GRICE ITALO A-Z M MU
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Musatti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’erote collettivo
– filosofia fascista – filosofia del ventennio – Gruppo universario fascista – la
scuola di Dolo -- la scuola di Venezia -- filosofia veneziana -- filosofia
veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Dolo). Abstract. Grice: “In my ‘Personal identity’, I focus
on Gallie’s ‘Someone is hearing a noise.’ It was ages later that I realised
that that verbs require a plural subject – il ‘noi’ colletivo as M. calls it –
such as ‘co-operate.’ The grammar is complicated. We need a pirot to talk, and
we neeed a pirot to EXPRESS what he says – we need a pirot to be helpful. It
may be argued that ‘cooperation’ does not quite equate to ‘helpfulness.’ But my
weak transcendental justification of rational co-operation behind conversation
depends on the ability of one pirot to represent the existence of some other
pirot, and act in ways that the first pirot furthers the second pirot’s goal,
and vice versa!” -- Filosofo italiano. Dolo, Venezia, Veneto. Grice: “Musatti
reminds me of Malcolm, “Tonight I had a dream,”” – Grice: “Musatti has explored
the implicatures of ‘who’s afraid of the big bad wolf?’, which comes strictly
from Grimm – this is a rhetorical question – and Grimm is implicating that
nobody should!” -- Ccesare luigi eugenio musatti. Tra i primi che posero le basi della psicoanalisi, in
Italia. Nato a Dolo, sulla riviera del Brenta, nella Villa Musatti a del
nonno paterno in cui i parenti erano soliti trascorrere la villeggiatura.
Figlio di Elia, ebreo veneziano e deputato socialista amico di G. Matteotti, e
della napoletana Emma Leanza, non fu né circonciso, né battezzato -- durante le
persecuzioni razziali si procura un falso certificato di battesimo dalla
parrocchia di Santa Maria in Transpontina di Roma -- e non professa mai alcun
credo religioso. Frequenta il liceo Foscarini di Venezia, poi si iscrive
dapprima alla facoltà di Scienze dell'Padova per il corso di Ingegneria, e
immediatamente dopo alla facoltà di Lettere e Filosofia, dove si laurea in
filosofia. Dopo la laurea, si iscrisse per due anni al corso di Matematica
della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali di Padova, ma non
sostenne esame alcuno. A diciannove anni fu chiamato a Roma per il
servizio di leva. Dopo un periodo di addestramento a Torino, e mandato al
fronte come ufficiale, con impegni marginali. Finita la guerra tornò a Padova
per terminare gli studi. Sulla cattedra di Psicologia Sperimentale c'era
Vittorio Benussi, allora chiamato per chiara fama a insegnare a Padova
dall'Graz. Si laurea in filosofia e l'anno successivo divenne assistente
volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale. Benussi si uccise con il
cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle
mani di M. e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi
divenne sua moglie. Il suicidio di Benussi fu scoperto da Musatti, il quale
però lo nascose per paura di ripercussioni negative sulla psicologia italiana
in una situazione di fragilità e precarietà accademica, sottoposta a pressioni
da parte sia del regime fascista, con le sue istanze gentiliane, che della
Chiesa Cattolica. Negli anni ottanta M. rivelò che Benussi s'era suicidato, non
era morto a causa di un malore. Musatti divenne direttore del Laboratorio
di Psicologia dell'Padova. Porta in Italia la Psicologia della Forma con
importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la
psicologia della Gestalt, divenne il primo studioso italiano di
psicoanalisi. Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi,
introdotta in Italia da Benussi, approdò alla psicoanalisi, sulla quale tenne
il primo corso universitario italiano. Il corso si tenne presso a Padova. Divenne
allora uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani della
psicoanalisi. Nell'Italia le teorie di Freud non erano state accolte bene né
dalle Università, né dalla Chiesa cattolica, a causa dell'ideologia culturale
gentiliana assunta dal fascismo. La Società psicoanalitica italiana venne
limitata anche dalle leggi razziali fasciste che colpirono i membri ebrei della
società. Benché non fosse ebreo (poiché figlio di madre cattolica), e
allontanato dall'insegnamento a Urbino e declassato ad insegnante di liceo. Nominato
professore di Filosofia al Liceo Parini di Milano. Si ritrova con L. Basso, Ferrazzutto e altri vecchi socialisti
con l'intento di creare un partito erede del Partito Socialista Italiano; ebbe
l'incarico di trovare denaro per una prima organizzazione e di allacciare
rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti lavorò anche durante la
guerra. Nel periodo dell'occupazione nazista, fu tratto in salvo dall'avvocato
Paolo Toffanin, fratello diToffanin, che lo aiutò a trasferirsi a Ivrea, ospite
dell'amico Adriano Olivetti. Con il suo sostegno fondò un centro di psicologia
del lavoro. Ricoprì anche l'incarico di direttore della Scuola Allievi
Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati.
Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte
francese. Ottenne all'Università degli Studi di Milano la prima cattedra
di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia. Vi insegnò per venti anni. A Milano ebbe il periodo più florido
della sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano le sue lezioni. M. fu
il leader del movimento psicoanalitico italiano nei primi anni del dopoguerra.
A quel periodo risale il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi.
Divenne direttore della “Rivista di psicoanalisi”. Presidente del Centro
Milanese di Psicoanalisi fondato da Franco Ciprandi, Renato Sigurtà e Pietro
Veltri, che gli verrà intitolato dopo la sua morte. Nel 1976 è diventato
curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa
Editrice Bollati Boringhieri di Torino. Vecchiaia La località a lui
dedicata Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui Il pronipote di
Giulio Cesare, che gli fece vincere il Premio Viareggio. Fu eletto per due
volte consigliere comunale di Milano nella lista del PSIUP e fu anche
consulente del Tribunale dei Minori del capoluogo lombardo. Sostenne sempre la
pace, il progresso dei lavoratori, l'emancipazione femminile ed i diritti
civili. M. era ateo, come ebbe a dichiarare in più occasioni, l'ultima
delle quali in uno dei martedì filosofici del Casinò di Sanremo. Muore nella
sua abitazione di via Sabbatini a Milano. L'indomani dopo una cerimonia laica
di commiato celebrata in forma strettamente privata, la sua salma e cremata a Lambrate. Le sue ceneri sono
tumulate, secondo le sue ultime volontà, nel cimitero comunale di Brinzio, località
in cui era solito trascorrere i periodi di vacanza. Il suo archivio è
conservato presso l'Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana
dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il comune di Dolo ha
ribattezzato la sua località natale Casello 12 località M. e gli ha intitolato
il locale istituto professionale. Musatti e il suicidio di Benussi Anche
dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio, non parla mai
volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso di
Dolo emerge un'intervista. Nell'intervista M. confessa di sognare a volte che
in una caserma dei carabinieri in cui viene tradotto, il commissario lo
interroga sulla morte di tre sue mogli (si sposò quattro volte), decedute
tragicamente, e di Vittorio Benussi. A fine colloquio il militare lo intima di
confessare di aver ucciso il maestro per prendere la cattedra di psicologia.
«Io gli rispondoprosegue Musatti, da buon psicoanalistache sicuramente nel mio
subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il
commissario, che non capiva nulla di subconscio, decide: “Mi spiace professore,
ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario,
perché si tratta di delitti commessi più di cinquant'anni fa, e quindi sono
prescritti!”». ‘Cesare’ è un riferimento al pro-zio M., medico pediatra,
uno che aveva visitato il piccolo, nato settimino. ‘Luigi’ e il nome del bonno
materno (L. Leanza, morto in carcere, partecipa alla rivolta anti-borbonica); ‘Eugenio’
e il nome di un altro pro-zio paterno, lo storico Eugenio Musatti; Musatti.
Forse la psicoanalisi è nata e morta con lui. Il nome allude alla fermata della
tranvia Padova-Malcontenta-Fusina che il nonno, presidente della Società Veneta
Lagunare, odierna ACTV, aveva fatto aprire per raggiungere più agevolmente
Venezia. Musatti IX-XIII. Archivio dell'Università degli Studi di
Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di Lettere e filosofia, Padova,
Carriere scolastiche della Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali,
Opuscolo del Centro Milanese di Psicoanalisi, a cura del Comitato Direttivo,
redatto da L. Ambrosiano Capazzi Gammaro Moroni, Reatto, Schwartz, M. Sforza, Stufflesser,
Milano Per una storia del Centro
Milanese di Psicoanalisi Chiari, Seminario presso il Centro Milanese di
Psicoanalisi Cesare Musatti, Milano Freud,
Opere (Torino, Boringhieri); S. Giacomoni, Cerimonia privata per M., la
Repubblica, è consultabile sul
dell'Aspi, all'indirizzo web AspiArchivio storico della psicologia
italiana, Università degli studi di Milano-Bicocca. D. Mont D'Arpizio, Vittorio
Benussi, Padre della psicologia padovana, in La Difesa del popolo, Mille anni
di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della
Scienza di Firenze, Mia sorella gemella
la psicoanalisi, 1Pordenone, Edizioni Studio Tesi,Luciano Mecacci, M. voce
dell'Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti. Il contributo italiano
alla storia del pensiero. Ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana. Saggi: “Analisi del concetto di realtà empirica” (Solco, Città di
Castello); “Forma e assimilazione,” in: Archivio italiano di psicologia,
“Elementi di psicologia della testimonianza” (Rizzoli, Forma e movimento” (Ferrari,
Venezia, da: Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Gl’elementi
della psicologia della forma, Gruppo Universitario Fascista, Padova, Trattato
di psico-analisi (Boringhieri, Torino); Super io individuale e Super io
collettivo (Olschki, Firenze); Condizioni dell'esperienza e fondazione della
psicologia” (Universitaria, Firenze, Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e
incursioni nel mondo delle immagini (Boringhieri, Torino); Svevo e la
psicoanalisi (Olschki, Firenze); I rapporti personali Freud-Jung attraverso il
carteggio, Olschki, Firenze, Commemorazione accademica, Olschki, Firenze Nino
Valeri, Olschki Firenze, Il pronipote di Giulio Cesare, Mondadori Milano A
ciascuno la sua morte (Olschki, Firenze); Hanno cancellato Livorno (Olschki,
Firenze); Mia sorella gemella la psicoanalisi (Riuniti, Roma). Una famiglia
diversa ed un analista di campagna, Olschki, Firenze, Questa notte ho fatto un sogno, Riuniti, Roma,
Chi ha paura del lupo cattivo?, Riuniti, Roma, Psicoanalisti e pazienti a
teatro, a teatro (Mondadori, Milano); Leggere Freud, Bollati Boringhieri,
Torino, Curar nevrotici con la propria auto-analisi, Mondadori, Milano:
Geometrie non-euclidee e problema della conoscenza, Aurelio Molaro, prefazione
di Mauro Antonelli, Mimesis, Milano,Treccani Enciclopedie oIstituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. siusa.archivi.beniculturali, italiana di Cesare
Musatti, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. NOME
COMPIUTO: Cesare L. Musatti. Cesare Musatti. Musatti. Keywords: erote, Gruppo
Universitario fascista, il collettivo di Jung, l’ego e il noi collettivo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Musatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Musonio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del Musonio di Gentile -- Roma – la scuola di Bolsena -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Bolsena). Abstract. Grice:
“I don’t know if it was Ryle, but for years, Roman philosophy was a no-no at
Oxford. Gone were the days of Walter Pater and his Marius The Epicurean!” -- Filosofo
italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Esercita un
forte influsso sui contemporanei. Di famiglia equestre dell’etrusca
Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di filosofo l’invidia
di Nerone. Segue Rubellio Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a
togliersi la vita quando Nerone lo condanna a morte. Ritorna a Roma, dove
e bandito insieme con Cornuto in occasione della congiura
di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros nelle Cicladi, ove per la
sua rinomanza attira uditori da ogni parte.Verosimilmente richiamato a Roma
da GALBA, negli ultimi giorni di Vitellio si une ad una ambasceria del
Senato presso Antonio Primo per perorare la causa della pace fra i suoi
soldati, ma senza successo.Quando Vespasiano assunse il potere, M. accusa
davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale delatore e falso testimonio nel
processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse dalla prima espulsione dei
filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per la seconda volta ; però Tito,
che già lo aveva conosciuto, lo richiamò dopo la sua assunzione al trono. In
seguito mancano notizie su di lui, ma da una lettera di Plinio il Giovane
sembra che non fosse più in vita. Non risulta che abbia composto e pubblicato scritti,
anzi sembra che si sia servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale,
però, rimangono frammenti abbastanza numerosi. Essi comprendono 19 brevi
apoftegmi conservati da Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; altri
apoftegmi e trattazioni filosofiche relativamente ampie raccolti da Epitteto
nel suo insegnamento-È e trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo
; esposizioni o lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte
più estesa dei frammenti. È verosimile che provengano da uno scritto di quel
Lucio che si è già ricordato e che si deve ritenere la fonte più importante
dello Stobeo. Un’altra è Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione
(probabilmente Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) compone
Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. È giudicata falsa una lettera
di Musonio a un certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i
frammenti di M, e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o
alla dipendenza di questo da uno scritto di Lucio o alla derivazione di ambedue
da una fonte più antica. Della forte azione di Musonio sui contemporanei sono
prova i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano (oltre al genero
Artemidoro, amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione
di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni
romani, come Plauto, Sorano e Minicio Fundano. M. si avvicina ai cinici
nell’assegnare alla filosofia finalità radicalmente etico-pratiche, accetta
spunti dell’ascetismo dei crotonesi. Ma nel complesso dipende dal Portico con
influssi posidoniani. Nel sno insegnamento non trascura le esercitazioni
logiche e i frammenti toccano argomenti di fisica, ma ciò che vi è
detto degli dei, designati con le denominazioni della religione
tradizionale, non supera la sfera del pensiero comune e non ha carattere
filosofico determinato. Invece riporta al Portico l'affermazione della
necessità universale, che equivale alla teoria del fato. Però l'interesse di M.
si concentra sulla funzione pratica della filosofia, che è assolutamente
necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta dai filosofi dai Cinargo) gli
uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale dev'essere
prestata dalla filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle donne non meno
che agli uomini. La filosofia però è identificata alla ricerca e alla
realizzazione della virtù, per conseguire la quale non vi è necessità di molti
discorsi, nè di molte teorie. Inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore
importanza dell’insegnamento o del discorso. Siccome la natura ha posto in ogni
uomo i germi della virtù, se il discepolo non è stato corrotto, una breve
dimostrazione è sufficiente per fargli riconoscere i principi etici
giusti. Ciò che soprattutto importa è che maestro e discepolo uniformino
la loro condotta ai propri principi. Si comprende che M. si interessasse in
primo luogo della formazione etica degli scolari. Nell’insieme, la morale
di M. si conforma alle dottrine tradizionali del Portico. Occorre distinguere
ciò che è e ciò che non è in nostro potere. Ora da noi dipende soltanto l’uso
delle rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male,
dalle quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi
l'intenzione quale atteggiamento interiore della volontà. In la volonta, se è
retta, consiste la libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende
da noi e perciò rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci
all’ordine necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca.
Soltanto la virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è
indifferente. Però, per rafforzare la volontà, M. ritene necessario, oltre
l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè,
essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare
ambedue. In generale raccoman, avvicinandosi ai filosofi del Cinargo, la vita
semplice e conforme alla natura e accoglie dai crotonesi, il divieto dei
cibi carnei. Oltrepassando le opinioni di molti antichi filosofi del portico,
esige una vita morale severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la
limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti
di Musonio rivelano un’anima nobile e retta, appassionata per il bene e guidata
dal desiderio di educare gli spiriti, ma a queste doti non corrisponde il
valore scientifico degli insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto
mediocri e privi di originalità. Inoltre non si può trovare nelle sue parole
l’espressione di una visione della vita vibrante di dolore e di amore simile a
quella di Seneca. Gaio Musonio Rufo. M. (Volsinii) è un filosofo
romano. Frammento di papiro (P. Harr.Col.), con parte di una
diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in
Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso
Plinio il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia
(presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad
Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei
confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e
figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era
comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens,
e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di
un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o
gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza
tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio
Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato
da Roma in via precauzionale da Nerone, M. lo segue in Asia. Due anni dopo giunge
l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,
in concomitanza della congiura di Pisone,
e mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros,
inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrità morale
e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati
da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a
GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra
civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo
episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in
pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era
teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si
impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli
ambasciatori M., di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti
dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati
con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò
fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava
chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo
stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente
stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad
intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso
non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria
dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora Musonio Rufo
attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Sorano con una falsa
testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle
delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di Sorano
e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando
contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta avanti con
tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso allora di ri-aprire
il processo tra M. e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani di
Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei
magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era,
infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale.
Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto
aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a
Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente.»
Più tardi M. riusce a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata
dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto
da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli
altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fa uccidere
Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio minore si
apprende che egli non era più in vita. Si proclama suo discendente il
poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario,
sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non
lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si
ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di
cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono
intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per un problema” “Su chi
nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le donne dovrebbero
studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei
figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare la
filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un principe
deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo perseguirà
qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono appropriati
per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine principale del
matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della filosofia?” “Ogni
bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna obbedire ai propri
genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior viatico per la vecchiaia?”
“Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo
stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta una questione iniziale,
poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo
figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il
medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica
si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto
rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano, inoltre, frammenti
minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in
numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che
potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di
Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo abbastanza da
rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un aneddoto in Elio
Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione).
Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. M.
rappresenta, con Epitteto, Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più
significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi
corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo
tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero
radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e
onestamente, cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti.
Il ruolo della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più
utile, in quanto ci persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere
sono un bene, e che né la morte, né la povertà, né il dolore sono un male;
quindi questi ultimi non sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da
sola ci impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il
filosofo si occupi di studio della virtù. La persona che afferma di studiare
filosofia deve praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche
altra attività, perché la filosofia è più importante e più difficile da
comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di
altre abilità, le persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro
anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che
impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come
conoscenza teorica. Piuttosto, M. insiste sul fatto che la pratica è più
importante della teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più
efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a
vivere senza errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può
aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di
vivere virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico
esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilità senza errori. In una delle sue diatribe, si
racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve
proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo,
utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è
proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la
giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per
possedere autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità,
capacità di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore
e deve essere privo di errori. La filosofia, sosteneva M., è l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re
aderisse ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere
umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima richiede
maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al freddo, al
caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro,
all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo M.. L'opposizione di M. alla vita lussuosa si estendeva
alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso
desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. M. condanna tutti questi atti
sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali finalizzati
alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia l'adulterio
come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio contro
natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere vergognoso è vile
nella sua mancanza di autocontrollo. M. difende l'agricoltura come un'occupazione
adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o all'insegnamento
di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio sottolineano
l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha sottolineato che ciò che
si mangia ha conseguenze significative. Crede che padroneggiare il proprio
appetito per il cibo e le bevande fosse la base dell'autocontrollo, una virtù
vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e rafforzare il corpo e
sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo non ci dà alcun
piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo supera di gran lunga
il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre il corpo, non il
consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo scopo quando lo
digeriamo, non quando lo gustiamo. M. sostenne la sua convinzione che le
donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica degli uomini con i
seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso
potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione è buona o
cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli stessi
sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi
condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto,
le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità con
essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle azioni
nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse M., è altrettanto
appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino come vivere
onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ 1305: «Figlio di
Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e stoico,
vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri.
Ci sono anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad
Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo
eccesso di libertà e ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che
portano il suo nome e anche le lettere. Epistole. Di origine etrusca: cfr.
Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Pittau, “Dizionario della lingua
etrusca (DETR), Dublino. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14.
Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, Girolamo, Chronicon, a. 2095:Titus
Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c),
inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e M.. Cameron, Avienus or Avienius?, in
"Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik". L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense:
sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento
in cui M. parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecia al bando del suo maestro. Nella diatriba Lucio
riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi,
che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. -- nell'edizione
Hence. Una delle due è una lunga lettera scritta da M. a Pancratide sul tema
dell'educazione dei suoi figli. Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re
dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La
maestà è caratteristica del re che incute timore reverenziale, la crudeltà di
quello che ispira paura» (in Stobeo, IV 7, 16). A differenza del suo allievo
Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, M. sottolinea l'interdipendenza
tra anima e corpo. Questa visione, del tutto coerente con il panteismo stoico,
non è estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; Nussbaum, The Incomplete
Feminism of M., Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic
Experience and Sexual Ethics in Ancient and Rome, Nussbaum and J. Sihvola,
Chicago. Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hence (Lipsia,
Teubner); Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, Yale classical studies. Dillon, M. and Education in the Good Life: A Model of
Teaching and Living Virtue. University Press of America. Laurenti, Musonio,
maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. Berlino, de
Gruyter, King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. Create Space. DOTTARELLI,
M. l'etrusco. La filosofia come scienza di vita” (Roma, Annulli). Musònio Rufo,
Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M., su Encyclopedia of Philosophy. Opere
di Gaio Musonio Rufo, su Open Library, Archive. VDM Stoicismo. Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Filosofi romani Filosofi del II
secoloRomani del II secoloStoici[altre] Grice e Tito – La clemenza di Tito –
“Titus M. Rufum philosophy revocat. Amico di Musonio. Grice e Galba. Grice e
Nerone – Grice e Vespasiano. Gaio M. Rufo, figlio di Capitone e degli stoici di
maggior grido in quell'età, e uno di quelli che si guadagnarono un maggior
numero di seguaci per l'efficacia del loro insegnamento. Plinio Secondo
infatti, lodando le virtú singolari del suo amico Artemidoro, assicura che per
esse ei merito che a C. M. ex omnibus omnium ordinum adsectatoribus gener
adsumeretur. E di Volsinio, in Etruria. Ma non si può dire se fosse nato sotto
Claudio o sotto Caligola. Benché sia più probabile la seconda supposizione. Appartenne
all'ordine equestre. L'incontriamo la prima volta in Roma, quando ne è mandato
in esilio da Nerone in quella serie di condanne che segui alla sventata
congiura di Pisone. A lui, come a Verginio Flavo, celebre maestro di retorica,
nocque, secondo Tacito, claritudo nominis nam Verginius studia iuvenum eloquentia,
Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Tre anni innanzi era nell'Asia Minore
presso Rubellio Plauto, insieme con un altro filosofo, Cerano,il quale non si
trova nominato in altro luogo. Sicché è probabile che egli non tornasse in Roma
se non dopo la morte di Rubellio, per seguire il quale aveva dovuto lasciar
Roma, quando a Rubellio per ordine di Nerone convenne ritirarsi in Asia. Se,
adunque, il nostro M. poté essere il filosofo di Rubellio Plauto, del quale
vedremo con che ardore proseguisse lo stoicismo, la frase di Tacito ci dice che
egli dove esercitare in Roma l'insegnamento pubblico. Le relazioni avute con
Rubellio, che al dire di Tacito, omnium ore celebratur, e quei due anni
consecutivi d'insegnamento pubblico, devono avergli fruttato la claritudo
nominis che fu madre del suo esilio Nerone nella scoperta della congiura
pisoniana trova tra i congiurati più d'uno della setta stoica, come Seneca, a
quanto pare, e Lucano. Ed era naturale che anche M., l'antico maestro ed amico
del suo odiato Rubellio, lo stoico che suscita tanta ammirazione intorno a sé e
trasfondeva in tanti il suo entusiasmo, siccome apparisce da quel che ne dicono
Tacito e Plinio il giovane, facesse nascere nell'animo di Nerone sospetti e
timori e fors'anche invidia. Musonio, cacciato da Roma, e da Nerone relegato
nell'inospitale isola di Giaro, tra le Cicladi. E quivi dimora fino alla morte
di codesto imperatore. Ma neppur li si rimase dall'insegnare. Giacché
Filostrato, testimonio, in verità, non sicuro, ci fa sapere che in quell'isola
accorrevano a lui da ogni parte, e da uno dei frammenti conservatici da Stobeo
si scorge che in Giaro era alla scuola di Musonio il compilatore di quella
specie di 'Azurnusycuata, donde gli estratti musoniani di Stobeo sarebbero
tolti. A Giaro si rese benemerito dell'isola, dove non s'era mai vista
dell'acqua, ed ei seppe trovare una fonte. Per vedere la quale Filostrato
afferma che al suo tempo si visita ancora quell'erma isola. Quanto tempo vi
rimane si può precisare da un luogo del suo discepolo Epiteto; dove si ricorda
un detto di lui relativo alla morte di Galba, dal quale risulta che M. e già a
Roma sotto questo imperatore. Sicché molto probabilmente vi sarà tornato alla
morte di Nerone. Non altrimenti dello stoico Elvidio Prisco, cacciato anche lui
da Nerone e tornato a Roma all'avvento di Galba
all'impero. A Roma, M. si trovava durante il breve impero di Vinelio poicho 1 Potia Coria, sli api
basiatori to riti Tao qua dio qui (o in pa la da i, partando gravi Guasti l'ambasceria
è rimasta famosa; giacché le parole, onde ce la descrive Tacito, colpiscono una
delle debolezze più ridicole che si possano rimproverare ai filosofi: quella di
far della filosofia fuori di luogo. Grave il danno prodotto dai Flaviani fuori
della città. Il popolo, levatosi in armi, vuole uscire in massa contro gl’assalitori.
Tra poco scope terribile la guerra civile. Si convoca il Senato. E questo
sceglie dei legati, che si rechino ai duci di quell'esercito, per persuaderli
pel bene della repubblica alla concordia e alla pace. Tra i primi inviati c'è
uno de' più fervidi e sventurati stoici di quest'età, Aruleno Rustico, allora
pretore. Ma egli e i compagni, venuti da Ceriale, furono accolti assai male. Egli
anzi ferito. Il che eccita più che mai gli animi del popolo: auxit, dice Tacito
invidiam super violatum legati prae-torisque nomen propria dignatio viri. E
quest'offesa recata a un uomo di tanta riputazione della sua setta. non dovette
essere l'ultimo dei motivi che spinsero quindi Musonio a mischiarsi con gl’altri
legati, che andarono da Antonio. Ma già non deve parere strano, che un uomo
cosi illustre, cosi rispettato al tempo suo, e che sapeva di essere ammirato e
di poter contare sull'efficacia della sua nobile parola, s'inducesse a
confidare in questa per calmare gl’animi dei soldati, dimentichi perfino del
più sacro diritto delle genti. Sarebbe stata forse la prima volta che M. parla
a una moltitudine. Anche le Vestali si fecero apportatrici d'una lettera di
Vitellio ad Antonio. Pure non si può non sorridere leggendo in Tacito che
Musonio coeptabat permixtus manipulis, bona pacis ac belli discrimina
disserens, armatos monere. Id plerisque
ludibrio, pluribus taedio: nec deerant qui propellerent propulsarent-que, ni
admonitu modestissimi cuiusque et aliis minitantibus omisisset intempestivam
sapientiam. Ci
si sente Tacito ammiratore del vecchio Agricola, anche in quelle considerazioni
che l'aveva sentito più volte a fare circa il suo amore per la filosofia -
ultra quam con-cessum Romano ac senatori; anche nell'avere conservato soltanto
ex sapientia modum: e pare che goda a metterci innanzi lo spettacolo comico e
pietoso della fatuità d'un filosofo fanatico. Ma sotto i colori aggiunti da Tacito
si scorge chiaramente un quadro, che è eloquente testimonianza
dell'atteggiamento morale e sociale di questo stoi-cismo: nei seguaci del quale
vedi l'anima piena di fede, ardente degli apostoli. In Musonio non c'è l'uomo
speculativo inesperto della vita, ma un'anima infiammata da profonde idealità,
non comprese dai molti. Un'anima compagna a quella dei martiri coetanei della
religione novella. Sotto la pretura d'un altro illustre stoico, Elvidio Prisco,
dopo il trionfo di Vespasiano, M. si riaffaccia nella storia di Roma. E questa
volta con un atto, che gl’attira l'ossequio di tutti gl’onesti. Era costume del
tempo, come sotto l'imperatori violenti, di darsi al mestiere di accusatore,
cosi sotto l'imperatori miti di dare addosso agli accusatori che più avevano
spadroneggiato. Chi non ricorda il commovente processo di Barea Sorano, che
occupa gli ultimi capitoli degli Annali di Tacito? In quell'imperversare contro
tutti i virtuosi che Nerone vedesse in Roma, mentre Marcello Eprio assale
Trasea Peto, Ostorio Sabino citava Barea Sorano a scolparsi dell'amicizia, che
nel suo proconsolato in Asia aveva mantenuta con Rubellio Plauto e delle
speranze sovversive sparse in quella provincial. E ne trascinava in Senato
anche la giovane figliuola Servilia, che, mossa dall'angustia del suo cuore
filiale, s'era indotta a consultare gli astrologi sulla sorte del padre
(delitto anche questo agli occhi di Cesare, che ci vedeva sotto trame e
propositi ribelli di novità). Invano il padre proclamava l'assoluta innocenza
della sua Servilia: e accorreva verso di lei per abbracciarla, ma i littori
frappostisi glielo impedivano.Venuta la volta de' testimoni, fra essi si fece a
deporre contro il padre, suo discepolo, e la figlia, che a lui s'era rivolta
per il responso desiderato sulla sorte del padre, quel malvagio stoicastro di
Publio Egnazio Celere, vecchio antenato di Tartufo, e che già conosciamo. Quantum
mise-ricordiae, dice Tacito, saevitia accusationis permoverat, tantum irae P.
Egnatius testis concivit. Ma Sorano e Servilia dovettero morire; e Tartufo ebbe
il solito compenso dei delatori: denari ed onori — benché Tacito un po'
ingenuamente conchiuda che « dedit exemplum praecavendi quo modo fraudibus
involutos aut flagitiis commaculatos, sie specie bonarum artium falsos et amicitiae
fallaces ». Dopo d'allora i professori di filosofia avrebbero dovuto diventar
tutti fior di galantuomini; il che veramente non pare.Ma tra gli Egnazii per
fortuna c'è sempre un Musonio. E Musonio, anni dopo il turpe fatto, ri-staurato
con la vittoria di Vespasiano il regno della giustizia, sorse a vendicare la
morte del compagno Sorano. Simile al suo sciagurato Rubellio oltre che nella
misera fine, nel desiderio di avere presso di sè un filosofo, che gli facesse
da mentore, quasi dottrina vivente. Musonio adunque assali Publio Egnazio
Celere, accusandolo di falso testimonio contro Sorano. Mentre Elvidio Prisco si
apprestava a fare altrettanto contro Eprio Marcello, accusatore di Trasea. Nota
Tacito, che con l'accusa di Musonio pareva si rinfocolassero I vecchi odii
delle delazioni. Ma che nessuno tuttavia poteva far nulla che giovasse a
salvare un accusato cosi vile e cosi apertamente reo: quippe Sorani sancta memoria; Celer professus
sapientiam, dein testis in Baream, proditor corruptorque amicitiae, cuius se
magistrum ferebat. Quel giorno però in cui fu presentata l'accusa, si stabili
che se ne trattasse il di seguente: e l'aspettativa era grande. Ma, entrato poi
Muciano in Roma e tradottosi ogni potere in mano sua, si disviò e rinviò anche
il processo di Egnazio, e non fu ripreso che al principio dell'anno seguente un
giorno che presiedeva il senato il figlio dell'imperatore, Domiziano.Egnazio fu
condannato all'esilio, e Sorano vendicato. Sorani manibus satisfactum, dice
Tacito, con onore di Musonio, il quale parve a tutti che fosse venuto a capo di
un'opera di giustizia. Vi fu chi ambitiosius quam honestius tentò la difesa
della spia: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio subpeditavit. Questa
condanna fu un trionfo dello stoicismo, e poté sembrare per un momento che
un'aura più propizia incominciasse per i suoi seguaci, grazie al governo mite
di Vespasiano. Ma poco dopo, sappiamo da Dione che essi furono da questo
imperatore per consiglio di Muciano cacciati tutti da Roma. Tutti, ad eccezione
di M., risparmiato forse per l'amicizia personale che lo stringeva, secondo
Temistio, a Tito. Si vede le ragioni di questo bando generale dei filosofi a
cui Muciano, secondo Dione, avrebbe indotto Vespasiano (che pur tanto favori la
cultura) sitofino alla morte, che non si può dire quando sia avvenuta. Ma pare
che fosse morto da un pezzo quando Plinio il giovane scrive al padre
raccomandandogli l'amico suo e genero di Musonio, Artemidoro, e ricorda
l'affetto misto di ammirazione che egli quantum licitum est per actatem, aveva
portato al filosofo etrusco. PLINIO, Epist. Lo ZELLER dice soltanto verosimile
che il Gaio M. di q. 1. sia il noto filosofo stoico. Ma il contesto della
lettera a me non pare che lasci alcun dubbio. Sur A, s.v.(3) TAcioo lo dice “Tusci
generis”; Ab excessu; e TUpprvóv FILOSTRATO,Vita Apoll. Ma SuIDA precisa anche
la città, confermata da un'iscrizione relativa al poeta Rufio Festo Avieno
discendente di Musonio e anch'esso Volsiniense: Corpus inscript. latin., VI,
587. Cfr, anche Epigramm. Anth. lat. (Burm.). Infatti la frase di PLiNIo,
Epist. et M., socerum eius (sc. Artemidori), quantum licitum est per aetatem,
cum admiratione di-lexi deve far pensare che Musonio fosse innanzi negl’anni
quando Plinio era ancora giovane; che perciò intorno all'80 avesse una
cinquantina d'anni. Zeller pone l'anno di nascita di lui tra il 20 e il 80 d.
C.TAc., Hist., III, 81. (1) Ab excessu, XV, 71. Cfr. DIoNE-SIFILINO, LXII, 27.
SUIDA (s. v.) dice: 8iàNépwvos dvoupsitar (cioè è ucciso: ma questo è certo un
errore). Da un frammento d'una lettera di GIULIANO l'Apostata, riferito da
Suida, si ricaverebbe che quando Nerone bandi Musonio, questi occupa una
pubblica carica aTe-jé?eto Bapüv = murorum curator erat; ed. Bernardy). Ma non
è chiaro se il frammento di Giuliano si riferisca al nostro Musonio, o al
Musonio vissuto sotto Gioviano, a cui si riferisce l'art. seguente di Suida. Тас.,
Аб ехсеззи, XIV, 59. Ma forse è una stessa persona con lo scrittore di questo
nome ricordato da PliNio tra le fonti della Nat. Hist. A torto l'HALM
(nell'Index historicus, s. v. Coeranus nella sua ediz. di Tacito) sospetta che
sia da sostituire Cornutus nel detto luogo Ab exc.; perchè la lezione è sicura;
e d'altra parte Cornuto in quel tempo era in Roma. Su Cornuto, maestro di
Persio e Lucano, v. per ora MARTINI, De L. Ann. Cornuto, Lugd., Bat.;ZELLER;
TEUFFEL-SCHWARE, Roem, Litter.-Gesch.; e PAULY-WIssOwA, Real-Encyclopidie s. v.
Il Lipsio al cit. loc. di Tacito sospetta che il Coeranus dovesse con lieve
mutazione di lezione identificarsi con quel Claranus, condiscepolo di Seneca,
di cui questi parla nell'epist. 66. Ed invero la probabile data di questa
lettera (Hu-GENFELD) e il dirsi in essa
che Seneca aveva riveduto cotesto Clarano post multos annos combinano con
l'anno 63, nel quale ei si sarebbe trovato con Rubellio in Asia. Ma nè anche di
Clarano s'avrebbe altra notizia. Ab exc. A questo tempo si può riferire la
notizia di EPITETo (Diss.) di un rimprovero dato a Trasea Peto, che avrebbe
detto voler egli morire la vigilia di quel giorno, in cui gli sarebbe toccato
di lasciar Roma.TU ODU aUTÕ POSSOS SiTEV; El uéy d5 PapÚTEpOr ¿xTErA, TIS i
Mapia tÃsextorisi si d'ós xoupótepor, tis ool déduxev; aù d618i6 pelerãy
apxsiolesTỘ Siouévo. Quando Musonio tornò, Trasea e morto. Quanta incertezza ci
sia intorno all'autore dei frammenti musoniani di Stobeo, comunemente
attribuiti a quel CLAUDIo PoLLIoNE, che secondo SUIDA (Moudúvos) avrebbe scritto
appunto degli anourquoveú para Mouraviou vedidi thy puyny pains au Epaxévos pE
X.T.?, STon.Cir. WENDLAND, JULIANI epist. in Rhein. Mus., XIII, 24, Froste.,
Vita Apoll., VII, 16.Tutti gli altri luoghi di Filostrato in cui si nomina un
Musonio, si riferiscono a un altro Musonio, di Babilonia, cinico EPITETO (Diss.) dice: POÚpO TIS ElEYE,
l'álßa aparèvros,8t Noy Movoi o MóJHOE dOEia; "O 8à, Mi yap dyú ool tot',
egn, añò l'arßaнатвохейава, оть проова б хосноє діохвіто. Il concetto di Calba
accennato in questo passo M. non avrebbe potuto averlo se non a Roma, dopo
essere steto da lui richiamato ed averne sperimentato il governo assai mite
inconfronto del precedente. ZELLER cita anche (come il MoNasEN, Ind. plin.)
Tac., Hist. Ma questo luogo non proverebbe. È un evidente errore quello di Girolamo,
all'anno M. philisophum de exilio revocat/ Giacché nella cacciata Musonio fu
eccettuato, e rimase sempre in Roma sotto Vespasiano.Il CHRIST, Gesch. d.
griech. Litter., Nördlingen, dice che Musonio torna in Roma sotto Trajano!
-Molto probabilmente allora era morto. TAc., Hist., IV, Hist.,
III, 80,Tac., Hist. Miscuerat se legatis... ». Egli non era dunque propriamente
un legato.prodie tot, il vole di grinto rogu latativo. Bai minciava
sompre Era stato consul suffectus sotto Claudio nel 52; e apparteneva
forse alla famiglia Servilia (Ephem. Epigr.). Sua figlia infatti si chiamava
Servilia. Crimini dabatur amicitia Plauti et ambitio conciliandae provinciaead
spes novas. Tac. O 8è On MOÚTAOS Eri uE to duxopaurig nal xpipara Nai tudE
EraßEpostquam pecunia reclusa sunt. di Tac.. Barea Sorano dovette volgersi allo
stoicismo dopo il 52, perchè in quest'anno lo vediamo (TAc., Ab exc.) autore di
quel senatoconsulto (Pul-NIo, Ep., e SvEr., Claud.) in cui si decretavano le
insegne pretorie e 150 milioni di sesterzi a Pallante. Chi consideri il modo
onde Plinio parla di quel S. C., uno stoico non avrebbe commesso un tale atto;
mentre poi TAcITo, Ab excessu, dice che Cicerone volle distruggere la virtù
stessa, virtutem ipsam excindere concupivit, con l'uccidere Trasea e Sorano.(4).
Tum invectus est Musonius Rufus in P. Celerem, a quo
Baream Soranum falso testimonio circumventum arguebat. Tac., Hist. Il nome d'Egnazio, come
s'è visto più su, rimase tristamente celebre come sinonimo di delatore e
traditore vilissimo. Lo dimostrano le frequentiallusioni di Giovenale. Justum
officium [Nipperdey) explesse Musonius videbatur • Tac., Hist., IV, 40. Per la
condanna della spia cfr. DIONE-SirIL., e lo ScHoL. di Giovenale ad Sal., I, 33.
- TAcrro, l. c., continua: • Diversa [da quella di Musonio] fama de Demetrio
Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quum honestius
defendisset Ma è da sospettare che Tacito abbia confuso il Demetrio cinico,
onorato da tutti gli stoici migliori del tempo (cfr. Ab exc.), col Demetrio
causidico, delatore di Nerone, ricordatodallo ScuoLIAsTE di Giovenale, ad Sat.,
Tac., 1. c. DIoNE-SIFIL., LXVI, 18.(5) Orat. XIII, 178.SvEr., Vesp. ingenia et
artes vel maxime fovit ..Epist., III, 11. Le lettere del lib. III di Plinio
devono essere state scritte tra il 101 o il 102, secondo il MouMsEN, Zur Gesch.
d. junger. Plinius, nell' Her. mes, III, 1869, p. 40 (v. lo stesso studio con
aggiunte nella Biblioth, de l'école des hautes étude, trad. par Morel, Paris,
Franck, Sulla vita di Musonio non v'è che la vecchia Dissertatio de M. R. di NIEUWLAND,
ristampata innanzi a C. M. R. Reliquiae et apophthegmata, cum ann. ed. F.
VENHUIZEN PEERLKAMP, Harlemi, e uno scritterello del REINACH, Sur un témoignage
de Suidas relatif à Mus. R., in Comples rendus de l'Acad. des inscriptions et
belles lettres. Rufo
(si veda). Tito Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo. Keywords: Etruria. Luigi
Speranza, “Grice e Musonio”, The Swimming-Pool Library. Musonio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Mussolini: la ragione conversazionale e la storia della filosofia di Lamanna – la
scuola di Dovia di Predapio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Dovia di Predapio). Filosofo italiano. Grice: “I was thinking of Hitler,
when I was callled to the arms. It was only later that I added M. to my
thoughts!”—Grice: “I heard one Italian say, ‘Some like Mussolini, but
Mussolin’s MY man’ – by the first, he referred to the Duce, by the second, to
the Duce’s broher, the philosopher!” -- Dovia di Predapio, Forli-Cesena,
Emilia-Romagna. QUADERNI
DELL'ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA. CARLINI, LA FILOSOFIA DI M.
ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI CULTURA, ROMA, tipografia del Senato di Bardi Ci
proponiamo di mettere in rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora
studiato della personalità del nostro duce: il sua ‘filosofia,’ quale si può
desumere da’ suoi atti. In verità, i biografi di lui, indagando il periodo
della formazione della sua personalità, non hanno trascurato questo lato.
Discepolo di Nietzsche è definito anche recentemente. Egli stesso riconosce in
Pareto un altro suo maestro; e tutti [Il presente studio vuol essere soltanto
un saggio, anzi una semplice indicazione di un aspetto della personalità del
duce: aspetto implicante svariati e importanti problemi del pensiero fascista.
Per uno studio più ampio giover moltissimo la nuova, accurata, edizione de’
suoi scritti a cui s’è accinto l’editore Hoepli. M. ricorda il periodo della
sua vita e della storia italiana da lui vissuta vertiginosamente, e aggiunge.
Molti discorsi e scritti sono legati al movente che li provocò : sono di
circostanza ». L’editore, anch’egli, dice che l’edizione « conterrà tutto ciò
ch’è destinato a lassare alla storia, nella forma originaria più ampia:
eliminati, quindi, i discorsi dei quali esiste solamente il riassunto ». Ci sia
permesso di esprimere l’augurio che accanto a questa edizione fatta per il gran
pubblico si trovi modo di raccogliere anche gli scritti minori o frammentari, i
quali sono talvolta, per lo studioso, più preziosi di quelli maggiori e più
elaborati: oltre di che il desiderio della compiutezza non sarà mai soverchio
per conoscere un uomo di così ricca e singolare personalità. I riferimenti vengon
dati qui alle edizioni correnti degli Scritti e Discorsi, la maggior parte
nell’edizione Alpes. La prima -parte di questo studio (qui riveduta e appena
ampliata in alcune note) uscì su la Nuova Antologìa » del 1° gennai» 1934.
Nuova è l’A ppendice.sanno che nell’elenco bisognerebbe mettere Renan, Sorci, e
molti altri, ai quali, anche se non vanno tra i filosofi nel più stretto
significato della parola, non si può negare il merito di avere influito, più o
meno efficacemente, anche std movimento del pensiero speculativo nell’ultimo
Ottocento o ai primi di questo secolo: nel periodo, appunto, della formazione
mentale e spirituale di M.. E come non aggiungere qui il nome di Marx, e di
Prudhon, e di Stirner, e non ricordare la letteratura che fu comune, in quel tempo,
a tutti coloro che guidavano il movimento socialista e s’ispiravano alle opere,
allora divulgatissime, degli apostoli della rivoluzione? Tempo, quello, di
rivoluzioni sociali, alimentate anche da un pensiero filosofico e religioso che
lavorava nel loro seno nascostamente. Positivismo e anticlericalismo tingevano,
allora, l’atmosfera, abbuiando più che chiarendo ; ma nel buio, nel tramonto
delle idee che avevano governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e
là lampi di nuove idee e forze spirituali. Era una continuazione e imo
sviluppo, in fine, della rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, ch’è
nel fondo ancora del pensiero e della vita contemporanea, non ostante le
critiche e revisioni a cui è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo
occuparci: se ci mettessimo in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo, si,
avere la soddisfazione di veder sorgere e ingrandire la personalità e mentalità
di M. lungo una linea di coincidenza con il movimento della storia, sì che il
<( fenomeno )) di lui verrebbe illustrato e spiegato, dal lato almeno delle
idee, del tutto naturalmente. Si potrebbe, ad esempio, per la parte filosofica,
rifarsi al bergsonismo, al pragmatismo, all’influsso esercitato su tutti i
campi della cultura dal nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare li
dentro anche il pensiero di M.. E per la parte riguardante il problema
religioso, similmente: citare tutti i documenti che alla fine del secolo scorso
e nel primo decennio di questo accennavano già ad una considerazione più
rispettosa, più intelligente, dei valori spirituali contenuti nella fede
religiosa; e ricordare la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano
sepolti e obliati, in quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la
guerra mondiale. E via via. Ma per questa via noi non vogliamo metterci, perché
essa ci condurrebbe, sì, a spiegare il fenomeno M. », ma il (( fenomeno »,
appunto, il (( fenomeno storico » : non quello che c’è di proprio suo, nel suo
pensiero, in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti. Invece, noi
proprio a questo vogliamo guardare. Noi ci poniamo, dunque, questa domanda :
c’è, in M., un germe di pensiero che da rm punto di vista filosofico, anche nel
più rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza per originalità
e capacità di ulteriori sviluppi? E c’è in lui, nel suo atteggiamento verso la
questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad una possibilità di
rinnovamento di idee e sentimenti, anche in questo campo di secolari, anzi
millenarie, lotte e discussioni? >{s >{s La nostra intenzione è di
essere, per quanto è possibile, obiettivi, e di tenerci dentro all’argomento,
non sconfinando in altri campi : di trattare la questione, come si dice,
tecnicamente. Non eviteremo neppure la pedanteria delle citazioni, dove saranno
necessarie. E cominciamo, secondo la vecchia buona norma scolastica, dal
dubbio. Non può ben risolvere le questioni, disse Aristotele, se non chi,
prima, ha dubitato, veduto il prò e il contro. Il dubbio a metodico », in questo
senso, è, come si vede, ben più antico di Cartesio. Il (( contro » è buono
ognuno ad addurlo : Mussohni è un politico, non è un teoretico, un elaboratore
di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in quella storia
peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di Aristotele, (fi Cartesio, di
Kant e di Hegel. Senza un tal carattere teoretico, che fa della filosofia una
scienza, la quale, come ogni altra scienza, ha il suo vero significato in una
storia sua propria, nella storia della filosofia stessa, senza un tal carattere
e valore del pensiero, non si può parlare di filosofia. Il temperamento M.ano
è, anzi, all’antitesi di ogni atteggiamento speculativo: tutto volto alla
realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per dirigerli e dominarli.
Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e ideologie (a questo
volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna traccia nel suo
pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha detto una volta, sia
pure per buon umore, ma tradendo, in fondo, una sua convinzione, che i filosofi
risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di risolverne imo solo
nella realtà della vita )). La filosofia gli sa di scuola », di dottrine e
dottrinari, con relative cattedre e ristrettezze mentali e d’animo. Onde ha
sempre consigliato i giovani di (( rapidamente assimilare », ma (( di espellere
non meno rapidamente » la cultura universitaria. L’intelligenza è buona cosa,
ma deve essere adoperata (( per fare la critica del socialismo, del
liberalismo, della democrazia » : per illuminare le menti, dal punto di vista
fascista, su i problemi della vita contemporanea. Se no, se l’intelligenza
fosse impiegata a criticare (( tutto ciò che di criticabile vi è in un
movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi dichiaro
schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo squadrista che agisce
» {Discorso alVAugusteo). In conchiusione: il suo interesse è puramente
pratico; anche se stima e promuove la cultura, compresa in (juesta la
filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è sempre per le conseguenze e
ripercussioni politiche, non mai per il valore del pensiero in sé e per sé.
Similmente si deve dire per il problema religioso. M. è un laico, un purissimo
laico. Della religione comprende e sente il lato umano e storico in generale:
no» ha mai lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s’e
guardato accuratamente dall’entrarvi anche quando l’occasione gli veniva
offerta naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la
prima volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del Parlamento. È
vero che si deve a lui la distruzione in Italia della Massoneria, e la
Conciliazione col Vaticano. Ma queste imprese non furono da lui eseguite, e di
fatto giustificate, con ragioni che non fossero essenzialmente politiche e
sociali. E se pure si ha da concedere qualche valore religioso alla invocazione
di Dio, essa non va più in là di una fede in un principio del tutto
indeterminato, troppo più vicino al vago principio di una fede di stile
mazziniano, che a quello ben definito, preciso e impegnativo, del
Cristianesimo, anzi del Cattohcismo. Senza dire che, anche per la parte,
diciamo così, pratica, nessun uomo sembra più alieno dall’atteggiamento
ascetico e mistico proprio delle anime veramente e profondamente religiose, che
0 si ritirano dal mondo, 0 nel mondo vogliono vivere solo per onorare e amare
Dio. Qui il seguace di Nietzsche )) si rivela senz’alcuna ombra di dubbio e di
possibili cavilli: la morale del Fascismo da lui fondato è tutta un’esaltazione
di principii fondamentalmente pagani, come già molti hanno messo in rilievo.
Tutte queste cose sono state dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre
somiglianti. Se non che, proprio perché sono facili a dire, e sono state dette
facilmente, sorge in ognuno spontaneo il sospetto della loro superficialità, e
quindi, poiché la superficialità è sempre falsa, della loro non verità. Il
discorso vale, in primo luogo, per quella concezione puramente teoretica della
filosofia, come di una scienza avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre
studioso di filosofia sa che, se pur c’è mai stata una tale aridità (non,
certo, nei veri filosofi, nei maestri), tutta la speculazione contemporanea è
diretta contro di essa. Chi definisse la filosofia come lo sforzo supremo
d’impadronirsi delle ragioni della vita, definirebbe quel ch’è il segreto del
filosofo moderno, il tormento profondo del suo pensiero e della sua vita
stessa. Segreto e tormento, del resto, che non è una prerogativa di colui che
noi chiamiamo filosofo )) ; ma è prerogativa e gloria dell’umanità pensante, di
cui la storia della filosofia è soltanto la documentazione, ed i singoli grandi
filosofi sono soltanto gli esemplari più cospicui, F, sono per questo, anche, i
più grandi educatori del genere umano (1), È negli scolari e passivi ripetitori
che la filosofia, svuotata della vita che l’animò, diventa sistema, dottrina,
astrazione, metafisicheria: e contro di essa, allora, ben vengano che son salutari
i motteggi ed i sarcasmi. Alle altre scienze si può perdonare se si astraggono
dalla vita (coine, se no, far della fisica e della matematica?): alla
filosofia, no, E non astrarsi dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato
soltanto negativo. Bisogna viverci dentro, prima di filosofarci su {primum
vivere), o, piuttosto (ché il prima e il dopo son modi di dire volgare),
bisogna vivere e pensare insieme, con intensità di vita e insieme con
profondità di pensiero. (I) Nel discorso su la Conciliazione, alla Camera, M.,
parlando della riforma Gentile, disse : Io credo che, più che la filosofia, è
interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della
filosofia, la vita dei filosofi :^il conoscere come hanno lottato, come hanno
sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è
altamente educativo per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito ».
Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al pensiero si offrono
soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo. E noi risponderemo
raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi di neanche supporre che
l’abbia perduto M.. Il quale deve essere persuaso più degli altri che fa la
miglior politica colui che non ne fa affatto: che bada a far l’ingegnere, se
ingegnere; il professore, se professore; il poeta, se poeta; il manovale, se
manovale: ciascuno, a far bene il suo dovere, nella famiglia e nella società,
nella sua arte o vocazione o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco
fargli dire che tutti gli uomini di pensiero abbiano come unico argomento da
svolgere la critica del socialismo e del liberalismo, l’apoiogia del Fascismo.
Immaginate se la già enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte)
letteratura sul Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni
in piccoli o grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlmne
d’intelligenza e tengono una cattedra all’Università o nel movimento della
pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del discorso su accennato.
È quest’altro, invece: che nessun uomo di pensiero, che si senta italiano, può
disinteressarsi dei problemi che sta vivendo e agitando il Fascismo nel mondo;
così come nessuno scienziato, e sia pure un cultore del calcolo infinitesimale,
può disinteressarsi dei problemi che riguardano la vita e il valore dell’uomo.
Tanto meno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di
esigere che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita poUtica e
morale, si trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e
sociali. In Italia c’è un gruppo di giovani dalle menti educate alla filosofia
che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell’universo materiale in ogni punto
s’incentra la realtà del tutto, tanto più questa considerazione vale per
l’universo spirituale: i problemi della filosofia hanno tutti un’intima
connessione con la vita ed una immancabile risonanza nell’azione, ma non tutti
l’hamio in modo manifesto ed immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal rapporto
è immediato ed evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo trova
soltanto alla fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano i più lontani
dalle questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via
soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la
filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale, morale e
religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che parevano del
tutto alieni. I problemi della filosofia si illuminano e ravvivano l’un
l’altro, e nessuno ha luce e vita per sé. Essi si debbono, come si dice con
termine tecnico, mediare fra loro. Prenderne uno, esclusivamente, separato
dagli altri, è precludersi la via a intenderlo veramente. Questa, forse, è
anche la ragione della insoddisfazione che ci resta delle molte teorie
avanzate, pur da uomini d’ingegno e di dottrina, su lo Stato fascista e su i
problemi da esso suscitati. La superiorità di M., invece, non soltanto come
uomo politico, ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che
hanno nello Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo,
vogliamo essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obbiezioni, concediamo
senza fatica che nella specificazione delle varie forme dell’attività umana
(non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni), filosofo,
propriamente, è colui che più degli altri persiste nell’atteggiamento
critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui problemi della vita e
della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo nessuna diflicoltà a presentare la
nostra tesi nei termini più modesti: l’interesse predominante dello spirito
M.ano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in lui è vivissima la consapevole
esigenza anche del valore del pensiero in sé e per sé, della considerazione
della vita sub specie aeternitatis, propria della filosofia e della religione.
Ma spingiamo la nostra tesi anche un po’ più in là: l’esperienza della vita e
del mondo storico, da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche
al suo pensiero una nota di originalità potente, della quale è possibile uno
sviluppo in sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono,
tuttavia, da dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l’interesse
confessato per la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni
religiose, sin dalla prima giovinezza, quando leggeva La morale dei positivisti
dell’Ardigò e la Storia della filosofia del Fiorentino, e più tardi, quando
scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su Giovanni Huss, un
abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i documenti ci mancano
quasi del tutto, non giova insisterci. Le prove, invece, abbondano ne’ suoi
scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto che il Fascismo <( non è soltanto
azione, è anche pensiero » ; e che, pur rinunciando a formule e schemi, il
Fascismo pena la morte 0 , peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine
», le quali (( non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che
vincolino per l’eternità, ma devono costituire una norma orientatrice » ! E
nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel periodo più
intenso Vedi nel discorso commemorativo del Luzzatti (30 marzo 1927) l’accenno
a le verità eterne, senza di che la lotta dell’uomo contro l’uomo, di tutti
contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà».
Arnaldo scrisse: Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che
resìstono all’urto dei secoli». E Benito commenta: Con queste parole, Arnaldo
dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie e vicende del mio
spirito » {Vita di Arnaldo). deH’azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse
presto una (( filosofia del fascismo », e aggiimgeva; Attrezzare il cervello di
dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire,
rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione
di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il
binomio mazziniano : Pensiero e Azione ». L’anno seguente ( Gerarchia », n. 3)
forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento idealistico
italiano: Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è
vero che la materia è rimasta per im secolo su gli altari, oggi è lo spirito
che ne prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da
quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna,
s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». In pieno
Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa professione di
idealismo: ((Voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato
positivista, mai, nemmeno quando era nel vostro partito. Non solo per noi non
esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa
antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient’altro
esiste: né voi, né quest’aula, né le cose e gli oggetti che passano nella
cinematografia fantastica dell’universo, il (juale esiste in (pianto io lo
penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. È
l’anima, signori, che è ritornata » {Discorsi dal banco di deputato, pag. 118:
questo è del 1“ dicembre 1921). L’accenno al problema gnoseologico, alla
centralità del pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è
il punto che più interessa qui; l’adesione all’idealismo è data sopratutto, io
credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor oggi
presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo chi scrive, giustamente)
che il carattere gnoseologico predominante nell’idealismo, mentre non arriva a
dar ragione di quella ch,’è la realtà oggetto dell’esperienza comune e
delPindagine scientifica, nello stesso tempo impoverisca e disperda in schemi
logici (la dialettica) rintimità della vita spirituale e il senso del mistero,
del Trascendente, in essa implicato. Di queste difficoltà M. non sembra
inconsaper vole, come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al
Congresso degli scienziati. Qualche volta mi sono posto dinanzi al fatto
scienza, per vedere la mia posizione personale, la posizione del mio spirito di
fronte a questo fatto: prima di tutto per definirlo. La mia definizione non
dico che sia quella esatta, e potete anche respingerla, se la trovate inesatta,
oppure insufficiente: credo che sia Pindagine e il controllo dei fenomeni che
cadono sotto la nostra sensibilità e sotto quella degli strmnenti che noi
possiamo adoperare... Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo
diciannovesimo ha fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c’è dubbio che
la scienza tende al massimo fine; non c’è dubbio che la scienza, dopo avere
studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il perché. Il
mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa arrivare a
spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete
chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio.
Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra scienza e fede. Queste
sono polemiche di venti o trent’anni fa. La filosofia ha il suo campo, quello
dello spirito. Vi è una zona riservata alla meditazione dei supremi fini della
vita. Quindi, la scienza parte dall’esperienza, ma sbocca fatalmente nella
filosofia e, a mio avviso, solo la filosofia può illuminare la scienza. Il
testo, forse preso da nn resoconto stenografico, non deve essere stato
riveduto; ci siamo permessi qualche ritocco. Il problema è troppo grave e
complesso per discuterne qui, tanto più che, come s’è detto, res sub judice
adhuc est. Ma i termini di esso sono ben quelli posti da M.: il mondo della
conoscenza e della scienza è (juello dell’esperienza sensibile (così come il
mondo della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà); il
problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti gli
altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema filosofico cb’è
insieme un problema religioso. Si comprende, quindi, il tono diverso del
discorso tenuto il 26 maggio 1929 al Congresso dei filosofi: rivendicato il
merito del Fascismo per i valori dello spirito e della cultura; e riaffermata
la sua convinzione su l’importanza della filosofia cbe, se fatta in mezzo alla
vita contemporanea, (( serve ad animare gli orientamenti pratici dell’azione
quotidiana », riconosce cbe c’è un lamento generale, in Italia e fuori, perché
l’arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza : Siamo in im periodo
di transizione, siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo
affaticati da problemi di ordine empirico materiale... D’altra parte, io penso
che la grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche
tempo avremo una grande filosofia, ima grande poesia, una grande arte. I
materiali per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo ». Quali
sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere una
nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di Mussohni? Comincia
di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento, perché, mancando accenni
più espliciti, dobbiamo servirci più d’induzioni che di dimostrazioni. Ci
soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti che permette di arguire,
con sufficiente approssimazione, quale sia la sua intenzione. Anzitutto è
chiaro che una parte almeno di quei materiali deve essere costituita da quanto
di meglio possono offrire i principali indirizzi del pensiero filosofico
contemporaneo. E però la mente corre, in primo luogo, a quelle correnti
dipensiero che anche in Italia ebbero grande divulgazione al principio del
secolo, e alle quali anche M., in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la
formazione della sua mentalità : vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo
e il pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non essere stato
mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior cautela per
non presentarlo, quindi, senz’altro, coirne un idealista. Questo binomio, o
dilemma che dir si voglia, vale meglio per la generazione, cresciuta subito
dopo, esclusivamente dentro l’atmosfera dell’idea- Jismo italiano. M. s’è
formato, in un primo tempo, dentro il clima mentale europeo; e però non è stato
mai positivista perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di cpiella
critica del positivismo che veniva eseguita, pm* dentro di esso, dagl’indirizzi
di pensiero ora ricordati. I risultati principali di quella critica ftuono
questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi intellettualistici del
determinismo scientifico e del pesante grossolano positivismo, a sfondo
materialistico, ma ravvivata dal senso della novità e della creazione, per cui
il fenomeno si presenta sempre come qualcosa di singolare; il primato
dell’intuizione che meglio di tutte le analisi concettuali coglie l’intimità
delle cose e quella vita della coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere
lo slancio vitale che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche
dell’azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo
inserendovi l’evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo, questo, per
mettere in rilievo (e d’altronde appartiene alla cultura filosofica corrente)
quanta "vivacità e freschezza di idee fossero contenute in tale mo-
Quaderni vimento di pensiero, che contribuì come nessun altro mai nella storia
delia filosofia a dileguare dalle menti secolari abitudini scolastiche, a
render più agile e penetrante Tin- telligenza, a dar vita nuova alla cultura, a
far sentire la superiorità dell’azione su un pensiero astrattamente speculativo.
Ma neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le deficienze di quel
movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo, restava preso
nell’orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi dominante. Il
contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova scienza
fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo
materialistico. Ma fuori di H non potè e non può andare: quando,- già nei
fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d’ordine metafisico, di
quelle verità eterne )) che reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita
deU’uomo, riuscì ben misera cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e
molto più del pragmatismo. Quell’intuizionismo conchiudeva in una svalutazione,
non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma della
stessa vita cosciente, ridotta a un fluire » evanescente, a cui soltanto la
mirabile arte dello scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di
quel vuoto ed e ffim ero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare
buon viso? L’azione per l’azione è come l’arte per l’arte: una frivolezza.
L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del pensiero che la illumina e
guida, diventa il principio di un volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo
aU’idealismo italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa
nostra, per cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto,
d’un tratto, l’Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico
contemporaneo), ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto più
materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussohniana abbia
assor- l»ito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente originale e
duraturo quest’idealismo: Vacuto senso storico dei problemi e la concezione
spirituale della vita ( 1). Anche qui, anzi qui a maggior ragione, dobbiamo
resistere alla tentazione di allungare il nostro studio con citazioni di
pensieri e di atteggiamenti M.ani, che balzano alla memoria in folla. I suoi
scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti rivelatori del suo orientamento
mentale così nelle grandi questioni internazionali come nel più modesto
travaglio intorno ai dati della statistica, sono ben vivi e presenti al
pensiero e al cuore di ogni italiano, anche se la riflessione comune inclini a
trasvolare su i particolari per coglierne e sentirne l’animazione del tutto.
Piuttosto, fermiamoei un momento per determinare i limiti entro i quali quei
prineipii dell’idealismo trovano un’eco nella mentalità M.ana. La questione
(ripetiamo ancora una volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa
non ancora da lui dichiarata e definita: sì che si corre il rischio di sembrare
che si voglia sostituirsi a lui nell’interpretazione del suo pensiero, ovvero
(peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del nostro
meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque, fissare questi
punti, a nostro avviso, di fondamentale divergenza del pensiero M.ano da quello
idealistico. In primo luogo, la sua lontananza dalla concezione idealistica in
quanto questa è ispirata ad un assoluto storicismo che erige metafisicamente la
Storia al signifieato e valore dell’Assoluto. Questa metafisica, che si risolve
in un panteismo storico », non è, ci sembra. Come espressione estrema della sua
adesione all’idealismo si debbono considerare le prime pagine dello scritto La
dottrina del Fascismo. nella convinzione di M.. Il quale, giustamente, per
quanto riponga tutta la dignità dell’uomo e della storia nel valore spirituale,
ha troppo preciso e sicuro il senso della finitezza deU’umano: del limite che,
mentre potenzia il pensiero e l’azione dell’uomo, ne delinea insieme
esattamente i confini. In altri termini, egli ha una concezione più veramente storica
della Storia. Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza da quella
specie di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come residuo
deU’hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere fondamentalmente
razionalistico. In questo punto. M., se non c’inganniamo, tradisce il carattere
schiettamente cattolico della sua mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c’è,
meglio che sia quello religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si
passa, quindi, ad una considerazione apparentemente opposta alla precedente:
l’idealismo è troppo umanistico )>: il suo razionalismo affievolisce e
smorza nell’uomo l’impulso aUa lotta e al sacrificio, l’anehto del futuro, il
senso <( pericoloso » della vita, l’audacia dell’iniziativa e il gusto
dell’eroico. Nell’uno come nell’altro caso l’uomo è agito dalla Storia, dallo
Spirito Universale, da una dialettica » che per (( deificarlo )) istrada ogni
sua azione e pensiero lungo una legge impersonale che ha la rigidezza del fato
(1), e lo spersonalizza. All’i mm anentismo, storico o razionalistico, manca
una parola magica: la fede. Se la usa, ne storpia il significato. La storia non
è un itinerario obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende »
(Discorsi della rivoluzione). Proprio per questo, poi, essa non può esser
lasciata in balìa di se stessa, secondo che vorrebbe la crociana religione
della libertà». Di qui la necessità dello Stato, e degli Stati. Pronunziare
questa parola, tuttavia, è presentare il problema più arduo e assillante per
l’attuale coscienza contemporanea. M. lo sente, lo dichiara. Ci è venuto, a
questo problema, lentamente: Nella gioventù io non credevo affatto: avevo
inutilmente invocato il nome di Dio » (Ludwig, Colloqui). Invece, già afferma:
Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai
suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose, può
suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio».
(Popolo d’Italia»). Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di
amorosa passione, in stato di misticismo religioso » [Discorso alla Scissa di
Milano). Fede dell’uomo in se stesso? E fede del fascista nell’idea stessa del
Fascismo? Certamente, anche questo. Può » gli domanda Ludwig (pag. 224 di
Colloqui) un discepo'lo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede? ». M. gli
risponde: In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa». E in Gerarchia» [Viatico):
Il Fascismo vince e vincerà finché conserverà quest’anima ferocemente unitaria
e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplina. Fede,
dimque, non relativa, ma assoluta ». Ma l’assolutezza di questa fede nell’Idea
esclude la fede propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La
fede in se stesso, che direbbesi meglio fiducia », se non ha da essere mero
calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere alimentata da una forza
superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa? Al filosofo idealista
questo sembra un problema insolubile: o si ha fede nelle proprie forze, egli
dice, e si può procedere all’azione ; ovvero nelle proprie forze non si ha
fede, e allora nasce la sfiducia e l’inattività. Il dilemma, come sono tutti i
ragionamenti fatti a fil di logica, è troppo semplice: lo spirito umano è molto
più sottile e complicato di ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo
se dal pensiero di M. possiamo ricavare qpialche luce. Qualche volta egli ha
accennato a un processo interiore come a fonte comune così della politica come
dell’arte. Alla prima mostra del Novecento italiano disse: Ieri sera, dopo
avere attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato
il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto di
meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la politica e l’arte?
Quale tra il politico e l’artista? È possibile di stabilire una gerarchia fra
queste due manifestazioni dello spirito umano? Che la politica sia un’arte, non
v’è dubbio. Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero empirismo. È, quindi,
un’arte. Anche perché nella politica c’è molto intuito. La creazione politica,
come quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione subitanea. A
un certo momento l’artista crea coll’ispirazione, il politico con la decisione.
Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi inseguono un ideale
che li pungola e li trascende. Egli prosegue domandandosi se la guerra e il
Fascismo abbiano lasciato tracce nell’arte : Il volgare direbbe di no perché,
salvo il quadro A noi, non c’è nulla che ricordi e ohimè! fotografi gH
avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura
spettatori o protagonisti. Eppure il segno degli eventi c’è. Basta saperlo
trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente
precedente in Italia. (1^ Sembra in contraddizione, ma non Io è, la
dichiarazione: Fra tutte le professioni la più affine al mio spirito è quella
dell’ingegnere » (Saluto agli elettrotecnici, 25 settembre 1926). Ha un suo
inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina
interiore. Questa disciplina interiore » è, dunque, un punto di coincidenza
della pobtica e dell’arte, e risulta da un’elaborazione lenta e una divinazione
subitanea ». La politica, l’azione, non è (( mero empirismo ». Parlando del
Luzzatti, disse : (( Egli aveva navigato per tutti i mari e negli oceani dello
scibile umano, senza cadere nelle secche dello scetticismo e della negazione,
perché egli credeva fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio
ideale ». Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v’ha dub bio,
schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice; <( Il giornalista
diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a vedere le cose non
più sotto l’aspetto cinematico della contingenza, ma in quello della
trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i problemi originari;
quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un atroce dolore sulla cima, si
sente come liberato dagl’impacci che lo legavano alla pianura e respira oramai
nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il giornalismo del quotidiano
finisce e comincia la poesia. Poesia dell’amore e della morte; della speranza e
della rassegnazione; della vita terrena e del di là seducente e consolatore. La
precedente (( discipbna interiore » consiste, dunque, in questo (( liberarsi »
da ogni esteriorità, vivere <( nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne
», cercarsi (1) Coloro che ancor oggi seguitano a invocare un’arte fascista»,
hanno meditato abbastanza queste parole? Il discorso termina con una
considerazione su l’arte che non ha nulla da invidiare, per finezza e senso
d’interiorità, alle Estetiche oggi più celebrate; Io guardo e dico: questo
marmo, questo quadro mi piace. Perché mi allieta gli occhi, perché mi dà il
senso dell’armonia, perché quella creazione vive ed io mi sento vivo in lei,
attraverso il brivido che dà la comunione e la conquista della bellezza ». alla
radice del proprio essere sino al punto in cui all’a a- spetto cinematico della
contingenza » subentra (( quello della trascendenza. Lì la poesia s’incontra
con la Religione. L’immagine più divulgata di M., anche all’estero, è quella di
una potente e fiera e intransigente volontà: egli è un dominatore ». Chi non
ricorda il motto: agli amici, tutto il bene, ai nemici tutto il male possibile
» ?. I Colloqui del Ludwig hanno ancor più divulgato il senso suo della
solitudine interiore, e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini fatto di
compassione e di disprezzo. Trascendenza, ch’è anche (s’intende!) immanente,
come senso morale e religioso, aU’uomo. In questo significato si parla
^immanenza nel discorso su La Riforma legislativa (12 maggio 1928, al Senato):
E vengo allo Statuto. Bisogna intenderci, onorevoli senatori... Siamo sul
terreno dell’archeologia o della politica? 0, se volete, siamo sul terreno
dell’immanenza o su quello della contingenza? Si è mai pensato che una
costituzione od uno statuto possano essere eterni e non invece temporanei?
Immobili e non invece mntevoli? Di immanente, onorevoli senatori, di eterno,
non vi sono che le leggi religiose. Il decalogo, ad esempio, è immanente: dieci
articoli che vanno bene per tutti ì popoli, per tutte le altitudini,
longitudini e latitudini ». Il Bescson, nella
sua opera recente, Les deux soiirces de la morale et de la religion, dice: Nous
n’irons pas jusqu’à dire qu’nn des attributs du chef endormi au fond de nous
soit la férocité. Mais il est certain que la nature, massacreuse des individus en
méme temps que génératrice des espèces, a dù vouloir le chef impitoyable si
elle a prévu des chefs. L’histoire tout entière en témoigne. Cosi egli ha, in
certo modo, spiegato e inquadrato il principio nietzschiano della volontà di
potenza », facendone un principio della vita politica. Cfr. M. in Colloqui: a
La tendenza all’imperialismo è ima delle forze elementari della natura umana,
appunto come la volontà di potenza. Io non posso avere amici, io non ne ho.
Ludwig gli chiede quando egli si sentì più solo: da giovane, fra i suoi
compagni di partito, ovvero oggi ch’è il Duce del Fascismo? Oggi, disse egli
senza esitare. Ma anche prima: in fondo, fui sempre solo. Vedi specialmente il
Preludio al Machiavelli (in Gerarchia», maggio 1924). Ma, di disprezzo,
soltanto, egli dice (Colloqui), l’nn per cento. Questo è l’uomo e il mondo
guardato da un lato. Ma M. ne eonosce anche un altro : eccolo. Egli (Arnaldo)
fu un buono-, il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo
conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del
proprio dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli
elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere
scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la
misura della vera grandezza di un’anima! Rimanere buoni, malgrado tutto. Il
buono non si domanda mai se valga la pena: egli pensa che vale sempre la pena.
Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche
se impura; dare un sollievo aUa miseria, una speranza alla tristezza, una consolazione
alla morte: tutto ciò significa non considerarsi estranei aU’umanità, ma
partecipi — carne e ossa — di essa : significa tessere la trama della simpatia,
con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono
migliori » {Vita di A.). Siamo, dunque, passati d’tm tratto, da Nietzsche a
Tol- stoi? L’apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra. Il principio
nietzschiano s’è venuto trasformando nell’animo e nella mente di M. in un
principio d’interiorità spirituale, che liberando l’uomo da ogni interesse
mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà la forza di dominarlo;
ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine di se stesso, gli fa
scoprire la sorgente eterna d’ogni valore spirituale, la quale è, in fine,
anche, la fonte segreta della sua forza e azione nel mondo. Ciò ch’è grande
nell’uomo, diceva Zarathustra, è Tesser egli un ponte, non già una mèta. Questa
nota superumanistica )), come superamento del mero umanismo, Cfr., 611 questo
punto, Appéndice, II. è ben rimasta in M.. Così come lo spirito di
spregiudicatezza mentale, Tantifilisteismo, rantidemocratismo, l’avversione
alla vita comoda » e l’istinto guerriero > 1 . Ma egli non può più essere
persuaso di quel baccanale dell’Io in cui si risolve l’anticristianesimo del
Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa
dell’umanità. Il Titanismo, ancbe senza i fulmini più di nessun Giove, si
abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la coscienza
di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole ancbe la
coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua azione.
Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è falso. Il che non fa
meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero critico, esaurire le ragioni
della vita e della fede? Se tale esaurimento riuscisse alla filosofia e alla
riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con essa scomparirebbe anche la
vita. È misticismo, questo? Si, è misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al
filosofo illuminista, non ha fatto paura ad un filosofo come Bergson. C’è
misticismo e misticismo, del resto: anzi, innumerevoli misticismi C’è quello
buddistico e c’è quello del Nietzsche (ch’è, anch’esso, un misticismo, per
quanto opposto all’altro). C’è un misticismo pagano e un misticismo cristiano:
il Bergson ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e
della religiosità. C’è un misticismo protestante e c’è un misticismo cattolico:
questo secondo è il meno mistico di tutti. Coinè la pensa M. in questo punto?
Lasciamo a lui la parola. Arnaldo era im credente, ma non com’egli disse
nell’ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista — credente in un Dio
generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza; ma in
Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della Terra, e nel suo Figliuolo che
un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù, e perdonerà,
speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra vita terrena » {Vita
di A.). Questa, la fede di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo : (( Tutto
quello che fu fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai
liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale
e universale di Dio. Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a
entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il nostro
assunto: che il problema filo- Nei Colloqui del Ludwig, dopo di aver accennato
alla possibilità di una soprannaturale apparizione», aggiunge: Negli ultimi
anni si è in me rinsaldata la fede che vi possa essere una forza divina
nell’universo. Urìstiana? Divina, ripete egli con un movimento della mano, che
lasciò la mia domanda in aria. Gli uomini possono pregare Dio in molti modi: si
deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo. Quella forza divina
nell’universo » non è in arnionia col principio d’interiorità puramente
spirituale da noi precedentemente posto. L’oscillazione spiega anche la sua
ammirazione, su tutti i Dialoghi di Platone, per il sublime » Fedone, la cui
prova dell’immortalità dell’anima dopo di averne esposto acutamente i punti
centrali —reputò incatenante, consolatrice, perfetta... di un’evidenza assoluta
» (vedi Nota su l’immortalità del- Panìma, in Gerarchia). Così anche l’antitesi
cristiana-divina potrebbe far supporre un’incertezza che, certamente, non è nel
pensiero di M.. 11 quale s’è espresso altrove diversamente. Parlando Per il
settimo annuale della fondazione dei Fasci (28 marzo 1926), disse: Il sacerdote
di quella religione che è dei nostri padri e nella quale crediamo, ha
consacrato sessantasette gagliardetti dei vostri gruppi». Negli stessi Colloqui
del Ludwig, ritornando su un argomento discusso già in Senato nel discorso per
la Conciliazione, è ribadita, sì, la sua opinione che, se il cristianesimo non
fosse giunto nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta sofico e quello
religioso sono tra i problemi più vivi nel pensiero e ueU’animo di M.. E
crediamo di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della
seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte
sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero nuovo e
originale si domanderà, e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti in
questo diciam pure così — spiritualismo fascista? La risposta non può esser
dubbia: lo spiritualismo M.ano è orientato verso un principio di pura
interiorità, in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della
filosofia e della religione, dell’arte e della vita sociale-politica, della
scienza e della storia lunana. Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a
rigor di termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e ebraica » ; ma,
egli dice, si deve aggiungere che tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima
l’impero, poi la nascita di Gesù, e finalmente Paolo apinodato a Malta e giunto
qui. Sì, certo, così era predestinato da una Provvidenza che dirige tutto.
Forse più caratteristica di tutte è la dichiarazione seguente: Il cupi»
dissolvi non appartiene alla religiosità dei ruraR italiani. Il contadino
italiano non si angustia troppo, per sapere se l’inferno c’è o non c’è. EgU si
mette in regola per il caso che ci sia, e basta» [Tempi della rivoluzione
fascista). D cupio dissolvi non è, certamente, del misticismo M.ano : ed è del
tutto giusto che tale religiosità dei rurali è perfettamente italiana ». La
Sarfatti l’ha giudicato bene: Austero e rude, malgrado i suoi sporadici
tentativi di rivolta, è in fondo un cattolico asceta-guerriero » [Dux). Qui non
si deve costruire: si dovevano soltanto indicare i mate- riaU » e il punto di
vista » che, presumibilmente, nel pensiero di Musso- Rni, potranno servire alla
filosofia da lui auspicata. Chi desiderasse una prova ulteriore della
origiuaRtà e fecondità deRo spiritnaRsmo mnssoR- niano, potrebbe confrontarlo,
ad esempio, con queRo deU’ultimo Bergson, il forse anche il dovere: ché, quando
il filosofo si avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il
rischio di sbandarsi. È, bensì, vero che la filosofia pervade tutta la vita,
tutti i campi della realtà; ma, cosi considerando le cose, il filosofo si trova
riportato al livello di ogni uomo, e non sempre, allora, egli può competere con
gli altri per ampiezza e ricchezza di vita e di esperienza. Ma lasciamo andare
la questione dei diritti e dei doveri. Sta di fatto che questo saggio, per
quanto voglia esser modesto, non può terminare qui: non si può trattare del
pensiero di M. senza almeno un cenno al suo capolavoro. Il capolavoro di M. è
lo Stato fascista, il quale è, bensì, un’opera di creazione politica, ma è
tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben
consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo
cercato di ricostruire dianzi sulla base de’ suoi scritti e delle sue
dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di
aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi esposta
precedentemente. In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi dovremmo far
vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo Stato fascista chi si pone
da un punto di vista filosofico e religioso diverso da quello del suo creatore;
e in secondo luogo, passando al lato positivo, che in tale creazione politica
agiscono quegli stessi motivi originali di interiorità e senso della
trascendenza che noi abbiamo indicati prima come posizione peculiare del suo
atteggiamento mentale quale, anch’esso, fa leva sugli stessi principi
fondamentali dell’interiorità e della trascendenza. Ma, mentre nel filosofo
francese tale interiorità oscilla fra biologismo e psicologismo, essa si pone
nell’italiano, passato attraverso l’idealismo, con la possibilità (non vogliamo
dir di più) di una determinazione più pura. E similmente si dica per il Dio
bergsoniano. Le differenze si riflettono, poi, anche nella diversità di
concepire la funzione dello Stato, tanto dal lato sociale, quanto da quello
della storia in generale. e spirituale in rispetto a tutti i problemi della
realtà e della vita. Come premessa comune a entrambi i lati del problema cbe
qui si presenta, bisogna far attenzione a questo fatto: die noi ora passiamo a
considerare !’(( uomo » non più nella sua intimità e interiorità, in quella
solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e
politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo
storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di ogni
giorno. La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo mondo; la
sua personalità egli la deve costruire come individualità cbe ha un significato
e xm valore essenzialmente sociale; egli ha qui per giudice, non più Dio
direttamente, ma il mondo della storia e della civiltà umana. L’uomo del senso
comune, ch’è spesso anche l’nomo del buon senso, può trovare motivo di
diffidare, anzi di sorridere, di ogni spiritualismo che non tenga conto di una
tale condizionalità : che parli di nn’interiorità che si consuma dentro se
stessa senza prodursi nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai
realizzare una spiritualità pura, incorporea. Invece, lo spirito umano ha
bisogno del corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali:
bisogna far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per
questo la questione economica non è nna questione spirituale anch’essa:
l’animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l’animale non
ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il
vestir panni e le altre necessità della vita, si presen- (1) Le filosofie
neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo- fra la metafisica e la
lirica sono perniciosissime per i piccoU cervelli (ilarità). Le filosofie
neospiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato... ma bisogna
digerirle!... (ilarità) ìì: M., nel primo discorso parlamentare (Discorsi dal
banco di deputato). tano, non come cose a cui pensa la natura o il caso, ma
come risultato della sua libera attività, del suo lavoro e ingegno; è per
l’uomo, in quanto la società gli rende possibile la sua vita, che il lavoro è,
oltre un diritto, xm dovere: un dovere sociale. Ma, d’altra parte, è pure ovvio
che la spiritualità della questione economica esprime soltanto la condizione
umana di quella spiritualità più profonda che l’uomo trova nella sua pura
interiorità ; e che scambiare la questione economica con la questione morale,
come fece il socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi
con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po’ troppo lunga; ma essa
era necessaria per spiegare nel modo più breve la nostra insoddisfazione per
tutte le teorie fin qui addotte su lo Stato fascista. Preghiamo, con piena
sincerità, il lettore di non sospettare che si abbia noi la pretesa di
possedere il segreto di quella teoria. Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare
che innanzi all’opera di M. ci sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche
gli altri confessassero questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista s’è
scritto oramai una biblioteca, fra l’Italia e l’estero. E naturale che gli
scritti migliori siano quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di
prim’ordine per cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che
avviene nei commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia', c’è
qualcosa che, dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella poesia e
nell’arte si può dar la colpa alla critica che non arriva mai a tradurre in
concetti l’intuizione sentimentale. Qui, nell’opera politica di M., a noi
sembra che la colpa sia dei teorici che restano al di sotto del punto centrale
in cui lavora il suo genio creatore fra problemi di azione e di pensiero che
costituiscono la sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche cenno più
esplicito. La letteratura su accennata può dividersi in opere di economisti, di
giuristi, di politici, di filosofi. I discorsi fatti in generale sono,
necessariamente, sempre un po’ vaghi. Ma noi qui abbiamo un interesse ben
determinato, e non abbiamo nessun dovere di allontanarci da esso per entrare
nella discussione dei particolari. A cominciare, quindi, dai filosofi,
dichiariamo che una filosofia capace di penetrare in ciò che ha di più
singolare lo Stato fascista non esiste ancora. I filosofi che ne hanno fin qui
parlato (e alludiamo non soltanto agli itahani, ma anche agli stranieri),
s’indugiano ancora in posizioni che M., anzi la storia guardata dal punto di
vista fascista, s’è lasciato dietro le spalle. Ad esempio : c’è chi è ricorso
allo Hegel per dimostrare ch’egli è il vero precursore della nuova civiltà del
mondo inaugurata dal Fascismo. Non c’è bisogno di molta dottrina per far
osservare che nel secolo intercorso fra lo Hegel e il Fascismo sono avvenute
queste cose fondamentali; la critica fatta allo spirituahsmo
idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da una parte, e del
liberalismo dall’altra; e poi la critica, che già corre per il mondo, del
Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le ragioni di
richiamare quello spiritualismo astratto alla base materiale-economica per intendere
il concreto mondo storico e agire in esso. Il liberahsmo ebbe altrettanta
ragione di non volerne sapere di quel teologismo, perché quel che a lui premeva
era la libertà dell’uomo, e però dell’individuo vero e reale. Oggi il Fascismo
ha superato, per parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non soltanto
l’astrattezza ed erroneità dello hegelismo, ma anche l’angustia mentale (ch’era
una astrattezza ed erroneità opposta) comune al marxismo e al hberalismo. Come
ritornare, dopo questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora, ricominciamo da
Platone e da Aristotele! QÙRnto inchiostro versato in questi anni per
dimostrare che non c’è Hbertà senza autorità; che l’individuo s’identifica con
lo Stato; che economia etica e politica sono la stessa cosa; che la sovranità
dello Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto fuori di sé, ed
altrettali filosofemi caratteristici della filosofia hegeliana! La quale
risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in un
processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l’Assoluto
metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i concreti
problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non intendiamo, con questo, di dire
che tanto inchiostro sia stato versato inutilmente. Tutt’altro! È stato del
tutto opportuno, per rinfrescare la memoria delle persone colte e per dirozzare
la mente degli ignari su quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo
e della civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni
sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per cogliere
questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che veramente dànno il
nuovo senso dello Stato », contenute nel discorso del Duce all’Assemblea
quinquennale del Regime. Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione
stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e
altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista?
Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le
vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C’è un concetto che ritorna
frequentemente in tutte le definizioni : quello della personalità dello Stato,
come di una personalità superiore che assorbe, o deve assorbire, quella
inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta poca riflessione per
accorgersi che quello Stato è una formula, una realtà anonima, una personalità
che è tale soltanto nel senso in cui si parla di (( persona » in giurisprudenza
quando si vuol dire di un ente o istituto che ha un riconoscimento dalla legge
ed è (1) Son riportate e illustrate in Appendice, V. Quaderni soggetto » di
diritti. Ossia, è una personalità ehe è il massimo della impersonalità. La
personalità, inveee, dello Stato fascista consiste in questo: che c’è un Capo,
una personalità e volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la
complessa vita statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo
politico-giuridico con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità,
resta come un presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare,
perché, appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica
e politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della
coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da M. nel suo Preludio al
Machiavelli) (1). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che l’ordine e
la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante, così il Fascismo
pensa che per uno Stato forte e capace di contar qualcosa nella determinazione
della storia mondiale, quel che più conta è la volontà e capacità di chi siede
al governo, dirige e determina la via da seguire. In quella volontà si debbono
organizzare tutti i voleri, in quella personalità debbono prender corpo tutte
le gerarchie, classi e categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione.
Gerarchie, classi e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del
corpo politico, sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato,
espressa in sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo e alla massa
altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di autorità?
Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica che per
dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare ugualmente bene
l’opposto. M. non s’è mai indugiato in tali esercitazioni : dichiarando che la
libertà è un mezzo, non un fine » ha risolto la questione perentoriamente.
Questo è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare
un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici
stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione della
Storia, e non s’è ancora accorto che la Storia la fa non l’individuo isolato
con la sua astratta libertà, ma l’individuo in quanto volontà e libertà
organizzata in quell’organismo spirituale che è lo Stato. Sono gli Stati che
decidono del mondo storico-sociale, non gl’individui come tali: così come sono
gli eserciti che determinano la vittoria, non i soldiati singolarmente presi (1).
Stato etico )), si dice: e questo, si aggiunge, almeno questo, è pure un
concetto di marca schiettamente hegeliana. Per cui, dall’altra parte, si
protesta: eccoci tornati, col Fascismo, alla (( morale di Stato )), alla morale
governativa » : quale aberrazione filosofica e morale ! Se non che, anche qui,
non si può raccomandare abbastanza di non perdersi in queste discussioni, e di
attingere direttamente alla fonte delle parole e del pensiero di M.. Prendiamo
un passo: Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista,
perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di
rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo
Stato se non avesse im suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza
alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che
cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini
avrebbero il diritto della rivolta e del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica
in pieno il suo carattere di eticità: è Cattolico, ma è Fascista, anzi sopra-
Nella silenziosa coordinazione di tutte le forze agli ordini di uno solo, è il
segreto perenne di ogni vittoria » {Tempi della rivoluzione fascista, pag.
166). Non basta, dunque, dire con Tidealismo che il mondo storico è una
creazione dell’uomo. Bisogna aggiungere; deU’uomo organizzato nella società, e
in primo luogo in quella forma più potente di società h’è lo Stato
fascisticamente inteso. 3tutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattoli-
cismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la
specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola » (1). Vediamo
di non cambiargli le carte in tavola. Contro una Chiesa che, movendo dal
principio di esclusivo monopolio nella direzione delle coscienze, tende a tener
per sé, come si dice nel linguaggio scolastico (del tempo in cui si faceva
questione fra Papa e Imperatore per il governo del mondo), tutto (( lo
spirituale », e a lasciare allo Stato la sola cura dei beni materiali: contro
tale Chiesa M. adduce, di pieno diritto, la rivolta della sua coscienza, del
suo senso di Capo di uno Stato moderno, che sa di governare degli uomini liberi
e non già un gregge, di guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già
di essere un sentplice amministratore di beni, ed afferma il carattere
spirituale dello Stato e il fondamento morale che sostiene la sua autorità di
Capo. Ma da questo al concetto che risolve il problema morale nel problema
dello Stato, c’è un molto rispettabile intervallo, anzi xm abisso, che a noi
non risulta in alcun modo che M. abbia mai tentato di varcare. Stato unitario,
totabtario : tutto nello Stato, per lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla
contro di esso. E può essere diversamente data la nuova concezione fascista?
Come in guerra tutte le forze materiali e spirituali della Nazione vengono
organizzate, senza residuo, per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato
fascista ha bisogno di tutte le forze, fisiche, morali e intellettuali, de’
suoi cittadini per vincere quella più grande battaglia che determina il posto
di uno Stato nel mondo e il corso della storia stessa. Discorso aUa Camera per
Gli accordi del Luterano. (2) Io considero la politica come una milizia o
combattimento (Tempi della rivoluzione fascista). Il Fascismo non vuole, dentro
Quindi nulla, di quanto l’individuo può dare, sfugge all’interesse dello Stato
fascista: la sua ctdtura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la stessa
sua coscienza religiosa. Ma questo non implica un assorbimento » del--
l’individuo nel senso che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità !
Tutt’altro : lo Stato fascista ha ogni interesse, anzi, a potenziare la
personalità fisica e morale dell’individuo, a sollecitarne la libera iniziativa,
a trar profitto dalla sua vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra,
anche dalle sue ambizioni e dalle legittime aspirazioni al benessere e agli agi
materiali. Non, dunque, che sia erronea la così detta identificazione
dell’individuo con lo Stato; ma, presentata in quella dialettica astratta, non
dice nulla di positivo, e può condurre, ripetiamo, anche a dire il contrario (
1). Così, per la questione economica. Stato corporativo, sì, certo : è un
caposaldo dello Stato fascista, che qui si lascia di nuovo dietro le spalle il
socialismo e il liberalismo insieme. Ma se da questo si vuol dedurre che
l’originalità e importanza dello Stato fascista sia tutta in questo punto,
nell’aver immessa una coscienza statale » nel giuoco degli interessi lo Stato, la
lotta: vuole, anzi, Tarmonia e la collaborazione. Ma nel confronto con le forze
estranee sente che la vita è un combattimento continuo, incessante », da
accettare con grande disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza
necessaria » {Per il settimo annuale della fondazione dei fasci). Non si tratta
di mera coincidenza o non coincidenza della volontà deU’individuo con quella
dello Stato, ma di un processo che si può ben chiamare di educazione
dell’individuo per opera dello Stato fascista : La politica è l’arte di
governare gli uomini, cioè di orientare, utilizzare, educare le loro passioni,
i loro egoismi, i loro interessi in vista di scopi d’ordine generale che
trascendono quasi sempre la vita individuale perché si proiettano nel futuro ».
L’individuo, infatti, non educato politicamente, tende a evadere continuamente:
tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a non fare la guerra:
pochi sono coloro — eroi o santi — che sacrificano il proprio io sull’altare
dello Stato » (Preludio al Machiavelli), Sul concetto di Stato fascista come
Stato educatore, ved. Appendice, pag. 55. materiali che governano l’economia di
un Paese, c’è l’evidente pericolo di fare del Fascismo un’antitesi, sì, del
comuniSmo e bolscevismo, ma su lo stesso piano. In somma: economia, etica,
politica sono, bensì, legate indissolubilmente nello Stato fascista, ma non per
questo l’una è la stessa cosa dell’altra. E veniamo, infine, alla tanto
dibattuta questione religiosa. Stato confessionale? No, certo: si è detto e ripetuto.
Allora, Stato superconfessionale » ? Sì, certo, nell’ovvio senso in cui,
negandosi che sia confessionale, si vuole pure affermare la sua religiosità. La
religiosità, si ha ima grande premura di aggiungere e ripetere a sazietà,
immanente ». Non ha detto il Duce: (( tutto nello Stato, nulla fuori dello
Stato »? Ma la conseguenza, al solito, è tratta troppo facilmente, con una
argomentazione che, per voler esser troppo profonda, resta alla superficie
della questione e del pensiero di M.. Il quale non ha mai sognato di fare della
religione una questione meramente politica. Dal dire che lo Stato fascista ha
estremo interesse a coltivare la coscienza religiosa della Nazione; a dire che,
quindi, è lo Stato stesso che crea quella coscienza e ne è l’arbitro, ci corre
quel solito intervallo o abisso che M. non consta abbia tentato di abolire.
Ancora una volta ! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da esibire, e non
pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti del pensiero M.ano. Ci
limitiamo a esibire dei (( materiali » e dei punti di vista », quali possono
essere rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo :
quella teoria (( immanentistica » è in accordo con ciò che consta del pensiero
e dell’azione mus- soliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in
precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il contrario. Diciamo
meglio e di più: quel che consta è un’impostazione del problema
politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi nell’avvenire
della coscienza politico-religiosa, non soltanto degli Italiani, ma dell’uomo
semplicemente, in universale. C’è un fatto: che lo Stato ha affermato la sua
assoluta sovranità nel mondo dello spirito storicamente considerato ; e
contemporaneamente la Chiesa ha rinunciato a entrare più nelle questioni
interne allo Stato e nelle competizioni, di qualsiasi specie, fra gli Stati. Le
due sfere si sono, per la prima volta dacché esistono, delineati e definiti
esattamente, per lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con questa
reciproca delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto : quindi
né assoggettamento della sovranità dell’uno all’altra, né separazione nel senso
che l’uno non voglia saper nulla dell’altra. Lo Stato fascista, proprio perché
è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani, ci sono due
fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa dell’uomo, a
seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica della storia,
ovvero in quella interiorità dell’uomo e della personalità ch’è la sua
spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufficienza, dianzi, che questi due punti
di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente legati. Lo
Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni
esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai
suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo, e per il senso
della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principii di
disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della
concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo
accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli Italiani, che
pon termine a un dissidio rimasto, secondo Fespressione di M. stesso, come una
spina confitta nel profondo dell’anima nazionale. Ma la Chiesa non ha da
guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un programma da realizzare anche più vasto
e profondo: liberata dagl’interessi politici, accostarsi sempre di più alle
coscienze nella pura interiorità, parlare ad esse un linguaggio più
intelhgibile e persuasivo, rinnovare nelle menti e nei cuori i motivi di quella
fede che fece la sua grandezza in altri tempi, anzi in ogni tempo. Solo per
questa via alla conciliazione fra essa e lo Stato potrà seguire l’altra fra
essa e il pensiero moderno. ILa Sarfatti {Dux) riporta dal giornale
repubblicano, Il pensiero romagnolo », una buona parte di uno studio giovanile
di M. su La filosofia della forza, nel quale sono riassunti i motivi della sua
ammirazione per il Nietzsche, e insieme quelli del suo dissenso da tale
filosofia. I primi si risolvono nella concezione attivistica della vita come
creazione di nuovi valori spirituali: Questa volontà di potenza, che si esplica
nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali, dà uno scopo alla
vita. Creare! Ecco la grande redenzione dai dolori, e il conforto della vita.
Il superuomo — ecco la grande creazione nitciana. Quale impulso segreto, quale
interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche
nell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae:
della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove l’irrimediabile
mediocrità trionfa. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno
all’ideale; ma a un ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno
creduto le generazioni passate ». Che il Nietzsche non abbia esposto
sistematicamente la sua filosofia, non importa: Ciò che v’è di caduco, di
sterile, di negativo in tutte le filosofie, è precisamente il sistema: questa
costruzione ideale, spesse volte illogica e arbitraria. L’avversione al sistema
», nel senso scolastico di una dottrina chiusa nel cerchio di astratte definizioni
e di procedimenti puramente razionali, dà, per lo meno estrinsecamente, il
carattere più originale della filosofia contemporanea. Il punto veramente
debole della concezione nitciana è, invece, quello colto sin da allora da M.,
là dove posto il principio che l’istinto di socievolezza è inerente alla natura
stessa dell’uomo », onde non si concepisce un individuo che possa vivere avulso
dall’infinita catena degli esseri », nota la contraddizione in cui fatalmente
doveva aggrovigliarsi il Nietzsche, il quale (c sentiva la fatalità di questa
che potrebbe dirsi legge della solidarietà universale, sì che per uscire dalla
contraddizione il superuomo, l’eroe nitciano, dall’interno scatena la sua
volontà di potenza aH’esterno... Ma, o il superuomo è unico, e non ubbidisce a
leggi; o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale, e allora
rientra nella mandria. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la
società rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d’artificio Anche
l’anticristianesimo nitciano è veduto nel suo significato più positivo e, in
fine, contingente: Per comprendere questo feroce anticristianesimo nitciano,
dobbiamo esaminare alcun poco il mondo interno del Nietzsche. Egli era
profondamente antitedesco. La gravità teutonica e il mercantilismo inglese
erano ugualmente indigesti all’autore di Zarathustra. Forse il suo anticristo è
l’ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania feudale, pedante,
cristiana ». Il volumetto Giovanni Huss, il veridico (Roma, Po- drecca e
Galantara) è una buonissima monografia di carattere schiettamente storico.
L’intenzione anticlericale vi è aggiunta nella Prefazione, e qua e là
incidentalmente, e in ogni modo non oltrepassa il limite doveroso del rispetto
verso il Cristianesimo: verso di questo, anzi, è evidente una sincera simpatia.
Ancora ima volta Huss si difende dall’accusa di eresia. Egli non si proponeva
che la purificazione del clero dagli elementi che lo demoralizzavano...
Stridente antitesi! Mentre i prelati alti e bassi della chiesa non miravano che
ad arricchire, e talvolta lasciavano in retaggio ai figli e ai nepoti ricchezze
favolose, l’eretico Huss, come il Cristo, null’altro lascia alPinfuori di
alcuni poveri indumenti. Huss non aveva solo predicato, ma anche praticato, e
come San Francesco d’Assisi aveva sposato coram populo, madonna Povertà.Gli
eretici parlano in nome del popolo e al popolo. È un ritorno al Vangelo,
eh’essi vogliono: un ritorno alla vita povera, ma solidale, delle prime
comunità cristiane. Non cosi, tuttavia, i seguaci di Huss, che (( superarono in
barbarie la Chiesa di Roma » : essi si ispirarono a Jehova, (( non al mite
apostolo di Nazareth. Ispirazione, dunque, questa dominante nel volumetto su
Huss, da riformatore, e però morale, e in fine religiosa. La religiosità,
tuttavia, è concepita e sentita al di fuori di ogni dogma: Cosi [con l’eresia
di Huss], la storia della progressiva liberazione del genere umano dai ceppi
delle credenze dogmatiche non subisce di secolo in secolo soluzione di
continuità. Dal senso vivo d’interiorità (ch’è il senso stesso della
individualità e personalità puramente spirituale) deriva, per contrapposto,
tanto più vivo quello dell’esteriorità e del dominio meditato della volontà sul
mondo in cui l’uomo deve agire. Negli scritti e discorsi di M. si accenna più
volte ad un tale senso della vita interiore, ch’è, poi, la fonte prima del
problema filosofico e religioso. Già nel 1914, fondando Il Popolo d’Italia»,
scriveva: Non tutti i miei amici d’ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti
ribelli si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente,
liberissimo, personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun
altro ». E nel 1929 (Su gli Accordi del Laterano », alla Camera) : (( Ecco che
io mi son trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare le
vene e i polsi di un uomo. E non potevo chiedere consiglio a chicchessia: solo
la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe
meditazioni ». Nei momenti più solenni l’uomo si sente solo: solo con se stesso
e con Dio ((( Cosi Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia
ardua fatica »). Il Barnes {Gli aspetti universali del Fascismo), scrive : È
questa l’attitudine di M. innanzi ai problemi pratici della vita: una profonda
coscienza del bene e del male, un infinito senso di responsabilità... Ne deriva
una continua autocritica ed un automartirio che, se non fossero la sua fede, il
senso di dovere verso la sua vocazione, il suo coraggio morale, lo
spingerebbero verso una vita contemplativa. Sant’Ignazio di Loyola, e non
Napoleone, è la figura spirituale che può essere compagna a M. ». Tenendo
presente quanto abbiamo notato dianzi sul rapporto fra il senso d’interiorità e
quello del dominio della volontà sul mondo esteriore, è facile vedere sino a
qual punto colga giusto Fosservazione del Barnes. Il paragone coglie un aspetto
della personalità del Duce che andava messo in rilievo contro chi vede di
quella soltanto il lato esteriore, l’atteg- giamento napoleonico », del
conquistatore o dominatore, o meglio, per dirla con parola corrente e più
vicina all’idea, del realizzatore ». Ma quell’aspetto, separato dall’altro,
vien fuori deformato. Il senso d’interiorità è in M. anche la fonte segreta
della sua forza di volontà. In conchiusione, M. è una sintesi nuova che assorbe
e trasfigura interamente i vecchi termini in contrasto. Che cosa ci pongono di
fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50
anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le fantasie dei
positivisti : fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più pericoloso del
pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il
processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto »
[Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci). Idealismo è il termine
generale più acconcio a comprendere il movimento della filosofia contemporanea
sorto contro il positivismo che aveva dominato la cultura europea nel periodo
precedente a quello a cui M. accenna. In quanto antipositivista, il pensiero
M.ano si può hen definire idealista. Che i fatti non si intendano senza
l’attività del pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio
spirituale, è verità messa in gran luce dall’idealismo contemporaneo, svoltosi
poi in svariate direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una
parte, dalla diversa valutazione del positivismo criticato; e dall’altra, dalla
diversità di significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima
parte, la critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo,
l’esigenza di concretezza, il senso della realtà dell’esperienza lunana
(conoscitiva e pratica): l’idealismo è andato d’accordo, qui, col positivismo
nella tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per ìa seconda,
l’atteggiamento generale dell’idealismo è stato per una rivalutazione dei
principii religiosi, di cui l’illuminismo aveva fatto troppo buon mercato :
senza di essi, infatti, neppiure s’intende il valore morale della vita e il
dovere del sacrificio per gl’ideali che fanno grande l’uomo. Ma, poi, non
sempre l’idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso di concretezza
del mondo dell’esperienza; dall’altro, il senso veramente religioso della vita
spirituale. I/idealismo assoluto, in modo particolare, viene oggi criticato da
entrambi i lati, ed è questa la ragione per cui gli si oppongono, da una parte,
correnti di pensiero più vicine ai problemi dell’esperienza e della scienza, e
dall’altra lo schietto spiritualismo. Questi problemi, interni all’idealismo,
sono presenti, sia pure germinalmente, anche nel pensiero di M., sopratutto
nelle pagine in cui espone le idee fondamentali della Dottrina del Fascismo,
che ora passiamo ad esaminare. (( Come ogni salda concezione politica, il Fascismo
è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina che, sorgendo da
un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita-e vi opera dal di dentro.
Ha, quindi, una dorma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha
insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia
superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà
umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e
particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui
la prima ha il suo essere e la sua vita. Non c’è concetto dello Stato che non
sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di
idee che si svolge in ima costruzione logica, o si raccoglie in una visione o
in una fede ». Quaderni [Si noti, nel primo passo, il rapporto posto fra la
contingenza o realtà della storia, in cui vive l’uomo, e U valore universale
del pensiero che la illumina. Ivi si accenna anche all’altro problema del
rapporto fra il pensiero e l’azione: o, come meglio si vede nel secondo passo,
tra filosofia e fede religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità,
in un sistema concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e
diventa, così, principio di vita e di azione]. Così il fascismo non
s’intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di
partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla
luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo
per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui
l’uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è
governato da una legge naturale che istintivamente lo trae a vivere una vita di
piacere egoistico e momentaneo. L’uomo del Fascismo è individuo che è nazione e
patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una
tradizione e in una missione che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve
giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti
di tempo e di spazio; una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di
sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza
quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo )). [Il a modo
spiritualistico )) di concepire e sentire la vita è qui esposto con tutta
chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso un principio anche di
fede religiosa? Come, infatti, richiedere all’individuo l’abnegazione di sé e
la rinuncia ai suoi interessi, alla vita stessa, senza una fede trascendente?]
(( Dimque, concezione spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione
del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento.
Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né
passivamente ottimistica, come sono in generale le dot* trine (tutte negative)
che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che con la sua libera volontà
può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l’uomo attivo e impegnato
nell’azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle
difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta,
pensando che spetti all’uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di
lui, creando prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale,
intellettuale) per edificarla. Così per l’individuo singolo, così per la
nazione, così per Fumanità. Quindi l’alto valore della cultura in tutte le sue
forme (arte, religione, scienza), e l’importanza grandissima dell’educazione.
Questa concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione etica. E
investe tutta la realtà, nonché l’attività umana che la signoreggia. Nessuna
azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del
valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita, perciò, quale la
concepisce il fascista, è seria, austera, religiosa. Il Fascismo è una
concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una
legge superiore, con una volontà obiettiva, che trascende l’individuo
particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi
nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di
mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di
governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero », [Innegabilmente,
questo spiritualismo è d’ispirazione schiettamente religiosa. Ma e questo è un
punto di capitale importanza per l’intelligenza della religiosità immanente
allo spiritualismo caratteristico della dottrina fascista — non vuole che il
senso religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l’attività
dell’uomo e la sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito
d’iniziativa, audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di
quest’attivismo, si dice nel passo ora riferito, sono tutte quelle che pongono
il centro della vita fuori dell’uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le forme di
panteismo. Il Cristianesimo non è panteismo: e però — salvo in alcune
interpretazioni e manifestazioni secondarie — non nega la volontà e l’attività,
e può, anzi, rinvigorire il senso morale della vita col dare un valore assoluto
anche al dovere di sacrificare la vita stessa per un ideale puramente umano
come quello della Patria. Non si scordi che è proprio del Cristianesimo il
concetto della vita come milizia. Il cristiano, infatti, pone, bensì, il suo
Dio oltre di sé, trascendente, ma non fuori di sé: lo trova nella più profonda
interiorità della sua stessa vita spirituale. Queste considerazioni, da noi
aggiunte, non paiono in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito.
La loro conformità, anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente
che il Fascismo, non solo non è soltanto (( un sistema di governo », ma non è
neppure soltanto un sistema di pensiero » : è anche, come s’è veduto innanzi,
una fede (1)]. (( Il Fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non
è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nei
gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le
nazioni Questo principio della fede basta a differenziare l’agnosticismo
religioso da quello areligioso di origine positivista. Dio non è, certamente,
oggetto di conoscenza. Ma non per questo la sua esistenza è ipotetica! Mettiamo
qui questa considerazione per chiarire il significato di talune espressioni di
M. in altri scritti. Nello scritto che stiamo esaminando, Dio, infatti, vien
definito, a scanso di equivoci, come volontà: oggetto, dunque, di fede, non di
conoscenza (intesa, questa, nel senso della scienza). Si badi, però, di non
cadere in un altro equivoco EQUIVOCO GRICE su la parola oggetto » : la volontà
non è mai oggetto, e la volontà di Dio, a cui s’ispira l’uomo religioso, vien
sentita, amata e. seguita, nella pura interiorità della coscienza, che poi si
manifesta nell’azione. Fcollaborano. Donde il gran valore della tradizione
nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori
della storia l’uomo è nulla ». [L’uomo non può vivere la sua vita di azione, e
realizzare in sé i più alti valori umani, fuori della società, ossia fuori del
mondo storico in cui la sua vita si trova, di fatto, inserita. Questo è,
evidentemente, il significato della proposizione: Fuori della storia l’uomo è
nulla». Il problema deH’immortalità dell’anima è, qui, fuori causa. E sarebbe,
reputiamo, fraintendere il pensiero di M. interpretare queste parole come
l’affermazione di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto (1), cbe
risolvesse tutto l’uomo, senza residùo, nel mondo della storia]. Perciò il
Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica,
tipo secolo xviii: ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso
non crede possibile la felicità su la terra, e quindi respinge tutte le
concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una
sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della
storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente
vuol essere una dottrina realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i
problemi che si pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono
la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna
entrare nel processo delia realtà e impadronirsi delle forze in atto ». [Parole
d’oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della storia e dei
problemi, sempre concreti e determinati, che l’uomo d’azione si trova innanzi].
Anti-individualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per
l’individuo in quanto esso coincide con quanto si disse a pag. 19.CARLINI lo
Stato, coscienza e volontà universale delFuomo nella sua esistenza storica. Il
liberalisnio negava lo Stato nell’interesse deH’individuo particolare: il
Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà
dev’ essere l’attributo dell’ uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a
cui pensava il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà
che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello
Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il
Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore,
interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo ». [Già a pag. 37,
abbiamo chiarito in quale significato, a nostro avviso, va intesa l’eticità
dello Stato fascista, e la sua totalitarietà. Non si tratta, dicemmo, di un
assorbimento e svuotamento della personalità spirituale dell’individuo! Si
tratta, invece, del contributo che l’individuo, col suo lavoro e con la sua
cultura, può e deve dare ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e
spirituale dello Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero
di M. l’allargare il significato dell’affermazione : nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato », sino a fargli
dire che nello Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che
nulla esiste fuori dello Stato. L’esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione
(1)]. ^ Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul socialismo, stri
sindacalismo, su la democrazia, ecc. Prendiamo nota di alcuni punti soltanto,
che giovano all’intelligenza Questo diciamo in relazione ad una possibile
interpretazione diver^ gente, di un umanismo teologico», secondo quanto si notò
a pag. 20. della peculiarità dello Stato fascista, da noi precedente- mente
accennata, e su la quale torneremo fra poco. Il Fascismo, si dice, è un’idea
che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e
quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti
coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare una nazione,
avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una
coscienza e una volontà sola...: moltitudine unificata da un’idea, ch’è volontà
di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità ». Nel sentimento
nazionale, infatti, si esprime la coscienza e volontà di tutti come una stessa
coscienza e una volontà sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal
trovare la sua vera e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel
sentimento nazionale essa resta — e potrebbe restare per secoli — allo stato
potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza
all’atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch’è personalità:
personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del governo, la cui volontà
prende corpo, per mezzo della disciplina, nei gerarchi (1), e giù (1)
Gerarchia^, come si sa, è il titolo della rivista da lui fondata nel 1920, Si
vegga, ivi. Stato, antistato e fascismo: Che cosa è lo Stato? Lo Stato vien
definito conte Vincamazione giuridica della nazione. La formula è vaga. Lo
Stato è anche questo, ma non è soltanto questo. Senza volere elencare tutte le
definizioni che del concetto di Stato furono date, nei secoli, dai (Cultori
delle scienze politiche — il che sarebbe inutile e prolisso — mi pare che lo
Stato possa essere definito come un sistema di gerarchie. Lo Stato è alle sue
origini im sistema di gerarchie. Quel giorno in cui un uomo, fra un gruppo di
altri uomini, assunse il comando perché era il più forte, il più astuto, il più
saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o per forza ubbidirono,
quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di gerarchie, semplice e
rudimentale allora, com’era semplice e rudimentale allora la vita degli uomini
agli albori della storia. Il Capo dovè creare necessariamente un sistema di
gerarchie per fare la guerra, per rendere giustizia, per giù sino alia massa
popolare. Soltanto in questo modo, a noi sembra, si può parlare della
personalità delio Stato: riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di
questo modo di vedere è data da quanto segue nello scritto di M., dove dice che
(( non è la nazione a generare io Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato,
che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi
un’effettiva esistenza ». Il diritto di una nazione — si aggiunge a questa
esistenza, ossia all’indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una
volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da
una sorta di Stato già in fieri ». sic Stato fascista è Stato educatore. Esso
(( non si può limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il
liberalismo ». E non è semplicemente un meccanismo giuridico, o economico: sia
pure come corporativismo. Lo Stato fascista è forma e norma interiore, e
disciplina di tutta la persona: penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo
principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità
civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uotno d’azione come del
pensatore, dell’artista come dello scienziato. Il Fascismo, insomma, non è
soltanto datore di leggi e fon- amministrare i beni della comunità, per
ottenere il pagamento dei tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il
soprannaturale. Ma in tutti i casi lo Stato si estrinseca in un sistema di
gerarchie, oggi infinitamente più complesso, adeguatamente alla vita ch’è più
complessa in intensità e in estensione. Ma perché le gerarchie non siano
gerarchie morte, è necessario ch’esse fluiscano in una sintesi: che convergano
tutte ad uno scopo a. Questo scopo è, certamente, una volontà comune, ma
impersonata soprattutto nel Capo, e via via nei gerarchi da lui dipendenti.
datore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare uon
le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a
questo fine vuole disciplina, e autorità clie scenda addentro negli spiriti, e
vi domini incontrastata » (1). (1) Cfr. Per il settimo annuale della fondazione
dei Fasci-. Voglio correggere gl’italiani da qualcuno dei loro difetti
tradizionali. E li correggerò... Se mi riuscirà, e se riuscirà al Fascismo di
sagomare così come io voglio il carattere degli Italiani, state tranquilli e
certi e sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre
mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà ». E
Alle genti della Liguria (1926) diceva: Noi governiamo il popolo italiano con assoluta
purezza d’intenti. Non siamo mossi da stupide vanità e da ridicole ambizioni.
Non ci consideriamo i padroni, sibbène gii educatori di questo popolo che
merita e avrà un sempre migliore destino ». Il motto M.ano Fare di tutta la
propria vita tutto il proprio capolavoro », comprende, dunque, nel suo
programma, in quanto uomo di governo, anche quel capolavoro, a cui egli attende
assiduamente, di educare rifare la coscienza del popolo italiano. Poche pagine,
scritte quasi occasionalmente. Egli si preparò con la lettura del Machiavelli,
e di alcuni, pochi, scritti su lui: Ho riletto attentamente il Principe e il
resto delle opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per
leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli ».
Quanto si è scritto su Machiavelli! Si vegga il Vil- lari, la letteratura
citata nella celebrata sua opera, e tutto quello che s’è scritto dopo sino a
oggi. Il problema dell’interpretazione e valutazione del Principe è ancora un
problema aperto: e si fa, sembra, più ardente e attuale ogni giorno.
Apparentemente, M. non dice nulla di nuovo, come dichiara egli stesso. Si pone
questa domanda : A quattro secoli di distanza che cosa c’è ancora di vivo nel
Principe? ... Il valore del sistema politico del Principe è circoscritto
all’epoca in cui fu scritto, quindi necessariamente limitato e in parte caduco,
o non è invece universale e attuale? ». La risposta si compone di due parti: la
prima constata che, essendo la politica l’arte di governare gli uomini, il suo
elemento fondamentale è l’uomo; la seconda stabilisce, con opportune citazioni,
(( l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della natiura umana. Per
questa preparazione si veggano i manoscritti diM. esposti alla Mostra della
Rivoluzione. Per runa e per l’altra parte è facile addurre che quello era stato
osservato e detto da altri molti. Si trova già in Aristotele, ad esempio,
questo pensiero: che l’uomo di governo (il politico », egli diceva), dovendo
procurare il bene dei governati, deve conoscere profondamente la psicologia,
perché soltanto così può fare (( i cittadini buoni e obbedienti alle leggi ». E
quanto al pessimismo di Machiavelli (che traduce nel campo politico la
concezione cristiana della originaria malvagità della natura lunana), altri
l’avevano notato. Napoleone l’aveva condiviso in pieno. E tuttavia queste poche
pagine, nella loro scheletrica forma, hanno una strana malia: hanno il fascino
delle verità semplici ed elementari. Il prof. Casella, deirUniversità di
Firenze, ha recentemente curata una edizione nuova, riveduta su codici, del
Principe (Libreria d’Italia, Milano), e in fondo al volume ha posto le
interpretazioni di Ugo Foscolo, di Giuseppe Ferrari, di Francesco De Sanctis,
di Alfredo Oriani e di Benito M.. Perché mai il valente critico ha sentito
bisogno di aggiungere all’eletta schiera (basta il De Sanctis a illustrarla)
anche M.? Si potrebbe rispondere che, mentre gli altri si diffondono su
l’aspetto storico, su quello estetico, su quello scientifico o politico nel
senso angusto della parola (il F errar! e l’Oriani ne fanno una critica
spietata, fuori luogo infine). M. ha lasciato da parte il superfluo e
l’incerto, ed ha fissato il punto essenziale del famosissimo trattato. La
risposta è giusta, e potrebbe bastare, per chi si contenta di quello che le
poche pagine dicono effettiva- Non si vuol comprendere come superfluo l’aspetto
storico, né quello estetico: ma sì vuol dire soltanto che l’essenziale, quello
intorno a cni tanto ancora si disputa, non è lì. mente. Ma, se uno le legge con
gli occhi vorrei dire di M., ci trova dentro, in iscorcio, tutto un mondo di
pensieri, ignoto agrinterpreti precedenti: ci trova dentro un Machiavelli quale
soltanto un uomo come M. poteva vedere, e ha veduto. Un Machiavelli guardato
alla luce del nuovo concetto che dello Stato ha il Fascismo. M. non ha avuto né
tempo né voglia di chiarire la differenza fra la dottrina del Machiavelli, così
come si presenta nel Principe, e la dottrina fascista. Differenza enorme!
abisso incolmabile! Meglio: colmabile con tutta l’esperienza sociale, politica
e morale, dei secoli intermedi. Manca, infatti, nel Principe l’esperienza del
passaggio dalla politica italiana del tempo delle Signorie a quella europea
delle grandi Monarchie nazionali, dei governi assoluti e dei principi
riformatori; manca la rivoluzione francese con la rivendicazione dei diritti
dell’uomo, e la conseguente rivoluzione liberale ed economica attraverso tutto
il secolo scorso. Manca, per chi bene intende il valore del termine, tutto il
contenuto spirituale dello Stato fascista, nettamente. E tuttavia, in questa
lontananza di secoli e in questa vuotezza di contenuto dello Stato
machiavellico, M. ha pur veduto in fondo al Principe le due sole cose- che lo
fanno ancor oggi un monumento di sapienza politica incomparabile, per le quali
ha resistito alia diversità dei tempi e dei climi mentali, e resisterà ancora.
L’una è i’iunanità pura, la laicità, come carattere fondamentale della vita
politica e dello Stato moderno ; l’altra è la forma caotica, anarchica,
amorale, in cui si presenta Fumanità come massa, come popolo non ancora educato
alla vita politica, non ordinato e guidato dallo Stato e da un Governo. Nei
Colloqui M. ricorda il motto di HegeL per cui il popolo è queUa parte della
nazione che non sa quello che vuole ». Quello che M. sottintende è il contenuto
spirituale che dà egli stesso allo Stato machiavellico. Quella laicità non
ignora il problema religioso (e neppure Machiavelli, in verità, l’ignorava);
quel Principe, ch’è Stato e Capo di governo, per quanto trascenda con la sua
autorità la massa, non è estraneo a essa: non è un despota, una volontà
arbitraria, che, affidandosi all’astuzia, alla forza 0 al caso, s’impadronisca
della massa cittadina e senza scrupolo la maneggi, quasi materia da plasmare
per suo solo gusto o interesse particolare. Il Capo è volontà che in sé
illumina e potenzia la volontà oscura e fiacca della massa, e personifica nella
personalità propria le aspirazioni e le virtù dei migliori che costituiscono la
tradizione più degna e viva della nazione. Egli si sente responsabile innanzi a
Dio e al mondo intero. Soltanto così lo Stato fascista può diventare ima
potenza che s’inserisce nella storia e concorre allo svolgimento della civiltà
umana. Incontestabile merito del Fascismo è di aver datO' aglTtaliani il senso
dello Stato. Tutto quello che abbiamo fatto e che vi ho riassunto, scompare di
fronte a ciò che abbiamo fatto creando lo Stato. Per il Fascismo lo Stato non è
il guardiano notturno, che si occupa soltanto della sicurezza personale dei
cittadini: non è nemmeno un’organizzazione a fine puramente materiale, come
quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza
sociale, nel qual caso, a realizzarlo, basterebbe un consiglio di
amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze
con la realtà mutevole e complessa della vita dei singoli e di quella dei
popoli. Lo Stato, cosi come il Fascismo lo concepisce e l’attua, è un fatto
spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica,
economica della na¬ zione; e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo
sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è ga¬ rante della
sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello
spirito del popolo così come fu dai secoli elaborato nella lingua, nel costume,
nella fede. Lo Stato non è solamente presente, ma è anche passato e, sopra
tutto, futuro. È lo Stato che, trascendendo il limite breve delle vite
individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui
gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. È lo Stato che educa i
cittadini alla virtù civile; li rende consapevoli della loro missione; li
sollecita all’unità, armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le
conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell’umana
solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare delle tribù alla più alta
espressione di potenza umana che è l’Impero; affida ai secoli i nomi di coloro
che morirono per la' sua integrità e per ubbidire alle sue leggi; addita come
esempio, e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo
accrebbero di territorio, o i geni che lo illuminarono di gloria. Quando
declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e
centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al
tramonto ». {All’assemblea quinquennale del Regime). Abbiamo già notato (pag.
33) che queste parole dànno <( il senso dello Stato, creato dal Fascismo,
meglio di tutte le teorie che si attardano ancora nei vecchi schemi della
scienza politica. Ora ci domandiamo: che cos’è questo senso dello Stato che il
Fascismo, M., ha creato nella coscienza degl’italiani, e come s’inserisce nella
nostra tradizione politica? È forse un’apparizione casuale, che può esser,
quindi, anche effimera? Che non sia tale, credo che basti a dimostrarlo il
fatto che M. stesso sente il Fascismo come una continuazione e uno sviluppo
dell’opera iniziatasi col Risorgimento : Il Risorgimento non è stato che
l’inizio, poiché fu l’opera di troppo esigue minoranze ». {Messaggio per Vanno
nono ». Il che non porta alla conchiusione che il problema del Fascismo sia lo
stesso di quello del Risorgimento : Io penso che una rivoluzione è rivoluzione
solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. È una
rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema capitale dell’unità e
deU’indipentlenza italiana; rivoluzione è quella fascista che crea il senso
dello Stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi che il passato le
ha lasciato ». (Stt gli Accordi del Laterano, alla Camera). Qui è già indicata
la differenza: il Risorgimento ebbe per scopo l’indipendenza e l’unità della
nazione, e creò lo Stato italiano come affermazione di tale indipendenza e
unità nazionale. Lo Stato, qui, è ancora una forma, un mezzo per un contenuto
diverso da essa: non è il problema dello Stato per se stesso. Pure, dopo la
costituzione dell’unità nazionale, quando nel 1876 venne la Sinistra al potere,
non mancò tra gli uomini della vecchia Destra chi avvertì che lo Stato è
qualcosa più di una forma meramente estrinseca, e pose sin d’allora il problema
in termini abbastanza vicini a quelli in cui l’ha posto M.. Si vegga, infatti,
il volumetto pubblicato dal Gentile col titolo: Francesco Fiorentino: Lo Stato
Moderno e le polemiche liberali (De Alberti, Roma). In esso è riportato il
concetto che dello Stato ebbe Silvio Spaventa : Lo Stato per me è la coscienza
direttiva, per cui una nazione sa di essere guidata nelle sue vie, la società
si sente sicura nelle sue istituzioni, i cittadini si veggono tutelati negli
averi e nelle persone. Nello Stato, adunque, avvi giustizia, difesa, direzione.
Questa direzione fa dello Stato quello che è oggi lo Stato moderno: lo Stato,
il quale dirige un popolo verso la civiltà; lo Stato, il quale non si restringe
solamente a distribuire la giustizia ed a difendere la società, ma vuole
dirigerla per quelle vie che conducono ai fini più alti dell’umanità ». E lo
stesso Spaventa altrove: Quanto all’autorità e forza dello Stato, ho riflettuto
molte volte sopra le accuse e i lamenti che si sono fatti di questa eccessiva
forza ed autorità; e mi sono domandato: siamo noi uno Stato forte davvero?
Abbiamo fatto l’unità d’Italia: credete che questa unità sia già forte da
resistere agli luti dei secoli? Machiavelli diceva che gli Stati nuovi che sono
deboli. 6Ì perdono. Ora la forza e autorità vera degli Stati consiste, oggi più
che mai, nel rappresentare veramente ed efficacemente gl’interessi comuni: nel
dirigere, come dicevo, la società nelle sue vie, non a prò di questa o quella
classe, di questo o quell’uomo, sihbene di tutti. Voi siete adoratore dello
Stato? Sì, io sono adoratore dello Stato. Quando viviamo in un’epoca, dove tutto
si distrugge, poeo o niente si edifica, la fede nella patria e la fede nella
solidarietà lunana, la fede in qualche cosa che non sia solamente il nostro
miserabile egoismo, questa fede io la credo necessaria e salutare per il mio
paese. Fiorentino elabora e svolge ampiamente il concetto spaventiano. Dirigere
non è manomettere, non è violentare, non è distruggere. Dato uno Stato che
sappia e che voglia, è impossibile che non manifesti la sua coscienza; e
manifestandola, è impossibile che non comprenda, non unifiehi, non indirizzi la
coscienza nazionale pei gloriosi sentieri della civiltà universale. O forse,
per ovviare a questa legittima intromissione dello Stato, si vorrebbe che non
fosse altro che vuota forma, destituito di autorità, non avente una finalità
propria? Oggi lo Stato è fatto mezzo all’individuo, come anticamente
l’individuo era mezzo allo Stato. La verità consiste nella conciliazione di sì
opposte sentenze. Lo Stato tutela ed assicura l’individuo, e come tale è mezzo;
ma egli esige dagl’individui il sacrificio degli averi, della vita, e qui
dimostra e fa valere la propria finabtà. Di che riluce la varia misura in cui
stanno i due termini nel vicendevole rapporto: lo Stato può richiedere il
sacrificio dell’indivìduo; ma non viceversa. Onde tra le due esagerazioni,
dello Stato antico e di quello concepito dagli uomini di Manchester, la prima
rasenta il vero più della seconda » (pag. 41 e segg.). E anche nel Fiorentino
l’idea si anima nel sentimento sino a raggiungere quello che M. chiama il senso
dello Stato: (( Che qualcuno, attirato da vecchie, astratte e straniere
dottrine, si ostini a negare perfino la Quaderni IV, 5. realtà dello Stato;
ovvero ne ammetta imo vacuo di ogni attività, privo di ogni efficacia, ciò non
mi storna dall’in- vitta fede che ho nel fato della storia, e specialmente
della storia nostra. Dov’è lo Stato? chiedono costoro; chi lo vede? Per le vie
non s’incontrano se non individui: lo Stato è una fimzione, una idea astratta.
Poveri a noi, se non fossero reali se non le cose sole che si vedono e si
toccano! Neppure la provincia, neppure il comune si vedono: non si vede neppure
la vantata libertà degl’individui, quella in grazia di cui s’impugna la realtà
dello Stato. La libertà, quando si traduce in fatti (ed allora soltanto si
vede), non è più libertà, ma forza, semplice forza. Se non restiamo immersi
nella stupidità della vita animalesca, lo dobbiamo appunto a questo qualcosa
d’invisibile e intangibile, contro cui a torto ci ribelliamo. Ma non si vede
proprio lo Stato? Non si avvertono le sue funzioni? Il contrario è anzi la
verità. Oveché ci voltiamo. 10 Stato, quasi atmosfera spirituale, ci accerchia
e compenetra: non un atto solo della nostra vita veramente umana gli sfugge, né
per questo cessa di esser libero: che libertà non significa arbitrio. La mente
dello Stato delibera nel parlamento; il suo criterio giudica nei tribunali ; la
sua volontà si compie nei gabinetti dei ministri ; 11 suo braccio colpisce con
la forza dei suoi eserciti. Dai merlati bastioni egli assicura le frontiere
delle sue terre, dalla tolda delle sue navi protegge le coste delle sue marine.
All’ombra della sua bandiera, simbolo della sua potenza, i cittadini, ovunque
essa sventoli, si sentono protetti e sicuri; e quando quella potenza è
minacciata, tutti sentono nella coscienza l’offesa di quella minaccia, tutti il
bisogno ed il dovere di rintuzzarla: né v’ha sacrificio che arresti
quest’impeto generoso e concorde, fosse anche quello della propria persona, È
forse una finzione chi fa tutto questo? O non è il più pieno e attuoso ideale?
E questo ideale, che accende gli entusiasmi delle moltitudini, guida pure i
propositi dell’uomo di Stato » (pag. 46 e segg.). Il senso della vita politica,
dello Stato, l’Italia l’Iia ereditato da Roma. Le durissime esperienze durante
l’evo medio e moderno invasioni e predomini di genti straniere, lotte senza
fine fra comuni e signori italiani o fra potenze che venivano qui a decidere le
loro questioni per l’egemonia mondiale — hanno raffinato e approfondito quel
senso come in nessun altro popolo. Di qui sono usciti in ogni tem,po i primi
maestri della storiografia politica, del diritto, delle teorie intorno allo
Stato. Il Fascismo, riprendendo il problema della Destra, riprende il problema
della nostra tradizione millenaria più che secolare. Resta, tuttavia, ancora
una questione: constatato che, ciò che M. chiama il senso dello Stato, ha un
precedente prossimo in alcuni pensatori del Risorgimento, quale, poi, è la
differenza tra il senso ch’egli rivendica come creazione propria del fascismo,
e quello di tali vecchi liberali? Dopo quanto si è accennato a pag. 33, la
nostra risposta non può essere che questa: per quanto quei pensatori si
avvicinino al senso fascista dello Stato, questa realtà dello Stato svanisce o
in un’affermazione generale della realtà di ogni ideale che stringa
gl’individui in una comunità di vita spirituale, ovvero nell’astrattezza della
pura forma politica dello Stato: astrattezza, alla quale uomini come lo
Spaventa e il Fiorentino si sforzano di dare un’anima e una vita nel loro
sentimento profondamente patriottico. Si rileggano i passi addotti. Lo Stato è,
per essi, una coscienza direttiva, che ha la realtà stessa del comune e della
provincia, salvo che comprende e promuove tutte le forme della vita civile di
un popolo e la tutela della sua indi- pendenza. Esso compie tale sua funzione
per mezzo dei suoi organi legislativi, esecutivi, giudiziari, militari. È,
dunque, lo Stato quale (( organismo giuridico-politico », lo Quaderni Stato
Costituzionale », che qui si ha presente. In esso si dovrebbe esprimere quella
volontà comune », che supera la volontà dei singoli solo perché è cosi
definita. Ma tale comunità » si prestò troppo bene a quella interpretazione
democratica, per la quale, non essendo essa, in realtà, la volontà concreta di
nessuno in particolare, e non essendo d’altronde facile constatarla per tutti,
potè diventare la volontà della maggioranza. Che è il baco roditore del
liberalismo, anche di quello più tenacemente attaccato all’idea della forza e autorità
dello Stato. Di qui, anche, la frigidità di questo Stato. L’individuo lo sente
fuori di sé, e ha bisogno infatti di persuadersi di dovergli obbedire. Questo
accade sempre che l’autorità si presenti nella forma soltanto di una legge » :
di una legge che non sia ima persona viva, alla quale ci leghi il sentimento di
amore e di devozione. L’uomo religioso, che la sa, istintivamente, più lunga
del filosofo razionalista, sia pur questi un Emanuele Kant, non ammette un
imperativo categorico, una legge morale, che non sia l’espressione di una
volontà superiore, di Dio. E similmente, il fanciullo che non ha bisogno di
persuadersi dell’autorità del padre e della madre, perché quell’autorità è per
lui cosa viva, la sua stessa vita attuale e condizione del suo avvenire. Il
senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato, e sta creando, è questo
sentire nello Stato la forma più alta, più ricca e concreta, della nostra
esistenza e personalità storicamente determinata in quella famiglia, società,
patria o nazione, in cui Dio (altri dica il destino) ci ha fatto nascere.
Ognuno a un posto ch’è di comando e insieme di obbedienza. Ognuno con una
responsabilità ben determinata: a cominciare da chi dirige tutti gli altri.
Mondo di personalità, dove soltanto la persona è legge concreta alla persona.
Soltanto in questo modo, l’individuo può dare tutto se stesso, pènsiero e
azione, intelligenza e volontà, interessi materiali e spirituali, la stessa
vita, per quella che si dice (( la causa comune ». Soltanto così, lo Stato si
può porre come educatore, nel senso più grandioso della parola: ch’è il senso
stesso dello Stato a cui, se non erriamo, va la mente di M. S’intende che
questo senso dello Stato trova un’espressione eccezionalmente persuasiva nella
personalità di un Capo di Governo come M.. Ogni altro dovrebbe (oltre le
qualità personali che impongono autorità per se stesse) poter dire come lui: Io
ho una vasta esperienza che mi ha reso possibile conoscere la psicologia delle
masse, e di avere quasi una sensibilità tattile e visiva di quello che le masse
vogliono, pensano in un determinato momento » (La funzione storica del
sindacalismo fascista). E però, anche: Se qualcuno attentasse alla nostra
indipendenza o al nostro avvenire, egli non sa ancora a quale temperatura io porterei
tutto il popolo italiano! Non sa a quale temperatura io porterei la passione di
tutto il popolo italiano, quando fosse insidiata nei suoi sviluppi la
Rivoluzione deUe Camicie Nere » (Discorso di Livorno, 1930). E già Nel quinto
anniversario della fondazione dei Fasci: Si dice: voi governate con la forza...
Ma la forza è il consenso. Non vi può esser forza se non c’è consenso, e il
consenso non esiste se non c’è la forza. Governare significa sentire nel
proprio cuore battere il cuore di tutto il popolo ». Governo forte è, dunque,
queUo che persuade, ha l’intimo consenso dei governati; ed ha questo consenso
perché la sua volontà è forte, s’impone per se stessa, non per una legge
anonima, astratta. Qui è esplicitamente definito il senso fascista dello Stato,
che non è forte solo perché fa, semplicemente, rispettare la legge. Nella
conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo accennato all’idea (potremmo
dire, Faugurio) che la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa, avvenuta per
opera di M., segni il principio, non soltanto di una nuova concezione,
veramente religiosa, dello Stato moderno in generale, ma anche di un possibile
rinnovamento della Chiesa Cattolica nel senso di una più generale conciliazione
fra essa e il pensiero moderno. Ma, poiché l’autore di questo scritto può,
giustamente, essere in sospetto per la sua provenienza dalla filosofia
neoidealistica italiana, che non è ortodossa, è bene, penso, che il lettore
senta anche la parola di persona proveniente, in questo punto, dal campo opposto.
Ecco, dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto occasione di citare il
volume Gli aspetti universali del Fascismo, con prefazione di M., il quale
assicura che (( il Barnes è preparato al suo compito: conosce il Fascismo nella
sua elaborazione dottrinale e nelle sue realizzazioni pratiche. Egli non è un
filosofo di professione ; ma, poiché di una filosofia non poteva far a meno per
il suo argomento, professa di aderire alla filosofia che oggi combatte
l’idealismo per un ritorno all’(( incomparabile dottrina )) di S. Tommaso: Io
penso che il neoscolasticismo sia, preso nella sua totalità, la più vitale
scuola filosofica dell’Europa odierna, e quella che più di ogni altra sia
capace di assimilare quanto di veramente importante vi sia nelle altre scuole,
contribuendo, cosi, allo sviluppo del progresso filosofico » (pag. 25). E per
essere più sicuro di interpretare bene questa dottrina, si è rivolto a un
professore di teologia dogmatica della Pontificia Università Gregoriana di
Roma, il quale lesse il suo manoscritto e lo aiutò a rendere il testo più
accurato nella sua parte filosofica )). Si può, dunque, stare tranquilli. Si
noti che il libro del Barnes è stato pubblicato prima della Conciliazione: il
che fa onore alla sua perspicacia, come ora diremo. Che dice, dunque, il libro
del Barnes? Esso è stato, in parte, scritto con lo scopo di dimostrare che il
Fascismo non è incompatibile con gl’insegnamenti della Chiesa cattolica, e
sopratutto che i principii fondamentali della Chiesa, nei riguardi della natura
e finalità di uno Stato, sono interamente e veramente consoni a quelli che ha
abbracciato quel gruppo di fascisti che rappresenta, di fatto, la corrente
principale di questo movimento. Questa è, secondo me, l’idea centrale, il
fulcro del movimento fascista: l’assoluto disdegno di ogni materialismo, di
ogni teoria naturalistica dello Stato, siano esse del tipo professato da
Maurras o da Marx o da Hegel, da Rousseau e dagli altri innumerevoli filosofi
pullulati non appena la cultura cessò di avere le sue radici nel pensiero
cristiano... Io non esagero. Questa è, secondo me, l’origine della Rivoluzione
fascista, che può essere generalmente definita una furiosa rivolta contro le
varie forme di materialismo che dall'epoca della Rinascenza pagana hanno
chiaramente dominato la nostra civiltà. Che il Fascismo, nella sua dottrina,
sia contro il materialismo, e però sia su una linea dì spiritualismo, non
saremo, certamente, noi a porre in dubbio: ci sono troppe esplicite
dichiarazioni, su questo, di M. stesso. Ma che dalla Rinascenza a oggi la
filosofia moderna non sia altro che materialismo, è, questo, un paradosso che
non ha bisogno di confutazione: si presenta da sé come un errore evidente. E
sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere l’accusa proprio contro
la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando che, se ce n’è una che
sostenga la (( teoria naturalistica dello Stato », è quella. Noi non abbiamo
nessun interesse, qui, a metterci in discussione col Barnes per la sua
filosofia. Anzi, l’interesse maggiore per noi è proprio il fatto che siamo agli
antipodi nel modo di pensare, e tuttavia (e questo è un fatto che ha estremo
interesse per tutti) concordiamo nelle con- chiusioni. Dopo, dunque, aver
constatata la consonanza dei prin- cipii fondamentali della Chiesa cattolica
con i principii fondamentali del Fascismo, il Barnes soggiunge: « Non si deve,
per questo, ritenere il Fascismo legato necessariamente all’ortodossia. Questo
oramai è per me chiaro e vi sono molti italiani, fascisti, che rigetterebbero
energicamente una simile affermazione. Con loro, l’intera e forte scuola dei
neoidealisti e Gentile ripudierebbero questa teoria. Se io avessi posto questa
distinzione avrei meglio chiarito la portata universale del Fascismo.
Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi principale: io rimango convinto che il
Fascismo, non solo sarà il mezzo per conciliare il disaccordo tra Chiesa e
Stato in Italia; ma farà sì che, sotto il suo sforzo, sia possibile alla Chiesa
assimilare la cultura moderna. Io ritengo che le conseguenze del Fascismo
saranno tremende nei riguardi della Chiesa. Sono d’opinione che il risorgere
dell’ortodossia col Fascismo, affermerà vittoriosa questa tendenza. Lai Chiesa
dovrà allora convincersi di non esser più una rocca chiusa, e, nell’assimilare
la cultura moderna, dovrà perdere ogni sua diffidenza verso di questa e
riassumere, ancora una volta, le direttive della cultura umana moderna. Alla
huon’ora! Dunque, le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi
della Chiesa, perché costringe la Chiesa cattolica a rinnovarsi, a mutare il
suo atteg- giumento verso la cultura moderna. Possiamo, allora, accettare anche
questa conchiusione del Barnes: «Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il
principio di una nuova sintesi politica e culturale, in cui. prendendo a
paragone un’elissi, la tradizione romana dell’autorità sia politica che
ecclesiastica rappresenterà i fuochi. Questa è una profezia, e solo il tempo
potrà dimostrare se io abbia o no ragione » (ivi). Come la pensa il nostro Duce
in proposito? Non è troppo azzardato, noi crediamo, di supporre che egli la
pensi, per l’appunto, cosi, o in un modo vicino a questo. Lo si può arguire
anche dal fatto che — per quanto egli distingua fra credenti e praticanti («
partecipare al culto è affare personale »: Colloqui) — pure non esclude che un
fascista possa essere cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele
Bianchi: «Voglio anche ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva
strenuamente combattuto per un decennio sotto i duri simboli delle verghe e
della scure, volle cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle
speranze, della millenaria religione del popolo italiano. E di Arnaldo: « Egli
era un cattolico convinto e praticante, ma altrettanto convinto e fermissimo Mi
ci) Ripetiamo: la polemica filosofica non c’interessa qui. Ma ognuno vede la
contraddizione, in cui cade U Barnes, nel suo giudizio su il pensiero e la,
cultura svoltasi dal Rinascimento ai nostri giorni. Quando la Chiesa si sarà
rinnovata egli aggiunge cesseranno di esistere le menzogne contenute nel
neoidealismo e nel modernismo, e questi sistemi non saranno, in complesso, più
ricordati che come sintomi della rivolta, come strumenti del periodo di
transizione. Sino a quel eiomo. dun-qne. sembra che le menzogne del
neoidealismo e del modernismo abbiano vnsj loro ragion d’essere e verità degna
di molto rispetto. lite della Rivoluzione e difensore dei legittimi diritti
dello Stato» (Fifa, pag. 58). Il problema, infatti, non è un problema cbe si
possa risolvere su la carta: è un problema di fede, oltreché di pensiero; e va
vissuto dall’individuo nella sua pura interiorità, prima ancora che dibattuto
fra i due maggiori istituti storici quali lo Stato e la Chiesa. Pa Il senso
d’interiorità Positivismo, idealismo e spiritualismo Il Preludio a Machiavelli
. . 58 V. n senso dello Stato Il problema del Caltolicismo
In his history of philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di
filosofia into a ‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third
volume is about M.. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also
capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is
M.’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a
status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and
notably GENTILE to end with M.. The idea is presented by L. as a
‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato
liberale borghese is in ruins – and although he plays with the ‘socialist
state’ he does not consider it within the realm of the proper history of
philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht the idea
of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It
provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is competition.
Also, as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly
‘equal’ for every member of society, so that liberalism only pays lip service
to ‘liberale’. With the socialist state, the problem is the opposite: the state
becomes a gestore – and there is this idea of an endless dialectic among the
classes. So how does M. reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ –
Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more
prepared! M.’s idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While M.
speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews,
etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui.
Individui come and go – but the state remains. The state becomes governo. M.’s
prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric,
but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this
new or novel idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian
approach. Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories
here: M.’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a slave
to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE to the
effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is
constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils
are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? M. is candid
about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It was
the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the ventennio,
this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE NATION,
becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government (polizia,
politeia) established. But M. accepts castes in society. Even the religion, a
civil religion, is subdued and one can very well be allowed to worthip the God
of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male – virtu,
andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is interesting
because this is conceived after the temporary successes in Africa – M. romano e
africano – and before the problems of the second world war. For the first time,
Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in the Risorgimento, but
this got stuck with a liberal kind of state, which only provides negative
freedom, anyway, and where the initial conditions are unequal. Lo stato
fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only
party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if
some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations
are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, M. does
so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official
voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the
lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and
indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is
catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the
stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each
member – as the stato comunista or socialista would not!” Tra gli scritti di M.
figurano, in ordine di pubblicazione: Dio e patria nel pensiero dei rinnegati,
New York, s.n., 1904. L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore
evangelista Alfredo Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du
peuple" di Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904. [Testo
di una conferenza tenuta a Losanna per commemorare la Comune di Parigi,
conosciuto anche col titolo di Dio non esiste, col quale viene a volte
ristampato] La filosofia della forza. Postille alla conferenza dell'on. Treves,
Predappio 1908. Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo,
pronunciato nel diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di
Classe, 1910. Claudia Particella. L'amante del cardinale, romanzo pubblicato a
puntate su "Il Popolo", Trento, 1910. Il Trentino veduto da un
socialista. Note e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911. La mia vita,
Roma, Editrice Faro, Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913.
[pubblicato nella collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato
intento di suscitare nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia
spirituale e profana», fu dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del
Concordato del 1929, scomparve dalle biblioteche e dalle librerie] La guerra
per la libertà e per la fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di
Benito M. con l'aggiunta delle sue ultime dichiarazioni dopo le dimissioni da
direttore dell'Avanti, Firenze, Nerbini, 1914. Il mio diario di guerra (1915 -
1917), Milano, Imperia, 1923. My Autobiography, New York City, Charles
Scribner's Sons, 1928 [pubblicato inizialmente a puntate sul Saturday Evening
Post e poi in volume nello stesso anno il libro, scritto come opera di
propaganda per i lettori americani, è stato scritto in realtà dall'ambasciatore
statunitense Richard Washburn Child, il quale viene riportato come
"traduttore", insieme a Luigi Barzini con materiale fornito da
Margherita Sarfatti e con la possibile collaborazione di Arnaldo M. . Il libro
vide la sua prima traduzione italiana solo nel 1971 come La mia vita, da non
confondersi con La mia vita dal 29 luglio 1883 al 23 novembre 1911 spesso
ristampato e riportato abbreviato con lo stesso titolo] La dottrina del
fascismo Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo d'Italia, 1932. Scritti e discorsi
di Benito M., 12 voll., Milano, Hoepli. Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo
d'Italia. Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano,
Mondadori, 1944 ( versione digitalizzata.). Memoriale del nord del duce,
(scritto tra il 1944 e il 1945, mai pubblicato) Opera omnia di Benito M., 44
voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice Firenze, poi Volpe Roma.
Bertoni, Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Forlì, Cartacanta. ^
Sulla questione della meta finale di M. la comunità scientifica è tuttora
divisa fra sostenitori di una possibile "fuga in Svizzera" e coloro
che invece ritengono che M. avesse altri scopi immediati. ^ Per la tesi a
favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio Lepre, La storia della repubblica
di M. ; Salò: il tempo dell'odio e della violenza, 1ª ed., Mondadori. «Svanita
ogni speranza di trattare, cercò la salvezza personale nella fuga. In questo
non si comportò diversamente da come si erano comportati Vittorio Emanuele III
e Badoglio l'8 settembre, perché lasciò gli uomini che gli erano rimasti fedeli
senza ordini e senza guida. Visto, infatti, dall'interno, con gli occhi degli
uomini che gli erano più vicini, il comportamento di M. non appare dissimile da
quello di Vittorio Emanuele III così come è stato descritto da Paolo Puntoni» ^
Per la tesi a favore di una fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e morte
segreta di M., 3ª, 1981, Mondadori Dal capitolo "Il tiranno è morto",
premettendo i seguenti fatti all'epilogo) Occorre cominciare appena un poco più
indietro, nel momento in cui M. – spinto da un cupo demone – si avvia con passi
esitanti e già guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà, prima
dell'altra, la sua vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur sempre
cominciata nelle battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile
rispetto e dei suoi e della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto
dell'uomo potente su bilance inesorabili, M. sceglie di cadere da vile,
ingannando, moralmente uccidendo coloro che gli sono ancora rimasti fedeli, pur
nella certezza della fine imminente. Va stancamente, miserabilmente verso il
nord, mezzo inclinato alla fuga in Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi
che ode attorno a sé, per "l'ultima battaglia" in Valtellina: e
rivolge nel pensiero non la forte accettazione del fato che si compie, ma i
cavillosi punti della sua difesa di domani, quando – come spera – potrà ancora
allineare fiumi di logore parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse
galleggiare indefinitamente sullo scontro degli opposti giudizi, come il
sargasso immobile tra il turbinare delle correnti. È disposto a tutto, anche al
cappotto tedesco, anche a tradire chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi
fascisti, i suoi ministri, persino Claretta: e finge irresolutezza fin dal
momento della Prefettura di Milano, la sera del 25 aprile, non perché sia
davvero incerto tra la morte e la vita, ma perché – ancora una volta – è
incapace di dire "andiamo" e preferisce che lo dicano altri, che la cosa
"nasca da sola", perché ha forse già in mente altri articoli
"del tempo del bastone e della carota", destinati ad illustrare come
questi nuovi passi che sta facendo siano colpa di questo e di quello, di
cardinali e militari, di traditori e servizi segreti, di tutti, meno che sua» ^
Il colonnello statunitense Lada Mocarski, in un rapporto scritto per conto
dell'Office of Strategic Services riguardo un'inchiesta da lui condotta sugli
ultimi giorni del dittatore, afferma invece che «nessuna prova circa le
intenzioni e i piani di M. è stata raggiunta durante l'indagine e forse non
esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero
il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano».
Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il Duce, in Corriere della Sera
Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco. Infauste sponde", in M.
. Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori. «Imbruniva quando una colonna
di automobili lasciava la prefettura e usciva da Milano, la città in cui ormai
tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i tedeschi, gli alleati. Doveva
fuggirne per evitare il peggio. Già quella sera, a tarda ora, si apprese che le
auto fuggitive avevano raggiunto Como ^ Fra i molti, da Renzo De Felice, in
diverse opere, e Denis Mack Smith in M. . ^ Palla, p. 15. ^ cit. D. Mack Smith,
Storia d'Italia, Laterza, rectius Renzo De Felice, M. il rivoluzionario,
Einaudi. Giorgi Giorgi De Giorgi Grimaldi, La cattedra che M. non ebbe, in
«Storia Illustrata» n. 271, giugno 1980, p. 6. ^ Pier Mario Fasanotti, Tra il
Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza
M., Benito, in The Columbia Encyclopedia, New York, Columbia University Press,
2008. ^ B. M., Opera Omnia. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 31
e 36. ^ L'esistenza di una relazione sentimentale non trova riscontri univoci.
È invece accertata presso la maggior parte delle fonti la sua influenza
nell'avvicinamento di M. al marxismo. ^ La teoria dell'equilibrio economico in Vilfredo
Pareto, in Ztl Macerata.. ^ Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito M.,
su books.google.it, Arnoldo Mondadori Editore M. più tardi dirà[senza fonte] di
essersi iscritto alla Facoltà di Scienze sociali di Losanna, ma non vi è
riscontro documentale. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Bologna, Il
Mulino. ^ Furono diffuse notizie inattendibili sul suo frequentare le
università di Zurigo e di Ginevra (quest'ultima falsa notizia è riportata nella
biografia ufficiale della Sarfatti), mentre è vero che nell'estate trascorse
due mesi all'università di Losanna. ^ Mack Smith. ^ Monografie verbanensi, su
verbanensia. «Nel giugno del 1904 ottiene il permesso di lavoro annuale, e in
quello stesso anno succede a M. come corrispondente dalla Svizzera del giornale
italiano «Avanguardia Socialista»» ^ Mack Smith, 1981, p. 24. ^ B. M., La mia
vita, p. 136. ^ Nel 1908, Benito M. in Riviera, su sanremonews.it. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 49 n. 5 e 52. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario, cit., pag. 57. ^ Trento, italiana, si trovava nel territorio
dell'Impero austro-ungarico. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di M.
., in LaValsugana.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5. ^
Lo sfratto di un italiano dall'Austria, in La Stampa Questa l'interpretazione
di (DE) Hans Woller, Ante portas. M. in Trient 1909, in Regionale
Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi tutto. Scritti in onore di
Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie Risse, Carlo Romeo,
Vienna-Bolzano, Folio . ^ Antonio Mambelli, Archimede Montanelli nella vita e
nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì, 1938. ^ El violín de M. (in
spagnolo).. ^ Benito M., L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno
M., Il Trentino veduto da un socialista - note e notizie (PDF), a cura di
Giuseppe Prezzolini, Firenze, Casa Editrice Italiana. Sul rapporto Nenni-M. si
veda: Duilio Susmel, Nenni e M. mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano, 1969;
Nicholas Farrell, Giancarlo Mazzuca, Il compagno M., Rubbettino, Catanzaro,
2013; Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, M. e Nenni amici nemici, Minerva
Edizioni, Bologna, 2015. ^ A. Spinosa, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag]. ^
Quello scatolone di sabbia che unì M. e Nenni. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino.
Sull'argomento vedasi anche: Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e
la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti, 1976. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ I quattro avrebbero poi dato vita al Partito Socialista
Riformista Italiano. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ R. De Felice, M.
il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. In
realtà il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel XIII
congresso del 1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso
regionale socialista romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in
vari altri ambienti fin dal 1904, compreso un attacco M. ano . ^ cfr. Alfonso
Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del riformismo italiano, in Avanti! .
^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza,
1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 188. ^
Cfr. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, , Collana Biblioteca di cultura
storica, Einaudi, Torino, 1965. ^ Luciano Lucci, M. partecipa alla
"Settimana rossa”, ma senza convinzione 10 giugno 1914, su alfonsinemonamour.racine.ra.it.
^ M. propose il 27 luglio 1914 uno sciopero generale insurrezionale nel caso
dell'entrata italiana nel conflitto. Vedi Leo Valiani, Il partito socialista
italiano nel periodo della neutralità, Milano, . ^ Stando alle dichiarazioni di
Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit.,
pagg. 274-75 e 286-87. M. interventista: l’espulsione dal PSI, su
fattiperlastoria.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Valerio Castronovo
et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 248. ^ R. De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 229-236. ^ M. interventista e la
cacciata dal Partito Socialista Italiano, su vanillamagazine.it. URL consultato
il 21 dicembre 2023. ^ Cfr. Antonio Spinola, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, 1989.[manca il numero della pagina]. ^ Claudio M., Grande
guerra, la verità su M. interventista, «Corriere della Sera. ^ Scrive Renzo De
Felice: «Secondo Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, alle prime spese
per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno
interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari:
Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone
(Ansaldo), Parodi (armatori)». Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi,
p. 277. ^ M. resterà alla direzione del Popolo d'Italia fino al novembre 1922,
quando verrà nominato Presidente del Consiglio. ^ Vd. la relazione della
Commissione d'inchiesta sul caso M. in Renzo De Felice, M. il rivoluzionario
cit., pagg. 684-88. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 276-77
e il "Rapporto Gasti" presentato alle pagg. 723-37, in particolare
pagg. 732-33. ^ Massimo Novelli, l giovane M. al soldo della Francia (PDF), in
La Domenica di Repubblica Nel fascicolo "Corrispondenza, b. 1, fascc. 17,
fotografie 1" del fondo "Treves" conservato presso la Fondazione
di studi storici "Filippo Turati", è presente una ricca
corrispondenza sull'episodio. ^ Piero Treves, Ma perché quel giorno non infilzò
M. ?, La Stampa, 30 giugno 1992, pag. 19. Anche in: Piero Treves, Scritti
novecenteschi, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 182-184. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, cit. ^ Renzo De Felice, M. il Rivoluzionario cit., pagg.
321-22. ^ Da cui sarà tratto il libro Il mio diario di guerra. ^ a causa di ciò
ricevette un anno di licenza di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo
rientro in ospedale allo scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di
M. Benito di Alessandro, matricola 12467 D.M. di Forlì in M. il rivoluzionario.
Alla morte del Senatore Giuseppe Tusini, il Duce inviò un telegramma di
condoglianze alla famiglia dove citava con riconoscenza il suo intervento
chirurgico risolutivo all'Ospedale di Ronchi di Soleschiano. Cfr. P. Marogna,
Giuseppe Tusini, Archivio italiano di chirurgia Vedi anche: AA. VV., Studenti
al fronte, LEG (GO). ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Mondadori. Smith, 1981,
p. 54. ^ Ludwig, Colloqui (1932), pag. 50. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158. ^
Pini, M.. ^ Sebbene alcuni abbiano recentemente sostenuto ipotesi differenti
sulle cause del congedo, attribuendolo a condizioni generali di salute non
buone legate a malattie infettive, la presenza di tali patologie è stata negata
dal referto autoptico relativo al cadavere di M. . ^ Renzo de Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 353. ^ In una lettera dal fronte ad Ottavio Dinale
dell'11 settembre 1916 M. mostrava già di aver voglia di modificare il
sottotitolo del giornale. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
405-6, 687 e 734. La spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve
fondo del 1º agosto 1918 dal titolo Novità... ^ Grandi, Le origini, pag. 52. ^
Alessio Altichieri, Le cento sterline che M. intascava dalla "perfida
Albione", 6 ottobre 2009.. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie,
riportò le parole che M. gli fece pervenire nonché le proprie conclusioni:
«"Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni
pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la
guerra". E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti
milanesi». ^ (EN) Benito M. was MI5's man in Italy., articolo del The Times,
del 14 ottobre 2009. ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
353-56. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 414-15. Mack Smith
Un rapporto della stessa sera della Polizia di Milano indicava circa 300
presenti, compresi giornalisti e curiosi. Vd. Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 504. ^ Chiurco, vol. I, pag. 22. ^ O.O., vol. XIV,
pp. 88, 102-133. ^ Vd. la relazione di Giovanni Gasti in Renzo de Felice, M. il
rivoluzionario cit., pag. 520-21. ^ O.O., vol. XVIII, pag. 201. In un fondo dal
titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei Fasci non abbiamo
preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la
responsabilità morale dell'episodio. ^ Mack Smith, 1981, p. 65. ^ O.O., vol.
XIII, pag. 231. ^ O.O., Felice, pag. 727[Non è chiaro di che libro si parli]. ^
La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano stati deliberati, nelle
riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di diverse centinaia di
volontari. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario Carteggio Arnaldo-Benito
M., . ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 572. ^ È interessante
il modo con cui Giuseppe Ungaretti - all'epoca corrispondente da Parigi per «Il
Popolo d'Italia» - visse gli arresti di M. e Marinetti del 18 novembre 1919. Il
poeta, molto preoccupato, cercò d'organizzare una manifestazione a Parigi in
favore degli arrestati. Racconterà Ungaretti in un'intervista del 1933: «Nel
’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della Conferenza
della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si radunavano in un
grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non rammento con
precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti o Tittoni al
posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se fra le carte di S. Ecc T. si
troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse fatto
bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei
portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza
o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che
rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai
mali passi! Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora
una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono
tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero
gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara,
ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere
l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi
non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati (Intervista di
Alfredo Mezio ad Ungaretti, «Il Tevere», 17-18 luglio 1933. Su questa vicenda
si veda anche F. Pierangeli, Ombre e presenze. Ungaretti e il secondo mestiere,
premessa di E. Giachery, Loffredo, Napoli 2016, p. 86; lettera di M. a Soffici
del 2 dicembre 1919, in G. Ungaretti, Lettere a Soffici 1917-1930, a cura di P.
Montefoschi e L. Piccioni, Sansoni, Firenze; Ungaretti e M.. Più pacati furono
i toni usati in quell'occasione da M. che nel dicembre 1919 cercò di
tranquillizzare il suo corrispondente parigino: «Carissimo, Marinetti è in
libertà. Tutto bene» (Biglietto inviato da M. ad Ungaretti, Vita d'un uomo.
Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1986, p. 910). ^ Per tutta la vicenda
vedi Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 573-77. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 544, pag. 590 e sgg. ^ O.O.. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario , M. il fascista - La conquista del potere,
Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi
esplicitamente ricattatorie, vd. M. il rivoluzionario cit. pag. 354 e M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 45. ^ M. Drago, Allievi
marescialli nelle forze armate. Teoria ed esercizi per la preparazione alla
prova di preselezione dei concorsi, Alpha Test,. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ Emilio Gentile, E fu subito regime: Il fascismo e la marcia
su Roma, Gius.Laterza et Figli Spa. ^ Andrea Leccese, Inciucio forever: La
costante del trasfmormismo nella politica italiana, Armando . ^ Giolitti aveva
esplicitato la sua intenzione di avere con sé i "patrioti" e i
"partiti nazionali" il 1º aprile 1921. Vd. Renzo De Felice, M. il fascista
- La conquista del potere cit., pag. 64. ^ La lista di associazioni che
aderirono al blocco è consultabile in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Dal Corriere della Sera del 1º gennaio 1922. ^ Dall'8
aprile al 14 maggio risultano 105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario, Torino, 1965. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 111, 138. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 151. ^ O.O., vol. XVI, pagg.
241 e 297. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 222. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure
preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato,
entusiasta degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Per i pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem
pagg. 222-24: Lo sciopero generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del
Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente
battuti. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo cit. ^ Amendola, Una battaglia
Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7. ^ Mack Smith, 1981, p. 87. ^ Antonino Repaci,
vol. II, pagg. 125 e 132. ^ M. stesso asserisce, nel discorso di insediamento
in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300 000. ^ Secondo
Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i
fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che
"al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Renzo de Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pag. 358. ^ Secondo Renzo De Felice la parte
destrorsa del fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di
ispirazione nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente
parlamentarista. Vd. M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg.
365-66. ^ Paolucci, pag. 240. ^ cfr. "Il Parlamento è morto".
Discorso pronunziato alla Camera dall'on. Filippo Turati il giorno 17 novembre
1922 sulle Comunicazioni del Governo, in "Critica Sociale. ^ Vedi anche
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discorsi, XXVI legislatura, Tornata. ^
Rendo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Bianchi, Da Piazza
San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n.
1601 (G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui (PDF).. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pagg. 524 e 535. ^ Italo Scotti, Bollettino di
informazioni costituzionali e parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera
dei deputati: I - La Costituente fascista (PDF) (archiviato dall'url originale
il 4 novembre 2013).. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del
potere. ^ "The Italo-Greek Crisis." Economist
London, England: 356+. The Economist Historical Archive, 1843-2012. . ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 561-62. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 557-570. ^ Renzo De Felice,
M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563. ^ Regio Decreto Legge
. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere anche Prassi
italiana di diritto internazionale - I casi della prassi Visani, La conquista
della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori,
2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei fatti di cronaca riguardanti
risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A. nelle carte dell'ACS
provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e dalla stampa coeva
Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale furono 18 e
i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, M. prassi politica e rivoluzione sociale,
e.f.c. Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice,
furono "centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il
deputato Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione,
ma anche alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e
Raimondo Sala) cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere
cit., pag. 583. ^ Fin dalla presa del potere M. e il Governo tentarono di
arginare la violenza squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere soprattutto Alessandro Visani, La
conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli
Editori, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione di Giovanni
Sabatucci. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani, op. cit.[Manca
numero di pagina]. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p. 146, come
particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla scheda
elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito scelto, e
soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si riferiva infatti
alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in incognito dei partiti
di minoranza avessero volontariamente spinto i più ingenui elettori del blocco
nazionale a scrivere sulle schede "Viva M. !", una pratica che
avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 563 n. 2. ^ ibidem. ^ Si veda il
resoconto stenografico della seduta, Camera dei Deputati. ^ Così chiamata in
richiamo alla secessione della plebe ai tempi della res publica romana i quali
si riunirono sull'Aventino. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pagg. 620 sgg. ^ La morte di Matteotti infatti sarebbe stata
causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita al prelevamento da
parte degli squadristi. ^ Scheda biografica di Matteotti, su treccani.it. ^
Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., p. 622. ^
Ibidem, pag. 646; Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello
Stato fascista, Einaudi Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag 703. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 701. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del
potere Felice, 'M. il fascista - La conquista del potere. ^ Indignatissimo il
settimanale della sinistra fascista Impero scriverà un pezzo intitolato
Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava M. di far "di tutto per
portarsi sul terreno della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Per i varii articoli giornalistici del
fascismo intransigente contrario al moderatismo M. ano vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit.. ^ Ibidem, pag. 715. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ R. De Felice, M. il
fascista, Einaudi, . ^ Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti,
testo integrale di Benito M. del 3 gennaio 1925 su Wikisource. ^ Dopo il
delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e fascisti propendevano
per l'idea secondo cui M. dovesse "mettersi a disposizione della
giustizia". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere.
Col discorso ha inizio il regime dittatoriale fascista, data confermata dallo
stesso M. nel libro "Storia di un anno: Il tempo del bastone e della
carota", Mondadori (in Opera Omnia). Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del
potere Felice, M. il fascista - La conquista del potere . ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista In particolare " La
Giustizia.", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" e
"Il Popolo". ^ Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Soveria Mannelli, Rubbettino Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri
fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un gruppo di squadristi si
lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici
pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento".
Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia
illustrata: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la
Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno"
egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente
dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma
le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta
allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro
espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese,
Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento
apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi
fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di
un isolato". ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a M., Per pochi
centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un'inchiesta segreta
fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'interno,
conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i
risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della
polizia". ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascista. ^ Mack Smith. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione
dello Stato fascista. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo
la presa del Ministero e molte squadre vennero ricreate dall'ambiente
farinacciano provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce
di ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso M. . Cfr. Renzo De Felice,
M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascistacit In occasione delle
violenze di Firenze M., riunendo il Gran consiglio del fascismo il giorno 5,
fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento immediato
di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse non hanno
più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna giustificazione
storica e politica. . ^ Aniante. ^ Arpinati Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri,
Longanesi &C. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea . ^
G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, . ^
InStoria - Mafia e Fascismo.. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco fosse
stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli - essendo
dell'area farinacciana - era notevolmente inviso a M., che proprio in quel
periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini
a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979. ^
Sospetti di affiliazione mafiosa restarono, tuttavia, come fa notare il
biografo Matteo di Figlia in op. cit. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op.
cit. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato perfino una campagna contro le...
gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione
dallo stesso ministro Rocco. Caruso, op. cit. ^ Ibidem. ^ La mafia e la
crociata del prefetto Mori..Non è vero che la mafia dei salotti impone a M.
l'allontanamento di Mori. È vero viceversa che i suoi modi hanno allarmato Roma;
che M. ritiene il problema liquidato e che può ora liquidare il
liquidatore". ^ DDI. ^ Graziotti Smith. ^ Regio decreto. ^ Legge Re,
regina, reggente, principe ereditario e primo ministro. ^ Sergio Romano,
Vademecum di storia dell'Italia unita, Rizzoli, Milano, . ^ Enzo Biagi, Amori,
Rizzoli il patto fu siglato e firmato. Salata riporta che nel protocollo della
sigla fu concordato che il patto avrebbe portato la data del 7 giugno,
indipendentemente dalla data della firma, un atto espressivo della volontà del
governo. Vedi Francesco Salata Il patto M., ^ Francesco Salata, Il patto M.,
Mondadori, Salata, Il patto M., Mondadori L'origine del sistema pensionistico
italiano va comunque fatta risalire, legge con l'istituzione di una «Cassa
Nazionale di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai», con
contributi su base volontaria. ^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuß, la
moglie e i figli erano ospiti di M. presso una sua residenza balneare. ^
All'origine dell'incidente di Ual Ual, Salvatore Minardi, , S. Sciascia
(Caltanissetta). ^ R. De Felice, M. il Duce ^ A tale accordo si fa riferimento
in Langer, William L. (a cura di) An Encyclopaedia of World History, Houghton
Mifflin Company, Boston. ^ R. De Felice, M. il duce. ^ Del Boca Ministero per
la Guerra, Relazione dell'attività svolta per l'esigenza A.O., Istituto
Poligrafico dello Stato, Roma, , allegato n. 76. ^ Del Boca, p. 193. ^ Per un
quadro completo quadro sull'uso sistematico delle armi chimiche sul fronte
Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas di M., Il fascismo e la guerra
d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca, p. 196. ^
Del Boca. ^ Del Boca Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del Boca. ^ F. Cardini e R.
Mancini, Hitler in Italia. Dal Walhalla a Ponte Vecchio, maggio 1938, Bologna,
Il Mulino. ^ È il caso per esempio del prefetto Cesare Mori. ^ Per un primo
approccio sull’origine, motivazioni e caratteristiche del diffuso consenso che
il fascismo riscosse dagli intellettuali italiani si veda, ad esempio, A.
d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino ; G. Belardelli,
Il Ventennio degli intellettuali, Laterza, Roma-Bari ; A. Tarquini, Storia
della cultura fascista, Laterza, Roma-Bari. ^ A proposito dell'adesione di
Giuseppe Ungaretti al fascismo, ed in particolare al suo rapporto con M., si
veda: Robert S. Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il
fascismo, Guida, Napoli; Filosofia fantastica. Prose di meditazione e
d’intervento, a cura di Carlo Ossola, UTET, Torino; L. Piccioni, Vita d'un
poeta, Rizzoli, Milano 1970, p. 66; W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti,
Camunia, Milano Guida, Ungaretti privato. Lettere a Paul-Henri Michel, Pensa
multimedia, Rovato-Lecce. Copia archiviata, su laltraverita.it... ^ Allocuzione
"Vogliamo anzitutto".. M. e il papa .. ^ Copia archiviata, su
anpi.it..ilmanifesto.it /25aprile/02_25Aprile /9502rs14.01.htm in Internet
Archive. A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della
cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo
sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale.
Comandante delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato
della caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già comandante
del settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec, Majdanek,
Sobibor e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già comandante
di Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a gas, poi
ucciso dai partigiani. Benito M., MEMORIA SEGRETA DI M. SULLA CONDOTTA DELLA
GUERRA, Schede tecniche aerei militari italiani e storia degli aviatori, su
alieuomini.it. ^ Si veda Pietro Badoglio (L'Italia nella seconda guerra
mondiale), che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da M.
durante un loro colloquio. ^ Dalle colonie inglesi, e in particolar modo
dall'India, giunsero migliaia di soldati, che non era stato possibile
mobilitare precedentemente. ^ Già a Capo Spada venne affondato un incrociatore
italiano e alcune navi italiane furono affondate da un attacco aereo nel porto
di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ebbe a Capo Matapan, una delle più
gravi sconfitte nella storia della Marina. ^ Alfassio Grimaldi, U., Bozzetti.
[i. e. millenovecentoquaranta il giorno della follia. Italia: Laterza. ^
Ciabattini. ^ Ciabattini. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese.
^ Renzo De Felice, M. l'alleato, Einaudi, Ciabattini Ciabattini. ^ Ciabattini
M. e il re avevano un colloquio privato due volte alla settimana, il lunedì e
il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro della Real Casa. Iniziati,
gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al , per ventuno anni.
Ciabattini. ^ Ciabattini Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse
Ardeatine). ^ Benito M., Memoirs, Weidenfeld et Nicolson, London. Il testo si
trova anche qui: MEMOIRS, su oudl.osmania.ac.in. Franco o Francesco Maugeri, su
digilander.libero Cicchino, Saverio Polito e il viaggio di Rachele a Rocca
delle Caminate su historyfilesnetwork. ^ Marco Riscaldati, DAL GRAN CONSIGLIO
AL GRAN SASSO I 50 terribili giorni che videro l’Arma protagonista, in
Notiziario storico dell'Arma dei carabinieri. ^ Sandro Russo, M. prigioniero a
Ponza, su Ponza Racconta. ^ Cfr. Fabrizio Montanari. Nenni-M., amicizia impossibile,
in Quotidiano on line 24emilia.com. ^ L'8 febbraio 1943, alla vigilia del suo
compleanno, Nenni fu arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour, in Rue de la Franze
n.13, nella Francia di Vichy (cfr. Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra:
agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati
Boringhieri, Nenni, Intervista sul socialismo italiano, Laterza). Venne
condotto prima a Vichy e poi fu rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes per
circa un mese (cfr. Enzo Santarelli, Pietro Nenni, UTET, Il 5 aprile venne
consegnato dai tedeschi a due carabinieri alla frontiera del Brennero,
probabilmente su richiesta di M., che così lo salvò dalla deportazione nei
campi di concentramento nazisti. Condotto nel carcere romano di Regina Coeli,
Nenni fu poi confinato nell'isola di Ponza. ^ Cfr. Arrigo Petacco, La Storia ci
ha mentito, MONDADORI, che riporta degli appunti che il Duce scrisse durante il
crepuscolo di Salò. ^ La grande storia, Rai Tre. ^ Di Michele, Vincenzo,,
L'ultimo segreto di M., Felice, M. l'alleato: la guerra civile, Torino,
Einaudi. La Provincia autonoma di Lubiana era stata annessa all'Italia nel
1941. De iure, continuò a essere considerata tale fra paesi dell'Asse fino alla
fine del conflitto. Ovviamente, tale annessione non era considerata legittima
dagli Alleati. ^ Renzo De Felice, M. l'Alleato, tomo II, Einaudi. ^ Il Teatro
Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente colpita dai
bombardamenti alleati. Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith Operazione Sunrise,
Mondadori. ^ Mack Smith, "La ragione offerta (in cui è difficile scorgere
un qualsiasi senso logico) fu lo shock subito nell'apprendere che i tedeschi
erano scesi a patti senza informarlo". ^ Per l'intera vicenda, cfr. Fabio
Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., SugarCo. ^
Mack Smith, . ^ Secondo, fra gli altri, Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25
luglio alla liberazione, Milano), Leo Valiani (Tutte le strade conducono a
Roma, Firenze) e Silvio Bertoldi (La guerra parallela, Milano 1996), M. avrebbe
appreso il 25 aprile della decisione del CLNAI di giustiziarlo. Secondo
Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e democrazia cristiana, Milano, ), che
però è fonte isolata, avrebbe proprio confidato questa valutazione. ^ Fabio
Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill M., entrambi per
i tipi della SugarCo. ^ Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo:
la fine di M., ed. MondadoriChe a seguito dell'armistizio aveva per decreto
luogotenenziale assunto tutti i poteri costituzionali. ^ Comandante del Corpo
Volontari della Libertà ^ Raffaele Cadorna, Milano, La riscossa: dal 25 luglio
alla liberazione, . Per la sintesi del vasto relato del generale, si è fatto
riferimento a Ray Moseley (M., Taylor Trade Publications). Audisio, In nome del
popolo italiano, Edizioni Teti. ^ Fondazione ISEC - cronologia
dell'insurrezione a Milano.. Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a
Milano.. ^ Vincenzo Costa L'ultimo federale, il Mulino. Sempre secondo Costa,
nell'attentato partigiano erano morti cinque soldati tedeschi della Propaganda
Staffel e due popolane milanesi. Una trentina fra civili e militari germanici
erano i feriti. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia,
fotografie Fra i molti testimoni, era presente anche il giornalista Indro
Montanelli. ^ L'autopsia effettuata sul corpo di M.., Controstoria. ^ Filmati e
foto d'epoca girati a Piazzale Loreto - Milano e all'obitorio.. ^ Tettamanti
Franco, , commando a Musocco Rubata la salma del duce, in Corriere della Sera.
Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa, Guerra civile. Casini Editore,
Santarcangelo di Romagna collana Frammenti di storia. ^ Come ravvisabile ad
esempio nel discorso pronunciato da M. a Milano. ^ Domenico Venturini con
prefazione di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere per l'incremento della
Letteratura fascista. Dante Alighieri e Benito M. . Roma, Casa Editrice Nuova
Italia Gervaso, Il dito nell'occhio, Rusconi. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Einaudi .. ^ Copia archiviata, su cssem.org. Baioni.
Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia fascista.
Roma, Carocci, . ^ Brano tratto da La Dottrina del fascismo, di Giovanni
Gentile e Benito M., ( cfr.(archiviato dall'url originale il 30 marzo 2009).),
sviluppata sin dal 1929, inserito nell'edizione de L'Enciclopedia Italiana:
«Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in
tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva
sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è
un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e
rovinosi che un solo re che sia tiranno. Il fascismo respinge nella democrazia
l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito della
irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso
indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se
democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il
fascismo poté da chi scrive essere definito una 'democrazia organizzata,
centralizzata, autoritaria.» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Ateo militante negli anni giovanili,
quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione all’interventismo e
l’espulsione dal Partito socialista, M. era rimasto ateo, anticlericale e
pagano, e tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva
all’indomani della sconfitta» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Pochi mesi dopo, nell’agosto, M.
inneggiava all’impero spirituale del cristianesimo «che non ha territori, ma ha
ancora un’idea nella quale si raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi
sulla faccia della terra»: «È un impero che conta oramai la sua vita a
millenni. Sui flutti agitati della storia è ancora la barca del divino ebreo
Gesù quella che galleggia meglio di tutte le altre»64. E un mese dopo, M.
ripudiava l’anticlericalismo e l’anticattolicismo» ^ Fonte: Corriere della Sera
M. rubacuori. Ha avuto 15 amanti".. ^ M. Sarfatti The Life Of Benito M.
scaricabile. ^ Mimmo Franzinelli, Il duce e le donne. Avventure e passioni
extraconiugali di M., Mondadori, Luzzatto, Così il Duce distrusse la famiglia
segreta, su archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della
Sera.Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, su archiviostorico.corriere.it,
Archivio storico del Corriere della Sera. Zeni, La moglie di M., Trento, Effe e
Erre, Serri, Claretta l'hitleriana, Longanesi Bertotto, Tutti i fgli di Benito
M. Voceditalia.it, su voceditalia.it. ^ Claretta Petacci, M. segreto. Diari
1932-1938, Rizzoli, È morta Elena Curti, la figlia naturale di M., in
repubblica.it Festorazzi, La pianista del duce. Vita, passioni e misteri di
Magda Brard, l'artista francese che strego Benito M., Milano, Simonelli
Spinosa, I figli del duce, Milano, Rizzoli, 1983 Milleduci. Si è spenta Curti,
figlia naturale del dittatore. Da Albino Benito a Glauco di Salle e Asvero
Gravelli, chi sono i M. illegittimi, segreti e sospetti., su tag43.it. ^ M. :
una figlia segreta da una pianista, su news.ch. Quirinale: dettaglio decorato..
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Cecini, I soldati ebrei di M., Milano, Ugo Mursia Editore, Ciabattini, Il Duce,
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caduta di Benito M., Ugo Mursia Editore, Felice, M. il rivoluzionario: , Giulio
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Nera, Rizzoli, M., Scritti e Discorsi, La Fenice, . Romano M., Il duce, mio
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O'Brien, Al capezzale di M. . Ferite e malattie (PDF), in Italia
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immaginario: storia di una biografia Laterza, Petacci, M. segreto. Diari a cura
di Mauro Suttora., 2ª ed., Rizzoli, Petacco, L'uomo della provvidenza,
Mondadori, Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di M., Milano, Il saggiatore,
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n. 3, 2006, pp. 749-780. Antonello Spinosa, M.Il fascino di un dittatore,
Milano, Mondadori, Staglieno, Arnaldo e Benito, due fratelli, Mondadori.
Francesca Tacchi, Storia Illustrata del Fascismo, Giunti Editore, 2000. Roberto
Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla
marcia su Roma, Società editrice il Mulino Zizzo, M. . Duce si diventa,
Gherardo Casini. Benito Amilcare Andrea Mussolini. Mussolini. Keywords: tea
with Mussolini. Refs.: Luigi Sperana, “Grice e Mussolini.” Mussolini.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mustè: la ragione conversazoinale e l’implicatura
conversazionale nella filosofia dell’idealismo italiano – il dialogo di Socrate
e il dialogo di Gentile – la scuola di Roma – filosofia romana -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “It was only late in life that I
realised that ‘freedom’ is the key philosophical concept. M. knew it all
along!” Grice: “At Oxford, I learned to refer to idealists such as Bradley as eggheads
– not M.!” -- Flosofo italiano. Roma,
Lazio. Laurea in filosofia con la tesi, “Marx,” borsista dell'Istituto italiano
per gli studi storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di
ricerca, collaborando con Gennaro Sasso. Redattore della “nuova serie” della
“Rivista trimestrale”. Consegue il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza.
Lavora alla "Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici"
dell'Università "La Sapienza" in qualità di “Segretario e Curatore
dell'archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di
Storia della filosofia. Insegna a Roma. È membro del Consiglio
scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la
Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con
l'Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana
e Croce e Gentile. La cultura italiana e l'Europa. Ha diretto la rivista
"Novecento". Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra
cui: "Giornale critico della filosofia italiana", "Annali della
Fondazione Gramsci", “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse
riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: "Giornale
critico della filosofia italiana", "La Cultura", "Studi
storici", "Filosofia italiana". Nel è stato nominato dal Ministero dei beni
culturali Segretario del "Comitato nazionale per il bicentenario della
nascita di Bertrando Spaventa". Dal
al ha insegnato Ermeneutica
filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università
Antonianum. Ricerche Le sue ricerche si sono rivolte alla storia della
filosofia italiana, con contributi dedicati all'idealismo e al marxismo. Per
quanto riguarda l'idealismo italiano, ha indagato i momenti e le figure
fondamentali (sino al profilo complessivo) e le premesse nella filosofia
dell'Ottocento, specie in relazione al pensiero di Vincenzo Gioberti
(soprattutto con il libro su La scienza ideale). Di particolare interesse gli
studi su Bertrando Spaventa e le monografie su Omodeo e Croce. Ha dedicato
saggi e ricerche al pensiero di Antonio Gramsci e ad altri momenti del pensiero
marxista italiano: del è la monografia
su Marxismo e filosofia della praxis, che ricostruisce la storia del marxismo
italiano da Labriola a Gramsci. Sono noti i suoi studi sul pensiero politico
nell'Italia contemporanea, con particolare riguardo alle figure di Rodano,
Balbo, Noce. Ha approfondito lo studio dell'opera di Marx e in generale
la storia della filosofia tedesca tra Hegel e Nietzsche. Particolare
attenzione ha poi rivolto (con il libro
su La storia e con altri scritti, tra cui quelli sull'evento e sulla
teoria delle fonti) alle questioni specifiche della teoria della
storiografia. Metodi Conduce l’indagine teoretica in stretta relazione
con gli studi di storia della filosofia e di storia della storiografia, in
generale nell’ambito della storia delle idee, adottando un metodo
storico-critico che spesso privilegia l’uso di fonti archivistiche e di
documentazione inedita. Il suo metodo cerca di coniugare l'analisi strutturale
delle opere filosofiche con la ricerca filologica sulle fonti e sulla
tradizione dei testi, con particolare riguardo ai processi di lungo periodo
della filosofia italiana moderna e contemporanea. Saggi:“Storiografia”
(Mulino, Bologna); “Croce, Morano, Napoli
Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino,
Bologna); “Carteggio Croce-Antoni, Mulino, Bologna Politica e storia in Bloch,
Aracne, Roma La scienza ideale. Filosofia e politica” (Rubbettino, Soveria
Mannelli, Franco Rodano. Laicità, democrazia, società del superfluo, Studium,
Roma Grice: “’superfluo’ is possibly one of the most unsuperfluous words in the
Italian philosophical dictionary – cf. “I was in New York, which was black
out.” -- Gioberti, Il governo federativo” (Gangemi Roma) – nazione e stato
federale – federazione, governo federativo -- Rodano, Cristianesimo e società opulenta,
Edizioni di storia e letteratura, Roma, Il giudizio sul nazismo. Le
interpretazioni -- La storia: teoria e metodi, Carocci, Roma, La filosofia
dell'idealismo italiano, -- Grice: “filosofia” is superfluous here, seeing that
idealism already ENTAILS philosophy!” -- Carocci, Roma, Croce, Carocci, Roma
Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi” (Aracne, Roma); “La
prassi e il valore -- la filosofia dell'essere” Aracne, Roma “Filosofia della
praxis” Viella, Roma); “In cammino con Gramsci, Viella, Roma. L'ermeneutica, in
«Rivista trimestrale», Il problema del mondo nel «Tractatus» di Wittgenstein,
in «Rivista trimestrale», Le fonti del giudizio marxiano sulla rivoluzione
francese in «Annali dell'Istituto
Italiano per gli Studi Storici», L'orizzonte liberale di Dahrendorf, in
«Critica marxista», Sturzo e il popolarismo – POPOLARISMO -- nel giudizio, in
Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari, Croce e il problema del
diritto, in «Novecento», Metodo storico e senso della libertà” “La storiografia
crociana, in «La Cultura», Omodeo. Il pensiero politico, in «Annali
dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», Libertà e storicismo assoluto:
per un'interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra
tradizione nazionale e filosofia europea, Riuniti, Roma, “La società civile
democratica, in «Novecento», Sul
giudizio politico, in «Novecento», Il marxismo politico nell'interpretazione di
Noce, in «Poietica», Gioberti e Cartesio, in Bibliopolis, Napoli, Comunismo e
democrazia, in La democrazia nel pensiero politico del Novecento” (Aracne, Roma);
Guido Calogero, in «Belfagor», Gioberti e Leopardi, in «La Cultura», Verità e
storia, in «Storiografia», “La morale”, Rosmini e Gioberti. G. Beschin e L.
Cristellon, Morcelliana, Brescia, Il destino dell'evento nella nuova storia”
francese, in «La Cultura», Carattere e svolgimento delle prime teorie estetiche
di Croce, «La Cultura», Liberalismo
etico e liberismo economico, in Croce filosofo liberale, -- cf. Grice, “Do not
multiply liberalisms beyond necessity: ‘liberalismo semiotico’” – Grice: “Muste
is very witty in distinguishing between liberalism and liberrism!” Reale, LUISS
University Press, Roma, La teoria della storia in Croce, in «Giornale critico
della filosofia italiana», L'idea di “Risorgimento” in Gioberti, in «Quaderni
della Fondazione Centro Studi Noce», Il significato delle fonti storiche, in
«La Cultura», La storia: teoria e
metodi, in «History and Theory», Il passaggio all'anti-fascismo di Croce, in
Anni di svolta. Crisi e trasformazione nel pensiero politico della prima età
contemporanea, Sciullo, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alterità e principio del
dialogo in Calogero, in L'idea e la differenza. – principio dialogo – il noi --
Noi e gl’altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo, M.P.
Paternò, Rubbettino, Soveria Mannelli Il principio del nous nella filosofia di
Calogero, in «La Cultura», La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di
Garin. Atti del Convegno di studi, Vacca e Ricci, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Gioberti, in Il contributo italiano alla storia del pensiero.
Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Lo
storicismo italiano nel secondo dopoguerra, in Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Il problema della libertà nella filosofia di Scaravelli, in «La
Cultura», La libertà del volere nella filosofia di Croce, in Filosofia e
politica. Cesarale, M., Petrucciani, Mimesis, Milano, Il senso della dialettica
nella filosofia di Spaventa, in "Filosofia italiana", apr. Storia, metodo, verità, in «La Cultura»,,
Gentile e Marx, «Giornale critico della filosofia italiana», Togliatti e Luca,
«Studi storici», Gentile e Socrate, (Grice: cf. caricature of Gentile as
Aristotele in ‘La scuola d’Atene”) -- in La bandiera di Socrate. Momenti di
storiografia filosofica italiana nel Novecento, Spinelli e F. Trabattoni,
Sapienza Università, Roma, Gentile e Gioberti, «La Cultura», Gramsci, Croce e
il canto decimo dell’Inferno di Alighieri, «Giornale critico della filosofia
italiana»,, Spaventa e Gioberti, «Studi storici»,, La presenza di Gramsci nella
storiografia filosofica e nella storia della cultura, «Filosofia italiana»,
Dialettica e società civile. Gramsci “interprete” di Hegel, «Pólemos. Materiali
di filosofia e critica sociale», Marx e i marxismi italiani, «Giornale critico
della filosofia italiana», La “via alla
storia” di Ginzburg, in Streghe, sciamani, visionari. In margine a Storia
notturna di Ginzburg, Presezzi, Viella, Roma, Filosofia e storia della
filosofia nella riflessione di Sasso, «Filosofia italiana», Opere Sapienza
Roma. Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici, su lettere uniroma1.
Intervista sulla storia della "Rivista trimestrale" Intervista di M.
su Croce del //diacritica/ letture-critiche/lo-
storicismo-di-croce-e-la-morte-della- metafisica-intervista-a- M. Socrate e
Gentile. Se consideriamo i libri custoditi presso la biblioteca personale di Gentile,
troviamo, a proposito di Socrate, soprattutto opere di autori italiani, con
alcuni dei quali da tempo era in corrispondenza: oltre le vecchie versioni di Ferrai
(Padova), vi figurano le edizioni dell’Apologia curate da Acri (riproposta da
Guzzo) e da Manara Valgimigli (Bari); le opere di Giovanni Maria Bertini (fra
cui l’edizione di Senofonte), che, come si dirà, avevano occupato la critica di
Bertrando Spaventa; quindi i libri che via via, nella prima metà del secolo,
erano apparsi in Italia: quelli di Zuccante, che Tocco aveva presentato alla
Reale Accademia dei Lincei, poi quelli di Covotti, Mignosi, Labriola, Banfi,
Levi, Brocchieri. Ma a proposito di
Socrate, Gentile utilizzò anche altri mo- menti della storiografia filosofica
italiana, appoggiandosi, per esem- pio, ad alcuni testi dello storico del cristianesimo
Alessandro Chiap- pelli e del romanista Pascal. Se allarghiamo lo sguardo oltre
i confini nazionali, i riferimenti principali rimangono quelli di Zeller (a cui
si era prevalente- mente richiamato Spaventa), ma anche di Gomperz e di Tannery.
Di Zeller, Gentile possede i primi due volumi dell’edizione Mi piace
ricordare che la ricerca su libri, opuscoli e periodici posseduti da Gentile 1
può ora essere svolta online sul sito della Biblioteca di Filosofia della
Sapienza di Roma, grazie al lavoro di digitalizzazione del catalogo compiuto sotto
la direzione del dott. Gaetano Colli: cfr. Colli. Anche il catalogo dei
corrispondenti dell’archivio di Gentile (custodito presso la “Fondazione
Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici” a Villa Mirafiori) è consultabile
nel progetto “Archivi on-line” del Senato della Repubblica. italiana
della Filosofia dei Greci curata da Mondolfo; e di Tannery conservava la
seconda edizione, di Pour l’histoire de la science hellène, che la moglie
Erminia aveva donato, con dedica, al figlio Giovannino. A Zeller, come si sa,
dedicò un ampio necrologio nel quale elogiò la sua opera di storico
criticandone tuttavia i princìpi neokantiani2; e avvicinandovi, ap- punto, i
nomi di Tannery e quello, «così geniale», di Gomperz. Proprio a Gomperz,
d’altra parte, aveva fatto un più che positivo riferi- mento nella prolusione
palermitana su Il concetto della storia della filosofia, dove parlò di un
«concetto equivalente al mio, che nella storia della filosofia si riassuma
tutta la storia dell’umanità»4; e, nella lunga recensione che nel 1909 dedicò
al Socrate di Zuccante, ne parlò come di «uomo di gusto», sia pure privo del
«bernoccolo del filosofo», assumendone soprattutto la critica della
testimonianza di Senofonte. Gentile si trovò di fronte, fin dalla giovinezza,
due modelli inter- pretativi, tra loro, per altro, connessi. In primo luogo le
pagine che Ber- trando Spaventa aveva dedicate a Socrate, dapprima discu- tendo
sulla “Rivista contemporanea” la memoria torinese di Giovanni Maria Bertini
Considerazioni sulla dottrina di Socrate6, poi nel grande corso sulla filosofia
italiana, dove aveva aggiunto, come appendice, lo Schizzo di una storia della
logica, nel quale riprendeva il tema socratico7. Il secondo riferimento è
Labriola, la cui memoria su La dottrina di Socrate era stata ripubblicata da
Benedetto Croce per l’editore Laterza. Per quanto, in maniera caratteristica,
nel discorso preliminare del all’edizione degli Scritti filosofici di Spaventa,
si limitò a un breve cenno alla discussione con Bertini8, e anche nella Prefazione
al Gentile. Bertini. Ma la memoria, a cui Spaventa si riferisce, era stata
presentata in una seduta. Poi in Bertini. Da una lettera a Spaventa, si
apprende che l’articolo di Bertrando era solo il primo di una serie di scritti
socratici, che poi non realizzò: cfr. Spaventa La filosofia italiana nelle sue
relazioni con la filosofia europea, in Spaventa Gentile Gentile e Socrrate
volume Da Socrate a Hegel mancò di entrare nel merito della questione9, è da
ritenere, per le ragioni che si vedranno, che l’influenza spaven- tiana pesasse
in maniera determinante nella sua prima lettura di Socrate. Spaventa confuta
l’interpretazione di Bertini, cercando di definire i rapporti, da un lato, tra
Socrate e la filosofia antica, e, d’altro lato, tra Socrate e la filosofia
moderna. Per tale confutazione, si era appoggiato al capitolo hegeliano delle
Le- zioni sulla storia della filosofia e all’opera di Zeller, ma anche, per
deter- minare i caratteri generali del pensiero greco, alla traduzione francese
di Claude Joseph Tissot della Storia della filosofia di Heinrich Ritter10.
Tuttavia, la lettura di Socrate risultò ben diversa da quanto quei libri
potevano suggerirgli. Possiamo dire, in breve, che se per Hegel è Parmenide il
vero iniziatore della filosofia, perché ha sollevato il pensiero alla massima
astrazione dell’essere11, per Spaventa la filosofia inizia propriamente con
Socrate, che ha scoperto la dimensione del “concetto”, superando il naturalismo
immediato della precedente vita greca. La critica a Bertini si appuntava su
questo aspetto. Per Bertini, di fronte all’attacco dei sofisti, Socrate aveva
restaurato l’ethos greco, sal- vandolo dalla dissoluzione. Per Spaventa, le
cose andavano diversa- mente. Non solo Socrate non aveva restaurato la vita
greca, ma le aveva inferto «il vero colpo di grazia» (La dottrina di Socrate,
in Spaventa), ponendo un nuovo principio, quello della «soggettività
universale»: caratterizzata la filosofia presocratica come indistinzione
immediata di pensiero ed essere, Socrate aveva inaugurato l’antitesi dei due
termini, senza tuttavia trovarne l’unità e la sintesi, e anzi la- sciando al
pensiero moderno questo compito ulteriore. I sofisti, dun- que, lungi
dall’essere dei distruttori, si presentavano quali profondi innovatori, anche
se il loro soggettivismo era piuttosto un individuali- smo, fermo alla
dimensione naturale ed empirica dell’individuo. So- crate trasformava, con la
dottrina del concetto, questo individualismo in un autentico, universale
soggettivismo: «in questo senso» – scriveva Spaventa – «Socrate e Cartesio, che
che ne dica il professor Bertini, si rassomigliano». Spaventa Parmenide,
Hegel [Ritter Cfr. Hegel Ma soprattutto, per il riferimento a Da questo
punto di vista, Socrate non appariva affatto come un fi- losofo pratico o
morale, ma come un filosofo schiettamente teoretico. Più precisamente, il
carattere della sua filosofia veniva indicato in un radicale formalismo.
Bisogna prestare attenzione all’uso che Spaventa fece di questa espressione,
per certi versi anticipando i temi della sua riforma della dialettica.
Formalismo significava che Socrate, scoprendo il principio nuovo della
«soggettività universale», lo riconosceva solo nella forma, nell’attività
dialogica della ricerca della verità, in quanto presupponeva, alla maniera di
tutto il pensiero antico, il contenuto og- gettivo e naturale: se per i
moderni, scriveva, la soggettività è non solo «universale» ma «assoluta», «il
puro rapporto del pensiero a se stesso», per Socrate «non è già il soggetto che
determina l’essere oggettivo, ma l’essenza oggettiva delle cose che determina
il soggetto». La visione moderna – per cui, come si chiarirà nella riforma
della dialet- tica, il pensiero è negazione determinante dell’essere -- appariva
qui rovesciata, nel senso che l’essere si delineava come il cercato, come la
verità ideale del soggetto. Questa tesi del formalismo era quella vera- mente
decisiva nell’interpretazione di Spaventa, poiché a essa veni- vano ricondotti
tutti i temi della riflessione socratica: l’induzione, il dialogo, l’ironia, e
poi soprattutto l’ignoranza, interpretata come con- sapevolezza della mancanza
di verità del soggetto, quasi come ammis- sione del limite storico della
propria posizione. E ancora, l’eudemoni- smo socratico diventava (seguendo qui
i Magna moralia) l’assenza del concetto del Bene e, quindi, la sua
identificazione con l’utile. Infine, ed è un altro aspetto di rilievo (e qui la
fonte era in parte aristotelica in parte hegeliana), mancava in Socrate la
psicologia, cioè la cognizione della parte irrazionale dell’individuo, delle
passioni: la sua soggettività «universale» non riusciva a cogliere né il
contenuto del concetto né la base irrazionale dell’individuo, restando sospesa
tra il particolare e l’universale e non potendo intravedere la sintesi e
l’unità tra i due momenti, cioè l’autentica realtà e immanenza del concetto.
Nella memoria su La dottrina di Socrate, con la quale vinse il premio della
Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Labriola non citò mai
lo scritto di Spaventa, ma certo ne riprese [Si veda per questo aspetto Mustè
La dottrina di Socrate, in Spaventa. Gentile e Socrate 43 almeno un paio di
aspetti14. In primo luogo riprese la tesi del formali- smo, a cui dedicò la
parte centrale dello scritto e che anzi sviluppò fino alle conseguenze estreme,
mostrando come «il suo di Socrate sapere è pura esigenza» e «quello che egli
cerca deve ancora trovarlo» (Labriola). In secondo luogo, insisté sulla
mancanza in Socrate di ogni notizia di psicologia, con accenti e motivi molto
simili a quelli che Spaventa aveva adoperato nella polemica con Ber- tini. Ma
certo mutava il quadro complessivo dell’interpretazione, anzi tutto per la
scelta, molto radicale, di affidarsi esclusivamente o quasi alla testimonianza
di Senofonte, non attribuendo, scriveva, «a Socrate nessun principio, massima,
o opinione che non sia, o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata
da Senofonte»; poi per il fatto che la tesi spaventiana del formalismo serviva
ora a recidere i rapporti tra Socrate e la tradizione filosofica presocratica
(ibid., 555), superando il problema stesso che aveva animato la discussione tra
Spaventa e Bertini. Per Labriola, Socrate non era affatto un filosofo: «Socrate
come semplice filosofo – scriveva – è un parto d’immagina- zione» (ibid., 569);
e tanto meno poteva essere considerato come «il creatore del principio della
soggettività», neanche di una soggettività «universale» come quella di cui
Spaventa aveva parlato. Al contrario, la figura di Socrate era ricondotta a due
linee fondamen- tali di lettura, tra loro convergenti: da un lato il processo
di sviluppo della religione greca, dove Socrate aveva inserito l’idea della
divinità «come intelligenza autrice e reggitrice del mondo», riuscendo per
questo «a isolare la sfera morale dalla naturale; d’altro lato, in relazione
agli studi che allora conduceva per «una storia dell’etica greca» interpretò
Socrate come concreta espressione della crisi della storia greca, come
l’emergere di una colli- sione tra forma della tradizione e volontà
dell’individuo: per cui, sorge nell’individuo «il bisogno di rifarsi da sé
quella certezza» che l’opinione comune ha smarrito, tornando a porre, con
l’esercizio del dialogo, le[ L’interpretazione di Labriola è stata analizzata
da Cambiano, Il Socrate di Labriola e la storiografia tedesca e da Spinelli,
Questioni socratiche: tra Labriola, Calogero e Giannantoni che si leggono
rispettivamente nel primo e nel terzo volume di Punzo3, Spinelli ricorda
opportunamente un breve quanto penetrante articolo di Giannantoni, Il Socrate
di Labriola, apparso nel supplemento di “Paese sera”. Tra gli altri studi, mi
limito a ricordare Cerasuolo, e le lucide osservazioni di Poggi domande
induttive sulla definizione, sul «cosa è» la giustizia, la virtù, la santità.
Per certi versi, Labriola seguiva la linea interpretativa di Spa- venta, ma ne
modificava la prospettiva, calando Socrate non più nel centro problematico
della storia della filosofia ma in quello della vita religiosa e sociale del
mondo greco. A prescindere dallo sviluppo peculiare che ebbe nella memoria di
Labriola, la tesi spaventiana del formalismo di Socrate restò alla base delle
prime riflessioni di Gentile. Già nella tesi di laurea su Rosmini e Gioberti –
dove il problema principale, sulle orme di Donato Jaja, era quello
dell’intuito, e quindi della profonda differenza tra l’intuito ro- sminiano
dell’essere puro e quello, platonico ma soprattutto prove- niente da
Malebranche, delle idee determinate e formate (Gentile) – i riferimenti a
Socrate risentono della discussione di Spa- venta con Bertini. Lo si vede,
soprattutto, nella nota che inserì per di- scutere la memoria di Aurelio
Covotti Per la storia della sofistica greca. Studi sulla filosofia teoretica di
Protagora (pubblicata nel 1896 negli “An- nali” della Regia Scuola Normale
Superiore di Pisa), dove, criticando le interpretazioni di Wilhelm Halbfass e
di Theodor Gomperz, ribadì la necessità di distinguere l’individualismo
empirico di Protagora dal soggettivismo di Socrate, pur sottolineando la sua
distanza dal kanti- smo, mancando ancora in Socrate «il concetto del pensiero
come pro- duttività» (Gentile). Una lettura, questa, che trovò poi uno sviluppo
più organico nella recensione al Socrate di Zuccante, dove criticò
«l’interpretazione soggettivistica» di Protagora, che l’autore aveva dato,
insistendo piuttosto sul rapporto con Demo- crito: con riferimento a un
articolo di Victor Brochard, affermò anzi che la tesi dello storico francese
andava «rovesciata», perché non Demo- crito aveva appreso da Protagora i
princìpi della gnoseologia sofistica, ma viceversa questo, Protagora, era stato
«scolaro» di quello, di Democrito (Gentile). Questo tema del rapporto tra
Socrate e Protagora era d’altronde essenziale nell’equilibrio del libro, perché
tanto Rosmini che Gioberti avevano appunto confuso i due momenti
(l’individualismo e il soggettivismo), lasciando oscillare la figura di Socrate
tra Protagora e Platone: «il Gioberti» – spiegava Gentile Gli articoli di
Brochard vennero ristampati in Brochard (ma si veda la 4° edizione ampliata,
Paris, con l’introduzione di Delbos). Gentile e Socrate 45 «come il
Rosmini, non conosce altro soggettivismo che il falso antro- pometrismo
protagoreo», e perciò, aggiungeva, si vede costretto a tro- vare in Socrate
Platone, «altrimenti del maestro di Platone non si fa che una ripetizione di
Protagora» (Gentile). Alla maniera di Spaventa, insomma, il soggettivismo di
Socrate non andava confuso né con l’individualismo di Protagora né con la
successiva dottrina pla- tonica delle idee. Questo atteggiamento spiega anche
la presenza di Socrate nel saggio su La filosofia della prassi, dove, per
dimostrare che Marx aveva assunto il concetto della prassi dall’idealismo, e
non dal mate- rialismo, chiamò in causa il «soggettivismo di Socrate», facendo
dell’antico filosofo greco il primo idealista, anzi il primo teorico della
praxis: perché, spiegava Gentile, Socrate non concepiva la verità come un bene
formato da trasmettersi, ma come il risultato di un «personale lavorio
inquisitivo», cioè del dialogo e dell’arte maieutica: «il sapere – concludeva –
importava per Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva costruzione,
una continua e progressiva prassi» (Gentile). Altrove scriveva che il merito di
Socrate «consiste appunto nel superamento di quella dualità di volontà e
intelletto, che è presup- posta così dal determinismo come dal concetto del
libero arbitrio»: e arrivava ad affermare che, se avesse approfondito questo
aspetto, sa- rebbe stato condotto «al concetto hegeliano dell’unità di libertà
e ne- cessità razionale» (Gentile). Di questa singolare definizione di Socrate
come primo idealista, Gentile darà una spiegazione, nei Discorsi di religione,
quando dirà che, con Socrate, «la filosofia acquista coscienza del suo
carattere idealistico», anche se questa co- scienza «si oscurerà tante volte
nel corso del suo sviluppo storico»: e quasi per dare un esempio di tale oscuramento,
ricordava l’«idealismo ancora naturalistico» di Platone e Aristotele, che aveva
ricompreso l’intuizione socratica nel realismo del «mondo delle idee» e in
quello di «Dio, forma o atto puro, o pensiero del pen- siero. . Questi primi
riferimenti, in larga parte ispirati dalla posizione di Spaventa, cominciarono
a complicarsi negli anni appena successivi, quando Gentile iniziò a elaborare
la filosofia dell’atto puro, e quindi, bisogna aggiungere, ad approfondire la
distanza tra dialettica del pen- sato e dialettica del pensare, tra pensiero
antico e pensiero moderno. Un preludio della successiva lettura di Socrate può
essere indicato, d’altronde, nella lunga recensione al Socrate di
Zuccante, dove Gentile, richiamandosi implicitamente (senza mai citarla) alla
posizione di Spaventa, chiarì due aspetti fondamentali della pro- pria
interpretazione. In primo luogo, in un passaggio di particolare im- portanza,
rielaborò e chiarì la tesi del formalismo socratico, definito appunto come la
sua «gloria». Scrisse infatti: la verità è che la ricerca socratica è
prevalentemente umana, perché l’uomo coi sofisti era venuto al primo piano
della speculazione, segna- tamente nella rettorica. E lo stesso tentativo di
sollevare a scienza la rettorica, operato dai sofisti, ne mette a nudo
l’essenziale formalismo, e fa sentire il bisogno di quella più schietta e più
concreta scienza dello spirito, che Socrate persegue col suo motto divino:
conosci te stesso. Qui è la radice dell’unità del suo interesse speculativo, teorico,
e del suo interesse morale, pratico: qui anche la radice del formalismo spe-
culativo e morale, a cui s’arresta lo stesso Socrate. Il quale supera la forma
rettorica con l’affermazione del contenuto della rettorica (giusto, ingiusto
ecc.): ma di questo contenuto non definisce altro che la forma: il concetto
come universale, non intravveduto da nessuno dei filosofi precedenti: il
concetto di ogni cosa (logica) e il concetto stesso del giusto (morale). In che
consiste il valore di questa scoperta, che è la gloria di Socrate (Gentile). In
secondo luogo, stabilito il senso del formalismo socratico, Gentile chiariva il
significato della scoperta logica di Socrate, affermando che si trattava non
solo, e non tanto, della scoperta del concetto, ma del «concetto del concetto»,
della «essenza dello spirito»: se i filosofi prece- denti sempre avevano
adoperato concetto e definizione, ora Socrate sollevava il pensare a «pensiero
del pensiero», conferendo agli uomini una «seconda vista», quella della
schietta universalità. Grazie a Socrate, il pensiero diventava, per la prima
volta, oggetto di sé stesso, sostituendosi all’orizzonte della natura: e
questo, oltre quello più limitativo dell’assenza di un contenuto assoluto, era
il carattere del suo formalismo, inteso appunto come considerazione della forma
logica in sé stessa. Negli scritti di questo periodo, l’accento cominciava a
battere con più forza sulla continuità tra Platone e Aristotele, perché –
scriveva – «con Aristotele [non] si fa un passo avanti» rispetto al metodo
trascen- dente di Platone (Gentile). Non solo infatti, come precisò nella
prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, Platone
aveva «trasformato» il concetto socratico in «idee eterne e immobili, puro
oggetto della mente»; ma iniziò a riportare la filosofia di Platone alla fonte
eraclitea e soprattutto a quella parme- nidea, che ai suoi occhi costituiva il
vero approdo del Teeteto e del So- fista: «Platone» – scriveva – «non vide mai
altro che l’essere immobile e realmente immoltiplicabile, tal quale l’essere
(fisico) degli Eleati. Qui si doveva arrestare una filosofia ignara della
natura dello spirito». Più che Socrate, dunque, la filosofia di Platone in-
contrava, con la teoria delle idee, l’essere di Parmenide, superando in esso
anche la primitiva lezione di Cratilo. Fu nel primo volume del Sommario di
pedagogia che il giudizio su Socrate cominciò ad assestarsi. Gentile vi si
soffermò in due diverse parti dell’opera: in primo luogo, nella sezione su
L’uomo, a proposito dei concetti; in secondo luogo, nella parte terza, su Le
forme dell’educazione. Il capitolo che dedicò al «merito di Socrate sco-
pritore del concetto» finì per risultare piuttosto singolare. Riconobbe a
Socrate il «merito straordinario» di avere affermato «il carattere uni- versale
del vero» (Gentile); ma subito aggiunse che quel con- cetto non era poi il vero
concetto, il conceptus sui, ma una forma che, conseguita per via induttiva, con
«un processo di generalizzazione», era piuttosto irreale, astratta, lontana dalla
concreta determinazione del mondo: offrì insomma del concetto socratico una
lettura singolar- mente negativa, quasi rappresentandolo nella figura degli
pseudocon- cetti o finzioni che, nella Logica e nella Filosofia della pratica,
Croce aveva teorizzato. Di più, in un capitolo successivo, affermò che il
concetto socratico, «base dell’erronea teoria platonica e aristotelica del
concetto», presupponeva la scissione tra teoria e pratica: ne- gando dunque a
Socrate proprio quel merito che, come abbiamo osser- vato, gli aveva
riconosciuto nel saggio su La filosofia della prassi. La considerazione trovava
uno sviluppo rilevante, come si diceva, nella terza parte dell’opera, dove
Gentile poneva la figura di Socrate all’origine del concetto di «educazione negativa»,
collocandolo sulla stessa linea che, nell’epoca moderna, avrebbe prodotto la
«possente» opera di Rousseau. A questo principio dell’educazione negativa, Gen-
tile tornava a rivolgere un elogio, perché capace di implicare «l’imma- nenza
del divino nell’uomo» e dunque di
anticipare lo spi- rito di libertà di Rousseau: ma anche qui osservava che
Platone aveva convertito la maieutica socratica in un innatismo delle
idee, come un ritorno dell’anima «a quella pura cognizione originaria che ella
si reca in sé dalla nascita». Una critica, d’altronde, che si legava all’idea,
sostenuta ancora nei Discorsi di religione, secondo cui il pen- siero antico
non poté mai accedere al problema morale, perché privo del principio stesso
della volontà (Gentile). In tutta la prima fase della sua riflessione, Gentile
tenne fermo il Socrate di Spaventa, cioè la tesi del formalismo e della
scoperta della soggettività universale, via via innestandovi i motivi
essenziali nella propria filosofia: così, nell’Introduzione alla filosofia
parlerà di So- crate come del «primo grande martire degl’interessi più profondi
dell’uomo e della sua nobiltà e grandezza» (Gentile), come di colui che, con il
Nosce te ipsum, aveva vinto l’antico naturalismo e sco- perto la «concezione
umanistica del mondo»; e nella più tarda Filosofia dell’arte arriverà a
svolgere il motivo spaventiano (e labrioliano) della mancanza di una psicologia
in Socrate nella tesi, ben più radicale, dell’assenza del sentimento e, in
generale, del principio dell’arte in tutto il pensiero antico (Gentile). Ma la
trasforma- zione essenziale e decisiva avvenne certamente nelle opere più
siste- matiche dell’attualismo, in modo particolare nel Sistema di logica,
quando Socrate, come ora vedremo, acquistò il volto più complesso di fondatore
del logo astratto: che era uno svolgimento dell’idea, comun- que presente in
Spaventa, che proprio in lui, in Socrate, e non in Par- menide e nei filosofi
presocratici, andava indicato l’autentico inizio della filosofia occidentale.
Nella Teoria generale, dove il problema fondamentale era quello dell’individuo
e dell’individualità, si faceva più nitido il quadro dell’intero sviluppo della
filosofia greca, ponendo al centro del natu- ralismo quella che definì «la
disperata posizione di Parmenide» (Gen- tile 1959b, 107), quintessenza
dell’intero mondo mitico e presocratico e carattere della «seconda natura»
delle idee, stabilita da Platone. Tra Parmenide e Platone, Socrate appariva
come colui che aveva operato «la netta distinzione tra genere e individuo», non
riuscendo certo a trovare la sintesi tra i due momenti, ma lasciando aperta,
con il suo formalismo, tanto la via platonica tanto quella aristotelica. Di
fronte a entrambi, a Parmenide e a Platone, Socrate era delineato come colui
che «scopre il concetto come unità in cui concorre la va- rietà delle
opinioni»: affermazione di grande significato, Gentile e Socrate perché, almeno in senso formale, indica una
rottura dell’intero natu- ralismo antico, un presagio – se così può dirsi –
della sintesi e della vera individualità, che solo il pensiero moderno,
osservando il con- cetto come conceptus sui e come autocoscienza, arriverà,
dopo il cri- stianesimo, a compiere. Però, come si diceva, solo nei due volumi
del Sistema di logica, la figura di Socrate acquistò una nuova luce e un più
preciso significato, all’interno della dialettica del logo astratto e del logo
concreto. Possiamo dire che il punto centrale della considerazione delle forme
storiche del logo astratto è proprio il passaggio da Parmenide a Socrate, che è
poi il passaggio dal naturali- smo antico alla logica del pensiero pensato,
inteso come momento eterno e insuperabile del logo. Il punto socratico è quello
fondamen- tale, se non altro perché, superando la posizione, disperata e
assurda, di Parmenide, Socrate pone, nel concetto universale, l’intero circolo
del pensiero antico, che in Platone (con la teoria della divisione) e in
Aristotele (con la teoria del sillogismo) troverà solo uno sviluppo coerente e
un adeguamento. All’altezza della dottrina del logo astratto, Gentile segnava
con meno forza, rispetto ai testi precedenti, il distacco tra So- crate e
Platone, ma indicava con molta più forza la differenza tra So- crate e
Parmenide. È vero che, in un passaggio non privo di ambiguità, disse che
Parmenide rappresentava «il fondatore della logica dell’astratto», colui che
«per primo cominciò a intendere in tutto il suo rigore il concetto del logo
quale presupposto del pensiero» (Gentile). Ma subito precisò che tale
fondazione del logo era in verità una negazione del pensiero, perché il suo
essere, privo di determina- zione e di differenza, è in realtà mancanza di
pensiero, il nulla del pen- siero, il semplice immediato: e per Gentile, così
come per Spaventa, non è l’essere di Parmenide a segnare l’inizio della logica,
come acca- deva in Hegel, ma il concetto universale di Socrate. È con Socrate
in- fatti, come ripete più volte (concordando, per altro, con quanto Croce
aveva sostenuto nella Logica), che «nasce formalmente la scienza della logica»
(Gentile), che viene posto non «l’immediato essere astratto», ma la
«mediazione», il «rapporto tra soggetto definito e predicato onde si
definisce», per cui, concludeva, «l’astratta identità dell’essere naturale di
Parmenide e di Democrito qui è vinta». E altrove Croce. chiariva: «la logica comincia
propriamente con Socrate, quando l’es- sere spezza la dura crosta primitiva
della immediatezza naturale, in cui s’era fissato nelle concezioni degli Eleati
e degli Atomisti, e si me- dia nella forma più elementare possibile del
pensiero: identità che sia unità di differenze» . Nel concetto socratico, nella
definizione, è già tutta la logica antica, che troverà nella dialettica
platonica e nel sillogismo aristotelico solo uno sviluppo necessario. Più
precisamente, Socrate diventa, nel Si- stema di logica, il fondatore della
logica dell’astratto, che non si esprime più nell’assurda immediatezza di A
(essere naturale), ma nel rapporto A=A, che indica il principio d’identità e
l’intero «circolo chiuso», come lo definì, del logo astratto: rapporto che è
già rapporto di pensiero, perché il primo A si distingue dal secondo A,
generando la figura del giudizio, sia pure di un giudizio analitico e
definitorio. Così, il passaggio (che impegnò il secondo volume dell’opera) dal
logo astratto al logo concreto indicava anche il merito e il limite della
posizione socra- tica, il suo elogio e la sua critica: perché il «circolo
chiuso» che Socrate aveva fondato, immettendo l’uomo nella regione del
pensiero, era pur sempre un circolo, una mediazione e un movimento, e perciò
inclu- deva, sia pure in maniera inconsapevole, il riferimento del pensato al
pensare, dell’astratto al concreto. Lo includeva, come spiegò, nella forma
«mitica» di tutto il pensiero antico, non ancora come «pensa- mento del logo
astratto nel concreto», ma viceversa come «pensamento del logo concreto
nell’astratto» (Gentile). La lettura del momento socratico sembrava così
compiuta nei ter- mini fondamentali. Ma negli ultimi mesi della sua vita,
Gentile delineò una intera storia della filosofia, che doveva fare parte della
collana «La civiltà europea» della casa Sansoni, e di cui riuscì a scrivere
solo la prima parte, fino a Platone. Di questa opera, che è stata pubblicata a
cura di Bellezza, ci rimane, tra le carte del filosofo, l’in- dice dell’intero
lavoro (che si sarebbe dovuto concludere con la consi- derazione di Varisco,
Martinetti, Croce e Gentile stesso) e il manoscritto di un «prospetto» che si
riferisce alla parte successiva e non scritta sulla filosofia antica, fino alla
sezione terza, che avrebbe dovuto occuparsi di epicurei, stoici, scettici,
accademici e neoplatonici. Archivio della “Fondazione Giovanni Gentile per gli
Studi Filosofici”, manoscritti pubblicati. Gentile e Socrate 51 In questo
ultimo scritto sulla filosofia antica, Socrate diventava ve- ramente il centro
dell’intera considerazione, lo snodo decisivo tra na- turalismo e metafisica.
Più chiara e conseguente risultava, in primo luogo, la ricostruzione della
filosofia presocratica. Le due figure prin- cipali di questa epoca, Parmenide
ed Eraclito, rappresentavano due aspetti complementari della medesima
intuizione della natura e del cosmo, priva della luce del pensiero: nell’essere
di Parmenide, che è lo stesso fuoco di Eraclito fermato nel suo eterno ardere,
si riassume il peccato capitale della prima filosofia greca, che ora Gentile
definiva come «misticismo» (Gentile), come «intellettualismo» e «for- malismo»,
cioè – spiegava – come il primo esempio di una filosofia «che fa lavorare il
cervello, ma lascia, si può dire, vuoto e inerte il cuore». E tutto il
successivo atomismo, soprattutto in Demo- crito, gli appariva come l’esito
naturale di tale originaria assenza del pensiero, che finì, come doveva finire,
nel «pretto materialismo», dove «il pensiero è identico alla sensazione». S’intende
perché, nella linea che già era stata di Spaventa, Gentile riservasse parole di
elogio alla sofistica: a Protagora, come a colui che scopre «il tarlo se- greto
che rode questo essere a cui pur tutto, per chi pensa e ragiona, si riduce», e
che costituisce, dunque, tanto l’autocritica in- terna quanto il logico
compimento del naturalismo eleatico; e soprat- tutto a Gorgia, che scopre «la
potenza della parola», di quell’elemento attivo e umano che l’essere di Parmenide
non poteva includere né spie- gare: una potenza, quella della parola, che
rappresenta l’emergere di un nuovo mondo, di cui «non siamo più soltanto gli
spettatori, ma vi facciamo da attori». Sono i sofisti, perciò, che «preparano
Socrate e tutta la filosofia del logo che ne deriva», che «rendono possibile la
scoperta di questo nuovo mondo». E il capitolo su Socrate, come si diceva, co-
stituisce il cuore di tutta l’interpretazione che qui Gentile proponeva del
pensiero antico. A differenza di Labriola, anzi tutto, e in parte an- che di
Spaventa, Gentile mostrava di privilegiare nettamente il Socrate di Aristotele,
considerando inattendibile la descrizione di Senofonte, che ne fa «un troppo
bonario e grossolano pensatore», e in fondo anche quella di Platone, che nei
dialoghi presenta «un Socrate idealizzato e platonizzante»: «il Socrate storico
– scriveva – non è il Socrate platonico». «Più attendibile» dunque Aristotele,
pur «ne’ suoi cenni sommari», perché in Aristotele emerge- rebbe la vera
fisionomia di Socrate, autore di una sola ma fondamen- tale scoperta, quella
del concetto, o meglio della definizione e del giu- dizio, cioè del pensiero:
non il termine, ma il giudizio, «quel giudizio che come atto del pensiero
rivolto all’essere naturale Parmenide e i seguaci suoi avevano dimostrato
impossibile». Così Socrate compie il
«passo gigantesco», «trova il pensiero», e «il pensiero, per la prima volta, si
viene a trovare alla presenza di se stesso: di se stesso nell’oggetto che può
conoscere, e conosce».. Per questo, e solo per questo, Socrate rimane per
sempre «il modello da imitare» per ogni filosofo successivo, come «una delle
incarnazioni più splendide dell’ideale umano, se umanità vuol dire, come vide
So- crate, pensiero». La preferenza che Gentile accordava alla fonte
aristotelica derivava, d’altronde, da un lungo percorso, che aveva trovato
nella discussione con Zuccante un punto di particolare chiarezza. In quella oc-
casione, appoggiandosi ad alcune analisi di Gomperz e soprattutto di Joël,
aveva definito i Memorabili come l’opera «più sciagurata uscita dalla penna di
Senofonte: pesante, monotona, tutta infarcita di banalità e di vere caricature
dello spiritoso e malizioso dialogo socratico» (Gentile), soprattutto per la
tendenza ad attribuire a Socrate «una specie di prammatismo», eliminando
quell’elemento «logicistico» che per Gentile ne costituiva, invece, il tratto
saliente. Di conseguenza, aveva rifiutato l’intera impostazione di Labriola,
che aveva as- sunto il «Socrate senofonteo» come la pietra di paragone di ogni
altra testimonianza. Non si può tacere che, in tale uso delle fonti, si celava
una certa tendenziosità e forse qualche equivoco. Anzi tutto, come è facile
osservare, il richiamo ad Aristotele era, in verità, un riferimento quasi
esclusivo ai passi della Metafisica su Socrate come «fondatore della filosofia
concettuale» e «scopritore dell’universale» (Maier), con una larga
sottovalutazione di quanto, nella fonte aristotelica, rinviava alle dottrine
etiche e morali. Anche la contrappo- sizione fra la testimonianza aristotelica
e quella senofontea, seppure giustificata da un dibattito interpretativo allora
in corso (si pensi alle 18 Si ricordino, a questo proposito (soprattutto con
riferimento a Labriola, il cui scritto è definito «il migliore studio italiano
sull’argomento», e a Joël), le osservazioni di Calogero nella voce Socrate del
dell’Enciclopedia italiana. Gentile e Socrate diverse letture di
Döring e di Joël), trascurava i possibili legami che alcuni autori, come Heinrich
Maier o Georg Busolt, avevano stabilito tra i passi socratici di Aristotele e i
Memorabili senofon- tei19. Si trattava, insomma, di una semplificazione del ben
più arduo problema delle fonti socratiche, ma di una semplificazione necessaria
affinché, nel discorso di Gentile sulla filosofia antica, emergesse in piena
luce il posto assegnato a Socrate, come iniziatore della logica e superatore
del precedente naturalismo. Dunque Socrate appariva, nelle pagine che ora
Gentile vi dedicava, come la rappresentazione vivente della scoperta del
concetto come giudizio, e a questo principio del logo andavano ricondotti tutti
gli aspetti della biografia. Socrate fu, pertanto, il maggiore dei Sofisti
(Gentile), perché convertì la parola di Gorgia nella nuova «fede nel pensiero»,
restituendo a quel mondo umano, che pure i sofi- sti, con la loro opera
distruttiva, avevano scoperto, il pregio dell’uni- versalità e della verità. Questo
era il senso dell’ironia e del dialogo: il dialogo, possiamo dire, si superava
nel logo, e si risolveva in esso, per- ché, come aveva chiarito Platone nel
Teeteto, era in verità un monologo, «un interno dialogare della mente con se
stessa» (ibid., 170), dove il concetto unico e universale costituiva il
presupposto e la mèta, l’inizio e la fine, dentro cui i dialoganti, lungi dal
distinguersi, si unificavano come simboli di un solo ritmo logico. Certo
Gentile riprendeva lette- ralmente l’indicazione spaventiana del «formalismo
socratico», ma in certo modo, come ora vedremo, ne metteva piuttosto in rilievo
l’aspetto positivo, schiettamente logico, rispetto alla costru- zione
successiva di una metafisica, culminante nell’opera di Platone. «Formalismo»
significava, perciò, visione formale del concetto e del giudizio, fede nella
forma del pensiero, non ancora fissato in un tra- scendente mondo delle idee.
Per molte ragioni non potrebbe dirsi che Gentile trasformasse la fi- gura di
Socrate in quella di un precursore dell’attualismo, come per esempio era
accaduto, a proposito di Gesù di Nazareth, ad Omodeo o a Ruggiero: la sua prosa
si manteneva più sobria, [Si ricordi la netta affermazione del Maier, che
risale all’edizione di Tubinga del Sokrates: «debbo confessare che mi riesce
incomprensibile come mai si siano potute dare tanta importanza e tanta fiducia
alle sue [di Aristotele] scarse osservazioni» (Maier) controllata, ma
certamente tendeva ad assegnare a Socrate un valore unico in tutto l’orizzonte
della filosofia antica20. Il «formalismo» indi- cava un merito, non un difetto.
E in tutto il capitolo sull’«essere come concetto», ne sottolineò l’importanza,
senza mai indicare il limite della visione socratica. Limite che emerse
piuttosto nelle pagine successive, quelle sull’«essere come idea», dove, per
spiegare il passaggio a Pla- tone, accennò pure al «problema centrale di
Socrate», consistente nel «dualismo da vincere» tra il mondo umano e il mondo
naturale, tra il concetto e l’esperienza, perché – scriveva – Socrate «non
aveva saputo dir nulla di quella natura che ci sta davanti, in cui si nasce, si
vive e si muore, e con cui all’uomo che pensa per concetti rimane pur sempre da
fare i conti» (Gentile). Era necessario segnare il limite di Socrate, per
offrire una spiegazione del passaggio successivo, quando il suo «formalismo»
ripiegò in una compiuta metafisica, tornando di fatto al naturalismo e al mito
eleatico dell’essere immutabile. E il lungo capitolo sull’«essere come idea»,
che copre quasi la metà della parte scritta dell’opera, costituisce in effetti
una delle pagine più importanti, e in fondo drammatiche, che Gentile abbia
composto negli ultimi giorni della sua vita. Parlò di «un nuovo abisso, che si
de- lineava tra Socrate e Platone, come quello che aveva diviso la filosofia
umana di Socrate da quella naturalistica che lo aveva preceduto; e ne preparò
l’analisi con una sottile considerazione delle scuole socrati- che minori,
culminante nella figura di Euclide, che «proveniva dall’eleatismo» e che per
primo, inaugurando l’opera che sarà di Pla- tone, «trasferiva il concetto o
universale socratico dalla mente dell’uomo nella realtà in sé. Di fronte al
dualismo irri- solto di Socrate, tornava, fin da Aristippo o Teodoro, il vento
gelido della vecchia cultura, che riempiva il «formalismo» di un contenuto
antico, quello della natura, della trascendenza, del realismo. Platone stesso,
in fondo, compì questa opera necessaria, appoggiandosi ai suoi veri maestri,
l’«eracliteo Cratilo» e Parmenide, e ab- batté «la barriera tra l’umano e il
divino», innalzandovi sopra quell’edificio possente che è la metafisica. All’analogia
tra Socrate e Gesù, Gentile aveva fatto riferimento nella recensione a G.
Zuccante, Socrate. Fonti, ambiente, vita, dottrina (Gentile). Per Omodeo, il
rinvio è a Omodeo; per Ruggiero, al primo volume di Ruggiero Gentile e Socrate
Quando, in una decina di pagine di forte intensità, entrò all’interno di questo
meccanismo, e cercò di spiegare con più precisione il passag- gio che si era
consumato dal formalismo di Socrate alla metafisica di Platone, Gentile non
mancò di osservare che la «soluzione» che la dot- trina delle idee aveva dato
al «problema» di Socrate, unificando ciò che nel maestro si conservava diviso,
era in fondo fallimen- tare, perché metteva capo a un nuovo e più duro
dualismo, quello che si apriva tra eraclitismo ed eleatismo: due anime –
scrisse – inconciliabili: né Platone riuscì più a mettere una a tacere, come in
qualche modo erano riusciti a fare Parmenide ed Era- clito e lo stesso Socrate.
Il poderoso sforzo da lui tentato di strin- gere insieme le due opposte
esigenze pur nella forza indomabile dell’energia con cui esse reciprocamente si
escludono, non potrà non fallire. La vicenda post-socratica delineava dunque la
storia di un falli- mento; e di un fallimento, bisogna aggiungere, che aveva un
prezzo elevato per la filosofia: perché l’idea di Platone altro non era che
l’es- sere di Parmenide («dire idea – scriveva – è lo stesso che dire essere»)
e il dialogo, che Socrate aveva coltivato come ricerca sogget- tiva della
verità, si irretiva nella dialettica oggettiva delle idee trascen- denti,
dell’essere, nella «dialettica consistente nella relazione che hanno le idee in
se stesse», in «dialettica oggettiva, che è norma e fine della soggettiva»
Gentile parlava bensì di conquista del pensiero platonico, di progresso, ma in
tutta la sua pagina circolava l’impressione del regresso e della decadenza, del
passo indietro, della chiusura metafisica. Impressione che si fece nitida nel
brano in cui, mettendo a diretto confronto i due filosofi, Socrate e Platone,
affermò che il primo, di fronte all’antico naturalismo, aveva scoperto il pen-
siero come «relazione», «soggetto, predicato e loro relazione», mentre l’altro
quella relazione aveva ricondotta «in un’idea suprema», unica e universale, e
perciò l’aveva annientata e assorbita nell’ordine ogget- tivo dell’essere che
nega e dissolve il pensiero: «quest’idea – spiegava – pel fatto stesso che
totalizza la relazione, l’annienta; perché l’idea delle idee, essendo unica, è
irrelativa». E dunque metteva capo all’«unità massiccia, immota, morta, che è
tutto un blocco, da prendere LA BANDIERA DI SOCRATE o lasciare. Proprio
come l’Essere eleatico. Pare pensiero, e non è. Che era una critica della
metafisica platonica e, al tempo stesso, il più alto riconoscimento a Socrate:
il quale restava, così, al centro di questa storia, come una possibilità
inesplosa dell’antico, che solo il pensiero moderno, dopo il cristianesimo, avrebbe
ripreso e realizzato. Nota bibliografica BERTINI, “Considerazioni sulla
dottrina di Socrate.” Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Opere
varie. Biella: Amosso. CERASUOLO.“Il “Socrate” di Labriola.” In La cultura
classica a Napoli. Napoli: Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Classica
dell’Università degli Studi di Napoli. BROCHARD, Études de philosophie ancienne et de
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Biblioteche di filosofi nella biblioteca di filosofia della Sapienza romana.”
Culture del testo e del documento. CROCE, Logica come scienza del concetto
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origini a Nicea. Bari: Laterza. GENTILE Recensione a Zuccante, Socrate. Fonti,
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teoria del conoscere. Firenze: Sansoni. La filosofia di Marx. Firenze: Sansoni.
Teoria generale dello spirito come atto puro. Firenze: Sansoni. Storia della
filosofia (dalle origini a Platone), a cura di V.A. Bellezza. Firenze: Sansoni.
La religione. Firenze: Sansoni. Gentile e Socrate. La riforma della dialettica
hegeliana. Firenze: Sansoni. La filosofia dell’arte. Firenze: Sansoni. Introduzione
alla filosofia. Firenze: Sansoni. Sommario di pedagogia come scienza filosofica.
Firenze: Sansoni. Spaventa. Firenze: Le Lettere. HEGEL, GEORG WILHELM
FRIEDRICH, Lezioni sulla storia della filosofia. Firenze: La Nuova Italia. Lezioni
sulla storia della filosofia (vol. II). Firenze: La Nuova Italia. Scienza della
logica. Roma-Bari: Laterza. LABRIOLA,“La dottrina di Socrate secondo Senofonte
Platone ed Aristotele.” In Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell’educa-
zione, a cura di L. Basile e L. Steardo. Milano: Bompiani. MAIER, Socrate. La
sua opera e il suo posto nella storia. Firenze: La Nuova Italia, ed. or.
Sokrates: sein Werk und seine geschichtliche Stellung. Tübingen: Mohr. MUSTÈ,
“Il senso della dialettica nella filosofia di Bertrando Spaventa.” Filosofia
italiana. OMODEO, Gesù e le origini del cristianesimo. Messina: Princi- pato,
POGGI, STEFANO, Introduzione a Labriola. Roma-Bari: Laterza. PUNZO Labriola.
Celebrazioni del centenario della morte. Cassino: Edizioni Dell’università
Degli Studi di Cassino, RITTER, Histoire de la philosophie ancienne, 4 voll.,
traduit de l’allemand par C.J. Tissot. Paris: Ladrange, SPAVENTA. Lettere,
scritti e documenti pubblicati da Benedetto Croce. Napoli: Morano, SPAVENTA,
Opere, a cura di Gentile. Firenze: Sansoni. NOME COMPIUTO: Marcello Mustè. Mustè. Keywords:
la filosofia dell’idealismo italiano, popolarismo, governo federativo,
democrazia, kratos – natoli, il potere – un concetto di kratos – dirito, il
principio politico, liberalismo – H. P. Grice, “liberal” --, partito liberale
italiano, comunismo, il libero
economico, il libero etico, libero politico, ri-sorgimento italiano, libertà del
volere, “Gentile e Socrrate” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mustè” – The
Swimming-Pool Library.
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