quando dai suoi fini pratici la massoneria entrava nel campo dottrinale, cadeva
nelle frasi comuni del laicismo e della lotta contro la religione catto¬ lica.
Di contro a questo movimento, che si di¬ ceva moderato ed era sopra tutto arido
ed utili¬ tarista, si elevava antagonista il movimento della Chiesa. Non
bisogna giudicare con superficialità questo assillo millenario della vita
religiosa. Se anche qualche spirito elevato può sentirsi incerto o turbato nell
imporsi del problema religioso, questo non impedisce che le chiese siano affol¬
late e che in ogni tempo, in ogni secolo, in ogni popolo, il senso mistico
della vita trovi nella re¬ ligione un interprete definitivo. Il quadro doloroso
È naturale che in del recente passato s P irituale cattolico questo movimento s
innestasse un movimento laico politico. La mas- 12 soneria deformava i
caratteri del scopo di propaganda libertaria, cattolico per reazione lo negava,
si conduceva ugualmente la gioventù all errore e al disorientamento. Eppure il
Risorgimento aveva già bandita la via giusta e vera : l’unità politica
italiana, che in fondo non era che il ri¬ sultato di uno sforzo volitivo di due
grandi cor¬ renti : una idealista, volontaria, disinteressata, espressa nella
concezione repubblicana con a ca¬ po Mazzini e Garibaldi; l’altra della
tradizione, della saggezzà dalla visione organica dei proble¬ mi, della forza
coordinata da grandi virtù spiri¬ tuali della dinastia dei Savoia. Questa unità
po¬ litica conquistata a traverso quasi un secolo di lotte, era insidiata dalle
scuole moderne a tinta internazionale e dalle riserve della gioventù ispi¬ rata
dai cattolici, cbe vedevano il Risorgimento come lo spoghatore dei domini
pontifìci e parti¬ colarmente di Roma papale. È innegabile che, malgrado il
venti settembre del 1870, sulla Città Eterna era rimasta una ipoteca
formidabile cbe noi avvertivamo alla periferia e che gravava in ogni
contingenza al centro e nei rapporti inter¬ nazionali. Le scuole politiche e
gli interessi mal confessi avevano buon gioco da questa posizione ambigua. 1
giovani ne risentivano la conseguen¬ za. L Italia tradizionalista
rivoluzionaria, mas¬ sonica o papalina, regionalista o unitaria, divi¬ deva i
giovani negli assentì e negli sviati. Gli as- Risorgimentc 1 politicantism Per
vie opposte 13 senti erano la maggioranza, coloro cioè che non volevano avere
noie e stavano, come il personag¬ gio manzoniano, in coda al corteo, per vedere
dove sbandavano gli avamposti e regolarsi in con¬ formità. Altri giovani, gli
sviati, erano suddivisi fra istituzioni laiche e cattoliche. L’Italia vario¬
pinta che aveva monumenti e città meraviglio¬ se, esercitava sullo straniero il
fascino della sua storia immortale. Come nazione veniva giudicata un giardino
sempre rifiorente, come potenza non eTa valutata nella sua giusta grandezza.
Perchè il Fascismo si Questo è in breve il è rivolto ai giovani c i ua ^ ro
doloroso di un recente passato ben noto agli studiosi. 11 Fascismo, con una
forza e una rapidità che hanno tutta l’impronta di un destino storico
superiore, ha travolto que¬ ste miserie; ha sanato, rinnovato, ridestato gli
animi e le coscienze. Saltando un quarantennio di inerzia, il Fascismo ha
operato sul tronco mil¬ lenario della stirpe. Su questa base completa- mente
diversa dalle precedenti, il nostro movi¬ mento ha imposto come presupposto
dell'unità e della grandezza della Patria, il problema della gioventù italiana.
Superate le avverse scuole po¬ litiche, ricomposto il dissidio storico fra lo
Stato e la Chiesa, creata un’atmosfera di simpatia alla scuola italiana,
riformati i principii di etica na- 14 zionale : ecco il solo modo di
trasformare questo giardino arcadico in una Nazione di potenza chia¬ ra,
solare, mediterranea, che ha 42 milioni di abi¬ tanti entro le anguste
frontiere dall’Alpi al mare ed altri dieci milioni di fratelli, che il
ventilabro della necessità ha disperso per il mondo. Per com¬ piere questa
azione di unità, di concordia, di fie¬ rezza, non bisognava rivolgersi che ai
giovani. Questo è il tessuto ideale della nostra opera; que¬ sto è l'assillo,
la speranza, la certezza del Duce. Se qualcuno ha pensato a questo movimento
come a una corsa allo stipendio, alla carriera, al¬ l’impiego, al favoritismo,
deve disingannarsi: non vi sono privilegi se non quello di dover com¬ piere per
i primi la fatica e il dovere. Tutta l'ope¬ ra del Fascismo è tesa a creare la
solidità della fa¬ miglia, la serenità della scuola; la religione come tessuto
spirituale, la Patria come mondo ideale e reale. Ecco il substrato della
grandezza e della potenza di un popolo. Questa è nelle sue linee essenziali
l’azione ri¬ voluzionaria del Fascismo. Ma la sua manovra è peT quadri
vastissimi. Siamo in tempi in cui la buona semente non può essere affidata alla
diffu¬ sione di un buon libro o ai maestri singoli. Lo stesso linguaggio
mistico ed eroico, severo ed unitario, contingente e storico, bisogna che sia
parlato con la stessa forma, con la stessa fede, in uno stesso giorno, alle
moltitudini. Ecco la ragio¬ ne delle vostre formazioni educative che fondono in
sìntesi compiuta l’addestramento fisico col sen¬ so della disciplina del dovere
e della fede. È ne¬ cessario guadagnare secoli di storia, che abbiamo perduto
nei dedali del regionalismo e della vana deviazione dottrinale. Nell’atto
stesso in cui ho risposto alle domande preliminari, sono entrato
necessariamente nel cuo¬ re del nostro tempo. La fatica che il Regime com¬ pie
per voi implica alte verità ed alti doveri. Vi sono virtù latenti, che devono
affiorare e poten¬ ziarsi; vi sono difetti della nostra complessa vita di
popolo, che devono scomparire. La coscienza delle esigenze del nostro movimento
storico im¬ plica il dovere di adeguarsi alla propria funzione nella vita
nazionale. Il problema dei giovani per noi è problema di formazione salda del
carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolu¬ bile di questo
binomio : coscienza e dovere. Soldati pronti al- Guardiamo per un l'appello,
non va- momento anziani. . , . Se per poco si consi- mtosi ed arrivisti dera
fatto del , a gu „. ra e del dopoguerra non si può che essere fieri della
generazione che fatalmente si avvia al de¬ clino. Ma non basta : il domani deve
essere mi¬ gliore dell oggi. Voi, in una parola, dovete es¬ sere migliori di
noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi, intransigenti, di
cose e 16 di persone : mi rammarico solamente quando ve¬ do giudicare in fretta
senza preparazione e cono¬ scenza. Bisogna saper accettare con giusto or¬
goglio incarichi anche gravosi pieni di responsa¬ bilità, ma non bisogna darsi
attorno, non bisogna smaniare per ottenere questi incarichi e indul¬ gere al
mal costume delle piccole transazioni delle avide lotte per arrivare; bisogna
considerarsi sol¬ dati pronti all appello, ma non mai degli arrivisti e dei
vanitosi. L arrivismo e la vanità nelle loro forme, nelle infinite sfumature
della vita di tutti 1 giorni, sono vecchie scorie che devono essere bruciate
con ferro rovente come miserie ereditate da un tempo di traviamento e di
debolezza. Ab¬ biamo abbandonato il provincialismo gretto, me¬ schino,
limitato, ma abbiamo perso per una falsa concezione tanta somma di energie
latenti nelle luci della citta. Si e determinata nella febbre del tempo una
confusione fra modernità e novità. Qualcuno vuol essere originale ad ogni
costo. È apparsa con troppa fortuna una letteratura carat¬ teristica dell’epoca
di transazione, inadatta al tem¬ po nostro. I romanzieri che avevano come
tessuto la gente saggia nella quale si innestava sempre un asceta o un
avventuriero nel senso nobile della parola, hanno scelto come soggetto in
questi ul¬ timi tempi gli squilibri morali, i dissolvimenti in¬ teriori, la
mancanza di volontà, o gli aspetti più futili della vita mondana
internazionale. Tristi correnti letterarie straniere dedicate alla svaluta- 17
zione della guerra ed alla degenerazione della stessa dignità dell'uomo, hanno
trovato eco fra noi nel romanzo e nel teatro con la complicità di una vecchia
critica, che è fuori della storia e della vita. Bisogna reagire contro tutta
questa devia¬ zione barbarica e reagire si deve anche contro un gretto spirito
di invidia che si rivela spesso nella nostra vita sociale. Voi non negherete,
come non nego io, la qualità specifica di bontà generosa, di intelligenza del
popolo italiano. Un nostro vi¬ cino non ci è mai estraneo; le sue difficoltà
sono in certo senso anche le nostre. Ma se poi il vicino per fortunate
circostanze, per virtù congenita, per sopravvivenze auspicabili prende il volo
verso il cielo della notorietà e della gloria, ecco l'Italia vecchia, ed anche
un po’ quella giovane, che non perdona questo segno alto della notorietà. Sem¬
bra un paradosso, ma i guai veri incominciano il giorno in cui si diventa
qualcuno nella vita. Leg¬ gete le cronache, le critiche, le polemiche, le dia¬
tribe, gli articoli; capirete che è necessario gua¬ rire, come siamo guariti in
politica, anche nel campo dell’arte e del pensiero. Voi, io lo sento, sarete
certamente migliori di noi. La nuova ge¬ nerazione di fronte a problemi così
vasti, che in¬ teressano popoli e continenti, non può sminuirsi e sentire la
smania della vanità. Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono
avere per voi una importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve
sentire la fierezza del- 18 la sua gioventù, unita al senso dei propri limiti e
della propria disciplina gerarchica. La nostra coscien- Noi siamo tutti ele¬
menti fattivi per col¬ laborare a una gran- vero dei giudici de opera, ma
dobbia¬ mo dimenticare a tal fine il nostro piccolo io. Il giovane che ba
smania di stampare in volume i propri scritti e va raccogliendo elogi e
recensio¬ ni, pone il ritratto davanti al frontespizio, si per¬ de nelle
ostentazioni provinciali; il giovane che crede di affermare la propria
personalità con bi¬ glietti da visita magniloquenti, che non usa il giusto tono
di riguardo verso chi è suo superiore nelle gerarchie ufficiali o nelle
gerarchie dell'in- telletto e del lavoro; chi si abbandona alla ret- torica, ai
giudizi avventati, alle affermazioni di¬ lettanti : chiunque insomma manchi di
stile, sa¬ rà sempre fuori dello spirito e fuori del costume fascista. Le
miserie non sono degne del secolo ventesimo. Non sono degne del Fascismo. Non
sono degne dì voi. Qualche volta il cattivo esempio ci viene dai meno giovani.
È giusto riconoscerlo, anche per scolpare qualcuno. Vi cito un esempio. Una
per¬ sonalità che non voglio nominare, venne ad of¬ frirmi una intervista al «
Popolo d’Italia ». Ero dubbioso se accettare Tintervista per vari motivi za sia
il più se- compreso anche il soggetto stesso della intervi¬ sta, ma la sua
insistenza mi vinse. Ricevetti il manoscritto che mi aveva già preparato in
anti¬ cipo; incominciava presso a poco con queste pa¬ role : a Siamo riusciti
ad ottenere una intervista dal signor X vincendo a fatica la sua riluttanza;
tutti sanno come egli sia schivo dal far pubbli¬ che dichiarazioni... )). Era
il caso di sorridere, anzi di ridere. Ma io ne sentii sdegno. La per¬ sona di
alto grado credeva di non mancare di ri¬ spetto ai lettori con quella finzione
per il solo fatto che i lettori non sapevano. Ma faceva di peggio : mancava di
rispetto a sè stesso. Biso¬ gna ricordarsi che il fatto che un'azione, una
parola, un gesto, siano noti o ignoti, nulla to¬ glie od aggiunge al loro
valore morale. Noi ab¬ biamo un testimonio da cui nessun segreto po¬ trà mai
liberarci : il testimonio della nostra co¬ scienza. E questo deve essere il più
severo, il più inesorabile fra i nostri giudici. Qualcuno di¬ rà : Sono piccole
cose. Non sembra : tutto quello che intacca 1 integrità del carattere è assai
grave. Voi dovete essere in questo senso intransigenti, domenicani. Siate fermi
al vostro posto di do¬ vere e di lavoro qualunque esso sia; siate ugual¬ mente
capaci di comandare e di obbedire. Ri¬ cordatevi che chi non sa obbedire, non è
degno del comando. Bisogna saper reggere saldamente su ciò che si è conquistata
con rettitudine. È ne¬ cessario accettare tutte le responsabilità, com- 20
prendere tutti gli eroismi, sentire come gitóàngj \r| italiani e fascisti la
poesia maschia delLavVen-^: /A tura e del pericolo. Non bisogna rinnegare
negriy suna virtù ideale di carattere religioso e civile. La nostra filosofia
non deve essere quella del pes¬ simismo, ma del sano e virile ottimismo; deve
superare questa vecchia antitesi nel binomio del¬ la volontà e dell’azione.
Credere ferma- La no9tTa esistenza . . deve essere inquadrata mente nel bene n
in una marcia solida, che sente la collaborazione della gente generosa ed
audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi assi in alto perché ogni
cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contingente ed eter¬ na, nasce
e finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico, che si chiama talvolta, per
smi¬ nuirlo, Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio no¬ stro Signore, creatore del
cielo e della terra, e del suo Figliuolo, che un giorno premierà nei regni
ultra terreni le nostre poche virtù e perdo¬ nerà, speriamo, i molti difetti
legati alle vicende della nostra esistenza terrena. Se LItalia avrà questa
gioventù salda di vo¬ lontà, chiara di idee, volitiva nei desideri, la sua
storia scriverà pagine immortali e gloriose. Bi¬ sognerà sdegnare le vicende
mediocri, non cade¬ re mai nella volgarità, credere fermamente nel 21 bene. Voi
sarete allora anche più forti contro le avversità inevitabili della vita. Se il
dolore bat¬ terà alle vostre porte, vi sentirete meglio tempra¬ ti per
affrontare la bufera. Abbiate vicina sem¬ pre la verità e come confidente la
bontà gene¬ rosa. La fede nella vita non deve essere soltanto il sussidio delle
grandi ore, ma deve essere sem¬ pre presente nelle opere quotidiane, nelle
azioni di ogni tempo. La fede è un incentivo a progre¬ dire; la fede è come la
poesia. Sono le forze che ci spingono verso la vita, sono le speranze che
consolano gli spiriti doloranti e danno alle ani¬ me le ali verso le
altitudini. Sentirsi sempre gio¬ vani, pieno lo spirito di queste verità
supreme, è come sentirsi in uno stato di grazia. Solo così si può essere pronti
a degnamente vivere e de¬ gnamente morire. Un sacro retaggio Anch ' pCT noi °
s8 ': in questo rinnovarsi di tempi e di generazioni, è risorta la stella Dia¬
na. Le grammatiche per gli emigranti che ser¬ virono agli sventurati fratelli
lontani con la tra¬ duzione di frasi di questo genere : « Sono italia¬ no, ho
fame », sono state distrutte da una vam¬ pata di orgoglio fascista. Il mondo
oggi ascolta di nuovo con rispetto la voce di Roma. Vi sono valori morali nella
nostra vita di oggi che rive¬ lano gli indici sicuri della potenza. La genera-
22 zione che declina li affida a voi giovani come un retaggio sacro. Sono
illuminati da una fede ar¬ dente e da una certezza consacrata dal martirio, lo
guardo con cuore fermo al vostro domani. Ragioni misteriose, convinzioni
politiche e reli¬ giose confortano il cammino della nostra esisten¬ za. A voi
giovani camerati l’augurio fervido di un lavoro fecondo, mentre, nel ricordo
luminoso e santo di mio Figlio mistico e stoico, dichiaro aperto l’anno
accademico della Scuola di Misti¬ ca Fascista del Fascio di Milano. filli ione
k - STAMPATA NELLE OFFICINE CBAFlCHB AMEDEO NICOLA E C. - MILANO* VA RE SE IL
211 E ICE. Scritti e Discorsi di Arnaldo Mussolini Edizione Definitiva V
FASCISMO E CIVILTÀ (1923-1 - 1931-1X E. F.) / m^UTM\u N'MiZU \/Fr E S £ ULRICO
HOEPLI EDITORE MILANO 1937-XV TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI Copyright by
Ulrico Hoepli , Milano (Prinled in Italy) I LO SPIRITO CIVILE NEL FERVORE DELLE
POLEMICHE (1923-1 - 1925-111 E. F.) IL FASCISMO E I SUOI CRITICI Iniziamo
questo quinto ed ultimo volume delV Edizione definitiva degli Scritti e
Discorsi di Arnaldo Mussolini con questo orticolo polemico , pubblicato nel Pop
ole d'Italia il 5 oprile 1923, I delVErù Foscisia. Arnoldo Mussolini aveva
assunto la direzione soltanto da pochi mesi: dal 31 ottobre 1922, subito dopo
la Marcia su Roma (efr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, vai. II, pag.
355, Hoepli, Milano; efr. anche il prima volume della presente Edizione, pag.
125). Ma, in poco tempo. Egli aveva acquistato un 1 energie a spontaneità di
polemista: la sua profonda passione politica, la sua reli¬ gione del Fascismo,
lo portarono a battere in breccia i so¬ fismi degli avversari, che tentavano
invano di negare o de¬ molire iti nuova realtà storica impostasi in Italia con
l’avvento del Fascismo al potere. Si deve però osservare che, anche nelle
polemiche, Arnaldo Mussolini rivelava fin d'aliar a un intento costruttivo:
Egli tendeva a determinare i caratteri del Fascismo e la sua po¬ tenzialità di
sviluppi progressivi. Su questa linea —“ nella polemica come nella costruzione
— si trovano tutti gli scrini raccolti in. questo volume: attraverso le
battaglie giornali¬ stiche, Egli portava il suo valido contributo al formarsi
di una nuova concezione della uila nazionale e sodale. La lotta per la
produzione (c/r. voi. IV) si legava indissolu¬ bilmente alla lotta per la
cit’ifcd- Dagli articoli appassio¬ nali, composti durante il primo periodo del
.Regime — mentre infierivano le insidie , le menzogne, le fallaci propagande
dei giornali avversari —- si giunge così agli articoli degli ultimi onni, che
si vengono progressivamente svolgendo in un campo sempre più vasto. La passione
polemica si tras¬ forma in un profondo sentimento, animato dì spiriluolitA
religiosa e di pacalo ma intenso realismo. Dall’ajferma- zione del Fascismo
nella vita nazionale si passa alla vi¬ sione della civiltà fascista e della
missione di Roma nel mondo. I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE Nel presente
orlicela — e in tutti quelli di questo primo gruppo — siamo ancora nell'àmbito
della latta politica nazionale. t3isogna far grazia al giornale del
massimalismo ita¬ liano se discutendo del Fascismo come Partito e come metodo,
ha voluto abbandonare i vecchi clichés diffa¬ matori che rivelano l’enorme
incomprensione e l’intima debolezza di una critica obiettiva. Prendendo le
mosse dall'articolo presidenziale pubblicato in Gerarchia (ar¬ ticolo che ha
già fatto correre molto inchiostra su tutti i giornali) VAvanti! dì sabato
scorso ha preso il tono so¬ lenne e ha incominciato con una premessa che è bene
analizzare, anche per chiarire qual’è l’atteggiamento del socialismo italiano,
verso quella dottrina e quel feno¬ meno che oggi domina la nostra vita
politica, e che si chiama Fascismo. E ripetiamo che mentre un tempo il
sovversivismo si divertiva a diffamarci, oggi scrive che il Fascismo « è uscito
dalle grandi correnti del libera¬ lismo della Riforma » ed « obbedisce a quelle
leggi di necessità e quindi di fatalità che presiedono e guidano tutti i
movimenti sociali ». Infine « in esso sono ancora tutti gli elementi di
sorpresa e le premesse di tutte le pos¬ sibilità »; « un movimento insomma che
ha aderito imme¬ diatamente e coraggiosamente alla realtà economica di¬ retta a
combattere e frantumare quei residui di resistenza più o meno larvata che la
sua audacia suscita, vivifica cd esaspera ». E a questo punto ci sembra che le
cita¬ zioni siano sufficienti, per dimostrare quale opinione va- IL FASCISMO E
T SUOI CRITICI dano acquistando del nostro movimento i socialisti, e per
comprendere che razza di tegola sia caduta tTa capo e collo a quella casta
politica dirigente, che, con 1 ausilio della democrazia e del socialismo
utilitario, guidava le sorti della nostra collettività nazionale. Che il
Fascismo abbia dato colpi da gigante e da maestro a questo mondo politico, è un
fatto già conse¬ gnato alla storia. Il nemico più acerrimo, perché privo di
ogni intima grandezza, è caduto. Il socialismo in Ita¬ lia fu! Potrà rimanere
un’aspirazione indefinibile di qual¬ che sognatore, ma la bardatura «
scientifica » è caduta. Le masse e i loro interessi possono venire meglio
tutelati, interpretati da altre scuole politiche che non si astrag¬ gono dalla
realtà e che vivono secondo programmi con¬ creti, ispirati a metodi e a fini
più conformi alla nostra tradizione e al nostro costume politico. Caduto il
socialismo, il movimento fascista dirige i suoi colpi verso « certo liberalismo
» che realmente ha condotto a termine la sua missione, una missione che in
questi ultimi tempi ci portava a rovina certa. Dopo il fenomeno guerra, quando
enormi masse si immettevano negli apparati circolatori della Nazione; quando le
vit¬ torie e le sconfitte determinavano orientamenti nuovi e spostamenti
colossali di interessi materiali e morali, il liberalismo ci è apparso pigro e
ritardatario. E neanche ha contribuito alla riscossa nazionale! È una fama
usur¬ pata! Il liberalismo era già sommerso dal ricatto e dalla violenza
verbosa del sovversivismo e non ha fatto nulla nel campo d’azione, per superare
e vincere la marea che 9 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE andava
sommergendo la Nazione. Non ha fatto nulla se non qualche timido articolo di
giornale. La gioventù — solo la gioventù della trincea — ha vinto la sua
battaglia, e se VAvanti! crede di poter co¬ gliere in contraddizione il
liberalismo per aver voluto la vittoria fascista per poi rammaricarsene, è in
grande er¬ rore ed afferma cosa non vera, detta solo per comodità polemica. Ma
l 'Avanti! raggiunge il massimo della... sfaccia¬ taggine, là dove esalta il
comuniSmo e i suoi metodi in confronto al Fascismo. Le affermazioni
dellL4oantit sono così false ed in¬ sulse che non varrebbe la pena di
discuterle. « Lo Stato comunista — dice — è la espressione della maggioranza
dei cittadini, ha con sé e per sé il consenso della mag¬ gioranza ». Fermiamoci
a questo punto. La Russia, Stato comunista, è oramai conosciuta e dipinta dai
socialisti stessi. Volerla descrivere come uno Stato modello dove i cittadini «
partecipano direttamente alla reggenza della cosa pubblica » è una
improntitudine. Basterebbe leggere ciò che scrivono gli stessi socialisti
reduci dalla Russia e le cronache che giornalisti di va¬ lore e di coscienza
hanno scritto su quell’enorme e cri¬ minale esperimento di comuniSmo, che una
oligarchia di esaltati ha imposto alla Russia. Si possono imbottire i crani dei
lettori deH’_<4Danti /, ma non quelli di coloro che seguono con grande
obiettività i rivolgimenti di questo dopoguerra. La Russia vasta, dai ventidue
dialetti, anel¬ lo IL FASCISMO E I SUOI CRITICI fabeta, fatalista, senza
strade, fiorita e fertile al sud, brulla e gelata al nord, industriale
all’occidente e ster¬ minata e solitaria all’oriente, senza unità e continuità
storica, è divenuta sotto l'azione caotica e distruggitrice del bolscevismo,
un’uniforme massa di popoli in fer¬ mento. Non c’è linea, non c"è
distinzione, non c’è gran¬ dezza nel leninismo in Russia. Cè la peste, c’è la
fame. Non sono le moltitudini che fanno la politica, ma è una cricca di
autocrati che rimasticando alcune formule dogmatiche del socialismo di
occidente, ha voluto fare indossare al « titano slavo » una livrea che ha tutte
le caratteristiche della servitù più nefanda. E in fatto di libertà,
consideriamo come il bolsce¬ vismo ne abbia fatto scempio. C’è chi si commuove
per la reazione (!) in Italia! Guardiamo in Russia! Lì vera¬ mente i giornali
non si pubblicano che in numero limi¬ tato; e devono subire l’ispirazione
ufficiale bolscevica sotto il controllo delle autorità governative. E le
riunioni non sono ammesse, e le critiche non si devono fare, e la « Ceka », la
famigerata organizzazione poliziesca, com¬ pleta il quadro della dissoluzione
in cui è piombata la vita civile in Russia. Inutile esaltare l’esperimento co¬
munista russo attraverso ai proclami e ai radiogrammi a tutto il mondo. Solo il
fatalismo slavo può subire lo stu¬ pefacente; solo una tribù, non un popolo,
può piegarsi alla tragedia che non ha bagliori di grandezza. 11 bolscevismo,
solo il bolscevismo, è realmente un aborto. li I — LO SPIRITO CIVILE NELLE
POLEMICHE Basterebbe a dimostrarlo il fatto che da due anni è la carità
pubblica internazionale e capitalistica che cerca di porre un rimedio alla
carestia e alla dissestata eco¬ nomia russa. Il famoso esercito russo
invincibile, quando è uscito dalle frontiere, è stato sempre regolarmente e
clamorosamente disfatto. La libertà di stampa è un so¬ gno. Quindi aborto
politico, militare, economico. Aborto su tutta la linea! Ci vuole del coraggio
per paragonare Mosca con Roma, la rivoluzione russa con In rivoluzione
fascista! Questa è ancora in atto. In quattro anni di bat¬ taglia il Fascismo è
riuscito alla conquista del potere e ogni giorno che passa dà segni di lina
vitalità chiara e manifesta così da trovare il consenso della parte più eletta
della Nazione. Bisogna essere socialisti, anzi socialisti italiani, per non
sentire l’assurdo e il grottesco del paragone tra bol¬ scevismo e Fascismo e
vedere nell'ora che passa, qualche cosa di degno e di stabile nella dottrina e
nella rivolu¬ zione comunista. Il mondo politico è realmente un grande
cantiere. Agile e vigoroso, sulla nostra scena politica, sovrasta il Fascismo,
mentre il comuniSmo scompare e il liberalismo fa pensare a quei fantocci da
fiera, « l’uomo bersaglio >, che accolgono imperterriti i proiettili
scagliati con vee¬ menza da tiratori in gara fra di loro. Ma l’ora incalza e
non conviene a raccogliere e se¬ gnalare gli spropositi e i falsi documentati e
documenta¬ bili dell' Avanti! nonché le malinconie critiche dei libe¬ rali di
casa nostra. 12 LA NOSTRA PASSIONE Cfr. In nata preliminare a png- 7- Il
presente orli- colo fu pubblicato sul Popolo d’Italia il 23 Giugno 1923-1, in
occasione degli inisl dei lavori del Congresso Nazionale del Fascismo. In
un'atmosfera di sicurezza e di forza si è aperto il Congresso nazionale del
Fascismo. La severa aula dell’Augusteo presentava l’aspetto di una assemblea
costituente piuttosto ebe di un raduno di congressisti. Faccie espressive,
nella stragrande mag¬ gioranza giovani, veterani di tutte le battaglie di que¬
st’ultimo decennio, hanno dato un ritmo celere alla di¬ scussione generale,
hanno creato un ambiente di mutua comprensione, lontano dalle parole inutili e
dalle ma¬ novre più o meno oscure e più o meno disinteressate, che accompagnano
di solito i congressi. Il Duce ebbe, come sempre, l’applauso altissimo e il
rinnovato giuramento di tutti i gregari. Quando 1 on. Ce¬ sare Maria De Vecchi
nel suo forte, quadrato discorso di apertura, ebbe ad affermare: « intenda chi
deve: il Duce non si tocca! », il Congresso ebbe uno scatto clamoroso e
formidabile di assenso. Taluni uomini sono al di la 13 T — LO SPIRITO CIVILE
NELLE POLEMICHE delle discussioni ed al di là delle vicende: a questa ca¬
tegoria. in un rinnovato fervore di abnegazione e di de¬ dizione da parte dei
gregari, appartiene il Capo e Duce del Fascismo. Questa è la verità e l’intenda
chi deve. Cesare Maria De Vecchi ha confermata la sua fama di ottimo presidente
di assemblee generali del Fascismo e la sua fede intatta, cornei] primo giorno,
negli sviluppi della Rivoluzione fascista. Egli è il templare severo nella sua
intransigenza politica, di sincerità e di obbedienza al comandamento dei morti
e dei vivi. Il passaggio del suo discorso all’ap¬ pello ideale dei Martiri
fascisti, ha fatto fremere di com¬ mozione profonda tutti i convenuti al
Congresso. La poesia del sacrificio è idea di sensibilità politica e pre¬ sidio
contro ogni possibile deviazione. L’on. I arinacci ebbe, al suo apparire ed
alla lettura della sua relazione politica, un successo clamoroso. Egli meritava
questo omaggio di riconoscenza. Da oltre un anno il segretario generale^ si
batte senza incertezza su tutte le 'TFonfn Nella sua relazione, specialmente
nel¬ l'esordio e nella chiusa, vi è tutta la fede fascista lunga¬ mente provata
e temprata nelle vicissitudini del tempo e degli uomini. A parte le statistiche
che dimostrano la forza ed il tessuto del Partito, vi è un altro elemento im¬
ponderabile che non si può tradurre in cifre, ma che esiste ed è la coesione
morale, la disciplina, l’armonia fra i capi ed i gregari: la comprensione dei
doveri, l’ob- bligo di trascurare le piccole cose miserabili, per assur¬ gere a
formazione di partito storico. ^ 14 NOSTRA PASSIONE Il Fascismo è oggi l’unica
forza viva che inquadri il problema morale ed economico della Nazione. I
"vecchi partiti sono rottami che galleggiano ancora sui marosi di un
fortunale. Divisi, disorientati, assenti dalle cor¬ renti politiche del tempo,
rosi dall’impotenza e dal li¬ vore, sono definitivamente e per sempre travolti.
L’unità spirituale del Fascismo, la forza che gli viene dalla coesione, e che
balza evidente dalla relazione Farinacci, sono, all'infuori del quadro e
dell'attività, gli elementi determinanti della nostra vittoria definitiva.
Elogiamo senza riserve l’on. Farinacci, il Consiglio Nazionale, il Direttorio,
i capi della Milizia, delle Cor¬ porazioni, TUffìcio Stampa, ecc., tutti coloro,
insomma, che sotto l’alta direzione del Duce hanno cooperato a rendere
massiccia e tetragona ad ogni assalto la Rivolu¬ zione fascista. E non
dimentichiamo, per il fascino del ricordo e per la loro virtù politica, i
quadrunviri della Marcia su Roma. Le discussioni sulle varie relazioni sono
state rapide e serrate. Non c’è da stupirsene. Il Congresso, che rap¬ presenta
ogni regione, ogni singola provincia, ha l'aria soddisfatta. Non ha obiezioni
da muovere. Sente che in questi ultimi tempi si è fatto del Fascismo integrale
e che il potere politico apprezza gli organi di difesa della nostra
Rivoluzione. L’applauso significativo dell’assemblea fascista al Guardasigilli
on. Rocco, è la prova più chiara della ve¬ rità del nostro asserto. Si è usciti
dalla fase dei movi- 15 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE mento
indefinibile e si costruisce nel tempo. Le chiac¬ chiere sono vane e superflue.
I temi che formarono an¬ che per noi oggetto di lunghe discussioni e diatribe
sono già definitivamente superati. Il Congresso all’Augusten del 1921 portava
all ordine de] giorno la proposta di trasformare il movimento fascista in
Partito. Ce nera a sufficienza per sbizzarrire tutti gli oratori, seccare gli
uomini politici vecchi e nuovi, disturbare la sinistra e la destra storica, la
repubblica di Platone e il Primato del Gioberti. Cosi dicasi per il patto di
pacificazione, per 1 agnosticismo o per le varie tendenze del Fascismo in fatto
di regime. Ripetiamo: ormai il nostro movimento ha creato i suoi punti fermi,
ha dato un metodo alla lotta ed una mèta alla marcia. Noi siamo figli dell
ambiente d’una grande epoca di passione. Non potremmo comprendere, oggi, le
discussioni pro¬ grammatiche e le accademie inutili. Respiriamo un’altra
atmosfera. Non sono le vicende d una provincia che pos¬ sono fermare la nostra
attenzione: il giuoco è più grande. Bisogna ammirare la sobrietà dei discorsi,
il con¬ legno severo dei congressisti, la loro consapevolezza. La politica del
Governo e del Partito in questi ultimi tempi è intonata perfettamente alla
nostra passione. Si sta per vincere e superare una subdola e grave offensiva
finan¬ ziaria disfattista. Quando il Governo dichiara che non si può concedere
un minuto di tregua ed affronta grandi problemi nazionali, come la battaglia
per il grano e la soluzione dell’assillante problema del Mezzogiorno, chi 16 LA
NOSTRA PASSIONE può turbare con querimonie inutili un’opera così com¬ plessa e
diffìcile? Le critiche a chi giovano? Non è forse l’oTa di tendere tutte le
forze verso un unico punto? Questo ha capito il Congresso. Tutti noi doman¬
diamo una sola cosa: ricevere ordini. Vogliamo entrare nei ranghi perché il
bivacco e il riposo non sono di que¬ st’epoca e non sono del nostro
temperamento fascista. Quando le grandi cose premono, sono inutili e fasti¬
diose le disquisizioni dei Soli. 17 LE BASSURE DELLA‘ VOCE REPUBBLICANA Cfr. la
nota preliminare a pag. 7. Questo articola ha un li alare, di rievocazione, che
suscita in chi legge una profonda commozione. Come è noto, una frazione del
partita repubblicana — che non aveva mai avuta alcuna vera influenza sulla vita
poli¬ tica italiana — si era unita al aoro dei partiti di opposi - zinne.
L’esponente di guesta tendenza, a cui, purtroppo , ade¬ rivano anche alcune
frazioni combattentistiche , era La Voce Repubblicana ; e questo giornale non
si asteneva dnll’arma ignominiosa della calunnia. Aveva preso la spunta da
un’occasione particolarmente intima e commovente: il Duce e Arnaldo Mussolini
avevano donato al Comune di Pre- dappia una piccola somma, perché fosse
istituita una scuola rurale intitolata al nome della madre 3 Rosa Mussolini
Mal- toni, e La Vece Repubblicana ne aveva approfittato per fare alcune
insinuazioni calunniose. Questa risposta di Arnaldo Mussolini — pubblicata sui
Popolo d’Italia il 14 agosto 1923-1 — rivela 3 ad un tempo § l’altissima
dignità dello Scrittore e dell’Uomo politico, la sensibilità del Figlio devoto
alla memoria della Madre 3 l’amore profondo che Egli portava al Fratello — e
quella ferma ed onesta coscienza di fronte a cui la calunnia rimane un’orma
spezzala. In queste pagine appari i/o, fin d’allora, la visione chiara\ M
lineare , di una linea di condotta, che Egli doveva seguire sino fluoro della
sua morte. • 11 giornale sedicente repubblicano — rinnegaiore del verbo di
Mazzini, bolscevico onorario — trova a ridire qualche cosa sn di una offerta
che il sottoscritta ha fatto 19 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE al Comune
di Predappio, a nome di suo Fratello Presi¬ dente, e crea un parallelo alquanto
falso fra i Presidenti di Repubblica americana e il Primo Ministro d'Italia.
Non vogliamo confutare e valutare il patrimonio al¬ trui; ci limitiamo a
smentire, per quel che ci riguarda, la bassa voce del giornale clandestino,
anche perché i suoi colleghi in diffamazione hanno riportato compiacen¬ temente
la sua perfida prosa. Le cose stanno precisamente così. E siamo chiari ed
esaurienti una volta per sempre. 1 nostri concittadini di Predappio, dopo la
Marcia su Roma, con atto spontaneo, fervido, unanime, pensarono di fare dono al
Presidente della umile casa ove nacque: un valore approssimativo di lire
20.000, ma un gesto di valore inestimabile. La cerimonia del dono, semplice,
commovente, pre¬ sente la Romagna tutta, avvenne nell’aprile scorso a Predappio
e i giornali ne parlarono ampiamente e diffu¬ samente. Mio Fratello,
naturalmente, volle pensare in qualche guisa a sdebitarsi presso i suoi
concittadini e pensò di donare una scuola rurale al Comune, intitolandola al
nome venerato di nostra Madre, Rosa Mussolini Maltoni. Senonché, la spesa ci
risultò eccessiva per le nostre finanze. Ci limitammo allora a far dono di L.
100.000 in cartelle del consolidato 5%, per il Patronato scolastica da
intitolale a Rosa Mussolini Maltoni: un'istituzione pe¬ renne di bontà che
ricordi la Madre, l'insegnante, la « donna all'antica », che esaurì la sua vita
nell’insegna¬ mento popolare e per il bene della Sua Famiglia. 20 LE BASSURE
DELLA « VOCE REPUBBLICANA» Abbiamo così legato il nome di nostra Madre ad
un'opera profonda di bene ed abbiamo contraccambiato il gesto di bontà, di
fierezza, di gentilezza dei nostri con- terranei in modo degno di un
Presidente. L'operazione finanziaria venne fatta dal sottoscritto, direttore ed
amministratore del Giornale, presso un Isti¬ tuto bancario cittadino su c/c,
sul quale decorre 1 in¬ teresse dell’8 % per una somma di lire 86.600,— (corso
del Consolidato in Borsa), e speriamo di pagare ma¬ gari a rate con i proventi
della nostra azienda editoriale che, costruita faticosamente giorno per giorno,
si avvia ad oscurare molte aziende del genere. Su questo gesto umano di bontà
la Voce e simili gaz¬ zette ignobili trovano qualche cosa da ridire, da mormo¬
rare, da diffamare. Non c’è sul giornale repubblicano il verbo di Mazzini, né
la nobiltà dei suoi discepoli, né la tradizione cavalleresca del suo partito,
né la trascuranza delle cose mediocri, false, volgari. I novelli epigoni che
hanno umiliato un partito, cercano nella fogna il loro materiale. Non bisogna
dimenticare che all’epoca della Confe¬ renza di Londra, lo stesso giornale
spudorato ebbe a scri¬ vere che il Presidente si era preso tutto il primo piano
del primo albergo di Londra spendendo cifre fantastiche. Ora, anche i sassi
delle strade sapevano che il Presidente era ospite del Governo inglese e non
aveva da scegliere alberghi né doveva sostenere spese simili. Quello che non
hanno saputo invece è che il Presidente ebbe bisogno del¬ l’aiuto della sua
azienda per fronteggiare le sue spese I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE
personali a Londra, e, come tutti sanno, le spese clie ri¬ guardano Lui e la
Sua Famiglia non pesano per un cen¬ tesimo sul bilancio dello Stato. I
professionisti della diffamazione del Presidente prenderanno atto di queste
dichiarazioni e si convince¬ ranno che non è in questo senso che si può
combattere l’On. Mussolini. E se andranno a fondo nell’esame obiet¬ tivo delle
cose e dei fatti, si persuaderanno di quest’ultima verità: che il disinteresse,
la rettitudine, la superiorità, la noncuranza del danaro, lo spirito
altruistico del nostro Presidente, lo rendono indubbiamente superiore a qual¬
siasi presidente di Repubblica vicina o lontana, morta o da morire. 22 IA
FRONDA II 6 aprile J 924-11, le elezioni generali avevano procurato una
schiacciante vittoria al Regime. (Cfr . Scritti e Diseoiai di Benito Mussolini,
voi. IV, pp. 85-87). Ma dalla vittoria erano sorte due opposte conseguenze: da
una parte, il Fascismo vincitore promuoveva, nei lavora e nella con¬ cardia t
un’attività serenatrice aita a placare gli spiriti; dall'altra, gli avversari,
delusi nelle loro meschine speranze elettoralìstiche , si inasprivano sempre
più o cercavano lutti i pretesti per una critica mendace e tendenziosa. Arnoldo
Mussolini , dal Popolo d'Italia, lanciava sereni ed elevati appelli alla
concordia; i fogli degli altri parlili cercavano invece di turbare Vopinione
pubblica — già premeditando d’impossessarsi di qualunque occasione per
inscenare una speculazione politica. E nel giugno seguente, con questo animo di
cui già si rivelavano i sintomi nei mesi preceden.fi, s‘impossessaronn ai loro
fini dell’affare Matteotti (cfr. op. cit., voi. IV, pp. 181-199). Con questo
articolo, pubblicato il 13 maggio 1924-11pro- fondamenlc significativo, Arnoldo
Mussolini si poneva al di sopra delle polemiche — «, anche fra le diverse
tendenze che si manifestavano nel Fascismo, richiamava i camerati a quel chiaro
ed equilibrato realismo che era proprio del suo temperamento politico. È degno
di particolare nota l’accenna presago a Roma « che sarà cesarea domani », (cfr.
pag. 25). Il Popolo d Italia, in -vari articoli scritti Tindomani delle
elezioni del 6 aprile, ebbe a fissare alcuni punti di orien¬ tamento su la
futura opera del Fascismo come Partito e come Governo. La clamorosa vittoria
elettorale dava al 23 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE partilo dominante
il consenso oltre la forza. Quel con¬ senso che gli eterni oppositori avevano
sempre messo in dubbio o addirittura negato prima del 6 aprile, e che dopo le
elezioni hanno tentato di svalutare. I richiami del Popolo d'Italia sui nuovi
doveri del Fascismo, su l’opera del secondo tempo, su la violenza come mezzo
non come fine, su l’ordine, il lavoro e la con¬ cordia, trovarono presso i
dirigenti del Fascismo una grande eco di simpatia. L'opposizione vi ricamò una serie
di interrogativi dubbiosi, non credette alla realtà fascista, e così la nuova
impostazione politica si esaurì, nell’attesa che il Parla¬ mento iniziasse la
sua opera legislativa e il Fascismo risolvesse il suo compito di grande
Partito. Certo si è che le masse, la provincia, il Direttorio, intuirono, anche
senza dirlo, che il nuovo assestamento era inevitabile. Quell'ordine. quella
tranquillità operosa che noi avevamo invocati, trovarono il terreno adatto
presso il popolo che non fa la politica dei risentimenti o quella deleteria
delle iendenze! Lavoro e tranquillità dopo il 6 aprile! Varie situazioni
delicate e passionali, anche di carattere inter¬ nazionale, hanno dato a tutti
noi la misura esatta della saggezza e dell’equilibrio del popola italiano. L’auspicata
normalità dell’ordine e del comando nelle mani di un Governo, del « nostro ■»
Governo, si va at¬ tuando, mentre il Capo e Duce del Fascismo prepara nuovi
elementi di studio, nuovo lavoro per tutti coloro che intendono operare per la
rinascita e la grandezza della Nazione. 24 LA FRONDA Tutto ad un tratto, mentre
il Presidente vive la sua settimana in Sicilia — nella dolce isola nella quale
vera¬ mente si spregia quello che è mediocre e volgare — in Roma, nella grande
Roma, che sarà cesarea domani, ma che oggi ancora resta la città dell’intrigo
del corridoio, deH’opportunismo e del complotto, si leva un vento di fronda che
tenta squassare la quercia possente del Fa¬ scismo. A questo attacco assistono
evidentemente com¬ piaciuti gli eterni nemici, i negatori assoluti non solo
delle virtù del Fascismo, ma di qualsiasi altra virtù della nostra stirpe. Vi
sono uomini che, giunti alla Capitale e saliti al grado di legislatori, si
accorgono che « ancor tutto è da rifare », e con la smania di rinnovare si gettano
con vo¬ luttà sul nostro patrimonio di ieri ed irridono all’anima guerriera del
Fascismo. Quei piccoli provinciali, che pure hanno portato sugli scudi e alla
gloria i nuovi « esegeti » della nostra dottrina, divengono d’un tratto materia
da modellare in altra guisa. Gli on. Massimo Rocca e Bottai, ai quali non si
può negare perspicacia nello studio di grandi problemi, si sono dati a
demolire, a precipitare ciò che andava sem¬ plicemente attenuato. « Tutto è da
rifare », ma ahimè, non si rifa il mondo con dei semplici articoli di critica.
Una grande azione non si perde nel dettaglio, i patriarchi non si mettono a
fare la boxe coi capi di provincia, e non è l'applauso di alcuni svertebrati
liberali o la com¬ piacenza dei socialisti italiani che può lusingare dei rin-
25 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE novatori. Troppo chiasso si fa per
alcuni provvedimenti di ordinaria amministrazione, e nel chiasso si diventa in¬
generosi. Se non vi fossero sfati gli squadristi, se non vi fosse stata la
violenza, l’anima guerriera ed invitta del Fa¬ scismo, l’ordine, la disciplina,
la ripresa di tutta la Na¬ zione italiana sarebbero lontano o lettera morta, e
nem¬ meno i facili critici di oggi potrebbero parlare da Roma, sprofondati su
le buone piazze, col gesto cd il tono iera¬ tico degli esarchi.... D’altra
parte una parola severa bisogna pur dire a chi voglia irrigidirsi su le
posizioni squadraste del 1919. A questi innamorati gelosi fa velo l'anima
romantica. Mentre nei revisionisti è palese la stanchezza di essere fascisti,
all'elemento squadrista sembra inconcepibile una Italia senza il *48 e relative
congiure, e senza dubbi su la forza e l'abilità del Governo per dominare le fa¬
zioni. È uno stato d'animo che non si può smobilitare d’un tratto e scomparirà
quando il Governo fascista da solo vorrà dominare le opposizioni incerte e
malfide. Né bisogna esagerare sulla portata e sulla forza dei « rossi » e
neanche ritenere che certe situazioni di pro¬ vincia si reggano in virtù di
pochi uomini. Se una dot¬ trina non può sfidare le avversità e teme di cader
vit¬ tima della miseria degli uomiui, quella dottrina non ha in sé i germi
della vitalità. Se il Fascismo non potesse so¬ stituire 47 segretari
provinciali ora onorevoli, vorrebbe dire che saremmo in decadenza. Bisogna
aprire le finestre 26 FRONDA sui chiusi ambienti, lasciare che i giovani si
affermino, che le energie sempre rifiorenti della razza trovino posto e modo
per lavorare. Nel 1919 — e precisamente dopo la battaglia eletto¬ rale che
portava alla Camera ben 156 deputati socialisti in una riunione al
Conservatorio milanese dove si vol¬ lero commemorare i morti delle Argonne, il
Capo del Fa¬ scismo, ora Presidente del Consiglio, ebbe a dire: « Non vi
spaventi la vittoria elettorale socialista. Ho l'impres- sione che la
digestione di questa vittoria sia difficile. II corpo grosso idropico
congestionato del socialismo italiano sarà oggetto dei nostri strali, della
nostra violenza, agile di minoranza ». Verissimo! Il socialismo obeso ed
intorpidito non seppe orientarsi nella vittoria elettorale. Data l’assenza
della classe dirigente, i socialisti potevano dominare, al¬ meno
temporaneamente, tutta la vita politica italiana. Cominciarono le polemiche.
Destra? Sinistra? Centro? I congressi fecero il resto. Nicola Bombacci scrisse
su VAvanti! il Regolamento dei Sovieti e divise l’Italia in zone secondo il
sistema russo. L’avvento del bolscevismo per regolamento di Bombacci! Era la
fine e la fine nel ridicolo! Quel che avvenne poi è storia di ieri che tutti
ricordano! Ora, se l'esperienza giova agli uomini, deve giovare anche ai
partiti. Non ripetiamo l’errore dei socialisti, non fissiamo i diritti e i
doveri dei buoni italiani! Facciamo 27 I _ IO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE i
buoni fascisti. L'analisi e la crìtica a freddo sono la materia degli
sfaccendati, di coloro che sognano una ce¬ lebrità. Sfidiamo qualsiasi fascista
della prima o seconda maniera a ridire e a criticare le linee fondamentali
della politica del Governo fascista. E neanche bisogna affan¬ narsi a cambiare
i metodi: caso mai è necessario prima rivedere gli uomini: chi comanda, chi
obbedisce, chi sta a Roma e chi sta in provincia, chi fa del giornalismo e chi
fa della gazzetta. Lavorando invece con ampiezza di vedute e con genialità di
costruttori, si rivede automati¬ camente il metodo. Superando gli avversari
nella politica locale e generale, si eliminano le tossine dell’organismo
nazionale. Ci sono i comuni, le provincie, le opere pie, le cooperative, i
sindacati, oltre gli organismi politici, che possono dare un’infinità di
compiti da risolvere, mentre la nuova Camera avrà dal Governo un lavoro
legislativo da compiere che farà onore all’istituto parlamentare. Il Fascismo
che rinnega e che non crea, non è Fascismo — come non sono certo fascisti alcuni
elementi che la tu¬ multuosa vita politica di questi ultimi tempi ha portato
indegnamente alla ribalto. Ma certo sì è che difetti, am¬ bizioni, tornaconti,
non possono essere elevati a dignità di secessionismi o di nuove scuole
politiche. Concludendo, noi non siamo tra coloro che a priori dicono: «
obbedire e tacere. Fa tutto il Direttorio, fa tutto il Governo ». Rileviamo
solamente l'inopportunità di questa pole¬ mica, assente il Duce, alla vigilia
dell’apeTiura della Ca¬ mera, in un periodo di calma e di attesa. Questo furore
28 L A FRONDA incomposto di polemiche, che ha delle premesse co9Ì me¬ schine
che risalgono alla nomina di un bibliotecario per dilagare poi nella peggiore
demagogia di un'« Italia ven¬ duta agli industriali » è condannabile alla stessa
stregua di un prepotente, di un qualsiasi ras di provincia. C’è una colonna
infame dove si potranno inchiodare gli indegni. Ma non bisogna prendere questi
argomenti e stemperarli per degli articoli di fondo. Non la cronaca, ma la
Storia; non Bombacci che re¬ sta schiacciato sotto il regolamento dei Sovieti,
ma la polìtica forte, saggia e disinteressata del Capo, che, sem¬ pre a suo
posto, come Presidente traduce gli articoli fiam¬ manti di ieri in altrettante
opere fortunose di pensiero e di Governo. 29 I TEMPI E LE ADUNATE U periodo di
fervida serena costruzione i interrolto J nel giugno del 1924, dall'affare
Matteotti (cfr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, voi. IV, pp. 1B1-199).
Li 3 almo sfera è torbida: già si profi¬ lano le prime avvisaglie dell'invereconda
speculazione che si tenterà contro ri Fascismo, sfruttando un ca¬ davere nel
modo più sordido e macabro. Le Camicie Nere di Lombardia si adunano a Milano in
una cerimonia tt suggestiva e ammonitrice ». E Arnoldo Mussolini scrive il
presente articolo, pubblicato sui Popolo d’Italia il 13 luglio 1924-11, cfce dà
la misu¬ ra del suo senso d'equilibrio, del suo tempismo politico e, sopra
tutto, della profonda bonlò del suo animo. Se gli avversari fossero stali
onesti « in buona fede, essi avrebbero capito tutto il valore dell’esortazione
altamente cristiana: ft la nuovo Storia d'Italia deve partire finalmente col
respiro ampio della frater¬ nità ». Ma gli avversari cosarono da tempo l'odio
e. il livore ; l’appello rimase senza eco e la nefanda campagna si protrasse
nei mesi seguenti. r V^/onvengono oggi a Milano, per una cerimonia sugge¬ stiva
ed ammonitrice le Camicie Nere di Lombardia. Sarà un adunata imponente. Basta
avere visitato le provincie per convincersi che 1 ondata limacciosa delle calunnie
e delle diffamazioni avversarie non ha inquinata le scatu¬ rigini pure del
Fascismo. Questa verità bisogna dimo- 31 T — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE
slrarla e la cerimonia di oggi, come già quella di Fi¬ renze, di Bologna, di
Palermo, ecc., rivelerà appunto an¬ cora una volta da quale spirito
disciplinato e gagliardo sia animata oggi la gioventù italiana... Nel tumulto
della passione, nella imponenza della forza riandiamo oggi, con animo pensoso,
alle vecchie adunate di Milano. La prima, e la più suggestiva, resta quella del
23 marzo 1919 nella piccola sala di Piazza San Sepolcro, presenti pochissimi
aderenti. Fu in quella adunata che si fissarono le tavole fon¬ damentali della
nostra fede. Successivamente si fecero dei ritocchi, ma lo spirito animatore
del Fascismo restò intatto attraverso le revisioni: lo spirito di assoluta de¬
vozione all’Italia. Non grandi parate fasciste ha visto Milano, se si eccettua
quella del 26 marzo 1922. ma piut¬ tosto grandi concentramenti di forze. Vi
sono state adu¬ nate memorabili di elementi dirigenti, nelle quali furono
discusse le questioni di Fiume, il dannunzianesimo, la tendenzialità
repubblicana, il discorso alla vigilia della Marcia su Roma, ecc. Si può
affermare con certezza che tutto il movimento fascista italiano ha gravitato
per i primi anni verso Mi¬ lano, Qui c’era il Comitato Centrale, c’era il Duce,
c'era il Popolo d'Italia. Questo è bene ricordare oggi che il Fa¬ scismo dilaga
imponente, malgrado l’ibrida coalizione che va dal dissidentismo al comuniSmo. Rivive
la poesia dei vecchi covi: Paolo da Canno- bio 35, Monte di Pietà 21, San Marco
46. Oggi il Fascismo è in Corso Venezia, nella vasta sede che testimonia la 32
I TEMPI E LE ADUNATE forza qualitativa e quantitativa del Fascio. Numerosi ed
agguerriti sono i circoli rionali. Attraverso le varie tappe e le vicende,
Milano ha salutato altre volte i fascisti di Lombardia quando, per debolezza di
governanti, si do¬ vette stroncare Io sciopera del luglio 1922 e quando, nel¬
l'ottobre dello stesso anno, si vollero presidiare i gangli della rivoluzione
in atto. Da quella atmosfera eroica ad oggi molto cammino è stato fatto, molti
postulati sì sono raggiunti. Un delitto orribile ba minacciato la nostra com¬
pagine, ma sono bastate la consapevolezza dei capi e la disciplina dei gregari
per superare una crisi resa ad arte più ampia dagli oppositori e dagli amici
tiepidi e treme¬ bondi del Fascismo. A Bologna, nella storica adunata del
giugno scorso, precedeva un alfiere con un cartello a grandi caratteri: « Noi marceremo
armati, coi nostri morti in testa... > e sembrava realmente che al passo
cadenzato delle Ca¬ micie Nere, fieri del sacrificio, precedessero i morti, i
loro spiriti, accompagnati da un immenso palpito di ali ver¬ miglie... La
poesia, il ricordo, rammonimento dei Caduti sono i piu grandi e gelosi retaggi
ai sopravvenienti. Ma in omaggio ai morii — a tutti i morti — noi vogliamo to¬
gliere la parola « armati » e vogliamo solo « marciare coi nostri morti in
testa ». Le armi sì depongano. La nuova 33 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE
POLEMICHE storia d Italia deve partire finalmente col respiro ampio della
fraternità. Più grandi sono gli orizzonti. E quando sono con noi la forza e la
fede, il numero ed il consenso, il coraggio e la generosità, abbiamo già gli elementi
suf¬ ficienti per dominare la situazione e per superare ogni e qualsiasi
partito nella direzione generale della politica italiana. Ai fascisti lombardi
ed alle rappresentanze fasciste di ogni regione d’Italia che convengono oggi
alla Metro¬ poli, giunga il nostro fraterno saluto. Il Popolo d’Halia non cerca
attestati di vecchie e di nuove benemerenze. Vuole essere nel Fascismo un
elemento di forza e desidera che i fascisti vecchi e nuovi, vicini e lontani,
gradiscano il saluto deferente di questo vessillifero che ha resistito per un
decennio a tutte le tempeste e non ha mai deme¬ ritato del Fascismo. La meta è
ancora lontana, l'opera vostra non è finita, la solidarietà e la stima
reciproca sono necessarie, per¬ ché « vi sono delle aurore che ancora non
nacquero ». 34 QUI SI PARRÀ... Fra il giugno del 1924-11 e il 3 gennaio
1925-111 si svolge il periodo ferreo delle contese politiche seguite all'affare
Matteotti (cfr. Scritti e. Discorsi di Benito Mussolini, uoZ. IV , pp.
181-445). In questa periodo Arnaldo Mussolini combatte con spìrito pugnace,
intransigente , spesso caustico — ma sempre sereno — tutte le battaglie
polemiche del Fascismo contro l Aventinoj contro le subdole manovre
parlamentari s contro le speculazioni macabre della Stampa d’op- pasizionc — e
infine contro le secessioni della destra liberale. Come £ nolo , la meschina
manovra che tendeva ad abbattere il Governo fascista fu sventata e sgominala
dal discorso pronuncialo dal Duce alla Camera il 3 gennaio 1925-111 (c fi. op.
cilvoi. V , pp. 7-15). Ne. derivò il rimpasto ministeriale a cui si allude nel
presente articolo , pubblicato sul Popolo d’Italia del 7 gennaio 1925-111. È
l’oro della mag¬ giore responsabilità: il Fascismo ha virilo ancora uno volta
ed ha tutta la responsabilità del potere.. F Arnaldo Mussolini t con questo
scritto, suscita il senso della responsabilità , dell’equilibrio, delVazione
feconda non di sterili schermaglie polìtiche, mo di opere attive. I Al rimpasto
ministeriale recente e l’assunzione in pieno della responsabilità del Potere da
parte del Fascismo, sono stati -variamente commentati dentro e fuori dei con¬
fini della Patria. Ma al di sopra di ciò che possono pen- 35 I — LO SPIRITO
CIVILE NELLE POLEMICHE sare i vari partiti e i "vari critici lontani, è necessario
fis¬ sare alcuni punti fermi e ricordare come si è giunti ad un termine in cui
un partito giovane, che ancora non ha avuto la possibilità di elaborare
completamente il suo programma, abbia invece preso per suo conto, e degna¬
mente, la responsabilità di reggere le sorti di un paese difficile da
governare, come l’Italia. Non è necessario fare la genesi dei partiti in
Italia. Sono molti, e tra le altre cose sono anche molto ottusi. I luoghi
comuni tengono il posto delle dottrine. Vi sono in più alcuni elementi
concomitanti quali la nostra com¬ posizione unitaria, il Risorgimento, le forze
esterne, la guerra, le dottrine degli altri, il provincialismo, e diversi tipi
della economia che hanno ritardato la valutazione obiettiva della nostra storia
politica e impedito il for¬ marsi di un partito dominante o di una classe
dirigente. II Fascismo, che pure aveva, dopo due anni dal suo na¬ scere, delle
forze imponenti, era giudicato un fenomeno transitorio o quanto meno un relitto
della guerra. Il Fa¬ scismo ha troncato alcuni partiti politici obbligandoli a
rivedere i programmi e i loro metodi. Tuttavia, più il Fa¬ scismo completava i
suoi quadri, meno gli altri lo com¬ prendevano. Si pensava con leggerezza che
sfociando il Fascismo a Montecitorio avrebbe smobilitato il suo spi¬ rito
aggressivo e esaurite le sue forze. Il patto di pacifi¬ cazione coi socialisti
fu un atto senza stima, che si esaurì dopo alcuni fenomeni di violenza. Da quel
giorno sino ad oggi, i professionali del socialismo, i santoni della de¬ mocrazia
non hanno aggiunto che delle miserie nei giu- 36 QUI SI P A R R À... dizi
contro il Fascismo obbligandolo a temprarsi e ad affrontare da solo la
soluzione del problema politico in Italia. Il Fascismo, deriso e diffamato dal
socialismo, mal sopportato dalla democrazia e tollerato appena dal li¬
beralismo, ha dovuto foggiarsi il suo spirito critico, com¬ battivo e
ricostruttivo. Di battaglia in battaglia, ha po¬ tuto prepararsi e portare a
compimento vittorioso la Marcia su Roma. Di quel che fu l'errore generoso di
quel tempo è inutile parlare come è inutile parlare di alcuni tradi¬ menti e
deviazioni di pochi amici nostri. Ma l’opera di ricostruzione iniziata nel 1922
ha avuto il suo pieno svi¬ luppo negli anni successivi. Oggi, riguardando alla
nostra solidità di popolo e di Nazione, bisogna tributare il più largo plauso
al Fascismo. Che cosa hanno risposto i professionisti della poli¬ tica in
Italia alle varie prove di pacificazione che ha of¬ ferto loro il Fascismo? Lo
scherno e niente altro! Se poi i signori dell’opposizione hanno avuto un
ausilio formi¬ dabile in un loro caduto, ecco nascere la tragedia sul ca¬
davere. A tutto ha servito, financo alla cassetta, alla vol¬ gare, mediocre
cassetta. Un Paese che ha avuto la pas¬ sione del Risorgimento e i suoi
Martiri, una guerra con seicentomila morti, un tradimento nel dopoguerra, non
può fermare la sua ascensione per un episodio sanguinoso della lotta politica.
Ogni qualvolta il Fascismo ha offerto il tradizionale ulivo della pace, gli
avversari si sono allontanati sde- i«*. 3 ? [ — LO SPIRITO CIVILE NELLE
POLEMICHE gnosi ed increduli. Questi cinque anni sono carichi di er¬ rori e di
incomprensioni, e, per la storia, non avrebbe importanza il duello
Fascismo-antifascismo, se la pe¬ dana non fosse il Paese, col grande cumulo dei
suoi in¬ teressi morali e materiali. Ad ogni buon fine, oggi, il potere è in
mano al Fasci¬ smo! Attenti a vigilare cbe il Partito sia all’altezza del suo
compito! Tutto il mondo ci guarda. La nostra vita di Na¬ zione e in attesa fiduciosa
di questo grande esperimento. Controlliamo noi stessi. Abbiamo fede, siamo puri
sino all’impossibile, devoti come degli asceti. Il Partito è un organismo
militare, e resti ben ebiaro che chi tradisce pe¬ risce. Non possiamo ripetere
all’infinito la serie degli espe¬ rimenti. Senta il Fascismo di provincia la
tremenda re¬ sponsabilità dei Capi che governano da Roma e sentano questi la
febbre, la disciplina, l’attesa che brucia nei no¬ stri spiriti. E giacché la
forza è con noi, la legge è con noi, bisogna saper essere generosi, pur
togliendo di mezzo ogni equivoco. Le ultime ore ci dicono che i lievi incidenti
vanno esaurendosi. Cosa possano deliberare, domani, i signori dell Aventino,
non ha grande importanza. Vogliamo an¬ cora credere che dopo la serie di
errori, di miserie e di incomprensioni passate, non conti l’avvenire un’altra
se¬ rie di viltà, di negazioni. Bisogna vivere al di là del pro¬ prio
risentimento. Gli avvenimenii precipitano, meglio 38 QUI SI PARE À...
affrontarli con serenila che preparare delle schermaglie nell’aula « sorda e
grigia ». Il Fascismo raccolga le sue forze, riveda i suoi qua¬ dri, esalti i
suoi errori, premii i suoi migliori, allontani i violenti senza scopo, i
ribelli di professione. Qui si parrà la nobilitade del Fascismo! Le quadrate
legioni sono grandi in quanto sanno costruire, marciare concordi, e vivere la
passione ardente della Patria. Sgominati gli avversari sul terreno della forza,
bisogna superarli oggi sul terreno delle opere. 39 RIPRESA Cfr. la nnta preliminare
a pag. 35. Questo orticolo — che si collega al prcrederile„ nello stesso
intento di indicare le responsabilità e i cómpiti del Fascismo al potere — fu
pubblicato sul Popolo d'Italia del 1.9 gennaio 1925-III. F., J—> necessario
oggi, dopo che il Fascismo ha ripreso la controffensiva, non avere attimi di
sosta e di incertezza. C’è, nel campo avverso, una tattica subdola che va dallo
spionaggio per conto di strozzini e di borsaiuoli alla ras¬ segnazione
mussulmana, anzi indiana tipo Gandhi e che aspetta, nella resistenza passiva,
che il ciclone passi, si dilegui, senza lasciare tracce notevoli né strascichi
che possano impedire, domani, la placida digestione dei grossi squali della
politica e della finanza. È necessario non dare tregua all’avversario e batterlo
sulla stessa questione morale che ha voluto inscenare in¬ degnamente, arrivando
a delle turpitudini delle quali nessun periodo politico, più acceso, ricorda
l’uguale. E non bisogna dimenticare i falsi, anzi i falsissimi apostoli 41 — LO
SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE di una libertà di coscienza o di professione,
che oggi si fanno paladini di presunte virtù (mentre ieri hanno tol¬ lerato
ogni scempio) per dar mano alla gazzarra indegna, alla calunnia perfida, alla
mania dello scandalo di cui , sembrano pervasi la gente dell’Aventino ed i loro
satelliti. l Bisogna ristabilire i valori morali, il dovere profondo f SeTTa
rettitudine, il senso altissimo di rispetto e di devo¬ zione al buon nome del
Paese.yCosì facendo gli squilibri spirituali, gli eccessi, che molti
interessati piangono in maniera ipocrita, cesseranno subito d’incanto. Il
Fascismo deve impedire che i falliti della politica mettano catte¬ dra di
morale. l'apertura della Camera, il Gran Consiglio fasci¬ sta, la prossima
riunione plenaria del Direttorio, il lavoro quotidiano della Commissione
esecutiva, sono tutti ele¬ menti che comportano la nostra tesi. Ma siccome
viviamo in un periodo di eccezionale portata politica, vorremmo moltiplicare
ancora le energie dei fascisti e dei loro di¬ rigenti. Quando l’ora della
storia batte sul quadrante a guisa di richiamo e di pericolo, il Fascismo trova
sempre la sua anima invitta ed invincibile. Quale senso di pena, di
umiliazione, di vergogna per tutti noi, quando i tele¬ grammi ci recano notizie
delle Borse agitate di Berlino, di Parigi, di Londra, di New York e sul conto
nostro cor¬ rono le notizie più dolorose ed infamanti! Se c’è qualcuno come è
certo — che tiene il sacco e se vi sono emissari che corrono in tutte le
capitali, vi deve pur essere una RIPRESA sanzione di Staio che colpisca, una
volta per sempre, co¬ loro i quali credono per livore politico di poter ridurre
l’Italia a brandelli. I fascisti devono considerarsi spiritualmente mobi¬
liati. Mobilitati contro gli eterni nemici che da un quin¬ quennio cantano le
nostre esequie e contro i falsi amici ed i traditori, che per viltà o peggio
hanno inscenato il commercio di basso rango ed il ricatto per le loro fortune
politiche, f. sua volta il Governo deve aiutare il Fasci- . smo. Quando si
hanno a portata di mano tutti gli ele¬ menti di giudizio, di controllo e di
indagine non dovreb¬ bero avvenire certi fenomeni inspìegabili e certe asso¬
luzioni che offendono. Vigilate le frontiere! Vigilate le società segrete.
Nell'anno di grazia 1925 , con un popolo temprato da eventi storici come una
guerra ed una ri¬ voluzione non vi sono ragioni plausibili per l’esistenza di
società segrete, di qualsiasi razza, genere, scopo o compito, ne vi ha ragione
che queste società possano o debbano agire aH’infuori, al di sopra ed
all’oscuro della legge comune. Vigilate l’immoralità dei moralisti! Con¬
trollate le Banche e le Borse! Un paese il più laborioso del mondo, il più
sobrio, il più degno non deve cadere nei tranelli di una plutocrazia senza
patria e coscienza. L’of¬ fensiva contro la lira ha un fine politico;
raccogliamo noi le forze per vincere la tracotanza nemica anche sul dif¬ fìcile
terreno della finanza. L’Italia, il Fascismo, il Governo, il suo Duce, sono
oggi discussi su tutte le tribune del mondo. Non tutti i 45 I — LO SPIRITO
CIVILE NELLE POLEMICHE giudizi sono favorevoli; ma già tenere viva l'attenzione
di tutti coloro che discutono sui giornali e nei consessi delle questioni
politiche del giorno, significa che la no¬ stra storia è incominciata con un
ritmo che desta inte¬ resse e preoccupazioni ed invidia per coloro che hanno
sempre considerato l'Italia come un paese decaduto di stirpe millenaria, sul
quale fosse possibile sempre l‘irri¬ sione o lo strangolamento! Giacché le
offensive sembrano combinate, è bene non lasciarsi cogliere di sorpresa. Il
Fascismo, attraverso alle sue manifestazioni ha lasciato comprendere quanto sia
forte la sua vitalità. Le intemperanze hanno dato il se¬ gno dell esasperazione
e noi le spieghiamo e concediamo per esse le attenuanti, prima di condannarle.
Quando vengono sollevate da certi figuri, le que¬ stioni morali, e vengono le
denunzie, e si riscuotono i plausi di mezze coscienze, quando si tenta di
mettere al¬ l’incanto, o all asta, se più vi piace, il nome sacro ed au¬ gusto
della Patria, viene d'istinto la volontà di mettersi a capo di coloro che nello
sdegno della rivolta, passano sopra ed oltre ai vecchi covi dove (sembra
destino fa¬ tale) si incontrano sempre riuniti neutralisti, caporetti- sti,
rinunciatari, diffamatori, piagnoni e campioni di una Italia esaurita.
Chiamiamo ancora a grande voce i fascisti, perché riprendano i loro posti. L
ondata limacciosa è passata senza lambire il Fascismo purissimo. Bisogna
lavorare oggi per riguadagnare il tempo perduto. 44 RIPRESA Duce, Direttorio,
capi e gregari, fascisti della prima e dell’uHima ora devono essere un esercito
solo che non attende a piè fermo il nemico, ma che lo incalza, lo so¬ vrasta e
lo sgomina, perché l’èra delle secessioni, dei tra¬ dimenti, dei connubi, del
commercio politico, abbia fine e non abbia ritorno. L’interesse della Patria,
che è supe¬ riore all’interesse di noi tutti, esige quest’ultimo atto della
tragedia che dura da un decennio. 45 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO Nel
1925-11I, cade il primo anniversaria dei Fasci dopo il periodo in cui ha
imperversato la canèa mat- tenltiana. Questo anniversario — che segue Hi poco
la vittoria, non solo parlamentare, ma nazionale, del 3 gennaio — acquila un
valore particolarmente si¬ gnificativo. Ma Arnaldo Mussolini, — in questo
articolo pub¬ blicato sul Popolo d’Italia per la celebrazione del 23 marzo
1925-III — non vuol rivangare le recenti poZemicJie; generosamente tace sui
vinti dell’ultima ora. Afferma però l’esigenza di respirare un’aria più pura,
risalendo alle origini del Fascismo. E tutto l'articolo vibra d’un ampio
respiro spiri¬ tuale, sorgente dall’evocazione dell'atmosfera politica del
1919, dalle lotte superate, dall’intensa azione squadristica e dall'ardente
opera costruttrice e chia¬ rificatrice del Fascismo. Egli però poneva nel tempo
stesso in evidenza la necessità di non considerare i ricordi del passato con un
inerte spirito commemo¬ rativo — ma come tradizione vivente, forza motrice per
le nuove attività e per l'elevazione dello spirito. Con questo intento Egli
preannunciava il convegno degli intellettuali fascisti che doveva aver luogo a
Bologna nell'aprile del 1925; per questo, affermava, con animo presago, di
avere « la certezza » che B valori spirituali della civiltà fascista erano
desti¬ nati a varcare le frontiere. M. 1 -lai, come in questo anniversario,
sentiamo vivo il desiderio e la necessita di risalire alle pure scaturigini del
nostro movimento. C'è stata, nei brevi anni che ci 47 1 — LO SPIRITO CIVILE
NELLE POLEMICHE separano dal marzo 1919, una lale successione dì eventi
politici, una vicenda alterna di evenienze storiche che hanno impedito, nel
tumulto, un esame obiettivo degli av¬ venimenti e un adeguarsi armonioso di
principi ai me¬ todi contingenti del Fascismo. Nascemmo, come movimento
combattivo, in un pe¬ riodo di grandi rinunzie quando la stessa epopea minac¬
ciava di tradursi in una commedia borghese o in una farsa, quando una
generazione sembrava fiaccata dopo il prodigio e la resistenza sanguinosa di
quaranta mesi di guerra. Nascemmo quando per le vie di Milano, metropoli e
capitale morale d’Italia, erano sfilati trentamila cittadini con la Giunta
comunale in testa, a reclamare l’amnistia ai disertori, la pace senza vincitori
né vinti, e chiedendo a gran voce l’espiazione della Guerra e della Vittoria.
Nascemmo quando il corteo della disfatta aveva creduto segnare l'epicedio
all’interventismo, alla guerra, alla Vit¬ toria e alla Patria. Nascemmo in
un’ora di disperato or¬ goglio, quando ai nemici interni si aggiungevano o si
pro¬ filavano già i segni della nostra sconfitta diplomatica, quando per
insulto, per ironia, per volgare dispetto, Mi¬ lano ospitava gli affamati russi
o viennesi, dimenticando o irridendo altri poveri ed affamati più vicini al
nostro cuore, più affini al nostro sangue. Navigare contro corrente, affermare
la vitalità in¬ sopprimibile della lazza, la virtù potenziale della Vitto¬ ria,
il diritto dei reduci, la necessità di una classe diri¬ gente; credere alla
virtù dell'individualismo in un'epoca 48 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO di
esaltazione del numero, voler snellire lo Stato quando la nuova concezione
democratico-sociale voleva soffocarlo sotto la violenza dei ricatti morali e
dei non sensi econo¬ mici; fu questa, certamente, la virtù più grande e divi¬
natrice del Fascismo. Dove erano allora i grandi maestri che non credono oggi
alla virtù rinnovatrice del Fasci¬ smo e che pensano alle virtù omeopatiche
della politica italiana? I liberali, insufficienti, come sempre, al dominio,
non avevano virtù di potenza, suggestione di fede, unità di metodo. Travolti e
impauriti, avevano chiesto a volte, alle Guardie regie, a volte alla Chiesa, a
volte a Turati, un po’ di pietà e una salvezza la meno umiliante pos¬ sibile.
La democrazia, ricattata dalla piazza e invidiosa di poche superstrutture
liberali e aristocratiche, oscil¬ lava tra i rinnovamenti che non bastavano a
calmare le turbe e una retorica falsa che non ingannava nessuno. T
repubblicani, di tradizioni sonanti, che all’ultima guerra avevano dato i migliori
dei loro uomini e delle loro ener¬ gie, si accodavano sinistramente ai
socialisti, in un li¬ rismo pietoso, fra la patria e l’umanità, fra il Milite
Ignoto e Wilson, creando poi il diversivo della caccia alla morale, come se un
partito potesse coronarsi di lauri sem¬ pre verdi, a prezzo di transazioni, di
sfoghi lividi, di basso commercio, di memoriali. Gente che avrebbe pro¬ cessato
Garibaldi per l’incontro di Teano e che avrehbe chiamato in causa Mazzini,
perché nella sua natura, li¬ rica e tragica, non dimenticava volentieri il nome
infinito di Dio. 49 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE I socialisti italiani
sono sempre stati all'avanguardia nella negazione di una Qualsiasi nostra
virtù. Rinnegato Pisacane, irriso Mazzini, non restava che il socialismo di
Marx o il comuniSmo di Lenin. Finita la guerra non era, per i socialisti e per
1 avvento della rivoluzione so¬ ciale, che una questione di attesa. Tutto fu
rimosso per¬ ché le superstrutture dell’intervento e dei vittoriosi, non
fossero di ostacolo al dilagare del leninismo. Esempi? Ricordi? non sono
necessari; sono già fissati nella memo¬ ria di tutti e costituiscono titoli
d'infamia per i partiti ora distrutti e titoli di Alta Corte per 1 dirigenti
del- 1 epoca. La vita, dopo un intensa vibrazione di eroismo, si piegava dunque
verso il senso, verso la materialità, in una concezione ugualitaria che tutto
livella e sommerge. Dove erano gli attuali critici acidi del Fascismo? Quale
opera svolsero? Dove scelsero il loro terreno di battaglia? Il Fascismo, e per
esso il suo Duce che raccoglie un manipolo di fedeli e riafferma in modo audace
e spa¬ valdo la sua credenza nella virtù del sacrifìcio e dell’eroi¬ smo, e si
batte nella proporzione dei dieci contro mille, ha in sé il crisma degli
antesignani e degli anticipatori di eventij^Credere in un momento di
scetticismo; volere in un mdihento di apatia; battersi quando più si è soli e
quando la stanchezza e il disinganno premono allo spi¬ rito — ecco il titolo
più nobile del Fascismo. Èfel momento più grande di depressione e di sgomento,
solo il Fascismo ha sentito l’orgoglio dell'avventura, si è ribellato ai
pigmei, ha obbedito al fascino della poesia della rina¬ scenza, ho interpretato
la legge insopprimibile della Sto- 50 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO ria!
Dov’erano, dunque, i rinnovatori di oggi, i liberali, i combattenti, gli
oppositori, i critici, i desiosi spasimanti della libertà, diritto
insopprimibile dello spirito? Erano timidi allora e opportunisti come il
personaggio manzo¬ niano testé ricordato in una lettera polemica! Che se poi il
primo manipolo, divenne centuria e legione, questo fu il miracolo della
gioventù generosa cbe risalì alle pure origini del suo compito, alla saggezza
politica e alla virtù fascinatrice del Capo. E vennero le grandi adunate, poi
la Marcia su Roma, poi il Governo della cosa pubblica. Solo un condottiero
degno, che ha il temperamento di un membro della Convenzione e quello di uno
stati¬ sta, che è un anticipatore e un illuminato conservatore, che vive e sente
la giovinezza ardente e generosa e la esperienza degli uomini che hanno molto
vissuto, poteva incanalare nell’alveo della legalità una rivoluzione desti¬
nata a raggiungere tutte le ampiezze. Non solo quello di incanalare o inalveare
una rivo¬ luzione, ma un altro miracolo si è compiuto, e consiste nel tener
deste, in ogni tempo e in ogni luogo, la nostra opera, le nostre vicende,
perché le conseguenze siano uguali alle premesse, perché la Rivoluzione rinnovi
dal profondo il costume e la vita politica italiana. \ Molti si attardano oggi,
alle critiche, molti giocano la parte degli eterni insoddisfatti. Vi sono i
pazienti che si fermano alle venature del marmo, altri che non sanno rinunziare
all’atmosfera quarantottesca così cara alla no¬ stra tradizione e al nostro
temperamento latino. Non sof¬ fermiamoci ai dettagli. Possiamo permetterci il
lusso di 51 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE convenire che molti errori
sono stati commessi, che qual¬ che cosa è da rifare, che alcuni elementi Tanno
riseduti. Ma di fronte a questo esame, che per parte nostra ci proponiamo di
Tendere sempre più severo, sta l’opera grande di questi sei anni; c’è la
rivoluzione interiore di tutto un popolo, c’è vivo il desiderio della marcia
contro la stasi, della forza contro l’inerzia, del coraggio contro la
pusillanimità. jNato dal tumulto, il Fascismo non po¬ teva essere perjelto e
svolgere opera perfetta. Grande cosa e grande fortuna fu quella di darsi una
disciplina militare, una formazione di combattimento, un’organiz¬ zazione sindacale.
Siamo oggi, inoltre, al convegno fascista dell'alta cultura. Siamo soli a
sopportare l’onere e la responsabilità del Governo. Questo, ai fini della
politica generale, è il successo più grande. Vi sono, certamente, le più grandi
responsabilità ma vi sono anche le più grandi possibilità. Questo devono
pensare ed affermare gli amici fascisti nel VI anniversario del Littorio.
Obbedire al Capo, che è degno come il primo giorno della lontana adunata,
alleggerire il suo lavoro, operare in silenzio, aver di mira le grandi
questioni d’interesse collettivo e nazionale, sentire l’orgoglio del nostro
dive¬ nire, credere alla virtù universale della nostra fede, ecco il
comandamento del giorno. Vi sono popoli che si evolvono e di cui si giudicano
la civiltà ed il grado di modernità dal numero dei chilo¬ metri di ferrovie,
degli apparecchi telefonici e dei Kilo- 52 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO
watt-ora. Sono, questi, elementi indubbiamente utili ai fini del -vivere
civile; tuttavia un popolo che vuol dire ed affermare qualche cosa nel mondo,
non si fermo alla sola tecnica, ma si ingigantisce nello spirito. L'Tfalia che
è stata due volte universale, avrebbe una terza risurrezione senza vita se non
avesse la certezza che il suo pensiero, la sua forza, la sua fede, valicano le
frontiere ed inte¬ ressano tutti gli studiosi della politica moderna. Questo è
l’orgoglio più vivo del Fascismo, perché la sistemazione interna fascista è e
deve essere opera di ogni giorno e non deve far perdere di mira il compito più
grande di domani, che è quello di un popolo in mar¬ cia il quale non vuole
rinnegare nulla della sua storia e del suo destino. Fascisti! la disciplina è
dei forti, lo fortuna è degli audaci; sappiate interpretare e vivere le grandi
ore che passano. 53 4 - v. IL CONGRESSO Tn questo articolo — pubblicato sul
Popolo d'Italia il 20 giugno 1925-III — il preannunzio del nuovo Congresso
Nazionale del P. N. F. conduceva Ar¬ naldo Mussolini a rievocare il Congresso
del J92I, che si chiuse mentre i rossi, con uno sciopero ge¬ nerale di
protesta, umiliavano la Capitole e susci¬ tavano gravissimi incidenti. { Cfr.
Scrini e Discorsi di Benito Mussolina voi. II, pagg. 199-226). Anche in questa
occasione, come nella scritto per il ventitré marzo (cfr. pp. 47-53), Arnaldo
Mussolini, dai ri¬ cordi del passato trae forza vitale per Pozione de.l- V
avvenire■ le tradizioni fasciste sono tradizioni viventi t forze suscitatrici.
Sì contempla il cammino percorso per prenderne norme per il cammino da
percorrere. I J.1 Congresso Nazionale del Partilo fascista, che si an¬ nunzia
per un complesso di ragioni importantissime e che si terrà nella Capitale nei
prossimi giorni, richiama alla memoria l'altra importante adunata, tenuta pure
a Roma all’Augusteo nel novembre 1921. Fu in quel convegno che il partito uscì
dalla sua fase di movimento per darsi una linea quadrata e meto¬ dica di
partito; e fu precisamente in quel tempo che l'elemento squadrista comprese
come la storia d'Italia 55 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE non si potesse
incidere che a Roma, onde a Roma biso¬ gna tendere per la conquista del potere
politico. Il Fascismo fin da allora rese omaggio in forma so¬ lenne al Milite
Ignoto, soggiogato dalla poesia perenne del sacrificio e persuaso che dal
sacrario dell’Altare della Patria si illuminava di grandezza e di vittoria la
storia nuova d’Italia. Ci fu nel Congresso di Roma del 1921, da parte del
Presidente, un tentativo di « spersonalizzare » il Fasci¬ smo; ma bastò questo
accenno perché più vivo e più forte prorompesse dai fascisti il giuramento
della obbe¬ dienza e della fedeltà al loro Capo. Nella convulsione preagonica
di un mondo che non voleva crollare ci fu purtroppo il sacrifìcio della vita di
vari fascisti. Ma ormai il sacrificio era il dovere di ogni giorno, mentre la
stessa gioventù del 1921, rientrando alle sedi, comprese che la situazione
politica si doveva risolvere in una presa rivoluzionaria del potere, e che a
Roma bisognava ritornare. Inutile riandare la storia di questi quattro anni. Vi
sono degli insoddisfatti. Noi, no! Le Camicie Nere hanno compiuto fino
alPestremo il loro dovere e quindi il loro compito. La scuola a cui si ispirò
la fede fascista non aveva nulla delle clientele e delle congreghe. Alcune de¬
viazioni non costituiscono materia sufficiente per la cri¬ tica negativa. Roma
fu presa nell'ottobre 1922 per atto rivoluzio¬ nario; e il primo tempo fu
impiegato necessariamente a 56 IL CONGRESSO rimuovere ostacoli e a togliere a
gradi i residui delle vec¬ chie mentalità. Alcuni colpi assestati nell impeto rivolu¬
zionario avrebbero reso possibile una reazione o dei ri¬ torni; il Fascismo ha
invece agito con metodo, ha fissato dei punti, ha aumentato la sua capacità, ha
creato, allar¬ gandole, delle situazioni dalle quali non si decampa, ha
costruito nel tempo e può affermare tranquillamente e sicuramente: indietro non
si torna. A poco a poco ha tolto l’iniziativa agli avversari pa¬ ralizzandoli e
superandoli nei provvedimenti contingenti e gettando le nuove grandi hasi dello
Stato fascista. Que¬ sta è la vera rivoluzione in marcia, che si difende per^
virtù di opere e di pensiero, che non rinnega niente del suo passato, che
conosce e spiega le impazienze dei gio¬ vani, ma costruisce sulla realtà le
linee fondamentali della nostra politica di potenza giovane che vuole ri^
novarsi rinnovando il suo costume politico e risolvendfi i problemi
fondamentali della nostra vita civile. L’ordine del Congresso, estremamente
sobrio, ci dice del desiderio e della necessità di discutere su temi con¬ creti
e non su principi astratti. La relazione del segre- iario generale on.
Farinacci costituirà un elemento inte¬ ressantissimo per i dati che egli
esporrà sulla piena effi¬ cienza armoniosa del Fascismo. Annegano miseramente i
dissidenti e di fronte all’insieme granitico del Fascismo scompaiono i vari
casi personali che fanno di un medio¬ ere tormento il tormento universale. Il
Fascismo rivive lo spirito delle sue vecchie batta- 5 ? I — LO SPIRITO CIVILE
NELLE POLEMICHE glie e rinnova il giuramento della sua dedizione all’Italia. Né
può limitarsi alla enunciazione di principi. Bisogna creare gli istituti
presidian dell'ordine nuovo. Le riforme di cui parleranno gli amici doti.
Forges e prof. Nasi non sono le riforme di turatiana memoria, beffeggiate dall
estremismo socialista, mercanteggiate dal socialismo unitario, e osannate dalla
democrazia come la sua creazione più originale di saggia e accorta politica nel
cozzo degli estremismi. Le riforme proposte dai no¬ stri amici, che saranno
accettate dal Congresso e che stanno già diventando pratica odierna di Governo,
disci¬ plinano gli Italiani disciplinando il costume politico. La forza
organica di uno Stato, la sua potenza, non nascono che da una situazione in cui
le energie collettive obbe¬ discono alle supreme ragioni di Stato, non
concepiscono riserve e non si permettono azioni contro la compagine nazionale.
Cosi è nella politica interna, per una grande politica estera. Il problema
economico-finanziario e il problema delle amministrazioni locali sono elementi
della massima importanza. Il popolo italiano che suda, lavora, rispar¬ mia,
obbedisce, ha ragione di chiedere a gran voce che il suo sacrificio sia
valutato, che le amministrazioni cen¬ trali e periferiche abbiano una
sistemazione degna, da dove sia possibile partire per una grande politica gene¬
rale e ricostruttiva. Il problema sindacale è un altro elemento degno della
discussione più ampia. Il Partito politico non può ignorare le forze sindacali.
Sono elementi preziosi del 58 IL CONGRESSO gran quadro. Nella vita generale la politica
risente del peso e dell’influenza delle grandi corporazioni. Con una saggia
disciplina organizzativa si è riusciti a dare un ritmo alla nostra produzione.
L’esperienza sin¬ dacale ha suggerito dei provvedimenti che garantiscono la
continuità e il successo della pratica sindacale fascista: ecco la necessità di
codificare l’esperienza e l’originalità dei tempi nuovi, creando la
magistratura del lavoro. Questi ed altri problemi il Congresso farà oggetto di
attento esame e di risoluzioni radicali. L’Àugusteo rivedrà ancora gli uomini
del 1921 e le Camicie Nere placate dalla vittoria conseguita. L’Italia sarà
sempre più persuasa della continuità incrollabile del Regime fascista. E come 1
Italia anche l'estero. Non sono in discussione le vicende di un Partito. I
dirigenti di una grande politica si ritrovano a discutere e a preparare il
piano generale di una lotta che non am¬ mette ritorni e che garantisce, nel
rinnovamento degli istituti e degli spiriti, la fortuna avvenire d’Italia. 59 ■
CASALINI Un anno prima, il 12 settembre 1024, un sovversivo aveva assassinalo
in tram, a Roma, il deputata fa¬ scista Armando Casalini. ( Cfr . Scritti e
Discorsi di Benito Mussolini, «ol. IV, pp. 347, 348, 377, 409 ; voi V, pp. 100,
390). A un anno di disianza — con gueseo artUnlo apparso sul Popolo d'Italia
dei 12 settembre 192S-III — Arnaldo Mussolini rievocava, con nobile
commemorazione, il Camerata cadu lo. tricordi amo nel primo anniversario della
morie e con senso di vivo rimpianto, il camerata indimenticabile Ar¬ mando
Casalini. La sua quadrata figura bonaria, il suo spirito sereno, profondamente
saggio, si staglia netta¬ mente nel tempo, nei ricordi e nel cordoglio. Egli fu
il predestinato a saziare l’ingorda, malvagia tregenda de¬ gli avversari del
Fascismo. La mano che lo colpì, fredda, inesorabile, sotto agli occhi della
figlia primogenita ebbe realmente dei « mandanti ». Nei mesi di giugno, luglio,
agosto, la stampa antifascista aveva organizzato la ca¬ tena dello scandalo e
della diffamazione. Nuovi giornali si erano creati per dare il supposto colpo
di grazia al Fascismo che a giudizio degli orecchianti politici, do- 61 I - LO
SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE veva cadere per lasciare il posto alla demagogia
fatta saggia ed al livore di classi e di partiti sorpassati. La Rivoluzione
fascista pareva dovesse sommergere sotto I onda di un offensiva cartacea. Molti
allora tagliarono la corda e si rifugiarono nell Aventino, mentre qualcuno, che
oggi fa molto comodo chiamare pazzo ed irrespon¬ sabile, si armò di rivoltella
e scrisse l’articolo a modo suo, scegliendo un capo, un responsabile del
movimento fascista ed uccidendolo in segno di protesta contro il Regime.
Armando C asalini cadendo vittima della sua fede, fece sostare per alcuni
giorni le violenze avversarie. Oh! ricordiamo esattamente! Se lo sdegno non
fosse stato contenuto, anzi quasi umiliato, la campagna dell’antifa¬ scismo non
avrebbe avuto altre riprese. Coloro che hanno vissuto la passione
rivoluzionaria e che non erano legati a gravi responsabilità di Governo e di
Partito, avevan giustamente compreso che una rivo¬ luzione non si lascia
infamare o coprire di ludibrio o di ridicolo. Lo sdegno fascista provocato
dall’assassinio del povero nostro Casalini sarebbe giunto alla fase conclu¬
siva. Tutto questo non si volle per un gesto superfluo di generosità; e
purtroppo ad un anno di distanza, nel qua¬ dro della lotta politica, 1
assassinio Casalini ha valore di un oscuro episodio di un irresponsabile, senza
mandanti presunti o reali. L altro delitto resta intero con tutto il suo
bagaglio di relazioni mastodontiche, di interrogatori spettacolosi, di
memoriali più o meno attendibili, di re¬ ticenze, di pause, di silenzi, di voci
più o meno interes- C A S A L I N I sate, mentre già una coorte di avvocati
attendono la re¬ quisitoria del P. G. per gettarvisi sopra, famelici di no¬
vità e di cavilli onde segnare il tempo ultimo della grossa partita Matteotti.
Ricordiamo oggi Casalini, il mite mazziniano, per¬ ché egli è caduto vittima
della sua fede fascista. La mano del suo assassino fu armata dagli oppositori.
Non gli dissero propriamente « va ed uccidi » ma il lento ve¬ leno propinato
attraverso ad una campagna di Stampa così diaholica da non ricordarsi l’uguale,
ebbe l'identico risultato. Non è ancora dimostrato che nel delitto Mat¬ teotti
vi fossero dei mandanti, così pure non è ancora di¬ mostrato che vi fosse
realmente il fine di uccidere; ne] caso Casalini il fine di uccidere era
evidente e nei riguardi dei mandanti... meglio tacerei Armando Casalini deve
vivere eterno nella memoria di ogni fascista. Uomo probo, autodidatta, devoto
al pro¬ prio paese, sordo alla voce tentatrice della demagogia, severo con se
stesso e i suoi amici, aveva abbracciato la fede fascista con entusiasmo,
persuaso che il Fascismo sindacale realizzasse in massima i postulati del suo
maz- zinianesimo. Cadde mentre il Fascismo era incatenato ad una fatalità che
gli impediva il libero e legittimo movimento di protesta o di rappresaglia.
Oggi non più! Dopo il discorso del 3 gennaio e la politica di severa
intransigenza, il Fascismo ha riconquistato la sua latitu¬ dine di critica e di
vita. Ogni giorno l’attività del Par¬ tito si fa più complessa e si inserisce
in tutto l’organismo dello Sfato, segnando l’impronta del Littorio. 63 I — LO
SPIRITO CIVILE NELLE POLÉMICHE L’on. Casalini dorme placato nella certezza
della vittoria fascista. Nel regno dei silenzi e del mistero Egli sente che le
falangi dei suoi organizzati, degli amici di fede, hanno ripreso con animo
invitto l’opera tenace e difficile per dare una struttura all’Italia nuova. A
que¬ st’opera complessa, l’on. Armando Casalini ha dato il contributo più
prezioso: quello del sangue. Ricordiamo con animo sgombro di rancori ma pieno
di saggi propo¬ siti. Armando Casalini ci insegna la virtù dei forti che è
quella di operare in silenzio, la virtù del sacrificio e del disinteresse
perché egli ha dato la vita giungendo realmente nudo alla mèta. Gli Italiani
che assurgono al di sopra della ruggine del congegno politico, possono
specchiarsi nel suo vasto sogno di serenità che abbracciava gli uomini alle
pure sorgenti del dovere. L’uomo, il ricordo e la situazione invitano gli
Italiani al raccoglimento e alla meditazione. 64 GRAN CONSIGLIO Siamo alia
vigilia della celebrazione della Marcia su Roma, e si svolge la sessione del
Gran Consiglio. In questo articolo — pubblicata l'undici ottobre 1925-III —
Arnaldo Mussolini, commentando i lavori, delinea in modo precisa e magistrale
l'essenza, il carattere, i cómpiti del massimo Consesso del Fascismo, C^^uesia
ultima sessione del Gran Consiglio Fascista, è caratterizzata, sn tutte le
altre, dalla importanza delle deliberazioni prese e dalle ferme decisioni di
inserire nello Stato, con provvedimenti di carattere legislativo, il programma
rivoluzionario dell’ottobre 1922. Il Gran Consiglio, se non vi fosse,
bisognerebbe crearlo. Tn certo senso è il Consesso più autorevole che oggi viga
nel mondo politlcoTi: superiore, quasi, al Consiglio dei Mi¬ nistri. Questi fa
della saggia amministrazione e coordina, le varie branche dell attività
nazionale, il Gran Consi¬ glio getia le basi, segna le tracce generali sulle
quali! l'attività governativa deve svolgersi. Nel suo seno vi' sono tutte le
correnti e si odono tutte le voci delle grandi organizzazioni politiche ed economiche
del Fascismo. Se il tempo odierno deve prendere il nome di « era fasci- 65 I —
LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE sia » bisogna che i fini e i mezzi del
Fascismo siano sem¬ pre ben chiariti e fìssati. Dottrina di vasta latitudine,
che obbedisce più al¬ l’esperienza che al dogma, obbligata a muoversi tra
l’osti¬ lità di partiti superati e la curiosità invidiosa di popoli e di scuole
politiche d’oltre confine, il Fascismo ha bisogno di segnare, volta per volta,
i punti definiti della sua at¬ tività politica. Costruire nel tempo, protesi
verso l’avve¬ nire, questo deve essere il dovere assillante del giorno. Il Gran
Consiglio ascolta, a questo fine, le voci dell'espe¬ rienza, rivede i quadri e
le capacità, confronta i successi, affronta le difficoltà, segna i capisaldi
sui quali la Rivo¬ luzione fascista può tessere i migliori sviluppi. Ne] Gran
Consiglio della sessione di ottobre, pur dai comunicati scheletrici, si
comprende che il lavoro deve essere stato complesso. I problemi discussi erano
dì vasta portata. Se non temessimo di abusare di frasi sonanti, vorremmo dire
che la sessione odierna del Gran Consi¬ glio ha avuto importanza di carattere
storico. Non è il caso di ripetere e illustrare gli ordini del giorno votati.
Superfluo aggiungere che noi siamo sin¬ ceramente lieti del plauso che il Gran
Consiglio ha vo¬ tato per l’on. Farinacci per la sua opera di Segretario
Generale. Agli orecchianti e ai faciloni, noi diciamo di misurare la gravità
del compito di dirigere un Partito di quasi un milione di organizzati, in un
periodo di accese passioni politiche. Farinacci piace per la dirittura della 66
GRAN CONSIGLIO sua azinne polìtica e perché non cede alle facili lusinghe di
amici o nemici. Senza far torto ad alcuno, la nomina di un Segreta¬ rio
Generale è la disposizione più saggia dell’organizza- zione interna del
Partito, e Farinacci — sfrondato di al¬ cuni eccessi polemici oratori,
spiegabilissimi data la ur¬ lante canèa che lo investiva — si è dimostrato un
Segre¬ tario Generale saggio ed energico, intransigente ma non settario, severo
ma non despota. Il terzo anniversario della Marcia su Roma trova il Fascismo
nella sua completa efficienza. Le Camicie Nere, sorte in armi tre anni or sono,
oggi sono rientrate nei ranghi di cittadini devoti alla Patria, di niente altro
pre¬ occupati che del hene supremo della collettività. Già nell’alveo del
Fascismo hanno confluito competenze e in¬ telligenze di primo ordine, mentre il
grosso del pubblico ha salutato con plauso il nuovo ordine e la disciplina
fascista. Le cerimonie commemorative del 28 ottobre nelle loro vastità sono
degne deiravvenimento che si ri¬ corda, come il Fascismo odierno è degno di
rivivere la sua inesausta passione rivoluzionaria. Ma il « pezzo forte » della
sessione odierna del Gran Consiglio è doto dall’approvazione e quindi dalla
pronta realizzazione (stile fascista) dei seguenti provvedimenti:
riconoscimento legale dei Sindacati, Magistratura del la¬ voro, e limitazioni
quasi assolute degli scioperi e delle serrate. Il considerare lo sciopero
politico come reato, si¬ gnifica tagliare, di colpo, la fioritura del
sovvertimento periodico. 67 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE Inutile
illustrare questi capisaldi approvati dal Gran Consiglio. Già in materia si
sono versati fiumi d’inchio¬ stro e gli stessi avversari sembrano scossi dalla
logica ferrea, coerente alle premesse, di cui dà prova il Fasci¬ smo. Della
stessa isiituzione del Podestà, del Governatore di Roma e dei Segretari
generali si attende volentieri la prova. Il Senato in parte elettivo ha
soddisfatto gli stessi liberali; il non aver toccato l’Arca Santa — il Parla¬
mento — ha conciliato parecchi avversari. Montecitorio è ancora uno svago: i
suoi settori sono chiodi fissi nella mente di chi legge i giornali. Anche
rinnovandolo su basi nuove, i difetti sostanziali resterebbero, magari sempli¬
cemente mascherati. Finché il Parlamento resta una pe¬ pinière per dare gli
uomini di Governo, nessuno lo vuol trasformare. Nei parlamenti di tutte le
epoche e presso ogni popolo, ogni onorevole sente in cuor suo l'abilità Idi uno
statista e il genio di un condottiero. E poi questa divisione dei cittadini in
categorie non piace agli Italiani. È tedesca. Gli italiani possono — è vero —
essere distinti in categorie, ma non sono soddisfatti di questo casellario. Per
amore di contraddizione, un ragioniere commenta vo¬ lentieri un Cantico di
Dante, mentre un poeta tesse le laudi de] Lyon Noir o del Kukirol. Le categorie
non af¬ fratellano: solo le scuole politiche possono orientare. Il Parlamento
così com’è, possibilmente chiuso per le va¬ canze pasquali, estive, natalizie
ed invernali, ecc., è an¬ cora il minore dei mali. Avremmo finito se non ci
premesse di ricordare ì’or- dine del giorno presentato dal Presidente ed
approvato tifi GRAN CONSIGLIO all’unanimità e di segnalarlo particolarmente là
dove in¬ vita i fascisti a seguire l’opera complessa del Governo « con senso di
consapevole responsabilità e con esempi quotidiani di silenziosa e laboriosa
disciplina ». Nelle contingenze odierne l'ordine del giorno è altamente signi¬
ficativo. Bisogna, insomma, che, mentre vi sono dei re¬ sponsabili che gettano
i pilastri dell’èra fascista, non vi siano degli irresponsabili che
inconsciamente i medesimi pilastri svellono. Se il Fascismo tende all’unità
spirituale di tutti gli Italiani, bisogna assolutamente che a questo nobile
fine siano sacrificate le miserie faziose che affio¬ rano nei tumulti non
sempre chiari nelle origini e sempre gravi nelle conseguenze. L’invocazione del
Duce, suggellata dal Gran Con¬ siglio, deve trovare consenzienti e disciplinate
tutte le Camicie Nere d’Italia in questa primavera delle opere e degli spiriti.
3 “ ». 69 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE (19Q6-IV — 1927-V E. F.) ORIZZONTI
L’orizzonte della vita fascista — dal 1926-IV in pai tende sempre piti ad
allargarsi. E già nei primi mesi del 1926-IV, Arnaldo Mussolini volge il vìgile
sguardo, umano e pensoso, alla vastissima famiglia degli Italiani sparsi in
ogni parte del mondo. Questa vi¬ sione dell'Italia fascista nel mando si farà
negli arti¬ coli seguenti sempre più ampia, correlativamente alle provvidenze
del Regime, che nell anno seguente rior¬ ganizza, ed avoca al Ministero degli
Affari Esteri, la Direzione degli Italiani all’Estero affidala alla fine del
1927-V a Piero Parini, già collaboratore di Ar¬ naldo Mussolini nella sua
qualità di redattore del Popolo d’Italia. Questa articolo, vibrante di commossa
umanità, uenne pu&&2ira(o nel Popolo d’Italia ii 22 gennaio 1926-IV. L
notizia è questa: nell'occasione del Natale di Roma, il 21 aprile dell'anno
scorso, il nostro Ministro degli Esteri, con senso di attenta e sigile cura per
i giovani Italiani che vivono oltre confine, aveva dato agli alunni delle
scuole italiane all’estero un tema sul nome e sul fascino di Roma capitale
d’Italia. A dieci mesi di distanza la relazione ampia e docu¬ mentata del
concorso è tale da riempirci di commozione e di orgoglio. Sono migliaia gli
svolgimenti del tema così suggestivo, e tutti insieme, dallo studente liceale
allo sco- II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE laro delle elementari, sono in nobile
gara per dimostrare con accenti di viva sincerità appassionata l'amore fi¬
dente per la Patria lontana, l’offerta gioiosa di soffrire e morire per il nome
di Roma e per la gloria immortale della Patria risorta. Ecco, fra mille, alcuni
saggi, così puri nella loro sem¬ plicità e così grandi nella loro sincerità.
Una bimba di Porto Said, che sogna il ritorno in Pa¬ tria, scrive di Roma: «
Tutti gli Italiani ti amano e ti ricordano, ma noi più di ogni altro, perché siamo
lontani ed aspettiamo con ansia il giorno di potere ritornare a te, che ci
aspetti sempre con le braccia aperte come una mamma affettuosa che, credendo di
avere perduto la sua figliola, la ritrova più grande e più ferma nei suoi sen¬
timenti ». E da Tunisi un’altra voce di bambina più grande invoca Roma così:
«Noi ti amiamo e ti adoriamo con amore immenso e duraturo, come il figlio ama
la madre lontana e pensa con nostalgia quando la potrà rivedere ». Una piccola
compagna vicina, si conforta elevando 10 spirito con queste parole: « La
lontananza non scema 11 mio affetto, anzi l’aumenta, lo purifica, aggiungendo
un dolore, un desiderio: il dolore d'esserti lontana, il desi¬ derio di esserti
vicina ». La tenerezza di queste piccole Italiane si trasforma in fierezza di
propositi magnanimi ne! cuore dei fan¬ ciulli, uno dei quali scrive dal
Brasile: « Se verrà il giorno che abbisognerai dell'opera nostra, noi fin da
ora consa- 74 ORIZZONTI oriamo le nostre braccia alla tua difesa, o Roma, cuore
della nostra patria lontana ». E un altro dal Canada: « lo non ho la fortuna, o
Roma, di averti veduta, ma il mio pensiero è sempre a te, e quando sarò grande,
se necessario, verrò a difenderti e a dare il mio sangue per la tua salvezza ».
È pure vera l’afiermazione di molti nostri emigranti, nomadi per il mondo, che
per poter avere profondo il sentimento della Patria, per ammirare ed esaltare 1
Ita¬ lia, bisogna viverne lontani, dove i confronti sono inevi¬ tabili. e dove
il nome della terra nativa appare lucente, in mezzo alle tenebre, alla miseria
e alle invidie degli uomini. Non è senza significato e senza fiera compiacenza
che rileviamo l’inciso della relazione ministeriale, là dove dice che la figura
del Capo del Governo, del Duce « gi¬ ganteggia nelle anime e nelle menti di
questi connazio¬ nali, ai punto che come l’amore intenso per la patria e assai
sovente espresso dai bimbi con un entusiastico sa¬ luto a quest’Vomo, il quale
appare loro in un’aureola di leggenda, così la sicura fiducia nella grandezza
nazionale non è mai disgiunta, nei giovani, dalla consapevole vene¬ razione per
il salvatore d'Italia ed il ri costruttore delle sue fortune ». Noi chiediamo,
come Italiani e non come uomini di parte, che la relazione sia data alle stampe
interamente e non in succinto con un comunicato « Stefani ». Noi dob¬ biamo
prendere luce ed ammonimento da questi nostri fratelli, che vivono per il mondo
col cuore e la mente ri- 75 II — VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE volli, in purità,
alla maestà di Roma. Chiediamo, come Italiani, di poter contribuire — nelle
forme e nei modi che 1 autorità crederà opportuno -— a mantenere vive e
presenti le relazioni e gli aiuti coi piccoli lontani, fieri della loro
origine. Pubblicazioni periodiche, libri, quadri e fotografie dei nostri
maggiori uomini unitamente agli aiuti sensibili che si potrebbero inviare ai
patroni delle scuole all estero, creerebbero una più ampia atmosfera di
simpatia e migliori possibilità di sviluppo delle isti¬ tuzioni scolastiche all
estero, cosi vastamente benemerite. Ciò detto e proposto, ritorniamo a
confortarci nella lettura del documento italiano ed umano per cui i nostri
fratelli d oltre confine, i giovani puri di indole e di ca¬ rattere, balzano
vivi nella nostra immaginazione fervida di Italiani inquieti e pensosi del
nostro avvenire. Dun¬ que, anche dopo un lungo abbandono, il fuoco sacro delle
origini è rimasto acceso, anche sotto la cenere delloblio nazionale e sotto 1
indifferenza se non lo spregio dei paesi ospitanti? È bastato che su la Patria
passasse un alone grande di fierezza e di rinascita, perché la febbre
dell'orgoglio invadesse gli spiriti lontani dei nostri fra¬ telli! La nostra
vita oggi è troppo presa dalle polemiche del giorno e troppo intenta alla
sepoltura di un mondo superato, perche possa esaltarci come dovrebbe la testi¬
monianza fraterna degli Italiani d’olire confine. Oggi la fonte del carme
civile lia le sue pure scaturigini tra le nostre genti lontane che non
dimenticano l’Italia e Roma. È vero che il telegrafo ci conferma la notizia che
politicanti falliti e codardi meditano a Parigi, nella ville 76 ORIZZONTI
lumière, dove è facile abbeverarsi a Rue de Cadei, un. giornale antifascista e
cioè antitaliano. È vero che vi sono dei figli che rinnegano la Madre. Sono
deviazioni perverse che confermano gli ultimi sussulti di una casta miserabile
che non vuole rassegnarsi a scomparire. Mi¬ gliaia di innocenti benedicono il
nome del Duce, nella fucina tenebrosa parigina qualcuno invece medita e pro¬
pone l’iniquo attentato. C è sempre una piovra che lancia i tentacoli ed un
seppia che intorpida le acque cristal¬ line! Non prevarranno! Anche se 1 odio
antitaliano degli stranieri trova in loro degli amici insperati. Ai pochi per¬
vertiti ecco opporsi la diga che supera e sommerge la loro miseria. Non è l’estero
che deve giudicarci, sono i nostri fra¬ telli che devono esprimere il loro
pensiero. E la relazione odierna sta a dimostrare quale tesoro inestimabile
pos¬ segga ancora lTtalia, quale riserva possa lanciare nel vortice della
battaglia per le supremazie! Bisogna bru¬ ciare un vecchio vademecum dell
emigrante, la dove in¬ segnava la traduzione per farsi conoscere: « Sono Ita¬
liano, ho fame! ». No! Sono Italiano e sono figlio di Roma! Questo insegnano i
nostri fratelli che hanno cono¬ sciute le vie dure e penose d oltre confine e d
oltre mare, questo gridano i figli, e figli dei figli, che vivono lontani nel
ricordo severo ed incancellabile della Patria rinata. Vi sono dei nomi e dei
fascini che vivono oltre gli uomini e le loro vicende. Oli Italiani all estero
ce lo inse¬ gnano, ad incitamento e ad ammonimento. 77 LOGICA E REALTÀ Dal
Popolo d’Italia del 6 marzo 1026-IV. Abbiamo seguito in questi giorni alcune
disquisizioni teoriche sulle origini, sui metodi, sul divenire del Fa¬ scismo.
Poiché in questo mese cade il settimo anniver¬ sario della fondazione del primo
Fascio di Combatti¬ mento, è una gara continua da parte di amici giornalisti
vigili e gelosi del 1919, per potersi procurare autografi, pensieri, scritti
che in qualche modo ricordino il Fa¬ scismo alle origini, le sue battaglie, le
sue vittorie. Una delle cose che secondo noi è bene distruggere in tempo e
quella di credere che questo magnifico movimento rigo¬ glioso, nato da una
mente profonda, dopo un severo e meditato studio, possa chiamarsi un derivato
qualsiasi del futurismo, del combattentismo o di tutti gli altri ten¬ tativi di
rinnovnmento che hanno avuto la loro espres¬ sione tumultuosa nel dopoguerra.
No. Il Fascismo è una concezione originale. Il dopoguerra può aver creata un
clima storico più favorevole al suo sviluppo, ma per la sua essenza spirituale,
per il metodo e per la sua conce¬ zione politica, il Fascismo è tipicamente
nuovo e incon¬ fondibile. II VTTA ED EDUCAZIONE NAZIONALE U Fascismo ne] 1919
fece i primi passi in un am¬ biente estremamente mobile, irto di mille
difficoltà di carattere ambientale e storico. Il popolo italiano aveva vinto la
guerra, ma stava per perdere la pace a Versa- glia. In quel periodo doloroso,
il partito socialista ita¬ liano segnò la pagina più obbrobriosa della sua
storia. In nome di un internazionalismo fatuo, obbediente al na¬ zionalismo
altrui, il socialismo italiano contribuì primo, fra la debolezza degli altri,
alla nostra disfatta a Versaglia e alla nostra situazione fallimentare del
1919-20-21. Il Fascismo fu l’espressione esasperata deìl’antipar- iiio, fu un
espressione esasperata contro il liberalismo, contro la democrazia, contro, in
genere, quel governo che non aveva creato nessun punto stabile alla nostra Na¬
zione e che pur aveva un cinquantennio di unità ed era così ricco di storia e
di insegnamenti. Il Fascismo con le sue formazioni di combattimento, con un
condottiero magnifico, con un programma limpido, seppe vincere e superare le
vecchie posizioni. Il compito del Fascismo ebbe proporzioni formidabili.
Esaminando la storia noi crediamo non vi siano mo¬ vimenti che possano contare
un successo tanto rapido da imporre in breve termine il programma di un cena¬
colo di aristocratici del pensiero a tutta la Nazione rin¬ novata. I 52 iscritti
del 23 marzo 1919 al Fascio diven¬ nero poi un esercito. Le formazioni di
combattimento attrassero gli elementi giovani, il movente ideale del Fa¬ scismo
trovò i migliori aderenti nelle Università. La Na¬ zione era in marcia. Il
successo non poteva essere dubbio. 80 LOGICA e re A l t à D’altra parte il
Fascismo era un Partito di masse e come tale non poteva ignorare la massa del
popolo ita¬ liano. Il sindacalismo nazionale, che si manifesta oggi attraverso
le Corporazioni, fu ima creazione altrettanto originale della concezione
politica del Fascismo. Cosi pure la Milizia riassorbì tutto lo squadrismo che
in un primo tempo si rese indispensabile per attaccare la roc¬ caforte
deH’antinazione. I sette anni che ci separano dalla data della fondazione sono
tutti carichi di grandi bat¬ taglie e di grandi vittorie. Dal manipolo di
deputati fa¬ scisti del 1921 abbiamo oggi una maggioranza parlamen¬ tare che
rappresenta una massa di manovra per il Go¬ verno Nazionale. Nei Ministeri
abbiamo elementi nostri. Si sono tolti dalla circolazione la parola e la
semente dei fiancheggiatori. In sintesi: il Fascismo presidia tutta la vita
politica italiana. Ha esaurito un campito straor¬ dinario e già si affacciano
problemi altrettanto vasti come i primi. Dopo 1 unita, la potenza. Il divenire
di un popolo ha sempre bisogno di es¬ sere coordinato. Il Fascismo è, nella
vita odierna, 1 ele¬ mento coordinatore più completo, più degno, più perfetto.
TI Fascismo ha affrontato tutte le battaglie, ha supe¬ rato tutti i
dissidentismi, ho provato l'amarezza di al¬ cuni neri tradimenti, ma il
movimento resta sempre gio¬ vane, intatto, fiero, orgoglioso del suo compito
che rimane eterno, inesausto nella sua fede e nei suoi propositi. Ci sono dei
malinconici che parlano di « ritornare alle origini ». Quali origini di grazia?
Per ritornare alle origini del 1919, per applicare gli stessi metodi di corn¬
ei II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE battimento, bisognerebbe avere di fronte la
stessa for¬ mazione avversaria. Ritornare alle origini significa ripe¬ tere
situazioni ambientali che noi dobbiamo considerare superate e per sempre. I
fascisti del 1919-20 possono van¬ tare 1 antiveggenza. Non possono, giacché
sono intelli¬ genti, pretendere che si ritorni alle formazioni squadri- stiche.
È un assurdo, è antistorico. La rivoluzione è ne] suo pieno sviluppo. Ha
raggiunto il primo elemento es¬ senziale: la conquista del potere. Ha un Capo
così com¬ pleto che non è stato mai discusso da nessun gregario grande e
piccolo; ha un compito di un’ampiezza enorme, ha tutta una sua concezione
maturata attraverso l’espe¬ rienza, i confronti, la fede, e deve camminare teso
in avanti! Se fossimo chiamati a dare un giudizio noi do¬ vremmo ripetere che
mai rivoluzione ha raggiunto i suoi scopi come quella fascista. Il dubbio non
ci assale. Il di¬ singanno è degli scettici. X II problema centrale della
nostra politica è quello /tifila classe dirigente. In un primo tempo disperammo
di trovare i quadri necessari nel Fascismo. Per molte ragioni ci accorgiamo che
la provincia, la sana provincia, e le scuole, dai maestri alle Università,
possono dare in¬ vece degli ottimi elementi per inquadrare tutte le nostre
attività dell awenire^La data, sempre suggestiva, della fondazione dei Fasci
non deve essere ricordata con la nostalgia degli insoddisfatti, ma con i severi
propositi di coloro che vivono protesi al domani « con l’animo che vince ogni
battaglia ». SUL MARE Paratlelamenle alla vigile attenzione sogli Italiani
all*estero, si svalge, in questi anni, un’intensa azione di propaganda
marinara. Il Duce dà l'esempio, convocando il Direttorio Nazionale sopra una
Nave da Guerro. (Cfr . Scritti e Discorai di Benho Mus- 30LINJ, voi. V, pag.
315). Arnaldo Mussolini ne prende occasione per iniziare la sua compagna per il
mare t riaffermare, con animo presago, l'esigenza di temprare le volontà ad una
concezione d'impero. Questo articolo fu pubblicato dal Popolo d'Italia del 4
aprile 1926.IV. U na notizia di carattere ufficioso diffusa dai giornali, ha
fatto conoscere a tutti gli Italiani che si interessano di politica e che
seguono le vicende vittoriose del Fa¬ scismo, che il Primo Ministro — Benito
Mussolini pre¬ senterà il nuovo Direttorio Nazionale ai segretari pro¬ vinciali
fascisti il giorno 8 aprile sul Mare Tirreno, a bordo e sulla tolda di una nave
ammiraglia: la « Conte di Cavour ». Restano da fissare i particolari delle ore
e del¬ l’imbarco ma la notizia è sostanzialmente esatta. Pos¬ siamo aggiungere
cbe la singolare presentazione non av¬ viene sul mare e su di una nave
ammiraglia per como¬ dità di tempo. È vero che il tempo va utilizzato fino ai
83 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE ritagli, ed il Fascismo dimostra di non
voler perderne ad alcun costo, tuttavia nel caso odierno noi crediamo che
l'elemento suggestivo e ammonitore sovrasti l’utilizza¬ zione della giornata.
Salvo dunque contrordini, i gerar¬ chi maggiori e minori si imbarcheranno a
Civitavecchia su la nave ammiraglia e sbarcheranno a Gaeta. Nel tra¬ gitto
avverrebbe la presentazione del Direttorio e la mu¬ tua promessa di lavorare
concordi al trionfo del Fascismo e alla vittoria sempre più sicura della
potenza italiana. Una cerimonia sul mare è sempre bella e suggestiva. Una nave
sul mare dà la sensazione plastica della Patria. È un lembo di terra e di
storia nostra su la superficie mobile delle acque. È una parte della nostra
società na¬ zionale che vive con una gerarchia di valori e di compe¬ tenze, che
ubbidisce alle leggi dell’armonia sociale e che sente nella solitudine dai
vasti orizzonti la necessità su¬ prema di una bandiera che protegga, di un
amore che conforti, di un orgoglio che assista in ogni vicenda. La « Conte di
Cavour che porta il Duce verso la nostra co¬ lonia di Affrica ricorda le navi
legionarie di Scipione, non la nave crociata latina di Rudel. È uno spettacolo
di forza, non una parata; è un segno maestoso di grandezza, non un ordine del
giorno in un’aula di sapienza, È tempo che gli uomini lascino le nostre piccole
città che ricor¬ dano le vicende provinciali e che affissino gli occhi e
temprino le volontà ad una concezione di Impero. Que¬ sta riunione sul mare è
un preludio. Noi crediamo di intuire il pensiero del Presidente anche in un
aspetto diverso da quello enunciato. Il Duce 84 SUL MARE che segue del Fascismo
ogni vicenda anche semplice, è amareggialo per alcune situazioni provinciali
dove la mediocrità sovrasta la concezione fondamentalmente no¬ bile e
cavalleresca del Fascismo. Vi sono degli uomini inchiodati per tutta la vita ad
una situazione locale, sia pure elettorale. Bisanzio ha dei seguaci anche nel
se¬ colo XX. Il Fascismo ha guarito molti mali, guarirà an¬ che questo. Non è
un male che va drammatizzato, è un male che va eliminato. I quattro deputati
del partito dei contadini si divisero in tre tendenze: destra, sinistra e
centro. I repubhlicani sono alle prese tra di loro. Il Fa¬ scismo ha pure la
sua parte di chiacchieroni inconclu¬ denti. Però le ultime docce fredde del
Gran Consiglio hanno servito magnificamente a dare una sensazione più alta del
dovere, e una parola definitiva sarà forse pro¬ nunziata a bordo della « Conte
di Cavour ». Fortunati quei segretari responsabili che potranno assistere alla
cerimonia singolare. Ecco il segno della Pa¬ tria grande, una e immortale.
Sfumano nelle nebhie salse del mare i rancori puerili, le ambizioni e le
vicende del piccolo mondo. Il respiro bn le maggiori ampiezze, la pro¬ messa ba
carattere sacro, il giuramento va mantenuto ad ogni costo. Questo sentiranno
Duce e gerarchi, Direttorio Nazio¬ nale e segretari di provincia, nell'impeto
irresistibile ani¬ matore del Fascismo, che supera le contingenze odierne per
fondersi nella storia grande d Italia. *1 *• ?. LA PERSONALITÀ DEL DUCE II
giorno 7 aprile 1926-IVj il Duce era stalo fatto segno aWattentato dì una
pazza, la Gibson (cfr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, Ed. Hoepli, voi.
V, pp. 303-314), e aveva dimostrato la sua con- sueta forza serena,
imbarcandosi il giorno seguente per il viaggio a Tripoli, già prestabilito. Il
Fratello, che atJétid provato una profonda emozione per il pericolo corso dal
Duce y scrisse il seguente articolo, pubbli¬ cato sul Popolo il 9 aprile
1926-IV. 1 1 eri, dopo l’attentato, il Duce rivelò ancoro una volta la sua
ferrea personalità di assoluta eccezione umana e storica. Mentre tutti erano
emozionati, Egli conservava la perfetta signorìa di se stesso e degli
avvenimenti. Mentre tutti riguardavano il fatto umano e personale. Egli conti¬
nuava a riguardare e a padroneggiare la situazione. Un'ora dopo l’attentato,
dopo la prima sommaria medi¬ cazione, egli riceveva le alte gerarchie dello
Stato. Nel pomeriggio pronunziava un formidabile discorso poli¬ tico a Palazzo
Yidoni e un secondo discorso dinanzi alla innumerabile moltitudine che
affollava Piazza Colonna, il Corso Umberto e il Largo Chigi. Egli ha rivelato ancora
lina volta una tempra di Sta¬ tista e di Condottiero, di Uomo che non
appartiene né a se stesso né agli amici, ma ad un Popolo intero, che non 87 Il
VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE vive le ore contingenti, ma ha l’anima proiettata
verso l’avvenire e verso la storia. Stamane Egli si è levato per tempo, come di
consueto, come se nulla di eccezionale e di emozionante fosse acca¬ duto. Si è
recato all'aeroscalo di Ciampino, per dare il saluto augurale al dirigibile che
dal bel sole mediterraneo volerà verso l’Europa settentrionale e verso i
silenzi ar¬ tici. Poi, senza soste, si è recato in una rapida corsa d’au¬
tomobile a Fiumicino, ha passato in rivista le squadre fa¬ sciste di Roma e lo
schieramento dei sindacati che gli rendevano onore presso l’imbarcadero sulla
foce del Te¬ vere, è salito su un motoscafo, si è imbarcato sulla dread -
noughi « Cavour », ha passato in rivista i marinai e i Se¬ gretari politici
provinciali del Fascismo, ha tenuto un alto, vibrante discorso patriottico, ha
conversato con Io Stato Maggiore della Marina, ha letto i dispacci
radiotelegrafici, ha esaminato il corriere di Stato, ha dato ordini e dispo¬
sizioni. Mussolini è l’Artefice insonne; è il Condottiero vi¬ gile, e il
simbolo dell Italia nuova, che non può sostare, che deve operare, vigilare,
moltiplicare le proprie ener¬ gie, per una necessita di vita e di espansione.
Non si esce dalla realta, non si tocca alcuna linea di esagerazione, affermando
che il Primo Ministro d’Italia è oggi una personalità politica di primo piano in
Europa e nel mondo. Nessuno sovrasta o raggiunge la sua sta¬ tura. Egli è una
eccezione della umanità e della storia, e una di quelle figure possenti che si
rivelano e si affer¬ mano raramente al di sopra delle moltitudini. Le facoltà
LA PERSONALITÀ DEL DUCE più profonde e più sottili, le doti migliori e più
difficili della comprensione, della sintesi, della previsione, del¬
l'equilibrio, della saggezza, dell’eroismo, si sono sommate in Lui, come in
pochi esseri privilegiati della stirpe e della umanità. In un periodo di
decadenza democratica e parlamen- taristica, Egli ha saputo risollevare
l'Italia, inquadrare il popolo, dare una disciplina, una volontà, una spinta
for¬ midabile a un'intera generazione. Il Times ha giustamente rilevato che
quest’Uomo in¬ fluisce anche sulla storia degli altri popoli. Ed infatti la
volontà di Mussolini può avere ripercussioni mediterra¬ nee e continentali,
poiché egli non rappresenta se stesso, ma un Popolo, e non è soltanto un Primo
Ministro ma un Condottiero. Le democrazie, la massoneria, gli imperialismi con¬
tendenti e gelosi, avversano Mussolini perché vedono in Lui la forza maggiore
d’Italia. Il Popolo nostro lo segue, lo ama. Io adora, perché vede in Lui il
Condottiero dei nuovi destini. Il Duce, per la nuova generazione italiana, è
sacro e intangibile. Egli è di tutti gl’italiani. Chi tocca Lui tocca l’Italia.
È necessario che all’estero questa realtà italiana sia compresa. Il delitto è
germinato nell’atmosfera avvelenata del¬ l'antifascismo dei fuorusciti e della
massoneria. È neces¬ sario che le complicità e le tolleranze cessino. Il Duce
non si tocca. 89 SINTESI Quatto orticolo e il seguente sono ispirati dal
viaggio del Duce a Tripoli. ( Cfi . Sciitti e Discorsi di Benito Mussolini,
voi. V, pp. 3J7-324). Arnaldo Mussolini ne prende occasione per porre in
rilievo il valore della nostra politica coloniale, con uno visione che oggi —
dopa la conquista imperiale — acquista un valore profetico. Il presente,
articolo fu pubblicalo sul Popolo d’ItaJia delVundici aprile 1926-IV. Il Duce
sbarca oggi a Tripoli. Già i corrispondenti di giornali hanno dato i segni
manifesti della grande at¬ tesa. Tripoli si prepara a ricevere degnamente il
Primo Ministro d’Italia e Duce del Fascismo! Tripoli, che conta già
settantamila abitanti, non ha solo le caratteristiche della città coloniale,
bensì i carat¬ teri della città mediterranea. Non è un nodo di carova¬ niere: è
una città litoranea con le Banche, il lungo-mare, i grandi alberghi, le
guarnigioni. Attorno alla citta — superba corona — vi sono le oasi, vi è un «
interland » che non è precisamente lo sca¬ tolone di sabbia di nittiana
memoria. Acque sorgive ed irrigue alimentano l’oasi, fecondano i campi. Vi sono
dei tecnici che esprimono i giudizi più lusinghieri su l’av- 91 II VITA ED EDUCAZIONE
NAZIONALE venire agricolo della nostra colonia. Si procede con cri¬ teri
pratici, e si arriva sicuramente alla mèta. L'elemento locale attende con ansia
il Duce. Questo Uomo colpito — sia pure lievemente — da una pallottola di
rivoltella, che non sposta di un minuto il suo orario né di un millimetro il
suo itinerario, accende giustamente la fantasia degli Arabi. II Duce arriva a
Tripoli come una alta espressione, una sintesi di potenza. Gli indigeni sanno
che Egli ha avuto familiarità con i leoni e che ha tutti i numeri per dominare
gli uomini. La forza è lo stile, come lo stile è la forza e la grazia. Per i
governatori o residenti generali di grandi Po¬ tenze estere i quali vivono in
colonia, i momenti non sono dei più leggiadri. Solo l’Italia vive pacifica con
il mondo arabo e con quello musulmano, già così pieno di suscettibilità e di
ombre. L’arte dei colonizzatori sembra riprendere. Il viaggio del Primo
Ministro in Libia risveglia il senso della nostra forza, i ricordi suggestivi
della nostra guerra. La corazzata « Cavour » compie un viaggio simbo¬ lico di
volontà e di poesia, di promesse e di ricordi, di passato e di avvenire. Mentre
il Duce tocca la terra d’Affrica, i Segretari provinciali sono già rientrati «
in sede », speriamo non con lo spirito dei burocrati. Una boccata di aria sul
mare, a bordo di una corazzata, all indomani di un attentato al Duce, con i
nervi tonificati dalla sua eloquenza, do¬ vrebbe sprovincializzare alcune
situazioni politiche lo- SINTESI cali che risentono del piccolo orgoglio
soggettivo o pae¬ sano. Il Duce in questi giorni ha rianimato i trepidanti, ha
incoraggiato i dubbiosi, ha sorriso ai lacrimogeni. Dopo un attimo aveva
dimenticato il criminoso incidente ed era ancora Lui, con il sno sangue freddo,
a infondere inie¬ zioni di audacia, di coraggio a tutte le anime smarrite. Il
suo discorso di Palazzo Yidoni, così piano e suggestivo, deve diventare il
vademecum di tutti coloro che hanno responsabilità di insegnamento e di
comando. Le parole su la tolda della « Conte di Cavour » sono lapidarie.
L’eloquenza è da tempo strangolata, ed è sostituita dalla concisione e dalla
rapidità. Ma se 1 esposizione è rapida altrettanto rapida deve essere
l'intuizione. Non vogliamo ripetere i concetti espressi recente¬ mente dal Duce.
La disciplina sostanziale e non sempli¬ cemente formale è un nostro « credo »
di antica data. I Segretari provinciali devono fìggersi ben chiaro nella mente
questa felice espressione. Così pure un altro con¬ cetto non meno vero e non
meno grande è questo: che il Capo è uno solo, ed è ben degno ed è
itìsostituibile. Noi abbiamo già superato il ciottolato di confine della situa¬
zione personale per fonderci nella concezione generale del Duce uno. solo e
magnifico. Siamo vigili su tutto ciò che avviene, non per fortune ed onori che
non ci spet¬ tano — mentre invece ci grava qualche decennio di tre¬ pidazione —
ma perché il nome è legato ad un opera va¬ sta di rinnovamento profondo, che
incide un solco e lega il nome alla Storia. Il Duce è degno del Fascismo come
il Fascismo è 93 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE degno del Duce. Questi nelle
nostre vicende è sempre fuori discussione. Un suo desiderio è un ordine, è un
comando. Bisogna accelerare il passo e seguire la sua andatura di camminante
inquieto ed insonne. Egli ha già nella sua mente disegnato il piano per
l’azione del do¬ mani. Egli è un antiveggente, ma ha la necessità di un
organismo mobilitato per le sue manovre. Ecco il Fasci¬ smo divino di forza e
di giovinezza che completa ed inte¬ gra la volontà del Capo e dello statista.
IL RITORNO C/r. le note preliminari a Ile pp. 87 e 91. Questo ar¬ ticolo fu
pubblicalo sul Popolo d’Italia il 17 aprila 1926-IV. Il Duce ritorna! Questa
sera probabilmente Egli rag¬ giungerà la Capitale, dopo la laboriosa settimana tripo
litana che non ha dato solo le ali alla fantasia dei gior¬ nalisti, ma anche un
respiro più ampio agli Italiani con¬ sapevoli. Da tempo noi discutiamo il
problema demo¬ grafico, lo mettiamo al primo piano, ma al di là dei pro¬ positi
e delle preoccupanti statistiche, non abbiamo fatto un solo passo avanti. Era
necessario dare un colpo mor¬ tale alle inutili chiacchiere e saggiare con un
atteggia¬ mento decisivo le nostre possibilità coloniali. Il Duce ha voluto
essere un anticipatore ed un pra¬ tico e, con un evidente tour de force, all
indomani di un drammaticissimo attentato, ha voluto prendere con¬ tatto con la
più importante nostra colonia di oltre¬ mare. Non staremo a fare della
retorica; certamente il viaggio nella Tripolitania esorbita dalle cerimonie co¬
muni ai personaggi ufficiali. Non fa meraviglia la spon- 95 II VITA ED
EDUCAZIONE NAZIONALE taneità calorosa delle manifestazioni degli Italiani resi¬
denti in Colonia, ma quella ben più significativa dell’ele¬ mento arabo,
musulmano, per natura diffidente, scettico e sornione. Ai fini del nostro
dominio e della nostra superiorità incontrastata in Colonia ha giovato più la
visita del Duce che cinquant’anni di penetrazione pacifica. Per accen¬ dere la
fantasia degli Arabi, bisogna dar loro la sensa¬ zione della forza, della
giustizia imparziale, della seve¬ rità indispensabile e del giusto
apprezzamento delle forze locali. Questa sottomissione a carattere persuasivo
forma il substrato di una collaborazione fra noi e l'ele¬ mento indigeno. Dai discorsi
pronunziati dal Duce risultano evidenti la sua viva soddisfazione e quasi una
certa sorpresa nel constatare le nostre possibilità africane. L'elogio ai pio¬
nieri, alle milizie libiche ha riempito di legittimo orgo¬ glio quanti hanno
avuto fede nei momenti più gravi dello scetticismo generale. Vi sono coloro che
hanno preso d’as¬ salto, con lavoro fecondo e con tenacia metodica, le terre
che furono di Roma e che noi abbiamo magnificato fino a qualche anno fa
solamente con alcune pubblicazioni re¬ toriche. Gli Italiani non immemori
avranno accomunato nella gloria di ieri i caduti sulle vie aspre della
conquista, della difesa e del lavoro, che alimenta, che pacifica e che
affratella. Il Duce, salutando i lontani, non interpretava solo il pensiero dei
fascisti ma quello di tutti gli Italiani che IL RITORNO vivono entro i ■vecchi
confini o sono sparsi in ogni parte del mondo. Questi ultimi nell’esaltazione
della stirpe fatta dal Presidente si saranno riconosciuti con fremiti di or¬
goglio, fra tutti coloro che tengono alti il prestigio Ita¬ liano e il nome di
Roma. I] Duce ritorna: Guglielmo Marconi lo incontrerà sul Tirreno. Lo
scienziato italiano ha sentito anch egli il fascino suggestivo di queste
giornate d’oltremare. Se la nostra nuova coscienza deve trovare una sua strada
di¬ lagante è hene che gli Italiani più in vista e piu degni prendano i posti
dei condottieri. Il fervore di questi giorni mostra al massimo la no¬ stra
sensibilità politica e riconferma la bontà del metodo di saper osare a tempo e
con saggezza. Il Fascismo deve dimostrare di essere all’altezza del suo
compito. E lo sarà! Ricordiamo il periodo agitato in cui il Duce, nei brevi
giorni in cui si trattenne in Sicilia, fu obbligato al ritorno dalle polemiche
romane. Questa volta il Duce è rimasto assente, tranquillo: il Fascismo era
compreso della sua immensa responsabilità. E ora? Quali sono i compiti che ci
attendono? Quale ora sta per suonare nel quadrante della storia? Forse un'ora
di raccoglimento per il migliore impiego delle no¬ stre forze nel domani.
Certamente siamo un numero stragrande. Siamo troppo pigiati nel nostro mondo
che ha un economia gio - vane senza materie prime e senza le grandi risorse che
non siano la sobrietà; la laboriosità e la virtù del rispar- 97 Il - VITA ED
EDUCAZIONE NAZIONALE ---- mio. Se apriamo una finestra ci vediamo e ci
riconosciamo lutti. Invece di restringerci sempre maggiormente con passività o
pazienza certosina, è tempo di chiedere un po’ di posto al sole, un premio alla
fatica di chi ha tanto dato perché la vita fosse più degna e confortevole agli
altri. II Duce ritorna. Questa parentesi tripolina era ne¬ cessaria per
inquadrare la nostra opera politica e rico¬ struttiva di domani. V PROPOSITI E
BATTAGLIE Dal Popolo d’Italia del 14 ottobre 1926-IV. Il Di¬ scorso di Perugiaj
ricordato a pag- 100, fu pronunciato dal Duce il 5 Ottobre 1926-IV. (C/r.
Scritti e Discorsi di Benho Mussolini, voi. V, pp. 423-426). L a prima decade
di ottobre segna delle date fauste per il Fascismo. 11 periodo estivo, con la sua
magra di notizie e con l’accentuarsi di alcune polemiche aveva attenuato il
tono della vita politica. Il recente Gran Consiglio, la giornata perugina del
Duce, alcuni tratti di politica estera, la premiazione dei vincitori del
secondo concorso per la battaglia del grano, hanno servito a far ridare un
ritmo più sicuro e più celere a tutta la nostra vita poli¬ tica. Il discorso
del Ministro Volpi rasserena infine un inondo in congestione: quello
finanziario. Da vario tempo si attendeva una parola di equità e di verità che
final¬ mente è giunta. E con la parola serena è anche balenato il fermo
proposito del Governo di andare incontro alla borghesia produttiva e
consapevole, ma di non tener conto delle costruzioni artificiose che vogliono
vivere in margine al \ r olume della carta moneta o ai comodi dazi protettori.
Il Governo ha dimostrato chiaramente dei 99 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE
fermi propositi. Le congiure, il disfattismo, l’invocazione alle forze di oltre
confine, il fronte unico dei falliti nella politica e nell’economia, non
spostano di una linea sola il severo programma del Fascismo. Il credito, dopo
gli sbalzi paurosi, rinasce. Il Fascismo, che doveva essere stroncato su la
questione economica, stronca invece a sua volta le vertebre a quella oscena
accozzaglia di nemici che sul corpo esausto della Patria intendeva ricostruire
le sue fortune. Anche qui è una questione di volontà: quando non si vuol cadere
non si code e quando si vuol fare mac¬ china indietro, si ritorna indietro
anche se per caso il pendio o l'abbrivio fosse molto forte. E di questi e di
altri miracoli, il Fascismo darà ulteriori saggi persuasivi. Il discorso di
Perugia ed il chiaro accenno alla de¬ mocrazia delle moltitudini hanno dato ai
nervi ai fieri custodi dei sepolcreti democratici. La verità è una sola: entro
il mese di ottobre, quando le Confederazioni sa¬ ranno riconosciute dal nuovo
Ministero, noi avremo venti milioni di Italiani guidati e controllati sotto le
insegne del Littorio ed inseriti nello Stato. Nessuna parte del mondo può
fornire un esempio come questo e nessuna rivoluzione spirituale si è com¬ piuta
in un periodo così breve e si è incisa, in modo così profondo, nell anima delle
moltitudini. La responsabilità dei fascisti e tremenda. La massa che in un
passato rela¬ tivamente prossimo era sempre in rivolta contro lo Stato, oggi si
ricrede e cerca nello Stato il legittimo organismo per la sua tutela e trova il
modo più efficace per garan- PROPOSITI E BATTAGLIE lire il proprio divenire.
Questo è un segno di grandezza. 31 Fascismo è costume di vita. Nessuna forma di
attività nazionale si compie all’infuori o al disopra del Fascismo. La verità
eterna del principio gerarchico, del rispetto alla legge, della bontà della
vita ordinata e laboriosa, sono divenuti patrimonio comune del popolo italiano.
Questa bontà di teorie e questo tesoreggiare di energie daranno in un futuro
prossimo i chiari segni della grandezza. La nuova costituzione organica del
Partito fascista nasce dal saper inquadrare, dominare spiritualmente la massa
del popolo italiano sotto la nostra bandiera. Tutti coloro che si attardavano
alla zuffa dei capi o anche alle semplici compilazioni delle liste o delle
schede elettorali perdevano del tempo prezioso. Dall'alto scendono ora le
designazioni, alla base si annotano i risultati. Anche abo¬ lendo totalmente i
congressi, non si sposta di una linea il cammino ascendente del Fascismo. Non
bisogna restare innamorati delle formule e della retorica. I congressi
socialisti e popolari, pure se prece¬ duti da gran cassa e seguiti dai soliti «
atti » in grossi, nitidi e costosissimi volumi, non hanno ritardato di un
giorno il fatale declinare dei movimenti così detti « so¬ ciali ». Anzi, il
congresso popolare di Torino non fece che affrettare la fine del popolarismo.
L’attuale sopravvivenza popolare-cristiano-massonica è l’ultimo segno di un pe¬
riodo di degenerazione politica. 11 Fascismo non cadrà nelle insulsaggini di
destra e di sinistra. Movimento spregiudicato nella forma, ha in¬ vece un senso
religioso per il dovere e per la Patria. La 101 ? = V. II VITA ED EDUCAZIONE
NAZIONALE Patria non è una pedana che possa servire per la boxe politica, per
il fioretto polemico, ma è una entità suprema, concreta: essa si delinea sempre
in alto, all’orizzonte più ampio della mentalità fascista. È inutile
soffermarsi a cogliere certi episodi di in¬ coerenza o di iperbole. ;blon si
immettono per le «vie nuove » — come direbfyie| l’on. Bonomi — milioni di Ita¬
liani senza che nell’alveo Vasto della corrente non sì inca¬ nalino anche dei
pigmei o dei defìcientiyL’importante è che si cammini e che si cammini con
glrbcchi e la mente fissi in alto. E converrà annotare per il domani tutte le
cattive azioni dei falsi profeti, dei vinti senza gloria, degli irre¬ quieti
senza pace. Non vi sono, tra noi, annotatori al- l'infunri di quelli delle
proprie benemerenze? Essi potreb¬ bero rendere segnalati servigi al Partito ed
al Paese. LO STILE NEI RANGHI Dal Popolo d’italin del 5 novembre 1926- V.
difficile essere severi coi fascisti minori. Sono questi una moltitudine
sterminata e conservano della fede la freschezza primigenia, il disinteresse
caratteristico degli umili, la solidità di una razza laboriosa di costruttori.
La maggioranza delle Camicie Nere arriva molte volte da lontano nelle città
grandi per le grandi cerimonie, ma prima di sfilare al cospetto del Duce o di
attendere la sua parola, ha fatto lunghi viaggi a piedi, sui camions, in mezzo
a mille difficoltà e disagi. La sua tenacia e ammi¬ revole, la sua devozione è
commovente. Bisogna essere indulgenti al suo entusiasmo che travalica. Tuttavia
chi ha responsabilità di comando deve pre¬ occuparsi anche dell’aspetto
esteriore delle cerimonie. Quando arriva il Duce, la fiumana straripa. Solo la
Mi¬ lizia obbedisce alla consegna, tutto il resto supera ogni diga. Le
automobili — anche quella del Presidente — sono prese d’assalto. Si sale sul
predellino, sui parafan¬ ghi, sul radiatore, si grida, si vuol giungere primi,
si vuol 101 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE stringere la mano, gettare un
fiore, una supplica, udire una parola, incontrarsi con lo sguardo del Duce. In
certi momenti la folla sembra invasa dal pa¬ rossismo. Ora, se tutto ciò è
commovente, non è detto però che sia una forma di manifestazioni scevra da
pericoli per il Duce. Intanto i fascisti che stanno disciplinati nelle file
sono più vicini all'animo del Capo. Benito Musso¬ lini non è uomo che si possa
far deviare da un itinera¬ rio, che si possa tirare per un braccio, che si
possa sof¬ focare sotto la pressione della curiosità. Elgli non concede mai
nulla alla retorica ed ai gusti molte volte discuti¬ bili della folla. Bisogna
abituarsi a vederlo e sentirlo da lontano. Quando uno squillo acutissimo di
tromba richiama la folla su l’attenti ed al clamore altissimo sussegue la pausa
impressionante del silenzio quasi senza respiro, è di cattivissimo gusto il
grido isolato « per il Fascismo italiano eia eia eia 2 con relativo « alala
».£fcimili incom¬ postezze ed i richiami al silenzio e le jftbteste turbano la
linea del grande quadro fascista. Dopò la disciplina interiore, quella
esteriore è necessario coronamento a tutto lo stile sano, agile, quadrato del
Fascismi»: Un altra cosa dobbiamo dire agli amici: non bisogna sciupare il Duce
nelle troppe cerimonie e nei troppi rice¬ vimenti. Comprendiamo il desiderio di
molti fascisti di voler da lui una parola, una lode sia pure per una grande
opera compiuta. Nulla sfugge allo sguardo acuto del Duce. Coloro che temono di
non essere « tenuti in consi- LO STILE NEI RANGHI delazione » sono in errore.
II Duce segue tutte le mani¬ festazioni della vita italiana; apprezza, giudica,
distin¬ gue. Per valutare un'opera, un avvenimento, non ha bi¬ sogno di recarsi
sul posto. D’altra parte il gioco politico odierno è cosi vasto e serrato che
non comporta un se¬ guito di cerimonie e perdite di tempo considerevoli. Il
Duce ha il suo stile inconfondibile, sia che s’esprima attraverso una lezione o
un discorso, sia che scriva un messaggio, una dedica, o faccia un telegramma o
invìi un incitamento. Egli è sempre presente con la sua chia¬ rezza di visione
e con la sua volontà indomabile. I fa¬ scisti devono pensarlo — come lo pensano
— molto in alto, lontano dalle vicende delle piccole cerimonie e dagli
ondeggiamenti della folla che tumultua di passione e di orgoglio. L’anno quinto
del Fascismo deve essere un anno di severità. L’architrave del Partito è tutta
la sua opera com¬ plessa legislativa, che ha dato una nuova sagoma allo Stato
italiano. 11 lavoro in profondità è compiuto, ha già toccato il fondo. La stessa
sensazione di angoscia do¬ lorosa susseguita all’attentato dà la misura esatta
della vastità e del consenso generale verso il Fascismo ed il suo Capo. Il
nostro movimento è tempista. A mano a mano che la situazione lo ha permesso, si
sono presi, in ordine di opportunità, i provvedimenti alterni di carattere
morale e materiale, senza nulla concedere alla facile popolarità; e il Fascismo
è oggi il patrimonio ed il viatico delle mol¬ titudini. TI Partito nella sua
organizzazione interna ha 105 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE abolito
l'elezionismo, l'ha reso nullo. Un Foglio d'Ordini traccia il quadro dei doveri
ed i limiti dell’azione fa¬ scista. Il 23 marzo ed il 28 ottobre sono le sole
feste rico¬ nosciute dal Fascismo. L indossare la Camicia Nera è un privilegio
che non può essere accordato che da disposizioni superiori. E finalmente le
cerimonie fasciste debbono avere un loro stile che non sia quello della parafa
ma quello più vero e piu grande di un’attestazione di fede. Infine il Duce non
può essere presente che nelle manifestazioni, ose¬ remo dire, di carattere
storico. Ed ora, dopo la sosta, più agile e più deciso di prima riprenda il
Duce il cammino su l’erta della Storia. Noi seguiamo in silenzio e da lontano.
106 m GIORNALI E GIORNALISTI L'ùlia concezione etica della missione della
Stampa fascista trova in alcuni articoli di Arnùldo Mussolini un 3 espressione
definitiva e profonda, che sorge dalla vivente esperienza. Questo articola —
pubblicata .sul Popolo d’Italia dell'alto febbraio 1927-V — ne dà un esempio
fondamentale: ad esso si collegano altri scritti, in questo stesso volume (cfr.
pp, 117, 127 , 149 e 153). Ed è degno di nota il fatto che questa visione
fascista del nuovo giornalismo appare a breve distanza di tempo negli articoli
di Arnoldo Mussolini e nel discorso del Duce ai Direttari di quotidiani. (Cfr.
Benito Mussolini, Scritti e Diecoraij voi. VI, pp. 249-255). Il signor Teodoro
Roosevelt, quando lasciò la presi¬ denza della Repubblica nord-americana, si
piazzò come redattore ordinario di una rivista politica dì New York con lo
stipendio di 250 mila dollari annui. Uno studioso che commentava, con certa
amara pretensione i fatti del giorno, ebbe a scrivere ebe « Roosevelt, come
tutti gli spostati, si era dato al giornalismo ». Quei molti lettori che
comprano ogni mattina il gior¬ nale e si fanno, con pochi centesimi, una
garbata opi¬ nione sui fatti salienti del giorno, risero della bella trovata e
molti la ricordano nelle conversazioni con gior- 107 TI VITA ED EDUCAZIONE
NAZIONALE nali’sti per rammentare loro Te origini incerte e la reputa¬ zione
dubbia che godono presso Ja così detta gente dab¬ bene. I giornalisti annotano
e sorridono. Altri grossi problemi li interessano. Varie nubi già si disegnano
all’orizzonte. Il periodo delle contese gior¬ nalistiche è finito. Non vi è
stato un solo giornale che non abbia sentito tremare le sue pareti; qualche
altro è ca¬ duto ai bordi della strada, qualcuno, dei giovanissimi, ha i segni
incipienti della vecchiaia. / Nello zaino di molti giornalisti, invece
dell'auspicato bastone da maresciallo, vi era solamente del livore poli¬ tico e
dèi basso calcolo editoriale, culminato nel periodo quartarellista. Una
giustizia severa ha raso i papaveri. Il collega Interlandi, Minosse romano, da
1700 ade¬ renti giornalisti alla sezione di Roma della disciolta As¬ sociazione
Periodica della Stampa ha ridotto gli iscritti al nuovo Sindacato al modesto
numero di circa 400. Qual¬ che cosa di simile minacciano di fare gli altri
Sindacati regionali. I giornalisti restano pochi, appena una coorte, quando un
giorno erano legione e non solamente per virtù degli spostati. Inutile dire che
in massima siamo d’accordo col col¬ lega Interlandi e coi suoi amici del
Direttorio romano. Il giornalismo non è una professione da dilettanti che si
possa compiere di straforo nei ritagli di tempo o per far piacere a gruppi di
persone od a istituzioni. U gior¬ nalismo è una cosa complessa. Presuppone
ii^chi lo esercita una conoscenza esatta del nostro problema sto¬ rico, della
nostra politica passata e di quella avvenire; GIORNALI E GIORNALISTI una
conoscenza profonda delle nostre possibilità come popolo dentro e fuori i
confini della Patria. Siccome il giornalismo è il veicolo più moderno per
giungere alle moltitudini e volgarizzare i principi del vivere civile, bi¬
sogna, ad ogni costo, che chi Io esercita abbia dei valori morali e
intellettuali superiori a qualsiasi altro ramo istruttivo ed educativo.
L’epurazione che oggi si fa in base agli elementi pro¬ fessionali, continuerà
domani in base agli elementi poli¬ tici, ed agli elementi di capacità
intellettiva. La severità, in questa materia, non è mai sufficiente e non va
disgiunta da un sano e profondo criterio di giustizia. Così che il giornalismo
potrà in breve essere all'altezza dei nuovi compiti che il Fascismo assegna
alla Storia dTtalia. Ciò chiaramente premesso, bisogna dire un'altra pa¬ rola
di severità a coloro che considerano il giornale come un'azienda editoriale
qualsiasi che può in ogni momento cambiare, per giuoco di titoli azionari, di
proprietà e di direttive. È recente il passaggio repentino di un giornale di
Bologna dal Centro Cattolico alla Compagnia di San Paolo. I nuovi dirigenti,
mentre parlavano di grandi pro¬ grammi presenti e futuri, ignoravano quella che
era la realtà presente: il Fascismo. Una cortese polemica ha ri¬ portata la
questione giornalistica bolognese nei suoi veri termini ed ha provocato delle
dichiarazioni soddisfacenti. Ci lascia, invece, molto perplessi il trapasso di
pro¬ prietà di giornali milanesi. Ma di ciò potremo riparlare. Bisogna dare, ad
un certo momento, al giornalismo ita¬ liano, la sensazione che non vi sono
altre possibili trincee 109 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE di ripiego. O il
giornalismo si considera una forza ed al¬ lora lo si lascia alla latitudine
delle sue attività, del suo giudizio, delle sue qualità effettive e relative;
ovvero si imbriglia, si riduce ai termini voluti e gli si assegnano dei compiti
ben definiti. Il giornalismo italiano ha perso le scorie del politicantismo, vuol
servire coi grandi mezzi che ha a sua disposizione la causa del Fascismo, vuol
essere considerato una forza degna degli Italiani. Biso¬ gna ancora affermare
che vale più un modesto giornale, per la vita moderna, che tutti i volumi di
una biblioteca. D'altra parte se la politica, e specialmente la politica di
corridoio, ha fatto deviare il giornalismo nella palude del pettegolezzo e del
politicantismo, oggi i compiti sono di¬ versi, più vasti, e sono misurati col
metro nuovo col quale si misurano la potenza e la grandezza nuova d’Italia.
Bisogna dividersi i compiti, i quali, anche se a prima vista non sembra, sono
infiniti. TI Partito deve dare delle direttive precise. Non bisogna ostentare
freddezza verso il giornalismo. Chiusa una parentesi, questo riprende il suo
dovere brillante e luminoso. Se il Fascismo è tempi¬ sta deve comprendere che è
giunta l'ora di risolvere il problema dei giornali e dei giornalisti. Non
bisogna la¬ sciare questi importanti elementi alla deriva. Esistono le buone
intenzioni di alcuni Galleghi per fondare una scuola per i giornalisti con
relativa attrez¬ zatura tipografica e redazionale. Questi cari amici ar¬ rivano
in ritardo quando il giornalismo sta per servirsi della trasmissione elettrica,
delle fotografie, e quando già il giornalismo italiano ha dato i più saldi
uomini al Re¬ tto giornali e giornalisti girne fascista. Potremmo cominciare da
un gradino più alto di quello che sia la semplice scuola, ma prima di tutto e
sopra tutto dobbiamo essere persuasi della neces¬ sità suprema di un sano
giornalismo in una Nazione sana e gagliarda. Un tempo si regolava la vita dei
popoli con gli emis¬ sari dei poteri centrali, attraverso le investiture e le
bolle pontificie con tanto di ceralacca. La vita moderna vuole un veicolo più
pronto alla volgarizzazione dei principi gerarchici e delle attitudini al
comando. Il giornalismo italiano può compiere questa utile missione. Ut I
ITALIA ESULE Cfr. la noia preliminare. all'articolo intitolato « Oriz¬ zonti
i», ( pag . 73). Il presente scritto fu pubblicato sul Popolo d'Italia del 17
agosto 1927- V. Fj recente la circolare ai Prefetti diramata dal Primo Ministro
e che si riferisce alle nuore norme che devono disciplinare l'importante
problema della emigrazione. \i sono nella circolare delle considerazioni
certamente nuove allo stile burocratico. Non bisogna dimenticare che, in un
tempo non lontano, Governo, classe dirigente e bor¬ ghesia consideravano la
emigrazione « un male necessa¬ rio », una « valvola di sicurezza »
indispensabile per lo sfogo della nostra popolazione superflua, turbolenta per
i disagi, minacciata dalla disoccupazione intermittente. Per alcuni decenni si
sono rovesciati su le coste orientali dell’Atlantico dei milioni di Italiani
(fìnr fiore del nostro popolo) attrezzati ed agguerriti per il lavoro più aspro
e duro. Lontani, senza ausili, senza aiuti, molti di questi Italiani sono
andati dispersi, molti altri sono caduti vit¬ time delle febbri o dei tracomi,
altri ancora hanno fecon¬ dato la terra su la quale elementi non nostri hanno
co¬ lti II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE siruilo fortune economiche e politiche.
Vi sona delle classi dirigenti esotiche che devono la loro situazione di
privilegio al lavoro oscuro, tenace, profondo, inuguaglia- hile della gente
nostra. E nessuna democrazia sociale ha mai avvertito l'assurdo dell’ammissione
della lotta fra le classi d uno stesso popolo in confronto dell’agnosticismo
che si pretende dai popoli meno fortunati nei riguardi di chi li sfrutta. L
ultima ondata emigratoria risale al dopoguerra e fu indirizzata verso la
Francia. La vicina Repubblica che ebbe dai Tedeschi quattordici dipartimenti
invasi, e dei più fiorenti, la stessa Repubblica che ebbe verso al Sud- Ovest
un pauroso spopolamento delle sue campagne, si valse del nostro momentaneo
disagio ed incanalò gli ele¬ menti migliori dell'Italia Settentrionale verso le
sue re¬ gioni. Abbiamo perduto circa un milione di Italiani at¬ trezzati alla
fatica costruttiva ed al lavoro più fecondo. Era tempo ebe in materia
emigratoria fosse pronunziata una parola alta ed umana. Questa parola, precisa,
con¬ vincente, soffusa di viva solidarietà nazionale, è stata detta dal Primo
Ministro. Tutti coloro che vivono in mar¬ gine al fenomeno emigratorio devono
riflettere su di essa. Le autorità applicheranno alla lettera le sagge e
provvidenziali disposizioni del Presidente. Vogliamo da parte nostra illustrare
il passo della circolare in cui si afferma che s deve essere soprattutto
desiderio e vanto dei Prefetti, dei Podestà, dei Fasci, delle organizzazioni
sindacali, ciascuno nell'ambito della propria competenza e della propria zona,
promuovere le ITALIA ESULE iniziative locali, eccitare la produzione,
intensificare la loro opera per dare a tutti i cittadini lavoro utile e mezzi
sufficienti di vita senza che la necessità li costringa a ricercarli in terra
straniera ». Nell'applicazione integrale di questi concetti sta la soluzione
del problema italiano per qualche decennio. La borghesia agricola ha visto, nei
tempi di tregenda, con una certa compiacenza lo spopolamento delle sue
campagne. Quando la produzione bastava per il lati- fondista non era necessario
pensare alla comunità in¬ quieta! Bisogna confessarlo: furono più sagge, e
certa¬ mente più benemerite, le popolazioni che non vollero emi¬ grare perché
la terra doveva bastare per tutti. Questa pressione indistinta fu indubbiamente
dovuta a ragioni di egoismo, ma ebbe la fortuna di vincere molte indo¬ lenze.
Oggi il fenomeno « volontà » ha la sua parte pre¬ ponderante. Se a tale
elemento aggiungiamo la tranquil¬ lità sociale ed il più diffuso senso di
solidarietà nazio¬ nale, noi dobbiamo trovare nella nostra terra, così ferace e
produttiva, la possibilità di vivere con discreta agia¬ tezza. Giacché oltre
Alpe ed oltre mare la vita è assai più amara. E quanti di casa nostra i quali
facevano « i diffìcili > in Patria, una volta lontani da essa l'hanno
invocata, sospirata e benedetta nei segreti ed ardenti desideri della
nostalgia! Chissà che un giorno non si compia il miracolo! Che l’Italia nuova e
concorde, con una classe dirigente de¬ gna dei tempi, in una fioritura di opere
concrete, dopo aver chiuso la parentesi emigratoria e dissanguatrice, non 115
Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE chiami a sé i figli lontani, coloro che furono
tormentati dalle necessità, abbandonati dalla fortuna ai margini delle strade
infinite dei due mondi! Chissà' Non è detto che le chiavi della fortuna deb¬
bano per forza essere rinchiuse nei forzieri di « Wall Street » o il destino
dei popoli essere commisurato dalle varie conferenze ginevrine! Né la sorte
degli uomini può adeguarsi all’ultimo figurino di Parigi od al danzatore di
tango. Vi sono per tutti i popoli delle ore in cui l’imprevisto gioca la sua
parte formidabile. Infanto stiamo a casa nostra! Governo, classe diri¬ gente,
Fascismo e Sindacati devono trovare posto degno per tutti. LA STAMPA E LO STILE
Dal Popolo d’Italia del 25 agosto 1927- V. Cfr. la nota preliminare
all’articolo sul giornalismo fascista a pag. 107 . i fu un tempo,
particolarmente agli inizi della pra¬ tica applicazione di tutte le
disposizioni legislative ri¬ guardanti la stampa, che molti colleghi
giornalisti si chiesero: ed ora cosa faremo? non andremo tutti su lo stesso
verso? non scriveremo tutti su lo stesso tono? Ebbe inizio quella lenta opera
di assestamento nelle aziende e nelle redazioni dei giornali; molte vecchie
mentalità furono abbandonate ai margini, qualche altra rapida¬ mente si inserì,
un certo numero di colleghi si sentì, di punto in bianco, animato dallo spirito
della prima ora fascista. Si cominciò con alcune scosse, vi furono riprese e
cadute, ma è innegabile che da quel periodo ad oggi dei progressi sono stati
compiuti. Dopo la santa campa¬ gna per la smobilitazione degli aggettivi il
tono della Stampa è migliorato. Alcune sagge limitazioni per la cro¬ naca nera
e giudiziaria hanno dato un senso più austero al giornale. Non sono mai venute
pressioni e compres- a - ». 117 II — VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE sioni dal
Partito o dal Governo. È arrivata solo qualche utile indicazione. La Stampa ha
potuto sviluppare i con¬ cetti più difformi, le teorie più disparate, degli
attacchi ingegnosi e delle polemiche più o meno opportune. Tut¬ tavia la caccia
all uomo è finita. La speculazione e Io scandalo ripugnano alla nuova coscienza
dei giornalisti italiani. Vi sono stati dei momenti delicatissimi nella vita
nazionale e la Stampa ha saputo tenere un contegno di¬ gnitoso in armonia ai
nostri interessi di Nazione e alle funzioni del giornalismo. Ad un Paese che
non legge molto e che ha avuto la Scuola e la Chiesa come avulse dalla sua vita
quotidiana, resta ancora la Stampa come la cattedra volgarizzatrice dei
principi morali e politici, il veicolo più rapido per giungere alla mentalità
di tutto il popolo, 1 organismo più adatto per eccitare, plasmare ed educare lo
spirito dei cittadini. Gli avvenimenti nazionali ed internazionali, col loro
carico di umanità, di sentimenti e di risentimenti, di azioni generose ed
ingenerose, hanno trovato uno spec¬ chio ed un commento obiettivo nella Stampa
italiana, Noi che leggiamo anche giornali stranieri, non troviamo al di là
delle rubriche « giochi, divertimenti e concorsi * al¬ cunché di diverso dei
giornali italiani. Sarà più diluita la rubrica « delitti e pene s, ma per il
resto niente di speciale, di nuovo e di migliore al di là delle frontiere. Cosa
significa questo periodo di stile così vecchio, che si sente scricchiolare alla
sola enunciazione, in una Rivista di un uomo di ingegno e di cultura critica?
< Venendo al pratico, e hene considerare ad esempio 118 la stampa e lo stile
« a quale spirito di reale utilità e di ideale disciplina « risponda il tono
terribilmente uniforme della Stampa « fascista, da cui si cerca di bandire, in
nome della di- i sciplina, ogni tendenza al ragionamento, alla critica, « a quella
concorde discordia da cui solo possono nascere, « non diciamo le idee, ma le
convinzioni ». Siamo di parere diametralmente opposto. Noi ab¬ biamo letto nei
giornali italiani tutte le opinioni critiche in materia politica. Le cose più
disparate ed anche le più assurde: dalla disfida di Barletta alTabbinamento del
co¬ muniSmo russo col Fascismo, dalla esaltazione della poli¬ tica industriale
fatta dal Popolo di Calabria , alla saggia valutazione dell’economia rurale
fatta dal Corriere della Sera. Riviste, rivistine e giornali hanno sezionato in
ogni parte il problema italiano. Novatori in pantofole e gior¬ nalisti della
prima ora si sono incaricati di denigrare fascisti e Fascismo. Nessuno ba
tappato loro la bocca: però se questa famosa « concorde disciplina » non ha
potuto affiorare al primo piano, è segno che non aveva gli elementi della
vitalità. Si avverte, anche da parte del grande pubblico, il progressivo
allontanarsi dello spirito dalle cose mediocri e volgari, dal personalismo
pettegolo, dai disintegrativi critici. Qualche segno di stanchezza per
Tuniformità, per la lentezza e la normalità può es¬ sere un dono congenito
degli anticipatori, ma può anche essere la prima incrinatura della malinconia.
Meglio in questo caso un luogo di meditazione che la tribuna della Ripetiamo
che il giornalismo italiano ha migliorato 119 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE
notevolmente nella tecnica e nello spirito ed ha reso dei grandi servigi al
Regime. Anche l'Osservatore Ro¬ mano, al quale non sfugge la differenza fra il
testo della * Stefani » e quello di un giornale piemontese per un di¬ scorso
dell’on. Turati, si e ridotto a segnalare la sconve¬ nienza di certe
puhblicazioni di vita balneare. Condi¬ vidiamo il pensiero deH’Ossernafore non
tanto per le fotografie quanto per certa letteratura che accompagna il
soggiorno delle <z silfidi » o il riposo degli « atleti » della finanza,
dello sport, della scienza, dell’arte o della poli¬ tica. Che la gente si
riposi sta bene, ma che il pubblico debba essere seccato da tutte le
elucubrazioni dei giorna¬ listi estivi che fanno l’elenco degli illustri «
scesi » negli alberghi e che chiamano il mare, il monte, il soggiorno « divino
», « incantevole », « ridente », « incomparabile », è cosa assolutamente fuori
del tempo nostro. Non vi è niente di più artificioso e grottesco di questa
mediocre letteratura giornalistica. È di cattivo gusto. È falsa. Pre¬ senta i
divi alle prese con le Muse, mentre si tratta di fornitori che vogliono saldati
i conti. Un chiaro bel paese italiano, pieno di sole e di giocondità, ha qui Le
cercle des étrangers e una commissione di divertimenti per Les folies du lac.
Snaturati! Ma per oggi basta. Il grosso della Stampa è salvo e degno.
Continueremo domani. Sempre in difesa del gior¬ nalismo e contro l’asserzione
che si voglia fare dellTtalia « una caserma prussiana ». 120 DISCIPLINA Cfr. la
noia preliminare a pag. 107. Questo articolo apparve sul Popolo d’Italia del 28
agosto 1927-V. Vi è nella vita singola, e di riflesso nella vita collet¬ tiva,
una disciplina intrinseca, fatta di serena valuta¬ zione, di obbedienza, di
comprensione e, talvolta, ancbe di rinuncie, mentre vi è un’altra disciplina
esteriore, for¬ malistica, che si nutre di parole, di ripieghi, di cavilli
causidici e di giustificazioni sfacciate. È chiaro che un popolo forte, che non
vive di artifìcio, che conosce le sue possibilità e il suo divenire, deve
contare su una mag¬ gioranza di disciplinati coscienti, di temperamenti voli¬
tivi. die conoscano la somma dei loro doveri, che in tempi diffìcili tirino,
come si dice con una felice sintesi, la fune per uno stesso verso. È ancora
viva nella nostra memoria l'espressione cor¬ rente di politici e di filosofi,
che se il popolo italiano avesse la tenacia e la disciplina dei popoli nordici,
unite alla genialità intrinseca, si potrebbe fare della nostra Nazione, la
prima Nazione del mondo. Siamo contro certe frasi fatte; tuttavia ['espressione
su riferita aveva ed ha una certa base di verità. 121 II VITA ED EDUCAZIONE
NAZIONALE La concezione anarcoide del diritto singolo sopra le necessità
collettive, era una caratteristica non solo del socialismo, ma dello stesso
liberalismo. È avvenuto molto spesso che per comodità polemica, per
insufficienza e, soprattutto, per deficienza di civismo, fosse proprio la classe
dirigente — ministri e capì partito — a dare per prima l’esempio del più
sfrenata individualismo. Se il Fascismo doveva distinguersi dalla vecchia con¬
cezione social-democratico-liberale, era necessario che togliesse, dal quadro
nazionale, tutte le incongruenze, le asprezze, gli squilibri, i diritti mal
conquistati e peggio tenuti; che facesse, insomma, di questa unità nazionale,
una verità sacrosanta, una moltitudine che nasce, si svi¬ luppa ed opera nella
legge, che crede ad una realtà non alle astrazioni, che è parte integrante e
non preponde¬ rante della vita. Anche oggi in Italia si aiferma che non si può
dar mano ad una rivista teatrale, perché non è possibile dir male del Governo e
dei ministri. Ora non sappiamo in virtù di quale balordo principio, uno cbe è
al Governo debba essere beffeggiato. Ma neH’Iialia delle chiacchiere tutto era
possibile. II Fascismo, finalmente, ha dato una disciplina agli nomini e,
bisogna dirlo, l’ha data dal cen¬ tro con le sue leggi, le sue saggie
disposizioni e le sue gerarchie fascistissime. II Fascismo ha disposto che
ognuno risolvesse il suo compito. Non è necessario imbro¬ gliare le carte sotto
lo specioso pretesto della critica se¬ rena. In un Paese in cui si disertano le
Scuole profes¬ sionali e si affollano in modo sinistro le facoltà di giuri- 122
DISCIPLINA sprudenza, è opportuno studiare rimedi radicali per met¬ tere in
condizione di non nuocere i factotum delle cause, delle discussioni e delle
polemiche. Quindi, disciplina nella Stampa, nella Scuola e nella vita. Gli
uomini val¬ gono in virtù di quel che producono e di quel che gio¬ vano a loro
stessi ed alla collettività. Applicando severa¬ mente questo principio, è
avvenuto quello che era inevi¬ tabile. Coloro che hanno sempre vissuto e goduto
i frutti del mal di tutti, hanno trovato che in Italia la disciplina eccede. Le
palestre ginnastiche, che sostituiscono le pale¬ stre accademiche, sono
diventate per costoro elementi di scandalo. Questa disciplina, che finisce con
l’imporsi alla, vita complessa di tutti i cittadini è per molta gente assai
pesante. Siamo d’accordo che molte volte Io spirita della legge e della fede è
stato mal interpretato dai banditori. Siamo d’accordo, infine, sulla necessità
di correzioni, ma la sostanza, che è disciplina, obbedienza, spirito gerar¬
chico, maestà della legge, va accettata in blocco senza discutere, in attesa
che l’esperienza e 1 intelligenza degli uomini migliorino e Tendano più
aderente queste norme di vita ai nostri interessi di popolo. Fino a ieri, con
il pretesto della libertà di pensiero, abbiamo ucciso la libertà vera. Col dare
il diritto di as¬ sociazione, abbiamo fomentato le società segrete, le so¬
cietà senza controllo che ci avevano suggestionato col bagaglio
filosofìco-politico dei pionieri delle scuole tede¬ sca, russa, francese. Il
pensiero italiano era assente. L’ordine in Italia, che non è l’ordine di
Varsavia, ma l’ordine morale, regna e si affina. I nostri amici che par- 123 II
VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE lano di monotonie, di insufficienze locali, di
impossibilità ad esercitare il controllo, si riferiscono indubbiamente ad una
applicazione pratica del principio, più che alla bontà del principio stesso. Si
tratta di elementi secondari, di as¬ sorbimento un po’ lento nel flusso della
legalità fascista. Forse in qualche gerarca di seconda fila, non vi è l'abi¬
lità dell’austero imbroglione di antica memoria. Ma que¬ sti sono episodi che
non possono negare il principio mas¬ simo della disciplina. Tuttavia, ci uniamo
con tutta 1 anima al desiderio che le maggiori gerarchie interven¬ gano la dove
si appalesano delle deficienze, siano pronte a colpire in modo inesorabile
coloro che si fanno sgabello della fede per soprusi o per interessi
illegittimi. Il male, però, non ha la gravità cui accennano diversi nostri
amici. Annibaie non è alle porte. Avremo la Ca¬ mera corporativa — e lo stagno
elettorale in ebollizione, che inquina eletti ed elettori, si calmerà. Le
situazioni lo¬ cali devono automaticamente migliorare. Vi sono dei Pre¬ fetti
fascisti sempre più in grande numero e mai come ora i poteri centrali ed il
Partito sono informati del come operano capi e gregari. La « caserma prussiana
» non può innanzi tutto in¬ tendersi come una concezione spregiativa. Se si
annulla la disciplina, sia pure di Prussia, si va diritti a Krilenko, 1 ex
generalissimo russo, y popolo italiano saprà sempre piu apprezzare la nece^Aà
di una vera disciplina per dare una regola alla vita e una forza concreta allo
Stato. Che se poi vi sono dei caporali (anche Napoleone aveva dei marescialli
insufficienti) che non comprendono i loro 124 DISCIPLINA doveri, basta
l'ordinaria amministrazione a rivedere al¬ cune posizioni dubbie. Il popolo
italiano, che è popolo intelligente, fine e di buon gusto, che comprende ed ac¬
cetta la pressione della legge, la pressione fiscale e che fa la guerra con
animo stoico; questo popolo che ha mille virtù, non può subire due categorie di
gente dubbia: i prepotenti e gli insufficienti. Per questi elementi peggio che
negativi, deve provvedere il Partito a toglierli dalla
circolazionexL'insuffìcienza di pochi non vulnera il prin¬ cipio
della/disciplina; disciplina che non si può allentare finché non sarà norgra
costante di vita di tutto il popolo italiano. 125 IL GIORNALISMO E LA VITA Cfr.
la nata preliminare a P a S‘ 10? • ^ presente articolo venne pubblicato sul
Popolo d'Italia del- Vundici settembre 1927-V. I3ene ha fatto il Capo
dell’Ufficio Stampa del Partito Nazionale Fascista, il camerata Renato
Citarelli, a richia¬ mare su l’Eco delle Calabrie e delle Sicilie, l’importanza
della Stampa e della sua opera critica nella vita pubblica italiana. Il
periodo, diremo così, di magra giornalistica, ha fatto considerare il semplice
richiamo, come una cosa ghiotta. Tutti i giornali che vivono da un certo tempo
nel¬ l’attesa di una maggiore elasticità di giudizio e di critica, si sono
gettati sulla prosa del Capo dell’Ufficio Stampa del Partito, tentando, con
articoli di fondo e con note corsive, di ampliare l’importante argomento. Nella
discus¬ sione si è inserita una parte collaterale inaspettata che va dal «
lucidare gli ottoni delle fanfare », all’abuso degli aggettivi. Dopo alcune
botte, risposte e schermaglie, an¬ che questa parentesi si può considerare
chiusa. Per quanto il tema fosse interessante, dobbiamo confessarla, sia pure
con una punta di amarezza, non si è riusciti a prendere 127 II VITA ED
EDUCAZIONE NAZIONALE quota. Ma siccome i fascisti sono usi a guardare in faccia
la realtà e a discuterla, possiamo porre il quesito a noi stessi e rispondere
dopo breve meditazione. Per coloro che si rammaricano che il Governo ed il
Partito, a capo dei quali sono dei giornalisti di grido, ab¬ biano dimenticato
la funzione del giornale, bisogna ri¬ cordare l’epoca rivoluzionaria in cui
viviamo. 11 regime totalitario non ha bisogno di una vasta Stampa e di una
critica giornaliera. Le rivoluzioni hanno più bisogno di un « Monitore » che di
una serie di grandi quotidiani; di bollettini di battaglia e di informazioni
più che di gior¬ nali ben allineati. 11 giornalismo che prende gli argo¬ menti,
li affina, li discute, li tuffa, li riprende, non è del nostro tempo. Bisogna
smontare questa vecchia menta¬ lità del giornalismo, la cui funzione odierna
non è quella di inseguire farfalle, ma di volgarizzare dei principi. Si sta operando
nel popolo italiano una rivoluzione che è tanto più vasta in quanto incide nel
profondo lo spirito prima che le istituzioni; si manifesta nelle forme
interiori prima che nelle linee esteriori. A questa opera ampia e costruttiva
non è possibile un apporto di ri¬ serve, di critiche e di superdottrine. Non
vogliamo, con questo, negare rimportanza e l'influenza della Stampa. Non
vogliamo, neppure, negare le virtù e le facoltà della critica, come non
vogliamo abolire il notiziario. Ma la Stampa può e deve mutare bersaglici ed
oggetto. Può, a parer nostro, contribuire validamente, ai migliori ed ai
maggiori sviluppi del Regime fascista. Per essere più concisi, andremo per
sintesi: 128 IL GIORNALISMO E LA VITA — esclusione di aggettivi altisonanti;
stile severo; aderenza perfetta alla realtà; conclusioni in armonia alle
premesse; la vita pratica interpretata fedelmente giusta la teoria ed il metodo
fascista; — si possono concedere le attenuanti per gli agget¬ tivi, solamente
parlando della fede fascista che ha avuto i suoi Màrtiri e del Mito che tutti
sovrasta; — il notiziario non bisogna temerlo; bisogna che sia ricco,
abbondante, nuovo, originale e che, possibilmente, si riferisca alla parte
migliore dell’umanità, a quella che pensa, che vive, che si anima per le cose
belle, che si eleva al di sopra della mediocrità, che si esalta nella pu¬ rezza
dei pensieri e nelle opere buone; — si potrebbe abolire le cronache dei
suicidi, le cro¬ nache nere che si riferiscono ad esseri inumani ed ab¬ bietti.
/ Veniamo alla critica, a quest'opera di demolizione e di ricostruzione.
Bisogna intendersi anche sul valore della parola « critica ». Bisogna
distinguere fra la critica ai fatti, agli uomini, alle opere e quella alle
intenzioni. Quando noi domandiamo di poter fare delle riserve obiet¬ tive
sull'opera di qualche gerarca, occorre chiarire se si tratti di smania di
popolarità, di pettegolezzo, ovvero di manìa d’andare contro corrente o d’un
desiderio di bontà che ci illumina. In genere quando si parla di gerarchi, non
bisogna servirsi dei quotidiani per buttare in pasto al pubblico le nostre
riserve. Ci sono le gerarchie create opposta per correggere gli eventuali
squilibri di respon¬ sabili. Ma l’opera giornalistica fascista, volgarizzatrice
di 129 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE provvedimenti, di progetti di legge,
delle nuove tendenze dello spirito e dell'economia, deve essere possibile quale
contributo notevole alla soluzione di infiniti problemi. Se invece di intonare
un canto retorico per magnificare il di¬ scorso tenuto dal Duce nel giorno
dell'Ascensione, noi avessimo preso ciascun capitolo di questo discorso e
l’avessimo volgarizzato e discusso, noi avremmo trovato materia per non meno di
un anno di lavoro giornalistico. Ce adesso la elaborazione dei nuovi Codici, a
causa dei quali, a quel che sembra, in fatto di morale molti si tro¬ veranno a
disagio. Ecco una discussione di un certo in¬ teresse. D'altra parte, tutto
quello che è la vita e l’assillo degli Italiani dentro e fuori i confini della
Patria, deve meritare la nostra attenzione di ogni giorno. Discutendo di forze
antagoniste al Fascismo e di tendenze politiche di altri popoli, bisogna
cercare di non cadere nelle esa¬ gerazioni. Vi e infine 1 opera educativa da
svolgere attraverso la Stampa, per completare l'azione della scuola, che per
molti segni ha bisogno di interpretazione e di assistenza. Combattere gli
ondeggiamenti e le deviazioni, far opera severa di controllo, ecco un altro
compito della Stampa. Anche in periodo rivoluzionario il giornalismo ha degli attributi
di grande nobiltà e di grande interesse. Dobbiamo, infine, discutere senza
essere dei ringhiosi e senza correre l’alea estrema di coloro che considerano
la Stampa nazionale come « uno strumento eccezionale del ]L GIORNALISMO E LA
VITA Regime », ovvero di quegli altri clie la considerano « la rovina
dell’umanità ». È necessario cominciare col non disistimarsi. Poi par¬ leremo —
uomini fra gli uomini — di giornalismo, di arte, di vita, di economia, di
passato, di avvenire, dello sforzo dello spirito verso le cime, del peso umano
che ci stra¬ piomba negli abissi. Sentire il tempo, misurare le diffi¬ coltà,
avere il senso delle proporzioni e del limite, ecco l'opera nobile del giorno!
C’è ancora dello spazio per muoversi e dei fatti con¬ creti da realizzare senza
l'abuso dei superlativi. 111 IL DOVERE DaJ Popolo d’Italia del 18 settembre
1927-V. T l fascisti non debbono mai, per principio, considerarsi smobilitati.
C’è sempre ragione di tenere l’animo attento e Tocchio vigile. I nemici, pur
debellati come forza or¬ ganica, non disarmano. Non vogliamo, così dicendo,
generalizzare dei fatti gravissimi che hanno ferito in pieno la sensibilità dei
fa¬ scisti, come l’assassinio del conte Nardini a Parigi ed il tentato
assassinio di due dei migliori gerarchi della pro¬ vincia di Ravenna. Tuttavia
questi fatti sono indice di una mentalità cri¬ minosa che serpeggia negli
strati minori della delinquenza politica. Il Fascismo deve saper dimostrare che
per nes¬ suno, e per nessuna ragione al mondo, v'ha speranza di ritorno sulle
antiche posizioni di politica demagogica ed irresponsabile. 11 nostro Partito
non ha attinto il potere per un puro desiderio di dominio; bensì per la visione
superba e si¬ cura di dare altro sangue ed altro rigoglio alla vita na¬
zionale. Tutti coloro che non sanno rassegnarsi al destino ed all'ordine nuovo
instaurato dallo stesso Partito, il 153 9 - ». I II — VITA ED EDUCAZIONE
NAZIONALE quale ogni giorno affina il suo potere, debbono assoluta- mente
persuadersi cbe presto o tardi peserà su loro la giustizia inesorabile del
Fascismo. Non bisogna dimenticare cbe è facile ai nostri ne¬ mici trovare degli
illusi e dei seguaci in un momento come questo, in cui, attraverso una crisi
indubbiamente transitoria, si hanno dei sintomi di contrazione salutare. La
nostra educazione non è giunta a tal punto da discer¬ nere con quanta agilità e
con quanta abilità il Regime domini e sovrasti la battaglia economica in corso.
Il beve fenomeno di disoccupazione viene conside¬ rato dai nostri avversari
come manifestazione di impo¬ tenza. di incapacità del Fascismo. Un picco lo
dettaglio _od un lieve sop ruso nel grande quadro della ricostrnzì^ serve
ottimamente per accendere le fantasie ai nemici cbe non disarmano. Ora il
brusìo deve finire; questo vo¬ ciare indistinto, che può covare nel profondo
delle mani¬ festazioni di delinquenza politica, deve assolutamente scomparire.
Non è necessaria per ciò una organizzazione squa- dristica e tanto meno una
organizzazione armata. Quando una Rivoluzione ha come presidio la sua Milizia,
quando il Regime ha nel suo pugno di ferro tutte le forze dello Stato e tiene i
posti di comando di tutta la vita della Na¬ zione, un apporto squadristico
sarebbe superfluo ed in contraddizione con il nostro principio gerarchico e con
71 principio politico che solo il medesimo Regime può e deve provvedere alla
sua difesa. ^ fascisti, invece, incom be il dovere di essere, nella V ---— _ \
134 IL DOVERE vita nazionale, sempre i primi, vigili contro gli avversari,
pronti non solo a volgarizzare i postulati fascisti, ma a tesserli ed a viverli
nelle manifestazioni di ogni giorno. Il Fascismo non è una costruzione
astratta. È un principio di vita, al quale i fascisti, prima di ogni altro,
debbono uniformarsi perché, con la virtù dell’esempio e con le opere di ogni
giorno, tutta la Nazione vi si possa adeguare. Nel campo fecondo delle
quotidiane attività è facile distinguere chi vive secondo le leggi supreme del
Re¬ gime da chi a queste leggi intende sottrarsi. Contro gli ultimi si deve
essere inesorabili. Esaurita l’opera persuasiva, non è possibile lasciare in
circolazione nemici che, presto o fardi, daranno delle noie con la propaganda
dissolvifrice o con una forma di scetticismo insincero e malevolo oppure con
qualche ma¬ nifestazioni criminosa. Bisogna che i fascisti non lascino
sopravvivere delle formazioni ibride. Essi debbono guar¬ dare negli occhi la
verità e debbono dominarla, con 1 animo pronta a tutti gli ardimenti. A tale
opera di vigilanza, deve aggiungersi quella della persuasione. Bisogna che il
Fascismo prenda il co¬ mando, oltre che della vita morale, anche della vita
eco¬ nomica della Nazione. Avviene che ad ogni difficoltà si creino un punto
morto ed una serie interminabile di di¬ scussioni. Ne abbiamo una prova in
questa ripresa au¬ tunnale di carattere economico. Mentre l'industria, più
agile e pronta, ha trovato il modo di sistemarsi e non è lontana il giorno in
cui sarà 135 II VITA ED EDUC A2IONE NAZIONALE in piena ripresa ed in perfetto
sviluppo, l’agricoltura, al primo attacco, si è dimostrata impreparata. In
molte provincie non funzionano ancora le com¬ missioni arbitrali fra affittuari
ed agricoltori, il cbe pre¬ giudica seriamente i lavori agricoli e le semine
del pros¬ sima anno. I fascisti debbono osservare questo fenomeno e pie¬ gare
le forze recalcitranti alle necessità supreme dell'eco¬ nomia nazionale. I
rurali hanno infinite buone qualità: la vita tran¬ quilla ed operosa, la
tenacia, il senso della famiglia, l’istinto della sana conservazione; ma nei
periodi di grande intensità di vita manca loro il coraggio per af¬ frontare
delle situazioni difficili. In genere i rurali non amano il fischio e temono le
innovazioni. Continuando di questo passo noi andremmo a per¬ dere i frutti più
belli della battaglia iniziata per l’agri¬ coltura nazionale. I fascisti, che
sono elementi propulsivi e dinamici, debbono intervenire contro questa forma
dif¬ fusa di attesa e di inattività. Per le opere buone, il Fascismo deve
trovarsi sempre in armi. Il compito non si esaurisce nel disbrigo ordi¬ nario
delle pratiche. Sarà veramente benemerito quel fa¬ scista che avrà contribuito
con l'esempio, con la parola, con gli scritti, a rendere omogenee le forze nel
campo mo¬ rale e nel campo economico della Nazione. I tempi non comportano
soste. Fortunate quelle provincie che portano nel loro seno i vigilanti e gli
animatori. 136 STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA LO SPIRITO DEL FASCISMO
Con uno sviluppo di pensiero, che ai fa più vasto e meditato di anno in anno,
Arnaldo Mussolini sì eleva, fra il 1928-VI e il 1929-VII, ad una visione
organica dei valori etici della civiltà fascista. Questi scritti si alternano
con quelli d idi cu ti al pensiero re¬ ligioso e olla Conciliozionc ( cjr. voi.
HI, pp- 87-161) e li integrano in una sintesi superiore della civiltà fascista.
Il presente articolo, che è uno dei più ele¬ vati per larghezza di respiro ed
organicità dì visione, fu pubblicala sul Popolo d’Italia del 14 febbraio
1928-VI. on è facile, specialmente in un articolo di giornale, tracciare le
linee interpretative dello spirito e della vo¬ lontà dominanti. Il Fascismo ha
avuto un grande merito; quello di obbligare gli Italiani alla meditazione; ed
un altro: quello di inquadrare le attività nel loro giusto posto e valore.
Aristocrazia, borghesia, proletariato, sono distinzioni ge¬ neriche non
definibili. Se poi queste categorie le consi¬ deriamo in potenza risulta chiaro
la necessita di una re¬ visione di valori che del resto il Fascismo nel suo
conti- nuo processo selettivo compie con grande prudenza ma con altrettanta
sicurezza. 139 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA Nel primo
cinquantennio dell’unità italiana vi è stata un’aristocrazia — senza
l’attitudine al comando ed al la¬ voro — che non è uscita dalla sua casta. Il
posto di co¬ mando lo ha preso la borghesia, più interessata nello Stato che
paladina dello Stato. Il proletariato ebbro di suffragi, irresponsabile nella
sua ignoranza, non ha teso che ad uscire dai propri quadri credendo a dei falsi
mi¬ raggi della ricchezza senza comprendere, nel suo ottimi¬ smo fra la
prepotenza e l’insipienza, che niente vi è di gratuito nel mondo e nulla si
ottiene di positivo e di grande senza sacrificio. La vita italiana era tutta in
que¬ sto marasma ed un falso intellettualismo agiva come dis¬ solvente. Forze
senz’anima erano la Scuola e la Chiesa. Vi erano dei « bardi » che non vedevano
che le miserie, i poveri e gli umili. Si esaltava il lavoro, ma nella pratica
si tentava di evadere da questa legge divina ed umana. Il Fascismo ha insegnato
che la vita è fatta di asprezze e che nel superarle e vincerle si creano le
differenze ed i vari settori di comando. È finito il tempo in cui ci si ver¬
gognava del proprio lavoro. Redimersi non significa non lavorare o, per lo
meno, non lavorare materialmente. I! contadino oggi è proclamato un elemento
basilare del con¬ sorzio civile. / x ' Gli Italiani particolarmente quelli che
lavorano non aspirano che a vedere la loro fatica tutelata e valutata. Se la
nuova economia darà la possibilità di lavoro, di guadagno e di vita agiata, le
classi popolari LO SPIRITO DEL FASCISMO saranno a posto. Non occorreranno più
emigranti. La terra basterà per tutti. Una certa inquietudine domina oggi la
borghesia e l’aristocrazia. Yi sono delle ricchezze precarie che non resistono;
vi sono dei nomi che non reggono nella vita moderna senzn rinnovarsi. Lo Stato
è saturo di impie¬ gati. Le famiglie che sistemavano tutte le generazioni nei
quadri della burocrazia si trovano oggi a disagio. Questi azionisti dello
Stato, al corrente di tutte le clientele, hanno un ruolo ridotto ed i quadri
sono pieni. L ultima immissione è stata quella degli organismi parastatali e
l’ultimissima quella delle corporazioni. Ora basta. Siccome nessuno vuol
ritornare agli strati del popolo è necessario pensare all'utilizzazione degli
spostati che le classi medie ed alte gettano nel vortice delle metropoli o
lasciano intristire nei paesi di provincia. Bisogna at¬ trezzarsi per camminare
le vie del mondo. La nostra emi¬ grazione, contratta nella quantità, deve
migliorare nella qualità. Le classi medie devono disseminarsi oltre fron¬
tiera. Fino a ieri abbiamo esportato gente del lavoro, adatta alla fatica. Su
la sua attività si sono costruite for¬ tune e classi dirigenti di popolo.
Abbiamo importati in¬ vece dirigenti di aziende, capi uffici o capi fabbrica. È
tempo di capovolgere i termini del problema. È necessario cimentarsi sui campi
internazionali della pro¬ duzione, conquistare dei mercati ed acquisire al
nostro nome la simpatia degli altri popoli. Figli della borghesia,
professionisti, pensatori, artisti, costruttori devono essere una avanguardia
che cimenta la sua fortuna in competi- 141 Ili-STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ
FASCISTA zioni più vaste che non siano quelle paesane. Non si tratta di creare
degli osservatori o delle formiche della ricchezza necessaria alla nostra vita
economica. No: si tratta di misurarsi su di un terreno che è più alto del la¬
voro manuale, di produrre ricchezza che è più vasta e più facile di quella dei
nostri emigranti, di dimostrare capa¬ cità creative oltre le qualità
costruttive, di avere della tenacia oltre che dell’intelligenza, dì apprendere
tutto ciò che a noi difetta sotto la spinta e l’insegnamento dei confronti.
L’imperialismo spirituale nasce da questi ar¬ tieri disseminati per il mondo,
che resistono più facil¬ mente, per il loro ahito mentale, all’assorbimento da
parte di altri popoli. Basta con la vita dei salotti, dei circoli, dei clubs. È
tempo di marcia serrata. Non intendiamo di essere fraintesi e di far credere
che vogliamo svuotare di elementi adatti i quadri del¬ l’Italia nuova. Si
tratta solo di sistemarli. Abbiamo esuberanza di politicanti. Vi è della gente
piazzata a Roma che vive in virtù delle frottole che fa credere nelle provineie
lontane. E così è nella provincia. Anche nel modesto capoluogo di circondario
si trovano sempre « principi del foro », campioni di eloquenza, filosofi e
poeti, artisti di cui la storia dirà l’ultima parola, legali che imbrogliano,
mediatori che fanno i lenoni. Bisogna creare i condottieri deH’eeonomia nuova,
coloro che con attività, genialità intessono una vita più facile per tutti,
coloro che la ricchezza producono; quella tale ricchezza per cui la gente si
dibatte, si dispera, si consuma, sì svena, pur di non conoscere la miseria più
cruda. LO SPIRITO DEL FASCISMO Il problema italiano sta oggi nella sua classe
diri¬ gente. Pacificate le città e le campagne è necessario far posto alle
classi medie. Il lavoro è ancora il solo rimedio che ci può salvare. Le
chiacchiere non concludono nulla e sarebbe ben pericoloso per il nostro
divenire se doves¬ simo lasciare classi medie ed aristocrazia alle prese con la
vanità e con l'artifìcio. Come per la politica, anche per la vita collettiva, è
necessaria una forte e grande eco¬ nomia. I condottieri bisogna toglierli dai
quadri esube¬ ranti delle professioni libere o dagli aspiranti innumere¬ voli
agli impieghi statali. È necessario conoscere la vita delle colonie,
alleggerire la produzione odierna da una supersiruttura che pesa eccessivamente
sul lavoro, distri¬ buire equamente la ricchezza. Se un latifondo è molto
redditizio con la sua pastorizia non è logico che la fortuna sia di uno solo.
La coltura estensiva dà la ricchezza ad uno e la toglie a diecimila. Ecco il
problema della reden¬ zione delle terre che redimono a loro volta gli uomini. ^
Come conclusione è necessario affermare che la men- fnlità fattiva, dinamica,
creata dal Fascismo, bisogna per¬ seguirla sino alle conseguenze più
assolute.VÀrchitettare meno con le parole e di più coi fatti concreti, amare il
rischio, sentire il peso delle responsabilità, essere sereni in mezzo alle
asprezze, dominare la materia, aspirare alla ricchezza generale non come
beneficio supremo, ma come indispensabile punto di partenza per le grandi af¬
fermazioni di carattere collettivo — ecco le linee essen¬ ziali dell’Italiano
moderni^/Collocare in piena luce degli uomini come Sandri che Badvò l’erario
con la sua illumi- 143 Ili — stile e carattere della civiltà fascista nata
opera per i monopoli: Berlese che, con le sue sco¬ perte, salvò l'agricoltura
italiana da disastri irrepara¬ bili; Strampelli, che crea le varietà di grano
che daranno maggior pane agli Italiani; Menozzi, che approfondisce la chimica;
Marconi, che domina il mondo con il suo ge¬ nio; D’Annunzio dal canto
inimitabile! Tutto il resto è vociare inutile. Dei falliti nella politica che
hanno tenuto cattedra per qualche decennio sono stati la prova più evidente
dell'antica insnffìcenza paesana. Se anche co¬ storo hanno oggi degli storici
compiacenti, il loro giudi¬ zio non va al di là del livore partigiano dì un
lustro. Cosa sono cinque anni nella storia secolare di un popolo? Marciare
bisogna, e l’esempio parta dalle classi più vicine a quello spirito d’impero
cb’è iusopprimibile nella nostra stirpe ed è così vivo e definito nei disegni
infal¬ libili del Duce. IL CONDOTTIERO La morte del Duca della Vittoria, il
Maresciallo d’Italia Armando Diaz, avvenuta improvvisamente il 29 febbraio
1928, suscitò una grande impressione in tutta Italia e nel mondo. Il Duce, alla
Camera dei Deputali, commemorò il Vincitore di Vittoria Veneto con un discorso
ardente e commosso, nella tornata del 1° marzo. (Cfr . Scritti e Discoiai di
Benito Mussolini, voi. VI, pp. 139-142). Nello stesso giorno appariva sul
Popolo d'Italia il presento artìcolo di Arnaldo Mussolini. In questo scritto i
valori olici e i caratteri spirituali della ciuited fasciala si fondono con
l’esaltazione dell'eroismn e della sapienza militare. ] J a notizia della morte
del Maresciallo Diaz, il vinci¬ tore di Vittorio Veneto, sarà appresa con senso
di vivo ed unanime cordoglio da tutti gli Italiani. Pochi sape¬ vano del suo
malessere che si era andato acutizzando in questi ultimi tempi. Tutto il mondo
saprà, oggi, della sua morte immatura: Egli aveva 67 anni di età, ma la sua
anima eroica era freschissima. Il nome del Maresciallo Diaz non è legato solo
al pe¬ riodo vittorioso e conclusivo della guerra italo-austriaca. Soldato
fedele, mente geniale, fervido cultore di studi militari, sapeva alternare, con
attività feconda, i piani di 145 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA
azione al tavolo dello Stato Maggiore con quelli di sa¬ gace ed abile
Condottiero nelle azioni di guerra. 11 Maresciallo Diaz prima ancora della
guerra italo- ausiriaca si era distinto con notevoli pubblicazioni di carattere
militare e con epiche gesta guerriere. In Libia — a Zanzur — nel settembre del
1912 fu gravemente fe¬ rito al petto mentre portava un reggimento all’assalto.
Il suo nome è legato alla storia come quello di uno dei più grandi capi di
eserciti nella guerra europea. Suc¬ ceduto al generale Cadorna nel Comando
Supremo delle truppe operanti in un momento di angoscia mortale, seppe
infondere, con l'energia del Condottiero e la bontà istintiva del soldato in
guerra, un senso di sconfinata fi¬ ducia e di forte speranza. Assestate le
nostre posizioni sul Piave, fu massima cura dell’Alto Comando il far leva
potente sul morale delle truppe e su quello degli Italiani. Il campo era
fecondo. Gli scontri del novembre 1917, del gennaio e del marzo 1918
attestarono per i nostri soldati una vitalità ed uno spirito di aggressione che
ricorda¬ vano gli assalti sanguinosi del Carso. Nel giugno 1918 si ebbe la
rivelazione piena della nostra forza militare. La vittoria del Piave preconizzava
quella decisiva di Vittorio Veneto. Tutto si era compiuto in silenzio austera.
Armando Diaz apparve qual'era ai combattenti come il generale invitto che
conosceva nel profondo il segreto di ogni successo; le famiglie italiane
vedevano in Lui il nume saggio e tutelare al quale si poteva offrire il fiore
della razza perché potesse resìstere e vincere. 146 I L CONDOTTIERO Si giunse
così, in un’atmosfera purificata di concor¬ dia, all’epilogo luminoso
dell’ottobre 1918. I bollettini Diaz — sempre sobrii e schematici — si chiusero
con quello del 4 novembre, chiamato giusta¬ mente il « Bollettino della
Vittoria », che riempirà di or¬ goglio, nei secoli, tutti gli Italiani non
immemori e non degeneri figli di Roma. In quel Bollettino è consacrato il
nostro immane sacrificio di sangue, l’eroismo dei gre¬ gari e dei capi, e.
nella forma classica romana dell'enun¬ ciazione, è stagliato il Condottiero
che, sgominato l'eser¬ cito nemico, rinfodera la spada della giustizia e del
va¬ lore e dona all’Italia il brivido più grande e più raro che possa provare
un popolo; il brivido della Vittoria piena, incontrastata, inobliabile. Non si
può non ricordare che tanto patrimonio d'onore, di gloria e di valore fu
sistematicamente di¬ strutto negli anni del dopoguerra. II vincitore di
Vittorio Veneto fu lasciato in disparte. I politicanti disintegrarono la sua
fatica. Vi furono epi¬ sodi cocenti di dolore e di vergogna. Doveva più tardi
il Fascismo, per giustizia umana e divina, risuscitare i valori morali
indistruttibili che socialismo e governo nit- tiano volevano sommergere.
Certamente l’atto più signi¬ ficativo, più vicino al cuore dei combattenti, più
aderente alle famiglie dei Caduti, fu, all'indomani della Marcia su Roma, la
nomina ai Ministeri della difesa nazionale dei vincitori della nostra guerra
sulla terra e sul mare. Più tardi la nomina di Diaz a Duca della Vittoria
riconsacrava, con il titolo nobiliare, le molteplici azioni UT Ili - STILE E
CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA di guerra in cui l'eroismo era congiunto con
il senso al¬ tissimo del dovere, con la rara perizia, con l’abilità del
comando. L’anima del Maresciallo Diaz e quella degli altri condottieri
d'Esercito, avranno certamente pensato, per la valorizzazione del loro eroismo,
ad una giustizia che torna e rinverdisce i lauri delle azioni di guerra che co¬
stellano la storia nuova d’Italia. Come il Maresciallo Haig — il Condottiero
inglese — il nostro Duca della Vittoria non assisterà alle manife¬ stazioni
intense di vita e di amor patrio che si preparano nell’occasione del primo
decennio della Vittoria. Presen¬ zieranno alle cerimonie altri degnissimi
comandanti, ma il volto sereno, fiero, paterno di Diaz non sarà a capo delle
legioni che conobbero le cime altissime delle Alpi e le aspre petraie del
Carso. Egli è già nella sacra legione degli spiriti, vicino a Condottieri
moderni ed a Consoli antichi; primo fra i grandi generali dell’Italia nuova che
ha avuto a Vit¬ torio Veneto il sanguinoso e glorioso battesimo della sua
potenza. Onore alla memoria di Diaz! I morti ed i vivi, che ebbero la gioia di
ubbidire ai suoi comandi, incidono il suo nome nel cuore che non dimentica e
nel bronzo incancellabile della Storia. I PROBLEMI NAZIONALI E LA STAMPA Dui
Popolo d'Italin del 26 agosto 1928-VI. Cfr. la nota preliminare all'articola
sul giornalismo fa¬ scista a pag. 107. \ 1 i^-bbiamo già detto che il
giornalismo italiano aveva in questi ultimi tempi migliorato notevolmente il
suo spi¬ rito e la sua tecnica. Gli stessi ipercritici si limitano oggi a
segnalare qualche sproposito di stile o di sostanza o il facile inserimento di
vecchie mentalità giornalistiche nel nuovo mondo fascista. Ma il fatto
principale confor¬ tante è quello che non vi sono più giornali di clientele, di
gruppi finanziari, di sette politiche, legati a filo miste¬ rioso, ed a potenze
occulte non solo di casa nostra. La finzione del gerente testa di legno, è
finita. La responsa¬ bilità è assunta da elementi che hanno tutti gli attributi
per le necessarie garanzie. Non esistono giornali legati alle vicende
ministeriali o... doganali, ma giornali del Regime o nel Regime, che seguono la
politica generale, non le alterne fortune degli uomini. Ciò può scontentare i
cosiddetti studiosi delle vicende sociali che appena si trovano riuniti in tre
persone, malgrado il solito conflitto di tendenze, fonderebbero un circolo di
studi sociali, una facoltà giuridica o un’accademia particolare, natural-
J<! - T. 149 Ili —STILE E CARATTERE DETTA CIVILTÀ FASCISTA niente per il
benessere deìl’Umanità che, caso strano, è sempre riottosa a farsi rimorchiare
dagli apostoli della felicità universale. I tempi infine non sono così
leggiadri come pensano alcuni colleghi, da permettere che modesti gerarchi pro¬
vinciali costruiscano le loro fortune sotto gli occhi atter¬ riti degli
apostoli del bene, né gli avvenimenti nazionali ed internazionali comportano il
grato sonno, l’esser di sasso e il Tegno della noia. Abbiamo vissuto dei mesi
di trepidaziane, di angoscia, di speranze. Abbiamo regi¬ strato vittorie
clamorose e sconfìtte immeritate. Nel pieno periodo delle « ferie » ci sono
state le varianti ministe¬ riali, la tragedia dell’Artide, le Olimpiadi, gli
incidenti jugoslavi, la conferenza per Tangeri, nonché tutte le no¬ tizie
rastrellate e presentate dalla statistica circa i risul¬ tati dell’anno
scolastico, l’infanzia del popolo alle cure del monte e del mare, i raccolti
della terra, le vicende delle Colonie. Vi sono stati i raids collettivi nel
Mediter¬ raneo e a Londra, la gloria di Ferrarin e di Del Prete, la tragedia
de! sommergibile « F. 14 » e la commozione na¬ zionale per questi eroi della
Marina che avevano saputo morire con animo così stoico. Su questi avvenimenti
il giudizio della Stampa non poteva non essere di una certa uniformità, che
però non crea il mondo della noia. La vita è quella che è. In certi tempi può
considerarsi un avvenimento l’offerta di un ventaglio al Presidente della
Camera; in altri tempi può essere invece degno di alta considerazione il
contegno e l’esame della Stampa italiana circa il patto Kellogg, le 150 ]
PROBLEMI NAZIONALI E LA STAMPA vicende jugoslave, i rapporti con la Francia.
Tolti alcuni elementi superficiali che parlano indifferentemente della Cina e
della Liberia, della storia e della cronaca, del¬ l'economia e della filosofia,
per il resto, e cioè per la maggioranza, fa molto piacere seguire le varie
valuta¬ zioni dei fogli romani o di provincia su ogni problema nazionale. Così
mentre un Prìncipe di Casa Savoia, de¬ gnissimo e valorosissimo, poteva essere
ammirato e fe¬ steggiato al suo drammatico ritorno dalle regioni polari da un
cenacolo di aristocratici o di elementi superiori, ora è la folla anonima, è
tutto il popolo italiano che inonda le strade, ed acclama e si esalta nel nome
dei suoi eroi. Ma a diffondere questi principi di volontà, di di¬ gnità e di
solidarietà nazionale, ha contribuito la Stampa; non certo l’opera filosofica
di Benedetto Croce! La Rivista Critica Fascista sembra avere la nostalgia della
« disputa ». È convinzione assai diffusa che dal lin¬ guaggio polemico esca la
risultante più vicina all’inte¬ resse generale. Tn questi tempi, però, meglio
delle parole persuadono i folti. E all on. Bottai, temperamento di viva
intelligenza, chiederemo quanti lumi abbia appreso dalla polemica su la Società
degli Autori. Come prima ed al punto di prima. Si sono scritte cose atroci, si
sono fatte inchieste e sopraluoghi, comu¬ nicati reticenti, ma il groviglio
della questione sarebbe stato disciolto con atti di energia, di volontà da
parte di uno solo: dal Sottosegretario alle Corporazioni. Siamo ancora invece
nel periodo degli studi. Per fortuna gli Ita¬ liani assillati da mille altri
problemi non seguono queste 151 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA
tenzoni singolari del vecchio mondo. Noi diventiamo re¬ frattari. In Italia
dove un giorno si versarono fiumi d’in¬ chiostro e si proclamarono avvenimenti
nazionali dei mo¬ desti episodi di cronaca, oggi è un'atmosfera ad alta ten¬
sione. Il mondo della noia nasce non appena si scrivono articoli su le vicende
del « tempio scaligero », sui giovani autori, sui giudizi di Cremieux, su la
crisi del teatro, Casa Laterza, il colore siciliano, la mozione di Assisi. Non
vi è più all’estero il concittadino che si fa onore. Ve ne sono dieci milioni.
Il respiro si amplifica, la vi¬ sione grandeggia al di là delle vicende
paesane. Bisogna amare questa nuova Italia un po' crucciata per i torti subiti,
per le necessità che si moltiplicano, mentre i mezzi per affrontarle sono
ancora come tesori nascosti. Quando si pensa che un’inondazione può met¬ tere
in pericolo il pareggio del bilancio dello Stato ed una siccità può rendere
diffìcile la vita economica di intere regioni, mentre, aiutata da Italiani
snaturati, una parte del mondo ci odia, ci contrasta e ci combatte, noi ci
chiediamo se sia questo il momento delle ricerche di farfalle, di circoli
giuridici, ovvero non sia proprio il periodo della forza armata di volontà e di
ferro, in for¬ mazioni organiche serrate, in disciplina oligarchica, teso lo
spirito, le energie e le volontà a superare gli eventi e le avversità dei tempi
e degli uomini. Sono questi i periodi della disciplina e del silenzio nei
ranghi. Ma di questa disciplina e relativa « caserma prus¬ siana » diremo
un’altra volta. 152 IL GIORNALISMO, FORZA MORALE Dal Popolo d’Italia del 12
ottobre 1928-VI. Cfr. la nota preliminare all 3 articolo sul giornalismo fa¬
scista a pag. 107. Il presente scrìtto si ispiro al Discorso pronunciato dal
Duce 3 il 10 ottobre 1928-Vl t a Palazzo Chigi ove Egli aveva ricevuto i
direttori di settanta quotidiani del Regime. ( Cfr . Il Giorna¬ lismo come
missione, in Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, voi. VI, pp. 249-255). I
direttori dei quotidiani hanno avuto dal Duce lucide direttive per la loro
missione. Dalla riunione di Palazzo Chigi la stampa è uscita, nel suo
complesso, con un giu¬ dizio benevolo. Yi sono i correttivi che il Capo ha
voluto definire e tracciare con parole maestre. 11 giudizio del Duce — che è
anche il giudizio di un giornalista di eccezione, il quale della nostra «
missione » ha vissuto l’essenza intima e la passione più intensa — ha un
significato morale che va al di là del valore po¬ litico professionale. Il «
suo » giornalismo, ispirato al più grande disin¬ teresse. sta a dimostrare,
oltre la bontà della nostra pro¬ fessione, la indispensabilità di questa
cattedra ai fini della grande politica di idee, di educazione delle masse e di
volgarizzazione dei principi di vita civile e sociale. 153 Ili — STILE E
CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA I direttori dei quotidiani hanno ieri toccata
con mano la verità più aderente alla loro missione ed hanno no¬ tata la
differenza del vecchio giornalismo, che, sotto il peso di una tradizione non
certo nobile, in un mondo di eventi nuovi, non sapeva disincagliarsi dalle
vecchie po¬ sizioni e trovare altre ragioni di vita e di armonia. Un
miglioramento sensibile c'è stato ed è presumi¬ bile che i direttori, nelle
future riunioni, meriteranno quel plauso che normalmente si concede a coloro i
quali danno attività, energia e rettitudine ai fini superiori del¬ l’educazione
nazionale. Per una volta tanto vogliamo deviare il discorso e fare, a nostra
volta, una predica ai collaboratori ed ai lettori. Il richiamo del Duce e la
traccia sintetica, che Egli ha dato al giornalismo italiano, non riguardano sol¬
tanto i direttori dei quotidiani. Vi è una cerchia di colla¬ boratori che
devono leggere e meditare le parole del Duce, come le hanno ascoltate e
meditate i direttari re¬ sponsabili dei giornali. La nostra professione non è
così facile come può sem¬ brare a prima vista. Il giornale impone una fatica
diu¬ turna. È nn prodotto di agilità e di celerità. Esso com¬ pendia la vita
nella sintesi di 24 ore e non può riuscire mai un’opera perfetta. Il giornale
di oggi non è mai eguale alla copia dì ieri. Bisogna rinnovarlo continua-
mente. È naturale che tra i lettori, particolarmente, vi siano categorie di
scontenti. 11 pubblico con 25 centesimi pretende di conoscere tutte le vicende
del genere umano, nonché tutte le novità dello scibile ed avere una opinione i 54
IL GIORNALISMO, FORZA MORALE definita sui fatti più salienti del giorno, non
esclusa la cronaca teatrale. Ma nessuno si è mai reso conto della somma di
lavoro e delle vicende febbrili della composi¬ zione di un quotidiano. È così
che le esigenze aumen¬ tano. L’indole generale è più propensa a pensare al male
che a volere il bene degli stessi amici. II piccolo pub¬ blico pettegolo, non
solo italiano, ma di tutto il mondo, ama leggere i fattacci più che le cronache
bianche e rosee. Si comprende che noi dobbiamo resistere e com¬ battere questa
tendenza. Ma per vincere non dobbiamo dimenticare degli episodi che rivelano
una sensibilità morbosa: il pubblico alle assisi, le arringhe celebri, i par¬
ticolari foschi, le tragedie con relativi numeri del lotto. Per uno strano
destino, tutti i popoli, non solo l'ita¬ liano, si interessano più della vita
anormale, che di quella normale. Del resto gli istituti per i deficienti sono
indub¬ biamente più belìi, spaziosi ed aereati degli stabilimenti di educazione
normale. Per giustificare molte volte l'insufficienza dei quoti¬ diani, è
necessario fare il quadro diagnostico completo dei mali e delle insufficienze
da cui sono afflitti i diret¬ tori dei giornali e delle vanità inconcepibili a
cui devono resistere. Figurare negli elenchi dei clienti di un hotel o dei
frequentatori di una spiaggia sembra quasi un pri¬ vilegio, tanto più se
accompagnato da un cliché foto¬ grafico. La più modesta nota di cronaca assume
il valore di un articolo, la segnalazione di un concerto il valore di una
critica. Non dimentichiamo, infine, la specializza¬ zione di carattere
editoriale che si basa sulle edizioni re- 155 Ili —STILE E CARATTERE DELLA
CIVILTÀ FASCISTA gionali dove sono accumulate, in intere pagine, le vicende
mediocri ed insignificanti dei paesi di provincia. È necessario resistere alla
pletora dei corrispondenti dei minuscoli paeselli, anche se la tiratura dei
giornali dovesse ridursi. Il giornale deve diventare lo specchio quotidiano
delle energie originali e del pensiero italiana. Può qual¬ che volta, un
giornale apparire pesante. Non importa. Non si tratta di soddisfare le esigenze
dei micromani. Gradatamente la forza dell’abitudine gioverà ad illumi¬ nare le
menti e ad aumentare la facoltà intellettiva del prossimo. I gerarchi del
Fascismo, che fra l’altro devono essere spregiudicati e limpidamente
disinteressati, non umiliino la Stampa ed i corrispondenti col pretendere ti¬
toli e sottotitoli di vasta risonanza per le loro opere. Chi sta a Roma è al
riparo, molte volte, dalle ingiustizie, dalle critiche e dalle pressioni: ma il
giornalismo in provincia è sottoposto ancora a considerazioni di opportunità.
Tuttavia dopo le parole del Duce sarà facile dare una linea ed una spina
dorsale a quello che è il gior¬ nalismo fascista. A tal fine, dopo la
smobilitazione degli aggettivi, dob¬ biamo procedere a quella della pretensioni
Avanti i gio¬ vani, ma. ben inteso, quelli che hanno ingegno, che della vita e
della funzione del giornalista hanno una concezione originale, che non fanno il
giornale a settore od a seg- menti.)Qrmai le redazioni sono diventate dei
campionari; c'è chi si interessa della terza pagina ed ignora la cro¬ naca, le
provincie, la politica interna e quella èstera. 156 IL GIORNALISMO. FORZA
MORALE Questa specializzazione del giornalismo ha diminuito la tonalità di
insieme. Il giornalista deve affrontare e possibilmente discutere con
competenza tutti i problemi della vita nazionale. Ammettiamo un solo
specialista: quello che ha la rubrica delle sciarade, vecchio stile e vecchio
tempo. Non bisogna temere, infine, di smontare sua maestà la massa dei lettori.
Qualcuno si è scandalizzato perché il Popolo d'Italia, nella terza pagina sacra
ai numeri dei critici e dei let¬ terati, ha intramezzate delle pagine intiere
sulle opere del Regime. Quando il problema dominante è quello tecnico e pro¬
duttivo, che ha riflessi morali e sociali di altissima impor¬ tanza, bisogna
tendere gli sforzi ed incanalare l’opinione pubblica verso la realtà, anche la
più severa. Quello che vale per un giornale è la qualità dei suoi lettori. È
necessario che il giornalismo li selezioni e li cerchi particolarmente nella
classe dirigente. Che se poi, nella sua opera complessa, esso riuscirà a
convogliare intiere moltitudini all’idea altissima del dovere, al servizio di¬
sinteressato della Patria, esso avrà servito maggiormente ai fini altissimi di
educazione e di prohità nella vita nazionale. La parola del Duce è nn apporto
per i maggiori do¬ veri. La nostra buona volontà saprà far rifiorire le ottime
qualità e le opere possenti del popolo italiano. 157 LO SPIRITO E LE CLASSI Dal
Popolo d'Italia dpi 29 novembre 1928-VII. Cfr. la noia preliminare a pag. 139.
La vita italiana, in questo decennio di passione e di esperienze, ha mostrato
agli occhi studiosi la sua intima essenza, che è di natura complessa. Elementi
positivi e negativi, forze vitali e forze ritardatarie, energie scarse o sopite
in contrasto con le forme giovani e gagliarde, hanno giuocato la loro parte per
elidersi, sovrapporsi, comandare, vincere o sparire. È stata una vera fortuna
per il popolo italiano l'aver trovato il suo timoniere, il suo vindice, colui
che ha saputo trarne a salvamento la parte vitale e potenziare, per la vita
dell’oggi e del domani, gli elementi positivi ed economici della Nazione. A
quest’ora, altrimenti, noi saremmo nel caos o avviati verso quelle forme dubbie
di sudditanza economica e po¬ litica ebe annebbiano qualsiasi ragione di
potenza, di avvenire e di vita di un popolo. Tuttavia, l’esame e i
provvedimenti non sono com¬ pleti. La nostra composizione unitaria di popolo,
vista contro la luce, offre ancora delle ragioni di studio e di 159 Ili — STILE
E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA critica. Molti provvedimenti chiarificatori
furono presi peT semplificare e ravvivare la vita italiana, che intri¬ stiva
nelle fazioni e nelle contese, che si consumava nella lotta cruda ed insensata
fra i termini della produzione, del capitale e del lavoro. Lo stesso contrasto
fra città e paesi, fra rurali e urbani, fra agricoltori ed industriali, in una
parola: fra stracittà e strapaese, è stato posto e risolto in forma brillante
dalla politica fascista, rivolta alla terra, del Duce. Le ragioni essenziali e
vitali del popolo italiano sono state oggetto di attenta cura da parte del
Fascismo, che, prima di essere sintesi, fu indagine analitica. I Per quel che
riguarda i! numero stragrande dei la¬ voratori, il Duce, nel discorso ai
diecimila operai a Roma, affermò che suo pensiero costante, sua preoccupazione
I più viva, erano di andare incontro alla gente del lavoro, per proteggerne i
diritti e curarne al massimo gli inte¬ ressi. D'altra parte la nostra
rivoluzione politica, a base essenzialmente morale, che non rovescia i
ministeri ma crea il Regime nuovo, ha dato al capitale e alla proprietà i segni.
la forza e i diritti fondamentali della sicurezza e della tranquillità. Infine,
la stessa aristocrazia, che nel trentennio liherale-democratico-socialista si
rinchiudeva nell'inettitudine della torre d'avorio od ostentava spregio per i
titoli o faceva della demagogia bassa, è oggi richia¬ mata ai doveri della vita
nazionale e del rango di ehi ha l’onere e l’onore di portare grandi nomi, ai
discendenti di coloro che nella storia dei secoli furono cavalieri gelosi,
vindici contro violenze e soprusi, antesignani di ogni pro- 16(1 LO SPIRITO E
LE CLASSI gresso civile. Proletariato e borghesia, popolo e aristocra¬ zia
hanno trovato nel Fascismo un tutore e un rivendi¬ catore. Vi sono per essi una
base di partenza, una possi¬ bilità di comprensione, ragioni profonde di
collabora¬ zione, di vita e di benessere. Ma le nazioni hanno un organismo più
complesso. Esiste una benemerita categoria dai mezzi economici limitati che si
è inserita tra le forze storiche dominanti della politica italiana: è la classe
media, la classe della piccola borghesia, dei tranet, a cui necessita un
impiego, di coloro che disdegnano l’opeta manuale, pur non po¬ tendo disporre
di rendita alcuna. È la classe dei memo¬ riali, degli stati di servizio, dei
contratti collettivi, delle ferie, degli aumenti quinquennali, delle
aspettative, dei periodi di prova, della quinta sezione del Consiglio di Stato;
è la classe benemerita di quelli che ci seguono in tutte le formalità
burocratiche, in tutte le manifestazioni della previdenza, nella vita e nella
morte; categoria sem¬ pre più complicata che, figlia diretta della
legislazione, inquadra nella carta da bollo tutte le vicende del genere umano.
Un popolo moderno non saprebbe viverne senza. La tribù non ha storia e quindi
non ha stata civile, né relazioni, né leggi che non siano quelle naturali. Ma
un popolo di civiltà millenaria come il nostro, deve avere il suo tessuto
organico di funzionari e di tutori. La classe media ha sino a ieri fornito i
quadri di questo indispen¬ sabile esercito. Senonché, avendo lo Stato ridotto
alcune sue fun¬ zioni e sbarrato per un certo tempo le assunzioni di nuovi 161
Ili —STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA funzionari, un evidente malessere
è venuto a determi¬ narsi nella classe media. Il mutamento di indirizzo eeo-
nomico-sociale non è stato ancora avvertito da molti. Non affrettandosi a
volgarizzare questo principio ed a lan¬ ciare un grido di allarme, il pericolo
aumenterà e il disa¬ gio potrà creare delle sorprese. Uno dei sintomi preoccu¬
panti è Tenorme afflusso di studenti alle facoltà di legge e di lettere. I
politecnici e le scuole di commercio Ranno un numero di studenti stazionario;
le scuole agrarie rive¬ lano qualche sintomo di contrazione negli iscritti.
Solo le facoltà di giurisprudenza esercitano un fascino pau¬ roso. perché, a
giudizio della classe media, la laurea in legge offre la possibilità di
concorsi nelle grandi ammini¬ strazioni dello Stato. La vecchia mentalità non
disarma: vai più un posticino mal retribuito nel bosco governativo, cbe un
posto eminente nell'iniziativa privata, dove bi¬ sogna cimentarsi per uscir
vittoriosi. A questo punto, per essere equi verso tutti, è neces¬ sario
richiamare l’iniziativa privata a non considerare con diffidenza i laureati, e
incitarla a prendere contatto con essi e particolarmente con i capi di istituti
che pos¬ sono far conoscere, apprezzare, indirizzare e proteggere gli allievi
nei primi passi della carriera. La società nazio¬ nale è fatta di comprensione
e di solidarietà. Intanto i concorsi governativi restano chiusi. L’estero non
attrae e non affascina che la gente rude del lavoro. Tale situazione crea un
nuovo stato di disagio, se non di pericolo, che vai la pena di segnalare: buona
parte degli spostati si dànno a strani generi di lavoro che, in- 162 LO SPIRITO
E LE CLASSI vece di eliminarlo, aumentano il disagio. Giornali, rivi¬ ste,
iniziative editoriali, organismi di tutela per gli Ita¬ liani all’estero,
istituti di propaganda e per l'assistenza al prossimo nelle forme più involute
di previdenza, biz¬ zarre formazioni di carattere sindacale e culturale, uffici
stampa di propaganda, consulenze giuridiche, per lo stu¬ dio delle questioni
più inverosimili, fioriscono essenzial¬ mente ad iniziativa di quella parte
della classe media non assorbita dalle amministrazioni statali e che, pur
avendo in uggia il borgo selvaggio, teme l’avventura oltre le frontiere. E il
fenomeno è tanto più antipatico, quanto più lo si ammanta di Littorio,
mescolando molte volte il sacro al profano. Ora, come massima, si deve tendere
a potenziare la produzione, non ad umiliarla, né tanto meno a sovracca- -
ricarla di superstrutture inutili e dannose. Lo Stato farà bene, attraverso
concorsi severi e non sollecitazioni di onorevoli, a rinsanguare i suoi quadri.
Altrettanto deve fare la borghesia che ha bisogno della classe media come forza
dirigente. Ma a sua volta la classe media deve en¬ trare nel nòvero delle forze
produttive e non restare fra gli elementi statici e negativi della vita
nazionale. Si faccia finalmente posto alla fiducia e troveremo, nello spi¬ rito
vivo della solidarietà, spazio e lavoro per tutti gli elementi della
collettività nazionale. Dopo le garanzie al capitale e al lavoro, dobbiamo
pensare alla classe me¬ dia, che delle forze suddette rappresenta il tessuto con¬
nettivo e delle quali è un complemento necessario. 163 LUCI ALL’ORIZZONTE Dal
Popolo d’Italia dei 23 luglio 1929-V1I. Cfr. la nota preliminare, a pag. 139.
T^orna agli onori della discussione internazionale, il problema degli Stati
Uniti d Europa. Ne parlo già Victor Hugo, subito dopo Sédan; ma, ancor prima di
lui, con visione più ampia, con principi di carattere universale, aveva
accarezzata questo sogno 1 anima nobilmente ro¬ mantica di Giuseppe Mazzini.
Briand, dunque, arriva in ritardo. La sua trovata non ha il pregio della
novità. La proposta degli Stati Uniti d'Europa fa parte di quelle ideologie
che, a somiglianza del fumo, ottenebrano la visione realistica della situa¬
zione del nostro continente. L’Europa è malata per infinite ragioni ed è in
preda ad una crisi politica, economica e spirituale, la quale af¬ fatica tutti
i popoli che la compongono. L idea di una Federazione, gettata in pasto alla
discussione generale con una certa solennità, arresta per un attimo la lenta
elaborazione dell’assestamento. C è chi pensa ad una u ~ ?. 165 Ili — STILE E
CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA Federazione di carattere economico; qualche
altro vor¬ rebbe informarla a principi di carattere morale. Ma l’esempio, che
finora ha dato la Società delle Na¬ zioni, non è incoraggiante e non suscita
fiducia nelle essisi politiche internazionali. I Tedeschi — e, in genere, tutti
i popoli vinti — nella trovata di Briand vedono un elemento diversivo. Coloro
che soffrono per ingiu¬ stizie palesi, non possono credere allo siaiu quo di
una situazione che si risolverebbe a beneficio dei popoli già arrivati.
L’America mostra di non preoccuparsene, giacché-tra l’altro, essa pensa che le
Federazioni — come nel caso suo — nascono sempre dopo una guerra: così, del
resto, è avvenuto in Germania, quando i vari popoli che la compongono si sono
federati. Ma in America, e più in Germania, esisteva già una omogeneità
linguistica, che facilitava l'unione federale: l’Europa è invece un mosaico
eterogeneo di razze e di lingue, di mentalità e di tradizioni. Tuttavia, il
tèma è troppo vasto perché non con¬ tenga, almeno in germe, un principio di
verità, se non di attuazione. Se ne può dunque discutere. Premesso che le
Nazioni normalmente, quando si erigono a forma sta¬ tale, dànno attuazione pratica
e giuridica alle aspira¬ zioni già esistenti nelle moltitudini, è giusto che il
pro¬ blema resti alla sua prima fase, tra le finalità, cioè, delle varie
correnti politiche, che informano la vita degli Stati moderni. 166 LUCI ALL’
ORIZZONTE La proposta enunciata da Briand, è stata ripresa e ampliata da
Herriot. Questi ha detto che la Francia, come ha proclamato i diritti
deiruoina, deve proclamare i di¬ ritti dei popoli. La Francia, a parer nostro,
sembra la meno indicata a farsi banditrice di questo nuovo prin¬ cipio delle
genti. La Francia, che proclama il Trattato di Yersaglia come intangibile e si
dichiara disposta a fare una guerra piuttosto che modificarlo, non è nelle
migliori condizioni per tracciare le linee del nuovo assetto euro¬ peo. Né si può
credere che gli Stati Uniti d'Europa pos¬ sano avere, come base fondamentale, i
cartelli dell'ac- ciaio e della potassa. In realtà i fattori politici ed
economici, in queste cose, non possono da soli essere decisivi: sono sempre le
forze morali cbe ispirano i grandi raggruppamenti di po¬ poli; e in Europa vi è
ancora troppo vasto retaggio di ri- sentimenti, perche sia possibile
determinare un’azione e una vita comuni, su un terreno che è. in perenne fer¬
mento. Non si deve dimenticare, infine, il problema com¬ plesso della Russia,
cbe gravita con la sua inerzia disor¬ dinata ed è sempre viva minaccia per i
sogni di pace. Molte costruzioni politiche vanno rivedute; più di una linea di
confine deve essere corretta. La democrazia ha fomentato tutte le guerre. Il
torto del mondo moderno è quello di aver troppo spesso mentito a sé e agli
altri: si è sempre cercato di velare con frasi e teorie impossibili, le
avidità, le ambizioni, gli orgogli, sempre in lotta di supremazia, per la
volontà che hanno i popoli che ascen¬ dono e per la necessità di trovare un
posto al sole che 167 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA sia in
relazione alla loro importanza, alla loro attività ed alla loro preparazione
morale ed economica. Non bi¬ sogna farsi illusioni: le Nazioni europee hanno
troppi interessi e troppi ideali antitetici, per nascondere tutto questo nel
comodo involucro di una formula d'interna¬ zionalismo democratico. Il pericolo
che sovrasta il nostro continente non è dato dalla sola invadenza americana, in
un campo scon¬ quassato dalla guerra: vi sono razze di colore che pon¬ gono i
loro quesiti; vi è una tecnica che, priva di solide basi morali, non basta ad
alimentare e ad elevare la vita dei popoli; infine, vi sono teorie che si
diffondono con la forza della suggestione e costituiscono veri e propri fat¬
tori di dissolvimento. Bisogna superare quéste forze negative, non con formule
astratte, ma con azioni concrete. La Francia è democratica o conservatrice? La
forza dell'Inghilterra è nell’Ammiragliato che tiene stretto, con autonomia
tra¬ dizionalistica, il dominio dei mari, o nella verbosa e li¬ vellatrice
democrazia di Mac Donald? Non sapremmo a chi credere di più. La Germania ha un
suo problema interno, nel quale si esauriscono, come nei giuochi infantili, i
vari partiti della repubblica imperiale; ma al dicastero degli Affari Esteri
resta sempre un uomo solo, Stresemann, per dare alla politica tedesca di
rivincita una continuità, capace di condurre ad un cambiamento della sua
condizione di nazione vinta. In questo panorama — che non è certo idilliaco, ma
168 LUCI ALL’ ORIZZONTE è invece pieno di asprezze e frastagliato di minacciose
incrinature — la proposta di una Confederazione euro¬ pea, richiama alla
memoria una povera colomba presa in un turbine. Guardiamo alle cose con spirito
realistico; esiste e si è affermato, nel nostro continente, un principio etico,
che da un decennio ispira la politica italiana: il Fasci¬ smo. Le sue idee sono
nitide, senza mezzi termini o de¬ viazioni; il suo metodo ho dato risultati che
fanno me¬ ditare. Presso altri popoli si sono copiati, se non alla let¬ tera,
alcuni principi informatori del Fascismo. E, al di fuori dei partiti
costituiti, vi è un senso diffuso del prin¬ cipio gerarchico; si sente la
necessità di ordine, si misu¬ rano Timportanza e la forza del principio di
autorità; si vede che solo il Fascismo è riuscito a fondere in per¬ fetta unità
il pensiero con l'azione, la visione realistica delle necessità politiche con
quell’impulso collettivo di passione che trasforma i grandi ideali in
idee-forza, fat¬ tori efficienti della Storia. Di fronte a tutto questo, le
vecchie scuole politiche si vedono impoverite, si rivelano decrepite, sfrondate
dei grandi attributi che devono reggere la vita dei popoli. A Roma solamente si
possono dunque discutere i grandi problemi europei. Si dovrebbero far conver¬
gere alla Capitale gli esponenti di tutti coloro che hanno l’anima inquieta e
tendono, in buona fede, alla salvezza, nel nome di un principio superiore di
solidarietà umana e per la forza inesorabile delle verità, che la durezza dei
169 Ili —STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA tempi ha fatto scaturire dal
genio di una stirpe mil¬ lenaria. A Roma possiamo conoscere gli amici che
sentono e vivono la nostra passione, oltre la cerchia dei singoli paesi, consci
dei pericoli che sovrastano sulla civiltà oc¬ cidentale. Ogni sforzo in altezza
è fiaccato da una ten¬ denza generale all’abisso. Al di fuori dei Parlamenti,
dei consessi ufficiali, dove giuncano sempre le forze occulte delle società
segrete, le verità possano balzare da una serie di esami, di discussioni, di
valutazioni, fatte da ele¬ menti di ogni paese, che cercano dei punti fermi e
che credono e vogliono poter resistere alle follie dissolutaci e alla politica
dell’accerchiamento economico. A Roma possono convergere gli insofferenti di
tutto il vecchio mondo. Il Fascismo sa essere ospitale. Ha un suo Capo, una sua
dottrina e porta con sé dei principi fondamentali, che possono realmente
avviare ad un fronte unico, il quale sia veramente baluardo e salvezza
dell’Occidente. La Storia è piena di Concilii; e tutti i Concilii religiosi del
Medio Evo e della Rinascita hanno avuto un valore politico e sociale. Oggi il
Fascismo può iniziare un nuovo tipo di Concilii universali, che dalla rinnovata
sapienza di Roma tragga le fonti e le forze della salvezza della nostra
civiltà. 170 IL DECENNALE DELLA MARCIA DI RONCHI Dal Popolo d’Italia del 12
settembre 1929-VII, Cfr. la nota preliminare a pag. 139. O ggi ritalìa fascista
commemora il decimo anniver¬ sario della Marcia di Ronchi. Ed è bello rievocare
quelle drammatiche giornate, non più nell’ansia e nel dolore, ma nella serena e
compiuta unità morale del popolo italiano. La città dolorosa, che il Comandante
Poeta volle chia¬ mare olocausta, ha raccolto in sé, durante questo decen¬ nio,
in una sintesi di volontà e di vita, la parte migliore dell’anima nazionale. A
Fiume si guarda sempre come alla sentinella avanzata d'Italia, ardente di
passione e di fede; essa rappresenta — quasi simbolo vivente —- la co¬ scienza
della Nazione vittoriosa, non mai sopita, ma sem¬ pre vigile e pronta alle
future vicende. È giusto che Fiume abbia per noi questo alto valore simbolico:
la sua lunga odissea la rende sacra all Italia. Si rammentino i giorni del
settembre 1919. Fu quello un anno nefasto, eppure seguiva immediatamente la no¬
stra grandiosa vittoria militare di Vittorio Veneto. Ma che Ili — STILE E
CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA valeva la vittoria delle armi di fronte al
tradimento, alla viltà, alla mala fede? Noi, vincitori: eravamo sconfitti a
bersaglia; la Dalmazia rimaneva immolata; Fiume ci era contesa; un grottesco
ideologo sorridente, Wilson, si prestava al gioco degli interessi e delle
avidità, confor¬ tato anche in Italia da lina stampa rinnegata ed imme¬ more.
La tregenda della viltà rinunciataria toccava i suoi vertici: abbandonammo
terre italiane rese gloriose nei secoli dal Leone di San Marco; i nostri uomini
politici erano disposti a sacrificare anche Fiume alla prepotenza interalleata.
L’inettitudine paurosa dei nostri gover¬ nanti — dominati solo dal contìnuo
ricatto dei partiti estremi — preparava il terreno propizio alla disgrega¬
zione nazionale. Ma già, sino dal marzo 1919, era sorta la volontà nuova e
ribelle del Fascismo. Contro tutte le viltà e con¬ tro tutte le rinuncie, si
ergeva la trincea del Popolo d’iia- lia , al comando di Benito Mussolini. In
questa fiamma di ribellione si affermò la volontà temeraria del nostro maggior
Poeta; il Duce era ferma¬ mente deciso a qualunque reazione. La lotta era
aspra: il Popolo d'iialia e Benito Mussolini erano perseguiti dallo stillicidio
della censura, sorvegliati in ogni movi¬ mento e in ogni appello di resistenza.
I rinnegati che erano al Governo tentarono un diversivo: un viaggio a Tokio
doveva togliere dalla circolazione — proprio nel momento più difficile — il
Comandante. IL DECENNALE DELLA MARCIA DI RONCHI La Stampa e il Regime, gli
stessi combattenti e i proletari, si lasciavano attrarre dalla viltà
universale. In quel momento, la ribellione fiumana, significava ribellione a
tutta la squallida politica di rinuncia di fronte agli stranieri e di
abdicazione di fronte al quotidiano assalto delle masse illuse e sobillate. La
marcia di Ron¬ chi fu quindi il primo gesto ribelle all'inerzia della po¬
litica italiana. Sino d'allora, la vicenda di Fiume superava i limiti della
città controversa, per involgere e interessare l'intero destino della Nazione.
L’opinione pubblica ne fu scossa ed ammirata; la parte migliore ritrovò se
stessa e cir¬ condò di plausi i legionari; l’Esercito diede i suoi reparti
migliori all'impresa audace e leggendaria. Gabriele d'Annunzio — che, fra i
grandi Poeti, ha il dono raro di cantare e vivere a un tempo l'eroismo — seppe
tenere in soggezione le forze avverse di casa no¬ stra e le forze nemiche
straniere. Fiume lo accolse e lo avvinse con fiero animo e con tenerezza
materna. Invano, il disonorevole Nitti fece appello alla massa popolare per
inscenare l ennesimn sciopero generale. Non si poteva immaginare una invocazione
più turpe. Ma il tentativo a nulla valse e per un residuo di pudore — a per
paura dell'opinione pubblica ridesta — si attesero gli ulteriori sviluppi della
vicenda fiumana. Nella notte fatidica di Ronchi, il Comandante, sof¬ ferente e
febbricitante, scrisse una lettera a Benito Mus¬ solini. Lo mise a giorno del
suo audace divisamente, al- Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA
fermando che « anche una voli a lo spirito domerà la carne miserabile ». Tutta
l’impresa fiumana è sintetiz¬ zata in questo sforzo di volontà continuo,
assoluto, te¬ nace, ribelle, veemente, contro gli elementi avversi, che erano
infiniti. I sacrifici furono molti e gravi; l’occupa¬ zione fu lunga e ricca di
complesse vicende. Vi furono dei tentativi di accordi, vi fu il blocco intorno
a Fiume per tagliare i viveri ai legionari; vi furono anche dei tentativi di
disgregazione, ma il Comandante seppe vi¬ gilare e resistere. Poi vennero
l’accordo di Rapallo e il tragico Natale di sangue. La Nazione palpitò e
sofferse, ancora una volta, come nell’ora tragica di Aspromonte. 11
Risorgimento aveva conosciuto l’impeto di simili ribellioni. Ad una certa ora
della Storia, mentre le classi dirigenti e i Governi tentennano e non sanno
prendere la dura e solenne croce della responsabilità, erompe sempre dal ceppo
della stirpe chi sa osare. Sono gesti di sacri¬ fìcio, gesti prodighi e
magnanimi che completano la fa¬ tica e l’evoluzione lenta di un popolo: nella
tragedia di Fiume si perpetua e si rinnova quel vincolo spirituale che lega la
tradizione garibaldina all’eroismo dell’ultima guerra di redenzione, dalle
Argonne a Vittorio Veneto e a Fiume. Gabriele d’Annunzio diede un fiero colpo
d’ala alla vita italiana; rese sacra la città di Fiume che, forte e monolitica,
tornò più tardi, superando un trattato, alla Patria comune. La saggezza
politica del Duce compì l'opera iniziata; assicurò i risultati di quella lunga
lotta alla unita potenza dell’Italia rinnovata. IL DECENNALE DELLA MARCIA DI
RONCHI Ricordiamo qui Gabriele d’Annunzìo per tutti i suoi legionari. Vi sono
tra essi degli esempi mirabili di eroi¬ smo, di devozione e di altruismo, Non
scendiamo a par¬ ticolari e a far nomi: Gabriele d'Annunzio li riassume tutti:
i vivi e coloro che caddero. Disse bene di loro il Duce, ricordandoli con frasi
indelebili: « Onore ai le¬ gionari e al loro degno Comandante; onore a coloro
che tornano e a quelli che non tornano più: questi sono ri¬ masti a presidiare
il Nevoso e ad indicare le Dinariche ». Il decennale è oggi solenne in tutta
Italia. A Roma, Madre e maestra, la celebrazione avrà un tono di parti¬ colare
grandezza. Questo è anche il preciso desiderio del Comandante: Roma è
riconsacrata dal Fascismo e dal Duce e può esaltarsi nell’opera altissima
generosa dei le¬ gionari di Ronchi. Ma la solennità del momento non cinduca a
ripo¬ sare sugli allori. Questo non è tempo di tregua: dobbiamo ritrovarci
tutti, ancora in piedi o ancora in marcia, per¬ ché l’opera nostra si continua
e si rinnova ogni giorno. 175 ■ LA CULTURA FASCISTA Siamo tigli ultimi due anni
della vita operosa di Ar¬ naldo Mussolini. Nel profonda dolore, Egli eleva
anche più alto il tono spirituale dei suoi articoli: esempio tipico questo
articolo dedicato alla cultura fascista s e pubblicato sul Popolo à'Italifl del
2 5 febbraio 193G-V1II. «La vita spirituale, egli scrive, è una perenne ricerca
di bene, un'aspirazione vergo la perfezione m. E indica la via da seguirealle
nuove generazioni dell'Italia fascista. In questa via luminosa t la fede t la
politica e la cultura si fondono in piena unità — come, forza trifale ed
essenza del nuovo tipo di ci¬ viltà creato dal Fascismo, A i Ybbiamo visio in
Italia — specialmente in questi ul¬ timi tempi — fiorire una quantità di
istituzioni culturali degne di essere attentamente studiate e seguite. Tutto
ciò che si compie per raffinare lo spirito, potenziare la vo¬ lontà, aumentare
la conoscenza dei diritti e dei doveri dei cittadini, trova consenziente il
Fascismo. La vita spiri¬ tuale è una perenne ricerca del bene, un'aspirazione
verso la perfezione, una tendenza al benessere dello spirito ed al benessere
economico, una volontà di estendere al paese, alla collettività di cui siamo
parte, la somma dei 179 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA beni e delle qualità
necessaria alla nostra vita migliore di popolo in cammino ed in ascesa. Il
fatto specifico della cultura popolare ha avuto in passato dei fautori
ferventi. In ogni tempo, dall unità d’Italia ad oggi, da tutte le tendenze di
parte, si è dato largo posto — specialmente nei propositi — alla cultura
popolare. Non bisogna confondere la cultura con la scuola per analfabeti. Vi
sono popoli che non hanno analfabeti e che hanno la media intellettiva
inferiore a quella di certi paesi dove non funzionano scuole. Ad ogni modo
nella vita moderna non esiste Nazione civile che non ab- bia come caposaldo
risiruzione generale del popolo. Alla parte istruttiva si innesta poi la parte
educativa. Scuole per adulti e scuole professionali completano il quadro. Non
bastano! Sono necessarie le biblioteche, i corsi spe¬ cializzati ed infine gli
Istituti di Cultura che, special¬ mente in certe città, rappresentano una
tradizione di no¬ tevole importanza. Alle vecchie università popolari si ag¬
giungono o si sostituiscono gli Istituti Fascisti di Cultura. A questo proposito
non sarà male aggiungere che la cultura attraverso le conferenze è divenuta di
uso o di abuso quotidiano. Non vi è circolo rionale, sindacato, as¬ sociazione
di professionisti o di categoria che tra i suoi programmi immediati — oltre
l’assistenza generica di prammatica agli associati — non abbia nell'annata, ov¬
vero nell’inverno propiziatore, un ciclo di conferenze da svolgere. Per non
dire sempre conferenze, si dice anche un ciclo di letture, di lezioni, di
dizioni, di trattenimenti con proiezioni, ece., ecc. A voler ascoltare tutti ci
sarebbe 160 LA CULTURA FASCISTA la mobilitazione permanente... Siamo, con
queste dichia¬ razioni paradossali, così eretici da irridere alla cultura
generale del popolo? Mai più! Solamente -vorremmo essere degli spiriti pratici.
Tenerci più alla realtà che alla fan¬ tasia, più alla verità che alla retorica.
Prendiamo, ad esempio, l’Istituto Fascista di Cul¬ tura di una grande città. Il
suo programma è vario, eclet¬ tico. Va dalla storia alla tecnica, dall’arte ai
gasogeni. Una cinematografia di conferenzieri illustri, mentre il pubblico non
ha variazioni sensibili. Come vi sono certe professioni abitudinarie, così vi è
l'ascoltatore di profes¬ sione presente allo svolgimento dei temi più svariati
e eontradittori. Vi sono certe forme maniache di erudizione che mettono in
pericolo la volontà dei veri studiosi. Sono questi elementi che conoscono
l’eloquenza dei più bei nomi dell'oratoria italiana, esigenti al sommo grado su
gli orari, su l’etichetta, su la presentazione dell'oratore e sui voli di
apertura e di chiusura. Vorremmo per ciò chiudere questi surrogati delle
vecchie università popolari? Mai più! Ripetiamo: vor¬ remmo dare una vita
maggiore, più vasta, più redditizia, più efficace ai nostri Istituti di Cultura
Fascista. Giac¬ ché — guardiamoci negli occhi — la cultura fascista, ad
esempio, in una città di un milione di abitanti non acqui¬ sterà larga base e
una diffusione decisiva per sessanta conferenze annuali, con una media di
duecento ascolta¬ tori per lezione. Vale la pena di creare un apposito vasto
Istituto, mobilitare dei conferenzieri, disturbare le auto¬ rità per dei
risultati assai ridotti di carattere dubbio? is « t. 181 IV — FEDE, POLITICA E
CULTURA Non sarebbe meglio cambiare sistema se non programma? L’esperienza e
particolarmente l’osservazione obiettiva di questi tempi ei ha suggerite alcune
idee che sottopo¬ niamo all’esame imparziale degli amici. Un Istituto di
Cultura fascista non inciderà su la sen¬ sibilità delle moltitudini se non
erudisce coloro che co¬ mandano e che dirigono gli aspetti infiniti della vita.
A nostro parere, tenendo in piedi l’attrezzatura degli at¬ tuali Istituti, si
dovrebbero raggruppare le materie, sce¬ gliere l'uditorio aderente ai temi da
svolgere e chiamare dei conferenzieri degni dell’uditorio e di assoluta fede
fascista. L’Istituto di Cultura fascista dovrebbe avere la set¬ timana dedicata
alla scuola, all’arte, alle colonie, all’eco¬ nomia, alle corporazioni, allo
sport, alla storia, alla vita comparata degli altri popoli, ecc., ecc.
Conferenzieri scel¬ tissimi e particolarmente attrezzati dovrebbero parlare a
coloro che domani dovranno esercitare un comando, servire di insegnamento, e
dare l’esempio. Il Fascismo in ogni campo ha una sua etica particolare. Ogni
ramo del pensiero e dell'attività deve avere, conservare i caratteri tipici e
il sigillo del Fascismo. Citiamo un caso. Nella settimana della scuola gli
ascoltatori dovrebbero essere solamente coloro che hanno il privilegio di
svolgere in ogni categoria di insegnamento opera istruttiva ed educativa
secando il nostro credo fa¬ scista. AI ciclo delle conferenze coloniali non
dovrebbero intervenire che coloro che si interessano del valore delle colonie,
degli interessi economici e morali che ci legano 182 LA CULTURA FASCISTA ai
nostri domini africani. Così in ogni campo 1 Istituto, fascista dovrebbe dire
la sua parola, dare un suo insegna¬ mento, segnare le sue direttive.
Conferenzieri non devono essere dei dilettanti, ma coloro che hanno vissuto le
verità che insegnano, che hanno i nobili attributi dei maestri pieni di
esperienza e di carattere e che al termine di ogni conferenza possano e debbano
concludere: <£ Tali sono le verità fasciste che danno a questa ma¬ teria una
sua caratteristica inconfondibile. Andate e vi¬ vete ed operate secondo questi
principi. Parla in me la dottrina e l’esperienza. Fatevi dei banditori di
queste idee. Lavorate e potenziate la volontà degli nomini se¬ condo la nostra
dottrina fascista. L'Istituto di Cultura fa¬ scista è un vivaio di energie. E
se domani la vita vissuta darà a voi la possibilità del comando e l'esperienza
vi in¬ segnerà altre verità necessarie alla maggiore grandezza della nostra
vita, salite a questa cattedra e insegnate ai fascisti e agli uomini di buona
volontà come si opera e come si vince ». Forse la figurazione è un po'
retorica. Ma nel ragio¬ namento è una parte sostanziale che va meditata e at¬
tuata. La cultura non deve confinarsi nel regno astratto e rimanere geloso
patrimonio di pochi. La cultura deve es¬ sere patrimonio e orgoglio del popolo
italiano. Esce dalle vecchie forme indistinte e nebulose e porta, per nostro
orgoglio e fortuna, il segno incancellabile e la forza del Littorio romano. 183
IL NOSTRO BELTRAMELLI JYd mano dd 1930-VIIIj si spegneva lo scrittore romagnolo
Antonio Beliramelli, Accademico d J Italia. Arnaldo Mussolini, nel rievocare
con animo commosso Vomico, lo scrittore, U polemista incisivo ed ironico,
collaboratore fedele del Popolo d’Italiflj illumina, in breve scorcio, la
missione dello scrittore nel tempo fascista. Questo articola apparve sul Popolo
d’Italia del 16 maria 1930-Vili. La morte ha rapito alle lettere italiane e al
Popolo d'Italia uno dei loro migliori elementi: Antonio Beltra- melli. Un male
inesorabile, attraverso rapide tappe, lo ha portato alla tomba, mentre egli era
ancora nella pie¬ nezza della sua forza politica e della sua forma stilistica.
Il Popolo d'Italia , che lo ha avuto in questo ultimo decennio suo redattore
ordinario per le lettere, sente for¬ temente la grave perdita. Ma vi è, al di
là della colle¬ ganza professionale, un’amicizia politica, cementata dalle
molte vicende di questo decennio, che ci rende 1 anima maggiormente triste. Non
è il tono elegiaca che vogliamo adoperare parlando di Lui. Egli era un forte;
amò an¬ dare spesso contro corrente, non volle mai indulgere alla 185 ] V FEDE,
POLITICA E CULTURA demagogia; è necessario, dunque, parlare di Lui con animo
virile. Quella che è siala la sua opera letteraria e politica, è consacrata
dalla sua nomina ad Accademico d’Italia. Vi è però un Beltramelli meno
conosciuto, che è bene lumeggiare. Egli è stato un anticipatore: quando la de¬
mocrazia vestiva i panni di Arlecchino e snaturava la storia e i compiti della
Terza Italia, Antonio Beltramelli, nella sua opera coraggiosa, seppe mettere
contro luce, col suo stile forte ed originale, la debolezza congenita dei
metodi e degli uomini rossi. Innamorato del suo Paese, conoscitore della sua
sto¬ ria, Egli ne ha tracciato, in pagine immortali, lo sforzo e l'ascesa nel
mondo civile. Già nel fervore della virilità, sognava di dare vita alla serie
dei romanzi coloniali, per affermare il nostro diritto nel Mediterraneo, il
potenzia¬ mento delle nostre famiglie di emigranti oltre le frontiere.
Beltramelli ha vissuta la passione della guerra; è stato ira i primi fascisti.
Nel 1924, a Roma, in un am¬ biente torbido, si è battuto contro l’ignobile
gazzarra della quartarella. Nel Popolo d’Italia si fece antesignano di molte
buone battaglie politiche e letterarie. Sotto lo pseu¬ donimo di « Cavalier
Mostarda » e col suo stile fiorito, segnava dei punti fermi all’etica fascista.
Scrittore, polemista, politica, console della Milizia, Accademico, noto nel
mondo nazionale ed internazionale, Antonio Beltramelli non aveva perdute le
caratteristiche dell' uomo franco, leale; era un romagnolo chiassoso, senza
pose da superuomo, pronto sempre alle battaglie, 186 IL NOSTRO BELTRAMELLI
vicino alla genie più umile della sua terra. L’estate Egli si ritirava
nell’eremo suo, nella piccola villetta « La Sisa », nella campagna forlivese, e
attendeva alle fac¬ cende più modeste, mentre preparava nuovo lavoro e nuovi
progetti per il domani, sempre improntati ad una grande fede fascista, nel nome
di una grande madre: l’Italia. Sul Duce aveva tessuta un'opera poderosa: YUomo
Nuovo. Egli si considerava un devoto e un soldato obbe¬ diente in umiltà al suo
Capo. Al Popolo d Italia era il collega dalla parola gioconda, dal pensiero
elevato, dalla concezione romana ultimo stile, quella creata dal Duce. Perdiamo
un grande amico, un cuore di fratello, un anima di asceta. Aveva pubblicati
numerosi volumi ed è giunto nudo alla mèta. L’Accademia gli aveva dato il
sigillo della gloria. Ma noi amiamo considerarla qui, nella nostra casa,
semplice e vivo, scintillante di immagini, modesto nella sua fie¬ rezza,
lontano dal clamore, al di sopra degli onori. Torna qui, prima di raggiungere
la grande legione degli spiriti, torna alla sua casa, alla sua terra, al suo
giornale. E qui lo accoglie l’anima nostra di collegbi, in una vibrazione
intensa dì affetti e di memorie. VOLARE Uno dei caratteri della civiltà fascia
tu t nel valere spirituale delle azioni pratiche, illuminate e poten¬ ziate
dall’audacia. Anche la macchina — tanto de¬ precata dai denigratori del tempo
presente —* acquisita un auo valore spirituale, in forza dell'azione nuova:
esempio tipico, l’aeroplano. A questa concezione mo¬ derna e fascista si ispira
il presente articolo — pub¬ blicato sul Popolo d’Italia dell'otto giugno
1930-VITI. In esso il volo diventa simbolo reale e rappresentativo dell'ascesa
dell'Italia fascista nella potenza dello spi¬ rito e nella potenza politica nel
monda. E VAu¬ tore sembra presagire, ancora una volta (cfr. voi. IV) che quel
vaio raggiungerà le altezze dell'Aquila im¬ periale. O ggi, a Roma, avrà luogo
la grandiosa manifestazione aviatoria, o — come è stata definita — la giornata
del¬ l'Ala italiana. All'abilità degli aviatori si accoppia l’ar¬ dimento. Non
è il solo campione che eccelle: è l'armata aerea, attrezzata nella materia e
nello spirito che dà nel¬ l'insieme la prova evidente dei passi giganteschi che
si sono compiuti, nell'aviazione, in un solo decennio. Precisamente dieci anni
fa, si svendevano i motori degli aeroplani che pur avevano conosciute risonzo.
degli Altipiani, di Lubiana e di Vienna. Gli 189 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA
hangars si chiudevano. Mentre il mondo affinava i suoi piloti ed i suni
velivoli, oltre che per l’attrezzatura bel¬ lica. anche per la vita civile, il
Governo di Nifti rinun¬ ciava in anticipo, con una inconfessabile abdicazione,
a quella magnifica manifestazione di volontà, di energia, di capacità
intellettive e fisiche costituita dalle gare fra i piloti, dagli studi degli
ingegneri, dalle conquiste dello spazio, dalla rapidità intesa come espressione
di vita moderna. « Le smanie o le prodezze aeroplanistiche », come le definì
ironicamente un filosofo, esprimono invece il tessuto profondo delle qualità
spirituali e organiche di una razza. Il dominio dello spazio, le macchine che
si animano al contatto del genio e dell’energia degli uomini, sono state sempre
aspirazioni e sogni di generazioni e di studiasi. L'Italia, in questa materia,
ha vinto la sua battaglia sul fronte interno dello scetticismo. La volontà del
Duce ha dominato sovrana. Per primo Egli ha dato l’esempio di questa fede
profonda nell’Ala italiana. Italo Balbo ha fatto appello a tutte le più nobili
forze dello spirito na¬ zionale. E l'audacia e la giovinezza dell’Italia nuova
hanno saputo rivendicare, con i campionati raggiunti, con le prove continue di
disciplina e di forza, con la schiera numerosa degli Eroi, le glorie della
guerra vitto¬ riosa ed il progredire perenne dell’ingegno, della tenacia e
della volontà. Il Duce ha voluto questa rinascita mirabile dell’avia¬ zione
italiana. L’ha voluta per la coscienza realìstica dei 190 VOLARE vantaggi che
essa reca in guerra e in pace; l'ha voluta per la sua alta importanza tecnica e
militare; e, infine, perché l’audacia e la volontà ben corrispondono alle esi¬
genze del suo spirito e al carattere della Nazione fasci¬ sta. dedita a tutte
le prove, a tutti gli ardimenti, pronta, sempre, secondo le parole del Capo, a
« vivere perico¬ losamente ». Volare: è la più tipica attività di un tempo come
il nostro. Gli stormi di velivoli sopra la Città Eterna, ac¬ quistano per noi,
olire che un valore tecnico e militare, un significato simbolico, che la
Nazione fascista intende oggi in tutta la sua profondità. Nella vita nazionale,
il Fascismo ha suscitato, in tutti i campi, un anelito di volo, un desiderio di
andare più in alto e più lontano, una decisa volontà a superare se stessi. Si
può considerare un anelito di volo ogni atti¬ vità, ogni febbrile volontà di
azione e tutto quel fervido impulso a vincere le energie in una generosa gara
di opere e di conquiste. Volare: questo è dunque il mònito sempre vivo del Duce
e del Fascismo. La generazione in marcia segue con appassionata visione questo
principio. Celebriamo dunque la giornata dell’Ala italiana. Salutiamo gli avia¬
tori d’Italia: essi esprimono un esempio, un simbolo, un comando. 191 ■
ACCADEMIA D’ITALIA In questo articolo, dedicato all 1 Accademia d'Italia, si
ria eia, ancora una volta, il vìgile interesse di Arnaldo Mussolini, non
soltanto per i valori spirituali della cultura fasciata (cfr. la nota preliminare
a pag. 179 ) ma anche per le Istituzioni create dal Regime allo scopa di
preparare le migliori condizioni civili allo sviluppo della cultura e delVorie.
Questo articolo apparve sui Popolo d'Italia del 16 novembre 1930-IX. p JTrein
etti amo che non sarebbe equo giudicare, dopo un solo primo anno di vita,
l’opera varia e multiforme della Reale Accademia d’Italia. Il primo tempo è
stato dedi¬ cato, in gran parte, all’organizzazione e all’assestamento
generale. S. E. Volpe ha dato conto, in un’ampia relazione giornalistica, della
fatica del primo periodo. Come il so¬ lito, vi sono stati quelli che sono
rimasti soddisfatti ed altri che hanno giudicata insufficiente e disorganica
l’opera generale della nuova Istituzione. Per essere obiettivi, dobbiamo osservare
che in così breve spazio di tempo, la quantità delle opere compiute è. invece,
notevole. Memorie scientifiche, aiuti a pubbli¬ cazioni nazionali e a scoperte,
lavori bibliografici, cen¬ tenari celebrati e rapporti con stranieri insigni,
formano 193 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA un insieme di attività lodevoli,
varie e intense. C’è poi una parte in via di attuazione, dall’opera di collega¬
mento fra i vari Enti accademici sino all’assegnazione dei premi Mussolini, che
ha un alto valore program¬ matico. Ha ragione S. E. Volpe di asserire che
l’Accademia d'Italia vuol essere un’Accademia nuova, e non una nuova Accademia,
cioè « una di più » da aggiungere alle altre esistenti. Per essere tale sarebbe
necessario, a no¬ stro avviso, ancora un maggior lievito di forza e di idee che
ponga la grande istituzione al centro della vita spi¬ rituale italiana, come
autorità suprema, riconosciuta e indiscussa, delle attività intellettive e
spirituali della Nazione. Nei campi vasti dell’ingegno umano, in un paese di
secolari tradizioni come il nostro, le gerarchie si conqui¬ stano con le opere
nuove e originali. L’autorità si afferma con la forza attiva delle anime e con
l'integrità delle coscienze. Da questo senso di autorità alla possibilità del
comando, il passo è breve. Una istituzione di valore così elevato come
l’Accademia, messa al centro delle attività intellettuali italiane, deve essere
un punto fermo e deve dare degli orientamenti sicuri nella vita nazionale, oc¬
cupandosi dell’essenza spirituale del Fascismo, promuo¬ vendo correnti di
pensiero e di arte che siano parte inte¬ grale della civiltà fascista. Vorremmo
infine che essa non fosse assente da quello che è il veicolo del pensiero mo¬
derno, il libro, nella sua complessa industria che va dalla concezione al banco
di vendita. Per quel che riguarda la (94 ACCADEMIA D’ ITALIA collezione dei
Classici, l’Accademia dovrebbe esercitare una vera e propria sorveglianza di
carattere assoluto. Vi è qualcuno che si è giustamente rammaricato che
l'Accademia d’Italia abbia trascurata l’arte così cara al cuore e alla
sensibilità italiana: la musica. Forse l’ap¬ punto ha una base fondamentale di
verità. Si sono pre¬ miate e si sono tenute presenti le aspirazioni, gli
interessi, e si è dato l’ausilio ad ogni forma nobile di attività dello
spirito. Per i musicisti che devono mantenere intatta e illustrare maggiormente
la nostra tradizione musicale non si è fatto molto. Ciò vale anche per le arti
figurative. Non accenniamo al teatro, perché proprio in questi giorni vi è una quantità
di diagnostici che meditano e che propongono una resurrezione organica del
teatro italiano. Non vorremmo chiamare in lizza, nella contro¬ versia generale,
nn Fnte così alto e così complesso come l'Accademia d’Italia. Comunque, non
sarebbe fuor di luogo la costituzione di una Compagnia drammatica na¬ zionale
stabile, con residenza a Roma, che mettesse in valore tutti gli autori italiani
scelti dall'Accademia. Le Accademie, in genere, per essere delle forze vive,
devono scendere coraggiosamente nel pieno della lotta, delle ansie, delle
speranze, degli ideali che formano oggi la nostra vita spirituale. L’Accademia
d’Italia, nel nostro concetto, non deve essere solamente moderatrice, ma an¬
tesignana. Il campo, checché ne dicano gli scettici e i pessimi¬ sti, è vasto e
non è lontana la fioritura delle idee e delle opere degne della grande vitalità
della Storia Nazionale. 195 POTENZA Ritorna — in occasione dello Iransvnìata
atlantica gui¬ data do Itala Balha — la visione del valore spirituale e
simbolico del volo {cfr. pp. 1R9-191), in questo ar¬ ticolo pubblicalo sul
Popolo d’Italia del 17 gennaio 1931-IX. -Lia transvolata oceanica è compiuta.
L’arrivo a Rio de Janeiro dei nostri aviatori, contemporaneamente ai pos¬ senti
esploratori della nostra Marina, ha segnato, in una apoteosi di gloria, il
termine dell’audacissima impresa. Il saluto del Duce, solenne e fiero, ha dato
alla gesta avia¬ toria di Italo Balbo e dei suoi compagni, un sigillo d'onore.
Prima di inviare il suo messaggio, il Duce ha atteso la fine dell’ultima tappa.
Giustamente, fino a che tutto non è finito, nulla è finito. Questa frase
incisiva e lineare, in¬ dica il dovere ai fascisti dell’attesa tenace e segna
nuovi orizzonti a tutta la Nazione. Molto si è fatto, ma il cammino non è ultimato.
Bi¬ sogna saper agire con pazienza. Solamente quando le mète sono raggiunte, le
opere acquistano valore. Pur¬ troppo, ogni impresa di ardimento è segnata dal
sacri¬ ficio dei generosi. Ogni combattimento ha i suoi Caduti. Il « V. 197 IV
— FEDE, POLITICA E CULTURA I] capitano Boer, il tenente Barbicinii, i
sottufficiali Nensi, Imbastari e Fois, sono consacrati alla gloria éd alla
gratitudine degli Italiani. Il loro olocausto riafferma l’alto valore morale
dell'impresa di Balbo. Non si tratta di una manifestazione sportiva, bensì di
una afferma¬ zione nazionale cbe segna nel tempo la nostra gloria di popolo. L
Italia ha mostrato al mondo la sua efficienza tec¬ nica e la bravura dei suoi
uomini. Questo hanno capito maggiormente, con generoso impulso, le nobili
popola¬ zioni sud-americane, che hanno accolto con delirante en¬ tusiasmo
l'arrivo della nostra gente. Il Brasile, profon¬ damente latino, legato a noi
da una serie di vincoli umani e spirituali, ha sentita la vittoria italiana con
intensa vibrazione fraterna. Di fronte alle simpatie di questo grande popolo
consacrato dall'audacia e dalla gloria, scompaiono le venature e le riserve
degli antitaliani, che non sanno, non vogliano e non possono credere alla po¬
tenza dell’Italia nel secolo ventesimo. Potenza: questa è la parola che indica
in più com¬ pleta sintesi i caratteri della transvolata oceanica. Nella
Notoria, gli avvenimenti non sono mai isolati. In questo periodo di fervore, il
pensiero ricorre agli anni difficili susseguenti all'unità italiana, agli
aneliti dei viaggi lon¬ tani nei continenti inesplorati, in cui la stirpe
italica doveva lasciare la impronta della sua fatica e del suo genio. L’unità
italiana sarebbe stata un elemento senza vita se uomini come Camperio,
Antinori, Cecchi, Giu- lietti, non avessero tentate le vie lontane, per il
nostro 198 POTENZA predominio. Oggi ancora l’audace desiderio di esplora¬ zione
e di valore è affermazione di potenza. Il primo impulso, dopo il 1870, si
stroncò nella grigia atmosfera politica dell’ultimo ventennio del secolo
scorso. Ora il nostro sforzo volitivo è destinato a fiorire nelle afferma¬
zioni più grandi. L’Italia, che sul finire del 1900 riversò sulle spiaggie
brasiliane migliaia e migliaia di umili emi¬ granti, risaluta oggi i fratelli
con il rombo dei suoi mo¬ tori e con l’imponenza delle sue navi. Tali
affermazioni non sono retoriche, ma sono la risultante di avvenimenti della
politica fascista, considerata con sereno spirito realistico. Questa verità
nuova impone agli Italiani un preciso dovere. Bisogna sentirsi tutti degni —
nell’ambito della vita anche la più modesta — del tempo, della gloria e dei
compiti che siamo chiamati ad assolvere. Le grandi audacie dei nostri aviatori,
la perfetta organizzazione delle nostre forze armate, l’ordine ed il metodo
creati dalla nuova classe dirigente, devono trovare spiriti ele¬ vati e volontà
di realizzazione in ogni categoria di Ita¬ liani. Bisogna inalzare lo spirito
oltre le angustie della piccola vita quotidiana, in un anelito di gloria, nella
bel¬ lezza del sacrifìcio. 11 volto nuovo dellTtalia ha queste linee
inconfondibili. Intanto il nome di Roma ed il Fascio Littorio se¬ gnano
all’Italia fascista — oltre gli oceani — la via della grandezza e della
potenza. 199 ' ■ Siamo agli ultimi mesi. Arnaldo Mussolini, pur chiuso nel suo
perenne inguaribile dolore, trova la forza mirafii2e per suscitare gli animi
olì 1 azione e all 1 amor di Pairia. E Vamcr di Patria assume in Lui una forma
concreta 3 appassionala, per gli aspetti molteplici di questa nostra Italia, a
cui Egli t olle dare nuove fonti di ricchezza, nuova potenza di fo¬ reste (
efr. voi. IV), e nuova vita spirituale. Di questo senso palpitante della ciua
realtà dell 3 Italia è esempio mirabile iJ presente articola, pubblicato sul
Popolo d'Italia 1 J J1 agosto 1931-IX. I^isogna conoscere l’Italia per amarla!
Non basta es¬ sere degli eruditi, sapere le vicende del popolo italiano nei
secoli, ricordare la storia del borgo o della provin¬ cia, sovvenirsi del canto
e delle espressioni dei poeti su le bellezze della nostra terra. Per amare
veramente la Patria è necessario conoscerla anche nella sua immagine plastica,
nella forza dei suoi monumenti, tra le chiostre dei monti e la suggestività
delle sue marine, tra i pano¬ rami di ampie visioni e le città piene di storia
e di vita. Pochi hanno la fortuna di conoscere a fondo la nostra Penisola. Nel
popolo è più facile affrontare 1 ignoto oltre la frontiera che arrivare alle
città oapoluogo di regione. 201 iv — FEDE, POLITICA E CULTURA Roma Capitale
d’Italia era riservata ai pellegrinaggi del¬ l’anno santo. Oltre la poca
volontà e lo scarso desiderio di conoscenza, mancava anche la tecnica del
viaggiare. Il treno con le sue complicazioni di orari, di fermate, di classi,
di tariffe, sembrava creato appositamente per i soli professionisti o per i
signori. La creazione dei treni domenicali sposta di un tratto e migliora
questa sensibi¬ lità e la tecnica del viaggiare. In queste settimane nelle
citta capoluogo, in partenza o in arrivo di treni popolari, non si è parlato che
in modo entusiasta dei nuovi viaggi. II treno col suo complesso di personale e
di tecnica è andato incontro al popolo. Il treno è un po’ come Io Stato:
bisogna avere con lui della confidenza. Questa non na¬ sce che attraverso la
pratica e l’organizzazione ferrovia¬ ria. Questa volta non si è limitata al
trasporto puro e sem¬ plice dei passeggeri, ma li ha assistiti con dei chiari
con¬ sigli, con tariffe di favore, con indicazioni elementari, per modo che il
viaggio, che è la parie più faticosa di una giornata di svago, è divenuto una
cosa piacevole. Alle città di arrivo il senso nuovo della solidarietà italiana
ha fatto trovare ovunque dei camerati. Niente sfruttamento, ma tutte le
agevolazioni. Superato il viaggio e fissata la giornata per le ne¬ cessità
materiali in un’atmosfera di cordialità, tutto il resto del tempo festivo è
dedicato ad osservare le cose belle, dimenticando la piccola vicenda casalinga
o locale. Si crea una solidarietà fra gli abitanti delle varie città, si vedono
coi propri occhi bellezze magnifiche dai libri o dalle leggende popolari. La
sensibilità collettiva si 202 CONOSCERE L’ I T A L I ^ sposta, si amplifica, si
migliora. Si ama maggiormente la propria terra quando si può conoscerla nei
suoi pano¬ rami suggestivi, così come si comprende la guerra e si resta muti
nel senso del sacrificio e dell’eroico visitando Redipuglia. Nella recente
iniziativa dei treni popolari bisogna valutare nella sua ampiezza l’apporto
psicologico. Non bisogna dimenticare, infine, l'atto di giustìzia che si com¬
pie verso il popolo. Le belle città, le marine deliziose, non devono essere
privilegio, almeno per un giorno, di nes¬ suna classe di cittadini. A proposito
di movimento di forestieri, si sta svolgendo una polemica molto istruttiva.
Data la crisi generale ognuno deve stare nel proprio paese, così dicono nei
paesi anglosassoni, nella Germania e in Svizzera. Il principio, almeno per noi,
non fa una grinza. Solamente i « nordici >, se desiderano quella crea¬ zione
dolce e divina che è il sole, se desiderano spiagge ridenti e mare caldo, non
li possono creare artificialmente. Si racconta che Ostenda ha venti giorni di
bel tempo. Nell’Adriatico e nel Tirreno la primavera e la stagione balneare
possono durare cinque mesi. Qui il flusso verso il Mediterraneo è fatale negli
abitanti del Nord. La crisi potrà ritardare i loro viaggi e le loro cure di un
anno, ma il mare d’Italia non ha uguali e non ha surrogati. Quelli che vengono
nelle nostre stazioni balneari e cli¬ matiche lo fanno perché vi sono sospinti.
La nostra at¬ trazione reclamistica e pubblicitaria non esiste. Da noi non si
viene per snobismo. Sono, invece, alcune classi di Italiani che credono 203 [V
~ FEDE, POLITICA E CULTURA darsi delle arie e dei toni aristocratici
frequentando ma¬ rine del Nord e montagne svizzere. È una falsa élite che per
nobilitarsi ha bisogno di contatti internazionali, come se nelle balla degli
alberghi, o nelle sale da ballo potesse avere prestigio e serietà la vita
internazionale. Noi non siamo per Io chauninisme esasperato e da tempo pensiamo
che specialmente giovani studiosi debbono avere contatto con la vita reale, non
artificiale, degli altri popoli. Le Università, le società anonime, le ditte
com¬ merciali, gli ambienti culturali, là, insomma, dove si la¬ vora e s, creano
supremazie, là devono essere il nostro contatto e la nostra presenza. Andare
invece alla Costa Azzurra o all’Oberland o nella Valle dell'Inn a prendere il
fresco è snobismo imbecille quando da noi vi è il gruppo del Monte Rosa o delle
Dolomiti o del Gran Sasso ed in fatto di mare è inutile citare 1 elenco delle
stazioni in¬ superabili. Ma bisogna perdonare alla insensibilità di certe
cassi. Un po di bluff ha sempre accompagnato l'alta borghesia che ha i calli
alle mani e porta gli occhiali. Ritornando ai treni popolari riaffermiamo
ancora la oro utilità. L'It a ]i a viene vista, esaminata, esaltata dai suoi
figh più umili. Sono loro che daranno la base più solida alla piramide.
Conoscendo la Patria si impara ad amarla e a difenderla. 204 EPILOGO: PER IL DUCE,
PER I FASCI (Q4-28 OTTOBRE 1931-IX) ADUNATA] Nei volumi precedenti (c/r. voi.
II, III, IV) 2« ultime pagine rivelano sempre l’eccezionale elevazione
spirituale a cui Arnaldo Mussolini era giunto fra l’ottobre e il 21 dicembre
1931, ultimo giorno della sua vita. Anche in questo «oìume — che chiude la
presente raccolta — gli uilimi orticoli .sono dedicati alle due «ette supreme
del suo Spirito: il Duco, il XXVIII Ottobre. Al Duce, Egli dedica questo
articolo e il seguente — pubblicali in occasione della gronde adunata napo¬
letana del 25 ambre 1931-IX. (C/r. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, noi.
VII, pp. 315-319) — all* anniversa ria della Marcia su Roma ? dedicalo
l'articolo che chiude questa volume. Il presente articolo fu pubblicato sul
Popolo d'Italia il 24 ottobre 1931-IX, alla vigilia dell'adunata di Napoli.
apoli, la grande città mediterranea, chiamata a vita più intensa e moderna dal
Regime fascista, sta per acco¬ gliere il Duce con tutto il fervore della sua
anima rin¬ novata. L’attesa per il discorso che egli pronuncerà è vivissima in
tutta Italia. Le ragioni sono facilmente in¬ tuibili e spiegabili. Non dobbiamo
dimenticare che 1 adu¬ nata napoletana rappresentò, nove anni or sono, il primo
impeto dei Fasci per la conquista del potere. Nella riunione indetta oggi a
Napoli si esamina il consuntivo di tutta l’opera del Regime. 207 V — EPILOGO:
PER IL DUCE, PER I FASCI Alla soglia del decennale è bene ritornare, sia pure
per poche ore, al punto da cui partirono le Legioni delle Camicie Nere nei
giorni di ansia, di ferma fede e di spi¬ rito audace e rinnovatore. Questo
ritorno del Duce a Napoli ha, dunque, oggi, un significato profondo. Deve farci
ripensare, con l'amore fervido di chi ha vissuto quei giorni e con lo spirito
chiaro di chi ha una visione storica degli eventi, l’inizio del Regime
fascista. Si tratta di un evento nuovo, senza precedenti nella storia e che
difficilmente può essere imitato. Compiono un errore coloro ì quali vogliono
ridurre la teoria a norma generale. Nel colpo di Stato del 28 ottobre 1922 non
vi è la tecnica un po semplicistica ideata da Curzio Malaparte. Basta
considerare gli ordini emanati dal Duce, l’opera dei Quadrumviri, 1 azione
laterale per immobilizzare le forze armate e le folle imbevute di
sovversivismo, la tecnica della marcia delle colonne su Roma, per com¬ prendere
che la Rivoluzione è stata fatta con ampiezza di visioni, di metodi, di
elementi disposti a tutto osare. La riunione di Napoli era un pretesto di
carattere legale, 1 ultima. Dietro la mobilitazione si preparava l’assalto alla
vecchia classe dirigente e 1 inizio della grande opera di Tesurrezione
dell’Italia nuova. Sono passati nove anni. 11 decimo si inizia fin d’ora con la
solenne e memore adunata di Napoli. Il Duce ha fatto precedere la riunione da
un monito di austerità. 208 1 ADUNATA! L’adunata sentirà così vibrare ancora,
attraverso 1 entu¬ siasmo della folla, quello spirito semplice e severo che
animava i giovani squadristi, incolonnati non per una festa ma per una dura e
gloriosa conquista. A nove anni di distanza è facile vedere, anche nel
confronto, nell’aspetto esteriore delle nostre città, quanti decenni di vita
abbiamo guadagnato nel corso della sto¬ ria. Tutta l’Italia fascista è oggi a
Napoli; è presente e vicina al Duce, in un impeto di dedizione assoluta. Prima
ancora delle statistiche del lavoro compiuto, è giusto sta¬ bilire, con
legittimo orgoglio, come la parola sacra che legava il Capo ai gregari sia
stata mantenuta in tutta la sua ampiezza. Prima ancora di segnare la rotta per
domani, e lo¬ gico e giusto constatare che la fiducia nel Capo è rimasta
intatta, come nel periodo ardente della vigilia. La stessa opera di carattere
legislativo ha saldato intorno al Duce la devozione assoluta delle Camicie Nere
e di tutti gli Italiani. Quella che un tempo era la volontà di una mi¬ noranza,
che sembrava il sogno di un uomo solo seguito da pochi manìpoli di audaci, è
oggi una grande realta, piena di significato. L’opera della Rivoluzione si
amplifica. Trova la sua hase di vita in tutto il complesso del lavoro compiuto.
Le statistiche sono da sole un monumento per l’opera rin¬ novatrice del Regime.
Le inquietudini che di solito ac¬ compagnano tutti i movimenti rivoluzionari,
si sono no¬ bilitate oggi nella disciplina più severa ed assoluta del popolo
italiano. Dall'antica minoranza politica, piena di 209 V — EPILOGO: PER IL
DUCE, PER I FASCI ardimento, si è creata lateralmente e con solide basi una
serie di organismi sindacali, culturali, corporativi e spor¬ tivi che
convogliano tutto il popolo verso il Regime. Lo Stato è, come noi lo volemmo,
forte. La sua finanza, dopo un succedersi di lotte aspre e di vittorie, dovute
ad una condotta unitaria irremovibile, è ben salda. La sua moneta è
stabilizzata. Tra tutte le vittorie su noi stessi e sugli altri, questa
resistenza alle specula¬ zioni, alle insidie ed alle invidie è un segno di
forza che ci riempie 1 animo di legittimo orgoglio. 11 nostro presti¬ gio si e
affermato definitivamente, ad onta delle oscure manovre nel consesso dei
popoli. Non si perde tempo; si bruciano le tappe. Da Napoli si attende un’altra
parola d’ordine per la marcia di domani. Noi siamo attori e spettatori ed è
dif¬ ficile seguire punto per punto, in tutta la sua vastità, Lopera compiuta e
che si compie. Ma anche attraverso la sintesi lineare di un commento
quotidiano, vediamo con profondo sentimento di orgoglio tutto il valore e tutta
la potenza dell’ordine nuovo. Da¬ vanti all’opera compiuta, si prospetta,
chiara e precisa, l’opera da compiere. Lo spirito è intatto, come alla vigi¬
lia. TI punto e la base di partenza sono ampliati verso l'avvenire. 210 “AL
LAVOROI Cfr. la nota preliminare all articolo precedente c il citato discorso
del Duce in (Sciitti c Discniai di Benito Mussolini, ed. eil. uni. VII, pp •
315-319 — oue si legge il Discorso al popolo di Napoli, mentre il secondo,
dialo nei presente articolo e rivolto ai Direttori Federali a conclusione del
Gran Rapporto non è incluso nei volumi del Duce, poiché non venne raccolto
integralmente per la Slampo). Questo odicolo apparve sul Popolo d’Italia del 27
ottobre 1931-IX. Diffìcile esprimere in sintesi un commento, un giudi¬ zio, una
impressione panoramica su le due giornate che il Duce ha intensamente vissuto a
Napoli. La folla, 1 en¬ tusiasmo, i discorsi, le visite, il programma mediato
ed immediato di un’azione profonda nel campo della crisi economica e morale
sono aspetti multiformi, degni dì am¬ plìssimo rilievo dell azione politica del
Capo e del Fa¬ scismo in questo delicato momento storico. L'esame della situazione
del Partito, il viatico per l’anno X, il continuo evolversi delle situazioni
interne e di quella internazionale, sono aspetti diversi lumeggiati in modo
particolare ai gerarchi delle provincie. Nel suo primo discorso il Duce è stato
un tessitore, nel secondo un animatore, un condottiero di popolo. 211 V —
EPILOGO: PER IL DUCE. PER I FASCI Non era necessaria la dimostrazione di Napoli
per apprendere queste verità; ad ogni modo è giusto rilevare che è senza
precedenti nella storia che un Capo di Go¬ verno, dopo nove anni consecutivi di
fatiche, possa riscuo¬ tere consensi così vasti e formidabili, possa contare su
la fede, la volontà, la solidarietà indefettibile dei suoi gre¬ gari come nei
giorni eroici della vigilia e nei momenti più emozionanti e vibranti delia
vittoria. Il potere logora. Questa affermazione non riguarda il Capo del
Fascismo per il quale invece il potere raf¬ forza, affina, ringiovanisce e
completa. Nel tumulto delle giornate, della passione, dell’elo¬ quenza e della
folla emergono dei punti fermi che con¬ verrà volgarizzare con successivi
commenti. Il Duce vuole il Partito efficiente, saldo, al riparo da ulteriori
revisioni; compatto ed omogeneo di fronte ai problemi gravi del giorno, di
largo respiro umano com¬ prensivo, solidale verso il « grande popolo italiano
». Il perfezionamento del Concordato con la recente convenzione per l’Azinne
Cattolica, mette al riparo il nostro popolo da passibili guerriglie religiose.
L’unità mo¬ rale della Patria ha il suo presupposto nella concordia di tutte le
forze spirituali, antiche e nuove della Nazione italiana. « Ascoltare con
pazienza ed operare con giustizia », non è una affermazione elegante scriita su
di un volume o pronunziata da una piccola cattedra, È un grande e vasto
programma di azione che coinvolge la volontà, la responsabilità, la fede di
tutti i gerarchi. È un piano or- .AL LAVORO!» ganico di vita, elle si realizza
ogni giorno e che sposta sensibilmente, più in alto, tutta la storia e la vita
del popolo italiano. La rigidità è tipica negli elementi fossili. Un Par¬ tito
di azione, di avanguardia, deve « sentire » i problemi del giorno e uniformare
la sua azione concreta per vin¬ cerli e per superarli, mantenendo intatta,
viva, aita e vi¬ brante la sua fede originaria. L'elogio del Duce a Napoli ed
al suo popolo, trae ori¬ gine da una valutazione di carattere storico e contin¬
gente. Mai la vita della grande città partenopea ba tro¬ vato uri temperamento
passionale ed analitico più acuta del Duce. Il suo studio, il suo amore nasce
da considera¬ zioni e da un piano diverso da quello di antichi politici e dalle
stesse innumerevoli scuole napoletane. Il Duce assegna dei compiti precisi,
vuole delle formazioni nuove, non immagina organizzazioni senza spine dorsali.
Na¬ poli ed il Mezzogiorno tornano nella vita nazionale come elementi di forza
e di prestigio. La letteratura, tra il pie¬ toso ed il romantico è finita. Nei
ricorsi storici dal 1831 a Vittorio Veneto, dalla passione prima del
Risorgimento alla Marcia su Roma, Napoli ha una funzione premi¬ nente. Non può
inaridire ed impicciolire nel folklore. Le grandi bisettrici che il Duce ha
tracciato alla città nei riguardi del nuovo organismo economico e le sue cinque
sorgenti di vita, modificheranno sensibilmente il tono e l’anima del Mezzogiorno.
Tutto ciò sarà accompagnato u - ». 213 V EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI da
provvedimenti di carattere generale che la parola del Duce garantisce, alla
città ed al Mezzogiorno. Stabilire le tappe in anticipo è un segno di forza. È
una garanzia di continuità. Nel 1935 Napoli ve¬ drà ancora il Duce, non
cambiato in nulla, con lo stesso spirito, voce e volontà e con tutte le
promesse fedelmente mantenute. In questa certezza sta il migliore presidio al
nostro destino. Il Duce ha giustamente ricordato come nove anni or sono egli
avesse posto, nel Convegno di Londra, la base specifica per una soluzione del
problema delle riparazioni e dei debiti fra i vittoriosi ed i vinti della
guerra. Oggi il medesimo problema è riportato con la stessa soluzione di allora.
Vi è stato un anticipo nella concezione fascista, come oggi è in anticipo ed è
lungimirante la politica del Fascismo nella vita internazionale, che tiene
presente (per cancellarle o per mitigarle) alcune clausole anormali dei
trattati di pace. Altamente ammonitore è il richiamo agli studiosi del mondo
economico, ai possessori della ricchezza, tanto se si tratti di elementi
singoli o di Stati complessi. C'è qual¬ che cosa nell’economia privata e
pubblica che si è in¬ cagliato. Forse lo stesso sistema economico è necessario
che subisca delle trasposizioni. È la ragione chiara, so¬ lare della mentalità
latina che lo esige, quella mentalità che è lontana dalla concezione di
monopolio bolscevica come dalla insufficienza della concezione liberale. Come
nella politica di pace, anche nella politica eco- 214 noinica il Duce ed il
Fascismo hanno tracciato e tracce- ranno linee fondamentali al possibile
assestamento di do¬ mani. Non è disgiunto dal problema economico il pro¬ blema
spirituale e morale della vita dei popoli. Congedando i Direttori federali a
conclusione del Gran Rapporto, il Duce disse: « Camerati, al lavoro! ». C’è in
questa espressione un vasto e concreto programma che può generalizzarsi a tutto
il popolo italiano. Al lavoro! È un incitamento, è un grido di gioia e di
comando per chi sa ed è convinto che nel lavoro sta la grandezza di oggi e di
domani della Patria rinnovata. 2H L’ULTIMO XXVIII OTTOBRE Per l’ultima volta,
Arnaldo Mussolini — alVindomani della solenne adunata di Napoli (Cfr. pp.
207-214) — celebra la data immortale del XXV1I1 Ottobre: e. chiude. l J
orticolo con a Ih certezza a che « la fiaccola del Fegciamoj l’opera iniziata
che ha ^impronta gigante, il sacrificio che ha tenuto a battesimo la nostra
fatica » siano « continuati ». Alla vigilia della fine, Egli guarda, con animo
presago , all’ avvenir e; guarda , con profondo senso storico J alla con¬
tinuità dell 1 opera fascista; guarda a quel tipo di tt Italiano nuovo » che è
stata « voluto da Benito Mussolini j. In questa figura dell’Italiano nuovo,
suscitato dalla volontà del Duce, si accentra tutta la lotta spirituale, e
civile che è stola ragion di vita e. di conforto per Vattività diuturna di
Arnaldo Mussolini. Diuturna. £ più forte del dolore senza nome; più forte del
presagio della fine non lontana; illu¬ minala dalla bontà e dalla Fede,
daWamore infinito per il genere umano e per il Signore che. lo guida e lo
sorregge. Con queste pagine — pubblicale sul Popolo d’Italia il XXVIII Ottobre
1931 -IX — si chiude, non scio questo volume (cfr. la nota preliminare a pag.
20 7) ma anche tutta la raccolta e si assolve la promessa che il Duce aveva
fatto con le brevi parole pronunciate davanti ai redattori del Popolo
d’Italiflj lo mattina tristissima dei Funeri del Fratello. (Cfr. ScritLi e
Discorsi di Benito Mussolini, ed. cif., voi. VII , pag. 339: «Il Camerata,
vostro Di¬ rettore-., »). r V^/elebrare o ricordare con un articolo di giornale
la fa¬ tidica data del XXVIII Ottobre, così legata alla gloria e alla storia
del Fascismo, può considerarsi nn obbligo di 217 r V — EPILOGO: PER IL DUCE,
PER I FASCI carattere giornalistico. Ma dopo Tadunata di Napoli ed i due
discorsi del Duce, ogni cosa impallidisce, ogni ma¬ nifestazione può
considerarsi vana, specialmente quelle che si riferiscono a fiumi di parole e a
voli di retorica. La data festosa che ci porta a ricordare, a meditare e a pre¬
pararci all'avvenire, è già stata celebrata in anticipo. Fermiamoci ad esaltare
le opere che il Fascismo allinea: opere costruttive, opere morali che saldano
la cultura, il carattere degli Italiani. Per il resto, tutto è stato detto: le
direttive sono state tracciate, il quadro dell'azione e del pensiero è già
stato segnato in ogni senso. I gerarchi che hanno ascoltato il discorso del
Duce alla Sala Maddaloni hanno norma ed insegnamento e materia infinita per
l’azione di oggi e di domani. La ricorrenza di quest anno vede i giovani
fascisti in linea, in formazione compatta ed omogenea. Fermarsi su questi
particolari può sembrare ozioso, eccessivo o su¬ perfluo. Tuttavia a nessuno
dei fascisti che abbia il senso consapevole della vita, sarà sfuggita la nota
di giovi¬ nezza. di forza e di disciplina che danno i giovani fa¬ scisti nelle
cerimonie del Regime. Saranno forse l'omo¬ geneità dei gregari, l'espressione
viva della giovinezza, la divisa, la marcia, il viso fiero ed espressivo;
certamente nelle colonne dei cortei o nelle cerimonie i giovani sono la parte
più viva e interessante. La sensibilità della folla va spostandosi. Se noi non
siamo vecchi siamo certamente degli anziani. Siamo eterogenei; chi in camicia
nera, chi in colletto inamidato; alti e bassi, al passo più o meno 21 fi L’
ULTIMO XXVIII OTTOBRE marziale, attempati con barba e pinguedine: un mosaico
certamente venerabile, ma che manca della quadratura espressiva dei Fasci
giovanili di Combattimento. Gli stessi medaglieri, le molte decorazioni
sembrano segni o stendardi di un nobile mondo superato. Sono impressioni, non
sono verità o realtà traduci¬ bili. L’itala gente dalle molte vite dà motivi
alla conce¬ zione costruttiva o forza allo spirito e all ingegno in ogni epoca
dell’esistenza. C’è posto per tutti: il problema cen¬ trale oggi resta la vita,
la formazione dei giovani. Dove vanno queste schiere innumerevoli? A che cosa
tendono? Hanno il senso critico della vita? Sentono essi quel disinteresse
superbo, quella dedizione assoluta alla Patria per cui le Nazioni sono
presidiale e garantite nel loro avvenire? Vicino alle formazioni sportive, alle
marce militari, alle gare nelle palestre dell’ingegno e in quelle ginniche, è
la formazione del cittadino ossequiente, non per vieto formalismo, ma per
convinzione e necessità, alla legge di Dio e a quella degli uomini. Esiste
tutto ciò? Non vi è forse diffuso un senso vago di irresponsabilità più che
segni organici di forza? Que¬ sto lo diciamo più agli educatori che ai giovani.
A ven- t'anni non si hanno cattiverie, vizi o difetti congeniti, preconcetti
nella vita, opportunismi che snaturino il ca¬ rattere della gioventù. Bisogna
potenziare l’istinto gene¬ roso, la poesia del pericolo, la virtù della
rinuncia. Guardare in alto. 219 V — EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI La crisi
odierna, come ha detto il Duce, ha aspetti economici e aspetti morali. Per
l’economia vale la cura omeopatica, la buona volontà di chi sta al comando, la
contrazione degli egoismi. Per la crisi d’ordine morale, che da molti segni
risulta forte sì da mettere in pericolo la gloriosa civiltà dell’Occidente, è
necessario puntare unicamente e solamente sui giovani. Ecco il dovere del
giorno, che fa tremare le vene ed i polsi ai comandanti delle formazioni
giovanili. Ci sembra che questo sia il tema più aderente al XXVIII Ottobre del
1931, alla soglia dell’anno X. Gli anziani, i triari, secondo l’espressione
romana della vigilia, non hanno ubbìe o invidie o preconcetti di sorta.
Solamente vogliono la garanzia, la certezza che la fiaccola del Fascismo,
l’opera iniziata che ha l’impronta gigante, il sacrificio che ha tenuto a
battesimo la nostra fatica, siano compresi, continuati nel pieno fervore, nel
disinteresse assoluto, secondo lo stile del Fascismo e i ca¬ ratteri e la
volontà dell’Italiano nuovo, auspicato e voluto da Benito Mussolini. 220 INDICE
DEI NOMI Accordo di Rapallo (vedasi Rapallo). Alighieri Dante, 68. Annibale,
124. Antinori Orazio, 190. Avarili!, 8, 10, 12, 27. e Azione Cattolica e, 212.
Balho Italo, 190, 197. Harbicinti (tenente), 198. B ciframeli! Antonio, 18S,
186. Berlese Antonio, 144. Boer (capitano), 198. n Bollettino della Vittoria»,
147. B amilacei Nicole, 27, 29. Bnnomi Ivanoe, 102. Bottai Giuseppe, 25, 151.
Briand Aristide, 165-167. Buonaparte Napoleone, 124. Cadorna Luigi, 146.
Camperio Manfredo, 198. Caealini Armando, 61-64. a Cavalier Mostarda '>
(vedasi Bel¬ tramelli). Cocchi Antonio, 198. s Ceka j, 11. Citarelli Renato,
127. Comandante poeta (vedasi d’An- nunzia). Compagnia di San Paolo (vedasi San
Paolo). Confederazione enropea o Stati Uniti d’Europa, 165, 167, 169. « Conte
di Cavour « (Nave da Guer¬ ra), 83-85, 88, 92, 93. Convegno di Londra (vedasi
Londra). Corriere della Sera, 119. Critica Fascista, 151. Croce Benedetto, 151.
D’Annunzio Gabriele, 144, 171-175. Del Prete Carlo, 150. De Vecchi Cesare
Maria, 13, 14, Diaz Armando (Duca della Vittoria), 145-148. Duca della Vittoria
(vedasi Diaz). Eco delle Calabrie e delle Sicilie, 127. Farinacci Roberto, 14,
15, 57, 66. Ferrarin Arturo, 150. Foglie d'Ordini del P. N. F,, 106. Foie
(sottufficiale), 198. Forges Davanzati Roberto, 58, Gandhi (Mobandas
Ksiamsciand), Garibaldi Giuseppe, 49. Gerarchia, 8. Gihson Albina Violetta, 87.
Ginevra (Società delle Nazioni o Lega di), 166. Gioberti Vincenzo, 16. Giuli
etti Giuseppe Maria, 198. Haig Douglas, 147. Herriot Edoardo, 167. Hngo Victor,
165, Imhastarì (sottufficiale), 198. Interlandi Telesio, 108. 221 FASCISMO E
CIVILTÀ Kellogg Frank Bìllinga, 150. Kiilenko, 124. Lenin Nicola (Ulianoff
Wladimiro), 50. Landra (Convegno di), 214. Luigi Amedeo di Savoìa-Aosta. duca
degli Abruzzi, 151. Mac Donald Ramsay, 168. Maleparte Curzio, 20B. Marconi
Guglielmo, 97, 144. Marx Carlo, 50. Matteotti Giacomo, 23, 31, 35, 63. Mazzini
Giuseppe, 19, 21, 50, 165. Menazzi Angelo, 144. Mussolini Arnaldo, 7, 13, 19,
23, 31, 35, 41, 47, 55, 61, 65, 73, 79, 83, 87, 91, 95, 99, 103, 107, 113, 117,
121, 127, 133, 139, 145, 149, 153. 159, 165, 171, 179, 185, 189, 193, 197, 201,
207, 211, 217. Mussolini Renilo, 13, 19-22, 24, 25, 27, 28, 32, 35, 43, 44, 50,
56, 69, 75, 77, B3, 84, 87-89, 91-93, 95-99, 103-107, 143, 145, 153, 154, 156,
157, 160, 172-175, 190, 197, 208, 209, 211-215, 217, 218,220. Muaaolini Maltoni
Rosa, 19, 20. Mussolini (Premi), 194. Napoleone (vedasi Buonaparte). Nardini
(conte), 133. Nasi (Prof.), 58. Nensi (sottufficiale), 198. Nitti Francesco
Saverio, 163, 190. Osservatore Ramano , 120. Parini Piero, 73. Pieacane Carlo,
50. Platone, 16. Pòpolo dì Calabria {il). 119. Popolo d'Italia (il), 7, 13, 19,
23, 24, 31, 32, 34, 35, 41, 47, 55, 61, 65, 73, 79, 83, 87, 91, 95, 99, 103,
107, 113, 117, 121, 127, 133, 139, 145, 149, 153, 157, 159, 165, 171, 172, 179,
185-187, 189, 193, 197, 201, 207, 211, 217. o Premi Mussolini » (vedasi Musso¬
lini). Primato morale e civile degli Ita¬ liani (Del), 16. Principe di Casa
Savoia (vedasi Luigi di Savoia). Quadrumviri (Michele Bianchi, E- milio De
Bono, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo), 208. Rapallo (Accordo di), 174.
Rocca Massimo, 25. Rocco Alfredo, 15. Roosevelt Teodoro, 107. Rudel JaufrÉ, 84.
Sandri, 143. San Paolo (Compagnia di), 109. Scipione, 84. Scritti e Discorsi di
Arnoldo Mus¬ solini, 7. Scritti e Discorsi di Benito Mus¬ solini, 7, 23, 31,
35, 55, 61, 83, 87, 91, 99, 107, 145, 153, 207, 211, 217. Società delle
Nazioni, Lega delle Nazioni o Lega di Ginevra (vedasi Ginevra). Stati Uniti
d'Europa o Confedera¬ zione europea, 165, 167, 169. o Stefani » (Agenzia), 75,
120. Strampelli Nazzareno, 144. Stresemann Gustavo, 168. Times, 89. Turati
Augusto, 120. Turati Filippo, 49. Uomo Nuovo, 187. Versa glia (Pace o Trattato
di), 80, 167, 172. Voce Repubblicana (La), 19, 21. Volpe Gioacchino, 193, 194.
Volpi Giuseppe, 99. Wilson Woodrow, 49, 172. 222 INDICE i LO SPIRITO CIVILE NEL
FERVORE DELLE POLEMICHE (1923-1 — 192S-III E. F.) Cog¬ li Fascismo e i suoi
critici (3 aprile 1923-1). 7 La nostra passione (23 pugno 1923-1). 13 Le
bassure della Voce Repuhblicana (14 agosto 1923-1). 19 La fronda (13 mBggio
1924-11). 23 I tempi e le adunate (13 luglio 19 24-11). 31 Qui si parrà... (7
gennaio 1925-III). 35 Ripresa (13 gennaio 1925-III) . .. 41 Nel sesto
anniversario del Littorio (23 marzo 1925-III). 47 II Congresso (20 giugno
1925-III). 55 Casalini (12 settembre 1925-III) , .. 61 Gran Consiglio (11
ottobre 1925-111). 65 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE (1926-IV — I927-V E. F.)
Orizzonti (22 gennoio 1926-IV) .. 73 Logica e realtà (6 marzo 1926-IV). 79 Snl
mare (4 aprile 1926-IV)... 83 La personalità del Duce (9 aprile 1926-IV) ...........
87 Sintesi (II aprile 1926-IV). 9 ] Il ritorno (17 oprile 1926-IV). 95
Propositi e battaglie (14 ottobre 1926-IV). 99 Lo stile nei ranghi (5 novembre
1926-V) . 163 Giornali e giornalisti (8 febbraio I927-V) ..107 Italia eBnle (17
agosto I927-V)... 113 La Stampa e lo stile (25 agosto 1927-V). 117 Disciplina
(28 agosto 1927-V).. 21 Il giornalismo e la vita (11 settembre 1927-V).127 Il
dovere (18 settembre 1927-V)...Ujj 223 FASCISMO E CIVILTÀ ili STILE E CARATTERE
DELLA CIVILTÀ FASCISTA (1928-VI — 1929-VII E. F.) Pag. Lo spirito del Fasciamo
(14 febbraio 1928-VI) .139 Il Condottiero {1 marzo 1928-VI).145 I problemi
nazionali e la Stampe (26 agosto 1928-VI).149 II giornalismo, forza morale (12
ottobre 1920-VI).153 Lo spirito e le classi (29 novembre 192 8-VII).159 Lud
all’orizzonte (23 luglio 1929-VII).165 11 decennale della Marcia di Ronchi (12
settembre 1929-VII) . . . 171 IV FEDE. POLITICA E CULTURA (1930-VIII — 1931-IX
E. F.) La cultura fascista (25 febbraio 1930-VIII).179 Il nostro Beltramelb (16
marzo 1930-VIII).185 Volare (8 giugno 1930-VIII).189 Accademia d’Italia (16
novembre 1930-IX).193 Potenza (17 gennaio 1931-IX).197 Conoscere l’Italia (11
agosto 1931-IX) . ..201 V EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI (24-28 ottobre
1931-IX) Adunata 1 (24 ottobre 1931-IX) 207 « AI lavoro! i (27 ottobre
1931-IX).211 L’ultimo XXVIII Ottobre.217 Indice dei Nomi. 221 MiLftCilwiCA N”
12ÌS74 VARESE 224 La compilazione e la revisione di questo volume sono stale
curai* dal Dott. Valentino Piccoli Finito di stampare il 21 Aprile 1937 -XV
nello tipografia Industrie Grafiche Italiane Stucchi, Milano, su carta o Sparta
a delle Cartiere di Maslianice (N. 43) COLLEZIBHE DELL'ISTINTO FASCISTA
DI CDLTDRA 11 MILANO ARNALDO MUSSOLINI STILE FASCISTA STILE DI VITA PROLUSIONE
AI CORSI DELL’ISTITUTO FASCISTA DI CUL¬ TURA TENUTA NELL’AULA MAGNA DELLA CASA
DEL FA¬ SCIO IN MILANO LA SERA DEL 31 OTTOBRE 1929 A. Vili (N. 43) Eccellenze,
Signore, Camerati, Quando mi è giunto l’invito dell’on. Dino Alfieri ad
inaugurare con una mia lezione il nuovo anno dell’Istituto Fascista di Cultura,
sono stato spinto da due forti ragioni ad accettarlo con lieto animo. Anzi tutto
mi è piaciuto il tempo scelto per la inaugurazione. Esso coincide con gli
esordi dell’anno Vili del Regime Fascista. Siamo in un momento di fervore. Le
nostre celebrazioni sono austere ma intense; sentiamo affermarsi, alla luce dei
fatti, la nostra forza crescente, in un quadro mirabile di azioni feconde. Le
opere compiute sono molto grandi: ma il Fascismo non conosce soste, e si
continua nelle opere avviate e poste in programma. La Nazione è in cammino ed
il Capo del Governo dà ogni giorno l’esempio di un lavoro senza tregua, se¬
gnato con ordine assoluto dalle tappe dei suoi precisi « calendari fa¬ scisti
». In un momento come questo l’orizzonte deve essere tutto chiaro; le minime
ombre devono essere tolte con austera disciplina fascista. E qui sorge il secondo
e più forte motivo della mia lezione di oggi. Io credo che le parole — per non
essere inutili — devono avere l’au¬ silio delle azioni. Oggi, l’azione da
compiere è questa: temprare i fascisti a una sempre più consapevole disciplina,
capace di reagire, in ogni momento, contro qualunque insidia. A tanto tendono
le mie parole che andranno oltre i limiti del problema della cultura, invol¬
gendolo in un più vasto problema di vita. Lascio perciò da parte l’elogio
all’Istituto Fascista ed al suo benemerito Presidente, on. Alfieri. Nè l'uno nè
l’altro ne hanno bi¬ sogno. L’Istituto Fascista di Cultura ha già delle sue
caratteristiche e si impone all’esame e al giudizio benevolo dei cittadini. L
on. Dino Alfieri ne è degno animatore. E non mi indugio a tracciare le linee
fondamentali sulle quali dovrà svolgersi il programma del nuovo anno d’attività
culturale. Tracciare dei programmi, segnare delle diret¬ tive, fissare delle
mète, guardare, agli orizzonti, è, in certo senso, una cosa facile. Solo gli
atti reali sono ardui. Mi interessa invece parlare, in pieno, dei principali
aspetti della nostra vita d’italiani e di fascisti. L’esame concreto di molte
vicende che si sono succedute in que¬ sti anni, straordinariamente ricchi di
avvenimenti, mi dà la possibi¬ lità di toccare degli elementi, di illustrare
delle situazioni, che io credo non inutili ai fini della educazione e della
vitalità del Fascismo. Nella nostra vita di Italiani vibra un contenuto
orgoglio che esalta lo spirito ed irradia le azioni di ogni giorno ; appare in
essa una visione di bellezza non fondata su parvenze illusorie, ma sovra una
coscienza storica die rende vitale la nostra azione, mentre V anima è tesa, con
ardente volontà, verso il domani. Nella vita fascista odierna — die si
allontana dal suo punto di origine tumultuoso, come il 1919, ardente e pieno di
sacrificio, come gli anni 1920, 1921, 1922; cioè dal punto luminoso e
drammatico della Marcia su Roma — si rivela tin passo cadenzato, ininterrotto,
una maggiore ampiezza di vedute e di problemi. La forza odierna del Fascismo
può paragonarsi al corso maestoso di un fiume che quando giunge alla pianura
allarga il suo alveo ed estende a più vaste zone la sua benefica potenza. Nel
1922 affrontammo la situazione politica, ma poi i problemi sono stati infiniti
e la loro soluzione ha richiesto una continua prova di saggezza, di abilità, di
tenacia e di pazienza. Per non adagiarsi su quella che è stata la fatica di un
decennio, non bisogna vivere di ren¬ dita, come fa chi passi il tempo a
sfruttare solamente gli errori e le deficienze altrui. Non bisogna,'d’altra
parte, vivere intaccando il ca¬ pitale; capitale che è dato dall’opera, dal
genio, dalla costanza di Benito Mussolini. Bisogna agire e vivere con perfetto
stile. Lo stile si concilia con l’etica fascista e rasserena le nostre
coscienze di fronte ai morti per la bellezza ed il successo della nostra fede.
Solo così si inizia degnamente il nuovo anno del Regime. Però dello stile di
vita avviene come del lavoro: tutti nella teoria 10 esaltano, ma quando in
effetto si può lavorare meno, è cosa gio¬ conda. Ognuno è soddisfatto, a
parole, di sè stesso, ma più d’uno cerea di evadere dalla propria situazione,
ritenendola impropria, non confacente alle aspirazioni che molte volte — senza
ragione — portano troppo lontano. E non si cerca di evadere solo dalla
situazione eco¬ nomica, ina in genere da tutte le situazioni spirituali, come
se le in¬ quietudini e le migliorate condizioni economiche potessere dare la
felicità agli uomini. È invece necessario saper essere sè stessi, vivere in
armonia con le proprie possibilità; non pensare e non credere che il vano
orgoglio possa costituire un motivo ed un elemento di vita. - Io non parlo per
dare esca agli scettici. Dico queste cose, appunto perchè voglio che tutti siano
degni della nuova impostazione storica data alla vita italiana dal Fascismo.
Noi abbiamo superato la guerra ed il dopoguerra; abbiamo avuto ragione delle
miserie del partito libe¬ rale, dei ricatti e delle colpe dei partiti
sovversivi. Abbiamo saputo ricostituire un tessuto nella vita collettiva, che
va al di là delle vicende degli uomini mediocri ed insufficienti. E unita della
vita italiana non era compiuta. Le classi erano, Folla dell’altra nemiche. La
guerra aveva accentuato il disagio economico ed 11 dopoguerra aveva accentuato
il carattere sovversivo delle moltitu¬ dini. Riordinare uno Stato, dare una
coscienza ad un popolo, fissare delle direttive per la vita avvenire, in un
mondo instabile, non era cosa semplice. Rivedere i trattati, e non solo quelli
di commercio, ripor¬ tare le frontiere al massimo delle nostre possibilità,
vincere il fronte interno, dominare il fronte esterno, non erano facili
compiti. E quando vogliamo riferirci agli elementi responsabili di quella
dissoluzione, non dobbiamo indicare solo i socialisti. Anche le classi borghesi
sono state egualmente responsabili. E riferendoci allo spirito del tempo non
di¬ mentichiamo le moltitudini, che potevano passare dall'abbattimento
all’esaltazione, da un concetto severo di economia e di proprietà al con¬ cetto
comunistico, dissolvente, perturbatore, antisociale. La vita italiana, che
aveva assunto una sua linea nel Risorgimento, era venuta suddividendosi poi iti
mille rivoli. Per impostare il proble¬ ma dell’Italia nuova, subito dopo la
guerra, non erano sufficienti, né l’Istituto del Parlamento, nè la funzione
disorganica dei Partiti: era necessario il fatto rivoluzionario. Quando la vita
sociale minacciava di sommergersi traverso un fallimento generale, ecco il
Fascismo che esplode, vince, irrompe, sradica il vecchio mondo e nella sua
veemenza — con Fasprezza dei sacrifici e il sangue dei nostri Caduti — instaura
l’ordine nuovo. È questo il punto di partenza, necessario, indispen¬ sabile per
riordinare lo Stato e la vita civile e per impostare il pro¬ blema italiano sul
famoso trinomio, posto dal Duce e destinato a var¬ care, oltre i confini di
Roma, anche le frontiere della Nazione italiana autorità, ordine, giustizia.
Incidere l’anima del popolo, significa fare veramente, nel profon¬ do, una
rivoluzione, A seLte anni di distanza, la nostra opera rivoluzio¬ naria appare
in tutta la sua grandezza. Vicino al problema delle rap¬ presentanze, altri
mille problemi si sono imposti all’attenzione ed all’esame della vita politica
italiana. Tutti sono stati risolti o sono in via di soluzione. Teniamo presente
che il nostro grande popolo non di¬ sponeva che dei mezzi di un piccolo Stato.
Abbiamo dovuto far forza su noi stessi e credere in quelle materie prime,
veramente insostitui¬ bili, che sono la sobrietà, il lavoro e la disciplina di
tutti gli elementi della vita nazionale. Quest’opera rivoluzionaria non è stata
priva di errori e di incertez¬ ze. Abbiamo dovuto, qua e là, ricrederci.
L’esperienza è stata maestra; la dottrina e l’ingegno, insieme con l’esperieza,
sono stati i corretti¬ vi. Questa è la verità fondamentale che non può subire
gli oltraggi, le calunnie, le critiche e le riserve. Chi si riconosce nel nome
e nella vita italiana, non può non esaltarsi nella Rivoluzione fascista. Per il
valore storico e morale di questa nuova vita italiana è neces¬ sario
individuare le ombre caduche, affioranti qua e là nella grande luce. È
necessario individuarle e combatterle dovunque si trovino. Sen¬ za debolezze,
senza mezzi termini. In tutte le rivoluzioni, la storia, rivela, in forme
diverse, l’apparire di questi fenomeni. Gli asceti e gli avventurieri, le masse
d’impeto, sono gli elementi che costituiscono la parte d’attacco al vecchio
mondo. Ma intanto non mancano mai coloro che vanno a dormire in una sera di
tragedia e che pretendono al matti¬ no dopo elle il cielo sia radioso, come ha
descritto il Manzoni il cielo di Lombardia, così bello quanto è bello : essi
commettono degli errori di valutazione imperdonabili. Bisogna rammentare che la
vita italia¬ na è stata sempre la risultante di due tendenze che sembravano in
an¬ titesi, mentre convergevano allo stesso fine: la forza, in certo senso sta¬
tica, delle tradizioni, del formalismo, delle leggi, e la forza volitiva — 6 —
«he anticipa, con la sua generosità e col suo impeto, il cammino e la vita di
un popolo. Chi studia il Risorgimento comprende quale ele¬ mento animatore sia
stato Mazzini e quale somma decisiva di azione illuminata abbia portato
Garibaldi. Non dimentichiamo cosa sia co¬ stato 1’immettere le forze
garibaldine nel quadro dell’ordine costitu¬ zionale quando nel '70 l’Unità
italiana è finalmente stata un fatto com¬ piuto. Nessuno può pensare a Nino
Bixìo senza considerarlo un impul¬ sivo, un generoso e un valoroso: ebbene,
egli non voleva lasciare Roma nel 18 7 0 senza aver fatto prima sparare alcuni
colpi di cannone contro il Vaticano. Sessanta anni dopo è avvenuto il fatto
storico della Concilia¬ zione. La Storia non cammina su degli schemi
preordinati; la Storia è vita, esperienza, antiveggenza, sorpresa. La
Rivoluzione Fascista, dopo aver trasformata tutta una situazione politica, ha
svolta un’opera più lunga e, sotto certi aspetti, pili ardua: ha dovuto
fronteggiare una vecchia mentalità e superare tutta ima serie assai grave di
poblemi economici. Noi siamo una Nazione proletaria; questa nostra condizione,
aggravata dagli egoismi stranieri, dalle con¬ seguenze di una vecchia rovinosa
politica monetaria e da un lungo pe¬ riodo di scioperi dissolvitori rii
ricchezze, aveva lasciato al Fascismo una eredità diffìcile e malfida. Non
rievoco qui l’opera complessa svolta dal Regime in questo campo. Basta
rammentare che la politica economica e finanziaria del Fascismo, dal discorso
di Pesaro fino all’affermazione di quota novanta, dalla rinata dignità di
fronte agli impegni esteri fino alla ferma politica svolta durante la
conferenza dell’Àja, ha segui¬ lo e segue tuttora una linea precisa, unitaria,
coerente. Questa politica si è inspirata sempre ad una chiara visione
realistica, tutta protesa ver¬ so risultati concreti, nei quali la potenza
economica si è sempre ele¬ vata di pari passo eoi prestigio morale della nuova
Italia. Consci di a- ver ereditato una economia non autonoma, ma sopraffatta
dalle neces¬ sità e dalla trista consuetudine delle importazioni straniere,
abbiamo potenziato tutte le nostre forze per eliminare questa fonte di
debolezza economica: i risultati sono, di anno in anno, più chiari. Con la bat¬
taglia del grano veniamo diminuendo queU’iinportazione granaria, che è tanto
meno desiderabile, in quanto si riferisce ad un genere assolu¬ tamente
necessario. Con l’incremento di tutte le industrie, particolar- * v _ 7 — mente
delle industrie agricole, veniamo accrescendo in ogni modo la produzione ed a
rafforzare l’economia. Nel tempo stesso, lo sviluppo crescente delle opere di
bonifica e dei lavori pubblici, ci permette di diminuire e di contenere la
disoccupazione. Le statistiche parlano chia¬ ro. L’Italia è destinata a
giovarsi di tutte le braccia dei suoi figli e sic¬ come la battaglia
demografica darà i suoi {rutti noi diverremo una Na¬ zione popolosa, forte di
uomini d’ingegno, capaci di vivere e produrre con mezzi nostri. Questo è il
punto di arrivo a cui si deve tendere; qui sta la base di ogni futura
grandezza. I risultati ai quali ci porta l’at¬ tività governativa del Regime,
hanno richiesto e richiedono ogni gior¬ no una lotta tenace, che si compie in
perfetta coesione di popolo e di governo. So bene die si continua a parlare e a
sparlare di crisi. Questa paro¬ la corre troppo nella circolazione delle
opinioni del giorno. È una pro¬ va manifesta di malafede contro il Regime. La
crisi — se c’è — è gene¬ rale. Basta osservare gli altri paesi tutti affaticati
nel trovare l’equili¬ brio economico fra i mezzi concreti, i desideri e le
necessità reali. Finanche gli Stati Uniti — il paese dei dollari — straricco a
miliardi va a strapiombo. Milioni di cittadini hanno perduto le loro ricchezze.
Cominciano i fallimenti. Ecco un paese in crisi che però non com¬ muove. Si
tratta di ricchezze non sanamente guadagnate. Da noi la si¬ tuazione generale è
superiore a qualsiasi paese di tessuto economico più antico e più forte del
nostro. Io non sono un vegliardo; tuttavia ricordo benissimo le plebi
malnutrite, i flagelli della pellagra e della malaria, le abitazioni
anti-igieniche, le dimostrazioni invernali della piazza, l’analfabetismo
dilagante, gli orari di lavoro penosi ed impossi¬ bili, le torme degli
emigranti verso l’America dove la febbre gialla ed il tracoma hanno falciato
una nostra generazione di gente saggia e par¬ simoniosa. Nella crisi
internazionale oggi noi ci muoviamo con maggio¬ re agilità. L’animo e le forze
nostre sono tese alla protezione del lavoro, alla previdenza più sana, alle
forze economiche più gagliarde. Le sta¬ tistiche sono l'indice più certo della
nostra sanità economica. Non navi¬ ghiamo certo nell’abbondanza ma quello che
abbiamo è nostro, solida¬ mente piantato a quota novanta, in un fervore di
lavoro e di produzione dal quale c’è da attendersi delle sorprese gradite. E se
al nostro spirito laborioso aggiungeremo il criterio del risparmio, (proprio
oggi si è ce¬ lebrata la sua festa), noi rinsalderemo la nostra situazione di
popolo senza isterismi speculativi su delle basi di ricchezza concreta
sanamente guadagnata. — 8 — Ogni sìngolo cittadino deve sentirsi soldato dì
questa grande bat¬ taglia economica ed affrontare serenamente le difficoltà e i
sacrifici che qualche volta essa impone. Solo in questo modo si dà prova di
amare la Patria, a fatti non a parole. Tutto ciò esige una coscienza etica,
elevata, vigile e severa, che sì deve manifestare in ogni atto della vita
economica sociale. L’etica, e quindi lo stile fascista, si rivela in tutti gli
aspetti della nostra esistenza. Un’altra caratteristica tipica del Fascismo è
quella dì aver affronta¬ to il problema sociale. La grossa, complessa questione
tiene agitata tut¬ ta la vita moderna degli Stati; per essa tutti i partiti
hanno una loro soluzione più o meno lontana dalla realtà, ma il Fascismo, che è
real¬ tà vivente, se l’è imposta non solo per desiderio polemico, ma per ne¬
cessità di vita. Noi non possiamo permetterci il lusso nè di scioperane di
serrate e non dobbiamo dimenticare che le nostre materie prime so¬ no lo
spirito nostro di organizzazione, sapiente, laborioso e saggio e lo spirito
attivo di emulazione. Non tesserò qui l’elogio della legislazione operaia
fascista, del concetto di collaborazione, della Carta del Lavoro, della
Magistratura ed in genere di tutti quegli elementi di previdenza che pongono la
nostra legislazione all’avanguardia di tutte le altre le¬ gislazioni
internazionali. Come avviene in molti casi, noi siamo vitti¬ me un po’ delle
frasi fatte, un po’ delle tradizioni ed un po’ di quella mentalità mitica che è
caratteristica nei popoli antichi, che hanno vis¬ suto una serie ininterrotta
di avvenimenti politici ed economici. Ma il movimento corporativo italiano è
originale. Non ha eguali. Non ha nep¬ pure delle rassomiglianze. Non si ingrana
nella vecchia concezione so¬ cialista. Non parte da nessuna pseudo verità delle
scuole sovversive. £j nostro ed è scaturito dalla mente del Duce. In esso si è
convogliato il pensiero degli uomini politici e degli studiosi. Quindi i
banditori, co¬ loro che se ne fanno interpreti, devono assolutamente prendere
le mosse da un presupposto diverso dal passato. 11 problema sociale ed il rela¬
tivo problema sindacale in Italia avevano le loro cattedre, erano divi¬ si a
settori; muovevano da un presupposto di assoluta negazione; giun¬ gevano alle
estreme conseguenze della promessa della felicità del lavoro e dei lavoratori
solo in quanto costoro diventassero padroni degli ele¬ menti della produzione.
Si trattava di un superfieìalisruo esasperante. Le scuole politiche che
volevano dar saggio di maggiore serietà, si fer- mavano a metà strada, ma erano
sempre negatrici. La Chiesa, in una nazione in cui le categorie, le classi e
gli uomini si dividevano per set¬ tori politici, aveva anche essa il suo
sindacalismo. Il corporativismo fa¬ scista ha superato questa costruzione
teorica ed artificiosa. La verità palmare, dettata dall’esperienza, non poteva
fermarsi su di un terreno semplicemente negativo. Non si può pensare ad una
borghesia che ob¬ bedisce solo all’assillo ed al pungolo di un ricatto. Non è
vitale ed edu¬ cativo per un popolo il dover pensare alla nuove battaglie di
domani, riferendosi solamente alla lotta di classe, di categorie, ai conflitti
d’in¬ teressi, al marasma degli spiriti. Premesse le verità fondamentali della
proprietà sanamente guadagnata, della funzione del capitale, bi¬ sogna
considerare le classi tutte egualmente necessarie alla vita ci¬ vile. Non vi
possono essere dei privilegiati. La mancanza di stile in questa materia si
rivela troppo spesso. Qnaudo si esalta il lavoro, ci si ferma sempre al lavoro
manuale. E si commette una enorme ingiustizia verso coloro che tormentano la
mente, la volontà, nelle ricerche della verità e alle scoperte necessarie allo
sviluppo del ge¬ nere umano. Occorre stile anche in questo senso. Vi è, o vi è
stata al¬ meno, una borghesia che si è vergognata di essere se stessa, e che
an¬ dava verso i dipendenti come a chiedere mercè per aver sudato e guada¬
gnato. L’elemento tecnico impiegatizio faceva la figura del tollerato. Ebbene,
è necessario dire alto e forte, che l’armonia della vita naziona¬ le si
raggiunge solo con l’esaltazione di tutti i valori, di tutte le catego¬ rie dei
cittadini e dei lavoratori e che è tempo di limitare, sempre per necessità di
stile, quella retorica che sì ferma ad esaltare la nobiltà di una sola classe.
Si devono nobilitare tutti coloro che lavorano col pensiero e con le opere.
Premesso questo, aggiungo che è necessario dire agli amici dei Sindacati, che
seguono le vicende della vita collet¬ tiva delle categorie speciali zzate, che
non devono essere vittime delle concezioni antiche. Io non ho ragioni di
particolari simpatie per la clas¬ se cosidetta borghese: come le altre la metto
nel quadro delle attività nazionali. Per mio conto tutti coloro che operano con
sicura coscienza son egualmente benemeriti dell’armonia della Nazione e della
sua potenza. C’è una leggera tendenza a considerare il mondo come se fosse un
elemento ai nostri piedi, nato ieri per isbaglio dalle forze superiori del-
l’Universo. Giovani scrittori che hanno la rara fortuna di possedere yna
tribuna e di scrivere sui giornali, s’interessano dei temi più varii e com¬
plessi: « Noi e la Cina »; « Sul filo della storia »; « Le miserie del mondo »;
uno di questi scrittori, in un giornale settimanale dava bella¬ mente dei poveri
di spirito a Mae Donald e ad Hoover e li trattava da imbecilli. Non neghiamo
con leggerezza la vita e le aspirazioni dei popoli elle hanno una loro
conformazione spirituale e che hanno delle frontiere definite, dei propositi
più o meno pacifici. ’L’Italia, per le sue virtù specifiche, ma più ancora per
la spinta di Benito Mus¬ solini, può oggi dire la sua parola. Non bisogna
credere per questo elle gli altri che ci stanno ad ascoltare siano dei poveri
untorelli ai quali facciamo la grazia suprema della nostra parola e del nostro
consiglio. Bisogna amare questa nostra Italia di un amore vigile e sempre
desto, con orgoglio contenuto, con anima trepidante; bisogna farne il centro
delle nostre aspirazioni, l’elemento di paragone per le sue virtù. Que¬ sto però
non significa ignorare il prossimo e negare a priori l’aspira zione, la fatica,
l’elaborazione degli altri popoli. Più stile, anche ili questo campo, è una
necessità politica di vita. y La nostra politica è lineare; ha delle sue
premesse inconfondibili ed ha delle finalità così chiare, così precise, da non
ammettere devia¬ zioni, interpretazioni dubbie e metodi di battaglia e di lotta
che non siano ehiari alla luce del sole, alle discussioni senza sottintesi,
alle critiche senza preconcetti. Sono quindi fuori di luogo coloro i quali
arrivano come dei Machiavelli in ritardo. Un accordo storico, come quello del
Vaticano, che è costato lunghi anni di preparazione, di studio, di esami
analitici e costruttivi, ehe ha in discussione dei prin¬ cipi! che sono eterni
e dei moventi critici che hanno interessato uomini di grande sapienza e di
grande dottrina, viene giudicato da qualcuno, con siiperficialismo riprovevole,
come un accordo di massima, gene¬ rico, atto a rinforzare la nostra situazione
nel mondo e a dare alla Chiesa poteri eccessivi nella vita e nella politica
interna della Nazione. Prima di giudicare, bisogna aver letti attentamente il
trattato del Laterano ed il concordato che segue; bisogna aver meditati tutti ì
discorsi, le polemiche e le riserve per capire che PII febbraio, a Roma, si è
firmato un patto storico di valore mondiale che dalla pratica at¬ tende solo il
suo perfezionamento. Bisogna tenere egualmente distanti coloro che, malati di
anticlericalismo congenito e di malsana superbia spirituale, negano ogni forza
morale alla Chiesa ed un’azione concreta nella vita civile alle sagge e
profonde verità del Vangelo. Né me¬ ritano maggior ascolto coloro che fanno
astrazione dalla ritta complessa — 11 — moderna, piena di inquietudini, di
necessità materiali, di transa¬ zioni, di convenzioni, di accordi, e che
trovano tutte le verità nei legno delio spirito, e che pensano ad un solo
gerarca che è il Capo della Chiesa e ad una sola verità, quella del dogma.
Siamo in entrambi 1 casi su di un terreno artificioso, che l’intelligenza degli
Italiani saprà tenere lontano per tener fede ai Patti del Laterano, i quali
immettono nel tessuto del popolo Italiano la forza della Chiesa, lo spirito
delle sue leggi e della sua disciplina. Un tempo l’educazione dei giovani era
divisa a settori. I ragazzi, ignari, erano contesi o dai ricreatori laici
massonici o dagli oratori festivi cattolici. A dieci anni d’età si seguiva una
bandiera politica, ma essa rappresentava la povertà della" vita italiana.
La scuola oggi deve insegnare solo poche verità e cioè che l’Italia è uno dei
Paesi più belli, che ha la storia più grande di tutti i popoli civili, che il
Fascismo e la sua dottrina potenziano questa grandezza, che il trinomio:
ordine, autorità, giustizia, non è solo vitale per la nostra vita di popolo, ma
può essere comune a molti popoli della terra, che la nostra legislazione,
infine, sull’esempio an¬ tico, è la più moderna di tutte quelle degli altri
popoli civili. Basta questo per poter abbandonare tutte le discussioni superflue,
inutili. E poiché i giovani hanno tale fervore, chiaro, quadrato nella mente,
essi sospingeranno lutto il resto della loro attività verso quelle forme di
vita produttiva, audace, innovatrice, che porteranno automa¬ ticamente ai primi
posti nella storia civile dei continuenti. Voglio dire, infine, una parola per
i giornalisti, che a volte si improvvisano arbitri e giudici di situazioni ed a
volte affermano che la stampa deve entrare in ogni vicenda della vita
collettiva, per por¬ tare il contributo necessario alla soluzione di lutti i
problemi. Adagio. Il giornalismo può volgarizzare dei principii; può studiare
dei pro¬ blemi, ma non può inscenare delle campagne per ciò che significa con¬
cessioni, mutui, appalti, forniture. Siamo su di un terreno pericoloso; in
materia solo ed esclusivamente riservata ai responsabili, che a loro volta sono
controllati da una autorità tutoria. Nessuna posizione di privilegio a nessuno;
ognuno al suo posto, con il proprio carico di doveri e di responsabilità. E gli
oratori, che, pur ridotti di numero, sono sempre una quantità ragguardevole;
devono essere — 12 — frenati nella retorica che ricorda più facilmente degli
imbonitori sulle piazze piuttosto che degli interpreti meditativi dei problemi
del giorno. Oggi vige lo Stato forte. Abbiamo voluto uno Stato che avesse le
attitudini e la severità del comando. Noi abbiamo vis¬ suto troppo la tragedia
della mancanza dell’autorità, per non avere desiderio e per non gioire oggi di
questo senso austero della gerarchia, della disciplina autoritaria. Il Duce,
all’assemblea quinquennale de. Regime, pose in risalto quale era lo spirito
della Nazione e quale era la forza dello Stato. Il divenire di una Nazione,
secondo la visione del Capo, è stato tracciato con degli accenti e delle verità
di prima gran¬ dezza. Bisogna dire, ad onor del vero, che il popolo e le classi
medie si sono assuefatte all’idea ed alla vita dello Stato autoritario. Vi sono
ancora alcune incrinature e riserve nelle cosidette classi alte e tra gli
pseudo intellettuali. Non è raro il caso di vedere le così dette famiglie
illustri, che non credono alla forza dei nostri studi, nè alle tradizioni
secolari, nè alla grandezza delle nostre università, mandare i loro figli a
studiare volentieri nel Belgio, in Germania e persino a Parigi; o ad acquistare
delle automobili di lusso di marca straniera; od a pren¬ dere istitutori di
altre nazionalità; tenendosi lontane dalla politica, non parteggiando,
mostrando di avere un concetto inadeguato dello Stato e della Nazione. Bisogna
eliminare queste scorie, come bisogna essere altrettanto severi verso il falso
intellettualismo che imperversa e che è reso coraggioso dalla longanimità del
Fascismo. Bisogna, se non schiacciare, rendere innocui certi elementi
pericolosi. Noi dobbiamo sapere se il popolo italiano è per Decio Raggi, che,
morente per ferite di guerra, esclama: « O gioventù d’Italia, in¬ vidia la mia
sorte fortunata! »; ovvero se debbano avere fortuna in Italia i libri del
Remarque, dissolvitori della grandezza della guerra, quelli, negatori di ogni
valore umano ed i libri di Dekobra, creatore di artificiose avventure per
spiriti decadenti. Il falso intellettuale è peri¬ coloso; perchè si serve di
tutti i mezzi ipocriti, finge di non fare della politica e si dichiara
afascista. È questa una espressione di comodità per tenersi in serbo il futuro.
Un futuro, aggiungo io, molto... lon¬ tano. Esce un libro contro la guerra, e
lo si esalta per il suo valore « umano e morale ». Esce u«i libro che mostra la
gioventù italiana come abulica, senza amore e gli intellettuali, o falsi tali,
si esaltano. Bisogna curare, con una profilassi energica, questi mali, che
distili- tegrano lo spirito dei migliori. Bisogna sottoporre a misure severe i
piccoli caffè di provincia, che diventano i luoghi comuni della maldi¬ cenza di
ogni specie, di coloro che hanno sempre in serbo le novità — 13 — assurde le
inutili freddure e le meschine denigrazioni di tutti i valori umani. Essere
severi, essere di stile: ecco la caratteristica dei Fascisti e del Fascismo.
C’è chi crede che la nostra Rivoluzione sia compiuta e che si possa riposare
sugli allori. Ma non è così. La rivoluzione è in marcia. Lot¬ tare si deve
ancora: ogni Fascista deve combattere strenuamente tutte le insidie. Deve
cominciare da sè stesso; con l’esempio, con l’esame di coscienza, con uno
sforzo continuo di perfezionamento. Poi deve guardare gli altri: senza
transazioni. Mentre ci troviamo ancora una volta riuniti nella comune vo¬ lontà
di essere ogni giorno migliori, dobbiamo sentire, qui presenti con noi, tutti i
camerati che sono caduti per la Rivoluzione, tutti coloro i quali rispondono
dal regno dell’ombra al nostro appello ideale. Essi sono qui con noi, fraterni
ed ammonitori. Le nostre parole sono rivolte a loro come promessa. Per quest’Italia
sacra, che è madre sempre nuova di grandezza civile, per il sacrificio dei
camerati e per la gloria loro, nessun ostacolo, nessuna difficoltà potrà
sembrarci troppo grave. E chi ricorda i volti degli Eroi, il sangue delle loro
ferite, sa tutto il valore ed il potere suggestivo del sacrificio. È con questo
atto che si redime e si innalza la Patria, e che si temprano i cuori alle
rinnovate battaglie.Nome compiuto: Arnaldo Mussolini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Mussolini: la ragione conversazionale e la storia della filosofia di Lamanna – la
scuola di Dovia di Predapio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Dovia di Predapio). Filosofo italiano. Grice: “I was thinking of Hitler,
when I was callled to the arms. It was only later that I added M. to my
thoughts!”—Grice: “I heard one Italian say, ‘Some like Mussolini, but
Mussolin’s MY man’ – by the first, he referred to the Duce, by the second, to
the Duce’s broher, the philosopher!” -- Dovia di Predapio, Forli-Cesena,
Emilia-Romagna. QUADERNI
DELL'ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA. CARLINI, LA FILOSOFIA DI M.
ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA, ROMA, tipografia del Senato di Bardi Ci
proponiamo di mettere in rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora
studiato della personalità del nostro duce: il sua ‘filosofia,’ quale si può
desumere da’ suoi atti. In verità, i biografi di lui, indagando il periodo
della formazione della sua personalità, non hanno trascurato questo lato.
Discepolo di Nietzsche è definito anche recentemente. Egli stesso riconosce in
Pareto un altro suo maestro; e tutti [Il presente studio vuol essere soltanto
un saggio, anzi una semplice indicazione di un aspetto della personalità del
duce: aspetto implicante svariati e importanti problemi del pensiero fascista.
Per uno studio più ampio giover moltissimo la nuova, accurata, edizione de’
suoi scritti a cui s’è accinto l’editore Hoepli. M. ricorda il periodo della
sua vita e della storia italiana da lui vissuta vertiginosamente, e aggiunge.
Molti discorsi e scritti sono legati al movente che li provocò : sono di
circostanza ». L’editore, anch’egli, dice che l’edizione « conterrà tutto ciò
ch’è destinato a lassare alla storia, nella forma originaria più ampia:
eliminati, quindi, i discorsi dei quali esiste solamente il riassunto ». Ci sia
permesso di esprimere l’augurio che accanto a questa edizione fatta per il gran
pubblico si trovi modo di raccogliere anche gli scritti minori o frammentari, i
quali sono talvolta, per lo studioso, più preziosi di quelli maggiori e più
elaborati: oltre di che il desiderio della compiutezza non sarà mai soverchio
per conoscere un uomo di così ricca e singolare personalità. I riferimenti vengon
dati qui alle edizioni correnti degli Scritti e Discorsi, la maggior parte
nell’edizione Alpes. La prima -parte di questo studio (qui riveduta e appena
ampliata in alcune note) uscì su la Nuova Antologìa » del 1° gennai» 1934.
Nuova è l’A ppendice.sanno che nell’elenco bisognerebbe mettere Renan, Sorci, e
molti altri, ai quali, anche se non vanno tra i filosofi nel più stretto
significato della parola, non si può negare il merito di avere influito, più o
meno efficacemente, anche std movimento del pensiero speculativo nell’ultimo
Ottocento o ai primi di questo secolo: nel periodo, appunto, della formazione
mentale e spirituale di M.. E come non aggiungere qui il nome di Marx, e di
Prudhon, e di Stirner, e non ricordare la letteratura che fu comune, in quel tempo,
a tutti coloro che guidavano il movimento socialista e s’ispiravano alle opere,
allora divulgatissime, degli apostoli della rivoluzione? Tempo, quello, di
rivoluzioni sociali, alimentate anche da un pensiero filosofico e religioso che
lavorava nel loro seno nascostamente. Positivismo e anticlericalismo tingevano,
allora, l’atmosfera, abbuiando più che chiarendo ; ma nel buio, nel tramonto
delle idee che avevano governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e
là lampi di nuove idee e forze spirituali. Era una continuazione e imo
sviluppo, in fine, della rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, ch’è
nel fondo ancora del pensiero e della vita contemporanea, non ostante le
critiche e revisioni a cui è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo
occuparci: se ci mettessimo in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo, si,
avere la soddisfazione di veder sorgere e ingrandire la personalità e mentalità
di M. lungo una linea di coincidenza con il movimento della storia, sì che il
<( fenomeno )) di lui verrebbe illustrato e spiegato, dal lato almeno delle
idee, del tutto naturalmente. Si potrebbe, ad esempio, per la parte filosofica,
rifarsi al bergsonismo, al pragmatismo, all’influsso esercitato su tutti i
campi della cultura dal nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare li
dentro anche il pensiero di M.. E per la parte riguardante il problema
religioso, similmente: citare tutti i documenti che alla fine del secolo scorso
e nel primo decennio di questo accennavano già ad una considerazione più
rispettosa, più intelligente, dei valori spirituali contenuti nella fede
religiosa; e ricordare la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano
sepolti e obliati, in quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la
guerra mondiale. E via via. Ma per questa via noi non vogliamo metterci, perché
essa ci condurrebbe, sì, a spiegare il fenomeno M. », ma il (( fenomeno »,
appunto, il (( fenomeno storico » : non quello che c’è di proprio suo, nel suo
pensiero, in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti. Invece, noi
proprio a questo vogliamo guardare. Noi ci poniamo, dunque, questa domanda :
c’è, in M., un germe di pensiero che da rm punto di vista filosofico, anche nel
più rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza per originalità
e capacità di ulteriori sviluppi? E c’è in lui, nel suo atteggiamento verso la
questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad una possibilità di
rinnovamento di idee e sentimenti, anche in questo campo di secolari, anzi
millenarie, lotte e discussioni? >{s >{s La nostra intenzione è di
essere, per quanto è possibile, obiettivi, e di tenerci dentro all’argomento,
non sconfinando in altri campi : di trattare la questione, come si dice,
tecnicamente. Non eviteremo neppure la pedanteria delle citazioni, dove saranno
necessarie. E cominciamo, secondo la vecchia buona norma scolastica, dal
dubbio. Non può ben risolvere le questioni, disse Aristotele, se non chi,
prima, ha dubitato, veduto il prò e il contro. Il dubbio a metodico », in questo
senso, è, come si vede, ben più antico di Cartesio. Il (( contro » è buono
ognuno ad addurlo : Mussohni è un politico, non è un teoretico, un elaboratore
di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in quella storia
peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di Aristotele, (fi Cartesio, di
Kant e di Hegel. Senza un tal carattere teoretico, che fa della filosofia una
scienza, la quale, come ogni altra scienza, ha il suo vero significato in una
storia sua propria, nella storia della filosofia stessa, senza un tal carattere
e valore del pensiero, non si può parlare di filosofia. Il temperamento M.ano
è, anzi, all’antitesi di ogni atteggiamento speculativo: tutto volto alla
realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per dirigerli e dominarli.
Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e ideologie (a questo
volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna traccia nel suo
pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha detto una volta, sia
pure per buon umore, ma tradendo, in fondo, una sua convinzione, che i filosofi
risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne imo solo
nella realtà della vita )). La filosofia gli sa di scuola », di dottrine e
dottrinari, con relative cattedre e ristrettezze mentali e d’animo. Onde ha
sempre consigliato i giovani di (( rapidamente assimilare », ma (( di espellere
non meno rapidamente » la cultura universitaria. L’intelligenza è buona cosa,
ma deve essere adoperata (( per fare la critica del socialismo, del
liberalismo, della democrazia » : per illuminare le menti, dal punto di vista
fascista, su i problemi della vita contemporanea. Se no, se l’intelligenza
fosse impiegata a criticare (( tutto ciò che di criticabile vi è in un
movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi dichiaro
schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo squadrista che agisce
» {Discorso alVAugusteo). In conchiusione: il suo interesse è puramente
pratico; anche se stima e promuove la cultura, compresa in (juesta la
filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è sempre per le conseguenze e
ripercussioni politiche, non mai per il valore del pensiero in sé e per sé.
Similmente si deve dire per il problema religioso. M. è un laico, un purissimo
laico. Della religione comprende e sente il lato umano e storico in generale:
no» ha mai lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s’e
guardato accuratamente dall’entrarvi anche quando l’occasione gli veniva
offerta naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la
prima volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del Parlamento. È
vero che si deve a lui la distruzione in Italia della Massoneria, e la
Conciliazione col Vaticano. Ma queste imprese non furono da lui eseguite, e di
fatto giustificate, con ragioni che non fossero essenzialmente politiche e
sociali. E se pure si ha da concedere qualche valore religioso alla invocazione
di Dio, essa non va più in là di una fede in un principio del tutto
indeterminato, troppo più vicino al vago principio di una fede di stile
mazziniano, che a quello ben definito, preciso e impegnativo, del
Cristianesimo, anzi del Cattohcismo. Senza dire che, anche per la parte,
diciamo così, pratica, nessun uomo sembra più alieno dall’atteggiamento
ascetico e mistico proprio delle anime veramente e profondamente religiose, che
0 si ritirano dal mondo, 0 nel mondo vogliono vivere solo per onorare e amare
Dio. Qui il seguace di Nietzsche )) si rivela senz’alcuna ombra di dubbio e di
possibili cavilli: la morale del Fascismo da lui fondato è tutta un’esaltazione
di principii fondamentalmente pagani, come già molti hanno messo in rilievo.
Tutte queste cose sono state dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre
somiglianti. Se non che, proprio perché sono facili a dire, e sono state dette
facilmente, sorge in ognuno spontaneo il sospetto della loro superficialità, e
quindi, poiché la superficialità è sempre falsa, della loro non verità. Il
discorso vale, in primo luogo, per quella concezione puramente teoretica della
filosofia, come di una scienza avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre
studioso di filosofia sa che, se pur c’è mai stata una tale aridità (non,
certo, nei veri filosofi, nei maestri), tutta la speculazione contemporanea è
diretta contro di essa. Chi definisse la filosofia come lo sforzo supremo
d’impadronirsi delle ragioni della vita, definirebbe quel ch’è il segreto del
filosofo moderno, il tormento profondo del suo pensiero e della sua vita
stessa. Segreto e tormento, del resto, che non è una prerogativa di colui che
noi chiamiamo filosofo )) ; ma è prerogativa e gloria dell’umanità pensante, di
cui la storia della filosofia è soltanto la documentazione, ed i singoli grandi
filosofi sono soltanto gli esemplari più cospicui, F, sono per questo, anche, i
più grandi educatori del genere umano (1), È negli scolari e passivi ripetitori
che la filosofia, svuotata della vita che l’animò, diventa sistema, dottrina,
astrazione, metafisicheria: e contro di essa, allora, ben vengano che son salutari
i motteggi ed i sarcasmi. Alle altre scienze si può perdonare se si astraggono
dalla vita (coine, se no, far della fisica e della matematica?): alla
filosofia, no, E non astrarsi dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato
soltanto negativo. Bisogna viverci dentro, prima di filosofarci su {primum
vivere), o, piuttosto (ché il prima e il dopo son modi di dire volgare),
bisogna vivere e pensare insieme, con intensità di vita e insieme con
profondità di pensiero. (I) Nel discorso su la Conciliazione, alla Camera, M.,
parlando della riforma Gentile, disse : Io credo che, più che la filosofia, è
interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della
filosofia, la vita dei filosofi :^il conoscere come hanno lottato, come hanno
sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è
altamente educativo per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito ».
Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al pensiero si offrono
soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo. E noi risponderemo
raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi di neanche supporre che
l’abbia perduto M.. Il quale deve essere persuaso più degli altri che fa la
miglior politica colui che non ne fa affatto: che bada a far l’ingegnere, se
ingegnere; il professore, se professore; il poeta, se poeta; il manovale, se
manovale: ciascuno, a far bene il suo dovere, nella famiglia e nella società,
nella sua arte o vocazione o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco
fargli dire che tutti gli uomini di pensiero abbiano come unico argomento da
svolgere la critica del socialismo e del liberalismo, l’apoiogia del Fascismo.
Immaginate se la già enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte)
letteratura sul Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni
in piccoli o grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlmne
d’intelligenza e tengono una cattedra all’Università o nel movimento della
pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del discorso su accennato.
È quest’altro, invece: che nessun uomo di pensiero, che si senta italiano, può
disinteressarsi dei problemi che sta vivendo e agitando il Fascismo nel mondo;
così come nessuno scienziato, e sia pure un cultore del calcolo infinitesimale,
può disinteressarsi dei problemi che riguardano la vita e il valore dell’uomo.
Tanto meno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di
esigere che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita poUtica e
morale, si trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e
sociali. In Italia c’è un gruppo di giovani dalle menti educate alla filosofia
che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell’universo materiale in ogni punto
s’incentra la realtà del tutto, tanto più questa considerazione vale per
l’universo spirituale: i problemi della filosofia hanno tutti un’intima
connessione con la vita ed una immancabile risonanza nell’azione, ma non tutti
l’hamio in modo manifesto ed immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal rapporto
è immediato ed evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo trova
soltanto alla fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano i più lontani
dalle questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via
soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la
filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale, morale e
religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che parevano del
tutto alieni. I problemi della filosofia si illuminano e ravvivano l’un
l’altro, e nessuno ha luce e vita per sé. Essi si debbono, come si dice con
termine tecnico, mediare fra loro. Prenderne uno, esclusivamente, separato
dagli altri, è precludersi la via a intenderlo veramente. Questa, forse, è
anche la ragione della insoddisfazione che ci resta delle molte teorie
avanzate, pur da uomini d’ingegno e di dottrina, su lo Stato fascista e su i
problemi da esso suscitati. La superiorità di M., invece, non soltanto come
uomo politico, ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che
hanno nello Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo,
vogliamo essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obbiezioni, concediamo
senza fatica che nella specificazione delle varie forme dell’attività umana
(non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni), filosofo,
propriamente, è colui che più degli altri persiste nell’atteggiamento
critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui problemi della vita e
della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo nessuna diflicoltà a presentare la
nostra tesi nei termini più modesti: l’interesse predominante dello spirito
M.ano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in lui è vivissima la consapevole
esigenza anche del valore del pensiero in sé e per sé, della considerazione
della vita sub specie aeternitatis, propria della filosofia e della religione.
Ma spingiamo la nostra tesi anche un po’ più in là: l’esperienza della vita e
del mondo storico, da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche
al suo pensiero una nota di originalità potente, della quale è possibile uno
sviluppo in sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono,
tuttavia, da dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l’interesse
confessato per la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni
religiose, sin dalla prima giovinezza, quando leggeva La morale dei positivisti
dell’Ardigò e la Storia della filosofia del Fiorentino, e più tardi, quando
scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su Giovanni Huss, un
abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i documenti ci mancano
quasi del tutto, non giova insisterci. Le prove, invece, abbondano ne’ suoi
scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto che il Fascismo <( non è soltanto
azione, è anche pensiero » ; e che, pur rinunciando a formule e schemi, il
Fascismo pena la morte 0 , peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine
», le quali (( non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che
vincolino per l’eternità, ma devono costituire una norma orientatrice » ! E
nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel periodo più
intenso Vedi nel discorso commemorativo del Luzzatti (30 marzo 1927) l’accenno
a le verità eterne, senza di che la lotta dell’uomo contro l’uomo, di tutti
contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà».
Arnaldo scrisse: Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che
resìstono all’urto dei secoli». E Benito commenta: Con queste parole, Arnaldo
dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie e vicende del mio
spirito » {Vita di Arnaldo). deH’azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse
presto una (( filosofia del fascismo », e aggiimgeva; Attrezzare il cervello di
dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire,
rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione
di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il
binomio mazziniano : Pensiero e Azione ». L’anno seguente ( Gerarchia », n. 3)
forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento idealistico
italiano: Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è
vero che la materia è rimasta per im secolo su gli altari, oggi è lo spirito
che ne prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da
quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna,
s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». In pieno
Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa professione di
idealismo: ((Voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato
positivista, mai, nemmeno quando era nel vostro partito. Non solo per noi non
esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa
antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient’altro
esiste: né voi, né quest’aula, né le cose e gli oggetti che passano nella
cinematografia fantastica dell’universo, il (juale esiste in (pianto io lo
penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. È
l’anima, signori, che è ritornata » {Discorsi dal banco di deputato, pag. 118:
questo è del 1“ dicembre 1921). L’accenno al problema gnoseologico, alla
centralità del pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è
il punto che più interessa qui; l’adesione all’idealismo è data sopratutto, io
credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor oggi
presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo chi scrive, giustamente)
che il carattere gnoseologico predominante nell’idealismo, mentre non arriva a
dar ragione di quella ch,’è la realtà oggetto dell’esperienza comune e
delPindagine scientifica, nello stesso tempo impoverisca e disperda in schemi
logici (la dialettica) rintimità della vita spirituale e il senso del mistero,
del Trascendente, in essa implicato. Di queste difficoltà M. non sembra
inconsaper vole, come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al
Congresso degli scienziati. Qualche volta mi sono posto dinanzi al fatto
scienza, per vedere la mia posizione personale, la posizione del mio spirito di
fronte a questo fatto: prima di tutto per definirlo. La mia definizione non
dico che sia quella esatta, e potete anche respingerla, se la trovate inesatta,
oppure insufficiente: credo che sia Pindagine e il controllo dei fenomeni che
cadono sotto la nostra sensibilità e sotto quella degli strmnenti che noi
possiamo adoperare... Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo
diciannovesimo ha fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c’è dubbio che
la scienza tende al massimo fine; non c’è dubbio che la scienza, dopo avere
studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il perché. Il
mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa arrivare a
spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete
chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio.
Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra scienza e fede. Queste
sono polemiche di venti o trent’anni fa. La filosofia ha il suo campo, quello
dello spirito. Vi è una zona riservata alla meditazione dei supremi fini della
vita. Quindi, la scienza parte dall’esperienza, ma sbocca fatalmente nella
filosofia e, a mio avviso, solo la filosofia può illuminare la scienza. Il
testo, forse preso da nn resoconto stenografico, non deve essere stato
riveduto; ci siamo permessi qualche ritocco. Il problema è troppo grave e
complesso per discuterne qui, tanto più che, come s’è detto, res sub judice
adhuc est. Ma i termini di esso sono ben quelli posti da M.: il mondo della
conoscenza e della scienza è (juello dell’esperienza sensibile (così come il
mondo della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà); il
problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti gli
altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema filosofico cb’è
insieme un problema religioso. Si comprende, quindi, il tono diverso del
discorso tenuto il 26 maggio 1929 al Congresso dei filosofi: rivendicato il
merito del Fascismo per i valori dello spirito e della cultura; e riaffermata
la sua convinzione su l’importanza della filosofia cbe, se fatta in mezzo alla
vita contemporanea, (( serve ad animare gli orientamenti pratici dell’azione
quotidiana », riconosce cbe c’è un lamento generale, in Italia e fuori, perché
l’arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza : Siamo in im periodo
di transizione, siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo
affaticati da problemi di ordine empirico materiale... D’altra parte, io penso
che la grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche
tempo avremo una grande filosofia, ima grande poesia, una grande arte. I
materiali per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo ». Quali
sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere una
nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di Mussohni? Comincia
di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento, perché, mancando accenni
più espliciti, dobbiamo servirci più d’induzioni che di dimostrazioni. Ci
soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti che permette di arguire,
con sufficiente approssimazione, quale sia la sua intenzione. Anzitutto è
chiaro che una parte almeno di quei materiali deve essere costituita da quanto
di meglio possono offrire i principali indirizzi del pensiero filosofico
contemporaneo. E però la mente corre, in primo luogo, a quelle correnti
dipensiero che anche in Italia ebbero grande divulgazione al principio del
secolo, e alle quali anche M., in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la
formazione della sua mentalità : vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo
e il pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non essere stato
mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior cautela per
non presentarlo, quindi, senz’altro, coirne un idealista. Questo binomio, o
dilemma che dir si voglia, vale meglio per la generazione, cresciuta subito
dopo, esclusivamente dentro l’atmosfera dell’idea- Jismo italiano. M. s’è
formato, in un primo tempo, dentro il clima mentale europeo; e però non è stato
mai positivista perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di cpiella
critica del positivismo che veniva eseguita, pm* dentro di esso, dagl’indirizzi
di pensiero ora ricordati. I risultati principali di quella critica ftuono
questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi intellettualistici del
determinismo scientifico e del pesante grossolano positivismo, a sfondo
materialistico, ma ravvivata dal senso della novità e della creazione, per cui
il fenomeno si presenta sempre come qualcosa di singolare; il primato
dell’intuizione che meglio di tutte le analisi concettuali coglie l’intimità
delle cose e quella vita della coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere
lo slancio vitale che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche
dell’azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo
inserendovi l’evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo, questo, per
mettere in rilievo (e d’altronde appartiene alla cultura filosofica corrente)
quanta "vivacità e freschezza di idee fossero contenute in tale mo-
Quaderni vimento di pensiero, che contribuì come nessun altro mai nella storia
delia filosofia a dileguare dalle menti secolari abitudini scolastiche, a
render più agile e penetrante Tin- telligenza, a dar vita nuova alla cultura, a
far sentire la superiorità dell’azione su un pensiero astrattamente speculativo.
Ma neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le deficienze di quel
movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo, restava preso
nell’orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi dominante. Il
contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova scienza
fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo
materialistico. Ma fuori di H non potè e non può andare: quando,- già nei
fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d’ordine metafisico, di
quelle verità eterne )) che reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita
deU’uomo, riuscì ben misera cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e
molto più del pragmatismo. Quell’intuizionismo conchiudeva in una svalutazione,
non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma della
stessa vita cosciente, ridotta a un fluire » evanescente, a cui soltanto la
mirabile arte dello scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di
quel vuoto ed e ffim ero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare
buon viso? L’azione per l’azione è come l’arte per l’arte: una frivolezza.
L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del pensiero che la illumina e
guida, diventa il principio di un volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo
aU’idealismo italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa
nostra, per cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto,
d’un tratto, l’Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico
contemporaneo), ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto più
materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussohniana abbia
assor- l»ito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente originale e
duraturo quest’idealismo: Vacuto senso storico dei problemi e la concezione
spirituale della vita ( 1). Anche qui, anzi qui a maggior ragione, dobbiamo
resistere alla tentazione di allungare il nostro studio con citazioni di
pensieri e di atteggiamenti M.ani, che balzano alla memoria in folla. I suoi
scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti rivelatori del suo orientamento
mentale così nelle grandi questioni internazionali come nel più modesto
travaglio intorno ai dati della statistica, sono ben vivi e presenti al
pensiero e al cuore di ogni italiano, anche se la riflessione comune inclini a
trasvolare su i particolari per coglierne e sentirne l’animazione del tutto.
Piuttosto, fermiamoei un momento per determinare i limiti entro i quali quei
prineipii dell’idealismo trovano un’eco nella mentalità M.ana. La questione
(ripetiamo ancora una volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa
non ancora da lui dichiarata e definita: sì che si corre il rischio di sembrare
che si voglia sostituirsi a lui nell’interpretazione del suo pensiero, ovvero
(peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del nostro
meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque, fissare questi
punti, a nostro avviso, di fondamentale divergenza del pensiero M.ano da quello
idealistico. In primo luogo, la sua lontananza dalla concezione idealistica in
quanto questa è ispirata ad un assoluto storicismo che erige metafisicamente la
Storia al signifieato e valore dell’Assoluto. Questa metafisica, che si risolve
in un panteismo storico », non è, ci sembra. Come espressione estrema della sua
adesione all’idealismo si debbono considerare le prime pagine dello scritto La
dottrina del Fascismo. nella convinzione di M.. Il quale, giustamente, per
quanto riponga tutta la dignità dell’uomo e della storia nel valore spirituale,
ha troppo preciso e sicuro il senso della finitezza deU’umano: del limite che,
mentre potenzia il pensiero e l’azione dell’uomo, ne delinea insieme
esattamente i confini. In altri termini, egli ha una concezione più veramente storica
della Storia. Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza da quella
specie di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come residuo
deU’hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere fondamentalmente
razionalistico. In questo punto. M., se non c’inganniamo, tradisce il carattere
schiettamente cattolico della sua mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c’è,
meglio che sia quello religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si
passa, quindi, ad una considerazione apparentemente opposta alla precedente:
l’idealismo è troppo umanistico )>: il suo razionalismo affievolisce e
smorza nell’uomo l’impulso aUa lotta e al sacrificio, l’anehto del futuro, il
senso <( pericoloso » della vita, l’audacia dell’iniziativa e il gusto
dell’eroico. Nell’uno come nell’altro caso l’uomo è agito dalla Storia, dallo
Spirito Universale, da una dialettica » che per (( deificarlo )) istrada ogni
sua azione e pensiero lungo una legge impersonale che ha la rigidezza del fato
(1), e lo spersonalizza. All’i mm anentismo, storico o razionalistico, manca
una parola magica: la fede. Se la usa, ne storpia il significato. La storia non
è un itinerario obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende »
(Discorsi della rivoluzione). Proprio per questo, poi, essa non può esser
lasciata in balìa di se stessa, secondo che vorrebbe la crociana religione
della libertà». Di qui la necessità dello Stato, e degli Stati. Pronunziare
questa parola, tuttavia, è presentare il problema più arduo e assillante per
l’attuale coscienza contemporanea. M. lo sente, lo dichiara. Ci è venuto, a
questo problema, lentamente: Nella gioventù io non credevo affatto: avevo
inutilmente invocato il nome di Dio » (Ludwig, Colloqui). Invece, già afferma:
Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai
suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose, può
suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio».
(Popolo d’Italia»). Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di
amorosa passione, in stato di misticismo religioso » [Discorso alla Scissa di
Milano). Fede dell’uomo in se stesso? E fede del fascista nell’idea stessa del
Fascismo? Certamente, anche questo. Può » gli domanda Ludwig (pag. 224 di
Colloqui) un discepo'lo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede? ». M. gli
risponde: In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa». E in Gerarchia» [Viatico):
Il Fascismo vince e vincerà finché conserverà quest’anima ferocemente unitaria
e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplina. Fede,
dimque, non relativa, ma assoluta ». Ma l’assolutezza di questa fede nell’Idea
esclude la fede propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La
fede in se stesso, che direbbesi meglio fiducia », se non ha da essere mero
calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere alimentata da una forza
superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa? Al filosofo idealista
questo sembra un problema insolubile: o si ha fede nelle proprie forze, egli
dice, e si può procedere all’azione ; ovvero nelle proprie forze non si ha
fede, e allora nasce la sfiducia e l’inattività. Il dilemma, come sono tutti i
ragionamenti fatti a fil di logica, è troppo semplice: lo spirito umano è molto
più sottile e complicato di ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo
se dal pensiero di M. possiamo ricavare qpialche luce. Qualche volta egli ha
accennato a un processo interiore come a fonte comune così della politica come
dell’arte. Alla prima mostra del Novecento italiano disse: Ieri sera, dopo
avere attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato
il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto di
meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la politica e l’arte?
Quale tra il politico e l’artista? È possibile di stabilire una gerarchia fra
queste due manifestazioni dello spirito umano? Che la politica sia un’arte, non
v’è dubbio. Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero empirismo. È, quindi,
un’arte. Anche perché nella politica c’è molto intuito. La creazione politica,
come quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione subitanea. A
un certo momento l’artista crea coll’ispirazione, il politico con la decisione.
Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi inseguono un ideale
che li pungola e li trascende. Egli prosegue domandandosi se la guerra e il
Fascismo abbiano lasciato tracce nell’arte : Il volgare direbbe di no perché,
salvo il quadro A noi, non c’è nulla che ricordi e ohimè! fotografi gH
avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura
spettatori o protagonisti. Eppure il segno degli eventi c’è. Basta saperlo
trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente
precedente in Italia. (1^ Sembra in contraddizione, ma non Io è, la
dichiarazione: Fra tutte le professioni la più affine al mio spirito è quella
dell’ingegnere » (Saluto agli elettrotecnici, 25 settembre 1926). Ha un suo
inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina
interiore. Questa disciplina interiore » è, dunque, un punto di coincidenza
della pobtica e dell’arte, e risulta da un’elaborazione lenta e una divinazione
subitanea ». La politica, l’azione, non è (( mero empirismo ». Parlando del
Luzzatti, disse : (( Egli aveva navigato per tutti i mari e negli oceani dello
scibile umano, senza cadere nelle secche dello scetticismo e della negazione,
perché egli credeva fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio
ideale ». Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v’ha dub bio,
schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice; <( Il giornalista
diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a vedere le cose non
più sotto l’aspetto cinematico della contingenza, ma in quello della
trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i problemi originari;
quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un atroce dolore sulla cima, si
sente come liberato dagl’impacci che lo legavano alla pianura e respira oramai
nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il giornalismo del quotidiano
finisce e comincia la poesia. Poesia dell’amore e della morte; della speranza e
della rassegnazione; della vita terrena e del di là seducente e consolatore. La
precedente (( discipbna interiore » consiste, dunque, in questo (( liberarsi »
da ogni esteriorità, vivere <( nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne
», cercarsi (1) Coloro che ancor oggi seguitano a invocare un’arte fascista»,
hanno meditato abbastanza queste parole? Il discorso termina con una
considerazione su l’arte che non ha nulla da invidiare, per finezza e senso
d’interiorità, alle Estetiche oggi più celebrate; Io guardo e dico: questo
marmo, questo quadro mi piace. Perché mi allieta gli occhi, perché mi dà il
senso dell’armonia, perché quella creazione vive ed io mi sento vivo in lei,
attraverso il brivido che dà la comunione e la conquista della bellezza ». alla
radice del proprio essere sino al punto in cui all’a a- spetto cinematico della
contingenza » subentra (( quello della trascendenza. Lì la poesia s’incontra
con la Religione. L’immagine più divulgata di M., anche all’estero, è quella di
una potente e fiera e intransigente volontà: egli è un dominatore ». Chi non
ricorda il motto: agli amici, tutto il bene, ai nemici tutto il male possibile
» ?. I Colloqui del Ludwig hanno ancor più divulgato il senso suo della
solitudine interiore, e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini fatto di
compassione e di disprezzo. Trascendenza, ch’è anche (s’intende!) immanente,
come senso morale e religioso, aU’uomo. In questo significato si parla
^immanenza nel discorso su La Riforma legislativa (12 maggio 1928, al Senato):
E vengo allo Statuto. Bisogna intenderci, onorevoli senatori... Siamo sul
terreno dell’archeologia o della politica? 0, se volete, siamo sul terreno
dell’immanenza o su quello della contingenza? Si è mai pensato che una
costituzione od uno statuto possano essere eterni e non invece temporanei?
Immobili e non invece mntevoli? Di immanente, onorevoli senatori, di eterno,
non vi sono che le leggi religiose. Il decalogo, ad esempio, è immanente: dieci
articoli che vanno bene per tutti ì popoli, per tutte le altitudini,
longitudini e latitudini ». Il Bescson, nella
sua opera recente, Les deux soiirces de la morale et de la religion, dice: Nous
n’irons pas jusqu’à dire qu’nn des attributs du chef endormi au fond de nous
soit la férocité. Mais il est certain que la nature, massacreuse des individus en
méme temps que génératrice des espèces, a dù vouloir le chef impitoyable si
elle a prévu des chefs. L’histoire tout entière en témoigne. Cosi egli ha, in
certo modo, spiegato e inquadrato il principio nietzschiano della volontà di
potenza », facendone un principio della vita politica. Cfr. M. in Colloqui: a
La tendenza all’imperialismo è ima delle forze elementari della natura umana,
appunto come la volontà di potenza. Io non posso avere amici, io non ne ho.
Ludwig gli chiede quando egli si sentì più solo: da giovane, fra i suoi
compagni di partito, ovvero oggi ch’è il Duce del Fascismo? Oggi, disse egli
senza esitare. Ma anche prima: in fondo, fui sempre solo. Vedi specialmente il
Preludio al Machiavelli (in Gerarchia», maggio 1924). Ma, di disprezzo,
soltanto, egli dice (Colloqui), l’nn per cento. Questo è l’uomo e il mondo
guardato da un lato. Ma M. ne eonosce anche un altro : eccolo. Egli (Arnaldo)
fu un buono-, il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo
conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del
proprio dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli
elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere
scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la
misura della vera grandezza di un’anima! Rimanere buoni, malgrado tutto. Il
buono non si domanda mai se valga la pena: egli pensa che vale sempre la pena.
Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche
se impura; dare un sollievo aUa miseria, una speranza alla tristezza, una consolazione
alla morte: tutto ciò significa non considerarsi estranei aU’umanità, ma
partecipi — carne e ossa — di essa : significa tessere la trama della simpatia,
con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono
migliori » {Vita di A.). Siamo, dunque, passati d’tm tratto, da Nietzsche a
Tol- stoi? L’apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra. Il principio
nietzschiano s’è venuto trasformando nell’animo e nella mente di M. in un
principio d’interiorità spirituale, che liberando l’uomo da ogni interesse
mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà la forza di dominarlo;
ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine di se stesso, gli fa
scoprire la sorgente eterna d’ogni valore spirituale, la quale è, in fine,
anche, la fonte segreta della sua forza e azione nel mondo. Ciò ch’è grande
nell’uomo, diceva Zarathustra, è Tesser egli un ponte, non già una mèta. Questa
nota superumanistica )), come superamento del mero umanismo, Cfr., 611 questo
punto, Appéndice, II. è ben rimasta in M.. Così come lo spirito di
spregiudicatezza mentale, Tantifilisteismo, rantidemocratismo, l’avversione
alla vita comoda » e l’istinto guerriero > 1 . Ma egli non può più essere
persuaso di quel baccanale dell’Io in cui si risolve l’anticristianesimo del
Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa
dell’umanità. Il Titanismo, ancbe senza i fulmini più di nessun Giove, si
abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la coscienza
di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole ancbe la
coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua azione.
Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è falso. Il che non fa
meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero critico, esaurire le ragioni
della vita e della fede? Se tale esaurimento riuscisse alla filosofia e alla
riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con essa scomparirebbe anche la
vita. È misticismo, questo? Si, è misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al
filosofo illuminista, non ha fatto paura ad un filosofo come Bergson. C’è
misticismo e misticismo, del resto: anzi, innumerevoli misticismi C’è quello
buddistico e c’è quello del Nietzsche (ch’è, anch’esso, un misticismo, per
quanto opposto all’altro). C’è un misticismo pagano e un misticismo cristiano:
il Bergson ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e
della religiosità. C’è un misticismo protestante e c’è un misticismo cattolico:
questo secondo è il meno mistico di tutti. Coinè la pensa M. in questo punto?
Lasciamo a lui la parola. Arnaldo era im credente, ma non com’egli disse
nell’ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista — credente in un Dio
generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza; ma in
Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della Terra, e nel suo Figliuolo che
un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù, e perdonerà,
speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra vita terrena » {Vita
di A.). Questa, la fede di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo : (( Tutto
quello che fu fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai
liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale
e universale di Dio. Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a
entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il nostro
assunto: che il problema filo- Nei Colloqui del Ludwig, dopo di aver accennato
alla possibilità di una soprannaturale apparizione», aggiunge: Negli ultimi
anni si è in me rinsaldata la fede che vi possa essere una forza divina
nell’universo. Urìstiana? Divina, ripete egli con un movimento della mano, che
lasciò la mia domanda in aria. Gli uomini possono pregare Dio in molti modi: si
deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo. Quella forza divina
nell’universo » non è in arnionia col principio d’interiorità puramente
spirituale da noi precedentemente posto. L’oscillazione spiega anche la sua
ammirazione, su tutti i Dialoghi di Platone, per il sublime » Fedone, la cui
prova dell’immortalità dell’anima dopo di averne esposto acutamente i punti
centrali —reputò incatenante, consolatrice, perfetta... di un’evidenza assoluta
» (vedi Nota su l’immortalità del- Panìma, in Gerarchia). Così anche l’antitesi
cristiana-divina potrebbe far supporre un’incertezza che, certamente, non è nel
pensiero di M.. 11 quale s’è espresso altrove diversamente. Parlando Per il
settimo annuale della fondazione dei Fasci (28 marzo 1926), disse: Il sacerdote
di quella religione che è dei nostri padri e nella quale crediamo, ha
consacrato sessantasette gagliardetti dei vostri gruppi». Negli stessi Colloqui
del Ludwig, ritornando su un argomento discusso già in Senato nel discorso per
la Conciliazione, è ribadita, sì, la sua opinione che, se il cristianesimo non
fosse giunto nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta sofico e quello
religioso sono tra i problemi più vivi nel pensiero e ueU’animo di M.. E
crediamo di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della
seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte
sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero nuovo e
originale si domanderà, e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti in
questo diciam pure così — spiritualismo fascista? La risposta non può esser
dubbia: lo spiritualismo M.ano è orientato verso un principio di pura
interiorità, in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della
filosofia e della religione, dell’arte e della vita sociale-politica, della
scienza e della storia lunana. Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a
rigor di termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e ebraica » ; ma,
egli dice, si deve aggiungere che tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima
l’impero, poi la nascita di Gesù, e finalmente Paolo apinodato a Malta e giunto
qui. Sì, certo, così era predestinato da una Provvidenza che dirige tutto.
Forse più caratteristica di tutte è la dichiarazione seguente: Il cupi»
dissolvi non appartiene alla religiosità dei ruraR italiani. Il contadino
italiano non si angustia troppo, per sapere se l’inferno c’è o non c’è. EgU si
mette in regola per il caso che ci sia, e basta» [Tempi della rivoluzione
fascista). D cupio dissolvi non è, certamente, del misticismo M.ano : ed è del
tutto giusto che tale religiosità dei rurali è perfettamente italiana ». La
Sarfatti l’ha giudicato bene: Austero e rude, malgrado i suoi sporadici
tentativi di rivolta, è in fondo un cattolico asceta-guerriero » [Dux). Qui non
si deve costruire: si dovevano soltanto indicare i mate- riaU » e il punto di
vista » che, presumibilmente, nel pensiero di Musso- Rni, potranno servire alla
filosofia da lui auspicata. Chi desiderasse una prova ulteriore della
origiuaRtà e fecondità deRo spiritnaRsmo mnssoR- niano, potrebbe confrontarlo,
ad esempio, con queRo deU’ultimo Bergson, il forse anche il dovere: ché, quando
il filosofo si avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il
rischio di sbandarsi. È, bensì, vero che la filosofia pervade tutta la vita,
tutti i campi della realtà; ma, cosi considerando le cose, il filosofo si trova
riportato al livello di ogni uomo, e non sempre, allora, egli può competere con
gli altri per ampiezza e ricchezza di vita e di esperienza. Ma lasciamo andare
la questione dei diritti e dei doveri. Sta di fatto che questo saggio, per
quanto voglia esser modesto, non può terminare qui: non si può trattare del
pensiero di M. senza almeno un cenno al suo capolavoro. Il capolavoro di M. è
lo Stato fascista, il quale è, bensì, un’opera di creazione politica, ma è
tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben
consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo
cercato di ricostruire dianzi sulla base de’ suoi scritti e delle sue
dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di
aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi esposta
precedentemente. In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi dovremmo far
vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo Stato fascista chi si pone
da un punto di vista filosofico e religioso diverso da quello del suo creatore;
e in secondo luogo, passando al lato positivo, che in tale creazione politica
agiscono quegli stessi motivi originali di interiorità e senso della
trascendenza che noi abbiamo indicati prima come posizione peculiare del suo
atteggiamento mentale quale, anch’esso, fa leva sugli stessi principi
fondamentali dell’interiorità e della trascendenza. Ma, mentre nel filosofo
francese tale interiorità oscilla fra biologismo e psicologismo, essa si pone
nell’italiano, passato attraverso l’idealismo, con la possibilità (non vogliamo
dir di più) di una determinazione più pura. E similmente si dica per il Dio
bergsoniano. Le differenze si riflettono, poi, anche nella diversità di
concepire la funzione dello Stato, tanto dal lato sociale, quanto da quello
della storia in generale. e spirituale in rispetto a tutti i problemi della
realtà e della vita. Come premessa comune a entrambi i lati del problema cbe
qui si presenta, bisogna far attenzione a questo fatto: die noi ora passiamo a
considerare !’(( uomo » non più nella sua intimità e interiorità, in quella
solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e
politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo
storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di ogni
giorno. La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo mondo; la
sua personalità egli la deve costruire come individualità cbe ha un significato
e xm valore essenzialmente sociale; egli ha qui per giudice, non più Dio
direttamente, ma il mondo della storia e della civiltà umana. L’uomo del senso
comune, ch’è spesso anche l’nomo del buon senso, può trovare motivo di
diffidare, anzi di sorridere, di ogni spiritualismo che non tenga conto di una
tale condizionalità : che parli di nn’interiorità che si consuma dentro se
stessa senza prodursi nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai
realizzare una spiritualità pura, incorporea. Invece, lo spirito umano ha
bisogno del corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali:
bisogna far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per
questo la questione economica non è nna questione spirituale anch’essa:
l’animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l’animale non
ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il
vestir panni e le altre necessità della vita, si presen- (1) Le filosofie
neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo- fra la metafisica e la
lirica sono perniciosissime per i piccoU cervelli (ilarità). Le filosofie
neospiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato... ma bisogna
digerirle!... (ilarità) ìì: M., nel primo discorso parlamentare (Discorsi dal
banco di deputato). tano, non come cose a cui pensa la natura o il caso, ma
come risultato della sua libera attività, del suo lavoro e ingegno; è per
l’uomo, in quanto la società gli rende possibile la sua vita, che il lavoro è,
oltre un diritto, xm dovere: un dovere sociale. Ma, d’altra parte, è pure ovvio
che la spiritualità della questione economica esprime soltanto la condizione
umana di quella spiritualità più profonda che l’uomo trova nella sua pura
interiorità ; e che scambiare la questione economica con la questione morale,
come fece il socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi
con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po’ troppo lunga; ma essa
era necessaria per spiegare nel modo più breve la nostra insoddisfazione per
tutte le teorie fin qui addotte su lo Stato fascista. Preghiamo, con piena
sincerità, il lettore di non sospettare che si abbia noi la pretesa di
possedere il segreto di quella teoria. Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare
che innanzi all’opera di M. ci sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche
gli altri confessassero questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista s’è
scritto oramai una biblioteca, fra l’Italia e l’estero. E naturale che gli
scritti migliori siano quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di
prim’ordine per cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che
avviene nei commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia', c’è
qualcosa che, dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella poesia e
nell’arte si può dar la colpa alla critica che non arriva mai a tradurre in
concetti l’intuizione sentimentale. Qui, nell’opera politica di M., a noi
sembra che la colpa sia dei teorici che restano al di sotto del punto centrale
in cui lavora il suo genio creatore fra problemi di azione e di pensiero che
costituiscono la sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche cenno più
esplicito. La letteratura su accennata può dividersi in opere di economisti, di
giuristi, di politici, di filosofi. I discorsi fatti in generale sono,
necessariamente, sempre un po’ vaghi. Ma noi qui abbiamo un interesse ben
determinato, e non abbiamo nessun dovere di allontanarci da esso per entrare
nella discussione dei particolari. A cominciare, quindi, dai filosofi,
dichiariamo che una filosofia capace di penetrare in ciò che ha di più
singolare lo Stato fascista non esiste ancora. I filosofi che ne hanno fin qui
parlato (e alludiamo non soltanto agli itahani, ma anche agli stranieri),
s’indugiano ancora in posizioni che M., anzi la storia guardata dal punto di
vista fascista, s’è lasciato dietro le spalle. Ad esempio : c’è chi è ricorso
allo Hegel per dimostrare ch’egli è il vero precursore della nuova civiltà del
mondo inaugurata dal Fascismo. Non c’è bisogno di molta dottrina per far
osservare che nel secolo intercorso fra lo Hegel e il Fascismo sono avvenute
queste cose fondamentali; la critica fatta allo spirituahsmo
idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da una parte, e del
liberalismo dall’altra; e poi la critica, che già corre per il mondo, del
Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le ragioni di
richiamare quello spiritualismo astratto alla base materiale-economica per intendere
il concreto mondo storico e agire in esso. Il liberahsmo ebbe altrettanta
ragione di non volerne sapere di quel teologismo, perché quel che a lui premeva
era la libertà dell’uomo, e però dell’individuo vero e reale. Oggi il Fascismo
ha superato, per parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non soltanto
l’astrattezza ed erroneità dello hegelismo, ma anche l’angustia mentale (ch’era
una astrattezza ed erroneità opposta) comune al marxismo e al hberalismo. Come
ritornare, dopo questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora, ricominciamo da
Platone e da Aristotele! QÙRnto inchiostro versato in questi anni per
dimostrare che non c’è Hbertà senza autorità; che l’individuo s’identifica con
lo Stato; che economia etica e politica sono la stessa cosa; che la sovranità
dello Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto fuori di sé, ed
altrettali filosofemi caratteristici della filosofia hegeliana! La quale
risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in un
processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l’Assoluto
metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i concreti
problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non intendiamo, con questo, di dire
che tanto inchiostro sia stato versato inutilmente. Tutt’altro! È stato del
tutto opportuno, per rinfrescare la memoria delle persone colte e per dirozzare
la mente degli ignari su quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo
e della civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni
sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per cogliere
questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che veramente dànno il
nuovo senso dello Stato », contenute nel discorso del Duce all’Assemblea
quinquennale del Regime. Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione
stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e
altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista?
Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le
vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C’è un concetto che ritorna
frequentemente in tutte le definizioni : quello della personalità dello Stato,
come di una personalità superiore che assorbe, o deve assorbire, quella
inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta poca riflessione per
accorgersi che quello Stato è una formula, una realtà anonima, una personalità
che è tale soltanto nel senso in cui si parla di (( persona » in giurisprudenza
quando si vuol dire di un ente o istituto che ha un riconoscimento dalla legge
ed è (1) Son riportate e illustrate in Appendice, V. Quaderni soggetto » di
diritti. Ossia, è una personalità ehe è il massimo della impersonalità. La
personalità, inveee, dello Stato fascista consiste in questo: che c’è un Capo,
una personalità e volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la
complessa vita statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo
politico-giuridico con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità,
resta come un presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare,
perché, appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica
e politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della
coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da M. nel suo Preludio al
Machiavelli) (1). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che l’ordine e
la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante, così il Fascismo
pensa che per uno Stato forte e capace di contar qualcosa nella determinazione
della storia mondiale, quel che più conta è la volontà e capacità di chi siede
al governo, dirige e determina la via da seguire. In quella volontà si debbono
organizzare tutti i voleri, in quella personalità debbono prender corpo tutte
le gerarchie, classi e categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione.
Gerarchie, classi e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del
corpo politico, sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato,
espressa in sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo e alla massa
altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di autorità?
Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica che per
dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare ugualmente bene
l’opposto. M. non s’è mai indugiato in tali esercitazioni : dichiarando che la
libertà è un mezzo, non un fine » ha risolto la questione perentoriamente.
Questo è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare
un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici
stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione della
Storia, e non s’è ancora accorto che la Storia la fa non l’individuo isolato
con la sua astratta libertà, ma l’individuo in quanto volontà e libertà
organizzata in quell’organismo spirituale che è lo Stato. Sono gli Stati che
decidono del mondo storico-sociale, non gl’individui come tali: così come sono
gli eserciti che determinano la vittoria, non i soldiati singolarmente presi (1).
Stato etico )), si dice: e questo, si aggiunge, almeno questo, è pure un
concetto di marca schiettamente hegeliana. Per cui, dall’altra parte, si
protesta: eccoci tornati, col Fascismo, alla (( morale di Stato )), alla morale
governativa » : quale aberrazione filosofica e morale ! Se non che, anche qui,
non si può raccomandare abbastanza di non perdersi in queste discussioni, e di
attingere direttamente alla fonte delle parole e del pensiero di M.. Prendiamo
un passo: Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista,
perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di
rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo
Stato se non avesse im suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza
alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che
cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini
avrebbero il diritto della rivolta e del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica
in pieno il suo carattere di eticità: è Cattolico, ma è Fascista, anzi sopra-
Nella silenziosa coordinazione di tutte le forze agli ordini di uno solo, è il
segreto perenne di ogni vittoria » {Tempi della rivoluzione fascista, pag.
166). Non basta, dunque, dire con Tidealismo che il mondo storico è una
creazione dell’uomo. Bisogna aggiungere; deU’uomo organizzato nella società, e
in primo luogo in quella forma più potente di società h’è lo Stato
fascisticamente inteso. 3tutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattoli-
cismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la
specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola » (1). Vediamo
di non cambiargli le carte in tavola. Contro una Chiesa che, movendo dal
principio di esclusivo monopolio nella direzione delle coscienze, tende a tener
per sé, come si dice nel linguaggio scolastico (del tempo in cui si faceva
questione fra Papa e Imperatore per il governo del mondo), tutto (( lo
spirituale », e a lasciare allo Stato la sola cura dei beni materiali: contro
tale Chiesa M. adduce, di pieno diritto, la rivolta della sua coscienza, del
suo senso di Capo di uno Stato moderno, che sa di governare degli uomini liberi
e non già un gregge, di guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già
di essere un sentplice amministratore di beni, ed afferma il carattere
spirituale dello Stato e il fondamento morale che sostiene la sua autorità di
Capo. Ma da questo al concetto che risolve il problema morale nel problema
dello Stato, c’è un molto rispettabile intervallo, anzi xm abisso, che a noi
non risulta in alcun modo che M. abbia mai tentato di varcare. Stato unitario,
totabtario : tutto nello Stato, per lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla
contro di esso. E può essere diversamente data la nuova concezione fascista?
Come in guerra tutte le forze materiali e spirituali della Nazione vengono
organizzate, senza residuo, per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato
fascista ha bisogno di tutte le forze, fisiche, morali e intellettuali, de’
suoi cittadini per vincere quella più grande battaglia che determina il posto
di uno Stato nel mondo e il corso della storia stessa. Discorso aUa Camera per
Gli accordi del Luterano. (2) Io considero la politica come una milizia o
combattimento (Tempi della rivoluzione fascista). Il Fascismo non vuole, dentro
Quindi nulla, di quanto l’individuo può dare, sfugge all’interesse dello Stato
fascista: la sua ctdtura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la stessa
sua coscienza religiosa. Ma questo non implica un assorbimento » del--
l’individuo nel senso che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità !
Tutt’altro : lo Stato fascista ha ogni interesse, anzi, a potenziare la
personalità fisica e morale dell’individuo, a sollecitarne la libera iniziativa,
a trar profitto dalla sua vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra,
anche dalle sue ambizioni e dalle legittime aspirazioni al benessere e agli agi
materiali. Non, dunque, che sia erronea la così detta identificazione
dell’individuo con lo Stato; ma, presentata in quella dialettica astratta, non
dice nulla di positivo, e può condurre, ripetiamo, anche a dire il contrario (
1). Così, per la questione economica. Stato corporativo, sì, certo : è un
caposaldo dello Stato fascista, che qui si lascia di nuovo dietro le spalle il
socialismo e il liberalismo insieme. Ma se da questo si vuol dedurre che
l’originalità e importanza dello Stato fascista sia tutta in questo punto,
nell’aver immessa una coscienza statale » nel giuoco degli interessi lo Stato, la
lotta: vuole, anzi, Tarmonia e la collaborazione. Ma nel confronto con le forze
estranee sente che la vita è un combattimento continuo, incessante », da
accettare con grande disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza
necessaria » {Per il settimo annuale della fondazione dei fasci). Non si tratta
di mera coincidenza o non coincidenza della volontà deU’individuo con quella
dello Stato, ma di un processo che si può ben chiamare di educazione
dell’individuo per opera dello Stato fascista : La politica è l’arte di
governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare, educare le loro passioni,
i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi d’ordine generale che
trascendono quasi sempre la vita individuale perché si proiettano nel futuro ».
L’individuo, infatti, non educato politicamente, tende a evadere continuamente:
tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a non fare la guerra:
pochi sono coloro — eroi o santi — che sacrificano il proprio io sull’altare
dello Stato » (Preludio al Machiavelli), Sul concetto di Stato fascista come
Stato educatore, ved. Appendice, pag. 55. materiali che governano l’economia di
un Paese, c’è l’evidente pericolo di fare del Fascismo un’antitesi, sì, del
comuniSmo e bolscevismo, ma su lo stesso piano. In somma: economia, etica,
politica sono, bensì, legate indissolubilmente nello Stato fascista, ma non per
questo l’una è la stessa cosa dell’altra. E veniamo, infine, alla tanto
dibattuta questione religiosa. Stato confessionale? No, certo: si è detto e ripetuto.
Allora, Stato superconfessionale » ? Sì, certo, nell’ovvio senso in cui,
negandosi che sia confessionale, si vuole pure affermare la sua religiosità. La
religiosità, si ha ima grande premura di aggiungere e ripetere a sazietà,
immanente ». Non ha detto il Duce: (( tutto nello Stato, nulla fuori dello
Stato »? Ma la conseguenza, al solito, è tratta troppo facilmente, con una
argomentazione che, per voler esser troppo profonda, resta alla superficie
della questione e del pensiero di M.. Il quale non ha mai sognato di fare della
religione una questione meramente politica. Dal dire che lo Stato fascista ha
estremo interesse a coltivare la coscienza religiosa della Nazione; a dire che,
quindi, è lo Stato stesso che crea quella coscienza e ne è l’arbitro, ci corre
quel solito intervallo o abisso che M. non consta abbia tentato di abolire.
Ancora una volta ! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da esibire, e non
pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti del pensiero M.ano. Ci
limitiamo a esibire dei (( materiali » e dei punti di vista », quali possono
essere rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo :
quella teoria (( immanentistica » è in accordo con ciò che consta del pensiero
e dell’azione mus- soliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in
precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il contrario. Diciamo
meglio e di più: quel che consta è un’impostazione del problema
politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi nell’avvenire
della coscienza politico-religiosa, non soltanto degli Italiani, ma dell’uomo
semplicemente, in universale. C’è un fatto: che lo Stato ha affermato la sua
assoluta sovranità nel mondo dello spirito storicamente considerato ; e
contemporaneamente la Chiesa ha rinunciato a entrare più nelle questioni
interne allo Stato e nelle competizioni, di qualsiasi specie, fra gli Stati. Le
due sfere si sono, per la prima volta dacché esistono, delineati e definiti
esattamente, per lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con questa
reciproca delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto : quindi
né assoggettamento della sovranità dell’uno all’altra, né separazione nel senso
che l’uno non voglia saper nulla dell’altra. Lo Stato fascista, proprio perché
è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani, ci sono due
fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa dell’uomo, a
seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica della storia,
ovvero in quella interiorità dell’uomo e della personalità ch’è la sua
spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufficienza, dianzi, che questi due punti
di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo
Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni
esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai
suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per il senso
della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di
disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della
concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo
accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che
pon termine a un dissidio rimasto, secondo Fespressione di M. stesso, come una
spina confitta nel profondo dell’anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da
guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più vasto
e profondo: liberata dagl’interessi politici, accostarsi sempre di più alle
coscienze nella pura interiorità, parlare ad esse un linguaggio più
intelhgibile e persuasivo, rinnovare nelle menti e nei cuori i motivi di quella
fede che fece la sua grandezza in altri tempi, anzi in ogni tempo. Solo per
questa via alla conciliazione fra essa e lo Stato potrà seguire l’altra fra
essa e il pensiero moderno. ILa Sarfatti {Dux) riporta dal giornale
repubblicano, Il pensiero romagnolo », una buona parte di uno studio giovanile
di M. su La filosofia della forza, nel quale sono riassunti i motivi della sua
ammirazione per il Nietzsche, e insieme quelli del suo dissenso da tale
filosofia. I primi si risolvono nella concezione attivistica della vita come
creazione di nuovi valori spirituali: Questa volontà di potenza, che si esplica
nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali, dà uno scopo alla
vita. Creare! Ecco la grande redenzione dai dolori, e il conforto della vita.
Il superuomo — ecco la grande creazione nitciana. Quale impulso segreto, quale
interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche
nell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae:
della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove l’irrimediabile
mediocrità trionfa. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno
all’ideale; ma a un ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno
creduto le generazioni passate ». Che il Nietzsche non abbia esposto
sistematicamente la sua filosofia, non importa: Ciò che v’è di caduco, di
sterile, di negativo in tutte le filosofie, è precisamente il sistema: questa
costruzione ideale, spesse volte illogica e arbitraria. L’avversione al sistema
», nel senso scolastico di una dottrina chiusa nel cerchio di astratte definizioni
e di procedimenti puramente razionali, dà, per lo meno estrinsecamente, il
carattere più originale della filosofia contemporanea. Il punto veramente
debole della concezione nitciana è, invece, quello colto sin da allora da M.,
là dove posto il principio che l’istinto di socievolezza è inerente alla natura
stessa dell’uomo », onde non si concepisce un individuo che possa vivere avulso
dall’infinita catena degli esseri », nota la contraddizione in cui fatalmente
doveva aggrovigliarsi il Nietzsche, il quale (c sentiva la fatalità di questa
che potrebbe dirsi legge della solidarietà universale, sì che per uscire dalla
contraddizione il superuomo, l’eroe nitciano, dall’interno scatena la sua
volontà di potenza aH’esterno... Ma, o il superuomo è unico, e non ubbidisce a
leggi; o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale, e allora
rientra nella mandria. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la
società rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d’artificio Anche
l’anticristianesimo nitciano è veduto nel suo significato più positivo e, in
fine, contingente: Per comprendere questo feroce anticristianesimo nitciano,
dobbiamo esaminare alcun poco il mondo interno del Nietzsche. Egli era
profondamente antitedesco. La gravità teutonica e il mercantilismo inglese
erano ugualmente indigesti all’autore di Zarathustra. Forse il suo anticristo è
l’ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania feudale, pedante,
cristiana ». Il volumetto Giovanni Huss, il veridico (Roma, Po- drecca e
Galantara) è una buonissima monografia di carattere schiettamente storico.
L’intenzione anticlericale vi è aggiunta nella Prefazione, e qua e là
incidentalmente, e in ogni modo non oltrepassa il limite doveroso del rispetto
verso il Cristianesimo: verso di questo, anzi, è evidente una sincera simpatia.
Ancora ima volta Huss si difende dall’accusa di eresia. Egli non si proponeva
che la purificazione del clero dagli elementi che lo demoralizzavano...
Stridente antitesi! Mentre i prelati alti e bassi della chiesa non miravano che
ad arricchire, e talvolta lasciavano in retaggio ai figli e ai nepoti ricchezze
favolose, l’eretico Huss, come il Cristo, null’altro lascia alPinfuori di
alcuni poveri indumenti. Huss non aveva solo predicato, ma anche praticato, e
come San Francesco d’Assisi aveva sposato coram populo, madonna Povertà.Gli
eretici parlano in nome del popolo e al popolo. È un ritorno al Vangelo,
eh’essi vogliono: un ritorno alla vita povera, ma solidale, delle prime
comunità cristiane. Non cosi, tuttavia, i seguaci di Huss, che (( superarono in
barbarie la Chiesa di Roma » : essi si ispirarono a Jehova, (( non al mite
apostolo di Nazareth. Ispirazione, dunque, questa dominante nel volumetto su
Huss, da riformatore, e però morale, e in fine religiosa. La religiosità,
tuttavia, è concepita e sentita al di fuori di ogni dogma: Cosi [con l’eresia
di Huss], la storia della progressiva liberazione del genere umano dai ceppi
delle credenze dogmatiche non subisce di secolo in secolo soluzione di
continuità. Dal senso vivo d’interiorità (ch’è il senso stesso della
individualità e personalità puramente spirituale) deriva, per contrapposto,
tanto più vivo quello dell’esteriorità e del dominio meditato della volontà sul
mondo in cui l’uomo deve agire. Negli scritti e discorsi di M. si accenna più
volte ad un tale senso della vita interiore, ch’è, poi, la fonte prima del
problema filosofico e religioso. Già nel 1914, fondando Il Popolo d’Italia»,
scriveva: Non tutti i miei amici d’ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti
ribelli si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente,
liberissimo, personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun
altro ». E nel 1929 (Su gli Accordi del Laterano », alla Camera) : (( Ecco che
io mi son trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare le
vene e i polsi di un uomo. E non potevo chiedere consiglio a chicchessia: solo
la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe
meditazioni ». Nei momenti più solenni l’uomo si sente solo: solo con se stesso
e con Dio ((( Cosi Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia
ardua fatica »). Il Barnes {Gli aspetti universali del Fascismo), scrive : È
questa l’attitudine di M. innanzi ai problemi pratici della vita: una profonda
coscienza del bene e del male, un infinito senso di responsabilità... Ne deriva
una continua autocritica ed un automartirio che, se non fossero la sua fede, il
senso di dovere verso la sua vocazione, il suo coraggio morale, lo
spingerebbero verso una vita contemplativa. Sant’Ignazio di Loyola, e non
Napoleone, è la figura spirituale che può essere compagna a M. ». Tenendo
presente quanto abbiamo notato dianzi sul rapporto fra il senso d’interiorità e
quello del dominio della volontà sul mondo esteriore, è facile vedere sino a
qual punto colga giusto Fosservazione del Barnes. Il paragone coglie un aspetto
della personalità del Duce che andava messo in rilievo contro chi vede di
quella soltanto il lato esteriore, l’atteg- giamento napoleonico », del
conquistatore o dominatore, o meglio, per dirla con parola corrente e più
vicina all’idea, del realizzatore ». Ma quell’aspetto, separato dall’altro,
vien fuori deformato. Il senso d’interiorità è in M. anche la fonte segreta
della sua forza di volontà. In conchiusione, M. è una sintesi nuova che assorbe
e trasfigura interamente i vecchi termini in contrasto. Che cosa ci pongono di
fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50
anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le fantasie dei
positivisti : fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più pericoloso del
pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il
processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto »
[Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci). Idealismo è il termine
generale più acconcio a comprendere il movimento della filosofia contemporanea
sorto contro il positivismo che aveva dominato la cultura europea nel periodo
precedente a quello a cui M. accenna. In quanto antipositivista, il pensiero
M.ano si può hen definire idealista. Che i fatti non si intendano senza
l’attività del pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio
spirituale, è verità messa in gran luce dall’idealismo contemporaneo, svoltosi
poi in svariate direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una
parte, dalla diversa valutazione del positivismo criticato; e dall’altra, dalla
diversità di significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima
parte, la critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo,
l’esigenza di concretezza, il senso della realtà dell’esperienza lunana
(conoscitiva e pratica): l’idealismo è andato d’accordo, qui, col positivismo
nella tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per ìa seconda,
l’atteggiamento generale dell’idealismo è stato per una rivalutazione dei
principii religiosi, di cui l’illuminismo aveva fatto troppo buon mercato :
senza di essi, infatti, neppiure s’intende il valore morale della vita e il
dovere del sacrificio per gl’ideali che fanno grande l’uomo. Ma, poi, non
sempre l’idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso di concretezza
del mondo dell’esperienza; dall’altro, il senso veramente religioso della vita
spirituale. I/idealismo assoluto, in modo particolare, viene oggi criticato da
entrambi i lati, ed è questa la ragione per cui gli si oppongono, da una parte,
correnti di pensiero più vicine ai problemi dell’esperienza e della scienza, e
dall’altra lo schietto spiritualismo. Questi problemi, interni all’idealismo,
sono presenti, sia pure germinalmente, anche nel pensiero di M., sopratutto
nelle pagine in cui espone le idee fondamentali della Dottrina del Fascismo,
che ora passiamo ad esaminare. (( Come ogni salda concezione politica, il Fascismo
è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina che, sorgendo da
un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita-e vi opera dal di dentro.
Ha, quindi, una dorma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha
insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia
superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà
umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e
particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui
la prima ha il suo essere e la sua vita. Non c’è concetto dello Stato che non
sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di
idee che si svolge in ima costruzione logica, o si raccoglie in una visione o
in una fede ». Quaderni [Si noti, nel primo passo, il rapporto posto fra la
contingenza o realtà della storia, in cui vive l’uomo, e U valore universale
del pensiero che la illumina. Ivi si accenna anche all’altro problema del
rapporto fra il pensiero e l’azione: o, come meglio si vede nel secondo passo,
tra filosofia e fede religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità,
in un sistema concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e
diventa, così, principio di vita e di azione]. Così il fascismo non
s’intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di
partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla
luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo
per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui
l’uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è
governato da una legge naturale che istintivamente lo trae a vivere una vita di
piacere egoistico e momentaneo. L’uomo del Fascismo è individuo che è nazione e
patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una
tradizione e in una missione che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve
giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti
di tempo e di spazio; una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di
sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza
quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo )). [Il a modo
spiritualistico )) di concepire e sentire la vita è qui esposto con tutta
chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso un principio anche di
fede religiosa? Come, infatti, richiedere all’individuo l’abnegazione di sé e
la rinuncia ai suoi interessi, alla vita stessa, senza una fede trascendente?]
(( Dimque, concezione spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione
del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento.
Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né
passivamente ottimistica, come sono in generale le dot* trine (tutte negative)
che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che con la sua libera volontà
può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l’uomo attivo e impegnato
nell’azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle
difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta,
pensando che spetti all’uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di
lui, creando prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale,
intellettuale) per edificarla. Così per l’individuo singolo, così per la
nazione, così per Fumanità. Quindi l’alto valore della cultura in tutte le sue
forme (arte, religione, scienza), e l’importanza grandissima dell’educazione.
Questa concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione etica. E
investe tutta la realtà, nonché l’attività umana che la signoreggia. Nessuna
azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del
valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita, perciò, quale la
concepisce il fascista, è seria, austera, religiosa. Il Fascismo è una
concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una
legge superiore, con una volontà obiettiva, che trascende l’individuo
particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi
nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di
mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di
governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero », [Innegabilmente,
questo spiritualismo è d’ispirazione schiettamente religiosa. Ma e questo è un
punto di capitale importanza per l’intelligenza della religiosità immanente
allo spiritualismo caratteristico della dottrina fascista — non vuole che il
senso religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l’attività
dell’uomo e la sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito
d’iniziativa, audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di
quest’attivismo, si dice nel passo ora riferito, sono tutte quelle che pongono
il centro della vita fuori dell’uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le forme di
panteismo. Il Cristianesimo non è panteismo: e però — salvo in alcune
interpretazioni e manifestazioni secondarie — non nega la volontà e l’attività,
e può, anzi, rinvigorire il senso morale della vita col dare un valore assoluto
anche al dovere di sacrificare la vita stessa per un ideale puramente umano
come quello della Patria. Non si scordi che è proprio del Cristianesimo il
concetto della vita come milizia. Il cristiano, infatti, pone, bensì, il suo
Dio oltre di sé, trascendente, ma non fuori di sé: lo trova nella più profonda
interiorità della sua stessa vita spirituale. Queste considerazioni, da noi
aggiunte, non paiono in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito.
La loro conformità, anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente
che il Fascismo, non solo non è soltanto (( un sistema di governo », ma non è
neppure soltanto un sistema di pensiero » : è anche, come s’è veduto innanzi,
una fede (1)]. (( Il Fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non
è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nei
gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le
nazioni Questo principio della fede basta a differenziare l’agnosticismo
religioso da quello areligioso di origine positivista. Dio non è, certamente,
oggetto di conoscenza. Ma non per questo la sua esistenza è ipotetica! Mettiamo
qui questa considerazione per chiarire il significato di talune espressioni di
M. in altri scritti. Nello scritto che stiamo esaminando, Dio, infatti, vien
definito, a scanso di equivoci, come volontà: oggetto, dunque, di fede, non di
conoscenza (intesa, questa, nel senso della scienza). Si badi, però, di non
cadere in un altro equivoco EQUIVOCO GRICE su la parola oggetto » : la volontà
non è mai oggetto, e la volontà di Dio, a cui s’ispira l’uomo religioso, vien
sentita, amata e. seguita, nella pura interiorità della coscienza, che poi si
manifesta nell’azione. Fcollaborano. Donde il gran valore della tradizione
nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori
della storia l’uomo è nulla ». [L’uomo non può vivere la sua vita di azione, e
realizzare in sé i più alti valori umani, fuori della società, ossia fuori del
mondo storico in cui la sua vita si trova, di fatto, inserita. Questo è,
evidentemente, il significato della proposizione: Fuori della storia l’uomo è
nulla». Il problema deH’immortalità dell’anima è, qui, fuori causa. E sarebbe,
reputiamo, fraintendere il pensiero di M. interpretare queste parole come
l’affermazione di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto (1), cbe
risolvesse tutto l’uomo, senza residùo, nel mondo della storia]. Perciò il
Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica,
tipo secolo xviii: ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso
non crede possibile la felicità su la terra, e quindi respinge tutte le
concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una
sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della
storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente
vuol essere una dottrina realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i
problemi che si pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono
la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna
entrare nel processo delia realtà e impadronirsi delle forze in atto ». [Parole
d’oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della storia e dei
problemi, sempre concreti e determinati, che l’uomo d’azione si trova innanzi].
Anti-individualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per
l’individuo in quanto esso coincide con quanto si disse a pag. 19.CARLINI lo
Stato, coscienza e volontà universale delFuomo nella sua esistenza storica. Il
liberalisnio negava lo Stato nell’interesse deH’individuo particolare: il
Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà
dev’ essere l’attributo dell’ uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a
cui pensava il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà
che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello
Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il
Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore,
interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo ». [Già a pag. 37,
abbiamo chiarito in quale significato, a nostro avviso, va intesa l’eticità
dello Stato fascista, e la sua totalitarietà. Non si tratta, dicemmo, di un
assorbimento e svuotamento della personalità spirituale dell’individuo! Si
tratta, invece, del contributo che l’individuo, col suo lavoro e con la sua
cultura, può e deve dare ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e
spirituale dello Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero
di M. l’allargare il significato dell’affermazione : nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato », sino a fargli
dire che nello Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che
nulla esiste fuori dello Stato. L’esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione
(1)]. ^ Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul socialismo, stri
sindacalismo, su la democrazia, ecc. Prendiamo nota di alcuni punti soltanto,
che giovano all’intelligenza Questo diciamo in relazione ad una possibile
interpretazione diver^ gente, di un umanismo teologico», secondo quanto si notò
a pag. 20. della peculiarità dello Stato fascista, da noi precedente- mente
accennata, e su la quale torneremo fra poco. Il Fascismo, si dice, è un’idea
che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e
quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti
coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare una nazione,
avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una
coscienza e una volontà sola...: moltitudine unificata da un’idea, ch’è volontà
di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità ». Nel sentimento
nazionale, infatti, si esprime la coscienza e volontà di tutti come una stessa
coscienza e una volontà sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal
trovare la sua vera e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel
sentimento nazionale essa resta — e potrebbe restare per secoli — allo stato
potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza
all’atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch’è personalità:
personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del governo, la cui volontà
prende corpo, per mezzo della disciplina, nei gerarchi (1), e giù (1)
Gerarchia^, come si sa, è il titolo della rivista da lui fondata nel 1920, Si
vegga, ivi. Stato, antistato e fascismo: Che cosa è lo Stato? Lo Stato vien
definito conte Vincamazione giuridica della nazione. La formula è vaga. Lo
Stato è anche questo, ma non è soltanto questo. Senza volere elencare tutte le
definizioni che del concetto di Stato furono date, nei secoli, dai (Cultori
delle scienze politiche — il che sarebbe inutile e prolisso — mi pare che lo
Stato possa essere definito come un sistema di gerarchie. Lo Stato è alle sue
origini im sistema di gerarchie. Quel giorno in cui un uomo, fra un gruppo di
altri uomini, assunse il comando perché era il più forte, il più astuto, il più
saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o per forza ubbidirono,
quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di gerarchie, semplice e
rudimentale allora, com’era semplice e rudimentale allora la vita degli uomini
agli albori della storia. Il Capo dovè creare necessariamente un sistema di
gerarchie per fare la guerra, per rendere giustizia, per giù sino alia massa
popolare. Soltanto in questo modo, a noi sembra, si può parlare della
personalità delio Stato: riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di
questo modo di vedere è data da quanto segue nello scritto di M., dove dice che
(( non è la nazione a generare io Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato,
che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi
un’effettiva esistenza ». Il diritto di una nazione — si aggiunge a questa
esistenza, ossia all’indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una
volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da
una sorta di Stato già in fieri ». sic Stato fascista è Stato educatore. Esso
(( non si può limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il
liberalismo ». E non è semplicemente un meccanismo giuridico, o economico: sia
pure come corporativismo. Lo Stato fascista è forma e norma interiore, e
disciplina di tutta la persona: penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo
principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità
civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uotno d’azione come del
pensatore, dell’artista come dello scienziato. Il Fascismo, insomma, non è
soltanto datore di leggi e fon- amministrare i beni della comunità, per
ottenere il pagamento dei tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il
soprannaturale. Ma in tutti i casi lo Stato si estrinseca in un sistema di
gerarchie, oggi infinitamente più complesso, adeguatamente alla vita ch’è più
complessa in intensità e in estensione. Ma perché le gerarchie non siano
gerarchie morte, è necessario ch’esse fluiscano in una sintesi: che convergano
tutte ad uno scopo a. Questo scopo è, certamente, una volontà comune, ma
impersonata soprattutto nel Capo, e via via nei gerarchi da lui dipendenti.
datore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare uon
le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a
questo fine vuole disciplina, e autorità clie scenda addentro negli spiriti, e
vi domini incontrastata » (1). (1) Cfr. Per il settimo annuale della fondazione
dei Fasci-. Voglio correggere gl’italiani da qualcuno dei loro difetti
tradizionali. E li correggerò... Se mi riuscirà, e se riuscirà al Fascismo di
sagomare così come io voglio il carattere degli Italiani, state tranquilli e
certi e sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre
mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà ». E
Alle genti della Liguria (1926) diceva: Noi governiamo il popolo italiano con assoluta
purezza d’intenti. Non siamo mossi da stupide vanità e da ridicole ambizioni.
Non ci consideriamo i padroni, sibbène gii educatori di questo popolo che
merita e avrà un sempre migliore destino ». Il motto M.ano Fare di tutta la
propria vita tutto il proprio capolavoro », comprende, dunque, nel suo
programma, in quanto uomo di governo, anche quel capolavoro, a cui egli attende
assiduamente, di educare rifare la coscienza del popolo italiano. Poche pagine,
scritte quasi occasionalmente. Egli si preparò con la lettura del Machiavelli,
e di alcuni, pochi, scritti su lui: Ho riletto attentamente il Principe e il
resto delle opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per
leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli ».
Quanto si è scritto su Machiavelli! Si vegga il Vil- lari, la letteratura
citata nella celebrata sua opera, e tutto quello che s’è scritto dopo sino a
oggi. Il problema dell’interpretazione e valutazione del Principe è ancora un
problema aperto: e si fa, sembra, più ardente e attuale ogni giorno.
Apparentemente, M. non dice nulla di nuovo, come dichiara egli stesso. Si pone
questa domanda : A quattro secoli di distanza che cosa c’è ancora di vivo nel
Principe? ... Il valore del sistema politico del Principe è circoscritto
all’epoca in cui fu scritto, quindi necessariamente limitato e in parte caduco,
o non è invece universale e attuale? ». La risposta si compone di due parti: la
prima constata che, essendo la politica l’arte di governare gli uomini, il suo
elemento fondamentale è l’uomo; la seconda stabilisce, con opportune citazioni,
(( l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della natiura umana. Per
questa preparazione si veggano i manoscritti diM. esposti alla Mostra della
Rivoluzione. Per runa e per l’altra parte è facile addurre che quello era stato
osservato e detto da altri molti. Si trova già in Aristotele, ad esempio,
questo pensiero: che l’uomo di governo (il politico », egli diceva), dovendo
procurare il bene dei governati, deve conoscere profondamente la psicologia,
perché soltanto così può fare (( i cittadini buoni e obbedienti alle leggi ». E
quanto al pessimismo di Machiavelli (che traduce nel campo politico la
concezione cristiana della originaria malvagità della natura lunana), altri
l’avevano notato. Napoleone l’aveva condiviso in pieno. E tuttavia queste poche
pagine, nella loro scheletrica forma, hanno una strana malia: hanno il fascino
delle verità semplici ed elementari. Il prof. Casella, deirUniversità di
Firenze, ha recentemente curata una edizione nuova, riveduta su codici, del
Principe (Libreria d’Italia, Milano), e in fondo al volume ha posto le
interpretazioni di Ugo Foscolo, di Giuseppe Ferrari, di Francesco De Sanctis,
di Alfredo Oriani e di Benito M.. Perché mai il valente critico ha sentito
bisogno di aggiungere all’eletta schiera (basta il De Sanctis a illustrarla)
anche M.? Si potrebbe rispondere che, mentre gli altri si diffondono su
l’aspetto storico, su quello estetico, su quello scientifico o politico nel
senso angusto della parola (il F errar! e l’Oriani ne fanno una critica
spietata, fuori luogo infine). M. ha lasciato da parte il superfluo e
l’incerto, ed ha fissato il punto essenziale del famosissimo trattato. La
risposta è giusta, e potrebbe bastare, per chi si contenta di quello che le
poche pagine dicono effettiva- Non si vuol comprendere come superfluo l’aspetto
storico, né quello estetico: ma sì vuol dire soltanto che l’essenziale, quello
intorno a cni tanto ancora si disputa, non è lì. mente. Ma, se uno le legge con
gli occhi vorrei dire di M., ci trova dentro, in iscorcio, tutto un mondo di
pensieri, ignoto agrinterpreti precedenti: ci trova dentro un Machiavelli quale
soltanto un uomo come M. poteva vedere, e ha veduto. Un Machiavelli guardato
alla luce del nuovo concetto che dello Stato ha il Fascismo. M. non ha avuto né
tempo né voglia di chiarire la differenza fra la dottrina del Machiavelli, così
come si presenta nel Principe, e la dottrina fascista. Differenza enorme!
abisso incolmabile! Meglio: colmabile con tutta l’esperienza sociale, politica
e morale, dei secoli intermedi. Manca, infatti, nel Principe l’esperienza del
passaggio dalla politica italiana del tempo delle Signorie a quella europea
delle grandi Monarchie nazionali, dei governi assoluti e dei principi
riformatori; manca la rivoluzione francese con la rivendicazione dei diritti
dell’uomo, e la conseguente rivoluzione liberale ed economica attraverso tutto
il secolo scorso. Manca, per chi bene intende il valore del termine, tutto il
contenuto spirituale dello Stato fascista, nettamente. E tuttavia, in questa
lontananza di secoli e in questa vuotezza di contenuto dello Stato
machiavellico, M. ha pur veduto in fondo al Principe le due sole cose- che lo
fanno ancor oggi un monumento di sapienza politica incomparabile, per le quali
ha resistito alia diversità dei tempi e dei climi mentali, e resisterà ancora.
L’una è i’iunanità pura, la laicità, come carattere fondamentale della vita
politica e dello Stato moderno ; l’altra è la forma caotica, anarchica,
amorale, in cui si presenta Fumanità come massa, come popolo non ancora educato
alla vita politica, non ordinato e guidato dallo Stato e da un Governo. Nei
Colloqui M. ricorda il motto di HegeL per cui il popolo è queUa parte della
nazione che non sa quello che vuole ». Quello che M. sottintende è il contenuto
spirituale che dà egli stesso allo Stato machiavellico. Quella laicità non
ignora il problema religioso (e neppure Machiavelli, in verità, l’ignorava);
quel Principe, ch’è Stato e Capo di governo, per quanto trascenda con la sua
autorità la massa, non è estraneo a essa: non è un despota, una volontà
arbitraria, che, affidandosi all’astuzia, alla forza 0 al caso, s’impadronisca
della massa cittadina e senza scrupolo la maneggi, quasi materia da plasmare
per suo solo gusto o interesse particolare. Il Capo è volontà che in sé
illumina e potenzia la volontà oscura e fiacca della massa, e personifica nella
personalità propria le aspirazioni e le virtù dei migliori che costituiscono la
tradizione più degna e viva della nazione. Egli si sente responsabile innanzi a
Dio e al mondo intero. Soltanto così lo Stato fascista può diventare ima
potenza che s’inserisce nella storia e concorre allo svolgimento della civiltà
umana. Incontestabile merito del Fascismo è di aver datO' aglTtaliani il senso
dello Stato. Tutto quello che abbiamo fatto e che vi ho riassunto, scompare di
fronte a ciò che abbiamo fatto creando lo Stato. Per il Fascismo lo Stato non è
il guardiano notturno, che si occupa soltanto della sicurezza personale dei
cittadini: non è nemmeno un’organizzazione a fine puramente materiale, come
quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza
sociale, nel qual caso, a realizzarlo, basterebbe un consiglio di
amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze
con la realtà mutevole e complessa della vita dei singoli e di quella dei
popoli. Lo Stato, cosi come il Fascismo lo concepisce e l’attua, è un fatto
spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica,
economica della na¬ zione; e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo
sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è ga¬ rante della
sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello
spirito del popolo così come fu dai secoli elaborato nella lingua, nel costume,
nella fede. Lo Stato non è solamente presente, ma è anche passato e, sopra
tutto, futuro. È lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite
individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui
gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. È lo Stato che educa i
cittadini alla virtù civile; li rende consapevoli della loro missione; li
sollecita all’unità, armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le
conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell’umana
solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare delle tribù alla più alta
espressione di potenza umana che è l’Impero; affida ai secoli i nomi di coloro
che morirono per la' sua integrità e per ubbidire alle sue leggi; addita come
esempio, e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo
accrebbero di territorio, o i geni che lo illuminarono di gloria. Quando
declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e
centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al
tramonto ». {All’assemblea quinquennale del Regime). Abbiamo già notato (pag.
33) che queste parole dànno <( il senso dello Stato, creato dal Fascismo,
meglio di tutte le teorie che si attardano ancora nei vecchi schemi della
scienza politica. Ora ci domandiamo: che cos’è questo senso dello Stato che il
Fascismo, M., ha creato nella coscienza degl’italiani, e come s’inserisce nella
nostra tradizione politica? È forse un’apparizione casuale, che può esser,
quindi, anche effimera? Che non sia tale, credo che basti a dimostrarlo il
fatto che M. stesso sente il Fascismo come una continuazione e uno sviluppo
dell’opera iniziatasi col Risorgimento : Il Risorgimento non è stato che
l’inizio, poiché fu l’opera di troppo esigue minoranze ». {Messaggio per Vanno
nono ». Il che non porta alla conchiusione che il problema del Fascismo sia lo
stesso di quello del Risorgimento : Io penso che una rivoluzione è rivoluzione
solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. È una
rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema capitale dell’unità e
deU’indipentlenza italiana; rivoluzione è quella fascista che crea il senso
dello Stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi che il passato le
ha lasciato ». (Stt gli Accordi del Laterano, alla Camera). Qui è già indicata
la differenza: il Risorgimento ebbe per scopo l’indipendenza e l’unità della
nazione, e creò lo Stato italiano come affermazione di tale indipendenza e
unità nazionale. Lo Stato, qui, è ancora una forma, un mezzo per un contenuto
diverso da essa: non è il problema dello Stato per se stesso. Pure, dopo la
costituzione dell’unità nazionale, quando nel 1876 venne la Sinistra al potere,
non mancò tra gli uomini della vecchia Destra chi avvertì che lo Stato è
qualcosa più di una forma meramente estrinseca, e pose sin d’allora il problema
in termini abbastanza vicini a quelli in cui l’ha posto M.. Si vegga, infatti,
il volumetto pubblicato dal Gentile col titolo: Francesco Fiorentino: Lo Stato
Moderno e le polemiche liberali (De Alberti, Roma). In esso è riportato il
concetto che dello Stato ebbe Silvio Spaventa : Lo Stato per me è la coscienza
direttiva, per cui una nazione sa di essere guidata nelle sue vie, la società
si sente sicura nelle sue istituzioni, i cittadini si veggono tutelati negli
averi e nelle persone. Nello Stato, adunque, avvi giustizia, difesa, direzione.
Questa direzione fa dello Stato quello che è oggi lo Stato moderno: lo Stato,
il quale dirige un popolo verso la civiltà; lo Stato, il quale non si restringe
solamente a distribuire la giustizia ed a difendere la società, ma vuole
dirigerla per quelle vie che conducono ai fini più alti dell’umanità ». E lo
stesso Spaventa altrove: Quanto all’autorità e forza dello Stato, ho riflettuto
molte volte sopra le accuse e i lamenti che si sono fatti di questa eccessiva
forza ed autorità; e mi sono domandato: siamo noi uno Stato forte davvero?
Abbiamo fatto l’unità d’Italia: credete che questa unità sia già forte da
resistere agli luti dei secoli? Machiavelli diceva che gli Stati nuovi che sono
deboli. 6Ì perdono. Ora la forza e autorità vera degli Stati consiste, oggi più
che mai, nel rappresentare veramente ed efficacemente gl’interessi comuni: nel
dirigere, come dicevo, la società nelle sue vie, non a prò di questa o quella
classe, di questo o quell’uomo, sihbene di tutti. Voi siete adoratore dello
Stato? Sì, io sono adoratore dello Stato. Quando viviamo in un’epoca, dove tutto
si distrugge, poeo o niente si edifica, la fede nella patria e la fede nella
solidarietà lunana, la fede in qualche cosa che non sia solamente il nostro
miserabile egoismo, questa fede io la credo necessaria e salutare per il mio
paese. Fiorentino elabora e svolge ampiamente il concetto spaventiano. Dirigere
non è manomettere, non è violentare, non è distruggere. Dato uno Stato che
sappia e che voglia, è impossibile che non manifesti la sua coscienza; e
manifestandola, è impossibile che non comprenda, non unifiehi, non indirizzi la
coscienza nazionale pei gloriosi sentieri della civiltà universale. O forse,
per ovviare a questa legittima intromissione dello Stato, si vorrebbe che non
fosse altro che vuota forma, destituito di autorità, non avente una finalità
propria? Oggi lo Stato è fatto mezzo all’individuo, come anticamente
l’individuo era mezzo allo Stato. La verità consiste nella conciliazione di sì
opposte sentenze. Lo Stato tutela ed assicura l’individuo, e come tale è mezzo;
ma egli esige dagl’individui il sacrificio degli averi, della vita, e qui
dimostra e fa valere la propria finabtà. Di che riluce la varia misura in cui
stanno i due termini nel vicendevole rapporto: lo Stato può richiedere il
sacrificio dell’indivìduo; ma non viceversa. Onde tra le due esagerazioni,
dello Stato antico e di quello concepito dagli uomini di Manchester, la prima
rasenta il vero più della seconda » (pag. 41 e segg.). E anche nel Fiorentino
l’idea si anima nel sentimento sino a raggiungere quello che M. chiama il senso
dello Stato: (( Che qualcuno, attirato da vecchie, astratte e straniere
dottrine, si ostini a negare perfino la Quaderni IV, 5. realtà dello Stato;
ovvero ne ammetta imo vacuo di ogni attività, privo di ogni efficacia, ciò non
mi storna dall’in- vitta fede che ho nel fato della storia, e specialmente
della storia nostra. Dov’è lo Stato? chiedono costoro; chi lo vede? Per le vie
non s’incontrano se non individui: lo Stato è una fimzione, una idea astratta.
Poveri a noi, se non fossero reali se non le cose sole che si vedono e si
toccano! Neppure la provincia, neppure il comune si vedono: non si vede neppure
la vantata libertà degl’individui, quella in grazia di cui s’impugna la realtà
dello Stato. La libertà, quando si traduce in fatti (ed allora soltanto si
vede), non è più libertà, ma forza, semplice forza. Se non restiamo immersi
nella stupidità della vita animalesca, lo dobbiamo appunto a questo qualcosa
d’invisibile e intangibile, contro cui a torto ci ribelliamo. Ma non si vede
proprio lo Stato? Non si avvertono le sue funzioni? Il contrario è anzi la
verità. Oveché ci voltiamo. 10 Stato, quasi atmosfera spirituale, ci accerchia
e compenetra: non un atto solo della nostra vita veramente umana gli sfugge, né
per questo cessa di esser libero: che libertà non significa arbitrio. La mente
dello Stato delibera nel parlamento; il suo criterio giudica nei tribunali ; la
sua volontà si compie nei gabinetti dei ministri ; 11 suo braccio colpisce con
la forza dei suoi eserciti. Dai merlati bastioni egli assicura le frontiere
delle sue terre, dalla tolda delle sue navi protegge le coste delle sue marine.
All’ombra della sua bandiera, simbolo della sua potenza, i cittadini, ovunque
essa sventoli, si sentono protetti e sicuri; e quando quella potenza è
minacciata, tutti sentono nella coscienza l’offesa di quella minaccia, tutti il
bisogno ed il dovere di rintuzzarla: né v’ha sacrificio che arresti
quest’impeto generoso e concorde, fosse anche quello della propria persona, È
forse una finzione chi fa tutto questo? O non è il più pieno e attuoso ideale?
E questo ideale, che accende gli entusiasmi delle moltitudini, guida pure i
propositi dell’uomo di Stato » (pag. 46 e segg.). Il senso della vita politica,
dello Stato, l’Italia l’Iia ereditato da Roma. Le durissime esperienze durante
l’evo medio e moderno invasioni e predomini di genti straniere, lotte senza
fine fra comuni e signori italiani o fra potenze che venivano qui a decidere le
loro questioni per l’egemonia mondiale — hanno raffinato e approfondito quel
senso come in nessun altro popolo. Di qui sono usciti in ogni tem,po i primi
maestri della storiografia politica, del diritto, delle teorie intorno allo
Stato. Il Fascismo, riprendendo il problema della Destra, riprende il problema
della nostra tradizione millenaria più che secolare. Resta, tuttavia, ancora
una questione: constatato che, ciò che M. chiama il senso dello Stato, ha un
precedente prossimo in alcuni pensatori del Risorgimento, quale, poi, è la
differenza tra il senso ch’egli rivendica come creazione propria del fascismo,
e quello di tali vecchi liberali? Dopo quanto si è accennato a pag. 33, la
nostra risposta non può essere che questa: per quanto quei pensatori si
avvicinino al senso fascista dello Stato, questa realtà dello Stato svanisce o
in un’affermazione generale della realtà di ogni ideale che stringa
gl’individui in una comunità di vita spirituale, ovvero nell’astrattezza della
pura forma politica dello Stato: astrattezza, alla quale uomini come lo
Spaventa e il Fiorentino si sforzano di dare un’anima e una vita nel loro
sentimento profondamente patriottico. Si rileggano i passi addotti. Lo Stato è,
per essi, una coscienza direttiva, che ha la realtà stessa del comune e della
provincia, salvo che comprende e promuove tutte le forme della vita civile di
un popolo e la tutela della sua indi- pendenza. Esso compie tale sua funzione
per mezzo dei suoi organi legislativi, esecutivi, giudiziari, militari. È,
dunque, lo Stato quale (( organismo giuridico-politico », lo Quaderni Stato
Costituzionale », che qui si ha presente. In esso si dovrebbe esprimere quella
volontà comune », che supera la volontà dei singoli solo perché è cosi
definita. Ma tale comunità » si prestò troppo bene a quella interpretazione
democratica, per la quale, non essendo essa, in realtà, la volontà concreta di
nessuno in particolare, e non essendo d’altronde facile constatarla per tutti,
potè diventare la volontà della maggioranza. Che è il baco roditore del
liberalismo, anche di quello più tenacemente attaccato all’idea della forza e autorità
dello Stato. Di qui, anche, la frigidità di questo Stato. L’individuo lo sente
fuori di sé, e ha bisogno infatti di persuadersi di dovergli obbedire. Questo
accade sempre che l’autorità si presenti nella forma soltanto di una legge » :
di una legge che non sia ima persona viva, alla quale ci leghi il sentimento di
amore e di devozione. L’uomo religioso, che la sa, istintivamente, più lunga
del filosofo razionalista, sia pur questi un Emanuele Kant, non ammette un
imperativo categorico, una legge morale, che non sia l’espressione di una
volontà superiore, di Dio. E similmente, il fanciullo che non ha bisogno di
persuadersi dell’autorità del padre e della madre, perché quell’autorità è per
lui cosa viva, la sua stessa vita attuale e condizione del suo avvenire. Il
senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato, e sta creando, è questo
sentire nello Stato la forma più alta, più ricca e concreta, della nostra
esistenza e personalità storicamente determinata in quella famiglia, società,
patria o nazione, in cui Dio (altri dica il destino) ci ha fatto nascere.
Ognuno a un posto ch’è di comando e insieme di obbedienza. Ognuno con una
responsabilità ben determinata: a cominciare da chi dirige tutti gli altri.
Mondo di personalità, dove soltanto la persona è legge concreta alla persona.
Soltanto in questo modo, l’individuo può dare tutto se stesso, pènsiero e
azione, intelligenza e volontà, interessi materiali e spirituali, la stessa
vita, per quella che si dice (( la causa comune ». Soltanto così, lo Stato si
può porre come educatore, nel senso più grandioso della parola: ch’è il senso
stesso dello Stato a cui, se non erriamo, va la mente di M. S’intende che
questo senso dello Stato trova un’espressione eccezionalmente persuasiva nella
personalità di un Capo di Governo come M.. Ogni altro dovrebbe (oltre le
qualità personali che impongono autorità per se stesse) poter dire come lui: Io
ho una vasta esperienza che mi ha reso possibile conoscere la psicologia delle
masse, e di avere quasi una sensibilità tattile e visiva di quello che le masse
vogliono, pensano in un determinato momento » (La funzione storica del
sindacalismo fascista). E però, anche: Se qualcuno attentasse alla nostra
indipendenza o al nostro avvenire, egli non sa ancora a quale temperatura io porterei
tutto il popolo italiano! Non sa a quale temperatura io porterei la passione di
tutto il popolo italiano, quando fosse insidiata nei suoi sviluppi la
Rivoluzione deUe Camicie Nere » (Discorso di Livorno, 1930). E già Nel quinto
anniversario della fondazione dei Fasci: Si dice: voi governate con la forza...
Ma la forza è il consenso. Non vi può esser forza se non c’è consenso, e il
consenso non esiste se non c’è la forza. Governare significa sentire nel
proprio cuore battere il cuore di tutto il popolo ». Governo forte è, dunque,
queUo che persuade, ha l’intimo consenso dei governati; ed ha questo consenso
perché la sua volontà è forte, s’impone per se stessa, non per una legge
anonima, astratta. Qui è esplicitamente definito il senso fascista dello Stato,
che non è forte solo perché fa, semplicemente, rispettare la legge. Nella
conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo accennato all’idea (potremmo
dire, Faugurio) che la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa, avvenuta per
opera di M., segni il principio, non soltanto di una nuova concezione,
veramente religiosa, dello Stato moderno in generale, ma anche di un possibile
rinnovamento della Chiesa Cattolica nel senso di una più generale conciliazione
fra essa e il pensiero moderno. Ma, poiché l’autore di questo scritto può,
giustamente, essere in sospetto per la sua provenienza dalla filosofia
neoidealistica italiana, che non è ortodossa, è bene, penso, che il lettore
senta anche la parola di persona proveniente, in questo punto, dal campo opposto.
Ecco, dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto occasione di citare il
volume Gli aspetti universali del Fascismo, con prefazione di M., il quale
assicura che (( il Barnes è preparato al suo compito: conosce il Fascismo nella
sua elaborazione dottrinale e nelle sue realizzazioni pratiche. Egli non è un
filosofo di professione ; ma, poiché di una filosofia non poteva far a meno per
il suo argomento, professa di aderire alla filosofia che oggi combatte
l’idealismo per un ritorno all’(( incomparabile dottrina )) di S. Tommaso: Io
penso che il neoscolasticismo sia, preso nella sua totalità, la più vitale
scuola filosofica dell’Europa odierna, e quella che più di ogni altra sia
capace di assimilare quanto di veramente importante vi sia nelle altre scuole,
contribuendo, cosi, allo sviluppo del progresso filosofico » (pag. 25). E per
essere più sicuro di interpretare bene questa dottrina, si è rivolto a un
professore di teologia dogmatica della Pontificia Università Gregoriana di
Roma, il quale lesse il suo manoscritto e lo aiutò a rendere il testo più
accurato nella sua parte filosofica )). Si può, dunque, stare tranquilli. Si
noti che il libro del Barnes è stato pubblicato prima della Conciliazione: il
che fa onore alla sua perspicacia, come ora diremo. Che dice, dunque, il libro
del Barnes? Esso è stato, in parte, scritto con lo scopo di dimostrare che il
Fascismo non è incompatibile con gl’insegnamenti della Chiesa cattolica, e
sopratutto che i principii fondamentali della Chiesa, nei riguardi della natura
e finalità di uno Stato, sono interamente e veramente consoni a quelli che ha
abbracciato quel gruppo di fascisti che rappresenta, di fatto, la corrente
principale di questo movimento. Questa è, secondo me, l’idea centrale, il
fulcro del movimento fascista: l’assoluto disdegno di ogni materialismo, di
ogni teoria naturalistica dello Stato, siano esse del tipo professato da
Maurras o da Marx o da Hegel, da Rousseau e dagli altri innumerevoli filosofi
pullulati non appena la cultura cessò di avere le sue radici nel pensiero
cristiano... Io non esagero. Questa è, secondo me, l’origine della Rivoluzione
fascista, che può essere generalmente definita una furiosa rivolta contro le
varie forme di materialismo che dall'epoca della Rinascenza pagana hanno
chiaramente dominato la nostra civiltà. Che il Fascismo, nella sua dottrina,
sia contro il materialismo, e però sia su una linea dì spiritualismo, non
saremo, certamente, noi a porre in dubbio: ci sono troppe esplicite
dichiarazioni, su questo, di M. stesso. Ma che dalla Rinascenza a oggi la
filosofia moderna non sia altro che materialismo, è, questo, un paradosso che
non ha bisogno di confutazione: si presenta da sé come un errore evidente. E
sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere l’accusa proprio contro
la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando che, se ce n’è una che
sostenga la (( teoria naturalistica dello Stato », è quella. Noi non abbiamo
nessun interesse, qui, a metterci in discussione col Barnes per la sua
filosofia. Anzi, l’interesse maggiore per noi è proprio il fatto che siamo agli
antipodi nel modo di pensare, e tuttavia (e questo è un fatto che ha estremo
interesse per tutti) concordiamo nelle con- chiusioni. Dopo, dunque, aver
constatata la consonanza dei prin- cipii fondamentali della Chiesa cattolica
con i principii fondamentali del Fascismo, il Barnes soggiunge: « Non si deve,
per questo, ritenere il Fascismo legato necessariamente all’ortodossia. Questo
oramai è per me chiaro e vi sono molti italiani, fascisti, che rigetterebbero
energicamente una simile affermazione. Con loro, l’intera e forte scuola dei
neoidealisti e Gentile ripudierebbero questa teoria. Se io avessi posto questa
distinzione avrei meglio chiarito la portata universale del Fascismo.
Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi principale: io rimango convinto che il
Fascismo, non solo sarà il mezzo per conciliare il disaccordo tra Chiesa e
Stato in Italia; ma farà sì che, sotto il suo sforzo, sia possibile alla Chiesa
assimilare la cultura moderna. Io ritengo che le conseguenze del Fascismo
saranno tremende nei riguardi della Chiesa. Sono d’opinione che il risorgere
dell’ortodossia col Fascismo, affermerà vittoriosa questa tendenza. Lai Chiesa
dovrà allora convincersi di non esser più una rocca chiusa, e, nell’assimilare
la cultura moderna, dovrà perdere ogni sua diffidenza verso di questa e
riassumere, ancora una volta, le direttive della cultura umana moderna. Alla
huon’ora! Dunque, le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi
della Chiesa, perché costringe la Chiesa cattolica a rinnovarsi, a mutare il
suo atteg- giumento verso la cultura moderna. Possiamo, allora, accettare anche
questa conchiusione del Barnes: «Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il
principio di una nuova sintesi politica e culturale, in cui. prendendo a
paragone un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che
ecclesiastica rappresenterà i fuochi. Questa è una profezia, e solo il tempo
potrà dimostrare se io abbia o no ragione » (ivi). Come la pensa il nostro Duce
in proposito? Non è troppo azzardato, noi crediamo, di supporre che egli la
pensi, per l’appunto, cosi, o in un modo vicino a questo. Lo si può arguire
anche dal fatto che — per quanto egli distingua fra credenti e praticanti («
partecipare al culto è affare personale »: Colloqui) — pure non esclude che un
fascista possa essere cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele
Bianchi: «Voglio anche ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva
strenuamente combattuto per un decennio sotto i duri simboli delle verghe e
della scure, volle cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle
speranze, della millenaria religione del popolo italiano. E di Arnaldo: « Egli
era un cattolico convinto e praticante, ma altrettanto convinto e fermissimo Mi
ci) Ripetiamo: la polemica filosofica non c’interessa qui. Ma ognuno vede la
contraddizione, in cui cade U Barnes, nel suo giudizio su il pensiero e la,
cultura svoltasi dal Rinascimento ai nostri giorni. Quando la Chiesa si sarà
rinnovata egli aggiunge cesseranno di esistere le menzogne contenute nel
neoidealismo e nel modernismo, e questi sistemi non saranno, in complesso, più
ricordati che come sintomi della rivolta, come strumenti del periodo di
transizione. Sino a quel eiomo. dun-qne. sembra che le menzogne del
neoidealismo e del modernismo abbiano vnsj loro ragion d’essere e verità degna
di molto rispetto. lite della Rivoluzione e difensore dei legittimi diritti
dello Stato» (Fifa, pag. 58). Il problema, infatti, non è un problema cbe si
possa risolvere su la carta: è un problema di fede, oltreché di pensiero; e va
vissuto dall’individuo nella sua pura interiorità, prima ancora che dibattuto
fra i due maggiori istituti storici quali lo Stato e la Chiesa. Pa Il senso
d’interiorità Positivismo, idealismo e spiritualismo Il Preludio a Machiavelli
. . 58 V. n senso dello Stato Il problema del Caltolicismo
In his history of philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di
filosofia into a ‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third
volume is about M.. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also
capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is
M.’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a
status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and
notably GENTILE to end with M.. The idea is presented by L. as a
‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato
liberale borghese is in ruins – and although he plays with the ‘socialist
state’ he does not consider it within the realm of the proper history of
philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht the idea
of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It
provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is competition.
Also, as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly
‘equal’ for every member of society, so that liberalism only pays lip service
to ‘liberale’. With the socialist state, the problem is the opposite: the state
becomes a gestore – and there is this idea of an endless dialectic among the
classes. So how does M. reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ –
Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more
prepared! M.’s idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While M.
speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews,
etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui.
Individui come and go – but the state remains. The state becomes governo. M.’s
prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric,
but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this
new or novel idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian
approach. Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories
here: M.’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a slave
to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE to the
effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is
constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils
are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? M. is candid
about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It was
the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the ventennio,
this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE NATION,
becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government (polizia,
politeia) established. But M. accepts castes in society. Even the religion, a
civil religion, is subdued and one can very well be allowed to worthip the God
of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male – virtu,
andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is interesting
because this is conceived after the temporary successes in Africa – M. romano e
africano – and before the problems of the second world war. For the first time,
Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in the Risorgimento, but
this got stuck with a liberal kind of state, which only provides negative
freedom, anyway, and where the initial conditions are unequal. Lo stato
fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only
party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if
some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations
are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, M. does
so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official
voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the
lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and
indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is
catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the
stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each
member – as the stato comunista or socialista would not!” Tra gli scritti di M.
figurano, in ordine di pubblicazione: Dio e patria nel pensiero dei rinnegati,
New York, s.n., 1904. L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore
evangelista Alfredo Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du
peuple" di Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904. [Testo
di una conferenza tenuta a Losanna per commemorare la Comune di Parigi,
conosciuto anche col titolo di Dio non esiste, col quale viene a volte
ristampato] La filosofia della forza. Postille alla conferenza dell'on. Treves,
Predappio 1908. Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo,
pronunciato nel diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di
Classe, 1910. Claudia Particella. L'amante del cardinale, romanzo pubblicato a
puntate su "Il Popolo", Trento, 1910. Il Trentino veduto da un
socialista. Note e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911. La mia vita,
Roma, Editrice Faro, Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913.
[pubblicato nella collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato
intento di suscitare nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia
spirituale e profana», fu dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del
Concordato del 1929, scomparve dalle biblioteche e dalle librerie] La guerra
per la libertà e per la fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di
Benito M. con l'aggiunta delle sue ultime dichiarazioni dopo le dimissioni da
direttore dell'Avanti, Firenze, Nerbini, 1914. Il mio diario di guerra (1915 -
1917), Milano, Imperia, 1923. My Autobiography, New York City, Charles
Scribner's Sons, 1928 [pubblicato inizialmente a puntate sul Saturday Evening
Post e poi in volume nello stesso anno il libro, scritto come opera di
propaganda per i lettori americani, è stato scritto in realtà dall'ambasciatore
statunitense Richard Washburn Child, il quale viene riportato come
"traduttore", insieme a Luigi Barzini con materiale fornito da
Margherita Sarfatti e con la possibile collaborazione di Arnaldo M. . Il libro
vide la sua prima traduzione italiana solo nel 1971 come La mia vita, da non
confondersi con La mia vita dal 29 luglio 1883 al 23 novembre 1911 spesso
ristampato e riportato abbreviato con lo stesso titolo] La dottrina del
fascismo Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo d'Italia, 1932. Scritti e discorsi
di Benito M., 12 voll., Milano, Hoepli. Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo
d'Italia. Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano,
Mondadori, 1944 ( versione digitalizzata.). Memoriale del nord del duce,
(scritto tra il 1944 e il 1945, mai pubblicato) Opera omnia di Benito M., 44
voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice Firenze, poi Volpe Roma.
Bertoni, Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Forlì, Cartacanta. ^
Sulla questione della meta finale di M. la comunità scientifica è tuttora
divisa fra sostenitori di una possibile "fuga in Svizzera" e coloro
che invece ritengono che M. avesse altri scopi immediati. ^ Per la tesi a
favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio Lepre, La storia della repubblica
di M. ; Salò: il tempo dell'odio e della violenza, 1ª ed., Mondadori. «Svanita
ogni speranza di trattare, cercò la salvezza personale nella fuga. In questo
non si comportò diversamente da come si erano comportati Vittorio Emanuele III
e Badoglio l'8 settembre, perché lasciò gli uomini che gli erano rimasti fedeli
senza ordini e senza guida. Visto, infatti, dall'interno, con gli occhi degli
uomini che gli erano più vicini, il comportamento di M. non appare dissimile da
quello di Vittorio Emanuele III così come è stato descritto da Paolo Puntoni» ^
Per la tesi a favore di una fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e morte
segreta di M., 3ª, 1981, Mondadori Dal capitolo "Il tiranno è morto",
premettendo i seguenti fatti all'epilogo) Occorre cominciare appena un poco più
indietro, nel momento in cui M. – spinto da un cupo demone – si avvia con passi
esitanti e già guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà, prima
dell'altra, la sua vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur sempre
cominciata nelle battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile
rispetto e dei suoi e della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto
dell'uomo potente su bilance inesorabili, M. sceglie di cadere da vile,
ingannando, moralmente uccidendo coloro che gli sono ancora rimasti fedeli, pur
nella certezza della fine imminente. Va stancamente, miserabilmente verso il
nord, mezzo inclinato alla fuga in Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi
che ode attorno a sé, per "l'ultima battaglia" in Valtellina: e
rivolge nel pensiero non la forte accettazione del fato che si compie, ma i
cavillosi punti della sua difesa di domani, quando – come spera – potrà ancora
allineare fiumi di logore parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse
galleggiare indefinitamente sullo scontro degli opposti giudizi, come il
sargasso immobile tra il turbinare delle correnti. È disposto a tutto, anche al
cappotto tedesco, anche a tradire chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi
fascisti, i suoi ministri, persino Claretta: e finge irresolutezza fin dal
momento della Prefettura di Milano, la sera del 25 aprile, non perché sia
davvero incerto tra la morte e la vita, ma perché – ancora una volta – è
incapace di dire "andiamo" e preferisce che lo dicano altri, che la cosa
"nasca da sola", perché ha forse già in mente altri articoli
"del tempo del bastone e della carota", destinati ad illustrare come
questi nuovi passi che sta facendo siano colpa di questo e di quello, di
cardinali e militari, di traditori e servizi segreti, di tutti, meno che sua» ^
Il colonnello statunitense Lada Mocarski, in un rapporto scritto per conto
dell'Office of Strategic Services riguardo un'inchiesta da lui condotta sugli
ultimi giorni del dittatore, afferma invece che «nessuna prova circa le
intenzioni e i piani di M. è stata raggiunta durante l'indagine e forse non
esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero
il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano».
Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il Duce, in Corriere della Sera
Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco. Infauste sponde", in M.
. Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori. «Imbruniva quando una colonna
di automobili lasciava la prefettura e usciva da Milano, la città in cui ormai
tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i tedeschi, gli alleati. Doveva
fuggirne per evitare il peggio. Già quella sera, a tarda ora, si apprese che le
auto fuggitive avevano raggiunto Como ^ Fra i molti, da Renzo De Felice, in
diverse opere, e Denis Mack Smith in M. . ^ Palla, p. 15. ^ cit. D. Mack Smith,
Storia d'Italia, Laterza, rectius Renzo De Felice, M. il rivoluzionario,
Einaudi. Giorgi Giorgi De Giorgi Grimaldi, La cattedra che M. non ebbe, in
«Storia Illustrata» n. 271, giugno 1980, p. 6. ^ Pier Mario Fasanotti, Tra il
Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza
M., Benito, in The Columbia Encyclopedia, New York, Columbia University Press,
2008. ^ B. M., Opera Omnia. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 31
e 36. ^ L'esistenza di una relazione sentimentale non trova riscontri univoci.
È invece accertata presso la maggior parte delle fonti la sua influenza
nell'avvicinamento di M. al marxismo. ^ La teoria dell'equilibrio economico in Vilfredo
Pareto, in Ztl Macerata.. ^ Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito M.,
su books.google.it, Arnoldo Mondadori Editore M. più tardi dirà[senza fonte] di
essersi iscritto alla Facoltà di Scienze sociali di Losanna, ma non vi è
riscontro documentale. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Bologna, Il
Mulino. ^ Furono diffuse notizie inattendibili sul suo frequentare le
università di Zurigo e di Ginevra (quest'ultima falsa notizia è riportata nella
biografia ufficiale della Sarfatti), mentre è vero che nell'estate trascorse
due mesi all'università di Losanna. ^ Mack Smith. ^ Monografie verbanensi, su
verbanensia. «Nel giugno del 1904 ottiene il permesso di lavoro annuale, e in
quello stesso anno succede a M. come corrispondente dalla Svizzera del giornale
italiano «Avanguardia Socialista»» ^ Mack Smith, 1981, p. 24. ^ B. M., La mia
vita, p. 136. ^ Nel 1908, Benito M. in Riviera, su sanremonews.it. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 49 n. 5 e 52. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario, cit., pag. 57. ^ Trento, italiana, si trovava nel territorio
dell'Impero austro-ungarico. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di M.
., in LaValsugana.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5. ^
Lo sfratto di un italiano dall'Austria, in La Stampa Questa l'interpretazione
di (DE) Hans Woller, Ante portas. M. in Trient 1909, in Regionale
Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi tutto. Scritti in onore di
Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie Risse, Carlo Romeo,
Vienna-Bolzano, Folio . ^ Antonio Mambelli, Archimede Montanelli nella vita e
nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì, 1938. ^ El violín de M. (in
spagnolo).. ^ Benito M., L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno
M., Il Trentino veduto da un socialista - note e notizie (PDF), a cura di
Giuseppe Prezzolini, Firenze, Casa Editrice Italiana. Sul rapporto Nenni-M. si
veda: Duilio Susmel, Nenni e M. mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano, 1969;
Nicholas Farrell, Giancarlo Mazzuca, Il compagno M., Rubbettino, Catanzaro,
2013; Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, M. e Nenni amici nemici, Minerva
Edizioni, Bologna, 2015. ^ A. Spinosa, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag]. ^
Quello scatolone di sabbia che unì M. e Nenni. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino.
Sull'argomento vedasi anche: Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e
la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti, 1976. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ I quattro avrebbero poi dato vita al Partito Socialista
Riformista Italiano. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ R. De Felice, M.
il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. In
realtà il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel XIII
congresso del 1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso
regionale socialista romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in
vari altri ambienti fin dal 1904, compreso un attacco M. ano . ^ cfr. Alfonso
Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del riformismo italiano, in Avanti! .
^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza,
1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 188. ^
Cfr. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, , Collana Biblioteca di cultura
storica, Einaudi, Torino, 1965. ^ Luciano Lucci, M. partecipa alla
"Settimana rossa”, ma senza convinzione 10 giugno 1914, su alfonsinemonamour.racine.ra.it.
^ M. propose il 27 luglio 1914 uno sciopero generale insurrezionale nel caso
dell'entrata italiana nel conflitto. Vedi Leo Valiani, Il partito socialista
italiano nel periodo della neutralità, Milano, . ^ Stando alle dichiarazioni di
Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit.,
pagg. 274-75 e 286-87. M. interventista: l’espulsione dal PSI, su
fattiperlastoria.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Valerio Castronovo
et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 248. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 229-236. ^ M. interventista e la
cacciata dal Partito Socialista Italiano, su vanillamagazine.it. URL consultato
il 21 dicembre 2023. ^ Cfr. Antonio Spinola, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, 1989.[manca il numero della pagina]. ^ Claudio M., Grande
guerra, la verità su M. interventista, «Corriere della Sera. ^ Scrive Renzo De
Felice: «Secondo Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, alle prime spese
per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno
interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari:
Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone
(Ansaldo), Parodi (armatori)». Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi,
p. 277. ^ M. resterà alla direzione del Popolo d'Italia fino al novembre 1922,
quando verrà nominato Presidente del Consiglio. ^ Vd. la relazione della
Commissione d'inchiesta sul caso M. in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario
cit., pagg. 684-88. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 276-77
e il "Rapporto Gasti" presentato alle pagg. 723-37, in particolare
pagg. 732-33. ^ Massimo Novelli, l giovane M. al soldo della Francia (PDF), in
La Domenica di Repubblica Nel fascicolo "Corrispondenza, b. 1, fascc. 17,
fotografie 1" del fondo "Treves" conservato presso la Fondazione
di studi storici "Filippo Turati", è presente una ricca
corrispondenza sull'episodio. ^ Piero Treves, Ma perché quel giorno non infilzò
M. ?, La Stampa, 30 giugno 1992, pag. 19. Anche in: Piero Treves, Scritti
novecenteschi, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 182-184. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, cit. ^ Renzo De Felice, M. il Rivoluzionario cit., pagg.
321-22. ^ Da cui sarà tratto il libro Il mio diario di guerra. ^ a causa di ciò
ricevette un anno di licenza di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo
rientro in ospedale allo scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di
M. Benito di Alessandro, matricola 12467 D.M. di Forlì in M. il rivoluzionario.
Alla morte del Senatore Giuseppe Tusini, il Duce inviò un telegramma di
condoglianze alla famiglia dove citava con riconoscenza il suo intervento
chirurgico risolutivo all'Ospedale di Ronchi di Soleschiano. Cfr. P. Marogna,
Giuseppe Tusini, Archivio italiano di chirurgia Vedi anche: AA. VV., Studenti
al fronte, LEG (GO). ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Mondadori. Smith, 1981,
p. 54. ^ Ludwig, Colloqui (1932), pag. 50. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158. ^
Pini, M.. ^ Sebbene alcuni abbiano recentemente sostenuto ipotesi differenti
sulle cause del congedo, attribuendolo a condizioni generali di salute non
buone legate a malattie infettive, la presenza di tali patologie è stata negata
dal referto autoptico relativo al cadavere di M. . ^ Renzo de Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 353. ^ In una lettera dal fronte ad Ottavio Dinale
dell'11 settembre 1916 M. mostrava già di aver voglia di modificare il
sottotitolo del giornale. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
405-6, 687 e 734. La spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve
fondo del 1º agosto 1918 dal titolo Novità... ^ Grandi, Le origini, pag. 52. ^
Alessio Altichieri, Le cento sterline che M. intascava dalla "perfida
Albione", 6 ottobre 2009.. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie,
riportò le parole che M. gli fece pervenire nonché le proprie conclusioni:
«"Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni
pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la
guerra". E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti
milanesi». ^ (EN) Benito M. was MI5's man in Italy., articolo del The Times,
del 14 ottobre 2009. ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
353-56. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 414-15. Mack Smith
Un rapporto della stessa sera della Polizia di Milano indicava circa 300
presenti, compresi giornalisti e curiosi. Vd. Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 504. ^ Chiurco, vol. I, pag. 22. ^ O.O., vol. XIV,
pp. 88, 102-133. ^ Vd. la relazione di Giovanni Gasti in Renzo de Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 520-21. ^ O.O., vol. XVIII, pag. 201. In un fondo dal
titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei Fasci non abbiamo
preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la
responsabilità morale dell'episodio. ^ Mack Smith, 1981, p. 65. ^ O.O., vol.
XIII, pag. 231. ^ O.O., Felice, pag. 727[Non è chiaro di che libro si parli]. ^
La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano stati deliberati, nelle
riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di diverse centinaia di
volontari. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario Carteggio Arnaldo-Benito
M., . ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 572. ^ È interessante
il modo con cui Giuseppe Ungaretti - all'epoca corrispondente da Parigi per «Il
Popolo d'Italia» - visse gli arresti di M. e Marinetti del 18 novembre 1919. Il
poeta, molto preoccupato, cercò d'organizzare una manifestazione a Parigi in
favore degli arrestati. Racconterà Ungaretti in un'intervista del 1933: «Nel
’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della Conferenza
della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si radunavano in un
grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non rammento con
precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti o Tittoni al
posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se fra le carte di S. Ecc T. si
troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse fatto
bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei
portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza
o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che
rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai
mali passi! Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora
una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono
tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero
gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara,
ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere
l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi
non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati (Intervista di
Alfredo Mezio ad Ungaretti, «Il Tevere», 17-18 luglio 1933. Su questa vicenda
si veda anche F. Pierangeli, Ombre e presenze. Ungaretti e il secondo mestiere,
premessa di E. Giachery, Loffredo, Napoli 2016, p. 86; lettera di M. a Soffici
del 2 dicembre 1919, in G. Ungaretti, Lettere a Soffici 1917-1930, a cura di P.
Montefoschi e L. Piccioni, Sansoni, Firenze; Ungaretti e M.. Più pacati furono
i toni usati in quell'occasione da M. che nel dicembre 1919 cercò di
tranquillizzare il suo corrispondente parigino: «Carissimo, Marinetti è in
libertà. Tutto bene» (Biglietto inviato da M. ad Ungaretti, Vita d'un uomo.
Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1986, p. 910). ^ Per tutta la vicenda
vedi Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 573-77. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 544, pag. 590 e sgg. ^ O.O.. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario , M. il fascista - La conquista del potere,
Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi
esplicitamente ricattatorie, vd. M. il rivoluzionario cit. pag. 354 e M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 45. ^ M. Drago, Allievi
marescialli nelle forze armate. Teoria ed esercizi per la preparazione alla
prova di preselezione dei concorsi, Alpha Test,. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ Emilio Gentile, E fu subito regime: Il fascismo e la marcia
su Roma, Gius.Laterza et Figli Spa. ^ Andrea Leccese, Inciucio forever: La
costante del trasfmormismo nella politica italiana, Armando . ^ Giolitti aveva
esplicitato la sua intenzione di avere con sé i "patrioti" e i
"partiti nazionali" il 1º aprile 1921. Vd. Renzo De Felice, M. il fascista
- La conquista del potere cit., pag. 64. ^ La lista di associazioni che
aderirono al blocco è consultabile in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Dal Corriere della Sera del 1º gennaio 1922. ^ Dall'8
aprile al 14 maggio risultano 105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario, Torino, 1965. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 111, 138. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 151. ^ O.O., vol. XVI, pagg.
241 e 297. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 222. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure
preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato,
entusiasta degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Per i pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem
pagg. 222-24: Lo sciopero generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del
Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente
battuti. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo cit. ^ Amendola, Una battaglia
Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7. ^ Mack Smith, 1981, p. 87. ^ Antonino Repaci,
vol. II, pagg. 125 e 132. ^ M. stesso asserisce, nel discorso di insediamento
in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300 000. ^ Secondo
Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i
fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che
"al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Renzo de Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pag. 358. ^ Secondo Renzo De Felice la parte
destrorsa del fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di
ispirazione nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente
parlamentarista. Vd. M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg.
365-66. ^ Paolucci, pag. 240. ^ cfr. "Il Parlamento è morto".
Discorso pronunziato alla Camera dall'on. Filippo Turati il giorno 17 novembre
1922 sulle Comunicazioni del Governo, in "Critica Sociale. ^ Vedi anche
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discorsi, XXVI legislatura, Tornata. ^
Rendo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Bianchi, Da Piazza
San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n.
1601 (G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui (PDF).. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pagg. 524 e 535. ^ Italo Scotti, Bollettino di
informazioni costituzionali e parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera
dei deputati: I - La Costituente fascista (PDF) (archiviato dall'url originale
il 4 novembre 2013).. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del
potere. ^ "The Italo-Greek Crisis." Economist
London, England: 356+. The Economist Historical Archive, 1843-2012. . ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 561-62. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 557-570. ^ Renzo De Felice,
M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563. ^ Regio Decreto Legge
. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere anche Prassi
italiana di diritto internazionale - I casi della prassi Visani, La conquista
della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori,
2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei fatti di cronaca riguardanti
risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A. nelle carte dell'ACS
provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e dalla stampa coeva
Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale furono 18 e
i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, M. prassi politica e rivoluzione sociale,
e.f.c. Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice,
furono "centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il
deputato Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione,
ma anche alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e
Raimondo Sala) cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere
cit., pag. 583. ^ Fin dalla presa del potere M. e il Governo tentarono di
arginare la violenza squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere soprattutto Alessandro Visani, La
conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli
Editori, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione di Giovanni
Sabatucci. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani, op. cit.[Manca
numero di pagina]. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p. 146, come
particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla scheda
elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito scelto, e
soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si riferiva infatti
alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in incognito dei partiti
di minoranza avessero volontariamente spinto i più ingenui elettori del blocco
nazionale a scrivere sulle schede "Viva M. !", una pratica che
avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 563 n. 2. ^ ibidem. ^ Si veda il
resoconto stenografico della seduta, Camera dei Deputati. ^ Così chiamata in
richiamo alla secessione della plebe ai tempi della res publica romana i quali
si riunirono sull'Aventino. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pagg. 620 sgg. ^ La morte di Matteotti infatti sarebbe stata
causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita al prelevamento da
parte degli squadristi. ^ Scheda biografica di Matteotti, su treccani.it. ^
Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., p. 622. ^
Ibidem, pag. 646; Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello
Stato fascista, Einaudi Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag 703. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 701. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del
potere Felice, 'M. il fascista - La conquista del potere. ^ Indignatissimo il
settimanale della sinistra fascista Impero scriverà un pezzo intitolato
Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava M. di far "di tutto per
portarsi sul terreno della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Per i varii articoli giornalistici del
fascismo intransigente contrario al moderatismo M. ano vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit.. ^ Ibidem, pag. 715. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ R. De Felice, M. il
fascista, Einaudi, . ^ Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti,
testo integrale di Benito M. del 3 gennaio 1925 su Wikisource. ^ Dopo il
delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e fascisti propendevano
per l'idea secondo cui M. dovesse "mettersi a disposizione della
giustizia". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere.
Col discorso ha inizio il regime dittatoriale fascista, data confermata dallo
stesso M. nel libro "Storia di un anno: Il tempo del bastone e della
carota", Mondadori (in Opera Omnia). Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del
potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere . ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista In particolare " La
Giustizia.", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" e
"Il Popolo". ^ Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Soveria Mannelli, Rubbettino Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri
fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un gruppo di squadristi si
lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici
pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento".
Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia
illustrata: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la
Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno"
egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente
dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma
le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta
allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro
espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese,
Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento
apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi
fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di
un isolato". ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a M., Per pochi
centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un'inchiesta segreta
fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'interno,
conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i
risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della
polizia". ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascista. ^ Mack Smith. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione
dello Stato fascista. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo
la presa del Ministero e molte squadre vennero ricreate dall'ambiente
farinacciano provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce
di ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso M. . Cfr. Renzo De Felice,
M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascistacit In occasione delle
violenze di Firenze M., riunendo il Gran consiglio del fascismo il giorno 5,
fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento immediato
di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse non hanno
più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna giustificazione
storica e politica. . ^ Aniante. ^ Arpinati Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri,
Longanesi &C. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea . ^
G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, . ^
InStoria - Mafia e Fascismo.. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco fosse
stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli - essendo
dell'area farinacciana - era notevolmente inviso a M., che proprio in quel
periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini
a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979. ^
Sospetti di affiliazione mafiosa restarono, tuttavia, come fa notare il
biografo Matteo di Figlia in op. cit. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op.
cit. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato perfino una campagna contro le...
gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione
dallo stesso ministro Rocco. Caruso, op. cit. ^ Ibidem. ^ La mafia e la
crociata del prefetto Mori..Non è vero che la mafia dei salotti impone a M.
l'allontanamento di Mori. È vero viceversa che i suoi modi hanno allarmato Roma;
che M. ritiene il problema liquidato e che può ora liquidare il
liquidatore". ^ DDI. ^ Graziotti Smith. ^ Regio decreto. ^ Legge Re,
regina, reggente, principe ereditario e primo ministro. ^ Sergio Romano,
Vademecum di storia dell'Italia unita, Rizzoli, Milano, . ^ Enzo Biagi, Amori,
Rizzoli il patto fu siglato e firmato. Salata riporta che nel protocollo della
sigla fu concordato che il patto avrebbe portato la data del 7 giugno,
indipendentemente dalla data della firma, un atto espressivo della volontà del
governo. Vedi Francesco Salata Il patto M., ^ Francesco Salata, Il patto M.,
Mondadori, Salata, Il patto M., Mondadori L'origine del sistema pensionistico
italiano va comunque fatta risalire, legge con l'istituzione di una «Cassa
Nazionale di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai», con
contributi su base volontaria. ^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuß, la
moglie e i figli erano ospiti di M. presso una sua residenza balneare. ^
All'origine dell'incidente di Ual Ual, Salvatore Minardi, , S. Sciascia
(Caltanissetta). ^ R. De Felice, M. il Duce ^ A tale accordo si fa riferimento
in Langer, William L. (a cura di) An Encyclopaedia of World History, Houghton
Mifflin Company, Boston. ^ R. De Felice, M. il duce. ^ Del Boca Ministero per
la Guerra, Relazione dell'attività svolta per l'esigenza A.O., Istituto
Poligrafico dello Stato, Roma, , allegato n. 76. ^ Del Boca, p. 193. ^ Per un
quadro completo quadro sull'uso sistematico delle armi chimiche sul fronte
Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas di M., Il fascismo e la guerra
d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca, p. 196. ^
Del Boca. ^ Del Boca Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ F. Cardini e R.
Mancini, Hitler in Italia. Dal Walhalla a Ponte Vecchio, maggio 1938, Bologna,
Il Mulino. ^ È il caso per esempio del prefetto Cesare Mori. ^ Per un primo
approccio sull’origine, motivazioni e caratteristiche del diffuso consenso che
il fascismo riscosse dagli intellettuali italiani si veda, ad esempio, A.
d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino ; G. Belardelli,
Il Ventennio degli intellettuali, Laterza, Roma-Bari ; A. Tarquini, Storia
della cultura fascista, Laterza, Roma-Bari. ^ A proposito dell'adesione di
Giuseppe Ungaretti al fascismo, ed in particolare al suo rapporto con M., si
veda: Robert S. Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il
fascismo, Guida, Napoli; Filosofia fantastica. Prose di meditazione e
d’intervento, a cura di Carlo Ossola, UTET, Torino; L. Piccioni, Vita d'un
poeta, Rizzoli, Milano 1970, p. 66; W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti,
Camunia, Milano Guida, Ungaretti privato. Lettere a Paul-Henri Michel, Pensa
multimedia, Rovato-Lecce. Copia archiviata, su laltraverita.it... ^ Allocuzione
"Vogliamo anzitutto".. M. e il papa .. ^ Copia archiviata, su
anpi.it..ilmanifesto.it /25aprile/02_25Aprile /9502rs14.01.htm in Internet
Archive. A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della
cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo
sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale.
Comandante delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato
della caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già comandante
del settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec, Majdanek,
Sobibor e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già comandante
di Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a gas, poi
ucciso dai partigiani. Benito M., MEMORIA SEGRETA DI M. SULLA CONDOTTA DELLA
GUERRA, Schede tecniche aerei militari italiani e storia degli aviatori, su
alieuomini.it. ^ Si veda Pietro Badoglio (L'Italia nella seconda guerra
mondiale), che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da M.
durante un loro colloquio. ^ Dalle colonie inglesi, e in particolar modo
dall'India, giunsero migliaia di soldati, che non era stato possibile
mobilitare precedentemente. ^ Già a Capo Spada venne affondato un incrociatore
italiano e alcune navi italiane furono affondate da un attacco aereo nel porto
di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ebbe a Capo Matapan, una delle più
gravi sconfitte nella storia della Marina. ^ Alfassio Grimaldi, U., Bozzetti.
[i. e. millenovecentoquaranta il giorno della follia. Italia: Laterza. ^
Ciabattini. ^ Ciabattini. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese.
^ Renzo De Felice, M. l'alleato, Einaudi, Ciabattini Ciabattini. ^ Ciabattini
M. e il re avevano un colloquio privato due volte alla settimana, il lunedì e
il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro della Real Casa. Iniziati,
gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al , per ventuno anni.
Ciabattini. ^ Ciabattini Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse
Ardeatine). ^ Benito M., Memoirs, Weidenfeld et Nicolson, London. Il testo si
trova anche qui: MEMOIRS, su oudl.osmania.ac.in. Franco o Francesco Maugeri, su
digilander.libero Cicchino, Saverio Polito e il viaggio di Rachele a Rocca
delle Caminate su historyfilesnetwork. ^ Marco Riscaldati, DAL GRAN CONSIGLIO
AL GRAN SASSO I 50 terribili giorni che videro l’Arma protagonista, in
Notiziario storico dell'Arma dei carabinieri. ^ Sandro Russo, M. prigioniero a
Ponza, su Ponza Racconta. ^ Cfr. Fabrizio Montanari. Nenni-M., amicizia impossibile,
in Quotidiano on line 24emilia.com. ^ L'8 febbraio 1943, alla vigilia del suo
compleanno, Nenni fu arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour, in Rue de la Franze
n.13, nella Francia di Vichy (cfr. Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra:
agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati
Boringhieri, Nenni, Intervista sul socialismo italiano, Laterza). Venne
condotto prima a Vichy e poi fu rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes per
circa un mese (cfr. Enzo Santarelli, Pietro Nenni, UTET, Il 5 aprile venne
consegnato dai tedeschi a due carabinieri alla frontiera del Brennero,
probabilmente su richiesta di M., che così lo salvò dalla deportazione nei
campi di concentramento nazisti. Condotto nel carcere romano di Regina Coeli,
Nenni fu poi confinato nell'isola di Ponza. ^ Cfr. Arrigo Petacco, La Storia ci
ha mentito, MONDADORI, che riporta degli appunti che il Duce scrisse durante il
crepuscolo di Salò. ^ La grande storia, Rai Tre. ^ Di Michele, Vincenzo,,
L'ultimo segreto di M., Felice, M. l'alleato: la guerra civile, Torino,
Einaudi. La Provincia autonoma di Lubiana era stata annessa all'Italia nel
1941. De iure, continuò a essere considerata tale fra paesi dell'Asse fino alla
fine del conflitto. Ovviamente, tale annessione non era considerata legittima
dagli Alleati. ^ Renzo De Felice, M. l'Alleato, tomo II, Einaudi. ^ Il Teatro
Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente colpita dai
bombardamenti alleati. Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith Operazione Sunrise,
Mondadori. ^ Mack Smith, "La ragione offerta (in cui è difficile scorgere
un qualsiasi senso logico) fu lo shock subito nell'apprendere che i tedeschi
erano scesi a patti senza informarlo". ^ Per l'intera vicenda, cfr. Fabio
Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., SugarCo. ^
Mack Smith, . ^ Secondo, fra gli altri, Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25
luglio alla liberazione, Milano), Leo Valiani (Tutte le strade conducono a
Roma, Firenze) e Silvio Bertoldi (La guerra parallela, Milano 1996), M. avrebbe
appreso il 25 aprile della decisione del CLNAI di giustiziarlo. Secondo
Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e democrazia cristiana, Milano, ), che
però è fonte isolata, avrebbe proprio confidato questa valutazione. ^ Fabio
Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., entrambi per
i tipi della SugarCo. ^ Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo:
la fine di M., ed. MondadoriChe a seguito dell'armistizio aveva per decreto
luogotenenziale assunto tutti i poteri costituzionali. ^ Comandante del Corpo
Volontari della Libertà ^ Raffaele Cadorna, Milano, La riscossa: dal 25 luglio
alla liberazione, . Per la sintesi del vasto relato del generale, si è fatto
riferimento a Ray Moseley (M., Taylor Trade Publications). Audisio, In nome del
popolo italiano, Edizioni Teti. ^ Fondazione ISEC - cronologia
dell'insurrezione a Milano.. Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a
Milano.. ^ Vincenzo Costa L'ultimo federale, il Mulino. Sempre secondo Costa,
nell'attentato partigiano erano morti cinque soldati tedeschi della Propaganda
Staffel e due popolane milanesi. Una trentina fra civili e militari germanici
erano i feriti. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia,
fotografie Fra i molti testimoni, era presente anche il giornalista Indro
Montanelli. ^ L'autopsia effettuata sul corpo di M.., Controstoria. ^ Filmati e
foto d'epoca girati a Piazzale Loreto - Milano e all'obitorio.. ^ Tettamanti
Franco, , commando a Musocco Rubata la salma del duce, in Corriere della Sera.
Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa, Guerra civile. Casini Editore,
Santarcangelo di Romagna collana Frammenti di storia. ^ Come ravvisabile ad
esempio nel discorso pronunciato da M. a Milano. ^ Domenico Venturini con
prefazione di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere per l'incremento della
Letteratura fascista. Dante Alighieri e Benito M. . Roma, Casa Editrice Nuova
Italia Gervaso, Il dito nell'occhio, Rusconi. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Einaudi .. ^ Copia archiviata, su cssem.org. Baioni.
Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia fascista.
Roma, Carocci, . ^ Brano tratto da La Dottrina del fascismo, di Giovanni
Gentile e Benito M., ( cfr.(archiviato dall'url originale il 30 marzo 2009).),
sviluppata sin dal 1929, inserito nell'edizione de L'Enciclopedia Italiana:
«Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in
tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva
sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è
un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e
rovinosi che un solo re che sia tiranno. Il fascismo respinge nella democrazia
l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito della
irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso
indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se
democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il
fascismo poté da chi scrive essere definito una 'democrazia organizzata,
centralizzata, autoritaria.» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Ateo militante negli anni giovanili,
quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione all’interventismo e
l’espulsione dal Partito socialista, M. era rimasto ateo, anticlericale e
pagano, e tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva
all’indomani della sconfitta» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Pochi mesi dopo, nell’agosto, M.
inneggiava all’impero spirituale del cristianesimo «che non ha territori, ma ha
ancora un’idea nella quale si raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi
sulla faccia della terra»: «È un impero che conta oramai la sua vita a
millenni. Sui flutti agitati della storia è ancora la barca del divino ebreo
Gesù quella che galleggia meglio di tutte le altre»64. E un mese dopo, M.
ripudiava l’anticlericalismo e l’anticattolicismo» ^ Fonte: Corriere della Sera
M. rubacuori. Ha avuto 15 amanti".. ^ M. Sarfatti The Life Of Benito M.
scaricabile. ^ Mimmo Franzinelli, Il duce e le donne. Avventure e passioni
extraconiugali di M., Mondadori, Luzzatto, Così il Duce distrusse la famiglia
segreta, su archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della
Sera.Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, su archiviostorico.corriere.it,
Archivio storico del Corriere della Sera. Zeni, La moglie di M., Trento, Effe e
Erre, Serri, Claretta l'hitleriana, Longanesi Bertotto, Tutti i fgli di Benito
M. Voceditalia.it, su voceditalia.it. ^ Claretta Petacci, M. segreto. Diari
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repubblica.it Festorazzi, La pianista del duce. Vita, passioni e misteri di
Magda Brard, l'artista francese che strego Benito M., Milano, Simonelli
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figlia naturale del dittatore. Da Albino Benito a Glauco di Salle e Asvero
Gravelli, chi sono i M. illegittimi, segreti e sospetti., su tag43.it. ^ M. :
una figlia segreta da una pianista, su news.ch. Quirinale: dettaglio decorato..
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Francesca Tacchi, Storia Illustrata del Fascismo, Giunti Editore, 2000. Roberto
Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla
marcia su Roma, Società editrice il Mulino Zizzo, M. . Duce si diventa,
Gherardo Casini. Benito Amilcare Andrea Mussolini. Mussolini. Keywords: tea
with Mussolini. Refs.: Luigi Sperana, “Grice e Mussolini.” Mussolini.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mustè: la ragione conversazoinale e l’implicatura
conversazionale nella filosofia dell’idealismo italiano – il dialogo di Socrate
e il dialogo di Gentile – la scuola di Roma – filosofia romana -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “It was only late in life that I
realised that ‘freedom’ is the key philosophical concept. M. knew it all
along!” Grice: “At Oxford, I learned to refer to idealists such as Bradley as eggheads
– not M.!” -- Flosofo italiano. Roma,
Lazio. Laurea in filosofia con la tesi, “Marx,” borsista dell'Istituto italiano
per gli studi storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di
ricerca, collaborando con Gennaro Sasso. Redattore della “nuova serie” della
“Rivista trimestrale”. Consegue il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza.
Lavora alla "Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici"
dell'Università "La Sapienza" in qualità di “Segretario e Curatore
dell'archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di
Storia della filosofia. Insegna a Roma. È membro del Consiglio
scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la
Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con
l'Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana
e Croce e Gentile. La cultura italiana e l'Europa. Ha diretto la rivista
"Novecento". Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra
cui: "Giornale critico della filosofia italiana", "Annali della
Fondazione Gramsci", “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse
riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: "Giornale
critico della filosofia italiana", "La Cultura", "Studi
storici", "Filosofia italiana". Nel è stato nominato dal Ministero dei beni
culturali Segretario del "Comitato nazionale per il bicentenario della
nascita di Bertrando Spaventa". Dal
al ha insegnato Ermeneutica
filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università
Antonianum. Ricerche Le sue ricerche si sono rivolte alla storia della
filosofia italiana, con contributi dedicati all'idealismo e al marxismo. Per
quanto riguarda l'idealismo italiano, ha indagato i momenti e le figure
fondamentali (sino al profilo complessivo) e le premesse nella filosofia
dell'Ottocento, specie in relazione al pensiero di Vincenzo Gioberti
(soprattutto con il libro su La scienza ideale). Di particolare interesse gli
studi su Bertrando Spaventa e le monografie su Omodeo e Croce. Ha dedicato
saggi e ricerche al pensiero di Antonio Gramsci e ad altri momenti del pensiero
marxista italiano: del è la monografia
su Marxismo e filosofia della praxis, che ricostruisce la storia del marxismo
italiano da Labriola a Gramsci. Sono noti i suoi studi sul pensiero politico
nell'Italia contemporanea, con particolare riguardo alle figure di Rodano,
Balbo, Noce. Ha approfondito lo studio dell'opera di Marx e in generale
la storia della filosofia tedesca tra Hegel e Nietzsche. Particolare
attenzione ha poi rivolto (con il libro
su La storia e con altri scritti, tra cui quelli sull'evento e sulla
teoria delle fonti) alle questioni specifiche della teoria della
storiografia. Metodi Conduce l’indagine teoretica in stretta relazione
con gli studi di storia della filosofia e di storia della storiografia, in
generale nell’ambito della storia delle idee, adottando un metodo
storico-critico che spesso privilegia l’uso di fonti archivistiche e di
documentazione inedita. Il suo metodo cerca di coniugare l'analisi strutturale
delle opere filosofiche con la ricerca filologica sulle fonti e sulla
tradizione dei testi, con particolare riguardo ai processi di lungo periodo
della filosofia italiana moderna e contemporanea. Saggi:“Storiografia”
(Mulino, Bologna); “Croce, Morano, Napoli
Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino,
Bologna); “Carteggio Croce-Antoni, Mulino, Bologna Politica e storia in Bloch,
Aracne, Roma La scienza ideale. Filosofia e politica” (Rubbettino, Soveria
Mannelli, Franco Rodano. Laicità, democrazia, società del superfluo, Studium,
Roma Grice: “’superfluo’ is possibly one of the most unsuperfluous words in the
Italian philosophical dictionary – cf. “I was in New York, which was black
out.” -- Gioberti, Il governo federativo” (Gangemi Roma) – nazione e stato
federale – federazione, governo federativo -- Rodano, Cristianesimo e società opulenta,
Edizioni di storia e letteratura, Roma, Il giudizio sul nazismo. Le
interpretazioni -- La storia: teoria e metodi, Carocci, Roma, La filosofia
dell'idealismo italiano, -- Grice: “filosofia” is superfluous here, seeing that
idealism already ENTAILS philosophy!” -- Carocci, Roma, Croce, Carocci, Roma
Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi” (Aracne, Roma); “La
prassi e il valore -- la filosofia dell'essere” Aracne, Roma “Filosofia della
praxis” Viella, Roma); “In cammino con Gramsci, Viella, Roma. L'ermeneutica, in
«Rivista trimestrale», Il problema del mondo nel «Tractatus» di Wittgenstein,
in «Rivista trimestrale», Le fonti del giudizio marxiano sulla rivoluzione
francese in «Annali dell'Istituto
Italiano per gli Studi Storici», L'orizzonte liberale di Dahrendorf, in
«Critica marxista», Sturzo e il popolarismo – POPOLARISMO -- nel giudizio, in
Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari, Croce e il problema del
diritto, in «Novecento», Metodo storico e senso della libertà” “La storiografia
crociana, in «La Cultura», Omodeo. Il pensiero politico, in «Annali
dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», Libertà e storicismo assoluto:
per un'interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra
tradizione nazionale e filosofia europea, Riuniti, Roma, “La società civile
democratica, in «Novecento», Sul
giudizio politico, in «Novecento», Il marxismo politico nell'interpretazione di
Noce, in «Poietica», Gioberti e Cartesio, in Bibliopolis, Napoli, Comunismo e
democrazia, in La democrazia nel pensiero politico del Novecento” (Aracne, Roma);
Guido Calogero, in «Belfagor», Gioberti e Leopardi, in «La Cultura», Verità e
storia, in «Storiografia», “La morale”, Rosmini e Gioberti. G. Beschin e L.
Cristellon, Morcelliana, Brescia, Il destino dell'evento nella nuova storia”
francese, in «La Cultura», Carattere e svolgimento delle prime teorie estetiche
di Croce, «La Cultura», Liberalismo
etico e liberismo economico, in Croce filosofo liberale, -- cf. Grice, “Do not
multiply liberalisms beyond necessity: ‘liberalismo semiotico’” – Grice: “Muste
is very witty in distinguishing between liberalism and liberrism!” Reale, LUISS
University Press, Roma, La teoria della storia in Croce, in «Giornale critico
della filosofia italiana», L'idea di “Risorgimento” in Gioberti, in «Quaderni
della Fondazione Centro Studi Noce», Il significato delle fonti storiche, in
«La Cultura», La storia: teoria e
metodi, in «History and Theory», Il passaggio all'anti-fascismo di Croce, in
Anni di svolta. Crisi e trasformazione nel pensiero politico della prima età
contemporanea, Sciullo, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alterità e principio del
dialogo in Calogero, in L'idea e la differenza. – principio dialogo – il noi --
Noi e gl’altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo, M.P.
Paternò, Rubbettino, Soveria Mannelli Il principio del nous nella filosofia di
Calogero, in «La Cultura», La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di
Garin. Atti del Convegno di studi, Vacca e Ricci, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Gioberti, in Il contributo italiano alla storia del pensiero.
Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Lo
storicismo italiano nel secondo dopoguerra, in Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Il problema della libertà nella filosofia di Scaravelli, in «La
Cultura», La libertà del volere nella filosofia di Croce, in Filosofia e
politica. Cesarale, M., Petrucciani, Mimesis, Milano, Il senso della dialettica
nella filosofia di Spaventa, in "Filosofia italiana", apr. Storia, metodo, verità, in «La Cultura»,,
Gentile e Marx, «Giornale critico della filosofia italiana», Togliatti e Luca,
«Studi storici», Gentile e Socrate, (Grice: cf. caricature of Gentile as
Aristotele in ‘La scuola d’Atene”) -- in La bandiera di Socrate. Momenti di
storiografia filosofica italiana nel Novecento, Spinelli e F. Trabattoni,
Sapienza Università, Roma, Gentile e Gioberti, «La Cultura», Gramsci, Croce e
il canto decimo dell’Inferno di Alighieri, «Giornale critico della filosofia
italiana»,, Spaventa e Gioberti, «Studi storici»,, La presenza di Gramsci nella
storiografia filosofica e nella storia della cultura, «Filosofia italiana»,
Dialettica e società civile. Gramsci “interprete” di Hegel, «Pólemos. Materiali
di filosofia e critica sociale», Marx e i marxismi italiani, «Giornale critico
della filosofia italiana», La “via alla
storia” di Ginzburg, in Streghe, sciamani, visionari. In margine a Storia
notturna di Ginzburg, Presezzi, Viella, Roma, Filosofia e storia della
filosofia nella riflessione di Sasso, «Filosofia italiana», Opere Sapienza
Roma. Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici, su lettere uniroma1.
Intervista sulla storia della "Rivista trimestrale" Intervista di M.
su Croce del //diacritica/ letture-critiche/lo-
storicismo-di-croce-e-la-morte-della- metafisica-intervista-a- M. Socrate e
Gentile. Se consideriamo i libri custoditi presso la biblioteca personale di Gentile,
troviamo, a proposito di Socrate, soprattutto opere di autori italiani, con
alcuni dei quali da tempo era in corrispondenza: oltre le vecchie versioni di Ferrai
(Padova), vi figurano le edizioni dell’Apologia curate da Acri (riproposta da
Guzzo) e da Manara Valgimigli (Bari); le opere di Giovanni Maria Bertini (fra
cui l’edizione di Senofonte), che, come si dirà, avevano occupato la critica di
Bertrando Spaventa; quindi i libri che via via, nella prima metà del secolo,
erano apparsi in Italia: quelli di Zuccante, che Tocco aveva presentato alla
Reale Accademia dei Lincei, poi quelli di Covotti, Mignosi, Labriola, Banfi,
Levi, Brocchieri. Ma a proposito di
Socrate, Gentile utilizzò anche altri mo- menti della storiografia filosofica
italiana, appoggiandosi, per esem- pio, ad alcuni testi dello storico del cristianesimo
Alessandro Chiap- pelli e del romanista Pascal. Se allarghiamo lo sguardo oltre
i confini nazionali, i riferimenti principali rimangono quelli di Zeller (a cui
si era prevalente- mente richiamato Spaventa), ma anche di Gomperz e di Tannery.
Di Zeller, Gentile possede i primi due volumi dell’edizione Mi piace
ricordare che la ricerca su libri, opuscoli e periodici posseduti da Gentile 1
può ora essere svolta online sul sito della Biblioteca di Filosofia della
Sapienza di Roma, grazie al lavoro di digitalizzazione del catalogo compiuto sotto
la direzione del dott. Gaetano Colli: cfr. Colli. Anche il catalogo dei
corrispondenti dell’archivio di Gentile (custodito presso la “Fondazione
Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici” a Villa Mirafiori) è consultabile
nel progetto “Archivi on-line” del Senato della Repubblica. italiana
della Filosofia dei Greci curata da Mondolfo; e di Tannery conservava la
seconda edizione, di Pour l’histoire de la science hellène, che la moglie
Erminia aveva donato, con dedica, al figlio Giovannino. A Zeller, come si sa,
dedicò un ampio necrologio nel quale elogiò la sua opera di storico
criticandone tuttavia i princìpi neokantiani2; e avvicinandovi, ap- punto, i
nomi di Tannery e quello, «così geniale», di Gomperz. Proprio a Gomperz,
d’altra parte, aveva fatto un più che positivo riferi- mento nella prolusione
palermitana su Il concetto della storia della filosofia, dove parlò di un
«concetto equivalente al mio, che nella storia della filosofia si riassuma
tutta la storia dell’umanità»4; e, nella lunga recensione che nel 1909 dedicò
al Socrate di Zuccante, ne parlò come di «uomo di gusto», sia pure privo del
«bernoccolo del filosofo», assumendone soprattutto la critica della
testimonianza di Senofonte. Gentile si trovò di fronte, fin dalla giovinezza,
due modelli inter- pretativi, tra loro, per altro, connessi. In primo luogo le
pagine che Ber- trando Spaventa aveva dedicate a Socrate, dapprima discu- tendo
sulla “Rivista contemporanea” la memoria torinese di Giovanni Maria Bertini
Considerazioni sulla dottrina di Socrate6, poi nel grande corso sulla filosofia
italiana, dove aveva aggiunto, come appendice, lo Schizzo di una storia della
logica, nel quale riprendeva il tema socratico7. Il secondo riferimento è
Labriola, la cui memoria su La dottrina di Socrate era stata ripubblicata da
Benedetto Croce per l’editore Laterza. Per quanto, in maniera caratteristica,
nel discorso preliminare del all’edizione degli Scritti filosofici di Spaventa,
si limitò a un breve cenno alla discussione con Bertini8, e anche nella Prefazione
al Gentile. Bertini. Ma la memoria, a cui Spaventa si riferisce, era stata
presentata in una seduta. Poi in Bertini. Da una lettera a Spaventa, si
apprende che l’articolo di Bertrando era solo il primo di una serie di scritti
socratici, che poi non realizzò: cfr. Spaventa La filosofia italiana nelle sue
relazioni con la filosofia europea, in Spaventa Gentile Gentile e Socrrate
volume Da Socrate a Hegel mancò di entrare nel merito della questione9, è da
ritenere, per le ragioni che si vedranno, che l’influenza spaven- tiana pesasse
in maniera determinante nella sua prima lettura di Socrate. Spaventa confuta
l’interpretazione di Bertini, cercando di definire i rapporti, da un lato, tra
Socrate e la filosofia antica, e, d’altro lato, tra Socrate e la filosofia
moderna. Per tale confutazione, si era appoggiato al capitolo hegeliano delle
Le- zioni sulla storia della filosofia e all’opera di Zeller, ma anche, per
deter- minare i caratteri generali del pensiero greco, alla traduzione francese
di Claude Joseph Tissot della Storia della filosofia di Heinrich Ritter10.
Tuttavia, la lettura di Socrate risultò ben diversa da quanto quei libri
potevano suggerirgli. Possiamo dire, in breve, che se per Hegel è Parmenide il
vero iniziatore della filosofia, perché ha sollevato il pensiero alla massima
astrazione dell’essere11, per Spaventa la filosofia inizia propriamente con
Socrate, che ha scoperto la dimensione del “concetto”, superando il naturalismo
immediato della precedente vita greca. La critica a Bertini si appuntava su
questo aspetto. Per Bertini, di fronte all’attacco dei sofisti, Socrate aveva
restaurato l’ethos greco, sal- vandolo dalla dissoluzione. Per Spaventa, le
cose andavano diversa- mente. Non solo Socrate non aveva restaurato la vita
greca, ma le aveva inferto «il vero colpo di grazia» (La dottrina di Socrate,
in Spaventa), ponendo un nuovo principio, quello della «soggettività
universale»: caratterizzata la filosofia presocratica come indistinzione
immediata di pensiero ed essere, Socrate aveva inaugurato l’antitesi dei due
termini, senza tuttavia trovarne l’unità e la sintesi, e anzi la- sciando al
pensiero moderno questo compito ulteriore. I sofisti, dun- que, lungi
dall’essere dei distruttori, si presentavano quali profondi innovatori, anche
se il loro soggettivismo era piuttosto un individuali- smo, fermo alla
dimensione naturale ed empirica dell’individuo. So- crate trasformava, con la
dottrina del concetto, questo individualismo in un autentico, universale
soggettivismo: «in questo senso» – scriveva Spaventa – «Socrate e Cartesio, che
che ne dica il professor Bertini, si rassomigliano». Spaventa Parmenide,
Hegel [Ritter Cfr. Hegel Ma soprattutto, per il riferimento a Da questo
punto di vista, Socrate non appariva affatto come un fi- losofo pratico o
morale, ma come un filosofo schiettamente teoretico. Più precisamente, il
carattere della sua filosofia veniva indicato in un radicale formalismo.
Bisogna prestare attenzione all’uso che Spaventa fece di questa espressione,
per certi versi anticipando i temi della sua riforma della dialettica.
Formalismo significava che Socrate, scoprendo il principio nuovo della
«soggettività universale», lo riconosceva solo nella forma, nell’attività
dialogica della ricerca della verità, in quanto presupponeva, alla maniera di
tutto il pensiero antico, il contenuto og- gettivo e naturale: se per i
moderni, scriveva, la soggettività è non solo «universale» ma «assoluta», «il
puro rapporto del pensiero a se stesso», per Socrate «non è già il soggetto che
determina l’essere oggettivo, ma l’essenza oggettiva delle cose che determina
il soggetto». La visione moderna – per cui, come si chiarirà nella riforma
della dialet- tica, il pensiero è negazione determinante dell’essere -- appariva
qui rovesciata, nel senso che l’essere si delineava come il cercato, come la
verità ideale del soggetto. Questa tesi del formalismo era quella vera- mente
decisiva nell’interpretazione di Spaventa, poiché a essa veni- vano ricondotti
tutti i temi della riflessione socratica: l’induzione, il dialogo, l’ironia, e
poi soprattutto l’ignoranza, interpretata come con- sapevolezza della mancanza
di verità del soggetto, quasi come ammis- sione del limite storico della
propria posizione. E ancora, l’eudemoni- smo socratico diventava (seguendo qui
i Magna moralia) l’assenza del concetto del Bene e, quindi, la sua
identificazione con l’utile. Infine, ed è un altro aspetto di rilievo (e qui la
fonte era in parte aristotelica in parte hegeliana), mancava in Socrate la
psicologia, cioè la cognizione della parte irrazionale dell’individuo, delle
passioni: la sua soggettività «universale» non riusciva a cogliere né il
contenuto del concetto né la base irrazionale dell’individuo, restando sospesa
tra il particolare e l’universale e non potendo intravedere la sintesi e
l’unità tra i due momenti, cioè l’autentica realtà e immanenza del concetto.
Nella memoria su La dottrina di Socrate, con la quale vinse il premio della
Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Labriola non citò mai
lo scritto di Spaventa, ma certo ne riprese [Si veda per questo aspetto Mustè
La dottrina di Socrate, in Spaventa. Gentile e Socrate 43 almeno un paio di
aspetti14. In primo luogo riprese la tesi del formali- smo, a cui dedicò la
parte centrale dello scritto e che anzi sviluppò fino alle conseguenze estreme,
mostrando come «il suo di Socrate sapere è pura esigenza» e «quello che egli
cerca deve ancora trovarlo» (Labriola). In secondo luogo, insisté sulla
mancanza in Socrate di ogni notizia di psicologia, con accenti e motivi molto
simili a quelli che Spaventa aveva adoperato nella polemica con Ber- tini. Ma
certo mutava il quadro complessivo dell’interpretazione, anzi tutto per la
scelta, molto radicale, di affidarsi esclusivamente o quasi alla testimonianza
di Senofonte, non attribuendo, scriveva, «a Socrate nessun principio, massima,
o opinione che non sia, o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata
da Senofonte»; poi per il fatto che la tesi spaventiana del formalismo serviva
ora a recidere i rapporti tra Socrate e la tradizione filosofica presocratica
(ibid., 555), superando il problema stesso che aveva animato la discussione tra
Spaventa e Bertini. Per Labriola, Socrate non era affatto un filosofo: «Socrate
come semplice filosofo – scriveva – è un parto d’immagina- zione» (ibid., 569);
e tanto meno poteva essere considerato come «il creatore del principio della
soggettività», neanche di una soggettività «universale» come quella di cui
Spaventa aveva parlato. Al contrario, la figura di Socrate era ricondotta a due
linee fondamen- tali di lettura, tra loro convergenti: da un lato il processo
di sviluppo della religione greca, dove Socrate aveva inserito l’idea della
divinità «come intelligenza autrice e reggitrice del mondo», riuscendo per
questo «a isolare la sfera morale dalla naturale; d’altro lato, in relazione
agli studi che allora conduceva per «una storia dell’etica greca» interpretò
Socrate come concreta espressione della crisi della storia greca, come
l’emergere di una colli- sione tra forma della tradizione e volontà
dell’individuo: per cui, sorge nell’individuo «il bisogno di rifarsi da sé
quella certezza» che l’opinione comune ha smarrito, tornando a porre, con
l’esercizio del dialogo, le[ L’interpretazione di Labriola è stata analizzata
da Cambiano, Il Socrate di Labriola e la storiografia tedesca e da Spinelli,
Questioni socratiche: tra Labriola, Calogero e Giannantoni che si leggono
rispettivamente nel primo e nel terzo volume di Punzo3, Spinelli ricorda
opportunamente un breve quanto penetrante articolo di Giannantoni, Il Socrate
di Labriola, apparso nel supplemento di “Paese sera”. Tra gli altri studi, mi
limito a ricordare Cerasuolo, e le lucide osservazioni di Poggi domande
induttive sulla definizione, sul «cosa è» la giustizia, la virtù, la santità.
Per certi versi, Labriola seguiva la linea interpretativa di Spa- venta, ma ne
modificava la prospettiva, calando Socrate non più nel centro problematico
della storia della filosofia ma in quello della vita religiosa e sociale del
mondo greco. A prescindere dallo sviluppo peculiare che ebbe nella memoria di
Labriola, la tesi spaventiana del formalismo di Socrate restò alla base delle
prime riflessioni di Gentile. Già nella tesi di laurea su Rosmini e Gioberti –
dove il problema principale, sulle orme di Donato Jaja, era quello
dell’intuito, e quindi della profonda differenza tra l’intuito ro- sminiano
dell’essere puro e quello, platonico ma soprattutto prove- niente da
Malebranche, delle idee determinate e formate (Gentile) – i riferimenti a
Socrate risentono della discussione di Spa- venta con Bertini. Lo si vede,
soprattutto, nella nota che inserì per di- scutere la memoria di Aurelio
Covotti Per la storia della sofistica greca. Studi sulla filosofia teoretica di
Protagora (pubblicata nel 1896 negli “An- nali” della Regia Scuola Normale
Superiore di Pisa), dove, criticando le interpretazioni di Wilhelm Halbfass e
di Theodor Gomperz, ribadì la necessità di distinguere l’individualismo
empirico di Protagora dal soggettivismo di Socrate, pur sottolineando la sua
distanza dal kanti- smo, mancando ancora in Socrate «il concetto del pensiero
come pro- duttività» (Gentile). Una lettura, questa, che trovò poi uno sviluppo
più organico nella recensione al Socrate di Zuccante, dove criticò
«l’interpretazione soggettivistica» di Protagora, che l’autore aveva dato,
insistendo piuttosto sul rapporto con Demo- crito: con riferimento a un
articolo di Victor Brochard, affermò anzi che la tesi dello storico francese
andava «rovesciata», perché non Demo- crito aveva appreso da Protagora i
princìpi della gnoseologia sofistica, ma viceversa questo, Protagora, era stato
«scolaro» di quello, di Democrito (Gentile). Questo tema del rapporto tra
Socrate e Protagora era d’altronde essenziale nell’equilibrio del libro, perché
tanto Rosmini che Gioberti avevano appunto confuso i due momenti
(l’individualismo e il soggettivismo), lasciando oscillare la figura di Socrate
tra Protagora e Platone: «il Gioberti» – spiegava Gentile Gli articoli di
Brochard vennero ristampati in Brochard (ma si veda la 4° edizione ampliata,
Paris, con l’introduzione di Delbos). Gentile e Socrate 45 «come il
Rosmini, non conosce altro soggettivismo che il falso antro- pometrismo
protagoreo», e perciò, aggiungeva, si vede costretto a tro- vare in Socrate
Platone, «altrimenti del maestro di Platone non si fa che una ripetizione di
Protagora» (Gentile). Alla maniera di Spaventa, insomma, il soggettivismo di
Socrate non andava confuso né con l’individualismo di Protagora né con la
successiva dottrina pla- tonica delle idee. Questo atteggiamento spiega anche
la presenza di Socrate nel saggio su La filosofia della prassi, dove, per
dimostrare che Marx aveva assunto il concetto della prassi dall’idealismo, e
non dal mate- rialismo, chiamò in causa il «soggettivismo di Socrate», facendo
dell’antico filosofo greco il primo idealista, anzi il primo teorico della
praxis: perché, spiegava Gentile, Socrate non concepiva la verità come un bene
formato da trasmettersi, ma come il risultato di un «personale lavorio
inquisitivo», cioè del dialogo e dell’arte maieutica: «il sapere – concludeva –
importava per Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva costruzione,
una continua e progressiva prassi» (Gentile). Altrove scriveva che il merito di
Socrate «consiste appunto nel superamento di quella dualità di volontà e
intelletto, che è presup- posta così dal determinismo come dal concetto del
libero arbitrio»: e arrivava ad affermare che, se avesse approfondito questo
aspetto, sa- rebbe stato condotto «al concetto hegeliano dell’unità di libertà
e ne- cessità razionale» (Gentile). Di questa singolare definizione di Socrate
come primo idealista, Gentile darà una spiegazione, nei Discorsi di religione,
quando dirà che, con Socrate, «la filosofia acquista coscienza del suo
carattere idealistico», anche se questa co- scienza «si oscurerà tante volte
nel corso del suo sviluppo storico»: e quasi per dare un esempio di tale oscuramento,
ricordava l’«idealismo ancora naturalistico» di Platone e Aristotele, che aveva
ricompreso l’intuizione socratica nel realismo del «mondo delle idee» e in
quello di «Dio, forma o atto puro, o pensiero del pen- siero. . Questi primi
riferimenti, in larga parte ispirati dalla posizione di Spaventa, cominciarono
a complicarsi negli anni appena successivi, quando Gentile iniziò a elaborare
la filosofia dell’atto puro, e quindi, bisogna aggiungere, ad approfondire la
distanza tra dialettica del pen- sato e dialettica del pensare, tra pensiero
antico e pensiero moderno. Un preludio della successiva lettura di Socrate può
essere indicato, d’altronde, nella lunga recensione al Socrate di
Zuccante, dove Gentile, richiamandosi implicitamente (senza mai citarla) alla
posizione di Spaventa, chiarì due aspetti fondamentali della pro- pria
interpretazione. In primo luogo, in un passaggio di particolare im- portanza,
rielaborò e chiarì la tesi del formalismo socratico, definito appunto come la
sua «gloria». Scrisse infatti: la verità è che la ricerca socratica è
prevalentemente umana, perché l’uomo coi sofisti era venuto al primo piano
della speculazione, segna- tamente nella rettorica. E lo stesso tentativo di
sollevare a scienza la rettorica, operato dai sofisti, ne mette a nudo
l’essenziale formalismo, e fa sentire il bisogno di quella più schietta e più
concreta scienza dello spirito, che Socrate persegue col suo motto divino:
conosci te stesso. Qui è la radice dell’unità del suo interesse speculativo, teorico,
e del suo interesse morale, pratico: qui anche la radice del formalismo spe-
culativo e morale, a cui s’arresta lo stesso Socrate. Il quale supera la forma
rettorica con l’affermazione del contenuto della rettorica (giusto, ingiusto
ecc.): ma di questo contenuto non definisce altro che la forma: il concetto
come universale, non intravveduto da nessuno dei filosofi precedenti: il
concetto di ogni cosa (logica) e il concetto stesso del giusto (morale). In che
consiste il valore di questa scoperta, che è la gloria di Socrate (Gentile). In
secondo luogo, stabilito il senso del formalismo socratico, Gentile chiariva il
significato della scoperta logica di Socrate, affermando che si trattava non
solo, e non tanto, della scoperta del concetto, ma del «concetto del concetto»,
della «essenza dello spirito»: se i filosofi prece- denti sempre avevano
adoperato concetto e definizione, ora Socrate sollevava il pensare a «pensiero
del pensiero», conferendo agli uomini una «seconda vista», quella della
schietta universalità. Grazie a Socrate, il pensiero diventava, per la prima
volta, oggetto di sé stesso, sostituendosi all’orizzonte della natura: e
questo, oltre quello più limitativo dell’assenza di un contenuto assoluto, era
il carattere del suo formalismo, inteso appunto come considerazione della forma
logica in sé stessa. Negli scritti di questo periodo, l’accento cominciava a
battere con più forza sulla continuità tra Platone e Aristotele, perché –
scriveva – «con Aristotele [non] si fa un passo avanti» rispetto al metodo
trascen- dente di Platone (Gentile). Non solo infatti, come precisò nella
prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, Platone
aveva «trasformato» il concetto socratico in «idee eterne e immobili, puro
oggetto della mente»; ma iniziò a riportare la filosofia di Platone alla fonte
eraclitea e soprattutto a quella parme- nidea, che ai suoi occhi costituiva il
vero approdo del Teeteto e del So- fista: «Platone» – scriveva – «non vide mai
altro che l’essere immobile e realmente immoltiplicabile, tal quale l’essere
(fisico) degli Eleati. Qui si doveva arrestare una filosofia ignara della
natura dello spirito». Più che Socrate, dunque, la filosofia di Platone in-
contrava, con la teoria delle idee, l’essere di Parmenide, superando in esso
anche la primitiva lezione di Cratilo. Fu nel primo volume del Sommario di
pedagogia che il giudizio su Socrate cominciò ad assestarsi. Gentile vi si
soffermò in due diverse parti dell’opera: in primo luogo, nella sezione su
L’uomo, a proposito dei concetti; in secondo luogo, nella parte terza, su Le
forme dell’educazione. Il capitolo che dedicò al «merito di Socrate sco-
pritore del concetto» finì per risultare piuttosto singolare. Riconobbe a
Socrate il «merito straordinario» di avere affermato «il carattere uni- versale
del vero» (Gentile); ma subito aggiunse che quel con- cetto non era poi il vero
concetto, il conceptus sui, ma una forma che, conseguita per via induttiva, con
«un processo di generalizzazione», era piuttosto irreale, astratta, lontana dalla
concreta determinazione del mondo: offrì insomma del concetto socratico una
lettura singolar- mente negativa, quasi rappresentandolo nella figura degli
pseudocon- cetti o finzioni che, nella Logica e nella Filosofia della pratica,
Croce aveva teorizzato. Di più, in un capitolo successivo, affermò che il
concetto socratico, «base dell’erronea teoria platonica e aristotelica del
concetto», presupponeva la scissione tra teoria e pratica: ne- gando dunque a
Socrate proprio quel merito che, come abbiamo osser- vato, gli aveva
riconosciuto nel saggio su La filosofia della prassi. La considerazione trovava
uno sviluppo rilevante, come si diceva, nella terza parte dell’opera, dove
Gentile poneva la figura di Socrate all’origine del concetto di «educazione negativa»,
collocandolo sulla stessa linea che, nell’epoca moderna, avrebbe prodotto la
«possente» opera di Rousseau. A questo principio dell’educazione negativa, Gen-
tile tornava a rivolgere un elogio, perché capace di implicare «l’imma- nenza
del divino nell’uomo» e dunque di
anticipare lo spi- rito di libertà di Rousseau: ma anche qui osservava che
Platone aveva convertito la maieutica socratica in un innatismo delle
idee, come un ritorno dell’anima «a quella pura cognizione originaria che ella
si reca in sé dalla nascita». Una critica, d’altronde, che si legava all’idea,
sostenuta ancora nei Discorsi di religione, secondo cui il pen- siero antico
non poté mai accedere al problema morale, perché privo del principio stesso
della volontà (Gentile). In tutta la prima fase della sua riflessione, Gentile
tenne fermo il Socrate di Spaventa, cioè la tesi del formalismo e della
scoperta della soggettività universale, via via innestandovi i motivi
essenziali nella propria filosofia: così, nell’Introduzione alla filosofia
parlerà di So- crate come del «primo grande martire degl’interessi più profondi
dell’uomo e della sua nobiltà e grandezza» (Gentile), come di colui che, con il
Nosce te ipsum, aveva vinto l’antico naturalismo e sco- perto la «concezione
umanistica del mondo»; e nella più tarda Filosofia dell’arte arriverà a
svolgere il motivo spaventiano (e labrioliano) della mancanza di una psicologia
in Socrate nella tesi, ben più radicale, dell’assenza del sentimento e, in
generale, del principio dell’arte in tutto il pensiero antico (Gentile). Ma la
trasforma- zione essenziale e decisiva avvenne certamente nelle opere più
siste- matiche dell’attualismo, in modo particolare nel Sistema di logica,
quando Socrate, come ora vedremo, acquistò il volto più complesso di fondatore
del logo astratto: che era uno svolgimento dell’idea, comun- que presente in
Spaventa, che proprio in lui, in Socrate, e non in Par- menide e nei filosofi
presocratici, andava indicato l’autentico inizio della filosofia occidentale.
Nella Teoria generale, dove il problema fondamentale era quello dell’individuo
e dell’individualità, si faceva più nitido il quadro dell’intero sviluppo della
filosofia greca, ponendo al centro del natu- ralismo quella che definì «la
disperata posizione di Parmenide» (Gen- tile 1959b, 107), quintessenza
dell’intero mondo mitico e presocratico e carattere della «seconda natura»
delle idee, stabilita da Platone. Tra Parmenide e Platone, Socrate appariva
come colui che aveva operato «la netta distinzione tra genere e individuo», non
riuscendo certo a trovare la sintesi tra i due momenti, ma lasciando aperta,
con il suo formalismo, tanto la via platonica tanto quella aristotelica. Di
fronte a entrambi, a Parmenide e a Platone, Socrate era delineato come colui
che «scopre il concetto come unità in cui concorre la va- rietà delle
opinioni»: affermazione di grande significato, Gentile e Socrate perché, almeno in senso formale, indica una
rottura dell’intero natu- ralismo antico, un presagio – se così può dirsi –
della sintesi e della vera individualità, che solo il pensiero moderno,
osservando il con- cetto come conceptus sui e come autocoscienza, arriverà,
dopo il cri- stianesimo, a compiere. Però, come si diceva, solo nei due volumi
del Sistema di logica, la figura di Socrate acquistò una nuova luce e un più
preciso significato, all’interno della dialettica del logo astratto e del logo
concreto. Possiamo dire che il punto centrale della considerazione delle forme
storiche del logo astratto è proprio il passaggio da Parmenide a Socrate, che è
poi il passaggio dal naturali- smo antico alla logica del pensiero pensato,
inteso come momento eterno e insuperabile del logo. Il punto socratico è quello
fondamen- tale, se non altro perché, superando la posizione, disperata e
assurda, di Parmenide, Socrate pone, nel concetto universale, l’intero circolo
del pensiero antico, che in Platone (con la teoria della divisione) e in
Aristotele (con la teoria del sillogismo) troverà solo uno sviluppo coerente e
un adeguamento. All’altezza della dottrina del logo astratto, Gentile segnava
con meno forza, rispetto ai testi precedenti, il distacco tra So- crate e
Platone, ma indicava con molta più forza la differenza tra So- crate e
Parmenide. È vero che, in un passaggio non privo di ambiguità, disse che
Parmenide rappresentava «il fondatore della logica dell’astratto», colui che
«per primo cominciò a intendere in tutto il suo rigore il concetto del logo
quale presupposto del pensiero» (Gentile). Ma subito precisò che tale
fondazione del logo era in verità una negazione del pensiero, perché il suo
essere, privo di determina- zione e di differenza, è in realtà mancanza di
pensiero, il nulla del pen- siero, il semplice immediato: e per Gentile, così
come per Spaventa, non è l’essere di Parmenide a segnare l’inizio della logica,
come acca- deva in Hegel, ma il concetto universale di Socrate. È con Socrate
in- fatti, come ripete più volte (concordando, per altro, con quanto Croce
aveva sostenuto nella Logica), che «nasce formalmente la scienza della logica»
(Gentile), che viene posto non «l’immediato essere astratto», ma la
«mediazione», il «rapporto tra soggetto definito e predicato onde si
definisce», per cui, concludeva, «l’astratta identità dell’essere naturale di
Parmenide e di Democrito qui è vinta». E altrove Croce. chiariva: «la logica comincia
propriamente con Socrate, quando l’es- sere spezza la dura crosta primitiva
della immediatezza naturale, in cui s’era fissato nelle concezioni degli Eleati
e degli Atomisti, e si me- dia nella forma più elementare possibile del
pensiero: identità che sia unità di differenze» . Nel concetto socratico, nella
definizione, è già tutta la logica antica, che troverà nella dialettica
platonica e nel sillogismo aristotelico solo uno sviluppo necessario. Più
precisamente, Socrate diventa, nel Si- stema di logica, il fondatore della
logica dell’astratto, che non si esprime più nell’assurda immediatezza di A
(essere naturale), ma nel rapporto A=A, che indica il principio d’identità e
l’intero «circolo chiuso», come lo definì, del logo astratto: rapporto che è
già rapporto di pensiero, perché il primo A si distingue dal secondo A,
generando la figura del giudizio, sia pure di un giudizio analitico e
definitorio. Così, il passaggio (che impegnò il secondo volume dell’opera) dal
logo astratto al logo concreto indicava anche il merito e il limite della
posizione socra- tica, il suo elogio e la sua critica: perché il «circolo
chiuso» che Socrate aveva fondato, immettendo l’uomo nella regione del
pensiero, era pur sempre un circolo, una mediazione e un movimento, e perciò
inclu- deva, sia pure in maniera inconsapevole, il riferimento del pensato al
pensare, dell’astratto al concreto. Lo includeva, come spiegò, nella forma
«mitica» di tutto il pensiero antico, non ancora come «pensa- mento del logo
astratto nel concreto», ma viceversa come «pensamento del logo concreto
nell’astratto» (Gentile). La lettura del momento socratico sembrava così
compiuta nei ter- mini fondamentali. Ma negli ultimi mesi della sua vita,
Gentile delineò una intera storia della filosofia, che doveva fare parte della
collana «La civiltà europea» della casa Sansoni, e di cui riuscì a scrivere
solo la prima parte, fino a Platone. Di questa opera, che è stata pubblicata a
cura di Bellezza, ci rimane, tra le carte del filosofo, l’in- dice dell’intero
lavoro (che si sarebbe dovuto concludere con la consi- derazione di Varisco,
Martinetti, Croce e Gentile stesso) e il manoscritto di un «prospetto» che si
riferisce alla parte successiva e non scritta sulla filosofia antica, fino alla
sezione terza, che avrebbe dovuto occuparsi di epicurei, stoici, scettici,
accademici e neoplatonici. Archivio della “Fondazione Giovanni Gentile per gli
Studi Filosofici”, manoscritti pubblicati. Gentile e Socrate 51 In questo
ultimo scritto sulla filosofia antica, Socrate diventava ve- ramente il centro
dell’intera considerazione, lo snodo decisivo tra na- turalismo e metafisica.
Più chiara e conseguente risultava, in primo luogo, la ricostruzione della
filosofia presocratica. Le due figure prin- cipali di questa epoca, Parmenide
ed Eraclito, rappresentavano due aspetti complementari della medesima
intuizione della natura e del cosmo, priva della luce del pensiero: nell’essere
di Parmenide, che è lo stesso fuoco di Eraclito fermato nel suo eterno ardere,
si riassume il peccato capitale della prima filosofia greca, che ora Gentile
definiva come «misticismo» (Gentile), come «intellettualismo» e «for- malismo»,
cioè – spiegava – come il primo esempio di una filosofia «che fa lavorare il
cervello, ma lascia, si può dire, vuoto e inerte il cuore». E tutto il
successivo atomismo, soprattutto in Demo- crito, gli appariva come l’esito
naturale di tale originaria assenza del pensiero, che finì, come doveva finire,
nel «pretto materialismo», dove «il pensiero è identico alla sensazione». S’intende
perché, nella linea che già era stata di Spaventa, Gentile riservasse parole di
elogio alla sofistica: a Protagora, come a colui che scopre «il tarlo se- greto
che rode questo essere a cui pur tutto, per chi pensa e ragiona, si riduce», e
che costituisce, dunque, tanto l’autocritica in- terna quanto il logico
compimento del naturalismo eleatico; e soprat- tutto a Gorgia, che scopre «la
potenza della parola», di quell’elemento attivo e umano che l’essere di Parmenide
non poteva includere né spie- gare: una potenza, quella della parola, che
rappresenta l’emergere di un nuovo mondo, di cui «non siamo più soltanto gli
spettatori, ma vi facciamo da attori». Sono i sofisti, perciò, che «preparano
Socrate e tutta la filosofia del logo che ne deriva», che «rendono possibile la
scoperta di questo nuovo mondo». E il capitolo su Socrate, come si diceva, co-
stituisce il cuore di tutta l’interpretazione che qui Gentile proponeva del
pensiero antico. A differenza di Labriola, anzi tutto, e in parte an- che di
Spaventa, Gentile mostrava di privilegiare nettamente il Socrate di Aristotele,
considerando inattendibile la descrizione di Senofonte, che ne fa «un troppo
bonario e grossolano pensatore», e in fondo anche quella di Platone, che nei
dialoghi presenta «un Socrate idealizzato e platonizzante»: «il Socrate storico
– scriveva – non è il Socrate platonico». «Più attendibile» dunque Aristotele,
pur «ne’ suoi cenni sommari», perché in Aristotele emerge- rebbe la vera
fisionomia di Socrate, autore di una sola ma fondamen- tale scoperta, quella
del concetto, o meglio della definizione e del giu- dizio, cioè del pensiero:
non il termine, ma il giudizio, «quel giudizio che come atto del pensiero
rivolto all’essere naturale Parmenide e i seguaci suoi avevano dimostrato
impossibile». Così Socrate compie il
«passo gigantesco», «trova il pensiero», e «il pensiero, per la prima volta, si
viene a trovare alla presenza di se stesso: di se stesso nell’oggetto che può
conoscere, e conosce».. Per questo, e solo per questo, Socrate rimane per
sempre «il modello da imitare» per ogni filosofo successivo, come «una delle
incarnazioni più splendide dell’ideale umano, se umanità vuol dire, come vide
So- crate, pensiero». La preferenza che Gentile accordava alla fonte
aristotelica derivava, d’altronde, da un lungo percorso, che aveva trovato
nella discussione con Zuccante un punto di particolare chiarezza. In quella oc-
casione, appoggiandosi ad alcune analisi di Gomperz e soprattutto di Joël,
aveva definito i Memorabili come l’opera «più sciagurata uscita dalla penna di
Senofonte: pesante, monotona, tutta infarcita di banalità e di vere caricature
dello spiritoso e malizioso dialogo socratico» (Gentile), soprattutto per la
tendenza ad attribuire a Socrate «una specie di prammatismo», eliminando
quell’elemento «logicistico» che per Gentile ne costituiva, invece, il tratto
saliente. Di conseguenza, aveva rifiutato l’intera impostazione di Labriola,
che aveva as- sunto il «Socrate senofonteo» come la pietra di paragone di ogni
altra testimonianza. Non si può tacere che, in tale uso delle fonti, si celava
una certa tendenziosità e forse qualche equivoco. Anzi tutto, come è facile
osservare, il richiamo ad Aristotele era, in verità, un riferimento quasi
esclusivo ai passi della Metafisica su Socrate come «fondatore della filosofia
concettuale» e «scopritore dell’universale» (Maier), con una larga
sottovalutazione di quanto, nella fonte aristotelica, rinviava alle dottrine
etiche e morali. Anche la contrappo- sizione fra la testimonianza aristotelica
e quella senofontea, seppure giustificata da un dibattito interpretativo allora
in corso (si pensi alle 18 Si ricordino, a questo proposito (soprattutto con
riferimento a Labriola, il cui scritto è definito «il migliore studio italiano
sull’argomento», e a Joël), le osservazioni di Calogero nella voce Socrate del
dell’Enciclopedia italiana. Gentile e Socrate diverse letture di
Döring e di Joël), trascurava i possibili legami che alcuni autori, come Heinrich
Maier o Georg Busolt, avevano stabilito tra i passi socratici di Aristotele e i
Memorabili senofon- tei19. Si trattava, insomma, di una semplificazione del ben
più arduo problema delle fonti socratiche, ma di una semplificazione necessaria
affinché, nel discorso di Gentile sulla filosofia antica, emergesse in piena
luce il posto assegnato a Socrate, come iniziatore della logica e superatore
del precedente naturalismo. Dunque Socrate appariva, nelle pagine che ora
Gentile vi dedicava, come la rappresentazione vivente della scoperta del
concetto come giudizio, e a questo principio del logo andavano ricondotti tutti
gli aspetti della biografia. Socrate fu, pertanto, il maggiore dei Sofisti
(Gentile), perché convertì la parola di Gorgia nella nuova «fede nel pensiero»,
restituendo a quel mondo umano, che pure i sofi- sti, con la loro opera
distruttiva, avevano scoperto, il pregio dell’uni- versalità e della verità. Questo
era il senso dell’ironia e del dialogo: il dialogo, possiamo dire, si superava
nel logo, e si risolveva in esso, per- ché, come aveva chiarito Platone nel
Teeteto, era in verità un monologo, «un interno dialogare della mente con se
stessa» (ibid., 170), dove il concetto unico e universale costituiva il
presupposto e la mèta, l’inizio e la fine, dentro cui i dialoganti, lungi dal
distinguersi, si unificavano come simboli di un solo ritmo logico. Certo
Gentile riprendeva lette- ralmente l’indicazione spaventiana del «formalismo
socratico», ma in certo modo, come ora vedremo, ne metteva piuttosto in rilievo
l’aspetto positivo, schiettamente logico, rispetto alla costru- zione
successiva di una metafisica, culminante nell’opera di Platone. «Formalismo»
significava, perciò, visione formale del concetto e del giudizio, fede nella
forma del pensiero, non ancora fissato in un tra- scendente mondo delle idee.
Per molte ragioni non potrebbe dirsi che Gentile trasformasse la fi- gura di
Socrate in quella di un precursore dell’attualismo, come per esempio era
accaduto, a proposito di Gesù di Nazareth, ad Omodeo o a Ruggiero: la sua prosa
si manteneva più sobria, [Si ricordi la netta affermazione del Maier, che
risale all’edizione di Tubinga del Sokrates: «debbo confessare che mi riesce
incomprensibile come mai si siano potute dare tanta importanza e tanta fiducia
alle sue [di Aristotele] scarse osservazioni» (Maier) controllata, ma
certamente tendeva ad assegnare a Socrate un valore unico in tutto l’orizzonte
della filosofia antica20. Il «formalismo» indi- cava un merito, non un difetto.
E in tutto il capitolo sull’«essere come concetto», ne sottolineò l’importanza,
senza mai indicare il limite della visione socratica. Limite che emerse
piuttosto nelle pagine successive, quelle sull’«essere come idea», dove, per
spiegare il passaggio a Pla- tone, accennò pure al «problema centrale di
Socrate», consistente nel «dualismo da vincere» tra il mondo umano e il mondo
naturale, tra il concetto e l’esperienza, perché – scriveva – Socrate «non
aveva saputo dir nulla di quella natura che ci sta davanti, in cui si nasce, si
vive e si muore, e con cui all’uomo che pensa per concetti rimane pur sempre da
fare i conti» (Gentile). Era necessario segnare il limite di Socrate, per
offrire una spiegazione del passaggio successivo, quando il suo «formalismo»
ripiegò in una compiuta metafisica, tornando di fatto al naturalismo e al mito
eleatico dell’essere immutabile. E il lungo capitolo sull’«essere come idea»,
che copre quasi la metà della parte scritta dell’opera, costituisce in effetti
una delle pagine più importanti, e in fondo drammatiche, che Gentile abbia
composto negli ultimi giorni della sua vita. Parlò di «un nuovo abisso, che si
de- lineava tra Socrate e Platone, come quello che aveva diviso la filosofia
umana di Socrate da quella naturalistica che lo aveva preceduto; e ne preparò
l’analisi con una sottile considerazione delle scuole socrati- che minori,
culminante nella figura di Euclide, che «proveniva dall’eleatismo» e che per
primo, inaugurando l’opera che sarà di Pla- tone, «trasferiva il concetto o
universale socratico dalla mente dell’uomo nella realtà in sé. Di fronte al
dualismo irri- solto di Socrate, tornava, fin da Aristippo o Teodoro, il vento
gelido della vecchia cultura, che riempiva il «formalismo» di un contenuto
antico, quello della natura, della trascendenza, del realismo. Platone stesso,
in fondo, compì questa opera necessaria, appoggiandosi ai suoi veri maestri,
l’«eracliteo Cratilo» e Parmenide, e ab- batté «la barriera tra l’umano e il
divino», innalzandovi sopra quell’edificio possente che è la metafisica. All’analogia
tra Socrate e Gesù, Gentile aveva fatto riferimento nella recensione a G.
Zuccante, Socrate. Fonti, ambiente, vita, dottrina (Gentile). Per Omodeo, il
rinvio è a Omodeo; per Ruggiero, al primo volume di Ruggiero Gentile e Socrate
Quando, in una decina di pagine di forte intensità, entrò all’interno di questo
meccanismo, e cercò di spiegare con più precisione il passag- gio che si era
consumato dal formalismo di Socrate alla metafisica di Platone, Gentile non
mancò di osservare che la «soluzione» che la dot- trina delle idee aveva dato
al «problema» di Socrate, unificando ciò che nel maestro si conservava diviso,
era in fondo fallimen- tare, perché metteva capo a un nuovo e più duro
dualismo, quello che si apriva tra eraclitismo ed eleatismo: due anime –
scrisse – inconciliabili: né Platone riuscì più a mettere una a tacere, come in
qualche modo erano riusciti a fare Parmenide ed Era- clito e lo stesso Socrate.
Il poderoso sforzo da lui tentato di strin- gere insieme le due opposte
esigenze pur nella forza indomabile dell’energia con cui esse reciprocamente si
escludono, non potrà non fallire. La vicenda post-socratica delineava dunque la
storia di un falli- mento; e di un fallimento, bisogna aggiungere, che aveva un
prezzo elevato per la filosofia: perché l’idea di Platone altro non era che
l’es- sere di Parmenide («dire idea – scriveva – è lo stesso che dire essere»)
e il dialogo, che Socrate aveva coltivato come ricerca sogget- tiva della
verità, si irretiva nella dialettica oggettiva delle idee trascen- denti,
dell’essere, nella «dialettica consistente nella relazione che hanno le idee in
se stesse», in «dialettica oggettiva, che è norma e fine della soggettiva»
Gentile parlava bensì di conquista del pensiero platonico, di progresso, ma in
tutta la sua pagina circolava l’impressione del regresso e della decadenza, del
passo indietro, della chiusura metafisica. Impressione che si fece nitida nel
brano in cui, mettendo a diretto confronto i due filosofi, Socrate e Platone,
affermò che il primo, di fronte all’antico naturalismo, aveva scoperto il pen-
siero come «relazione», «soggetto, predicato e loro relazione», mentre l’altro
quella relazione aveva ricondotta «in un’idea suprema», unica e universale, e
perciò l’aveva annientata e assorbita nell’ordine ogget- tivo dell’essere che
nega e dissolve il pensiero: «quest’idea – spiegava – pel fatto stesso che
totalizza la relazione, l’annienta; perché l’idea delle idee, essendo unica, è
irrelativa». E dunque metteva capo all’«unità massiccia, immota, morta, che è
tutto un blocco, da prendere LA BANDIERA DI SOCRATE o lasciare. Proprio
come l’Essere eleatico. Pare pensiero, e non è. Che era una critica della
metafisica platonica e, al tempo stesso, il più alto riconoscimento a Socrate:
il quale restava, così, al centro di questa storia, come una possibilità
inesplosa dell’antico, che solo il pensiero moderno, dopo il cristianesimo, avrebbe
ripreso e realizzato. Nota bibliografica BERTINI, “Considerazioni sulla
dottrina di Socrate.” Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Opere
varie. Biella: Amosso. CERASUOLO.“Il “Socrate” di Labriola.” In La cultura
classica a Napoli. Napoli: Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Classica
dell’Università degli Studi di Napoli. BROCHARD, Études de philosophie ancienne et de
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Biblioteche di filosofi nella biblioteca di filosofia della Sapienza romana.”
Culture del testo e del documento. CROCE, Logica come scienza del concetto
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origini a Nicea. Bari: Laterza. GENTILE Recensione a Zuccante, Socrate. Fonti,
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Teoria generale dello spirito come atto puro. Firenze: Sansoni. Storia della
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Firenze: Sansoni. Spaventa. Firenze: Le Lettere. HEGEL, GEORG WILHELM
FRIEDRICH, Lezioni sulla storia della filosofia. Firenze: La Nuova Italia. Lezioni
sulla storia della filosofia (vol. II). Firenze: La Nuova Italia. Scienza della
logica. Roma-Bari: Laterza. LABRIOLA,“La dottrina di Socrate secondo Senofonte
Platone ed Aristotele.” In Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell’educa-
zione, a cura di L. Basile e L. Steardo. Milano: Bompiani. MAIER, Socrate. La
sua opera e il suo posto nella storia. Firenze: La Nuova Italia, ed. or.
Sokrates: sein Werk und seine geschichtliche Stellung. Tübingen: Mohr. MUSTÈ,
“Il senso della dialettica nella filosofia di Bertrando Spaventa.” Filosofia
italiana. OMODEO, Gesù e le origini del cristianesimo. Messina: Princi- pato,
POGGI, STEFANO, Introduzione a Labriola. Roma-Bari: Laterza. PUNZO Labriola.
Celebrazioni del centenario della morte. Cassino: Edizioni Dell’università
Degli Studi di Cassino, RITTER, Histoire de la philosophie ancienne, 4 voll.,
traduit de l’allemand par C.J. Tissot. Paris: Ladrange, SPAVENTA. Lettere,
scritti e documenti pubblicati da Benedetto Croce. Napoli: Morano, SPAVENTA,
Opere, a cura di Gentile. Firenze: Sansoni. NOME COMPIUTO: Marcello Mustè. Mustè. Keywords:
la filosofia dell’idealismo italiano, popolarismo, governo federativo,
democrazia, kratos – natoli, il potere – un concetto di kratos – dirito, il
principio politico, liberalismo – H. P. Grice, “liberal” --, partito liberale
italiano, comunismo, il libero
economico, il libero etico, libero politico, ri-sorgimento italiano, libertà del
volere, “Gentile e Socrrate” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mustè” – The
Swimming-Pool Library.
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