GRICE ITALO A-Z M MUS

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Musatti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’erote collettivo – filosofia fascista – filosofia del ventennio – Gruppo universario fascista – la scuola di Dolo -- la scuola di Venezia -- filosofia veneziana -- filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Dolo). Abstract. Grice: “In my ‘Personal identity’, I focus on Gallie’s ‘Someone is hearing a noise.’ It was ages later that I realised that that verbs require a plural subject – il ‘noi’ colletivo as M. calls it – such as ‘co-operate.’ The grammar is complicated. We need a pirot to talk, and we neeed a pirot to EXPRESS what he says – we need a pirot to be helpful. It may be argued that ‘cooperation’ does not quite equate to ‘helpfulness.’ But my weak transcendental justification of rational co-operation behind conversation depends on the ability of one pirot to represent the existence of some other pirot, and act in ways that the first pirot furthers the second pirot’s goal, and vice versa!” -- Filosofo italiano. Dolo, Venezia, Veneto. Grice: “Musatti reminds me of Malcolm, “Tonight I had a dream,”” – Grice: “Musatti has explored the implicatures of ‘who’s afraid of the big bad wolf?’, which comes strictly from Grimm – this is a rhetorical question – and Grimm is implicating that nobody should!” -- Ccesare luigi eugenio musatti. Tra i primi che posero le basi della psicoanalisi, in Italia. Nato a Dolo, sulla riviera del Brenta, nella Villa Musatti a del nonno paterno in cui i parenti erano soliti trascorrere la villeggiatura.  Figlio di Elia, ebreo veneziano e deputato socialista amico di G. Matteotti, e della napoletana Emma Leanza, non fu né circonciso, né battezzato -- durante le persecuzioni razziali si procura un falso certificato di battesimo dalla parrocchia di Santa Maria in Transpontina di Roma -- e non professa mai alcun credo religioso.  Frequenta il liceo Foscarini di Venezia, poi si iscrive dapprima alla facoltà di Scienze dell'Padova per il corso di Ingegneria, e immediatamente dopo alla facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea in filosofia. Dopo la laurea, si iscrisse per due anni al corso di Matematica della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali di Padova, ma non sostenne esame alcuno. A diciannove anni fu chiamato a Roma per il servizio di leva. Dopo un periodo di addestramento a Torino, e mandato al fronte come ufficiale, con impegni marginali. Finita la guerra tornò a Padova per terminare gli studi. Sulla cattedra di Psicologia Sperimentale c'era Vittorio Benussi, allora chiamato per chiara fama a insegnare a Padova dall'Graz. Si laurea in filosofia e l'anno successivo divenne assistente volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale. Benussi si uccise con il cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle mani di M. e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi divenne sua moglie. Il suicidio di Benussi fu scoperto da Musatti, il quale però lo nascose per paura di ripercussioni negative sulla psicologia italiana in una situazione di fragilità e precarietà accademica, sottoposta a pressioni da parte sia del regime fascista, con le sue istanze gentiliane, che della Chiesa Cattolica. Negli anni ottanta M. rivelò che Benussi s'era suicidato, non era morto a causa di un malore. Musatti divenne direttore del Laboratorio di Psicologia dell'Padova. Porta in Italia la Psicologia della Forma con importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la psicologia della Gestalt, divenne il primo studioso italiano di psicoanalisi. Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi, introdotta in Italia da Benussi, approdò alla psicoanalisi, sulla quale tenne il primo corso universitario italiano. Il corso si tenne presso a Padova. Divenne allora uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani della psicoanalisi. Nell'Italia le teorie di Freud non erano state accolte bene né dalle Università, né dalla Chiesa cattolica, a causa dell'ideologia culturale gentiliana assunta dal fascismo. La Società psicoanalitica italiana venne limitata anche dalle leggi razziali fasciste che colpirono i membri ebrei della società. Benché non fosse ebreo (poiché figlio di madre cattolica), e allontanato dall'insegnamento a Urbino e declassato ad insegnante di liceo. Nominato professore di Filosofia al Liceo Parini di Milano. Si ritrova con L.  Basso, Ferrazzutto e altri vecchi socialisti con l'intento di creare un partito erede del Partito Socialista Italiano; ebbe l'incarico di trovare denaro per una prima organizzazione e di allacciare rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti lavorò anche durante la guerra. Nel periodo dell'occupazione nazista, fu tratto in salvo dall'avvocato Paolo Toffanin, fratello diToffanin, che lo aiutò a trasferirsi a Ivrea, ospite dell'amico Adriano Olivetti. Con il suo sostegno fondò un centro di psicologia del lavoro. Ricoprì anche l'incarico di direttore della Scuola Allievi Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati. Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte francese. Ottenne all'Università degli Studi di Milano la prima cattedra di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia. Vi insegnò per venti anni. A Milano ebbe il periodo più florido della sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano le sue lezioni. M. fu il leader del movimento psicoanalitico italiano nei primi anni del dopoguerra. A quel periodo risale il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi. Divenne direttore della “Rivista di psicoanalisi”. Presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi fondato da Franco Ciprandi, Renato Sigurtà e Pietro Veltri, che gli verrà intitolato dopo la sua morte. Nel 1976 è diventato curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa Editrice Bollati Boringhieri di Torino. Vecchiaia  La località a lui dedicata Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui Il pronipote di Giulio Cesare, che gli fece vincere il Premio Viareggio. Fu eletto per due volte consigliere comunale di Milano nella lista del PSIUP e fu anche consulente del Tribunale dei Minori del capoluogo lombardo. Sostenne sempre la pace, il progresso dei lavoratori, l'emancipazione femminile ed i diritti civili. M. era ateo, come ebbe a dichiarare in più occasioni, l'ultima delle quali in uno dei martedì filosofici del Casinò di Sanremo. Muore nella sua abitazione di via Sabbatini a Milano. L'indomani dopo una cerimonia laica di commiato celebrata in forma strettamente privata, la sua salma e  cremata a Lambrate. Le sue ceneri sono tumulate, secondo le sue ultime volontà, nel cimitero comunale di Brinzio, località in cui era solito trascorrere i periodi di vacanza. Il suo archivio è conservato presso l'Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca.  Il comune di Dolo ha ribattezzato la sua località natale Casello 12 località M. e gli ha intitolato il locale istituto professionale.  Musatti e il suicidio di Benussi Anche dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio, non parla mai volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso di Dolo emerge un'intervista. Nell'intervista M. confessa di sognare a volte che in una caserma dei carabinieri in cui viene tradotto, il commissario lo interroga sulla morte di tre sue mogli (si sposò quattro volte), decedute tragicamente, e di Vittorio Benussi. A fine colloquio il militare lo intima di confessare di aver ucciso il maestro per prendere la cattedra di psicologia. «Io gli rispondoprosegue Musatti, da buon psicoanalistache sicuramente nel mio subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il commissario, che non capiva nulla di subconscio, decide: “Mi spiace professore, ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario, perché si tratta di delitti commessi più di cinquant'anni fa, e quindi sono prescritti!”».  ‘Cesare’ è un riferimento al pro-zio M., medico pediatra, uno che aveva visitato il piccolo, nato settimino. ‘Luigi’ e il nome del bonno materno (L. Leanza, morto in carcere, partecipa alla rivolta anti-borbonica); ‘Eugenio’ e il nome di un altro pro-zio paterno, lo storico Eugenio Musatti; Musatti. Forse la psicoanalisi è nata e morta con lui. Il nome allude alla fermata della tranvia Padova-Malcontenta-Fusina che il nonno, presidente della Società Veneta Lagunare, odierna ACTV, aveva fatto aprire per raggiungere più agevolmente Venezia.  Musatti IX-XIII.  Archivio dell'Università degli Studi di Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di Lettere e filosofia, Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali, Opuscolo del Centro Milanese di Psicoanalisi, a cura del Comitato Direttivo, redatto da L. Ambrosiano Capazzi Gammaro Moroni, Reatto, Schwartz, M. Sforza, Stufflesser, Milano  Per una storia del Centro Milanese di Psicoanalisi Chiari, Seminario presso il Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti, Milano  Freud, Opere (Torino, Boringhieri); S. Giacomoni, Cerimonia privata per M., la Repubblica, è consultabile sul  dell'Aspi, all'indirizzo web AspiArchivio storico della psicologia italiana, Università degli studi di Milano-Bicocca. D. Mont D'Arpizio, Vittorio Benussi, Padre della psicologia padovana, in La Difesa del popolo, Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze,  Mia sorella gemella la psicoanalisi, 1Pordenone, Edizioni Studio Tesi,Luciano Mecacci, M. voce dell'Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Il contributo italiano alla storia del pensiero. Ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Saggi: “Analisi del concetto di realtà empirica” (Solco, Città di Castello); “Forma e assimilazione,” in: Archivio italiano di psicologia, “Elementi di psicologia della testimonianza” (Rizzoli, Forma e movimento” (Ferrari, Venezia, da: Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Gl’elementi della psicologia della forma, Gruppo Universitario Fascista, Padova, Trattato di psico-analisi (Boringhieri, Torino); Super io individuale e Super io collettivo (Olschki, Firenze); Condizioni dell'esperienza e fondazione della psicologia” (Universitaria, Firenze, Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e incursioni nel mondo delle immagini (Boringhieri, Torino); Svevo e la psicoanalisi (Olschki, Firenze); I rapporti personali Freud-Jung attraverso il carteggio, Olschki, Firenze, Commemorazione accademica, Olschki, Firenze Nino Valeri, Olschki Firenze, Il pronipote di Giulio Cesare, Mondadori Milano A ciascuno la sua morte (Olschki, Firenze); Hanno cancellato Livorno (Olschki, Firenze); Mia sorella gemella la psicoanalisi (Riuniti, Roma). Una famiglia diversa ed un analista di campagna, Olschki, Firenze,  Questa notte ho fatto un sogno, Riuniti, Roma, Chi ha paura del lupo cattivo?, Riuniti, Roma, Psicoanalisti e pazienti a teatro, a teatro (Mondadori, Milano); Leggere Freud, Bollati Boringhieri, Torino, Curar nevrotici con la propria auto-analisi, Mondadori, Milano: Geometrie non-euclidee e problema della conoscenza, Aurelio Molaro, prefazione di Mauro Antonelli, Mimesis, Milano,Treccani Enciclopedie oIstituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. siusa.archivi.beniculturali, italiana di Cesare Musatti, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. NOME COMPIUTO: Cesare L. Musatti. Cesare Musatti. Musatti. Keywords: erote, Gruppo Universitario fascista, il collettivo di Jung, l’ego e il noi collettivo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Musatti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Musonio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Musonio di Gentile -- Roma – la scuola di Bolsena -- filosofia lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza.  (Bolsena). Abstract. Grice: “I don’t know if it was Ryle, but for years, Roman philosophy was a no-no at Oxford. Gone were the days of Walter Pater and his Marius The Epicurean!” -- Filosofo italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Esercita un forte influsso sui contemporanei. Di famiglia equestre dell’etrusca Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di filosofo l’invidia di Nerone. Segue Rubellio Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando Nerone lo condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto in occasione della congiura di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros nelle Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni parte.Verosimilmente richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di Vitellio si une ad una ambasceria del Senato presso Antonio Primo per perorare la causa della pace fra i suoi soldati, ma senza successo.Quando Vespasiano assunse il potere, M. accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale delatore e falso testimonio nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse dalla prima espulsione dei filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per la seconda volta ; però Tito, che già lo aveva conosciuto, lo richiamò dopo la sua assunzione al trono. In seguito mancano notizie su di lui, ma da una lettera di Plinio il Giovane sembra che non fosse più in vita. Non risulta che abbia composto e pubblicato scritti, anzi sembra che si sia servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale, però, rimangono frammenti abbastanza numerosi. Essi comprendono 19 brevi apoftegmi conservati da Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; altri apoftegmi e trattazioni filosofiche relativamente ampie raccolti da Epitteto nel suo insegnamento-È e trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; esposizioni o lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte più estesa dei frammenti. È verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si è già ricordato e che si deve ritenere la fonte più importante dello Stobeo. Un’altra è Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) compone Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. È giudicata falsa una lettera di Musonio a un certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i frammenti di M, e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o alla dipendenza di questo da uno scritto di Lucio o alla derivazione di ambedue da una fonte più antica. Della forte azione di Musonio sui contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano (oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni romani, come Plauto, Sorano e Minicio Fundano. M. si avvicina ai cinici nell’assegnare alla filosofia finalità radicalmente etico-pratiche, accetta spunti dell’ascetismo dei crotonesi. Ma nel complesso dipende dal Portico con influssi posidoniani. Nel sno insegnamento non trascura le esercitazioni logiche e i frammenti toccano argomenti di fisica, ma ciò che vi è detto degli dei, designati con le denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero comune e non ha carattere filosofico determinato. Invece riporta al Portico l'affermazione della necessità universale, che equivale alla teoria del fato. Però l'interesse di M. si concentra sulla funzione pratica della filosofia, che è assolutamente necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta dai filosofi dai Cinargo) gli uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale dev'essere prestata dalla filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle donne non meno che agli uomini. La filosofia però è identificata alla ricerca e alla realizzazione della virtù, per conseguire la quale non vi è necessità di molti discorsi, nè di molte teorie. Inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore importanza dell’insegnamento o del discorso. Siccome la natura ha posto in ogni uomo i germi della virtù, se il discepolo non è stato corrotto, una breve dimostrazione è sufficiente per fargli riconoscere i principi etici giusti. Ciò che soprattutto importa è che maestro e discepolo uniformino la loro condotta ai propri principi. Si comprende che M. si interessasse in primo luogo della formazione etica degli scolari. Nell’insieme, la morale di M. si conforma alle dottrine tradizionali del Portico. Occorre distinguere ciò che è e ciò che non è in nostro potere. Ora da noi dipende soltanto l’uso delle rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male, dalle quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi l'intenzione quale atteggiamento interiore della volontà. In la volonta, se è retta, consiste la libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende da noi e perciò rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci all’ordine necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca. Soltanto la virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è indifferente. Però, per rafforzare la volontà, M. ritene necessario, oltre l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè, essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare ambedue. In generale raccoman, avvicinandosi ai filosofi del Cinargo, la vita semplice e conforme alla natura e accoglie dai crotonesi, il divieto dei cibi carnei. Oltrepassando le opinioni di molti antichi filosofi del portico, esige una vita morale severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti di Musonio rivelano un’anima nobile e retta, appassionata per il bene e guidata dal desiderio di educare gli spiriti, ma a queste doti non corrisponde il valore scientifico degli insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto mediocri e privi di originalità. Inoltre non si può trovare nelle sue parole l’espressione di una visione della vita vibrante di dolore e di amore simile a quella di Seneca. Gaio Musonio Rufo. M. (Volsinii) è un filosofo romano.   Frammento di papiro (P. Harr.Col.), con parte di una diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso Plinio il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia (presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens, e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”.  E capo a Roma di un circolo o gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato da Roma in via precauzionale da Nerone, M. lo segue in Asia. Due anni dopo giunge l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,  in concomitanza della congiura di Pisone, e mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros, inospitale e rocciosa nel Mar Egeo.  Indicativi della sua integrità morale e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli ambasciatori M., di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e a Trasea. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora Musonio Rufo attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Sorano con una falsa testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di Sorano e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta avanti con tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso allora di ri-aprire il processo tra M. e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani di Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era, infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale. Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente.»  Più tardi M. riusce a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fa uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio minore si apprende che egli non era più in vita.  Si proclama suo discendente il poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario, sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per un problema” “Su chi nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le donne dovrebbero studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare la filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un principe deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo perseguirà qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono appropriati per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine principale del matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della filosofia?” “Ogni bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna obbedire ai propri genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior viatico per la vecchiaia?” “Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita.  Ci restano, inoltre, frammenti minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo abbastanza da rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un aneddoto in Elio Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione). Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. M. rappresenta, con Epitteto, Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente, cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti.  Il ruolo della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più utile, in quanto ci persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere sono un bene, e che né la morte, né la povertà, né il dolore sono un male; quindi questi ultimi non sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da sola ci impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il filosofo si occupi di studio della virtù. La persona che afferma di studiare filosofia deve praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche altra attività, perché la filosofia è più importante e più difficile da comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di altre abilità, le persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come conoscenza teorica. Piuttosto, M. insiste sul fatto che la pratica è più importante della teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a vivere senza errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di vivere virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che praticassero quelle abilità senza errori.  In una delle sue diatribe, si racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo, utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per possedere autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità, capacità di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore e deve essere privo di errori. La filosofia, sosteneva M., è l'unica disciplina che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re aderisse ai principi stabiliti.  Musonio sosteneva che, poiché l'essere umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro, all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito. Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà, le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno per tali atti, secondo M.. L'opposizione di M. alla vita lussuosa si estendeva alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di perseguire coloro che sono difficili da ottenere. M. condanna tutti questi atti sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali finalizzati alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia l'adulterio come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio contro natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere vergognoso è vile nella sua mancanza di autocontrollo.  M. difende l'agricoltura come un'occupazione adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o all'insegnamento di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio sottolineano l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha sottolineato che ciò che si mangia ha conseguenze significative. Crede che padroneggiare il proprio appetito per il cibo e le bevande fosse la base dell'autocontrollo, una virtù vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo non ci dà alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo scopo quando lo digeriamo, non quando lo gustiamo. M. sostenne la sua convinzione che le donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica degli uomini con i seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione è buona o cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli stessi sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto, le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità con essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle azioni nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse M., è altrettanto appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino come vivere onorevolmente, quanto lo è per gli uomini.  Suda μ 1305: «Figlio di Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e stoico, vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri. Ci sono anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo eccesso di libertà e ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che portano il suo nome e anche le lettere. Epistole. Di origine etrusca: cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Pittau, “Dizionario della lingua etrusca (DETR), Dublino. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14. Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, Girolamo, Chronicon, a. 2095:Titus Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c), inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e M.. Cameron, Avienus or Avienius?, in "Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik".  L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense: sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento in cui M. parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecia  al bando del suo maestro. Nella diatriba Lucio riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi, che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. -- nell'edizione Hence. Una delle due è una lunga lettera scritta da M. a Pancratide sul tema dell'educazione dei suoi figli. Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La maestà è caratteristica del re che incute timore reverenziale, la crudeltà di quello che ispira paura» (in Stobeo, IV 7, 16). A differenza del suo allievo Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, M. sottolinea l'interdipendenza tra anima e corpo. Questa visione, del tutto coerente con il panteismo stoico, non è estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; Nussbaum, The Incomplete Feminism of M., Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient and Rome, Nussbaum and J. Sihvola, Chicago. Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hence (Lipsia, Teubner); Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, Yale classical studies. Dillon,  M. and Education in the Good Life: A Model of Teaching and Living Virtue. University Press of America. Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. Berlino, de Gruyter, King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. Create Space. DOTTARELLI, M. l'etrusco. La filosofia come scienza di vita” (Roma, Annulli). Musònio Rufo, Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M., su Encyclopedia of Philosophy. Opere di Gaio Musonio Rufo, su Open Library, Archive. VDM Stoicismo. Portale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Filosofi romani Filosofi del II secoloRomani del II secoloStoici[altre] Grice e Tito – La clemenza di Tito – “Titus M. Rufum philosophy revocat. Amico di Musonio. Grice e Galba. Grice e Nerone – Grice e Vespasiano. Gaio M. Rufo, figlio di Capitone e degli stoici di maggior grido in quell'età, e uno di quelli che si guadagnarono un maggior numero di seguaci per l'efficacia del loro insegnamento. Plinio Secondo infatti, lodando le virtú singolari del suo amico Artemidoro, assicura che per esse ei merito che a C. M. ex omnibus omnium ordinum adsectatoribus gener adsumeretur. E di Volsinio, in Etruria. Ma non si può dire se fosse nato sotto Claudio o sotto Caligola. Benché sia più probabile la seconda supposizione. Appartenne all'ordine equestre. L'incontriamo la prima volta in Roma, quando ne è mandato in esilio da Nerone in quella serie di condanne che segui alla sventata congiura di Pisone. A lui, come a Verginio Flavo, celebre maestro di retorica, nocque, secondo Tacito, claritudo nominis nam Verginius studia iuvenum eloquentia, Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Tre anni innanzi era nell'Asia Minore presso Rubellio Plauto, insieme con un altro filosofo, Cerano,il quale non si trova nominato in altro luogo. Sicché è probabile che egli non tornasse in Roma se non dopo la morte di Rubellio, per seguire il quale aveva dovuto lasciar Roma, quando a Rubellio per ordine di Nerone convenne ritirarsi in Asia. Se, adunque, il nostro M. poté essere il filosofo di Rubellio Plauto, del quale vedremo con che ardore proseguisse lo stoicismo, la frase di Tacito ci dice che egli dove esercitare in Roma l'insegnamento pubblico. Le relazioni avute con Rubellio, che al dire di Tacito, omnium ore celebratur, e quei due anni consecutivi d'insegnamento pubblico, devono avergli fruttato la claritudo nominis che fu madre del suo esilio Nerone nella scoperta della congiura pisoniana trova tra i congiurati più d'uno della setta stoica, come Seneca, a quanto pare, e Lucano. Ed era naturale che anche M., l'antico maestro ed amico del suo odiato Rubellio, lo stoico che suscita tanta ammirazione intorno a sé e trasfondeva in tanti il suo entusiasmo, siccome apparisce da quel che ne dicono Tacito e Plinio il giovane, facesse nascere nell'animo di Nerone sospetti e timori e fors'anche invidia. Musonio, cacciato da Roma, e da Nerone relegato nell'inospitale isola di Giaro, tra le Cicladi. E quivi dimora fino alla morte di codesto imperatore. Ma neppur li si rimase dall'insegnare. Giacché Filostrato, testimonio, in verità, non sicuro, ci fa sapere che in quell'isola accorrevano a lui da ogni parte, e da uno dei frammenti conservatici da Stobeo si scorge che in Giaro era alla scuola di Musonio il compilatore di quella specie di 'Azurnusycuata, donde gli estratti musoniani di Stobeo sarebbero tolti. A Giaro si rese benemerito dell'isola, dove non s'era mai vista dell'acqua, ed ei seppe trovare una fonte. Per vedere la quale Filostrato afferma che al suo tempo si visita ancora quell'erma isola. Quanto tempo vi rimane si può precisare da un luogo del suo discepolo Epiteto; dove si ricorda un detto di lui relativo alla morte di Galba, dal quale risulta che M. e già a Roma sotto questo imperatore. Sicché molto probabilmente vi sarà tornato alla morte di Nerone. Non altrimenti dello stoico Elvidio Prisco, cacciato anche lui da Nerone e tornato a Roma all'avvento di Galba all'impero. A Roma, M. si trovava durante il breve impero di Vinelio poicho 1 Potia Coria, sli api basiatori to riti Tao qua dio qui (o in pa la da i, partando gravi Guasti l'ambasceria è rimasta famosa; giacché le parole, onde ce la descrive Tacito, colpiscono una delle debolezze più ridicole che si possano rimproverare ai filosofi: quella di far della filosofia fuori di luogo. Grave il danno prodotto dai Flaviani fuori della città. Il popolo, levatosi in armi, vuole uscire in massa contro gl’assalitori. Tra poco scope terribile la guerra civile. Si convoca il Senato. E questo sceglie dei legati, che si rechino ai duci di quell'esercito, per persuaderli pel bene della repubblica alla concordia e alla pace. Tra i primi inviati c'è uno de' più fervidi e sventurati stoici di quest'età, Aruleno Rustico, allora pretore. Ma egli e i compagni, venuti da Ceriale, furono accolti assai male. Egli anzi ferito. Il che eccita più che mai gli animi del popolo: auxit, dice Tacito invidiam super violatum legati prae-torisque nomen propria dignatio viri. E quest'offesa recata a un uomo di tanta riputazione della sua setta. non dovette essere l'ultimo dei motivi che spinsero quindi Musonio a mischiarsi con gl’altri legati, che andarono da Antonio. Ma già non deve parere strano, che un uomo cosi illustre, cosi rispettato al tempo suo, e che sapeva di essere ammirato e di poter contare sull'efficacia della sua nobile parola, s'inducesse a confidare in questa per calmare gl’animi dei soldati, dimentichi perfino del più sacro diritto delle genti. Sarebbe stata forse la prima volta che M. parla a una moltitudine. Anche le Vestali si fecero apportatrici d'una lettera di Vitellio ad Antonio. Pure non si può non sorridere leggendo in Tacito che Musonio coeptabat permixtus manipulis, bona pacis ac belli discrimina disserens, armatos monere. Id plerisque ludibrio, pluribus taedio: nec deerant qui propellerent propulsarent-que, ni admonitu modestissimi cuiusque et aliis minitantibus omisisset intempestivam sapientiam. Ci si sente Tacito ammiratore del vecchio Agricola, anche in quelle considerazioni che l'aveva sentito più volte a fare circa il suo amore per la filosofia - ultra quam con-cessum Romano ac senatori; anche nell'avere conservato soltanto ex sapientia modum: e pare che goda a metterci innanzi lo spettacolo comico e pietoso della fatuità d'un filosofo fanatico. Ma sotto i colori aggiunti da Tacito si scorge chiaramente un quadro, che è eloquente testimonianza dell'atteggiamento morale e sociale di questo stoi-cismo: nei seguaci del quale vedi l'anima piena di fede, ardente degli apostoli. In Musonio non c'è l'uomo speculativo inesperto della vita, ma un'anima infiammata da profonde idealità, non comprese dai molti. Un'anima compagna a quella dei martiri coetanei della religione novella. Sotto la pretura d'un altro illustre stoico, Elvidio Prisco, dopo il trionfo di Vespasiano, M. si riaffaccia nella storia di Roma. E questa volta con un atto, che gl’attira l'ossequio di tutti gl’onesti. Era costume del tempo, come sotto l'imperatori violenti, di darsi al mestiere di accusatore, cosi sotto l'imperatori miti di dare addosso agli accusatori che più avevano spadroneggiato. Chi non ricorda il commovente processo di Barea Sorano, che occupa gli ultimi capitoli degli Annali di Tacito? In quell'imperversare contro tutti i virtuosi che Nerone vedesse in Roma, mentre Marcello Eprio assale Trasea Peto, Ostorio Sabino citava Barea Sorano a scolparsi dell'amicizia, che nel suo proconsolato in Asia aveva mantenuta con Rubellio Plauto e delle speranze sovversive sparse in quella provincial. E ne trascinava in Senato anche la giovane figliuola Servilia, che, mossa dall'angustia del suo cuore filiale, s'era indotta a consultare gli astrologi sulla sorte del padre (delitto anche questo agli occhi di Cesare, che ci vedeva sotto trame e propositi ribelli di novità). Invano il padre proclamava l'assoluta innocenza della sua Servilia: e accorreva verso di lei per abbracciarla, ma i littori frappostisi glielo impedivano.Venuta la volta de' testimoni, fra essi si fece a deporre contro il padre, suo discepolo, e la figlia, che a lui s'era rivolta per il responso desiderato sulla sorte del padre, quel malvagio stoicastro di Publio Egnazio Celere, vecchio antenato di Tartufo, e che già conosciamo. Quantum mise-ricordiae, dice Tacito, saevitia accusationis permoverat, tantum irae P. Egnatius testis concivit. Ma Sorano e Servilia dovettero morire; e Tartufo ebbe il solito compenso dei delatori: denari ed onori — benché Tacito un po' ingenuamente conchiuda che « dedit exemplum praecavendi quo modo fraudibus involutos aut flagitiis commaculatos, sie specie bonarum artium falsos et amicitiae fallaces ». Dopo d'allora i professori di filosofia avrebbero dovuto diventar tutti fior di galantuomini; il che veramente non pare.Ma tra gli Egnazii per fortuna c'è sempre un Musonio. E Musonio, anni dopo il turpe fatto, ri-staurato con la vittoria di Vespasiano il regno della giustizia, sorse a vendicare la morte del compagno Sorano. Simile al suo sciagurato Rubellio oltre che nella misera fine, nel desiderio di avere presso di sè un filosofo, che gli facesse da mentore, quasi dottrina vivente. Musonio adunque assali Publio Egnazio Celere, accusandolo di falso testimonio contro Sorano. Mentre Elvidio Prisco si apprestava a fare altrettanto contro Eprio Marcello, accusatore di Trasea. Nota Tacito, che con l'accusa di Musonio pareva si rinfocolassero I vecchi odii delle delazioni. Ma che nessuno tuttavia poteva far nulla che giovasse a salvare un accusato cosi vile e cosi apertamente reo:  quippe Sorani sancta memoria; Celer professus sapientiam, dein testis in Baream, proditor corruptorque amicitiae, cuius se magistrum ferebat. Quel giorno però in cui fu presentata l'accusa, si stabili che se ne trattasse il di seguente: e l'aspettativa era grande. Ma, entrato poi Muciano in Roma e tradottosi ogni potere in mano sua, si disviò e rinviò anche il processo di Egnazio, e non fu ripreso che al principio dell'anno seguente un giorno che presiedeva il senato il figlio dell'imperatore, Domiziano.Egnazio fu condannato all'esilio, e Sorano vendicato. Sorani manibus satisfactum, dice Tacito, con onore di Musonio, il quale parve a tutti che fosse venuto a capo di un'opera di giustizia. Vi fu chi ambitiosius quam honestius tentò la difesa della spia: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio subpeditavit. Questa condanna fu un trionfo dello stoicismo, e poté sembrare per un momento che un'aura più propizia incominciasse per i suoi seguaci, grazie al governo mite di Vespasiano. Ma poco dopo, sappiamo da Dione che essi furono da questo imperatore per consiglio di Muciano cacciati tutti da Roma. Tutti, ad eccezione di M., risparmiato forse per l'amicizia personale che lo stringeva, secondo Temistio, a Tito. Si vede le ragioni di questo bando generale dei filosofi a cui Muciano, secondo Dione, avrebbe indotto Vespasiano (che pur tanto favori la cultura) sitofino alla morte, che non si può dire quando sia avvenuta. Ma pare che fosse morto da un pezzo quando Plinio il giovane scrive al padre raccomandandogli l'amico suo e genero di Musonio, Artemidoro, e ricorda l'affetto misto di ammirazione che egli quantum licitum est per actatem, aveva portato al filosofo etrusco. PLINIO, Epist. Lo ZELLER dice soltanto verosimile che il Gaio M. di q. 1. sia il noto filosofo stoico. Ma il contesto della lettera a me non pare che lasci alcun dubbio. Sur A, s.v.(3) TAcioo lo dice “Tusci generis”; Ab excessu; e TUpprvóv FILOSTRATO,Vita Apoll. Ma SuIDA precisa anche la città, confermata da un'iscrizione relativa al poeta Rufio Festo Avieno discendente di Musonio e anch'esso Volsiniense: Corpus inscript. latin., VI, 587. Cfr, anche Epigramm. Anth. lat. (Burm.). Infatti la frase di PLiNIo, Epist. et M., socerum eius (sc. Artemidori), quantum licitum est per aetatem, cum admiratione di-lexi deve far pensare che Musonio fosse innanzi negl’anni quando Plinio era ancora giovane; che perciò intorno all'80 avesse una cinquantina d'anni. Zeller pone l'anno di nascita di lui tra il 20 e il 80 d. C.TAc., Hist., III, 81. (1) Ab excessu, XV, 71. Cfr. DIoNE-SIFILINO, LXII, 27. SUIDA (s. v.) dice: 8iàNépwvos dvoupsitar (cioè è ucciso: ma questo è certo un errore). Da un frammento d'una lettera di GIULIANO l'Apostata, riferito da Suida, si ricaverebbe che quando Nerone bandi Musonio, questi occupa una pubblica carica aTe-jé?eto Bapüv = murorum curator erat; ed. Bernardy). Ma non è chiaro se il frammento di Giuliano si riferisca al nostro Musonio, o al Musonio vissuto sotto Gioviano, a cui si riferisce l'art. seguente di Suida. Тас., Аб ехсеззи, XIV, 59. Ma forse è una stessa persona con lo scrittore di questo nome ricordato da PliNio tra le fonti della Nat. Hist. A torto l'HALM (nell'Index historicus, s. v. Coeranus nella sua ediz. di Tacito) sospetta che sia da sostituire Cornutus nel detto luogo Ab exc.; perchè la lezione è sicura; e d'altra parte Cornuto in quel tempo era in Roma. Su Cornuto, maestro di Persio e Lucano, v. per ora MARTINI, De L. Ann. Cornuto, Lugd., Bat.;ZELLER; TEUFFEL-SCHWARE, Roem, Litter.-Gesch.; e PAULY-WIssOwA, Real-Encyclopidie s. v. Il Lipsio al cit. loc. di Tacito sospetta che il Coeranus dovesse con lieve mutazione di lezione identificarsi con quel Claranus, condiscepolo di Seneca, di cui questi parla nell'epist. 66. Ed invero la probabile data di questa lettera  (Hu-GENFELD) e il dirsi in essa che Seneca aveva riveduto cotesto Clarano post multos annos combinano con l'anno 63, nel quale ei si sarebbe trovato con Rubellio in Asia. Ma nè anche di Clarano s'avrebbe altra notizia. Ab exc. A questo tempo si può riferire la notizia di EPITETo (Diss.) di un rimprovero dato a Trasea Peto, che avrebbe detto voler egli morire la vigilia di quel giorno, in cui gli sarebbe toccato di lasciar Roma.TU ODU aUTÕ POSSOS SiTEV; El uéy d5 PapÚTEpOr ¿xTErA, TIS i Mapia tÃsextorisi si d'ós xoupótepor, tis ool déduxev; aù d618i6 pelerãy apxsiolesTỘ Siouévo. Quando Musonio tornò, Trasea e morto. Quanta incertezza ci sia intorno all'autore dei frammenti musoniani di Stobeo, comunemente attribuiti a quel CLAUDIo PoLLIoNE, che secondo SUIDA (Moudúvos) avrebbe scritto appunto degli anourquoveú para Mouraviou vedidi thy puyny pains au Epaxévos pE X.T.?, STon.Cir. WENDLAND, JULIANI epist. in Rhein. Mus., XIII, 24, Froste., Vita Apoll., VII, 16.Tutti gli altri luoghi di Filostrato in cui si nomina un Musonio, si riferiscono a un altro Musonio, di Babilonia, cinico EPITETO (Diss.) dice: POÚpO TIS ElEYE, l'álßa aparèvros,8t Noy Movoi o MóJHOE dOEia; "O 8à, Mi yap dyú ool tot', egn, añò l'arßaнатвохейава, оть проова б хосноє діохвіто. Il concetto di Calba accennato in questo passo M. non avrebbe potuto averlo se non a Roma, dopo essere steto da lui richiamato ed averne sperimentato il governo assai mite inconfronto del precedente. ZELLER cita anche (come il MoNasEN, Ind. plin.) Tac., Hist. Ma questo luogo non proverebbe. È un evidente errore quello di Girolamo, all'anno M. philisophum de exilio revocat/ Giacché nella cacciata Musonio fu eccettuato, e rimase sempre in Roma sotto Vespasiano.Il CHRIST, Gesch. d. griech. Litter., Nördlingen, dice che Musonio torna in Roma sotto Trajano! -Molto probabilmente allora era morto. TAc., Hist., IV, Hist., III, 80,Tac., Hist. Miscuerat se legatis... ». Egli non era dunque propriamente un legato.prodie tot, il vole di grinto rogu latativo. Bai minciava sompre Era stato consul suffectus sotto Claudio nel 52; e apparteneva forse alla famiglia Servilia (Ephem. Epigr.). Sua figlia infatti si chiamava Servilia. Crimini dabatur amicitia Plauti et ambitio conciliandae provinciaead spes novas. Tac. O 8è On MOÚTAOS Eri uE to duxopaurig nal xpipara Nai tudE EraßEpostquam pecunia reclusa sunt. di Tac.. Barea Sorano dovette volgersi allo stoicismo dopo il 52, perchè in quest'anno lo vediamo (TAc., Ab exc.) autore di quel senatoconsulto (Pul-NIo, Ep., e SvEr., Claud.) in cui si decretavano le insegne pretorie e 150 milioni di sesterzi a Pallante. Chi consideri il modo onde Plinio parla di quel S. C., uno stoico non avrebbe commesso un tale atto; mentre poi TAcITo, Ab excessu, dice che Cicerone volle distruggere la virtù stessa, virtutem ipsam excindere concupivit, con l'uccidere Trasea e Sorano.(4). Tum invectus est Musonius Rufus in P. Celerem, a quo Baream Soranum falso testimonio circumventum arguebat. Tac., Hist. Il nome d'Egnazio, come s'è visto più su, rimase tristamente celebre come sinonimo di delatore e traditore vilissimo. Lo dimostrano le frequentiallusioni di Giovenale. Justum officium [Nipperdey) explesse Musonius videbatur • Tac., Hist., IV, 40. Per la condanna della spia cfr. DIONE-SirIL., e lo ScHoL. di Giovenale ad Sal., I, 33. - TAcrro, l. c., continua: • Diversa [da quella di Musonio] fama de Demetrio Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quum honestius defendisset Ma è da sospettare che Tacito abbia confuso il Demetrio cinico, onorato da tutti gli stoici migliori del tempo (cfr. Ab exc.), col Demetrio causidico, delatore di Nerone, ricordatodallo ScuoLIAsTE di Giovenale, ad Sat., Tac., 1. c. DIoNE-SIFIL., LXVI, 18.(5) Orat. XIII, 178.SvEr., Vesp. ingenia et artes vel maxime fovit ..Epist., III, 11. Le lettere del lib. III di Plinio devono essere state scritte tra il 101 o il 102, secondo il MouMsEN, Zur Gesch. d. junger. Plinius, nell' Her. mes, III, 1869, p. 40 (v. lo stesso studio con aggiunte nella Biblioth, de l'école des hautes étude, trad. par Morel, Paris, Franck, Sulla vita di Musonio non v'è che la vecchia Dissertatio de M. R. di NIEUWLAND, ristampata innanzi a C. M. R. Reliquiae et apophthegmata, cum ann. ed. F. VENHUIZEN PEERLKAMP, Harlemi, e uno scritterello del REINACH, Sur un témoignage de Suidas relatif à Mus. R., in Comples rendus de l'Acad. des inscriptions et belles lettres. Rufo (si veda). Tito Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo. Keywords: Etruria. Luigi Speranza, “Grice e Musonio”, The Swimming-Pool Library. Musonio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mussolini (Dovia di Predapio). – Arnaldo Mussolini Arnaldo Mussolini (Dovia di Predappio, 11 gennaio 1885 – Milano, 21 dicembre 1931) è stato un giornalista e politico italiano, fratello minore di Benito Mussolini. Biografia Chiamato così in onore di Arnaldo da Brescia[1] dai genitori, Alessandro Mussolini e Rosa Maltoni, conseguì il diploma alla scuola media agraria di Cesena e nel 1909 sposò Augusta Bondanini, dalla quale ebbe tre figli: Vito, Sandro e Rosina. Fu insegnante e segretario comunale socialista di Predappio fino al 1914. Prima di dedicarsi all'insegnamento nel paese natale, Arnaldo Mussolini fu docente di agraria, dal 1908 al 1909, presso l'istituto Falcon-Vial di San Vito al Tagliamento. Affezionatosi a questo paese friulano, svolse il proprio insegnamento anche nelle scuole elementari di Carbona, frazione di San Vito. Proprio in omaggio a questo paese che lo aveva accolto con affetto chiamò il suo figlio primogenito Vito; in seguito il comune ricambiò, ponendo, a nome dei Sanvitesi, una lapide a suo ricordo nel cortile dell'istituto Falcon-Vial. Divenne segretario comunale prima a Travesio, sulla pedemontana friulana, poi a Morsano al Tagliamento, ricoprendo la carica sino al 1914. Arnaldo Mussolini, come il fratello, partecipò alla prima guerra mondiale con il grado di sottotenente e nel 1919, al termine del conflitto, si trasferì a Milano. Qui divenne direttore amministrativo del quotidiano fondato da suo fratello, Il Popolo d'Italia, succedendo a Manlio Morgagni, che si occupò della raccolta pubblicitaria. Nel 1922, quando Benito divenne Presidente del Consiglio, ne ereditò la direzione, fedele alle linee politiche del fratello, che assecondava totalmente, pur mitigando alcuni eccessi con uno stile più mite e riservato. Benito Mussolini si fidava ciecamente di Arnaldo, che ebbe anche l'incarico della correzione delle bozze dei discorsi del fratello. Il due novembre dello stesso anno Raoul Vittorio Palermi, Sovrano gran commendatore del Supremo Consiglio della Gran Loggia d'Italia gli rimise le insegne di 33º grado ("Sovrano Grande Ispettore Generale Onorario") del Rito scozzese antico ed accettato[2][3][4]. Arnaldo Mussolini (secondo da sinistra) nel 1931 Busto di Arnaldo Mussolini presso il cimitero monumentale di Paderno di Mercato Saraceno Dal 1922 alla morte ebbe una relazione con la scrittrice Maddalena Santoro. Fra il 1923 e il 1927 si dedicò all'attività di giornalista e a varie iniziative editoriali, dando vita a un giornale per i Balilla, alla Domenica dell'Agricoltore, alla Rivista illustrata del Popolo d'Italia, che fondò con Manlio Morgagni, alla Illustrazione Fascista, al Bosco e Historia, pur continuando a dirigere il Popolo d'Italia. L'interesse per la natura lo indusse inoltre a dedicarsi alla rinascita boschiva, all'organizzazione dell'agricoltura, alle bonifiche, diventando il primo presidente del Comitato Nazionale Forestale. Il 27 novembre 1928 gli fu conferita la laurea honoris causa in scienze agrarie. Nel 1930 sostenne Niccolò Giani nella fondazione della scuola di mistica fascista a Milano, con l'obiettivo di far rivivere "l'anima del fascismo più vero", quello della trincea e dei primi anni del movimento, consegnandolo idealmente alle nuove generazioni[5]. La scuola fu intitolata al figlio Sandro Italico, scomparso prematuramente a causa di una leucemia, l'anno prima a soli venti anni. Ne fu presidente anche un altro figlio di Arnaldo, il primogenito Vito. Lapide in pietra posta nei pressi dell’ingresso principale della villa comunale di Angri in ricordo del giornalista e fratello minore di Benito Mussolini, Arnaldo. Di sentimenti profondamente religiosi[6], Arnaldo Mussolini ebbe una parte importante nel raffreddare i toni tra il regime fascista e la Chiesa cattolica durante la crisi del 1931 riguardante soprattutto l'educazione dei giovani. Nel settembre successivo, grazie ad Arnaldo Mussolini, fu raggiunto un compromesso con il quale i giovani cattolici potevano organizzarsi solamente all'interno dell'Azione Cattolica, senza svolgere alcuna attività politica. Gli accordi con la Santa Sede furono trasmessi dal Ministero dell'Interno a tutte le Regie Prefetture con circolare telegrafica del 16 settembre 1931. Secondo Marco Zeni, Arnaldo Mussolini si occupò anche del caso Ida Dalser, la "moglie segreta" di Benito, e del loro figlio Benito Albino. Mentre la Dalser finì in manicomio, pare che Arnaldo – non è chiaro se per ordini ricevuti o per affetto personale – trattasse nel miglior modo possibile il nipote Benito Albino. Dopo la morte dello zio Arnaldo, anche Albino venne internato, come la madre, in manicomio, dove morì nel 1942[7]. Arnaldo Mussolini morì improvvisamente di arresto cardiaco[8], a Milano, il 21 dicembre 1931, a 46 anni. Fu sepolto nel piccolo cimitero di Paderno di Mercato Saraceno, paese natale della moglie Augusta Bondanini, dove ancora esiste, nella casa di famiglia, il suo studio privato con arredi e cimeli dell'epoca. A Forlì, invece, nella Casa del Balilla, poi della G.I.L., venne aperta una cappella votiva a lui dedicata. La cappella faceva parte del percorso del "pellegrino" fascista dalla stazione di Forlì, lungo il viale Benito Mussolini, oggi viale della Libertà, fino al piazzale della Vittoria, con destinazione la casa natale di Benito Mussolini a Predappio. Nella chiesa di Santa Maria Nuova, a Mercato Saraceno, una lapide nel pavimento ricorda la tumulazione provvisoria ordinata da Benito Mussolini, in quanto, a causa della neve, il cimitero di Paderno era divenuto inaccessibile. Gli fu dedicato l'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani Arnaldo Mussolini, che dopo la guerra divenne INPGI G. Amendola. Quando morì, Benito Mussolini mandò un telegramma a tutte le scuole, ordinando di piantare una quercia in memoria del defunto Presidente del Comitato Nazionale Forestale. Il fratello Benito ne scrive la biografia in Vita di Arnaldo, che inizia così: "Voglio scrivere stasera - 25 dicembre 1931 - X - uno dei più tristi Natali - forse il più triste - della mia vita, le prime pagine del libro che dedico alla memoria di Arnaldo. Oggi, a Palazzo Venezia, per sei ore, ho cominciato lo spoglio delle carte lasciate da lui; operazione necessaria, delicata, che ho compiuto e compirò con grande trepidazione." Onorificenze Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia Opere Arnaldo Mussolini, Coscienza e dovere Archiviato il 18 dicembre 2012 in Archive.is.,Raido, Roma, 2007 Arnaldo Mussolini, Forlì, Tiber, Roma 1929 Note ^ Dizionario Biografico degli Italiani: Benito Mussolini ^ Luca Irwin Fragale, La Massoneria nel Parlamento. Primo novecento e Fascismo, Perugia, Morlacchi Editore, 2021, p. 118. nota 146. ^ M. Volpe, Compendio storico della massoneria scozzese in Italia, Bologna, 2014, p. 150. ^ G. M. Tonlorenzi, Raoul Vittorio Palermi tra massoneria e fascismo, Bari, 2004, pp. 44 n. ^ La Scuola di mistica fascista - Una pagina poco nota del Fascismo - PDF Archiviato il 30 luglio 2012 in Archive.is. ^ I. Montanelli e M. Cervi, L'Italia littoria, pag 118 ^ Marco Zeni, La moglie di Mussolini, Erre Effe edizioni, 2000. ^ Esprimono dubbi sulla natura repentina del decesso Mario Cereghino e Giovanni Fasanella, Tangentopoli nera, Sperling & Kupfer, 2016, parte prima. Bibliografia Mario Cereghino, Giovanni Fasanella, Tangentopoli nera, 2016. Icilio Felici, Una face sul colle, Pisa, Nistri-Lischi, 1939. Benito Mussolini, Vita di Arnaldo, Tipografia del "Popolo d'Italia", Milano, 1932. Antonino Pagliaro, Arnaldo Mussolini, Casa Editrice Nazionale, 1938. Marcello Staglieno, Arnaldo e Benito, due fratelli, Arnoldo Mondadori Editore, 2004. Michelangelo Ingrassia, L'idea di fascismo in Arnaldo Mussolini, Palermo, ISSPE, 1998. Nicola Fanizza, Maddalena Santoro e Arnaldo Mussolini. La storia d'amore che il duce voleva cancellare, Edizioni del Sus, Bari 2016. Voci correlate Benito Mussolini Edvige Mussolini Sandro Italico Mussolini Scandalo Belloni Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Arnaldo Mussolini Collegamenti esterni Mussolini, Arnaldo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Alberto Maria Ghisalberti, MUSSOLINI, Arnaldo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su Wikidata Mussolini, Arnaldo, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata Giulia Albanese, MUSSOLINI, Arnaldo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 77, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. Modifica su Wikidata Arnaldo Mussolini, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Arnaldo Mussolini, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata Predecessore Direttore del Popolo d'Italia Successore Benito Mussolini dal 30 ottobre 1922 al 12 dicembre 1931 Vito Mussolini V · D · M Benito Mussolini Controllo di autorità VIAF (EN) 64843682 · ISNI (EN) 0000 0000 8144 9838 · SBN RAVV070655 · BAV 495/98502 · LCCN (EN) n90678276 · GND (DE) 120673622 · BNE (ES) XX1322336 (data) · BNF (FR) cb14587654h (data) · J9U (EN, HE) 987007281059705171 · CONOR.SI (SL) 153337443 Portale Biografie Portale Fascismo Portale Storia Categorie: Giornalisti italiani del XX secoloPolitici italiani del XX secoloNati nel 1885Morti nel 1931Nati l'11 gennaioMorti il 21 dicembreNati a PredappioMorti a MilanoMassoniUfficiali del Regio EsercitoMilitari italiani della prima guerra mondialeFamiglia MussoliniDirettori di periodici italianiDirettori di quotidiani italianiDirettori del Il Popolo d'Italia[altre]Nacque a Dovia di Predappio, vicino Forlì, l’11 gennaio 1885 da Alessandro, fabbro, e da Rosa Maltoni, maestra elementare. Neonato, venne dato a balia alla famiglia Gaiani e visse parte dell’infanzia separato dal nucleo familiare, alla quale si univa solo durante l’estate. Aveva due fratelli: Benito, nato nel 1883, ed Edvige nel 1888. Fece le elementari a Meldola e fu ospite di un cugino a Cesena per frequentare la scuola media agraria dal 1899 al 1903. Nel 1904 la mancanza di prospettive di lavoro lo spinse a emigrare, come il fratello, a Thun, in Svizzera, dove si guadagnò da vivere come manovale e come giardiniere. In quegli anni Arnaldo e Benito si incontrarono saltuariamente a Berna e a Friburgo, oltre che nella stessa Thun. I due fratelli furono influenzati politicamente dal padre, sia pur con effetti diversi: Benito si avvicinò al Partito socialista proprio durante l’esperienza svizzera, mentre sin da giovanissimo Arnaldo fece parte del Partito repubblicano, dal quale si distaccò nel 1919, quando decise di iscriversi ai Fasci italiani di combattimento. Rientrato in patria nel 1905 (mentre era in viaggio morì la madre), Mussolini riuscì a trovare lavoro come prefetto di disciplina e sottocapo coltivatore alla scuola di agraria di Cesena, dove si era diplomato, per poi divenire capo coltivatore a Monza e, successivamente, insegnante di agraria nell’istituto Falcon Vial a San Vito al Tagliamento. Malgrado questi interessi non fossero centrali per il suo lavoro, negli anni successivi Mussolini mantenne una forte attenzione alla dimensione agricola e forestale, come si può rilevare da molti suoi articoli e discorsi del periodo fascista (tra gli altri, L’agricoltura nella vita italiana, pronunciato il 25 maggio 1928; Discorso ad Asiago per la giornata forestale, pronunciato sull’Altopiano di Asiago l’8 settembre 1928; Tradizione agricola, 8 aprile 1929), dal suo ruolo nella fondazione di riviste su questi temi (in particolare la Domenica per gli agricoltori e Il Bosco) e dagli incarichi e riconoscimenti pubblici (fu presidente della Commissione nazionale forestale dal 1928, anno in cui gli fu assegnata una laurea honoris causa in agraria dal Real Istituto superiore agrario di Milano). Aveva 22 anni quando conobbe e si fidanzò con Augusta Bondanini, di qualche anno più anziana di lui, e sorella di un suo compagno di scuola a Cesena. Augusta apparteneva a una famiglia di possidenti, cattolici e molto devoti, di Paderno, un paese non lontano da Cesena. I due si sposarono il 14 aprile 1909 e nel luglio 1910 nacque il primo figlio, Alessandro (Sandro) Italico. In quegli anni Mussolini intraprese anche gli studi magistrali, conseguendo nel 1911 il diploma che gli permise di insegnare nelle scuole elementari, come già facevano la madre e il fratello. Dopo il diploma ottenne la patente di segretario comunale, grazie alla quale fu assunto dal Comune di Travesio e da quello di Morsano al Tagliamento. Nel 1912 nacque il secondo figlio, Vito. Non sono note le opinioni di Mussolini nei mesi caldi dell’intervento nella Grande Guerra, ma l’entrata dell’Italia nel conflitto non cambiò la sua vita familiare e il suo lavoro. Nel 1917 la moglie diede alla luce la loro terzogenita, Rosina, a Morsano. Con la rotta di Caporetto (novembre 1917) l’intera zona dove vivevano subì l’invasione delle truppe austriache. Mussolini dovette quindi andarsene, dopo aver messo in salvo le carte comunali, seguendo la sua famiglia che si era già trasferita a Paderno. Furono questi anche i mesi del difficile e inizialmente contrastato avvicinamento di Mussolini al Popolo d’Italia. Inizialmente l’ingresso al giornale non fu facile, tanto che piuttosto che continuare quell’attività – come lui stesso confessò all’amico Manlio Morgagni (Roma, Arch. centrale dello Stato, Morgagni Manlio, b. 37) – preferì lasciare Milano e partire per il fronte. In quella fase Mussolini riceveva compensi economici dal fratello, probabilmente come riconoscimento per il lavoro svolto al Popolo d’Italia. Nel febbraio 1918 fu mandato alla scuola allievi a Caserta, nel maggio, alla scuola di fanteria a Parma. Giunse al fronte nel giugno 1918 e partecipò alla seconda battaglia sul Piave nel comando di reggimento del battaglione complementare della brigata Potenza. Alla fine della guerra si trasferì definitivamente a Milano con la famiglia: con Benito fu l’inizio di un vero e proprio sodalizio, che durò per tutta la vita. Al Popolo d’Italia ebbe immediatamente la carica di direttore amministrativo, collaborando in un primo tempo con Morgagni. Per Benito divenne un interlocutore privilegiato, sebbene i due avessero fin dall’infanzia un’indole assai diversa. Non mancarono in questa prima fase i contrasti, soprattutto – probabilmente – in relazione ai rapporti di Benito con Ida Dalser: fu Arnaldo infatti a tenere, fino alla morte, i rapporti con il figlio che Benito ebbe dalla Dalser, Benito Albino, e a divenire anche sul piano giuridico protagonista di quella complicata e terribile vicenda, cercando di allontanare in tutti i modi Ida e Benito Albino dal fratello per evitargli uno scandalo politico potenzialmente molto pericoloso e di riavvicinare il fratello alla moglie, Rachele Guidi. Negli anni successivi continuò ad avere un ruolo di rilievo nei confronti di Benito: fu lui a favorire l’incontro tra la difficile e amata figlia di Benito, Edda, e il suo futuro marito, Galeazzo Ciano; fu sempre lui l’autore dell’autobiografia che Benito pubblicò negli Stati Uniti d’America nel 1928, come Benito stesso riconobbe dopo la morte di Arnaldo. Al Popolo d’Italia si occupò inizialmente soprattutto dei conti che, nel 1919 e nei primi mesi del 1920, faticavano a tornare. L’incarico era tanto più importante perché in quella fase il bilancio del giornale si confondeva facilmente con quello del movimento fascista. Ancora nel primo dopoguerra per lui il clima al Popolo d’Italia non era migliorato e il rapporto più stretto fu quello con Morgagni, col quale discuteva della crisi di rapporti con la redazione che a suo avviso non lo stimava e, nel maggio 1922, del suo desiderio di dimettersi. -ALT Con la marcia su Roma, nell’ottobre 1922, il ruolo di Arnaldo e la fiducia di Benito in lui divennero pubblicamente visibili con la decisione di Benito di affidargli la direzione del Popolo d’Italia, malgrado fino a quel momento non avesse mai svolto attività di giornalista. Arnaldo accettò l’incarico pubblicando un articolo, il 30 ottobre, nel quale si riferiva a Benito che «con infinita bontà» gli concedeva questo «alto onore», ma nel quale si presentava con un profilo modesto («non mi nascondo la gravità del compito affidato»), oltre che con la sua assoluta devozione («obbedisco»). Nella prima fase della direzione la sua firma non comparve frequentemente, ma Mussolini si affermò a poco a poco come strenuo difensore della politica del fratello: si vantava di essere «il destro dei più destri» (Milano, Archivio storico di Banca Intesa San Paolo, Banca commerciale italiana, Amministratori delegati, Segreteria dell’amministratore delegato Giuseppe Toeplitz, f. 36, cc. 306-307: lettera di Pietro Fenoglio a Toeplitz, 13 settembre 1924), oltre che pugnace sostenitore del fascismo anche nelle ore più dure. Negli stessi anni definì un suo profilo di giornalista a tutto tondo, al punto che Benito sostenne che «la sola vera rivelazione del fascismo è quella di Arnaldo» (Amicucci, 1932, p. 14). Nel corso degli anni Venti fu anche l’ideatore, o il sostenitore, di nuove pubblicazioni e iniziative editoriali; tra le nuove testate aperte sotto la sua direzione: La rivista illustrata del popolo d’Italia (1922), condirettore Morgagni; La domenica dell’agricoltore (1925); Il bosco (1925), organo del Comitato nazionale forestale; Historia (1927); L’Illustrazione fascista (1928), condirettore Umberto Favia. Queste imprese riflettevano il ruolo centrale e politico del giornale, che tuttavia fu sempre, e prima di tutto, il giornale di Benito Mussolini, nel quadro di un regime in cui il proprietario ed ex direttore era divenuto dittatore e faceva del controllo e della partecipazione delle masse al suo progetto politico un cardine. Sono per altro noti e ampiamente documentati i contatti giornalieri tra Benito e il fratello per commentare la situazione politica e gli articoli del giornale (e anche i rimbrotti per articoli non ritenuti efficaci), oltre al ruolo di privilegio del Popolo d’Italia nel ricevere le notizie dall’Ansa di Morgagni. Non si può tuttavia dire che questa attività giornalistica, negli anni della direzione di Arnaldo Mussolini, fosse coronata da successo imprenditoriale, dal momento che queste riviste (e quelle fondate precedentemente) incisero negativamente sul bilancio del quotidiano, frequentemente in perdita come testimoniano le lettere tra Arnaldo e Benito. Le vendite del Popolo d’Italia peraltro non aumentarono e, almeno fino alla guerra di Etiopia (1935-36), le tirature non superarono mai le 92.000 copie. In qualità di uomo di fiducia del fratello, Mussolini ebbe un ruolo fondamentale anche nella riorganizzazione del sistema della stampa nel regime, soprattutto a partire dal 3 gennaio 1925, con la fine della crisi Matteotti e la repressione seguita al discorso tenuto da Benito alla Camera dei deputati. Successivamente a quella svolta, infatti, Arnaldo divenne presidente della Commissione superiore per la stampa e assunse anche la direzione – che tenne fino alla morte – dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti (INPGI), un’istituzione previdenziale fondamentale per veicolare, controllare e tenere i giornalisti nell’orbita del regime. Oltre a questi incarichi nazionali, importante fu anche il suo ruolo in altre testate. Nel marzo 1925 acquisì la direzione del consiglio di amministrazione de Il Resto del carlino, grazie all’acquisto da parte della famiglia Agnelli di quote rilevanti di quel giornale. Nel 1929 risultava anche presidente della Casa editrice Alpes, fondata da Franco Ciarlantini, che dal 1923 ebbe sede al Popolo d’Italia. Dal 1929, inoltre, Mussolini divenne vicepresidente dell’Ente italiano per le audizioni radiofoniche (EIAR), costituito due anni prima, segno della centralità dei nuovi mezzi di comunicazione nella politica del regime. Tramite la Società anonima milanese editrice di cui era presidente, arrivò a controllare diversi giornali, tra i quali il Secolo-Sera e L’Ambrosiano. Dal 1924 alla morte, assunse più volte posizioni tutt’altro che moderate nelle fasi di crisi e nelle polemiche più importanti. Particolarmente note furono le dichiarazioni a favore del fascismo durante la vicenda Matteotti e in occasione delle polemiche di Benito con Roberto Farinacci, che lo coinvolsero in alcuni casi anche direttamente. Lo sguardo e le parole di Mussolini appaiono spregiudicate quanto quelle del fratello, se non di più: nelle lettere ricordava con una certa frequenza a Benito quello che considerava «uno dei migliori cardini della rivoluzione»: «chi tradisce perisce» (Carteggio, 1954, p. 26). Il ruolo e gli interessi, anche economici, di Arnaldo Mussolini – in combutta con il fratello – non furono palesi e sono ben lungi dall’essere chiariti. Appaiono tuttavia ormai evidenti il legame con gli esecutori del delitto Matteotti e il suo ruolo, centrale, di mediatore negli interessi editoriali (e non solo) della famiglia Mussolini. Fu nel consiglio d’amministratore di diverse società, in alcuni casi grazie anche al sostegno della Banca commerciale italiana; curò i rapporti con alcuni gruppi industriali (tra i quali in particolare le società elettriche UNES e SADE, la Banca italiana di sconto, la Compagnia fondiaria di Angelo Pogliani e alcune società immobiliari), cosa che in alcuni casi lo mise al centro di polemiche. Quale fosse il rapporto tra le attività compiute per rafforzare il regime e il giornale e quelle svolte per arricchimento personale e familiare è difficile sapere. Tutto ciò fa comunque di Arnaldo Mussolini una figura meno cristallina e scialba di quello che la storiografia ha in passato intravisto nei pochi momenti in cui si è occupata di lui. Anche sul fronte personale, per altro, malgrado l’immagine integerrima di marito fedele che il fascismo ha voluto accreditare, le cose erano più complesse: appare evidente che vi furono ricchezze accumulate, necessarie anche per mantenere un’amante, la scrittrice Maddalena Santoro, cui regalò, oltre a una discreta somma, due appartamenti arredati a Firenze e a Roma. Interessante appare il ruolo attribuito da Benito ad Arnaldo nel definire il rapporto tra il regime e la Chiesa cattolica e nel lavoro finalizzato alla Conciliazione. Arnaldo aveva una sensibilità religiosa più spiccata del fratello e si considerava cattolico, almeno dopo l’incontro con la moglie. Intervenne più volte su Il Popolo d’Italia a favore della conciliazione tra Stato e Chiesa e, anche per questo, divenne uno degli interlocutori del gesuita Pietro Tacchi Venturi, che in alcune testimonianze Benito sostenne gli fosse stato presentato proprio dal fratello. Questa sensibilità non lo limitò nella sua avversione dichiarata contro il Partito popolare italiano, il giornale Il Popolo e Luigi Sturzo, e neppure nelle sue espressioni di contrarietà contro il giornale cattolico L’Osservatore romano per le sue non infrequenti critiche contro il fascismo. Mussolini tuttavia sottolineava l’importanza della «spiritualità nel fascismo» e la natura non opportunista di tale tema, ponendo esplicitamente la questione della centralità della religione nel regime e nella vita dei fascisti, non senza sottolineare i vantaggi ottenuti dalla Chiesa grazie al fascismo, idee espresse nel durissimo articolo pubblicato su Il Popolo d’Italia il 13 settembre 1926 (Un problema difficile). Proprio l’attenzione ai valori spirituali del fascismo, esemplificati nel discorso Coscienza e dovere, diventato il «manifesto etico politico del movimento» (Marchesini, 1976, p. 19), lo portò a essere una importante figura di sostegno alla Scuola di mistica fascista, fondata a Milano nel 1930 e dedicata alla memoria di suo figlio Sandro Italico. Mussolini giocò anche un ruolo nella definizione della linea politica e delle gerarchie di potere, a Milano in modo particolare ma anche in Lombardia e nell’Italia settentrionale. Tra il 1926 e il 1927 le tensioni tra Benito Mussolini e Farinacci coinvolsero anche Arnaldo, riguardo ai rapporti tra Il Regime fascista di Farinacci e il Popolo d’Italia, nonché alle mire di Farinacci su Il Secolo di Milano, che avrebbe potuto divenire un diretto concorrente del giornale di Arnaldo. Erano tensioni direttamente collegate al fenomeno del dissidentismo all’interno del fascismo e, per molti versi, un effetto diretto delle rivalità tra gruppi di potere, fenomeno tipico del sottobosco governativo di quegli anni. Tali questioni non erano archiviate quando, nel 1928, Arnaldo assunse in prima persona un ruolo importante nella marginalizzazione del segretario milanese, Mario Giampaoli, e nel commissariamento del fascio locale, voluto da Benito, a opera del segretario del Partito nazionale fascista, Achille Starace. Mussolini ebbe dunque un ruolo decisivo nella stabilizzazione del regime: rappresentò uno snodo rilevante del regime con i gruppi capitalistici e finanziari, milanesi e genovesi in particolare, e con la stampa. Non fu esclusivamente un fedele seguace del fratello, malgrado questa rappresentazione sia a lungo prevalsa, anche perché fortemente suffragata da Arnaldo stesso. Negli scritti e nella corrispondenza emerge in realtà una certa sua autonomia di posizioni, come quando gli fu proposta la presidenza della Provincia di Forlì, un incarico che il fratello gli ingiunse, senza successo né conseguenze, di rifiutare. Nel 1928 cominciò una fase sfortunata. Dapprima, nel maggio, fu vittima con la moglie di un incidente d’auto tra Cesena e Forlì. A ottobre fu diagnosticata una grave malattia a Sandro Italico, che morì nell’agosto 1930, a soli vent’anni. Mussolini gli dedicò, subito dopo la morte, un volume di ricordi e riflessioni, Il libro di Sandro (Milano 1930), uno scritto pervaso da un anelito profondamente religioso, al punto che il figlio viene rappresentato con l’immagine di un santo in terra, nel quale si scorge tuttavia, oltre allo sfogo privato, anche la forza dell’autorappresentazione pubblica e della consapevolezza di essere al centro dell’attenzione della nazione. Con la perdita del figlio sembrò svanire – secondo quanto affermarono molti dei suoi amici – anche la voglia di vivere del padre. Alcuni suoi collaboratori raccontarono infatti che qualche giorno prima di morire, dopo aver avuto una piccola crisi cardiaca, Mussolini raccontò di aver sentito la morte vicina e di averla aspettata con gioia. Il 21 dicembre 1931 – il giorno successivo a una cerimonia politica a Milano alla presenza di Starace – morì in seguito a un infarto. La camera ardente fu allestita nel suo studio al Popolo d’Italia. Dal pomeriggio di quel giorno si diffusero voci e sospetti sulla sua morte, sugli stress e le tensioni che l’avrebbero causato. I funerali si svolsero con grande solennità il 28 dicembre 1931 e le celebrazioni si susseguirono nei mesi e negli anni successivi. A Milano gli fu intitolata via Lovanio, dove il Popolo d’Italia aveva la sua sede. Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Arnaldo e negli anni che seguirono, Benito si sforzò di sottolineare l’assoluta estraneità del fratello agli affarismi che gli erano stati addebitati, mostrando – anche attraverso la pubblicazione del testamento – che non si era arricchito. Anche per questo favorì la pubblicazione immediata di un testamento spirituale, tutto volto a difendere la correttezza del fratello, la sua attenzione alla famiglia e la sua lontananza da speculazioni economiche. Poco tempo dopo, tracciò un ritratto del fratello (Vita di Arnaldo, Milano 1932; ripubblicata a Milano nel 1934 insieme al Libro di Sandro) in cui ne delineò un profilo a tutto tondo, riflettendo anche sulle loro differenze tanto caratteriali che spirituali e ribadendone il disinteresse e la fedeltà. Opere: tra le pubblicazioni di Arnaldo Mussolini, oltre agli articoli apparsi sul Popolo d’Italia tra il novembre 1922 e la morte, si ricordano le numerose prefazioni a volumi di altri su vari temi, la cura delle opere di Benito e di diverse raccolte di suoi scritti (tra cui Il mio diario di guerra 1915-17, in collaborazione con Dino Grandi). Tra i diversi volumi: L’agricoltura nella vita italiana: conferenza tenuta a Milano il 25 maggio 1928, Milano 1928; Commento alla carta del lavoro, ibid. 1928; Le forze dominanti, Firenze 1928; Polemiche e programmi: articoli del 1926, Milano 1928; Commenti all’azione: articoli del 1927, ibid. 1929; Forlì, Roma, 1929; Stile fascista stile di vita, Milano 1929; Verso il nuovo primato, ibid. 1930; Ammonimenti ai giovani e al popolo, Roma 1931; Il memoria di Sandro Italico Mussolini, s.l. né d.; Coscienza e dovere, Roma 1932; Tripolitania, ibid. 1932. Arnaldo Mussolini è anche l’autore del volume pubblicato a nome del fratello, My autobiography, che apparve dapprima sul Saturday Evening Post di Filadelfia nel 1928. Dopo la morte i suoi scritti e i discorsi furono raccolti in quattro volumi, che significativamente iniziavano con il ricordo del figlio (Scritti e discorsi, Milano 1934-37). Fonti e Bibl.: L’archivio di Arnaldo Musso-lini è stato in parte conservato, insieme al suo studio, nella villa di Paderno, a Mercato Saraceno (provincia di Forlì-Cesena), di proprietà della famiglia, di cui si è consultato il primo inventario redatto. Roma, Arch. centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione polizia politica, Fascicoli personali, b. 7 (A. M.); b. 1208 (Maddalena Santoro); Ministero della Cultura popolare, b. 11; Segreteria particolare del duce, Carteggio riservato, b. 41 (Farinacci); Fondo Federzoni, sc. 2; Morgagni Manlio, b. 37; Mostra della Rivoluzione fascista, bb. 88, 169; Arch. di Stato di Milano, Prefettura, Gabinetto, bb. 555, 987, 988, 1982; Milano, Archivio storico di Banca Intesa San Paolo, Banca commerciale italiana, Amministratori delegati, Segreteria dell’amministratore delegato Giuseppe Toeplitz, f. 36; Segreteria Toeplitz, bb. 79, 83.Tra i volumi apparsi dopo la morte, oltre alla biografia scritta da Benito Mussolini, il volume raccolto dal Sindacato nazionale fascista dei giornalisti In memoria di A. M., Roma 1932 (all’interno, E. Amicucci, Il padre dei giornalisti). Nel 1954, con la seconda edizione dell’Opera omnia di Benito Mussolini, fu pubblicato un volume di lettere tra i fratelli che comprende soprattutto lettere di Benito (Carteggio Benito-Arnaldo Mussolini, premessa e note di D. Susmel, Firenze 1954). Una fonte interessante, seppure non neutra, sui rapporti tra i due fratelli è E. Mussolini, Mio fratello Benito, Firenze 1957. La figura di Arnaldo Mussolini non è stata molto approfondita dagli storici. Tra le opere principali il lavoro apologetico ma ricco di informazioni: M. Staglieno, Arnaldo e Benito. Due fratelli, Milano 2003. Si vedano inoltre la riflessione che ne fa, sulla base degli scritti autobiografici di Benito, L. Passerini, Mussolini immaginario, Roma-Bari 1991. Fondamentali sulla sua vita sono: S. Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma 2000; R.J. Bosworth, Mussolini’s Italy. Life under dictatorship, London 2005; M. Di Figlia, Farinacci. Il radicalismo fascista al potere, Roma 2007. Per il ruolo nel fascismo milanese: I. Granata, Il Partito nazionale fascista a Milano tra «dissidentismo» e «normalizzazione» (1923-33),in Il fascismo in Lombardia, Milano 1989; per quello nel sistema della stampa fascista: M. Forno, La stampa del ventennio. Strutture e trasformazioni nello Stato totalitario, Soveria Mannelli 2005. Sulla vicenda Dalser sono fioriti in questi anni diversi volumi: il più completo, per quanto non privo di ingenuità è M. Zeni, La moglie di Mussolini, Trento 2005. Sul suo apporto alla Scuola di mistica fascista, si veda tra gli altri D. Marchesini, La scuola dei gerarchi. Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni, Milano 1976; sul delitto Matteotti: M. Canali, Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Bologna 1997, ad indicem.BIBLIOTECA CIVICA - VARESE ARNALDO MUSSOLINI COSCIENZA E DOVERE SIBLlui lCa L.UML'■ /V c lii90$ VA RESE Quaderni della Scuola di Mistica Fascista Sandro Ita lico Mussolini a cura dalla rivista " Dottrina Fascista „ 46° MIGLIAIO 3 Questo Jf^corao solenne e commosso fu pronunzialo in Milano la dome¬ nica del 29 novembre anno X, per r inaugurazione dell* attività di quella Scuola di Mistica Fascista che porta il nome di Sandro «mistico e stoi¬ co. » Sono queste le ultime parole che Arnaldo Mussolini abbia detto in pubblico, Ventidue giorni prima della Sua morie improvvisa avvenuta il 21 dicembre. Parole semplici e ■ahissi- me — viatico dì fede e insegnamento di vita nuova ai giovani del Litto¬ rio — esse più che mai oggi, a sefle anni di disianza, si rrtfefano aguale e ammaestrai rici. Giovani Camerati, mi è avvenuto più volte di parlare in pubblico, in diverse vicende, su temi differenti; e pur sen¬ tendo sempre l’alta responsabilità del mio com¬ pito, non ho mai provato la minima inquietu¬ dine. Debbo invece riconoscere che, contraria¬ mente al solito, questa conferenza inaugurale, mi ha tenuto e mi tiene tuttora trepidante per l’uditorio d'eccezione, per il tema delicato e per il momento in cui viene pronunciato il mio di¬ scorso. Voglio parlare a voi con cuore La legge aperto vorre i dire con cuore pa- del Dovere terno. Senza asprezza, ma sen¬ za indulgenza : questo m’ispira il nome sacro sotto la cui egida avete posto la vostra Scuola : questo voi stessi sono certo desiderate da me. Molti fra voi uniscono alla nobiltà dell’ingegno un senso critico già acuto e aperto. Voi conoscete già una letteratura che vi riguarda e che troppe volte non vi soddisfa. Vi sentite a volte umiliati o adulati, raramente conosciuti a fondo, di quella cono- 7 scenza che è, secondo la vivida espressione del- l'Alighieri, «intelletto d'amore)). Si tratta di di¬ sorientamento in cui più d’uno di noi si può tro¬ vare, tentando di giudicare una generazione co¬ me la vostra, sorta dopo la duplice esperienza della guerra e della Rivoluzione Fascista. Sul tessuto della tradizione, che spostava in forma impercettibile il corso della Storia, è entrato, come una vampata, il rinnovamento della Na¬ zione, a cui s univa una certa tendenza nel di¬ struggere le vecchie concezioni della vita. Il pic¬ colo mondo d’altri tempi si è dilatato, come oggi si dilata lo spirito per assorbire ed elaborare tutto quello che di nuovo s'impone all’attenzione ed all’esame critico dell’ingegno. In questa nuova atmosfera voi siete cresciuti, e, porre oggi, da¬ vanti a voi il binomio « coscienza e dovere », può sembrare voler ribattere quei principii d’altri tempi, statici ed irrigiditi. Non è così. La nostra coscienza non rinnega niente del nuovo che si avanza. Il dovere costituisce una legge che s'in¬ quadra nel nostro secolo, facendosi più forte per le nuove esperienze, e la coscienza che lo regge è coscienza nuova, resa più ricca e più vitale dal crogiolo di sacrifici e di eroismi da cui è nata la vostra generazione. Prima di addentrarmi sul tema che mi sono prefisso, è bene eliminare alcune riserve di prin¬ cipio e chiarire alcune posizioni. Si è detto che la vostra Scuola di Mistica Fascista non ha il ti¬ fi tolo appropriato. Mistica è una parola che si ad¬ dice a qualche cosa di divino, e quando viene portata fuori dal campo rigidamente religioso si adatta a troppe ideologie inquiete, vaghe, inde¬ terminate. Diffidate delle parole e sopra tutto delle parole che possono avere parecchi signifi¬ cati. Certo che qualcuno può rispondermi che con la parola mistica si e voluto porre in evidenza 1 rapporti necessari fra il divino e lo spirito uma¬ no, che ne è la sua derivazione. Accetto questa tesi senza indugiarmi in una questione di paro¬ le. In fondo non sono queste che contano : è Io spirito che vale. E lo spirito che vi anima, è in giusta relazione al correre del tempo che non co¬ nosce dighe, nè ha dei limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive tra¬ sformata e ricreata nel vostro programma di gio¬ vani fascisti rinnovatori. Un'impronta di Altro elemento pre- nobiltà e di iorza binare, ma fonda- mentale ai fini della mia lezione, e la ragione del movimento giova¬ nile fascista e gli interrogativi che molti si fanno parlando dei giovani. Tanti si chiedono : per¬ che questo valore e questa forza preminente nel¬ la vita dei giovani? Non sappiamo forse che tut¬ ta I umanità è passata a traverso il periodo della gioventù? Non vi è forse del sano, deirottimo. 9 dell’esperienza nell’età virile, quando la mente è già temprata ed i muscoli sono ben saldi? Non viene, cori questa sopìavalutazione dei giovani, alimentato uno squilibrio naturale fra giovani e anziani ? È innegabile che simili interrogativi hanno, ad un esame superficiale, una importanza alme¬ no formale. È meglio rispondere per proposizio¬ ni definite, chiare, e chiamare la logica e la storia in nostro aiuto. Bisogna innanzi tutto rilevare che questa vigile preoccupazione dei giovani è sem¬ pre stato il carattere tipico, l’impronta di nobiltà e di forza di tutti i grandi popoli nei momenti del loro maggiore sviluppo. Atene e Roma hanno dato esempi indimenticabili. La diversa conce¬ zione di, vita fra Ateniesi e Spartani, il diverso carattere delle due civiltà elleniche era appunta nel differente modo di risolvere il problema del¬ la gioventù : con un raffinarsi delle potenze in¬ tellettuali ad Atene, con un potenziamento fisico e volitivo a Sparta. Che dire di Roma? 1 giovani formarono nella Città Eterna 1 assillo costante dei pensatori e dei politici, dei condottieri di po¬ poli e dei condottieri d’eserciti. Si può dire che Roma, per questo carattere della sua civiltà im¬ periale e universale, stabilì le basi fondamentali dell’educazione dei giovani. Oggi la leva fascista ripristina in tutto il suo valore di responsabilità l’antico rito solenne dell’ « assunzione della to¬ ga virile)). È quindi naturale, o storicamente necessario, che l’Italia fascista senta, prima dii ogni altra esigenza, la necessità di infondere vita nuova nella educazione dei giovani e nel Ioto compito nel quadro armonico delle attività na¬ zionali. Il problema Noi siamo un popolo antico e religioso glorioso; le più alte tradizioni rivivono in noi, ma come na¬ zione unita ed operante non abbiamo, nell'evo moderno, neanche un secolo di vita. Per questo il nostro lavoro formativo è oggi più arduo e com¬ plesso; la costituzione unitaria non è solo recen¬ te, ma si è venuta formando in tempi poco pro¬ pizi nell'antitesi fra il vecchio ed il nuovo secolo, a traverso 1 irrompere dei partiti politici, il fra¬ zionarsi dei doveri verso la collettività, l’imporsi — con lo sviluppo del capitalismo — di un nuo¬ vo problema, la questione sociale. Durante il pe¬ riodo grigio della terza Italia le divisioni fra gli anziani si riflettevano per solito nei quadri dei giovani. Non vi era una verità basilare; mancava un denominatore comune a tutta la gioventù. Si cominciava dal governo centrale a dare il triste esempio. A parte le considerazioni elettorali e regionali — assurde e balorde — nell'assegHa- zione del comando, avveniva il fatto specifico che l'istruzione pubblica e la giustizia dovevano essere amministrate da elementi graditi o pro¬ li posti dalla massoneria. Cosa fosse la massone¬ ria, io non saprei proprio dirvelo. Ma dal mo¬ mento che non agiva alla luce chiara del sole e che nessuno, di coloro che vi hanno appartenuto, ha mai avuto il coraggio di gridarlo e gloriar¬ sene, mi permetto di affermare che fosse una associazione obliqua, sotterranea, a finalità non chiare e sopra tutto legata a quel reciproco fa¬ voritismo che nel nome della carriera e dell'avan- zamento offusca il merito e la giustizia. Quando dai suoi fini pratici la massoneria entrava nel campo dottrinale, cadeva nelle frasi comuni del laicismo e della lotta contro la religione catto¬ lica. Di contro a questo movimento, che si di¬ ceva moderato ed era sopra tutto arido ed utili¬ tarista, si elevava antagonista il movimento della Chiesa. Non bisogna giudicare con superficialità questo assillo millenario della vita religiosa. Se anche qualche spirito elevato può sentirsi incerto o turbato nell imporsi del problema religioso, questo non impedisce che le chiese siano affol¬ late e che in ogni tempo, in ogni secolo, in ogni popolo, il senso mistico della vita trovi nella re¬ ligione un interprete definitivo. Il quadro doloroso È naturale che in del recente passato s P irituale cattolico questo movimento s innestasse un movimento laico politico. La mas- 12 soneria deformava i caratteri del scopo di propaganda libertaria, cattolico per reazione lo negava, si conduceva ugualmente la gioventù all errore e al disorientamento. Eppure il Risorgimento aveva già bandita la via giusta e vera : l’unità politica italiana, che in fondo non era che il ri¬ sultato di uno sforzo volitivo di due grandi cor¬ renti : una idealista, volontaria, disinteressata, espressa nella concezione repubblicana con a ca¬ po Mazzini e Garibaldi; l’altra della tradizione, della saggezzà dalla visione organica dei proble¬ mi, della forza coordinata da grandi virtù spiri¬ tuali della dinastia dei Savoia. Questa unità po¬ litica conquistata a traverso quasi un secolo di lotte, era insidiata dalle scuole moderne a tinta internazionale e dalle riserve della gioventù ispi¬ rata dai cattolici, cbe vedevano il Risorgimento come lo spoghatore dei domini pontifìci e parti¬ colarmente di Roma papale. È innegabile che, malgrado il venti settembre del 1870, sulla Città Eterna era rimasta una ipoteca formidabile cbe noi avvertivamo alla periferia e che gravava in ogni contingenza al centro e nei rapporti inter¬ nazionali. Le scuole politiche e gli interessi mal confessi avevano buon gioco da questa posizione ambigua. 1 giovani ne risentivano la conseguen¬ za. L Italia tradizionalista rivoluzionaria, mas¬ sonica o papalina, regionalista o unitaria, divi¬ deva i giovani negli assentì e negli sviati. Gli as- Risorgimentc 1 politicantism Per vie opposte 13 senti erano la maggioranza, coloro cioè che non volevano avere noie e stavano, come il personag¬ gio manzoniano, in coda al corteo, per vedere dove sbandavano gli avamposti e regolarsi in con¬ formità. Altri giovani, gli sviati, erano suddivisi fra istituzioni laiche e cattoliche. L’Italia vario¬ pinta che aveva monumenti e città meraviglio¬ se, esercitava sullo straniero il fascino della sua storia immortale. Come nazione veniva giudicata un giardino sempre rifiorente, come potenza non eTa valutata nella sua giusta grandezza. Perchè il Fascismo si Questo è in breve il è rivolto ai giovani c i ua ^ ro doloroso di un recente passato ben noto agli studiosi. 11 Fascismo, con una forza e una rapidità che hanno tutta l’impronta di un destino storico superiore, ha travolto que¬ ste miserie; ha sanato, rinnovato, ridestato gli animi e le coscienze. Saltando un quarantennio di inerzia, il Fascismo ha operato sul tronco mil¬ lenario della stirpe. Su questa base completa- mente diversa dalle precedenti, il nostro movi¬ mento ha imposto come presupposto dell'unità e della grandezza della Patria, il problema della gioventù italiana. Superate le avverse scuole po¬ litiche, ricomposto il dissidio storico fra lo Stato e la Chiesa, creata un’atmosfera di simpatia alla scuola italiana, riformati i principii di etica na- 14 zionale : ecco il solo modo di trasformare questo giardino arcadico in una Nazione di potenza chia¬ ra, solare, mediterranea, che ha 42 milioni di abi¬ tanti entro le anguste frontiere dall’Alpi al mare ed altri dieci milioni di fratelli, che il ventilabro della necessità ha disperso per il mondo. Per com¬ piere questa azione di unità, di concordia, di fie¬ rezza, non bisognava rivolgersi che ai giovani. Questo è il tessuto ideale della nostra opera; que¬ sto è l'assillo, la speranza, la certezza del Duce. Se qualcuno ha pensato a questo movimento come a una corsa allo stipendio, alla carriera, al¬ l’impiego, al favoritismo, deve disingannarsi: non vi sono privilegi se non quello di dover com¬ piere per i primi la fatica e il dovere. Tutta l'ope¬ ra del Fascismo è tesa a creare la solidità della fa¬ miglia, la serenità della scuola; la religione come tessuto spirituale, la Patria come mondo ideale e reale. Ecco il substrato della grandezza e della potenza di un popolo. Questa è nelle sue linee essenziali l’azione ri¬ voluzionaria del Fascismo. Ma la sua manovra è peT quadri vastissimi. Siamo in tempi in cui la buona semente non può essere affidata alla diffu¬ sione di un buon libro o ai maestri singoli. Lo stesso linguaggio mistico ed eroico, severo ed unitario, contingente e storico, bisogna che sia parlato con la stessa forma, con la stessa fede, in uno stesso giorno, alle moltitudini. Ecco la ragio¬ ne delle vostre formazioni educative che fondono in sìntesi compiuta l’addestramento fisico col sen¬ so della disciplina del dovere e della fede. È ne¬ cessario guadagnare secoli di storia, che abbiamo perduto nei dedali del regionalismo e della vana deviazione dottrinale. Nell’atto stesso in cui ho risposto alle domande preliminari, sono entrato necessariamente nel cuo¬ re del nostro tempo. La fatica che il Regime com¬ pie per voi implica alte verità ed alti doveri. Vi sono virtù latenti, che devono affiorare e poten¬ ziarsi; vi sono difetti della nostra complessa vita di popolo, che devono scomparire. La coscienza delle esigenze del nostro movimento storico im¬ plica il dovere di adeguarsi alla propria funzione nella vita nazionale. Il problema dei giovani per noi è problema di formazione salda del carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolu¬ bile di questo binomio : coscienza e dovere. Soldati pronti al- Guardiamo per un l'appello, non va- momento anziani. . , . Se per poco si consi- mtosi ed arrivisti dera fatto del , a gu „. ra e del dopoguerra non si può che essere fieri della generazione che fatalmente si avvia al de¬ clino. Ma non basta : il domani deve essere mi¬ gliore dell oggi. Voi, in una parola, dovete es¬ sere migliori di noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi, intransigenti, di cose e 16 di persone : mi rammarico solamente quando ve¬ do giudicare in fretta senza preparazione e cono¬ scenza. Bisogna saper accettare con giusto or¬ goglio incarichi anche gravosi pieni di responsa¬ bilità, ma non bisogna darsi attorno, non bisogna smaniare per ottenere questi incarichi e indul¬ gere al mal costume delle piccole transazioni delle avide lotte per arrivare; bisogna considerarsi sol¬ dati pronti all appello, ma non mai degli arrivisti e dei vanitosi. L arrivismo e la vanità nelle loro forme, nelle infinite sfumature della vita di tutti 1 giorni, sono vecchie scorie che devono essere bruciate con ferro rovente come miserie ereditate da un tempo di traviamento e di debolezza. Ab¬ biamo abbandonato il provincialismo gretto, me¬ schino, limitato, ma abbiamo perso per una falsa concezione tanta somma di energie latenti nelle luci della citta. Si e determinata nella febbre del tempo una confusione fra modernità e novità. Qualcuno vuol essere originale ad ogni costo. È apparsa con troppa fortuna una letteratura carat¬ teristica dell’epoca di transazione, inadatta al tem¬ po nostro. I romanzieri che avevano come tessuto la gente saggia nella quale si innestava sempre un asceta o un avventuriero nel senso nobile della parola, hanno scelto come soggetto in questi ul¬ timi tempi gli squilibri morali, i dissolvimenti in¬ teriori, la mancanza di volontà, o gli aspetti più futili della vita mondana internazionale. Tristi correnti letterarie straniere dedicate alla svaluta- 17 zione della guerra ed alla degenerazione della stessa dignità dell'uomo, hanno trovato eco fra noi nel romanzo e nel teatro con la complicità di una vecchia critica, che è fuori della storia e della vita. Bisogna reagire contro tutta questa devia¬ zione barbarica e reagire si deve anche contro un gretto spirito di invidia che si rivela spesso nella nostra vita sociale. Voi non negherete, come non nego io, la qualità specifica di bontà generosa, di intelligenza del popolo italiano. Un nostro vi¬ cino non ci è mai estraneo; le sue difficoltà sono in certo senso anche le nostre. Ma se poi il vicino per fortunate circostanze, per virtù congenita, per sopravvivenze auspicabili prende il volo verso il cielo della notorietà e della gloria, ecco l'Italia vecchia, ed anche un po’ quella giovane, che non perdona questo segno alto della notorietà. Sem¬ bra un paradosso, ma i guai veri incominciano il giorno in cui si diventa qualcuno nella vita. Leg¬ gete le cronache, le critiche, le polemiche, le dia¬ tribe, gli articoli; capirete che è necessario gua¬ rire, come siamo guariti in politica, anche nel campo dell’arte e del pensiero. Voi, io lo sento, sarete certamente migliori di noi. La nuova ge¬ nerazione di fronte a problemi così vasti, che in¬ teressano popoli e continenti, non può sminuirsi e sentire la smania della vanità. Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono avere per voi una importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve sentire la fierezza del- 18 la sua gioventù, unita al senso dei propri limiti e della propria disciplina gerarchica. La nostra coscien- Noi siamo tutti ele¬ menti fattivi per col¬ laborare a una gran- vero dei giudici de opera, ma dobbia¬ mo dimenticare a tal fine il nostro piccolo io. Il giovane che ba smania di stampare in volume i propri scritti e va raccogliendo elogi e recensio¬ ni, pone il ritratto davanti al frontespizio, si per¬ de nelle ostentazioni provinciali; il giovane che crede di affermare la propria personalità con bi¬ glietti da visita magniloquenti, che non usa il giusto tono di riguardo verso chi è suo superiore nelle gerarchie ufficiali o nelle gerarchie dell'in- telletto e del lavoro; chi si abbandona alla ret- torica, ai giudizi avventati, alle affermazioni di¬ lettanti : chiunque insomma manchi di stile, sa¬ rà sempre fuori dello spirito e fuori del costume fascista. Le miserie non sono degne del secolo ventesimo. Non sono degne del Fascismo. Non sono degne dì voi. Qualche volta il cattivo esempio ci viene dai meno giovani. È giusto riconoscerlo, anche per scolpare qualcuno. Vi cito un esempio. Una per¬ sonalità che non voglio nominare, venne ad of¬ frirmi una intervista al « Popolo d’Italia ». Ero dubbioso se accettare Tintervista per vari motivi za sia il più se- compreso anche il soggetto stesso della intervi¬ sta, ma la sua insistenza mi vinse. Ricevetti il manoscritto che mi aveva già preparato in anti¬ cipo; incominciava presso a poco con queste pa¬ role : a Siamo riusciti ad ottenere una intervista dal signor X vincendo a fatica la sua riluttanza; tutti sanno come egli sia schivo dal far pubbli¬ che dichiarazioni... )). Era il caso di sorridere, anzi di ridere. Ma io ne sentii sdegno. La per¬ sona di alto grado credeva di non mancare di ri¬ spetto ai lettori con quella finzione per il solo fatto che i lettori non sapevano. Ma faceva di peggio : mancava di rispetto a sè stesso. Biso¬ gna ricordarsi che il fatto che un'azione, una parola, un gesto, siano noti o ignoti, nulla to¬ glie od aggiunge al loro valore morale. Noi ab¬ biamo un testimonio da cui nessun segreto po¬ trà mai liberarci : il testimonio della nostra co¬ scienza. E questo deve essere il più severo, il più inesorabile fra i nostri giudici. Qualcuno di¬ rà : Sono piccole cose. Non sembra : tutto quello che intacca 1 integrità del carattere è assai grave. Voi dovete essere in questo senso intransigenti, domenicani. Siate fermi al vostro posto di do¬ vere e di lavoro qualunque esso sia; siate ugual¬ mente capaci di comandare e di obbedire. Ri¬ cordatevi che chi non sa obbedire, non è degno del comando. Bisogna saper reggere saldamente su ciò che si è conquistata con rettitudine. È ne¬ cessario accettare tutte le responsabilità, com- 20 prendere tutti gli eroismi, sentire come gitóàngj \r| italiani e fascisti la poesia maschia delLavVen-^: /A tura e del pericolo. Non bisogna rinnegare negriy suna virtù ideale di carattere religioso e civile. La nostra filosofia non deve essere quella del pes¬ simismo, ma del sano e virile ottimismo; deve superare questa vecchia antitesi nel binomio del¬ la volontà e dell’azione. Credere ferma- La no9tTa esistenza . . deve essere inquadrata mente nel bene n in una marcia solida, che sente la collaborazione della gente generosa ed audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi assi in alto perché ogni cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contingente ed eter¬ na, nasce e finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico, che si chiama talvolta, per smi¬ nuirlo, Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio no¬ stro Signore, creatore del cielo e della terra, e del suo Figliuolo, che un giorno premierà nei regni ultra terreni le nostre poche virtù e perdo¬ nerà, speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra esistenza terrena. Se LItalia avrà questa gioventù salda di vo¬ lontà, chiara di idee, volitiva nei desideri, la sua storia scriverà pagine immortali e gloriose. Bi¬ sognerà sdegnare le vicende mediocri, non cade¬ re mai nella volgarità, credere fermamente nel 21 bene. Voi sarete allora anche più forti contro le avversità inevitabili della vita. Se il dolore bat¬ terà alle vostre porte, vi sentirete meglio tempra¬ ti per affrontare la bufera. Abbiate vicina sem¬ pre la verità e come confidente la bontà gene¬ rosa. La fede nella vita non deve essere soltanto il sussidio delle grandi ore, ma deve essere sem¬ pre presente nelle opere quotidiane, nelle azioni di ogni tempo. La fede è un incentivo a progre¬ dire; la fede è come la poesia. Sono le forze che ci spingono verso la vita, sono le speranze che consolano gli spiriti doloranti e danno alle ani¬ me le ali verso le altitudini. Sentirsi sempre gio¬ vani, pieno lo spirito di queste verità supreme, è come sentirsi in uno stato di grazia. Solo così si può essere pronti a degnamente vivere e de¬ gnamente morire. Un sacro retaggio Anch ' pCT noi ° s8 ': in questo rinnovarsi di tempi e di generazioni, è risorta la stella Dia¬ na. Le grammatiche per gli emigranti che ser¬ virono agli sventurati fratelli lontani con la tra¬ duzione di frasi di questo genere : « Sono italia¬ no, ho fame », sono state distrutte da una vam¬ pata di orgoglio fascista. Il mondo oggi ascolta di nuovo con rispetto la voce di Roma. Vi sono valori morali nella nostra vita di oggi che rive¬ lano gli indici sicuri della potenza. La genera- 22 zione che declina li affida a voi giovani come un retaggio sacro. Sono illuminati da una fede ar¬ dente e da una certezza consacrata dal martirio, lo guardo con cuore fermo al vostro domani. Ragioni misteriose, convinzioni politiche e reli¬ giose confortano il cammino della nostra esisten¬ za. A voi giovani camerati l’augurio fervido di un lavoro fecondo, mentre, nel ricordo luminoso e santo di mio Figlio mistico e stoico, dichiaro aperto l’anno accademico della Scuola di Misti¬ ca Fascista del Fascio di Milano. filli ione k - STAMPATA NELLE OFFICINE CBAFlCHB AMEDEO NICOLA E C. - MILANO* VA RE SE IL 211 E ICE. Scritti e Discorsi di Arnaldo Mussolini Edizione Definitiva V FASCISMO E CIVILTÀ (1923-1 - 1931-1X E. F.) / m^UTM\u N'MiZU \/Fr E S £ ULRICO HOEPLI EDITORE MILANO 1937-XV TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI Copyright by Ulrico Hoepli , Milano (Prinled in Italy) I LO SPIRITO CIVILE NEL FERVORE DELLE POLEMICHE (1923-1 - 1925-111 E. F.) IL FASCISMO E I SUOI CRITICI Iniziamo questo quinto ed ultimo volume delV Edizione definitiva degli Scritti e Discorsi di Arnaldo Mussolini con questo orticolo polemico , pubblicato nel Pop ole d'Italia il 5 oprile 1923, I delVErù Foscisia. Arnoldo Mussolini aveva assunto la direzione soltanto da pochi mesi: dal 31 ottobre 1922, subito dopo la Marcia su Roma (efr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, vai. II, pag. 355, Hoepli, Milano; efr. anche il prima volume della presente Edizione, pag. 125). Ma, in poco tempo. Egli aveva acquistato un 1 energie a spontaneità di polemista: la sua profonda passione politica, la sua reli¬ gione del Fascismo, lo portarono a battere in breccia i so¬ fismi degli avversari, che tentavano invano di negare o de¬ molire iti nuova realtà storica impostasi in Italia con l’avvento del Fascismo al potere. Si deve però osservare che, anche nelle polemiche, Arnaldo Mussolini rivelava fin d'aliar a un intento costruttivo: Egli tendeva a determinare i caratteri del Fascismo e la sua po¬ tenzialità di sviluppi progressivi. Su questa linea —“ nella polemica come nella costruzione — si trovano tutti gli scrini raccolti in. questo volume: attraverso le battaglie giornali¬ stiche, Egli portava il suo valido contributo al formarsi di una nuova concezione della uila nazionale e sodale. La lotta per la produzione (c/r. voi. IV) si legava indissolu¬ bilmente alla lotta per la cit’ifcd- Dagli articoli appassio¬ nali, composti durante il primo periodo del .Regime — mentre infierivano le insidie , le menzogne, le fallaci propagande dei giornali avversari —- si giunge così agli articoli degli ultimi onni, che si vengono progressivamente svolgendo in un campo sempre più vasto. La passione polemica si tras¬ forma in un profondo sentimento, animato dì spiriluolitA religiosa e di pacalo ma intenso realismo. Dall’ajferma- zione del Fascismo nella vita nazionale si passa alla vi¬ sione della civiltà fascista e della missione di Roma nel mondo. I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE Nel presente orlicela — e in tutti quelli di questo primo gruppo — siamo ancora nell'àmbito della latta politica nazionale. t3isogna far grazia al giornale del massimalismo ita¬ liano se discutendo del Fascismo come Partito e come metodo, ha voluto abbandonare i vecchi clichés diffa¬ matori che rivelano l’enorme incomprensione e l’intima debolezza di una critica obiettiva. Prendendo le mosse dall'articolo presidenziale pubblicato in Gerarchia (ar¬ ticolo che ha già fatto correre molto inchiostra su tutti i giornali) VAvanti! dì sabato scorso ha preso il tono so¬ lenne e ha incominciato con una premessa che è bene analizzare, anche per chiarire qual’è l’atteggiamento del socialismo italiano, verso quella dottrina e quel feno¬ meno che oggi domina la nostra vita politica, e che si chiama Fascismo. E ripetiamo che mentre un tempo il sovversivismo si divertiva a diffamarci, oggi scrive che il Fascismo « è uscito dalle grandi correnti del libera¬ lismo della Riforma » ed « obbedisce a quelle leggi di necessità e quindi di fatalità che presiedono e guidano tutti i movimenti sociali ». Infine « in esso sono ancora tutti gli elementi di sorpresa e le premesse di tutte le pos¬ sibilità »; « un movimento insomma che ha aderito imme¬ diatamente e coraggiosamente alla realtà economica di¬ retta a combattere e frantumare quei residui di resistenza più o meno larvata che la sua audacia suscita, vivifica cd esaspera ». E a questo punto ci sembra che le cita¬ zioni siano sufficienti, per dimostrare quale opinione va- IL FASCISMO E T SUOI CRITICI dano acquistando del nostro movimento i socialisti, e per comprendere che razza di tegola sia caduta tTa capo e collo a quella casta politica dirigente, che, con 1 ausilio della democrazia e del socialismo utilitario, guidava le sorti della nostra collettività nazionale. Che il Fascismo abbia dato colpi da gigante e da maestro a questo mondo politico, è un fatto già conse¬ gnato alla storia. Il nemico più acerrimo, perché privo di ogni intima grandezza, è caduto. Il socialismo in Ita¬ lia fu! Potrà rimanere un’aspirazione indefinibile di qual¬ che sognatore, ma la bardatura « scientifica » è caduta. Le masse e i loro interessi possono venire meglio tutelati, interpretati da altre scuole politiche che non si astrag¬ gono dalla realtà e che vivono secondo programmi con¬ creti, ispirati a metodi e a fini più conformi alla nostra tradizione e al nostro costume politico. Caduto il socialismo, il movimento fascista dirige i suoi colpi verso « certo liberalismo » che realmente ha condotto a termine la sua missione, una missione che in questi ultimi tempi ci portava a rovina certa. Dopo il fenomeno guerra, quando enormi masse si immettevano negli apparati circolatori della Nazione; quando le vit¬ torie e le sconfitte determinavano orientamenti nuovi e spostamenti colossali di interessi materiali e morali, il liberalismo ci è apparso pigro e ritardatario. E neanche ha contribuito alla riscossa nazionale! È una fama usur¬ pata! Il liberalismo era già sommerso dal ricatto e dalla violenza verbosa del sovversivismo e non ha fatto nulla nel campo d’azione, per superare e vincere la marea che 9 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE andava sommergendo la Nazione. Non ha fatto nulla se non qualche timido articolo di giornale. La gioventù — solo la gioventù della trincea — ha vinto la sua battaglia, e se VAvanti! crede di poter co¬ gliere in contraddizione il liberalismo per aver voluto la vittoria fascista per poi rammaricarsene, è in grande er¬ rore ed afferma cosa non vera, detta solo per comodità polemica. Ma l 'Avanti! raggiunge il massimo della... sfaccia¬ taggine, là dove esalta il comuniSmo e i suoi metodi in confronto al Fascismo. Le affermazioni dellL4oantit sono così false ed in¬ sulse che non varrebbe la pena di discuterle. « Lo Stato comunista — dice — è la espressione della maggioranza dei cittadini, ha con sé e per sé il consenso della mag¬ gioranza ». Fermiamoci a questo punto. La Russia, Stato comunista, è oramai conosciuta e dipinta dai socialisti stessi. Volerla descrivere come uno Stato modello dove i cittadini « partecipano direttamente alla reggenza della cosa pubblica » è una improntitudine. Basterebbe leggere ciò che scrivono gli stessi socialisti reduci dalla Russia e le cronache che giornalisti di va¬ lore e di coscienza hanno scritto su quell’enorme e cri¬ minale esperimento di comuniSmo, che una oligarchia di esaltati ha imposto alla Russia. Si possono imbottire i crani dei lettori deH’_<4Danti /, ma non quelli di coloro che seguono con grande obiettività i rivolgimenti di questo dopoguerra. La Russia vasta, dai ventidue dialetti, anel¬ lo IL FASCISMO E I SUOI CRITICI fabeta, fatalista, senza strade, fiorita e fertile al sud, brulla e gelata al nord, industriale all’occidente e ster¬ minata e solitaria all’oriente, senza unità e continuità storica, è divenuta sotto l'azione caotica e distruggitrice del bolscevismo, un’uniforme massa di popoli in fer¬ mento. Non c’è linea, non c"è distinzione, non c’è gran¬ dezza nel leninismo in Russia. Cè la peste, c’è la fame. Non sono le moltitudini che fanno la politica, ma è una cricca di autocrati che rimasticando alcune formule dogmatiche del socialismo di occidente, ha voluto fare indossare al « titano slavo » una livrea che ha tutte le caratteristiche della servitù più nefanda. E in fatto di libertà, consideriamo come il bolsce¬ vismo ne abbia fatto scempio. C’è chi si commuove per la reazione (!) in Italia! Guardiamo in Russia! Lì vera¬ mente i giornali non si pubblicano che in numero limi¬ tato; e devono subire l’ispirazione ufficiale bolscevica sotto il controllo delle autorità governative. E le riunioni non sono ammesse, e le critiche non si devono fare, e la « Ceka », la famigerata organizzazione poliziesca, com¬ pleta il quadro della dissoluzione in cui è piombata la vita civile in Russia. Inutile esaltare l’esperimento co¬ munista russo attraverso ai proclami e ai radiogrammi a tutto il mondo. Solo il fatalismo slavo può subire lo stu¬ pefacente; solo una tribù, non un popolo, può piegarsi alla tragedia che non ha bagliori di grandezza. 11 bolscevismo, solo il bolscevismo, è realmente un aborto. li I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE Basterebbe a dimostrarlo il fatto che da due anni è la carità pubblica internazionale e capitalistica che cerca di porre un rimedio alla carestia e alla dissestata eco¬ nomia russa. Il famoso esercito russo invincibile, quando è uscito dalle frontiere, è stato sempre regolarmente e clamorosamente disfatto. La libertà di stampa è un so¬ gno. Quindi aborto politico, militare, economico. Aborto su tutta la linea! Ci vuole del coraggio per paragonare Mosca con Roma, la rivoluzione russa con In rivoluzione fascista! Questa è ancora in atto. In quattro anni di bat¬ taglia il Fascismo è riuscito alla conquista del potere e ogni giorno che passa dà segni di lina vitalità chiara e manifesta così da trovare il consenso della parte più eletta della Nazione. Bisogna essere socialisti, anzi socialisti italiani, per non sentire l’assurdo e il grottesco del paragone tra bol¬ scevismo e Fascismo e vedere nell'ora che passa, qualche cosa di degno e di stabile nella dottrina e nella rivolu¬ zione comunista. Il mondo politico è realmente un grande cantiere. Agile e vigoroso, sulla nostra scena politica, sovrasta il Fascismo, mentre il comuniSmo scompare e il liberalismo fa pensare a quei fantocci da fiera, « l’uomo bersaglio >, che accolgono imperterriti i proiettili scagliati con vee¬ menza da tiratori in gara fra di loro. Ma l’ora incalza e non conviene a raccogliere e se¬ gnalare gli spropositi e i falsi documentati e documenta¬ bili dell' Avanti! nonché le malinconie critiche dei libe¬ rali di casa nostra. 12 LA NOSTRA PASSIONE Cfr. In nata preliminare a png- 7- Il presente orli- colo fu pubblicato sul Popolo d’Italia il 23 Giugno 1923-1, in occasione degli inisl dei lavori del Congresso Nazionale del Fascismo. In un'atmosfera di sicurezza e di forza si è aperto il Congresso nazionale del Fascismo. La severa aula dell’Augusteo presentava l’aspetto di una assemblea costituente piuttosto ebe di un raduno di congressisti. Faccie espressive, nella stragrande mag¬ gioranza giovani, veterani di tutte le battaglie di que¬ st’ultimo decennio, hanno dato un ritmo celere alla di¬ scussione generale, hanno creato un ambiente di mutua comprensione, lontano dalle parole inutili e dalle ma¬ novre più o meno oscure e più o meno disinteressate, che accompagnano di solito i congressi. Il Duce ebbe, come sempre, l’applauso altissimo e il rinnovato giuramento di tutti i gregari. Quando 1 on. Ce¬ sare Maria De Vecchi nel suo forte, quadrato discorso di apertura, ebbe ad affermare: « intenda chi deve: il Duce non si tocca! », il Congresso ebbe uno scatto clamoroso e formidabile di assenso. Taluni uomini sono al di la 13 T — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE delle discussioni ed al di là delle vicende: a questa ca¬ tegoria. in un rinnovato fervore di abnegazione e di de¬ dizione da parte dei gregari, appartiene il Capo e Duce del Fascismo. Questa è la verità e l’intenda chi deve. Cesare Maria De Vecchi ha confermata la sua fama di ottimo presidente di assemblee generali del Fascismo e la sua fede intatta, cornei] primo giorno, negli sviluppi della Rivoluzione fascista. Egli è il templare severo nella sua intransigenza politica, di sincerità e di obbedienza al comandamento dei morti e dei vivi. Il passaggio del suo discorso all’ap¬ pello ideale dei Martiri fascisti, ha fatto fremere di com¬ mozione profonda tutti i convenuti al Congresso. La poesia del sacrificio è idea di sensibilità politica e pre¬ sidio contro ogni possibile deviazione. L’on. I arinacci ebbe, al suo apparire ed alla lettura della sua relazione politica, un successo clamoroso. Egli meritava questo omaggio di riconoscenza. Da oltre un anno il segretario generale^ si batte senza incertezza su tutte le 'TFonfn Nella sua relazione, specialmente nel¬ l'esordio e nella chiusa, vi è tutta la fede fascista lunga¬ mente provata e temprata nelle vicissitudini del tempo e degli uomini. A parte le statistiche che dimostrano la forza ed il tessuto del Partito, vi è un altro elemento im¬ ponderabile che non si può tradurre in cifre, ma che esiste ed è la coesione morale, la disciplina, l’armonia fra i capi ed i gregari: la comprensione dei doveri, l’ob- bligo di trascurare le piccole cose miserabili, per assur¬ gere a formazione di partito storico. ^ 14 NOSTRA PASSIONE Il Fascismo è oggi l’unica forza viva che inquadri il problema morale ed economico della Nazione. I "vecchi partiti sono rottami che galleggiano ancora sui marosi di un fortunale. Divisi, disorientati, assenti dalle cor¬ renti politiche del tempo, rosi dall’impotenza e dal li¬ vore, sono definitivamente e per sempre travolti. L’unità spirituale del Fascismo, la forza che gli viene dalla coesione, e che balza evidente dalla relazione Farinacci, sono, all'infuori del quadro e dell'attività, gli elementi determinanti della nostra vittoria definitiva. Elogiamo senza riserve l’on. Farinacci, il Consiglio Nazionale, il Direttorio, i capi della Milizia, delle Cor¬ porazioni, TUffìcio Stampa, ecc., tutti coloro, insomma, che sotto l’alta direzione del Duce hanno cooperato a rendere massiccia e tetragona ad ogni assalto la Rivolu¬ zione fascista. E non dimentichiamo, per il fascino del ricordo e per la loro virtù politica, i quadrunviri della Marcia su Roma. Le discussioni sulle varie relazioni sono state rapide e serrate. Non c’è da stupirsene. Il Congresso, che rap¬ presenta ogni regione, ogni singola provincia, ha l'aria soddisfatta. Non ha obiezioni da muovere. Sente che in questi ultimi tempi si è fatto del Fascismo integrale e che il potere politico apprezza gli organi di difesa della nostra Rivoluzione. L’applauso significativo dell’assemblea fascista al Guardasigilli on. Rocco, è la prova più chiara della ve¬ rità del nostro asserto. Si è usciti dalla fase dei movi- 15 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE mento indefinibile e si costruisce nel tempo. Le chiac¬ chiere sono vane e superflue. I temi che formarono an¬ che per noi oggetto di lunghe discussioni e diatribe sono già definitivamente superati. Il Congresso all’Augusten del 1921 portava all ordine de] giorno la proposta di trasformare il movimento fascista in Partito. Ce nera a sufficienza per sbizzarrire tutti gli oratori, seccare gli uomini politici vecchi e nuovi, disturbare la sinistra e la destra storica, la repubblica di Platone e il Primato del Gioberti. Cosi dicasi per il patto di pacificazione, per 1 agnosticismo o per le varie tendenze del Fascismo in fatto di regime. Ripetiamo: ormai il nostro movimento ha creato i suoi punti fermi, ha dato un metodo alla lotta ed una mèta alla marcia. Noi siamo figli dell ambiente d’una grande epoca di passione. Non potremmo comprendere, oggi, le discussioni pro¬ grammatiche e le accademie inutili. Respiriamo un’altra atmosfera. Non sono le vicende d una provincia che pos¬ sono fermare la nostra attenzione: il giuoco è più grande. Bisogna ammirare la sobrietà dei discorsi, il con¬ legno severo dei congressisti, la loro consapevolezza. La politica del Governo e del Partito in questi ultimi tempi è intonata perfettamente alla nostra passione. Si sta per vincere e superare una subdola e grave offensiva finan¬ ziaria disfattista. Quando il Governo dichiara che non si può concedere un minuto di tregua ed affronta grandi problemi nazionali, come la battaglia per il grano e la soluzione dell’assillante problema del Mezzogiorno, chi 16 LA NOSTRA PASSIONE può turbare con querimonie inutili un’opera così com¬ plessa e diffìcile? Le critiche a chi giovano? Non è forse l’oTa di tendere tutte le forze verso un unico punto? Questo ha capito il Congresso. Tutti noi doman¬ diamo una sola cosa: ricevere ordini. Vogliamo entrare nei ranghi perché il bivacco e il riposo non sono di que¬ st’epoca e non sono del nostro temperamento fascista. Quando le grandi cose premono, sono inutili e fasti¬ diose le disquisizioni dei Soli. 17 LE BASSURE DELLA‘ VOCE REPUBBLICANA Cfr. la nota preliminare a pag. 7. Questo articola ha un li alare, di rievocazione, che suscita in chi legge una profonda commozione. Come è noto, una frazione del partita repubblicana — che non aveva mai avuta alcuna vera influenza sulla vita poli¬ tica italiana — si era unita al aoro dei partiti di opposi - zinne. L’esponente di guesta tendenza, a cui, purtroppo , ade¬ rivano anche alcune frazioni combattentistiche , era La Voce Repubblicana ; e questo giornale non si asteneva dnll’arma ignominiosa della calunnia. Aveva preso la spunta da un’occasione particolarmente intima e commovente: il Duce e Arnaldo Mussolini avevano donato al Comune di Pre- dappia una piccola somma, perché fosse istituita una scuola rurale intitolata al nome della madre 3 Rosa Mussolini Mal- toni, e La Vece Repubblicana ne aveva approfittato per fare alcune insinuazioni calunniose. Questa risposta di Arnaldo Mussolini — pubblicata sui Popolo d’Italia il 14 agosto 1923-1 — rivela 3 ad un tempo § l’altissima dignità dello Scrittore e dell’Uomo politico, la sensibilità del Figlio devoto alla memoria della Madre 3 l’amore profondo che Egli portava al Fratello — e quella ferma ed onesta coscienza di fronte a cui la calunnia rimane un’orma spezzala. In queste pagine appari i/o, fin d’allora, la visione chiara\ M lineare , di una linea di condotta, che Egli doveva seguire sino fluoro della sua morte. • 11 giornale sedicente repubblicano — rinnegaiore del verbo di Mazzini, bolscevico onorario — trova a ridire qualche cosa sn di una offerta che il sottoscritta ha fatto 19 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE al Comune di Predappio, a nome di suo Fratello Presi¬ dente, e crea un parallelo alquanto falso fra i Presidenti di Repubblica americana e il Primo Ministro d'Italia. Non vogliamo confutare e valutare il patrimonio al¬ trui; ci limitiamo a smentire, per quel che ci riguarda, la bassa voce del giornale clandestino, anche perché i suoi colleghi in diffamazione hanno riportato compiacen¬ temente la sua perfida prosa. Le cose stanno precisamente così. E siamo chiari ed esaurienti una volta per sempre. 1 nostri concittadini di Predappio, dopo la Marcia su Roma, con atto spontaneo, fervido, unanime, pensarono di fare dono al Presidente della umile casa ove nacque: un valore approssimativo di lire 20.000, ma un gesto di valore inestimabile. La cerimonia del dono, semplice, commovente, pre¬ sente la Romagna tutta, avvenne nell’aprile scorso a Predappio e i giornali ne parlarono ampiamente e diffu¬ samente. Mio Fratello, naturalmente, volle pensare in qualche guisa a sdebitarsi presso i suoi concittadini e pensò di donare una scuola rurale al Comune, intitolandola al nome venerato di nostra Madre, Rosa Mussolini Maltoni. Senonché, la spesa ci risultò eccessiva per le nostre finanze. Ci limitammo allora a far dono di L. 100.000 in cartelle del consolidato 5%, per il Patronato scolastica da intitolale a Rosa Mussolini Maltoni: un'istituzione pe¬ renne di bontà che ricordi la Madre, l'insegnante, la « donna all'antica », che esaurì la sua vita nell’insegna¬ mento popolare e per il bene della Sua Famiglia. 20 LE BASSURE DELLA « VOCE REPUBBLICANA» Abbiamo così legato il nome di nostra Madre ad un'opera profonda di bene ed abbiamo contraccambiato il gesto di bontà, di fierezza, di gentilezza dei nostri con- terranei in modo degno di un Presidente. L'operazione finanziaria venne fatta dal sottoscritto, direttore ed amministratore del Giornale, presso un Isti¬ tuto bancario cittadino su c/c, sul quale decorre 1 in¬ teresse dell’8 % per una somma di lire 86.600,— (corso del Consolidato in Borsa), e speriamo di pagare ma¬ gari a rate con i proventi della nostra azienda editoriale che, costruita faticosamente giorno per giorno, si avvia ad oscurare molte aziende del genere. Su questo gesto umano di bontà la Voce e simili gaz¬ zette ignobili trovano qualche cosa da ridire, da mormo¬ rare, da diffamare. Non c’è sul giornale repubblicano il verbo di Mazzini, né la nobiltà dei suoi discepoli, né la tradizione cavalleresca del suo partito, né la trascuranza delle cose mediocri, false, volgari. I novelli epigoni che hanno umiliato un partito, cercano nella fogna il loro materiale. Non bisogna dimenticare che all’epoca della Confe¬ renza di Londra, lo stesso giornale spudorato ebbe a scri¬ vere che il Presidente si era preso tutto il primo piano del primo albergo di Londra spendendo cifre fantastiche. Ora, anche i sassi delle strade sapevano che il Presidente era ospite del Governo inglese e non aveva da scegliere alberghi né doveva sostenere spese simili. Quello che non hanno saputo invece è che il Presidente ebbe bisogno del¬ l’aiuto della sua azienda per fronteggiare le sue spese I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE personali a Londra, e, come tutti sanno, le spese clie ri¬ guardano Lui e la Sua Famiglia non pesano per un cen¬ tesimo sul bilancio dello Stato. I professionisti della diffamazione del Presidente prenderanno atto di queste dichiarazioni e si convince¬ ranno che non è in questo senso che si può combattere l’On. Mussolini. E se andranno a fondo nell’esame obiet¬ tivo delle cose e dei fatti, si persuaderanno di quest’ultima verità: che il disinteresse, la rettitudine, la superiorità, la noncuranza del danaro, lo spirito altruistico del nostro Presidente, lo rendono indubbiamente superiore a qual¬ siasi presidente di Repubblica vicina o lontana, morta o da morire. 22 IA FRONDA II 6 aprile J 924-11, le elezioni generali avevano procurato una schiacciante vittoria al Regime. (Cfr . Scritti e Diseoiai di Benito Mussolini, voi. IV, pp. 85-87). Ma dalla vittoria erano sorte due opposte conseguenze: da una parte, il Fascismo vincitore promuoveva, nei lavora e nella con¬ cardia t un’attività serenatrice aita a placare gli spiriti; dall'altra, gli avversari, delusi nelle loro meschine speranze elettoralìstiche , si inasprivano sempre più o cercavano lutti i pretesti per una critica mendace e tendenziosa. Arnoldo Mussolini , dal Popolo d'Italia, lanciava sereni ed elevati appelli alla concordia; i fogli degli altri parlili cercavano invece di turbare Vopinione pubblica — già premeditando d’impossessarsi di qualunque occasione per inscenare una speculazione politica. E nel giugno seguente, con questo animo di cui già si rivelavano i sintomi nei mesi preceden.fi, s‘impossessaronn ai loro fini dell’affare Matteotti (cfr. op. cit., voi. IV, pp. 181-199). Con questo articolo, pubblicato il 13 maggio 1924-11pro- fondamenlc significativo, Arnoldo Mussolini si poneva al di sopra delle polemiche — «, anche fra le diverse tendenze che si manifestavano nel Fascismo, richiamava i camerati a quel chiaro ed equilibrato realismo che era proprio del suo temperamento politico. È degno di particolare nota l’accenna presago a Roma « che sarà cesarea domani », (cfr. pag. 25). Il Popolo d Italia, in -vari articoli scritti Tindomani delle elezioni del 6 aprile, ebbe a fissare alcuni punti di orien¬ tamento su la futura opera del Fascismo come Partito e come Governo. La clamorosa vittoria elettorale dava al 23 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE partilo dominante il consenso oltre la forza. Quel con¬ senso che gli eterni oppositori avevano sempre messo in dubbio o addirittura negato prima del 6 aprile, e che dopo le elezioni hanno tentato di svalutare. I richiami del Popolo d'Italia sui nuovi doveri del Fascismo, su l’opera del secondo tempo, su la violenza come mezzo non come fine, su l’ordine, il lavoro e la con¬ cordia, trovarono presso i dirigenti del Fascismo una grande eco di simpatia. L'opposizione vi ricamò una serie di interrogativi dubbiosi, non credette alla realtà fascista, e così la nuova impostazione politica si esaurì, nell’attesa che il Parla¬ mento iniziasse la sua opera legislativa e il Fascismo risolvesse il suo compito di grande Partito. Certo si è che le masse, la provincia, il Direttorio, intuirono, anche senza dirlo, che il nuovo assestamento era inevitabile. Quell'ordine. quella tranquillità operosa che noi avevamo invocati, trovarono il terreno adatto presso il popolo che non fa la politica dei risentimenti o quella deleteria delle iendenze! Lavoro e tranquillità dopo il 6 aprile! Varie situazioni delicate e passionali, anche di carattere inter¬ nazionale, hanno dato a tutti noi la misura esatta della saggezza e dell’equilibrio del popola italiano. L’auspicata normalità dell’ordine e del comando nelle mani di un Governo, del « nostro ■» Governo, si va at¬ tuando, mentre il Capo e Duce del Fascismo prepara nuovi elementi di studio, nuovo lavoro per tutti coloro che intendono operare per la rinascita e la grandezza della Nazione. 24 LA FRONDA Tutto ad un tratto, mentre il Presidente vive la sua settimana in Sicilia — nella dolce isola nella quale vera¬ mente si spregia quello che è mediocre e volgare — in Roma, nella grande Roma, che sarà cesarea domani, ma che oggi ancora resta la città dell’intrigo del corridoio, deH’opportunismo e del complotto, si leva un vento di fronda che tenta squassare la quercia possente del Fa¬ scismo. A questo attacco assistono evidentemente com¬ piaciuti gli eterni nemici, i negatori assoluti non solo delle virtù del Fascismo, ma di qualsiasi altra virtù della nostra stirpe. Vi sono uomini che, giunti alla Capitale e saliti al grado di legislatori, si accorgono che « ancor tutto è da rifare », e con la smania di rinnovare si gettano con vo¬ luttà sul nostro patrimonio di ieri ed irridono all’anima guerriera del Fascismo. Quei piccoli provinciali, che pure hanno portato sugli scudi e alla gloria i nuovi « esegeti » della nostra dottrina, divengono d’un tratto materia da modellare in altra guisa. Gli on. Massimo Rocca e Bottai, ai quali non si può negare perspicacia nello studio di grandi problemi, si sono dati a demolire, a precipitare ciò che andava sem¬ plicemente attenuato. « Tutto è da rifare », ma ahimè, non si rifa il mondo con dei semplici articoli di critica. Una grande azione non si perde nel dettaglio, i patriarchi non si mettono a fare la boxe coi capi di provincia, e non è l'applauso di alcuni svertebrati liberali o la com¬ piacenza dei socialisti italiani che può lusingare dei rin- 25 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE novatori. Troppo chiasso si fa per alcuni provvedimenti di ordinaria amministrazione, e nel chiasso si diventa in¬ generosi. Se non vi fossero sfati gli squadristi, se non vi fosse stata la violenza, l’anima guerriera ed invitta del Fa¬ scismo, l’ordine, la disciplina, la ripresa di tutta la Na¬ zione italiana sarebbero lontano o lettera morta, e nem¬ meno i facili critici di oggi potrebbero parlare da Roma, sprofondati su le buone piazze, col gesto cd il tono iera¬ tico degli esarchi.... D’altra parte una parola severa bisogna pur dire a chi voglia irrigidirsi su le posizioni squadraste del 1919. A questi innamorati gelosi fa velo l'anima romantica. Mentre nei revisionisti è palese la stanchezza di essere fascisti, all'elemento squadrista sembra inconcepibile una Italia senza il *48 e relative congiure, e senza dubbi su la forza e l'abilità del Governo per dominare le fa¬ zioni. È uno stato d'animo che non si può smobilitare d’un tratto e scomparirà quando il Governo fascista da solo vorrà dominare le opposizioni incerte e malfide. Né bisogna esagerare sulla portata e sulla forza dei « rossi » e neanche ritenere che certe situazioni di pro¬ vincia si reggano in virtù di pochi uomini. Se una dot¬ trina non può sfidare le avversità e teme di cader vit¬ tima della miseria degli uomiui, quella dottrina non ha in sé i germi della vitalità. Se il Fascismo non potesse so¬ stituire 47 segretari provinciali ora onorevoli, vorrebbe dire che saremmo in decadenza. Bisogna aprire le finestre 26 FRONDA sui chiusi ambienti, lasciare che i giovani si affermino, che le energie sempre rifiorenti della razza trovino posto e modo per lavorare. Nel 1919 — e precisamente dopo la battaglia eletto¬ rale che portava alla Camera ben 156 deputati socialisti in una riunione al Conservatorio milanese dove si vol¬ lero commemorare i morti delle Argonne, il Capo del Fa¬ scismo, ora Presidente del Consiglio, ebbe a dire: « Non vi spaventi la vittoria elettorale socialista. Ho l'impres- sione che la digestione di questa vittoria sia difficile. II corpo grosso idropico congestionato del socialismo italiano sarà oggetto dei nostri strali, della nostra violenza, agile di minoranza ». Verissimo! Il socialismo obeso ed intorpidito non seppe orientarsi nella vittoria elettorale. Data l’assenza della classe dirigente, i socialisti potevano dominare, al¬ meno temporaneamente, tutta la vita politica italiana. Cominciarono le polemiche. Destra? Sinistra? Centro? I congressi fecero il resto. Nicola Bombacci scrisse su VAvanti! il Regolamento dei Sovieti e divise l’Italia in zone secondo il sistema russo. L’avvento del bolscevismo per regolamento di Bombacci! Era la fine e la fine nel ridicolo! Quel che avvenne poi è storia di ieri che tutti ricordano! Ora, se l'esperienza giova agli uomini, deve giovare anche ai partiti. Non ripetiamo l’errore dei socialisti, non fissiamo i diritti e i doveri dei buoni italiani! Facciamo 27 I _ IO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE i buoni fascisti. L'analisi e la crìtica a freddo sono la materia degli sfaccendati, di coloro che sognano una ce¬ lebrità. Sfidiamo qualsiasi fascista della prima o seconda maniera a ridire e a criticare le linee fondamentali della politica del Governo fascista. E neanche bisogna affan¬ narsi a cambiare i metodi: caso mai è necessario prima rivedere gli uomini: chi comanda, chi obbedisce, chi sta a Roma e chi sta in provincia, chi fa del giornalismo e chi fa della gazzetta. Lavorando invece con ampiezza di vedute e con genialità di costruttori, si rivede automati¬ camente il metodo. Superando gli avversari nella politica locale e generale, si eliminano le tossine dell’organismo nazionale. Ci sono i comuni, le provincie, le opere pie, le cooperative, i sindacati, oltre gli organismi politici, che possono dare un’infinità di compiti da risolvere, mentre la nuova Camera avrà dal Governo un lavoro legislativo da compiere che farà onore all’istituto parlamentare. Il Fascismo che rinnega e che non crea, non è Fascismo — come non sono certo fascisti alcuni elementi che la tu¬ multuosa vita politica di questi ultimi tempi ha portato indegnamente alla ribalto. Ma certo sì è che difetti, am¬ bizioni, tornaconti, non possono essere elevati a dignità di secessionismi o di nuove scuole politiche. Concludendo, noi non siamo tra coloro che a priori dicono: « obbedire e tacere. Fa tutto il Direttorio, fa tutto il Governo ». Rileviamo solamente l'inopportunità di questa pole¬ mica, assente il Duce, alla vigilia dell’apeTiura della Ca¬ mera, in un periodo di calma e di attesa. Questo furore 28 L A FRONDA incomposto di polemiche, che ha delle premesse co9Ì me¬ schine che risalgono alla nomina di un bibliotecario per dilagare poi nella peggiore demagogia di un'« Italia ven¬ duta agli industriali » è condannabile alla stessa stregua di un prepotente, di un qualsiasi ras di provincia. C’è una colonna infame dove si potranno inchiodare gli indegni. Ma non bisogna prendere questi argomenti e stemperarli per degli articoli di fondo. Non la cronaca, ma la Storia; non Bombacci che re¬ sta schiacciato sotto il regolamento dei Sovieti, ma la polìtica forte, saggia e disinteressata del Capo, che, sem¬ pre a suo posto, come Presidente traduce gli articoli fiam¬ manti di ieri in altrettante opere fortunose di pensiero e di Governo. 29 I TEMPI E LE ADUNATE U periodo di fervida serena costruzione i interrolto J nel giugno del 1924, dall'affare Matteotti (cfr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, voi. IV, pp. 1B1-199). Li 3 almo sfera è torbida: già si profi¬ lano le prime avvisaglie dell'invereconda speculazione che si tenterà contro ri Fascismo, sfruttando un ca¬ davere nel modo più sordido e macabro. Le Camicie Nere di Lombardia si adunano a Milano in una cerimonia tt suggestiva e ammonitrice ». E Arnoldo Mussolini scrive il presente articolo, pubblicato sui Popolo d’Italia il 13 luglio 1924-11, cfce dà la misu¬ ra del suo senso d'equilibrio, del suo tempismo politico e, sopra tutto, della profonda bonlò del suo animo. Se gli avversari fossero stali onesti « in buona fede, essi avrebbero capito tutto il valore dell’esortazione altamente cristiana: ft la nuovo Storia d'Italia deve partire finalmente col respiro ampio della frater¬ nità ». Ma gli avversari cosarono da tempo l'odio e. il livore ; l’appello rimase senza eco e la nefanda campagna si protrasse nei mesi seguenti. r V^/onvengono oggi a Milano, per una cerimonia sugge¬ stiva ed ammonitrice le Camicie Nere di Lombardia. Sarà un adunata imponente. Basta avere visitato le provincie per convincersi che 1 ondata limacciosa delle calunnie e delle diffamazioni avversarie non ha inquinata le scatu¬ rigini pure del Fascismo. Questa verità bisogna dimo- 31 T — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE slrarla e la cerimonia di oggi, come già quella di Fi¬ renze, di Bologna, di Palermo, ecc., rivelerà appunto an¬ cora una volta da quale spirito disciplinato e gagliardo sia animata oggi la gioventù italiana... Nel tumulto della passione, nella imponenza della forza riandiamo oggi, con animo pensoso, alle vecchie adunate di Milano. La prima, e la più suggestiva, resta quella del 23 marzo 1919 nella piccola sala di Piazza San Sepolcro, presenti pochissimi aderenti. Fu in quella adunata che si fissarono le tavole fon¬ damentali della nostra fede. Successivamente si fecero dei ritocchi, ma lo spirito animatore del Fascismo restò intatto attraverso le revisioni: lo spirito di assoluta de¬ vozione all’Italia. Non grandi parate fasciste ha visto Milano, se si eccettua quella del 26 marzo 1922. ma piut¬ tosto grandi concentramenti di forze. Vi sono state adu¬ nate memorabili di elementi dirigenti, nelle quali furono discusse le questioni di Fiume, il dannunzianesimo, la tendenzialità repubblicana, il discorso alla vigilia della Marcia su Roma, ecc. Si può affermare con certezza che tutto il movimento fascista italiano ha gravitato per i primi anni verso Mi¬ lano, Qui c’era il Comitato Centrale, c’era il Duce, c'era il Popolo d'Italia. Questo è bene ricordare oggi che il Fa¬ scismo dilaga imponente, malgrado l’ibrida coalizione che va dal dissidentismo al comuniSmo. Rivive la poesia dei vecchi covi: Paolo da Canno- bio 35, Monte di Pietà 21, San Marco 46. Oggi il Fascismo è in Corso Venezia, nella vasta sede che testimonia la 32 I TEMPI E LE ADUNATE forza qualitativa e quantitativa del Fascio. Numerosi ed agguerriti sono i circoli rionali. Attraverso le varie tappe e le vicende, Milano ha salutato altre volte i fascisti di Lombardia quando, per debolezza di governanti, si do¬ vette stroncare Io sciopera del luglio 1922 e quando, nel¬ l'ottobre dello stesso anno, si vollero presidiare i gangli della rivoluzione in atto. Da quella atmosfera eroica ad oggi molto cammino è stato fatto, molti postulati sì sono raggiunti. Un delitto orribile ba minacciato la nostra com¬ pagine, ma sono bastate la consapevolezza dei capi e la disciplina dei gregari per superare una crisi resa ad arte più ampia dagli oppositori e dagli amici tiepidi e treme¬ bondi del Fascismo. A Bologna, nella storica adunata del giugno scorso, precedeva un alfiere con un cartello a grandi caratteri: « Noi marceremo armati, coi nostri morti in testa... > e sembrava realmente che al passo cadenzato delle Ca¬ micie Nere, fieri del sacrificio, precedessero i morti, i loro spiriti, accompagnati da un immenso palpito di ali ver¬ miglie... La poesia, il ricordo, rammonimento dei Caduti sono i piu grandi e gelosi retaggi ai sopravvenienti. Ma in omaggio ai morii — a tutti i morti — noi vogliamo to¬ gliere la parola « armati » e vogliamo solo « marciare coi nostri morti in testa ». Le armi sì depongano. La nuova 33 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE storia d Italia deve partire finalmente col respiro ampio della fraternità. Più grandi sono gli orizzonti. E quando sono con noi la forza e la fede, il numero ed il consenso, il coraggio e la generosità, abbiamo già gli elementi suf¬ ficienti per dominare la situazione e per superare ogni e qualsiasi partito nella direzione generale della politica italiana. Ai fascisti lombardi ed alle rappresentanze fasciste di ogni regione d’Italia che convengono oggi alla Metro¬ poli, giunga il nostro fraterno saluto. Il Popolo d’Halia non cerca attestati di vecchie e di nuove benemerenze. Vuole essere nel Fascismo un elemento di forza e desidera che i fascisti vecchi e nuovi, vicini e lontani, gradiscano il saluto deferente di questo vessillifero che ha resistito per un decennio a tutte le tempeste e non ha mai deme¬ ritato del Fascismo. La meta è ancora lontana, l'opera vostra non è finita, la solidarietà e la stima reciproca sono necessarie, per¬ ché « vi sono delle aurore che ancora non nacquero ». 34 QUI SI PARRÀ... Fra il giugno del 1924-11 e il 3 gennaio 1925-111 si svolge il periodo ferreo delle contese politiche seguite all'affare Matteotti (cfr. Scritti e. Discorsi di Benito Mussolini, uoZ. IV , pp. 181-445). In questa periodo Arnaldo Mussolini combatte con spìrito pugnace, intransigente , spesso caustico — ma sempre sereno — tutte le battaglie polemiche del Fascismo contro l Aventinoj contro le subdole manovre parlamentari s contro le speculazioni macabre della Stampa d’op- pasizionc — e infine contro le secessioni della destra liberale. Come £ nolo , la meschina manovra che tendeva ad abbattere il Governo fascista fu sventata e sgominala dal discorso pronuncialo dal Duce alla Camera il 3 gennaio 1925-111 (c fi. op. cilvoi. V , pp. 7-15). Ne. derivò il rimpasto ministeriale a cui si allude nel presente articolo , pubblicato sul Popolo d’Italia del 7 gennaio 1925-111. È l’oro della mag¬ giore responsabilità: il Fascismo ha virilo ancora uno volta ed ha tutta la responsabilità del potere.. F Arnaldo Mussolini t con questo scritto, suscita il senso della responsabilità , dell’equilibrio, delVazione feconda non di sterili schermaglie polìtiche, mo di opere attive. I Al rimpasto ministeriale recente e l’assunzione in pieno della responsabilità del Potere da parte del Fascismo, sono stati -variamente commentati dentro e fuori dei con¬ fini della Patria. Ma al di sopra di ciò che possono pen- 35 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE sare i vari partiti e i "vari critici lontani, è necessario fis¬ sare alcuni punti fermi e ricordare come si è giunti ad un termine in cui un partito giovane, che ancora non ha avuto la possibilità di elaborare completamente il suo programma, abbia invece preso per suo conto, e degna¬ mente, la responsabilità di reggere le sorti di un paese difficile da governare, come l’Italia. Non è necessario fare la genesi dei partiti in Italia. Sono molti, e tra le altre cose sono anche molto ottusi. I luoghi comuni tengono il posto delle dottrine. Vi sono in più alcuni elementi concomitanti quali la nostra com¬ posizione unitaria, il Risorgimento, le forze esterne, la guerra, le dottrine degli altri, il provincialismo, e diversi tipi della economia che hanno ritardato la valutazione obiettiva della nostra storia politica e impedito il for¬ marsi di un partito dominante o di una classe dirigente. II Fascismo, che pure aveva, dopo due anni dal suo na¬ scere, delle forze imponenti, era giudicato un fenomeno transitorio o quanto meno un relitto della guerra. Il Fa¬ scismo ha troncato alcuni partiti politici obbligandoli a rivedere i programmi e i loro metodi. Tuttavia, più il Fa¬ scismo completava i suoi quadri, meno gli altri lo com¬ prendevano. Si pensava con leggerezza che sfociando il Fascismo a Montecitorio avrebbe smobilitato il suo spi¬ rito aggressivo e esaurite le sue forze. Il patto di pacifi¬ cazione coi socialisti fu un atto senza stima, che si esaurì dopo alcuni fenomeni di violenza. Da quel giorno sino ad oggi, i professionali del socialismo, i santoni della de¬ mocrazia non hanno aggiunto che delle miserie nei giu- 36 QUI SI P A R R À... dizi contro il Fascismo obbligandolo a temprarsi e ad affrontare da solo la soluzione del problema politico in Italia. Il Fascismo, deriso e diffamato dal socialismo, mal sopportato dalla democrazia e tollerato appena dal li¬ beralismo, ha dovuto foggiarsi il suo spirito critico, com¬ battivo e ricostruttivo. Di battaglia in battaglia, ha po¬ tuto prepararsi e portare a compimento vittorioso la Marcia su Roma. Di quel che fu l'errore generoso di quel tempo è inutile parlare come è inutile parlare di alcuni tradi¬ menti e deviazioni di pochi amici nostri. Ma l’opera di ricostruzione iniziata nel 1922 ha avuto il suo pieno svi¬ luppo negli anni successivi. Oggi, riguardando alla nostra solidità di popolo e di Nazione, bisogna tributare il più largo plauso al Fascismo. Che cosa hanno risposto i professionisti della poli¬ tica in Italia alle varie prove di pacificazione che ha of¬ ferto loro il Fascismo? Lo scherno e niente altro! Se poi i signori dell’opposizione hanno avuto un ausilio formi¬ dabile in un loro caduto, ecco nascere la tragedia sul ca¬ davere. A tutto ha servito, financo alla cassetta, alla vol¬ gare, mediocre cassetta. Un Paese che ha avuto la pas¬ sione del Risorgimento e i suoi Martiri, una guerra con seicentomila morti, un tradimento nel dopoguerra, non può fermare la sua ascensione per un episodio sanguinoso della lotta politica. Ogni qualvolta il Fascismo ha offerto il tradizionale ulivo della pace, gli avversari si sono allontanati sde- i«*. 3 ? [ — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE gnosi ed increduli. Questi cinque anni sono carichi di er¬ rori e di incomprensioni, e, per la storia, non avrebbe importanza il duello Fascismo-antifascismo, se la pe¬ dana non fosse il Paese, col grande cumulo dei suoi in¬ teressi morali e materiali. Ad ogni buon fine, oggi, il potere è in mano al Fasci¬ smo! Attenti a vigilare cbe il Partito sia all’altezza del suo compito! Tutto il mondo ci guarda. La nostra vita di Na¬ zione e in attesa fiduciosa di questo grande esperimento. Controlliamo noi stessi. Abbiamo fede, siamo puri sino all’impossibile, devoti come degli asceti. Il Partito è un organismo militare, e resti ben ebiaro che chi tradisce pe¬ risce. Non possiamo ripetere all’infinito la serie degli espe¬ rimenti. Senta il Fascismo di provincia la tremenda re¬ sponsabilità dei Capi che governano da Roma e sentano questi la febbre, la disciplina, l’attesa che brucia nei no¬ stri spiriti. E giacché la forza è con noi, la legge è con noi, bisogna saper essere generosi, pur togliendo di mezzo ogni equivoco. Le ultime ore ci dicono che i lievi incidenti vanno esaurendosi. Cosa possano deliberare, domani, i signori dell Aventino, non ha grande importanza. Vogliamo an¬ cora credere che dopo la serie di errori, di miserie e di incomprensioni passate, non conti l’avvenire un’altra se¬ rie di viltà, di negazioni. Bisogna vivere al di là del pro¬ prio risentimento. Gli avvenimenii precipitano, meglio 38 QUI SI PARE À... affrontarli con serenila che preparare delle schermaglie nell’aula « sorda e grigia ». Il Fascismo raccolga le sue forze, riveda i suoi qua¬ dri, esalti i suoi errori, premii i suoi migliori, allontani i violenti senza scopo, i ribelli di professione. Qui si parrà la nobilitade del Fascismo! Le quadrate legioni sono grandi in quanto sanno costruire, marciare concordi, e vivere la passione ardente della Patria. Sgominati gli avversari sul terreno della forza, bisogna superarli oggi sul terreno delle opere. 39 RIPRESA Cfr. la nnta preliminare a pag. 35. Questo orticolo — che si collega al prcrederile„ nello stesso intento di indicare le responsabilità e i cómpiti del Fascismo al potere — fu pubblicato sul Popolo d'Italia del 1.9 gennaio 1925-III. F., J—> necessario oggi, dopo che il Fascismo ha ripreso la controffensiva, non avere attimi di sosta e di incertezza. C’è, nel campo avverso, una tattica subdola che va dallo spionaggio per conto di strozzini e di borsaiuoli alla ras¬ segnazione mussulmana, anzi indiana tipo Gandhi e che aspetta, nella resistenza passiva, che il ciclone passi, si dilegui, senza lasciare tracce notevoli né strascichi che possano impedire, domani, la placida digestione dei grossi squali della politica e della finanza. È necessario non dare tregua all’avversario e batterlo sulla stessa questione morale che ha voluto inscenare in¬ degnamente, arrivando a delle turpitudini delle quali nessun periodo politico, più acceso, ricorda l’uguale. E non bisogna dimenticare i falsi, anzi i falsissimi apostoli 41 — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE di una libertà di coscienza o di professione, che oggi si fanno paladini di presunte virtù (mentre ieri hanno tol¬ lerato ogni scempio) per dar mano alla gazzarra indegna, alla calunnia perfida, alla mania dello scandalo di cui , sembrano pervasi la gente dell’Aventino ed i loro satelliti. l Bisogna ristabilire i valori morali, il dovere profondo f SeTTa rettitudine, il senso altissimo di rispetto e di devo¬ zione al buon nome del Paese.yCosì facendo gli squilibri spirituali, gli eccessi, che molti interessati piangono in maniera ipocrita, cesseranno subito d’incanto. Il Fascismo deve impedire che i falliti della politica mettano catte¬ dra di morale. l'apertura della Camera, il Gran Consiglio fasci¬ sta, la prossima riunione plenaria del Direttorio, il lavoro quotidiano della Commissione esecutiva, sono tutti ele¬ menti che comportano la nostra tesi. Ma siccome viviamo in un periodo di eccezionale portata politica, vorremmo moltiplicare ancora le energie dei fascisti e dei loro di¬ rigenti. Quando l’ora della storia batte sul quadrante a guisa di richiamo e di pericolo, il Fascismo trova sempre la sua anima invitta ed invincibile. Quale senso di pena, di umiliazione, di vergogna per tutti noi, quando i tele¬ grammi ci recano notizie delle Borse agitate di Berlino, di Parigi, di Londra, di New York e sul conto nostro cor¬ rono le notizie più dolorose ed infamanti! Se c’è qualcuno come è certo — che tiene il sacco e se vi sono emissari che corrono in tutte le capitali, vi deve pur essere una RIPRESA sanzione di Staio che colpisca, una volta per sempre, co¬ loro i quali credono per livore politico di poter ridurre l’Italia a brandelli. I fascisti devono considerarsi spiritualmente mobi¬ liati. Mobilitati contro gli eterni nemici che da un quin¬ quennio cantano le nostre esequie e contro i falsi amici ed i traditori, che per viltà o peggio hanno inscenato il commercio di basso rango ed il ricatto per le loro fortune politiche, f. sua volta il Governo deve aiutare il Fasci- . smo. Quando si hanno a portata di mano tutti gli ele¬ menti di giudizio, di controllo e di indagine non dovreb¬ bero avvenire certi fenomeni inspìegabili e certe asso¬ luzioni che offendono. Vigilate le frontiere! Vigilate le società segrete. Nell'anno di grazia 1925 , con un popolo temprato da eventi storici come una guerra ed una ri¬ voluzione non vi sono ragioni plausibili per l’esistenza di società segrete, di qualsiasi razza, genere, scopo o compito, ne vi ha ragione che queste società possano o debbano agire aH’infuori, al di sopra ed all’oscuro della legge comune. Vigilate l’immoralità dei moralisti! Con¬ trollate le Banche e le Borse! Un paese il più laborioso del mondo, il più sobrio, il più degno non deve cadere nei tranelli di una plutocrazia senza patria e coscienza. L’of¬ fensiva contro la lira ha un fine politico; raccogliamo noi le forze per vincere la tracotanza nemica anche sul dif¬ fìcile terreno della finanza. L’Italia, il Fascismo, il Governo, il suo Duce, sono oggi discussi su tutte le tribune del mondo. Non tutti i 45 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE giudizi sono favorevoli; ma già tenere viva l'attenzione di tutti coloro che discutono sui giornali e nei consessi delle questioni politiche del giorno, significa che la no¬ stra storia è incominciata con un ritmo che desta inte¬ resse e preoccupazioni ed invidia per coloro che hanno sempre considerato l'Italia come un paese decaduto di stirpe millenaria, sul quale fosse possibile sempre l‘irri¬ sione o lo strangolamento! Giacché le offensive sembrano combinate, è bene non lasciarsi cogliere di sorpresa. Il Fascismo, attraverso alle sue manifestazioni ha lasciato comprendere quanto sia forte la sua vitalità. Le intemperanze hanno dato il se¬ gno dell esasperazione e noi le spieghiamo e concediamo per esse le attenuanti, prima di condannarle. Quando vengono sollevate da certi figuri, le que¬ stioni morali, e vengono le denunzie, e si riscuotono i plausi di mezze coscienze, quando si tenta di mettere al¬ l’incanto, o all asta, se più vi piace, il nome sacro ed au¬ gusto della Patria, viene d'istinto la volontà di mettersi a capo di coloro che nello sdegno della rivolta, passano sopra ed oltre ai vecchi covi dove (sembra destino fa¬ tale) si incontrano sempre riuniti neutralisti, caporetti- sti, rinunciatari, diffamatori, piagnoni e campioni di una Italia esaurita. Chiamiamo ancora a grande voce i fascisti, perché riprendano i loro posti. L ondata limacciosa è passata senza lambire il Fascismo purissimo. Bisogna lavorare oggi per riguadagnare il tempo perduto. 44 RIPRESA Duce, Direttorio, capi e gregari, fascisti della prima e dell’uHima ora devono essere un esercito solo che non attende a piè fermo il nemico, ma che lo incalza, lo so¬ vrasta e lo sgomina, perché l’èra delle secessioni, dei tra¬ dimenti, dei connubi, del commercio politico, abbia fine e non abbia ritorno. L’interesse della Patria, che è supe¬ riore all’interesse di noi tutti, esige quest’ultimo atto della tragedia che dura da un decennio. 45 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO Nel 1925-11I, cade il primo anniversaria dei Fasci dopo il periodo in cui ha imperversato la canèa mat- tenltiana. Questo anniversario — che segue Hi poco la vittoria, non solo parlamentare, ma nazionale, del 3 gennaio — acquila un valore particolarmente si¬ gnificativo. Ma Arnaldo Mussolini, — in questo articolo pub¬ blicato sul Popolo d’Italia per la celebrazione del 23 marzo 1925-III — non vuol rivangare le recenti poZemicJie; generosamente tace sui vinti dell’ultima ora. Afferma però l’esigenza di respirare un’aria più pura, risalendo alle origini del Fascismo. E tutto l'articolo vibra d’un ampio respiro spiri¬ tuale, sorgente dall’evocazione dell'atmosfera politica del 1919, dalle lotte superate, dall’intensa azione squadristica e dall'ardente opera costruttrice e chia¬ rificatrice del Fascismo. Egli però poneva nel tempo stesso in evidenza la necessità di non considerare i ricordi del passato con un inerte spirito commemo¬ rativo — ma come tradizione vivente, forza motrice per le nuove attività e per l'elevazione dello spirito. Con questo intento Egli preannunciava il convegno degli intellettuali fascisti che doveva aver luogo a Bologna nell'aprile del 1925; per questo, affermava, con animo presago, di avere « la certezza » che B valori spirituali della civiltà fascista erano desti¬ nati a varcare le frontiere. M. 1 -lai, come in questo anniversario, sentiamo vivo il desiderio e la necessita di risalire alle pure scaturigini del nostro movimento. C'è stata, nei brevi anni che ci 47 1 — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE separano dal marzo 1919, una lale successione dì eventi politici, una vicenda alterna di evenienze storiche che hanno impedito, nel tumulto, un esame obiettivo degli av¬ venimenti e un adeguarsi armonioso di principi ai me¬ todi contingenti del Fascismo. Nascemmo, come movimento combattivo, in un pe¬ riodo di grandi rinunzie quando la stessa epopea minac¬ ciava di tradursi in una commedia borghese o in una farsa, quando una generazione sembrava fiaccata dopo il prodigio e la resistenza sanguinosa di quaranta mesi di guerra. Nascemmo quando per le vie di Milano, metropoli e capitale morale d’Italia, erano sfilati trentamila cittadini con la Giunta comunale in testa, a reclamare l’amnistia ai disertori, la pace senza vincitori né vinti, e chiedendo a gran voce l’espiazione della Guerra e della Vittoria. Nascemmo quando il corteo della disfatta aveva creduto segnare l'epicedio all’interventismo, alla guerra, alla Vit¬ toria e alla Patria. Nascemmo in un’ora di disperato or¬ goglio, quando ai nemici interni si aggiungevano o si pro¬ filavano già i segni della nostra sconfitta diplomatica, quando per insulto, per ironia, per volgare dispetto, Mi¬ lano ospitava gli affamati russi o viennesi, dimenticando o irridendo altri poveri ed affamati più vicini al nostro cuore, più affini al nostro sangue. Navigare contro corrente, affermare la vitalità in¬ sopprimibile della lazza, la virtù potenziale della Vitto¬ ria, il diritto dei reduci, la necessità di una classe diri¬ gente; credere alla virtù dell'individualismo in un'epoca 48 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO di esaltazione del numero, voler snellire lo Stato quando la nuova concezione democratico-sociale voleva soffocarlo sotto la violenza dei ricatti morali e dei non sensi econo¬ mici; fu questa, certamente, la virtù più grande e divi¬ natrice del Fascismo. Dove erano allora i grandi maestri che non credono oggi alla virtù rinnovatrice del Fasci¬ smo e che pensano alle virtù omeopatiche della politica italiana? I liberali, insufficienti, come sempre, al dominio, non avevano virtù di potenza, suggestione di fede, unità di metodo. Travolti e impauriti, avevano chiesto a volte, alle Guardie regie, a volte alla Chiesa, a volte a Turati, un po’ di pietà e una salvezza la meno umiliante pos¬ sibile. La democrazia, ricattata dalla piazza e invidiosa di poche superstrutture liberali e aristocratiche, oscil¬ lava tra i rinnovamenti che non bastavano a calmare le turbe e una retorica falsa che non ingannava nessuno. T repubblicani, di tradizioni sonanti, che all’ultima guerra avevano dato i migliori dei loro uomini e delle loro ener¬ gie, si accodavano sinistramente ai socialisti, in un li¬ rismo pietoso, fra la patria e l’umanità, fra il Milite Ignoto e Wilson, creando poi il diversivo della caccia alla morale, come se un partito potesse coronarsi di lauri sem¬ pre verdi, a prezzo di transazioni, di sfoghi lividi, di basso commercio, di memoriali. Gente che avrebbe pro¬ cessato Garibaldi per l’incontro di Teano e che avrehbe chiamato in causa Mazzini, perché nella sua natura, li¬ rica e tragica, non dimenticava volentieri il nome infinito di Dio. 49 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE I socialisti italiani sono sempre stati all'avanguardia nella negazione di una Qualsiasi nostra virtù. Rinnegato Pisacane, irriso Mazzini, non restava che il socialismo di Marx o il comuniSmo di Lenin. Finita la guerra non era, per i socialisti e per 1 avvento della rivoluzione so¬ ciale, che una questione di attesa. Tutto fu rimosso per¬ ché le superstrutture dell’intervento e dei vittoriosi, non fossero di ostacolo al dilagare del leninismo. Esempi? Ricordi? non sono necessari; sono già fissati nella memo¬ ria di tutti e costituiscono titoli d'infamia per i partiti ora distrutti e titoli di Alta Corte per 1 dirigenti del- 1 epoca. La vita, dopo un intensa vibrazione di eroismo, si piegava dunque verso il senso, verso la materialità, in una concezione ugualitaria che tutto livella e sommerge. Dove erano gli attuali critici acidi del Fascismo? Quale opera svolsero? Dove scelsero il loro terreno di battaglia? Il Fascismo, e per esso il suo Duce che raccoglie un manipolo di fedeli e riafferma in modo audace e spa¬ valdo la sua credenza nella virtù del sacrifìcio e dell’eroi¬ smo, e si batte nella proporzione dei dieci contro mille, ha in sé il crisma degli antesignani e degli anticipatori di eventij^Credere in un momento di scetticismo; volere in un mdihento di apatia; battersi quando più si è soli e quando la stanchezza e il disinganno premono allo spi¬ rito — ecco il titolo più nobile del Fascismo. Èfel momento più grande di depressione e di sgomento, solo il Fascismo ha sentito l’orgoglio dell'avventura, si è ribellato ai pigmei, ha obbedito al fascino della poesia della rina¬ scenza, ho interpretato la legge insopprimibile della Sto- 50 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO ria! Dov’erano, dunque, i rinnovatori di oggi, i liberali, i combattenti, gli oppositori, i critici, i desiosi spasimanti della libertà, diritto insopprimibile dello spirito? Erano timidi allora e opportunisti come il personaggio manzo¬ niano testé ricordato in una lettera polemica! Che se poi il primo manipolo, divenne centuria e legione, questo fu il miracolo della gioventù generosa cbe risalì alle pure origini del suo compito, alla saggezza politica e alla virtù fascinatrice del Capo. E vennero le grandi adunate, poi la Marcia su Roma, poi il Governo della cosa pubblica. Solo un condottiero degno, che ha il temperamento di un membro della Convenzione e quello di uno stati¬ sta, che è un anticipatore e un illuminato conservatore, che vive e sente la giovinezza ardente e generosa e la esperienza degli uomini che hanno molto vissuto, poteva incanalare nell’alveo della legalità una rivoluzione desti¬ nata a raggiungere tutte le ampiezze. Non solo quello di incanalare o inalveare una rivo¬ luzione, ma un altro miracolo si è compiuto, e consiste nel tener deste, in ogni tempo e in ogni luogo, la nostra opera, le nostre vicende, perché le conseguenze siano uguali alle premesse, perché la Rivoluzione rinnovi dal profondo il costume e la vita politica italiana. \ Molti si attardano oggi, alle critiche, molti giocano la parte degli eterni insoddisfatti. Vi sono i pazienti che si fermano alle venature del marmo, altri che non sanno rinunziare all’atmosfera quarantottesca così cara alla no¬ stra tradizione e al nostro temperamento latino. Non sof¬ fermiamoci ai dettagli. Possiamo permetterci il lusso di 51 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE convenire che molti errori sono stati commessi, che qual¬ che cosa è da rifare, che alcuni elementi Tanno riseduti. Ma di fronte a questo esame, che per parte nostra ci proponiamo di Tendere sempre più severo, sta l’opera grande di questi sei anni; c’è la rivoluzione interiore di tutto un popolo, c’è vivo il desiderio della marcia contro la stasi, della forza contro l’inerzia, del coraggio contro la pusillanimità. jNato dal tumulto, il Fascismo non po¬ teva essere perjelto e svolgere opera perfetta. Grande cosa e grande fortuna fu quella di darsi una disciplina militare, una formazione di combattimento, un’organiz¬ zazione sindacale. Siamo oggi, inoltre, al convegno fascista dell'alta cultura. Siamo soli a sopportare l’onere e la responsabilità del Governo. Questo, ai fini della politica generale, è il successo più grande. Vi sono, certamente, le più grandi responsabilità ma vi sono anche le più grandi possibilità. Questo devono pensare ed affermare gli amici fascisti nel VI anniversario del Littorio. Obbedire al Capo, che è degno come il primo giorno della lontana adunata, alleggerire il suo lavoro, operare in silenzio, aver di mira le grandi questioni d’interesse collettivo e nazionale, sentire l’orgoglio del nostro dive¬ nire, credere alla virtù universale della nostra fede, ecco il comandamento del giorno. Vi sono popoli che si evolvono e di cui si giudicano la civiltà ed il grado di modernità dal numero dei chilo¬ metri di ferrovie, degli apparecchi telefonici e dei Kilo- 52 NEL SESTO ANNIVERSARIO DEL LITTORIO watt-ora. Sono, questi, elementi indubbiamente utili ai fini del -vivere civile; tuttavia un popolo che vuol dire ed affermare qualche cosa nel mondo, non si fermo alla sola tecnica, ma si ingigantisce nello spirito. L'Tfalia che è stata due volte universale, avrebbe una terza risurrezione senza vita se non avesse la certezza che il suo pensiero, la sua forza, la sua fede, valicano le frontiere ed inte¬ ressano tutti gli studiosi della politica moderna. Questo è l’orgoglio più vivo del Fascismo, perché la sistemazione interna fascista è e deve essere opera di ogni giorno e non deve far perdere di mira il compito più grande di domani, che è quello di un popolo in mar¬ cia il quale non vuole rinnegare nulla della sua storia e del suo destino. Fascisti! la disciplina è dei forti, lo fortuna è degli audaci; sappiate interpretare e vivere le grandi ore che passano. 53 4 - v. IL CONGRESSO Tn questo articolo — pubblicato sul Popolo d'Italia il 20 giugno 1925-III — il preannunzio del nuovo Congresso Nazionale del P. N. F. conduceva Ar¬ naldo Mussolini a rievocare il Congresso del J92I, che si chiuse mentre i rossi, con uno sciopero ge¬ nerale di protesta, umiliavano la Capitole e susci¬ tavano gravissimi incidenti. { Cfr. Scrini e Discorsi di Benito Mussolina voi. II, pagg. 199-226). Anche in questa occasione, come nella scritto per il ventitré marzo (cfr. pp. 47-53), Arnaldo Mussolini, dai ri¬ cordi del passato trae forza vitale per Pozione de.l- V avvenire■ le tradizioni fasciste sono tradizioni viventi t forze suscitatrici. Sì contempla il cammino percorso per prenderne norme per il cammino da percorrere. I J.1 Congresso Nazionale del Partilo fascista, che si an¬ nunzia per un complesso di ragioni importantissime e che si terrà nella Capitale nei prossimi giorni, richiama alla memoria l'altra importante adunata, tenuta pure a Roma all’Augusteo nel novembre 1921. Fu in quel convegno che il partito uscì dalla sua fase di movimento per darsi una linea quadrata e meto¬ dica di partito; e fu precisamente in quel tempo che l'elemento squadrista comprese come la storia d'Italia 55 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE non si potesse incidere che a Roma, onde a Roma biso¬ gna tendere per la conquista del potere politico. Il Fascismo fin da allora rese omaggio in forma so¬ lenne al Milite Ignoto, soggiogato dalla poesia perenne del sacrificio e persuaso che dal sacrario dell’Altare della Patria si illuminava di grandezza e di vittoria la storia nuova d’Italia. Ci fu nel Congresso di Roma del 1921, da parte del Presidente, un tentativo di « spersonalizzare » il Fasci¬ smo; ma bastò questo accenno perché più vivo e più forte prorompesse dai fascisti il giuramento della obbe¬ dienza e della fedeltà al loro Capo. Nella convulsione preagonica di un mondo che non voleva crollare ci fu purtroppo il sacrifìcio della vita di vari fascisti. Ma ormai il sacrificio era il dovere di ogni giorno, mentre la stessa gioventù del 1921, rientrando alle sedi, comprese che la situazione politica si doveva risolvere in una presa rivoluzionaria del potere, e che a Roma bisognava ritornare. Inutile riandare la storia di questi quattro anni. Vi sono degli insoddisfatti. Noi, no! Le Camicie Nere hanno compiuto fino alPestremo il loro dovere e quindi il loro compito. La scuola a cui si ispirò la fede fascista non aveva nulla delle clientele e delle congreghe. Alcune de¬ viazioni non costituiscono materia sufficiente per la cri¬ tica negativa. Roma fu presa nell'ottobre 1922 per atto rivoluzio¬ nario; e il primo tempo fu impiegato necessariamente a 56 IL CONGRESSO rimuovere ostacoli e a togliere a gradi i residui delle vec¬ chie mentalità. Alcuni colpi assestati nell impeto rivolu¬ zionario avrebbero reso possibile una reazione o dei ri¬ torni; il Fascismo ha invece agito con metodo, ha fissato dei punti, ha aumentato la sua capacità, ha creato, allar¬ gandole, delle situazioni dalle quali non si decampa, ha costruito nel tempo e può affermare tranquillamente e sicuramente: indietro non si torna. A poco a poco ha tolto l’iniziativa agli avversari pa¬ ralizzandoli e superandoli nei provvedimenti contingenti e gettando le nuove grandi hasi dello Stato fascista. Que¬ sta è la vera rivoluzione in marcia, che si difende per^ virtù di opere e di pensiero, che non rinnega niente del suo passato, che conosce e spiega le impazienze dei gio¬ vani, ma costruisce sulla realtà le linee fondamentali della nostra politica di potenza giovane che vuole ri^ novarsi rinnovando il suo costume politico e risolvendfi i problemi fondamentali della nostra vita civile. L’ordine del Congresso, estremamente sobrio, ci dice del desiderio e della necessità di discutere su temi con¬ creti e non su principi astratti. La relazione del segre- iario generale on. Farinacci costituirà un elemento inte¬ ressantissimo per i dati che egli esporrà sulla piena effi¬ cienza armoniosa del Fascismo. Annegano miseramente i dissidenti e di fronte all’insieme granitico del Fascismo scompaiono i vari casi personali che fanno di un medio¬ ere tormento il tormento universale. Il Fascismo rivive lo spirito delle sue vecchie batta- 5 ? I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE glie e rinnova il giuramento della sua dedizione all’Italia. Né può limitarsi alla enunciazione di principi. Bisogna creare gli istituti presidian dell'ordine nuovo. Le riforme di cui parleranno gli amici doti. Forges e prof. Nasi non sono le riforme di turatiana memoria, beffeggiate dall estremismo socialista, mercanteggiate dal socialismo unitario, e osannate dalla democrazia come la sua creazione più originale di saggia e accorta politica nel cozzo degli estremismi. Le riforme proposte dai no¬ stri amici, che saranno accettate dal Congresso e che stanno già diventando pratica odierna di Governo, disci¬ plinano gli Italiani disciplinando il costume politico. La forza organica di uno Stato, la sua potenza, non nascono che da una situazione in cui le energie collettive obbe¬ discono alle supreme ragioni di Stato, non concepiscono riserve e non si permettono azioni contro la compagine nazionale. Cosi è nella politica interna, per una grande politica estera. Il problema economico-finanziario e il problema delle amministrazioni locali sono elementi della massima importanza. Il popolo italiano che suda, lavora, rispar¬ mia, obbedisce, ha ragione di chiedere a gran voce che il suo sacrificio sia valutato, che le amministrazioni cen¬ trali e periferiche abbiano una sistemazione degna, da dove sia possibile partire per una grande politica gene¬ rale e ricostruttiva. Il problema sindacale è un altro elemento degno della discussione più ampia. Il Partito politico non può ignorare le forze sindacali. Sono elementi preziosi del 58 IL CONGRESSO gran quadro. Nella vita generale la politica risente del peso e dell’influenza delle grandi corporazioni. Con una saggia disciplina organizzativa si è riusciti a dare un ritmo alla nostra produzione. L’esperienza sin¬ dacale ha suggerito dei provvedimenti che garantiscono la continuità e il successo della pratica sindacale fascista: ecco la necessità di codificare l’esperienza e l’originalità dei tempi nuovi, creando la magistratura del lavoro. Questi ed altri problemi il Congresso farà oggetto di attento esame e di risoluzioni radicali. L’Àugusteo rivedrà ancora gli uomini del 1921 e le Camicie Nere placate dalla vittoria conseguita. L’Italia sarà sempre più persuasa della continuità incrollabile del Regime fascista. E come 1 Italia anche l'estero. Non sono in discussione le vicende di un Partito. I dirigenti di una grande politica si ritrovano a discutere e a preparare il piano generale di una lotta che non am¬ mette ritorni e che garantisce, nel rinnovamento degli istituti e degli spiriti, la fortuna avvenire d’Italia. 59 ■ CASALINI Un anno prima, il 12 settembre 1024, un sovversivo aveva assassinalo in tram, a Roma, il deputata fa¬ scista Armando Casalini. ( Cfr . Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, «ol. IV, pp. 347, 348, 377, 409 ; voi V, pp. 100, 390). A un anno di disianza — con gueseo artUnlo apparso sul Popolo d'Italia dei 12 settembre 192S-III — Arnaldo Mussolini rievocava, con nobile commemorazione, il Camerata cadu lo. tricordi amo nel primo anniversario della morie e con senso di vivo rimpianto, il camerata indimenticabile Ar¬ mando Casalini. La sua quadrata figura bonaria, il suo spirito sereno, profondamente saggio, si staglia netta¬ mente nel tempo, nei ricordi e nel cordoglio. Egli fu il predestinato a saziare l’ingorda, malvagia tregenda de¬ gli avversari del Fascismo. La mano che lo colpì, fredda, inesorabile, sotto agli occhi della figlia primogenita ebbe realmente dei « mandanti ». Nei mesi di giugno, luglio, agosto, la stampa antifascista aveva organizzato la ca¬ tena dello scandalo e della diffamazione. Nuovi giornali si erano creati per dare il supposto colpo di grazia al Fascismo che a giudizio degli orecchianti politici, do- 61 I - LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE veva cadere per lasciare il posto alla demagogia fatta saggia ed al livore di classi e di partiti sorpassati. La Rivoluzione fascista pareva dovesse sommergere sotto I onda di un offensiva cartacea. Molti allora tagliarono la corda e si rifugiarono nell Aventino, mentre qualcuno, che oggi fa molto comodo chiamare pazzo ed irrespon¬ sabile, si armò di rivoltella e scrisse l’articolo a modo suo, scegliendo un capo, un responsabile del movimento fascista ed uccidendolo in segno di protesta contro il Regime. Armando C asalini cadendo vittima della sua fede, fece sostare per alcuni giorni le violenze avversarie. Oh! ricordiamo esattamente! Se lo sdegno non fosse stato contenuto, anzi quasi umiliato, la campagna dell’antifa¬ scismo non avrebbe avuto altre riprese. Coloro che hanno vissuto la passione rivoluzionaria e che non erano legati a gravi responsabilità di Governo e di Partito, avevan giustamente compreso che una rivo¬ luzione non si lascia infamare o coprire di ludibrio o di ridicolo. Lo sdegno fascista provocato dall’assassinio del povero nostro Casalini sarebbe giunto alla fase conclu¬ siva. Tutto questo non si volle per un gesto superfluo di generosità; e purtroppo ad un anno di distanza, nel qua¬ dro della lotta politica, 1 assassinio Casalini ha valore di un oscuro episodio di un irresponsabile, senza mandanti presunti o reali. L altro delitto resta intero con tutto il suo bagaglio di relazioni mastodontiche, di interrogatori spettacolosi, di memoriali più o meno attendibili, di re¬ ticenze, di pause, di silenzi, di voci più o meno interes- C A S A L I N I sate, mentre già una coorte di avvocati attendono la re¬ quisitoria del P. G. per gettarvisi sopra, famelici di no¬ vità e di cavilli onde segnare il tempo ultimo della grossa partita Matteotti. Ricordiamo oggi Casalini, il mite mazziniano, per¬ ché egli è caduto vittima della sua fede fascista. La mano del suo assassino fu armata dagli oppositori. Non gli dissero propriamente « va ed uccidi » ma il lento ve¬ leno propinato attraverso ad una campagna di Stampa così diaholica da non ricordarsi l’uguale, ebbe l'identico risultato. Non è ancora dimostrato che nel delitto Mat¬ teotti vi fossero dei mandanti, così pure non è ancora di¬ mostrato che vi fosse realmente il fine di uccidere; ne] caso Casalini il fine di uccidere era evidente e nei riguardi dei mandanti... meglio tacerei Armando Casalini deve vivere eterno nella memoria di ogni fascista. Uomo probo, autodidatta, devoto al pro¬ prio paese, sordo alla voce tentatrice della demagogia, severo con se stesso e i suoi amici, aveva abbracciato la fede fascista con entusiasmo, persuaso che il Fascismo sindacale realizzasse in massima i postulati del suo maz- zinianesimo. Cadde mentre il Fascismo era incatenato ad una fatalità che gli impediva il libero e legittimo movimento di protesta o di rappresaglia. Oggi non più! Dopo il discorso del 3 gennaio e la politica di severa intransigenza, il Fascismo ha riconquistato la sua latitu¬ dine di critica e di vita. Ogni giorno l’attività del Par¬ tito si fa più complessa e si inserisce in tutto l’organismo dello Sfato, segnando l’impronta del Littorio. 63 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLÉMICHE L’on. Casalini dorme placato nella certezza della vittoria fascista. Nel regno dei silenzi e del mistero Egli sente che le falangi dei suoi organizzati, degli amici di fede, hanno ripreso con animo invitto l’opera tenace e difficile per dare una struttura all’Italia nuova. A que¬ st’opera complessa, l’on. Armando Casalini ha dato il contributo più prezioso: quello del sangue. Ricordiamo con animo sgombro di rancori ma pieno di saggi propo¬ siti. Armando Casalini ci insegna la virtù dei forti che è quella di operare in silenzio, la virtù del sacrificio e del disinteresse perché egli ha dato la vita giungendo realmente nudo alla mèta. Gli Italiani che assurgono al di sopra della ruggine del congegno politico, possono specchiarsi nel suo vasto sogno di serenità che abbracciava gli uomini alle pure sorgenti del dovere. L’uomo, il ricordo e la situazione invitano gli Italiani al raccoglimento e alla meditazione. 64 GRAN CONSIGLIO Siamo alia vigilia della celebrazione della Marcia su Roma, e si svolge la sessione del Gran Consiglio. In questo articolo — pubblicata l'undici ottobre 1925-III — Arnaldo Mussolini, commentando i lavori, delinea in modo precisa e magistrale l'essenza, il carattere, i cómpiti del massimo Consesso del Fascismo, C^^uesia ultima sessione del Gran Consiglio Fascista, è caratterizzata, sn tutte le altre, dalla importanza delle deliberazioni prese e dalle ferme decisioni di inserire nello Stato, con provvedimenti di carattere legislativo, il programma rivoluzionario dell’ottobre 1922. Il Gran Consiglio, se non vi fosse, bisognerebbe crearlo. Tn certo senso è il Consesso più autorevole che oggi viga nel mondo politlcoTi: superiore, quasi, al Consiglio dei Mi¬ nistri. Questi fa della saggia amministrazione e coordina, le varie branche dell attività nazionale, il Gran Consi¬ glio getia le basi, segna le tracce generali sulle quali! l'attività governativa deve svolgersi. Nel suo seno vi' sono tutte le correnti e si odono tutte le voci delle grandi organizzazioni politiche ed economiche del Fascismo. Se il tempo odierno deve prendere il nome di « era fasci- 65 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE sia » bisogna che i fini e i mezzi del Fascismo siano sem¬ pre ben chiariti e fìssati. Dottrina di vasta latitudine, che obbedisce più al¬ l’esperienza che al dogma, obbligata a muoversi tra l’osti¬ lità di partiti superati e la curiosità invidiosa di popoli e di scuole politiche d’oltre confine, il Fascismo ha bisogno di segnare, volta per volta, i punti definiti della sua at¬ tività politica. Costruire nel tempo, protesi verso l’avve¬ nire, questo deve essere il dovere assillante del giorno. Il Gran Consiglio ascolta, a questo fine, le voci dell'espe¬ rienza, rivede i quadri e le capacità, confronta i successi, affronta le difficoltà, segna i capisaldi sui quali la Rivo¬ luzione fascista può tessere i migliori sviluppi. Ne] Gran Consiglio della sessione di ottobre, pur dai comunicati scheletrici, si comprende che il lavoro deve essere stato complesso. I problemi discussi erano dì vasta portata. Se non temessimo di abusare di frasi sonanti, vorremmo dire che la sessione odierna del Gran Consi¬ glio ha avuto importanza di carattere storico. Non è il caso di ripetere e illustrare gli ordini del giorno votati. Superfluo aggiungere che noi siamo sin¬ ceramente lieti del plauso che il Gran Consiglio ha vo¬ tato per l’on. Farinacci per la sua opera di Segretario Generale. Agli orecchianti e ai faciloni, noi diciamo di misurare la gravità del compito di dirigere un Partito di quasi un milione di organizzati, in un periodo di accese passioni politiche. Farinacci piace per la dirittura della 66 GRAN CONSIGLIO sua azinne polìtica e perché non cede alle facili lusinghe di amici o nemici. Senza far torto ad alcuno, la nomina di un Segreta¬ rio Generale è la disposizione più saggia dell’organizza- zione interna del Partito, e Farinacci — sfrondato di al¬ cuni eccessi polemici oratori, spiegabilissimi data la ur¬ lante canèa che lo investiva — si è dimostrato un Segre¬ tario Generale saggio ed energico, intransigente ma non settario, severo ma non despota. Il terzo anniversario della Marcia su Roma trova il Fascismo nella sua completa efficienza. Le Camicie Nere, sorte in armi tre anni or sono, oggi sono rientrate nei ranghi di cittadini devoti alla Patria, di niente altro pre¬ occupati che del hene supremo della collettività. Già nell’alveo del Fascismo hanno confluito competenze e in¬ telligenze di primo ordine, mentre il grosso del pubblico ha salutato con plauso il nuovo ordine e la disciplina fascista. Le cerimonie commemorative del 28 ottobre nelle loro vastità sono degne deiravvenimento che si ri¬ corda, come il Fascismo odierno è degno di rivivere la sua inesausta passione rivoluzionaria. Ma il « pezzo forte » della sessione odierna del Gran Consiglio è doto dall’approvazione e quindi dalla pronta realizzazione (stile fascista) dei seguenti provvedimenti: riconoscimento legale dei Sindacati, Magistratura del la¬ voro, e limitazioni quasi assolute degli scioperi e delle serrate. Il considerare lo sciopero politico come reato, si¬ gnifica tagliare, di colpo, la fioritura del sovvertimento periodico. 67 I — LO SPIRITO CIVILE NELLE POLEMICHE Inutile illustrare questi capisaldi approvati dal Gran Consiglio. Già in materia si sono versati fiumi d’inchio¬ stro e gli stessi avversari sembrano scossi dalla logica ferrea, coerente alle premesse, di cui dà prova il Fasci¬ smo. Della stessa isiituzione del Podestà, del Governatore di Roma e dei Segretari generali si attende volentieri la prova. Il Senato in parte elettivo ha soddisfatto gli stessi liberali; il non aver toccato l’Arca Santa — il Parla¬ mento — ha conciliato parecchi avversari. Montecitorio è ancora uno svago: i suoi settori sono chiodi fissi nella mente di chi legge i giornali. Anche rinnovandolo su basi nuove, i difetti sostanziali resterebbero, magari sempli¬ cemente mascherati. Finché il Parlamento resta una pe¬ pinière per dare gli uomini di Governo, nessuno lo vuol trasformare. Nei parlamenti di tutte le epoche e presso ogni popolo, ogni onorevole sente in cuor suo l'abilità Idi uno statista e il genio di un condottiero. E poi questa divisione dei cittadini in categorie non piace agli Italiani. È tedesca. Gli italiani possono — è vero — essere distinti in categorie, ma non sono soddisfatti di questo casellario. Per amore di contraddizione, un ragioniere commenta vo¬ lentieri un Cantico di Dante, mentre un poeta tesse le laudi de] Lyon Noir o del Kukirol. Le categorie non af¬ fratellano: solo le scuole politiche possono orientare. Il Parlamento così com’è, possibilmente chiuso per le va¬ canze pasquali, estive, natalizie ed invernali, ecc., è an¬ cora il minore dei mali. Avremmo finito se non ci premesse di ricordare ì’or- dine del giorno presentato dal Presidente ed approvato tifi GRAN CONSIGLIO all’unanimità e di segnalarlo particolarmente là dove in¬ vita i fascisti a seguire l’opera complessa del Governo « con senso di consapevole responsabilità e con esempi quotidiani di silenziosa e laboriosa disciplina ». Nelle contingenze odierne l'ordine del giorno è altamente signi¬ ficativo. Bisogna, insomma, che, mentre vi sono dei re¬ sponsabili che gettano i pilastri dell’èra fascista, non vi siano degli irresponsabili che inconsciamente i medesimi pilastri svellono. Se il Fascismo tende all’unità spirituale di tutti gli Italiani, bisogna assolutamente che a questo nobile fine siano sacrificate le miserie faziose che affio¬ rano nei tumulti non sempre chiari nelle origini e sempre gravi nelle conseguenze. L’invocazione del Duce, suggellata dal Gran Con¬ siglio, deve trovare consenzienti e disciplinate tutte le Camicie Nere d’Italia in questa primavera delle opere e degli spiriti. 3 “ ». 69 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE (19Q6-IV — 1927-V E. F.) ORIZZONTI L’orizzonte della vita fascista — dal 1926-IV in pai tende sempre piti ad allargarsi. E già nei primi mesi del 1926-IV, Arnaldo Mussolini volge il vìgile sguardo, umano e pensoso, alla vastissima famiglia degli Italiani sparsi in ogni parte del mondo. Questa vi¬ sione dell'Italia fascista nel mando si farà negli arti¬ coli seguenti sempre più ampia, correlativamente alle provvidenze del Regime, che nell anno seguente rior¬ ganizza, ed avoca al Ministero degli Affari Esteri, la Direzione degli Italiani all’Estero affidala alla fine del 1927-V a Piero Parini, già collaboratore di Ar¬ naldo Mussolini nella sua qualità di redattore del Popolo d’Italia. Questa articolo, vibrante di commossa umanità, uenne pu&&2ira(o nel Popolo d’Italia ii 22 gennaio 1926-IV. L notizia è questa: nell'occasione del Natale di Roma, il 21 aprile dell'anno scorso, il nostro Ministro degli Esteri, con senso di attenta e sigile cura per i giovani Italiani che vivono oltre confine, aveva dato agli alunni delle scuole italiane all’estero un tema sul nome e sul fascino di Roma capitale d’Italia. A dieci mesi di distanza la relazione ampia e docu¬ mentata del concorso è tale da riempirci di commozione e di orgoglio. Sono migliaia gli svolgimenti del tema così suggestivo, e tutti insieme, dallo studente liceale allo sco- II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE laro delle elementari, sono in nobile gara per dimostrare con accenti di viva sincerità appassionata l'amore fi¬ dente per la Patria lontana, l’offerta gioiosa di soffrire e morire per il nome di Roma e per la gloria immortale della Patria risorta. Ecco, fra mille, alcuni saggi, così puri nella loro sem¬ plicità e così grandi nella loro sincerità. Una bimba di Porto Said, che sogna il ritorno in Pa¬ tria, scrive di Roma: « Tutti gli Italiani ti amano e ti ricordano, ma noi più di ogni altro, perché siamo lontani ed aspettiamo con ansia il giorno di potere ritornare a te, che ci aspetti sempre con le braccia aperte come una mamma affettuosa che, credendo di avere perduto la sua figliola, la ritrova più grande e più ferma nei suoi sen¬ timenti ». E da Tunisi un’altra voce di bambina più grande invoca Roma così: «Noi ti amiamo e ti adoriamo con amore immenso e duraturo, come il figlio ama la madre lontana e pensa con nostalgia quando la potrà rivedere ». Una piccola compagna vicina, si conforta elevando 10 spirito con queste parole: « La lontananza non scema 11 mio affetto, anzi l’aumenta, lo purifica, aggiungendo un dolore, un desiderio: il dolore d'esserti lontana, il desi¬ derio di esserti vicina ». La tenerezza di queste piccole Italiane si trasforma in fierezza di propositi magnanimi ne! cuore dei fan¬ ciulli, uno dei quali scrive dal Brasile: « Se verrà il giorno che abbisognerai dell'opera nostra, noi fin da ora consa- 74 ORIZZONTI oriamo le nostre braccia alla tua difesa, o Roma, cuore della nostra patria lontana ». E un altro dal Canada: « lo non ho la fortuna, o Roma, di averti veduta, ma il mio pensiero è sempre a te, e quando sarò grande, se necessario, verrò a difenderti e a dare il mio sangue per la tua salvezza ». È pure vera l’afiermazione di molti nostri emigranti, nomadi per il mondo, che per poter avere profondo il sentimento della Patria, per ammirare ed esaltare 1 Ita¬ lia, bisogna viverne lontani, dove i confronti sono inevi¬ tabili. e dove il nome della terra nativa appare lucente, in mezzo alle tenebre, alla miseria e alle invidie degli uomini. Non è senza significato e senza fiera compiacenza che rileviamo l’inciso della relazione ministeriale, là dove dice che la figura del Capo del Governo, del Duce « gi¬ ganteggia nelle anime e nelle menti di questi connazio¬ nali, ai punto che come l’amore intenso per la patria e assai sovente espresso dai bimbi con un entusiastico sa¬ luto a quest’Vomo, il quale appare loro in un’aureola di leggenda, così la sicura fiducia nella grandezza nazionale non è mai disgiunta, nei giovani, dalla consapevole vene¬ razione per il salvatore d'Italia ed il ri costruttore delle sue fortune ». Noi chiediamo, come Italiani e non come uomini di parte, che la relazione sia data alle stampe interamente e non in succinto con un comunicato « Stefani ». Noi dob¬ biamo prendere luce ed ammonimento da questi nostri fratelli, che vivono per il mondo col cuore e la mente ri- 75 II — VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE volli, in purità, alla maestà di Roma. Chiediamo, come Italiani, di poter contribuire — nelle forme e nei modi che 1 autorità crederà opportuno -— a mantenere vive e presenti le relazioni e gli aiuti coi piccoli lontani, fieri della loro origine. Pubblicazioni periodiche, libri, quadri e fotografie dei nostri maggiori uomini unitamente agli aiuti sensibili che si potrebbero inviare ai patroni delle scuole all estero, creerebbero una più ampia atmosfera di simpatia e migliori possibilità di sviluppo delle isti¬ tuzioni scolastiche all estero, cosi vastamente benemerite. Ciò detto e proposto, ritorniamo a confortarci nella lettura del documento italiano ed umano per cui i nostri fratelli d oltre confine, i giovani puri di indole e di ca¬ rattere, balzano vivi nella nostra immaginazione fervida di Italiani inquieti e pensosi del nostro avvenire. Dun¬ que, anche dopo un lungo abbandono, il fuoco sacro delle origini è rimasto acceso, anche sotto la cenere delloblio nazionale e sotto 1 indifferenza se non lo spregio dei paesi ospitanti? È bastato che su la Patria passasse un alone grande di fierezza e di rinascita, perché la febbre dell'orgoglio invadesse gli spiriti lontani dei nostri fra¬ telli! La nostra vita oggi è troppo presa dalle polemiche del giorno e troppo intenta alla sepoltura di un mondo superato, perche possa esaltarci come dovrebbe la testi¬ monianza fraterna degli Italiani d’olire confine. Oggi la fonte del carme civile lia le sue pure scaturigini tra le nostre genti lontane che non dimenticano l’Italia e Roma. È vero che il telegrafo ci conferma la notizia che politicanti falliti e codardi meditano a Parigi, nella ville 76 ORIZZONTI lumière, dove è facile abbeverarsi a Rue de Cadei, un. giornale antifascista e cioè antitaliano. È vero che vi sono dei figli che rinnegano la Madre. Sono deviazioni perverse che confermano gli ultimi sussulti di una casta miserabile che non vuole rassegnarsi a scomparire. Mi¬ gliaia di innocenti benedicono il nome del Duce, nella fucina tenebrosa parigina qualcuno invece medita e pro¬ pone l’iniquo attentato. C è sempre una piovra che lancia i tentacoli ed un seppia che intorpida le acque cristal¬ line! Non prevarranno! Anche se 1 odio antitaliano degli stranieri trova in loro degli amici insperati. Ai pochi per¬ vertiti ecco opporsi la diga che supera e sommerge la loro miseria. Non è l’estero che deve giudicarci, sono i nostri fra¬ telli che devono esprimere il loro pensiero. E la relazione odierna sta a dimostrare quale tesoro inestimabile pos¬ segga ancora lTtalia, quale riserva possa lanciare nel vortice della battaglia per le supremazie! Bisogna bru¬ ciare un vecchio vademecum dell emigrante, la dove in¬ segnava la traduzione per farsi conoscere: « Sono Ita¬ liano, ho fame! ». No! Sono Italiano e sono figlio di Roma! Questo insegnano i nostri fratelli che hanno cono¬ sciute le vie dure e penose d oltre confine e d oltre mare, questo gridano i figli, e figli dei figli, che vivono lontani nel ricordo severo ed incancellabile della Patria rinata. Vi sono dei nomi e dei fascini che vivono oltre gli uomini e le loro vicende. Oli Italiani all estero ce lo inse¬ gnano, ad incitamento e ad ammonimento. 77 LOGICA E REALTÀ Dal Popolo d’Italia del 6 marzo 1026-IV. Abbiamo seguito in questi giorni alcune disquisizioni teoriche sulle origini, sui metodi, sul divenire del Fa¬ scismo. Poiché in questo mese cade il settimo anniver¬ sario della fondazione del primo Fascio di Combatti¬ mento, è una gara continua da parte di amici giornalisti vigili e gelosi del 1919, per potersi procurare autografi, pensieri, scritti che in qualche modo ricordino il Fa¬ scismo alle origini, le sue battaglie, le sue vittorie. Una delle cose che secondo noi è bene distruggere in tempo e quella di credere che questo magnifico movimento rigo¬ glioso, nato da una mente profonda, dopo un severo e meditato studio, possa chiamarsi un derivato qualsiasi del futurismo, del combattentismo o di tutti gli altri ten¬ tativi di rinnovnmento che hanno avuto la loro espres¬ sione tumultuosa nel dopoguerra. No. Il Fascismo è una concezione originale. Il dopoguerra può aver creata un clima storico più favorevole al suo sviluppo, ma per la sua essenza spirituale, per il metodo e per la sua conce¬ zione politica, il Fascismo è tipicamente nuovo e incon¬ fondibile. II VTTA ED EDUCAZIONE NAZIONALE U Fascismo ne] 1919 fece i primi passi in un am¬ biente estremamente mobile, irto di mille difficoltà di carattere ambientale e storico. Il popolo italiano aveva vinto la guerra, ma stava per perdere la pace a Versa- glia. In quel periodo doloroso, il partito socialista ita¬ liano segnò la pagina più obbrobriosa della sua storia. In nome di un internazionalismo fatuo, obbediente al na¬ zionalismo altrui, il socialismo italiano contribuì primo, fra la debolezza degli altri, alla nostra disfatta a Versaglia e alla nostra situazione fallimentare del 1919-20-21. Il Fascismo fu l’espressione esasperata deìl’antipar- iiio, fu un espressione esasperata contro il liberalismo, contro la democrazia, contro, in genere, quel governo che non aveva creato nessun punto stabile alla nostra Na¬ zione e che pur aveva un cinquantennio di unità ed era così ricco di storia e di insegnamenti. Il Fascismo con le sue formazioni di combattimento, con un condottiero magnifico, con un programma limpido, seppe vincere e superare le vecchie posizioni. Il compito del Fascismo ebbe proporzioni formidabili. Esaminando la storia noi crediamo non vi siano mo¬ vimenti che possano contare un successo tanto rapido da imporre in breve termine il programma di un cena¬ colo di aristocratici del pensiero a tutta la Nazione rin¬ novata. I 52 iscritti del 23 marzo 1919 al Fascio diven¬ nero poi un esercito. Le formazioni di combattimento attrassero gli elementi giovani, il movente ideale del Fa¬ scismo trovò i migliori aderenti nelle Università. La Na¬ zione era in marcia. Il successo non poteva essere dubbio. 80 LOGICA e re A l t à D’altra parte il Fascismo era un Partito di masse e come tale non poteva ignorare la massa del popolo ita¬ liano. Il sindacalismo nazionale, che si manifesta oggi attraverso le Corporazioni, fu ima creazione altrettanto originale della concezione politica del Fascismo. Cosi pure la Milizia riassorbì tutto lo squadrismo che in un primo tempo si rese indispensabile per attaccare la roc¬ caforte deH’antinazione. I sette anni che ci separano dalla data della fondazione sono tutti carichi di grandi bat¬ taglie e di grandi vittorie. Dal manipolo di deputati fa¬ scisti del 1921 abbiamo oggi una maggioranza parlamen¬ tare che rappresenta una massa di manovra per il Go¬ verno Nazionale. Nei Ministeri abbiamo elementi nostri. Si sono tolti dalla circolazione la parola e la semente dei fiancheggiatori. In sintesi: il Fascismo presidia tutta la vita politica italiana. Ha esaurito un campito straor¬ dinario e già si affacciano problemi altrettanto vasti come i primi. Dopo 1 unita, la potenza. Il divenire di un popolo ha sempre bisogno di es¬ sere coordinato. Il Fascismo è, nella vita odierna, 1 ele¬ mento coordinatore più completo, più degno, più perfetto. TI Fascismo ha affrontato tutte le battaglie, ha supe¬ rato tutti i dissidentismi, ho provato l'amarezza di al¬ cuni neri tradimenti, ma il movimento resta sempre gio¬ vane, intatto, fiero, orgoglioso del suo compito che rimane eterno, inesausto nella sua fede e nei suoi propositi. Ci sono dei malinconici che parlano di « ritornare alle origini ». Quali origini di grazia? Per ritornare alle origini del 1919, per applicare gli stessi metodi di corn¬ ei II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE battimento, bisognerebbe avere di fronte la stessa for¬ mazione avversaria. Ritornare alle origini significa ripe¬ tere situazioni ambientali che noi dobbiamo considerare superate e per sempre. I fascisti del 1919-20 possono van¬ tare 1 antiveggenza. Non possono, giacché sono intelli¬ genti, pretendere che si ritorni alle formazioni squadri- stiche. È un assurdo, è antistorico. La rivoluzione è ne] suo pieno sviluppo. Ha raggiunto il primo elemento es¬ senziale: la conquista del potere. Ha un Capo così com¬ pleto che non è stato mai discusso da nessun gregario grande e piccolo; ha un compito di un’ampiezza enorme, ha tutta una sua concezione maturata attraverso l’espe¬ rienza, i confronti, la fede, e deve camminare teso in avanti! Se fossimo chiamati a dare un giudizio noi do¬ vremmo ripetere che mai rivoluzione ha raggiunto i suoi scopi come quella fascista. Il dubbio non ci assale. Il di¬ singanno è degli scettici. X II problema centrale della nostra politica è quello /tifila classe dirigente. In un primo tempo disperammo di trovare i quadri necessari nel Fascismo. Per molte ragioni ci accorgiamo che la provincia, la sana provincia, e le scuole, dai maestri alle Università, possono dare in¬ vece degli ottimi elementi per inquadrare tutte le nostre attività dell awenire^La data, sempre suggestiva, della fondazione dei Fasci non deve essere ricordata con la nostalgia degli insoddisfatti, ma con i severi propositi di coloro che vivono protesi al domani « con l’animo che vince ogni battaglia ». SUL MARE Paratlelamenle alla vigile attenzione sogli Italiani all*estero, si svalge, in questi anni, un’intensa azione di propaganda marinara. Il Duce dà l'esempio, convocando il Direttorio Nazionale sopra una Nave da Guerro. (Cfr . Scritti e Discorai di Benho Mus- 30LINJ, voi. V, pag. 315). Arnaldo Mussolini ne prende occasione per iniziare la sua compagna per il mare t riaffermare, con animo presago, l'esigenza di temprare le volontà ad una concezione d'impero. Questo articolo fu pubblicato dal Popolo d'Italia del 4 aprile 1926.IV. U na notizia di carattere ufficioso diffusa dai giornali, ha fatto conoscere a tutti gli Italiani che si interessano di politica e che seguono le vicende vittoriose del Fa¬ scismo, che il Primo Ministro — Benito Mussolini pre¬ senterà il nuovo Direttorio Nazionale ai segretari pro¬ vinciali fascisti il giorno 8 aprile sul Mare Tirreno, a bordo e sulla tolda di una nave ammiraglia: la « Conte di Cavour ». Restano da fissare i particolari delle ore e del¬ l’imbarco ma la notizia è sostanzialmente esatta. Pos¬ siamo aggiungere cbe la singolare presentazione non av¬ viene sul mare e su di una nave ammiraglia per como¬ dità di tempo. È vero che il tempo va utilizzato fino ai 83 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE ritagli, ed il Fascismo dimostra di non voler perderne ad alcun costo, tuttavia nel caso odierno noi crediamo che l'elemento suggestivo e ammonitore sovrasti l’utilizza¬ zione della giornata. Salvo dunque contrordini, i gerar¬ chi maggiori e minori si imbarcheranno a Civitavecchia su la nave ammiraglia e sbarcheranno a Gaeta. Nel tra¬ gitto avverrebbe la presentazione del Direttorio e la mu¬ tua promessa di lavorare concordi al trionfo del Fascismo e alla vittoria sempre più sicura della potenza italiana. Una cerimonia sul mare è sempre bella e suggestiva. Una nave sul mare dà la sensazione plastica della Patria. È un lembo di terra e di storia nostra su la superficie mobile delle acque. È una parte della nostra società na¬ zionale che vive con una gerarchia di valori e di compe¬ tenze, che ubbidisce alle leggi dell’armonia sociale e che sente nella solitudine dai vasti orizzonti la necessità su¬ prema di una bandiera che protegga, di un amore che conforti, di un orgoglio che assista in ogni vicenda. La « Conte di Cavour che porta il Duce verso la nostra co¬ lonia di Affrica ricorda le navi legionarie di Scipione, non la nave crociata latina di Rudel. È uno spettacolo di forza, non una parata; è un segno maestoso di grandezza, non un ordine del giorno in un’aula di sapienza, È tempo che gli uomini lascino le nostre piccole città che ricor¬ dano le vicende provinciali e che affissino gli occhi e temprino le volontà ad una concezione di Impero. Que¬ sta riunione sul mare è un preludio. Noi crediamo di intuire il pensiero del Presidente anche in un aspetto diverso da quello enunciato. Il Duce 84 SUL MARE che segue del Fascismo ogni vicenda anche semplice, è amareggialo per alcune situazioni provinciali dove la mediocrità sovrasta la concezione fondamentalmente no¬ bile e cavalleresca del Fascismo. Vi sono degli uomini inchiodati per tutta la vita ad una situazione locale, sia pure elettorale. Bisanzio ha dei seguaci anche nel se¬ colo XX. Il Fascismo ha guarito molti mali, guarirà an¬ che questo. Non è un male che va drammatizzato, è un male che va eliminato. I quattro deputati del partito dei contadini si divisero in tre tendenze: destra, sinistra e centro. I repubhlicani sono alle prese tra di loro. Il Fa¬ scismo ha pure la sua parte di chiacchieroni inconclu¬ denti. Però le ultime docce fredde del Gran Consiglio hanno servito magnificamente a dare una sensazione più alta del dovere, e una parola definitiva sarà forse pro¬ nunziata a bordo della « Conte di Cavour ». Fortunati quei segretari responsabili che potranno assistere alla cerimonia singolare. Ecco il segno della Pa¬ tria grande, una e immortale. Sfumano nelle nebhie salse del mare i rancori puerili, le ambizioni e le vicende del piccolo mondo. Il respiro bn le maggiori ampiezze, la pro¬ messa ba carattere sacro, il giuramento va mantenuto ad ogni costo. Questo sentiranno Duce e gerarchi, Direttorio Nazio¬ nale e segretari di provincia, nell'impeto irresistibile ani¬ matore del Fascismo, che supera le contingenze odierne per fondersi nella storia grande d Italia. *1 *• ?. LA PERSONALITÀ DEL DUCE II giorno 7 aprile 1926-IVj il Duce era stalo fatto segno aWattentato dì una pazza, la Gibson (cfr. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, Ed. Hoepli, voi. V, pp. 303-314), e aveva dimostrato la sua con- sueta forza serena, imbarcandosi il giorno seguente per il viaggio a Tripoli, già prestabilito. Il Fratello, che atJétid provato una profonda emozione per il pericolo corso dal Duce y scrisse il seguente articolo, pubbli¬ cato sul Popolo il 9 aprile 1926-IV. 1 1 eri, dopo l’attentato, il Duce rivelò ancoro una volta la sua ferrea personalità di assoluta eccezione umana e storica. Mentre tutti erano emozionati, Egli conservava la perfetta signorìa di se stesso e degli avvenimenti. Mentre tutti riguardavano il fatto umano e personale. Egli conti¬ nuava a riguardare e a padroneggiare la situazione. Un'ora dopo l’attentato, dopo la prima sommaria medi¬ cazione, egli riceveva le alte gerarchie dello Stato. Nel pomeriggio pronunziava un formidabile discorso poli¬ tico a Palazzo Yidoni e un secondo discorso dinanzi alla innumerabile moltitudine che affollava Piazza Colonna, il Corso Umberto e il Largo Chigi. Egli ha rivelato ancora lina volta una tempra di Sta¬ tista e di Condottiero, di Uomo che non appartiene né a se stesso né agli amici, ma ad un Popolo intero, che non 87 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE vive le ore contingenti, ma ha l’anima proiettata verso l’avvenire e verso la storia. Stamane Egli si è levato per tempo, come di consueto, come se nulla di eccezionale e di emozionante fosse acca¬ duto. Si è recato all'aeroscalo di Ciampino, per dare il saluto augurale al dirigibile che dal bel sole mediterraneo volerà verso l’Europa settentrionale e verso i silenzi ar¬ tici. Poi, senza soste, si è recato in una rapida corsa d’au¬ tomobile a Fiumicino, ha passato in rivista le squadre fa¬ sciste di Roma e lo schieramento dei sindacati che gli rendevano onore presso l’imbarcadero sulla foce del Te¬ vere, è salito su un motoscafo, si è imbarcato sulla dread - noughi « Cavour », ha passato in rivista i marinai e i Se¬ gretari politici provinciali del Fascismo, ha tenuto un alto, vibrante discorso patriottico, ha conversato con Io Stato Maggiore della Marina, ha letto i dispacci radiotelegrafici, ha esaminato il corriere di Stato, ha dato ordini e dispo¬ sizioni. Mussolini è l’Artefice insonne; è il Condottiero vi¬ gile, e il simbolo dell Italia nuova, che non può sostare, che deve operare, vigilare, moltiplicare le proprie ener¬ gie, per una necessita di vita e di espansione. Non si esce dalla realta, non si tocca alcuna linea di esagerazione, affermando che il Primo Ministro d’Italia è oggi una personalità politica di primo piano in Europa e nel mondo. Nessuno sovrasta o raggiunge la sua sta¬ tura. Egli è una eccezione della umanità e della storia, e una di quelle figure possenti che si rivelano e si affer¬ mano raramente al di sopra delle moltitudini. Le facoltà LA PERSONALITÀ DEL DUCE più profonde e più sottili, le doti migliori e più difficili della comprensione, della sintesi, della previsione, del¬ l'equilibrio, della saggezza, dell’eroismo, si sono sommate in Lui, come in pochi esseri privilegiati della stirpe e della umanità. In un periodo di decadenza democratica e parlamen- taristica, Egli ha saputo risollevare l'Italia, inquadrare il popolo, dare una disciplina, una volontà, una spinta for¬ midabile a un'intera generazione. Il Times ha giustamente rilevato che quest’Uomo in¬ fluisce anche sulla storia degli altri popoli. Ed infatti la volontà di Mussolini può avere ripercussioni mediterra¬ nee e continentali, poiché egli non rappresenta se stesso, ma un Popolo, e non è soltanto un Primo Ministro ma un Condottiero. Le democrazie, la massoneria, gli imperialismi con¬ tendenti e gelosi, avversano Mussolini perché vedono in Lui la forza maggiore d’Italia. Il Popolo nostro lo segue, lo ama. Io adora, perché vede in Lui il Condottiero dei nuovi destini. Il Duce, per la nuova generazione italiana, è sacro e intangibile. Egli è di tutti gl’italiani. Chi tocca Lui tocca l’Italia. È necessario che all’estero questa realtà italiana sia compresa. Il delitto è germinato nell’atmosfera avvelenata del¬ l'antifascismo dei fuorusciti e della massoneria. È neces¬ sario che le complicità e le tolleranze cessino. Il Duce non si tocca. 89 SINTESI Quatto orticolo e il seguente sono ispirati dal viaggio del Duce a Tripoli. ( Cfi . Sciitti e Discorsi di Benito Mussolini, voi. V, pp. 3J7-324). Arnaldo Mussolini ne prende occasione per porre in rilievo il valore della nostra politica coloniale, con uno visione che oggi — dopa la conquista imperiale — acquista un valore profetico. Il presente, articolo fu pubblicalo sul Popolo d’ItaJia delVundici aprile 1926-IV. Il Duce sbarca oggi a Tripoli. Già i corrispondenti di giornali hanno dato i segni manifesti della grande at¬ tesa. Tripoli si prepara a ricevere degnamente il Primo Ministro d’Italia e Duce del Fascismo! Tripoli, che conta già settantamila abitanti, non ha solo le caratteristiche della città coloniale, bensì i carat¬ teri della città mediterranea. Non è un nodo di carova¬ niere: è una città litoranea con le Banche, il lungo-mare, i grandi alberghi, le guarnigioni. Attorno alla citta — superba corona — vi sono le oasi, vi è un « interland » che non è precisamente lo sca¬ tolone di sabbia di nittiana memoria. Acque sorgive ed irrigue alimentano l’oasi, fecondano i campi. Vi sono dei tecnici che esprimono i giudizi più lusinghieri su l’av- 91 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE venire agricolo della nostra colonia. Si procede con cri¬ teri pratici, e si arriva sicuramente alla mèta. L'elemento locale attende con ansia il Duce. Questo Uomo colpito — sia pure lievemente — da una pallottola di rivoltella, che non sposta di un minuto il suo orario né di un millimetro il suo itinerario, accende giustamente la fantasia degli Arabi. II Duce arriva a Tripoli come una alta espressione, una sintesi di potenza. Gli indigeni sanno che Egli ha avuto familiarità con i leoni e che ha tutti i numeri per dominare gli uomini. La forza è lo stile, come lo stile è la forza e la grazia. Per i governatori o residenti generali di grandi Po¬ tenze estere i quali vivono in colonia, i momenti non sono dei più leggiadri. Solo l’Italia vive pacifica con il mondo arabo e con quello musulmano, già così pieno di suscettibilità e di ombre. L’arte dei colonizzatori sembra riprendere. Il viaggio del Primo Ministro in Libia risveglia il senso della nostra forza, i ricordi suggestivi della nostra guerra. La corazzata « Cavour » compie un viaggio simbo¬ lico di volontà e di poesia, di promesse e di ricordi, di passato e di avvenire. Mentre il Duce tocca la terra d’Affrica, i Segretari provinciali sono già rientrati « in sede », speriamo non con lo spirito dei burocrati. Una boccata di aria sul mare, a bordo di una corazzata, all indomani di un attentato al Duce, con i nervi tonificati dalla sua eloquenza, do¬ vrebbe sprovincializzare alcune situazioni politiche lo- SINTESI cali che risentono del piccolo orgoglio soggettivo o pae¬ sano. Il Duce in questi giorni ha rianimato i trepidanti, ha incoraggiato i dubbiosi, ha sorriso ai lacrimogeni. Dopo un attimo aveva dimenticato il criminoso incidente ed era ancora Lui, con il sno sangue freddo, a infondere inie¬ zioni di audacia, di coraggio a tutte le anime smarrite. Il suo discorso di Palazzo Yidoni, così piano e suggestivo, deve diventare il vademecum di tutti coloro che hanno responsabilità di insegnamento e di comando. Le parole su la tolda della « Conte di Cavour » sono lapidarie. L’eloquenza è da tempo strangolata, ed è sostituita dalla concisione e dalla rapidità. Ma se 1 esposizione è rapida altrettanto rapida deve essere l'intuizione. Non vogliamo ripetere i concetti espressi recente¬ mente dal Duce. La disciplina sostanziale e non sempli¬ cemente formale è un nostro « credo » di antica data. I Segretari provinciali devono fìggersi ben chiaro nella mente questa felice espressione. Così pure un altro con¬ cetto non meno vero e non meno grande è questo: che il Capo è uno solo, ed è ben degno ed è itìsostituibile. Noi abbiamo già superato il ciottolato di confine della situa¬ zione personale per fonderci nella concezione generale del Duce uno. solo e magnifico. Siamo vigili su tutto ciò che avviene, non per fortune ed onori che non ci spet¬ tano — mentre invece ci grava qualche decennio di tre¬ pidazione — ma perché il nome è legato ad un opera va¬ sta di rinnovamento profondo, che incide un solco e lega il nome alla Storia. Il Duce è degno del Fascismo come il Fascismo è 93 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE degno del Duce. Questi nelle nostre vicende è sempre fuori discussione. Un suo desiderio è un ordine, è un comando. Bisogna accelerare il passo e seguire la sua andatura di camminante inquieto ed insonne. Egli ha già nella sua mente disegnato il piano per l’azione del do¬ mani. Egli è un antiveggente, ma ha la necessità di un organismo mobilitato per le sue manovre. Ecco il Fasci¬ smo divino di forza e di giovinezza che completa ed inte¬ gra la volontà del Capo e dello statista. IL RITORNO C/r. le note preliminari a Ile pp. 87 e 91. Questo ar¬ ticolo fu pubblicalo sul Popolo d’Italia il 17 aprila 1926-IV. Il Duce ritorna! Questa sera probabilmente Egli rag¬ giungerà la Capitale, dopo la laboriosa settimana tripo litana che non ha dato solo le ali alla fantasia dei gior¬ nalisti, ma anche un respiro più ampio agli Italiani con¬ sapevoli. Da tempo noi discutiamo il problema demo¬ grafico, lo mettiamo al primo piano, ma al di là dei pro¬ positi e delle preoccupanti statistiche, non abbiamo fatto un solo passo avanti. Era necessario dare un colpo mor¬ tale alle inutili chiacchiere e saggiare con un atteggia¬ mento decisivo le nostre possibilità coloniali. Il Duce ha voluto essere un anticipatore ed un pra¬ tico e, con un evidente tour de force, all indomani di un drammaticissimo attentato, ha voluto prendere con¬ tatto con la più importante nostra colonia di oltre¬ mare. Non staremo a fare della retorica; certamente il viaggio nella Tripolitania esorbita dalle cerimonie co¬ muni ai personaggi ufficiali. Non fa meraviglia la spon- 95 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE taneità calorosa delle manifestazioni degli Italiani resi¬ denti in Colonia, ma quella ben più significativa dell’ele¬ mento arabo, musulmano, per natura diffidente, scettico e sornione. Ai fini del nostro dominio e della nostra superiorità incontrastata in Colonia ha giovato più la visita del Duce che cinquant’anni di penetrazione pacifica. Per accen¬ dere la fantasia degli Arabi, bisogna dar loro la sensa¬ zione della forza, della giustizia imparziale, della seve¬ rità indispensabile e del giusto apprezzamento delle forze locali. Questa sottomissione a carattere persuasivo forma il substrato di una collaborazione fra noi e l'ele¬ mento indigeno. Dai discorsi pronunziati dal Duce risultano evidenti la sua viva soddisfazione e quasi una certa sorpresa nel constatare le nostre possibilità africane. L'elogio ai pio¬ nieri, alle milizie libiche ha riempito di legittimo orgo¬ glio quanti hanno avuto fede nei momenti più gravi dello scetticismo generale. Vi sono coloro che hanno preso d’as¬ salto, con lavoro fecondo e con tenacia metodica, le terre che furono di Roma e che noi abbiamo magnificato fino a qualche anno fa solamente con alcune pubblicazioni re¬ toriche. Gli Italiani non immemori avranno accomunato nella gloria di ieri i caduti sulle vie aspre della conquista, della difesa e del lavoro, che alimenta, che pacifica e che affratella. Il Duce, salutando i lontani, non interpretava solo il pensiero dei fascisti ma quello di tutti gli Italiani che IL RITORNO vivono entro i ■vecchi confini o sono sparsi in ogni parte del mondo. Questi ultimi nell’esaltazione della stirpe fatta dal Presidente si saranno riconosciuti con fremiti di or¬ goglio, fra tutti coloro che tengono alti il prestigio Ita¬ liano e il nome di Roma. I] Duce ritorna: Guglielmo Marconi lo incontrerà sul Tirreno. Lo scienziato italiano ha sentito anch egli il fascino suggestivo di queste giornate d’oltremare. Se la nostra nuova coscienza deve trovare una sua strada di¬ lagante è hene che gli Italiani più in vista e piu degni prendano i posti dei condottieri. Il fervore di questi giorni mostra al massimo la no¬ stra sensibilità politica e riconferma la bontà del metodo di saper osare a tempo e con saggezza. Il Fascismo deve dimostrare di essere all’altezza del suo compito. E lo sarà! Ricordiamo il periodo agitato in cui il Duce, nei brevi giorni in cui si trattenne in Sicilia, fu obbligato al ritorno dalle polemiche romane. Questa volta il Duce è rimasto assente, tranquillo: il Fascismo era compreso della sua immensa responsabilità. E ora? Quali sono i compiti che ci attendono? Quale ora sta per suonare nel quadrante della storia? Forse un'ora di raccoglimento per il migliore impiego delle no¬ stre forze nel domani. Certamente siamo un numero stragrande. Siamo troppo pigiati nel nostro mondo che ha un economia gio - vane senza materie prime e senza le grandi risorse che non siano la sobrietà; la laboriosità e la virtù del rispar- 97 Il - VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE ---- mio. Se apriamo una finestra ci vediamo e ci riconosciamo lutti. Invece di restringerci sempre maggiormente con passività o pazienza certosina, è tempo di chiedere un po’ di posto al sole, un premio alla fatica di chi ha tanto dato perché la vita fosse più degna e confortevole agli altri. II Duce ritorna. Questa parentesi tripolina era ne¬ cessaria per inquadrare la nostra opera politica e rico¬ struttiva di domani. V PROPOSITI E BATTAGLIE Dal Popolo d’Italia del 14 ottobre 1926-IV. Il Di¬ scorso di Perugiaj ricordato a pag- 100, fu pronunciato dal Duce il 5 Ottobre 1926-IV. (C/r. Scritti e Discorsi di Benho Mussolini, voi. V, pp. 423-426). L a prima decade di ottobre segna delle date fauste per il Fascismo. 11 periodo estivo, con la sua magra di notizie e con l’accentuarsi di alcune polemiche aveva attenuato il tono della vita politica. Il recente Gran Consiglio, la giornata perugina del Duce, alcuni tratti di politica estera, la premiazione dei vincitori del secondo concorso per la battaglia del grano, hanno servito a far ridare un ritmo più sicuro e più celere a tutta la nostra vita poli¬ tica. Il discorso del Ministro Volpi rasserena infine un inondo in congestione: quello finanziario. Da vario tempo si attendeva una parola di equità e di verità che final¬ mente è giunta. E con la parola serena è anche balenato il fermo proposito del Governo di andare incontro alla borghesia produttiva e consapevole, ma di non tener conto delle costruzioni artificiose che vogliono vivere in margine al \ r olume della carta moneta o ai comodi dazi protettori. Il Governo ha dimostrato chiaramente dei 99 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE fermi propositi. Le congiure, il disfattismo, l’invocazione alle forze di oltre confine, il fronte unico dei falliti nella politica e nell’economia, non spostano di una linea sola il severo programma del Fascismo. Il credito, dopo gli sbalzi paurosi, rinasce. Il Fascismo, che doveva essere stroncato su la questione economica, stronca invece a sua volta le vertebre a quella oscena accozzaglia di nemici che sul corpo esausto della Patria intendeva ricostruire le sue fortune. Anche qui è una questione di volontà: quando non si vuol cadere non si code e quando si vuol fare mac¬ china indietro, si ritorna indietro anche se per caso il pendio o l'abbrivio fosse molto forte. E di questi e di altri miracoli, il Fascismo darà ulteriori saggi persuasivi. Il discorso di Perugia ed il chiaro accenno alla de¬ mocrazia delle moltitudini hanno dato ai nervi ai fieri custodi dei sepolcreti democratici. La verità è una sola: entro il mese di ottobre, quando le Confederazioni sa¬ ranno riconosciute dal nuovo Ministero, noi avremo venti milioni di Italiani guidati e controllati sotto le insegne del Littorio ed inseriti nello Stato. Nessuna parte del mondo può fornire un esempio come questo e nessuna rivoluzione spirituale si è com¬ piuta in un periodo così breve e si è incisa, in modo così profondo, nell anima delle moltitudini. La responsabilità dei fascisti e tremenda. La massa che in un passato rela¬ tivamente prossimo era sempre in rivolta contro lo Stato, oggi si ricrede e cerca nello Stato il legittimo organismo per la sua tutela e trova il modo più efficace per garan- PROPOSITI E BATTAGLIE lire il proprio divenire. Questo è un segno di grandezza. 31 Fascismo è costume di vita. Nessuna forma di attività nazionale si compie all’infuori o al disopra del Fascismo. La verità eterna del principio gerarchico, del rispetto alla legge, della bontà della vita ordinata e laboriosa, sono divenuti patrimonio comune del popolo italiano. Questa bontà di teorie e questo tesoreggiare di energie daranno in un futuro prossimo i chiari segni della grandezza. La nuova costituzione organica del Partito fascista nasce dal saper inquadrare, dominare spiritualmente la massa del popolo italiano sotto la nostra bandiera. Tutti coloro che si attardavano alla zuffa dei capi o anche alle semplici compilazioni delle liste o delle schede elettorali perdevano del tempo prezioso. Dall'alto scendono ora le designazioni, alla base si annotano i risultati. Anche abo¬ lendo totalmente i congressi, non si sposta di una linea il cammino ascendente del Fascismo. Non bisogna restare innamorati delle formule e della retorica. I congressi socialisti e popolari, pure se prece¬ duti da gran cassa e seguiti dai soliti « atti » in grossi, nitidi e costosissimi volumi, non hanno ritardato di un giorno il fatale declinare dei movimenti così detti « so¬ ciali ». Anzi, il congresso popolare di Torino non fece che affrettare la fine del popolarismo. L’attuale sopravvivenza popolare-cristiano-massonica è l’ultimo segno di un pe¬ riodo di degenerazione politica. 11 Fascismo non cadrà nelle insulsaggini di destra e di sinistra. Movimento spregiudicato nella forma, ha in¬ vece un senso religioso per il dovere e per la Patria. La 101 ? = V. II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE Patria non è una pedana che possa servire per la boxe politica, per il fioretto polemico, ma è una entità suprema, concreta: essa si delinea sempre in alto, all’orizzonte più ampio della mentalità fascista. È inutile soffermarsi a cogliere certi episodi di in¬ coerenza o di iperbole. ;blon si immettono per le «vie nuove » — come direbfyie| l’on. Bonomi — milioni di Ita¬ liani senza che nell’alveo Vasto della corrente non sì inca¬ nalino anche dei pigmei o dei defìcientiyL’importante è che si cammini e che si cammini con glrbcchi e la mente fissi in alto. E converrà annotare per il domani tutte le cattive azioni dei falsi profeti, dei vinti senza gloria, degli irre¬ quieti senza pace. Non vi sono, tra noi, annotatori al- l'infunri di quelli delle proprie benemerenze? Essi potreb¬ bero rendere segnalati servigi al Partito ed al Paese. LO STILE NEI RANGHI Dal Popolo d’italin del 5 novembre 1926- V. difficile essere severi coi fascisti minori. Sono questi una moltitudine sterminata e conservano della fede la freschezza primigenia, il disinteresse caratteristico degli umili, la solidità di una razza laboriosa di costruttori. La maggioranza delle Camicie Nere arriva molte volte da lontano nelle città grandi per le grandi cerimonie, ma prima di sfilare al cospetto del Duce o di attendere la sua parola, ha fatto lunghi viaggi a piedi, sui camions, in mezzo a mille difficoltà e disagi. La sua tenacia e ammi¬ revole, la sua devozione è commovente. Bisogna essere indulgenti al suo entusiasmo che travalica. Tuttavia chi ha responsabilità di comando deve pre¬ occuparsi anche dell’aspetto esteriore delle cerimonie. Quando arriva il Duce, la fiumana straripa. Solo la Mi¬ lizia obbedisce alla consegna, tutto il resto supera ogni diga. Le automobili — anche quella del Presidente — sono prese d’assalto. Si sale sul predellino, sui parafan¬ ghi, sul radiatore, si grida, si vuol giungere primi, si vuol 101 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE stringere la mano, gettare un fiore, una supplica, udire una parola, incontrarsi con lo sguardo del Duce. In certi momenti la folla sembra invasa dal pa¬ rossismo. Ora, se tutto ciò è commovente, non è detto però che sia una forma di manifestazioni scevra da pericoli per il Duce. Intanto i fascisti che stanno disciplinati nelle file sono più vicini all'animo del Capo. Benito Musso¬ lini non è uomo che si possa far deviare da un itinera¬ rio, che si possa tirare per un braccio, che si possa sof¬ focare sotto la pressione della curiosità. Elgli non concede mai nulla alla retorica ed ai gusti molte volte discuti¬ bili della folla. Bisogna abituarsi a vederlo e sentirlo da lontano. Quando uno squillo acutissimo di tromba richiama la folla su l’attenti ed al clamore altissimo sussegue la pausa impressionante del silenzio quasi senza respiro, è di cattivissimo gusto il grido isolato « per il Fascismo italiano eia eia eia 2 con relativo « alala ».£fcimili incom¬ postezze ed i richiami al silenzio e le jftbteste turbano la linea del grande quadro fascista. Dopò la disciplina interiore, quella esteriore è necessario coronamento a tutto lo stile sano, agile, quadrato del Fascismi»: Un altra cosa dobbiamo dire agli amici: non bisogna sciupare il Duce nelle troppe cerimonie e nei troppi rice¬ vimenti. Comprendiamo il desiderio di molti fascisti di voler da lui una parola, una lode sia pure per una grande opera compiuta. Nulla sfugge allo sguardo acuto del Duce. Coloro che temono di non essere « tenuti in consi- LO STILE NEI RANGHI delazione » sono in errore. II Duce segue tutte le mani¬ festazioni della vita italiana; apprezza, giudica, distin¬ gue. Per valutare un'opera, un avvenimento, non ha bi¬ sogno di recarsi sul posto. D’altra parte il gioco politico odierno è cosi vasto e serrato che non comporta un se¬ guito di cerimonie e perdite di tempo considerevoli. Il Duce ha il suo stile inconfondibile, sia che s’esprima attraverso una lezione o un discorso, sia che scriva un messaggio, una dedica, o faccia un telegramma o invìi un incitamento. Egli è sempre presente con la sua chia¬ rezza di visione e con la sua volontà indomabile. I fa¬ scisti devono pensarlo — come lo pensano — molto in alto, lontano dalle vicende delle piccole cerimonie e dagli ondeggiamenti della folla che tumultua di passione e di orgoglio. L’anno quinto del Fascismo deve essere un anno di severità. L’architrave del Partito è tutta la sua opera com¬ plessa legislativa, che ha dato una nuova sagoma allo Stato italiano. 11 lavoro in profondità è compiuto, ha già toccato il fondo. La stessa sensazione di angoscia do¬ lorosa susseguita all’attentato dà la misura esatta della vastità e del consenso generale verso il Fascismo ed il suo Capo. Il nostro movimento è tempista. A mano a mano che la situazione lo ha permesso, si sono presi, in ordine di opportunità, i provvedimenti alterni di carattere morale e materiale, senza nulla concedere alla facile popolarità; e il Fascismo è oggi il patrimonio ed il viatico delle mol¬ titudini. TI Partito nella sua organizzazione interna ha 105 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE abolito l'elezionismo, l'ha reso nullo. Un Foglio d'Ordini traccia il quadro dei doveri ed i limiti dell’azione fa¬ scista. Il 23 marzo ed il 28 ottobre sono le sole feste rico¬ nosciute dal Fascismo. L indossare la Camicia Nera è un privilegio che non può essere accordato che da disposizioni superiori. E finalmente le cerimonie fasciste debbono avere un loro stile che non sia quello della parafa ma quello più vero e piu grande di un’attestazione di fede. Infine il Duce non può essere presente che nelle manifestazioni, ose¬ remo dire, di carattere storico. Ed ora, dopo la sosta, più agile e più deciso di prima riprenda il Duce il cammino su l’erta della Storia. Noi seguiamo in silenzio e da lontano. 106 m GIORNALI E GIORNALISTI L'ùlia concezione etica della missione della Stampa fascista trova in alcuni articoli di Arnùldo Mussolini un 3 espressione definitiva e profonda, che sorge dalla vivente esperienza. Questo articola — pubblicata .sul Popolo d’Italia dell'alto febbraio 1927-V — ne dà un esempio fondamentale: ad esso si collegano altri scritti, in questo stesso volume (cfr. pp, 117, 127 , 149 e 153). Ed è degno di nota il fatto che questa visione fascista del nuovo giornalismo appare a breve distanza di tempo negli articoli di Arnoldo Mussolini e nel discorso del Duce ai Direttari di quotidiani. (Cfr. Benito Mussolini, Scritti e Diecoraij voi. VI, pp. 249-255). Il signor Teodoro Roosevelt, quando lasciò la presi¬ denza della Repubblica nord-americana, si piazzò come redattore ordinario di una rivista politica dì New York con lo stipendio di 250 mila dollari annui. Uno studioso che commentava, con certa amara pretensione i fatti del giorno, ebbe a scrivere ebe « Roosevelt, come tutti gli spostati, si era dato al giornalismo ». Quei molti lettori che comprano ogni mattina il gior¬ nale e si fanno, con pochi centesimi, una garbata opi¬ nione sui fatti salienti del giorno, risero della bella trovata e molti la ricordano nelle conversazioni con gior- 107 TI VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE nali’sti per rammentare loro Te origini incerte e la reputa¬ zione dubbia che godono presso Ja così detta gente dab¬ bene. I giornalisti annotano e sorridono. Altri grossi problemi li interessano. Varie nubi già si disegnano all’orizzonte. Il periodo delle contese gior¬ nalistiche è finito. Non vi è stato un solo giornale che non abbia sentito tremare le sue pareti; qualche altro è ca¬ duto ai bordi della strada, qualcuno, dei giovanissimi, ha i segni incipienti della vecchiaia. / Nello zaino di molti giornalisti, invece dell'auspicato bastone da maresciallo, vi era solamente del livore poli¬ tico e dèi basso calcolo editoriale, culminato nel periodo quartarellista. Una giustizia severa ha raso i papaveri. Il collega Interlandi, Minosse romano, da 1700 ade¬ renti giornalisti alla sezione di Roma della disciolta As¬ sociazione Periodica della Stampa ha ridotto gli iscritti al nuovo Sindacato al modesto numero di circa 400. Qual¬ che cosa di simile minacciano di fare gli altri Sindacati regionali. I giornalisti restano pochi, appena una coorte, quando un giorno erano legione e non solamente per virtù degli spostati. Inutile dire che in massima siamo d’accordo col col¬ lega Interlandi e coi suoi amici del Direttorio romano. Il giornalismo non è una professione da dilettanti che si possa compiere di straforo nei ritagli di tempo o per far piacere a gruppi di persone od a istituzioni. U gior¬ nalismo è una cosa complessa. Presuppone ii^chi lo esercita una conoscenza esatta del nostro problema sto¬ rico, della nostra politica passata e di quella avvenire; GIORNALI E GIORNALISTI una conoscenza profonda delle nostre possibilità come popolo dentro e fuori i confini della Patria. Siccome il giornalismo è il veicolo più moderno per giungere alle moltitudini e volgarizzare i principi del vivere civile, bi¬ sogna, ad ogni costo, che chi Io esercita abbia dei valori morali e intellettuali superiori a qualsiasi altro ramo istruttivo ed educativo. L’epurazione che oggi si fa in base agli elementi pro¬ fessionali, continuerà domani in base agli elementi poli¬ tici, ed agli elementi di capacità intellettiva. La severità, in questa materia, non è mai sufficiente e non va disgiunta da un sano e profondo criterio di giustizia. Così che il giornalismo potrà in breve essere all'altezza dei nuovi compiti che il Fascismo assegna alla Storia dTtalia. Ciò chiaramente premesso, bisogna dire un'altra pa¬ rola di severità a coloro che considerano il giornale come un'azienda editoriale qualsiasi che può in ogni momento cambiare, per giuoco di titoli azionari, di proprietà e di direttive. È recente il passaggio repentino di un giornale di Bologna dal Centro Cattolico alla Compagnia di San Paolo. I nuovi dirigenti, mentre parlavano di grandi pro¬ grammi presenti e futuri, ignoravano quella che era la realtà presente: il Fascismo. Una cortese polemica ha ri¬ portata la questione giornalistica bolognese nei suoi veri termini ed ha provocato delle dichiarazioni soddisfacenti. Ci lascia, invece, molto perplessi il trapasso di pro¬ prietà di giornali milanesi. Ma di ciò potremo riparlare. Bisogna dare, ad un certo momento, al giornalismo ita¬ liano, la sensazione che non vi sono altre possibili trincee 109 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE di ripiego. O il giornalismo si considera una forza ed al¬ lora lo si lascia alla latitudine delle sue attività, del suo giudizio, delle sue qualità effettive e relative; ovvero si imbriglia, si riduce ai termini voluti e gli si assegnano dei compiti ben definiti. Il giornalismo italiano ha perso le scorie del politicantismo, vuol servire coi grandi mezzi che ha a sua disposizione la causa del Fascismo, vuol essere considerato una forza degna degli Italiani. Biso¬ gna ancora affermare che vale più un modesto giornale, per la vita moderna, che tutti i volumi di una biblioteca. D'altra parte se la politica, e specialmente la politica di corridoio, ha fatto deviare il giornalismo nella palude del pettegolezzo e del politicantismo, oggi i compiti sono di¬ versi, più vasti, e sono misurati col metro nuovo col quale si misurano la potenza e la grandezza nuova d’Italia. Bisogna dividersi i compiti, i quali, anche se a prima vista non sembra, sono infiniti. TI Partito deve dare delle direttive precise. Non bisogna ostentare freddezza verso il giornalismo. Chiusa una parentesi, questo riprende il suo dovere brillante e luminoso. Se il Fascismo è tempi¬ sta deve comprendere che è giunta l'ora di risolvere il problema dei giornali e dei giornalisti. Non bisogna la¬ sciare questi importanti elementi alla deriva. Esistono le buone intenzioni di alcuni Galleghi per fondare una scuola per i giornalisti con relativa attrez¬ zatura tipografica e redazionale. Questi cari amici ar¬ rivano in ritardo quando il giornalismo sta per servirsi della trasmissione elettrica, delle fotografie, e quando già il giornalismo italiano ha dato i più saldi uomini al Re¬ tto giornali e giornalisti girne fascista. Potremmo cominciare da un gradino più alto di quello che sia la semplice scuola, ma prima di tutto e sopra tutto dobbiamo essere persuasi della neces¬ sità suprema di un sano giornalismo in una Nazione sana e gagliarda. Un tempo si regolava la vita dei popoli con gli emis¬ sari dei poteri centrali, attraverso le investiture e le bolle pontificie con tanto di ceralacca. La vita moderna vuole un veicolo più pronto alla volgarizzazione dei principi gerarchici e delle attitudini al comando. Il giornalismo italiano può compiere questa utile missione. Ut I ITALIA ESULE Cfr. la noia preliminare. all'articolo intitolato « Oriz¬ zonti i», ( pag . 73). Il presente scritto fu pubblicato sul Popolo d'Italia del 17 agosto 1927- V. Fj recente la circolare ai Prefetti diramata dal Primo Ministro e che si riferisce alle nuore norme che devono disciplinare l'importante problema della emigrazione. \i sono nella circolare delle considerazioni certamente nuove allo stile burocratico. Non bisogna dimenticare che, in un tempo non lontano, Governo, classe dirigente e bor¬ ghesia consideravano la emigrazione « un male necessa¬ rio », una « valvola di sicurezza » indispensabile per lo sfogo della nostra popolazione superflua, turbolenta per i disagi, minacciata dalla disoccupazione intermittente. Per alcuni decenni si sono rovesciati su le coste orientali dell’Atlantico dei milioni di Italiani (fìnr fiore del nostro popolo) attrezzati ed agguerriti per il lavoro più aspro e duro. Lontani, senza ausili, senza aiuti, molti di questi Italiani sono andati dispersi, molti altri sono caduti vit¬ time delle febbri o dei tracomi, altri ancora hanno fecon¬ dato la terra su la quale elementi non nostri hanno co¬ lti II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE siruilo fortune economiche e politiche. Vi sona delle classi dirigenti esotiche che devono la loro situazione di privilegio al lavoro oscuro, tenace, profondo, inuguaglia- hile della gente nostra. E nessuna democrazia sociale ha mai avvertito l'assurdo dell’ammissione della lotta fra le classi d uno stesso popolo in confronto dell’agnosticismo che si pretende dai popoli meno fortunati nei riguardi di chi li sfrutta. L ultima ondata emigratoria risale al dopoguerra e fu indirizzata verso la Francia. La vicina Repubblica che ebbe dai Tedeschi quattordici dipartimenti invasi, e dei più fiorenti, la stessa Repubblica che ebbe verso al Sud- Ovest un pauroso spopolamento delle sue campagne, si valse del nostro momentaneo disagio ed incanalò gli ele¬ menti migliori dell'Italia Settentrionale verso le sue re¬ gioni. Abbiamo perduto circa un milione di Italiani at¬ trezzati alla fatica costruttiva ed al lavoro più fecondo. Era tempo ebe in materia emigratoria fosse pronunziata una parola alta ed umana. Questa parola, precisa, con¬ vincente, soffusa di viva solidarietà nazionale, è stata detta dal Primo Ministro. Tutti coloro che vivono in mar¬ gine al fenomeno emigratorio devono riflettere su di essa. Le autorità applicheranno alla lettera le sagge e provvidenziali disposizioni del Presidente. Vogliamo da parte nostra illustrare il passo della circolare in cui si afferma che s deve essere soprattutto desiderio e vanto dei Prefetti, dei Podestà, dei Fasci, delle organizzazioni sindacali, ciascuno nell'ambito della propria competenza e della propria zona, promuovere le ITALIA ESULE iniziative locali, eccitare la produzione, intensificare la loro opera per dare a tutti i cittadini lavoro utile e mezzi sufficienti di vita senza che la necessità li costringa a ricercarli in terra straniera ». Nell'applicazione integrale di questi concetti sta la soluzione del problema italiano per qualche decennio. La borghesia agricola ha visto, nei tempi di tregenda, con una certa compiacenza lo spopolamento delle sue campagne. Quando la produzione bastava per il lati- fondista non era necessario pensare alla comunità in¬ quieta! Bisogna confessarlo: furono più sagge, e certa¬ mente più benemerite, le popolazioni che non vollero emi¬ grare perché la terra doveva bastare per tutti. Questa pressione indistinta fu indubbiamente dovuta a ragioni di egoismo, ma ebbe la fortuna di vincere molte indo¬ lenze. Oggi il fenomeno « volontà » ha la sua parte pre¬ ponderante. Se a tale elemento aggiungiamo la tranquil¬ lità sociale ed il più diffuso senso di solidarietà nazio¬ nale, noi dobbiamo trovare nella nostra terra, così ferace e produttiva, la possibilità di vivere con discreta agia¬ tezza. Giacché oltre Alpe ed oltre mare la vita è assai più amara. E quanti di casa nostra i quali facevano « i diffìcili > in Patria, una volta lontani da essa l'hanno invocata, sospirata e benedetta nei segreti ed ardenti desideri della nostalgia! Chissà che un giorno non si compia il miracolo! Che l’Italia nuova e concorde, con una classe dirigente de¬ gna dei tempi, in una fioritura di opere concrete, dopo aver chiuso la parentesi emigratoria e dissanguatrice, non 115 Il VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE chiami a sé i figli lontani, coloro che furono tormentati dalle necessità, abbandonati dalla fortuna ai margini delle strade infinite dei due mondi! Chissà' Non è detto che le chiavi della fortuna deb¬ bano per forza essere rinchiuse nei forzieri di « Wall Street » o il destino dei popoli essere commisurato dalle varie conferenze ginevrine! Né la sorte degli uomini può adeguarsi all’ultimo figurino di Parigi od al danzatore di tango. Vi sono per tutti i popoli delle ore in cui l’imprevisto gioca la sua parte formidabile. Infanto stiamo a casa nostra! Governo, classe diri¬ gente, Fascismo e Sindacati devono trovare posto degno per tutti. LA STAMPA E LO STILE Dal Popolo d’Italia del 25 agosto 1927- V. Cfr. la nota preliminare all’articolo sul giornalismo fascista a pag. 107 . i fu un tempo, particolarmente agli inizi della pra¬ tica applicazione di tutte le disposizioni legislative ri¬ guardanti la stampa, che molti colleghi giornalisti si chiesero: ed ora cosa faremo? non andremo tutti su lo stesso verso? non scriveremo tutti su lo stesso tono? Ebbe inizio quella lenta opera di assestamento nelle aziende e nelle redazioni dei giornali; molte vecchie mentalità furono abbandonate ai margini, qualche altra rapida¬ mente si inserì, un certo numero di colleghi si sentì, di punto in bianco, animato dallo spirito della prima ora fascista. Si cominciò con alcune scosse, vi furono riprese e cadute, ma è innegabile che da quel periodo ad oggi dei progressi sono stati compiuti. Dopo la santa campa¬ gna per la smobilitazione degli aggettivi il tono della Stampa è migliorato. Alcune sagge limitazioni per la cro¬ naca nera e giudiziaria hanno dato un senso più austero al giornale. Non sono mai venute pressioni e compres- a - ». 117 II — VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE sioni dal Partito o dal Governo. È arrivata solo qualche utile indicazione. La Stampa ha potuto sviluppare i con¬ cetti più difformi, le teorie più disparate, degli attacchi ingegnosi e delle polemiche più o meno opportune. Tut¬ tavia la caccia all uomo è finita. La speculazione e Io scandalo ripugnano alla nuova coscienza dei giornalisti italiani. Vi sono stati dei momenti delicatissimi nella vita nazionale e la Stampa ha saputo tenere un contegno di¬ gnitoso in armonia ai nostri interessi di Nazione e alle funzioni del giornalismo. Ad un Paese che non legge molto e che ha avuto la Scuola e la Chiesa come avulse dalla sua vita quotidiana, resta ancora la Stampa come la cattedra volgarizzatrice dei principi morali e politici, il veicolo più rapido per giungere alla mentalità di tutto il popolo, 1 organismo più adatto per eccitare, plasmare ed educare lo spirito dei cittadini. Gli avvenimenti nazionali ed internazionali, col loro carico di umanità, di sentimenti e di risentimenti, di azioni generose ed ingenerose, hanno trovato uno spec¬ chio ed un commento obiettivo nella Stampa italiana, Noi che leggiamo anche giornali stranieri, non troviamo al di là delle rubriche « giochi, divertimenti e concorsi * al¬ cunché di diverso dei giornali italiani. Sarà più diluita la rubrica « delitti e pene s, ma per il resto niente di speciale, di nuovo e di migliore al di là delle frontiere. Cosa significa questo periodo di stile così vecchio, che si sente scricchiolare alla sola enunciazione, in una Rivista di un uomo di ingegno e di cultura critica? < Venendo al pratico, e hene considerare ad esempio 118 la stampa e lo stile « a quale spirito di reale utilità e di ideale disciplina « risponda il tono terribilmente uniforme della Stampa « fascista, da cui si cerca di bandire, in nome della di- i sciplina, ogni tendenza al ragionamento, alla critica, « a quella concorde discordia da cui solo possono nascere, « non diciamo le idee, ma le convinzioni ». Siamo di parere diametralmente opposto. Noi ab¬ biamo letto nei giornali italiani tutte le opinioni critiche in materia politica. Le cose più disparate ed anche le più assurde: dalla disfida di Barletta alTabbinamento del co¬ muniSmo russo col Fascismo, dalla esaltazione della poli¬ tica industriale fatta dal Popolo di Calabria , alla saggia valutazione dell’economia rurale fatta dal Corriere della Sera. Riviste, rivistine e giornali hanno sezionato in ogni parte il problema italiano. Novatori in pantofole e gior¬ nalisti della prima ora si sono incaricati di denigrare fascisti e Fascismo. Nessuno ba tappato loro la bocca: però se questa famosa « concorde disciplina » non ha potuto affiorare al primo piano, è segno che non aveva gli elementi della vitalità. Si avverte, anche da parte del grande pubblico, il progressivo allontanarsi dello spirito dalle cose mediocri e volgari, dal personalismo pettegolo, dai disintegrativi critici. Qualche segno di stanchezza per Tuniformità, per la lentezza e la normalità può es¬ sere un dono congenito degli anticipatori, ma può anche essere la prima incrinatura della malinconia. Meglio in questo caso un luogo di meditazione che la tribuna della Ripetiamo che il giornalismo italiano ha migliorato 119 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE notevolmente nella tecnica e nello spirito ed ha reso dei grandi servigi al Regime. Anche l'Osservatore Ro¬ mano, al quale non sfugge la differenza fra il testo della * Stefani » e quello di un giornale piemontese per un di¬ scorso dell’on. Turati, si e ridotto a segnalare la sconve¬ nienza di certe puhblicazioni di vita balneare. Condi¬ vidiamo il pensiero deH’Ossernafore non tanto per le fotografie quanto per certa letteratura che accompagna il soggiorno delle <z silfidi » o il riposo degli « atleti » della finanza, dello sport, della scienza, dell’arte o della poli¬ tica. Che la gente si riposi sta bene, ma che il pubblico debba essere seccato da tutte le elucubrazioni dei giorna¬ listi estivi che fanno l’elenco degli illustri « scesi » negli alberghi e che chiamano il mare, il monte, il soggiorno « divino », « incantevole », « ridente », « incomparabile », è cosa assolutamente fuori del tempo nostro. Non vi è niente di più artificioso e grottesco di questa mediocre letteratura giornalistica. È di cattivo gusto. È falsa. Pre¬ senta i divi alle prese con le Muse, mentre si tratta di fornitori che vogliono saldati i conti. Un chiaro bel paese italiano, pieno di sole e di giocondità, ha qui Le cercle des étrangers e una commissione di divertimenti per Les folies du lac. Snaturati! Ma per oggi basta. Il grosso della Stampa è salvo e degno. Continueremo domani. Sempre in difesa del gior¬ nalismo e contro l’asserzione che si voglia fare dellTtalia « una caserma prussiana ». 120 DISCIPLINA Cfr. la noia preliminare a pag. 107. Questo articolo apparve sul Popolo d’Italia del 28 agosto 1927-V. Vi è nella vita singola, e di riflesso nella vita collet¬ tiva, una disciplina intrinseca, fatta di serena valuta¬ zione, di obbedienza, di comprensione e, talvolta, ancbe di rinuncie, mentre vi è un’altra disciplina esteriore, for¬ malistica, che si nutre di parole, di ripieghi, di cavilli causidici e di giustificazioni sfacciate. È chiaro che un popolo forte, che non vive di artifìcio, che conosce le sue possibilità e il suo divenire, deve contare su una mag¬ gioranza di disciplinati coscienti, di temperamenti voli¬ tivi. die conoscano la somma dei loro doveri, che in tempi diffìcili tirino, come si dice con una felice sintesi, la fune per uno stesso verso. È ancora viva nella nostra memoria l'espressione cor¬ rente di politici e di filosofi, che se il popolo italiano avesse la tenacia e la disciplina dei popoli nordici, unite alla genialità intrinseca, si potrebbe fare della nostra Nazione, la prima Nazione del mondo. Siamo contro certe frasi fatte; tuttavia ['espressione su riferita aveva ed ha una certa base di verità. 121 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE La concezione anarcoide del diritto singolo sopra le necessità collettive, era una caratteristica non solo del socialismo, ma dello stesso liberalismo. È avvenuto molto spesso che per comodità polemica, per insufficienza e, soprattutto, per deficienza di civismo, fosse proprio la classe dirigente — ministri e capì partito — a dare per prima l’esempio del più sfrenata individualismo. Se il Fascismo doveva distinguersi dalla vecchia con¬ cezione social-democratico-liberale, era necessario che togliesse, dal quadro nazionale, tutte le incongruenze, le asprezze, gli squilibri, i diritti mal conquistati e peggio tenuti; che facesse, insomma, di questa unità nazionale, una verità sacrosanta, una moltitudine che nasce, si svi¬ luppa ed opera nella legge, che crede ad una realtà non alle astrazioni, che è parte integrante e non preponde¬ rante della vita. Anche oggi in Italia si aiferma che non si può dar mano ad una rivista teatrale, perché non è possibile dir male del Governo e dei ministri. Ora non sappiamo in virtù di quale balordo principio, uno cbe è al Governo debba essere beffeggiato. Ma neH’Iialia delle chiacchiere tutto era possibile. II Fascismo, finalmente, ha dato una disciplina agli nomini e, bisogna dirlo, l’ha data dal cen¬ tro con le sue leggi, le sue saggie disposizioni e le sue gerarchie fascistissime. II Fascismo ha disposto che ognuno risolvesse il suo compito. Non è necessario imbro¬ gliare le carte sotto lo specioso pretesto della critica se¬ rena. In un Paese in cui si disertano le Scuole profes¬ sionali e si affollano in modo sinistro le facoltà di giuri- 122 DISCIPLINA sprudenza, è opportuno studiare rimedi radicali per met¬ tere in condizione di non nuocere i factotum delle cause, delle discussioni e delle polemiche. Quindi, disciplina nella Stampa, nella Scuola e nella vita. Gli uomini val¬ gono in virtù di quel che producono e di quel che gio¬ vano a loro stessi ed alla collettività. Applicando severa¬ mente questo principio, è avvenuto quello che era inevi¬ tabile. Coloro che hanno sempre vissuto e goduto i frutti del mal di tutti, hanno trovato che in Italia la disciplina eccede. Le palestre ginnastiche, che sostituiscono le pale¬ stre accademiche, sono diventate per costoro elementi di scandalo. Questa disciplina, che finisce con l’imporsi alla, vita complessa di tutti i cittadini è per molta gente assai pesante. Siamo d’accordo che molte volte Io spirita della legge e della fede è stato mal interpretato dai banditori. Siamo d’accordo, infine, sulla necessità di correzioni, ma la sostanza, che è disciplina, obbedienza, spirito gerar¬ chico, maestà della legge, va accettata in blocco senza discutere, in attesa che l’esperienza e 1 intelligenza degli uomini migliorino e Tendano più aderente queste norme di vita ai nostri interessi di popolo. Fino a ieri, con il pretesto della libertà di pensiero, abbiamo ucciso la libertà vera. Col dare il diritto di as¬ sociazione, abbiamo fomentato le società segrete, le so¬ cietà senza controllo che ci avevano suggestionato col bagaglio filosofìco-politico dei pionieri delle scuole tede¬ sca, russa, francese. Il pensiero italiano era assente. L’ordine in Italia, che non è l’ordine di Varsavia, ma l’ordine morale, regna e si affina. I nostri amici che par- 123 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE lano di monotonie, di insufficienze locali, di impossibilità ad esercitare il controllo, si riferiscono indubbiamente ad una applicazione pratica del principio, più che alla bontà del principio stesso. Si tratta di elementi secondari, di as¬ sorbimento un po’ lento nel flusso della legalità fascista. Forse in qualche gerarca di seconda fila, non vi è l'abi¬ lità dell’austero imbroglione di antica memoria. Ma que¬ sti sono episodi che non possono negare il principio mas¬ simo della disciplina. Tuttavia, ci uniamo con tutta 1 anima al desiderio che le maggiori gerarchie interven¬ gano la dove si appalesano delle deficienze, siano pronte a colpire in modo inesorabile coloro che si fanno sgabello della fede per soprusi o per interessi illegittimi. Il male, però, non ha la gravità cui accennano diversi nostri amici. Annibaie non è alle porte. Avremo la Ca¬ mera corporativa — e lo stagno elettorale in ebollizione, che inquina eletti ed elettori, si calmerà. Le situazioni lo¬ cali devono automaticamente migliorare. Vi sono dei Pre¬ fetti fascisti sempre più in grande numero e mai come ora i poteri centrali ed il Partito sono informati del come operano capi e gregari. La « caserma prussiana » non può innanzi tutto in¬ tendersi come una concezione spregiativa. Se si annulla la disciplina, sia pure di Prussia, si va diritti a Krilenko, 1 ex generalissimo russo, y popolo italiano saprà sempre piu apprezzare la nece^Aà di una vera disciplina per dare una regola alla vita e una forza concreta allo Stato. Che se poi vi sono dei caporali (anche Napoleone aveva dei marescialli insufficienti) che non comprendono i loro 124 DISCIPLINA doveri, basta l'ordinaria amministrazione a rivedere al¬ cune posizioni dubbie. Il popolo italiano, che è popolo intelligente, fine e di buon gusto, che comprende ed ac¬ cetta la pressione della legge, la pressione fiscale e che fa la guerra con animo stoico; questo popolo che ha mille virtù, non può subire due categorie di gente dubbia: i prepotenti e gli insufficienti. Per questi elementi peggio che negativi, deve provvedere il Partito a toglierli dalla circolazionexL'insuffìcienza di pochi non vulnera il prin¬ cipio della/disciplina; disciplina che non si può allentare finché non sarà norgra costante di vita di tutto il popolo italiano. 125 IL GIORNALISMO E LA VITA Cfr. la nata preliminare a P a S‘ 10? • ^ presente articolo venne pubblicato sul Popolo d'Italia del- Vundici settembre 1927-V. I3ene ha fatto il Capo dell’Ufficio Stampa del Partito Nazionale Fascista, il camerata Renato Citarelli, a richia¬ mare su l’Eco delle Calabrie e delle Sicilie, l’importanza della Stampa e della sua opera critica nella vita pubblica italiana. Il periodo, diremo così, di magra giornalistica, ha fatto considerare il semplice richiamo, come una cosa ghiotta. Tutti i giornali che vivono da un certo tempo nel¬ l’attesa di una maggiore elasticità di giudizio e di critica, si sono gettati sulla prosa del Capo dell’Ufficio Stampa del Partito, tentando, con articoli di fondo e con note corsive, di ampliare l’importante argomento. Nella discus¬ sione si è inserita una parte collaterale inaspettata che va dal « lucidare gli ottoni delle fanfare », all’abuso degli aggettivi. Dopo alcune botte, risposte e schermaglie, an¬ che questa parentesi si può considerare chiusa. Per quanto il tema fosse interessante, dobbiamo confessarla, sia pure con una punta di amarezza, non si è riusciti a prendere 127 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE quota. Ma siccome i fascisti sono usi a guardare in faccia la realtà e a discuterla, possiamo porre il quesito a noi stessi e rispondere dopo breve meditazione. Per coloro che si rammaricano che il Governo ed il Partito, a capo dei quali sono dei giornalisti di grido, ab¬ biano dimenticato la funzione del giornale, bisogna ri¬ cordare l’epoca rivoluzionaria in cui viviamo. 11 regime totalitario non ha bisogno di una vasta Stampa e di una critica giornaliera. Le rivoluzioni hanno più bisogno di un « Monitore » che di una serie di grandi quotidiani; di bollettini di battaglia e di informazioni più che di gior¬ nali ben allineati. 11 giornalismo che prende gli argo¬ menti, li affina, li discute, li tuffa, li riprende, non è del nostro tempo. Bisogna smontare questa vecchia menta¬ lità del giornalismo, la cui funzione odierna non è quella di inseguire farfalle, ma di volgarizzare dei principi. Si sta operando nel popolo italiano una rivoluzione che è tanto più vasta in quanto incide nel profondo lo spirito prima che le istituzioni; si manifesta nelle forme interiori prima che nelle linee esteriori. A questa opera ampia e costruttiva non è possibile un apporto di ri¬ serve, di critiche e di superdottrine. Non vogliamo, con questo, negare rimportanza e l'influenza della Stampa. Non vogliamo, neppure, negare le virtù e le facoltà della critica, come non vogliamo abolire il notiziario. Ma la Stampa può e deve mutare bersaglici ed oggetto. Può, a parer nostro, contribuire validamente, ai migliori ed ai maggiori sviluppi del Regime fascista. Per essere più concisi, andremo per sintesi: 128 IL GIORNALISMO E LA VITA — esclusione di aggettivi altisonanti; stile severo; aderenza perfetta alla realtà; conclusioni in armonia alle premesse; la vita pratica interpretata fedelmente giusta la teoria ed il metodo fascista; — si possono concedere le attenuanti per gli agget¬ tivi, solamente parlando della fede fascista che ha avuto i suoi Màrtiri e del Mito che tutti sovrasta; — il notiziario non bisogna temerlo; bisogna che sia ricco, abbondante, nuovo, originale e che, possibilmente, si riferisca alla parte migliore dell’umanità, a quella che pensa, che vive, che si anima per le cose belle, che si eleva al di sopra della mediocrità, che si esalta nella pu¬ rezza dei pensieri e nelle opere buone; — si potrebbe abolire le cronache dei suicidi, le cro¬ nache nere che si riferiscono ad esseri inumani ed ab¬ bietti. / Veniamo alla critica, a quest'opera di demolizione e di ricostruzione. Bisogna intendersi anche sul valore della parola « critica ». Bisogna distinguere fra la critica ai fatti, agli uomini, alle opere e quella alle intenzioni. Quando noi domandiamo di poter fare delle riserve obiet¬ tive sull'opera di qualche gerarca, occorre chiarire se si tratti di smania di popolarità, di pettegolezzo, ovvero di manìa d’andare contro corrente o d’un desiderio di bontà che ci illumina. In genere quando si parla di gerarchi, non bisogna servirsi dei quotidiani per buttare in pasto al pubblico le nostre riserve. Ci sono le gerarchie create opposta per correggere gli eventuali squilibri di respon¬ sabili. Ma l’opera giornalistica fascista, volgarizzatrice di 129 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE provvedimenti, di progetti di legge, delle nuove tendenze dello spirito e dell'economia, deve essere possibile quale contributo notevole alla soluzione di infiniti problemi. Se invece di intonare un canto retorico per magnificare il di¬ scorso tenuto dal Duce nel giorno dell'Ascensione, noi avessimo preso ciascun capitolo di questo discorso e l’avessimo volgarizzato e discusso, noi avremmo trovato materia per non meno di un anno di lavoro giornalistico. Ce adesso la elaborazione dei nuovi Codici, a causa dei quali, a quel che sembra, in fatto di morale molti si tro¬ veranno a disagio. Ecco una discussione di un certo in¬ teresse. D'altra parte, tutto quello che è la vita e l’assillo degli Italiani dentro e fuori i confini della Patria, deve meritare la nostra attenzione di ogni giorno. Discutendo di forze antagoniste al Fascismo e di tendenze politiche di altri popoli, bisogna cercare di non cadere nelle esa¬ gerazioni. Vi e infine 1 opera educativa da svolgere attraverso la Stampa, per completare l'azione della scuola, che per molti segni ha bisogno di interpretazione e di assistenza. Combattere gli ondeggiamenti e le deviazioni, far opera severa di controllo, ecco un altro compito della Stampa. Anche in periodo rivoluzionario il giornalismo ha degli attributi di grande nobiltà e di grande interesse. Dobbiamo, infine, discutere senza essere dei ringhiosi e senza correre l’alea estrema di coloro che considerano la Stampa nazionale come « uno strumento eccezionale del ]L GIORNALISMO E LA VITA Regime », ovvero di quegli altri clie la considerano « la rovina dell’umanità ». È necessario cominciare col non disistimarsi. Poi par¬ leremo — uomini fra gli uomini — di giornalismo, di arte, di vita, di economia, di passato, di avvenire, dello sforzo dello spirito verso le cime, del peso umano che ci stra¬ piomba negli abissi. Sentire il tempo, misurare le diffi¬ coltà, avere il senso delle proporzioni e del limite, ecco l'opera nobile del giorno! C’è ancora dello spazio per muoversi e dei fatti con¬ creti da realizzare senza l'abuso dei superlativi. 111 IL DOVERE DaJ Popolo d’Italia del 18 settembre 1927-V. T l fascisti non debbono mai, per principio, considerarsi smobilitati. C’è sempre ragione di tenere l’animo attento e Tocchio vigile. I nemici, pur debellati come forza or¬ ganica, non disarmano. Non vogliamo, così dicendo, generalizzare dei fatti gravissimi che hanno ferito in pieno la sensibilità dei fa¬ scisti, come l’assassinio del conte Nardini a Parigi ed il tentato assassinio di due dei migliori gerarchi della pro¬ vincia di Ravenna. Tuttavia questi fatti sono indice di una mentalità cri¬ minosa che serpeggia negli strati minori della delinquenza politica. Il Fascismo deve saper dimostrare che per nes¬ suno, e per nessuna ragione al mondo, v'ha speranza di ritorno sulle antiche posizioni di politica demagogica ed irresponsabile. 11 nostro Partito non ha attinto il potere per un puro desiderio di dominio; bensì per la visione superba e si¬ cura di dare altro sangue ed altro rigoglio alla vita na¬ zionale. Tutti coloro che non sanno rassegnarsi al destino ed all'ordine nuovo instaurato dallo stesso Partito, il 153 9 - ». I II — VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE quale ogni giorno affina il suo potere, debbono assoluta- mente persuadersi cbe presto o tardi peserà su loro la giustizia inesorabile del Fascismo. Non bisogna dimenticare cbe è facile ai nostri ne¬ mici trovare degli illusi e dei seguaci in un momento come questo, in cui, attraverso una crisi indubbiamente transitoria, si hanno dei sintomi di contrazione salutare. La nostra educazione non è giunta a tal punto da discer¬ nere con quanta agilità e con quanta abilità il Regime domini e sovrasti la battaglia economica in corso. Il beve fenomeno di disoccupazione viene conside¬ rato dai nostri avversari come manifestazione di impo¬ tenza. di incapacità del Fascismo. Un picco lo dettaglio _od un lieve sop ruso nel grande quadro della ricostrnzì^ serve ottimamente per accendere le fantasie ai nemici cbe non disarmano. Ora il brusìo deve finire; questo vo¬ ciare indistinto, che può covare nel profondo delle mani¬ festazioni di delinquenza politica, deve assolutamente scomparire. Non è necessaria per ciò una organizzazione squa- dristica e tanto meno una organizzazione armata. Quando una Rivoluzione ha come presidio la sua Milizia, quando il Regime ha nel suo pugno di ferro tutte le forze dello Stato e tiene i posti di comando di tutta la vita della Na¬ zione, un apporto squadristico sarebbe superfluo ed in contraddizione con il nostro principio gerarchico e con 71 principio politico che solo il medesimo Regime può e deve provvedere alla sua difesa. ^ fascisti, invece, incom be il dovere di essere, nella V ---— _ \ 134 IL DOVERE vita nazionale, sempre i primi, vigili contro gli avversari, pronti non solo a volgarizzare i postulati fascisti, ma a tesserli ed a viverli nelle manifestazioni di ogni giorno. Il Fascismo non è una costruzione astratta. È un principio di vita, al quale i fascisti, prima di ogni altro, debbono uniformarsi perché, con la virtù dell’esempio e con le opere di ogni giorno, tutta la Nazione vi si possa adeguare. Nel campo fecondo delle quotidiane attività è facile distinguere chi vive secondo le leggi supreme del Re¬ gime da chi a queste leggi intende sottrarsi. Contro gli ultimi si deve essere inesorabili. Esaurita l’opera persuasiva, non è possibile lasciare in circolazione nemici che, presto o fardi, daranno delle noie con la propaganda dissolvifrice o con una forma di scetticismo insincero e malevolo oppure con qualche ma¬ nifestazioni criminosa. Bisogna che i fascisti non lascino sopravvivere delle formazioni ibride. Essi debbono guar¬ dare negli occhi la verità e debbono dominarla, con 1 animo pronta a tutti gli ardimenti. A tale opera di vigilanza, deve aggiungersi quella della persuasione. Bisogna che il Fascismo prenda il co¬ mando, oltre che della vita morale, anche della vita eco¬ nomica della Nazione. Avviene che ad ogni difficoltà si creino un punto morto ed una serie interminabile di di¬ scussioni. Ne abbiamo una prova in questa ripresa au¬ tunnale di carattere economico. Mentre l'industria, più agile e pronta, ha trovato il modo di sistemarsi e non è lontana il giorno in cui sarà 135 II VITA ED EDUC A2IONE NAZIONALE in piena ripresa ed in perfetto sviluppo, l’agricoltura, al primo attacco, si è dimostrata impreparata. In molte provincie non funzionano ancora le com¬ missioni arbitrali fra affittuari ed agricoltori, il cbe pre¬ giudica seriamente i lavori agricoli e le semine del pros¬ sima anno. I fascisti debbono osservare questo fenomeno e pie¬ gare le forze recalcitranti alle necessità supreme dell'eco¬ nomia nazionale. I rurali hanno infinite buone qualità: la vita tran¬ quilla ed operosa, la tenacia, il senso della famiglia, l’istinto della sana conservazione; ma nei periodi di grande intensità di vita manca loro il coraggio per af¬ frontare delle situazioni difficili. In genere i rurali non amano il fischio e temono le innovazioni. Continuando di questo passo noi andremmo a per¬ dere i frutti più belli della battaglia iniziata per l’agri¬ coltura nazionale. I fascisti, che sono elementi propulsivi e dinamici, debbono intervenire contro questa forma dif¬ fusa di attesa e di inattività. Per le opere buone, il Fascismo deve trovarsi sempre in armi. Il compito non si esaurisce nel disbrigo ordi¬ nario delle pratiche. Sarà veramente benemerito quel fa¬ scista che avrà contribuito con l'esempio, con la parola, con gli scritti, a rendere omogenee le forze nel campo mo¬ rale e nel campo economico della Nazione. I tempi non comportano soste. Fortunate quelle provincie che portano nel loro seno i vigilanti e gli animatori. 136 STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA LO SPIRITO DEL FASCISMO Con uno sviluppo di pensiero, che ai fa più vasto e meditato di anno in anno, Arnaldo Mussolini sì eleva, fra il 1928-VI e il 1929-VII, ad una visione organica dei valori etici della civiltà fascista. Questi scritti si alternano con quelli d idi cu ti al pensiero re¬ ligioso e olla Conciliozionc ( cjr. voi. HI, pp- 87-161) e li integrano in una sintesi superiore della civiltà fascista. Il presente articolo, che è uno dei più ele¬ vati per larghezza di respiro ed organicità dì visione, fu pubblicala sul Popolo d’Italia del 14 febbraio 1928-VI. on è facile, specialmente in un articolo di giornale, tracciare le linee interpretative dello spirito e della vo¬ lontà dominanti. Il Fascismo ha avuto un grande merito; quello di obbligare gli Italiani alla meditazione; ed un altro: quello di inquadrare le attività nel loro giusto posto e valore. Aristocrazia, borghesia, proletariato, sono distinzioni ge¬ neriche non definibili. Se poi queste categorie le consi¬ deriamo in potenza risulta chiaro la necessita di una re¬ visione di valori che del resto il Fascismo nel suo conti- nuo processo selettivo compie con grande prudenza ma con altrettanta sicurezza. 139 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA Nel primo cinquantennio dell’unità italiana vi è stata un’aristocrazia — senza l’attitudine al comando ed al la¬ voro — che non è uscita dalla sua casta. Il posto di co¬ mando lo ha preso la borghesia, più interessata nello Stato che paladina dello Stato. Il proletariato ebbro di suffragi, irresponsabile nella sua ignoranza, non ha teso che ad uscire dai propri quadri credendo a dei falsi mi¬ raggi della ricchezza senza comprendere, nel suo ottimi¬ smo fra la prepotenza e l’insipienza, che niente vi è di gratuito nel mondo e nulla si ottiene di positivo e di grande senza sacrificio. La vita italiana era tutta in que¬ sto marasma ed un falso intellettualismo agiva come dis¬ solvente. Forze senz’anima erano la Scuola e la Chiesa. Vi erano dei « bardi » che non vedevano che le miserie, i poveri e gli umili. Si esaltava il lavoro, ma nella pratica si tentava di evadere da questa legge divina ed umana. Il Fascismo ha insegnato che la vita è fatta di asprezze e che nel superarle e vincerle si creano le differenze ed i vari settori di comando. È finito il tempo in cui ci si ver¬ gognava del proprio lavoro. Redimersi non significa non lavorare o, per lo meno, non lavorare materialmente. I! contadino oggi è proclamato un elemento basilare del con¬ sorzio civile. / x ' Gli Italiani particolarmente quelli che lavorano non aspirano che a vedere la loro fatica tutelata e valutata. Se la nuova economia darà la possibilità di lavoro, di guadagno e di vita agiata, le classi popolari LO SPIRITO DEL FASCISMO saranno a posto. Non occorreranno più emigranti. La terra basterà per tutti. Una certa inquietudine domina oggi la borghesia e l’aristocrazia. Yi sono delle ricchezze precarie che non resistono; vi sono dei nomi che non reggono nella vita moderna senzn rinnovarsi. Lo Stato è saturo di impie¬ gati. Le famiglie che sistemavano tutte le generazioni nei quadri della burocrazia si trovano oggi a disagio. Questi azionisti dello Stato, al corrente di tutte le clientele, hanno un ruolo ridotto ed i quadri sono pieni. L ultima immissione è stata quella degli organismi parastatali e l’ultimissima quella delle corporazioni. Ora basta. Siccome nessuno vuol ritornare agli strati del popolo è necessario pensare all'utilizzazione degli spostati che le classi medie ed alte gettano nel vortice delle metropoli o lasciano intristire nei paesi di provincia. Bisogna at¬ trezzarsi per camminare le vie del mondo. La nostra emi¬ grazione, contratta nella quantità, deve migliorare nella qualità. Le classi medie devono disseminarsi oltre fron¬ tiera. Fino a ieri abbiamo esportato gente del lavoro, adatta alla fatica. Su la sua attività si sono costruite for¬ tune e classi dirigenti di popolo. Abbiamo importati in¬ vece dirigenti di aziende, capi uffici o capi fabbrica. È tempo di capovolgere i termini del problema. È necessario cimentarsi sui campi internazionali della pro¬ duzione, conquistare dei mercati ed acquisire al nostro nome la simpatia degli altri popoli. Figli della borghesia, professionisti, pensatori, artisti, costruttori devono essere una avanguardia che cimenta la sua fortuna in competi- 141 Ili-STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA zioni più vaste che non siano quelle paesane. Non si tratta di creare degli osservatori o delle formiche della ricchezza necessaria alla nostra vita economica. No: si tratta di misurarsi su di un terreno che è più alto del la¬ voro manuale, di produrre ricchezza che è più vasta e più facile di quella dei nostri emigranti, di dimostrare capa¬ cità creative oltre le qualità costruttive, di avere della tenacia oltre che dell’intelligenza, dì apprendere tutto ciò che a noi difetta sotto la spinta e l’insegnamento dei confronti. L’imperialismo spirituale nasce da questi ar¬ tieri disseminati per il mondo, che resistono più facil¬ mente, per il loro ahito mentale, all’assorbimento da parte di altri popoli. Basta con la vita dei salotti, dei circoli, dei clubs. È tempo di marcia serrata. Non intendiamo di essere fraintesi e di far credere che vogliamo svuotare di elementi adatti i quadri del¬ l’Italia nuova. Si tratta solo di sistemarli. Abbiamo esuberanza di politicanti. Vi è della gente piazzata a Roma che vive in virtù delle frottole che fa credere nelle provineie lontane. E così è nella provincia. Anche nel modesto capoluogo di circondario si trovano sempre « principi del foro », campioni di eloquenza, filosofi e poeti, artisti di cui la storia dirà l’ultima parola, legali che imbrogliano, mediatori che fanno i lenoni. Bisogna creare i condottieri deH’eeonomia nuova, coloro che con attività, genialità intessono una vita più facile per tutti, coloro che la ricchezza producono; quella tale ricchezza per cui la gente si dibatte, si dispera, si consuma, sì svena, pur di non conoscere la miseria più cruda. LO SPIRITO DEL FASCISMO Il problema italiano sta oggi nella sua classe diri¬ gente. Pacificate le città e le campagne è necessario far posto alle classi medie. Il lavoro è ancora il solo rimedio che ci può salvare. Le chiacchiere non concludono nulla e sarebbe ben pericoloso per il nostro divenire se doves¬ simo lasciare classi medie ed aristocrazia alle prese con la vanità e con l'artifìcio. Come per la politica, anche per la vita collettiva, è necessaria una forte e grande eco¬ nomia. I condottieri bisogna toglierli dai quadri esube¬ ranti delle professioni libere o dagli aspiranti innumere¬ voli agli impieghi statali. È necessario conoscere la vita delle colonie, alleggerire la produzione odierna da una supersiruttura che pesa eccessivamente sul lavoro, distri¬ buire equamente la ricchezza. Se un latifondo è molto redditizio con la sua pastorizia non è logico che la fortuna sia di uno solo. La coltura estensiva dà la ricchezza ad uno e la toglie a diecimila. Ecco il problema della reden¬ zione delle terre che redimono a loro volta gli uomini. ^ Come conclusione è necessario affermare che la men- fnlità fattiva, dinamica, creata dal Fascismo, bisogna per¬ seguirla sino alle conseguenze più assolute.VÀrchitettare meno con le parole e di più coi fatti concreti, amare il rischio, sentire il peso delle responsabilità, essere sereni in mezzo alle asprezze, dominare la materia, aspirare alla ricchezza generale non come beneficio supremo, ma come indispensabile punto di partenza per le grandi af¬ fermazioni di carattere collettivo — ecco le linee essen¬ ziali dell’Italiano moderni^/Collocare in piena luce degli uomini come Sandri che Badvò l’erario con la sua illumi- 143 Ili — stile e carattere della civiltà fascista nata opera per i monopoli: Berlese che, con le sue sco¬ perte, salvò l'agricoltura italiana da disastri irrepara¬ bili; Strampelli, che crea le varietà di grano che daranno maggior pane agli Italiani; Menozzi, che approfondisce la chimica; Marconi, che domina il mondo con il suo ge¬ nio; D’Annunzio dal canto inimitabile! Tutto il resto è vociare inutile. Dei falliti nella politica che hanno tenuto cattedra per qualche decennio sono stati la prova più evidente dell'antica insnffìcenza paesana. Se anche co¬ storo hanno oggi degli storici compiacenti, il loro giudi¬ zio non va al di là del livore partigiano dì un lustro. Cosa sono cinque anni nella storia secolare di un popolo? Marciare bisogna, e l’esempio parta dalle classi più vicine a quello spirito d’impero cb’è iusopprimibile nella nostra stirpe ed è così vivo e definito nei disegni infal¬ libili del Duce. IL CONDOTTIERO La morte del Duca della Vittoria, il Maresciallo d’Italia Armando Diaz, avvenuta improvvisamente il 29 febbraio 1928, suscitò una grande impressione in tutta Italia e nel mondo. Il Duce, alla Camera dei Deputali, commemorò il Vincitore di Vittoria Veneto con un discorso ardente e commosso, nella tornata del 1° marzo. (Cfr . Scritti e Discoiai di Benito Mussolini, voi. VI, pp. 139-142). Nello stesso giorno appariva sul Popolo d'Italia il presento artìcolo di Arnaldo Mussolini. In questo scritto i valori olici e i caratteri spirituali della ciuited fasciala si fondono con l’esaltazione dell'eroismn e della sapienza militare. ] J a notizia della morte del Maresciallo Diaz, il vinci¬ tore di Vittorio Veneto, sarà appresa con senso di vivo ed unanime cordoglio da tutti gli Italiani. Pochi sape¬ vano del suo malessere che si era andato acutizzando in questi ultimi tempi. Tutto il mondo saprà, oggi, della sua morte immatura: Egli aveva 67 anni di età, ma la sua anima eroica era freschissima. Il nome del Maresciallo Diaz non è legato solo al pe¬ riodo vittorioso e conclusivo della guerra italo-austriaca. Soldato fedele, mente geniale, fervido cultore di studi militari, sapeva alternare, con attività feconda, i piani di 145 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA azione al tavolo dello Stato Maggiore con quelli di sa¬ gace ed abile Condottiero nelle azioni di guerra. 11 Maresciallo Diaz prima ancora della guerra italo- ausiriaca si era distinto con notevoli pubblicazioni di carattere militare e con epiche gesta guerriere. In Libia — a Zanzur — nel settembre del 1912 fu gravemente fe¬ rito al petto mentre portava un reggimento all’assalto. Il suo nome è legato alla storia come quello di uno dei più grandi capi di eserciti nella guerra europea. Suc¬ ceduto al generale Cadorna nel Comando Supremo delle truppe operanti in un momento di angoscia mortale, seppe infondere, con l'energia del Condottiero e la bontà istintiva del soldato in guerra, un senso di sconfinata fi¬ ducia e di forte speranza. Assestate le nostre posizioni sul Piave, fu massima cura dell’Alto Comando il far leva potente sul morale delle truppe e su quello degli Italiani. Il campo era fecondo. Gli scontri del novembre 1917, del gennaio e del marzo 1918 attestarono per i nostri soldati una vitalità ed uno spirito di aggressione che ricorda¬ vano gli assalti sanguinosi del Carso. Nel giugno 1918 si ebbe la rivelazione piena della nostra forza militare. La vittoria del Piave preconizzava quella decisiva di Vittorio Veneto. Tutto si era compiuto in silenzio austera. Armando Diaz apparve qual'era ai combattenti come il generale invitto che conosceva nel profondo il segreto di ogni successo; le famiglie italiane vedevano in Lui il nume saggio e tutelare al quale si poteva offrire il fiore della razza perché potesse resìstere e vincere. 146 I L CONDOTTIERO Si giunse così, in un’atmosfera purificata di concor¬ dia, all’epilogo luminoso dell’ottobre 1918. I bollettini Diaz — sempre sobrii e schematici — si chiusero con quello del 4 novembre, chiamato giusta¬ mente il « Bollettino della Vittoria », che riempirà di or¬ goglio, nei secoli, tutti gli Italiani non immemori e non degeneri figli di Roma. In quel Bollettino è consacrato il nostro immane sacrificio di sangue, l’eroismo dei gre¬ gari e dei capi, e. nella forma classica romana dell'enun¬ ciazione, è stagliato il Condottiero che, sgominato l'eser¬ cito nemico, rinfodera la spada della giustizia e del va¬ lore e dona all’Italia il brivido più grande e più raro che possa provare un popolo; il brivido della Vittoria piena, incontrastata, inobliabile. Non si può non ricordare che tanto patrimonio d'onore, di gloria e di valore fu sistematicamente di¬ strutto negli anni del dopoguerra. II vincitore di Vittorio Veneto fu lasciato in disparte. I politicanti disintegrarono la sua fatica. Vi furono epi¬ sodi cocenti di dolore e di vergogna. Doveva più tardi il Fascismo, per giustizia umana e divina, risuscitare i valori morali indistruttibili che socialismo e governo nit- tiano volevano sommergere. Certamente l’atto più signi¬ ficativo, più vicino al cuore dei combattenti, più aderente alle famiglie dei Caduti, fu, all'indomani della Marcia su Roma, la nomina ai Ministeri della difesa nazionale dei vincitori della nostra guerra sulla terra e sul mare. Più tardi la nomina di Diaz a Duca della Vittoria riconsacrava, con il titolo nobiliare, le molteplici azioni UT Ili - STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA di guerra in cui l'eroismo era congiunto con il senso al¬ tissimo del dovere, con la rara perizia, con l’abilità del comando. L’anima del Maresciallo Diaz e quella degli altri condottieri d'Esercito, avranno certamente pensato, per la valorizzazione del loro eroismo, ad una giustizia che torna e rinverdisce i lauri delle azioni di guerra che co¬ stellano la storia nuova d’Italia. Come il Maresciallo Haig — il Condottiero inglese — il nostro Duca della Vittoria non assisterà alle manife¬ stazioni intense di vita e di amor patrio che si preparano nell’occasione del primo decennio della Vittoria. Presen¬ zieranno alle cerimonie altri degnissimi comandanti, ma il volto sereno, fiero, paterno di Diaz non sarà a capo delle legioni che conobbero le cime altissime delle Alpi e le aspre petraie del Carso. Egli è già nella sacra legione degli spiriti, vicino a Condottieri moderni ed a Consoli antichi; primo fra i grandi generali dell’Italia nuova che ha avuto a Vit¬ torio Veneto il sanguinoso e glorioso battesimo della sua potenza. Onore alla memoria di Diaz! I morti ed i vivi, che ebbero la gioia di ubbidire ai suoi comandi, incidono il suo nome nel cuore che non dimentica e nel bronzo incancellabile della Storia. I PROBLEMI NAZIONALI E LA STAMPA Dui Popolo d'Italin del 26 agosto 1928-VI. Cfr. la nota preliminare all'articola sul giornalismo fa¬ scista a pag. 107. \ 1 i^-bbiamo già detto che il giornalismo italiano aveva in questi ultimi tempi migliorato notevolmente il suo spi¬ rito e la sua tecnica. Gli stessi ipercritici si limitano oggi a segnalare qualche sproposito di stile o di sostanza o il facile inserimento di vecchie mentalità giornalistiche nel nuovo mondo fascista. Ma il fatto principale confor¬ tante è quello che non vi sono più giornali di clientele, di gruppi finanziari, di sette politiche, legati a filo miste¬ rioso, ed a potenze occulte non solo di casa nostra. La finzione del gerente testa di legno, è finita. La responsa¬ bilità è assunta da elementi che hanno tutti gli attributi per le necessarie garanzie. Non esistono giornali legati alle vicende ministeriali o... doganali, ma giornali del Regime o nel Regime, che seguono la politica generale, non le alterne fortune degli uomini. Ciò può scontentare i cosiddetti studiosi delle vicende sociali che appena si trovano riuniti in tre persone, malgrado il solito conflitto di tendenze, fonderebbero un circolo di studi sociali, una facoltà giuridica o un’accademia particolare, natural- J<! - T. 149 Ili —STILE E CARATTERE DETTA CIVILTÀ FASCISTA niente per il benessere deìl’Umanità che, caso strano, è sempre riottosa a farsi rimorchiare dagli apostoli della felicità universale. I tempi infine non sono così leggiadri come pensano alcuni colleghi, da permettere che modesti gerarchi pro¬ vinciali costruiscano le loro fortune sotto gli occhi atter¬ riti degli apostoli del bene, né gli avvenimenti nazionali ed internazionali comportano il grato sonno, l’esser di sasso e il Tegno della noia. Abbiamo vissuto dei mesi di trepidaziane, di angoscia, di speranze. Abbiamo regi¬ strato vittorie clamorose e sconfìtte immeritate. Nel pieno periodo delle « ferie » ci sono state le varianti ministe¬ riali, la tragedia dell’Artide, le Olimpiadi, gli incidenti jugoslavi, la conferenza per Tangeri, nonché tutte le no¬ tizie rastrellate e presentate dalla statistica circa i risul¬ tati dell’anno scolastico, l’infanzia del popolo alle cure del monte e del mare, i raccolti della terra, le vicende delle Colonie. Vi sono stati i raids collettivi nel Mediter¬ raneo e a Londra, la gloria di Ferrarin e di Del Prete, la tragedia de! sommergibile « F. 14 » e la commozione na¬ zionale per questi eroi della Marina che avevano saputo morire con animo così stoico. Su questi avvenimenti il giudizio della Stampa non poteva non essere di una certa uniformità, che però non crea il mondo della noia. La vita è quella che è. In certi tempi può considerarsi un avvenimento l’offerta di un ventaglio al Presidente della Camera; in altri tempi può essere invece degno di alta considerazione il contegno e l’esame della Stampa italiana circa il patto Kellogg, le 150 ] PROBLEMI NAZIONALI E LA STAMPA vicende jugoslave, i rapporti con la Francia. Tolti alcuni elementi superficiali che parlano indifferentemente della Cina e della Liberia, della storia e della cronaca, del¬ l'economia e della filosofia, per il resto, e cioè per la maggioranza, fa molto piacere seguire le varie valuta¬ zioni dei fogli romani o di provincia su ogni problema nazionale. Così mentre un Prìncipe di Casa Savoia, de¬ gnissimo e valorosissimo, poteva essere ammirato e fe¬ steggiato al suo drammatico ritorno dalle regioni polari da un cenacolo di aristocratici o di elementi superiori, ora è la folla anonima, è tutto il popolo italiano che inonda le strade, ed acclama e si esalta nel nome dei suoi eroi. Ma a diffondere questi principi di volontà, di di¬ gnità e di solidarietà nazionale, ha contribuito la Stampa; non certo l’opera filosofica di Benedetto Croce! La Rivista Critica Fascista sembra avere la nostalgia della « disputa ». È convinzione assai diffusa che dal lin¬ guaggio polemico esca la risultante più vicina all’inte¬ resse generale. Tn questi tempi, però, meglio delle parole persuadono i folti. E all on. Bottai, temperamento di viva intelligenza, chiederemo quanti lumi abbia appreso dalla polemica su la Società degli Autori. Come prima ed al punto di prima. Si sono scritte cose atroci, si sono fatte inchieste e sopraluoghi, comu¬ nicati reticenti, ma il groviglio della questione sarebbe stato disciolto con atti di energia, di volontà da parte di uno solo: dal Sottosegretario alle Corporazioni. Siamo ancora invece nel periodo degli studi. Per fortuna gli Ita¬ liani assillati da mille altri problemi non seguono queste 151 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA tenzoni singolari del vecchio mondo. Noi diventiamo re¬ frattari. In Italia dove un giorno si versarono fiumi d’in¬ chiostro e si proclamarono avvenimenti nazionali dei mo¬ desti episodi di cronaca, oggi è un'atmosfera ad alta ten¬ sione. Il mondo della noia nasce non appena si scrivono articoli su le vicende del « tempio scaligero », sui giovani autori, sui giudizi di Cremieux, su la crisi del teatro, Casa Laterza, il colore siciliano, la mozione di Assisi. Non vi è più all’estero il concittadino che si fa onore. Ve ne sono dieci milioni. Il respiro si amplifica, la vi¬ sione grandeggia al di là delle vicende paesane. Bisogna amare questa nuova Italia un po' crucciata per i torti subiti, per le necessità che si moltiplicano, mentre i mezzi per affrontarle sono ancora come tesori nascosti. Quando si pensa che un’inondazione può met¬ tere in pericolo il pareggio del bilancio dello Stato ed una siccità può rendere diffìcile la vita economica di intere regioni, mentre, aiutata da Italiani snaturati, una parte del mondo ci odia, ci contrasta e ci combatte, noi ci chiediamo se sia questo il momento delle ricerche di farfalle, di circoli giuridici, ovvero non sia proprio il periodo della forza armata di volontà e di ferro, in for¬ mazioni organiche serrate, in disciplina oligarchica, teso lo spirito, le energie e le volontà a superare gli eventi e le avversità dei tempi e degli uomini. Sono questi i periodi della disciplina e del silenzio nei ranghi. Ma di questa disciplina e relativa « caserma prus¬ siana » diremo un’altra volta. 152 IL GIORNALISMO, FORZA MORALE Dal Popolo d’Italia del 12 ottobre 1928-VI. Cfr. la nota preliminare all 3 articolo sul giornalismo fa¬ scista a pag. 107. Il presente scrìtto si ispiro al Discorso pronunciato dal Duce 3 il 10 ottobre 1928-Vl t a Palazzo Chigi ove Egli aveva ricevuto i direttori di settanta quotidiani del Regime. ( Cfr . Il Giorna¬ lismo come missione, in Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, voi. VI, pp. 249-255). I direttori dei quotidiani hanno avuto dal Duce lucide direttive per la loro missione. Dalla riunione di Palazzo Chigi la stampa è uscita, nel suo complesso, con un giu¬ dizio benevolo. Yi sono i correttivi che il Capo ha voluto definire e tracciare con parole maestre. 11 giudizio del Duce — che è anche il giudizio di un giornalista di eccezione, il quale della nostra « missione » ha vissuto l’essenza intima e la passione più intensa — ha un significato morale che va al di là del valore po¬ litico professionale. Il « suo » giornalismo, ispirato al più grande disin¬ teresse. sta a dimostrare, oltre la bontà della nostra pro¬ fessione, la indispensabilità di questa cattedra ai fini della grande politica di idee, di educazione delle masse e di volgarizzazione dei principi di vita civile e sociale. 153 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA I direttori dei quotidiani hanno ieri toccata con mano la verità più aderente alla loro missione ed hanno no¬ tata la differenza del vecchio giornalismo, che, sotto il peso di una tradizione non certo nobile, in un mondo di eventi nuovi, non sapeva disincagliarsi dalle vecchie po¬ sizioni e trovare altre ragioni di vita e di armonia. Un miglioramento sensibile c'è stato ed è presumi¬ bile che i direttori, nelle future riunioni, meriteranno quel plauso che normalmente si concede a coloro i quali danno attività, energia e rettitudine ai fini superiori del¬ l’educazione nazionale. Per una volta tanto vogliamo deviare il discorso e fare, a nostra volta, una predica ai collaboratori ed ai lettori. Il richiamo del Duce e la traccia sintetica, che Egli ha dato al giornalismo italiano, non riguardano sol¬ tanto i direttori dei quotidiani. Vi è una cerchia di colla¬ boratori che devono leggere e meditare le parole del Duce, come le hanno ascoltate e meditate i direttari re¬ sponsabili dei giornali. La nostra professione non è così facile come può sem¬ brare a prima vista. Il giornale impone una fatica diu¬ turna. È nn prodotto di agilità e di celerità. Esso com¬ pendia la vita nella sintesi di 24 ore e non può riuscire mai un’opera perfetta. Il giornale di oggi non è mai eguale alla copia dì ieri. Bisogna rinnovarlo continua- mente. È naturale che tra i lettori, particolarmente, vi siano categorie di scontenti. 11 pubblico con 25 centesimi pretende di conoscere tutte le vicende del genere umano, nonché tutte le novità dello scibile ed avere una opinione i 54 IL GIORNALISMO, FORZA MORALE definita sui fatti più salienti del giorno, non esclusa la cronaca teatrale. Ma nessuno si è mai reso conto della somma di lavoro e delle vicende febbrili della composi¬ zione di un quotidiano. È così che le esigenze aumen¬ tano. L’indole generale è più propensa a pensare al male che a volere il bene degli stessi amici. II piccolo pub¬ blico pettegolo, non solo italiano, ma di tutto il mondo, ama leggere i fattacci più che le cronache bianche e rosee. Si comprende che noi dobbiamo resistere e com¬ battere questa tendenza. Ma per vincere non dobbiamo dimenticare degli episodi che rivelano una sensibilità morbosa: il pubblico alle assisi, le arringhe celebri, i par¬ ticolari foschi, le tragedie con relativi numeri del lotto. Per uno strano destino, tutti i popoli, non solo l'ita¬ liano, si interessano più della vita anormale, che di quella normale. Del resto gli istituti per i deficienti sono indub¬ biamente più belìi, spaziosi ed aereati degli stabilimenti di educazione normale. Per giustificare molte volte l'insufficienza dei quoti¬ diani, è necessario fare il quadro diagnostico completo dei mali e delle insufficienze da cui sono afflitti i diret¬ tori dei giornali e delle vanità inconcepibili a cui devono resistere. Figurare negli elenchi dei clienti di un hotel o dei frequentatori di una spiaggia sembra quasi un pri¬ vilegio, tanto più se accompagnato da un cliché foto¬ grafico. La più modesta nota di cronaca assume il valore di un articolo, la segnalazione di un concerto il valore di una critica. Non dimentichiamo, infine, la specializza¬ zione di carattere editoriale che si basa sulle edizioni re- 155 Ili —STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA gionali dove sono accumulate, in intere pagine, le vicende mediocri ed insignificanti dei paesi di provincia. È necessario resistere alla pletora dei corrispondenti dei minuscoli paeselli, anche se la tiratura dei giornali dovesse ridursi. Il giornale deve diventare lo specchio quotidiano delle energie originali e del pensiero italiana. Può qual¬ che volta, un giornale apparire pesante. Non importa. Non si tratta di soddisfare le esigenze dei micromani. Gradatamente la forza dell’abitudine gioverà ad illumi¬ nare le menti e ad aumentare la facoltà intellettiva del prossimo. I gerarchi del Fascismo, che fra l’altro devono essere spregiudicati e limpidamente disinteressati, non umiliino la Stampa ed i corrispondenti col pretendere ti¬ toli e sottotitoli di vasta risonanza per le loro opere. Chi sta a Roma è al riparo, molte volte, dalle ingiustizie, dalle critiche e dalle pressioni: ma il giornalismo in provincia è sottoposto ancora a considerazioni di opportunità. Tuttavia dopo le parole del Duce sarà facile dare una linea ed una spina dorsale a quello che è il gior¬ nalismo fascista. A tal fine, dopo la smobilitazione degli aggettivi, dob¬ biamo procedere a quella della pretensioni Avanti i gio¬ vani, ma. ben inteso, quelli che hanno ingegno, che della vita e della funzione del giornalista hanno una concezione originale, che non fanno il giornale a settore od a seg- menti.)Qrmai le redazioni sono diventate dei campionari; c'è chi si interessa della terza pagina ed ignora la cro¬ naca, le provincie, la politica interna e quella èstera. 156 IL GIORNALISMO. FORZA MORALE Questa specializzazione del giornalismo ha diminuito la tonalità di insieme. Il giornalista deve affrontare e possibilmente discutere con competenza tutti i problemi della vita nazionale. Ammettiamo un solo specialista: quello che ha la rubrica delle sciarade, vecchio stile e vecchio tempo. Non bisogna temere, infine, di smontare sua maestà la massa dei lettori. Qualcuno si è scandalizzato perché il Popolo d'Italia, nella terza pagina sacra ai numeri dei critici e dei let¬ terati, ha intramezzate delle pagine intiere sulle opere del Regime. Quando il problema dominante è quello tecnico e pro¬ duttivo, che ha riflessi morali e sociali di altissima impor¬ tanza, bisogna tendere gli sforzi ed incanalare l’opinione pubblica verso la realtà, anche la più severa. Quello che vale per un giornale è la qualità dei suoi lettori. È necessario che il giornalismo li selezioni e li cerchi particolarmente nella classe dirigente. Che se poi, nella sua opera complessa, esso riuscirà a convogliare intiere moltitudini all’idea altissima del dovere, al servizio di¬ sinteressato della Patria, esso avrà servito maggiormente ai fini altissimi di educazione e di prohità nella vita nazionale. La parola del Duce è nn apporto per i maggiori do¬ veri. La nostra buona volontà saprà far rifiorire le ottime qualità e le opere possenti del popolo italiano. 157 LO SPIRITO E LE CLASSI Dal Popolo d'Italia dpi 29 novembre 1928-VII. Cfr. la noia preliminare a pag. 139. La vita italiana, in questo decennio di passione e di esperienze, ha mostrato agli occhi studiosi la sua intima essenza, che è di natura complessa. Elementi positivi e negativi, forze vitali e forze ritardatarie, energie scarse o sopite in contrasto con le forme giovani e gagliarde, hanno giuocato la loro parte per elidersi, sovrapporsi, comandare, vincere o sparire. È stata una vera fortuna per il popolo italiano l'aver trovato il suo timoniere, il suo vindice, colui che ha saputo trarne a salvamento la parte vitale e potenziare, per la vita dell’oggi e del domani, gli elementi positivi ed economici della Nazione. A quest’ora, altrimenti, noi saremmo nel caos o avviati verso quelle forme dubbie di sudditanza economica e po¬ litica ebe annebbiano qualsiasi ragione di potenza, di avvenire e di vita di un popolo. Tuttavia, l’esame e i provvedimenti non sono com¬ pleti. La nostra composizione unitaria di popolo, vista contro la luce, offre ancora delle ragioni di studio e di 159 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA critica. Molti provvedimenti chiarificatori furono presi peT semplificare e ravvivare la vita italiana, che intri¬ stiva nelle fazioni e nelle contese, che si consumava nella lotta cruda ed insensata fra i termini della produzione, del capitale e del lavoro. Lo stesso contrasto fra città e paesi, fra rurali e urbani, fra agricoltori ed industriali, in una parola: fra stracittà e strapaese, è stato posto e risolto in forma brillante dalla politica fascista, rivolta alla terra, del Duce. Le ragioni essenziali e vitali del popolo italiano sono state oggetto di attenta cura da parte del Fascismo, che, prima di essere sintesi, fu indagine analitica. I Per quel che riguarda i! numero stragrande dei la¬ voratori, il Duce, nel discorso ai diecimila operai a Roma, affermò che suo pensiero costante, sua preoccupazione I più viva, erano di andare incontro alla gente del lavoro, per proteggerne i diritti e curarne al massimo gli inte¬ ressi. D'altra parte la nostra rivoluzione politica, a base essenzialmente morale, che non rovescia i ministeri ma crea il Regime nuovo, ha dato al capitale e alla proprietà i segni. la forza e i diritti fondamentali della sicurezza e della tranquillità. Infine, la stessa aristocrazia, che nel trentennio liherale-democratico-socialista si rinchiudeva nell'inettitudine della torre d'avorio od ostentava spregio per i titoli o faceva della demagogia bassa, è oggi richia¬ mata ai doveri della vita nazionale e del rango di ehi ha l’onere e l’onore di portare grandi nomi, ai discendenti di coloro che nella storia dei secoli furono cavalieri gelosi, vindici contro violenze e soprusi, antesignani di ogni pro- 16(1 LO SPIRITO E LE CLASSI gresso civile. Proletariato e borghesia, popolo e aristocra¬ zia hanno trovato nel Fascismo un tutore e un rivendi¬ catore. Vi sono per essi una base di partenza, una possi¬ bilità di comprensione, ragioni profonde di collabora¬ zione, di vita e di benessere. Ma le nazioni hanno un organismo più complesso. Esiste una benemerita categoria dai mezzi economici limitati che si è inserita tra le forze storiche dominanti della politica italiana: è la classe media, la classe della piccola borghesia, dei tranet, a cui necessita un impiego, di coloro che disdegnano l’opeta manuale, pur non po¬ tendo disporre di rendita alcuna. È la classe dei memo¬ riali, degli stati di servizio, dei contratti collettivi, delle ferie, degli aumenti quinquennali, delle aspettative, dei periodi di prova, della quinta sezione del Consiglio di Stato; è la classe benemerita di quelli che ci seguono in tutte le formalità burocratiche, in tutte le manifestazioni della previdenza, nella vita e nella morte; categoria sem¬ pre più complicata che, figlia diretta della legislazione, inquadra nella carta da bollo tutte le vicende del genere umano. Un popolo moderno non saprebbe viverne senza. La tribù non ha storia e quindi non ha stata civile, né relazioni, né leggi che non siano quelle naturali. Ma un popolo di civiltà millenaria come il nostro, deve avere il suo tessuto organico di funzionari e di tutori. La classe media ha sino a ieri fornito i quadri di questo indispen¬ sabile esercito. Senonché, avendo lo Stato ridotto alcune sue fun¬ zioni e sbarrato per un certo tempo le assunzioni di nuovi 161 Ili —STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA funzionari, un evidente malessere è venuto a determi¬ narsi nella classe media. Il mutamento di indirizzo eeo- nomico-sociale non è stato ancora avvertito da molti. Non affrettandosi a volgarizzare questo principio ed a lan¬ ciare un grido di allarme, il pericolo aumenterà e il disa¬ gio potrà creare delle sorprese. Uno dei sintomi preoccu¬ panti è Tenorme afflusso di studenti alle facoltà di legge e di lettere. I politecnici e le scuole di commercio Ranno un numero di studenti stazionario; le scuole agrarie rive¬ lano qualche sintomo di contrazione negli iscritti. Solo le facoltà di giurisprudenza esercitano un fascino pau¬ roso. perché, a giudizio della classe media, la laurea in legge offre la possibilità di concorsi nelle grandi ammini¬ strazioni dello Stato. La vecchia mentalità non disarma: vai più un posticino mal retribuito nel bosco governativo, cbe un posto eminente nell'iniziativa privata, dove bi¬ sogna cimentarsi per uscir vittoriosi. A questo punto, per essere equi verso tutti, è neces¬ sario richiamare l’iniziativa privata a non considerare con diffidenza i laureati, e incitarla a prendere contatto con essi e particolarmente con i capi di istituti che pos¬ sono far conoscere, apprezzare, indirizzare e proteggere gli allievi nei primi passi della carriera. La società nazio¬ nale è fatta di comprensione e di solidarietà. Intanto i concorsi governativi restano chiusi. L’estero non attrae e non affascina che la gente rude del lavoro. Tale situazione crea un nuovo stato di disagio, se non di pericolo, che vai la pena di segnalare: buona parte degli spostati si dànno a strani generi di lavoro che, in- 162 LO SPIRITO E LE CLASSI vece di eliminarlo, aumentano il disagio. Giornali, rivi¬ ste, iniziative editoriali, organismi di tutela per gli Ita¬ liani all’estero, istituti di propaganda e per l'assistenza al prossimo nelle forme più involute di previdenza, biz¬ zarre formazioni di carattere sindacale e culturale, uffici stampa di propaganda, consulenze giuridiche, per lo stu¬ dio delle questioni più inverosimili, fioriscono essenzial¬ mente ad iniziativa di quella parte della classe media non assorbita dalle amministrazioni statali e che, pur avendo in uggia il borgo selvaggio, teme l’avventura oltre le frontiere. E il fenomeno è tanto più antipatico, quanto più lo si ammanta di Littorio, mescolando molte volte il sacro al profano. Ora, come massima, si deve tendere a potenziare la produzione, non ad umiliarla, né tanto meno a sovracca- - ricarla di superstrutture inutili e dannose. Lo Stato farà bene, attraverso concorsi severi e non sollecitazioni di onorevoli, a rinsanguare i suoi quadri. Altrettanto deve fare la borghesia che ha bisogno della classe media come forza dirigente. Ma a sua volta la classe media deve en¬ trare nel nòvero delle forze produttive e non restare fra gli elementi statici e negativi della vita nazionale. Si faccia finalmente posto alla fiducia e troveremo, nello spi¬ rito vivo della solidarietà, spazio e lavoro per tutti gli elementi della collettività nazionale. Dopo le garanzie al capitale e al lavoro, dobbiamo pensare alla classe me¬ dia, che delle forze suddette rappresenta il tessuto con¬ nettivo e delle quali è un complemento necessario. 163 LUCI ALL’ORIZZONTE Dal Popolo d’Italia dei 23 luglio 1929-V1I. Cfr. la nota preliminare, a pag. 139. T^orna agli onori della discussione internazionale, il problema degli Stati Uniti d Europa. Ne parlo già Victor Hugo, subito dopo Sédan; ma, ancor prima di lui, con visione più ampia, con principi di carattere universale, aveva accarezzata questo sogno 1 anima nobilmente ro¬ mantica di Giuseppe Mazzini. Briand, dunque, arriva in ritardo. La sua trovata non ha il pregio della novità. La proposta degli Stati Uniti d'Europa fa parte di quelle ideologie che, a somiglianza del fumo, ottenebrano la visione realistica della situa¬ zione del nostro continente. L’Europa è malata per infinite ragioni ed è in preda ad una crisi politica, economica e spirituale, la quale af¬ fatica tutti i popoli che la compongono. L idea di una Federazione, gettata in pasto alla discussione generale con una certa solennità, arresta per un attimo la lenta elaborazione dell’assestamento. C è chi pensa ad una u ~ ?. 165 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA Federazione di carattere economico; qualche altro vor¬ rebbe informarla a principi di carattere morale. Ma l’esempio, che finora ha dato la Società delle Na¬ zioni, non è incoraggiante e non suscita fiducia nelle essisi politiche internazionali. I Tedeschi — e, in genere, tutti i popoli vinti — nella trovata di Briand vedono un elemento diversivo. Coloro che soffrono per ingiu¬ stizie palesi, non possono credere allo siaiu quo di una situazione che si risolverebbe a beneficio dei popoli già arrivati. L’America mostra di non preoccuparsene, giacché-tra l’altro, essa pensa che le Federazioni — come nel caso suo — nascono sempre dopo una guerra: così, del resto, è avvenuto in Germania, quando i vari popoli che la compongono si sono federati. Ma in America, e più in Germania, esisteva già una omogeneità linguistica, che facilitava l'unione federale: l’Europa è invece un mosaico eterogeneo di razze e di lingue, di mentalità e di tradizioni. Tuttavia, il tèma è troppo vasto perché non con¬ tenga, almeno in germe, un principio di verità, se non di attuazione. Se ne può dunque discutere. Premesso che le Nazioni normalmente, quando si erigono a forma sta¬ tale, dànno attuazione pratica e giuridica alle aspira¬ zioni già esistenti nelle moltitudini, è giusto che il pro¬ blema resti alla sua prima fase, tra le finalità, cioè, delle varie correnti politiche, che informano la vita degli Stati moderni. 166 LUCI ALL’ ORIZZONTE La proposta enunciata da Briand, è stata ripresa e ampliata da Herriot. Questi ha detto che la Francia, come ha proclamato i diritti deiruoina, deve proclamare i di¬ ritti dei popoli. La Francia, a parer nostro, sembra la meno indicata a farsi banditrice di questo nuovo prin¬ cipio delle genti. La Francia, che proclama il Trattato di Yersaglia come intangibile e si dichiara disposta a fare una guerra piuttosto che modificarlo, non è nelle migliori condizioni per tracciare le linee del nuovo assetto euro¬ peo. Né si può credere che gli Stati Uniti d'Europa pos¬ sano avere, come base fondamentale, i cartelli dell'ac- ciaio e della potassa. In realtà i fattori politici ed economici, in queste cose, non possono da soli essere decisivi: sono sempre le forze morali cbe ispirano i grandi raggruppamenti di po¬ poli; e in Europa vi è ancora troppo vasto retaggio di ri- sentimenti, perche sia possibile determinare un’azione e una vita comuni, su un terreno che è. in perenne fer¬ mento. Non si deve dimenticare, infine, il problema com¬ plesso della Russia, cbe gravita con la sua inerzia disor¬ dinata ed è sempre viva minaccia per i sogni di pace. Molte costruzioni politiche vanno rivedute; più di una linea di confine deve essere corretta. La democrazia ha fomentato tutte le guerre. Il torto del mondo moderno è quello di aver troppo spesso mentito a sé e agli altri: si è sempre cercato di velare con frasi e teorie impossibili, le avidità, le ambizioni, gli orgogli, sempre in lotta di supremazia, per la volontà che hanno i popoli che ascen¬ dono e per la necessità di trovare un posto al sole che 167 Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA sia in relazione alla loro importanza, alla loro attività ed alla loro preparazione morale ed economica. Non bi¬ sogna farsi illusioni: le Nazioni europee hanno troppi interessi e troppi ideali antitetici, per nascondere tutto questo nel comodo involucro di una formula d'interna¬ zionalismo democratico. Il pericolo che sovrasta il nostro continente non è dato dalla sola invadenza americana, in un campo scon¬ quassato dalla guerra: vi sono razze di colore che pon¬ gono i loro quesiti; vi è una tecnica che, priva di solide basi morali, non basta ad alimentare e ad elevare la vita dei popoli; infine, vi sono teorie che si diffondono con la forza della suggestione e costituiscono veri e propri fat¬ tori di dissolvimento. Bisogna superare quéste forze negative, non con formule astratte, ma con azioni concrete. La Francia è democratica o conservatrice? La forza dell'Inghilterra è nell’Ammiragliato che tiene stretto, con autonomia tra¬ dizionalistica, il dominio dei mari, o nella verbosa e li¬ vellatrice democrazia di Mac Donald? Non sapremmo a chi credere di più. La Germania ha un suo problema interno, nel quale si esauriscono, come nei giuochi infantili, i vari partiti della repubblica imperiale; ma al dicastero degli Affari Esteri resta sempre un uomo solo, Stresemann, per dare alla politica tedesca di rivincita una continuità, capace di condurre ad un cambiamento della sua condizione di nazione vinta. In questo panorama — che non è certo idilliaco, ma 168 LUCI ALL’ ORIZZONTE è invece pieno di asprezze e frastagliato di minacciose incrinature — la proposta di una Confederazione euro¬ pea, richiama alla memoria una povera colomba presa in un turbine. Guardiamo alle cose con spirito realistico; esiste e si è affermato, nel nostro continente, un principio etico, che da un decennio ispira la politica italiana: il Fasci¬ smo. Le sue idee sono nitide, senza mezzi termini o de¬ viazioni; il suo metodo ho dato risultati che fanno me¬ ditare. Presso altri popoli si sono copiati, se non alla let¬ tera, alcuni principi informatori del Fascismo. E, al di fuori dei partiti costituiti, vi è un senso diffuso del prin¬ cipio gerarchico; si sente la necessità di ordine, si misu¬ rano Timportanza e la forza del principio di autorità; si vede che solo il Fascismo è riuscito a fondere in per¬ fetta unità il pensiero con l'azione, la visione realistica delle necessità politiche con quell’impulso collettivo di passione che trasforma i grandi ideali in idee-forza, fat¬ tori efficienti della Storia. Di fronte a tutto questo, le vecchie scuole politiche si vedono impoverite, si rivelano decrepite, sfrondate dei grandi attributi che devono reggere la vita dei popoli. A Roma solamente si possono dunque discutere i grandi problemi europei. Si dovrebbero far conver¬ gere alla Capitale gli esponenti di tutti coloro che hanno l’anima inquieta e tendono, in buona fede, alla salvezza, nel nome di un principio superiore di solidarietà umana e per la forza inesorabile delle verità, che la durezza dei 169 Ili —STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA tempi ha fatto scaturire dal genio di una stirpe mil¬ lenaria. A Roma possiamo conoscere gli amici che sentono e vivono la nostra passione, oltre la cerchia dei singoli paesi, consci dei pericoli che sovrastano sulla civiltà oc¬ cidentale. Ogni sforzo in altezza è fiaccato da una ten¬ denza generale all’abisso. Al di fuori dei Parlamenti, dei consessi ufficiali, dove giuncano sempre le forze occulte delle società segrete, le verità possano balzare da una serie di esami, di discussioni, di valutazioni, fatte da ele¬ menti di ogni paese, che cercano dei punti fermi e che credono e vogliono poter resistere alle follie dissolutaci e alla politica dell’accerchiamento economico. A Roma possono convergere gli insofferenti di tutto il vecchio mondo. Il Fascismo sa essere ospitale. Ha un suo Capo, una sua dottrina e porta con sé dei principi fondamentali, che possono realmente avviare ad un fronte unico, il quale sia veramente baluardo e salvezza dell’Occidente. La Storia è piena di Concilii; e tutti i Concilii religiosi del Medio Evo e della Rinascita hanno avuto un valore politico e sociale. Oggi il Fascismo può iniziare un nuovo tipo di Concilii universali, che dalla rinnovata sapienza di Roma tragga le fonti e le forze della salvezza della nostra civiltà. 170 IL DECENNALE DELLA MARCIA DI RONCHI Dal Popolo d’Italia del 12 settembre 1929-VII, Cfr. la nota preliminare a pag. 139. O ggi ritalìa fascista commemora il decimo anniver¬ sario della Marcia di Ronchi. Ed è bello rievocare quelle drammatiche giornate, non più nell’ansia e nel dolore, ma nella serena e compiuta unità morale del popolo italiano. La città dolorosa, che il Comandante Poeta volle chia¬ mare olocausta, ha raccolto in sé, durante questo decen¬ nio, in una sintesi di volontà e di vita, la parte migliore dell’anima nazionale. A Fiume si guarda sempre come alla sentinella avanzata d'Italia, ardente di passione e di fede; essa rappresenta — quasi simbolo vivente —- la co¬ scienza della Nazione vittoriosa, non mai sopita, ma sem¬ pre vigile e pronta alle future vicende. È giusto che Fiume abbia per noi questo alto valore simbolico: la sua lunga odissea la rende sacra all Italia. Si rammentino i giorni del settembre 1919. Fu quello un anno nefasto, eppure seguiva immediatamente la no¬ stra grandiosa vittoria militare di Vittorio Veneto. Ma che Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA valeva la vittoria delle armi di fronte al tradimento, alla viltà, alla mala fede? Noi, vincitori: eravamo sconfitti a bersaglia; la Dalmazia rimaneva immolata; Fiume ci era contesa; un grottesco ideologo sorridente, Wilson, si prestava al gioco degli interessi e delle avidità, confor¬ tato anche in Italia da lina stampa rinnegata ed imme¬ more. La tregenda della viltà rinunciataria toccava i suoi vertici: abbandonammo terre italiane rese gloriose nei secoli dal Leone di San Marco; i nostri uomini politici erano disposti a sacrificare anche Fiume alla prepotenza interalleata. L’inettitudine paurosa dei nostri gover¬ nanti — dominati solo dal contìnuo ricatto dei partiti estremi — preparava il terreno propizio alla disgrega¬ zione nazionale. Ma già, sino dal marzo 1919, era sorta la volontà nuova e ribelle del Fascismo. Contro tutte le viltà e con¬ tro tutte le rinuncie, si ergeva la trincea del Popolo d’iia- lia , al comando di Benito Mussolini. In questa fiamma di ribellione si affermò la volontà temeraria del nostro maggior Poeta; il Duce era ferma¬ mente deciso a qualunque reazione. La lotta era aspra: il Popolo d'iialia e Benito Mussolini erano perseguiti dallo stillicidio della censura, sorvegliati in ogni movi¬ mento e in ogni appello di resistenza. I rinnegati che erano al Governo tentarono un diversivo: un viaggio a Tokio doveva togliere dalla circolazione — proprio nel momento più difficile — il Comandante. IL DECENNALE DELLA MARCIA DI RONCHI La Stampa e il Regime, gli stessi combattenti e i proletari, si lasciavano attrarre dalla viltà universale. In quel momento, la ribellione fiumana, significava ribellione a tutta la squallida politica di rinuncia di fronte agli stranieri e di abdicazione di fronte al quotidiano assalto delle masse illuse e sobillate. La marcia di Ron¬ chi fu quindi il primo gesto ribelle all'inerzia della po¬ litica italiana. Sino d'allora, la vicenda di Fiume superava i limiti della città controversa, per involgere e interessare l'intero destino della Nazione. L’opinione pubblica ne fu scossa ed ammirata; la parte migliore ritrovò se stessa e cir¬ condò di plausi i legionari; l’Esercito diede i suoi reparti migliori all'impresa audace e leggendaria. Gabriele d'Annunzio — che, fra i grandi Poeti, ha il dono raro di cantare e vivere a un tempo l'eroismo — seppe tenere in soggezione le forze avverse di casa no¬ stra e le forze nemiche straniere. Fiume lo accolse e lo avvinse con fiero animo e con tenerezza materna. Invano, il disonorevole Nitti fece appello alla massa popolare per inscenare l ennesimn sciopero generale. Non si poteva immaginare una invocazione più turpe. Ma il tentativo a nulla valse e per un residuo di pudore — a per paura dell'opinione pubblica ridesta — si attesero gli ulteriori sviluppi della vicenda fiumana. Nella notte fatidica di Ronchi, il Comandante, sof¬ ferente e febbricitante, scrisse una lettera a Benito Mus¬ solini. Lo mise a giorno del suo audace divisamente, al- Ili — STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA fermando che « anche una voli a lo spirito domerà la carne miserabile ». Tutta l’impresa fiumana è sintetiz¬ zata in questo sforzo di volontà continuo, assoluto, te¬ nace, ribelle, veemente, contro gli elementi avversi, che erano infiniti. I sacrifici furono molti e gravi; l’occupa¬ zione fu lunga e ricca di complesse vicende. Vi furono dei tentativi di accordi, vi fu il blocco intorno a Fiume per tagliare i viveri ai legionari; vi furono anche dei tentativi di disgregazione, ma il Comandante seppe vi¬ gilare e resistere. Poi vennero l’accordo di Rapallo e il tragico Natale di sangue. La Nazione palpitò e sofferse, ancora una volta, come nell’ora tragica di Aspromonte. 11 Risorgimento aveva conosciuto l’impeto di simili ribellioni. Ad una certa ora della Storia, mentre le classi dirigenti e i Governi tentennano e non sanno prendere la dura e solenne croce della responsabilità, erompe sempre dal ceppo della stirpe chi sa osare. Sono gesti di sacri¬ fìcio, gesti prodighi e magnanimi che completano la fa¬ tica e l’evoluzione lenta di un popolo: nella tragedia di Fiume si perpetua e si rinnova quel vincolo spirituale che lega la tradizione garibaldina all’eroismo dell’ultima guerra di redenzione, dalle Argonne a Vittorio Veneto e a Fiume. Gabriele d’Annunzio diede un fiero colpo d’ala alla vita italiana; rese sacra la città di Fiume che, forte e monolitica, tornò più tardi, superando un trattato, alla Patria comune. La saggezza politica del Duce compì l'opera iniziata; assicurò i risultati di quella lunga lotta alla unita potenza dell’Italia rinnovata. IL DECENNALE DELLA MARCIA DI RONCHI Ricordiamo qui Gabriele d’Annunzìo per tutti i suoi legionari. Vi sono tra essi degli esempi mirabili di eroi¬ smo, di devozione e di altruismo, Non scendiamo a par¬ ticolari e a far nomi: Gabriele d'Annunzio li riassume tutti: i vivi e coloro che caddero. Disse bene di loro il Duce, ricordandoli con frasi indelebili: « Onore ai le¬ gionari e al loro degno Comandante; onore a coloro che tornano e a quelli che non tornano più: questi sono ri¬ masti a presidiare il Nevoso e ad indicare le Dinariche ». Il decennale è oggi solenne in tutta Italia. A Roma, Madre e maestra, la celebrazione avrà un tono di parti¬ colare grandezza. Questo è anche il preciso desiderio del Comandante: Roma è riconsacrata dal Fascismo e dal Duce e può esaltarsi nell’opera altissima generosa dei le¬ gionari di Ronchi. Ma la solennità del momento non cinduca a ripo¬ sare sugli allori. Questo non è tempo di tregua: dobbiamo ritrovarci tutti, ancora in piedi o ancora in marcia, per¬ ché l’opera nostra si continua e si rinnova ogni giorno. 175 ■ LA CULTURA FASCISTA Siamo tigli ultimi due anni della vita operosa di Ar¬ naldo Mussolini. Nel profonda dolore, Egli eleva anche più alto il tono spirituale dei suoi articoli: esempio tipico questo articolo dedicato alla cultura fascista s e pubblicato sul Popolo à'Italifl del 2 5 febbraio 193G-V1II. «La vita spirituale, egli scrive, è una perenne ricerca di bene, un'aspirazione vergo la perfezione m. E indica la via da seguirealle nuove generazioni dell'Italia fascista. In questa via luminosa t la fede t la politica e la cultura si fondono in piena unità — come, forza trifale ed essenza del nuovo tipo di ci¬ viltà creato dal Fascismo, A i Ybbiamo visio in Italia — specialmente in questi ul¬ timi tempi — fiorire una quantità di istituzioni culturali degne di essere attentamente studiate e seguite. Tutto ciò che si compie per raffinare lo spirito, potenziare la vo¬ lontà, aumentare la conoscenza dei diritti e dei doveri dei cittadini, trova consenziente il Fascismo. La vita spiri¬ tuale è una perenne ricerca del bene, un'aspirazione verso la perfezione, una tendenza al benessere dello spirito ed al benessere economico, una volontà di estendere al paese, alla collettività di cui siamo parte, la somma dei 179 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA beni e delle qualità necessaria alla nostra vita migliore di popolo in cammino ed in ascesa. Il fatto specifico della cultura popolare ha avuto in passato dei fautori ferventi. In ogni tempo, dall unità d’Italia ad oggi, da tutte le tendenze di parte, si è dato largo posto — specialmente nei propositi — alla cultura popolare. Non bisogna confondere la cultura con la scuola per analfabeti. Vi sono popoli che non hanno analfabeti e che hanno la media intellettiva inferiore a quella di certi paesi dove non funzionano scuole. Ad ogni modo nella vita moderna non esiste Nazione civile che non ab- bia come caposaldo risiruzione generale del popolo. Alla parte istruttiva si innesta poi la parte educativa. Scuole per adulti e scuole professionali completano il quadro. Non bastano! Sono necessarie le biblioteche, i corsi spe¬ cializzati ed infine gli Istituti di Cultura che, special¬ mente in certe città, rappresentano una tradizione di no¬ tevole importanza. Alle vecchie università popolari si ag¬ giungono o si sostituiscono gli Istituti Fascisti di Cultura. A questo proposito non sarà male aggiungere che la cultura attraverso le conferenze è divenuta di uso o di abuso quotidiano. Non vi è circolo rionale, sindacato, as¬ sociazione di professionisti o di categoria che tra i suoi programmi immediati — oltre l’assistenza generica di prammatica agli associati — non abbia nell'annata, ov¬ vero nell’inverno propiziatore, un ciclo di conferenze da svolgere. Per non dire sempre conferenze, si dice anche un ciclo di letture, di lezioni, di dizioni, di trattenimenti con proiezioni, ece., ecc. A voler ascoltare tutti ci sarebbe 160 LA CULTURA FASCISTA la mobilitazione permanente... Siamo, con queste dichia¬ razioni paradossali, così eretici da irridere alla cultura generale del popolo? Mai più! Solamente -vorremmo essere degli spiriti pratici. Tenerci più alla realtà che alla fan¬ tasia, più alla verità che alla retorica. Prendiamo, ad esempio, l’Istituto Fascista di Cul¬ tura di una grande città. Il suo programma è vario, eclet¬ tico. Va dalla storia alla tecnica, dall’arte ai gasogeni. Una cinematografia di conferenzieri illustri, mentre il pubblico non ha variazioni sensibili. Come vi sono certe professioni abitudinarie, così vi è l'ascoltatore di profes¬ sione presente allo svolgimento dei temi più svariati e eontradittori. Vi sono certe forme maniache di erudizione che mettono in pericolo la volontà dei veri studiosi. Sono questi elementi che conoscono l’eloquenza dei più bei nomi dell'oratoria italiana, esigenti al sommo grado su gli orari, su l’etichetta, su la presentazione dell'oratore e sui voli di apertura e di chiusura. Vorremmo per ciò chiudere questi surrogati delle vecchie università popolari? Mai più! Ripetiamo: vor¬ remmo dare una vita maggiore, più vasta, più redditizia, più efficace ai nostri Istituti di Cultura Fascista. Giac¬ ché — guardiamoci negli occhi — la cultura fascista, ad esempio, in una città di un milione di abitanti non acqui¬ sterà larga base e una diffusione decisiva per sessanta conferenze annuali, con una media di duecento ascolta¬ tori per lezione. Vale la pena di creare un apposito vasto Istituto, mobilitare dei conferenzieri, disturbare le auto¬ rità per dei risultati assai ridotti di carattere dubbio? is « t. 181 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA Non sarebbe meglio cambiare sistema se non programma? L’esperienza e particolarmente l’osservazione obiettiva di questi tempi ei ha suggerite alcune idee che sottopo¬ niamo all’esame imparziale degli amici. Un Istituto di Cultura fascista non inciderà su la sen¬ sibilità delle moltitudini se non erudisce coloro che co¬ mandano e che dirigono gli aspetti infiniti della vita. A nostro parere, tenendo in piedi l’attrezzatura degli at¬ tuali Istituti, si dovrebbero raggruppare le materie, sce¬ gliere l'uditorio aderente ai temi da svolgere e chiamare dei conferenzieri degni dell’uditorio e di assoluta fede fascista. L’Istituto di Cultura fascista dovrebbe avere la set¬ timana dedicata alla scuola, all’arte, alle colonie, all’eco¬ nomia, alle corporazioni, allo sport, alla storia, alla vita comparata degli altri popoli, ecc., ecc. Conferenzieri scel¬ tissimi e particolarmente attrezzati dovrebbero parlare a coloro che domani dovranno esercitare un comando, servire di insegnamento, e dare l’esempio. Il Fascismo in ogni campo ha una sua etica particolare. Ogni ramo del pensiero e dell'attività deve avere, conservare i caratteri tipici e il sigillo del Fascismo. Citiamo un caso. Nella settimana della scuola gli ascoltatori dovrebbero essere solamente coloro che hanno il privilegio di svolgere in ogni categoria di insegnamento opera istruttiva ed educativa secando il nostro credo fa¬ scista. AI ciclo delle conferenze coloniali non dovrebbero intervenire che coloro che si interessano del valore delle colonie, degli interessi economici e morali che ci legano 182 LA CULTURA FASCISTA ai nostri domini africani. Così in ogni campo 1 Istituto, fascista dovrebbe dire la sua parola, dare un suo insegna¬ mento, segnare le sue direttive. Conferenzieri non devono essere dei dilettanti, ma coloro che hanno vissuto le verità che insegnano, che hanno i nobili attributi dei maestri pieni di esperienza e di carattere e che al termine di ogni conferenza possano e debbano concludere: <£ Tali sono le verità fasciste che danno a questa ma¬ teria una sua caratteristica inconfondibile. Andate e vi¬ vete ed operate secondo questi principi. Parla in me la dottrina e l’esperienza. Fatevi dei banditori di queste idee. Lavorate e potenziate la volontà degli nomini se¬ condo la nostra dottrina fascista. L'Istituto di Cultura fa¬ scista è un vivaio di energie. E se domani la vita vissuta darà a voi la possibilità del comando e l'esperienza vi in¬ segnerà altre verità necessarie alla maggiore grandezza della nostra vita, salite a questa cattedra e insegnate ai fascisti e agli uomini di buona volontà come si opera e come si vince ». Forse la figurazione è un po' retorica. Ma nel ragio¬ namento è una parte sostanziale che va meditata e at¬ tuata. La cultura non deve confinarsi nel regno astratto e rimanere geloso patrimonio di pochi. La cultura deve es¬ sere patrimonio e orgoglio del popolo italiano. Esce dalle vecchie forme indistinte e nebulose e porta, per nostro orgoglio e fortuna, il segno incancellabile e la forza del Littorio romano. 183 IL NOSTRO BELTRAMELLI JYd mano dd 1930-VIIIj si spegneva lo scrittore romagnolo Antonio Beliramelli, Accademico d J Italia. Arnaldo Mussolini, nel rievocare con animo commosso Vomico, lo scrittore, U polemista incisivo ed ironico, collaboratore fedele del Popolo d’Italiflj illumina, in breve scorcio, la missione dello scrittore nel tempo fascista. Questo articola apparve sul Popolo d’Italia del 16 maria 1930-Vili. La morte ha rapito alle lettere italiane e al Popolo d'Italia uno dei loro migliori elementi: Antonio Beltra- melli. Un male inesorabile, attraverso rapide tappe, lo ha portato alla tomba, mentre egli era ancora nella pie¬ nezza della sua forza politica e della sua forma stilistica. Il Popolo d'Italia , che lo ha avuto in questo ultimo decennio suo redattore ordinario per le lettere, sente for¬ temente la grave perdita. Ma vi è, al di là della colle¬ ganza professionale, un’amicizia politica, cementata dalle molte vicende di questo decennio, che ci rende 1 anima maggiormente triste. Non è il tono elegiaca che vogliamo adoperare parlando di Lui. Egli era un forte; amò an¬ dare spesso contro corrente, non volle mai indulgere alla 185 ] V FEDE, POLITICA E CULTURA demagogia; è necessario, dunque, parlare di Lui con animo virile. Quella che è siala la sua opera letteraria e politica, è consacrata dalla sua nomina ad Accademico d’Italia. Vi è però un Beltramelli meno conosciuto, che è bene lumeggiare. Egli è stato un anticipatore: quando la de¬ mocrazia vestiva i panni di Arlecchino e snaturava la storia e i compiti della Terza Italia, Antonio Beltramelli, nella sua opera coraggiosa, seppe mettere contro luce, col suo stile forte ed originale, la debolezza congenita dei metodi e degli uomini rossi. Innamorato del suo Paese, conoscitore della sua sto¬ ria, Egli ne ha tracciato, in pagine immortali, lo sforzo e l'ascesa nel mondo civile. Già nel fervore della virilità, sognava di dare vita alla serie dei romanzi coloniali, per affermare il nostro diritto nel Mediterraneo, il potenzia¬ mento delle nostre famiglie di emigranti oltre le frontiere. Beltramelli ha vissuta la passione della guerra; è stato ira i primi fascisti. Nel 1924, a Roma, in un am¬ biente torbido, si è battuto contro l’ignobile gazzarra della quartarella. Nel Popolo d’Italia si fece antesignano di molte buone battaglie politiche e letterarie. Sotto lo pseu¬ donimo di « Cavalier Mostarda » e col suo stile fiorito, segnava dei punti fermi all’etica fascista. Scrittore, polemista, politica, console della Milizia, Accademico, noto nel mondo nazionale ed internazionale, Antonio Beltramelli non aveva perdute le caratteristiche dell' uomo franco, leale; era un romagnolo chiassoso, senza pose da superuomo, pronto sempre alle battaglie, 186 IL NOSTRO BELTRAMELLI vicino alla genie più umile della sua terra. L’estate Egli si ritirava nell’eremo suo, nella piccola villetta « La Sisa », nella campagna forlivese, e attendeva alle fac¬ cende più modeste, mentre preparava nuovo lavoro e nuovi progetti per il domani, sempre improntati ad una grande fede fascista, nel nome di una grande madre: l’Italia. Sul Duce aveva tessuta un'opera poderosa: YUomo Nuovo. Egli si considerava un devoto e un soldato obbe¬ diente in umiltà al suo Capo. Al Popolo d Italia era il collega dalla parola gioconda, dal pensiero elevato, dalla concezione romana ultimo stile, quella creata dal Duce. Perdiamo un grande amico, un cuore di fratello, un anima di asceta. Aveva pubblicati numerosi volumi ed è giunto nudo alla mèta. L’Accademia gli aveva dato il sigillo della gloria. Ma noi amiamo considerarla qui, nella nostra casa, semplice e vivo, scintillante di immagini, modesto nella sua fie¬ rezza, lontano dal clamore, al di sopra degli onori. Torna qui, prima di raggiungere la grande legione degli spiriti, torna alla sua casa, alla sua terra, al suo giornale. E qui lo accoglie l’anima nostra di collegbi, in una vibrazione intensa dì affetti e di memorie. VOLARE Uno dei caratteri della civiltà fascia tu t nel valere spirituale delle azioni pratiche, illuminate e poten¬ ziate dall’audacia. Anche la macchina — tanto de¬ precata dai denigratori del tempo presente —* acquisita un auo valore spirituale, in forza dell'azione nuova: esempio tipico, l’aeroplano. A questa concezione mo¬ derna e fascista si ispira il presente articolo — pub¬ blicato sul Popolo d’Italia dell'otto giugno 1930-VITI. In esso il volo diventa simbolo reale e rappresentativo dell'ascesa dell'Italia fascista nella potenza dello spi¬ rito e nella potenza politica nel monda. E VAu¬ tore sembra presagire, ancora una volta (cfr. voi. IV) che quel vaio raggiungerà le altezze dell'Aquila im¬ periale. O ggi, a Roma, avrà luogo la grandiosa manifestazione aviatoria, o — come è stata definita — la giornata del¬ l'Ala italiana. All'abilità degli aviatori si accoppia l’ar¬ dimento. Non è il solo campione che eccelle: è l'armata aerea, attrezzata nella materia e nello spirito che dà nel¬ l'insieme la prova evidente dei passi giganteschi che si sono compiuti, nell'aviazione, in un solo decennio. Precisamente dieci anni fa, si svendevano i motori degli aeroplani che pur avevano conosciute risonzo. degli Altipiani, di Lubiana e di Vienna. Gli 189 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA hangars si chiudevano. Mentre il mondo affinava i suoi piloti ed i suni velivoli, oltre che per l’attrezzatura bel¬ lica. anche per la vita civile, il Governo di Nifti rinun¬ ciava in anticipo, con una inconfessabile abdicazione, a quella magnifica manifestazione di volontà, di energia, di capacità intellettive e fisiche costituita dalle gare fra i piloti, dagli studi degli ingegneri, dalle conquiste dello spazio, dalla rapidità intesa come espressione di vita moderna. « Le smanie o le prodezze aeroplanistiche », come le definì ironicamente un filosofo, esprimono invece il tessuto profondo delle qualità spirituali e organiche di una razza. Il dominio dello spazio, le macchine che si animano al contatto del genio e dell’energia degli uomini, sono state sempre aspirazioni e sogni di generazioni e di studiasi. L'Italia, in questa materia, ha vinto la sua battaglia sul fronte interno dello scetticismo. La volontà del Duce ha dominato sovrana. Per primo Egli ha dato l’esempio di questa fede profonda nell’Ala italiana. Italo Balbo ha fatto appello a tutte le più nobili forze dello spirito na¬ zionale. E l'audacia e la giovinezza dell’Italia nuova hanno saputo rivendicare, con i campionati raggiunti, con le prove continue di disciplina e di forza, con la schiera numerosa degli Eroi, le glorie della guerra vitto¬ riosa ed il progredire perenne dell’ingegno, della tenacia e della volontà. Il Duce ha voluto questa rinascita mirabile dell’avia¬ zione italiana. L’ha voluta per la coscienza realìstica dei 190 VOLARE vantaggi che essa reca in guerra e in pace; l'ha voluta per la sua alta importanza tecnica e militare; e, infine, perché l’audacia e la volontà ben corrispondono alle esi¬ genze del suo spirito e al carattere della Nazione fasci¬ sta. dedita a tutte le prove, a tutti gli ardimenti, pronta, sempre, secondo le parole del Capo, a « vivere perico¬ losamente ». Volare: è la più tipica attività di un tempo come il nostro. Gli stormi di velivoli sopra la Città Eterna, ac¬ quistano per noi, olire che un valore tecnico e militare, un significato simbolico, che la Nazione fascista intende oggi in tutta la sua profondità. Nella vita nazionale, il Fascismo ha suscitato, in tutti i campi, un anelito di volo, un desiderio di andare più in alto e più lontano, una decisa volontà a superare se stessi. Si può considerare un anelito di volo ogni atti¬ vità, ogni febbrile volontà di azione e tutto quel fervido impulso a vincere le energie in una generosa gara di opere e di conquiste. Volare: questo è dunque il mònito sempre vivo del Duce e del Fascismo. La generazione in marcia segue con appassionata visione questo principio. Celebriamo dunque la giornata dell’Ala italiana. Salutiamo gli avia¬ tori d’Italia: essi esprimono un esempio, un simbolo, un comando. 191 ■ ACCADEMIA D’ITALIA In questo articolo, dedicato all 1 Accademia d'Italia, si ria eia, ancora una volta, il vìgile interesse di Arnaldo Mussolini, non soltanto per i valori spirituali della cultura fasciata (cfr. la nota preliminare a pag. 179 ) ma anche per le Istituzioni create dal Regime allo scopa di preparare le migliori condizioni civili allo sviluppo della cultura e delVorie. Questo articolo apparve sui Popolo d'Italia del 16 novembre 1930-IX. p JTrein etti amo che non sarebbe equo giudicare, dopo un solo primo anno di vita, l’opera varia e multiforme della Reale Accademia d’Italia. Il primo tempo è stato dedi¬ cato, in gran parte, all’organizzazione e all’assestamento generale. S. E. Volpe ha dato conto, in un’ampia relazione giornalistica, della fatica del primo periodo. Come il so¬ lito, vi sono stati quelli che sono rimasti soddisfatti ed altri che hanno giudicata insufficiente e disorganica l’opera generale della nuova Istituzione. Per essere obiettivi, dobbiamo osservare che in così breve spazio di tempo, la quantità delle opere compiute è. invece, notevole. Memorie scientifiche, aiuti a pubbli¬ cazioni nazionali e a scoperte, lavori bibliografici, cen¬ tenari celebrati e rapporti con stranieri insigni, formano 193 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA un insieme di attività lodevoli, varie e intense. C’è poi una parte in via di attuazione, dall’opera di collega¬ mento fra i vari Enti accademici sino all’assegnazione dei premi Mussolini, che ha un alto valore program¬ matico. Ha ragione S. E. Volpe di asserire che l’Accademia d'Italia vuol essere un’Accademia nuova, e non una nuova Accademia, cioè « una di più » da aggiungere alle altre esistenti. Per essere tale sarebbe necessario, a no¬ stro avviso, ancora un maggior lievito di forza e di idee che ponga la grande istituzione al centro della vita spi¬ rituale italiana, come autorità suprema, riconosciuta e indiscussa, delle attività intellettive e spirituali della Nazione. Nei campi vasti dell’ingegno umano, in un paese di secolari tradizioni come il nostro, le gerarchie si conqui¬ stano con le opere nuove e originali. L’autorità si afferma con la forza attiva delle anime e con l'integrità delle coscienze. Da questo senso di autorità alla possibilità del comando, il passo è breve. Una istituzione di valore così elevato come l’Accademia, messa al centro delle attività intellettuali italiane, deve essere un punto fermo e deve dare degli orientamenti sicuri nella vita nazionale, oc¬ cupandosi dell’essenza spirituale del Fascismo, promuo¬ vendo correnti di pensiero e di arte che siano parte inte¬ grale della civiltà fascista. Vorremmo infine che essa non fosse assente da quello che è il veicolo del pensiero mo¬ derno, il libro, nella sua complessa industria che va dalla concezione al banco di vendita. Per quel che riguarda la (94 ACCADEMIA D’ ITALIA collezione dei Classici, l’Accademia dovrebbe esercitare una vera e propria sorveglianza di carattere assoluto. Vi è qualcuno che si è giustamente rammaricato che l'Accademia d’Italia abbia trascurata l’arte così cara al cuore e alla sensibilità italiana: la musica. Forse l’ap¬ punto ha una base fondamentale di verità. Si sono pre¬ miate e si sono tenute presenti le aspirazioni, gli interessi, e si è dato l’ausilio ad ogni forma nobile di attività dello spirito. Per i musicisti che devono mantenere intatta e illustrare maggiormente la nostra tradizione musicale non si è fatto molto. Ciò vale anche per le arti figurative. Non accenniamo al teatro, perché proprio in questi giorni vi è una quantità di diagnostici che meditano e che propongono una resurrezione organica del teatro italiano. Non vorremmo chiamare in lizza, nella contro¬ versia generale, nn Fnte così alto e così complesso come l'Accademia d’Italia. Comunque, non sarebbe fuor di luogo la costituzione di una Compagnia drammatica na¬ zionale stabile, con residenza a Roma, che mettesse in valore tutti gli autori italiani scelti dall'Accademia. Le Accademie, in genere, per essere delle forze vive, devono scendere coraggiosamente nel pieno della lotta, delle ansie, delle speranze, degli ideali che formano oggi la nostra vita spirituale. L’Accademia d’Italia, nel nostro concetto, non deve essere solamente moderatrice, ma an¬ tesignana. Il campo, checché ne dicano gli scettici e i pessimi¬ sti, è vasto e non è lontana la fioritura delle idee e delle opere degne della grande vitalità della Storia Nazionale. 195 POTENZA Ritorna — in occasione dello Iransvnìata atlantica gui¬ data do Itala Balha — la visione del valore spirituale e simbolico del volo {cfr. pp. 1R9-191), in questo ar¬ ticolo pubblicalo sul Popolo d’Italia del 17 gennaio 1931-IX. -Lia transvolata oceanica è compiuta. L’arrivo a Rio de Janeiro dei nostri aviatori, contemporaneamente ai pos¬ senti esploratori della nostra Marina, ha segnato, in una apoteosi di gloria, il termine dell’audacissima impresa. Il saluto del Duce, solenne e fiero, ha dato alla gesta avia¬ toria di Italo Balbo e dei suoi compagni, un sigillo d'onore. Prima di inviare il suo messaggio, il Duce ha atteso la fine dell’ultima tappa. Giustamente, fino a che tutto non è finito, nulla è finito. Questa frase incisiva e lineare, in¬ dica il dovere ai fascisti dell’attesa tenace e segna nuovi orizzonti a tutta la Nazione. Molto si è fatto, ma il cammino non è ultimato. Bi¬ sogna saper agire con pazienza. Solamente quando le mète sono raggiunte, le opere acquistano valore. Pur¬ troppo, ogni impresa di ardimento è segnata dal sacri¬ ficio dei generosi. Ogni combattimento ha i suoi Caduti. Il « V. 197 IV — FEDE, POLITICA E CULTURA I] capitano Boer, il tenente Barbicinii, i sottufficiali Nensi, Imbastari e Fois, sono consacrati alla gloria éd alla gratitudine degli Italiani. Il loro olocausto riafferma l’alto valore morale dell'impresa di Balbo. Non si tratta di una manifestazione sportiva, bensì di una afferma¬ zione nazionale cbe segna nel tempo la nostra gloria di popolo. L Italia ha mostrato al mondo la sua efficienza tec¬ nica e la bravura dei suoi uomini. Questo hanno capito maggiormente, con generoso impulso, le nobili popola¬ zioni sud-americane, che hanno accolto con delirante en¬ tusiasmo l'arrivo della nostra gente. Il Brasile, profon¬ damente latino, legato a noi da una serie di vincoli umani e spirituali, ha sentita la vittoria italiana con intensa vibrazione fraterna. Di fronte alle simpatie di questo grande popolo consacrato dall'audacia e dalla gloria, scompaiono le venature e le riserve degli antitaliani, che non sanno, non vogliano e non possono credere alla po¬ tenza dell’Italia nel secolo ventesimo. Potenza: questa è la parola che indica in più com¬ pleta sintesi i caratteri della transvolata oceanica. Nella Notoria, gli avvenimenti non sono mai isolati. In questo periodo di fervore, il pensiero ricorre agli anni difficili susseguenti all'unità italiana, agli aneliti dei viaggi lon¬ tani nei continenti inesplorati, in cui la stirpe italica doveva lasciare la impronta della sua fatica e del suo genio. L’unità italiana sarebbe stata un elemento senza vita se uomini come Camperio, Antinori, Cecchi, Giu- lietti, non avessero tentate le vie lontane, per il nostro 198 POTENZA predominio. Oggi ancora l’audace desiderio di esplora¬ zione e di valore è affermazione di potenza. Il primo impulso, dopo il 1870, si stroncò nella grigia atmosfera politica dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Ora il nostro sforzo volitivo è destinato a fiorire nelle afferma¬ zioni più grandi. L’Italia, che sul finire del 1900 riversò sulle spiaggie brasiliane migliaia e migliaia di umili emi¬ granti, risaluta oggi i fratelli con il rombo dei suoi mo¬ tori e con l’imponenza delle sue navi. Tali affermazioni non sono retoriche, ma sono la risultante di avvenimenti della politica fascista, considerata con sereno spirito realistico. Questa verità nuova impone agli Italiani un preciso dovere. Bisogna sentirsi tutti degni — nell’ambito della vita anche la più modesta — del tempo, della gloria e dei compiti che siamo chiamati ad assolvere. Le grandi audacie dei nostri aviatori, la perfetta organizzazione delle nostre forze armate, l’ordine ed il metodo creati dalla nuova classe dirigente, devono trovare spiriti ele¬ vati e volontà di realizzazione in ogni categoria di Ita¬ liani. Bisogna inalzare lo spirito oltre le angustie della piccola vita quotidiana, in un anelito di gloria, nella bel¬ lezza del sacrifìcio. 11 volto nuovo dellTtalia ha queste linee inconfondibili. Intanto il nome di Roma ed il Fascio Littorio se¬ gnano all’Italia fascista — oltre gli oceani — la via della grandezza e della potenza. 199 ' ■ Siamo agli ultimi mesi. Arnaldo Mussolini, pur chiuso nel suo perenne inguaribile dolore, trova la forza mirafii2e per suscitare gli animi olì 1 azione e all 1 amor di Pairia. E Vamcr di Patria assume in Lui una forma concreta 3 appassionala, per gli aspetti molteplici di questa nostra Italia, a cui Egli t olle dare nuove fonti di ricchezza, nuova potenza di fo¬ reste ( efr. voi. IV), e nuova vita spirituale. Di questo senso palpitante della ciua realtà dell 3 Italia è esempio mirabile iJ presente articola, pubblicato sul Popolo d'Italia 1 J J1 agosto 1931-IX. I^isogna conoscere l’Italia per amarla! Non basta es¬ sere degli eruditi, sapere le vicende del popolo italiano nei secoli, ricordare la storia del borgo o della provin¬ cia, sovvenirsi del canto e delle espressioni dei poeti su le bellezze della nostra terra. Per amare veramente la Patria è necessario conoscerla anche nella sua immagine plastica, nella forza dei suoi monumenti, tra le chiostre dei monti e la suggestività delle sue marine, tra i pano¬ rami di ampie visioni e le città piene di storia e di vita. Pochi hanno la fortuna di conoscere a fondo la nostra Penisola. Nel popolo è più facile affrontare 1 ignoto oltre la frontiera che arrivare alle città oapoluogo di regione. 201 iv — FEDE, POLITICA E CULTURA Roma Capitale d’Italia era riservata ai pellegrinaggi del¬ l’anno santo. Oltre la poca volontà e lo scarso desiderio di conoscenza, mancava anche la tecnica del viaggiare. Il treno con le sue complicazioni di orari, di fermate, di classi, di tariffe, sembrava creato appositamente per i soli professionisti o per i signori. La creazione dei treni domenicali sposta di un tratto e migliora questa sensibi¬ lità e la tecnica del viaggiare. In queste settimane nelle citta capoluogo, in partenza o in arrivo di treni popolari, non si è parlato che in modo entusiasta dei nuovi viaggi. II treno col suo complesso di personale e di tecnica è andato incontro al popolo. Il treno è un po’ come Io Stato: bisogna avere con lui della confidenza. Questa non na¬ sce che attraverso la pratica e l’organizzazione ferrovia¬ ria. Questa volta non si è limitata al trasporto puro e sem¬ plice dei passeggeri, ma li ha assistiti con dei chiari con¬ sigli, con tariffe di favore, con indicazioni elementari, per modo che il viaggio, che è la parie più faticosa di una giornata di svago, è divenuto una cosa piacevole. Alle città di arrivo il senso nuovo della solidarietà italiana ha fatto trovare ovunque dei camerati. Niente sfruttamento, ma tutte le agevolazioni. Superato il viaggio e fissata la giornata per le ne¬ cessità materiali in un’atmosfera di cordialità, tutto il resto del tempo festivo è dedicato ad osservare le cose belle, dimenticando la piccola vicenda casalinga o locale. Si crea una solidarietà fra gli abitanti delle varie città, si vedono coi propri occhi bellezze magnifiche dai libri o dalle leggende popolari. La sensibilità collettiva si 202 CONOSCERE L’ I T A L I ^ sposta, si amplifica, si migliora. Si ama maggiormente la propria terra quando si può conoscerla nei suoi pano¬ rami suggestivi, così come si comprende la guerra e si resta muti nel senso del sacrificio e dell’eroico visitando Redipuglia. Nella recente iniziativa dei treni popolari bisogna valutare nella sua ampiezza l’apporto psicologico. Non bisogna dimenticare, infine, l'atto di giustìzia che si com¬ pie verso il popolo. Le belle città, le marine deliziose, non devono essere privilegio, almeno per un giorno, di nes¬ suna classe di cittadini. A proposito di movimento di forestieri, si sta svolgendo una polemica molto istruttiva. Data la crisi generale ognuno deve stare nel proprio paese, così dicono nei paesi anglosassoni, nella Germania e in Svizzera. Il principio, almeno per noi, non fa una grinza. Solamente i « nordici >, se desiderano quella crea¬ zione dolce e divina che è il sole, se desiderano spiagge ridenti e mare caldo, non li possono creare artificialmente. Si racconta che Ostenda ha venti giorni di bel tempo. Nell’Adriatico e nel Tirreno la primavera e la stagione balneare possono durare cinque mesi. Qui il flusso verso il Mediterraneo è fatale negli abitanti del Nord. La crisi potrà ritardare i loro viaggi e le loro cure di un anno, ma il mare d’Italia non ha uguali e non ha surrogati. Quelli che vengono nelle nostre stazioni balneari e cli¬ matiche lo fanno perché vi sono sospinti. La nostra at¬ trazione reclamistica e pubblicitaria non esiste. Da noi non si viene per snobismo. Sono, invece, alcune classi di Italiani che credono 203 [V ~ FEDE, POLITICA E CULTURA darsi delle arie e dei toni aristocratici frequentando ma¬ rine del Nord e montagne svizzere. È una falsa élite che per nobilitarsi ha bisogno di contatti internazionali, come se nelle balla degli alberghi, o nelle sale da ballo potesse avere prestigio e serietà la vita internazionale. Noi non siamo per Io chauninisme esasperato e da tempo pensiamo che specialmente giovani studiosi debbono avere contatto con la vita reale, non artificiale, degli altri popoli. Le Università, le società anonime, le ditte com¬ merciali, gli ambienti culturali, là, insomma, dove si la¬ vora e s, creano supremazie, là devono essere il nostro contatto e la nostra presenza. Andare invece alla Costa Azzurra o all’Oberland o nella Valle dell'Inn a prendere il fresco è snobismo imbecille quando da noi vi è il gruppo del Monte Rosa o delle Dolomiti o del Gran Sasso ed in fatto di mare è inutile citare 1 elenco delle stazioni in¬ superabili. Ma bisogna perdonare alla insensibilità di certe cassi. Un po di bluff ha sempre accompagnato l'alta borghesia che ha i calli alle mani e porta gli occhiali. Ritornando ai treni popolari riaffermiamo ancora la oro utilità. L'It a ]i a viene vista, esaminata, esaltata dai suoi figh più umili. Sono loro che daranno la base più solida alla piramide. Conoscendo la Patria si impara ad amarla e a difenderla. 204 EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI (Q4-28 OTTOBRE 1931-IX) ADUNATA] Nei volumi precedenti (c/r. voi. II, III, IV) 2« ultime pagine rivelano sempre l’eccezionale elevazione spirituale a cui Arnaldo Mussolini era giunto fra l’ottobre e il 21 dicembre 1931, ultimo giorno della sua vita. Anche in questo «oìume — che chiude la presente raccolta — gli uilimi orticoli .sono dedicati alle due «ette supreme del suo Spirito: il Duco, il XXVIII Ottobre. Al Duce, Egli dedica questo articolo e il seguente — pubblicali in occasione della gronde adunata napo¬ letana del 25 ambre 1931-IX. (C/r. Scritti e Discorsi di Benito Mussolini, noi. VII, pp. 315-319) — all* anniversa ria della Marcia su Roma ? dedicalo l'articolo che chiude questa volume. Il presente articolo fu pubblicato sul Popolo d'Italia il 24 ottobre 1931-IX, alla vigilia dell'adunata di Napoli. apoli, la grande città mediterranea, chiamata a vita più intensa e moderna dal Regime fascista, sta per acco¬ gliere il Duce con tutto il fervore della sua anima rin¬ novata. L’attesa per il discorso che egli pronuncerà è vivissima in tutta Italia. Le ragioni sono facilmente in¬ tuibili e spiegabili. Non dobbiamo dimenticare che 1 adu¬ nata napoletana rappresentò, nove anni or sono, il primo impeto dei Fasci per la conquista del potere. Nella riunione indetta oggi a Napoli si esamina il consuntivo di tutta l’opera del Regime. 207 V — EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI Alla soglia del decennale è bene ritornare, sia pure per poche ore, al punto da cui partirono le Legioni delle Camicie Nere nei giorni di ansia, di ferma fede e di spi¬ rito audace e rinnovatore. Questo ritorno del Duce a Napoli ha, dunque, oggi, un significato profondo. Deve farci ripensare, con l'amore fervido di chi ha vissuto quei giorni e con lo spirito chiaro di chi ha una visione storica degli eventi, l’inizio del Regime fascista. Si tratta di un evento nuovo, senza precedenti nella storia e che difficilmente può essere imitato. Compiono un errore coloro ì quali vogliono ridurre la teoria a norma generale. Nel colpo di Stato del 28 ottobre 1922 non vi è la tecnica un po semplicistica ideata da Curzio Malaparte. Basta considerare gli ordini emanati dal Duce, l’opera dei Quadrumviri, 1 azione laterale per immobilizzare le forze armate e le folle imbevute di sovversivismo, la tecnica della marcia delle colonne su Roma, per com¬ prendere che la Rivoluzione è stata fatta con ampiezza di visioni, di metodi, di elementi disposti a tutto osare. La riunione di Napoli era un pretesto di carattere legale, 1 ultima. Dietro la mobilitazione si preparava l’assalto alla vecchia classe dirigente e 1 inizio della grande opera di Tesurrezione dell’Italia nuova. Sono passati nove anni. 11 decimo si inizia fin d’ora con la solenne e memore adunata di Napoli. Il Duce ha fatto precedere la riunione da un monito di austerità. 208 1 ADUNATA! L’adunata sentirà così vibrare ancora, attraverso 1 entu¬ siasmo della folla, quello spirito semplice e severo che animava i giovani squadristi, incolonnati non per una festa ma per una dura e gloriosa conquista. A nove anni di distanza è facile vedere, anche nel confronto, nell’aspetto esteriore delle nostre città, quanti decenni di vita abbiamo guadagnato nel corso della sto¬ ria. Tutta l’Italia fascista è oggi a Napoli; è presente e vicina al Duce, in un impeto di dedizione assoluta. Prima ancora delle statistiche del lavoro compiuto, è giusto sta¬ bilire, con legittimo orgoglio, come la parola sacra che legava il Capo ai gregari sia stata mantenuta in tutta la sua ampiezza. Prima ancora di segnare la rotta per domani, e lo¬ gico e giusto constatare che la fiducia nel Capo è rimasta intatta, come nel periodo ardente della vigilia. La stessa opera di carattere legislativo ha saldato intorno al Duce la devozione assoluta delle Camicie Nere e di tutti gli Italiani. Quella che un tempo era la volontà di una mi¬ noranza, che sembrava il sogno di un uomo solo seguito da pochi manìpoli di audaci, è oggi una grande realta, piena di significato. L’opera della Rivoluzione si amplifica. Trova la sua hase di vita in tutto il complesso del lavoro compiuto. Le statistiche sono da sole un monumento per l’opera rin¬ novatrice del Regime. Le inquietudini che di solito ac¬ compagnano tutti i movimenti rivoluzionari, si sono no¬ bilitate oggi nella disciplina più severa ed assoluta del popolo italiano. Dall'antica minoranza politica, piena di 209 V — EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI ardimento, si è creata lateralmente e con solide basi una serie di organismi sindacali, culturali, corporativi e spor¬ tivi che convogliano tutto il popolo verso il Regime. Lo Stato è, come noi lo volemmo, forte. La sua finanza, dopo un succedersi di lotte aspre e di vittorie, dovute ad una condotta unitaria irremovibile, è ben salda. La sua moneta è stabilizzata. Tra tutte le vittorie su noi stessi e sugli altri, questa resistenza alle specula¬ zioni, alle insidie ed alle invidie è un segno di forza che ci riempie 1 animo di legittimo orgoglio. 11 nostro presti¬ gio si e affermato definitivamente, ad onta delle oscure manovre nel consesso dei popoli. Non si perde tempo; si bruciano le tappe. Da Napoli si attende un’altra parola d’ordine per la marcia di domani. Noi siamo attori e spettatori ed è dif¬ ficile seguire punto per punto, in tutta la sua vastità, Lopera compiuta e che si compie. Ma anche attraverso la sintesi lineare di un commento quotidiano, vediamo con profondo sentimento di orgoglio tutto il valore e tutta la potenza dell’ordine nuovo. Da¬ vanti all’opera compiuta, si prospetta, chiara e precisa, l’opera da compiere. Lo spirito è intatto, come alla vigi¬ lia. TI punto e la base di partenza sono ampliati verso l'avvenire. 210 “AL LAVOROI Cfr. la nota preliminare all articolo precedente c il citato discorso del Duce in (Sciitti c Discniai di Benito Mussolini, ed. eil. uni. VII, pp • 315-319 — oue si legge il Discorso al popolo di Napoli, mentre il secondo, dialo nei presente articolo e rivolto ai Direttori Federali a conclusione del Gran Rapporto non è incluso nei volumi del Duce, poiché non venne raccolto integralmente per la Slampo). Questo odicolo apparve sul Popolo d’Italia del 27 ottobre 1931-IX. Diffìcile esprimere in sintesi un commento, un giudi¬ zio, una impressione panoramica su le due giornate che il Duce ha intensamente vissuto a Napoli. La folla, 1 en¬ tusiasmo, i discorsi, le visite, il programma mediato ed immediato di un’azione profonda nel campo della crisi economica e morale sono aspetti multiformi, degni dì am¬ plìssimo rilievo dell azione politica del Capo e del Fa¬ scismo in questo delicato momento storico. L'esame della situazione del Partito, il viatico per l’anno X, il continuo evolversi delle situazioni interne e di quella internazionale, sono aspetti diversi lumeggiati in modo particolare ai gerarchi delle provincie. Nel suo primo discorso il Duce è stato un tessitore, nel secondo un animatore, un condottiero di popolo. 211 V — EPILOGO: PER IL DUCE. PER I FASCI Non era necessaria la dimostrazione di Napoli per apprendere queste verità; ad ogni modo è giusto rilevare che è senza precedenti nella storia che un Capo di Go¬ verno, dopo nove anni consecutivi di fatiche, possa riscuo¬ tere consensi così vasti e formidabili, possa contare su la fede, la volontà, la solidarietà indefettibile dei suoi gre¬ gari come nei giorni eroici della vigilia e nei momenti più emozionanti e vibranti delia vittoria. Il potere logora. Questa affermazione non riguarda il Capo del Fascismo per il quale invece il potere raf¬ forza, affina, ringiovanisce e completa. Nel tumulto delle giornate, della passione, dell’elo¬ quenza e della folla emergono dei punti fermi che con¬ verrà volgarizzare con successivi commenti. Il Duce vuole il Partito efficiente, saldo, al riparo da ulteriori revisioni; compatto ed omogeneo di fronte ai problemi gravi del giorno, di largo respiro umano com¬ prensivo, solidale verso il « grande popolo italiano ». Il perfezionamento del Concordato con la recente convenzione per l’Azinne Cattolica, mette al riparo il nostro popolo da passibili guerriglie religiose. L’unità mo¬ rale della Patria ha il suo presupposto nella concordia di tutte le forze spirituali, antiche e nuove della Nazione italiana. « Ascoltare con pazienza ed operare con giustizia », non è una affermazione elegante scriita su di un volume o pronunziata da una piccola cattedra, È un grande e vasto programma di azione che coinvolge la volontà, la responsabilità, la fede di tutti i gerarchi. È un piano or- .AL LAVORO!» ganico di vita, elle si realizza ogni giorno e che sposta sensibilmente, più in alto, tutta la storia e la vita del popolo italiano. La rigidità è tipica negli elementi fossili. Un Par¬ tito di azione, di avanguardia, deve « sentire » i problemi del giorno e uniformare la sua azione concreta per vin¬ cerli e per superarli, mantenendo intatta, viva, aita e vi¬ brante la sua fede originaria. L'elogio del Duce a Napoli ed al suo popolo, trae ori¬ gine da una valutazione di carattere storico e contin¬ gente. Mai la vita della grande città partenopea ba tro¬ vato uri temperamento passionale ed analitico più acuta del Duce. Il suo studio, il suo amore nasce da considera¬ zioni e da un piano diverso da quello di antichi politici e dalle stesse innumerevoli scuole napoletane. Il Duce assegna dei compiti precisi, vuole delle formazioni nuove, non immagina organizzazioni senza spine dorsali. Na¬ poli ed il Mezzogiorno tornano nella vita nazionale come elementi di forza e di prestigio. La letteratura, tra il pie¬ toso ed il romantico è finita. Nei ricorsi storici dal 1831 a Vittorio Veneto, dalla passione prima del Risorgimento alla Marcia su Roma, Napoli ha una funzione premi¬ nente. Non può inaridire ed impicciolire nel folklore. Le grandi bisettrici che il Duce ha tracciato alla città nei riguardi del nuovo organismo economico e le sue cinque sorgenti di vita, modificheranno sensibilmente il tono e l’anima del Mezzogiorno. Tutto ciò sarà accompagnato u - ». 213 V EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI da provvedimenti di carattere generale che la parola del Duce garantisce, alla città ed al Mezzogiorno. Stabilire le tappe in anticipo è un segno di forza. È una garanzia di continuità. Nel 1935 Napoli ve¬ drà ancora il Duce, non cambiato in nulla, con lo stesso spirito, voce e volontà e con tutte le promesse fedelmente mantenute. In questa certezza sta il migliore presidio al nostro destino. Il Duce ha giustamente ricordato come nove anni or sono egli avesse posto, nel Convegno di Londra, la base specifica per una soluzione del problema delle riparazioni e dei debiti fra i vittoriosi ed i vinti della guerra. Oggi il medesimo problema è riportato con la stessa soluzione di allora. Vi è stato un anticipo nella concezione fascista, come oggi è in anticipo ed è lungimirante la politica del Fascismo nella vita internazionale, che tiene presente (per cancellarle o per mitigarle) alcune clausole anormali dei trattati di pace. Altamente ammonitore è il richiamo agli studiosi del mondo economico, ai possessori della ricchezza, tanto se si tratti di elementi singoli o di Stati complessi. C'è qual¬ che cosa nell’economia privata e pubblica che si è in¬ cagliato. Forse lo stesso sistema economico è necessario che subisca delle trasposizioni. È la ragione chiara, so¬ lare della mentalità latina che lo esige, quella mentalità che è lontana dalla concezione di monopolio bolscevica come dalla insufficienza della concezione liberale. Come nella politica di pace, anche nella politica eco- 214 noinica il Duce ed il Fascismo hanno tracciato e tracce- ranno linee fondamentali al possibile assestamento di do¬ mani. Non è disgiunto dal problema economico il pro¬ blema spirituale e morale della vita dei popoli. Congedando i Direttori federali a conclusione del Gran Rapporto, il Duce disse: « Camerati, al lavoro! ». C’è in questa espressione un vasto e concreto programma che può generalizzarsi a tutto il popolo italiano. Al lavoro! È un incitamento, è un grido di gioia e di comando per chi sa ed è convinto che nel lavoro sta la grandezza di oggi e di domani della Patria rinnovata. 2H L’ULTIMO XXVIII OTTOBRE Per l’ultima volta, Arnaldo Mussolini — alVindomani della solenne adunata di Napoli (Cfr. pp. 207-214) — celebra la data immortale del XXV1I1 Ottobre: e. chiude. l J orticolo con a Ih certezza a che « la fiaccola del Fegciamoj l’opera iniziata che ha ^impronta gigante, il sacrificio che ha tenuto a battesimo la nostra fatica » siano « continuati ». Alla vigilia della fine, Egli guarda, con animo presago , all’ avvenir e; guarda , con profondo senso storico J alla con¬ tinuità dell 1 opera fascista; guarda a quel tipo di tt Italiano nuovo » che è stata « voluto da Benito Mussolini j. In questa figura dell’Italiano nuovo, suscitato dalla volontà del Duce, si accentra tutta la lotta spirituale, e civile che è stola ragion di vita e. di conforto per Vattività diuturna di Arnaldo Mussolini. Diuturna. £ più forte del dolore senza nome; più forte del presagio della fine non lontana; illu¬ minala dalla bontà e dalla Fede, daWamore infinito per il genere umano e per il Signore che. lo guida e lo sorregge. Con queste pagine — pubblicale sul Popolo d’Italia il XXVIII Ottobre 1931 -IX — si chiude, non scio questo volume (cfr. la nota preliminare a pag. 20 7) ma anche tutta la raccolta e si assolve la promessa che il Duce aveva fatto con le brevi parole pronunciate davanti ai redattori del Popolo d’Italiflj lo mattina tristissima dei Funeri del Fratello. (Cfr. ScritLi e Discorsi di Benito Mussolini, ed. cif., voi. VII , pag. 339: «Il Camerata, vostro Di¬ rettore-., »). r V^/elebrare o ricordare con un articolo di giornale la fa¬ tidica data del XXVIII Ottobre, così legata alla gloria e alla storia del Fascismo, può considerarsi nn obbligo di 217 r V — EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI carattere giornalistico. Ma dopo Tadunata di Napoli ed i due discorsi del Duce, ogni cosa impallidisce, ogni ma¬ nifestazione può considerarsi vana, specialmente quelle che si riferiscono a fiumi di parole e a voli di retorica. La data festosa che ci porta a ricordare, a meditare e a pre¬ pararci all'avvenire, è già stata celebrata in anticipo. Fermiamoci ad esaltare le opere che il Fascismo allinea: opere costruttive, opere morali che saldano la cultura, il carattere degli Italiani. Per il resto, tutto è stato detto: le direttive sono state tracciate, il quadro dell'azione e del pensiero è già stato segnato in ogni senso. I gerarchi che hanno ascoltato il discorso del Duce alla Sala Maddaloni hanno norma ed insegnamento e materia infinita per l’azione di oggi e di domani. La ricorrenza di quest anno vede i giovani fascisti in linea, in formazione compatta ed omogenea. Fermarsi su questi particolari può sembrare ozioso, eccessivo o su¬ perfluo. Tuttavia a nessuno dei fascisti che abbia il senso consapevole della vita, sarà sfuggita la nota di giovi¬ nezza. di forza e di disciplina che danno i giovani fa¬ scisti nelle cerimonie del Regime. Saranno forse l'omo¬ geneità dei gregari, l'espressione viva della giovinezza, la divisa, la marcia, il viso fiero ed espressivo; certamente nelle colonne dei cortei o nelle cerimonie i giovani sono la parte più viva e interessante. La sensibilità della folla va spostandosi. Se noi non siamo vecchi siamo certamente degli anziani. Siamo eterogenei; chi in camicia nera, chi in colletto inamidato; alti e bassi, al passo più o meno 21 fi L’ ULTIMO XXVIII OTTOBRE marziale, attempati con barba e pinguedine: un mosaico certamente venerabile, ma che manca della quadratura espressiva dei Fasci giovanili di Combattimento. Gli stessi medaglieri, le molte decorazioni sembrano segni o stendardi di un nobile mondo superato. Sono impressioni, non sono verità o realtà traduci¬ bili. L’itala gente dalle molte vite dà motivi alla conce¬ zione costruttiva o forza allo spirito e all ingegno in ogni epoca dell’esistenza. C’è posto per tutti: il problema cen¬ trale oggi resta la vita, la formazione dei giovani. Dove vanno queste schiere innumerevoli? A che cosa tendono? Hanno il senso critico della vita? Sentono essi quel disinteresse superbo, quella dedizione assoluta alla Patria per cui le Nazioni sono presidiale e garantite nel loro avvenire? Vicino alle formazioni sportive, alle marce militari, alle gare nelle palestre dell’ingegno e in quelle ginniche, è la formazione del cittadino ossequiente, non per vieto formalismo, ma per convinzione e necessità, alla legge di Dio e a quella degli uomini. Esiste tutto ciò? Non vi è forse diffuso un senso vago di irresponsabilità più che segni organici di forza? Que¬ sto lo diciamo più agli educatori che ai giovani. A ven- t'anni non si hanno cattiverie, vizi o difetti congeniti, preconcetti nella vita, opportunismi che snaturino il ca¬ rattere della gioventù. Bisogna potenziare l’istinto gene¬ roso, la poesia del pericolo, la virtù della rinuncia. Guardare in alto. 219 V — EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI La crisi odierna, come ha detto il Duce, ha aspetti economici e aspetti morali. Per l’economia vale la cura omeopatica, la buona volontà di chi sta al comando, la contrazione degli egoismi. Per la crisi d’ordine morale, che da molti segni risulta forte sì da mettere in pericolo la gloriosa civiltà dell’Occidente, è necessario puntare unicamente e solamente sui giovani. Ecco il dovere del giorno, che fa tremare le vene ed i polsi ai comandanti delle formazioni giovanili. Ci sembra che questo sia il tema più aderente al XXVIII Ottobre del 1931, alla soglia dell’anno X. Gli anziani, i triari, secondo l’espressione romana della vigilia, non hanno ubbìe o invidie o preconcetti di sorta. Solamente vogliono la garanzia, la certezza che la fiaccola del Fascismo, l’opera iniziata che ha l’impronta gigante, il sacrificio che ha tenuto a battesimo la nostra fatica, siano compresi, continuati nel pieno fervore, nel disinteresse assoluto, secondo lo stile del Fascismo e i ca¬ ratteri e la volontà dell’Italiano nuovo, auspicato e voluto da Benito Mussolini. 220 INDICE DEI NOMI Accordo di Rapallo (vedasi Rapallo). Alighieri Dante, 68. Annibale, 124. Antinori Orazio, 190. Avarili!, 8, 10, 12, 27. e Azione Cattolica e, 212. Balho Italo, 190, 197. Harbicinti (tenente), 198. B ciframeli! Antonio, 18S, 186. Berlese Antonio, 144. Boer (capitano), 198. n Bollettino della Vittoria», 147. B amilacei Nicole, 27, 29. Bnnomi Ivanoe, 102. Bottai Giuseppe, 25, 151. Briand Aristide, 165-167. Buonaparte Napoleone, 124. Cadorna Luigi, 146. Camperio Manfredo, 198. Caealini Armando, 61-64. a Cavalier Mostarda '> (vedasi Bel¬ tramelli). Cocchi Antonio, 198. s Ceka j, 11. Citarelli Renato, 127. Comandante poeta (vedasi d’An- nunzia). Compagnia di San Paolo (vedasi San Paolo). Confederazione enropea o Stati Uniti d’Europa, 165, 167, 169. « Conte di Cavour « (Nave da Guer¬ ra), 83-85, 88, 92, 93. Convegno di Londra (vedasi Londra). Corriere della Sera, 119. Critica Fascista, 151. Croce Benedetto, 151. D’Annunzio Gabriele, 144, 171-175. Del Prete Carlo, 150. De Vecchi Cesare Maria, 13, 14, Diaz Armando (Duca della Vittoria), 145-148. Duca della Vittoria (vedasi Diaz). Eco delle Calabrie e delle Sicilie, 127. Farinacci Roberto, 14, 15, 57, 66. Ferrarin Arturo, 150. Foglie d'Ordini del P. N. F,, 106. Foie (sottufficiale), 198. Forges Davanzati Roberto, 58, Gandhi (Mobandas Ksiamsciand), Garibaldi Giuseppe, 49. Gerarchia, 8. Gihson Albina Violetta, 87. Ginevra (Società delle Nazioni o Lega di), 166. Gioberti Vincenzo, 16. Giuli etti Giuseppe Maria, 198. Haig Douglas, 147. Herriot Edoardo, 167. Hngo Victor, 165, Imhastarì (sottufficiale), 198. Interlandi Telesio, 108. 221 FASCISMO E CIVILTÀ Kellogg Frank Bìllinga, 150. Kiilenko, 124. Lenin Nicola (Ulianoff Wladimiro), 50. Landra (Convegno di), 214. Luigi Amedeo di Savoìa-Aosta. duca degli Abruzzi, 151. Mac Donald Ramsay, 168. Maleparte Curzio, 20B. Marconi Guglielmo, 97, 144. Marx Carlo, 50. Matteotti Giacomo, 23, 31, 35, 63. Mazzini Giuseppe, 19, 21, 50, 165. Menazzi Angelo, 144. Mussolini Arnaldo, 7, 13, 19, 23, 31, 35, 41, 47, 55, 61, 65, 73, 79, 83, 87, 91, 95, 99, 103, 107, 113, 117, 121, 127, 133, 139, 145, 149, 153. 159, 165, 171, 179, 185, 189, 193, 197, 201, 207, 211, 217. Mussolini Renilo, 13, 19-22, 24, 25, 27, 28, 32, 35, 43, 44, 50, 56, 69, 75, 77, B3, 84, 87-89, 91-93, 95-99, 103-107, 143, 145, 153, 154, 156, 157, 160, 172-175, 190, 197, 208, 209, 211-215, 217, 218,220. Muaaolini Maltoni Rosa, 19, 20. Mussolini (Premi), 194. Napoleone (vedasi Buonaparte). Nardini (conte), 133. Nasi (Prof.), 58. Nensi (sottufficiale), 198. Nitti Francesco Saverio, 163, 190. Osservatore Ramano , 120. Parini Piero, 73. Pieacane Carlo, 50. Platone, 16. Pòpolo dì Calabria {il). 119. Popolo d'Italia (il), 7, 13, 19, 23, 24, 31, 32, 34, 35, 41, 47, 55, 61, 65, 73, 79, 83, 87, 91, 95, 99, 103, 107, 113, 117, 121, 127, 133, 139, 145, 149, 153, 157, 159, 165, 171, 172, 179, 185-187, 189, 193, 197, 201, 207, 211, 217. o Premi Mussolini » (vedasi Musso¬ lini). Primato morale e civile degli Ita¬ liani (Del), 16. Principe di Casa Savoia (vedasi Luigi di Savoia). Quadrumviri (Michele Bianchi, E- milio De Bono, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo), 208. Rapallo (Accordo di), 174. Rocca Massimo, 25. Rocco Alfredo, 15. Roosevelt Teodoro, 107. Rudel JaufrÉ, 84. Sandri, 143. San Paolo (Compagnia di), 109. Scipione, 84. Scritti e Discorsi di Arnoldo Mus¬ solini, 7. Scritti e Discorsi di Benito Mus¬ solini, 7, 23, 31, 35, 55, 61, 83, 87, 91, 99, 107, 145, 153, 207, 211, 217. Società delle Nazioni, Lega delle Nazioni o Lega di Ginevra (vedasi Ginevra). Stati Uniti d'Europa o Confedera¬ zione europea, 165, 167, 169. o Stefani » (Agenzia), 75, 120. Strampelli Nazzareno, 144. Stresemann Gustavo, 168. Times, 89. Turati Augusto, 120. Turati Filippo, 49. Uomo Nuovo, 187. Versa glia (Pace o Trattato di), 80, 167, 172. Voce Repubblicana (La), 19, 21. Volpe Gioacchino, 193, 194. Volpi Giuseppe, 99. Wilson Woodrow, 49, 172. 222 INDICE i LO SPIRITO CIVILE NEL FERVORE DELLE POLEMICHE (1923-1 — 192S-III E. F.) Cog¬ li Fascismo e i suoi critici (3 aprile 1923-1). 7 La nostra passione (23 pugno 1923-1). 13 Le bassure della Voce Repuhblicana (14 agosto 1923-1). 19 La fronda (13 mBggio 1924-11). 23 I tempi e le adunate (13 luglio 19 24-11). 31 Qui si parrà... (7 gennaio 1925-III). 35 Ripresa (13 gennaio 1925-III) . .. 41 Nel sesto anniversario del Littorio (23 marzo 1925-III). 47 II Congresso (20 giugno 1925-III). 55 Casalini (12 settembre 1925-III) , .. 61 Gran Consiglio (11 ottobre 1925-111). 65 II VITA ED EDUCAZIONE NAZIONALE (1926-IV — I927-V E. F.) Orizzonti (22 gennoio 1926-IV) .. 73 Logica e realtà (6 marzo 1926-IV). 79 Snl mare (4 aprile 1926-IV)... 83 La personalità del Duce (9 aprile 1926-IV) ........... 87 Sintesi (II aprile 1926-IV). 9 ] Il ritorno (17 oprile 1926-IV). 95 Propositi e battaglie (14 ottobre 1926-IV). 99 Lo stile nei ranghi (5 novembre 1926-V) . 163 Giornali e giornalisti (8 febbraio I927-V) ..107 Italia eBnle (17 agosto I927-V)... 113 La Stampa e lo stile (25 agosto 1927-V). 117 Disciplina (28 agosto 1927-V).. 21 Il giornalismo e la vita (11 settembre 1927-V).127 Il dovere (18 settembre 1927-V)...Ujj 223 FASCISMO E CIVILTÀ ili STILE E CARATTERE DELLA CIVILTÀ FASCISTA (1928-VI — 1929-VII E. F.) Pag. Lo spirito del Fasciamo (14 febbraio 1928-VI) .139 Il Condottiero {1 marzo 1928-VI).145 I problemi nazionali e la Stampe (26 agosto 1928-VI).149 II giornalismo, forza morale (12 ottobre 1920-VI).153 Lo spirito e le classi (29 novembre 192 8-VII).159 Lud all’orizzonte (23 luglio 1929-VII).165 11 decennale della Marcia di Ronchi (12 settembre 1929-VII) . . . 171 IV FEDE. POLITICA E CULTURA (1930-VIII — 1931-IX E. F.) La cultura fascista (25 febbraio 1930-VIII).179 Il nostro Beltramelb (16 marzo 1930-VIII).185 Volare (8 giugno 1930-VIII).189 Accademia d’Italia (16 novembre 1930-IX).193 Potenza (17 gennaio 1931-IX).197 Conoscere l’Italia (11 agosto 1931-IX) . ..201 V EPILOGO: PER IL DUCE, PER I FASCI (24-28 ottobre 1931-IX) Adunata 1 (24 ottobre 1931-IX) 207 « AI lavoro! i (27 ottobre 1931-IX).211 L’ultimo XXVIII Ottobre.217 Indice dei Nomi. 221 MiLftCilwiCA N” 12ÌS74 VARESE 224 La compilazione e la revisione di questo volume sono stale curai* dal Dott. Valentino Piccoli Finito di stampare il 21 Aprile 1937 -XV nello tipografia Industrie Grafiche Italiane Stucchi, Milano, su carta o Sparta a delle Cartiere di Maslianice (N. 43) COLLEZIBHE DELL'ISTINTO FASCISTA DI CDLTDRA 11 MILANO ARNALDO MUSSOLINI STILE FASCISTA STILE DI VITA PROLUSIONE AI CORSI DELL’ISTITUTO FASCISTA DI CUL¬ TURA TENUTA NELL’AULA MAGNA DELLA CASA DEL FA¬ SCIO IN MILANO LA SERA DEL 31 OTTOBRE 1929 A. Vili (N. 43) Eccellenze, Signore, Camerati, Quando mi è giunto l’invito dell’on. Dino Alfieri ad inaugurare con una mia lezione il nuovo anno dell’Istituto Fascista di Cultura, sono stato spinto da due forti ragioni ad accettarlo con lieto animo. Anzi tutto mi è piaciuto il tempo scelto per la inaugurazione. Esso coincide con gli esordi dell’anno Vili del Regime Fascista. Siamo in un momento di fervore. Le nostre celebrazioni sono austere ma intense; sentiamo affermarsi, alla luce dei fatti, la nostra forza crescente, in un quadro mirabile di azioni feconde. Le opere compiute sono molto grandi: ma il Fascismo non conosce soste, e si continua nelle opere avviate e poste in programma. La Nazione è in cammino ed il Capo del Governo dà ogni giorno l’esempio di un lavoro senza tregua, se¬ gnato con ordine assoluto dalle tappe dei suoi precisi « calendari fa¬ scisti ». In un momento come questo l’orizzonte deve essere tutto chiaro; le minime ombre devono essere tolte con austera disciplina fascista. E qui sorge il secondo e più forte motivo della mia lezione di oggi. Io credo che le parole — per non essere inutili — devono avere l’au¬ silio delle azioni. Oggi, l’azione da compiere è questa: temprare i fascisti a una sempre più consapevole disciplina, capace di reagire, in ogni momento, contro qualunque insidia. A tanto tendono le mie parole che andranno oltre i limiti del problema della cultura, invol¬ gendolo in un più vasto problema di vita. Lascio perciò da parte l’elogio all’Istituto Fascista ed al suo benemerito Presidente, on. Alfieri. Nè l'uno nè l’altro ne hanno bi¬ sogno. L’Istituto Fascista di Cultura ha già delle sue caratteristiche e si impone all’esame e al giudizio benevolo dei cittadini. L on. Dino Alfieri ne è degno animatore. E non mi indugio a tracciare le linee fondamentali sulle quali dovrà svolgersi il programma del nuovo anno d’attività culturale. Tracciare dei programmi, segnare delle diret¬ tive, fissare delle mète, guardare, agli orizzonti, è, in certo senso, una cosa facile. Solo gli atti reali sono ardui. Mi interessa invece parlare, in pieno, dei principali aspetti della nostra vita d’italiani e di fascisti. L’esame concreto di molte vicende che si sono succedute in que¬ sti anni, straordinariamente ricchi di avvenimenti, mi dà la possibi¬ lità di toccare degli elementi, di illustrare delle situazioni, che io credo non inutili ai fini della educazione e della vitalità del Fascismo. Nella nostra vita di Italiani vibra un contenuto orgoglio che esalta lo spirito ed irradia le azioni di ogni giorno ; appare in essa una visione di bellezza non fondata su parvenze illusorie, ma sovra una coscienza storica die rende vitale la nostra azione, mentre V anima è tesa, con ardente volontà, verso il domani. Nella vita fascista odierna — die si allontana dal suo punto di origine tumultuoso, come il 1919, ardente e pieno di sacrificio, come gli anni 1920, 1921, 1922; cioè dal punto luminoso e drammatico della Marcia su Roma — si rivela tin passo cadenzato, ininterrotto, una maggiore ampiezza di vedute e di problemi. La forza odierna del Fascismo può paragonarsi al corso maestoso di un fiume che quando giunge alla pianura allarga il suo alveo ed estende a più vaste zone la sua benefica potenza. Nel 1922 affrontammo la situazione politica, ma poi i problemi sono stati infiniti e la loro soluzione ha richiesto una continua prova di saggezza, di abilità, di tenacia e di pazienza. Per non adagiarsi su quella che è stata la fatica di un decennio, non bisogna vivere di ren¬ dita, come fa chi passi il tempo a sfruttare solamente gli errori e le deficienze altrui. Non bisogna,'d’altra parte, vivere intaccando il ca¬ pitale; capitale che è dato dall’opera, dal genio, dalla costanza di Benito Mussolini. Bisogna agire e vivere con perfetto stile. Lo stile si concilia con l’etica fascista e rasserena le nostre coscienze di fronte ai morti per la bellezza ed il successo della nostra fede. Solo così si inizia degnamente il nuovo anno del Regime. Però dello stile di vita avviene come del lavoro: tutti nella teoria 10 esaltano, ma quando in effetto si può lavorare meno, è cosa gio¬ conda. Ognuno è soddisfatto, a parole, di sè stesso, ma più d’uno cerea di evadere dalla propria situazione, ritenendola impropria, non confacente alle aspirazioni che molte volte — senza ragione — portano troppo lontano. E non si cerca di evadere solo dalla situazione eco¬ nomica, ina in genere da tutte le situazioni spirituali, come se le in¬ quietudini e le migliorate condizioni economiche potessere dare la felicità agli uomini. È invece necessario saper essere sè stessi, vivere in armonia con le proprie possibilità; non pensare e non credere che il vano orgoglio possa costituire un motivo ed un elemento di vita. - Io non parlo per dare esca agli scettici. Dico queste cose, appunto perchè voglio che tutti siano degni della nuova impostazione storica data alla vita italiana dal Fascismo. Noi abbiamo superato la guerra ed il dopoguerra; abbiamo avuto ragione delle miserie del partito libe¬ rale, dei ricatti e delle colpe dei partiti sovversivi. Abbiamo saputo ricostituire un tessuto nella vita collettiva, che va al di là delle vicende degli uomini mediocri ed insufficienti. E unita della vita italiana non era compiuta. Le classi erano, Folla dell’altra nemiche. La guerra aveva accentuato il disagio economico ed 11 dopoguerra aveva accentuato il carattere sovversivo delle moltitu¬ dini. Riordinare uno Stato, dare una coscienza ad un popolo, fissare delle direttive per la vita avvenire, in un mondo instabile, non era cosa semplice. Rivedere i trattati, e non solo quelli di commercio, ripor¬ tare le frontiere al massimo delle nostre possibilità, vincere il fronte interno, dominare il fronte esterno, non erano facili compiti. E quando vogliamo riferirci agli elementi responsabili di quella dissoluzione, non dobbiamo indicare solo i socialisti. Anche le classi borghesi sono state egualmente responsabili. E riferendoci allo spirito del tempo non di¬ mentichiamo le moltitudini, che potevano passare dall'abbattimento all’esaltazione, da un concetto severo di economia e di proprietà al con¬ cetto comunistico, dissolvente, perturbatore, antisociale. La vita italiana, che aveva assunto una sua linea nel Risorgimento, era venuta suddividendosi poi iti mille rivoli. Per impostare il proble¬ ma dell’Italia nuova, subito dopo la guerra, non erano sufficienti, né l’Istituto del Parlamento, nè la funzione disorganica dei Partiti: era necessario il fatto rivoluzionario. Quando la vita sociale minacciava di sommergersi traverso un fallimento generale, ecco il Fascismo che esplode, vince, irrompe, sradica il vecchio mondo e nella sua veemenza — con Fasprezza dei sacrifici e il sangue dei nostri Caduti — instaura l’ordine nuovo. È questo il punto di partenza, necessario, indispen¬ sabile per riordinare lo Stato e la vita civile e per impostare il pro¬ blema italiano sul famoso trinomio, posto dal Duce e destinato a var¬ care, oltre i confini di Roma, anche le frontiere della Nazione italiana autorità, ordine, giustizia. Incidere l’anima del popolo, significa fare veramente, nel profon¬ do, una rivoluzione, A seLte anni di distanza, la nostra opera rivoluzio¬ naria appare in tutta la sua grandezza. Vicino al problema delle rap¬ presentanze, altri mille problemi si sono imposti all’attenzione ed all’esame della vita politica italiana. Tutti sono stati risolti o sono in via di soluzione. Teniamo presente che il nostro grande popolo non di¬ sponeva che dei mezzi di un piccolo Stato. Abbiamo dovuto far forza su noi stessi e credere in quelle materie prime, veramente insostitui¬ bili, che sono la sobrietà, il lavoro e la disciplina di tutti gli elementi della vita nazionale. Quest’opera rivoluzionaria non è stata priva di errori e di incertez¬ ze. Abbiamo dovuto, qua e là, ricrederci. L’esperienza è stata maestra; la dottrina e l’ingegno, insieme con l’esperieza, sono stati i corretti¬ vi. Questa è la verità fondamentale che non può subire gli oltraggi, le calunnie, le critiche e le riserve. Chi si riconosce nel nome e nella vita italiana, non può non esaltarsi nella Rivoluzione fascista. Per il valore storico e morale di questa nuova vita italiana è neces¬ sario individuare le ombre caduche, affioranti qua e là nella grande luce. È necessario individuarle e combatterle dovunque si trovino. Sen¬ za debolezze, senza mezzi termini. In tutte le rivoluzioni, la storia, rivela, in forme diverse, l’apparire di questi fenomeni. Gli asceti e gli avventurieri, le masse d’impeto, sono gli elementi che costituiscono la parte d’attacco al vecchio mondo. Ma intanto non mancano mai coloro che vanno a dormire in una sera di tragedia e che pretendono al matti¬ no dopo elle il cielo sia radioso, come ha descritto il Manzoni il cielo di Lombardia, così bello quanto è bello : essi commettono degli errori di valutazione imperdonabili. Bisogna rammentare che la vita italia¬ na è stata sempre la risultante di due tendenze che sembravano in an¬ titesi, mentre convergevano allo stesso fine: la forza, in certo senso sta¬ tica, delle tradizioni, del formalismo, delle leggi, e la forza volitiva — 6 — «he anticipa, con la sua generosità e col suo impeto, il cammino e la vita di un popolo. Chi studia il Risorgimento comprende quale ele¬ mento animatore sia stato Mazzini e quale somma decisiva di azione illuminata abbia portato Garibaldi. Non dimentichiamo cosa sia co¬ stato 1’immettere le forze garibaldine nel quadro dell’ordine costitu¬ zionale quando nel '70 l’Unità italiana è finalmente stata un fatto com¬ piuto. Nessuno può pensare a Nino Bixìo senza considerarlo un impul¬ sivo, un generoso e un valoroso: ebbene, egli non voleva lasciare Roma nel 18 7 0 senza aver fatto prima sparare alcuni colpi di cannone contro il Vaticano. Sessanta anni dopo è avvenuto il fatto storico della Concilia¬ zione. La Storia non cammina su degli schemi preordinati; la Storia è vita, esperienza, antiveggenza, sorpresa. La Rivoluzione Fascista, dopo aver trasformata tutta una situazione politica, ha svolta un’opera più lunga e, sotto certi aspetti, pili ardua: ha dovuto fronteggiare una vecchia mentalità e superare tutta ima serie assai grave di poblemi economici. Noi siamo una Nazione proletaria; questa nostra condizione, aggravata dagli egoismi stranieri, dalle con¬ seguenze di una vecchia rovinosa politica monetaria e da un lungo pe¬ riodo di scioperi dissolvitori rii ricchezze, aveva lasciato al Fascismo una eredità diffìcile e malfida. Non rievoco qui l’opera complessa svolta dal Regime in questo campo. Basta rammentare che la politica economica e finanziaria del Fascismo, dal discorso di Pesaro fino all’affermazione di quota novanta, dalla rinata dignità di fronte agli impegni esteri fino alla ferma politica svolta durante la conferenza dell’Àja, ha segui¬ lo e segue tuttora una linea precisa, unitaria, coerente. Questa politica si è inspirata sempre ad una chiara visione realistica, tutta protesa ver¬ so risultati concreti, nei quali la potenza economica si è sempre ele¬ vata di pari passo eoi prestigio morale della nuova Italia. Consci di a- ver ereditato una economia non autonoma, ma sopraffatta dalle neces¬ sità e dalla trista consuetudine delle importazioni straniere, abbiamo potenziato tutte le nostre forze per eliminare questa fonte di debolezza economica: i risultati sono, di anno in anno, più chiari. Con la bat¬ taglia del grano veniamo diminuendo queU’iinportazione granaria, che è tanto meno desiderabile, in quanto si riferisce ad un genere assolu¬ tamente necessario. Con l’incremento di tutte le industrie, particolar- * v _ 7 — mente delle industrie agricole, veniamo accrescendo in ogni modo la produzione ed a rafforzare l’economia. Nel tempo stesso, lo sviluppo crescente delle opere di bonifica e dei lavori pubblici, ci permette di diminuire e di contenere la disoccupazione. Le statistiche parlano chia¬ ro. L’Italia è destinata a giovarsi di tutte le braccia dei suoi figli e sic¬ come la battaglia demografica darà i suoi {rutti noi diverremo una Na¬ zione popolosa, forte di uomini d’ingegno, capaci di vivere e produrre con mezzi nostri. Questo è il punto di arrivo a cui si deve tendere; qui sta la base di ogni futura grandezza. I risultati ai quali ci porta l’at¬ tività governativa del Regime, hanno richiesto e richiedono ogni gior¬ no una lotta tenace, che si compie in perfetta coesione di popolo e di governo. So bene die si continua a parlare e a sparlare di crisi. Questa paro¬ la corre troppo nella circolazione delle opinioni del giorno. È una pro¬ va manifesta di malafede contro il Regime. La crisi — se c’è — è gene¬ rale. Basta osservare gli altri paesi tutti affaticati nel trovare l’equili¬ brio economico fra i mezzi concreti, i desideri e le necessità reali. Finanche gli Stati Uniti — il paese dei dollari — straricco a miliardi va a strapiombo. Milioni di cittadini hanno perduto le loro ricchezze. Cominciano i fallimenti. Ecco un paese in crisi che però non com¬ muove. Si tratta di ricchezze non sanamente guadagnate. Da noi la si¬ tuazione generale è superiore a qualsiasi paese di tessuto economico più antico e più forte del nostro. Io non sono un vegliardo; tuttavia ricordo benissimo le plebi malnutrite, i flagelli della pellagra e della malaria, le abitazioni anti-igieniche, le dimostrazioni invernali della piazza, l’analfabetismo dilagante, gli orari di lavoro penosi ed impossi¬ bili, le torme degli emigranti verso l’America dove la febbre gialla ed il tracoma hanno falciato una nostra generazione di gente saggia e par¬ simoniosa. Nella crisi internazionale oggi noi ci muoviamo con maggio¬ re agilità. L’animo e le forze nostre sono tese alla protezione del lavoro, alla previdenza più sana, alle forze economiche più gagliarde. Le sta¬ tistiche sono l'indice più certo della nostra sanità economica. Non navi¬ ghiamo certo nell’abbondanza ma quello che abbiamo è nostro, solida¬ mente piantato a quota novanta, in un fervore di lavoro e di produzione dal quale c’è da attendersi delle sorprese gradite. E se al nostro spirito laborioso aggiungeremo il criterio del risparmio, (proprio oggi si è ce¬ lebrata la sua festa), noi rinsalderemo la nostra situazione di popolo senza isterismi speculativi su delle basi di ricchezza concreta sanamente guadagnata. — 8 — Ogni sìngolo cittadino deve sentirsi soldato dì questa grande bat¬ taglia economica ed affrontare serenamente le difficoltà e i sacrifici che qualche volta essa impone. Solo in questo modo si dà prova di amare la Patria, a fatti non a parole. Tutto ciò esige una coscienza etica, elevata, vigile e severa, che sì deve manifestare in ogni atto della vita economica sociale. L’etica, e quindi lo stile fascista, si rivela in tutti gli aspetti della nostra esistenza. Un’altra caratteristica tipica del Fascismo è quella dì aver affronta¬ to il problema sociale. La grossa, complessa questione tiene agitata tut¬ ta la vita moderna degli Stati; per essa tutti i partiti hanno una loro soluzione più o meno lontana dalla realtà, ma il Fascismo, che è real¬ tà vivente, se l’è imposta non solo per desiderio polemico, ma per ne¬ cessità di vita. Noi non possiamo permetterci il lusso nè di scioperane di serrate e non dobbiamo dimenticare che le nostre materie prime so¬ no lo spirito nostro di organizzazione, sapiente, laborioso e saggio e lo spirito attivo di emulazione. Non tesserò qui l’elogio della legislazione operaia fascista, del concetto di collaborazione, della Carta del Lavoro, della Magistratura ed in genere di tutti quegli elementi di previdenza che pongono la nostra legislazione all’avanguardia di tutte le altre le¬ gislazioni internazionali. Come avviene in molti casi, noi siamo vitti¬ me un po’ delle frasi fatte, un po’ delle tradizioni ed un po’ di quella mentalità mitica che è caratteristica nei popoli antichi, che hanno vis¬ suto una serie ininterrotta di avvenimenti politici ed economici. Ma il movimento corporativo italiano è originale. Non ha eguali. Non ha nep¬ pure delle rassomiglianze. Non si ingrana nella vecchia concezione so¬ cialista. Non parte da nessuna pseudo verità delle scuole sovversive. £j nostro ed è scaturito dalla mente del Duce. In esso si è convogliato il pensiero degli uomini politici e degli studiosi. Quindi i banditori, co¬ loro che se ne fanno interpreti, devono assolutamente prendere le mosse da un presupposto diverso dal passato. 11 problema sociale ed il rela¬ tivo problema sindacale in Italia avevano le loro cattedre, erano divi¬ si a settori; muovevano da un presupposto di assoluta negazione; giun¬ gevano alle estreme conseguenze della promessa della felicità del lavoro e dei lavoratori solo in quanto costoro diventassero padroni degli ele¬ menti della produzione. Si trattava di un superfieìalisruo esasperante. Le scuole politiche che volevano dar saggio di maggiore serietà, si fer- mavano a metà strada, ma erano sempre negatrici. La Chiesa, in una nazione in cui le categorie, le classi e gli uomini si dividevano per set¬ tori politici, aveva anche essa il suo sindacalismo. Il corporativismo fa¬ scista ha superato questa costruzione teorica ed artificiosa. La verità palmare, dettata dall’esperienza, non poteva fermarsi su di un terreno semplicemente negativo. Non si può pensare ad una borghesia che ob¬ bedisce solo all’assillo ed al pungolo di un ricatto. Non è vitale ed edu¬ cativo per un popolo il dover pensare alla nuove battaglie di domani, riferendosi solamente alla lotta di classe, di categorie, ai conflitti d’in¬ teressi, al marasma degli spiriti. Premesse le verità fondamentali della proprietà sanamente guadagnata, della funzione del capitale, bi¬ sogna considerare le classi tutte egualmente necessarie alla vita ci¬ vile. Non vi possono essere dei privilegiati. La mancanza di stile in questa materia si rivela troppo spesso. Qnaudo si esalta il lavoro, ci si ferma sempre al lavoro manuale. E si commette una enorme ingiustizia verso coloro che tormentano la mente, la volontà, nelle ricerche della verità e alle scoperte necessarie allo sviluppo del ge¬ nere umano. Occorre stile anche in questo senso. Vi è, o vi è stata al¬ meno, una borghesia che si è vergognata di essere se stessa, e che an¬ dava verso i dipendenti come a chiedere mercè per aver sudato e guada¬ gnato. L’elemento tecnico impiegatizio faceva la figura del tollerato. Ebbene, è necessario dire alto e forte, che l’armonia della vita naziona¬ le si raggiunge solo con l’esaltazione di tutti i valori, di tutte le catego¬ rie dei cittadini e dei lavoratori e che è tempo di limitare, sempre per necessità di stile, quella retorica che sì ferma ad esaltare la nobiltà di una sola classe. Si devono nobilitare tutti coloro che lavorano col pensiero e con le opere. Premesso questo, aggiungo che è necessario dire agli amici dei Sindacati, che seguono le vicende della vita collet¬ tiva delle categorie speciali zzate, che non devono essere vittime delle concezioni antiche. Io non ho ragioni di particolari simpatie per la clas¬ se cosidetta borghese: come le altre la metto nel quadro delle attività nazionali. Per mio conto tutti coloro che operano con sicura coscienza son egualmente benemeriti dell’armonia della Nazione e della sua potenza. C’è una leggera tendenza a considerare il mondo come se fosse un elemento ai nostri piedi, nato ieri per isbaglio dalle forze superiori del- l’Universo. Giovani scrittori che hanno la rara fortuna di possedere yna tribuna e di scrivere sui giornali, s’interessano dei temi più varii e com¬ plessi: « Noi e la Cina »; « Sul filo della storia »; « Le miserie del mondo »; uno di questi scrittori, in un giornale settimanale dava bella¬ mente dei poveri di spirito a Mae Donald e ad Hoover e li trattava da imbecilli. Non neghiamo con leggerezza la vita e le aspirazioni dei popoli elle hanno una loro conformazione spirituale e che hanno delle frontiere definite, dei propositi più o meno pacifici. ’L’Italia, per le sue virtù specifiche, ma più ancora per la spinta di Benito Mus¬ solini, può oggi dire la sua parola. Non bisogna credere per questo elle gli altri che ci stanno ad ascoltare siano dei poveri untorelli ai quali facciamo la grazia suprema della nostra parola e del nostro consiglio. Bisogna amare questa nostra Italia di un amore vigile e sempre desto, con orgoglio contenuto, con anima trepidante; bisogna farne il centro delle nostre aspirazioni, l’elemento di paragone per le sue virtù. Que¬ sto però non significa ignorare il prossimo e negare a priori l’aspira zione, la fatica, l’elaborazione degli altri popoli. Più stile, anche ili questo campo, è una necessità politica di vita. y La nostra politica è lineare; ha delle sue premesse inconfondibili ed ha delle finalità così chiare, così precise, da non ammettere devia¬ zioni, interpretazioni dubbie e metodi di battaglia e di lotta che non siano ehiari alla luce del sole, alle discussioni senza sottintesi, alle critiche senza preconcetti. Sono quindi fuori di luogo coloro i quali arrivano come dei Machiavelli in ritardo. Un accordo storico, come quello del Vaticano, che è costato lunghi anni di preparazione, di studio, di esami analitici e costruttivi, ehe ha in discussione dei prin¬ cipi! che sono eterni e dei moventi critici che hanno interessato uomini di grande sapienza e di grande dottrina, viene giudicato da qualcuno, con siiperficialismo riprovevole, come un accordo di massima, gene¬ rico, atto a rinforzare la nostra situazione nel mondo e a dare alla Chiesa poteri eccessivi nella vita e nella politica interna della Nazione. Prima di giudicare, bisogna aver letti attentamente il trattato del Laterano ed il concordato che segue; bisogna aver meditati tutti ì discorsi, le polemiche e le riserve per capire che PII febbraio, a Roma, si è firmato un patto storico di valore mondiale che dalla pratica at¬ tende solo il suo perfezionamento. Bisogna tenere egualmente distanti coloro che, malati di anticlericalismo congenito e di malsana superbia spirituale, negano ogni forza morale alla Chiesa ed un’azione concreta nella vita civile alle sagge e profonde verità del Vangelo. Né me¬ ritano maggior ascolto coloro che fanno astrazione dalla ritta complessa — 11 — moderna, piena di inquietudini, di necessità materiali, di transa¬ zioni, di convenzioni, di accordi, e che trovano tutte le verità nei legno delio spirito, e che pensano ad un solo gerarca che è il Capo della Chiesa e ad una sola verità, quella del dogma. Siamo in entrambi 1 casi su di un terreno artificioso, che l’intelligenza degli Italiani saprà tenere lontano per tener fede ai Patti del Laterano, i quali immettono nel tessuto del popolo Italiano la forza della Chiesa, lo spirito delle sue leggi e della sua disciplina. Un tempo l’educazione dei giovani era divisa a settori. I ragazzi, ignari, erano contesi o dai ricreatori laici massonici o dagli oratori festivi cattolici. A dieci anni d’età si seguiva una bandiera politica, ma essa rappresentava la povertà della" vita italiana. La scuola oggi deve insegnare solo poche verità e cioè che l’Italia è uno dei Paesi più belli, che ha la storia più grande di tutti i popoli civili, che il Fascismo e la sua dottrina potenziano questa grandezza, che il trinomio: ordine, autorità, giustizia, non è solo vitale per la nostra vita di popolo, ma può essere comune a molti popoli della terra, che la nostra legislazione, infine, sull’esempio an¬ tico, è la più moderna di tutte quelle degli altri popoli civili. Basta questo per poter abbandonare tutte le discussioni superflue, inutili. E poiché i giovani hanno tale fervore, chiaro, quadrato nella mente, essi sospingeranno lutto il resto della loro attività verso quelle forme di vita produttiva, audace, innovatrice, che porteranno automa¬ ticamente ai primi posti nella storia civile dei continuenti. Voglio dire, infine, una parola per i giornalisti, che a volte si improvvisano arbitri e giudici di situazioni ed a volte affermano che la stampa deve entrare in ogni vicenda della vita collettiva, per por¬ tare il contributo necessario alla soluzione di lutti i problemi. Adagio. Il giornalismo può volgarizzare dei principii; può studiare dei pro¬ blemi, ma non può inscenare delle campagne per ciò che significa con¬ cessioni, mutui, appalti, forniture. Siamo su di un terreno pericoloso; in materia solo ed esclusivamente riservata ai responsabili, che a loro volta sono controllati da una autorità tutoria. Nessuna posizione di privilegio a nessuno; ognuno al suo posto, con il proprio carico di doveri e di responsabilità. E gli oratori, che, pur ridotti di numero, sono sempre una quantità ragguardevole; devono essere — 12 — frenati nella retorica che ricorda più facilmente degli imbonitori sulle piazze piuttosto che degli interpreti meditativi dei problemi del giorno. Oggi vige lo Stato forte. Abbiamo voluto uno Stato che avesse le attitudini e la severità del comando. Noi abbiamo vis¬ suto troppo la tragedia della mancanza dell’autorità, per non avere desiderio e per non gioire oggi di questo senso austero della gerarchia, della disciplina autoritaria. Il Duce, all’assemblea quinquennale de. Regime, pose in risalto quale era lo spirito della Nazione e quale era la forza dello Stato. Il divenire di una Nazione, secondo la visione del Capo, è stato tracciato con degli accenti e delle verità di prima gran¬ dezza. Bisogna dire, ad onor del vero, che il popolo e le classi medie si sono assuefatte all’idea ed alla vita dello Stato autoritario. Vi sono ancora alcune incrinature e riserve nelle cosidette classi alte e tra gli pseudo intellettuali. Non è raro il caso di vedere le così dette famiglie illustri, che non credono alla forza dei nostri studi, nè alle tradizioni secolari, nè alla grandezza delle nostre università, mandare i loro figli a studiare volentieri nel Belgio, in Germania e persino a Parigi; o ad acquistare delle automobili di lusso di marca straniera; od a pren¬ dere istitutori di altre nazionalità; tenendosi lontane dalla politica, non parteggiando, mostrando di avere un concetto inadeguato dello Stato e della Nazione. Bisogna eliminare queste scorie, come bisogna essere altrettanto severi verso il falso intellettualismo che imperversa e che è reso coraggioso dalla longanimità del Fascismo. Bisogna, se non schiacciare, rendere innocui certi elementi pericolosi. Noi dobbiamo sapere se il popolo italiano è per Decio Raggi, che, morente per ferite di guerra, esclama: « O gioventù d’Italia, in¬ vidia la mia sorte fortunata! »; ovvero se debbano avere fortuna in Italia i libri del Remarque, dissolvitori della grandezza della guerra, quelli, negatori di ogni valore umano ed i libri di Dekobra, creatore di artificiose avventure per spiriti decadenti. Il falso intellettuale è peri¬ coloso; perchè si serve di tutti i mezzi ipocriti, finge di non fare della politica e si dichiara afascista. È questa una espressione di comodità per tenersi in serbo il futuro. Un futuro, aggiungo io, molto... lon¬ tano. Esce un libro contro la guerra, e lo si esalta per il suo valore « umano e morale ». Esce u«i libro che mostra la gioventù italiana come abulica, senza amore e gli intellettuali, o falsi tali, si esaltano. Bisogna curare, con una profilassi energica, questi mali, che distili- tegrano lo spirito dei migliori. Bisogna sottoporre a misure severe i piccoli caffè di provincia, che diventano i luoghi comuni della maldi¬ cenza di ogni specie, di coloro che hanno sempre in serbo le novità — 13 — assurde le inutili freddure e le meschine denigrazioni di tutti i valori umani. Essere severi, essere di stile: ecco la caratteristica dei Fascisti e del Fascismo. C’è chi crede che la nostra Rivoluzione sia compiuta e che si possa riposare sugli allori. Ma non è così. La rivoluzione è in marcia. Lot¬ tare si deve ancora: ogni Fascista deve combattere strenuamente tutte le insidie. Deve cominciare da sè stesso; con l’esempio, con l’esame di coscienza, con uno sforzo continuo di perfezionamento. Poi deve guardare gli altri: senza transazioni. Mentre ci troviamo ancora una volta riuniti nella comune vo¬ lontà di essere ogni giorno migliori, dobbiamo sentire, qui presenti con noi, tutti i camerati che sono caduti per la Rivoluzione, tutti coloro i quali rispondono dal regno dell’ombra al nostro appello ideale. Essi sono qui con noi, fraterni ed ammonitori. Le nostre parole sono rivolte a loro come promessa. Per quest’Italia sacra, che è madre sempre nuova di grandezza civile, per il sacrificio dei camerati e per la gloria loro, nessun ostacolo, nessuna difficoltà potrà sembrarci troppo grave. E chi ricorda i volti degli Eroi, il sangue delle loro ferite, sa tutto il valore ed il potere suggestivo del sacrificio. È con questo atto che si redime e si innalza la Patria, e che si temprano i cuori alle rinnovate battaglie.Nome compiuto: Arnaldo Mussolini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mussolini: la ragione conversazionale e la storia della filosofia di Lamanna – la scuola di Dovia di Predapio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Dovia di Predapio). Filosofo italiano. Grice: “I was thinking of Hitler, when I was callled to the arms. It was only later that I added M. to my thoughts!”—Grice: “I heard one Italian say, ‘Some like Mussolini, but Mussolin’s MY man’ – by the first, he referred to the Duce, by the second, to the Duce’s broher, the philosopher!” -- Dovia di Predapio, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. QUADERNI DELL'ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA. CARLINI, LA FILOSOFIA DI M. ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA, ROMA, tipografia del Senato di Bardi Ci proponiamo di mettere in rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora studiato della personalità del nostro duce: il sua ‘filosofia,’ quale si può desumere da’ suoi atti. In verità, i biografi di lui, indagando il periodo della formazione della sua personalità, non hanno trascurato questo lato. Discepolo di Nietzsche è definito anche recentemente. Egli stesso riconosce in Pareto un altro suo maestro; e tutti [Il presente studio vuol essere soltanto un saggio, anzi una semplice indicazione di un aspetto della personalità del duce: aspetto implicante svariati e importanti problemi del pensiero fascista. Per uno studio più ampio giover moltissimo la nuova, accurata, edizione de’ suoi scritti a cui s’è accinto l’editore Hoepli. M. ricorda il periodo della sua vita e della storia italiana da lui vissuta vertiginosamente, e aggiunge. Molti discorsi e scritti sono legati al movente che li provocò : sono di circostanza ». L’editore, anch’egli, dice che l’edizione « conterrà tutto ciò ch’è destinato a lassare alla storia, nella forma originaria più ampia: eliminati, quindi, i discorsi dei quali esiste solamente il riassunto ». Ci sia permesso di esprimere l’augurio che accanto a questa edizione fatta per il gran pubblico si trovi modo di raccogliere anche gli scritti minori o frammentari, i quali sono talvolta, per lo studioso, più preziosi di quelli maggiori e più elaborati: oltre di che il desiderio della compiutezza non sarà mai soverchio per conoscere un uomo di così ricca e singolare personalità. I riferimenti vengon dati qui alle edizioni correnti degli Scritti e Discorsi, la maggior parte nell’edizione Alpes. La prima -parte di questo studio (qui riveduta e appena ampliata in alcune note) uscì su la Nuova Antologìa » del 1° gennai» 1934. Nuova è l’A ppendice.sanno che nell’elenco bisognerebbe mettere Renan, Sorci, e molti altri, ai quali, anche se non vanno tra i filosofi nel più stretto significato della parola, non si può negare il merito di avere influito, più o meno efficacemente, anche std movimento del pensiero speculativo nell’ultimo Ottocento o ai primi di questo secolo: nel periodo, appunto, della formazione mentale e spirituale di M.. E come non aggiungere qui il nome di Marx, e di Prudhon, e di Stirner, e non ricordare la letteratura che fu comune, in quel tempo, a tutti coloro che guidavano il movimento socialista e s’ispiravano alle opere, allora divulgatissime, degli apostoli della rivoluzione? Tempo, quello, di rivoluzioni sociali, alimentate anche da un pensiero filosofico e religioso che lavorava nel loro seno nascostamente. Positivismo e anticlericalismo tingevano, allora, l’atmosfera, abbuiando più che chiarendo ; ma nel buio, nel tramonto delle idee che avevano governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e là lampi di nuove idee e forze spirituali. Era una continuazione e imo sviluppo, in fine, della rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, ch’è nel fondo ancora del pensiero e della vita contemporanea, non ostante le critiche e revisioni a cui è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo occuparci: se ci mettessimo in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo, si, avere la soddisfazione di veder sorgere e ingrandire la personalità e mentalità di M. lungo una linea di coincidenza con il movimento della storia, sì che il <( fenomeno )) di lui verrebbe illustrato e spiegato, dal lato almeno delle idee, del tutto naturalmente. Si potrebbe, ad esempio, per la parte filosofica, rifarsi al bergsonismo, al pragmatismo, all’influsso esercitato su tutti i campi della cultura dal nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare li dentro anche il pensiero di M.. E per la parte riguardante il problema religioso, similmente: citare tutti i documenti che alla fine del secolo scorso e nel primo decennio di questo accennavano già ad una considerazione più rispettosa, più intelligente, dei valori spirituali contenuti nella fede religiosa; e ricordare la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano sepolti e obliati, in quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la guerra mondiale. E via via. Ma per questa via noi non vogliamo metterci, perché essa ci condurrebbe, sì, a spiegare il fenomeno M. », ma il (( fenomeno », appunto, il (( fenomeno storico » : non quello che c’è di proprio suo, nel suo pensiero, in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti. Invece, noi proprio a questo vogliamo guardare. Noi ci poniamo, dunque, questa domanda : c’è, in M., un germe di pensiero che da rm punto di vista filosofico, anche nel più rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza per originalità e capacità di ulteriori sviluppi? E c’è in lui, nel suo atteggiamento verso la questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad una possibilità di rinnovamento di idee e sentimenti, anche in questo campo di secolari, anzi millenarie, lotte e discussioni? >{s >{s La nostra intenzione è di essere, per quanto è possibile, obiettivi, e di tenerci dentro all’argomento, non sconfinando in altri campi : di trattare la questione, come si dice, tecnicamente. Non eviteremo neppure la pedanteria delle citazioni, dove saranno necessarie. E cominciamo, secondo la vecchia buona norma scolastica, dal dubbio. Non può ben risolvere le questioni, disse Aristotele, se non chi, prima, ha dubitato, veduto il prò e il contro. Il dubbio a metodico », in questo senso, è, come si vede, ben più antico di Cartesio. Il (( contro » è buono ognuno ad addurlo : Mussohni è un politico, non è un teoretico, un elaboratore di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in quella storia peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di Aristotele, (fi Cartesio, di Kant e di Hegel. Senza un tal carattere teoretico, che fa della filosofia una scienza, la quale, come ogni altra scienza, ha il suo vero significato in una storia sua propria, nella storia della filosofia stessa, senza un tal carattere e valore del pensiero, non si può parlare di filosofia. Il temperamento M.ano è, anzi, all’antitesi di ogni atteggiamento speculativo: tutto volto alla realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per dirigerli e dominarli. Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e ideologie (a questo volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna traccia nel suo pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha detto una volta, sia pure per buon umore, ma tradendo, in fondo, una sua convinzione, che i filosofi risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne imo solo nella realtà della vita )). La filosofia gli sa di scuola », di dottrine e dottrinari, con relative cattedre e ristrettezze mentali e d’animo. Onde ha sempre consigliato i giovani di (( rapidamente assimilare », ma (( di espellere non meno rapidamente » la cultura universitaria. L’intelligenza è buona cosa, ma deve essere adoperata (( per fare la critica del socialismo, del liberalismo, della democrazia » : per illuminare le menti, dal punto di vista fascista, su i problemi della vita contemporanea. Se no, se l’intelligenza fosse impiegata a criticare (( tutto ciò che di criticabile vi è in un movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi dichiaro schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo squadrista che agisce » {Discorso alVAugusteo). In conchiusione: il suo interesse è puramente pratico; anche se stima e promuove la cultura, compresa in (juesta la filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è sempre per le conseguenze e ripercussioni politiche, non mai per il valore del pensiero in sé e per sé. Similmente si deve dire per il problema religioso. M. è un laico, un purissimo laico. Della religione comprende e sente il lato umano e storico in generale: no» ha mai lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s’e guardato accuratamente dall’entrarvi anche quando l’occasione gli veniva offerta naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la prima volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del Parlamento. È vero che si deve a lui la distruzione in Italia della Massoneria, e la Conciliazione col Vaticano. Ma queste imprese non furono da lui eseguite, e di fatto giustificate, con ragioni che non fossero essenzialmente politiche e sociali. E se pure si ha da concedere qualche valore religioso alla invocazione di Dio, essa non va più in là di una fede in un principio del tutto indeterminato, troppo più vicino al vago principio di una fede di stile mazziniano, che a quello ben definito, preciso e impegnativo, del Cristianesimo, anzi del Cattohcismo. Senza dire che, anche per la parte, diciamo così, pratica, nessun uomo sembra più alieno dall’atteggiamento ascetico e mistico proprio delle anime veramente e profondamente religiose, che 0 si ritirano dal mondo, 0 nel mondo vogliono vivere solo per onorare e amare Dio. Qui il seguace di Nietzsche )) si rivela senz’alcuna ombra di dubbio e di possibili cavilli: la morale del Fascismo da lui fondato è tutta un’esaltazione di principii fondamentalmente pagani, come già molti hanno messo in rilievo. Tutte queste cose sono state dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre somiglianti. Se non che, proprio perché sono facili a dire, e sono state dette facilmente, sorge in ognuno spontaneo il sospetto della loro superficialità, e quindi, poiché la superficialità è sempre falsa, della loro non verità. Il discorso vale, in primo luogo, per quella concezione puramente teoretica della filosofia, come di una scienza avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre studioso di filosofia sa che, se pur c’è mai stata una tale aridità (non, certo, nei veri filosofi, nei maestri), tutta la speculazione contemporanea è diretta contro di essa. Chi definisse la filosofia come lo sforzo supremo d’impadronirsi delle ragioni della vita, definirebbe quel ch’è il segreto del filosofo moderno, il tormento profondo del suo pensiero e della sua vita stessa. Segreto e tormento, del resto, che non è una prerogativa di colui che noi chiamiamo filosofo )) ; ma è prerogativa e gloria dell’umanità pensante, di cui la storia della filosofia è soltanto la documentazione, ed i singoli grandi filosofi sono soltanto gli esemplari più cospicui, F, sono per questo, anche, i più grandi educatori del genere umano (1), È negli scolari e passivi ripetitori che la filosofia, svuotata della vita che l’animò, diventa sistema, dottrina, astrazione, metafisicheria: e contro di essa, allora, ben vengano che son salutari i motteggi ed i sarcasmi. Alle altre scienze si può perdonare se si astraggono dalla vita (coine, se no, far della fisica e della matematica?): alla filosofia, no, E non astrarsi dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato soltanto negativo. Bisogna viverci dentro, prima di filosofarci su {primum vivere), o, piuttosto (ché il prima e il dopo son modi di dire volgare), bisogna vivere e pensare insieme, con intensità di vita e insieme con profondità di pensiero. (I) Nel discorso su la Conciliazione, alla Camera, M., parlando della riforma Gentile, disse : Io credo che, più che la filosofia, è interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della filosofia, la vita dei filosofi :^il conoscere come hanno lottato, come hanno sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è altamente educativo per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito ». Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al pensiero si offrono soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo. E noi risponderemo raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi di neanche supporre che l’abbia perduto M.. Il quale deve essere persuaso più degli altri che fa la miglior politica colui che non ne fa affatto: che bada a far l’ingegnere, se ingegnere; il professore, se professore; il poeta, se poeta; il manovale, se manovale: ciascuno, a far bene il suo dovere, nella famiglia e nella società, nella sua arte o vocazione o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco fargli dire che tutti gli uomini di pensiero abbiano come unico argomento da svolgere la critica del socialismo e del liberalismo, l’apoiogia del Fascismo. Immaginate se la già enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte) letteratura sul Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni in piccoli o grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlmne d’intelligenza e tengono una cattedra all’Università o nel movimento della pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del discorso su accennato. È quest’altro, invece: che nessun uomo di pensiero, che si senta italiano, può disinteressarsi dei problemi che sta vivendo e agitando il Fascismo nel mondo; così come nessuno scienziato, e sia pure un cultore del calcolo infinitesimale, può disinteressarsi dei problemi che riguardano la vita e il valore dell’uomo. Tanto meno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di esigere che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita poUtica e morale, si trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e sociali. In Italia c’è un gruppo di giovani dalle menti educate alla filosofia che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell’universo materiale in ogni punto s’incentra la realtà del tutto, tanto più questa considerazione vale per l’universo spirituale: i problemi della filosofia hanno tutti un’intima connessione con la vita ed una immancabile risonanza nell’azione, ma non tutti l’hamio in modo manifesto ed immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal rapporto è immediato ed evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo trova soltanto alla fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano i più lontani dalle questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale, morale e religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che parevano del tutto alieni. I problemi della filosofia si illuminano e ravvivano l’un l’altro, e nessuno ha luce e vita per sé. Essi si debbono, come si dice con termine tecnico, mediare fra loro. Prenderne uno, esclusivamente, separato dagli altri, è precludersi la via a intenderlo veramente. Questa, forse, è anche la ragione della insoddisfazione che ci resta delle molte teorie avanzate, pur da uomini d’ingegno e di dottrina, su lo Stato fascista e su i problemi da esso suscitati. La superiorità di M., invece, non soltanto come uomo politico, ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che hanno nello Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo, vogliamo essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obbiezioni, concediamo senza fatica che nella specificazione delle varie forme dell’attività umana (non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni), filosofo, propriamente, è colui che più degli altri persiste nell’atteggiamento critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui problemi della vita e della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo nessuna diflicoltà a presentare la nostra tesi nei termini più modesti: l’interesse predominante dello spirito M.ano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in lui è vivissima la consapevole esigenza anche del valore del pensiero in sé e per sé, della considerazione della vita sub specie aeternitatis, propria della filosofia e della religione. Ma spingiamo la nostra tesi anche un po’ più in là: l’esperienza della vita e del mondo storico, da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche al suo pensiero una nota di originalità potente, della quale è possibile uno sviluppo in sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono, tuttavia, da dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l’interesse confessato per la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni religiose, sin dalla prima giovinezza, quando leggeva La morale dei positivisti dell’Ardigò e la Storia della filosofia del Fiorentino, e più tardi, quando scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su Giovanni Huss, un abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i documenti ci mancano quasi del tutto, non giova insisterci. Le prove, invece, abbondano ne’ suoi scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto che il Fascismo <( non è soltanto azione, è anche pensiero » ; e che, pur rinunciando a formule e schemi, il Fascismo pena la morte 0 , peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine », le quali (( non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che vincolino per l’eternità, ma devono costituire una norma orientatrice » ! E nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel periodo più intenso Vedi nel discorso commemorativo del Luzzatti (30 marzo 1927) l’accenno a le verità eterne, senza di che la lotta dell’uomo contro l’uomo, di tutti contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà». Arnaldo scrisse: Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che resìstono all’urto dei secoli». E Benito commenta: Con queste parole, Arnaldo dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie e vicende del mio spirito » {Vita di Arnaldo). deH’azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse presto una (( filosofia del fascismo », e aggiimgeva; Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire, rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano : Pensiero e Azione ». L’anno seguente ( Gerarchia », n. 3) forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento idealistico italiano: Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è vero che la materia è rimasta per im secolo su gli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna, s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». In pieno Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa professione di idealismo: ((Voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato positivista, mai, nemmeno quando era nel vostro partito. Non solo per noi non esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient’altro esiste: né voi, né quest’aula, né le cose e gli oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell’universo, il (juale esiste in (pianto io lo penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. È l’anima, signori, che è ritornata » {Discorsi dal banco di deputato, pag. 118: questo è del 1“ dicembre 1921). L’accenno al problema gnoseologico, alla centralità del pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è il punto che più interessa qui; l’adesione all’idealismo è data sopratutto, io credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor oggi presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo chi scrive, giustamente) che il carattere gnoseologico predominante nell’idealismo, mentre non arriva a dar ragione di quella ch,’è la realtà oggetto dell’esperienza comune e delPindagine scientifica, nello stesso tempo impoverisca e disperda in schemi logici (la dialettica) rintimità della vita spirituale e il senso del mistero, del Trascendente, in essa implicato. Di queste difficoltà M. non sembra inconsaper vole, come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al Congresso degli scienziati. Qualche volta mi sono posto dinanzi al fatto scienza, per vedere la mia posizione personale, la posizione del mio spirito di fronte a questo fatto: prima di tutto per definirlo. La mia definizione non dico che sia quella esatta, e potete anche respingerla, se la trovate inesatta, oppure insufficiente: credo che sia Pindagine e il controllo dei fenomeni che cadono sotto la nostra sensibilità e sotto quella degli strmnenti che noi possiamo adoperare... Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo diciannovesimo ha fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c’è dubbio che la scienza tende al massimo fine; non c’è dubbio che la scienza, dopo avere studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il perché. Il mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa arrivare a spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio. Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra scienza e fede. Queste sono polemiche di venti o trent’anni fa. La filosofia ha il suo campo, quello dello spirito. Vi è una zona riservata alla meditazione dei supremi fini della vita. Quindi, la scienza parte dall’esperienza, ma sbocca fatalmente nella filosofia e, a mio avviso, solo la filosofia può illuminare la scienza. Il testo, forse preso da nn resoconto stenografico, non deve essere stato riveduto; ci siamo permessi qualche ritocco. Il problema è troppo grave e complesso per discuterne qui, tanto più che, come s’è detto, res sub judice adhuc est. Ma i termini di esso sono ben quelli posti da M.: il mondo della conoscenza e della scienza è (juello dell’esperienza sensibile (così come il mondo della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà); il problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti gli altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema filosofico cb’è insieme un problema religioso. Si comprende, quindi, il tono diverso del discorso tenuto il 26 maggio 1929 al Congresso dei filosofi: rivendicato il merito del Fascismo per i valori dello spirito e della cultura; e riaffermata la sua convinzione su l’importanza della filosofia cbe, se fatta in mezzo alla vita contemporanea, (( serve ad animare gli orientamenti pratici dell’azione quotidiana », riconosce cbe c’è un lamento generale, in Italia e fuori, perché l’arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza : Siamo in im periodo di transizione, siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo affaticati da problemi di ordine empirico materiale... D’altra parte, io penso che la grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche tempo avremo una grande filosofia, ima grande poesia, una grande arte. I materiali per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo ». Quali sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere una nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di Mussohni? Comincia di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento, perché, mancando accenni più espliciti, dobbiamo servirci più d’induzioni che di dimostrazioni. Ci soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti che permette di arguire, con sufficiente approssimazione, quale sia la sua intenzione. Anzitutto è chiaro che una parte almeno di quei materiali deve essere costituita da quanto di meglio possono offrire i principali indirizzi del pensiero filosofico contemporaneo. E però la mente corre, in primo luogo, a quelle correnti dipensiero che anche in Italia ebbero grande divulgazione al principio del secolo, e alle quali anche M., in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la formazione della sua mentalità : vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo e il pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non essere stato mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior cautela per non presentarlo, quindi, senz’altro, coirne un idealista. Questo binomio, o dilemma che dir si voglia, vale meglio per la generazione, cresciuta subito dopo, esclusivamente dentro l’atmosfera dell’idea- Jismo italiano. M. s’è formato, in un primo tempo, dentro il clima mentale europeo; e però non è stato mai positivista perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di cpiella critica del positivismo che veniva eseguita, pm* dentro di esso, dagl’indirizzi di pensiero ora ricordati. I risultati principali di quella critica ftuono questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi intellettualistici del determinismo scientifico e del pesante grossolano positivismo, a sfondo materialistico, ma ravvivata dal senso della novità e della creazione, per cui il fenomeno si presenta sempre come qualcosa di singolare; il primato dell’intuizione che meglio di tutte le analisi concettuali coglie l’intimità delle cose e quella vita della coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere lo slancio vitale che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche dell’azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo inserendovi l’evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo, questo, per mettere in rilievo (e d’altronde appartiene alla cultura filosofica corrente) quanta "vivacità e freschezza di idee fossero contenute in tale mo- Quaderni vimento di pensiero, che contribuì come nessun altro mai nella storia delia filosofia a dileguare dalle menti secolari abitudini scolastiche, a render più agile e penetrante Tin- telligenza, a dar vita nuova alla cultura, a far sentire la superiorità dell’azione su un pensiero astrattamente speculativo. Ma neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le deficienze di quel movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo, restava preso nell’orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi dominante. Il contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova scienza fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo materialistico. Ma fuori di H non potè e non può andare: quando,- già nei fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d’ordine metafisico, di quelle verità eterne )) che reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita deU’uomo, riuscì ben misera cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e molto più del pragmatismo. Quell’intuizionismo conchiudeva in una svalutazione, non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma della stessa vita cosciente, ridotta a un fluire » evanescente, a cui soltanto la mirabile arte dello scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di quel vuoto ed e ffim ero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare buon viso? L’azione per l’azione è come l’arte per l’arte: una frivolezza. L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del pensiero che la illumina e guida, diventa il principio di un volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo aU’idealismo italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa nostra, per cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto, d’un tratto, l’Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico contemporaneo), ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto più materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussohniana abbia assor- l»ito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente originale e duraturo quest’idealismo: Vacuto senso storico dei problemi e la concezione spirituale della vita ( 1). Anche qui, anzi qui a maggior ragione, dobbiamo resistere alla tentazione di allungare il nostro studio con citazioni di pensieri e di atteggiamenti M.ani, che balzano alla memoria in folla. I suoi scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti rivelatori del suo orientamento mentale così nelle grandi questioni internazionali come nel più modesto travaglio intorno ai dati della statistica, sono ben vivi e presenti al pensiero e al cuore di ogni italiano, anche se la riflessione comune inclini a trasvolare su i particolari per coglierne e sentirne l’animazione del tutto. Piuttosto, fermiamoei un momento per determinare i limiti entro i quali quei prineipii dell’idealismo trovano un’eco nella mentalità M.ana. La questione (ripetiamo ancora una volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa non ancora da lui dichiarata e definita: sì che si corre il rischio di sembrare che si voglia sostituirsi a lui nell’interpretazione del suo pensiero, ovvero (peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del nostro meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque, fissare questi punti, a nostro avviso, di fondamentale divergenza del pensiero M.ano da quello idealistico. In primo luogo, la sua lontananza dalla concezione idealistica in quanto questa è ispirata ad un assoluto storicismo che erige metafisicamente la Storia al signifieato e valore dell’Assoluto. Questa metafisica, che si risolve in un panteismo storico », non è, ci sembra. Come espressione estrema della sua adesione all’idealismo si debbono considerare le prime pagine dello scritto La dottrina del Fascismo. nella convinzione di M.. Il quale, giustamente, per quanto riponga tutta la dignità dell’uomo e della storia nel valore spirituale, ha troppo preciso e sicuro il senso della finitezza deU’umano: del limite che, mentre potenzia il pensiero e l’azione dell’uomo, ne delinea insieme esattamente i confini. In altri termini, egli ha una concezione più veramente storica della Storia. Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza da quella specie di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come residuo deU’hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere fondamentalmente razionalistico. In questo punto. M., se non c’inganniamo, tradisce il carattere schiettamente cattolico della sua mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c’è, meglio che sia quello religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si passa, quindi, ad una considerazione apparentemente opposta alla precedente: l’idealismo è troppo umanistico )>: il suo razionalismo affievolisce e smorza nell’uomo l’impulso aUa lotta e al sacrificio, l’anehto del futuro, il senso <( pericoloso » della vita, l’audacia dell’iniziativa e il gusto dell’eroico. Nell’uno come nell’altro caso l’uomo è agito dalla Storia, dallo Spirito Universale, da una dialettica » che per (( deificarlo )) istrada ogni sua azione e pensiero lungo una legge impersonale che ha la rigidezza del fato (1), e lo spersonalizza. All’i mm anentismo, storico o razionalistico, manca una parola magica: la fede. Se la usa, ne storpia il significato. La storia non è un itinerario obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende » (Discorsi della rivoluzione). Proprio per questo, poi, essa non può esser lasciata in balìa di se stessa, secondo che vorrebbe la crociana religione della libertà». Di qui la necessità dello Stato, e degli Stati. Pronunziare questa parola, tuttavia, è presentare il problema più arduo e assillante per l’attuale coscienza contemporanea. M. lo sente, lo dichiara. Ci è venuto, a questo problema, lentamente: Nella gioventù io non credevo affatto: avevo inutilmente invocato il nome di Dio » (Ludwig, Colloqui). Invece, già afferma: Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose, può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio». (Popolo d’Italia»). Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di amorosa passione, in stato di misticismo religioso » [Discorso alla Scissa di Milano). Fede dell’uomo in se stesso? E fede del fascista nell’idea stessa del Fascismo? Certamente, anche questo. Può » gli domanda Ludwig (pag. 224 di Colloqui) un discepo'lo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede? ». M. gli risponde: In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa». E in Gerarchia» [Viatico): Il Fascismo vince e vincerà finché conserverà quest’anima ferocemente unitaria e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplina. Fede, dimque, non relativa, ma assoluta ». Ma l’assolutezza di questa fede nell’Idea esclude la fede propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La fede in se stesso, che direbbesi meglio fiducia », se non ha da essere mero calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere alimentata da una forza superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa? Al filosofo idealista questo sembra un problema insolubile: o si ha fede nelle proprie forze, egli dice, e si può procedere all’azione ; ovvero nelle proprie forze non si ha fede, e allora nasce la sfiducia e l’inattività. Il dilemma, come sono tutti i ragionamenti fatti a fil di logica, è troppo semplice: lo spirito umano è molto più sottile e complicato di ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo se dal pensiero di M. possiamo ricavare qpialche luce. Qualche volta egli ha accennato a un processo interiore come a fonte comune così della politica come dell’arte. Alla prima mostra del Novecento italiano disse: Ieri sera, dopo avere attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto di meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la politica e l’arte? Quale tra il politico e l’artista? È possibile di stabilire una gerarchia fra queste due manifestazioni dello spirito umano? Che la politica sia un’arte, non v’è dubbio. Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero empirismo. È, quindi, un’arte. Anche perché nella politica c’è molto intuito. La creazione politica, come quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione subitanea. A un certo momento l’artista crea coll’ispirazione, il politico con la decisione. Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi inseguono un ideale che li pungola e li trascende. Egli prosegue domandandosi se la guerra e il Fascismo abbiano lasciato tracce nell’arte : Il volgare direbbe di no perché, salvo il quadro A noi, non c’è nulla che ricordi e ohimè! fotografi gH avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura spettatori o protagonisti. Eppure il segno degli eventi c’è. Basta saperlo trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente precedente in Italia. (1^ Sembra in contraddizione, ma non Io è, la dichiarazione: Fra tutte le professioni la più affine al mio spirito è quella dell’ingegnere » (Saluto agli elettrotecnici, 25 settembre 1926). Ha un suo inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina interiore. Questa disciplina interiore » è, dunque, un punto di coincidenza della pobtica e dell’arte, e risulta da un’elaborazione lenta e una divinazione subitanea ». La politica, l’azione, non è (( mero empirismo ». Parlando del Luzzatti, disse : (( Egli aveva navigato per tutti i mari e negli oceani dello scibile umano, senza cadere nelle secche dello scetticismo e della negazione, perché egli credeva fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio ideale ». Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v’ha dub bio, schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice; <( Il giornalista diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a vedere le cose non più sotto l’aspetto cinematico della contingenza, ma in quello della trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i problemi originari; quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un atroce dolore sulla cima, si sente come liberato dagl’impacci che lo legavano alla pianura e respira oramai nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il giornalismo del quotidiano finisce e comincia la poesia. Poesia dell’amore e della morte; della speranza e della rassegnazione; della vita terrena e del di là seducente e consolatore. La precedente (( discipbna interiore » consiste, dunque, in questo (( liberarsi » da ogni esteriorità, vivere <( nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne », cercarsi (1) Coloro che ancor oggi seguitano a invocare un’arte fascista», hanno meditato abbastanza queste parole? Il discorso termina con una considerazione su l’arte che non ha nulla da invidiare, per finezza e senso d’interiorità, alle Estetiche oggi più celebrate; Io guardo e dico: questo marmo, questo quadro mi piace. Perché mi allieta gli occhi, perché mi dà il senso dell’armonia, perché quella creazione vive ed io mi sento vivo in lei, attraverso il brivido che dà la comunione e la conquista della bellezza ». alla radice del proprio essere sino al punto in cui all’a a- spetto cinematico della contingenza » subentra (( quello della trascendenza. Lì la poesia s’incontra con la Religione. L’immagine più divulgata di M., anche all’estero, è quella di una potente e fiera e intransigente volontà: egli è un dominatore ». Chi non ricorda il motto: agli amici, tutto il bene, ai nemici tutto il male possibile » ?. I Colloqui del Ludwig hanno ancor più divulgato il senso suo della solitudine interiore, e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini fatto di compassione e di disprezzo. Trascendenza, ch’è anche (s’intende!) immanente, come senso morale e religioso, aU’uomo. In questo significato si parla ^immanenza nel discorso su La Riforma legislativa (12 maggio 1928, al Senato): E vengo allo Statuto. Bisogna intenderci, onorevoli senatori... Siamo sul terreno dell’archeologia o della politica? 0, se volete, siamo sul terreno dell’immanenza o su quello della contingenza? Si è mai pensato che una costituzione od uno statuto possano essere eterni e non invece temporanei? Immobili e non invece mntevoli? Di immanente, onorevoli senatori, di eterno, non vi sono che le leggi religiose. Il decalogo, ad esempio, è immanente: dieci articoli che vanno bene per tutti ì popoli, per tutte le altitudini, longitudini e latitudini ». Il Bescson, nella sua opera recente, Les deux soiirces de la morale et de la religion, dice: Nous n’irons pas jusqu’à dire qu’nn des attributs du chef endormi au fond de nous soit la férocité. Mais il est certain que la nature, massacreuse des individus en méme temps que génératrice des espèces, a dù vouloir le chef impitoyable si elle a prévu des chefs. L’histoire tout entière en témoigne. Cosi egli ha, in certo modo, spiegato e inquadrato il principio nietzschiano della volontà di potenza », facendone un principio della vita politica. Cfr. M. in Colloqui: a La tendenza all’imperialismo è ima delle forze elementari della natura umana, appunto come la volontà di potenza. Io non posso avere amici, io non ne ho. Ludwig gli chiede quando egli si sentì più solo: da giovane, fra i suoi compagni di partito, ovvero oggi ch’è il Duce del Fascismo? Oggi, disse egli senza esitare. Ma anche prima: in fondo, fui sempre solo. Vedi specialmente il Preludio al Machiavelli (in Gerarchia», maggio 1924). Ma, di disprezzo, soltanto, egli dice (Colloqui), l’nn per cento. Questo è l’uomo e il mondo guardato da un lato. Ma M. ne eonosce anche un altro : eccolo. Egli (Arnaldo) fu un buono-, il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del proprio dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la misura della vera grandezza di un’anima! Rimanere buoni, malgrado tutto. Il buono non si domanda mai se valga la pena: egli pensa che vale sempre la pena. Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche se impura; dare un sollievo aUa miseria, una speranza alla tristezza, una consolazione alla morte: tutto ciò significa non considerarsi estranei aU’umanità, ma partecipi — carne e ossa — di essa : significa tessere la trama della simpatia, con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono migliori » {Vita di A.). Siamo, dunque, passati d’tm tratto, da Nietzsche a Tol- stoi? L’apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra. Il principio nietzschiano s’è venuto trasformando nell’animo e nella mente di M. in un principio d’interiorità spirituale, che liberando l’uomo da ogni interesse mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà la forza di dominarlo; ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine di se stesso, gli fa scoprire la sorgente eterna d’ogni valore spirituale, la quale è, in fine, anche, la fonte segreta della sua forza e azione nel mondo. Ciò ch’è grande nell’uomo, diceva Zarathustra, è Tesser egli un ponte, non già una mèta. Questa nota superumanistica )), come superamento del mero umanismo, Cfr., 611 questo punto, Appéndice, II. è ben rimasta in M.. Così come lo spirito di spregiudicatezza mentale, Tantifilisteismo, rantidemocratismo, l’avversione alla vita comoda » e l’istinto guerriero > 1 . Ma egli non può più essere persuaso di quel baccanale dell’Io in cui si risolve l’anticristianesimo del Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa dell’umanità. Il Titanismo, ancbe senza i fulmini più di nessun Giove, si abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la coscienza di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole ancbe la coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua azione. Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è falso. Il che non fa meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero critico, esaurire le ragioni della vita e della fede? Se tale esaurimento riuscisse alla filosofia e alla riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con essa scomparirebbe anche la vita. È misticismo, questo? Si, è misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al filosofo illuminista, non ha fatto paura ad un filosofo come Bergson. C’è misticismo e misticismo, del resto: anzi, innumerevoli misticismi C’è quello buddistico e c’è quello del Nietzsche (ch’è, anch’esso, un misticismo, per quanto opposto all’altro). C’è un misticismo pagano e un misticismo cristiano: il Bergson ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e della religiosità. C’è un misticismo protestante e c’è un misticismo cattolico: questo secondo è il meno mistico di tutti. Coinè la pensa M. in questo punto? Lasciamo a lui la parola. Arnaldo era im credente, ma non com’egli disse nell’ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista — credente in un Dio generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza; ma in Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della Terra, e nel suo Figliuolo che un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù, e perdonerà, speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra vita terrena » {Vita di A.). Questa, la fede di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo : (( Tutto quello che fu fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale e universale di Dio. Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il nostro assunto: che il problema filo- Nei Colloqui del Ludwig, dopo di aver accennato alla possibilità di una soprannaturale apparizione», aggiunge: Negli ultimi anni si è in me rinsaldata la fede che vi possa essere una forza divina nell’universo. Urìstiana? Divina, ripete egli con un movimento della mano, che lasciò la mia domanda in aria. Gli uomini possono pregare Dio in molti modi: si deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo. Quella forza divina nell’universo » non è in arnionia col principio d’interiorità puramente spirituale da noi precedentemente posto. L’oscillazione spiega anche la sua ammirazione, su tutti i Dialoghi di Platone, per il sublime » Fedone, la cui prova dell’immortalità dell’anima dopo di averne esposto acutamente i punti centrali —reputò incatenante, consolatrice, perfetta... di un’evidenza assoluta » (vedi Nota su l’immortalità del- Panìma, in Gerarchia). Così anche l’antitesi cristiana-divina potrebbe far supporre un’incertezza che, certamente, non è nel pensiero di M.. 11 quale s’è espresso altrove diversamente. Parlando Per il settimo annuale della fondazione dei Fasci (28 marzo 1926), disse: Il sacerdote di quella religione che è dei nostri padri e nella quale crediamo, ha consacrato sessantasette gagliardetti dei vostri gruppi». Negli stessi Colloqui del Ludwig, ritornando su un argomento discusso già in Senato nel discorso per la Conciliazione, è ribadita, sì, la sua opinione che, se il cristianesimo non fosse giunto nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta sofico e quello religioso sono tra i problemi più vivi nel pensiero e ueU’animo di M.. E crediamo di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero nuovo e originale si domanderà, e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti in questo diciam pure così — spiritualismo fascista? La risposta non può esser dubbia: lo spiritualismo M.ano è orientato verso un principio di pura interiorità, in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della filosofia e della religione, dell’arte e della vita sociale-politica, della scienza e della storia lunana. Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a rigor di termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e ebraica » ; ma, egli dice, si deve aggiungere che tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima l’impero, poi la nascita di Gesù, e finalmente Paolo apinodato a Malta e giunto qui. Sì, certo, così era predestinato da una Provvidenza che dirige tutto. Forse più caratteristica di tutte è la dichiarazione seguente: Il cupi» dissolvi non appartiene alla religiosità dei ruraR italiani. Il contadino italiano non si angustia troppo, per sapere se l’inferno c’è o non c’è. EgU si mette in regola per il caso che ci sia, e basta» [Tempi della rivoluzione fascista). D cupio dissolvi non è, certamente, del misticismo M.ano : ed è del tutto giusto che tale religiosità dei rurali è perfettamente italiana ». La Sarfatti l’ha giudicato bene: Austero e rude, malgrado i suoi sporadici tentativi di rivolta, è in fondo un cattolico asceta-guerriero » [Dux). Qui non si deve costruire: si dovevano soltanto indicare i mate- riaU » e il punto di vista » che, presumibilmente, nel pensiero di Musso- Rni, potranno servire alla filosofia da lui auspicata. Chi desiderasse una prova ulteriore della origiuaRtà e fecondità deRo spiritnaRsmo mnssoR- niano, potrebbe confrontarlo, ad esempio, con queRo deU’ultimo Bergson, il forse anche il dovere: ché, quando il filosofo si avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il rischio di sbandarsi. È, bensì, vero che la filosofia pervade tutta la vita, tutti i campi della realtà; ma, cosi considerando le cose, il filosofo si trova riportato al livello di ogni uomo, e non sempre, allora, egli può competere con gli altri per ampiezza e ricchezza di vita e di esperienza. Ma lasciamo andare la questione dei diritti e dei doveri. Sta di fatto che questo saggio, per quanto voglia esser modesto, non può terminare qui: non si può trattare del pensiero di M. senza almeno un cenno al suo capolavoro. Il capolavoro di M. è lo Stato fascista, il quale è, bensì, un’opera di creazione politica, ma è tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo cercato di ricostruire dianzi sulla base de’ suoi scritti e delle sue dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi esposta precedentemente. In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi dovremmo far vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo Stato fascista chi si pone da un punto di vista filosofico e religioso diverso da quello del suo creatore; e in secondo luogo, passando al lato positivo, che in tale creazione politica agiscono quegli stessi motivi originali di interiorità e senso della trascendenza che noi abbiamo indicati prima come posizione peculiare del suo atteggiamento mentale quale, anch’esso, fa leva sugli stessi principi fondamentali dell’interiorità e della trascendenza. Ma, mentre nel filosofo francese tale interiorità oscilla fra biologismo e psicologismo, essa si pone nell’italiano, passato attraverso l’idealismo, con la possibilità (non vogliamo dir di più) di una determinazione più pura. E similmente si dica per il Dio bergsoniano. Le differenze si riflettono, poi, anche nella diversità di concepire la funzione dello Stato, tanto dal lato sociale, quanto da quello della storia in generale. e spirituale in rispetto a tutti i problemi della realtà e della vita. Come premessa comune a entrambi i lati del problema cbe qui si presenta, bisogna far attenzione a questo fatto: die noi ora passiamo a considerare !’(( uomo » non più nella sua intimità e interiorità, in quella solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di ogni giorno. La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo mondo; la sua personalità egli la deve costruire come individualità cbe ha un significato e xm valore essenzialmente sociale; egli ha qui per giudice, non più Dio direttamente, ma il mondo della storia e della civiltà umana. L’uomo del senso comune, ch’è spesso anche l’nomo del buon senso, può trovare motivo di diffidare, anzi di sorridere, di ogni spiritualismo che non tenga conto di una tale condizionalità : che parli di nn’interiorità che si consuma dentro se stessa senza prodursi nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai realizzare una spiritualità pura, incorporea. Invece, lo spirito umano ha bisogno del corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali: bisogna far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per questo la questione economica non è nna questione spirituale anch’essa: l’animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l’animale non ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il vestir panni e le altre necessità della vita, si presen- (1) Le filosofie neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo- fra la metafisica e la lirica sono perniciosissime per i piccoU cervelli (ilarità). Le filosofie neospiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato... ma bisogna digerirle!... (ilarità) ìì: M., nel primo discorso parlamentare (Discorsi dal banco di deputato). tano, non come cose a cui pensa la natura o il caso, ma come risultato della sua libera attività, del suo lavoro e ingegno; è per l’uomo, in quanto la società gli rende possibile la sua vita, che il lavoro è, oltre un diritto, xm dovere: un dovere sociale. Ma, d’altra parte, è pure ovvio che la spiritualità della questione economica esprime soltanto la condizione umana di quella spiritualità più profonda che l’uomo trova nella sua pura interiorità ; e che scambiare la questione economica con la questione morale, come fece il socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po’ troppo lunga; ma essa era necessaria per spiegare nel modo più breve la nostra insoddisfazione per tutte le teorie fin qui addotte su lo Stato fascista. Preghiamo, con piena sincerità, il lettore di non sospettare che si abbia noi la pretesa di possedere il segreto di quella teoria. Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare che innanzi all’opera di M. ci sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche gli altri confessassero questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista s’è scritto oramai una biblioteca, fra l’Italia e l’estero. E naturale che gli scritti migliori siano quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di prim’ordine per cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che avviene nei commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia', c’è qualcosa che, dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella poesia e nell’arte si può dar la colpa alla critica che non arriva mai a tradurre in concetti l’intuizione sentimentale. Qui, nell’opera politica di M., a noi sembra che la colpa sia dei teorici che restano al di sotto del punto centrale in cui lavora il suo genio creatore fra problemi di azione e di pensiero che costituiscono la sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche cenno più esplicito. La letteratura su accennata può dividersi in opere di economisti, di giuristi, di politici, di filosofi. I discorsi fatti in generale sono, necessariamente, sempre un po’ vaghi. Ma noi qui abbiamo un interesse ben determinato, e non abbiamo nessun dovere di allontanarci da esso per entrare nella discussione dei particolari. A cominciare, quindi, dai filosofi, dichiariamo che una filosofia capace di penetrare in ciò che ha di più singolare lo Stato fascista non esiste ancora. I filosofi che ne hanno fin qui parlato (e alludiamo non soltanto agli itahani, ma anche agli stranieri), s’indugiano ancora in posizioni che M., anzi la storia guardata dal punto di vista fascista, s’è lasciato dietro le spalle. Ad esempio : c’è chi è ricorso allo Hegel per dimostrare ch’egli è il vero precursore della nuova civiltà del mondo inaugurata dal Fascismo. Non c’è bisogno di molta dottrina per far osservare che nel secolo intercorso fra lo Hegel e il Fascismo sono avvenute queste cose fondamentali; la critica fatta allo spirituahsmo idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da una parte, e del liberalismo dall’altra; e poi la critica, che già corre per il mondo, del Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le ragioni di richiamare quello spiritualismo astratto alla base materiale-economica per intendere il concreto mondo storico e agire in esso. Il liberahsmo ebbe altrettanta ragione di non volerne sapere di quel teologismo, perché quel che a lui premeva era la libertà dell’uomo, e però dell’individuo vero e reale. Oggi il Fascismo ha superato, per parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non soltanto l’astrattezza ed erroneità dello hegelismo, ma anche l’angustia mentale (ch’era una astrattezza ed erroneità opposta) comune al marxismo e al hberalismo. Come ritornare, dopo questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora, ricominciamo da Platone e da Aristotele! QÙRnto inchiostro versato in questi anni per dimostrare che non c’è Hbertà senza autorità; che l’individuo s’identifica con lo Stato; che economia etica e politica sono la stessa cosa; che la sovranità dello Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto fuori di sé, ed altrettali filosofemi caratteristici della filosofia hegeliana! La quale risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in un processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l’Assoluto metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i concreti problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non intendiamo, con questo, di dire che tanto inchiostro sia stato versato inutilmente. Tutt’altro! È stato del tutto opportuno, per rinfrescare la memoria delle persone colte e per dirozzare la mente degli ignari su quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo e della civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per cogliere questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che veramente dànno il nuovo senso dello Stato », contenute nel discorso del Duce all’Assemblea quinquennale del Regime. Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista? Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C’è un concetto che ritorna frequentemente in tutte le definizioni : quello della personalità dello Stato, come di una personalità superiore che assorbe, o deve assorbire, quella inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta poca riflessione per accorgersi che quello Stato è una formula, una realtà anonima, una personalità che è tale soltanto nel senso in cui si parla di (( persona » in giurisprudenza quando si vuol dire di un ente o istituto che ha un riconoscimento dalla legge ed è (1) Son riportate e illustrate in Appendice, V. Quaderni soggetto » di diritti. Ossia, è una personalità ehe è il massimo della impersonalità. La personalità, inveee, dello Stato fascista consiste in questo: che c’è un Capo, una personalità e volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la complessa vita statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo politico-giuridico con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità, resta come un presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare, perché, appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica e politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da M. nel suo Preludio al Machiavelli) (1). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che l’ordine e la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante, così il Fascismo pensa che per uno Stato forte e capace di contar qualcosa nella determinazione della storia mondiale, quel che più conta è la volontà e capacità di chi siede al governo, dirige e determina la via da seguire. In quella volontà si debbono organizzare tutti i voleri, in quella personalità debbono prender corpo tutte le gerarchie, classi e categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione. Gerarchie, classi e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del corpo politico, sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato, espressa in sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo e alla massa altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di autorità? Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica che per dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare ugualmente bene l’opposto. M. non s’è mai indugiato in tali esercitazioni : dichiarando che la libertà è un mezzo, non un fine » ha risolto la questione perentoriamente. Questo è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione della Storia, e non s’è ancora accorto che la Storia la fa non l’individuo isolato con la sua astratta libertà, ma l’individuo in quanto volontà e libertà organizzata in quell’organismo spirituale che è lo Stato. Sono gli Stati che decidono del mondo storico-sociale, non gl’individui come tali: così come sono gli eserciti che determinano la vittoria, non i soldiati singolarmente presi (1). Stato etico )), si dice: e questo, si aggiunge, almeno questo, è pure un concetto di marca schiettamente hegeliana. Per cui, dall’altra parte, si protesta: eccoci tornati, col Fascismo, alla (( morale di Stato )), alla morale governativa » : quale aberrazione filosofica e morale ! Se non che, anche qui, non si può raccomandare abbastanza di non perdersi in queste discussioni, e di attingere direttamente alla fonte delle parole e del pensiero di M.. Prendiamo un passo: Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista, perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse im suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta e del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è Cattolico, ma è Fascista, anzi sopra- Nella silenziosa coordinazione di tutte le forze agli ordini di uno solo, è il segreto perenne di ogni vittoria » {Tempi della rivoluzione fascista, pag. 166). Non basta, dunque, dire con Tidealismo che il mondo storico è una creazione dell’uomo. Bisogna aggiungere; deU’uomo organizzato nella società, e in primo luogo in quella forma più potente di società h’è lo Stato fascisticamente inteso. 3tutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattoli- cismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola » (1). Vediamo di non cambiargli le carte in tavola. Contro una Chiesa che, movendo dal principio di esclusivo monopolio nella direzione delle coscienze, tende a tener per sé, come si dice nel linguaggio scolastico (del tempo in cui si faceva questione fra Papa e Imperatore per il governo del mondo), tutto (( lo spirituale », e a lasciare allo Stato la sola cura dei beni materiali: contro tale Chiesa M. adduce, di pieno diritto, la rivolta della sua coscienza, del suo senso di Capo di uno Stato moderno, che sa di governare degli uomini liberi e non già un gregge, di guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già di essere un sentplice amministratore di beni, ed afferma il carattere spirituale dello Stato e il fondamento morale che sostiene la sua autorità di Capo. Ma da questo al concetto che risolve il problema morale nel problema dello Stato, c’è un molto rispettabile intervallo, anzi xm abisso, che a noi non risulta in alcun modo che M. abbia mai tentato di varcare. Stato unitario, totabtario : tutto nello Stato, per lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla contro di esso. E può essere diversamente data la nuova concezione fascista? Come in guerra tutte le forze materiali e spirituali della Nazione vengono organizzate, senza residuo, per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato fascista ha bisogno di tutte le forze, fisiche, morali e intellettuali, de’ suoi cittadini per vincere quella più grande battaglia che determina il posto di uno Stato nel mondo e il corso della storia stessa. Discorso aUa Camera per Gli accordi del Luterano. (2) Io considero la politica come una milizia o combattimento (Tempi della rivoluzione fascista). Il Fascismo non vuole, dentro Quindi nulla, di quanto l’individuo può dare, sfugge all’interesse dello Stato fascista: la sua ctdtura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la stessa sua coscienza religiosa. Ma questo non implica un assorbimento » del-- l’individuo nel senso che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità ! Tutt’altro : lo Stato fascista ha ogni interesse, anzi, a potenziare la personalità fisica e morale dell’individuo, a sollecitarne la libera iniziativa, a trar profitto dalla sua vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra, anche dalle sue ambizioni e dalle legittime aspirazioni al benessere e agli agi materiali. Non, dunque, che sia erronea la così detta identificazione dell’individuo con lo Stato; ma, presentata in quella dialettica astratta, non dice nulla di positivo, e può condurre, ripetiamo, anche a dire il contrario ( 1). Così, per la questione economica. Stato corporativo, sì, certo : è un caposaldo dello Stato fascista, che qui si lascia di nuovo dietro le spalle il socialismo e il liberalismo insieme. Ma se da questo si vuol dedurre che l’originalità e importanza dello Stato fascista sia tutta in questo punto, nell’aver immessa una coscienza statale » nel giuoco degli interessi lo Stato, la lotta: vuole, anzi, Tarmonia e la collaborazione. Ma nel confronto con le forze estranee sente che la vita è un combattimento continuo, incessante », da accettare con grande disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza necessaria » {Per il settimo annuale della fondazione dei fasci). Non si tratta di mera coincidenza o non coincidenza della volontà deU’individuo con quella dello Stato, ma di un processo che si può ben chiamare di educazione dell’individuo per opera dello Stato fascista : La politica è l’arte di governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare, educare le loro passioni, i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi d’ordine generale che trascendono quasi sempre la vita individuale perché si proiettano nel futuro ». L’individuo, infatti, non educato politicamente, tende a evadere continuamente: tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a non fare la guerra: pochi sono coloro — eroi o santi — che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato » (Preludio al Machiavelli), Sul concetto di Stato fascista come Stato educatore, ved. Appendice, pag. 55. materiali che governano l’economia di un Paese, c’è l’evidente pericolo di fare del Fascismo un’antitesi, sì, del comuniSmo e bolscevismo, ma su lo stesso piano. In somma: economia, etica, politica sono, bensì, legate indissolubilmente nello Stato fascista, ma non per questo l’una è la stessa cosa dell’altra. E veniamo, infine, alla tanto dibattuta questione religiosa. Stato confessionale? No, certo: si è detto e ripetuto. Allora, Stato superconfessionale » ? Sì, certo, nell’ovvio senso in cui, negandosi che sia confessionale, si vuole pure affermare la sua religiosità. La religiosità, si ha ima grande premura di aggiungere e ripetere a sazietà, immanente ». Non ha detto il Duce: (( tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato »? Ma la conseguenza, al solito, è tratta troppo facilmente, con una argomentazione che, per voler esser troppo profonda, resta alla superficie della questione e del pensiero di M.. Il quale non ha mai sognato di fare della religione una questione meramente politica. Dal dire che lo Stato fascista ha estremo interesse a coltivare la coscienza religiosa della Nazione; a dire che, quindi, è lo Stato stesso che crea quella coscienza e ne è l’arbitro, ci corre quel solito intervallo o abisso che M. non consta abbia tentato di abolire. Ancora una volta ! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da esibire, e non pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti del pensiero M.ano. Ci limitiamo a esibire dei (( materiali » e dei punti di vista », quali possono essere rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo : quella teoria (( immanentistica » è in accordo con ciò che consta del pensiero e dell’azione mus- soliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il contrario. Diciamo meglio e di più: quel che consta è un’impostazione del problema politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi nell’avvenire della coscienza politico-religiosa, non soltanto degli Italiani, ma dell’uomo semplicemente, in universale. C’è un fatto: che lo Stato ha affermato la sua assoluta sovranità nel mondo dello spirito storicamente considerato ; e contemporaneamente la Chiesa ha rinunciato a entrare più nelle questioni interne allo Stato e nelle competizioni, di qualsiasi specie, fra gli Stati. Le due sfere si sono, per la prima volta dacché esistono, delineati e definiti esattamente, per lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con questa reciproca delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto : quindi né assoggettamento della sovranità dell’uno all’altra, né separazione nel senso che l’uno non voglia saper nulla dell’altra. Lo Stato fascista, proprio perché è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani, ci sono due fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa dell’uomo, a seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica della storia, ovvero in quella interiorità dell’uomo e della personalità ch’è la sua spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufficienza, dianzi, che questi due punti di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che pon termine a un dissidio rimasto, secondo Fespressione di M. stesso, come una spina confitta nel profondo dell’anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più vasto e profondo: liberata dagl’interessi politici, accostarsi sempre di più alle coscienze nella pura interiorità, parlare ad esse un linguaggio più intelhgibile e persuasivo, rinnovare nelle menti e nei cuori i motivi di quella fede che fece la sua grandezza in altri tempi, anzi in ogni tempo. Solo per questa via alla conciliazione fra essa e lo Stato potrà seguire l’altra fra essa e il pensiero moderno. ILa Sarfatti {Dux) riporta dal giornale repubblicano, Il pensiero romagnolo », una buona parte di uno studio giovanile di M. su La filosofia della forza, nel quale sono riassunti i motivi della sua ammirazione per il Nietzsche, e insieme quelli del suo dissenso da tale filosofia. I primi si risolvono nella concezione attivistica della vita come creazione di nuovi valori spirituali: Questa volontà di potenza, che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali, dà uno scopo alla vita. Creare! Ecco la grande redenzione dai dolori, e il conforto della vita. Il superuomo — ecco la grande creazione nitciana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche nell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae: della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove l’irrimediabile mediocrità trionfa. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale; ma a un ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno creduto le generazioni passate ». Che il Nietzsche non abbia esposto sistematicamente la sua filosofia, non importa: Ciò che v’è di caduco, di sterile, di negativo in tutte le filosofie, è precisamente il sistema: questa costruzione ideale, spesse volte illogica e arbitraria. L’avversione al sistema », nel senso scolastico di una dottrina chiusa nel cerchio di astratte definizioni e di procedimenti puramente razionali, dà, per lo meno estrinsecamente, il carattere più originale della filosofia contemporanea. Il punto veramente debole della concezione nitciana è, invece, quello colto sin da allora da M., là dove posto il principio che l’istinto di socievolezza è inerente alla natura stessa dell’uomo », onde non si concepisce un individuo che possa vivere avulso dall’infinita catena degli esseri », nota la contraddizione in cui fatalmente doveva aggrovigliarsi il Nietzsche, il quale (c sentiva la fatalità di questa che potrebbe dirsi legge della solidarietà universale, sì che per uscire dalla contraddizione il superuomo, l’eroe nitciano, dall’interno scatena la sua volontà di potenza aH’esterno... Ma, o il superuomo è unico, e non ubbidisce a leggi; o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale, e allora rientra nella mandria. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la società rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d’artificio Anche l’anticristianesimo nitciano è veduto nel suo significato più positivo e, in fine, contingente: Per comprendere questo feroce anticristianesimo nitciano, dobbiamo esaminare alcun poco il mondo interno del Nietzsche. Egli era profondamente antitedesco. La gravità teutonica e il mercantilismo inglese erano ugualmente indigesti all’autore di Zarathustra. Forse il suo anticristo è l’ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania feudale, pedante, cristiana ». Il volumetto Giovanni Huss, il veridico (Roma, Po- drecca e Galantara) è una buonissima monografia di carattere schiettamente storico. L’intenzione anticlericale vi è aggiunta nella Prefazione, e qua e là incidentalmente, e in ogni modo non oltrepassa il limite doveroso del rispetto verso il Cristianesimo: verso di questo, anzi, è evidente una sincera simpatia. Ancora ima volta Huss si difende dall’accusa di eresia. Egli non si proponeva che la purificazione del clero dagli elementi che lo demoralizzavano... Stridente antitesi! Mentre i prelati alti e bassi della chiesa non miravano che ad arricchire, e talvolta lasciavano in retaggio ai figli e ai nepoti ricchezze favolose, l’eretico Huss, come il Cristo, null’altro lascia alPinfuori di alcuni poveri indumenti. Huss non aveva solo predicato, ma anche praticato, e come San Francesco d’Assisi aveva sposato coram populo, madonna Povertà.Gli eretici parlano in nome del popolo e al popolo. È un ritorno al Vangelo, eh’essi vogliono: un ritorno alla vita povera, ma solidale, delle prime comunità cristiane. Non cosi, tuttavia, i seguaci di Huss, che (( superarono in barbarie la Chiesa di Roma » : essi si ispirarono a Jehova, (( non al mite apostolo di Nazareth. Ispirazione, dunque, questa dominante nel volumetto su Huss, da riformatore, e però morale, e in fine religiosa. La religiosità, tuttavia, è concepita e sentita al di fuori di ogni dogma: Cosi [con l’eresia di Huss], la storia della progressiva liberazione del genere umano dai ceppi delle credenze dogmatiche non subisce di secolo in secolo soluzione di continuità. Dal senso vivo d’interiorità (ch’è il senso stesso della individualità e personalità puramente spirituale) deriva, per contrapposto, tanto più vivo quello dell’esteriorità e del dominio meditato della volontà sul mondo in cui l’uomo deve agire. Negli scritti e discorsi di M. si accenna più volte ad un tale senso della vita interiore, ch’è, poi, la fonte prima del problema filosofico e religioso. Già nel 1914, fondando Il Popolo d’Italia», scriveva: Non tutti i miei amici d’ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti ribelli si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente, liberissimo, personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun altro ». E nel 1929 (Su gli Accordi del Laterano », alla Camera) : (( Ecco che io mi son trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare le vene e i polsi di un uomo. E non potevo chiedere consiglio a chicchessia: solo la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe meditazioni ». Nei momenti più solenni l’uomo si sente solo: solo con se stesso e con Dio ((( Cosi Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica »). Il Barnes {Gli aspetti universali del Fascismo), scrive : È questa l’attitudine di M. innanzi ai problemi pratici della vita: una profonda coscienza del bene e del male, un infinito senso di responsabilità... Ne deriva una continua autocritica ed un automartirio che, se non fossero la sua fede, il senso di dovere verso la sua vocazione, il suo coraggio morale, lo spingerebbero verso una vita contemplativa. Sant’Ignazio di Loyola, e non Napoleone, è la figura spirituale che può essere compagna a M. ». Tenendo presente quanto abbiamo notato dianzi sul rapporto fra il senso d’interiorità e quello del dominio della volontà sul mondo esteriore, è facile vedere sino a qual punto colga giusto Fosservazione del Barnes. Il paragone coglie un aspetto della personalità del Duce che andava messo in rilievo contro chi vede di quella soltanto il lato esteriore, l’atteg- giamento napoleonico », del conquistatore o dominatore, o meglio, per dirla con parola corrente e più vicina all’idea, del realizzatore ». Ma quell’aspetto, separato dall’altro, vien fuori deformato. Il senso d’interiorità è in M. anche la fonte segreta della sua forza di volontà. In conchiusione, M. è una sintesi nuova che assorbe e trasfigura interamente i vecchi termini in contrasto. Che cosa ci pongono di fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50 anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le fantasie dei positivisti : fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più pericoloso del pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto » [Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci). Idealismo è il termine generale più acconcio a comprendere il movimento della filosofia contemporanea sorto contro il positivismo che aveva dominato la cultura europea nel periodo precedente a quello a cui M. accenna. In quanto antipositivista, il pensiero M.ano si può hen definire idealista. Che i fatti non si intendano senza l’attività del pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio spirituale, è verità messa in gran luce dall’idealismo contemporaneo, svoltosi poi in svariate direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una parte, dalla diversa valutazione del positivismo criticato; e dall’altra, dalla diversità di significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima parte, la critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo, l’esigenza di concretezza, il senso della realtà dell’esperienza lunana (conoscitiva e pratica): l’idealismo è andato d’accordo, qui, col positivismo nella tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per ìa seconda, l’atteggiamento generale dell’idealismo è stato per una rivalutazione dei principii religiosi, di cui l’illuminismo aveva fatto troppo buon mercato : senza di essi, infatti, neppiure s’intende il valore morale della vita e il dovere del sacrificio per gl’ideali che fanno grande l’uomo. Ma, poi, non sempre l’idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso di concretezza del mondo dell’esperienza; dall’altro, il senso veramente religioso della vita spirituale. I/idealismo assoluto, in modo particolare, viene oggi criticato da entrambi i lati, ed è questa la ragione per cui gli si oppongono, da una parte, correnti di pensiero più vicine ai problemi dell’esperienza e della scienza, e dall’altra lo schietto spiritualismo. Questi problemi, interni all’idealismo, sono presenti, sia pure germinalmente, anche nel pensiero di M., sopratutto nelle pagine in cui espone le idee fondamentali della Dottrina del Fascismo, che ora passiamo ad esaminare. (( Come ogni salda concezione politica, il Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita-e vi opera dal di dentro. Ha, quindi, una dorma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Non c’è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in ima costruzione logica, o si raccoglie in una visione o in una fede ». Quaderni [Si noti, nel primo passo, il rapporto posto fra la contingenza o realtà della storia, in cui vive l’uomo, e U valore universale del pensiero che la illumina. Ivi si accenna anche all’altro problema del rapporto fra il pensiero e l’azione: o, come meglio si vede nel secondo passo, tra filosofia e fede religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità, in un sistema concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e diventa, così, principio di vita e di azione]. Così il fascismo non s’intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l’uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L’uomo del Fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio; una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo )). [Il a modo spiritualistico )) di concepire e sentire la vita è qui esposto con tutta chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso un principio anche di fede religiosa? Come, infatti, richiedere all’individuo l’abnegazione di sé e la rinuncia ai suoi interessi, alla vita stessa, senza una fede trascendente?] (( Dimque, concezione spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dot* trine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l’uomo attivo e impegnato nell’azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta, pensando che spetti all’uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l’individuo singolo, così per la nazione, così per Fumanità. Quindi l’alto valore della cultura in tutte le sue forme (arte, religione, scienza), e l’importanza grandissima dell’educazione. Questa concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l’attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita, perciò, quale la concepisce il fascista, è seria, austera, religiosa. Il Fascismo è una concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una volontà obiettiva, che trascende l’individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero », [Innegabilmente, questo spiritualismo è d’ispirazione schiettamente religiosa. Ma e questo è un punto di capitale importanza per l’intelligenza della religiosità immanente allo spiritualismo caratteristico della dottrina fascista — non vuole che il senso religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l’attività dell’uomo e la sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito d’iniziativa, audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di quest’attivismo, si dice nel passo ora riferito, sono tutte quelle che pongono il centro della vita fuori dell’uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le forme di panteismo. Il Cristianesimo non è panteismo: e però — salvo in alcune interpretazioni e manifestazioni secondarie — non nega la volontà e l’attività, e può, anzi, rinvigorire il senso morale della vita col dare un valore assoluto anche al dovere di sacrificare la vita stessa per un ideale puramente umano come quello della Patria. Non si scordi che è proprio del Cristianesimo il concetto della vita come milizia. Il cristiano, infatti, pone, bensì, il suo Dio oltre di sé, trascendente, ma non fuori di sé: lo trova nella più profonda interiorità della sua stessa vita spirituale. Queste considerazioni, da noi aggiunte, non paiono in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito. La loro conformità, anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente che il Fascismo, non solo non è soltanto (( un sistema di governo », ma non è neppure soltanto un sistema di pensiero » : è anche, come s’è veduto innanzi, una fede (1)]. (( Il Fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nei gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni Questo principio della fede basta a differenziare l’agnosticismo religioso da quello areligioso di origine positivista. Dio non è, certamente, oggetto di conoscenza. Ma non per questo la sua esistenza è ipotetica! Mettiamo qui questa considerazione per chiarire il significato di talune espressioni di M. in altri scritti. Nello scritto che stiamo esaminando, Dio, infatti, vien definito, a scanso di equivoci, come volontà: oggetto, dunque, di fede, non di conoscenza (intesa, questa, nel senso della scienza). Si badi, però, di non cadere in un altro equivoco EQUIVOCO GRICE su la parola oggetto » : la volontà non è mai oggetto, e la volontà di Dio, a cui s’ispira l’uomo religioso, vien sentita, amata e. seguita, nella pura interiorità della coscienza, che poi si manifesta nell’azione. Fcollaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia l’uomo è nulla ». [L’uomo non può vivere la sua vita di azione, e realizzare in sé i più alti valori umani, fuori della società, ossia fuori del mondo storico in cui la sua vita si trova, di fatto, inserita. Questo è, evidentemente, il significato della proposizione: Fuori della storia l’uomo è nulla». Il problema deH’immortalità dell’anima è, qui, fuori causa. E sarebbe, reputiamo, fraintendere il pensiero di M. interpretare queste parole come l’affermazione di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto (1), cbe risolvesse tutto l’uomo, senza residùo, nel mondo della storia]. Perciò il Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo secolo xviii: ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la felicità su la terra, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo delia realtà e impadronirsi delle forze in atto ». [Parole d’oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della storia e dei problemi, sempre concreti e determinati, che l’uomo d’azione si trova innanzi]. Anti-individualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con quanto si disse a pag. 19.CARLINI lo Stato, coscienza e volontà universale delFuomo nella sua esistenza storica. Il liberalisnio negava lo Stato nell’interesse deH’individuo particolare: il Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà dev’ essere l’attributo dell’ uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo ». [Già a pag. 37, abbiamo chiarito in quale significato, a nostro avviso, va intesa l’eticità dello Stato fascista, e la sua totalitarietà. Non si tratta, dicemmo, di un assorbimento e svuotamento della personalità spirituale dell’individuo! Si tratta, invece, del contributo che l’individuo, col suo lavoro e con la sua cultura, può e deve dare ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e spirituale dello Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero di M. l’allargare il significato dell’affermazione : nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato », sino a fargli dire che nello Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che nulla esiste fuori dello Stato. L’esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione (1)]. ^ Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul socialismo, stri sindacalismo, su la democrazia, ecc. Prendiamo nota di alcuni punti soltanto, che giovano all’intelligenza Questo diciamo in relazione ad una possibile interpretazione diver^ gente, di un umanismo teologico», secondo quanto si notò a pag. 20. della peculiarità dello Stato fascista, da noi precedente- mente accennata, e su la quale torneremo fra poco. Il Fascismo, si dice, è un’idea che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola...: moltitudine unificata da un’idea, ch’è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità ». Nel sentimento nazionale, infatti, si esprime la coscienza e volontà di tutti come una stessa coscienza e una volontà sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal trovare la sua vera e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel sentimento nazionale essa resta — e potrebbe restare per secoli — allo stato potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza all’atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch’è personalità: personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del governo, la cui volontà prende corpo, per mezzo della disciplina, nei gerarchi (1), e giù (1) Gerarchia^, come si sa, è il titolo della rivista da lui fondata nel 1920, Si vegga, ivi. Stato, antistato e fascismo: Che cosa è lo Stato? Lo Stato vien definito conte Vincamazione giuridica della nazione. La formula è vaga. Lo Stato è anche questo, ma non è soltanto questo. Senza volere elencare tutte le definizioni che del concetto di Stato furono date, nei secoli, dai (Cultori delle scienze politiche — il che sarebbe inutile e prolisso — mi pare che lo Stato possa essere definito come un sistema di gerarchie. Lo Stato è alle sue origini im sistema di gerarchie. Quel giorno in cui un uomo, fra un gruppo di altri uomini, assunse il comando perché era il più forte, il più astuto, il più saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o per forza ubbidirono, quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di gerarchie, semplice e rudimentale allora, com’era semplice e rudimentale allora la vita degli uomini agli albori della storia. Il Capo dovè creare necessariamente un sistema di gerarchie per fare la guerra, per rendere giustizia, per giù sino alia massa popolare. Soltanto in questo modo, a noi sembra, si può parlare della personalità delio Stato: riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di questo modo di vedere è data da quanto segue nello scritto di M., dove dice che (( non è la nazione a generare io Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un’effettiva esistenza ». Il diritto di una nazione — si aggiunge a questa esistenza, ossia all’indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri ». sic Stato fascista è Stato educatore. Esso (( non si può limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo ». E non è semplicemente un meccanismo giuridico, o economico: sia pure come corporativismo. Lo Stato fascista è forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona: penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uotno d’azione come del pensatore, dell’artista come dello scienziato. Il Fascismo, insomma, non è soltanto datore di leggi e fon- amministrare i beni della comunità, per ottenere il pagamento dei tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il soprannaturale. Ma in tutti i casi lo Stato si estrinseca in un sistema di gerarchie, oggi infinitamente più complesso, adeguatamente alla vita ch’è più complessa in intensità e in estensione. Ma perché le gerarchie non siano gerarchie morte, è necessario ch’esse fluiscano in una sintesi: che convergano tutte ad uno scopo a. Questo scopo è, certamente, una volontà comune, ma impersonata soprattutto nel Capo, e via via nei gerarchi da lui dipendenti. datore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare uon le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità clie scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata » (1). (1) Cfr. Per il settimo annuale della fondazione dei Fasci-. Voglio correggere gl’italiani da qualcuno dei loro difetti tradizionali. E li correggerò... Se mi riuscirà, e se riuscirà al Fascismo di sagomare così come io voglio il carattere degli Italiani, state tranquilli e certi e sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà ». E Alle genti della Liguria (1926) diceva: Noi governiamo il popolo italiano con assoluta purezza d’intenti. Non siamo mossi da stupide vanità e da ridicole ambizioni. Non ci consideriamo i padroni, sibbène gii educatori di questo popolo che merita e avrà un sempre migliore destino ». Il motto M.ano Fare di tutta la propria vita tutto il proprio capolavoro », comprende, dunque, nel suo programma, in quanto uomo di governo, anche quel capolavoro, a cui egli attende assiduamente, di educare rifare la coscienza del popolo italiano. Poche pagine, scritte quasi occasionalmente. Egli si preparò con la lettura del Machiavelli, e di alcuni, pochi, scritti su lui: Ho riletto attentamente il Principe e il resto delle opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli ». Quanto si è scritto su Machiavelli! Si vegga il Vil- lari, la letteratura citata nella celebrata sua opera, e tutto quello che s’è scritto dopo sino a oggi. Il problema dell’interpretazione e valutazione del Principe è ancora un problema aperto: e si fa, sembra, più ardente e attuale ogni giorno. Apparentemente, M. non dice nulla di nuovo, come dichiara egli stesso. Si pone questa domanda : A quattro secoli di distanza che cosa c’è ancora di vivo nel Principe? ... Il valore del sistema politico del Principe è circoscritto all’epoca in cui fu scritto, quindi necessariamente limitato e in parte caduco, o non è invece universale e attuale? ». La risposta si compone di due parti: la prima constata che, essendo la politica l’arte di governare gli uomini, il suo elemento fondamentale è l’uomo; la seconda stabilisce, con opportune citazioni, (( l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della natiura umana. Per questa preparazione si veggano i manoscritti diM. esposti alla Mostra della Rivoluzione. Per runa e per l’altra parte è facile addurre che quello era stato osservato e detto da altri molti. Si trova già in Aristotele, ad esempio, questo pensiero: che l’uomo di governo (il politico », egli diceva), dovendo procurare il bene dei governati, deve conoscere profondamente la psicologia, perché soltanto così può fare (( i cittadini buoni e obbedienti alle leggi ». E quanto al pessimismo di Machiavelli (che traduce nel campo politico la concezione cristiana della originaria malvagità della natura lunana), altri l’avevano notato. Napoleone l’aveva condiviso in pieno. E tuttavia queste poche pagine, nella loro scheletrica forma, hanno una strana malia: hanno il fascino delle verità semplici ed elementari. Il prof. Casella, deirUniversità di Firenze, ha recentemente curata una edizione nuova, riveduta su codici, del Principe (Libreria d’Italia, Milano), e in fondo al volume ha posto le interpretazioni di Ugo Foscolo, di Giuseppe Ferrari, di Francesco De Sanctis, di Alfredo Oriani e di Benito M.. Perché mai il valente critico ha sentito bisogno di aggiungere all’eletta schiera (basta il De Sanctis a illustrarla) anche M.? Si potrebbe rispondere che, mentre gli altri si diffondono su l’aspetto storico, su quello estetico, su quello scientifico o politico nel senso angusto della parola (il F errar! e l’Oriani ne fanno una critica spietata, fuori luogo infine). M. ha lasciato da parte il superfluo e l’incerto, ed ha fissato il punto essenziale del famosissimo trattato. La risposta è giusta, e potrebbe bastare, per chi si contenta di quello che le poche pagine dicono effettiva- Non si vuol comprendere come superfluo l’aspetto storico, né quello estetico: ma sì vuol dire soltanto che l’essenziale, quello intorno a cni tanto ancora si disputa, non è lì. mente. Ma, se uno le legge con gli occhi vorrei dire di M., ci trova dentro, in iscorcio, tutto un mondo di pensieri, ignoto agrinterpreti precedenti: ci trova dentro un Machiavelli quale soltanto un uomo come M. poteva vedere, e ha veduto. Un Machiavelli guardato alla luce del nuovo concetto che dello Stato ha il Fascismo. M. non ha avuto né tempo né voglia di chiarire la differenza fra la dottrina del Machiavelli, così come si presenta nel Principe, e la dottrina fascista. Differenza enorme! abisso incolmabile! Meglio: colmabile con tutta l’esperienza sociale, politica e morale, dei secoli intermedi. Manca, infatti, nel Principe l’esperienza del passaggio dalla politica italiana del tempo delle Signorie a quella europea delle grandi Monarchie nazionali, dei governi assoluti e dei principi riformatori; manca la rivoluzione francese con la rivendicazione dei diritti dell’uomo, e la conseguente rivoluzione liberale ed economica attraverso tutto il secolo scorso. Manca, per chi bene intende il valore del termine, tutto il contenuto spirituale dello Stato fascista, nettamente. E tuttavia, in questa lontananza di secoli e in questa vuotezza di contenuto dello Stato machiavellico, M. ha pur veduto in fondo al Principe le due sole cose- che lo fanno ancor oggi un monumento di sapienza politica incomparabile, per le quali ha resistito alia diversità dei tempi e dei climi mentali, e resisterà ancora. L’una è i’iunanità pura, la laicità, come carattere fondamentale della vita politica e dello Stato moderno ; l’altra è la forma caotica, anarchica, amorale, in cui si presenta Fumanità come massa, come popolo non ancora educato alla vita politica, non ordinato e guidato dallo Stato e da un Governo. Nei Colloqui M. ricorda il motto di HegeL per cui il popolo è queUa parte della nazione che non sa quello che vuole ». Quello che M. sottintende è il contenuto spirituale che dà egli stesso allo Stato machiavellico. Quella laicità non ignora il problema religioso (e neppure Machiavelli, in verità, l’ignorava); quel Principe, ch’è Stato e Capo di governo, per quanto trascenda con la sua autorità la massa, non è estraneo a essa: non è un despota, una volontà arbitraria, che, affidandosi all’astuzia, alla forza 0 al caso, s’impadronisca della massa cittadina e senza scrupolo la maneggi, quasi materia da plasmare per suo solo gusto o interesse particolare. Il Capo è volontà che in sé illumina e potenzia la volontà oscura e fiacca della massa, e personifica nella personalità propria le aspirazioni e le virtù dei migliori che costituiscono la tradizione più degna e viva della nazione. Egli si sente responsabile innanzi a Dio e al mondo intero. Soltanto così lo Stato fascista può diventare ima potenza che s’inserisce nella storia e concorre allo svolgimento della civiltà umana. Incontestabile merito del Fascismo è di aver datO' aglTtaliani il senso dello Stato. Tutto quello che abbiamo fatto e che vi ho riassunto, scompare di fronte a ciò che abbiamo fatto creando lo Stato. Per il Fascismo lo Stato non è il guardiano notturno, che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini: non è nemmeno un’organizzazione a fine puramente materiale, come quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso, a realizzarlo, basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà mutevole e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato, cosi come il Fascismo lo concepisce e l’attua, è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della na¬ zione; e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è ga¬ rante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu dai secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è solamente presente, ma è anche passato e, sopra tutto, futuro. È lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. È lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile; li rende consapevoli della loro missione; li sollecita all’unità, armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare delle tribù alla più alta espressione di potenza umana che è l’Impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la' sua integrità e per ubbidire alle sue leggi; addita come esempio, e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio, o i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto ». {All’assemblea quinquennale del Regime). Abbiamo già notato (pag. 33) che queste parole dànno <( il senso dello Stato, creato dal Fascismo, meglio di tutte le teorie che si attardano ancora nei vecchi schemi della scienza politica. Ora ci domandiamo: che cos’è questo senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato nella coscienza degl’italiani, e come s’inserisce nella nostra tradizione politica? È forse un’apparizione casuale, che può esser, quindi, anche effimera? Che non sia tale, credo che basti a dimostrarlo il fatto che M. stesso sente il Fascismo come una continuazione e uno sviluppo dell’opera iniziatasi col Risorgimento : Il Risorgimento non è stato che l’inizio, poiché fu l’opera di troppo esigue minoranze ». {Messaggio per Vanno nono ». Il che non porta alla conchiusione che il problema del Fascismo sia lo stesso di quello del Risorgimento : Io penso che una rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. È una rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema capitale dell’unità e deU’indipentlenza italiana; rivoluzione è quella fascista che crea il senso dello Stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi che il passato le ha lasciato ». (Stt gli Accordi del Laterano, alla Camera). Qui è già indicata la differenza: il Risorgimento ebbe per scopo l’indipendenza e l’unità della nazione, e creò lo Stato italiano come affermazione di tale indipendenza e unità nazionale. Lo Stato, qui, è ancora una forma, un mezzo per un contenuto diverso da essa: non è il problema dello Stato per se stesso. Pure, dopo la costituzione dell’unità nazionale, quando nel 1876 venne la Sinistra al potere, non mancò tra gli uomini della vecchia Destra chi avvertì che lo Stato è qualcosa più di una forma meramente estrinseca, e pose sin d’allora il problema in termini abbastanza vicini a quelli in cui l’ha posto M.. Si vegga, infatti, il volumetto pubblicato dal Gentile col titolo: Francesco Fiorentino: Lo Stato Moderno e le polemiche liberali (De Alberti, Roma). In esso è riportato il concetto che dello Stato ebbe Silvio Spaventa : Lo Stato per me è la coscienza direttiva, per cui una nazione sa di essere guidata nelle sue vie, la società si sente sicura nelle sue istituzioni, i cittadini si veggono tutelati negli averi e nelle persone. Nello Stato, adunque, avvi giustizia, difesa, direzione. Questa direzione fa dello Stato quello che è oggi lo Stato moderno: lo Stato, il quale dirige un popolo verso la civiltà; lo Stato, il quale non si restringe solamente a distribuire la giustizia ed a difendere la società, ma vuole dirigerla per quelle vie che conducono ai fini più alti dell’umanità ». E lo stesso Spaventa altrove: Quanto all’autorità e forza dello Stato, ho riflettuto molte volte sopra le accuse e i lamenti che si sono fatti di questa eccessiva forza ed autorità; e mi sono domandato: siamo noi uno Stato forte davvero? Abbiamo fatto l’unità d’Italia: credete che questa unità sia già forte da resistere agli luti dei secoli? Machiavelli diceva che gli Stati nuovi che sono deboli. 6Ì perdono. Ora la forza e autorità vera degli Stati consiste, oggi più che mai, nel rappresentare veramente ed efficacemente gl’interessi comuni: nel dirigere, come dicevo, la società nelle sue vie, non a prò di questa o quella classe, di questo o quell’uomo, sihbene di tutti. Voi siete adoratore dello Stato? Sì, io sono adoratore dello Stato. Quando viviamo in un’epoca, dove tutto si distrugge, poeo o niente si edifica, la fede nella patria e la fede nella solidarietà lunana, la fede in qualche cosa che non sia solamente il nostro miserabile egoismo, questa fede io la credo necessaria e salutare per il mio paese. Fiorentino elabora e svolge ampiamente il concetto spaventiano. Dirigere non è manomettere, non è violentare, non è distruggere. Dato uno Stato che sappia e che voglia, è impossibile che non manifesti la sua coscienza; e manifestandola, è impossibile che non comprenda, non unifiehi, non indirizzi la coscienza nazionale pei gloriosi sentieri della civiltà universale. O forse, per ovviare a questa legittima intromissione dello Stato, si vorrebbe che non fosse altro che vuota forma, destituito di autorità, non avente una finalità propria? Oggi lo Stato è fatto mezzo all’individuo, come anticamente l’individuo era mezzo allo Stato. La verità consiste nella conciliazione di sì opposte sentenze. Lo Stato tutela ed assicura l’individuo, e come tale è mezzo; ma egli esige dagl’individui il sacrificio degli averi, della vita, e qui dimostra e fa valere la propria finabtà. Di che riluce la varia misura in cui stanno i due termini nel vicendevole rapporto: lo Stato può richiedere il sacrificio dell’indivìduo; ma non viceversa. Onde tra le due esagerazioni, dello Stato antico e di quello concepito dagli uomini di Manchester, la prima rasenta il vero più della seconda » (pag. 41 e segg.). E anche nel Fiorentino l’idea si anima nel sentimento sino a raggiungere quello che M. chiama il senso dello Stato: (( Che qualcuno, attirato da vecchie, astratte e straniere dottrine, si ostini a negare perfino la Quaderni IV, 5. realtà dello Stato; ovvero ne ammetta imo vacuo di ogni attività, privo di ogni efficacia, ciò non mi storna dall’in- vitta fede che ho nel fato della storia, e specialmente della storia nostra. Dov’è lo Stato? chiedono costoro; chi lo vede? Per le vie non s’incontrano se non individui: lo Stato è una fimzione, una idea astratta. Poveri a noi, se non fossero reali se non le cose sole che si vedono e si toccano! Neppure la provincia, neppure il comune si vedono: non si vede neppure la vantata libertà degl’individui, quella in grazia di cui s’impugna la realtà dello Stato. La libertà, quando si traduce in fatti (ed allora soltanto si vede), non è più libertà, ma forza, semplice forza. Se non restiamo immersi nella stupidità della vita animalesca, lo dobbiamo appunto a questo qualcosa d’invisibile e intangibile, contro cui a torto ci ribelliamo. Ma non si vede proprio lo Stato? Non si avvertono le sue funzioni? Il contrario è anzi la verità. Oveché ci voltiamo. 10 Stato, quasi atmosfera spirituale, ci accerchia e compenetra: non un atto solo della nostra vita veramente umana gli sfugge, né per questo cessa di esser libero: che libertà non significa arbitrio. La mente dello Stato delibera nel parlamento; il suo criterio giudica nei tribunali ; la sua volontà si compie nei gabinetti dei ministri ; 11 suo braccio colpisce con la forza dei suoi eserciti. Dai merlati bastioni egli assicura le frontiere delle sue terre, dalla tolda delle sue navi protegge le coste delle sue marine. All’ombra della sua bandiera, simbolo della sua potenza, i cittadini, ovunque essa sventoli, si sentono protetti e sicuri; e quando quella potenza è minacciata, tutti sentono nella coscienza l’offesa di quella minaccia, tutti il bisogno ed il dovere di rintuzzarla: né v’ha sacrificio che arresti quest’impeto generoso e concorde, fosse anche quello della propria persona, È forse una finzione chi fa tutto questo? O non è il più pieno e attuoso ideale? E questo ideale, che accende gli entusiasmi delle moltitudini, guida pure i propositi dell’uomo di Stato » (pag. 46 e segg.). Il senso della vita politica, dello Stato, l’Italia l’Iia ereditato da Roma. Le durissime esperienze durante l’evo medio e moderno invasioni e predomini di genti straniere, lotte senza fine fra comuni e signori italiani o fra potenze che venivano qui a decidere le loro questioni per l’egemonia mondiale — hanno raffinato e approfondito quel senso come in nessun altro popolo. Di qui sono usciti in ogni tem,po i primi maestri della storiografia politica, del diritto, delle teorie intorno allo Stato. Il Fascismo, riprendendo il problema della Destra, riprende il problema della nostra tradizione millenaria più che secolare. Resta, tuttavia, ancora una questione: constatato che, ciò che M. chiama il senso dello Stato, ha un precedente prossimo in alcuni pensatori del Risorgimento, quale, poi, è la differenza tra il senso ch’egli rivendica come creazione propria del fascismo, e quello di tali vecchi liberali? Dopo quanto si è accennato a pag. 33, la nostra risposta non può essere che questa: per quanto quei pensatori si avvicinino al senso fascista dello Stato, questa realtà dello Stato svanisce o in un’affermazione generale della realtà di ogni ideale che stringa gl’individui in una comunità di vita spirituale, ovvero nell’astrattezza della pura forma politica dello Stato: astrattezza, alla quale uomini come lo Spaventa e il Fiorentino si sforzano di dare un’anima e una vita nel loro sentimento profondamente patriottico. Si rileggano i passi addotti. Lo Stato è, per essi, una coscienza direttiva, che ha la realtà stessa del comune e della provincia, salvo che comprende e promuove tutte le forme della vita civile di un popolo e la tutela della sua indi- pendenza. Esso compie tale sua funzione per mezzo dei suoi organi legislativi, esecutivi, giudiziari, militari. È, dunque, lo Stato quale (( organismo giuridico-politico », lo Quaderni Stato Costituzionale », che qui si ha presente. In esso si dovrebbe esprimere quella volontà comune », che supera la volontà dei singoli solo perché è cosi definita. Ma tale comunità » si prestò troppo bene a quella interpretazione democratica, per la quale, non essendo essa, in realtà, la volontà concreta di nessuno in particolare, e non essendo d’altronde facile constatarla per tutti, potè diventare la volontà della maggioranza. Che è il baco roditore del liberalismo, anche di quello più tenacemente attaccato all’idea della forza e autorità dello Stato. Di qui, anche, la frigidità di questo Stato. L’individuo lo sente fuori di sé, e ha bisogno infatti di persuadersi di dovergli obbedire. Questo accade sempre che l’autorità si presenti nella forma soltanto di una legge » : di una legge che non sia ima persona viva, alla quale ci leghi il sentimento di amore e di devozione. L’uomo religioso, che la sa, istintivamente, più lunga del filosofo razionalista, sia pur questi un Emanuele Kant, non ammette un imperativo categorico, una legge morale, che non sia l’espressione di una volontà superiore, di Dio. E similmente, il fanciullo che non ha bisogno di persuadersi dell’autorità del padre e della madre, perché quell’autorità è per lui cosa viva, la sua stessa vita attuale e condizione del suo avvenire. Il senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato, e sta creando, è questo sentire nello Stato la forma più alta, più ricca e concreta, della nostra esistenza e personalità storicamente determinata in quella famiglia, società, patria o nazione, in cui Dio (altri dica il destino) ci ha fatto nascere. Ognuno a un posto ch’è di comando e insieme di obbedienza. Ognuno con una responsabilità ben determinata: a cominciare da chi dirige tutti gli altri. Mondo di personalità, dove soltanto la persona è legge concreta alla persona. Soltanto in questo modo, l’individuo può dare tutto se stesso, pènsiero e azione, intelligenza e volontà, interessi materiali e spirituali, la stessa vita, per quella che si dice (( la causa comune ». Soltanto così, lo Stato si può porre come educatore, nel senso più grandioso della parola: ch’è il senso stesso dello Stato a cui, se non erriamo, va la mente di M. S’intende che questo senso dello Stato trova un’espressione eccezionalmente persuasiva nella personalità di un Capo di Governo come M.. Ogni altro dovrebbe (oltre le qualità personali che impongono autorità per se stesse) poter dire come lui: Io ho una vasta esperienza che mi ha reso possibile conoscere la psicologia delle masse, e di avere quasi una sensibilità tattile e visiva di quello che le masse vogliono, pensano in un determinato momento » (La funzione storica del sindacalismo fascista). E però, anche: Se qualcuno attentasse alla nostra indipendenza o al nostro avvenire, egli non sa ancora a quale temperatura io porterei tutto il popolo italiano! Non sa a quale temperatura io porterei la passione di tutto il popolo italiano, quando fosse insidiata nei suoi sviluppi la Rivoluzione deUe Camicie Nere » (Discorso di Livorno, 1930). E già Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci: Si dice: voi governate con la forza... Ma la forza è il consenso. Non vi può esser forza se non c’è consenso, e il consenso non esiste se non c’è la forza. Governare significa sentire nel proprio cuore battere il cuore di tutto il popolo ». Governo forte è, dunque, queUo che persuade, ha l’intimo consenso dei governati; ed ha questo consenso perché la sua volontà è forte, s’impone per se stessa, non per una legge anonima, astratta. Qui è esplicitamente definito il senso fascista dello Stato, che non è forte solo perché fa, semplicemente, rispettare la legge. Nella conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo accennato all’idea (potremmo dire, Faugurio) che la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa, avvenuta per opera di M., segni il principio, non soltanto di una nuova concezione, veramente religiosa, dello Stato moderno in generale, ma anche di un possibile rinnovamento della Chiesa Cattolica nel senso di una più generale conciliazione fra essa e il pensiero moderno. Ma, poiché l’autore di questo scritto può, giustamente, essere in sospetto per la sua provenienza dalla filosofia neoidealistica italiana, che non è ortodossa, è bene, penso, che il lettore senta anche la parola di persona proveniente, in questo punto, dal campo opposto. Ecco, dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto occasione di citare il volume Gli aspetti universali del Fascismo, con prefazione di M., il quale assicura che (( il Barnes è preparato al suo compito: conosce il Fascismo nella sua elaborazione dottrinale e nelle sue realizzazioni pratiche. Egli non è un filosofo di professione ; ma, poiché di una filosofia non poteva far a meno per il suo argomento, professa di aderire alla filosofia che oggi combatte l’idealismo per un ritorno all’(( incomparabile dottrina )) di S. Tommaso: Io penso che il neoscolasticismo sia, preso nella sua totalità, la più vitale scuola filosofica dell’Europa odierna, e quella che più di ogni altra sia capace di assimilare quanto di veramente importante vi sia nelle altre scuole, contribuendo, cosi, allo sviluppo del progresso filosofico » (pag. 25). E per essere più sicuro di interpretare bene questa dottrina, si è rivolto a un professore di teologia dogmatica della Pontificia Università Gregoriana di Roma, il quale lesse il suo manoscritto e lo aiutò a rendere il testo più accurato nella sua parte filosofica )). Si può, dunque, stare tranquilli. Si noti che il libro del Barnes è stato pubblicato prima della Conciliazione: il che fa onore alla sua perspicacia, come ora diremo. Che dice, dunque, il libro del Barnes? Esso è stato, in parte, scritto con lo scopo di dimostrare che il Fascismo non è incompatibile con gl’insegnamenti della Chiesa cattolica, e sopratutto che i principii fondamentali della Chiesa, nei riguardi della natura e finalità di uno Stato, sono interamente e veramente consoni a quelli che ha abbracciato quel gruppo di fascisti che rappresenta, di fatto, la corrente principale di questo movimento. Questa è, secondo me, l’idea centrale, il fulcro del movimento fascista: l’assoluto disdegno di ogni materialismo, di ogni teoria naturalistica dello Stato, siano esse del tipo professato da Maurras o da Marx o da Hegel, da Rousseau e dagli altri innumerevoli filosofi pullulati non appena la cultura cessò di avere le sue radici nel pensiero cristiano... Io non esagero. Questa è, secondo me, l’origine della Rivoluzione fascista, che può essere generalmente definita una furiosa rivolta contro le varie forme di materialismo che dall'epoca della Rinascenza pagana hanno chiaramente dominato la nostra civiltà. Che il Fascismo, nella sua dottrina, sia contro il materialismo, e però sia su una linea dì spiritualismo, non saremo, certamente, noi a porre in dubbio: ci sono troppe esplicite dichiarazioni, su questo, di M. stesso. Ma che dalla Rinascenza a oggi la filosofia moderna non sia altro che materialismo, è, questo, un paradosso che non ha bisogno di confutazione: si presenta da sé come un errore evidente. E sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere l’accusa proprio contro la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando che, se ce n’è una che sostenga la (( teoria naturalistica dello Stato », è quella. Noi non abbiamo nessun interesse, qui, a metterci in discussione col Barnes per la sua filosofia. Anzi, l’interesse maggiore per noi è proprio il fatto che siamo agli antipodi nel modo di pensare, e tuttavia (e questo è un fatto che ha estremo interesse per tutti) concordiamo nelle con- chiusioni. Dopo, dunque, aver constatata la consonanza dei prin- cipii fondamentali della Chiesa cattolica con i principii fondamentali del Fascismo, il Barnes soggiunge: « Non si deve, per questo, ritenere il Fascismo legato necessariamente all’ortodossia. Questo oramai è per me chiaro e vi sono molti italiani, fascisti, che rigetterebbero energicamente una simile affermazione. Con loro, l’intera e forte scuola dei neoidealisti e Gentile ripudierebbero questa teoria. Se io avessi posto questa distinzione avrei meglio chiarito la portata universale del Fascismo. Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi principale: io rimango convinto che il Fascismo, non solo sarà il mezzo per conciliare il disaccordo tra Chiesa e Stato in Italia; ma farà sì che, sotto il suo sforzo, sia possibile alla Chiesa assimilare la cultura moderna. Io ritengo che le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa. Sono d’opinione che il risorgere dell’ortodossia col Fascismo, affermerà vittoriosa questa tendenza. Lai Chiesa dovrà allora convincersi di non esser più una rocca chiusa, e, nell’assimilare la cultura moderna, dovrà perdere ogni sua diffidenza verso di questa e riassumere, ancora una volta, le direttive della cultura umana moderna. Alla huon’ora! Dunque, le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa, perché costringe la Chiesa cattolica a rinnovarsi, a mutare il suo atteg- giumento verso la cultura moderna. Possiamo, allora, accettare anche questa conchiusione del Barnes: «Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il principio di una nuova sintesi politica e culturale, in cui. prendendo a paragone un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che ecclesiastica rappresenterà i fuochi. Questa è una profezia, e solo il tempo potrà dimostrare se io abbia o no ragione » (ivi). Come la pensa il nostro Duce in proposito? Non è troppo azzardato, noi crediamo, di supporre che egli la pensi, per l’appunto, cosi, o in un modo vicino a questo. Lo si può arguire anche dal fatto che — per quanto egli distingua fra credenti e praticanti (« partecipare al culto è affare personale »: Colloqui) — pure non esclude che un fascista possa essere cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele Bianchi: «Voglio anche ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva strenuamente combattuto per un decennio sotto i duri simboli delle verghe e della scure, volle cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle speranze, della millenaria religione del popolo italiano. E di Arnaldo: « Egli era un cattolico convinto e praticante, ma altrettanto convinto e fermissimo Mi ci) Ripetiamo: la polemica filosofica non c’interessa qui. Ma ognuno vede la contraddizione, in cui cade U Barnes, nel suo giudizio su il pensiero e la, cultura svoltasi dal Rinascimento ai nostri giorni. Quando la Chiesa si sarà rinnovata egli aggiunge cesseranno di esistere le menzogne contenute nel neoidealismo e nel modernismo, e questi sistemi non saranno, in complesso, più ricordati che come sintomi della rivolta, come strumenti del periodo di transizione. Sino a quel eiomo. dun-qne. sembra che le menzogne del neoidealismo e del modernismo abbiano vnsj loro ragion d’essere e verità degna di molto rispetto. lite della Rivoluzione e difensore dei legittimi diritti dello Stato» (Fifa, pag. 58). Il problema, infatti, non è un problema cbe si possa risolvere su la carta: è un problema di fede, oltreché di pensiero; e va vissuto dall’individuo nella sua pura interiorità, prima ancora che dibattuto fra i due maggiori istituti storici quali lo Stato e la Chiesa. Pa Il senso d’interiorità Positivismo, idealismo e spiritualismo Il Preludio a Machiavelli . . 58 V. n senso dello Stato Il problema del Caltolicismo In his history of philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third volume is about M.. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is M.’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to end with M.. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is in ruins – and although he plays with the ‘socialist state’ he does not consider it within the realm of the proper history of philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht the idea of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is competition. Also, as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so that liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With the socialist state, the problem is the opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea of an endless dialectic among the classes. So how does M. reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more prepared! M.’s idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While M. speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui. Individui come and go – but the state remains. The state becomes governo. M.’s prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric, but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this new or novel idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian approach. Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories here: M.’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE to the effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? M. is candid about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government (polizia, politeia) established. But M. accepts castes in society. Even the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be allowed to worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male – virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is interesting because this is conceived after the temporary successes in Africa – M. romano e africano – and before the problems of the second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of state, which only provides negative freedom, anyway, and where the initial conditions are unequal. Lo stato fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, M. does so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each member – as the stato comunista or socialista would not!” Tra gli scritti di M. figurano, in ordine di pubblicazione: Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, New York, s.n., 1904. L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore evangelista Alfredo Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du peuple" di Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904. [Testo di una conferenza tenuta a Losanna per commemorare la Comune di Parigi, conosciuto anche col titolo di Dio non esiste, col quale viene a volte ristampato] La filosofia della forza. Postille alla conferenza dell'on. Treves, Predappio 1908. Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo, pronunciato nel diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di Classe, 1910. Claudia Particella. L'amante del cardinale, romanzo pubblicato a puntate su "Il Popolo", Trento, 1910. Il Trentino veduto da un socialista. Note e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911. La mia vita, Roma, Editrice Faro, Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913. [pubblicato nella collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato intento di suscitare nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana», fu dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del Concordato del 1929, scomparve dalle biblioteche e dalle librerie] La guerra per la libertà e per la fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di Benito M. con l'aggiunta delle sue ultime dichiarazioni dopo le dimissioni da direttore dell'Avanti, Firenze, Nerbini, 1914. Il mio diario di guerra (1915 - 1917), Milano, Imperia, 1923. My Autobiography, New York City, Charles Scribner's Sons, 1928 [pubblicato inizialmente a puntate sul Saturday Evening Post e poi in volume nello stesso anno il libro, scritto come opera di propaganda per i lettori americani, è stato scritto in realtà dall'ambasciatore statunitense Richard Washburn Child, il quale viene riportato come "traduttore", insieme a Luigi Barzini con materiale fornito da Margherita Sarfatti e con la possibile collaborazione di Arnaldo M. . Il libro vide la sua prima traduzione italiana solo nel 1971 come La mia vita, da non confondersi con La mia vita dal 29 luglio 1883 al 23 novembre 1911 spesso ristampato e riportato abbreviato con lo stesso titolo] La dottrina del fascismo Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo d'Italia, 1932. Scritti e discorsi di Benito M., 12 voll., Milano, Hoepli. Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo d'Italia. Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano, Mondadori, 1944 ( versione digitalizzata.). Memoriale del nord del duce, (scritto tra il 1944 e il 1945, mai pubblicato) Opera omnia di Benito M., 44 voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice Firenze, poi Volpe Roma. Bertoni, Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Forlì, Cartacanta. ^ Sulla questione della meta finale di M. la comunità scientifica è tuttora divisa fra sostenitori di una possibile "fuga in Svizzera" e coloro che invece ritengono che M. avesse altri scopi immediati. ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio Lepre, La storia della repubblica di M. ; Salò: il tempo dell'odio e della violenza, 1ª ed., Mondadori. «Svanita ogni speranza di trattare, cercò la salvezza personale nella fuga. In questo non si comportò diversamente da come si erano comportati Vittorio Emanuele III e Badoglio l'8 settembre, perché lasciò gli uomini che gli erano rimasti fedeli senza ordini e senza guida. Visto, infatti, dall'interno, con gli occhi degli uomini che gli erano più vicini, il comportamento di M. non appare dissimile da quello di Vittorio Emanuele III così come è stato descritto da Paolo Puntoni» ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e morte segreta di M., 3ª, 1981, Mondadori Dal capitolo "Il tiranno è morto", premettendo i seguenti fatti all'epilogo) Occorre cominciare appena un poco più indietro, nel momento in cui M. – spinto da un cupo demone – si avvia con passi esitanti e già guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà, prima dell'altra, la sua vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur sempre cominciata nelle battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile rispetto e dei suoi e della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto dell'uomo potente su bilance inesorabili, M. sceglie di cadere da vile, ingannando, moralmente uccidendo coloro che gli sono ancora rimasti fedeli, pur nella certezza della fine imminente. Va stancamente, miserabilmente verso il nord, mezzo inclinato alla fuga in Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi che ode attorno a sé, per "l'ultima battaglia" in Valtellina: e rivolge nel pensiero non la forte accettazione del fato che si compie, ma i cavillosi punti della sua difesa di domani, quando – come spera – potrà ancora allineare fiumi di logore parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse galleggiare indefinitamente sullo scontro degli opposti giudizi, come il sargasso immobile tra il turbinare delle correnti. È disposto a tutto, anche al cappotto tedesco, anche a tradire chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi fascisti, i suoi ministri, persino Claretta: e finge irresolutezza fin dal momento della Prefettura di Milano, la sera del 25 aprile, non perché sia davvero incerto tra la morte e la vita, ma perché – ancora una volta – è incapace di dire "andiamo" e preferisce che lo dicano altri, che la cosa "nasca da sola", perché ha forse già in mente altri articoli "del tempo del bastone e della carota", destinati ad illustrare come questi nuovi passi che sta facendo siano colpa di questo e di quello, di cardinali e militari, di traditori e servizi segreti, di tutti, meno che sua» ^ Il colonnello statunitense Lada Mocarski, in un rapporto scritto per conto dell'Office of Strategic Services riguardo un'inchiesta da lui condotta sugli ultimi giorni del dittatore, afferma invece che «nessuna prova circa le intenzioni e i piani di M. è stata raggiunta durante l'indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano». Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il Duce, in Corriere della Sera Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco. Infauste sponde", in M. . Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori. «Imbruniva quando una colonna di automobili lasciava la prefettura e usciva da Milano, la città in cui ormai tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i tedeschi, gli alleati. Doveva fuggirne per evitare il peggio. Già quella sera, a tarda ora, si apprese che le auto fuggitive avevano raggiunto Como ^ Fra i molti, da Renzo De Felice, in diverse opere, e Denis Mack Smith in M. . ^ Palla, p. 15. ^ cit. D. Mack Smith, Storia d'Italia, Laterza, rectius Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi. Giorgi Giorgi De Giorgi Grimaldi, La cattedra che M. non ebbe, in «Storia Illustrata» n. 271, giugno 1980, p. 6. ^ Pier Mario Fasanotti, Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza M., Benito, in The Columbia Encyclopedia, New York, Columbia University Press, 2008. ^ B. M., Opera Omnia. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 31 e 36. ^ L'esistenza di una relazione sentimentale non trova riscontri univoci. È invece accertata presso la maggior parte delle fonti la sua influenza nell'avvicinamento di M. al marxismo. ^ La teoria dell'equilibrio economico in Vilfredo Pareto, in Ztl Macerata.. ^ Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito M., su books.google.it, Arnoldo Mondadori Editore M. più tardi dirà[senza fonte] di essersi iscritto alla Facoltà di Scienze sociali di Losanna, ma non vi è riscontro documentale. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Bologna, Il Mulino. ^ Furono diffuse notizie inattendibili sul suo frequentare le università di Zurigo e di Ginevra (quest'ultima falsa notizia è riportata nella biografia ufficiale della Sarfatti), mentre è vero che nell'estate trascorse due mesi all'università di Losanna. ^ Mack Smith. ^ Monografie verbanensi, su verbanensia. «Nel giugno del 1904 ottiene il permesso di lavoro annuale, e in quello stesso anno succede a M. come corrispondente dalla Svizzera del giornale italiano «Avanguardia Socialista»» ^ Mack Smith, 1981, p. 24. ^ B. M., La mia vita, p. 136. ^ Nel 1908, Benito M. in Riviera, su sanremonews.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 49 n. 5 e 52. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pag. 57. ^ Trento, italiana, si trovava nel territorio dell'Impero austro-ungarico. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di M. ., in LaValsugana.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5. ^ Lo sfratto di un italiano dall'Austria, in La Stampa Questa l'interpretazione di (DE) Hans Woller, Ante portas. M. in Trient 1909, in Regionale Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi tutto. Scritti in onore di Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie Risse, Carlo Romeo, Vienna-Bolzano, Folio . ^ Antonio Mambelli, Archimede Montanelli nella vita e nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì, 1938. ^ El violín de M. (in spagnolo).. ^ Benito M., L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno M., Il Trentino veduto da un socialista - note e notizie (PDF), a cura di Giuseppe Prezzolini, Firenze, Casa Editrice Italiana. Sul rapporto Nenni-M. si veda: Duilio Susmel, Nenni e M. mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano, 1969; Nicholas Farrell, Giancarlo Mazzuca, Il compagno M., Rubbettino, Catanzaro, 2013; Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, M. e Nenni amici nemici, Minerva Edizioni, Bologna, 2015. ^ A. Spinosa, M. . Il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano, Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag]. ^ Quello scatolone di sabbia che unì M. e Nenni. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino. Sull'argomento vedasi anche: Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti, 1976. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ I quattro avrebbero poi dato vita al Partito Socialista Riformista Italiano. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. In realtà il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel XIII congresso del 1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso regionale socialista romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in vari altri ambienti fin dal 1904, compreso un attacco M. ano . ^ cfr. Alfonso Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del riformismo italiano, in Avanti! . ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 188. ^ Cfr. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, , Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino, 1965. ^ Luciano Lucci, M. partecipa alla "Settimana rossa”, ma senza convinzione 10 giugno 1914, su alfonsinemonamour.racine.ra.it. ^ M. propose il 27 luglio 1914 uno sciopero generale insurrezionale nel caso dell'entrata italiana nel conflitto. Vedi Leo Valiani, Il partito socialista italiano nel periodo della neutralità, Milano, . ^ Stando alle dichiarazioni di Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 274-75 e 286-87. M. interventista: l’espulsione dal PSI, su fattiperlastoria.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 248. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 229-236. ^ M. interventista e la cacciata dal Partito Socialista Italiano, su vanillamagazine.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Cfr. Antonio Spinola, M. . Il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano, 1989.[manca il numero della pagina]. ^ Claudio M., Grande guerra, la verità su M. interventista, «Corriere della Sera. ^ Scrive Renzo De Felice: «Secondo Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, alle prime spese per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori)». Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi, p. 277. ^ M. resterà alla direzione del Popolo d'Italia fino al novembre 1922, quando verrà nominato Presidente del Consiglio. ^ Vd. la relazione della Commissione d'inchiesta sul caso M. in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 684-88. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 276-77 e il "Rapporto Gasti" presentato alle pagg. 723-37, in particolare pagg. 732-33. ^ Massimo Novelli, l giovane M. al soldo della Francia (PDF), in La Domenica di Repubblica Nel fascicolo "Corrispondenza, b. 1, fascc. 17, fotografie 1" del fondo "Treves" conservato presso la Fondazione di studi storici "Filippo Turati", è presente una ricca corrispondenza sull'episodio. ^ Piero Treves, Ma perché quel giorno non infilzò M. ?, La Stampa, 30 giugno 1992, pag. 19. Anche in: Piero Treves, Scritti novecenteschi, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 182-184. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, cit. ^ Renzo De Felice, M. il Rivoluzionario cit., pagg. 321-22. ^ Da cui sarà tratto il libro Il mio diario di guerra. ^ a causa di ciò ricevette un anno di licenza di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo rientro in ospedale allo scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di M. Benito di Alessandro, matricola 12467 D.M. di Forlì in M. il rivoluzionario. Alla morte del Senatore Giuseppe Tusini, il Duce inviò un telegramma di condoglianze alla famiglia dove citava con riconoscenza il suo intervento chirurgico risolutivo all'Ospedale di Ronchi di Soleschiano. Cfr. P. Marogna, Giuseppe Tusini, Archivio italiano di chirurgia Vedi anche: AA. VV., Studenti al fronte, LEG (GO). ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Mondadori. Smith, 1981, p. 54. ^ Ludwig, Colloqui (1932), pag. 50. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158. ^ Pini, M.. ^ Sebbene alcuni abbiano recentemente sostenuto ipotesi differenti sulle cause del congedo, attribuendolo a condizioni generali di salute non buone legate a malattie infettive, la presenza di tali patologie è stata negata dal referto autoptico relativo al cadavere di M. . ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 353. ^ In una lettera dal fronte ad Ottavio Dinale dell'11 settembre 1916 M. mostrava già di aver voglia di modificare il sottotitolo del giornale. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 405-6, 687 e 734. La spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve fondo del 1º agosto 1918 dal titolo Novità... ^ Grandi, Le origini, pag. 52. ^ Alessio Altichieri, Le cento sterline che M. intascava dalla "perfida Albione", 6 ottobre 2009.. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie, riportò le parole che M. gli fece pervenire nonché le proprie conclusioni: «"Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra". E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi». ^ (EN) Benito M. was MI5's man in Italy., articolo del The Times, del 14 ottobre 2009. ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 353-56. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 414-15. Mack Smith Un rapporto della stessa sera della Polizia di Milano indicava circa 300 presenti, compresi giornalisti e curiosi. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 504. ^ Chiurco, vol. I, pag. 22. ^ O.O., vol. XIV, pp. 88, 102-133. ^ Vd. la relazione di Giovanni Gasti in Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 520-21. ^ O.O., vol. XVIII, pag. 201. In un fondo dal titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei Fasci non abbiamo preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la responsabilità morale dell'episodio. ^ Mack Smith, 1981, p. 65. ^ O.O., vol. XIII, pag. 231. ^ O.O., Felice, pag. 727[Non è chiaro di che libro si parli]. ^ La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano stati deliberati, nelle riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di diverse centinaia di volontari. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario Carteggio Arnaldo-Benito M., . ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 572. ^ È interessante il modo con cui Giuseppe Ungaretti - all'epoca corrispondente da Parigi per «Il Popolo d'Italia» - visse gli arresti di M. e Marinetti del 18 novembre 1919. Il poeta, molto preoccupato, cercò d'organizzare una manifestazione a Parigi in favore degli arrestati. Racconterà Ungaretti in un'intervista del 1933: «Nel ’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della Conferenza della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si radunavano in un grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non rammento con precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti o Tittoni al posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se fra le carte di S. Ecc T. si troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse fatto bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai mali passi! Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara, ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati (Intervista di Alfredo Mezio ad Ungaretti, «Il Tevere», 17-18 luglio 1933. Su questa vicenda si veda anche F. Pierangeli, Ombre e presenze. Ungaretti e il secondo mestiere, premessa di E. Giachery, Loffredo, Napoli 2016, p. 86; lettera di M. a Soffici del 2 dicembre 1919, in G. Ungaretti, Lettere a Soffici 1917-1930, a cura di P. Montefoschi e L. Piccioni, Sansoni, Firenze; Ungaretti e M.. Più pacati furono i toni usati in quell'occasione da M. che nel dicembre 1919 cercò di tranquillizzare il suo corrispondente parigino: «Carissimo, Marinetti è in libertà. Tutto bene» (Biglietto inviato da M. ad Ungaretti, Vita d'un uomo. Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1986, p. 910). ^ Per tutta la vicenda vedi Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 573-77. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 544, pag. 590 e sgg. ^ O.O.. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario , M. il fascista - La conquista del potere, Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi esplicitamente ricattatorie, vd. M. il rivoluzionario cit. pag. 354 e M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 45. ^ M. Drago, Allievi marescialli nelle forze armate. Teoria ed esercizi per la preparazione alla prova di preselezione dei concorsi, Alpha Test,. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario. ^ Emilio Gentile, E fu subito regime: Il fascismo e la marcia su Roma, Gius.Laterza et Figli Spa. ^ Andrea Leccese, Inciucio forever: La costante del trasfmormismo nella politica italiana, Armando . ^ Giolitti aveva esplicitato la sua intenzione di avere con sé i "patrioti" e i "partiti nazionali" il 1º aprile 1921. Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 64. ^ La lista di associazioni che aderirono al blocco è consultabile in Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Dal Corriere della Sera del 1º gennaio 1922. ^ Dall'8 aprile al 14 maggio risultano 105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Torino, 1965. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 111, 138. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 151. ^ O.O., vol. XVI, pagg. 241 e 297. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 222. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Per i pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem pagg. 222-24: Lo sciopero generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente battuti. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo cit. ^ Amendola, Una battaglia Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7. ^ Mack Smith, 1981, p. 87. ^ Antonino Repaci, vol. II, pagg. 125 e 132. ^ M. stesso asserisce, nel discorso di insediamento in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300 000. ^ Secondo Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che "al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ Renzo de Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 358. ^ Secondo Renzo De Felice la parte destrorsa del fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di ispirazione nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente parlamentarista. Vd. M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 365-66. ^ Paolucci, pag. 240. ^ cfr. "Il Parlamento è morto". Discorso pronunziato alla Camera dall'on. Filippo Turati il giorno 17 novembre 1922 sulle Comunicazioni del Governo, in "Critica Sociale. ^ Vedi anche Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discorsi, XXVI legislatura, Tornata. ^ Rendo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Bianchi, Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n. 1601 (G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui (PDF).. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 524 e 535. ^ Italo Scotti, Bollettino di informazioni costituzionali e parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera dei deputati: I - La Costituente fascista (PDF) (archiviato dall'url originale il 4 novembre 2013).. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ "The Italo-Greek Crisis." Economist London, England: 356+. The Economist Historical Archive, 1843-2012. . ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 561-62. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 557-570. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563. ^ Regio Decreto Legge . ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere anche Prassi italiana di diritto internazionale - I casi della prassi Visani, La conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori, 2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei fatti di cronaca riguardanti risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A. nelle carte dell'ACS provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e dalla stampa coeva Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale furono 18 e i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, M. prassi politica e rivoluzione sociale, e.f.c. Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice, furono "centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il deputato Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione, ma anche alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e Raimondo Sala) cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 583. ^ Fin dalla presa del potere M. e il Governo tentarono di arginare la violenza squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere soprattutto Alessandro Visani, La conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione di Giovanni Sabatucci. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani, op. cit.[Manca numero di pagina]. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p. 146, come particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla scheda elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito scelto, e soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si riferiva infatti alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in incognito dei partiti di minoranza avessero volontariamente spinto i più ingenui elettori del blocco nazionale a scrivere sulle schede "Viva M. !", una pratica che avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563 n. 2. ^ ibidem. ^ Si veda il resoconto stenografico della seduta, Camera dei Deputati. ^ Così chiamata in richiamo alla secessione della plebe ai tempi della res publica romana i quali si riunirono sull'Aventino. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 620 sgg. ^ La morte di Matteotti infatti sarebbe stata causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita al prelevamento da parte degli squadristi. ^ Scheda biografica di Matteotti, su treccani.it. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., p. 622. ^ Ibidem, pag. 646; Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista, Einaudi Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag 703. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 701. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, 'M. il fascista - La conquista del potere. ^ Indignatissimo il settimanale della sinistra fascista Impero scriverà un pezzo intitolato Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava M. di far "di tutto per portarsi sul terreno della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Per i varii articoli giornalistici del fascismo intransigente contrario al moderatismo M. ano vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.. ^ Ibidem, pag. 715. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ R. De Felice, M. il fascista, Einaudi, . ^ Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti, testo integrale di Benito M. del 3 gennaio 1925 su Wikisource. ^ Dopo il delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e fascisti propendevano per l'idea secondo cui M. dovesse "mettersi a disposizione della giustizia". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. Col discorso ha inizio il regime dittatoriale fascista, data confermata dallo stesso M. nel libro "Storia di un anno: Il tempo del bastone e della carota", Mondadori (in Opera Omnia). Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere . ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista In particolare " La Giustizia.", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" e "Il Popolo". ^ Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Soveria Mannelli, Rubbettino Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un gruppo di squadristi si lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento". Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno" egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese, Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di un isolato". ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un'inchiesta segreta fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'interno, conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della polizia". ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Mack Smith. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo la presa del Ministero e molte squadre vennero ricreate dall'ambiente farinacciano provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce di ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso M. . Cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascistacit In occasione delle violenze di Firenze M., riunendo il Gran consiglio del fascismo il giorno 5, fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento immediato di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse non hanno più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna giustificazione storica e politica. . ^ Aniante. ^ Arpinati Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea . ^ G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, . ^ InStoria - Mafia e Fascismo.. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco fosse stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli - essendo dell'area farinacciana - era notevolmente inviso a M., che proprio in quel periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979. ^ Sospetti di affiliazione mafiosa restarono, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Caruso, op. cit. ^ Ibidem. ^ La mafia e la crociata del prefetto Mori..Non è vero che la mafia dei salotti impone a M. l'allontanamento di Mori. È vero viceversa che i suoi modi hanno allarmato Roma; che M. ritiene il problema liquidato e che può ora liquidare il liquidatore". ^ DDI. ^ Graziotti Smith. ^ Regio decreto. ^ Legge Re, regina, reggente, principe ereditario e primo ministro. ^ Sergio Romano, Vademecum di storia dell'Italia unita, Rizzoli, Milano, . ^ Enzo Biagi, Amori, Rizzoli il patto fu siglato e firmato. Salata riporta che nel protocollo della sigla fu concordato che il patto avrebbe portato la data del 7 giugno, indipendentemente dalla data della firma, un atto espressivo della volontà del governo. Vedi Francesco Salata Il patto M., ^ Francesco Salata, Il patto M., Mondadori, Salata, Il patto M., Mondadori L'origine del sistema pensionistico italiano va comunque fatta risalire, legge con l'istituzione di una «Cassa Nazionale di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai», con contributi su base volontaria. ^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuß, la moglie e i figli erano ospiti di M. presso una sua residenza balneare. ^ All'origine dell'incidente di Ual Ual, Salvatore Minardi, , S. Sciascia (Caltanissetta). ^ R. De Felice, M. il Duce ^ A tale accordo si fa riferimento in Langer, William L. (a cura di) An Encyclopaedia of World History, Houghton Mifflin Company, Boston. ^ R. De Felice, M. il duce. ^ Del Boca Ministero per la Guerra, Relazione dell'attività svolta per l'esigenza A.O., Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, , allegato n. 76. ^ Del Boca, p. 193. ^ Per un quadro completo quadro sull'uso sistematico delle armi chimiche sul fronte Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas di M., Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca, p. 196. ^ Del Boca. ^ Del Boca Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ F. Cardini e R. Mancini, Hitler in Italia. Dal Walhalla a Ponte Vecchio, maggio 1938, Bologna, Il Mulino. ^ È il caso per esempio del prefetto Cesare Mori. ^ Per un primo approccio sull’origine, motivazioni e caratteristiche del diffuso consenso che il fascismo riscosse dagli intellettuali italiani si veda, ad esempio, A. d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino ; G. Belardelli, Il Ventennio degli intellettuali, Laterza, Roma-Bari ; A. Tarquini, Storia della cultura fascista, Laterza, Roma-Bari. ^ A proposito dell'adesione di Giuseppe Ungaretti al fascismo, ed in particolare al suo rapporto con M., si veda: Robert S. Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il fascismo, Guida, Napoli; Filosofia fantastica. Prose di meditazione e d’intervento, a cura di Carlo Ossola, UTET, Torino; L. Piccioni, Vita d'un poeta, Rizzoli, Milano 1970, p. 66; W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti, Camunia, Milano Guida, Ungaretti privato. Lettere a Paul-Henri Michel, Pensa multimedia, Rovato-Lecce. Copia archiviata, su laltraverita.it... ^ Allocuzione "Vogliamo anzitutto".. M. e il papa .. ^ Copia archiviata, su anpi.it..ilmanifesto.it /25aprile/02_25Aprile /9502rs14.01.htm in Internet Archive. A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale. Comandante delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato della caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già comandante del settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec, Majdanek, Sobibor e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già comandante di Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a gas, poi ucciso dai partigiani. Benito M., MEMORIA SEGRETA DI M. SULLA CONDOTTA DELLA GUERRA, Schede tecniche aerei militari italiani e storia degli aviatori, su alieuomini.it. ^ Si veda Pietro Badoglio (L'Italia nella seconda guerra mondiale), che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da M. durante un loro colloquio. ^ Dalle colonie inglesi, e in particolar modo dall'India, giunsero migliaia di soldati, che non era stato possibile mobilitare precedentemente. ^ Già a Capo Spada venne affondato un incrociatore italiano e alcune navi italiane furono affondate da un attacco aereo nel porto di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ebbe a Capo Matapan, una delle più gravi sconfitte nella storia della Marina. ^ Alfassio Grimaldi, U., Bozzetti. [i. e. millenovecentoquaranta il giorno della follia. Italia: Laterza. ^ Ciabattini. ^ Ciabattini. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese. ^ Renzo De Felice, M. l'alleato, Einaudi, Ciabattini Ciabattini. ^ Ciabattini M. e il re avevano un colloquio privato due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro della Real Casa. Iniziati, gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al , per ventuno anni. Ciabattini. ^ Ciabattini Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse Ardeatine). ^ Benito M., Memoirs, Weidenfeld et Nicolson, London. Il testo si trova anche qui: MEMOIRS, su oudl.osmania.ac.in. Franco o Francesco Maugeri, su digilander.libero Cicchino, Saverio Polito e il viaggio di Rachele a Rocca delle Caminate su historyfilesnetwork. ^ Marco Riscaldati, DAL GRAN CONSIGLIO AL GRAN SASSO I 50 terribili giorni che videro l’Arma protagonista, in Notiziario storico dell'Arma dei carabinieri. ^ Sandro Russo, M. prigioniero a Ponza, su Ponza Racconta. ^ Cfr. Fabrizio Montanari. Nenni-M., amicizia impossibile, in Quotidiano on line 24emilia.com. ^ L'8 febbraio 1943, alla vigilia del suo compleanno, Nenni fu arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour, in Rue de la Franze n.13, nella Francia di Vichy (cfr. Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra: agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Nenni, Intervista sul socialismo italiano, Laterza). Venne condotto prima a Vichy e poi fu rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes per circa un mese (cfr. Enzo Santarelli, Pietro Nenni, UTET, Il 5 aprile venne consegnato dai tedeschi a due carabinieri alla frontiera del Brennero, probabilmente su richiesta di M., che così lo salvò dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti. Condotto nel carcere romano di Regina Coeli, Nenni fu poi confinato nell'isola di Ponza. ^ Cfr. Arrigo Petacco, La Storia ci ha mentito, MONDADORI, che riporta degli appunti che il Duce scrisse durante il crepuscolo di Salò. ^ La grande storia, Rai Tre. ^ Di Michele, Vincenzo,, L'ultimo segreto di M., Felice, M. l'alleato: la guerra civile, Torino, Einaudi. La Provincia autonoma di Lubiana era stata annessa all'Italia nel 1941. De iure, continuò a essere considerata tale fra paesi dell'Asse fino alla fine del conflitto. Ovviamente, tale annessione non era considerata legittima dagli Alleati. ^ Renzo De Felice, M. l'Alleato, tomo II, Einaudi. ^ Il Teatro Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente colpita dai bombardamenti alleati. Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith Operazione Sunrise, Mondadori. ^ Mack Smith, "La ragione offerta (in cui è difficile scorgere un qualsiasi senso logico) fu lo shock subito nell'apprendere che i tedeschi erano scesi a patti senza informarlo". ^ Per l'intera vicenda, cfr. Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., SugarCo. ^ Mack Smith, . ^ Secondo, fra gli altri, Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, Milano), Leo Valiani (Tutte le strade conducono a Roma, Firenze) e Silvio Bertoldi (La guerra parallela, Milano 1996), M. avrebbe appreso il 25 aprile della decisione del CLNAI di giustiziarlo. Secondo Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e democrazia cristiana, Milano, ), che però è fonte isolata, avrebbe proprio confidato questa valutazione. ^ Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., entrambi per i tipi della SugarCo. ^ Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo: la fine di M., ed. MondadoriChe a seguito dell'armistizio aveva per decreto luogotenenziale assunto tutti i poteri costituzionali. ^ Comandante del Corpo Volontari della Libertà ^ Raffaele Cadorna, Milano, La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, . Per la sintesi del vasto relato del generale, si è fatto riferimento a Ray Moseley (M., Taylor Trade Publications). Audisio, In nome del popolo italiano, Edizioni Teti. ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano.. Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano.. ^ Vincenzo Costa L'ultimo federale, il Mulino. Sempre secondo Costa, nell'attentato partigiano erano morti cinque soldati tedeschi della Propaganda Staffel e due popolane milanesi. Una trentina fra civili e militari germanici erano i feriti. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, fotografie Fra i molti testimoni, era presente anche il giornalista Indro Montanelli. ^ L'autopsia effettuata sul corpo di M.., Controstoria. ^ Filmati e foto d'epoca girati a Piazzale Loreto - Milano e all'obitorio.. ^ Tettamanti Franco, , commando a Musocco Rubata la salma del duce, in Corriere della Sera. Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa, Guerra civile. Casini Editore, Santarcangelo di Romagna collana Frammenti di storia. ^ Come ravvisabile ad esempio nel discorso pronunciato da M. a Milano. ^ Domenico Venturini con prefazione di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere per l'incremento della Letteratura fascista. Dante Alighieri e Benito M. . Roma, Casa Editrice Nuova Italia Gervaso, Il dito nell'occhio, Rusconi. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi .. ^ Copia archiviata, su cssem.org. Baioni. Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia fascista. Roma, Carocci, . ^ Brano tratto da La Dottrina del fascismo, di Giovanni Gentile e Benito M., ( cfr.(archiviato dall'url originale il 30 marzo 2009).), sviluppata sin dal 1929, inserito nell'edizione de L'Enciclopedia Italiana: «Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Il fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito della irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una 'democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria.» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la rivoluzione fascista, su treccani.it. «Ateo militante negli anni giovanili, quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione all’interventismo e l’espulsione dal Partito socialista, M. era rimasto ateo, anticlericale e pagano, e tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva all’indomani della sconfitta» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la rivoluzione fascista, su treccani.it. «Pochi mesi dopo, nell’agosto, M. inneggiava all’impero spirituale del cristianesimo «che non ha territori, ma ha ancora un’idea nella quale si raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi sulla faccia della terra»: «È un impero che conta oramai la sua vita a millenni. Sui flutti agitati della storia è ancora la barca del divino ebreo Gesù quella che galleggia meglio di tutte le altre»64. E un mese dopo, M. ripudiava l’anticlericalismo e l’anticattolicismo» ^ Fonte: Corriere della Sera M. rubacuori. Ha avuto 15 amanti".. ^ M. Sarfatti The Life Of Benito M. scaricabile. ^ Mimmo Franzinelli, Il duce e le donne. Avventure e passioni extraconiugali di M., Mondadori, Luzzatto, Così il Duce distrusse la famiglia segreta, su archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della Sera.Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, su archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della Sera. Zeni, La moglie di M., Trento, Effe e Erre, Serri, Claretta l'hitleriana, Longanesi Bertotto, Tutti i fgli di Benito M. Voceditalia.it, su voceditalia.it. ^ Claretta Petacci, M. segreto. Diari 1932-1938, Rizzoli, È morta Elena Curti, la figlia naturale di M., in repubblica.it Festorazzi, La pianista del duce. Vita, passioni e misteri di Magda Brard, l'artista francese che strego Benito M., Milano, Simonelli Spinosa, I figli del duce, Milano, Rizzoli, 1983 Milleduci. Si è spenta Curti, figlia naturale del dittatore. Da Albino Benito a Glauco di Salle e Asvero Gravelli, chi sono i M. illegittimi, segreti e sospetti., su tag43.it. ^ M. : una figlia segreta da una pianista, su news.ch. Quirinale: dettaglio decorato.. Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Diggins, L'America, M. e il fascismo, Laterza. ^ Saggio per l'Enciclopedia italiana scritto insieme a Giovanni Gentile. Bibliografia Antonella Astorri, Patrizia Salvadori, Storia Illustrata della prima guerra mondiale, Giunti Editore, 2Badoglio, L'Italia nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori. Bollone, Le ultime ore di M., Milano, Mondadori, Bollone, La psicologia di M., Milano, Mondadori, Stelle, Dongo: la fine di M., Milano, Mondadori, 1962. Giorgio Bocca, M. socialfascista, Garzanti, Milano, Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino, 2004. Giovanni Cecini, I soldati ebrei di M., Milano, Ugo Mursia Editore, Ciabattini, Il Duce, il Re e il loro 25 luglio, Bologna, Lo Scarabeo, Collier, Duce! Duce! Ascesa e caduta di Benito M., Ugo Mursia Editore, Felice, M. il rivoluzionario: , Giulio Einaudi Editore Felice, M. il fascista, Giulio Einaudi Editore, 1995. Renzo De Felice, M. il duce, Giulio Einaudi Editore. Renzo De Felice, M. l'alleato, 1940-1945, Giulio Einaudi Editore. Renzo De Felice, Storia del Fascismo, Luce/Libero, 2004. Valentina De Giorgi, M. . Glorie e disonori del primo Novecento italiano, Alpha Test, 2004,Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, Fiorani, Alessandra Minerbi, Storia Illustrata del Nazismo, Giunti Editore, 2002. Flavio Fiorani, Storia Illustrata del Ventesimo Secolo, Giunti Editore, 2000. Flavio Fiorani, Storia Illustrata della seconda guerra mondiale, Giunti, Franzinelli, Il duce proibito: le fotografie di M. che gli italiani non hanno mai visto, Milano, Mondadori, Franzinelli, Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento, Milano, Mondadori, Max Gallo, Vita di M., Laterza, 1Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza. Hermann Kinder, Werner Hilgemann, Atlante Storico, Garzanti, 2003. (EN) Harold J. Laski, Lenin and M., in Foreign Affairs, Lepre, M. l'italiano: il duce nel mito e nella realtà, 2ª ed., Milano, Laterza, 1997, ISBN 88-04-42682-9. Denis Mack Smith, Denis Mack Smith, M., Rizzoli, Montanelli, Il buonuomo M., Milano, Edizioni riunite, 1947. Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia Littoria, Rizzoli. Indro Montanelli, L'Italia in Camicia Nera, Rizzoli, M., Scritti e Discorsi, La Fenice, . Romano M., Il duce, mio padre, Rizzoli. Romano M., Ultimo atto - Le verità nascoste sulla fine del duce, Rizzoli, O'Brien, M. in the First World War. The Journalist, The Soldier, The Fascist, Oxford, Berg Publishers, 2005. Paul O'Brien, Al capezzale di M. . Ferite e malattie (PDF), in Italia Contemporanea, Palla, M. e il fascismo, Firenze, Giunti, Passerini, M. immaginario: storia di una biografia Laterza, Petacci, M. segreto. Diari a cura di Mauro Suttora., 2ª ed., Rizzoli, Petacco, L'uomo della provvidenza, Mondadori, Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di M., Milano, Il saggiatore, Salvatori, La Roma di M. dal socialismo al fascismo, in Studi Storici, XLVII, n. 3, 2006, pp. 749-780. Antonello Spinosa, M.Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori, Staglieno, Arnaldo e Benito, due fratelli, Mondadori. Francesca Tacchi, Storia Illustrata del Fascismo, Giunti Editore, 2000. Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, Società editrice il Mulino Zizzo, M. . Duce si diventa, Gherardo Casini. Benito Amilcare Andrea Mussolini. Mussolini. Keywords: tea with Mussolini. Refs.: Luigi Sperana, “Grice e Mussolini.” Mussolini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mustè: la ragione conversazoinale e l’implicatura conversazionale nella filosofia dell’idealismo italiano – il dialogo di Socrate e il dialogo di Gentile – la scuola di Roma – filosofia romana -- filosofia lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “It was only late in life that I realised that ‘freedom’ is the key philosophical concept. M. knew it all along!” Grice: “At Oxford, I learned to refer to idealists such as Bradley as eggheads – not M.!” -- Flosofo italiano. Roma, Lazio. Laurea in filosofia con la tesi, “Marx,” borsista dell'Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di ricerca, collaborando con Gennaro Sasso. Redattore della “nuova serie” della “Rivista trimestrale”. Consegue il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza. Lavora alla "Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici" dell'Università "La Sapienza" in qualità di “Segretario e Curatore dell'archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di Storia della filosofia. Insegna a Roma.  È membro del Consiglio scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con l'Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana e Croce e Gentile. La cultura italiana e l'Europa. Ha diretto la rivista "Novecento". Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra cui: "Giornale critico della filosofia italiana", "Annali della Fondazione Gramsci", “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: "Giornale critico della filosofia italiana", "La Cultura", "Studi storici", "Filosofia italiana". Nel  è stato nominato dal Ministero dei beni culturali Segretario del "Comitato nazionale per il bicentenario della nascita di Bertrando Spaventa". Dal  al  ha insegnato Ermeneutica filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università Antonianum.  Ricerche Le sue ricerche si sono rivolte alla storia della filosofia italiana, con contributi dedicati all'idealismo e al marxismo. Per quanto riguarda l'idealismo italiano, ha indagato i momenti e le figure fondamentali (sino al profilo complessivo) e le premesse nella filosofia dell'Ottocento, specie in relazione al pensiero di Vincenzo Gioberti (soprattutto con il libro su La scienza ideale). Di particolare interesse gli studi su Bertrando Spaventa e le monografie su Omodeo e Croce. Ha dedicato saggi e ricerche al pensiero di Antonio Gramsci e ad altri momenti del pensiero marxista italiano: del  è la monografia su Marxismo e filosofia della praxis, che ricostruisce la storia del marxismo italiano da Labriola a Gramsci. Sono noti i suoi studi sul pensiero politico nell'Italia contemporanea, con particolare riguardo alle figure di Rodano, Balbo, Noce.  Ha approfondito lo studio dell'opera di Marx e in generale la storia della filosofia tedesca tra Hegel e Nietzsche.  Particolare attenzione ha poi rivolto (con il libro  su La storia e con altri scritti, tra cui quelli sull'evento e sulla teoria delle fonti) alle questioni specifiche della teoria della storiografia.  Metodi Conduce l’indagine teoretica in stretta relazione con gli studi di storia della filosofia e di storia della storiografia, in generale nell’ambito della storia delle idee, adottando un metodo storico-critico che spesso privilegia l’uso di fonti archivistiche e di documentazione inedita. Il suo metodo cerca di coniugare l'analisi strutturale delle opere filosofiche con la ricerca filologica sulle fonti e sulla tradizione dei testi, con particolare riguardo ai processi di lungo periodo della filosofia italiana moderna e contemporanea. Saggi:“Storiografia” (Mulino, Bologna); “Croce, Morano, Napoli  Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino, Bologna); “Carteggio Croce-Antoni, Mulino, Bologna Politica e storia in Bloch, Aracne, Roma La scienza ideale. Filosofia e politica” (Rubbettino, Soveria Mannelli, Franco Rodano. Laicità, democrazia, società del superfluo, Studium, Roma Grice: “’superfluo’ is possibly one of the most unsuperfluous words in the Italian philosophical dictionary – cf. “I was in New York, which was black out.” -- Gioberti, Il governo federativo” (Gangemi Roma) – nazione e stato federale – federazione, governo federativo --  Rodano, Cristianesimo e società opulenta, Edizioni di storia e letteratura, Roma, Il giudizio sul nazismo. Le interpretazioni -- La storia: teoria e metodi, Carocci, Roma, La filosofia dell'idealismo italiano, -- Grice: “filosofia” is superfluous here, seeing that idealism already ENTAILS philosophy!” -- Carocci, Roma, Croce, Carocci, Roma Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi” (Aracne, Roma); “La prassi e il valore -- la filosofia dell'essere” Aracne, Roma “Filosofia della praxis” Viella, Roma); “In cammino con Gramsci, Viella, Roma. L'ermeneutica, in «Rivista trimestrale», Il problema del mondo nel «Tractatus» di Wittgenstein, in «Rivista trimestrale», Le fonti del giudizio marxiano sulla rivoluzione francese  in «Annali dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», L'orizzonte liberale di Dahrendorf, in «Critica marxista», Sturzo e il popolarismo – POPOLARISMO -- nel giudizio, in Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari, Croce e il problema del diritto, in «Novecento», Metodo storico e senso della libertà” “La storiografia crociana, in «La Cultura», Omodeo. Il pensiero politico, in «Annali dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», Libertà e storicismo assoluto: per un'interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, Riuniti, Roma, “La società civile democratica, in «Novecento»,  Sul giudizio politico, in «Novecento», Il marxismo politico nell'interpretazione di Noce, in «Poietica», Gioberti e Cartesio, in Bibliopolis, Napoli, Comunismo e democrazia, in La democrazia nel pensiero politico del Novecento” (Aracne, Roma); Guido Calogero, in «Belfagor», Gioberti e Leopardi, in «La Cultura», Verità e storia, in «Storiografia», “La morale”, Rosmini e Gioberti. G. Beschin e L. Cristellon, Morcelliana, Brescia, Il destino dell'evento nella nuova storia” francese, in «La Cultura», Carattere e svolgimento delle prime teorie estetiche di Croce,  «La Cultura», Liberalismo etico e liberismo economico, in Croce filosofo liberale, -- cf. Grice, “Do not multiply liberalisms beyond necessity: ‘liberalismo semiotico’” – Grice: “Muste is very witty in distinguishing between liberalism and liberrism!” Reale, LUISS University Press, Roma, La teoria della storia in Croce, in «Giornale critico della filosofia italiana», L'idea di “Risorgimento” in Gioberti, in «Quaderni della Fondazione Centro Studi Noce», Il significato delle fonti storiche, in «La Cultura»,  La storia: teoria e metodi, in «History and Theory», Il passaggio all'anti-fascismo di Croce, in Anni di svolta. Crisi e trasformazione nel pensiero politico della prima età contemporanea, Sciullo, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alterità e principio del dialogo in Calogero, in L'idea e la differenza. – principio dialogo – il noi -- Noi e gl’altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo, M.P. Paternò, Rubbettino, Soveria Mannelli Il principio del nous nella filosofia di Calogero, in «La Cultura», La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi, Vacca e Ricci, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Gioberti, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Lo storicismo italiano nel secondo dopoguerra, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Il problema della libertà nella filosofia di Scaravelli, in «La Cultura», La libertà del volere nella filosofia di Croce, in Filosofia e politica. Cesarale, M., Petrucciani, Mimesis, Milano, Il senso della dialettica nella filosofia di Spaventa, in "Filosofia italiana", apr.  Storia, metodo, verità, in «La Cultura»,, Gentile e Marx, «Giornale critico della filosofia italiana», Togliatti e Luca, «Studi storici», Gentile e Socrate, (Grice: cf. caricature of Gentile as Aristotele in ‘La scuola d’Atene”) -- in La bandiera di Socrate. Momenti di storiografia filosofica italiana nel Novecento, Spinelli e F. Trabattoni, Sapienza Università, Roma, Gentile e Gioberti, «La Cultura», Gramsci, Croce e il canto decimo dell’Inferno di Alighieri, «Giornale critico della filosofia italiana»,, Spaventa e Gioberti, «Studi storici»,, La presenza di Gramsci nella storiografia filosofica e nella storia della cultura, «Filosofia italiana», Dialettica e società civile. Gramsci “interprete” di Hegel, «Pólemos. Materiali di filosofia e critica sociale», Marx e i marxismi italiani, «Giornale critico della filosofia italiana»,  La “via alla storia” di Ginzburg, in Streghe, sciamani, visionari. In margine a Storia notturna di Ginzburg, Presezzi, Viella, Roma, Filosofia e storia della filosofia nella riflessione di Sasso, «Filosofia italiana», Opere Sapienza Roma. Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici, su lettere uniroma1. Intervista sulla storia della "Rivista trimestrale" Intervista di M. su  Croce del //diacritica/ letture-critiche/lo- storicismo-di-croce-e-la-morte-della- metafisica-intervista-a- M. Socrate e Gentile. Se consideriamo i libri custoditi presso la biblioteca personale di Gentile, troviamo, a proposito di Socrate, soprattutto opere di autori italiani, con alcuni dei quali da tempo era in corrispondenza: oltre le vecchie versioni di Ferrai (Padova), vi figurano le edizioni dell’Apologia curate da Acri (riproposta da Guzzo) e da Manara Valgimigli (Bari); le opere di Giovanni Maria Bertini (fra cui l’edizione di Senofonte), che, come si dirà, avevano occupato la critica di Bertrando Spaventa; quindi i libri che via via, nella prima metà del secolo, erano apparsi in Italia: quelli di Zuccante, che Tocco aveva presentato alla Reale Accademia dei Lincei, poi quelli di Covotti, Mignosi, Labriola, Banfi, Levi,  Brocchieri. Ma a proposito di Socrate, Gentile utilizzò anche altri mo- menti della storiografia filosofica italiana, appoggiandosi, per esem- pio, ad alcuni testi dello storico del cristianesimo Alessandro Chiap- pelli e del romanista Pascal. Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini nazionali, i riferimenti principali rimangono quelli di Zeller (a cui si era prevalente- mente richiamato Spaventa), ma anche di Gomperz e di Tannery. Di Zeller, Gentile possede i primi due volumi dell’edizione  Mi piace ricordare che la ricerca su libri, opuscoli e periodici posseduti da Gentile 1 può ora essere svolta online sul sito della Biblioteca di Filosofia della Sapienza di Roma, grazie al lavoro di digitalizzazione del catalogo compiuto sotto la direzione del dott. Gaetano Colli: cfr. Colli. Anche il catalogo dei corrispondenti dell’archivio di Gentile (custodito presso la “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici” a Villa Mirafiori) è consultabile nel progetto “Archivi on-line” del Senato della Repubblica.  italiana della Filosofia dei Greci curata da Mondolfo; e di Tannery conservava la seconda edizione, di Pour l’histoire de la science hellène, che la moglie Erminia aveva donato, con dedica, al figlio Giovannino. A Zeller, come si sa, dedicò un ampio necrologio nel quale elogiò la sua opera di storico criticandone tuttavia i princìpi neokantiani2; e avvicinandovi, ap- punto, i nomi di Tannery e quello, «così geniale», di Gomperz. Proprio a Gomperz, d’altra parte, aveva fatto un più che positivo riferi- mento nella prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, dove parlò di un «concetto equivalente al mio, che nella storia della filosofia si riassuma tutta la storia dell’umanità»4; e, nella lunga recensione che nel 1909 dedicò al Socrate di Zuccante, ne parlò come di «uomo di gusto», sia pure privo del «bernoccolo del filosofo», assumendone soprattutto la critica della testimonianza di Senofonte. Gentile si trovò di fronte, fin dalla giovinezza, due modelli inter- pretativi, tra loro, per altro, connessi. In primo luogo le pagine che Ber- trando Spaventa aveva dedicate a Socrate, dapprima discu- tendo sulla “Rivista contemporanea” la memoria torinese di Giovanni Maria Bertini Considerazioni sulla dottrina di Socrate6, poi nel grande corso sulla filosofia italiana, dove aveva aggiunto, come appendice, lo Schizzo di una storia della logica, nel quale riprendeva il tema socratico7. Il secondo riferimento è Labriola, la cui memoria su La dottrina di Socrate era stata ripubblicata da Benedetto Croce per l’editore Laterza. Per quanto, in maniera caratteristica, nel discorso preliminare del all’edizione degli Scritti filosofici di Spaventa, si limitò a un breve cenno alla discussione con Bertini8, e anche nella Prefazione al Gentile. Bertini. Ma la memoria, a cui Spaventa si riferisce, era stata presentata in una seduta. Poi in Bertini. Da una lettera a Spaventa, si apprende che l’articolo di Bertrando era solo il primo di una serie di scritti socratici, che poi non realizzò: cfr. Spaventa La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea, in Spaventa Gentile Gentile e Socrrate volume Da Socrate a Hegel mancò di entrare nel merito della questione9, è da ritenere, per le ragioni che si vedranno, che l’influenza spaven- tiana pesasse in maniera determinante nella sua prima lettura di Socrate. Spaventa confuta l’interpretazione di Bertini, cercando di definire i rapporti, da un lato, tra Socrate e la filosofia antica, e, d’altro lato, tra Socrate e la filosofia moderna. Per tale confutazione, si era appoggiato al capitolo hegeliano delle Le- zioni sulla storia della filosofia e all’opera di Zeller, ma anche, per deter- minare i caratteri generali del pensiero greco, alla traduzione francese di Claude Joseph Tissot della Storia della filosofia di Heinrich Ritter10. Tuttavia, la lettura di Socrate risultò ben diversa da quanto quei libri potevano suggerirgli. Possiamo dire, in breve, che se per Hegel è Parmenide il vero iniziatore della filosofia, perché ha sollevato il pensiero alla massima astrazione dell’essere11, per Spaventa la filosofia inizia propriamente con Socrate, che ha scoperto la dimensione del “concetto”, superando il naturalismo immediato della precedente vita greca. La critica a Bertini si appuntava su questo aspetto. Per Bertini, di fronte all’attacco dei sofisti, Socrate aveva restaurato l’ethos greco, sal- vandolo dalla dissoluzione. Per Spaventa, le cose andavano diversa- mente. Non solo Socrate non aveva restaurato la vita greca, ma le aveva inferto «il vero colpo di grazia» (La dottrina di Socrate, in Spaventa), ponendo un nuovo principio, quello della «soggettività universale»: caratterizzata la filosofia presocratica come indistinzione immediata di pensiero ed essere, Socrate aveva inaugurato l’antitesi dei due termini, senza tuttavia trovarne l’unità e la sintesi, e anzi la- sciando al pensiero moderno questo compito ulteriore. I sofisti, dun- que, lungi dall’essere dei distruttori, si presentavano quali profondi innovatori, anche se il loro soggettivismo era piuttosto un individuali- smo, fermo alla dimensione naturale ed empirica dell’individuo. So- crate trasformava, con la dottrina del concetto, questo individualismo in un autentico, universale soggettivismo: «in questo senso» – scriveva Spaventa – «Socrate e Cartesio, che che ne dica il professor Bertini, si rassomigliano». Spaventa Parmenide, Hegel [Ritter Cfr. Hegel Ma soprattutto, per il riferimento a  Da questo punto di vista, Socrate non appariva affatto come un fi- losofo pratico o morale, ma come un filosofo schiettamente teoretico. Più precisamente, il carattere della sua filosofia veniva indicato in un radicale formalismo. Bisogna prestare attenzione all’uso che Spaventa fece di questa espressione, per certi versi anticipando i temi della sua riforma della dialettica. Formalismo significava che Socrate, scoprendo il principio nuovo della «soggettività universale», lo riconosceva solo nella forma, nell’attività dialogica della ricerca della verità, in quanto presupponeva, alla maniera di tutto il pensiero antico, il contenuto og- gettivo e naturale: se per i moderni, scriveva, la soggettività è non solo «universale» ma «assoluta», «il puro rapporto del pensiero a se stesso», per Socrate «non è già il soggetto che determina l’essere oggettivo, ma l’essenza oggettiva delle cose che determina il soggetto». La visione moderna – per cui, come si chiarirà nella riforma della dialet- tica, il pensiero è negazione determinante dell’essere -- appariva qui rovesciata, nel senso che l’essere si delineava come il cercato, come la verità ideale del soggetto. Questa tesi del formalismo era quella vera- mente decisiva nell’interpretazione di Spaventa, poiché a essa veni- vano ricondotti tutti i temi della riflessione socratica: l’induzione, il dialogo, l’ironia, e poi soprattutto l’ignoranza, interpretata come con- sapevolezza della mancanza di verità del soggetto, quasi come ammis- sione del limite storico della propria posizione. E ancora, l’eudemoni- smo socratico diventava (seguendo qui i Magna moralia) l’assenza del concetto del Bene e, quindi, la sua identificazione con l’utile. Infine, ed è un altro aspetto di rilievo (e qui la fonte era in parte aristotelica in parte hegeliana), mancava in Socrate la psicologia, cioè la cognizione della parte irrazionale dell’individuo, delle passioni: la sua soggettività «universale» non riusciva a cogliere né il contenuto del concetto né la base irrazionale dell’individuo, restando sospesa tra il particolare e l’universale e non potendo intravedere la sintesi e l’unità tra i due momenti, cioè l’autentica realtà e immanenza del concetto. Nella memoria su La dottrina di Socrate, con la quale vinse il premio della Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Labriola non citò mai lo scritto di Spaventa, ma certo ne riprese [Si veda per questo aspetto Mustè La dottrina di Socrate, in Spaventa. Gentile e Socrate 43 almeno un paio di aspetti14. In primo luogo riprese la tesi del formali- smo, a cui dedicò la parte centrale dello scritto e che anzi sviluppò fino alle conseguenze estreme, mostrando come «il suo di Socrate sapere è pura esigenza» e «quello che egli cerca deve ancora trovarlo» (Labriola). In secondo luogo, insisté sulla mancanza in Socrate di ogni notizia di psicologia, con accenti e motivi molto simili a quelli che Spaventa aveva adoperato nella polemica con Ber- tini. Ma certo mutava il quadro complessivo dell’interpretazione, anzi tutto per la scelta, molto radicale, di affidarsi esclusivamente o quasi alla testimonianza di Senofonte, non attribuendo, scriveva, «a Socrate nessun principio, massima, o opinione che non sia, o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata da Senofonte»; poi per il fatto che la tesi spaventiana del formalismo serviva ora a recidere i rapporti tra Socrate e la tradizione filosofica presocratica (ibid., 555), superando il problema stesso che aveva animato la discussione tra Spaventa e Bertini. Per Labriola, Socrate non era affatto un filosofo: «Socrate come semplice filosofo – scriveva – è un parto d’immagina- zione» (ibid., 569); e tanto meno poteva essere considerato come «il creatore del principio della soggettività», neanche di una soggettività «universale» come quella di cui Spaventa aveva parlato. Al contrario, la figura di Socrate era ricondotta a due linee fondamen- tali di lettura, tra loro convergenti: da un lato il processo di sviluppo della religione greca, dove Socrate aveva inserito l’idea della divinità «come intelligenza autrice e reggitrice del mondo», riuscendo per questo «a isolare la sfera morale dalla naturale; d’altro lato, in relazione agli studi che allora conduceva per «una storia dell’etica greca» interpretò Socrate come concreta espressione della crisi della storia greca, come l’emergere di una colli- sione tra forma della tradizione e volontà dell’individuo: per cui, sorge nell’individuo «il bisogno di rifarsi da sé quella certezza» che l’opinione comune ha smarrito, tornando a porre, con l’esercizio del dialogo, le[ L’interpretazione di Labriola è stata analizzata da Cambiano, Il Socrate di Labriola e la storiografia tedesca e da Spinelli, Questioni socratiche: tra Labriola, Calogero e Giannantoni che si leggono rispettivamente nel primo e nel terzo volume di Punzo3, Spinelli ricorda opportunamente un breve quanto penetrante articolo di Giannantoni, Il Socrate di Labriola, apparso nel supplemento di “Paese sera”. Tra gli altri studi, mi limito a ricordare Cerasuolo, e le lucide osservazioni di Poggi domande induttive sulla definizione, sul «cosa è» la giustizia, la virtù, la santità. Per certi versi, Labriola seguiva la linea interpretativa di Spa- venta, ma ne modificava la prospettiva, calando Socrate non più nel centro problematico della storia della filosofia ma in quello della vita religiosa e sociale del mondo greco. A prescindere dallo sviluppo peculiare che ebbe nella memoria di Labriola, la tesi spaventiana del formalismo di Socrate restò alla base delle prime riflessioni di Gentile. Già nella tesi di laurea su Rosmini e Gioberti – dove il problema principale, sulle orme di Donato Jaja, era quello dell’intuito, e quindi della profonda differenza tra l’intuito ro- sminiano dell’essere puro e quello, platonico ma soprattutto prove- niente da Malebranche, delle idee determinate e formate (Gentile) – i riferimenti a Socrate risentono della discussione di Spa- venta con Bertini. Lo si vede, soprattutto, nella nota che inserì per di- scutere la memoria di Aurelio Covotti Per la storia della sofistica greca. Studi sulla filosofia teoretica di Protagora (pubblicata nel 1896 negli “An- nali” della Regia Scuola Normale Superiore di Pisa), dove, criticando le interpretazioni di Wilhelm Halbfass e di Theodor Gomperz, ribadì la necessità di distinguere l’individualismo empirico di Protagora dal soggettivismo di Socrate, pur sottolineando la sua distanza dal kanti- smo, mancando ancora in Socrate «il concetto del pensiero come pro- duttività» (Gentile). Una lettura, questa, che trovò poi uno sviluppo più organico nella recensione al Socrate di Zuccante, dove criticò «l’interpretazione soggettivistica» di Protagora, che l’autore aveva dato, insistendo piuttosto sul rapporto con Demo- crito: con riferimento a un articolo di Victor Brochard, affermò anzi che la tesi dello storico francese andava «rovesciata», perché non Demo- crito aveva appreso da Protagora i princìpi della gnoseologia sofistica, ma viceversa questo, Protagora, era stato «scolaro» di quello, di Democrito (Gentile). Questo tema del rapporto tra Socrate e Protagora era d’altronde essenziale nell’equilibrio del libro, perché tanto Rosmini che Gioberti avevano appunto confuso i due momenti (l’individualismo e il soggettivismo), lasciando oscillare la figura di Socrate tra Protagora e Platone: «il Gioberti» – spiegava Gentile Gli articoli di Brochard vennero ristampati in Brochard (ma si veda la 4° edizione ampliata, Paris, con l’introduzione di Delbos).   Gentile e Socrate 45 «come il Rosmini, non conosce altro soggettivismo che il falso antro- pometrismo protagoreo», e perciò, aggiungeva, si vede costretto a tro- vare in Socrate Platone, «altrimenti del maestro di Platone non si fa che una ripetizione di Protagora» (Gentile). Alla maniera di Spaventa, insomma, il soggettivismo di Socrate non andava confuso né con l’individualismo di Protagora né con la successiva dottrina pla- tonica delle idee. Questo atteggiamento spiega anche la presenza di Socrate nel saggio su La filosofia della prassi, dove, per dimostrare che Marx aveva assunto il concetto della prassi dall’idealismo, e non dal mate- rialismo, chiamò in causa il «soggettivismo di Socrate», facendo dell’antico filosofo greco il primo idealista, anzi il primo teorico della praxis: perché, spiegava Gentile, Socrate non concepiva la verità come un bene formato da trasmettersi, ma come il risultato di un «personale lavorio inquisitivo», cioè del dialogo e dell’arte maieutica: «il sapere – concludeva – importava per Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva costruzione, una continua e progressiva prassi» (Gentile). Altrove scriveva che il merito di Socrate «consiste appunto nel superamento di quella dualità di volontà e intelletto, che è presup- posta così dal determinismo come dal concetto del libero arbitrio»: e arrivava ad affermare che, se avesse approfondito questo aspetto, sa- rebbe stato condotto «al concetto hegeliano dell’unità di libertà e ne- cessità razionale» (Gentile). Di questa singolare definizione di Socrate come primo idealista, Gentile darà una spiegazione, nei Discorsi di religione, quando dirà che, con Socrate, «la filosofia acquista coscienza del suo carattere idealistico», anche se questa co- scienza «si oscurerà tante volte nel corso del suo sviluppo storico»: e quasi per dare un esempio di tale oscuramento, ricordava l’«idealismo ancora naturalistico» di Platone e Aristotele, che aveva ricompreso l’intuizione socratica nel realismo del «mondo delle idee» e in quello di «Dio, forma o atto puro, o pensiero del pen- siero. . Questi primi riferimenti, in larga parte ispirati dalla posizione di Spaventa, cominciarono a complicarsi negli anni appena successivi, quando Gentile iniziò a elaborare la filosofia dell’atto puro, e quindi, bisogna aggiungere, ad approfondire la distanza tra dialettica del pen- sato e dialettica del pensare, tra pensiero antico e pensiero moderno. Un preludio della successiva lettura di Socrate può essere indicato,  d’altronde, nella lunga recensione al Socrate di Zuccante, dove Gentile, richiamandosi implicitamente (senza mai citarla) alla posizione di Spaventa, chiarì due aspetti fondamentali della pro- pria interpretazione. In primo luogo, in un passaggio di particolare im- portanza, rielaborò e chiarì la tesi del formalismo socratico, definito appunto come la sua «gloria». Scrisse infatti: la verità è che la ricerca socratica è prevalentemente umana, perché l’uomo coi sofisti era venuto al primo piano della speculazione, segna- tamente nella rettorica. E lo stesso tentativo di sollevare a scienza la rettorica, operato dai sofisti, ne mette a nudo l’essenziale formalismo, e fa sentire il bisogno di quella più schietta e più concreta scienza dello spirito, che Socrate persegue col suo motto divino: conosci te stesso. Qui è la radice dell’unità del suo interesse speculativo, teorico, e del suo interesse morale, pratico: qui anche la radice del formalismo spe- culativo e morale, a cui s’arresta lo stesso Socrate. Il quale supera la forma rettorica con l’affermazione del contenuto della rettorica (giusto, ingiusto ecc.): ma di questo contenuto non definisce altro che la forma: il concetto come universale, non intravveduto da nessuno dei filosofi precedenti: il concetto di ogni cosa (logica) e il concetto stesso del giusto (morale). In che consiste il valore di questa scoperta, che è la gloria di Socrate (Gentile). In secondo luogo, stabilito il senso del formalismo socratico, Gentile chiariva il significato della scoperta logica di Socrate, affermando che si trattava non solo, e non tanto, della scoperta del concetto, ma del «concetto del concetto», della «essenza dello spirito»: se i filosofi prece- denti sempre avevano adoperato concetto e definizione, ora Socrate sollevava il pensare a «pensiero del pensiero», conferendo agli uomini una «seconda vista», quella della schietta universalità. Grazie a Socrate, il pensiero diventava, per la prima volta, oggetto di sé stesso, sostituendosi all’orizzonte della natura: e questo, oltre quello più limitativo dell’assenza di un contenuto assoluto, era il carattere del suo formalismo, inteso appunto come considerazione della forma logica in sé stessa. Negli scritti di questo periodo, l’accento cominciava a battere con più forza sulla continuità tra Platone e Aristotele, perché – scriveva – «con Aristotele [non] si fa un passo avanti» rispetto al metodo trascen- dente di Platone (Gentile). Non solo infatti, come precisò nella prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, Platone aveva «trasformato» il concetto socratico in «idee eterne e immobili, puro oggetto della mente»; ma iniziò a riportare la filosofia di Platone alla fonte eraclitea e soprattutto a quella parme- nidea, che ai suoi occhi costituiva il vero approdo del Teeteto e del So- fista: «Platone» – scriveva – «non vide mai altro che l’essere immobile e realmente immoltiplicabile, tal quale l’essere (fisico) degli Eleati. Qui si doveva arrestare una filosofia ignara della natura dello spirito». Più che Socrate, dunque, la filosofia di Platone in- contrava, con la teoria delle idee, l’essere di Parmenide, superando in esso anche la primitiva lezione di Cratilo. Fu nel primo volume del Sommario di pedagogia che il giudizio su Socrate cominciò ad assestarsi. Gentile vi si soffermò in due diverse parti dell’opera: in primo luogo, nella sezione su L’uomo, a proposito dei concetti; in secondo luogo, nella parte terza, su Le forme dell’educazione. Il capitolo che dedicò al «merito di Socrate sco- pritore del concetto» finì per risultare piuttosto singolare. Riconobbe a Socrate il «merito straordinario» di avere affermato «il carattere uni- versale del vero» (Gentile); ma subito aggiunse che quel con- cetto non era poi il vero concetto, il conceptus sui, ma una forma che, conseguita per via induttiva, con «un processo di generalizzazione», era piuttosto irreale, astratta, lontana dalla concreta determinazione del mondo: offrì insomma del concetto socratico una lettura singolar- mente negativa, quasi rappresentandolo nella figura degli pseudocon- cetti o finzioni che, nella Logica e nella Filosofia della pratica, Croce aveva teorizzato. Di più, in un capitolo successivo, affermò che il concetto socratico, «base dell’erronea teoria platonica e aristotelica del concetto», presupponeva la scissione tra teoria e pratica: ne- gando dunque a Socrate proprio quel merito che, come abbiamo osser- vato, gli aveva riconosciuto nel saggio su La filosofia della prassi. La considerazione trovava uno sviluppo rilevante, come si diceva, nella terza parte dell’opera, dove Gentile poneva la figura di Socrate all’origine del concetto di «educazione negativa», collocandolo sulla stessa linea che, nell’epoca moderna, avrebbe prodotto la «possente» opera di Rousseau. A questo principio dell’educazione negativa, Gen- tile tornava a rivolgere un elogio, perché capace di implicare «l’imma- nenza del divino nell’uomo»  e dunque di anticipare lo spi- rito di libertà di Rousseau: ma anche qui osservava che Platone aveva  convertito la maieutica socratica in un innatismo delle idee, come un ritorno dell’anima «a quella pura cognizione originaria che ella si reca in sé dalla nascita». Una critica, d’altronde, che si legava all’idea, sostenuta ancora nei Discorsi di religione, secondo cui il pen- siero antico non poté mai accedere al problema morale, perché privo del principio stesso della volontà (Gentile). In tutta la prima fase della sua riflessione, Gentile tenne fermo il Socrate di Spaventa, cioè la tesi del formalismo e della scoperta della soggettività universale, via via innestandovi i motivi essenziali nella propria filosofia: così, nell’Introduzione alla filosofia parlerà di So- crate come del «primo grande martire degl’interessi più profondi dell’uomo e della sua nobiltà e grandezza» (Gentile), come di colui che, con il Nosce te ipsum, aveva vinto l’antico naturalismo e sco- perto la «concezione umanistica del mondo»; e nella più tarda Filosofia dell’arte arriverà a svolgere il motivo spaventiano (e labrioliano) della mancanza di una psicologia in Socrate nella tesi, ben più radicale, dell’assenza del sentimento e, in generale, del principio dell’arte in tutto il pensiero antico (Gentile). Ma la trasforma- zione essenziale e decisiva avvenne certamente nelle opere più siste- matiche dell’attualismo, in modo particolare nel Sistema di logica, quando Socrate, come ora vedremo, acquistò il volto più complesso di fondatore del logo astratto: che era uno svolgimento dell’idea, comun- que presente in Spaventa, che proprio in lui, in Socrate, e non in Par- menide e nei filosofi presocratici, andava indicato l’autentico inizio della filosofia occidentale. Nella Teoria generale, dove il problema fondamentale era quello dell’individuo e dell’individualità, si faceva più nitido il quadro dell’intero sviluppo della filosofia greca, ponendo al centro del natu- ralismo quella che definì «la disperata posizione di Parmenide» (Gen- tile 1959b, 107), quintessenza dell’intero mondo mitico e presocratico e carattere della «seconda natura» delle idee, stabilita da Platone. Tra Parmenide e Platone, Socrate appariva come colui che aveva operato «la netta distinzione tra genere e individuo», non riuscendo certo a trovare la sintesi tra i due momenti, ma lasciando aperta, con il suo formalismo, tanto la via platonica tanto quella aristotelica. Di fronte a entrambi, a Parmenide e a Platone, Socrate era delineato come colui che «scopre il concetto come unità in cui concorre la va- rietà delle opinioni»: affermazione di grande significato,  Gentile e Socrate  perché, almeno in senso formale, indica una rottura dell’intero natu- ralismo antico, un presagio – se così può dirsi – della sintesi e della vera individualità, che solo il pensiero moderno, osservando il con- cetto come conceptus sui e come autocoscienza, arriverà, dopo il cri- stianesimo, a compiere. Però, come si diceva, solo nei due volumi del Sistema di logica, la figura di Socrate acquistò una nuova luce e un più preciso significato, all’interno della dialettica del logo astratto e del logo concreto. Possiamo dire che il punto centrale della considerazione delle forme storiche del logo astratto è proprio il passaggio da Parmenide a Socrate, che è poi il passaggio dal naturali- smo antico alla logica del pensiero pensato, inteso come momento eterno e insuperabile del logo. Il punto socratico è quello fondamen- tale, se non altro perché, superando la posizione, disperata e assurda, di Parmenide, Socrate pone, nel concetto universale, l’intero circolo del pensiero antico, che in Platone (con la teoria della divisione) e in Aristotele (con la teoria del sillogismo) troverà solo uno sviluppo coerente e un adeguamento. All’altezza della dottrina del logo astratto, Gentile segnava con meno forza, rispetto ai testi precedenti, il distacco tra So- crate e Platone, ma indicava con molta più forza la differenza tra So- crate e Parmenide. È vero che, in un passaggio non privo di ambiguità, disse che Parmenide rappresentava «il fondatore della logica dell’astratto», colui che «per primo cominciò a intendere in tutto il suo rigore il concetto del logo quale presupposto del pensiero» (Gentile). Ma subito precisò che tale fondazione del logo era in verità una negazione del pensiero, perché il suo essere, privo di determina- zione e di differenza, è in realtà mancanza di pensiero, il nulla del pen- siero, il semplice immediato: e per Gentile, così come per Spaventa, non è l’essere di Parmenide a segnare l’inizio della logica, come acca- deva in Hegel, ma il concetto universale di Socrate. È con Socrate in- fatti, come ripete più volte (concordando, per altro, con quanto Croce aveva sostenuto nella Logica), che «nasce formalmente la scienza della logica» (Gentile), che viene posto non «l’immediato essere astratto», ma la «mediazione», il «rapporto tra soggetto definito e predicato onde si definisce», per cui, concludeva, «l’astratta identità dell’essere naturale di Parmenide e di Democrito qui è vinta». E altrove   Croce.  chiariva: «la logica comincia propriamente con Socrate, quando l’es- sere spezza la dura crosta primitiva della immediatezza naturale, in cui s’era fissato nelle concezioni degli Eleati e degli Atomisti, e si me- dia nella forma più elementare possibile del pensiero: identità che sia unità di differenze» . Nel concetto socratico, nella definizione, è già tutta la logica antica, che troverà nella dialettica platonica e nel sillogismo aristotelico solo uno sviluppo necessario. Più precisamente, Socrate diventa, nel Si- stema di logica, il fondatore della logica dell’astratto, che non si esprime più nell’assurda immediatezza di A (essere naturale), ma nel rapporto A=A, che indica il principio d’identità e l’intero «circolo chiuso», come lo definì, del logo astratto: rapporto che è già rapporto di pensiero, perché il primo A si distingue dal secondo A, generando la figura del giudizio, sia pure di un giudizio analitico e definitorio. Così, il passaggio (che impegnò il secondo volume dell’opera) dal logo astratto al logo concreto indicava anche il merito e il limite della posizione socra- tica, il suo elogio e la sua critica: perché il «circolo chiuso» che Socrate aveva fondato, immettendo l’uomo nella regione del pensiero, era pur sempre un circolo, una mediazione e un movimento, e perciò inclu- deva, sia pure in maniera inconsapevole, il riferimento del pensato al pensare, dell’astratto al concreto. Lo includeva, come spiegò, nella forma «mitica» di tutto il pensiero antico, non ancora come «pensa- mento del logo astratto nel concreto», ma viceversa come «pensamento del logo concreto nell’astratto» (Gentile). La lettura del momento socratico sembrava così compiuta nei ter- mini fondamentali. Ma negli ultimi mesi della sua vita, Gentile delineò una intera storia della filosofia, che doveva fare parte della collana «La civiltà europea» della casa Sansoni, e di cui riuscì a scrivere solo la prima parte, fino a Platone. Di questa opera, che è stata pubblicata a cura di Bellezza, ci rimane, tra le carte del filosofo, l’in- dice dell’intero lavoro (che si sarebbe dovuto concludere con la consi- derazione di Varisco, Martinetti, Croce e Gentile stesso) e il manoscritto di un «prospetto» che si riferisce alla parte successiva e non scritta sulla filosofia antica, fino alla sezione terza, che avrebbe dovuto occuparsi di epicurei, stoici, scettici, accademici e neoplatonici. Archivio della “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici”, manoscritti pubblicati. Gentile e Socrate 51 In questo ultimo scritto sulla filosofia antica, Socrate diventava ve- ramente il centro dell’intera considerazione, lo snodo decisivo tra na- turalismo e metafisica. Più chiara e conseguente risultava, in primo luogo, la ricostruzione della filosofia presocratica. Le due figure prin- cipali di questa epoca, Parmenide ed Eraclito, rappresentavano due aspetti complementari della medesima intuizione della natura e del cosmo, priva della luce del pensiero: nell’essere di Parmenide, che è lo stesso fuoco di Eraclito fermato nel suo eterno ardere, si riassume il peccato capitale della prima filosofia greca, che ora Gentile definiva come «misticismo» (Gentile), come «intellettualismo» e «for- malismo», cioè – spiegava – come il primo esempio di una filosofia «che fa lavorare il cervello, ma lascia, si può dire, vuoto e inerte il cuore». E tutto il successivo atomismo, soprattutto in Demo- crito, gli appariva come l’esito naturale di tale originaria assenza del pensiero, che finì, come doveva finire, nel «pretto materialismo», dove «il pensiero è identico alla sensazione». S’intende perché, nella linea che già era stata di Spaventa, Gentile riservasse parole di elogio alla sofistica: a Protagora, come a colui che scopre «il tarlo se- greto che rode questo essere a cui pur tutto, per chi pensa e ragiona, si riduce», e che costituisce, dunque, tanto l’autocritica in- terna quanto il logico compimento del naturalismo eleatico; e soprat- tutto a Gorgia, che scopre «la potenza della parola», di quell’elemento attivo e umano che l’essere di Parmenide non poteva includere né spie- gare: una potenza, quella della parola, che rappresenta l’emergere di un nuovo mondo, di cui «non siamo più soltanto gli spettatori, ma vi facciamo da attori». Sono i sofisti, perciò, che «preparano Socrate e tutta la filosofia del logo che ne deriva», che «rendono possibile la scoperta di questo nuovo mondo». E il capitolo su Socrate, come si diceva, co- stituisce il cuore di tutta l’interpretazione che qui Gentile proponeva del pensiero antico. A differenza di Labriola, anzi tutto, e in parte an- che di Spaventa, Gentile mostrava di privilegiare nettamente il Socrate di Aristotele, considerando inattendibile la descrizione di Senofonte, che ne fa «un troppo bonario e grossolano pensatore», e in fondo anche quella di Platone, che nei dialoghi presenta «un Socrate idealizzato e platonizzante»: «il Socrate storico – scriveva – non è il Socrate platonico». «Più attendibile» dunque Aristotele, pur  «ne’ suoi cenni sommari», perché in Aristotele emerge- rebbe la vera fisionomia di Socrate, autore di una sola ma fondamen- tale scoperta, quella del concetto, o meglio della definizione e del giu- dizio, cioè del pensiero: non il termine, ma il giudizio, «quel giudizio che come atto del pensiero rivolto all’essere naturale Parmenide e i seguaci suoi avevano dimostrato impossibile».  Così Socrate compie il «passo gigantesco», «trova il pensiero», e «il pensiero, per la prima volta, si viene a trovare alla presenza di se stesso: di se stesso nell’oggetto che può conoscere, e conosce».. Per questo, e solo per questo, Socrate rimane per sempre «il modello da imitare» per ogni filosofo successivo, come «una delle incarnazioni più splendide dell’ideale umano, se umanità vuol dire, come vide So- crate, pensiero». La preferenza che Gentile accordava alla fonte aristotelica derivava, d’altronde, da un lungo percorso, che aveva trovato nella discussione con Zuccante un punto di particolare chiarezza. In quella oc- casione, appoggiandosi ad alcune analisi di Gomperz e soprattutto di Joël, aveva definito i Memorabili come l’opera «più sciagurata uscita dalla penna di Senofonte: pesante, monotona, tutta infarcita di banalità e di vere caricature dello spiritoso e malizioso dialogo socratico» (Gentile), soprattutto per la tendenza ad attribuire a Socrate «una specie di prammatismo», eliminando quell’elemento «logicistico» che per Gentile ne costituiva, invece, il tratto saliente. Di conseguenza, aveva rifiutato l’intera impostazione di Labriola, che aveva as- sunto il «Socrate senofonteo» come la pietra di paragone di ogni altra testimonianza. Non si può tacere che, in tale uso delle fonti, si celava una certa tendenziosità e forse qualche equivoco. Anzi tutto, come è facile osservare, il richiamo ad Aristotele era, in verità, un riferimento quasi esclusivo ai passi della Metafisica su Socrate come «fondatore della filosofia concettuale» e «scopritore dell’universale» (Maier), con una larga sottovalutazione di quanto, nella fonte aristotelica, rinviava alle dottrine etiche e morali. Anche la contrappo- sizione fra la testimonianza aristotelica e quella senofontea, seppure giustificata da un dibattito interpretativo allora in corso (si pensi alle 18 Si ricordino, a questo proposito (soprattutto con riferimento a Labriola, il cui scritto è definito «il migliore studio italiano sull’argomento», e a Joël), le osservazioni di Calogero nella voce Socrate del dell’Enciclopedia italiana.   Gentile e Socrate diverse letture di Döring e di Joël), trascurava i possibili legami che alcuni autori, come Heinrich Maier o Georg Busolt, avevano stabilito tra i passi socratici di Aristotele e i Memorabili senofon- tei19. Si trattava, insomma, di una semplificazione del ben più arduo problema delle fonti socratiche, ma di una semplificazione necessaria affinché, nel discorso di Gentile sulla filosofia antica, emergesse in piena luce il posto assegnato a Socrate, come iniziatore della logica e superatore del precedente naturalismo. Dunque Socrate appariva, nelle pagine che ora Gentile vi dedicava, come la rappresentazione vivente della scoperta del concetto come giudizio, e a questo principio del logo andavano ricondotti tutti gli aspetti della biografia. Socrate fu, pertanto, il maggiore dei Sofisti (Gentile), perché convertì la parola di Gorgia nella nuova «fede nel pensiero», restituendo a quel mondo umano, che pure i sofi- sti, con la loro opera distruttiva, avevano scoperto, il pregio dell’uni- versalità e della verità. Questo era il senso dell’ironia e del dialogo: il dialogo, possiamo dire, si superava nel logo, e si risolveva in esso, per- ché, come aveva chiarito Platone nel Teeteto, era in verità un monologo, «un interno dialogare della mente con se stessa» (ibid., 170), dove il concetto unico e universale costituiva il presupposto e la mèta, l’inizio e la fine, dentro cui i dialoganti, lungi dal distinguersi, si unificavano come simboli di un solo ritmo logico. Certo Gentile riprendeva lette- ralmente l’indicazione spaventiana del «formalismo socratico», ma in certo modo, come ora vedremo, ne metteva piuttosto in rilievo l’aspetto positivo, schiettamente logico, rispetto alla costru- zione successiva di una metafisica, culminante nell’opera di Platone. «Formalismo» significava, perciò, visione formale del concetto e del giudizio, fede nella forma del pensiero, non ancora fissato in un tra- scendente mondo delle idee. Per molte ragioni non potrebbe dirsi che Gentile trasformasse la fi- gura di Socrate in quella di un precursore dell’attualismo, come per esempio era accaduto, a proposito di Gesù di Nazareth, ad Omodeo o a Ruggiero: la sua prosa si manteneva più sobria, [Si ricordi la netta affermazione del Maier, che risale all’edizione di Tubinga del Sokrates: «debbo confessare che mi riesce incomprensibile come mai si siano potute dare tanta importanza e tanta fiducia alle sue [di Aristotele] scarse osservazioni» (Maier) controllata, ma certamente tendeva ad assegnare a Socrate un valore unico in tutto l’orizzonte della filosofia antica20. Il «formalismo» indi- cava un merito, non un difetto. E in tutto il capitolo sull’«essere come concetto», ne sottolineò l’importanza, senza mai indicare il limite della visione socratica. Limite che emerse piuttosto nelle pagine successive, quelle sull’«essere come idea», dove, per spiegare il passaggio a Pla- tone, accennò pure al «problema centrale di Socrate», consistente nel «dualismo da vincere» tra il mondo umano e il mondo naturale, tra il concetto e l’esperienza, perché – scriveva – Socrate «non aveva saputo dir nulla di quella natura che ci sta davanti, in cui si nasce, si vive e si muore, e con cui all’uomo che pensa per concetti rimane pur sempre da fare i conti» (Gentile). Era necessario segnare il limite di Socrate, per offrire una spiegazione del passaggio successivo, quando il suo «formalismo» ripiegò in una compiuta metafisica, tornando di fatto al naturalismo e al mito eleatico dell’essere immutabile. E il lungo capitolo sull’«essere come idea», che copre quasi la metà della parte scritta dell’opera, costituisce in effetti una delle pagine più importanti, e in fondo drammatiche, che Gentile abbia composto negli ultimi giorni della sua vita. Parlò di «un nuovo abisso, che si de- lineava tra Socrate e Platone, come quello che aveva diviso la filosofia umana di Socrate da quella naturalistica che lo aveva preceduto; e ne preparò l’analisi con una sottile considerazione delle scuole socrati- che minori, culminante nella figura di Euclide, che «proveniva dall’eleatismo» e che per primo, inaugurando l’opera che sarà di Pla- tone, «trasferiva il concetto o universale socratico dalla mente dell’uomo nella realtà in sé. Di fronte al dualismo irri- solto di Socrate, tornava, fin da Aristippo o Teodoro, il vento gelido della vecchia cultura, che riempiva il «formalismo» di un contenuto antico, quello della natura, della trascendenza, del realismo. Platone stesso, in fondo, compì questa opera necessaria, appoggiandosi ai suoi veri maestri, l’«eracliteo Cratilo» e Parmenide, e ab- batté «la barriera tra l’umano e il divino», innalzandovi sopra quell’edificio possente che è la metafisica. All’analogia tra Socrate e Gesù, Gentile aveva fatto riferimento nella recensione a G. Zuccante, Socrate. Fonti, ambiente, vita, dottrina (Gentile). Per Omodeo, il rinvio è a Omodeo; per Ruggiero, al primo volume di Ruggiero Gentile e Socrate Quando, in una decina di pagine di forte intensità, entrò all’interno di questo meccanismo, e cercò di spiegare con più precisione il passag- gio che si era consumato dal formalismo di Socrate alla metafisica di Platone, Gentile non mancò di osservare che la «soluzione» che la dot- trina delle idee aveva dato al «problema» di Socrate, unificando ciò che nel maestro si conservava diviso, era in fondo fallimen- tare, perché metteva capo a un nuovo e più duro dualismo, quello che si apriva tra eraclitismo ed eleatismo: due anime – scrisse – inconciliabili: né Platone riuscì più a mettere una a tacere, come in qualche modo erano riusciti a fare Parmenide ed Era- clito e lo stesso Socrate. Il poderoso sforzo da lui tentato di strin- gere insieme le due opposte esigenze pur nella forza indomabile dell’energia con cui esse reciprocamente si escludono, non potrà non fallire. La vicenda post-socratica delineava dunque la storia di un falli- mento; e di un fallimento, bisogna aggiungere, che aveva un prezzo elevato per la filosofia: perché l’idea di Platone altro non era che l’es- sere di Parmenide («dire idea – scriveva – è lo stesso che dire essere») e il dialogo, che Socrate aveva coltivato come ricerca sogget- tiva della verità, si irretiva nella dialettica oggettiva delle idee trascen- denti, dell’essere, nella «dialettica consistente nella relazione che hanno le idee in se stesse», in «dialettica oggettiva, che è norma e fine della soggettiva» Gentile parlava bensì di conquista del pensiero platonico, di progresso, ma in tutta la sua pagina circolava l’impressione del regresso e della decadenza, del passo indietro, della chiusura metafisica. Impressione che si fece nitida nel brano in cui, mettendo a diretto confronto i due filosofi, Socrate e Platone, affermò che il primo, di fronte all’antico naturalismo, aveva scoperto il pen- siero come «relazione», «soggetto, predicato e loro relazione», mentre l’altro quella relazione aveva ricondotta «in un’idea suprema», unica e universale, e perciò l’aveva annientata e assorbita nell’ordine ogget- tivo dell’essere che nega e dissolve il pensiero: «quest’idea – spiegava – pel fatto stesso che totalizza la relazione, l’annienta; perché l’idea delle idee, essendo unica, è irrelativa». E dunque metteva capo all’«unità massiccia, immota, morta, che è tutto un blocco, da prendere  LA BANDIERA DI SOCRATE o lasciare. Proprio come l’Essere eleatico. Pare pensiero, e non è. Che era una critica della metafisica platonica e, al tempo stesso, il più alto riconoscimento a Socrate: il quale restava, così, al centro di questa storia, come una possibilità inesplosa dell’antico, che solo il pensiero moderno, dopo il cristianesimo, avrebbe ripreso e realizzato. Nota bibliografica BERTINI, “Considerazioni sulla dottrina di Socrate.” Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Opere varie. Biella: Amosso. CERASUOLO.“Il “Socrate” di Labriola.” In La cultura classica a Napoli. Napoli: Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Classica dell’Università degli Studi di Napoli. BROCHARD, Études de philosophie ancienne et de philosophie moderne. Paris: Alcan. COLLI. Biblioteche di filosofi nella biblioteca di filosofia della Sapienza romana.” Culture del testo e del documento. CROCE, Logica come scienza del concetto puro, Bari: Laterza. DE RUGGIERO, GUIDO, Filosofia del cristianesimo, Dalle origini a Nicea. Bari: Laterza. GENTILE Recensione a Zuccante, Socrate. Fonti, am- biente, vita, dottrina (Torino). La Critica. Sistema di logica come teoria del conoscere. Firenze: Sansoni. Rosmini e Gioberti. Saggio storico sulla filosofia italiana del Risorgi- mento. Firenze: Sansoni. Sistema di logica come teoria del conoscere. Firenze: Sansoni. La filosofia di Marx. Firenze: Sansoni. Teoria generale dello spirito come atto puro. Firenze: Sansoni. Storia della filosofia (dalle origini a Platone), a cura di V.A. Bellezza. Firenze: Sansoni. La religione. Firenze: Sansoni. Gentile e Socrate. La riforma della dialettica hegeliana. Firenze: Sansoni. La filosofia dell’arte. Firenze: Sansoni. Introduzione alla filosofia. Firenze: Sansoni. Sommario di pedagogia come scienza filosofica. Firenze: Sansoni. Spaventa. Firenze: Le Lettere. HEGEL, GEORG WILHELM FRIEDRICH, Lezioni sulla storia della filosofia. Firenze: La Nuova Italia. Lezioni sulla storia della filosofia (vol. II). Firenze: La Nuova Italia. Scienza della logica. Roma-Bari: Laterza. LABRIOLA,“La dottrina di Socrate secondo Senofonte Platone ed Aristotele.” In Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell’educa- zione, a cura di L. Basile e L. Steardo. Milano: Bompiani. MAIER, Socrate. La sua opera e il suo posto nella storia. Firenze: La Nuova Italia, ed. or. Sokrates: sein Werk und seine geschichtliche Stellung. Tübingen: Mohr. MUSTÈ, “Il senso della dialettica nella filosofia di Bertrando Spaventa.” Filosofia italiana. OMODEO, Gesù e le origini del cristianesimo. Messina: Princi- pato, POGGI, STEFANO, Introduzione a Labriola. Roma-Bari: Laterza. PUNZO Labriola. Celebrazioni del centenario della morte. Cassino: Edizioni Dell’università Degli Studi di Cassino, RITTER, Histoire de la philosophie ancienne, 4 voll., traduit de l’allemand par C.J. Tissot. Paris: Ladrange, SPAVENTA. Lettere, scritti e documenti pubblicati da Benedetto Croce. Napoli: Morano, SPAVENTA, Opere, a cura di Gentile. Firenze: Sansoni. NOME COMPIUTO: Marcello Mustè. Mustè. Keywords: la filosofia dell’idealismo italiano, popolarismo, governo federativo, democrazia, kratos – natoli, il potere – un concetto di kratos – dirito, il principio politico, liberalismo – H. P. Grice, “liberal” --, partito liberale italiano, comunismo,  il libero economico, il libero etico, libero politico, ri-sorgimento italiano, libertà del volere, “Gentile e Socrrate” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mustè” – The Swimming-Pool Library.

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