GRICE ITALO A-Z M MON
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mondin: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell ritorno dell’angelo – la semantica filosofica – semantica
pel sistema G – interpretazione e validità – la scuola di Monte di Malo -- filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Monte di Malo). Abstract. Grice: “I thank God that we at Oxford don’t systematise
philosophy as they do in Bologna, with things such as the chair in ‘Filosofia
della lingua.’ It is true that some Oxonian philosophers HAVE written tracts on
‘the philosophy of language’ – such as Blackburn – but they were NEVER taken
seriously. Myself, I did my part in my seminars, which myself being a
university lecturer, were in theory ‘open to any member of the university’ –
including most of my enemies!” -- Filosofo italiano. Monte di Malo, Vicenza,
Veneto. Grice:“Trust an Aquino to provide a systematic philosophy! Mind, I’ve
been called a systematic philosopher, too!” Grice: “At Oxford, we are very
familiar with angels – but only Mondin takes angeologia seriously! Trust an Italian! Ponte Sant’Angelo comes to mind!”
Dottore di Filosofia e Religione a Harvard. È stato decano della Facoltà di
Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. Mondin membro
della Congregazione dei Missionari Saveriani. Nei suoi studi, le principali
figure di riferimento sono state AQUINO e Tillich, da cui ha tratto l'ideale di
un accordo e di un mutuo sostegno tra filosofia e teologia. “Etica, Etica e politica, Filosofia,
Antropologia filosofica, Manuale di filosofia sistematica, La Metafisica di
Aquino e i suoi interpreti,” “Storia dell'antropologia filosofica” Antropologia
filosofica e filosofia della cultura e dell'educazione; “Epistemologia e
cosmologia; “Logica, semantica e gnoseologia; Ontologia e metafisica Storia
della metafisica, Storia della metafisica, Storia della metafisica,
“Ermeneutica, metafisica, analogia in Aquino; Storia della filosofia medievale
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale Il sistema filosofico
di Aquino Corso Introduzione alla teologia Dio: chi è? Elementi di teologia
filosofica Scienze umane e teologia Cultura, marxismo e cristianesimo I teologi
della liberazione, “Il problema del linguaggio teologico dalle origini ad oggi”
Filosofia e cristianesimo I teologi della speranza I grandi teologi
Professore I grandi teologi
Professore I teologi della morte di Dio
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale. Software Filosofia
della cultura e dei valori Le realtà ultime e la speranza cristiana Religione
Nuovo dizionario enciclopedico dei papi. Storia e insegnamenti Commento al
Corpus Paulinum (expositio et lectura super epistolas Pauli apostoli) La chiesa
primizia del regno. Trattato di ecclesiologia Mito e religioni. Introduzione
alla mitologia religiosa e alle nuove religioni L'uomo secondo il disegno di
Dio. Trattato di antropologia teologica Preesistenza, sopravvivenza,
reincarnazione Teologie della prassi L'eresia del nostro secolo Società Storia
dell'antropologia filosofica Antropologia filosofica. L'uomo: un progetto
impossibile? Philosophical anthropology Una nuova cultura per una nuova società.
In ricordo di M.. Un tomista ed
"oltre" del XX secolo: M. di PMontini, Congresso tomista
internazionale, Roma, nel sito "E-
Aquinas" Studium thomisticum. Grice: “M. attempts a systematic semantics. Rather he
has a section on ‘semantics’ --. The expressions have to be used carefully.
System itself, should be used alla Gentzen, or as Myro does with System G in my
gratitude. A semantics for System BATTISTA M. introduzione
alla filosofia Problemi, Sistemi, Filosofi) M. INTRODUZIONE ALLA
FILOSOFIA PROBLEMI - SISTEMI - FILOSOFI Con guida alla lettura
di alcune opere fondamentali e glossario dei principali termini
filosofici MASSIMO - MILANO Carmagnani collabora alla revisione del
pre- sente volume ed ha curato i « questionari », le « sintesi contenutistiche
» e le « chiose a margine ». Massimo Corso di Porta Romana, Milano.
Altre opere filosofiche dello stesso Autore: Corso di storia della
filosofia, Massimo, Milano. L'uomo: chi è? (Elementi di antropologia
filosofica), Massimo, Milano. Introduzione alla teologia, Massimo,
Milano. Cultura, marxismo e cristianesimo, Massimo, Milano. Storia
della filosofia medievale, Pontificia Università 'Urbaniana, Roma. Una
nuova cultura per una nuova società (Analisi della crisi epocale della
cul- tura moderna e dei progetti per superarla), Massimo, Milano.
Il sistema filosofico di Tommaso d'Aquino (Per una lettura attuale della
filo- sofia tomista), Massimo, Milano. Il valore uomo, Dino Editore,
Roma. I Verori fondamentali (Definizione e classificazione dei
valori), Dino Editore, oma. In quale modo contribuire alla
trasformazione dell'uso di un testo per lo studio della filosofia,
affinché esso divenga lo strumento vivo di ricerca e di riflessione?
Questa quarta edizione di Introduzione alla filosofia, completa-
mente rinnovata rispetto alla precedente, risponde a questo obiettivo,
offrendo non solo una presentazione sistematica di contenuti, ma anche
indicazioni metodologiche atte a sviluppare un processo di ri- cerca
attivo e dialogico, alla luce della propria tradizione culturale,
attraverso l'esercizio della riflessione, per arrivare a soluzioni con-
formi alla ragione e alla natura dell'uomo. L'Autore ha introdotto,
nella prima parte dedicata ai problemi filosofici, tre nuovi problemi, che durante
l'ultimo decennio si sono imposti all'attenzione di tutti, quello culturale,
quello epistemologico e quello assiologico. Questi tre problemi suscitano
oggi particolare in- teresse perché ci si è resi conto che la grave crisi
spirituale, che ha colpito l'umanità intera, trova la sua ragione più
profonda nella disgregazione della cultura e dei valori e nella
confusione che si fa tra scienza e tecnica. E questo vale per chi vuole
fare dello studio della filosofia non un semplice esercizio accademico,
ma, come già pensavano i greci, uno strumento fondamentale e l’unico
razional- mente possibile, per la soluzione dei problemi della vita e
della no- stra società. Le parti seconda (dedicata ai sistemi
filosofici) e terza (dedicata alla presentazione dei principali filosofi)
sono state ampliate con l'aggiunta di altre « scuole filosofiche »,
specie quelle sorte negli ulti- mi decenni e di numerose altre « schede »
sui maggiori filosofi. Nella quarta parte, dedicata alla presentazione di
alcuni grandi testi filo- sofici, è stata inserita l'opera: Introduzione
alla metafisica, che è tra le più significative e rappresentative di
Heidegger, uno dei maggiori filosofi. Infine, il volume è completato da
una quinta (nuova) parte che contiene un « glossario » dei principali
termini filosofici, che sarà di aiuto a chi si accosta per la prima volta
alla filosofia. Questa edizione dell'opera è stata rielaborata seguendo
an- che le indicazioni di molti insegnanti che hanno usato il testo
nel passato e che sono stati da noi interpellati con « schede-inchiesta
». Ogni capitolo del testo è corredato di questionari, di concetti
da ritenere, di sintesi contenutistiche e di chiose a margine, che,
opportunamente utilizzati, costituiscono un adeguato sussidio per un mi-
gliore approfondimento e una rapida consultazione. I questionari assolvono
la duplice funzione propedeutica e di verifica: a) i questionari
propedeutici sono finalizzati a suscitare il problema nei suoi aspetti
fondamentali; b) i questionari di verifica e discussione consentono il
controllo del processo di apprendimento in ordine ai contenuti, il
raccordo tra le successive fasi di lavoro e la discussione sui temi di
maggior rilievo. I concetti da ritenere sono finalizzati alla corretta
acquisizione del linguaggio tecnico e alla capacità di gestire con
maggiore facilità qualsiasi testo filosofico. Le sintesi
contenutistiche, elaborate alla fine di ogni capitolo, hanno lo scopo di
favorire la padronanza costante dei contenuti acquisiti. Le chiose, ai
margini del testo permettono di individuare su- bito i temi centrali
presentati. Alla fine di ogni capitolo una breve ed aggiornata
bibliografia segnala, secondo le necessità, opere per approfondire temi
parti- colari. Questa opera, oltre che per uso scolastico,
date le sue caratteri- stiche che ne fanno una piccola enciclopedia
filosofica (da consul- tare nelle più svariate occasioni), la riteniamo
molto utile anche per tutti coloro che vogliono conoscere gli elementi
fondamentali della filosofia come studio dei grandi problemi dell'umanità
e vogliono aggiornarsi su di essi. Ricordiamo, infine, che
l'Autore ha curato presso la nostra edi- trice un Corso di storia della
filosofia, in tre volumi, con le stesse caratteristiche metodologiche
della presente opera e con un'ampia antologia di testi dei maggiori
filosofi di ogni epoca. Il terzo volume del Corso suddetto, di pp. 616,
presenta in modo esauriente la filo- sofia degli ultimi due secoli e può
diventare un o ttimo strumento per far conoscere le maggiori
correnti filosofiche contemporanee ad ogni persona di cultura media
superiore. QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Chi sono? Da dove vengo e dove vado? Che
cosa è la vita? Sono questi i « perché » fondamentali che l’uomo si
pone. Quali risposte dare a questi perché? Rispetto agli altri esseri
viventi, che cosa significa essere uomo? 4. Che cosa significa
essere dotato di intelligenza, di volontà, di capacità di amare?
Che cos'è il pensiero? Che cos'è la realtà? Che rapporto c'è tra la capa-
cità di pensaree la realtà? Che cos'è la verità? 6. Che cosa significa essere
libero? Che cosa significa essere condizionato? Qual è il criterio che deve
regolare il rapporto con i propri simili e con l’uso delle cose? Che cos'è il
bene? Che cos'è l'utile? Che rapporto c’è tra bene e utile? . 7. Ciascuno di
noi ha bisogno degli altri. Come e perché? L'uomo, si dice, è naturalmente
filosofo, cioè « amico della sa- pienza »; bramoso di sapere, egli non si
accontenta di vivere alla giornata e di accettare passivamente le informazioni
che l’esperien- za immediata gli offre, come fanno gli animali. Il suo sguardo
inquisitivo vuole conoscere il perché delle cose, soprattutto il perché della
propria vita. Che cos'è la filosofia 1.1 La conoscenza intellettuale L'uomo è
un essere che pensa: egli è dotato di una capacità cono- scitiva superiore a
quella degli altri esseri viventi appartenenti sia al regno vegetale che a
quello animale. Gli animali, ad esempio, pos- sono avere coscienza ma non
autocoscienza; essi sanno, ma non sanno di sapere; desiderano, ma non sanno di
desiderare; amano, ma non sanno di amare; crescono, diventano adulti e muoiono,
ma non sono consapevoli di queste trasformazioni del loro essere. L'uomo non
solo percepisce con i sensi gli eventi particolari, come Come è accennato nella
presentazione dell'Editore, i questionari pro- pedeutici hanno lo scopo,
attraverso l'esercizio della riflessione e dell’autorifles- sione, di suscitare
la partecipazione attiva degli allievi alla costruzione previa della lezione,
Superiorità della conoscenza umana Conoscenza razionale e conoscenza simbolica
Varie definizioni del termine ‘‘filosofia’’ gli altri esseri viventi, ma con la
sua ragione è in grado di acquisire idee generali o di formulare giudizi
universali. Egli non conosce solo i fatti ma anche i « perché ». La conoscenza
intellettuale, di cui l'uomo è dotato, assume due forme principali: quella
razionale o logica (che opera con i concetti) e quella simbolica o analogica
(che opera con le immagini, i simboli, i miti, le parabole, ecc.). La prima è
di tipo speculativo e astratto, mentre la seconda è di tipo figurativo,
concreto. La conoscenza simbolica non è necessariamente inferiore a quella
razionale, anzi per alcune sfere della realtà (per esempio: arte e re- ligione)
essa è più congeniale della seconda. me il valore della vita e della conoscenza
umana, la libertà, la natura del male, l'origine e il valore della legge
morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia. In secondo luogo, perché,
mentre le scienze studiano questa o quella dimensione della realtà, la
filosofia ha per oggetto l’intero, la totalità, l'universo preso globalmente.
Ecco, pertanto, la prima caratteristica che distingue la filosofia da qualsiasi
altra forma di sapere: essa studia tutta la realtà ò, co- munque, cerca di
ottenere una comprensione completa ed esauriente di ogni settore della realtà.
Essa si preoccupa soprattutto, di sapere, di comprendere; mentre la scienza si
accontenta di analizzare e di calcolare. 1.3 Natura della filosofia Ma ci sono
anche altre tre qualità che contribuiscono a dare al sapere filosofico un
carattere proprio e specifico: a) lo strumento di ricerca; b) il metodo; c) il
fine o scopo. a) Lo strumento di ricerca, di analisi di cui si serve la
filosofia è la ragione, la pura ragione, il « puro ragionamento », come dice
Platone. Essa non dispone di microscopi, telescopi, macchine foto- grafiche,
ecc. Non può effettuare controlli con strumenti materiali né affrettare le sue
operazioni ricorrendo agli elaboratori. Anche gli strumenti conoscitivi, di cui
si serve ogni uomo e ogni scienziato, i sensi e la fantasia, al filosofo
servono solo nella fase iniziale, per ottenere quelle cognizioni del reale, su
cui poi indirizza lo sguardo penetrante della ragione. Il lavoro vero e proprio
dell'indagine filo- sofica è compiuto dalla sola ragione, Ia quale per
sottrarsi a qualsiasi distrazione si chiude dentro il suo sacro recinto,
lontana dal frastuo- no delle macchine, dalla seduzione dei piaceri e dalla
prassi, dalia confusione dei sensi, in solitaria compagnia col proprio oggetto.
b) Il metodo della filosofia è essenzialmente raziocinativo, anche se non
esclude qualche momento intuitivo (sia nella fase iniziale sia in quella
terminale). I procedimenti raziocinativi sono però mol- 9 La filosofia può
esaminare ogni cosa La filosofia, a differenza delle singole scienze, studia
ogni settore della realtà Lo strumento di ricerca della filosofia è la ragione
La fiiosotia nella su ricerca ha un metodo e un fine La filosofia elementare è
soprattutto narrativa: si esprime attraverso i miti Con l’indagine razionale è
sorta la filosofia scientifica teplici, di cui i più importanti sono
l’induzione e la deduzione. La filosofia li adopera entrambi: il primo per risalire
dai fatti ai prin- cipi « primi », il secondo per ridiscendere dai principi
primi ed illu- minare ulteriormente i fatti, per comprenderli meglio. c) La
filosofia si distingue dalle scienze anche nel fine. La filo- sofia non è volta
a fini pratici e interessati, come la scienza, l’arte, la religione e la
tecnica, le quali, in un modo o nell'altro, hanno sempre di mira qualche
soddisfazione oppure qualche vantaggio. La filosofia ha per unico obiettivo la
conoscenza; essa mira semplicemente a ricercare la verità per se stessa, a
prescindere da eventuali utiliz- zazioni pratiche. La filosofia ha uno scopo
puramente teoretico, ossia contemplativo; non ricerca per nessun vantaggio che
sia ad essa estraneo, ma per se stessa; essa è quindi come ha detto egregia- mente
Aristotele nella Metafisica — « libera », in quanto non è asservita ad alcuna
utilizzazione di ordine pratico, e quindi si realizza e si risolve nella pura
contemplazione del vero. 2. Le origini della filosofia 2.1 Filosofia elementare
e scientifica L'uomo l'abbiamo già visto
è per natura filosofo: in quan- to essere ragionevole egli è portato ad
interrogarsi su tutto ciò che c'è, tutto ciò che accade, tutto ciò che compie e
tutto ciò che vale. Le questioni ultime non sono una riserva di caccia aperta
soltanto ai dotti e ai letterati, ma è aperta anche all'uomo della strada, an-
che all'analfabeta. Esiste pertanto una filosofia elementare che è comune a
tutti gli uomini. a La forma letteraria della filosofia elementare è quella del
rac- conto: è essenzialmente filosofia narrativa (non è filosofia argomen-
tativa, raziocinativa, sistematica); la filosofia elementare si esprime
attraverso miti, presentati in racconti, poemi, diari. Sotto queste forme essa
è presente in tutte le civiltà, in particolare nelle grandi civiltà orientali
(cinese e indiana) e nelle antiche civiltà del vicino Oriente (egiziana,
assiro-babilonese, ittita ed ebraica. Ma, come abbiamo già spiegato in
precedenza, oltre alla filosofia elementare esiste anche una filosofia
scientifica, sistematica, spe- cializzata. Questa forma di filosofia,
storicamente, si è sviluppata soltanto in Occidente (al pari della scienza e
della tecnologia). Per quale motivo? Perché soltanto gli occidentali, a partire
dal popolo greco, sono riusciti a mettere a punto gli strumenti concettuali (la
logica, la dialettica, il puro ragionamento) che sono necessari per elevare la
filosofia dal livello elementare a quello scientifico. Infatti anche nelle
altre culture, specialmente in quelle derivanti dalle grandi civiltà
mediorientali ed orientali, elementi filosofici appaiono in contesti di
carattere prevalentemente religioso e pertanto non 10 possono essere definiti «
filosofia » in senso scientifico vero e pro- prio. Che i problemi ultimi si
possono affrontare e risolvere col puro ragionamento (controllato dalle regole
della logica) fu scoper- to da Parmenide, Eraclito, Platone e, soprattutto, da
Aristotele. Que- ste grandi intelligenze dell’Ellade cercarono la filosofia
come scien- za. La filosofia è quindi una conquista degli occidentali e, fino
ai giorni nostri, è rimasta una prerogativa del pensiero occidentale. È per
questo motivo che ogni storia della filosofia coincide pratica- mente con
l'esposizione delle teorie dei filosofi dell'Occidente. 2.2 Mito e filosofia
L'umanità primitiva (lo si può constatare presso tutti i popoli) per qualsiasi
problema si è accontentata di dare delle spiegazioni mitiche. Così alla
domanda: « Perché tuona? » ha risposto: « Per- ché Giove è adirato »; alla
domanda: « Perché tira vento? » ha ri- sposto: « Perché Eolo si è infuriato ».
A noi moderni queste soluzioni paiono semplicistiche e sbaglia- te. Tuttavia,
storicamente, esse hanno grandissima importanza, in quanto rappresentano il
primo sforzo fatto dall'umanità per render- si conto della natura delle cose e
delle loro cause. Sotto il velo fan- tastico c'è in esse un'autentica ricèrca
delle « cause prime » del mondo. Per questo motivo, riteniamo opportuno
spendere qui qualche parola sul mito, sulla sua definizione, sulle sue interpretazioni
prin- cipali e sul passaggio dalla mitologia greca alla filosofia. Il Turchi,
noto studioso della storia delle religioni, definisce così il mito: « Il mito,
nella sua accezione generale e nelia sua scaturigi- ne psicologica, è
l'animazione dei fenomeni delia natura e della vità, dovuta a qualche forma
primordiale ed intuitiva della conoscenza umana, in virtù della quale l'uomo
proietta se siesso nelle cose, cioè le anima e personifica dando loro figura e
atteggiamenti sugge- riti dalla sua immaginazione; esso è, insomma, una
rappresentazio- ne fantastica della realtà spontaneamente delineata dal
meccani- smo mentale ».! Di questa lunga definizione possiamo ritenere l’ulti-
ma parte: il mito è una rappresentazione fantastica, intuitivamen- te delineata
dal processo mentale dell'uomo, al fine di dare un'’in- terpretazione e una
spiegazione ai fenomeni delia natura e della vita. Come s'è detto, sin
dall'inizio l'uomo ha cercato di indagare l'origine dell'universo, la natura
delle cose e delle forze cui egli si sentiva soggetto. A questa indagine, sotto
la spinta cella fanta- sia creatrice e dell’intuizione, doti così vive ancor
oggi presso i po- poli primitivi, egli ha dato colore e forma, costruendosi un
mondo di esseri viventi (con sembianza umana oppure ferina), dotati di storia.
La loro funzione è di fornire una spiegazione per qualsiasi ! TURCHI, Le
religioni dell'umanità, Assisi. 11 Ii mito è ia prima riscosta dell’umanità ai
fenomeni delia naiura e delia vita Rivaiutazione del mito quale risposta
“‘prelogica’’ ai problemi dell’esistenza umana evenio della natura e
dell’esistenza umana: per la guerra come per la pace, per la quiete come per la
tempesta, per l'abbondanza come per la carestia, per la buona salute come per
la malattia, per la na- scita come per la morte. Tutti i popoli antichi, gli
assiri, i babilonesi, i persiani, gli egiziani, gli indiani, i cinesi, i
romani, i galli, i greci, hanno i loro miti. Però, fra tutte le mitologie, la
greca è quella che spicca maggiormente per ricchezza, ordine e umanità. Non c'è
quindi da essere sorpresi se fu proprio dalla mitologia greca che prese svi-
luppo la filosofia. Del mito sono state fornite le più svariate
interpretazioni, di cui le principali sono due: mito = verità, mito = favola.
Secondo l’interpretazione « mito = verità », il mito è una rappre- sentazione
fantastica che intende esprimere una verità. Secondo l'interpretazione « mito =
favola », il mito è un racconto immagi- noso senza nessun intento teoretico. I
miti, secondo la prima inter- pretazione, sono le uniche spiegazioni che
l'umanità, ai suoi primor- di, era in grado di fornire delle cose, ma sono
spiegazioni in cui credeva fermamente. I miti, nella seconda interpretazione,
sono raffigurazioni fantastiche in cui nessuno ha mai creduto, e meno degli
altri i loro creatori. I primi a considerare i miti delle pure favole furono i
filosofi greci. A loro più tardi si sono associati volentieri i Padri della
Chiesa, gli scolastici e la maggior parte dei filosofi moderni. Ma, a partire
dall'inizio del nostro secolo, vari studiosi di storia delle religioni
(Eliade}, di psicologia (Freud), di filosofia (Heidegger), di antropologia
(Lévi-Strauss), di teologia (Bultmann) hanno inco- minciato ad appoggiare
l'interpretazione mito = verità, indotti a ciò dall’argomento che l'umanità
primitiva, pur non potendo darsi del- l'universo una spiegazione « logica »,
cioè concettuale, ragionata e metodica, tuttavia deve aver cercato di darsi una
spiegazione più o meno intuitiva di fenomeni come la vita, la morte, il bene,
il male, ecc., fenomeni che colpiscono la mente di qualsiasi osservato- re, per
quanto poco istruito. Secondo molti studiosi contemporanei, i miti nascondono,
pertanto, sotto la maschera di immagini più o meno eloquenti, la risposta «
prelogica » fornita dall'umanità pri- mitiva a questi grossi problemi. Tale
risposta, a loro giudizio, me- rita d'essere presa in considerazione anche
oggi, perché l’umanità primitiva, semplice e attenta, in alcuni casi può aver
colto intuitiva- mente nel segno più dell'umanità progredita, troppo smaliziata
e distratta che si vale dei metodi raffinati della logica, della dialettica e
della scienza. Dall'analisi degli studiosi del nostro tempo risulta che presso
i popoli antichi il mito ha svolto tre funzioni principali: religiosa, sociale
e filosofica. Anzitutto « il mito è il primo gradino nel processo di compren-
sione dei sentimenti religiosi più profondi dell’uomo; è il prototipo 12 della
teologia »? Però, allo stesso tempo, esso è anche ciò che se- gnala e garantisce
l'appartenenza ad un gruppo sociale piuttosto che ad un altro; infatti la
diversa appartenenza dipende dai miti particolari che uno sposa e coltiva.
Infine il mito svolge anche una funzione affine a quella della filosofia in
quanto esso rappresenta il modo di autocomprendersi dei popoli primitivi. Anche
l’uomo del- le civiltà antiche è consapevole di certi fatti e valori, e
cristallizza la causa dei primi e la realtà dei secondi in quelle
rappresentazioni fantastiche che sono appunto i miti. Noi siamo del parere che
il mito sia denso di significato sia religioso che filosofico, sia sociale che
personale. Però non siamo disposti a rivalutarlo fino al punto. di stabilire
una equiparazione diretta tra mito e filosofia. Questa, pur proponendosi
essenzialmen- te lo stesso obiettivo del mito, ossia quello di fornire una
compren- sione esaustiva delle cose, cerca di conseguirlo in un modo comple-
tamente diverso. Infatti il mito procede con la rappresentazione fan- tastica,
con l'immaginazione poetica, con intuitive analogie suggeri- te dall'esperienza
sensibile; pertanto resta al di qua del /ogos, ossia al di qua della
spiegazione razionale. Invece la filosofia opera con la sola ragione, con
rigore logico, con spirito critico, con motiva- zioni razionali, con argomentazioni
stringenti’ basate su principi il cui valore è stato previamente assodato in
forma esplicita? 3. | problemi filosofici fondamentali Abbiamo già detto che
ogni cosa è suscettibile di indagine filo- sofica; si può, quindi, dare una
filosofia dell'uomo, degli animali, del mondo, della vita, della materia, degli
dèi, della società, della politica, della religione, dell’arte, della scienza,
del linguaggio, dello sport, del riso, del gioco, ecc. Di fatto, però, coloro
che si chiama- no filosofi hanno studiato di preferenza soltanto alcuni
problemi, quelli che vanno sotto il nome di logica, gnoseologia (o problema
del- la conoscenza), epistemologia, metafisica, cosmologia, antropologia,
etica, teodicea {o religione), politica, estetica, pedagogia, cultura,
linguaggio e assiologia, le quali costituiscono pertanto anche le parti
principali della filosofia. La logica si occupa del problema del- l'esattezza
del ragionamento; la gnoseologia della conoscenza; l'e pi- stemologia,
nell'accezione attuale del termine, della scienza, del suo fondamento e del suo
valore; la metafisica, del fondamento ultimo ? GILKEY, I! destino della
religione nell'èra tecnologica, Roma. ? Aristotele dice che la differenza
specifica tra scienza ed esperienza sta nel fatto che la seconda testimonia che
qualcosa è accaduto e ne rappresenta il come, mentre la prima cerca di
chiarirne il perché. A nostro avviso, anche la differenza tra mito e filosofia
sta proprio qui. Il mito ci dice come si struttura l'universo, ossia il mondo
degli dèi, degli uomini e delle cose. La filosofia invece vuole spiegare il
perché del mondo, dell'uomo e di Dio. 13 | fondamenti filosofici sono le
costanti della riflessione umana delle cose in generale; la cosmologia, della
costituzione essenziale delle cose materiali, della loro origine e del loro
divenire; l'antro po- logia, dell'uomo, della sua natura e del valore della sua
persona; la teodicea, del problema religioso ossia dell'esistenza e della
natura di Dio e dei rapporti che gli uomini hanno con lui; l’etica,
dell'origine e della natura della legge morale, della virtù e della felicità;
la politica, dell'origine e della struttura dello Stato; l’estetica, del
problema del bello e della natura e funzione dell’arte; la pedagogia,
dell’educazio- ne; la cultura del complesso delle conoscenze e dei
comportamenti dell'uomo; l'assiologia, dei valori. Essendo queste le costanti
del filosofare, che in forma più o meno accentuata sono presenti in tutte le
epoche della storia, prima di iniziarne lo studio sistematico è opportuno
acquisire un'idea abba- stanza precisa dei problemi che esse abbracciano e
intendono risol- vere. A tale esigenza si propone di rispondere il presente
volume. Esso non è diretto agli specialisti ma a chi inizia a studiare la
filosofia. Per questo motivo, i singoli problemi sono esposti e di- scussi in
forma semplice, precisa, essenziale. Di ogni problema si illustrano le origini
e gli sviluppi storici, le soluzioni prospettate dai vari filosofi attraverso i
secoli e le questioni tuttora aperte e pendenti. CONCETTI DA RITENERE
Conoscere; filosofia; filosofo Intelletto; razionalità; logicità — Ricerca;
metodo; finalità — Scienza; tecnologia; scientificità — Induzione; deduzione —
Mito; favola; risposta « pre-logica » o intuitiva. SINTESI CONTENUTISTICA Che
cos'è la filosofia La conoscenza umana è
superiore a quella degli altri esseri viventi. A livello intellettuale essa
assume due forme: razionale o logica e simbolica o analogica. L'uomo è
naturalmente « filosofo », egli cerca sempre il perché delle cose. Vengono
chiamati « filosofi » coloro che hanno come primo scopo queste ricerche
condotte in modo sistematico, per arrivare ad avere delle risposte ai grandi
interrogativi che da sempre si è posta l’uma- nità. La filosofia ha una sfera
particolare di competenza. Non è facile però stabilire in modo specifico il
campo di ricerca proprio della filosofia. In realtà i filosofi si sono occupati
non solo dello studio dell'uomo, ma anche del lin- guaggio, dell'essere, della
storia, dell’arte, della cultura, della politica, ecc. Si può dire pertanto che
la filosofia si occupa di ogni cosa, ricercandone le cause e le ragioni
fondamentali. Inoltre, mentre le singole scienze studiano una par- ticolare
dimensione della realtà, la filosofia ha per oggetto l'universo preso nella sua
totalità. . 2) La specificità della filosofia è data dal fatto che essa si
vale: a) di uno strumento di ricerca, che è dato dalla ragione; b) di un metodo
raziocinativo, valendosi dell’induzione e della deduzione; c) dell'obiettivo specifico
della co- noscenza. 14 3) Le origini della filosofia — Filosofia elementare
(comune a tutti gli uomini) e scientifica (sistematica, specializzata).
Rapporto tra mito e filosofia. Due principali interpretazioni del mito: mito =
verità, mito = favola. Mentre sino al secolo scorso ha dominato il concetto del
mito = favola, dall’inizio del secolo XX molti studiosi hanno ripreso il
concetto di « mito = verità » in quanto l'umanità primitiva, non potendo dare
una spiegazione « logica » del- l'universo, ha cercato una spiegazione
intuitiva ai grandi fenomeni come la vita, la morte, il bene, il male, ecc. I
miti, sotto la maschera di immagini varie, danno una risposta « prelogica » a
questi fenomeni. Dalla mitologia greca prese sviluppo la filosofia. Funzione religiosa,
sociale e filosofica del mito. 4) I problemi filosofici fondamentali — La
logica (studio dell'oggetto del pensiero in quanto tale) si divide in formale,
trascendentale e matematica. Il « sillogismo » aristotelico; l'epistemologia
(teoria generale del sapere scienti- fico) e la gnoseologia (teoria filosofica
della conoscenza); la cosmologia (studio della forma e delle leggi
dell'universo); l'antropologia {studio dell’uomo); la metafisica (studio
dell'essere in quanto tale); l'etica o morale (studio dell'agire umano con
riferimento all'ultimo fine); l’estetica (studio dell'attività e della
produzione artistica); la politica (studio dell'origine e del fondamento dello
stato); la teodicea {studio di Dio); la storia (lo studio del senso della
storia); la pedagogia (scienza dell'educazione); la cultura (l'insieme di
costumi, valori, ecc., propri di un popolo); l’assiologia (studio dei valori).
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Animali e uomo: in che cosa consiste
la differenza? 2. Quali forme assume, nell'uomo, la conoscenza intellettuale?
3. Perché l’uomo è stato sempre naturalmente filosofo? L'uomo come si
differenzia dagli altri esseri viventi? 4. Che cosa sono la filosofia e il
filosofo? 5. La differenza tra filosofia e scienze consiste nell'oggetto o nel
metodo? 6. Quali sono le principali concezioni cosmologiche della scienza
contem- poranea? 7. Che cosa è il mito? Come è sorto? 8. Perché si dice oggi
che il mito è una risposta « prelogica » dell'umanità? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI 1. Sul concetto di filosofia: AA.Vv., Enciclopedia Garzanti di
filosofia, Garzanti, Milano 1986°. AA.Vv., Scienza e filosofia oggi, Massimo,
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Queriniana, Brescia 1982, 3 voll. AA.Vv., Storia antologica dei problemi
filosofici, collana diretta da Ugo Spirito, Sansoni, Firenze 1965 ss.
VOLKMANN-SCHLUCK, Introduzione al pensiero filosofico, Città Nuova, Ro- ma
1986. Per un aggiornamento generale segnaliamo la rivista quadrimestrale Per la
filosofia (Filosofia e insegnamento), dell'Ed. Massimo di Milano, con temi
monografici e una seconda parte di aggiornamento didattico per gli insegnanti.
(Si può chiedere lo « specimen » della rivista con i sommari dei vari numeri
usciti). 16 Parte prima: I PROBLEMI FILOSOFICI IL PROBLEMA LOGICO QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. Esiste una relazione del pensiero con se stesso? 2.
Eventualmente, esso come si esprime e quale valore ha? 3. Quale rapporto è
possibile stabilire tra pensiero e, discorso? 1. Natura del problema La
conoscenza umana è un fenomeno complesso e misterioso. Al suo studio si
interessano particolarmente tre discipline filoso- fiche, la psicologia, la
gnoseologia e la logica: la prima ne esa- mina l'origine e i tipi principali;
la seconda ne accerta il valore, studiando il rapporto che intercorre tra la
conoscenza e gli oggetti conosciuti; la terza, infine, studia le condizioni
essenziali al co- stituirsi della conoscenza e fissa le regole per il suo retto
funziona- mento. La logica non presuppone la gnoseologia, di cui è piuttosto
uno strumento indispensabile per il raggiungimento della verità. ‘Pre- suppone
invece la psicologia, perché è da quest’ultima che essa viene a sapere quali
sono i tipi di conoscenza di cui è dotata la mente umana. Ottenute queste
informazioni (per l'appunto dalla psicologia), la logica procede allo studio
delle condizioni fondamen- tali che rendono possibili tali tipi di conoscenza
ed a stabilire le norme per il loro retto funzionamento. (*) Il termine greco
/ogos (dal verbo /égein = dire) presenta nella lingua originaria una pluralità
di significati, che esprimono però tutti una stretta con- nessione reciproca;
dal più semplice al più complesso sono i seguenti: parola, discorso,
ragionamento, mente, intelletto. Il termine indica quindi sia il sog. getto
pensante, sia il procedimento proprio del pensiero, sia il linguaggio nel suo
irisieme che la parola nel suo valore di comunicazione e di specchio astrat- to
delia realtà. La logica, di fatto, finisce per essere lo studio della retta
corre- lazione di tutti quesii elementi. 17 La logica ricerca le condizioni ed
il loro retto funzionamento per giungere alla gonoscenza La storia della
filosofia conferma la dipendenza della logica dalla psicologia Il problema
della logica si impone da sé. La logica: l’oggetto del pensiero in quanto tale
La logica è lo studio degli enti di ragione Tale dipendenza della logica dalla
psicologia è chiaramente con- fermata dalla storia della filosofia. Aristotele,
per esempio, distin- gue tre tipi di conoscenza intellettiva (apprensione,
giudizio e ra- gionamento) e così nella sua logica fissa le regole per il retto
fun- zionamento dell’apprensione, del giudizio e del ragionamento. Hu- me e
Stuart Mill pensano che tutta la conoscenza umana faccia capo alla fantasia e
pertanto nella loro logica stabiliscono delle re- gole per il retto
funzionamento della fantasia. Kant, da parte sua, distingue tre operazioni
conoscitive: sensazione, giudizio e ragiona- mento, e pertanto esplora le
condizioni trascendentali che rendono possibile il loro funzionamento. Il
problema logico, anche se a qualcuno può sembrare artificio- so, si impone da
sé. Esso prende forma non appena ci si accorge che alcune conoscenze possono
essere interpretate in maniera diver- sa, oppure che la conclusione di un certo
ragionamento non può essere valida. Ecco due esempi. Primo: di notte ho la
sensazione d'essere colpito mortalmente da una fucilata e mi sveglio di so-
prassalto; in un primo momento non so se si tratta di una per- cezione
oggettiva oppure semplicemente d'un sogno. Cosa è che distingue queste due
forme di conoscenza? Secondo: dalle proposi- zioni: « tutte le oche sono bipedi
» e « tutti i galli sono bipedi », qualcuno potrebbe trarre la conclusione: «
tutti i galli sono oche ». Per quale motivo una simile argomentazione è errata?
La logica si propone, quindi, di fornire una risposta ai seguen- ti
interrogativi: Ciò che esprimo quando parlo, che cos'è? E quali sono le sue
strutture? Quale la sua organizzazione interna? Della logica sono state date
molte definizioni. Una di quelle su cui quasi tutti gli autori si trovano
d'accordo è la seguente: « è la scienza che studia il pensato in quanto pensato
». Che significa « il pensato in quanto pensato »? Vuol dire che la logica
studia un oggetto di pensiero {il pensato) in quanto oggetto di pensiero (in
quanto pensato) e non in quanto rappresentazione di questa o di quella cosa.
Per esempio, la logica prende in esame l'idea di tavolo non in quanto è la
rappresentazione più o meno fedele di questo o di quel tavolo, oppure per
spiegare in che modo tale idea è entrata nella nostra men- te, ma considera il
tavolo in quanto, diventato pensiero, esso assume certe particolari
caratteristiche (che come oggetto fisico non ha), come l'universalità, la
predicabilità, la definibilità, ecc. Così, quando spiego che nella proposizione
« il tavolo è quadrato » tavolo è sogget- to e quadrato è predicato faccio un
discorso che appartiene alla lo- gica e non alla fisica. Spesso si dice che la
logica non studia enti reali ma enti di ragione. E questo è vero. Infatti le
caratteristiche del pensato, delle idee, come l'universalità, la predicabilità,
ecc. sono entità che non esistono nella natura delle cose (non sono entità
fisiche), ma esistono solo nella mente. La logica si divide in tre grandi
branchie: logica formale, logica trascendentale e logica matematica. 18 La logica
formale esamina le caratteristiche delle idee al fine di stabilire le norme del
retto argomentare. Si dice « formale », ap- punto perché ciò che l’interessa
sono le caratteristiche delle idee e non i loro contenuti. Ne consegue che le
norme che essa stabilisce garantiscono la correttezza del discorso ma non la
sua verità. La logica trascendentale tratta della validità delle nostre cono-
scenze, ossia delle condizioni alle quali esse devono la loro possi- bilità e
verità, e perciò del peculiare modo di essere del pensato in quanto pensato. La
logica matematica non parte da un determinato discorso al fine di determinare
le regole che ne garantiscono la verità, ma procede nel senso inverso:
stabilisce anzitutto un gruppo di regole sulle relazioni di certi termini tra
di loro e poi procede a determi- nare quale discorso sia possibile una volta
accettato tale gruppo di regole. La logica matematica viene pertanto costruita
come un puro calcolo. 2. Panorama storico Aristotele ci ha dato le prime norme
della logica formale: « La scienza della logica è stata scoperta dai Greci. Ciò
non significa che prima di essi non vi sia stato pensiero logico: questo
infatti è antico quanto il pensiero, poiché ogni ideazione fertile è con-
trollata dalle regole della logica. Ma una cosa è applicare tali regole
inconsciamente nelle operazioni del pensiero pratico, e un’altra for- mularle
esplicitamente, in maniera da sistematizzarle sotto forma di una teoria. Spetta
ad Aristotele il merito d'aver iniziato lo studio organico delle regole logiche
». Il merito principale d’Aristotele è avere fissato con grande pre- cisione le
regole dell'argomentazione deduttiva, nella forma del sillogismo. Il sillogismo
consta di tre proposizioni di cui le prime due sono chiamate « premesse » e la
terza « conclusione ». Le tre propo- sizioni sono costruite soltanto con tre
termini, denominati « me- dio », « maggiore » e « minore ». Il medio è quello
che compare due volte nelle premesse ma non figura nella conclusione. Il mag-
giore e il minore figurano sia nelle premesse sia nella conclusione. Il
maggiore è quello che ricorre nella premessa maggiore e il mi- nore quello che
ricorre nella premessa minore. Per esempio, nel sillogismo: « Tutti gli uomini
sono ragionevoli; Socrate è un uo- mo; quindi Socrate è ragionevole », « uomo »
è il termine medio; « ragionevole » è il termine maggiore; « Socrate » è il
termine minore. ! H. REICHENBACH, La nascita della filosofia scientifica, Il
Mulino, Bolo- gna 1961, p. 208, 19 La logica si divide in: — formale — trascendentale
— matematica Aristotele fissa ie regole dell’argomentazione deduttiva (il
sillogismo): si ha la logica ‘‘formale’’ Le quattro figure del sillogismo
L’induzione: dal particolare all’universale Critica al sillogismo: da Sesto
Empirico, Cartesio, Stuart Mill Del sillogismo si danno quattro figure
principali, le quali si ca- ratterizzano per la diversa posizione assunta dal
termine medio nel- le premesse. La prima figura si ha quando il termine medio è
sog- getto della maggiore e predicato della minore; la seconda figura, quando è
predicato in tutt'e due le premesse; la terza, quando è soggetto in entrambe le
premesse; la quarta quando è predicato nella maggiore e soggetto nella minore.
Perché il procedimento sillogistico sia retto Aristotele ha fissato otto regole
fondamentali Oltre che dell’argomentazione deduttiva Aristotele s'è occupato
anche di quella induttiva. Il procedimento induttivo, o induzione, si ha quando
una proposizione universale viene inferita da due gruppi di proposizioni
particolari. Per esempio: a) il ferro è un me- tallo, il bronzo è un metallo,
l'oro è un metallo, il rame è un me- tallo, ecc.; b) il ferro è un buon
conduttore di elettricità, l'oro è un buon conduttore di elettricità, il rame è
un buon conduttore di elettricità, ecc.; c) dunque i metalli sono buoni
conduttori di elet- tricità. L'enumerazione dei casi non può essere completa,
perché i casi sono potenzialmente infiniti, ma dev'essere sufficiente a far co-
gliere la ragione del fenomeno (per esempio, che l’esser metallo è la ragione
della buona conducibilità). Lo studio della deduzione e soprattutto quello
dell'induzione fu ulteriormente approfondito da altri filosofi dopo Aristotele.
Gli Stoici e alcuni filosofi medioevali hanno sviluppato lo studio delle
deduzioni imperfette, vale a dire delle argomentazioni ipotetiche e
disgiuntive. Invece Bacone * e Stuart Mill5 hanno fissato alcune re- gole per
rendere l’induzione più feconda e sicura. Le tabulae di Bacone offrono metodi
di enumerazione dei casi; le regole di Stuart Mill precisano vari metodi di
ricerca della ragione di fatti sperimentali. L'utilità del procedimento
sillogistico è stata contestata da vari autori lungo il corso dei secoli, per
esempio, da Sesto Empirico, Cartesio, Stuart Mill. C'è però da osservare che le
loro difficoltà non muovono tanto dalla logica quanto dalla teoria della
conoscenza, la quale .viene concepita in modo diverso da quello di Aristotele.
? Le otto regole del sillogismo sono: 1. I termini debbono essere soltanto tre;
2. I termini debbono avere la medesima estensione nelle premesse e nella
conclusione; 3. Il medio non deve mai entrare nella conclusione; 4. Il medio
deve essere preso almeno una volta in tutta la sua estensione; 5. Due premesse
negative non danno nessuna conclusione; 6. Due premesse afferma- tive risultano
necessariamente in una conclusione affermativa; 7. Due premesse particolari non
danno nessuna conclusione; 8. La conclusione segue sempre la parte più debole,
ossia se una premessa è negativa la conclusione dev'essere negativa; se una
premessa è particolare, la conclusione dev'essere particolare. ? Sulla logica
aristotelica cfr. B. MONDIN, Corso di storia della filosofia, vol. I, pp.
122-123, Massimo; Milano 1983. MONDIN, Corso di storia della filosofia, vol.
II, pp. 103-107, Massi- mo, Milano 1984. 5 Cfr. B. MONDIN, Corso di storia
della filosofia, vol. III, pp. 184-186, Massi- mo, Milano 1985, 20 Sesto
Empirico e Stuart Mill negano i concetti universali, e quindi per loro è
assurdo pretendere di passare dall'universale al singo- lare come si fa nel
sillogismo. Invece Cartesio afferma la corioscenza intuitiva sia degli
universali che dei particolari, e pertanto per lui diviene superflua qualsiasi
argomentazione tesa a passare da un ordine all’altro. Invece secondo Aristotele
noi abbiamo la capacità di acquistare concetti universali, ma non per
intuizione, bensì me- diante l’astrazione dai particolari. L’astrazione però
non comporta la conoscenza di tuiti i particolari. Così nella deduzione si
vengono a conoscere nuovi casi singoli che nell'universale erano presenti sol-
tanto potenzialmente. Un altro tipo di logica, detta logica trascendentale,
volta a stabi lire le condizioni essenziali che rendono possibili i vari tipi
di cono- scenza, fu elaborata da Kant. Questi, convinto della validità della
scienza, ha esaminato quali siano gli elementi che fondano tale validità. A suo
giudizio, essi non possono procedere dall’espe- rienza che non è mai dotata di
necessità e universalità, ma dal sog- getto stesso: sono forme o categorie con
le quali il soggetto accoglie, interpreta e classifica l’esperienza. Nella sua
logica trascendentale Kant determina appunto le forme (di spazio e tempo) e le
categorie (dodici) che danno ordine all'esperienza. Secondo Kant l'intelletto
spontaneamente foggia gli oggetti dell'esperienza (per esempio, fa sì che essi
siano regolati dai principi di causalità, di ordine, ecc.), ma non li crea;
esso fornisce le condizioni a priori mediante le quali, sol- tanto, qualcosa
può essere pensato come oggetto. Queste condizioni sono l'oggetto della logica
trascendentale kantiana, la quale studia pertanto l'origine, la validità
oggettiva e l'estensione (sempre limitata all'ordine fenomenico) delle nostre
conoscenze a priori. La logica trascendentale non prescinde da ogni contenuto
come la logica formale, ma solo dal contenuto empirico (sensibile) delle
conoscenze. La teoria kantiana della logica trascendentale ha dato luogo ad
innumerevoli dispute. C'è chi l’ha salutata come la soluzione più adeguata al
problema della conoscenza scientifica; invece altri l'ha respintaoperchéprivadi
fondamento oppure perché non neces- saria. Alcuni ne hanno contestata la
validità, negando alla matemati- ca, alla geometria e alla fisica quelle
caratteristiche di certezza asso- luta che Kant ascriveva loro. Ora, se questa
obiezione è fondata, come i più recenti sviluppi della matematica e delle
scienze speri- mentali sembrano attestare, è evidente che crolla il terreno su
cui Kant ha costruito il suo edificio. Altri non mettono in questione la
validità della scienza, ma per spiegarla non ritengono necessario po- stulare
elementi conoscitivi a priori (forme e categorie). Seguendo Aristotele
affermano che l’universalità e la necessità delle idee e dei giudizi non è il
risultato di una sovrapposizione di queste caratteri- stiche sui dati
dell'esperienza, bensì di una lettura approfondita di tali dati: non sono
frutto di una sintesi dell'elemento a posteriori con 21 Kant elabora le condizioni
essenziali della conoscenza: si ha la logica ‘‘trascendentale”’ Dalla critica a
Kant deriva il recupero della logica aristotelica Nell'ultimo secolo si è
sviluppata la logica ‘‘matematica’’ costruita come un calcolo di simboli La
sintassi del linguaggio comprende: — regole di formazione — regole di deduzione
Il sistema assiomatico deriva dai due tipi di regole quello a priori, bensì di
un'astrazione effettuata dall’intelletto sugli oggetti dell'esperienza.
L'ipotesi aristotelica rispetto a quella di Kant ha il vantaggio di
salvaguardare meglio l'obiettività del conoscere e, allo stesso tem- po, è in
condizione di render conto della mobilità delle scienze (fi- siche e
matematiche).£ In Hegel la logica formale di Aristotele e quella trascendentale
di Kant non sono abbandonate ma acquistano un senso nuovo: esse non si
riferiscono più semplicemente alla sfera del pensiero, ma an- che a quella
della realtà, perché, secondo Hegel, tra le due sfere c'è perfetta coincidenza:
« tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale ».
Durante l’ultimo secolo, per merito di Frege, Peano, Whitehead, Russell e
altri, ha ottenuto considerevole sviluppo un terzo tipo di logica, la logica
matematica {detta anche logica simbolica oppure logistica). Questa, come s'è
detto, viene costruita come un calcolo di simboli, i quali non hanno nessun
altro senso che quello assegna- to loro dalle rispettive regole. Il primo passo
della logica matematica è stabilire la sintassi del linguaggio: ossia fissare
le relazioni dei segni tra di loro, mediante alcune regole generali. Tale
sintassi viene costruita indipendente- mente dalla semantica del linguaggio, la
quale si occupa del rapporto dei segni con ciò di cui si parla. La sintassi
comprende due gruppi di regole: di formazione e di deduzione. Le regole di
formazione stabiliscono prima quali se- gni scritti (per esempio, q, p, v, -)
sono espressioni del linguaggio, e poi quali combinazioni di tali espressioni
sono formule ben for- mate ossia espressioni sensate, distinte dalle altre (non
sensate). Alcune di queste formule ben formate vengono assunte quali as- siomi,
ossia quali primi enunciati validi. Le regole di deduzione poi determinano
mediante quali procedimenti (per esempio, sostituzione di una espressione ad
un’altra) altri enunciati validi possono essere derivati, ossia dedotti, dagli
assiomi iniziali. Sia gli assiomi sia gli enunciati dedotti sono chiamati
teoremi del sistema. Il sistema che ne risulta è detto sistema assiomatico, in
quanto tutti i teoremi vi sono dedotti da pochi assiomi. Come s'è detto, i
sistemi assiomatici sono costruiti in modo del tutto indipendente dal
significato che potrà poi essere attri- buito ai loro teoremi, quando siano
applicati ad una scienza; ed i loro assiomi non hanno affatto la pretesa di
essere evidenti. Per- ciò «la deduzione non consiste nell’inferire da verità
evidenti altre verità, mediatamente evidenti (come nel sillogismo); ma consiste
solo nel trasformare date formule assunte come primitive (ossia gli assiomi),
in modo da ottenerne altre (le formule derivate): tutte ‘ Cfr. B. MONDIN, vol.
II, pp. 338-347. * Cfr. B. MoNDIN, vol. III, pp. 74-80. 22 queste formule —
ossia tutti i teoremi — risultano così tra di loro concatenati in un unico
sistema. I sistemi sono però usualmente costruiti in vista della loro
interpretazione, ossia applicazione ad una data scienza; sicché l'utilità di un
sistema sta tutta nella sua ca- pacità di fornire un criterio rigoroso di
distinzione di date formule — i teoremi, eventualmente interpretabili come
enunciati veri di una data scienza — dalle altre formule. L'interpretazione di
un sistema è data dalle regole semantiche che mettono ogni sua espressione in
rapporto o con un nesso logico (disgiunzione, implicazione, ecc.) o con una
delle entità (oggetto, proprietà, relazione, proposizione, ecc.) studiate in
una data scienza. Il sistema e la sua interpretazione sono costruiti in modo
tale che ad ogni teorema del sistema corri- sponda una proposizione vera di
quella scienza in cui esso viene inter- pretato »} Perché un sistema
assiomatico sia corretto e logicamente inter- pretabile si esige che sia
non-contraddittorio, tale cioè che due for- mule di cui una nega quello che
l’altra afferma, per esempio, « A » e « non A », non siano ambedue in esso deducibili.
Senonché nel 1931 Gidel fece una scoperta che ebbe del sensa- zionale: dimostrò
che la non-contraddittorietà del sistema non può essere dimostrata nel sistema
stesso: ossia espréssa in un enunciato che sia teorema o assioma del sistema.
Sicché per affermare valida- mente la non-contraddittorietà d'un sistema
occorre usare espressio- ni estranee al sistema stesso. Si prese così coscienza
dei limiti interni della logica matematica. Più tardi ci si accorse che
difficoltà ancora maggiori provenivano dall'esterno, nel momento in cui si
passava dal calcolo simbolico alla traduzione semantica dei sistemi assioma-
tici. E in effetti le difficoltà apparvero insormontabili allorché nella
traduzione dei sistemi assiomatici, in un primo tempo, si adot- tarono regole
semantiche come quelle del neopositivismo, regole troppo rigide e del tutto
inadeguate ad esprimere la ricchezza e varietà dell'esperienza umana. Si cercò
di superare tale difficoltà abbandonando il neopositivi- smo e sviluppando una
nuova filosofia del linguaggio, la filosofia analitica. Questa insegna che ogni
tipo di discorso deve avere una logica sua propria e che la logica matematica
si addice soltanto al discorso scientifico. Dalla filosofia analitica i logici
matematici hanno appreso l’impor- tante lezione di mantenere una rigorosa
distinzione tra la loro opera e quella dei semantici. In effetti i logici
matematici contempo- ranei (Carnap, Quine, Church) costruiscono dei calcoli
puramente formali, intesi cioè come sistemi di segni privi di significato. Solo
in un secondo tempo si chiedono se vi siano delle verità significate da RIVETTI
BARBO', « Il problema logico », in Studio e insegnamento della posse, Ave, Roma
1966, pp. 159-160. MONDIN, vol. III, pp. 450-456. » Cfr. Ivi, pp. 456-460. 23
L’interpretazione di un sistema: — nesso logico (disgiunzione, implicazione,
ecc.) — entità (oggetto, proprietà, relazione, proposizione, ecc.) Il problema
della non contradditorietà e i limiti della logica matematica La filosofia
‘‘analitica’’ insegna che la logica matematica è solo del discorso scientifico
Logica ‘‘formale’’ e logica ‘’simbolica”’: affinità e differenze Oggi risulta
chiaro che la logica è una tecnica ordinatrice del pensiero quei segni, e quali
esse siano. Le risposte variano dal nominalismo (Quine) al platonismo (Church).
Al suo primo apparire, la logica matematica parve a molti incom- patibile con
la logica formale tradizionale. Questo giudizio oggi non è più condiviso da
nessuno. In effetti tra le due discipline non esiste nessuna incompatibilità.
Tant'è vero che in uno dei testi più classici di logica matematica (quello del
Quine), tutta la prima parte non fa altro che riproporre, in forma simbolica,
la logica formale di Ari- stotele. Esistono tuttavia sicuramente alcune
importanti differenze tra logica formale e logica simbolica. In quest'ultima è
più netta la se- parazione tra il calcolo logico e l’interpretazione semantica;
mentre in Aristotele regole logiche e principi semantici sono spesso mesco-
lati insieme. In secondo luogo, l'apparato della logica matematica è assai più
vasto e complesso di quello della logica formale. Infine, mentre la logica
tradizionale partiva dalla definizione degli enti lo- gici (concetto, giudizio,
ragionamento) e poi ne ricercava le strut- ture, la logica matematica si limita
a costruire i sistemi formali la- sciando alla semantica di determinare, in un
secondo tempo, di quali enti si tratti. Grazie alla netta separazione tra
logica e semantica oggi risulta più evidente una verità che i filosofi del
passato non hanno sempre visto chiaramente: che, cioè, la logica, propriamente
parlando, non è una parte della filosofia (e tanto meno tutta la filosofia come
pre- tendeva Hegel) bensì una tecnica generale per ordinare rettamente il
pensiero, qualsiasi pensiero. Essa è pertanto un presupposto fon- damentale di
tutte le scienze, inclusa ovviamente anche la filosofia. CONCETTI DA RITENERE
Psicologia; gnoseologia; logica — Logica formale, trascendentale, matematica —
Sillogismo; deduzione, induzione — Sintassi del linguaggio; regole di
formazione; regole di deduzione — Sistema assiomatico — Filosofia analitica
SINTESI CONTENUTISTICA I. IL PROBLEMA 1. La conoscenza umana è un fenomeno
complesso e misterioso. Tre disci- pline filosofiche si interessano ad esso: la
psicologia {ne esamina l'origine e i tipi); la gnoseologia (ne accerta il
valore); la logica (ne studia le condizioni essenziali e le regole del retto
funzionamento). x 2. La logica non presuppone la gnoseologia, di cui è
strumento, ma presup- pone la psicologia che le indica i diversi tipi di
conoscenza. 3. Il problema logico si pone da sé quando ci si rende conto che
alcune conoscenze e alcuni ragionamenti possono condurre a conclusioni diverse.
Na- 24 scono allora questi interrogativi: Ciò che esprimo quando parlo che
cos'è? Quali sono le sue strutture? Quale la sua organizzazione interna? 4. La
logica studia un oggetto di pensiero (il pensato) in quanto oggetto di pensiero
(in quanto pensato) e non in quanto rappresentazione della realtà. 5. La logica
è così distinguibile: a) logica « formale »: suo oggetto sono le idee e i loro
contenuti; stabilisce le regole del retto argomentare; b) logica «
trascendentale »: tratta della validità delle nostre conoscenze e della loro
possibilità e verità; c) logica « matematica »: è un puro calcolo che
stabilisce un gruppo di regole sulla relazione tra certi termini e determina
quale discorso sia possibile. PANORAMA STORICO Aristotele ha fissato nel
sillogismo le regole dell’argomentazione dedut- tiva. Egli si è occupato anche
dell’argomentazione induttiva, che inferisce una proposizione universale da una
particolare. 2. Lo studio della deduzione e dell’induzione si è protratto nei
secoli attra- verso gli stoici, Bacone, Cartesio e Stuart-Mill. 3. La logica
trascendentale deve la sua paternità a Kant che attribuisce alle forme pure
dello spazio e del tempo e alle categorie il compito di organiz- zare
l’esperienza. 4. In Hegel la prospettiva aristotelica e quella kantiana
assumono carat- tere metafisico: la realtà è il pensato del pensiero. 5. Nel
sec. XX Frege, Peano, Whitehead, Russell, ecc. hanno elaborato la logica
matematica o simbolica orientata a stabilire la sintassi del linguaggio
incentrata sulle regole di formazione e di deduzione. Queste ultime portano
alla individuazione dei sistemi assiomatici. La correttezza del sistema
assioma- tico sta nella sua non contraddittorietà. Gòdel nel 1931 ha scoperto
che il cri- terio di non contraddittorietà del sistema è posto fuori dal
sistema stesso. 6. Una nuova filosofia del linguaggio, la filosofia analitica,
insegna che ogni tipo di discorso deve avere una sua logica e che la logica
matematica si addice solo al discorso scientifico. 7. Tra logica formale e
logica simbolica vi sono importanti differenze: nella prima sono spesso
mescolate regole logiche e princìpi semantici; nella seconda il calcolo logico
e l’interpretazione semantica sono più nettamente separati. QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quale relazione intercorre tra psicologia,
gnoseologia e logica? 2. Che cosa contraddistingue la logica e qual è l'oggetto
del suo studio? 3. La logica in quante branchie si divide e quale significato
ha ciascuna di esse? 4. Che cosa sono il sillogismo e l’induzione? 5. Quale
rapporto intercorre tra la logica formale e lo studio dell'analisi logica di
una lingua? 6. C'è un campo di applicazione specifica della logica matematica o
simbo- lica nella nostra cultura a tecnologia avanzata? SUGGERIMENTI
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I, La Scuola, Brescia 1963. VERNEAUX R., Introduzione e logica (Corso di
filosofia tomista), Paideia, Brescia 1966. 26 Capitolo secondo IL PROBLEMA
GNOSEOLOGICO (o problema della conoscenza) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che
cosa si può ritenere necessario per la conoscenza? 2. È possibile analizzare i
caratteri del proprio modo di conoscere? 3. Quale rapporto intercorre tra
verità, errore e conoscenza? Il problema della conoscenza, s'è osservato nel
capitolo preceden- te, è un problema complesso, i cui aspetti principali sono
tre: primo, origine e strutturazione; secondo, valore; terzo, retto funziona-
mento. Il primo aspetto è trattato dalla psicologia, il secondo dalla critica e
il terzo dalla logica. Nel capitolo precedente abbiamo esa- minato l'aspetto
logico; ora, nel presente capitolo, ci occuperemo sia di quello critico che di
quello psicologico. I principali problemi di ordine psicologico sono due, uno
riguar- da le forme della conoscenza umana e l’altro la loro origine. 1. Le
forme della conoscenza umana Per quanto concerne la conoscenza umana, è
evidente che anche noi come gli animali siamo dotati di alcune forme di
conoscenza sensitiva: vista, udito, gusto, odorato, tatto. 'Possediamo inoltre,
anche un'altra capacità, la memoria, la quale ci consente di richia- mare alla
mente notizie che appartengono al passato. Vi è infine la fantasia, che ci
permette di rappresentare le cose in modo originale, diversamente da come le
abbiamo ricevute dall'esperienza. Così, per esempio, possiamo immaginare un bue
con la testa di leone e la coda di coccodrillo, anche se di fatto un simile
animale non esiste nella realtà. Sul possesso di queste facoltà non esiste
nessun dubbio; perciò la filosofia non ha nulla da disputare al riguardo.
Senonché la conoscenza umana fornisce anche altri dati singo- lari,
appartenenti all'ordine scientifico, religioso, morale, estetico, ecc., che
includono idee universali e astratte, principi generali e asso- luti, leggi
necessarie, e che presentano quindi caratteristiche del tutto dissimili dalle conoscenze
ottenute mediante i sensi e la fanta- sia. Di fronte a tali dati sorge
inevitabilmente l’interrogativo: di che 27 Aspetti del problema della
conoscenza: — orlginl e strutturazione — valore — retto funzionamento Alcune
forme della conoscenza: — conoscenza sensitiva — memoria — fantasia Parmenide e
i Pitagorici danno valore assoluto alla conoscenza razionale Conoscenza
sensitiva e conoscenza intellettiva: orientamento platonico e orientamento
aristotelico genere di conoscenze si tratta? A quale sfera appartengono? Questo
è un problema impegnativo e spetta al filosofo risolverlo. Le soluzioni
possibili, come ci insegna la storia della fiiosofia, sono molte. Il problema
fu già dibattuto dai presocratici, i quali presentano subito una soluzione
contrastata: Parmenide e i Pitagorici ricono- scono apertamente oltre alla
conoscenza sensitiva anche quella ra- zionale, ma soltanto a quest’ultima
ascrivono valore assoluto. In- vece Protagora, Gorgia e gli altri Sofisti
ammettono solo l’esistenza della conoscenza sensitiva e in tal modo ritengono
di riuscire a spiegare le profonde divergenze che si incontrano tra gli
orizzonti conoscitivi di membri appartenenti a diverse società o anche allo
stesso gruppo sociale. In generale, però, durante il periodo classico, quasi
tutti i filosofi riconoscono l’esistenza di almeno due ordini conoscitivi:
quello dei sensi e quello dell'intelletto. Ma all’interno di questo ampio
accordo di fondo, si danno alcune divergenze significative tra i pensatori di
orientamento platonico (Platone, Plotino, Agostino, san Bonaven- tura) e quelli
di orientamento aristotelico (Aristotele, Averroè, Al- berto Magno, Tommaso
d'Aquino). I platonici suddividono sia la conoscenza sensitiva che quella
intellettiva in due tipi: — conoscenza sensitiva per immagine diretta, —
conoscenza sensitiva per immagine indiretta, ossia mediante una copia, —
conoscenza intellettiva per ragionamento (che Platone chiama dianoia e Agostino
ratio inferior), — conoscenza intellettiva mediante visione (che Platone chiama
noesis e Agostino illuminatio)? Gli aristotelici mantengono la prima
distinzione, ma le assegna- no scarsa importanza; respingono invece la seconda
in quanto a lo- ro avviso la nostra mente non è dotata di conoscenza intuitiva,
ma solo astrattiva e raziocinativa.* Il problema gnoseologico assume
un'importanza singolare nel- l'epoca moderna a partire da Cartesio. Questi
comprende che dalla soluzione del suddetto problema dipende la soluzione di
tutti gli altri. Anche nel periodo moderno come in quello classico, di fronte
al problema dei tipi di conoscenza i filosofi si dividono in due grandi
schieramenti: alcuni ammettono sia la conoscenza sensitiva che quella
intellettiva; sono i razionalisti (Cartesio, Spinoza, Malebran- che, Leibniz) e
gli idealisti (Kant, Fichte, Hegel, Croce). Altri ammet- tono soltanto la
conoscenza sensitiva: sono gli empiristi (Berkeley, ! Cfr. B. MONDIN, vol. I,
pp. 60-61. ? Cfr. Ivi, pp. 62-64. ? Cfr. Ivi, pp. 85-87; 217-219. ‘ Cfr. Ivi,
pp. 137-139. 28 Hume), i positivisti (Comte, Spencer, Mill) e i neopositivisti
(Russell, Ayer). Oggi, il problema delle forme della conoscenza rimane ancora
aperto e tutto lascia prevedere che neppure nel futuro si arriverà ad una
soluzione conclusiva. Ci sarà sempre anche in seguito, come nel passato, chi
basandosi su ciò che è immediatamente sperimentabile affermerà che l’unica
conoscenza di cui siamo dotati è quella di or- dine sensitivo. Altri invece,
prendendo seriamente in esame alcune espressioni della nostra conoscenza che
non sono riconducibili al- l'ordine sensitivo (come le conoscenze scientifiche,
religiose, etiche, estetiche, ecc.) riterrà necessario ammettere che siamo
dotati anche di una forma di conoscenza trans-sensitiva, ossia intellettiva. 2.
Origine della conoscenza Le idee di cui noi siamo in possesso da dove
provengono? Sono riproduzioni di oggetti esterni a noi o sono invece creazioni
della nostra mente? Anche per questo problema, come per quello pre- cedente si
possono dare varie soluzioni. Si può pensare che le idee siano esclusivamente
frutto dell’azione dell'oggetto su di noi, oppure che siano, viceversa, il
risultato dell’opera del soggetto solamente, oppure, infine, che siano dovute
all'azione combinata del soggetto e dell'oggetto. (Le divergenze, però, non
finiscono qui. Abbiamo visto che quasi tutti i filosofi riconoscono almeno due
forme di conoscenza: quella sensitiva e quella intellettiva. Ne consegue che le
tre ipotesi prece- denti vanno moltiplicate per due. E in effetti si può
pensare: 1. tutta la conoscenza (sia sensitiva che intellettiva) viene pro-
dotta dall'oggetto (Platone); 2. tutta la conoscenza (sia sensitiva che
intellettiva) è prodotta dal soggetto (Hegel); 3. la conoscenza intellettiva è
prodotta dal soggetto e quella sensitiva dall'oggetto (Occam); 4. la conoscenza
intellettiva è prodotta dall'oggetto e quella sen- sitiva dal soggetto
(Berkeley); 5. la conoscenza intellettiva è il risultato dell'azione combinata
del soggetto e dell'oggetto, mentre invece la conoscenza sensitiva è dovuta
esclusivamente all’azione dell'oggetto {Aristotele); 6. la conoscenza sensitiva
e quella intellettiva sono entrambe il risultato dell'azione combinata del
soggetto e dell'oggetto (Kant). Storicamente le grandi linee di sviluppo del
problema dell'origine della conoscenza sono le seguenti. ‘Platone, il quale è
il primo filosofo ad affrontare questa questione in maniera esplicita e
sistematica, ritiene che tutta la conoscenza umana sia sensitiva che
intellettiva abbia la sua origine dall'oggetto. Dato però che nel mondo fisico
che esperimentiamo non esistono 29 Forme della conoscenza: è un problema aperto
Le idee: — riproduzione di oggetti esterni — creazione della mente — relazione
soggetto “oggetto Sei soluzioni al problema delle forme e delle origini
Sviluppo storico: — Platone: l’origine è nell’oggetto (reminiscenza e anamnesi)
— Aristotele: azione del soggetto In virtù dell’intelletto — Sant'Agostino: le
verità eterne e l'illuminazione — San Tommaso: l’azione astrattiva
dell’intelletto — Berkeley: Dio causa delle idee — Hume: il primato della
sensazione oggetti universali e necessari, Platone, per spiegare l'origine
della conoscenza intellettiva, ritiene necessario postulare l’esistenza di un
mondo ideale costituito appunto di oggetti universali, necessari e pertanto
immateriali. L'anima è stata a contatto con questo mondo delle Idee prima di
entrare nel corpo: è quindi preesistita al corpo. Attualmente, quando
conosciamo verità assolute noi non facciamo altro che prendere coscienza
(reminiscenza, anamnesi) di quanto ab- biamo già esperito precedentemente,
nell'Iperuranio.5 Aristotele considera la teoria platonica dell'origine della
cono- scenza intellettiva artificiosa, arbitraria e non corroborata in alcun
modo dall'esperienza. La conoscenza intellettiva a suo parere, è do- vuta in
larga misura all’azione del soggetto, il quale è dotato di una potenza
particolare (l'intelletto) mediante la quale elabora i dati offertigli
dall'esperienza così da cogliere in essi l'elemento universale e necessario e
pertanto essenziale. Sant'Agostino condivide la tesi platonica che le idee
universali (le verità eterne) sono prodotte in noi dall'esterno, perché a suo
giudi- zio se esse fossero causate da noi stessi non potrebbero avere quei
caratteri di assolutezza, certezza, universalità, immutabilità di cui sono
dotate, essendo noi esseri contingenti e fallibili; ma la modifica in un
aspetto importante: la causa della loro origine non sono le Idee ma Dio. Questi
le infonde nella nostra mente con la sua azione il- luminatrice (illuminatio).
San Tommaso ritiene che la teoria agostiniana misconosca l’auto- nomia
dell'uomo proprio in quella che è la sua facoltà più propria e specifica e che
lo innalza al di sopra del regno degli animali. Ripro- pone quindi la teoria
aristotelica: la conoscenza delle idee universali è dovuta all’azione
dell'intelletto umano, il quale le astrae dalle cose.! Sulla linea di Platone
continuano a muoversi alcuni eminenti filosofi moderni (Cartesio, Malebranche,
Rosmini, Gioberti); invece altri si muovono sulla linea di Aristotele (Locke, i
Neotomisti). Ma durante l'epoca moderna si affacciano soluzioni diverse da
quelle tradizionali. Così, per esempio, Berkeley afferma che le idee sono tutte
particolari, ma non hanno come causa della loro origine gli og- getti
materiali, bensì Dio stesso.’ Hume fonda tutta la nostra cono- scenza sulla
sensazione; ma non sa spiegare in che modo si formano in essa i dati iniziali
Ad ogni modo, presupposti tali dati, tutte le nostre conoscenze fattuali, a suo
avviso, sono frutto dell’azione della fantasia la quale le ottiene associando
oppure dissociando i dati pri- mari in base alla loro contiguità nello spazio e
nel tempo, alla loro 5 Cfr. Ivi, pp. 85-87. 6 Cfr. Ivi, pp. 137-139. ? Cfr.
Ivi, pp. 217-219. * Cfr. Ivi, pp. 286-290. * Cfr. B. MoNnDIN, vol. II, pp.
229-230. somiglianza e dissomiglianza, e
alla loro successione causale.! Kant spiega sia la conoscenza sensitiva che
quella intellettiva come il risul- tato di una sintesi di elementi forniti in
parte dal soggetto e in parte dall'oggetto. L'oggetto fornisce la materia, il
soggetto la forma. C'è pertanto un elemento a posteriori (la materia) ed uno a
priori (la forma). Kant distingue pertanto vari elementi formali: nella cono-
scenza sentitiva sono lo spazio e il tempo; nella conoscenza intellet- tiva, le
dodici categorie. In tal modo Kant ritiene di aver superato l'impasse tra
razionalisti ed empiristi e di avere fornito una valida spiegazione
dell'origine della conoscenza scientifica." Ma la sua spie- gazione viene
ben presto contestata dagli idealisti; essi escludono qualsiasi apporto
dell'oggetto nella formazione della conoscenza, ritenendo che soltanto così si
può salvare l'autonomia del soggetto; e affermano che la conoscenza è creazione
spontanea del soggetto." Oggi si cerca di sbloccare il problema
dell'origine della conoscen- za facendo intervenire nella sua formazione molti
altri fattori oltre a quelli tradizionali (soggetto, oggetto, Dio). Gli
psicanalisti danno rilievo al fattore subcoscienziale ed istintivo; gli
strutturalisti a quello sociale; gli esistenzialisti, in particolare Heidegger,
e i teorici della nuova ermeneutica (Gadamer) al fattore storico; gli analisti
a quello linguistico. A nostro avviso, però, la soluzione conclusiva del
problema della conoscenza non va ricercata nell’affermazione di una sola di
queste componenti ad esclusione delle altre, bensì nella giusta armonizza-
zione di tutti questi coefficienti tra di loro e con quei due coefficienti
indispensabili che sono il soggetto e l'oggetto. 3. Valore della conoscenza Anche
per quanto concerne l'aspetto critico i problemi fonda- mentali sono due: a)
che valore ha la conoscenza umana? b) qual è il metodo più efficace per
garantire alla nostra conoscenza il raggiun- gimento della verità? Esaminiamo
anzitutto il primo problema. Il valore della nostra conoscenza diventa un
problema nel mo- mento in cui facciamo esperienza dell'errore. Allora ci
domandiamo: possiamo fidarci delle nostre facoltà conoscitive? Le conoscenze
che esse ci procurano sono valide? Quando e in che misura? Storicamente il
problema del valore della conoscenza è uno dei primi affrontati dai filosofi, i
quali, poi, non hanno più cessato di dibatterlo, fino ai nostri giorni. Per
risolverlo, Parmenide traccia una netta distinzione tra cono- ‘ Cfr. Ivi, pp. 234-236.
" Cfr. Ivi, pp. 337-345. !? Cfr. B. MonDIN, vol. III, pp. 31-32; 67-77. 4
Cfr. Ivi, pp. 222-227; 406-414; 456-460; 468472. 31 — Kant: la conoscenza come
sintesi soggetto- oggetto Valore della conoscenza: — i Sofisti: relativismo
gnoseologico — Socrate: valore assoluto della conoscenza intellettiva —
Platone: immortalità, assolutezza e necessità della conoscenza intellettiva —
Aristotele: intelletto, essenza e verità — Agostino: evidenza dell’esistenza
scenza sensitiva ed intellettiva: solo la seconda può attingere la verità; la
prima al massimo può generare opinioni. I Sofisti, i quali come s'è visto hanno
una concezione sensistica della conoscenza non le riconoscono in nessun caso
valore assoluto: né nel campo speri- mentale né in quello filosofico né in
quello religioso né in quello giuridico. Contro il relativismo e lo scetticismo
dei Sofisti, Socrate fa vedere che oltre alle conoscenze dei sensi l'uomo
possiede anche altre conoscenze che travalicano la sfera sensitiva come le idee
di bontà, giustizia, felicità, bellezza, verità; le quali hanno valore as-
soluto." Platone cerca di considerare la posizione di Socrate distinguendo
due piani di realtà, quello fisico e quello ideale ed assegnando all’in-
telletto la conoscenza del secondo mentre ai sensi appartiene la cono- scenza
del primo. Ora, come il piano ideale è immutabile, eterno, in- corruttibile,
così anche la conoscenza intellettiva è necessaria, im- mutabile e assoluta.
Per contro, essendo il piano materiale mutevole e corruttibile, anche la conoscenza
sensitiva è mutevole e soggetta ad errore." Aristotele condivide il
pensiero di Socrate e Platone circa l’essen- ziale validità della conoscenza
intellettiva, ma non la spiegazione fornita da Platone. Sono le cose stesse a
suo giudizio a contenere un nucleo fondamentale sempre identico a se stesso,
l'essenza. Questa non si trova al di fuori delle cose, separata, ma nelle cose.
E l’intel- letto umano attinge la verità afferrando per astrazione tale
essenza. Dopo Platone e Aristotele la filosofia greca attraversa un profondo
travaglio, che sfocia nell’abbandono dei loro poderosi sistemi meta- fisici e
nel ripiegamento, con gli Stoici e gli Epicurei, su specula- zioni di carattere
etico e politico. Ma la crisi della metafisica fornisce un ulteriore motivo per
mettere in dubbio il valore della ragione umana: così sorge lo “scetticismo”.
Secondo questa filosofia l’uomo non può mai raggiungere con certezza la
verità." Durante l’ultimo secolo avanti Cristo e nei primi secoli dell'era
cristiana lo scetticismo diviene la teoria di moda oltre che in Grecia anche a
Roma. Persino Agostino la condivide durante una fase della sua vita; ma poi,
convertito al cristianesimo, la respinge ferma- mente, mostrando che anche
ammettendo di cadere continuamente nell'errore, uno ha ciononostante e proprio
per questo motivo il possesso di almeno una verità: che esiste. Si fallor, sum.
« Chi può dubitare d'essere vivo, se ricorda, capisce, desidera, pensa, conosce
e giudica? Dal momento che egli ha questo dubbio, egli vive; se egli dubita,
pensa. Per quanti dubbi egli abbia, quindi riguardo ad altre cose, egli non
deve aver dubbi riguardo a questa; poiché se egli non * Cfr. B. MONDIN, vol. I,
pp. 49-51; 61-65; 70-74. * Cfr. Ivi, pp. 81-87. “ Cfr. Ivi, pp. 137-139. ” Cfr.
Ivi, pp. 177-179. 32 esistesse, non potrebbe aver dubbi riguardo ad alcuna cosa
»." Il valore della conoscenza umana, almeno di quella intellettiva, è
apertamente affermato e difeso da san Tommaso e dagli altri Scola- stici. Ma
col tramonto della Scolastica spunta nuovamente lo scetti- cismo. Alla fine del
Cinquecento esso fa presa su molti spiriti tanto che non è esagerato dire che
il « Que sais-je? » non è solo il motto di Montaigne ma di tutta la sua epoca.
Quando Cartesio decide di rin- novare l’edificio filosofico, la visione
imperante nel mondo dei dotti è ancora quella scettica. E così si comprende
perché il padre della filosofia moderna inizi la sua costruzione filosofica,
sottoponendo al vaglio della critica l’ordine della conoscenza, onde
verificarne il valore e la portata. Egli inizia, com'è noto, facendo le massime
con- cessioni allo scetticismo; ma questo non gli impedisce di cogliere una
prima fondamentale verità: dubito, quindi penso; penso, quindi sono: Cogito,
ergo sum. Da questa verità Cartesio deduce poi tutta una vasta serie di
proposizioni di ordine metafisico, religioso e anche fisico. Alla fine egli
ritiene di potere riscattare dal dubbio non sol- tanto le conoscenze di ordine
intellettivo ma anche quelle di ordine sensitivo, in quanto neppure queste
ultime sarebbero frutto del- l’esperienza bensì il risultato di un'attività «
innata ».!° A fianco di Cartesio e a difesa del valore della conoscenza intel-
lettiva si schierano alcuni grossi nomi della filosofia moderna, come Spinoza,
Malebranche, Leibniz, Wolff: è il gruppo dei filosofi razio- nalisti. Ma allo
stesso tempo si sviluppa anche una forte corrente contraria a Cartesio e alla
sua interpretazione ottimistica del feno- meno conoscitivo: è la corrente degli
empiristi (Locke, Berkeley, Hume) i quali o negano qualsiasi forma di
conoscenza intellettiva oppure ne contestano l'utilità. Secondo gli empiristi
l’unica cono- scenza che consente all'uomo di ottenere informazioni fattuali è
quella dei sensi, la quale tuttavia non può mai rivendicare per sé i caratteri
dell’universalità e della necessità. Pertanto la verità come sicura
corrispondenza tra le nostre idee e le cose non esiste. Come si vede, siamo di
nuovo ripiombati dentro lo scetticismo, anzi nello scetticismo più radicale.
Tale è in effetti la conclusione cui giunge la ricerca filosofica di Hume.®
Dalle posizioni assunte dagli empiristi e dai razionalisti, ma te- nendo allo
stesso tempo anche conto delle posizioni di prestigio ac- quisite dalla scienza
moderna, muove Kant quando affronta e pren- de nuovamente in esame il problema
critico. Questo a suo giudizio non può essere risolto che in modo positivo dati
i successi ottenuti dalle scienze sperimentali. Ossia si deve riconoscere la
validità della conoscenza intellettiva. Ma secondo Kant si deve circoscrivere
il suo ambito ad oggetti diversi da quelli che volevano assegnarle i ra-
zionalisti e gli empiristi. La conoscenza intellettiva non ha di mira #
AGOSTINO, De Trinitate, X, 10, 14. ' Cfr. B. MONDIN, vol. II, pp. 137-139. ®
Cfr. Ivi, pp. 224-243. 33 — Cartesio: dall’'evidenza del pensare all’evidenza
dell’esistere — Kant: la soluzione critica Tendenze attuali circa il valore
della conoscenza: scetticismo che si basa sulla scienza e sulla prassi la cosa
in sé (ossia la realtà oggettiva), ma i fenomeni. Soltanto come conoscenza dei
fenomeni essa attinge la verità, cioè la necessità e l'universalità. Quando
mediante la ragione l’uomo vuole oltrepas- sare la sfera dei fenomeni per
raggiungere quella del noumeno, egli si perde necessariamente in una selva di
antinomie.* La soluzione indubbiamente geniale ma discutibile di Kant, la quale
se per un verso aveva il merito di chiarire la struttura della conoscenza
scientifica, per un altro verso aveva anche il demerito di precludere ogni
soluzione teoretica proprio per quei problemi che maggiormente interessano e
tormentano l’uomo (come la pro- pria origine, la natura del proprio essere, la
sopravvivenza dopo la morte, l’esistenza di Dio, la libertà, ecc.): tale
soluzione non viene ac- colta per molto tempo. Dopo qualche decennio i filosofi
ricadono nuo- vamente nelle due classiche alternative: quella
intellettualistica (spo- sata dagli idealisti, gli intuizionisti, i neotomisti)
e quella sensistica (accolta dai positivisti, gli empiriocriticisti, i materialisti,
i neopo- sitivisti). î Oggi, la tendenza generale per quanto concerne il valore
della conoscenza è contraria al razionalismo ed è favorevole ad uno scetti-
cismo più o meno oltranzistico. È, però, una tendenza che assume toni e
sfumature diverse, di cui le espressioni più significative sono due. Una è
rappresentata da coloro che ritengono che la verità si debba sempre ricercare
per via conoscitiva, ma sono convinti che è necessario escludere qualsiasi
forma di metafisica: per scoprire la verità bisogna affidarsi soprattutto alle
tecniche delle scienze umane, la psicanalisi, la nuova ermeneutica, lo
strutturalismo oppure alle scienze sperimentali. L'altra è rappresentata da
coloro che cercano la verità non attraverso la speculazione bensì attraverso la
prassi. Secondo un gruppo di pensatori del XIX secolo, che fanno capo a Marx e
a Engels, la validità di una concezione, d'una teoria, d'un sistema non si può
provare con argomenti aprioristici, ma emerge nella prassi, nell'azione. Ma a
questo punto il nostro discorso è scivolato fuori da quello che era l'argomento
specifico di questa sezione, il problema critico, ed è entrato in un altro
argomento, quello del metodo. Eccoci quin- di, ora, a trattare la questione del
metodo nei suoi sviluppi storici. 4. Il metodo Il problema del metodo, in
quanto si propone di trovare una via che dia sicure garanzie di attingere la
verità, coincide in larga misura col problema logico, ma non interamente,
perché il problema logico prescinde dai contenuti, mentre invece il problema
critico si rivolge soprattutto ai contenuti. 2 Cfr. Ivi, pp. 336-346. 34 Il
problema del metodo è già avvertito dalla filosofia greca (c’è il metodo
maieutico di Socrate, il metodo dell’ascensus e del descen- sus di Plotino, il
metodo dialettico di Platone, il metodo induttivo e deduttivo di Aristotele) e
dalla filosofia cristiana (c'è il metodo alle- gorico di Origene, quello
introspettivo di Agostino, quello analogico di Tommaso d'Aquino), ma acquista
importanza capitale soprattutto nella filosofia moderna. Sorpresi e abbagliati
dal successo delle scienze sperimentali i filosofi si persuadono che anche la
filosofia potrebbe aspirare ad analoghi risultati, qualora disponesse di un
buon metodo. E perciò si preoccupano o di trasferire direttamente alla ricerca
filosofica gli stessi metodi della scienza (Bacone, Galilei)? e della
matematica (Cartesio, Spinoza, Leibniz) oppure cercano di escogitare nuovi
metodi. I più noti sono: — il metodo del « cuore » di Pasca — il metodo della
verifica « storica » (verum est factum) di Vico ® — il metodo associativo di
Hume * — il metodo « trascendentale » di Kant 7 — il metodo dialettico di Hegel
* — il metodo positivo di Comte ” — il metodo pragmatico di James ” — il metodo
intuitivo di Bergson *! — il metodo fenomenologico di Husserl” — il metodo
della verifica sperimentale dei neopositivisti * — il metodo della
falsificabilità di Popper.* Oggi molti autori sono propensi ad abbandonare
tutti questi me- todi di tipo teoretico e ritengono che l'unico metodo valido
sia co- stituito dalla prassi. È la prassi, l’azione, la vita che rivela se una
teoria, un sistema sono validi. È nell'impatto con la storia, con la realtà
vissuta che emerge il valore di un'idea. A nostro avviso questo metodo della
prassi ha certamente dei pregi, perché la testimonianza dei fatti contribuisce
senza dubbio a decidere della bontà o meno di un'idea, una teoria, un sistema.
Ex fructibus eorum conoscetis eos, diceva Gesù. Ma non pensiamo che esso possa
essere assunto come criterio supremo di verità, come 1% ? Cfr. Ivi, pp.
103-110. ® Cfr. Ivi, pp. 134-137; 163-164. 2 Cfr. Ivi, pp. 203-204. * Cfr. Ivi,
pp. 273-275. * Cfr. Ivi, pp. 234-236. 2" Cfr. Ivi, pp. 336-344. * Cfr. B.
MonpIN, vol. III, pp. 77-78. 2 Cfr. Ivi, pp. 178-181. * Cfr. Ivi, pp. 346-348.
# Cfr. Ivi, pp. 253-254. ® Cfr. Ivi, pp. 389-392. ® Cfr. Ivi, pp. 450-453. *
Cfr. K.R. PoPPER, Logica della scoperta scientifica, Torino 1970. 35 Metodo
maieutico e metodo dialettico: Socrate e Platone Nuovi metodi di ricerca sotto
l'influsso dello sviluppo della scienza Il metodo della prassi La valutazione
critica di G. Reale guida infallibile delle nostre azioni. Qualsiasi azione,
per non essere cieca e stolta, ha bisogno di venire guidata, illuminata, e la
sua guida, ovviamente, non può essere l’azione. Su questo punto a noi pare che
abbia perfettamente ragione Giovanni Reale quando scrive: « Quando sulla scia
del pensiero marxistico o di estrazione marxi- stica si asserisce che la
filosofia non ha da contemplare ma da can- giare la realtà [...] non si
sostituisce semplicemente una visione filosofica ad un'altra, ma si uccide la
filosofia: il cangiare la realtà può infatti essere solo un momento conseguente
al vero ricercato e trovato, e più che filosofare è, al massimo, corollario del
filosofare. Il cangiare può essere solo impegno etico, politico, educativo e
non può mai essere, dal punto di vista filosofico, momento primario, per- ché
presuppone strutturalmente che si sappia e si accerti preliminar- mente perché,
come e in che senso e misura cangiare; dunque sup- pone sempre a monte il
momento teoretico (cioè propriamente filo- sofico) come condizionante. Né vale
obiettare, come coloro che, quasi sentendosi in colpa di fronte all’obiezione
prassistica, asseriscono che, sì, cangiare la realtà non è filosofare, ma che,
tuttavia, l'uomo di oggi deve filosofare per cangiare qualcosa. Anche questa
posizione è decettiva: infatti, chi filosofa con questo spirito perde la
libertà, e l'ansia del cangiare fatalmente condiziona e turba il momento del
contemplare; lo turba al punto che, rovesciati i termini, e aggiogatisi al
carro della prassi, la speculazione pura diventa ideologia e quindi cessa di
essere filosofia »,5 CONCETTI DA RITENERE — Conoscenza sensitiva; conoscenza
intellettuale — Relazione soggetto-oggetto — Scetticismo; metodo SINTESI
CONTENUTISTICA I. LE FORME DELLA CONOSCENZA UMANA 1. La conoscenza umana,
complessamente articolata, consta di una forma sensitiva (vista, udito, gusto,
odorato, tatto); della memoria che custodisce il passato; della fantasia che
rappresenta le cose in modo originale rispetto al- l'esperienza. Sull’evidenza
di questa conoscenza la filosofia non ha nulla da discutere. Problematiche sono
invece le conoscenze astratte che suscitano in- terrogativi circa il loro
genere e la sfera di appartenenza. 2. Il problema gnoseologico è stato
dibattuto in modo contrastante. Dalle origini del pensiero occidentale ad oggi
si è verificata la seguente alternanza di orientamenti: a) compresenza della
conoscenza sensitiva e di quella razionale (Parme- nide, pitagorici, platonici,
aristotelici); * REALE, I problemi del pensiero antico dalle origini a Platone,
Celuc, Milano 1972, pp. 52-53. 36 b) primato della conoscenza sensitiva su
quella razionale (i sofisti, gli em- piristi, i positivisti, i neopositivisti);
c) primato della conoscenza razionale su quella sensitiva (i razionalisti e gli
idealisti). 3. Nell’età moderna il problema gnoseologico va acquisendo un
graduale primato, decisamente affermato soprattutto da Cartesio; nel nostro
tempo re- sta un problema aperto. II. ORIGINE DELLA CONOSCENZA 1. Le idee sono
riproduzioni di oggetti esterni a noi o sono creazioni della nostra mente,
oppure esse sono il risultato dell’azione combinata del soggetto e
dell’oggetto? 2. Si sono delineate per i tre interrogativi sei piste di
soluzione: a) tutta la conoscenza è prodotta dall'oggetto (Platone); b) tutta
la conoscenza è pro- dotta dal soggetto (Hegel); c) la conoscenza intellettiva
è prodotta dal soggetto e quella sensitiva dall'oggetto {(Occam); d) la
conoscenza intellettiva è prodotta dall'oggetto e quella sensitiva dal soggetto
(Berkeley); e) la conoscenza intel- lettiva è risultato dell'azione combinata
del soggetto e dell'oggetto; f) la cono- scenza sensitiva è dovuta all’azione
dell'oggetto {Aristotele). III. VALORE DELLA CONOSCENZA 1. Il valore della
conoscenza diventa un problema DS momento in cui fac- ciamo esperienza
dell’errore. 2. Storicamente il problema del valore è stato tra i primi ad
essere affron- tato: Parmenide: la conoscenza intellettiva attinge alla verità,
la conoscenza sensitiva genera opinioni; Sofisti: la conoscenza non ha mai
valore assoluto; Socrate e Platone: le conoscenze intellettuali hanno valore
assoluto, le cono- scenze sensitive sono soggette ad errore; Aristotele: l'intelletto
umano attinge la verità afferrando per astrazione l'essenza delle cose;
Agostino: inoppugna- bile verità dell’esistenza; San Tommaso: afferma il valore
della conoscenza intellettiva; Prospettiva scettica della filosofia del ’500;
Cartesio: dal dubbio metodico al valore assoluto della conoscenza intellettiva;
Empiristi: primato della conoscenza sensibile e negazione della verità; Kant:
mediazione tra cono- scenza sensibile e conoscenza intellettiva; Tendenza
scettica della cultura con- temporanea. IV. IL METODO 1. Già avvertito nel
pensiero classico (Socrate, Platone e Aristotele), il pro- blema emerge
nell'età moderna con particolare riferimento al sapere scientifico (Bacone e
Galilei) e al sapere matematico (Cartesio, Spinoza e Leibniz). 2. Dal metodo
del « cuore » di Pascal al metodo della falsificabilità di Pop- per il pensiero
moderno e contemporaneo si è impegnato in una costante ri- cerca. Oggi,
abbandonata la strada teorica, si attribuisce validità di metodo alla prassi
(la storia e la realtà vissuta convalidano un'idea). QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Qual è l'origine della conoscenza umana e quali le sue forme
fonda- mentali? 2. Quale valore ha la conoscenza umana? 3. Come si arriva al
raggiungimento della verità per la nostra conoscenza? 4. In che cosa consiste
il problema gnoseologico? Quali sono i suoi aspetti princi pali? 5. Qual è il
pensiero dei platonici, degli aristotelici, dei razionalisti, degli empiristi,
degli idealisti sulla divisione, l'origine e il valore della conoscenza? 37 6.
Come sorge il problema critico? Quale impostazione assume in Socrate, Agostino,
Cartesio, Kant e Husserl? 7. Che cos'è il metodo? Quali sono i metodi proposti
da Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Vico, Leibniz, Hume, Kant, Hegel,
Husserl, Wittgenstein, Mara? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI BLANDINO G., I!
problema della conoscenza, Abete, Roma 1972. FagRO C., Percezione e pensiero,
Morcelliana, Brescia 1961. HEEGGER M., Sull’essenza della verità, La Scuola,
Brescia 1977, MARCUSE H., L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino . MARITAIN
J., / gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1981. Miano V., Problemi di
gnoseologia e metafisica, L.A.S., Roma 1966. PENATI G.C., Problemi di
gnoseologia e metafisica, Vita e Pensiero, Milano 1979. Poppi A., La verità, La
Scuola, Brescia . RINALDI G., Critica della gnoseologia fenomenologica,
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filosofia della cono- scenza, Jaca Book, Milano 1985. SAMEK Lopovici E.,
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Ed. Urbaniana, Roma 1984. VANNI RovIGHI S., Gnoseologia, Morcelliana, Brescia
1979. 38 Capitolo terzo li PROBLEMA EPISTEMOLOGICO {o problema della scienza)
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO I. Che cosa si intende per scienza oggi? E che cosa
si intendeva nel passato? 2. Quale valore è da attribuire al sapere
scientifico? $. Evoluzione del concetto di scienza nei corso dei seceli Da
quando Comte negò alia filosofia una propria sfera di oggetti e le affidò come
compito specifico lo studio delle scienze, ia determi- nazione dei loro oggetti
e dei loro compiti, la loro divisione e coor- dinazione, l’attenzione dei
filosofi si è rivolta sempre più insistente- mente in direzione della scienza,
la quale è divenuta per molti l’ar- gomenta principale e centrale della loro
analisi. Del resto, un'inda- gine più attenia e approfondita delle
caratteristiche e delle funzioni del sapere scientifico era richiesta, oltre
che dall’orientamento posi- tivistico delia filosofia, anche dagli enormi
sviluppi e dall'importanza straordinaria che la scienza aveva acquisito durante
gli ultimi due secoli, un periodo in cui essa ha mostrato di essere un sapere
estre- mamente fecondo e pratico. Da tali istanze ha preso il via quelia speciale
disciplina che si chiama filosofia della scienza o episiemologia. Questa si
identifica « con la critica metodologica della scienza, nelia misura in cui
tale critica tende all’'esplicitazione consapevole e sistematica del metodo e
delle condizioni di validità dei giudizi — particolari, o singolari, e
universali — fatti propri dagli scienziati e persegue così una “rico- struzione
razionale”, convenzionalmente qualificata in senso empiri- co-pragmatico, del
concetto di conoscenza scientifica ». Gli interrogativi a cui l'epistemologia
si propone di rispondere sono i seguenti: « Cos'è la conoscenza scientifica? In
altre parole, in che cosa cohsiste propriamente il lavoro dello scienziato?
Cosa fa egli quando fa scienza? Interpreta, descrive, spiega, prevede? Le sue
sono soltanto congetture oppure asserzioni (generali e singolari) rispecchianti
fedelmente tratti (generali e singolari) dei fatti? E quan- do lo scienziato
spiega, cos'è che egli spiega dei “fatti”? La fun- FO A. PASQUINELLI, Nuovi
principi di epistemologia, Feltrinelli, Milano 946, p. 56. 39 La riflessione
sulla scienza: caratieristiche s funzioni L'epistemotpgia: critica metodologica
della scienza Gli interrogativi fondamentali — induzione — causalità —
oggettività Presa di coscienza della problematicità del sapere scientifico
Trasformazioni nel tempo del concetto di scienza: — divisione aristotelica:
matematica, fisica, metafisica — età moderna: l’aspetto denotativo ristretto ai
fenomeni sperimentabili e calcolabili zione, l'origine, la genesi, l'essenza,
il fine? Qual è lo status logico delle leggi nella scienza? Sono essi l'esito
di procedimenti induttivi (e poi che cosa vuol dire induzione nella scienza?),
ovvero congetture della fantasia scientifica che dovranno venir sottoposte ad
una terribi- le lotta (prove empiriche) per l’esistenza? Inoltre, in che senso
si par- la di causalità (e di cause) nelle scienze empiriche? Quand'è, poi, che
possiamo dire che una teoria è “migliore” di un’altra? E che cos'è che
intendiamo allorché diciamo che le scienze empiriche sono og- gettive? Qual è
il ruolo dell'esperienza nella ricerca scientifica? Sono questi tutti
interrogativi che sgorgano dalla domanda iniziale su che cosa sia la conoscenza
scientifica »? Questi interrogativi hanno cominciato ad imporsi all'attenzione
dei filosofi verso la fine dell'Ottocento con Boutroux, Poincaré, Duhem, Mach,
ecc., allorché all’atteggiamento di ottimistica fiducia e cieca esaltazione
della scienza, è subentrato un atteggiamento di pacato scetticismo e di critica
penetrante nei confronti della cono- scenza scientifica. Si deve appunto alla
presa di coscienza della pro- blematicità di tale conoscenza (coscienza che era
ancora assente in Cartesio, Newton, Kant, Comte, Spencer, ecc.) la nascita e lo
sviluppo della filosofia della scienza o epistemologia. Il concetto di scienza
ha subìto profonde trasformazioni lungo il corso dei secoli sia per quanto
attiene all'aspetto connotativo (il significato del termine) sia a quello
denotativo (il campo di applica- bilità). Aristotele, per primo, definì la
scienza come cognitio rei per causas: conoscenza di una cosa attraverso i suoi
principi (cause) costitutivi, o, più brevemente, « conoscenza ragionata,
argomentata, delle cose ». Aristotele divideva le scienze in tre grandi rami:
mate- matiche (scienze dei numeri), fisiche (scienze delle cose materiali) e
metafisiche (scienze delle realtà indipendenti dallo spazio e dal tempo).
Durante l'epoca moderna, a partire da Bacone, c'è stato un cam- biamento per
quanto concerne l'aspetto denotativo: perché l'ambito di applicazione del
termine « scienza » un po’ alla volta è stato ri- stretto allo studio di
fenomeni sperimentabili fisicamente e calcola- bili matematicamente; ma allo
stesso tempo interveniva anche un cambiamento concernente l'aspetto connotativo,
dato il nuovo si- gnificato che andava assumendo nel pensiero moderno il
concetto di causa. Per « causa » Aristotele ed in generale tutti i pensatori
dell'an- tichità e del Medioevo intendevano l'essenza, la natura delle realtà
(sia materiali che spirituali) e credevano che per spiegare ‘un fatto, un
fenomeno, bastasse conoscere l'essenza della cosa che lo pro- duce. Così, per
es., per spiegare il fenomeno dell'ebollizione del- l'acqua quando viene messa
sul fuoco, pensavano che fosse necessario ? D. ANTISERI, La filosofia del
linguaggio, Morcelliana, Brescia 1973, p. 95. 40 e sufficiente conoscere la
natura dell’acqua e del fuoco. Da tale con- cetto di scienza e di causa
derivava quell'interessamento per le es- senze delle cose tanto caratteristico
del pensiero antico. Nel pensiero moderno si registra un cambiamento radicale.
Da Bacone (1561-1626) in poi l'oggetto della scienza non è più l'essenza delle
cose che si nasconde dietro i fenomeni, bensì i rapporti co- stanti, le leggi
che legano i fenomeni fra di loro. Anche secondo la concezione moderna la
scienza studia la causa dei fenomeni ma, per causa, non si intende più
l’essenza e l'elemento qualitativo delle cose, ma solo gli aspetti quantitativi
e la relazione costante che lega i feno- meni fra di loro, cioè la legge. La
legge indica puramente una relazio- ne di fatto fra due termini. Anziché un
rapporto causale propriamente detto la legge esprime una certa regolarità
fenomenica. Per esempio, che ad una certa variazione di temperatura coincide
nel metallo una certa variazione di dilatazione. Questo però non dice nulla
riguardo alla natura ontologica del calore e del metallo o della causalità del
mondo materiale. Il problema che si pone lo scienziato non è più quello del
perché e dell'essenza delle cose, ma quello del come e del comportamento delle
medesime. Nasce così il concetto moderno di legge naturale che viene a prendere
il posto della natura, essenza, o forma aristotelica. La legge non è la
definizione dell'essenza della co- sa, bensì la formulazione del rapporto
costante tra due grandezze va- riabili, non è dunque che la descrizione del
comportamento di un fe- nomeno, espressa in forma matematica. Questo
cambiamento nella concezione dell'oggetto della scienza è avvenuto, come già
detto, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo. In tempi assai più recenti si è
effettuato un cambiamento non meno sensazionale riguardo alla concezione dei
rapporti tra scienza e realtà. Fino alla fine del secolo scorso si è sempre
concepita la scienza come una fedele riproduzione della realtà. Scienziati e
filo- sofi hanno universalmente ritenuto che la scienza riveli all'uomo la
struttura effettiva delle cose e gli manifesti esattamente la realtà. Secondo
tale concezione dei rapporti tra scienza e realtà, per esem- pio, le «
definizioni » di Euclide non indicano semplici costruzioni mentali nostre, in
certo modo convenzionali e che potrebbero perciò essere diversamente formulate,
ma designano essenze reali concepite di per sé esistenti. Allo stesso modo è
concepita la sostanza e lo spazio. Molti antichi credono non solamente in
questa fedele corri- spondenza tra scienza e realtà ma arrivano persino ad
identificare il razionale con il reale. Così, per esempio, poiché cerchio e
sfera, per l'equidistanza di tutti i punti dal centro e quindi la simmetria ed
ar- monia che presentano, sono figure « perfette », Aristotele e gli astro-
nomi antichi deducono che gli astri, che sono gli esseri materiali più «
perfetti », devono avere forma sferica e muoversi secondo orbite circolari. La
scienza moderna invece, fondandosi sull’osservazione di fatto, ha dimostrato
che la terra è schiacciata ai poli e che le orbite dei pianeti sono ellittiche.
La concezione classica di esatta Oggi si studia Il comportamento delle cose
Daila scienza come riproduzione della realtà si passa alla scienza come
sistemazione dei dati dell'esperienza Dogi si ritiene che i cencetti filosofici
fon corrispondono esattamente alla realtà corrispondenza tra scienza e realtà è
durata per molto tempo anche nell'età moderna e non raramente si è spinta la
corrispondenza tra lo scientifico e il reale fino a tal punto da identificare
lo scientifico col reale, sicché è reale solo quello che è scientifico. È
famoso il caso delle proprietà primarie (figura, estensione e numero) e secon-
darie (colore, odore, sapore, ecc.). Secondo Galilei, Cartesio e mol- tissimi
altri scienziati e filosofi moderni, poiché la considerazione scientifica si
limita alle qualità primarie, queste sono ritenute ogget- tive e perciò reali,
mentre le qualità secondarie sono considerate sog- gettive e quindi irreali.
Estensione, moto e numeri, cioè i concetti che hanno preso il luogo prima
occupato dalle forme e essenze arista- teliche non sono concepiti da Galilei e
Newton meno realisticamen- te di quanto non lo siano state ie forme e sono
considerati l'essenza costitutiva della realtà naturale. Col crollo di molti
punti cardinali della scienza moderna, co- struita da Newton e ritenuta per un
paio di secoli infallibile come i dogmi rivelati, la concezione classica di
esatta corrispondenza tra scienza e realtà cominciò a vacillare. Oggi la
maggioranza degli scienziati ritiene che i concetti scientifici non
corrispondano esatta- mente alla realtà. Essi non concepiscono la scienza come
una ripro- duzione fedele della realtà ma come una semplice sistemazione dei
dati dell'esperienza. La scienza, quindi, non è valida in quanto rivela
all'uomo la struttura effettiva dei fenomeni ma in quanto permette all'eomo di
orientarsi nella congerie dei fatti che gli presenta l’espe- rienza, di
prevederne la successione futura e di poter quindi meglio attendere
all'organizzazione della propria vita. Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955),
paleontologo e teologo, ha scritto a questo proposito: « Se prendiamo nel suo insieme
l’edificio di onde e di particelle costruito dalla nostra scienza, risulta
chiaro che questa bella architettura contiene di “noi-stessi” almeno quanto
contiene delle “cose”. Giunte ad un certo grado di ampiezza e di sottigliezza,
le costruzioni della fisica moderna lasciano intravedere distintamente la trama
intellettuale dello spirito del ricercatore sotto la marea dei fenomeni. Di qui
il dubbio che fotoni, protoni, elettroni e altri elementi della materia non
abbiano né maggiore (né minore) realtà fuori della nostra mente di quanto ne
abbiano i colori fuori dei nostri occhi. Di conseguenza il vecchio realismo dei
laboratori si incammina verso una specie di idealismo scien- tifico ».3 Sullo
stesso argomento il matematico Jules-Henri Poincaré (1854- 1912) si è espresso
nel modo seguente: « Le teorie matematiche (dei fenomeni fisici) non hanno lo
scopo di rivelarci la vera natura delle cose; questa sarebbe una pretesa
irragionevole. Il loro unico scopo è di coordinare le leggi fisiche che
l'esperienza ci fa conoscere, ma che senza il concorso delle matematiche non
potremmo neppure e- ? P. TEILHARD DE CHARDIN, L'énergie humaine, Parigi 1962,
p. 144. 42 nunciare. Interessa poco che l'etere esista effettivamente, questo è
un problema che interessa i metafisici: l'essenziale per noi è che tutto si
svolga come se di fatto esistesse ».* Le parole di Poincaré sono assai
autorevoli, perché è stato lui a provare che lo spazio di cui tratta la
geometria euclidea non è né la riproduzione esatta della realtà, come aveva
creduto la scienza classica, né una forma a priori come aveva sostenuto Kant,
ma è una costruzione mentale escogitata dall'uomo per riordinare i dati
dell'esperienza ed eliminare da essi il carattere complesso e contrad- dittorio
con cui si presentano. Anche il concetto di numero ha mutato significato per lo
scienziato moderno. Mentre per gli antichi il nu- mero era un elemento
essenziale della realtà materiale e per alcuni l'essenza stessa delle cose, per
gli scienziati del nostro tempo i nu- meri sono un simbolismo, come le parole,
introdotto dall'uomo per esprimere e riassumere certi caratteri dei fenomeni,
come la esten- sione, la molteplicità, la direzione, ecc. I principali
argomenti che si adducono a favore della nuova con- cezione della scienza e del
significato delle teorie scientifiche sono tre. Il primo e più importante è
quello che si fonda sulla verità che tutte le nostre idee hanno solo una
corrispondenza parziale con le cose. La realtà individuale è troppo complessa e
la mente umana per comprenderla deve sempre sottoporla a riduzioni,
semplificazioni, schematizzazioni che rappresentano le cose solo in modo
imperfetto e inadeguato. Per questo motivo gli scolastici affermavano che tra
conoscenze umane e cose non vi è relazione di univocità ma di ana- logia. E
tutti sanno che l'analogia comporta una piccola somiglianza là dove c'è grande
differenza. Un altro importante argomento 2 fa- vore della nuova
interpretazione è il fatto che il soggetto conoscerite è sempre coinvolto
nell'evento che sta osservando, e, per certi espe- rimenti, l'osservazione si
risolve sempre in una modificazione de! fe- nomeno. È questo il significato dei
famoso principio di indetermina- zione formulato dal fisico Werner Heisenberg,
che afferma l’impos- sibilità di determinare assieme la posizione e la velocità
di un elet- trone, perché la determinazione delia posizione richiede che
l’eiet- trons sia illuminato, il che ne altera inevitabilmente la velocità.
Analoga conclusione si ricava dal famoso teorema di Gòdel,' il quale dice che «
di qualsiasi sistema logico è indimostrabile la non-con- traddittorietà con i
mezzi offerti dal sistema stesso ». Il terzo arga- mento è la constatazione che
tante teorie scientifiche ritenute incroi. labili in un non lontano passato,
recentemente sono risuitate se non proprio errate quanto meno insufficienti:
inapplicabili ai nuovi fe- nomeni che sono venuti alla luce con l'ampliarsi
dell'orizzonte delia scienza. ‘ H. PoINCARÉ, La science et l'hypothèse, Parigi
1902, p. 245. 5 Kurt Géodel (1906-1978) matematico statunitense di origine
morava, che, doro l'avvento del nazismo, andò negli USA ad insegnare
nell'università di rinceton. 43 Dal carattere essenziale 21 carattere simbolico
del numero Tre argomenti a favore delia concezione moderna della scienza: — if
concetto di analogia — ii principio di indeterminazione —- il priterie d!
falsificeditità Nozione non univoca di scienza La matematica e la geometria
come rappresentazioni formali Probabilismo e relativismo del sapere scientifico
Stando così le cose, si può ritenere filosoficamente valida la con- cezione
moderna della scienza e la nuova interpretazione della rela- zione tra scienza
e realtà, in termini di analogia (cioè di parziale cor- rispondenza tra teorie
scientifiche e mondo reale), perché si tratta semplicemente di un'applicazione
in un campo particolare (quello scientifico) dell'unica interpretazione
corretta del rapporto tra cono- scenza umana in generale e le cose materiali.
La nuova interpreta- zione sottrae definitivamente le scienze sperimentali al
pericolo al quale si sono trovate sistematicamente esposte in passato: il
pericolo di identificare il razionale col reale, lo scientifico col fisico, il
quan- titativo col qualitativo. Oltre che alla interpretazione dei rapporti tra
scienza e realtà, se- condo alcuni epistemologi (Maritain, Agazzi, Tonini,
ecc.) il concetto di analogia si addice perfettamente anche alla definizione
della no- zione di scienza. Questa non è una nozione univoca (che si applica
cioè esattamente allo stesso modo a tutte le scienze), bensì analoga. In
effetti il rigore e l'oggettività, che sono gli elementi specifici del sapere
scientifico, non si applicano allo stesso modo alle varie scienze, ma variano
da scienza a scienza: altro è il rigore e l’oggettività che si richiede nella
fisica, nella chimica, nell’anatomia, ecc. e altro il ri- gore e l’oggettività
che si esige in psicologia, sociologia, antropologia culturale, ecc.9 2.
Classificazione delle scienze e natura del sapere scien- tifico secondo gli
epistemologi contemporanei I primi risultati significativi di questa nuova
disciplina riguar- dano la matematica e la geometria, le quali non sono più
concepite come scienze reali, come rappresentazioni di situazioni obiettive,
bensì come costruzioni formali: come sistemi fondati su postulati scelti
arbitrariamente e costruiti con la tecnica della deduzione lo- gica delle
conseguenze che tali postulati comportano. Così, per opera di Hilbert,
Poincaré, Peano, Riemann, Frege, Russell e di altri stu- diosi, la matematica e
la geometria prendono coscienza della loro specificità come scienze del
possibile, distinte dalla fisica che è invece scienza del reale. Per quanto
concerne la fisica e le scienze sperimentali in ge- nerale si passa dalla
visione statica e meccanicistica ad una visione dinamica, probabilistica e
relativistica delle leggi della natura. Que- sto cambiamento fu motivato dalle
scoperte della entropia, della radioattività, della relatività, dei quanta,
ecc... In conseguenza di tali scoperte i concetti di uno spazio e di un tempo
assoluti come pure quelli di simultaneità persero ogni valore. L'idea dello
spazio curvo ‘ Cfr. E. AGAZZI, « Analogicità del concetto di scienza », in
Epistemologia e scienze umane, Massimo, Milano 1979, pp. 57-76. 44 prende il
posto dell'idea euclidiana dello spazio rettilineo; l’idea di rapporti
necessari di causalità è sostituita dall'idea di indetermi- nazione. Nelle
scienze della natura, all'inizio del Novecento, acquista ri- lievo una serie di
questioni filosofiche relative al carattere e alla fun- zione della conoscenza
sperimentale. Le scienze naturali non figu- rano più nel campo del sapere come
conoscenza assoluta e onnipo- tente, ma come una forma singolare di conoscenza,
con caratteri- stiche e limiti propri. Il suo campo è la quantità. In tal modo
la fisica guadagna un profilo matematico, relegando in secondo piano le
intenzioni ontologiche e gli elementi sensibili. Di qui la tendenza di ridurre
la conoscenza sperimentale a puri dati metrici e allo sche- ma relazionale di tali
dati. Questo sforzo di quantificazione e mate- maticizzazione della fisica
accentua i tratti che la distinguono sia dalla conoscenza ordinaria che da
quella filosofica. ‘Per quanto concerne la filosofia della scienza propriamente
detta, essa ha avuto uno sviluppo considerevole nel nostro secolo, dando
origine a tre movimenti principali: il neo-positivismo, l’interpreta- zione
metafisica e il razionalismo scientifico. I sostenitori più qualificati del
neopositivisnio sono Schlick, Wittgenstein, Carnap, Ayer e Russell. I
neopositivisti dividono le scienze in due grandi gruppi: a) quelle
logico-matematiche e b) quelle sperimentali. Le prime sono costituite da
proposizioni analitiche ossia tautologiche, mentre le seconde sono composte di
proposizioni fattuali. Le proposizioni lo- giche e matematiche, prive di
contenuto, non sono altro che regole per l'utilizzazione dei simboli e per
l'ordinazione delle proposi- zioni. 'Le proposizioni sperimentali o fattuali
sono quelle il cui conterfuto è verificabile empiricamente. In contrasto
radicale col neopositivismo si colloca la concezione metafisica della scienza.
Questa afferma che la scienza implica una metafisica e soltanto in questa trova
il suo ultimo fondamento. Se- condo tale concezione l’opera della scienza si
presenta o come la scoperta progressiva della realtà oppure come
l’automanifestazione dello spirito umano attraverso la ricerca scientifica. Nel
primo caso si tratta di una concezione metafisica realistica; nel secondo caso
di una concezione metafisica idealistica. Uno dei più autorevoli esponenti del
realismo metafisico è il francese Meyerson. Questi afferma che la scienza « non
è positiva e non contiene neppure dati positivi, nel senso pre- ciso che è
stato dato a questo termine da A. Comte e dai suoi se- guaci, ossia di dati
sprovvisti di qualsiasi ontologia. L'ontologia fa corpo con la scienza stessa e
non può esserne separata ».” È il reali- smo del senso comune, secondo
Meyerson, che si prolunga nella scienza senza soluzione di continuità. La
scienza, avanzando nella ? E. MEyERson, /dentité et réalité, Parigi 1926, pp.
438-439. 45 La filosofia della scienza oggi: — il neopositivismo: scienze
logico- matematiche e scienze sperimentali
la concezione metafisica: la scienza come automanifestazione dello
spirito il ‘“selettivismo soggettivo”’
di Eddington: attività spontanea dell'intelletto — il razionalismo scientifico:
la scienza come opera della ragione Esperienza e ragione: il ruolo direttivo
dell’eilemenio teorics direzione del senso comune, crea delle essenze il cui
carattere reale non solamente non viene eliminato ma si intensifica.
L'interpretazione metafisica idealistica della scienza ha avuto invece un
valido sostenitore nell’inglese Eddington. L'idea centrale di questo pensatore
è la « selezione », che egli stesso designa come « selettivismo soggettivo ».
Nella sua epi- stemologia l'idea di selezione occupa il posto che
nell’epistemologia realista detiene l’idea di astrazione. La selezione
corrisponde ad una attività del nostro intelletto, sorta spontaneamente e di
cui lo scien- ziato inglese si compiace di accentuare la soggettività. In tal
modo, al concetto di scoperta egli contrappone quello di creazione, intesa in
senso idealistico, come apprensione del proprio lavoro intellettivo
nell'universo. Fra le leggi fisiche, Eddington distingue quelle che egli chiama
« leggi epistemologiche ». La loro caratteristica peculiare è di essere
deducibili mediante il solo studio dei nostri metodi di osservazione. Queste
leggi necessarie, universali ed esatte costituiscono l'elemento a priori della
fisica e delle altre scienze sperimentali. Secondo un altro gruppo abbastanza
nutrito di autori la scienza è opera della ragione umana, una specie di
macchina creata da essa, di cui si tratta di riscoprire le strutture e le leggi
interne. Mentre l'interesse dell’interpretazione metafisica si rivolgeva alla
infrastrut- tura ontologica della scienza e quello del neo-positivismo ai suoi
contenuti in quanto tali, appresi nel loro grado massimo di cristalliz- zazione
oggettiva, lo sforzo del razionalismo scientifico, per contro, è teso a
chiarire il senso dell'opus rationale che costituisce la scienza. Principale
esponente di questa interpretazione è il francese Gaston Bachelard (1884-1962).
Secondo questo studioso la filosofia della scienza dei nostri giorni non può
accogliere né la soluzione rea- listica né quella idealistica, ma deve
collocarsi in una via di mezzo ira realismo e idealismo, in cui vengono
entrambi ripresi e superati: « un realismo che si è incontrato col dubbio
scientifico non può più essere della stessa specie del realismo immediato [...]
un razionali- smo che ha corretto i giudizi a priori, come è avvenuto nelle
nuove ramificazioni della geometria, non può più essere un razionalismo chiuso
».3 Nella sua gnoseologia, Bachelard pone la coppia esperienza- ragione alla
base di tutta la conoscenza umana. Non si tratta tuttavia di un condominio di
potenze eguali, perché l'elemento teorico si ma- nifesta con maggior forza. In
effetti è l'elemento teorico che svolge il ruolo direttivo: « Il senso del
settore epistemologico ci appare assai netto. Esso va certamente dal razionale
al reale e non, nell’or- dine inverso, dalla realtà al generale come
professarono tutti i filo- sofi da Aristotele a Bacone »/ ; Sd RSCHELARD, Le
nouvel esprit scientifique, 5° ed., Parigi 1949, pp. 2-3. Vi, p. 9. 46 Il
procedimento scientifico si configura, pertanto, come « rea- lizzante », in
quanto realizzazione del razionale e del matematico. È così che un certo
matematicismo si impadronisce del pensiero di Bachelard, fino alla dissoluzione
della realtà nella matematica, e il reale non si presenta più al limite che
come un caso particolare del possibile. In questo senso la posizione filosofica
di Bachelard si po- trebbe definire come un « razionalismo applicato », in cui
primeggia la direttrice che va dalla ragione all'esperienza e che corrisponde
alla supremazia della fisica- matematica. Mentre l’empirismo, secondo
Bachelard, è la filosofia della conoscenza volgare, il razionalismo ri- sponde
alle istanze della conoscenza scientifica. Anche Bachelard, come Gadamer e
l'ultimo Popper, ritiene che l'osservazione scien- tifica si realizza sempre
movendo da una teoria precedente e prepara- trice e non viceversa. Una
posizione analoga a quella del Bachelard è quella difesa da Karl Popper.
Anch'egli respinge decisamente l'empirismo in nome di una certa forma di
razionalismo. « L'epistemologia empiri- stica tradizionale e la storiografia
tradizionale della scienza — scrive K. Popper — sono ambedue profondamente
influenzate dal mito baconiano secondo cui l’intera scienza parte
dall'osservazione per poi lentamente e con cautela procedere verso le teorie
».!° Ma le cose non stanno così. Il primum {logico e genetico) nella costru-
zione della scienza sono i problemi e con essi le ipotesi, le conget- ture e
non le osservazioni. Noi osserviamo sempre da un punto di vista, sempre sotto
lo stimolo di un problema. Tutte le nostre cono- scenze sono risposte a
precedenti problemi. Noi acquistiamo le co- noscenze che si prestano a
risolvere i nostri interrogativi, i nostri problemi. Pertanto le teorie
scientifiche non sono cumuli di osser- vazioni, ma sistemi di azzardate e
temerarie congetture. La scienza è anzitutto invenzione di ipotesi;
l’esperienza svolge il ruolo di con- trollo delle teorie. Il controllo delle
teorie, la convalida delle proposizioni scienti- fiche, secondo Popper, non si
ottiene come vogliono i neopositivisti, direttamente, facendo ricorso alla
verifica sperimentale, bensì indi- rettamente mediante il processo della
fa/sificabilità. Questo criterio stabilisce che una teoria può considerarsi
scientifica soltanto se sod- disfa a due condizioni: a) essere falsificabile,
ossia poter venir smen- tita e contraddetta in linea di principio; b) non essere
ancora stata trovata falsa di fatto. Secondo Popper « una teoria che non può
venir confutata da nessun evento concepibile non è scientifica. L'in-
confutabilità di una teoria non è (come spesso si ritiene) una virtù, bensì un
vizio... Il criterio dello stato scientifico di una teoria è la sua
falsificabilità o confutabilità o controllabilità ».! Non la verifi- cabilità è
il criterio di demarcazione tra teorie empiriche e teorie non !° K. PopPER,
Conjectures and Refusations, 2* ed., Londra 1965, p. 137 {ora tradotta in
Italia dall”Ed. Il Mulino, Bologna). # K, PopPPER, Scienza e filosofia,
Einaudi, Torino, p. 130 s. 47 Il ‘‘razionalismo applicato”: — dalla ragione
all'esperienza — primato della fisica-matematica Popper: problemi- ipotesi e
congetture sono il “primum” logico e genetico Dal criterio di verificabilità al
processo di falsificabilità empiriche (per es., le metafisiche, le teologie
della storia, le utopie, ecc.), ma la loro falsificabilità. In effetti, una
legge scientifica non potrà mai essere completamente verificata, mentre invece
può essere totalmente falsificata. 3. Conclusione La nostra breve rassegna
delle posizioni degli epistemologi con- temporanei ha messo in luce come, anche
in questo nuovo settore della filosofia, la ragione umana non sia riuscita a
raggiungere una soluzione soddisfacente, su cui ci si possa trovare tutti
d'accordo. Anche nella filosofia della scienza si sono rinnovate le classiche
al- ternative: idealismo o realismo? razionalismo o positivismo? Nonostante la
persistente problematicità, il compito della filosofia è quello di non
arrestare mai il suo cammino di ricerca, ma di conti- nuare ad esprimere la
profonda esigenza dell'uomo di trovare una spiegazione radicale ed esauriente
ai suoi interrogativi. CONCETTI DA RITENERE — Epistemologia — Aspetto
connotativo; aspetto denotativo — Nozione di analogia; principio di
indeterminazione; criterio di falsifi- cabilità — Neopositivismo;
interpretazione metafisica; razionalismo scientifico SINTESI CONTENUTISTICA I.
IL PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA 1. Nel pensiero contemporaneo, sulla
scorta del positivismo di Comte, na- sce la filosofia della scienza, che si
interroga su: che cos'è la conoscenza scien- tifica? Qual è l’attività propria
dello scienziato? Di che natura sono le sue affer- mazioni? Che cosa egli
spiega? Qual è lo status logico delle leggi della scienza? 2. Nel tempo il
problema della scienza si è trasformato sia nell'aspetto connotativo
(significato del termine) sia nel campo denotativo (campo di ap- plicabilità).
3. Nel pensiero classico la scienza aveva per oggetto l'essenza delle cose
(Aristotele). Nel pensiero moderno l’oggetto divengono i rapporti costanti, le
leggi che legano i fenomeni tra loro (da Bacone a Newton). Nel pensiero con-
temporaneo si è ormai pervenuti alla convinzione che la scienza è una costru-
zione mentale dell'uomo per ordinare e semplificare i dati dell'esperienza
(Teil. hard de Chardin, Poincaré, ecc.). 4. Ne consegue un ridimensionamento
del valore del sapere scientifico a cui si attribuisce la nozione scolastica di
analogia, il principio di indetermina- zione di Heisenberg e il criterio di
falsicabilità. II. CLASSIFICAZIONE DELLE SCIENZE E NATURA DEL SAPERE
SCIENTIFICO SECONDO GLI EPISTEMOLOGI CONTEMPORANEI 1. Nel pensiero contemporaneo
si passa dalla visione statica della scienza alla visione dinamica,
probabilistica e relativistica. 48 2. All’inizio del ’900 le scienze naturali
si pongono come una forma singo- lare di conoscenza con caratteristiche e
limiti propri. 3. La filosofia della scienza nel nostro tempo si orienta in tre
direzioni: neopositivismo, interpretazione metafisica, razionalismo
scientifico: a) neopositivismo — distingue le scienze in logico-matematiche
(costituite da proposizioni analitiche o tautologiche) e in sperimentali (il
cui contenuto è verificabile empiricamente); b) interpretazione metafisica — si
configura in due orientamenti: 1) meta- fisica realistica: la scienza, che ha
il suo fondamento nella metafisica, è consi- derata come scoperta progressiva
della realtà (E. Meyerson); 2) metafisica idealistica: la ricerca scientifica è
automanifestazione dello spirito {A.S. Ed- dington); c) razionalismo
scientifico — preoccupato di chiarire il senso dell’« opus rationale » che
costituisce la scienza {G. Bachelard e Popper). QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Che cosa è l’epistenwologia e a quali interrogativi risponde? 2.
Oggi in che cosa si differenzia l'epistemologia dalla gnoseologia? 3.
L’epistemologia a quali movimenti ha dato origine? . 4. Nella cultura del
nostro tempo quale rapporto intercorre tra scienza e religione? 5. In che
misura il secolo XX ha promosso un progetto uomo finalizzato alla scienza? 6.
Quale rapporto intercorre oggi tra scienza e potere politico? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Epistemologia e scienze umane, Massimo, Milano . AA.Vv.,
Scienza e filosofia, Massimo, Milano 1980. AcassI J., Epistemologia, metafisica
e storia della scienza, Armando, Ro- ma 1978. 'ANTISERI D., Epistemologia e
didattica, L.A.S., Roma 1976. BALDINI M., Epistemologia e storia della scienza,
Città di Vita, Firenze 1974. BRAITHWAITE R.B., La spiegazione scientifica,
Feltrinelli, Milano 1966. FILIASI CARCANO P., Epistemologia delle scienze umane
e rinnovamento filo- sofico, Bulzoni, Roma . GEIMONAT L., /l pensiero
scientifico, Garzanti, Milano 1954. HEMPEL C.G., Filosofia delle scienze
naturali, Il Mulino, Bologna 1968. LecourT D., Per una critica
dell’epistemologia, De Donato, Bari 1973. NAGEL E., La struttura della scienza,
Feltrinelli, Milano 1968. PANNEMBERG W., Epistemologia e teologia, Queriniana,
Brescia 1975. PASQUINELLI A., Nuovi principi di epistemologia, Feltrinelli,
Milano 1974. Popper K.R., Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino
1970. VAN STEENBERGHEN F., Epistemologia generale, SEI, Torino, 1966. VERNEAUX
R., E pistemologia generale, Paideia, Brescia 1967. 49 La lingua umana
espressione della totalità della persona L’uomo-essere parlante IL PROBLEMA
LINGUISTICO (o filosofia della lingua) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Quale valore
ha la comunicazione nella vita della persona? Possiamo vivere senza comunicare?
Nella comunicazione quale posto occupano la conoscenza e l’amore? Esiste un
rapporto tra parola, persona e libertà? Caratteri della lingua La lingua è una
proprietà primaria, fondamentale dell’uomo, ed è inoltre una proprietà che lo
caratterizza nettamente nei con- fronti degli altri esseri di questo mondo,
viventi e non viventi. Anche gl’animali sono dotati di una forma elementare di
lingua, ma possono servirsene solo come strumento di sopravvivenza, per
segnalare agl’animali della stessa specie situazioni di vitale importanza, come
presenza di cibo, di pericolo, ecc. L'uomo, invece, adopera la lingua per scopi
e nei modi più svariati: come strumento di espressione di se stesso, dei propri
sentimenti, desideri, idee, per comunicare con gli altri, per descrivere le
cose, per domandare, per educare, per pregare, per cantare, come strumento di
lotta, di propaganda, di divertimento, ecc. L'uomo — scrive Heidegger — parla
sempre. Noi parliamo nella veglia e nel sonno. Parliamo sempre, anche quando
non proferiamo parola, ma ascoltiamo o leggiamo, ci dedichiamo ad un iavoro o
ci perdiamo nell’ozio. In un modo o nell'altro parliamo ininterrottamente.
Parliamo perché il parlare ci è connaturato. Il parlare non nasce da un
particolare atto di volontà. Si dice che l’uomo è per natura parlante, e vale
per acquisito che l’uomo, a differenza della pianta e dell'animale, è l'essere
vivente capace di parole. Dicendo questo non si intende affermare soltanto che
l’uomo possiede, accanto ad altre capacità, anche quella del parlare. Si
intende dire che proprio la lingua fa dell’uomo quell’essere vivente che egli è
in quanto uomo. La lingua costituisce un problema per i cultori di molte
discipline: per lo storico che cerca di conoscerne l'origine e lo sviluppo, per
il fisiologo che studia gli organismi interessati alla emissione dei suoni, per
lo psicologo che esamina l'incidenza del lin- ! M. HEIDEGGER, In cammino verso
il linguaggio, Mursia, Milano. guaggio sulla sfera del conscio e
dell'inconscio, per il logico che studia la lingua in vista di rimuovere da
esso oscurità e ambiguità e promuovere una sua intrinseca chiarificazione, per
il critico letterario che esamina lo stile che gli scrittori imprimono alla lingua,
per il sociologo che si interessa all’influsso della lingua sui movimenti
sociali, sulle dottrine, gli ideali, gli usi, i costumi di una società, ecc.
Per il filosofo la lingua fa problema quanto all'origine, alla natura, alla
funzione e al valore. Sono questi i punti della problematica linguistica che
prenderemo in esame nel presente capitolo e a questo scopo sarà opportuno
chiarire il significato di alcuni termini e di alcune distinzioni. Anzitutto lo
stesso termine lingua. Secondo una definizione molto comune per lingua si
intende ogni SISTEMA di SEGNI che può servire come mezzo di COMUNICAZIONE Esso
comporta, quindi, una struttura essenzialmente INTENZIONALE. In effetti la lingua
vuole SEGNALARE INTENZIONI, idee, sentimenti, cose, ecc. Si può dire a buon
diritto che la lingua è lo strumento ideale della intenzionalità essenziale
dell'uomo, che è un essere aperto e in continuo movimento, orientato verso
tutta la realtà che lo circonda e sovrasta. Tale apertura dispone alla
comunicazione, e la comunicazione si effettua principalmente mediante la lingua.
Altri termini che ricorrono spesso nel discorso linguistico sono lingua,
parola, significante, significato. Diversamente dalla lingua, la quale indica
la funzione generale della comunicazione, la lingua significa il sistema
linguistico usato d’una determinata società (lingua latina, italiana, greca,
russa, danese, inglese, ecc.). La lingua, pci, viene distinta a sua volta dalla
parola. La lingua è il sistema sovra-individuale di segni grazie ai quali gli
uomini possono comunicare tra di loro: il sistema secondo le regole stabilite
dalla grammatica e dalla sintassi e secondo i significati generali registrati
nel dizionario. La parola, invece, è la forina concreta ed individuale assunta
dal sistema, secondo i’uso di una determinata persona, secondo i significati
personali, soggettivi, emotivi da essa voluti. Abbiamo infine i termini
significante e significato. Il significante indica una realtà come essa è
denotata e strutturata dalla lingua, mentre il significato indica il modo
sempre parziale e storico in cui la lingua parlata attualizza il significante.
Per esempio “padre” è un significante che ha il proprio senso grazie alle
relazioni all’interno della costellazione familiare. Il significato rappresenta
l'attuazione di questo significante in un determinato discorso e in una cultura
determinata. LALANDE, Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano. 51
Origine, natura, funzione e valore della lingua La lingua come sistema
linguistico di una società Significante e significato: denotazione di una
realtà e sua attualizzazione storica Lingua: origine naturale o origine
convenzionale? La teoria evolutiva è la tesi odierna: onomatopea caso
convenzione Preminenza di parole onomatopeiche nelle lingue europee. Origine della
lingua Sulla questione dell'origine della lingua le soluzioni possibili, in
definitiva, sono due: o la lingua è stato ricevuto (dalla NATURA oppure da Dio
– Grice: “Use ‘God’ as exegetical device’), o è stato inventato dall'uomo
(imitando la natura oppure in un modo affatto convenzionale). Entrambe le
soluzioni hanno incontrato il favore di numerosi sostenitori sia nell'antichità
sia ai nostri giorni. Mentre però la prima soluzione è largamente seguita nel
passato, oggi trova pochi sostenitori. Secondo Humboldt, la lingua non può
essere stato inventato dall'uomo stesso, perché l’uomo è uomo soltanto mediante
la lingua, ora, per inventare la lingua, egli dovrebbe essere già uomo. Oggi,
però, la tesi più comune è che la lingua abbia avuto origine per evoluzione. Ma
ci sono modi diversi di interpretare questo evento. Alcuni ritengono che
l'evoluzione è stata determinata dall'’onomatopea. Altri invece assegnano la
parte principale al caso e alla convenzione. La teoria che la lingua nasce
formando suoni onomatopeici (ossia imitando suoni già esistenti in natura, per
esempio, il sibilo del vento, il mormorio dell’acqua, il canto degli uccelli,
ecc.) è già stata ventilata dal PORTICO e più tardi da Leibniz, ma fu proposta
per la prima volta in modo scientifico solo da Herder, il quale già nella sua
tesi di laurea afferma: Il primo vocabolario è costituito da suoni raccolti da
ogni parte del mondo. Da ogni natura emettente un suono si ricava il suo nome:
l’anima umana si vale di tali suoni quali segni per indicare le cose.
Recentemente la tesi dello Herder è stata ribadita con dovizia di argomenti da
BRUNI (vedasi). Secondo questo studioso, la tesi dell'origine naturale della lingua,
mediante l’onomatopea, è l’unica scientificamente sostenibile. I glottologi e
gli psicologi, che ritengono la lingua di origine naturale, hanno sempre
pensato che l’onomatopea sia stata la madre più feconda delle parole. Renan
afferma che nelle lingue semitiche, e specialmente nell'ebraico, la formazione
della onomatopea è sensibilissima per un grande numero di radici, e soprattutto
per quelle che hanno un carattere spiccato di antichità e di monosillabismo Del
parere di BRUNI (vedasi) è anche MERLO (vedasi). Questi afferma che le prime
parole create dall'uomo sono certo onomatopeiche, imitative dei suoni risonanti
al nostro orecchio; onomatopeiche sono le prime parole che il bambino crea e
che poi presto dimentica per le ereditarie. Il lessico delle lingue europee è
pieno di parole onomatopei- HuMmBOLDT, Ueber das vergleichende Sprachstudium,
ER CIUO H. ARENS, Sprachwissenschaft, K. Alber Verlag, Friburgo-Monaco » P.
IUS. 5 BRUNI (vedasi), L'origine della lingua, Studium, Roma. che; molte ne
conosce di sue proprie il lessico della lingua latina; e perché alle ereditarie
non sarebbero venute ad aggiungersene altre, e molte altre, in età latina
tarda, e nelle singole lingue romanze? Secondo moltissimi studiosi la lingua ha
origine convenzionale. È l’homo sapiens che escogita certi suoni per espletare
determinate operazioni. A questa teoria ha dato espressione autorevole il
Wittgenstein nelle sue Philosophical Investigatiovs. In quest'opera egli
sostiene che l'assegnazione di nomi alle cose è arbitraria così come è
arbitrario l'accordo sulle regole per fare un determinato gioco. La lingua
stessa è concepita da Wittgenstein come un gioco (Sprachspiel). Come esempio
del formarsi del gioco linguistico Wittgenstein cita il caso dell'accordo che
si stabilisce tra un muratore e un manovale a riguardo di un certo arnese.
Supponi che un arnese adoperato da un muratore per costruire porti un certo
segno, un'etichetta. Quando il muratore mostra al ma- novale il segno
(l'etichetta), il manovale gli porta l’arnese che porta quel segno. È press'a
poco in questo modo che un nome significa e viene assegnato ad una cosa. Si
rivelerà assai utile in filosofia ripetersi di tanto in tanto che denominare è
una operazione simile all’affibbiare un'etichetta ad una cosa ».? A nostro
giudizio queste due tesi sull'origine della lingua non sono necessariamente
contraddittorie, ma si possono integrare vicendevolmente. Dando per certo che
la lingua è un'invenzione dell’uomo e non un dono della natura o di un essere
superiore, ci pare che questa invenzione abbia avuto luogo inizialmente
mediante l'imitazione dei suoni emessi dagli animali e dalle cose. Così, per
designare il cane, si ripete il verso del cane; per designare il lupo, si
ripete il verso del lupo; per designare il vento, si ripete il rumore del
vento, e così per tante altre cose. Questa origine prima della lingua è
confermata dalla larga quantità di suoni onomatopeici presenti in tutte le
lingue. Ed è pure confermata dal modo con cui il bambino apprende a parlare,
imitando i suoni che sente dalla mamma. Su questa base onomatopeica l’uomo ha
in seguito manovrato con libertà e genialità, escogitando suoni nuovi, oppure
combinando in maniera diversa suoni vecchi (per es., automobile, televisione,
aeroplano, ecc.). Per questo motivo gran parte della lingua attualmente in uso
ha origine convenzionale. Condizioni essenziali della lingua La lingua
presuppone tre condizioni essenziali, tre costanti o componenti assolute: ?
Citato in ivi, p. 8. WITTGENSTEIN, Philosophical Investigations, n. 15. 53
L’“homo sapiens” e l'origine convenzionale: la teoria di Wittgenstein
Integrazione tra naturalismo e convenzionalismo Tre condizioni essenziali del
linguaggio: soggetto, oggetto, interlocutore Divisione dicotomica: conoscenza
et esistenza — soggetto che parla (e si esprime parlando); ; — oggetto di cui
si parla (e si rappresenta mediante la parola); — interlocutore a cui si parla
e al quale si vuole dare una comu- nicazione parlando. « È chiaro che ci sono
tre elementi in gioco: il parlante, l’ascol- tante o gli ascoltatori, e la comunicazione
che si stabilisce tra loro. Un noto psicologo ha riassunto questo triplice
aspetto del linguaggio in una chiara formula: dal punto di vista del parlante,
l'atto lingui- stico è un sintomo, un'indicazione di ciò ch'egli ha in mente;
dal punto di vista dell’ascoltatore è un segnale, che lo stimola ad una de-
terminata azione; dal punto di vista della comunicazione è un sim- bolo, un
segno cioè che sta per qualsiasi cosa il parlante intenda trasmettere ».° A
ragione, quindi, Macquarrie afferma che la lingua è un complesso di relazioni
fondate su tre termini: i tre termini sono ovviamente la persona che dice
qualcosa, la materia di cui si parla e la persona o le persone alle quali si
parla. È la lingua che fa da intermediario per la relazione triadica, anzi è
esso che la costituisce. Funzioni e valore della lingua iFino a qualche anno fa
si soleva presentare una divisione dico- tomica delie funzioni del linguaggio.
Vi si distinguevano, da una parte, una funzione descrittiva o conoscitiva o
denotativa o rappre- sentativa o simbolica, e, dall'altra, una funzione
emotiva, esisten- ziale o personale. Così Ogden-Richards, Carnap, Ayer,
Stevenson, e altri. Ultimamente però sono diventati sempre più numerosi gli
autori che propongono una divisione tricotomica, aggiungendo alie due funzioni
precederti quella comunicativa o intersoggettiva. Sono di questo parere
Schbkel, Polanyi, Barbotin, Ullmann e vari altri stu- diosi. Noi troviamo
quest'ultima divisione più giustificata della prima, in quanto essa risulta dalle
ire componenti essenziali costitutive del linguaggio, che abbiamo visto essere
ii soggetto che parla, ciò di cui si parla e ia persona alla quale si parla. Iì
linguaggio esercita una funzione diversa rispetto alle sue tre componenti: — ha
una funzione rappresentativa o descrittiva o denotativa ‘nei confronti
dell'oggetto; — ha una funzione espressiva o esistenziale o emotiva nei con-
fronti del soggétto; ? S. ULLMANN, La semantica, Il Mulino, Bologna 1966, p.
27. MACQUARRIE, Ha senso parlare di Dio?, Borla, Torino. — ha una funzione
comunicativa o intersoggettiva nei confronti della persona cui si dirige il
discorso. In connessione con la questione delle funzioni dei linguaggio si
affaccia anche la questione del suo valore, la quale, fra tutte le que- stioni
concernenti il linguaggio è quella oggi più assiduamente e vi- vacemente
dibattuta. Se ne occupano tutti i filosofi (sia gli esistenzia- listi che gli
strutturalisti, sia i neopositivisti che gli ermeneuti, sia i tomisti che i
marxisti) e anche i teologi e gli scienziati. ‘Le soluzioni di questa questione
sono molte e assai disparate. C'è chi assegna al linguaggio un valore puramente
strumentale. Questa è la soluzione tradizionale, tuttora largamente condivisa
dai neopositivisti, dagli analisti, dai tomisti, dai marxisti, e da tanti
altri. C'è invece chi gli assegna un valore fondamentale, di ordine
esistenziale. 4. Funzione descrittiva Una folta corrente filosofica del nostro
tempo, la corrente neo- positivistica e analitica ha riconosciuto valore conoscitivo
alla fun- zione denotativa (descrittiva, conoscitiva, oggettiva) e ha
proscritto come insignificanti e prive di senso le altre funzioni. Secondo tale
corrente, solo la funzione denotativa abilita l'uomo a raggiungere e a
trasmettere la verità. Questa funzione è svolta in modo eccellente dal
linguaggio scientifico, il quale è dotato della massima chiarezza, precisione e
oggettività. Qualsiasi altro linguaggio acquista più o me- no valore nella
misura in cui si conforma al linguaggio scientifico. La ragione dell'eccellenza
di quest'ultimo sta nella semplicità del suo criterio di significazione, che è
la verifica sperimentale, il quale prescrive di riconoscere significato
descrittivo soltanto a quelle pro- posizioni che sono traducibili in una catena
di dati sensitivi. La teoria dei neopositivisti e degli analisti inglesi ha
suscitato fortissime reazioni da parte di filosofi di tutte le scuole, i quali
han- no potuto provarne l'infondatezza appellandosi a vari argomenti, di cui i
principali sono i seguenti: a) ilcriterio della verifica sperimentale è un
postulato metafisico privo di qualsiasi fondamento, è una proposizione
metafisica sensa- zionale che si squalifica da sola perché è
inverificabile." " Ecco alcune critiche radicali al principio della
verifica sperimentale. «Il principio di verifica sperimentale significa ridurre
all’assurdità sia la conoscenza che il significato... Perché l'intenzione di
riferire al trascendente l'esperienza immediata è l'essenza della conoscenza e
del significato ». (LEVIS Experience
and Meaning, in Readings in Philosophical Analysis, P. . «Il principio della verifica è una dichiarazione
metafisica e, perciò, il positivismo logico deve essere considerato senza
significato ». (JoAD, A critique of Logical Positivism). Il principio di
verificabilità è una dichiarazione metafisica ‘sensazio- nale’ ». (WIspom,
Philosophy and psychoanalysis, Oxford). Cfr. anche: A.C. EwING, Meaninglessness
[CITATO DA H. P. GRICE, “MEANING” OXFORD SEMINAR], in Mind; MACQUERRIE, Ha
senso parlare di Di0?, cit. 55 Il vaiore del linguaggio: strumentale,
esistenziale Neopositivismo: valore conoscitivo e funzione denotativa Posizioni
critiche al neopositivismo Funzione espressiva e funzione comunicativa b) la
preferenza per il linguaggio scientifico è del tutto ingiusti- ficata, perché
ci sono molti altri linguaggi che per la esistenza uma- na sono altrettanto
importanti quanto quello scientifico, per es., il linguaggio ordinario, il
linguaggio etico, il linguaggio artistico, il linguaggio poetico, il linguaggio
mistico." c) la preferenza per la funzione descrittiva o conoscitiva del
lin- guaggio è la conseguenza di una tradizione intellettualistica e
razionalistica che è stata estremamente dannosa perché ha creato un'im- magine
distorta e depauperata dell'uomo.”* 4.2 Funzione comunicativa Da questi
argomenti risulta che non si può ascrivere valore sol- tanto alla funzione
conoscitiva ma si deve riconoscere anche l’im- portanza fondamentale che hanno
le altre funzioni, sia quella espres- siva, che quella comunicativa. Del resto
è abbastanza facile rilevare che il linguaggio umano non ha soltanto e neppure
principalmente valore a causa della sua fun- zione conoscitiva (descrittiva o
denotativa). La sua funzione princi- pale è infatti comunicativa e la
comunicazione, in moltissimi casi, non intende affatto offrire descrizione di
oggetti, cose, fenomeni, leggi della natura, ma affetti, sentimenti, desideri,
comandi. È soprattutto su questo punto che gli studi più recenti hanno gettato
nuova luce. Qui ci limiteremo a riferire alcuni risultati ac- quisiti dal
Barbotin nel suo saggio, profondo, ricco e illuminante, Humanité de l'homme. In
quest'opera egli mette in evidenza il valore comunicativo esistenziale e
prassistico del linguaggio. Il linguaggio è lo strumento privilegiato
della‘comunicazione, nonché della pre- senza e della socialità. L'uomo,
diversamente dalle cose che sono chiuse in e su se stesse, è aperto, si vuole
dare agli altri e dagli altri vuole ricevere; si vuole rendere presente... La
parola trasforma la nostra presenza puramente fisica e passiva — semplice
giustapposizione nello spazio — in presenza attiva che ci impegna
reciprocamente. «Io sono presente a me stesso nella misura in cui sono fuori di
me, in un movimento di donazione che mi rende libero. La parola, per la
precisione, è donatrice; al di là dei propositi, essa mira allo scambio dei due
« Io »; nella preghiera mi dono, mi consegno a Dio, mi getto nelle sue mani
»." Questo potere esistenziale della parola, questo potere di renderci
presenti agli altri, e gli altri a noi stessi è stato meravigliosamente rafforzato
dalle moderne scoperte della radio, del telefono, dei re- !? GADAMER, « Che
cos'è la verità », Rivista di filosofia. ) ! Cfr. ivi, pp. 253 ss.; RICOEUR,
Finitudine e colpa, Il Mulino, Bologna 4
E, BARBOTIN, Humanité de l'homme. 56 gistratori, ecc. Riuscire, oggi, a
registrare le voci di persone che ci sono care, oppure di personaggi importanti
modifica sensibilmente il salto, l'abisso della morte e i nostri rapporti con i
defunti: poter risentire la loro voce ci dà la sensazione che la morte non abbia
operato una separazione completa tra noi e loro. La funzione fondamentale del
linguaggio è quindi quella della comunicazione. Tuttavia dobbiamo dolorosamente
constatare che è una comunicazione che il linguaggio non ci consente mai di
realiz- zare pienamente. « La parola scambiata, dice bene Barbotin, mette in
comunicazione due persone tra di loro, essa risveglia, mantiene e consacra
l'apertura reciproca; ma allo stesso tempo conserva qual- cosa di
inesprimibile. E questo non è dovuto alla doppiezza, bensì alla ineffabilità
della persona, delle sue intenzioni, della sua libertà: la parola lascia
filtrare qualche raggio, ma ne conserva, per forza, se- greto il focolare.
Sempre ineguale rispetto a ciò che manifesta, la parola è di conseguenza
necessariamente molteplice — se fosse perfetta sarebbe invece unica — e provoca
nell'interlocutore interro- gativi a non finire; essa esaudisce lo spirito, ma
non lo sazia mai ».! Che il linguaggio abbia aspetti ambigui è cosa evidente ed
è stata ripetutamente rimarcata già dai filosofi dell'antichità, in par-
ticolare da Platone, Aristotele e Agostino. Esso è strumento di for- mazione
(educazione), ma si presta anche molto facilmente alla de- formazione e alla
corruzione, come rileva Socrate contro i Sofisti. In un capitolo celebre di
Sein und Zeit Heidegger ha mostrato come l’inautenticità degli individui è
dovuta soprattutto al linguaggio: la maggior parte degli uomini non pensa da
sé, non giudica con la pro- pria testa, non decide per proprio conto: ma pensa
giudica decide, ecc. secondo quanto sente dire dagli altri. 4.3 Funzione e
valore esistenziale Il linguaggio è importante non soltanto per la funzione
descrittiva e comunicativa, ma anche per la funzione esistenziale. Esso infatti
oltre che a descrivere oggetti e a comunicare sentimenti serve anche a
testimoniare agli altri e a noi stessi la nostra esistenza. Suppo- niamo, per
es., che uno si sia smarrito in una foresta oppure su una montagna. A chi
scrive capitò una volta scalando il Monte Rosa. Eravamo a quota 3.000 e, alle
dieci di sera, non eravamo ancora giunti al rifugio Quintino Sella. Era buio
fitto e ad un certo punto avevamo completamente smarrito la pista. Allora
abbiamo comin- ciato a gridare con la speranza che qualcuno dal rifugio ci
sentisse e ci fornisse qualche elemento per orientarci. In effetti fu così. Da
sopra ci risposero alcune voci d'uomo. Esse bastarono da sole a li- berarci
dall'angoscia e a restituirci fiducia in noi stessi e padro- 4 BARBOTIN, op.
cit., p. 141. Sui limiti del linguaggio vedi anche G. GuSsDORF, Filosofia del
linguaggio, Città Nuova, Roma, pp. 78-92. HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi,
Milano, pp. 140 ss. 57 La funzione fondamentale della comunicazione Parola e
determinazione dell’esistenza La densità esistenziale del nome Funzione del
nome nanza della montagna. Quelle voci improvvise invasero tutto lo ssa- zio
che stava intorno, conquistarone il mondo silenzioso delie cose e lo
trasformarono conferendogli un nuovo significato. Così avvenne che un universo
senza voci in cui ci trovavamo smarriti, divenne un universo in cui l'uomo
parla. Certo lo smarrimento non avviene soltanto là dove l'uomo non parla; in
certi casi ciò accade anche in luoghi dove sono troppi co- loro che parlano,
facendo fracasso e confusione. Eppure anche in questi casi, è di nuovo una
voce, una voce familiare che ci rassicura della nostra esistenza. Si pensi al
caso di un bambino che si smar- risce in mezzo alla folla... Basta che ad un
certo punto senta la voce del babbo o della mamma che lo chiama da lontano
perché riacquisti la serenità e la pace. Dunque la parola testimonia la mia
esistenza a me stesso e agli altri. E non si tratia di una testimonianza vaga,
indeterminata, gene- rica, ma determinata, precisa e qualificata. Infatti
quando sono adi- rato adopero un particolare tono di voce ed un certo tipo di
lin- guaggio, che sono del tutto diversi da quelli che uso quando insegno
oppure quando prego. Fare corrispondere perfettamente un certo linguaggio con i
vari modi di essere dei loro personaggi è una spe- cialità degli attori. Ma ciò
che questi ultimi sono in grado di fare per molti personaggi, noi lo facciamo
tutti i giorni per quel perso- naggio singolare che ciascuno di noi è
naturalmente. La parola acquista densità esistenziale soprattutto attraverso il
nome. Avere un nome significa possedere un'esistenza. Ma a causa della
pubblicità del nome, per mezzo di esso anche ia mia esistenza acquista una
certa pubblicità. Lo nota bene il Barbotin guando scri- ve: « Il nome è la
parola che mi rivela, mi esprime agli altri, aprendo loro l’accesso al mio
essere. Io non esisto veramente che per coloro che conoscono il mio nome;
l'anonimato, l’incognito sono alibi che aggiungono ai vantaggi della presenza
fisica in un determinato luogo il beneficio di una certa “assenza sociale”.
[...] Però, se il mio nome mi esprime agli altri, allo stesso tempo esso mi
consegna a loro, mi mette in loro potere. Dichiarando il mio nome, io rinuncio
a parte della mia autonomia; ormai gli altri mi dominano e mi posseg- gono. La
prima preoccupazione del direttore di un internato non è forse quella di
imparare il nome dei suoi ragazzi per controllare le iniziative e mantenere la
disciplina? I servizi di polizia non svolgono un'attività vigile per conoscere
i nomi e i molteplici soprannomi delle persone sospette e, in tal modo, poter
controllare i loro movi- menti? ».!” . Sta di fatto che il nome fa sempre da
sostegno alla propria pre- senza. Ovunque il nome di una persona è conosciuto,
pronunciato, ricordato, ha luogo la sua presenza intenzionale presso gli altri,
e soddisfa in qualche modo quel desiderio di ubiquità che è insito " E.
BARBOTIN, Op. cit., p. 155. 58 in ogni uomo. Ma oltre che a superare i limiti
dello spazio, il nome ci consente anche di scavalcare i confini del tempo: la
nostra presenza continua a perdurare anche dopo la morte, fintanto che il
ricordo del nostro nome permane vivo. Questo spiega il desiderio che noi tutti
abbiamo perché il nostro nome sia famoso, acquisti notorietà: è il nostro modo
di conquistare un'illusione di eternità. 5. Rapporto del linguaggio con. il
pensiero, con le cose e con gli interlocutori Passiamo ora a considerare la
questione del valore del linguag- gio dall'altro punto di vista: quello dei
suoi rapporti col pensiero, con le cose e con i due interlocutori. Al
linguaggio si assegna valore diverso a seconda del modo di- verso di come viene
concepito questo rapporto. C'è chi si preoccupa esclusivamente del pensiero;
altri invece si preoccupa soltanto degli interlocutori. Nell’analisi linguistica
la preoccupazione è centrata sulle cose; nell’esistenzialismo è centrata sul
soggetto pensante; nell'ermeneutica, nel personalismo e nello strutturalismo è
centrata sugli interlocutori. In tutti i tre casi si danno però due alternative
(e qualche volta anche tre). Per il rapporto pensiero-linguaggio, la soluzione
comune è di vedere nel linguaggio uno strumento subordinato e secondario del
pensiero. Oggi gli strutturalisti e gli ermeneuti tendono a sovvertire questo
rapporto e a mettere il pensiero al servizio e alle dipendenze del linguaggio.
La tesi di questi ultimi non può essere pienamente accolta, perché tutti
abbiamo esperienza di pensieri per i quali non riusciamo a trovare le parole
adatte per esprimerci. Tuttavia è una tesi che contiene della verità, in quanto
tra pensiero e linguaggio intercorre un rapporto assai profondo. Con un
linguaggio nitido an- che il pensiero guadagna in chiarezza e precisione.!
Anche per quanto concerne i rapporti tra linguaggio ed essere ci sono due
opposte tendenze. Generalmente al linguaggio si rico- nosce valore semantico,
indicativo, segnalatore dell'essere. Oggi strutturalisti ed ermeneuti vogliono
ascrivere al linguaggio una den- sità ontologica molto più profonda: l’essere
trova la sua manifesta- zione nel linguaggio; soprattutto l'essere dell’uomo ha
il suo soste- gno, il suo modello nel linguaggio. Anche a questo proposito ci
pare di non poter accogliere la secon- da tesi integralmente perché, se seguita
fino in fondo, essa sfocia inevitabilmente in una nuova forma di idealismo;
tuttavia è una tesi ! Ivi, pp. 133-144, 59 Il rapporto linguaggio-pensiero La
subordinazione del linguaggio al pensiero Linguaggio e intersoggettività: due
tesi opposte che contiene anche un importante nucleo di verità: essa esprime il
carattere storice e creativo dell’uomo.! Quanto al terzo tipo di rapporti,
quelli fra linguaggio ed interlo- cutori, si danno anche qui due tesi opposte:
una che afferma il valore capitale del linguaggio per l’intersoggettività,
valore tanto più grande in quanto oggi si vede nell'uomo un essere essenzial-
mente intersoggettivo; oggi la persona umana non è intesa in chiave
egocentrica, cartesiana, ma in chiave sociale. L'altra tesi assegna uno scarso
valore intersoggettivo al linguaggio, in quanto muove da una concezione
egocentrica, angelicata dell’uomo. Noi riteniamo che il linguaggio abbia
effettivamente importanza capitale per la funzione intersoggettiva. Tale
importanza risulta da quanto è stato detto in precedenza sulla funzione
comunicativa del linguaggio. Ma essa risulterà ancor più evidente in seguito,
quando ci occuperemo del problema politico e sociale e vedremo che il lin-
guaggio costituisce il mezzo necessario, principale ed ideale per rea- lizzare
la socievolezza umana. CONCETTI DA RITENERE Linguaggio; lingua; parola
Significato; significante Origine naturale, convenzionale, evolutiva;
onomatopea Soggetto; oggetto; interlocutore Sintomo; segnale; simbolo Funzione
descrittiva, emotiva, comunicativa SINTESI CONTENUTISTICA CARATTERI DELLA LINGUA
Proprietà primaria e fondamentale dell'uomo che lo distingue dagli altri esseri
viventi per l’uso che ne fa, in ordine a scopi e modi diversi. La lingua è uno
degl’elementi che costituisce l'uomo in quanto uomo. Esso ha una struttura
intenzionale che lo fa mezzo della comunicazione degli uomini tra loro. Esiste
una distinzione tra lingua (funzione generale della comunicazione), lingua
(sistema linguistico usato da una determinata società) e parola (forma concreta
e individuale assunta dal sistema linguistico). Differenza tra i termini
significante e significato. Il significante indica una realtà come è denotata
dalla lingua; il significato indica il modo parziale e storico in cui la lingua
parlata attualizza il significante. ORIGINE DELLA LINGUA. Tre ipotesi: origine
naturale (tesi ormai abbandonata); origine convenzionale; origine evolutiva
(tesi più comune oggi). La prima ipotesi annovera tra i suoi sostenitori
Humboldt, Herder, BRUNI (vedasi) e MERLO (vedasi) che attribuiscono al-
MANCINI, Lingua e salvezza, Vita e Pensiero, Milano. l'onomatopea la maternità
delle parole. La seconda è autorevolmente espressa da Wittgenstein: la lingua è
un gioco di cui l’uomo ha stabilito le regole. Come terza ipotesi si può dire
che oggi l’azione creativa e libera dell’uomo sull'onomatopea ha prodotto una
lingua convenzionale che può essere chiamato evolutivo. CONDIZIONI
TRASCENDENTALI DELLA LINGUA I trascendentali o costanti della lingua sono: il
soggetto che parla l'oggetto di cui si parla l'interlocutore a cui si parla
L'atto linguistico dal punto di vista: del soggetto è un sintomo, dell'oggetto
è un segnale, dell'interlocutore è un simbolo. La lingua è l'intermediario di
una relazione triadica. FUNZIONE E VALORE DELLA LINGUA Si sono delineate tre
connotazioni delle funzioni del linguaggio: la funzione descrittiva (o
conoscitiva, denotativa, rappresentativa, simbolica); la funzione emotiva (o
esistenziale, personale); la funzione comunicativa o inter-soggettiva. RAPPORTI
DELLA LINGUA COL PENSIERO, COLLE COSE E COGLI ‘INTERLOCUTORI (Alla lingua s’assegna
valore diverso in relazione al rapporto nel quale viene colto: rapporto
pensiero-lingua: la lingua è uno strumento subordinato e secondario del
pensiero; rapporto pensiero-cosa: in genere s’attribuisce alla lingua un valore
semantico; oggi strutturalisti e ermeneuti considerano la lingua una
manifestazione dell'essere; rapporto lingua-interlocutore: importanza
fondamentale della lingua per l'essere umano inteso come essere inter-soggettivo;
scarsa importanza della lingua per l'essere umano inteso in senso egocentrico.
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Quali delle diverse forme della lingua
umana sembrano predominare nella nostra cultura? In quale misura la lingua
identifica l’uomo come essere di relazione? Che cosa si intende per lingua,
parola, significante, significato? Quali sono le principali teorie sull'origine
del linguaggio? Quali sono gl’elementi costitutivi, essenziali, trascendentali
della lingua? Quali sono le principali funzioni della lingua? Quale rapporto è
possibile stabilire tra lingua e concezione dell'uomo? Che rapporto intercorre
tra pensiero, lingua e cose? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ANTISERI (vedasi)., La
filosofia del iinguaggio, Morcelliana, Brescia. BENVENISTE, Problemi di
linguistica generale, Il Saggiatore, Milano. BERRUTO (vedasi), Nozioni di
linguistica generale, Liguori, Napoli.
BRUNI (vedasi), L'origine della lingua, Studium, Roma. CASTELFRANCHI
-PARISI, Lingua, conoscenza e scopi, Il Mulino, Bologna.
CoRrRapI-FIUMARA-GEMMA, Funzione simbolica e filosofia della lingua,
Boringhieri, Torino. Guspore (vedasi), La filosofia della lingua, Città Nuova,
Roma. GALIMBERTI, Lingua e civiltà, Mursia, Milano. HEIDEGGER, In cammino verso
la lingua, Mursia, Milano. HEILMANN Corso di linguistica teorica, Celuc Libri,
Milano. Linsky L., Semantica e filosofia della lingua, Mondadori, Milano.
Lyons, Introduzione alla linguistica teorica, Laterza, Bari. M., La lingua
teologica, Paoline, Roma. PracET J., Lo strutturalismo, Il Saggiatore, Milano.
RoBINS, Storia della linguistica, Il Mulino, Bologna. ULLMANN, La semantica, Il
Mulino, Bologna. WARTBURG WALTER VON-ULMANN, Problemi e metodi della
linguistica, Il Mulino, Bologna. IL PROBLEMA COSMOLOGICO QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. Il mondo ha un'origine e uno scopo? Quali? 2. È possibile
individuare la struttura dell'universo? In quale imaniera? ‘i. Problematicità
dell’universo L'universo è una realtà problematica sotto molteplici aspetti: la
sua origine, i suoi elementi costitutivi fondamentali, la sua durata, il suo
fine ultimo. La branca del sapere che si occupa della costitu- zione
dell'universo per definirne la forma e le leggi che lo gover- mano, viene
denominata cosmologia {dal greco kosmos,! che significa ordine, mondo e logos =
discorso); quanto riguarda la sua origine e il suo fine ultimo viene invece
studiato dall'ontologia e dalla tsleologia. i Intorno all'universo e in ordine
alla soluzione dei suddetti pro- blemi si può fare un duplice discorso,
scientifico e filosofico. Nel primo caso si propone una descrizione dei
fenomeni, specialmente nelle loro relazioni d'insieme e nel loro divenire,
interpretandoli se- condo criteri logici, tendenti a stabilire tra loro un
ordine, una struttura, una legge di conservazione e di evoluzione. Nel secondo
si presenta un’interpretazione generale dei fenomeni dell'universo, nella loro
natura essenziale, nelle loro proprietà, nel loro ultimo fondamento. Questa
distinzione tra discorso scientifico e filosofico è una con- quista piuttosto
recente del pensiero umano. Essa è divenuta possi- bile soltanto col sorgere
delle scienze sperimentali, vale a dire du- rante il secolo XVII. Prima si
consideravano le ricerche dei metafisici e gli studi degli astronomi e dei
fisici come facenti parte d'una unica grande disciplina, la filosofia. ‘ Il
termine kosmos ìn greco indica ìn senso proprio l'armonia universale regolata
da leggi precise e inviolabili. Contrapposto al termine kaos, che nella
mentalità dei Greci era espressione non solo di disordine indifferenziato, ma
anche di tutto ciò che contiene in sé la forza del negativo, il kosmos rap-
presentava per gli antichi tutto ciò che è positivamente conforme alla volontà
degli dèi e che è pertanto vita e bene. 63 La cosmologia studia la costituzione
dell’universo {forma e leggi) Discorso scientifico e discorso filosofico Una
soluzione mitica ai primi interrogativi sul cosmo Il problema dell’uno e del
molteplice in Talete 2. La cosmologia nel pensiero occidentale Il problema
cosmologico è uno dei primi che la mente umana si sia posto. Appena ha
acquisito il potere di riflettere, l'uomo ha cominciato ad interrogarsi
sull'origine delle cose: qual è la loro causa ultima? e in che modo tale causa
ha prodotto tutto il comples- so sistema dell'universo? Qual è il costitutivo
fondamentale del mondo? A questi interrogativi gli uomini hanno cercato di dare
una ri- sposta molto tempo prima di scoprire gli strumenti logici di ricer- ca
propri della filosofia, servendosi degli strumenti espressivi del mito.
Documenti preziosi di alcune spiegazioni cosmologiche di caratte- re mitico
sono i poemi di Omero e Esiodo. Nelle loro opere l’uni- verso è considerato
come una grande città, di cui fanno parte oltre gli uomini anche gli dei. Come
la città così l'universo sta sotto il governo di un grande monarca. Tutto ciò
che accade nel mondo è opera sua e degli altri dei; tutti i fenomeni naturali
sono promossi dai numi: i tuoni e i fulmini sono scagliati dall'alto da Zeus, i
flutti del mare sono sollevati dal tridente di Poseidone, i venti sono so-
spinti da Eolo, e così di seguito. Nella sua Teogonia Esiodo ha fissato con
precisione il quadro cosmico, entro cui in seguito si muo- verà la spiegazione
cosmologica dei filosofi. Secondo la spiegazione esiodea della genesi
dell'universo, dapprima si generò il Caos, poi si generò Gea (ossia la Terra),
nel cui ampio seno sono tutte le cose. Nella profondità della Terra si generò
il Tartaro buio, e, da ultimo, Eros (l’amore) che, poi, fece generare tutte le
altre cose. Talete, vissuto a cavallo tra il VII e VI secolo avanti Cristo, è
il primo pensatore che si domanda espressamente e sistematica- mente: « Qual è
la causa ultima, il principio supremo di tutte le cose? », e che per rispondere
a tale interrogativo non fa ricorso a raffigurazioni mitiche ma si vale di
concetti filosofici. Talete si domanda se, nonostante l’esperienza, la quale ci
pre- senta il quadro impressionante di una molteplicità infinita di fe- nomeni
apparentemente irriducibili, sia possibile derivare la realtà da un unico
principio supremo. È un problema colossale che oltre- passa i confini della
cosmologia ed invade il terreno della stessa metafisica: il problema dell'uno e
del molteplice, problema che tormenterà i filosofi d'ogni tempo. A questa
domanda ardita ed im- pegnativa, Talete offre una risposta ingenua e
rudimentale. Gli sembra che tra i quattro elementi che il buon senso considera
pri- mordiali e costitutivi d'ogni cosa, l’acqua abbia una priorità sugli
altri. E conclude che l'acqua è il principio da cui traggono origine tutte le
cose. Dall'acqua per condensazione deriva la terra, per rare- fazione derivano
l'aria e il fuoco. ? Cfr. B., MONDIN,, vol. I, pp. 39-40. 64 Più che come una
città, alla stregua di Omero e Esiodo, Talete concepisce il mondo come una
casa. In questa casa c'è movimento, c'è mutamento, c'è caldo e freddo, fuoco e
umidità, c'è fuoco al centro, e su di esso una marmitta con acqua. La casa è
esposta ai venti e alle correnti; ma è una casa e questo significa sicurezza e
stabilità. Per tre secoli il problema cosmologico conserva l'impostazione che
gli aveva data Talete, un'impostazione ambigua, in cui il pro- blema metafisico
del principio supremo d’ogni cosa si confonde col problema cosmologico
dell'origine e della strutturazione di questo mondo. La distinzione tra
problema metafisico e problema cosmologico viene finalmente percepita e
lucidamente formulata da Platone. Questi distingue due piani di realtà, uno di
ordine fisico (che è quello di questo mondo materiale) e l’altro di ordine
metafisico: è il piano delle idee. Della origine e strutturazione del mondo
mate- riale egli presenta una famosa spiegazione nel Timeo. Il mondo è stato
prodotto dal Demiurgo. Questi contemplando le Idee (ossia prendendo le Idee
come modelli), assistito e coadiuvato da altre Potenze, plasma la materia
informe, facendole assumere quelle qua- lità e caratteristiche che sono proprie
degli esseri che popolano questo mondo. Portata a compimento la formazione del
mondo, il Demiurgo vi infonde un'anima universale, la quale ha la funzione di
conservare in vita il mondo, senza bisogno di un continuo inter- vento da parte
del Demiurgo? Aristotele, in Metafisica, compie un esame ancora più approfon-
dito del problema cosmologico, almeno per quanto concerne l’aspet- to della
natura essenziale delle cose materiali e del loro divenire. Secondo Aristotele
il mondo non ha né origine né fine: è eterno. Ma non è affatto immobile,
statico, perché il divenire è uno dei suoi tratti più caratteristici. Ma a che
cosa è dovuto questo perenne divenire? C'è anzitutto una causa estrinseca: la
tensione delle cose verso il loro ultimo traguardo, Dio. Ma c'è anche una causa
intrinseca: la costituzione stessa delle cose materiali, le quali sono composte
di materia e forma. La materia è di natura corruttibile ed è quindi la ragione
intrinseca del continuo succedersi di nuove forme sulla sce- na di questo
mondo. La materia è inoltre il fondamento ultimo del- l'estensione e quindi
dello spazio. Invece il divenire è la ragione pro- fonda del tempo. Da parte
sua la forma è la ragione della distinzione delle cose in molte specie diverse.
Le specie fondamentali secondo Aristotele sono quattro, e, di conseguenza, quattro
sono anche i grandi regni degli esseri terrestri: minerale, vegetale, animale e
uma- no. Particolarmente interessante ed acuta è l’analisi condotta da
Aristotele intorno al divenire, di cui distingue e definisce quattro tipi
principali: quantitativo (crescita e diminuzione), qualitativo * PLATONE,
Timeo, 5 ss. 65 Platone e le due realtà: fisica e metafisica Aristotele e la
sua concezione sulla costituzione del cosmo: materia, divenire, forma
L'esistenza e la perfezione del Movente immobile La concezione atomista di
Democrito ed Epicuro Agostino e Tommaso: la temporalità del mondo e la sua
eternità (alterazione di qualità), sostanziale (generazione e corruzione) e lo-
cale (spostamento da un luogo ad un altro).* Ma come s'è detto, secondo
Aristotele, il divenire delle cose non ha soltanto una causa intrinseca ma
anche una estrinseca: le cose divengono per un fine ed è appunto il fine che le
induce a trasfor- marsi, ad acquisire ulteriori gradi di realizzazione. Ciò
porta Ari- stotele a riconoscere l'esistenza di un Movente immobile, che pro-
voca tutti i fenomeni, tutte le generazioni, tutti i movimenti di questo mondo.
Aristotele deduce la necessità del Movente immobile continuando la sua analisi
del divenire. Si deve dare un movente in ogni forma di divenire perché il
soggetto del divenire, non può darsi da sé ciò che non ha: « Tutto ciò che è
mosso, è mosso da un altro ». Dalla esistenza delle varie forme di divenire e
di movimento esistenti nel mondo Aristotele deduce l'esistenza di un Movente
immobile, non subordinato a nessun genere di movimenti, causa im- mediata del
movimento totale dell'universo, e causa mediata di tutti i movimenti
particolari. Il Movente immobile è, secondo Aristotele, eterno, unico, del
tutto immobile cioè talmente perfetto da non essere suscettibile di qualsiasi
perfezionamento; inesteso non però come sono inestesi di natura loro la materia
o i punti, ma perché superiore a tutto il mondo della materia e
dell'estensione. Una concezione profondamente diversa e sotto molti aspetti con-
traria a quella di ‘Platone e di Aristotele hanno sviluppato alcuni loro
contemporanei, detti atomisti, i cui massimi esponenti sono Democrito ed
Epicuro. Secondo questi filosofi il mondo è composto di una moltitudine
infinita di atomi o elementi fisicamente invisibili, a causa della piccolezza
delle loro dimensioni. Queste particelle si muovono nel vuoto e unendosi
producono la nascita dei corpi e se- parandosi la distruzione. Fino a questo
punto Democrito ed Epicuro sono perfettamente d'accordo. Divergono invece nella
maniera di concepire il moto degli atomi. Mentre secondo Democrito tale moto
assume una direzione rettilinea, Epicuro ritiene che per spiegare il mutamento
e la combinazione degli elementi tra di loro occorre concepire il moto come
passibile di deviazioni spontanee (clinamen): è proprio grazie a tali
deviazioni che gli atomi danno origine a com- binazioni così molteplici e
diverse, quali noi osserviamo in questo mondo I pensatori cristiani per
spiegare la struttura intrinseca delle co- se materiali di solito si rifanno
alla dottrina aristotelica; mentre in- vece per spiegare l'origine del mondo
ricorrono alla nozione biblica di creazione: il mondo è scaturito dal nulla per
volontà di Dio. Ma quando è stato creato questo mondo? Per rispondere a questo
in- terrogativo gli autori cristiani hanno avanzato due soluzioni: una fa capo
ad Agostino ed è quella più comune; l'altra è quella di Tom- 4 Cfr. B. MONDIN,
vol. I, pp. 129-133. 5 Ivi, pp. 134-136. 6 Ivi, pp. 52-54; 174-177. 66 maso
d'Aquino. Secondo il Vescovo di Ippona il mondo è stato creato nel tempo, così
vuole la Scrittura e così esige anche la natura contingente e mutevole delle
cose materiali. Invece secondo l’Aqui- nate, in linea di principio (vale a dire
assolutamente parlando senza tener conto di quanto la ragione umana ha
acquisito dalla Rivelazione) non si può escludere l’esistenza eterna del mondo,
in quanto Dio ha potuto crearlo da sempre.” L'epoca moderna si apre con uno
spiccato interessamento per il problema cosmologico. L'’Umanesimo e il
Rinascimento sono carat- terizzati appunto da un interesse straordinario per il
mondo, per la natura. Gli uomini del Quattro e Cinquecento (Cusano, Telesio,
Pico della Mirandola, Ficino, Bruno, ecc.) sono incantati, abbagliati dalla
bellezza, grandezza, fecondità, potenza della natura e su di essa ap- puntano
il loro sguardo indagatore. Ma le loro spiegazioni di so- lito, sono pure
fantasticherie, che non possono vantare maggiore solidità di quelle di alcuni
pensatori greci, dai quali traggono ispi- razione. Eppure, ciononostante, le
loro ipotesi costituiscono il pro- logo essenziale allo sviluppo di una nuova
cosmologia, la quale assu- me la veste di ricerca scientifica anziché quella di
indagine filo- sofica.? Già con Galilei non ci si interessa più delle essenze
delle cose materiali e delle loro cause ultime, ma si concentra tutta
l’attenzio- ne sui fenomeni e sulle leggi che li regolano. Sono soprattutto le
leggi che contano. Si tratta di una rivoluzione che ha prodotto copiosi frutti.
Un po’ alla volta, per merito di Galilei, Keplero, Newton, Lavoisier, Einstein
e tanti altri, l'indagine scientifica è riuscita, almeno in parte a dipanare la
complessa voluminosa ed intricata matassa delle leggi che regolano i fenomeni
dell’universo. Tutte le cosmologie antiche, quella egiziana, babilonese e gre-
ca, mettevano sempre al centro dell'universo la Terra, circondata e sostenuta
da un oceano e sopra la volta del cielo. Nel secondo secolo dopo Cristo, il
matematico ed astronomo alessandrino Tolo- meo Claudio rielaborò tutti i
risultati delle ricerche precedenti e sviluppò un complesso sistema
geocentrico, basato su una serie di circonferenze, in cui la Terra era al
centro ed il sole e la luna le giravano intorno, mentre gli altri corpi celesti
avevano dei percorsi eccentrici. Questo sistema fu accettato per oltre un
millennio, sino a che Niccolò Copernico non elaborò il suo sistema
eliocentrico, nel 1507, secondo cui i pianeti si muovono intorno al sole su
orbite com- plementari. Si deve soprattutto agli studi di Galilei la diffusione
del sistema copernicano. Un altro elemento caratteristico della cosmologia
moderna trae origine da Galilei: il meccanicismo. Applicando allo studio
dell’uni- ? Ivi, pp. 221-223; 285. * B. MONDIN, vol. II, pp. 48-50. 67 Il naturalismo
della cultura rinascimentale Il cammino verso la scienza: da Galilei ad
Einstein Il ‘‘meccanicismo’’ di Galilei Teoria cinetica e teoria molecolare:
movimento perpetuo e struttura atomica I corpi celesti e la distanza infinita
Teoria stazionaria e teoria evolutiva: creazione continua ed esplosione
originaria verso il metodo matematico, come aveva insegnato Galilei, i filosofi
e gli scienziati moderni non si interessano più delle qualità e delle forme, ma
guardano esclusivamente alla quantità e ai numeri. Viene in tal modo a cadere
la spiegazione vitalistica delle cose di questo mondo: le piante e gli animali
non svolgono determinate attività perché sarebbero dotati di un'anima ma
semplicemente perché sono forniti di elementi fisici capaci di svolgere
movimenti più o meno complicati Il meccanicismo peraltro non è mai riuscito a
sradicare il vitali- smo, il quale conta anche oggi molti validi sostenitori. È
comunque al meccanicismo che si ispirano alcune importanti ipotesi scientifiche
dell'ultimo secolo, come la teoria cinetica e quel- la molecolare. La teoria
cinetica constata un perpetuo movimento disordinato delle particelle dei gas,
tanto più rapido quanto maggio- re è la temperatura. In quésto disordine si
possono tuttavia applicare le leggi del calcolo delle probabilità, e trovare
delle relazioni tra grandezze macroscopiche direttamente misurabili. Secondo la
teoria molecolare la struttura della materia risulta da un'aggregazione di
atomi, tutti di una specie se si tratta di un corpo semplice, di tante specie
diverse quanti sono i componenti semplici, se si tratta di un composto o di un
miscuglio. Di ciascuna specie di atomi si conosce esattamente il peso,
indicabile con H per l'idrogeno, 238 H per l’ura- nio, ecc. 3. La cosmologia
nel secolo XX In questo secolo, grazie allo sviluppo di nuovi strumenti di ri-
cerca, è stato possibile penetrare sempre più a fondo nel cuore della materia e
individuarne gli elementi costitutivi più minuscoli, come le molecole, gli
atomi, gli elettroni, ecc. Anche del più piccolo organismo vivente, la cellula,
si è riusciti a decifrare in larga misura la complessa e meravigliosa
struttura. Dal lato opposto lo sguardo umano, sospingendosi sempre più lontano,
è riuscito a raggiungere corpi celesti che si trovano ad una distanza pressoché
infinita dalla terra. In tal modo l’uomo ha acquistato una coscienza più acuta
della vastità e della complessità dell'universo che lo circonda, un universo di
cui gli riesce sempre più difficile cogliere le ragioni del suo inizio, il
tempo della sua durata e il momento della sua fine. Per risolvere questi
problemi enormi oggi si avanzano varie ipotesi: le più note sono quella
stazionaria e quella evolutiva. Secondo la teoria stazio- naria, oggi meno
accettata, vi è una creazione continua di materia, che mantiene l'universo ad
una densità costante, nonostante la sua espansione, che si desume dall'ipotesi
del moto di allontanamento * Ivi, pp. 107-110; 143. 68 delle galassie. Secondo
la teoria evolutiva, vi fu un’esplosione origi- naria in un universo
superdenso, il cosiddetto « big bang », circa 10 o 12 miliardi di anni or sono.
Oggi comunque la parola definitiva è affidata alla ricerca che si vale di
strumenti sempre più perfezionati. Ma a parere di molti filosofi e scienziati
moderni, i quali riten- gono valida la distinzione kantiana tra realtà
fenomenica e realtà noumenica, cioè pensata, non è possibile trovare una
risposta con- clusiva agli interrogativi ultimi della cosmologia (origine del
mondo per creazione o per caso, durata finita oppure infinita, estensione li-
mitata oppure senza limiti, movimento teleologico oppure necessario, ecc.), in
quanto ad ogni tesi è possibile contrapporne un'altra di segno contrario. Ma
qui sono la natura e il valore della ragione umana e più spe- cificamente della
speculazione filosofica che sono chiamati in causa. E qualora si rifiuti di
accogliere la prospettiva kantiana, e si ascriva alla ragione il potere non
solo di cogliere i nessi tra i fenomeni ma la verità stessa delle cose, allora
si può anche ritenere che il pre: blema cosmologico non sia un problema
insolubile. A nostro avviso esiste una filosofia in grado di fornire una
risposta valida anche a questo difficile problema: è la filosofia dell'essere.
Questa filosofia (lo vedremo meglio nel capitolo dedicato al problema
ontologico) muove dalla « intuizione » del valore infinito della per- fezione
dell'essere e dalla constatazione che nel mondo tale perfezio- ne si realizza
sempre e soltanto in modi limitati. Ora, la finitudine e contingenza dell'essere
di tali modi, ossia delle cose dell'universo, fanno comprendere l'esigenza
della realtà di un Essere infinito, che ne segni l'origine e lo mantenga in
vita, la necessità d'un Incondizio- nato che regga tutta la serie delle
condizioni. Pertanto l'universo trae origine da Dio. Questi lo genera compiendo
un atto singolare, che nessuna creatura può compiere, l'atto della creazione.
Crea- zione significa la produzione di una cosa che prima non era in nessun
modo, né in se stessa né nella potenza d'un soggetto (o ma- teria). Il termine
« creazione » quindi evidenzia la totale inesisten- za dell'universo prima
della sua produzione da parte dell'Essere sussistente; esso pone l'accento sul
nulla del punto di partenza rispetto all'oggetto, l'universo. Con l’atto creatore
l'Essere sussi- stente comunica il suo essere all'universo. Il suo è un dono
del tutto straordinario, perché dal suo darsi nasce la realtà dell'universo là
dove prima c'era soltanto il puro nulla. Il termine « creazione » pone quindi
l'accento sull'inizio dell'universo, punto di partenza che è tutto nell'Essere
sussistente, nella sua generosa dedizione, una dedizione che non ha nulla a che
vedere né con l’emanazio- ne necessaria dei neoplatonici, né con l'alienazione
dell'Assoluto degli idealisti. Si tratta però, ovviamente, di una comunicazione
limitata. L'Essere sussistente non crea un altro essere sussistente, !° J. DE
FINANCE, Existence et liberté, Vitte, Paris 1955, pp. 152-207. 69 La risposta
della filosofia dell'essere L’atto creativo dell’Essere sussistente (Dio)
Insoluto il problema cosmologico della durata ma un ente contingente. Per
questo motivo l'universo non eguaglia la perfezione di Dio e tanto meno si
identifica con la sua realtà. Esso semplicemente partecipa alla perfezione
dell'Essere sussistente, os- sia possiede in modo particolare, limitato,
imperfetto, quella perfe- zione che nell’Essere sussistente si attua in modo
totale, illimitato e perfetto. C'è tuttavia una tensione permanente nel modo di
fare ritorno alla sua prima sorgente, all'Essere sussistente; e questo spiega
il profondo dinamismo che lo pervade, la costante trasformazione e la
meravigliosa evoluzione che lo animano: l’universo è in cammino verso Dio.
Questi è pertanto allo stesso tempo sia il punto Alfa che il punto Omega dell’universo."!
Abbiamo così chiarito, facendo appello ai principi della filosofia dell'essere,
i due principali problemi della cosmologia: origine e fine dell'universo. Resta
ancora insoluto il problema della durata. Qual è la distanza temporale che deve
percorrere l'universo prima di raggiungere il punto Omega? ‘Per trovare una
risposta a questo interrogativo non possiamo fa- re appello a nessuna
filosofia, neppure alla filosofia dell'essere. Si tratta certamente di una
distanza finita, come affermano oggi una- nimemente gli scienziati; ma è una
distanza che la ragione non riuscirà mai a misurare. CONCETTI DA RITENERE
Teogonia Condensazione-rarefazione Materia; forma; divenire Motore immobile —
Geocentrismo; eliocentrismo; meccanicismo — Teoria cinetica, molecolare,
stazionaria, evolutiva; creazione SINTESI CONTENUTISTICA I. ‘PROBLEMATICITÀ
DELL'UNIVERSO 1. ‘L'universo è una realtà problematica in ordine alla sua
origine, ai suoi elementi costitutivi, alla sua durata, al suo fine ultimo. 2.
La risposta al problema può essere scientifica o filosofica. Nel primo caso si
propone una descrizione dei fenomeni. Nel secondo una interpretazione generale
dei fenomeni dell’universo. 3. La distinzione tra i due ordini di soluzione
risale al sec. XVII. Il problema cosmologico è uno dei primi che la mente umana
si è posto: "! B. MONDIN, Il sistema filosofico di Tommaso d'Aquino {Per
una lettura at- tuale della filosofia tomista), Massimo, Milano 1985. 70 qual è
la causa ultima delle cose? in che modo ha prodotto il sistema dell'uni- verso?
qual è il costitutivo fondamentale del mondo? 2. Le cosmogonie e le teogonie
del mondo antico (da Esiodo ad Omero) sono state i primi tentativi di
soluzione. 3. Il problema sta alla base della filosofia ionica {Talete,
Anassimene, Anassimandro) che prospetta ambiguamente il problema cosmologico
con il problema metafisico. 4. La distinzione tra i due problemi viene posta da
Platone con la sua di- stinzione tra il mondo fisico e il mondo metafisico
(natura e mondo delle Idee). 5. Aristotele approfondisce il problema
cosmologico: it mondo è eterno e il divenire è uno dei suoi caratteri, poiché
le cose tendono verso il proprio perfezionamento. Un Motore immobile provoca
tutti i fenomeni, tutte ie gene- razioni, tutti i movimenti del mondo. 6. Gli
atomisti (Democrito e Epicuro) pongono all'origine del mondo atomi invisibili
per le loro dimensioni che unendosi e separandosi provocano la na- scita o la
distruzione. Democrito afferma che il movimento degli atomi è retti- lineo;
Epicuro afferma che avviene per deviazione spontanea. 7. I pensatori cristiani
per spiegare la struttura intrinseca delle cose si rifanno ad Aristotele,
mentre spiegano l'origine del mondo come atto creativo deila volontà di Dio. 8.
L'Umanesimo e il Rinascimento privilegiano il problema cesmologico (Cusano,
Telesio, Pico della Mirandola, Ficino, Bruno). Le visioni sono spesso
fantasiose e animistiche. 9. Progressivamente, nel corso dell'età moderna e
contemporanea, la co- smologia passa dalla dimensione metafisica a quella scientifica
attraverso i traguardi segnati da Galilei, Newton, Lavoisier e Einstein. Il
meccanicismo so- stituisce il vitalismo rinascimentale, lasciando
successivamente il posto alla teoria cinetica e alla teoria molecolare. III. LA
COSMOLOGIA NEL SECOLO XX 1. I nuovi strumenti di ricerca hanno consentito di
penetrare i segreti del- la materia e di individuarne gli elementi costitutivi
fondamentali: molecole, atomi, elettroni. 2. La teoria stazionaria afferma la
creazione continua di materia; la teoria evolutiva afferma l'origine di un
universo superdenso da un'esplosione ori- ginaria. 3. La filosofia dell'essere
offre una valida soluzione al problema dell'origine dell'universo stabilendo
una relazione tra gli esseri finiti e contingenti e l’Es- sere infinito e
incondizionato. L'universo trae, pertanto, origine da Dio per atto creativo, in
virtù del quale l'Essere sussistente comunica il suo essere al- l'universo con
un atto di generosa dedizione. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quali
rapporti intercorrono tra metafisica e cosmologia? 2. Che cosa caratterizza la
distinzione tra discorso mitico, scientifico e filo- sofico circa il mondo? 3.
Quali correlazioni è possibile stabilire tra scienza e cosmologia? 4. In che
misura il problema cosmologico si incontra con il problema religioso? 5. Quali
sono i principali aspetti del problema cosmologico? 6. Quali sono le
interpretazioni cosmologiche più significative del pensiero occidentale? Quali
interpretazioni sono state date al problema dello spazio e del tempo? 8. Che
cosa sono il meccanicismo e il vitalismo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI
ARCIDIACONO G., Relatività e cosmologia, Veschi, Roma. AuBERT J.M., Cosmologia,
Paideia, Brescia 1968. BERTOTTI B., Lo cosmologia, Le Monnier, Firenze 1980.
CRICK F., Uomini e molecole, Zanichelli, Bologna 1970. HOENEN P., Cosmologia,
Università Gregoriana, Roma 1956. JoLIVET R., Trattato di filosofia, vol. II:
Cosmologia, Paideia, Brescia 1957. MARCOZZI V., Caso e finalità, Massimo,
Milano 1978. MERLEAU PonTY J., Cosmologia del secolo XX, Il Saggiatore, Milano
1974. Monop J., I! caso e la necessità, Mondadori, Milano 1970. OraISsoN M., I!
caso e la vita, SEI, Torino 1971. SELVvaGGI F., Filosofia del mondo fisico,
PUG, Roma 1977. TEILARD DE CHARDIN P., Il fenomeno umano, Il Saggiatore, Milano
1968. TONINI V., La scienza della vita, Jouvence, Roma 1983. TORALDO DI FRANCIA
G., L'indagine del mondo fisico, Torino 1976. VAN Hacens B., Filosofia della
natura, Urbaniana ‘University Press, Roma 1983. 72 Capitolo sesto IL PROBLEMA
ANTROPOLOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quali interrogativi l’uomo si pone
in relazione a se stesso? 2. Perché l'uomo ha bisogno di capirsi? 3. Di che
cosa si ha più bisogno per stare bene con se stessi? 1. Natura del problema La
filosofia ha sempre fatto dell'uomo argomento del suo studio e delle sue
ricerche. Però, lungo l'arco della sua storia plurimille- naria, ci sono
momenti in cui l’attenzione del filosofo s'è rivolta all'uomo in maniera
distinta e privilegiata. Così, nell'antichità, dopo che lo sforzo dei primi
filosofi greci, teso a scoprire la causa ultima delle cose era riuscito vano,
con Socrate e i Sofisti la ricerca filo- sofica si concentra tutta sull'uomo,
al fine di comprenderne la vera natura, determinarne le capacità e intenderne i
doveri e la missione. « Conosci te stesso »: ecco l'obiettivo preciso della
filosofia di Socrate e dei suoi contemporanei. Altrettanto è accaduto molti
secoli più tardi, alla fine del Medio- evo, dopo i vani tentativi degli
Scolastici di fissare in bell’ordine gli elementi molteplici che compongono
l'universo. Ancora una volta l'indagine filosofica torna a riflettere anzitutto
e soprattutto sul- l'uomo, per conoscerlo più profondamente. In seguito, tutta
la filosofia moderna ha assunto un indirizzo spiccatamente antropocentrico.
Oggi, anche chi crede nella possibi- lità della metafisica ossia nella
possibilità di un sapere filosofico in- torno all'essere assoluto, ritiene di
doverla sviluppare partendo dal- l'uomo. Attualmente persino i teologi
ritengono opportuno se non proprio necessario dare alla loro disciplina
un'impostazione antro- pocentrica. Ma questa tendenza dei metafisici e dei
teologi di portare l'uomo al centro delle loro considerazioni rende più acuto
che mai il pro- blema di sapere chi sia l'uomo. Infatti senza una soluzione
adegua- ta di questo problema ogni tentativo di elaborare dottrine metafi-
siche, etiche, politiche, religiose, sociali è inevitabilmente destinato al
fallimento. Chi è, dunque, l'uomo? 73 Nel secoli la filosofia ha sempre
studiato l’uomo L’interrogativo fondamentale: l’uomo chi è? La complessità
della realtà ““uomo”' definito ‘‘mistero’’ da sant'Agostino Il problema
antropologico si riferisce all'essenza propria dell’uomo Tre prospettive di
ricerca sull'uomo: Sant'Agostino, che è uno degli autori che hanno studiato più
at- tentamente la realtà umana, a questo interrogativo risponde di- cendo: «
Grande mistero è l'uomo ».! L'uomo, infatti, a causa della complessità del suo
essere, fisico e psichico ad un tempo, confinato in una piccola zona dello
spazio col suo corpo, ma in grado di scaval- care tutti i confini dell'universo
con la sua mente, è effettivamente una realtà di cui è impossibile ottenere una
comprensione e fornire una spiegazione sicura ed esaustiva. L'uomo è una realtà
estremamente complessa. Ciò è vero anzitut- to nell'ordine dell'azione. Egli
esplica attività d'ogni genere: cono- sce, studia, scrive, parla, lavora,
gioca, prega, canta, ama, soffre, gode, mangia, ecc. Ed ognuna di queste
attività solleva interrogativi e problemi di non facile soluzione. Ma la
complessità diventa ancora più accentuata quando si passa dal piano dell'azione
a quello dell’es- sere. Allora ci si domanda: chi è questo individuo singolare
che chiamiamo Io e che qualifichiamo come persona? Che cos'è che con- sente al
suo corpo di esplicare le suddette attività molte delle quali trascendono così
palesemente i confini della materialità? È mai pos- sibile decifrare l'essere
profondo dell’uomo? Il problema-uomo investe pertanto tutti i campi della
filosofia, dalla logica alla gnoseologia, alla cosmologia, alla metafisica,
all’eti- ca, alla politica, alla cultura, all'arte, alla psicologia, alla
religione. Una antropologia generale dovrebbe affrontarlo nella sua tota- lità
e trovare una risposta per ogni specifico interrogativo. Ma, di solito, quando
si parla di problema antropologico non si intende riferirsi al problema di
questa o di quella attività umana (per esem- pio al problema della conoscenza
oppure della libertà, del lavoro, ecc.) ma al problema della natura umana in
quanto tale: qual è l'essenza propria dell'uomo? quali sono i suoi elementi
costitutivi fondamentali? in che rapporto si trovano tra di loro? quale l’ori-
gine prima e il fine ultimo dell’uomo? È appunto di questa serie di
interrogativi che noi terremo conto tracciando il quadro storico del problema
antropologico. 2. Panorama storico Agli interrogativi: chi è quell’essere
vivente che chiamiamo uomo? quali sono gli elementi costitutivi della sua
natura? in che rapporto si trovano tra di loro? sono state date le risposte più
disparate, le quali tuttavia sono riducibili ad alcuni tipi fondamentali,
qualora si tenga conto della prospettiva in cui si sono collocati i filosofi
op- pure del metodo che hanno impiegato nell’elaborarle. Le prospettive
principali sono tre, cosmocentrica, teocentrica e antropocentrica. ! S.
AcostINO, Confessioni, IV, 14. 74 La prospettiva cosmocentrica assume come
punto d'osservazione il mondo. È la prospettiva della filosofia greca. Platone,
Aristotele, gli Epicurei, gli Stoici, i Neoplatonici quando studiano l'uomo lo
situa- no all’interno del mondo e lo considerano alla luce della visione che
hanno di quest’ultimo. La prospettiva teocentrica assume come punto
d'osservazione Dio. È la prospettiva della filosofia cristiana dei Padri e
degli Sco- lastici. Questi si accostano all'uomo in un contesto teologico ossia
tenendo conto di quanto Dio stesso ha fatto conoscere all'umanità riguardo alla
realtà divina, umana e cosmica. La prospettiva antropocentrica prende come punto
di riferimento l'uomo stesso, focalizzando questo o quell'altro suo aspetto
caratte- ristico. È la prospettiva propria della filosofia moderna. A partire
dall’Umanesimo tutte le antropologie, quella di Cartesio come quella di Hume,
quella di Kant come quella di Hegel, quella di Comte come quella di Freud,
quella di Nietzsche come quella di Heidegger, ecc., pur tra grandi e profonde
divergenze, concordano nell’assumere la stessa prospettiva antropocentrica. Se,
però, per classificare le antropologie, anziché la prospettiva si prende come
fondamento il metodo, allora si ottengono quattro ti- pi principali: —
antropologie metafisiche, le quali si valgono del metodo me- tafisico. Sono
quelle di Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tom- maso, Cartesio, Spinoza,
Leibniz, ecc. — antropologie naturalistiche, le quali applicano anche allo
studio dell’uomo il metodo positivo-scientifico. Sono le antropologie di
Darwin, Comte, Spencer, Freud, ecc. — antropologie storicistiche, le quali
adoperano il metodo sto- rico. Di queste le più rappresentative sono quelle
elaborate da Vico, Marx, Croce, Gadamer, ecc. — antropologie esistenziali, le
quali si servono del metodo fe- nomenologico. A questo gruppo appartiene la
maggior parte delle antropologie più recenti. Tra queste ricordiamo le analisi
di Scheler, Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty, Marcel, Gehlen, ecc.
Qui, a motivo dei limiti che ci siamo imposti nel presente scritto, non ci è
consentito di tracciare un panorama completo delle antro- pologie che abbiamo ricordato.
Illustreremo soltanto alcune posi- zioni più rappresentative e storicamente più
influenti. Sono posi- zioni che si trovano già delineate nella filosofia greca.
Nella cultura greca la posizione dell'essere umano nell'universo assume
indubbiamente maggior rilievo che nelle altre culture ad es- sa contemporanee
sia del Medio che dell'Estremo Oriente (cultura babilonese, egiziana, ebraica,
indiana, ecc.). E tuttavia anche nella cultura greca la posizione dell'uomo
rimane sempre una posizione in- certa, contrastata, subordinata: egli non è
padrone dell'universo e neppure della sua storia. Tutti gli sforzi ch'egli
compie per affermare se stesso, la propria autonomia, la propria libertà, e per
far valere i 75 — cosmocentrica: l’uomo e la visione del mondo — teocentrica:
l’uomo e la rivelazione di Dio — antropocentrica: l’uomo a partire da se stesso
Quattro metodi di ricerca antropologica: metafisico, naturalistico,
storicistico, esistenzialista Soprattutto nella cultura greca emerge lo studio
dell’uomo Visione predominante: il fato incombe sull'uomo Altre visioni: —
Platone: natura spirituale con libertà assoluta — Aristotele: il limite della
corporeità — Plotino: il ritorno dell’anima all’Uno I quattro problemi
fondamentali diritti della propria intelligenza sono destinati al fallimento,
perché egli rimane inesorabilmente incatenato alle forze del Fato, della Natura
e della Storia. La libertà è una vana aspirazione, come pure vana aspirazione è
quella di sfuggire alla morsa della morte per rag- giungere l'eternità.
Intelligente, coraggioso, forte e astuto l’uomo greco si sente circondato da
potenze soprannaturali che sono più forti, intelligenti ed astute di lui.
Prometeo incatenato è la figura più emblematica della visione antropologica
ellenica. Da tale visione si staccano peraltro le concezioni dell’uomo ela-
borate dai filosofi Platone, Aristotele e Plotino. Platone afferma la libertà
assoluta dell’uomo, riconoscendogli una natura spirituale che non può in nessun
modo essere incate- nata dalle forze del mondo, del tempo e del fato. L'uomo
per Platone è essenzialmente anima, spirito. Perciò la sua sopravvivenza, la
sua immortalità è fuori questione e non presenta nessun problema. L'u- nico
problema per l’uomo è quello di riscattare la sua anima dalla prigione del
corpo.’ Aristotele è meno ottimista di Platone riguardo al carattere tra-
scendente dell'uomo e all’eternità del suo destino. A suo giudizio l'uomo non è
puro spirito, non è essenzialmente ed esclusivamente anima. Come tutti gli
altri esseri di questo mondo anche l’uomo è composto di materia (il corpo) e
forma (l’anima). Ora, dato che l'anima svolge il ruolo di forma, proprio per
questo motivo, nono- stante la sua evidente superiorità rispetto al corpo e
alla sua capa- : cità di dedicarsi ad attività sublimi come quella della
contempla- zione, non pare tuttavia in grado di sfuggire alla corruzione e di
sot- trarsi al flagello della morte. Plotino riprende e sviluppa ulteriormente
la concezione plato- nica. Afferma anch'egli la dicotomia tra anima e corpo ed
assegna all'anima un'attività che appartiene soltanto ad essa, la contempla-
zione. L'anima che conosce la verità può sottrarsi alla prigione del corpo e
del mondo, può ritrovare se stessa e ricongiungersi con l'Assoluto, l’Uno. Il
ritorno dell'anima alla sua fonte originaria è reso possibile da una tensione
che le è connaturale. È una tensione che all’inizio si afferma come impulso
oscuro e pressoché inconsa- pevole, ma è già sufficiente a determinare un senso
di disgusto per tutto ciò che è molteplice e diveniente. Le tappe del ritorno
del- l'anima all’Uno sono tre: ascesi, contemplazione, estasi. Oggi, queste tre
visioni antropologiche elaborate da ‘Platone, Ari- stotele, Plotino potranno
sembrare inadeguate. Esse hanno comun- que il merito singolare d'avere quanto
meno individuato i problemi fondamentali di qualsiasi indagine antropologica: —
determinazione di ciò che caratterizza essenzialmente l’uomo, ossia il problema
della natura umana; ? MONDIN, vol. I, pp. 88-91. ? Ivi, pp. 137-139. * Ivi, pp.
185-186. 76 — funzione e consistenza dell'elemento psichico, ossia proble- ma
della sostanzialità dell'anima; — rapporti tra elemento psichico ed elemento
somatico, ossia problema dei rapporti tra anima e corpo; — destino ultimo
dell'essere umano: ossia problema dell’immor- talità dell'anima. Su questi
quattro problemi fondamentali si è incentrata l'atten- zione di tutti i
filosofi posteriori, del Medioevo e dell’epoca moderna, allorché hanno
affrontato il problema antropologico. Sul problema della natura umana, fino al
secolo scorso c'è stato un accordo costante tra i filosofi nel situarla
nell'elemento razionale, come avevano già indicato Platone, Aristotele e
Plotino: l’uomo è essenzialmente animale ragionevole (anima! rationale).
Agostino, Tommaso, Scoto, Occam, Cartesio, Spinoza, Locke, Leibniz, Kant,
Hegel, convengono tutti su questo punto. Ma da un secolo a questa parte si è
cominciato a rilevare che nell'uomo esistono altre dimensioni e manifestazioni
altrettanto ti- piche e fondamentali quanto quella del conoscere, come il
parlare, il lavorare, il giocare, l’amare, il pregare, ecc. Sono così sorte
nuove antropologie che definiscono l'uomo in base a queste altre sue at-
tività. Tra le definizioni che hanno suscitato maggior interesse ricor- diamo quelle
di Marx (essere economico), Freud (essere sessuale), Heidegger (essere
ex-sistente), Marcel (essere problematico), Fink (essere ludico), Gadamer
(essere storico), Ricoeur (essere fallibile), Buber (essere dialogante), Bloch
(essere utopistico), Luckmann (essere religioso), Eliade (essere
mitologizzante), Tillich (essere a- lienato), Sartre (essere libero). Per
ultima riportiamo quella di Scheler che definisce l'uomo « l'essere capace di
dire di no all’im- pulso istintivo ». Anche altri filosofi, come Plessner,
Gehlen, Litt han- no confermato il concetto che il tratto essenziale dell'uomo
sia la rottura con l’istinto, valendosi dei risultati delle ricerche
biologiche. Naturalmente in questa sede non possiamo esporre le ragioni con cui
i vari autori giustificano le loro definizioni della realtà umana. Possiamo
tuttavia affermare che in generale si tratta di ragioni valide. Essi fanno
vedere che sotto l’aspetto della tecnica, del linguaggio, del gioco, della
cultura, della religione, dell'amore, ecc., l'uomo sovrasta infinitamente tutti
gli esseri che lo circondano e che, pertanto, ci si può servire di ciascuno di
tali aspetti a modo di principio erme- neutico della natura umana. Occorre
tuttavia riconoscere che la com- prensione di tale natura riesce più chiara e
profonda se non la si ac- costa alla prospettiva di una sola attività, ma di
molte. Le antropo- logie pluriprospettiche sono quindi preferibili alle
antropologie che esplorano l'uomo da un solo punto di vista. Queste ultime
riescono difficilmente ad aggirare lo scoglio del riduttivismo. Il problema
dell’esistenza dell'anima e del suo carattere sostan- ziale è indubbiamente il
più difficile dei problemi antropologici. Pla- tone fu il primo ad affrontarlo
in modo esplicito e rigoroso. Nel 77 L’essenza razionale della natura umana La
pluralità delle dimensioni Validità delle antropologie pluriprospettiche
Platone: spiritualità e immortalità dell'anima Agostino, Cartesio, Leibniz: la
sostanzlalità dell’anima Lucrezio, Hobbes, Marx, Comte e altri: l’anima epifenomeno
della corporeità Fedone egli prende in esame l'obiezione di coloro che negano
al- l'anima il carattere sostanziale, dicendo che essa non è altro che un
epifenomeno del corpo: l’anima non sarebbe altro che uno splen- dido accordo
degli elementi che costituiscono il corpo. Platone re- spinge l’obiezione
rilevando che l’anima, lungi dall'essere in accordo col corpo, si trova
praticamente in costante dissidio con esso; infatti le esigenze dell'anima sono
in perenne contrasto con quelle del corpo. Per esempio « nel corpo c’è arsura e
sete, e l’anima lo tira al contrario a non bere; c'è fame, e l’anima lo tira a
non mangiare, e così in mille altri casi in cui vediamo che l’anima si oppone
alle passioni del corpo ».î Quindi per Platone non c'è nessun dubbio che
l'anima è una sostanza, una sostanza di natura spirituale, incorrutti- bile e
immortale. Essa stessa costituisce la vera autentica essenziale natura
dell'uomo. L'uomo è l’anima. Il corpo è la prigione in cui l'anima espia le sue
colpe. Dopo Platone il problema della sostanzialità dell'anima continua a
suscitare dispute assai vivaci, ricevendo soluzioni molto diverse e
contrastanti. Alcuni autori (Agostino, Cartesio, Leibniz) seguendo l'esempio di
‘Platone affermano che l’anima è una vera sostanza e che la sua sostanzialità
si identifica con quella dell’uomo. Le ragioni che adducono a sostegno di
questa tesi sono in parte di ordine mo- rale (come l'aspirazione dell'uomo ad
una vita di perfetta felicità, che non può trovare attuazione in questo mondo)
e in parte d'ordine gnoseologico (per esempio, il possesso di verità assolute
che non sembrano tratte dall’esperienza)£ Secondo un altro gruppo di filosofi
(Lucrezio, Pomponazzi, Hob- bes, Marx, Comte, i neopositivisti, gli
strutturalisti e molti altri pensatori contemporanei) l’anima non è affatto una
sostanza ma semplicemente una trasformazione inconscia ed immaginaria (un
epifenomeno) della corporeità. Le ragioni che adducono a sostegno della loro
posizione sono note. A loro giudizio la fonte unica d'ogni cosa è la materia.
Da essa si sviluppa tutto quello che noi osserviamo nell'universo, compreso
l’uomo. Anche ciò che c'è di più alto e di più sublime in lui, come la scienza,
l’arte e la morale, è tutto frutto della potenza inesauribile della materia. Quindi
anche l'insieme di quegli aspetti superiori dell'uomo per spiegare i quali di
solito si postula l’esistenza dell'anima non sono il frutto di « uno spirito
che abita nella macchina », ma il risultato più o meno casuale di un alto grado
di evoluzione della materia.” Secondo san Tommaso, il quale su questo punto
ritiene di inter- pretare il pensiero autentico di Aristotele, e secondo la
nutrita schie- ra di discepoli che l’Aquinate ha avuto durante la Seconda
Scolastica (Silvestri, Caietano, Suarez) e durante la rinascita neotomistica
(Mer- 5 PLATONE, Fedone, c. 43. * Cfr. B. MonpIN, ‘vol. I, pp. 226-227; vol.
II, pp. 189-191. ? Cfr. J. Monop, Il caso e la necessità: saggio di filosofia
naturale e della biologia contemporanea, Mondadori, Milano 197 78 cier, Gilson,
Maritain, Masnovo, De Finance, ecc.) il possesso da parte dell’uomo di un'anima
spirituale è una verità indiscutibile, ma essi non condividono la tesi di
Platone secondo cui l’anima si identifica con l'uomo, perché l'anima da sola
non è in grado di svol- gere tutte le attività che sono tipiche dell'uomo, come
sentire, par- lare, lavorare, giocare, ecc. E tuttavia essendo l’anima dotata
di al- cune attività proprie come il riflettere, il ragionare, il giudicare, il
volere liberamente, anch'essi affermano che l'anima è dotata di un suo proprio
atto di essere e che pertanto è una sostanza completa: è una sostanza completa
in ordine all'esistenza ma non in ordine alla specificazione. Essa ottiene la
propria specificazione nella scala de- gli esseri soltanto unendosi al corpo.
C'è infine un altro gruppo di filosofi che ha per capostipiti Hume e Kant, il
quale, per ragioni d'ordine gnoseologico, nega che si possa risolvere il
problema della sostanzialità dell'anima. Questo è un pro- blema che riguarda «
la cosa in sé », mentre la nostra mente è com- petente soltanto su quanto
concerne la sfera dei fenomeni? Oggi, con la crisi profonda che sta
attraversando la metafisica e con quello scetticismo che sta aggredendo anche
la scienza, la posizione, agno- stica di Kant e di Hume incontra un numero
sempre più grande di sostenitori. Strettamente connessi col problema della
sostanzialità dell'anima sono gli altri tre problemi principali
dell'’antropologia: origine del- l'anima, rapporti dell'anima col corpo, e destino
ultimo dell'essere umano. Per il problema dell'origine dell'anima i filosofi
hanno proposto le seguenti soluzioni: — traducianesimo, ossia derivazione
dell'anima dei figli da quella dei genitori (analogamente a quanto succede per
il corpo). Questa posizione è stata assunta da Tertulliano e Agostino per
rendere in- telligibile la trasmissione del peccato originale; — emanazione
dall'essere supremo: dal Logos secondo gli Stoi- ci, dall'Uno secondo i
Neoplatonici, dalla Sostanza secondo Spi- noza, dallo Spirito assoluto secondo
gli Idealisti; — creazione simultanea di tutte le anime prima oppure nel mo-
mento stesso dell'origine del mondo. Questa tesi è stata proposta da Platone,
Filone Alessandrino e Origene; — creazione individuale e diretta di ogni singola
anima da parte di Dio nel momento stesso della formazione del corpo. È la tesi
più diffusa tra i pensatori cristiani d'ogni tempo, condivisa anche da quasi
tutti i massimi esponenti della filosofia moderna (Cartesio, Vico, Campanella,
Locke, Berkeley, Leibniz, ecc.); * Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp. 289-290. MONDIN,
vol. II, pp. 345-347. 79 Da Aristotele e Tommaso al neotomismo: sostanzialità
dell'anima e specificazione in unione al corpo L’agnosticismo di Hume e Kant.
La crisi scettica attuale Il problema dell’origine: traducianesimo, emanazione,
creazione, evoluzione Creazione ed evoluzione Origine spirituale dell'anima: è
creata da Dio Il rapporto anima- corpo: a) unione accidentale — evoluzione
dalla materia: è la tesi patrocinata da tutte le cor- renti moderne di
ispirazione materialistica. Di queste soluzioni le prime tre oggi non trovano
più sostenitori e il campo delle scelte è pertanto ridotto a due: creazione
individuale da parte di Dio e evoluzione dalla materia. Qual è quella giusta?
Le anime discendono direttamente da Dio o sono invece derivate dal- la materia?
A nostro avviso la seconda soluzione ha un solo argomento dalla sua parte: la
promozione della conoscenza scientifica a metro esclu- sivo di qualsiasi verità
e, conseguentemente, il rifiuto di prendere in considerazione fenomeni che non
sono suscettibili di verifiche sperimentali, come il fenomeno della
riflessione, della libera scelta, dell'autotrascendenza, ecc. Ma per chi non
vuole prestar fede al dog- ma dello scientismo, la derivazione dell'anima dalla
materia non trova nessuna giustificazione e diviene, per contro, plausibile la
tesi della sua origine per creazione. Anzi, una volta che per spiegare fenomeni
come la riflessione, il giudizio, il ragionamento, l’auto- trascendenza, la libera
scelta, ecc., si ammetta nell'uomo l’esistenza di un elemento spirituale,
l’anima, non è più possibile derivare il suo essere dal basso, dal mondo
fisico, dalla materia, perché tra l’a- nima quale si rivela nella sua essenza e
nelle sue proprietà e il mondo fisico si spalanca un abisso che nessun processo
evolutivo di ordine materiale ha la possibilità di colmare. ‘Pertanto su questa
questione ci pare che abbiano perfettamente ragione quei filosofi i quali
riten- gono che l’anima abbia origine dall'alto, abbia cioè un'origine spi-
rituale e non materiale. Il loro argomento, ridotto all'osso, è il se- guente:
l’origine dell'anima dev'essere conforme al suo essere. Ora, essendo il suo
essere di natura spirituale, è necessario concludere che anche la sua origine
abbia carattere spirituale, vale a dire essa non può essere causata che da Dio;
si deve pertanto trattare di crea- zione, perché così si chiama l’azione con
cui Dio causa l'esistenza del- le creature. Quanto al problema dei rapporti tra
anima e corpo, anch'esso ha ricevuto soluzioni molto disparate, che tuttavia in
generale sono perfettamente coerenti con le posizioni che gli autori hanno
assunto sul problema della natura dell'anima e della sua sostanzialità. Le più
significative sono le seguenti: — unione accidentale. È una delle tesi che ha
trovato il più ampio coro di consensi; patrocinata anzitutto da Pitagora e
Platone è stata in seguito ripresa e sviluppata dai loro innumerevoli disce-
poli di cui i più illustri sono Agostino, Bonaventura, Cartesio, Mà- lebranche
e Leibniz. Tutti questi autori considerano l'unione tra anima e corpo un'unione
accidentale, ossia un'unione tra due so- stanze già completamente strutturate,
ciascuna dotata d'un proprio atto di essere, due sostanze assolutamente
eterogenee e pertanto aliene da qualsiasi saldatura profonda e duratura. Com'è
noto, Pla- tone paragona l'unione dell'anima col corpo a quella del nocchiere
80 alla nave o del cavaliere al cavallo. Malebranche parla di una unione
puramente occasionale; Leibniz di un'armonia prestabilita. Cartesio, infine,
fissa una localizzazione ben precisa alla saldatura tra l'anima e il corpo:
essa avviene nella ghiandola pineale;! — unione sostanziale. È la tesi che
Aristotele ha contrapposto a Platone e Tommaso ad Agostino. Secondo lo
Stagirita e l’Aquinate l'unione tra l’anima e il corpo è una unione profonda,
sostanziale, duratura, perché non è l'incontro fra due sostanze già dotate di
un loro essere autonomo prima di incontrarsi, bensì di due elementi sostanziali
di cui almeno uno, il corpo, non dispone di un suo proprio atto di essere. La
loro unione è simile a quella della materia con la forma sostanziale: due
elementi che si compenetrano da capo a fondo, così da formare una sola, unica
sostanza;! — identificazione dell'anima col corpo. È la tesi dei materialisti,
positivisti, neopositivisti, strutturalisti e di altri autori i quali negando
all'anima qualsiasi carattere sostanziale, risolvono il suo es- sere in quello
della corporeità; . — posizione agnostica. È la posizione di Hume, Kant e dei
loro rispettivi discepoli, i quali, ritenendo che nulla si possa dire del-
l'anima come « cosa in sé », concludono logicamente che non è neppure possibile
pronunciarsi sulla natura dei suoi rapporti col corpo.!? Anche il problema del
destino ultimo dell'essere umano segue la strada già segnata precedentemente
dalle soluzioni che i vari autori elaborano per il problema della natura
dell'anima e della sua sostan- zialità. Le soluzioni basilari sono tre: —
estinzione dell'essere dell'uomo con la morte: la morte non segna soltanto la
fine del corpo ma di tutto l'essere dell'uomo, anima compresa. Questa tesi che
fino agli inizi del secolo scorso aveva in- contrato il favore di pochissimi
pensatori, a partire da Feuerbach, Marx, Comte, Nietzsche, diviene la tesi
maggiormente seguita. Og- gi è sostenuta dalla maggior parte degli
esistenzialisti, dai neo- positivisti, dai materialisti, dai marxisti, dagli
strutturalisti e da molti altri ancora; — sopravvivenza dell'anima dopo la
morte del corpo. Questa te- si avanzata in sede filosofica per la prima volta
da Pitagora, Socrate e Platone è stata in seguito ripresa e sviluppata con ogni
sorta di argomentazioni da quasi tutti i filosofi del Medioevo e dell’epoca
moderna. Tra gli argomenti più suggestivi a favore dell'immortalità dell'anima
ricordiamo i seguenti: a) argomento di Platone. È basato sulla conoscenza che
l'anima ha delle idee del Bello, del Bene, del Vero, del Giusto, del Santo,
ecc. Ora, questa conoscenza si raggiunge non mediante i sensi, ma pi$t- tosto
con l’allontanamento da essi. Vi è quindi una vita propria dello !° MONDIN,
vol. I, ‘pp. 88 ss.; vol. II, pp. 1402142; 189-191. 1! Ivi, pp. 137-139;
286-290. !? B. MONDIN, vol. II, pp. 238-239; 345-347. B1 b) unione sostanziale
c) identificazione d) agnosticismo Il destino ultimo: estinzione o
sopravvivenza? Immortalità dell'anima secondo: — Platone: l’affinità dell'anima
con il mondo delle idee — Agostino: la conoscenza delle verità eterne —
Tommaso: il desiderio naturale della sopravvivenza — Cartesio: non si può
provare la corruttibilità dell'anima spirito, che si svolge tutta sola,
indipendentemente dal corpo. « Quan- do compie da sola la ricerca, l’anima si
slancia verso ciò che è puro, eterno, immortale e sempre uguale a se stesso; e,
sentendo la pro- pria affinità con esso, vi dimora per tutto il tempo che le è
con- cesso, e trova pace nel suo errare, e posta in contatto con tali realtà,
permane essa stessa costante e immutabile ».* L'affinità, la parentela con
l'Idea, che è eterna, è il perno dell'argomento platonico. In quanto spirito la
nostra anima è fatta per l’Idea e di essa si nutre e per essa vive della vita
dello spirito. Ora l’Idea è eterna, immuta- bile. Di conseguenza anche la
nostra anima, che è affine ad essa e vive di essa, è eterna ed immutabile; b}
argomento di sant'Agostino. È basato anch'esso sulla cono- scenza delle verità
eterne. « L'anima, dice Agostino, nella conoscen- za intellettiva attinge la
verità. Ora, in quanto sede della verità, l’a- nima è immortale allo stesso
modo della verità. Infatti se ciò che si trova in un soggetto è eternamente
duraturo, è necessario che lo stesso soggetto sia eternamente duraturo. Ma
poiché ogni scienza risiede sempre in un soggetto, è necessario che l’anima
duri per sem- pre. Ma dato che la scienza è verità e la verità dura per sempre,
anche l’anima dura per sempre, né si potrà mai dire che essa muore »;! c)
argomento di san Tommaso. È basato sul desiderio naturale che l'uomo ha di
sopravvivere alla morte e di non morire mai. Ecco come ragiona san Tommaso: « È
impossibile che una tendenza na- turale sia vana. Ora l'uomo brama per natura
di durare in perpetuo. E questo appare chiaro dal fatto che l'essere è ciò che
da tutti è desiderato; l’uomo poi mediante l'intelletto percepisce l'essere non
soltanto in un dato momento (come si trova realizzato hic et nunc), a modo
degli animali bruti, ma assolutamente. Dunque l’uomo con- segue la perpetuità
nella sua parte spirituale, vale a dire l’anima, per la quale percepisce
l'essere assolutamente e secondo ogni tempo »;! d) argomento di Cartesio. È
basato sull'impossibilità di provare che l’anima umana sia logorata dal tempo e
destinata a perire: « Non abbiamo nessun argomento e nessun esempio che ci
persuada che la morte, o l'annientamento di una sostanza quale lo spirito,
debba seguire da una causa così leggera come un cambiamento di figura, il quale
non è altro che un modo, e di più un modo del corpo e non dello spirito... Non
abbiamo nessun argomento né esempio che ci possa convincere che vi sono delle
sostanze spirituali soggette ad essere annientate »; — posizione agnostica. È
la posizione di coloro che ritengono che il problema della sopravvivenza
dell’uomo dopo la morte del corpo sia insolubile. Tracce di questa posizione si
incontrano già 4 :PLATONE, Fedone, c. 27. 4 S. AcosTINO, Soliloquia, II, c. 13.
4 S. TomMaso, Summa contra gentiles, II, c. 79. * CARTESIO, Meditazioni,
Laterza, Bari 1954, p. 156. 82 in alcuni filosofi del Medioevo (Abelardo,
Scoto, Occam) e del Rinascimento (Valla, Zabarella, Caietano); ma diviene una
posizione molto seguita dal momento in cui essa ottiene il suffragio di due dei
massimi esponenti della filosofia moderna: Hume e Kant, i quali come sappiamo,
in conseguenza dei loro postulati epistemologici, ritengono che la sfera della
realtà oggettiva (sia essa materiale oppu- re spirituale) sia inaccessibile
alla nostra mente. La posizione agno- stica è molto diffusa anche ai nostri
giorni. Ci sono, oggi, tanti stu- diosi i quali non negano l'immortalità
dell'anima ma ritengono che non sia possibile risolvere questo problema
mediante prove attinte dalla metafisica. C'è poi un gruppo di teologi
capeggiato da Barth e Cullmann, il quale considera la teoria dell'immortalità
dell'anima incompatibile con la Rivelazione biblica e, pertanto, ritiene che il
cristianesimo primitivo si sia reso colpevole di un errore imperdo- nabile
allorché ha tradotto la dottrina biblica della risurrezione dei morti nella
teoria greca dell'immortalità dell'anima.” Tale è, a grandi linee, il quadro del
problema antropologico così come si è venuto delineando attraverso i secoli.
Con la sua lunga serie di tentativi di soluzione, tentativi quasi sempre
insoddisfacen- ti, esso comprova l'esattezza della affermazione di Agostino: «
Gran- de mistero è l'uomo ». In effetti, messi di fronte a noi stessi, per
cercare di cogliere la vera natura del nostro essere ed il nostro ultimo
destino, dobbiamo riconoscere che non riusciamo a realizzare que- sta impresa:
capaci di risolvere complicati problemi relativi alla fisica, alla matematica,
all'astronomia, all'economia, alla politica, ecc., non siamo però in grado di
spiegare con sufficiente chiarezza la problematicità del nostro essere, della
nostra vita e del nostro de- stino. 3. Il significato dell’autotrascendenza Una
delle costanti del comportamento umano è di superare, tra- scendere
sistematicamente quello degli animali: l'uomo sorpassa gli animali nel
pensiero, nella libertà, nel lavoro, nella parola, nel di- vertimento, nella
tecnica ed in tante altre cose. ° Ma ciò che è ancor più singolare è la
presenza in tutte le espres- sioni dell'agire umano di un altro tipo di
superamento, di trascen- denza, la quale non è più volta verso l'esterno, verso
gli altri esseri viventi, bensì verso l'interno, verso l’uomo stesso: questi in
tutto ciò che fa, dice, pensa, vuole, desidera, mostra di tentare costante-
mente di superare se stesso. L'uomo è essenzialmente segnato dal-
l’autotrascendenza. .I filosofi del nostro tempo ancor più che i filosofi dei
secoli pre- ” O. CULLMANN, « Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti»,
in Protestantesimo, 1956, pp. 48-74. 83 Insolubilità del problema:
l’agnosticismo da Abelardo a Kant Barth e Culmann: incompatibilità tra
immortalità e risurrezione Trascendenza e autotrascendenza: la tensione oltre
il limite Soluzione egocentrica: il perseguimento della propria perfezione
Ritrovare se stessi in pienezza cedenti vedono nell’autotrascendenza il tratto
più caratteristico del- l'essere umano e ritengono quindi che si possa giungere
alla com- prensione di quest'ultimo soltanto chiarendo il senso dell'auto-
trascendenza. Ma su questo punto le loro opinioni sono discordi. Vo- lendo
schematizzare si possono ridurre a tre. Secondo alcuni l’auto- trascendenza ha
come obiettivo il perfezionamento del soggetto che si autotrascende (soluzione
egocentrica). Secondo altri il suo obiet- tivo è il perfezionamento della
comunità, dell'umanità (soluzione filantropica). Secondo altri ancora il suo
obiettivo primario è Dio: chi si autotrascende si distacca da se stesso per
raggiungere Dio (soluzione teocentrica). a) Soluzione egocentrica - In tutte le
epoche della storia troviamo filosofi insigni che interpretano
l'autotrascendenza come supera- mento di ciò che l'uomo è attualmente al fine
di raggiungere uno stato superiore di esistenza, di perfezione, di felicità.
Tra i sosteni- tori più rappresentativi di questa soluzione figurano Platone,
Aristo- tele, gli Stoici, Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sartre. ‘Sul senso ultimo
dell'esistenza umana tutti gli autori citati ma- nifestano un sostanziale
accordo. Secondo il loro modo di vedere, l'uomo nella vita presente si trova in
una situazione precaria, piena di deficienze e di miserie. C'è però nell'uomo
una tensione (più o meno forte a seconda dei casi) di superare tale situazione
e di libe- rarsi-dalla schiavitù dell'ignoranza, dell'errore, della paura,
delle passioni. Ma questo sforzo di autotrascendenza non vuole essere
un’alienazione da se stessi e un'immersione in qualche altro essere diverso da
sé. L'intento dell’autotrascendenza è di ritrovare se stessi mediante
l'acquisto di un essere più vero, più proprio e più autentico, effettuando una
attuazione più piena e più completa delle proprie possibilità. A nostro parere
questa interpretazione dell’autotrascendenza è valida nei limiti di ciò che
afferma. Essa riconosce giustamente che l'uomo supera costantemente se stesso
non per disfarsi della propria realtà ma per realizzarla più pienamente. L'uomo
vuole acquisire nuovi livelli di conoscenza, nuovi gradi di cultura e di
benessere, ma senza buttare a mare quanto già conosce, può e possiede. L'auto-
trascendenza non è una restituzione della macchina vecchia per l’ac- quisto di
quella nuova, ma è piuttosto una revisione e un nuovo col- laudo della macchina
vecchia. L'autotrascendenza non è un'immola- zione di se stessi a vantaggio di
qualche altro. Ma essa è anzitutto e soprattutto ricerca d'un essere personale
più perfetto. Però in questa interpretazione dell’autotrascendenza rimane
insoluto il problema di come si possa portare a compimento questo processo di
più completa autorealizzazione, in quanto da tutti gli autori sopracitati
questa impresa è affidata alla iniziativa e alle forze dell'uomo. Ora,
l’esperienza insegna che nella maggior parte dei casi i nostri sforzi vengono
sistematicamente frustrati: non acqui- siamo mai né il sapere, né l'avere, né
il potere, né l'essere che vor- 84 remmo. Ma allora l’autotrascendenza non
diviene uno sforzo insen- sato e vano? A questo interrogativò cruciale
l’interpretazione ego- centrica non offre nessuna risposta. Per avere una
risposta dobbia- mo rivolgerci alle altre due interpretazioni. b) Soluzione
sociocentrica - A partire da Marx e Comte numerosi autori hanno visto
nell’autotrascendenza un movimento di supera- mento dei confini
dell’individualismo e dell'egoismo e un tentativo di dare origine ad una nuova
umanità affrancata dalle miserie indi- viduali e dalle diseguaglianze sociali e
quindi in grado di conseguire la perfetta felicità. Recentemente questa
concezione dell'autotrascen- denza ha trovato dei validi interpreti soprattutto
nei marxisti revisio- nisti, Bloch, Marcuse e Garaudy. A nostro avviso questa
interpretazione contiene un punto assai positivo: il riconoscimento che il
movimento di autotrascendimento ha anche una dimensione sociale: è l'uomo come
essere socievole che si autotrascende e non come una monade senza porte e senza
finestre. Del resto questo trascendimento a livello sociale oggi è am- piamente
testimoniato dalle contestazioni che le giovani generazioni (ma non soltanto
loro) sollevano contro le strutture attuali della so- cietà (di qualsiasi
società sia capitalista che socialista). Ma il riconoscimento che
l’autotrascendenza abbia una compo- nente sociale non significa affatto che
essa non comporti anche un elemento personale. Quanto è stato affermato dalla
concezione ego- centrica non può essere ignorato completamente come fanno tutti
i marxisti, sia quelli ortodossi che i revisionisti. E pertanto la soluzione
che Marx e discepoli offrono al problema dell'autotrascendenza non può essere
accolta. Pure ammesso (anche se ciò è decisamente assai improbabile) che nel
suo progressivo auto- trascendersi l'umanità raggiunga uno stadio finale di
perfetta rea- lizzazione di se stessa e delle proprie esigenze, questo non
offre nes- suna risposta al problema della propria, personale autotrascendenza.
In effetti nessuna comunità storica organizzata, nessuna economia, nessuna
politica, nessuna cultura umana riescono ad esaurire l’esi- genza di
totalizzazione delle persone che trova espressione nell’auto- trascendenza. Per
questo motivo assegnare al movimento di autotra- scendenza traguardi
affascinanti e spettacolari che potranno essere raggiunti dall’umanità soltanto
in un lontano futuro, come fanno Marx, Comte, Bloch, Garaudy e altri, significa
lasciare completa- mente disattese e deluse speranze reali degli uomini d'oggi,
che oltre che collettivamente e socialmente sperano anche e soprattutto
individualmente e personalmente, ciascuno per il proprio essere, e non tanto
per la realizzazione di una nebulosa « società senza clas- si », di cui siamo
ben poco sicuri di poter mai far parte.!? Ha ragione quindi Helmut Gollwitzer
quando scrive: « Tutti i o Cfr. J. DE FINANCE, Essai sur l'agir humain,
Gregoriana, Roma 1962, P. S. Ivi, pp. 185 ss. 85 Soluzione sociocentrica: la
realizzazione di una nuova umanità Componente sociale ed elemento personale
Contingenza dei fenomeni ed esigenza del significato dell’uomo Soluzione
teocentrica: Dio è l'Alfa e l’Omega dell’autotrascenden- za L’autotrascendenza
come prova dell’esistenza di Dio fenomeni di questo mondo sono destinati a
decadere col tempo; non possono quindi conferire un senso permanente alle cose.
Non rimane allora che l’uomo a dare un significato all'uomo. Ma il prossimo che
è altrettanto transitorio e imperfetto, non è capace di fornire questa
spiegazione — per quanto ci si possa, nel caso pratico individuale, attaccare
al prossimo nella speranza di trovare in lui il significato dell’esistenza —.
Sembra allora più qualificata a far ciò l'umanità nel suo complesso, la cui
durata supera di gran lunga quella dell’indi- viduo. Essa però è un'astrazione
di grado elevato e bisognerebbe chiudere gli occhi per ignorare il fatto che
anch'essa è un fenomeno passeggero nel cosmo. Per trovare un significato, si
deve presuppor- re un'istanza permanente. Mancando questa, s'impone all'uomo e
al- l'umanità un peso che non possono portare, un compito che non possono
svolgere ».® c) Soluzione teocentrica - Molti studiosi all'autotrascendenza danno
un senso teocentrico: l’uomo esce incessantemente da se stesso e oltrepassa i
confini della propria realtà, perché vi è sospinto da una forza superiore, Dio.
Questi grazie alla sua grandezza, bontà, perfezione e onnipresenza polarizza su
di sé tutte le creature, in particolare l'uomo. Dio è il punto A/fa e Omega
dell'autotrascen- denza. I più validi esponenti di questa interpretazione
dell'autotrascen- denza sono Blondel, Rahner, Marcel, Metz, Boros e De Finance.
Ma contro questo modo d'intendere l’autotrascendenza si solleva una grossa
difficoltà, che è la seguente: l’autotrascendenza teocen- trica dà per scontata
la realtà di Dio. Ora questa è una concessione che la filosofia moderna non è
affatto disposta a fare. Oggi c'è tutta una schiera di filosofi i quali
affermano che Dio è assolutamente in- conoscibile e indimostrabile, oppure
dicono che l’idea di Dio è sol- tanto una ipostatizzazione dei bisogni e degli
ideali dell'uomo, cioè Dio è una creatura della mente umana. A questa grave
difficoltà Blondel, Rahner, De Finance e gli altri sostenitori del senso
teocentrico dell’autotrascendenza replicano che la loro interpretazione del
movimento di autotrascendimento non presuppone nessuna dimostrazione
dell’esistenza di Dio, ma al con- trario essa fa vedere che è questo stesso
movimento a fornire un chiaro documento a favore della realtà divina. Infatti
l'autotrascen- denza, essendo un movimento, esige un senso, un traguardo, una
meta. Ma s'è già visto in precedenza che né l’io né l'umanità possono fornire
il senso richiesto. Perciò non resta altra possibilità che rico- noscere che il
senso ultimo dell'autotrascendenza è Dio. Perciò a nostro avviso commettono
grave errore quei filosofi (e sono molti) che contrappongono la trascendenza
orizzontale a quella verticale, come se si trattasse di due tensioni
antitetiche, quando ®* H. GOLLWITZER, La critica marxista della religione e la
fede cristiana, Morcelliana, Brescia. 86 invece ci sono fondati motivi per
credere che la trascendenza oriz- zontale acquista senso e realtà soltanto
mediante la irascendenza verticale. Lo stesso Merleau-Ponty ha giudicato stolto
il tentativo di opporre trascendenza orizzontale e trascendenza verticale,
attri- buendo alla prima quello che si toglie alla seconda e concependo la Storia
infinita e progressiva come « una Potenza esteriore », di cui l'uomo non
sarebbe che strumento senza sostanza interna. « Non è mai stata tipica di
nessuna filosofia, — assicura Merleau-Ponty, — la scelta tra le trascendenze,
per esempio quella di Dio e quella del- l'avvenire umano; che anzi è sforzo
costante di ogni filosofia me- diare tali trascendenze ».? Questo incontro tra
le due trascendenze è stato ultimamente lu- cidamente esplorato da Antoine
Vergote. Egli descrive in modo e- gregio la trascendenza orizzontale
(egocentrica) nei termini seguen- ti: « L'uomo è corporalmente legato al mondo
che lo porta. Ma ne è il centro movente. Tutte le direzioni di senso, in avanti
e all’in- dietro, in lontananza e in vicinanza, a destra e a sinistra sono
relative alla totalità del suo io corporeo. Centro contingente e asso- luto,
riferisce tutto a sé e, nel guardare, toccare o semplicemente nel camminare, si
muove nello spazio ambiente. La dimensione oriz- zontale gli offre il campo che
si estende davanti a lui. Egli vi sfoggia la sua potenza, lo ordina e gli dà
senso. L'orizzontalità è il terreno delle sue possibilità e delle sue
realizzazioni. Egli vi mostra la propria vita nell'immediato. Vi si muove
instancabile, padrone di quanto lo circonda, dando forma ai suoi desideri e
alle sue idee ». Ma nell’uo- mo la trascendenza orizzontale si apre
spontaneamente e chiaramen- te verso la trascendenza verticale. Questa è
felicemente illustrata dal Vergote nel brano seguente: « Il desiderio
dell’uomo, il suo pensiero e il suo linguaggio si slanciano senza tregua al di
là del mondo de- gli oggetti o si volgono verso la loro origine, verso la
sorgente ori- ginaria da cui scaturiscono. La scissura verticale scava la sua
pre- senza negli uomini e nelle cose, perfino quando vuole recuperarsi tra-
mite un ritorno orizzontale. Ed è precisamente la presenza interiore di una
liberatrice deiscenza verticale che crea nelle cose un'apertura,
salvaguardandole da ogni reificazione. È essa che garantisce così al mondo
ambiente la sua separazione e la sua autonomia, nei limiti definitivi di un
orizzonte del mondo in perpetua estensione ».? A conclusione della sua
penetrante analisi del senso della trascen- denza verticale il Vergote scrive:
« Il cielo non sovrasta l'uomo come un'oscura trascendenza minacciosa. E non è
neppure il miraggio di un paradiso che aliena dai problemi della terra.
Delimita invece la terra come dimora e regno dell'umano. Esso è anche l’indizio
di un ? M. MERLEAU-PonTY, Signes, 1960, pp. 88-89. Ro La teologia e la sua
archeologia, Esperienze, Fossano 1974, pp. 79-80. 87 integrazione della
trascendenza orizzontale e verticale Il cielo delimita la terra ma non la nega
L’Altro assoluto sorgente dell’ipseità e superamento del limite superamento che
non spezza mai il legame terrestre della condizione umana ».# L'uomo non esce
dai confini del proprio essere per sprofondare nel nulla, ma esce da se stesso
per buttarsi in Dio, il quale è l'unico essere capace di portare l’uomo alla
perfetta e perenne realizzazione di se stesso, « Ciò che è necessario
riconoscere, è che lo slancio verso l'Ideale non è possibile e non ha
significato che a causa della presen- za affascinante e in certo qual modo
aspirante dell’Ideale sussi- stente o, per dargli il nome sotto il quale
l’invoca la coscienza reli- giosa, di Dio. È lui e lui solo — l'Altro assoluto
e cionondimeno la sorgente della mia ipseità — che pur consegnandomi a me
stesso mi strappa al mio io; è la sua presenza che introduce in me un principio
di tensione interiore e di oltrepassamento ».* Così, lungi dal fondare
l’'Ideale, l'autotrascendenza dell’uomo tro- va il suo ultimo fondamento.
CONCETTI DA RITENERE — Cosmocentrismo; teocentrismo; antropocentrismo —
Antropologia metafisica, naturalistica, storicistica, esistenziale — Traducianesimo;
emanazione; creazione simultanea; creazione indivi- duale e diretta;
evoluzione; unione accidentale; unione sostanziale; identifica- zione
anima/corpo — Posizione agnostica — Estinzione, sopravvivenza —
Autotrascendenza; soluzione egocentrica, filantropica, teocentrica SINTESI
CONTENUTISTICA I. NATURA DEL PROBLEMA 1. Interesse costante della filosofia per
l’uomo fino a farne l’obiettivo pri- vilegiato con i Sofisti e Socrate. 2. La
filosofia moderna assume un indirizzo spiccatamente antropocentrico, Oggi
persino i teologi ritengono opportuno dare alla loro disciplina una impo-
stazione antropocentrica. 3. Diviene pertanto sempre più urgente rispondere
all'interrogativo chi sia l'uomo e confrontarsi con la complessità della sua
natwira e del suo mistero. Il problema antropologico investe il problema della
natura umana in quanto tale: qual è l'essenza propria dell'uomo? quali i suoi
elementi costitutivi? quale la sua origine e il suo fine? PANORAMA STORICO
DELLO STUDIO DELL'UOMO 1. Storicamente si sono delineate tre prospettive di
studio: cosmocentrica, teocentrica, antropocentrita: i A a) la prospettiva
coòmocentrica (Platone, Aristotele, Epicurei, Stoici, Neo- platonici) situa
l'uomo nell'ordine dela natura e lo studiano in relazione ad esso; ® Ivi, p.
107. J. DE FINANCE, Op. cit., p. 191. 88
b) la prospettiva teocentrica (filosofia cristiana dei Padri della Chiesa e
degli Scolastici) considera l’uomo come « immagine di Dio» e lo studia in
prospettiva teologica; c) la prospettiva antropocentrica è propria della
filosofia moderna e con- temporanea (Umanesimo, Cartesio, Hume, Kant, Hegel,
Comte, Freud, Nietz- sche, Heidegger, ecc.) e assume come punto di riferimento
l’uomo stesso accen- trandone questo o quell’aspetto. 2. Le antropologie
possono distinguersi anche in ordine al metodo: 1) an- tropologie metafisiche
(Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tommaso, Carte- sio, Spinoza, Leibniz,
ecc.); 2) le antropologie naturalistiche (Darwin, Comte, Spencer, Freud, ecc.);
3) le antropologie storicistiche (Vico, Marx, Croce, Ga- damer, ecc.); 4) le
antropologie esistenziali (Scheler, Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty,
Marcel, Gehlen, ecc.). 3. Nel panorama antropologico domina il problema della
libertà: a) nel mondo classico essa è una vana aspirazione vinta dalle forze
del Fato; b) nel mondo post-cristiano emerge come il dono di Dio all'uomo
responsabile così della sua storia e del suo destino; c) nell'epoca moderna la
libertà legittima il graduale distacco dell'uomo da Dio; d) nell'epoca
contemporanea l’antropolo- gia oscilla tra arbitrarietà e condizionamento. 4.
Il problema della natura umana è così determinabile: — problema della
sostanzialità dell'anima — problema dei rapporti tra anima e corpo . — problema
dell'immortalità dell'anima. Il pensiero contemporaneo ha progressivamente
accentuato altri aspetti da cui derivano definizioni dell'uomo in base alla sua
attività fondamentale: eco- nomico (Marx); sessuale (Freud); esistenziale
(Heidegger); storico (Gadamer); fallibile (Ricoeur); dialogico (Buber); utopico
(Bloch); religioso (Luckmann); mitologizzante (Eliade); alienato (Tillich);
libero :(Sartre); problematico {Mar- cel); ludico (Fink). III. IL SIGNIFICATO
DELL'AUTOTRASCENDENZA 1. Il comportamento umano supera quello degli animali.
L’agire umano, inoltre, non esprime solo una trascendenza rivolta all’esterno,
ma anche ri- volta verso l’uomo stesso. L'uomo è autotrascendente. 2.
L'autotrascendenza dell’uomo è interpretata in tre direzioni: a) egocentrica
(Platone, Aristotele, Stoici, Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sar- tre): l'uomo
tende a ritrovare se stesso mediante l'acquisto di un essere più vero, più
autentico, attuando pienamente le proprie possibilità; b) sociocentrica (Marx,
Comte, Bloch, Marcuse, Garaudy): l’autotrascendi- mento è uscita dall’egoismo e
ha una dimensione sociale; c) ieocentrica (Blondel, Rahner, Marcel, Metz,
Boros, De Finance): l’uomo esce incessantemente da se stesso e oltrepassa i
confini della propria realtà sospinto da una forza superiore, Dio. QUESTIONARIO
DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Perché l'uomo è un problema a se stesso? Sotto
quali aspetti si presenta come un problema filosofico? 2. Quali sono le
principali prospettive in cui si sono collocati i filosofi per risolvere il
problema antropologico? 3. Quali sono i metodi usati dai filosofi nello studio
dell'uomo? 4. Come interpretano i rapporti tra anima e corpo Platone,
Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Spinoza, Malebranche, Leibniz? 5.
Perché secondo Kant il problema antropologico è insolubile? 6. Perché la morte del
corpo non implica necessariamente la fine di tutto l’uomo? 89 7. A che cosa è
riconducibile il problema metafisico e religioso come esi- genza peculiare
della natura umana? 8. In che rapporto si trova il singolo con le strutture
sociali, economiche, politiche? 9. Quali sono le principali opinioni sul
significato di autotrascendenza del- l'essere umano? 10. Quale rapporto è
possibile stabilire tra l’autotrascendenza e la dimen- sione etica e politica
dell'uomo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Il problema filosofico
dell'antropologia, Morcelliana, Brescia 1977. AA.Vv., Umanesimo cristiano e
umanesimi contemporanei, Massimo, Mila- no 1982. AA.Vv., Antropologia e
filosofia della religione, Benucci, Perugia 1982. BALESTRO P., Introduzione
all’antropoanalisi, Bompiani, Milano. ‘BeAaLs R.-Howyer H., Introduzione
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Tommaso d'Aquino, Vita e Pensiero, Milano 1965. Ip., Uomo e natura. Appunti per
una antropologia filosofica, Vita e Pensiero, Milano 1980. 90 Capitolo settimo
IL PROBLEMA METAFISICO ‘QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa c’è a fondamento
e a garanzia dell’esistenza? 2. Che cosa esprimono le parole « esistere », «
essere »? 3. Che cosa accadrebbe se esse scomparissero dal linguaggio umano? 1.
L'origine del termine L'origine del termine metafisica è legata all'opera di‘
Aristotele e al destino dei suoi scritti dopo la sua morte. Aristotele morendo
lasciò la propria biblioteca al discepolo Teo- frasto. Essa conteneva, oltre le
opere pubbliche degli altri filosofi e di Aristotele, anche gli scritti privati
del maestro, riservati alla stretta cerchia dei discepoli, tra i quali la Metafisica.
A sua volta, morendo, Teofrasto lasciò con la propria biblioteca anche quella
di Aristotele a Neleo, discepolo di ambedue. Questi la trasportò a Scepsi,
nella Troade, sua patria. Qui i suoi eredi, per sottrarla alle ricerche dei
sovrani di Pergamo e di Alessandria, che intendevano ar- ricchire le proprie
raccolte acquistando tutte le opere importanti su cui riuscivano a metter mano,
la nascosero in un sotterraneo, dove ri- mase poi abbandonata e quasi ignorata
fino verso il 100 a.C., anno in cui il bibliofilo Apellicone la scoprì,
l’acquistò e la portò ad Atene. Quando nell'86 a.C. Silla conquistò la città,
fece portare i preziosi manoscritti a Roma, dove furono affidati ad Andronico
di Rodi, affin- ché ne curasse l'edizione completa. Egli li suddivise e, poiché
dopo avere ordinato le opere di fisica si era trovato davanti ad un gruppo di
14 libri senza nome, allora aveva deciso di chiamarli «i libri che vengono dopo
la fisica » (tà metà tà physicà). Il nome, originato in modo così casuale, corrispondeva
effettivamente al contenuto dei volumi: essi infatti trattavano di realtà,
qualità, perfezioni, es- seri, che non si trovano oppure non si restringono al
mondo fisico, ma vanno oltre, sono cioè « metafisiche »; tutto ciò costituiva
per Aristotele la « filosofia prima ». Quindi il nome dato ad un gruppo delle
sue opere è passato giustamente a designare quella parte della filosofia che si
occupa delle cause ultime, dei principi costitutivi su- premi delle cose. 91 II
problema delle cause ultime e dei principi supremi La scienza dell'essere in
quanto tale Scetticisti, empiristi e materialisti: negazione della metafisica
Il dibattito metafisico non è più controverso di quello scientifico La validità
della definizione aristotelica 2. Oggetto della metafisica La metafisica è
stata variamente definita: come « scienza suprema in assoluto, che studia
l'essere in quanto tale e le proprietà che lo accompagnano necessariamente » ed
è « la scienza che esplora le cause prime e i primi principi » (Aristotele); come
« scienza dei principi primi della natura e della morale » (Kant); come «
immer- sione della propria esistenza nelle possibilità fondamentali dell’esse-
re considerato nella sua totalità » (Heidegger); come « riflessione sui
principi primi » (Gilson). L'elenco delle definizioni potrebbe con- tinuare
ancora, ma quelle riportate bastano ad indicare qual è la preoccupazione che dà
vita all'indagine metafisica: è la preoccu- pazione di scoprire le ragioni
supreme della realtà. La possibilità della metafisica è stata messa in
questione ripetuta- mente per ragioni diverse. Prima dagli scettici a causa
della loro sfi- ducia nelle capacità conoscitive dell'uomo, poi dagli empiristi
a causa della loro riduzione della conoscenza umana all'esperienza sensitiva,
più tardi dai positivisti, dai materialisti, dai marxisti a motivo della loro
riduzione di tutta la realtà all'ordine materiale, e, infine, dagli analisti
del linguaggio a causa della loro riduzione di tutti i pro- blemi, compresi
quelli filosofici, a puri problemi linguistici. Però pare che nessuna delle
suddette ragioni abbia valore pro- bativo. Anzitutto non è affatto vero che
quando i filosofi discutono della realtà delle cose, della loro origine, del
loro essere, della loro natura, del loro divenire, ecc., discutano soltanto sul
significato dei termini « realtà », « origine », « natura », « essere », «
divenire », per il semplice motivo che i dispareri tra i filosofi non sono di
natura diversa da quelli che si incontrano tra gli scienziati. Ora nessuno vorrà
affermare che quando i dotti della Sorbona non condividevano la teoria dei
coniugi Curie a proposito del radium, il loro disaccordo riguardasse solamente
la parola « radium ». Altrettanto si deve dire del disaccordo dei filosofi a
proposito dei principi primi della realtà, della natura, dell'essere delle
cose. Non sono semplicemente disac- cordi verbali; il disaccordo non verte sul
significato delle parole ma sulle cose stesse. Neppure è vero (e la prova è
stata fornita nel capi- tolo dedicato al problema epistemologico), che l'uomo è
dotato sol- tanto di conoscenze sensitive. Noi possediamo anche una conoscenza
superiore a quella sensitiva, di ordine intellettivo, capace di raggiun- gere
la verità entro certi limiti. Vengono così a crollare le obiezioni mosse dagli
scettici e dagli empiristi alla possibilità della metafisica. Ma, ammessa la
legittimità dell'indagine metafisica, qual è l’og- getto al quale essa è
diretta? Aristotele, come abbiamo ricordato, determina l’oggetto della
metafisica con la celebre espressione: l'essere in quanto tale e le proprietà
che l'accompagnano necessariamente. Quasi tutti i filosofi sono d'accordo sulla
bontà di questa definizione: chi fa metafisica 92 scruta il mistero dell'essere
degli enti al fine di scoprire che cosa sia che dà loro consistenza, che li
riempie di realtà. Alla domanda « che cos'è l'essere dell'ente » si arriva
così: si osserva anzitutto nelle cose una molteplicità di aspetti, che le ren-
dono interessanti, meravigliose, spaventose, problematiche, ecc. A poco a poco,
però, un aspetto attira con maggior forza la nostra attenzione, l'aspetto della
loro esistenza, il loro essere: anziché non essere, le cose sono!
Improvvisamente la mente avverte la fondamen- talità di tale aspetto a paragone
di tutti gli altri e comincia ad in- terrogarsi sull'essere delle cose,
sull'essere dell'ente e nell’ente. È a questo punto che l'indagine metafisica
spicca il suo volo. Quindi l'indagine metafisica è indagine intorno all'essere
del- l'ente 0, che è poi lo stesso, indagine intorno all'ente in quanto es-
sere. La metafisica è essenzialmente ricerca intorno all'essere. Quan- do
invece il filosofo abbandona la questione dell'essere, egli si al- lontana
automaticamente dal terreno della metafisica. Da ciò che siamo venuti dicendo
risulta che l'oggetto formale della metafisica non è questa o quella cosa,
questa o quella qualità, questo o quel principio; oggetto formale della
metafisica non è nep- pure l'ente, nessun ente: né l'ente materiale né quello
spirituale, né l'ente necessario né quello contingente. Lo studio di questo o
quel- l'ente particolare, di questa o di quella specie di ente non spetta alla
metafisica ma ad un altro ramo della filosofia oppure ad una delle scienze
sperimentali. L'oggetto formale della metafisica è l'essere in quanto tale.
L'ente materiale non è il suo oggetto formale ma solo il suo punto di partenza.
Solamente l'essere dell'ente (l’ente consi- derato nella sua qualità di essere,
l'ente in quanto è, l'ente conside- rato dal punto di vista dell'essere) costituisce
l'oggetto formale del- la metafisica. Naturalmente la metafisica non si
accontenta di parlare dell'ente in quanto essere, perché il suo resterebbe un
discorso puramente a- stratto. Essa deve parlare anche di tutto ciò che è
implicato in una risposta esauriente all'interrogativo: « Che cos'è l'essere
dell'ente? ». Però è bene precisare che non tutto appartiene al discorso
metafisico allo stesso modo. L'essere dell'ente costituisce l'oggetto formale;
il resto rientra nel discorso metafisico come risultato dell'indagine. Quindi
se per spiegare l'essere dell'ente occorrerà parlare di Dio, questi non entrerà
a far parte dell'oggetto formale della metafisica, ma dei suoi risultati. 3.
Metodo della metafisica Dunque l'oggetto della metafisica è l'essere in quanto
tale. Se- nonché dobbiamo constatare, come osserva giustamente Heidegger, che
l'essere non è mai accessibile direttamente e immediatamente: l'essere non si
manifesta mai da solo; non ci parla mai a tu per 93 L’essere oggetto della
metafisica L’uomo: l’ente che si interroga sull’essere Metodo deduttivo e
metodo induttivo Esigenza di tre metodi: fenomenologico, induttivo e deduttivo
tu; ma è sempre velato, nascosto sotto la maschera di un ente par- ticolare.
Perciò, si può arrivare all'essere soltanto passando attra- verso gli enti. Ma,
attraverso quale ente? A quale dei moltissimi en- ti che affollano la grande
scena dell'universo è più opportuno rivol- gersi per spiare la natura
dell'essere? C'è qualche ente privilegiato che meglio di ogni altro possa
svelarci i segreti dell'essere? Gli esi- stenzialisti hanno sottolineato il
fatto che il nostro ente (quell’ente che noi chiamiamo « uomo ») ha per
l’essere un interessamento del tutto particolare: è l’unico ente che si
interroga sull'essere; gli importa molto di scoprire che cosa sia l'essere in
quanto tale, e so- prattutto che cosa sia l’essere del nostro ente. Gli
esistenzialisti tro- vano in questa singolare vicinanza del nostro ente
all'essere un mo- tivo sufficiente per iniziare la metafisica con lo studio
dell'essere dell'uomo, uno studio che essi conducono secondo il metodo fenome-
nologico. Invece nel passato per risolvere il problema metafisico i filosofi
ricorrevano generalmente o al metodo deduttivo oppure a quello in- duttivo.
Platone, Plotino, Agostino, Avicenna, Bonaventura, Cartesio, Leib- niz e molti
altri, movendo dal presupposto che la mente umana co- nosce a priori o per
illuminazione divina i principi primi e le idee universali oppure considerando
il conoscere non come un apprendere ma come un creare, hanno potuto procedere
nell'indagine metafisica servendosi esclusivamente del metodo deduttivo. Altri
filosofi, tra cui Aristotele, Tommaso d'Aquino e molti mo- derni, non
ammettendo le idee a priori e neppure una illuminazione speciale da parte di un
essere metaempirico e neanche concependo il conoscere come un creare bensì come
un rappresentare, hanno im- piegato il metodo induttivo. A nostro avviso,
l'indagine metafisica per essere seria, feconda e concreta, esige l’uso di tre
metodi: quello fenomenologico, quello induttivo e quello deduttivo. I primi due
servono ad assicurarle una solida base nel concreto, mentre il terzo va
incontro all’esigenza del- la metafisica di offrire una visione sistematica del
reale. 4. Sguardo storico Tracciare la storia del problema metafisico equivale
sostanzial- mente a tracciare la storia della filosofia occidentale, ché la
primà e massima preoccupazione di tutti i filosofi dei periodi antico, me-
dioevale e moderno è sempre stata quella di fornire una spiegazione conclusiva
dei fenomeni che noi esperimentiamo, scoprendo la cau- sa suprema, la ragione
ultima del loro essere. L'intento metafisico è già chiaramente presente nei
filosofi io- nici: è la causa ultima che essi ricercano, anche se poi in
effetti 94 la situano in uno dei quattro elementi costitutivi della materia,
l’acqua, l'aria, la terra, il fuoco. Con Parmenide la metafisica non è più una
semplice aspirazione ma diviene un'autentica realtà. Infatti, additando
l'essere quale prin- cipio unico e supremo d'ogni cosa, egli introduce la
metafisica nel- l'ambito che le è proprio e che resterà tale per sempre.
Platone approfondisce la ricerca dell'essere, distinguendo tra ciò che
veramente è e ciò che invece è solo in modo apparente, finito, contingente. Ciò
che veramente è egli io identifica col mondo delle Idee: esso è ingenerato,
eterno, incorruttibile; mentre ciò che sem- plicemente appare lo identifica col
mondo materiale: esso è finito, mutevole, contingente, corruttibile.
Ovviamente, per Platone, il mon- do ideale è il fondamento, la causa di quello
materiale. In che mo- do? È noto che su questo punto Platone non ha mai
raggiunto una posizione definitiva. Egli ha formulato due ipotesi: quella della
par- tecipazione delle cose nelle Idee, e quella della imitazione delle Idee da
parte delle cose. Ma entrambe presentavano alcune grbsse diffi- coltà e questo
gli impedì di ascrivere certezza assoluta alle sue ipo- tesi metafisiche.’ -
Aristotele, l'abbiamo già detto e ripetuto, definisce il problema metafisico
come « studio dell'essere in quanto tale e delle proprietà che l'accompagnano
necessariamente ». Egli identifica tale studio con quello delle quattro cause:
materiale, formale, efficiente, finale. Ma le quattro cause di che cosa?
Ovviamente, del mondo materiale che ci circonda. È scoprendo i principi
fondamentali che sorreggono questo mondo che si dischiude il mistero
dell'essere. Peraltro, quan- do si tratta di determinare la natura specifica
delle cose materiali egli rifiuta la teoria platonica delle Idee ritenendola
come puramen- te fantastica e del tutto superflua. L'essenza delle cose, a suo
giu- dizio, non sta fuori delle cose ma nelle cose stesse. E tuttavia, quan- do
vuole rendere ragione del fondamento ultimo delle cose, anche Aristotele ritiene
necessario postulare, come aveva fatto Platone, l’esistenza di una realtà
spirituale, Dio. Questi però non lo conce- pisce come causa efficiente del
mondo, ma come suo ‘fine ultimo: Dio è il movente supremo, che col suo fascino
determina l’evolu- zione del mondo. L'impostazione e la soluzione data al
problema metafisico da Pla- tone e da Aristotele esercitarono un influsso
decisivo su tutta la speculazione posteriore. Le si ritrova sostanzialmente
inalterate presso gli Stoici, i Neopiatonici, i Padri della Chiesa, gli
Scolastici e anche presso la maggior parte dei filosofi moderni. Lo studio del-
l'essere degli enti finiti e contingenti li porta tutti a postulare l'’esi-
stenza di un Essere infinito, assoluto, necessario. Questi per gli Stoici, ! B.
MONDIN, vol. I, pp. 82-85. 2 Ivi, pp. 124-136. 95 L'emergenza metafisica in
Parmenide Platone: l'essere è il mondo delle idee Aristotele: l'essere e le sue
proprietà Influenza di Platone e Aristotele sulla speculazione posteriore
L’Essere sussistente nella filosofia cristiana Il graduale primato della
gnoseologia sulla metafisica da Cartesio a oggi L’impossibilità della
metafisica per Hume e Kant è il Logos, per i Neoplatonici l’Uno, per i Padri e
gli Scolastici Dio, per Spinoza la Sostanza, per Leibniz la Monade suprema. Ma,
nella filosofia cristiana, pur conservando essenzialmente l’im- postazione che
gli avevano dato i due massimi esponenti della filo- sofia greca, il problema
metafisico fa un notevole passo avanti e raggiunge un definitivo chiarimento su
uno dei punti più difficili ed oscuri, quello concernente i rapporti che
intercorrono tra gli enti finiti e l’Essere sussistente. Questo punto viene
chiarito mediante l'introduzione della dottrina della creazione, la quale
insegna che gli enti finiti (il mondo) devono tutta la loro realtà all'Essere
sussi- stente, a Dio. Senza Dio il mondo è assolutamente nulla, e prima d’es-
sere stato prodotto da Lui non aveva alcuna realtà. Ma anche do- po che è stato
posto in essere, esso deve la sua consistenza alla presenza attiva di Dio.
Tratto dal nulla, il mondo si muove continua- mente sull'orlo del nulla. E
tuttavia proprio perché ha Dio per pa- dre e creatore, il mondo non sarà mai
sopraffatto dalle insidie del nulla. Al contrario, sviluppando le possibilità
che Dio gli ha con- ferito esso si allontana gradualmente dall’abisso del nulla
e si avvi- cina al regno inespugnabile e indistruttibile dell'Essere
sussistente.’ Il problema metafisico, s'è detto, abbraccia gran parte della
spe- culazione filosofica fino agli inizi del secolo XIX. Occorre però preci-
sare che già a partire da Cartesio esso cede il primato, che prima era sempre
stato suo, al problema gnoseologico. Ciò che occorre affron- tare per primo è
il problema del valore e della portata della nostra conoscenza. Solo se si
risolve positivamente questo problema, è le- cito passare all'indagine
metafisica. Diversamente si rischia di co- struire dei castelli in aria.
Sappiamo che Cartesio, Spinoza, Pascal, Malebranche, Leibniz, Vico e,
parzialmente, anche Locke, considerano obiettivamente valida la conoscenza
della ragione umana e, conseguentemente, se ne val- gono per risolvere il
problema del fondamento ultimo della realtà. Di esso Cartesio, Malebranche,
Pascal, Vico, Leibniz offrono una soluzione che non si discosta gran che da
quella degli autori cristia- ni che li avevano preceduti; mentre invece
profondamente ‘innova- trice è la soluzione di Spinoza. Secondo questo autore
la realtà ma- teriale non rimanda ad un piano superiore di ordine spirituale: i
due piani, materiale e spirituale, a suo avviso, sono strettamente con- giunti
tra di loro, e rappresentano le facce d'una unica Sostanza.* Ma, dopo che il
problema metafisico ha ceduto il primo posto a quello gnoseologico, si intuisce
facilmente come esso possa venire soppiantato del tutto da quest'ultimo e
definitivamente soppresso: basta soltanto contestare il valore obiettivo e
trascendente della ra- gione umana. È la posizione che adottano prima gli
empiristi inglesi e poi Kant. Per i primi non si dà altra conoscenza fattuale
al di ? Ivi, pp. 221-223; 283-286. ‘ B. MONDIN, vol. II, pp. 164-168. 96 fuori
di quella dei sensi, i quali, ovviamente possono ben fornire catene di dati ma
non garantirne l’obiettività e tanto meno proporre una spiegazione profonda ed
esaustiva della loro esistenza. Per Kant la mente umana è sì in grado di
fornire un'interpretazione ge- nerale, scientifica della realtà fenomenica, ma
soltanto di questa, non della realtà in sé (la realtà noumenica). A proposito
di quest’ul- tima è lecito sollevare degli interrogativi, ma non fornire delle
ri- sposte valide e sicure. Il fondamento della realtà è irraggiungibile ed
incomprensibile.’ Così con Hume e Kant la sorte della metafisica è
definitivamente segnata. La situazione per la metafisica non migliora nel
nostro secolo, quando, dopo aver esperimentato la sterilità dell’'impostazione
cri- tica della ricerca filosofica, alcuni autori {ci riferiamo ai neo-
positivisti e agli analisti) operano una seconda rivoluzione coperni- cana,
affermando che l’unica via per risolvere i problemi metafisici non è quella che
parte dall'essere e neppure quella che parte dal co- noscere, ma quella che
muove dal linguaggio. La questione fondamen- tale, che dev'essere affrontata
prima di ogni altra, è la questione del senso delle nostre parole. Risolta
questa questione anche le più astruse questioni metafisiche non presentano più
nessuna difficoltà. Questa impostazione linguistica dell'indagine filosofica di
per sé non è ostile alla metafisica; di fatto però ha condotto alla sua
negazione radicale, perché i filosofi del linguaggio per determinare quali
parole siano sensate e quali prive di senso hanno assunto un criterio non meno
rigorosamente empiristico di quello che i filosofi inglesi del secolo XVIII
avevano usato per risolvere il problema del valore della conoscenza. Secondo
tale criterio, detto della verifica sperimentale, una proposizione ha
significato soltanto se è tradu- cibile in una serie di proposizioni
sperimentali. Quando « una pro- posizione non è traducibile in proposizioni di
carattere empirico [...] non è affatto un’asserzione; non dice nulla; non è
altro che una se- rie di parole vuote; è semplicemente senza senso »$ Con
questo criterio di significanza crolla ovviamente e voluta- mente qualsiasi
metafisica. « È impossibile » dichiara Carnap « ogni metafisica che voglia
inferire il trascendente, cioè ciò che giace al di là dell'esperienza,
dall'esperienza stessa. [...] Non c'è affatto una filosofia come teoria, come
sistema di proposizioni con caratteristiche proprie, che possano stare accanto
a quelle della scienza ».” È per- tanto impossibile qualsiasi visione del mondo
che abbia la pretesa di essere l’ultima risposta all'ultima domanda, che voglia
fornire la 3 Ivi, pp. 345-347. $ R. CARNAP, Philosophy and Logica! Syntax,
Londra 1935, pp. 13-14; trad. it., Sintassi e logica del linguaggio, Silva,
Milano 1961. ? R. CARNAP, « Ueberwindung der Metaphysik durch logische Analyse
der Sprache » (JI superamento della metafisica mediante l'analisi logica del
lin- guaggio, pubblicato nel 1932 a Vienna), in Erkenntnis II (1931-1932), p.
240. 97 Linguistica e metafisica: il problema del senso delle parole Il crollo
della metafisica per il criterio della significanza Oggi la metafisica riemerge
costantemente chiave risolutiva del problema del fondamento dell'essere degli
enti. Abbandonata la metafisica, ai giorni nostri si cerca di trovare una
risposta agli interrogativi ultimi rivolgendosi o alle scienze positive o alla
storia oppure, più recentemente, alle scienze umane (psico- logia, psicanalisi,
etnologia, sociologia, ecc.). Ed oggi il dibattito sul rapporto
metafisica-scienza nell’ambito della storia della scienza è tornato a
svilupparsi in modo intenso (v. Kuhn, Lakatos, Feyera- bend, Strawson, ecc.).
Ma le risposte che si ottengono da queste discipline, anche se di notevole
interesse, non riescono neppure a scalfire il problema del fondamento ultimo
della realtà. E allora la metafisica fa di nuovo capolino in uno dei due modi
seguen- ti: o come esigenza di superare i confini angusti della storia, delle
scienze positive, delle scienze umane; oppure, e questo è il modo più comune,
mascherandosi dietro il paravento della visione gene- rale delle cose che
ognuno porta necessariamente in se stesso e che, però, quasi mai si è disposti
a riconoscere e tanto meno a concet- tualizzare rigorosamente. Così
attualmente, nonostante la generale ostilità per la metafisica teoretica, c'è
una metafisica esigenziale ed esistenziale che è più viva che mai. E questo
conferma quanto avesse ragione Kant quando di- ceva che l'uomo è un animale
essenzialmente metafisico. CONCETTI DA RITENERE — Essere; ente — Oggetto
formale; metodo induttivo, deduttivo; fenomeno logico — Mondo delle Idee;
Essere sussistente; enti finiti; creazione — Metafisica esigenziale,
esistenziale SINTESI CONTENUTISTICA I. L'ORIGINE DEL TERMINE L'origine del
termine « metafisica » è legata all'opera di Aristotele e al destino dei suoi
scritti dopo la sua morte. Essi, dopo alterne vicende, furono af- fidati ad
Andronico di Rodi, il quale, ordinate le opere di fisica, si trovò davanti a un
gruppo di libri senza nome che chiamò « i libri che vengono dopo la fisi- ca »
(tà metà tà physicà). Il nome dato in modo casuale corrispondeva al con- tenuto
relativo alle realtà che vanno oltre il mondo fisico. II. OGGETTO DELLA
METAFISICA 1. Variamente definita, la metafisica esprime l'esigenza dell'uomo
di sco- prire le ragioni supreme della realtà. Nel corso dei secoli la sua
possibilità è stata messa ripetutamente in discussione da quegli orientamenti
filosofici che tendevano a ridurre l'ambito conoscitivo dell’uomo (scettici,
empiristi, positi- visti, marxisti, materialisti in genere, strutturalisti,
ecc.). 2. La capacità propria della natura umana di esercitare, oltrela
conoscenza sensitiva, quella intellettiva legittima tuttavia l'indagine
metafisica. 3. L'indagine metafisica verte sull'essere dell'ente, è
essenzialmente ricerca 98 intorno all'essere. Oggetto formale della metafisica
è l’essere in quanto tale. L'ente materiale è solo il suo punto di partenza.
METODO DELLA METAFISICA 1. L'essere non è mai accessibile immediatamente e
direttamente, è sem- pre velato dall'ente. C'è allora qualche ente privilegiato
che ne favorisca la rivelazione? 2. Nel nostro tempo gli esistenzialisti hanno
colto nell'uomo, l’unico ente che si interroga sull’ente, il punto di partenza
per l'indagine metafisica. 3. Nel pensiero classico la ricerca metafisica ha
assunto ora il metodo de- duttivo ora quello induttivo. I filosofi di
orientamento platonico e razionalistico sulla base dell'innatismo delle idee
hanno accentuato la deduzione. I filosofi aristotelico-tomisti hanno usato
invece il metodo induttivo. 4. Una completezza di indagine richiede tre metodi:
il fenomenologico, l’'induttivo e il deduttivo. I primi due le danno una base
nel concreto, il terzo offre la visione sistematica della realtà. IV. SGUARDO
STORICO 1. Il problema metafisico nel mondo classico è caratterizzato
dall’intreccio con la cosmologia nella filosofia ionica; dalla centralizzazione
del problema dell'essere con Parmenide; dall’approfondimento di Platone che lo
riconduce al mondo delle Idee; dalla definizione del problema in Aristotele: «
studio del- l'essere in quanto tale e delle proprietà che lo accompagnano
necessariamente ». 2. Platone e Aristotele influenzano la filosofia medioevale.
Con san Tom- maso il problema metafisico risolve il problema del rapporto tra
gli enti finiti e l’Essere sussistente in virtù dell’atto creativo. 3. Nell’età
moderna con Cartesio questo problema cede il posto a quello gnoseologico ed
entra in una grave crisi con il criticismo kantiano, che chiu- dendo la
conoscenza nell’ambito dell’esperienza, nega la possibilità della meta- fisica
come scienza. 4. Nel pensiero contemporaneo, dopo il passaggio dalla metafisica
dell’es- sere a quella della soggettività, segnata dall'idealismo, con il
positivismo la metafisica entra in una crisi ulteriore. I filosofi del
linguaggio, in particolare, ne decretano la fine affermando la validità solo di
quelle proposizioni che sono traducibili in proposizioni di carattere empirico.
Nel nostro tempo la metafisica tende tuttavia a riemergere come metafisica
esigenziale ed esistenziale. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Qual è
il significato etimologico del termine « metafisica »? Da chi è stato
introdotto? 2. Come viene definita la metafisica da Aristotele, Kant,
Heidegger? 3. Qual è l'oggetto, il fine, il metodo della metafisica? 4. Perché
molti filosofi hanno messo e mettono tuttora in dubbio la possi- bilità della
metafisica? 5. Perché si dice che Parmenide è il « padre della metafisica »? 6.
Che cosa si intende per creazione, emanazione, evoluzione, partecipa- zione? 7.
Che cosa si intende per sostanza e accidente, materia e forma, atto e Potenza,
essenza ed esistenza? 8. In che misura il problema metafisico coinvolge il
problema gnoseo- logico? 9. Quali sono i punti di interazione e di contrasto
tra metafisica ed epi- stemologia? 99 10. Quali rapporti si possono stabilire
tra il problema metafisico e il pro- blema religioso? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI Metafisica e ontologia, Gregoriana, Padova, Metafisica e scienze
dell'uomo, a cura di B. D'Amore e A. Ales Bello, Borla, Roma 1982. ARATA C.,
L'’aporetica dell'intero e il problema della metafisica, Marzorati, Milano 1971.
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Milano 1979. EIMSOCETH H., Grandi temi della metafisica occidentale, Mursia,
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cristiana, Massimo. HeIpeccER M., Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano
1968. MARCEL G., Il mistero dell'essere, Borla, Torino 1971. MARITAIN J., Sette
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Tommaso d'Aquino, Massimo, Milano. PENATI G., Problemi di gnoseologia e
metafisica, Vita e Pensiero, Milano. PIERETTI, Analisi di linguistica e
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Roma 1977. TRESMONTANT C., Idee fondamentali della metafisica cristiana,
Morcelliana, Brescia 1963. VANNI ROVIGHI S., Elementi di filosofia. II,
Metafisica, La Scuola, Brescia. Copiolo0Hovo riu IL PROBLEMA RELIGIOSO
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Come si spiega la presenza del fenomeno religioso
in tutti i tempi e in tutte le culture? 2. In che misura la dimensione
religiosa fa parte della natura umana e perché? 3. C'è differenza tra bisogno
naturale di Dio e scelta religiosa? < 1. | termini del problema La
dimensione religiosa è propria ed esclusiva dell’essere uma- no, e non esiste
presso gli altri esseri viventi. Si tratta peraltro di una manifestazione che,
abbracciando l’intera umanità sia in ordine allo spazio che al tempo (e non
soltanto quesito o quell'altro gruppo di un'epoca storica particolare), assume
proporzioni notevolissime. Gli antropologi ci informano che l’uomo ha
sviluppato una attività religiosa sin dalla sua prima comparsa sulla scena della
storia e che tutte le tribù e tutte le popolazioni di qualsivoglia livello
culturale hanno coltivato qualche forma di religione. D'alironde è cosa risapu-
ta che tutte le culture sono profondamente segnate dalla religione e che le
migliori produzioni artistiche e letterarie non solo delle civiltà antiche ma
anche moderne si ispirano a motivi religiosi. È pertanto ragionevole affermare
che l'uomo oltre che sapiens, volens, faber, loquens, ludens, ecc., è anche
religiosus. Né il fatto che oggi la religione stia attraversando una crisi
profonda e si in- contrino molti individui che si professano areligiosi,
costituisce un argomento plausibile contro la rilevanza del fenomeno religioso.
In effetti, noi consideriamo l’uomo ludens, loquens, faber, sapiens, ecc.,
anche se non tutti gli uomini giocano, lavorano, parlano, pensa- no.
Altrettanto vale per la dimensione religiosa: essa si impone come una costante
dell'essere umano, anche se non è coltivata da tutti gli individui della
specie. La religione è quindi un fenomeno reale, tipico dell’uomo, ma è anche
un fenomeno molto problematico, forse il più problematico di tutti. Infatti
mentre le altre attività umane si rivolgono ad oggetti la cui esistenza è fuori
di discussione, l’attività religiosa, per contro, si dirige verso un oggetto,
di cui si vede messa in questione persino l'esistenza. — Iti queste poche
pagine noi cercheremo di dare un'idea della na- 101 La religione dimensione
universale ed esclusiva dell’uomo Problematicità del fenomeno religioso Nella
storia la questione religiosa è sempre esistita Controversie interpretative dei
filosofi degli ultimi secoli Riconoscimento del valore oggettivo della
religione in Hume e in Kant tura e della complessità del problema religioso. A
tal fine procede- remo secondo l’ordine seguente: anzitutto tracceremo una
breve storia delle interpretazioni del fenomeno religioso così com'è stato
visto dai filosofi; poi faremo un approfondimento teoretico del pro- blema,
elaborando una definizione della religione ed esaminando i rapporti che essa
mantiene con le altre attività umane. 2. Le principali interpretazioni
filosofiche della religione La questione religiosa è stata sempre presente
nella storia della filosofia. Nel periodo antico se ne interessarono Senofonte,
Prota- gora, Platone, Aristotele, Lucrezio, Plotino; in quello medioevale
Avicenna, Averroè, Maimonide, Tommaso d'Aquino, Scoto, Occam; agli inizi
dell'epoca moderna, Giordano Bruno, Campanella, Spi- noza, Hobbes, Locke. Ma è
stato soprattutto a partire da Hume e da Kant che la questione religiosa è
divenuta uno dei punti cen- trali della riflessione filosofica, e possiamo dire
che, a partire da questi, ha inizio una vera e propria « scienza delle
religioni » che è andata sempre più sviluppandosi sino ad oggi. Fu Muller che
usò per la prima volta nel 1877 il termine religionswissenschaft, cioè «
scienza delle religioni », che ebbe uno sviluppo notevole, va- lendosi molto
dell’antropologia culturale. Più tardi, alla « scienza delle religioni » fu
dato l'apporto dei sociologi, soprattutto di Durk- heim che elaborò, nel 1912,
una teoria generale della religione. “Sulla questione religiosa i filosofi
moderni si sono schierati su due fronti opposti. Da una parte alcuni hanno
cercato di mostrare che la religione è priva di qualsiasi fondamento oggettivo:
essa sarebbe una più o meno astuta invenzione dell'uomo, dovuta alla paura
(Feuerbach), alla prepotenza (Marx), all'ignoranza (Comte), al ri- sentimento
(Nietzsche), alla sublimazione degli istinti (Freud), ad abusi linguistici
(Carnap), ecc. Dalla parte opposta altri autori difendono il valore oggettivo
della religione, in quanto essa si fon- derebbe su un rapporto dell'uomo con la
realtà assoluta (Hegel, Croce, James, Bergson, Scheler, Otto, Jaspers, ecc.). I
primi svilup- pano una critica negativa e demistificante; invece i secondi
elaborano una critica positiva e costruttiva del fenomeno religioso. 2.1
Demistificazione della religione Hume e Kant, pur assegnando basi diverse al
fenomeno religioso (Hume l'aveva fondato sull’istinto e Kant sulla ragione
pratica), non ne avevano messo minimamente in dubbio il valore essenzialmente
oggettivo. Tale valore, più tardi, venne nuovamente ribadito dagli idealisti,
in particolare da Hegel. L'orizzonte culturale entro il quale Hegel interpreta
la religione è quello della « religione nei limiti della pura ragione » di
Kant. 102 Essa costituisce il secondo momento del sapere assoluto, quando lo
spirito prende piena coscienza di se stesso e diventa « autoco- scienza ».!
Feuerbach, discepolo di Hegel, partendo dal pensiero di questi, arrivò a negare
il valore oggettivo della religione. Contro il postulato hegeliano il quale
afferma che tutto procede dall’Assoluto e ogni cosa, l’uomo compreso, non è
altro che un mo- mento del suo automanifestarsi, Feuerbach sostiene che le cose
stan- no esattamente all'opposto: Dio è solo un'idea escogitata dall'uomo allo
scopo di conseguire la piena realizzazione di se stesso; pertanto la realtà
suprema non è Dio ma l'uomo. Nel famoso saggio L'essenza del cristianesimo
Feuerbach argomenta che la religione trae origine da un processo di
ipostatizzazione dei bisogni e degli ideali dell’uo- mo: l'uomo proietta tutte
le qualità positive che ha in sé in una persona (ipostasi) divina e fa di essa
una realtà sussistente, capace di sopperire ai suoi bisogni e alle proprie
lacune? In Karl Marx, anche egli discepolo di Hegel, le critiche avanzate da
Feuerbach al pensiero del maestro hanno certamente contribuito ad avviare anche
lui alla contestazione del fenomeno religioso, alla negazione di Dio e alla
condanna di ogni chiesa. Ma a fargli sposare la causa dell’ateismo, più che
argomenti di natura filosofica e meta- fisica sono stati motivi di ordine
storico e sociale? La sua identifica- zione della società ideale con la società
senza classi e la ricerca della instaurazione di tale società mediante la
demolizione delle strutture sociali vigenti ai suoi tempi, l'hanno portato
necessaria- mente a confrontarsi con la religione. Ora, tutta una serie di
circo- stanze storiche gli hanno fatto credere che la religione fosse uno dei
maggiori ostacoli alla realizzazione della nuova società e, per- tanto,
concludere che la religione non può essere che un'invenzione delle classi
privilegiate per meglio sfruttare le classi subalterne: essa è strumento di
evasione per gli sfruttati e di giustificazione per gli sfruttatori. La
religione è l'oppio del popolo. « La religione è il sospiro della creatura
oppressa dalla sventura, l'anima di un'epoca senza spirito. È oppio per il
popolo. [...] Il fondamento della critica religiosa è questo: l'uomo crea la
religione, non è la religione che crea l’uomo ».* Nel XIX secolo la critica
della religione di maggior riscontro non fu quella di Marx e Feuerbach, ma
quella di Comte, il padre del positivismo. Secondo Comte tutto l'universo
procede dalla materia per via di evoluzione. Anche l’uomo è un portato
dell'evoluzione. Con la sua comparsa sulla scena del mondo ha inizio la storia,
le cui fasi principali, secondo la celebre classificazione del padre del po- !
B. MONDIN, vol. III, pp. 67, 79-80. 2 Ivi, pp. 142-144. » Cfr. W GOLLWITZER, La
critica marxista della religione e la fede cristiana, Morcelliana, Brescia
1970. ‘+ B. MONDIN, vol. III, pp. 153-156. 103 La crisi post- hegeliana: Dio
autoproiezione dell'uomo Negazione di Dio e condanna della Chiesa in Marx La
critica di Comte alla religione L'esperienza religiosa come stadio primitivo
dell’umanità Nietzsche: la ‘morte di Dio” e l'autonomia del Super-uomo Il
cristianesimo messaggio di debolezze e di mediocrità sitivismo, sono tre:
religiosa, metafisica, scientifica. Le tre diverse fasi corrispondono a tre
diversi modi di concepire e di spiegare le cose. Nell’epoca religiosa l’uomo si
dà una spiegazione mitica defenomeni naturali escogitando cause soprannaturali;
nell'epoca me- tafisica egli ottiene una spiegazione dei fenomeni ricorrendo a
prin- cipi reconditi, quali sostanza, accidenti, essere, ecc.; nell'epoca po-
sitiva infine egli elabora una spiegazione ragionata, scientifica delle cose
per mezzo delle leggi naturali, le quali bastano da sole (senza che ci sia
bisogno di ricorrere a Dio oppure a principi metafisici) a spiegare tutti i
fenomeni che noi constatiamo. Tutte le attività e tutte le branchie del
conoscere passano per questi tre stadi: la politica come il diritto, l'economia
come la morale, la fisica come l’astrono- mia, ecc. All’inizio dell'epoca
moderna, con lo sviluppo del metodo scientifico, l'umanità ha raggiunto
finalmente l'età adulta e può, quindi, lasciarsi alle spalle sia la religione,
sia la metafisica. An- ziché rivolgere la sua attenzione ad esseri
soprannaturali o recon- diti essa può ora prendere cura di se stessa. Questo è
l’unico culto (cioè il culto dell'Umanità) che essa deve promuovere. Un altro
autorevole esponente della critica negativa del fenomeno religioso, nel secolo
scorso, è Nietzsche. Di lui tutti conosciamo il famoso proclama: « Dio è morto
». Questa sentenza, che rappresenta il leit-motiv della predicazione di
Zaratustra è anche il motivo do- minante della riflessione filosofica di
Nietzsche. Questi vuole svi- luppare l’idea di un uomo (il Super-uomo)
assolutamente autonomo, padrone di se stesso, sovrano della natura e della
storia, affrancato dai vincoli e dalle costrizioni imposte dalla morale, dal
diritto, dalla religione. Studiata alla luce dell'idea del Super-uomo a
Nietzsche la religione appare una ingegnosa invenzione degli uomini, però non
dei forti per tenere sotto il loro giogo i deboli, bensì dei deboli per di-
fendersi dalla prepotenza dei forti, dei super-uomini. Di tale origine della
religione il Nietzsche ritiene di trovare conferma nel cristia- nesimo. Qui i
deboli, gli umiliati, gli oppressi elevano il loro ideale di debolezza, di
vigliaccheria, di rassegnazione ad ideali universali e fanno di tutto per
costringere anche gli uomini forti, i potenti, i su- per-uomini, ad accettarlo.
« Solo il misero è buono, proclama il cri- stianesimo, il povero, il debole,
l'umile solamente sono buoni; l’am- malato, il bisognoso, colui che fa ribrezzo
soltanto è pio. Solo a co- storo viene promessa la felicità e la salvezza
eterna. Mentre a voi potenti, aristocratici, a voi viene detto che siete per
tutta l'eternità cattivi, perversi, ingordi, insaziabili nemici di Dio e che
perciò siete eternamente infelici, condannati, maledetti »f Un'altra importante
forma di critica della religione è stata intro- dotta all'inizio del nostro
secolo da Freud mediante la psicanalisi. Da Freud l'infondatezza della
religione è data per scontata in quanto 5 Ivi, pp. 178-181. $ Ivi, pp. 217-222.
104 a suo giudizio è cosa ovvia che fuori del mondo dell’uomo non esiste alcun
altro essere. Allo studioso rimane perciò solo il problema di spiegare come sia
sorta la « illusione religiosa ». A pa- rere del fondatore della psicanalisi
essa non è sorta in conseguenza di una lotta di classe tra classi dominanti e
classi dominate, come voleva Marx, e neppure in conseguenza di una lotta tra
deboli e potenti come sosteneva Nietzsche, bensì attraverso un processo di
sublimazione di una lotta primordiale tra i membri del focolare do- mestico,
con la conseguente proiezione, fuori della psiche sul piano cosmico, dell'idea
di padre. L'oggetto della religione — Dio — è appunto il risultato di tale
proiezione. L'idea di questo Essere su- premo riflette, sul piano cosmico, la
polarità affettiva amore-adio, che i figli sentono nei confronti del padre.”
Altre forme di demistificazione del fenomeno religioso sono state sviluppate
nel nostro secolo dagli esistenzialisti (in particolare da Sartre e da
Heidegger) e dai neopositivisti. Mentre però il pensiero di Sartre è chiaro ed
inequivocabile, non si può invece*stabilire con sicurezza quali siano le vedute
di Heidegger riguardo alla religione. In effetti le sue opere più recenti
contengono tracce inconfondibili di misticismo. Una cosa, peraltro, è fuori
discussione: secondo l’autore di Sein und Zeit la filosofia non può dare che un
giudizio negativo per quanto concerne l’idea di Dio. Infatti, a suo parere,
tale idea è aberrante sia nei confronti della metafisica, in quanto fa decadere
il problema dell'Essere nel problema di un ente; come pure nei confronti del
problema della esistenza umana, perché la distoglie dal- le sue vere,
autentiche possibilità.* L'ultimo importante tentativo di demistificare il
fenomeno reli- gioso è stato compiuto dal neopositivismo. Per questo movimento,
com'è noto, la filosofia consiste essenzialmente nell'analisi del lin- guaggio:
solo in questo modo essa può determinare la verità o la falsità di una
dottrina. Ma, per effettuare l’analisi del linguaggio occorre anzitutto un
criterio per distinguere le proposizioni che hanno significato da quelle che ne
sono prive. Ora, secondo i neo- positivisti per le proposizioni fattuali (non
per quelle logiche) l’'u- nico criterio possibile è quello della verifica
sperimentale. Vale, per- tanto, anche per la religione quanto abbiamo citato
precedentemente da Carnap circa la metafisica” Da queste premesse i
neopositivisti traggono la conclusione, logica e necessaria, che il linguaggio
etico, estetico e religioso è privo di senso, non dice nulla: è privo di qual-
siasi valore oggettivo. Pertanto « dire che Dio esiste è un'espressione
metafisica che non può essere né vera né falsa. E, per lo stesso mo- tivo,
nessuna proposizione che miri a descrivere la natura di un ? Ivi, pp. 224-221.
® Ivi, pp. 410-413. ° Vedi cap. VII, nota 7. 105 Freud: Dio proiezione
dell'immagine paterna Ateismo e misticismo nelle filosofie esistenzialiste La
negazione della reiigione nel neopasitivismo fl valore positivo della religione
Kierkegaard: il primato della fede per giungere allo stadio religioso Bergson e
il valore dell’esperienza mistica Dio trascendente può avere significato
letterale... Tutte le espressioni riguardanti la natura di Dio sono prive di
senso ».! 2.2 Difesa della religione Contro le opinioni espresse dai
demistificatori del fenomeno re- ligioso hanno preso posizione molti ‘filosofi
del secolo scorso e del nostro, affermandone il valore positivo e
considerandolo anzi una delle manifestazioni più proprie, autentiche e genuine
dello spirito umano. Qui non possiamo riferire le vedute di tutti coloro che si
sono espressi in questo senso. Ci limiteremo a riferire il pensiero di alcuni
autori più rappresentativi, cominciando da Kierkegaard. Contro la concezione
hegeliana della religione, la quale vede in essa puramente un momento logico,
naturale dell'evoluzione dello Spirito Assoluto e contro qualsiasi
subordinazione della religione al- la filosofia, Kierkegaard proclama che la
religione non può essere ridotta ad un momento logico d'un sistema generale di
pensiero, perché essa appartiene alla sfera dell’esistenza, della vita. Allo
stadio religioso non si giunge attraverso l'intuizione come sosteneva Hegel, ma
mediante la fede. L'incontro con Dio non si dà nell’immediatezza della visione,
ma nelle tenebre della fede. E questa non è la con- seguenza d'un ragionamento
bensì un atto di decisione che com- porta un salto al di là di tutto ciò che
poggia sulla sicurezza delle leggi scientifiche e dei codici morali. Quando
l’uomo crede in Dio e avverte l’infinita differenza che separa la natura divina
dalla pro- pria, allora si prostra davanti a Lui e Lo adora." Lo sforzo di
Kierkegaard di riabilitare la religione nel suo signi- ficato autentico non
ebbe successo. Durante la seconda metà del- l’Ottocento, come s'è visto, per
opera di Marx, Engels, Comte, Niet- zsche, Freud, esplode la demistificazione
della religione la quale incontra vasti consensi e moltissimi sostenitori nel
momento in cui impera il positivismo e il materialismo. Ma quando questi
sistemi cominciano a vacillare, anche la demistificazione della religione per-
de terreno. Anzi è proprio l'impossibilità dell’accettazione di una simile
interpretazione del fenomeno religioso che induce autori co- me Bergson, James,
Scheler, Otto, Blondel a prendere posizione contro il positivismo e il
materialismo. Bergson, nel celebre saggio Le due sorgenti della morale e della
religione, prende in esame il fenomeno religioso in alcune delle sue
manifestazioni più elevate, quali il misticismo greco ed orientale, il
profetismo ebraico e il misticismo cristiano. Attraverso l’esperienza dei
mistici egli arriva all'esistenza di Dio. Questa, già presentita nella
speculazione filosofica dello slancio vitale (é/an vital), si impone ora in
maniera incondizionata. In che modo? In base alla testimonianza 0 A.J. AYER,
Language, Truth and Logic, New York (senza data), p. 115; trad. it.,
Linguaggio, verità e logica, Feltrinelli, Milano 1961. ! B. MONDIN, vol. III,
pp. 212-216. 106 di coloro che hanno l'esperienza delle cose divine. Bisogna
credere ai mistici in queste cose così come si crede ai medici e agli ingegneri
quando si tratta di problemi attinenti alle loro specializzazioni: gli uni e
gli altri sono degli esperti; sanno quello che dicono." L'esempio di
Bergson esercitò un grande influsso anzitutto in Francia e poi anche altrove.
Tra i suoi seguaci si distinse in par- ticolare Maurice Blondel. Questi,
tuttavia, nel difendere il valore oggettivo della religione, si colloca in una
prospettiva diversa da quella del suo maestro. Mentre Bergson giustifica il
fenomeno reli- gioso partendo dalle sue espressioni più autentiche, Blondel
cerca di fondarlo sull'analisi del dinamismo umano considerato nella sua
struttura essenziale. Secondo Blondel un esame attento e appro- fondito
dell’azione conduce logicamente al riconoscimento dell’esi- stenza di Dio.
Infatti « L'azione è in perpetuo divenire come trava- gliata dall’aspirazione
di una crescita infinita. [...] Noi siamo costretti a voler divenire ciò che da
noi stessi non possiamo né raggiungere né possedere. [...] È perché ho
l'ambizione d'essere infinitamente che sento la mia impotenza: io non mi sono
fatto, non posso ciò che voglio, sono costretto a superarmi. [...] Ora, questa
spinta verso l'infinito, che dilata continuamente la mia azione, è Dio. Egli
non. ha altra ragion d'essere per noi perché è ciò che noi non possiamo essere
né fare con le nostre sole forze ».! Noi siamo la sproporzione tra l'ideale e
il reale, ma tendiamo verso la loro identità: tale iden- tità è Dio stesso.
Un'abile difesa del valore e del significato dell'esperienza reli- giosa è
stata condotta anche dal filosofo americano William James, in particolare
nell'opera Le varie forme dell'esperienza religiosa. La sua difesa è basata su
motivazioni d'ordine mistico come in Bergson, piuttosto che su speculazioni
d'ordine teoretico come in Blondel, James non crede che sia possibile
trasformare la religione in un siste- ma di proposizioni scientifiche
dimostrabili apoditticamente. A suo giudizio il fondamento della religione non
è la ragione, ma la fede, il sentimento ed altre esperienze particolari come la
preghiera, conver- sazioni con l'invisibile, visioni, ecc. Tutto questo però
non significa che la religione sia priva di concetti e di dottrine. Anzi James
rico- nosce che una religione che sia veramente autentica deve logicamen- te
guardare ad un certo tipo di metafisica o di cosmologia teistica, e che perciò
la fede in Dio, i cui attributi sono essenzialmente « mo- rali » o connessi con
l’esperienza umana, può essere difesa come un elemento necessario
dell'esperienza religiosa, sebbene non possa ser- vire come base di una
teologia razionale." Ma i più autorevoli assertori del valore oggettivo
dell'esperienza religiosa non sono venuti dalla Francia o dall'America, bensì
dalla 12 Ivi, pp. 257-258. 4 M. BLONDEL, L'action, Parigi 1893, pp. 352-354;
trad. it., L'azione, La Scuola, Brescia. “4 B. MONDIN, vol. III, pp. 348-349.
107 Blondel: esperienza religiosa e dinamismo umano James: la dimensione interiore
della religione e l’esiysnza delle dotirine Il valore oggettivo dell’esperienza
religiosa Scheler: la critica all’interpretazione evoluzionistica
L'automanifestazione di Dio Otto: le differenti modalità dell'esperienza
religiosa (il sentimento del numinoso) Germania. Si tratta di una vasta schiera
di profondi pensatori di cui i più noti sono: Scheler, Otto, Schmidt, Guardini,
Adam, Tillich, Dessauer, Lang. Per esigenze di spazio noi qui ci limiteremo a
rias- sumere brevemente il pensiero dei primi due. Max Scheler pone il fenomeno
religioso al centro della sua ricerca filosofica. In polemica coì positivismo,
che come abbiamo visto riduce la religione ad un momento transitorio dello
sviluppo pro- gressivo della storia dell'umanità, Scheler afferma il carattere
asso- luto e perenne dell'esperienza religiosa. Egli respinge categoricamen- te
la teoria positivistica della nascita della religione per un processo evolutivo
che va dal feticismo, all'animismo, alla magia, ecc., al po- liteismo e
finalmente al monoteismo. Rifacendosi per la parte storico- positiva agli studi
di W. Schmidt, in particolare alla sua tesi del monoteismo primitivo, Scheler
rileva come fenomenologicamente « anche il feticcio più primitivo presenta, per
quanto rozzamente, l'essenza indeducibile del divino, quale sfera globale
dell’essere as- soluto corredato con tutte le caratteristiche del santo ».5 In
esso, e tramite esso, l'intenzione religiosa intende, sente, vede la totalità
dell'essere assoluto e santo e non un semplice oggetto naturale in cui per
entropia introduce una vita psichica. Per quanto concerne la sfera religiosa
Scheler ritiene che il motivo ultimo della sua accet- tazione sia l'evidenza
immediata dell'oggetto che si dà come tale in atti di conoscenza specifica, nel
caso, negli atti religiosi. Pertanto il fondamento ultimo della religione non
può essere che l’automani- festazione di Dio. Tale automanifestazione della
realtà personale di Dio, secondo Scheler, può avvenire solo tramite gli uomini
religiosi, culminanti nel « santo originario », che egli individua nella figura
di Cristo.! Rudolf Otto, nel suo famoso saggio Das Heilige (Il sacro), de-
scrive con acutezza straordinaria le differenti modalità dell’espe- rienza
religiosa. Questa si configura anzitutto come sentimento del numinoso. Il
numinoso è una categoria che fa parte della categoria più complessa del « sacro
». È una categoria del tutto sui generis, che è completamente inaccessibile
alla comprensione concettuale e, in quanto tale, costituisce un arreton, qualcosa
di indefinibile, ineffa- bile, proprio come il « bello » sul piano estetico. In
questo senso appartiene al dominio dell’« irrazionale », e rappresenta
l'elemento più intimo che è comune a tutte le religioni. Il numinoso a sua
volta assume due aspetti che lo caratterizzano in modo inequivocabile: a}
l'aspetto di mysterium tremendum e b) l'aspetto di miysterium fascinans. Il
primo costituisce l'aspetto ripulsivo del numinoso, il se- condo ne rappresenta
invece l'aspetto attrattivo e « affascinante ». Però il sacro oltre che un
aspetto « irrazionale », rappresentato dalla categoria del numinoso, riveste
anche un aspetto « razionale »; que- 5 M. SCHELER, L’eterno nell'uomo, Fabbri,
Milano. i 4 Cfr. G. FERRETTI, Max Scheler. Filosofia della religione, Vita e Pensiero,
Milano 1972. 108 sto trova espressione soprattutto nei « simboli » e nei «
dogmi ». Grazie a queste categorie, attraverso « segni » stabili e universal-
mente validi, il sacro acquista una struttura solida, che gli conferisce il
carattere di « dottrina » rigorosa, oggettivamente valida, e l’op- pone per ciò
stesso alle stravaganze dell’« irrazionalismo » fanta- stico e sognatore. 3.
Definizione della religione e sua distinzione dall’arte, dalla filosofia e
dalla morale « Tutti quelli che si occupano di scienza della religione — nota
A. Lang — tutti quelli che della religione intendono favorire lo svi- luppo,
tutti quelli che la vorrebbero estirpare, offrono una defini- zione della sua
essenza »."” Noi proponiamo come definizione sufficientemente descrittiva
la seguente: « La religione è l'insieme di conoscenze, di azioni e di strutture
con cui l’uomo esprime riconoscimento; dipendenza, ve- nerazione nei confronti
del ‘sacrò ».' Questa definizione, come si vede, comprende due elementi, uno
riguardante il soggetto e l’altra l'oggetto. Quanto al soggetto essa indica
l'atteggiamento che l’uomo assume quando si esprime religio- samente. In
effetti non ogni‘rapporto col Sacro è attività « religiosa ». Se per esempio si
studia il processo di trasformazione e di sviluppo delle religioni, i loro
influssi e Manifestazioni, non si può fare a meno di occuparsi anche
dell'oggetto dell'esperienza religiosa, tuttavia ci si muove sul piano della
storia, non della religione. « Si può par- lare di un atto religioso, soprattutto
d'un atto religioso fondamentale, solo quando l'uomo assume di fronte al Sacro
e al Divino un atteg- giamento soggettivo del tutto particolare, cioè quando
viene emoti- vamente colpito e attratto dall'oggetto ed entra in contatto
DErR0: nale con esso. Questo è il lato psichico o interiore della religione ».
Come s'è detto, l'aspetto soggettivo del fenomeno religioso è costi- tuito dal
riconoscimento della realtà del Sacro, dal sentimento di to- tale dipendenza
nei suoi confronti e dall’atteggiamento di venera- zione verso di esso.
Dell’oggetto della religione la nostra definizione indica ciò che lo
caratterizza in modo esclusivo, vale a dire di essere-sacro. Sacro è un
concetto primario, fondamentale, come i concetti di essere, di vero, di bene, di
bello, e pertanto non lo si può spiegare ulteriormen- te rifacendosi a
categorie estranee alla sfera religiosa. Su questo punto mi pare che Scheler e
Otto abbiano perfettamente ragione. Ma non per questo lo si deve considerare un
concetto non suscetti- " A. LANG, Introduzione alla filosofia della
religione, 2° ed., Morcelliana, Brescia 1969, p. 25. 4 Ivi, p. 48. 109
L'aspetto razionale del sacro: simboli e dogmi Una definizione della religione
L’atto religioso fondamentale come atteggiamento soggettivo di fronte al Divino
Il ‘Sacro’ è un concetto primario e fondamentale Le caratteristiche del Sacro:
oggettività, assiologia, trascendenza, personalisticità L'elemento oggettivo
distingue la religione dalla filosofia bile di qualche delucidazione. Infatti,
all'interno della sfera reli- giosa il Sacro assume caratteristiche sue
proprie, inconfondibili, che consentono di descriverlo in modo inequivocabile.
Tra le carat- teristiche più perspicue ricordiamo quelle così bene evidenziate
da Rudolf Otto: la numinosità (o sacralità), la misteriosità, la maestà, il
fascino. Ma sue caratteristiche importanti sono anche queste al- tre:
l'oggettività, l’assiologia, la trascendenza e la personalisticità. Anzitutto
l’oggettività: il Sacro finché permane sacro e quindi og- getto della religione
non può essere considerato una trovata della fantasia umana, una proiezione e
ipostatizzazione dei bisogni, de- sideri, ideali dell'uomo. L'atto religioso è
rivolto ad una realtà effettivamente esistente: « sempre i contenuti religiosi
si presentano con la pretesa d'avere consistenza e validità anche al di fuori
della coscienza e dell'esperienza religiosa ».” La trascendenza: anche se non è
collocato fuori del mondo, il Sacro viene sempre conside- rato come qualcosa
che supera infinitamente il mondo stesso e tut- to ciò che nel mondo è
compreso, in particolare l’uomo. L'assio- logia: il Sacro rappresenta il valore
supremo, cui fanno capo tutti gli altri valori. La personalisticità: l'uomo
religioso non si colloca in rapporto con un oggetto, ma con un Tu, con una
persona. « C'è qualcuno di fronte a lui. Io esperimento un Tu. E io me lo
immagino sotto la forma di un dèmone o di un dio ».® Determinata in questo modo
l'essenza della religione, risulta evi- dente in che cosa essa si distingua
dalla filosofia, dall'arte e dalla morale. Ciò che la distingue dalla filosofia
è soprattutto l'elemento soggettivo; infatti sia la religione che la filosofia
si occupano del Sacro, del Divino, della « realtà ultima », ma fanno ciò in un
modo totalmente diverso. La filosofia procede astrattamente e con fina- lità
puramente speculative; invece la religione « è una presa di po- sizione
personale che va oltre la semplice conoscenza della verità, è l'atteggiamento
in cui tutto l’io si raccoglie nella sua singolarità »,% con un impegno supremo
(ultimate concern)? Ciò che distingue la religione dall'arte è invece
soprattutto l'elemento oggettivo: la re- ligione ha per oggetto il reale,
l’arte l'ideale. Infine, anche religione e morale, nonostante siano legate
l'una all'altra nel modo più stret- to, sono essenzialmente distinte. « La
prima è incontro con Dio: contatto personale con Lui, riconoscimento umile e
devoto del suo valore assoluto e della sua santità. Alla seconda spetta la cura
e la realizzazione dei valori che corrispondono all'essenza dell’uomo ».# »
Ivi, p. 79. i i 2° G. VAN DER LEEUW, L'uomo primitivo e la religione, Einaudi,
Torino 1961, p. 144. 2 A. LANG, Op.
cit., p. 110. ® P. TiLIcH, Systematic Theology, Chicago 1951, vol. I, pp. 22 ss. 3 A. Lanc, Op. cit., p. 118. 110 4.
Fondazione teoretica della religione A questo punto, se si vuole passare dal
piano formale della de- finizione della religione a quello della sua verità
obiettiva, occorre affrontare il problema della verità dell’ oggetto della
religione, un problema di capitale importanza ma anche estremamente arduo
qualora ci si voglia affidare esclusivamente alle forze della ragione. Per
risolverlo si possono battere due vie: la metafisica e l’erme- neutica storica;
però né l'una né l'altra sono in grado di garantire il sicuro raggiungimento
del traguardo e sono tutte due SOSpAFE di grosse difficoltà. La metafisica ha
il pregio di far leva esclusivamente sulle forze della pura ragione; ma proprio
per questo ha ben poche probabilità di risolvere un problema così difficile
come questo. Anche nell’even- tualità che riesca ad elevarsi fino al piano
religioso, la ragione spe- culativa non potrà mai fornire un quadro
sufficientemente preciso, dettagliato, concreto ed esistenziale. La sua massima
aspirazione è provare l’esistenza di Dio, la creazione del mondo e la
possibilità della rivelazione. Ma queste verità non sono sufficienti ad
alimentare la vita religiosa, una vita fatta di intimità, amore, devozione,
ado- razione, preghiera. Da Leibniz in poi a quella parte della metafisica che
si occupa del problema di Dio si è dato il nome di teodicea (difesa di Dio; dal
greco theos = Dio; dikein = difendere). I limiti inevitabili che accompagnano
questa disciplina sono ovvi per la natura sovrannaturale del suo oggetto: Dio,
che rimane anche per il filosofo un mistero tremendo e fascinoso, il quale
acceca qualsiasi intelligenza che pretende di catturarlo. Lo stesso san Tom-
maso confessava che il modo migliore di parlare di Dio è quello x« per
negazioni », perché « Dio rimane avvolto nella notte oscura del- l'ignoranza,
ed è in questa ignoranza che noi ci avviciniamo a Dio durante la nostra vita.
Infatti in questa fitta nebbia abita Dio ». Ma altra cosa è riconoscere i
limiti di una disciplina, altra cosa conte- starne la legittimità e la
possibilità. A partire da Kant sono state sollevate contro la teodicea tali
dif- ficoltà da mettere in dubbio la sua stessa legittimità e possibilità. Kant
ha sollevato obiezioni di ordine gnoseologico; Wittgenstein di ordine semantico;
Heidegger di ordine metodologico. In breve, Kant confinando la conoscenza umana
all'ordine dei fe- nomeni, concede alla ragione il potere di sollevare la
questione di Dio ma le nega la possibilità di risolverla positivamente.
Wittgen- stein, ritenendo che si possa parlare sensatamente soltanto di oggetti
verificabili empiricamente, poiché Dio non appartiene a questo or- dine di
oggetti, dichiara che di Lui non si può parlare: né sollevare questioni, né
dare risposte. Infine, Heidegger ritiene che la meta- fisica abbia come oggetto
proprio lo studio dell'essere degli essenti (« Perché vi è, in generale,
l’essente e non il nulla? ») e come metodo 111 II problema della verità
dell'oggetto ‘religioso Il compito della “‘teodicea’’ Obiezioni contro la
teodicea I limiti dell’ermeneutica e della ragione storica proprio la
fenomenologia e di conseguenza sostiene che non c'è spazio per una riflessione
autenticamente metafisica su Dio: la teo- dicea non può essere altro che una
onto-teo-logia. Alle obiezioni di Kant, Wittgenstein e Heidegger non è
difficile replicare: basta denunciare la loro pretesa di bloccare la conoscen-
za umana dentro il mondo dei fenomeni, il linguaggio sensato den- tro la sfera
delle cose verificabili, la metodologia appropriata per accostarsi alla realtà
al solo metodo fenomenologico. Se tali pre- clusioni non vengono ritenute
legittime, allora lo studio di Dio divie- ne per il filosofo non solo una
possibilità ma anche un dovere, poiché esprime l’esigenza insopprimibile della
natura umana di afferrare il senso della sua origine e del suo fine ultimo.
L'ermeneutica, cioè l’arte della interpretazione, da parte sua, assumendo come
punto di partenza un evento storico particolare (la rivelazione biblica, oppure
quella cristiana, quella islamica, ecc.) si trova nella difficoltà di provare
come un evento storico di carattere particolare (situato in un dato momento
spazio-temporale) possa assurgere a valore universale, assoluto. Essa dovrebbe
mostrare che è l'unico evento capace di rispondere alle istanze fondamentali
della natura umana e di appagarle pienamente. Ma dove trovare argo- menti
decisivi a sostegno di questa pretesa? La ragione storica non sembra in grado
di scoprirli. Qualcuno potrebbe pensare di risolvere il problema unendo in-
sieme le due vie. Ma questa è un'impresa irrealizzabile, perché la metafisica e
l’ermeneutica storica si dirigono verso oggetti che non hanno nulla di comune
tra di loro. Tutto ciò lascia intendere che la soluzione adeguata del problema
religioso non si può ottenerla con la pura ragione, ma soltanto me- ‘ diante la
fede, cioè mediante un'umile e completa sottomissione di tutto l'essere
dell'uomo a colui che costituisce il centro, il cuore, l'anima della sfera
religiosa, Dio. CONCETTI DA RITENERE — Stadio religioso — Numinoso; arreton;
mysterium tremendum — Soggetto e oggetto della religione — Numinosità;
misteriosità; maestà; fascino; oggettività; assiologia; tra- scendenza;
personalisticità SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA a) La
religione è una manifestazione tipicamente umana che ha caratteriz- zato tutti
i tempi e tutte le culture. Essa si impone come una costante dell'es- sere
umano, anche se non è coltivata da tutti gli uomini. b) :La problematicità
della religione risiede nel fatto che l’attività religiosa è rivolta verso un
oggetto di cui si vede messa in questione persino l'esistenza. ‘112 II. LE
PRINCIPALI INTERPRETAZIONI FILOSOFICHE DELLA RELIGIONE 1) La questione
religiosa ha interessato sia il pensiero classico che quello medioevale e
moderno. Ma è a partire da Hume e da Kant che essa assume una connotazione
centrale. Nella cultura contemporanea si delineano due orien- tamenti: uno
tendente a demistificare la religione, l’altro a difenderla. III.
DEMISTIFICAZIONE DELLA RELIGIONE Iniziatore di tale orientamento è Feuerbach
che sottraendo alla religione ogni valore oggettivo la riduce a fenomeno in
proiezione di alcuni bisogni fon- damentali dell’uomo: Dio èsolo l’idea che
esprime ciò che l’uomo aspira ad essere. — Sulla scorta di Feuerbach, Marx radicalizza
l’interpretazione affermando che la religione è una delle sovrastrutture
prodotte da una determinata strut- tura economica e che di essa la classe
egemone si è sempre servita per man- tenere lo stato di sottomissione della
classe subalterna. — La soluzione della questione economico-sociale prospettata
dal comuni- smo decreta la scomparsa della religione. — Comte, padre del
positivismo, colloca l’esperienza religiosa nella fase primitiva della storia
dell'umanità, che nella sua fase matura {quella del pro- gresso industriale e
scientifico) è chiamata ad esprimere un unico culto, quello di se stesso: il
culto dell'Umanità. — La religione viene considerata un fenomeno proiettivo e
illusorio anche da Freud, che considera il fatto religioso come espressione
dell'idea del padre che l'inconscio umano porta dentro di sé. — Nietzsche
giunge perfino a decretare la « morte di Dio », con particolare riferimento al
Dio cristiano, in un mondo in cui il Super-Uomo non lascia più spazio alla
realtà dei miseri, dei deboli, degli umili, dei poveri. — Esistenzialisti (per
esempio Sartre ed Heidegger) e neopositivisti (Car- nap, Ayer) negano alcun
valore alla dimensione religiosa, i primi impegnati totalmente sulla dimensione
dell’immanenza e dell’esistenzialità dell'uomo, i secondi perché ritengono
valide solo le proposizioni il cui contenuto è speri- mentalmente verificabile.
IV. DIFESA DELLA RELIGIONE — Kierkegaard attribuisce allo stadio religioso il
grado più elevato del- l’esistenza umana che affida il proprio senso alla fede
e all'adorazione di Dio. — Bergson arriva all'esistenza di Dio attraverso
l’esperienza dei mistici, che egli considera gli esperti delle cose divine. —
Blondel cerca di fondare il fenomeno religioso sull'analisi del dinami- smo
umano considerato nella sua struttura essenziale; l’azione, che trova solo in
Dio la giustificazione della sua spinta all'infinito. — James afferma che
fondamento della religione sono la fede, il sentimen- to e la preghiera. Una
religione autentica deve guardare a una certa metafisica o a una certa
cosmologia razionale e la fede in Dio, i cui attributi sono « mo- rali », può
servire da base ad una teologia razionale. Il valore oggettivo della religione
è stato ribadito soprattutto da pensatori tedeschi: — Scheler afferma il
carattere assoluto e perenne dell'esperienza religiosa. Il fondamento ultimo
della religione è l’automanifestazione personale di Dio, che avviene attraverso
gli uomini religiosi, culminanti nel Cristo, il « Santo originario ». — Otto
configura il fenomeno religioso come sentimento del numinoso che assume due
aspetti: il mysterium tremendum (aspetto repulsivo) e il myste- rium fascinans
(aspetto attrattivo e affascinante). L'aspetto irrazionale si ac- compagna a
quello razionale dei simboli e dei dogmi, che conferiscono al sacro il
carattere di dottrina rigorosa, oggettivamente valida. 113 — Ricordiamo tra gli
assertori del valore oggettivo dell'esperienza reli- giosa anche Schmidt,
Guardini, Adam, Tillich, Dessauer, Lang. V. DEFINIZIONE DELLA RELIGIONE E SUA
DISTINZIONE DALL'ARTE, DALLA FILOSOFIA E DALLA MORALE 1. La religione è stata
definita da Lang come l'insieme di conoscenze, azioni, strutture con cui l’uomo
esprime riconoscimento, dipendenza, venerazione nei confronti del sacro. 2.
Soggetto della definizione è l'atteggiamento assunto dall'uomo nell’espri- mere
la sua religiosità; oggetto è l'essere Sacro. Sacro è un concetto primario,
fondamentale, come l'essere, il bene, il vero, ecc. Pertanto può essere
spiegato solo attraverso le categorie dell'esperienza religiosa. 3. Le
categorie del sacro sono state ben evidenziate da R. Otto: numinosità,
misteriosità, maestà, fascino, oggettività, assiologia, trascendenza,
personali- sticità. 4. a) La religione si distingue dalla filosofia in ordine
all'elemento sogget- tivo: quest’ultima procede astrattamente e
speculativamente, mentre la prima è un atteggiamento totale, personale .e
singolare dell'io; b) la religione si di- stingue dall'arte in ordine
all'elemento oggettivo: per la prima esso è il reale, per la seconda è
l'ideale; c) religione e morale pur strettamente legate sono distinte: la prima
è incontro personale e contatto con Dio, la seconda è realiz- zazione dei
valori che rispettano l’uomo. VI. FONDAZIONE TEORETICA DELLA RELIGIONE 1 La
fondazione è possibile attraverso due strade: a) la metafisica fa leva sulla
forza della ragione. La sua aspirazione è di provare l’esistenza di Dio, la
creazione del mondo, la possibilità della rivelazione; b) l’ermeneutica assume
come punto di partenza un evento storico particolare (ad esempio la rivela-
zione biblica). 2. Limite della metafisica è quello di non poter alimentare la
vita religiosa (intimità con Dio, amore, adorazione, preghiera). Limite
dell'ermeneutica è quello di poter provare come un evento storico particolare
può assurgere a valore universale assoluto. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. In quale misura la dimensione del mistero circonda la vita umana
e si sottrae al possesso della conoscenza e dell'indagine scientifica? L'uomo
può veramente ignorare questa dimensione? 2. Perché la religione è un fenomeno
problematico? 3. Come provano l’esistenza di Dio Aristotele, Agostino, Tommaso,
Ansel. mo, Cartesio, Leibniz? 4. Che cosa si intende per prova ontologica? 5.
Kant quale classificazione presenta delle prove dell’esistenza di Dio? Che
valore assegna alle prove tradizionali? 6. Su quali ragioni basano la
demistificazione della religione Feuerbach, Marx, Comte, Freud, Nietzsche,
Sartre, Carnap? p 7. Che funzione assegnano alla religione Spinoza, Hegel,
Croce? 8. Su che cosa fondano la religione Schleiermacher, James, Bergson,
Otto, Scheler? © 9. Come ha avuto origine la religione? Che cos'è il sacro?
Qual è la sua relazione col profano? | 10. In che rapporto si trovano religione
e cultura, religione e cristianesimo, ‘religione e filosofia, religione e
scienza, religione e mito, religione e morale, ‘religione e arte? 114 11. Fino
a che punto il nostro tempo ha perso il senso del mistero e di Dio? Quati le
conseguenze storico-culturali ed etiche più evidenti? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., L'ateismo: natura e cause, Massimo, Milano 1983. AA.Vv.,
Il problema di Dio in filosofia e teologia oggi, Massimo, Milano 1983, AA.Vv.,
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1982. 115 Etica: studio dell’attività umana riferita al suo fine ultimo
Prospettiva critica: indagine sui codici morali e le prescrizioni Capitolo nono
| IL PROBLEMA ETICO O MORALE QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa caratterizza
il comportamento umano? In che misura libertà e capacità di scelta orientano
l’azione? 2. Come si può definire il valore morale? L'etica o morale, secondo
una delle definizioni più comuni, è lo studio dell'attività umana con
riferimento al suo ultimo fine, che è la piena realizzazione dell'umanità. Il
problema etico assume due aspetti principali: uno riguarda il fondamento e il
valore dei codici, dei principi, delle norme, delle persuasioni morali già
esistenti; è la prospettiva critica. L'altro ri- guarda le condizioni che
rendono possibile l’azione morale in asso- luto; il criterio di ciò che è
morale e immorale per l’uomo; il fine ultimo della vita umana e i mezzi più
adatti per raggiungerlo. Que- sta è la prospettiva teoretica. Le due
prospettive non sono disgiunte l'una dall'altra, ma intimamente connesse, in
quanto la prima fa da preambolo alla seconda: infatti la teorizzazione
sistematica della morale richiede la valutazione critica dei comportamenti
comuni. 1. La prospettiva critica La prospettiva critica riguarda gli
interrogativi suscitati dalle prescrizioni e dalle norme dei codici morali.
Infatti, se tali codici non sono suffragati dall'autorità divina, è naturale
che ci si domandi: Chi li ha stabiliti? Che valore hanno? Si possono cambiare?
A chi spetta il diritto di sostituirli con altri? Tocca alla collettività,
oppure ai singoli, o ai governanti? Nella storia della filosofia questi sono
gli interrogativi che han- no dato il via alla riflessione morale. Essi sono
già dibattuti vivace- mente dai Sofisti, ma poi sono ripresi anche dalla
filosofia morale di Socrate, Platone, Aristotele e dagli Stoici. Il contesto
politico e culturale dell'età di Pericle era particolar- mente propizio allo
sviluppo della critica della morale tradizionale. Le guerre con i Persiani e il
commercio con gli altri popoli avevano rivelato ai greci nuovi stili di vita, e
di pensiero, costituzioni civili e consuetudini morali diverse dalle proprie.
Questo induce i Sofisti, 116 che già avevano rinunciato alla riflessione sul
mondo per concentrare la propria attenzione sull'uomo, ad interrogarsi sul
fondamento del- le norme che regolano la condotta umana. La constatazione che
tali norme presentano notevoli divergenze presso i vari popoli li induce a
concludere che esse non si fondano sulla natura umana bensì su determinate
convenzioni sociali. Gli stati fissano per i propri citta- dini le convenzioni
che giudicano più opportune per il loro benessere individuale e sociale.
Ovviamente i Sofisti ritengono che il popolo greco possegga le convenzioni
morali più elevate di qualsiasi altro popolo barbaro. Ma poiché non si tratta
di principi morali innati bensì acquisiti, occorre farli apprendere alla
gioventù mediante una apposita istruzione ed educazione. Di qui l’importanza
che assume l'insegnamento morale nella polis greca. I Sofisti dicono di
assumersi la responsabilità di tale insegnamento e si presentano perciò come «
maestri di virtù ». Il problema del fondamento dei codici e delle consuetudini mo-
rali viene ripreso ed approfondito da Socrate il quale lo fa con tale
originalità di vedute da meritare di essere considerato*il creatore della
filosofia morale: « Socrate è il principale punto di partenza da cui si
distaccano tutte le successive linee di sviluppo del pensiero etico greco; le
speculazioni sulla condotta umana prima di Socrate, a nostro avviso, sono
semplicemente un preludio alla effettiva rap- presentazione ».! Socrate prende
nettamente posizione contro le due tesi basilari dei Sofisti. Contro la prima
la quale dice che i codici morali, le per- suasioni etiche, i concetti
fondamentali dell'etica (come buono, giu- sto, onesto, ecc.) sono frutto di
convenzioni sociali, Socrate sostiene che essi trovano invece il loro
fondamento nella natura stessa delle cose e dell’uomo. Parimenti contro la
seconda tesi la quale afferma che le idee e i principi morali si apprendono
mediante l’insegnamen- to, Socrate mostra che l'insegnamento presuppone il
possesso di tali principi ed idee, e contribuisce tutt'al più alla presa di
coscienza ri- guardo ai medesimi. Ma Socrate non si accontenta di respingere le
tesi dei Sofisti contrapponendo ad esse altre tesi che si ispirano alla visuale
filosofica opposta; egli sposta l'indagine morale ad un livello più profondo
domandandosi come si possano giustificare le valuta- zioni morali. Certo,
valutazioni morali se ne davano anche prima di Socrate. Per esempio Eutifrone
(il personaggio dell'omonimo dia- logo di Platone) riteneva « empia » la
condotta di suo padre e per questo aveva deciso di denunciarlo; ma l’incontro
con Socrate gli impone in sostanza questo problema: « Perché giudico empia la
con- dotta di mio padre? Che cos'è l’empio e che cosa invece il suo op- posto,
il santo? ». Si badi bene, la domanda non è « che cosa è empio e che cosa è
santo » — questo può indicarlo anche l'ordine E Outlines of the History of
Ethics, Macmillan, London 1949, Pp. . 117 L'’interrogativo dei Sofisti sul
fondamento della norma morale Socrate: critica al convenzionalismo e fondamento
naturale della morale Il fondamento ultimo della moralità La nozione di bene e
di male Prospettiva teoretica: le condizioni trascendentali dell’agire morale
costituito (quell’ordine in base al quale Eutifrone aveva deciso di procedere
contro suo padre) — bensì « che cos'è l’empio e i/ santo », ossia che cosa sono
l’empietà e la santità, che cosa sono cioè quei valori in base ai quali si può
dichiarare empia o santa una deter- minata azione, e giustificare questa
valutazione. Come si vede, Socrate non si accontenta di prendere in esame i
codici morali correnti e di verificarne la legittimità. Egli si spinge più
avanti e si interroga sul fondamento ultimo della moralità in quanto tale. In
tal modo egli oltrepassa il problema critico e si cimenta con quello teoretico.
La sua soluzione di questo pro- blema è nota. Scavando sotto le apparenze le
quali danno l’im- pressione che non esista nessun principio morale assoluto,
univer- sale, Socrate mostra che l’uomo è in possesso di un criterio su- premo
di moralità che lo aiuta a distinguere il bene dal male. È vero che gli uomini
considerano buone cose diverse: uno pone il suo bene nella ricchezza, un altro
negli onori, un altro ancora nella virtù; ma è anche vero che ogni uomo
possiede la stessa nozione di bene e di male. Un uomo può amare le ricchezze e
considerarle buone, un altro può considerare buoni gli onori, un altro i
piaceri. Ma, osserva Socrate, nessuno dirà che il bene è male e che il male è
bene; ognuno cercherà quello che egli considera bene e fuggirà quello che
considera male. È evidente, dunque, che in ciascun uomo c'è la nozione o
concetto di bene e di male, in se stessa sempre ugua- le, anche se la sua
applicazione è diversa. Il problema critico del fondamento e del valore dei
codici e delle consuetudini morali dopo Socrate viene ripreso spesse volte da
molti altri filosofi, ma senza più uscire dall’alternativa già emer- sa nel
dibattito tra Socrate e i Sofisti, l'alternativa tra convenzio- nalismo (la
soluzione dei Sofisti) e naturalismo (la soluzione di So- crate). A favore del
convenzionalismo si schierano gli epicurei, gli scettici, i nominalisti,
Cartesio, gli empiristi, i positivisti, gli esi- stenzialisti, i marxisti e
altri ancora. Si mettono invece dalla parte del naturalismo Platone, Aristotele,
Plotino, i neoplatonici, la mag- gior parte degli scolastici, gli idealisti, i
neorealisti e i neotomisti. 2. La prospettiva teoretica La prospettiva
teoretica verte sulle condizioni trascendentali del- l'agire morale e sul
criterio supremo per distinguere il bene dal male. Quanto alle condizioni
trascendentali tutti i filosofi sono d’ac- cordo nel riconoscere che la prima
di tutte le condizioni è la libertà. Essi potranno discutere sulla possibilità
o meno di provare teoretica- mente che l'uomo possiede questa qualità, ma non
sul principio che se l'uomo non è libero non si può assolutamente parlare di
mora- lità. Questa verità già lucidamente illustrata da Aristotele nell’Etica
nicomachea fu ulteriormente approfondita dagli Scolastici, in parti- 118 colare
da san Tommaso, da Cartesio e da Kant. Questi considera la libertà la conditio
essendi della morale e fa di essa il primo postu- lato della ragion pratica
ossia della filosofia morale. A proposito della libertà Vanni Rovighi osserva
giustamente che essa è non soltanto una condizione ma anche una componente co-
stante dell'atto morale. Essa non precede la scelta e poi viene meno, ma
accompagna la scelta dall'inizio alla fine. « La scelta è sempre libera, perché
sempre il tradurre in azione un giudizio valutativo esige impegno. Il valore da
attuare in concreto non ci determina mai necessariamente perché non incarna mai
totalmente il valore, per- ché non è mai la pienezza del valore. Un’azione
giusta e generosa è sempre abbastanza scomoda e faticosa per poter essere
guardata sotto questi aspetti negativi, e quindi scartata, e il giudicare che
hic et nunc è il mio vero bene, che l’autentica attuazione di me stesso è
questa, anche se impone un sacrificio, esige sempre, come si diceva, un
impegno, un atto di volontà »- Un'altra condizione trascendentale della morale
è là consapevo- lezza o coscienza. Di per sé questa è già implicita nella
condizione precedente:peressere veramente libera un'azione implica che si
conosca ciò che si fa. Uno dei principi più elementari della morale cristiana
dice giustamente che, per essere grave, un'azione cattiva dev'essere compiuta
con piena avvertenza, ossia con consapevolezza. L'assenza di questa condizione
può essere determinata da due motivi: a) errore riguardo a ciò che si fa (si
sceglie una cosa per un'altra); b) mancanza della facoltà raziocinativa o
impedimento del suo uso in chi agisce (per esempio, il bambino che non ha
ancora l’uso di ragione, il pazzo, l'ubriaco, ecc.). La terza condizione
trascendentale della morale è che la libertà sia guidata da qualche norma, da
qualche principio direttivo. Una libertà assoluta che rifiuti di sottostare a
qualsiasi legge, come quella affermata da Nietzsche e Sartre, diventa
necessariamente una libertà amorale. Ma a quali norme deve sottostare la
libertà? Qui tocchiamo già la questione del criterio supremo della moralità,
una questione che vede i filosofi profondamente divisi. Da una parte si trova
una va- stissima schiera d’autori che assegnano la funzione di criterio su-
premo al fine ultimo verso cui si dirige l'uomo nelle sue azioni. Dall'altra si
trova un gruppo abbastanza nutrito di filosofi che asse- gnano il ruolo di
criterio supremo alla legge, al dovere. Le morali costruite sul principio del
fine si chiamano teleologiche; invece quelle costruite sul principio del dovere
si chiamano deontologiche, Dato, però, che tutt'e due i principi, fine ultimo e
dovere, sono suscettibili di diverse interpretazioni (così, per esempio, il
fine ultimo può essere identificato col piacere, oppure con l'interesse, 2 S.
VANNI RovIGHI, « Il problema morale », in Studio ed insegnamento della
filosofia, Ave, Roma 1969, vol. I, pp. 294-295. 119 Costante interazione tra
libertà e scelta La consapevolezza 0 coscienza Morali teleologiche e morali
deontologiche Le concezioni relativistiche o situazionali Edonismo: il bene
morale è il piacere sensibile Epicuro: il piacere come assenza di dolore La
virtù mezzo per conseguire il vero piacere l'utile o privato oppure della
società, con la felicità, con i valori, ecc., e il dovere può essere fondato su
leggi divine oppure naturali oppure civili, ecc.) ne consegue che si possono
sviluppare vari tipi sia di morali teleologiche sia di morali deontologiche.
Nel gruppo delle morali teleologiche i'tipi principali sono: edo- nismo,
utilitarismo, eudemonismo e l'etica dei valori. Mentre nel gruppo delle morali
deontologiche i tipi principali sono due: stoici- smo e formalismo kantiano. Ci
sono però alcuni filosofi che rifiutano di costruire la morale su di un
principio assoluto, sia esso il fine ultimo oppure il dovere. Ammettono
senz'altro che l’uomo ha doveri da compiere, leggi da osservare, fini da
realizzare, ma questi mutano da un'epoca all'altra, da un luogo all’altro, da
una circostanza all'altra. Pertanto ritengono che si possano elaborare soltanto
etiche relativistiche o situazionali. Nelle pagine che seguono esporremo
brevemente questi tipi fon- damentali di morale teleologica, deontologica e
situazionale, riferen- doci a qualcuno degli autori più rappresentativi. a)
Edonismo - L'edonismo assume quale criterio supremo della moralità il piacere
sensibile e, pertanto, identifica il bene morale con quest'ultimo. Esso è stato
professato anzitutto da alcune cor- renti della filosofia greca: i Sofisti, i
Cirenaici e gli Epicurei, e poi da vari autori dell'epoca moderna: Montaigne,
Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart Mill, Freud. I più noti assertori dell'etica
edonistica sono gli Epicurei, ai quali si deve senz'altro l'elaborazione più
rigorosa di questo tipo di morale. Epicuro giustifica la scelta del piacere
quale criterio supremo della morale nel modo seguente: « Noi diciamo che il
pia- cere è principio e fine della vita felice, perché abbiamo riconosciuto che
tra i beni il piacere è il primo e quello più connaturale a noi ». In effetti è
sempre per il piacere che noi scegliamo di fare o di fuggire qualche cosa. a Il
piacere in cui Epicuro fa consistere la felicità è la vita pacifica, l'assenza
di qualsiasi preoccupazione (atarassia). Il piacere è quindi concepito come assenza
di dolore piuttosto che come soddisfaci- mento di qualsiasi passione: « Quando
diciamo che il piacere è il bene supremo non intendiamo riferirci ai piaceri
dell'uomo corrot- to, che pensa solo a mangiare, bere e alle donne ». La virtù
è il mezzo per conseguire il vero piacere. Virtuoso è colui che coglie il vero
diletto secondo moderazione e misura, e limita il suo desiderio a quei piaceri
che non turbano l’anima. Per il pieno raggiungimento dell’atarassia, della
felicità, Epicuro raccomanda di liberarsi dalle tre preoccupazioni che
maggiormente assillano l'uomo: gli dèi, la morte e la politica? L'etica
edonistica teorizzata da Epicuro e propagandata dai suoi ' Cfr. B. MONDIN, vol.
I, pp. 176-177. 120 discepoli in tutte le regioni dell'impero ellenistico,
aveva già trovato dei convinti assertori in alcuni filosofi del secolo V a. C.,
soprattutto tra i Sofisti e i Cirenaici (questi ultimi capeggiati da
Aristippo). Le loro teorie avevano richiamato l’attenzione di Platone e di
Aristotele, i quali elaborano le loro dottrine morali in costante polemica con
le posizioni degli edonisti, mettendone in luce i gravissimi limiti. In- fatti
la natura umana si caratterizza per la sua componente spiri- tuale, l'anima, e,
quindi, non può avere per fine il piacere, bensì la virtù, in particolare la
virtù della sapienza. Questa e non il pia- cere costituisce il criterio supremo
della moralità, e per conseguire la sapienza l'uomo dev'essere disposto a
compiere qualsiasi sacrificio. Una critica altrettanto perentoria dell’edonismo
si ha col cristia- nesimo che esalta l’amore come superamento dell’egoismo e
del- l’edonismo, e rivela i lati positivi del dolore, i quali lo rendono per-
fino amabile, non in sé, ma come mezzo insostituibile di purifica- zione e di
perfezione individuale, e di redenzione per gli altri. b) Utilitarismo -
L’utilitarismo assume come criterio supremo della morale l’utile, l'interesse,
il vantaggio. Di esso si danno due ver- sioni principali, dette utilitarismo
egoistico e utilitarismo altruisti- co o sociale. Il primo fa valere come
criterio l'utilità, l'interesse del singolo; invece il secondo fa valere
l'interesse, il vantaggio della collettività. Il sostenitore più convinto
dell’utilitarismo egoistico è Hobbes; mentre quasi tutti gli altri massimi esponenti
della filosofia inglese (Bacone, Locke, Hume, Stuart Mill, Russell) sostengono
l’u- tilitarismo altruistico e criticano severamente la posizione di Hob- bes.
Così, per esempio, Hume osserva, contro Hobbes, che la lode e il biasimo che
noi accordiamo ad azioni virtuose compiute lontano da noi (lontananza di tempo
e di spazio) oppure da un nostro avversario e che possono anche nuocerci,
provano l’esistenza, all’ori- gine dei nostri sentimenti, di qualcosa che
sfugge all’istinto egoista e che non pretende di far appello nemmeno ad un
interesse privato immaginario. Vi sono inoltre inclinazioni in noi, come la
generosità, l’amore, l'amicizia, la compassione, la rettitudine, che hanno «
cause, effetti, oggetti, operazioni » totalmente diverse da quelle delle pas-
sioni egoistiche. L'ipotesi di una benevolenza disinteressata, distinta
dall'amore proprio, è realmente più semplice e più conforme all'e- sperienza
dell'ipotesi che pretende di risolvere ogni sentimento u- manitario attraverso
l'egoismo. Vi sono esigenze naturali e passioni mentali che ci spingono verso
l'oggetto senza alcuna considerazione di puo interesse. A Stuart Mill spetta il
merito d'avere elaborato una forma sofi- sticata di utilitarismo in cui cerca
di far coincidere il piacere indi- viduale (fissando una ingegnosa « scala dei
piaceri ») con l'utilità della collettività. La coincidenza si realizza
allorché si dà la prefe- renza ai piaceri del « cuore » (devozione e
altruismo), inesauribili produttori di gioie incessantemente rinnovate per colui
che dà come 121 L'utilitarismo egoistico di Hobbes Stuart Mill: piacere
individuale e interesse collettivo Eudemonismo in Aristotele e Tommaso: la
felicità come piena realizzazione dell’essere Contemplazione filosofica e
contemplazione teologica per colui che riceve. Il traguardo di questa mirabile
fusione non è frutto di calcoli egoisticamente sottili, ma piuttosto di un pro-
cesso psicologico di associazione delle idee. Secondo Mill, grazie a tale
processo, la nozione di interesse proprio e ia nozione di interesse altrui
diventano così strettamente fuse che l'individuo non può più pensare alla
propria felicità senza, automaticamente, pensare a quella degli altri: donde
l’aspetto d'obbligazione e di spontaneità, allo stesso tempo, che assume la
vita morale presso l’in- dividuo realmente virtuoso. c) Eudemonismo - Per
l’eudemonismo (dal greco eudaimonia), il criterio supremo della morale è la
felicità, cosicché un'azione è giudicata moralmente elogiabile oppure
riprovevole a seconda che sia o no compiuta in vista della felicità, I massimi
esponenti di questo tipo di morale sono Aristotele e Tommaso d'Aquino. Secon-
do entrambi questi autori ogni azione è diretta ad un fine, ma que- sto non
basta a renderla eticamente valida; ciò avviene soltanto nel caso che il fine
particolare in vista del quale è compiuta sia in ar- monia col fine ultimo
verso cui è orientato colui che la compie. Il fine ultimo d'ogni ente è la sua
piena realizzazione, e questa si ottiene con lo svolgimento a pieno ritmo di
quell’attività che gli è propria, ossia di quell'attività che attua la sua
natura specifica. Dal raggiun- gimento dell'ultimo fine dipende la sua
felicità. Quanto all'uomo, l’attività che lo distingue dagli animali è il
pensiero, la cui espres- sione massima è la contemplazione. Perciò la felicità
dell'uomo non consiste né nelle ricchezze né negli onori e tanto meno nel
piacere (tutte cose che anziché contribuire alla piena realizzazione della men-
te umana, la disturbano e persino l’offuscano interamente), bensì nella contemplazione.
Ma contemplazione di che cosa? Su questo punto c'è una parziale divergenza tra
Aristotele e Tommaso. Secondo Aristotele la contemplazione che assicura
all'uomo la piena felicità è quella della verità assoluta nei tre campi della
fisica, della mate- matica e della metafisica. Invece per san Tommaso la
contempla- zione ha un senso eminentemente teologico: secondo il pensatore di
Aquino l’unica contemplazione che può esaurire tutte le esigenze del pensiero e
che perciò può ricolmare l’anima di felicità è la con- templazione di Dio. Per
comprendere bene il pensiero di san Tom- maso su questo punto occorre però fare
una precisazione: la cono- scenza di Dio in cui egli ripone la piena felicità
dell'uomo non è certamente quella conoscenza analogica di Dio che la nostra
mente può raggiungere durante la vita presente. Neppure la conoscenza
metafisica più eccelsa può bastare a farci felici, dato che la rîfles- sione
filosofica ci fa vedere più quello che Dio non è, che quello che egli è.
Persino la conoscenza che otteniamo mediante la fede è insufficiente a farci
felici: essa mette a disagio la nostra mente piuttosto che appagarla. La sola
conoscenza in cui san Tommaso ri- pone la nostra felicità è la visione
beatifica di Dio, una conoscenza 122 soprannaturale che possiamo ottenere
solamente nella vita futura. S'è detto che la moralità d'una azione secondo
Aristotele e Tom- maso dipende dal rapporto che intercorre tra il fine al quale
essa è di fatto diretta e il fine ultimo. Ora, a questo proposito sorge spon-
taneamente la domanda: come fa l’uomo a determinare la moralità delle proprie
azioni? Chi lo istruisce sui rapporti esistenti tra le azio- ni che vuole
compiere e il suo fine ultimo? Sia secondo Aristotele che Tommaso, questa è la
funzione propria della legge, la quale è essenzialmente l’espressione della
moralità d'una azione. Si danno però due tipi principali di legge. C'è
anzitutto una legge naturale, la quale è conosciuta infallibilmente solo nei
suoi principi più univer- sali, come, per esempio, « fa' il bene e evita il
male ». Da questi principi generali della legge naturale l’uomo può procedere a
deter- minare la moralità delle singole azioni mediante il ragionamento. E
questo è il compito principale dell’etica e di chi fa filosofia morale cioè del
saggio. Senonché questo è un lavoro che ben pochi hanno la possibilità e
capacità di svolgere. Ecco allora che subentra la legge positiva (umana per
Aristotele, anche divina per Tommaso), la quale ha la funzione di determinare
la legge naturale e di applicarla ai casi concreti.‘ d) Stoicismo - Lo
stoicismo assume come criterio supremo della morale la pratica della virtù. I
tratti essenziali dello stoicismo etico sono già presenti in Platone. Questi
nel Gorgia dimostra che merita più compassione chi commette ingiustizia che
colui che la soffre; con lo stesso ragionamento nella Repubblica dimostra che è
più fe- lice il giusto in croce che l'ingiusto che nuota in un mare di piaceri.
Infine, nel Fedone insegna che per raggiungere la felicità è necessario rinunciare
ai piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pra- tica della virtù. Gli
insegnamenti etici di Platone sono stati ripresi e sviluppati con maggiore
organicità da Zenone e dai suoi discepoli (ossia dagli Stoici). Il loro
principio fondamentale è che condotta morale significa condotta secondo ragione
(vale a dire secondo il Logos). Condotta secondo ragione vuole dire pratica
della virtù. Pertanto la virtù costituisce il criterio supremo della moralità.
Ma che cosa intendono gli Stoici per virtù? La virtù è una dispo- sizione
interna dell'anima per la quale essa si trova in armonia con se stessa, ossia
col proprio Logos. La virtù non consiste come aveva creduto Aristotele nel
giusto mezzo tra due difetti opposti, bensì in uno dei due estremi: e precisamente
nell'estremo conforme alla ragione (mentre l’altro estremo è conforme alle
passioni). Tra virtù e vizio non si dà via di mezzo; uno non è più o meno
vizioso o più o meno virtuoso: o è virtuoso o è vizioso. E di fatto, chi vive
secondo ra- 4 Ivi, pp. 139-141. 5 Ivi, pp. 92-93. 123 La funzione regolatrice
della legge morale Il criterio morale supremo dello stoicismo è l'esercizio
delle virtù La virtù: condotta secondo ragione La virtù è l'assoluto dominio
della ragione La ‘‘apatia’’ degli Stoici: superamento dell’egoismo e
immedesimazione nel Logos Il formalismo etico: l'esecuzione del dovere
L’“‘imperativo categorico’’ di Kant come norma suprema della moralità gione,
cioè il saggio, fa tutto bene e virtuosamente; invece chi è privo della retta
ragione, lo stolto, fa tutto male e in modo vizioso. La pratica della virtù
secondo gli Stoici consiste nell’apatia (a- patheia), cioè nell'annullamento
delle passioni e nel superamento della propria personalità. Solo superando la
propria personalità, che è l'indice estremo dell’egoismo, perdendo la propria
individua- lità, è possibile congiungersi col Logos. Per questo è necessario
liberarsi dalle passioni che sono le catene che legano l’anima al cor- po e le
impediscono di unirsi al Logos. Per raggiungere questa libertà di spirito
bisogna essere indifferenti alle contingenze della vita quotidiana, e a tutto
ciò che non è in nostro potere. La morale stoica con i suoi spunti fortemente
ascetici e con il suo impegno squisitamente interioristico e spirituale
presenta una considerevole affinità con la morale cristiana. Questo spiega
perché essa abbia incontrato il favore della chiesa primitiva e abbia indotto i
padri della chiesa e molti scolastici ad incorporarla nella loro dottrina
morale. Ciò è durato fino a quando san Tommaso, riabili- tando Aristotele,
introdusse una nuova visione dell'uomo e delle cose in cui si esaltano non
soltanto i valori dell'anima e del cielo ma anche quelli del corpo e di questo
mondo. Il felice connubio du- rato tanti secoli tra stoicismo e cristianesimo
fu allora interrotto. e) Formalismo etico - Il formalismo etico pone il
criterio supre- mo della morale nella pratica della virtù, nell'esecuzione del
dovere, nell’obbedienza alla legge, come lo stoicismo. Ma esso insiste ancor di
più di quest’ultimo sulla non pertinenza dei contenuti al fine di determinare
il valore morale di una azione: ciò che conta è esclusiva- mente la forma e
questa è data dall’obbedienza alla legge per la legge, dall'esecuzione di
un'azione solo per puro amore del dovere. Questa è la nota concezione della
morale che Kant sviluppa nella Critica della ragion pratica. In quest'opera
Kant sostiene che il cri- terio supremo della morale non può essere derivato
dall’esperienza, perché in tal caso si avrebbe un criterio soggettivo e
particolare, per- ciò variabile e contingente, che determinerebbe la volontà ad
agire per un fine esterno ad essa e non per la legge morale che la volontà dà a
se stessa: la volontà sarebbe eteronoma e non autonoma, come invece esige la
moralità dell’azione. Perché il criterio supremo della moralità abbia validità
assoluta e universale, è necessario che sia indipendente da ogni possibile
oggetto particolare e si riferisca ad una forma a priori incondizionata. Come
la conoscenza è universale e necessaria non per il contenuto fornito
dall'esperienza, ma per la forma a priori che la riveste; così un'azione assume
valore morale non in forza dell'oggetto a cui è rivolta bensì per una forma a
priori, una legge pura. Tale forma a priori, tale legge pura, per Kant è l'im-
perativo categorico: « obbedisci alla legge per la legge stessa e per ‘ Ivi,
pp. 171-174. 124 nessun altro motivo ». L'obbedienza a questo imperativo
costituisce l'essenza della morale. « L'essenziale d'ogni determinazione della
vo- lontà mediante la legge è: che essa come volontà libera, quindi non solo
senza il concorso degli impulsi sensibili, ma anche con l’esclu- sione di tutti
quegli impulsi, e con danno di tutte le inclinazioni, in quanto possono essere
contrarie a quella legge, venga determinata solo mediante la legge ». Kant,
però, è consapevole che la norma dell'imperativo categorico è troppo astratta e
indeterminata per costituire una guida valida ed efficace della vita morale, e
pertanto suggerisce alcune formule che consentono a chi agisce di verificare se
la propria azione sia con- forme all'imperativo categorico o no. Le formule
sono le seguenti: Prima: « Agisci in modo che la massima della tua azione possa
sempre valere al tempo stesso come principio universale di con- dotta ». Seconda:
« Agisci in modo da trattare l'umanità sia nella tua persona che negli altri
come fine e mai come mezzo ». Terza: « A- gisci in modo che la tua volontà
possa considerare se stessa come istituente una legislazione universale »,
ossia agisci secondo mas- sime tali che la volontà d'ogni uomo, in quanto
volontà legislatrice universale le possa approvare. f) Etica dei valori o
assiologia? - Da alcuni autori (Meinong, Hart- mann, Scheler, ecc.) il
tentativo di Kant di uscire dal soggettivismo facendo appello ad un principio a
priori non è ritenuto valido, e que- sto per due ragioni. Prima, perché deriva
il criterio dell’imperativo categorico esclusivamente da un dettame della
coscienza indivi- duale. Seconda, perché prescinde completamente dal contenuto
delle azioni. Al fine di restituire obiettività al criterio supremo della mo-
rale essi si richiamano alla tradizione classica, la quale come s'è visto,
assegna la funzione di norma suprema della morale al bene. Questo però viene da
loro concepito non tanto come fine ultimo quanto come valore. Di qui il nome
della loro etica. Il massimo esponente di questa concezione del fondamento
della morale è Max Scheler. Nell'opera Formalismo nell'etica e l'etica ma-
teriale dei valori egli fa vedere che la critica kantiana all'etica ma- teriale
può valere soltanto se riferita a dei beni particolari, ma non vale se riferita
al bene inteso come valore. Questo infatti non è per nulla un dato empirico
come pretende Kant, ma qualcosa di as- soluto. Il valore, precisa Scheler, è l'oggetto
proprio dell'etica così come l’essere è l'oggetto della metafisica, il bello
dell'estetica, il sacro della religione, il fatto della storia. E pertanto come
per la percezione del bello, del sacro, dell'essere, ecc., si danno organi
specifici, simil- mente l’anima possiede un organo particolare per la
percezione del valore. Quest'organo non è né la fantasia, né il senso, né la
ragione, ® I KANT, Critica deîla ragion pratica, Laterza, Bari 1924, p. 87. $
B. MONDIN, vol. 1I, pp. 320-326. ? L'etica dei valori (o assiologia) è trattata
più ampiamente nel cap. XIV. 125 Le tre massime universali di Kant L’etica dei
valori: recupero del contenuto delle azioni Scheler: il valore - oggetto della
morale L’apprensione emozionale come sentimento intenzionale I valori della
persona e i valori delle cose Relativismo morale e gnoseologia scettica ma
qualcosa di diverso, che Scheler chiama « organo emozionale ». L'organo
emozionale che ci pone a contatto col valore si articola in un « sentire » che
coglie i singoli valori, in un « preferire » che ne stabilisce la gerarchia, e
in un « amare » che precede il sentire e il preferire nella ricerca di nuovi
valori, « come un pioniere e una guida ». Siffatta apprensione emozionale non
ha nulla a che vedere con la sensibilità empirica, perché il valore è una
qualità che sussi- ste del tutto indipendentemente, non una proprietà connessa
sostan- zialmente con l'oggetto che ne è il portatore; tanto è vero, osserva
Scheler, che la « sfumatura di valore » di un oggetto, ad esempio il carattere
simpatico o antipatico di una persona, è colto prima an- cora che si colga
distintamente l'oggetto stesso. E neppure si tratta di un sentimento
psicologico, bensì di un sentimento intenzionale, che è « un originario
riferirsi o indirizzarsi a qualcosa di oggettivo », qual è appunto il valore.
Determinato il criterio fondamentale dell’etica e la facoltà co- noscitiva atta
a riconoscerlo, Scheler passa a considerare quali sono di fatto i valori che
l’uomo conosce e con quale ordine gerar- chico si presentano. Scheler distingue
due classi di valori: valori di persona {Personwerte) e valori di cosa
(Sachwerte). Ovviamente i valori di persona sono quelli che si riferiscono alla
persona, e cioè anzitutto il valore dell'essere stesso della persona e poi i
valori delle virtù. Invece valori di cosa sono quelli che contribuiscono a
formare quelle unità axiologiche cosali costituenti i « beni », siano essi beni
materiali (utili o piacevoli), beni vitali (come quelli economici), beni
spirituali (come la scienza e l’arte), o siano in genere i beni culturali. Di
queste due classi solo la prima abbraccia i valori propriamente etici, perché
questi, come già osservava Kant, hanno per portatore essenzialmente la persona.
Ciò significa che un'azione, che contri- buisce alla formazione e allo sviluppo
della persona, in sede etica, merita d'essere giudicata positivamente; mentre
invece un'azione che danneggia la persona va giudicata negativamente. g)
Relativismo e situazionismo - Con questi due termini si designa una teoria
etica, la quale si sforza di dimostrare che le esigenze morali sono determinate
da condizioni mutevoli dalle quali derivano, per tali esigenze, contenuti non
solo diversi ma anche in parte con- traddittori, cosicché è logico pensare che
nessuna istanza morale può essere veramente vincolante. Il relativismo morale
come pure il situazionismo si presentano in due forme principali. La prima
forma è a base gnoseologica e ha avuto diffusione anche di là dal campo
dell'etica filosofica e délla stessa scienza. I suoi principali sostenitori si
trovano tra i sofisti, gli scettici, i nominalisti. La seconda forma è a base
ontologica: è il relativismo proprio del materialismo storico elaborato da Marx
e da Engels. In entrambe queste forme di relativismo, proprio perché si nega
126 l'esistenza di un criterio supremo della moralità, qualsiasi discorso etico
diviene arbitrario e, in ultima analisi, privo di senso. A questa conclusione è
giunta ultimamente anche la corrente filo- sofica del neopositivismo, in base a
considerazioni che a prima vista sono di ordine linguistico, ma guardando a
fondo, sono di ordine gno- seologico: si tratta sempre di una concezione
empiristica e quindi relativistica della conoscenza umana. I neopositivisti e i
loro discendenti, gli analisti del linguaggio, ritengono errata l'impostazione
tradizionale della filosofia morale come del resto anche di tutte le altre
parti della filosofia. La que- stione primaria e specifica della filosofia in
ogni suo settore non è esaminare contenuti e tanto meno stabilirli, bensì
studiare il lin- guaggio con cui vengono espressi. Pertanto, per quanto
concerne l’e- tica, il compito del filosofo non è di ricercare il criterio
supremo della moralità, ma di esaminare il linguaggio proprio della morale al
fine di determinarne il vero significato. Secondo i neopositivisti il
linguaggio della morale non può avere significato oggettivo, perché non si può
controllarlo mediante la « verifica sperimentale »: esso esprime disposizioni
soggettive di chi parla oppure è teso a suscitare determinate disposizioni
sogget- tive di chi ascolta. È pertanto un linguaggio che ha un valore essen-
zialmente emotivo. I filosofi della corrente analitica ritengono arbitraria e
falsa la teoria neopositivista del linguaggio, in quanto privilegia indebita-
mente un tipo di linguaggio, quello delle scienze sperimentali, ad e- sclusione
di tutti gli altri. Il linguaggio modello a loro avviso non è quello
scientifico bensì quello ordinario. Il significato e il valore degli altri
linguaggi va determinato mettendoli a confronto col lin- guaggio ordinario.
L'esito di questo confronto per quanto concerne il linguaggio morale varia da
autore ad autore. C'è peraltro una tendenza a riconoscerne il valore oggettivo
ed universale.! 3. Il problema etico ha delle soluzioni? Il quadro che ci
presenta la storia della filosofia morale è indub- biamente uno dei più
sconcertanti: all'uomo che ha bisogno di di- rettive sicure per le sue azioni e
di un'indicazione precisa sul senso e il significato ultimo della sua esistenza
esso offre i suggerimenti più diversi e contraddittori. Che significa tutto
questo? Forse, che ci tro- viamo davanti a problemi insolubili? Molti filosofi,
tra cui alcuni anche di ispirazione cristiana, pensano di sì. Noi non siamo di
questo parere. Ammettiamo senz'altro che an- che per la morale come per je
aitre parti della filosofia sia impossibile ottenere soluzioni dogmatiche, si
tratta in effetti di problemi estre- 1° Per il problema del linguaggio vedi
cap, III 127 Neopositivismo: determinazione del senso del linguaggio morale
Analisi del linguaggio: l'assunzione del linguaggio ordinario come modello
Impossibilità di una soluzione dogmatica Esigenza della correlazione
antropologica, metafisica e teologica naturale Rapporto tra valore e volontà
mamente difficili, la cui soluzione si raggiunge soltanto per la tor- tuosa via
della speculazione. Ma ciò non toglie che tale speculazione possa avere esiti
positivi e conseguire soluzioni valide. Per raggiungere questo traguardo però
occorre sviluppare l'etica su basi teoretiche sufficientemente sicure,
derivandole dall’antropo- logia, dalla metafisica e dalla teologia naturale.
Una morale autono- ma, totalmente disgiunta dalla metafisica e dalla teologia
naturale e indipendente dalla filosofia dell'uomo, così come la concepisce
Kant, sfocia necessariamente nel soggettivismo e nel relativismo. D'altronde è
inammissibile che si possa dare autonomia etica per un essere come l'uomo, un
essere finito, creato da Dio, dal quale riceve oltre all'esistenza, anche lo
scopo della sua vita e le regole e i mezzi per conseguirlo. Pertanto la morale
è essenzialmente legata alla metafisica e tale nesso si coglie bene nel
concetto di valore. La morale, come dicono molti autori, è la scienza dei
valori e il suo obiettivo è di promuovere valori come la giustizia, la carità,
la pace, la speranza, la sapienza, la modestia, ecc. Ma che cosa sono
essenzialmente questi valori? Qual è il loro fondamento? Forse il capriccio
individuale? È la volontà umana che stabilisce che cosa è bene, cosa è giusto,
cosa è vero, cosa è puro, o è la realtà stessa che porta con sé questi
caratteri? La riflessione metafisica può mostrare che è la realtà stessa che
pos- siede questi valori. D'altra parte il concetto di valore dice rapporto ad
una volontà (valore è la caratteristica per cui una cosa è degna d'essere
voluta). Ciò significa che la realtà è in quanto tale voluta; « vuol dire che
all'origine delle cose c'è una Volontà intelligente, vuol dire che il supremo
Essere, quello da cui procede ogni realtà, è volontà intelligente ».!! Su
queste basi metafisiche si può innalzare un edificio morale sufficientemente
robusto, universalmente valido e, allo stesso tem- po, solidamente ancorato
alla realtà concreta e alla storia. CONCETTI DA RITENERE — Problema critico;
problema teoretico — Edonismo; utilitarismo; stoicismo; formalismo etico; etica
dei valori o assiologia; relativismo o situazionismo — Apatia; imperativo
categorico SINTESI CONTENUTISTICA . I. CARATTERI DEL PROBLEMA 1. L'etica o
morale è lo studio dell’attività umana con riferimento al suo fine ultimo,
ovvero la sua piena realizzazione. 2. Il problema riveste due aspetti o
prospettive: a) critico (fondamento e 4! S. VANNI ROVIGHI, Articolo citato, p.
292. 128 valore dei codici, dei principi, delle norme); b) teoretico
{condizioni che ren- dono possibile l'azione morale in assoluto). II. LA
PROSPETTIVA CRITICA 1. Si impone da sé a partire dalle norme e dalle leggi che
i membri di una società devono osservare. Si pongono i seguenti interrogativi:
Chi le ha stabi- lite? Che valore hanno? Si possono cambiare? Chi ha diritto di
farlo? ecc. 2. I Sofisti, a motivo delle diversità presenti nei vari popoli,
ritengono che le norme etiche siano determinate dalle convenzioni sociali e che
i giovani deb- bano essere educati ad esse. 3. Socrate, al contrario, afferma
che le norme e i principi etici hanno il loro fondamento nella natura umana e
l'educazione pertanto non è finalizzata all’ap- prendimento, bensì alla presa
di coscienza di ciò che è innato. 4. Nel corso dei secoli il convenzionalismo
avrà i suoi sostenitori negli epicurei, scettici, nominalisti, in Cartesio,
negli empiristi, neopositivisti, esisten- zialisti e marxisti. Il naturalismo
sarà invece condiviso da Platone, Aristotele, Plotino, dai neoplatonici, dagli
scolastici, dagli idealisti, dai neorealisti e dai neotomisti, III. LA
PROSPETTIVA TEORETICA 1. Prima condizione trascendentale dell'azione morale è
concordemente ritenuta dai filosofi la libertà. La questione aperta da
Aristotele «(Etica nico- machea), è stata approfondita da s. Tommaso, da
Cartesio e da Kant. 2. Seconda condizione trascendentale è la consapevolezza o
coscienza. L'assenza di essa può essere determinata da: a) errore circa ciò che
si fa; b) mancanza di facoltà raziocinativa o impedimento momentaneo del suo
uso. 3. Terza condizione trascendentale è che la libertà sia guidata da un
princi- pio direttivo. Una libertà assoluta (Nietzsche e Sartre) diviene
libertà amorale. 4. Circa il criterio supremo della moralità si prospettano due
concezioni: la teleologica (basata sul principio del fine); la deontologica
(basata sul prin- cipio del dovere) con delle diversificazioni al proprio
interno; una terza posi- zione, dettata da orientamenti relativistici, è quella
situazionale (leggi e fini mutano attraverso i tempi, i luoghi, le
circostanze). Le specificazioni interne ai due criteri sono: — edonismo
(Sofisti, Cirenaici, Epicurei, Montaigne, Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart
Mill, Freud): criterio supremo è il piacere sensibile, con il quale si
identifica il bene morale; — utilitarismo: criterio supremo è l’utile,
l'interesse, il vantaggio. Esso si distingue in: a) utilitarismo egoistico
(Hobbes) che fa valere come criterio l'utilità e l'interesse del singolo; b)
utilitarismo altruistico (Bacone, Locke, Hume, Stuart Mill, Russell) il quale
tende a far coincidere la realizzazione del- l'utile individuale con quello
della collettività; — eudemonismo (Aristotele, S. Tommaso): criterio supremo è
la Felicità: un'azione è morale nella misura in cui fa conseguire la felicità,
che esprime la piena realizzazione della persona; — stoicismo: criterio supremo
è la pratica della virtù. La prospettiva, già presente in Platone (Gorgia,
Repubblica, Fedone) è maggiormente sviluppata dagli Stoici, secondo i quali la
pratica della virtù consiste nell’apatia (annulla- mento delle passioni e
superamento della propria personalità). L'ascetismo, che caratterizza la morale
stoica, ha fatto sì che essa fosse ben accetta dalla Chiesa primitiva; —
formalismo etico: il criterio supremo sta nell'esecuzione del dovere e
nell'’obbedienza alla legge. Ciò che conta è soprattutto la forma, cioè l’obbe-
dienza alla legge (cfr. Kant, Critica della Ragion pratica). — etica dei valori
o assiologia {Meinong, Hartmann, Scheler): esprime anzitutto una critica nei
confronti del formalismo etico kantiano e si richiama 129 alla tradizione
classica, assegnando al bene Ja funzione di norma suprema. Il bene è concepito
però come valore più che fine ultimo. Scheler in Formalismo nell’etica e
l'etica materiale dei valori afferma che il valore è l'oggetto dell'etica così
come l'essere lo è della metafisica, il bello dell’arte, il sacro della
religione. L'anima possiede pertanto un organo specifico per percepirlo, che
Scheler chiama « organo emozionale » che « sente » i singoli valori, li «
preferisce » gerarchicamente e « ama », ovvero ricerca valori nuovi, come « un
pioniere e una guida ». Scheler distingue inoltre i valori di persona e i
valori di cosa. — relativismo e situazionismo: secondo tali concezioni le
esigenze morali sono determinate da condizioni mutevoli dalle quali derivano
contenuti non solo diversi ma anche in parte contraddittori: a) la forma a base
gnoseologica (sofisti, scettici, nominalisti) ha avuto dif- fusione anche al di
là del campo dell'etica e della scienza. b) la forma a base ontologica è quella
propria del materialismo storico elaborato da Marx ed Engels. Il relativismo è
oggi condiviso dai neopositivisti e dagli analisti del linguaggio. IV. ETICA E
METAFISICA 1. È impossibile per il problema etico trovare soluzioni dogmatiche,
ma è possibile avere esiti positivi e conseguire soluzioni valide. 2. È
necessario pertanto reperire basi teoretiche sufficientemente sicure
nell'antropologia, nella metafisica, nella teologia naturale. 3. Il nesso tra
etica e metafisica si coglie nel concetto di valore. La rifles- sione
metafisica, infatti, può mostrare che è la realtà stessa che possiede i va-
lori, mentre il concetto di valore rivela che c'è un rapporto tra realtà e volontà
(cioè che una cosa è degna di essere voluta: quindi la realtà in quanto tale è
degna di essere voluta). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE Come si
configura il nostro orizzonte culturale in ordine all’antropolo- gia, alla
metafisica, alla teologia e conseguentemente all'etica? 2. Che cosa studia la
morale? 3. Che cosa si intende per prospettiva critica e teoretica della
morale? 4. Qual è il compito del filosofo riguardo alla morale? 5. Su che cosa
si fondano i codici morali? Qual è l'opinione dei massimi filosofi al riguardo?
6. Quali sono i principali tipi della morale filosofica? Che cosa si intende
per edonismo, utilitarismo, eudemonismo, formalismo etico? 7. Che cosa
rappresenta la libertà per la morale? 8. Quali sono le condizioni essenziali
dell'atto morale? 9. Che cos'è l’etica dei valori? 10. Qual è il fine ultimo
della vita umana secondo i massimi filosofi? 11. Quali dovrebbero essere i
termini di una correlazione tra scienza ed etica? . 12. In che relazioni si
trovano morale e religione, morale e metafisica, mo- rale e arte, morale e
politica? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Valori morali e democrazia,
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Educazione: esigenza dell’uomo di realizzare le sue infinite capacità Solo gli
esseri umani possono acquisire mediante insegnamento e apprendimento: ciò è
l'educazione Interazione tra discorso filosofico e quello sull'educazione
Capitolo decimo a ee IL PROBLEMA PEDAGOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Qual è
il significato etimologico dei termini « pedagogia » ed « educa- zione »? 2.
Che cosa dovrebbe caratterizzare in modo particolare l'educazione? 3.
L'educazione è un'azione o una relazione? 1. La pedagogia come teoria pratica
Pedagogia è una parola di derivazione greca, che significa « arte di guidare il
fanciullo » ed è generalmente usata come sinonimo di « scienza dell'educazione
». L'educazione è un dato di fatto che non ha mai cessato di esistere. Si
tratta, in effetti, di un'esigenza fondamentale dell’uomo il quale nasce con
sconfinate capacità di agire ma senza l'abilità di realiz- zarle. Egli deve
apprendere dagli altri come esplicare le sue capa- cità: come nutrirsi,
camminare, parlare, leggere, scrivere, lavorare, ecc. Il fenomeno
dell'educazione è tipicamente umano. Solo l'uomo può e deve educarsi; nel mondo
animale è possibile tutt'al più un addestramento. Questo perché, mentre
l’animale è un essere già « specializzato » sin dalla nascita, dotato
istintivamente di determi- nate abilità e soltanto di quelle, l'essere umano è,
invece, inizialmen- te privo di qualsiasi specializzazione, ma con la capacità
di acquisire, mediante l'insegnamento e l'apprendimento (vale a dire tramite
l’e- ducazione) le specializzazioni più disparate: nel cibo, nel vestito, nel
lavoro, nello studio, nello sport, nella religione, nell'arte, ecc. Mediante
l’opera educativa esso si specializza e, conseguentemente, si individualizza,
diventa un « io ». In tal modo acquista una per- sonalità che, tra l’altro, è
in continua evoluzione e maturazione. Naturalmente la concezione che si ha
dell'educazione dipende dal- la concezione che si ha dell’uomo e del suo
destino, cioè, come af- ferma il Laberthonnière « esiste tra l'educazione e la
concezione che si ha della vita un rapporto che dovrebbe essere impossibile
contestare ».! È quindi evidente il necessario rapporto che esiste tra il
discorso filosofico ed il discorso sull'educazione. Quest'ultimo è ! L.
LABERTHONNIÈRE, Teoria dell'educazione, La Scuola, Brescia 1965, p. 3. 132 il
logico coronamento dei discorso antropologico ed etico: dopo che sì è compreso
chi è l'uomo e quai è il traguardo ultimo della vita umana, si pone
necessariamente il problema di come guidarlo alla conquista di tale traguardo.
La pedagogia è, dunque, una teoria pratica, € cioè « una teoria che ha per
oggetto di riflettere sui sistemi e sui procedimenti di edu- cazione al fine di
valutarne il valore, con ciò illuminando e dirigendo l’azione degli educatori
». La pedagogia è nata come esigenza delle persone e dei pcpoli per due motivi.
In primo luogo, perché sarebbe rischioso lasciare l’edu- cazione esclusivamente
all'istinto e alla tradizione. in secondo luogo, perché lo stesso pensiero,
cercando di spiegare l’esistenza del- l'uomo ed il suo impegno etico, ha dovuto
necessariamente incon- trarsi con la realtà educativa. 2. Autcnomia della
scienza pedagogica e interdisciplina- rietà L'evoluzione della cultura ha
contribuito alla configurazione an- che della pedagogia come scienza autonoma.
Nelle civiltà antiche le varie cognizioni sulla realtà costituivano un sapere
indifferenziato, identificato generalmente con la filosofia, di cui faceva
parte anche la pedagogia. Nel Medioevo questa venne assorbita dalla teologia.
Solo dopo la fine del Medioevo, con l’ap- profondirsi delie diverse conoscenze,
le scienze acquistarono pro- gressivamente la loro autonomia rispetto sia alla
filosofia che alla teologia. Nell'antichità vediamo pertanto che la pedagogia è
considerata come parte della politica, la quale a sua volta è vista come ramo
della filosofia morale. Infatti, l'ideale educativo dei greci e dei ro- mani
era la formazione dell'uomo in quanto cittadino. Aristotele afferma che, essendo
uno solo il fine della comunità politica, « è ma- nifesta la necessità che
l'educazione sia una sola e identica per tutti, e che la cura di essa sia
affidata allo Stato e non ai privati »? La rivoluzione intellettuale, morale e
sociale operata dal cristia- nesimo portò in primo piano il problema
etico-religioso. Per questo motivo, anche la pedagogia non fa più parte della
politica, ma di- venta un capitolo della morale teologica durante tutto il
Medioevo. Con l’umanesimo e il Rinascimento l'ideale educativo non è più il
perfetto cittadino o il santo, ma l'uomo colto. Gli studi filosofici si
approfondiscono e influenzano anche la pedagogia, che sente sempre più
l'esigenza di un'impostazione di carattere filosofico evi- ? A. LALANDE,
Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano 1971, p. 620, 3 ARISTOTELE,
Politica VII, c. 1. 133 La pedagogia come taoria pratica Con l'evaluzione della
cultura la pedagogia è divenuta scienza autonoma Oggi la pedagogia, che
rappresenta l'educazione dell’uomo, si vale di scienze ausiliarie (psicologia,
etica, biologia, sociologia) Prospettiva integrale e autonomia della pedagogia
Pedagogia e destino dell'uomo tando peraltro qualsiasi subordinazione ad altre
discipline filo- sofiche. Oggi, l'affermarsi delle scienze positive sta
influenzando anche il campo pedagogico. Si riconosce che se la pedagogia
riguarda es- senzialmente l’uomo, è necessario un contributo di tutte le
scienze; ma non per questo essa deve essere considerata una sintesi oppure un
aggregato di varie scienze, « un ammasso più o meno incoerente di ricette »,
come afferma il Mialaret.* Senza dubbio, la pedagogia è una scienza dell'uomo,
ma ha vn ambito -specifico diverso da quello delle altre scienze: l'educazione
dell'uomo. Le scienze che maggiormente concorrono alla conoscenza dell'uomo e
costituiscono pertanto il necessario presupposto della pedagogia sono la
psicologia, l'antropologia, l'etica, la biologia e la sociologia. Queste, che
sono chiamate « scienze ausiliarie » della pedagogia, sono importanti nella scienza
della educazione perché, considerando l'uomo nella sua evoluzione verso una
maturazione fisico-biologica, psicologica e sociale, affrontano problemi e
acqui- siscono cognizioni che sono di importanza capitale per l’impostazio- ne
dell’opera educativa. In effetti, se lo scopo dell'educazione è la liberazione
totale dell'educando, il raggiungimento di tale fine si verifica tenendo conto
delle situazioni biologiche, psicologiche, an- tropologiche, sociologiche e
storiche vissute concretamente dal sog- getto. Inoltre, se l'educazione
dev'essere integrale, cioè riguardante sia l'aspetto materiale che spirituale
dell'uomo, deve mutuare prin- cipi, criteri, metodi dalla filosofia,
dall’etica, dall’estetica, ecc., a se- conda dei problemi specifici che deve affrontare
nel suo ambito. La pedagogia è quindi una scienza autonoma, pur esigendo un ap-
prodo interdisciplinare. Di tutte le discipline, la filosofia è quella che dà
il massimo con- tributo al costituirsi della scienza pedagogica. Perché?
Abbiamo affermato precedentemente che la pedagogia è il logico coronamento
dell'antropologia (la quale spiega chi è l'essere u- mano) e della morale (la
quale stabilisce il fine ultimo della vita umana); conseguentemente
l'educazione è sempre, necessariamente condizionata da una visione dell'uomo e
del destino umano. Infatti, come già s'è detto, « specialmente riguardo
all'uomo, di cui le scienze studiano molteplici aspetti, sono molti i problemi
che nes- suna di esse affronta (mentre li suppone già risolti), come il valore
della vita e della conoscenza umana, la natura del male, l'origine e il valore
della legge morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia ».
Esistono tuttora due posizioni opposte per ciò che riguarda il rapporto tra
pedagogia e filosofia: coloro che identificano le due * G. MIALARET,
Introduzione alla pedagogia, Armando, Roma 1970, p. 9. 5 B. MONDIN, vol. I, p.
8. 134 scienze, considerando la pedagogia una semplice appendice della
filosofia e coloro che, al contrario, negano qualsiasi discorso filo-
nell’ambito della pedagogia. Riteniamo queste posizioni er- rate, perché ogni
corrente filosofica trae dai suoi principi una propria pedagogia ed ogni
pedagogia ha come fondamento una data imposta- zione filosofica. Ma la
pedagogia ha un campo di ricerca suo proprio, e dispone di metodi e criteri
specifici che non sono quelli più gene- rali della filosofia. Ed è pertanto da
considerarsi come ambito spe- cifico della ricerca filosofica, alla pari
dell'etica e della politica. 3. Soggetto e finalità delia pedagogia La
pedagogia moderna, capovolgendo il rapporto tradizionale tra maestro e
discepolo, ha affermato il ruolo primario di quest'ultimo nel processo della
sua educazione e di fronte al maestro stesso. Il moderno pensiero pedagogico ha
coniato la espressione rivoluzione copernicana dell'educazione per indicare il
sostanziale mutamento avvenuto nel rapporto tra educatore ed educando,
derivando tale lo- cuzione dal capovolgimento della relazione Terra-Sole
operata da Copernico. Che cosa significa « rivoluzione copernicana
dell'educazione »? Come Copernico in campo astronomico aveva rivoluzionato la
concezione tolemaica della centralità della terra nel sistema solare,
affermando la centralità del sole rispetto a tutti i pianeti del sistema
solare, così, in campo pedagogico, non è più il maestro il perno del- l'azione
educativa, ma il discepolo, alle cui esigenze il maestro deve adeguarsi,
cercando di scoprirle e facendo in modo che egli si auto- promuova. In questa
prospettiva, l’attore e l'autore primario nel processo educativo è il fanciullo
stesso (puerocentrismo). Il sogget- to quindi dell'educazione è certamente
l'educando, come essere at- tivo, personale ed originale; ma è bene precisare
che per « educando » non si deve intendere esclusivamente il bambino, il
ragazzo, il gio- vane, ma l'uomo, perché l'educazione non ha mai termine, né
limiti di età, ma continua per tutta la vita (da questo è derivato il con-
cetto di educazione permanente). Soggetto allora dell'educazione è l’uomo, ma
egli è persona ed è tale nella misura in cui realizza la propria personalità.
Attingendo dalle affermazioni della scienza psicologica, soffermiamoci un mo-
mento su quest'ultimo concetto. La personalità dell’uomo è la risultanza di
elementi nativi, ere- ditari e di elementi acquisiti mediante la propria
esperienza. Co- munque, tali strutture sono dinamiche e non rigidamente
definibili e quindi la personalità è una realtà « plastica », dinamica,
determi- nantesi con atteggiamenti differenziati a seconda delle situazioni che
l'individuo incontra e vive concretamente. L'uomo non è determi- nato (almeno
non lo è totalmente) dalla sua struttura originaria, 135 Nel rapporto ira
filosofia e pedagogia questa ha un ambito specifico di ricerca La ‘‘rivoluzione
copernicana” in pedagogia: l’educando come protagonista (puerocentrismo)
Educazione permanente per la continua realizzazione della personalità umana
L’educazione dura tutta la vita Promozione a autopromozione dell’individuo:
aspetto personale Aspetto sociale: relazione interpersonale e convivenza con
gli altri Aspetto culturale: trasmissione dei valori e custodia della civiltà
dalla sua essenza, ma può anche migliorare, peggiorare o, comunque, cambiare. E
se c'è sempre una possibilità di mutamento, allora è valido quanto già detto:
l'educazione dura per tutta la vita. Ciò che si è detto a proposito del
soggetto dell'educazione con- sente di esaminare le finalità di un certo tipo
di processo educativo che permette ad ogni individuo di giungere allo sviluppo
della pro- pria personalità. ‘4. I tre aspetti fondamentali dell'educazione
L'educazione, dal punto di vista teoretico e scientifico, presenta tre aspetti
fondamentali: personale, sociale e culturale. a) Personale: perché l’educando è
una persona e non una cosa od un oggetto; è soggetto dotato di attività, di
personalità e di creati- vità. Egli pensa ed agisce seguendo energie interiori.
L'educazione dunque deve promuovere o meglio fare in modo che l'individuo si
autopromuova. Rimandiamo qui al concetto di maieutica socratica già espresso
nel Corso di storia della filosofia Come è la madre che genera il bambino e
l’ostetrica l’aiuta soltanto a darlo alla luce, così il vero educatore non
comunica la « verità », ma mette l’educando nelle condizioni di trovare la
risposta da sé. Innanzitutto, quindi, l'educazione è autopromozione della
personalità del soggetto che si educa... b) Sociale: e questo sia come fatto
che come obiettivo. Anzitutto come fatto perché l'educazione è un evento
eminentemente inter- personale e sociale, perché coinvolge quanto meno due
persone, l’e- ducando e l'educatore. In secondo luogo, come obiettivo perché
tra le finalità primarie che l’opera educativa si propone è inclusa quella di
far conoscere gli altri e di abituare a vivere insieme con essi, in loro armonia,
per la realizzazione di un bene superiore comune a tutti. L'educazione pertanto
« socializza » il singolo, perché « la no- stra vita personale si esplica in
una vita sociale. Certo ci può essere una vita sociale che al limite ignora o
soffoca la vita personale ed è questo che va evitato ».’ Il fine primario
dell'educazione lo si ottiene operando sui singoli soggetti e non sul gruppo.
Però è necessario an- che l'apporto del gruppo, che spesso opera
inconsciamente, per me- glio sviluppare l'educazione del singolo. Anzi in molti
stati, oggi l'e- ducazione è attuata operando sul gruppo, e in tal modo si
raggiun- gono anche i singoli. c) Culturale: perché l'educazione trasmette alla
persona i valori culturali elaborati dall'umanità nel corso delle generazioni,
tra- 6 Ivi, p. 70. ? C. PERUCCI, in Educare, U.C.L.I.M., Varese 1572, p. 67.
136 sformando un essere incolto in un essere che può contribuire al progresso
della civiltà in cui è nato. È evidente che questi tre aspetti della educazione
sono interagenti poiché formare la personalità del soggetto significa
promuovere la socialità e, trasmettendo la cultura e la civiltà, l'educazione
fa parte- cipe il soggetto dei progressi dell'umanità stessa. In conclusione,
la finalità educativa consiste: in primo luogo nella realizzazione della
personalità intesa come affermazione della individualità e originalità di
ognuno; in secondo luogo nella capa- cità di partecipazione alla vita sociale.
Tale centralità della persona e dell'individuo non ha sempre costituito l'ideale
educativo in’ seno alle varie civiltà: Infatti, ciò che attualmente secondo un
certo si- stema politico e filosofico si apprezza ed esalta come individuale,
era per i greci un aspetto negativo. 5. Autoeducazione ed eteroeducazione
Tenendo presente il fine da realizzare si possono distinguere due concezioni
radicalmente opposte dell'educazione. Da una parte si afferma che educare un
fanciullo vuol dire ren- derlo conforme ad un modello prestabilito, per cui il
fine dell'educa- zione è posto fuori dal fanciullo (= eteroeducazione) e
l'educazione si risolve in un adattamento delle disposizioni del fanciullo ad
un ordine preesistente, di fatto o di diritto. Dall'altra parte si dice che
educare significa permettere al fan- ciullo di sviluppare tutto ciò ch'egli ha
in se stesso (autoeducazione), per cui il fine è il fanciullo stesso e
l'educazione mira a favorire la realizzazione della sua personalità ed il suo
armonico sviluppo. L'eteroeducazione si fonda sul presupposto che le strutture
con- crete della civiltà attuale (sociali, economiche, morali, religiose, ecc.)
impongano di adattare il fanciullo in modo che da adulto possa age- volmente
integrarsi in esse, per cui un'educazione sarà ritenuta va- lida se riuscirà ad
adattare l’uomo all'ordine stabilito, considerato come assoluto, sia esso la
classe sociale, la chiesa, lo stato. In questo caso l’educatore rivelerà le sue
doti nella misura in cui la sua abilità tecnica sarà capace di realizzare tale
scopo, senza troppe preoccupa- zioni delle esigenze soggettive dei singoli
educandi. Per contro, l’autoeducazione mira ad assicurare, per quanto è
possibile, l’armonico sviluppo delle varie tendenze e capacità pre- senti nel
fanciullo, senza fare appello ad ideali preesisienti. Educa- zione quindi che
rifiuta ogni intervento autoritario esterno e lascia alla spontaneità naturale
del fanciullo di sviluppare le naturali forze bio-psichiche che operano in lui;
all'educazione inoltre è dato il ° A. AGAZZI, Problemi attuali della pedagogia
e lineamenti di pedagogia sociale, La Scuola, Brescia, 1968, pp. 9-10. 137
Eterceducazione: confermità a un modello Autoeducazione: armonice sviluppo di
tendenze e capacità Interazione di eteroeducazione e autoeducazione compito di
preservare il fanciullo stesso dalle influenze che dall’ester- no potrebbero
turbare l’armonico sviluppo della personalità. Che dire di queste due opposte
concezioni dell'educazione? A nostro avviso un'educazione integrale non può
essere né pura- mente estrinsecistica come ritengono i fautori della
eteroeducazione, ma neppure semplicemente innatistica come affermano gli
assertori dell’autoeducazione. Ma dev'essere l'una e l’altra insieme. Se è vero
infatti che una valida educazione non può trascurare i condizionamenti
dell'ambiente familiare, sociale, politico, religioso, ecc., è anche vero che
il voler considerare tali fattori come assoluti, e riconoscerli come norme
intangibili cui sottomettere gli elementi personali dell’educando, è un palese
controsenso, date le variabilità e precarietà del cosiddetto « ordine stabilito
». D'altra parte, « che il fanciullo possa spontaneamente e con le sole sue
forze, senza l'intervento di un'autorità esterna, disciplinare se stesso e
diventare capace di libere scelte, è stato il paradosso di Rousseau, fondato
sulla bontà naturale dell'uomo, al quale però lo stesso Rousseau sembrò non
concedere molta fiducia quando con- sigliava agli educatori di lasciar credere
all'educando di essere lui il padrone, ma di non permettergli di esserlo, di
fatto. In definitiva, un sistema educativo che si limiti a rispettare nel
fanciullo ciò che l'osservazione psicologica, scientificamente anche la più
perfetta e accurata, permette di osservare in lui, non è sufficiente ad edu-
carlo veramente »? Autentica educazione dev'essere quindi autoeducazione,
perché non è concepibile una maturazione integrale inconsapevole e priva di
impegno personale; e dev'essere inoltre eteroeducazione perché la presenza del
docente non è solo auspicabile, ma necessaria. Oc- corre, peraltro, tener ben
presente che nell'opera di educazione il do- cente non può né deve sostituirsi
all’educando; egli è solo la guida e la forza stimolatrice delle energie che
devono svilupparsi spontanea- mente dall’interiorità del soggetto (secondo i
canoni della maieutica socratica). Nel rapporto educatore-allievo esiste, senza
dubbio, un pericolo che occorre assolutamente evitare: quello di « manipo- lare
», « foggiare » ed inoltre di distruggere la personalità dell’edu- cando per
far emergere quella dell’educatore. Educare significa, in- vece, aiutare ad
autodeterminarsi come essere libero, e ciò è possi- bile soltanto attraverso il
libero esercizio delle proprie attitudini. 6. L’attivismo pedagogico Tra le
tante teorie dell'educazione, l'attivismo è senza dubbio quella che ha
suscitato maggior interesse durante il nostro tempo. * A. VALERIANI, « Il
problema dell'educazione », in Studio ed insegnamento della filosofia, I,
AVE-UCIIM, Roma 1966, pp. 315-316. 138 Essa però ha qualche riferimento nel
passato. I Sofisti ritenevano che l'educazione deve essere sottratta ad ogni
autoritarismo e dog- matismo. Nel Medioevo viene ripreso talvolta il concetto
di sant'Ago- stino, il quale riteneva che l'educazione deve essere un processo
au- tonomo di autoeducazione: il maestro comunica solo le parole, ma la vera
educazione è « autoeducazione », data da Dio per illumina- zione. Con l’inizio
del Rinascimento inizia il superamento delle vecchie tradizioni e con Bacone si
ha la prima grande affermazione del carat- tere attivistico del sapere.
Comenio, poi, con il suo « naturalismo » e la sua « pansofia » intende dare a
tutto il sapere una connessione si- stematica, seguendo gli indirizzi della
nuova scienza sperimentale. In Rousseau, infine, sono già presenti le varie
motivazioni con cui l'attivismo di oggi giustifica l'introduzione del lavoro
nella scuola. L'attivismo pedagogico si presenta come reazione alla pedagogia
tradizionale, la quale era di tipo estrinsecistico e teoretico. L'ideale del
mondo classico e, generalmente, anche del mondo cristiano, era la vita come
attività teoretica, come conoscenza e come contempla- zione. L'educazione
consisteva nell’insegnamento di principi, dottri- ne, ideali trascendenti e
assoluti. La pedagogia contemporanea ha compiuto un rovesciamento radicale,
risolvendo il conoscere nel- l'agire, la verità nel fatto. Ma è necessario
subito riconoscere che in quel rovesciamento si ritrovano il valore ed,
insieme, i limiti dell'at- tivismo pedagogico contemporaneo: il valore, perché
l'ideale del mondo classico non poteva soddisfare la mobilità sociale e l'ansia
di attività dell'umanità moderna; i limiti perché molto spesso l'agire viene
ridotto ad un semplice fare meccanico, ad un fare per il fare, anche contro le
attese degli stessi fautori dell’attivismo. :iA fondamento dell'attivismo sta,
come s'è detto, un atteggia- mento di rifiuto del metodo tradizionale. Ma
l’attivismo non è sol- tanto protesta: esso è anche proposta, e propone una
educazione proiettata verso l'avvenire, quindi dinamica, centrata sul soggetto,
quindi aperta ed esistenziale: una scuola attiva sostitutiva di quella
passiva.! ‘Applicando i criteri dell'autoeducazione, l’attivismo si pone al
servizio delle attitudini, dei bisogni, dei modi di sentire e di agire pro- pri
del fanciullo che deve poter liberamente esprimere tutto se stesso ed
apprendere quanto sarà utile per sé e per la società nella quale si troverà a
vivere da adulto. Da parte sua, l’educatore, anziché in- tervenire per
trasmettere un sapere dall'esterno o inculcare principi morali assoluti, è
chiamato a fornire all’educando occasioni ed ali- menti al suo appetito di
conoscere e di agire, ponendolo a contatto con l’esperienza che è la vera
maestra della vita, ad aiutare lo svi- luppo spontaneo della intelligenza e
della volontà dell'allievo, se- !° AGAZZI, « Scuole nuove e attivismo », in
Questioni di storia della pedagogia, La Scuola, Brescia 1963, p. 972. 139
L’attivismo pedagogico: reazione alla pedagogia tradizionale L’attivismo come
educazione proiettata verso l’avvenire Attivismo e autoeducazione Psicologia,
attivisma e scuola nuova Concezione ateo- materialista dell’attivismo guendo le
linee dei suoi interessi scientificamente determinati. Ne- cessità, quindi, di
muovere dal fanciullo, « ma non dal fanciullo in sé, considerato in astratto,
ma dal fanciullo come individuo origi- nale ed unico, dalla ricchezza della sua
spontaneità naturale da co- noscere e da dirigere. Lo studio della psicologia
sarà pertanto a fon- damento della preparazione e dell’azione dell'educatore e
la scuola su misura sarà il nuovo credo didattico del puerocentrismo ».! Le
idee dominanti dell’attivismo sono, pertanto, le seguenti: azio- ne,
spontaneità, vita. Delle prime due s'è già parlato. Quanto alla terza essa fa
parte di un'espressione cara all’attivismo, l’espressione scuola-vita. Secondo
l’attivismo la scuola deve preparare alla vita, deve essere essa stessa vita,
adeguarvisi e strutturarsi secondo le forme reali della vita. Sulla legittimità
dell’attivismo pedagogico ci siamo già implicita- mente pronunciati parlando dell’autoeducazione.
Abbiamo escluso che si possa realizzare pienamente il processo educativo col
solo me- todo dell'autoeducazione. È un metodo che si fonda su una visione
troppo ottimistica dell’uomo, considerato esente da ogni debolezza e da ogni
cattiva inclinazione e già intimamente incamminato verso il bene e la virtù. Ma
troppo spesso l’attivismo è anche basato su una concezione materialistica ed
atea dell’uomo. Questi è visto come creatore d’ogni valore e, allo stesso tempo
come il prodotto ultimo dell'evoluzione della materia. Fondate su tali
premesse, anche le tesi più interessanti e, in se stesse, legittime,
dell’attivismo pedagogico diventano discutibili e sospette. Per acquistare
piena legittimità occorre che siano fondate sul riconoscimento dei valori più
auten- tici della persona (libertà, spiritualità, immortalità) e sulla realtà
di Dio, creatore del mondo, padre di tutti gli uomini, termine ultimo delle
nostre più profonde aspirazioni. CONCETTI DA RITENERE — Pedagogia come teoria
pratica — Liberazione totale; educazione integrale — Rivoluzione copernicana
dell'educazione — Aspetto personale, sociale, culturale — Autoeducazione (modo
innatistico), eteroeducazione (modo estrinse- cistico) — Attivismo pedagogico
SINTESI CONTENUTISTICA I. LA PEDAGOGIA COME TEORIA PRATICA 1. Il termine
pedagogia (« condurre il fanciullo ») indica l’« arte» o la « scienza
dell'educazione ». L'educazione esprime l'esigenza dell'uomo che na- ! A.
VALERIANI, Op. cit., p. 324. 140 sce con molteplici capacità, ma ha bisogno di
essere aiutato a realizzarle nel corso della sua crescita. 2. L'educazione è
quindi un fatto propriamente umano. L'uomo si educa, l’animale si addestra. La
concezione dell'educazione si ricollega alla concezione che si ha del- l'uomo:
il discorso pedagogico è collegato al discorso antropologico e al di- scorso
etico. La pedagogia è una teoria pratica, cioè ha per oggetto di riflettere sui
si- stemi di educazione per aiutare l’azione degli educatori. II. ‘AUTONOMIA E
INTERDISCIPLINARIETÀ DELLA PEDAGOGIA 1. Nelle civiltà antiche la pedagogia
faceva parte dei diversi sistemi filo- sofici. Spesso essa è riferita alla
politica, che a sua volta dipende dall’etica. L'ideale greco-romano è la
formazione dell’uomo in quanto cittadino. 2. Nel Medioevo la pedagogia diventa
un capitolo della teologia a motivo del primato assunto dal problema
etico-religioso: dal cittadino al santo. 3. Nell'epoca dell'Umanesimo e del
Rinascimento l’ideale diviene quello dell'uomo colto. La pedagogia avverte,
pertanto, l'esigenza di una imposta- zione di carattere filosofico. ; 4. Nella
cultura contemporanea l'affermazione delle scienze positive, ha collocato la
pedagogia in una posizione interdisciplinare. La psicologia, l’an- tropologia,
l'etica, la biologia e la sociologia si configurano come scienze ausi- liarie
della pedagogia, offrendole elementi di integrazione e di approfondi- mento
circa gli scopi che le sono propri. 5. L'educazione può avere come scopo: a) la
liberazione totale dell’educan- do e necessita del contributo della biologia,
della psicologia, dell’antropologia, della sociologia e della storia; b)
l'educazione integrale e si dovrà rivolgere alla filosofia, all’etica,
all'estetica, ecc. al fine di promuovere sia la dimensione spi- rituale che
quella materiale dell’uomo. 6. Il rapporto tra pedagogia e filosofia è visto
attraverso due posizioni: a) l’identificazione tra le due scienze; b) la
dipendenza della pedagogia dalla filosofia. Una conclusione opportuna appare la
seguente: la pedagogia gode di una autonomia nel campo di ricerca, dei metodi e
dei criteri. Afonda comunque le sue radici in una determinata visione
filosofica, di cui è una ramificazione al pari dell'etica e della politica.
SOGGETTO E FINALITÀ DELLA PEDAGOGIA 1. La pedagogia moderna è orientata dalla
cosiddetta rivoluzione coperni- cana dell’educazione: il perno dell'azione
educativa non è più, come nel mondo classico-medioevale, il maestro, bensì il
discepolo. 2. La prospettiva puerocentrica guarda all’educando come ad un
soggetto attivo, personale e originale. Occorre però ricordare che in senso
proprio l’edu- cando è l’uomo nelle diverse tappe della sua vita e che pertanto
l'educazione è un fatto permanente, un cammino continuo senza meta terminale.
3. Poiché la persona è la protagonista dell’azione educativa, l'educazione avrà
come scopo la formazione della personalità. La personalità è la risultanza di
elementi originari, ereditari e acquisiti. Essa è quindi una struttura dinamica
e in perenne trasformazione. Compito dell'educazione è di orientare la trasformazione
sempre verso la positività. IV. I TRE ASPETTI FONDAMENTALI DELL'EDUCAZIONE1.
Aspetto personale dell'educazione: l’educando è una persona, soggetto dotato di
attività, personalità e creatività. L'educazione deve promuovere la persona e
renderla capace di autopromozione. 2. Aspetto sociale dell'educazione: a) è un
fatto perché l'educazione è un 141 evento interpersonale e sociale {rapporto
educatore-educando); b) è un obiet- tivo perché l'educazione si propone di
formare gli individui alla conoscenza reciproca, alla vita in comune,
all'armonia sociale, al bene comune. 3. Aspetto culturale dell'educazione:
l'educazione trasmette di generazione in generazione i valori elaborati
dall’umanità, facendo di ogni individuo un essere capace di dare il proprio
contributo alla civiltà. I tre aspetti sono interagenti; infatti sono propri
della finalità educativa sia la realizzazione della personalità e
dell’originalità dell'uomo, sia la forma- zione della sua capacità di
partecipazione alla vita sociale. AUTOEDUCAZIONE E ETEROEDUCAZIONE 1.
L'autoeducazione mira ad assicurare l’armonico sviluppo delle varie ten- denze
e capacità presenti nel fanciullo senza riferimento ad ideali preesistenti.
Rifiuta l'intervento autoritario, promuove la spontaneità e preserva dalle in-
fluenze esterne. Tale concezione può anche essere definita innatistica. 2.
L'eteroeducazione vuole adattare il soggetto umano alle strutture con- crete
sociali, economiche, morali, religiose, ecc. Il processo educativo raggiunge il
suo scopo se l'educando saprà adattarsi all'ordine stabilito, considerato come
un assoluto {concezione estrinsecistica). 3. Alla concezione innatistica e a
quella estrinsecistica si può opportuna- mente opporre quella integrale, per
cui il processo educativo fonde le esigenze della libertà e dell'originalità
della persona con l’ineliminabile presenza del condizionamento ambientale.
L'autoeducazione, pertanto, favorisce una matu- razione integrale e consapevole
attraverso l'impegno personale, mentre l’etero- educazione forma nell’educando
il senso del limite e gli dà la misura di ciò che significa vivere con gli
altri. L'ATTIVISMO PEDAGOGICO 1. La pedagogia contemporanea ha compiuto un
rovesciamento radicale, risolvendo il conoscere nell’agire, la verità nel
fatto. 2. Il valore dell’attivismo pedagogico, la teoria dell'educazione che ha
tro- vato maggiore risonanza nel nostro secolo, sta nel fatto che, puntando
sul. l'autoeducazione, stimola la partecipazione attiva dell'educando
nell'esperienza scolastica. L'educatore fornisce all'’educando occasioni di
esperienza al suo de- siderio di conoscenza e orienta le sue attitudini ed i
suoi interessi, individuati scientificamente. 3. Azione, spontaneità e vita
sono le idee dominanti dell’attivismo pedago- gico. L'espressione scuola-vita
indica, inoltre, la convinzione che la scuola deve adeguarsi e strutturarsi
secondo le forme reali della vita. 4. L’attivismo pedagogico si fonda: a) su
una antropologia ottimistica che ignora in realtà la debolezza della natura
umana; b) su una visione essenzial- ‘mente materialistica ed atea, QUESTIONARIO
DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa si intende per pedagogia? Qual è il
significato etimologico di questo termine? 2. Perché l'educazione è un fenomeno
tipicamente umano? 3. Quando la pedagogia si è costituita come scienza
autonoma? Prima, în quale disciplina era incorporata? 4. Che rapporti
intercorrono tra pedagogia e filosofia? 5. Quali sono gli aspetti fondamentali
dell'educazione? 6. Che cosa si intende per autoeducazione e per eteroeducazione?
7. Che cosa si esige per una educazione integrale? 142 8. Che cos'è l’attivismo
pedagogico? Quali sono i pregi e i limiti di questo metodo educativo? 9. Quali
contraddizioni pedagogiche e strutturali ostacolano nell’ordina- mento
scolastico attuale una educazione integrale della persona? 10. Quali
implicazioni si possono individuare tra pedagogia e formazione della coscienza
democratica? 11. Nel nostro tempo quali sono le esigenze emergenti per una
individua- zione di opportuni obiettivi educativi in vista di un progetto-uomo
aperto al secondo millennio? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI Questioni di storia
della pedagogia, La Scuola, Brescia 1963. ABBAGNANO N.-VISALBERGHI A., Linee di
storia della pedagogia, Paravia, To- rino 1959, 3 voll. AGAZZI A., Problemi dell'educazione
e della pedagogia, Vita e Pensiero, Mi- lano. BARONI A., Pedagogia moderna,
Studium, Roma 1960. BERTOLINI P., Pedagogia e scienze umane, C.L.U.E.B.,
Bologna 1983. Boy W., Storia dell'educazione occidentale, Armando, Roma 1960.
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Maritain, Vita e Pensiero, Milano 1985. VoLPICELLI L., L'educazione
contemporanea, 2 voll, Armando, Roma 1964. 143 Socialità e politicità dell’uomo
Preminenza del problema politico e sociale nel nostro tempo Origine, fondamento
e fine dello Stato Capitolo undicesimo IL PROBLEMA POLITICO E SOCIALE
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. L'uomo ha bisogno degli altri per vivere o è autosufficiente?
2. Qual è lo scopo del vivere associato? 3. Da che cosa nasce la realtà sociale
e politica dell'uomo? Come deve es- sere regolato il rapporto
uomo-libertà-bene-utile-società-Stato? 4. Che rapporto c'è tra politica e
morale. È possibile considerarle separate? 1. I termini del problema L'uomo è
un essere vivente atto a una vita sociale e politica, come aveva già osservato
Aristotele nella sua Politica. Nelle condi- zioni delle età precedenti, queste
caratteristiche hanno trovato un'’at- tuazione ristretta; allora era perfino
possibile condurre una vita ri- tirata, eremitica, lontano dalle vicende del
mondo e considerarsi una monade « senza porte e senza finestre », secondo la
nota espressione di Leibniz. Oggi tutto questo è impensabile, oltreché
impossibile. Il più piccolo atto umano e qualsiasi realtà per quanto minuscola
sono coinvolti in un regime sociale e politico che li dirige e li compenetra da
ogni parte. Così, nel nostro tempo i problemi politici e sociali hanno acqui-
stato importanza capitale. 'Nel presente capitolo tratteremo anzitutto del «
problema po- litico », che è quello di cui i filosofi si sono occupati da
sempre. Poi nella seconda parte studieremo quello che è stato chiamato « pro-
blema sociale », un problema che i filosofi hanno cominciato ad af- frontare
sistematicamente soltanto nel secolo XVIII al sorgere del- la questione sociale
derivante dalla rivoluzione industriale determi- nata dall'introduzione della
macchina nell’attività produttiva. Il problema politico è il problema relativo
all'origine e al fon- damento dello Stato (polis), alla sua organizzazione, la
sua forma migliore, la sua funzione e il suo fine specifico, alla natura della
azio- ne politica e ai suoi rapporti con l'azione morale, ai rapporti tra Stato
e individui, tra Stato e Chiesa, tra Stato e partiti. Questo problema così
vasto e complesso, è stato studiato nei suoi aspetti diversi quando le istanze
storiche l'hanno richiesto. Così per esempio la questione dell'origine dello
Stato, della sua struttu- razione e della sua forma migliore è stato dibattuto
quando guerre 144 o rivoluzioni hanno messo in questione o posto termine ad uno
Stato oppure ad una forma di governo per sostituirli con altri. Ciò è avve-
nuto, in Grecia, nel secolo V in conseguenza delle guerre con i Per- siani,
delle guerre tra Atene, Sparta e Tebe e delle guerre civili all’interno di
queste tre città-stato. Furono tali congiunture storiche ad indurre i Sofisti,
Platone e Aristotele ad esaminare il problema del- l'origine dello Stato, della
sua funzione e della sua forma ideale. Al- trettanto accadde nel secolo XVII,
al tempo delle guerre religiose, della guerra dei Trent'anni, delle rivoluzioni
e delle guerre civili del- l'Inghilterra e della Francia. Questi eventi
determinarono le spe- culazioni politiche di Hobbes, Bacone, Locke, Campanella,
Hume, Rousseau. In tempi recenti hanno trattato del problema dello Stato Hegel,
Marx, Engels, Lenin, Gramsci e la Scuola di Francoforte, determinando larghe
correnti di pensiero e attuazioni ispirate alle loro ideologie; va inoltre
ricordato il contributo particolare ad una soluzione cristiana di tali
problematiche dato da Jacques Maritain e da Luigi Sturzo. î Trattando il
problema politico nei suoi vari aspetti non si può dimenticare quello dei rapporti
tra Stato e Chiesa che ha acquistato rilevanza soprattutto nel Medioevo,
allorché la Chiesa assunse una strutturazione sociale da far concorrenza a
quella dello Stato. Di qui le teorie politiche di Innocenzo III, san Tommaso,
Bonifacio VIII, Occam, ecc. Il problema dei rapporti tra politica e morale ha
potuto svilup- parsi soltanto nell'epoca moderna, nel momento in cui le varie
forme di sapere e di operare si sono affermate nella loro autonomia rispetto
alla teologia e alla filosofia. Questo ha consentito prima a Machiavel- li e
poi a Hobbes e a tanti altri di proporre una concezione dell’a- zione politica
come qualcosa di assolutamente distinto da qualsiasi altro tipo di attività. Il
problema dei rapporti tra lo Stato e i partiti, tra lo Stato e i suoi membri è
diventato d'attualità nell'epoca contemporanea, quan- do alle forme monarchiche
e assolutistiche di governo sono suben- trate quelle parlamentari e
democratiche, e ai sistemi capitalisti si sono opposti quelli socialisti e
comunisti. 2. Natura sociale dell’uomo L'uomo — come è stato già detto — è
essenzialmente socievole: da solo non può venire al mondo, non può crescere,
non può edu- carsi; da solo non può neppure soddisfare i suoi bisogni più ele-
mentari; né realizzare le sue aspirazioni più elevate; egli può otte- nere
questo solo in compagnia con altri. Perciò sin dalla sua prima comparsa sulla
terra troviamo sempre l'uomo collocato in gruppi so- ciali, inizialmente assai
piccoli (la famiglia, il clan, la tribù) e poi sempre più vasti (il villaggio,
la città, lo stato). Man mano che il 145 Dagli eventi storici ha origine lo
studio del ‘‘problema Stato” Rapporti tra: — Stato e Chiesa — Politica e morale
— Stato e partiti La socialità come condizione originaria Riflesso sociale
delle azioni umane Oggi c’è il primato della dimensione sociale livello
culturale dell'umanità si innalza, anche la dimensione della socievolezza si
espande e si arricchisce. Oggi essa ha raggiunto un orizzonte sconfinato: da
nazionale è diventata, prima, internazionale, poi, intercontinentale e ormai
sta assumendo proporzioni planetarie. I moderni mezzi di comunicazione hanno
messo ciascuno di noi in contatto con ogni vicenda (importante o
insignificante) che ac- cade in qualsiasi parte del mondo. La vita di ciascuno di
noi, ora, « può essere sconvolta da cima a fondo a causa di un avvenimento che
capita in una parte del mondo ove egli non ha mai messo piede e di cui forse si
fa un'immagine alquanto vaga ».' « Il più piccolo atto umano e qualsiasi realtà
per quanto minuscola sono coinvolte in un regime sociale che le dirige e
compenetra da ogni parte. Non posso compiere il più piccolo atto commerciale,
pretendere il più modesto salario, regolare il contratto più elementare senza
sentirmi immediatamente accerchiato da ogni parte — anche sostenuto — dalla
solidarietà economica, sociale, giuridica, che costituisce la base stessa del
mio contratto, del mio lavoro, del mio commercio, indipen- dentemente e al di
fuori delle mie intenzioni. E questo in un interse- carsi che, da un capo
all'altro del mondo, moltiplica senza fine una rete inestricabile ed
invincibile: un colpo della borsa di New York accresce, oggi, senza che io me
ne interessi, il mio capitale, e domani la mia piccola impresa potrebbe
crollare sotto la concorrenza tra- volgente dell'industria giapponese. Lo
stesso si deve dire per qual- siasi altro settore ». Quanto l'intreccio sociale
oggi sia vasto e pro- fondo l’ha mostrato negli anni ‘70 e '80 l'embargo del
petrolio nei confronti dell'occidente attuato dagli Stati arabi nel conflitto
arabo- israeliano. Questo espediente degli arabi è bastato a mettere in crisi
l'immenso castello della civiltà dei consumi, il concetto stesso di progresso e
il modello di sviluppo del mondo occidentale. 'La dimensione sociale durante il
nostro secolo ha assunto tali proporzioni che può venire legittimamente
considerata un fenomeno tipico del nostro tempo. La dimensione privata è
praticamente scom- parsa. A stento possiamo occultare i nostri pensieri e i
nostri desi- deri; ma appena questi si traducono in azione, essi diventano
appan- naggio anche degli altri e grazie alla televisione e alla radio e alla
stampa in un batter d'occhio vengono divulgati nei quattro angoli della terra.
L'isolazionismo, oggi, non è più possibile. « Se dobbiamo in qualche modo
sopravvivere, è chiaro che sopravviveremo solo come membri gli uni degli altri.
La linea tra il privato e il pubblico diventa sempre più confusa. Bene o male,
questa in cui viviamo è l'epoca della pianificazione: dell'assistenza sociale,
della compro- prietà e, sul piano internazionale, delle organizzazioni
soprannazio- nali. La capacità dell'individuo di agire, e persino di pensare,
con una certa indipendenza dal suo ambiente sociale o in contrasto con !
MARCEL, L'uomo problematico, Borla, Torino. a MD. CHENU, L’évangile dans le
temps, Du Cerf, Parigi 1964, pp. 89-90; trad. it., Il Vangelo nel tempo,
A.V.E., Roma 1968. 146 esso si va costantemente riducendo [...] Ciò significa,
tra l’altro, che il nostro ideale di libertà e di società libera non può essere
semplice- mente definito in termini di in-dipendenza. Per l’uomo contempora-
neo la redenzione coincide con la sua capacità di diventare non già un
individuo — la cui indipendenza sarebbe, in realtà, impotenza di fronte alla
gigantesca macchina dello Stato — bensì una persona che possa trovare (e non
perdere) se stessa nell’interdipendenza del- la comunità. Il contenuto della
sua salvezza in seno alla società consiste, per l’uomo moderno, nello scoprire
se stesso come persona che deliberatamente decide a favore d'un rapporto
d'interdipen- denza con gli altri; consapevole che la sua natura è fatta per
mettersi in relazione con i simili, egli vuole positivamente questa interdipen-
denza, anziché subirla per effetto delle pressioni della sua epoca. .
L'alternativa al “loro” non è l’“io”, ma il “noi” ».? Nel momento attuale,
mentre da una parte i diritti della persona umana e la sua esigenza di libertà
ottengono riconoscimento uni- versale, dall'altra i sistemi politici, le
strutture economiche e so- ciali, le scoperte della scienza e della tecnica, e
l'apparato statale minacciano di soffocarli inesorabilmente. Questa situazione
ripropone con particolare urgenza il problema tante volte dibattuto anche nelle
epoche precedenti, circa l'origine, la natura e le funzioni dello Stato, e dei
rapporti tra gli individui e la società. 3. L'origine dello Stato Lo Stato è
una realtà empirica la cui esistenza è incontrovertibile, ma è anche una realtà
estremamente mutevole: nasce, si sviluppa, sviluppandosi assume molte forme, e
spesse volte e per ragioni varie si indebolisce e dissolve. Tutto questo fa
dello Stato una realtà problematica. Anzitutto problematica per quanto concerne
la sua origine. Da che cosa nasce lo Stato? Chi ne è l’autore, la causa, il fondamento?
A questo interrogativo sono state date molte risposte, di cui le principali ci
sembrano le seguenti: a) origine naturale dello Stato: sappiamo che l'uomo è
socie- vole e da solo non può soddisfare i suoi bisogni né realizzare le pro-
prie aspirazioni; può ottenere questo soltanto in compagnia con gli altri.
Quindi è la natura stessa che induce l’individuo ad associarsi con altri
individui e ad organizzarsi in comunità, in Stato. I princi- pali teorici
dell'origine naturale dello Stato sono Aristotele, Hegel e Marx. Secondo
Aristotele « è evidente che lo Stato è una creatura della natura e che l'uomo è
per natura un animale politico. Colui che per natura è senza Stato è superiore
oppure inferiore all'uomo, vale a dire o un dio oppure una bestia. Il motivo
per cui nasce lo Stato RoBINSON, /! corpo, Gribaudi, Torino 1967, pp. 20-21.
147 L'esigenza di riscoprire la propria persona: salvezza dell’uomo
contemporaneo Le attuali strutture economico-politiche minacciano i diritti
della persona Stato: realtà empirica e mutevole Origine naturale: l’uomo è
essenzialmente politico Hegel: lo Stato come volontà dello Spirito assoluto
Marx: lo Stato deriva dalla necessità di unirsi per soddisfare i bisogni dei
singoli Origine convenzionale: autonomia originaria e logica della
sopraffazione è quello di rendere possibile la vita e anche una vita felice. E
poiché il traguardo della vita umana è la felicità, la ragion d'essere dello
Sta- to è di facilitare il raggiungimento della felicità ». In Hegel la natura
di Aristotele diviene lo Spirito Assoluto, per- ciò lo Stato ha origine per
volontà dello Spirito Assoluto, di cui è anzi l'attuazione conclusiva. Infatti,
secondo Hegel, lo Spirito Assoluto si esprime e si sviluppa nella storia, la
quale è essenzial- mente storia dell'uomo. Questi come essere socievole si
unisce spon- taneamente con gli altri. In tal modo sorgono le varie
organizzazioni: anzitutto la famiglia poi la società civile ed infine lo Stato.
La fami- glia è l'unione amorosa di almeno due persone. La società civile è una
condizione in cui c'è una mutua dipendenza di tutte le persone da tutte le
altre, essendo esse già una collezione di individui indi- pendenti. Essa poggia
su di un sistema di bisogni. Lo Stato è una isti- tuzione concreta, che unifica
e dà una realtà più alta alla vita etica dei suoi membri individuali. Pertanto
lo Stato è « l’Idea dello Spirito Assoluto nella manifestazione esterna della
volontà umana e della sua libertà ». Anche per Marx come per Aristotele (e
linguaggio idealistico a parte come per Hegel), lo Stato deve la sua origine
alla natura stes- sa delle cose (non a patteggiamenti convenzionali o a
prevaricazioni contro qualche ordine soprannaturale): deve la sua origine alla
na- tura stessa dell’uomo la quale è fatta in modo tale che le è consen- tito
di soddisfare i suoi bisogni più elementari di sopravvivenza soltanto con
l’aiuto, il concorso, l'assistenza di altri uomini. Non si può dire invece
altrettanto delle varie forme concrete che lo Stato assume nella storia. Esse
non sono dovute alla natura ma all’arbitrio umano: alla sua decisione di
distribuire in un modo o in un altro i tre elementi costitutivi fondamentali
della struttura fondamentale dello Stato che è quella economica: il lavoro, il
capitale e gli stru- menti di produzione.‘ b) Origine convenzionale. Questa
teoria dice che all'inizio, al suo primo apparire sulla faccia della terra,
l’uomo, il singolo indi- viduo era pienamente autosufficiente e perciò per
vivere e svilupparsi non aveva bisogno di unirsi agli altri. Senonché la
presenza di tanti altri piccoli centri di potere (quali erano gli altri uomini)
ha inevita- bilmente dato luogo a conflitti, per evitare i quali è stato
necessario trattare con gli altri, mettersi d'accordo con loro, rinunciando a
qualche diritto e assoggettandosi a qualche dovere. Così, sulla base di tale
accordo, è sorto lo Stato. Questa teoria che era già stata avanzata dai Sofisti
fu ripresa e sviluppata da molti filosofi moderni, in particolare da Spinoza,
Hobbes, Locke e Rousseau. Ciascuno di questi autori ha presentato una versione
personale della teoria convenzionalistica o contrattuale; per Spinoza e Hobbes
il contratto sociale ha carattere irreversibile: MoNnDIN, vol. III, pp.
548-550. 148 una volta rinunciato ai propri diritti per costituire lo Stato non
si può più ritirarli e tornare indietro. Invece per Locke e Rousseau il
contratto sociale ha carattere reversibile. c) Origine preternaturale. Questa teoria
considera lo Stato come conseguenza di una caduta dell'uomo da una condizione
originaria di perfezione e di felicità dove non abbisognava di sostegno e di
aiuto da parte degli altri. Già annunciata da Platone, la teoria del- l'origine
preternaturale dello Stato è stata sviluppata in forma orga- nica da due grandi
pensatori cristiani, Agostino e Vico. Agostino afferma l’esistenza di due
grandi associazioni di spiriti: la civitas Dei (città di Dio) e la civitas
terrena (città terrena o Stato). Tutt'e due sono fondate sull'amore. Ma mentre
la città di Dio è fon- data sull'amore di Dio, un amore così altruistico che
non teme d'ar- rivare fino al sacrificio totale di se stesso, della propria
vita, la città terrena è fondata sull'amore di se stessi, un amore talmente
cieco ed egoistico che arriva fino al disprezzo e al rinnegamento di Dio. « Ciò
che anima la società terrena (civitas terrena) è l'amore di se stessi al punto
di disprezzare Dio; ciò che anima la società divina (civitas coelestis) è
l'amore di Dio al punto di disprezzare se stessi. L'una basa il suo orgoglio in
se stessa, l'orgoglio dell'altra è in Dio; una cerca la gloria fra gli uomini,
l’altra ritiene che la conoscenza di Dio sia la gloria più grande »%
L'essenziale nel regno terreno così come in quello spirituale è il debitus
finis, vale a dire lo scopo che deriva dall'intrinseca natura della cosa:
dunque in questo caso la realizzazione di valori puramen- te terreni. Questi
includono, per cominciare, « il corpo e i suoi beni, cioè una buona salute,
sensi acuti, forza fisica e bellezza, parte di essi essenziali per una vita
migliore, e quindi più desiderabili, parte di minor pregio. Poi, la libertà,
nel senso che uno crede di essere libero quando è padrone di se stesso, cioè
nel senso desiderato dagli schiavi. In terzo luogo i genitori, le madri, una
moglie e dei bambini, i vicini, i parenti, gli amici, e, per coloro che
condividono il nostro modo di vedere (quello greco-romano) l'appartenenza ad
uno Stato, nonché gli onori, le ricompense e ciò che è chiamato favore
popolare. Infine il denaro, intendendo con questo termine tutto ciò che posse-
diamo legalmente, o che abbiamo il potere di vendere o di cui possiamo
altrimenti disporre ».” Storicamente l'origine della civitas terrena risale
alla caduta dei primogenitori; ma essa trova la prima espressione emblematica
nel- la Torre di Babele. Come nella Torre di Babele, così nella civitas ter-
rena regna costantemente la confusione, la violenza, la malvagità, la miseria.
Ma, a parere di Agostino, l’espressione più mostruosa la civitas terrena l'ha
raggiunta nell'Impero Romano, esempio supremo 5 MONDIN, vol. II, pp. 162-173
(Spinoza); (Hobbes); (Locke);
(Rousseau). € S. AcosTINO, De civitate Dei XIV, c. 28. ? S. AcostINO, De
libero arbitrio, I, 15, 32, 149 Origine preternaturale: Agostino e Vico
Agostino: regno terreno (‘civitas terrena’) e regno spirituale (‘‘civitas
Dei””) Dal peccato originale ha origine la '‘civitas terrena” Vico: lo Stato
come creazione provvidenziale di Dio Per Platone e Aristotele: — costituzioni
giuste (monarchia, aristocrazia, repubblica) di brutale conquista e sfruttamento,
che si può definire come « brigantaggio su vasta scala ». Anche per il Vico lo
Stato deve la sua origine al peccato, ossia ad un atto di ribellione dell'uomo
nei confronti dei disegni di Dio. Tuttavia Vico non ha affatto dello Stato
quell’opinione così negativa e pessimistica dataci da Agostino; in effetti
l’autore della Scienza nuova, anziché un'invenzione degli uomini per meglio
soddisfare le loro brame egoistiche, vede nello Stato una creazione provviden-
ziale con cui Dio cerca di trar fuori gli uomini dalle loro miserie. « E
sommamente da ammirare la provvidenza divina la quale, in- tendendo gli uomini
tutt'altro fare, ella portògli in prima a temere la divinità (con il primo
fulmine)... Appresso, con la religione me- desima, li dispose ad unirsi con
certe donne in perpetua compagnia di lor vita: che sono i matrimoni,
riconosciuti fonte di tutte le po- testà; di poi con queste donne si
ritrovavano aver fondato le fa- miglie, che sono il seminario delle
repubbliche. Finalmente, con l'aprirsi degli asili (per dare rifugio a quei
giganti che non si erano piegati alla religione), si truorono aver fondato le
clientele onde fussero apparecchiate le materie tali che poi, per la prima
legge a- graria, nascessero le città sopra due comuni di uomini che le com-
ponessero: una di nobili che vi comandassero; l’altra di plebei che ubbidissero
».* 4. Le forme di governo Lo Stato può assolvere la sua funzione essenziale di
garantire pace, giustizia e benessere per tutti soltanto se dispone di un
governo, e di un governo autorevole e giusto, il quale sappia far rispettare i
diritti e far osservare i doveri da parte di tutti i cittadini. Di go- verni
capaci di realizzare queste funzioni se ne possono ipotizzare molti. Però tutte
le ipotesi possibili si trovano già chiaramente for- mulate in Platone ed
Aristotele, i primi due grandi maestri del pen- siero politico. Movendo dal
principio che scopo dello Stato è facilitare il rag- giungimento del bene
comune, sia Platone che Aristotele dividono le costituzioni possibili (ossia le
forme di governo ipotizzabili) in due categorie: giuste ed ingiuste, e
affermano che si danno tre forme di costituzioni giuste e altrettanto di
ingiuste. Sono costituzioni giu- ste quelle che servono il bene comune e non
solo quello dei gover- nanti. Tali sono: la monarchia, ossia il comando di uno
solo che cura il bene di tutti; l'aristocrazia, ossia il comando dei virtuosi,
dei mi- gliori, che curano il bene di tutti senza attribuirsi alcun privilegio;
la repubblica o politia, ossia il governo popolare che cura il bene di tutta la
città. Sono invece costituzioni ingiuste quelle che servono * G. Vico, Scienza
nuova, ed. Nicolini, p. 629. 150 il bene dei governanti e non il bene comune.
Tali sono: la tirannia ossia il comando di un solo capo che persegue il proprio
interesse; l'oligarchia, ossia il comando dei ricchi che cercano il bene econo-
mico personale; la democrazia, ossia il comando della massa popo- lare che
vuole sopprimere ogni differenza sociale in nome dell’egua- glianza. Queste sono
sostanzialmente anche le ipotesi che hanno avanzato nel Medioevo san Tommaso,
Dante, Marsilio Ficino, Occam, e du- rante l'epoca moderna Spinoza, Hobbes,
Locke, Montesquieu, Rous- seau, Fichte, Marx e molti altri ancora. Si nota però
una diversità di opinione, anzi una vera e propria inversione di pareri tra i
filo- sofi dell'antichità e del Medioevo da una parte, e i filosofi moderni
dall'altra. Mentre i primi ritenevano, normalmente, che la forma ideale di
governo fosse la monarchia assoluta e la forma più imper- fetta quella
democratica, i secondi, in generale, giudicano l’'asso- lutismo monarchico la
forma peggiore e invece ritengono che la for- ma ideale sia o quella della
monarchia parlamentare oppure*quella della repubblica. La complessità delle
strutture attuali della società, la diffusione della cultura in tutti gli
strati sociali, l'esigenza di rendere tutti i membri della società direttamente
partecipi dei benefici del potere, la consapevolezza dei rischi che corre la
libertà individuale allorché il governo viene affidato ad uno solo, tutti
questi motivi ci sembrano dar ragione ai filosofi moderni: essere cioè la forma
repubblicana quella più adatta a tutelare i diritti di tutti e a procurare il
bene comune. 5. Rapporti tra politica e morale a partire dall'epoca mo- derna
Fino agli inizi dell'epoca moderna si pensava che la politica non disponesse di
criteri di giudizio suoi propri e che dovesse mutuarli dalla morale e dalla
religione. Perciò, quando un sovrano doveva pren- dere una decisione, suo primo
compito era consultare la Bibbia e la propria coscienza. Se queste gli dicevano
che una certa azione era moralmente illecita oppure contraria agli interessi
della religione, egli doveva considerarla anche politicamente riprovevole. Il
primo assertore dell'autonomia della sfera politica rispetto a tutte le altre,
in particolare rispetto alle sfere della morale e della religione, in quanto
disporrebbe di principi normativi suoi propri, è Niccolò Machiavelli. Per la
prima volta, la politica viene indaga- ta dal Machiavelli nella sua cruda
realtà, nella sua nudità; per la prima volta essa viene fissata nella sua
logica interna spregiudicata- mente, fuori cioè da ogni preoccupazione d'ordine
morale e teolo- MonDIN, vol. I, pp. 78-97 (Platone); 120-143 (Aristotele). 151
— costituzioni ingiuste (tirannide, oligarchia, democrazia) Dall’epoca moderna
si capovolge il concetto di governo ideale Garanzie della forma repubblicana
Machiavelli: — l'autonomia della politica dalla morale — la politica come forza
positiva e autonoma Kant: distinzione e interazione tra etica e politica gico;
e, come risultato di questo metodo, per la prima volta essa viene affermata
nella sua peculiarità. Il Machiavelli, attingendo es- senzialmente dalla
lezione delle cose, « proclama che la politica non è né la morale, né la
negazione della morale, ma una forza positiva, impossibile ad eliminare dal
mondo, come ogni altra forza della na- tura, che contribuisce a tener su e far
camminare il mondo. In quanto forza positiva, non riducibile quindi alla
negatività del male ma insieme non identificabile, per l’invincibile resistenza
delle cose a tale identificazione, con la moralità, essa sta per sé, è cioè una
forma particolare dell'attività spirituale. La politica è la forza del mondo
dello spirito, della forza “cruda e verde”, come si dirà più tardi, che, in
quanto forza spirituale, non può essere che forza co- sciente, cioè volontà
forte, solida, coerente, indirizzata risolutamente al fine. L'uomo politico,
degno di questo nome, è dotato di questa forza, di questa volontà, senza la
quale non sarà in grado né di fondare né di mantenere lo Stato: che è lo scopo
della sua azione, a conseguire il quale egli calcola l'utilità di tutti i mezzi
nella situazio- ne disponibili, tenendo fisso lo sguardo alla realtà
effettuale, libero da pregiudizi e scrupoli, persino morali, e invece pronto a
sfruttare, ove sia il caso, ossia ove ciò sia utile e necessario, le altrui
preoc- cupazioni, credenze e scrupoli ».! Dopo Machiavelli, i filosofi della
politica si dividono in due cor- renti, una favorevole a Machiavelli e l’altra
contraria. Gli antima- chiavellici (Campanella, Vico) tentano di ricondurre la
politica alla dipendenza dalla morale. Per contro, i machiavellici (Spinoza,
Hob- bes e poi Marx e Lenin) ribadiscono la totale autonomia della politica
dalla morale e dalla religione. La questione dei rapporti tra morale e politica
viene per qualche tempo accantonata dagli illuministi (Rousseau, Montesquieu),
i quali preferiscono concentrare la loro attenzione nella ricerca del governo
più conforme ai lumi della ragione. Ma il problema del rap- porto
morale-politica si ripresenta con forza in Kant. Questi, pur mantenendo una
rigorosa distinzione tra le due sfere, afferma che né la politica può sottrarsi
alla giurisdizione universale dell'etica, né l'etica può prescindere dalla
politica, ossia dalla società civile, che è il mezzo e quasi il luogo ideale
della sua espiicazione mondana: «La condizione formale sotto cui soitanto ia
natura può raggiun- gere questo suo scopo finale (la moralità) è quella
costituzione nei rapporti degli uomini tra loro, che in un tutto che si
dichiara società civile, oppone una resistenza legale alle infrazioni
reciproche della libertà, perché solo in tale costituzione si può effettuare il
massimo sviluppo delle disposizioni naturali » (Kant). Qualsiasi distinzione
tra etica e politica viene invece respinta !° A. ATTIANI, « Politica », in
Enciclopedia filosofica, Sansoni, Firenze 1957, vol. III, col. 1497. 152 da
Hegel, perché secondo questo filosofo la fonte suprema d'ogni moralità è lo
Stato. Il pensiero di Marx sui rapporti tra etica e politica è ambivalen- te.
Nella polemica contro l’idealismo e contro il capitalismo egli riduce l'etica e
la politica a semplici sovrastrutture dei fatti econo- mici, i quali si
svolgono e trasformano in diretta dipendenza rispetto a questi ultimi. Invece
nella progettazione della società ideale in cui tutte le discriminazioni e le
differenze di classe saranno tolte, Marx vede nell’etica uno dei valori fondamentali
e nella politica uno strumento necessario per la sua realizzazione. « Marx
crede nella so- vranità della coscienza morale, che condanna l'ingiustizia nel
mondo e anela alla instaurazione della giustizia e della libertà spingendo a
maturazione le condizioni che ne rendano possibile l'avvento. La po- litica,
allora, sotto questo aspetto ha da servire alla instaurazione dell'ordine
morale nel mondo e, questo instaurato, a mantenerlo, di- fenderlo e potenziarlo
».! Ma che cosa è questo « ordine morale » vagheggiato da Marx? In forza del
principio che le trasformazioni economiche determi- in molte parti del mondo e
che ha assunto una dimen- sione planetaria in base allo sfruttamento dei pochi
paesi ricchi sul resto dell'umanità. Il motivo fondamentale della difficile
situazione politica e so- ! A. ATTIANI, Art. cit., col. 1501. 153 Hegel: lo
Stato fonte suprema della morale Giudizio ambivalente di Marx: lo Stato è
regolatore delle condizioni morali per edificare la dittatura del proletariato
L’ordine morale costringe l’individuo ad una unica volontà sociale Per Maritain
la realtà morale deve ispirarsi ai principi morali evangelici Esigenza del
recupero della morale cristiana che ha l’amore al centro della vita talmente
assorbito nella dimensione religiosa ed ha cercato questa riabilitazione nel
se- parare l'uomo da Dio. L'umanesimo che ne è nato e che si è svilup- pato
nelle varie formule — capitalistiche, marxistiche, idealistiche — è un
umanesimo antropologico, finalizzato all'uomo e realizzato dall'uomo attraverso
la sua ragione, la sua coscienza, la sua tecnica, le sue violente reazioni
contro le alienazioni emergenti dalla storia del suo tempo. Si tratta di un
umanesimo naturalistico, che si chiude in un materialismo senza sbocchi.
Volendo dimenticare che nell’uo- mo vi è una componente negativa,
l’antropocentrismo naturalistico ha dovuto subire tutto il male che è nell'uomo
senza poterlo spie- gare o spiegandolo erroneamente come imputabile a un «
sistema » storicamente dominante, o all'’imperfezione del grado di progresso
conseguito, o a oscure ragioni psicologiche del profondo. In particolar modo,
sotto la spinta dell’interpretazione marxi- stica della storia, lo sforzo di
liberazione dell'uomo si è incentrato nella lotta contro un sistema economico
fondato sulla fecondità del denaro. Ma in questa azione di liberazione della
classe operaia si è assunto come valore la forza dell'odio e la violenza,
mentre la prospettiva da realizzare è posta in un materialismo che vuole solo
procurare le maggiori quantità di beni materiali, ricopiando in tal modo lo
schema della società neocapitalistica, che operando sui fat- tori tecnica,
produzione e pubblicità ha prodotto la società consumi- stica. « Le realtà
della vita sociale, economica e politica sono state ab- bandonate alla legge
della carne, sono state sottratte alle esigenze del Vangelo. Ne è risultato che
è sempre più difficile viverle. Contem- poraneamente, la morale cristiana, non
essendo più praticata nella vita sociale dei popoli, s'è isterilita — non già in
se stessa o nella Chiesa — ma nel mondo, nel comportamento pratico della
civiltà, in un universo di formule e di parole ».! « Per vincere questa
fatalità occorre il risveglio della libertà e del- le forze creatrici. E l'uomo
ne diviene capace non in virtù dello 1 J. MARITAIN, Che cosa è l'uomo: discorso
per la città fraterna, in « Vita e Pensiero », 1973 (LV), n. 1, p. XXV. 154
Stato o di una pedagogia di partito, ma nell'amore che pone il centro della
vita infinitamente al di sopra del mondo e della storia tem- porale ».! 6.
Rapporti tra Stato e Chiesa Lo « Stato » è per definizione una società perfetta
con un fine ul- timo suo proprio (il bene comune degli uomini in questo mondo)
e con mezzi adeguati per raggiungerlo. Ma anche la « Chiesa » si con- sidera una
società perfetta, avente un suo fine ultimo da raggiungere (la salvezza eterna
dell'uomo) e mezzi appropriati da utilizzare per conseguirlo. a dei due poteri:
quello dello Stato e dei regni terreni e quello di Dio e della Chiesa, corpo
mistico di Cristo: questi due poteri sono essenzialmente di natura diversa come
diversi sono i loro fini: il primo si occupa della felicità terrena dell’uomo,
il se- condo ha per fine la sua felicità eterna; secondo, anche il potere della
società politica viene dall'alto: Omnis auctoritas a Deo. Con questa
affermazione si vuol intendere che il potere terreno trova la sua giu- ”
Ibidem. 155 Stato e Chiesa: due società perfette in teoria completamente
separate Conflitto e interazione dal Medioevo ai giorni nostri tra Stato e Chiesa
Le diverse soluzioni: — subordinazione indiretta delio Stato alla Chiesa (san
Tommaso) — subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa (Bonifacio VIII) —
subordinazione diretta della Chiesa allo Stato (Marsilio da Padova) Età
moderna: tendenza alla separazione Maritain: uomini liberi sotto la provvidenza
di Dio stificazione non in sé ma in Dio, e quindi si afferma un nesso con il
potere dato alla Chiesa. Ma Gesù non volle determinare le applicazioni concrete
di questi principi universali. Questo deve essere il compito di tutti i
cristiani inseriti nella propria epoca storica. olitica dalla morale e dalla
religione le teorie di Bo- nifacio VIII, Marsilio e Tommaso cadono in disuso e
si dà sempre maggior credito alla teoria della netta separazione tra Stato e
Chiesa. Ma anche questa ipotesi, in pratica non è scevra di difficoltà, per la
ragione che abbiamo ricordato più sopra: cioè che gli stessi indi- vidui fanno
parte sia dello Stato che della Chiesa. Ora può accadere (e in effetti accade
di sovente) che le decisioni dello Stato siano in contrasto con quelle delle
varie Chiese. Così quella separazione che si era ipotizzata teoricamente, nella
realtà quotidiana non è ‘facil- mente realizzabile. Su questo contrastato
problema ha fatto delle acute considera- zioni Maritain, il quale analizzando
la costituzione americana, os- serva che il suo spirito si oppone all'idea di
una società umana che si tenga lontana da Dio e da ogni fede religiosa. In
realtà la distin- zione tra Stato e Chiesa che la costituzione americana
afferma è in funzione di una reale cooperazione, escludendo ogni privilegio
nel- l'una e nell’altra parte. Si tratta di far vivere uomini liberi sotto la
156 provvidenza di Dio (under God). In questa linea lo Stato ha tutto da
guadagnare riconoscendo alla Chiesa una influenza immateriale sulle anime
attraverso l'insegnamento del Vangelo. Ma alla base del contrasto moderno che
vuole l'opposizione to- tale tra Chiesa e Stato, sta il malinteso di chi non
intende considerare la Chiesa se non in termini umani, non riconoscendole altro
valore che di istituzione umana, nata nella storia, come fatto umano che può
come tutti i fatti umani esser modificata o distrutta. Chi consi- dera la
Chiesa come fatto umano — prosegue Maritain — tende a riversare tutte le colpe,
che gli uomini in essa viventi manifestano, alla Chiesa stessa. Bisognerebbe
riconoscere che anche se il cristia- nesimo fosse tradito dai cristiani (ma in
realtà vi sono sempre uo- mini che realizzano pienamente il cristianesimo in
ogni epoca) ciò non infirmerebbe gli ideali e la realtà che la Chiesa porta nel
mondo. Allo stesso modo che sul piano delle civiltà umane, queste non si giu-
dicano dal comportamento dissennato di parte dei membri di esse. Rapporti tra
fede e politica Il problema del rapporto politica-religione oggi non si
configura più solo come studio dei rapporti tra Stato e Chiesa, intesi come due
associazioni autonome e complete in se stesse. Ogni Chiesa oggi è vista come
una comunità spirituale che tiene uniti i suoi membri con il solo vincolo
dell'amore, senza strutture temporali che possono farla apparire come uno
!Stato in concorrenza con gli altri Stati. Ma non per questo si può
estromettere la Chiesa o le Chiese dalle vicende di questo mondo e confinarle
in un mondo impalpabile delle anime. Molti teologi in questi ultimi anni hanno
sottolineato l’impor- tanza della dimensione politica del messaggio cristiano
e, di conse- guenza, dell'impegno politico di ogni cristiano sia singolarmente
che collettivamente. Si rileva, anzitutto, che destinatario della Pa- rola di
Dio e della sua opera di salvezza è l'uomo. Ora, questi non è una monade, un
angelo, un monaco, ma un essere essenzialmente socievole. Egli non si realizza
nella clausura della sua anima, con- templando la verità, ma nella apertura
intersoggettiva, nel rapporto recettivo e comunicativo con gli altri,
inserendosi in una società e avvalendosi delle sue molteplici strutture. Questo
aspetto politico dell'essere umano è al centro della rivelazione nella Bibbia
(Antico Testamento), la quale sì occupa costantemente delle strutture so- ciali
e politiche del ponolo ebraico, l’eletto dal Signore, sottraendolo MARITAIX,
L'uomo e io Stato, Vita e Pensiero, Milano 1971, pp. 224- 227, passim. 157 Il
contrasto moderno Il rapporto fede- politica oggi La dimensione politica del
messaggio cristiano al dominio dei suoi nemici (v. Esodo), determinando la sua
organizza- zione in tribù, assegnandogli determinate forme di governo, ecc.
Reazione del potere Nel Nuovo Testamento l'attenzione alla dimensione politica
è politico meno esplicita, ma si trova sempre presente. Pur non intraprendendo
all'insegnamento di iniziative politiche, Gesù è coinvolto nella politica. La
sua condotta Gesù e il suo insegnamento provocano la violenta reazione dei
poteri po- litici costituiti. Egli diviene la loro vittima. Ma il « potenziale
sov- versivo » della sua dottrina e della sua grazia non sarà soffocato. Esso
opererà profondamente sui rapporti umani, sulle strutture sociali e a poco a
poco li trasformerà radicalmente. Esiste quindi un impatto inevitabile della
fede sulla politica. E Fede e liberazione —se questo può essere vero di
qualsiasi fede, lo è in modo singolare totale della fede cristiana, che è fede
nella liberazione dell'uomo: a ciò contribuisce il cristiano con la
testimonianza della sua fede, la quale, di conseguenza, non è passiva
accettazione né estatica contempla- zione della parola di Dio, ma è fattiva
attuazione delle promesse divine in ordine alla piena realizzazione del regno
di Dio che Gesù ha annunziato. 8. Lettura politica del messaggio evangelico
Queste importanti ragioni (la natura dell'uomo e il processo sto- rico della
rivelazione di Dio) autorizzano una lettura « politica » del messaggio
evangelico. Questo, tuttavia, non può essere letto esclu- sivamente in chiave
politica, come pretendono alcuni oggi. Quello politico, infatti, è soltanto un
aspetto del messaggio cri- Una lettura politica —stiano. Questo ha di mira
anzitutto la singola persona (e poi la so- del messaggio cietà) e in ogni persona
considera in primo luogo la dimensione evangelico interiore: la conversione
dello spirito, la trasformazione del cuore. I profeti dell'Antico Testamento e
Gesù Cristo vogliono instaurare un nuovo tipo di rapporti, basato
essenzialmente sull'amore, tra l'uomo e Dio e tra i singoli uomini. Ma non
intendono realizzare tale obiettivo con la forza, con la violenza, con le armi,
bensì con la tra- sformazione interiore delle anime, sollecitandole alla
conversione con la testimonianza delle opere, con l'insegnamento della verità,
con la pazienza, la carità e il sacrificio di se stessi. Il comandamento
[L'amore per Dio e per il prossimo è il vero comandamento « po- dell'amore è il
litico » di Gesù. Però non un amore romantico ma un amore critico, comandamento
non inteso solo come aiuto caritativo al prossimo, ma come dedizione politico
di Gesù. piena alla giustizia, alla libertà e alla pace. Questo comporta una
cri- tica decisa contro ogni forma di potere puro e un impegno concreto: per
trasformare ogni situazione politica oppressiva degli uomini. Impegno del Di
fronte ai grandi temi politici, concretamente, il cristiano sa che cristiano
per il bene la vita politica tende ad un bene comune che è superiore alla sem-
comune e la plice somma dei beni individuali, un bene che deve riversarsi sulle
promozione Umana —rersone umane cioè un bene che riguardi innanzi tutto il
miglioramento della vita umana, non già sul solo piano degli squilibri eco-
nomici, ma anche su quello dei valori spirituali, permettendo a cia- scuno di
vivere sulla terra come uomo libero e di godere i frutti della intelligenza
umana. Per il cristiano la libertà è una realtà di cui deve rendersi degno;
l'uguaglianza con gli altri uomini si instaura soltanto in un clima di rispetto
reciproco e di fraternità, e non già in una lotta per l’afferma- zione di una
sola classe sulle altre; la giustizia è la forza di conserva- zione della
comunità politica e la condizione indispensabile per per- mettere all’«
amicizia civica » di prendere forma « conducendo gli ineguali all'uguaglianza
». Si potrebbe obiettare che il cristiano, secondo questa visione ideale,
appare tutto proteso in una visione verticale, tutto rivolto all’affermazione
di principi spirituali e morali, che lo disincarnano dal mondo attuale. È la
nota accusa dell’alienazione del cristiano dalle responsabilità del mondo
presente. In realtà nella natura uma- na è presente anche un movimento
orizzontale, anch'esso determi- nante per la piena e totale realizzazione
dell’uomo in se stesso. Tale movimento orizzontale riguarda l'evoluzione
dell'umanità e rivela progressivamente la sostanza delle forze creatrici
dell'uomo nella storia. È il movimento orizzontale della civiltà, che se è
orientato ver- so fini temporali autentici, aiuta la tensione verticale
dell'umanità. L'ideale supremo cui deve tendere l’opera politica e sociale del-
l'umanità è l'inaugurazione di una città fraterna, la quale non com- porta che
tutti gli uomini saranno un giorno perfetti sulla terra e si ameranno
fraternamente, bensì la speranza che lo stato esistenziale della vita umana e
le strutture della civiltà si avvicineranno sempre più alla perfezione, la cui
misura è la giustizia e la fraternità. « Questo ideale supremo è anche quello
della democrazia au- tentica, l'ideale di una nuova democrazia che tutti
attendiamo. Essa esige non solo il potenziamento di tutte le strutture tecniche
e una organizzazione socio-politica salda’ e razionale nelle società degli
uomini, ma soprattutto una filosofia eroica della vita e il fermento interiore
vivificante dell’ispirazione evangelica ».” 9. Capitalismo o socialismo? Il
mondo attuale si presenta diviso in due blocchi contrapposti: da un lato i
paesi che gravitano nell'orbita della Russia governati da un regime
politico-economico di tipo socialista; dall'altro i paesi detti «
dell'Occidente », che comprendono l'America del Nord, l’Eu- ropa occidentale,
il Giappone e l'Australia, a regime capitalista sotto la guida reale dell'altra
superpotenza mondiale (gli Stati Uniti d’Ame- rica). Vi sono poi i cosiddetti «
paesi non allineati » (o. del Terzo 4 Ivi, p. XXIX. 159 Libertà, uguaglianza e
giustizia cristiana Visione verticale ed orizzontale del cristiano L'ideale di
una città fraterna I due blocchi politici contrapposti Due sistemi economici,
due scelte di civiltà Horkheimer: la società capitalista è una diretta
conseguenza dell’Illuminismo Individualismo, liberalismo e Stato di diritto
“Mondo) rappresentati dalla maggioranza dei paesi « poveri ». Ma anche questa
distinzione non fa che ribadire la contrapposizione mon- diale dei « due
blocchi ». Si tratta di una contrapposizione non soltanto di due sistemi
economico-politici, ma di due concezioni di vita da cui derivano ri-
percussioni profonde umane e sociali. Entrambi si pongono come « scelte di civiltà
» affermando di possedere la garanzia del futuro individuale e sociale del
mondo. Di fronte all’alternativa per quale dei due sistemi optare, è difficile
pronunciare un giudizio sereno e spassionato. La propagan- da e la lotta
politica hanno confuso e oscurato fatti e dottrine, fino al punto di
radicalizzare la convinzione ideologica degli individui e delle masse che
vivono nei due schieramenti contrapposti. Tutta- via per molti uomini d'oggi,
all'interno dell'uno e dell'altro schiera- mento, si pone un urgente problema
di coscienza: per quale dei due sistemi è giusto schierarsi? Prima di tentare
di avanzare una risposta, è necessario richiama- re i punti essenziali su cui
si fondano i due sistemi e le differenzia- zioni che si sono sviluppate nel loro
seno. 9.4 Il capitalismo classico Giova innanzitutto avere delle idee chiare
sulla ‘situazione sto- rica degli ultimi secoli, in cui si è sviluppata la
società attuale. La società, infatti, non è un prodotto naturale, ma il
risultato di un lungo processo storico. Ci sembra utile a questo proposito
ricordare che, muovendo dai suddetti presupposti, Horkheimer e i suoi col-
leghi della Scuola di Francoforte hanno condotto uno studio accu- rato sulle
origini della società capitalista contemporanea, stabilen- do che essa affonda
le sue origini nell’illuminismo e nelle sue distor- sioni. Con questi studi
Horkheimer arriva a concludere che «la manipolazione, lo sfruttamento e
l'oppressione che si registrano nella nostra società sono la diretta
conseguenza della concezione illuministica del sapere e del ruolo che
l’illuminismo ha preteso di assegnare al sapere ».” Il sistema economico
chiamato capitalismo non può essere effet- tivamente compreso nella sua essenza
se non come conseguenza di una concezione dell’uomo detta « antropocentrica »:
l’uomo non ha altro fine all'infuori di se stesso. Egli è destinato a
promuovere il proprio sviluppo nella storia, sotto la guida della ragione,
nella to- tale espansione della propria libertà. In questa concezione dell’uomo
si esalta l'individuo nei confronti della società (individualismo) e si
proclama la sua libertà incondizionata (liberalismo). Lo Stato, e- spressione
delle libertà individuali, si regge sulla democrazia rap- MONDIN, vol. III, pp.
540-541. " Ivi, p. 541. 160 presentativa e sulle garanzie della Legge
(stato di diritto). Sul piano economico la libertà dell'individuo (o dei
gruppi) si estende quanto si estendono le sue possibilità economiche.
All'iniziativa privata del capitale non vengono posti limiti né di natura legale
né di ordine sociale. L'uomo, spinto dal suo esclusivo egoismo, mette in atto
una sfrenata « lotta per il successo », e basandosi esclusivamente sulle leggi
inevitabili della economia-libera concorrenza, concentrazione dei mezzi di
produzione e dei capitali nelle mani di uno o di pochi (trusts, oligopòli,
multinazionali, ecc.) esercita una forza di pressione su governi, partiti
politici, opinione pubblica, allo scopo di assicu- rarsi copertura ideologica
sugli intrighi utilitaristici. È questo il capitalismo classico !# che ha avuto
il suo massimo svi- luppo nel secolo scorso e nei primi anni del nostro secolo;
esso si fonda sul principio secondo il quale l’attività economica nasce nel li-
bero gioco tra capitale e lavoro; due forze nel cui equilibrio non devono
interferire né lo Stato né la morale, perché il solo rapporto economico è
sufliciente a bilanciarne gli eccessi. In realtà il capitale, con l'enorme
concentrazione di potere in suo dominio, riusciva ad arrogarsi ogni vantaggio,
lasciando alle forze del lavoro (proletariato) appena di che mantenersi e
ripro- dursi. La legge ineluttabile che si diceva essenziale all'ordine eco-
nomico, continuava a mantenere ed accrescere la ricchezza in mano di pochi,
mentre il lavoro, pur derivante dalla produzione di molti, li condanna allo
sfruttamento e a una disumana condizione di vita. La critica a questo sistema
scaturisce dalla sua insanabile ingiu- stizia e dalla inammissibilità di un
sistema che mette le persone umane (i lavoratori) in balia di una cosa (il
capitale). Ma anche sul piano strettamente economico l'errore su cui si fondava
il capitali- smo non tardò a rendersi evidente: l’uomo non è sensibile
esclusiva- mente a stimoli di ordine economico. Le tensioni sociali che si
mani- festarono a partire dalla metà del secolo XIX nascono dalla presa di
coscienza che l'uomo non può essere schiavo delle leggi econo- miche, ma queste
devono servire al suo sviluppo sociale e morale. Questa presa di coscienza
deriva soprattutto dalla nascita di asso- ciazioni di lavoratori sorte verso la
metà del secolo scorso in Inghil- terra per la difesa dei propri diritti,
inizialmente soprattutto di ca- rattere economico, soprattutto dei cosiddetti
sindacati. 9.2 Il neocapitalismo Il crollo del rendimento produttivo dei lavoratori
e la loro cre- scente avversione ai datori di lavoro condussero il capitalismo
a profonde modificazioni. Con Taylor X Il capitalismo nasce dalla rivoluzione
industriale, in forza della quale la macchina, applicata alla produzione,
assorbì gran parte della mano d'opera nelie fabbriche. Secondo Marx ciò ebbe
inizio nel 1735 con l'introduzione del- la macchina per filare di Wyatt. 161
Capitalismo classico e sfruttamento del proletariato L’uomo non è schiavo delle
leggi economiche Nel neocapitalismo c’è l'intervento condizionatore dei
sindacati dei lavoratori e dello Stato La crisi del ’29 e il “Nuovo corso”
Effetti sociali della tecnostrutiura che modifica i processi produttivi La
‘‘società dei consumi” e la manipolazione dei ‘mass-media’ nasce negli Stati
Uniti il neocapitalismo che riconosce al lavoratore «dipendente, sia pure dopo
dure e lunghe lotte dei sindacati operai, e allo Stato un intervento
condizionatore dell'attività economica, non più lasciata ai soli automatismi di
mercato. Riconoscendo al lavoratore il diritto a migliorare le condizioni di
lavoro, il neocapita- lismo supera il gretto concetto di sfruttamento della
mano d'opera. Si elabora una organizzazione scientifica di pianificazione del
lavoro (scientific management) e al lavoratore vengono riconosciuti il di-
ritto a tempi ragionevoli di lavoro, il diritto a un'istruzione specifica, il
diritto alla cooperazione tra direzione manageriale e lavoratori. Dopo la
grande crisi economica, con il New Deal di Roosevelt, il potere politico viene
coinvolto sempre più decisamente nel processo economico e la nuova politica
economico-sociale dello Stato rappresenta uno strumento di redistribuzione dei
redditi della produzione economica a più larghi strati della popolazione, e-
sercitando una forte pressione sugli automatismi economici. Soprattutto dopo la
seconda guerra mondiale, con l'avvento della tecnostruttura, l'automazione
introdotta nei processi produttivi in- serisce nel processo economico gli
scienziati e i tecnici, condizionan- do una volta di più la potenza del
capitale e riducendo il proletariato tradizionale a sempre più esigue
minoranze. Ma il neocapitalismo sa approfittare ancora una volta delle mu- tate
condizioni di produzione con l’estendere su larga scala la pro- duttività di
beni di consumo e favorire in tal modo i consumi di massa. Nasce la « società
dei consumi » (affluent society) il cui ideale è di produrre sempre di più per
rendere più umana la vita dell’indi- viduo, fornendogli un numero sempre
crescente di beni di consumo. La critica a questo sistema emerge dal fatto che
l'uomo viene stritolato nel rapporto produttività-consumi, rapporto che si
confi- gura come una nuova e più sofisticata forma di sfruttamento di massa:.
l’uomo della civiltà dei consumi vive costretto a produrre ciò che dovrà
consumare. Di qui uno stato di insoddisfazione sempre crescente, cui s'aggiunge
l'alienazione derivante dalla mercificazione della cultura e dallo svuotamento
delle menti prodotto dai mass media. H. Marcuse ha tratteggiato amaramente l’uomo
« unidimen- sionale » emergente dalla nuova società creata tanto dal consumismo
dell'Occidente, quanto dall'industrialismo sovietico: « Una confor- tevole,
democratica non-libertà prevale nella società industriale a- vanzata ».!? 9.3
Il labourismo e la socialdemocrazia Nel 1883 sorge a Londra la « Società
Fabiana » (Fabian Society) che si pone come fine la elevazione della classe
lavoratrice, in modo che essa possa arrivare ad assumere il controllo dei mezzi
di produ- # H. MARCUSE, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, p. 21.
162 zione. Questo fine doveva essere raggiunto in modo graduale, « tem-
poreggiando ». Da qui il nome di questa società, derivante dal con- sole romano
Fabio Massimo, detto il « temporeggiatore ». Dopo qual- che anno (nel 1900)
dalla Società Fabiana e dalle Trade Unions (i sindacati operai, sorti agli
inizi del secolo XIX come associazione di mutuo soccorso tra gli operai
dell'industria metallurgica inglese) fu fondato il partito labourista inglese
(Labour Party = partito del la- voro) che assume il programma del socialismo
(per cui il controllo dei mezzi di produzione deve passare ai lavoratori) senza
fare però un dogma dei suoi principi filosofici tratti dal marxismo. Esso
diven- ne nel giro di alcuni decenni uno dei due partiti fondamentali della
Gran Bretagna, andando al potere diverse volte a partire dal 1924. I mezzi di
lotta adottati per raggiungere le mete prefissate sono stati: una imponente
azione di propaganda tra le masse popolari per farle crescere culturalmente e renderle
coscienti dei propri diritti di esseri umani sullo stesso piano di tutte le
altre classi sociali; gli scioperi, attraverso il sindacato, anche a livello
nazionale e di sostegno tra le varie categorie di lavoratori, per ottenere
dallo Stato una legislazione sia di assistenza sociale (dalla culla alla tomba)
onde migliorare le condizioni di vita, sia per sancire il passaggio allo stato
o un suo di- ritto di controllo delle aziende di interesse nazionale
(comunicazioni, miniere, energia, banche, ecc.), e per ottenere dal padronato
adeguati miglioramenti salariali ed una partecipazione, sia pure indiretta,
alla gestione dell'azienda. Come in Inghilterra, così anche in altri paesi
dell'Europa occiden- tale come Germania, Olanda, Danimarca e in Scandinavia i
partiti socialisti, sorti nei primi decenni del XX secolo, non fecero la scelta
rivoluzionaria, ma presero la strada del riformismo e della gradualità per la
trasformazione della società capitalista. :IIl nome di partiti «
socialdemocratici », che essi assunsero, era una indicazione della loro scelta
democratica, cioè del pieno rispetto della volontà dei cittadini. Alcuni di
essi, che erano sorti basandosi sul marxismo, specie dopo il secondo
dopoguerra, fecero una esplicita rinuncia al materialismo storico e dialettico
di Marx, accettando nella pratica il sistema neocapitalista con cui convivere
tranquillamente. Il partito socialdemocratico della Germania occidentale e
quelli scandinavi sono gli esempi più significativi di questo socialismo in
perfetta simbiosi con il capitalismo; anche i partiti socialisti france- se,
italiano e spagnolo, pur restando in teoria marxisti, nella pratica sono da
tempo dei partiti socialdemocratici che hanno accettato le tesi del
neocapitalismo per il quale lo sviluppo massimo della pro- duzione con
l'utilizzazione della tecnica moderna, permette la cre- scita di tutta la
società e l'aumento dei consumi per ogni categoria sociale (v. il paragrafo sul
neocapitalismo). Dal fabianesimo alle ‘Trade Unions”’ inglesi e al labourismo Il
socialismo riformista dell'Europa occidentale: la socialdemocrazia Marx:
abolizione dello sfruttamento e comunismo Lotta di classe e collettivizzazione
dei mezzi di produzione Il ‘Manifesto del partito comunista’’ e la coscienza di
classe L'Internazionalismo socialista I partiti dei lavoratori italiani 9.4 Il
socialismo marxista Karl Marx (1818-1883), fondatore del socialismo
scientifico, si propone di fondare una società in cui sia abolito lo
sfruttamento dell'uomo e a tutti venga assicurato il soddisfacimento dei loro
bisogni materiali e spirituali (comunismo). Marx vede nel possesso privato dei
mezzi di produzione il prin- cipio di ogni male, non solo economico, ma anche
individuale e sociale. Da questa privatizzazione nasce il rapporto salariale
per cui l'operaio vende il proprio lavoro per un salario sul quale l’im-
prenditore lucra ingiustamente il « plusvalore », cioè il profitto. La lotta di
classe, cioè la lotta per la conquista della proprietà collettiva dei mezzi di
produzione da parte del proletariato sfruttato dai ca- pitalisti, è, secondo
Marx, un fatto ineluttabile della storia che deve condurre all'eliminazione
della classe padronale. Tolta di mezzo quest'ultima, nascerà un nuovo tipo di
umanità, senza più classi né egoismi: uomini che vivranno in una società di
uomini « comuni », solleciti al bene degli altri quanto e forse più che non al
bene proprio. Nel 1848 Marx lanciò un appello a tutti gli operai, con il «
mani- festo del partito comunista » firmato anche da Engels, in cui il pro- letariato
veniva sollecitato a prender coscienza della propria con- dizione e della
propria individualità, per diventare una forza sociale contro lo sfruttamento.
Con la fondazione della I* Internazionale dei Lavoratori (Londra) le varie
correnti socialiste sviluppatesi prima e durante la diffusione del marxismo si
associarono, non senza contrasti pro- fondi. In Inghilterra prevalse il
sindacalismo delle « trade unions » riformista e antirivoluzionario; in
Germania il socialismo democra- tico mirava alla trasformazione dello Stato,
mentre in Francia an- ziché alla conquista del potere il movimento operaio
tendeva a or- ganizzarsi e a liberarsi dallo sfruttamento senza ricorrere alla
rivo- luzione. Ma vi furono anche movimenti dichiaratamente anarchici, terroristici
e rivoluzionari ispirati da Bakunin, fiero oppositore di Marx. In Italia, con
la fusione dei movimenti operai preesistenti, nacque a Genova il Partito dei
Lavoratori Italiani (l'anno seguente prese il nome di Partito Socialista
Italiano), in cui ben presto si ma- nifestò la divisione tra socialisti
riformisti e socialisti radicali, rivo- luzionari, i quali sotto la spinta
della rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia finirono per separarsi e
fondare a Livorno nel 1921 un nuovo partito denominato « Partito Comunista
d’Italia », cam-° biando poi il nome nell'attuale Partito Comunista Italiano.
9.5 Il marxismo-leninismo-stalinismo Con la rivoluzione d'ottobre 1917, in
Russia, ad opera di Lenin si ebbe la creazione di uno Stato collettivista,
senza distinzioni di 164 classe. Lenin stabilì tutto il potere al vertice, non
già nella classe — come avrebbe voluto Marx — ma nel partito. Stalin giungerà
ancor più avanti: alla dittatura personale del capo unico. Il paese fu spinto
con la forza alla collettivizzazione della terra, all'industrializzazione a
tappe forzate, alla compressione continua e spietata dei consumi. Le libertà
individuali o di gruppo furono abolite e con Stalin venne accentuato il regime
poliziesco repressivo con continue « purghe » e con l'invio di milioni di
persone nei famigerati campi di lavoro in Siberia. Questo terrorismo dispotico
venne poi denunziato al XX Congresso del Partito Comunista da Kruscev nel 1956,
dopo la morte del dittatore. Anzi, dopo questa denunzia, venne iniziata la
cosid- detta fase di « destalinizzazione », in cui tutti gli errori e le
deficienze del sistema vennero addebitate al dittatore scomparso. Sul piano
dell'economia e dei diritti umani non cambiò pratica- mente nulla, pur con
qualche accenno di liberalizzazione attuata in qualche settore e solo per brevi
momenti. La rigida organizzazione centralizzata avente come perno il Partito
Comunista, fonte di ogni potere e costituito da un gigantesco apparato
burocratico, è rimasta invariata in questi ultimi 30 anni, in quanto il
marxismo-leninismo è rimasto la filosofia ufficiale dell'Unione Sovietica.
Questo sistema in cui praticamente domina lo sfruttamento delle masse da parte
di una oligarchia costituita dall’apparato del partito e dalla macchina
statale, è stato imposto a tutti i paesi del blocco dell'Europa orientale,
caduto sotto il dominio comunista alla fine della seconda guerra mondiale. 9.6
L'esperienza del maoismo in Cina Una esperienza diversa si è attuata in Cina da
Mao-Tse-tung, quando, dopo una lunga lotta rivoluzionaria contro il regime di
Chiang-Kai-sheck, riuscì a conquistare il potere nel 1949, costituen- do la
Repubblica Popolare Cinese su basi marxiste. Mao-Tse-tung — che era stato uno
dei fondatori del Partito Comunista Cinese, sorto nel 1921 a Shangai — divenne
il capo cari- smatico del comunismo cinese e dell'immenso paese asiatico, che
ha ora 900 milioni di abitanti. Egli, dopo la morte di Stalin nel 1953, si
proclamò unico difensore e interprete del marxismo-leninismo, accusando di
revisionismo i paesi del blocco sovietico. In realtà il suo socialcomunismo si
è differenziato da quello proclamato da Marx e Lenin, soprattutto per alcuni
punti qualificanti: a) stretta unione tra teoria e prassi; b) legame completo e
continuo con le masse; c) sviluppo dell’autocritica. In realtà, Mao ha creato
un nuovo tipo di comunismo, in cui le verità universali del marxismo vengono
ri- pensate per un popolo contadino, povero, fortemente socializzato attraverso
un incessante indottrinamento — i « pensieri di Mao » — » M., vol. III, pp.
514-515. 165 La rivoluzione del ’17: dai marxismo- leninismo alla dittatura di
Stalin Mao e ii ripensamento del marxismo per un popolo contadino Caratteri
militari e monacali del maoismo: la rivoluzione culturale Il processo di
revisione del maoismo a partire dal 1976 ‘‘Marxismi’’ e ‘‘postmarxismo”’: la
devianza eterodossa in forza del quale si tenta di cambiare la natura degli
uomini, il loro modo di pensare e di comportarsi, accentuando una forte
tendenza nazionalistica e volontaristica. Accentuando il valore «teoretico »
della prassi, più che Marx ed Engels, Mao è stato soprattutto un utopista
pragmatico e per questo, vedendo diminuire nel quadro del partito la spinta
ideale iniziale, si fece promotore nel 1966 della cosiddetta « rivoluzione cul-
turale » con un appello diretto alle masse, specialmente ai giovani, per
controllare l’attività dei dirigenti di partito che si erano im- borghesiti e
burocratizzati e combattere chi non condivideva le sue tesi politiche riunite
nel « libretto rosso ». Come risultato si ebbe una ventata di violenze con
processi sommari e centinaia di mi- gliaia di vittime innocenti e l'anarchia in
tutto il paese, con lo scardi- namento di tutto l'apparato produttivo. Solo
dopo la morte del dittatore, nel 1976, i nuovi dirigenti, sotto la guida
attenta di Deng Hsiao-ping, eminenza grigia del regime, hanno iniziato un
graduale processo di revisione delle direttive maoi- ste, rivalutando i
dirigenti vittime della « rivoluzione culturale » ed avviando una politica
economica più duttile, aperta alle esperienze dei paesi capitalisti. Facendo un
primo bilancio del maoismo, si può dire che esso, co- me il bolscevismo russo
dei primi decenni, era incentrato sul partito come motore di tutta l’attività
del paese, fondata sulla cieca ubbi- dienza di tutti i sudditi, trattati solo
come strumenti di produzione. Una delle sue debolezze fondamentali, ereditate
dal marxismo, è stata la sua incapacità di affrontare le realtà insopprimibili
della vita e della morte. E questo perché ignorava le preoccupazioni fondamen-
tali di ogni essere umano. 9.7 Crisi del marxismo ortodosso: i nuovi marxismi
Dopo un settantennio di esperienza di comunismo sovietico e circa quarant'anni
di quella, simile nei principi, della Repubblica Popolare Cinese e delle altre
costituzioni « socialiste », si può tentare di formulare un giudizio di
validità e di merito. Il pensiero di Marx che in questo secolo ottenne una
grande diffusione e fu assunto come dottrina di Stato, indiscutibile come un
dogma, sia in Russia che in Cina e nelle altre « democrazie popo- lari », ebbe
da parte di qualche eminente studioso marxista, spe- cialmente dell'Europa
occidentale, delle nuove interpretazioni che . modificarono alcune delle sue
tesi classiche. Tanto che da alcuni decenni non si parla più di marxismo ma di
« marxismi » e di « post- marxismo ». Naturalmente queste nuove interpretazioni
furono su- bito condannate come eterodosse dagli organismi culturali ufficiali
dei governi comunisti. L'elemento che distingue maggiormente il marxismo non
orto- dosso o revisionistico da quello ortodosso è che per quest’ultimo la 166
dialettica regola con leggi inderogabili tutti gli eventi della natura e della
storia, mentre per i nuovi marxismi la dialettica non ha leggi e non riguarda
affatto la natura bensì il soggetto singolo nei suoi rapporti con la storia.
Anche nelle società a regime comunista occor- re lottare contro la
disumanizzazione e l'alienazione delle singole personalità. Inoltre mentre per
i marxismi ortodossi la religione è soltanto « oppio del popolo » e perciò da
distruggere, per i nuovi marxismi la religione è considerata come un importante
fattore di superamento e di liberazione dalle presenti situazioni di oppres-
sione e di sofferenza in cui si dibatte l'umanità ed anche di sostegno delle
aspirazioni per un mondo migliore. (I più qualificati rappresen- tanti di
queste nuove correnti di pensiero marxista sono stati An- tonio Gramsci, Max
Horkheimer, Herbert Marcuse ed Ernst Bloch, i quali hanno esercitato un
notevole influsso nei movimenti culturali del nostro tempo). ‘Assolutizzando
l'influsso che le strutture esercitano sull'uomo e sulla società Marx scorge
nella base economica il peccato d’origine che determina l’uomo, la sua
coscienza, le sue alienazioni. Ciò com- porta una visione materialistica
dell'uomo, la quale ne autorizza la strumentalizzazione e la manipolazione,
subordinandolo alla ideolo- gia, né più né meno di quanto avviene ad opera del
capitalismo. Anche per il capitalismo l’uomo conta soltanto in quanto è iavoro,
senza alcun riferimento superiore o trascendente. Non si può quindi credere
ingenuamente e acriticamente che una semplice scelta capitalista o socialista
sia in grado di eliminare, automaticamente, i molteplici mali, ingiustizie,
discriminazioni, op- pressioni che affliggono la società attuale. I mali della
società non derivano tanto dai sistemi, quanto dagli uomini. L'origine dello
sfrut- tamento sociale e dell’oppressione risale alla volontà dell'uomo di ser-
virsi egoisticamente e brutalmente di un altro uomo. Occorre dire poi che
queste critiche di ordine teoretico (filoso- fico o scientifico) non avevano
mai fatto grande impressione a molti altri studiosi, ammiratori di Marx e non
avevano scalfito minima- mente la fede di milioni di comunisti militanti dei
vari partiti comu- nisti dell'Europa occidentale. Per tanti anni, neppure le
pesanti conseguenze di ordine pratico (sociale, economico, politico) che
accompagnarono il marxismo, specie in Russia, erano bastate ad intaccare la
convinzione delia intrinseca bontà di tale sistema. Anche quando gli
innumerevoli cri- mini di Stalin divennero di dominio pubblico, la grande
intelligentsia dei paesi occidentali continuò ad aderire al marxismo,
sottovalutan- do o facendo finta di non vedere gli stermini, le oppressioni, le
pur- ghe, i campi di concentramento che avevano flagellato il popolo rus- so da
quando i comunisti conquistarono il potere. Senonché, a partire dagli anni ’60,
sia in Russia che nei paesi occidentali, cominciò a serpeggiare un senso di sfiducia
nella capa- 167 de Marxisma revisionistico: la dialettica e ii soggetto singoio
nella storia; îa religione come fattore di liberazione La subordinazione
dell’uom& all’ideologia Le colpe dell’ ‘‘intelligentsia’’ occidentale
filomarxista Le crisi di fede nel marxismo e l'““arcipelago Gulag” L’interesse
del cristianesimo per il problema economico-sociale cità del marxismo di creare
quella nuova società perfetta, senza di- seguaglianza, senza ingiustizie, senza
divisioni di classe, promessa da Marx. Le ragioni di questa crisi di fede nel
marxismo sono molteplici. Ma quella fondamentale, a mio avviso, è il vuoto
culturale del marxi- smo stesso. Questo sistema, come ha mostrato Karl Popper,
dove ha la pretesa di parlare « scientificamente » non può produrre che ipotesi
falsificabili. Mentre per quelle dure realtà quali il male, il dolore, la
morte, il senso della storia, non ha nessuna parola da dire. Un'altra ragione
che ha messo in crisi la fiducia nel marxismo è stata la pubblicazione di
Arcipelago Gulag di A. Solzenicyn. Per molti lettori di fede marxista questo
libro è stato una rivelazione sensazionale, «decisiva, che li ha scossi
profondamente e da fedeli e zelanti seguaci di Marx li ha trasformati, tutto
d'un tratto, nei suoi critici più severi e nei suoi più violenti avversari. 10.
Le dottrine sociali di ispirazione cristiana Sarebbe oltreché ingiusto,
acritico, pensare che la soluzione alla questione sociale sia venuta soltanto
dai movimenti socialistici del- l'Ottocento e, in modo particolare, dalla dottrina
di Karl Marx. Il cri- stianesimo non si disinteressò mai, nel corso della sua
millenaria storia religiosa e sociale, dell'uomo nei confronti del problema
eco- nomico-sociale e delle ingiustizie conseguenti alle soluzioni impo- ste
dall'egoismo umano. Le soluzioni cristiane possono ridursi a due tipi, spesso
integran- tisi: da un lato una forma prevalentemente (anche se non esclusiva-
mente) assistenziale-caritativa (cristianesimo caritativo) e dall'altro, una
forma che proponeva la revisione delle stesse strutture econo- mico-sociali
(cristianesimo sociale). La prima forma, che è essen- ziale al cristianesimo
stesso, è presente in tutti i secoli dell’era cri- stiana e cerca di lenire con
la fattiva carità le esasperate conseguen- ze della violenza, di qualsiasi
tipo, che l'uomo e la società fa sul- l'uomo..È questo uno dei frutti più
originali del Vangelo che ha a cuore i poveri, gli umili, gli oppressi, i
diseredati. Sono innumerevoli le opere di efficace aiuto realizzate, nei
secoli, dalla Chiesa in questo campo. Né si può dimenticare la precisa condanna
nei confronti del- l'usura, del profitto ingiusto e speculativo,
dell’ingiustizia economica derivata dallo strapotere della ricchezza. Il
cristianesimo sociale si è preoccupato invece di individuare, accanto
all'azione caritativa, anche il problema della giustizia. Di qui le
sollecitazioni, specialmente da parte del magistero della Chiesa cat-, tolica,
a interventi individuali, di categoria, statali per rimuovere le cause
dell’ingiustizia sociale, derivante dalla concentrazione della ricchezza nelle
mani di pochi. Il magistero della Chiesa cattolica ha elaborato, a partire
dalla 168 seconda metà del secolo XIX," una sempre più precisa critica al
prin- cipio di libertà — uno dei miti della società nata dall'Illuminismo —
applicato sul piano della realtà sociale ed economica. Inoltre non si è
abbandonata la tesi della legittimità del principio di proprietà pri- vata, «
la quale è conforme alla natura umana e vantaggiosa per l’or- dine sociale »?
ma ci si è sforzato di condizionarlo con le esigenze sociali, attribuendo allo
Stato il diritto di determinare i limiti nel- l'uso del bene privato in vista
del bene comune. Nella discussione tra legittimità delia proprietà privata e
bene comune, spesso non si di- stingue tra proprietà e uso che se ne fa: nella
mancata distinzio- ne tra proprietà e uso — e quindi, in certo senso, tra
proprietà privata e destinazione universale dei beni — sta la radice sia
dell'in- dividualismo capitalistico che del comunismo. Dal fatto che i beni
sono fatti per tutti, il comunismo deduce la dottrina e la prassi che i beni
devono essere di tutti; dal fatto che i beni devono essere ap- propriati e sono
di fatto appropriati, l’individualismo capitalistico ricava che essi sono fatti
solo per i singoli, i quali, quindi, possono disporne senza curarsi per nulla
degli altri. Entrambe queste solu- zioni commettono lo stesso errore. . In
questa linea di principio, le soluzioni proposte negli ultimi cento anni alla
questione sociale riguardano soprattutto lo Stato, che deve promuovere l’uso
dei beni, pur posseduti in privato, a effet- tivo vantaggio sociale, a
promozione del bene comune. I sindacati dei lavoratori, per la rivendicazione
dei loro diritti individuali, fami- liari e di categoria, nonché la loro
partecipazione alla ripartizione delle ricchezze prodotte con il proprio lavoro
a vantaggio non di alcuni, ma di tutti, devono egualmente svilupparsi e
potenziarsi. 11. Îl cristiano e la promozione delia coscienza sociale e
politica: la mediazione culturale e l'impegno politico Soprattutto nei tempi
più recenti, si è sviluppata nella coscienza individuale del cristianesimo la
consapevolezza che non si tratta più di vivere interiormente la propria fede,
ma di esprimerla come “ I documenti principali sono: l’enciclica Rerum novarum
del pontefice Leone XIII (1891); l'’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI
(1931); Radiomes- saggio per il 50° della Rerum novarum di Pio XII (1941);
l’enciclica Mater et magistra di Giovanni XXIII (1961); l’enciclica Pacem in
terris di Giovanni XAIII (1963); la costituzione Gaudium et spes del Conc.
Vaticano II (1965); l'enciclica Popolorum progressio di Paolo VI (1967); la
lettera apostolica Octogesima adveniens di Paolo VI; il documento su « La
giustizia nel mondo » del III Sinodo dei Vescovi (1971); l’enciclica Laborem
exercens di Giovanni Paolo II (1981) e l’istruzione della Congregazione per la
dottrina della fede Libertà cristiana’ e liberazione (1986). Si suggerisce come
testo di consul- tazione il volume / documenti sociali della Chiesa (da Pio IX
a Giovanni Paolo II, 1864-1982), Massimo, Milano 1983. © PIo XI, Quadragesimo
anno, n. 73. ® GUZZETTI, L'uomo e i beni, Marietti, Torino 1956, p. 215. 169 La
dottrina sociale della Chiesa dal sec. XIX a oggi H problema della proprietà
privata in rapporto al bene comune Responsabilità dello Stato e promozione del
bene comune Esperienza di fede e testimonianze di impegno di azione sociale Un
nuovo modello di civiltà e l'appello all’immaginazione sociale Gli insegnamenti
del Concilio Vaticano li La ‘‘mediazione culturale”: congiunzione e sintonia
tra fede e coerenza politica impegno di azione sociale, testimonianza di una
autentica volontà di rinnovare il mondo secondo l'ideale cristiano. Ma accanto
a questa preliminare posizione del cristianesimo, anzi come conseguenza della
conversione personale, nasce l'impegno di chi vuol vivere la sua fede cristiana
in una azione politica. Verso questa testimonianza cristiana nel mondo
politico-sociale contemporaneo sono orientati oggi i cristiani più sensibili e
consa- pevoli dell'urgenza dei problemi che il mondo è chiamato a risol- vere.
Il cristiano sa che non si tratta più di affrontare i problemi sociali
emergenti dal conflitto capitale-lavoro, bensì di affrontare l’urgente problema
di un nuovo modello di civiltà. In nessun'altra epoca come nella nostra
l'appello all'immaginazione sociale è stato così esplicito. Occorre dedicarvi
sforzi di inven- tiva e capitali altrettanto ingenti come quelli impiegati
negli arma- menti e nelle imprese tecnologiche ».* Oggi si incomincia a vedere
con chiarezza che nessuna delle ideo- logie dominanti porta con sé la proposta
di un mondo veramente instaurato sulla democrazia, sulla giustizia e sulla non
violenza. Le ingiustizie del capitalismo sono note ed evidenti. Ma anche là
dove esso è stato debellato secondo la soluzione socialista-marxi- sta non
mancano gravi problemi che si impongono a una coscienza umana sincera e non
prevenuta. Una perenne tensione divide il mondo e pone « due continenti ideologici
» in uno stato di guerra e di inconciliabile opposizione. L'urgenza e la
consapevolezza di questi problemi impegnano de- cisamente i cristiani che nel
corso dell'ultimo ventennio, soprattutto sulla scorta degli insegnamenti del
Concilio Vaticano II, si sono tro- vati a compiere lo sforzo di attuare una
corretta modalità di pre- senza. Il cristiano, infatti, nell'impegno politico
ha dovuto confron- tarsi e guardarsi sia dal rischio di attuare una presenza
politica, in cui la scelta di fede e l'azione politica non siano sintonizzate
da alcun legame di coerenza, arrivando a compiere scelte ideologiche di
formulazione anticristiana, come dall'altro rischio che deriva dalla pretesa di
attingere l'indicazione della teoria e della prassi politica direttamente dalla
dimensione di fede e dal contenuto delle verità ultime. Possiamo dire pertanto
che il cristiano deve operare per « co- struire la città dell'uomo a misura
d'uomo; e questo lo impegna a superare stati d'animo di disinteresse, di
diffidenza, talora di rifiuto della politica fino a forme di gretto
qualunquismo ».® . Sorge così l'esigenza di pervenire all'elaborazione di una «
me- diazione culturale » per operare in sintonia tra scelta di fede e * :PaoLO
VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens del 14-5-1971, n. 19. * Questo
concetto è preso dal volume La città dell'uomo di Giuseppe Laz- zati, scomparso
recentemente, splendida figura di uomo politico cristiano, di studioso, che fu
rettore dell’Università Cattolica di Milano. 170 coerenza politica. Le mediazione
culturale si pone, inoltre, come la linea di confine lungo la quale realizzare
il confronto ideologico e stabilire i termini di possibilità del dialogo nel
pluralismo delle culture e degli orientamenti politici. 12. | nuovi problemi
impongono una nuova concezione di società 12.1 La nuova società «
post-industriale » o della comunicazione Come è stato detto nei paragrafi
precedenti, l'immenso progresso negli ultimi decenni della scienza ha permesso
l'applicazione delle tecnologie più avanzate, soprattutto la robotica e
l'informatica, in ogni settore dell'attività produttiva. Per distinguere questa
nuova fase della società industriale si è creato il termine di « società
post-industriale » la quale pur avendo risolto molti problemi che a- vevano
pesato sull’umanità nei secoli scorsi, si è trovata ‘a fronteg- giare altri
nuovi gravi problemi, sorti soprattutto per effetto della nuova civiltà della
comunicazione e dell'immagine che ha svilup- pato una serie di nuovi bisogni,
dando origine alla « società dei con- sumi » e a nuove forme di potere
disumanizzanti della vita indivi- duale, familiare e comunitaria. Nella società
comunista come in quella capitalista sono nati i «nuovi poveri » che si
sostituiscono a quelli creati nel secolo scor- so dalla rivoluzione
industriale: i drogati, i disadattati, i deviati, gli emarginati d'ogni tipo;
cresce la difficoltà del dialogo tra generazio- ni; si moltiplicano le forme di
discriminazione razziale, culturale, religiosa, nonché quella meno apparente ma
altrettanto grave del- l'emarginazione di coloro che sono improduttivi come i
vecchi, i ciechi, gli handicappati. La civiltà dell'immagine, sorta soprattutto
con la televisione, ha sviluppato la violenza ed ha contribuito anche ad una
eccezionale crescita della criminalità organizzata che ha reso insicura la vita
di tutti. Infine, lo sfruttamento irrazionale per i propri fini egoistici delle
risorse terrestri minaccia l’ambiente na- turale e di conseguenza il contesto
umano stesso. Sarebbe semplicistico ridurre tutti questi problemi — ed altri
an- cora dello stesso genere — al semplice conflitto tra capitale e lavoro. È
una società intera che, nonostante abbia iniziato da qualche ge- nerazione la
soluzione dei suoi problemi in termini di « capitale- lavoro », oggi riconosce
amaramente che la società tecnologica, sia essa a servizio del capitalismo o
sia a servizio del proletariato, ha aperto il passo a conflitti umani che
richiedono un superamento ra- dicale della concezione della società e
dell'uomo. L'invocazione che emerge da questi gravissimi conflitti è che si
debba al più presto sorpassare ogni sistema e ideologia attualmente vigenti,
per trovare 171 Nella società post- industriale sorgono nuovi problemi sociali
I nuovi poveri: gli emarginati, i devianti, i disadattati Occorre giungere ad
una nuova concezione della società e dell’uomo Pesante costo sociale delia
odierna societa tecnologica Gsisi dell’era tecnologica perché essa appare
troppo pericolosa Il giudizio di Abbagnano {sa scensiderato delia tecnologia
nuove forme di democrazia, libera e sociale, che sia un autentico con- trappeso
alla invadenza della tecnocrazia.® 12.2 La « crisi epocale » della società
nell'era tecnologica L'era tecnologica e dell'informatica ha determinato, come
è stato detto, nella società trasformazioni di dimensioni tali da creare una «
crisi epocale » della nostra società. Questo progresso, infatti, se da un lato
ha portato immensi van- taggi all'umanità, dall'altro lato ha avuto un pesante
costo, non solo in termini economici, ma soprattutto per quanto riguarda la
difesa della natura, la salute e l'integrità della persona. Di questa « crisi
epocale » segnaliamo qui appresso gli aspetti più rilevanti: a) Crisi
tecnologica - « La crisi della tecnica è esplosa dopo anni di infatuazione per
i risultati spettacolari che la tecnologia moderna è riuscita a conseguire:
treno, auto, aereo, radio, televisione, trat- tore, carro armato, veicoli
spaziali, missili, grattacieli, metropolitane, calcolatori elettronici, polmoni
e reni artificiali. La crisi è scoppiata quando la gente ha cominciato ad
accorgersi che il gioco tecnologico è troppo costoso e troppo pericoloso.
«Davanti al costo enorme di certe armi (missili, bombardieri, sottomarini
atomici, bombe atomiche, ecc.) e soprattutto dei viag- gi spaziali, molta gente
ha cominciato a chiedersi se questo impiego della tecnologia sia lecito,
morale, o se non sia invece più giusto indirizzare la tecnologia ad obiettivi
ben più urgenti come il pro- blema della fame, la cura dei tumori, ecc. ».” «
Oggi come oggi — nota Nicola Abbagnano — il senso di una insicurezza radicale
che investe tutti gli aspetti della vita è assai diffuso e costituisce il
carattere dominante del tempo. I capisaldi sui quali, da qualche secolo in qua,
si fondava la certezza dell'uomo riguardo al suo destino non stanno più in
piedi. Non si crede più al progresso ineluttabile della storia. La scienza e la
tecnica hanno realizzato conquiste enormi e insperate, ma i contraccolpi
negativi di esse, i costi enormi naturali ed umani, sono diventati evidenti ed
appaiono sempre più pesanti ed insostenibili ».* « Oltre che per i suoi costi
altissimi la tecnologia viene messa in crisi dai pericoli e dai danni assai
gravi che essa procura sia alla natura sia all'uomo. « Nel mondo della natura
l'uso sconsiderato della tecnologia ha provocato danni gravissimi forse
irreparabili. [....] ì « Oltre che per i danni che sta provocando nella natura,
la tecno- logia viene messa in crisi per gli effetti perniciosi che ha
sull'uomo. * PaoLo VI, Ivi, par. n. 47. . Î ? M., Una nuova cultura per una
nuova società, Massimo, Milano. ABBAGNANO, L'uomo progetto 2000, Dino, Roma
1980, pp. 231-232. 172 Essi riguardano anzitutto l'ordine fisico, materiale,
economico. [....] « Un altro effetto negativo della tecnologia è di produrre
disoc- cupazione: essa, appena può, sostituisce l'uomo con la macchina e
annulla moltissimi posti di lavoro. Ancor più grave è l’avvertimento che ci
viene dalla tecnologia allorché essa viene impiegata per fare esperimenti sulla
struttura genetica dell'uomo. È un'aberrazione gravissima, mostruosa. [...]
Infatti intervenire sulla struttura genetica è far violenza all'uomo, alla sua
libertà, la quale non è solamente quella qualità e quel diritto a cui noi
moderni teniamo maggiormente, ma quella capacità che insieme all'intelligenza
costituisce il vero nucleo essenziale del no- stro essere ».? b) Crisi morale -
Anche sull'ordine morale le ripercussioni nega- tive della tecnologia sono
allarmanti. « Una delle ragioni dello sfacelo morale del nostro tempo è stato
il dimenticare che l'uomo diviene autenticamente uomo soltanto col- tivando se
stesso, plasmando il proprio essere, disciplinando i propri istinti, tenendo lo
sguardo fisso su certi valori fondamentali che for- mano la morale naturale:
quelli già scoperti dal pensiero greco (bel- lezza, bontà, giustizia, prudenza,
temperanza, amicizia, ecc.) e quelli aggiunti più tardi dal cristianesimo
(amore, sacrificio, umiltà, pu- rezza, eguaglianza, solidarietà, ecc.). [...] «
Con questo è chiaro che ultimo responsabile degli effetti per- versi della
tecnologia e del suo cattivo uso è l'uomo. La responsabi- lità della “crisi
epocale” ricade sulla società che ha introdotto la tecnologia e sugli uomini
che l'adoperano. Essi hanno smarrito il cor- retto impiego della tecnologia dal
momento in cui hanno smarrito la verità dell'uomo e della società ».® c) Crisi
dei valori - « Storici e letterati, scrittori e giornalisti, filosofi e
teologi, sociologi e psicologi, uomini politici ed ecclesia- stici, tutti
riconoscono che la ragione fondamentale per cui la nostra società sta
precipitando nel caos è il suo abbandono dei valori fonda- mentali che
l'avevano informata e ispirata per secoli, cioè Dio, la Pa- tria, la Famiglia,
lo Stato, la Chiesa, la Scuola, il Diritto, la Persona, la Solidarietà, la
Filantropia, la Giustizia, ecc. ».* « Tutta la società è rimasta sconvolta
dalla crisi dei valori tradi- zionali e dal loro capovolgimento. Ma la vittima
principale, che pa- ga il prezzo più alto, è la gioventù, la quale spesso
soffre di un vuoto interiore spaventoso che cerca di colmare rifugiandosi nei
paradisi artificiali della droga oppure nell’inferno della criminalità e della
violenza. Sono, però, soprattutto gli stessi giovani a restare delusi dalla
cultura di oggi e a contestarne i risultati morali. Essi respin- gono
assolutamente il principio base del consumismo, secondo cui * B. MONDIN, Una
nuova cultura..., cit., pp. 169-172. ® Ivi, pp. 172-175. # Sul problema dei
valori vedere il cap. XV. 173 Grave crisi morale della società attuale Grave
crisi dei valori Una dura verità che deve essere annunciata Giovanni Paolo Il:
occorre pensare non all'uomo astratto ma a quello reale, concreto Mediazione
tra fede e cultura l'uomo tanto vale in quanto è un principio di produzione e di
con- sumo ».® 12.3 È necessario un nuovo progetto culturale « Ciò che è urgente
e inderogabile per trarre l'umanità fuori dalla barbarie è darle una nuova
forma spirituale, ossia una nuova cul- tura, la quale, dopo Cristo, non può più
essere una forma semplice- mente umana ma dev'essere una forma cristiana. Per i
laicisti questa è una dura verità ma è la verità, e il cre- dente non può
nasconderla sotto il moggio, per non offendere la loro miopia. La verità va
annunciata, proclamata con coraggio, con chiarezza, non a mezzi termini, con
circonlocuzioni più o meno oscu- re. E questo vale anche per la cultura. Il
credente sa che solo Cristo (il quale fa parte della storia e l'ha anche
profondamente trasformata) possiede la verità sull'uomo e sulla società e ce ne
ha resi partecipi. [....] « Perciò per chi rifiuta il messaggio evangelico ed
il suo insegna- mento equivale ad escludersi automaticamente dalle condizioni
per rielaborare un progetto culturale adatto alla nostra società ».* L'ha
proclamato in un modo estremamente chiaro il papa Gio- vanni Paolo II nella
enciclica Redemptor hominis indirizzata alla u- manità intera: « Non si tratta
dell'uomo astratto, ma reale, dell'uomo concreto, storico. Si tratta di ciascun
uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione, e con ognuno
Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero. L'uomo così com'è
voluto da Dio, così come è stato da lui eternamente scelto, chiamato, destinato
alla grazia e alla gloria: questo è proprio ogni uomo, l'uo- mo il più
concreto, il più reale; questo è l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui
è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe
ciascuno dei quattro miliardi di uomini vi- venti sul nostro pianeta, dal
momento in cui viene concepito » (Enc. Redemptor hominis, n. 13). « Con ciò non
si intende identificare fede e cultura, perché la cultura non si deduce
immediatamente, direttamente dalla fede, ma deve avvalersi delle varie
mediazioni fornite dalla scienza, dalla filosofia, dalla sociologia, dalla
politica, ecc. Ma il pilastro portante, a pietra angolare, storica, reale, è
Cristo. Chi lo rifiuta non potrà mai produrre un progetto culturale atto a
promuovere il bene reale della persona umana e della società ». M., Una nuova
cultura..., cit., pp. 176-179. ® Ivi, pp. 188-189. CONCETTI DA RITENERE —
Origine dello stato naturale, convenzionale, preternaturale — Civitas terrena;
civitas Dei; debitus finis — Costituzioni giuste e ingiuste: monarchia;
aristocrazia; repubblica o politfa; tirannia; oligarchia; democrazia —
Autonomia della sfera politica — Ordine morale; volontà sociale — Stato;
Chiesa; società perfetta; subordinazione diretta; subordinazione indiretta —
Mediazione culturale — Città fraterna — Capitalismo; individualismo;
liberalismo; stato di diritto; trust; oligo- poli; multinazionali; capitalismo
classico; capitale; proletariato; sfruttamento — Neocapitalismo scientifico;
management; New Deal; tecnostruttura; af- fluent society — Socialismo marxista;
comunismo; salario; plus-valore; profitto; lotta di classe — Marxismo;
leninismo; stalinismo; maoismo; labourismo — Marxismo revisionista;
postmarxismo; neomarxismo — Cristianesimo caritativo; cristianesimo sociale;
testimonianza; impe- gno; nuovo modello di civiltà; immaginazione sociale;
continenti ideologici SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA 1. Il
carattere essenzialmente politico e socievole della natura umana, già
evidenziato da Aristotele nella sua Politica, ha assunto oggi una rilevanza
quasi predominante. 2. Il problema politico investe l'origine e il fondamento
dello Stato, la sua organizzazione, la sua forma migliore, la sua funzione, il
suo fine specifico, la natura dell'azione politica e i suoi rapporti con
l’azione morale, i rapporti tra Stato e Chiesa, tra Stato e partiti. 3. Le
diverse istanze storiche hanno accentuato di volta in volta uno dei diversi
aspetti: a) durante la crisi della polis (Sofisti, Platone, Aristotele) e
durante le vi- cissitudini dell'età moderna e contemporanea (Hobbes, Bacone,
Locke, Cam- panella, Hume, Rousseau, Hegel, Marx, Engels, Lenin, Maritain,
ecc.) è emersa la questione dell'origine dello Stato; b) nel Medioevo e per
taluni aspetti nell'età contemporanea (ad esempio, nel contesto
dell’unificazione nazionale) si è affrontato il problema dei rapporti
Stato-Chiesa; c) la relazione « politica-morale » ha trovato soprattutto
riscontro nell'età moderna (Machiavelli e Hobbes); d) i rapporti Stato-partito
sono oggetto soprattutto della riflessione con- temporanea. II. NATURA SOCIALE
DELL'UOMO 1. Sin dall'origine della sua storia l'uomo è vissuto in relazione a
un grup- po sociale (inizialmente la famiglia, il clan, la tribù,
successivamente il villag- gio, la città, lo Stato). La dimensione sociale
dell'uomo si perfeziona in rela- zione alla sua crescita culturale. 2. Oggi la
socialità ha assunto una fisionomia planetaria favorita anche dai 175 mezzi di
comunicazione di massa. A motivo di ciò la socievolezza ha assunto dimensioni
tali da poter essere considerata un fenomeno tipico del nostro tempo. 3. ‘Per
l'uomo contemporaneo la redenzione coincide con il diventare una persona capace
di trovare se stessa in interazione con la comunità. 4. Caratteristica del
momento attuale è il fatto che da un lato vengono affermati i diritti inviolabili
della persona e la sua libertà e dall'altro alcuni sistemi politici, strutture
economiche e sociali e il primato tecnologico-scien- tifico tendono a
soffocarli. Lo Stato è una realtà empirica di natura incontrovertibile. Tre
sono le interpretazioni che ne spiegano l’origine: a) Origine naturale: l’uomo,
essenzialmente socievole, può soddisfare i suoi bisogni e realizzare le sue
aspirazioni solo in relazione ai suoi simili. — Secondo Aristotele il traguardo
della vita umana è la felicità e lo Stato ne facilita il conseguimento. —
Secondo Hegel, lo Stato è originato dalla volontà dello Spirito Assoluto,
principio metafisico della realtà, che nello Stato si attua compiutamente.
Fami- glia, società civile e Stato sono le diverse tappe di questa attuazione
che, par- tendo dall'unione d'amore di due persone, arriva alla realizzazione
di una isti- tuzione concreta che organizza la vita etica dei suoi membri. —
Secondo Marx, lo Stato nasce dal bisogno degli uomini di soddisfare i loro
bisogni elementari attraverso l’aiuto reciproco. Le forme che successiva- mente
lo Stato assume nella storia sono invece dovute all'arbitrio umano circa la
distribuzione dei tre elementi costitutivi della struttura fondamentale dello
Stato che è la struttura economica: lavoro, capitale, mezzi di produzione. b)
Origine convenzionale: l'originaria autosufficienza degli individui sa- rebbe
stata inficiata dal progressivo costituirsi di piccoli centri di potere. I con-
seguenti conflitti hanno dato origine allo Stato come garanzia di stabilità e
di accordo sulla base della rinunzia a qualche diritto e con l’assoggettazione
a qualche dovere. I Sofisti avanzarono per primi questa ipotesi, sviluppatasi
suc- cessivamente attraverso altri filosofi. — Secondo Hobbes e Spinoza il
contratto sociale ha carattere irreversi- bile: la delega allo Stato dei propri
diritti non può essere revocata. Per Locke e Rousseau, invece, il contratto è
reversibile. c) Origine preternaturale: lo Stato è conseguenza di una caduta
dell'uomo da una condizione di perfezione originaria, Avviata da Platone, tale
concezione è sviluppata da Agostino e da Vico. Agostino distingue la civitas
Dei, fondata sull'amore di Dio e sulla ca- rità, dalla civitas terrena fondata
sull'amore di se stessi fino all'egoismo e al rifiuto di Dio. L'essenziale di
entrambi i regni è il debitus finis, l'uno ricerca la gloria di Dio, l’altro la
gloria degli uomini. Secondo Agostino l’espressione più mostruosa della civitas
terrena è stato l'Impero Romano. — Vico, pur attribuendo l'origine dello Stato
al peccato, non ha la conce- zione pessimistica di Agostino. Egli vede però
nello Stato un intervento prov- videnziale di Dio per trarre gli uomini dalle
loro miserie. IV. LE FORME DI GOVERNO 1. Platone e Aristotele, considerando lo
Stato in relazione al consegui- mento del bene comune, distinguono le
costituzioni possibili in giuste ed in- giuste:
GIUSTE INGIUSTE — la monarchia: governo di uno so- — la tirannia:
governo di uno solo lo che cura il bene di tutti che persegue il proprio
interesse — l'aristocrazia: governo dei virtuo- — l'oligarchia: governo dei
ricchi si che curano il bene di tutti sen- che cercano il bene economico za
attribuirsi privilegio personale — la repubblica: governo popolare — la democrazia:
governo della che cura il bene di tutta la città massa popolare che vuole sop-
primere ogni differenza sociale Nei filosofi dell'età moderna le ipotesi hanno
avuto una inversione di ten- denza rispetto a quelli dell'antichità e del
Medioevo: mentre questi ultimi rite- nevano la monarchia assoluta la forma
ideale di governo, i primi si sono fatti assertori della monarchia parlamentare
e della repubblica. Oggi la forma repubblicana è considerata la più adatta alla
tutela dei di- ritti e al perseguimento del bene comune. POLITICA E MORALE 1. Machiavelli
fu il primo assertore dell'autonomia della politica sia ri- spetto alla morale
che rispetto alla religione. Egli riteneva infatti che la poli- tica disponesse
di principi normativi suoi propri. Essa è posta come una for- ma particolare
dell'attività spirituale, non riducibile in quanto forza eminen- temente
positiva rispetto alla negatività del male. 2. Dopo Machiavelli i teorici della
politica si dividono tra coloro che sono favorevoli alla sua teoria e coloro
che sono contrari: a) Vico e Campanella tendono a ricondurre la politica alla
morale; b) Hobbes e Spinoza rivendicano la totale autonomia della politica. 3.
Dopo una pausa segnata dall’interesse degli Illuministi solo sulla ricerca
delle forme ideali di governo, il problema viene nuovamente approfondito: —
Kant, pur distinguendo le due sfere, afferma che né la politica può sot- trarsi
agli obblighi morali, né la morale può sottrarsi all'impegno nella vita civile.
— Per Hegel la distinzione è inammissibile, poiché lo Stato è la fonte su- prema
di ogni moralità. — Marx presenta una prospettiva ambivalente: a) polemica
contro l'idea- lismo e il capitalismo: l’etica e la politica sono
sovrastrutture dei fatti econo- mici; b) progettazione della società ideale:
l'etica è uno dei valori fondamentali e la politica è uno strumento necessario
per la sua realizzazione. Non diversamente da Hegel, nella seconda prospettiva,
Marx attribuisce allo Stato il com- pito regolatore della volontà collettiva.
Nella prospettiva cristiana, Maritain riafferma non solo la stretta cor-
relazione tra morale e politica (la morale orienta i fini della politica e ne
giu- dica i mezzi di realizzazione), ma ribadisce inoltre l'ispirazione
lievitante e liberante del Vangelo, capace di dirigere l’azione dell’uomo e il
suo significato oltre i limiti della natura e della storia. STATO E CHIESA 1.
Stato e Chiesa sono entrambi caratterizzati dalla definizione di società
perfetta, il primo finalizzato al bene comune terreno, la seconda finalizzata
alla salvezza eterna e ai mezzi per conseguirla. 2. La legittima distinzione
tra i due ordini non può comunque intendersi come una separazione poiché i
soggetti delle due società sono gli stessi: i cit- tadini di uno Stato sono per
lo più anche i membri di una Chiesa. Inoltre gli obiettivi si integrano: né il
vero benessere della persona può disgiungersi dalla sua salvezza; né la
salvezza è disgiunta dal benessere materiale. 177 3. La questione «
Stato-Chiesa », acuta nel Medioevo a motivo dell’univer- salismo dell'Impero e
della Chiesa di Roma, si ridimensiona nell'età moderna con gli stati unitari e
le pluralità confessionali dopo la Riforma. Le linee risolutive principali
restano comunque le seguenti: a) S. Tommaso: subordinazione indiretta dello
Stato alla Chiesa (il fine della seconda è superiore a quello del primo); b)
Bonifacio VIII: subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa: 1) Lo Stato è
al servizio della Chiesa. 2) Il Papa riceve di- rettamente l’autorità da Dio;
l'Imperatore la riceve dal Papa; c) Marsilio da Padova: subordinazione diretta
della Chiesa allo Stato, che provvede al benes- sere totale dei cittadini; il
Papa e la gerarchia ecclesiastica sono funzionari incaricati del benessere
spirituale dei cittadini; d) Età moderna-contempora- nea: progressiva netta
separazione tra le due società. RAPPORTO FEDE-POLITICA 1. È maturata oggi la
consapevolezza che la Chiesa è essenzialmente una comunità spirituale vincolata
dall'amore, senza strutture temporali che la fac- ciano apparire uno Stato in
concorrenza con gli altri stati. 2. La concezione integrale dell'uomo e la fede
in un Dio che si è incarnato ha fatto sì che la teologia contemporanea abbia
sottolineato l’importanza della dimensione politica del messaggio cristiano,
esplicitamente al centro dell’An- tico Testamento (in particolare nel libro
dell'Esodo), ma presente anche nel Nuovo {la condotta e l'insegnamento di Gesù
provocano la violenta reazione dei poteri politici costituiti). 3. La
testimonianza del cristiano non è accettazione passiva né estatica
contemplazione della parola di Dio, ma fattiva attuazione delle promesse divine
per la piena realizzazione del Regno. VIII. LETTURA POLITICA DEL MESSAGGIO
EVANGELICO 1. La legittimità di una lettura politica del messaggio evangelico
non la giustificano come lettura esclusiva. Scopo fondamentale del messaggio
cristia- no è anzitutto la conversione del cuore. 2. Il cristiano sa che la
vita politica deve tendere al bene comune, che la libertà e l'uguaglianza sono
diritti inalienabili della persona. 3. Il cristiano è consapevole del fatto che
nella natura umana è presente un movimento orizzontale anch'esso determinante
per la totale realizzazione dell’uomo in se stesso. In questa direzione
l’ideale verso cui deve tendere l'opera politica è l'inaugurazione di una città
fraterna (Maritain). CAPITALISMO O SOCIALISMO? 1. Capitalismo e socialismo sono
i due sistemi economici contrapposti che oggi si spartiscono le sorti del
mondo. Entrambi sono caratterizzati al loro interno da alcuni punti essenziali
e da alcune differenziazioni. CAPITALISMO Capitalismo classico: sistema
economico conseguente ad una concezione antropocentrica dell’uomo: l’uomo non
ha altro fine all'infuori di se stesso. e Affermazione prioritaria
dell'individuo rispetto alla società (individua- lismo) e sua libertà incondizionata
(liberismo). e Lo Stato (espressione delle libertà individuali) si regge sulla
democrazia rappresentativa e sulla Legge (stato di diritto). e Economicamente
la libertà dell'individuo si estende sulla base delle sue possibilità
economiche. È e La lotta per il successo porta all'organizzazione di trust
(oligopoli, mul- tinazionali, ecc.) che esercitano pressione sui governi e
sull’opinione pubblica. e Accresce se stesso sulla base dello sfruttamento del
proletariato. B) Neocapitalismo: nasce negli Stati Uniti con Taylor a 178
motivo del crollo del rendimento produttivo dei lavoratori e del loro conflitto
con i datori di lavoro. e Si riconosce allo Stato capacità di intervento
condizionatore nell’attività economica e ai lavoratori di associarsi liberamente
per difendere i propri diritti. e Lo scientific management regola i tempi di
lavoro, di istruzione specifica e di cooperazione tra direzione manageriale e
lavoratori. e Dopo la crisi del 1929, il « New Deal » di Roosevelt, lo Stato
viene maggiormente coinvolto nel processo economico con un intervento di
ridistri- buzione dei redditi attraverso una forte pressione sugli automatismi
economici. e La tecnostruttura degli anni ’30 inserisce scienziati e tecnici
nel processo economico per un'ulteriore riduzione dell’area proletaria. e Nel
secondo dopo-guerra nasce la « società dei consumi », il cui scopo è il
miglioramento delle condizioni di vita in base alla disponibilità sempre mag-
giore dei beni di consumo. Ma l’uomo di questa società iperproduttiva finisce
per vivere costretto a consumare sempre di più ciò che produce. SOCIALISMO
Socialismo marxista: Marx si propone di fondare una so- cietà in cui sia
abolito lo sfruttamento e garantito a tutti il soddisfacimento dei bisogni
fondamentali (comunismo). e La proprietà privata è considerata l'origine di
ogni male individuale e sociale. x e La privatizzazione fa generare il rapporto
salariale sul quale l’impren- ditore lucra il « plus valore » o profitto. e iLa
lotta di classe è il mezzo per risolvere lo stato di sfruttamento e av- viare
la società verso il comunismo. e Con la I° Internazionale dei Lavoratori
(Londra 28-9-1864) le varie cor- renti socialiste si associano seppure con
profondi contrasti. e Dalle posizioni di Bakunin nasce l'orientamento anarchico.
e In Italia, a Genova, nasce il partito dei lavoratori italiani (poi P.S.I.).
Labourismo e socialdemocrazia: il primo (Labour Party) sorge in In- ghilterra
all’inizio di questo secolo come naturale frutto politico della Fabian Society,
fondata nel 1883 a Londra con lo scopo della elevazione della classe
lavoratrice e delle Trade Unions, i sindacati operai che avevano iniziato la
loro attività nei primi decenni del 1800 come società di mutuo soccorso tra gli
operai metallurgici. Come it socialismo, il labourismo si è data la meta di
arrivare a dare alla classe lavoratrice la proprietà dei mezzi di produzione,
senza accogliere però i principi filosofici di quello. I mezzi di lotta per
raggiungere le mete stabilite è l'educazione delle masse e lo sciopero attraverso
il sindacato per ottenere dallo Stato e dal padronato migliori condizioni di
vita, salariali ed una legislazione sociale a difesa del lavoratore. Sulla
linea del labourismo sorgono in altri paesi dell'Europa occidentale (come
Germania, Olanda, Danimarca, Scandinavia) partiti socialdemocratici i quali
ripudiano la via rivoluzionaria per il riformismo, per attuare nel tempo le
proprie mete. Entrambi questi due socialismi riformisti e democratici non
combattono il capitalismo, trasformatosi nel contempo in neocapitalismo, ma
convivono con esso, accettando la tesi dello sviluppo massimo della produzione
come strumento per migliorare le condizioni dei lavoratori e rendendoli
partecipi della vita sociale e politica del proprio paese. C) Marxismo-leninismo
e maoismo: nel 1917 con la Rivoluzione d'ottobre 179 Lenin crea in Russia uno
Stato collettivista, con un potere di vertice esercitato dal partito in modo
assoluto. e :La terra fu collettivizzata; furono negate le libertà individuali
e di grup- po. Con Stalin il regime assume un carattere dittatoriale estremo. e
Nel 1956 al XX Congresso del Partito Comunista il dispotismo staliniano viene
denunziato. e Nel 1949 in Cina Mao-Tze-Tung costituisce la Repubblica Popolare
Cinese. Furono collettivizzate l'agricoltura, l'industria e i commerci. e I
capisaldi del marxismo vengono ripensati per un popolo povero e con- tadino che
viene indottrinato secondo una metodologia nazionalistica e volon- taristica.
Il socialismo maoista ha caratteri militaristi. Dopo la morte di Mao- Tze-Tung
il regime comunista cinese diviene meno rigido. D) Marxismo revisionista o
neo-marxismo: dopo sessant'anni di marxismo sovietico e nonostante la notevole
diffusione del marxismo in Occidente, vi è stato un evidente allontanamento
nell’area degli intellettuali dalle tesi classiche. e Peri nuovi marxismi, ad
esempio, la dialettica non ha leggi, non riguarda la natura, ma il soggetto
singolo in rapporto con la storia. e La religione è considerata un fattore di
liberazione e apertura alla speranza. e Tra i rappresentati del nuovo marxismo:
Gramsci, Horkheimer, Mar- cuse, Bloch. X. LE DOTTRINE SOCIALI DI ISPIRAZIONE
CRISTIANA 1. Le soluzioni cristiane alla questione sociale si distinguono in
due tipi: — forma assistenziale caritativa {cristianesimo caritativo): la prima
forma essenziale al cristianesimo è presente in tutti i secoli cristiani, come
frutto dell'attenzione evangelica agli umili, agli oppressi, ai diseredati; —
forma propositiva di revisione delle strutture economico-sociali (cristia-
nesimo sociale): si è preoccupata di individuare accanto all'azione caritativa,
il problema della giustizia a partire dalla seconda metà dell’800. e Il
magistero della Chiesa ha elaborato a partire dalla fine del XIX se- colo una
coraggiosa dottrina sociale che legittima la proprietà privata nel ri- spetto
del bene comune, rivendica i pieni diritti del lavoratore e indica i com- piti
dello Stato per un giusto equilibrio sociale ed economico. La testimonianza
cristiana nel mondo socio-politico si traduce in un im- pegno capace di
promuovere un nuovo modello di civiltà e di favorirne la realizzazione. 2. Il
cristiano sente tutta la responsabilità di essere la coscienza critica dei «
due continenti ideologici » del capitalismo e del socialismo e di dover offrire
all'uomo del nostro tempo il terreno di una mediazione culturale sul quale egli
possa recuperare la propria integrazione personale e sociale. XII. I PROBLEMI
DI UNA NUOVA CONCEZIONE DELLA SOCIETÀ 1. Tra i fenomeni emergenti del nostro
tempo appaiono l’'urbanesimo e la civiltà dell'immagine e della comunicazione
presenti sia nell’area comunista che nell’area capitalista. 2. Questi fenomeni
hanno generato la realtà dei « nuovi poveri »: delin- quenti, drogati,
disadattati, devianti, emarginati in genere. 3. Si sono acutizzate le
discriminazioni razziali, culturali e religiose. Si ri- fiutano i deboli, i
vecchi, gli handicappati perché improduttivi, 4. Il nostro tempo mostra
l'urgenza del recupero di una mentalità che ri- trovi l'amore per l’uomo
inventando nuove forme di democrazia libera e sociale. 180 5. « La « crisi
epocale » della società attuale è soprattutto crisi tecnologica, morale e dei
valori, 6. In questa situazione di « crisi epocale » emerge la necessità di un
nuovo progetto culturale, ispirato dal Vangelo, che abbia come centro del suo
inte- resse l’uomo concreto, storico. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE i.
Che cosa si intende per politica? 2. A che cosa deve la sua origine lo Stato?
3. Quali sono le opinioni dei filosofi antichi e moderni riguardo allo Stato?
4. Qual è la costituzione politica ideale secondo Platone, Aristotele, Tom-
maso, Hobbes, Campanella, Locke, Hegel, Marx? 5. Che rapporto c'è tra politica
e morale? Qual è lo scopo dello Stato? 6. Come sono stati intesi i rapporti tra
Stato e Chiesa da Agostino, Tom- maso, Bonifacio VIII, Marsilio da Padova,
Machiavelli, Mazzini, Croce? 7. Politica e morale si distinguono tra di loro?
Come? 8. Che rapporto intercorre tra fede e politica? C'è una funzione politica
nel messaggio evangelico? 9. Cosa si intende per stato democratico, liberale e
totalitario? 10. Quali sono le caratteristiche del capitalismo e del
socialismo? Che cosa è il neocapitalismo? E il labourismo e la
socialdemocrazia?* 11. Quali sono le caratteristiche del marxismo-leninismo-stalinismo
rispetto al maoismo? Che significano i termini « nuovi marxismi » e «
postmarxismo »? 12. Il neocapitalismo e il marxismo riescono a superare i mali
della so- cietà odierna? Perché si dice società dei consumi? 13. Che cos'è il
cristianesimo sociale? Il cristiano come deve operare in campo sociale e
politico? 14. Quali possono essere considerate le cause determinanti che hanno
pro- gressivamente subordinato il potere politico al potere economico? 15. È
legittimo oggi parlare non solo di continenti ideologici ma addirit- tura di
dittature planetarie? 16. In quale misura è possibile stabilire un rapporto tra
il deterioramento attuale dell'orizzonte metafisico, antropoiogico ed etico e
il disorientamento politico contemporaneo? 47. In quale prospettiva e perché
una sana mediazione culturale può fare dell'esperienza religiosa la coscienza
critica dei sistemi politici ed economici degenerati? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Fede e politica oggi, Massimo, Milano 1982. AA.Vv.,
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Introduzione alla filosofia politica, L.A.S., Roma 1980. WEIL E., Filosofia
politica, Guida Napoli 1977. 182 Capitolo dodicesimo iL PROBLEMA ESTETICO
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. L'uomo avverte l'esigenza della bellezza? Che cosa
è la bellezza? 2. Che cosa caratterizza l’opera d'arte? 3. Che rapporto
intercorre tra soggetto, natura e opera d'arte? 4. Qual è lo scopo dell'opera
d’arte? Il problema estetico riguarda la natura dell'opera d'arte, il suo fine
e i rapporti che intercorrono tra l’attività estetica e le altre attività
umane. Questi tre aspetti capitali del problema estetico, già esplorati tante
volte nel passato, continuano ad essere oggetto di discussione anche ai nostri
giorni. Nel presente capitolo noi cerche- remo di determinare il senso di
questi aspetti del problema estetico e presenteremo inoltre un quadro sintetico
delle soluzioni più si- gnificative elaborate dai filosofi antichi e moderni.
1. Natura dell’opera d’arte Che cos'è l'opera d'arte in se stessa? Quali sono
le ragioni per cui qualche cosa viene considerata artistica mentre altre cose
no? Per esempio, perché lo scarabocchio d'un bambino non viene rite- nuto
artistico, e invece se porta la firma di Picasso sì? Oppure, per- ché si
giudica artistica una cattedrale gotica, ma non un palazzo in cemento armato?
Ancora, quando un artista produce un'opera d’arte, che cosa fa di preciso: crea
oppure imita, inventa oppure copia, e- sprime se stesso, i propri sentimenti,
le proprie passioni, oppure dà corpo a valori universali intuitivamente
percepibili da ogni uomo? Questi sono appena alcuni degli interrogativi che si
affacciano alla mente quando ci si trova di fronte ad un'opera d'arte. Per
prenderne coscienza non occorre nessuna preparazione speciale e nessun grado
elevato di cultura. Ma la risposta non è affatto ovvia e molto spesso neppure
le menti più acute e preparate sono riuscite a trovarne una soddisfacente. Il
problema estetico è tra i primi che si presentano alla riflessione dei greci,
per la necessità di intendere anzitutto come ad un mondo di poesia possa
affiancarsi o anteporsi un mondo di idee, e come l'essere possa persistere
nella sua assorbente sovranità, pur lascian- 183 La natura dell’opera d’arte,
il suo fine, il suo rapporto con le altre attività umane I caratteri essenziali
dell’opera d’arte Platone: l’arte imitazione della Bellezza La poesia come
procreazione spirituale Aristotele: la bellezza è ‘‘un bene che piace”
Filosofia cristiana e concezione mimetica: Dio, che è bellezza, è oggetto di
imitazione do sussistere accanto e di fronte a sé la scialba e inconsistente
realtà del mito e della poesia. Questo problema ha appassionato soprattutto
Platone, il quale ha cercato di risolverlo nel contesto della sua teoria delle
Idee, fa- cendo dell'estetica una specie di controprova di tale teoria. L'arte
viene intesa da Platone come imitazione -della natura e questa, a sua volta, è
concepita come imitazione delle Idee. L'oggetto della imi- tazione è la
Bellezza. Nel Filebo Platone descrive la Bellezza come un preludio sensibile
del Bene inaccessibile, quasi si trattasse del « portico » della casa del Bene.
Nel Fedro egli parla del Bello come di un'idea corporea, l’unica tra le idee
che ebbe in sorte il privilegio di rendersi visibile ai mortali, per poter
essere da loro ardentemente amata. Nel Convito Platone oltrepassa la concezione
mimetica del- l'arte e formula una teoria dell’arte intesa come creazione, una
pro- duzione dall'interno, un « parto » (tokos). Eros, il simbolo divino del
Convito, è fecondato dall’anelito verso la Bellezza oggettiva e asso- luta,
quando si rende capace di generare e procreare nel Bello. Quand'uno già brama
di generare e procreare, allora soltanto si lan- cia alla ricerca del Bello e,
trovatolo, genera e procrea ciò di cui da lungo tempo era pregno. Poesia è
questa procreazione spirituale, per cui nessun particolare requisito si chiede
ai « buoni poeti », eccetto che siano generatori e inventori. Alla concezione
mimetica dell’arte si attiene anche Aristotele, no- nostante il suo rifiuto
della teoria platonica delle Idee: per lui l’arte è essenzialmente imitazione
della natura. L'imitazione, però non è in- tesa come semplice riproduzione, ma
piuttosto come emulazione della natura, considerata maestra. Dal punto di vista
soggettivo, Ari- stotele definisce la bellezza come « un bene che piace » e la
distin- gue, pertanto, sia dal bene che dal piacere. Infatti, mentre il bene è
oggetto della volontà e il piacere delle passioni, il bello interessa le
facoltà conoscitive: è un piacere suscitato nelle facoltà conoscitive. Gli elementi
fondamentali che contribuiscono a rendere bella ossia artistica una cosa sono
tre: l'ordine, la simmetria e la determina- tezza. La concezione mimetica
dell’arte viene ripresa anche dai filosofi cristiani i quali peraltro la
modificano su di un punto fondamen- tale: oggetto dell'imitazione non è più la
natura oppure le Idee, ma Dio stesso. L'arte umana dovrà risultare imitazione
dell'atto con cui Dio crea la natura. Si tratta di una modificazione profonda
che non riguarda soltanto la maggior eievatezza della realtà imitata, ma anche
la natura stessa dell'imitazione, perché questa diviene imi- tazione
dell'attività creatrice di Dio, un'attività che i greci non ave- vano mai
conosciuto. Ne consegue che « unità, armonia, proporzione, integrità, congruenza,
convenienza della forma bella, tutti i concetti estetici insomma, che i
cristiani avevano ereditato dalla classicità, acquistano un nuovo timbro nella
loro riesecuzione: tutte queste sono note della bellezza, per loro in quanto
appartengono all'atto -184 espressivo e manifestativo dello Spirito Assoluto
che contiene il mon- do nella sua potenza creatrice e perciò lo rende bello.
Nessuna cosa sarebbe bella, se non venisse da Dio: è il motivo che ricorre
dalle Confessioni di S. Agostino all'Itinerarium di FIDANZA (vedasi). Il Dio
cristiano è il « genio della nuova estetica ».! Dal punto di vista soggettivo,
i pensatori cristiani, seguendo Aristotele definiscono la bellezza come una
relazione: « pulchrum est quod visum placet » (bello è ciò che piace alla vista).
Come la bontà così pure la bellezza è una relazione di convenienza, di ar-
monia, ma non più tra le cose e la facoltà appetitiva (come nella bontà), bensì
tra cose e facoltà conoscitive. Tuttavia la bellezza si distingue anche dalla
verità, in quanto pur essendo come quest’ulti- ma una relazione tra cose e
facoltà conoscitive, diversamente da essa non è una relazione di
corrispondenza, ma di eccitazione e di sod- disfazione. Dal punto di vista
oggettivo anche gli autori cristiani, come Aristotele, fondano la bellezza
sull’integrità, l'ordine e lo splendore (integritas, proportio, claritas). %
Durante il Rinascimento, che è anche l’epoca d'oro delle arti figurative, non
potevano mancare indagini intorno alla natura del- l'opera d’arte. Tali
indagini in alcuni casi sono svolte dagli autori stessi di alcuni dei più
celebri capolavori di pittura, scultura, archi- tettura di tutti i tempi; Leon
Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Giorgio Vasari, ecc. Le loro
considerazioni si rifanno oltre che ad Aristotele anche, anzi soprattutto, a
Platone. Di lui si apprezzano in particolare ie dottrine sull'amore (eros),
sulla generazione creativa (tokos) e sull’entusiasmo lirico (mania). Una svolta
decisiva alla storia dell'estetica fa registrare Giam- battista Vico. Da lui
l'arte non viene più concepita secondo la ma- niera mimetica, ma come un modo
fondamentale ed originario di e- sprimersi da parte dell'uomo in una
determinata fase del suo svilup- po. Secondo il Vico, com'è noto, tale sviluppo
comporta tre fasi o età: del senso, della fantasia e della ragione. L'arte è il
modo carat- teristico di esprimersi dell'età della fantasia: in quell'età
l’uomo diede espressione al suo modo di intendere la realtà nelle creazioni
della fantasia, nei poemi, nei miti, ecc. « La sapienza della gen- tilità
dovette cominciare da una metafisica non ragionata e astratta qual è questa
degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovette essere da tali primi
uomini ». La mente degli uomini antichi, incapace di usare la ragione logica e
ribelle alla fatica dell’astrazio- ne e del ragionamento, è naturalmente
portata a sostituire o antici- pare il processo astrattivo mediante la
fantasia. E in tal modo an- ziché universali logici si foggia universali
fantastici, fantasmi o im- ! STEFANINI, Estetica, Studium, Roma 1953, p. 19.
185 La bellezza: relazione di convenienza e di armonia tra cose e facoltà
conoscitive Umanesimo- Rinascimento: amore, generazione creativa e entusiamo
lirico Vico: l’arte come una delle espressioni fondamentali della natura umana
L'accoglienza di Vico da parte dei filosofi idealisti Kant: l’opera d’arte
nasce dai sentimento che esprime l’universale nel particolare Idealisti e
neohegeliani: l’arte rappresentazione sensibile deli’Assoluto L'arte come
meccanica psicologica e come sovrastruttura magini che tengono il posto di veri
universali, ossia delle idee o con- cetti elaborati dalla ragione.” La
concezione vichiana dell'estetica, corabattuta aspramente ai suo primo
apparire, in quanto urtava contro il pregiudizio cartesiano allora imperante,
secondo cui soltanto la ragione può attingere la verità delle cose, fu più
tardi calorosamente accolta e ampiamen- te seguita dai romantici e dagli
idealisti (Schelling e Hegel) i quali reagendo contro gli eccessi del razionalismo
e dell'illuminismo, a- scrivevano grande importanza alle facoltà della fantasia
e del sen- timento in ordine alla conoscenza della verità. Una singolare teoria
della natura dell'opera d’arte, teoria in parte dettata da esigenze di sistema,
viene elaborata da Kant nel- l'opera Critica del giudizio. In essa l'autore
cerca di mostrare che l’opera d’arte non è né un'imitazione della natura e
neppure un'inter- pretazione metafisica della realtà e che pertanto non è
prodotta né dalla fantasia né dall’intelletto. Essa è invece essenzialmente
frutto deì sentimento il quale nell'opera d’arte percepisce ed esprime l'’uni-
versale nel particolare, l'intelligibile nel sensibile, ii noumeno nel
fenomeno. E così fa sorgere il piacere estetico che appaga tutto l’uo- mo in
quanto produce una profonda armonia tra le opposte facoltà dei sensi e
dell'intelletto. Il problema estetico occupa un posto di singolare rilievo
nelle speculazioni degli idealisti e dei neohegeliani (Croce, Gentile). Ii lorc
obiettivo è fondere ì motivi più originali delle teorie di Vico e Kant. Dal
primo riprendono la tesi secondo cui l’arte rappresenta un momento preciso e di
capitale importanza nella storia dell'uma- nità; dal secondo mutuano la tesi
secondo cui l’arte è una rappre- sentazione dell’Assoluto in forma sensibile.
Il significato spirituale dell'opera d'arte è stato però ripetuta- mente messo
in questione durante l’ultimo secolo da autori che si ispirano più o meno
direttamente al positivismo. Alcuni come il Taine riconducono l’arte ad un
teorema di meccanica psicologica, legata ai tre fattori concorrenti della
razza, dell'ambiente e del mo- mento; altri, come Marx, vedono nell'arte una
sovrastruttura de- terminata dai rapporti tra i mezzi di produzione all'interno
di una particolare società; altri, come Freud, considerano l’arte una su-
blimazione dell'istinto sessuale; altri infine, come Dvorak, conside- rano
l’arte come criterio ermeneutico della storia della culiura e così identificano
la storia dell’arte con la storia della cultura. Contro queste interpretazioni
positivistiche dell’opera d’arte han- no preso posizione i filosofi della
Gestaltschule (scuola della figura). Secondo questi autori la conoscenza delle
condizioni storico-psico- logiche non giova affatto alla comprensione di una
opera d’arte. La sola cosa che importa è la figura sensibile, cioè importano i
valori ? MONDIN', vol. II, pp. 238-240. 3 Ivi, pp. 321-322. 186 tattili o
quelli della pura visibilità oppure gli elementi contrappun- tistici e tonali
dell'esecuzione musicale, presi globalmente, come un tutto, e non
frammentariamente. Attualmente molti filosofi che si ispirano al neopositivismo
e agli analisti del linguaggio, non affrontano più il problema della natura
dell'opera d'arte in se stessa, ma in modo assai indiretto, cercando di
stabilire quale sia il senso del linguaggio estetico e se esistano dei criteri
validi per accertarne la presenza (come per determinare il significato
oggettivo delle proposizioni scientifiche esistono i criteri della verifica
sperimentale oppure della falsificabilità). La lezione che possiamo raccogliere
alla fine di queste brevi note intorno alla storia del problema della natura
dell'opera d’arte mi pare che possa essere la seguente. L'opera d'arte non è
una semplice imitazione di idee archetipe o di fatti naturali. Per
caratterizzarsi come esteticamente bella un'opera dev'essere qualcosa di più e
di diverso da ciò che esiste già nel mondo della natura oppure della cultura.
Per avere opera d'arte ci vuole originalità, creatività. L'ope- ra d'arte è in
un certo senso (certo non proprio in senso letterale) una creazione, più
esattamente una trasformazione radicale degli ele- menti che l’artista ha a sua
disposizione: gli elementi fornitigli dalla. tecnica, dalla osservazione, dalla
ispirazione. Ciò che ne risulta si qualifica come bello se presenta tratti
d'assoluta novità. Il lavoro dell'artista può essere paragonato a quello
dell’ape: egli non crea ma, assimilando elementi già preesistenti, produce una
realtà asso- lutamente nuova.‘ 2. Il fine dell’opera d’arte Oggetto
dell'attività estetica è il bello (così come oggetto di quella scientifica è la
verità, di quella etica il buono, di quella reli- giosa il sacro). L'artista
facendo un’opera d’arte si propone anzitutto di dare espressione sensibile alla
bellezza. Ma oltre a questo fine specifico i filosofi generalmente assegnano
all'opera d’arte anche altre finalità più o meno importanti. Così, per Platone,
Agostino e Tommaso essa ha una finalità eminentemente pedagogica; perciò
raccomandano solo le opere d'arte che giovano all'educazione e condannano
quelle che favoriscono la corruzione. Platone nella Repubblica condanna la
commedia e la tragedia so- prattutto per due motivi. Primo, perché i comici e i
tragici rappre- sentano gli dèi e gli eroi attribuendo loro bassezze e passioni
pro- prie della natura umana e in questo modo snaturano il senso reli- gioso.
Secondo, perché, componendo le loro opere, non si fondano sulla ragione ma sul
sentimento e sulla fantasia; e invece d'essere d'aiuto alla ragione agitano le
passioni, provocando il piacere e il * Cfr. F. MEI, La filosofia del concreto,
Marzorati, Milano 1961, pp. 101-104. 187 L'opera d’arte è creazione Il fine:
esprimere sensibilmente la bellezza Da Platone a Tommaso: scopo pedagogico
dell’opera d’arte Platone: la musica come educazione all’armonia interiore
Scopo teoretico dell’opera d’arte: conoscenza delle verità ultime Idealisti
tedeschi e neohegeliani: scopo metafisico dell’arte Pedagogico, catartico e
metafisico: scopi secondari dolore. Secondo Platone, una sola arte merita
d'essere coltivata as- siduamente: la musica. Essa educa al bello e forma
l'anima all’ar- monia interiore. Per Aristotele, Plotino e Schopenhauer l’arte
ha uno scopo es- senzialmente catartico: va coltivata in quanto aiuta l’anima a
libe- rarsi dalle passioni, a purificarsi, a elevarsi verso la contemplazione.‘
Per Vico, Schelling, Hegel, Croce, Gentile l’arte ha una finalità eminentemente
teoretica: ha di mira la conoscenza delle verità ul- time, della natura
profonda delle cose, del mondo intelligibile, del- l'Assoluto. Vico respinge
espressamente le opinioni di Platone e di Aristotele. A suo parere, l’arte non
ha primariamente né funzione pedagogica né catartica: essa non è al servizio né
dell'estetica né della pedagogia. L'opera d'arte ha anzitutto e soprattutto una
fun- zione teoretica e metafisica in quanto costituisce una comprensione ed
espressione profonda delle cose da parte di un essere intelligen- te, nel quale
la ragione non ha ancora raggiunto la piena matura- zione e che, quindi, riesce
ad esprimersi meglio per mezzo della fan- tasia e del sentimento. Questo
intento metafisico dell’arte, com'è noto, è stato ribadito dagli idealisti
tedeschi del secolo scorso e dai neohegeliani italiani (Croce e Gentile) del nostro
secolo. Per tutti questi autori l’arte è una delle attività supreme dello
Spirito Asso- luto. Il suo scopo specifico è esprimere l'Assoluto in forma
sensi- bile. Pertanto un’opera è artistica soltanto e nella misura in cui è una
manifestazione concreta dell’Assoluto. Oggi queste finalità secondarie
dell’opera d'arte (pedagogica, catartica e metafisica) non riscuotono troppi
consensi tra i filosofi. Generalmente si afferma, e a nostro parere
giustamente, che l'arte ha una sua funzione autonoma, che è fine a se stessa,
come la scienza, la religione, la morale, la politica, l'economia. Per quanto
concerne l'autonomia si paragonano le opere d'arte alle opere della natura.
Allo stesso modo come quest'ultime hanno una consistenza propria e una propria
autonomia, altrettanto si deve pensare delle prime: an- che le opere d’arte
devono essere considerate come aventi una fina- lità loro propria. La natura
produce delle realtà (animali, laghi, fo- reste) che non vanno riferite a
qualche cosa d'altro per essere com- prese, ma sono studiate direttamente in se
stesse. Altrettanto si deve far anche per le opere d’arte. Producendo l’opera
d'arte, l'artista in- tende creare qualcosa: vuole metterci davanti ad una
realtà nuova, La sua creazione, questa nuova realtà, va guardata in faccia
diret- tamente, per conto proprio, senza la pretesa o la preoccupazione di
trovarvi dei significati reconditi, delle seconde intenzioni. Tutto quello che
l'artista ha voluto dire è quanto egli è riuscito di fatto : Cfr. B. MONDIN,
vol. I, pp. 96-97. > Ivi, p. 142 (Aristotele); pp. 185-186 (Plotino); vol.
III, pp. 208-209 (Schopen- hauer). * B. MONDIN, vol. III, pp. 79-80. 188 a
manifestare. E quello ch'egli è riuscito a manifestare sta lì davanti a noi.
C'è però una precisazione da fare riguardo all'autonomia del- l'arte. Quando si
dice che l’arte è essenzialmente autonoma non si vuole escludere che essa venga
adoperata anche per altri scopi, teo- retici o pratici. Si vuole solo affermare
che se lo scopo teoretico e pratico per cui l’opera d'arte viene compiuta è
innalzato a fine pri- mario, in tal caso si priva l'opera d'arte della sua
autonomia e quindi della sua vita. Quindi se un’opera d'arte ha intenti
pedagogi- ci, religiosi, politici, ecc. essa può ancora riuscire come opera
d'arte alla sola condizione che tali intenti non siano quelli primari ma se-
condari. In conclusione, il principio dell'autonomia delle singole attività e
discipline, che è stata la grande conquista dell’epoca moderna, vale certamente
anche per l’attività estetica. Quindi nell'esplicarla e nel valutarla non si
deve tener conto d'altri criteri al di fuori di quelli che sono intrinseci alla
natura stessa dell’opera d'arte. . 3. Arte e morale Alla questione dei rapporti
tra arte e morale s'è già fatto cenno alla fine del precedente paragrafo.
Questo problema è stato diversa- mente risolto dai filosofi a seconda della
finalità ch’essi hanno rite- nuto giusto assegnare all'attività estetica. Sia
gli autori che come Platone e Aristotele attribuiscono all'arte una finalità essenzialmen-
te pedagogica e catartica, come pure gli autori che col Vico le ascri- vono una
finalità metafisica sottomettono in modo più o meno di- retto, più o meno
esplicito, l’arte alla morale, e, di conseguenza, condannano dal punto di vista
estetico quelle opere che giudicano moralmente riprovevoli. Il riconoscimento
dell'autonomia dell’arte dalla morale è una conquista piuttosto recente e va
ascritta a merito degli idealisti, in particolare di Benedetto Croce. ‘Secondo
Croce l’arte è assolutamente autonoma: non è soggetta né alla filosofia, né
alla morale, né alla pratica. L'arte come arte è amorale, cioè al di qua del
bene e del male. « L'arte per avere carattere d'arte, per essere vera arte,
deve essere vera espressione. Espressione di che? Che volete che esprima
l'artista se non le sue im- pressioni? i sentimenti che prova? ».* Per fare
vera arte bisogna espri- mere ciò che si ha in sé: chi lo esprime bene, è
artista. Ma l’uomo e l'artista sono due realtà distinte. Per essere artista
basta esprimere bene i propri sentimenti mentre l’uomo deve essere anche
morale, saggio, pratico. Quindi, pur non essendo soggetto alla morale come
artista, l'artista è soggetto alla morale come uomo: « Se l'arte è al © B.
CROCE, Breviario di estetica, Laterza, Bari 1933, p. 49. 189 Non è il fine
secondario a determinare il valore dell’opera d’arte Autonomia dell’arte dalla
morale: conquista recente Croce: amoralità dell’arte Arte e morale:
subordinazione indiretta di là della morale, non è di qua né di là, ma sotto
l'impero di lei è l'artista in quanto uomo, che ai doveri dell’uomo non può
sottrarsi, e l'arte stessa — l’arte che non è e non sarà mai la morale — deve
considerare come una missione, esercitare come un sacerdozio ».? Di capitale
importanza è la precisazione contenuta nell'ultima citazione: « L'arte è al di
là della morale... ma sotto l'impero di lei è l'artista in quanto uomo ».
L'uomo infatti, nonostante la molte- plicità delle sue attività e delle sue
facoltà, costituisce un'essenziale unità. Ora l’unità è possibile soltanto se
le varie attività sono ordi- nate ad un unico fine ultimo. Ma, dato che il fine
ultimo dell'uomo è la piena realizzazione di se stesso, qui sta il suo bene
supremo, la sua felicità, e poiché spetta alla morale riconoscere tale fine e
stu- diare i mezzi per conseguirlo, ne deriva una certa subordinazione
dell'arte alla morale. Quindi tra arte e morale c'è un rapporto simile a quello
che abbiamo registrato tra morale e politica: è un rapporto di subordinazione
indiretta. Anche l'arte come la politica deve con- tribuire al raggiungimento
del fine ultimo dell'uomo. Questo però è l'obiettivo primario e principale
della morale. CONCETTI DA RITENERE — Unità; armonia; proporzione; integrità;
congruenza; convenienza — Ordine; splendore — Eros, tokos; manìa —
Rappresentazione dell’Assoluto; meccanica psicologica; sublimazione della
pulsione istintuale; sovrastrutture — Figura sensibile; valori tattili;
visibilità; elementi contrappuntistici e tonali SINTESI CONTENUTISTICA I. LA
NATURA DELL'OPERA D'ARTE 1. Il problema estetico riguarda la natura dell’opera
d’arte, il suo fine, i rapporti intercorrenti tra l’attività estetica e le
altre attività umane. 2. Il problema estetico è tra i primi a presentarsi alla
riflessione dei Greci: rapporto tra il mondo della poesia e il mondo delle idee
(complementarietà o opposizione); rapporto tra la sovranità dell'essere, il
mito e la poesia. 3. Platone (Filebo, Fedro, Convito) intende l’arte come
imitazione della natura, che a sua volta è imitazione del mondo delle Idee. La
Bellezza è il pre- ludio sensibile al Bene inaccessibile. In una fase ulteriore
egli intende l’arte come creazione, « parto » (tokos): Eros, il simbolo divino
del Convito, è fecon- dato dall’anelito verso la Bellezza oggettiva e assoluta,
quando diviene capace di generare il Bello. La poesia è questa procreazione
spirituale; ai poeti non si chiede altro che siano procreatori e inventori. 4.
Aristotele ritiene che l'arte, imitazione della natura, sia emulazione. La
bellezza è un « bene che piace », distinto sia dal bene morale che dal piacere.
Tre elementi caratterizzano il bello artistico: l'ordine, la simmetria, la
determinatezza. 9 Ivi, p. 33. 190 5. Per i filosofi cristiani l’arte è
imitazione dell'atto con cui Dio crea la natura. Unità, armonia, proporzione,
integrità, congruenza, convenienza della forma belia sono concetti ereditati
dalla concezione classica che i cristiani ri- conducono all'atto di Dio che
rende bello ciò che crea {S. Agostino, S. Bona- ventura). 6. Nel Rinascimento
predomina la concezione platonica sull'amore {eros), sulla generazione (tokos)
e sull’entusiasmo lirico. 7. Nell’età moderna fondamentale è l’estetica di G.B.
Vico, secondo il quale l'arte è un mondo primario ed originario
dell’espressività dell'uomo in quella fase del suo sviluppo che è dominata
dalla fantasia. 8. Kant nell'opera Critica del giudizio afferma che l’opera
d'arte è essen- zialmente frutto del sentimento, il quale in essa percepisce ed
esprime l’uni- versale nel particolare, il noumeno nel fenomeno. Il piacere
estetico è, per- tanto, l’appagamento che l’uomo riceve dall’armonia tra le
opposte facoltà dei sensi e dell'intelletto. 9. L'idealismo e il neoidealismo,
riecheggiando sia Vico che Kant, danno grande importanza al ruolo dell’arte
nella storia dell'umanità e la considerano la rappresentazione sensibile
dell’Assoluto. 10. Nella seconda metà del secolo XIX si sono succedute le
seguenti inter- pretazioni dell’arte: a) Taine riconduce l’arte ad una
meccanica psicologica regolata dai tre fattori della razza, dell'ambiente e del
momento; b) Marx considera l’arte come una delie sovrastrutture dei meccanismi
di produzione; c) Freud la considera prodotto del meccanismo di sublimazione
della pul- sione sessuale; d) Dvorak afferma che l’arte è un criterio ermeneutico
della storia della cultura e identifica la storia dell’arte con la storia della
cultura; e) i filosofi della Gestalischule (scuola della forma) ritengono che a
deter- mirare l’opera d'arte è la figura sensibile, i valori tattili, quelli
visibili, gli elementi contrappuntistici e tonali, assunti nella loro
globalità; f) oggi l'interesse è soprattutto rivolto alla ricerca del senso del
linguaggio estetico e alla ricerca dei criteri validi per accertarne la
presenza. II. IL FINE DELL'OPERA D'ARTE Oggetto dell'attività artistica è il
bello e fine dell'arte è quello di dare espressione sensibile alla bellezza. 2.
Oltre al fine specifico, i filosofi hanno assegnato all’arte altre finalità: —
Platone, Agostino e Tommaso le hanno attribuito scopi pedagogici; — Aristotele,
Plotino, Schopenhauer le hanno assegnato uno scopo ca- tartico; — Vico,
Schelling, Hegel, Croce, Gentile hanno attribuito all'arte una fina- lità
teoretica e metafisica. Un'opera è artistica solo e nella misura in cui è
manifestazione concreta dell’Assoluto. 3. L'estetica contemporanea tende ad
affermare che l’arte ha una sua fun- zione autonoma, che essa è fine a se
stessa. In tal senso l’opera d’arte è parago- nabile all'opera della natura.
ARTE E MORALE 1. I filosofi che attribuiscono all'arte fine pedagogico o
catartico o metafi- sico in modo più o meno diretto sottomettono l’arte anche
alla morale. 2. Croce, invece, ha decisamente affermato l'autonomia dell’arte
dalla mo- rale. L'arte in quanto tale è amorale, al di là del bene e del male.
Ma anche se l'artista non è soggetto alla morale in quanto tale, lo è in quanto
uomo. A motivo, quindi, della unità essenziale dell'uomo, anche per il rapporto
tra arte e morale si può parlare di subordinazione indiretta della prima alla
seconda. 191 QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quali sono i principali
aspetti del problema estetico? 2. Quali sono gli elementi costitutivi
dell’opera d’arte? In che cosa consiste l’opera d’arte? 3. Qual è l'organo
specifico che coglie la bellezza delle cose oppure di un’opera d'arte? 4. Come
definiscono l’arte Platone, Aristotele, Kant, Vico, Schelling, Hegel, Croce,
Freud, Marx? 5. In che cosa consiste il piacere estetico? 6. Qual è il fine
dell’opera d’arte secondo Platone, Aristotele, Plotino, Vico, Kant, Hegel? 7.
Quale ruolo ricopre l’arte nella cultura contemporanea? 8. La società a
tecnologia avanzata conserva il senso della bellezza? 9. In quale misura e in
quali contesti specifici della storia dell'umanità l’arte è stata asservita
all'ideologia? 10. In che rapporti si trovano arte e morale? 11. È legittima la
possibilità di rapporto tra messaggio artistico e messag- gio politico?
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Italia, Paravia, Torino 1976. SIMONINI A., Storia dei movimenti estetici nella
cultura italiana, Sansoni, Firenze. STEFANINI L., Trattato di estetica,
Morcelliana, Brescia. IL PROBLEMA STORICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Che
rapporto intercorre tra la propria realizzazione e il trascorrere del tempo? 2.
Che definizione si può dare del tempo? 3. Consapevolezza, ricordo e attesa: che
rapporto c'è tra queste parole e il tempo? Il problema storico riguarda il
senso della storia: la storia, nella sua movimentata sequenza di avvenimenti,
ha un senso? Quale? Dove si situa il fulcro della storia: nel passato, nel
presente oppure nel futuro? E se la storia ha un senso ed un punto di
riferimento decisivo, è possibile effettuare una ricostruzione scientifica
delle vicende umane? Il carattere problematico della storia è stato
riconosciuto dai filosofi di tutti i tempi. Ma mai come nel nostro secolo,
durante il quale il succedersi degli eventi ha assunto un ritmo incredibile
sco» nosciuto alle epoche precedenti, la problematicità della storia si è
imposta all'attenzione degli studiosi. 1. Il concetto di storia 'La storia si
definisce diversamente a seconda che per essa si intendano gli avvenimenti in
se stessi (senso oggettivo) oppure la nostra conoscenza dei medesimi (senso
soggettivo). La storia in senso oggettivo è la marcia dell’uomo attraverso il
tempo. Invece la storia in senso soggettivo ‘è lo studio degli avveni- menti
umani che accadono nel tempo, nelle loro cause e nei loro ef- fetti, ed inoltre
nel loro significato ultimo.! La storia di cui ci occu- piamo in queste pagine
direttamente è la storia come scienza (sen- so soggettivo) ed indirettamente
anche la storia come vicenda (senso oggettivo). ! Si suole distinguere tra
storia empirica e storia filosofica. La prima si occupa solamente delle vicende
umane nelle loro cause e nei loro effetti. Invece la seconda si propone di
scoprire il loro significato ultimo. 193 La storia ha un senso? Senso oggettivo
e senso soggettivo della storia Scetticismo storico: — apparenza degli
avvenimenti — casualità degli eventi — discordanza degli avvenimenti Realismo
storico: è possibile una scienza degli eventi storici 2. Possibilità della
scienza storica Una scienza storica è possibile? A questo interrogativo si
posso- no dare e di fatto sono state date due risposte antitetiche. Si può
rispondere negativamente e allora si ha lo scetticismo storico. Op- pure si può
rispondere affermativamente e allora si professa il rea- lismo storico. 2.1
Scetticismo storico La negazione della scientificità della storia poggia sui
seguenti argomenti: a) Gli avvenimenti sono solo apparenti. Il mondo della
esperien- za quotidiana è un mondo illusorio, apparente, senza alcuna consi-
stenza e perciò senza senso. La filosofia indiana, Eraclito, Schopenhauer e
altri filosofi si sono appellati a questo argomento per negare la possibilità
della scienza storica. b) Gli eventi non accadono secondo un piano ordinato.
Gli eventi sono reali e non illusori. (Anzi per molti pensatori che si
appellano a questo argomento i fatti sono l’unica realtà). Però essi non hanno
un significato, perché non hanno una direzione. Un evento suc- cede all’altro
senza che nulla vada mai avanti. La storia è un ca- vallo che mentre va per la
strada improvvisamente si imbizzarrisce e allora si lancia per i campi o
ritorna indietro o si butta nel pre- cipizio. c) Discordanza nella
interpretazione dei fatti storici. L'interpre- tazione dei fatti è molto
diversa secondo che la storia sia scritta da un positivista, da un laicista, da
un marxista o da un cristiano, anche escludendo che si tratti di falsificazioni
volute a scopo di propa- ganda o di errori dovuti a documentazioni o indagini
insufficienti. Basti pensare alle interpretazioni tanto discordanti del
Medioevo, della Controriforma e del Risorgimento. 2.2 Realismo storico ‘Per realismo
storico s'intende quell’indirizzo filosofico che am- mette la possibilità di
una scienza degli eventi storici. Questo può avvenire in due modi, a seconda
che la possibilità della scienza degli eventi storici si fondi su una visione
deterministica o non determini- stica della storia. Si dà quindi un realismo
storico deterministico o un realismo storico non deterministico. Nel primo i
fatti accadono necessariamente, nel secondo liberamente. Tanto nel realismo
storico deterministico quanto nel realismo storico non deterministico si danno
due interpretazioni principali. In quello deterministico c’è chi ritiene che
nella successione dei fatti non ci sia nessun progresso, mentre altri ci vede
un divenire, una 194 evoluzione verso mete sempre più alte. Il primo è il
realismo storico deterministico statico; il secondo, il realismo storico
deterministico dinamico. Tra i fautori del primo tipo vanno annoverati tutti i
pen- satori greci; tra quelli del secondo molti filosofi moderni, soprattutto
gli idealisti e i materialisti. Ciò che distingue i materialisti dagli
idealisti è il punto di partenza del divenire storico: per i primi è la
materia, per i secondi è lo spirito. Nel realismo storico non-deterministico
c'è chi sostiene che gli eventi storici si svolgono secondo un piano
esclusivamente naturale, mentre altri sostengono che essi accadono secondo un
piano sopran- naturale. Sostenitori della prima teoria (che chiamiamo realismo
sto- rico non-deterministico naturalistico) sono gli illuministi e soprat-
tutto Kant. Sostenitori della seconda teoria (che chiamiamo reali- smo storico
non-deterministico cristiano o semplicemente realismo storico cristiano) sono
tutti gli storici cristiani e i filosofi cristiani della storia. Riducendo
questa divisione a schema, essa si presenta così: statico (pensatori greci)
materialistico (Marx) deterministico | idealistico (Hegel) È dinamico REALISMO
STORICO naturalistico (Kant) non deterministico cristiano : (Agostino, Bossuet,
Vico) a) Realismo storico deterministico statico - Secondo il pensiero
filosofico greco la storia si svolge su un piano circolare, in cui l’in-
dividuo ha una certa libertà (una libertà relativa) mentre l’universo è
soggetto alle leggi matematiche di una eterna palingenesi. La stra- da del
tempo è una pista rotonda su cui tutte le società, tutte le civiltà, tutte le
istituzioni si succedono con un ritmo inesorabile e dopo un breve periodo di
gloria scompaiono. Il tempo, e quindi la storia, « è l'immagine mobile
dell’immobilità eterna », esso è « quel- l'immagine senza fine che si svolge
secondo le leggi dei numeri » (Pla- tone, Timeo). « Dio guida l'universo nel
suo percorso circolare, ma una volta compiuti i periodi del tempo che gli sono
fissati, esso riprende il suo movimento in senso inverso » (Platone, Politica).
Questa concezione circolare della storia è condivisa da quasi tut- ti i
pensatori greci (cfr. Empedocle, Platone, Stoici, ecc.). b) Realismo storico
deterministico dinamico - Non è possibile qui effettuare una esposizione
soddisfacente delle complesse dottrine della filosofia della storia insegnate
in questo ultimo secolo dai ma- terialisti e dagli idealisti. Del resto ne
abbiamo già trattato distesa- mente nel terzo volume della nostra storia della
filosofia, ora ci pre- me solamente indicare una caratteristica fondamentale
comune tan- to al realismo storico degli idealisti quanto a quello dei materia-
195 Piano naturale della storia: Kant Piano soprannaturale: storici e filosofi
cristiani — Realismo storico deterministico statico: assenza di progresso
(pensatori greci) — Realismo storico deterministico dinamico: cammino evolutivo
(materialisti, idealisti) Identificazione tra storia e realtà Il teleologismo
storico di Kant e degli illuministi: ottimismo e progresso Rivelazione, ordine
soprannaturale e libertà dell’uomo listi. In tutti e due la storia viene
identificata con la realtà: tutta la realtà si esaurisce negli eventi storici:
al di fuori della storia non c'è più nulla. Questa identificazione della storia
con la realtà si chia- ma storicismo. A nostro avviso questa interpretazione
della storia è insosteni- bile, per almeno tre ragioni. Anzitutto perché essa
implica la nega- zione del trascendente, di Dio. La seconda ragione è la
negazione della libertà umana. Negando all'uomo la libertà lo storicismo
idealistico e materialistico condan- na alla disperazione l’uomo come persona
singola, che invano cerca la salvezza dal male e dalla morte che lo stringono
nel tempo. Que- sta filosofia della storia rappresenta la forma estrema della
disper- sione dell'essere dell'uomo. Infine lo storicismo, nonostante le
apparenze, svaluta la storia perché la considera uno sviluppo incessante nel
quale tutto viene superato e mutato. I valori di ieri non sono quelli di oggi.
I prota- gonisti della storia, gli uomini, sono prigionieri del presente,
poiché negano il passato e negheranno a loro volta l'avvenire. Rimane una sola
realtà: l'eterna legge della mutazione. c) Realismo storico non-deterministico
naturalistico: Kant - Se- condo Kant e molti illuministi la storia si svolge su
un piano ordi- nato ‘(teleologico) voluto dalla natura. « La storia è
l'attuazione di un nascosto piano della natura ». « Il fine della storia è la
realizza- zione di una società che universalmente viva secondo il diritto »
(Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopo- litico, pr. 5
e 8). Altrettanto si legge nel saggio Se il genere umano sia in continuo
progresso verso il meglio: « Ora io affermo di poter predire alla stirpe umana,
anche senza avere spirito profetico, il suo progresso verso il meglio,
escludendo che questo progresso possa conoscere sostanziali pericoli di
involuzione ». Questa visione ottimistica della storia, nata dal successo bor-
ghese della seconda rivoluzione industriale e dall'entusiasmo per il progresso
scientifico, ha verificato i suoi limiti davanti ad una umanità provata
dall’orrore di due guerre mondiali, artefice del peri- colo
dell’autodistruzione atomica, del disastro ecologico e vittima di un consumismo
che antepone il valore delle cose a quello delle persone. d) Realismo storico
cristiano - Secondo il pensiero filosofico cristiano la storia si svolge
secondo un piano determinato dall’incon- tro di due volontà libere: quella di
Dio e quella dell'uomo. Di qui l'estrema difficoltà ad interpretare un così
complesso disegno che è possibile comprendere solo in virtù dell'intervento di
Dio e della ri- velazione da parte sua del senso fondamentale della storia.
Dalla Rivelazione sappiamo che la storia non si svolge secondo un piano
circolare ciclico e tanto meno secondo leggi fatalistiche e 196 meccaniche, e
nemmeno secondo un ordine puramente naturale. Dio ha voluto liberamente
inserire l'uomo in un ordine soprannaturale; in tale ordine, cui l’uomo
corrisponde liberamente, Dio continua ad intervenire per adattare il suo piano
di grazia alla corrispondenza dell'uomo di modo che nonostante le deviazioni
umane, la storia pro- cede verso destini sempre più alti. Il piano cristiano
della storia si può raffigurare diagrammatica- mente con una linea ascensionale
in cui ci sono varie deviazioni verso il basso, ma tutto sommato la parte
terminale è più alta di quella iniziale. Dalla Rivelazione si viene a
conoscere: a) il significato di tutta la storia che ci precede {attraverso i
dogmi della creazione, del pec- cato e della redenzione); b) il punto della
storia in cui ci troviamo at- tualmente (cioè tra la prima e l'ultima venuta di
Cristo); c) che cosa ci riserva l'avvenire (cioè la fine del mondo e il ritorno
trionfale del Messia dopo che il suo messaggio sarà stato annunziate a, tutti
gli uomini). ‘Attraverso la Rivelazione conosciamo quindi il grandioso piano
divino della storia: il piano generale, non i singoli momenti e i parti- colari
di esso, sempre avvolti nel mistero. Sappiamo che la storia non è in regresso,
non è un circolo su cui si ripetono eterni ritorni, ma è progresso verso la
salvezza. Ampliiando le conoscenze dateci dalla fede mediante quelle che ci
sono fornite dalia scienza sappiamo che l'umanità esiste sul pianeta da circa
mezzo milione di anni. Però la serie delle civiltà è cominciata appena da
10.000 anni, mentre le generazioni future possono percorrere un altro mezzo
miliardo di anni. Il Cristianesimo appartiene quindi all'infanzia della storia
dell'umanità. La Chiesa non è che ai primi passi del processo che tende a fare
di lei la provincia terrena del Regno dei cieli, motore e scopo della storia
della umanità. Su questa concezione cristiana della storia sono state scritte
pagine interessanti in tutti i tempi, in particolare da S. Agostino (De
civitate Dei), Bossuet (Discorso sulla storia universale), Vico (La scienza
nuova), Maritain (Sulla flosofia della storia), De Lubac (Cattolicesimo), von
Balthasar (Teologia della storia), Toynbee (A study of history), Mouroux {I!
mistero del tem po), Cullmann (Cristo e il tempo). 3. La storia è veramente una
scienza? Molti filosofi pensano di poter accordare alla storia il titolo di
scienza, definendo la conoscenza storica come sintesi di fatti e di idee, di
particolare e di universale. Anche a noi pare che la storia sia una scienza, ma
non secondo il concetto ciassico di scienza, bensì secondo il concetto moderno,
secondo il quale la scienza non è una riproduzione precisa, ma solo una
sistemazione approssimativa 197 il diagramma ascensionale del piano cristiano
della storia La scienza storica come sistema approssimativo ‘‘Cognitio certa
per causas”’: — “per causas’’ (il nesso che unisce due eventi) — “‘certa’’
(futuro: necessario e universale; passato: anche particolare e contingente) La
ricerca dell’unità storica: l’universale che si realizza ripetutamente
Carattere ipotetico dell’universale storico La Rivelazione come garanzia del
senso della storia della realtà che è troppo complessa per essere pienamente
intelligi- bile. Come la scienza sperimentale si chiama scienza sebbene sia
soltanto una schematizzazione conveniente, perché permette all’uo- mo di
intendere il mondo complicato della natura fisica, così la sto- ria si può
chiamare scienza anche se non può vantarsi di riprodurre con fedeltà la connessione
causale che lega le vicende umane tra di loro, perché permette all'uomo di
avere una certa comprensione della successione di tali vicende. La storia, come
la scienza sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas. Il per causas
va inteso in storia come nelle scienze sperimentali, non come il mezzo per
conoscere un evento, ma come il nesso, la legge che unisce due eventi. Quanto
al certa non v'è dubbio che anche in storia si può rag- giungere certezza.
Nella visione cristiana della storia ci sono dei pi- lastri assolutamente
certi, posti dalla Rivelazione, che permettono di costruire una storia
universale di valore categorico almeno nel- le linee generali. In più si può
dare certezza per molti fatti singoli non conosciuti per fede. Circa tali fatti
si può dare certezza anche se non sono universali e necessari. Infatti, pur
essendo vero che quando si tratta del futuro abbiamo la conoscenza « certa »
solo del- l’universale e necessario, quando si tratta invece del passato ab-
biamo certezza anche del particolare e del contingente, perché quan- to è
accaduto nel passato ha per noi posteri la stessa necessità e immutabilità
dell'universale e necessario che accadrà nel futuro. Qualche storico ha creduto
che l'oggetto della storia non sia sol- tanto certo, perché necessario e
immutabile, ma anche universale. Basandosi su questa convinzione, storici come
Vico, Toynbee, Spengier sono andati alla ricerca dell'unità storica,
dell'universale storico (la nazione, la civiltà, ecc.) che torna a realizzarsi
ripetuta- mente, come l’idea universale di uomo continua ad avere ripetute
realizzazioni, (con la sola differenza che mentre l'individuo umano ha una
breve durata di 50, 100 anni, l’unità storica ha una durata di migliaia di
anni). Che dire di questo universale storico? A noi pare che non sia una cosa
impossibile, tuttavia rimane qualcosa di estremamente ipotetico, non esistendo
nessun criterio certo per determinare quale raggruppamento di eventi abbia i
ca- ratteri di universalità e ripetibilità. Possiamo infine domandarci se una
storia universale vera sia raggiungibile. Come abbiamo precedentemente
sottolineato, sono l’esistenza di Dio e il mistero della sua incarnazione a
consentirci una autentica visione dei fatti, poiché la storia è comprensibile
soio nella sua du- plice dimensione naturale e soprannaturale. 198 4.
L’interpretazione della storia Nel nostro secolo la problematica della storia
ha acquisito uno spessore del tutto sconosciuto ai nostri antenati. Nel passato
l'uomo era abituato a guardare la storia dall'alto come uno spettatore. Certo
lo spettacolo non era di facile comprensione, ma almeno si pensava di poterlo
osservare pacificamente dal di fuori. Invece in seguito al cumulo di eventi che
ci sono piombati addosso durante gli ultimi decenni e in conseguenza degli
scossoni che hanno subito tutte le nostre cognizioni della realtà e tutte le
nostre convinzioni morali e religiose, nonché i nostri rapporti con gli altri e
con il mondo, ci siamo accorti che noi stessi siamo immersi nella storia, che
faccia- mo parte dello spettacolo; in altre parole che il divenire storico non
riguarda soltanto il mondo, ma il nostro stesso essere. Perciò anche l’uomo è
un essere storico. La presa di coscienza della nostra storicità, dice
giustamente Gadamer, è «-verosimilmente la più importante tra le rivoluzioni da
noi subite dopo l'avvento dell’epoca moderna. La sua portata spiri- tuale
sorpassa probabilmente quella che noi riconosciamo alle rea- lizzazioni delle
scienze naturali, realizzazioni che hanno visibilmente trasformato la
superficie del nostro pianeta. La coscienza storica, che caratterizza l’uomo
contemporaneo, è un privilegio (forse perfino un fardello) quale non è stato
imposto a nessuna delle generazioni pre- cedenti ».? Ora, la presa di coscienza
della storicità del nostro essere implica una revisione profonda non solo della
scienza storica ma anche della teoria generale della conoscenza umana. Questa
non può più essere concepita né come diretto riflesso della realtà, come
volevano i realisti antichi e moderni (compresi i positivisti) e neppure come
creazione originaria dell'Io (come affermavano gli idealisti); ma va intesa
come interpretazione (ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende
se stesso, gli altri, la cultura e le vicende del passato soltanto
interpretando. Egli fa necessariamente parte di un circolo ermeneutico: gli
vengono offerte dal passato delle tradi- zioni che egli riceve interpretandole,
e di nuovo le comunica agli al- tri, i quali a loro volta le fanno proprie
interpretandole. L'uomo coglie la realtà storica soltanto interpretandola per
due ragioni. Primo, perché la storia è essenzialmente movimento e nel movimento
c'è sempre qualcosa che rimane e qualcosa che muta; perciò per risalire al
senso originale delle tradizioni occorre passare attraverso i vari sviluppi.
Secondo, perché il passato non ci è estra- neo ma entra a far parte del nostro
essere, della nostra vita; però en- tra a far parte del nostro spessore
soggettivo solo mediante l'inter- pretazione. Noi siamo eredi di tradizioni che
non sono semplici ? H. GADAMER, Il problema della coscienza storica, Guida,
Napoli 1969, p. 27. 199 Gadamer: una rivoluzione fondamentale del nostro tempo
è la presa di coscienza deila nostra storicità Gadamer: la storia come
ermeneutica delle situazioni Due ragioni dell’esigenza interpretativa: —
mutamento e permanenza nel movimento storico — appartenenza del passato al
nostro essere I tre principi ermeneutici: — il conoscere è un interrogare — i
documenti storici come risposta alle domande informazioni da registrare, ma
fanno parte della nostra realtà, de- terminano le nostre prospettive e le
nostre progettazioni, il riostro modo di vedere e di agire. « Comprendere è
operare una mediazione tra il presente e il passato, è sviluppare in se stessi tutta
la serie con- tinua delle prospettive attraverso cui il passato si presenta e
si ri- volge a noi ».? Ma, accertata la verità del carattere storico del nostro
essere e del nostro conoscere, come si sviluppa la nostra conoscenza intesa
come interpretazione, ossia il pensare ermeneutico? Secondo Gadamer, che è il
principale teorico della teoria della interpretazione (ermeneutica) storica, il
pensare ermeneutico si sviluppa sulla base di tre principi. Il primo dice che
ogni conoscenza è la risposta ad una domanda. Il che significa che il conoscere
è anzitutto un interrogare, e que- st'ultimo, secondo Gadamer, è sempre
determinato da una situa- zione particolare: « Non al giudizio, ma alla domanda
spetta il pri- mato nella logica, come dimostrano storicamente il dialogo
plato- nico e l'origine dialettica della logica greca. Ma il primato della
domanda rispetto alla proposizione significa che la proposizione è, per sua
natura, risposta. Non c’è proposizione che non sia una spe- cie di risposta e
perciò non si può intendere una proposizione se non rifacendosi ai criteri
intrinseci alla domanda di cui è una risposta... Certo non è facile trovare fa
domanda, di cui una data proposizione è effettivamente la risposta, soprattutto
perché una domanda non è mai qualcosa di semplice e primo, a cui si possa ar-
rivare solo che lo si voglia: ogni domanda è ancora una risposta e questa è la
dialettica in cui siamo impigliati. Ogni domanda è mo- tivata e anche il suo
significato non è mai dato interamente in es- sa ». In conclusione, «
l'orizzonte di ogni proposizione è il sorgere da una situazione problematica »,
e « una conoscenza si mostra fe- conda in quanto appiana una situazione
problematica ».* Il secondo principio dice che qualsiasi documento storico,
qual- siasi testo letterario e anche tutti i monumenti artistici, le
istituzioni sociali, politiche e religiose sono la registrazione di certe
conoscenze, le quali, come vuole la dialettica del conoscere, rappresentano le
ri sposte alle domande che i loro autori si sono fatte in certe situa- zioni.
Pertanto, per comprendere tali documenti occorre riportare le risposte che essi
contengono nel coniesto, nell'orizzonte degli in- terrogativi da cui sono
sorte, un orizzonte che conteneva la possi- bilità di molte altre risposte. In
certo qual modo la formulazione conclusiva che esse hanno assunto deve essere
ricondotta al movi- mento della conversazione. Questo è il compito
dell'ermeneutica: « trarre il testo fuori dallo stato di alienazione in cui
gtace (a causa della forma immobile che esso ha assunto nella composizione
scrit- 3 Ivi, p. 93. * H. GADAMER, « Che cos'è la verità », in Rivista di
filosofia 1956, pp. 261-262. 200 ta) e riportarlo al presente vivo del dialogo,
Ia cui forma originaria è sempre quella della domanda e della risposta ».ò Il
terzo principio afferma che nessuna conoscenza è « pura », « impregiudicata »,
ma è sempre « mista », accompagnata e condi- zionata da « pregiudizi ». Questo
terzo postulato, nel pensiero del Gadamer, è la logica conseguenza della sua
concezione dell'uomo come essere storico e, perciò, legato a certe tradizioni,
prospettive, situazioni. Sono queste tradizioni, prospettive, situazioni a
formare i pregiudizi. Come si vede, Gadamer dà al termine « pregiudizio » un
signi- ficato che si discosta sostanzialmente da quello usuale per due ra-
gioni. Anzitutto nel significato usuale il pregiudizio è una « cono- scenza
errata » che impedisce di vedere e giudicare rettamente in certe situazioni.
Ora, per Gadamer il pregiudizio non ha questa con- notazione negativa di
falsità e falsificazione. ‘Per lui il pregiudizio è soltanto una « conoscenza
previa », la quale può essere sia vera che falsa. La seconda ragione è che
nella accezione comune il pregiudizio è qualcosa di contingente, qualcosa
quindi che si può superare, neu- tralizzare. Invece per il Gadamer questo è
impossibile, in quanto, come si è detto, i pregiudizi fanno parte della
storicità dell'uomo e perciò accompagnano necessariamente la sua esistenza. Il
che tut- tavia non significa che la conoscenza umana debba essere schiava dei
pregiudizi. Questo no, anzitutto perché essa può prenderne coscien- za e, così,
in certo qual modo li può dominare, e in secondo luogo erché di certi
pregiudizi si può anche disfare. Ma come è possibile per l'interprete uscire
dall’orizzonte dei suoi « pregiudizi » e mettersi in cumunicazione con
l'orizzonte altrui, in particolare con quello di un testo che appartiene ad
altri tempi lon- tani da lui? Non esiste forse tra passato e presente un abisso
insor- montabile? Del resto, la storicità non richiude necessariamente l'in.
terprete dentro il vicolo cieco del suo soggettivismo? Gadamer, pur
riconoscendo e affermando l’alterità tra passato e presente, esclude che fra
loro esista una scissura completa. La sto- ricità esige piuttosto il contrario:
essa fa sì che la distanza tempo- rale sia « colmata dalla continuità delia
tradizione e della trasmissione, grazie alle quali tutto ciò che ci viene
trasmesso si rivela a noi ».$ Ma neppure il fatto che l'orizzonte conoscitivo
dell’interprete sia circoscritto da « pregiudizi » è tale da rinchiuderle nel
soggetti- vismo e «a impedirgli l’incontre con altri orizzonti. Infatti i «
pre- giudizi » non sono tutti « egocentrici » e, soprattutto, i « pregiudizi »
non sono la prima cosa: al di là e al di sotto dei « pregiudizi » esiste un
accordo fondamentale, che Gadamer chiama « accordo portante ». Questo « punto
di stabilità », questa solida piattaforma che rende 5 H. GADAMER, Wahrheit und
methode, Mohr, Tiibingen — ogni conoscenza è mista al pregiudizio il
pregiudizio come conoscenza previa e come contingente superabile La tradizione
colma la separazione tra passato e presente L’‘accordo portante’ rompe il
rischio del soggettivismo il linguaggio punto di stabilità e dì fusione La storia
come tradizione: permanenza della forma e identità delia struttura La
conoscenza del passato, del presente e del futuro come proiezione verso
l'eternità possibile l’incontro e la fusione tra i vari orizzonti è fornita dal
linguaggio. « Io credo che il linguaggio operi la sintesi perenne tra
l'orizzonte del passato e quello del presente. Nci ci intendiamo reci-
procamente, perché ci parliamo, perché, pur svolgendosi sempre il nostro
discorso su piani diversi e non convergenti, alla fine, per mez- zo delle parole,
riusciamo a metterci reciprocamente di fronte le cose dette con le parole ».'
Come si vede, nella interpretazione gadameriana della storicità della
conoscenza umana, si riscontra uno sforzo notevole di superare lo scoglio delio
storicismo, del relativismo e del soggeitivismo in cui erano generalmente
incappate le precedenti interpretazioni del- lo stesso fenomeno. In effetti, la
proprietà della storicità non significa necessaria- mente queste
interpretazioni scettiche del conoscere. Infatti, che cos'è la storia? È solo
divenire senza permanere; sequenza di muta- menti senza alcuna costante? La
natura della storia e conseguentemente della storicità non può essere diversa
da quella del tempo. Ora, il tempo, ci dice Bergson, è essenzialmente durata.
Perciò la storia più che successione di av- venimenti di natura diversa è
tradizione di fatti, di azioni e, quindi, essa ha come suo connotato essenziale
la permanenza della forma e l'identità di struttura, nonostante tutti i
possibili mutamenti. La storia non è pura successione casuale di avvenimenti
sconnessi e discontinui, ma un flusso, un trascorrere di una medesima sostan-
za fondamentale; non è un divenire occasionalistico e frammentario, ma uno
sviluppo organico e continuo. In conclusione, riconosciamo senz'altro che il
nostro conoscere è segnato dal sigillo del tempo. Ma affermiamo che, come il
tempo ha tre « estasi » (passato, presente e futuro), così il nostro conoscere
ha una triplice estensione: quella in direzione del passato, quella in direzione
del futuro e quella rivolta verso il presente. Inoltre il nostro conoscere gode
di una considerevole padronanza rispetto a queste estasi, in quanto può
protendere il suo sguardo oltre ogni orizzonte segnato dal passato e dal futuro
e proiettarsi verso l’eter- nità. CONCETTI DA RITENERE — Senso oggettivo; senso
soggettivo — Scetticismo storico — Realismo storico, deterministico, statico e
dinamico — Realismo storico non deterministico naturalistico; realismo storico
cristiano — Ermeneutica storica; pregiudizio; accordo portante; punto di
stabilità GADAMER, « Che cos'è la verità, SINTESI CONTENUTISTICA I. IL CONCETTO
DI STORIA La storia si definisce a seconda che per essa si intendano gli
avvenimenti in se stessi (senso oggettivo) oppure la conoscenza dei medesimi
(senso sog- gettivo): a) il senso oggettivo indica il cammino dell’uomo
attraverso il tempo; b) il senso soggettivo è lo studio degli avvenimenti umani
che accadono nel tempo, nelle loro cause, nei loro effetti, nel loro
significato ultimo. II. POSSIBILITÀ DELLA SCIENZA STORICA Gli orientamenti nei
confronti della scienza storica si distinguono in scet- ticismo storico e in
realismo storico. A. Lo scetticismo storico posa sui seguenti argomenti: 1. Gli
avvenimenti sono solo apparenti: a) Il mondo dell'esperienza è un mondo
illusorio e perciò senza senso; b) Assertori dell'argomento sono, ad esempio,
la filosofia indiana, Eraclito e Schopenhauer. 2. Gli avvenimenti non accadono
secondo un piano ordinato: a) Gli eventi sono reali ma non hanno significato poiché
sono privi di direzione. b) Il loro susseguirsi non determina un progresso. 3.
Discordanza nella interpretazione dei fatti storici: a) L’interpretazione dei
fatti storici è soggetta. al filtro ideologico dello storiografo. B. Il
realismo storico ammette la possibilità di una scienza degli eventi storici. Il
realismo presenta due orientamenti: il deterministico e il non-determi-
nistico. 1. Realismo storico deterministico afferma l'accadimento necessario
dei fatti e si distingue in: a) Realismo storico deterministico | nella
successione degli avvenimenti statico | non vi è progresso — Secondo il
pensiero greco la storia si svolge su un piano circolare, in cui l'individuo
gode di una libertà relativa e l’universo è soggetto alle leggi ma- tematiche
dell'eterna palingenesi. Il tempo è l’immagine mobile dell'eternità immobile
(Platone, Timeo e Politica). b) Realismo storico deterministico | il divenire
storico procede verso me- dinamico te sempre più elevate — Tale concezione
tipica della filosofia contemporanea accomuna materia- listi e idealisti. Viene
affermata una sostanziale identità tra realtà e storia ‘(sto- ricismo). — Lo
storicismo implica la negazione della trascendenza di Dio, nega la libertà
della persona e sostiene la continua transitorietà dei valori. 2. Realismo
storico non-deterministico afferma che i fatti accadono secon- do libertà e si
distingue in: a) Realismo storico non-determini- }la storia si svolge su un
piano ordi- stico naturalistico | nato voluto dalla natura — È la concezione kantiana
secondo la quale fine della storia è una so- cietà che vive secondo il diritto
e che il genere umano progredisca sempre verso il meglio. . | la storia si
svolge secondo un piano deter- b) Realismo storico cristiano } minato
dall'incontro di due libertà: quella ( di Dio e quella dell’uomo . — Il piano
della storia può essere raffigurato come una linea ascensionale con deviazioni
verso il basso, ma il cui punto terminale è più elevato di quello iniziale. 203
— La Rivelazione ci svela: a) il significato della storia che ci precede; b) il
punto della storia in cui ci troviamo; c) che cosa ci riserva l'avvenire. —
Appartengono a tale concezione: S. Agostino, Bossuet, Vico, Maritain, De Lubac,
von Balthasar, Toynbee, Mouroux, Cullmann.III. LA STORIA È UNA SCIENZA? 1. La
storia, come la scienza sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas.
Il per causas è il nesso, la legge che unisce due eventi. 2. Anche nella storia
si può raggiungere certezza. Nella visione cristiana la Rivelazione pone dei
pilastri assoiutamente certi, che permettono di costruire una storia universale
di valore categorico almeno nelle linee generali. 3. Vico, Toynbee, Spengler,
in base alla convinzione che l'oggetto della storia non sia soltanto certo ma
anche universale, hanno ricercato l’unità sto- rica, l’universale storica che
torna ripetutamente a realizzarsi (nazione, civiltà, ecc.). IV. L'ERMENEUTICA
STORICA 1. La consapevolezza della storicità dell'uomo, come afferma Gadamer, è
una delle più importanti rivoluzioni del nostro tempo. 2. La scienza storica
subisce una profonda trasformazione, poiché diviene interpretazione
(ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende se stesso. 3. L'uomo
coglie la realtà storica interpretandola per due ragioni: a) la storia è
movimento, perciò per risalire al senso originale delle tradi zioni occorre
passare attraverso vari sviluppi; b) il passato non è estraneo all'uomo, ma fa
parte del suo essere, entra quindi a fare parte della soggettività mediante
l’interpretazione. 4. Secondo Gadamer il pensare ermeneutico si sviluppa sulla
base di tre principi: a) Ogni conoscenza è la risposta ad una domanda. Il
conoscere è anzitutto un interrogare e l'interrogativo è sempre determinato da
una situazione par- ticolare. b) Qualsiasi documento storico è la registrazione
di certe conoscenze. I documenti per essere compresi richiedono che le
risposte, che contengono, siano riportate nell'orizzonte da cui sono sorte. c)
Nessuna conoscenza è « pura », ma è sempre condizionata da pregiudizi. In
Gadamer il termine pregiudizio significa « conoscenza previa », che in quanto
tale può essere sia vera che falsa. I pregiudizi fanno parte della storia
dell'uomo, vanno in ogni caso dominati e se necessario eliminati. Al di là dei
pregiudizi esiste tra i diversi orizzonti interpretati la possibilità di un
accordo fondamentale, che Gadamer chiama « accordo portante ». Questo punto di
sta- bilità è fornito dal linguaggio che opera la sintesi tra l'orizzonte del
passato e quello del. presente. 5. Caratteristica dell’ermeneutica storica è il
tentativo di essere il supera- mento dello storicismo, del relativismo e del
soggettivismo. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa è la storia?
Come si definisce in senso soggettivo e in senso oggettivo? 2. È possibile una
conoscenza scientifica della storia? Quali sono gli argo- menti pro e contro?
3. Quali sono le principali interpretazioni del senso della storia? 4. Che cosa
si intende per storicismo? 5. Che significa materialismo storico? 204 6. Qual è
la concezione vichiana della storia? 7. È possibile una « filosofia » cristiana
della storia? 8. Che cosa è l'universale storico È possibile identificarlo con
sicurezza? 9. Quale rapporto è opportuno stabilire tra antropologia e
concezione della storia? 10. In quale misura la concezione della storia
contribuisce all'elaborazione di un progetto-uomo? 11. Che cosa si intende per
ermeneutica storica? Quali sono i principi fon- damentali su cui essa si regge?
12. È legittimo ritenere che l’ermeneutica storica possa contribuire a un
recupero dei valori morali da parte della coscienza personale e collettiva del
nostro tempo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AcosTINO, La città di Dio, Città
Nuova, Roma 1978. BERDJAEV N., Il senso della storia, Jaca Book, Milano 1977.
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Introduzione alla filosofia della storia, C.E.D.A.M., Padova 1973. RIGOBELLO
A., Il futuro della libertà, Studium, Roma. VICO (vedasi), La scienza nuova,
Nicolini, Bari 1934. 205 Valore e funzione della cultura nello sviluppo della
civiltà Cultura, termine plurisemantico: senso elitario, pedagogico,
antropologico la Capitolo quattordicesimo IL PROBLEMA CULTURALE QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO Quale etimologia attribuire alla parola cultura? 2. In quale
misura e perché caratterizza la realtà dell’uomo? 3. Si può stabilire un
rapporto tra cultura e civiltà? La cultura « è l'ultimo e più alto mezzo per il
fine ultimo del- l'uomo, ossia la sua più perfetta coerenza con sé medesimo »}
ha affermato Fichte in La missione del dotto, facendosi porta- voce, già sul
finire del XVIII secolo, di una consapevolezza nuova che l'uomo aveva ormai
raggiunto di questa sua radicale dimensione. L'uomo, nella sua storia, ha
sempre fatto cultura poiché egli è un essere essenzialmente culturale oltre che
naturale, ma questa verità è diventata oggetto della riflessione filosofica
soltanto durante gli ultimi decenni. Ciò è accaduto per due ragioni principali:
a) lo sviluppo dell'antropologia culturale come scienza, la quale ha messo in
luce il valore e la funzione che ha la cultura nello sviluppo della civiltà e
nella caratterizzazione dei popoli; b) la crisi epocale che sta attraversando
da qualche tempo la cultura occidentale. È stata so- prattutto questa crisi
radicale a sollecitare uno studio più attento e più approfondito di ciò che è
la cultura in se stessa, per l'individuo e per la società. 1. Definizione « Cultura
» è un termine plurisemantico che storicamente e attual- mente ha tre
significati e tre usi principali che possiamo chiamare elitario, pedagogico e
antropologico. Nel senso elitario cultura si- gnifica una gran quantità di
sapere, sia in generale che in qualche settore particolare. Così, per esempio,
quando si dice che una certa persona possiede una vasta cultura scientifica,
filosofica, artistica, letteraria, ecc. o quando si dice semplicemente che è «
molto colta ». Nel senso pedagogico cultura sta ad indicare l'educazione, la
forma- zione, la coltivazione dell'uomo: è la paideia dei greci, ossia il pro-
cesso attraverso il quale l’uomo (il bambino, il ragazzo, l'adulto) FICHTE, La
missione del dotto, La Nuova Italia, Firenze 1973, p. 86. 206 perviene alla
piena maturazione e realizzazione della propria per- sonalità. Infine, nel
senso antropologico, che è quello che si è andato consolidando nel nostro
secolo, cultura significa quell'insieme di co- stumi, di tecniche e di valori
che contraddistinguono un gruppo so- ciale, una tribù, un popolo, una nazione:
« è il modo di vivere pro- prio di una società » (Taylor). i A noi, nel
presente capitolo, interessano soltanto gli ultimi due significati di cultura,
in particolare il terzo. Ma il secondo e il terzo sono strettamente legati tra
loro: in effetti la cultura è dimensione di un gruppo sociale, di una società,
perché è anzitutto dimensione, proprietà dell'uomo in quanto uomo. Premesse
alcune informazioni sulla storia del problema culturale, gli argomenti di cui
ci occuperemo sono i seguenti: l'uomo come essere culturale, la cultura come
forma spirituale della società, i fondamenti della cultura, classificazione
delle culture, rapporti tra cultura e religione, urgenza del rinnovamento della
cultura. 2. Il problema della cultura nella storia della filosofia Fino ad un
paio di secoli fa il problema culturale coincise sostan- zialmente con quello
pedagogico. Fino all'Illuminismo si concepiva la cultura essenzialmente come
paideia, come formazione della persona e non come struttura fondamentale della
società. Di con- seguenza, il problema culturale veniva affrontato dalla
prospettiva antropologica, ignorando totalmente quella etnologica. Quanto la
filosofia è riuscita a dire della cultura come paideia l'abbiamo visto nel
capitolo riguardante la pedagogia, e qui lo diamo per acqui- sito. Ora ci
interesseremo degli ulteriori sviluppi che ebbe il pro- blema culturale
allorché, a partire dal secolo XVIII, fu affrontato oltre che dalla prospettiva
antropologica, anche da quella etnologica. A prendere coscienza della verità
che la cultura è un feno- meno che interessa oltre che la singola persona anche
il gruppo so- ciale in quanto tale, in quanto essa rappresenta il suo sistema
di vita e costituisce il vincolo che unisce tra loro i membri di un determi-
nato gruppo e li distingue dai membri degli altri gruppi, furono gli
illuministi tedeschi Herder e Humboldt. Questi due filosofi con- cepiscono
entrambi la cultura sia come vincolo spirituale che tiene strettamente uniti tra
loro i membri di una nazione sia come realiz- zazione di un particolare
progetto di humanitas. Secondo Herder l’obiettivo primario della cultura è
l’uomo stesso, la coltivazione dell'uomo per renderlo sempre più uomo e avvici-
narlo all'ideale della umanità, la humanitas. « A questo scopo evi- dente è
organizzata la nostra natura; per esso ci sono dati sensi ed impulsi più
raffinati, per esso ci è data la ragione e la libertà, una salute delicata e
durevole, il linguaggio, l'arte e la religione. In ogni condizione e in ogni
società, l'uomo non può avere altro in vista 207 Cultura: dimensione dell’uomo
in quanto uomo Fino al secolo XVIII coincidenza di cultura e pedagogia Herder e
Humboldt: cultura, vincolo spirituale di un popolo Humboldt: funzione principe
del linguaggio nella cultura Dal XIX secolo si sviluppano l’etnologia e
l’antropologia culturale né può costruire altro che l'umanità, così come la
pensa in se stes- so »? La realizzazione dell'ideale dell'umanità varia da popo
a po- polo, da individuo a individuo, ma progredisce incessantemente stro alla
fine dei tempi. Anche per Humboldt, come per :Herder, la cultura è la forma
spi- rituale di un popolo, di una nazione. Egli insiste soprattutto sulla
funzione che compete alla lingua quale fattore principale della cul- tura. A
suo parere la cultura è una forma spirituale dell'umanità caratterizzata da una
determinata lingua, individualizzata rispetto alla totalità ideale. «
L'individualità divide, ma in una maniera così meravigliosa che proprio mediante
la divisione risveglia il senti- mento dell'unità, anzi appare un mezzo per
costituire questa unità almeno nell’idea [...1. Qui, in modo davvero
meraviglioso, gli viene in aiuto il linguaggio, che unisce anche quando isola e
che, nella veste della più individuale espressione, racchiude la possibilità di
universale intelligenza. Il singolo, dove, quando e come vive, è un frammento
staccato di tutta la sua stirpe, e il linguaggio dimostra e mantiene questo
eterno nesso che guida il destino del singolo e la storia del mondo »} Dopo
Herder e Humboldt e per merito loro, la cultura come forma spirituale della
società diviene un tema importante sia per l'indagine scientifica sia per la
riflessione filosofica. Dalla seconda metà dell'Ottocento in poi gli etnologi e
antropo- logi francesi, tedeschi, inglesi, italiani, americani che si dedicano
allo studio delle civiltà antiche o dei popoli primitivi elaborano teo- rie
generali intorno ai fenomeni della cultura e formulano ipotesi varie circa la
sua origine, il suo sviluppo, i traiti universali, la classificazione,
l'assimilazione, il collegamento fra le parti di una cultura, ecc. Altrettanto
fanno i filosofi. Questi, normalmente {e logi- camente) affrontano e risolvono
i problemi della cultura alia luce dei postulati generali della loro
cosmovisione. Così gli idealisti (Cas- sirer, Croce, Gentile, Husserl) vedono
nella cultura di un popolo le varie tappe della presa di coscienza
dell’Assoluto; i vitalisti (Dilthey e Spengler) considerano la cultura come
massima espressione della vita; i marxisti (Marx e iLenin e i loro seguaci)
interpretano la cultura come rispecchiamento delle condizioni economiche di una
società; gli strutturalisti fanno della cultura un prodotto del Pensiero
inconscio (così Lévi-Strauss e Foucault). I filosofi hanno dibattuto con
vivacità i rapporti della cultura con la politica, la religione e la
tecnologia, giungendo alle soluzioni più disparate: di conflitto, di armonia,
di inclusione, di esclusione, di correlazione, ecc. Ad analoghi risultati è approdato
il dibattito in- torno alla priorità tra cultura scientifica e cultura
umanistica (ma 2 JG. HERDER, /dee per la filosofia della storia dell'umanità,
Il Mulino, Bologna 1971, p. 137 # W. v. HUMBOLDT, « Ueber die Verschiedenheiten
des menschlichen Sprach- baues », in Gesammielte Schriften, Berlino 1904, vol.
VI/1, p. 125 ss. 208 questo è un dibattito che toesa maggiormente il problema
pedago- gico che quello etnologico). In questi ultimi anni — dopo che la
cultura moderna o occi- dentale ha dato segni evidenti di una crisi profonda,
forse irrever- sibile — l’attenzione dei filosofi si è concentrata maggiormente
sui fondamenti della cultura, sui suoi elementi costitutivi, sulle sue
funzioni, sui valori che animano una cultura, sulla progettazione di una nuova
cultura. E se è vero, come perisano molti, che la cultura moderna ha ormai
esaurito le sue risorse e va verso una completa dissoluzione, allora si deve
ammettere che il compito più urgente a cui sono chiamati attualmente i filosofi
è quello di elaborare un nuovo progetto culturale che risponda alle esigenze
della nascente società che dovrà affrontare e risolvere non più problemi di
interesse particolare e locale, ma problemi di interesse planetario e
universale. Per una società planetaria occorre studiare un progetto di cultura
planetaria.‘ 3. L'uomo come essere culturale Abbiamo già osservato più volte
nei capitoli precedenti che l’uo- mo non è solo un essere naturale ma anche
culturale: ciò significa che al momento della nascita la natura gli dà appena
il mirimo ne- cessario, l'essenziale, per essere uomo e affida a lui stesso il
compito di farsi, di formarsi, di realizzare pienamente il proprio essere me-
diante la cultura. L'integrazione della dimensione naturaie dell'uomo nella
dimen- sione culturale viene così teorizzata da J. Maritain: « Essendo l'uomo
uno spirito animatore di una carne, ia sua natura è di per sé una natura
progressiva. Il lavoro della ragione e della virtù è naturale nel senso che è
conforme alle inclinazioni essenziali della natura umana, di cui mette in moto
le energie essenziali. Non è naturale nel senso che sia dato bell'e fatto dalla
natura. [...] La cultura è naturale per l'uomo nello stesso senso del lavoro,
della ragione e della virtù, di cui è il frutto e il compimento terreno ».
Mentre l’animale acquisisce tutto dalla natura e lungo l'arco della sua
esistenza non fa altro che eseguire puntualmente, istiniiva- mente,
meccanicamente, quanto sta iscritto nel suo DNA, l’uomo riceve dalla natura un
DNA che gli spalanca immense possibilità: col DNA la natura consegna all'uomo
un progetto, ed è compito di tutta la sua vita quello di tradurlo in realtà e
di portarlo a compimento. La filosofia classica (Platone, Aristotele, Zenone,
Plotino, ecc.) ‘ ‘Per un'analisi critica di vari progetti culturali laici e
cristiani di rinnova- mento della cultura si veda B. Mondin, Una nuova cultura
per una nuova società, (Analisi della crisi epocale della cultura moderna e dei
progetti per superarla), 2° ed., Massimo, Milano . 5 J. MARITAIN, Religione e
cultura, Morcelliana, Brescia 1973, p. 15. 209 Crisi detta cultura e indagine
sui suoi fondamenti per un nuovo progetto culturale Maritain: la cultura è
naturale per l’uomo La concezione naturalistica dell’uomo nel mondo classico La
concezione storicistica dell’età moderna Non tutto l’uomo è opera della cultura
La cultura dimensione delia natura umana considerava l’uomo come essere
naturale: costituito di un'essenza immutabile che gli viene data dalla natura,
dalla quale egli deriva non soltanto le leggi biologiche ma anche i dettami
morali: « Agisci secondo natura » era l'imperativo categorico della filosofia
greca. Era chiaramente una concezione statica dell'uomo, fondata sul pri- mato
dell'intelletto sulla volontà, della contemplazione sull'azione, della natura
sulla storia. La filosofia moderna ha operato una svolta radicale. Essa non
vede più nell'uomo un parto della natura, ma piuttosto un prodotto di se
stesso. È la tesi di Nietzsche, Hegel, Sartre, Heidegger e della maggior parte
dei moderni. È una concezione « storicistica » del- l'uomo, basata sul primato
della volontà e della libertà sulla cono- scenza, della prassi sulla teoria,
dell'esistenza sull'essenza, della storia sulla natura. Sul piano morale non
esiste nessun altro impe- rativo al di fuori di quello di tradurre in atto le
proprie possibilità (la propria potenza!). Tra queste due vie antitetiche c'è
però una terza via: che è quella che considera l'uomo né come essere naturale
né come essere sem- plicemente storico, bensì come essere culturale. Ciò
significa che non tutto l’uomo è prodotto della natura e neppure della storia,
ma in parte della natura e in parte della storia, e questo amalgama tra natura
e storia si chiama cultura. Non tutto l’uomo, però, è opera della cultura.
Molto di quanto c'è in lui proviene dalla natura. Tutta la sua dimensione
somatica e bio- logica è prodotta direttamente dalle forze naturali. Quel
piccolo esse- re umano che viene alla luce dopo nove mesi di gestazione nel
grembo della madre è frutto delle leggi genetiche che la natura ha iscritto nei
corpi dei genitori. Gli organismi e le facoltà di cui sono muniti il bambino e
l'adulto provengono dalla natura. Anche gran numero delle attività somatiche e
psichiche che noi svolgiamo dipendono dal- le leggi della natura. ‘Però gran
parte di ciò che noi possediamo e che facciamo già da bambini di un anno non è
frutto della natura bénsì della cultura. Questa è la caratteristica più
rimarchevole, che distingue immedia- tamente l’uomo dagli animali e dalle
piante. Diversamente dagli altri viventi il cui essere è interamente prodotto
dalla natura, l’uomo è in larga misura l'artefice di se stesso. Mentre le
piante e gli ani- mali subiscono l’ambiente naturale che li circonda, l'uomo è
capace di coltivarlo e di trasformarlo profondamente, adeguandolo ai pro- pri
bisogni. La cultura non è qualche cosa di accidentale per l’uomo, un
passatempo, ma fa parte della sua stessa natura, è un elemento costitutivo
della sua essenza. In passato per distinguere l’uomo dagli altri esseri ci si
basava sulla ragione, sulla volontà, sulla li- bertà, sul linguaggio, ecc. Oggi
si è compreso che un aspetto, una dimensione non meno specifica dell'uomo è la
cultura. Questa carat- terizza l'uomo e lo distingue dagli animali non meno
chiaramente della ragione, della libertà, del linguaggio. In effetti gli
animali non 210 hanno culiura, non sono artefici di cultura: tutt'al più sono
passivi ricettori di iniziative culturali compiute dall'uomo. Per crescere e
sopravvivere gli animali sono muniti dalla natura di certi istinti e di
determinati sussidi, sia a scopo di difesa sia a scopo di prote- zione; invece
« l'uomo al posto di tutte queste cose possiede la ra- gione e le mani, che
sono gli organi degli organi, in quanto col loro aiuto l'uomo può procurarsi
strumenti di infinite fogge per infiniti scopi ».î L'uomo è un essere culturale
in due sensi, anzitutto in quanto è artefice della cultura, ma anche, come s'è
visto, in quanto è lui stesso il primo destinatario e il massimo effetto della
cultura. La cultura, nelle sue due principali accezioni di formazione del
singolo (acce- zione soggettiva) e di forma spirituale della società (accezione
ogget- tiva), ha di mira la realizzazione della persona in tutte le dimensioni,
in tutte le sue capacità. Scopo primario della cultura è coltivare l’uo- mo in
quanto uomo, l’uomo in quanto persona, cioè il singolo uomo, in quanto
esemplare unico ed irripetibile della specie umana. Obiettivo della cultura —
in senso antropologico — è sempre stato quello di fare dell’uomo una persona,
uno spirito pienamente svilup- pato, in grado di portare alla completa e
perfetta realizzazione quel progetto-uomo che la Provvidenza gli ha consegnato.
« Fare di se stessi, dal fanciullo che si è stati da principio, dall'essere mal
diroz- zato che si rischia di rimanere, far nascere l’uomo pienamente uomo, di
cui si intravede l'ideale figura: tale è l'opera di tutta la vita, l’uni- ca
opera a cui questa vita possa essere nobiimente consacrata ».” L'uomo, in
quanto essere culturale, non è prefabbricato: egli deve costruirsi con le
proprie mani. Ma secondo quale progetto? Quale modello, se ce n'è uno, deve
tenere davanti agli occhi? Pla- tone, gli stoici, i neopiatonici dicevano che
il suo modello è l'uomo ideale. I Padri della Chiesa, richiamandosi al Vangelo,
hanno pro- posto come modello l’imago Dei, cioè Gesù Cristo, il Figlio di Dio
incarnato, il grande Pedagogo. Qui emerge l'importanza capitale
dell'antropologia filosofica che è l'unica disciplina razionale in grado di
determinare chi è l’uomo e di conseguenza di elaborare quel progetto su cui
impostare la col- tivazione dell'uomo. Spetta infatti all’antropologia
filosofica e non alle scienze particolari rispondere ai grandi quesiti relativi
alla na- tura dell'essere dell'uomo, alla sua origine prima e al suo ultimo
destino. L'antropologia filosofica ha la possibilità di evidenziare la
dimensione spirituale dell'uomo e il suo destino eterno. Essa mette in luce il
primato dello spirito sulla materia, dell'anima sul corpo: verità capitale questa
per stabilire con esattezza le linee di un pro- getto culturale teso alla piena
realizzazione dell'essere dell'uomo. Affinché sia valido, un progetto-uomo deve
assegnare il primato alla $ TomMaso D'AQUINO, S. Theol., I, 76, 5 ad 4 m.
MARROU, Storia dell'educazione nell'antichità, Studium, Roma L’uomo artefice
destinatario ed effetto della cultura L'importanza dell’antropologia
filosofica: delinea il primato della dimensione spirituale La cultura ‘forma
spirituale della società” Elementi costitutivi della cultura: lingua, costumi,
tecniche, valori dimensione spirituale, la dimensione interiore, la dimensione
che riguarda la crescita nell'essere anziché nell'avere. 4. La cultura come
forma spirituale della società L'accezione oggettiva del termine « cultura »
esprime soprattutto la crescita e la creatività del gruppo umano e l'incidenza
che esse assumono nel cammino della storia. « Invece del termine cultura, che
si riferisce allo sviluppo razionale dell'essere umano considerato in generale,
si può ugualmente usare quello di civiltà, che si riferisce a questo stesso
sviluppo, considerato però in un caso eminente, cioè nella produzione della
città e della vita civile, di cui la civiltà è come il prolungamento e lo
sviluppo ».* J. Maritain ci offre con questa riflessione una intelligenza ade-
guata della cultura come caratteristica che specifica, unificandoli e
distinguendoli, i vari gruppi sociali. Così la cultura è ciò che di- stingue un
popolo dagli altri popoli. ‘Intesa come proprietà della società, la cultura
viene definita essenzialmente come « forma spirituale della società » e
descrittiva- mente come quell'insieme « di oggetti materiali, di istituzioni,
di mo- duli di vita e di pensiero che non sono peculiari dell'individuo ma che
caratterizzano un gruppo sociale. [...] La cultura è la vita di un popolo, così
come si formalizza in contatti, in istituzioni, in apparati tecnologici che
sono tipici; essa comprende inoltre concetti, com- portamenti, costumi e
tradizioni caratteristici. [...] La cultura quindi significa tutte quelle cose,
istituzioni, oggetti materiali, reazioni ti- piche alle situazioni, che
caratterizzano un popolo e lo distinguono da altri ».° Da un'accurata analisi
della cultura come forma spirituale di una società risulta che dei molteplici
elementi che la costituiscono (lingua, letteratura, arte, poesia, religione,
istituzioni politiche, giu- ridiche, pedagogiche, sport, macchine, strumenti di
lavoro, costumi, leggi, religioni, riti, miti, valori, ecc.) alcuni sono più
essenziali, altri meno (per esempio la lingua è più essenziale della scrittura,
della matematica; la religione dei riti; i valori morali delle leggi, ecc.) e
così si può giungere alla conclusione che gli elementi costitutivi fondamentali
essenziali per avere una cultura sono quattro: la lin- gua (che sorregge il
pilastro simbolico), le abitudini o i costumi (che sorreggono il pilastro
etico), le tecniche (che formano il pilastro tecnologico) e i valori (che
rappresentano il pilastro assiologico). MARITAIN, WALLIS, Culture and Progress, McGraw-Hill,
New York 1930, p. 32. * Secondo
Malinowski e molti altri antropologi le componenti fondamen- tali della cultura
sono tre: l'economia, la politica e l'educazione. Con queste attività ogni
società riesce a far fronte ai propri bisogni: con l'economia pro- duce,
conserva e usa i beni necessari per il proprio sostentamento; con la po- 212
Per acquisire un'idea più adeguata della cultura è necessario analizzare
l'apporto dato da ciascuno di questi quattro elementi alla formazione della
realtà culturale. 5. Gli elementi fondamentali della cultura Come s'è detto,
gli elementi fondamentali della cultura sono quattro: la lingua, le abitudini,
le tecniche e i valori. Il primo elemento fondamentale è la lingua. Dove non
c'è una lingua non ci può essere una società, non ci può essere una nazione, e
pertanto non si può sviluppare nessuna cultura. La lingua è il pri- mo elemento
che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette in comu- nicazione con gli
altri. E il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e soprattutto sulla base
di una lingua. Anche i blocchi etnici che si formano all’interno delle nazioni,
per esempio, degli operai italiani in ‘Germania, dei portoricani negli Stati
Uniti, ecc., hanno per prima causa la lingua. Gli italiani che vanno in
Germania non sanno il tedesco e pertanto continuano ad associarsi con i conna-
zionali che parlano italiano. In tal modo formano dei blocchi in cui si
conserva la cultura e non soltanto la lingua italiana. Ma la lingua da sola non
basta per dare origine ad una determi- nata cultura. Ci sono tanti popoli e
nazioni che parlano la stessa lingua (per esempio, l'inglese è parlato dagli
inglesi, dagli irlandesi, dai canadesi, dagli australiani, dagli americani,
ecc.) ma posseggono una cultura diversa. Occorrono altri elementi. Uno assai
importante oltre la lingua sono le abitudini. Queste possono riguardare tutto:
il cibo, il vestito, il camminare, il gesticolare, l'educazione dei bam- bini,
l'attenzione per gli anziani, le credenze religiose, ecc. Nelle abi- tudini si
incarna e si esprime lo stile di vita di un popolo, il suo modo di concepire e
di affrontare l’esistenza, la visione e l’atteggia- mento peculiare che assume
di fronte alla realtà totale: la natura, la società, la sfera del sacro. Le
abitudini riguardano il comporta- mento in generale e quindi solo in minima
parte cadono sotto l’or- dine morale. Oltre che abitudini comportamentali ogni
gruppo umano svi- luppa delle tecniche di lavoro sue proprie. Queste
corrispondono alle esigenze dell'ambiente, alla capacità, alla creatività e al
livello di civiltà di un popolo. Così gli stessi popoli cacciatori, pescatori,
agricoltori, industriali inventano tecniche differenti per pescare, per litica
regola i rapporti tra i membri del gruppo sociale; con l'educazione adde- stra
e forma i suoi membri secondo gli ideali che sono stati consacrati dalla
tradizione del gruppo. La classificazione del Malinowski è corretta se si con-
sidera la cultura dal punto di vista funzionale (come insieme di attività volte
a provvedere ai bisogni di un gruppo sociale). Se invece si assume il punto di
vista ontologico, che intende cogliere ciò che la cultura come forma specifica
di una società è in se stessa, allora risulta che i suoi elementi costitutivi
es- senziali sono quanto meno quattro: lingua, tecniche, costumi e valori. 213
La lingua mezzo di comunicazione con l’altro Le abitudini: incarnazione della
vita di un popolo Le tecniche: espressione delle esigenze dell'ambiente La
sfera dei valori: “sapienza di un popolo’ La vita: valore primario di ogni
popolo Dibattito sul rapporto tra cultura e altre espressioni simboliche
cacciare, per arare i campi, per lavorare i metalli, ecc. Altrettanto fanno i
sarti, i cuochi, i falegnami, i giocatori, i maestri, ecc. Ogni cultura porta
con sé tutta una serie di stili di ordine tecnico e gli individui che né sono
in possesso mostrano chiaramente di fare par- te del gruppo sociale che
possiede tale cultura. Così dal modo di giocare, di cantare, di dipingere, di
cucinare, ecc., si può facilmente arguire se uno è italiano, francese, russo,
cinese, indiano, ecc. Un altro elemento costitutivo fondamentale di ogni
cultura sono i valori. Ogni cultura si caratterizza per apprezzamenti speciali
in ordine a determinate azioni, abitudini, tecniche, cose. Si tratta di a-
zioni, abitudini, tecniche o cose che rivestono straordinaria im- portanza per
il gruppo sociale, il quale le assume come criteri, come norme, come ideali.
Tutti insieme essi costituiscono la serie dei va- lori. Ogni popolo possiede una
coscienza dei valori, che forma anche ciò che si chiama « sapienza di un popolo
». Mediante tale « sapien- za » il popolo riconosce, più o meno intuitivamente,
il valore posi- tivo o negativo della realtà, e sa quale deve essere il suo
comporta- mento davanti ad essa. In tutte le culture il primo posto nella sfera
dei valori è occupato dalla vita. La vita è ciò che conta maggior- mente: è il
valore supremo. Gli altri valori come la pace, la giu- stizia, l'onestà, la
bellezza, ecc., sono subordinati ad essa. Le abi- tudini, le tecniche e il
linguaggio circondano la vita come sostegno, come difesa, come promozione, ecc.
Lingua, abitudini, tecniche e valori sono pertanto gli elementi costitutivi
fondamentali di ogni cultura. Sulla base di tali elementi ogni popolo sviluppa
tutti gli altri aspetti che contribuiscono a conferirgli una sua forma
specifica: l’arte, la filosofia, la religione, la scienza, la letteratura, la
politica, ecc. 6. Rapporti tra cultura e religione Nel breve excursus
attraverso la storia del problema culturale abbiamo visto che nell'ultimo
secolo ci sono state vivaci dispute intorno ai rapporti tra la cultura e le
altre espressioni simboliche {scienza e religione in particolare), economiche e
politiche della società. In realtà molti di questi problemi sono stati mal
posti e il loro conflitto è stato determinato dal fatto che essi erano
espressioni di presupposti teorici e ideologici molto diversi, determinati
proprio dall'ambiguità del termine cultura, ai quali abbiamo già fatto rife-
rimento: cultura come erudizione, come formazione (educazione), come struttura
(forma spirituale della società). ° Chi tiene conto della condizione
piurisemantica del termine cul. tura si avvede immediatamente che mettere a
confronto la scienza (oppure la politica) con la cultura è una cosa possibile e
legittima se il termine cultura viene inteso nel primo oppure nel secondo sen-
214 so, perché si tratta di dimensioni o complessi totalmente distinti; mentre
la cosa diviene impossibile e assurda se la cultura viene presa nel terzo
senso; perché secondo questo senso essa ha un valore on- ninclusivo: abbraccia
tutte le espressioni tipiche di un gruppo socia- le, tutti i suoi prodotti e
quindi anche la scienza e la politica. In tal caso domandare che rapporti
intercorrono tra scienza e cultura oppure tra cultura e politica come se si
trattasse di due regni di- stinti o di due edifici separati è incorrere in un
inutile sofisma. Con questo non intendo sostenere che quando il termine cultura
viene usato in senso etnologico la questione risulti del tutto impro- ponibile.
La questione è proponibile purché si tenga presente che essa riguarda i
rapporti di una parte col tutto; in questo caso i rap- porti della politica
oppure della scienza come parti della cultura. Posta in questi termini la
questione ha senso e ha anche un peso non indifferente, perché tocca un
problema assai importante, e cioè: quale ruolo compete alla scienza oppure alla
politica o alla tecnologia in seno al vasto regno della cultura, È in questi
termini che intendiamo sollevare qui una questione che ha diviso profondamente
gli spiriti in Italia e altrove da oltre un secolo: la questione dei rapporti
tra cultura'‘e religione. Nel capitolo dedicato al problema religioso abbiamo
visto come dopo Kant la religione sia stata sottoposta a tutta una critica
serrata: partendo da posizioni differenti, i materialisti, i vitalisti, gli
psica- nalisti, gli esistenzialisti, i neopositivisti, gli strutturalisti hanno
cercato di demolire tutte le basi razionali della religione, conside- randola
un'interpretazione del mondo infantile, non scientifica, alie- nante e
degradante. Queste interpretazioni marcatamente illuministe e razionaliste del
fenomeno religioso non potevano non pregiudicare seriamente la questione dei
rapporti tra cultura e religione. Così i pensato- ri che si occuparono di
questo problema da Nietzsche in poi, men- tre non potevano negare che nelle
culture tradizionali la religione aveva sempre occupato un posto importante e
aveva svolto un ruolo fondamentale, sostenevano quasi tutti che essa aveva
ormai esau- rito la sua funzione storica ed era giunto il momento di dare alla
società una cultura senza religione. Questa tesi dei filosofi — favo- rita
indirettamente dalle scoperte della scienza e dalle conquiste della tecnologia
— fece presa su molti spiriti, che l'accolsero come il nuovo vangelo (il
vangelo dell’ateismo). In breve tempo, la reli- gione, ignorata dalle
manifestazioni pubbliche e sociali della vita, fu ridotta ad una questione
personale, ad un affare privato. Così la religione è scomparsa dalla cultura
come forma spirituale della so- cietà. Ma è proprio vero che il sodalizio tra
cultura e religione si è di- sciolto per sempre e che, in futuro, la religione
non troverà più posto nella cultura come sua componente fondamentale? Molti an-
tropologi culturali e molti filosofi lo negano. Per citare soltanto 215 La
cultura come valore onninclusivo La cultura e il ruolo delle diverse scienze
Rapporto tra cultura e religione Cultura moderna e contemporanea: esaurimento
della funzione storica della religione La religione: esigenza della cultura La
religione come garante dei valori assoluti e fondamento della cultura la
dignità che loro com- pete. Da ciò risulta che tra cultura e religione non si
dà nessuna incom- patibilità e si comprende per quale motivo in tutte le
culture tradi- zionali la religione rappresenta la dimensione primaria,
dominante. È in effetti la religione che facendo da sostegno ai valori
assoluti‘ garantisce un sicuro fondamento anche a tutti gli altri elementi del
vasto edificio della cultura. Pertanto, per passare dalla filosofia alla storia
dei giorni nostri, si può dire che la nostra società secolarizzata ed atea, se
vuole uscire dalla crisi epocale che la divora, deve restituire alla religione
quel la nuova cultura non vuole ricadere
nell'errore gravis- simo della modernità che ha coltivato l’immanenza con
l'esclusione della trascendenza, allo stesso tempo non vuole neppure ricadere
nell'errore della cultura cristiana medioevale e delle culture orientali che
hanno coltivato la trascendenza a spese dell’immanenza. CONCETTI DA RITENERE —
Significato elitario, antropologico, pedagogico di cultura — Accezione
soggettiva e accezione oggettiva di cultura SINTESI CONTENUTISTICA I.
DEFINIZIONE 1. Ii problema culturale si è affermato negli ultimi decenni per lo
sviluppo dell'antropologia culturale e per !a crisi epocale che attualmente la
nostra civiltà sta vivendo. 2. Cultura è un termine plurisemantico con tre
significati e tre usi prin- ‘cipali: — elitario: la cultura come quantità di
sapere generale o specifico. — pedagogico: la cultura indica l'educazione
globale e progressiva del- Yuomo. — antropologico: ba cultura è l'insieme dei
costumi, tecniche e valori che contraddistiaguono un gnippo sociale, una tribù,
un popolo, una nazione. lL PROBLEMA
DELLA CULTURA NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA 1. Fino all’illuminismo si concepiva
la cultura essenzialmente come paideia, formazione della persona. Il problema
veniva quindi affrontato solo in pro- spettiva antropologica ignorando auella
etnologica. 2. Herder e Humboldt, illuministi tedeschi, presero coscienza che
la cul- tura è un fenomeno che riguarda anche il gruppo sociale: la cultura è
sia il vincolo spirituale che tiene uniti i membri di una nazione sia la
realizzazione di un particolare progetto di humanitas. Dalla seconda metà
dell’’800 in poi gli etnologi e antropologi, sia europei che americani,
elaborano teorie generali sui fenomeni culturali e formulano ipotesi
sull'origine, lo sviluppo, i tratti universali, la classificazione, l'assimila-
zione, il collegamento tra le parti di una cultura. 217 Una nuova cultura della
trascendenza 4. I filosofi affrontano e risolvono i problemi della cultura a
partire dalla loro visione della realtà: — Idealisti (Cassirer, Croce, Gentile,
Husserl): Ja cultura di un popolo è segnata dalle varie tappe del processo di
autocoscienza dell'Assoluto. — Vitalisti (Dilthey, Spengler): la cultura è la
massima espressione della vita. — Marxisti (Marx, Lenin, ecc.): la cultura è rispecchiamento
delle condi- zioni economiche di una società. — Strutturalisti (Levi-Strauss e
Foucault): la cultura è prodotto del Pen- siero inconscio. 5. Negli ultimi anni
l’attenzione dei filosofi si è concentrata maggiormente sui fondamenti della
cultura, sui suoi elementi costitutivi, sulle sue funzioni, sui valori che la
animano, sulla progettazione di una nuova cultura. I caratteri planetari del
nostro tempo prospettano l'esigenza di una cultura planetaria, III. L'UOMO COME
ESSERE CULTURALE 1. La filosofia moderna ha integrato la concezione classica
dell'uomo come essere naturale con l'affermazione che egli è anche essere
culturale: diversa- mente dagli altri viventi, il cui essere è interamente
prodotto dalla natura, l'uomo è in larga misura l'artefice di se stesso. La
cultura è elemento costitu- tivo della natura umana. La cultura nelle sue due
principali accezioni di formazione del singolo (accezione soggettiva) e di
forma spirituale della società (accezione oggettiva) ha lo scopo di realizzare
l’uomo in tutte le sue dimensioni e capacità. 3. Esiste pertanto una profonda
interazione tra cultura e antropologia filo- sofica, poiché è quest'ultima che
fornisce alla prima le linee secondo le quali tracciare il suo progetto-uomo.
LA CULTURA COME FURMA SPIRITUALE DELLA SOCIETÀ E I SUOI ELEMENTI FONDA- MENTALI
1 La cultura è anche l'insieme di quei caratteri che specificano, unifican-
doli e distinguendoli, i vari gruppi sociali. In questa prospettiva la cultura
rap- presenta la vita di un popolo nella sua peculiare identità. 2. L'analisi
degli elementi, che costituiscono la cultura come forma spiri- tuale, ha fatto
giungere alla conclusione che gli elementi costitutivi fondamen- tali di una
cultura sono quattro: la lingua {che sorregge il pilastro simbolico), i costumi
(che sorreggono il pilastro etico), le tecniche (che formano il pilastro
tecnologico), i valori (che rappresentano il pilastro assiologico). 3. La
lingua è il primo elemento che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette in
comunicazione con gli altri. Il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e
soprattutto in base alla lingua. 4. Le abitudini o costumi incarnano ed
esprimono lo stile di vita di un popolo, il suo modo di concepire la vita, la
sua visione della natura, della so- cietà, del sacro. 5. Le tecniche
corrispondono alle esigenze dell'ambiente, alla capacità, alla creatività, al
livello di civiltà di un popolo. Ogni cultura porta in sé una serie di stili di
ordine tecnico e gli individui che ne sono in possesso mostrano chia- ramente
di fare parte del gruppo sociale che possiede tale cultura. . 6. I valori sono
caratterizzati da azioni, abitudini, tecniche e cose che rive- stono
straordinaria importanza per il gruppo sociale, che li assume come cri- teri,
norme, ideali. In tutte le culture il primo posto nella sfera dei valori è
occupato dalla vita. Sulla base degli elementi fondamentali ogni popolo
sviluppa tutti gli altri aspetti che generano la sua identità: arte, filosofia,
religione, scienza, let- teratura, politica, ecc. RAPPORTI TRA CULTURA E
RELIGIONE 1. Nel passaggio dalla cultura moderna alla cultura contemporanea la
reli- gione, progressivamente soppressa dalle manifestazioni pubbliche e
sociali della vita e relegata alla sfera della dimensione privata, è scomparsa
dalla cul. tura come forma spirituale della società. 2. Tillich, Maritain,
Dawson, Niebuhr, Croce, Berger, Luckmann, Guardini, Toynbee sostengono che la
religione ricomparirà nell'orizzonte culturale del- l'uomo: infatti la
scomparsa della prima determina la disgregazione del secondo. 3. La stessa
essenzialità dei valori nella struttura costitutiva della cultura richiede uno
stretto rapporto tra cultura e religione, poiché solo quest’uitima è in grado
di garantire ai valori quella assolutezza e quella dignità che compete loro. La
religione sostenendo i valori assoluti garantisce inoltre anche tutti gli altri
elementi del vasto edificio della cultura. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE Che cosa è la cultura e
quali significati gli si può dare? Perché l'uomo è chiamato essere culturale? ù
3. Quali sono gli elementi fondamentali della cultura? 4. Quali possono essere
considerati i caratteri più propri della cultura contemporanea? 5. Quale
rapporto ci può essere ira cultura e storia e tra cultura e re- ligione? 6. Una
cultura planetaria a quale progetto-uomo dovrebbe guardare? 7. Quali valori,
che possono dirsi smarriti, l'uomo del terzo millennio do- vrebbe impegnarsi a
riconquistare? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ABBAGNANO, L’uome progetto 2000, Dino
Editore, Roma 1980. BARONE F. - Ricossa S., L'età tecnologica, Rizzoli, Milano
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Sansoni Firenze . Capitolo quindicesimo IL PROBLEMA DEI VALORI. O ASSIOLOGICO
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quale significato dare alla parola « valore » e
che cosa possono rappre- sentare i valori nelia vita dell’uomo? 2. In che
rapporto stanno essi con la realtà? Perché oggi si parla di « crisi di valori
»? Il problema dei valori ha assunto nel nostro tempo particolare rilievo. La
coscienza dei valori assoluti e perenni quali la verità, la bontà, l'essere,
l'amore, la vita, la giustizia, l'onestà sembra essersi offuscata. ‘La nostra
cultura appare caratterizzata da un diffuso rela- tivismo etico, in nome del
quale la condotta è regolata dal cri- terio dell'utile e del piacere
individuale, piuttosto che dal riferi- mento ai valori oggettivi e universali.
Tuttavia la strada di ritorno verso i valori sembra essere ria- perta proprio
dal malessere esistenziale provocato dalla loro per- dita, cosicché oggi
l'assiologia,) ovvero la scienza dei valori, è colti- vata più che nel passato.
Un tempo, infatti, il compito proprio dell'assiologia era svolto dalla
metafisica, scienza delle « cause ultime », dell’« assoluto », dei « principi
supremi », delle « questioni fondamentali ». Il tramonto della metafisica
nell'orizzonte speculativo dell'età moderna e con- temporanea ha provocato il
progressivo emergere dell’assiologia che, cercando di comprendere la natura dei
valori assoluti e di verificarne la consistenza ontologica, realizza di fatto
le stesse funzioni della metafisica. Essa si colloca pertanto tra le forme più
elevate del sapere umano. In questo capitolo, dopo un breve excursus attraverso
la storia dell’assiologia, ci occuperemo delle seguenti questioni: che cosa
sono i valori in se stessi? Nell’universo che ci circonda che posto occupano?
Quali sono le loro proprietà e le loro funzioni? Qual è la facoltà con cui
percepiamo i valori? C'è una gerarchia nel mondo dei valori? Si può operare
rina classificazione dei valori? Quali sono i valori che contano di più?
Esistono anche valori assoluti? Quali sono? ' Il termine assiolcgia ritrova la
sua etimologia nell’aggettivo greco acsios, che significa « valido », « degno
». Indica quindi in senso proprio la riflessione su ciò che è degno di pieno
riconoscimento da parte della coscienza umana. 221 Importanza attuale de!lo
studio dei valori L’assiologia al posto della metafisica Recente fondazione del
problema: la transvalutazione di Nietzsche Lotze: regno dei fatti; regno delle
leggi universali; regno dei valori Hartmann e l’ultrarealismo: sussistenza dei
valori 1. Informazioni storiche sull’assiologia Dei grandi problemi filosofici
quello dei valori è stato messo a tema per ultimo. ‘Esso è diventato oggetto di
analisi sistematica ed approfondita — dando origine a quella nuova disciplina
che porta il nome di assiologia — soltanto dopo che Nietzsche tentò la famosa
operazione della trasvalutazione dei valori con la quale cercava di trasformare
la gerarchia dei valori tramandata dalla cultura greca e dal cristianesimo.
Nietzsche, infatti, cercò di demolire tutti i valori assoluti della logica
(verità), della morale (virtù), della metafisica (essere) e della religione
(Dio) facendo vedere che essi erano valori decadenti e alienanti: un vero
blocco sulla strada che conduce l’uo- mo verso il traguardo del super-uomo. Al
posto dei valori assoluti della logica, della morale, della religione e della
metafisica collocò i valori dinamici e mutevoli della vita, una vita che
accetta fatalistica- mente e innocentemente se stessa in tutte le sue
espressioni. Si può quindi affermare che l’assiologia è nata con Nietzsche
anche se il suo padre effettivo è un suo contemporaneo: Lotze. Questi nel suo
capolavoro, Microcosmo, distin- gue tre regni di ricerca: regno dei fatti,
regno delle leggi universali, regno dei valori. I primi due riguardano soltanto
i mezzi, il terzo i fini. I primi due sono studiati dalla ragione col metodo
analitico e possono essere considerati in prospettiva meccanicista. Il terzo è
appreso dal sentimento e implica necessariamente una prospettiva spiritualista.
Infatti, fondamento ultimo di tutti i valori e valore assoluto esso stesso è
Dio: « La realtà vera che è e dev'essere non è la materia e neppure l'Idea
hegeliana, ma lo spirito vivente e per- sonale di Dio ». Sulla linea realista
tracciata da Lotze si mossero Rickert, Eucken e Hartmann. Nicolaj Hartmann
(1882-1950) per quanto concerne lo statuto ontologico dei valori professa una
specie di ultrarealismo. I valori, a suo giudizio, non hanno fondamento né
nell'uomo né in Dio, bensì in se stessi: sono sussistenti alla pari delle Idee
di Platone; essi sono dotati di aseità (Ansichsein). Il valore sussiste
indipendentemente ? La filosofia dei valori (l'assiologia) si costituì come
disciplina autonoma solo dopo Nietzsche, ma spunti di filosofia dei valori si
possono rinvenire lungo tutto il corso della storia della filosofia: in quella
greca (Platone e Plotino in particolare), in quella medioevale (Tommaso e
Bonaventura) e in quella moderna (Pascal e Kant). Quanto a Nietzsche, a
giudizio di Heidegger, il suo pensiero è essenzialmente « una metafisica dei
valori ». La metafisica nietzschiana comprende due momenti, negativo e
positivo. Nel primo «i valori supremi vengono svalutati ». Quei valori che sono
stati ritenuti dalla tradizione del pensiero occidentale come i più alti
(l'essere, il vero, il buono, il bello, ecc.) vengono svuotati del significato
fondamentale che avevano man- tenuto nel corso dei secoli. Il momento positivo
è quello in cui Nietzsche opera il « capovolgimento ». Valore è per Nietzsche
tutto ciò che contribuisce al mantenimento e all'aumento della durata della
vita, la quale per svolgersi dispone di un solo mondo: il mondo materiale e
storico. 222 dall'essere riconosciuto, così come due più due continua a fare
quat- tro anche se nessun uomo ne avesse coscienza. Un altro argomento a favore
della autonomia dei valori risulta dal fatto che ci si può sbagliare e anche
riconoscere d'aver sbagliato nella valutazione dei valori: « Non il valore
bensì la percezione del valore è variabile ». Hartmann però rifiuta di dar
consistenza ontologica ai valori fon- dandoli in Dio, perché Dio non esiste né
può esistere se l’uomo è li- bero. Secondo Hartmann l’esistenza di Dio
renderebbe impossibile la libertà e la responsabilità dell’uomo, quindi il
valore morale. Alla interpretazione « realista » dei valori si opposero
Ehrenfels e altri filosofi tedeschi che sostennero la tesi contraria. Secondo
Christian von Ehrenfels (1859-1932) i valori sono semplici stati soggettivi. In
un primo tempo li identificò con il desiderio; succes- sivamente incluse come
componente essenziale anche la « deside- rabilità »; cosicché il valore comprende
sia il desiderio in atto di ciò che non si possiede sia la desiderabilità, cioè
il desiderio poten- ziale che sorgerebbe se si venisse a conoscere un
determinato oggetto o se se ne fosse privi. Pertanto « il valore — afferma
Ehrenfels — è una relazione tra un oggetto e un soggetto, per cui il soggetto o
desi- dera effettivamente l'oggetto, o lo desidererebbe nel caso che fosse
informato della sua esistenza ». La tesi secondo cui i valori sono
semplicemente degli stati soggettivi (gusti personali) — tesi soggettivista —
fu categoricamente respinta e vigorosamente criticata da Max Scheler
(1874-1928), mas-' simo assiologo del secolo XX. Discepolo di Eucken, Scheler
subì so- prattutto l'influsso di Husserl, dal quale apprese il metodo fenome-
nologico, di cui fece largo impiego nella elaborazione della sua filo- sofia
dei valori. La sua opera principale si intitola Der Formalismus in der Ethik
und die materiale Wertethik (Il formalismo in etica e l'etica materiale dei
valori), « l'opera di gran lunga più significativa apparsa da molto tempo »
{Hildebrand). In effetti, l’analisi fenome- nologica della esperienza morale
effettuata da Scheler assumendo la prospettiva assiologica è stata tra le più
fertili del pensiero con- temporaneo. Mediante i’elaborazione di un'etica dei
valori, in cui si rivendica a questa entità una dimensione ontologica che
sfugge a tutte le minacce dello psicologismo, Scheler sottrae la morale a
quelle visioni soggettiviste o positiviste che erano diventate di moda alla
fine dell'Ottocento: nominalismo, psicologismo, pragma- tismo, formalismo
kantiano, idealismo neokantiano, positivismo, ecc. Scheler definisce i valori
come « oggetti autenticamente oggettivi, disposti in ordine eterno e gerarchico
». La sua assiologia si carat- terizza pertanto come realista è come gerarchica
(in forza della stes- sa definizione che egli offre dei valori) ed inoltre come
personalista e teocentrica. ‘Per fissare la gerarchia dei valori Scheler
suggerisce i criteri se- guenti: durata, indivisibilità, fondamentalità,
soddisfazione e grado di relatività. I valori sono tanto più alti quanto più
durano e quanto 223 — Dio rende impossibile il valore morale Von Eherenfelds:
soggettività dei valori e desiderabilità Scheler: — etica dei valori e
fondazione ontologica — assiologia realistica, gerarchica, teocentrica — valori
sensibili, vitali, spirituali, religiosi — modello personale — concretezza del
valore — fondamento e garante dell’oggettività dei valori è Dio (teocentrismo)
La diffusione dell’assiologia dalla Germania all’Europa sono indivisibili, cioè
mentre la partecipazione di più individui a beni di carattere materiale (per
esempio, una torta) è possibile sol tanto mediante la suddivisione di tali
beni, vi sono opere di eultura e di arte per le quali la fruizione di più
individui non richiede tale divisione. Ancora, i valori sono tanto più alti
quanto è più profonda la soddisfazione da essi prodotta. Inoltre, il valore che
fonda è ovviamente più alto rispetto al valore fondato. Infine, ci sono valori
relativi a determinate sfere, come per esempio i valori vitali, e va- lori
assoluti, cioè indipendenti da una determinata sfera, come per esempio i valori
morali. Grazie a questi criteri Scheler fissa una gerarchia dei valori che
comprende quattro livelli: valori sensibili (gradevole-sgradevole), valori
vitali (salute-malattia), valori spiri- tuali (vero-falso, buono-cattivo,
ecc.), valori religiosi (saero-profano, beatitudine-infelicità, ecc.). La terza
caratteristica dell’assiologia scheleriana è di essere per- sonalista. Nella
prefazione alla seconda edizione di Der Formali- smus ha scritto: « Il
principio fondamentale secondo cui tutti i va- lori debbono essere subordinati
al valore di persona [...] è così im- portante per l’autore che egli, nel
titolo del libro, ha anche qualif- cato il suo saggio come un “nuovo tentativo
di personalismo” ». Il carattere personalista della assiologia scheleriana
emerge anche dalla teoria dei modelli personali. Secondo Scheler ai valori
danno sostanza, concretezza, si potrebbe dire corporeità, i modelli perso-
nali. Così, per apprezzare e seguire il valore-giustizia, occorre guar- dare al
Giusto, per il valore-fortezza all'Eroe, per il valore-santità al Santo, ecc.
La quarta caratteristica dell’assiologia scheleriana è di essere feocentrica.
Per Scheler Dio occupa il primo posto sia come persona sia come valore e fa da
fondamento e da sostegno di ogni altra per- sona come pure d'ogni altro valore.
« Tutti i valori possibili — scrive Scheler — sono fondati sul valore di uno
Spirito infinito e sul “mon- do dei valori” che gli sta di fronte. Gli atti,
che comprendono i valori, in tanto comprendono valori assolutamente oggettivi
in quanto ven- gono compiuti “in” Lui, e i valori sono valori assoluti soltanto
in quanto compaiono in questo regno ». Dal purito di vista fenomeno- logico Dio
fonda tutti i valori in quanto lui solo può assicurare loro quell’assoluta
oggettività che non può essere garantita mediante una misura valutativa
semplicemente umana: soltanto il valore del sa- cro fa sì che l’assiologia
trascenda la sfera antropomorfica e a for- tiori quella vitalista. Gli sviluppi
più importanti e più originali dell’assiologia ebbero dunque luogo in Germania
per merito dei filosofi che abbiamo ricor- dato. Successivamente il problema
assiologico destò l'interesse an- che di filosofi italiani (Stefanini e Prini),
francesi (Lavelle e Le Senne), spagnoli (Ortega y Gasset), argentini (Derisi),
inglesi (Moore), americani (Dewey), ecc. Qui noi riferiremo ancora brevemente
sul 224 pensiero di Lavelle e Le Senne in quanto, a nostro avviso, offrond
spunti interessanti per la soluzione del problema assiologico. Per Louis
Lavelle il problema assiologico ha un carattere essenzialmente metafisico. Il
fatto contingente che talune filosofie dei valori abbiano assunto un carattere
antintellettualistico, sentimentalistico e irrazionale, non deve interferire
col genuino pro- blema del valore, il quale, al di fuori di ogni moda di tempi
e di luoghi, è di competenza della metafisica. Il principio supremo della metafisica
teorizzata da Lavelle è l’es- sere, la cui essenza è atto, inteso come
perfezione assoluta, efficacia pura, sorgente di ogni determinazione e di ogni
valore. Da questo principio si snoda la teoria assiologica del Lavelle. Se «
l'essere alla sua radice è atto, cioè interno a se medesimo; se è un sé che è
anche un per sé, è evidente che c’è identità fra l'essere e la sua giustifi-
cazione. Di qui l'impossibilità di staccare l’ontologia ‘dall’assiolo- gia ».
Non a caso la filosofia classica aveva accostato, fino a confon- derle, le due
nozioni dell'essere e del bene. Approfondendo il concetto di valore, Lavelle
osserva che il va- lore non si identifica col bene, tuttavia esso ha col bene
un rapporto analogo a quello che ha l’esistenza con l'essere. Come l'esistenza
è l'essere in quanto si incarna e diventa concreto, così îl valore è il bene in
quanto riferito a un oggetto di cui facciamo uso, a una vo- lontà che si sforza
di coglierlo; e come l’esistenza è l'essere in quanto riceve una forma
interiore e individuale, così il valore è il bene, in quanto implica
un'attività che tende a realizzarlo. Perciò, mentre il bene ha sempre un
carattere assoluto, il valore ha un carattere re- lativo. Ma — avverte Lavelle
— su questa relatività del valore oc- corre essere cauti: infatti il valore è
nelle cose ciò che esprime la loro relazione all'assoluto; è ciò che permette
di elevare all’asso- luto ogni cosa relativa. Pertanto il valore non è una
proprietà statica ma fortemente dinamica: esso provoca il soggetto e lo tra-
scina all’azione. « L'errore più grave — dichiara Lavelle — è pen- sare che il
valore sia un oggetto che si contempla, mentre al contrario è sempre un'azione
da farsi e una pratica da seguire ». Nel suo Breviario di metafisica
assiologica René Le Senne respinge sia il naturalismo sia il nichilismo, e si
oppone sia al sociologismo sia allo psicologismo per affermare ad un tempo tan-
to la trascendenza quanto l'immanenza, sia il carattere oggettivo che
soggettivo dei valori: « Il valore deve, per la sua origine, esserci tra-
scendente », ma « tale estrinsecità resterebbe sterile se il valore non fosse
fatto per discendere nella nostra esperienza: tale discesa può essere
spirituale solo grazie al concorso degli spiriti umani per i quali il valore
deve rendersi attuale. [...] Il valore universale deve rinfrangersi e persino
frazionarsi secondo la diversità di sfu- mature e la profondità dei tagli
consentiti dall'unità e dalla moltepli- cità relativa degli spiriti ». Della
filosofia dei valori si sono occupati anche vari neotomisti: Lavelle: —
assiologia e ontologia: identità tra l'essere e la sua giustificazione
(carattere metafisico) — rapporto analogico tra essere e bene Le Senne:
trascendenza del valore I neotomisti: oggettività e fondazione ontologica del valore
Difficoltà di definire il valore Il valore in economia, in etica, in ontologia
Wittmann, Rintelen, De Finance, Derisi, ecc. Questi filosofi difendono
l'oggettività dei valori e escludono sia l’interpretazione psicologistica che
riduce i valori a meri sentimenti personali sia l’interpretazione
ultrarealistica che fa dei valori realtà sussistenti analoghe alle Idee
platoniche. Il valore ha carattere oggettivo in quanto si fonda sul- l'essere.
Però, a giudizio di questi filosofi, il valore non costituisce una proprietà
trascendentale dell'essere distinta dal bene: sostan- zialmente il valore si
identifica col bene, anche se connota più del bene una relazione al soggetto,
all'uomo. In effetti, « il valore, qua- lunque esso sia, non ci si rivela
pienamente che nell'atto in cui è effettivamente amato, stimolato, desiderato,
ecc. [...] Nel desiderio e nell'amore in atto, e lì soltanto, il bene —
esercitando la sua causalità propria — si manifesta e diviene, per il soggetto,
in “atto ultimo” un valore » (De Finance). 2. Definizione del valore Come tante
altre parole dense di significato (ente, realtà, verità, tempo, onore, ecc.)
anche la parola « valore » a prima vista sembra chiara, quasi ovvia; ma poi, ad
una considerazione più attenta ed approfondita, essa risulta nebulosa, oscura,
difficile a definirsi. « Il senso esatto di valore — osserva André Lalande — è
difficile da de- finire rigorosamente perché il più delle volte questa parola
esprime un concetto instabile, un passaggio dal fatto al diritto, dal desiderato
al desiderabile » Nella lingua italiana essa possiede tre significati
principali: eco- nomico, etico, ontologico. In economia significa « danaro »;
in etica indica la virtù con cui si affrontano gravi pericoli e si compiono
grandi imprese; in ontologia dice la qualità per cui una cosa possie- de
dignità ed è, quindi, degna di stima e di rispetto: « valore — in questo senso
— è ciò per cui un essere è degno di essere, un'azione è degna di essere
compiuta ».* Di questi tre significati quello che interessa quando si affronta
il problema assiologico è soprattutto l'ultimo, che è senza dubbio il più
importante, ma anche il più oscu- ro, il più problematico, il più disputato. Il
suo regno è vastissimo: infatti, tutto ciò che è ritenuto prezioso, e che in qualche
modo può contribuire al perfezionamento dell'uomo o come singolo o come es-
sere sociale, merita stima ed è perciò un valore. Dalla complessità delle
questioni relative alla categoria del valore, come risulta anche dall’excursus
storico precedente,.quello che ha dato luogo alle dispute più accese e alle
soluzioni più di- sparate è il problema dello statuto ontologico dei valori.
Per questo »? LALANDE, Dizionario critico della filosofia, ISEDI, Milano 1971,
p. 977. GUARDINI, Libertà, grazia, destino, Morcelliana, Brescia e anche perché
la sua soluzione condiziona praticamente la soluzione di tutti gli altri
problemi, lo affrontiamo per primo. 3. Lo statuto ontologico dei valori La
questione dello statuto ontologico dei valori si domanda che cosa sono i valori
in se stessi: sono entità reali, oggettive come una casa, un tavolo, il Monte
Bianco, la luna; oppure sono realtà fittizie, semplici aspirazioni soggettive o
ideali astraiti, come una montagna d'oro oppure una società seriza classi? Qui
vale la pena precisare che la questione riguarda la categoria del valore in
generale e non valori singoli (come la bontà, la verità, la persona, ecc.). Ed
è chiaro che si tratta di due problemi distinti come chiedere chi è l’uomo è
certamente altra cosa dal domandarsi chi è ‘Pietro, Paolo o Giovanni.
D'altronde la questione dello statuto ontologico espressa in forma generale ha
senso solo con riferimento al valore in generale, perché solo ad essa si può
dare una risposta univoca. Se si solleva con riferimento alle singole cose che
sono dotate di dignità assiologica, si possono ottenere un'infinità di ri-
sposte, perché ci sono valori reali e valori possibili, valori concreti e
valori astratti, valori spirituali e valori materiali, ecc. Dall’excursus
storico risulta che tre sono le principali soluzioni che sono state daie alla
questione dello statuto ontologico dei valori. La prima afferma che sono entità
oggettive, sussistenti in se stesse (Lotze, Windelband, Scheler, Hartmann). La
seconda sostiene che i valori sono semplicemente dei sentimenti e perciò non
hanno nes- suna realtà propria, ma esistono esclusivamente come fenomeni sog-
gettivi, come disposizioni o aspirazioni della psiche (Meinong, Ehren- fels,
Freud). La terza considera il valore né come una entità a sé stante né come un
fenomeno soggettivo, bensì come una proprietà trascendentale dell'essere e lo
identifica generalmente con il classico trascendentale del bene (De Finance,
Lavelle, Hammer). A mio avviso nessuna di queste tre soluzioni è adeguata,
anche se ciascuna esprime una parte di verità. La verità parziale sottolineata
dalla prima è l’obiettività del valore; quella messa in luce dalla seconda è il
suo rapporto col soggetto, l'uomo; quella indicata dalla ierza è il suo
rapporto col bene. Si tratta effettivamente di tre pro- prietà dei valore, ma
nessuna di esse esaurisce tutta la sua realtà. Ma, allora che cosa è il valore
in se stesso? Il valore è un trascen- dentale, come afferma la terza teoria,
cioè è una qualità che appar- tiene all'essere in quanto tale, e perciò è
presente in ogni cosa come gli altri trascendentali (unità, bontà, verità,
bellezza). È una pro- S Per le posizioni personali della maggior parte degli
autori ricordati in questo capoverso si veda: C. Rosso, Figure e dottrine della
filosofia dei valori, Guida, Napoli 1973.
I valori: entità reali o fittizie? Il problema vale per il valore in
generale Tre soluzioni: entità oggettive- sussistenti sentimenti proprietà
trascendentale dell'essere Il valore: proprietà dell’essere Il valore è un
trascendentale a sé Proprietà comuni agli altri trascendentali: — coestensività
— convertibilità prietà trascendentale e non predicamentale: è cioè una
proprietà universale che accompagna tutte le cose e non è ristretta ad una sola
classe di esseri, ad una sola categoria. Il valore è un trascendentale perché
di tutte le cose si può chiedere sensatamente se è un valore: dell’aria come
dell’acqua, del sole come delle stelle, di una bambola come di un pallone, di
un libro come di un quadro, di una capra come di un elefante, di un fiume come
di una montagna, ecc. Mentre non si può sensatamente chiedere se il fiume è una
montagna, se la capra è un elefante, ecc. Nel regno dei trascendentali il
valore occupa un posto a sé, distinto da quello occupato dal bene, dal vero,
dal bello. Infatti il valore è la dignità di una cosa, non la verità, non la
bontà e neppure la bellezza. Il valore è una facciata dell'essere distinta
dalle altre tre grandi facciate; tant'è vero che in noi mette in moto una
facoltà di- versa da quelle che sono interessate alle altre tre facciate: la
verità mette in moto la conoscenza, la bellezza, l'ammirazione e il piacere; la
bontà il desiderio e la volontà; mentre il valore, la dignità di una cosa ci
provoca alla estimazione, alla valutazione. Come trascendentale il valore ha in
comune con gli altri trascen- dentali alcune proprietà importanti. Anzitutto la
coestensività con l'essere: là dove c'è essere c'è valore e dove c'è valore c'è
essere. Il valore non si distingue dall'essere e dagli enti (cioè dalle
incarna- zioni dell'essere) fisicamente, materialmente e neppure realmente;
perché separare il valore dall'essere significa distruggerio, sprofon- dandolo
nell'abisso del nulla. Il valore si distingue dall'essere concet- tualmente,
logicamente, il che non vuol dire arbitrariamente, perché si tratta di una
distinzione concettuale fondata nell'essere stesso, nel- la sua
pluriprospetticità rispetto alle nostre facoltà e alle nostre possibilità. Il
valore esprime una modalità dell'essere che l’accom- pagna necessariamente e
non accidentalmente; la sua dignità, una modalità che nel nome puro e semplice
dell'essere o degli altri tra- scendentali rimane inespressa” Una seconda
proprietà del valore, in quanto trascendentale, è di essere convertibile con l'essere
e con gli altri trascendentali: verità, bontà, bellezza. Coestensivo con
l'essere è necessariamente coesten- sivo con gli altri trascendentali che sono
a loro volta coestensivi con l'essere. E, dato che anche tra gli altri
trascendentali e l'essere si dà soltanto una distinzione logica e non una
distinzione reale, ne segue che, per quanto concerne la realtà, tutti i
trascendentali coincidono, pur restando logicamente e necessariamente distinti
tra di loro. Per questo motivo, grazie alla convertibilità, nell'essere e negli
enti tanto c'è di vero altrettanto c'è di buono, tanto c’è di buono altrettanto
c'è di bello, e tanto c'è di buono, di vero e di bello e altrettanto c'è di
valore. £ Su questa proprietà dei trascendentali vedi AQUINO (vedasi), De
veritate, q. I, a. l. 228 Una terza proprietà che il valore ha in comune con
gli altri tra- scendentali è la relazione bipolare: il valore ha due poli, un
polo soggettivo e un polo oggettivo. Per quanto si dice che il valore è una
correlazione: correlazione tra dignità ed estimazione, analoga alla
correlazione tra verità e conoscenza, tra bontà e desiderio, tra bel- lezza ed
ammirazione. Che il valore abbia bisogno di due poli e che si tratti
effettivamente di una correlazione tra due poli, risulta dal fatto che è un
trascendentale, cioè una modalità dell'essere (e non una fetta di essere), che
non spunta dall'essere da sola come un ramo dal tronco di un albero, ma solo in
rapporto ad una facoltà di un es- sere intelligente e grazie alla sua azione. E
come il vero nasce dal rapporto dell'essere con la conoscenza, il buono dal svo
rapporto con il desiderio o la volontà, il bello dal suo rapporto cor l'ammira-
zione, così il valore nasce dal suo rapporto con la estimazione. Come tutti gli
altri trascendentali, anche il valore possiede due dimensioni, una soggettiva
ed una oggettiva. Tali dimensioni deri- vano immediatamente e direttamente
dalla sua proprietà di essere una correlazione. Con questo si vede quanto siano
infondate ed errate sia la teoria degli psicologisti, che riducono il valore al
sen- timento, sia quella dei platonici che fanno dei vaiori delle realtà
sussistenti. Anzitutto il valore gode della prerogativa dell’oggettività, e a
provario ci vuol poco. Basta tener presente la verità che il valore è una
proprietà trascendentale dell'essere (che è l’oggettività per essenza). il
valore è radicato nell'essere; è una facciata dell'essere, è uno dei suoi
aspetti fondamentali e più interessanti. Ti valore è og- gettivo come è
oggettiva la verità, come è oggettiva la bellezza, come è oggettiva la bontà.
Ma c'è anche un secondo argomento che con- ferma l'esattezza di questa
assegnazione: dell’oggettività ai valore. In quanto trascendentale il valore è
oggettivo perché non è una creazione e neppure un'arbitraria invenzione della
psiche umana. Ci sono valori creati dall'uomo, ma non il valore come proprietà
fon- damentale dell'essere. Non si può parlare seriamenie di creazione del
valore da parte dell'uomo. L'uomo può produrre oggetti, cose, ma non il loro
valore. L'attività creatrice dell'uomo è volta agli og- getti non ai valori;
può produrre una bella statua, ma non il valore artistico; può compiere una
buona azione, ma non generare il valore della bontà; può inventare la radio, ma
non il valore delle comu- nicazioni. L'uomo può solo produrre oggetti di valore
non il valore. Cosicché gli oggetti e le azioni di valore, per quanto concerne
la di- mensione del valore, rinviano ad un fondamento diverso dall'uomo e a lui
superiore. Del resto, quanto meno in rapporto a determinati valori, l’uomo ha
la sensazione netta di non esserne l’inventore e il padrone, bensì il servo e
il discepolo. Di fronte a valori quali la giustizia, la verità, la saggezza, la
prudenza, l’amore, la bontà, ecc., l’uomo si sente più passivo che attivo: sono
valori che agiscono su di lui; lo guidano, lo provocano, lo stimolano, lo
attraggono, lo 229 — relazione sipolare Ls due gdimensioni diei valori:
oggettiva e soggettiva Valore come proprietà trascendentale dell'essere I
valori fanno crescere l’essere dell’uomo Il polo soggettivo: ia stima è valore
senza l’uomo resta inespresso Necessità di un’educazione della facoltà dei
valori elevano e lo arricchiscono. Non è l'uomo che comunica l'essere ai
valori, ma viceversa sono i valori che contribuiscono a far crescere l'essere
dell'uomo. L'uomo ha indubbiamente il potere di scoprire i valori ma non il
potere di crearli. « Ogni vero valore porta in se stesso il suo significato. La
“fortezza” è appunto fortezza e, in quanto fenomeno originario, non può essere
derivato da nessun altro. Perciò l'uomo la può realizzare solo muovendo da
essa, in quanto agisce “fortemente” e diviene “forte” ». Ma per avere il valore
non basta il polo oggettivo: la dignità dell'essere; occorre anche quello
soggettivo: la stima da parte del- l’uomo. Come non c'è bellezza senza
ammirazione, né verità senza conoscenza, né bontà senza volontà, così non
fiorisce la dignità dell'essere o di un ente senza l’estimazione. In effetti,
il valore emerge nel momento in cui c'è un soggetto, l’uomo, che compie un atto
positivo di valutazione, di estimazione e che, così, riconosce la dignità di
una cosa, di una persona o di un'azione (analogamente alla verità: questa
emerge nel momento in cui una intelligenza cono- sce una cosa). Il valore,
senza l’uomo, rimane inespresso, occulto, celato: non risplende; è come un
sovrano senza sudditi, vale a dire non esiste più come sovrano. Può rimanere il
regno dell'essere, ma scompare il regno dei valori. Si può dire che il valore,
in quanto trascendentale, è essenzial- mente dotato sia di oggettività sia di
soggettività. Possiede oggetti- vità perché è fondato sull'essere. Il valore
non è una chimera ma un aspetto primario, fondamentale, costante, perenne
dell’essere e degli enti. Però il valore è oggettivo non alla maniera di una
cosa, diuna sostanza e tanto meno alla maniera di un'idea sussistente, ma alla
maniera di una relazione. Ed è oggettivo perché il primo termine della
relazione assiologica è appunto l’essere. Ma il valore è anche dotato di
soggettività, perché il secondo ter- mine della relazione assiologica è il
soggttto: l'uomo o un altro es- sere intelligente. In forza del polo soggettivo
il valore può sbocciare soltanto dove c'è predisposizione e preparazione per
accoglierlo, per riconoscerlo. I colori sono oggettivi ma i sassi non li
vedono. Ci vuole la vista per percepirli. Certi odori o profumi sono oggettivi
ma ci vuole un particolare addestramento per avvertirli (cani da caccia, cani
poliziotto, ecc.). Altrettanto accade per i valori. La dignità del- l'essere e
degli enti, ia dignità della natura e degli animali, la dignità della famiglia
e della patria, la dignità dell'uomo e la dignità di Dio è indubbiamente
oggettiva ma per coglierla occorre un'adeguata educazione della facoltà
dell’estimazione da parte del soggetto, da parte dell'uomo. Senza
un'appropriata educazione della facoltà dei valori, in particolare quando si
tratta di valori assoluti, trascendenti, pe- renni, si perde la capacità di
percepirli. Allora i valori si offu- ? R. GUARDINI, Libertà, grazia, destino,
Morcelliana, Brescia scano, si eclissano, scompaiono. È, purtroppo, quanto sta
suc- cedendo nella nostra cultura e nella nostra società. Gerarchia e
classificazione dei valori Dopo avere chiarito che il valore è una relazione trascendentale
dotata di un polo soggettivo e di un polo oggettivo e che il primo affonda le
radici nell'uomo e il secondo nell'essere, possiamo risolvere due complesse
questioni assiologiche, che hanno visto i filosofi diversamente schierati circa
le questioni delia gerarchia e delia classificazione dei valori. a) La
gerarchia dei valori - Nel campo del valore, come nei campi della bontà, della
bellezza e della verità vi è una varietà di gradi (rispetto al valore non tutte
le cose e ie azioni stanno alla pari, ma ci sono quelle che hanno maggior
valore e quelle che hanno minor valore) e c'è pertanto una gerarchia, ia quale
presenta al ver- tice un valore massimo, con dignità piena, assoluta, totale,
incon- dizionata, perenne, mentre alla base, cioè sui gradini più bassi, pre-
senta valori con poca dignità: una dignità caduca, relativa, condizio- nata,
parziale, provvisoria, evanescente. Che rispetto al valore, come rispetto al
bene, alla verità e alla bellezza esistano dei gradi pare cosa abbastanza
ovvia; perché se il valore è una proprietà trascendentale dell'essere,
essendoci grada- zioni nell'ordine dell'essere, ci sono gradazioni anche in
quello del valore, e certo nell'ordine dell'essere ci sone gradazioni: non c'è
pa- rità di essere tra un lombrico e un cane, e ira un cane ed una donna! Il
grado del valore corrisponde a quello dell'essere. Quanto più ele- vato è il
grado di essere che una cosa possiede, tanto più grande è il suo valore. E che
questo sia vero lo conferma anche il fatto che, obiettivamente parlando, noi
riconosciamo maggior valore ad un animale che ad un pezzo di legno, ad un
bambino che ad un cane, ad una persona che ad una cosa. Ma se il principio
della gradazione dei valori risulta abbastanza ovvio, non si può dire
altrettanto della ijoro gerarchia. In effetti, su questo punto, ancor più che
altrove, non solo non si registra nessun accordo nella prassi quotidiana, ma
neppure nelia speculazione degli studiosi. I filosofi dei valori hanno proposto
scale gerarchiche molto disparate (basta confrontare la scala di Nietzsche cor
quella di Scheler, o la scala di Marx con queila di Lavelie!}. Questo perché
nel fissare le loro gerarchie hanno assunto prospettive spesso diametral- mente
opposte. A mio avviso c'è un criterio valido per stabilire una gerarchia og-
gettiva e completa dei valori. S'è visto che i valori non sono entità astratte,
cose in sé, ma dimensioni della realtà, più esattamente re- lazioni, che hanno
vitale, capitale importanza per l'uomo. I vaiori 231 Varietà di gradi 6
gerarchia i Corrispondenza ira grato cCell’essere e grad dei valore Disaccordo
sulla Gerarchie dei valori Criterio di riferimento: il valore e la
realizzazione del progetto-uomo Progetto-uomo e dimensione religiosa: Dio al
vertice Valori economici, culturali, spirituali sono le guide, i mezzi che lo
aiutano a realizzare il proprio progetto di umanità. Ecco, quindi il criterio
per stabilire la gerarchia dei valori: il criterio è fornito dall’apporto che
una cosa, una persona, un'azione può dare alla realizzazione del progetto-uomo
e del valore- uomo. Una realtà occupa uno scalino tanto più elevato nella
gerarchia dei valori, quanto maggiore è il suo apporto in tal senso, e tanto
più basso quanto minore è il suo contributo. In effetti, le gerarchie dei
valori sono state stabilite da quasi tutti gli studiosi con questo criterio. E
se le gerarchie risultano disparate e contrastanti, lo si deve semplicemente al
disaccordo che regna tra i filosofi intorno al progetto-uomo. Se si accetta il
progetto nietzschiano si ottiene una gerarchia che ha al vertice la volontà di
potenza; se si accoglie il progetto marxista il primo posto nella gerarchia dei
valori tocca al lavoro; se si assume il progetto freudiano si elabora una
gerarchia fondata sul primato del piacere. Invece, un progetto-uomo che — per
essere fedele a tutti i dati della nostra esperienza — tiene conto anche della
esperienza della trascendenza e perciò non trascura né soffoca la dimensione
religiosa, non può non collocare al vertice della scala dei valori che Dio
stesso. Lui — già degno della massima stima, rispetto e lode in se stesso — è
anche degno della massima considerazione in rapporto al pro- getto-uomo, perché
Egli solo è in grado di assicurare all'uomo l’at- tuazione piena del proprio
progetto di umanità. Un progetto-uomo studiato sulla base di una visione
globale di ciò che l'uomo è e di ciò che nel piano di Dio è chiamato a
diventare, riesce non solo ad accertare che Dio è il valore sommo e che sta
quin- di in cima alla scala gerarchica dei valori, ma è anche in grado di
individuare, sempre in base al progetto-uomo, gli altri gradini più importanti,
perché sa che l'uomo è costituito essenzialmente di tre dimensioni: corpo,
anima e spirito. Dopo Dio, vengono pertanto altri tre ordini di valori, che
sono quelli che contribuiscono alla realizzazione del progetto-uomo a livello
somatico, a livello psichico e a livello spirituale: si tratta dei valori
economici, dei valori cultu rali e dei valori spirituali. I valori economici o
vitali sono quelli che contribuiscono alla pre- servazione della vita e alla
conservazione, sviluppo, salute e piacere del corpo. I valori culturali, in
senso stretto, sono quelli che con- tribuiscono immediatamente alla
coltivazione, crescita, elevazione dell'anima o più esattamente della mente. I
valori spirituali sono quelli che giovano alla cresciia, allo sviluppo e al
perfezionamento dello spirito. Qui è opportuno notare — per non incorrere
nell’accusa di' sog- gettivismo — che scegliere l'uomo come punto di
riferimento nella determinazione della gerarchia dei valori è altra cosa dal
fare del- l'uomo la misura, il metro dei valori o il loro creatore. I valori
han- no la loro consistenza ed autonomia e si trovano ad un livello più o meno
elevato rispetto all'uomo secondo la loro dignità intrinseca 232 e secondo il
contributo che danno alla realizzazione del progetto- uomo. Certo, il
riferimento al progetto-uomo spiega ancor meglio quella dimensione soggettiva
che è propria del valore, di cui si è detto in precedenza: perché colui che
coltiva e incarna i valori non è la natura in astratto, ma l'individuo concreto
(Pietro, Paolo, Luca, Carlo, ecc.), la persona storica, la quale per la
realizzazione del pro- prio progetto di umanità può essere maggiormente
interessata ad alcuni valori (economici, spirituali, culturali) che ad altri.
Né l'assunzione del progetto-uomo come criterio per stabilire la scala dei
valori fa scomparire la distinzione fondamentale tra valori assoluti (che sono
quelli che hanno dignità e sono meritevoli di stima e di rispetto in se stessi
e non in ordine ad altri valori) e valori strumentali (che hanno dignità e sono
meritevoli di stima solo in quanto giovano alla realizzazione dei valori
assoluti). La distinzione rimane salva (anzi, più salva che mai), perché la
realizzazione di un valore assoluto partecipato, qual è l'uomo, reclama
l’esistenza di valori assoluti sussistenti, in particolare di quel valore
assoluto sussistente, fondamento ultimo di ogni altro valore, che è Dio. b)
Classificazione dei valori - Il regno dei valori è immenso: pra- ticamente
abbraccia ogni pensiero, ogni azione, ogni cosa e ogni per- sona. È possibile
allora effettuare una classificazione dei valori? Pare di sì e molti autori ci
hanno provato. Una delle classificazioni più note è quella di Scheler, la quale
riduce tutti i valori a quattro gruppi principali: valori edonistici, vitali,
spirituali e religiosi. Questa classificazione è buona per distinguere, come in
effetti voleva Scheler, i vari gradi dei valori, ma non serve per determinare
le gran- di aree assiologiche. A tal fine credo che si riesca ad ottenere una
classificazione più adeguata distribuendo i valori in dieci grandi gruppi. Si
tratta di una classificazione empirica, ma abbastanza sod- disfacente in quanto
riesce a trovare una sistemazione a tutto ciò che possiede una dimensione
assiologica. I dieci gruppi sono: 1. valori ontici (il primo valore è
l'essere); 2. valori personali (il primo è la persona); 3. valori sociali (il
primo è la famiglia); 4. valori economici (il primo è il lavoro); 5. valori
culturali (il primo è la cultura); 6. valori somatici (il primo è il corpo); 7.
valori noetici {il primo è la verità); 8. valori estetici (il pri- mo è la
bellezza); 9. valori morali (il primo è la bontà); 10. valori re- ligiosi (il
primo è il sacro). Come si vede in ogni gruppo c’è un valore primario, un
valore principe, un capofila. Intorno ad ogni valore primario si dispone una
costellazione più o meno grande di altri valori che appartengono allo stesso
ordine e partecipano alle qualità del valore primario. Così, tutto ciò che gode
della perfezione dell'essere partecipa anche al suo valore e diviene pertanto
un valore ontico. E quanto più grande è la perfezione di una cosa in rapporto
all'essere tanto più elevato è il suo valore ontico. Sono dotate di valore
ontico le piante, le 233 Progetto-uomo e dimensioni soggettive La
classificazione dei valori secondo Scheler Valore primario e costellazione di
valori Gruppo di valori e scienza principale Percezione dei valori: col
sentimento o con i‘ intuizione? Percepire i valori con la facoltà estimativa
case, i fiumi, i laghi, ie persone, la terra, il cielo, la natura..., Dio,
Valore assoluto in tutti gli ordini e fondamento di ogni altro valore, Dio è il
primo (non in quanto prototipo ma in quanto fuori serie) anche nell'ordine
ontico. Per lo studio di ogni singolo gruppo di valori esiste una scienza
principale, che è quella che si occupa direttamente del valore pri- mario, e
tutta una serie di altre scienze, che sono quelle che studiano gli altri valori
della stessa costeliazione. Così per esempio, per il primo gruppo c’è la
metafisica, che si occupa direttamente e prima- riamente dell'essere. A fianco
della metafisica per lo studio dei vari gradi dell'essere siedono la teologia
(che studia Dic), l'astronomia {che studia i corpi celesti), la fisica (che
studia la natura), la ma- tematica (che studia i numeri), l'antropologia (che
studia l’uomo). 5. La facoltà dei valori Qual è la facoltà con cui percepiamo i
valori? Anche questo è un problema che è stato molto dibattuto dai filosofi dei
valori e le soluzioni che sono state proposte sono varie. Secondo aicuni la
facoltà dei valori è il sentimento. Questo però viene inteso da alcuni come una
disposizione totalmente soggettiva (come quella che percepisce il piacere, il
dolore, la gioia, ecc.), men- tre da altri viene considerato come un sentimento
del tutto speciale, che ha una intenzionalità squisitamente oggettiva. Secondo
altri fi- losofi la facoltà dei valori è l'intuizione: una specie di visione
in- tellettiva, che coglie immediatamente i valori, così come la visione
sensitiva coglie immediatamente i colori. Noi siamo del parere che il valore
sia, come gli altri trascenden- tali, oggetto di una facoltà particolare. Come
la verità è oggetto della conoscenza, il bene della volontà e del desiderio, la
bellezza dell’am- mirazione, così dev'essere anche del valore. Ma qual è la sua
facoltà? Forse il sentimento, oppure l'intuizione? Non v'è dubbio che l’in-
tuizione interviene in alcuni casi e un sentimento del tutto parti- colare
(l’empatia) in altri. Ma in generale non direi che la facoltà che percepisce il
trascendentale del valore o la dimensione assiolo- gica di una determinata cosa
o di una certa azione sia il sentimento oppure l'intuizione, bensì la facoltà
valorativa e cioè l’estimativa, che è altra cosa sia dal sentimento sia
dall’intuizione, pur non esclu- dendoli. L'estimazione, cioè la percezione
dell'essere o di un ente come va- lore, non è né una semplice intuizione (nuda
riproduzione dell’og- getto come nella percezione della verità) né puro
sentimento {cioè un rapporto affettivo ed emozionale come nella tendenza
appetitiva verso un bene). L'estimazione, come s'è detto, li può comprendere
en- trambi, senza tuttavia risolversi né nella prima né nel secondo e neppure
nella simbiosi di tutt'e due. 234 Il valore è l'oggetto proprio
dell’estimativa, così come il colore Io è della vista, il sapore del gusto, la
verità della conoscenza, il bene della volontà, la bellezza dell’ammirazione.
L’estimativa co- glie l'oggetto come più o meno degno, più o meno valido, così
come il gusto lo coglie come più o meno gradevole, l'udito come più o meno
rumoroso, l'intelligenza come più o meno evidente, la volontà come più o meno
buono o utile, l'ammirazione come più o meno bello. E non può essere che così
perché, come abbiamo mostrato in pre- cedenza, la dimensione dell'essere che
viene alla luce attraverso il valore è una dimensione diversa da quelle che
emergono attraverso la verità, la bellezza e la bontà, ed è logico che come
queste tre ci inter- pellano ciascuna mediante una distinta facoltà,
altrettanto accada per il valore: la sua facoltà è l'estimativa. ‘Per il
costituirsi della categoria del valore l’estimativa è indi- spensabile. Dove
non c'è apprezzamento, estimazione, si danno bruta facta, oggetti, cose; non
affiorano ancora i valori. Alla pari della facoltà gnoseologica (che coglie la
verità), etica (che coglie la bontà) ed estetica (che coglie la bellezza),
anche la facoltà assiologica opera in diversi modi a seconda del livello
(grado) dei valori che è in gioco. Ai diversi gradi di valore corrispondono
dif- ferenti operazioni assiologiche. Nel caso dei valori materiali si può
realizzare un’estimazione in base ad una semplice intuizione della cosa oppure
di un'analisi ed un processo raziocinativo più o meno prolungato. Nel caso dei
valori assoluti sussistenti (Dio, la Trinità, ecc.), l'estimazione è sostenuta
dal ragionamento oppure dalla fede. Nel caso dei valori morali (prudenza,
castità, coraggio, fedeltà, ecc. spesso interviene l’empatia, una specie di
giudizio per connaturalità. Ciò succede quando tali valori sono avvertiti come
rispondenti alle nostre più intime aspirazioni — in questo sta la loro
connaturalità. Sono valori per i quali sentiamo una profonda sintonia,
un’intima corrispondenza col nostro progetto di umanità e sono perciò in grado
di condurlo verso una sua realizzazione più piena. La facoltà dell’estimazione
che ci mette a contatto con i valori comprende tre funzioni: quella del
capitare velorativamente che co- glie i singoli valori; quella del preferire
che ne stabilisce la gerarchia e quella dell'aspirare che porta alla scoperta
di nuovi valori e precede il captare e il preferire come una specie di pioniere
o di esplo- ratore. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà valorativa, così
come è naturalmente doiato della facoltà conoscitiva, appetitiva ed este- tica.
Ma alla pari di queste facoltà anche quella valorativa va col- tivata. Come
l'intelligenza perché possa conoscere la verità dev’esse- re istruita e come la
volontà, perché possa scegliere il bene autentico, va educata, altrettanto
l'estimativa, perché si apra all’apprezzamen- to e all'assimilazione dei valori
dev'essere guidata ed ammaestrata. In tutte le sue facoltà l’uomo è essenzialmente
educabile e col- 235 La facoltà estimativa coglie l’oggetto nel suo valore
Valori materiali: estimazione per intuizione o per analisi Valeri assoluti
sussistenti: estimazione e fede Valori moraii: estimazione ad La funzione
deil’estimazione: Captare valorativamente preferire aspirare Necessità di
coltivare la facoltà valorativa Il ricorso all'esperto Necessità di una nuova
assiologia tivabile. Ciò è dovuto al fatto che nasce più come un progetto
aperto che come un’opera finita. E, dato che abbiamo visto che la realiz-
zazione del progetto-uomo dipende soprattutto dalia scelta dei va- lori,
l'educazione dell'estimativa, cioè della facoltà dei valori, as- sume capitale
importanza. L'educazione non occorre per tutti i gradi di valore. Così, per
esempio, per certi valori vitali (come l’aria, l’acqua, il pane) la valutazione
è istintiva e non c'è bisogno di edu- cazione. Non così per la maggior parte
dei valori appartenenti al li- vello culturale e al livello spirituale. Anche
per essi ci può essere un impulso istintivo o empatico. Così l'uomo nasce con
una specie di apprezzamento istintivo delia verità, della bontà, della
giustizia, delia solidarietà, della castità, ecc. Ma senza un'adeguata coltiva-
zione tale impulso facilmente si indebolisce e si perde. C'è di più. Nel campo
degli apprezzamenti e delle valutazioni è molto facile errare e, così, molto
spesso si trovano in circolazione pseudo-valori. Per questo motivo, per
stabilire quali sono i valori autentici e quali quelli inautentici, è
necessario ricorrere agli e- sperti, agli specialisti. Quando si tratta di
perle preziose, di monete antiche, di francobolli rari non ci fidiamo di noi
stessi e ricorriamo al giudizio di un perito. Perché non si deve fare
altrettanto per quei valori che contano di più per la realizzazione del
progetto-uomo, i valori spirituali, trascendenti, perenni? Già Aristotele
diceva che, nel caso dei valori etici, è bene ricorrere al giudizio dell'uomo
sa- piente. Ciò che urge maggiormente nella nostra società culturalmente di-
sorientata è una nuova assiologia che sappia restituire il primato che loro
compete ai valori assoluti, trascendenti, perenni e, conse- guentemente, una
nuova pedagogia altamente umanistica che faccia risplendere la luce di tali
valori alle menti dei giovani, menti che avvertono istintivamente la dignità
dei valori perenni e sentono fortemente il loro fascino e sono pertanto
naturalmente inclinati ad assumerli come guida della propria esistenza, come
componenti essenziali del proprio progetto di umanità. CONCETTI DA RITENERE Assiologia; trasvalutazione; sentimento;
aseità — Statuto ontologico; ultrarealismo; tesi soggettivistica Assiologia
realistica, gerarchia, personalistica, teocentrica Valori sensibili, vitali,
spirituali, religiosi Assiologia metafisica Trascendentale; estensività;
convertibilità; relazione bipolare Sentimento; intuizione; empatia; estimativa
Captare valorativamente; preferire; aspirare SINTESI CONTENUTISTICA I. IL
PROBLEMA E LE SUE CARATTERIZZAZIONI STORICHE 1. Il problema ha assunto
particolare rilievo nel nostro tempo. La scienza dei valori ha sostituito la
metafisica e i suoi interrogativi sulle ragioni ultime della realtà, ponendo
l’accento sulla natura dei valori assoluti e sulla loro con- sistenza
ontologica. 2. L'assiologia ha assunto dignità speculativa in tempi
relativamente re- centi, dopo che Nietzsche ha teorizzato la sua
trasvalutazione, demolendo i valori assoluti della logica (verità), della
morale (virtù), della metafisica (esse- re), della religione (Dio). Padre dell’assiologia
è Lotze. Nel suo capolavoro, Microcosmo, egli distingue il regno dei fatti, il
regno delle leggi universali, il regno dei valori. I primi due riguardano i
mezzi, il terzo i FINI – GRICE: ENDS. I primi due sono suscettibili di
interpretazione meccanicistica, il terzo è appreso dal sentimento. Fondamento
ultimo dei valori e valore assoluto per eccellenza è Dio. Hartmann è assertore
di un ultrarealismo assiologico: i valori hanno il proprio fondamento in se
stessi. Essi sono sussistenti, sono dotati di aseità. Hartmann, peraltro, nega
l’esistenza di Dio, poiché secondo lui l’esistenza di Dio vanificherebbe la
libertà e la responsabilità dell'uomo e quindi il valore morale. i 5. C. von
Ehrenfels {1859-1932) è assertore al contrario del soggettivismo assiologico:
il valore comprende sia il desiderio in atto di ciò che non si pos- siede sia
la desiderabilità, desiderio potenziale di un determinato oggetto. 6. Max
Scheler (1874-1928), massimo teorico dell’assiologia, influenzato dal- la
fenomenologia di Husserl, elabora un'etica dei valori (I! formalismo in etica e
l'etica materiale dei valori) a fondamento ontologico. L’assiologia di Scheler
è realista, gerarchica, personalista e teocentrica: Realista: i valori sono
oggetti autenticamente oggettivi, secondo un ordine eterno e gerarchico. —
Gerarchica: a) i criteri sono la durata, l’indivisibilità, la fondamentalità,
la soddisfazione, il grado di relatività. b) i quattro livelli della gerarchia
sono: valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi. — Personalista: a) la
persona è il valore ai quale debbono essere subor- dinati tutti i valori. b) i
modelli personali danno concretezza ai valori: ad esempio il Giusto, l’Eroe, il
Santo, ecc. — Teocentrica: tutti i valori sono fondati sul valore di uno
Spirito infinito e sul « mondo dei valori » che gli sta di fronte. L'interesse
per l'assiologia si è diffuso successivamente in Italia (STEFANINI (vedasi) e PRINI
(vdasi)); in Francia {(Lavelle e Le Senne); in Spagna (Ortega y Gasset), in
Argentina (Derisi), in Inghilterra (Moore), negli Stati Uniti (Dewey). 8. L.
Lavelle (1883-1951) elabora una assiologia di carattere metafisico: l'essere —
la cui essenza è atto, perfezione assoluta, efficacia pura — è sorgente e
determinazione di ogni valore. Ne consegue un legame inscindibile tra assio-
logia e ontologia. Il valore ha, pertanto, con il bene un rapporto analogo a
quello che intercorre tra l'essere e l’esistenza: così come l'esistenza è
l’essere che si concretizza, il valore è il bene in quanto riferito a un
oggetto di cui fac- ciamo uso, il valore è il bene in quanto implica
un'attività che tende a realiz- zarlo. Il valore è una proprietà dinamica che
trascina il soggetto all'azione. 9. R. Le Senne (1882-1954) afferma sia
l'immanenza che la trascendenza del valore, sia il suo carattere oggettivo che
quello soggettivo. 10. I neotomisti Wittmann, Rintelen, De «Finance, Derisi ed
altri difendono l’oggettività dei
valori, che essi considerano fondati sull'essere. Il valore non costituisce però
una proprietà trascendentale dell'essere distinta dal bene, ma si identifica
con esso. II. DEFINIZIONE DEL VALORE Nella lingua italiana la parola “valore” possiede
tre significati principali: economico, etico, ontologico. In economia significa
denaro, in etica virtù, in ontologia indica le qualità che danno dignità a una
cosa. 2. Il terzo significato è quello che interessa l’assiologia che riconduce
im- mediatamente alla complessa questione dello statuto ontologico dei valori.
LO STATUTO ONTOLOGICO DEI VALORI 1. I valori sono entità reali, oggettive;
oppure sono realtà fittizie, aspira- zioni soggettive o ideali astratti? La
storia dell'assiologia indica tre piste interpretative: a) oggettività e
sussistenza dei valori (Lotze, Windelband, Scheler, Hart- mann); b)
soggettività e fondazione sentimentale o psicologica dei valori (Meinong,
Ehrenfels, Freud); c) il valore come proprietà trascendentale dell'essere,
identificato con il bene (De Finance, Lavelle, Hammer); d) un'ultima
interpretazione può essere elaborata a partire da elementi delle prime tre: il
valore è un trascendentale, che nel regno dei trascendentali occupa un posto a
sé: esso è la dignità di una cosa. In quanto trascendentale ha in comune con
gli altri trascendentali alcune proprietà: — Coestensività con l'essere: dove
c'è essere c'è valore e dove c’è valore c'è essere. Il valore esprime una
modalità dell'essere che lo accompagna ne- cessariamente. — Convertibilità:
poiché la distinzione tra l'essere e i suoi trascendentali è solo logica e non
ontologica, tutti i trascendentali coincidono: tanto c'è di vero, altrettanto
c'è di buono, di bello, di valore. — Relazione bipolare: il valore ha un polo
soggettivo e uno oggettivo: a) oggettività: 1) il valore è radicato
nell'essere; '2) il valore è scoperto dall'uomo, ma non è creato dall'uomo; b)
soggettività: il valore emerge nel momento in cui l'uomo lo scopre. GERARCHIA E
CLASSIFICAZIONE DEI VALORI 1. Il grado del valore corrisponde a quello
dell'essere: quanto più elevato è il grado «li essere che una cosa possiede,
tanto più grande è il suo valore. Il criterio per stabilire la gerarchia dei
valori è fornito dall’apporto che una cosa, una persona, un'azione può dare
alla realizzazione del progetto uomo e del valore uomo. Un progetto-uomo
globale che tenga conto di tutte le dimensioni dell’uomo e del suo bisogno di
Dio apre alla seguente gerarchia di valori: — valori economici o vitali:
contribuiscono alla preservazione della vita e alla conservazione del corpo. —
valori culturali. contrilsuiscono alla coltivazione, all’elevazione della mente.
— valori spirituali. giovano alla crescita, al perfezionamento dello spirito.
3. La classificazione dei valori più nota è quella formulata da Max Scheler:
valori edonistici, vitali, spirituali, religiosi. Questa classificazione
distingue i vari gradi dei valori, ma non determina le aree assiologiche, in
relazione alle quali è possibile produrre la seguente classificazione: Valori;-
Primo valore ontici > essere personali persona sociali famiglia economici +
lavoro culturali -+» cultura somatici «corpo noetici verità estetici bellezza
morali bontà religiosi sacro LA FACOLTÀ DEI VALORI 1. Secondo alcuni
filosofi la facoltà che percepisce il valore è il sentimento, inteso secondo alcuni
come una disposizione totalmente soggettiva, secondo altri come una
intenzionalità oggettiva. Per altri ancora la facoltà dei valori è
l'intuizione. 2. Il valore sembra comunque essere più propriamente oggetto
dell’esti- mativa: infatti, dove non c'è apprezzamento, estimazione i valori
non emergono. L'estimativa comprende tre funzioni: a) captare valorativamente:
cogliere i singoli valori; b) preferire: stabilire la gerarchia; c) aspirare:
scoperta di nuovi valori. 3. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà
valorativa, che al pari delle altre facoltà va coltivata. Se per i valori
vitali la valutazione è istintiva, per i valori culturali e spirituali è
necessario l'intervento dell'educazione. “ QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Che cosa sono i valori? Quando è sorta l'assiologia? 2. Chi è
stato il massimo teorico dell’assiologia? 3. Perché l’assiologia viene chiamata
realistica, gerarchica, personalistica e teocertrica? 4. Chi sono stati altri
grandi studiosi dei valori? 5. La parola « valore » quali significati ha nella
lingua italiana? 6. Qual è lo statuto ontologico dei valori? 7. Quali sono le
gerarchie e la classificazione dei valori? 8. In che modo, con quali facoltà
percepiamo i valori? 9. È legittimo stabilire delle correlazioni tra
l’assiologia, il problema sto- rico, quello politico e la riflessione sulla scienza?
10. È possibile ritenere che l'assiologia possa restituire alla cultura tecno-
logico-scientifica il senso del sacro e del mistero? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Il problema del valore, Atti del XII Convegno del Centro di Studi filosofici di
Gallarate, Morcelliana, Brescia . Il valore - La filosofia pratica fra
metafisica, scienza e politica, Li- breria Gregoriana Editrice, Padova.
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valori, Guida, Napoli . ScHELER M., L’eterno nell'uomo, Fabbri, Milano.
StoETZEL J., I valori del tempo presente. Un'inchiesta europea, SEI, Torino: I
SISTEMI FILOSOFICI PRINCIPALI * Come si vede qui di seguito i primi sistemi
filosofici presentati sono quelli della Grecia antica. Ci si è posti il
problema del perché la filosofia, come forma di sapere organizzata spesso in
modo che possiamo chiamare scientifico e come ricerca di una spiegazione or-
ganica ai problemi dell'universo, si sia sviluppata inizialmente pres- so i
greci, e precisamente nei territori fuori della Grecia in cui si era
trapiantata la civiltà greca. Perché non ci furono scuole filosofiche nelle
altre più antiche ci- viltà medio-orientali, quali quella egiziana,
assiro-babilonese, persia- na, o in quella ebraica? Esaminando queste civiltà
si possono riscon- trare in ciascuna di esse elementi filosofici, inseriti
specialmente in insiemi dottrinari di carattere religioso e che pertanto non
possono essere definiti filosofici nel senso stretto della parola. Inoltre, per
il mancato sviluppo di una vera mentalità filosofica, sono da sottolinea- re le
differenti situazioni politiche in cui si sono sviluppate le varie civiltà, che
normalmente avevano regimi autocratici o teocratici, con il dominio assoluto
dei monarchi o dei loro rappresentanti sul resto della popolazione; e questo
aveva impedito un libero sviluppo del pensiero individuale. Nel secolo VIII e
VII la Grecia aveva sviluppato, a contatto con altri popoli del Medio Oriente,
le sue particolari doti di intrapren- denza in attività commerciali ed
industriali, creando un vero impero commerciale, con numerose colonie, specie
nell'Italia meridionale (la Magna Grecia). L'aristocrazia terriera che aveva
nella madre patria dominato sino ad allora, aveva perso pian piano potere a
vantaggio degli artigiani e dei commercianti e tutto ciò aveva sviluppato una
nuova forma di governo, quella repubblicana delle città-stato, in cui tutti i
cittadini partecipano alla cosa pubblica. È l’inizio della democrazia. * Per
notizie sulla vita e le opere dei filosofi, vedere la Parte terza. Per quanto
riguarda le date di nascita e morte di gran parte dei filosofi dell'anti-
chità, per mancanza di dati precisi, esse si devono ritenere approssimative.
241 Nelle colonie insediate e diffusesi fuori della Grecia, il sorgere della
democrazia fu facilitato dalla mancanza di una aristocrazia terriera, padrona
del potere politico; al suo posto dominavano in- vece coloro che si erano dati
al commercio, traendone ricchezze e benessere. Questa fiorente attività
commerciale li aveva messi in contatto con le grandi civiltà orientali, da cui
avevano saputo attin- gere con intelligenza il meglio delle conoscenze
scientifiche ed aveva permesso la fioritura delle arti e delle scienze. Si era
perciò sviluppato in tutto il mondo greco il senso dell’osservazione, dello
studio e della ricerca ed aveva portato ad un libero dibattito, nei vari campi.
Pertanto le prime scuole filosofiche si erano sviluppate, prima che nella
madrepatria, nelle città dell'Asia minore e della Magna Grecia. I filosofi che
facevano capo a queste scuole in generale erano scienziati (matematici,
astronomi, medici, ecc.) che però allo stesso tempo indagavano intorno a sé per
cercare di trovare un principio unitario di tutte le cose, e per conseguire
questo obiettivo ricorre- vano sia alla mitologia che alla speculazione
razionale. 1. Scuola ionica o di Mileto Fondatore: TALETE Dottrine principali:
La ricerca di questa scuola, che è stata la più antica scuola greca di
filosofia, sorta a Mileto, sulla costa dell'Asia minore, verso il VII e VI
secolo a.C., è volta a dare espressione filosofica al problema del- l'esistenza
di una causa suprema di tutto. Il principio viene quindi individuato di volta
in volta in un elemento naturale o materiale: acqua, aria, fuoco... Maggiori
esponenti: TALETE, il quale pone l'acqua come principio da cui traggono origine
tutte le cose per condensazione o rarefazione. :ANASSIMANDRO, matematico e
astronomo di Mileto, il quale va oltre Talete e pone come principio primo
qualcosa di indeterminato (apeiron). Il suo eterno movimento determina nella
materia, per separazione, i contrari. ANASSIMENE, discepolo di Anassimandro, il
quale ripone il principio primo nell'aria, eterna e in continuo movimento.
Scuola pitagorica Fondatore: PITAGORA
Dottrine principali: La scuola pitagorica sviluppatasi a Crotone, nella
Lucania, 242 era composta da discepoli di Pitagora (nato a Samo da cui do-
vette fuggire per motivi politici) uniti insieme con uno scopo di vita comune.
La ricerca scientifica era considerata come mezzo a servizio di questa
comunità. Della prima scuola pitagorica si conosce solo il nome del fondatore Pitagora,
e questo per la segretezza che circondava la vita di quella comunità che viveva
con un codice mo- rale impegnativo. Anche i pitagorici, come gli ionici, sono
impegnati alla ricerca del principio unitario, ma superano il primitivo prin-
cipio unitario di natura. Per essi, il principio delle cose e la sostanza
dell'universo è il numero. La monade (dal greco monàs = unità) è il termine
usato dai pitagorici per indicare l'unità originaria dalla quale deriva la
serie dei numeri. Dai numeri, con una serie di pas- saggi, si arriva alle
figure solide; da queste derivano i singoli corpi i cui elementi costitutivi
sono il fuoco, l'acqua, la terra e l'aria. Per Pitagora l'anima è immortale
perché trae origine dall’etere che è incorruttibile; essa è composta dall’intelligenza,
dalla ragione e dal- l'impulso passionale. 3. Scuola eleatica Fondatore:
PARMENIDE (520-440 a.C.) Dottrine principali: Secondo Parmenide, l’unica realtà
è l'essere; nessuna altra realtà è possibile, neppure il divenire come diceva
invece Eraclito di Efeso, in Asia minore, vissuto nella stessa epoca. Infatti,
o una cosa è o non è. Se è, non può divenire perché è già. Se non è, non può
divenire perché dal nulla non si può ricavare che il nulla. In tal modo veniva
rilevaia la correlazione tra l'essere e il pensiero. Maggiori esponenti:
‘PARMENIDE, di Elea, colonia greca in Lucania, scrisse il poema Della Natura.
Egli è considerato il primo grande metafisico. ZENONE, di Elea (vissuto nel V
sec. a.C.), scrisse il poema Sulla Natura. La dottrina dell’« è » parmenideo si
trasforma in quella di una realtà, che non può essere molteplice e si presenta
come l'« uno » assoluto. È stato un formidabile dialettico, noto per i suoi
paradossi. 4. Scuola atomista Fondatore: DemocRITO (460-370 a.C.) Dottrine princi
pali: Democrito di Abdera, in Tracia, sostiene sia l'immutabilità del-
l'essere, sia la realtà del divenire. L'essere è costituito da atomi, 243 che
sono particelle invisibili e immutabili, immerse nel vuoto. Dal movimento degli
atomi derivano tutte le cose, secondo un meccanico determinismo. Queste
particelle non hanno nessuna qualità eccetto l’impenetrabilità; differiscono
fra loro solo per fi- gura e dimensioni. L'anima umana è costituita da atomi
leggeri e sottili, di carattere igneo. Il fondatore della « scuola atomistica »
di tipo fisico scrisse molte opere, andate tutte perdute. Per lui la felicità
non consiste nel piacere dei sensi ma nell'armonia della ragione e nella pace
dell'anima, la tranquillitas animi che deriva soprattutto dal non darsi troppo
da fare, né per faccende private né per quelle pubbliche, dal sapersi
accontentare di una condizione moderata. 5. Scuola sofista Fondatore: PROTAGORA
(480-410 a.C.) Dottrine principali: I sofisti si caratterizzano come una
corrente filosofica alla ri- cerca dell’arte del persuadere invece che della
ricerca della ve- rità. Essi sollevarono per primi la questione se l’uomo
avesse o no la capacità di conoscere l’intima natura delle cose e la legge
morale assoluta. La loro risposta fu che l'uomo non le può conoscere, perché la
realtà e la legge naturale stanno al di sopra delle capacità conoscitive
dell'uomo. Quindi tutto quello che l’uomo conosce in filosofia e in etica è
prodotto della sua coscienza. Da qui il famoso detto dei sofisti: « L'uomo è
misura di tutte le cose ». Quindi: non è possibile una conoscenza vera, ma solo
probabile; non c'è una legge morale assoluta, ma solo leggi convenzionali, In
questa dimensione empirica della conoscenza umana il piacere si pone come unico
traguardo per l’uomo. Maggiori esponenti: PRroTAGoRA di Abdera, in Tracia:
sostiene che non c’è nessuna verità assoluta. L'uomo interpreta a suo modo e a
suo vantaggio i dati della sensazione. Il sapiente, ossia il sofista, con
l’arte della per- suasione, fa sì che appaiano migliori non le opinioni più
vere, ma le più vantaggiose. Protagora insegna una morale convenzionale, ma non
arbitraria, basata sui princìpi divini del rispetto e della giu- stizia che
Giove ha comunicato a tutti gli uomini. Gorgia (484-375 a.C.) di Lentini, in
Sicilia, spinge il relativismo di. Protagora verso il più radicale scetticismo.
La sua filosofia so- stiene che: l'essere non esiste; una cosa è il pensare,
altra cosa è l'essere; la parola detta è altro dalla cosa significata.
Conclusione: bisogna rendersi conto che ciò che appare è solo probabile. Altri
esponenti della scuola sofista sono: ProDpIco di Ceo ed IPPIA di Elide. 244 6.
Scuola eclettica o fisico-pluralista Fondatore: GIRGENTI (vedasi) Dottrine
princi pali: Questa scuola viene chiamata pluralistica o « eclettica » per- ché
si propone di selezionare e raccogliere il meglio delle teorie sino ad allora
conosciute. Empedocle, di Agrigento, sostiene che la causa ultima delle cose
risiede in 4 elementi (terra, fuoco, aria e acqua), che sono originari e
immutabili e che il divenire è causato dalla lotta tra due forze primordiali:
Amore e Odio. L'altro grande rappresentante di questa scuola è Anassagora il
quale sostiene che l'essere è costituito da corpuscoli qua- litativamente
diversi. Il divenire è causato dal moto rotatorio e dalla Mente Suprema che è
costituita anch'essa di materia. 7. Scuola socratica Fondatore: SOCRATE
(469-399 a.C.) Dottrine principali: Il convincimento fondamentale di Socrate è
che si danno va- lori assoluti sia nell'ordine gnoseologico che in quelli
metafi- sico ed etico. In questo egli si oppone ai sofisti, i quali sosteneva-
no che tutto è relativo: le opinioni cambiano da individuo ad individuo, i
costumi da città a città, da popolo a popolo. Invece, se- condo Socrate, esistono
principi assoluti, verità eterne, leggi morali immutabili ed eguali per tutti.
A suo giudizio la vita umana merita e dev'essere vissuta in obbedienza a tali
valori etici e metafisici, an- che se questo può esigere enormi sacrifici,
perché l'uomo è destinato a raggiungere la sua piena realizzazione soltanto
dopo la morte, al- lorché l’anima si libera dal peso del corpo. Fermo
oppositore dei sofisti, si occupa essenzialmente delle cose umane, ma raggiunge
risultati ben diversi: l'immortalità dell'anima, la possibilità di giun- gere
al concetto universale, l’uso efficace del metodo induttivo. Per Socrate è
essenziale la distinzione di male e bene; la felicità consiste nella pratica
della virtù. Maggiori esponenti: ‘SOCRATE nacque e visse ad Atene; si dedicò alla
ricerca, volendo insegnare agli uomini la verità. Non ha lasciato alcuno
scritto. ANTISTENE ( V-IV sec. a.C.), il quale esaspera l'ascetismo di Socrate
esigendo un totale distacco dai beni materiali e l'assoluta indipen- denza
dalle vicende di questo mondo. Da lui prese il via la scuola cinica. ArISTIPPO
di Cirene (V-IV sec. a.C.), il quale accentua talmente l'assenza di valore per
quanto concerne il mondo materiale, il corpo, 245 le passioni, i piaceri
sensibili, da ritenere che sia perfettamente in- differente occuparsi di loro
ed assecondarli. A lui fa capo la scuola cirenaica. EucLIDE di Megara (450-380
a.C.), il più fedele discepolo di So- crate: egli, che fu influenzato anche da
Parmenide, considera il bene come l'unica realtà e fa consistere la felicità
nella pratica della vir- tù. È il fondatore della scuola megarica. PLATONE, il
quale è certamente il massimo esponente del socra- tismo, ma col suo possente
ingegno gli conferisce una struttura fi- losofica più solida e soprattutto
originale, dando origine ad uno degli indirizzi più significativi della storia
della filosofia. 8. Scuola platonica Fondatore: PLATONE di Atene (427-347 a.C.)
Dottrine principali: L’intuizione fondamentale del filosofo ateniese è la
dottrina delle Idee, cioè la convinzione che, esistendo il mondo sensibile,
deve esistere anche il mondo intelligibile, che di quello è la causa e il
modello. A dimostrazione dell’esistenza del mondo intel- ligibile egli adduce
tre argomenti: della reminiscenza, della vera conoscenza, della contingenza. Le
principali proprietà delle Idee sono: semplicità, incorporeità, immutabilità,
eternità. Non tutte le Idee hanno lo stesso valore ontologico. Circa la
concezione di Dio Platone è convinto che Dio costituisce un grande mistero.
L'origi- ne del mondo sensibile è attribuita al demiurgo (Artefice sovrano). La
caratteristica dominante del pensiero platonico è il dualismo. Platone
considera il mondo materiale come un mondo decaduto ed alienato, una
riproduzione imperfetta, una imitazione malfatta, una partecipazione limitata
di un mondo ideale, perfetto, eterno, incor- ruttibile, divino, il mondo delle
Idee. Questo dualismo si riflette in tutti i settori della filosofia: in
logica, dove si segue il procedimento dialettico; in gnoseologia, in cui si svaluta
la conoscenza sensitiva riducendola alla funzione di ravvivare il ricordo delle
Idee (teoria della reminiscenza); in psicologia, con la identificazione
dell'uomo con la sola anima, spirituale ed immortale, considerando il corpo una
prigione ed un ostacolo alle attività dell'anima; in etica, dove si or- dina un
rigido controllo, anzi la completa soppressione degli istinti, delle passioni,
onde rendere possibile il distacco dell'anima dalla prigione del corpo e la
contemplazione delle Idee; in estetica, con la svalutazione della commedia,
della tragedia e delle arti figurative, perché non giovano alla elevazione
dello spirito; in politica, con la divisione della società in classi e
l'assegnazione del governo al filosofo-re. 246 Maggiori esponenti: Il platonismo
costituisce il massimo filone della storia della filo- sofia; esso ha avuto
validi rappresentanti in tutte le epoche: in quelia ellenistica con la Vecchia
e la Nuova Accademia e con il Neo- platonismo (PLoTINO; in quella patristica
(con CLEMENTE ALESSANDRINO, OriceNE [185-254], BasiLIo [330- 379], S.
AgcostINno [354-430], Pseupo-DioNIGI i[V sec.], Boezio [480- 524]; in quella
scolastica (con AOSTA (vedasi), FIDANZA (vedasi), Cusano; in quella moderna
(con CARTESIO [1596-1650], MALEBRANCHE [1638-1715], Vico [1668-1744], LEIBNIZ,
SCHELLING e HegeL). 9. Scuola aristotelica Fondatore: ARISTOTELE di Stagira, in
Tracia (384-322 a.C.) Dottrine princi pali: La visione filosofica di Aristotele
si caratterizza per lo sforzo di cogliere la realtà in modo unitario (contro il
dualismo di Platone) e, allo stesso tempo, per il tentativo di ricondurre le
cause ultime di tutto ciò che è mutevole e contingente ad un principio unico
tra- scendente. A tal fine Aristotele postula quattro cause fondamentali: la
materia e la forma (per spiegare la struttura intrinseca delle realtà
corporee), l'agente e il fine (per spiegare l'origine delle co- se e il loro
dinamismo). Egli si vale di questi principi per risol- vere tutti i massimi
problemi: problema cosmologico (composizione ilemorfica delle cose, ossia esse
sono costituite di materia e forma, le quali si trovano in rapporto di potenza
e atto); problema teleologico (il dinamismo delle cose e il loro divenire sono
causati dal Primo Motore Immobile, che è il loro fine ultimo); problema
antropologico (l'uomo non è solo anima, come affermava Platone, ma è il
risultato dell'unione sostanziale di anima e corpo, la prima concepita come
forma e il secondo come materia; l’anima, tuttavia comprende un elemento
spirituale, divino, immortale); problema gnoseologico (la conoscenza
intellettiva si fonda su quella sensitiva, in quanto le idee si ricavano dalle
sensazioni mediante il procedimento astrat- tivo); problema metafisico (la
metafisica è il sapere più importante ed elevato, perché studia l'essere in se
stesso e ha di mira la scoperta delle cause ultime delle cose); problema etico
(la perfetta felicità e la piena realizzazione del proprio essere, per l'uomo,
non può con- sistere solo nella contemplazione delle Idee, ma esige anche un adeguato
soddisfacimento dei sensi, perché l'uomo è essenzialmente costituito di corpo
oltre che di spirito); problema teologico (esiste un Essere supremo, che è la
causa ultima d'ogni divenire in qua- lità di Motore Immobile). Aristotele ha
realizzato una grandiosa costruzione filosofica. Ele- 247 menti validi di
questa sono soprattutto un efficace metodo di ricerca (logica) e la forma
espositiva, un'analisi acuta degli elementi costi- tutivi del mondo fisico, una
visione realistica del mondo e dell’uomo, ed infine un'acuta concezione per il
suo tempo della trascendenza di Dio. Maggiori esponenti: La scuola fondata ad
Atene da Aristotele (e chiamata anche peri- patetica, perché Aristotele
insegnava nel corridoio [peripatos] del lyceum, sacro ad Apollo Licio) in un
primo tempo non ebbe nessun esponente di rilievo e così il pensiero del maestro
cadde ben presto in oblio. Riemerse tuttavia prepotentemente durante il
Medioevo, prima nel mondo arabo e poi in quello cristiano. Dall'incontro del
pensiero aristotelico con l’islamico uscì la Scolastica araba (AVICENNA
[980-1037] e AverRoÈ [1126-1198]); mentre dall'incontro col cristiane- simo
sorse la grande Scolastica cristiana (ALBERTO Magno [1205- 1280], S. Tommaso
[1225-1274], Ruscero BACONE [1214-1293], DUNS Scoro [1265-1308], OccaM
[1290-1349]). Anche nel Rinascimento (con POMPONAZZI (vedasi) e TELESIO (vedasi))
e agli inizi del- l'epoca moderna (con Locke [1632-1704]) questa scuola
continuò ad avere validi rappresentanti. 10. Scuola stoica Fondatore: ZENONE di
Cizio (336-274 a.C.) Dottrine principali: Lo stoicismo è il movimento
filosofico più originale dell'epoca ellenistica, sorto dopo la nascita
dell'impero di Alessandro Magno, e che ha avuto la:maggiore durata di tempo
rispetto alle altre scuole filosofiche dell'antichità; è essenzialmente una
dottrina morale, la quale fa consistere la felicità e quindi il fine ultimo
dell’uomo nella pratica della virtù e nel rifiuto di qualsiasi concessione ai
sensi e alle passioni. Però esso comprende anche alcune importanti dottrine
sul- la conoscenza e sulla struttura del cosmo. Per quanto concerne il problema
gnoseologico, gli sioici si allontanano sia da Platone che da Aristotele per il
modo di concepire la verità. Mentre per Platone e Aristotele essa consiste
essenzialmente nella perfetta corrispon- denza tra la rappresentazione mentale
e la situazione reale delle cose, per Zenone e i suoi discepoli sta nella
totale comprensione o catalessi dell'oggetto, per cui la mente è costretta
all’assenso. Per quanto concerne il problema cosmologico, il mondo, secondo gli
stoici ri- sulta costituito di due elementi primordiali, la materia ed il
Logos. La prima, essendo indefinita ed inerte, rappresenta il principio pas-
sivo; il secondo, essendo animato e pieno di energia, rappresenta il principio
attivo. 248 Maggiori esponenti: Lo stoicismo, fondato alla fine del IV secolo
a.C., continua a fiorire fino ad oltre il III secolo dopo Cristo. Altri
esponenti di questa scuola, che si chiama stoica perché l'insegnamento era
tenuto da Zenone sotto i portici (stoà) di Atene, sono: CRISPINO (281-208
a.C.), SENECA (4 a.C.-65 d.C.), EPITTETO e ANTONINO (vedasi). 1i. Scuola
epicurea Fondatore: EpPicuRo di Samo Dottrine principali: Davanti ai grandi
problemi filosofici l’epicureismo assume una posizione di netto contrasto con
lo stoicismo, rifiutandone il rigo- rismo etico e lo spiritualismo
antropologico e metafisico. L'epicurei- smo sviluppa, pertanto, una concezione
materialistica per quanto concerne i principi primi delle cose (tutte le cose,
compresi gli dei e le anime, sono costituiti di atomi e vuoto); meccanicistica
riguardo ai fenomeni della natura i quali sono ascritti esciusivamente al moto
e alla sua legge; sensistica per il problema della conoscenza, che è tutta
ricondotta alle facoltà sensitive, mentre il concetto viene con- siderato come
semplice anticipazione (prolessi) del futuro; edoni- stica per quanto riguarda
il problema morale: la felicità, il bene supremo dell'uomo consiste nel piacere
(edoné). Maggiori esponenti: L'epicureismo ha avuto sempre dei seguaci, ma
soprattutto nel mondo romane con Lucrezio (98-54 a.C.) e Orazio (65-8 a.C.) e
nel mondo rinascimentale con VALLA (vedasi) e MONTAIGNE. 12. Scuola neoplatonica
Fondatore: PLOTINO di Licopoli, in Egitto
Dottrine princi pali: Viene chiamato « neoplatonismo » il movimento
filosofico che riprende e sviluppa, dal III al VI secolo dopo Cristo, le
dottrine platoniche. Questa scuola, fondata ad Alessandria d'Egitto da Am-
monio Sacca, fu sviluppata dal suo discepolo Plotino che poi si trasferì a
Roma, dove aprì una scuola che ebbe grande successo. L'impegno maggiore della
riflessione filosofico-religiosa di Plotino riguarda l'Assoluto e i nostri
rapporti con Lui. Valendosi di sugge- stioni che gli venivano dall’ebraismo e
dal cristianesimo, ch'egli bene conosceva, il pagano Plotino è in grado di
superare i limiti 249 materia, che in tal modo si trova all'estremo opposto
dell’Uno e del Bene e per questo si identifica col male. Al processo di
emanazione fa riscontro un processo di ritorno e di riassorbimento delle cose
nell’Uno. L'attuazione dell’epistrofé (ri- torno) spetta all'uomo, il quale la
realizza percorrendo tre tappe: ascetica o catarsi (mediante l'esercizio delle
quattro virtù cardinali), contemplazione (conoscenza dell’Uno mediante la
filosofia) ed estasi (unione mistica, immediata, con l'Uno). Maggiori
esponenti: ‘Profondo è stato l'influsso dei pensiero di Plotino su tutta la
filo- sofia medioevale e moderna. Tra i maggiori esponenti ricordiamo i
discepoli PoRFIRIO (232-303) e ProcLOo (410-485) (due filosofi pagani),
PsEupo-DroNIGI (V sec.) e Boezio (480-524), l'arabo AvICENNA (980- 1037),
NiccoLò Cusano (1401-1464) e MarsiLio FIcINO (1433-1499), e i moderni LEIBNIZ
(1646-1716), ScuELLING (1775-1854) e HEGEL. Scuola agostiniana Fondatore:
AgostINo d'Ippona Dottrine principali: La visione filosofica agostiniana è
frutto della esigenza di trovare una base razionale per la fede cristiana. Per
conseguire questo obiet- tivo Agostino fa ricorso alla filosofia di Platone e,
in tal modo, ottiene una visione che viene giustamente qualificata come
platonismo cri- stiano. In effetti in tutti i problemi fondamentali la matrice
platonica è chiaramente riconoscibile: nel problema della conoscenza con la
dottrina della illuminazione; nei problema antropologico con la so- stanziale
identificazione dell'essere dell’uomo con l’anima; nel pro- blema metafisico
con la teoria delle verità eterne (idee) e delle ragioni seminali cioè queile
impresse sino dalla creazione; nel problema etico con la dura condanria di ogni
piacere sensibile e delle passioni e di tutto ciò che appartiene al mondo
naturale. Però, nella visione ago- stiniana, gli elementi platonici non
costituiscono dei blocchi isolati, 250 ante e con- clusivo. Alla visione
agostiniana resteranno fedeli tutti i medioevali sino a San Tommaso, e molti
altri dopo di lui: basti ricordare i nomi di ANSELMO, Uco (1096-1141) e
RICCARDO DI S. VITTORE (1123-1173), BERNARDO (1090-1153). Dominante è
l’elemento agostinia- no nei pensatori francescani: BONAVENTURA (1221-1274),
ALESSANDRO DI HALES (1180-1245), DuNnS ScoTo (1265-1308). Sulla scia di
Agostino si muovono anche alcuni grandi filosofi moderni, in particolare
CARTESIO (1596-1650) e Vico (1668-1744). Al vescovo di Ippona si ri- fanno
infine LuTERO (1483-1546) e CaLvino (1509-1564). 14. Scuola tomista Fondatore:
ToMMaso d'Aquino (1225-1274) Dottrine principali: ione dell'essere negli enti è
dovuta ad una potenza, ossia all'essenza. Quindi negli enti si dà una distin-
zione reale tra essere ed essenza; tra i singoli enti, come pure tra gli enti e
l’Essere supremo, c'è analogia ossia semiglianza, perché sono tutti imparentati
con la stessa perfezione. Alla luce della sua con- cezione dell'essere Tommaso
risolve tutti i principali problemi filo- sofici: il problema epistemologico
(la verità consiste nella corrispon- 251 denza tra il pensiero e l'essere); il
problema teologico (Dio è l’ipsum esse subsistens); il problema cosmologico (il
mondo trae origine per creazione mediante una comunicazione dell’essere da
parte di Dio); il problema antropologico (l'anima umana è naturalmente immor-
tale in quanto possiede un atto di essere suo proprio indipendente- mente dal
corpo); il problema politico (come in Aristotele, viene affermata l'origine
naturale dello Stato che è una società perfetta; però l'altra società perfetta,
cioè la Chiesa, ha la preminenza, in quanto il fine di questa è il « bene
soprannaturale » dell’uomo). Maggiori esponenti: Il pensiero tomista ha avuto
poi rappresentanti di grande va- lore del secolo XVI (il Caretano [1468-1533],
SUAREZ [1548-1617], DE VITORIA [1483-1546]) e nel secolo XX (card. MERcIER
[1851-1926], GiLson [1884-1978], MARITAIN [1882-1973], RAHNER [1904]). 15.
Scuola francescana Fondatore: BoNAVENTURA da Bagnoregio (1221-1274) Dottrine
principali: Il pensiero dei maestri francescani, in particolare di S. Bona-
ventura, che è il loro caposcuola, si caratterizza per una sintesi non sempre
organica ma di grande respiro, di elementi desunti da varie fonti, soprattutto
da Platone e Agostino, ma anche da Aristotele e da Avicenna, e ovviamente dalla
rivelazione biblica. Le dottrine spe- cifiche della scuola francescana sono le
seguenti: in epistemologia, la teoria della illuminazione e la conoscenza
diretta e immediata sia di se stessi che delle singole cose (senza far ricorso
al processo astrat- tivo); in ontologia, la concezione univoca dell'essere e ia
negazione della distinzione reale tra essenza ed esistenza; in cosmologia, la
dottrina dell’ilemorfismo universale (cioè tutte le cose, compresi gli angeli,
sono costituiti di materia e forma) e la negazione dell’eter- nità del mondo;
in antropologia, la teoria della pluralità delle forme (una per il corpo,
un'altra per l’anima vegetativa e sensitiva ed un'al- tra ancora per l’anima
razionale); in teologia naturale, la dottrina dell’evidenza immediata
dell’esistenza di Dio, secondo alcuni autori (Alessandro di Hales e
Bonaventura), oppure della sua indimostra- bilità, secondo altri autori (Duns
Scoto e Occam). Maggiori esponenti: La scuola francescana ha avuto validissimi
esponenti soprattutto nei secoli XIII e XIV {(BonavENTURA [1221-1274],
ALESSANDRO di HaLEs [1180-1245], Duns Scoro [1265-1308], Occam [1290-1349],
RucceRo BaconE [1214-1293] e OLIVI [1248-1298]). 252 - 16. Scuola razionalista
Fondatore: CARTESIO (1596-1650) Dottrine principali: Per svariate ragioni, a
partire da Cartesio, la preoccupazione dominante del filosofo non riguarda più
l'essere, la realtà in sé, le cause ultime delle cose, Dio, ma riguarda l'uomo,
ia sua capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo. Ciò che conta
maggiormente è stabilire il valore della conoscenza umana e scoprire una
metodo- logia appropriata per la ricerca filosofica. Cartesio, padre del razio-
nalismo, affascinato dalla matematica e dalla geometria, ritiene che l'unica
conoscenza valida sia la conoscenza che non proviene dai sensi ma si trova
innata nell'anima. Quanto al metodo, Cartesio propone quello della messa in
dubbio di qualsiasi conoscenza che non risulti immediatamente chiara e distinta.
Chiarezza e distinzione infatti co- stituiscono per lui le proprietà essenziali
d'ogni vera conoscenza. La conoscenza razionale ha per oggetto l’universale e
il necessario, ed è, quindi, capace di afferrare la natura vera, immutabile
delle cose. Così la metafisica diviene possibile: si può conoscere Dio (anzi la
sua esistenza è praticamente evidente: per riconoscerla basta l'argomento
ontologico) e si può provare l'immortalità dell'anima. L'uomo raggiunge la
perfetta felicità facendo trionfare la potenza della ragione sugli istinti e le
passioni e dedicandosi alla contempla- zione amorosa di Dio (amor
intellectualis Dei, secondo la bella e- spressione di Spinoza). Maggiori
esponenti: Le tesi razionaliste di Cartesio sono state riprese e sviluppate da
MALEBRANCHE, SPINOZA (1632-1677), LEIBNIZ (1646-1716) e in parte anche dagli
illuministi e dagli idealisti. 17. Scuola empirista Fondatore: FRANCESCO BACONE
(1561-1626) Dottrine principali: Nel secolo XVII il punto di partenza della
riflessione filosofica non è più il problema dell’essere, bensì quello del
conoscere. Mentre, però, i filosofi continentali (Cartesio, Spinoza e Leibniz)
lo affron- tano a partire dal modello delle scienze esatte (matematica e geome-
tria) e questo li conduce ad evolvere una concezione razionalistica della
conoscenza e delia realtà, i filosofi inglesi si trovano in una temperie
culturale profondamente diversa: nel loro paese fioriscono non tanto le scienze
matematiche guanto quelle sperimentali: la bo- tanica, la chimica, l'astronomia,
la meccanica, ecc. ed è perciò logico che la loro preoccupazione sia volta alla
ricerca d'una teoria della 253 conoscenza e di un metodo di ricerca che
corrispondano alle esigenze di tali scienze. Ora, le scienze sperimentali
muovono dalla costata- zione di eventi particolari, dall'esperienza di certi
fatti concreti (non da idee astratte, da principi universali); loro obiettivo è
il supera- mento dei fatti, con la scoperta di rapporti costanti, leggi
stabili, così da rendere possibile l’anticipazione di ulteriori esperienze. La
problematica epistemologica della filosofia inglese consiste essenzialmente in
questo: com'è possibile, partendo dall'esperienza sen- sitiva risalire a leggi
universali? Senonché proprio la tesi che tutta la conoscenza procede dall'esperienza
(= empirismo) li induce a con- cludere che anche le idee astratte e le leggi
scientifiche conservano la stessa incertezza, instabilità e particolarità della
conoscenza sen- sitiva. La mente umana non afferra niente di universale e
necessario. In tal modo la metafisica diviene impossibile: nulla si può sapere
intorno alla esistenza e natura di Dio, sulla origine prima e sull'ulti- mo
fine della vita umana, sulla essenza delle cose materiali. Nep- pure in campo
morale si danno norme assolute: buono o cattivo è ciò che viene approvato o
disapprovato dalla società. Maggiori esponenti: L'empirismo è la filosofia
congeniale al popolo inglese. Nel se- colo XVII l'hanno professato FRANCESCO
Bacone {1561-1626), HoBBES (1588-1679) e Locke (1632-1704); BERKELEY (1685-
1753) e HUME (1711-1776); nel secolo XIX SPENCER (1820-1903) e MILL
(1806-1873); nel secolo XX RussELL (1872-1970), AYER (1910), RYLE (1900-1976) e
molti altri. 18. Scuola illuminista Fondatore: VOLTAIRE (1694-1778) Dottrine
principali: L'illuminismo più che una scuola o un sistema filosofico è un
complesso movimento culturale, tipico del secolo XVIII e caratterizzato da una
sconfinata fiducia nella ragione umana, ritenuta capa- ce di diradare le nebbie
dell'ignoto e del mistero, che limitano e oscurano lo spirito umano, e di
rendere migliori e felici gli uomini illuminandoli ed istruendoli.
L’illuminismo è essenzialmente un an- tropocentrismo, un atto di fede
appassionato nella natura umana. È un nuovo vangelo di progresso e di felicità.
L'illuminismo predica un messianismo nuovo, un'era nuova, in cui l’uomo vivendo
in con- formità con la sua natura, sarà perfettamente felice. I caratteri fon-
damentali dell'illuminismo sono: venerazione della scieriza, con la quale si
spera di risolvere tutti i problemi che affliggono l'umanità; empirismo: tutto
ciò che sta al di là dell'esperienza non mantiene alcun interesse e cessa di
valere come problema; razionalismo: scon- finata fiducia nella ragione, il cui
potere è ritenuto illimitato; anti 254 con BECCARIA (1738-1794) e GIANNONE
(1676-1748). 19. Scuola idealista Fondatore: IMMANUEL KANT (1724-1804) Dottrine
principali: Ii credo fondamentale degli idealisti è l'affermazione del pri-
mato assoluto delia funzione conoscitiva rispetto a qualsiasi altra at- tività
(estetica, economica, tecnica, politica, religiosa, ecc.). Secondo ii loro
punto di vista il conoscere diviene un principio sussistente: la Coscienza, il
Sapere, la Ragione, lo Spirito Assoluto, l'Io puro. E, logicamente, il
principio conoscitivo non si attua come rappresen- tazione, bensì come
creazione di oggetti. Dall'attività dello Spirito traggono origine la natura,
la storia e l'umanità. Nel suo agire, lo Spirito non si propone altro fine al
di fuori di quello di realizzare pienamente se stesso acquistando una perfetta
autocoscienza. L'i- stanza dell’idealismo è già presente nel sistema kantiano,
ma Kant la sviluppò soltanto parzialmente, affermando gratuitamente l'’esi-
stenza di un mondo oggettivo, della cosa in sé, che esiste fuori di ogni esperienza
{il noumer0). Ma tale postulato era possibile a prezzo d'una grave
contraddizione: l'attribuzione del concetto di causa, il quale secondo i
princisi kantiani di per sé è applicabile solamente ai fenomeni, anche alla
cosa in sé. Ai discepoli di Kant (Fichte, Schel- ling e Hegel) riuscì
facilmente il tentativo di raggiungere l’idealismo assoluto: fu sufficiente
liberare il criticismo dall’applicazione inde- bita del principio di causalità,
trascurare la cosa in sé, e condurre alle ultime conseguenze il cuncetto
kantiano dell'Io come attività ordinatrice e unificatrice dell'esperienza
esterna ed interna. Con que- sta ultima operazione l'io da unificatore diviene
creatore di tutta la realtà; l’'autocoscienza diviene il principio assoluto di
tutto il reale e di tutto ciò che è; ogni limite al pensiero non può essere
posto che dal pensiero, e dal pensiero anche superato. In breve, l'io penso è
255 insieme il mondo e Dio, il fenomeno e il nowmeno, il soggetto e l’og-
getto. In tal modo ogni differenza qualitativa tra Dio e la natura, tra
l'Assoluto e la storia viene cancellata. La natura, la storia, l'umanità non
sono altro che i momenti decisivi della manifestazione dell'As- soluto.
Maggiori esponenti: L'idealismo è stato professato, anzitutto, dai tre grandi
discepoli di Kant: FIicHTE (1762-1846), SCHELLING (1775-1854) e HEGEL (1770-
1831), i quali però lo svilupparono in modo diverso, in forma etica il primo,
estetica il secondo, logico-storica il terzo. Alla fine del se- colo XIX e
all'inizio del XX l’idealismo ebbe validi esponenti in Fran- cia (con RavaIsson
[1813-1900], BrunscHvICG [1869-1944], HAMELIN [1856-1907]), in Inghilterra (con
BrapLEY [1846-1924] e Mc TAGGART [1866-1925]), in America (con Royce
[1855-1916]) e in Italia (con Croce [1866-1952] e GENTILE [1875-1944]). 20.
Scuola volontarista Fondatore: ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860) Dottrine
principali: L'esaltazione del potere della ragione che con l'Illuminismo e
l'Idealismo aveva toccato momenti di autentica follia, dopo la morte di Hegel
(1831) scatenò tutta una serie di vivaci reazioni a favore della dimensione
opposta dello spirito umano, la dimensione affettiva della volontà, delle
passioni, degli istinti. Un gruppo di filo- sofi. di grande levatura contestò
l’importanza che si ascriveva alla ragione e la sua abilità a condurre l’uomo
verso la completa realiz- zazione di se stesso, ne evidenziò i limiti di fronte
ai problemi più gravi e più profondi e l'incapacità di fornire un orientamento
sicuro per l'avvenire. Secondo il loro punto di vista ciò che conta maggior-
mente nell'uomo non è la ragione, la speculazione, la logica, la me- tafisica,
bensì la volontà, l'istinto, la fede. C'è però chi (p. es.: Nietzsche) guarda
alla dimensione volitiva dell'uomo con eniusiasmo, fiducia, ottimismo e, quindi,
professa un velontarismo fatto di coraggio, potenza, azione, un volontarismo
volto al superamento del- la condizione attuale dell'umanità e allo sviluppo di
un uomo supe- riore (super-uomo). C'è invece chi (come Schopenhauer, Kierke-
gaard) considera la situazione dell'uomo in modo pessimistico: l’uo- mo è
alienato e oppresso da un male insanabile, governato da una volontà perversa, a
cui con le sue forze non riuscirà mai a sottrarsi né potrà mai guarire. Egli
potrà uscire da questa situazione in due modi: o sopprimendo la propria
individualità (Schopenhauer) op- pure affidandosi alla grazia di Dio
(Kierkegaard). 256 Maggiori esponenti: Oltre a Schopenhauer, KIERKEGAARD
(1813-1855) e NIETZSCHE (1844 1900) che abbiamo già ricordato e che sono i
massimi esponenti del volontarismo; da ricordare anche HERBART (1776-1841) e
FREUD (1856-1939). 21. Scuola positivista Fondatore: AUGUSTE COMTE (1798-1857)
Dottrine principali: Nel secolo XIX gli scienziati moltiplicavano le loro
scoperte su aspetti della natura e dell'uomo per i quali nei secoli precedenti
la filosofia aveva cercato invano di fornire spiegazioni valide. Tutto questo
parve giustificare l’illazione che l'unica vera filosofia fosse la scienza
stessa. E questa è precisamente la tesi centrale del positi- vismo, il quale è,
pertanto, la logica conseguenza degli insuccessi della metafisica da una parte
e dei trionfi della scienza dall'altra. Il positivismo si propone di rispondere
alla istanza di estendere il dominio dell’uomo sulla natura per mezzo della scienza,
e, insieme, all'esigenza di organizzare per mezzo della scienza lo stesso mondo
umano; onde può, sotto tale aspetto, considerarsi una prosecuzione o una
riaffermazione dei motivi illuministici contro le arbitrarie co- struzioni
metafisiche e le aprioristiche filosofie della natura fiorite nell'età
romantica. Oltre che con l'illuminismo, il positivismo è im- parentato anche
con il materialismo: entrambi vedono nella materia il principio supremo, la
causa ultima di tutta la realtà. Uno degli aspetti più originali ed
interessanti del positivismo è la preoccupa- zione umanistica. Da una parte
esso si propone di liberare l’uomo da tutte le alienazioni ideologiche a cui
l'avevano precedentemente incatenato la religione e la metafisica. Dall'altra
vuole acquisire una cognizione esatta dell’uomo come essere sociale, valendosi
del metodo delle scienze sperimentali: come le scienze sono idonee a for-
mulare le leggi relative al dispiegarsi della realtà naturale, così deb- bono
essere idonee a formulare le leggi relative al dispiegarsi del mondo sociale
umano. Maggiori esponenti: Come l’illuminismo anche il positivismo, il cui
termine fu coniato da Saint-Simon e poi adottato da Comte, è un movimento
filoso- fico di portata europea, anzi, si può dire, mondiale, avendo avuto
sostenitori e seguaci in tutte le parti del mondo. Però i suoi espo- nenti più
illustri appartengono alla Francia (SAINT-SIMmon [1760- 1825) e Comte
[1798-1857], all'Inghilterra (DARWIN [1809-1882], SPENCER [1820-1903], STuART
MiLL [1806-1873]), alla Germania HaEc- KEL [1834-1919]) e all'Italia (ArpIGÒ.
Scuola materialista-marxista Fondatore: KarL Marx (1818-1883) Dottrine
principali: I fattori che maggiormente concorsero alla formazione di una
interpretazione materialistica della realtà in Karl Marx furono tre: lo
sviluppo della scienza, la dialettica hegeliana e l’acuirsi dei pro- blemi
economico-sociali. I trionfi riportati dalla scienza durante il secolo XIX
favorirono l'affermarsi del materialismo perché fecero credere che l’unica
spiegazione vera delle cose sia quella scientifica, non quella religiosa o
quella metafisica. Anche l’acuirsi dei problemi economico-sociali con il
progredire della civiltà industriale operò a favore del materialismo, in quanto
ben presto uomini politici, so- ciologi e filosofi cominciarono a considerarli
fondamentali, condizio- nanti rispetto a tutti gli altri. Ma la spinta decisiva
per il trionfo del materialismo la fornì Hegel stesso con l'eliminazione della
dico- tomia tra reale ed ideale, tra realtà pensante e realtà estesa, tra
spirito e materia, e con la risoluzione di tutta la realtà nella storia.
Facendo assurgere la storia a realtà assoluta, Hegel spalancò la porta al
materialismo perché, partendo da queste premesse, era fa- cile trarre la
conclusione che nello sviluppo storico pesano assai più i fattori economici che
le teorie filosofiche e religiose: i primi costituiscono la struttura
fondamentale, le seconde sono semplice- mente sovrastrutture. Il principale
artefice della « conversione » del- l'idealismo nel materialismo fu Marx.
Questi ha voluto dimostrare scientificamente che l’esistenza or- ganizzata
degli individui, ossia la società, è il risultato della organiz- zazione dei
mezzi di produzione e della loro distribuzione tra gli uomini; ha fornito una
acuta e chiara diagnosi della società mo- derna come società basata sulla
produzione e appropriazione pri- vata della ricchezza socialmente prodotta,
come società che spacca la comunità dei soggetti in classi contrapposte,
capitalisti e lavora- tori; da questa iniqua distribuzione della ricchezza
prodotta ne de- riva inevitabilmente la lotta di classe e che questa a sua
volta sfocerà nella rivoluzione dei proletari di tutto il mondo che porterà
alla fine del capitalismo e al trionfo del comunismo. Maggiori esponenti: Il
materialismo dialettico elaborato da Marx con la collaborazio- ne di EncELS
(1820-1895) fu ripreso e sviluppato « secondo la lettera » da LENIN
(1870-1924), STALIN (1879-1953) e Mao (1893-1976); secondo tendenze
revisionistiche da GRAMSCI, MARcUSE (1898- 1979), BLocH (1885-1977) e GARAUDY
(1913). 258 23. Scuola pragmatista Fondatori: JAMES (1842-1910) e PEIRCE
(1839-1914) Dottrine principali: Il pragmatismo è un indirizzo filosofico
tipicamente americano, sorto negli Stati Uniti alla fine del secolo scorso, ma
si inquadra in quella temperie culturale che, a cavallo del secolo, domina
l’Euro- pa: la reazione al positivismo e al materialismo positivista. Mentre in
Europa la reazione viene condotta sotto l’insegna dello spiri- tualismo, in
America percorre una via nuova ed originale, la via del successo pratico:
questo viene assunto come criterio generale nel determinare la bontà di una
conoscenza, di un sistema, di una norma di condotta. Il termine pragmatism fu
coniato da Ch. S. PEIRCE (intorno al 1872) per indicare che la funzione del
pensiero consiste precisamente nell’imporre una regola d'azione, un
comportamento, una « credenza » (belief); ne deriva che il concetto di un
oggetto si identifica con gli effetti pratici che se ne possono trarre. Le tesi
del Peirce sono state riprese ed efficacemente propagandate da W. James nel
celebre saggio Pragmatism (1907), dove il succo del nuovo indirizzo filosofico
viene così espresso: « Il metodo pragmatico con- siste nello studio delle varie
dottrine dal punto di vista delle con- seguenze pratiche. Quale differenza ci
sarebbe, in pratica, se fosse vera questa dottrina anziché quella? Se non si
può riscontrare nes- suna differenza pratica, allora le dottrine hanno in
realtà la stessa importanza e qualsiasi discussione è superflua. Quando una
discus- sione è seria, dovremmo essere capaci di mostrare le differenze pra-
tiche che devono derivare dal fatto che una alternativa è vera e l’altra no.
Tutta la funzione della filosofia è di accertare se l'accettazione di questo o
quel sistema come vero implica una differenza nei miei o nei tuoi riguardi in
un momento particolare della nostra vita ». Maggiori esponenti: Oltre a CH. S.
PEIRCE e W. JAMES, che ne sono i fondatori, il prag- matismo è stato professato
con qualche variazione da J. DEWEY(1859- 1952) e G.H. MEAD (1863-1931). Alle
tesi del pragmatismo hanno par- zialmente aderito anche pensatori europei, in
particolare J. ORTEGA Y GassET (1883-1955) e E. LE Roy (1870-1954). 24. Scuola
neopositivista Fondatore: WITTGENSTEIN (1889-1951) Dottrine principali: Il
neopositivismo è, essenzialmente, l'applicazione delle teorie classiche
dell’empirismo inglese all'analisi del linguaggio. Non a caso esso si è
sviluppato soprattutto nel mondo anglosassone (Inghil- 259 terra e Stati
Uniti), anche se i suoi inizi ebbero luogo a Vienna, dove un gruppo di
scienziati ebrei capeggiato da Wittgenstein e Schlick si propose di elaborare
un linguaggio scientifico rigoroso sottoposto a criteri infallibili di verità.
I motivi che hanno determinato la tra- sformazione dell’empirismo da teoria
della conoscenza in teoria del linguaggio sono due. Primo, il convincimento che
molte discussioni filosofiche siano dovute ad una insufficiente chiarezza e
precisione di linguaggio. Secondo, il desiderio di scoprire un linguaggio
univer- sale ed un criterio di significazione assoluto, validi per tutte le
disci- pline scientifiche e filosofiche. I canoni fondamentali del neopositi-
vismo, detto anche positivismo logico, sono i seguenti: a) i problemi filosofici
possono essere risolti solo con l’analisi del linguaggio; b) so- lo le
proposizioni sperimentali o fattuali, ossia le proposizioni che sono passibili
della verifica sperimentale, hanno senso; c) le proposi- zioni della metafisica
come pure quelle dell'estetica, della religione, della morale, ecc. non hanno
un contenuto, in quanto ogni contenuto proviene dali’esperienza e, perciò, sono
prive di senso. Su questi po- stulati si fonda la tesi centrale del
neopositivismo: quella della as- surdità (più esattamente, della
non-sensatezza) della metafisica, del- l'etica, dell'estetica e della
religione. Maggiori esponenti: Nella forma rigida che abbiamo esposto il
neopositivismo è stato sostenuto oltre che da Wittgenstein (il primo
Wittgenstein) e SCHLICK (1882-1936), anche da NEURATH (1882-1945), REICHENBACH
(1891-1953), CARNAP, RussELL (1872-1970) e Ayer (1910). Ma, allorché si
riconobbe l'insostenibilità del principio della verifica sperimen- tale come
criterio assoluto di significanza, la corrente neopositivista si trasformò in
corrente dell'analisi del linguaggio. Questa cessa di privilegiare il
linguaggio scientifico sopra tutti gli altri e adotta come linguaggio base il
linguaggio ordinario. Quanto al criterio di significanza molti sono disposti ad
accogliere quello proposto da K. PoPPER (1902), detto criterio di
falsificabilità. 25. Scuola esistenzialista Fondatori: HEIDEGGER (1889-1976) e
KIERKEGAARD (1813-1855) Dottrine principali: La prima guerra mondiale mostrò la
vacuità di tutti i sistemi filosofici, dall'idealismo al volontarismo, dal
positivismo al materia- lismo, mettendo in scacco i valori da essi esaltati, e
fece sentire l’ur- genza d'un rinnovamento sostanziale della filosofia.
Interprete di tale istanza di rinnovamento e, allo stesso tempo, testimone
della situazione di angoscia in cui il flagello orrendo della guerra aveva
sprofondato l'umanità è l’esistenzialismo, un movimento di pensiero che —
rifacendosi anche al pensiero di Kierkegaard — concepisce 260 la speculazione
filosofica come una minuta analisi dell'esperienza umana quotidiana, in tutti i
suoi aspeiti, teorici e pratici, indivi- duali e sociali, istintivi ed
intenzionali, ma soprattutto degli aspetti ‘irrazionali della vita umana. I
caratteri fondameniali deil’esistenzia- lismo sono i seguenti: a) il metodo
fenomenologico: questo consiste essenzialmente in uno sforzo di chiarificagione
della esperienza con- dotto non alla luce di principi metafisici ma nell’ambito
dell’espe- rienza stessa mediante l'osservazione obiettivadella realtà così
come essa si manifesta;! b) il punto di parienza antropologico: la ri-
flessione filosofica comincia dall'uomo e si incentra sempre su di lui; c) il
tentativo di integrare le dimensioni dell'uomo comunemen- te considerate
irrazionali, come gli istinti, i sentimenti e ie passioni, in una visuale più
comprensiva; d) la subordinazione dell'essenza al- l'esistenza: l'uomo non è
concepito come un essere naturale com- pletamente configurato nella sua essenza
sin dalla nascita, ma come un individuo che, esistendo, crea la propria essenza
mediante l’uso della libertà; e) i criteri della condotta morale ron sono
ricavati dal- la natura e neppure da Dio bensì dalla storia e precisamente
dalle possibilità concrete che si presentano quotidianamente ad ognuno di noi.
È autentica ossia morale la vita di coiui che sa tradurre in atto le proprie
possibilità, mentre invece è inautentica la vita di chi le trascura. Maggiori
esponenti: L'esistenzialismo attuale ha avuto i suoi rappresentanti più iliu-
stri in Germania (con HFipEGcER e Jaspers [1883-1969]), dove tra l'ai- tro
esercitò un influsso decisivo sulla teologia, dando origine al mo- vimento
denominato teologia della crisi (BARTH [1886-1968], ILLICH [1886-1965],
GocarTEN [1887-1967], BuLTtMANnN [i884-1976]), e in Francia (con SARTRE
[1905-1980], CAMus [1913-1960], MarczL [1889- 1973], MERLEAU-PONTY [1908-1961]
e LaveLLE [1883-1951]); in Italia con ABBAGNANO. 26. Scuola personalista
Fondatore: RENOUVIER (1815-1903) Dottrine principali: Il personalismo è un
importante movimento filosofico contem- poraneo che ha avuto per culla la
Francia (già alla fine del secolo scorso), ma poi ha trovato molti seguaci sia
negli altri paesi eu- ropei come in alcuni paesi dell'America sia del Nord sia
del Sud. Si caratterizza per l’attenzione che rivolge alla persona. Contro
tutti quei sistemi filosofici che trascurano la persona o facendone un mo-
mento dell’Assoluto (idealismo) o della Storia (storicismo) o della Vita
(vitalismo) o della Natura (materialismo) o subordinandola alla 1 Vedere più
avanti la Scuola fenomenologica. 261 ori religiosi (cattolici, protestanti,
ebrei). Ciò spiega come il loro discorso sulla persona si apra necessariamente
verso la Trascendenza: Dio è il Tu supremo che chiama, interpella e porta a
compimento la progettualità umana tesa all'infinito. Maggiori esponenti: Tra i
cattolici: RENOUVIER (1815-1903), E. MOUNIER (1905- 1950), J. QuiLEes, R.
GUARDINI (1885-1968); tra i protestanti: P. Ri- COEUR (1913), E.S. BRIGHTMAN;
tra gli ebrei M. BuUBER e E. LÉvInAs (1906). 27. Scuola spiritualista Origine:
È un vasto movimento di pensiero che si sviluppa in Europa (in particolare in
Francia, Italia e Germania) negli ultimi decenni del- l'’Ottocento e nei primi
del Novecento in contrapposizione al positi- vismo, allo scientismo e al
materialismo. 4 Dottrine principali: Lo spiritualismo accoglie nelle sue file
pensatori di svariate ten- denze che hanno in comune tra di loro tre cose: a)
il rifiuto del ma- terialismo positivista e scientista che aveva dominato la
scena cul- turale europea durante la seconda metà del secolo XIX; b) la riaf-
262 fermazione del primato della dimensione spirituale su quella ma- teriale
della realtà; c) la critica della concezione positivista delle conoscenze che
aveva identificato scienza e ragione e, allo stesso tempo, assolutizzato i
poteri della scienza. Denunciando le assurde pretese scientiste del
positivismo, gli spiritualisti riaprono la porta alla riflessione metafisica.
Questa però viene realizzata in svariati modi: secondo il modo più interioristico
ed antropologico di Agosti- no, oppure secondo il modo più oggettivo ed
ontologico di san Tom- maso, oppure secondo il modo trascendentale di matrice
kantiana, oppure secondo il modo dialettico di ispirazione pascaliana, ecc.
Così si è avuto lo sviluppo di uno spiritualismo agostiniano (con Blondel,
Lavelle, Sciacca, Lazzarini, Guzzo); di uno spiritualismo neoscolastico o
neotomistico (Gilson, Maritain, Masnovo, Fabro, Bontadini); di uno
spiritualismo neokantiano (Lotze, Rickert, Ca- rabellese, Martinetti). Divisi
nelle vie da percorrere gli spiritualisti si trovano però uniti nel traguardo
finale: la riaffermazione di Dio quale centro spirituale dell'universo,
principio primo del possente dinamismo insito nell'uomo e nelle cose, valore
supremo che assi- cura un solido fondamento a tutti gli altri valori (morali,
religiosi, sociali, personali) in particolare al valore assoluto della persona.
Maggiori esponenti: Tra i primi e principali esponenti dello spiritualismo,
oltre i nomi di cui abbiamo riferito sopra, occorre ricordare F. RAVAISSON
(1813-1900), CH. RENOUVIER (1815-1903), J. LACHELIER (1832-1918), E. BouTRoux
(1845-1921), che, in certo modo, possono anche dirsi fon- datori di questo
movimento. 28. Scuola di Francoforte Fondatore: M. HoRKHEIMER (1895-1973), che
è stato il principale ani- matore dell'indirizzo di pensiero che ebbe
nell'Institut fiir Sozial- forschung (Istituto per la ricerca sociale) di
Francoforte il suo cen- tro di irradiazione. Storia e dottrine princi pali:
L'Istituto, fondato nel 1924 e diretto da Karl Griinberg, fu do- minato poi
dalla personalità di Horkheimer, che fu chiamato a di- rigerlo nel 1931.
Horkheimer diede notevole impulso agli studi del- l’Istituto, proponendosi di
promuovere la elaborazione di una « teo- ria della società esistente
considerata come un tutto », avvalendosi di una ricerca interdisciplinare che
contava soprattutto sull’apporto oltre che della filosofia, della psicanalisi,
della antropologia, della sociologia. Nel 1932 nacque la rivista Zeitschrift
fiir Sozialforschung (Rivista per la ricerca sociale), come organo ufficiale
dell'Istituto. Questo, nel 1933, a causa dell'avvento del nazismo che ne aveva
de- cretato la soppressione, fu trasferito prima a Parigi e successiva- 263
movimento di pensiero che, nello studio della realtà, assegna il primato alle
strutture anziché ai contenuti. Dello strutturalismo si danno due versioni
principali, guella lingui- stica e quella filosofica. Fondatore delia prima è
F. De Saussure, della seconda C. Lévi-Sirauss. Poiché la versione filosofica
dipende stret- tamente da quella linguistica, si può coglierne il significato
soltanto tenendo presenti le tesi basilari di quest'ultima, che sono le se-
guenti: nello studio strutturalistico di una lingua i isrmini non vanno
trattati come entità indipendenti ma vanno considerati nelle loro reciproche
relazioni, cioè l’analisi deve basarsi sulle relazioni fra i termini; la lingua
va vista come un sistema, mostrande che ci sono sistemi fonologici concreti e
scoprendo le loro strutture; in- fine si cerca di arrivare, sia con l’induzione
sia con la deduzione, alla conoscenza di leggi generali e a formulare relazioni
necessarie. Dal campo della linguistica Lévi-Strauss ha trasferito lo
strutturalismo allo studio generalizzato dell’uomo e della società, ritenendo
di poter trattare i membri della società alla stregua dei singoli termini di
264 logia, dalla macchina, e si vede sempre più gravemente lesa nella sua
libertà e nella sua autonomia. Ciò che è accaduto, secondo ‘Foucauli, è la
morte dell’uomo; e, in effetti, più che la « morte di Dio », lo strutturalismo
« annuncia la fine del suo uccisore [...] l'assoluta dispersione dell’uomo ».
Maggiori esponenti: I maggiori rappresentanti dello strutturalismo sono: C.
LÉvI- STRAUSS (1908) che concepisce l'antropologia strutturale come inven-
tario delle possibilità inconsce da cui emergono le strutture proprie di una
società; M. FoucauLT (1926), studioso dell’epistema, ossia del- l’a priori
storico di alcuni periodi della civiltà occidentale. 30. Scuola fenomenologica
Fondatore: EDMUND HussERL (1859-1938) Dottrine principali: Come suggerisce il
termine « fenomenologia » — che è quello che dà il nome a questa scuola — lo
studio dei fenomeni costituisce l’obiettivo primo e principale della filosofia
secondo Husserl e i suoi seguaci. Senonché il loro concetto di fenomeno ha ben
poco in co- mune con il classico concetto kantiano, il quale rimanda
necessaria- mente alla « cosa in sé », il noumeno. Secondo Husser! il fenomeno
è il dato immediato ed ultimo, e la questione della cosa in sé non si pone
neppure. Il fenomeno, si potrebbe dire, è la cosa in sé, e in effetti per
Husserl e per i suoi seguaci studiare i fenomeni significa studiare la realtà
quale essa si offre alla intelligenza al fine di evi- denziarne i contenuti
essenziali. Per quesio è essenziale l’epoché (termine greco che significa «
sospensione », « messa in parentesi »): vale a dire la sospensione di qualsiasi
conoscenza previa intorno ai fenomeno preso in esame, compreso il presupposto
deila coscienza naturale che al di là del mondo conosciuto (mondo eidetico, dei
significati) esista anche un mondo esterno. Il metodo fenomenologico — di cui
Husserl fu il geniale inven- tore — fu accolto con entusiasmo e fu ampiamente
utilizzato da 265 molti filosofi del sec. XX, soprattutto dagli
esistenzialisti, ma anche dai personalisti, dagli psicanalisti, dagli analisti
del linguaggio, da- gli antropologi, dai sociologi, dai filosofi della
religione, ecc., i quali, però si appropriarono della teoria husserliana con
una buona dose di libertà, depurandola quasi sempre da quella venatura idea-
listica che c'era in Husserl. Della fenomenologia salvaguardarono i due canoni
fondamentali: l'epoché (cioè sospensione di ogni cono- scenza o precomprensione
di ciò che costituisce oggetto di studio) e intenzionalità (che è il
riconoscimento del carattere essenzialmente referenziale della coscienza e dei
suoi contenuti), mentre lasciarono cadere gli altri elementi che avevano
condotto Husserl sui sentieri dell'idealismo e del solipsismo. ; Maggiori
esponenti: L'indirizzo fenomenologico ha avuto un largo seguito, e l’uso del
metodo fenomenologico ha consentito a numerosi pensatori di conseguire
importanti risultati: a SCHELER (1874-1928) di esplorare il mondo dei valori; a
HEIDEGGER (1889-1976) il mondo dell’esistenza; a MERLEAU-PONTY (1908-1961) il
mondo del corpo; a WITTGENSTEIN (1889-1951) il mondo del linguaggio; a RICoEUR
(1913) il mondo del simbolismo religioso; a LÉvINAS (1906) il mondo dell'altro;
a MARCEL (1889-1973) il mondo della fede, della speranza e della carità; a
SARTRE (1905-1980) il mondo della libertà; a GADAMER (1900) il mon- do della
storia. 31. Scuola epistemologica Una vera e propria scuola! che porti questo
nome non è mai esi- stita e non esiste. Nella storia della filosofia invece si
registra forte attenzione a numerosi problemi della conoscenza come la natura,
i fondamenti, i limiti e le condizioni di validità del sapere scientifico nei
vari campi delle scienze; ciò è avvenuto soprattutto a partire da Cartesio e
con maggior impegno nell'ultimo secolo. Tale attenzione è il tratto comune di
tutto il pensiero moderno ed è ciò che lo di- stingue dal pensiero antico e
medioevale. Mentre questo aveva un orientamento marcatamente metafisico, il
pensiero moderno ha pre- so un orientamento marcatamente gnoseologico o
epistemologico: la discussione fondamentale e principale riguarda il conoscere
e non più l'essere. Da questo indirizzo generale e comune si distaccano sva- P
! Per avere una scuola non basta un bel tema. La metafisica e l'etica, per
esempio, sono temi bellissimi eppure non esistono né una scuola metafisica né
una scuola etica. Perché si dia una scuola occorre anzitutto un maestro e poi
un discreto numero di discepoli che per qualche tempo ne abbiano ripreso il
pensiero. Sui grandi temi (e questo è anche il caso dell’epistemologia) sono
state proposte, come è detto sopra, svariate interpretazioni ed elaborazioni da
parte di numerosi maestri insigni che pertanto hanno dato luogo a molte scuole,
non ad un'unica scuola. 266 riate ramificazioni: la scuola razionalista (con
Cartesio, Spinoza e Malebranche) nel secolo XVII; la scuola empirista (con
Locke, Berkeley e Hume); la scuola illuminista (con Voltaire, Rousseau,
Lessing) e la scuola criticista (con Kant) nel secolo XVII; la scuola
positivista (con Comte e Spencer) nel secolo XIX; la scuola neopo- sitivista o
neoempirista (con Carnap, Popper, Wittgenstein, Russell, Ayer) nel secolo XX. I
recenti sviluppi della riflessione epistemo- logica (di Bachelard, Popper,
Kuhn, Agazzi) ha fruttato un ridimen- sionamento delle pretese della scienza e
ha rimesso in luce questio- ni preliminari sulla natura stessa del conoscere e
del soggetto che svolge l’attività scientifica che debordano i confini
dell’epistemolo- gia e invadono il terreno della metafisica. 32. | « Nuovi
Filosofi » Non rappresentano una scuola nel senso proprio del termine, ma
rappresentano sicuramente una delle correnti‘ di pensiero più indicative della
crisi. della coscienza contemporanea. Giovani intel- lettuali marxisti,
‘protagonisti del maggio 1968 in Francia, sono diventati progressivamente
assertori di una critica radicale alla complessità teorica e pratica del
marxismo nelle .sue formulazioni di principio e nelle sue attuazioni storiche.
Le ragioni di questa crisi profonda nei confronti del marxismo sono state
provocate soprattutto dalle tragiche vicende degli intellet- tuali sovietici
del dissenso e dalla pubblicazione di Arcipelago Gulag (1978) di A. Solzenicyn.
Maggiori esponenti: JAMBET (1949), Guy LARDREAU (1947), JEAN-MARIE BENOIST
(1942), JEAN PAUL Dottè (1939), MicHEL GUERIN (1946), BERNARD- Henry LEvy
(1949), ANDRÈ GLUCKSMANN (1937). Kk xk Abbiamo presentato i sistemi principali
delle filosofie occiden- tali. Il motivo di questo è dato dal fatto che «
soltanto gli occidentali, a partire dal popolo greco, sono riusciti a mettere a
punto gli stru- menti concettuali (la logica, la dialettica, il puro
ragionamento) che sono necessari per elevare la filosofia dal livello elementare
a quello scientifico. Infatti, anche nelle altre culture, specialmente in
quelle derivanti dalle grandi civiltà mediorientali ed orientali, elementi fi-
losofici appaiono in contesti di carattere prevalentemente religioso e pertanto
non possono essere definiti “filosofia” in senso scientifico 267 vero e proprio
».! Altrettando non si puè dire delia filosofia islamica, la quale approfondì e
Sviluppo la filosofia scolastica prima ancora che essa si sviluppasse in
Europa. I massimi rappresentanti della filo- sofia islamica sono AVICENNA, nato
nell'Asia centrale nel 980 e morto nel 1037 duranie una campagna militare;
AVERROÈ, nato a Cordova, in Spagna, nel 1126 e morto nel 1198. Anche nel mondo
ebraico si di- stinsero, rel Medioevo, due filosofi che hanno tentato di
approfon- dire le più importanti verità della fede, servendosi anche delia spe-
culazione aristotelica e neoplatonica: AVICEBRON, nato a Malaga, in Spagna,
verso il 1820 e morto a Valencia fra il 1058 e il 1069; MAIMONIDE, nato a
Cordova nel 1135 e morto a Il Cairo nel 1204. Naturalmente, alla suddivisione
delle Scuole illustrate nel pre- sente volume, specie per quanto riguarda
quelle degli ultirni se- coli, si possono fare delle obiezioni. Non è possibile
seguire un cri- terio rigido e uniforme. Molti filosofi appaiono in più di una
Scuola, sia per l'evoluzione del loro pensiero che per i, multiformi contributi
dati da numerosi filosofi a più di un indirizzo filosofico. Per questo, è utile
consultare la ZII Parte, che presenta le schede dei maggiori filosofi,
dall'antichità ad oggi. ! B. MONDIN, vol. I, p. 9. 268 Parte terza: I
PRINCIPALI FILOSOFI" Abbagnano Filosofo italiano, nato a Salerno, fu
allievo di Aliotta e docente in varie università. Distaccatosi dall’idealismo,
in Italia fu tra i pri- mi a cogliere e segnalare l’importanza della nuova
prospettiva esi- stenziale nello studio della realtà, che proveniva dalla
Germania e dalla Francia, propugnando, peraltro, una sorta di esistenzialismo
positivo, in contrapposizione a quello essenzialmente negativo di Heidegger,
Jaspers, Sartre. Successivamente, dopo il 1945, approfon- dendo il pragmatismo
e lo strumentalismo anglo-americano, divenne assertore convinto di una
concezione del mondo che, pur afferman- do la dignità assoluta della persona e
dei suoi diritti, allo stesso tempo riconosce apertamente i limiti della
ragione umana, la quale deve rifuggire ogni tentazione di onniscienza ed
onnipotenza e col- tivare la via del « limite ». Opere principali: La struttura
dell’esistenza; Introduzione all'esistenzialismo (1942); Esistenzialismo
positivo (1948); Storia della filosofia, in 3 voll. (1946-1950); Possibilità e
libertà (1956); Di- zionario di filosofia (1960). Abelardo Pietro (1079-1142)
Filosofo e teologo francese nato a Nantes, fu una mente enciclo- pedica e un
dialettico formidabile. Discepolo a ‘Parigi di Roscellino (nominalista) e di
Guglielmo di Champeaux (ultrarealista), ben pre- sto prese posizione contro i
suoi maestri, aprendo nuove strade sia in filosofia (con la teoria del realismo
moderato), sia in teologia (col metodo dialettico del sic et non). Fu maestro
prima di dialettica e successivamente di teologia a Parigi (nella scuola di
Notre Dame * In questa Parte terza vengono presentate le schede dei filosofi
delle grandi Scuole del periodo antico, medioevale e moderno; un maggior
sviluppo è riservato ai filosofi dell’epoca contemporanea. Le date di nascita e
morte di gran parte dei filosofi dell'antichità, per mancanza di dati precisi,
si devono ritenere approssimative. 269 e nel monastero di san Vittore)
ottenendo grande successo tra la folla dei suoi auditori. Ma incappò in due
grossi infortuni: quello sentimentale a causa del suo sventurato amore per la
sua giovane allieva Eloisa che aveva sposato in segreto e che gli costò
l’evira- zione e la chiusura in convento a Chalons sur Saòne fino alla morte;
quello dottrinale che gli attirò la condanna dei concili di Soissons (1121) e
di Sens (1141). In teologia la tendenza di Abelardo è razio- nalistica: mira a
sottoporre all'analisi critica della ragione anche le verità di fede. In
filosofia hanno avuto vasta risonanza la sua so- luzione del problema degli
universali secondo la linea del realismo moderato, e la dottrina della buona
intenzione quale criterio unico della bontà di un'azione. Opere principali:
Dialectica; De unitate et trinitate divina (in cui tenta di accostare le tre
persone della Trinità alla triade neoplatonica Uno, Mente, Anima); Nostrorum
petitioni sociorum; Ethica seu liber scito teipsum; Ingredientibus. A carattere
teologico scrisse, tra l’al- tro: Introductio ad theologiam, Theologia
christiana. Adler Max (187 1937). . È annoverato” tra È ‘tapiscuola dell’è
‘austromarxismo », la nuova scuola nata ‘da’ una « Comunità spirituale »,
frantumatasi, nel 1914, per le divergenze sorte in merito alla valutazione del
problema della partecipazione alla guerra, dei nazionalismi e dei caratteri
della rivo- luzione bolscevica. i Questione primaria dell’austromarxismo è la
fondazione dei va- lori del socialismo e la verifica di quanta scienza sia
presente nel marxismo o quanto meno derivabile da esso. La sua riflessione è
polarizzata su tre questioni fondamentali: a) il concetto di pro- gresso; b)
l'interrogativo circa l’interpretazione del materialismo; c) il carattere
metafisico e metodologico della dialettica. Opere principali: l'opera nella
quale Adler elabora le linee fonda- mentali della sua riflessione è Problemi
marxisti (1920); altre sue opere sono: La condizione dello Stato nel marxismo;
Democrazia e consigli operai; Socialismo e intellettuali. Adorno Theodor
Wiesegrund (1903-1969) Filosofo, sociologo e musicologo, nacque a Francoforte,
dove visse e lavorò sino all'avvento del nazismo, quando si trasferì negli
U.S.A. insieme ad Horkheimer, dal ’34 al '50. Tornato in Germania, divenne condirettore
dell'Istituto per le Ricerche Sociali, la famosa Scuola di Francoforte, che era
stata fondata nel 1924, e dal 1931 al 1933 venne diretta da Horkheimer, di cui
Adorno fu sempre il più sti‘etto collaboratore. Insieme a questi curò la
stesura delle due opere fondamentali: Dialettica dell'Illuminismo e Lezioni di
sociologia. Da marxista pienamente convinto, quale fu sino agli anni ‘’40,
divenne un critico preciso del pensiero di Marx, sia come ideologia che come
filosofia, impegnandosi, soprattutto negli ultimi anni, ad 270 analizzare
criticamente i miti del progresso ed il loro sviluppo nelle società capitaliste
avanzate. Nel contempo, come studioso della filosofia della musica, di cui può
dirsi fondatore, indicò nell'arte il mezzo per riproporre in modo continuo la
dimensione utopica per la risoluzione della crisi culturale moderna. Opere
principali: Dialettica dell'illuminismo (1944); Lezioni di sociologia (1947);
Personalità autoritaria; Minima moralia (1951); Tre studi su Hegel (1963);
Dialettica negativa (1966). Come musicologo è notevole La filosofia della
musica moderna (1949); In- troduzione alla sociologia della musica (1962). Nel
1974 è uscita po- stuma ed incompleta la sua Teoria estetica. Agostino di
Ippona (354-430) Nato a Tagaste (nell'attuale Algeria) da madre cristiana (la
futura santa Monica), si dedicò a studi letterari e filosofici e poi
all’insegna- mento. Aderì in epoche diverse a filosofie diverse. Passò a Roma e
poi a Milano: qui, anche per l’incontro con sant'Ambrogio, si con- vertì al
cristianesimo e ricevette il battesimo. Tornato in Africa, di- venne prete e
poi vescovo di Ippona. Morì nel 430. Scrisse molte opere su svariati argomenti
di interesse filosofico e teologico. Sant'Agostino è il massimo esponente della
filosofia cristiana du- rante il periodo patristico. Egli ha operato una
sintesi armoniosa di cristianesimo e di neoplatonismo. Egli dà alla sua
filosofia una netta impostazione interioristica (« la verità abita nell'uomo
interiore ») ed è essenzialmente attraverso l’interiorità umana che egli
ascende a Dio. Nell'uomo, che è mutevole — osserva Agostino —, vi è la verità,
che è immutabile: in ultima analisi, Dio è la Verità che si fa riconoscere nel
cuore dell'uomo. Al problema se l'uomo possa conoscere la verità Agostino rispon-
de con una serrata critica dello scetticismo, dimostrando che l'uomo conosce
con certezza alcune verità. La conoscenza delle verità eterne, che è il vertice
della conoscenza intellettiva, ha luogo attraverso la illuminazione divina. Il
linguaggio ha funzione strumentale: la pa- rola serve per comunicare le idee.
Momento centrale della sua riflessione è il tema della creazione del mondo
messo in rapporto al problema dell'eternità e del tempo. Il tempo per Agostino
è una dimensione propria dell'animo umano, è la durata di una natura finita che
ha bisogno di tappe successive e continue per realizzarsi. Il tempo è un
presente che passa, l'eternità, invece, è un presente che non passa. La mente è
la misura del tempo: 1) la memoria è il presente del passato; 2) l'intuizione è
il presente del presente; 3) l'attesa è il presente del futuro. Il mondo è
stato creato da Dio nella sua intierezza, sin dall'inizio, con tutte quelle
virtualità, che si sarebbero venute sviluppando nel- la storia (ragioni
seminali). Inoltre, nell'affrontare il problema del male, comune alla tradizio-
271 ne del neoplatonismo, afferma che il male non deriva da Dio, ma dalle
creature, in quanto non è una realtà positiva, ma una privazio- ne della
realtà. Contro il manicheismo sostiene la libertà dell'uomo, contro il
pelagianesimo il valore della grazia. La centralità riservata da Agostino
all'interiorità dell'uomo fa sì che nel suo pensiero il problema dell'anima
acquisti una particolare incidenza. Per Agostino l’uomo è « un'anima ragionevole
che si serve di un corpo mortale terrestre ». Gli argomenti per dimostrare la
spi- ritualità e l'immortalità dell'anima sono: 1) o l’anima esplica la sua
attività (volere, pensare, dubitare, ecc.) senza il corpo e allora è spi-
rituale, o ha sempre bisogno «del corpo e allora è materiale. (C'è un caso in
cui l'anima non ha bisogno del corpo ed è quando conosce se stessa come
sostanza che vive, ricorda e vuole, ecc.; 2) la prova del- l'immortalità è di
ispirazione platonica: l’anima si trova in continua relazione con la verità; vi
è pertanto un'intima unione tra la mente che contempla la verità e la verità
che è contemplata. Con Agostino ha inoltre origine nel pensiero occidentale una
vera e propria teologia della storia, innestata su una nuova filosofia della
storia, ben diversa da quella del mondo classico. La storia non è più concepita
come un susseguirsi di cicli che si ripetono periodicamen- te, ma un cammino in
linea retta che sale dalla terra al cielo. Lo svolgersi della storia è la lotta
tra la città terrena e quella celeste. La storia è divisa in tre grandi periodi
(l'origine, il passato, il fu- ‘turo) rischiarati dalla luce della Rivelazione
cristiana. Infine, per Agostino, i rapporti fra la « città celeste » (o Chiesa)
e la « città terreno » (o mondo) sono chiariti ricorrendo alla dialettica dei
due amori: l’amore di Dio; l’amore di sé. Opere principali: Contra academicos;
De beata vita; De ordine; Soliloquia (quattro opere scritte tra il 386 e il
387); De immortalitate animae (387); De libero arbitrio (388); De vera
religione (390); Con- fessiones (13 libri scritti tra il 397 e il 401); De
Trinitate (15 libri scritti tra il 399 e il 419); De civitate Dei (22 libri
scritti tra il 413 e il 426). Alberto Magno (1205-1280) Filosofo e teologo
tedesco. Fece i suoi studi a Bologna e a Padova e nel 1223 entrò nell'ordine
domenicano. Insegnò teologia a Parigi e poi a Colonia, dove morì. A Parigi ebbe
come allievo Tommaso d'Aquino. Fu uno dei primi pensatori medievali a
valorizzare la filo- sofia e la scienza aristotelica, dichiarandola compatibile
con la fede cristiana; ne raccomandò l'assunzione da parte della Chiesa e diede
egli stesso l'esempio di ome si poteva utilizzare le dottrine scientifi- che e
metafisiche di Aristotele a vantaggio del cristianesimo. A tal fine cercò di
liberare il pensiero del filosofo greco dalle distorsioni che gli aveva
procurato l’interpretazione di Averroè. In tal modo egli spianò la strada al
discepolo Tommaso d'Aquino, che riuscì ad operare 272 quella grande sintesi del
pensiero aristotelico con la rivelazione cri- stiana, che costituisce una delle
massime conquiste del Medioevo. Opere principali: Commentari alle opere di
Aristotele; Tractatus de natura boni; Summa de creaturis; commento alle
Sentenze di Pietro Lombardo; Summa theologiae. Althusser Louis (1918) Filosofo
francese, nato ad Algeri e discepolo di Bachelard, ha insegnato a lungo all’«
École Normale Superieure » di Parigi sino a quando fu colpito da una malattia
mentale. Appartiene con Bloch e Garaudy al neomarxismo francese. Egli ritiene
che la dialettica hegeliana sia funzionale in ordine alla prassi marxiana,
leninista e maoista e pertanto vada o abbando- nata o ridefinita; asserisce,
inoltre, che in Marx è presente una « rottura epistemologica » tra la nozione fondamentale
di « modo di produzione » e l'umanesimo degli scritti giovanili. Assume,
pertanto, il metodo strutturale come chiave di lettura dei testi marxiani con
soluzioni opposte a Bloch e a Garaudy. Egli nega infatti che nelle opere
giovanili di Marx esista la prospettiva di un « umanesimo socialista »,
attribuendo al concetto di umanesimo una valenza ideologica e al concetto di
socialismo una valenza scien- tifica. Marx, secondo Althusser, si è impegnato
in un affrancamento dai pregiudizi filosofici e, anche se non ha eliminato
l'ideologia, ha creato le condizioni storiche per conoscerla, ponendosi così da
un punto di vista scientifico. L'approccio scientifico all'ideologia avreb- be
pertanto costituito il vero merito di Marx e del marxismo. Opere principali:
Per Marx (1965) e Leggere il « Capitale » (scritto con i suoi allievi nel
1965); Lenin e la filosofia (1969), Umanesimo e stalinismo (1973), Elementi di
autocritica (1974). Anassagora (500-428 a.C.) Originario di Clazomene, in Asia
Minore, introdusse la filosofia ad Atene. Fu filosofo e scienziato. Ad Atene
divenne maestro di Pe- ricle. Imprigionato a causa delle sue teorie
astronomiche, fu liberato per intercessione di Pericle e morì in esilio. Anche
per Anassagora, come per Democrito, l'essere è costituito da atomi
qualitativamente diversi, le « omeomerie ». La diversità dei corpi è data dal
prevalere di determinate omeomerie. Per primo Anassagora pone come causa del
divenire una Mente Suprema (Nous), principio ordinatore delle cose. Così egli
supera la spiega- zione naturalistica dell'universo ed apre orizzonti nuovi al
pensiero greco. Della sua opera Sulla natura rimangono 12 frammenti.
Anassimandro (610-546 a.C.) Matematico e astronomo di Mileto, oltre che
filosofo. Successe a Talete nella guida della Scuola ionica. Pone come
principio primo di tutte le cose qualcosa di indeterminato (àpeiron). Il suo
eterno 273 movimento determina nella materia, per separazione, i contrari.
L'àpeiron (infinito) di Anassimandro è un concetto nuovo e importan- tante perché
introduce elementi metafisici, che trascendono cioè le co- se « finite ». Della
sua opera Della natura rimane un solo frammento. Anassimene (585-528 a.C.)
Nacque a Mileto, come Talete e Anassimandro, di cui fu disce- polo. Ripone il
principio primo nell'aria, che è eterna e in continuo movimento, rifiutando
così il concetto dell’àpeiron del suo maestro Anassimandro. È l’espressione più
compiuta della filosofia ionica. Della sua opera Sulla natura rimane un solo
frammento. Anselmo d'Aosta (1033-1109) Nato ad Aosta entrò, adolescente,
nell'abbazia benedettina di Bec, in Normandia, nel 1086 ne divenne abate. Una
decina d'anni più tardi fu nominato vescovo di Canterbury in Inghilterra.
Anselmo è il massimo pensatore cristiano del secolo XI e dà l’avvio alla
rinascita del pensiero filosofico e teologico medioevale. Egli studia, tra
l'altro, due problemi di fondamentale importanza per la filosofia cristiana: il
problema dei rapporti tra fede e ragione che risolve secondo la linea
dell'armonia nella sottomissione della ragio- ne alla fede e il problema della
esistenza di Dio, che risolve con la celebre prova ontologica (movendo cioè dal
concetto che Dio è l’esse- re massimo che si possa concepire: id cuius maius
cogitari nequit). Opere principali: Monologion; Proslogion; Cur Deus homo; De
veritate; De grammatico. Ardigò Roberto (1828-1920) . Nato a Casteldidone
(Cremona), mentre compiva gli studi classici a Mantova si sentì chiamato alla
vocazione sacerdotale. Venne ordi- nato prete nel 1851 a Mantova, dove fu nominato
canonico della cattedrale nel 1863. Dopo un lungo periodo di crisi, abbandonò
il sacerdozio nel 1871. Nel 1881 fu chiamato alla cattedra di storia del- la
filosofia nella università di Padova. Ricoprì tale incarico per quasi 30 anni.
Morì suicida a Mantova dove si era ritirato. Ardigò fu il più illustre
rappresentante del positivismo in Italia. Rifacendosi a Spencer, Ardigò insegna
che tutta la realtà è una « for- mazione naturale » che va dal sistema solare
alle più elevate espres- sioni del pensiero umano; pertanto egli considera la
vita psichica quella che rivela nel modo più singolare la vita stessa
dell'universo. Secondo Ardigò la differenza tra l’uomo e l'animale è
soprattutto organica. Nell'uomo la più perfetta organizzazione del sistema rer-
voso e specialmente del cervello, consente uno sviluppo psichico più perfetto.
Tutta la realtà è omogenea; perciò non esiste l’inconosci- bile (Dio) ma
soltanto l'ignoto. Quindi non esiste trascendenza ma pura e assoluta immanenza,
per cui non si possono superare i confini della coscienza o del mondo umano.
274 Opere principali: La psicologia come scienza positiva {1870); La motale dei
positivisti (1879); Relatività della logica umana (1881); Il fatto psicologico
della percezione (1882); Sociologia (1886); La scienza dell'educazione (1893);
L'unità della coscienza (1898). Aristotele (384-322 a.C.) Nato a Stagira
(Tracia), visse ‘soprattutto ad Atene; fu discepolo di Platone e precettore di
Alessandro Magno; fondò ad Atene il « Li- ceo » o Scuola peripatetica (335).
Insieme a Platone, Aristotele è la figura dominante della storia della
filosofia, dall'antichità sino al- l'epoca moderna. Ha scritto su moltissimi
argomenti: sulle scienze, sulla logica, sulla filosofia. Mentre Platone
preferisce il dialogo, Aristotele usa il trattato filosofico come espressione
del suo pensiero. È il creatore della logica, cioè dello studio sistematico dei
concetti e dei loro rapporti. Nel campo del ragionamento propone due metodi: la
deduzione e.l’induzione. | ‘« Afistotele sostiene che la'scienza:è superiore
all'esperienza, per- tte la*scienza è conoscenza medi nte lepanse. Là
Metafisica è l’opera if cui i Aristotele : si occupa dei ‘principi. ‘primi
delle cose. La verità prima e fondamentale è il principio. di non-contraddizione,
principio noto, assoluto, indimostrabile. Quanto al costitutivo essenziale
delle cose, Aristotele rifiuta la teoria platonica delle Idee perché essa, a
suo avviso, non spiega né l'essenza delle cose, né il loro divenire, né il loro
rapporto con le Idee, né in che modo l’uomo le possa conoscere. La spiegazione
della realtà va ricercata nella realtà stessa, costituita di sostanze e di ac-
cidenti ed i cui elementi costitutivi sono la materia e la forma. Materia e
forma esistono soltanto insieme (« sinolo »): alla sostanza la forma conferisce
i caratteri specifici; la materia conferisce le ca- ratteristiche individuali.
Attraverso un'approfondita analisi del divenire, Aristotele giunge alla
scoperta delle nozioni di potenza e di atto. È la « potenza » che rende
possibile il divenire. Il divenire delle cose deriva dal passaggio della
potenza all'atto. Solo Dio è Atto puro, unico, eterno. L'uomo, come tutti gli
esseri, è costituito di materia e forma: la materia è il corpo, la forma
l’anima che ha tre funzioni: vegetativa, sensitiva e intellettiva. La
conoscenza umana ha come sua prima sorgente l’espe- rienza sensitiva. Secondo
Aristotele la felicità dell’uomo consiste nel- l'attività della ragione
mediante l'esercizio delle virtù dianoetiche o dell'intelletto e le virtù
morali. Per lui lo Stato ha origine naturale e non convenzionale; esso deve
facilitare la completa realizzazione delle capacità umane. Esistono tre forme
di costituzioni giuste (monarchia, aristocrazia, repubblica) e tre forme
ingiuste (tirannia, oligarchia, « democrazia ». L'estetica di Aristotele è una
filosofia dell’arte, cioè un'attività che mira a pro- 275 durre una cosa bella.
La funzione dell’arte è duplice: pedagogica e catartica (cioè di purificazione
teoretica delle passioni). Aristotele ha realizzato una grandiosa costruzione
filosofica i cui elementi fondamentali sono: efficace metodo di ricerca
(logica) e forma espositiva; analisi acuta degli elementi costitutivi del mondo
fisico; visione realistica del mondo e dell’uomo; concezione alta (per i tempi)
della trascendenza di Dio. Elementi caduchi sono invece: inadeguata analisi
della natura; mancato riconoscimento della causa efficiente del mondo; eternità
della materia; concezione di Dio come motore immobile; dualismo di fondo del
sistema. Opere principali: Metafisica (14 libri); Fisica (8 libri); Etica nico-
machea {10 libri); Politica (8 libri); De anima (3 libri); Poetica. (1 libro).
i Averroè (il suo nome arabo è Ibn Rushd) (1126-1198) Filosofo e scienziato
arabo spagnolo, nacque a Cordoba, e di quella città fu anche per vari anni gadì
(giudice). Genio polivalente operò in molti campi: teologia, diritto, medi-
cina, matematica, astronomia e filosofia. Ma egli è ricordato soprat- tutto
come commentatore di Aristotele, tanto che è chiamato « il commentatore » per
antonomasia: « Averrois che '1 gran commento feo », dice Dante nella Divina
Commedia. Averroè contribuì in modo determinante alla diffusione del pensiero
di Aristotele tra gli scola- stici cristiani. L'interpretazione letterale delle
opere di Aristotele operata da Averroè lo poneva spesso in contrasto con alcune
dottrine fondamentali del cristianesimo. Per questo fu criticata da Alberto
Magno e san Tommaso, i quali promossero una nuova interpreta- zione che si
armonizzava più facilmente con la loro fede. Di religione musulmana, Averroè
pone invece una netta separazione tra fede re- ligiosa e pensiero filosofico.
Opere principali: Commentari (grande, medio, piccolo) alle opere di Aristotele
(1169-1180); La distruzione della distruzione; Esposi- zione dei metodi di
dimostrazione relativi ai dogmi della religione. Avicenna (il suo nome arabo è
Ibn Sina) (980-1037) Filosofo e scienziato persiano, nacque a Bukara nell'Asia
centrale (Uzbekistan). Ragazzo prodigio acquistò una cultura enciclopedica. Si
affermò soprattutto come medico e come filosofo. A 17 anni era già un medico
famoso e durante il Medioevo, in Europa, egli godeva più fama come medico che
come filosofo. Per quanto concerne la filosofia, Avicenna è il massimo
rappresen- tante della filosofia araba. Su una base sostanzialmente
neoplatonica e utilizzando ampiamente le categorie metafisiche di Aristotele
(ma- teria-forma, atto-potenza, sostanza-accidenti, ecc.) egli creò una im- 276
ponente sintesi tra il pensiero religioso musulmano e il pensiero filo- sofico
greco. Opere principali: della sua prodigiosa produzione letteraria che venne
molto diffusa nell'Occidente cristiano, sono noti soprattutto: il breve Najat
(un compendio di metafisica); il voluminoso Chifa (conosciuto dai medioevali
sotto il titolo di Liber sufficientiae: un'o- pera che comprende trattati sulla
logica, la fisica, la matematica, la psicologia e la metafisica); il Canone
(una grande enciclopedia me- dica in cinque libri); Direttive e rilievi; Libro
di scienza. Bachelard Gaston (1884-1962) Epistemologo francese, nato a Bar sur
Aube, insegnante per molti anni alla Sorbona di Parigi; come rappresentante del
raziona- lismo scientifico è impegnato a chiarire il senso dell’opus rationale
che costituisce la scienza. Egli si oppone sia al positivismo che allo
spiritualismo. Nella sua gnoseologia Bachelard pone la coppia
esperienza-ragione alla base di tutta la conoscenza umana. L’elemen- to teorico
però svolge il ruolo direttivo. Il procedimento scientifico si configura come «
realizzante », cioè come realizzazione del razionale e del matematico. La
posizione filosofica di Bachelard potrebbe essere definita co- me un «
razionalismo applicato », in cui primeggia la direttrice che va dalla ragione
all'esperienza e che corrisponde alla supremazia della fisica-matematica. Come
Gadamer e Popper, anche Bachelard ritiene che l'osservazione scientifica si
realizza sempre muovendo da una teoria precedente e preparatrice e non
viceversa. Opere principali: I! valore intuitivo della relatività (1929); Il
nuo- vo spirito scientifico (1934); La formazione dello spirito scientifico
(1938); Il razionalismo applicato (1949); Il materialismo razionale (1953).
Bacone Francesco (Francis Bacon) (1561-1626) Nato a Londra da una famiglia
dell'alta borghesia, si diede alla carriera politica ottenendo onorificenze e
cariche importanti. Nel 1621 fu accusato e condannato per corruzione
nell'esercizio delle sue funzioni di lord cancelliere. La pena inflittagli gli
fu risparmiata per la protezione di cui godeva presso il re. Bacone elabora il
nuovo metodo induttivo: con gli esperimenti si deve raccogliere una sufficiente
informazione e poi, per mezzo della ragione, si devono elaborare ipotesi
generali che consentano di arri- vare a riconoscere la causa del fenomeno
studiato. Il fine della scienza è pratico, l'oggetto è la causa delle cose
naturali. Nella sua opera Novum Organon contrappone una nuova logica induttiva
a quella aristotelica, essenzialmente deduttiva. Nella 1? parte, pars
destruens, demolisce quegli ostacoli (idola tribus, specus, fori, theatri) che
possono impedire la ricerca scientifica; nella 2°, pars costruens, indica il
procedimento per arrivare ai risultati. 277 Bacone ha il grande merito di
essere stato il primo a porsi in maniera sistematica il problema del metodo
proprio delle scienze sperimentali, del loro oggetto e del loro fine. Pur non
avendo dato nessun contributo concreto al progresso di qualche scienza, il suo
apporto è fondamentale perché ha fatto progredire la scienza in quanto tale.
Opere principali: Discorso in elogio della conoscenza (1592); De sapientia
veterum (1609); Instauratio magna scientiarum (1609) (in sei parti, ma ne portò
a termine solo due: De dignitate et augmen- tis scientiarum e Novum Organon);
Saggi. Bergson Filosofo francese, nato a Parigi. Nel 1900 ottenne la cattedra
di filosofia al Collegio di Francia, dove le sue lezioni ebbero un gran-
dissimo successo. Nel 1927 ricevette il premio Nobel per la lettera- tura. La
sua influenza sui suoi contemporanei e sulle generazioni successive (tra cui è
da ricordare Maritain) fu notevole. È stato uno . dei niaggiori rappresentanti dello spiritualismo-
francese, in forte polemica ‘cori. il positivismo. e-lo scieritismo della fine
.del secolo XIX e gli inizi del XX: è stato la loro coscienza critica. Esercitò
una grande influenza anche sull'esistenzialismo francese, sul pragma- tismo e
sulla fenomenologia. Bergson ha elaborato una filosofia antimeccanicistica e
anti- materialistica imperniata su due tesi fondamentali: 1) la realtà è
durata; 2) la realtà è colta mediante l'intuizione. La realtà scaturisce da una
evoluzione creatrice colma di possenti energie, differente- mente impegnate
(torpore vegetativo, istinto, intelligenza) e orientate in due direzioni:
ascensionale {verso la vita), discendente (verso la materia). Oggetto della
filosofia è lo slancio vitale, che si manifesta nel continuo divenire degli
esseri: dalla materia allo spirito e dallo spi- rito alla materia.
L'applicazione alla morale della distinzione fra ragione e intuizione dà
origine rispettivamente alla morale « chiusa » e a quella « aperta ». La
medesima distinzione vale per la religione « statica » e la religione «
dinamica ». La pratica della religione di- namica è la vita mistica (il cui
vertice è il misticismo cristiano). At- traverso l’esperienza dei mistici,
Bergson arriva all'esistenza di Dio. La mistica, però, esige la « meccanica »;
come la meccanica esige la mistica. Opere principali: Materia e memoria (1896);
Il riso (1901); Intro- duzione alla metafisica (1903); L'evoluzione creatrice
(1907); L'intui- zione filosofica (1911); L'energia spirituale (1919); Le due
fonti della morale e della religione (1932); Il pensiero e il movimento (1934).
Berkeley Irlandese, fu professore al « Trinity College » di Dublino. Nel 1709
prese gli ordini sacri nella Chiesa anglicana. Viaggiò in Inghil- 278 terra,
Francia e Italia. Nel 1721 si recò in America per erigervi un seminario, ma
dovette rinunciare. Nel 1723 fu nominato vescovo. Berkeley, che era un'anima profondamente
religiosa, fu molto sensibile agli argomenti che i materialisti portavano
contro la re- ligione, per cui tutta la sua attività filosofica fu rivolta alla
difesa del teismo e all'affermazione del primato dello spirito sulla materia.
Sua tesi fondamentale è quella secondo cui l'essere delle cose si risolve
nell'essere pensato (tutte le qualità sono secondarie). La materia è passività,
lo spirito è attivo; ed è nella mente (umana o divina) che le idee esistono. La
propria esistenza è conosciuta im- mediatamente; la conoscenza degli altri
spiriti è mediata e indiretta; la conoscenza di Dio è mediata ed evidente.
Contro Locke sostiene che non esistono idee astratte e generali. La filosofia
studia le idee ed il linguaggio attraverso il quale Dio si manifesta (la
filosofia reli- giosa berkeleiana si ispira al neoplatonismo). ‘Solo la fede
rivelata, infine, è in grado di illuminare la vita e di avere effetti benefici
su- gli uomini. ù Opere principali: Commentari filosofici (1707-1708); Teoria
della visione (1709); Trattato sui principi della conoscenza umana (1710); tre
Dialoghi tra Hylas e Philonus (1713); De motu (1721). Bernstein Eduard
(1850-1932) Nato a Berlino e passato attraverso l’esperienza dell'esilio sviz-
zero, fu il massimo teorico del revisionismo socialdemocratico. Col- laboratore
di Marx ed Engels, fu particolarmente amico di quest'ul- timo e ne ottenne
l'affidamento delle opere postume. Nel 1919 iniziò una dura polemica contro il
leninismo e il sistema rivoluzionario russo. Bernstein, che rifiuta la
dittatura del proletariato sulle altre classi, affida al socialismo il compito
etico di favorire la collaborazione tra le classi, realizzando delle riforme in
seno alle stesse istituzioni borghesi al fine di realizzare l'integrazione dei
lavoratori nella strut- tura produttiva. Egli ritiene fallite le previsioni
fondamentali di Marx e vede come limite del marxismo il dualismo tra economia e
politica. Il revisionismo-riformista di Bernstein deriva dalla sua convinzio-
ne che la democrazia è un inizio e un fine al tempo stesso: soppres- sione del
dominio di classe e perseguimento di una società migliore, quale impegno
costante, senza fine, attraverso passaggi graduali e progressivi. Opere
principali: Per la storia e la teoria del socialismo (1901); Ferdinand Lassalle
(1914); I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1919).
Bloch Filosofo tedesco, tra i massimi esponenti del marxismo revisio- nista.
Nacque a Ludwigshafen. Durante la prima guerra mondiale si 279 ritirò in
Svizzera, mentre durante il dominio nazista si rifugiò negli Stati Uniti.
Terminata la seconda guerra mondiale si trasferì nel 1949 nella Germania
orientale, a Lipsia, occupando la cattedra di filosofia. Ma nel 1961, accusato
di revisionismo, abbandonò la Ger- mania orientale e si trasferì a.Tubinga per
ricoprirvi una cattedra di filosofia. Bloch ha operato una revisione profonda
del marxismo soprattutto in due punti: a) nell'abbandono del principio della
dia- lettica, ch'egli sostituisce con quello della ‘possibilità (del « non-
ancora »); b) nell’incentrare l’interpretazione della storia in una nuova
concezione dell'uomo, invece che nello studio dei fenomeni economici, come
aveva fatto Marx. Anima dell’antropologia blochia- na è la speranza e l'utopia;
a questa dimensione Bloch assegna un primato assoluto nei confronti di tutte le
altre: vita, volontà, amore, pensiero ecc. La religione è la sfera in cui
l’uomo proietta la sua brama di una esistenza riconciliata. Dio non è altro che
un tenta- tivo di dare un volto allo « spazio utopico ». La costruzione della
sua filosofia della speranza però è fragile e insostenibile. Opere principali:
Spirito dell'utopia (1918); Soggetto-oggetto. Commento a Hegel (1949); Il
principio speranza (1954-1959); Diritto naturale e dignità umana (1961);
Ateismo nel cristianesimo (1968); Il problema del materialismo: storia e
sostanza (1972). Blondel Maurice (1861-1949) Nato a Digione, collaborò con
l'organo del movimento moder- nista Annali di filosofia cristiana, fondato da
Laberthonnière. Quan- do, nel 1907, Ia Chiesa condannò il movimento modernista,
Blondel cessò la sua collaborazione alla rivista. Ispirandosi al metodo
volontaristito di Agostino e Pascal, cerca di dare un fondamento sicuro al
riconoscimento dell’esistenza di Dio, mediante la dialettica dell'azione.
Infatti agire è volere e volere è volere qualcosa: ciò che è proprio dell’agire
è il continuo risorgere in esso di uno squilibrio tra il potere e il volere,
tra la volontà voluta e la volontà volente. Ne deriva una insoddisfazione che
non si appaga fino a che la volontà voluta non abbia soddisfatto pienamente al
de- siderio infinito della volontà volente raggiungendo un oggetto ade- guato
al suo desiderio infinito, cioè Dio. Blondel vuole dimostrare che la natura
umana è aperta verso l'alto ed è predisposta, sia pure in modo passivo, ad
essere inserita in un ordine di realtà superiore alla sua natura, che è il solo
che possa realizzare completamente le tendenze dell'uomo. Opere principali:
L'azione. Saggio d'una critica della vita e d'una scienza della pratica (1893);
Storia e dogma{(1904); Il pensiero (1934); L'essere e gli esseri (1935); La
filosofia e lo spirito cristiano (1944- 1946). Boezio Severino (480-524)
Filosofo ed uomo politico, nacque a Roma dalla nobile famiglia 280 degli Anici.
Fu console e primo ministro del re ostrogoto Teodorico. Accusato di tradimento,
fu imprigionato, processato e giustiziato a Pavia. Nella sua opera più celebre,
De consolatione philosophiae, scritta in prigione mentre attendeva l'esecuzione
capitale, egli cerca di risolvere il problema eternamente dibattuto della
sofferenza degli innocenti, e dei problemi con esso connessi, quali la
provvidenza di Dio e la libertà umana, il tempo e l’eternità. Boezio è
considerato uno dei padri della Scolastica e questo per due motivi: per la
tradu- zione in lingua latina degli autori (Platone, Aristotele, Porfirio ecc.)
ai quali gli scolastici attingeranno molte loro dottrine; e per la de-
finizione di alcuni concetti fondamentali quali quello di persona, eternità,
felicità ecc. che saranno ripresi e costantemente adoperati dai filosofi
medioevali. Opere principali: l’attività letteraria di Boezio fu eccezionale.
Tradusse in latino e commentò molte opere di -Platone, Aristotele, dei
neoplatonici, degli scrittori di matematica, geometria, astronomia, musica del
periodo ellenistico. Scrisse inoltre piccoli trattati di filosofia (De
Trinitate; De hebdomadibus), di teologia (De fide catho- lica; Contra Eutichen
et Nestorium), di musica (De institutione musicae). Ma la sua opera più celebre
è il De consolatione philo- sophiae. Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) Nato
a Bagnoregio (Viterbo), entrò nell'ordine francescano an- cora molto giovane.
Studiò teologia a Parigi e fu nominato maestro di teologia. Nel 1255, fu esonerato
dall'insegnamento, assieme a san Tommaso d'Aquino, per opera dei maestri
secolari dell'università di Parigi. Nel 1257 fu reintegrato nell'insegnamento e
poco dopo fu nominato ministro generale dell'ordine francescano. Teologo,
!filosofo e santo. È ricordato col titolo di doctor sera- phicus. S.
Bonaventura sottolinea con vigore la coesistenza di ragione e fede e la
subordinazione della prima alla seconda. L'oggetto della filosofia è
l’esemplarismo, cioè la proprietà che le cose hanno di essere immagine di Dio.
Egli considera assurda la dottrina di una creazione nel tempo; ritiene che la «
materia » (che non è concepita come qualcosa di corporeo) eniri nella
costituzione di tutti gli es- seri finiti. L'uomo, pur essendo una sola natura,
è costituito di corpo e di anima. La conoscenza umana si vale sia
dell’astrazione sia della il- luminazione. La volontà, nell'uomo, è più
importante dell’intelletto. L'esistenza di Dio è evidente. In ‘Lui ci sono tre
tipi di conoscenza: approvazione, visione, intelligenza. L'essenza divina è il
modello di tutte le cose. ‘In una delle sue opere più importanti, il trattato
mistico Itinera- rium mentis in Deum, afferma che il nostro processo di
ascensione 281 dalle cose sensibili verso Dio avviene per gradi: per conoscenza
dei vestigi della Trinità nel mondo sensibile, per conoscenza dell’im- magine
che abbiamo della Trinità nella nostra anima; per conoscenza diretta di Dio.
Opere principali: Commentario alle Sentenze (quattro volumi scritti fra il 1250
e il 1254); Quaestiones disputatae: De scientia Christi (1254), De mysterio
Trinitatis (1254), De perfectione evange- lica (1255); Breviloquium
(1254-1257); Reductio artium ad theolo- giam (1254-1255); Itinerarium mentis in
Deum (1259). Bontadini Gustavo (1903) ‘.. Filosofo italiano, nato a Milano,
professore di filosofia teoretica nelle università di Urbino e Pavia e poi
all'Università Cattolica di Milano. È da annoverarsi tra i rappresentanti più
significativi ed au- torevoli della neoscolastica italiana. Inizialmente seguace
dell'ideali- smo gentiliano, ben presto l’abbandonò per orientarsi decisamente
verso una visuale metafisica cristiana che assume come principio fondamentale
la creazione del divenire o « teorema della creazione ». Secondo Bontadini la
mediazione metafisica dell'esperienza è neces- saria per rimuovere quella
contraddizione che si presenta sul piano fenomenologico: la contraddizione
costituita dall’identità del posi- tivo e del negativo nel divenire. Opere
principali: Saggio di una metafisica dell'esperienza (1938); Studi di filosofia
moderna (1966); Metafisica e deellenizzazione; Conversazioni di metafisica
(1971). Boutroux Emile (1845-1921) Nato a Montrouge, studiò filosofia,
matematica e fisica. Si laureò alla Sorbona. Insegnò all'università di Nancy e
poi alla Sorbona. Boutroux fa una critica radicale al positivismo
meccanicistico, in nome della libertà della natura e dello spirito, e di una
nuova concezione della scienza. L'unica vera legge necessaria è quella del
principio di identità che è una legge del pensiero e non delle cose. La scienza
della natura deve accontentarsi di leggi contingenti. Le leggi del I gruppo
(logiche, matematiche, meccaniche, fisiche) si prestano meglio al calcolo
matematico, quelle del II gruppo ({biolo- giche, psicologiche, sociali) sono
più vicine alla realtà. Oltre lo spi- rito scientifico, vi è la « ragione » che
si occupa delle ragioni umane e divine. Opere principali: Sulla contingenza
delle leggi della natura (1874), L'idea della legge naturale nella scienza e
filosofia contemporanea (1895); La natura e lo spirito (1904-1905); Scienza e
religione nella filosofia contemporanea (1908). Bruno Giordano (1548-1600) Nato
a Nola, entrò nell'ordine domenicano e dopo essere stato accusato di eresia,
lasciò l'abito talare. Dopo aver peregrinato in 282 Svizzera, Francia,
Inghilterra e Germania, fu denunziato al tribunale dell’Inquisizione e, non
volendo ritrattare, fu arso sul rogo a Roma. Per Bruno la realtà è costituita
da due principi fondamentali: il principio attivo o anima del mondo, e quello
passivo o materia. Dio si identifica con l’anima del mondo che genera
eternamente un mondo infinito (panteismo). Dio non è conoscibile; lo spirito
uma- no è spinto dall’'eroico furore a tendere sempre più in alto e ad avvi-
cinarsi a Dio, disinteressandosi di ciò che prima lo teneva avvinto. Opere
principali: De la causa principio et uno (1584); De l’infi- nito universo et
mondi (1584); La cena delle ceneri (1584); Spaccio della bestia trionfante
(1584); Eroici furori (1585); De monade (1590). Buber Martin (1878-1965)
Filosofo tedesco nato a Vienna da famiglia israelita, ha insegnato etica
ebraica a Francoforte e dal 1938 si è trasferito in Palestina; è il più
importante rappresentante del personalismo religioso ispi- rato dalla
tradizione ebraico-hassidica. È morto a Gerusalemme. Secondo Buber la persona è
un essere in relazione, caratterizzato dall'esperienza dialogica /o-Tu. Il
dialogo con Dio è la garanzia della comunione tra gli uomini. Buber contrappone
il rapporto « Io-Tu » che è proprio della relazione dialogica al rapporto «
Io-Esso » che è quello dell’affermazione individuale. L'individualità appare in
quanto si distingue da altre individualità. La persona appare in quanto entra
in relazione con le altre persone. La prima è il legame naturalizzato, la
seconda è la forma spirituale della indipendenza na- turale. Il rapporto «
Io-Esso » è caratterizzato dall'uso, dal possesso, dal dominio, dalla fatalità.
Il rapporto « Io-Tu » è caratterizzato dal dia- logo, dall'incontro, dalla
dedizione, dall'amore, dalla libertà, dal destino. Opere principali: La
leggenda di Baal Shem {1908); la sua opera fondamentale Jo e Tu; Gog e Magog
(1941); I racconti dei chassidim (1949); Sentieri in Utopia (1950); Immagini
del bene e del male (1952). Butler Joseph (1692-1752) Filosofo inglese, fu
vescovo di Durham e cappellano della casa reale. Aperto avversario e critico
intelligente del deismò radicale e dell'illuminismo antireligioso, Butler
sostenne la complementa- rietà e convergenza tra natura e rivelazione, evidenziando
tutta una serie di analogie che intercorre tra i due ordini. Ciò vale anche per
l'ordine etico: in effetti la coscienza, voce naturale di Dio nell'uomo, mentre
gli rivela la sua miseria e i suoi limiti, allo stesso tempo gli testimonia la
sua vocazione soprannaturale. Opere principali: Quindici sermoni sulla natura
umana (1720); Analogia della religione naturale e rivelata con la costituzione
e il corso della natura (1736). 283 Calvino, nome italianizzato di Jean Cauvin
(1509-1564) Nato a Noyon, in Francia, fu contemporaneo di Lutero e fu con lui
il padre deila Riforma protestante. Di famigiia borghese, rice- vette dapprima
una formazione umanistica a Parigi; poi per volontà del padre si dedicò agli
studi giuridici nelle università di Orleans e Bourges, conseguendo il dottorato
in giurisprudenza. Quando co- minciò a interessarsi della Riforma luterana si
rifugiò nel 1534 in Svizzera, prima a Basilea e poi a Ginevra, dove fomentò e
capeggiò la rivolta contro la Chiesa di Roma; fondò una nuova chiesa di cui
divenne il leader indiscusso, onnipotente e intollerante. La sua opera
principale è intitolata Institutiones religionis christianae. I punti chiave
del suo sistema sono i seguenti: sovranità assoluta ed esclusiva della Parola
di Dio, cioè della Scrittura; predestinazione di alcuni uomini alla salvezza e
di altri alla dannazione eterna. La vera Chiesa è quella dei predestinati alla
vita eterna e, in concreto, di coloro che aderiscono a Cristo con fede sincera;
tale adesione si manifesta esteriormente con i sacramenti del Battesimo e della
Cena e con le opere buone. Campanella Tommaso (1568-1639) Nacque a Stilo, in
Calabria. Domenicano, nel 1599 preparò una insurrezione della Calabria contro
la Spagna. Imprigionato, rimase in carcere per 27 anni. Liberato nel 1633, si
rifugiò poi a Parigi, dove morì, sotto la protezione del re Luigi XIII.
Campanella segue in parte la teoria di Telesio del sensismo e del naturalismo,
ma lo supera per la sua teoria della conoscenza innata di sé (sensus inditus)
che precede e condiziona ogni altra conoscenza. Nelle cose l’autocoscienza
diventa sensus abditus cioè nascosto per- ché le cose subiscono un forte
influsso dall'esterno. Nella Città del Sole Campanella formula il suo stato
ideale, il cui governo è teo- cratico, con perfetta fusione del potere politico
e religioso. Tenta di fondere il cristianesimo (religio addita) con la
religione naturale (religio indita) dettata dalla ragione. Opere principali:
Philosophia sensibus demonstrata (1591); La città del sole (1602); Philosophia
rationalis (1606-1614); Theologia (1613-1624); Philosophia realis (1619);
Metaphisica (1623). Carnap Rudolf (1891-1970) Filosofo tedesco, nato a
Ronsdorf, tra i massimi esponenti del positivismo logico. Dopo gli studi a
Jena, si trasferì a Vienna dove entrò a far parte del Wiener Kreis, ai cui
lavori partecipò attiva- mente fino al 1935 quando, con l’avvento del nazismo,
fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, prima a ‘Chicago e poi a Los
Angeles, sino alla morte. Lucido e convinto asseriore delle tesi de]
positivismo logico o neopositivismo, Carnap afferma recisamente che compito
della filosofia non è quello di elaborare teorie e costruire sistemi, ben- sì
quello di sviluppare un metodo: il metodo dell'analisi logica o lin- 284
guistica e, con esso, vagliare tutto quanto viene affermato nei vari campi del
sapere. Tale metodo ha una duplice funzione: togliere di mezzo le parole prive
di significato e così pure le pseudo-proposi- zioni; chiarire i concetti e le
proposizioni aventi significato, per dare in tal modo una fondazione logica
alla scienza sperimentale, e alla fisica in particolare. Per decidere del
significato delle propo- sizioni Carnap opta per il criterio della verifica
sperimentale, per cui « se una proposizione significa qualcosa, può significare
soltanto un dato empirico ». Con questo criterio di significazione ultraradi-
cale egli elimina tutti gli enunciati metafisici, etici, religiosi, estetici.
Questi non possono avere significato teoretico o conoscitivo, ma semplicemente
emotivo, soggettivo. Opere principali: La costruzione logica del mondo (1928);
La sin- tassi logica dei linguaggio (1934); Introduzione alla semantica (1942);
Formalizzazione della logica (1943); Fondamenti logici della proba- bilità
(1950). Carneade (219-129 a.C.) Filosofo greco nato a Cirene, è tra i maggiori
esponenti della Se- conda Nuova Accademia, di cui ebbe anche per qualche tempo
la direzione. Assertore di uno scetticismo moderato, ammette per l’uo- mo la
possibilità di conoscere ciò che è probabile, anche se non gli riconosce il
potere di raggiungere con certezza la verità. Per Car- neade il sapiente è
colui che, pur sapendo che la verità è irraggiun- gibile, non desiste dal
cercarla assiduamente. Nella vita pratica, sa- piente è colui che segue ciò che
gli sembra più vicino alla verità e al bene. Non ha lasciato nessuno scritto;
il suo pensiero ci è pervenuto attraverso le testimonianze trasmesse da
Cicerone e Sesto Empirico. Cartesio (René Descartes) (1596-1650) Nacque a La
Haye in Touraine. 'Studiò nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Viaggiò in
Germania, Olanda, Italia, Francia. Cartesio, che fa assumere alla filosofia una
impostazione pretta- mente critica e gnoseologica, può essere considerato
l’iniziatore della filosofia moderna, sia per l'orientamento epistemologico
della sua filosofia, sia per il soggettivismo ed il razionalismo che sono
impli- citi nel suo filosofare. Ritiene che l'indagine ‘filosofica debba comin-
ciare con lo studio della mente umana per accertare la natura e la possibilità
della conoscenza. Primo scopo che si propone Cartesio è quello della ricerca di
un metodo adatto per la conquista del sapere. Scopre questo metodo prendendo in
considerazione quello matema- tico, secondo il criterio di chiarezza e
distinzione. Pone come prin- cipio fondamentale di tutta la conoscenza il «
cogito ergo sum », cioè la certezza del proprio pensiero e della propria
esistenza. In base ad esso ricostruisce tutto l'universo della metafisica clas-
sica: prova che l'essenza dell'uomo (composto di materia e spirito) consiste
nel pensiero (r2s cogitans); dimostra l'esistenza di Dio con la 285 prova
ontologica; afferma che il mondo è essenzialmente estensione (res extensa).
Opere principali: Discorso sul metodo (1637); Meditationes de pri- ma philosophia
(1641); Principia philosophiae (1644); Trattato sulle passioni dell'anima
(1649). Comte Auguste (1798-1857) Filosofo e sociologo francese, nacque a
Montpellier da genitori cattolici, ma perdette la fede quand'era ancora molto
giovane. Stu- diò all'École Polytecnique di Parigi. Per qualche tempo fu
discepolo e collaboratore di Saint-Simon, dal quale apprese l'interesse per la
sociologia e per la storia. Nel 1826 dette inizio a Parigi ad un corso di
lezioni di filosofia positiva; ma le precarie condizioni di salute e le
opposizioni ai suoi insegnamenti lo costrinsero prima a sospen- derlo e poi ad
interromperlo definitivamente. Nel 1845 ebbe un'altra grave crisi nervosa e si
unì a Clotilde de Vaux la quale morì nel 1846. Da questo legame ricavò
l'ispirazione per una religione mi- stica umanitaria. L'intento primario della
riflessione filosofica di Comte, che è con- siderato il fondatore del
positivismo, è duplice: a) elaborare una filosofia della storia fondata non sul
principio del divenire dialettico (come aveva fatto Hegel) ma sul principio
della evoluzione progres- siva dell'umanità; b) costruire una teoria
scientifica della società. Secondo Comte tutto l'universo procede dalla materia
per via di evoluzione. Anche l'uomo è un prodotto dell'evoluzione della mate-
ria. Quando l'evoluzione raggiunse lo stadio umano ebbe inizio la storia, le
cui fasi principali sono tre: religiosa, filosofica e scientifi- ca.
Attualmente l'umanità ha raggiunto la fase scientifica e si è quin- di lasciata
alle spalle la interpretazione religiosa e filosofica della realtà. Il
traguardo ultimo della ricerca scientifica è « giungere allo studio sistematico
della umanità, sola sua stazione finale ». Opere principali: Piano di lavori
scientifici necessari per riorga- nizzare la società; Sistema di politica
positiva (1824); Corso di filosofia positiva (opera in sei volumi scritta fra
il 1830 e il 1842); Calendario positivista (1849); Sistema di politica positiva
o trattato di sociologia che istituisce la religione dell'umanità (opera in
quattro volumi scritta fra il 1851 e il 1854); Catechismo positivista (1852).
Croce Benedetto (1866-1952) Filosofo e uomo politico, nacque a Pescasseroli
(L'Aquila). Nel 1903 iniziò la pubblicazione de La Critica. Nel 1920, durante
l’ultimo governo Giolitti, fu ministro dell'educazione. Quando Mussolini salì
al potere, si ritirò dalla politica. . Croce identifica la filosofia con la
storia (storicismo) per cui concepisce tutta la realtà come storia, cioè come
opera dello spirito. Il compito dello storico è quello di capire i fatti
storici; in senso as- soluto nella storia non c'è mai decadenza (storicismo
assoluto). Lo 286 spirito nella ricerca della sua piena autocoscienza, esercita
quattro attività: estetica, logica, economica ed etica. Le prime due sono attività
teoretiche, le ultime due pratiche. Le attività estetica ed eco- nomica hanno
per oggetto l’'individuale; le attività logica ed etica hanno per oggetto
l’universale. Il rapporto fra le varie attività è regolato dal principio del
nesso dei distinti che integra la dialettica hegeliana degli opposti, in quanto
i termini non si annullano come gli opposti ma armonizzano fra loro come
momenti dello spirito. Il rapporto fra i diversi gradi è chiamato « circolarità
dello spirito ». Delle quattro attività dello spirito quella che Croce ha
analizzato più acutamente è quella estetica. Definisce l’arte « intuizione
lirica del particolare », cioè l'immagine estetica è una sintesi di intuizione
e sentimento: il sentimento è l'elemento materiale, l'immagine è quello
formale. Il valore dell'arte, che è autonoma, non può essere né pratico, né
intellettualistico ma solo teoretico e conoscitivo. Opere principali: di
carattere filosofico: La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte
(1893); Materialismo storico ed economia marxista (1900); Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale (1902); Logica come scienza del
concetto puro (1905); Filo- sofia della pratica (1909); La filosofia di Vico
(1911); Saggio sullo Hegel (1913); Etica e politica (1931); Il carattere della
filosofia mo- derna (1940); Filosofia e storiografia (1949); Indagini su Hegel
e schiarimenti filosofici (1952). Di carattere letterario: Ariosto, Sha-
kespeare e Corneille (1920); La poesia di Dante (1921); Poesia popo- lare e poesia
d'arte (1933); Poesia antica e moderna (1941). Cusano Nicolò (Nicola
Crypffs) Nacque a Cues (Germania), e fu
matematico e astronomo. Fu nominato cardinale e vescovo di Bressanone. Sî
propone la rinascita religiosa e concepisce il ritorno al platoni- smo (inteso
come sintesi del pensiero religioso dell'antichità) come condizione di tale
rinascita. Dalle teorie di Occam desume l’impossi- bilità di conoscere Dio per
via raziocinativa. Tuttavia afferma che possiamo avere l’intuizione di Dio;
quanto alla natura divina sostiene che è assolutamente inconoscibile (docta
ignorantia). Opere principali: De concordantia catholica (1433); De docta
ignorantia; De coniecturis (1441); Apologia doctae ignorantiae (1449); Idiota
(1450); De visione Dei (1453); De venatione sapientiae (1463); De apice
theoriae (1464). Darwin Charles Robert (1809-1882) Biologo e naturalista
inglese, nato a Shrewsbury e morto a Down. Dopo alcuni anni di studi di
medicina che aveva iniziato a Edim- burgo e di teologia a Cambridge, si dedicò
a quelli delle scienze naturali a Cambridge. Nel 1831 ebbe la possibilità di
imbarcarsi in qualità di naturalista sul brigantino Beagle al seguito di una
spedi- zione scientifica intorno al mondo. Il viaggio durò cinque anni e gli
287 consentì di raccogliere moltissimo materiale intorno alla flora e alla
fauna di vari continenti e sulle formazioni geologiche della terra. Dallo
studio di tale materiale, al suo rientro in patria, poté pubbli- care nel 1839
un diario col titolo Viaggio di un naturalista intorno al mondo e nel 1859 il
famosissimo Sull’origine della specie per selezione naturale. In questo scritto
Darwin getta le basi dell’evolu- zionismo scientifico. Secondo Darwin tutti gli
esseri viventi traggono origine da pochi esemplari per evoluzione, secondo
leggi ben precise, di cui le principali sono le seguenti: « Crescita (cioè
moltiplicazione degli esseri) con la riproduzione; ereditarietà, che è quasi
implicita nella riproduzione; variabilità in conseguenza dell’azione diretta e
indiretta delle condizioni di vita e dell'uso o disuso degli organi; un aumento
così grande da portare alla lotta per la vita e conseguen- temente alla
selezione naturale implicante la diversificazione di tipi e l'estinzione delle
forme meno sviluppate » (Origine della specie). La teoria darwiniana
dell'evoluzione ha esercitato un'influenza im- mensa in tutti i campi, ed anche
in quello filosofico, ed è diventata assieme alla psicanalisi di Freud e
all'analisi socio-politica di Marx uno dei tre pilastri portanti della cultura
occidentale dell'ultimo secolo. Da tempo, però, quello dell’evoluzione, alla
pari degli altri due pilastri, mostra crepe allarmanti. Democrito (460-360
a.C.) Nacque ad Abdera, in Tracia. È il vero fondatore della Scuola atomistica,
secondo cui l'essere è costituito da atomi, particelle indivisibili e
immutabili, immerse nel vuoto. Dal movimento degli atomi derivano tutte le
cose, secon- do un meccanico determinismo. È il primo filosofo che si occupa
dell'origine del linguaggio. Opere principali: Mikròs diàkosmos (Piccolo
ordinamento del mondo); Logikà (Canoni); Hypothékai (Consigli); Perì Ideon.
Dewey John (1859-1952) Filosofo e pedagogista americano, nato nel Vermont
(Stati Uniti), insegnò all’università di Chicago e poi alla « Columbia
University » di New York. Passò dall’idealismo ad un evoluzionismo
naturalistico influenzato dal pragmatismo e, nel 1896, diede vita alla «
scuola- laboratorio », fondata sull'attivismo pedagogico. Fondò un partito di
tendenza riformista e, nel 1937, denunciò i crimini dei processi staliniani. La
funzione della mente umana e quindi della conoscenza è di ricercare le vie più
sicure del progresso. Ne deriva che il pensiero ha per Dewey un carattere
essenzialmente strumentale. L'uomo è inteso non come parte del meccanismo
naturale, bensì come forza il cui agire possa modificare in meglio le
condizioni del mondo. L'agire dell'uomo deve tendere dunque alla
socializzazione, alla so- lidarietà, affinché si costituisca una società
veramente democratica, 288 capace di realizzare il dominio completo della
natura, sottometten- dola ai nostri fini. In campo pedagogico insiste
sull’attivismo nell’apprendimento e sul fine sociale dell'educazione che può
risolvere tutti i problemi sociali e realizzare la vera democrazia. ‘Opere
principali: Il mio credo pedagogico (1897); Scuola e società (1900); Studi
sulla teoria logica (1903); Etica (1908); Democrazia ed educazione (1916);
Ricostruzione filosofica (1920); Esperienza e na- tura (1925); Filosofia e
civiltà (1931); Logica, teoria dell'indagine (1938); Libertà e cultura (1939);
Il conoscente e il conosciuto (1949). Dilthey Filosofo e storico tedesco, nato
a Biebrich, in Renania, è stato un oppositore del positivismo ed il massimo
rappresentante dello sto- ricismo tedesco contemporaneo; studiò a Berlino e
insegnò a Ba- silea, Kiel, Breslavia e Berlino. Morì a Siusi, in Alto Adige.
Sulla scorta di Rickert, Dilthey sostiene che i fenomeni culturali o spirituali
possono essere colti solamente attraverso l’Erlebnis, cioè l'esperienza
vissuta. Dell'Erlebnis, Dilthey distingue tre aspetti inseparabili: 1) la vita
(momento della soggettività, dell'immediatezza, della singolarità); 2)
l’espressione e 3) l’intendimento (momento dell’universale e del-
l'oggettività). Le scienze dello spirito si «distinguono pertanto dalle scienze
«della natura sia per l'oggetto che per il metodo. Dilthey è inoltre
preoccupato di determinare i rapporti tra storia e (filosofia, che finisce per
identificare, poiché la vita è la realtà suprema e la storia (unica vera
filosofia) è l’espressione unica e ge- nuina della vita. I principi che
giustificano tale identificazione sono i seguenti: 1) l'uomo si conosce solo
attraverso la storia; 2) un'epoca è compren- sibile solo se se ne conoscono i
precedenti storici; 3) i sistemi filosofici riflettono la mentalità di un dato
popolo e di un dato periodo, perciò sono comprensibili solo se studiati
storicamente. Dilthéy distirigue tre sistemi filosofici fondamentali: a) il
mate- rialismo {primato della categoria di causa); b) l'idealismo oggettivo
(primato dell'idea di valore); c) l'idealismo soggettivo (primato dell'idea di
fine). Causa, valore e fine rappresentano diverse relazio- ni dell'uomo con il
mondo. Opere principali: Introduzione alle scienze dello spirito (1883); Idee
per una psicologia descrittiva e analitica (1894); La nascita del-
l'ermeneutica (1900); L'essenza della filosofia (1907); La costruzione del
mondo storico nelle scienze dello spirito (1910). Eckhart Johannes (1266-1327)
Domenicano della provincia tedesca, discepolo di Alberto Magno e contemporaneo
di Occam, Meister Eckhart fu per oltre un decen- nio provinciale dei domenicani
tedeschi. Accusato di eresia nel 1326 289 fu sottoposto a processo. Questo si
concluse due anni dopo la sua morte con la condanna di 26 proposizioni tratte
dalle sue opere. La visione filosofico-religiosa di Eckhart si caratterizza
come un misticismo di tipo idealistico. Fine ultimo dell'uomo è l'unione con
Dio. Questi è concepito come identità di pensiero ed essere, ma con la priorità
del pensiero sull'essere, anziché dell'essere sul pensiero come aveva insegnato
san Tommaso. Poiché l'essere di Dio si identifi- ca col conoscere, l'uomo
ascende a Lui man mano che si avvicina al- l'intellettualità. Nell'intelletto e
più precisamente nella contempla- zione si realizza l'unione e l'immersione
dell'anima in Dio. Opere principali: gli scritti di Eckhart comprendono oltre
ad un'opera sistematica di vaste proporzioni in lingua latina, intito- lata
Opus tripartitum, alcuni saggi in lingua tedesca, che gli hanno meritato il
titolo di « creatore della prosa tedesca »; Quaestiones de esse; Commento al
Parmenide di Platone. Empedocle (fine V sec. a.C.) Nato ad Agrigento, fu medico
ed ebbe la fama di mago. iLe dottrine principali della sua filosofia riguardano
la causa prima di tutte le cose che è riposta nei quattro elementi (terra, ac-
qua, fuoco e aria) assolutamente originali e immutabili e il mecca- nismo della
conoscenza che è spiegato mediante la teoria dell'ana- logia. Il divenire
consiste nell'unirsi e disunirsi dei 4 elementi ed è causato dalla lotta di due
forze primordiali: Amore e Odio. Opere principali: Sulla natura; Carmen
lustrale. Engels Friedrich (1820-1895) Filosofo tedesco nato a Barmen da una
famiglia facoltosa che aveva interessi nell'industria tessile inglese, conobbe
Marx a Parigi, in un viaggio nel 1844 e ne divenne intimo amico. Dopo i moti in
Germania del 1848 a cui partecipò, si trasferì in Inghilterra e nel 1869 si
stabili a Londra lavorando intensamente insieme a Karl Marx sul piano politico
e intellettuale. Dalla visione idealistica passò a quella materialistica, dopo
la lettura dell'opera L'essenza del cristianesimo di Feuerbach. In col-
laborazione con Marx scrisse il famoso Manifesto del partito comu- nista e La
sacra famiglia in cui si criticano le dottrine di Bauer e degli altri hegeliani
di sinistra. Operando in stretta collaborazione con Marx, dopo il 1844 non è
facile distinguere i tratti originali del suo pensiero. Comunque, si può
stabilire con sicurezza che per la sua competenza in campo
economico-commerciale e la conoscenza della situazione sociale inglese fu
Engels a fornire a Marx il taglio economico e sociale del suo materialismo. In
alcuni saggi Engels ha cercato di illustrare la diversità tra i materialismi
precedenti e quello professato da lui e da Marx. La differenza fondamentale sta
nel fatto ‘che, mentre i materialismi precedenti guardavano alla natura come un
insieme di realtà sta- 290 tiche, « il materialismo moderno vede nella storia
l'evoluzione stessa dell'umanità secondo un movimento, e il suo scopo è di
riconoscerne le leggi ». In altre parole, il nuovo materialismo di Engels e di
Marx non è più naturalistico ma storico e inoltre non è più statico ed im-
mobilistico, bensì evolutivo e dinamico. Opere principali: La situazione della
classe operaia inglese (1845); Origine della famiglia, della proprietà privata
e dello stato (1884); Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica
tedesca (1888). Dopo la morte dell'amico condusse a termine il secondo e terzo
vo- lume de // Capitale. Epicuro Filosofo greco, fondatore della scuola
filosofica che da lui prende il nome e che ebbe largo seguito durante il
periodo ellenistico. Nato a Samo da genitori ateniesi, Epicuro fu praticamente
un autodidatta. Nel 310 fondò una scuola a Mitilene; nel 306 si trasferì ad
Atene dove comprò una casa con un giardino (il famoso « giardino di Epicuro »),
dove fissò stabilmente la sua scuola e che lasciò in eredità ai suoi discepoli.
Intollerante e polemico verso gli altri filosofi, Epicuro fu verso i suoi
discepoli di somma affabilità e generosità, guadagnan- dosi una venerazione che
col tempo divenne vero e proprio culto. Scrisse molto, ma tutte le sue opere
andarono perdute tranne al- cune massime, tre lettere e il Testamento che sono
stati conservati da Diogene Laerzio nel libro X delle sue Vite. Alla
conservazione, alla diffusione e quindi alla fortuna dell’epicureismo contribuì
mol- tissimo Lucrezio col suo poema, De rerum natura, nel quale il poeta latino
addita la dottrina di Epicuro come farmaco supremo ai mali umani, dovuti a
superstizioni e a falsi timori. Davanti ai grandi problemi filosofici che
angustiano la mente umana, Epicuro assume una posizione di netto contrasto con
lo stoicismo. Epitteto (50-138) Era un liberto di Nerone, il quale lo emancipò.
Andò alla scuola del filosofo Musonio Rufo. Quando Domiziano, nel 92, cacciò
dal- l’Italia tutti i filosofi, si rifugiò nell'Epiro e lì fondò una sua
scuola. È il più celebre rappresentante dello stoicismo. Il suo pensiero
filosofico è contenuto nel Manuale e nei Discorsi. Più ancora che in Zenone e
Crisippo (i fondatori della scuola stoica) in Epitteto lo stoicismo diviene un
sistema di vita, una dottrina morale. Si tratta d'una morale molto rigida, che
nulla concede agli istinti e alle passioni, nulla agli onori, alla ricchezze e
ai piaceri, e punta tutto sulla interiorità, sull'amore per il prossimo e
l'unione col Logos. Questi, sotto l'influsso del cristianesimo, in Epitteto
acquista le caratteristiche del Dio persona, provvidente e paterna, dei
cristiani. Secondo Epitteto tutto quello che accade all'uomo, accade per volere
del Logos, il quale agisce sempre secondo ragione e mai arbitraria- 291 mente.
Il Logos esercita sull'uomo e su tutte le creature una perfetta provvidenza,
senza lasciare nulla all'arbitrio umano. L'uomo è libero in quanto si uniforma
alle leggi del Logos. Opere principali: Manuale; Discorsi. Eraclito (550-480
a.C.) Nato ad Efeso, secondo la leggenda, fu uomo aristocratico ed eccentrico.
Avversò la democrazia nella sua città e si rifiutò di colla- borare alla
stesura della nuova costituzione. Sostiene che la realtà è in continuo divenire
(pànta rèi) e pone come principio di questo divenire il fuoco, ricollegandosi
agli Ionici. La forza che opera l'unificazione del molteplice è il Lògos. Opere
principali: unica opera di cui si abbia notizia è Perì phy- seos (Sulla natura
delle cose), che gli procurò la fama di pensatore enigmatico e oscuro.
Feuerbach Ludwig (1804-1872) Nacque a Landshut (Baviera). Studiò prima teologia
e poi filo- sofia. Frequentò, a Berlino, le lezioni di Hegel. Nel 1828 ottenne
la libera docenza all'università di Erlangen. Riprende le critiche a Hegel
sulla religione, proprie di Sturm e Bauer. Nega ogni valore al cristianesimo.
La filosofia religiosa di Feuerbach è pertanto uno studio dell'origine
dell'idea di Dio e dei suoi attributi. L'origine dell'idea di Dio ha il
carattere di ipostatiz- zazione: l'uomo proietta le qualità positive che ha in
sé in una per- sona divina e ne fa una realtà sussistente di fronte alla quale
si sente schiacciato come un nulla. All'adorazione degli enti divini bisogna
sostituire il culto dell'umanità. Per Feuerbach non è il pensiero che causa la
materia, ma la materia a svilupparsi in pensiero, quando tocca i vertici della
sua evoluzione. Opere principali: Pensieri sulla morte e l'immortalità (1830);
Per la critica della filosofia hegeliana (1839); Essenza del cristianesimo
(1841); Principi della filosofia dell'avvenire (1843); L'essenza della fede
secondo Lutero (1844); L'essenza della religione (1846); Lezioni sull'essenza
della religione (1851); Teogonia (1857). Fichte Johann Gottlieb (1762-1814)
Nacque a Ramenau in Sassonia, studiò all'università di Jena. Fu discepolo di
Kant. Nel 1807, durante l'invasione napoleonica della Prussia tenne presso
l'università di Berlino i famosi Discorsi alla nazione tedesca. Fichte fu il
primo ad avvertire le contraddizioni che minacciavano il criticismo di Kant e a
risolverle in direzione dell'idealismo. Ne- gando l’esistenza della cosa in sé
(noumeno), la realtà ha un unico fondamento che può essere solo di natura
spirituale, ossia il pen- siero. Il pensiero è l'Io puro. Ma alla funzione del
pensare non è292 sufhciente l'identità del pensiero con sé stesso: occorre un
soggetto pensante e un oggetio pensato. L'io puro origina quindi il soggetto
pensante o « io empirico » e l'oggetto pensato o « non io». Fra io puro, io
empirico e non-io esiste una netta distinzione. L'io puro ha una priorità
assoluta sull'io empirico e sul non io. Il fine ultimo del- l'io empirico sta
nel raggiungimento dell'io puro; per raggiungere tale traguardo deve rimuovere
tutti gli ostacoli frapposti dal non-io. L'uomo è in continuo progresso verso
il traguardo della perfetta coerenza con sé stesso. Nell'ultima fase del suo
filosofare Fichte offre una nuova consi- derazione dell’assoluto, che viene
concepito come un Dio sussistente e, a suo modo, trascendente. Opere
principali: Rivendicazione della libertà di pensiero; Contributi per
rettificare i giudizi del pubblico sulla rivoluzione fran- cese (1793-1794);
Fondamenti dell'intera dottrina della scienza (1794); Alcune lezioni sulla
missione del dotto (1794); Fondamenti del diritto naturale (1796-1797); Il
sistema della dottrina morale {1798); La mis- sione dell'uomo (1799);
Introduzione alla vita beata (1806); Discorsi alla nazione tedesca. Filone
Alessandrino Nato ad Alessandria d'Egitto da una nobile famiglia ebraica della
diaspora, fu rabbino di quella città, contemporaneo di Cristo e autore di
numerosi commenti alla Sacra Scrittura. Filone è considerato da tutti come
l’iniziatore di un nuovo modo di interpretare la Sacra Scrittura, il modo
allegorico (0 metodo alle- gorico). Ma da molti oggi è ritenuto anche fondatore
di un nuovo tipo di speculazione, chiamata filosofia religiosa. In effetti
Filone ha ela- borato un sistema in cui si saldano armonicamente le dottrine
fonda- mentali della fede biblica con le principali dottrine di Platone e degli
Stoici: dottrina delle Idee, del Logos, dell'immortalità dell'anima, della
contemplazione ecc. La filosofia religiosa iniziata da Filone esercitò grande
influsso sui padri della chiesa e anche sugli scola- stici che la continuarono
e perfezionarono. Opere principali: Commento allegorico sulle sante Leggi; Sul
de- calogo; Sulle leggi particolari; Sulia migrazione di Abramo; Sulla
provvidenza; Sull’eternità del mondo, Foucauli Michel (1926-1984) Filosofo e
saggista francese, nato a Poitiers, ha studiato al- l’« École Normale
Supérieure » di Parigi e poi in Germania, Polo- nia e Svezia. Di vasta
esperienza culturale (medicina, filosofia, psico- logia, storia), si è ben
presto affermato tra i massimi esponenti della rivoluzione culturale
dell'ultimo ventennio. È stato professore al « Centro Universitario
Sperimentale » di Vincennes e ha insegnato dal 1970 storia dei sistemi di
pensiero al « Collège de France ». Dallo studio della storia della medicina,
Foucault è passato, par- 293 tendo da Heidegger, ad una indagine epistemologica
delle strutture fondamentali del conoscere che sono alla base dei vari momenti
della storia della moderna civiltà occidentale. Foucault svilupperà l'analisi
strutturalistica del linguaggio di de Saussure spostandola dal livello dei
fonemi a quello degli enunciati e concentrerà la sua attenzione sulle società
evolute moderne piut- tosto che su quelle primitive. Secondo Foucault ogni
cultura ha il suo « a priori storico », sot- tofondo comune a tutte le arti,
scienze e ideologie di un determinato periodo. In ordine al problema del
linguaggio Foucault distingue l’analisi della lingua dall'analisi degli
enunciati, così come distingue la storia del discorso dall'analisi del campo
discorsivo. Infine, sotto- linea come l’analisi enunciativa sia soprattutto
un'analisi storica, che si tiene fuori da ogni interpretazione. Opere
principali: Malattia mentale e psicologia (1954); Storia della follia (1961);
Nascita della clinica (1963); Parole e cose (1967); Archeologia del sapere
(1969); Sorvegliare e punire (1975); La vo- lontà di sapere (1976). Freud
Sigmund (1856-1939) Nato a Freiberg, in Moravia, da famiglia israelita, si
laureò in medicina all'università di Vienna nel 1881; nel 1885 conseguì la li-
bera docenza specializzandosi in neuropatologia e nel 1886 aprì un gabinetto
privato per lo studio delle malattie nervose. Nel 1938, con l'annessione
dell'Austria alla Germania di Hitler, fu costretto a emi- grare a Londra, dove
morì, l’anno dopo, all'età di 83 anni. Secondo Freud, che fu il fondatore della
psicanalisi, la nostra psiche è costituita da tre livelli (o topiche): un
livello profondo o inconscio che si chiama Es (0 Id), sede della pulsione
libidica e orien- tato alla soddisfazione del bisogno sessuale; il livello
dell'/o o della coscienza razionale; ed infine, il livello del Super-Io,
risultato dell’introiezione delle figure parentali e sede della legge morale.
Il costante conflitto tra Es e Super-Io spesso provoca uno stato patologico,
proprio delle diverse forme di nevrosi. La pulsione libidi- ca, che muove
l’attività sessuale dell'individuo, trova pertanto una possibilità di sfogo
nell'attività onirica, quando l'abbassamento tem- poraneo della soglia
cosciente lascia libero spazio all'Es, ai suoi de- sideri, alla sua
conflittualità repressa. Fondamentale per la cultura contemporanea come
scoperta del dinamismo psichico e come terapia, la psicanalisi che negli
scritti freudiani dell'ultimo periodo viene teorizzata come una weltan-
schauung, ha finito per presentare i suoi limiti, che sono stati evi- denziati
in questi ultimi decenni da molti studiosi. Opere principali: Le origini della
psicanalisi (1887-1902); Studi sull'isteria (1895); Psicopatologia della vita
quotidiana (1901); Tre saggi sulla teoria sessuale (1905); Totem e tabù;
Introdu- 294 zione alla psicoanalisi (1915-1917); Al di là del principio di
piacere (1920); L'avvenire di un'illusione (1927); Il disagio della
civiltà(1929); L'uomo Mosé e la religione monoteista (1934-1938). Galilei
Galileo (1564-1642) Nato a Pisa, fu matematico, fisico, astronomo. Nel 1589
ebbe l'insegnamento di matematica all'università di Pisa e nel 1592 passò
all'università di Padova. Nel 1609 inventò il cannocchiale. Nel 1616 la sua
teoria eliocentrica venne condannata dalla Chiesa. Processato una seconda
volta, fu costretto, nel 1633, a rinnegare le sue teorie scientifiche. Morì ad
Arcetri, nell'isolamento obbligato e colpito da cecità. È considerato il
creatore della fisica moderna e il decisivo promotore del metodo sperimentale,
avviato da Bacone, nelle sue applicazioni pratiche. Merito di Galileo è di aver
provato la netta distinzione tra filo- sofia, scienza e religione, mostrando
che il loro oggetto specifico è di- verso. Perciò lo studio scientifico dei
fenomeni umani è libero. Per la scienza diverso è anche il metodo, «
induttivo-deduttivo ». Tipico di questo metodo è l’uso della matematica. In
sintonia con tale im- postazione vi è la riduzione della realtà materiale ai
soli aspetti quantitativi (ma in Galilei più che di un meccanicismo filosofico
si tratta di un meccanicismo metodologico e scientifico). Opere principali: De
motu (1589); Sidereus Nuncius (1610); Di- scorso intorno alle cose che stanno
în su l'acqua (1612); Il saggiatore (1623); Dialogo sopra i due massimi sistemi
del mondo, tolemaico e copernicano (1632); Discorsi e dimostrazioni matematiche
intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e i movimenti locali
(1638). Galluppi Pasquale (1770-1846) Filosofo italiano, nato a Tropea, studiò
all'università di Napoli, dove insegnò filosofia teoretica dal 1831 sino alla
morte. La filosofia di Galluppi, che è uno degli esponenti maggiori del
realismo critico italiano, vuole essere essenzialmente una risposta al kantismo
che egli critica soprattutto per quanto concerne la inconoscibilità del- l'io e
della cosa in sé, e la apriorità delle categorie. A proposito della
inconoscibilità dell'io e della cosa in sé, egli afferma che la coscienza
testimonia immediatamente la conoscenza sia del primo sia della seconda (il
mondo) e che pertanto occorre ammetterli tutt'e due co- me assolutamente certi.
Assodato il carattere obiettivo del cono- scere, Galluppi, contro Kant, mostra
che anche l’esistenza di Dio risulta dimostrabile. Opere principali: Saggio
filosofico sulla critica della conoscenza (6 voll. 1819-32); Elementi di
filosofia (6 voll. 1820-27); Lettere filo- sofiche (1827); Lezioni di logica e
metafisica; Filo- sofia della volontà (4 voll. 1832-40); Considerazioni
filosofiche sul- l'idealismo trascendentale e sul razionalismo assoluto (1841).
295 Garaudy Roger (1913) Filosofo francese, nato a Marsiglia, è un esponente
prestigioso e originale del revisionismo marxista; si iscrisse giovanissimo al
Partito Comunista francese e alternò l’attività sindacale all’insegna- mento
della filosofia. Nel 1970 fu radiato dal partito per il duro atteggiamento
polemico assunto nei confronti dell'U.R.S.S. per l'in- vasione della
Cecoslovacchia. Caratteristica del pensiero revisionista di Garaudy è il ripen-
samento del problema del socialismo nella società contemporanea e l'apertura al
cristianesimo, presente però anche nei suoi primi scritti, quando egli
attribuiva alla chiesa cattolica il merito di avere realiz- zato alcune
fondamentali trasformazioni della società, come l’aboli- zione della schiavitù
e l'uguaglianza della donna e di avere affermato il valere della persona,
dell'amore, della libertà e della trascendenza. Per Garaudy la « trascendenza »
è un umanesimo prometeico e faustiano che porta al superamento del limite; ed è
convinto che solo nell’organizzazione politico-sociale del comunismo esso possa
trovare la sua piena realizzazione. A seguito del rifiuto del modello
sovietico, Garaudy approda alla convinzione che il socialismo possa trovare la
sua pienezza aprendo un dialogo con il cristianesimo, al quale è accomunato
dalla passione per l'uomo, dall'impegno di trasformazione del mondo, dalla
dimen- sione profetica. Opere principali: La teoria materialista della
conoscenza (1953); Karl Marx (1965); Marxismo del XX secolo (1966); Lenin
(1968); Tutta la verità (1970); Riconquista della speranza (1971); L’alterna-
tiva (1973); Parola di uomo (1974). Gentile Giovanni (1875-1944) Nacque a
Castelvetrano (Trapani) nel 1875. Insegnò nelle uni- versità di Palermo, Pisa e
Roma. Aderì al regime fascista e nel 1922 fu nominato ministro della Pubblica
Istruzione. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale e fu trucidato dai
partigiani nel 1944 a Firenze. La ‘filosofia idealista di Gentile si chiama
attualismo, in quanto l'assoluto è concepito come atto puro. Le cose non sono
altro che momenti di tale atto, sono l'atto puro stesso in un momento del suo
generarsi. Realmente c'è solo il pensiero attuale che pone sé stesso
(autoctisi). L'atto puro di Gentile, come l'idea di Hegel, svolge la sua
attività secondo un processo triadico, che ha per momenti princi- pali l’arte,
Ja religione e la filosofia. L'arte è il momento soggettivo; la forma immediata
dello spirito assoluto. La religione è l'antitesi dell'arte, il momento
oggettivo. La filosofia costituisce la sintesi del momento soggettivo con
l'oggettivo, riconoscendo l'assoluto nell'atto che pone se stesso attraverso
una dialettica eterna. Lo Stato è consi- derato l'incarnazione suprema dello
Spirito, volontà sovrana e as- soluta da cui discende sia la morale che il
diritto. La filosofia di Gen- 296 tile ha occupato un posto centrale nello
sviluppo del pensiero specu- lativo italiano nei primi decenni del nostro
secolo. Opere principali: Rosmini e Gioberti (1898); Sommario di peda- gogia
come scienza filosofica (1912); I problemi della scolastica e il pensiero
italiano (1913); Studi vichiani; Fondamenti della fi- losofia del diritto
(1916); Teoria generale dello spirito come atto puro (1916); Sistema di logica
come teoria del conoscere (1917-1922); Le origini della filosofia contemporanea
in Italia (quattro volumi, scritti fra il 1917 e il 1923); I/ pensiero italiano
nel Rinascimento (1920); Studi sul Rinascimento (1923); Filosofia dell’arte
(1931). Gilson Etienne (1884-1978) Filosofo e storico francese, nato a Parigi,
si è addottorato in lettere e filosofia alla Sorbona; ha insegnato a Lilla,
Strasburgo, Parigi. Trasferitosi in Canada, nel 1929 vi ha fondato l’«
Institute of Medieval Studies » di Toronto che diresse sino alla morte avvenuta
nel 1978 a Cravant. Con Jacques Maritain, Gilson è colui che ha maggiormente
contribuito alla rinascita del tomismo nella prima metà del sec. XX e della sua
diffusione nel mondo nord-americano. AI] centro della sua riflessione è il
concetto di « filosofia cristiana » di cui Gilson sostiene la legittimità,
affermando che la filosofia cri- stiana non comprende verità che appartengono
essenzialmente al- l'ambito della fede e della rivelazione, ma solo di fatto,
storicamente. Oggetto specifico della filosofia cristiana non è il « rivelato
», ma il « rivelabile », cioè verità di per sé accessibili alla ragione come
l’unità di Dio, l'immortalità dell'anima, il senso della storia, la per- sona,
la libertà ecc. La filosofia cristiana è stata elaborata dai Padri della Chiesa
e dagli Scolastici, che hanno conferito evidenza a verità attinte dalla Bibbia
e alle quali i Greci non erano pervenuti quali l'unicità di Dio, la creazione,
la libertà, la persona, la storia, la contingenza, la causalità delle creature
e dell'uomo, la bontà della materia e del corpo umano, la provvidenza, ecc. I
filosofi cristiani hanno conferito a queste verità una espressione razionale,
filosofica, che gli storici non cristiani hanno attribuito alla filosofia
moderna. Per Gilson questa è una falsificazione della storia, che ha dimostrato
in modo preciso ne Lo spirito della filosofia medioevale e in altre opere. Sul
problema della conoscenza dell'essere, Gilson dimostra che essa non si realizza
mediante un’astrazione, ma mediante il giudizio di esistenza, che è un atto di
composizione che la mente compie tra un soggetto e l’atto di esistere,
attribuendoglielo. Opere principali: I/ tomismo (1919); La filosofia nel
Medioevo (1922); San Bonaventura; Sant'Agostino (1929); Lo spirito del- la
filosofia medioevale (1932); Duns Scoto (1952). Delle sue opere a ca- rattere
teoretico citiamo: Il realismo metodico (1934); Dio e la filo- sofia (1941);
Realismo tomista e critica della conoscenza (1945); 297 L'essere e l'essenza
(1948); L'essere e alcuni filosofi; Introduzione alla filosofia cristiana
(1960); Il filosofo e la teologia (1960). Gioberti Nato a Torino, fu ordinato prete nel 1825.
Laureatosi in teologia, fu preso da una crisi di fede e si orientò verso il
panteismo. Par- tecipò a circoli rivoluzionari per cui fu arrestato ed esiliato
nel 1833. Si rifugiò in Belgio e in quel periodo si riconciliò con la Chiesa.
Passò gli ultimi anni della sua vita a Parigi, dedito allo studio della
filosofia, nella povertà e nella solitudine. Gioberti ha gli stessi motivi
ispiratori di Rosmini: si vale del- l’idea dell'essere ma sostiene che per
salvare l'oggettività dell'idea dell'essere bisogna darle materialità, realtà.
Cioè bisogna porre l'a priori non nell’idea dell'essere ideale, ma in quella
dell'essere reale, Dio (ontologismo). Dio crea il mondo e opera intrinsecamente
allo spirito umano, mentre a Dio il mondo ritorna grazie al progresso umano
(l'ente crea l'esistente, l'esistente ritorna all'ente). Gioberti ha anche
studiato la realizzazione di un piano per l’unità e l’indipenden- za d'Italia.
Opere principali: Teoria del sovrannaturale (1838); Introduzione allo studio
della filosofia (1840); Del bello (1841); Del primato morale e civile degli
italiani (1843); Del buono (1843); Del rinnovamento civile d'Italia (1851).
Giovanni Damasceno (675-750) ‘Dottore della Chiesa (di lingua greca), santo.
Nacque a Damasco e morì probabilmente a Gerusalemme. Discendente da una nobile
e ricca famiglia arabo-cristiana (suo padre era ministro del tesoro presso la
corte del Califfo) ebbe un'eccellente educazione letteraria e filosofica.
Consacrato prete da Giovanni V patriarca di Gerusalemme si ritirò nel monastero
di San Saba in Palestina e si dedicò soprat- tutto all'insegnamento della sacra
Scrittura e della teologia e si adoperò sia con la parola sia con gli scritti
per la difesa del culto delle immagini sacre (opponendosi coraggiosamente all’iconoclastia).
È stato per lungo tempo uno dei pilastri della teologia della Chiesa cattolica
orientale ed anche oggi è un riferimento nel dialogo ecu- menico fra le varie
confessioni cristiane. Nella sua sintesi teologica vengono adoperati non pochi
elementi filosofici da lui appresi in parte dagli arabi e in parte dai Padri
greci. C'è in lui un influsso ari- stotelico nella concezione della logica e
della metafisica, e c'è anche un influsso platonico e neoplatonico derivato
dallo Pseudo-Dionigi. iLa sua opera maggiore è la Fonte della conoscenza che si
suddi- vide in tre parti riguardanti la filosofia (Capitoli filosofici), le
eresie (Libro delle eresie) e la fede (Sulla fede ortodossa). Glucksmann André
(1937) Laureato in filosofia, fu maoista e partecipò ai movimenti rivolu- 298
zionari del '68. Attualmente lavora al « Centro nazionale per la ri- cerca
scientifica ». Critico implacabile del sistema marxista, è im- pegnato in una
denuncia sistematica dei crimini sovietici. Nelle sue ultime opere denuncia il carattere
disumano del sistema marxista e accusa l’U.R.S.S. di essere una potenza
capitalistica, violenta e ter- roristica, di cui il Gulag è l'espressione più
terrificante. Tra le molte critiche che Glucksmann muove al marxismo la più
radicale è quella con cui gli contesta di essere un sistema socialista. Opere
principali: Il discorso della guerra (1967); La cuoca e il mangiauomini (1977);
I padroni del pensiero (1978); L'atto antitota- litario (1983). Gramsci Uomo
politico e pensatore italiano; nato ad Ales (Cagliari) si tra- sferì
successivamente a Torino, dove interruppe gli studi letterari per dedicarsi
alla vita politica. Nel 1921 con Bordiga e Tasca fondò a Livorno il Partito
Comunista Italiano, di cui divenne segretario nel 1924. Arrestato dai fascisti
e condannato a 20 anni di carcere, morì nel 1937 in una clinica, dopo undici
tormentati e dolorosi anni di prigionia. Il pensiero filosofico di Gramsci si
articola intorno al superamen- to del dilemma idealismo o marxismo; alla
fondazione della filosofia della prassi, in cui risalta il carattere
storicistico del conoscere e il suo carattere pratico; e infine alla dimensione
storica quale tratto qualificante della filosofia della prassi. Gramsci
recupera inoltre la conoscenza come creatività e non solo come rispecchiamento
della realtà. Riguardo al problema politico l'ideologia gramsciana si snoda
lungo le seguenti direttrici: 1) il potere va conquistato attraverso una guerra
di posizione che sottragga alla classe dirigente prima il consenso e poi il dominio;
2) la rivoluzione non è violenta ma cultu- rale; nel progetto rivoluzionario
gramsciano il cristiano deve giun- gere ad abbandonare la sua religione per
accedere a forme più ri- spondenti al divenire storico; 3) ogni nazione ha
diritto di realizzare il proprio stato socialista conforme alla propria storia,
cultura e tradizioni; 4) il Partito comunista è il Nuovo Principe: esso è la
fonte di ogni potere, di ogni diritto, di ogni legge; la sua attività è
essenzialmente morale. Realizzatori della guerra di posizione e successivamente
del rap- porto tra il Nuovo :Principe e la base proletaria sono « gli intellet-
tuali organici », prima interpreti della rivoluzione culturale e suc-
cessivamente garanti del consenso ideologico. Gramsci appare sensibile al problema
religioso che considera la grande utopia delle classi subalterne. Come la
metafisica, essa è or- mai superata dal comunismo che ha pienamente compiuto il
processo di secolarizzazione del mondo moderno. Opere principali: gli scritti
di Gramsci sono distinti in due 299 periodi: a) Scritti giovanili (1914-1918);
L'Ordine Nuovo (1912-1920); Socialismo e fascismo (1921-1922); La costruzione
del Partito Comunista; b) Quaderni del carcere, scritti durante la pri- gionia.
Guardini Romano (1885-1968) Filosofo e teologo tedesco, di origine italiana
(nacque a Verona), conoscitore profondo della storia moderna, fu il primo a
coprire la cattedra di Weltanschauung cattolica all'università di Berlino.
Allon- tanato -dall'insegnamento dal nazismo, lo riprese dopo la seconda guerra
mondiale prima a Tubinga e poi a Monaco sino alla morte. In base al concetto di
opposizione polare Guardini afferma che ogni concetto fondamentale è distinto
da un aliro, ma al tempo stes- so lo presuppone e lo implica, poiché nessun
elemento pilò essere pensato senza il suo opposto. Il mondo storico è concepito
da Guardini come il concreto viven- te, ed è essenzialmente mondo della
cultura, mondo dell’uomo. Convinto della crisi dell'età moderna, si impegna a
riaffermare il principio cattolico della unità e collaborazione tra fede e
ragione, convalidata dalla tesi della polarità. In base a tale tesi, Guardini
ela- bora una serie di binomi capaci di descrivere la struttura della real- tà:
atto-struttura, immanenza-trascendenza, unità-pluralità, affinità- distinzione,
originalità-regola. Egli riscontra inoltre la crisi del mondo moderno in tre
settori principali: quello della natura, quello del soggetto, quello della cul-
tura. La natura viene percepita come estraneità, il soggetto è pri- gioniero
della massa e delle macchine, la cultura ha perduto la sua credibilità per lo
scacco storico delle sue convinzioni. Guardini abbozza, pertanto, il progetto
di una « nuova società » e di una nuova cultura sulla base della riaffermazione
del valore assoluto della persona; del controllo della potenza; del coraggio
del- la verità; della libertà dello spirito. Opere principali di carattere
filosofico: L'opposizione polare (Sag- gio per una filosofia del concreto
vivente) (1925); La fede nella ri- flessione (1928); La morte di Socrate. Una
interpretazione degli scrit- ti di Platone: Eutifrone, Apologia, Critone,
Fedone (1943); La fine del- l'epoca moderna (1951); Religione e soprannatura.
Habermas Filosofo e sociologo tedesco, nato a Gummersbach; dopo essersi laureato
a Francoforte, si è dedicato a studi e ricerche nell’ambito dell'Istituto per
le ricerche sociali di Francoforte fondato da Horkheimer e di cui egli è il
continuatore. Per Habermas, compito di una scienza sociale filosoficamente
fondata, è l'elaborazione del nesso tra teoria e prassi che penetri i
meccanismi della comunicazione intersoggettiva, la sua struttura lin- guistica,
i processi di creazione del consenso e della legittimazione 300 per raggiungere
una Verità che è nel contempo illuminazione pra- tica e formazione di una
volontà collettiva. Opere principali: Storia e critica dell'opinione pubblica
(1962); Teoria e prassi (1963); Logica delle scienze sociali (1967); Conoscenza
e interesse (1968); Tecnica e scienza come ideologia (1968); La crisi della
razionalità nel capitalismo maturo (1973); Per la ricostruzione del
materialismo storico (1976). Hartmann Nicolai Filosofo tedesco, nato a Riga e
morto a Gottinga. Assertore della filosofia dei valori e vigoroso critico del
positivismo, aderì all'inizio della sua formazione culturale al criticismo e in
seguito alla feno- menologia di Husserl. La sua concezione ontologica dei
valori è caratterizzata da una sorta di ultrarealismo platonico: i valori non
hanno fondamento né nell'uomo né in Dio, ma in se stessi, sono sussisienti al
pari delle Idee di Platone e sono dotati di aseità. In nome dell'autonomia dei
valori Hartmann giunge perfino a negare l’esistenza di Dio, poiché la sua
esistenza sàrebbe incompa- tibile con la libertà dell'uomo. Opere principali:
Principi di una metafisica della conoscenza (1921); La filosofia dell'idealismo
tedesco (1923-1929); La costru- zione del mondo reale (1940); Filosofia della
natura (1950); Estetica (1953, postuma). Hegel Georg Wilhelm (1770-1831) Nacque
a Stoccarda e fece gli studi teologici nel seminario di Tubinga. Nel 1801 fu
nominato professore presso l'università di Jena, poi insegnò ad Heidelberg e
infine a Berlino dove ottenne gran- de successo. Morì di colera a 61 anni.
Hegel è uno dei protagonisti della filosofia contemporanea ed elaborò
l’idealismo logico e storico. Egli si inserisce nel recupero romantico del
concreto e del reale, ma per attuarlo radicalmente. Si impegna a coniugare la
valorizzazione della creatività del pensiero e della libertà con l'esigenza di
fondare razionalmente la realtà, in- tesa come costruzione logica del mondo;
perviene così all'esito fi- nale del processo storico culturale moderno: un
umanesimo asso- luto che sfocerà, dopo Hegel, in un ateismo assoluto (l’uomo è
il fon- damento immanente delle realtà). Scopo della filosofia hegeliana è,
quindi, la comprensione razio- nale del mondo e della storia, caratterizzati
dalla presenza del ne- gativo e dalla nostalgia dell'armonia perduta. La storia
è caratteriz- zata dalla scissione: essere-non essere; bene-male;
infinito-finito; Dio-mondo. La consapevolezza di queste realtà fa dell'uomo una
« co- scienza infelice », che tende a liberarsi della contraddizione. Per Hegel
la realtà è Idea (tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è
razionale). Da questa affermazione deriva il nome 301 dato alla filosofia di
Hegel di idealismo logico. L'unico metodo ade- guato per lo studio di una
realtà in perpetuo divenire è quello della logica speculativa o dialettica.
Esso è costituito di tre momenti: tesi, antitesi e sintesi. La tesi è il
momento dell'essere in sé, l’antitesi è il momento dell'essere extra sé, la
sintesi è il momento del ricongiungimento delle due parti poste dalla tesi e
dell'anti- tesi in un unico tutto che annulla le imperfezioni dei momenti pre-
cedenti mentre ne conserva la positività. Lo studio della triade fondamentale
riconduce alle tre parti principali del sistema hege- liano: logica o studio
dell'idea in sé, filosofia della natura, filosofia dello spirito, forma in cui
l'idea si attua pienamente, ritornando in sé dall’alienazione della natura.
Anche la vita dello spirito si svolge dialetticamente in tre momenti: spirito
soggettivo (o indi- viduale), oggettivo (o sociale) e assoluto (che si attua
nelle opere artistiche, religiose, filosofiche). Per Hegel la religione è mito
e la teologia è mitologia. Egli sva- luta la Rivelazione e afferma l’esigenza
di una religione nazionale sul modello di quella della polis greca. In una fase
successiva Hegel com- pie un'autocorrezione, rivalutando la prospettiva
storico-filosofica del cristianesimo come espressione del «rapporto dialettico
» tra universale-particolare, pensiero-vita, infinito-finito. L'amore cristia-
no si presenta come il superamento di ogni dualismo. Supera in tal modo la «
dialettica servo-signore » del giudaismo e si presenta come sintesi Dio-mondo.
Hegel considera il suo pensiero come sintesi del pensiero occiden- tale da
Talete a Schelling. La sua critica si rivolge in particolare al- l'impostazione
kantiana della cosa in sé e alla scissione tra sfera teoretica e sfera pratica.
Per Hegel la storia è lo studio delle manifestazioni dello spirito oggettivo.
Essa è la manifestazione progressiva dell’assoluto; in es- sa tutto quanto
avviene ha un carattere razionale. Il male è solo un momento della dialettica
della ragione. Per manifestare se stesso nella storia, lo spirito si vale dello
Stato e della nazione: la storia si esprime nelle successive egemonie dei
popoli. Opere principali: Scritti teologici giovanili (Religione popolare e
cristianesimo; La vita di Gesù; La positività della religione cri- stiana; Lo
spirito del cristianesimo e il suo destino); Fenomenologia dello spirito
(1807); Scienza della logica; Enciclopedia delle scienze filosofiche in
compendio; Lineamenti di filosofia del diritto (1821). Infine quattro opere
postume: Filosofia della storia; Estetica; Filosofia della religione; Storia
della filosofia. Heidegger Martin (1889-1976) Nacque a Messkirch, in Germania.
Si avviò verso la carriera sa- cerdotale che poi interruppe. Fu discepolo di
Husserl. Nel 1928 ebbe la cattedra di filosofia all'università di Friburgo,
come successore del suo maestro Husserl. Durante il periodo nazista si ritirò
dall'insegnamento e lo riprese dopo la guerra. La prima speculazione di
Heidegger, che è il massimo esponente del movimento esistenzialista, ed uno dei
maggiori filosofi del nostro secolo, è diretta alla soluzione del problema
dell'essere. Porta di accesso all'essere è l’uomo. Nell'uomo vi sono alcuni
tratti fondamentali caratteristici del suo essere, o esistenzia- li:
essere-nel-mondo, esistenza (essere fuori di sé), temporalità. Tra i primi due
esistenziali, essere-nel-mondo e esistenza c'è aperto contrasto: l’uno incatena
l’uomo al passato, l’altro lo proietta verso il futuro. A seconda che l'uomo si
lasci guidare dal primo o dal secondo la sua vita sarà inautentica o autentica.
La prima è quella di assuefazione al mondo, la seconda è quella interiore che
conduce colui che vive in vista della morte. Secondo Heidegger la morte ap-
partiene alla struttura fondamentale dell'uomo, perché è solo nella morte che
l’uomo conquista la totalità della sua vita. L'uomo diventa consapevole della
sua soggezione alla morte nell’angoscia che è un'al- tra disposizione
fondamentale del suo essere. L'essere è ciò che fa presente l’ente e ciò che in
esso si manifesta: ma l'essere è indicibile. L'uomo è « il custode dell'essere
», ma non gli è dato sapere come avvenga il costituirsi dell'ente per mezzo
dell'essere. La manifesta- zione dell'essere si realizza attraverso il
linguaggio. Opere principali: Essere e tempo (1927); Kant e il problema della
metafisica (1929); Dell'essenza del fondamento (1929); La dot- trina platonica
della verità (1947); Introduzione alla metafisica (1953); Il principio di
ragion sufficiente; Nietzsche (1961); La tesi di Kant sull'essere (1963); Tempo
ed essere (1968); Il trattato di Schelling sull'essenza della libertà umana.
Herbart Johann Friedrich (1776-1841) Filosofo e pedagogista tedesco. Discepolo
di Fichte e Schiller si orientò nella linea di pensiero idealistica, che ben
presto criticò e superò elaborando la sua concezione filosofica di un
pluralismo rea- listico immobilistico, in cui riserva particolare attenzione ai
pro- blemi pedagogici. Esercitò l'insegnamento universitario a Gottinga e poi a
Kénigsberg, dove fondò un seminario di pedagogia e una scuola sperimentale.
Herbart sostiene che la filosofia è analisi critica dell'esperienza e
superamento delle sue coniraddizioni. L'esperienza ci dà una pluralità di
esseri mutevoli, mentre l'essere è sempre se stes- so, unico e immobile. Alla
base della sua concezione pedagogica vi è l’idea di istruzione educativa, tesa
a promuovere la plurilateralità, il complesso delle tendenze e delle attitudini
dell'’educando, senza al- terare le proporzioni e la forma dell’individualità,
senza indebolire la forza del carattere. Opere principali: Manuale di
psicologia; Pedagogia dedotta dal fine dell'educazione; Disegno di lezioni di
pedagogia; Metafisica ge- nerale secondo i principi della filosofia della
natura. 303 Herder Filosofo, teologo e letterato tedesco, nato a Mohrungen e
morto a Weimar. Studiò teologia a Kénigsberg, avendo come maestro Kant. Dopo
essere stato alcuni anni a Riga, in Lettonia, come predi- catore, andò in
Francia e di lì, per interessamento di Goethe, si tra- sferì come pastore di
corte a Weimar, dove rimase sino alla morte, salvo il periodo di viaggio in
Italia nel 1788-1789. Scrisse moltis- simo in vari campi e può essere ricordato
come uno dei testimoni maggiori di quella stagione della cultura tedesca che
costituisce il suo periodo aureo. In filosofia i campi che coltivò con maggiore
successo furono l'estetica, la storia, la linguistica. Nell’estetica af- ferma
la relatività della nozione di bellezza. Nella storia egli vede una rivelazione
divina: natura e storia, a suo parere lavorano secondo il disegno di Dio per
l'educazione dell'umanità. Infine, per quanto concerne la linguistica, Herder
considera il linguaggio come espres- sione spontanea della soggettività: essa
può essere intesa sia come prodotto della sensazione immediata, sia come opera
della « rifles- sione ». Il linguaggio è quindi un fattore nella costruzione
sintetica della coscienza, ed occupa un posto fondamentale sia nella costru-
zione sia nella espressione della cultura di un popolo. Opere principali:
Saggio sull'origine del linguaggio; Il conoscere e il sentire dell'anima umana;
Idee per la filosofia della storia del- l'umanità. Hobbes Thomas (1588-1679)
Nato in Inghilterra, conobbe Galilei e (Cartesio e ne subì gli influssi
culturali. Fece lunghi viaggi in Francia e in Italia. Hobbes apre la serie dei
grandi filosofi inglesi del XVII secolo, le cui principali caratteristiche sono
empirismo e politicità. Per Hobbes l’unica sostanza è la materia: ad essa si
riporta ogni essere come al puro e trascendentale principio del suo esistere.
La cono- scenza si basa esclusivamente sull'esperienza. È bene ciò che causa
piacere, male ciò che procura dolore. Nel Leviathan, apologia del-
l'assolutismo, sostiene che lo Stato nasce da un volontario assogget- tamento
degli uomini a un sovrano, in cui si accentrano tutti i di- ritti, per uscire
dallo stato di natura, in cui regna una lotta sel- vaggia tra gli altri uomini
(homo homini lupus). Opere principali: Elementi di legge naturale e politica
(1640); Obiezioni alle « Meditazioni » di Cartesio (1641); De cive (1642);
Leviatano; De corpore (1655); De homine (1658); Behemoth. Horkheimer Fondatore e animatore della « Scuola di
Francoforte », il cui cen- tro principale è l'« Istituto per le Ricerche
Sociali ». L'Istituto seguì Horkheimer quando questi emigrò a Parigi e, durante
la seconda guerra mondiale, a New York. Fece ritorno a Francoforte insieme 304
col suo fondatore nel 1950. Il nucleo della Scuola di Francoforte era
costituito oltre che da Horkheimer, da Adorno, Fromm e Marcuse. Per la sua
formazione filosofica Horkheimer si colloca lungo l'e- redità del marxismo
occidentale. Ma dal punto di vista politico la sua posizione era totalmente
eccentrica, in quanto non intendeva avere rapporto alcuno con le organizzazioni
di partito. Horkheimer e la sua scuola concentrarono le ricerche sulla società
e sulle sue istituzioni, sviluppando una teoria critica anziché un progetto
utopistico come avevano fatto Marx e Engels. La teoria critica si propone di
smascherare le ingiustizie, i mali, le deviazioni, le lacune che affliggono la
società in un determinato momento storico. Da Marx accetta le seguenti tesi:
priorità della prassi; priorità della società sull’individuo; negazione della
metafisica. In altri punti si discosta dal marxismo: socialismo e politica del
partito comunista non coincidono; la dialettica ha un dominio più vasto; la
religione merita un giudizio più favorevole. La società è un fenomeno storico e
dinamico. La società contem- poranea affonda le sue radici nell’illuminismo; ma
questo, nel com- battere il mito, prende esso stesso la forma di mito. La
ragione è arte- fice e vittima dei mali provocati dall’illuminismo
(manipolazione e dominio dell’uomo sull'uomo). L'ideale che Horkheimer assegna
alla società è la felicità di tutti gli individui in questo mondo, in una
concezione rigorosamente storicistica e immanentistica. Più tardi il filosofo
accoglierà un'apertura teologica, verso la nostalgia di una perfetta e
consumata giustizia. Opere principali: Autorità e famiglia (1936); Dialettica
dell'illu- minismo (1944); Eclisse della ragione (1947); Studi sul pregiudizio
(1950); Teoria critica (1968); La società di transizione (1972). Humboldt Karl
Wilhelm von (1767-1835) Filosofo, linguista, letterato tedesco, nato a Postdam
e morto a Tegel. Ebbe una educazione illuminista; si specializzò in giurispru-
denza a Francoforte e a Gottinga. Dopo una breve permanenza a Parigi nel
periodo della rivoluzione, si trasferì a Jena, dove divenne amico di Schiller e
Goethe. Dal 1802 al 1809 fu a Roma come rap- presentante del re di Frussia
presso il Papa. Rientrato a Berlino si occupò della strutturazione della nuova
università. ‘Il nome di Humboldt è legato soprattutto alle sue profonde ricer-
che nel campo della linguistica. Egli ha portato avanti le ricerche iniziate da
Herder e con lui è il maggior rappresentante della filo- sofia romantica
tedesca. Per lui il linguaggio è sintesi di dati ogget- tivi e di elementi
soggettivi (tesi ripresa da Kant, che però l'aveva applicata al fenomeno della
conoscenza); esso è, poi, parziale ri- flesso della totalità oggettiva nelle
lingue particolari. La lingua, per Humboldt, non è opera compiuta, bensì
attività: la sua definizione non può essere altro che genetica. Essa
costituisce un importante 305 documento di identificazione per quelli che sono
i tratti caratteri- stici di un popolo. Opere principali: Sull'origine delle
forme grammaticali e il loro influsso sulle idee; Sulla differenza della
struttura linguistica del- l'uomo e sulla sua influenza sullo sviluppo
spirituale del genere umano. Hume Nacque ad Edimburgo, in Scozia. Nel 1735, si
recò in Francia per continuare gli studi. Partecipò all'attività politica e fu
segre- tario dell'ambasciata in Olanda, Italia, Austria. Nel 1756 tornò in
Francia. Fu amico di Rousseau, con cui poi venne a rottura. Fu an- che
sottosegretario di stato. Hume è sostenitore di un empirismo radicale.
Principio fonda- mentale della sua filosofia è il principio di immanenza,
interpretato empiristicamente: l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza e
l’og- getto dell'esperienza non è la cosa esterna ma la sua rappresenta- zione.
In base a questo principio le rappresentazioni o impressioni costituiscono il
dato ultimo della conoscenza umana. Hume trasfor- ma quindi l’empirismo in
fenomenismo. Critica il rapporto di cau- salità in quanto la relazione tra
causa ed effetto non è necessaria, ma nasce dall'esperienza. L'esistenza di Dio
non è dimostrabile. Dio rimane un'ipotesi e un atto di fede. La morale è
improntata a un utilitarismo altruista: è buono ciò che è utile e perciò
approvato dalla società; è cattivo ciò che è dannoso e perciò condannato dalla
società. Le passioni sono impressioni riflesse, connesse alle idee di
sensazione. Le principali sono: orgoglio-umiltà, amore-odio. La virtù è
un'attività conforme a quella particolare specie di passioni che causano
piacere. Opere principali: Trattato sulla natura umana (1739-1740); Saggi
morali e politici (1741); Ricerca sull’intelletto umano (1748); Ricer- ca sui
principi della morale (1751); Discorsi politici (1752); Quattro dissertazioni
(1757); Dialoghi sulla religione naturale (1779). Husserl Edmund (1859-1938)
Nacque a Prossnitz, in Germania. Laureatosi in scienze matema- tiche a Berlino,
si trasferì per alcuni anni a Vienna. Rientrato in Germania, insegnò filosofia
all'università di Gottinga e di Friburgo fino all'avvento del nazismo. È il
fondatore della Scuola fenomenologica. La fenomenologia studia l'oggetto quale
si manifesta nella sua effettiva realtà, assoluta- mente puro. Il metodo
fenomenologico consta di due momenti prin- cipali, negativo e positivo. Quello
negativo, chiamato da Husserl epoché o riduzione fenomenologica è quello in cui
si isola l’oggetto (fenomeno) da tutto ciò che non gli è proprio perché possa
svelarsi nella sua purezza. Il momento positivo è quello in cui lo sguardo del-
306 l'intelligenza si dirige verso la cosa stessa e si immerge in essa e lascia
che si manifesti. Mediante l'elaborazione del metodo fenomenologico, Husserl ha
offerto un apporto decisivo allo sviluppo dell’esistenzialismo, for- nendogli
un metodo di indagine che rispondeva perfettamente alla sua esigenza, quella di
effettuare un'analisi minuziosa dell’esperienza umana. Opere principali:
Filosofia dell’aritmetica (1891); Idee per una fenomenologia pura e una
filosofia fenomenologica (in tre volumi, di cui il primo nel 1913 e gli altri
due posiumi nel 1952); Logica for- male e trascendentale (1929). Molte opere
postume: Meditazioni car- tesiane (1950); La crisi delle scienze europee e la
fenomenologia tra- scendentale (1954); Mondo, io e tempo (1955); Filosofia
prima (1956); Psicologia fenomenologica (1962); Analisi delle sintesi passive.
James Nato a New York, fu per molti anni titolare delle cattedre di filosofia e
psicologia all'università di Harvard, dove fondò uno dei primi laboratori di
psicologia sperimentale. Rappresentante del pragma- tismo, James dette a questa
corrente di pensiero un carattere marca- tamente volontaristico. Nell'uomo la
facoltà principale non è la ragione ma la volontà; perciò una dottrina viene
accolta non perché la ragione la riconosce come vera, ma perché la volontà la
trova utile al conseguimento di un determinato obiettivo (pragmatismo). Il mondo
è costituito da un insieme di parti che non armonizzano perfettamente tra loro.
In questa concezione è evidente il pluralismo di James il quale difende anche
l’individualismo. Opere principali: Principi di psicologia (1890); La volontà
di cre- dere e altri saggi di filosofia popolare (1897); Le varietà
dell'esperien- za religiosa (1902); Pragmatismo (1907); Il significato della
verità (1909); Un universo pluralistico (1909); Alcuni problemi di filosofia
(1911, postumi); Saggi sull’empirismo radicale (1912, postumi). Jaspers
Scienziato, psicologo e filosofo tedesco, Jaspers fu uno dei massi- mi
esponenti dell’esistenzialismo. Nacque a Oldemburg in Germania. Insegnò per
molti anni filosofia nell'università di Heidelberg. Costret- to dal regime
nazionalsocialista ad abbandonare la cattedra, riprese l'insegnamento
universitario nel 1945. Nel 1947 si trasferì a Basi- lea dove insegnò e
risiedette sino alla morte. La sua filosofia ha come punto di partenza la
distinzione tra esserci (Dasein) ed esistenza (Existenz). L'esserci è la realtà
empi- rica, la vita naturale dell'uomo soggetia alle leggi del tempo e dello
spazio e esposta allo studio preciso delle scienze sperimentali. L'esi- stenza
è la capacità dell'uomo di superare costantemente la situa- zione, il suo
trovarsi sempre sistematicamente fuori di sé, oltre se 307 stesso. L'esistenza
autotrascendendosi non si dissolve nel nulla, ma si muove verso l'orizzonte
dell'essere, il quale mi circonda da tutte le parti: è l'’onnicomprensivo (das
Umgreifende). Senonché alla ra- gione umana resta impossibile determinare il
senso di tale orienta- mento. Questo può esser svelato soltanto dalla fede.
Opere principali: Psicopatologia generale; Psicologia delle visioni del mondo
(1919); Filosofia (1932); Ragione ed esistenza (1935); Nietzsche (1936);
Descartes e la filosofia (1937); Filosofia del- l'esistenza (1938); Il problema
della colpa (1946); Sulla verità (1948); La fede filosofica (1948);
Introduzione alla filosofia (1950); I grandi fi losofi (1957); Ragione e libertà
(1959); La fede filosofica di fronte alla rivelazione (1962). Jung Carl Gustav
(1875-1961) ‘Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, nato a
Kesswil e morto a Kiisnacht. Conseguita la laurea in medicina, en- tra nel 1900
in qualità di assistente nell'ospedale psichiatrico di Zurigo. Dopo vari anni
di ricerche giunge alla conclusione che per comprendere le manifestazioni
psicotiche occorre soprattutto tener conto della storia individuale del malato.
Nel 1907 pubblica la Psico- logia della demenza precoce nella quale formula
l'ipotesi dell'origine psichica della schizofrenia, interpretando il
comportamento e il linguaggio del malato come espressione di fantasie inconsce
che hanno sostituito completamente l’attività della coscienza. Nel 1912 pubblica
la Trasformazione e simboli della libido che segna la defi- nitiva
differenziazione del pensiero di Jung da quello di Freud, dif- ferenziazione
che riguarda tutti i punti fondamentali della psicana- lisi: il concetto di
inconscio, la libido, la funzione dei simboli, il metodo terapeutico. Queste
tesi, Jung le riprende e sviluppa ulterior- mente nelle opere successive: Tipi
psicologici; Energetica dell'anima; L'io e l'inconscio; Psicologia e religione.
In quest'ultima opera Jung, diversamente da Freud, riconosce l'importanza della
religione nella vita dell'individuo e della società e vede in essa una profonda
esi- genza della natura umana stessa: questa ha bisogno e si serve della
religione per dare espressione simbolica alle sue ricchezze interiori. Ma a
parere di Jung, « una dottrina intorno a Dio nel senso di un'esistenza non
psicologica non può essere sostenuta ». Kant Immanuel (1724-1804) Nacque a
Kénigsberg (Prussia). Studiò filosofia, matematica e teologia all'università
della sua città natale. Fu precettore presso alcune famiglie patrizie. Nel 1755
ebbe la libera docenza e nel 1770 ottenne la nomina a professore ordinario di
logica e metafisica all’uni- versità di Kònigsberg. Nel 1794 il re di Prussia
gli proibiva, con una lettera, di insegnare le idee critiche nei confronti
della religione. Kant si adeguò e non tenne più corsi sulla filosofia della
religione. Morì nella sua città natale che non aveva mai abbandonato. 308 La
filosofia di Kant non parte dal presupposto che ci sia una realtà esteriore
preordinata, ma che la realtà è costruzione nostra, in quan- to soggetti
intelligenti. L’atto conoscitivo è sintesi a priori di due elementi: contenuto
e forma; la forma è fornita dal soggetto, il contenuto dalle cose. Vi sono tre
gradi nel processo del pensiero: ap- prensione, giudizio e raziocinio. Il
contenuto del I grado è il com- plesso dei dati sensoriali, la forma è
l'ordinamento che ne facciamo nello spazio e nel tempo. Il risultato che è una
sintesi di carattere sensibile, o apprensione, serve di contenuto del secondo
grado di conoscenza, di cui la forma è l'elaborazione secondo alcuni criteri
intellettivi che Kant chiama categorie. Ne derivano i giudizi o sintesi
concettuali. Questi primi due gradi dell'attività conoscitiva si inte- grano a vicenda.
Nel raziocinio si hanno tre idee regolatrici dell’atti- vità stessa: anima,
mondo e Dio. Anche questa attività è unificatrice, anzi è quella che tende alla
sintesi suprema: ma questa non è mai realizzabile obiettivamente. Pertanto la
metafisica, tradizionalmente intesa, non è possibile come scienza positiva. La
reale conoscenza u- mana è limitata all'esperienza sensibile. Per Kant i
postulati della vita morale sono tre: l’esistenza-di Dio, l'immortalità
dell'anima, la libertà. La prima formula del dovere morale o imperativo
categorico è: Agisci sempre ed esclusivamente per amore della legge,
prescindendo da qualsiasi risultato utile o dannoso. Nella terza opera
fondamentale (Critica del giudizio) Kant tratta dei giudizi fondati sul
finalismo, che riconosciamo nella nostra vita e nella natura e dei giudizi
estetici, che sorgono spontanei dalla ripercussione nel nostro spirito di tale
riconoscimento. I meriti maggiori della filosofia kantiana sono il tentativo di
uscire dal ristagno del razionalismo e dell'empirismo, il riconosci- mento
della ragione pratica e del « sentimento ». Inoltre è riuscito a dare
espressione filosofica alla Weltanschauung del popolo germanico, che è
caratterizzata da una profonda coscienza del dovere e dal culto per la legge e
per la disciplina, dall'amore per la natura. Opere principali: Storia
universale della natura e teoria del cielo (1755); Monadologia physica (1756);
Studio sull'evidenza dei prin- cipi della teologia naturale e della morale
(1764); Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764); Critica
della ragion pura (1781); Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia
presentarsi come scienza (1783); Primi principi metafisici della scienza del-
la natura; Critica della ragion pratica; Critica del giu- dizio (1790); La
religione nei limiti della semplice ragione (1793); La fine di tutte le cose
(1794); Metafisica dei costumi (1797). Kautsky Karl (1854-1939) Filosofo e uomo
politico tedesco, nato a Praga e morto ad Amsterdam, compì i suoi studi a
Vienna. Conobbe personalmente Marx e dopo avere diretto nel 1883 Neue Zeit
(Tempo Nuovo), la ri- vista teorica della socialdemocrazia tedesca, redasse il
Programma 309 di Erfurt (1891) e il suo commento al Programma del Partito
social. democratico costituì la formulazione di piena ortodossia per gli
aderenti alla Seconda Internazionale in contrasto con l’ala revisio- nista di
Bernstein. Kautsky opera una sintesi tra l'evoluzionismo darwiniano e l’or-
todossia marxista. Il suo socialdarwinismo è elaborato a partire dalla sua
concezione di dialettica intesa naturalisticamente come intera- zione
organismo-ambiente. Egli si interroga se la storia dell'umanità non sia in
fondo un caso particolare della storia degli esseri viventi. Nonostante la sua
pretesa ortodossia fu spietato critico del bolsce- vismo che accusò di
dittatura personale. ” Opere principali: Le dottrine economiche di Karl Marx
(1887); Etica e concezione materialistica della storia (1906); La rivoluzione
sociale (1909); La concezione materialistica della storia (1927). Kierkegaard
Sòren (1813-1855) Nacque a Copenaghen, nel 1840 si laureò in teologia a
Berlino. Visse sempre a Copenaghen. Fu un filosofo ripiegato totalmente su se
stesso, sulle riflessioni del suo intimo, incentrate soprattutto su tre grandi
fatti: il suo rapporto con il padre; il tormento da lui chia- mato « pungolo
della carne » e la sua breve relazione sentimentale con Regina Olsen. Fu
critico efficace del sistema hegeliano e del cristianesimo uffi- ciale, da lui
accusato di formalismo. Obiettivo della sua filosofia è quello di riabilitare i
concetti di « esistere » e di « interiorità » facen- doli gravitare intorno
alla categoria fondamentale di singolo, ovvero l'uomo nel concreto della sua
specificità. Secondo Kierkegaard la drammatica complessità dell'esistenza non
può essere giustificata al- l'interno di un sistema logico totalizzante, cui si
sottraggono la pre- carietà e la sofferenza della persona, ma può trovare il
proprio senso solo nella realtà di ogni singolo e nella dialettica delle sue scelte
di vita, in una continua alternanza di scelte, dominate dall'angoscia, e
regolate o dalla decisione per il piacere traseunte ed egoistico (stadio
esistenziale estetico o del Don Giovanni); o dal senso del dovere e
dell'impegno personale (stadio etico o del padre di famiglia) o dall'ab-
bandono incondizionato all'imperscrutabile volontà di Dio con un atto di fede
senza ritorno (stadio religioso o di Abramo). Dio è l’Es- sere ed ha due modi
di manifestarsi: naturale e soprannaturale. Sulla scia di una radicale
prospettiva luterana, Kierkegaard espri- me la consapevolezza che tra Dio e
uomo, tra natura divina e natura umana vi è una infinita differenza
qualitativa, cosicché la conoscenza religiosa finisce per manifestarsi come
passione per l'infinito. La mancanza di garanzia oggettiva fa sì che la fede
sia vissuta come un rischio, ma la sua accettazione non è irrazionale. Il salto
dalla inno- cenza al peccato non è spiegabile con la dialettica « quantitativa
» di Hegel; esso si spiega con la dialettica « qualitativa ». Nella storia di
Adamo è delineata la sequenza dall’innocenza alla colpa. La coscienza 310 del
peccato costituisce il singolo; ma Cristo ha liberato l’uomo dal peccato senza
privarlo della individualità. Opere principali: Sul concetto dell’ironia con
particolare riguardo a Socrate (1841); Aut-aut (1843); Timore e tremore (1843);
La ripresa (1843); Briciole di filosofia (1844); Il concetto dell'angoscia
(1844); Stadi del cammino della vita (1845); La malattia mortale (1849);
Esercizio del cristianesimo (1850); Discorsi edificanti. Opere po- stume:
Diari; Libro su Adler; La dialettica della comunicazione etica ed
etico-religiosa. Korsch Karl (1886-1961) Filosofo tedesco nato a Tostedt, si
laureò in giurisprudenza nel 1912. Si iscrisse al Partito Socialdemocratico
tedesco indipendente di Kautsky. Nel 1920, alla scissione di questo, entrò nel
Partito Comunista filosovietico. A causa del nazismo abbandonò la Germa- nia e
più tardi si trasferì negli Stati Uniti dove morì a Cambridge, nel Massachussets.
Le sue critiche colpirono soprattutto la teoria gnoseologica del
rispecchiamento di Lenin, secondo la quale la coscienza di classe sa- rebbe
estrinseca alla prassi proletaria. Ciò farebbe della dittatura di Lenin una
dittatura sul proletariato e non una dittatura del pro- letariato. Korsch tende
inoltre a recuperare la dimensione hegeliana della totalità, valutando
criticamente la « scientificità » del Capitale, che tende a separare economia,
politica è cultura. Opere principali: Marxismo e filosofia (1923; l’opera che
ne decre- tò l'espulsione dal Partito); Il materialismo storico (1929); Karl
Marx. Labriola Filosofo italiano, nato a Cassino, docente successivamente di
filosofia morale e pedagogia e quindi di filosofia della storia a Roma, dove
morì; introdusse lo studio del marxismo in Italia. Ebbe rap- porti diretti con
Engels e fu critico di Bernstein e Sorel. In base al metodo genetico egli
guarda alle cose non più come entità fisse, ma come funzioni. Inoltre, con un
deciso atteggiamento di distinzione tra marxismo e naturalismo positivista,
egli differenzia un « terreno naturale » da un « terreno artificiale »: gli
uomini sono originariamente dipendenti dalla natura, ma la storia dell'umanità
è la storia della società che varia ad opera del comune impegno del lavoro
umano. Opere principali: il suo pensiero è elaborato in tre saggi fonda-'
mentali: In memoria del manifesto dei comunisti (1895); Del mate- rialismo
storico. Delucidazione preliminare (1896); Discorrendo di socialismo e di
filosofia (1898). Leibniz Gottfried Wilhelm (1646-1716) Nato a Lipsia,
partecipò alla vita politica, ottenendo incarichi di- 311 plomatici. Studiò
filosofia all'università di Lipsia e matematica a Jena. Scoprì ii calcolo
infinitesimale contemporaneamente a Newton e inventò il regolo calcolatore.
Dietro suo consiglio fu fondata a Berlino l’« Accademia della Scienza », di cui
fu il primo presidente. Fu a Parigi, dove propugnò la riunificazione della
Chiesa cattolica con quelle protestanti. Questa missione lo impegnò per tutta la
vita. La sua fine fu solitaria e triste. La filosofia di Leibniz si presenta
come reazione al dualismo car- tesiano e all'empirismo inglese. È reazione al
dualismo cartesiano in nome dell'unità degli esseri (ogni essere è
essenzialmente uno: una monade, centro di attività e di energia, che riproduce
in se stessa la struttura di tutta la realtà); non esistono due sostanze,
quella spirituale e quella materiale; ma una sola: quella spirituale. È inol-
tre reazione all’empirismo inglese in nome dell'originalità della cono- scenza
intellettiva che non è una semplice reazione passiva alle idee dei sensi, ma lo
sviluppo di idee che l'intelletto ha già germinalmente presenti sin dalla
nascita (idee innate). Le facoltà conoscitive del- l'uomo sono: senso, memoria,
ragione. Le conoscenze della ragione si dividono in verità di ragione
(principio di non contraddizione) e verità di fatto (principio di ragione
sufficiente). L'esistenza di Dio è provata con il procedimento ontologico, par-
tendo dal concetto di possibilità; da ‘Dio trae origine il mondo per
folgorazione. La perfezione delle creature viene da Dio, l’imper- fezione dalla
loro limitazione, in cui sta anche la causa del male. Opere principali: De arte
combinatoria (1666); Discorso di meta- fisica (1686); Nuovo sistema della
natura, della comunicazione tra le sostanze e dell'unione tra l'anima e il
corpo (1695); Nuovi saggi sul- l'intelletto umano (1703); Saggi di teodicea
(1710); Principi della na- tura e della grazia fondati sulla ragione (1714);
Monadologia (1714). Lenin Nikolay (1870-1924) Pseudonimo di Vladimir Ilijc
Uljanov, laureatosi in legge a Pietro- burgo, iniziò la professione legale,
svolgendo nel contempo attività politica sulla scorta del pensiero di Marx.
Passato attraverso l’espe- rienza dell'esilio, diresse l’ala avanzata del
partito socialdemocratico russo chiamato bolscevico. Rientrato in patria allo
scoppio della Rivoluzione del '17, dopo l’esperienza parziale della Rivoluzione
del 1905, portò al potere il suo partito, le cui linee programmatiche sono
contenute nelle cosiddette « tesi di aprile » del 1917: rivendica- zione della
rivoluzione socialista (potere ai Soviet), costituzione di una repubblica dei
Soviet, nazionalizzazione delle banche e della terra. Capisaldi del pensiero di
Lenin sono: 1) il divenire dialettico della materia con la distinzione tra
concetto filosofico e concetto scientifico di materia; 2) la partiticità della
filosofia in base alla quale sono vere quelle dottrine che sono utili al
partito; 3) la ditta- 312 tura del proletariato come forma necessaria per il
passaggio dallo stadio del capitalismo a quello del comunismo. Opere
principali: L'imperialismo fase estrema del capitalismo (1899); Stato e
rivoluzione (1917); L’estremismo, malattia infan- tile del comunismo (1920). La
sua opera filosofica più importante è Materialismo ed empirio-criticismo
(1909). Lessing Gotthold (1729-1781) Critico drammaturgo e filosofo. Nato a
Kamenz, in Sassonia, stu- diò a Lipsia e passò la sua vita fra le città di
Breslavia, Berlino e Amburgo. Morì a Brunswick. È la figura più rappresentativa
dell'illuminismo tedesco ed è il sostenitore di un radicale razionalismo
religioso. Nei suoi scritti fi- losofici, in cui si uniscono motivi
illuministici e senso storico, egli ri- prende i motivi comuni
dell'illuminismo: critica di tutte le manife- stazioni della cultura, tendenza
a « rischiarare le menti » ed a rea- lizzare la felicità dell'umanità;
ottimismo, ossia fiducia nella con- tinuità del progresso umano sulla via del
suo perfezionamento spi- rituale. Molto influsso ha esercitato la sua
svalutazione dell'elemento storico della figura di Cristo e dei Vangeli. A suo
parere una decisione di fede e la salvezza eterna non possono dipendere da
eventi storici che sono necessariamente contingenti e difficilmente
accertabili. Lessing ritiene che l'elemento storico non possa avere
l'importanza che le chiese cristiane gli ascrivono e che la fede, considerata
come inserimento dell'uomo in una determinata tradizione storica sia qual- cosa
di accessorio. L'essenza della religione è comune a tutte le re- ligioni e
prescinde dai dogmi delle varie tradizioni cristiane e non cristiane. Opere
principali: Sulla genesi della religione rivelata (1735-1755); Il cristianesimo
della ragione (1753); Laocoonte (1766); Sulla prova dello spirito e della forza
(1777); L'educazione del genere umano (1780); Dialoghi per massoni (1780).
Lévinas Emmanuel (1906) Nato in ‘Lituania, ha svolto parte dei suoi studi in
Russia e suc- cessivamente a Strasburgo. A Friburgo entrò in contatto con Hus-
serl e Heidegger. Naturalizzato francese, insegnò prima a Poitiers e poi alla
Sorbona. Da Husserl Lévinas riprende il metodo fenomenologico come ri- chiamo a
pensare ciò che è implicito e sottinteso. L’epoché viene utilizzata come
superamento dell’ovvietà e ritorno all’originario « prima » del pensiero.
L'intenzionalità viene vista da Lévinas nel suo aspetto assiologico, come
intenzionalità dei valori morali e fondamento dell'etica. La fenomenologia
trascendentale diviene, in- fine, lo strumento principe per l'elaborazione del
personalismo etico proprio del filosofo lituano. 313 Tale personalismo è detto
propriamente etico-metafisico, poiché l'etica non è, secondo Lévinas, fondata
dalla metafisica ma è essa stessa metafisica, capace di fornire una spiegazione
esaustiva della realtà umana. Per accedere all’Assoluto, Lévinas parte dalla
contingenza della responsabilità, pilastro dell'etica. La via etica è
eminentemente auscultazione dell’Assoluto, dell’Infinito, dell'Altro, di Dio, a
cui si accede seguendo la traccia del volto dell'altro, il prossimo; quindi
dall'altro (il prossimo) si accede al Totalmente-Altro (Dio). Nella nudità e
povertà inerme dell'uomo risplende, infatti, la traccia di Dio, fondamento di
ogni rapporto etico e di giustizia. L'etica è essenzialmente rapporto con
l'altro, esercizio della propria libertà come assunzione della responsabilità
dell'altro. La « responsabilità per gli altri » è il principio di
individuazione della persona, Nella prospettiva della responsabilità Lévinas conferisce
una so- vradeterminazione etica alle categorie ontologiche: essere, ente, to-
talità, infinito, differenza divengono elezione, convocazione, sostitu- zione,
espiazione, ostaggio, volto. Opere principali: Totalità e infinito (1979);
Quattro lettere talmu- diche (1981); Altrimenti che essere o al di là
dell'essenza (1982); Etica e infinito (1983); Dal sacro al santo (1984).
Lévi-Strauss Claude (1908) Nato a Bruxelles da genitori francesi, dopo gli
studi filosofici, a seguito dell'insegnamento presso la cattedra di sociologia
di San Paolo, dopo l’esperienza di spedizioni scientifiche in Brasile, ap-
prodò allo studio dell'antropologia di cui è uno dei maggiori studiosi. Lo
strutturalismo di Lévi-Strauss si fonda sulle premesse lingui- stiche di De
Saussure ed egli ritiene che la priorità dello strutturale sul contenuto
significativo non sia proprietà esclusiva della lingua, ma è comune a tutte le
manifestazioni culturali. Il linguaggio si ri- vela pertanto come il principale
elemento della vita culturale. Il metodo strutturale conferisce così
all’antropologia culturale un carattere rigorosamente scientifico consentendole
di separare certe proprietà in una data serie di fenomeni e nel tentare di sta-
bilire definite relazioni fra di loro. Attraverso lo studio dei « sistemi di
parentela », Lévi-Strauss ne scoprì l'analogia con i sistemi fonologici. I
felici risultati di questi studi indussero lo studioso ad elaborare una
antropologia strut- turale completa capace di cogliere al di là della immagine
cosciente le infinite possibilità inconscie. L'umanità è un continuo divenire,
fondato su un sostrato inalte- rabile: compito dell'antropologia è far emergere
questa struttura soggiacente inconscia, che determina anche il formarsi di
tutte le diverse forme di società. L'inconscio non ha però una valenza
metafisica, è piuttosto la 314 mente collettiva della società che si evolve e
si trasforma con la società stessa. Opere principali: Tristi tropici (1955);
Antropologia strutturale (1958); Il pensiero selvaggio (1962); Il crudo e il
cotto (1964); L'ori- gine delle buone maniere a tavola (1968); Antropologia
strutturale due (1973); La via delle maschere (1975). Lévy Bernard-Henry (1949)
‘Autore del libro La barbarie dal volto umano che ebbe grande fortuna e
prestigioso rappresentante dei « nuovi filosofi », attacca con grande virulenza
il marxismo, giungendo ad identificare lo sta- linismo con il socialismo in
senso proprio. Ciò che lo ha indotto a lasciare il marxismo è stata la lettura
dell’Arcipelago Gulag di Solzenicyn. A suo modo di vedere la radice delle
aberrazioni del socialismo è l'utopia illuministica del progresso, fatta
propria da Marx e dai suoi discepoli, eredi e continuatori dell'illuminismo.
Lévy sostiene inoltre che il marxismo non è altro che una eari- catura del
cristianesimo del quale « va assumendo nel meglio e nel peggio l’integralità
della [...] vocazione ». Non diversamente da ciò che avviene nella Chiesa,
anche il marxismo si distinguerebbe in un marxismo d'élite e in un marxismo di
massa, non meno alienante del cristianesimo. Opere principali: Barbarie dal
volto umano (1975); Il testamento di Dio; L'ideologia francese. Locke John
(1632-1704) Nato a Wrington in Inghilterra, studiò a Oxford. Da concezioni
politiche assolutistiche passò più tardi a posizioni opposte. Accusato di
complicità in moti politici fu costretto a esiliare e si rifugiò in Olanda. Il
suo pensiero è soprattutto riunito nell'opera « Saggio dell’in- telletto umano
» in quattro libri che trattano rispettivamente delle idee innate, del processo
della conoscenza, del linguaggio e del valore della conoscenza. Locke critica
la dottrina cartesiana delle idee innate. L'anima umana al momento della
nascita è una tabula rasa: la conoscenza umana incomincia con l’esperienza
sensibile. Vi sono due tipi di idee: idee semplici e idee complesse. L’idea di
sostanza è inconoscibile, in quanto supera i limiti della conoscenza sensibile.
Quindi l'uomo può conoscere solo l’esistenza delle cose e non la loro essenza.
In politica Locke nega lo stato di natura affermato da Hobbes, so- stenendo che
gli uomini possono vivere in perfetto accordo. Ammette il contratto sociale da
cui nasce lo stato, ma non è una abdicazione ai propri diritti, bensì una
delega della loro difesa all'autorità. È an- che assertore della tolleranza e
della libertà religiosa. 315 Opere principali: Saggio sulla tolleranza (1667);
Epistula de tolerantia (1688); Trattati sul governo civile (1690); Saggio
sull’in- telletto umano (1688); Pensieri sull'educazione (1693); Ragionevo-
lezza del cristianesimo (1695). Lotze Hermann (1817-1881) Medico e filosofo
geniale, nato a Bautze, professore di filosofia a Gottinga e a Berlino, è uno
dei rappresentanti della filosofia dei valori sorta in Germania come reazione
al positivismo che era sfo- ciato nella distruzione di tutti i valori
(nichilismo). Sostiene che fra le leggi meccaniche e la natura dell'uomo non vi
è alcun contrasto. Rappresentante del pensiero assiologico Lotze afferma che i
valori assoluti hanno carattere trascendente e hanno come ultimo fonda- mento
Dio stesso. Per Lotze, inoltre, la realtà di Dio risulta irrefu- tabile se solo
si ammette che Dio è, per definizione, essere perfet- tissimo. Opere
principali: Microcosmo. Idee sulla storia naturale e sulla storia dell'umanità
(tre volumi scritti fra il 1856 e il 1864); Metafisica (1841); Logica (1843);
Sistema di filosofia (due volumi scritti nel 1874 e 1879); Scritti minori
(1885-1891, postumi). Lukéacs Gyérgy (1885-1971) Nato a Budapest, si presenta
come il teorico più complesso e interessante del marxismo occidentale.
L’Italia, Heidelberg e Vienna sono le tappe in successione del suo prestigioso
itinerario culturale che si è svolto in un ambito etico-estetico. Il suo
pensiero si articola su tre poli di interesse: l'etica, l’este- tica e
l'adesione al comunismo. L'ortodossia marxista è per Lukécs una metodologia
volta all'interpretazione della società e della classe operaia intese come
totalità, i cui eventi vanno colti dialetticamente nelle loro connessioni più
profonde. Circa l’arte, essa non può essere considerata come rispecchia- mento
della realtà, ma a partire dal « tipo », lo strumento che con- sente la
riflessione estetica. Il tipo è il risultato della convergenza dialettica delle
contraddizioni sociali, morali e psicologiche più significative di un'epoca. La
fantasia è la generatrice del tipo. Opere principali: Il dramma moderno (1908);
L'anima e le forme (1911); Teoria del romanzo; Goéthe e il suo tempo (1948); Il
giovane Hegel (1948); Thomas Mann e la tragedia dell'arte moderna (1953); La
distruzione della ragione (1954). Il suo capolavoro poli- tico è Storia e
coscienza di classe (1923). Lutero Martin (1483-1546) Padre della Riforma
protestante, teologo insigne, polemista, esege- ta della sacra Scrittura e
possente oratore. Nacque ad Eisleben in Sassonia. Nei 1505 entrò nell'ordine
degli agostiniani, dove compiuti celermente gli studi teologici fu ordinato
sacerdote. Nel 1517 con la 316 pubblicazione delle famose Novantacinque Tesi,
prese energica posi- zione contro l'abuso della predicazione delle indulgenze
indetta dal pontefice Leone X, un male diffuso ovunque ma soprattutto in Ger-
mania. Fu scomunicato. Alla Dieta di Worms (1521) ruppe definitiva- mente con
la Chiesa di Roma, seguito da molti principi, vescovi, preti e laici tedeschi,
essendo considerato come difensore del popolo tedesco. L'essenza del pensiero
di Lutero sta in una nuova concezione della salvezza: questa non dipende
dall'uomo, dalle sue opere buone, ma esclusivamente dalla misericordia di Dio.
Per salvarsi occorre quindi un totale fiducioso abbandono in Dio. In tale
prospettiva non occorrono più intermediari: papa, vescovi, preti, santi, sacra-
menti, reliquie. E anche se si vogliono ammettere mutano completa- mente di
importanza e significato. Opere principali: 95 tesi sulle indulgenze (1517);
Alla nobiltà cri- stiana di nazione tedesca per la riforma del ceto cristiano
(1520); De captivitate babylonica ecclesiae praeludium; De libertate christiana
(1520); De votis monasticis (1521); De abroganda missa privata (1521);
Esortazione alla pace; Piccolo catechismo (1529); Grande catechismo (1529).
Luxemburg Rosa (1870-1919) Nata a Zamo$é, in Polonia, da famiglia ebrea, militò
sin da gio- vane nel movimento socialista polacco, di cui divenne ben presto
una dirigente. Nel 1897 si trasferì in Germania, di cui prese la cittadi- nanza
e divenne collaboratrice di Karl Liebknecht nel 1914 alla fondazione della
Spartakus-Bund (Lega di Spartaco) caratterizzata da acceso spirito
internazionalista e rivoluzionario. Due capisaldi della sua teorizzazione sono
il diritto di sciopero generale e la teoria della catastrofe, quale
autodistruzione del ca- pitalismo in base allo sfruttamento e alla conquista
indiscriminata di nuovi mercati. Rosa Luxemburg condusse inoltre una spietata
accusa contro il bolscevismo di Lenin. Morirà a Berlino, uccisa dai soldati del
go- verno socialdemocratico, durante uno scontro con gli spartakisti. Opere
principali: Riforma sociale o rivoluzione? (1899); L'accu- mulazione del
capitale (1913); Questione nazionale e sviluppo capi- talista; Tra guerra e
rivoluzione (1921 postumo). Malebranche Nicolas (1638-1715) Filosofo francese
nato a Parigi. Sacerdote della Congregazione del- l'Oratorio, si distaccò
apertamente dalle posizioni della filosofia aristotelico-tomistica. Amico e
discepolo di Cartesio accoglie le tesi fondamentali di questi in metafisica
(anche per lui la realtà si divide in pensiero ed estensione) ed in
epistemologia (il criterio supremo di verità è l'idea chiara e distinta). In
due punti però oltrepassa il 317 pensiero di Cartesio: nel problema della
conoscenza ed in quello della causalità. Per Malebranche in ‘Dio è fondato sia
l'essere che l'agire, includendo nell'ordine dell'agire prodotto da Dio la
stessa attività intellettiva della mente umana: le nostre idee sono le
perfezioni di Dio che egli ci fa vedere nella sua infinita essenza. La visione
delle idee in Dio è possibile perché Egli è immediatamen- te presente nel
nostro spirito. Si avvale del principio dell’occasionalismo inoltre per risolvere
il problema dei rapporti tra anima e corpo: essendo queste due realtà di genere
diverso, non possono entrare in comunicazione di- retta né esercitare un
influsso reciproco. Le disposizioni dell'anima e del corpo servono soltanto da
occasione per l'intervento di Dio, il quale svolge direttamente ed
esclusivamente tutte le azioni sia del corpo sia dell'anima. Opere principali:
La ricerca della verità (1675); Trattato della na- tura e della grazia (1680);
Colloqui sulla metafisica e la religione (1688); Trattato dell'amore di Dio
(1698). Mao Tse-tung (1893-1976) Nato da famiglia contadina, fu tra i fondatori
del partito comu- nista cinese sorto nel 1921 a Shangai. Sconfitta la Cina
nazionalista di Chang Kai-shek (1949) dopo la « lunga marcia », da lui guidata
attra- verso migliaia di chilometri, divenne il capo carismatico della Cina
Popolare e antagonista della Russia sovietica. I punti qualificanti del
pensiero di Mao sono: a) unione tra teoria e prassi; b) stretto legame con le
masse; c) sviluppo dell’autocritica. Nel 1966 si fece promotore della «
rivoluzione culturale » che appellandosi alle masse e ai giovani intendeva
esercitare un controllo sui quadri del partito e stimolarli a mantenere intatta
la carica ri- voluzionaria. Purtroppo questa operazione politica degenerò
rapida- mente e ne derivarono delle stragi di centinaia di migliaia di persone,
coinvolte senza alcun motivo. Obbligò gli intellettuali a impegnarsi
periodicamente nel lavoro dei campi e in fabbrica per evitare il ri- schio di
discriminazioni con le masse. Si oppose inoltre rigidamente alla cultura
tradizionale, considerando incompatibili Marx, Lenin, se stesso con Confucio,
di cui era impregnata da secoli la cultura e la tradizione del popolo cinese.
Opere principali: Mao scrisse solo due opere a carattere filosofico: Sulla
contraddizione (1937); Sulla prassi (1937). Da questi volumi furono tratti dei
brani che formarono il famoso « libretto rosso », punto di riferimento dei
giovani durante la rivoluzione culturale e che divenne di moda presso i giovani
dell'Occidente durante la contesta- zione sorta nel 1968. Marcel Gabriel
(1889-1975) Filosofo e scrittore francese, uno dei maggiori esponenti del-
l'esistenzialismo cattolico. Fu professore nei licei, si occupò di gior- 318
nalismo e di critica letteraria. Compose numerosi drammi teatrali. Nel 1929
passò dall’ebraismo al cattolicesimo. La metafisica è « ricerca di ciò che è »,
dell'essere, compiuta da ciascuno per proprio conto alla ricerca della verità,
assurta a valore vitale, qualcosa cioè di vissuto, frutto di una esperienza
personale. Egli rifiuta di definire esistenzialista il proprio pensiero e lo
qua- lifica come « socratismo cristiano ». Per Marcel, mentre la scienza può
parlare del reale in terza persona, la riflessione filosofica è il regno della
domanda e della risposta, dell'io e del tu, in cui domina la seconda persona.
Fra tutte le realtà suscettibili di ricerca meta- fisica il primato spetta
all'essere perché gode di una duplice prio- rità: nei confronti del pensiero e
nei confronti dell’avere. L'uomo è un essere incarnato, itinerante (homo
viator), animato dalla speran- za, in atteggiamento di adorazione davanti a
Dio. Alla trascendenza si arriva per intuizione: l'uomo è fatto per Dio. Opere
principali: Giornale metafisico (1927); Essere e avere (1935); Dal rifiuto
all’invocazione (1940); Homo viator (1945); Il mi- stero dell’essere (1951); In
cammino, verso quale risveglio? (1971). Marcuse Herbert (1898-1979) Nato a
Berlino, frequentò l'università di Friburgo. Fece parte del- l'’« Istituto per
la ricerca sociale » di Francoforte. Nel 1933 lasciò la Germania e si rifugiò
negli Stati Uniti, insegnando in diverse uni- versità americane. ‘Per lo
sviluppo del suo pensiero utilizza tre fonti principali: da Freud deriva la
tesi che l'essere profondo dell'uomo consiste nel- l'istinto del piacere; da
Hobbes proviene la distinzione di due stati nella vita umana: quello di natura
e quello sociale. La terza compo- nente fondamentale della visuale filosofica
marcusiana trae origine da Marx, da cui Marcuse deriva la prospettiva del
materialismo sto- rico e dialettico e la tesi che tutte le lotte sociali sono
dovute a ra- gioni economiche. Anche nella società contemporanea esiste una
ten- sione tra stato, natura e società e tutto si risolve a favore della so-
cietà, che si è trasformata in realtà autonoma, assoluta, onnipotente, fine a
se stessa. L'uomo, schiavo della società industriale, non può liberarsi dallo
stato repressivo in cui si trova. Solo gli inetti, gli emarginati, gli
sfruttati, cioè coloro che restano fuori dal pro- cesso democratico, che si
oppongono al sistema, sono una speranza di liberazione. Opere principali:
L'ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della storicità (1932);
Ragione e rivoluzione (1941); Eros e ci- viltà (1955); Marxismo sovietico
(1958); L'uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata
(1964); Critica della tolleranza (1965); La fine dell'utopia (1967). 319
Maritain Jacques (1882-1973) Filosofo e diplomatico francese, discepolo di Bergson.
Nato a Parigi da agiata famiglia protestante, dopo aver aderito per un po’ di
tempo al socialismo rivoluzionario, nel 1906, con l’aiuto di Léon Bloy, si
convertì con la moglie al cattolicesimo. ‘Insegnò all'« Istituto cattolico » di
Parigi e, in seguito, in alcune università degli Stati Uniti. Fu ambasciatore
di Francia presso il Vaticano dal 1945 al 1948. Dal 1961 sino alla sua morte si
ritirò presso la comunità dei « Piccoli fratelli di Gesù » di Tolosa. Ardente
sostenitore della filosofia tomista, di cui è stato il più autorevole
rappresentante nel nostro secolo, ne mise in rilievo l’ap- plicabilità ai
problemi moderni: politica, arte, pedagogia, scienza. Particolarmente
importante il suo contributo al pensiero politico. Maritain è il teorico di un
tipo di democrazia di ispirazione cristiana, ch'egli chiama nuova cristianità,
per distinguerla dalla cristianità medioevale. Mentre la cristianità medioevale
non riusciva a mante- nere sufficientemente distinti ordine sacro e ordine
profano, la nuova cristianità, pur facendo del sacro una categoria che ordina a
sé la creatura per quanto concerne il fine ultimo, riserva allo spazio strut-
turale del mondo una configurazione categoriale profana, ovvero di- stinta dal
sacro. Maritain propone l'umanesimo integrale, assegnando alla de- mocrazia,
ispirata in modo cristiano, cinque caratteristiche: plura- lismo, infravalenza
del temporale, libertà della persona, autorità de- legata e collaborazione.
Egli ha avvertito profondamente la decaden- za e la « miseria » della nostra
civiltà ed era sicuro di una sua immi- nente fine apocalittica. Queste sue
previsioni ed illuminazioni spie- gano il fiorire dopo la sua morte in varie
parti del mondo di centri di studio del suo pensiero. Opere principali: La
filosofia bergsoniana (1914); Arte e scola- stica (1920); Distinguere per unire
o i gradi del sapere (1932); Sul re- gime temporale e sulla libertà (1933);
Sette lezioni sull'essere e sui primi principi della ragione speculativa
(1934); Scienza e saggezzà (1935); Umanesimo integrale (1936); Da Bergson a
Tommaso d'£ quino (1944); Cristianesimo e democrazia (1948); L'uomo e lo Stato
(1951); Ateismo e ricerca di Dio (1953); L’intuizione creativa nell'arte e
nella poesia (1953); Il contadino della Garonna (1966); La Chiesa del Cristo
(1973). Marx Karl Nacque a Treviri, in Germania, studiò presso l'università di
Ber- lino. Dopo la laurea si dedicò al giornalismo, rivolgendo aspre cri- tiche
ai governi assolutisti del tempo. Nel 1843 e 1844 si rifugiò due volte a Parigi
per sfuggire alla caccia della polizia tedesca. Nel 1848 pubblicò il Manifesto
del partito comunista insieme a Engels, con cui ebbe una grande amicizia e
dimestichezza di lavoro comune (an- che Il Capitale fu preparato valendosi
dell'apporto dell'amico) e nel 320 1849 dovette riparare in Inghilterra. Nel
1864 convocò a Londra la Prima Internazionale per coordinare l’attività
rivoluzionaria del proletariato di tutto il mondo. L'intuizione geniale di Marx
consiste nell'aver scoperto nella natura e nella storia dei rapporti economici
quella logica immanente, quella dialettica progressiva che regola la storia
della coscienza in Hegel. L’unica realtà è quella della storia, la quale a sua
volta non è altro che l'evoluzione della materia in tutte le sue fasi, compresa
quella umana. Il materialismo storico è quindi quella concezione della storia
la quale afferma che nelle vicende umane il fattore fon- damentale è quello
economico. Un altro punto fondamentale della teoria marxista è quello che
riguarda il plus valore, cioè il guadagno superiore all'investimento che il
capitalista ricava dal prodotto. Per Marx la religione è una sovrastruttura
contingente e fonda il suo ateismo su tre postulati: 1) il materialismo
metafisico e dialet- tico; 2) il materialismo storico; 3) l'umanesimo assoluto
che situa l’uomo al vertice del cosmo. Opere principali: Manoscritti
economico-filosofici del 1844; Ideo- logia tedesca (1845-1846); Miseria della
filosofia (1847); Manifesto del partito comunista (1848); Il Capitale (1867,
insieme a Engels). Merleau-PontyÈ nato a Rochefort-sur-Mer, in Francia. Fu
professore all'università di Lione, poi ordinario di psicologia pedagogica alla
Sorbona. Prese il posto di Lavelle nell'insegnamento al College de France.
Fondò, insieme a Sartre, il mensile Les temps modernes e lo diresse dal 1945 al
1953. La sua filosofia è di indirizzo fenomenologico. Essa si sviluppa su due
linee: 1) come critica interna della psicologia sperimentale e convinzione che
la riduzione fenomenologica ci riconduce ad una coscienza sempre più definita
dal corpo, rapporto originario con il mond, e dalla situazione storica,
rapporto originario tra soggetto e soggetto; 2) come riflessione sul marxismo:
da una proposta di let- tura esistenzialistica degli scritti del giovane-Marx,
ad una successiva interpretazione dello stalinismo come tragedia giustificata
da una storia rivoluzionaria, il cui fine fondamentale è tuttavia il consegui-
mento di rapporti comunitari, per giungere infine ad una concezione del
marxismo come componente indispensabile, accanto ad altre, della cultura
contemporanea e di Marx come di un punto di riferi- mento ormai classico ma
inattuale. Opere principali: La struttura del comportamento (1942); Feno-
menologia della percezione (1945); Umanismo e terrore (1947); Senso e non senso
(1948); Le avventure della dialeitica (1955); Segni (1960); Il visibile e
l'invisibile (1964, postumo). 321 Mill John Stuart (1806-1873) Nacque a Londra.
Filosofo ed economista. Fu in Francia e in Inghilterra dove si dedicò alle
scienze e alla giurisprudenza. Genio precocissimo, fu scrittore molto fecondo e
per alcuni anni membro della Camera dei Comuni. Il problema speculativo che lo
preoccupò maggiormente fu l'ela- borazione di una logica induttiva valida e
completa, basata sulla gnoseologia dell'empirismo inglese, la quale non ammette
concetti, idee universali. A tal fine egli escogitò vari metodi di cui i
principali sono: metodo dell'accordo, metodo della differenza, metodo dell'ac-
cordo e della differenza. Opere principali: Sistema di logica deduttiva e
induttiva (1843); Principi di economia politica (1848); Sulla libertà (1859);
Conside- razioni sul governo rappresentativo (1861); Utilitarismo (1863); Comte
e il positivismo (1865); Tre saggi sulla religione (1874, po- stumi). Mounier
Emmanuel (1905-1950) Ritenuto da molti il vero fondatore del personalismo, fu
per un ventennio (1930-1950) una delle voci più autorevoli e più ascoltate del
mondo cattolico europeo. Dopo aver iniziato gli studi alla facoltà di scienze
di Grenoble dove era nato, passò a quella di filosofia della Sorbona, superando
il disagio, provocatogli dalla filosofia ideali- sta, attraverso il rapporto
con Maritain, Guitton e il teologo P. Payet. L'incontro fondamentale resta però
quello con il pensiero di C. Péguy. Fondò la prestigiosa rivista Esprit (1932).
Mounier colpisce con la sua critica sia il carattere oppressivo dell'economia
capitalista sia il carattere generico, utopistico, ateo e collettivista del
marxismo. Al capitalismo e al marxismo contrappone il personalismo (I/
Personalismo, 1949) le cui linee fondamentali sono: 1) la struttura psicofisica
della persona umana; 2) la trascendenza della persona ri- spetto alla natura;
3) l'apertura verso gli altri e verso il mondo me- diante la comunicazione; 4)
la dinamicità; 5) la vocazione; 6) la libertà. Secondo Mounier le difficoltà di
carattere materiale e sociale che ostacolano la realizzazione della vocazione
della persona possono essere ridimensionate da una democrazia che sia politica
e socio- economica al tempo stesso. Opere principali: Rivoluzione personalista
e comunitaria (1935); Dalla proprietà capitalista alla proprietà umana (1936);
Personalismo e cristianesimo; Manifesto al servizio del personalismo (1936); I
cri- stiani e la pace (1939); Trattato del carattere (1946); Che cos'è il per-
sonalismo (1947); Rottura fra l'ordine cristiano e il disordine stabili- to; Il
lavoro; Il denaro; Tentazioni del comunismo; Aspetti del cor- porativismo. 322
Nietzsche Friedrich (1844-1900) Figlio di un pastore protestante, nacque a
Rochen, in Germania. Studiò filosofia classica nelle università di Bonn e di
Lipsia. Nel 1869 fu chiamato ad insegnare all'università di Basilea lingua e
let- teratura greca. Nel 1879, per il suo precario stato di salute, lasciò
definitivamente l'insegnamento e iniziò a soggiornare senza fissa di- mora in
Svizzera, Italia e Francia, specie in riviera. Nel 1889 fu colto, a Torino, da
un nuovo e più grave attacco di pazzia che, sia pure con brevi periodi di
sosta, non lo lasciò più e lo portò alla morte, che avvenne a Berlino.
Nietzsche si oppone criticamente all'idealismo di Hegel e al pessimismo di
Schopenhauer e contesta aspramente ogni religione. La base del suo pensiero è
il concetto che la realtà sia una esplo- sione di forze disordinate. Davanti a
questa strepitosa esplosio- ne di potenza, che non può essere imbrigliata da
nessuna legge della ragione, si può assumere un duplice atteggiamento: di debo-
lezza (quello del gregge), di forza e potenza (del superuomo). Il gregge, di
fronte alla potenza sregolata della natura, invènta la re- ligione. Contro la
massa dei mediocri (il gregge) Nietzsche, per bocca di Zarathustra, il
protagonista del suo famoso libro Così parlò Zarathustra, proclama che
l’esistenza dell'uomo è completamente ter- rena e che Dio non esiste: « Dio è
morto », L'etica del superuomo, l'uomo forte, « il leone », come egli lo
chiama, è il trionfo della propria personalità, al di là del bene e del male,
purché si affermi sugli altri; come è per il bambino, deve saper « dire di sì
alla vita » in tutte le sue forme e deve creare nuovi ideali di esistenza,
nuovi simboli sacri (Dioniso al posto di Dio). Nietzsche recupera la dottrina
dell'eterno ritorno, che ha come proprio centro la volontà creatrice dell'uomo.
Opere principali: La nascita della tragedia dallo spirito della mu- sica
(1872); Considerazioni inattuali (1873-1876); Umano troppo uma- no (1878); Il
viandante e la sua ombra (1880); La gaia scienza (1882); Così parlo Zarathustra
(1883-1885); Al di là del bene e del male (1886); Genealogia della morale
(1887); Il caso Wagner (1888); Cre- puscolo degli idoli (1888). Opere postume:
L'Anticristo; Ecce homo; Nietzsche contro Wagner. Occam (di) Guglielmo
(1290-1349) Francescano, studiò e insegnò ad Oxford. Per le sue dottrine so-
spette nel 1314 fu invitato a presentarsi alla corte papale ad Avi- gnone per
rispondere delle idee eretiche di cui era accusato. Fuggì da Avignone con un
gruppo di francescani dissidenti e in seguito si rifugiò a Monaco di Baviera,
presso l'imperatore Ludovico il Ba- varo, venendo così scomunicato. Egli
afferma che gli universali esistono solo nella mente e non hanno nessun
rapporto con le cose; sono solo puri concetti. Quindi bisogna eliminare le
entità astratte {rasoio d’'Occam). 323 Tra fede e ragione non esiste armonia:
non si possono conoscere le verità soprannaturali; sono solo oggetto di una
fede cieca. Opere principali: Commento alle Sentenze; Summa logicae; Opus
nonaginta dierum; De dogmatibus papae Johannis XXII (1334); Dialogus; Octo
quaestiones; Breviloquium de potestate papae; De imperatorum et pontificum
potestate. Parmenide (I metà del V sec. a.C.) Nacque a Elea (colonia greca in
Lucania). Fondatore della Scuola eleatica, pone come unica realtà l’essere,
negando il divenire considerato come illusione dei sensi. Secondo Parmenide
l’unica realtà ‘è l'essere; nessun'altra realtà è possibile in quanto senza
l'essere nulla è pensabile: « la stessa cosa è pensare e il pensiero che è ».
Con questo Parmenide intende dire che l'oggetto del nostro pensiero è l'essere,
e che il non essere non è pensabile. Coerente con questo postulato, passando
dalle esigenze del pensiero a quelle dell'esperienza, conclude iogicamente che
il nasce- re e il perire delle cose, ossia ogni forma di divenire, sono solo
nomi, esprimenti le fallaci opinioni degli uomini. Parmenide è considerato il
primo grande metafisico della storia perché è il primo filosofo che si
preoccupa di chiarire la nozione fondamentale dell'essere. Opere principali:
scrisse il poema Della natura. Pascal Blaise (1623-1662) Nacque a Clermont
Ferrand. Di grande ingegno fin da ragazzo, studiò matematica e fisica. A 18
anni si trasferì con il padre, alto magistrato da cui aveva avuto la prima
educazione, a Parigi e qui frequentò il circolo culturale guidato da Mersenne. Si
distinse per le sue ricerche e scoperte di geometria e di ‘fisica. Questa sua
vita completamente indirizzata agli studi rese la sua salute fragile e gli
abbreviò l'esistenza, morendo a Parigi non ancora quarantenne. Nel 1646
aderisce al giansenismo, per cui attacca violentemente sia i gesuiti francesi,
che accusa di predicare una morale lassista, sia i cosiddetti « libertini », ai
quali rimprovera il mancato impegno per la salvezza finale. Abbracciò il
misticismo del monastero di Port-Royal e nel 1654, dopo una breve crisi
mondana, ebbe una specie di visione mistica (la famosa notte del 23 novembre) e
si convertì definitiva- mente. Pascal critica il metodo geometrico di Cartesio
che pretende di ridurre tutto ad idee chiare e distinte. Ad esso contrappone il
metodo affettivo (esprit de finesse); alle idee chiare e distinte le idee
emozio- nanti. Più che opporre la ragione al cuore, intende integrare la ra:
gione col cuore: e valersi di entrambi nella difesa del cristianesimo di cui fu
ardente seguace e abile apologista. Oltre che scienziato di grandissimo valore
e forte polemista, fu dotato di uno spirito finissimo, l'esprit de finesse, di
cui fu pieno il suo pensiero filosofico che partiva da una conoscenza
penetrante, 324 quasi intuitiva, delia realtà umana nella sua condizione
storica con- creta. Opere principali: Trattato sulle sezioni coniche (1639);
Lettere provinciali (1656); Apologia della religione cristiana (del progetto
rimasero solo alcuni frammenti raccolti poi nei famosi Pensieri). Peirce Charles
Sanders (1839-1914) Filosofo e matematico statunitense, studiò alla « Harvard
Uni- versity » e dal 1859 al 1891 lavorò presso il servizio geodesiaco e
costiero degli Stati Uniti. Visse gli ultimi anni nella solitudine e nella
povertà. Può essere considerato il fondatore del pragmatismo, corrente nata in
America come reazione al positivismo e al materiali- smo positivistico e che
risolve il criterio di verità delle diverse teorie nel loro successo pratico,
operando induttivamente e poi veri- ficando. L'impostazione di Peirce è infatti
empiristica e sperimenta- lista; egli però nega che la sua tesi abbia esiti
soggeîtivistici e uti- litaristici. Opere principali: La grande logica;
Raccolta di scritti di Ch. S. Peirce (in 8 volumi fra il 1931 e il 1958, postumi);
Corne rendere chia- re le nostre idee (1878). Piaget Jean (1896-1980) Nato e
vissuto in Svizzera è annoverato tra gli studiosi più ge- niali della
psicologia contemporanea. Notevole il suo contributo an- che di carattere
epistemologico. Nel 1954 foridò a Ginevra il notis- simo « Centro
internazionale di epistemologia genetica ». A partire dall’osservazione del
comportamento Piaget sottolinea che il pensiero del fanciullo differisce da
quello dell'adulto non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e ciò
perché il pen- siero umano è evolutivo. Tappe dell'evoluzione del pensiero
infantile sono: 1) l'intelligenza serisomotoria; 2) l’attività rappresentativa;
3) l’attività imitativa differita e il linguaggio verbale. Piaget ritiene,
inoltre, di poter cogliere una stretta correlazione tra linguaggio e pensiero
attraverso tre fasi fondamentali di svilup- po: 1) il pensiero egocentrico (il
fanciullo attribuisce valore assoluto alla propria esperienza); 2) il pensiero
realista (primato dei dati per- cettivi su quelli rappresentativi); 3) lo
sviluppo intellettuale vero e proprio nelle due evoluzioni successive che vanno
dai nove ai dieci anni e dai quindici ai sedici anni. Partendo dall'evoluzione
del pen- siero umano, Piaget affronta due questioni fondarnentali di episte-
mologia genetica: quelia relativa allo sviluppo della nozione e quella relativa
alla cognizione della nozione. Opere principali: Il linguaggio e il pensiero
del fanciullo (1923); Il giudizio e il ragionamento nel fanciullo (1925); La rappresentazio-
ne del mondo nel fanciullo (1926); Il giudizio morale nel fanciullo (1932); La
nascita dell’intelligenza (1936); La formazione del sim- bolo (1947);
Introduzione all’epistemologia genetica (1950); Le trasformazioni delle
operazioni logiche (1952). 325 Pitagora Nacque a Samo, isola greca del Mar
Egeo. Fu un genio multi- forme che coltivò ad un tempo la matematica,
l'astronomia, l’asce- tica e la mistica. Fondò a Crotone la scuola pitagorica,
la cui dot- trina fondamentale è che il numero è l'essenza di ogni cosa. Da cui
la derivazione della molteplicità dell'unità. Il concetto matematico con cui
Pitagora spiega i fenomeni è superiore a quello degli Ionici, perché è astratto
e più razionale. Per Pitagora l’anima è eterna e rinasce in altri corpi di
uomini o animali (metempsicosi). Alla sua scuola diede un indirizzo
spiccatamente religioso. I suoi membri vi- vevano in comunità, compiendo
pratiche ascetiche molto elevate. Platone (427-347 a.C.) | Nacque ad Atene da
una famiglia fra le più nobili della Grecia. È uno dei più grandi filosofi
della storia. Fu discepolo di Cratilo e poi di Socrate. Dopo la tragica fine di
questi, per evitare delle rappre- saglie, si allontanò da Atene e si rifugiò a
Megara e più tardi iniziò a viaggiare, visitando varie città della Grecia e
dell’Italia, sofferman- dosi a Siracusa, dove ritornò alcuni anni dopo. Tornato
ad Atene, vi fondò nel 387 a.C. l'Accademia che può essere considerata la prima
università a carattere scientifico. Per secoli questo prestigioso centro di studi
attrasse le migliori intelligenze della Grecia. Scrisse moltis- sime opere, in
parte andate perdute. Platone fu il primo filosofo meta- fisico: per spiegare
il mondo sensibile sentì il bisogno di ipotizzare un altro mondo ideale,
immateriale. Infatti, caratteristica dominante del pensiero platonico è il
dualismo: esistono due mondi: uno intelligibile o mondo delle Idee, che sono le
essenze eterne, divine e immutabili delle cose e il mondo sensibile, che è
prodotto dal De- miurgo, l'artefice sovrano, plasmando la materia informe a
immagi- ne delle Idee. Caratteristica della filosofia platonica è la tesi
secondo cui il conoscere umano non è altro che un ricordare. Per Platone l'uomo
è un'unità accidentale di anima e di corpo: essenzialmente l’uomo è soltanto
anima. Tutta la sua filosofia ha un orientamento etico: l'uomo è sulla terra di
passaggio, nel desi- derio dell'eternità. iPer raggiungere la felicità occorre
rinunciare ai piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pratica della virtù,
per cui è meglio subire l'ingiustizia che commetterla. La filosofia è l’unica
via sicura per giungere alla giustizia e al bene. All'incontro con le cose di
questo mondo, copie delle Idee, nell'anima umana si risve- glia il ricordo
delle ‘Idee che aveva contemplato in una vita prece- dente (mito della
caverna). Anche la concezione politica di Platone è ideale e si fonda sulla
divisione dei compiti e del lavoro tra le classi dei lavoratori, guerrieri e
magistrati che corrispondono alle anime concupiscibile, irascibile e razionale
dell'individuo. Dall'’armonia di queste tre classi nasce il raggiungimento del
Bene, del Giusto, del Vero. Per lui lo Stato ha origine dal fatto che
l'individuo non può bastare a se stesso. 326 Opere principali: a) Dialoghi
giovanili (Apologia di Socrate; Critone; Ipparco; Protagora; Menesseno); b)
Dialoghi della matu- rità (Gorgia; Menone; Cratilo; Repubblica; Fedone; Fedro);
c) Dia- loghi della vecchiaia (Teeteto; Parmenide; Sofista; Timeo; Crizia);
Lettere. Plotino (205-270) Nato a Licopoli (Egitto), entrò nella scuola di
Alessandria diretta da Ammonio Sacca e partecipò a una spedizione bellica
contro i per- siani. Poi si trasferì ad Antiochia e infine a Roma, dove fondò
una scuola. Morì in Campania, nella sua villa. Fu l'ultimo grande espo- nente del
pensiero classico e il principale esponente del neoplato- nismo, movimento che
opera una sintesi tra la filosofia di Platone e le religioni pagane orientali.
Per inclinazione naturale e dato una certa conoscenza dell'ebraismo e del
cristianesimo in Roma, ha con- centrato la sua speculazione sul problema
religioso, in particolare sul rapporto dell'anima con Dio. Plotino accentua i
concetti di semplicità e di trascendenza ri- guardante l'Assoluto che chiama
Uno. All’Uno quindi: non si può attribuire nessuna qualità positiva (teologia
negativa). Dall'Uno trag- gono origine tutte le altre realtà mediante
emanazione, secondo un ordine: il Nous o intelligenza, la vita, l’anima
universale, le anime, la materia. La missione dell'anima umana è di ristabilire
l'unità originaria delle cose, riconducendole all’Uno, attraverso tre tappe:
ascetica e catarsi, contemplazione, estasi. Opere principali: i suoi scritti
furono ordinati dal discepolo Porfirio e sono noti sotto il nome di Enneadi.
Popper Karl Raimund (1902) Nacque a Vienna, dove studiò fisica, matematica e
poi filosofia. Data la sua origine ebraica nel 1937 emigrò in Nuova Zelanda
dove insegnò a Christchurch. Nel 1945 si trasferì a Londra, iniziando ad
insegnare alla London School of Economy. Popper fu, in un primo tempo, uno
degli esponenti più qualificati del Circolo di Vienna e del neopositivismo, ma
poi abbandonò questo sistema e sviluppò una concezione originale dei fondamenti
della scienza e del metodo scientifico, che può essere definita come
razionalismo critico, in forte contrasto con la Scuola di Francoforte a cui
rimprovera, oltre la dialettica, lo « storicismo », per cui si fan- no
previsioni della storia nella totalità del suo corso che viene con- siderato
essere diretto in modo ineluttabile verso una meta prefis- sata, come la
società senza classi prevista da Marx. I punti qualificanti della sua
concezione in campo epistemologico sono due: il carattere sostanzialmente
deduttivo (anziché induttivo) della scienza; e il criterio di demarcazione tra
teorie scientifiche e non scientifiche, che viene chiamato criterio di
falsificabilità. Que- sto stabilisce che una teoria può considerarsi
scientifica soltanto se è falsificabile, ossia se si può indicare dei casi in
cui risulterebbe 327 falsa, cioè smentita in linea di principio e non per
essere stata consta- tata falsa di fatto. Notevole anche l'apporto di Popper
alla filosofia politica con la sua appassionata difesa della « società aperta
», vale a dire la difesa di una società che non solo tolleri, ma stimoli la
cri- tica dei singoli e dei gruppi in vista della soluzione razionale dei
problemi più gravi come quello delia fame e dell'ignoranza. Opere principali:
La logica della scoperta scientifica; Che cos'è la dialettica; La ‘società
aperta e i suoi nemici; Miseria dello storicismo; Congetture e confutazioni;
Conoscenza oggettiva. Frotagora Filosofo greco, massimo esponente della
sofistica. Dalla sua natia Abdera (in Tracia), si trasferì ancora in giovane
età ad Atene, dove insegnò ad una folta schiera di studenti entusiasti. Si
guadagnò la stima e il favore di Pericle, il quale lo incaricò di stendere la
costituzione della colonia di Thurii. Data e luogo della sua morte sono
incerti, e ja causa sembra sia stata un naufragio. L'attenzione precipua della
riflessione filosofica di Protagora non è più voita come nella maggior parte
dei presocratici allo studio della natura e della causa o principio primo,
bensì verso l’uomo ed è tesa, soprattutto, a scoprire quali sono le possibilità
umane in or- dine alia conoscenza e alla morale. In entrambi i casi Protagora
sposa una tesi sostanzialmente relativistica: non esistono verità asso- lute
nell'ordine gnoseologico né leggi universali nell'ordine etico; sia le verità
sia le leggi sono relative. Questa tesi è espressa nel ce- lebre detto di
Protagora: « L'uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono perché sono e
di quelle che non sono perché non sono ». È la stessa condizione naturale
dell’uomo, la sua struttura corporea a non consentirgli di raggiungere né il
vero né il bene in maniera assoluta e definitiva: «La materia — afferma
Protagora — è flut- tuante, e fluendo essa ininterrottamente, si verificano
aggiunte al posto delle perdite, e le sensazioni mutano e variano secondo l'età
e secondo le altre costituzioni dei corpi ». Opera principale: La verità o
Discorsi sovvertitori. Renouvier Charles (1815-1903) Filosofo francese, nato a
Montpellier e morto a Prades, nei Pirenei Orientali. Nella sua opera del 1903,
I/ personalismo, ha fornito spunti fondamentali al personalismo contemporaneo
offrendo addirittura la denominazione che lo caratterizza e che è desunta da
una indagine filosofica centrata sull'uomo concreto e sulla sua dimensione dia-
logica. ‘ Per Renouvier il carattere specifico della persona umana è Îa conoscenza
da intendersi come apertura verso il mondo e verso l'as- soluto e capace di
portare l’uomo a riconoscere l’esistenza di una Persona prima e creatrice. Il
riconoscimento della sua esistenza è imposto al nostro assenso dal carattere di
unità armonica delle leggi 328 che regolano l’intendimento degli esseri
intelligenti e reggono il mondo. È favorevole ad una specie di religione
filosofica. Opere principali: Saggi di critica generale (1854-1864); La nuova
monadologia (con L. Prat, 1899); Il dilemma della metafisica pura (1901); Il
personalismo (1903). Rickert Filosofo tedesco, nato a Danzica, fu docente di
filosofia ad Heidel- berg dove morì e direttore delia scuola di Baden; sviluppò
la « fiia- sofia dei valori », distinguendo la scienza delio spirito dalle
scienze della natura. Critico del positivismo, distingue due forme di
conoscenza e due logiche ad esse correlate: 1) la logica delle scienze
spirituali o sto- riche da un lato; 2) la logica delle scienze naturali
dall'altro. 'La realtà per Rickert è quella che ci rivelano le scienze
spirituali o che i loro giudizi valutativi determinano. La natura, invece, è
solo un'immagine astratta e abbreviata della realtà, creata per il bisogno che
l'uomo ha di dominare, classificandola e uniformandola, l'infi- nita varietà
degli individui, di cui consta l’esperienza., Le scienze naturali, pertanto,
tendono all'astrazione; mentre le scienze spirituali o storiche tendono a
determinare il valore dei fatti, che sono il presupposto stesso della storia.
Opere principali: L'oggetto della conoscenza (1892); Scienze della cultura e
scienze della natura (1899); La filosofia della vita (1920); Sistemi di
filosofia (1921); La logica del predicato e il problema dei- l’ontologia
(1930); Problemi fondamentali della filosofia (1934). Ricoeur Paul (1913)
Filosofo francese, nato a Valence, docenie di filosofia ciella storia prima
alla Sorbona e poi all'università di Parigi-Nanterre, può essere annoverato sia
tra i fenomenologi che tra gli esistenzialisti e i personalisti. Assertore di una
interessante visione antropologica, Ricoeur la fonda sul concetto di
fallibilità, che la storia delle religioni docu- menta aîtraverso i simboli del
male e dei peccato. La fallibilità è una prerogativa dell’uomo, realtà
essenzialmente progettuale, che può fallire nella realizzazione dei proprio
progetto. La persona per Ricoeur è un progetto di umanità. Attività fonda-
mentali della persona sono il conoscere, il cui oggetto è il vero; il volere,
il cui oggetto è il bene; il sentire, il cui oggetto è l’affettività. Alla
sfera del sentimento appartengono l'amicizia (apertura verso i propri simili) e
la deiezione (apertura verso il mondo delle Idee, la Trascendenza, Dio). Opere
principali: G. Marcel e K. Jaspers (1947); K. Jaspers e la filosofia dell'essere
(1947); Filosofia della volontà; Finitu- dine e colpa (1960); Il conflitto
delle interpretazioni; La sfida semiologica (1974); Metafora viva (1975). 329
Rosmini Antenio (1797-1855) Nacque a Rovereto e fu ordinato sacerdote nel 1821.
Nel 1828 fondò la congregazione religiosa dei « rosminiani »; morì a Stresa sul
Lago Maggiore; Nel 1848 fu ambasciatore a Roma di Carlo Al- berto presso Pio
IX; suo compito era quello di cercare un accordo col Pontefice per una
confederazione di stati italiani, ma la missione fallì. In quella stessa
occasione, furono messe all'indice due opere in cui egli propugnava il
rinnovamento della Chiesa. Amareggiato, si ritirò a Stresa, dedicandosi
esclusivamente alla filosofia. Rosmini tentando di porre un freno
all'estensione del sensismo e dell’empirismo, riconosce come elemento a priori
oggettivo della co- noscenza l'idea dell'essere, che non è l’idea dell'Essere
reale (Dio) ma dell'essere ideale, astratto, indeterminato che deriva
dall’Essere reale. L'essere ideale è forma di ogni conoscenza, ma in se stesso
non rappresenta nessun oggetto determinato. Deve incontrare e unire qualche
dato della sensibilità. La conoscenza si sviluppa in diversi gradi: intuizione,
affermazione, astrazione. Opere principali: Nuovo saggio sull'origine delle
idee (1830); Principii della scienza morale (1831); Antropologia in servigio
della scienza morale (1838); Trattato della coscienza morale (1839); Filo-
sofia della politica (1839); Filosofia del diritto (1845); Teodicea (1845).
Opere postume: Saggio storico-critico sulle categorie e la dialettica;
Antropologia soprannaturale; Teosofia. Rousseau Filosofo svizzero di lingua
francese, nacque a Ginevra. Orfano di madre, a soli sedici anni iniziò una vita
di vagabondaggi. A Parigi frequentò gli ambienti dell'Enciclopedia. Si attirò
molti nemici. Fuggì in Svizzera e in Inghilterra. Rientrato in Francia, passò
gli ultimi anni nella solitudine e nella povertà, continuando a scrivere fino
alla morte. Massimo esponente dell'illuminismo francese, Rous- seau scrisse moltissimo
occupandosi degli argomenti più disparati: dalla storia alla musica, dalla
pedagogia alla politica, dalla metafisica alla religione. Nel Contratto sociale
espone la sua concezione politica in cui, pur assegnando allo Stato un'origine
convenzionale, non gli si ascri- ve mai poteri assoluti e definitivi, ma ogni
decisione dello Stato sotto- stà all'approvazione dei cittadini. Altre due sue
opere espongono la dottrina pedagogica. Questa si caratterizza per una completa
fiducia nelle capacità autoeducative del fanciullo: alla scuola della natura
egli ritiene di ottenere un'educazione assai migliore di quella che somministra
normalmente la società ai suoi membri. Opere principali: Discorso sulle scienze
e le arti (1750); Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra
gli uomini (1755); Lettera sulla provvidenza (1756); Lettera sugli spettacoli
(1758); Emilio o dell'educazione (1762); Contratto sociale (1762); Lettera a
330 Christophe de Beaumont (1763). Opere postume: Dialoghi: Rousseau giudice di
Jean-Jacques; Meditazioni di un viandante solitario. Russell Nacque (e vi morì
anche) nel Galles da famiglia nobile. A 23 anni entrò nel « Trinity College »
di Cambridge, dove fece gli studi di ma- tematica e filosofia. Scienziato e
filosofo tra i più celebri del no- stro secolo. Scrisse moltissimo. Russell fu
uno spirito profondamente inquieto, mai soddisfatto delle soluzioni acquisite,
in continua evoluzione di pensiero. Egli aderì successivamente all’idealismo,
al realismo, al neopositivismo, alla analisi linguistica, al fenomenismo.
Tuttavia, nonostante la perenne instabilità e icambiamenti, talora radicali, di
vedute, di teo- rie, di sistemi, c'è una prospettiva di fondo cui egli ha
mantenuto sempre fede durante la sua quasi centenaria esistenza: è la prospet-
tiva empirista propria della filosofia inglese, la quale è caratterizzata da un
forte attaccamento alla esperienza ed uno spiccato interesse per le questioni
di ordine epistemologico e morale, anziché metafisico e teologico. In logica
sono importanti le considerazioni svolte da Russell intorno alla definizione
degli individui, delle classi, dei tipi e delle « descrizioni ». In gnoseologia
finì per professare un empiri- smo radicale, riducendo la conoscenza ad un
fascio di sensazioni, ch'egli preferisce chiamare « una classe di particolari
»; il filosofo ha proposto sia una concezione « dualistica » della verità
(corrisponden- za tra fatti e proposizioni) sia una concezione « umanistica ».
Nella filosofia del linguaggio ci sono vari punti in comune con i neopositi-
visti, dai quali si allontana circa il criterio di significazione, distin-
guendo il senso dal significato. Russell nega alla morale la carat- teristica
di vera scienza e circa la religione la sua posizione è agno- stica. Opere principali:
Saggio sui fondamenti della geometria (1897); Principi della matematica (1903);
Principia Mathematica (1910- 1913); Sulla conoscenza del mondo esterno (1914);
Elementi di etica (1910); Analisi della mente (1921); Atomismo logico {1924);
Perché non sono cristiano (1927); Libertà e organizzazione (1932); Educa- zione
e ordine sociale (1932); Storia della filosofia occidentale (1945); Il mio
sviluppo filosofico; Autobiografia (1967-1969). Saint-Simon Claude-Henry de Di
famiglia nobile nato a Parigi, dove morì, è un filosofo e stori- co francese.
Allievo del d’Alembert, seguì dapprima la carriera mi- litare. Poi, dopo
essersi proficuamente occupato di affari, nel 1798 si dedicò totalmente alla
filosofia, rovinandosi ben presto finanzia- riamente fino a cadere nella più
squallida miseria, pur non cessando per questo gli studi. Rappresentante del
positivismo, Saint-Simon fu tra i primi a sottolineare l’importanza del fattore
economico nella costituzione e 331 nella trasformazione delia società. A suo
parere il problema eco- nomico soverchia, per imporianza, tutti quanti gli
altri, compresi quello palitico e quello religioso. La crisi profonda che sta
attraver- sando ia società moderna è dovuta soprattutto a ragioni economiche, e
non poeîirà essere superata se non ponendo a capo della società i grandi
industriali e gli womini di scienza. Nei nuovo sistema d'orga- nizzazione della
società ia direzione spirituale deve passare dal clero agli scienziati, Ia cura
degli interessi materiali dalla nobiltà alla bor- ghesia, dalla corona alie
banche. Queste teorie del Saint-Simor: eser- sitarono un profondo influsso su
alcuni grossi nomi della filosofia dell'Ottocento, in particolare su Comte e su
Marx. Opere principali: /miroduzione «i lavori scientifici del XIX se- celo
(1808); Ricrganizzazione della società europea (1814); Nuovo cristianesimo
(1825), che però fu incompiuto. Santeyana George {1863-1952} Filosofo e
scrittore statunitense d'origine spagnola, nacque a Madrid. Fu professore alla
università di Harvard dove aveva fatto gli studi di filosofia, fino al 1912.
Cessato l'insegnamento si trasferì in inghilterra, quindi in Francia e infine
in Italia dove morì a Roma. Santayana professa un realismo di ispirazione
platonica, basato su un dualismo esasperato tra « essenze » ed « esistenze ».
L'esistenza è la materia, i'essenza è lo spirito. L'anima è la vita di un
organismo in cui è incarnato lo spirito e funge pertanto da mediatore tra la
materia e le essenze. I due mondi delle essenze e delie esistenze co- stituiscono
un dualismo irriducibile; ia vita è divisa, scissa tra questi due regni; e
l’aitività umana non è che lo sforzo assurdo, grottesco e tragico di conciliare
l'essenza (l’idea) con l’esistenza e l'esistenza con l'essenza (l’idea). Tutto
quanto gli uomini fanno e pensano (istituzioni sociali, riti religiosi, sistemi
filosofici ecc.) nen è che un immenso, vano tentativo di accordare la vita
animale e la contemplazione spirituale, quasi una condanna imposta all'uma-
nità. Opere principali: La vita della ragione (5 voll., 1905-1906); Soli- loqui
in Inghilterra (1922); Scetticismo e fede animale (1923); Dia- loghi nel Limbo
(1925-26); I regni dell'essere (4 voll., 1927-1940); Dominazioni e poteri
(1951). Sartre Jean-Paul (1905-1980) Nacque e morì a Parigi, dove, all’« École
Normale Supérieure », studiò filosofia che insegnò poi per diversi anni nei
licei di Le Havre e Parigi. Iniziò la carriera letteraria come giornalista,
romanziere, saggista, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. Dopo il 1945
viaggiò moltissimo, anche per motivi politici, data la sua mili- tanza nel
Partito Comunista francese, di cui poi assunse dall'esterno il ruolo di
critico. Negli anni del dopoguerra fu la personalità più popolare in Francia e
più discussa in Europa. 332 Sartre, come Heidegger, concentra la sua analisi
filosofica sul- l'essere ai fine di coglierne il significato profondo e di
svelarne la natura. Però per Sartre l'essere, che egli chiama essere-in-sé per
distinguerlo dalla coscienza (essere-per-sé) è una massa inerte, gon- fia,
qualcosa di ripugnante. Ma la caratteristica sua particolare è l'assurdità:
nell’assurdità sta la chiave della esistenza di ogni cosa. L'uomo si distingue
dagli altri esseri perché ha la coscienza che è l'opposto dell'essere. Per
vivere, la coscienza ha bisogno di nulli- ficare l'essere, in quanto è per sua
natura il non-essere, il vuoto, il nulla. L'attività nullificatrice della
coscienza ha come sbocco neces- sario la « nausea ». Questa nasce dal fatto che
la coscienza trova sempre davanti a sé qualche cosa di troppo. Ma ciò che è il
dato costitutivo essenziale dell'uomo non è la coscienza ma la libertà, senza
limiti e non vincolata da nessuna legge morale. L'uomo desi- dera
fondamentalmente di essere in sé, poiché il per sé (o essere della coscienza) è
un puro nulla. Questo ideale è ciò che può essere chia- mato Dio, il quale
perciò è una semplice ipostatizzazione di questo ideale. Opere principali: La
trascendenza dell’Ego (1936-1937); L'imma- ginazione (1936); La nausea (1938);
Abbozzo di una teoria delle emo- zioni (1939); L'immaginario (1940); L'essere e
il nulla (1943); Il muro (1943); Le mosche (1943); A porte chiuse (1945);
Materialismo e rivo- luzione (1946); Questioni di metodo (1957); Critica della
ragione dia- lettica (1960); Le parole (1964); Kierkegaard vivo (1966);
Conversa- zione sull'antropologia (1966); L'idiota di famiglia (1971-1972); Ri-
bellarsi è giusto (1974). Scheler Max (1874-1928) Filosofo tedesco, nato a
Monaco e morto a Francoforte. Già di- scepolo di Dilthey, Eucken e Simmel ed
influenzato da Nietzsche, subì in seguito fortemente l’influsso di Husserl, dal
quale apprese il metodo fenomenologico, di cui fece ampio uso nel suo studio
del- l'uomo, della persona, dei suoi atti, della conoscenza (intenzionalità ed
oggettività) ed in particolare della esperienza morale. Importante il suo
tentativo di uscire dall’'etica formalistica di ispirazione kan- tiana,
conferendole un contenuto materiale desunto dai valori. La sua opera principale
porta per titolo // formalismo in etica e l'etica materiale dei valori (1916),
« l'opera di gran lunga più signifi- cativa apparsa da molto tempo »
(Hildebrand). Mediante l’elabora- zione di un'etica dei valori, in cui si
rivendica a queste entità una dimensione ontologica propria che sfugge a tutte le
minacce dello psicologismo, Scheler sottrae la morale oltre che al formalismo
kantiano anche a tutte quelle visioni soggettivistiche e positivistiche che
erano diventate di moda alla fine dell'Ottocento (nominalismo, psicologismo,
positivismo, pragmatismo ecc.). Scheler definisce i valori come « oggetti
autenticamente ogget- tivi, disposti in ordine eterno e gerarchico ». La sua
assiologia si ca- 333 ratterizza pertanto come realistica, come gerarchica ed
inoltre come personalistica (in quanto tutti i valori dei gradi inferiori sono
subor- dinati alla persona) e teocentrica (in quanto al vertice di tutti i va-
lori, come valore supremo, viene posto Dio). Scheler si sottrae al rischio
immanentistico presente nel metodo fenomenologico distin- guendo la fenomenologia
dei valori dalla filosofia della religione. Senonché questa distinzione viene
abbandonata negli ultimi scritti, dove Scheler assume una visione
immanentistica e pertanto pan- teistica della realtà. Opere principali: Il
formalismo in etica e l'etica materiale dei valorî {1916); Essenza e forme
della simpatia (1923); Le forme del sapere nella società (1926); La posizione
dell'uomo nel cosmo (1927); La visione filosofica nel cosmo (postuma).
Schelling Nacque a Leonberg, nel Wiirttemberg, studiò a Tubinga dove ha come
condiscepolo Hegel. È chiamato a sostituire Fichte a Jena, poi passa ad
insegnare a Wiirzburg, a Monaco e a Berlino. Schelling ha una concezione
dell’assoluto come sintesi degli opposti: dell'io e della natura, del soggetto
e dell'oggetto, dello spi- rito e del mondo. L'assoluto origina la natura,
forma oggettiva, per acquistare per mezzo di essa maggiore coscienza della
propria sog- gettività. Quindi la natura è preistoria della coscienza, pensiero
pie- trificato. L'uomo è l'essere in cui l'assoluto acquista coscienza di sé
diventando spirito. La comprensione dell'universo in cui natura e spirito non
sono più contrapposti ma armonizzati si attua nell'attività estetica. L'opera
d’arte è manifestazione dell'infinito sotto forma finita. Opere principali: Sui
miti, le leggende storiche e i filosofemi del mondo antico; Lettere filosofiche
sul dogmatismo e sul cri- ticismo (1795-1796); Nuova deduzione del diritto
naturale (1796- 1797); Sistema dell'idealismo trascendentale; Esposizione del
mio sistema di filosofia; Filosofia e ragione (1804); Ricerche’ filosofiche
sull'essenza della libertà umana. Opere postume: Filosofia dell'arte; Le età
del mondo. Schlegel Critico e filosofo tedesco, nacque ad Hannover e studiò
giurispru- denza dedicandosi allo studio «della letteratura greca. Insegnò
priva- tamente a Parigi e poi a Colonia. Fu a Vienna, dove si impegnò in un
movimento tardo romantico fiancheggiato dalla rivista Concordia. Morì a Dresda.
Dopo una fase in cui Schlegel si distinse per i suoi contributi di natura
storico-filologica, egli cominciò a orientarsi verso gli studi
filosofico-estetici. I suoi primi contributi in questo senso, appaiono, a
partire dal 1797, nella rivista Atheneum, organo del Circolo di Jena, 334
raccolti più tardi col titolo Lezioni filosofiche del 1804-06. Dopo la
conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1808, Schlegel orientò il suo
pensiero verso un nuovo spiritualismo fondato sull'esperienza cristiana. Opere
principali: Sul valore dello studio dei greci e dei romani (1797).
Schleiermacher Friedrich Daniel Ernst (1768-1834) Filosofo e teologo tedesco.
Nacque a Breslavia e morì a Berlino. Studiò teologia all'università di Halle,
che era il centro dell’illumi- nismo tedesco. Come Kant, ricevette una
formazione religiosa di stampo pietistico. Amico di Schlegel, si aprì per il
suo tramite al romanticismo. Durante l'occupazione napoleonica con Fichte fu
uno dei più ardenti difensori del nazionalismo tedesco. Dopo la ca- duta di
Napoleone riprese l'insegnamento alla università di Berlino dove fu anche
preside della facoltà di teologia per oltre un ventennio. Schleiermacher è più
teologo che filosofo; i suoi argomenti pre- feriti sono la ‘Scrittura, la fede,
il cristianesimo, la religione, ai quali si accosta da una prospettiva che
fonde insieme istanze ra- zionalistiche, romantiche e idealistiche. Il suo
apporto maggiore riguarda la natura della teologia e il metodo teologico e il
suo inse- gnamento in questo campo avrà un influsso rimarchevole dando origine
a quel movimento che porta il nome di protestantesimo li- berale. Notevole
anche il suo insegnamento relativo all'essenza della religione. Due sono i
principi su cui egli fonda il suo concetto della religione: 1) la religione è
una determinazione del sentimento; 2) l'essenza della religiosità sta nel fatto
di essere coscienti della propria dipendenza da Dio. Il sentimento, come lo
concepisce Schle- iermacher è qualcosa di più della comune accezione dello
stesso. È una facoltà che si colloca tra la ragione e la volontà. Per lui il cristianesimo
è superiore alle altre religioni « non per il valore ra- zionale dei suoi
contenuti dottrinali, ma per il maggiore grado di ade- guatezza con cui questi
contenuti attestano e suggeriscono il senti- mento fondamentale della nostra
dipendenza da Dio ». Opere principali:. Discorsi sulla religione (1798);
Monologhi; La fede cristiana. La maggior parte dei suoi corsi accademici
vennero pubblicati postumi nell'edizione delle Opere complete (1834-1864).
Schopenhauer Arthur (1788-1860) Nacque a Danzica da famiglia agiata. Costretto
dal padre a se- guire la carriera commerciale, l’abbandonò nel 1805 alla morte
del padre e studiò a Gottinga e poi a Jena, dove, nel 1813, si laureò in
filosofia. Ottenne la libera docenza all'università di Berlino, ma le sue
dottrine pessimistiche come risultavano nella sua opera Il mondo come volontà e
rappresentazione, pubblicata nel 1819, non trova- 335 rono molta fortuna. Nel
1833 si stabilì a Francoforte ove risied&tte fino alla morte. Schopenhauer,
opponendosi alla tesi idealistica della razionalità della storia, evidenzia gli
elementi negativi della natura e della storia. Movendo dalla distinzione
kantiana fra fenomeno e noumeno, ma rovesciandone i significati, identifica il
mondo dei fenomeni (della rappresentazione) col mondo della ragione e il mondo
noumenico (reale, vero) con quello della volontà, una volontà cieca e irrazio-
nale, da cui traggono origine tutte le cose e tutti gli avvenimenti. Gli
individui non sono altro che l’oggettivazione della volontà. Tutto nel mondo è
volontà, desiderio di ciò che non si possiede, perciò l’u- manità è in preda a
un continuo dolore nato dall’insoddisfazione dei suoi desideri. L'unico modo
per liberarci da queste dolorose volontà di vivere è quello consistente nella
noluntas, nella rinuncia alla pro- pria individualità. Essa avviene in tre
momenti: arte, simpatia, a- scesi. Opere principali: Sulla vista e i colori
(1816); Il mondo come vo- lontà e rappresentazione (1814-1818); Sulla volontà
della natura (1836); Sulla libertà del volere (1839); Sul fondamento della
morale (1840); I due problemi fondamentali dell'etica (1841); Quadruplice
radice (1847); Parerga e paralipomena (1851). Scoto Duns (1265-1308) Nacque a
Maxton in Scozia. Entrò giovanissimo nell'ordine fran- cescano. Fece gli studi
ad Oxford e a Parigi. A Parigi ottenne il ti- tolo di magister theologiae. Nel
1298 tornò in Inghilterra dove com- mentò le Sentenze di Pietro Lombardo. Poi
ancora a Parigi. Finì la sua vita nello studentato francescano di Colonia.
Scoto si sforzò di operare una sintesi fra la corrente francescana e quella
aristotelica. Le dottrine più originali della sua metafisica so- no l'univocità
dell'essere, l’ecceità e la distinzione formale tra essenza ed esistenza.
L'oggetto della metafisica è l'essere in quanto perfe- zione massimamente
indeterminata. L'« ecceità » (0 « questità ») è una forma particolare che
conferisce l’individuazione. Tra essenza ed e- sistenza non vi è distinzione
reale, ma « formale ». L'esistenza di Dio deve essere dimostrata: la prova più
convincente è quella della causalità. Sia in Dio sia nell'uomo la volontà ha
priorità rispetto al- l'intelletto. L'uomo è essenzialmente composto di anima e
di corpo. Intelletto e volontà sono formalmente distinte dall'anima, pur costi-
tuendo con essa una sola realtà. Distanziandosi da s. Tommaso, Scoto afferma la
priorità della volontà sull’intelletto. Opere principali: Commentari ad
Aristotele; Opus oxoniense; Re- portata parisiensia; De primo rerum principio.
Seneca Lucio Anneo (4 a.C.-65) Nacque a Cordova, ma si trasferì a Roma sin da
fanciullo. Qui ebbe come maestri di filosofia gli stoici Attalo e Sozione.
Assimilò 336 in modo personale le loro dottrine e divenne il massimo rappresen-
tante dello stoicismo nel mondo latino. Diventò massimo consigliere di Nerone.
Ma, caduto in disgrazia di questi, si ritirò dalla vita pub- blica. Accusato di
aver partecipato ad una congiura contro Nerone, fu da questi indotto al
suicidio. Secondo Seneca l'universo è composto di due principi: uno passi- vo, la
materia, e uno attivo, Dio. Questi è l’anima dell'universo, ra- gione (logos)
diffusa in tutte le cose, fonte immanente di vita, legge suprema che connette
in un'unica catena di cause tutti gli eventi e condiziona l'unità organica del
cosmo. Seneca è il filosofo pagano che maggiormente ha compreso il valore della
libertà come diritto costitutivo fondamentale di ogni uomo. La lotta di Seneea
eontro la schiavitù è incondizionata. L'uguaglianza è un diritto naturale. Fine
ultimo della vita umana è l'autonomia della persona di fronte ad uo- mini ed
eventi: è la libertà dello spirito da tutto ciò che può pro- fanare la divina
serenità dell'animo. Opere principali: 9 Tragedie; De clementia; De beneficiis;
Dia- logorum libri; 124 Lettere a Lucilio; Naturalium quaestionum libri VII.
Socrate (469-399 a.C.Nacque e visse ad Atene nell'epoca del suo maggior
splendore arti- stico e della maggiore potenza militare ed economica. Condusse
una vita molto semplice e frugale. Nel 400 a.C. venne accusato di empietà e
corruzione della gioventù. Non volle salvarsi andando in esilio pri- ma del
processo. Condannato a morte, morì bevendo la cicuta. Eser- citò una grande
influenza sulla filosofia greca. La missione a cui si sentì chiamato
dall’oracolo di Delfi fu di in- citare gli uomini a preoccuparsi degli
interessi della loro anima con l'acquisto della saggezza e della virtù. Contro
i Sofisti si preoccupò di definire i concetti universali di bene, giustizia,
felicità e virtù, iden- tificando la conoscenza con la moralità e la felicità
con la pratica del- la virtù. Infatti per lui è essenziale la distinzione di
male e di bene. Il metodo ‘da lui usato nelle conversazioni con i discepoli fu
quel- lo dell'ironia che spinge l'interlocutore a porsi nuovi problemi
(maieutica). Non ha lasciato alcuno scritto. Spencer Herbert (1820-1903) Nato a
Derby, Inghilterra, compì studi scientifici e avanzò la tesi dell’evoluzionismo
scientifico dalla iettura delle opere di Lyell. Successivamente, trasferendo
l'evoluzione dal campo scientifico a quello filosofico, ne ha fatto una vera e
propria visione del mondo sia cosmico che biologico, sia umano che sociale.
Valendosi dell’evo- luzione anche per spiegare l'ordine dell'universo, Spencer
ascrive a tale ordine un'origine meccanica e non intenzionale {o finalistica).
Non per questo egli ritiene di dover negare l’esistenza di Dio, che 337 anzi
egli ammette, perché sfugge alla ragione. Questa realtà assoluta è
l’Inconoscibile, l'essere assoluto che l'uomo chiama Dio. Opere principali:
Statica sociale (1850); Principi di psicologia (1855); Primi principi (1862);
Principi di psicologia (1870-1872); Principi di etica (1879-1892); Individuo e
Stato (1884); Autobiografia (1904, postuma). Spinoza Baruc (1632-1677) Nacque
ad Amsterdam da una famiglia di ebrei profughi dal Por- togallo. Il padre lo
avviò allo studio delle sacre Scritture e delle dottrine rabbiniche, ma Spinoza
coltivò anche lo studio della filo- sofia e della teologia protestante.
Asserendo che l’interpretazione tradizionale della sacra ‘Scrittura era errata,
nel 1656 fu scomuni- cato dalla comunità israelita ed espulso per eresia.
Abbandonò Am- sterdam e si trasferì a Leida dove visse nella riservatezza e
nella povertà. Spinoza, quasi ignorato per oltre un secolo dopo la sua morte,
avvenuta a l’Aia, fu messo poi in luce dai filosofi tedeschi come Lessing,
Herder e gli idealisti che divennero suoi ferventi ammira- tori e gli
assicurarono un posto tra i più grandi pensatori dell'uma- nità. Come Cartesio
egli incentra tutta la sua riflessione filosofica su due realtà: Dio e l’uomo.
Il suo obiettivo non è la conquista della verità ma il raggiungimento della
felicità. Spinoza risolve il dualismo cartesiano di res cogitans e res extensa
considerandole come i due attributi conoscibili dell'unica so- stanza esistente,
Dio, costituita da infiniti attributi. Il mondo è iden- tico a Dio (Natura sive
Deus): Dio è natura naturans, cioè infinita attività produttrice e il mondo è
natura naturata, infinito prodotto. L'etica di Spinoza si risolve nell’amor
intellectualis Dei, cioè nella conoscenza della sostanza divina che si ha
quando è raggiunto il trionfo della ragione e il dominio delle passioni. In
politica Spinoza è uno dei primi assertori della teoria dell’origine
contrattuale dello Stato. Opere principali: Breve trattato su Dio, l'uomo e la
sua feli- cità; Ethica more geometrico demonstrata; Tractatus de intel- lectus
emendatione; Principia philosophiae cartesianae; Trac- tatus
theologico-politicus (1670). Spirito Ugo (1896-1979) L'itinerario filosofico di
U. Spirito, filosofo italiano nato ad Arez- zo e morto a Roma, iniziò con
un'adesione piena ed entusiastica al- l’attualismo di Gentile, che lo Spirito
difese contro le obiezioni che da varie parti sorgevano contro di esso. Ma poi
proseguì su una linea autonoma, dando all’attualismo una piega marcatamente
anti- intellettualistica oltre che fortemente immanentistica ed atea, cui viene
dato il nome di problematicismo. Come spiega lo stesso Spi- rito, il
problematicismo è « una concezione della vita come ricerca, 338 che non ha
scetticamente rinunciato alla verità e che anzi sa bene quanto dogmatica e
contraddittoria sia tale rinuncia, ma che non si illude d'averla già in suo
possesso ». « Esso non si presenta come una filosofia bensì soltanto come
un'aspirazione alla filosofia: non pretende di avere valore assoluto [...] ma
non si definisce nep- pure come relativismo, perché non comprende come si possa
rinun- ciare alla speranza dell’assoluto ». Al termine del suo movimentato
itinerario filosofico Spirito si attestò su una posizione sostanzialmente
neo-positivistica, assumen- do la scienza come principio chiave per la
comprensione del mondo e come criterio supremo per decidere di qualsiasi
problema, inclusi i problemi di ordine etico ed assiologico. In tale
prospettiva marcata- mente scientista, Spirito affida alla scienza — e non più
alla meta- fisica e alla religione — il compito di fungere da strumento connet-
tivo della società e di fissare una nuova tavola di valori. Opere principali:
Il pragmatismo nella filosofia contemporanea (1921); Scienza e filosofia
(1933); La vita come ricerca (1937); Il pro- blematicismo (1948);
Dall’attualismo al problematicismo (1976). Stalin (1879-1953) Pseudonimo di
Josif Visarionovic Dzugasvili, nato in Georgia, uomo politico russo, fondatore,
con Lenin e Trotzsky, del Politburo del Partito Bolscevico russo e
collaboratore di Lenin nella fase di ricostruzione della Russia; stroncò le
opposizioni interne con dure repressioni, facendo assassinare persino Trotzsky
quando già si tro- vava in esilio in Messico (1940). Lo stalinismo è il frutto
più specifico del dogmatismo ideologico di Lenin. Nei suoi brevi scritti,
Stalin segue la linea del suo maestro Lenin, sforzandosi di dimostrare che
questi era il più diretto e orto- dosso seguace di Marx e che la dottrina
derivante messa a punto da Lenin, il marxismo-leninismo, era la più completa
teorizzazione fi- losofica per lo sviluppo dell'umanità. Il XX Congresso del
Partito comunista russo del 1956, quando era salito al potere Kruscev, rinnegò
e condannò l’opera di Stalin, avviando il cosiddetto processo di «
destalinizzazione ». Opere principali: Sul! materialismo dialettico e sul
materialismo storico, Principi del leninismo {1924); Questioni del leninismo
(1926). Stein Edith (1891-1942) Ebrea di razza e di fede, nata a Breslavia in
Germania, fu disce- pola e assistente di Husserl. Convertitasi al cattolicesimo
nel 1922, nel '32 entrò nel Carmelo di Colonia, dove fu arrestata dai nazisti
nel 1942. Morì nel lager di Auschwitz il 9 agosto dello stesso anno. Carattere
centrale del suo pensiero è l'impegno di rivedere tutto l'impianto della
metafisica aristotelico-tomista in chiave fenomeno- logica. Nella sua tesi di
laurea Sul! problema dell'empatia sviluppa uno studio pregevole e originale sul
sentimento dell’empatia, con cui l'io « percepisce condividendola » la realtà
dell'altro. 339 ILa Stein intende approfondire la riflessione avviata da Lipps
e Husserl: pur avendo quaicosa in comune sia con la percezione ester- na, sia
con la memoria, sia con l'immaginazione, l’empatia è un'espe- rienza sui
generis: è l’esperienza che un Io in generale ha di un altro Io. Con l’empatia,
considerata come atto di compartecipazione, si entra nel « regno dello spirito
», che è il regno dei valori. Opere principali: Su! problema dell'empatia
(1917); La fenome- nologia di Husserl e la filosofia di san Tommaso d'Aquino
(1929); Essere finito ed eterno (1950, postuma); La scienza della croce (1950,
postuma). Suarez Francisco (1548-1617) Nacque a Granada. Fu filosofo e teologo.
Mentre studiava nel- l'università di ‘Salamanca entrò nell'ordine dei gesuiti.
Insegnò filosofia a Segovia e teologia a Valladolid. Tra il 1580 e il 1585
insegnò a Roma al « Collegio Romano ». Poi rientrò in Spagna e continuò a
insegnare. Suarez è il pensatore più profondo e originale della Controri-
forma. Col suo tentativo di conciliare il tomismo con le dottrine do- minanti
dopo Occam e con le nuove teorie che lo sviluppo della scienza moderna andava
evolvendo, egli inaugura un nuovo tipo di filosofia scolastica, il cui
obiettivo principale è di operare una sin- tesi tra le posizioni di san Tommaso
e il pensiero moderno. La sua opera principale, Disputationes metaphysicae, è
la prima trattazione sistematica completa delle questioni discusse dalla filosofia
scola- stica, in forma indipendente sia dalla teologia che dalle opere di
Aristotele. In tal modo Suarez costituì la metafisica nella sua spe- cificità e
totalità. In una prima parte tratta dell'essere in generale e delle sue cause,
nella seconda dei vari enti esistenti: Dio, l’uomo e il mondo. Opere
principali: De Verbo incarnato (1590); Disputationes me- taphysicae (1597);
Varia opuscola theologica; De vera intel- ligentia (1605); De legibus ac Deo
legislatore. Talete Matematico, astronomo e filosofo di Mileto. Fondatore della
Scuo- la ionica. Descritto nell'antichità come una personalità poliedrica. A
lui sono attribuiti numerosi teoremi di geometria e la scoperta del- la formula
per misurare l'altezza delle piramidi attraverso la misu- razione dell’ombra da
queste proiettata. Pone l’acqua come prin- cipio da cui traggono origine tutte
le cose, per condensazione o ra- refazione. Telesio Bernardino (1509-1588)
Originario di Cosenza, studiò fisica, medicina e filosofia a Padova dal 1527 al
1535. Si ritirò poi, per circa dieci anni, in un convento benedettino. 340 È il
primo importante esponente di una nuova filosofia della na- tura che scorge in
essa solo forze naturali che si devono spiegare con i suoi principi. L'indagine
sulla natura deve procedere non dalla ragione ma dal senso. Ed è quest’ultimo a
rivelare che nella natura non agiscono principi astratti come le forme o le
cause finali, ma le forze, che sono cause meccaniche, principi agenti. I due
principi agenti sono il caldo e il freddo. Dal loro contrasto deriva la realtà
dei fenomeni fisici. Con questi due principi Telesio spiega anche la conoscenza
umana, ridotta a sensazione. Telesio riconosce, comunque, la presenza nell'uomo
anche di un'anima soprannaturale, divina e infusa da !Dio, la cui presenza non
è testimoniata solo dalla rivelazione, ma anche dal bisogno innato che l’uomo
ha di iDio e di una giustizia, ultraterrena. Conse- guentemente quest'anima è
immortale. Opere principali: De rerum natura juxta propria principia (1586);
Varii de rebus naturalibus libelli (1590, postumi). Tommaso d'Aquino
(1225-1274) Nato a Roccasecca, presso Aquino (Frosinone), ricevette la pri- ma
educazione dai benedettini di Montecassino. Studiò a Napoli ed entrò
nell'ordine dei domenicani. Imprigionato dai fratelli perché contrari alla sua
scelta religiosa, quando uscì di prigione lasciò l’Ita- lia e andò in un
convento domenicano di Parigi, sotto la guida di Alberto Magno. Insegnò
teologia alla Sorbona e fu teologo papale presso la corte pontificia. Passò gli
ultimi anni nel convento di Na- poli componendo la Summa theologiae e
predicando al popolo. Papa Gregorio X lo invitò al Concilio di Lione. Durante
il viaggio si ammalò e fu trasportato nell'abbazia cistercense di Fossanova (in
provincia di Latina) e qui morì il 7 marzo dello stesso anno. Tommaso d'Aquino,
una delle maggiori figure della filosofia occi- dentale, portò a compimento
quella straordinaria sintesi tra la gran- de eredità classica e la metanoia
cristiana, che pone l’uomo al centro della creazione. Nella sua filosofia la
conciliazione tra cristianesimo e aristo- telismo avviene in seno ad una
altissima concezione dell'Essere se- condo cui l’Essere è la perfezione
assoluta; l'origine degli enti è dovuta alla creazione; la creazione è una
partecipazione per somi- glianza della perfezione dell'essere da parte degli
enti; tra i singoli enti e l’Essere c'è solo analogia. In tale prospettiva,
fede e ragione sono modi di conoscere diver- si, che non si contraddicono ma si
completano reciprocamente: 1) la ragione accetta una verità nell'ordine delle
cose naturali in base alla loro evidenza; 2) la fede accetta una verità
nell'ordine del sopranna- turale sulla base dell'autorità di Dio rivelante. 341
Filosofia e teologia sono di conseguenza due scienze diverse, che non si
contraddicono poiché Dio è il loro autore comune. (Circa la concezione
antropologica, Tommaso considera l’uomo come un composto {sinolo) di anima e
corpo, in cui l’anima è l'unica forma del corpo. La conoscenza umana è
autosufficiente per cui non abbisogna di interventi straordinari per avere
luogo. L'anima è im- mortale, di immortalità personale perché essa è « forma
assoluta, che non dipende dalla materia ». Pur riconoscendo all'anima un più
elevato grado di perfezione ri- spetto al corpo nella gerarchia degli esseri,
egli crea una antropologia integrale, nella quale al corpo viene restituita
tutta la sua dignità nell'ordine della creazione. Tommaso considera la
conoscenza dell'uomo autonoma da un intervento diretto di Dio e risultato di un
processo che l'intelletto compie a partire dall'esperienza. Definisce inoltre
la coscienza quale « ritorno completo del soggetto in se medesimo »: la
coscienza, in virtù dell'intenzionalità, pone se stessa in relazione con le
cose e, confrontandosi con esse, conquista la propria identità. iLa
consapevolezza di Tommaso della dignità dell’uomo è tale che sia l’esistenza di
Dio (cinque prove) che l'immortalità dell'anima ven- gano dimostrate dalla
ragione. In Tommaso trova spazio anche il problema politico, in relazione al
quale egli asserisce l'origine naturale dello Stato, che considera una società
perfetta poiché ha un fine proprio, il bene comune, e mez- zi sufficienti per
realizzarlo. Nel conflitto tra i due poteri, tipico del suo contesto storico,
egli fu assertore della dipendenza indiretta dello Stato dalla Chiesa, che è
una società più perfetta in ordine ai fini e ai mezzi che le sono propri: lo
Stato dipendente indirettamente dalla Chiesa nell'ordine dei fini
soprannaturali dell’uomo. È opportuno sottolineare come oggi molti noti
studiosi, ca- me ad esempio Jaspers, hanno riconosciuto che le analisi sulla
volontà, la libertà e le passioni umane fatte da Tommaso sono pro- fonde e
precise, valide anche per la filosofia contemporanea. Opere principali: De ente
et essentia; Commentari alle principali opere di Aristotele; Summa contra
gentiles; Summa theo- logiae (iniziata nel 1269 e rimasta incompiuta); De
unitate intellectus contra averroistas (1270); De veritate; De potentia; De
malo; De spiritualibus creaturis; Expositio super Job; De regimine princi pum;
Compendium theologiae; De substantiis separatis. Vico Gianbattista (1668-1744)
Nato a Napoli, studiò filosofia presso i gesuiti, sotto la guida di padre
Rissi. Dal 1699 fu professore di retorica all'università della stessa città.
Visse poveramente fra incomprensioni e ostilità. Nel 1732 gli fu conferito
l’incarico di storiografo regio. L’intuizione fondamentale di Vico dal punto di
vista filosofico è 342 espressa nella formula « verum est factum », cioè per
conoscere ve- ramente una cosa è necessario essere in grado di farla. In base a
questo criterio l’uomo non può conoscere la natura perché creata da Dio, non
può conoscere il proprio essere in quanto non si è auto- creato. Oggetto della
conoscenza umana è la storia in quanto opera dell’uomo. La legge universale che
regola la storia è una legge di sviluppo attraverso la ritmica ripetizione
delle tre epoche del corso storico (età degli dei, degli eroi, degli uomini).
Questa legge della ripetizione dei corsi non sopprime la libertà umana, non è
un ostacolo al proces- so della civiltà, è necessaria e voluta da Dio per
riportare l’uomo cor- rotto dalla ragione alla religione. Oltre alla dimensione
storica, Vico riabilita, in sede filosofica, quella estetica. Per lui l’arte ha
una funzione metafisica, in quanto è l'espressione profonda delle cose da parte
di un essere intelligente, in cui la ragione non ha ancora raggiunto la piena
maturazione e che perciò riesce a esprimersi per mezzo del sentimento e della
fantasia. . Opere principali: De nostri temporis studiorum ratione (1708); De
antiquissima Italorum sapientia; Liber physicus; Liber moralis; Il diritto
universale; De universi iuris uno principio et fine uno; De constantia
iurisprudentis; Principi d'una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni
(Scienza nuova prima, 1725; Scienza nuova seconda, 1730; Scienza nuova terza,
1744). Voltaire (soprannome di Frangois Marie Arouet) (1694-1778) Nato a
Parigi, studiò presso i gesuiti della stessa città. Fre- quentò l’ambiente
libertino di Parigi e si prese un anno di prigione per il suo spirito
dissacratorio e anticonformista. Tra il 1726 e il 1729 fu in Inghilterra. Tornò
in Francia per un decennio circa, riti- rato in un castello della Lorena, poi
andò a Berlino alla corte di Fe- derico II. Trascorse gli ultimi venti anni a
Ferney, in Francia, impe- gnato a far conoscere le sue idee sulla tolleranza
religiosa e sulla libertà. Massimo esponente dell'illuminismo francese, tentò
di operare una sintesi tra il razionalismo di Cartesio e l'’empirismo di
Newton. Dalla contingenza del mondo egli argomenta a favore dell’esistenza di
Dio, ma resta profondamente agnostico per quanto concerne la sua natura e i
suoi attributi. Anche riguardo all’immortalità dell'ani- ma sostiene che bisogna
credervi anche se non esistono argomenti probativi per dimostrarla. In
conformità con le esigenze dell’illuminismo Voltaire è massimamente critico di
ogni religione istituziona- lizzata, in particolare del cristianesimo. Egli
attacca con critica spietata, ingiusta e beffarda tutte le dottrine e le
strutture della Chiesa cattolica. Opere principali: Edipo (1718); Lettere
filosofiche, Trattato di metafisica (1734); Elementi della filosofia di Newton
343 (1737); Il secolo di Luigi XIV; Dizionario filosofico; Candido; Trattato
sulla tolleranza (1763); Questioni sui miracoli; Filosofia della storia (1765);
Filosofo ignorante (1766); Bisogna prendere partito (1772); Questioni
sull’Enciclopedia (1776). Whitehead Alfred North (1861-1947) Matematico e
filosofo inglese, nato nel Kent, a Ramsgate e mor- to negli U.S.A. a Cambridge,
nel Massachusetts. Giunse tardi alla filosofia, dopo avere insegnato per molti
anni geometria e mate- matica all'università di Londra. Dal 1924 al 1937 occupò
la cattedra di teoretica all'università di Harvard. In collaborazione con
Russell scrisse i famosi Principia mathematica, opera volta a dimostrare che le
matematiche pure (compresa la geometria pura) sono un ramo del- la logica e le
loro proposizioni sono analitiche e non sintetiche a prio- ri come aveva
sostenuto Kant. Sulie orme di Peano e Frege, White- head pone come proposizioni
iniziali pochi principi logici, rappresen- tati da simboli formali, da cui, con
un calcolo logico, si deducono al- tre proposizioni. Con questo metodo vengono
man mano introdotti e dimostrati principi e teoremi. Il processo è puramente
analitico e a priori, indipendentemente dalle cose e dallo spirito. Non per
questo Whitehead sposa una visione idealistica della realtà: il mondo non
emerge dal soggetto come per gli idealisti, ma piuttosto il soggetto dal mondo.
Ma questo non significa che il soggetto procede dalla ma- teria come insegnano
i materialisti. La realtà è concepita come un processo, costituito da eventi in
connessione reciproca. Oltre che dagli eventi il processo è costituito da forme
e struiture ricorrenti che Whitehead chiama « oggetti eterni ». Al più alto
grado gli og- getti eterni costituiscono i valori {il bene, il bello, il vero)
che si rea- lizzano occasionalmente nel processo. Di qui la singolare
concezione del divino proposta da Whitehead: Dio è insieme ia « natura origi-
naria », in quanto contiene in sé la totalità degli oggetti eterni, e la «
natura conseguente », come realizzazione progressiva, interna al processo, di
tutti i possibili valori dell’esistenza. Dio, principio del bere e degli altri
valori supremi, è in lotta con ii male. Egli soffre per iiberarsene insieme a
quanti vivono e soffrono ia vicenda della vita. Alia filosofia del processo di
Whitehead si è ispirato un impor- tante movimenio teologico statunitense,
chiamato « teologia del processo » {Process theology). Opere principali:
L'organizzazione del pensiero (1917); Ricerca sui principi della conoscenza
naturale (1919); ii concetto di natura (1920); La scienza e ii mondo moderno
(1525); Processo e realtà (1929); Avventure delle idee; Modi di pensiero
(1938); Scienza. e filosofia (1947). Wittgenstein Ludwig (1889-1952) Logico e
filosofo del linguaggio, massimo esponente prima del neopositivismo e poi
dell'analisi linguistica. Nato a Vienna, compì gli 344 studi in Germania e in
Inghilterra. Qui svolse anche la sua attività accademica a partire dal 1939
operando con B. Russell, a Cambridge, dove morì. Le due opere Tractatus
logico-philosophicus e Osserva- zioni filosofiche rappresentano due diverse
concezioni della filosofia del linguaggio, per cui si è soliti parlare di un
Wittgenstein I e di un Wittgenstein II. il primo (che è quello del Tractatus)
concepisce il linguaggio come rappresentazione delle cose, privilegia il linguaggio
scientifico su tutti gli altri e assume come criterio di significazione la
verifica sperimentale. Il secondo (che è quello delle Philosophical
Investigations) considera il linguaggio come un gioco le cui regole so- no
fissate arbitrariamente. Riconosce molti giochi linguistici validi, purché
siano regolati da un preciso e stabile gruppo di norme. Ri- tiene che la
funzione di linguaggio-guida, criterio di verifica per ogni altro linguaggio,
non spetti al linguaggio scientifico bensi al linguag- gio ordinario. Opere
principali: Tractatus logico-philosophicus (1918); Osser- vazioni filosofiche
(1964); Quaderno blu (appunti del 1933-34); Qua- derno marrone (1934-1935);
Osservazioni sui fondamenti della mate- matica (1956); Grammatica filosofica
(1969); Della certezza‘(1969). Wolff Christian (1679-1754) Nacque a Breslavia e
nel 1706 fu nominato professore nell'uni- versità della stessa città. Il re
Federico, convinto dai suoi avversari, gli tolse l'insegnamento per il suo
razionalismo religioso. Il succes- sore Federico II, però, lo riconiermò
nell'insegnamento. Discepolo di Leibniz, è l'autore di una sintesi poderosa tra
il pensiero filosofico tradizionale di stampo razionalistico e le scoperte
scientifiche del suo tempo. Egli divide tutta la filosofia in sette parti
principali: /ogica, antologia, cosmologia, psicologia empirica, psicologia
razionale, teo- fogia naturale, filosofia moraîe. Questa divisione verrà
regolarmente seguita dalla maggior parte dei filosofi dei secoli successivi.
Riguardo aì contenuto la filosofia di Wolff è sostanzialmente leibniziana. Come
Leibniz, Wolff elabora una spiegazione della realtà partendo da tre principi:
ragion sufficiente, armonia prestabilita, ottimismo. Offre, però, due
importanti novità: abbandono del concetto della monade, come sostanza semplice
costituente lo spirito e la materia; riduzione del principio di ragion
sufficiente al principio di non contraddizione. Opere principali: Philosophia
rationalis sive Logica (1728); Philo- sophia prima sive Ontologia (1729); Philosophia
moralis sive Ethica {1750-1753); Oeconomica (1750). Zenone (336-274 a.C.) Nato
a Cizio, nell'isola di Cipro, si trasferì ad Atene dove fre- quentò le scuole
di diversi filosofi. Tenne ie sue lezioni sotto il Portico Dipinto (Stoà
Poikilé) di Atene. Da qui prese il nome ia sua dottrina filosofica: lo «
stoicismo ». La sua dottrina è essenzialmente di ordine morale, ma comprende
345 anche importanti elementi di metafisica e cosmologia. E i suoi inse-
gnamenti morali, estremamente rigorosi (soppressione delle passioni e degli
istinti, eliminazione del piacere, pratica della virtù) sono in perfetta
armonia con la sua visione metafisica. Questa pone al vertice di tutte le cose
il Logos (la ragione), il quale irradia la sua forza sulla materia a modo di semi
(/ogoi spermatikoi); questi germi svi- luppandosi danno origine agli individui.
I semi irradiati dal Logos non sono altro che frammenti del Logos stesso. Anche
l'uomo, come tutti gli altri esseri, è costituito da un frammento del Logos
(l’anima) e da una parte di materia (il corpo). L'uomo può essere immortale
solo in quanto cerca di identificarsi col Logos, cioè in quanto cerca di
superare la sua individualità, distaccandosi dalla materia. Opere principali:
La repubblica; I segni; Il discorso; La natura; La vita secondo natura; Le
passioni, 346 Parte quarta: GUIDA ALLA LETTURA DI ALCUNE OPERE DI
FILOSOFIA" « Il Fedone », di Platone « Il discorso sul metodo », di
Cartesio « La missione del dotto », di Fichte « Manifesto del partito comunista
», di Marx- Engels « Introduzione alla metafisica », di Heidegger Non c'è via
migliore alla conoscenza del pensiero dei filosofi della let- tura diretta
delle loro opere. Ma è evidente che per uno studente di liceo (e non soltanto
per lui) questa è un'impresa impossibile, dovendo egli, nel breve giro di tre
anni, prendere contatto con tutta la folta schiera di pen- satori che va dal
primo sorgere della filosofia fino ai giorni nostri. Cio- nondimeno, per ogni
epoca della storia della filosofia, i programmi gover- nativi prevedono che lo
studente effettui una lettura accurata e critica di almeno un'opera di un
grande autore. La scelta dell'opera è general- mente affidata al professore.
Quando insegnavo storia della filosofia in liceo ai miei studenti facevo
leggere tre opere, le quali oltre che importanti e significative in se stesse,
e per il nome dei loro autori, sono anche singolarmente adatte ad intro- durre
lo studente alle tre grandi epoche della storia della filosofia: an- tica,
moderna e contemporanea. Tali opere sono: — Il Fedone, di Platone — Il discorso
sul metodo, di Cartesio — La missione del dotto, di Fichte Per venire incontro
alle richieste di diversi insegnanti e per una mi- gliore completezza storica
del pensiero filosofico contemporaneo, abbia- mo aggiunto poi due opere, che
riteniamo significative, dei secoli XIX e XX: — Manifesto del partito
comunista, di Marx-Engels — Introduzione alla metafisica, di M. Heidegger. * Le
traduzioni di cui si siamo serviti sono le seguenti: PLATONE, Fedone, tr. di M.
VALGIMIGLI, Laterza, Bari 1946. CARTESIO, Il discorso sul metodo, tr. di G.
BONTADINI, La Scuola, Brescia 1957. FICHTE, La missione del dotto, tr. di C.
MAZZANTINI, Società ‘Editrice Interna- zionale, Torino. MARx-ENGELS, Il
manifesto del partito comunista, tr. di E. CANTIMORI MEZZA- MONTI, Laterza,
Bari 1974. HEIDEGGER, Introduzione alla metafisica, tr. di G. Masi, Mursia,
Milano 1979. 347 Le accuse a Socrate Difesa di Socrate: educazione del giovani
all'esercizio della virtù I. «IL FEDONE » Platone (427-347 a.C.) 1.
Ambientazione storica dell’opera Nel 399 a.C. Socrate viene condannato a morte
dai governanti di Atene sotto l'imputazione di empietà e corruzione delia
gioventù, due accuse che gli erano state mosse da varie parti già da molto
tempo. Ancora nel 423, nella commedia Le Nubi, Aristofane aveva attaccato
Socrate proprio in quanto, col suo spirito critico, incitava i giovani a
considerare con di- sprezzo la tradizione etico-politica della città, e in
quanto con i suoi inse- gnamenti si metteva fuori della stessa tradizione
religiosa seguita da tutti i cittadini. Alcuni anni più tardi ii poeta tragico
Meleto aveva dichiarato: «Commette reato Socrate, non ritenendo dèi quelli che
considera tali lo Stato e tentando inoltre di introdurre altri enti demoriaci nuovi;
com- mette ancora reato corrompendo i giovani ». In questo clima si spiega la
denuncia contro Socrate, che appariva a molti non soltanto l'avversario più
accanito della cultura allora impe- rante (quella sofista) ma anche come
l'esponente intellettuale più te- mibile per gli aristocratici che governavano
la città. Probabilmente l'o-biettivo dei suoi avversari era che egli se ne
andasse in esilio e in effetti gli proposero questa soluzione; ma Socrate volle
affrontare il pro- cesso, in cui respinse entrambe ie accuse: il suo obiettivo
non era quello di corrompere la gioventù, ma di sollecitarla alla pratica della
virtù e al ‘perseguimento dei più elevati valori morali; quanto alla religione,
egli non avversava affatto la tradizione, ma cercava di ‘adeguarla alle esi-
genze di una maggiore razionalità. In tribunale, i più dovettero avere ia
chiara impressione che Socrate non intendeva affatto modificare ii suo
atteggiamento; ed i voti di coloro che si pronunciarono per la sua asso-
luzione furono inferiori a quelli necessari. Quando si trattò di definire il
tipo di pena che gli sarebbe stata inflitta, Socrate chiese ironicamente che
gli venisse decretata una pensione a vita, come benemerito dello Stato. La cosa
suonò come una provocazione e come un insulto alle isti- tuzioni cittadine;
anche parecchi di quelli che avevano votato a favore della sua assoluzione gli
furono infine contrari; ed egli fu condannato a bere la cicuta. L'esecuzione
della pena capitale, che di per sé doveva aver luogo im- mediatamente, fu
rimandata d'un paio di settimane, perché in quei giorni sì stavano celebrando
le Delie (le feste in commemorazione della impresa di Teseo) e pertanto non si
potevano eseguire pene capitali. In attesa dell'esecuzione della sentenza
Socrate fu rinchiuso in prigione. È ap- punto questo il luogo e il momento in
cui si svolge il dialogo tra Socrate e i suoi discepoli circa il destino ultimo
dell'uomo, 348 2. Ii dialogo, metodo dell’opera La metodologia filosofica ai
tempi di Platone è ancora in fase di gesta- zione e assestamento. Î primi
pensatori greci avevano dato espressione poetica alle loro meditazioni
filosofiche. Più tardi Aristotele introdurrà quelia che diventerà la forma
definitiva: quella sobria e rigorosa del trattato. Per esporre il suo pensiero
Platone si vale di una via di mezzo: meno libera ed alata di quelia poetica, ma
anche meno arida e sistema- tica di quella del trattato, ia via del diaiogo. Il
dialogo e il trattato perseguono lo stesso obiettivo ma cercano di raggiungerlo
in maniera diversa. Tutt'e due svolgono una tesi; ma mentre nel trattato il
discorso è sviluppato da una sola mente, la quale prima di accoglieria con
certezza definitiva, vaglia tutti i pro e contro della tesi, i! cialogo è tun
discorso tra due o più persone, le quali di fronte ad una tesi particolare,
assumono ciascuna una posizione perso- nale, Diversamente che nel trattato,
dove le obiezioni rimangono pure difficolrè. astratte da superare, nel dialogo
le tesi contrastanti si inca: nano in personaggi vivi: esse rappresentano il
loro modo di intendere le cose e di vivere ia vita. uesto è vero in rarticolare
del Fedone, del quale il Valgimigli scrive a ragion veduia che « quì non
abbiamo a che fare con un’opera filosofica pura e semplice, la quale possa
essere considerata esclusivamente nella sua astrattezza razionale, sia pure nel
vivo diaiettizzarsi del pensiero; qui abbiamo a che fare con un'opera ci
filosofia che si concreta s si avvia in una vera azione, che anche dai punto di
vista formale esterno si sviluppa in un vero dialogo, cioè in una scena che si
muove tra persone vere, non tra simboli, tra persone le quali, sì, ragionano,
ma anche sono agitaie e travagliate e conimosse e hanno un’ansia di ricerca che
non ie interessa solc intellettualmente, ma ie prende e conquide nella loro più
profonda umanità. Lo stesso Socrate avverte più volte, e scherzando se ne
giustifica, che questo ragionare lo tocca assai da vicino; e ci sono intorno a
lui il giovanetto Fedone e il vecchio Critone, e i due ospiti te- bani, e Apollodoro
che meno degli altri, guando Socrate beve il far- maco, riesce a frenare il
pianto; e tutti infine si velanc il capo e si traggo- no da parte, e nella
stanza ormai fatta oscura e silenziosa biancheggia ii iettuccio dov'è disteso
il maestro, il compagno e l’amico, con gli occhi e le labbra appena chiusi per
sempre dal pio atto di Critone ».i 3. Divisione e sintesi dell’opera Ii dialogo
si divide in due grandi parti (separate da un breve ma splendido intermezzo),
costruite in perfetta simmetria tra di loro. La prima comprende i capiîci!
1-34; la seconda i capitoli 36-66. Entrambe le parti si articolano in tre
tempi: primo, annotazioni biografiche (nella prima parte Socrate è seduto sui
suo lettuccio, accanto a iui è Santippe, intorno gli amici, e Critone com ia
sua premura affettuosa e le sue rac- comandazioni un poco inopporiune; nella
seconda parte Socrate si trova nuovamente sul suo Jettuccio con intorno gli
amici piangenti); secondo, ! M, VALGIMIGLI, intrcduzione a PLATONE, Fedone,
Laterza, Bari 1946, pp. 1-2. 349 La metodologia platonica dei dialogo
Distinzione tra dialoge e trattato Il ‘“Fedone’”: un’opera di pensiero e
concretezza Struttura simmetrica del dialogo Un dialogo tra amici su Socrate
Gli ultimi istanti della vita di Socrate La sopravvivenza dell'anima dopo la
morte Filosofia e musica: aftinità tra mitologia e filosofia dimostrazione
dell'immortalità dell'anima (nella prima parte con le pro- ve della
reminiscenza e della affinità dell'anima con la sfera delle Idee: nella seconda
parte con la prova dei contrari e della partecipazione del- l'anima al mondo
delle Idee); terzo, miti (nella prima parte, il mito della metempsicosi; nella
seconda parte, il mito della condizione delle ani- me dopo la morte). Il
dialogo .tra Socrate e i suoi amici, in :particolare con Simmia e Cebete, due
pitagorici, è collocato in un contesto più vasto, che ha come interlocutori
Echecrate e Fedone. Questi, ritornando ad Atene dopo il volontario esilio che
si era imposto dopo la morte del maestro, passa da Fliunte patria di Echerate,
il quale coglie l'occasione per chiedere all'amico come Socrate avesse
trascorso i giorni del carcere. Echecrate domanda informazioni a Fedone
riguardo agli ultimi mo- menti della vita di Socrate; più esattamente gli
chiede due notizie: — Come mai passò tanto tempo tra ‘la condanna e
l'esecuzione della pena? — Chi era presente alla morte di Socrate? ‘Alla prima
domanda Fedone risponde che la ragione del lungo inter- vallo fu la coincidenza
della condanna a morte di Socrate con la celebra- zione delle Delie, durante le
quali non si poteva dare esecuzione a nes- suna pena capitale. Alla seconda
domanda risponde che erano presenti alcuni ateniesi, tra cui Critone, due
forestieri, Simmia e Cebete, che pro- venivano da Tebe {cc. 1-2), e la moglie di
Socrate, Santippe. Poi Fedone passa a descrivere le prime vicende dell'ultimo
giorno: l'allontanamento sofferto ma deciso di Santippe da parte di Socrate
dalla prigione, e lo scioglimento di Socrate dalle catene. Quest'ultimo fatto
offre a Socrate lo spunto per introdurre il tema che gli sta a cuore, la
sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Stropicciandosi la gamba indo- lenzita,
Socrate pensa al singolare caso di due esseri i quali, pur essendo tra loro
contrari, piacere e dolore, non possono stare separati; e chi fa per inseguire
l'uno e lo prende, ecco che gli viene subito dietro anche l’altro, quasi ‘che
fossero legati insieme a un unico capo: cosicché, dice, se Fisopo ci avesse
posto mente, certo ne avrebbe composta una del. le sue favole. Allora si introduce
Cebete il quale chiede a Socrate: a proposito, com'è che da quando sei qui, ti
sei messo a musicare favole di Esopo e un poema ad Apollo? Me l’ha domandato
più volte anche l’amico Eveno. E tu digli la verità, gli risponde Socrate: più
volte nella vita passata mi apparve un sogno, ora in questo, ora in
quell’aspetto, e sempre mi di- ceva la stessa cosa: — O Socrate, componi ed
esercitati nella musica. — Ed io credevo in verità che il sogno mi incitasse a
quello che già facevo, ossia a filosofare, ritenendo appunto che la filosofia
fosse la più alta350 musica. Ma venuto qui sono stato assalito dal dubbio che
il sogno volesse intendere musica proprio nel significato usuale e comune del
termine; e allora mi parve bene obbedire comunque al sogno; e così composi un
inno ad Apollo e ho messo in musica alcune favole di Esopo? Dì, dunque,
all'amico Eveno, conclude Socrate, che questa è la ragione della mia
applicazione alla musica e alla poesia; e digli inoltre che « se è savio, mi
venga dietro al più presto ». Queste mie parole, insiste Socrate, non devono
sorprendere nessuno, perché tutti i veri filosofi desiderano di morire, anche
se non è loro consentito procurarsi la morte con ila propria mano. A questo
punto Cebete obietta: « Come dici, o Socrate, che far vio- lenza a se stessi
non è lecito, e d'altra parte che chi è filosofo possa avere desiderio di
andare dietro a chi muore? » L'obiezione interessa molto Socrate, anche perché,
a chi è sul punto di intraprendere il viaggio per il mondo di là, niente si addiceè
meglio che meditare intorno a questo viaggio. SEZIONE SECONDA (cc. 6-13) 2.
Immortalità dell'anima è Tesi di Socrate: Al filosofo è lecito desiderare la
morte Prima formulazione della tesi — Socrate risponde all’obiezione di Cebete
che per certi uomini e in certe circostanze è meglio morire che vivere, però è
loro vietato procurarsi la morte da se stessi perché « noi uomini siamo come in
una specie di carcere, e quindi non possiamo libe- rarci da noi medesimi e
tanto meno svignarcela », infatti: « Dei sono coloro che hanno cura di noi
uomini e noi siamo una delle cose in pos- sesso degli Dei » (c. 6). Obiezione
di Cebete — Appunto perché siamo nelle mani degli Dei non è lecito al filosofo
desiderare di morire. Si tratta infatti di una cosa assurda che una persona
saggia come il filosofo desideri sottrarsi al ser- vizio di coloro che sono i
migliori dominatori, dato che gli è impossi- bile provvedere meglio a se stesso
divenendo libero (c. 7). Seconda formulazione della tesi — Socrate risponde a
Cebete dando una formulazione più completa della sua tesi. Afferma che è lecito
desi- derare di morire perché egli crede che dopo la morte si va presso altre
divinità savie e buone, insieme a uomini morti migliori dei vivi. « Data questa
speranza, io non ho ragione di rammaricarmi alla pari di chi eguale speranza
non abbia; e anzi io sono pieno di fede che per i morti ? Platone accenna ad
una teoria che gli è molto cara: quella delle affinità tra mitologia e
filosofia: « C'è un “fare miti” o poetare che non contraddice propriamente al
“fare logoi” 0 filosofare, e anzi sono ambedue, in vario senso, più compiuto o
più limitato, un “fare musica”; e codesto far miti o poetare può dar luogo esso
al filosofare, e anche concludere il filosofare, quando in questo far logoi il
logos sia giunto a un punto estremo oltre il quale non può più avere
svolgimento senza mutarsi in mito » (Ibidem, pp. 4-5). Questo spiega perché
Platone accompagri sistematicamente le sue argomentazioni filosofiche con
immagini mitiche. Nel Fedone alle dimostrazioni dell'immor- talità dell'anima,
fa seguire il mito della metempsicosi e il mito della con- dizione delle anime
dopo la inorte. 351 I veri filosofi desiderano la morte Non è lecito ad alcuno
procurarsi la morte La vita Immortale in La vita ascetica del filosofo puro
ragionamento si rivela la verità Astrazione e contemplazione La morte è
indispensabile al raggiungimento della sapienza, verità e virtù qualche cosa ci
sia, e come anche si dice da tempo, assai migliore per i b i che per i cattivi»
(c. 8). Dimostrazione della tesi (cc. 9-13) — Al filosofo è lecito deside- rare
la morte, anzi, durante tutta la vita non si cura di nient'altro se mon di
morire ed essere morto, perché la morte è la separazione dell'anima dal corpo,
e questa separazione è desiderabile per tanti motivi: Primo motivo. Durante la
vita non vale la pena interessarsi del corpo, e questo per quattro ragioni: 1)
I piaceri del corpo sono troppo caduchi. Perciò « il filosofo in tutte le cose
sopra dette (mangiare, bere, vestire...) cerca di liberare quanto più può
l’anima da ogni comunanza col corpo, a differenza degli altri uomini » {c. 9).
2) Il corpo impedisce l’acquisto della sapienza. Vista e udito, che sono i
sensi più perfetti, non ci fanno conoscere niente di preciso e di sicuro, e
invece di farci conoscere la verità ci tirano in inganno. È solo nel puro
ragionamento che si rivela all'anima la verità. « L'anima ragiona con la sua
migliore purezza quando non la conturba nessuna di cotali sensa- zioni. Né
vista, né udito, né dolore e nemmeno piacere; ma tutta sola si raccoglie in se
stessa, dicendo addio al corpo; e, nulia più partecipando del corpo, né avendo
contatto con esso intende con ogni suo sforzo la verità » (c. 10). 3) Le idee
di giustizia, bontà, ecc. non possono essere percepite dal corpo; esse possono
essere percepite solo da chi « con purità perfetta massimamente si adoperi di
avvicinarsi a ciascun oggetto col solo pensie- ro, senza né aiutarsi, nel suo
meditare, con la vista o con altro senso [...] anzi astraendo, per quanto può,
da occhi e da orecchi e insomma da tutto il corpo, come quello che perturba
l'anima e non le permette di acqui. stare verità e intelligenza, quando abbia
comunanza con esso » (c. 10). « Fino a quando abbiamo il corpo e la nostra
anima è mescolata e con- fusa con un male di tal natura, noi non saremo mai
capaci di conqui- stare compiutamente quello che desideriamo e che diciamo
essere la verità » (c. 11) o « sapienza » (cfr. c. 11 più avanti). 4) I) corpo
stesso è causa delle inquietudini che lo tormentano: « Infinite sono le
inquietudini che il corpo sì procura per le necessità del nutrimento [...]
Guerre, rivoluzioni, battaglie, chi altri ne è cagione se non il corpo e le
passioni del corpo? » (c. 11). Secondo motivo. La morte è desiderabile perché
completa quella separazione tra anima e corpo che è indispensabile per il
raggiungimen- to della sapienza; separazione che il filosofo ha cercato di
attuare du- rante tutta la sua vita con l’ascesi di purificazione. La
purificazione con- siste nell'adoperarsi « in ogni modo a tener separata
l’anima dal corpo e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in se medesima
fuori da ogni elemento corporeo. Se il filosofo non desiderasse la morte com-
metterebbe una grande contraddizione, perché il filosofo è per ogni ri- spetto
in discordia con il corpoe ha desiderio di essere solo con la propria anima e
solo con la morte questo diviene possibile (c. 11; cfr. la bellis- sima
finale). Terzo motivo. La morte è necessaria non solo per raggiungere la verità
(o sapienza), ma anche per raggiungere le altre virtù: giustizia, fortezza e
temperanza. Solo i filosofi considerano la morte un bene; tutti gli altri la
mettono nel numero dei grandi mali. Per cui, fatta eccezione per 352 il
filosofo, tutti gli altri sono coraggiosi perché sono vili e hanno paura, sono
temperanti per la loro intemperanza, per paura di restar privi di certi
piaceri. Tutto quello che Socrate ha detto sulla desi- derabilità della morte è
vero solo a patto che l’anima sia immortale, ma molti uomini temono che, «
quand’ella sia distaccata dal corpo, non esista più in alcun luogo, e si guasti
e perisca il giorno stesso in cui l’uomo muore » (c. 14). :Perciò affinché sia
possibile accettare quello che Socrate ha detto sulla desiderabilità della
morte e sulla vita futura è necessario che Socrate provi prima che l’anima
seguita ad esistere quando l’uomo è morto, e poi che ella conserva potere e
intelligenza (c. 14). Socrate accetta la richiesta e adduce vari argomenti a
favore dell'immortalità dell'anima. 1) Il primo argomento è basato sulla
dottrina dei contrari — I con- trari (piacere-dolore, buono-cattivo,
vita-morte, caldo-freddo, etc...) si avvicendano in modo ciclico. Perciò i vivi
si generano dai morti e i morti dai vivi. Aspetto religioso dell'argomento.
Dottrina della metempsicosi: « C'è una antica dottrina che esistono colà anime
giuntevi di qui e che di là nuovamente tornano qui e che si rigenerano dai
morti nuovi esseri » {c. 15). Aspetto filosofico dell'argomento. Ogni essere
che ha il suo contrario, non da altro si genera se non da quello appunto che è
il suo contrario. « Ebbene, disse, al vivere c'è qualcosa di contrario, come
all'essere sveglio è contrario il dormire? Certamente, disse. E che cosa è?
L'essere morto, disse. E, dunque, questi due stati, se è vero che sono contrari
fra loro, non si generano così l’un dall'altro? [...] Senza dubbio » (c. 16). «
Dunque da ciò che è morto, o Cebete, si genera ciò che è vivo, e insomma dai
morti si generano i vivi? » — È chiaro, disse. — Dunque le nostre anime sono
nell’Ade. — Così pare (c. 16). Necessità di un perpetuarsi ciclico nel
passaggio da un contrario al- l'altro. « Perché non ci fosse tra gli esseri,
nel loro generarsi, una corri- spondenza perpetua degli uni con gli altri, come
se ruotassero in cerchio; e invece il processo generativo si svolgesse
esclusivamente da un essere al suo opposto, come in linea retta, e non girasse
più all'indietro verso il primo punto e non compisse il suo giro, tu capisci
bene che tutti gli esseri finirebbero con l'assumere la stessa forma e si
troverebbero nelle stesse condizioni e insomma cesserebbero di generarsi » (c.
17). « Se tut- te le cose che muoiono rimanessero in tale forma e non più
riprendessero il corso verso la vita, sarebbe necessario che alla fine tutto
fosse morto e più niente vivesse » (ib.). 2) Il secondo argomento è tratto
dalla dottrina della reminiscenza — Senza la preesistenza dell'anima la
reminiscenza è impossibile. La remi- 353 Argomenti a favore dell’immortalità
dell’anima I contrari si generano l’uno dall'altro Ciclicità della generazione
dei contrari Resistenza e reminiscenza: prove di immortalità fl ricordo delle
idee come criterio di giudizio Reminiscenza e perdita delle conoscenze alla
nascita Tutto ciò che è vivo si genera da ciò che è morto x niscenza non « è
possibile se l'anima nostra non esistesse già in qual. che luogo prima di
generarsi in questa nostra forma umana. Cosicché anche per questa via appare
che l’anima è qualcosa di immortale » (c. 18). Socrate distingue due modi di
reminiscenza: a) reminiscenza per contiguità; per esempio, vedendo la lira
dell’innamorato ci si ricorda del- la sua figura; b) reminiscenza per
somiglianza; per esempio, vedendo i’im. magine di Simmia, ci si ricorda della
sua persona. Poi, esaminando il se- condo tipo di reminiscenza {quello fondato
sulla somiglianza) trova che non è possibile giudicare della somiglianza tra varie
cose senza avere una idea universale di eguaglianza, dell’eguale in sé. Ma
questa idea dell’egua- le in sé non può essere ricavata dall'esperienza.
Infatti, nell'esperienza, le cose che giudichiamo eguali sono sempre difettose,
non sono perfette come l’eguale in sé. Ora per giudicare di questa discrepanza
tra l’eguale in sé e le cose eguali, colui che giudica « ha da essersi pur
fatta dapprima in qualche modo un'idea di quel tale essere a cui dice che la
cosa veduta s'assomiglia, ma rispetto alla quale è difettosa » (c. 19). «
Dunque prima che noi cominciassimo a vedere e a udire, insomma a far uso degli
altri sensi (cioè prima di nascere) bisognava pure che già ci trovassimo in
possesso della conoscenza dell’eguale in sé, che cosa realmente esso è, se poi
dovevamo, gli eguali che ci risultavano dalle sensazioni, ripor- tarli a
quello, e pensare che tutti quanti hanno una loro ansia di essere come quello,
mentre poi gli rimangono al di sotto » (c. 19). Questo si- gnifica che « prima
di nascere e subito dopo nati conoscevamo già non so- lo l’eguale e quindi il
maggiore e il minore, ma anche tutte insieme le al- tre idee; perché non tanto
dell’eguale stiamo ragionando ora, quanto anche del bello in sé e del buono in
sé e del giusto e del santo [...] » (c. 20). Il meccanismo della reminiscenza
viene spiegato nel modo seguente: « Acquistate delle conoscenze prima di
nascere noi le perdiamo nascendo; e poi, valendoci dei sensi relativi a certi
dati oggetti, veniamo recupe- rando di ciascuno di essi quelle conoscenze che
avevamo già anche pri- ma » (c. 20). Poi Socrate mostra che la reminiscenza è
l’unico modo di spiegare il fatto che noi non conosciamo immediatamente le idee
appena nati (cfr. c. 21). In conclusione: la reminiscenza delle idee postula la
preesistenza dell'anima. « Se veramente esistono questi esseri di cui an- diamo
ragionando continuamente e il buono, e il bello e ogni altro si- mile e a
ciascuno di questi riportiamo e compariamo tutte le impressioni che ci vengono
dai sensi riconoscendo che essi sono gli esemplari prima già posseduti dal
nostro spirito, non è necessario, per la stessa ragione onde questi esistono,
che anche esista la nostra anima prima ancora che noi siamo nati? » (c. 22).
Dimostrazione che l'anima continua ad esistere anche dopo la morte del cor po.
All’argomentazione di Socrate Simmia obietta: « Che cosa vieta che ella si
generi e si formi da qualche altra parte ed esista anche prima di giungere nel
corpo umano; ma che poi, quando vi sia giunta e se ne distacchi, allora finisca
anch'ella di esistere e si perda compiutamente? » (c. 23). Risposta di Socrate.
« Ebbene, o Simmia e Cebete, disse Sacrate, è dimostrato fin d'ora anche
questo: purché vogliate congiungere insieme il nostro presente argomento con
l’altro sul quale già ci mettemmo d'ac- cordo prima, e cioè che tutto ciò che è
vivo si genera da ciò che è morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è
necessario che, entrando 354 essa per la sua generazione nella vita, non da
altro si generi se non dalla morte e dall'essere morti; come non è parimenti
necessario che ella seguiti ad esistere anche dopo la morte, se è vero che deve
poi nuova- mente rinnovarsi? Ed ecco dunque che anche questo secondo punto ri-
mane dimostrato senz'altro » (c. 23). (Digressione sul fanciullo dentro di noi
[la parte irrazionale dell'anima che non vede il bene e tende solo al
piacevole], che si spaventa davanti alla morte) (c. 24). 3) Il terzo argomento
a favore dell'immortalità dell'anima è basato sulla semplicità del suo essere —
L'anima non è soggetta a decompo- sizione perché il suo essere non è composto,
ma semplice. Ora solo gli esseri composti sono soggetti a corruzione. L'anima è
semplice perché è costante, invariabile e invisibile. L'anima ha queste doti
perché è « congenere alle idee che sono costanti, invariabili e invisibili ».
Le idee sono invariabili. « L'eguale in sé, il bello in sé e insomma ogni data
cosa che è in sé, l'ente, c'è mai caso che patisca mutazione veruna? — No » (c.
25). Le idee sono invisibili. « Quelle che rimangono costanti non c’è altro
mezzo col quale le possa apprendere se non col pensiero e con la medita- zione:
perché quelle di questa specie sono invisibili e non si possono per- cepire con
la vista » (c. 26). Il corpo invece è mutevole e visibile perché è simile alle
cose sensibili. Per cui l’anima soggeita al cotpo « va errando qua e là e si
conturba e barcolla come ebbra » mentre l'anima indipen- dente dal corpo « se
ne va colà dov'è il puro, dov'è l’eterno e l’immuta- bile e l’invariabile... e
cessa dal suo errare, e rimane sempre invariabil- mente costante. fondato sulla
fun- 4) Il quarto argomento a favore dell'immortalità è è padrona del corpo.
zione dell'anima nei riguardi del corpo — L'anima Ora questa è una funzione
divina {(c. 28). 5) Il quinto argomento si basa sul fatto che neppure il corpo,
pure appartenendo alla sfera del corruttibile, si corrompe immediatamente,
perciò tanto meno potrà essere distrutta l'anima dalla morte, che appar- tiene
alla sfera dell'incorruttibile. « Ebbene dunque, se tale è l'anima, non se
n’andrà ella a ciò che le è simile, cioè, dico, all’invisibile, al divino, al-
l'immortale, all’intelligente, dove giunta potrà essere in realtà felice
[....]? » (c. 29)? 4. Metempsicosi Dopo aver provato l'immortalità dell'anima
del filosofo, Socrate espone la sorte che tocca ai filosofi e agli altri uomini
dopo la morte. ? Gli studiosi sono in disaccordo circa il numero delle prove
che Platone elabora nel Fedone: chi ne conta tre, chi cinque, chi otto. Però se
si tiene conto della struttura dialettica dell’opera, la quale esige che si
considerino le singole argomentazioni non come qualcosa di autonomo, completo e
defi- nitivo, ma come elemento di un unico tutto, allora si può ‘dar ragione a
chi ritiene che Platone, alla fin fine, sviluppi un'unica grande prova. Non
figura peraltro nel Fedone la prova della semovenza (cioè la prova fondata
sulla proprietà che ha l’anima di muovere se stessa e d’essere causa del
proprio agire), a cui Platone dà ampio risalto nel Fedro (cfr. B. Monpin, Corso
di storia della filosofia, cit., pp. 90-91). 355 Semplicità e immortalità
dell'anima L’anima Incontaminata ritorna agli dei L'arnlma contaminata è
nuovamente “incaîenata al corpo” La filesofia conduce agli dei La morte non è
per Socrate una sventura L'anima che durante la vita non è stata contaminata
dal corpo, cioè l'anima del filosofo, ritorna fra gli Dei. Quest'anima « si
diparte pura dal corpo; nulla del proprio conpo traendo seco, come quella che
nulla in vita, per quanto poté, volle avere in comune con esso e anzi fece di
tutto per fuggirlo e starsene tutta raccolta in sé medesima. L'anima che in
questa vita è stata contaminata dal corpo, alla morte « si parte dal corpo
contaminata e impura, come quella che fu sempre assieme col corpo e lo servì e
Io amò e si lasciò affascinare da esso, e cioè dalle sue passioni e dai suoi
piaceri » (c. 30). Quest'anima non può ritornare tra gli Dei, ma, vinta dalla
sollecitudine del corpo, « sarà tratta di nuovo in giù verso la ragione
visibile, per paura dell’invi- sibile, o, come dicono, dell’Ade; e se ne andrà
girando intorno alle tombe e ai sepolcri [...] fino a che, per l’insaziabilità
di quel corporeo che sempre l’accompagna, non è di nuovo incatenata in un
corpo» (c. 30). « Queste anime che durante la vita furono contaminate dal
corpo, si reincarneranno e assumeranno forme corporee diverse secondo le con-
suetudini diverse che ebbero in vita: così per esempio, quelli che furono
dediti a gozzoviglie o a violenze carnali, ecc. diventeranno asini e simili
bestie; altri che furono ingiusti o rapaci, diventeranno lupi e sparvieri e
così via » (c. 31). Conclusione. Per raggiungere gli Dei occorre mettersi sotto
la guida della filosofia. « La filosofia, prendendo ad educare la loro anima in
tali condizioni (la condizione di essere «incollata al corpo e costretta ad
indagare la verità attraverso questo, come attraverso un carcere »), cerca a
poco a poco di guidarla e addirittura si adopera di liberarla dal corpo » (c.
33). Sotto la guida della filosofia «l'anima cerca di conquistare la propria
serenità da codeste passioni, seguendo il razio- cinio e in esso persistendo
ininterrottamente, attendendo alla contem- piazione del vero, del divino e di
ciò che non è soggetto all'illusione dei sensi. Quando Socrate ebbe finito di
parlare domandò se ci fosse qualche manchevolezza nei suoi ragionamenti. Simmia
risponde che ha dei dubbi, ma non osa manifestarli « per la preoccupazione che
potesse riuscirgli fastidioso questo domandare in un momento così malaugurato
». Socrate protesta che se è così, cioè se è vero che hanno paura di fargli
delle do- mande, vuol dire che non è ancora riuscito a convincere i suoi amici
che egli non reputa sventura la sua condanna a morte, e che essi lo riten- gono
da meno dei cigni, i quali, con un canto più lungo e più bello, sanno predire,
quando si avvicina la morte, che andranno al Dio, di cui sono devoti. Ma «
anch'io credo di essere compagno di servizio coi cigni e sacro al medesimo
Iddio (Apollo) e di avere avuto dal Dio Signore non meno di loro l'arte della
divinazione; e perciò anche credo di potermi allontanare dalla vita con non
minore letizia » (c. 35). 356 (cc. 36-66)
(cc. 36-40) 1. Le obiezioni di Simmia e Cebete Obiezione di Simmia —
Simmia osserva che tutto quello che Socrate ha detto riguardo all'anima e al
corpo si può ugualmente dire dell’ac- cordo e della lira; anche l'accordo, come
l’anima, è invisibile, incorporeo, bello, divino; anche la lira come il conpo è
visibile, corporea, terrena, e insomma congenere del mortale. Possiamo noi
ammettere, secondo il tuo ragionamento, che, rotta la lira, possa seguitare ad
esserci l'accordo? Ora, l’anima è una specie di accordo degli elementi che
costituiscono il corpo; e dunque se il corpo, che è condizione indispensabile
per l’esistere dell'anima, verrà meno, anche l’anima necessariamente, per
quanto di- vinissima, dovrà venir meno; e anzi verrà meno prima del corpo, che
durerà ancora per qualche tempo, fino a che non sia arso dal fuoco o consumato
dalla putredine. Obiezione di Cebete — Cebete dice che Socrate, con l'argomento
della reminiscenza non ha fatto un passo avanti nella dimostrazione
dell'immortalità. Ha dimostrato che l’anima esiste già prima del nostro
nascere; ma che ella seguiti a vivere eternamente, questo non pare an- cora
dimostrato. Non già che egli sia d'accordo con Simmia, perché crede che l'anima
è più resistente del corpo: ma questo non basta a dimostrarne l'immortalità.
Facciamo un esempio: chi dura più a lungo, il tessitore o il suo mantello?
Chiaro, il tessitore. Infatti egli consuma diversi mantelli e rispetto a questi
mantelli si può dire che egli è morto dopo. Però se il tessitore è morto non si
può provare che egli è ancora vivo portando come prova che l’ultimo mantello
che si era tessuto e portava non è ancora consumato. Applichiamo questo esempio
alle relazioni tra l'anima e il corpo. L'anima può via via consumare e
ritessere sopra di sé più corpi, come il tessitore più mantelli; e un giorno
che ella venga a morire avrà sopra di sé l’ultima sua tessitura e morirà prima
di questa. Si può quindi concedere che sopravviva a più corpi, ma chi potrà mai
avere coscienza che il proprio corpo non sia precisamente l’ultima tessi- tura
della propria anima, e con codesto, anzi prima, muoia anche la sua anima? Ecco
perché io dico che sulla soglia della morte ognuno ha ragione di temere che in
quel momento avvenga anche per la sua anima l'estrema dispersione e distruzione
(c. 37). Gli argomenti di Simmia e di Cebete fanno molta impressione sugli
astanti che sono presi da un certo senso di scoraggiamento e temono che la
immortalità dell'anima non sia dimostrabile (c. 38). Allora Socrate li
ammonisce contro la malattia della misologia (cioè dell’avversione al
ragionamento) e raccomanda Îoro di « non diventare misologi come si diventa
misantropi. Perché non può capitare a uno peggior guaio di questo, che gli
vengano in odio i ragionamenti » {c. 39. Vedi la bellissima spiegazione
dell’origine della misantropia). Se un argomento appare una volta vero e
un'altra falso non è colpa sua: il ragionamento rimane sempre lo stesso, o vero
o falso. La colpa è solo di chi ragiona o meglio della sua imperizia nell'arte
del ragionare. E sarebbe molto pietoso se « per piacere di liberarsi dal
tormento di si- 357 Argomento di Simmia: l’accordo e la lira come l’anima e il
corpo Argomento di Cebete: l’anima è più resistente del Corpo, ma non
necessariamente eterna; il tessitore e il suo mantello Sopravvivenza, ma non
eternità Socrate contro la misologia che distrugge il sano ragionamento
L’imperizia nell’arte di ragionare La tesi di Simmia non spiega il vizio e la
virtù C'è contrasto tra anima e corpo Socrate e i naturalisti; come spiegare
l’eguale esito dei processi contrari? mile alternativa, egli finisse col
respingere da sé quella che è unicamente sua colpa e la gettasse addosso ai
ragionamenti stessi, e così ormai seguitasse tutto il resto della sua vita,
odiando e maledicendo ogni ra- gionamento, e si privasse della conoscenza e
della verità di ciò che real- mente esiste » (c. 39). Quindi, conclude Socrate,
le obiezioni di Simmia e Cebete « non devono scoraggiare più voi di quello che
turbino me, e io non ne sono certamente turbato perché non mi preoccupo tanto
di fare apparire vero a voi quel che dico, quanto che apparisca vero a me prima
che ad ogni altro, diversamente dai sofisti che non si curano già dove sia la
verità in ciò di cui stanno ragionando bensì di fare apparire vere a chi
discute con loro le questioni che essi stessi pongono » Secondo Socrate l’obie-
zione di Simmia, basata sulla concezione dell'anima come epifenomeno del corpo,
non regge per tre motivi: a) Essa mette Simmia in contraddizione con se stesso,
perché egli accetta l'argomento della reminiscenza e sostiene allo stesso tempo
che l’anima non è altro che l'accordo degli elementi del corpo. Ora chi accetta
l'argomento della reminiscenza deve ammettere che l’anima esi- ste prima del
corpo mentre chi concepisce l'anima come accordo deve negare che l’anima esista
prima del corpo (come l’accordo non può esi- stere prima delle corde della
lira) (c. 41). b) L'anima non può essere concepita come accordo, perché in tal
caso non si potrebbe spiegare cos'è il vizio e la virtù; perché, in tal caso si
dovrebbe dire che la virtù è un accordo di un accordo ed il vizio un di-
saccordo di un accordo. Se l’anima è per definizione un accordo, « nessu- na
anima pcetrà avere più di un'altra né disaccordo né accordo e ancora se questa
è la sua condizione, nessun'anima potrà avere più di un’altra né vizio né
virtù, ammesso che vizio è il disaccordo e virtù è accordo. L'anima non può
essere concepita come accordo, perché tra anima e corpo non c'è accordo, ma
disaccordo, contrasto, lotta, guerra. « Per esempio, nel corpo c’è arsura e
sete, e l’anima lo tira, ai contrario, a non bere; c'è fame, e l’anima lo tira
a non mangiare, e così in mille aitri casi in cui vediamo che l’anima si oppone
alle passioni del corpo » (c. 43). Risposta all'’obiezione di Cebete — Passando
alla obiezione di Cebete, Socrate dice che in sostanza Cebete domanda che sia
dimostrato che l'anima nostra è indistruttibile ed immortale {c. 44). « Non è
cosa da poco, o Cebete, quello che cerchi; bisognerà rifarsi a ricercare in
genere la causa della generazione e della corruzione delle cose. Ora io ti dirò
a questo proposito, se vuoi, quello che è capitato a me e se qualche cosa di
quello che sono per dirti ti sembrerà utile potrai usarne. All’inizio Socrate
seguì i naturalisti. « Quand’erc giovane fui preso da una vera passione per
quella scienza che chiamano indagine della na- tura ». Ma poi « finii col
persuadermi che a questa specie di indagini io 358 ero nato assai meno di ogni
altro. E a persuadertene basterà questo. Che quelio che già prima sapevo con
chiarezza [...] ecco che allora, per effetto di queste ricerche mi si abbuiò
totalmente cosicché disimparai anche quello che prima credevo di sapere [...] »
{c. 45). Il problema che tormen- tava Socrate e a cui i naturalisti erano
incapaci di dare una risposta era come sia possibile con due processi contrari
(per es., sottrazione e addi- zione) ottenere lo stesso risultato (per esempio
si può ottenere con l'addizione di due unità e con la divisione di 4 in due
parti eguali) e come una stessa cosa possa essere chiamata a volte grande e a
volte piccola. Poi si entusiasmò per Anassagora. « Ma udito una volta un tale
leggere da un libro, come egli diceva, di Anassagora, e dire che dunque c'è una
Mente ordinatrice e causa di tutte le cose, io mi rallegrai di questa causa, e
mi parve, secondo un mio modo, che questo porre Ja Mente come causa di tutto,
convenisse sommamente. Presi con grande sollecitudine quei suoi libri, mi misi
a leggerli con la maggior rapidità, perché volevo, con la maggior rapidità,
conoscere il meglio e il peggio » {c. 46). Ma Socrate restò deluso da
Anassagora, quando si accorse che anziché attribuire alla causalità della Mente
l'origine delle cose, la attribuiva alle cose mate- riali. « Ed ecco, invece, o
amico, che da così alta speranza io mi sentivo cadere giù e portar via man mano
che, procedendo nella lettura, vedevo quest'uomo non valersi affatto della
Mente, non assegnarle alcun prin- cipio di causalità nell'ordine dell'universo,
bensì presentare come cause e l’aria e l'etere e l’acqua e altre cose, e tutte
quante fuori di luogo; e mi parve fosse proprio lo stesso che se uno, pur dicendo
che Socrate tutto quello che fa lo fa con la mente, quando poi si provasse a
determi- nare.le cause delle cose che io faccio, incominciasse col dire che
ora, per esempio, io sono qui seduto per il fatto che il mio corpo è composto
di ossa e nervi [...] senza curarsi affatto di dire quelle che sono le cause
vere e proprie: e cioè che, siccome agli Ateniesi parve bene votarmi contro,
per questo anche a me è parso bene restarmene a sedere qui, e ho ritenuto mio
dovere non andarmene via [ ...]}. Ma chiamar cause ragioni di questo genere non
ha a che fare assolutamente. Ché se uno dice che io, senza avere di codeste
cose e ossa e nervi e tutto quello che ho non sarei capace di fare quello che
mi sembra di dover fare, sta bene, costui dirà il vero. Ma dire che queste sono
la causa per cui io faccio quelio che faccio, e dire ai tempo stesso che io
opero con la mente, ma senza che ci sia per mia .parte la scelta dei meglio,
questo in verità è il più grossolano e insensato modo di parlare. Questo
significa essere incapaci di discernere «che altro è la causa (aition) vera e
propria, altro quella cosa senza cui la causa non potrà mai essere causa » (c.
47), ossia altro è la causa e altro è la condizione necessaria. Ora questa è
precisamente una distinzione che Anassagora non era riuscito a vedere. La
ricerca della vera causa condusse Socrate alla scoperta della dot- trina
{ipotesî) delle « idee » Disgustato di
Anassagora, Socrate abban- donò la filosofia dei naturalisti e si mise alla
ricerca della vera causa, e disse che per trovarla dovette rifugiarsi nei
concetti (logoi) e « consi- derare in essi la realtà delle cose esistenti » {c.
48). «Io mi misi dunque per questa via; e assumendo caso per caso come vero
quel concetto che io giudicassi più sicuro e più saldo, ie cose che a questo
concetto mi par- vero accordarsi, queste ritenevo come vere, sia rispetto alla
causa, sia rispetto a tutte ie altre questioni; quelle che no, io ritenevo come
non 359 Socrate come Anassagora: le cose sono originate dalle cose materiali e
non dalla mente Distinziene tra causa e origine delta causa in quanto fale La
ricerca della vera causa nei concetti La presenza 0 comunanza delle cose al suo
concetto La dottrina delle Idee spiega l’essere e il divenire Apparente
contraddizione della tesi sulla teoria delle idee con l'argomento contro Cetete
Occorre distinguere i contrari nelle cose dai contrari in sé Le cose
nartecipano dei contrari, ma non sono necessariamente contrarie in sè vere. Ma
voglio chiarirti meglio ciò che intendo dire, perché penso che tu ora non
capisca » (c. 48). Socrate passa quindi a dimostrare apertamente qual è la
specie di causa che si è costruita. « Poniamo dunque che esista, (si tratta
quindi di un'ipotesi) un bello in sé, un buono in sé, un grande in sé, e così
via: le quali cose se tu mi concedi e ammetti che esistano realmente io ho
speranza, movendo da queste di scoprire la vera causa e di dimostrarti che
l’anima è immortale ». Infatti, ammesse le Idee, Socrate trova che esse sono la
vera causa. « A me pare infatti che, se c'è cosa bella all'infuori del bello in
sé per nessuna altra ragione sia bella se non perché partecipa di codesto bello
in sé. E così dico naturalmente di tutte le altre cose [....]. Niente altro fa
sì che quella tale cosa sia bella se non la presenza o comu- nanza di questo
bello in sé (e ekeinu tu kalù eite parusia eite koinonia) o altro modo
qualunque onde codesto bello le aderisce. Perché io non insisto affatto su
questo modo, e dico soltanto che tutte le cose belle sono belle per il bello »
(c. 49). La dottrina delle Idee spiega non solo l'essere delle cose finite, ma
anche il loro divenire. Infatti, dice Socrate, una data cosa si genera in
quanto viene a partecipare di quella essenziale realtà che è propria di quella
data idea onde essa partecipa; e così nei casi sopraddetti, tu non hai altra
causa da addurre di codesto diventar due, se non la parteci- pazione alla
dualità, e che di questa dualità bisogna che partecipino tutte ie cose che sono
per diventare due e dell'unità le cose che sono per diventare uno » {c. 49).
C'è però una difficoltà: come si spiega con la teoria delle Idee che la stessa
cosa è chiamata grande e piccola (ad esempio, Socrate è chia- mato grande
rispetto a Cebete e piccolo rispetto a Simmia)? Socrate ri- sponde che ia difficoltà
è puramente verbale. In realtà « non solo la grandezza non vuole mai essere
grande e piccola al medesimo tempo, ma altresì la grandezza che è in noi non
vuole mai accogliere la picco- lezza e tanto meno esserne superata: e allora
delle due l'una o fugge o cede il posto, quando il suo contrario, la
piccolezza, le si avvicina, o addirittura quella sopravvenendole perisce; ma di
restar ferma aì suo posto e ricevere in sé la piccolezza, e essere diversa da
ciò che era prima, questo non vuole assolutamente » {c. 50). Qui pare però che
Socrate si contraddica con quello che aveva affer- mato prima riguardo ai
contrari, cioè che un contrario genera l’altro e Cebete fa presente a Socrate
la difficoltà. Socrate chiarisce la difficoltà facendo vedere che essa deriva
da un semplice malinteso: « Prima non si ragionava dei contrari, ma delle cose
che hanno in sé i contrari (alle quali per questo si dà pure il nome di
contrari). Ora parliamo dei con- trari in sé che noi riteniamo non vorranno mai
accettare di generarsi gli uni dagli altri » (c. 50). Ultima dimostrazione
dell'immortalità dell'anima (cc. 52-56) — Ora Socrate applica la dottrina che
due contrari non possono partecipare l’uno dell'altro, (perché si oppongono e
si escludono; e nel caso che so- pravvenga l’altro contrario il primo deve
allontanarsi o perire) a quelle cose che non sono contrarie (solo le Idee si
possono chiamare propria- mente contrarie) ma partecipano essenzialmente dei
contrari {per esem- pio la neve e il fuoco non sono contrari, ma partecipano
essenzialmente del freddo e del caldo che sono contrari). Tali cose quando
sopravviene l’altro contrario non possono riceverlo, 360 ma'devono 0
allontanarsi o perire. Così, per esempio, la neve partecipa essenzialmente del
freddo. Se sopravviene il caldo essa deve o allontanarsi o perire. Infatti,
poiché partecipa essenzialmente del freddo, essa non può più essere neve se
perde il freddo. Ciò che è essenziale non può essere ab- bandonato senza
perire. Questo è precisamente il caso dell'anima. L'anima non è un contrario
(perché non è un'Idea) ma partecipa essenzialmente ad uno dei contrari (la
vita). Per cui l’anima, quando sopravviene l’altro contrario (la morte), deve o
allontanarsi o perire. Secondo Socrate l’anima non può perire perché
incorruttibile. Cebete concede che bisogna am- mettere non solo che l’anima è
immortale (cioè non soggetta al contrario della vita, la morte) ma anche che è
imperitura, perché se si ammette che « l'immortale che è eterno si corrompa »
sarebbe impossibile poter cre- dere che nel mondo esista alcunché di
incorruttibile (cc. 52-55 a). 3. Conclusione Non solo Dio e l’Idea della vita
sono incorruttibili e imperituri, ma anche l’anima. « E quindi se la morte si
abbatte sull'uomo, la parte di lui che, come sembra, è mortale, muore: la parte
che è immortale, se ne va via salva e incorrotta sfuggendo la morte » (c. 56).
; Simmia però non è completamente pago della dimostrazione di So- crate. Questi
gli dà ragione perché « quelle nostre prime ipotesi (le Idee), se anche non sono
a te e agli altri cagione di dubbio, gioverà in ogni modo, per ragione di
sicurezza, riesaminarle da capo » (c. 56). Però Socrate ritiene che se anche le
prove non sono del tutto convincenti, l’a- nima è senza dubbio immortale. Dopo
l'esposizione del mito meraviglio- so del giudizio delle anime dei morti e la
descrizione della terra ideale, Socrate conclude: « Certo, ostinarsi a
sostenere che le cose siano proprio così come io le ho descritte non si addice
a uomo che abbia senno; ma che sia così o poce diverso da così delle anime
nostre e delie loro abitazioni dopo che s'è dimostrato che l’anima è immortale,
sostenere questo mi pare che si addica e anche si possa avventurarsi a crederia
» (c. 63). Quanto a sé. conclude Socrate serenamente e solennemente, egli non
ha nulla da temere perché « timori per la propria anima non deve avere chi
nella vita disse addio ai piaceri del corpo e ai suoi ornamenti, sa- pendo che
gli sono estranei, e persuaso che più gli possono far male che bene; e si curò
invece dei piaceri deli'apprendere, e l'anima adornando non di ornamenti a lei
alieni, ma di quelli suoi propri, temperanza, giu- stizia, fortezza, libertà,
verità, attende così preparato l'ora del suo viaggio all’Ade, pronto a pigliare
la sua strada appena il! destino lo chiami » {c. 63). SEZIONE TERZA (cc. 57-66)
4. Il mito delle anirne dopo la morte « Ebbene, o amici, questo se non altro,
sarà bene sia chiaro nella mente: che se l’anima è immortale essa ha il diritto
che se ne abbia cura; né solo per questo spazio di tempo che chiamiamo vita, ma
per sempre e che ormai, dopo quel che s'è detto, anche il pericolo, a chi non
ne abbia 361 L’anima partecipa a uno dei contrari: la vita Incorruttibilità e
immortalità Non teme ia moris chi ha vissuto bene la vita Avere cura per l’anima
che è immortale Sosmogratia pitagorica, dicotomia plaionica e mito della
caverna Ultime parole dii Socrate cura, dovrà apparire assai grave. Infatti, se
la morte fosse una libera- zione da ogni cosa, gran fortuna sarebbe per i
trisii, morendo, sentirsi liberi non solo dai corpo, ma, nello stesso tempo,
insieme con l'anima anche delia loro tristezza. Ma ora che l’anima ci si è
rivelata immor- tale, nessuno scampo essa potrà avere dai mali, né alcuna
salvezza, se non in quanto diventa il più possibile virtuosa ed intelligente.
Perché nient'altro l'anima ha seco, andando all’Ade, all'infuori della sua cul-
tura e dei suo costume, che è ciò appunto come dicono che grande- mente giova o
nuoce a chi muore, subito al principio del suo viaggio all’al di là » (c. 57).
5. Figura e dimensione delia terra (cc. 58-61) Questi capitoli sono importanti
per tre motivi: a) sono un docu- mento molto interessante per la conoscenza
cella cosmografia pitagorica: ia terra non è piatta (come dicevano gli Ionici),
ma sferica; è molio gran- de ed è collocata nel mezzo dell'universo; b) Platone
vi espone la distin- zione fondamentale tra mondo sensibile ed intelligibile,
tra la nostra terra e la terra ideale; c) c'è infine una chiara allusione al
mito della caverna (cfr. c. 58, 109c - ii0 Db). 8. La morte di Socrate (cc.
64-66) Ultime parole di Socrate: « O Critone, disse, noi siamo debitori di un
gallo ad Asclepio: dateglielo e non ve ne dimenticate. Il significato di questa
ingiunzione è il seguente: chi guariva da una malattia, in segno di gratitudine
usava offrire un gallo ad Asclepio (detto anche Esculapio), il dio della
medicina. Ora, essendo per Socrate l’esistenza corporale una malattia e la
morte una guarigione ed una liberazione, è quindi giusto che morendo si mostri
grato ad Esculapio. Intanto la cicuta che Socrate aveva bevuto da poco,
comincia a produrre il suo effetto letale. Tutti intorno scoppiano in lacrime.
Socrate si corica sul suo lettuccio e poco dopo muore. Critone gli chiude le
labbra e gli occhi. « Questa, o Eche- crate — soggiunse Fedone — fu la fine
dell'amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo
il migliore; e senza paragone il più savio e il più giusto ». QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE + Che senso ha la vita per Socrate? . Che valore assegna
Platone alla conoscenza intellettiva? . Come giustifica il valore assoluto
della conoscenza intellettiva? . Quali sono le principali prove
dell'immortalità dell'anima? . Come formula la prova basata sulla reminiscenza?
. Come formula la prova basata sulla « parentela » o affinità dell'anima con il
mondo delle Idee? 7. Come formula la prova basata sulla partecipazione
dell'anima all’Idea della Vita, ossia al contrario dell’Idea della Morte? 8.
Quali sono le obiezioni di Simmia e Cebete alla tesi di Socrate? 9. Che valore
annette Socrate alle sue argomentazioni? 10. Confrontare le prove del Fedone
con quella del Fedro. SAAWwWNA 362 11. Che rapporto pone Platone tra
immortalità dell'anima e la teoria delle Idee? 12. In che cosa consiste il mito
della metempsicosi? Sviluppare la conce- zione platonica dei rapporti tra mito
e filosofia. 13. Su quali ragioni fonda Platone la dottrina delle Idee nel
Fedone? 14. Quali sono le implicazioni etiche della dottrina della immortalità
del- l'anima? — Illustrare l'ascesi platonica: rapporti tra teoria e prassi.363
A Cartesio si deve l'impostazione della filosofia moderna Le quattro
caratteristiche presentate nell’opera sono: autonomia, gnoseologia, metodo e
antropocentrismo Obiettivo di realizzare una scienza universale e rigorosa li.
IL « DISCORSO SUL METODO » Cartesio (René Descartes, 1596-1650) 1. Origine
dell’opera Cartesio è universalmente riconosciuto come il padre della filosofia
moderna. A lui in effetti spetta il merito d'aver dato a quest'ultima i li-
neamenti che la caratterizzano: autonomia della filosofia rispetto alla
teologia; orientamento spiccatamente gnoseologico anziché metafisico: il primo
e massimo problema da risolvere è quello della conoscenza, del suo valore e
della sua portata; preoccupazione per il metodo: per dare solidità e organicità
alla ricerca filosofica occorre valersi di un metodo sicuro e rigoroso;
attenzione per l’uomo, che ora viene posto al centro di tutte le ricerche e di
tutte le cose: dal teocentrismo si passa all’antro- pocentrismo. Il « manifesto
» della nuova filosofia è la prima importante opera filo- sofica di Cartesio,
Discorso sul metodo. In questo breve e tuttavia ri- voluzionario saggio, si
annunciano chiaramente i quattro lineamenti ca- ratteristici della filosofia
moderna: autonomia della filosofia, orientamento gnoseologico, interessamento
per il metodo, antropocentrismo. Cartesio aveva avvertito la necessità di
rinnovare lo studio e l'insegna- mento della filosofia ancora quando
frequentava la scuola dei gesuiti a Parigi. Ma un piano preciso di revisione
gli si presentò alla mente per la prima volta nel 1619 durante una visione.
Allora Cartesio, che si era arruolato con le schiere degli imperiali (era
scoppiata da poco la Guerra dei Trent'anni), si trovava in Germania. All’inizio
dell'inverno, dove si erano fermati a svernare, « non trovando alcuna
conversazione che lo svagasse, e non avendo d'altronde né preoccupazioni né
passioni che lo turbassero, restava tutto il giorno solo accanto ad una stufa,
dove aveva tutto l’agio di intrattenersi con i suoi pensieri ». Ed ecco,
appunto, a risultato della assidua e profonda meditazione, la visione. Gli
comparve l'Angelo della Luce e gli fece comprendere che il metodo matematico
che aveva adoperato con tanto profitto nelle studio dell'algebra e della
geometria era un metodo valido per tutte le scierize, compresa la filo- sofia.
Di qui la risoluzione di Cartesio di tradurre in realtà la « scoperta mirabile
»: si propose di elaborare una scienza universale dotata di quella rigorosità,
certezza e precisione tipiche della matematica. Per alcuni anni lavorò
all'applicazione della matematica alla fisica, facendo vedere che « la fisica,
la quale fino al suo tempo era ancora unita alla medicina e alla filosofia si
poteva tradurre in numeri ». Più tardi cercò di compiere la stessa impresa
anche per la filosofia: Dio e gli angeli, i misteri del tempo e dello spazio,
delle piante e degli animali, le complicate relazioni sociali, anche quella
creatura complessa e sfuggente che è l’uomo, dove- vano essere tradotte in idee
chiare e distinte come se si trattasse di quan- 364 tità matematiche. « Tutte
le scienze », scrive Cartesio, « sono legate tra loro da una catena; non è
possibile afferrare alcuna di loro senza aver compreso le altre e pertanto
senza abbracciare contemporaneamente tutta l'enciclopedia del sapere ». E
ancora: « Tale scienza dovrebbe in- cludere tutti i primi rudimenti della
ragione umana, e il suo dominio dovrebbe estendersi fino a comprendere la
conoscenza di tutte le cose ». Pertanto, il mondo e qualsiasi conoscenza sono
raggiungibili col nuovo metodo. Per quanto Cartesio ascriva la sua « mirabile
scoperta » ad una visione (a qualcosa di imprevisto, subitaneo e in certa
misura soprannaturale), in effetti non si trattava di un'idea priva di
precedenti. Uno dei suoi pro- fessori al collegio dei gesuiti, padre Clavius,
ch'egli stimava e apprezzava moltissimo se n'era fatto già da tempo convinto
assertore. Nelle sue Opere matematiche; stampate nel 1611, aveva scritto: « Le
discipline matematiche dimostrano e giustificano con le più solide ragioni
tutto ciò che è oggetto di discussione, cosicché esse producono effettivamente
la scienza e scacciano dalla mente dello studente qualsiasi dubbio. La stessa
cosa non si può assolutamente affermare delle altre scienze, nelle quali molto
spesso la mente resta incerta e dubbiosa circa il valore delle con- clusioni,
talmente numerose sono le opinioni e contrastanti i giudizi. I teoremi di
Euclide come pure quelli degli altri matematici, oggi sono ancora così veri,
sicuri nei loro risultati, solidi nelle loro dimostrazioni, come erano molti
secoli orsono [...] Ora, siccome le discipline matema- tiche sono così
completamente assorbite dall'amore e dal culto della verità, che nel loro ambito
nulla di falso viene recepito e neppure ciò che è meramente probabile non si dà
alcun dubbio che tra le varie scienze il primo posto spetta alla matematica ».
Queste teorie del padre Clavius erano certamente note a Cartesio, il quaie le
fece sue. Un po’ alla volta esse fermentarono nella sua mente fino ad esplodere
nella celebre visione del 1619. Come s'è detto, Cartesio in un primo tempo
effettuò l’applicazione del metodo matematico alle scienze sperimentali e poi,
in un secondo tempo, alla filosofia. Dopo una decina d'anni di ricerche
ininterrotte un nuovo sistema cominciò a delinearsi con chiarezza nella sua
mente, un sistema che si distingueva nettamente sia da quello di Platone come
da quello di Aristotele e degli Scolastici. Nel 1628 Cartesio si sentiva ormai
così sicuro di sé che non esitò a prendere parte ad una discussione pub- blica,
tenuta a Parigi alla presenza del nunzio pontificio, il cardinale Berulle, e di
padre Mersenne, con alcuni dei massimi filosofi e scienziati del tempo. Con le
sue istanze di chiarezza, rigorosità e precisione in materia di metodo,
Cartesio impressionò profondamente il Berulle, il quale lo invitò a mettere per
iscritto le sue teorie per controbattere gli argomenti degli scettici e degli
atei. Cartesio aveva portato a compimento una vasta opera di fisica e di
filosofia, intitolata /l Mondo, ma la notizia della condanna di Galileo lo
indusse a non procedere alla sua pubblicazione. Da essa stralciò tre trattati
(Diottrica, Meteore e Geo- metria), ai quali appose come introduzione il
Discorso sul metodo, e li consegnò alle stampe nel 1637. Il piano di
quest’ultima opera era già stato definito l’anno precedente. Nel marzo del 1636
Cartesio ne aveva dato l'annuncio all'amico Mer- senne con queste parole: «
L’opera comprenderà quattro trattati, tutti in francese, e il titolo generale
sarà: Progetto di una scienza universale che 365 La connessione tra le scienze
Primato epistemologico delle discipline matematiche Metodo matematico dalle
scienze sperimentali applicato alla filosofia La chiarezza cartesiana a
servizio del dibattito teologico Il ‘‘Discorso’’ come proposta e come pratica
Divisione dell’opera in sei parti possa elevare la nostra natura al più alto
grado di perfezione. Più la Diot- trica, le Meteore e la Geometria: in cui le
più curiose materie, scelte per prova della Scienza universale proposta
dall’Autore, sono spiegate in modo che possano essere intese anche da coloro
che non le hanno mai studiate ». Seguiva un sommario delle materie studiate nei
tre saggi. Quando Cartesio così scriveva a Mersenne, non aveva ancora steso
tale parte preliminare. La compose invece alcuni mesi dopo, nello stesso anno,
in autunno, secondo l'attestazione ch'egli ci fornisce alla fine della III
Parte del Discorso. 'In una sua lettera al padre Vatier confessa ch'egli finì
di scrivere il Discorso mentre, essendo già composto tutto il resto, il libraio
pressava perché gli mandasse quella parte. La quale, è da sup- porre, soltanto
allora venne fuori col titolo, che poi mantenne, di Discorso sul metodo.
Intanto, quando nel marzo del 1637 Mersenne ricevette il pacchetto delle bozze
del volume completo, dovette meravigliarsi di non trovare il preannunciato «
quarto trattato », ma semplicemente un « discorso » e ne scrisse a Cartesio, il
quale così gli rispose: « Non capisco bene ciò che voi obiettate riguardo al
titolo: io non ho messo Trattato, ma Discorso, ch'è come dire Prefazione o
Avvertenza, e ciò perché fosse chiaro ch'io del metodo non pretendo di offrire
una trattazione da insegnare agli altri ma soltanto di parlarne (come di
esperienza personale): perché, come si vede anche da ciò che vi ho detto, esso
consiste più nella pratica che nella teoria, e vi ho inserito qualcosa di
metafisica, di fisica e di medicina per mostrare che tal metodo si estende a
ogni sorta di materie ». Ottenuta l'autorizzazione del re per il libraio, il
volume poté finalmente uscire recando nel frontespizio la dicitura stabilita: «
Discours de la Méthode pour bien conduire la raison, et chercher la vérité dans
les sciences ». 2. Divisione e sintesi dell’opera In apertura del Discorso
Cartesio stesso fornisce al lettore una lucida divisione dell'opera. Essa
consta di sei parti le quali trattano nell'ordine: I. L'esperienza scolastica
di Cartesio e il suo giudizio sulle varie di- scipline studiate al collegio dei
gesuiti. II. Le principali regole del metodo. III. I principi fondamentali
della morale. IV. II dubbio metodico e i fondamenti della metafisica, Dio e
l’anima umana. V. Il corpo umano, spiegazione del movimento del cuore, la
differenza che passa fra l’anima umana e quella delle bestie. VI.
Considerazioni sul progresso delle scienze e motivazioni per la pubblicazione
dell’opera in lingua francese anziché in latino. Gli uomini, che pure sono
tutti eguali in fatto di intelligenza (che Car- tesio chiama « buon senso » o «
ragione »), ottengono tuttavia risultati diversi a seconda del metodo
adoperato. Di qui l’importanza capitale del metodo. Ma i metodi finora usati
non sono affatto buoni; per questo i ri- sultati conseguiti sono stati quasi
sempre meschini. Cartesio informa il lettore di avere scoperto un metodo
particolarmente efficace e perciò ha deciso di renderlo pubblico, non con lo
scopo di insegnare a tutti come devono condurre la propria ragione ma soltanto per
mostrare agli altri come egli abbia condotta la sua (pp. 7-10). 2. La storia
della propria educazione e l'utilità dello studio delle materie sco- lastiche
(pp. 10-20) Cartesio racconta che aveva iniziato gli studi dai gesuiti con la
per- suasione che per mezzo delle varie discipline scolastiche avrebbe potuto
acquistare una cognizione chiara e sicura di tutto ciò che è utile alla vita.
Ma dopo alcuni anni di studio si accorse che sebbene l'istruzione scola- stica
gli avesse insegnato molte cose utili ed interessanti, perché tutte le
discipline (storia, poesia, retorica, filosofia, teologia, ecc.) gli avevano
fatto apprendere qualche cosa, non aveva tratto altro profitto... se non quello
di aver scoperto sempre più la sua ignoranza (p. 10). Infatti nessuna disciplina
è capace di insegnare tutto quello che è utile alla vita. Non la storia che ci
dà del passato notizie sempre impre- cise e talora false e ci lascia
completamente ignoranti della situazione presente e futura. Non la retorica e
l’arte poetica, che sono del tutto su- perflue dato che la stessa cosa si può
benissimo dire senza retorica e senza arte poetica. Non le matematiche, perché
« non vedevo ancora il loro vero uso » (p. 16) sebbene lo dilettassero per la
certezza ed evidenza delle loro ragioni. Non l'etica naturale degli antichi,
perché « fabbricata sulla sabbia e sul fango » (p. 17). Non la teologia, perché
non è necessaria per andare in cielo: « la via di esso non è meno aperta ai più
ignoranti che ai più dotti» (p. 18) e non riesce a dissipare il velo del
mistero. Non la filosofia, perché fino ad oggi non è riuscita a dirci niente di
indiscu- tibilmente vero. Non le altre discipline, perché « siccome esse
prendono i loro principi dalla filosofia, giudicavo che non si poteva aver
fabbricato nulla di solido su basi così poco ferme. Lo studio del mondo
attraverso i viaggi (pp. 20-22) Per queste ragioni non appena l’età gli permise
di uscire dalla sog- gezione dei suoi genitori, Cartesio abbandonò interamente
lo studio delle lettere e si mise a viaggiare con lo scopo di imparare dal
libro della na- tura quello che non aveva imparato sui libri di carta. Però,
viaggiando trasse l'impressione che, per quanto riguarda la morale, le cose
stessero come in filosofia: considerando «i costumi degli altri uomini vi
notavo quasi tanta diversità quanta ne avevo rilevata prima tra le opi- 367 .
Esigenza del metodo per il conseguimento del fine Studio e consapevolezza della
propria ignoranza Nessuna disciplina insegna tutto ciò che è utile alla vita Lo
studio di se stesso riesce meglio che non attraverso viaggi e libri Un solo
autore costruisce meglio Necessità della revisione della propria mente e della
propria cultura nioni dei filosofi. Così « imparavo a non credere troppo ferny
mente a ciò di cui non ero persuaso che a cagione dell'esempio e del. l'usanza;
e così mi liberavo a poco a poco da molti errori che possono offuscare la
nostra luce naturale e renderci incapaci di intendere la ragione. 4. Lo studio
di se stesso « Dopo che ebbi impiegato
alcuni anni a studiare così nel libro del mondo e a procurare d’acquistare un
po’ di esperienza io presi un giorno la risoluzione di studiare anche me
stesso, e di impiegare tutte le forze della mia mente a scegliere le vie che
dovevo seguire. Il che mi riuscì assai meglio, mi sembra, che se non mi fossi
mai allontanato né dal mio paese né dai miei libri » . Terminati gli studi al «
La Flèche » (il collegio dei gesuiti), Cartesio si era arruolato nell’esercito
degli Imperiali. Questo tuttavia non gli impediva di continuare ad occuparsi di
filosofia. In particolare, durante la sosta forzata che l'inverno imponeva alle
azioni militari in quei tempi, aveva tutto l’agio di dedicarsi alla riflessione
filosofica, trascorrendo il tempo accanto ad una stufa, immerso nei suoi pensieri.
2. Prima considerazione Le opere composte di molti pezzi e fatte da molti
maestri sono spesso più imperfette di quelle cui ha lavorato uno solo. Così si
vede che gli edifici che un architetto ha iniziato e compiuto da solo sogliono
essere più belli di quelli che molti hanno cercato di riadattare, servendosi di
vecchie muraglie, che erano state costruite per altri fini. Altrettanto si può
dire delle scienze e della politica. La ragione per cui c'è tanta im-
perfezione nelle scienze e nelle costituzioni è che esse :sono il prodotto di
molte mani diverse (pp. 25-27). 3. Seconda considerazione È vero che non si
buttano giù tutte le case di una città, allo scopo di rifarle in un altro modo
e di rendere le vie più belle; ma si vede che molti demoliscono le proprie case
per ricostruirle, e che anzi talvolta vi sono costretti, quando esse sono in
pericolo di cadere da sé, e le loro fonda- menta non sono ben ferme. Da questo
esempio Cartesio trae la conclusione che sarebbe stato completamente
inverosimile proporsi di riformare tutto il corpo delle scienze e l'ordine
stabilito nelle scuole per inse- gnarle; tuttavia avrebbe potuto riformare la
sua mente e la sua culturà, togliendo via tutte le opinioni raccolte nel
passato, per rimetterne in seguito delle altre migliori o anche le medesime,
quando le avesse ag- giustate al livello della ragione {pp. 27-29). 368 4.
Ammonimento Cartesio avverte il lettore che non intende consigliare a nessuno
il suo esempio. Infatti ci sono due specie di ingegni ai quali non conviene affatto
seguirlo: quelli che quando si sono presi una volta la libertà di dubitare dei
principi che hanno ricevuto e di allontanarsi dal cammino comune non potrebbero
mai tenere il sentiero che bisogna prendere per andare più diritti e
resterebbero sviati per tutta la loro vita; e quelli che, essendo meno capaci
di altri di distinguere il vero dal falso, hanno sufficiente modestia per
mettersi alla scuola di altri. 5. Decisione di procedere alla ricerca di un
nuovo metodo, essendo la logica e la matematica metodi insufficienti — Lalogica
serve solo a spiegare ad altri quello che già sanno. — La matematica è troppo
complicata. In entrambi i casi si tratta di discipline che si riferiscono a
materie astrattissime appesantite da una montagna di regole che ne hanno fatta
« un'arte confusa e oscura che imbarazza la mente, invece, che una scien- za
che la coltivi ». 6. Le regole del nuovo metodo (pp. 35-36) Così finalmente
Cartesio si decide a cercare un nuovo metodo, sem- plice, facile, basato su
pochissime regole. E trova finalmente un metodo che consta solo di quattro
regole. Ecco le quattro famose regole: a) Non accogliere mai nulla di vero, che
non si conosca evidentemen- te come tale: « Non comprendere nei miei giudizi
niente di più di quello che si presentasse così chiaramente e distintamente
alla mia mente che io non avessi alcuna possibilità di metterlo in dubbio ». In
questa regola Cartesio indica il criterio di verità che egli intende adottare:
è il famoso criterio della chiarezza e distinzione. Nei Principia philosophiae
esso viene così precisato: chiamo chiara un'idea che è presente e manifesta a
uno spirito attento: come quando diciamo di vedere chiaramente gli oggetti,
allorché essendo presenti agiscono assai fortemente sui nostri occhi disposti a
guardarli. E distinta, quella che è talmente precisa e diffe- rente da tutte le
altre, che non comprende in sé che ciò che sembra ma- nifestamente a chi la
considera come conviene (Princ. phil. 1, n. 45). b) Dividere ciascuna
difficoltà che si incontra in tante parti quante è possibile... per meglio
risolvere le difficoltà stesse. c) Condurre con ordine i propri pensieri,
cominciando dagli oggetti più semplici per salire a poco a poco, come per
gradi, sino alla cono- scenza dei più composti. d) Far dappertutto delle
enumerazioni così complete e delle rassegne così generali, da non omettere
nulla. 7. Fecondità del nuovo metodo (pp. 37-38) Col nuovo metodo si possono
conoscere tutte le cose, purché soltanto ci si astenga dall'accoglierne alcuna
per vera che non lo sia e si serbi sempre l'ordine che occorre per dedurre le
une dalle altre. 369 Cartesio denunzia i rischi della sua scelta critica Le
regole del nuovo metodo: — chiarezza e distinzione — divisione delle difficoltà
— ordine nel pensieri — completezza delle enumerazioni 8. Applicazione del
nuovo metodo alla matematica Cartesio fa la prima applicazione del nuovo metodo
alla matematica per due ragioni. Anzitutto perché era necessario partire dalle
verità più semplici e più facili. E poi perché tra tutti gli scienziati solo i
matematici erano riusciti fino ad allora a trovare delle dimostrazioni
convincenti, « cioè delle ragioni certe ed evidenti ». 9. ‘Primi risultati
Esiti positivi del ‘L'esatta osservanza di questi pochi precetti che Cartesio
aveva scelto, nuovo metodo gli procurò tale facilità di risolvere tutti i
problemi a cui si estendono quelle due scienze (algebra e geometria), che nei
due o tre mesi che impiegò ad esaminarli, non soltanto venne a capo di molti di
essi, che altra volta aveva giudicato difficilissimi, ma gli parve anche, verso
la fine, che poteva determinare in quelli stessi che ignorava, con quali mezzi
e fin dove fosse possibile risolverli (p. 39). 10. Applicazione del nuovo
metodo alla filosofia Cartesio allora si propone di applicare lo stesso metodo
anche alle altre scienze. «Ma avendo notato che i loro principi dovevano essere
at- tinti dalla filosofia, nella quale non ne trovavo ancora di certi, pensai
che bisognava prima di tutto che io cercassi di stabilirvene LE MASSIME DELLA
MORALE PROVVISORIA E L'ESERCIZIO DEL METODO 1. Necessità di una morale
provvisoria Necessita una Come uno che, dovendo ricostruire in modo diverso la
casa dove abi- morale provvisoria: ta, si provvede di un'altra casa dove
abiterà mentre si lavora alla nuova, — diversità di così occorre al filosofo
trovarsi una morale provvisoria con cui regolarsi comportamento circa fino alla
scoperta della vera. Infatti non è possibile comportarsi verso le È opimiani
porca azioni allo stesso modo come ci si comporta verso le opinioni. Si possono
REAZIONE sospendere le opinioni, ma non si può essere irresoluti nelle azioni.
« E così, giacché spesso le azioni della vita non tollerano nessuna dilazione,
è x una verità certissima che, quando non è in nostro potere discernere le opinioni
più vere, dobbiamo seguire le più probabili » (p. 49). ! Delle quattro regole:
la prima fissa il criterio di verità. Le altre si riferi- scono al metodo, i
cui momenti principali sono due: l’analisi {seconda regola); la sintesi (quarta
regola). i L'originalità di Cartesio sta nella sua preoccupazione di dare ampio
svi- luppo al primo momento, quello dell'analisi, in modo da preparare alla
sin- tesi un terreno solido. Al momento dell’analisi appartiene la critica
laboriosa di tutte le opinioni incerte, accettate dalla tradizione e
dall'ambiente e la di- mostrazione di come si arriva ai primi principi e alle
definizioni (Cartesio rimanda questa dimostrazione alle Meditazioni). Per
Cartesio l'unica intuizione che ha valore è quella intellettuale; l’in- tuizione
sensitiva è fonte di innumerevoli errori e perciò va scartata. 370 2. |
principi della morale provvisoria Primo. Obbedire alle leggi e ai costumi del
proprio paese, praticando la religione nella quale si è stati istruiti sin
dall'infanzia, e regolarsi in ogni cosa secondo le opinioni più moderate. A
giustificazione di questo principio Cartesio adduce la seguente ragione: «
cominciando da allora a non contare per nulla le mie proprie perché volevo
sottoporle tutte all'esame, ero sicuro di non poter far meglio che seguire
quelle dei più assennati ». Egli sottolinea peraltro il carattere provvisorio
di tale accet- tazione: « Fra parecchie opinioni ugualmente ammesse, io non
sceglievo che le più moderate, e anche queste solo in modo provvisorio, e avrei
pensato di commettere un grande delitto contro il buon senso, se, per il fatto
che approvavo allora qualche cosa, mi fossi obbligato di prenderla per buona,
anche dopo che avesse forse cessato di esserlo o che io avessi cercato di
stimarla come tale » (p. 48). Secondo. Essere fermo e risoluto nelle azioni e
opinioni a cui si fosse determinato. « Imitando in ciò il viaggiatore che
trovandosi smarrito in qualche foresta non deve errare girando da una parte e
dall'altra e ancora meno fermarsi in qualche posto, ma camminare sempre quanto
più diritto è possibile in una sola direzione [...] almeno si arriverà così in
qualche parte » (p. 49). : Terzo. Sforzarsi sempre di vincere se stesso
piuttosto che la fortuna, e di cambiare i propri desideri piuttosto che
l'ordine del mondo; e gene- ralmente di abituarsi a :credere che non c'è nulla
che sia interamente nostro tranne i nostri pensieri e perciò non bisogna
affannarsi troppo per le cose esterne. Né questo riesce difficile se noi «
consideriamo tutti i beni che sono fuori di noi come ugualmente lontani dal
nostro potere ». Allora « non avremmo maggior rammarico di mancare di quelli
che sembrano esser dovuti alla nostra nascita, allorché ne saremo privati senza
colpa, di quel che ne abbiamo per non possedere i regni della Cina e del
Messico ». « Ma confesso che c’è bisogno di un lungo esercizio e d'una
meditazione spesso reiterata per abituarsi a guardare da questo punto di vista
tutte le cose » (pp. 49-50). 3. Rassegna delle varie azioni per scegliere la
migliore Cartesio trova che la cosa migliore è « impiegare tutta la vita a
coltivare la ragione e progredire quanto più è possibile nella conoscenza della
verità ». Questa è la migliore occupazione per due ragioni: a) Perché la vita
intellettuale è piena di soddisfazioni. « Avevo provato così elevate soddi-
sfazioni da quando avevo cominciato a servirmi di questo metodo che non credevo
se ne potesse ricevere delle più dolci e delle più innocenti in questa vita »
(p. 51). 9) Perché progredendo nella conoscenza si progre- disce nelle virtù, «
infatti, siccome la nostra volontà non si determina a seguire né a fuggire
alcuna cosa se non secondo il nostro intelletto gliela rappresenta buona o
cattiva, basta ben giudicare per ben fare e giudicare meglio perché si possa
fare anche tutto il proprio meglio. Esercizio del metodo viaggiando e studiando
Dopo essersi così rassicurato di queste massime e di averle messe da parte
insieme alle verità della fede, Cartesio giudica che, per tutto il 371 —
obbedienza alle leggi e ai costumi del proprio paese — scelta delle opinioni
moderate — risolutezza nelle azioni e nelle opinioni determinate — vincere se
stessi piuttosto che l’ordine del mondo — valore della vita intellettuale
Distruggere per arrivare alla verità; conservare ciò che può dare cognizioni
certe Il dubbio metodico come sospensione della conoscenza umana in generale
resto delle sue opinioni, poteva liberamente cominciare a disfarsene. E poiché
sperava di poter venire meglio a capo conversando con gli uo- mini... si rimise
a viaggiare. Intanto, mette in pratica il nuovo metodo, guidato da due norme:
a) non distruggere per distruggere (come gli scet- tici), ma per arrivare alla
verità; b) non distruggere tutto, ma conservare quello che può servire per
arrivare a cognizioni certe. Dopo nove anni di viaggi, per applicare il nuovo
metodo alla filosofia si ritira nella solitudine in Olanda.? Il dubbio metodico
Per uscire dall’incertezza in cui era stato gettato dalla diversità delle
opinioni e costumi, Cartesio decide di rigettare come assolutamente falso tutto
quello in cui potesse immaginare il minimo dubbio, allo scopo di vedere se gli
restasse dopo ciò qualche cosa che fosse interamente indubitabile. Così decide
di scartare: tutta la conoscenza sensitiva, « siccome i no- stri sensi qualche
volta ci ingannano »; tutta la conoscenza razionale, « poi- ché ci sono uomini
che si ingannano ragionando »; tutta la conoscenza umana in generale: «
considerando che tutti i medesimi pensieri che ab- biamo da svegli ci possono
venire anche quando dormiamo, senza che ve ne sia allora alcuno che sia vero,
risolvetti di fingere che tutte le cose che mi erano mai entrate nella mente
non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni.3 ? a) Morale provvisoria e
morale definitiva - La morale definitiva, che Cartesio esporrà più tardi nel
libro Les passions de l’àme è in sostanza iden- tica alla morale provvisoria.
L'una e l'altra sono di marca stoica. Unica diffe- renza: la prima legge della
morale definitiva non è di obbedire alle leggi e costumi del proprio paese, ma
di obbedire alla ragione e adoperarla costan- temente per scoprire quel che è
doveroso fare. Inoltre nella morale defini- tiva è aggiunta qualche
precisazione alla terza legge con l'intento di indi- care quello che è
necessario fare per vincere se stessi (e le proprie passioni) e rendersi
completamente indipendenti dal mondo. Per raggiungere un com- pleto dominio
sulle cose e su se stessi (cioè sulle passioni) serve molto medi- tare su due
verità fondamentali: presenza e provvidenza di Dio e immortalità dell'anima.
Facendo questo si può raggiungere il fine ultimo, la contempla- zione di Dio.
b) Errore e male - Cartesio riduce la questione del male a quella dell'er-
rore. Il male consiste nell'errore. Egli però risolve il problema dell'errore.
adoperando i principi tomistici per la risoluzione del problema del male. Così
l'errore come il male è una « carentia perfectionis debitae » (responsa- bile
di tale carenza non è Dio, ma l'uomo). L'errore però non è causato dal-
l'intelletto, ma dalla volontà. Infatti per Cartesio affermare, dubitare,
negare non sono atti della ragione, ma della volontà. In definitiva l'errore è
dovuto a un cattivo uso del libero arbitrio... :(cfr. E. GIiLson, La doctrine
cartésienne de la liberté et la théologie, pp. 211-235). ? Il dubbio metodico -
Il dubbio metodico di Cartesio non è un dubbio universale, ma è un dubbio
parziale. Non è un dubbio universale anzitutto perché un dubbio universale non
è possibile; di fatto poi risulta chiaro che
2. La prima verità indubitabile: il « cogito ergo sum » Ma, mentre
cercava di dubitare di tutto, Cartesio s'accorge di una verità: « mentre in tal
modo volevo pensare che fosse tuito falso, biso- gnava necessariamente che io
che lo pensavo fossi qualche cosa. E no- tando che questa verità: IO PENSO
DUNQUE SONO era così ferma e così sicura che tutte le più stravaganti
supposizioni degli scettici non erano capaci di scuoterla, giudicai che potevo
riceverla senza scrupolo come il principio della filosofia che io cercavo.*
Cartesio non intende adottare il dubbio universale. Nella parte terza ha detto
che applicando il metodo del dubbio non bisogna scartare tutto e che esa-
minando criticamente le proposizioni che costituivano il sapere del suo tempo,
« non ne incontrava alcuna sì dubbia che non ne traesse sempre qualche con-
clusione abbastanza certa, non fosse altro che questa: che non conteneva nulla
di certo » (p. 54). Cartesio quindi non intendeva dubitare di tutto, ma solo
tentare di dubitare quanto più fosse possibile per potere con più sicurezza
raggiungere la verità. Così inteso il dubbio è legittimo. Si tratta infatti
solo di una sospensione prov- visoria della nostra conoscenza ordinaria per
arrivare ad una giustificazione critica della medesima; non è perciò negazione,
svuotamento, annullamento del pensiero, ma solo sospensione dell’assenso. « Ciò
che Cartesio già sa, ciò che forma il suo patrimonio mentale, ricco o povero
che sia, è l'immediato, dal quale egli parte, come ogni uomo, ogni filosofo,
parte dal suo. Egli è filosofo precisamente in quanto si propone di rivederlo
criticamente, di discuterlo, di fondarlo, di meditarlo. L'atteggiamento
implicito nel dubbio cartesiano, visto nelle sue giuste dimensioni, non
esagerato, non fatto slittare sul viscido di qualche espressione del testo, è
l'atteggiamento filosofico come tale: non SA cata del pensatore 'di La Haye »
(G. BoNTADINI, Discorso sul me- todo, p V Nelle Meditazioni la fondazione del
dubbio metodico prenderà molto più rilievo: essa occupa tutta la prima
Meditazione. Anche la formulazione verrà radicalizzata per mezzo del genio
maligno. Nelle Meditazioni il dubbio meto- dico rischia di diventare dubbio
scettico. Sulla validità di un dubbio metodico spinto fino a questi punti
l'ermeneutica cartesiana è discorde, Comunque se si può riportarla alla
interpretazione che abbiamo data alla formulazione del Discorso sul metodo noi
riteniamo che sia un procedimento valido. Se, invece, il dubbio diventa un
autentico dubbio positivo (e non sem- plice negativo) universale, esso porta necessariamente
allo scetticismo, e costituisce quindi un procedimento invalido. ‘ Significato
del cocito — A proposito del Cogito è necessario notare che non si tratta di
una dimostrazione ma di una intuizione. Il dunque (ergo) non ha valore di
conseguenza, ma è semplicemente pleonastico. Se il Cogito fosse la conclusione
di una dimostrazione, ossia un entinema, allora sarebbe neces- sario
sottintendere una premessa universale (per esempio: dovunque c'è co- noscenza
c’è esistenza) e non sarebbe quindi più possibile considerare il Cogito come la
prima verità metafisica. Quanto all'esistenza provata dal Cogito non si può
trattare che del. l'esistenza del pensiero, della realtà pensante (res
cogitans) non già della realtà distinta dal pensiero. Così per la sostanza
intuita nel Cogito, si deve dire che essa non è altro che il pensiero stesso e
non già qualche cosa di di- stinto dal pensiero e soggiacente ad esso. Dicendo
del pensiero che esso è una sostanza Cartesio viene ad affermare che il
pensiero è qualche cosa che sta da sé, indipendentemente dalla realtà corporea.
Infatti questo « star da sé » è la sostanzialità. Ecco il motivo della
sostituzione alle espressioni « cogito » e « cogitatio » di queste altre: «
Sub- stantia cogitans» o «res cogitans» («res cogitans» che è contrapposta alla
« res extensa » 0 sostanza corporea). Non solo l'esistenza provata dal Cogito
riguarda soltanto il pensiero ma ha anche carattere momentaneo, contingente,
riguarda l’hic et nunc. Nulla è provato della sua esistenza nel passato e nel
futuro. ‘Perciò il Cogito è un cri- terio universale di verità solo in un senso
molto ristretto. Anzi più che criterio Prima verità indubitabile: dal dubbio
all'evidenza del pensare e dell’esistere Esame della natura del ‘‘sum’’
(l’esistenza) Chiarezza e distinzione come criterio di verità 3. L'essenza
dell'uomo consiste nel pensiero Dal Cogito Cartesio passa a considerare la
natura del « sum » (= l'esi- stenza) che vi aveva intuito e osserva che poteva
fingere di non aver alcun corpo..., ma che non per questo poteva fingere di non
esistere e che, al contrario, dal fatto stesso che pensava a dubitare della
verità delle al- tre cose, seguiva evidentissimamente e certissimamente che
egli era: laddove se appena avesse cessato di pensare, ancorché tutto il resto
di ciò che aveva immaginato fosse stato vero, non avrebbe mai avuto nes- suna
ragione di credere che esisteva; conobbe da ciò che era una sostanza della
quale tutta la essenza o la natura non è che di pensare e che, per, non ha
bisogno di alcun luogo e non dipende da alcuna cosa materiale. « Di modo che
questo io, vale a dire l’anima, per la quale io sono ciò che sono, è
interamente distinta dal corpo ed anzi è più facile a conoscere di questo e
dato pure che questo non fosse non cesserebbe di essere tutto quello che è. Il
criterio di verità: chiarezza e distinzione Conseguiti questi risultati
sensazionali, Cartesio passa a considerare che cosa è necessario ad una
proposizione per essere vera e certa; perché dal momento che ne aveva trovata
una che sapeva essere tale, pensava che doveva altresì sapere in che cosa
consisteva questa chiarezza. Edavendo notato che non vi è niente in questo « 10
PENSO DUNQUE SONO » che ci assicuri di dire la verità se non il fatto di vedere
chiarissimamente che per pensare bisogna essere, ritenne di poter prendere per
regola generale che le cose che noi concepiamo ben chiaramente e ben distin- di
verità esso è una illustrazione del criterio di verità. Infatti per Cartesio il
criterio di verità è la chiarezza e distinzione. Come esemplificazione, il
Cogito ha valore, ma non un valore così esclusivo come credeva Cartesio. Ci
sono molti altri principi (per esempio, il principio di non-contraddizione) in
cui la verità risplende immediatamente e possono essere presi come illustrazione
del criterio di verità. Spesso si paragona il Cogito di Cartesio al si fallor
di S. Agostino. Tanto Cartesio come S. Agostino hanno fatto uso del dubbio
metodico, ma in modo diverso e per questo il Cogito ha una portata diversa del
si fallor. Il si fallor mira soprattutto al superamento dello scetticismo e per
S. Agostino, esso non costituisce la prima e unica certezza. Il Cogito non mira
tanto al supera- mento dello scetticismo quanto al fondamento della verità e
costituisce la pri- ma certezza metafisica. 5 Dualismo di spirito e materia,
anima e corpo - Questa distinzione è il ri- sultato di un paralogismo. Cartesio
commette un passaggio illecito quando dal fatto che l'anima può essere
conosciuta senza che sia richiesta la conoscen- za del corpo conclude che essa
esiste senza che sia richiesta l’esistenza del corpo. Dalla constatazione che
l’anima è distinta dal corpo è illecito concludere che essa è un ente diverso
dal corpo e capace di esistere senza di esso. Cartesio « ha fuso e confuso il
fatto gnoseologico col fatto ontologico, ha modificato il cogito nella res
cogitans, ha sostituito alla proposizione vera « io sono nell'atto della mia
coscienza » la proposizione non vera « io sono l’atto della mia co- scienza »
(F. MEI, La filosofia del concreto, Marzorati, Milano, p. 48). Cartesio eviterà
di ripetere questo paralogismo nelle Meditazioni, dove svolge una trat- tazione
a parte per provare la teoria del dualismo tra spirito e materia. Ad ogni modo,
il dualismo tra spirito e materia, anima e corpo è insostenibile non solo dal
punto di vista ontologico (anima e corpo formano una unità sostanziale), ma
anche dal punto Si vista’ psicologico, perché l'anima non conosce direttamente
se stessa senza l'uso del corpo. 374 tamente sono vere, ma che vi è soltanto qualche
difficoltà nel ben discer- nere quali siano quelle che concepiamo distintamente
(pp. 65-68)$ 5. Dimostrazione dell’esistenza di Dio Trovato il principio
fondamentale della metafisica e il supremo criterio di verità, Cartesio passa a
dimostrare l’esistenza di Dio, e la prova in quattro modi: a) Dal fatto che
abbiamo l'idea di perfetto e non possiamo essere noi la causa di tale idea — «
Riflettendo sul fatto che io dubitavo e che per conseguenza il mio essere non
era tutto perfetto, perché vedevo chiara- mente che era una più gran perfezione
conoscere che dubitare, mi proposi di cercare donde avessi imparato a pensare
qualche cosa di più perfetto che io non fossi, e conobbi con evidenza che
doveva essere da qualche natura che fosse in realtà più perfetta [...j poiché
non vi è meno ripu- gnanza che il più perfetto sia una conseguenza e una
dipendenza del meno perfetto di quel che dal nulla proceda qualche cosa [...]
di ma- niera che restava che essa fosse stata messa in me da una natura che
fosse veramente più perfetta di quel che io non fossi e che anzi avesse in sé
tutte le perfezioni delle quali potevo avere qualche idea, vale a dire per
spiegarmi in una parola che fosse Dio » (pp. 68-69). b) Dal fatto che non mi
sono dato io stesso la mia esistenza — Se è vero che io, pur avendo l'idea di
perfetto, non sono perfetto, vuol dire che non mi sono dato l'esistenza da me,
perché altrimenti mi sarei data un'esistenza perfetta; cioè conforme all'idea
che posseggo; solo Dio dun- que, cioè l'essere perfettissimo, può aver creato
me avente l'idea di per- fetto (p. 70). A questo punto Cartesio fa una breve
digressione sulla natura divina: « Di tutte le cose di cui trovavo in me
qualche idea (consi- deravo) se fosse perfezione o no il possederle, e ero
sicuro che nessuna di quelle che denotavano imperfezione era in Lui, ma che
tutte le altre vi erano » (p. 71). c) Dall'idea di perfetto — « Tornando ad
esaminare l’idea che avevo di un essere perfetto, trovavo che l’esistenza vi
era compresa allo stesso modo che è compreso nell’idea di triangolo che i suoi
tre angoli sono uguali a due retti, o in quella di una sfera che tutte le sue
parti sono equidistanti dal centro, ed anche più evidentemente; e che per
conse- guenza è altrettanto certo che Dio, che è questo Essere perfetto, è o
esiste, quanto potrebbe esserlo qualunque dimostrazione di geometria » (p. 72).
d) Dalle conseguenze disastrose che la negazione dell'esistenza di Dio implica,
cioè dal fatto che in tal caso qualsiasi certezza diviene impos- sibile. «
Infatti donde si sa che i pensieri che vengono in sogno sono più falsi degli
altri, visto che spesso non sono meno vivi e precisi? E anche se i migliori
ingegni vi studino quanto più loro piacerà non credo che pos- sano dare alcuna
ragione che sia sufficiente a togliere questo dubbio, se non presuppongono
l’esistenza di Dio. Giacché [...] anche quella che io testé ho presa come
regola, cioè che le cose che noi concepiamo in modo $ Il criterio di verità
proposto da Cartesio suscitò aspre critiche da parte di molti autori, in
particolare da parte di Pascal (che lo tacciò di raziona- lismo: «ci sono
verità che soltanto il cuore può capire ») e del Vico (che lo accusò di
soggettivismo e di superficialità. Al criterio cartesiano del verum est certum
il Vico contrappose il suo verum est factum). 375 Dio causa dell’idea di
perfezione Prova ontologica dell’esistenza di Dio Dio garante della conoscenza
Dio garante della verità Dalla metafisica alla cosmologia chiarissimo e
distintissimo sono tutte certe, non è accettata che dal fatio che Dio è o
esiste, che Egli è un Essere perfetto e che tutto ciò che è in noi viene da lui
» {p. 76) . Funzione psicologica dell’esistenza di Dio Dopo che la conoscenza
di Dio e dell'anima l’ha reso certo di questa regola (chiarezza e distinzione),
Cartesio dice di poter accettare con indu- bitabilè certezza tutte le altre
idee che si presentano col carattere della chiarezza e distinzione, « perché
non è possibile che Dio, che è somma- mente perfetto e verace » ce le abbia
messe in mente per ingannarci.VERITÀ DI ORDINE FISICO - NATURA DELL'ANIMA UMANA
1. Il corpo degli animali e dell’uomo Cartesio ora deduce dalle verità
metafisiche dimostrate nella quarta parte (Cogito ergo sum, ed esistenza di
Dio) alcune verità circa il mondo, adoperando sempre il criterio di verità
della chiarezza e distinzione ed ? a) Dimostrazione dell’esistenza di Dio — La
più conosciuta delle prove di Cartesio è la terza, che è spesso chiamata
argomento ontologico. Si chiama argomento ontologico perché parte dal concetto di
Dio per provarne l’esi- stenza. L'argomento ontologico di Cartesio come quello
di S. Anselmo (Deus est esse cuius maius concipi nequit) è ritenuto invalido
dalla maggior parte dei filosofi, perché l'uomo non ha un'idea adeguata del
perfetto, ma solo un concetto negativo, ricavato dalle cose per viam
mnegationis et eminentiae. Cartesio però sosteneva che l’idea di perfetto non è
ricavata dalle cose, ma è un’idea innata, prodotta da Dio nella nostra mente,
perciò capace di rappre- sentare Dio adeguatamente. Le prime due prove sono
cogimolo siche, partono cioè da fatti che noi espe- rimentiamo. La prima è
un’esemplificazione della prova agostiniana delle verità eterne. b) La natura
di Dio — Una delle dottrine più caratteristiche di Cartesio circa la natura divina
è quella che riguarda la volontà di Dio. Secondo Car- tesio in Dio non v'è
alcuna distinzione tra intelletto e volontà, altrimenti la volontà dovrebbe
dipendere dall’intelletto e non sarebbe più libera. La vo- lontà divina invece
è assolutamente libera e tutto quello che essa fa è un pro- dotto della sua
libertà. La conseguenza più grave di questa dottrina è che anche le verità
eterne, per esempio, le verità matematiche, sono creazione della libera volontà
di Dio. Esse tuttavia sono eterne e immutabili perché la volontà di Dio è
eterna e immutabile. * Il circolo vizioso — Cartesio prima dimostra l’esistenza
di Dio valendosi della regola della chiarezza e distinzione; poi dice che il
valore di tale regola dipende da Dio. Chi garantisce la chiarezza e distinzione,
cioè la verità del mio pensiero? L’esistenza di Dio. Ma chi garantisce
l’esistenza di Dio? La chiarezza e distinzione. Si tratta chiaramente di un
circolo vizioso. Cartesio ha certato di difendersi da questa accusa sostenendo
che la veracità di Dio è invocata solo per dare valore alla memoria. Ma non
pare che sia una risposta soddi- sfacente, perché, nella dimostrazione
dell’esistenza di Dio, Cartesio deve ap- poggiarsi su vari principi che sono
accettati adoperando il criterio della chia- rezza e distinzione (cfr. F.
CopLESTONn, History of Philosophy, IV, pp. 105 e ss.; tr. it., Storia della
filosofia, 5 voll, Paideia, Brescia). 376 il metodo geometrico. Si tratta però
solamente di un riassunto del libro Il mondo o Trattato sulla luce. Le due
dottrine più importanti esposte in quel libro sono quella della duce e quella
della circolazione del sangue. Esse vengono riportate per esteso nella quinta
parte del Discorso sul metodo. Dal punto di vista filo- sofico la cosa più
interessante di questa parte è la dottrina della na- tura del corpo animale ed
umano. Rispetto al corpo Cartesio afferma che non c'è alcuna differenza tra
uomini ed animali: essi sono tutti degli automi o macchine semoventi. Il
movimento è causato dagli spiriti ani- mali, « che sono come' un vento
sottilissimo o piuttosto come una fiamma purissima e vivissima che, salendo
continuamente in grande abbondan- za dal cuore nel cervello, si reca di lì
attraverso i nervi nei muscoli e dà il movimento a tutte le membra ». Ciò che
distingue l’uomo dagli altri animali è l'anima. Gli animali non hanno l’anima,
nessun’anima; l’uomo invece ha un'anima creata da Dio. In pratica, dato che
l’anima è invisibile, l'uomo si distingue dagli animali per due
caratteristiche: il linguaggio e la libertà. 1) Gli animali mai potrebbero
usare parole né altri segni compo- nendoli come facciamo noi per comunicare
agli altri i nostri pensieri (p. 98). 2) Anche se essi facessero parecchie cose
bene o forse anche meglio di alcuni di noi, essi « sbaglierebbero infallibilmente
in certe altre, me- diante le quali si scoprirebbe che non agiscono iper
coscienza, ma solo per disposizione degli organi » (p. 99). 2. Natura
dell'anima Al termine della quinta parte Cartesio indica brevemente qual è la
natura dell'anima. Essa in nessun modo può essere tratta dalla potenza della
materia, così come le altre cose delle quali aveva parlato, ma essa deve
espressamente essere creata; e non basta che sia posta nel corpo umano come un
pilota nella sua nave, se non forse per muovere le sue membra, ma bisogna che
essa sia congiunta ed unita più strettamente con esso per avere, oltre a ciò,
sentimenti ed appetiti simili ai nostri e così comporre un vero uomo (pp.
101-102)? ? a) L'universo cartesiano — L'universo cartesiano è costituito da
due tipi di realtà profondamente diverse: realtà pensante (res cogitans), e
realtà estesa (res extensa). La realtà pensante costituisce il mondo
spirituale; quella estesa costituisce il mondo fisico. I due mondi si
incontrano nell'uomo, ma senza compenetrarsi: essi si toccano appena nella
glandola pineale. b) La definizione di sostanza — Tanto il mondo fisico come
quello spi- rituale contengono molte sostanze, ma sono tutte imperfette, perché
per esistere dipendono da Dio. L'unica sostanza perfetta è Dio e solo a Lui si
può applicare in modo proprio la definizione che Cartesio dà di sostanza: Res
quae ita existit ut nulla re alia indigeat ad existendum. c) Il mondo fisico —
L'essenza del mondo materiale è l'estensione. Il mo- to dà all’estensione
diverse forme. Così dall’estensione, per mezzo del moto, si ottiene l'origine
di tutte le cose. Delle varie proprietà che noi attribuiamo alle cose solo
quelle primarie (spazio, figura e numero) appartengono effettiva- mente ad
esse; quelle secondarie sono dovute ai sensi. (Esempio di un pezzo di cera
odorosa colorata messa sul fuoco: l'odore se ne va, il colore cambia... Resta
solo qualche cosa che occupa spazio, ha qualche figura ed è capace di essere
divisa) (cfr. /I° Meditazione, in Meditazioni filosofiche, Pa- ravia, Milano,
p. 30). Nel Metodo questa dottrina è appena accennata (vedi Parte V, p. 83).
377 Meccanicismo e animismo | caratteri peculiari dell’uomo: linguaggio e
libertà L’anima espressamente creata e strettamente congiunta al corpo cempone
un vero uomo SESTA PARTE RAGIONI DELLA MANCATA PUBBLICAZIONE DE « J{ Mondo » In
questa parte Cartesio dà le ragioni che lo hanno portato a differire la
pubblicazione de Il Mondo già terminato prima del Discorso. Le ra- gioni
principali sono due: timore che il libro potesse essere condannato dalla
Chiesa; il fatto che l'opera non era molto progredita e poteva dare origine a
molte controversie tra gli scienziati. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE
I. Di quante parti si compone il Discorso sul metodo? 2. Cosa intende Cartesio
per « buon senso »? 3. Che giudizio dà Cartesio della storia e della teologia?
4. Quali sono le quattro regole del metodo cartesiano? 5. Confronta il metodo
di Cartesio con quelli di Aristotele, Galilei, Bacone e Hegel. Quali sono le
somiglianze e le differenze? 6. Cosa intende Cartesio per « chiarezza e
distinzione »? 7. Il criterio delle idee chiare e distinte che valore ha? 8.
Cosa si intende per dubbio metodico? 9. Che differenza passa tra il dubbio
metodico e il dubbio scettico? 10. Che cosa sono le idee innate? Quali sono le
idee innate secondo Carte- sio? Che differenza c’è tra l'innatismo cartesiano e
quello leibniziano? 11. Che funzione svolge il Cogito nel sistema di Cartesio?
12. Qual è la concezione cartesiana dell'uomo? Che rapporti pone Cartesio tra
anima e corpo? Paragona la dottrina di Cartesio cor quelle di Platone, Ari-
stotele, San Tommaso d'Aquino e Spinoza. 13. Quali sono i quattro argomenti con
cui Cartesio prova l'esistenza di Dio? 14. Metti a confronto l'argomento
vniologico di Cartesio con quelli di Sant'Anselmo e Leibniz e con la quarta via
(quella dei gradi di perfezione) di san Tommaso d'Aquino. 15. Quale
considerazione ha Cartesio per îa religione? Pone sullo stesso piano la
religione « filosofica » e le varie religioni positive? Quali sono i fondamenti
della morale cartesiana? Quale è l'essenza del mondo materiale secondo
Cartesio? 18. Tra qualità primarie e secondarie che distinzione pone Cartesio?
19. Quali sono, a parere di Cartesio, gli elementi che distinguono il corpo
dell'anima da quelio degli animali? 20. Perché si dice che Cartesio è un
razionalista e quali sono i limiti di tale posizione? d) Relazione tra anima e
corpo — L'anima muove il corpo mediante la volontà. Il corpo eccita le
sensazioni dell'anima mediante gli stimoli mec- canici che arrivano al cervello
(glandola pineale). Tuttavia le sensazioni sono atti della sola anima; esse
sono innate, sono prodotte dall'anima stessa in cor- rispondenza a quanto
avviene nel corpo. e) Facoltà dell'anima — Nelle Meditazioni Cartesio ascrive
all'anima tre facoltà: sensazione, immaginazione (fantasia) e ragione. Inoltre
divide le idee in tre classi: avventizie (quelle che dipendono dai sensi};
fattizie (quelle che dipendono dalla fantasia); innate (quelle che dipendono
esclusivamente dalla ragione). Nei Principi Cartesio ritiene ancora verbalmente
le tre facoltà del. l'anima, ma elimina la classificazione delle idee innate,
fattizie e avventizie, a favore delle sole idee innate. Così però rende inutili
anche due facoltà: la sensazione e l'immaginazione. « LA MISSIONE DEL DOTTO »
Fichte. Origine e importanza dell’opera La missione del dotto (Einige
Vorlesungen iiber die Bestimmung des Gelehrten), composto nel 1794, allorché
Fichte contava appena 32 anni, è uno dei suoi primi scritti. Fu preceduto
soltanto da Kritik aller Offenbarung, un saggio che, pubblicato anonimo, in un
primo momento era stato attribuito erroneamente a Kant, ma poi, dopo la
smentita e la rettifica di quest’ultimo, aveva fatto segnalare il nome di
Fichte all’at- tenzione del mondo filosofico. La missione del dotto occupa un
posto di capitale importanza non solo nello sviluppo del pensiero del suo
giovane autore, ma.anche nello sviluppo della stessa storia della filosofia, in
quanto segna il distacco di Fichte da Kant, e il superamento del criticismo in
direzione dell’idealismo. A grandi pennellate Fichte vi traccia tutto il quadro
della sua visione idealistica della realtà e vi enuncia chiaramente tutte le
tesi fondamentali del suo idealismo: la negazione della cosa in sé,
l'affermazione del pri- mato assoluto dell’autocoscienza, la derivazione della
realtà materiale dall’Io assoluto come momento dialettico di quest'ultimo, il
ruolo essen- ziale della scienza e della filosofia nello sviluppo della storia
dell'uma- nità, l'impegno etico, politico e sociale del filosofo. La missione
del dotto appartiene ad un gruppo di scritti abbastanza consistente, in cui
Fichte si rivolge ad una vasta cerchia di lettori, con intento divulgativo. Di
qui il suo stile semplice, chiaro, immediato, fa- cilmente comprensibile anche
a studenti di liceo. L'opera comprende cinque lezioni (Voriesungen) che Fichte
tenne agli studenti dell’Università di Jena, durante l'estate del 1794, ogni
domenica mattina dopo il rito religioso. Gli argomenti trattati nelle cinque
lezioni sono i seguenti: 1) la mis- sione dell'uomo in sé; 2) la missione
dell'uomo in società; 3) la distin- zione fra gli stati sociali in società; 4)
la missione del dotto; 5) critica della tesi di Rousseau circa i rapporti tra
cultura e moralità. 379 Questa opera segna il distacco di Fichte da Kant
Intento divulgativo dell’opera Senso della struttura dell’opera e il rapporto
dotto- società Ciò che è e non è l’uomo Confutazione dei materialismo
trascendentale L’uomo come fine a se stesso 2. Divisione e sintesi dell’opera
PRIMA LEZIONE LA MISSIONE DELL'UOMO IN SÉ 1. Introduzione Fichte esordisce
enunciando il programma delle sue lezioni. Esso comprende quattro argomenti
principali: a) la missione dell'uomo consi- derato in se stesso; b) la missione
dell'uomo in società; c) la missione del. l'uomo nelle singole classi sociali;
d) la missione del dotto. Alla tratta- zione di questi quattro argomenti sono
destinate le prime quattro lezioni. :In una quinta lezione esaminerà la teoria
del Rousseau circa i rapporti tra cultura e moralità. A giustificazione
dell'ordine indicato, che a prima vista potrebbe sem- brare poco opportuno,
dato che l'obiettivo primario del breve corso di lezioni è illustrare la
vocazione e la missione del dotto (ossia del filosofo), Fichte dice che siccome
il dotto è pensabile soltanto in una società, oc- corre anzitutto chiedersi
quale sia la missione dell'uomo nella società. E poiché a quest'ultima domanda
non si può rispondere, se non si cono- sce qual è la missione dell'uomo in se
stesso, è necessario premettere una lezione sullo studio della missione
dell’uomo considerato in se stesso, come singolo individuo. Nella parte
conclusiva dell’introduzione (pp. 76-77), Fichte mette in risalto l'importanza
del suo argomento. Egli afferma che la missione del- l'uomo in generale è il
primo problema della filosofia, e la missione del dotto « è l’ultimo problema
d'ogni ricerca filosofica ». 2. Natura e missione dell’uomo in se stesso Prima
Fichte spiega quello che l’uomo non è, poi quello che è. L'uomo, il suo
principio spirituale, non è causato dal Non-io. Il materialismo tra-
scendentale, che sostiene il contrario, è falso. Il principio spirituale del-
l'uomo è invece causa del Non-io. Però il principio spirituale dell'uomo (l'Io
puro) non può esistere senza essere qualche cosa (un Io empirico) e l'Io
empirico non può essere qualche cosa senza essere determinato dal Non-io.
Conclusione: « Dicendo perciò che si vuol considerare l’uomo in se stesso e
isolato, non si vuol intendere di considerarlo [...] semplicemente come Io
puro, senza rapporto alcuno con nessuna cosa che sia estranea a questo suo Io
puro. S'intenderà soltanto pensarlo fuori di ogni rapporto con esseri
ragionevoli simili a lui » (p. 79). Tuttavia la natura dell'uomo appare ben
diversa a seconda che si consideri come ragione o come qualche cosa. L'uomo in
quanto ragione è fine a se stesso, è indipendente e attivo: è assolutamente, è
perché è. L'uomo in quanto è qualche cosa è passivo (senziente) e dipendente,
non è fine a se stesso ma ha per fine l’Io puro. Rapporti fra ragione e sensi-
bilità: ambedue devono sussistere l'una accanto all'altra. La ragione non
dev'essere annullata dalla sensibilità. Ma a sua volta non deve sopprimere
quest'ultima. 380 Conclusione: « L'uomo deve essere ciò che è soltanto per
questa ra- gione, che egli è. In altri termini tutto ciò che egli è, deve
essere riferito al suo Io puro, al suo semplice essere come Io, o Iità. Tutto
ciò che egli è, dev'esserlo esclusivamente per questo, che egli è un Io; e ciò
che egli non può essere per questa sola ragione, egli non deve assolutamente
essere » (pp. 81-82). 3. La legge morale dell’uomo considerato in se stesso
Dato che il fine dell'Io empirico è l'Io puro, da questo Fichte deriva le
regole della condotta dell'Io empirico. Dalla natura dell'Io puro egli ri- cava
la condotta dell'uomo considerato in se stesso e le seguenti leggi: a) L'uomo
deve essere sempre uno (coerente) con se stesso, perché l'Io puro è perfetta e
assoluta unità. Ossia, l’uomo non deve contraddirsi, non si deve mai lasciar
determinare da qualcosa di estraneo, cioè dalle cose esterne, perché nell’Io
puro non c'è diversità e perciò non può es- sere determinato da alcuna cosa
estranea, ma è sempre uno ed identico con se stesso. In altre parole, che
Fichte riprende da ‘Kant, l’uomo deve essere determinato in quel. modo, nel
quale avrebbe potuto eternamente essere determinato, cioè senza nessun riguardo
per le cose che lo circon- dano nel tempo, perché l'Io puro agisce come se non
ci fosse il Non-io. Quindi, « agisci in modo che tu possa pensare la massima
della tua volontà come legge eterna per te » (p. 83). b) L'uomo deve cercare di
modificare le cose (che nella loro molte- plicità sembrano irriducibili
all'unità e all'identità), e portarle ad accor- aarsi con la forma pura dei suo
Io. Per questo non basta la sua volontà. Ci vuole anche una certa abilità, e
questa si acquista solo con l'esercizio e la cultura. c) L'uomo deve estirpare
le cattive inclinazioni, dovute all’influsso delia natura quando la ragione non
si era ancora destata. Anche per questo non basta la sola volontà e occorre
abilità, e, perciò esercizio e cultura. La cultura « è l’ultimo e più alto
mezzo per il fine ultimo del- l'uomo, ossia, la sua perfetta coerenza con se medesimo
» (p. 86). 4. Il fine ultimo, il sommo bene, ia perfezione Il fine ultimo
dell'uomo, che Kant chiama Sommo Bene, e Fichte preferisce chiamare perfezione,
è « la perfetta coerenza dell’uomo con se stesso, e, appunto perché egli possa
raggiungere questa coerenza, anche la perfetta coerenza di tutte le cose
esterne a lui (con la sua volontà) » (p. 86). Il fine ultimo, considerato come
coerenza dell'uomo con se stesso {della sua volontà con la volontà dell'Io
puro, cioè del suo vero essere), costituisce il bene morale. Il fine ultimo,
considerato come accor- do delle cose fuori di noi con la nostra volontà,
costituisce /a felicità. Però, osserva Fichte, l’ultimo fine è qualcosa di
assolutamente irraggiun- gibile per l'uomo: è un Sommo Bene, una perfezione che
rimarrà eter- namente irraggiungibile. La missione dell'uomo consiste in
questo: avvi- cinarsi all'infinito, al suo uliimo fine, perfezionarsi
all'infinito. « Egli esi- ste per divenire egli stesso sempre moralmente
migliore, e per rendere tutto ciò che trova intorno a. sé riigliore
sensibilmente e anche [...] moral. mente; e in questo modo fare se stesso
sempre più felice. Questa è la missione dell'uomo in quanto lo si consideri
isolato, e cioè senza relazione con nessun essere ragionevole simile a lui »
(p. 88). 381 L’io come dover essere dell’uomo L’uomo non deve contraddire la
sua identità La cultura come mezzo alla perfetta coerenza dell’uomo a se stesso
ll bene morale come perfetta coerenza dell’uomo a se stesso Ls felicità:
accordo delle cose fuori di noi con la volontà La missione dell’uomo:
perfezionarsi sempre più La società: rapporto reciproco tra gli esseri
ragionevoli | due presupposti della società: la presenza di esseri ragionevoli
fuori di noi — la possibilità di distinguerli dagli esseri irragionevoli tra
coscienza interiore e coscienza esteriore Finalità e libertà: criterio di
distinzione degli esseri ragionevoli LEZIONE MISSIONE DELL'UOMO IN SOCIETÀ 1.
Introduzione — La soluzione dei problemi filosofici non può essere basata sul
buon senso come pretendono i filosofi popolari (Nicolai, Mendelsohn, ecc.), ma
su ragionamenti rigorosi. — Scopo della seconda lettura: « stabilire quale sia
la missione del- l'uomo nella società » (p. 95). — Definizione di società: «
Col termine società intendo designare il rapporto reciproco di esseri
ragionevoli tra loro » (p. 96). 2. Esistenza della società Fichte enumera
anzitutto le cose che la società presuppone per poter esistere e poi formula i
problemi riguardo all'esistenza della società, I presupposti della società sono
due: 1) « Che vi siano esseri ragione- voli fuori di noi »; 2) Che « noi li
possiamo distinguere da tutti quegli altri esseri che sono invece irragionevoli
» (p. 96). Perciò due sono i pro- blemi che riguardano la società: 1) Problema
del fondamento razio- nale della credenza nell'esistenza di altri uomini; 2)
Problema del criterio per distinguere gli esseri ragionevoli dagli esseri privi
di ragione. Quindi Fichte passa a risolvere il problema del fondamento razio-
nale della credenza nella esistenza di altri uomini. Scarta anzitutto una
soluzione ch'egli giudica errata, quella fondata sulla esperienza. Secondo
Fichte tale soluzione è errata per due ragioni: 1) anche i solipsisti (gli
egoisti) hanno l’esperienza di altri esseri ragionevoli, ma non credono alla
loro esistenza; 2) l'oggetto dell'esperienza è la rappresentazione, non la cosa
in sé (vedi pp. 96, 97, pagine chiarissime!). Al posto della soluzione fondata
sull'esperienza, Fichte propone una soluzione basata sulla esigenza della esistenza
di altri esseri ragio- nevoli perché l'uomo possa raggiungere il suo ideale di
perfetta coe- renza con se stesso. L'uomo, argomenta Fichte, non può
raggiungere l'ideale della coerenza interiore senza mantenere la coerenza
esteriore. Ma, affinché ci sia perfetta coerenza esteriore, per « ciascun
concetto che si trova nell’fo, deve trovarsi nel Non-io l'oggetto
corrispondente ». Ora « nell'uomo si trova anche il concetto di ragione, e di
un agire, e di un pensare alla ragione conforme ». Perciò per tale concetto è
necessario che nel Non-io si trovi l'oggetto corrispondente, cioè è necessario
che si trovino degli esseri ragionevoli. « Tra le sue esigenze (dell'Io) va
anno- verata anche questa: che si trovino, nella realtà a lui esterna, esseri
ra- gionevoli simili a lui » (p. 100). 3. Il criterio per distinguere gli
esseri ragionevoli dagli esseri privi di ragione. Il criterio è duplice:
finalità e libertà. Quello della finalità, da solo, è insufficiente e va
integrato con quello della libertà. Primo criterio: finalità — « Il primo
carattere che subito ci si presenta per riconoscere la ragionevolezza è quello
della finalità ». Infatti, « tutto ciò che porta impresso il carattere della
finalità può avere un autore ra- gionevole » (ib.). Però la finalità è un
criterio insufficiente perché è equi- 382 voco. « L’unificazione del molteplice
in un tutto coerente è certo carattere della finalità ma vi sono parecchie
specie di unificazioni consimili che si lasciano spiegare con semplici leggi
naturali (non certo meccaniche, ma organiche) (pp. 101-102) ». Dove c’è ordine,
c'è finalità. Ma l'ordine può avere cause naturali. Secondo criterio: libertà —
Questo è un criterio sicuro: « qualsiasi unificazione di un molteplice in un
tutto coerente, la quale fosse operata mediante la libertà sarebbe una
caratteristica sicura e non equivoca, che il fenomeno stesso ci offrirebbe
della ragionevolezza » in quanto « la na- tura anche là dove opera secondo
fini, opera però secondo leggi neces- sarie; la ragione invece opera sempre con
libertà » (p. 102). Ma, in pratica, è possibile distinguere se un effetto si
produce per mezzo della necessità o per mezzo della libertà? A questa
difficoltà Fichte risponde che non è possibile avere esperienza della libertà
perché la libertà è presupposta a qualsiasi esperienza. Si può avere esperienza
del- l'assenza di costrizione e « questa non consapevolezza di una cosa esterna
si potrebbe anche chiamare consapevolezza della libertà » (p. 103). Per- tanto,
ogni volta che per una azione io non conosca altra causa, non riesca anzi a
supporne nessuna ali'infuori di una volontà libera, che si decida per motivi
ragionevoli corrispondenti a quelli che hanno guidato la mia volontà libera,
allora :potrò concludere con certezza che si tratta di un'azione prodotta da un
essere ragionevole come me, 4. Società e Stato Secondo Fichte, tra società e
Stato vi è differenza profonda. Lo Stato è qualcosa di contingente e
transitorio mentre la società è qualcosa di necessario e permanente. Quindi «la
vita nello Stato... non può dirsi uno dei fini dell'uomo. Essa è piuttosto un
mezzo... per la fonda- zione di una perfetta società » (pp. 105-106). Quando si
arriverà alla costituzione di una società perfetta allora «saranno divenuti
superflui tutti quei vincoli i quali costituiscono lo Stato » (p. 106). 5. Fine
e missione della società La società è fine a se stessa (p. 107). Però più
avanti (cfr. p. 113), riprendendo lo stesso tema, Fichte dirà che « l’ultimo e
più alto fine della società è la totale unificazione e concordia di tutti i
possibili suci membri ». La missione della società è il perfezionamento della
specie umana per rendere sempre più vicino l'ideale della unificazione. Questo
progressivo perfezionamento è inevitabile. Infatti, « ciascun individuo ha il
suo proprio ideale dell’uomo in genere; tutti questi ideali sono di- versi non
per materia, ma per grado. E ciascun individuo valuta ogni altro, che egli
riconosca conìe uomo, secondo il proprio ideale dell'uomo. Ciascuno desidera in
virtù di quella aspirazione fondamentale di trovare ogni individuo simile al
proprio ideale dell'uomo; lo mette alla prova perciò e lo esperimenta in tutti
i modi. Nel caso poi che lo irovi inferiore a quell’ideale cerca di sollevarlo
alla medesima altezza. in questa iotta tra spirito e spirito vince sempre colui
che è uomo in senso migliore e più elevato » {p-p. 107-108). Conclusione: «
L'uomo ha la missione di vivere per la società. Questa missione per la società
in generale è [...], tuttavia, in quanto mero im- 383 La ragione opera secondo
libertà Volontà libera: causa dell’azione dell’essere ragionevole Stato, mezzo
per giungere ad una società perfetta Missione della società: perfezionamento
della specie umana Rapporto tra morale sociale e morale individuale
Coordinazione delle volontà Unità perfetta degli uomini come dell’uomo pulso,
subordinata a quella legge più alta della stabile coerenza con noi stessi » (p.
109). 6. La morale sociale fondamentale è la coerenza dell’uomo con se stesso.
Da questa legge su- prema della morale individuale Fichte deduce le seguenti
leggi della morale sociale: a) L'impulso alla socievolezza non deve entrare in
contraddizione con se stesso. Questo accadrebbe se l'uomo trattasse gli esseri
ragione- voli da schiavi. Infatti la ragionevolezza consiste nella relazione
reciproca, e quindi l'impulso alla socievolezza è rivolto alla relazione
reciproca. Ma se ci comportiamo verso gli altri uomini da padroni « mettiamo il
nostro impulso alla socievolezza in contraddizione con se medesimo. Quindi la
nostra condotta non deve mirare alla subordinazione degli altri, ma alla
coordinazione della nostra volontà con quella dei no- stri simili. « Chiunque
si ritiene padrone degli altri uomini è egli stesso uno schiavo » (p. III). b)
Non adoperare mai gli altri esseri ragionevoli come mezzi per i propri fini. «
È lecito all'uomo usare le cose irragionevoli come mezzi per i suoi fini; ma
non gli è lecito agire nello stesso modo con gli esseri ragionevoli. Adoperarsi
perché tutti gli altri uomini raggiungano l’ideale della perfezione. 7. Il fine
ultimo e la missione dell'uomo nella società Il fine ultimo dell’uomo in quanto
essere socievole è l’unità perfetta’ con gli altri individui. Però anche questo
fine, come anche quello della perfetta coerenza con se stesso, è irraggiungibile.
« Se tutti gli uomini potessero diventare perfetti e raggiungere così il loro
più alto e supremo fine, essi sarebbero allora totalmente simili l'uno
all’altro; formerebbero anzi un solo essere, un solo soggetto », cesserebbero
di essere uomini per essere Dio (p. 113). La missione dell'uomo in società è il
progressivo avvicinamento al- l'ideale dell'unità. Fichte chiama questo
indefinitivo avvicinamento uni. ficazione. 8. L'educazione alla socievolezza
Per realizzare la missione dell’unificazione occorre una duplice abi- lità:
abilità nel dare ossia nell’agire sugli altri in quanto esseri liberi; abilità
nel ricevere. LA DISTINZIONE TRA GLI STATI SOCIALI 1. Introduzione Dopo aver
studiato la missione dell’uomo in se stesso e nella società, Fichte dovrebbe
ora passare allo studio della missione del dotto. Però, 384 poiché il dotto non
è solo uno dei membri della società, ma è altresì un membro di un determinato
stato sociale, Fichte deve premettere allo. studio della missione del dotto, lo
studio dell'origine della diseguaglianza tra gli uomini, che è il presupposto
della distinzione tra gli stati sociali. 2. La diseguaglianza tra gli uomini
Nella lezione precedente Fichte ha mostrato l’esistenza di fatto della
molteplicità degli esseri ragionevoli, ma non la possibilità di tale fatto.
Ora, nella terza lezione, egli mostra che la molteplicità e la diversità degli
Io empirici si fonda, in ultima analisi, sull'influsso che il Non-Io finito
esercita sopra gli esseri ragionevoli finiti: « Il Non-Io, come quel fonda-
mento dell'esperienza che è indipendente da noi, e che può anche chia- marsi
natura, è molteplice; nessuna sua parte è perfettamente simile a nessun'altra
[...]. Quelle parti diverse agiranno perciò sullo spirito umano in modo
diversissimo e non potranno mai sviluppare in egual modo le capacità e le
disposizioni. Da questi diversi modi di agire della natura nascono gli
individui, e vien formata quel che in ciascuno di essi so- gliamo chiamare la
loro semplice natura empirica individuale. Si tratta perciò di una
diseguaglianza inevitabile: 1) perché non dipende dalla nostra volontà essendo
causata dal Non-Io; 2) perché l'ideale della coerenza, il quale, come s'è
visto, riporterebbè gli esseri ragionevoli all'unità, è irraggiungibile.
Tuttavia mediante la socievolezza si deve fare tutto il possibile per ridurre
le diseguaglianze ed eliminare le differenze. « E qui si presenta l'efficacia
dell'impulso alla socievolezza, il quale è diretto al medesimo fine e diventa
mezzo per quell’avvicinamento all'infinito che la legge da noi pretende ».
L'impulso alla socievolezza comprende sia l'impulso alla partecipazione, cioè
l'impulso a dare, sia l'impulso a ricevere (pp. 128-129). Conclusione: « Così,
per opera della ragione e della libertà viene corretto l'errore che la natura
ha commesso. « La ragione si tro- va impegnata in una lotta senza tregua con la
natura; né questa guerra potrà mai avere termine, se pure non dovremo diventare
iddii. Tuttavia potrà e dovrà diventare sempre più debole l'influsso della natura
e sem- pre più forte invece quello della ragione » (pp. 130-131). Questa lotta
con- tro la natura fa nascere una nuova solidarietà tra gli uomini e li stringe
assieme come a formare un nuovo corpo (p. 131). 3. La scelta dello stato [La
natura fornisce ogni uomo di particolari impulsi, o attitudini. Si sceglie uno
stato quando si sceglie di sviluppare una certa attitudine. Facendo questa
scelta « io stabilisco una volta per tutte di non tener più conto da allora in
poi di certe opportunità che la natura forse potrebbe fornirmi, e di applicare
invece esclusivamente tutte le forze e le qualità naturali allo sviluppo di una
sola, o magari di parecchie, ma sempre ben determinate attività » (p. 133). 4.
La scelta dello stato non è obbligatoria, ma jibera La scelta dello stato non è
obbligatoria, ma libera perché se fosse ob- bligatoria, allora dovrebbe essere
possibile « dedurre dalla suprema 385 Molteplicità e diversità degli ‘‘lo’’
fondate sul “non-lo”’ Gli individui originati dai diversi modi di agire della natura
La socievolezza come riduzione Libertà e ragione in lotta contro l’errore della
natura Scelta di uno stato di vivere e sviluppo di determinate attitudini
Scelta nella libertà Scelta di uno stato: atto di libertà e restituzione alla
società di quanto Partecipazione al perfezionamento dell'umanità e immortalità
legge razionale l'impulso il quale spinga alla scelta di uno stato allo stes-
so modo con cui abbiamo dedotto riguardo alla società un impulso ana- logo ».
Ma la legge suprema dice soltanto: « Educa tutte le tue attitudini
completamente ed uniformemente per quanto ti è possibile. Essa non arriva a
determinare se io debba esercitare quelle mie attitudini imme- diatamente sulla
natura o solo attraverso la mediazione degli altri uo- mini: la scelta perciò
si trova, a questo riguardo, interamente lasciata alla mia prudenza » (pp.
134-135). « La legge non vieta di scegliere uno stato; neanche però comanda
[...]. Mi trovo sul terreno del libero arbitrio: mi è semplicemente lecito di
scegliere uno stato » (p. 135). Tuttavia la scelta dello stato è consigliabile
perché ogni uomo ha il dovere di restituire alla società quanto ha da essa
ricevuto. Questo è facile se si sceglie uno stato. Nessuno ha diritto di
lavorare per la propria soddisfazione soltanto. « Questo non è lecito. Egli
deve almeno sforzarsi di pagare alla società il suo debito; deve occupare il
proprio posto; deve fare almeno ogni tentativo per elevare in qualche modo il
grado di perfezione della specie che tanto ha lavorato per lui » (p. 136). Per
raggiungere questo fine, due vie gli si aprono davanti: o cercherà di elaborare
la natura in ogni sua parte, ma questa è un'impresa impos- sibile. Oppure
affronterà solo una porzione determinata della natura: quella della quale gli
sia forse più accessibile tutta la elaborazione prece- dentemente compiuta,
quella per la elaborazione della quale egli forse dalla natura e dalla società
fu già nel tempo anteriore specialmente for- mato. Questa seconda via è
senz'altro la migliore. Quando uno si dedica a questa speciale porzione, egli
ha scelto il proprio stato. Conclusione: « La scelta di uno stato è una scelta
per mezzo della libertà; perciò nessuno deve essere costretto ad abbracciare
uno stato, come nessuno deve essere escluso da uno stato. È però una scelta
consi- gliabile perché la particolare abilità che uno ha è in un certo senso un
prodotto, un legittimo possesso della società, e ognuno ha il dovere di
restituire alla società quello che da essa ha ricevuto secondo le proprie
possibilità ». 5. La partecipazione al perfezionamento dell'umanità assicura
come premio l'immortalità Qualcuno si chiederà: che vantaggio ha l'individuo a
lavorare per il perfezionamento dell'umanità? Secondo Fichte ha due vantaggi: è
di utilità agli altri: «il felice pro- gresso di un membro è infatti non meno
felice progresso degli altri » (p. 140); è di utilità a se stesso: si assicura
infatti l'immortalità. Ogni uomo è « un anello necessario della catena, la
quale dalla generazione del primo uomo, avanza verso la piena consapevolezza
della sua propria esi- stenza nell’eternità. Ogni uomo può avvicinare di più
alla sua perfezione quel tempio di- vino che i suoi predecessori furono
costretti a lasciare interrotto. È vero che ogni individuo morirà. Ma se egli
partecipa a questa sublime im- presa non si estinguerà completamente, perché la
morte non può inter- rompere la sua opera, giacché la sua opera, mentre deve
essere terminata, non può essere terminata nel tempo. Egli è eterno. LA
MISSIONE DEL DOTTO 1. Introduzione È ora necessario passare a parlare della
missione del dotto, « una missione molto onorevole, molto elevata, nettamente
superiore a quella degli altri stati » (p. 148). Forse, il fatto che sia un
dotto innanzi a dotti in via di formazione, a parlare della missione del dotto,
potrebbe causare imbarazzo (timore di offendere gli altri stati, di apparire
superbo ecc.). Ma se questo ci trattenesse dal nostro compito, peccheremmo di
falsa modestia. Non c'è infatti nessun pericolo di insuperbirsi, né di
offendere gli altri se l'esposizione della missione del dotto viene fatta in
modo oggettivo e si tiene presente che « non lo stato, ma la degna afferma-
zione di esso, nobilita l’individuo ». Non lo stato, ma il perfetto compimento
del proprio dovere è quello che importa. Dopo questo preambolo Fichte mostra la
necessità di uno stato speciale, d'una professione particolare, quella del
dotto, muovendo dalla definizione di società perfetta. A suo giudizio è
perfetta quella so- cietà in cui si è provveduto « allo sviluppo e alla soddisfazione
di tutti i bisogni, e anzi al loro uguale sviluppo e alla loro uguale
soddisfazione. Questo non è possibile senza la professione del dotto. 2. La
società perfetta richiede lo stato (la professione) del dotto La società
perfetta ha bisogno di tre cose cui può provvedere una sola professione, quella
del dotto: 1) Perfetta conoscenza dell'uomo nella sua interezza, delle sue
atti- tudini, di tutti i suoi impulsi e bisogni (perché senza tale conoscenza è
im- possibile provvedere allo sviluppo uguale di tutte le attitudini). Questo è
l'oggetto della filosofia. 2) Conoscenza dei mezzi per sviluppare Ie attitudini
e soddisfare i bisogni (perché la semplice conoscenza delle attitudini e dei
bisogni, senza la conoscenza dei mezzi sarebbe vuota e inutilissima). « Con
quella conoscenza dei bisogni deve dunque andare unita la conoscenza dei mezzi
per soddisfarli; e questa conoscenza dovrà legittimamente essere posse- duta
dal medesimo stato sociale, dato che una conoscenza senza l’altra non può mai
arrivare ad essere perfetta, né tanto meno viva ed efficace » (p. 153). La
conoscenza dei mezzi è l'oggetto della scienza filosofico- storica. 3)
Conoscenza del grado di cultura in cui si trova in un determinato momento
storico una società e quale grado essa dovrà raggiungere per primo partendo da
quello che ora occupa; e infine di quali mezzi essa possa disporre per questo
fine. Questo è l'oggetto della scienza storica. Conclusione: «La sintesi di
queste tre forme di conoscenza costi- tuisce quella che si chiama, o almeno ciò
che esclusivamente dovrebbe chiamarsi dottrina » (pp. 154-155), e lo stato di
coloro che si dedicano allo studio della dottrina, si dovrebbe chiamare stato
(o professione) dei dotti. 3. Definizione del dotto « Dotto si chiama colui che
all'acquisto di tali conoscenze (filosofica, filosofico-storica e storica)
dedica la sua vita» (p. 155). 387 Lo stato del dotto e la società perfetta La
missione del dotto e la dottrina: — filosofia — scienza filosotico- storica - —
scienza storica Il dotto e le sue regole di vita: elevare il grado delle
scienze; agire con piena moralità; sviluppo della socialità; essere maestro
dell'umanità; essere guida nelle circostanze particolari; essere modello
eccellente II dotto sacerdote della verità 4. La missione del dotto « Così ci
si rivela finalmente la vera missione dello stato dei dotti; tale missione
consiste nella suprema vigilanza sopra il progresso reale della stirpe umana in
genere e nell'attività continuamente diretta a promuovere questo progresso »
(p. 155), specialmente il progresso delle scienze: infatti « dal progresso
delle scienze dipende in modo immediato il progresso del genere umano. Chi
ferma quello, ferma questo » (p. 156). 5. La morale del dotto (La morale
professionale) Le principali leggi che regolano la vita del dotto sono le
seguenti: — « Sforzarsi per portare a un grado più elevato le scienze, e in
parti- colare quel ramo della scienza che egli ha prescelto », altrimenti il
dotto si mette in contraddizione con la sua missione che consiste appunto nel
promuovere il progresso delle scienze. Questa legge è dedotta dalla suprema
legge della morale individuale (non-contraddizione, unità- coerenza). — Nella
propria attività non deve adoperare mai mezzi che non siano perfettamente
morali; il dotto non cadrà mai nella tentazione di far ac- cettare agli uomini
le convinzioni proprie con mezzi coercitivi, con l'uso della violenza fisica.
Questa legge è dedotta dalla suprema legge della morale sociale (coordinazione
e non-subordinazione). — « Sviluppare in se stesso quanto più gli è possibile
le disposizioni socievoli, la capacità di ricevere e quella di comunicare » (p.
160), perché il dotto è destinato alla società, « esiste in virtù della società
e per il vantaggio della società » (ib.). Questa legge è dedotta dalla missione
del- l'uomo nella società (che consiste nel perfezionamento della società
attra- verso la politica del dare e del ricevere). — « Deve portare gli uomini
alla consapevolezza dei loro bisogni, alla conoscenza dei mezzi atti a
soddisfarli » (p. 161). È possibile attuare que- sta legge? Sì, perché gli
uomini hanno fiducia nella dottrina e abilità degli altri; inoltre tutti gli
uomini hanno un certo senso di verità. Da questa legge il dotto è costituito
maestro dell'umanità. Si può dunque affermare che il dotto, secondo quel
concetto di lui che finora è stato sviluppato, è per la sua missione stessa
maestro dell'umanità. — « Il dotto non deve soltanto istruire gli uomini sopra
i loro bisogni e sopra i mezzi necessari per soddisfarli in generale. Deve anche
guidarli, in particolare, in un determinato tempo e in un determinato luogo, a
prendere coscienza dei bisogni che si presentano in quelle particolari
circostanze e a scoprire quei mezzi particolari che servono per raggiun- gere i
fini in certo modo imposti dalla situazione presente » (p. 163). Da questa
legge il dotto è costituito educatore (guida) dell'umanità. — Il dotto infine
deve dare buon esempio, deve essere un modello perché il dotto « deve essere
l'uomo moralmente migliore della sua età » {p. 167). Da questa legge il dotto è
costituito modello dell'umanità. Conclusione: Fichte conclude la quarta lezione
col seguente pane- girico sulla missione del dotto: « Questo è l'ufficio a cui
sono chiamato, a rendere testimonianza della verità. Nulla importano [...] la
mia vita e la mia sorte, ma l'ufficio che io compio ha un'importanza infinita.
Io sono un Sacerdote della verità. Appartengo alla sua milizia; ad essa ho
prestato giuramento di fare, di osare, di soffrire tutto fedelmente per lei! »
(p. 168). CRITICA DELLE AFFERMAZIONI DI ROUSSEAU ÌNTORNO ALL'INFLUSSO DELLE
ARTI E DELLE SCIENZE SOPRA LA FELICITÀ DELL'UOMO 1. ìntroduzione ‘Per la
scoperta della verità, dice Fichte, la confutazione degli errori opposti non è
di considerevole importanza. La critica degli errori, però, è sempre di grande
utilità per mettere meglio a fuoco la verità già sco- perta: « Il confronto
della verità con gli errori costringe ciascuno di noi ad osservare i caratteri
distintivi dell'una rispetto agli aitri; e ci conduce a formare un concetto più
perspicuo e meglio definito della verità stessa » (p. 136). 2. L'errore di
Rousseau Secondo Rousseau il fine dell'uomo è raggiungibile solo nello stato di
natura. La civiltà, la cultura (lo stato dei dotti) « costituiscono se- condo lui
la sorgente e nello stesso tempo la espressione più completa della corruzione
umana » (p. 177). Questo è in diretta e completa con- traddizione con tutto
l'insegnamento di Fichte, che « ha riposto la mis- sione della umanità nel
progresso continuo della cultura e nello sviluppo parallelo e continuo di tutte
le sue attitudini e dì tutti i suoi bisogni » (p. 177). 3. Critica dell'errore
di Rousseau Fichte fa dell'errore di Rousseau una duplice critica. Anzitutto
egli rileva che, nonostante la sua dottrina secondo cui la felicità è
raggiungibile solo nello stato di natura, Rousseau ha educato le proprie
attitudini in un grado molto raffinato; e coll'educazione che ha ricevuto da
questo alto grado di cultura egli si adopera quanto può a convincere l'umanità
della giustezza delle sue affermazioni. Quindi, « le sue azioni contraddicono
in modo flagrante i suoi principi ». Poi, fichte svolge una critica molto
dettagliata della dottrina di Rousseau. Gli argomenti principali sono i
seguenti: — La dottrina di Rousseau non è dedotta « per via meramente razio-
cinativa, da un principio più fondamentale ». Infatti « su nessuna que- stione
il Rousseau ha approfondito la sua ricerca fino a raggiungere gli ultimi
fondamenti di tutto il sapere umano » (pp. 178-180). — Tutto quello che dice
Rousseau si fonda sul sentimento e non sulla ragione e quella del sentimento è
una conoscenza malsicura, in cui il vero si trova commisto al falso, « perché
ogni giudizio fondato sul sen- timento greggio e immediato presenta come
equivalenti cose che non sono punto tali » (p. 180). — Tuttavia la deduzione
delle conseguenze non viene fatto da Rous- seau secondo le leggi del
sentimento, ma secondo quelle della ragione: « Se egli avesse lasciato al
sentimento un influsso anche sulla deduzione delle conseguenze, il sentimento
l'avrebbe poi riportato sulla strada giu- sta, dalla quale prima l’aveva sviato
» (p. 181). — La dottrina di Rousseau anziché avere una base razionale ha una
motivazione psicologica: la constatazione che il suo alto ideale del dotto 389
Confutazione degli errori e focalizzazione delle verità scoperte Critica a
Rousseau: — non raggiunge i fondamenti primi del sapere — deduce secondo le
leggi della ragione e nor del sentimento La dottrina dello stato di natura ha
conseguenze disastrose Due incompatibilità:stato di natura e indipendenza dai
Bisogni Con il ‘’non-lo’’ si ha l’ideale di perfetta coerenza Rousseau: energia
gel sopportare, fiuttosto che energia dell’agire non trovava alcuna attuazione
nella realtà tra i suoi contemporanei; an- zi, i dotti del suo tempo mettevano
il loro ingegno a servizio dei soldi, degli onori, e delle ricchezze, e
cercavano di far passare come virtù la corruzione degli uomini. Questa dolorosa
constatazione spiega la sua avversione per la cultura e il suo odio per
l'umanità (pp. 180-185). « Ecco donde sorge nel Rousseau l'aspirazione allo
stato di natura. Nello stato di natura, così come egli lo intendeva, le
attitudini proprie della umanità non dovrebbero ancora essersi sviluppate; non
dovrebbero anzi nep- pure essersi manifestate. L'uomo non dovrebbe avere nessun
bisogno oltre a quello della sua natura animale; dovrebbe vivere come le bestie
vivono nei campi sotto i suoi occhi. E certamente in uno stato simile non
troverebbe posto nessuno di quei vizi che avevano acceso l'ira del Rousseau.
L'uomo, in quello stato, mangerà quando avrà fame e berrà quando avrà sete. Una
volta saziato non avrà nessun interesse a pri- vare gli altri di quel
nutrimento che egli non può in quel momento utiliz- zare » (p. 186). — La
dottrina dello stato di natura come stato ideale è inaccettabile per le sue
disastrose conseguenze. « Certo il vizio viene in questo staio di- strutto
totalmente, ma col vizio viene distrutta la virtù e senz'altro la ragione.
L'uomo diventa allora un animale » (p. 187). — Lo stato di natura rende
impossibile il conseguimento del fine che Rousseau si propone, quello di «
riflettere sopra la sua missione e sopra i suoi doveri per poter così
nobilitare se stesso e i suoi fratelli in uma- nità » (p. 189). — Rousseau
vuole due cose incompatibili: a) il ritorno allo stato di natura; b)
l'indipendenza dell'uomo dai bisogni della sensibilità. Queste due cose sono
incompatibili perché si trovano in proporzione inversa. Infatti, «quanto più la
ragione estenderà il suo dominio, tanto meno l'uomo avrà di bisogno » (p. 190).
— ‘Rousseau si raffigura come qualche cosa che noi siamo già stati quello che
invece dobbiamo diventare; si rappresenta il fine che noi dob- biamo
raggiungere corne qualche cosa che noi abbiamo perduto (p. 191). — Rousseau
dimentica che l'umanità si può, anzi si deve avvicinare a questo stato soltanto
attraverso la sollecitudine, la fatica, il lavoro. È attraverso la progressiva,
laboriosa conquista del Non-io (natura) che l’uomo realizza il suo ideale di
perfetta coerenza, «l'aspirazione di essere simile a Dio » (p. 192). Ma l'uomo
è, quanto alla sua natura, pigro e inerte. Ecco come nasce la dura battaglia
tra il bisogno e la pigrizia naturale; il primo vince, ma la seconda si lagna
amaramente, non il biso- gno è l'origine del vizio; il bisogno è invece lo
stimolo che spinge alla attivita e alla virtù. L'origine del vizio è
nell'inerzia naturale. « Non v'è per l'uomo nessuna salvezza, finché questa sua
inerzia naturale non sia stata combattuta e sconfitta; finché l'uomo non
riponga nell'attività, e soltanto nell'attività, tutte le sue gioie e tutto il
suo piacere » (pp. 192-193). — «In definitiva lo sbaglio di Rousseau è il
seguente: aveva anche lui urna certa energia, ma era piuttosto l'energia del
sopportare che non l'energia dell'agire (l'energia di piangere invece di
operare). Egli è l'uomo della sensibilità sempre sofferente, ma non è nello
stesso tempo l’uomo dell’attività in lotta. « La lotta della ragione contro le
passioni, la vittoria strappata a poco a poco [...] tutto questo egli lo
nasconde ai nostri oc- chi » (p. 195). 390 Conclusione: Fichte conclude la
quinta lezione con una infuocata esortazione a fuggire l'esempio di Rousseau: «
Agire! agire ancora. Questa è Ja ragione per la quale noi esistiamo » {D. 196).
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Per chi fu scritto La missione del
dotto? 2. Quante e quali sono le parti di La missione del dotto? 3. Con quali
argomenti Fichte respinge il materialismo e fonda l'idealismo? . Tra Io-puro e
Io-empirico che rapporti pone Fichte? Confronta la dot- trina fichtiana con
quelle di Schelling e Hegel. 5. Che cos'è il non-Io? Che atteggiamento assume
Fichte nei confronti del non-Io? Metti a confronto il pensiero di Fichte su
questo punto cor quello di Spinoza. 6. Quali sono secondo Fichte gli elementi
caratteristici, essenziali del. l’uomo? 7. A parere di Fichte, è possibile
esperire la libertà degli aitri? 8. Da che cosa deduce la necessità degli stati
sociali, ossia delle vatie pro- fessioni? Confronta la dottrina fichtiana
sull'origine della società con guelie di Aristotele, Hobbes, Spinoza,
Rot:sseau. 9. Su che cosa fonda Fichte il progresso deila società? 40. Cosa
intende Fichte per scienza filosofica, filoscfico-storica e storica? Cosa insegna
sullo stesso argomento nelle altre opere? 11. Chi è il dotto e quali sono i
suoi compiti? 12. Quali sono le principali leggi dell'etica individuale,
sociale e professio» nale? Confronta i principi etici di Fichte con: quelli di
Kant. 13. Secondo Fichte a quale immortalità può aspirare l'individuo? Può spe-
rare nell'immortalità individuale? Paragona la dottrina jichtiana sull’immor-
talità con quelle di Platone, Spinoza e Kant. 14. Quali sono le critiche più
acute che Fichte muove a Rottsseati? LS 391 Rivoluzioni e trasformazioni socio-
politiche agli inizi del XIX secolo L’opera nasce in occasione del primo
Congresso internazionale della ‘Lega dei Giusti” Engels invita Marx a formulare
l’opera come un catechismo IV. il MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA » K. Marx e
F. Engels. Quando nel 1848, Marx e Engels scrissero il Manifesto tutta l'Europa
sì trovava in stato di agitazione: una nuova ondata rivoluzionaria la scuoteva
da capo a piedi dopo quelle del 1789, del 1821 e del 1830. In conseguenza delle
precedeni rivoluzioni le strutture politiche della società avevano già subito
profonde trasformazioni: in varie nazioni l'assolutismo aveva dovuto cedere il
posto al parlamentarismo e alla de- mocrazia e quasi ovunque l'aristocrazia era
stata soppiantata dalla bor- ghesia. Solo il proletariato continuava ad essere
oppresso e sfruttato come per il passato, anzi più ancora che nel passato. In
effetti verso la metà dell'Ottocento !e sue condizioni di sfruttamento e
asservimento avevano toccato il punto estremo. Ma l'atmosfera rivoluzionaria
che stava attraversando l'Europa fece credere a Marx e a Engels che l'ora fosse
propizia anche per la libera- zione del proletariato, mediante la soppressione
del capitalismo e l’avven- to del comunismo. Essi erano del parere che « la
rivoluzione borghese in Germania, compiendosi in condizioni di grande progresso
della civiltà europea e con un proletariato più progredito che non ci fosse
stato nella rivoluzione inglese e francese, avrebbe rapidamente preparato la
rivo- luzione proletaria » (E. Cantimori Mazzomonti), la quale si sarebbe
conclusa con la conquista del potere da parte della classe operaia. La
circostanza storica immediata che indusse Marx e Engels a com- porre il
Manifesto fu il primo congresso internazionale della Lega dei giusti (un
movimento operaio d'origine inglese, ma che contava seguaci in tutta l'Europa)
ai primi di giugno del 1847. In quella occasione, Engels aveva proposto di
cambiare la denominazione della Lega in « Lega dei comunisti ». Il suo
suggerimento venrie accolto. Presidente della nuova comunità di Bruxelles fu
eletto Karl Marx. Nella seconda metà di ottobre Marx fu invitato a partecipare
personalmente al secondo congresso, nel quale sarebbe stata discussa anche la
professione di fede politica della Lega. Di questa professione di fede, nei
mesi che intercorsero ira i due ‘congressi si occupò soprattutto Engels, ma
senza poriare a compimento la stesura del saggio. Poco prima della partenza per
il congresso egli scriveva a Marx: « Pensaci un po’ tu alla professione di
fede. Credo sia la miglior cosa abbandonare la forma di catechismo e intitolare
la cosa: Manifesto comunista ». Verso la fine di novembre Marx raggiunse Engels
a Londra per partecipare al secondo congresso della Lega. { principi pro- grammatici
e tattici suoi e di Engels furono accettati, e il congresso in- caricò entrambi
di stendere il Manifesto. Appena tornato a Bruxelles e cioè a metà dicembre del
1847, Marx si mise al lavoro. Verso la fine di gennaio il manoscritto era
pronto e fu spedito a Londra. La stampa del 392 Manifesto si protrasse per
quasi tutto il mese di febbraio. Pochi giorni prima dello scoppio della
rivoluzione, il Manifesto del partito comunista uscì dalla stamperia di J.E.
Burghard, in Londra, in 30 pagine di formato 8°. Sul frontespizio non figura
nessuna indicazione dei nomi degli au- tori: solo il titolo, l’indicazione «
febbraio 1848 » e il motto: « Proletari di tutto il mondo unitevi ». Il
Manifesto, come del resto tutti gli altri scritti di Marx e Engels, ebbe poca
diffusione e poca influenza in questi anni; cominciò a esser largamente letto,
diffuso e tradotto solo dal 1870 in poi. 2. Divisione e sintesi dell’opera Il
Manifesto si articola in quattro parti, precedute da una breve in- troduzione.
Le quattro parti portano i titoli seguenti: 1) Borghesi e pro- letari; 2)
Proletari e comunisti; 3) Letteratura socialista e comunista; 4) Posizione dei
comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione. Nell’Introduzione Marx e
Engels tratteggiano con brevi ma vigorose pennellate la situazione di guerra
ingaggiata dalla « vecchia Europa » contro il comunismo. Contro questo sono
scesi in campo « papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e
poliziotti tedeschi » (p. 51). Ma la lotta, argomentano gli autori, è anche un
indizio positivo: si- gnifica che « il comunismo è di già riconosciuto come
potenza da tutte Je potenze europee » (p. 52). Perciò, concludono Marx e
Engels, « è ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto
il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che
contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito
sîesso » (p. 52). PRIMA PARTE BORGHESI E PROLETARI In questa parte Marx e
Engels enunciano i principi fondamentali della loro concezione della storia,
una concezione in cui si assegna il primato assoluto alle strutture economiche;
espongono la storia della borghesia e del proletariato; e, infine, mostrano che
i tempi sono ormai maturi per l'abbattimento della borghesia e ia conquista del
potere da parte del proletariato. JI punti più salienti della loro trattazione
sono i seguenti: 1) La storia dell'umanità concepita come storia di lotte di
classe. Muovendo dal postulato secondo cui « la storia di ogni società esistita
fino a questo momento, è storia di lotte di classi » (p. 54), e valendosi di
tale postulato quale principio ermeneutico per ia comprensione delle vicende
storiche, Marx e Engels ricostruiscono schematicamente la storia dell'umanità
come una sequenza ininterrotta di antagonismi tra le classi 393 Prima edizione
a Londra Nella ‘‘vecchia Europa’’ i nemici del comunismo Storia della borghesia
e del proletariato La storia dell'umanità come di lotta tra le classi sociali
politico e potere economico La concezione Qorghese dell’uomo la dignità deila
persona Trasformazione sociale e irasformazione economica La sovrapproduzione
la causa delîa crisi della borghesia il proletariato è una creazione del di
classe e prospettiva : in Grecia tra liberi e schiavi, a Roma tra patrizi e
plebei, nel Medioevo tra feudatari e servi della gleba, nell'epoca moderna tra
borghesia e proletariato {pp. 54-55). 2) Storia della formazione della
borghesia: i suoi inizi sono fatti risa- lire aila fine del Medioevo.
Coincidenza dell’accrescimento del potere politico cella borghesia con
l'aumento del suo potere econo- mico. Così alla fine dello sviluppo della
classe borghese « dopo la crea- delle grandi industrie e del mercato mondiale,
la borghesia si è con- quistata il dominio politico esclusivo nello Stato rappresentativo
mo- derno. TI potere stataie moderno non è che un comitato che amministra gli
affari comuni di tutta ia classe borghese » (p. 57). Anche la borghesia come
qualsiasi altra classe sociale è salita al potere con la lotta, la rivoluzione
(pp. 57-58). 3) Le aberrazioni della concezione borghese dell’uomo e della
società: nella concezione borghese sono stravolti ia dignità personale, la
libertà de} singolo (p. 58), il significato delle professioni, i rapporti
familiari so- ciali e nazionali (pp. 59-62). 4) Il dinamismo di trasformazicne
della società: un tipo di società si qualifica in forza dei rapporti economici
esistenti tra i suoi membri, ossia secondo la distribuzione dei inezzi di
produzione. Una società si trasforma allorché i rapporti economici subiscono un
cambiamento so- stanziale. Così, alla società feudale è subentrata la società
borghese allorché, «a un certo grado di sviluppo dei mezzi di produzione e di
scambic, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scam- biava,
l'organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i
rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive
ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si
trasformarono in aitrettante ‘catene. Dovevano essere spezzate e furono
spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione
sociale e politica, con il dominio economico e ‘politico della classe borghese
» (pp. 62-63). 5) Crisi della società borghese: « La società borghese moderna
che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, ras-
somiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui
evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è soltanto
storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni
della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le
condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio » (pp. 63-64). La
causa principale della crisi della società borghese è « l'epidemia della
sovraproduzione » (pp. 64-65). 6) La svolta verso il comunismo: essa è
preparata dallo stesso capita- lismo mediante la creazione di una nuova classe
sociale, la classe del pro- letariato (p. 65). Questa classe sta ingrossando
vieppiù mediante l'assor- bimento di tutte le classi intermedie (pp. 67 e 72).
7) Le cause della ribellione del proletariato: la disumanizzazione del lavoro,
l'ingiusta retribuzione, lo sfruttamento, l’asservimento (pp. 66-67). 8) La
dialettica della lotta di classe: da lotta di piccoli gruppi un po' alla volta
essa si sta trasformando in lotta massiccia dell'intera classe operaia contro
la classe dei padroni (p. 68); da lotta nazionale in lotta internazionale (p.
74). 9) Definizione del proletariato: « Il proletario è senza proprietà; il suo
rapporto con moglie e figli non ha più nulla di comune con il rapporto 394
familiare borghese; il lavoro industriale moderno, il soggiogamento mo- derno
al capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo
ha spogliato di ogni carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui
altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti
interessi borghesi » (p. 73). 10) La via al comunismo: consiste nella
eliminazione dell’attuale si- stema di appropriazione e nella conquista delle
forze produttive della società « attraverso il violento abbattimento della
borghesia » e la sop- pressione della proprietà privata: «I proletari non hanno
da salvaguar- dare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza
privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui » (p. 74).
11) Certezza della vittoria del proletariato sulla borghesia: perché
quest’ultima contiene in se stessa i germi della sua dissoluzione. Essa e- sige
infatti la moltiplicazione incessante del capitale, ma ciò non si può ottenere
che con uno sfruttamento sempre più iniquo della classe operaia. E questo
conduce inevitabilmente alla reazione violenta da parte del proletariato e alla
rivoluzione PROLETARI E COMUNISTI In questa parte Marx e Engels, dopo una breve
dilucidazione dei rapporti tra proletariato e comunismo, prendono in esame e
respingono con fermezza, ad una ad una, tutte le critiche più gravi che vengono
sollevate contro la visione comunista della società. 1) Distinzione tra
proletari e comunisti: anche i comunisti sono dei proletari, ma non si
identificano con essi; se ne distinguono come ii partito di punta del
proletariato nella lotta contro i! capitalismo (p. 78). 2) Obiettivo immediato
‘del comunismo: « Abbattimento delia bor ghesia e conquista del potere da parte
de! proletariato » {p. 78). 3) Obiettivo ultimo del comunismo: abolizione della
proprietà privata. 4) Legittimazione della soppressione della proprietà privata:
questa è un'istituzione che è essenzialmente incompatibile con la giustizia so-
ciale. Infatti, nel sistema borghese, «il lavoro dei proletario crea il
capitale, ossia quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può
moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per
sfruttarlo di nuovo » (p. 80; ofr. anche p. 83). 5) Ingiustizia del lavoro
salariato: nella società borghese esso è ap- pena sufficiente a garantire
all’operaio « la sua nuda esistenza » (p. 81). 6) Funzione del lavoro nella
società borghese e nella società comu- nista: « Nella società borghese il
lavoro vivo è soltanto ur: mezzo per mol. tiplicare il lavoro accumulato. Nella
società comunista il lavoro accu- mulato è soltanto un mezzo per ampliare, per
arricchire, per far pro- gredire il ritmo d'esistenza degli operai » (p. 81).
7) Diversità tra concezione borghese e concezione comunista della libertà e
della persona umana (pp. 82-84). 8) Diversa funzione della cultura, del
diritto, della religione, della morale nella società comunista e nella società
borghese {p. 85). Subordi- 395 Legge, morale e religione: pregiudizi borghesi
La via al comunismo: sconfitta della borghesia, fine della proprietà Lo
sfruttamento conduce alla rivoluzione del proletariato Alsune importanti
affermazioni di principio risultano dall'esame delia situazione La tradizione
del socialismo in Europa Adesione dei comunisti ad ogni forma di rivoluzione
contro il sistema in atto. nazione della cultura, del diritto, della religione
e della morale alla strut- tura economica (p. 85). 9) Storicità delle
espressioni culturali (p. 85). 10) Subordinazione dell'educazione al sistema
economico vigente in una determinata società. Superiorità dell'educazione
comunista nei con- fronti di quella borghese (p. 86). 11) Le diverse concezioni
della famiglia e della nazione (p. 86). 12) Approfondimento del tema dei
rapporti tra struttura economica e sovrastrutture culturali (pp. 88-90). 13)
Dieci provvedimenti riguardanti l’abolizione della proprietà pri- vata (pp.
91-92). 14) Abolizione della divisione della società in classi: «Il proleta-
riato [...] facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abo-
lendo con forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produ- zione,
abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esi- stenza
dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni di esistenza delle
classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto clas- se.
LETTERATURA SOCIALISTA E COMUNISTA In questa parte Marx e Engels presentano una
rassegna critica della letteratura socialista e comunista del loro tempo,
soffermandosi in par- ticolare sul « socialismo cristiano » dei romantici
cattolici francesi (Lam- menais e Montalembert) (pp. 97-98), sul « socialismo piccolo
borghese » di Sismondi {pp. 99-102), sul « socialismo tedesco » di Bauer e Hess
(pp. 103-109), sul « socialismo borghese » di Proudhon (pp. 109-113), e sul
«‘comunismo critico-utopistico » di Saint-Simon e iFourier (pp. 113-120).
QUARTA PARTE POSIZIONE DEI COMUNISTI DI FRONTE AI DIVERSI PARTITI DÌ
OPPOSIZIONE In questa parte conclusiva gli autori delineano brevemente la posi-
zione dei comunisti di fronte ai diversi partiti operai già costituiti e ai
movimenti rivoluzionari già operanti in Francia, Svizzera, Polonia e Ger-
mania. Particolare attenzione riservano a quest'ultima nazione perché, a loro
giudizio, la Germania offre le condizioni socio-politiche più pro- pizie per la
lotta e per la vittoria del proletariato contro il sistema bor- ghese. Le linee
direttrici indicate da Marx e Engels sono le seguenti: «I comunisti appoggiano
dappertutto ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali
e politiche attuali. Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo, come
problema fondamentale del movimento, il problema della proprietà, qualsiasi
forma, più o meno svi- luppata, esso possa avere assunto. Infine, i comunisti
lavorano dappertut- to al collegamento e all’intesa dei partiti democratici di
tutti i paesi. I 396 comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le
loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti
soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora
esistente. Rovesciamento Le classi dominanti tremino al pensiero d'una
rivoluzione comunista, Violento del sistema I proletari non hanno da perdervi
che le loro catene. Hanno un mondo anto: da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI Ì
PAESI, UNITEVI. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa è la « Lega
dei giusti » e dove sorse? 2. Quando e dove sorse la « Lega dei comunisti »? 3.
Chi ne fu il primo presidente? 4. Il libretto « Manifesto del partito
comunista» quando e dove venne pubblicato? 5. Marx come concepisce la storia
dell'umanità? 6. Dalla concezione borghese della società che cosa deriva? 7.
Quale era la crisi della borghesia che Marx intravvedeva? 8. Questa crisi, a
distanza di un secolo, era reale? 9. Come vengono considerate da Marx le leggi,
la morale e la religione? 10. Che distinzione c'è tra proletari e comunisti? .
11. Per quali motivi Marx giustifica la soppressione della proprietà privata?
12. Quale funzione ha il lavoro nella società comunista? 13. Quale è la
posizione dei comunisti rispetto agli altri partiti operai sorti in Europa? 397
Obiettivo della metafisica: risposte esaustive agli interrogativi ultimi Nei
secoli XVIII e XIX la scienza come sapere assoluto Attualità della metafisica,
‘‘inattualità’’ dei suoi risultati Denunciati gli errori del passato e nuove
soluzioni per il futuro Organicità e maturità delia trattazione V. «
INTRODUZIONE ALLA METAFISICA » Martin Heidegger (1889-1976) 1. Premessa I
limiti della scienza, i pericoli della tecnologia, la caducità delle cose, la
finitudine del mondo, il non-senso della storia, il nichilismo che ci circonda
e assedia da ogni parte, hanno conferito nuova attualità (tanto da farne
secondo alcune previsioni il sapere del futuro) a quella che già fu per molti
secoli regina di ogni sapere, la metafisica. Definita già da Aristotele come
studio delle cause ultime oppure come studio « dell’ente in quanto ente »,
l’obiettivo della metafisica è stato sempre quello di esibire una risposta
esaustiva agli interrogativi ultimi, gli interrogativi che riguardano il senso
della vita, l'origine del mondo, il valore della conoscenza, il problema del
male e della libertà, la verità, la morte, ecc. Con l'avvento della scienza e
con l'illusione che questa potesse affer- marsi come un sapere assoluto, si è
creduto di poter dichiarare il tra- monto della metafisica. Il XVIII e il XIX
secolo hanno espresso una cul- tura essenzialmente antimetafisica; ma la
scienza, che si è sempre più perfezionata nel calcolare i fenomeni per poterli
controllare e dominare, si è invece arrestata davanti alla porta dei problemi
ultimi. Così il loro esame e possibilmente la loro soluzione sono oggi
nuovamente demandati alla metafisica. L'uomo, diceva Schopenhauer, è
essenzialmente un essere metafisico: lo è in forza della sua natura spirituale,
lo è grazie al suo conoscere intel- lettuale. Come essere metafisico egli è da
sempre chiamato ad interro- garsi su se stesso, sul proprio essere e sugli enti
che lo circondano con l'obiettivo e la speranza di pervenire ad una risposta
soddisfacente e conclusiva. Il suo oggetto e il suo compito rendono, pertanto,
la meta- fisica sempre attuale, anche se i suoi risultati sono costantemente
messi in crisi dall'inarrestabile tensione di ricerca della mente umana. 2.
Origine e obiettivi dell’opera Dei filosofi del nostro secolo nessuno come M.
Heidegger — che molti studiosi considerano il più grande di tutti — si è
occiipato con altrettanto impegno e costanza della metafisica, denunciando, da
una parte, gli er- rori in cui sono incorsi i filosofi del passato e
proponendo, dall'altra, nuo- ve impostazioni e soluzioni per il futuro. Dei
molti scritti in cui Heidegger affronta il problema della metafisica la
Einfiihrung in die Metaphysik (Introduzione alla metafisica) si racco- manda in
modo particolare per la organicità, completezza e maturità della trattazione.
Questo saggio occupa « una posizione centrale e peculiare nel- lo svolgimento
del pensiero di Heidegger [...] tanto che esso si può col. 398 locare accanto a
Seiti und Zeit (Essere e tempo) come seconda cpera chia- ve per la comprensione
dell’intero suo pensiero » {Vattimo). Concepita e scritta nel 1935 — a quasi
dieci anni di distanza da Essere e tempo — nello sviluppo del pensiero
heideggeriano Introduzione alla metafisica è il documento principale della
grande svolta (Kehre) in dire- zione dell'essere. In Essere e tempo, per
risolvere la questione ontolo- gica (quella dell'essere), Heidegger aveva
seguito il cammino ascendente (dagli enti all'essere), assumendo come punto di
partenza quell’ente pri- vilegiato che è l’uomo, che è colui in cui l'essere si
interroga e si mette in questione. Ma questa strada Jo aveva condotto in un
vicolo cieco: anziché alla sponda dell'essere approdava a quella del nulla.
Così, in Introduzione aila metafisica, Heidegger segue il cammino inverso: dal-
l'essere agli enti. L'essere è il punto di partenza, è il fondamento, la sor-
gente da cui tutto discende. Gli enti o essenti sono le parole, il raccogli-
mento, la non-latenza, la verità, l’epifania, il disvelamento dell'essere. In
taì modo Heidegger ritiene di sfuggire alla trappola in cui — a suo avviso — è
caduta tutta la metafisica tradizionale {greca, medioevale, moderna), che
assumendo come punto di partenza questo o quell’ente o questa o quella modalità
dell'essere non era mai riuscita ad oltrepas- sare l'orizzonte degli essenti
ossia l'orizzonte della fisica e finiva rego- larmente nella identificazione
dell'essere con l'Ente supremo. (Kehre), oltre che un nuovo cominciamento della
comprensione dell'essere, comporta anche la ricerca di un nuovo lin- guaggio, «
adatto », cioè adeguato al contenuto di un pensiero che non in- tende più
avvalersi delle categorie metafisiche tradizionali e vuol met- terle in
discussione nelia loro stessa radice. Anche di questo sforzo arduo e grandioso
la Introduzione costituisce il primo importante documento e, fino a Cammino
verso il linguaggio, resterà l'unico saggio di una certa ampiezza ed
organicità. Introduzione alla metafisica consta di quattro capitoli che
trattano 399 in ‘‘Essere e îempo’’ cammino ascendente: dail’ente al nulla in
questa opera cammino discendente: dall'essere agli enti La storia dischiude
l'essenza dell’essere Le quattro delimitazioni dell’essere: divenire, apparire,
pensare, dovere La grande svolta: nuovo sominiciamento e nuovo linguaggio Le
tre priorità della domanda metafisica fondamentale: ampiezza, profondità,
origine La domanda fondamentale: evento, salto, non suscettibilità di verifica
La filosofia come sapere: inattuale inutile ambiguo fecondo difficile
rispettivamente di: 1) La domanda metafisica fondamentale; 2) Gram-. matica ed
etimologia della parola « essere »; 3) La domanda sulla es- senza dell’essere;
4) La limitazione dell'essere. 3. Divisione e sintesi dell’opera LA DOMANDA
METAFISICA FONDAMENTALE 1. La domanda metafisica fondamentale È la seguente: «
Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla? ». Questa è la domanda
metafisica per eccellenza e gode su qualsiasi altra domanda di una triplice
priorità: in ordine all'ampiezza « è la più vasta »; in ordine alla profondità:
« è la più profonda »; in ordine all'origine: « è la più originaria ».
L'interrogativo riguarda tutti gli enti senza nessuna distinzione: « In ragione
della sua portata illimitata tutti gli enti per essa si equivalgono ». Perciò «
bisogna evitare di porre in primo piano un ente particolare, anche l’uomo
[...]. Non sussiste nessun motivo perché, per entro l’essente nella sua
totalità, si debba porre in primo piano quel- l'essente chiamato uomo, alla cui
specie noi stessi per caso appartenia- mo » (pp. 15-16). Ta domanda metafisica
fondamentale, già singolare in se stessa, as- sume capitale e vitale importanza
per colui che la solleva: è un evento nella sua esistenza. L'evento consiste in
un salto, che comporta l’abban- dono di tutte le precedenti certezze; ma si
tratta di un salto singolaris- simo, che si esplica più in maniera passiva che
attiva, è un salto origi- nario (Ur-sprung). La domanda metafisica non è
suscettibile di verifica; perciò non si può stabilire con certezza se essa è
autentica oppure inautentica. Tuttavia, almeno una cosa è certa: non è
autentica quando si presta a ricevere una risposta sicura, precisa, definitiva;
per esempio, la risposta biblica: c’è l'essente perché Dio l’ha creato.
D'altronde questa è una di quelle do- mande che si colloca fuori dall’orizzonte
della fede: l’interrogarsi sul- l'essente in rapporto al suo fondamento per il
credente è « una follia » (p. 19). 2. Caratteristiche della filosofia i- sica.
Ma se si risale al significato originale del termine physis, il quale voleva
dire « ciò che si dischiude da se stesso (come, ad esempio, lo sbocciare di una
rosa), l’aprentesi dispiegantesi e in tale dispiegamento l’entrare
nell’apparire e il mantenersi in esso, in breve: lo schiudentesi- permanente
imporsi », allora si può ben dire che oggetto della filosofia è nient'altro che
la physis, in quanto «la physis è lo stesso essere, in forza del quale soltanto
l'essente diventa osservabile e tale rimane; « l'essente come tale nella sua
totalità è physis, cioè ha come essenza caratteristica lo schiudentesi-permanente
imporsi » (p. 28). Per- tanto studiare la physis e studiare l'essere è la
stessa cosa. Senonché non è a questo studio dell'essere come tale che ha atteso
la metafisica tradizionale: volendo scavalcare la physis essa ha fallito il suo
obiettivo, l'essere, sin dall'inizio. « Per chiunque si ponga dal nostro punto
di vista, diviene chiaro che l'essere come tale risulta in realtà na- scosto
alla metafisica, resta obliato, e ciò in maniera così radicale che la
dimenticanza dell’essere, col cadere essa stessa in oblio, viene a costi- tuire
l'impulso, ignoto ma costante, che sollecita il domandare metafi- sico » {p.
30). 4. Il ricominciamento deila filosofia Per fare autentica filosofia occorre
ricominciare da capo, sollevando di nuovo la domanda fondamentale: « Perché vi
è, in generale, l'essente e non il nulla? ». Questa domanda ha ‘carattere
fortemente personale. Per affrontarla non ci sono né maestri, né guide, né
compagni, né sostituti: « è un andare avanti domandando [...] che non comporta
nessuna com- pagnia » (p. 31). Essa ha, inoltre, carattere di ri-soluzione, di
impegno: « interrogare significa voler-sapere. Chi vuole, chi pone tutto il suo
es- sere in un volere, è risoluto » (p. 32). Infine, ha anche carattere di
eser- cizio: l'atteggiamento interrogativo dev'essere sviluppato, fortificato
con l'esercizio (p. 33). 5. Svolgimento della domanda fondamentale AI fine di
chiarirne meglio il senso, Heidegger vi distingue tra l'inter- rogato
{l'essente) e ciò su cui verte l'interrogazione: il fondamento (Grund)
dell'essente. A prima vista, si ha l'impressione che la domanda sia tutta
rinchiusa in « perché l’essente?» e che l'aggiunta « e non il nulla » abbia una
funzione meramente pleonastica. Tuttavia, se si fa mag- 401 straordinario La
‘‘physis’’ oggetto della filosofia: è studiare l’essere Carattere personale e
carattere di risoluzione della dumanda fondamentale sull’essente Il nulla è
legato alla logica del pensare Priorità del sapere filosofico e dei psetare sui
sapere scientifico Distinzione dell’essere dall’essente La crisi
dell'Occidente: oblio dell’essere e frenesia dell’essente Ripetizione del
cominciamento e ricollocazione dell’esistenza storica dell’uomo gior attenzione
si vede che c'è almeno urna ragione storica per integrare la dorranda cor
l'espressione « e non il nulia »: il fatto che la filosofia si è posta sin
dall'inizio insieme alla domanda sull’essente anche la doman- da sul
non-essente, sul nulla. Ma c'è di più: il divieto di interpellare il nulla,
perché il nulla è nulla, è sì legato alla logica del pensare, ma si tratta di
una logica che opera all’interno di una determinata precom- prensione
dell'essente, e potrebbe essere che « ogni pensiero che obbe- disce solamente
alle regole della logica tradizionaie si trovi fin da prin- cipio neli'impossibilità
anche solo di comprendere, in generale, la do- imanda circa l’essente, e tanto
più nella impossibilità di svilupparla real- mente e di pervenire ad una
risposta. Solo la logica del pensiero scientifico vieta il discorso sul nulla.
Ma (e questa è tesì assai cara a Heidegger) il sapere filosofico e il poetare
godono di un'assoluta priorità sul sapere scientifico (pp. 36-37). Ci sono
pertanto delle buone ragioni (storiche e teoretiche) per includere nella
domanda fondamentale la frase «e non il nulla ». Questa aggiunta conferisce
alla domanda un più ampio respiro e le apre un orizzonte diverso. Nella forma
abbre- viata l'orizzonte e il respiro restano sempre quello dell’essente; così,
si è tentati di rinvenire il fondamento nello stesso ordine {un essente su-
periore}. Invece, includendo il riferimento al nulla, ciò che si vuol scoprire
è la ragione deila ‘vittoria dell’essente sui nulla (pp. 38-39). 6. La
differenza ontologica tra essente ed essere Di che natura è questa differenza
basilare, primaria? Non è soltanto una differenza logica, concettuale, bensì
una differenza reale. Anche se inafferrabile, l'essere rimane sempre distinto
dall’essente, è altra cosa rispetto all’'essente. E ciò implica una qualche
comprensione dell’es- sere: solo grazie a tale comprensione noi possiamo
interrogare l’essente a proposito del suo essere. L’essere non è incluso nella
definizione dell’essente (del cavallo, del- l’uomo, del gesso, ecc.) eppure
senza l'essere nessun essente è. E, tut- tavia, l’essente non è percepibile
immediatamente, non è qualcosa che si vede (pp. 44-46). Ma tutto questo non
giustifica la tesi nietzschiana secondo cui l'essere è « fumo, esalazione,
errore ». Quella sull'essere è domanda estremamente seria, che tocca
direttamente il destino del. l'Occidente. Dal rapporto che l'umanità assume nei
confronti dell’es- sere ne va del suo destino, della sua storia. in effetti,
l'oblio dell'essere e la frenesia per l’'essente sono la causa vera e profonda
della crisi e della rovina dell'Occidente e del mondo intero {pp. 48 ss.). Del
tutto singolare è la responsabilità del popolo tedesco che « è il popolo
metafi- sico per eccellenza » (p. 49), nei confronti dell'essere. 7. La
ripetizione del cominciamento, superando gli errori della ontologia Dopo la «
morte dell'essere » sentenziata da Nietzsche, solo un co- minciamento nuovo,
originario, può restituire all'interrogativo « che cosa è dell'essere », quella
forza, quella rilevanza, quel peso che gli è proprio come interrogativo
fondamentale. La ripetizione del fondamento riguarda anzitutto e soprattutto il
concetto di « essere », sottraendolo a quell’appiattimento che l’ha ridotto a «
concetto più generale di tutti », come è stato normalmente inteso dalla
ontologia (pp. 49-51). Per realiz- 402 zare la ripetizione del cominciamento
occorre « ricollocare l'esistenza storica dell'uomo [...] nella potenza
dell'essere da rivelarsi in modo ori- ginario: tutto ciò, beninteso, solo nei
limiti del potere concesso alla filosofia. Porre questo nuovo cominciamento è
una « decisione storica » per l'Europa e per tutto il globo terrestre (p. 53).
8. Urgenza del ricominciamento Esso è indispensabile per vincere quel
depotenziamento dello spirito che si registra ovunque oggi nel mondo (pp. 56
ss.). Definizione dello spiri- to come « dischiudimento (ent-schlossenheit)
originario verso l'essere ». Ed è per questo che l'interrogarsi sull’essente
come tale nella sua totalità, «il proporre la domanda sull’essere, costituisce
una delle condizioni fondamentali, essenziali, per un risveglio dello spirito,
per il porsi di un mondo originario dell'esserci storico, per arrestare il
pericolo di un oscuramento del mondo e per una assunzione della missione
storica del nostro popolo considerato come centro dell'Occidente. Il
ricominciamento — che ha luogo quando si instaura un autentico rapporto con
l'essere — è anche condizione essenziale per restituire al linguaggio la sua
funzione e il suo significato SULLA GRAMMATICA E SULLA ETIMOLOGIA DELLA PAROLA
« ESSERE » 1. Condizioni preliminari all'esame grammaticale ed etimologico :Si
impone anzitutto un'autentica rivoluzione del nostro rapporto con la lingua;
anche se è vero che la determinazione dell'essenza del lin- guaggio e il nostro
stesso modo di interrogarci si conformano alla nostra concezione dell'essenza
dell’essente e dell'essere, tuttavia è pur vero che « l'essenza e l'essere
parlano nelia lingua ». Di qui la necessità « di chia- rire l'essenza stessa
dell'essere, per quanto riguarda la sua essenziale implicazione con la natura
del linguaggio » (pp. 64-65). 2. La grammatica della parola « essere » « Come
sostantivo “l'essere” deriva dal verbo. Per questo si dice che la parola
“l'essere” è un sostantivo verbale. Con questa forma gram- maticale si può
considerare esaurito quanto c'è da dire, sul piano lin- guistico, delia parola
“essere” » (p. 66). E tuttavia rimane aperto e sco- perto un problema: «il
problema di sapere se la forma originaria della parola come sostantivo e come
verbo rappresenti effettivamente il ca- rattere originario del dire e del
parlare. Tale questione include in sé, in pari tempo, quella dell’origine del
linguaggio » {p. 66). Ma non ci si può accontentare di questa indicazione assai
generica. Per verificare quale sia stato in origine il rapporto
linguaggio-essere occorre esplorare come siano andate le cose nella lingua
greca, la quale «è accanto alla tedesca la più potente ed insieme la più
spirituale » (p. 67). Heidegger si sofferma anzitutto sulla distinzione tra
onoma e rema: onoma è manifestazione ed espressione della cosa, rema dell’azio-
ne; il primo corrisponde al sostantivo, il secondo al verbo. Ma questa 403 Lo
spirito: dischiudimento verso l’essere Necessaria una autentica rivoluzione de
rapporto con la lingua La parola ‘‘essere’' e l’origine del linguaggio Analisi
dei termini greci: ‘“onoma”’ (manifestazione della cosa), ‘‘rema”’
(dell’azione) L’‘‘emergenza dell’essente come lotta: ‘“polemos”’ Essere come
vivere: dischiudersi, permanere L’inafferrabilità dell’essere analisi dice
ancora poco. Perché la ricerca approdi a qualche risultato apprezzabile occorre
spingersi più avanti, e cercare di comprendere come i greci concepivano il
linguaggio (pp. 68-69). Heidegger fa vedere che nella lingua greca l’essente è
concepito come qualche cosa che si rende presente assumendo un limite (telos),
una forma (morfé), un aspetto (idea), una natura (physis), una verità
{a-letheia), cioè come « un fuoruscire dalla latenza » (pp. 70-72). L'emergenza
dell’essente come qualcosa di distinto e determinato è concepita come polemos
(lotta). Quando la lotta cessa l’essente perde la sua identità, e viene ridotto
a mero oggetto di considerazione teorica, di calcolo, di produzione: « resta
pur sempre l’essente [...] ma l'essere si è ritratto da lui » (p. 73). In
conclusione, « per i greci “essere” significa stabilità (Stàndigkeit), e ciò in
duplice senso: 1) Lo stare in sé nel senso del prodursi, del pro-cedere
(Ent-stehen): physis. 2) Lo stare in sé come tale, come qual. cosa di
“stabile”, che rimane, di permanente (Verweilen): ousia. Non-es- sere, per
conseguenza, significa l’uscire da tale stabilità proceduta da se stessa:
existasthai. “Esistenza” ed “esistere”, significano quindi per i Greci
precisamente: non-essere » (p. 74). A questo punto Heidegger fa seguire una
sottile disquisizione sulla forma infinitiva delle parole (pp. 77 ss.). 3.
Etimologia della parola « essere » Le tre radici del verbo « essere » (che si
possono cogliere nelle pa- role indogermaniche, greche e latine), determinano i
tre significati prin- cipali che questa parola ha avuto sin dalle origini nella
lingua greca: vivere, dischiudersi, permanere. « Ma a questo punto ci si
presenta una domanda decisiva: come si accordano e in che cosa convergono le
tre radici citate? Cosa è che regge e dirige il dire dell'essere? Su che cosa
si fonda il nostro dire dell'essere secondo le varie flessioni della lingua?
Questo dire e la comprensione dell'essere sono o no la stessa cosa? Come è
presente (west), nel dire dell'essere, la differenza fra l'essere e l’essente?
» (p. 82). 4. Questioni pendenti ‘A questo punto Heidegger segnala una serie di
importanti questioni ancora aperte ed irrisolte, in particolare: 1) Quale tipo
di « astrazione » era in gioco nella formazione della parola « essere »? 2)
Qual è il signifi- cato fondamentale predominante (dei tre significati
iniziali) che può avere presieduto alla fusione verificatasi? 3) Il senso
dell'essere che, stando alle interpretazioni puramente logiche e grammaticali,
ci si pre- senta come « astratto » e come qualcosa, per conseguenza, di puramente
derivato, può essere in se stesso pieno e originario? (pp. 82-83). Conclusione:
Quando si tenta di spiegare il significato della parola «essere » ci si trova
subito in imbarazzo, perché è un voler cogliere l'inafferrabile. « Con tutto
ciò, noi siamo continuamente attratti dall’es- sente, inseriti in esso, portati
a considerare noi stessi come degli “es- senti”. “L'essere”, per ora, non è per
noi che un semplice vocabolo, un termine frusto. Se non altro, bisogna che
cerchiamo almeno di impadro- nirci di quest'ultimo resto rimasto in nostro
possesso » (p. 83). È quanto 404 si è tentato di fare nel secondo capitolo
mediante la ricerca grammati- cale e filologica intorno alla parola « essere ».
CAPITOLO III :LA DOMANDA SULL’'ESSENZA DELL'ESSERE 1. La strategia da seguire
per determinare l'essenza dell’essere Chi vuole realizzare un effettivo «
cominciamento » ed ha constatato che l’essere è diventata la parola più
generica e più vuota di tutte, può essere tentato a Jasciare in disparte questa
parola e rivolgersi ai vari ambiti dell’essente. Senonché a questo punto sorge
un grosso problema: come stabilire che qualche cosa è davvero un essente? « E
come stabilire, d’altra parte, che in un certo tempo, in un certo luogo, un
supposto es-. sente non è, se non siamo già in grado di distinguere con
chiarezza fra essere e non essere? E come compiere questa decisiva distinzione,
se non sappiamo, in modo altrettanto decisivo e determinato, che cosa signi-
fichino l'essere e il non essere che vengono qui appunto distinti? Come può,
nel caso specifico e in generale, un essente essere per noi un essente, se
prima non comprendiamo che cosa significhino “essere” e “non esse- re”? » {p.
87). 2. Il significato della parola « essere » « Essere », questa parola
apparentemente tanto vaga ed indeterminata, tuttavia è così densa di
significato da fornire una sicura e decisiva linea di demarcazione sia
nell'ordine del pensiero sia in quello del linguaggio. « Riflettendo più
attentamente su questa parola risulta alla fine questo: malgrado ogni
obliterazione, mescolanza, genericità del suo significato, noi pensiamo in essa
qualcosa di determinato. Questo qualcosa di deter- minato è così determinato ed
unico nel suo genere che occorre fare la seguente aggiunta: quell’essere che
tocca a qualsiasi ente e che si sperde in ciò che vi è di più comune, è, per
eccellenza, quanto vi è di più unico » (p. 88). Pertanto « proporsi di
abbandonare l’“essere”, come parola vuota di senso, per rivolgersi all’essente
in particolare, è cosa non solo avventata ma oltretutto eminentemente incerta »
(p. 89). ‘Heidegger illustra questa tesi ricorrendo all'applicazione di un con.
cetto generale (per esempio, albero) ai casi singoli e mostrando che questi
sono identificabili (come alberi) solo grazie al concetto generale. Ma, si
potrebbe obiettare che il caso dell'essere è molto diverso da quello del-
l'albero, perché l’essere non è un genere. Tuttavia, risponde Heidegger, « la
necessità di comprendere già in anticipo la parola “essere” è la più alta ed
ineguagliabile » (p. 91). Ciò che ‘va approfondito (« erigere in sa- pere ») è
la particolarità, unica nel suo genere, di questo nome. 3. Accertamento della
conoscenza dell'essere Che si dia una certa cognizione dell'essere lo si può
provare quanto meno indirettamente. ‘Infatti, senza una cognizione dell'essere
risulte- rebbe impossibile qualsiasi dischiudersi dell’essente in quanto tale,
e ri- sulterebbe impossibile anche il linguaggio, perché parlare è sempre dire
405 Capire ‘‘essere’’ e “‘non-essere'’ per giungere all’essente L’unicità
dell’essere Parlare è sempre dire l’essere L'uomo è l’essere capace di ‘‘dire’’
La necessità di interrogare l'essere Il linguaggio luogo del dischiudimento
dell'essere Determinazione del senso dell’essere: presenza presenzialità consistenza
sussistenza permanenza avvenire e Il fatto che noi comprendiamo l'essere, anche
se in modo indetermi- nato ed opaco, « ha per il nostro esserci il più alto
valore, in quanto vi si manifesta una forza nella quale si fonda tutta la
possibilità essen- ziale del nostro esserci. Non si tratta di un fatto
qualunque, ma di qual- cosa che per il suo peso esige la più alta valutazione,
a patto che il no- stro esserci, che è sempre qualcosa di storico, non rimanga
per noi qual- cosa di indifferente. D'altronde anche perché il nostro esserci
possa ri- manere per noi un'entità indifferente, occorre comprendere l'essere.
Sen- za questa comprensione non saremmo neanche in grado di dire di no al
nostro esserci » (p. 92). Interrogare l’essere (non il rispecchiarlo o rap-
presentarlo c l'apprenderlo) è l'unica via da seguire per sottrarlo al suo
nascondimento. E « il nostro interrogare risulta tanto più autentico quan- to
più ci atteniamo con aderenza e costanza a ciò che più merita di essere
investigato, e precisamente al fatto che l'essere è ciò che per noi risulta
compreso in modo completamente indeterminato e tuttavia eminente- mente
determinato » {(p. 93). L’interrogare verte sul senso dell'essere cioè sulla
sua « apertura ». 5. La filosofia come accesso all'essere Il dischiudersi
dell'essere è un evento ed un evento è anche la filosofia in quante cerca di
ri-effettuare taje dischiudimento. La via però che la filosofia ha da
percorrere nen è quella ascendente della metafisica tradi- zionale
{dall'essente verso l'essere), bensì quella discendente: « dall’es- sere a ciò
che si deve problematizzare della sua apertura. La « di- scesa » da seguire è
quella tracciata dalia lingua, perché il dischiudersi dell'essere ha luogo nel
linguaggio: « l'essere stesso è legato alla parola in un senso del tutto
diverso e più essenziale di qualunque altro ente. 6. L'orizzonte del senso
deli’essere . Mediante una vasta esemplificazione ed esplorazione dei vari
sensi dell'essere, Heidegger perviene alla conclusione che essi si inscrivono
tutti dentro un certo orizzonte, che corrisponde a quello del pensiero greco: «
C'è una certa linea unitaria che li percorre tuiti. Essa orienta la com-
prensione dell'essere verso un determinato orizzonte dal quale trae il suo
significato. La determinazione dei senso dell’essere si circoscrive nell'am-
bito della presenza (Gegenwartigkeit) e della presenzialità {(Anwesenheit),
della consistenza {(Bestehen) e deila sussistenza (Bestand), della perma- nenza
(Aufenthait) e dell'avvenire (Vor-kommen) LA LIMITAZIONE DELL'ESSERE In questo
capitolo Heidegger tenta un’altra via per raggiungere il di-schiudersi
dell’essere (oltre a quella ciel linguaggio: grammatica ed eti- mologia),
quelia di mettere a confronto e di contrapporre l'essere con slcune sue modalità
fondamentali: l'apparire, il divenire, il pensare e il dever-essere, modalità
queste che hanno trovato espressione nelia sto- ria della filosofia {per cui il
dischiudersi dell'essere coincide, come vuole iIeidegger, con la storia della
filosofia), le prime due modalità nella filosofia greca, le ultime due nella
filosofia moderna. 1, Fsssre e divenire Storicamente questa è la prima
distinzione e contrapposizione presa in considerazioni dai filosofi (Parmenide,
Eraclito, ecc.). Contropposto al divenire « l'essere si mostra come la solidità
propria dello “stabile in sé raccolto”. Qui Heidegger introduce una importante
osservazio- ne concernente la storia della filosofia: che non è semplice
altalena di affermazioni e negazioni, di tesi e antitesi, come si suol credere,
bensì un discorso unitario intorno alla stessa cosa la quale « possiede in
realtà come sua interna verità l’inesauribile ricchezza di essere ogni giorno
come al suo primo giorno. 2. Essere e apparenza ro Le modalità fondamentali deli’essere: apparire,
divenire, pensare, dover essere La filosofia: discorso unitario intorno alia
stessa cosa L’unità recondita di essere e apparenza L’apparenza come
possibilità intrinseca dell’essere La lotta dei greci per la conquista
dell’essere Tre vie per un giusto rapporto dell'essere con l’'essente: la via
dell'essere, del nulla, dell'apparenza Il pensare: modalità dell'essere
Carattere prospettico del pensare e valore prospettico del conoscere sembrare è
conseguenza dell'essere stesso come sua possibilità intrin- seca in quanto —
come physis — consiste nell'apparire, nell'emergere per prospettive (p. 114). a
sperimentato, sulla via del- l'essere, la tempesta capace di trascinarlo via, a
colui cui lo spavento della seconda via, quella che conduce all’abisso del nulla,
non è rimasto estraneo, e che pure ha saputo accettare il rischio sempre
incombente della terza via, quella della apparenza. vo del Dasein, è anzitutte
modalità dell'essere. ia distinzione esse- re-pensiero va studiata con la
massima attenzione, in quanto precede tutte ie altre distinzioni e, per
intenderla rettamente occorre ricondurla alle origini: anche per essa è
necessario il « ri-cominciamento », di modo che la verità primigenia venga
restituita nei suoi propri limiti e con ciò nuovamente fondata. Occorre
anzitutto prender nota del ca- rattere prospettico del pensare: esso accade
sempre dentro un determina- to orizzonte, un determinato campo di osservazione.
Non tenendo conto del valore prospettico del conoscere — assolutizzandolo — la
gente in- 408 corre spesso in gravi errori e deviazioni, talché « non
riconosciamo più guono tre tipi principali di a. predicativa: di attribuzione,
di proporzionalità propria e di proporzio- nalità metaforica. L'a. è una
categoria fondamentale per la verifica del linguaggio metafisico e religioso.
Anima - Deriva secondo i filologi o dal greco anaigma (senza sangue) o dal
greco dnemos (soffio, vento). Il termine viene universalmente ado- perato per
significare il principio primo della vita. I pensatori antichi e medioevali
solevano distinguere tre a. vegetativa, sensitiva e razio- nale. Secondo molti
scolastici nell'uomo le tre a. sono formalmente di- stinte; invece secondo san
Tommaso si dà nell'uomo soltanto l’a. razio- nale la quale svolge anche le
attività delle a. inferiori. A. si distingue dalla parola spirito, sia in
quanto contiene l'idea di una sostanza’ spiri- tuale, sia in quanto è più
comprensiva, dal momento che la parola spirito si applica soprattutto alle
operazioni intellettuali. Antropologia - È lo studio dell'uomo {dal greco
anthropos = uomo, logos = studio). Si danno tre tipi principali di a.:
culturale (o scienti- fica), filosofica e teologica. La prima studia l'uomo con
criteri scienti- 416 fici e si propone di ricostruire gli elementi costitutivi
delle culture pri- mitive o tradizionali. L'a. filosofica cerca di risolvere
col puro ragiona- mento l'enigma umano in tutti i suoi molteplici aspetti:
ontologico, etico, politico, religioso, storico, ecc. Infine l'a. teologica
procura di ottenere un'intelligenza approfondita e sistematica del mistero
dell'uomo alla luce della «Parola di Dio. Arte - L’a. è ogni produzione di
bellezza da parte di un essere co- sciente. L'oggetto dell’attività artistica
(o estetica) è la bellezza, come oggetto di quella scientifica è la verità, di
quella etica la bontà, di quella religiosa il sacro, di quella tecnologica
l'utile. Perciò l'a. si distin- gue dalla tecnica. L'artista facendo un'opera
d'a. si propone anzitutto di dare espressione sensibile alla bellezza (in un
disegno, un edificio, un quadro, ecc.). L'opera d'a. non è mai una semplice
riproduzione di fatti naturali. Perché si dia opera d'a. occorre originalità,
genialità, creatività. Aseità - Indica la condizione dell'essere che esiste di
per sé. Il con- cetto di a. è presente nella patristica in relazione alla
natura di Dio. In Cartesio e Spinoza riguarda la sostanza. Nell’assiologia di
Nicolai Hart- mann l'a. è riferita alla sussistenza dei valori. Assiologia - È
lo studio filosofico dei valori (dal greco arxios = degno, valido; e logos =
studio). È una disciplina che deve le sue origini, al- meno indirettamente, a
Nietzsche con la sua aspra critica dei valori tradizionali e il tentativo di
capovolgerli in valori « mondani », terrestri. Ma il suo vero fondatore fu Lotze,
un contempo- raneo di Nietzsche. Egli distingueva tre regni di ricerca: regno
dei fatti, regno delle leggi universali e regno dei valori. I primi due sono
studiati dalla ragione con il metodo analitico e possono essere considerati in
prospettiva meccanicistica, il terzo è appreso dal sentimento e implica
necessariamente una prospettiva spiritualistica. Infatti, secondo Lotze,
fondamento ultimo di tutti i valori e valore assoluto esso stesso è Dio.
Astrazione - Denota l’attività con cui l'intelletto (agente) ottiene la
conoscenza delle idee universali. La loro conoscenza, secondo la teoria dell’a.
(che fu elaborata per primo da Aristotele e fu ripresa nel Medio- evo da san
Tommaso), non avviene né per anamnesi, cioè il ricordo di quanto l'anima ha
contemplato nell'Iperuranio prima di entrare nella prigione del corpo
(Platone), né per illuminazione divina (Agostino), ben- sì mediante l’azione
dell'intelletto, che ricava dai dati della fantasia ciò che è fondamentale,
essenziale, trascurando ciò che è accidentale, pe- culiare di un fenomeno
particolare. Così, per esempio, dal fantasma (immagine) di questo colore
(bianco, verde, ecc.) l'intelletto ricava l’idea di verde. Ateismo - È la
negazione di Dio (dal greco a-theòs = senza Dio). Fe- nomeno già noto nell’antichità,
ha acquistato vasta diffusione soltanto dopo la rivoluzione francese. Si
distinguono due forme principali di a.: teorico e pratico. Il primo è il
risultato di una speculazione più o meno sistematica e rigorosa (e viene anche
chiamato a. scientifico), il secondo corrisponde all’indifferenza religiosa, ed
è la negligenza di ciò che riguarda Dio nella vita quotidiana. Atto - Categoria
fondamentale della metafisica aristotelica insieme al 417 suo correlativo, la
potenza. A. designa tutto ciò che è perfezione, com- pletezza, realizzazione,
definizione, mentre la potenza indica ciò che è imperfetto, incompleto,
indefinito. Nelle cose materiali l’a. non si iden- trascendentale dell'essere.
Bene - Secondo la classica definizione di Aristotele, il b. è tutto ciò che è
oggetto di appetizione, di desiderio. Il b. interessa sia la metafisica sia
l’etica. Dalla prima è visto come una delle qualità trascenden- tali
dell'essere (insieme all'uno, al vero e al bello). Dalla seconda è considerato
come il fine a cui l'uomo indirizza costantemente le proprie azioni. Categoria
- Significa classe di predicati (o predicamenti). Aristote- le, che fu il primo
a fissarne la classificazione, definisce le c. come idee generali che non sono
riconducibili a nessun'altra. Sono dieci: sostanza, «qualità, quantità, azione,
passione, relazione, tempo, luogo, posizione e rivestimento (abito). Per Kant e
la scuola kantiana, le c. sono i concetti fondamentali dell'intelletto puro,
forme a priori della nostra conoscenza, che rendono possibili tutte le funzioni
del pensiero discor- sivo. Causa - È tutto ciò che in qualche modo contribuisce
alla produ- zione di qualche cosa. È di Aristotele la classica divisione delle
c. in quattro specie: materiale, formale, efficiente e finale. Le prime due de-
signano la materia e la forma, e per questo sono dette c. intrinseche, mentre
la c. efficiente indica l'agente e la c. finale lo scopo per cui una cosa viene
prodotta o un'azione compiuta. Non rientrando tra gli ele- menti costitutivi di
ciò che viene prodotto, le c. agente e finale sono dette c. estrinseche. Molto
si è disputato nella filosofia moderna sia intorno alla c. agente come a quella
finale, 418 Concetto - Denota una conoscenza universale, astratta ed è pratica-
mente sinonimo di idea universale. Le diverse scuole filosofiche differi- scono
profondamente sia nella spiegazione dell'origine dei c. sia nell’as- segnazione
del loro valore. Quanto all'origine, Platone propone la teoria dell’anamnesi,
cioè del ricordo; Aristotele la teoria dell'astrazione; Ago- stino la teoria
dell’illuminazione e Kant quella della struttura a priori dell'intelletto.
Quanto al valore, si sono proposte tre soluzioni: i c. non hanno nessun valore,
essendo dei puri nomi (flatus vocis); hanno valore totalmente oggettivo e
rispecchiano realtà sussistenti in rerum natura: le Idee dell’Iperuranio; hanno
un valore parzialmente oggettivo e par- zialmente soggettivo: oggettivo quanto
al contenuto, soggettivo quanto alla forma (l'universalità esiste solo nella
mente). La prima è la soluzio- ne dei nominalisti e degli empiristi; la seconda
è la soluzione di Platone e dei suoi discepoli; la terza è la soluzione di
Aristotele, di san Tom- maso e dei loro rispettivi seguaci. Conoscenza - Il
termine è usato sia per designare l'attività con cui si diviene consapevoli di
qualche cosa, di qualche oggetto, sia l’infor- è usato per quella parte che
stu- dia la realtà materiale (dal greco cosmos = mondo e logos = studio).
Aristotele questa parte l'ha chiamata Fisica. Il suo obiettivo non è sem-
plicemente quello di spiegare la costituzione fondamentale dei corpi (ma- teria
e forma), la ragione della loro individuazione, le condizioni del loro esistere
(spazio e tempo), ma anche l'origine prima e il fine ultimo del mondo
materiale. Creazione - In senso lato indica ogni genere di produzione; in senso
stretto designa l'azione con cui Dio trae dal nulla tutte le cose. Secondo la
definizione latina la c. è productio rei ex nihilo sui et subiecti: è pro-
durre una cosa dal nulla rispetto sia alla forma, sia alla materia (su-
biecti). Mentre gli uomini nelle loro « creazioni » traggono le cose dal nulla
rispetto alla forma (in effetti l’uomo può soltanto trasformare ma- teriali già
esistenti) e non rispetto alla materia; è privilegio di Dio trarre le cose
dalla condizione di totale inesistenza. Insegnata dalla Bibbia (Gn. 1,1 ss.)
questa verità è stata ripresa sul piano razionale dalla filosofia cristiana,
della quale è divenuta una delle dottrine emblema- tiche. Cultura - Della c. si
danno tre accezioni principali: elitaria, pedago- gica e etnologica. Secondo la
prima accezione, c. significa erudizione (ha c. chi possiede molte cognizioni,
o in generale o in un campo ristretto, come l’arte, la musica, la filosofia,
ecc.). Secondo la seconda accezione, c. significa educazione: è la c. del corpo
{c. fisica) o dell'anima (c. morale e spirituale), c. degli istinti o degli
affetti, ecc. Di questa c. si occupa la pedagogia. Secondo la terza accezione,
la c. è la forma spirituale di una società, tutto ciò che la unisce all’interno
e la distingue dalle altre so- cietà all’esterno (come fa la c. italiana per
gli italiani, quella francese per i francesi, quella cinese per i cinesi,
ecc.). La c. intesa in questo ultimo senso costituisce l'oggetto sia
dell’antropologia culturale sia della filosofia della c. Deduzione - È un
procedimento raziocinativo con il quale da prin- cipi o proposizioni generali o
universali si discende verso conclusioni meno universali o particolari. La
forma ideale e perfetta della d. è il sillogismo, il quale è un ragionamento
che consta semplicemente di due premesse e di una conclusione. Creatore della
scienza della d., cioè della Logica, fu Aristotele. Kant denomina « deduzione
trascendentale » il suo procedimento con cui cerca di stabilire quali sono i
concetti a priori (cioè le categorie) che vengono applicati agli oggetti
dell'espe- rienza nei vari tipi di giudizi. Definizione - Secondo Aristotele,
la d. è « l'enunciato che esprime la quiddità, cioè l'essenza di una cosa ». La
filosofia moderna si rifiuta di dare alla d. un senso così marcatamente
ontologico e metafisico e per d. intende semplicemente un’operazione logica
mediante la quale si de- zzo filosofico chiamato nuova ermeneutica (Gadamer,
Ricoeur), il termine e. ha acquisito un significato più esteso e più profondo e
sta ad indicare una prospettiva di pensiero che asse- gna sia alla filosofia
che alla teologia il compito di interpretare, poiché l'uomo stesso è un essere
che vive nella precomprensione e nell’inter- pretazione delle cose e della
storia. Esistenza - Nel linguaggio più comune il termine denota semplice- mente
il fatto che qualche cosa è. In filosofia ha acquisito valenze se- n sono
distinguibili fisicamente ma sol- tanto metafisicamente. Secondo san Tommaso,
e. ed esistenza si trovano nel rapporto di potenza e atto: in effetti è
l’esistenza (più esattamente l'atto dell'essere, actus essendi) che conferisce
attualità ad un'e. In Dio e. ed esistenza si identificano. Essere - Da sempre
il termine e. è plurisemantico e, secondo i casi, varia da un minimo di
comprensione (quando si limita a significare la presenza o posizione di una
cosa, come dice Kant) ad una comprensione 422 sconfinata, che « abbraccia tutte
le perfezioni », come afferma san Tom- maso. Secondo Aristotele, Tommaso e
Heidegger studiare l’e., le sue proprietà e le sue manifestazioni è compito
primario della metafisica. Estetica - Termine tratto dal greco aisthesis {=
sensazione), e creato da Baumgarten come titolo della sua opera Aestetica
(1750), che aveva per oggetto l’analisi e la formazione del gusto. Di solito la
si adopera per denominare quella parte della filosofia che si occupa dell'arte:
della sua natura, principi, funzioni e distinzione dalle altre attività dello
spirito. Etica - Dal greco ethos = costume. È la scienza che ha per oggetto il
fine della vita umana e i mezzi per raggiungerio. Storicamente la pa- rola e. è
stata applicata alla morale sotto tutte le sue forme, sia come scienza del
comportamento effettivo degli uomini, sia come arte di guidare il
comportamento. Propriamente l’e. si dovrebbe occupare del bene quale valore
primario da assumere dalla libertà come guida delle proprie scelte. Fede - In
generale si intende la disposizione del credente ad abban- donarsi
fiduciosamente nelle mani di Dio e ad accettare umilmente la sua parola. In
modo ulteriore, la f. è definita come assenso della mente e della volontà alle
verità rivelate da Dio e proposte dalla Chiesa come tali e accettate non in
forza della loro intrinseca evidenza, bensì sull’au- torità di Dio stesso il
quale non inganna né può ingannare. Come dice sant'Agostino, la f. consiste nel
credere, nell'accettare ciò che non è manifesto alla ragione. Il suo oggetto
proprio sono i misteri. Felicità - È la condizione di completo soddisfacimento
di tutte le proprie aspirazioni, soprattutto di quelle che assecondano
maggiormente la piena realizzazione del proprio progetto di umanità. A seconda
dei ‘vari progetti di umanità proposti dai filosofi (eroe, ‘filosofo, gaudente,
santo, ecc.), di volta in volta, la f. è stata riposta nella forza, nella con-
templazione, nel piacere, nell'unione beatificata con Dio, ecc. Fenomeno - Dal
greco phainomenai = apparire. Il termine è usato so- prattutto da Kant, Hegel e
Husserl e dai loro seguaci, con valenze se- mantiche distinte. Per Kant il f. è
l'oggetto del nostro conoscere, un pirito? E in che rapporto si trova lo
spirito con la materia? Il corpo è prigione dell'anima (Platone), strumento
dell'anima (Agostino, Cartesio), compo- nente essenziale ma subordinata
all'anima (Tommaso) o in qualche altro rapporto? Quello gnoseologico si
preoccupa di verificare se questioni come questa, della natura profonda
dell'essere dell'uomo e della sua pos- sibile sopravvivenza dopo la m. siano
questioni alla portata della ragione umana o enigmi insolubili. Una cosa
comunque è certa: anche per chi il problema di tutti i problemi, il problema
principe della ricerca filosofica. È disci- plina importante anche per la
teologia perché l'intelligenza della fede (che è l’obiettivo della teologia) si
opera al massimo livello, quando si ricorre al più alto grado di
intelligibilità, e questo è appunto quello onto- logico o metafisico. Pace - La
p. è quella tranquillitas ordinis (ordine tranquillo) di cui 430 gode una
società quando tutto funziona bene al suo interno e non pa- venta pericoli
dall'esterno. Due sono pertanto le principali espressioni della p.:
internazionale e sociale. La prima riguarda i rapporti di uno Stato con gli
altri Stati, mentre la seconda riguarda i rapporti tra le classi e gli
individui di uno stesso Stato (nazione). Passione - In generale significa una
inclinazione veemente, un senti- mento forte, prepotente, difficilmente
controllabile. Nonostante una certa connotazione negativa del termine, la p.
può essere sia buona sia cattiva: è buona se è volta ad uno scopo, un oggetto
moralmente buono; è cat- tiva nel caso contrario. Le p. hanno costituito
argomento di studio da parte di moltissimi filosofi, in particolare di
Aristotele, Tommaso d'Aqui- gli educatori » (Lalande). Pensiero - Comunemente
si dice di tutti i fatti cognitivi, in oppo- vidua substantia incommunicabilis
(una sostanza individua e inco- municabile di natura ragionevole). iPer i
medioevali, fondamento della p. è l'essere, più esattamente il possesso di un
proprio atto d'essere, in- vece per i moderni fondamento è l’autocoscienza,
mentre per i contem- poranei fondamento è l’intersoggettività oppure
l’autotrascendenza. In tutte queste tesi c'è qualche cosa di vero e, per
questo, come definizione adeguata della p. si può proporre la seguente: un
essere sussistente dotato di autocoscienza, intersoggettività e
autotrascendenza. Politica - È lo studio dei fatti politici, cioè dei fatti che
riguardano lo Stato e il governo, in opposizione ai fatti economici, culturali
e so- ciali. La filosofia politica studia principalmente la questione
dell’origine’ dello Stato, la sua strutturazione e la sua forma migliore, la
questione dei rapporti tra lo Stato, le classi sociali, i partiti e la persona
singola, la questione dei rapporti tra politica e morale, politica e cultura,
poli- 431 tica e religione ecc. E in effetti, tutti questi problemi sono stati
affron- tati dai filosofi nel corso dei secoli a partire da ‘Platone e da
Aristotele. Potenza - Nel suo significato più comune il termine indica la ca-
pacità e l'abilità di compiere un'azione. Denota pertanto l’idea di at- tività
e di efficacia. Nella metafisica aristotelica e scolastica p. si Studiare e
risolvere i p., cioè le questioni aperte, è compito sia della scienza (Popper)
sia della filosofia. Compito specifico della filo- sofia è affrontare e
risolvere i problemi ultimi (cfr. « Filosofia » e « Me- tafisica »).
Prospettiva - È il punto di vista che si assume nel vedere, nel consi- derare,
nello studiare una cosa. La filosofia contemporanea vede in tutte le conoscenze
umane, compresi i sistemi scientifici e ‘filosofici, semplice- mente delle
prospettive più o meno allargate; in tal modo rifiuta ogni forma di olismo,
cioè di visione e spiegazione totale, completa, esaustiva perfetta della
realtà. Prova - Operazione mentale con cui si cerca di stabilire la verità di
un’asserzione o la validità di una tesi. Normalmente si tratta di qualche forma
di ragionamento (induttivo o deduttivo), ma può trattarsi anche di semplice ostensione
dei fatti, allora si chiama p. ostensiva. . Ragione - Comunemente oggi si
intende la facoltà conoscitiva propria dell’uomo e di cui lui solo è dotato.
Sostanzialmente questo è il senso che ha il termine anche nella filosofia
scolastica e moderna fino a Kant. È una facoltà discorsiva, che raggiunge la
verità non immediatamente,432 per intuizione (come fa invece l'intelletto), ma
mediante qualche forma di ragionamento. Kant restringe l'uso del termine r.
{Vernunft) alla co- noscenza dell'eterno e dell’assoluto, che però sortisce
risultati estrema- mente deludenti, in quanto la r. in questo campo può
soltanto avvertire e impostare dei problemi senza essere in grado di
risolverli. Relazione - È sostanzialmente sinonimo di rapporto. :È un concetto
fondamentale per molte scuole filosofiche. Nella filosofia hegeliana la r. è la
categoria primaria; in effetti, per Hegel, tutta la realtà non è altro che una
vastissima trama di r. Nella filosofia aristotelica è una delle dieci
categorie, e di tutte sembra la più debole, fragile, povera, dato che non
esiste in se stessa e neppure può vantare una consistenza ontologica analoga a
quella della quantità, della qualità o dell’azione. Per acquisire consistenza
ontologica la r. richiede quanto meno due real- tà, perché si tratta di una
specie di ponte, che si regge soltanto quando ci sono almeno due enti a farle
da sostegno. Eppure, la r. è un veicolo potentissimo di realtà, soprattutto
quando si tratta della r. di causalità, cioè della r. tra causa ed effetto,
perché l’effetto in quanto effetto deve tutta la sua realtà, tutto il suo
essere alla causa: questa è causa soltanto nella misura in cui è in r. con
l’effetto e gli comunica qualche cosa del proprio essere. Si è soliti
distinguere tra r. reali e logiche: le prime sono quelle che influiscono
sull'essere dei termini rapportati, le seconde non influiscono. La categoria di
r. riveste, infine, una importanza fondamen- tale nel personalismo
contemporaneo, che, centrato sulla struttura dia- logica della persona umana,
ne coglie come costitutiva la r. io-tu, fonda- mento di ogni possibile forma di
comunicazione. Una sintesi concettuale che accomuna i personalisti è quella
relativa all'uomo come essere-di- relazione. Religione - Dal latino religare =
legare insieme. È l'insieme dei miti (racconti, testi sacri) e dei riti
(preghiere, azioni, sacrifici) con cui l’uo- mo esprime e attua i suoi rapporti
con Dio. La r. è l’espressione spon- tanea, naturale della condizione di
finitezza e creaturalità dell’uomo. Ogni popolo, sviluppando la propria
cultura, si crea anche una r. (che nella maggior parte dei casi, storicamente,
assume un carattere animi- stico, politeistico, mitologico, magico). Oltre alle
r. « naturali » esistono anche tre r. « storiche » o rivelate: l’ebraismo, il cristianesimo
e l’isla- mismo, a cui forse va aggiunto anche il buddismo, se lo si considera
una r. e non una semplice filosofia. Riflessione - Vedi « Autocoscienza ».
Rivoluzione - R. è «lo sviluppo di nuove forme di potere che divi- dano ed
indeboliscano il vecchio ordine e facciano posto al sorgere del nuovo, e che
nello stesso tempo siano in grado di stabilizzare il nuovo al suo sorgere in
mezzo al vecchio » (R. Schaull). È una categoria che si applica a qualsiasi
ordine di cose, così si può parlare di r. religiosa, filosofica, scientifica,
letteraria, economica, politica, ecc. Ma più comu- nemente si usa per l'ordine
socio-politico. In tutti i casi, la r. è un valore strumentale e non assoluto,
ed è un valore positivo quando serve la causa dell'uomo {della società, della
nazione, del popolo) non gli inte- ressi di una sola classe, di un partito e
tanto meno di una sola persona. 433 Sacro - In senso generale e più proprio,
questo termine denota un ordine di cose separato, riservato e inviolabile, che
deve essere oggetto di rispetto religioso da parte di un gruppo di credenti. È
correlativo di profano. Il s. è la qualità specifica che caratterizza la
dimensione religiosa (questa è per definizione la dimensione del s.), come il
vero è la qualità specifica della dimensione gnoseologica e il bene della
dimen- sione appetitiva. È una qualità analogica che ha per analogato
principale Dio (che è il s. per eccellenza) e per analogati secondari tutte le
cose o persone che si trovano o vengono messe in rapporto con Lui: come libri
(libri s.), attività (arte s., musica s., ecc.) persone (persone consa- crate).
Scienza - Termine polivalente, la cui gamma semantica va dal conosce- re in
generale alla conoscenza metodica più rigorosa e sofisticata. Di soli- to,
comunque, si intende una conoscenza sistematica intorno ad un deter- minato
oggetto, condotta con rigore ed obiettività. È un concetto essen- zialmente
analogico, in quanto sia il rigore sia la obiettività variano da oggetto ad
oggetto. Grazie alla sua metodologia assai precisa e al- l'obiettività
facilmente verificabile nell'epoca moderna e contempora- nea non solo si è
visto nella scienza sperimentale il tipo ideale del sapere scientifico, ma
spesse volte si è identificato la s. con esso sic et simpli- citer (così l’illuminismo,
il positivismo, il neopositivismo, il materiali- smo, ecc.). Oggi che le
ambizioni della s. sono state fortemente ridimen- sionate sia quanto alla
portata sia quanto al rigore e all’obiettività, si ritorna a riaffermare il
valore analogico del termine s. Segno - Tutto ciò che ha il potere di
richiamare l’attenzione oltre che su se stesso anche su un'altra cosa. Così, il
fumo in quanto richiama l'idea del fuoco, le nubi in quanto richiamano l’idea
dell’acqua, la co- lomba in quanto richiama l’idea della pace, un suono
vocalico in quanto richiama l’idea di un determinato significato, ecc. Il regno
dei s. è va- stissimo, infinito. Se ne distinguono molti generi: naturali e
conven- zionali, iconici e arbitrari, vocalici e scritti, ecc. Area massimamente
importante è quella dei s. linguistici. In effetti, il linguaggio non è altro
che un insieme di s. volto alla comunicazione tra gli uomini. Due sono le
discipline principali che si occupano dello studio del linguaggio: la
linguistica che studia i s. dal punto di vista fonetico, grammaticale e
sintattico e la semantica che studia il linguaggio dal punto di vista del
significato. Simbolo - Dal greco symballo = comporre, mettere insieme. Il ter-
mine si adopera per significare tutto ciò che si collega intenzionalmente con
qualche altra cosa e perciò serve a richiamarla. In genere viene con- siderato
come sinonimo di segno; ma qualche autore (per esempio, Tillich) assegna al s.
una pregnanza semantica più forte, in quanto, mentre i segni possono essere
prodotti puramente convenzionali, ciù non si avvera nel caso dei s., in quanto
questi comportano una partecipa- zione nella realtà della cosa di cui sono
simboli (così, per esempio, l’ac- qua battesimale, s. della purificazione
dell'anima). Nel linguaggio eccle- siastico la parola s. è stata adoperata sin
dalle origini per indicare una formula di fede ufficiale, che serve come carta
di identità, come tessera distintiva anzitutto di appartenenza alla Chiesa e in
secondo luogo di 434 ortodossia (per esempio, il Simbolo apostolico, il Simbolo
costantino- politano, ecc.). Sintesi - In generale significa composizione: il
mettere insieme ele- menti dapprima separati. In particolare e in senso
tecnico, s. indica quel processo logico — tipico delle scienze sperimentali — per
cui si passa da nozioni più semplici o da dati particolari per ottenere
asserzioni più complesse e universali. Società - Qualsiasi gruppo di individui
che si riuniscono per il con- seguimento di determinati obiettivi. In questo
senso il termine s. ha un'estensione vastissima: si applica alla famiglia, alla
Chiesa, allo Stato, ai gruppi sportivi, culturali, economici, ecc. In senso
proprio, il termine designa un « insieme di individui i cui rapporti sono
consolidati in isti- tuzioni nonché, per lo più, garantiti dall'esistenza di
sanzioni, sia codi- ficate sia diffuse, che fanno sentire all'individuo
l’azione e la costrizione della collettività » (Lalande). Sociologia - Termine
di accezione recente nel linguaggio filosofico e delle scienze umane e risale
alla filosofia positivistica di Augusto Comte (metà del sec. XIX), il padre
della s. Egli l’ha considerata la forma di sapere positivo per eccellenza,
essendo lo studio del predotto proprio della natura umana: la società. Anche
successivamente il termine ha continuato a mantenere il significato di scienza
dell’« attività sociale » e, poiché questa attività è sempre orientata a
sistemi sociali, si può anche dire che la s. è la scienza dei sistemi e dei
gruppi sociali (piccoli e grandi). Sostanza - In filosofia questo termine ha un
significato tecnico ben preciso: secondo la classica definizione che ne ha dato
Aristotele, la s. « è ciò che è in sé e non in un'altra cosa ». S. è qualsiasi
realtà dotata di un proprio atto di essere e ha quindi una sua consistenza
ontologica. È il contrapposto di accidente, che non ha un proprio atto di
essere, ma per esistere, deve appoggiarsi, deve inerire (inesse) alla s. di cui
è un frutto più o meno avventizio (per questo si distingue tra « accidenti
propri» e « accidenti accidenti » o « accidenti puri»). Nella filosofia
moderna, a partire da Locke, il termine s. è stato svuotato di questa densità
ontologica e ridotto a mero sustrato, inattingibile dall'intelletto umano, in
quanto questo, ristretto ai dati dell'esperienza sensitiva, non può andare
oltre i fenomeni. Spazio - Nel linguaggio filosofico questo termine significa
il luogo o ambiente illimitato e indefinito in cui gli oggetti reali appaiono
collo- tati. Questo concetto è stato variamente inteso dalle scuole filosofiche
antiche e moderne. Le soluzioni proposte si possono ridurre a tre: quel- la
ultrarealistica o realistica che vede nello s. una realtà interamente oggettiva
sussistente in se stessa, come un grande recipiente che con- tiene tutte le
cose materiali (Platone, Newton); una idea puramente sog- gettiva, una forma a
priori della sensibilità, che mette ordine ai feno- meni materiali (Kant); una
costruzione mentale con fondamento nelle cose (Aristotele). Speranza - Il
termine indica un atteggiamento fondamentale dello spirito umano: quello di
fiducia verso il futuro, più precisamente di 435 attesa fiduciosa di qualche
futuro evento. C'è una s. umana, quando è fondata su calcoli umani; c’è una s.
cristiana o religiosa quando è fon- data sulla parola di Dio, le sue promesse,
la sua grazia. Generalmente trascurata da tutta la riflessione filosofica
antica e moderna, la s. è diventata argomento fondamentale nelle riflessioni e
nei « sistemi » di Bloch (Il principio speranza), Marcel (Homo viator), «Pieper
(Speranza e storia). SPIRITO. Con questo termine si denota qualsiasi realtà
immateriale, cioè superiore alla materia e indipendente da essa, quanto meno
nel- l'ordine ontologico. Con riferimento all'uomo si dice dell'anima, in
con-trapposizione al corpo; con riferimento all'universo si dice di Dio in
contrapposizione al mondo e alla materia. La parola s. viene adoperata spesso e
volentieri anche da una cultura fortemente sensistica e mate- rialistica qual è
la nostra. Pur negando Dio e tutto il mondo della tra- scendenza, che — in sede
ontologica — è l'unico mondo che meriti effet- tivamente il nome di s., la
cultura laica, e talvolta ostentatamente atea del nostro tempo, non esita a
parlare con rispetto di « valori spirituali », ad esaltarne l’importanza e a
invocarne la riabilitazione per salvare la nostra società. Ma è chiaro che
tutto questo è vaniloquio se nell'uomo e al di sopra dell’uomo stesso non
esiste una dimensione, una realtà effet- tivamente spirituale. Storia - È
l'insieme degli eventi di cui l’attore principale è l'uomo. Analogicamente il
termine si applica anche alla natura e perciò si parla anche di s. naturale. La
s. nel senso che si è detto è un concetto squisi- tamente biblico e cristiano,
ignoto alla filosofia greca, anche se come sequenza di eventi il concetto è già
presente nei narratori greci (Tuci- dide, Erodoto). Sulla natura, senso,
periodizzazione della s. e sulla co- scienza storica la riflessione filosofica
s'è concentrata soltanto nell'epoca moderna a partire da Vico, dando luogo a
tre soluzioni principali: cri- stiana (che fa intervenire nelle vicende umane
anche la Provvidenza di- vina), idealista (che fa della s. una manifestazione
diretta dello Spirito Assoluto), atea, che esclude totalmente Dio dal processo
storico e lo con- sidera esclusivamente un'opera dell'uomo. I due orientamenti
più re- centi circa l’interpretazione della s. sono quelli dell’Historie e
della Geschichte: il primo considera la storia solo in relazione al fatto nella
sua contingenza e relatività; il secondo considera la storia come « tempo-
ralizzazione » dei valori (o degli anti-valori), che contrassegnano la condotta
umana. Tecnica - È l'insieme di procedimenti ben definiti e trasmissibili de-
stinati a conseguire un risultato utile. In altre parole: sono i procedi- menti
e gli strumenti escogitati dall'uomo per dominare la natura e as- servirla ai
propri bisogni. È una delle componenti.fondamentali della cultura insieme al
linguaggio, ai costumi e ai valori: costituisce in un certo qual modo la sua
esteriorizzazione. La t. rappresenta il risvolto pratico, applicato, della
cultura: è l'applicazione al mondo della natura delle acquisizioni simboliche.
Per questo, scienza e t. camminano di pari passo. Man mano che progredisce la
conoscenza teorica delle leggi della natura, avanza anche la capacità dell'uomo
di sfruttare le sue risorse. Così la storia della t. coincide sostanzialmente
con la storia della scienza. Alle conoscenze prescientifiche corrispondono t.
estremamente 436 elementari di tipo manuale ed artigianale. Poi, col
sopraggiungere della conoscenza scientifica, ha inizio l'invenzione di i.
sempre più complesse, che trasformano l’uomo da semplice homo faber in homo
tecnologicus (vedi anche « Lavoro »). Tempo - In generale per t. si intende una
durata infinita di momenti, simile all'estensione spaziale, entro la quale
durata trovano posto tutte le altre durate più o meno lunghe degli anni, delle
stagioni, dei mesi, dei giorni, delle ore, ecc. La riflessione dei filosofi sul
tempo ha camminato di pari passo con la riflessione sul t. e ha dato luogo
sostanzial- mente alle stesse soluzioni: ultrarealistica o realistica (Platone,
New- ton), concettualistica (Kant) e logico-realistica (Aristotele). È di
Aristo- tele la celebre definizione: « Il tempo è la misura del movimento
secondo il prima e il poi ». Intendiamo, infine, per « tempo cronologico »
quello segnato dagli eventi inconsapevoli della natura e per « tempo storico »
quello che è oggetto della coscienza riflessa dell’uomo, che contrassegna il t.
cronologico con l'incidenza delle sue azioni consapevoli e libere. Teodicea -
Termine coniato da Leibniz e che etimologicamente signi- fica « difesa di Dio »
(dal greco dîìke = difesa e theòs = Dio). Si dice di quella parte della
filosofia che si occupa dell’esistenza di Dio, della sua natura e dei suoi
attributi. Questa parte si chiama anche « teologia na- turale ». Intorno alla
possibilità di questa disciplina i filosofi sono di- visi in due grandi
partiti: quelli che, assegnando alla conoscenza razio- nale un valore obiettivo,
la ritengono possibile (e sono quasi tutti i filo- sofi antichi, medioevali e
moderni fino a Kant) e quelli che, riconoscendo al conoscere un valore
puramente soggettivo, la giudicano impossibile (questa è la tesi di molti
filosofi dopo Kant). TEORIA. Dal greco theoria = visione di uno spettacolo,
oppure visione intellettuale. Nel linguaggio filosofico ha due valenze
semantiche prin- cipali, una in opposizione alla conoscenza volgare e l'altra
in opposizione a quella pratica. Nel primo caso, significa una concezione
metodica organiz- zata sistematicamente e rigorosamente (e ciò vale sia per il
campo scienti- fico sia per quello filosofico); nel secondo, t. significa ciò
che è oggetto di una conoscenza disinteressata, indipendentemente dalle sue
applica- zioni. Tradizione - Comunemente il termine t. significa ciò che in una
so- cietà, piccola o grande, si irasmette in maniera viva, sia per mezzo della
parola sia della scrittura e dei modi di agire. In questo senso, la t.
rappresenta la vita stessa di una cultura, la sua storia. Pertanto non ci può
essere cultura senza t. né t. senza cultura. Il valore di una t. va controllato
con la bilancia del valore-uomo. Questo controllo consen- tirà di constatare
che, analogamente alle culture, nessuna tradizione è un valore interamente
positivo sotto ogni aspetto in tutte le circostanze, perché in nessuna t. si
realizza pienamente quel valore o quei valori in cui una cultura intende
specializzarsi e tanto meno tutto l'universo dei valori. Per questo, nessuna t.
dal punto di vista della ragione appare divina, assoluta, perfetta, sacra e
intoccabile. Per contro, ci sono culture e anche t. molto povere e talvolta
anche gravemente difettose ed er- rate. Colui che le possiede ha il diritto e
il dovere di rivederle, criticarle, correggerle e, se necessario, anche
abbandonarle. Trascendentale - In
filosofia questo termine conosce due usi princi- pali, quello
aristotelico-scolastico e quello kantiano. Nella filosofia ari- stotelico-scolastica
sta ad indicare le proprietà fondamentali dell'essere, che secondo alcuni
autori sono tre: l'uno, il vero e il bene, secondo altri sono quattro (ai tre
precedenti aggiungono anche il bello). Nella filosofia kantiana t. sta ad
indicare le condizioni a priori del conoscere e il loro studio (estetica t.,
analitica t. e logica t.). Trascendenza - Dal latino trans-ascendere = salir
su, valicare. Il con- cetto di t. è attinto dall'esperienza sensibile e in tale
ambito denota una relazione spaziale: di superamento, sconfinamento,
oltrepassamento, ecc. Successivamente questo concetto dalle cose materiali è
stato tra- sferito a quelle spirituali e astratte. Così si è potuta, dire che
il mondo dello spirito trascende quello della natura, che Dio trascende il
mondo, ecc. In termini recenti in filosofia, ha acquisito un significato
tecnico e sta ad indicare la realtà divina; la t. è Dio. Però, oltre che per
parlare di Dio, il termine t. viene adoperato oggi anche per parlare dell’uomo
e lo si adopera soprattutto per indicare la capacità che l’uomo ha di superare
costantemente se stesso in tutto ciò che fa, che dice, che pensa e che è. È
questa, dell'autotrascendenza, una delle proprietà specifiche dell'uomo e più
ricche di significato al fine di una comprensione del suo essere profondo.
Umanesimo - Questo termine è usato sia come nome proprio sia come nome comune.
Nel primo caso indica quel movimento spirituale rappre- sentato dagli «
umanisti » del Rinascimento (Ficino, Valla, Pico della Mi- randola, Erasmo,
ecc.) e caratterizzato dallo sforzo di sollevare la dignità dello spirito umano
e di rimetterlo in valore richiamandosi all’antichità classica greca e romana.
Come nome comune significa qualsiasi dot- trina che esprime e sottolinea il
valore dell'uomo. Ciò si può fare asso- lutizzando il valore dell’uomo con
l'esclusione di Dio e allora si parla di u. ateo, o affermando il valore
dell'uomo in coniugazione e subordina- zione al valore di Dio e allora si parla
di u. religioso o cristiano. Univocità - È la funzione semantica propria di un
termine che viene applicato a molti soggetti sempre con lo stesso significato.
Per esempio, l'applicazione del termine « uomo » a Pietro, Paolo, Giovanni,
Marco, ecc. Utopia - Dal greco ou = non e topos = luogo e pertanto significa
una realtà che non esiste in nessun luogo. Il nome fu introdotto da Tom- maso
Moro nel titolo della sua famosa opera De optimo reipublicae statu, deque nova
insula Utopia, nella quale descrive un popolo perfettamente saggio, forte e
felice grazie alle istituzioni ideali di cui gode, il quale abita appunto
nell'isola di Utopia. Organizzazioni ideali ed immaginarie della società umana,
sull'esempio di Moro, furono escogitate da Cam- panella, da Fénelon e, con
pretese più scientifiche, da Comte e da Marx. Del ruolo dell’u. nella dinamica
sociale e culturale la filosofia ha co- minciato ad occuparsi soltanto
recentemente. A questo riguardo occorre evitare sia la posizione di rifiuto
categorico come se l’u. fosse soltanto un fattore alienante, sia quello di
approvazione incondizionata, come se l’u. fosse la panacea di tutti i mali.
Valore - « Il senso esatto di valore è difficile da definire rigorosa- mente
perché il più delle volte questa parola esprime un concetto instabile, un
passaggio dal fatto al diritto, dal desiderato al desiderabile » (Lalande). In
italiano v. possiede tre significati principali: economico, etico, ontologico.
In economia significa « danaro », in etica la virtù con cui si affrontano gravi
pericoli e si compiono grandi imprese; in ontolo- gia la qualità per cui una
cosa possiede dignità ed è quindi degna di stima e di rispetto. La scienza dei
v. — cioè l'assiologia — si occupa del concetto di v. inteso secondo il terzo
senso e cerca di comprendere qual è la sua natura effettiva, le sue
caratteristiche essenziali, i suoi rapporti con gli altri trascendentali
dell'essere e di fissare l'ordine e la gerarchia dei v. Verità - Questo termine
assume in filosofia un significato veramente fondamentale, perché il sapere
filosofico si configura anzitutto come amore e ricerca della v. Secondo la
definizione più classica, la v. è la conformità della mente, cioè della
conoscenza con la realtà. Questa si chiama anche v. logica. Ad essa si
contrappone la v. ontologica, che è la corrispondenza delle cose alla mente
divina, che le ha ideate. C'è anche una terza forma di v. ed è la v. morale che
è data dalla corrispondenza delle proprie intenzioni con le esigenze della
moralità. Non c'è dubbio che la v. è un valore fondamentale anzitutto
nell'ordine noetico, perché essa costituisce l’obiettivo principale di detto
ordine, ma è valore primario anche per altri ordini: pedagogico,
epistemologico, onto- logico e culturale. Della v. i filosofi si sono occupati
da sempre sia per definirne l'essenza, sia per scoprire le vie per
raggiungerla, come pure per determinare i criteri per identificarla. Due sono i
criteri per deter- minare ia v.i quello oggettivo dell'evidenza e quello
soggettivo della certezza. L'integrazione dei due criteri è proprio delle
filosofie intellettua- listico-realiste (da Aristotele a S. Tommaso a Maritain,
ecc.). Il primato del criterio della certezza è proprio delle filosofie
idealistico-dogmatiche (da Plaione a Cartesio ad Hegel, ecc.). Virtù - Con
questo termine generalmente si intende un'abitudine, cioè una disposizione
ferma e costante, ad agire bene: è un'’inclinazione al bene che si è
consolidata, tanto che il virtuoso è portato ad agire bene (per esempio, ad
essere casto, generoso, coraggioso, umile, ecc.) con spontaneità, anzi con
veemenza. La v. è oggetto primario dell'etica, in quanto questa studia il fine
dell'uomo e i mezzi per raggiungerlo e la v. è appunto il mezzo principale. La
‘v. si può dividere e classificare in tanti modi. Importante è la divisione tra
v. etiche e v. dianoetiche: le prime sono le disposizioni ad operare bene
nell'ordine morale; le seconde nell'ordine speculativo o intellettuale. Vita -
È la qualità per cui un essere è capace di muovere se stesso. Dal punto di
vista della biologia molecolare la v. consiste esclusivamente in una singolare
e più complessa strutturazione delle molecole rispetto alla strutturazione che
si incontra nella sostanza inorganica. Fenome- nologicamente la v. si manifesta
come un movimento che diversamente da quello meccanico è immanente (cioè va a
vantaggio del soggetto che lo produce) e spontaneo (è prodotto direttamente dal
soggetto stesso grazie alla sua costituzione intrinseca). Le caratteristiche
principali della v. sono: potere di crescere, di rispondere all'ambiente e di
riprodursi. Si è soliti distinguere tre gradi di v.: vegetativa, sensitiva,
razionale; la prima è propria delle piante, la seconda degli animali, la terza
dell'uomo. 439 Vocazione - Con questo termine generalmente si intende la
chiamata che una persona sente dentro di sé a svolgere determinate attività e
ad assumere un certo ruolo nella società. Nella concezione secolarizzata della
vita la v. è semplicemente siffatta inclinazione. Invece nella vi- suale
cristiana, la diversità di attitudini fa parte del piano provviden- ziale che
Dio ha concepito per ogni singolo uomo e la v. non è altro che il modo con cui
Dio fa sentire a ciascuno la chiamata alla realizzazione del suo piano o
progetto. Tema raramente trattato nella storia della filosofia, quello della v.
ha acquisito rilevanza speculativa soprattutto per merito dei personalisti e
degli esistenzialisti cristiani (Marcel). Volontà - È il nome che si dà alla
facoltà che ha l'uomo di tendere verso il bene; si dice anche appetito
razionale, per distinguerlo dall’ap- petito sensitivo che è proprio degli
animali. Mentre l'appetito sensitivo è una tendenza istintiva, quello razionale
cioè l'inclinazione della v., è un appetito guidato, calcolato, libero. Il
privilegio della v. è in effetti quello di essere libera: cioè padrona dei
propri atti e quindi anche degli oggetti verso cui si porta con le sue
decisioni. In filosofia due sono le grosse questioni che sono state dibattute
in ogni tempo a proposito della v.: una riguarda proprio la libertà. La
questione è di sapere se, nono- stante tutti i condizionamenti cui viene sottoposta
la v. umana, essa può dirsi veramente libera (è la controversia tra i
deterministi e gli inde- terministi). La seconda è se nell'uomo conta
maggiormente la cono- scenza o la v. {è la controversia tra intellettualisti
che assegnano il primato alla conoscenza e volontaristi che per contro
assegnano il pri- mato alla v.). Battista Mondin. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Mondin” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Mondolfo: l’italiano ebreo e la ragione conversazionale della
filosofia romana – antica filosofia italica – la scuola di Senigallia – filosofia
ebrea -- filosofia marchese -- la filosofia italiana – Luigi Speranza (Senigallia). Grice: “Like
at Oxford – Berlin, Hart, Honore, Ayer, etc. – Italy also has her share of
Hebrew philosophers!” -- Filosofo italiano. Senigallia, Ancona, Marche. Grice:
“Mondolfo is one of the few who have focused on ‘gli eleati’ as involving a
locus – pretty much as I do when I talk of Oxonian dialectic.” Grice:
“Mondolfo’s study of the politics of Risorgimento is good; especially since
every Englishman seemed to endorse it!” -- essential Italian philosopher. Like
Grice, Mondolfo believed seriously in the longitudinal unity of philosophy and
made original research on the historiography of philosophy, especially during
the Eleatic, Agrigento, and later Roman periods. Figlio di Vito Mondolfo e Gismonda
Padovani, una famiglia benestante di commercianti. Aderisce alle idee marxiste
e socialiste. Studia a Firenze. Si laurea con F. Tocco, discutendo una tesi su
Condillac dal titolo: "Contributo alla storia della teoria
dell'associazione", un saggio da cui saranno poi tratti alcuni dei suoi
primi saggi di storia della filosofia. Frequenta un gruppo socialista. Insegna
a Potenza, Ferrara, Mantova, Padova, Torino, e Bologna. Consigliere comunale
nelle file del Partito Socialista. Collabora con la rivista "Critica
Sociale" fino a quando viene soppressa dal regime fascista. Compone
"Saggi per la storia della morale utilitaria" di Hobbes ed
Helvetius”; "Tra il diritto di natura e il comunismo", "Rousseau
nella formazione della coscienza moderna", "Il materialismo storico
in F. Engels" (Formiggimi, La Nuova Italia) "Sulle orme di
Marx". E tra i firmatari del manifesto degli intellettuali anti-fascisti,
redatto da Benedetto Croce. Si dedica alla filosofia italica antica. Ciò
nonostante, pur in questo periodo, grazie alla politica di Gentile che volle
coinvolgere filosofi di diverso orientamento nell'impresa, collabora con
l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Compone la voce Socialismo. In seguito
alle leggi razziali fasciste che vietavano agli ebrei di ricoprire cariche
pubbliche, Mondolfo scrisse il proprio curriculum di benemerenze e vi inserì lo
stesso Gentile come testimone il quale ha a propormi per il Premio Reale di
filosofia presso i lincei". Gentile autorizza Mondolfo a citarlo tra i
testimoni e tenta inutilmente di farlo ri-entrare tra gli esclusi dalle leggi
razziali. Costretto a lasciare l'Italia Gentile scrive ad Alberini e lo aiuta a
trovare lavoro in Argentina. Il suo archivio personale è depositato in parte a
Firenze presso la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati ed in parte presso
Milano. Altre saggi: Sulle orme di Marx,” – Grice: “Whitehead used to say that
metaphysics has been but footnotes to Plato; and Strawson used to say that to
rob peter to pay paul you must show first that pragmatics is but footnotes to
Grice!” -- Grice: “But of course a footnote is not a footprint – only similar!”
– Grice: “While ‘footprint’ involves Roman pressum, ‘orma’ obviates that!” --
Cappelli); “L'infinito nel pensiero dei greci, Felice Le Monnier, La Nuova
Italia); “Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia”
(Zanichelli, La Nuova Italia, Firenze, Milano, Bompiani, “Gli albori della
filosofia in Grecia,” «La Nuova Italia», Editrice Petite Plaisance, Pistoia,.
La comprensione del soggetto umano nella cultura antica, La Nuova Italia
(Milano, Bompiani ). Alle origini della filosofia della cultura, Il Mulino, “Il
pensiero politico nel Risorgimento italiano,” Nuova accademia, Cesare Beccaria,
Nuova Accademia Editrice,. “Moralisti greci: la coscienza morale da Omero a
Epicuro,” Ricciardi, “Da Ardigò a Gramsci,” Nuova Accademia, “Il concetto
dell'uomo in Marx,” Città di Senigallia, “Momenti del pensiero greco e
cristiano,” Morano, “Umanismo di Marx. Studi filosofici, Einaudi, “Il
contributo di Spinoza alla concezione storicistica, Lacaita, Polis, lavoro e
tecnica, Feltrinelli, Educazione e socialismo, Lacaita, “Gli eleati,”
Bompiani,. Note Vedi Paolo Favilli, Dizionario Biografico degli Italiani,
riferimenti in. Fu una delle prime donne italiane a conseguire la laurea (cfr.
Le donne nell'Firenze). Sposò civilmente a Firenze in Palazzo Vecchio Cesare
Battisti. La sorella di Ernesta, Irene, sposerà Giovanni Battista Trener, per
anni collaboratore di Cesare. Amedeo Benedetti, L'Enciclopedia Italiana
Treccani e la sua biblioteca, "Biblioteche Oggi", Milano,
Enciclopedia Treccani, vedi alla voce futuro di Cesare Medail, Corriere della
Sera, Archivio storico. «SOCIALISMO» la voce nella Enciclopedia Italiana,
Volume XXXI, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Paolo Simoncelli41.
Paolo Simoncelli42. Paolo Simoncelli43. Vedi Fabio Frosini, Il contributo
italiano alla storia del PensieroFilosofia, riferimenti in. Archivio, Inventari
Stefano Vitali e Piero Giordanetti. Ministero per i beni culturali e
ambientali. Ufficio Centrale per i beni archivistici. Archivio Rodolfo
Mondolfo. Inventari, Stefano Vitali e Piero Giordanetti, Roma, Ministero per i
beni culturali e ambientali. Ufficio Centrale per i beni archivistici, Paolo
Simoncelli "Non credo neanch'io alla razza" Gentile e i colleghi
ebrei, Le Lettere, Firenze, L. Vernetti, R. Mondolfo e la filosofia della
prassi, Morano, E. Bassi, Rodolfo Mondolfo nella vita e nel pensiero
socialista, Tamari); A. Santucci, Pensiero antico e pensiero moderno in
Mondolfo, Cappelli, Bologna); Bobbio, Umanesimo di Rodolfo Mondolfo, in Maestri
e compagni, Passigli Editore, Firenze 1984. M. Pasquini, Del Vecchio, il
kantismo giuridico e la sua incidenza nell'elaborazione di Rodolfo Mondolfo
(Alfagrafica, Città di Castello); C. Calabrò, Il socialismo mite: tra marxismo
e democrazia, Polistampa, Firenze); E. Amalfitano, Dalla parte dell'essere
umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo, L'asino d'oro, Roma.
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su siusa.archivi.beniculturali,
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere Fabio Frosini, MONDOLFO, Rodolfo, in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. Vita opere e pensiero Diego Fusaro, sito
"filosofico.net". Fondo Rodolfo Mondolfo Università degli Studi di
Milano. Biblioteca di Filosofia. Fondo Rodolfo Mondolfo Fondazione di Studi
Storici Filippo Turati. Italiani emigrati in Argentina – Antica filosofia
italica. La filosofia italica sin dai tempi antichi era cosi deita, e quel che
più monta, dai Greci stessi, e l'autorità non sospetta di un Platone e di un
Aristotele, che non la chiamarono con altro nome, ci sembra dar peso alle
ragioni di quanti la vogliono originaria, contro l'opposta opinione di chi tra
noi la dice portata dalle colonie greche. Comunque sia, certo è che in questa
seconda supposizione, l'Italia non perde tutto il suomerito, perchè la scienza
quisorse più splendida mercè il concorso del genio e il sussidio delle
tradizioni italiane. Le scuole di cui essa può menar vanto sono due, la di
Crotone/Ponto/Taranto e la dei velini. La setta di Crotone e fondata da
Pitagora, di cui si tiene incerta così l'origine come iltempo della nascita;
l'origine, perchè è dubbio s'ei nascesse à Samo della Ionia od a Samo della
Magna Grecia; il tempo, perchè chi lo vuol nato nell'anno 584 av. C.,chi nel
608,e chi ancor prima, ai tempi di Numa, il quale, come ciè noto, mori nel 672,
dopo quarantatrè anni di regno. Tra i filosofi che vi appartennero, chiamati
ancor essi pitagorici, con un ARCHITA di TARANTO (il più celebre di tutti), che
capitana più volte gl’eserciti, e non fu mai sconfitto, si ricordano un
FILOLAO, probabilmente di Crotone, un TIMEO di LOCRI, ed un OCELLO di LUCANIA.
Taciamo i minori o dimen nota dottrina, come LISIDE, CLINIA, EURITE, ZELEUCO, e
CARONDA -- i quali due ullimi, legislatori entrambi, di Locri l'uno, l'altro di
CATANIA, insigni rese l'efficacia che, per loro opera specialmente, ha allora
la filosofia negl’ordini civili, quando, mutata la forma, i governi regi si
convertirono in popolari. La setta di CROTONE ha vita dal bisogno di una
scienza, che, professata da uomini austeri e ornati di grandi virtû, e con
giunta all'operosità civile -- in ciò la consorteria pitagorica, chè tale fu
veramente, distinguesi dalle indiane -- serve di criterio per una riforma
riconosciuta necessaria in mezzo al guasto ognor crescente della religione, dei
costumi e della libertà; lo che ci spiega le persecuzioni a cui andò soggetto.
Scuola pitagorica. -Nuovo affatto è nella scienza il metodo recatovi dai
CROTONESI. Questo metodo -- e lo stesso dicasi del linguaggio -- è il
matematico; il quale consiste nell'applicare le idee di quantità alla natura
interna ed esterna, ed al principio sommo della medesima; metodo che, tutto
essendo nel mondo capace di numero e di misura, non sarebbe forse tanto strano
quanto a prima vista appare, se non fosse che i Crotonesi all'esperienza, che
la verità ci rivela nell'ordine dei contingenti, il più delle volte preferirono
il ragionamento a priori, error palese a chi consideri che dal concetto, per
esempio, di circolo, di triangolo, di pentagono, non si può argomentare che
questi tipi si effettuino in natura, e chi lo fa si espone al pericolo
manifesto di costruire da sè un mondo fantastico, un mondo che non esiste fuori
della sua mente. Ma i crotonesi sono educati allo studio delle matematiche;
perciò non è meraviglia cheil metodo di queste scienze trasportassero nelle
regioni della filosofia. Il gran problema metafisico dei CROTONESI riducesi
adunque al seguente: trovare la legge mentale della quantità effettuate nella
realtà, e con queste salire alla prima cagione. Ed ecco perchè tutto è numero
nel loro sistema. I principi delle cose sono i numeri. Un numero, una unità
parziale è ogni cosa. Un numero, una unità generale il loro complesso, cio è
l'universo o mondo, il quale comprendendo in sè tutti i numeri od unità
parziali, à in sè la pienezza d'ogni grado di entità, epperciò è decade; e la
prima cagione, il principio di tutti iprincipi delle cose, la causa che ad ogni
altra causa antecede, è numero essa pure, ma il numero per antonomasia, e
quindi può chiamarsi l'unità, la diade, la triade, il quadernario (o solido),
il settenario e la decade. Ma lasciamo da banda questo gergo simbolico, e
vediamo che di sostanziale si peschi in fondo alla dottrina dei Crotonesi, e
come s'abbia a intendere la sua formula. Ogni cosa è un numero. Che cosa è il
numero per eccellenza, la Monade somma, infinita, il divino dei Crotonesi? E
che sarà l'essere individuo? Che cosa il mondo od universo? Il divino èl'ente
che in sè contiene la propria essenza e quella di tutti gl’esseri, epperò tutti
i contrari, cioè le cose più opposte e disparate (inito ed infinito, dispari e
pari, uno e più, positivo e negativo, quiete e moto, luce e tenebre, bene e
male, ecc.), ed inoltre la moltiplicità loro insieme concilia, risultandone una
suprema unità, un'armonia universale. Il divino, insomma, è l'unità suprema di
tutti icontrari. Le cose particolari, gl’esseri derivati da lei sono immagini
sue, epperò consteranno anch'esse di elementi contrari, a unità ed armonia
ridotti; dunque ogni essere è un numero ed armonia parziale. Poni assieme tutti
questi numeri, tutti gl’esseri finiti, e in modo che i contrary non cozzino, ma
formino un solo numero, una sola unità vastissima, immagine essa pure della
monade divina. Tale il mondo od universo dei crotonesi, il quale e l'assieme
dei contrari, non già nell'unità somma inesistenti, ma in atto e dal divino
ridotti ad armonia. Ora, in qual modo la generalità dei contrari, cioè la
decade, il mondo in esi steva nell'unità per eccellenza, nel divino? Qui
crotenesi tacciono, di modo che nulla di positivo e certo può rilevarsi dalla
loro dottrina. Bensi e'ci apprendono come l'universo o mondo si venisse formando
per ispirazione od aspirazione.La monade universale e suprema, contenente in sè
le unità particolari, da principio e una, continua, indivisa, ma non
indivisibile, e da ogni parte circondata da un vuoto immenso; il quale,
aspirato da essa,come l'aria entra nei polmoni, si introduce fra i
contrari,ossia fra le monadi particolari, e cosi separandoli, individuolli, e
produsse la grande moltiplicità delle cose mondiali. La formola esprimente
l'armonia universale (tuttoènumero) per la scuola pitagorica può dirsi il
principio di tutta la filo sofia, dappoichè essa l'applicò in tutti tre
gl’ordini --metafisico, logico e morale. Che cosa è l'anima umana, la quale,
dice Filolao, giace nel corpo come in un sepolcro? Risponde il crotonesi: un
numero, un'armonia, insieme conciliando essa due contrari, cioè i sensi e la
ragione, che sono ilnegativo ed il positivo, l'irragionevole ed il ragionevole.
E la verità, la co gnizione che cosa è mai ? Un numero, un'armonia, come fuor
dell'armonia è l'errore, essendo che per l'acquisto della medesima cooperano
gli stessi contrari, quantunque la ragione si spinga più oltre dei sensi, i
quali non escono dalla sfera dei contingenti o fenomeni. E che sarà, infine, la
virtù? Un numero, un'armonia, che risulia anch'essa dall'accordo dell'irragionevole
col ragionevole, essendo la virtù riposta nella soggezione dei sensi all'impero
della ragione, toltalaquale, all'armonia sotten traladisarmonia, alla virtû il
vizio. Vadasè che la virtù ci rimena alla monade suprema, all'ordine od armonia
universale, che d'ogni essere è principio e fine. Critica. Bene esaminando la
dottrina dei crotonesi, si scuopre nella medesima un error capitale, che à per
sorgente l'abuso del metodo trascendentale, come quello che li condusse a
trasportare nell'ordine delle realtà le astrazioni della matematica, e a
concepir il divino quasi unità generica o numero per eccellenza, che è come
dire quale un'essenza in cui si contengono e si immedesimano le cose tutte
quante. Nè a salvarli dal panteismo implicito bastano le alte verità
frammischiatevi, eladichia Senofane, schernitore dei politeisti, i
qualiammettono più dei, e degli antropomorfisti, che li fingono a loro immagine
e somiglianza, insegna che il divino è potentissimo, uno ed eterno;
potentissimo, perchè egli è l'ente (entità, forza, energia e potenza per la
scuola italica sono termini sinonimi). Uno, perchè, tra più dèi uguali, nessuno
è potentissimo per l'uguaglianza, e se inferiori, nessuno è potentissimo per
inforiorità; eterno, perchè l'ente non può non essere, e il non ente non può
divenire. Si fosse egli qui arrestato! ma fra gli altributi divini ne annovera
un quinto, dal quale poi con falsa logica deduce una (1) Colonia ionica di
Elea. (2) Velia ha un'altra scuola, fondatavi da Leucippo e Democrito, i quali
spiegavano la formazione del mondo con ammettere nel vacuo immenso una infinità
di atomi eterni, il cui fortuito accozzamento avrebbe dato origine a tutte cose
(atomismo). Questa scuola,chiamata fisica,non siconfonda
coll'eleaticasemplicemente detta, e denominata anche metafisica per
distinzione. Uno razione di Filolao, Dio essere imperatore e duce sommo, ed
eterno, potentissimo, supremo e diverso dalle altre cose; per chè d'uopo è che
accetti le conseguenze chi non rinunzia al l'erroneità dei principi. E
l’erroneità del principio pitagorico sta appunto nel far di Dio un tutto, un
numero che comprende in sè ogni altro numero. Il sentimento religioso e morale,
scri ve il dottissimo Bertini (Idea d'una filosofia della vita) induce va i
Pitagorici a collocare Dio molto al dissopra del mondo;ma il fato della logica
li forzava sovente ad immedesimarli in una sola sostanza, e ricacciavali nel
panteismo . La scuola eleatica ebbe tal nome da quello della città dove sorse,
poco dopo la di Crotone, per opera di Senofane, che, nato a Colofone della
Ionia tardi migra di là per l'invasione della patria,e venuto nella Magna
Grecia, prenfr stanza in Velia, e vi morì nella grave età di oltre a cent'an
ni.- SenofaneebbediscepoloParmenide,eParmenideZenone, buon patriota, che, condannato
a morte da un tiranno, corag giosamente sostenne ilsupplizio.Questi due,d'Elea
entrambi, con Melisso di Samo, il quale capitano gl’Italioti contro Pericle,
continuarono la dottrina del primo, e vi dettero forma più rigorosa, se non
incremento. D'altri nomi più famosi non la menzione la storia della filosofia
eleatica. Una dottrina si ripugnante al senso comune non poteva menarsi per
buona; perciò si levarono a impugnarla e combat terla gli empiristi, o fautori
del metodo a posteriori, sostenendo contro gli Eleati el'esistenza reale di
sostanze finite, e la loro contingenza e varietà, e la mutabilità loro,
attestata dall'evidenza dei fatti. Zenone, quel valente Zenone che Aristotele
riconobbe quale inventore della dialettica -- scienza ed arte di ragionare e
disputare -- come lo fu senza dubbio tra gli Occidentali, a sua volta non
lascia senza difesa la filosofia della sua scuola e del suo maestro, anzi
incalzò gliavversari con molta lena e con buona copia d'argomenti diretti a
dimostrare, per una parte la fallacia dei sensi e l'autonomia della ragione,
per l'altra, e con sofismi ad homincm, che l'empirismo, ilquale all'autorità
della ragione oppone quella dei sensi, contiene in sè contraddizioni ben più
gravi di quelle che si dicevano implicite nella metafisica eleatica. Ed allora,
se la memoria non ci falla, sorse la prima delle po lemiche che, per la loro
importanza, ànno meritato una pagina nella storia della scienza. ~ Famoso
argomento di Zenone deyto l'Achille. strana conseguenza: l'ente è tutto od
intiero, epperò nulla a lui può aggiugnersi; donde segue che nulla può
incominciare ad essere.Qui l'error di illazione, il sofisma del conseguente è
manifesto; quanto viene all'esistenza è forse un che d'aggiunto
all'infinitudine divina? D'altronde, se nulla può nascere o di venire, che
pensare degli esseri contingenti e mutabili, cosi detti perchè nei vari momenti
del tempo sono e non sono, e mutano continuamente ? Senofane se la spicciò
nettamente con negare a dirittura l'esistenza delle sostanze finite, e
sentenziò: Tali cose non ànno altra vita fuorchè l'apparenza, ed appartengono
all'opinione. O che! sarà dunque menzognera sempre la voce dei sensi ? E ci
ingannerà di continuo l'intimo sentimento ? Che si, rispondono in coro gli
Eleati, quanto ci rilevano i sensi altro non è che illusione; e la ragione è il
mezzo unico per giungere al vero; e il vero è che tutto è uno, e l'uno è tuito.
Critica. Ma l’arte dei Zenoni, che con sofismi strani pro pugnano la falsità
del vero, e quel che è più, l'incertezza del l'evidente, e, prova non dubbia di
grande acume, perfin riesco no a dimostrare, contro la possibilità del moto,
che nella più rapida sua corsa il più celere cavallo non raggiungerà mai una
tartaruga,quantochè tardissima, la quale anche di poco la preceda, tutta l'arte
dialettica, ripeto, non sarà mai da tanto che possa collocare sopra una base
solida isistemi della scuola Filosofia presso i Greci antichi. Principio, mezzo
e fine; infanzia,virilità e decrepitezza, o decadimento, ecco i tre stadi o periodi,
le tre età dell'antica fi losofia greca. Tra il principio e la fine corrono ben
sette secoli, all'incirca; ma noi li percorreremo in minor tempo, se non ci
manchi lena. da l'alete a Socrate. La prima età della filosofia greca antica
incomincia con Talete, e termina al comparire della filosofia socratica.
Talete, già è delio, nacque 600 anni av. C. e Socrate nel 170 ; qui dunque
abbiamo press'a poco un periodo di centotrenť anni, durante i quali sorsero due
scuole, la ionica e la sofistica; le quali, aggiunte alla pitagorica ed
all'eleatica, ci dànno in com plesso l'antica filosofia designata col nome di
italo-greca. Scuola ionica. Fondata in Mileto della Ionia, sua patria, da
Talete,primo tra i filosofi greci conosciuti, ma forse non tale veramente, que
sta scuola è, come vedremo, la men filosofica di tutte le pre cedenti. Nè la
ragione è difficile a comprendersi da chi sappia che la scienza ebbe allor
contrari i voluttuosi costumi e la ser vitù di quelle cit tà, soggette ai Lidi
ed ai Persiani, e che, a giudicarnedalsilenzioe dai pochi cenni della storia,
coloroi quali la professavano erano ben lontani dalle virtù che adorna vano i
pitagorici; virtù che col venir meno a poco a poco, pois cleatica; e sono tre:
l'idealismo logico, perchè si nega l'au torità dei sensi, per riconoscere
soltanto quella della ragione; l'idealismo metafisico, perchè si esclude la
materialità, ilmolte plice ed ogni mutamento; e, conseguenza di ciò,
ilpanteismo, che ammette la sola esistenza dell'ente immutabile ed eterno, e
cosi rimuove ogni concetto di creazione. Il primo nacque colla scuola
pitagorica,mada Senofane fu recatoasistema ;ilsecon do venne accolto dagli
Eleati per evitare le contraddizioni della medesima, che nell'uno identificava
le cose più opposte; il terzo sidirebbe comune alle due scuole,se non fosse che
nell'eleatica si lasciò da banda la parte corporea e mutabile, e così si riusci
a un panteismo parziale, al panteismo idealistico. Grice: You have to love
Mondolfo. As a Jew he was into Sartre’s existentialism, and the rest of it –
when Gentile inhibited Jews from teaching Italians, M. had to stream his energy
into the study of ‘antica filosofia italica’! for our glory!” -- o ABBAHU di
Cesarea Rabbi Abraham educazione, in Filone) Achei Acheronte Acherusia, vedi
Acheronte Achille Adamo Adamson Ade AEZIO Africa, africani Afrodite Agamennone
ACATARCO AGATONE Agostino agostiniana corrente filosofia Aiace Albertelli ALCEO
Alcibiade ALCMEONE ALESSANDRINA FILOSOFIA ALESSANDRINI MATEMATICI Alessandro,
vedi Paride. ALESSANDRO Afrodisia Alessandro Magno ALESSIDE Alfieri Altamura
Ambrogio Amerio Amicizia Amleto Amore ANACARSI di Scizia ANACREONTE Ananke
ANASSACORA DISCEPOLI di - ANASSIMANDRO ANASSIMENE Anfione Anima universale
Anselmo ANTICHI POETI E SAGGI ANTICHITÀ CLASSICA antica scienza, cultura,
antico spirito, pensiero, etc. ANTICO TESTAMENTO ANTIFANE ANTIFONTE Antigone
ANTIcoNo di Caristo ANTISTENE Apatia stoica Apocalissi di Pietro Apollo Apollo
Lairberos (santuario di) Aquitania ARCAICo pensiero ARCESILAO ARCHELAO ARCHILOCO
ARCHIMEDE ARCHITA Ardizzoni AREIOs DIDYMOS Areopago Aridea, vedi Thespesio.
ARISTARCO ARISTIPPO ARISTOCLE ARISTOFANE ARISTOSSENO ARISTOTELE Armstrong
Arnauld Arnim ARTE Artemide ASCLEPIO commentatore di Aristotele Asclepio (dio)
Asia minore Asiatico principio AssIoco Atarassia epicurea Atargatis (dea) Ate
Atena Atene, ateniesi ATENIONE di Atene ATOMISMO, ATOMISTI Atreo Atride Augusto
Aulide Aymard Baccanti Вассо Bacone Bacone Baeumker Bailey Baius
Barbari del nord Barth BASILICA PITACORICA della Porta Maggiore a Roma
Battaglia F. Bauch B. Beare Becker 0. Behaviourismo Bello Bene Bergk Berkeley
BIANTE BIBLICA tradizione Bignone Bill A. Billeter Binder Blanchet Blankert
Blondel Boas Lovejoy Boemia Bolland Bossuet Bovis Bréhier Breier Brochard Brune
Buccellato Buonaiuti Burnet Bywater CARNEADE CARONDA Carteron H. Cartesio,
cartesiano Cassandra Cataudella Cattolicesimo Cattolici filosofi, storici
Cefalo CELSO CENSORINO Centimani Ceramone Cerbero Cesarea Charisio Charu
Cherecrate CHEREMONE Cherniss Chimera Chronos Ciaceri Cibele CICERONE,
ciceroniano Ciclopi Caino Cairo Calcidio Callahan CALLICLE CALLIPPO Calogero
Calvino Cameron A. Campanella Campidoglio Canosa Cantarella Carcopino Carlini
Cilento Cilonidi CINICI CIRENAICI Classicista concezione CLASSICO spirito,
mondo, CA cultura Claudio CLEANTE CLEIDEMO CLEMENTE alessandrino Clitennestra
Clodd Cohn CoLòTE di Lampsaco Colchide Combarieu COMMEDIA DI MEZZO COMMENTATORI
DI ARISTOTELE Comparetti Comte Condillac E. B. de CoNoNE di Samo Contese
Croiset Croce Cusano Cypselo arca di Dahlmann Daimon Dal Pra M. DAMONE Danaidi
Dante Dardania, Dardano Daremberg Ch. e Saglio E. Dario Dedalo Controriforma
Copernico Coribanti Corinto, corinzi Conford CORPUs HIPPOCRATICUM COSMOLOGHI
(primi) Couissin Cousin Covotti CRATETE CRATILO Credaro Creso Creta Crimine
oggettivo CRISIPPO Cristianesimo, cristiano spirito, pensiero, cristiana era,
na, filosofia, etc. Cristo CRITIA Criticismo kantiano Critone Ctesibio Delatte
DELFICA religione, DELFICO «ePto, le a Delfi Del Grande Del Re R. Delvaille
Demetra DEMETRIo cinico DEMETRIO LACONE DEMOCRITO DEMOCRITEA tradizione
DEMOCRITEO-ARISTOTELICA stinzione di Demoni del cristianesimo 401. DEMOSTENE
Deonna W., vedi De Ridder A. Derenne De Ridder A. e Deonna Derketo Ruggiero
Descartes, vedi Destino De Strycker Deucalione Dewey Dialettica moderna Diano
DICEARCO Diderot Diela Diels Diès Dieterich Dike Diller Dimenticanza Dio natura
persona DIODORO CRONO DIODORO SICULO DIOGENE di Enoanda DIOGENE DIOCENE LAERZIO
Dione DIONE CRISOSTOMO DIONISIACO culto, spirito Dioniso Discordia Discorsi
menzogneri Aiacol Royor Divinazione Doering Dornseiff Fr. Dostoiewski DRACONE
430. Ducati Dümmler Dupréel EBRAICO-CRISTIANE eredenze, reli- gione, tradizione
EBRAISMo, ebrei EBRAICA religione EBRAICHE suggestioni ed ispirazioni EBRAICE
elementi Ecabe Ecate EcATEo d'Abdera EcATEo di Mileto Eden Edipo Efesto EcESIA
di Cirene Egisto Egitto Egizi EGIZIANO tradizionalismo ELEATI, ELEATISMO,
scuola, dottrina Elena Elettra Eleusi Eleutherna ELLENICO genio, spirito,
pensiero, etc. ELLENISMO ELLENISTICA eredità ELLENISTICA ROMANA filosofia
2ELVIDIO PRISCO EMPEDOCLE, EMPIRISTICHE correnti Empusa Endimione Enea
ENESIDEMO Enoanda Enoch pentimento, in Filone Enos speranza, in Filone Enriques
EPICARMICO principio EPICUREI, EPICUREISMO EPICURO Epidamno Epifanio EPIMENIDE
Epimeteo EPITTETO Erarmeno (mito di) Era Eracle ERACLIDE PONTICO ERACLITO
FRACLITEA dottrina esigenza proposizione ERACLITISMO BRASISTRATO BRATOSTENE
Brinni ERMIPPO ERMOTIMO Ernout Erodico di Selimbria ERODOTO ERoFILo di Calcedone
Eros Esaminatore interno (elenchos) ESCHILO ESCHINE Esculapio ESICHIO EsIoDo
ESIODEO principio Espero Età post-omerica Eteocle ETICA ANTICA, CLASSICA
cristiana e moderna GRECA morale moderna STOICA Etiopi Ettore Eucken EUDEMO
EuDosso Eumenidi Eumeo Euromo di Polignoto EURIPIDE Euristeo Eusebio Eva
Evangeli evangelico messaggio Fabre Falaride, toro di, Farrington B. Fatica
Fato Fedra FERECRATE Festa Festugiere Feuerbach Fichte Ficino Fidia Fiere
FILEMONE FILISCO Fränkel Frazer Friedländer Frigia Frinide Furie GALENO Galileo
Callavotti Gallia Ganter 201. Gassendi Gea Geffcken Geiger GELLIO AULO Gelosia
degli dei Genius malignus di Cartesio Gentile GEREMIA Germani Сет FILODEMO FILOLAO FILONE FILONIANO
testo Filoponia FILOSOFIA NATURALISTICA (ionica) FILOSOFIA OCCETTIVISTICA
FILOSOFIA PRESOCRATICA FILOSSENO FILOSTRATO FISICI ANTICHI Fitzralph Flegias
Flint FoCILIDE Fougères Frank Gerusalemme GesÚ figlio di Sirach GIAMBLICO
Giansenio Gige, anello di, Gigon Gileon GIMNOSOFISTI indiani GIoBBE Giovanni di
Rodington GIOVANNI FILOPONO Giove GIOVENALE GIUDAISMO, giudaica chiesa, etc.
Giuliano imperatore Giuliano di Eclano pelagiano Giussani Glaser Glauco di Chio
Glotz GNoMIcI poeti CNOMICA saggezza GNOSEOLOGIA ANTICA GRECA medievale
NEOPLATONICA Goedeckemeyer Gomar Gomperz Gomperz Goodenough GORCIA Gorgoni
Gottschalk Grande Anno GRECA morale GRECA tragedia, vedi TRAGEDIA. GRECI, greco
pensiero, popolo, spirito, etc.; greca anima, arte, cultura, filosofia, etc.
Grecia Greene Grilli Grousset Guthrie Guyau Halbfass Harnack Hegel Heidel W. A.
Heinemann Heinze Henz Herbertz Herder Hermann Hermes Hildebrand Himeros Hirzel
Hobbes Hoffmann Howald E. Hume Hus Huyghens Hybris Ida Idealismo assoluto
cristiano GRECO postkantiano Idealisti Idra IEROCLE Ifigenia Ilio ILLUMINISMO,
ILLUMINISTI, etc. Musionismo Indiani Inferi (Enfers) Inganno Inge Innocenzo III
Intelletto Invidia degli dei Lo Ionia, ionico mondo, ionica civil- ta, etc.
JONICA poesia IONICI poeti IONICI Glosofi IONICA filosofia scienza Ipermestra
IPPIA (sofista) IPPOCRATE, IPPOCRATICI, ippocrati- ci scritti, trattati,
Ippolito Ippolito Iris Isaac (= natura, in Filone) Isaac (Abn Jacob Jsaac?)
ISAIA Isdoso scolastico Isis isiaco culto ISOcRATE, pseudo Issione Jaeger Jago
Jacob ascetismo e perfezione, in Filone Janet Jardé Jehova Jeat Kaibel Kant
Kêr, Kêres Kern Kierkegaard Kirk Kitto Kleingünther Klimke Kock Kranz
Krokiewicz Kronos Laas Laberthonnière Labriola Lachesi Lachete Laconia Laio
Lamennais Lamenti Laminette auree Lana Langerbeck Latini Lattanzio Latzarus Laurent
Lavagnini Leibniz Leonardo da Vinci Leone Ebreo Leonte di Salamina Leonzio
Leroux Lesky LeuCIPPO Levi Levi Lévy-Bruhl Licurgo Lidia, Lidi Liénard E.
IONICO-EOLICA LISIA Locke Lodge LOGICA ANTICA Logos divino Loisy Losacco Lotte
Lovejoy LUCIANO Lucido Lucifero Lucilio LUCREZIO Lugdunum (Lione) Luria
Lusitania Lutero Maddalena Magalhães Vilhena Y. De Magia Maieutica Maier
Malcovati Mancini Manetti MANICHEISMO Marbach Marchesi Marchesini MARCO AURELIO
Mario Vittorino Marouzeau Marsia Martin Martinazzoli Marx MASSIMO TIRIO
Mazziotti M., vedi Enriques F. Meautis MEDICI EMPIRICI O METODICI IPPOCRATICI
mediche scuole Medievale gnoseologia, scienza, filosofia, teologia — coscienza
Medio Evo MECARICA teoria MECARICI Meineke MELIsso di Samo MENANDRO Menelao
Menzel MENONE Mercier Messaggio evangelico, ellenizza- zione del METRODoRo di
Chio Milesi Mill Milton Minucio MISTICA, MISTICA soggettività, MI-CORRENTI,
CRECO (medievale) MITOLOGIA ANTROPOMORFICA CRECA, mitologiche rappresentazioni
OMERICO-ESIODEA Mitre Modernismo Moderni, moderno spirito, pen- cultura,
hlosofia, sia, etc. Ix, Moeller Moira Momigliano Mondo classico cristiano greco
precristiano ionico arcaico orientale, greco, romano, germanico M. A. M. vedi
Zel-Monoteismo cristiano e greco MORALISTI GRECI Morrison MOSCHIONE Mose
Mullach Murray MUSoNIo RUFo 5Nardi Natorp NATURALISMO PRESOCRATICO, NATURALISTI
PRESOCRATICI Nauck Nausicaa Neikos Nekyia omerica Nenci NEOACCADEMICI
Neohegeliani NEOPITAGORICI NEOPLATONICI, NEOPLATONISMO, NEOPLATONICA teoria,
etc. Nestle Nestore Newmann Nicia di Atene Nietzsche Noè (- giustizia, in
Filone) Norden NUMENIO Nuovo Testamento Occhio di Zeus Occhio vendicatore degli
dei Oceanidi OCCETTIVISMO ANTICO Olimpica religione Olimpo, olimpici dei Olimpo
Olivieri OMERO OMERICHE concezioni Ontologica prova ontologico argomento
ORACOLO DELFICO, lemma dell', vedi DELFico precetto. Oratorio ORAZIO Oreste
Orfeo ORFICI, ORFICO misticismo, religione, etc oRFISMO Oriente, orientali
Origene Otium Otto OVIDIO Pacioli PAGANESIMO, PAGANI FILOSOFI, etc. Palamede
Pan PANEZIO Paolo Paratore Parche Paride PARMENIDE DISCEPOLI di parmenideo ente
mondo parmenidea Pascal Pascal Pasquali Patristica patristica eredità Pearson
Peipers Pelagio, pelagianismo Pelasgo Pelope Penía Pericle PERIPATETICI,
PERIPATETICA teo-ria, etc. Пері téXvNS Perrotta Perse Persiani Pesce Petelia Petersen
Petrarca Pettazzoni Philippson Piat Pico della Mirandola Pieper Pilade PINDARO
Piriflegetonte PIRRONE PITAGORA PITAGORICI, PITACORISMO, etc. Pittura greca
etrusca PLATONE PLATONICO mito PLATONISMO PLAUTO Pleiadi PLINIO PLOTINO
PLUTARCO POETI COMICI TEOCONICI TRAGICI Pohlenz PoLIBIO Policleto POLICRATE
Polignoto di Taso Polinice POLITEISMO PoLo Poppe PORFIRIO Puech Póros Porzig
Posidone PoSIDONIO POSTARISTOTELICA epoca, filosofia, etc., POSTARISTOTELICI
FILOSOFI Praechter K., vedi Ueberweg Pragmatismo, pragmatisti Predestinaziani
424. Positivismo, positivisti 29, 578. PRESOCRATICI FILOSOFI, NATURALI-STI,
etc., PRESOCRATICA filosofia Priamo PRIMI FILOSOFI Primitivi popoli PROCLO
PRODICO Prometeo PROTAGORA PROTAGORISMO Protestanti, protestantesimo
protestante storiografia Provvidenza PSICOLOGIA « behaviourista, del
comportamento platonica Radamanto Radermacher RAFFINATI del Teeteto Ragione
divina Regenbogen Regnum hominis Reinach Reinhardt Reminiscenza platonica
ReyRinascimento rinascimentale distinzione rivoluzione rinascimentali
celebrazioni — innovatori scrittori Ritter Rivelazione Rivaud Robin Rohde Roma
Romanticismo Rosmini Ross Rossi Rosei Rostagni Rousseau Rudberg Ruvo Saffo
Saglio E., vedi Daremberg Ch. Saitta SALLUSTIO SALOMONE Satana Saturnia età
Saturno SCETTICI, SCETTICISMO SCETTICA critica Schaerer Schiller Schleiermacher
Schmid Schuhl Sciacca Scilla Seiti Scolastica, etc. Scrittura, Scritture Sacre
Segni indicativi, teoria dei, Segni memorativi, utilizzazione dei SENECA
SENOFANE SENOFONTE Senso comune aristotelico Senso interiore agostiniano Serse
Sertillanges SESTIO, SESTIL, scuola dei EMPIRICO Sette savi Shakespeare Shorey
Sibari Sibilla SIMONIDE di Ceo SIMPLICIO SINESIO Siri Sisifo Snell SOCRATE
SOCRATICA esigenza esperienza predica SOCRATICI, SOCRATISMO Sofferenze 86.
SOFISTI, SOFISTICA SOFOCLE Sofronisco Soggettivismo cristiano-moderno Sogni
Solari Soliman SOLONE Sorley Sparta Spencer Spengel Spengler SPEUSIPPO Spinoza
Spirito classico antico cristiano moderno greco classico Spiritualisti
cristiani, spiritualismo cristiano Stefanini TEOCONIE, TEOGONICI POETI Teologi
di Oxford Teone Stein Stenzel Stige STILPONE SToBEo STOICI, STOICISMO, etc.
Sroic, HOMAN Storicismo, storicistica concezione Stragi STRATONE di Lampsaco
Strycker TALETE Tannery Tantalo Tarozzi Tartaro tartareo abisso Tatto interno
Taylor Tebe Teeteto Teggart Temesa TEMISTIO Tempo Tenebre TEODETTE
TeodoretoTeodoro di Beza TEOFRASTO TEOGNIDE TERENZIO Тевео Thamus Thaumante Theiler Thespesio
Theuth Thurii Tieste Tifeo Tifone Tilgher TIMEO TIMONE TIMOTEO Tindaro Tiresia
Tiro TISIA Titani Titano Tizio Tommaso Tomismo, etc. Traci TRADIZIONE
DEMOCRITEO-EPICUREA Traducianismo TRAGEDIA TRAGICI POETI TRASIMACO Traversari
Treves Trieber Troia, troiani Tuchulca TUCIDIDE Türk Tylor Tzetzes Uccisioni
Ueberweg Ulisse 4Uno Untersteiner Usener Uxkull Vaihinger Weil Wendland
Wilamowitz Windelband Wundt Wycliffe algimigli Vangelo Vangelo Vaso arcaico di
Palermo Vespasiano Vico Vidari Vlastos Walzer Wehrli Zafiropulo ZALEUCO
ZARATHUSTRA ZENONE ZENONE Zeller. L'eredità in T. Tasso, in «Archivio di
psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, Torino, Memoria e
associazione nella scuola cartesiana (Cartesio, Malebranche, Spinoza), con
appendice per la storia dell'inconscio, M. Ricci, Firenze. Per le relazioni fra
genialità e degenerazione: Guerrazzi, in «Archivio di psichiatria, scienze
penali ed antropologia criminale, Torino, Spazio e tempo nella psicologia di
Condillac, in «Rivista filosofica, Pavia, Scienza e opinioni di B. Varisco, in
«Scienza sociale, Palermo, Uno psicologo associazionista: E. B. de Condillac,
R. Sandron, Palermo. In esso viene riportato anche lo scritto sullo spazio e il
tempo in Condillac precedentemente citato Il concetto di bene e la psicologia
dei sentimenti in Hobbes, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna,
L'educazione secondo il Romagnosi, in Rivista filosofica, Pavia, Ora anche in
Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della
coscienza moderna. Scritti a cura di R. Medici, CLUEB, Bologna Ancora a
proposito di refezione scolastica: il pensiero di Romagnosi, in Critica
Sociale, Milano, Saggi per la storia morale utilitaria: I - La morale di
Hobbes, Drucker, Padova Saggi per la storia morale utilitaria: II - Le teorie
morali e politiche di Helvétius, Drucker, Padova La politica degli insegnanti,
in Critica Sociale, Milano, Il dubbio metodico e la storia della filosofia,
Prolusione a un corso di storia della filosofia nell'Università di Padova, con
appendice storico-critica, Drucker, Padova. Per una filosofia naturale, in
Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna, Recensione a G. Marchesini, La
funzione dell'anima, Laterza, Bari 1905, in Critica Sociale, Milano, L'insegnamento
liceale della filosofia. Considerazioni pratiche, in Rivista di filosofia e
scienze affini, Bologna L'insegnamento della filosofia nei licei e la riforma
della scuola media al congresso di Milano, in Rivista di filosofia e scienze
affini, Bologna, Per la riforma della scuola media: la scuola unica, in Critica
Sociale, Milano, Anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma
scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile), a cura di T. Pironi,
Laicata, Manduria Ancora per la riforma della scuola media: polemica fra
colleghi, in Critica Sociale, Milano, Di alcuni problemi della pedagogia
contemporanea, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna, Anche in
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900
alla Riforma Gentile), Dalla dichiarazione dei diritti al Manifesto dei
comunisti, in Critica Sociale, Milano, Con alcune variazioni è stato inserito
da Mondolfo anche nella raccolta Tra il diritto di natura e il comunismo: studi
di storia = •archive.org INTERNET ARCHIVE e filosofia, parte I, Tip. degli
operai, Mantova Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Intorno al convegno filosofico di
Milano, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna Politica scolastica:
per la riforma della scuola media, in Critica sociale, Milano, Questioni varie:
il problema della laicità nella scuola media, in Rivista di filosofia e scienze
affini, Bologna Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica
(dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile), Ancora Mazzini e il socialismo, in
La fiaccola», Senigallia Altre obiezioni alle idee di Salvemini sugli esami, in
Nuovi doveri», Palermo Il contratto sociale e la tendenza comunista in J. J.
Rousseau, in Rivista di filosofia e scienze affini», Bologna, Tra il diritto di
natura e il comunismo: studi di storia e filosofia, parte II, Tip. degli
operai, Mantova Il pensiero di Ardigo, Mondovì, Mantova. La dottrina della
proprietà del Montesquieu, in Rivista filosofica», Pavia Tra il diritto di
natura e il comunismo: studi di storia e filosofia, parte II, cit. 30. La
filosofia della proprietà alla Costituente e alla Legislativa nella rivoluzione
francese, in Rivista di filosofia e di scienze affini», Bologna, Pubblicato
anche in Tra il diritto di natura e il comunismo: studi di storia e filosofia,
parte II, cit. Sulla laicità della scuola, in Critica sociale», Milano
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900
alla Riforma Gentile), Religione, fanciulli, educazione, in Nuovi doveri»,
Palermo, Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi
del '900 alla Riforma Gentile), La fine del marxismo?, in Critica sociale»,
Milano, Umanismo di Marx. Studi filosofici a cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino
Roberto Ardigò nelle scuole di Mantova. Notizie e documenti, Tip. Operai,
Mantova. Studi sui tipi rappresentativi. Ricerche sull'importanza dei movimenti
dell'immaginazione, nelle funzioni del linguaggio, nelle pseudoalluci-nazioni e
nella localizzazione delle immagini, in Rivista di filosofia», Roma, I, 2,
marzo-aprile, pp. 38-92. Tra il diritto di natura e il comunismo: studi di
storia e filosofia, parte I, Tip. Operai, Mantova. La filosofia di Feuerbach e
le critiche del Marx, in La Cultura filosofica», Firenze Accolto in Sulle orme
di Marx. Studi di marxismo e di socialismo a partire dalla prima edizione
(Cappelli, Bologna con il titolo Feuerbach e Marx. È stato poi successivamente
integrato di due capitoli, precisamente il sesto e il settimo, nella terza
edizione (Cappelli, Bologna Ora anche disponibile, sempre con il titolo
Feuerbach e Marx, in Umanismo di Marx. Studi filosofici La filosofia della
storia di Ferdinando Lassalle (Per nozze Mondolfo-Sacerdote), Pirola, Milano.
Poi nelle prime due edizioni de Sulle orme di Marx: Cappelli, Bologna Cappelli,
Bologna Recensione a G. Vidari, L'individualismo nelle dottrine morali del
secolo XIX, in Cultura Filosofica», La riforma della scuola media: fra la
Commissione Reale e il congresso della federazione, in Critica sociale»,
Milano, Politica scolastica: il dovere presente della federazione degli
insegnanti, in Critica sociale», Milano La vitalità della filosofia nella
caducità dei sistemi, Prolusione all'Università di Torino Cultura filosofica»,
Firenze Rovistando in soffitta, in Critica sociale», Milano, Pubblicato anche
in Umanismo di Marx. Studi filosofici Fra l'ideale e l'azione: per l'unità di
teoria e praxis, in Critica sociale», Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici
La filosofia di Bruno e l'interpretazione di Felice Tocco, in La Cultura
filosofica», Firenze, V, n. 5-6, aprile, pp. 450-482. Pubblicato poi a sé: La
filosofia di Giordano Bruno e l'interpretazione di Felice Tocco, Tip. Collini e
Cencetti, Firenze Sul concetto di plus-valore, in Critica sociale», Milano La
pretesa antieticità del materialismo storico - il sopravalore e il passaggio
dalla necessità alla libertà) de Il materialismo storico in Federico Engels,
Formiggini, Genova Nell'edizione del (La Nuova Italia) Il concetto di necessità
nel materialismo storico, in Rivista di filosofia II fatalismo materialistico o
dialettico e il concetto di necessità storica) de Il materialismo storico in
Federico Engels La Nuova Italia, Firenze Umanismo di Marx. Studi filosofici Il
materialismo storico in Federico Engels, Formiggini, Genova. I ginnasi
magistrali, in Unità», Firenze, Partiti politici e generi letterali, in Unità»,
Firenze Intorno alla filosofia di Marx, in Critica sociale», Milano, Presente
anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici La crisi magistrale, in Unità»,
Firenze, La preparazione dei maestri elementari, in Unità», Firenze, Intorno
alla morale sessuale, in Critica sociale», Milano, Ancora la morale sessuale,
in Critica sociale», Milano, Rousseau nella formazione della coscienza moderna,
in Rivista pedagogica», Roma Saggio che Mondolfo ripropone nel volume Per il
centenario di Rousseau (Formiggini, Genova) e poi con alcune modifiche
nell'Introduzione alle opere di Rousseau (Discorsi e il Contratto sociale, a
cura di R. Mondolfo, Cappelli, Bologna Rousseau e la coscienza moderna (La
Nuova Italia, Firenze, di cui si ha una precedente edizione in lingua spagnola
(Rousseau y la consciencia moderna, Imán, Buenos Aires Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Socialismo e filosofia: I. La crisi e la necessità di un orientamento
filosofico; II. Materialismo, realismo storico e lotta di classe; III. La
necessità della filosofia della praxis, in Unità», Firenze, Ristampato nelle
prime due edizioni di Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Nella terza
edizione in due volumi (Cappelli, Bologna) fu pubblicato privato della prima
parte (La crisi e la necessità di un orientamento filosofico) e con qualche
aggiunta. Anche in La cultura italiana del '900 attraverso le riviste, a cura
di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici
Personalità e responsabilità nella democrazia, in La Cultura filosofica»,
Firenze Per l'amore della moralità e per la moralità dell'amore, in Critica
sociale», Milano La preparazione degli insegnanti, in Unità», Firenze, La crisi
della scuola media e il compito delle Università, in Nuova Antologia», Roma,
Ripubblicato da Mon-dolfo, con alcune modifiche, in Libertà della scuola, esame
di stato e problemi di scuola e di cultura, Cappelli, Bologna Discutendo di
materialismo storico, in Rivista di filosofia neoscolastica», Milano,
Università Cattolica del Sacro Cuore, Zur soziologie der Geschlechtsmoral, in
Archiv für Sozialwis-senschaft und Sozialpolitik», Tübingen, Mohr, Per la
biografia di Bruno, Rivista d'Italia», Roma, Appunti di Storia della filosofia
La filosofia di Giordano Bruno, R. Università di Torino, Facoltà di Lettere e
filosofia, Torino Acri e il suo pensiero, Discorso tenuto nella R. Università
di Bologna, Zanichelli, Bologna. Il pluralismo nell'etica, in Rivista
d'Italia», Roma Acri, in Rivista pedagogica», Roma La filosofia in Belgio,
Rivista di filosofia», Genova La crisi del socialismo e l'ora presente, in
Unità», Firenze La cultura italiana del '900 attraverso le riviste, vol. V, a
cura di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino Revolutionärer Geist und historischer
Sinn, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung,
her-ausgegeben von Prof. Carl Grünberg Hischfeld Verlag, Leipzig.
Successivamente in italiano: Spirito rivoluzionario e senso storico, in Nuova
Rivista Storica Roma, Le matérialisme historique chez F. Engels, Trad. de
l'Italien par S. Jankelevitch, Giard et Brière, Paris. 72. Chiarimenti sulla
dialettica engelsiana Rivista di filosofia Genova Sulle orme di Marx con il
titolo La dialettica di Engeis (Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il
materialismo storico in Federico Engels. Ristampato anche in Tra teoria sociale
e filosofia politica. Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti
Spirito rivoluzionario e senso storico, in Nuova rivista storica, Roma,
Revolutionärer Geist und historischer Sinn, in Archiv für die Geschichte des
Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Prof. Carl Grünberg,
Hischfeld Verlag, Leipzig. Nella versione italiana è apparso anche nella prima
edizione di Sulle orme di Marx (Cappelli, Bologna e nelle successive. Presente
anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici Dai sogni d'egemonia alla rinuncia
della libertà. Discorso letto per la solenne inaugurazione degli studi
nell'Università di Bologna il 5 novembre 1917, Zanichelli, Bologna. Confluito
con una nota introduttiva e con il titolo La teoria della egemonia tedesca in
Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna Mondolfo
e la guerra delle idee. Scritti a cura di G. Ferrandi, Museo storico del
Trentino e Società aperta di Trento, Trento Imperialismo e libertà, in Unità Il
primo assertore della missione germanica: Herder, Rivista delle nazioni latine
Mondolfo e la guerra delle idee - Scritti Tra il primato d'un popolo e la
missione universale delle nazioni, in Nuova rivista storica, Milano, Mondolfo e
la guerra delle idee - Scritti Leninismo e marxismo, in Critica sociale,
Milano,Poi in Sulle orme di Marx, a partire dalla seconda edizione (Cappelli,
Bologna Studi sulla rivoluzione russa, a cura del Centro Studi di Critica
Sociale, Morano, Napoli Umanismo di Marx. Studi filosofici Leninismo e
socialismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Ristampato anche in
Studi sulla rivoluzione russa Il socialismo e il momento storico presente, in
Energie Nove, Torino, Poi inserito nelle prime due edizioni di Sulle orme di
Marx: Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il socialismo dopo la guerra):
Cappelli, Bologna Recentemente anche in M. e la guerra delle idee - Scritti
L'insegnamento di Marx, in Critica sociale, Milano, Saggio apparso anche come
Prefazione alla prima edizione di Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna. Per una coscienza realistica della storia e
della rivoluzione sociale, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Visioni realistiche e utopie rivoluzionarie. Presente anche
in Umanismo di Marx. Studi filosofici Problemi concreti: la scuola: I. L'azione
pro schola» e la difesa della coscienza laica, in Critica sociale, Milano,
Campane d'allarme, in Il Progresso, Bologna Problemi concreti: II. Il
proletariato e la scuola media. La difesa dellafunzione sociale della finalità
educativa della scuola di Stato, in Critica sociale, Milano Educazione e
socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma
Gentile Problemi concreti: III. Linee di un programma d'azione scolastica:
Premesse generali; il concetto di servizio pubblico e la scuola, in Critica
sociale, Milano Problemi concreti:L'amministrazione della scuola, in Critica
sociale, Milano Problemi concreti: d) La partecipazione del proletariato alla
cultura, in Critica sociale, Milano, Riportato anche in Libertà della scuola,
esame di stato e problemi di scuola e di cultura, Gli adulatori del
proletariato, in Cultura popolare, Milano Libertà della scuola, esame di stato
e problemi di scuola e di cultura Intorno al progetto Rignano, in Critica
sociale, Milano, Recensione a E. di Carlo, Ferdinando Lassalle, in Critica
sociale, Milano, Ardigò, in Critica sociale, Milano, Bevilaqua, C'è uno spettro
in Italia, Modernissima, Milano Critica sociale, Milano Ardigò, in Il Tempo
Socialismo e lezioni della realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo, in Il
piccolo della sera, Trieste, 24 settembre. Il marxismo e la crisi europea, in
Scientia Il problema sociale contemporaneo, relazione al IV congresso
italianodi filosofia, in Rivista di filosofia, Bologna, Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Parte di questo articolo apparve con il titolo Le condizioni
della rivoluzione, in Critica sociale, Milano, Anche in Umanismo di Marx. Studi
filosofici Le condizioni della rivoluzione, in Critica sociale Sulle orme di
Marx, 2ª edizione accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna. La rivoluzione
e il blocco, in La Giustizia, Reggio Emilia, 11 dicembre, p. 1. Per la realtà del
socialismo, in La Giustizia, Reggio Emilia Le condizioni della rivoluzione, in
La Giustizia, Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e
l'antitesi fra socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme
di Marx, Cappelli, Bologna Studi sulla rivoluzione russa Introduzione a F.
Turati, Le vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna. Forza e violenza
nella storia, Introduzione a S. Panunzio, Diritto, forza e violenza. Lineamenti
di una teoria della violenza, n. III della Biblioteca di Studi sociali diretta
da R. Mondolfo, Cappelli, Bologna. Pubblicata con l'aggiunta di alcune note in
Sulle orme di Marx, II vol., Cappelli, Bologna Umanismo di Marx. Studi
filosofici 1 corsi di esercitazione nelle Università, in Educazione nazionale,
Roma funzione sociale della finalità educativa della scuola di Stato, in
Critica sociale, Milano, Più recentemente in Educazione e socialismo. Scritti
sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile Problemi
concreti: III. Linee di un programma d'azione scolastica: a) Premesse generali;
b) il concetto di servizio pubblico e la scuola, in Critica sociale, Milano,
Problemi concreti: c) L'amministrazione della scuola, in Critica sociale,
Milano Problemi concreti: La partecipazione del proletariato alla cultura, in
Critica sociale, Milano, Riportato anche in Libertà della scuola, esame di
stato e problemi di scuola e di cultura, Gli adulatori del proletariato, in
Cultura popolare, Milano Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola
e di cultura, Intorno al progetto Rignano, in Critica sociale, Milano,
Recensione a E. di Carlo, Ferdinando Lassalle, in Critica sociale, Milano,
Ardigò, in Critica sociale, Milano, Recensione a G. Bevilaqua, C'è uno spettro
in Italia, Modernissima, Milano Critica sociale, Milano,Ardigò, in Il Tempo, 16
settembre. Socialismo e lezioni della realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo,
in Il piccolo della sera, Trieste, 24 settembre. Il marxismo e la crisi
europea, in Scientia Il problema sociale contemporaneo, relazione al IV
congresso italiano= • archive. di filosofia, in Rivista di filosofia, Bologna
Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Parte di questo articolo apparve con il
titolo Le condizioni della rivoluzione, in Critica sociale, Milano Umanismo di
Marx. Studi filosofici Le condizioni della rivoluzione, in Critica sociale
Sulle orme di Marx, 2ª edizione accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna.
La rivoluzione e il blocco, in La Giustizia, Reggio Emilia, Per la realtà del
socialismo, in La Giustizia, Reggio Emilia, Le condizioni della rivoluzione, in
La Giustizia, Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e
l'antitesi fra socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme
di Marx, Cappelli, Bologna Studi sulla rivoluzione russa, cit., pp. 55-63.
Introduzione a F. Turati, Le vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna.
Forza e violenza nella storia, Introduzione a S. Panunzio, Diritto, forza e
violenza. Lineamenti di una teoria della violenza, n. III della Biblioteca di
Studi sociali diretta da R. Mondolfo, Cappelli, Bologna. Pubblicata con
l'aggiunta di alcune note in Sulle orme di Marx, II vol., Cappelli, Bologna
Umanismo di Marx. Studi filosofici 1 corsi di esercitazione nelle Università,
in Educazione nazionale, Roma Il proletariato e la scuola, in La squilla
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900
alla Riforma Gentile La scuola e i partiti, in Il Progresso, Bologna, marzo. I
discorsi di F. Turati ai Congressi Socialisti, in Critica sociale, Milano, Il
saggio corrisponde ad alcuni paragrafi tratti dalla prefazione di R. Mondolfo a
F. Turati, Le vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna Collaborazione e
lotta di classe, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna
Per la comprensione storica del fascismo, in Critica sociale, Milano, Il saggio
corrisponde ad alcuni paragrafi (in particolare il IV e parte del V) dell'
introduzione alla raccolta Il fascismo e i partiti politici italiani, I volume,
Cappelli, Bologna Significato e insegnamento della rivoluzione russa, in
Critica sociale, Milano, La contraddizione iniziale; La conquista compiuta; La
nuova contraddizione risultante e la progressiva consapevolezza del problema.
Ristampati con alcune modifiche e aggiunte in Studi sulla rivoluzione russa,
cit., pp. 67 ss. Estratto poi in edizione Benporad, Firenze Significato e
insegnamento della rivoluzione russa, in Critica sociale, Milano, La rivincita
della realtà; L'inevitabile soluzione: dal libero commercio al capitalismo; La
lotta e l'immediato rapporto delle forze L'anello e la catena; Le nuove
condizioni del proletariato e la sua scissione in gruppi concorrenti; I nuovi
problemi del Governo: la rivalutazione della moneta; Gli insegnamenti: a) non
il dissolvimento ma lo sviluppo è condizionato dalla rivoluzione; on ne détruit
que ce qu'on substitue; Le condizioni di un regime socialista: produzione e
distribuzione; I limiti dell'azione politica: forza ed economia. Ristampato con
alcune modifiche in Studi sulla rivoluzione russa, La libertà della scuola, in
Critica sociale, Milano, Riportato in Libertà della scuola, esame di stato e
problemi di scuola e di cultura, cit., pp. 9-23. Recentemente in Educazione e
socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma
Gentile Scuola e Stato. Lettera a Luigi Miranda, in Il Tempo, Roma Libertà
della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, La libertà e la
scuola, in Il Tempo, Roma, 16 giugno, p. 3. L'esame di Stato, in Critica sociale,
Milano, Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura,
La formazione storica delle arti e dello spirito umano in Vitruvio, in L'Arduo,
Bologna Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete
della coscienza moderna. Scritti Sempre nuove opposizioni al progetto su
l'esame di Stato, in L'istru-zione media, Perugia-Bologna-Firenze, Lettera a
Gobetti, in La Rivoluzione liberale, Torino Ricostruire, in La Giustizia Per la
comprensione storica del fascismo, introduzione alla raccolta Il fascismo e i
partiti politici italiani, I volume, Cappelli, Bologna. Per la difesa della
libertà, in Critica sociale, Milano, Il problema della cultura popolare, in
Critica sociale, Milano Il comunismo è la negazione del marxismo, in La
Giustizia, Milano, 1 ottobre. Libertà della scuola, esame di Stato e problemi
di scuola e di cultura, Cappelli, Bologna Prefazione a S. Diambrini Palazzi, Il
pensiero filosofico di Antonio Labriola, Zanichelli, Bologna. Educazione e
rinnovamento sociale in Mazzini e in Marx, in Rivista di filosofia Con alcune
modifiche anche in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Mazzini e Marx, in Critica sociale, Milano, Poi confluito in Sulle orme
di Marx, Cappelli, Bologna, Il monito delle tradizioni del Risorgimento
nazionale, in Istruzione media Scuola, patria e libertà, in La Giustizia,
quotidiano del Partito Socialista Unitario, Milano, n. 52, 2 marzo 1923, p. 2.
Più recentemente anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma
scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile Scuola, patria e libertà,
in La Giustizia, quotidiano del Partito Socialista Unitario, Milano, Il
materialismo storico: conferenza all'Università Proletaria di Milano, in
L'Avanti!, Milano, 13 marzo. Volontà e necessità nella storia, scambio di
lettere con Longobardi L'Avanti!, Il materialismo storico, in La Rivoluzione
liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici Mentre la riforma si
compie, in L'istruzione media, I punti oscuri, in L'istruzione media La riforma
della scuola, in Critica sociale, Milano Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile Il problema
sociale in Mazzini e Marx, in Critica sociale, Milano, Con alcune modifiche
confluito in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Scuola e libertà (Note
polemiche), in Critica sociale, Milano,196. Risposta all'inchiesta tra
scrittori italiani: Dove va il mondo?, Libreria politica moderna, Roma. Aspetti
della crisi contemporanea, in Studi politici La riforma universitaria, in
Critica sociale, Milano Libertà e funzione sociale della scuola nella riforma
Gentile, in Cultura popolare Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma
scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile Si chiedono dati
statistici, in L'istruzione media L'esperimento russo, in La Rivoluzione
liberale, Torino, Verso la scuola confessionale?, in L'istruzione media Si
chiedono dati statistici, in L'istruzione media La lotta di classe in Russia,
in La Rivoluzione liberale, Torino Le attività del bilancio, in Critica
sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Contadini e proletariato
nella Rivoluzione russa, in Nuova rivista storica, Milano Sulle orme di Marx,
3ª edizione in due volumi, Cappelli, Bologna: vol. 1 Studi sui tempi nostri,
vol. Il Lineamenti di teoria e di storia critica del marxismo. La filosofia e
l'insegnamento di Francesco Acri (commemorazione nel decennale della sua
morte), in Rivista di filosofia Significato e insegnamenti della rivoluzione
russa, con prefazione di C. Treves, Bemporad, Firenze Contributo a un
chiarimento di idee, in Critica sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Il rispetto dei diritti acquisiti e l'interesse della nazione, in
L'istruzione media Marxismo e revisionismo, in Libertà, quindicinale della
gioventù socialista, Milano La filosofia politica in Italia Raccolta sulla
Storia d'Italia a cura dell'Istituto superiore di perfezionamento pergli studi politico
sociali e commerciali in Brescia, Litotipo editrice, Padova Dal naturalismo di
Feuerbach allo storicismo di Marx, in Rivista di psicologia, Bologna Estratto
da Feurbach e Marx Sulle orme di Marx. Si trova anche in Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Ricordando Antonio Labriola, in Critica sociale, Milano Umanismo di
Marx. Studi filosofici L'esame di Stato professionale, in L'istruzione media
Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, cur. M., Cappelli, Bologna. L'idealismo
di Jaurés e la funzione storica delle ideologie, in Cri-tica sociale, Milano,
Ristampato in Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Dopo il primo esperimento, in
Istruzione media Le cose più grandi di lui (i programmi degli esami di Stato),
in Istruzione media Momigliano, in Rivista di filosofia, Torino Prefazione a F.
Dal Monte, Filosofia e mistica in Bonaventura da Bagnorea, Libreria di scienze
e lettere, Roma. Sintomi premonitori in Russia. Nuove forze politiche in vista,
inCritica sociale, Milano, Studi sulla rivoluzione russa, Opere scelte di
Beccaria, con introduzione e note a cura di Mondolfo, Cappelli, Bologna La
questione istituzionale, in La Rivoluzione liberale, Torino Fiorentino, in
Nuova rivista storica, Milano, Da Ardigò a Gramsci, Nuova Accademia, Milano
Discussioni marxiste, in La Rivoluzione Liberale, Torino Umanismo di Marx.
Studi filosofici Intorno ai nuovi concorsi, in L'Istruzione media I punti del
problema: per definire la discussione marxista, in La Rivoluzione Liberale,
Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici Liberalismo della vecchia destra, in
Critica sociale, Milano, L'opera di Ferdinande Lassalle, in Critica sociale,
Milano, Il problema delle classi medie, in Critica Sociale, Milano, Uscito
anche come opuscolo con un preambolo di Filippo Turati nell'edizione La
Giustizia, Milano 1925. Il pensiero di Engels e la prassi storica della classe
lavoratrice, in Critica sociale, Milano Proletariato e ceti intellettuali, in
La Giustizia Beccaria e Kant, in Rivista Internazionale di Filosofia del
Di-ritto, Genova Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti La negazione della realtà dello
spazio in Zenone di Elea, in Rendiconti dell'Istituto Marchigiano di scienze,
lettere ed arti Problemi del pensiero antico, Zanichelli, Bologna Per la
serietà dell'esame di Stato, in Istruzione Media, Parma Critiche esagerate?, in
L'istruzione media, Parma Veritas filia temporis in Aristotele, in Scritti
filosofici per le onoranze nazionali di Bernardino Varisco, Vallecchi, Firenze.
Presente anche in Momenti del pensiero greco, Morano, Napoli 1964, pp. 1-20.
185. Das Problem der Mittelklassen in seiner Bedeutung für den Sozialismus in
Italien, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung,
herausgegeben von Carl Grünberg, XII, p. 1 ss. 186. Beccaria filosofo, in
Rivista di filosofia, Torino, XVI, n. 1, dicembre, pp. 1-11 ss. Tratto dall'
introduzione a Opere scelte di Cesare Beccaria, Cappelli, Bologna Risposta a
un'inchiesta sull'idealismo, in Il Baretti, Torino, Un cervello maschile, un
cuore materno. In memoria di Anna Kuliscioff, in Critica Sociale, Milano Moto e
vuoto, in Il Baretti, Torino. Il problema etico e culturale del socialismo nei
rapporti col movimento socialista, in Critica sociale Materialismo, idealismo,
realismo critico-pratico, in Il Quarto Stato, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Per la revisione del bilancio idealistico, in Il Quarto Stato,
Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Primum intelligere..., in Il Quarto
Stato, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Dall'esperienza agricola russa
al problema contadino occidentale, in Critica sociale, Milano Studi sulla
rivoluzione russa Diderot, D'Alambert e il Trattato delle sensazioni, in
L'idealismo realistico, Roma Condillac contro Condillac. Critica della prima
parte del Trattato delle sensazioni, in Rivista di Psicologia, n. 1. Sulla
nozione di progresso, sintesi di una comunicazione al Congresso della Società
per il progresso delle Scienza (sezione scienze filosofiche), in Atti del
Congresso di Bologna. Il trattato delle sensazioni di Condillac, con
introduzione su L'Opera di Condillac, Cappelli, Bologna. Spinoza e la nozione
del progresso umano, in Rivista di filosofia. Anche in Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolo interprete della coscienza moderna. Scritti
La polemica di Zenone di VELIA contro il movimento, Rivista di Filologia e d'istruzione
classica, Torino, Confluito poi con alcune aggiunte in R. Mondolfo, Problemi
del pensiero antico, Der Faschismus in Italien (sotto lo pseudonimo di Rerum
italicarum scriptor), in Internationaler Faschismus, herausgegeben von C.
Landauer und H. Honegger, Karlsruhe. La polemica di Zenone di VELIA contro il
movimento, parte II, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica Problemi
del pensiero antico, Zanichelli, Bologna Fichte, in Dizionario di scienze
pedagogiche Vallardi, Milano, Confluito poi nella raccolta Filosofi tedeschi:
saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna Il realismo di Roberto
Ardigò, in Rivista di filosofia Tra teoria sociale e filosofia politica.
Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Nel primo
centenario di Roberto Ardigò, in Rivista internazionale di filosofia del
diritto, Roma Romagnosi, in Dizionario di scienze pedagogiche, vol. II,
Vallardi, Milano, Il pensiero antico. Storia della filosofia greco-romana,
esposta con tesi scelti dalle fonti, Società Editrice Dante Alighieri,
Roma-Genova-Milano-Napoli. Sintesi storica del pensiero antico, Società
Editrice Dante Alighieri, Roma-Genova. Rassegne di storia della filosofia: I.
Filosofia del Rinascimento, in Rivista di filosofia, XX, Torino L'antinomia
fondamentale nella visione della vita e della storia di F. Nietzsche, in
L'idealismo realistico Die Anfänge der Arbeiterbewegung in Italien bis 1872 und
der Konflikt zwischen Mazzini und Bakunin, in Archiv für die Geschichte des
Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Prof. Carl Grünberg,
Hischfeld Verlag, XIV, heft 3, Leipzig Il superamento dell'utilitarismo e la
coscienza morale nella dottrina epicurea, in Rendiconto delle sessioni della R.
Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna, vol. 3, Azzoguidi, Bologna.
Confluito poi in Problemi del pensiero antico, c Responsabilità e sanzione nel
più antico pensiero greco, in Civiltà moderna, Firenze Problemi del pensiero
greco Razionalità e irrazionalità della Storia: per una visione realistica del
problema del progresso, in Nuova Rivista Storica, Milano Collaborazione alla
Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia University di New York;
voci: T. Campanella, A. Costa. I primordi del movimento operaio in Italia
avanti il 1872 e il conflitto tra Mazzini e Bakunin, in Nuova Rivista Storica
Die Anfänge der Arbeiterbewegung in Italien bis 1872 un Konflikt zwischen
Mazzini und Bakunin Riproposto poi da Mondolfo in una rivista argentina Nella
versione italiana, anche in Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo
Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Collaborazione alla
Enciclopedia Italiana (Istituto Treccani); voce: Giordano Bruno, vita ed opere,
religione e filosofia, dio e l'universo: il monismo, l'etica Nella sua versione
rielaborata Mondolfo ripropone questo articolo in Figure e idee del
Rinascimento, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia, Firenze Tarozzi, L'esistenza
e l'anima, in Nuova Rivista Storica Enciclopedia Italiana (Istituto Treccani);
voci: Comunismo (esposizione critica della dottrina e della storia Filone di
Alessandria, Helvétius Collaborazione alla Encyclopedia of the social Sciences
della Columbia University di New York; voci: Epicure and epicureanism, Giuseppe
Ferrari, Gaetano Filangeri, Pasquale Galluppi, Melchiorre Gioia, Gian Vincenzo
Gravina, Theodor Karl Grün, Peter Alexeyevitch, Antonio Labriola.
Collaborazione a Pedagogia (Enciclopedia delle Enciclopedie, Formiggini, Roma);
voci: Didattica della filosofia Libertà e Laicità della scuola Entrambi
riportati in Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli, Bologna
Comunicazione al Congresso della Società Italiana per il progresso delle
scienze su Criteri di studio del problema riguardante le origini della
filosofia greca. Germi in Bruno, Bacone e Spinoza del concetto marxistico della
storia, in Civiltà moderna, Firenze Germania nel 1932 (cfr. n. 228) e,
successivamente, nel sulla rivista argentina Dialéctica Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Un educatore scomparso: Marchesini, in La Cultura popolare Rapporti tra
la speculazione religiosa e la filosofia nella Grecia antica, I, in La Nuova
Italia, Firenze, II, dicembre, pp. 463-468. Intorno al contenuto dell'antica
teogonia orfica, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica Rapporti tra
la speculazione religiosa e la filosofia della Grecia antica, II, in La Nuova
Italia, Firenze Il concetto della umwälzende Praxis e i suoi germi in Bruno e
Spinoza, in Grünbergs Fetschrift, C. L. Hirschfeld, Leipzig, pp. 365-376. I
Discorsi e il Contratto sociale di Rousseau, trad. con introduzione e commento,
2ª edizione, Cappelli, Bologna. Collaborazione alla Enciclopedia Italiana
(Istituto Treccani); voci: Labriola Internazionale e Internazionalismo Il
Giansenismo in Italia di Jemolo, in Rivista di Filosofia, Torino. Discutendo il
problema dei caratteri differenziali tra filosofia antica e moderna, in Rivista
di filosofia, Milano Nota sul genio ellenico, inserita nell'edizione italiana di
E. Zeller-R.Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, I
Presocratici; vol. 1: Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, La
Nuova Italia, Firenze Arte e religione in Grecia secondo gli schemi del
neoumanesimo, in Civiltà moderna, Firenze Tratto da M., Nota sul genio ellenico
in E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte I: 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri e periodi della filosofia
greca, Nota sulla divisione in periodi della filosofia, in Archivio di storia
della filosofia Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, 1 presocratici, Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, La
Nuova Italia, Firenze La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I:
I presocratici, vol. II: lonici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firene
Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia University di New York;
voci: Lucretius, Karl Geory Winkelblech (Karl Marlo). E. Zeller-R. Mondolfo, La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. I:
Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, traduzione e aggiornamenti,
La Nuova Italia, Firenze. Studi sopra l'infinito nel pensiero dei Greci, in
Memoria della R. Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, classe di
scienze morali, Gamberini e Parmeggiani, Bologna Azzoguidi, Bologna Eternità e
infinità del tempo in Aristotele, in Giornale Critico della Filosofia Italiana,
Firenze Il contributo di Zenone di VELIA alla scoperta dell'infinitesimale, in
Archivio di storia della filosofia La preparazione dei greci alla comprensione
dell'infinito, in Civiltà moderna, Firenze La concezione dell'Empireo in
Platone, in La Nuova Italia, Firenze, marzo. 242. Il passaggio dal teleologismo
al determinismo nella dottrina peripatetica dell'eternità del mondo, in Rivista
di filosofia, Milano L'infinito nel pensiero dei Greci, Le Monnier, Firenze
L'infinità divina nelle teogonie greche presocratiche, in Studi e materiali di
storia delle religioni, Roma L'infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier,
Firenze L'infinità della potenza divina in Aristotele (Dal concetto negativo al
concetto positivo dell'infinito), in Ricerche religiose, Roma L'infinito nel
pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze 1934. L'infinità dell'essere in Melisso
di Samo (contributi a un processo di riabilitazione), in Sophia, Padova
L'infinità divina da Filone ai neoplatonici e ai suoi precedenti, in Atene e
Roma, Firenze, Le Monnier L'Infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier,
Firenze L'infinità del numero dai Pitagorici a Platone e ad Archimede, in
Archivio di filosofia, Roma Prassi che rovescia o Prassi che si rovescia?, in
Rivista internazionale di filosofia del diritto, Roma, XIII, fasc. VI, pp. 743
ss. Scritto che viene successivamente inserito da Mondolfo in Il materialismo
storico in Federico Engels Collaborazione alla Enciclopedia italiana; voce:
Materialismo storico Il contratto di lavoro nella voce Il lavoro Encyclopedia
of the Social Sciences della Columbia University di New York; voce: Paruta.
Lezioni di storia della filosofia svolte da M., a cura di Bortolotti e Wittig,
Bologna, Facoltà di filosofia, Bologna La genesi storica della filosofia
presocratica, in La Nuova Italia, Firenze, 20 marzo, pp. 82-94. Prefazione al
libro di G. Fontanesi, Il problema filosofico dell'amore nell'opera di Leone
ebreo, Libreria Emiliana, Venezia, pp. I-XIII. Problema umano e problema
cosmico nella formazione della filosofia greca, Memoria presentata
all'Accademia delle Scienze di Bologna nella sessione del 17 marzo, Azzoguidi,
Bologna Problemi del pensiero antico Note sull'eleatismo di VELIA: a proposito
degli Studi sull'eleatismo di G. Calogero, in Rivista di filologia e
d'istruzione classica, Torino Problemi del pensiero antico, Zanichelli, Bologna
I problemi dell'infinità numerica e dell'infinitesimo in Aristotele, in Rivista
di filosofia, Milano L'infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze
1934. Caratteri e sviluppi della filosofia presocratica, in Sophia, Roma,
luglio-settembre, pp. 274-288. La giustizia cosmica secondo Anassimandro ed
Eraclito, in Civiltà moderna, Firenze L'infinito nel pensiero dei Greci, Le
Monnier, nella Collezione di Studi filosofici diretta da G. Gentile, Firenze.
Recensioni in Pan: A. Rosemberg Storia del bolscevismo da Marx ai giorni
nostri, Sansoni, Firenze, in Rivista internazionale di filosofia del diritto;
N. Festa, I frammenti degli stoici antichi, vol. I, Laterza, Bari; G. Della
Valle, Tito Lucrezio Caro e l'epicureismo campano, Accademia Pontaniana, Napoli
1933; Id., Dove nacque T. Lucrezio Caro?, Stab. industrie editoriali
meridionali, Napoli 1933, in Sophia; G. Pasquali, Pagine stravaganti di un
filologo, Carabba, Lanciano 1933; Conte di Gobineau, Il rinascimento, trad. di
F. Gentile Tarozzi, Cappelli, Bologna Civiltà moderna; G. Mayer, Friederich
Engels: Eine Biographie, M. Nijhoff, Haag; Marx-Engels, Historische, Kritische,
Gesamtausgabe Werke Schriften, Briefe, Berlin, in Rivista di filosofia; C.
Ottaviano, Joachimi abbatis liber contra Lombardorum, Reale Accademia d'Italia,
Roma 1934. 261. Collaborazione alla Enciclopedia italiana; voce: Movimento
Operaio Fiorentino e il positivismo, in AA.VV, Onoranze a F. Fiorentino nel
cinquantenario della sua morte, Morano, Napoli Infinità dell'istante e infinità
soggettiva nel pensiero degli antichi, in Giornale critico della filosofia
italiana, Firenze Problemi del pensiero antico L'infinito nel pensiero
dell'antichità classica, cit. 264. La genesi e i problemi della cosmogonia di
Talete, in Rivista di filologia e d'istruzione classica, Torino Physis e
theion: intorno al carattere e al concetto centrale della filosofia
presocratica, in Atene e Roma, Firenze, Le Monnier Il principio universale di
Anassimandro, in Civiltà moderna, Firenze Questioni di storia della scienza
greca, in Rivista di filosofia, Torino L'infinito e le antinomie logiche nel
pensiero greco, relazione al Congresso della Società italiana per il progresso
delle scienze, tenutosi a Palermo il 12-18 ottobre, Società italiana per il
progresso delle scienze, Roma. Confluito poi in R. Mondolfo, I problemi del
pensiero antico, Zanichelli Enciclopedia italiana: Sindacalismo, Socialismo
Scienza (classificazione delle scienze e storia della scienza Problemi del
pensiero antico, Zanichelli, Bologna 1935. Lezioni di storia della filosofia, a
cura di Zambrini, Università di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia,
Bologna. Lezioni di filosofia moderna: Benedetto Spinoza, tenute dal Chiar.mo
Prof M., a cura di Cavalli, GUF G. Venezian, Bologna Gli albori della filosofia
in Grecia, in La Nuova Italia, Firenze, gennaio. Feuerbach y
Marx. La dialéctica y el concepto de la historia, trad. di M. P. Alberti,
Claridad, Buenos Aires. Su
una presunta affermazione antica della sfericità terrestre e degli antipodi, in
Archeion Anaximenea, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica, Torino
Gérmenes en Bruno, Bacon y Espinoza de la concepción marxista de la historia,
in Dialéctica, Buenos Aires, abril. Per Diogene d'Apollonia, in Rivista di
filosofia, Torino Gli atomisti antichi, in Il Lavoro Formes et tendences
actuelles du mouvement philosophique en Italie (in collaborazione con il Prof.
Limentani della R. Università di Firenze), in Revue de Synthèse L'utopia di
Platone, in Il Lavoro, 17 novembre, p.3. Aristotele ed Epicuro, in La Nuova
Italia, Firenze Echi del centenario di Romagnosi, in Il Lavoro La vitalità di
Aristotele, in Il Lavoro. La filosofia antica in terra d'Africa e le tendenze
del soggettivismo. Estratto da Atti della XXV Riunione della SIPS a Tripoli,
Raduno coloniale della scienza italiana, 1-7 novembre 1936. Relazione Congresso
della Società per il progresso delle scienze (Tripoli). Problemi della
cosmologia di Anassimandro, in Logos, Napoli Nota sulla cosmologia e la
metafisica di Anassimandro introdotta come aggiornamento nel Il vol.
dell'edizione italiana de E.Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, Il vol.: lonici e Pitagorici, La
Nuova Italia, Firenze, 1938, pp. 190 ss. Ancora sull'infinito e gli antichi, in
Sophia La prima affermazione della sfericità della terra. Nota dell'accademico
effettivo prof M., comunicata il 12 dicembre, in Rendiconti delle sessioni
della R. Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze
morali Bologna, Tip. Azzoguidi, p. 18. Trad. it con l'aggiunta di una postilla
in Momenti del pensiero greco e cristiano Enciclopedia italiana; voci: Unità,
Universo (nella storia della filosofia) Per l'interpretazione di F. Fiorentino,
in Archivio di storia della filosofia italiana Sui frammenti di Filolao
(contributo a una revisione del processo di falsità), in Rivista di Filologia e
d'istruzione classica Platone e la storia del pitagorismo, in Atene e Roma,
Firenze, Le Monnier Nota sulle fonti della nostra conoscenza e ricostruzione
storica del Pitagorismo, in E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel
suo sviluppo storico, pp. 313 ss. Forme e tendenze attuali del movimento
filosofico in Italia, (in collaborazione con il Prof. Limentani della R.
Università di Firenze), in Logos, Napoli L'origine dell'ideale filosofico della
vita. Comunicazione, Rendiconti delle sessioni della R. Academia delle scienze
dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze morali, serie V, I, Azzoguidi,
Bologna Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1
Presocratici, vol. Il: lonici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firenze. Intorno
ad Epicarmo, in Civiltà moderna, Firenze L'unità del pitagorismo, in La Nuova
Italia, Firenze, giugno. 1940 Origen y sentido del concepto de cultura
humanista, para la inauguración de cursos del Istituto de Humanidades de la
Universidad Nacional de Córdoba, El Sol, La Plata Historia y filosofia, in
Sustancia, Tucumán, Trad. it. in Alle origini della filosofia della cultura,
trad. di L. Bassi, Il Mulino, Bologna El materialismo histórico en Federico
Engels, version castellana de A. Mantica, Libreria y Editorial Ciencia,
Rosario, Descartes, Discorso sul metodo, a cura di M. e Garin, Sansoni, Firenze
La traduzione e le note di M. vennero pubblicate anonime in questa prima
edizione, mentre ricompaiono nelle ristampe successive Descartes, Principi di
filosofia, a cura di M. e E. Garin, Sansoni, Firenze, pp. XXXIII-82. La
traduzione e le note di Rodolfo Mondolfo vengono pubblicate anonime in questa
prima edizione, mentre ricompaiono nelle ristampe successive Sócrates, edición
de la Universidad Nacional de Córdoba, Córdoba. Anche in
Moralistas griegos. La conciencia moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires
1941. Sugestiones de la
técnica en las concepciones de los naturalistas presocráticos, in Archeion de
la Universidad Nacional del Litoral Trad. it di L. Bassi: Suggestioni della
tecnica nelle concezioni dei naturalisti presocratici, in Alle origini della
filosofia della cultura, introduzione di R. Treves, Il Mulino, Bologna
Moralistas griegos. La conciencia moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos
Aires. Trad. it. accresciuta a
cura di V. E. Alfieri, Moralisti greci. La coscienza morale da Omero a Epicuro,
Ricciardi, Napoli-Milano Espíritu revolucionario y conciencia histórica, in
Revista Mexicana de Sociología, Universidad Nacional Autónoma de México El
pensamiento antiguo, historia de la filosofia greco-romana, 2 vol., Losanda,
Buenos Aires. El problema del conocimiento desde los presocráticos hasta Aristóteles,
Publicaciónes del Instituto de Humanidades de la Universidad Nacional de
Córdoba, n. 19, Córdoba. La teoría del sentido interior en San Agustín y sus
antecedentes griegos, in Insula, Buenos Aires. Trad. it. in Momenti del
pensiero greco e cristiano Espíritu revolucionario y conciencia histórica, in
Revista mexicana de Sociología e nel Boletín del Instituto de Sociología de
Bueons Aires La antinomia del espíritu innovador, in Sustancia, n. 9, Tucumán,
pp. 12- La filosofia política de Italia en el siglo XIX, Imán, Buenos Aires. En
los orígenes de la filosofía de la cultura, Imán, Buenos Aires. En el
centenario de Galileo, in Sur La crítica escéptica de la causalidad, in El
problema de la causalidad, Publicaciones del Instituto de Humanidades de Córdoba.
El genio helénico y los caracteres de sus creaciones espirituales, Cuadernos de
la Facultad de Filosofía y Letras de Tucumán, Tucumán. Roberto Ardigó y el
positivismo italiano, in Sustancia, Tucumán Naturaléza y cultura en la
formación de la filosofía griega, Publicaciones del Instituto de Humanidades
Córdoba. Rousseau y la consciencia moderna, Imán, Buenos Aires. Campanella y
Descartes, in Estudios de Filosofía, Universidad Nacional de Córdoba. La
filosofía de la historia de Fernando Lassalle, in Revista mexicana de
Sociología, Universidad Nacional Autónoma de México Traducción de Carmelo di
Bruno del original italiano. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri e periodi della
filosofia greca, 2ª edizione, La Nuova Italia, Firenze. 1944 323. El
pensamiento de Galileo y sus relaciones con la filosofía y la ciencia antiguas,
Publicaciones del Instituto de Humanidades, n. 33, Córdoba La filosofía de
Giordano Bruno, trad. Ricardo Resta, in Minerva, Buenos Aires, a. 1, vol. 1,
mayo-junio. La ética antigua y la noción de conciencia morale, Imprenta de la
Universidad Nacional de Córdoba, Publicaciónes del Instituto de Humanidades, n.
41, Córdoba Misión de la cultura humanista, in Papales, Buenos Aires. Determinismo contra volontarismo en
la filosofia de Nietzsche, in Minerva, Buenos Aires, II, n. 4. Anche Ensayos
críticos sobre filósofos alemanes, Imán, Buenos Aires Determinismo contro
volontarismo nella filosofia di F. Nietzsche, in Filosofi tedeschi: saggi
critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna La politica y la utopía de
Campanella. La
Ciudad del Sol, in Revista mexicana de Sociología, Universidad Nacional
Autónoma de México Origen del ideal filosófico de la vida, in Revista de
estudios clásicos de la Universidad de Cuyo, Mendoza Inserito successivamente
in M., En los orígenes de la filosofía del la cultura, Libreria Hachette,
Buenos Aires La trascendencia extratemporal divina y la infinitud temporal en
el período religioso de la filosofía griega, in Philosophia, Mendoza,
Universidad de Cuyo Eternidad e infinitud del tiempo en Aristóteles,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, n. 44. Pubblicato nella
Revista de la Universidad Nacional de Córdoba El infinito y las antinomias
lógicas de la filosofia antigua, Publicaciones del Instituto de Humanidades
Córdoba. El primer fragmento de Heráclito: texto, traduccion y comentario, in
Revista de la Universidad de Buenos Aires El pensamento antiguo, Losada, Buenos
Aires. Sobre la pena de muerte (Kant contra Beccaria), in Bebel, Santiago del
Chile Bruno, in Philosophia, Mendoza, Univer- sidad de Cuyo La infinitud del
espiritu en la filosofia antigua, Universidad Nacional de Córdoba,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, Córdoba Qué es el
materialismo histórico, in Babel, Santiago del Chile, Heidel, La edad heroica
de la ciencia, Espasa Calpe, Buenos Aires. Cesar Beccaria y su obra, Depalma,
Buenos Aires Trad. it con ampliamenti ed aggiunte: Cesare Beccaria, La Nuova
Accademia, Milano Descartes, Discorso sul metodo, a cura di E. Garin e R.
Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. R. Descartes, Principi di filosofia, a
cura di E. Garin e R. Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. Il problema del
male in Agostino e nell'agostinismo, conferenza tenuta nell'aula magna
dell'Università di Montevideo il 31 agosto. Confluita in
Momenti del pensiero greco e cristiano Ensayos críticos sobre filósofos
alemanes, Imán, Buenos Aires. Trad. it a cura di L. Bassi, Filosofi tedeschi: saggi
critici, Cappelli, Bologna 1958. La idea de progreso humano en G. Bruno,
in Babel, Santiago del Chile Tres filósofos de Rinascimiento: Bruno, Galileo,
Campanella, Losanda, Buenos Aires. Poi rifuso in Figuras e ideas de la
Filosofía del Rinacimento, Losada, Buenos Aires San Augustín y el problema del
mal en el neoplatonismo cristiano, in Revista de la Facultad de Humanidades y
Ciencias de Montevide Interpretaciones de Heráclito en el último medio siglo,
prólogo a O. Spengler, Heráclito, Espasa-Calpe, Buenos Aires. Interpretaciones
italianas del materialismo histórico, in Cultura italiana, Buenos Aires. Trad.
it: Il materialismo storico nelle interpre-tazioni italiane, in Critica
sociale, Milano Voluntarismo y pedagogia de la acción en Mazzini y en Marx, in
Babel, Santiago del Chile La idea de cultura en el Rinacimiento italiano, in
Jornadas de centro de cultura italiana, Tucumán, Universidad Nacional Figure e
idee del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze, Die Klassische Philosophie in
Latein-Amerika, Universitas, Stuttgart. Problemas y métodos de la investigación
en historia de la filosofia, Cuadernos de Instituto de Universidad Nacional de
Tucumán, Tucumán. Sulle orme di Marx, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Le sujet
humain dans la philosophie antique, in AA. VV., Proceedingof the Tenth
International Congress of Philosophy, North-Holland Publishing Co., Amsterdam
Voluntad y conocimiento en Heráclito, in Notas y estudios de filosofía,
Tucumán, Spinoza y la noción de progreso humano, in Bebel, Santiago de Chile
Descartes, Discorso sul metodo, a cura di E. Garin e R. Mondolfo, 3ª edizione,
Sansoni, Firenze. Descartes, Principi di
filosofia, a cura di Garin e M., 3ª edizione, Sansoni, Firenze. El hombre como
sujeto espiritual en la filosofía antigua, in Actas de primer Congreso Nacional
de Filosofía, tomo III, Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo L'utopia di
Campanella, Studi in onore di Gino Luzzatto, Giuffrè, Milano. Rousseau, Discorsi e Contratto
sociale, a cur. M., 3ª edizione, Cappelli, Bologna. Il pensiero antico. Storia
della filosofía greco-romana, esposta con testi scelti dalle fonti, 2ª
edizione, La Nuova Italia, Firenze. Il metodo di Galileo e la teoria della
conoscenza, in Rivista di filo-sofia, Torino Figure e idee del Rinascimento, La
Nuova Italia, Firenze Ensayos sobre el Renacimiento italiano, Universidad
Nacional de Tucumán, Instituto de filosofía, Tucumán. El método de
Galileo y la teoría del conocimiento, in Actas de la Academia de Ciencias
Culturales y Artes de la Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán Trabajo
manual y trabajo intelectual desde la antigüedad hasta el Renacimiento, in
Revista de historia de las ideas de la Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán
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sociale, Milano, Ristampato in Alle origini della filosofia della cultura, a
cura di R. Treves, Il Mulino, Bologna Polis, lavoro e tecnica, introduzione e
cur. Ferriolo, Feltrinelli,
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presocratici, vol. Il: Ionici e Pitagorici, 2ª edizione, La Nuova Italia,
Firenze Lo humano y lo subjetivo en el pensamiento antiguo, in Notas y estudios
de filosofía, Tucumán, Sobre una interpretación reciente de Anaxagoras y los
eleatas, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán, Preparación profesional e
investigación científica, in La universidad del siglo XX, Universidad Nacional
de San Marcos, Lima Trad. it. in Educazione e cultura come problemi sociali La
reminiscencia platónica y la actividad del espíritu, in Actas del Congreso de
filosofía en Lima y Revista de la Universidad Nacional de S. Agustín de
Arequipa. Reseñas en Notas y
estudios de filosofía, sobre: M. Dal Pra, La storiografia filosófica antica; C.
Moeller, Sagesse grecque etparadoxe chrétien; A. Nogueira, Universo Zeller-M.,
La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, vol.
I: Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, 3ª edizione, La Nuova
Italia, Firenze El pensamiento antiguo.Desde los orígines hasta Platón. Tomo II: Desde
Aristóteles hasta neoplatónicos, 3ª edizione, Losada, Buenos Aires El infinito
en el pensamiento de la antigüedad clásica, trad. de F. Gonzáles Ríos,
Ediciones Imán, Buenos Aires. La filosofía como problematicidad y el historicismo, in
Philosophia, Universidad Nacional De Cuyo, Mendoza, Trad. it: La filosofia come
problematicità e lo storicismo, in Il Dialogo Il materialismo storico in F.
Engels, 2ª edizione italiana, La Nuova Italia, Firenze. Leonardo teórico del
arte y de la ciencia, in Sur, Buenos Aires, Eduard Zeller y la historia de la
filosofía, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán Intorno alla gnoseologia
di Democrito, Rivista critica di storia della filosofia, Milano La comprensione
del soggetto umano nell'antichità classica, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia,
Firenze Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia, La Nuova
Italia, Firenze. 1953 I cirenaici e i raffinati del Teeteto platonico, Rivista
di filosofia, Torino La comprensione del soggetto umano nell'età classica Il
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Critica sociale, Milano, Trabajo y conocimiento según Aristóteles, in Imago
mundi, Buenos Aires L'unité du sujet dans la gnoséologie d'Aristóte, in Revue
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versione italiana: Platone e il concetto unitario di cultura umana, in Scritti
di sociologia e politica in onore di Luigi Sturzo, II, Zanichelli, Bologna, pp.
569-580. Dos
textos de Platón sobre Heráclito, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán
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sociale dell'educazione, in Critica sociale, Milano Educazione e cultura come
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Milano, IX, n. 3, pp. 221-231. La conciencia moral en Sócrates, Platón
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Seccíon Filosofía Figuras e ideas de la filosofía del Renacimiento, Losada,
Buenos Aires. Trad. it. a cura di L. Bassi: Figure e idee della filosofia del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze El problema de Cratilo y la
interpretación de Heráclito, in Anales de Filología Clásica, Buenos Aires,
Universidad de Buenos Aires Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, a cura di
R. Mondolfo, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Educazione e democrazia nel
pensiero socialista, in Critica sociale, Milano Historia de la filosofía e
historia de la cultura, in Imago mundi, Buenos Aires, marzo. Trad it. Storia della filosofia e
storia della cultura, in Educazione cultura come problemi sociali Intorno a
Gramsci e alla filosofia della prassi, in Critica sociale, Milano Critica
sociale, Milano 1955, con prefazione di E. Bassi. Successivamente compreso nel
volume Da Ardigò a Gramsci, Nuova Academia, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Antologia di Aristotele, La Nuova Italia, Firenze. La comprensión
del sujeto humano en la cultura antigua, Imán, Buenos Aires. Trad. it. a cura
di L. Bassi, La comprensione del soggetto umano nell'antichità classica, La
Nuova Italia, Firenze 1958. Giuseppe Mazzini y los orígenes del
movimiento obrero en Italia hasta 1872. El conflicto entre Mazzini y Bakunin,
in Cuadernos de la cultura de Italia, Buenos Aires, Sócrates, Colección
filósofos y sistemas, Losange, Buenos Aires. Edizione ampliata de Sócrates,
edición de la Universidad Nacional de Córdoba, Cordoba I moralisti greci. La coscienza morale da Omero a
Epicuro, Ricciardi, Milano-Napoli Lavoro e conoscenza nelle concezioni
dell'antichità classica, Sag-giatore, Torino. Poi in Educazione e cultura come
problemi sociali, Successivamente anche in Polis, lavoro e tecnica, a cura di
M. V. Ferriolo Espíritu revolucionario y conciencia histórica, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Evolución del socialismo, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Historia de la Universidad de Bologna, in
La Torre, Puerto Rico, Universidad de Puerto Rico, 3, 12, ottobre-dicembre, pp.
45 ss. Trad. it. Storia dell' università di Bologna, in La vita italiana, nel
volume Estudios italianos en la Argentina, publicado dal Centro di studi
italiani, Buenos Aires Cultura y libertad en el pensamiento de B. Croce, in
Homenaje a Croce en el primer aniversario de su fallecimiento, Facultad de
Filosofía y Letras de Buenos Aires. Trabajo y conocimiento en las concepciones
de la antigüedad clásica, in Cuadernos Americanos, México, Universidad Nacional
Autónoma de México, Titolo originale: Lavoro e conoscenza nelle concezioni
dell'antichità classica, in Saggiatore Torino. Storia dell'università di Bologna,
in La vita italiana, nel volume Estudios italianos en la Argentina, publicado
dal Centro di studi italiani, Buenos Aires Educazione e cultura come problemi
sociali, L'infinito nel pensiero dell'antichità classica, La Nuova Italia,
Firenze. El
genio helénico: formación y caracteres, Editorial Columba, Buenos Aires. La
ciencia de la lógica de Hegel, trad. de Augusta y M., prólogo de M. Hachette,
Buenos Aires. La división del trabajo y la tarea de la educación, en Estudios
sociológicos (congreso de sociologia), México, y en La Nación, Buenos Aires,
abril. El materialismo histórico en Engels y otros ensayos, nueva traduccion de
la 2ª edicion italiana con agregados, Editorial Raigal, Buenos Aires. Alle origini della filosofia della
cultura, trad. it di L. Bassi e con introduzione di R. Treves, I Mulino,
Bologna. Bolscevismo e dittatura (la conseguenza del sistema), in Critica
sociale, Milano Studi sulla rivoluzione russa, cit., L'esigenza del nesso fra
storia della filosofia e storia della cultura, in AA. VV., Verità e storia: un
dibattito sul metodo della storia della filosofia, Società filosofica romana,
Arethusa, Asti Aristotele. Antologia, 1ª ristampa, La Nuova Italia, Firenze. La
coscienza morale e la legge interiore in Plutarco, in Filosofia, Torino, Sul
concetto di lavoro, in Il comune, Senigallia, febbraio. Successivamente in S.
Anselmi, Incontro con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M. Il concetto di lavoro,
Libr. editrice Sapere, Senigallia 1961. La filosofia della Critica sociale, in
Esperienze e studi socialisti: in onore di U. G. Mondolfo, La Nuova Italia,
Firenze, pArte, religión y filosofía de los Griegos, Columba, Buenos Aires. La deuda de
Aristóteles con Platón, in La Nación, Buenos Aires, 10 de febrero. Acerca de la
primera traducción directa de la Ciencia de la lógica de Hegel, in La Prensa,
Buenos Aires, 13 de enero. La filosofía como problemática y su continuidad
histórica, in Revista de filosofía de la Universidad de Costa Rica, San José de
Costa Rica, Prólogo a A. Nogueira, Ideas vivas e ideas muertas, Colecão Rex,
Río de Janeiro. Problemas de cultura y educación, Hachette, Buenos Aires. Trad.
it Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli, Bologna 1957: Prólogo
a Lamanna, Historia de la Filosofía, I: El pensamento antiguo, trad. de
Caletti, Hachette, Buenos Aires. Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli,
Bologna. Edizione spagnola: Problemas de cultura y education, Hachette, Buenos
Aires. La historia de la filosofía y la historia integral, in Revista de la
Universidad de Buenos Aires, Buenos Aires, Note intorno alla storia della
filosofía, in Rivista critica di storia della filosofia», Milano, L'influenza
storica e la perennità di Socrate, in Il Dialogo, Bologna, Evidence of Plato
and Aristotele relating to the ekpyrosis in Heraclitus, trad. D. J. Allan, in Phronesis,
Intorno al problema storico di Hilferding, in Critica sociale, Milano,
Ristampato in R. Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici, Filosofi
tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna. Il pensiero
stoico ed epicureo. Antologia di testi, a cura di R. M. e D. Pesce, La Nuova
Italia, Firenze. Determinismo contro volontarismo in Nietzsche, in Il Dialogo,
Bologna, nTitolo originale: Determinismo contra volontarismo en la filosofia de
Nietzsche, in Minerva, Buenos Aires. Nella sua traduzione italiana il saggio si
trova anche in Id. Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi,
Cappelli, Bologna Prospettive filosofiche: la filosofia come problematicità e
lo storicismo, con bibliografia degli scritti di R. Mondolfo, in Il Dialogo,
Bologna, Titolo originale: La filosofía como problematicidad y el historicismo,
in Philosophia, Universidad Nacional De Cuyo, Mendoza, Rispetto all'originale
spagnolo, Mondolfo inserisce una breve postilla di aggiornamento. La
comprensione del soggetto umano nell'antichità classica, trad. it. L. Bassi, La
Nuova Italia, Firenze. Titolo originale: La comprensión del sujeto humano en la
cultura antigua, Imán Buenos Aires Prefazione a L. Conti, L' assistenza e la
previdenza sociale. Storia e problemi, Feltrinelli, Milano. Aristotele.
Antologia, La Nuova Italia, Firenze Eraclito e Anassimandro, La Nuova Italia,
Firenze. Eraclito e Anassimandro (Dalle note di aggiornamento Zeller-Mondolfo,
vol. III: Capitoli su Eraclito), in Filosofia, Torino, I frammenti del fiume e
il flusso universale in Eraclito, in Rivista critica di storia della filosofía,
Milano El flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in Cultura
Universitaria Anche in E. Zeller e R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, Eraclito, La Nuova Italia, Firenze,
Il pensiero politico del Risorgimento italiano, La Nuova Accademia, Milano. Titolo
originale: La filosofia política de Italia en el siglo XIX, Imán, Buenos Aires.
Rispetto all'edizione
castigliana quella italiana presenta aggiornamenti e arricchimenti. El
pensamiento antiguo. Historia de la filosofia greco-romana, Losada, Buenos
Aires. Sócrates, Editorial Universitaria, Buenos Aires. El sol y las Erinias,
según Heráclito, in Universidad, Universidad Nacional del Litoral, Santa Fe, La
idea de una misión del filósofo, en el pasado y en nuestros días, in La Nación,
Buenos Aires, octubre. El flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in
Cultura Universitaria, Caracas, Direccion de Cultura. Departamento de
Publicaciones, Nota sobre los Antecedentes en la historia de la filosofía, in
Philosophia, Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y
Letras, Instituto de Filosofía, La conflagración universal en Heráclito, in
Philosophia, Mendoza, Revista del Instituto de Filosofía, Universidad Nacional
de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Los seminarios de investigación
filosofíca, in Revista de Educación, La Plata, La missione della filosofia
nell'epoca attuale, in Critica sociale, Milano, Anche in Prospettive storiche e
problemi attuali dell'educazione. Studi in onore di Ernesto Codignola, La Nuova
Italia, Firenze Guía bibliográfica de la filosofía antigua, Losada, Buenos
Aires. Cesare Beccaria, La Nuova Academia, Milano. Edizione italiana, con complementi
ed aggiunte de Cesare Beccaria, Editorial Depalma, Buenos Aires Moralisti
greci. La coscienza morale da Omero a Epicuro, trad. a cura di V. E. Alfieri,
Ricciardi, Napoli-Milano. Titolo originale: Moralistas griegos. La conciencia
moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires Rispetto all'originale edizione
spagnola, quella italiana si presenta accresciuta. O genio
helénico, en V. de Magalhães Vilhena, Panorama do pensamiento filosófico,
Cosmos, Lisboa. En los orígenes de la filosofía de la cultura, 2ª edición
ampliada, Hachette, Buenos Aires. La Universidad latino-americana como creadora
de cultura, Cultura universitaria de Caracas Universidad de la República,
Montevideo; Universidades (Unión de Universidades de América latina), Buenos
Aires, IMarx y marxismo, Estudios histórico-críticos, Trad. esp. parciale de M.
H. Alberti, Fondo de cultura económica, México-Buenos Aires. Socrates, 3ª
edición, Eudeba, Buenos Aires Bibliografía heraclitea, in Anales de filología
clásica, Buenos Aires, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, introduzione
critica e commento a cura di D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Presentazione
a AA.VV, Senigallia, a cura di S. Anselmi, Libreria Editrice Sapere,
Senigallia. Socialismo
e cristianesimo, in Critica sociale, Milano, El genio helénico y Arte, religión
y filosofía de los griegos, Editorial Columba, Buenos Aires. Notas heraclíteas.
La identidad de los caminos opuestos (B 59 y B 60), in Philosophia, Mendoza,
Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Instituto de
Filosofía, Heráclito y Parménides, in Cuadernos filosóficos, Universidad
Nacional del Litoral, Rosario, De las notas de actualización de
Zeller-Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico. Problemas y
métodos de la investigación en la historia de la filosofia, 2ª edición
ampliada, Edit. Universitaria, Buenos
Aires. Il pensiero neoplatonico. Antologia di testi, scelta, traduzione e note
introduttive di M., introduzione critica e commento di D. Pesce, La Nuova
Italia, Firenze. Il pensiero antico. Storia della filosofia greco-romana esposta
con testi scelti dalle fonti, 3ª edizione aggiornata, La Nuova Italia, Firenze.
E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, I
Parte: 1 Presocratici, vol. IV: Eraclito, La Nuova Italia, Firenze. E.
Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico La
filosofia post-aristotelica, vol. VI: Giamblico e la Scuola di Atene, trad. di
E. Pocar, a cura di G. Martano, La Nuova Italia, Firenze. Nel centenario di
Filippo Turati, in Quaderni italiani dell'Istituto italiano di cultura, Buenos
Aires. Arte,
religion y filosofia de los Griegos, Columba, Buenos Aires. Veritas filia temporis en
Aristóteles, in Revista de la Universidad Nacional de Córdoba, Personalità e
responsabilità nella democrazia, I parte, in Critica sociale, Milano, Il
movimento operaio fino al 1860, in Critica sociale, Milano, S. Anselmi,
Incontro con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M., Sul concetto di lavoro,
Libreria editrice Sapere, Senigallia. 1962 Personalità e responsabilità nella
democrazia, Il parte, in Critica Sociale, Milano, Il concetto dell'uomo in
Marx, in Il dialogo, Bologna, e a cura del Comune di Senigallia. Si tratta di
una conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Successivamente pubblicata in spagnolo (trad. a cura di O. Caletti) nel
testo Humanismo de Marx, Fundo de la cultura económica, México Ora in Umanismo
di Marx. Studi
filosofici Personalidad y responsabilidad en la democracia, in Buenos Aires.
Revista de Humanidades, Buenos Aires, La conciencia moral de Homero a Demócrito
y Epicuro, Eudeba, Buenos Aires Materialismo histórico. Bolschevismo y
dictadura, Ediciones nuevas, Buenos Aires. Le opere complete di Antonio
Labriola, in Critica sociale, Milano, in numero di ripubblicazione dell Tesi di
Critica Sociale, Rousseau y la conciencia moderna, Eudeba, Buenos Aires.
Homenaje a M., Universidad Nacional de Córdoba. Da Ardigò a Gramsci, La Nuova
Accademia, Milano. Testimonianze
su Eraclito anteriori a Platone, in Rivista critica di Storia della filosofia,
Milano, Fratelli Bocca Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e L.
Tarán, La Nuova Italia, Firenze Breve historia del pensamiento antiguo, Losada,
Buenos Aires. Siete opiniones sobra la significación del humanismo en el mundo
contemporáneo, in Revista de la Universidad de Buenos Aires, Buenos Aires Un
precorrimento di Vico in Filone alessandrino, in AA. VV., Miscel-lanea di studi
alessandrini in onore di A. Rostagni, Bottega d'Erasmo, Torino, Successivamente
in R. Mondolfo, Momenti del pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli Morale e
libertà in Labriola, recensione a Dal Pane, Ricerche sul problema della libertà
e altri scritti di filosofia e pedagogia Critica sociale, Milano, L'uomo greco
secondo Pohlenz, in Il Ponte, Firenze, La Nuova Italia, Poi in Momenti del
pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli, Fromm y la interpretación de Marx,
in La Nación, Buenos Aires, julio. La Universidad y sus antecedentes, in La
Gaceta, del Fondo de Cultura Económica, Mexíco. Personalidad y responsabilidad
en la democrazia, Buenos Aires. Sócrates, Mestre Jou, São Paulo. Sócrates, 4ª
edición, Eudeba, Buenos Aires. En torno a la contemporaneidad de la historia,
in La Torre, Puerto Rico, Universidad de Puerto Rico, Trad. it. Intorno alla
contemporaneità della storia, in Critica sociale, Milano, La obra de Condillac,
prólogo a Condillac, Tratado de las sensaciones, Eudeba, Buenos Aires.
Problemas y métodos de la investigación en la historia de la filosofía, Eudeba,
Buenos Aires. Fromm e il concetto
dell'uomo in Marx, in Critica sociale, Anche in R. Mondolfo, Umanismo di Marx.
Studi filosofici, Figure e idee della filosofia del Rinascimento, La Nuova
Italia, Firenze. Trad.
it. Figuras e ideas de la filosofía del Rinacimento, Losanda, Buenos Aires. La fondazione del materialismo
storico (A proposito di recenti studi), in Il Dialogo, Bologna, Ristampato in
Umanismo di Marx. Studi filosofici, Nuovi studi su Feuerbach e Marx, a cura di
M. e A. Testa, in Il Dialogo, Bologna, Marxismo e libertà, in Il Ponte,
Firenze, Anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici, Le antinomie di Gramsci,
in Critica sociale,Decartes, Discorso sul metodo, a cura di M. ed E. Garin,
Sansoni, Firenze. Galileo e la scienza, in Critica sociale, Milano,
Ripubblicazione del saggio (cap II: Il pensiero di Galileo e i suoi rapporti
con l'antichità e con il Rinascimento) apparso nella raccolta Figure e idee del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze In memoria di Gino Luzzatto, in Critica
sociale, Galileo y el método experimental, in La Nación, junio. Momenti del
pensiero greco e cristiano, Il Morano, Napoli. A quarant'anni della prima
edizione de La Rivoluzione Liberale, M. a Piero Gobetti, Centro Studi Gobetti,
Quaderno Torino. El
humanismo de Marx, trad de O. Galetti, Fondo de la Cultura Económica,
México-Buenos Aires. Origen y desarrollo histórico de la universidad, in
Revista de la Universidad de Córdoba, Córdoba. O pensamento antiguo, 2 tomos,
Maestre You, São Paulo. Momentos de pensamiento griego y cristiano, versión
castellana de O. Caletti, Paidós, Buenos Aires Materialismo histórico como
humanismo realista, in La Gaceta, del Fondo de la Cultura Económica, México,
septiembre. Si tratta di una
conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Pubblicata anche nel testo Humanismo de Marx, Fundo de la cultura
económica, México. La versione italiana (I materialismo storico come umanismo
realistico) si trova in Il Dialogo, Bologna, e in M., Umanismo di Marx. Studi
filosofici, Discussioni su un testo di Parmenide (Die Fragm. d. Vorsokr. --
Rivista critica di storia della filosofia, Milano, Sul valore storico delle
testimonianze di Platone, in Filosofia, XV, ottobre, pp. 583-601. Anche in
Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e L. Tarán, La Nuova Italia,
Firenze, Platón y la interpretación de Jenófanes, in Revista de la Universidad
Nacional de Cordoba. La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I:
I presocratici, vol. Il: Ionici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firenze. K.
Marx, Crítica de la filosofia del derecho de Hegel, trad. del alemán, con notas
aclaratorias de R. Mondolfo, Ed. Nuevas, Buenos Aires La lotta di classe
secondo Juan B. Justo, in Critica sociale, Milano, Riproduzione
dell'Introduzione a AA. VV., Bilancio del marxismo, Cappelli, Bologna; e con il
titolo Conclusioni sul marxismo, in П Dialogo, Tecnica e scienza nel
pensiero antico, in Athenaeum, Pavia, El pensamento antiguo, trad. del italiano
por S. A. Tri, tomo I-II, 5ª edición, Losada, Buenos Aires. Introduzione a
Bilancio del marxismo, Cappelli, Bologna. Le testimonianze di Aristotele su
Eraclito, in Filosofia, Torino, Anche in Heraclitus, Testimonianze e
imitazioni, cura di R. Mondolfo e L. Tarán, La Nuova Italia, Firenze,
Aristotele. Antologia, 4ª edizione, La Nuova Italia, Firenze. Verum ipsum
factum desde la antigüedad hasta Galileo y Vico, in La Torre, Puerto Rico.
Verum ipsum factum dall'antichità a Galileo e Vico, in Il Ponte, Firenze, La
prima inchiesta sul fascismo, in Critica sociale, Milano, Il centenario di
Filippo Turati e introduzione e parti di F. Turati, Le vie maestre del
socialsimo, Morano, Napoli. Universidad: pasado y presente, Eudeba,
Buenos Aires. Sócrates, Eudeba. Heráclito, textos y problemas de su
interpretacion, prologo de R. Frondizi, trad. de O. Caletti, Siglo XXI, México,
Madrid, Buenos Aires Battisti, in Critica sociale, Milano, La lucha de clases
según ]. Justo, in Concepto humanista de la historia, Libera, Buenos Aires. Chiarimenti sulla filosofia della
prassi, in Critica sociale, Anche in R. M., Umanismo di Marx. Studi filosofici,
Prefazione e saggi: Per la comprensione storica del fascismo e il fascismo in
Italia in AA. VV., Il fascismo e i partiti politici italiani. Testimonianze, a
cura di R. De Felice, Cappelli, Bologna. Cesare Battisti socialista, in Critica
sociale, Milano, Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte II: Da Socrate ad Aristotele, Aristotele e i Peripatetici più antichi,
trad. di C. Cesa, a cura di A. Plebe, La Nuova Italia, Firenze. La
testimonianza di Platone su Eraclito, in De homine, Roma, Anche in Eraclito,
Testimonianze e imitazioni, a cura di R. Mondolfo e L. Tarán, La Nuova Italia,
Firenze Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1
Presocratici, vol. Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, testo
della 5ª edizione tedesca con nuovi aggiornamenti, La Nuova Italia, Firenze.
Zeller-M., La filosofia dei Greci, Parte I: 1 Presocratici, vol. III: Eleati, a
cura di G. Reale, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero antico. Storia della
filosofia greco-romana: esposta con testi scelti dalle fonti, La Nuova Italia,
Firenze. Estudios
sobre Marx (histórico-críticos), Mestre You, São Paulo. La questione delle
ideologie, in Critica sociale, Milano, Problemas de cultura e de educaçao,
trad. de Maillet, Mestre You, São Paulo. Rousseau y la conciencia moderna,
Eudeba, Buenos Aires. Capitalismo di stato sovietico, in Critica sociale,
Milano. Figuras y idéias de filosofía da Renascença, Mestre You, São Paulo. L'infinito nel pensiero
dell'antichità classica, La Nuova Italia, Firenze. La comprensione del soggetto
umano nell'antichità classica, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero
neoplatonico. Antologia di testi, introduzione critica e commento di Domenico
Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Aristotele. Antologia, La Nuova Italia, Firenze.
Alessandro Levi socialista, in Critica sociale, Milano, Espiritu revolucionario
y conciencia histórica, Escuela, Buenos Aires. Historia de ideas, Escuela,
Buenos Aires. Studi sulla rivoluzione russa, a cura del Centro Studi di Critica
sociale, Morano, Napoli. Umanismo di Marx. Studi filosofici, a cura diBobbio,
Einaudi, Torino. Bolchevismo
y capitalismo de Estado. (Estudios sobre la revolucion rusa), Trad. E.
Rondanina, Libera, Buenos Aires. O infinito no pensamento da antigüidade
clássica, trad. L. Darós, 1ª ed. em português, Mestre Jou, São Paulo. Figuras e
ideas de la filosofia del Renacimiento, 2ª edición, Losanda, Buenos Aires. Il
pensiero storico ed epicureo, La Nuova Italia, Firenze. La conciencia moral de
Homero a Demócrito y Epicuro, 2ª edición, Euseba, Buenos Aires. O homem na
cultura antiga, trad. de L. A. Caruso, Mestre Jou, São Paulo. Sulle orme di
Marx, 5ª edizione, Cappelli, Bologna. La ciencia de la lógica de Hegel, trad.
de Augusta y RodolfoMondolfo, prólogo de M. Solar-Hachette, Buenos Aires. E. Zeller-R. M., La filosofia dei
Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. IV: Eraclito, La
Nuova Italia, Firenze. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte III: La filosofia post-aristotelica, Giamblico e la
Scuola di Atene, trad. di E. Pocar, a cura di G. Martano, La Nuova Italia,
Firenze. R. Decartes, Discorso sul metodo, a cura di M. e Garin, G. C. Sansoni,
Firenze. Problemas
y métodos de investigación en la historia de la filosofia, 4ª edición, Eudeba,
Buenos Aires. La comprensión del sujeto humano en la cultura antigua, nueva
edicíon, Eudeba, Buenos Aires. Aristotele. Antologia, La Nuova Italia, Firenze. C. Cattaneo
nel pensiero del Risorgimento, in Critica sociale, Milano, El pensamiento antiguo,
6ª edición, Losada, Buenos Aires. Marx y marxismo. Estudios
histórico-críticos, Fondo de Cultura Económica, México. Il verum factum prima di Vico, 8ª
edizione, Guida, Napoli. Breve historia del pensamiento antiguo,
3ª edición, Losada, Buenos Aires. Il PCI non è disponibile per la democrazia, in Critica
sociale, Discutendo una critica del revisionismo, in Critica sociale», Milano,
Noi buoni marxisti del marxismo classico, in Critica sociale», Milano,
Problemas y métodos de investigação na história de filosofia, trad. de L. Reale
Ferrari, Mestre Jou, São Paulo. Problemi e metodi di ricerca nella storia della
filosofia, ristampa, La Nuova Italia, Firenze. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia
dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, vol. V: Empedocle,
Atomisti, Anassagora, trad. di Musti, a cura A. Capizzi, testo della tedesca
con nuovi aggiornamenti, La Nuova Italia, Firenze. J. J. Rousseau, Discorsi e
contratto sociale, a cura di R. Mondolfo, 4a edizione, Dini, Modena, Sócrates,
6ª edición, Eudeba, Buenos Aires. Historia de ideas, Escuela, Buenos
Aires. Ciencia y ténica en la Grecia antigua, en Estudios y ensayos»,
diciembre, Mérida, México. En los orígenes de la filosofía de la cultura, 2ª
edición, Hachette, Buenos Aires. Il giudizio della storia su Lenin, in Critica sociale»,
Milano, Risposta a una critica, in Critica sociale», Milano, Il vero problema:
il vuoto di coscienza, in Critica sociale», Milano, Il contributo di Spinoza
alla concezione storicistica, in AA.VV., Studi in onore di A. Corsano, Laicata,
Bari, Entrevista de A. Ploschchuk con R. Mondolfo, in Indice», DAIA, Buenos
Aires. Il pensiero neoplatonico, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero antico.
Storia della filosofia greco-romana esposta con testi scelti dalle fonti, 3ª
edizione aggiornata, 2ª ristampa, La Nuova Italia, Firenze. Figure e idee del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero storico ed epicureo.
Antologia di testi, introduzione critica e commento a cura di D. Pesce, La
Nuova Italia, Firenze. 6b2 Prologo it, chetanna, Filosofia de la artiguedad,
trad. de 1L'antikautsky di Korsch, in Critica sociale», La Vanguardia»
Heráclito: textos y problemas de su interpretación, Nueva edición aumentada,
Siglo XX, México. La contribución de Spinoza a la concepción historicista,
Boletín de la Academia Nacional de Ciencias, Córdoba. El infinito en el
pensamiento de la antigüedad clásica, 2ª edición, Eudeba, Buenos Aires. El
genio helénico: formacion y caracteres, 3ª edición, Columba, Buenos Aires. Il verum factum prima di Vico:
risposta a una critica, in La Cultura», Roma, Lettera di M. in U. G. Mondolfo,
Una battaglia per il socialsimo, a cura di Bassi, Tamari, Bologna I Discorsi e
il Contratto sociale di Rousseau, trad. con introduzione e commento, Il
edizione, Cappelli, Bologna. O pensamento antigo (História de la
Filosofía Greco-Romana), trad. de L. Gomes da Mota, prefácio de L. Teixeira,
Mestre Jou, São Paulo. Verum Factum; desde antes de Vico hasta Marx, trad. O.
Caletti, Siglo Veintiuno Argentina Editores, n. 8, Buenos Aires. A propósito de Marxismo senza dogmi
de A. Bonelli, in Revista socialista», Buenos Aires. A proposito di Marxismo
senza dogmi, in Critica sociale», Milano, Eraclito, Testimonianze e imitazioni,
a cura di M. e L. Tarán, La Nuova Italia, Firenze. Il pensiero stoico ed
epicureo. Antologia di testi, Introduzione critica e commento a cura di D.
Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Mazzini e Marx, a cura del centro studi di
Critica Sociale, Edizioni della Critica Sociale, Milano. Sócrates, trad.
Gomes da Mata, Mestre Jou, São Paulo. Universidad: pasado y presente, Eudeba,
Buenos Aires. Prólogo a Fatone, Ensayos sobre hinduismo y budismo, Editorial
Sudamerica, Buenos Aires. L'università latinoamericana come creatrice di cultura,
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ristampa anastatica, La Nuova Italia, Firenze. Entre la
historia y la politica, Editorial Jose M. Cajica, Puebla (México). El humanismo
de Marx, Fondo de Cultura Económica, México. Heráclito: textos y problemas de
su interpretación, prólogo de R. Frondizi, trad. de Oberdan Caletti, Siglo XXI,
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epicureo. Antologia di testi, introduzione critica e commento di D. Pesce, La
Nuova Italia, Firenze. Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, Parte II: Da Socrate ad Aristotele, vol.III/1, tomo 1-2, Platone e
l'Accademia antica, trad. di E. Pocar, a cura di M. Isnardi Parente, La Nuova
Italia, Firenze. El
pensamiento antiguo; historia de la filosofía greco-romana, Desde los orígenes
hasta Platón, Losada, Buenos Aires. El pensamiento antiguo: historia de la
filosofía greco-romana, Vol. II: Desde Aristóteles hasta los neoplatónicos,
trad. de Trì, Losada, Buenos Aires. Testimonios sobre Heráclito anteriores a
Pláton, trad. del italiano Cappelletti, in Revista Venezolana de Filosofía»,
Caracas, Universidad Simón Bolívar, Fascismo y clases sociales, in Sistema. Revista de ciencias sociales»,
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643. Lettere di M. a Gobetti, a cura di N. Bobbio, in Mezzosecolo», Zeller,
Compendio di storia della filosofia greca. Con una guida bibliografica di M.,
Trad. di Santoli, 2ª edizione corretta, La Nuova Italia, Firenze. Scritti
pubblicati e rieditati dopo la morte dell'Autore Rousseau, Discorsi e Contratto
sociale, a cura di M., Cappelli, Bologna El humanismo de Marx, 2ª edición,
Fondo de Cultura Económica, México Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di
testi, introduzione critica di D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze Heráclito:
textos y problemas para su interpretación, Siglo Veintiuno, México Mazzini e il
movimento operaio in Italia fino al 1872, introduzione di Tramarollo, in Nuova
Antologia» Firenze, Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte III: La filosofia post-aristotelica, I precursori del Neoplatonismo,
trad. di Pocar, a cura di R. del Re, La Nuova Italia, Firenze La comprensión
del sujeto humano en la cultura antigua, Eudeba, Buenos Aires Aristotele. Antologia, La
Nuova Italia, Firenze, Figuras e ideas de la filosofia del Rinacimiento,
Icaria, Barcelona El pensamiento antiguo: historia de la filosofía
greco-romana: desde los orígenes hasta Platón, Losada, Buenos Aires El
pensamiento antiguo: historia de la filosofía greco-romana: desde Aristóteles
hasta los neoplatónicos, Losada, Buenos Aires Q Turati, Le vie maestre del
socialismo, a cura di M, in AA. VV., Il riformismo socialista italiano, a cura
di O. Pugliese, Marsilio, Venezia Marx y marxismo: estudios histórico-críticos,
Fondo de Cultura Económica, México Heráclito: textos y problemas de su
interpretación, prólogo de R. Frondizi, trad. de Caletti, Siglo Veintiuno,
México Polis, lavoro e tecnica, introduzione e cura di M. Venturi Ferriolo, con
un saggio di A. Aymard, Feltrinelli, Milano Pensamiento antiguo, I-II, Trad. di
S. Trí, Losada, Buenos Aires Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, introduzione
critica e commento a cura di D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze Su pensamiento
filosofico historico y social, Instituto de Intercambio Cultural y Cientifico
Argentino-Israeli, Buenos Aires Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di
testi, introduzione critica e commento a cura di Domenico Pesce, La Nuova
Italia, Firenze Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, La Nuova
Italia, Firenze Aristotele. Antologia, La Nuova Italia, Firenze Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti, a cura di R. Medici, CLUEB, Bologna Turati, Le vie maestre
del socialismo, a cura di M e G. Arfè, Laicata, Manduria Lettere inedite a
Santino Caramella, a cura di F. Armetta, Theológos» Sócrates, Eudeba, Buenos
Aires La conciencia moral de Homero a Demócrito y Epicuro, 3a edición, Eudeba,
Buenos Aires Prologo alla traduzione spagnola della Scienza della Logica di
Hegel, in «Il Cannocchiale: rivista di Studi Filosofici» M e la guerra delle
idee - Scritti, a cura di Ferrandi, Museo storico del Trentino e Società aperta
di Trento, Trento Breve historia del pensamiento antiguo, Losada Breve, Buenos
Aires Zeller, Compendio di storia della filosofia greca. Con una guida
bibliografica di Rodolfo Mondolfo, ristampa anastatica, La Nuova Italia,
Firenze Rousseau, Discorsi sulle scienze e sulle arti, sull'origine della
disuguaglianza fra gli uomini, introduzione e note di L. Luporini, trad. Di M., Rizzoli,
Milano El pensamiento antiguo: historia de la filosofía greco-romana, Desde los
orígenes hasta Platón, Losada, Buenos Aires El pensamiento antiguo: historia de
la filosofía greco-romana, Desde Aristóteles hasta los neoplatónicos, trad. de
A. Trì, Losada, Buenos Aires Breve historia del pensamiento antiguo, Losada,
Buenos Aires Figuras e ideas de la filosofía del Renacimiento, Losada, Buenos
Aires. Educazione e socialismo.
Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile), a
cura di Pironi, Laicata, Manduria-Bari- Roma Guía bibliográfica de la filosofía
antigua, Losada, Buenos Aires 2005. Feuerbach y Marx: la dialéctica y el
concepto marxista de la historia, Claridad, Buenos Aires Heraclitus,
Testimonianze, imitazioni e frammenti, a cura Tarán, M. Marcovich, introduzione
di Reale, Bompiani, Milano Gli albori della filosofia in Grecia, introduzione di
G. Casertano, Petite Plaisance, Pistoia. Zeller-M.-G. Reale, Gli Eleati da La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, con un aggiornamento
bibliografico di Girgenti, Bompiani, Milano 2011. L'attrattiva della bellezza
poetica, con cui Lucrezio adorna la sua esposizione della teoria del progresso
nella filosofia dell’orto intensifica il potere suggestivo di questa sulla
mente dei filosofi romani. Cooperano, a Roma verso la visione ottimistica del
progresso, altri influssi, come quelli del lizio e del portico che si
riconosceno nella celebrazione da Cicerone del divino potere creatore
dell'intelligenza dell’uomo. L'influsso democriteo si ripercuoteva in Diodoro
Siculo attraverso Ecateo di Abdera. Quello dell’Orto agiva non solo sul grande
poema di Lucrezio, ma anche (attraverso questo) sulla filosofia di Virgilio,
Orazio, e Vitruvio. Certo, a Roma ci si mostrano due orientamenti opposti.
Quello ottimistico, assertore ed esaltatore del potere creatore dello spirito
umano e del progresso. Quello pessimistico, ispirato all'idea di una
inferiorità naturale dell'uomo rispetto agl’animali, ovvero di una sua caduta
dalla perfezione e felicità primordiali della mistica età saturnia alle
miserie, alle fatiche e ai conflitti dell'epoca storica. Queste voci tetre
risuonano in Ovidio e Plinio, come già anteriormente in quella di Sallustio
(Catilina). Ovidio, in Metamorph.-, influsso di Cicerone (De natura deorum),
esalta la nascita dell'uomo (« natus est homo »), come dell'animale piú savio e
di maggior capacità mentale tra tutti, dominatore della natura, di figura
simile a quella degli dèi, l'unico che per la sua posizione eretta possa
contemplare il Cielo. Ma Ovidio limita l'epoca beata dell’uomo all'età d’oro,
quando non ancora l'uomo aveva scoperto i metalli, né inventato la navigazione,
né le armi, né le fortificazioni, e neppure l'aratro e iutte le altre creazioni
tecniche che sono per Ovidio fonti di pene e di danni per il loro inventore. La
creatività della mente dell’uomo ha cosí un riconoscimento in Ovidio, ma come
causa lamentevole d'infelicità. “Contra te sollers, hominum natura,
fuisti, et nimium damnis ingeniosa tais Amores). D'altra parte Plinio (Natur. hist.)
vuole umiliare l'orgoglio di coloro che - come Cicerone in De natura deorum, —
affermano che il mondo fu creato *per* l'uomo; e li richiama alla
considerazione di tutti gli elementi d'inferiorità che ha l'uomo rispetto agli
altr’animali, e dei motivi della sua infelicità: un'anticipazione del
pessimismo del “De miseria hominis.” Ma nell'atteggiamento di Ovidio il
riconoscimento (fatto a denti stretti) del potere creatore dell'intelligenza
dell’uomo, rivela la forza con cui, nonostante ogni pessimismo, tale idea
s'imponeva allo spirito dell'epoca. Aiutata certo nella sua diffusione dalla
condizione storica, cioè dall'espansione trionfale del potere di Roma. Ma
ispirata nella sua affermazione da suggestioni teoriche derivanti da filosofi.
Dall’orto attraverso l'affascinante esposizione poetica di Lucrezio, e da
Cicerone. Influenze combinate si devono riconoscere appunto in Cicerone, nella
sua celebrazione dell'eccellenza dell'uomo, del potere creatore dello spirito
umano, del lavoro, dell'industria e della co-operazione tra gl’uomini, come
fonti delle grandi conquiste della civiltà, che troviamo in “De natura deorum”,
“De finibus bonorum et malorum”, “De legibus”, e “De officiis”. L'uomo, dice
Cicerone in “De legibus,” questo animale previdente, sagace, molteplice, acuto,
dotato di memoria, pieno di ragione e di prudenza, ha da dio la sua natura
privilegiata, anzi partecipa con la sua ra- lavor dichiarate alle he Coceo in
“De officis”, L, s, dove ri corda che Panezio ha sviluppato molto ampiamente e
con numerosi esempi ciò che i capitoli 3-5 sintetizzano, specialmente intorno
alla co-operazione tra gli uomini, indispensabile per la creazione di tante
arti -- “senza le quali la vita non meriterebbe d'esser vissuta” . .
Modernamente l'influenza di Panezio è sione di richiamare l'attenzione nel
saggio L'infinito nel pen siero dell'antichità classica, Firenze, La Nuova
Italia] gione alla natura e alla comunità divine 7. Seminato sulla terra, ha
ricevuto il dono divino dell'anima e la capacità della virtú, che è la natura
perfezionata in se stessa ed elevata al suo grado sommo (“in se perfecta et ad
summum perducta natura”); e, mediante l'imitazione della natura maestra, la
ragione umana, usando la sua capacità industriosa (“sollerter”), è pervenuta
all'invenzione di un numero infinito di arti (“artes innumerabiles repertae
sunt”). La natura diede all'uomo — mediante i sensi messaggeri, la rapidità
della mente e la luce dell'intelligenza -- i fondamenti della scienza (“quasi
fundamenta quaedam scientiae”), di modo che, per se stessa, la natura umana
sempre piú progredisce ed avanza (“ipsam per se natu-ram longius progredi”) e,
da sé, senza aver bisogno di maestri (“etiam nullo docente”), arriva a
consolidare e a perfezionare la ragione, partendo dalle cose le cui specie ha
conosciuto per mezzo della intelligenza primordiale ed iniziale (“ex prima et
inchoata intelligentia”) In tal modo — ripete Cicerone alla fine
dell'Hortensius (come riferisce Agostino, De trinit.), con Aristotele,
Protrept. fr. c Walzer (Rose), l'intelligenza è forza visiva e sforzo attivo
della mente (“mentis aciem”), animata dal desiderio attivo dell'investigazione
(“ratione et investigandi cupiditate”). E come la sua attività è rivolta
ugualmente e congiuntamente [Eredità di ARISTOTELE, Protreptico, fr. c Walzer =
61 Rose (che Anoke qul Cierone a apia al concet aristotelice dele potenza che
per se stessa tende all'atto. La potenza fondamentale dell'intelligenza
(“inchoatae intelligentiae”) considerata qui, è tanto teorica (argumentamur,
etc.) quanto pratica (conficimus), e non è privilegio di pochi eletti, ma
possesso di tutti (“communis omnium”). E Cicerone aggiunge ciò che già diceva
Sofocle nel coro dell'Antigone e tornerà a dire nel rinascimento Pico nel suo
“De hominis dignitate”, cioè che l'uomo ha nella sua natura la doppia
possibilità, d'elevarsi verso la sommità del bene o di sprofondare negli abissi
del male alla conquista della scienza e alla creazione delle arti, cosí —
ripete Cicerone, “De finibus”, con lo stesso Protreptico di Aristotele - si
deve riconoscere che l'uomo è nato per una doppia finalità, mentre ogni animale
è nato per un unico compito: il cavallo per la corsa, il bue per arare, il cane
per cercare, ma l'uomo, come un dio mortale, per due attività creatrici,
intendere ed operare (“ut ad cursum equum, ad arandum bovem, ad investigandum
canem, sic hominem ad duas res, ut ait Aristoteles, ad intelligendum et agendum
esse natum, quasi mortalem deum”). Queste idee hanno piú ampio sviluppo in “De
natura deorum”, dove la superiorità dell'uomo sugli animali è affermata da
Cicerone, seguendo le orme di Panezio, negli aspetti seguenti. La costituzione
del suo corpo, la cui posizione eretta gli permette la contemplazione del cielo
e gli dà la possibilità di conoscere il corso degli astri, di determinare le
divisioni del tempo, di prevedere i fenomeni astronomici per tutto l'avvenire (“in
omne posterum tempus”) e di trarre dall'ordine di essi la nozione della
divinità legislatrice e governatrice del mondo. I sensi che alla percezione
associano i giudizi di distinzione e di valutazione delle impressioni, e si
fanno pertanto ispiratori della creazione di arti rivolte a cogliere e ad usare
le sensazioni (“ad quos sensus ca-piendos et perfruendos, plures etiam quam
vellem artes repertae sunt”); l'intelligenza che comprende, definisce, connette
le cose e crea una scienza di tale potere ed eccellenza, che neppure in dio c'è
qualcosa di superiore (“qua ne in deo quidem est res ulla prestantior” § 59). E
per questa via l'uomo crea anche le arti, le une per le necessità della vita,
le altre per il diletto (secondo la distinzione tradizionale di Democrito e
Aristotele); e a questi risultati coopera anche il linguaggio che, come mezzo
di comunicare le conoscenze e di influire sul sentimento e la volontà altrui, e
il vincolo sociale che trasse l'umanità fuori della vita ferina primordiale
(“haec nos iuris, legum, urbium societate devinxit: haec a vita immani et fera
segregavit”). Ma nella creazione delle arti Cicerone torna a far notare, con
Anassagora, l'opera della mano, la cui conformazione e agilità permettono
all'uomo di operare tanto nelle arti di diletto (pittura, scultura, musica),
quanto in quelle di necessità (agricoltura, edilizia, tessitura, cucitura,
confezione di strumenti di metallo, etc.). «Per cui si comprende che noi
abbiamo conseguito tutto ciò che concerne le cose scoperte dallo spirito e
percepite dai sensi, mediante l'applicazione delle mani degli operai, per poter
essere protetti, vestiti e salvi, e avere città, difese, domicilii, templi ».
Possiamo prendere l'ali-mento e conservarlo; allevare e utilizzare animali per
il trasporto e per l'agricoltura; estrarre i metalli nascosti dalle profondità
della terra e forgiarli in strumenti e decorazioni; tagliare alberi per
riscaldamento, cottura di alimenti, edificazione di case, costruzione di navi,
che a noi — unici al mondo — permettono di dominare la forza del mare e dei
venti. In conclusione, l'uomo si converte in inventore delle arti e in
dominatore della natura, cioè in creatore di una nuova realtà, quella del mondo
della cultura. «Noi usufriamo dei campi, noi dei monti; nostri sono i fiumi,
nostri i laghi; noi seghiamo le messi, noi tagliamo gli alberi; noi, mediante
l'immissione di acque, diamo fecondità alle terre; noi chiudiamo i fiumi tra
dighe, li inalveiamo, li deviamo; insomma cerchiamo di creare con le nostre
mani una specie d'altra natura nella natura delle cose ». Non seguiremo
Cicerone nella sua dimostrazione successiva della tesi che il mondo fu creato
al servizio dell'uomo, che è la tesi contro cui polemizza Plinio, ma che non
interessa il nostro tema. Ciò che ci importa è la celebrazione menzionata del
potere creatore dell'umanità, che si può considerare un eloquente commento
esplicativo della citazione che il “De finibus” trae dal Protreptico
aristotelico, la quale dichiara che l'uomo è nato per la doppia attività, conoscitiva
e creativa, come un dio mortale. L'uomo contemplato qui da Cicerone è appunto
quello che crea il mondo della cultura e lo sovrappone al mondo della natura; e
Cicerone offre una formula efficace per esprimere tale creazione: « nostris
denique manibus in rerum natura quasi alteram naturam efficere conamur».
Formula che, insieme alla ricordata definizione (“dio mortale”) tratta da
Aristotele, ispira le 'linee memorabili dello Spaccio della bestia trionfante
di Bruno, che sintetizzano il contenuto essenziale della dimostrazione
ciceroniana: « gli dèi avevano donato a l'uomo l'intelletto e le mani, e
l'avevano fatto simile a loro, donandogli facultà sopra gli altri animali; la
qual consiste non solo poter operar, secondo la natura ed ordinario, ma, ed
oltre, fuor le leggi di quella; acciò, formando o possendo formar altre nature,
altri corsi, altri ordini con l'ingegno.... venesse a serbarsi Dio de la terra
» (Gentile, Dialoghi morali, Bari, Laterza). Anche quello che segue nella
pagina bruniana, sulle necessità che acuiscono gli ingegni e fanno inventare le
arti — di modo che « sempre piú e piú.... allontanandosi dall'esser bestiale,
piú altamente s'approssi-mano a l'esser divino › poteva ispirarsi alle frasi di
Cicerone relative all'uomo che « se segregavit a vita immani et fera »; frasi
che, tuttavia, esprimevano un concetto comune ad altri filosofi antichi, da
Democrito a Lucrezio, i quali insieme a Cicerone influiscono sulle celebrazioni
della dignità dell'uomo e della creatività dello spirito, rinnovate dagli
scrittori rinascimentali, da Manetti a Bruno e Campanella ?. Ma in un
particolare caratteristico il luogo citato dello Spaccio bruniano poté
ispirarsi alla I Georgica di Virgilio, vale a dire nel considerare la mitica
età dell'oro come epoca di pigrizia e di stupidità umane, e nel celebrare
invece la dura necessità come causa del risveglio dell'intelligenza e della
creazione delle arti. « Ne l'età de l'oro,” dice Bruno, “per l'Ocio gl’uomini
non eran piú virtuosi, che sin al presente cultadi, risorte le necessitadi,
sono acuiti gl'ingegni, inventate le industrie, scoperte le arti; e sempre di
giorno in giorno, per mezzo de l'egestade, dalla profundità de l'intelletto
umano si eccitano nove e maravigliose invenzioni. Onde, sempre piú e piú per le
sollecite ed urgenti occupazioni allontanandosi da l'esser bestiale, piú
altamente 'approssimano a l'esser divino » Senza dubbio il mito dell'età aurea
o saturnia, pertamente svalutato qui da Bruno, e motivo di sogni nostalgici per
i filosofi dell'epoca d’Ottaviano, quando Ovidio lo evoca in Metamorph.,
collegandolo con l'altro mito esiodeo delle cinque età della degradazione
umana, e lo stesso Virgilio torna a sognare un ritorno del regno di Saturno («
redeunt Saturnia regna ») nella profezia della Sibilla nell'Egloga IV. Tuttavia
questi miti si trovavano già in Esiodo in conflitto con la celebrazione del
lavoro condizionante la dignità della vita, oltre che ogni acquisizione di
beni. 3 Cfr. anche Gentile, «Il concetto dell'uomo nel rinascimento › ne Il
pensiero del rinascimento, Firenze. E il problema torna a porsi per Virgilio,
che lo risolve nella I Georgica in un modo che precorre Bruno. L’abbondanza e
la facilità di vita della mitica età saturnia significano ozio e letargo
mentale; e Giove, che nel detronizzare Saturno introduce le difficoltà,
l'indigenza e la necessità del lavoro, da agli uomini per questa via il dono
inestimabile dell'attività dell'intelligenza, creatrice delle arti e
trionfatrice di tutte le avversità per mezzo del lavoro. «Giove, il padre (pater
ipse), volle che non fosse facile la via della coltivazione, e dapprima fa
lavorare i campi per mezzo dell'arte, e acuí per mezzo delle preoccupazioni gli
spiriti dei mortali, e non permite che il suo regno s'intorpidisse in un
pesante letargo », come accadeva prima del suo governo, quando nessuno lavora
la terra, e questa concede tutto senz'esser sollecitata dal lavoro umano. Giove
cancella totalmente le facilità e comodità, « affinché la necessità suscitasse
le diverse arti, a poco a poco, mediante la meditazione ». Cosí nasce
l'agricoltura. Si scopre il modo di accendere il fuoco con la pietra focaia. Si
incanalano i fiumi. Si inventa la navigazione, e il navigante impara a
conoscere e nominare le stelle. Si inventano gl’artifici della caccia e della
pesca. Si forgia il ferro e se ne fanno strumenti come l'ascia e la sega.
«Allora vennero le varie arti; trionfano di tutte le difficoltà il lavoro
instancabile e l'indigenza che assilla [gli uomini] nell'asperità delle
condizioni di esistenza »: Tum variae venere artes; labor omnia vicit improbus,
et duris urguens in rebus egestas. In tal modo, per Virgilio, la necessità e il
lavoro, che Ovidio lamenta come una maledizione per la vita umana, sono una
vera benedizione, perché risvegliano l'intelligenza e l'attività creatrice
dell'uomo, e stimolano quella meravigliosa creazione delle arti e della
cultura, i cui momenti e aspetti Virgilio sintetizza ispirandosi alla
ricostruzione storica tracciata nel V libro di Lucrezio. Certo, Virgilio
s'allontana da Lucrezio nell'accettare il mito dell'età saturnia, pur
valutandolo negativamente rispetto a ciò che è piú essenziale e nobile
nell'umanità, vale a dire, l'intelligenza e la creatività dello spirito. Ma
un'eco piú fedele della concezione lucreziana sulla condizione primordiale
dell'umanità risuona in Orazio (“Satyr.”) con la descrizione dei primi uomini
che, come gl’altri animali, formano un gregge muto e turpe (mutum et turpe
pecus), lottano tra loro con unghie e pugni, poi con bastoni e piú tardi con
altre armi per soddisfare i primordiali bisogni di cibo e di riparo, finché non
creano il linguaggio, desistendo dalle guerre, edificando città e creando leggi
che impediscano i delitti. In una generazione successiva Giovenale (“Satyr.”,
VI e XIII) ripresenta una descrizione analoga dello stato bestiale dell'umanità
primitiva, satirizzando l'idea dell'età saturnia: anch'egli, probabilmente,
influenzato da Lucrezio e dalla concezione epicurea della storia dell'umanità.
Tuttavia, l'eco piú importante, teoricamente, di tale concezione ci si presenta
nell'età d'Ottaviano (come oggi si torna a riconoscere da parte della critica
storica) con Vitruvio, il quale sembra raccogliere dagli ambienti colti della
sua epoca o compiere lui stesso una fusione delle idee esposte da Lucrezio con
altre di varia provenienza, relative al progresso umano, derivanti da Cicerone,
al cui insieme aggiunge l'intuizione dell'importanza che hanno per il progresso
due fattori, apparentemente contrari, ma connessi da lui in una dipendenza
mutua, che sono la divisione del lavoro e l'unità organica della cultura umana.
Vitruvio mette in rilievo, nella sua concezione del progresso storico
dell'umanità e della creazione della cultura, una molteplicità di fattori
cooperanti: la durezza primordiale della vita; le esperienze fortuite che
suggeriscono qualche mezzo per mitigare tale durezza; le capacità e potenze
congenite negli uomini, che sono stimolate al loro esercizio dai due fattori
suddetti, e sono avviate cosí ad uno sviluppo progressivo e alla produzione di
risultati crescenti; la ripercussione che hanno i fattori citati sulla
formazione di raggruppamenti umani permanenti, a partire da quelli temporanei
primordiali, e sulla creazione del linguaggio; l'effetto prodotto da tali
innovazioni, che non solo permettono l'assommarsi delle capacità individuali,
ma provocano il loro acerescimento progressivo, dovuto sia al mutuo aiuto e
all'esperienza dei vantaggi della cooperazione, sia allo stimolo reciproco
derivante dall'attrito degli ingegni; il sussidio poderoso, che dà a tale
processo l'uso di due strumenti meravigliosi, che sono il linguaggio, generato
dalla convivenza sociale, e il possesso della mano, organo naturale
incomparabile per afferrare ed elaborare le cose, la cui efficacia, già intuita
da Anassagora, ha di nuovo posta in rilievo Cicerone; e infine l'imitazione e
trasformazione della natura effettuate dalle arti, dove il conoscere è un fare
e l'esperienza è un esperimento. Questo fare e sperimentare воло геві possibili precisamente dal possesso
e dall'uso delle mani, che rendono capace l'uomo di tentare i piú vari modi di
combinazione ed elaborazione dei mezzi naturali, di modo che, a partire da
principi minimi, le arti si elevano nel loro sviluppo verso risultati sempre
maggiori e progressivi affinamenti delle loro capacità creative. Tutti questi
elementi sono messi in rilievo da Vitruvio nel cap. I del libro II del De
Architectura: Sulla vita degli uomini primitivi e sugl’inizi e incrementi della
civiltà e dell'architettura.” La prima esperienza che, secondo Vitruvio, ha una
funzione decisiva per togliere gli uomini dalla vita ferina primordiale e
generare la convivenza sociale permanente, fu quella dell'incendio di selve
prodotto da qualche tempesta. L'impressione di terrore iniziale è seguita dalla
curiosità, per la quale gli uomini, dopo esser fuggiti, tornano ad avvicinarsi
e, sentendo il calore del fuoco, intuiscono la sua utilità per la vita.
Attratti dallo spettacolo, gl’uomini si riuniscono, concepiscono la possibilità
di continuare ad alimentare il fuoco. E cosí iniziano la loro convivenza ed una
comunicazione mutua delle loro impressioni mediante voci, che a poco a poco,
con il tempo, si convertono in linguaggio. La posizione eretta e il possesso
delle mani, che permettono il maneggio di qualunque oggetto, portano gl’uomini
alla prima creazione di ripari e di tetti, mediante escavazione di tane o
costruzioni di rami e fango che imitano quelle dei nidi di rondini. Lucrezio e
Cicerone insieme suggerivano a Vitruvio questa concezione delle fasi e dei
fattori del processo. Vitruvio aggiunge l'idea di un'analogia generale di
questo sviluppo storico presso i diversi popoli, allegando i documenti offerti
da resti di costruzioni primitive che si trovavano in paesi civili come sul
Campidoglio di Roma, e dalle edificazioni che continuavano a farsi in paesi
barbari (Gallia, Aquitania, Colchide, Frigia, etc.). Queste osservazioni
comparate, che presentano il passato dei popoli civili come analogo al presente
dei barbari, potevano suggerire l'idea di un futuro progresso dei barbari verso
uno sviluppo analogo al presente dei popoli civili, tanto piúin quanto Vitruvio
rileva l'impulso che danno al progresso le relazioni mutue nell'interno d'ogni
popolo. L'osservazione reciproca (egli nota) desta non solo la capacità
d'imitazione, ma anche l'emulazione, per cui si perfezionano con il tempo i
prodotti e si affinano la stessa intelligenza e la facoltà di giudizio dei
produttori. Allora con l'osservazione delle costruzioni altrui e l'aggiunta di
novità per mezzo delle riflessioni proprie, di giorno in giorno andavano
migliorando il tipo delle costruzioni. Ed essendo gli uomini capaci
d'imitazione e d'istruzione, nel celebrare giornalmente le loro invenzioni, si
mostravano tra di loro i risultati delle loro costruzioni; e in tal modo,
nell'esercitare i loro ingegni in competizioni, di giorno in giorno si facevano
di giudizio piú raffinato ». Quest'ultima frase, “in dies melioribus iudiciis
efficiebantur,” anticipa l'idea di Bruno, che gli uomini acquistano progressivamente
giudizio « piú maturo »; il che si determina, secondo Bruno per tre fattori:
l'accumulazione delle osservazioni, l'attività riflessiva e inventiva del
pensiero, e la varietà delle cose osservate. Ma Vitruvio aggiunge un altro
fattore piú importante: l'esercizio attivo del potere dell'ingegno, stimolato
dalla emulazione (exercentes ingenia certationibus). In ciò Vitruvio raccoglie
la suggestione di Aristotele relativa all'affinamento progressivo del giudizio
per via del suo esercizio costante. Ma in Aristotele tale esercizio nasce
dall'insoddisfazione e dalla critica delle idee altrui. In Vitruvio dallo
sforzo d'emulazione. In entrambi, tuttavia, il processo si realizza tanto nello
spirito individuale quanto in quello collettivo; e Vitruvio riconosce cosí la
formazione storica dello spirito dell'umanità, considerando il vincolo e
l'azione reciproca tra il perfezionamento dei prodotti dell'arte e lo sviluppo
dello spirito produttore.Vitruvio esprime cosí u concetto tipicamente
storicistico, nel riconoscere che lo spirito umano è in sé e per sé storia e
sviluppo; concetto considerato abitualmente « tutto proprio dell'età moderna»,
come lo define Gentile (Il pensiero del rinascimento, cit.), nel trovarlo
espresso da Bruno. Vitruvio riconosce e spiega tale carattere storico dello
spirito in rapporto con la storia dell'architettura, che nel suo sforzo di
perfezionamento progressivo, per rispondere sempre piú alle esigenze umane, si
fa, secondo lui, generatrice di altre arti e discipline, per via dell'esercizio
continuo cui obbliga la mente, che in tal modo si potenzia e sviluppa in se
stessa nuove capacità, madri di arti e scienze nuove. « Come, dunque, con
l'attività costante (quotidie faciendo) avevano [gli uomini] rese piú esperte
ed abili le loro mani per ogni costruzione (tritiores manus ad aedificandum
perfecissent), e mediante l'esercizio instancabile dei loro ingegni (solertia
ingenia exercendo) erano giunti con l'uso incessante alla creazione delle arti,
allora l'attività industriosa aggiunta da essi ai loro spiriti (industria in
animis eorum adiecta) fece sí che quelli che erano piú ben disposti e diligenti
(studiosiores) si convertissero in artefici professionali (fabros se esse
profiterentur) ». Nasce in questo modo, dal progresso delle capacità intellettuali
e pratiche, la divisione del lavoro; ma nasce e si mantiene legata all'unità
organica della cultura, affermata già, con notevole vigore, da Vitruvio nel I
cap. del libro I. Dove si fa notare per l'architettura il vincolo reciproco
dell'attività pratica (fabrica) e di quella teorica (ratiocinatio), che non
permette di raggiungere la perfezione dell'arte né al puro homo faber né al
puro homo sapiens, ma solo a chi riunisce in sé entrambe le condizioni; e
aggiunge Vitruvio che l'architetto ha bisogno di conoscenze di letteratura,
disegno, geometria, storia, filosofia, musica, medicina, diritto, astronomia,
cioè di possedere una cultura organica: « tutte le discipline hanno tra loro un
vincolo ed una comunicazione mutua e la [cosí detta] disciplina enciclica come
un corpo unico è costituita di tali membri ». Certamente, come tecnico e
teorico dell'architettura, convinto e preoccupato dell'importanza preminente
della sua arte, Vitruvio nel I cap. del libro II, che stiamo analizzando,
sembra che spieghi l'unità e connessione reciproche di tutte le arti e
discipline come dovute ad un germinare di tutte dalla radice comune
dell'archi-tettura, che per le sue esigenze ed i suoi sviluppi genererebbe le
altre arti e scienze, e ne determinerebbe i progressi. « Dalla costruzione
degli edifici progredendo gradualmente verso le altre arti e scienze (e
fabrica-tione aedificiorum gradatim progressi ad ceteras artes et disciplinas)
e utilizzando le armi del pensiero e la riflessione deliberativa', con cui la
natura rafforzò le loro menti (cum natura cogitationibus et consiliis
arma-visset mentes), essi trassero l'umanità dalla vita ferina e selvaggia a
quella civile (e fera agrestique vita ad mansuetam perduxerunt humanitatem) ».
Allora si genera negli uomini la capacità di prepararsi nel loro spirito, e di
guardar lontano per mezzo dei pensieri piú grandi, che nascono dalla varietà
delle arti (tum autem instruentes animo se et prospicientes maioribus
cogitationibus ex varietate artium natis); il che Vitruvio applica, indubbiamente,
ai progressi del-l'architettura, ma è un concetto che s'estende da sé ad ogni
sviluppo culturale. « Poi con le osservazioni degli 1 Se leggessimo, con
qualche edizione, conciliis anziché con siliis, dovremmo pensare che Vitruvio
rilevasse qui non già l'importanza della riflessione deliberativa (consilia),
bensi quella della convivenza e della cooperazione sociale (concilia). Ma
queste ul- time sono per Vitruvio creazione umana e non dono della natura.
studi portarono [le loro opere] dai giudizi errati ed incerti alle ragioni
certe delle simmetrie. Quindi mediante le loro cure alimentarono e adornarono
di piaceri l'eleganza della vita, accresciuta dalle arti (trac- tando
nutriverunt et auctam per artes ornaverunt vo- luptatibus elegantiam vitae) ».
Si presenta pertanto, nella concezione di Vitruvio, tutto un processo storico
nel quale l'uomo, spinto dai bisogni, guidato dalle esperienze, rafforzato
dall'eserci-zio, sviluppa e traduce progressivamente in atto le sue potenze
naturali, creando le arti e le scienze; ma in questo processo i prodotti
reagiscono sul produttore; l'esercizio intensifica i poteri dello spirito e
genera nuove capacità; i risultati realizzati si convertono in mezzi e impulsi
per creazioni ulteriori; e in questo modo l'umanità progredisce e si sviluppa,
creando il mondo della cultura e creando nello stesso tempo spiritualmente se
stessa per mezzo del suo lavoro, come causa ed effetto insieme dei suoi
progressi. La concezione della creatività dello spirito appare, dunque, raggiunta
in pieno da Vitruvio. Lo scambio d'azione che Vitruvio vedeva effettuarel tra
lo spirito produttore e i suoi prodotti nella creazione e nello sviluppo
progressivo delle arti e delle scienze, significava per se stesso un processo
storico di autocreazione e d'autosviluppo incessanti dello stesso spirito
umano, che logicamente doveva presentarglisi come un processo infinito. Ma
Vitruvio non segnalò, e forse non intuí neppure questa conseguenza della sua
conce- ' (Appare in questa visione un barlume del processo chiamato da Marx il
processo della umwälzende Praxis, cioè dell'attività dell'uomo che si rovescia
su se stessa e sull'uomo, trasformandolo nel trasformare se stessa. zione, cosí
come non l'aveva espressa né vista Aristotele, benché riconoscesse che il potere
intellettuale dell'uomo va aumentando sempre, quantitativamente e qualitativa-
mente, con l'esercizio attivo delle sue capacità di indagine e di riflessione
critiche. La prima affermazione esplicita dell'infinità del progresso
spirituale umano ci appare nell'antichità classica con Seneca, che tuttavia era
stato precorso parzialmente da Filone ebreo, come diremo. Ma mentre nella
concezione di Vitruvio l'infinità potenziale del progresso è in rapporto con il
processo di creazione e sviluppo delle arti, a cui egli collegava la scoperta
delle scienze, Seneca invece nella polemica contro Posidonio ripudia l'unità e
identità tra l'homo faber e l'homo sapiens, che quello aveva affermato (cfr.
Epist.). Contro la celebrazione del progresso tecnico, inserito da Posidonio
nello sviluppo stesso della saggezza, Seneca nella sua polemica sembrava
ripudiare la creazione umana delle arti, accusandola di complicare e render
difficile la vita, e sembrava ritornare, con l'evocazione di Diogene,
all'ideale cinico-stoico della semplicità primordiale della vita conforme alla
natura, che facilmente soddisfa le sue esigenze minime. «Non fu tanto nemica la
natura, da concedere la facilità della vita agli altri animali e volere che
solo l'uomo non potesse vivere senza tante arti.... Siamo noi che ci rendemmo
tutto difficile per la nostra tendenza a stancarci (fastidio) delle cose
facili. Tutte queste arti, per le quali la città si eccita e rumoreggia,
lavorano per il corpo, a cui prima si imponeva ogni [sa-crificio] come ad uno schiavo,
mentre ora gli si prepara ogni [godimento] come ad un padrone » (epist. cit.).
Tuttavia questa posizione polemica non rappresenta integralmente l'orientamento
spirituale di Seneca. Seneca è ben lungi dall'identificare la saggezza nel cui
culto vede l'unica attività che possa render degna la vita umana - con la
supposta felicità primordiale dello stato di natura. « Per quanto egregia e
priva di inganni fosse la vita di quelli (primitivi), essi non furono savi....
non avevano ingegni perfezionati (consum-mata).... La natura non dà la virtú, e
il diventar buono è un'arte.... Quelli erano innocenti per ignoranza; ma c'è
una gran differenza tra il non volere e il non saper peccare (multum interest
utrum peccare aliquis no-lit an nesciat). Mancava loro la giustizia, mancava
loro la prudenza, la temperanza, la fortezza. La loro vita incolta aveva
qualcosa di simile a tutte queste virtú; ma la virtú non è conseguita se non da
uno spirito edu-cato, istruito e portato mediante l'esercizio assiduo fino al
vertice. Certo nasciamo per questo, ma senza que-sto; e anche negli uomini
migliori, prima che posseggano l'educazione, esiste la materia della virtú, ma
non la virtú stessa » (ibid.). In tal modo, la virtú torna a presentarsi
connessa alla cultura in questa stessa Epistola 90, dove la critica a Posidonio
sembrava portare ad una rivendicazione della natura primordiale, simile a
quella dei cinici. La virtú, dunque, per Seneca non è un'ingenuità ignorante,
ma deve avere chiara coscienza del male e del vizio per trionfare di essi.
Seneca fa in certo senso presentire il concetto che ispira in tempi moderni la
filosofia della storia di Fichte (Caratteri fondamentali dell'epoca con-
temporanea), secondo cui l'umanità, dopo di essere uscita dalla sua primitiva
rettitudine incosciente, abbisogna della piú profonda coscienza ed esperienza
del peccato, per elevarsi alla sua cosciente redenzione. Con la rivalutazione
della cultura come condizione e fondamento dell'etica e della filosofia,
tornano ad essere pertanto rivalutate da parte di Seneca anche le arti, ed è
riaffermato il concetto del Protreptico aristotelico, della doppia e
indivisibile funzione che incombe al- Q l'uomo, cioè quella di esercitare tanto
l'attività intellettuale quanto quella pratica. Aristotele aveva affermato,
secondo la testimonianza di Cicerone (De finibus), che l'uomo nacque per due
cose: intendere e operare («ad duas res, ad intelligendum et agendum esse natum
»); e Seneca (De otio) ripete che la natura volle che facessimo le due cose:
operare e coltivare la contemplazione. « Natura autem utrumque fa-cere me
voluit, et agere et contemplationi vacare ». Anzi, aggiunge che egli le fa
entrambe, perché sono insepa-rabili, giacché neppure la contemplazione può
esistere senza azione: « utrumque facio; quoniam ne contem-platio quidem sine
actione est »'. Nessuna virtus è un bene reale, finché non passa all'azione
(“in otium sine actu proiecta”). «Chi potrebbe negare che essa deve comprovare
nelle opere i suoi progressi, e non limitarsi a pensare ciò che si deve fare,
bensí esercitare anche le sue mani e portare a realtà le sue meditazioni? sed
etiam aliquando manum exercere, et ea quae meditata sunt ad verum perducere?
Questa rivalutazione dell'attività pratica, a causa del legame che l'attività
teorica ha con essa, doveva portar seco anche un apprezzamento delle creazioni
delle arti, che per questa via tornano ad inserirsi nel processo creativo della
cultura, dove si afferma il potere e il valore dello spirito umano. Una
celebrazione caratte ristica di questa creatività dello spirito, applicata alle
opere della civiltà e delle arti, merita di esser segna- É evidente la
derivazione da Seneca del noto luogo dello Spaccio bruniano (ed. Gentile): « e
per questo ha determinato la providenza, che vegna occupato ne l'azione per le
mani, e contemplazione per l'intelletto; de maniera che non con-temple senza
azione, e non opre senza contemplazione. Ne l'età dunque de l'oro per l'Ocio
gli uomini non erano piú virtuosi, che sin al presente le bestie son virtuose
». lata nell'Epistola, relativa all'incendio che in una sola notte aveva
distrutto la città di Lione (Lugdunum), che era per la sua bellezza la gloria
della Gallia. Seneca si rende conto che le opere dei mortali sono. condannate a
perire e che noi viviamo tra cose caduche: « omnia mortalium opera mortalitate
damnata sunt. Inter peritura vivimus». Ma questo carattere mortale delle opere
è superato dall'imperitura energia creatrice del-l'umanità, che ricostruisce
sempre ciò che è caduto e lo ricostruisce piú bello e perfetto, di modo che le
distruzioni si convertono in fattore di progresso. Multa cecide-runt ut altius
surgerent et in maius. Come Roma sempre risorse piú bella e potente dalle
ceneri degli incendi subiti, cosí anche a Lione tutti competeranno per ricostruirla
in forma piú grande e piú solida di quella per-duta: « ut maiora certioraque
quam amisere restituant. Ciò che caratterizza l'uomo, dunque, consiste per
Seneca nell'esigenza e nello sforzo costanti di superamento; per il loro mezzo
lo spirito immortale dell'umanità si sovrappone al carattere mortale delle sue
creazioni. Sono mortali - sembra dire Seneca — le creazioni partico-lari; ma è
immortale la creazione progressiva della cul-tura, per essere immortale e
inesauribile lo spirito creatore. In questo sforzo interminabile di
superamento, le attività pratiche delle arti e della tecnica in generale si
unificano, per Seneca, con le attività teoriche della scienza e della
filosofia. Possiamo dire che Seneca precorre Lessing nel considerare che questo
sforzo spirituale costituisce il valore della vita, che pertanto si afferma
solo in quanto l'uomo amplia progressivamente il suo orizzonte e le sue
aspirazioni. Se mai l'umanità potesse giungere ad un possesso pieno della
scienza, e non avesse piú davanti a sé un cammino ulteriore da percorrere e
difficoltà nuove da superare, non avrebbero piúsignificato la vita e il mondo
in cui si sviluppa l'attività umana. È lo sforzo ciò che costituisce il valore
della vita; la sua persistenza inestinguibile e il suo rinnovamento incessante
presuppongono l'impossibilità perenne di raggiungere il fine ultimo; ma questa
condizione non significa per l'uomo una maledizione o condanna ad una tensione
vana che non può mai essere soddisfatta, bensí alimenta e mantiene il valore
della vita come milizia ' ed aspirazione dignificatrice, che sono nello stesso
tempo perfezionamento spirituale progressivo. Quest'idea, dell'infinità dello
sforzo e del progresso umano, derivante dall'impossibilità di conseguire il
fine supremo, era stata intuita ed espressa parzialmente, prima di Seneca, da
Filone ebreo. La posizione degl’uomini in qualsivoglia delle loro attività,
dice Filone, sta sempre nel mezzo tra l'inizio e la fine: « Noi siamo
trattenuti nell'intervallo tra la fine e l'inizio nell'impa-rare,
nell'insegnare, nel lavorare la terra, nell'operare in ciascuna delle altre
cose (Quis rerum divin. heres sit); ma questa inferiorità che caratterizza la
nostra imperfezione costante in confronto alla perfezione assoluta di Dio, non
significa ristagno e immobilità spi-rituali, bensí movimento e progresso
incessanti: « A misura che uno avanza nelle scienze e si pone stabilmente sul
loro terreno, si fa tanto piú incapace di raggiungere i loro limiti. La scienza
per i piú capaci è una sorgente sempre in movimento, che produce sempre nuovo
afflusso di idee» (De plantat. Noë). In tal modo per Filone ogni
approfondimento della nostra conoscenza è nello stesso tempo un approfondi-
[Cfr. Epist.: Atqui vivere, Lucili, militare est. Itaque qui iactantur et per operosa
atque ardua sursum ac deorsum eunt, et expeditiones periculosissimas obeunt,
fortes viri sunt, primo- resque castrorum; isti, quos putida quies, aliis
laborantibus, mol- liter habet, turturillae sunt, tuti contumeliae causa. mento
della coscienza della nostra ignoranza: dalla conoscenza acquisita spuntano
sempre problemi nuovi; ma dai problemi nasce il movimento progressivo
dell'intel-ligenza, in un processo che non finisce mai a causa
dell'impossibilità di raggiungere, con il pensiero, il termine ultimo. Questo,
per Filone, si raggiunge certo nel rapimento dell'estasi, che è estinzione di
ogni movimento attivo della mente; ma fuori della soluzione mistica, c'è solo
un processo infinito, conseguenza dell'infinita di- stanza, che ci divide
dall'irraggiungibile oggetto supremo. Vero è che di questi pensieri di Filone
non ebbe alcuna notizia Seneca, il quale giunse per una via parzialmente
analoga all'idea dell'infinito progresso conoscitivo, cou- siderandolo
determinato dall'infinita distanza, che ci separa sempre dal fine supremo delle
nostre aspirazioni e dai nostri sforzi. Ci sono delle realtà — osserva Seneca
in Natur. quaest., a proposito dell'igno-ranza del suo tempo riguardo alle
orbite e alle. leggi di movimenti delle comete: - che non possono essere colte
dai nostri occhi, o perché permangono in luoghi sottratti alla nostra vista, o
perché la loro sottigliezza è irraggiungibile per la nostra acutezza visiva, o
forse anche perché non abbiamo la capacità di percepirle, nonostante che
riempiano i nostri occhi. Tutte queste realtà sono accessibili unicamente allo
spirito (animo) e debbono essere contemplate con il pensiero (cogitatione). Ma
lo stesso pensiero che ci porta fino all'idea dell'esistenza di Dio, che creò
tutto l'universo intorno a sé e lo governa, ed è la parte mag- derlo nella
giore e migliore della sua opera, non arriva a comprenderlo nella sua essenza.
« Non possiamo sapere che cos'è ciò, senza di cui nulla esiste, e ci stupiamo
per non conoscer bene certi piccoli fuochi (le comete), mentre ci resta celata
la parte maggiore dell'universo, dio. Quid sit hoc, sine quo nihil est, scire
non possumus, et miramur si quos igniculos parum novimus, cum maxima pars
mundi, deus, lateat »). Ma
da questa situazione nasce in noi uno stimolo all'indagine, che si intensifica
con l'esperienza dei pro-gressi già realizzati. Ci sono conoscenze che abbiamo
acquisito di recente, altre in gran numero che ancora non abbiamo raggiunto; ma
- aggiunge Seneca - verrà un tempo in cui queste cose, che ora permangono occulte,
le porterà alla luce un giorno futuro ed una indagine assidua di piú lunga
durata.... Verrà un tempo in cui i nostri posteri resteranno stupiti che noi
igno-rassimo cose che per essi saranno tanto evidenti. Multa venientis aevi
populus ignota nobis sciet; multa saeculis tune futuris cum memoria nostri
exoleverit reservantur. Pusilla res mundus est, nisi in illo quod quaerat omnis
mundus habeat. Questa inesauribilità dell'indagine e delle scoperte supera con
la sua infinità la gradualità progressiva. ma limitata, del processo delle
iniziazioni ai misteri, a cui Seneca la paragona. Certo che, come ad Eleusi non
si mostrano tutte le cose sacre al novizio, riservandosi le piú importanti per
gli iniziati, cosí si può dire che la natura non concede in una sola volta ed a
chiunque tutti i suoi sacri segreti, e anche quando ci crediamo iniziati, siamo
ancora nel vestibolo del tempio e gli arcani rimangono chiusi nel sacrario
interno. Ma nelle cerimonie mistiche gli iniziati pervengono, alla fine, a
veder tutto; e nella scienza, invece, il processo di sco-perta non finisce mai.
Dei suoi segreti, alcuni potrà sco-prirli la nostra età, altri le età
successive (« aliud haec aetas, aliud quae post nos subibit aspiciet »); ma
ri-marrà sempre campo per le investigazioni di « tutto il mondo ». E anche
nell'ipotesi che gli uomini si dedi-chino completamente all'indagine e alla
comunicazione reciproca delle conoscenze acquisite, Seneca dice che a mala pena
(vix) si giungerebbe a quel fondo dove è collocata la verità che ora cerchiamo
alla superficie e con leggerezza (ibid., cap. 32); e l'esplorazione di questo
fondo, secondo le dichiarazioni precedenti, esigerebbe sempre uno sforzo
investigativo infinito. La sospensione dello sforzo e del lavoro, dunque, non
solo ritarda o impedisce del tutto le grandi conquiste ulteriori (« tarde magna
proveniunt, utique si labor ces-sat »: ), e impedisce che si trovi alcunché di
ciò che gli antichi indagarono in modo insufficiente, ma fa perdere anche le
stesse scoperte già realizzate (« adeo nihil invenitur ex his quae parum
investigata antiqui reliquerunt, ut multa quae inventa erant obliterentur).
Donde la necessità e l'obbligo morale, per cia-scuno, di mantenere attivo lo
sforzo incessante e di cooperare attivamente alla grande opera di conquista
collettiva dell'umanità. Coloro che rimangono soddisfatti delle acquisizioni
già realizzate dagli antecessori, non si rendono conto dell'immenso cammino da
percorrere, che si estende davanti a noi. «Non si troverebbe mai nulla, se
restassimo contenti con ciò che è già stato trovato. Inoltre, chi si limita a
seguire un altro, non trova nulla per conto suo, anzi, non cerca neppure. Ma
coloro che hanno promosso queste investigazioni sono per noi guide, non
padroni. [Il cammino del]la verità è aperto a tutti, non è ancora occupato,
anzi gran parte di esso resta ancora da percorrere agli uomini del futuro ›
(Epist.). Confidiamo pertanto e molto nel giudizio dei grandi uomini, ma
rivendichiamo anche l'uso del giudizio nostro. Forse neppur essi ci han lasciato
scoperte effettuate, ma indagini da compiere » (* Num illi quoque non inventa,
sed quaerenda nobis reliquerunt »: Epist.). «Non mi sembra che i predecessori
si siano impadroniti con la forza (praeripuisse) di ciò che si poteva dire, ma
che ce lo abbiano solamente mostrato (ape-ruisse). Se non che c'è molta
differenza tra l'avvicinarsi ad una materia esaurita (consumptam) e ad una
solamente preparata (subactam): questa va crescendo giorno per giorno, e le
invenzioni effettuate non sono ostacoli per chi realizzerà invenzioni ulteriori
(« crescit in dies, et inventuris inventa non obstant »: Epist.). Anzi, chi ha
qualcosa da insegnare agli altri, deve spargerlo come semente feconda («
seminis modo spargenda sunt»), la quale, per quanto piccola, cadendo in terreno
adatto sviluppa le sue forze, e dalla sua piccolezza originaria, crescendo fino
alle sue dimensioni massime, si diffonde (« ex eo minimo in maximos auctus
diffunditur»). Gli insegnamenti son come le sementi: ancorché siano limitati
(angusta), possono sviluppare una grande efficacia, purché una mente idonea li
accolga e li raduni in se stessa; e a sua volta questa mente ne genererà molti
altri e renderà piú di quello che ricevette » (Epist.). Naturalmente questo
processo storico di accrescimento progressivo della cultura, nella successione
delle generazioni e delle comunicazioni da maestri a disce-poli, esige
l'attività vivente degli spiriti ricettori. Quindici secoli piú tardi G. Bruno
dirà che se « di questi alcuni, che son stati appresso, non siino però stati
piú accorti, che quei che furon prima.... questo accade per ciò che quelli non
vissero.... gli anni altrui, e, quel che è peggio, vissero morti quelli e
questi negli anni pro-prii » (Cena delle Ceneri, ed. Gentile). Una esigenza
analoga aveva affermato Seneca nella Epist. 84, dichiarando che gli
insegnamenti devono, come alimenti digeriti, trasformarsi in forze e sangue di
chi li assimila in vires et sanguinem transeunt. Le conoscenze ingerite non
debbon lasciarsi tali e quali sono (integra), affinché non restino come cose
estranee (alie-na): dobbiamo digerirle (concoquamus), affinché sianonutrimento
dell'ingegno e non peso della memoria. I discepoli o le generazioni successive
devono assomigliare ai loro maestri e padri come figli viventi e attivi, non
come immagini morte: « imago res mortua est »; e nella trasmissione della
cultura, invece, occorrono spiriti viventi che (come dirà Bruno) vivano
attivamente gli anni dei predecessori e non vivano morti gli anni propri, bensí
progrediscano sempre piú. Si deve imprimere la forma della propria personalità
a tutti gli elementi di cultura che si raccolgono, affinché confluiscano in una
unità (in unitatem illa competant) come le voci di un coro. Tale voglio che sia
il nostro spirito, che abbia in se stesso molte arti, molti precetti, gli
esempi di molte generazioni, ma facendoli confluire tutti in una unità»,
vivente e attiva (« ut multae in illo artes, multa praecepta sint, multarum
aetatum exempla, sed in unum conspirata). L'Epistola 84 integra pertanto
l'affermazione del-l'Epistola 80, che lo spirito (animus) non è come il corpo,
che abbisogna dall'esterno di molto alimento, di molta bevanda, di molto olio e
di lunghe cure; lo spirito invece (continua l'Epistola) cresce da se stesso, si
alimenta e si esercita da sé, ed abbisogna solo della volontà per il suo
perfezionamento. L'Epistola 84, dunque, riconosce che anche lo spirito
abbisogna del suo alimento, che consiste nella cultura che riceve dalle
generazioni precedenti e dall'ambiente sociale in cui si sviluppa, e che
anch'esso deve, non meno del corpo, assimilare il suo alimento e trasformarlo
in proprio sangue e forza attivi. Certamente egli deve avere in sé l'energia
della volontà richiesta dall'Epistola 80: ossia deve, secondo il paragone dell'Epistola
39, essere come una fiamma che s'innalza in linea retta e che non può essere
inclinata e oppressa, né tanto meno aver tregua: cosí lo spirito è in movimento
ed è mobile e attivo tanto piú quanto piú è energico. Ma questa energia, questa
attività, questo movimento spirituali non si esercitano nel vuoto, bensí nel
mondo della cultura, che è creazione dello spirito; nel qual mondo si forma
cosí la tradizione vivente e attiva, che è conservazione e accrescimento
in-cessanti. Seneca ha visto che questo doppio aspetto della tradizione implica
un doppio atteggiamento spirituale: di dipendenza e d'indipendenza rispetto al
passato. I diritti del passato devono essere riconosciuti, ma come condizione e
mezzo di salvare e assicurare i diritti dell'avve-nire, che sono diritti di un
progresso infinito. Venero pertanto — dice l'Epistola 64 - le invenzioni della
sapienza e i loro inventori; bisogna avvicinarsi ad essi come ad una eredità
collettiva. A nostro beneficio sono state effettuate queste acquisizioni e questi
lavori. Ma comportiamoci come buoni padri di famiglia; rendiamo piú ampia
l'eredità ricevuta, cosi che questa passi da noi alla posterità fatta maggiore.
Molto lavoro resta ancora da compiere, e molto ne resterà poi; né a nessuno,
anche se nasca dopo migliaia di secoli, sarà preclusa l'occasione di aggiungere
ancora qualcosa di piú ». Anche nell'ipotesi assurda, che gli antichi avessero
inventato tutto, resterebbero sempre nuove l'utilizzazione, la scienza e la
disposizione delle invenzioni altrui. Ma siamo ben lungi dalla possibilità di
ammettere l'ipotesi citata. Quelli che esistettero prima di noi « multum ege-
runt, sed non peregerunt ». Certamente dobbiamo ammirarli e onorarli come dei,
e professare verso « i precettori del genere umano, da cui ci vennero i
principi di un bene tanto grande, la stessa venerazione che dobbiamo ai nostri
maestri personali ». Tuttavia l'onore migliore, anzi l'unico onore degno ed
efficace che i discepoli possano rendere ai mae- stri e i figli ai padri,
consiste, secondo le affermazioni esplicite di Seneca già citate, nel far viva
e operante la loro eredità, nel proseguire le vie che essi ci aprirono, cioè
nel compiere per ciò che possiamo il progresso della cultura, la cui infinità
esige sempre l'attività creatrice di ogni generazione nel trascorrere infinito
del tempo. In questo senso devono intendersi le affermazioni della Epistola
102, relative allo spirito: « Lo spirito umano è una realtà grande e generosa,
che non tollera gli si pongano mai limiti che non gli siano comuni anche con
Dio»; cioè afferma la sua esigenza di infinità e vuole tradurla in atto nel
doppio aspetto spaziale e temporale. Lo spirito pertanto non accetta che gli si
attribuisca una patria umile e limitata, come sarebbe la città natale di
ciascuno, e reclama come propria patria tutto l'universo; e «non permette che
gli si assegni un'epoca limitata: tutti gli anni sono miei (dice); nessun tempo
è inaccessibile al pensiero ». Ma questa doppia esigenza di infinità - che
significa coscienza di un potere infinito, e che, quanto al tempo, si estende
ugualmente verso il passato e verso il futuro — vale, secondo il pensiero
espresso di Seneca, tanto per la contemplazione quanto per l'azione creativa.
La contemplazione si realizza per mezzo dell'investigazione e (come vedemmo)
piccola cosa sarebbe il mondo se in esso non avesse sempre tutto il mondo
qualcosa da investigare (Nat. quaest.); ma d'altra parte (come vedemmo) neppur
la contemplazione può darsi senza azione: ne con- templatio quidem sine actione
est › (De otio). Talché lo spirito deve effettuarle entrambe ad un tempo, nella
loro mutua correlazione, e considerare l'infinita estensione dell'universo in
tutte le sue dimensioni, e del tempo nella sua doppia direzione di passato e
futuro, non solo come oggetto di contemplazione conoscitiva, ma anche come
campo d'azione creativa. Per questa via, nellaconcezione delineata da Seneca,
lo spirito riconosce ве stesso nell'infinita creazione
della cultura, opera del suo infinito passato e compito del suo infinito
avvenire 1. m). In tal modo, nell'affermare esplicitamente e mettere in
evidenza sotto vari aspetti l'infinità del processo storico di creazione della
cultura e d'accrescimento dello spirito umano, Seneca portava la teoria del
progresso al suo piú alto grado di compimento nell'antichità. Dopo di lui,
nonostante l'attivismo della gnoseologia e della pedagogia di Plutarco e di
Plotino, il predominio crescente dell'orientamento mistico nella filosofia non
favorí certo nuovi sviluppi della teoria del progresso; la cui tradizione,
tuttavia, lungi dal perdersi, appare conservata — come abbiamo visto a
proposito di Aristotele anche in scrittori tardi come Asclepio e Giovanni 1
Meritano di essere ricordate alcune altre dichiarazioni signi- Epansa (Sice rel
Eple 65) Eaar dee appreanere ne che a riferisce alle cose divine e alle umane,
alle passate e alle future, alle caduche e alle eterne, al tempo, etc.»; e qui
Seneca cita esempi delle « innumerabiles questiones» che si pongono per la
conoscenza di ogni sfera e di ogni aspetto della realtà universale. Ma il De
otio, mostra che all'infinito numero dei problemi corrisponde l'infinita
curiosità (curiosum ingenium) dell'uo- mo: il desiderio di conoscere lo
sconosciuto (cupiditas ignota no-scendi) ci spinge ai viaggi ed alla navigazione,
alle investigazioni naturali ed agli scavi, alle ricerche storiche relative
all'umanità ad che poe eseri al dd a del come o aire dacueione dei probiem
pelaurs ar ateria dd ale epifio) relativi alla materia ed allo spirito, etc.
Nello stesso capitolo del “De otio” aggiunge (come abbiamo già ricordato) che
la contemplazione non può mai essere senza azione, e che le cose meditate
esigono la loro realizzazione mediante l'esercizio della mano; di modo che il
processo infinito di creazione della cultura è inteso nell'unità di teoria e
pratica. Filopono; e la loro fonte al riguardo, Aristotele, ci attesta che tale
teoria si è trasmessa senza soluzione di continuità. Ma Plutarco ci fa udire
l'eco tanto di idee provenienti da Archita e Democrito, intorno alla funzione
che spetta alla necessità nel processo storico delle creazioni umane, quanto
dell'ordine cronologico in cui Democrito e Aristotele distribuivano la
creazione progressiva delle arti di necessità, di quelle di abbellimento e
delle scienze. E nello stesso II secolo cui appartiene Aristocle, un documento
caratteristico ci dimostra la diffusione raggiunta dall'idea del progresso
umano nella coscienza pubblica dell'epoca; documento che consiste
nell'utilizzazione che fa Luciano (“Erotes”) di questa idea con fini satirici.
L'apologia paradossale dell'amore per gli efebi, che Luciano fonda sul
principio che, essendo creazione piú recente dell'amore per le donne, deve
costituire un progresso rispetto a questo, poteva avere significato come satira
solo in un clima spirituale dove l'idea del progresso figlio del tempo fosse
divenuto generale e dominante. Nella sua esposizione di questa teoria, Luciano
dipende specialmente dalla tradizione democriteo-epicurea, ma con infiltrazioni
della tradizione platonico-ari-stotelica relativa al rinnovamento ciclico
successivo alle catastrofi, e con derivazioni anche da altre fonti. Da
Democrito ad Epicuro deriva la descrizione della vita ferina primordiale: « i
primi uomini nati dovevano cercare un rimedio per la fame d'ogni giorno, e per
il fatto che erano preda della indigenza presente e che la pe- o chi il ato
nuria non permetteva loro alcuna scelta del migliore, dovevano mangiare le erbe
che trovavano, e le radici tenere che dissotterravano, e soprattutto le ghiande
delle querce. Mentre la loro vita permaneva cosí incolta e non concedeva loro
ancora la comodità per esperimenti giornalieri al fine di trovare il meglio,
essi dovevano accontentarsi di quelle stesse cose necessarie, poiché il tempo,
incalzandoli, non permetteva loro l'invenzione di un buon regime». Anche per
ciò che concerne la necessità di difese, gli uomini subito, all'inizio della
vita, avendo bisogno di coprirsi, 'avvolgevano nelle pelli delle fiere
scorticate ed escogitavano come rifugio contro il freddo le grotte delle
montagne o le cavità disseccate di radici o alberi antichi». piú che
democritea, poiché è scomparsa in essa, come pia wete Questa descrizione è
evidente eredità epicurea ancor tra gli epicurei, la distinzione introdotta da
Democrito tra i momenti successivi della prima fase di vita del- l'umanità.
Manca inoltre in Luciano ogni allusione all'introduzione della convivenza
sociale e del linguaggio e alla scoperta del fuoco, già considerati
dall'epicurei-smo; ma la suggestione epicurea si riconosce nella spiegazione
che dà tanto dell'uscita dallo stato primordiale mediante l'agricoltura, quanto
delle invenzioni della tessitura e dell'edilizia per via di un'imitazione dei
ripari naturali (pelli e caverne) usati primordialmente. La capacità di un'imitazione
dei processi naturali, che ripro-ducendoli li modifica e li adatta alle proprie
esigenze e finalità, era già per gli epicurei un carattere che differenziava
l'uomo dagli altri animali, incapaci di uscire dalla loro condizione naturale
originaria. Tuttavia sembra che in Luciano si perda la comprensione della
funzione attribuita dagli epicurei alla necessità come forza stimolante
dell'intelligenza umana; Luciano la considera piuttosto un ostacolo alla
ricerca del meglio. Solamente (dice) « dopo che le necessità urgenti ebbero
fine, le intelligenze (zoyouo) delle generazioni successive, liberate dalla
necessità, trovarono l'occasione d'inventarequalche miglioramento, e di lí a
poco a poco s'accreb-bero al tempo stesso le scienze. E questo ci è possibile
congetturarlo dalla considerazione delle arti piú perfezionate ». Può esservi
in queste linee un'eco (certo confusa) della distinzione
democriteo-aristotelica dei tre momenti successivi di creazione progressiva:
delle arti di neces-sità, di quelle d'ornamento e delle scienze disinteressate;
certo Luciano -- utilizzando l'esempio dell'arte tessile, preso dagli epicurei,
e quello dell'architettura, derivante forse da Vitruvio - insiste specialmente
sul carattere graduale e quasi insensibile dei progressi, dicendo che «le arti
presero per maestro il tempo » e progredirono « segretamente». E questa idea di
un processo graduale sembra associarsi a quella di un rinnovamento ciclico,
cioè alla teoria platonico-aristotelica della rinascita progressiva della cultura
dopo le catastrofi distruttrici - idea rievocata nel II secolo da Aristocle -
poiché Luciano scrive che « ciascuna di queste arti e scienze, che giaceva muta
e coperta in molto oblio, come da un lungo tramonto a poco a poco si levò nella
sua luce raggiante ». Questa confluenza di elementi di derivazione tanto
diversa è un indice interessante della conservazione di differenti
rappresentazioni del progresso nell'epoca di Luciano, che le mescola senza
preoccuparsi molto dei loro eventuali contrasti. E cosí, nonostante la sua
apparente accettazione della teoria ciclica platonico-aristote-lica, Luciano
delinea un processo di sviluppo della cul-tura, che per se stesso gli si
presenta infinito, cosí come era apparso a Seneca. « Poiché ciascuno che faceva
qualche scoperta la trasmetteva alla posterità; e quindi la successione di
quelli che ricevevano l'eredità, facendo aggiunte a ciò che avevano appreso,
continuò a riempire le lacune esistenti ». E cosí ‹ le scienze varie...
mediante sforzi (uoris) si preparano per arrivare (EUENOV 7ÇELV) alla loro
chiara manifestazione, spinte dal tempo infinito (úò To aiovos), che non lascia
niente senza indagare. Ma ciò che agisce attivamente sugli uomini attraverso il
corso del tempo è (per dichiarazione esplicita di Lu-ciano) « l'intelligenza
(ppóvnois), che si accompagna alla scienza e trae dal frequente sperimentare la
possibilità di scegliere l'ottimo ». Pertanto « dobbiamo considerare necessario
lo studio dell'antico, ma onorare come migliore ciò che la vita seppe trovare
poi, dopo aver raggiunto la possibilità di dedicarsi alla riflessione razionale
(поугомоїс) ». Torna cosí in Luciano il
concetto della tradizione vivente, che non è conservazione cristallizzata,
bensí creazione progressiva continua realizzata dalla vita; torna l'idea
dell'infinità di questo processo, che si estende dal passato e dal presente verso
l'avvenire. Riassumendo, possiamo dire che per tutti gli assertori antichi
dell'idea del progresso umano la natura offra il punto di partenza allo
sviluppo dell'attività creatrice dell'intelligenza dell'uomo; quindi le
conquiste compiute da ogni generazione offrono alle successive i mezzi e gli
stimoli per nuovi incessanti esperimenti e nuove acqui-sizioni; e in tal modo
la creazione della cultura progredisce insieme con l'intelligenza creatrice.
L'antichità dichiara con Cicerone ciò che tornerà a dichiarare il rinascimento
con Bruno; cioè che l'umanità è caratterizzata dal suo sforzo incessante di
creare, mediante l'opera della sua intelligenza e delle sue mani, un'altra
natura, altri corsi e altri ordini al di sopra di quelli che le furono dati
naturalmente; e per questa creatività del suo spirito l'uomo merita d'esser
considerato «come un dio mortale» o « dio della terra. Dai presocratici e dai
poeti tragici fino a Seneca innegabilmente l'idea della creatività dello
spirito si afferma e si sviluppa nell'antichità, e si ripercuote poi sugli
ultimi secoli della cultura classica, da Luciano ed Aristocle ad Asclepio e
Giovanni Filopono. Per negare agl’antichi il raggiungimento di tale intuizione,
occorre chiudere gli occhi alla realtà storica e cancellare l'ampia
documentazione che conferma la sua esistenza. Rodolfo Mondolfo. Mondolfo.
Keywords: antica filosofia italica. Refs.: Luigi Speranza, "Grice,
Mondolfo, e la filosofia greco-romana," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Mondolfo
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monferrato: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Casale Monferrato -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato). Filosofo italiano.
Casale Monferrato, Alessandria, Piemonte. Autore di opere di teologia e scienza
e legato pontificio. Entra nell'ordine francescano nella provincia genovese. Docente
presso lo studio francescano di Assisi. Compone il saggio. “Quaestio de
velocitate motus alterationis, Venezia. In esso presenta un'analisi grafica del
movimento dei corpi uniformemente accelerati. La sua attività di insegnamento
in fisica matematica influenza gli studiosi che operarono a Padova e Galilei
che ri-propose idee simili. ‘Giovanni da Casale’, Treccani. Filosofia Filosofo
del XIV secolo Teologi italiani Casale Monferrato Storia della scienza. Grice: “Casali dicusses the velocity of motion of alternation. He wisely
remarks that if one takes the example of the quality of hotness, one may
conceive of a UNI-FORM hotness throughout – ‘just as a rectangular
parallelolgram is formed between two equidistant lines, such that any part you
wish is equally wide with another. ‘Let there be throughout a UNIFORMLY DIFFORM
hotness, such that it is a triangle!” – Nome compiuto: Giovanni da Casale
Monferrato. Monferrato.
Keywords: corpi inanimati, corpi animati, inerzia, un corpo animato non e un
missile guidato – Grice. La liberta dei corpi animati, uniform, uniformly
difform, difformly difform. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monferrato” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monimo: all’isola – la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia siciliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Grice: “Cicero used to say, ‘once a slave, always a slave,’ referring
stupidly to Monimo!” -- Filosofo
italiano. A
former slave. Wrote two books. Monimo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Montanari (Bagnacavallo).
Filosofo italiano. Bagnacavallo, presso Ravenna, Ravenna, Emilia-Romana. Nasce da
Lorenzo e Barbara Biancoli -- cfr. lettera a Vaccolini, Pesaro. Inizia a
studiare nel seminario di Faenza, dove si sono formati letterati famosi come Monti
e Strocchi. Tuttavia, problemi di salute indussero i genitori a trasferirlo a
Ravenna, presso il collegio dei nobili, dove gli è maestro di eloquenza Farini
ed ha per compagno Mordani, al quale resta legato d'amicizia per tutta la
vita. Dopo aver perso la madre -- il
padre s’è intanto risposato --, completa gli studi tra Bologna e Roma,
laureandosi in diritto. Subito dopo ottenne la cattedra di umanità e retorica
al ginnasio di Solarolo, dove resta quattro anni e sposa Mainardi. A
quest’epoca risalgono le sue prime prove letterarie -- Rime sacre, Faenza, che Betti
preferiva agli Inni sacri del Manzoni --, d’ispirazione cristiana, come molta
della sua non rimarchevole produzione successiva che pure in qualche caso
ottenne giudizi favorevoli dai contemporanei.
Spinto dall’illustre letterato e amico di famiglia Borghesi, concorse
per la cattedra a Savignano ottenendola. Già in questa fase M. si rivela
scrittore dalla vena facile e prolifica, rivolgendo i propri interessi a
quattro filoni fondamentali: opere di retorica, traduzioni dal latino, brevi
biografie e opere di argomento religioso. I moti in Romagna non videro in prima
fila M., che però, «sebbene un po’ copertamente, dev’essere stato del numero» --
Pierini. Portano a questa conclusione alcune professioni di patriottismo dello
stesso M. e la domanda che indirizzò al vescovo di Rimini per essere riammesso
all’insegnamento. Tuttavia l’atteggiamento assai prudente di M., preoccupato di
conservare l’impiego e mantenere agli studi i cinque figli, non consente di
conoscere le sue autentiche idee politiche. Se, d’una parte, sembra talora
aderire ai moti liberali -- v. un carme a Mordani, cit. in Polenta -- ,
dall’altra mostra in pubblico un atteggiamento deferente verso le autorità
ecclesiastiche, delle quali cerca spesso l'aiuto e la protezione. Non si può
escludere che il suo patriottismo si limitasse a un nazionalismo delle lettere,
altrimenti non si spiegherebbero le parole scritte a Betti in una lettera in
cui, parlando del proprio coinvolgimento nei moti, afferma di aver dovuto
«fingere di credere ciò che io non credeva né mai credetti, e mostrar di
aderire a ciò che pur mi doleva» -- da Savignano, Roma, Biblioteca nazionale,
Autografi. Come molti esponenti della scuola classica romagnola, M. entra
spesso nel vivo della polemica contro i romantici, dei quali salva il solo
Manzoni, «romantico nato dal classicismo o a dir meglio finto apostata del
classicismo -- lettera a Ilari: in Piancastelli --; tuttavia persegue una
posizione personale, raccomandando un classicismo sfrondato delle vane
digressioni mitologiche, lontane dalla sensibilità dei moderni, e temperato dal
cattolicesimo. Avendo vinto un concorso, lascia Savignano per Pesaro, dove
insegna nel ginnasio: nella nuova sede non trova più G. Perticari, da poco
scomparso, né Mamiani, esiliato, ma poté stringere amicizia con Cassi,
traduttore della Farsaglia di LUCANO (vedasi), ed entrare in contatto con la
rinomata tipografia Nobili, che stampa poi molte sue opere. Attraverso i suoi scritti, la corrispondenza
con letterati italiani e le collaborazioni con periodici letterari e di studi --
L'Utile-Dulci di Imola, il Museo scientifico letterario di Torino, Il Poligrafo
di Verona, L’Istitutore di Bologna, Il Giornale scientifico di Modena. ecc. -- M.
prende parte alla vita culturale dell’epoca, anche se da una posizione defilata
e provinciale. Importante, seppur limitata, è la collaborazione coll’Antologia
di Vieusseux, della quale apprezzava la funzione di stimolo al progresso civile
della nazione. Tra i suoi contributi per la rivista si segnala la
recensione-saggio Notizie statistiche intorno l'agraria del Pesarese raccolte
da Bertuccioli: che è anche una pregevole analisi socio-economica della realtà
di quella provincia. Ben più duraturo è il rapporto con il Giornale Arcadico di
Betti, espressione di una cultura classicheggiante e aulica gradita ai
conservatori e in auge nel clima politico romano della Restaurazione. M. è
appunto a Roma per un viaggio, ospite di Muzzarelli, per studiare greco presso
il celebre poliglotta Mezzofanti e poter frequentare i circoli letterari degli
arcadi nonché degli accademici tiberini, fra i quali venne ascritto. Di poco
posteriore è un viaggio a Firenze, dove si reca per una ricerca genealogica per
conto del card. Ciacchi che lo mise in contatto con i letterati toscani. Ma la
fama di M. resta legata alle istituzioni di rettorica e belle lettere tratte
dalle lezioni di Blair da Soave, che egli rivide e amplia -- Foligno. Il manuale scolastico dello scozzese, già
adattato per i lettori italiani dal somasco Soave, è riproposto da M., che
sottopone a revisione critica la storia della letteratura dal punto di vista
del classicismo, ribadendo al contempo la validità degli strumenti retorici
nella didattica. L’opera, la cui fortuna è testimoniata dall’edizione e da
numerose ristampe e compendi curati dall'autore stesso, non può essere
considerata isolatamente rispetto alla sua concreta attività di docente. È
stato osservato – Danzi -- che nelle istituzioni, coll’influenza del pensiero
di Puoti, i riferimenti ad ALIGHIERI (vedasi) e la scelta dei modelli e delle
traduzioni italiane di passi latini, M. ri-afferma il primato della scuola
classica sul piano teorico e pedagogico. Attratto da un lauto stipendio, M.
lascia Pesaro per Osimo, accettando l’incarico di docente di retorica nel
collegio Campana, offertogli dal cardinale Ceroni che lo aveva conosciuto a
Roma. Qui è scelto per dirigere l’accademia dei Ri-Sorgenti, appena rinata per
volontà dello stesso Soglia Ceroni, di cui fa parte anche Ferretti, futuro Pio
IX. Da Osimo M. – «Quintiliano moderno» come è chiamato – non si muove più,
assorbito dall’insegnamento e dagli studi letterari. Forse per essersi espresso
contro le riforme della repubblica romana, M. è gravemente FERITO A COLPI DI
PUGNALE da alcuni sconosciuti, probabilmente appartenenti alla fazione degl’ammazzarelli.
Salvatosi dopo aver invocato s. Giuseppe da Copertino, gli dedica una biografia
-- Vita e miracoli di s. Giuseppe da Copertino de' minori conventuali di s.
Francesco, Fermo --, la cui riuscita lo spinse a comporre una Vita di s.
Filippo Neri -- Bologna. Dopo l’episodio del ferimento si registra in lui
un’involuzione politica che lo porta a schierarsi contro ogni tentativo di
sovversione. M. continua a scrivere, fra
le altre, opere di supporto all’attività didattica, come le sillogi Lettere de’
più eccellenti scrittori italiani e Lettere di scrittori italiani -- entrambe
Pesaro --, o a ripubblicare lavori nati dall’esperienza di docente, come L’arte
di scriver lettere -- Firenze. Va ricordato che M. gode di ottima fama come
educatore, attività svolta per quasi mezzo secolo, nella quale adotta un metodo
derivato dalla SCUOLA SENSISTA che venne diffuso dai suoi allievi romagnoli e
marchigiani. Gli anni Sessanta videro M.
protagonista in due occasioni: quando, impegnato in una polemica contro la
legislazione scolastica del Regno d’Italia, partecipa ad adunanze per
combattere il sistema di studi «piemontese» e a sostegno del primato della
morale cattolica nell’insegnamento, secondo lui base della libertà nazionale --
v. la Lettera a sua eccellenza il sig. commendatore Pasquale Stanislao Mancini
ministro della pubblica istruzione, Osimo --; e quindi allorché, invitato dal
comitato organizzatore per i festeggiamenti in Firenze del centenario della
nascita d’ALIGHIERI (vedasi), licenzia due saggi all’interno della miscellanea
Dante e il suo secolo -- Firenze --, a fianco di autori quali Capponi, Mamiani
ROVERE (vdasi), TOMMASEO (vedasi), Guerrazzi, ecc.: se da un lato ciò
rappresenta un riconoscimento nazionale del valore dei suoi studi, dall’altro
il suo contributo appariva «inesorabilmente datato», frutto di una «retorica
inadeguata ad una celebrazione che voleva essere un’indagine anche storicamente
fondata» -- Danzi. Tra gli ulteriori
lavori di M. spiccano le traduzioni dal latino, in particolare l’arte poetica
di ORAZIO (vedasi) -- Parma; Il
Catilinario e il Giugurtino di SALLUSTIO (vedasi) -- Firenze --, lodata da Giordani;
Delle cose operate presso Velletri e della guerra italica. Commentarii di Buonamici
-- Lucca --, lavoro che valge a M. il conferimento della cittadinanza lucchese.
La Biografia del conte LEOPARDI (vedasi) da Recanati, edita come dispensa de
L'Istitutore di Bologna, dimostra come M. fosse tra i primi a riconoscere la
grandezza del poeta. Pubblica inoltre biografie di santi, tra cui una breve
Vita di s. Francesco di Assisi -- Firenze --, che sogna di riprendere e
ampliare, ma senza riuscire a portare a compimento. M. muore a Osimo. Lascia al
collegio Campana la sua biblioteca personale di circa 5500 volumi. Fonti e Bibl.: Bagnacavallo, S. Michele,
Arch. storico parrocchiale, Reg. Battezzati, 1789-1806, vol. 10, c. 349, n.
2324 (atto di nascita); Ibid., Arch. storico comunale, Fondo Vaccolini,
Corrispondenti, ad nomen (contiene 43 lettere a D.M. Vaccolini, fino al 1844);
Pesaro, Bibl. Oliveriana, Mss., 962; 1767, n. 31; 1829, ff. II, j, VII, n. 3;
1897; 1900, f. III, n. 29; 1927, f. II, n. 62 e appendice al f. II, n. 133
(soprattutto lettere, 1831-50, e autografi); Roma, Biblioteca nazionale,
Carteggio di S. Betti, bb. A 52-A 82; Firenze, Biblioteca nazionale, Carteggio
Vieusseux, 71, 10-53; altre lettere in Carteggi Vari; Forlì, Bibl. comunale «A.
Saffi», Raccolta Piancastelli, sez. carte Romagna, b. 303/111: Nuove lett. del
prof. cav. G.I. M. raccolte e pubblicate pel nuovo dal suo amico G. Ginepri,
1882; Osimo, Arch. della Biblioteca comunale «F. Cini», Catal. dei manoscritti,
ad nomen; f. G.I. M.; ibid., M. Pinori, Storia di Osimo, p. 86; ibid., G.
Cecconi, Diario osimano, 26 marzo 1849; ibid., Catal. dei libri posseduti da
G.I. M.; Comune di Osimo, Anagrafe, n. 481/1871 (atto di morte); una biografia
del M., in L’Utile-Dulci, III (1844), 7, pp. 49 s. e, ibid., suppl. al foglio
n. 36 (1844), pp. 297-299 (Elenco delle opere pubblicate da G.I. M.); G.
Moroni, Diz. di erudizione storico-ecclesiastica…, Venezia 1840-61, ad ind.; C.
Giannini, G.I. M., in Arch. storico italiano, s. 3, XV (1872), pp. 180 ss.; A.
Ippoliti, Discorso sulla vita del professor G.I. M., Osimo 1872; B. Quatrini,
Brevi cenni intorno alla vita e alle opere di G.I. M., in Epistolario di G.I.
M., 2ª ed., Bologna 1878, pp. I-XXII; A. Ippoliti, Pel solenne scoprimento
della lapide posta a G.I. M. … l’11 dic. 1878, Osimo 1879; F. Frezzini, Cronaca
osimana, Osimo 1898 (a. 1849); Onoranze funebri rese in Osimo al professor G.I.
M., Osimo 1903; O Pierini, L’ultimo retore di Romagna, Faenza 1932, in
Valdilamone, XII (1932), n. 3 (estratto); C. Grillantini, Storia di Osimo Vetus
Auximon, Pinerolo Cottolengo 1957, II, pp. 590, 633, 640; M. Parenti, Aggiunte
al Diz. bio-bibliogr. dei bibliotecari e bibliofili italiani di C. Frati, II,
Firenze 1959, p. 260; G. Gasperoni, Un grande maestro di antichità classiche.
B. Borghesi nel centenario della morte, Città di Castello 1961, pp. 22, 24, 36
s., 96, 170, 229, 271, 298; G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano 1964, I, pp. 321,
349, 366, 421, 432, 567; II, pp. 466 s., 508; C. Polenta, G.I. M., tesi di
laurea in Pedagogia, Università degli studi di Urbino, facoltà di magistero,
a.a. 1968-69; L. Danzi, Appunti sul M. e sulle sue «Istituzioni di rettorica»,
in Scuola classica romagnola, Atti del convegno di studi, Faenza… 1984, Modena
1988, pp. 149-169; C. Piancastelli, I Promessi Sposi nella Romagna e la Romagna
nei Promessi Sposi, Bologna 2004, pp. 94-96, 195 s. e ad indicem.C BREVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORI CA ESPOSTI IN
DIALOGO DA Giuseppe Ignazio Montanari HI D B 20 66 5 ì BIBLIOTECA NAZIONALE
CENTRALE - FIRENZE •i I I ! I \ I 1 \ 1 * •mtEVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORIGA.
Finn». Tipcgrafia Le Monnier. BREVI
PRECETTI DELL'ARTE RETTORICA MPMTl IN 1»1 Alloco DAL DOTT. GIUSEPPE IGNAZIO HONTANAIU Già
Professore di Mie-Lettere in Pesaro. ed ora nel nobile Collegio ^^mi^à e
vulnerabile Seminano d Osimo. PER G. RICORDI B STEFANO JOUUAUD. 4 8^1. ir AL CmRISSIIfO SIGNORE A¥Y€NI4LTO liUlOl
WOWmACÈAUE filVSEPPE*IGKAZIO XONIANARI. > » * m È buon tempo che io
desiderava darvi pub- blico segno della gratiludine mia, carissimo For-
naciari, e porgermi per qualche guisa ricono- sceale a voi de tanti obblighi
che alla gentilezza e bontà vostra professo; e però essendo in sul dare alla
luce questo mio Trattato di Rettorica , ho credulo che questa sia la migliore
occasione che per me si possa cogliere a fare mMifestó a voi, ed a tutti, che
de' benefizj vostri inverso me ho memoria , e che se voi collocaste i vostri
favori in isterile terreno , certo non H poneste in ingrato. Offero adunque a
voi questa mia fa tica qual siasi , e a voi la raccomando per modo eh' ella
debba essere cosa vostra; nè da ciò mi ritiene saperla povera e sparuta, non
per difetto di diligenza in me, ma per manco di quella bontà d'ingegno e
tranquillità di vita , senza le quali uom noD può venire a speranza di far bene
qual Digitized by Google — 6 — vorrebbe. Chè io sireUo da famigliari e quoli- '
diane angustie, sottoposto a fatiche oltre le forze per trarne frutto di magro
pane , appena ho li- bero il pensare per poche ore a quegli stndj a cui forse
natura mi avrebbe formalo, e cui la lunga abitudine ha fatto sole delizie della
trava- gliata mia vita. E queste cose vi pongo innanzi perchè fin d' ora
avvisiate che io stesso sento che meglio si potria fare da chi fiorisse di mi-
gliore fortuna che non è la mia, ed avesse que- gli agi che sono dimandati
dalle lettere ; non però io poteva fare meglio nella presente mia condizione di
tempi e di vita. Laonde se d' altro le genti non potranno lodarmi, ho per certo
che almeno del buon volere non nù negheranno lode; tanto più che codesto mio
buon volere istesso ha dovuto sovente lottare con que* disagi che sogliono
anche T animo dei più coraggiosi dis- francare. Quanto a. me sarò conlenlissimo
della fatica mia se voi vorrete aggradirla , e se i buoni e gli studiosi
diranno in leggendola: — Costui mirò a giovare le lettere per quanto era da
luì. Resta ora che io vi dichiari cagione che mi ha mosso a dar mano a questo
libretto, e inten- dimento che io ho avuto nei compilarlo e nello stamparlo.
Dovete adunque sapere che quando io ebbi dato a luce la Rettorica del Blair
com- pendiata dal padre Francesco Soave , e da. me Digitized by Google
accomoUaia ali usq delle scuole italiana, fu chi nelle pagine d' un Giomale mi
dififie, quel libro, comecché eccellente per gli adulti, essere troppo elevato
pei giovanetti , troppo profondo, nè essi coglierne quel bene che io aveva
avvisato , c già per qualche anno aveva sperimentato nella scuola mia, nel
Ginnasio di Pesaro, forse più per bontà d' ingegno ne ifìscepolicàe per valore
dei maestro. Allora mi andò per la mente di com- porre nn libro il quale meglio
si confaoesse a tenera giovinezza , e recasse quanto di utile vi ha nel Blair,
e quanto vi ha ne' migliori maestri dell'arte. Meditai un poco, considerai il
tema che io m'' imponeva , e a non molto, trasportato dal sommo amore che ho al
profitto della gio- ventù, posi mano all'opera, la qoale neir andar di due anni
ebbi a vedere compita quale a voi la presento. Nè qai starò a raccontarvi
quanto in prima avessi a pensare fra ma, per risolvermi riguardo al metodo e
alla forma che dovrei pren- dere; perchè nè in tutto mi soddisfaceva f an-
damento del Blair, nè in tutto mi piaceva quello tenuto da Paolo Costa neir
aureo suo libro della Elocuzione. Chè parevami doversi serbare modo più
analitico del primo , e meno metafisico del secondo; e quanto alla trattazione,
mi sembrava si dovesse rendere più agevole d* amendue. La qua! eosa fu ancora
cagione che io sorivessì il Digitized by Trattalo per domande e risposte, e
incominciando dalie paróle seguitassi ai perìodo, all' intero di- scorso , alle
doli che il medesimo aver debbe , e via vìa giungessi allo stile. E qui mi
cadde in pensiero di trattare materia, che non mi avvenne mai vedece trattata
coovenieDtemeBte nei libri dùReitorica, quantunque necessaria principal- mente
ed utilissima, quel è T imitazione, per la quale lo stile si forma; che è
quanto dire si per- feziona la ragione, e si crea il criterio ed il gu- sto.
Per la qual cosa, dopo avere insegnato che studio si debba porre dal giovanetto
a fine di acquistare uno stile lodevole, sono tosto entrato a parlare dell'
imitazione, . mostrandolrnon cosa che inceppa gl'ingegni quale se la figurano
gì in- dotti , e coloro che giudicano le cose dalla prima corteccia, ma si cosa
che aggiunge lena agli in- gegni, li rafforza, e dà loro inventare e creare. E
perchè non vi abbia persona del mondo che creda quelle regole che 4o, e intorno
V imitazio- ne, e intorno .le altre cose, ho assegnate, siano cosa mìa, o
novità che io ami introdurre, ho cercalo sovente recare le parole stesse di
Cice- rone, di Quintiliano e d'altri, l'autorità de' quali debbe essere grande
appo tutti. Siccome poi è mio intendimento che questo mio libro sia ad uso
anche di coloro che non sanno, o non vo- gliono saper di latino, ho procurato
che i lue* Oigitized — 9 — gbi Ialini siano sempre esposti in italiano: e in
qnesto non pìccola ìnduslrìa ho posto. Perchè ove ho trovato buoni traduttori,
della traduzione loro mi sono valso; ed ove mi è parato che essi non ci
bastassero, ho cercato io stesso di tra- durre il me» male che mi fosse
possibile. Dirò ancora che molte volte a recare in volgar no- stro i luoghi
latini da me sceki , non mi sono fermato ad un solo volgarizzatore , ma ora 1
uno ora r altro ho trascello, con questa intenzione che i giovani imparino a
conoscere quali sono i più pregevoli traduttori. Che se alcuno volesse dire che
io doveva tutti que branì^tradurre da me (cosa* che mi fu dolcemente
rimproverata* * quando nel mio libretto suW arte dello scrivere lei- (ere a
tradattore delle lettere di Cicerone pre* scelsi il Cesari), sappia che io non
ho voluto per buone ragioni formi io volgarizzatore di que bra* ni, non già per
scemarmi fatica, ch'ella è ben lieve cosa a chi scrive un libro voltaiie dal
latino un dieci o dodici luoghi, ma perchè io non po- teva promettermi di far
meglio di coloro che a sentenza de più savj hanno fatto bene prima di me.
Conosco anch' io che codesti traduttori, ed in ispecie il Cesari, hanno alcun
difetto o d'esat- tezza o d' altro: ma avrei io potuto credermi tale da tenermi
sicuro da ogni difetto, se anche i di- < Ghmah mtdko, — fo- retti loro avessi saputo evitare? Avrei
io potuto sperare d' avere quelle belle doti di oeltezza , di chiarezza, di
eleganza, per cui essi hanuo ti- tolo d'essere buoni, se non eccellenti? lo non
ho quest' ambizione , nè tanto so promettermi della pochezza mia; se altri di
sè può sperarlo, buon prò gli faccia. A me non piace meglio che il libro sia
tutto mio: ma bramo che se si può, o mio solo , 0 mio e d'altri, sia buono. E
questo valga a risposta anche a coloro i quali volessero riprendermi dell'avere
alle volle preso paragrafi interi dal Costa, esempli dal RoUin e dal Ricci;
sebbene poti^bbe aggiungersi che Cicerone dai Greci, Quintiliano da Cicerone,.
Blair, Rollio, Balleux ed altri non ebbero a schifo di prendere brani interi da
Cicerone e da Quintiliano , e re- carli come sono latini , anzi qualche volta
gl'in- teri capi ricopiare e tradurre. Conciossiachè se rutiliti è quella a cai
deesi mirare, che ogni al- tra gloria che si consegua senza T utile altrui è
vaniti e stoltezza , non deve chi scrive essere così invidioso degli altri , da
non valersene, ma delle bontà loro dee fare prò a sè , e le cose dette dai
medesimi accettare come J>uona for- tuna mandatagli da Dominedio. Temo
ancora non vi sia chi voglia affermare avere io recato in- nanzi numero
soverchio di esempi ; sebbene da questo timore mi scioglie il sapere che tutti
in Digitized by Google ^ciò si convengono, per gli esenipj rendersi più utili
le regole; e grandi uomini (e voi fra questi cogli aurei Esempj di bello
scrivere in prosa ed in verso da voi scelti ed illustrati ) avere inse- gnato
che più negli esempj che ne precellì 1 arte sè contiene. E qui manifesterò
ragione che io ho avuta nel porre ai giovani esempj in copia. Ho voluto che
essi vedano la regola nei diversi stili messa io pratica , non meno che nelle
di- verse lingue ; e questo ha fatto che sovente ad un esempio latino ne
soggiungessi un italiano , da uno in prosa uno in verso. C se i precettori
.colle osservazioni loro applicherajino ad ogni esempio la regala » forse Y industria
mia non tornerà al tutto vana nè infruttuosa. Una cosa io posso dirvi , ed è ,
che con profitto ho usato di questo libretto, ed uso, nella scuola mia, la qnal
cosa mi dà speranza che non sarà per es- sere agli altri inutile affatto. Vero
è, noi discon- fesso , che a' giovanetti ; ai quali do in mano que« sto
compendio , prescrivo poi di studiare da sè la Rettoricà del Blair , la quale
riesce molto più agevole e facile a chi sappia in prima le regole e le
dottrine, che a quella lettura direi quasi ap- pianano innanzi la via: e questo
mi piace qui dichiarare, perchè non vi sia chi giudichi che con questo mìo
lavoro io voglia scemar pregio a quello assai più ampio e profondo, nè alcun
Digitized by — iì — giovanelto si pensi che io con questo lo assolva dal
inedHare sulle opere de' Retori filosofi , a capo de quali fra' moderni non è
certo chi oon ponga quel sommo Inglese, che ora meritamenle ' signoreggia tutte
le scuole ben of dinate , nelle quali , più che T amore del bene dei giovani ,
non prevalgano quelle vecchie e superstiziose abitudini, che ritardano ed
abbassano indegna* mente gì ingegni , a grande vergogna e danno deir età nostra
e dell' italica gioventù. Ma è tempo che io ponga fine alle parole , le quali
oramai di troppo 60\'erchiano al biso- gno, e che io me e l' operetta mia
raccomandi al patrocinio deir amicizia vostra , pregandovi che vogliate
accoglierla con queir animo istesso col quale io a voi i' ho donata e dedicata.
Osimi éliOéel 4843. DELL' ART£
MTTORlCilo CMe Tosila dire RettorlM. — Quale iKiMtà •t vlmMlil «elle paMle» •
pweliè. Cane ékm mmm pvaeeda la eliiareaaa. D. Che cosa è la lìettorica? lì, È
un' arte, la quale c' insegna a fare buon uso ideila parola; e però si deBnisce
Farle dui parlar bene ed acconcia$nerUe. Sì dice del parlar bene per iodicare,
che nelle parole deve esservi alcuna bonth ; acconcia- mente, perchè non sempre
que'modi, che sono conve- nienti ad un luogo, eonvengono anche air altro. D.
Quali bontà denno avere in eè le parole? R. Tre principalmente: 4" Purità;
Proprietà ; 30 Decenza, La Purità importa che le parole appar- tengano a quella
lingua, nella quale si scrive, e vi ap- partengano per modo, che riescano
chiare, e consentite - dair uso de' buoni scrittori. 2*» La Proprietà vuole che
si scelga fra i vocaboli quello, che V uso ha appropriato a significare
precisamente quel concetto che noi inten- diamo di esprimere. 3^ La Decenza
infine domanda, che si tengano lontane dalia scrittura quelle parole, le quali
hanno perduto bellezza ed onestà nelP uso del Tolgo, e si usino quelle, le
quali non possono spiacere a civile e costumato lettore. D. Perchè si deve
aveve questo riguardo neUe parole ? Digitized by Google — 14 — jR. P«roliè4e
parole sono i segni delle idee, e se noi non mostriamo chiaramente i nostri
concetti , non accadercì mai che siamo intesi chiaramente, cioè come noi
desideriamo. E però ad acquistare <|tiesto pregio importante della
chiarezza, converrà che noi studiamo hi lingue, nelle quali vogliamo scrivere o
parlare; seo:^ questo non ci avverrà mai nè di esprimere con aggiu- sUtezza i
nostri concetti, nè di £arli intendere agli altri* D Da quante cose proccfle la
chiarezza? H. Dal buon uso delle parole, e dalla buona ^ollo- cazioiie delle
medesime., lufatlo, se le parole non corri- spondono primamente all' idee , non
sarà giusta l'espres- sione ; se poi non saranno collocate secondo le leggi
della retta sintassi, non renderanno mai quel senso che si vorrebbe trariie. Ad
esempio : se voi chiedete ad un amico un fiore in genere, con animo eh* egfi
debba darvi una rosa, male farete l'inchiesta, alla quale egli avrà soddisfatto
ogni qualvolta vi presenti d' un fìore, qualunque egli siasi e di qualunque
specie : ma se voi r avrete domandato d'un fiore di rosa, non potrà fal- lire
eh' ei non risponda secondo il desiderio vostro air inchiesta. £ perciò grande
cura si conviene avere neir uso delle parole che noi diclamo sinoniroe, le
quali , sebbene siano tutte eguali ncIT idea principale, pure diversificano nell'
idee accessorie. Ad esempio : i verbi di uccidere j ed ammazxare, hanno comune
l' idea dì , recar morte , ma banoo diversa V idea del modo di re* caria,
perchè il verbo uccidere, derivando dal cedere dei Latini, significa veramente
toglier la vita per feri- mento; il verbo ammazzare poi significa togliere la
vita per colpo di mazza, o per percossa di simil genere, e però sarebbe
improprio il dire : ammazzare uno di fame , e dovria dirsi : farlo morire di
fame. Digitized by Google — i5 — D. Come $i ottiene la chiarezza dalla
collocazione delle parole? R. Disponendole secondo la retta costruzione, a modo
che ogni parola tenga il suo luogo , e n' esca quel senso che si vuole e non
altro. Conviene anche sapere ^be una sola parola, la quale sià collocata male,
o camWa H senso dell'espressione, o le rende ambiguo. Il Passavanti cadde in
questo difetto là dove disse , che un uomo passò di questa vita m Inghilterra ;
perchè • sebbene si voglia intendere, cbe un uomo in Inghil- terra passò di
questa* vita, tuttavia per la collocatone delle parole il senso è, che un uomo
partendo di questa vita se n' andò in Inghilterra. Così pure il Boccaccio
iacofitrò in questo difètto dicendo, cbe — Dmiie di uver fcUto quel Hbreito ndf
età piò mahmi si vergognò ; percbè non si conosce se nell'età più matura si
vergognasse, ovvero se facesse quel libretto ; il quale difetto sarebbe state
tolto disponendo coii altro ordine le parole, e di- cendo : si vergognò nell'
etli più matura. D. Con che altro modo si ottiene la chiarezza nel cottocare le
parole? R. Componendo bene il periodo, cioè dando il suo luogo a ciascuna
proposizione nel discorso, per modo che r una non debba entrare nelle ragioni
dell' altra, c siano chiare le espressioni non meno che le relazioni delle
medesime. Digitized by Google — 16 — Caw. il. D. Che cosa è il Periodo? '^ R*
11 Periodo non è che up intero diecorso, nel quale si esprìme una sentenza
composta di piU giodizj , i quali tutti dipendono da un solo, che si chiama
prin- cipcJe, mentre essi sono detti incidenti. Si dice discorso intero, perchò
il Perìado deve racchiiidere in sò com- piutamente r espressione del sentimento
, che si vuole manifestare. Dico poi che il Periodo debbo esprimere un
sentimento composto di più giudizj . perchò se vi fesse r espressione d'un
giudizio solo, allore, se mal non mi appongo, non sarebbe Periodo, ma una sem-
plice proposizione, o, come altri dicono, sentenza. Non ignoi'o che vi ha di
molti i quali danno nome dii^ nodo anche ad una sàia proposisiene, come: III a/
io mio maestro; ma penso che sia mal fatto, conciossiachè la parola Periodo
indica giro, àmbito; nè veramente giro od Àmbito vi ha in una sola
proposisione. £ .però amo distìnguere il Perìodo da semplice sentensa. D. Che
cosa è la Sentenza? ^ ìL È V espressione di un nostro giudizio manife- stato
per modo che egli abbia principio e fine, come sarebbe questo : Cedro amò la ma
Pairia ; dove Codro è il principio, la sua Patria il fine della proposizione. U
perìodo si forma di queste sentenxe riunite insieme per modo ohe la loro unione
formi un giro od un àm- bito, come dicevano i Latini, piacevole agli orecchi, e
« tale che presenti alia mente quasi uno il concetto. Però è che a formare il
periodo non basterà accozzare in- Digitized by Google sieme piti sealenae :
perchè se sareooo unite iilsieiiie. senza queir ordine, che dalla ragione e
dall'arte è ri- chiesto y sarà sem|)re un ammasso di seotense dis- giunte^ e
non un perioda È quindi. neeessiHrio a ben formare il periodo, disporre pet
modo le propoeizioni che una sola stia a capo di tutte, e le altre servano al
tutto a questa, e strettamente con lei si coUeghino. Per esempio : Fatta iw/a,
i Trojani m partirono dd^ risola di Creta ^ e navigando per il mare di Giaccia,
dopo molta tempera, ohe sostennero, capitarono alle Isole Sirofadi. In questo
breve periodo vi sono piti proposiiieiri : I* Trojani partirono -<»
imitarono per il mare di Grecia — sostennero molla tempesta — capi- tarono alle
Strofadi. Le quali proposizioni tutte oosk distaccate non formerebbero un
perioda: lo lormafto però qoando una di queste è posta al reggimento del-
l'altre, nel modo che sta nelF esempio recato, dove-r- / Trc^jam copUarom Me
Strofadi è la propesisioa principale, che modl6ea tutte le altre; le quali
periìbè sono modificate hanno nome di suballerne. ^^,] D. Come sono chiamate
dai Retori le parti che con^ pongono il periodo? R. GhiaoMno membri qoelle
parti del periodo ehe contengono una sentenza accessoria ; chiamano iìicisi le
parti delle quali si compongono i membri ; come, ad esei&pie: Et si kaenini
nikil est magie optamhm, qimm proepera, esquabilt^, perpetuaque fortuna,
secundo vitce sine ulta offensione cursu; tamen si mihi tranquilla et pacata
oeum fuiesent, ineredibili quadam, et peiie di- VMMi, qua mme-wstro ben^hio
firuor, keiiiim voh^ptate caruissem. « E se dall'uomo non si dee desiderare al-
cuna cosa maggiormente che una prospera , temperata e perpetua fortune, uu
secondo corso di vita sensa s disturbo od olfesa «hmna, io nondimefio, se
avessi aviite tutte le mie cose tranquille e prospere, sarei ora privo d*UQa
iacredibiie e quasi divina contentezza e letìzia, die io godo per lo beneficio
Tostro. » (Lodovico Dolce.) In questo perìodo la proposizion principale è co-
ruissem voluptate Ixtitice, alla quale proposizione, come vedete, tutte le
altre sono coliegate per opera delle congiontioni , officio delle qaali è
rannodare V un membro coli' altro. I membri nei quali si può dividere il
periodo sono questi : Nihil ai magis optandum qmm f ottima jiroqMfa ^^si mihi
fuisimU omnia focata et tran* fuiOa camàmm voluptate lastitkB, GV incisi poi
sono questi : sine offensiorte ulla^ — cursii secundo vitcB, — wquabilis
,perpetuaque, — incredibili, oc pene divina, — qaajoetiro ben^io fruor. i D. Di
quanti membri si deve comporr^ il Periodo? R. Non vi è legge che determini il
numero dei membri dei periodo, e purché eia agevole a compren-* dorai, secondo
che insegna Aristotile, si potrà fininare de' periodi di quattro, e di cinque
membri ancora. Cice- rone nell'Oratore c'insegnò: Constai iUe Mmbitiis^ et plma
comprehmuio e fwMor fere partibus^ qua membra dhimiiur, ut et otires nmpkat, et
ne brwhr sit, quam satis sitj nec longior. « Quel giro, e quella piena com-
prensione si compone quasi di quattro parti, che si chiamano membri, a modo che
riempia le crocchie, e non sia nè più breve di quel che basta, nè piti . lungo.
» D. Quali regole si danna a ben-formareél Periodo? il. Tre principalmente: 4®
Che i membri siano ben •f; collegati fra di loro per mezzo di congiunzioni così
che abbia unità ; Che il senso esca perfetto ed agevole per la buona
collocauone delle parole e dei membri ; Digitized by Google — 19 — 3^ Che si
chiuda in un pieno ed armoaioso giro di pa- roie. Ucbeyuol dire ohe il periodo
deve avere: 4^ Uniilif S[<»iUkacia, 3^ Armonia. Caf* III. Belle iiualiià
eeeensiall 4el Perlede* D. Àv§i$ deéto che funUà, Feghacia e Farmonia, sono le
tre qualità essenziali del periodo; ora spiega- temi un poco perchè è fèecessaria
V unità? R. V ufiilè è neeeeaaria ed eaaeuialef perchè ella fa che r oggetto
principale sì mostri cosi ben collegato ..polle sue parti, da uscirne alla fìae
una sentenza com- piala. AJpbiaoM deUo ohe nel periodo vi possono essere o ^
sentenie ; ma sa queste non sono si fattamente unite da presentarsi alla mente
come un tutto solo, esse recheranno disagio e confusione. £ in quella guisa ehe
nel eorpo umane il capo signoreggia tutte le altre membra, le quali unite, e
direi governate da lui, for- mano un corpo solo, così la sentenza principale
deve reggere e fare un corpo solo con tutte le altre subalterne^ KpM^priMipal
cura debbo essere di ooiloeare in modo la proposiiione principale , che ella
riceva lume e fini- ' mento dalle subalterne, e da quelle chiaramente si di-
stingna. D. Coma SI ellMfie Pumtà? R. Per quattro modi s'ottiene l'unità:
1" Non in- troducendo mai troppe proposizioni subalterne, e non iermandosi
tfoppo sulle medesime , sicché non faccia alcuna <M queste sulla mente una impressiMie
o eguale 0 pili forte che non fa la
proposizione principale, lo 2*» luogo: non inframmettendo mai nel periodo
membri , dei quali Isa seotensà pn(» fare a meuOf o che non vi hanno relazione
; perchè allora ne nasce un affastellamento /che da confusione alla mente, ed
a^ava la memoria. Se occorre dir cose molto piìi di quelle che in un salo
periodo ti possono contenere, sarb molto meglio ripartirle in due, che per
volerle racchiudere in uno fare cosa viziosa e senza unitò. In 30 luogo
conviene cercare introdurre parentesi quel meno che si può. Ogmmo sa che la
parentesi è una sen- tenza messa dentro ad un' altra sentenza, la qual cosa è
fatta per dar luce e chiarezza. Ma se la parentesi sarà troppo lui^a, e
dimanderk più atlensioiie ohe le altre sentenze delle quali si forma il
periodo, etlrfne tuiterh r unita, e in luogo di portar luce, porterà oscurità.
Se poi la parentesi sarb troppo spesseggiata, distraendo e interrompendo.il
corso d^r astensione, verrà a togliere r unith del periodo e ad isoonòiarle.
Non si dice'che non possa usarsi la parentesi qualche volta con buon prò: chè
ben si può, e giova; ma si vuol dire che ohi la prelunga soverchiamente, o chi
ne usa troppo qpsBSO, dà sea»no di non avere saputo a tempo ordinare le idee e
distribuirle bene. La quarta regola infine è che ogni periodo venga ad una
perfetta conclusione. E vizio insopportabile f! formare de' periodi per mède
ehe non se ne trae mai quella conclusione che si deve; 0 il for- marli in guisa
che la conclusione vada piìi là di quello che ci aspettavamo; perchè alla mente
è grave sempre il non trovare quello che cerca : 0 il trovarvi per sòprap- piii
cose, delle quali non si cura. I quali due vizj sono cagione che il periodo
perda unità ; e però denno stu-x diosamente evitarsi. Che intendete qmndo dite
che il periodo deve avere efficacia? JL & inlande dire obe le parole, ed i
membri del pemdo demie essere disposU per guisa, die faociano la maggior
impressione possibile sulla mente, a modo- chò li leUore ooa solo iateada ad ua
punto , ma seata oéli'.ammo 11 valor di ciaeeitii membro» di»€its<mii
•oeiao, e di eiascuna parola. D. Quali regole si danno per ottenere t tfficacia
deW espressione nel periMo ? R. AlquanteréfiDtoei daniiò, e innansi tutte
questa: che si tolga via ogni parola superflua, — perchè tutto ciò che non
giova, nuoce assolutamente, ai dire di Quintilia- no; in fatte o etanca la
mente, oytìto sceiiia parte di cpiell* attentiem, che a cose più importaoti è
dovuta: oltredichè, al dire d'Orazio, « è d'uopo usare brevità per render più
spedita la sentenza , la quale deva trascor- rere iiberOy e noa graivate di
veni euònì le stancbe QÉed^yìa» Est brevitate opus ut currot sententia : tutu
te Impediat verbis Iqsms onerauUbus aure». La «piale cepria dovrà essere
osservata seoofire con savia diserezione, perchè non abbiasi ad incontrare
nell'uoitè difetto; che sta sempre a costo della precisione, cosic- chó
apveoÉs. aooade , idie per cercare efficacia nei dire, si dado nèlF arideua. '
D. Si deve egli evitare la superfluità soltanto nelle parolel B. SiocMie io
ouperfluità può essere aocgca nei membri e negl'incisi, co8\ anche di Ih
converrà to- glierla. Alcuni scrittori poco avveduti cercano d'intro- durre nel
periodo una piena di seatenze, e poco badano se tutte siano néesisaria o oo^
purché alla fine e$ca Digitized by Google — 22 — un su<iiio grave e
armoniom. Il qaile difcUo è da fug- gire sommamente, perchè se torna grave alla
mente una parola superflua, molto più le sar^ una sentenza. D. Quah altra
fdgtì^ siéàpet oUmmn PefUkama mi periodo? R, Quella del saper ben collocare le
parole che rappresentano l'idea priocipalei akchò abbiano il prìn- cipi luogo,
e colpiscano la mente anohe per Mesto dell' armonia. Il quale artifizio
certamente è di non lieve momento. Valga un esempio. Cieerone neli' ora- rione
a difesa di Ligario voleva dire <Ae egli pure aveva seguito le parti di
Pompeo.- Egli si esprìme ceift: in iisdem ego armis fui: ed osservate, che se
egli avesse detto: ego fui in armii iiidem, — V efficacia della sen- tenza sareUie
al lutto svanita. Ma poneado ^ueU* ego in luogo cbe ferisce là mente, e
méttendo quel fui al fine , la sentenza acquista un non so che d' efficacia e
di forza. Così in quest' altro luogo pur di Cicerone nelle Filippiche:
AdeiratjanUor mrceris, caimifex pmioris, mors, terrorque sociorum , et civium
romanorum , lictor Sextim. « Si trovava il portinaio della prigione, il ma-
nigoldo del pretore, la morte e il terrore cM eoufede* rati' e cittadini
romani, Sestio littere. » (Dolce.) Qod Lictor Sextius posto a principio
toglierebbe ogni effi- cacia a questa sentenza, nella quale Cicerone ha prima
voluto porre dinami ag^ occhi quanto era di terribile in questo carnefìqe , poi
quasi a compimento della pit- tura nominarlo infine. D. Quale aUra regola
auegmreelB olire le accen-^ naU? R. Che ì membri del periodo sempre siano
dispo- sti per modo che vadano crescendo a guisa di scala, eosicohè le idee
ultime abbiano sempre maggior pese delle prime, come in quésto esempio di
Cicerone, al quale QuìntiliaDO stesso fa chiosa: In istis faucibus, iitis
lakrilm, ùta gladùihria toiÌMS ccrporis fimUUUe, # tunkm inni m Hippm nuptiis
eoAanseirat, UH fieeesse es$et in conspectu populi romani vomere postridie. «
Tu con queste tue fauci, con questi fianchi^ eoa questa gladiatoria fona di
Uilt* il corpo, luti tanta copia di ▼ìm traeaiiiiato aUe nosie di Ippìa , dkè
necessith ti fa il giorno appresso di vomitare al cospetto di tutto il popolo
romano. «a (P. G. Biaiiohi.) Se Cicerone aveaaa prima aooannatD alla robostesia
gladiat»ria dalla per- sona, poi ai fianchi, poi alle fauci, il periodo avrebbe
perduto efiìcacia per difetto di gradazione. D. QmU è la quarla regota per
ilare effimda alpe^ rmiù? B. È quella di contrapporre nel periodo stesso membro
a membro, e quasi farne confronto , serbando aat linguaggio e nella aiulaaBi
ima certa omiapondansa : per esempio: Vieti pudorefà libido, timorem audacia,
rationem amentia (Cicerone) ; ove la modestia è con- trapposta alla
sfrontatezza , il timore att' audacia, la ragione alla stoltezza. — E questo
modo, cbe i Betori chiamano antitesi, vale all' efficacia del periodo, per- chè
avendo ogni concetto il suo contrapposto ai fian- chi, la mente dal paragone è
aiutata a sentir meglio quefl' idea ohe le si Tnole presentare: come appunto
più spicca una figura in un dipinto quando è aiutata dalle ombre e dai
chiaroscuri. Conviene però andare canti mW oso dalle antitesi) per non mostrare
di avere più oera delle parole ohe da* smtimenti. Ma di questo altrove si dìvh.
D. QmU è ta qitùUa regota per rendere efficace il pariodo? È quella di non
chiudere mai il periodo con una parola ) che sia di poca importanza: vale a
dire con una di quelle, che non esprimono realmente un'idea, ma soltanto la
modificano, come sarebbero gli aggettivi, ì participj, gli avverbj. A meno che
non si voglia che la mente si fermi sopra le qualità di una cosa , o sopra la
modificazione d' un' azione, perchè in questo caso starà bene portare in fine
quelle parole stosse, còme nell' esempio di Cicerone: tu istis faiicibus ec.
Egual- mente si dica dei monosillabi, i quaii chiudono con asprezza di suono; e
degl'infiniti, i quali sovente re- cano in sè un suono languido , e non
aggradevole. Ma in queste cose non si può dare certezza di legge, e si conviene
prendere norma dal proprio sentimento, e dal fatto dei Classici; come ad
esempio: Quapropter me- moriam vestri bene/icii colam benevolentia sempiterna ,
non solum dum anima spirabo mea, sed etiam cum mor- tuo monumenta vestri in me
benefica permanebunt « Laon- de io onorerò la memoria del vostro beneficio con
per- petua benevolenza; e non solamente mentre avrò vita, ma quand' anco io
sarò morto rimarranno in me le memorie del beneficio che fatto m' avete. »
(Dolce.) Si perde ogni efficacia in questo periodo, qualora si chiuda cos\: sed
etiam cum mar tuo permanebunt monumenta veslri in me bene fidi. D. Quai è la
sesta regola per dare efficacia al joe- riodo? Il Fare buon uso delle
particelle congiuntive e disgiuntive, dalle quali, quantunque non paia, sovente
il discorso acquista di molta efficacia. Ma per usarne bene conviene
considerare prima se noi vogliamo che tutti i membri del periodo facciano forza
sull'animo quasi ad un punto ; o se meglio ci torna che 1' uno Google - 25 -
dopo r altro faccia forza. Se ci giova che tutti ad un puato Cacciano
impressione, allora noi dobbiamo sop- prìmere e togliere affiatte le
coogiuaftioai; se all' incoQ- tio, dobbiamo collooarle a divìdere V un membro
dalFal* tro. Nelle cose in cui è necessaria rapidità, le coni^iuii- zioai
iudeboliscooo il periodo; in quelle, in cui è ne* cessarìa posatezza e
distinzione, le particelle rafforzane il perìodo. ^Cesare descrìveva una
battaglia, e voleva mostrare la rapidità, colla quale era stata combattuta, e
come il combattere ^ il dar la carica, il vincere, era Stato quasi un sol
pufttoi Dica adunque cos) : Noitri^ emissis ptlis, gladiis rem germi; repente
post tergum equitatus cernitur; cohortes alice appropinquant , hostes tirga
vertuiU, fugienttìms equUei occurrunt, fU magna ecedeg. « I nostri, laooìate le
aste, si avventano colle spade; improvvisamente vedesi a tergo la cavalleria;
s' avvicinaa le altre coorti, i nemici voltan le spalle, la cavallerìa dà la
eariea ai fàggUivi, si fa grandissima strage. » Se Ossafe avesse ad ogni
nieiaBbro frapposta una particella, avrebbe mostrato che da una cosa all'al-
tra vi eca passato alcun tempo: mentre presentando epsl in groppo tatto le
eiroostanze^ dà a vedere la preetesia « te rapidità del fHto. Ha Cesare stesso
vo- lendo nella descrizione di un' altra battaglia mostrare molte e diverse
difficoltà superate, e far vedere il ne- uM, in diversi* luof^ ad uno stesfià
tempo sem- brava essere , ammette le copulative , e ne ottiene bel- lissimo
efiétto. Eccone le parole: Eie equitihus facile piiJ$ii oc petÉurbatis ,
mer^dibUi eelunècUe ad fiwmn ^ iecùmmi, ut pem «no ef odsihm, ef tu flu* mine,
etjam in manibus noslris hosles viderentur. « Qui sospinta facilmente e
scompigliata Ja cavalleria, con incredibile eeMrità ceraare al fiame;
eosìsfiiiò i nemici parevano essere
quasi al tempo istesso, e nelle selve, e nel fiume, e alfine nelle nostre mani.
» Queste sei re* gole generalmente insegnate dai Retori giovano oertà- mente a
rinvigorire e fare efficace il periodo, quando però esse non offendano la
naturalezza , e quel lucido ordine, senza il quale non vi è mai Tera bellezza
nelle scritture. D. Che 9ùia deve dà^i deW amonmf A. armonia è quel dolce
risuonar del T>eriodo^ che nasce dalla scelta e dalla collacazione delle
parole, e mentre rende il discorso grate all' oreccbio di obi ascolta, gli
aggiunge Acacia* Dalle quaU cose si vede che non è da trascurare l'armonia del
periodo, perchè, come dice Quintiliano: Nihil potest intrare in affectum qwd
frim m ours, wkM qwiiom ve$léi»b^ «Mm ùf^ fendik « Non è cosa cl^e possa
entrare nel cuore uma- no, se dapprima intoppa negjX orecchi che sono quasi le
porte. » D. P&rckè Mi0 «fallo ehé V anmia nmm dalia scelta delle parole ?
R, Perchè le parole possono dalla diversa combi* nazione delle lettere ,4dUa
quali elleno 0D11O iNtnale, ricevere diversi mml e diverse melodie. Ognune sa
che le vocali rendono dolce il vocabolo; le consonanti lo fanno robusto: ma
siccome ogni soverchio è vizioso, cosi le troppe vecali danne sme spiacevole
per ia$a; le troppe consonaDti rendono un suono aspro e difficile. Aggiungasi
ancora che le parole composte di poche sil- labe sono generalmeiite pìU franche
e spedile, che me- lodiose e 8op vi ; e sono poi all' incontro melodiose
quelle, che di un giusto numero di sìllabe si compongono, ele- mento delle
quali è una proporzionata mistura di vo- cali e dì consonaiiti. Chi diuMpw
sappia trasceglìere qudle parete, che hanno armonia e sono dolci al pro-
nunziare, renderà sempre armonico il periodo. D. Quante regole si possono dare
per rendere or- nmioio il perMQ coUa ecelia delle parolef R. Quattro, e sono le
seguenti: 4<» Che si usino parole di agevole pronunzia, perchè i vocaboli
diflìciU alla proniuizSa sono anche aspri « difficili all' udito; 2«Che si
evitino i monosillabi troppo vicini fra loro, o Fincon* tro delle sillabe
somiglianti, le quali recano cacofonia; 3^ Che non si usi perpetuamente un'
eguale maniera di giro e di cadenza nel periodo; 4* .Che ai vocaboli di poche
sillabe siano frammischiate voci di molte sìllabe; perocché da questa varietà
deriva specialmente un' ag- gradevole armonia. D. Dareste le regole che
riguardané la diqnieisnene dèlk parole per ottenere armonia? R. Eccole, e
brevi. In primo luogo sì deve cercare che il periodo sìa composto per modo, che
in fine di ciascun membro possa avere luogo ma pausa; e che queste pause siano
collocate in tale distanza fra loro, die n' esca un piacevole suono: si badi
però che non siano troppo scropalosamente ansuratOf né troppo egual- mente;
perchè la soverchia «lisura e regelariài rende* rebbe affettato il periodo; P
eguale cadenza lo rende- rebbe monotono. Che anzi accortamente si devono in-
fraounettere non ingrate dissonaiiie e spaasatiire, le pigitized — 28 quali,
iodueeiido varietii nell' armcMML, «9 'aceresootìo il dilotto. ' ; D. Chi può
dirigere, e dar leggi migliari interno tarmenim? > B. Il solo orèeohìo; ma
perchè sia bùon giudice, conviene che sìa ben educato; e per avvezzare i' oreo-
ohio Qoa vi ò miglior aiaaco ohe roaaervatione e Fimi-* tassile degli ottimi
aaaaqplari. Leggete autori elaiaicf ^ recitateli con attenzione a memoria,
sicché T orecchio ue gusti le armonie, A poco a poco egli vi si abituerà, e
senza alcuna fatica , ansi inseneibilmente^ quell'alnto tornerli in natura. Fra
i latini leggete spectalmente Cicerone e Livio, fra gf italiani Boccaccio,
Casa, Spe- roni, Tasso e Caro; sebbene riguardo al Boccaccio non ai possa
andare tanto ài sioart per quella sua forsata sintassi , la quale spesse volte*
rende oscuro ed intral- ciato il periodo. D. Jn fuanti wzj ti può cadere
Gerco^tdo eever^ . chiamente farmoma? IL Neir affettazione , neir ampoUosith e
nelT oscu- rità; vizj tutti egualmente da fuggire. £ neir aftetta- Siene al
oade oMStrando scopertaneiìte lo studio posto o nella scelta o nella
colloeaziofie delle parole; nel* l'ampollosità, aggiungendo parole, incisi e
membri inutili ai periodo, solo per averne quella rotondità di cadenza e quel
.suono aggradevole, die eontenta Tome- chio; nelP oscurità infine, trasportando
fuor di luogo parole ed incisi, e forzando oltre il debito la sintassi. Si deve
anuhe guardare lo scrittore dai confondere il ritmo della prosa col melffo
della poesia, conciossiadiò quello è regolato semplicemente dalT orecchio ,
questo da una determinata misura, e non vi è^osa piii scon-* eia che vedere la
prosa vineolala ai numeri della poesia. - 29 - D. Conviene forse iMia sola
armonia egualmente a luta i periodi? »• R. Certa che no* Abbiamo deUo che de'
periodi ve ne ha di brevi , cioè di doe o tre membri , e di lunghi , cioè di
molti membri, e da questo ne consegue che come diversa è la misura del periodo^
diverse aocora ne sia il suono. E aieoome ge&efahnenle I periodi non lunghi
convengono ad un semplice discorso, e i lunghi periodi sono proprj del discorso
oratorio, così ne viene che altra debba essere V armoma d' un tismpliee e fa*
migliare dtocorso , altra quella di un oratone. E ceHo mal farebbe assai chi ad
un semplice discorso volesse dare V armonia e Y andamento 4kel discorso
oratorio. D. Si dovrà egli cmpmr&^l diicono 8empHc$ fo* famente di irwi
periodi, e /F or^Mria solamente di lunghi? / R. Se ricordate che abbiamo
insegnato doversi fuggire come viaio la monotonia , vedrete venirne di
conseguente, che sebbene il periodo breve sia proprio del discorso semplice, il
lungo sia proprio dell' orato- rio, nullameno si devono c<|d' giudiziosa
arte frammi^ sehiare e eontemperare. InfAto Cicerone insegna, che « non si ha
sempre ad usare di una lunghezza, e quasi di un egual torno di parole, ma
spesso spesso nel di- soorso a lunghe membra si donno intrameziare le bre- vi,
t jVen semper fààmikm est perpetmkde et quaei con- versione verhorum, sed scepe
carpenda membris minuUo- ribus or alio est. D. Conchec/He $i rende
hmgoilperiedof A. Accomodando molte proposisloni subalterne per fare
risplendere maggiormente la principale. Il breve periodo esponendo una sentenza
9on poche altre che la modificano, vi toglie il diletto di vedére la relazione,
che ella può avere con molte altre: il lungo vi fa conoscere quasi ad un tratto
un maggior numero di rap- porti della sentenza principale colie accessorie. Per
fare cenoscere adunque tatti questi rappocti ad un tempo, egli è necessario
ricorrere ad alcuni modi , che i Retori chiamano amplifìcazioue, antitesi ,
enumerazione di par- tL Ad esempie: Cicerone vokTa dire ironicamente che tutti
piangevano per la morte di Clodio. In un breve periodo si sarebbe detto : non
vi è in Roma chi non pianga per la morte di Clodio. Cicerone air incontro per
messo deir enumerasione amplifica il perMo, e gK dà suono oratorio in questa
maniera: Publii Clodii mortem cequo animo nemo ferre potest; luget senatus,
mceret equeiUr ordo, tokk cwiias confecta senio eit; sqwUhiU munieipia^
afflìCkoUui^ cohnkB ; agri dmdqm tpsi Ann ben^tùum, tam salutarem , tam
mansuetum civem desiderant. i Piange il senato, V ordine equestre è in tribolo,
tutta la città è di malinconia rifinita; squallidi i mnniciiy , afflitte soa le
colonie: finalmente i medesimi campi dfcone: Deb! chi ci rende un cosi
benefico, sì mansueto e salutevole cittadino? 9 (Cesari.) D. Formato eko sia
bene ilptfrkdo; cosicché riesca dotato d'unità, d' efficacia, di armonia, che
altro resta a fare? R. Beata a formare il discorso: cesia a congiungere insieme
piìi periodi, i quali- contengano un intero ragio- namento, 0, come i Latini
chiamavano, Orazione^ la quale abbia tutte quelle doti che sono necessarie a
ren- derla perfetta. £ perà verremo a parlare dd Discorso e delle sue
priiicipali qualitt. Digitized by Google - ai ~ . Del SisMMW» • dMle mw pri—
>y« l t D. Cofne fi pud dijfinm Diieano ? Jt. Il Ditoorsò non è altra obe
Fmiione di molti pe* riodi concatenati per modo, che i' uno venga necessa-
rìamente di conseguenza air altro, e tutti insieme ne- soaoQ a quel che ci
siamo proposti da prima. D. Quanti sono ifini che Vuomo si può proporre nel
diicorso? R. Tre priocipalmeiite. O non si ia altro che nar* rare ed esporre
sempliosmente i nostri concetti per trat- tenere piacevolmente chi ci ascolta,
e allora il Discorso ha per fine il diletto; o si vuole dimostrare una qualche
veritèi, e allora il Discorso ha per fine la cofivmsfone; o infine si vnoìe
costringere chi ci ascolta a fare il voler nostro, e allora egli ha per fine la
persuasione, D. Nei tre fini diversi che t uomo si propone par- lando, devono
forse mere sempre egwdi le qtsaUtà del Discorso ? R. No. £ per determinare
quali devono essere le qualità ohe al Disoorso ri convengono, Usogoa osser-
vare alcune cose. L'uomo, quando parla, può trovarsi in diversi stati : o coli'
animo tranquillo e dominato dalla sola ragione, o coli' animo signoreggiato
dalia fantasia, 0 infine ooU' animo dominato dalla passione» A seconda delio
stato in eni si trova l' animo di chi parla , il Di- scorso riòhiede un
linguaggio diverso: imperocché il linguaggio della ragione ò fiempUce , chiaro
ed elegante ; qttrib della fantasia s^ inaiza con figure che gli danno
Digitized by Google propri colorì; quello. deKB passioae poi è commosso ed iigilalo,
ed ha modi e figure liltte sue proprie. E però alcune qualith richieste da una
di. queste specie, squo poi rifiutate dair altre. D. Insegnateci ora le qtmHtà
proprie ad ognuna di queste tre specie. R, Di alcune qualitè per le quali si
ottiene la chiù- rena , cioè della purità , della peoprieià • deUa decenza ^ si
è toeeate da principio. Ora rimane a dira d^* elire, e in prima di quelle che
sono proprie a tutte tre lo specie; oioò veritb, ordine, naturalezza, eleganza:
po- scia traiieremo delle qoalità piwprìe di quella speeie di Discorso che è
mosso dalla fantasia, e diremo delle ficiire prodotte dall' immaginazione;
infine accenneremo di (fueila specie che ò sigooreggiala dalla passieiiei e
par^ leremo di3le figure proprie della pasaioiiev Dellii Yerit»9 dell' ordine ,
della natiirideHA p ' deir eiei^nza» . D. Ghe cosa intendete dir^ quando
prescrivete che il . Discoreo abbia verità? . R. S intende dire che i concetti^
i quali noi espo- niamo, devono essere veri o molto somiglianti al vero, e
devono essere espressi con una elocuzione egualmente vera, cioè predsa in*8ò, e
taleda rendere efficacemente con aggiustatezza quei coifeelti che noi vogliamo
naui- festare. Ovunque manchi la verità nei concetti , o quella verisùniglianza
che ha immag^é. di verità i T umano Digitized by Google — 33 - Discorso sì
caogia in vamièi di suoni e di stranezze ; ove manchi verità all'espressione, i
nostri concelti non fanno mai forza alcuna sali' animo altrui ; nè gioverà
puntc^ adoperare deganza e bei modi se il fondamento non è ' vero, 0
somigliante al rero. D. Che cosa è V ordine? H. V otxLine die fu dnamato
buoido, e raccoman- dato con tento calore da Orazio, è qndia qualità , per la
qoalc si dispongono i concetti in modo che l'unp sem- bri derivato dall' altro,
e messi insieme formino un tutto di perfetta regolarità. £gii è certo, die per
dichiarare alcuni concetti noi dobWamo dichiararne alcuni altri o dipendenti da
quelli, o a quelli per relazione congiunti, e però ohi scrive deve disporre i
suoi concetti per modo che r un pensiero rampolli dall' altro, e dall' uno
all'aP Irò il lettore passi senza disagio, anzi senza avveder- sene, cosicché
creda una materia sola quella che com-. pone un intero disooiao. Yet ottenere
ciò egli è necessario sapere mettere in esecuzione quello che Orazio stesso
insegna in quei versi dell' epistola ai Pisoni: Or^nù hmc viHut erii , et
venu», ani ^ fui/or, VÈjam tmnc diotiijam %UM deb9»lh M; PkTMqné éifeni, «I
pnmtu iu tempia emittùt. La grazia poi dell'ordine e il valore, A parer mio , consiste
in ciò che sappia « * Il destro autor sul cominciar deir opra ^ Di tutto ciò
cbtì dovrà dir, quii parte Subito esporre, e quale io aiiro tempo Differir aia
vaaiaagio. (Uetastasio.) E grandi sono in vero i beni che ne vengono dal saper
dire a tempo ciò che si deve, e lasciare ciò che non è necessario dire: perchè
appunto l'ordine si turba e quando non si dice a suo tempo ciò che è necessario
z Digitized by Google - 34 — allo sviluppo dei oonceitt, e quando ai dice piii
di quello che occorre; perchè nel primo caso s'interrompe la ca- tena delie
idee, e si reca disagio alla mente; nel secondo si opprime la memoria per modo
che ella ci perda il filo del discorso, e non lo possa senza fatica
rintracciare. L' ordine fa che ci riesca più facile a conoscere la suc-
cessione delie idee, e cbet se ne comprendano agevol- mente i rapporti : e,
come dice un prefondo scrittore moderno, ^ « L' ordine àh air anima il massimo
eccita- mento congiunto al minimo di fatica; perchè fissando la nostra
intelligenza il suo punto d' appoggio nel cen- tro, signoreggia da quello tutte
le parti della cosa. » L' uomo ama V ordine naturalmente, il quale ordine è
principio di diletto, perchè scema fatica alia mente; è principio di bellezza^
perchè eccita dolcemente la fan- tasia ed il cuore. D. Che cosa mi dite della
naturalezza? lì. Questa dote del Discorso, secondo Aristotile, è quella per la
quale nelle scritture s' imita sempre il parlar naturale, cioè si mantiene
quell'ordine nelle idee e quei colori nell'elocuzione, che sono richiesti dalla
natura stessa. Egli è vero che non si dee scrivere come gli uomini comunemente
parlano , perchè nel par- lar comune è scorrettezza presso che sempre, e vi ha
* Il professore Gratinano Bonacci cosi si esprime nel § 3o del Gap. Q° della
sua veramente filosofica opera inlitolata Noiioni fon^ damentali ri'
£<leli«a. ( Foligno , tipografia Tornassi ni ,1857. ) Colgo qaesta occasione
per neeoinandare ai giovani la lettura di questo libro, Il quale 9 ae con assai
meno booià fosse nato di là Uair Alpi e dal mare, e veouto a noi» dooo di mente
straniera, avrebbe in lulia a qoest' ora e molle traduzioni , e molti
adoratori. Ma penjiè è nato in Italia, forse da pochi è conoscioto, da
pocliissimi pregialo secondo il merito » e studiato. Così va la bisogna degli
stndj in Italia ! 0 temporali a momllll Digitized by Google -36- , de' modi e
de' costrutti, chiamati idiotismi, che nella scrittura si denno evitare; ma è
vero altresì , che ove Tarte si faccia a rabbellire il Discorso, lo dee fare
per modo che sembri cosi fatto per sola opera della natura.* Perciò i grandi
maestri insegnano, ninna cosa essere più diffìcile aeir arte che nasconder V
arie , e fare che ella si paia natura. Conciessiacfaè ancbe allorquando la
materia del Discorso è presa dal verisimile, egli deve avere talmente faccia dì
vero da potersi trovare il vero nel fiato: nò questa illusione può fare V arte
se in tutto non segue le norme della natura , cioè a dire se il Di- scorso non
ha pregio di naturalezza. E perchè abbia tal pregio, tre cose principalmente si
debbono schivare; la prima delle quali è che non si scelgano mai im- magini
troppo raffinate, né parole troppo leziose, e fuor dell'uso nella costruzione
delle sentenze: ma le imma- gini e le parole siano spontanee, e non mostrino
artih- sic, ma, come dÀoB CUierone^ exeadem re effloruisse videanhir; cr paiano
sbucciate fuorì da sè. » E quel che si dice delle immagini e delle parole si
dica pure del- l' armonia del periodo, la quale deve procedere per modo da
prender dolcemente gli orecchi e tentare il cuore^ senza mai dare nelF
affettato, nè dipartirsi dal naturale, la seconda luogo acquista naturalezza il
Di- scorso dal mantenere la decenza , cioè facendo che ogni persona che parla,
pari! secondo il proprio carattere, in quella maniera stessa che un uomo
parlerebbe in realtà se fosse posto in quelle circostanze. Periochò egli è
chiaro che non essendo dato a tutti da natura un carattere eguale , o doti
eguali d* ingegno e di cuore, ciascuno deve parlare seconda quel carattere o
quello doti che ha, o che lo scrittore gli ha assegnate, ila da principio;
perchè, facendo altrimenti, il Discorso per- Digitized by Google — se- derebbe
pregio di naturale. Finalmente iu terzo luogo si conviene studiare che le
parole e le frasi, non meno * che i pensieri , siane adattali al soggetto che
si tratta , e alle persone innansi alle quali si tratta; la qual cosa
costituisce ciò che si chiama carattere di stile, di che parleremo a suo luogo
, e dà lode di naturalezza al Di- scorso. Da queste cose è nanifésto che la
naturalesza è princìpio e conseguenza della chiarezza. I). Che cosa è eleganza,
e in che consiste? R. Eleganza è quella qualità ^ per la quale il Di-* scorso
non solo si purga dagli errori , ma prende abito di terso e di gentile,
allontanandosi dai modi della plebe senza punto perdere T essere di naturale.
Questa parola eleganza nasce dal verbo latino eUgerif M quale suona in volger
nostro — scegliere condiligensa: e Tele- ganza è proprio una scelta che si fa
delle parole e dei colori della favella per rendere più vago ed efficace il
Discorso. Ma questa virtU non è si facile ad ottenere se ' prima V ingegno non
si assicuri da ogni errore gram- maticale, e non conosca profondamente quelle
leggi che la volontà de' primi scrittori ^ e V uso di quelli c^e vennero
appresso, ebbero imposto aUa lingua. I quali scrittori certamente recarono
quelle leggi, tolte dalla osservazione del parlar comune , cioè dalla natura
stessa della lingua; e a queste ìaggL chi nega sottopora^i non otterrà giammai,
non dico lode di eleganza, ma nep- pure titolo di essere scrittore:
conciossiachè a conse- guire eleganza è fondamento T osservanza delle leggi
grammaticali; e dopo queste, quattro mezai vi sono che possono veramente
chiamarsi principio e fonte d'ogni eleganza: cioè T uso delle figure
grammaticali, dei tropi, dei concetti e delle sentenze; e infine la varietà. Di
cia- scuna di queste cose parleremo ne' seguenti capitoli. €aw. TIf • Delle flswe del DImomo eblanuite D.
Che cosa sono queste figure grammaticali? IL Sono certe forme di costruito, ie
quali hanno io sé nna ragionevole irregdaritè; perloehè ben dissero coloro che
le definirono — un errore fatto con ragione, perchò l'errore non istè che neir
apparenza, e la ra- gione del medesimo ha radice nella natura; tanto che si può
dire che la sintassi naturale le porta con sè. In- fatto se l'ordine successivo
dei rapporti delle idee non è esattamente seguito neir espressione, non è per
que- sto che noi non siamo benissimo intesi da coloro che et ascoltano, la qunl
cosa non sarebbe se dalle figure di costrutto restasse offesa la naturale
sintassi. La mente di chi ascolta o legge, facilmente entra nel nostro con-
cetto, conoiQSStachè per leggi di analogia ella a sò rende regolare quel
Discorso il quale infatto è irregolare; laonde si deve concludere non essere
queste figure in- ▼enzione de' Grammatici ; ma sì i Grammatici averle trovate
nel naturale Discorso, ed essere quindi nate dalia natura, e non dall' arto. D.
Come può dirsi che le figure grammaticali già- wmo ali eleganMa M eoUruUo? R,
Perchè esse lo rendono più cahaiite ed efficace, esprimendo certe condizioni o
dell' immaginazione oil anche dei cuore, a modo che possa dirsi che elleno
siano linguaggio proprio dello spirito in quelle date condizioni. Infatto,
quando lo spirito mira direttamente Digitized by Google — 38 c con interesse ad
un oggetto, egli facilmente sopprime e tralascia quelle idee a cui egli non
mette gran conto, e che possono essere intese dair insieme dell'altre: quando
una cosa fa gagliarda impressione sulla fantasia, lo spi* rito vi si ferma
sopra, e qualche volta, senza raddoppiare r idea, raddoppia Tespressione:
alcun'altra volta perse- guitare V andamento delle idee turba Uordine della
sin- .tassi; alcun' altra infine scambia le relazioni riferendo il pronome non
al nome espresso, ma al nome dell'oggetto che lo colpiseei e-che è già chiaro
dal complesso delle idee esposte, cosicché il lettore o l'uditore per mezzo
deir analogia rettamente interpreta il Discorso, non secondo le parole, ma
secondo T intenzione di chi parla. Ecco qua la sorgente delie figure che
malamente si dicono grammaticali , e dovriano dirsi figure del co- strutto
naturale. D. Quante e quali iono queste figure? A. Se guardiamo- ai Grammatici
sono in gran nu- mero, ma avvisati da Gherardo Vossio, che le piìi non sono che
stranezze e vera invenzione >di Grammatici, e non prodotto della natura, noi
ci fermeremo a cinque: la 4* delle quali, ohe è la piti usata, eidirei regina
delle altre, ha nome Elissi; la 2^^ Pleonasmo; la 3» Silessi; la 4^ Enallage;
la 5^^ Iperbato. Diremo ora di ciascuna. D. Come definireste la Elùsi ^ e che
easa dirute di questa figura? R. Elissi è parola greca la quale significa
manca- mento; e però questa figura consìste nel togliere e tra- lasciare alcuna
parte che sarebbe necessaria, all' inte- grità della sintassi, in modo però che
non ne nasca oscurità alcuna, ma anzi il Discorso acquisti forza ed efficacia.
Vi ha delle lingue, a cui T elissi è frequentis- sima, e fra queste la latina e
la nostra. Se dunque, Digitized by Google — 39 — coniD è detto, TEIissi
consiste nel tralasciare, ella co- stituirà principalmente quella brevità, che
spesso è vaghezza del IMscorso. D. In quanti modi si può fare tSlissi? R. In
molti modi : ora tralasciando un nomé so- stantivo, che facilmeute si può
sottiuteDdere^ come ad esempio in qnel di Dante : Gliene diè cento» e non stnlì
te diece ; ove si sottintenda il sostantivo htue, nome che facii« mente si
supplisce, intesa che sia l'azione, nè ci vuol fatica ad intendci la, poiché il
poeta dice come Ercole a furia di busse fini il ladrone Caco. Cosà facilmente
s^ intende la parola jsodum soppres^ nel seguente d* Ora* zio (Ode 34, lib. 4"]
: • • . • • nom^tie DinpUtr PUrwnque per pumm. • , • Egil equa sottintendendo
ccelum* Con itoolta vaghezza talora si sopprimono gli adiettivi , come ad
esempio : nec tu sol- vendo eraS; — cioè aptus. Cos\ nel Boccaccio : E sempre
poi per da molto l' ebbe, e per amico, sottintendendo — per da ùioho pregio^; e
neir altro : Il garzoneelh infer^ mo, di eh» fa madre dolorosa tonto, come coki
che più non ama ; — dove è agevole sottintendere figliuoli. De' verbi ancora si
fa olissi, siano essi finiti o in- finiti; così in quel di Virgilio: Ne te f
rigora hedant; cioè cave ne. E in quel di Dante : Ed ecco verso noi yenir per
nate Ud vecchio bianco ec. ; dove manca il verbo apparve: e nel bellissimo
luogo Digitized by Google — 40 — del Passavanti , ove V albergatore di
Mahnamile diee dì sè: Io ricco, io sano, io bella donna , assai figliuoli ^
grande famiglia, né ingiuria^ onta o darnio riceveUi mai dapersona : ove è
facile il aoiimteiiderd — io sono, io ho. 11 verbo infinito ancora
elegantemente si sottintende. Così il Boccaccio : U Saladino e compagni, e
famigliari tutti sapevan ìaHno, cioè pariare ; e ailrove : Impoaibil che mai
imnbmeficj e il suo valore di mente gli iMCtV- sero; supplisci, esser
impossibile. Le preposizioni infine (chò dell' altre parti del discorso ci
passeremo per bre- vità) coQ> molla grazia si sotiiotmidioDe. Eceone alcuni
esempj italiani : avvisò ^ che gran cortesia sarel^be dar loro bere.
(Boccaccio.) Supplisci, da bere. Questi avea poco aodare ad esser morto.
(Petrarca.) Supplisci, da andare. Lo fondo suo ed ambo le peadici Tult' eran
pietra, ec. (Dante.) Cioè di pietra. Chi yunÀe più copia d* esempj intorno dò,
ricorra ai Grammatici, e n' avrh a satollo. A noi basti avvertire, che dair
olissi il discorso acquista brevità, rapidità ed efficacia ; le quali cose ,
coinè producono dilelfto nel- ¥ animo, così partoriscono veneri, e grazie,
dalle quali si forma principalmente V eleganza. Vogliamo anche osservare che
molte figure, cui i Betori chiamano di parole, non sono che le stesse figure
grammaticali. Ma di ciò a suo tempo. D. sChe cosa è il Pleonasmo, e in quanti
modi si fa? R. li pleonasmo si fa nel discorso ogni quel volta s* inti'oaiette
nella (rase una parola, la quale tolta ohe Digitized by Le, non T«r<«bbe
meno .ionn. 00081 al eonceito. Ha nome da una voce greca, che signiiìca
ridondanza. La quale superiliuU noa deve credersi lasciala iix arbitrio di chi
scrìTO : perocché ove ella non sìà comandata dalla natura, diviene vizio e non
vaghezza del favella- re. Quando una cosa colpisce fortemeote la nostra im-
maginazione o il caoroy noi, perchè sia conosciota Firn- ^; pressione che essa
fa dentro noi , usiamo raddoppiare qualche parola. Dal che ne viene che il
pleonasmo aggiunge di gran forza air espressione ; e non sarebbe cosi, se questa
soperflaìtà tion ìmm comandata, ma capricciosa. E vaglia il vero, quando Dante
disse nel canto di Ugolino : Ambo le roani per dolor mi mor&i : ognun sa
che le mani sono due, cosicché pare superflua Ja voce ambo; ma s'ella è
superflua alla sintassi rego^ lare, non è superQua air immaginazione, la qpaale
per mezzo di quel pleonasmo vede V azione di mettersi ad un tempo con doloroso
modo d'ira le mani alla bocca, e colorisce agli occhi la disperazione del conte
Ugolino. Di qui è chiaro che se il pleonasmo aggittoge forza e co- lorito
all'espressione, deve essere Hn principio sicuro d' eleganza. Badino però i
giovani che facilmente sì cade in Tizio di superfluità dove si voglia usare di
questa figura senza ragione. I varj modi di pleonasmo, usati nel voìgar nostro
e nel latino, ricercherete dai Grammatici, A noi basti il detto fin qui. D. Che
cosa dowrà dirsi della Siìeaei? R, La Silessi, figura che ha nome da greca
voce, la quale significa concepimento, si fa allorquando le pa- role sono
costruite secondo il senso e il pensiero, an- ziché secondo V uso della
costrusion regolare, a modo tized by Google ~ 4i — che ella ti pare a {nniaia
ghuita una discordanza. Così ad esempie in qnel di Livio : Capita coniurmiioms
vir- gis cessi; invece che coesa. Questa forma di parhire, che pare strana, è
al tutto naturalissima* Vediamolo in quaiciie esempio. Dante dice nel settimo
deU' Inftrm : Che soUo l' acqaa ba genie cbe sospira , E bone pallttlar quesf
acqos al sommo. Sotto la parola gente, V immaginazione vede una mol- titudine
d* uomin^ ; e però V azione s^ accorda col nome uomini sottinteso, anziché col
nome espresso gente. Così Orazio, parlando di Cleopatra nella 37^ Ode del
i"* libro, la chiama fnonstnm fbUah; poi segue a riferire V azione a
Cleopatra stessa: Darei «f eelenti FakUe monttnm: fu» gwemim - Ptriréqmremeta.;
e altrove Dante : Di fuor dorale sod sì di' egli abbaglia; e dovrebbe dire
regolarmente : sì cha elleno abbaglia- no ; ma sicoeme il poeta ha voluto
Hiostrare ohe quel bagliore nasceva dal molto oro ivi profuso, ha concor- dato
il relativo al nome oro sottinteso, aiutando per questo modo T immaginazione a
raggiungere il con- cetto. Conviene però nelF uso di questa figura andare molto
a rilenlo, né si dee credere che tutte le discor- danze di sintassi si debbano
avere per Silessi, perchè pur questa figura non è bella, se n<m è
ragionevole mente irregolare. / D. Che dee dirsi dell' Enallage? j H, Dee
dirsi, cbe ella è una figura per la quale / si pone un caso, un genere, un
modo, in luogo dell' altro. ié parola che in greco significa mancamento. Di
questa figura gl' iialìani fanno uso assai di sovente, forse anche più del
Latini; cosi si usa Tinfinito in forza di nome, come nel seguente esempio del
Boccaccio, ove r infinito vivere sta in luogo del sostantivo vita: — da questo
vieM il nostro viver lieto eke voi vedete. Così Livio: et facere, et pati
fortia , r(mumtm est ; ove gF infiniti facere e pati, hanno forza di nomi. Si
usa con molta vaghezza V aggettivo in luogo deiravverbio; così Orasìo nell'Ode
SS del libro Duke ridenlem Lalagen amato, Dulct laquenUm; e il Petrarca: Chi
oso ss mae dolce ella scMqrinif E come dolce parla, e dolce ride; dove r
aggettivo doìoe sì in latino che in italiano è posto in luogo deir avverbio. Si
pone il participio per r infinito, come in questo del Boccaccio: fece veduto ai
suoi sudditi, per dire fece, vedere. V infinito invece del soggiuntivo; ossi il
Boccacdo: Qui ha questa cena, e non saria chi mangiarla, cioè chi la mangiasse.
Il pre- terito determinato in luogo dell' indeterminato , come; Io andava per
grande bisogno in servigio della mia donna, e il re fu giunto; cioè giunse; e
così dicasi di altri casi. Ma, quel che più è, alcuna volta si usa un verbo in
luogo d' un altro, come in questo del Boccac- cio : Vwer sensa te non saprei ;
ove saprei equivale a potrei: così il verbo aieere può usarsi in senso di ri-
putare , di ritenere, d' intendere o sapere, di procac- ciare. 11 verbo fare si
mette 4b luogo del verbo procu* rare^ di terminare ^ di nascere, di apparire. Ma
di queste cose chi brama avere copia a mano, può rivolgersi ai Digitized by
Google — u — {irammatici. Se ci si domandasse quale proviene al Di- scorso da
questa figura, rìspond^remmo, che non lieve; perocché, quando altro non fosse,
lo rende graiioeo e peregrino senza scemargli chiarezza, e colla novità stessa
ingenera diletto ed eleganza ; col cambiamento poi dei tmtfi aggiunge vigorìa
ed efficacia al Discorso. Così il dire U re fu giunto, anziché gmucy indicando
un'azione già compiuta e determinata, in luogo di una iadetermioata e lontana,
rende piii scolpito il concetto^ e mostra con più efficacia la prontessa del
venire. Anche in questa figura non deve però lo scrittore an- darsene alla
sbrigliata , perchè gii potrebbe accadere di rendere strano il Discorso ed
oscuro in luogo di dai^li vaghezza e novità. D. Quale è la quinta di queste
figure? R, V Iperbato, parola greca, che in Ialino suona tramgressio, in
italiano direbbe irapasso, E questa figura si fa traslocando una pairola dal
luogo suo pro- prio , e recandola ad altro ; cosa che spesse volte giova assai
alla fantasia ed air affetto* £lla si fa per quattro modi principalmente: 4^
per Trasposizione (i Greci di- cevano Anastrofe), come in, quel di Virgilio,
Eneide, libro 4<> : • multo$qué per annoi BmbùM «eli fath ména omnia
eiremm ; e il Petrarca : Ho di i^ravi pensier tale una nebbia, ec. ; ove è da
osservare, ohe la parola cireum posta in fine da Virgilio, la quale dovria
slare innanzi al maria, è un espressivissimo tratto di pennello, conciossiachò
ferisce la mente del leggitore a consìderafe quanto a lungo errassero i Trojani
per tutto il mare, e ve ne mostra quasi i lunghi errori: e il Petrarca ponendo
r aggettivo UUe innanzi ad una nebbia, rende più ef- ficace e più: sensibile la
metafora, in %^ lucgo si fa per Divisione (Tmcsi), o mettendo il sostantivo in
mezzo a due aggettivi, come nel Boccaccio: A piè d'una bellis- sima fontana e
chiara che tiel giardino erA, a starsi se ne andò : o col dividere una parola
in due, e intramei- zarla ad un' altra, come in qaesto di Virgilio: Seplem
subiecta trioai, — e in questo del Passavanti : Acciò dunque cbe per tgmrtUMa
non si ùscurino. Il 3^ modo ò la Parentesi ; della quale fu detto. Il 4* è la
Sinchisi, cioè confusione, come : Per ego te Deos oro. (Livio.) Que- sl' ultimo
modo esprime meravigliosamente il turba- mento dell' animoy corno nel citato
esempie di Livio. E però da avvertire che ove sia usato fuori di questo caso,
produce facilmente oscurità, e lo scrittore accu- rato dee guardarsene. Nò
valga a scusa il potere recare esempi di grandi autori, perchò ciò che ai
grandi ò permesso, non si concede a lutti del pari. Conviene : anche ricordare
a questo proposito ciò che il principe dei Retori, Quintiliano, lasciò scritto
nei libri delle ln« stituzìòni : NequeidstaUm legenii persuasum sii, emnia,
quce magni anctores dixerint, utique esse per feda; nam et labanL aliquando, et
oneri cedunt, et induìgent ingenio- rum euorum volupiati, nec semper inàendunt
anmum, et nonnumquam faligantur, eum Ciceroni dormitare inter- dum Demosthenes
, Horatio Homerus ipse videatur. a ^è subitamente si persuada chi legge essere
egualmente tutt* oro ciò che dissero i grandi autori : perchò e' pure alcuna
volta sdrucciolano e cedono al peso, e condì- scendono al diletto de' loro
ingegni ; e alcuna fiata sono stanchi ; così che talor paia a Ciceroue che
Demostene donna 9 e ad Orazio sembri che dorma Omero. Perchè fi parla delk
figure grammaiioali , e nm si fa motto di quelle, che i littori chiamano figure
di parole? ' Perchè è nostro avviso che quelle figure, alle quali i Retori
hanno dato titolo di essere figure di pa- role , non siano altro che varie guise
di elissi e di pleo- nasmo. Infetto, che altro sono dal pleonasmo la dupli-
eazione, la ripetizione, il peltsfj^iufeto» (ripetizione di congiunzioni), la
sinonimia? Noi abbiamo detto che il pleonasmo aggiunge o raddoppia parole che
sono su- perfine alla sintassi, noi sono air efficacia dd Discorso ; e che
appunto si duplicano o si aggiungono a queir idea , alla quale si vuol dare
maggiore rilievo. Or bene, che altro fauno le suaccennate figure? La
duplicazione rad- doppia una stessa voce, perohè sa qnella si fermi la mente.
Dante dicer ■ Non ton colui, non aon colui, ebe credi; appunto per mosirare con
sicurezza, sè non esser quel- lo. Cicerone nella 1* Catilinaria per mostrare
che tutto il male nasceva dal poco animo dei consoli, dei quali egli «ra uno,
dice: — Not, nos, aperte dho, eànstdes deeumm. La ripetizione è fatta pur essa
per ribadire ia mente un'idea, la quale però sarebbe espressa senza ripetere
quelle stesse parole. Così ciascuno intende il concetto di Dante in qtèlla
terzina che sta scritta sulla porta deir inferno, ancorché si dica : Per me si
va nella città dolente^ neW eterm dolore, e fra la perduta gente. Mentre qui la
ripetizione non aggiunge aloun concetto, ma solo rafforza il concetto già
espresso : Pir me f t va nella città dolente » Per me il va nelT eterno dolore.
Per me li fw fra la perdala genie. Così si ripetono le conG;iunzioni solo
perchè ogni idea faccia separata impressione suir aniiiM) ; e questa re- plica
è un semplicissimo pleonasmo. Come pure è un vero pleonasmo V esprimere una
cosa stessa con di- verse parole, che non hanno altro ufficio che di raffor-
zare r idea principale; come in quei di Cicerone : Vobis populoqu» romano
pctcem, IranquUBtakm , otium , concar* diamadferam. E tale è pure l'Apozeugma,
la quale ripete pili verbi a significare cosa, a cui un soio verbo baste-
rebbe, come in questo della Rettorica ad Erennio: Populus romarm Numanitam
iklevU^ Carlhaginem su- stulit, Coryntum disjecit, Fregellas evertit. « 11
popolo romano distrusse Numanzia, disfece Cartagine, atterrò Corinto, abbattè
Fregelle. i» Air olissi poi si riducono facilmente e la Disgiunzione , e lo
Zeugma , e la Reti- cenza ; conciossiachè la prima di queste figure sta nel
togliere le congiunsiom', la seconda nel far riferire a plit sentimenti un
v^rlio solo, la teria nel tralasciare parte di un sentimento, al quale il
lettore colla propria immaginazione supplisce ; e questo si può vedere dagli
esempj. Disgiunzione : « li padre nefandamente uodso,' la casa assediata dai
nemici , tolti i beni , i possessi rapinali. » Pater occisus nefarie^ domus
obsessa ab ini' micis, bona adempta,pos$eisa direpla, (Cicerone.) Zeugpia:
VicUfiiàdùrtm libido, timorem audacia, riUionem amentia « Fu vinta la modestia
dalla sfrontatezza, il timor dal- l'audacia, la ragione dalla pazzia. »
iieticenza: Io vi farò.... ma di meslieri è prima Abbonazzar quest'onda. (Caeo»
tradutione di VirgiliiL) Dopo aver resa ragione per questo modo del tacere che
facciamo intorno le figure che i Beton ekiamano di parole, e delFayere mostrato
che le figure, così dette gramraalicali, sono fondamento d'eleganza, è tempo di
passare a dire dei Tropi , onde T eleganza anche a maggior oofià si deriva.
CAr. Vili. Del Tropi. D. Che cosa sono i Tropi f R. 1 tropi sono cerio parole ,
le quali, comecché siano nate a significare una cosa, nM le trasponiamo a
significarne un' altra. Hanno questo nome dalla pa- rola greca Trope, la quale
deriva dal verbo Tropo, che in latino si direbbero eonvsrsto e eonVErto, in
italiano cangiamento e cangiare; e sono state chiamate con questa
denominazione, perchè quando si prende una parola nel senso figurato, conviene
raggirarla, per dir così, a modo cb* ella significhi ciò che nel senso proprio
non significherebbe. Le parole poi possono avere due significali, r uno
proprio, e V altro figurato. Gol proprio rendono la prima e vera signiflcatione
per la quale la parola è stata trovata ; nel figurato rendono un signi- ficato
che non è il naturale. Ad esempio Ja parola cieco significa in senso proprio
uomo priva degli occhi ; in senso metaforico può avere altra sijpiificazione,
come ia quello del Petrarca : Dove me lasci sconsolato e cìho, Posda che II
dolce ed anoroso e plano Lame dagli occhi miei non è più awcoT ove cieco è
usato in senso figurato. Così Virgilio , par- lando di Didone, dice: caeco
carpitur igni; e cieco qui significa occulto. Dalle quali cose è agevole il
conoscerei che la radice, da coi naseono le diverse signifìeasioni figurate,
non è altra ohe quel legame ehe vi ha fra le ideo accessorie, conciossiachò le
cose, le quali fanno impressione sopra di noi, sono sempre ac- compagnate da
alcune eircostanse, le quali ci etAfA- scono forte la fantasia ed il cuore, e
noi spesse volte con queste ci facciamo a significare quegli oggetti che elleno
accompagnano. Laonde avviene che talora il nome proprio di un* idea accessoria
ci ridiiama più agevolmente al pensiero un oggetto cui ella accompa- gna, che
non lo stesso nome proprio dcir idea princi- pale. Per questo poniamo il segno,
ansicfaè la cosa sir gnificata, la causa anziché l'efietto, la parte in luogo
del tutto, e via via discorrendo. E siccome Tuna di queste idee essendo
associata naturalmente all' altra, non si potrebbe risvegliare senza pure ridestare
le altre che reca con sè, ne viene che T espressione figurata è di leggieri
intesa , p^bò chiara al pari della propria ; è poi' più assai vivace e
piacevole, perchè non risveglia soltanto un'immagine, ma più ad un tempo, con
che alletta T immaginazione, e db all' intelletto cagione di piacere. E da
questo è chiaro che la significazione figniata «delle parole giova di molto
all' ornamento e air degansa del discorsa. IX^ Onde ha avuto origine il
linguaggio figurato? R. Se crediamo a Cicerone e ad altri Hetori, pare che
dalia povertà del linguaggio, perocché essendo ri- stretta assai ne' primi
tempi dell' lunaso aonsorzio la • • • Digitized by Google — 50 — favella, ed
essendo molti più gli oggetti che le parole, ne venne che alcuni si dovessero
nominare col nome proprio di alcun altro, col quale avevano un aperto rapporto
di somiglianza. Ecco le parole di Cicerone, riferite anche da Quintiliano: Modm
transfer endi verbi Ulte patet, quem mcessitas primum genuit inopia coacta et
angusHis; fost autm deìectatio, jucunditasque cele^ bravii, Nam ut vestis
frigoris depelhndi musa r&- perta primo, post adhtberi coepta est ad
ornatum etiam corporis et dignitatem, sic verbi tratislatio instituta est \
inopim causa, frequentata delectatione. (Cicerone, De Oratore, lib. 3°.) « Un
ampio uso ha il modo di dare alle parole un senso traslato, il qual costume
introdotto prima dalia necessità per la penuria de* vocaboli prò* . prj, è poi
st^o messo in voga por vezzo e ornamento. Imperocché come furon dapprima le
vesti trovate per riparo del freddo poi cominciarono ad usarsi per ag- giungere
decoro o grazia alla persona, cosi la trasla- sione delle parole nacque dalla
carestia, ma fu in sé* guito resa frequente per solo fine di diiettare. » (Can-
to va.) Ci sia lecito però di osservare, che se la necessità ebbe in ciò alcuna
parte, non f%]a sola né la prima a produrre il linguaggio figurato.
Conciossiachè la ìfanta- sia e r affetto, i quali dominano principalmente gli
ani- mi rudi e lontani da civiltà, pare a noi che debbano avervi avuta la parie
principale; cosicché possa con- chiudersi, che ogni guisa di linguaggio
figurato diviene linguaggio proprio, se si consideri ne' suoi rapporti colla
fantasìa e ed cuore. Gli uomini dapprima, pea espri- mere alcuna cosa, non
hanno cercato se vi era parola propria a significarla; ma seguendo l'impeto
dell'im- maginazione e della passione ^ T hanno sanificata in < I m \ 1:
Digitized by Google — 51 - quei modo che veniva loro più pronto ed eiEcace a
met- terla sotto gli occhi degli ascoltanti. D. Quali sono i principali Tropi
dei quali si deve parlare? R. Sarebbero molti, se noi ci volessimo attenere al
cornane dei Retori, i quali anche delle minime cose so- gliono far tropi e
figure. Noi però di sei soltanto faremo parola, a capo dei quali è da collocare
la Metafora ; la quale non sólo può considerarsi come il primo fra i tro* pi ,
ma si potrebbe dire che tutti gli altri non sono che diverse niodilicazioni
della metafora stessa, perocché tutti a lei si possono facilmente ridurre.
Nullameno per maggiore chiarezza noi parleremo di sei, come è detto, i quali
sono: Metafora, SI 'Metonimia, 3<>Sinecdoche, A'^ Antonomasia, 5^
Catacresi, Metalessi. Incomiucie- remo a dire della Metafora. Della Hetefora.
D. Che casa è la ìfeiafara? B. Secondo la definizione che ne dh Aristotile, è
imposizioìie del nome d' altri; secondo poi T autore delia Rettorica ad
Erennio, la metafora, o traslazione, si fa quando una parola da una cosa si
trasporta a significarne un' altra colla quale ha qualche rapporto di somiglian-
za. Dal che ne consegue, che la metafora non è se non una similitudine
abbreviata, la quale si fà recando un vocabolo dalla propria significazione ad
altra, èhe non Digitized by Google — 52 - gli sarebbe propria, ma solo per
rapporto dì somigliaaza gli può convenire. Ad esempio: Ma se a conoscer la
prima radice Del Doslro amor lu bai colaoio affello ec. La parola radice non
esprime il significato suo proprio, ma A vale prinoipio^ ed è quasi lo stesso
che dire: Ma se moi conoscere U principio del nostro amore ; concios- sìacbè
siccome \à prirna radice è propriamente il prin- cipio di una pianta, questa
parola per similitudine è portata a significare prtnciptb. In fatto, volendo,
ri può allargare la similitudine, come chi dicesse: ma se vuoi conoscere quel
principio, dal quale, come pianta da prima radice, nacque il nostro a/more ec.{
perlocbò maggior- mente si mostra vero ciò che abbiamo accennato nel definire
la metafora. Questa permutazione si può fare in più modi, o trasportando una
voce propria di cosa animata a significare un' altra cosa animata; come: Brato
eoa Cassio neir Inferno latra; conciossiachè il latrare è proprio del cane, e
qui. è posto a significare voce umana fli dolore: o reoando parola propria di
cosa inanimata ad altra inanimata, come: Classique immiuil hahenas; e quel del
Petrarca: Tonian d* armento i mscelleUi e i fiumi; nel quale primo esempio si
danno le briglie, proprie a reggere cavalli, anche alla flotta; e nel secondo
si dà ai msceMi ed ai fiumi T attributo d' argeiUùj per in- dicame la
limpidezza; o recando parola propria di cosa Digitized by Google - 53 - anmaia
a significare comi iDaDiiDaU, oofiie in quel d' Orazio : Gurag laqueau circiim
Tecla volaRle»; e il Petrarca: Ridon or per le piagge erbelie e Quri ; dove nel
primo esempio TaiioDe del votare, propria de- gli animali, è data alle cure, e
quella del ridere, propria soitanto dal volto umano ,0 aUribuita alle piaggio
ed ai fiori: o reeando infine voce propria di cosa inanimata a significare cosa
animata , come: Duo fulmina belU Scipiadas; , e il Petrarca: E dae fo/gori seco
di battaglia Il maggiore e mioor Scipio Affrìcano, D. Quali fra tMe le più
belle metafore? R, Quelle che più potentemente servono alFimma* ginazione ed
air alletto. Però si avranno per migliori quelle ciie ai traggono da qualità
corporee, ie quali cor- rono da sè sotto gli ocobi: potehò^ ^i ricordare le
qua- lità dei corpi, dai quali noi prendiamo la metalora, si risvegliano
laciimeote nella memoria tjilte 1' altre che nel corpo sono associate. Dal che
nasce singolare dilet- to, a cagione del presentare che si fa alla mente mag-
gior copia d' immagini. In fatto quando io dico: ride la . terra; colia parola
ride non richiamo soltanto l'azione dei ridere, ma quasi ho presente agli occhi
della mente la gioia e la gaiezza che spirano da un bel volto che ri- de. Belle
pur sono le metafore che si traggono da qua- lità sottoposte ai sensi ,
perocché elleno offrono alP ani-. Digitized by Google ■1 - 54- mo immagini, ohe
quasi entrano per ì sensi, e s* impri- mono neir intelletto. Così il dire:
Odore di santità; durezza di cuore\ ruggire di venti; dolcezza di parole; è più
beilo, perchò i sensi stessi, quasi mettendosi in azione , pare che non solo
rendano all' intelletto più effi- cace l'idea , ma vi aggiungano di molte altre
circostanze, le quali per altro modo non sì potrebbero risvegliare. Quante
idee, a cagione d'esempio, non si risvegliano nella fantasia a quel passo di
Giobbe ove egli descrive il cavallo che sbuffa, nitrisce, allarga le narici ,
odorando da lungi odor di gìierra? Se voi air incontro diceste: presefUendo da
lungi la guerra; avreste tolto ogni di- letto alla fantasia, la quale per
quella metafora è mi- rabilmente dilettata. Così ha più vaghezza il dire: Lume
ed onor de' poeti; che il dire: poeta chiaro ed morato; eosì iì dire: Nascose
sotto fronte serena il cor doglioso, che 50^/0 aspetto tì^anquillo e lieto; e
via discorrendo. Piacque pure ad Aristotile e a Demetrio Fal^reo la me* talora
, la quale sta in azione; e così si chiama perchè induce le cose inanimate ad
operare alcuna cosa, come se le avessero vita e senso: In actu est^ atque ita
voca- tUTy eo quod res inanimas aliquid agentes inducat, tam- . gifam anima, oc
sensu prceditas. Ad esempio: Virgilio volea dire che ai fiume Arasse non era
possibile im- porre un ponte, e con bella metafora, dando anima e persona al
fiume, dice: Fontem iodignatus Àraxet; e altrove volendo dire che un^ asta si
fermò nel petto, della vergine Camilla, e ne fe' uscire tutto il sanmef dice
che V asta bevve il sangue: . Hasia sub exerlam donec periata popillnm MmtUp
virifineimque aU$ bibii aota ctmrem. jDit^iti-ica L7 Google — 55 — Anche da
lodare sono le metafore, dalle quali nasce dottrina , perocché esse ci mettono
innansi alcuni rap- porti d' idee , i quali non avevamo prima osservati. Così
Orazio ci fa scorgere Tailmenza che vi è fra un roKto panno, a cui sono
appiccati posticci ornamenti di porpora, ed un discorso carico di ligure e di
tropi usati fuor di tempo: InccBptis gravibus plerumque , et magna profestit
Purpureus late qui splendeat unus et alter Aisuitur pannut, Nè questi sono i
pregi soli della metafora: ben altri ve ne ha^ fra' quali principale è quello
di servire ali* af- fetto; poiché per mezzo della metafora possiamo re- care
immagini delicate e commoveati , a cui non ba- sterebbero le parole proprie.
Voleva dire il Petrarca: Non à fiiesto la terra, dooe io fui dolcemente
nudriio? e disse: Non è questo il mio nido. Ove nudrito fui sì dolcemente? £
con quella metafora nido^ quante care e delicate idee non ridesta egli neir
animo! Se voi esaminate, vedrete che alla parola nido vi soccorre alla mente V
ìmaglnedi piccioleUi implumi, che stanno sotto Tali materne, a cui il padre
reca cibo, e colla madre stessa gareggia di carità verso la prole. E dove fosse
tolta la parola meta- fcrica nido^ e posta la propria terra y sarebbe insieme '
tolto ogni gretto ed ogni delicata allusione. Ultimo, e non meno grande
vantaggio reca le metafora servendo alla modestia, coneiossiachè ella quasi di
un velo rico- pra certe immagini , che o immodeste o sconce sareb- bero, ove
fossero significate per voce propria. Dante vo- Dìgilized by Google — 56 — leva
dire cfae Semiramide fii disoneslìssiiDa donna ; con una bella metafora diee: A
vìzio di lussuria fu sì rotta ec; e colla luetaJora presa dal verbo rompere
copre la tur- pUodine dell' idea. Gosì il Pelrarea con bella metafora rese
nobilissimo un concetto, che tale non era in sè: Ricordati, che fece il peccar
Doslro Prender Dio, per camparne, Umana carne ai ino Terginal ehwUro, Ma dei pregi
della metafora si è dello abbastanza, ed ora è tempo parlare dei vizj della
mede&ima. D. Quali vìmJ pnncg>alnmie rendono sconcia e de- forme la
metafora? R, La metafora, la quale serve all' ornamento del Discorso, ed ba
tutte quelle virtù che noi abbiamo osser- vato, diviene nna deformità ed una
oscurità , se ella non sia reizolata e spontaneamente condotta. Laonde in prf-
mo luogo è da cercare che ella non sia tirata da cosa , della quale non si
possa prontamente vedere la somi- glianza. Così a ragione Paolo Costa nel suo
Trattato del- l' Elocuzione mostra difettosa la metafora con che il Marini
esalta la penna di un caiiigraloi che formava di be|^ esempi scrivere, dicendo:
perchè una penna sola, Benché s' alzi per sè pronta e sicura, Se divina non è,
tanio non vola. La quale metafora veramente è viiiosa, perchò non vi ha
somiglianza alcuna tra il volare e Io scrivere. Per egual modo sono viziose
quelle che voiendg significare piccole oose, recano m messo iannagini troppo
gran- diose^ Longino- per ciò solo dibe a ripr^dere qudla metafora, con che
Giorgia Leontino chiamò gli avrei - toj, dicendoli Sqiokri aaimati; e Cicerone
(DeOraèore, iib. 3<», cap. 40)
^riprese £iiiiio dell' aver detto: Qm in genere primum fugienda €$t
dissimlUudù; G<bIì fornioes; quamvis spheram in scenam , ut dicitur ,
attulerit Ennius ; tamen in spheram fornicis simiUtudo mn potest inesse. « Nel
qual genere priaiieramente è da fuggire la disso- miglianza: — Le gran volte
del cielo; — quantunque Ennio (come dicesi) recasse sulla scena una sfera; non
però una sfera è baond simiglianza a spiegar una voi* ta. » (Cantova.) « La
metafora, dice Quintiliano, o deve occupare un luogo che vaca, o se occupa il
luogo di al- tra parola, deve essa valer più di quella che ella cac- oia di
luogo. » Metaphora autvacantem occupare hcum debeiy €Mt si in alienum venù,
plus valere eo quod eospeir Ut (Lib. 8", c. 6.) E dobbiamo anche ricordare
che per la metafora noi presentiamo più vivamente colorite le idee air
immaginazione, cosicchò quando ella, anziché accrescere, diminuisce la forza
del colorito, debbo aversi per viziosa. Bella è k metafora seguente: B le biade
ondeggiar come h il mare; t perchè presenta alla fantasia più calzante e più
viva IMmmagine del muoversi che fanno le spiche, asso- migliandone il moto air
ondeggiamento di placida ma- rina; ma la slessa metafora divenlerebbe viziosa,
se si dicesse: E tremolare !| mar cerne le spighe; perchè toglierebbe forza air
espressicMiie. È pure vizia nelle metafore se elleno hanno in sè alcuna
durezza, vale a dire se vengono un po' stentate ; e qualche volta giova
rammotiirie con alcune maniere di dire^ come sarebbe: quasi, per dits cosi^ e^
somiglianti; seb- bene nei piti deKe velie questo non sia mazzo ohe scusi
baalantemente T imperizia delio scrittore. Ben più Digitized by Google — 58 —
viziose sono quelle metafore che ti fanno risovvenire di alcuna cosa turpe o
sconciai come sareU)e quella ripresa da Orazio: • lupiUr hibenm eana niw
conipiiU tAp» ; • , e r altra: Se avessi avolo dì tal iigna brama; perocché
fanno risovvenire al lettore idee sconce e sto* madievoli. Degne di biasimo
sono pure anche le meta- fore, le qualf si derivàno da cose filosofiche,
ignorale dal più de' lettori; perchè queste rendono oscuro il concetto e non
hanno in sè vaghezza alcuna; come sa- rebbe il dire — Cahmita Mcuori^ a
significare la potensa che uno ha di farsi benevoli ed amici gli uomini; e sif-
fatte altre maniere , che si tolgono o dalla tìsica o dalle altre scienze
esatte, cioè che non hanno alouna^potensa sulla fentasia. Un'altra cosa è da
osservare, senza la • quale può la metafora dare in vizio, ed è che ella deb-
b' essere bene appropriata a quella specie di stile nella quale scriviamo.
Gonciossiachè possa avvenire che una metafora bella e garbata in prosa riesca
poi di niun conto in una poesia; e che una tale metafora che va- ghezza in
poesia, riesca o dura o strana nella prosa. £ ({ùi è da sapere, che piti specie
di metafora vi ha: alcune, ^1e quali, comecché siano metafore, pure per lungo
uso hanno perduto Tessere di metafora, e si usano €ome le fossero parole
proprie; alcune, che con- servano ancora V essere di metafora , ma non sono nò
forti nò troppo sfolgorale, a niodocliò possono conve- nire benissimo ad ogni
genere di prose; alcune infine, le quali sono cosWatlamente riscnitite, da non
conve- nire che alla solà^ poesia. Que^colk sarh chiara per . esempj. La
j)arola gemma in significato di pietra pre* - 59 - zio8a*è certamente parola
metaforica, conciossiaohè in senso propri» ella non sigaifithi altro che certo
tur- gore che chiamano V occhio delia v^te. Ma T uso ha fatto si, che il senso
metaforico stesso di questa parola alttna faccia di proprio. Gemma oculus vitts
proprie, deùide generale nomen est lapidum prcetiosorum. « Gemma, a parlare
propriamente, è 1' occhio delia vite, poscia nome generico dì quante vi ha
pietre preziose. » (Bas. Fabri Thesaur,) Ardere di desiderio, — Desiderio flagrare,
è modo metaforico, perocché V ardere è proprio del fuoco, e solo per
somiglianza è trasp^tato a signifìcare forza di desiderio e di brama ; ma pure
è tale metafora, che viene consentita liberamente alla prosa ed al verso. Ma
non sarebbe consentita alia prosa la metafora, tutta poetica, che Dante usò
quando disse : ^ Io venni in loco d' ogni luce mulo; nè r altra : Mi ripìDgeva
là dove il Sol tace; perocché queste, che sono belle in pogsia, sarebbero •
strane nella più nobile prosa. E qui prima di por fine, mi è pur necessario av-
vertire, che ogni lingua ha metafore e modi suoi proprj , cosicché quella
metafora, che è bella in una lingua, può facilmente divenire strana in un'
altra; cosa, alla quale devono attendere assai colepo che trasportano le- prose
e i versi da altre lingue alla nostra, conciossiaohè si possa facilmente cadere
a gravi falli. traducendo let- teralmente. Terenzio, ad esempio, chiama Nosiri
funài ccUamìtas una rea donna, la quale conduceva un figliuolo di famiglia a
far gitto degli averi paterni; sarebbe ri- dicolo il tradurre « Calamità del
nostro fondo, 9 anzichè « ruma della nostra casa ; n e così dicasi di altri
modi e metafore, che non consentono di passare di una ad al Ira lingua, e
[oczate che vi siano, riescono defor- mità delia favella anziché ornamento.
Perlochè giova avere in mente ciò che Cicerone i nsef^nava : Vereeunda dehet
esse translaiio , ut deducta esse in alienum locum, non irruisse; atqm
vokuìiarie, non vi, venisse videaUnr. ce Modesto debb* essere il traslato ,
così che paia traspor- tato nel luogo d'altri, non entratovi a furia; e volon-
tariamente, non a forza, venuto. » {De Oratore, lib 3®, cap. £sposte oo^ le
cose che possono rendere difet- tosa in sè la metafora, ci resta a dire di
quelle, che la possono fare viziosa nel Discorso, o per raainso.o per mala
collocazione. £ in prima deve avvertirsi di non ammassarne troppe, a jnodo che
vi paiano tirale adi arte ed a forse. In secondo luogo, che sì conservino
sempre eguali dal principio al fine, e non si unisca il semplice al metaforico,
per modochèil discorsosi abbia ad intendere parte semplicemente, e parte
metaforica- mente. Custodie ìidum est in primis , avverte ben a pro- posito
Quintiliiiuo, ut quo genere coeperis translationis ^ hoc finias. Multi enim cum
iniiiiiin^n ienq^iteUe iumps^ rint, incendio aut mina finiunt,
^tifllhetf^iilii^^ rerum fcedissima. « Dòssi badare principalmente, che ove con
un genere di traslato siasi cominciato, con quello stesso si termini. Di molti,
poi vi ha che oemiiif «ciano da una tempesta, e terminano con una rovina, o con
un incendio, cosa veramente sconcissima, inconser guentissim'tg » (Quintiliano,
lib. 8^, cap. 6.]. ' ' ' K^^i^è in questo vizio vediamo talora caduti-àu^ tori
eccellenti, matmiormeiile dobbiamo noi starne in guardia. 11 Petrarca, ad
esempio, vi cadde in quel suo Sonetto, nel quale volendo dire ohe se Morte o
Amere non lo avessero impedito^ avrebbe fatto un lavoro da averne fama insino a
Homa : »Se Amore o Morte non dà qualclie stroppio Alla tela novella cb* ora
ordisco, rfarò forse il mio lavor sì doppio Fra lo stil de' moderni e '1 sermou
prisco» Che (pavenlosainente a dirlo ardisco) lutili a Roma a' udirai lo
scoppio. men riprovevole vizio è soggiungere il parlar i^m- plioe al
metaforico, e dare alla metafora quel valore che ha la sola parola propria. Sta
bene per metafora dire . che gli occhi sono stelle, ma non istarebbe poi
soggiun- gere, che le stelle guardano: così è bello dire d' un ora- tore: egU è
tm fiume & éhquensta, per dire: — egli è elo- quenlissimo; ma sarebbe
ridicolo il dire: un fiume d> elo- quensta parla dai rostri. Vizio poi
maggiore sarebbe se si volesse dedurre dal significato proprio ai metaforico^
perchè le conseguenze non potrebbero essere che strane e ridicole, come in quel
sonetto del Marini: Se il crine è un Togo, e son due soli i lumi, ;f . Nofi
vide mal maggior prodigio il Cielo , f > Bagaar eoi soli » e rasclugaf coi
fiumi. Con la parola Iago imposta per cagione di similitudine al crine
(conciossiachè dicesi che il fiume Iago abbia le arene d* oro), e la parola
soli imposta per cagione di somiglianza a significare occW, viene il poeta a
trasfor- mare i capelli in un fiume vero, che porta acque; gli occhi in due
soli, che hanno luce e calore ; e quindi ne trae quella ridicola consegoenza ,
per la quale il ba- gnare è attribuito ai soli, il rasciugare ai fiumi. Ma
questo basii intorno i vizj della metafora. AWICOM II* nella ■etoaiaia. D. Che cosa è la
metonimia, e per quante guise si fa? • La metonimia è un tropo, che si fa
ponendo un nome in luogo di un altro , col quale vi sia afi&aità o
relazione. Però Quintiliano la disse: Nominis prò nmim pasitio; Cicerone y
denominano ; noi in italiano la chiame- remo denominazione. Questo tropo,
sebbene abbia n^olta somiglianza colla metafora , 'o possa come tutti gli altri
giudicarsi una raodifìcazione della medesima, pure è altra cosa, come dagli
esempj si vedrà : e giova a ren- dere piti vivace il concetto , e a rendere
piìi potente la locuzione. Si fa principalmente per sei modi. Il primo è quando
si nomina la cagione in luogo dell' eiretj,o , come ad esempio: Invadunt urbem
tonino vinoque sepuUam. (ViRGU.10, libi t^t Eneid.) mS £ di bianca paura il
volto tinge. ^» (Petrarca.) Recando al contrario V effetto per significare la
ca- gione , come in quel di Virgilio : Bigina e ^leeuiis eum pHmun albescere
hieem Yidit. • {Eneid., \\b.4fi.) ove il biancheggiare del cielo è posto in
luogo delF au« rora , che ne è cagione ; così in Dante : e per fa mesto Seln
saranno i nostri corpi appeal. Si fa la metonimia, quando si prende il
contenente kiYece del contenuto, come in Virgilio (lib. 3^): ilU impiger hautit
• Spumantfm paleram , et pieno se proluit auro. Lucrezio avea detto : 'Sepire
plagis saltum , canibusque ciere. Dai quali due eaemfij ò chi^o , che la tazza
è posta da Yii^Ho invece del vino , la selva da Lucrezio è posta in luogo degli
animali che ella conteneva ; per questo tropo istesso Dante , per dire che Gesù
Cristo ci salvò col suo scmgue , dice : Cristo ne liberò colla sua vena; e il
Petrarca altrove , parlando delle guerre di Cesare , dice: Cesare taccio, che
per ogni piaggia Fece r erbe sanguigne 1)1 lor vene . 4° Quando si nomina la
materia in luogo della cosa che di quella è composta , come il ferro invece
della spada , il pino o T abete in luogo della nave ; co^ in Tibullo : Nondim
cmruUu9 plous conUmpuraCìindoi; e il Petrarca : Noi^ It'lMlla Romana che jsol
fmo Apri il soo eatio e dlsdegooio peiio. 5» Quando si pone il nome di chi
possiede una cosa an- ziché quello della cosa jstessa , o V autore in luogo
delle sue opere : ^os\ Virgilio , volendo dire che la casa di Ucalegone andava
in fìamme , dice : Jam pnximus aràei Dcalegon ; Digitized by Google - 64 — e
CiceroDe inveendo contro Terre , per dirgli ohe aveva spo£^1iato il tempio di
ApoUiue, dice: Apollimm ne tu Delium spoliare atisus es ? 60 Sì pone qualobe
volla il nome del Visio 0 della virtù in luogo del vizioso a del virtuoso ;
così ad esem- pio: cum ignavia, cum luocuria, cim amentia nobis cer- ianàum
est: così il nome del protettore di una cosa in luogo della cosa stessa ; come
in Virgilio : Impleniur veteru Bacchi pinguiique ferina; oppure : Tum Cererem
eorrupiam widii, eereatiàgu» «rms >. B^peàiunt fem rerum. 11 segno per la
cosa significata , come in qael di Vir* gaio : JUum non populi fasces, non
purpura regum Flexit £ Dante : E oome t messaggier cba porta ulivo Tragge la
gente Per questi modi si ha il tropo metonimia , il quale se torna a lume della
locuzione , quando il nome che sì usa in luogo di un altro richiama più
prontamente e con più splendidezza alla mente V idea che noi vogliamo svellere
, riesce inefficace e vano ogni qualvolta non sia bene associato alle idee
stesse ohe vogliamo ride* stare. Egli è certamente assai più bello il dire, che
un uomo — non si lascia piegare nè dai fasci consolari , uè dalla porpora dei
re ,-*-ann che dire che— "non ha paura nè di consoli nò di re, — perchè la
mente con questo dire non ha ia nuda idea della potenza consolare e della reale
I ma nello stesso tempo vede quasi la formidabile pompa dei fasci e dei littori
1 e lo splendore del regio Digitized by Google manto ; ed in luogo di avere
conoscenza soltanto di una verità, se la vede dipinta innanzi dai colori delia
fantasìa, e accompagnata da tutte le immagini che vi hanno stretto rapporto, di
che ne nasce meraviglioso diletto. Bella Slaecéoelie* D. Che cos' è la
Sviecdoche? R. £ un tropo, il quale usurpa una parola in luogo di un'altra, non
come fa la metafora, né come la meto- nimia, ma in modo che dà alla medesima un
senso più o meno esteso di quello che si avrebbe dal proprio: e si fa, o
ponendo il tutto per la parte, o la parte per il ' tutto; 0 il genere per la
specie, o la specie pel genere; o il plurale pel singolare, o viceversa; o gli
antecedenti pel conseguente. Eccone esempj. Si fa ponendo il tutto per la parte
in questo modo: Aul Àrarim Parlus bibet , aut Germaoia Tigrim; come fece
Virgilio; a come il Petrarca: Come il fìredd' mino oltre 1* ondoso mare Caccia
gli sugelli; e ponendo la parte in luògo ^1 tutto, come in Vir- gilio : Vela
dabant to/i, et spumas salis cere ruebant; e Dante: Risposi lui con vergognosa
fnmU ; 8i fa usando il genere per la specie per questo modo, come fe^
Sallustio: OH a mcoton; el mmwi eonsueve- s uerard UaUd generis muUi morialos,
— ove la parola tmrtales genema sta in luogo di homines; e Dante: 0 insensata
cura de* morlali , Quanto son difellivi sillogismi Que* cbe ci fanno in basso
batter ralil Si fa adoperando la specie in luogo del genere, come le Orazio,
che, per nominare un luogo delizioso in ge* nerOy nominò la famosa Tempo di
Tessaglia: somnus agrestium Lenis virorum, non humiles domos Fastidii,
umbrosamque ripattif Non Zepìiiris agitata Tempc. £ il Tasso, per dire tigre in
genere, disse: E le mamme allattar di tigre ircana, lì plurale pel singolare,
come4a quel di Giovenale: Qui Cui'ios simulant, ti Bacchanalia vivunl; 0 in
quello dell'Ariosto: Crudel secolo , poi che pieno sei Di Tietti, di Tantali e
di Alrei. Così Cicerone usò il singolare pel plurale in questo mo* do: Ut ab
Samnite hoste tuta Ime ora esset, quam mmc nonvicinus Samuis urit, sed Prcnus
advena: ove Samnis , e PùBvm, stanno in vece di iSamni^es, e Pcmù Si fa pure la
sinecdoche usando il numero indeterminato per lo determinato; così Virgilio:
Non anni domuere decM, non mille carinm: 0 pure nominando ^qli antecedenti in
luogo de' conse- guenti come fe' Virgilio: Bijam iumma proeul villanm outnUna
fumant, Mqjaretquù eadunt altU d€ montiku lunàrar. E questo basti aver detto
dei modi diversi con cui si fa la sinecdoche. Noa creda però alcuno che si
possa senza ragione usare una parola per modo di sinecdoche, perchè questi
tropi sono colori delia elocuzione, e non vanno gettati all'impazzata ed a
caprìccio, ma secon- dochè occorre per meglio dipingere le cose. Quando Vir-
gilio per sinecdoche disse: Submersasque obrue puppes; non poteva
indinerentemenle dire: oò/ weproras. E però concluderemo qui colle parole di
Paolo Costa, il quale ci avvisa che si può cadere in difetto usando questo
traslato, ogni qualvolta i' immagine della cosa, da cui prende la parola, non
sia bene associata alle ideo che si vogliono svogliare in altrui , e non sia
atta a fare im- pressione neir animo piti che le altre idee che vanno in sua
compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò un solo esempio. Si dirà con maggiore
elTicacia: fuggono per t allo mare le vele, — che fuggono per V allo mare le
prore; poiché V immagine delle vele gonfiate dal vento, come quella che
percuote maggiormente la vista di co- lui che mira la nave in alto, più
strettamente di ogni altra idea si associa air idea*del fuggire. Dell'
AatoMOMMla. D. Che cosa è V Antonomasia? R. Antonomasia , ohe i Latini dissero
pronominaHo, e noi pure chiameremo pì'onoìninazione, è un tropo, mediante il
quale una parola cornujae acquista forza di parola propria; e si ia per cinque
modi: ponendo, Digitized by Google — 68 — anziché il nome di una persona, il
nome del padre suo; così Virgilio nomina Enea dal nome di Anchise suo pa- dre
nel 5^ deìVEneùie: Magnanimu$que Anchisfades; altrove Aiace dal nome di
Telamone suo padre: Hinc eral oppositus conira Telamonius Heros. 9<>
Usando il nome della patria , anziché il nome della persona, come: Il pio
Trojano, anziché il pio Enea. Così Diana è chiamata Delia dall'isola di Delo
sua patria: Noiior ut jam tit canibus non Delia nostris; e Apollo è detto
Cinzie dal monte Cinto che sorge nella stessa ìsola: Cum eanerem rege$ et
firmila f GjnUitiis ourem YellUf eiadmonuit. (ViRcaiO, Egl. 6, y. 5.) £ Catullo
disse : IntoMum pueri dicUe Cyclbium. E il Petrarca chiamò Annibale così: Vidi
olirà ua rivo il gran Cartaginue. 3<> Usando un aggiunto in luogo del
nome proprio ; così Didone invece del nome di Enea, pone l' aggiunto impius:
Arma viri talamo, qum fixa reliquit linpSus. 11 Petrarca nomina Archimede per
questo modo : Vidi dipìnto il nobil Geometra, 4» Pimendo qualche nome proprio
in luogo di un nome appellativo, come- sarebbe Mecenate per prolettore di
letterati, Demostene per eloquente. Così Pompeo Ma- gno nominava LucuUo, Serse
togato:-— qua de causa Digitized by J — 69 — magms Pompeus Xersem togatum eum
appellai. Così un Doslro poeta disse: I versi Che il Lombardo pnogeaii
SardanapiUo. 5® Infine si fa antonomasia, quando in luogo di un attri- buto si
pone il nome di qualche popolo o di qualche gente, a cui quel!' attributo è
dato comunemente; oos\ un nostro poeta disse: Grecia non v'è, ma Gred son per
tolte; alludendo all' antico proverbio: Grctca fides,^ nuUa ftdei. Da questo
tropo molti vantaggi ne vengono all' elocu- zione, conciossiachè per mezzo di
questo si può met- tere innanzi alia mente un oggetto con quelle circo- stanze
che piti ci giovano. Egli però non va usato con troppa frequenza. AnTi€oi.o \.
Mia CtatMMi e MOm HeteloMl. D. Che casa è la Catacresi? R. La catacresi o
abusione fu definita cos\ dal* Fautore della Rettorica ad Erennio: Abusio est
qiice verbo simili et propinquo , prò certo, et proprio abutilur. Virgilio per
questo tropo chiamò cavallo quella gran macchina a forma di cavallo, che i
Greci edificarono a prendere Troia: Instar moniis equom ^vina Pattadis arte
SUfieanU Così noi dicfamo cavalcare una canna, sebbene la pa- rola significhi
andare a cavallo. Orazio: Ludere par, <mpar, èquiUre tu arundiM hnga; <j
altrove con più ardimento: Eurui per Heula» equiuvil unda$. A questa figura si
riferiscono tutte le improprieth di parlare, che con tanta eleganza vediamo
usate dai Glassici (quantunque con riserbo grande si debbano imi- tare), come,
ad esempio, sperare in luogo di temere^ come in quel di Virgilio: Hune ego $i
poiui tantum sperare dolorm; e in altro luogo: ÀI sperate Dm memom fondi aéqué
nefandi» che fu poi imitato dal Petrarca: Nè coDtre morte wperù altro ehe
morte. E molti altri abusi di parole , alcuni dei quali a dir vero non si
sentono piii da noi , perchè sono tornati per V uso a parere proprj. D. Che
cosa è la Metalessi?* il. La roetalessi, detta dai Latini partecipano, è un
tropo che si fa usando una parola, dal significato della quale sì passa alla
cognizione di un allro, e per (lire con Quintiliano, ex alio in aliud viam
prcestat: e si fa per due modi: 1"" qualora un oggetto la nel- r atto
medesimo doppia impressione sulla mente no- stra , poi indistintamente ne
richiama le qualità, come per esempio: r venni Hi luogo di ogni Inee muto.
Dante con questa raetalessi ci viene a significare il si- lenzio e r oscurità
di quel luogo, e la qualità della doppia impressione confonde , riferendo 1'
epiteto muto alla luce ; e Virgilio aveva detto: . Fri gut caplamus opucMttìt a
significare : Sediamo all'ombra per godervi il fresco. Si fa hi 2.** luogo ,
quando per esprimere una cosa ne nominiamo un^altra, ma alquanto lontana ,
cosicché per intenderla bisogna un jm>' ragionarvi sopra. Virgilio an« zichè
dire tre anni , disse : * • , Tertia dum Latto regnaniem viéerit €uUu; 6 il
Tasso neir AmnUa: E già tre ^fls Ha il nudo mieiilor tronche le spleke; e Dante
, per diire lo spazio di 50 mesi , disse : Ma DOB eiiM|iiaDU toI^ 6a raccesa La
Ciccia della domia, che qui regna « , Che to vedrai quanto qoest' arie pesa ,
cioè la faoeia della Luna , la quale in cielo ha nome di Luna , in inferno sì
diee Proserpina , ed essendo moglie di Plutone è regina del luogo ; lo che
torna ; non pas- seranno cinquanta plenilunj ; giacché nel plenilunio la faecia
tutta della Luna che riguarda la terra Tiene dal Sole accesa , cioè illuminata.
AmnooiiO TI* « Come I iMpI aggiungano grami» al MflMim teovMi» émai vlaaitt
iMleme , e marne mimmm iaiii 4evlmtl dalla aietefoni. D. Dopo queste cose resta
altro a dire? R. Resta a dichiarare cosa insegnata dal cartjiinal Pallavicino
nel suo Trattato delio Stile , ed è che i tropi per dare vaghezza ed eleganza
allo stile non devono mai andare disoompagnati l'uno daìl* altro, ma , quasi
riuniti insieme (non però rammassali) , V uno all' altro aggiungere grazia e
vaghezza , Qome si può vedere nei Classici. E per dame alcun esempio, eccovi
qua i primi due versi della prima Egloga di Virgilio : filire, lu jMliffe
reevhans tié iSf/nUne fagi, SUmtrem tenui mutam meUtarii avena, • Se noi
facciamo 1' analisi di questi due versi soli , tro- veremo un numero di tropi
maggiore di quel che pare. L' epiteto patide dato al faggio è una bella
metaforetUf la qual significa quidquid potei , cioè tutto oiò che per
estensione , o per larghezza si manifesta agli occhi : re- cubo , che significa
giacere ^ qui per tropo significa sem- plicemente sedere e riposare : tegmime ,
derivando da lego , è parola generica , che indica tutto ciò che rico- pre , e
qui per tropo significa V ombrello de' rami che difende e copre dai raggi del
sole : iilvestrgm vuol dire in senso proprio ciò che è proprio della selva : o
che è nella selva , e qui è trasportato a significare pastorale, villereccio.
Musam , che in senso proprio non vorria dire che una delle nove divinità le
quali presiedevano al canto , per tropo è posta invece del canto istesso. Avena
non è in senso proprio che un' erba , dallo stelo della quale si formano pive,
e qui è posta per piva, o aomigUante stnimeuto pastorale. Tenuk non vuol dire
che sottile , e qui vale umile per tropo. Meditavi non è altro che mente
cogitare, cioè pensare , e qui per tras* lato suona Untore ^ andar prwando: le
quali metaforette insieme riunite sono quelle appunto che danno un gra^ zioso
colorito poetico a questi due versi. Conviene anche avvertire , che quello che
si dice di questi tropi, i quali sono molto rammolliti dall' uso , sicché a
gran parte non ci paiano più tropi qua! sono, ma voci proprie, non si può
applicare a quelli che sono più sfolgorati, o alle figure di concetto delle
quali parleremo ; perocché in quella guisa che queste piccole traslasioni
aggiungono diletto e vaghezza , se sono a discreta copia seminatQ nel Discorso
, quelle, multiplica te che (ossero, darebbero etranesia e affettazione. allo
stile. D. AveU accennato che itUti i tropi non sono che modificazioni della
Metafora; sapreste voi dichiarar- melo? Facilmente. Se la Metafora non è che
imposi- slone del nome proprio di una cosa ad un* altra, secon* dochè fu detto,
e la similitudine ne è il fondamento, ne consegue che i tropi, essendo pur essi
imposizione del nome proprio dì una cosa applicato variamente ad un'al- tra ,
non sono che varietà della Metafora. Infatti la Si- necdoche col nome proprio
del tutto significa una parte sola dei medesimo , o viceversa , ed applica al genere
il nome proprio delia specie , e così al contrario. La Me* tonimia col nome
degli effetti accenna alle cause, e sotto il nome delle cause inteude gii
efi'etti: o impone il nome del contenente al contenuto , o col nome del
possessore Digitized by Google nomina la cosa posaedata; o col segno che
significa una cosa , vuol farti intendere la cosa stessa , e via via. La
Catacresi abusa di un nome a significare una cosa che per quel nome non
poirebl)e essere significata , e solo lo pfuò per rapporti'di somiglianza. La
Metalessi poi , che i Latini dissero partecipazione, non è in sè che metafora e
metonimia insieme congiunte. L'Antonomasia infine ohe altro ò essa se non che
imposisionedi un nome ge* nerico ed appellativo a significarne un proprio? Se
dun- que tutti questi tropi altro non sono che diverse impo- sizioni di nomi di
una cosa ad un'altra, usate per rendere più efficace il discorso e pili ornato
, e fondamento loro è sempre la similitudine , sarh fuori di dubbio che si
possano tutti considerare varietà della Metafora. Per questo quella gran mente
di Aristotile comprese sotto il generico nome di Metafora tutti i tropi ,
seoondochò ne avvisa Cicerone : Aristoteles ista omnia traslationes vocat; e
per questo si possono considerare anche da noi una cosa stessa colla Metafora.
D. Direste voi ora per qwd ragione avete lotto dal novero dei tropi
l'Allegoria, l' Iperbole, la Perifrasi, l Iro^ nia,edU Sarcasmo f R. Perobò
queste forme di parlare non si oonten- c:ono come le altre nella traslazione di
un nomo , ma più largamente nel Discorso procedono. Di più^ osser- vando che r
Allegoria è un parlare artifizioso , il quale sotto le apparenze di una cosa ne
significa un^ altra , e nasce principalmente dalla fantasia, che per meglio
sot- toporre ai sensi immagini astratte pone invece di quelle oggetti reali ,
ci è parso dover collocare ;l'Allegoria ap- presso la Similitudine e la
Comparazione , figure delle (juali essa si giova per modo da poter essere
giudicata cosa non molto difierente da quelle. Così la Perifrasi e - 75 — r
Iperbole sono siale posle fra le forme di parlare pro- prie dell' immaginazione
, perchè esse procedono dallo stalQ della lantasìai e a quella servono.
L'ironìa ed il Sarcasmo poi essendo sempre prodotti da passione vio- lenta , ci
è sembrato che debbano aver luogo fra le for- me di parlare derivanti dalla
passione. Se però alcuno volesse altramente pensare, faccia a suo senno, chènò
per questo V arte si rimuta , nò le cose cambiano da quello che intimamente
sono nella propria natura. CoHie osai mpeéke di •crltHira ami wmm MMUileM
propria di tropi* D. Ogni spededi tropi comnme forse ad ogni maniera di
scriUuref ' R. No certamente : e per conoscere quali ad una maniera di
scrittura , e quali ad un' altra convengono, si deve por mente al fine che c'
induce a parlare o scri- vere, e vedere se lo scritto nostro è condotto
semplioe- mente dalla ragione e mira al solo convincimento, ose è mosso dalla
fantasia e si volge principalmente al di- letto , 0 se in fine è guidato dalla
passione e si volge alla mozion degli alfetti. E quando sia chiaro il fine
dello scritto e il principio da cui è dominato , allora si può determinare
quali tropi convengano ad una specie, quali ad un' altra. E siccome ii Discorso
che ha per fine il con- vincimento muove da riposata ragione , e la ragione
guarda le cose in sè freddamente , e sdegna ornamenti che a lei non
appartengono , diremo che a questa spe- Digitized by Google — 76 — eie nen
appartengono òhe i tropi pia temperati, e quelli che per V uso hanno quasi
perduta faccia di tropo , e che se ne dee fare uso parco e misurato.
Consentiremo ai filosofi la Metafora e qualche altra translazione, pur- ■ diè
sia casta e vereconda, e non sappia nulla d'imma- ginoso, nulla di
appassionato. Ma a quella guisa di scrit- ture che sono signoreggiate o dalla
fantasia o dall' af- fetto daremo più in copia l' uso dì tropi, e sensa riserbo
tutti del pari come buoni li concederemo, quando siano bene appropriati, e
vengano nel discorso spontanei e non forzati , e non oontradicano al carattere
di quella specie del Discorso od oratorio o poetico a cui apparten- gono. In
somma convien ricordare che la ragione, la fan- tasia, gli adetti , hanno delle
forme di linguaggio proprie soltanto di sè, e sdegnano quelle che loro
propriamente non appartengono. E perchè sia più chiara e patente questa verità
, ci faremo ora a parlare delle forme pro- prie della fantasia , poscia di
quelle proprie deli' affet- to , le quali comunemente si chiamano figure di
pen- siero prodotte dall'immaginazione, o derivate dalla passione. Dalle fénue
M iiarton pMpvie D. Che cosa sono le figure dmioQU dait immagine^ stione? R,
Sono certe naturali forme di parlare , le quali soTonte adopriamo perchè i
noski pensieri acquistino Digitized by Gopgle - 77 — maggiore efficacia ogni qual
volta noi parliamo, o mossi dalla iorte impressione che un oggetto ha falla
sopra di noi , o anche solo perchè faccia sugli altri un' impres- sione
maggiore di quella che farebbe , se il linguaggio della fantasia si
restringesse al semplice e severo della ragione. £ siccome per mezzo della
Immaginazione noi possiamo avere presenti all' animo oggetti lontani , con-
frontarli fra loro , comporli , discomporli , e crearne di nuovi , cosi ne
viene che dalia osservazione dei rap- porti diversi nascano la Similitudine, la
Comparazione, l'Allegoria , la Perìfrasi , V Iperbole , l'Antitesi , la Pro-
gressione, la Preoccupazione, la Concessione, la Prete- rizione , la
Sermocinazione , l' Ipotiposi ; figure le quali . noi verremo ora partitamente
esponendo. D. Che cosa è la SimilUudinef R. La Similitudine è una forma di
parlare, colla quale mosl riamo pid cbiai*amente una cosa per mezzo di un'
altra. Ella in sostanza non è che una larga me- tafora , ed è soggetta alle
regole della metafora stessa. Eccone un esempio : Come le pecorelle escon del
chiuso A una , a due , a tre , e l' altre stanno Tiraidette atterrando rocchio
e il muso; E ciò che fa la prima, e l'altre fanno. Addossandosi a lei s'ella
s'arresta, Semplici e quete, e lo mpercbè non sanno. (Dante» Purgalorio.) D.
Che cosa è la Comparazione? A. È una forma di parlare, per cui raffrontando '
insieme due oggetti, si viene a mostrare che quegli at- tributi che convengono
aduno, convengono pure all'al- tro. Ella non si contenta, come la Similitudine,
che vi sia una somiglianza, ma esige di più ohe il fondamento Digitized by
Google — 78 — • della somiglianza si spieghi , e si aecenni il modo per io
quale i due oggetti paragonati fra loro convengono. Per esempio : Come impasto
Leone in stalla piena » Che lunga fame abbia smacrato e asciano. Uccide y
scflomat mangia, e a strazio mena L* infermo gregge in sua balia condallo: Così
il erode! Pagan nel sonno a? ena La nostra gente , e fa macel per latto. La
spada di Medoro anco non ebe; Ma li sdegna ferir Tignobll plebe. (AniosTO»
OrUmdo fiaiow.) D. Si deve osservare akuna cosa intorno l'i$so di ^ qìAeste
figure? R. È necessario osservare in prima oh' dUeno mal si addicono ad un
discorso appassionato, specialmente ove la passione sia forte ; perchè 1' animo
in mezzo ad una tempesta di affetti noo ha di che perdersi in con- fronti 0
simiglianze , ohe sono opera della fantasia e della ragione. In fatto la
fantasia nei suoi voli facilmente s'av- viene a trovar oggetti con cui compone
le immagini che • le si presentano : e la ragione qualche volta^ per me- glio
dichiarare le cose eh' ella espone, ama trovare con- Ironti e similitudini. Di
che viene, che alcune sono a solo abbellimento , altre sono a rischiarare le
cose. Quelle | che valgono solo a dar lume, piacciono più ai prosatori; quelle
che sono di tutto abbellimento, sono meglio pro- prie de' poeti. Aggiungasi che
alcuna volta da un' im- magine di confronto inaspettato la mente rimane così
sopraffatta ed investita, che pih non potrebbe ; a segno che possa dirsi da
quelle figure nascere talora il subli- me. Quello però che principalmente si
dee osservare, è che la similitudine o il paragone aìalio tplti da cose vicine
e facili a cadere sotto gli occhi della mente dei lettori, non da lontane od
astruse; e che queste figure conTengaDo al genere ed alla specie della
scrittura, perchè, ove non ci convenissero, anzi che lume e bel- lezza,
rcchorcbbero oscuriti e stranezza. D. Date alcun esempio che mostri, come la
Similitu- dine (Ucliiora meglio le cose, o le ctbbeUisce , o le sMimal R. Il
Boccaccio, alla 20» Novella della Prima Gior- nata , voleva dire che i
piacevoli motti rendono pivi lieto e leggiadro il conversare. Egli a dichiarare
questa sen- tenza si vale di una ben acconcia similitudine per que- sto modo :
Come ne' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella primavera i
fiori de' verdi prati, cosi de^la/udevoU costumi e de' ragionamenti piacevoli
sono i leggiadri motti. Serve ancora a dichiarazione la similitudine che Dante
usò nel Canto Ili dell' Inferno, per rappresentare i malvagi che corrono alla
barca di Caronte. Ckiine d'antanno si lem le foglie L'una appretto dell'altra,
infin che 11 ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie; Simitemenie il mal
seme d' Adamo: Gillansi di quel lito ad una ad una, Per cenni , come augel per
suo richiamo. Vale poi ad esornare, come si può vedere nella seguente stanza
dell'Ariosto, il quale, nel descrivere due guerrieri obesi azzuffano^ ti porge
in essi V imma- gine di due cani che vengono ai morsi. Come soglion talor due
can mordenti» 0 per invidia o per altr* odio mossi, Avvicinarsi digrignando i
denti» Cdn oeehi bleclil e pit die iMsgla rossi; Digitized by Google 80 Indi a'
moni venir di rabbli ardenti, Con aspri rìngljj e rabbuffiti dossi ; Così alle
spade , dai gridi e dall* onte, Venne il Circasso e quel di Cbiaramonle. L*
Alighieri si valse della similitudine a sublimare il suo concetto nelle
seguenti terzine tratte dal Purga- torio: * A noi venia la creatura bella
Bianco vestila , e nella faccia quale Par tremolando mattutina atella. E neir
altra : . Ella non ci diceva alcuna cosa; Ma lasciavano gir, solo guardando A
guiaa di leon quando ai posa. D. Che cosa è V Allegoria, e perchè si pone fra
le figure d' inmaginazùme ? R. L'Allegoria non è altro che una forma di parla-
re, la quale por mezzo di un discorso ne presenta un altro latente. Ella non
differisce dalla Similitudine se non in questo, che 1* allegoria non mostra un
oggetto per mezzo dell'altro, ma dà un oggetto in luogo del« r altro. È inutile
spendere novamente parole per mo- strare che questa forma di parlare va qui
registrata; poiché ognun vede chiaramente come ella è un pro- dotto della immaginazione.
Abbiamo un beli' esempio nell'Ode 14» del libro 1° d'Orazio (se pure non è da
seguirsi T opinione di coloro ; che queir Ode vogliono diretta alla nave nella
quale Orazio scampò dopo la battaglia di Filippi, opinione molto probabile), e
nel Petrarca nel seguente sonetto : Passa la nave mia colma d' obblio Per aspro
mare a mena notte il Tento Infra Scilla e Cariddi ; ed al governo Siede 'I
signor» ansi 1 nemico mio. Digitized by Copgle — «1 — A ciascun remo un pensier
pronto e rio, Che la tempesta e '1 fin par eh' abbi' a scUerDo: La vela rompe
un vento umido eterno Di sospir, di speranze e di desio. Pioggia di lagrimar,
nebbia di sdegni Bagna e rallenta le già stanche sarte, Che son d* error con
ignoranza attorto. Cèlansi i duo miei dolci usati segni; Morta fra l'onde è la
ragion e l'arte; Tal cb' ìDcomiDcio a disperar del porlo. Avveriiremo però fin
d* ora cbe quest^ allegoria è impura, poiché al senso allegorico è sovente
commisto il vero. Il più sublime esempio di tal figura T abbiamo nel Salmo 79 ,
ove il popolo- d' Israele è rappresentato sotto r immagine di una vigna. A noi
basterà dame un breve esempio, tratto da un Classico latino, lasciando a chi
vuole andare a consultare il suaccennato. Cice- rone neir orazione a difesa di
Quinzio per mezzo deir al- legoria si esprime così : Ita fit ut ego, qui téla
depellere, et vulneribus mederi deheam, tiim id facere cogar , cum ' etiam
telum adversarius nuUum jecerit: Ulis autem id tengnts impugnandi detur, ctm et
vitandi Hkrum impetus potestas adepta nobis ertt; et si qua in re, id qnod pa-
rati sunt facere, falsum crimen , quasi venenatum aliquod telum jecerint,
medicime fadmdm locus non erit. c Così avviene che io, il quale debbo levar
dalle cam! il ferro delle saette, e medicar le ferite, sono sforzato a ciò fare
prima che V avversario abbia fatto il colpo: ed a lui è conceduto facultà di
assalirci a tempo^ die a noi sarà tolto di poter iscbifare il suo impeto: e
dove in alcuna cosa (il che essi son presti di dover fare] con- tro di noi,
lanceranno, quasi avvelenato dardo, qual- che falsa opposizione, non sarà luogo
ad apprestarne il rimedio. i> (Dolce.) e Digitized by Google 82 — I Retori
poi distinguono rAIfegorit in pura ed im- pura: pura la chiamano quando non si
esce mai dal senso allegorico^ impura quando dal seuso allegorico si passa al
proprio. Cesi Dante nel Canto primo del Purgatorio j dice: Per correr miglior
acqua alza le vele Ornai la oavioella del mio iagegao» Che lascia dietro sè mar
si crudele. Sarebbe stala pura V allegorìa sè avesse detto , an- ucbè la
navicella del mio ingegno, la navicella mìa. Anche l'apologo può dirsi
un'allegoria pura, e così pure r enimma , o V indovinello, dei quali per
brevità qui non si parla. Una sola osservazione ferino, ed è che r allegoria
deve essere breve, ben adattata e facile, perchè si possa agevolmente conoscere
il senso nasco- sto sotto r immagina rappresentata. D. Che cosa è la
Pèrifiroii? lì. PeriiVasi, che in volgar nostro significa circon- foctA^MÒne^
in latino circuUio, è una forma di parlare, la Auale esprime con più parole ciò
che in una o in poche si potea dire: Pluribus verbis cum id, quoduno, aut
paucioribus, certe dicipotest, explicatur, vocant circui- Èum loquendi.
(Quintiliano.) E di questa forma pare che r immaginazione principalmente si
compiaccia, perchè per questa ella può mostrare i confini d' una cosa , anzi-
ché la cosa slessa, come fece il Petrarca , il quale per nominar T Italia
disse: .... il bel Paese, Cile Appeonia parie e il mar circonda e l' alpe; w o
dar a vedere una cosa per mezzo delle sue prìnci* é — 83 — pali qualità, come
fe' Dante, il quale, per nominare ii Sole, disse: « Lo mioistro maggior della
naiura. Serre sBeora la Perifrasi a dare chiaresza maggio- re: alle vette vale
ad Isfuggire con grazia cerle espres- sioni, cui nuocerebbe usare, comò in quel
magnifico esempio che ne otire Cicerone nell' orazione />ro Milane, V
Oratore Romano dovea pur confessare che Glodio era stato ucciso; ma perchè la
parola uccidere, o altra so- migliante, recava odio aMilone, compassione a
Clodio, egli per mezzo di una circonlocuzione espresse il suo concetto in
guisa, che la ragione di Milena vi trionfa: Fecerunt id servi Milonis {dicam
enim non derii andi cri- minis causa, sed lU factum sii), ncque imperante,
ncque sciente, neque prmenie domino quod quis^ servos suos in ioli re facére
voluisset « Questi servi dì. Milone (e lo dico non per imporre ad altri la
colpa, ina perché il fatto andò pur così), non di ordine del padrone, non
sapendolo lui, uè essendo quivi, fecero quello, che cia- scuno in cos\ fatto
termine' avria voluto- veder fare a' suoi servi. » (Cesari.) La (jualo
perifrasi fu bene imi- tata in egual caso dal cardinal Commendone nella sua
orazione in difesa di alcuni scolari dello studio di Pado- va: Avvenne adunque
, dice egli, dopo molta sofferenza ^ ohe più della ragione potò lo sdegno: non
si nega il fatto. Questa forma di parlare però, se non sia usata con molta
moderazione ed a tempo, produce languidezza e superfluità. Non vi sia alcuno
che creda la Perifrasi essere egual cosa che la Parafrasi, perocché la Para-
fram, la quale significa dichiarazione, allargamento, appartiene in genere all'
amplifioaziona. Digitized by Google — 84 D. Che cosa è r Iperbole? B.
L'Iperbole, che i Latini chiamarono superlatio (noi diremo esagerazione) , si
fa col portare una cosa ol- tre il suo essere naturale, o innalzandola più che
non è , 0 più che non è diminuendola. E questa si fa quando noi vivamente
colpiti da qualche idea che altrui voglia- mo rappresentare, credendo troppo
deboli le espressioni proprie, ci serviamo di alcune, le quali a intenderle
strettamente vanno fuori del vero. Cosi per iperbole Virgilio ci descrive i
cavalli di Turno: Qui candore nivet ante irent , cursibiu auras. Due guise
d'iperbole si danno, Tuna delle quali move dair immaginazione, come è detto, l'
altra da com- mozione d'animo. Da semplice immaginazione è V iper- bole colla
quale T Ariosto descrive la mensa preparata da Aicina a Ruggero. Qual mensa
trionfarne e sontuosa Dì qualsivoglia successor di Nino, 0 qual mai tanto
celebre e fumosa Di Cleopatra al vincitor latino, Potria a questa esser par,
che V amorosa Fata avea posta innanzi al Paladino? Tal non cred' io che s'
apparecchi , dove Mioistra Ganimede al sommo Giove. Se però non si abbia molto
buon giudizio V iperbole descrittiva dk facilmente nelP esagerato e nel falso ;
spe> cialmente quando si voglia usare prima che l' immagi- nazione sia
bastantemente riscaldata. Iperbole si usa con più buon successo a descrìvere
esseri immaginari al tutto, 0 almeno in gran parte, dei quali i sensi no- stri
non possono avere contezza se non in quanto sono loro descritti dalla fantasia;
come sarebbe la Fama dì Digitize by Virgilio, il Silenzio e la Frode noli'
Ariosto, esimili altri^ nei quali soggetti l' esagerazione è più consentita.
Infatti Virgilio potè dire, che la Fama passeggia il siwlo^ ed ha fra le mbi il
capo, la qual cosa sicuramente non avrebbe potuto affermare, se qaesta Fama
fosse stata altro che un essere immaginario. Men pericolo è nel* l'iperbole
mossa dall' afTetlo, perocché qaando il cuore è agitato fortemente, ogni
esagerazione che non esca affatto dai ragionevole gii ò consentita. Bella è
quella che Torquato Tasso ebbe imitata sì nobilmente da Vir^ gilio: • Nè te
SoQa produsse, e non sei nato Dell' Azz!o sangue tu: te Tonda insana Del mar
produsse, e '1 Caucaso gelalo, £ le mamme aliauàr di tigre ircaDa. D. Che cosa
è PAntUesi? R. È una forma di parlare, la quale cade in accon- cio ogni qual
volta i' Oratore o il Poeta , cercando dare maggiore rilievo ad un pensiero o
ad un oggetto, gli con- trappone il suo contrario. E però l'autore della Retto-
rica ad Erennio la definiva così: Contentio est cura ex cùntrariis verbis aut
rebus oratio conftcitur. Perlochè apparisce chiaro che questa figura si fa, o
contrappo- nendo parole a parole, o contrapponendo sentenze a sentenze. Esempio
della 1» maniera può essere il se- guente del Segneri : Tutti gitanti qui
siamo, o giovani o vecchi, 0 poveri o ricchi, o nMU o plebei, tutti dobbiamo
morire. Esempio della 2* maniera d' antitesi può essere questo di Cicerone: In
pace ad vexandos cives acervi- muSy m bello ad eajmgnandos hostes inertissimus.
Bella è pure P antitesi che abbiamo nell' orazione a Paolo Terzo d'Alberto
Lollio: Muovesi l imperatore, non per — 86 — cupidigia d allargare i confini:
ma per conservarli, non per difendere le membra deW Impero, ma per non perdere
il capo, nùnper opprimere gV mAoce^M, ma per eorreg^ gere i dmAbidknli, Questa
figura perd deve essere usata con molte avvertenze; deve essere breve, poco frequente,
naturale: brevei perchè altrimenti scopre l'arte, e ristucca; poca frequeale,
perehò, ove sta spes- seggiata, illanguidisee e raffredda il discorso;
naturale, perche, ove mostri fatica di studio, disgusta 1 lettori anziché
dilettarli. È anche da osservarci che questa figura alcune volte serve alla
passione , specialmente quando ò portata molto innanzi, conciossiachè nelle
forti agitazioni dell' animo avviene che le idee quasi tu- multuariamente
presentandosi al pensiero, si dispon- p:ono per modo nella mente, che ognuna di
esse reca con sò il suo contrario. Esempio ne abbiamo nella 2^ Ca- tilinaria di
Marco Tullio: Hoc vero quis ferro potest, inertee homines forliseimis òuidiari,
eiuUissònos pruden- tiseimis, ebriosos sobriis, dormientes vigikmtSms?.*. e più
verso al fine: Ex hac enim parte piignat piidor , il- line petulaìUia: hino
pudicitia, illinc sttipnm: hinc pie- tae: illinc sceìus: hinc comtantia, illinc
furor: hinc ho- nestas: mine turpiiudo: hinc conHnentia, illinc libòhi denique
wquitas j temperantia, fortitudo , prude ntia ^ vir- tutes omnes certant cum
iniquitate, cum luxuria, cum ignafria, cum temeritate, cum vitiis omntìm> «
Ma ohi potrebbe sopportare che gli uomini pieni di dappocag- .nine tendano
agguati ai valorosi, i pazzi ai prudenti, f^rimbriachi ai sobrj?... — Chè da
questa parte com- batte la modestia, da quella la petulanza; di qui la castità,
di là gli stupri; di qui la fede, di là la fraude; (li qui la pietà, di là la
scelleraggine, di qui la costan- za, di là il furore; di qui la contmensa} di
1^ la eupidi* Digitized by Gopgle - 87 — già: finalmente l'equi Ih, la
temperanza, la fortezza, la prudenza, e tutte le virtù prendono la spada in
mano contra la iniquità, cantra la lussuria, contro la dappo* caggine , contro
la temeritli , contro tutti i vizj. » (Dolce.) D. Che cosa è la Progressione?
/?. È una iòrma di parlare , per la quale , salendo grado grado da un pensiero
air altro , si dà maggiore efficacia alla sentenea. Questo modo dai Oreci fu
chia- mato climax , e noi lo diremo scala. Eccone da Cice- rone un esempio :
Facinus est vincire cwem romanum , teeka wrberarè, prope parrieiditmneoare;
quid dicam m crucem toUere? « È delitto legare un cittadino roma- no ,
scelleraggine vergheggiarlo , quasi parricidio ucci- derlo : che dirò io del
crocifiggerlo ? » Osservate come r autore per questa figura ha mostrato che T
avere messo in croce un cittadino romano era delitto senza pari. Egli grado
grado esaminando quanto sia grande colpa mettere in ferri un cittadino , quanto
grande sc^Uerag» gine vergheggiarlo , quanto orrìbile parricidio metterlo a
morte, fa conoscere che il crocifiggerlo è delitto sovra ogni delitto. Questa
forma è di grande elLicacia , peroc- ché ella presenta quasi ali' intelletto
una serie di pro- posizioni concatenate a modo, che posta la prìma, tutte le
altre necessariamente si denuo ammettere come di- scendenti da quella. Un altro
esempio ne porge il Se- gneri nella 4* predica : Questa è dunque- la cura-, ohe
vai teMte delia vostra anima? questa è la ^ima del tostro fine? questa è la
sollecitudine della vostra felicità? saper di slare in ìnezzo a rischi sì gravi
, e non riscuotervi? Ponete mente alia doppia gradazione di questo periodo: la
prima è nelle parole cura , stima , soUeeiiuéine ; r altra nelle parole —anima,
fine , felicità. Anche i poeti fanno uso con profìMo di questa figura , la
quale però « — 88 — eonvien cercare che non iscuopra Tatte,' altrimentì di-
vieue cosa viziosa, come appunto è quella del Tasso me- rilameate ripresa dai
Galilei. Sparsa è d* armi la terra , e V armi sparse Di sangue, e il sangue col
sudor si mesce. D. Che cosa è la Preoccupc»ioneZ R. £ una forma di parlare, la
quale usiamo per prevenire una obieetone o una donanda , la quale ci potrebbe
esser fatta , e togliere o|5ni dubbio che po- trebbe nascere negli ascoltatori
; cosi il Casa nella prima | oraiione per la Lega , prevedendo che alcuno
avrebbe potuto obiettargli , che Carlo Quinto metteva in essere i suoi eserciti
per difendersi, per mezzo di questa figura previene V obiezione , e dice : Se.
mi mi direU che egl% si vuol difendere io vi domando: chi lo minaccia , cftt fo
spaventa , chi lo assalisce? Questa figura , come ognun vede , giova molto agli
oratori, e non inutile ai poeti. f In fatto asaai bene ne usò Torquato Tasso
nella Geru- salemme : Ta , ebe srdfto sin qai ti sei condotto., Onde speri
nutrir etvalli e fami ? t Dirai : V armata in mar enra ne prende. Dai venti
adunque il viver tuo dipende? « D. Che cosa è la Concessione? - R. È una forma
di parlare , per la quale , mentre noi concediamo una cosa all' avversario , lo
costringiamo con questo stesso modo a concedere a noi ciò che vo- ^mo. Elia è
figura* di mirabile effetto e di grande uso presso gli oratori e presso i
poeti. Così il Gasa iiella 2» orazione per la Lega : Or ecco V imperatore
riposerà quest' anno , 4» coù pa , perocché nessuno ce ne fa certi; Digitized
by Google ma ie pur eoA fla , egli starà fermo quesfamo non per ^ tardare , ma
per andare piìì ratto. £ r Alfieri nei Don Gariia: m Uccìderai Salviati, Fona
Bun reo: nemici allri verranno. Pian spenti? ed aiiri insorgeranao. — 11 brando
Del diffidar la insazìabii punta Ritoioe al fin contro ehi V elsa impogna. D.
Che cosa è la Preterizione? B. £ una figura per la quale fìogeDclo di voler ta-
cere alcune cose, poi espressamente le diciamo, e ^e- sta giova assai , perchè
mostra T Oratore poco curante di quelle cose stesse che sono a suo prò, come
quegli che ben altre e di maggior peso ne ha ; e mette nel- l' ascoltatore
confidenza, facendogli conoscere che FOra* tore ha ragioni piii del bisogno.
Cicerone nelT orazione in favore della Legge Manilia, parlando per preterizione
delle lodi di Pompeo , dice cesi : Itaque nm non prcedi- caturus, Quiriles ,
quantas iUe ree demi mUiticeque , terra marique , quantaque felicitate
gesserit; ut ejus semper vo- luntatibus non modo cives assenserinl , sodi
obtempera- rint, hostes obediermt;8ed etiam venti tmnpeeiatesqmolh secundarini,
t Laonde io non son per raceoatare, Roma- ni , quante egregie operazioni, e con
quanta felicita egli abbia fa^e &ì nelle cure della città , come nei
maneggi della guerra , in terra e in mare , e di maniera che alle sue YoloDtk
non solamente i cittadini sempre abbiano acconsentito , i confoderati servito ,
i nemici ubbidito , ma i venti e le fortune gli sono stati secondi. » (Dolce).
' Così pure, presso Virgilio, Venere enumerando a Giove le ofiese che eila^veva
ricevute da Giunone, dopo - 00 — averne esposte alqaaiiiè , fìngendo di voler
passare le altre sotto silenzio, dice: Quid repetam exustax Ericino in litore
classesì Quid tetnpeslatum regem, ventosque fur^niet, jEolia excitoi? aut aclam
nubibui Jrimt Cb*io non vuo'dir delle combuste navi Sulla spiaggia Ericina, nò
de' venti Che M re spìnse d' Eolia a tempestarlo, Nè d'Iri che di qui fu già
mandata ec. (Gaao.) D. Che cosa è la Smnoeinanone? R. È una figura perla quale
s' introduce qualcuno a parlare quasi dialogizzando coli' oratore o coi poeta ,
per aggiungere dignità alle cose che si dicono, e nel* . Fìstesso tempo per
dilettare. Esempi ne abbiamo ne'poeti e ne* prosatori latini ed italiani ad
ogni passo. A noi piace sceglierne mio del Segneri. L' oratore descrive la
pesnma fine dì un cavaliere , il quale muore imponi* lente. In mezzo la
narrazione introduce il confessore, il quale si la al letto deli' infermo per
disporlo a ben mo- rirOb Vivo e commovente è il dialogo. — Im$dici tuiAo- menU
vi hanno disperato; però se volete compor le vo- stre partite , poche ore vi
rimarranno:-^ Tanto più adun- que ^ soggiunse l' altro; affrettiamoci: che ho
da fare? — Avreste, ripigliò il Padre, per avventura alcm credito* re, a cui vi
coimenisse di soddisfare ? -^Gli aveva , ma gli ho soddisfatti. — Avreste
niente (f altrui, die dovreste rendere ? — L aveva, ma V ho parimente renduto.
— E se per i addietro aveste portata malevolenMa ad akmno,non la deponete daVl
animo? --La depongo. ^Perdonale a chi vi ha offeso? — Perdono. — Vi umiliate a
chi avete offeso? — Mi umilio.'^ Non. volete adunque per uUimo ricevere
oiyu.^uu Ly I sacra$nenti, come conviensi ad uom cristiano per ar- marvi contro
le tentazioni deìl inimico , e contro i peri- coli deir Inferno?
—-Volentieristimo gli Hcmferò, se voi, Padre, vi compiacerete d'
amministrarmeli. — Ma sapete pure che questo non si potrà, se prima non
licenziate da voi quella giovane? — Oh queeto non pouo, Padre , non poeso ! —
Ohimè ! che dite ! non posso? perchè non potete? e potete, e dovete , signor
mio caro, se volete salvarvi,— Io dicovi che non posso ec. — Ed Orazio neir
Epistola ai Pisoni in questo modo si vale della sermocinazione: ^ Dicnt Ftlius
Albini: si de quincunre remota est lincia, quid superai? poterai dixtsae:
triens. Eul Rem poleris servare tuam, Redit uncia : quid fitf Semis • Non
conviene però abusare di questa figura , la quale, se giova chiamata a tempo,
nuoce e raffredd*! quando ella sia fuor di tempo adoperata. Questa poi serve
piti spesso alia fantasia che air affetto; nuilaroeno qualche vòlta serve anche
mh*abìimeote aHa passione. D. Che cosa è Ipotiposi? H. È, una ligura per la
quale l'oratore o il poeta cerca- di porre sotto gli occhi col più vivi colori
una cosa od una persona , tantoché il lettore o V uditore creda vederla anziché
udirla. Questa forma di parlare però prende diversi nomi dalle diverse cose che
ella descrive, cosicché l' ipotiposi di persona si chiama prO" sopografia;
la descrizione dei costumi, efopea; la descri- zione delle sembianze e dei
caratteri di persone imma- ginate 0 ^nie ^somatopea; la descrizione infine dei
luoghi topografia. Dì ciascuna di queste noi daremo lui esempio. L^ yi i^uu Ly
Google IpotipiMil %n fODere. II Meiastasio, imitando Virgiiio, descrive nella
Ga- latea il Ciclope , che decide un misero pastore. Vidi il crudele Frangere
incontro al sasso Un misero pastor, che al varco ei prese» Per farne orrido
pasto alla sua fame. Lo stracciò* lo divise; E le lacere membra » Tiepide e
semivive , Sotto i morsi omicidi Tremar fra'denU» e palpitare io vidi. E r atro
sangoe intanto , Cbf spumeggiava alle sue sanno intorno » Uscia per doppia
strada (oh Aero aspetto! ) Dal sotso labbro» e gli scorrea sol p^tto. Ipotlpo»!
dM ^MOAttf ^mI« prooopograflfi. L' Ariosto così descrive Brunello : Non è sei
palmi , ed ha il capo ricciuto; Le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca;
Pallido il viso, oltre il dover barbuto; Gli occhi tronfiali , e guardatura
losca; Schiacciala il naso, e nelle ciglia irsuto: L* abito, acciò che lo
dipinga intero, fi Stretto e corto » e sembra di cornerò, IpoUposI del
«••tninl» tmia etopea. Non lasceremo di recare ad esempio retopoa clie Sal-
lustio ci offre diCatilina: Lucius Catilina, nobili genere fuUus, fuU magna vi
et animi et eorporis , sed ingenio malo, prcmque. Buie ab adohseentia betta
intestina ; cades,, rapince , discordia civilis , grata fuere; ibique
juventiUem suam exercuU. Corpus patens inedice, vigilias^ algoris, «t4pm qwm
euiguam credibile est Animus audax, ni- — d3- bdohu, mrius, m^libet rei
simuhtor oc dissinmlalor , alieni appetens , sui profusus, ardens in
cupiditatibits ; satis loquentice , sapientice parum, Vastus animus immo-
derata, incredibilia, nimis altasen^^a^iebai. » Lucio Gatiliòa di nobil sangue
fu nato, uomo di grande virtù ' (F animo e di corpo , ma d' ingegnamento reo e
perverso. Da sua prima gioventù le brighe dentro la città , le fe- rite, gli
omicidj 9 le rapine , a lui piacquero molto; e in queste cotali cose
contìnuamente studiò. Il corpo aveva poderoso , e sofferente di fame , di
freddo, di vegghia , e più che uomo credere potesse. L'animo era ardito,
malizioso e isvariato : qua! cosa volea infingeva , e qual volea disfingea.
Dell* altrui desideroso , del suo isi)argitore ; tutto acceso di desiderj ;
assai bello parla- tore f savio poco. 11 suo smisurato animo cose ismisura- te
, non credibili , e sempre troppo alte , desiderava. « (Bartolomeo da San
Concordio.) Ipoiiposl di persoae flato» o aoiiiAtopea. » » Bella è la somatopea
, con efae il Tasso ci mette sotto gli occhi il re- degli abissi . Orrida
maestà nel faro aspetto Terrore accresce, e più superbb il rende; Roasegglan gU
occhi , e di Teoeno infetto. Come infausu cometa, il guanto splende; Gl'
invòlve il mento, e sali* irsuto petto Ispida e folta la gran barba scende; E
in goisa dì vongine profonda S*apre la bocca d' atro sangue immonda. Esempi di
questa figura abbiamo neUa descrizione • ideila Fama nel libro 1.» dell' Eneide
: nella descrìiione della Frode neir/^i/^rm» di Dante: nella descrizione della
Discordia , della Frode , dell'Avarizia , e del Silenzio , nei Furioso dell'
Ariosto. HMfirlsione del luoghi ^ o lopograflo. L' Ariosto ci descrive
meravigliosamente per mezzo di questa figura ua'isoielta deserta: 0' tbitatori
è l' isoletta moU , Piena d'wnil OHNteUe e éi ginepri; Giooondft solilndlne
renoia A cervi t a daini , a caprioli , a lepri ; E fuorché a pescatori è poco
nota , Ove sovente ai rimondati vepri Sospendon per seccar l' umide reti:
Dormono intanto i pesci io mar quieti. D. Vi è wMa da avvertire intemo queste
forme di parlare? R. Quanto all' Ipotiposi in genere è da avvertire, che eiia
sia facile , naturale e ben condotta. Non creda alcuno che P Ipotiposi riesca
tanto jÀh viva quanto pftì ò lunga , perchè tulLa V arte , per cui ella
acquista vi- vezza, sta non nella minutezza delle circostanze, ma nei tratti
'PitL interessanti; chè anzi la lunghezza spesso to- glie alla verità e reca
noia. Riguardo alla Prosopogra- fia, si deve cercare che le qualità della
persona la quale vogliamo dipingere corrispondano al vero , e siano co- lorite
con risentite tinte, a modo che alla lettura ognuno debba riconoscere la
persona che abbianio ritratta. L'Eto- pea domanda chiarezza e precisione:
chiarezza, perchè si dee rendere sensibile ciò che non è ; precisione , per-
chè i costumi di quella persona , della quale parliamo, devono essere proprj a
lei sola , a segno che non possa confondersi con altra. Circa la Somatopea, è
da studiare che la persona, la quale noi fìngiamo, sia quale richiede e II
carattere ohe volgarmente le è attribuito , e la eir« costanza nella quale
viene rappresentata. Il Tasso nel dare corpo umano a Satana ha avuto tutti
questi ri- I Digitized by Google — 95 — guardi , e però bella è quella sua
ìpotiposi. Se altri- menti avesse fatto, oltre all'essere deforme in sè,
avrebbe nociuto al buon etietto. Riguardo iotìae all' ipotiposi di luogo ^
avvertiremo soltanto che non si deuno tratteg- giare ad una ad una tutte le
|>arti di un luogo, ma rile- varne solo quelle che bastano a darne una
compiuta idea , e a distinguerlo da o^i altro luogo del medesimo genere. CAP»
IL. Uelle forme di parlare proprie dell» pamione* D. QucUi sono le forma di
parlare proprie della pas- sione? * R. Sono quelle le quali non si odono neir
umano linguaggio , se non quando V uomo è agitato da qualche forte affetto ;
per forma che queste possono dirsi un oarattere speciale delia passione :
conciossiachè non sia persona al mondo , la quale, avendo il cuore in tumul<
to , non prenda un linguaggio diverso dall' ordinario* Poi vedete che nell'
uomo preso da passione la fìsono- mia del volto si fa più risentita , più
gagliardo il suono deHa voce , più vibrati gli atti ed i gesti , e da questo
potete argomentare, che, volendo la natura distinguere cosi neir esterno lo
slato deli' animo in passione, doveva anche distinguerlo nel lingua^io, che può
dirsi lo spec- chio deir animo; e però ben male avvisato sarebbe ehi credesse,
che le forme delle quali parleremo siano in- venzione delle scuole, o cose
particolari soltanto agli scritlori;
perchè elle sono cosa della natura e non del- r arte , e comuni a tutti gli
uomini, l^eriocbè è molto necessario il ben conoscerle, perchè il non saperne
far uso porterebbe Io scrittore sovente a mancare nella parte dei caratteri. Di
queste forme quindici ne anno- veriamo , le quali sono: esclamazione, epifonema,
interrogazione, subiezione, ironia, sarcasmo, preghiera, imprecazione, dubitazione,
correzione, sospensione, comunicazione, personificazione, apostrofe, visione.
Avvertiamo ancora chd alcune di quelle, che dicemmo essere • proprie dell'
immaginazione, servono pur e^ alla pas-' sione ; quali sono T Iperbole, la
Progressione, la Prele- riziéfne, Tlpotiposi e la Sermocinazione, sebbene però
r uso di queste sia piti rado nel linguaggio, degli affetti. Dell' BeclamasloBe
• dell' EplfoneatA. D. Che cosa è tEsckmiaiUone, e come di lei nasce l'
Epifonema? R. È una forma di parlare, per mezzo della quale esprimiamo le più
gagliarde commozioni dell'animo, con- cìossiachè quando noi «iamo potentemente
sorpresi da meravìglia, da timore, da allegrezza, da dolore, quasi
improvvisamente interrompiamo il discorso, e alzando la voce facciamo una
interieiione. Ella è quasi il carat- tere principale del linguaggio
appassionato, come si può vedere di leggieri, osservando anche il parlare degli
uo- mini volgari, allorché sono presi da un forte commovi- mento dell' animo.
Così Dante, avèndo narrato la morie crudele che ì Pisani fecero sostenere al
Conte Ugolino, esce ia una esclamazione di dolore e di sdegno contro Pisa; Abi
Pisa, yituperio delle genti Del bel paese là, dove II si suona, ' Poicbè i
vicini a te punir son lenti ec. £ il Boccaccio, dopo avere descritto i mali
recati dalla pestilenza alla sua patria , esce in questa pietosa • esclamazione
: Oh quanti gran palagi rimasero vuoti, quante memorabili schiatte si videro
senza debito sue- cesswr rimanere I Alcuna volta nella esclamazi<me noi
racohindiamo naturalmente un qualche concetto o detto sentenzioso . e ciò è
appunto che cangia 1 esclamazione in epilone- nia. Così Titiro presso Virgilio,
dopo avere esposte nar- rando le sue disgrazie , termina in questo modo : Bn f
no dkeordia eives FerduzU mlieroi/ en queii emuerimui offrii £ il Petrarca, a
mostrare la vanità delle cose mor- 0 tali, esclamava : Oh ciechi , il tanto
affaticar che giova? Tulli tornale alla gran Madre amica, E il nome vostro a
pena si ritrova! 9ell' iBtMVosaBloBe « della Sii1»I«bI€»mc* D. Che cosa è t
Interragasnone? R. È una forma per la quale T uomo spinto dalla passione,
anziché affernure o negare alcuna cosa, la esprime per modo di domanda, con che
maggior enfasi al discorso, e mostra tutta la confidenza nella verità del suo
concetto, e pare che provochi gli uditori a mostrargli se può essere al
contrario. Bella è V inter- rogazione colla ({uale Cicerone, difendendo
Ligario,in« calza Tuberone : Quid enim, Tubero^ tuus ille disirietM in acie
Pharsalica gladius agebat? cujus latus ille mucro 7 Digitized by Google — 98 —
oculi ? manus? ardor animi? quid cupiebas ? quid optabas ? « Che faceva, Tuberone,
quella tu^ spadai impugnata nella battaglia di Farsaglia? il fianco di cui
ricercaTa quella punta? Qual era F intensione delle tue èrmi? Quale la tua
mente? gli occhi ? le mani? 1' ardor dell' ani- mo? Che desideravi? che
bramavi? » (Dolce.) Gos\ presso V Alfieri , Giocasta cerca mostrare a Po-
linice, come desiderando egli sfisenatamente di regnare in Tebe, non faceva che
cercare il suo peggio. Sablime fin d' ogni tao voto è dnoque Di' Tebe il trono?
Ohi non sai tu» che in Tebe Sommo Infortunio è li irono? il pensler vo^l Agii
avi tool : qual ebbe in Tebe sceltro » EnondelilU? ' Questa forma serve
pressoché sempre ai forti af- fetti : è tuttavia da osservare che qualche volta
la con- vinzione stessa, che noi abbiamo di qualche verità, ci conduce a disporre
il discorso a modo d'interrogazione, ancorché l' animo non sia commosso o
turbato. Qualche volta ancora all' interrogazione noi sog- giungiamo la
risposta, ed allora ne nasce un' altra figle- rà, la quale si chiama
subiezione, Eccone un esemplo di Cicerone a favore di Archia : QtKBres a nMs,
Grac- che, cur tantopere hoc homine delectemur? quia snppe- ditat nobis ubi et
animits ex hgc forensi strepitu re^dg- tur, ^ mires convido d$fm<B
oonqui^cmU. « Tu cer- cherai forse*, 0 Gracco, d* intender da noi la eagiene,
per la quale sì fattamente diquest' uomo ci dilettiamo? È ella per questo: che
egli ci dà modo da poter risto- rare r animo degli strepili del fòro, ed
alleggiar le orecchie stanche' di ascoltare le mddicenxe che vi si usano. »
iDolce,) Digitized by Google - 99 — Così Didon# risoluta di morire domanda a sé
stessa se ella debba morire invendicata, e tosto soggiunge che le basta morire.
Moriemur inultoB? Sed moriamur, aU. Sic, tiejuvat ire sub un^nu, Uéir Ironia e
del taraMM». D. Che cosa è Ironia, e in che differiàce dal Sarcasmo? lì, L'
Ironia è un modo di parlare coperto, col quale noi vogliamo che ie nostre
parole siano intese in senso contrano da quello che esprimono. Ella nasce
spesso dall'animo turbato da sdegno o da ira compressa, e però noi abbiamo
creduto che, anziché stare fra i tropi, si debba collocare Ira le figure di
passione, poiché ella senza passione non può nascere ; in fotto,-s6 osserviam o
gli esem- pj, vedremo che ella ha radice nell* amarezza dello sde- gno.
Cicerone nella Miloniana, volendo dire che la morte di elodie era una pubblica
allegrezza e che ne godevano tutti gli ordini della repubblica-, usa parole le
quali mo- strerebbero che ella è disgrazia maggiore d' ogni altra , che tutti
ne piangono. Sed stulti sumus qui Drusum, qui Africamm, Pompqum, nosmelipsos ,
cum P. Clodio con- ferre audeamus. Tolerabilia illa fueruni. Clodii mortem
requo animo ferrenemopotest. Luget senatus : moìret eque- ster orda: tota
civiias coufecta senio est: squallent mu- nto^wi: afflickmtur colonim: agri
den^fue yfsi km bei^e* fieim, tam singtUarem, tamfnansueUmdvemdesideranL (( Ma
pazzi siam noi, che osiam di mettere un Druse, un Affricano, un Pompeo, noi
medesuui, aliato a un P. elodìe. Di quelle morii era a darsi pace : alla morte
di P. Gladio non è anima che^debba rassegnarsi in pazienza. Piange il senato; F
ordine equestre è iu tribolo; tutta Digitized by t • — 100 - la cìtiìi dì
maliiiconia è rifinita: squallidi i mnnicìpj, nlflitte son le colonie;
finalmente i medesinfii campi di- cono : Deh ! chi ci rende un cos'i loenefìco,
cosi mansueto e salutevole cittadino? » (Cesari.) Così Dante, dopo avere neW
Inferno posti ai tor- menti i principali cittadini di Firenze, con amarezza di
dolore e d' ira ironicamente esclama : Godi, Firenze, poi che se* si grande,
Che per mare e per terra balli V ali , E per lo' Dferoo il tuo nome si spande.
Alcune cose sono da notare intorno questa figura: 1<> cbe ella deve
essere chiara a modo cbe si debba in- tendere — le cose che si dicono tornare a
senso opposto ; che non se ne usi se i\on quando v' è naturalmente chia- mata;
e che sia più breve che si può, altrimenti diviene insipida e noiosa. Anche
vuoisi osservare che V Ironia v.ì spesso congiunta all'Esclamazione; il che
prova che ella muove da passione. Non negheremo però che qual- che volta anche
fuor di passione si possa tenere un lin- guacjgio coperto, come spesso sappiamo
essere stato usato da Socrate ; ma noi con Quintiliano volentieri di- remo, cbe
ben altra cosa è V ironia, e che codesto par- lare dissimulato deve avere altro
nome. Se poi si voglia conoscere in che differisca T Ironia dal Sarcasmo,
basterà osservare che il Sarcasmo vien definito una pungente ed amara ironia, a
modo che volendo formarne una sola figura si potrebbe dire che il sarcasmo è il
grado superlativo delF ironia. Eccone esempj. Turno nel libro 12 deìV Eneide
così insulta ad Eumede Troiano da lui ucciso : En agros, et quam bello y
Trojane , pelisti ^ Hesperiam melire jacpns: hcBc prcEmia, qui me ^Ferro ami
tentare, ferunt: «te menia condunt. Troiano, ecco V Italia, ecco i suoi campi.
Che tanto desiasti : or gli misura Cosi i^iacendo. E questo si guadagna Chi
centra Turno ardisce: e 'o^qucsla guisa Si fondan le cillà. (Caro.) Così nel
canto 19, st. 3 e 5, della Gerusalemme libe- roto^ Argante insulta Tancredi
chiamandolo uccisor delle donne : Che non potrai dalie mie mani , o forte Delle
donne uccisor , fuggir la morie; a cui Tancredi con pari sarcasmo risponde :
Vienne in disparte pur, tu, che omicida Sei de* giganti solo e degli eroi : L' accisor
delle femmine ti sfida. D. Che cosa è la Preghiera? , lì. È una forma di
parlare, la quale noi usiamo quando, o nei confessare qualche colpa imploriamo
r altrui perdono, o trovandoci in istato di miseria, dal quale non potreinino
da noi stessi scampare, imploria- mo r altrui soccorso. Egli è certo che per
ottenere T ef- fetto che ci proponiamo pregando, conviene muovere Fanimodi chi
ascolta , e parlargli , direi quasi, col cuore. Esempio della manièra ci porge
Cicerone nelT ora- zione prò Ligario: — Ad judicem sic agi solet, sed eg^
adparenim loquor. Erravi, temere feci ;pcBnitet; ad cle- mentiam tuam confugio,
delieti veriiam petOj ut ignoscas oro: si nemo impetraverit , arroganter; si
plurimi , tn idem fer opem, qui spem dedisti. « Innanzi al giudice Digitized by
Google ^ 102 — in tal guisa si suole procedere, ma io parlo innanzi al padre;
per ciò dico: ho errato, ho operato inconsidera- tamente; io ricorro alla tua
clemenza, chieggio perdono del delitto, e ti prego a condonarlomi. Se ninno
l'ha ottenuto, io chieggo questo arrogantemente ; se paroc- chi, tu stesso
sovvieni, che vi hai dato speranza. » (Dolce.) Esempio del 5I« modo abbiamo nel
Tasso, ft dove introduce Armida supplichevole ai pi,edi di Goffredo : Per
questi piedi , onde i superbi e gli empj Calchi ; per questa man , cbe '1
drillo aita; Per r alte tue vittorie, e per qne' lempj Sacrit cui désti, e cui
dar cerchi aita; 11 mìo desir. cbe to puoi solo, adempi; B in «n col regno a me
serbi la'viu Lt taa pietà. La naturalezza, la semplicità, sono le doti
principal- mente domandate da questa figura; la quale, ove sia 'scopertamente
artificiosa e ne* concetti e ndle parole, riesce fredda e vana. Anche la
soverchia lunghezza si dove fuggire, perchè dissolvendo la forza, le toglie
ogni efficacia. •ella ImprecasloBe. D. Che cosa è C Imprecazione? R. È il
linguaggio di un animo pienamente sde- lunato, e tratto fuori da ogni speranza
di giusta vendet- ta. Basta &ò a conoscere, che questa ò figura la quale
domanda il più alto grado di passione. Elia consiste nei pregare ogni male o
controia persona la quale è cagione del nostro sdegno, o anche qualche volta
contro noi medesimi ; nei quel caso perìKshi parla deve parere ed L.iyi.i^uu Ly
Google - 103 - essere preso da disperazione. Esempio della 4^ maniera ci porge
Dante nel del Purgatorio : Gioflo giodicio dalle stelle caggia Sopn il IQO
sangue, e sia immvo ed aperto. Tal che il toc sucoessor temena n'aggia. E
Virgilio ancora fa che Didone imprechi ad Enea (EneiiLf lib. 40): Litora
Hteriku eonhmrla, fluoUbtu wnitu Imprecar, arma armit ; pugnsnt ipsique
nepotet; • e sian . . • • i-iili ai Uli Contrari eternamente, l' onde a r onde,
E V armi incontro a Tarmit e i nostri a i loro In ogni tempo. (GAao.) Del 2''
modo Virgilio stesso ci porge esempio là dove Bidone impreca contro sè stessa :
Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscnt, Vel pater omnipolens adigat me
fulmine ad uinbrat, Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam, ÀiUe, Pudor,
quam te vioiem, aut tuajura resolvam. Ma la terra m' ingoj , e 'I del mi fulmini,
,.p^ , ' E neir abisso mi tralx>ecbi in prima e/ » C J*^^ Ch'io li violi
mai, pudico amore. (Caro.) D. Che cosa è la DubUazione? R È una forma di
parlare propria dell' uomo, il quale è in tanta agitazione dlanimoche non sa nò
cosa dire nè cosa fare, e sta sospeso nelF incertezza. 1^ domanda uno stato dì
forte agitazione, altrimenti Vf rebbe ridicolo supporre che per piccola cagione
si do- ' ' vesso cadere in mezzo a tante incertezze. Così , presso Tito LIVIO
(vedasi) SCIPIONE (vedasi) parlando a' suoi soldati , si tiene a questa figura
(Decade 5>): Apudvos quemadmodum lo- quar,'nec consilium, nec ortUio
suppedikit, quos ne quo nomine quidem appellare deheam scio. Cives?
quiapoHa vestra descivistis? An milites? qui impcrium , auspìcium- q%ie
abruiitis, sacramenti religionem ì^pistis? Hostes? corpora, ora,
msHtum, luiAUum eimm agnosco ; facia, dieta, Consilia, animos kostium video. «
Ora non trovo concelti, nè mi sovvengono le parole da parlare appo di voi, i
quali certo non so con qual nome piuttosto appellare mi debba. Or chìamerovvi
io cittadini? che vi siete ribellati dalla propria patria? Nominerovvi io
soldati? che avete negato V ubbidienza, e rifiutato il nome, e 1* auspicio del
vero capitano, e avete rotto la religione del sacramento? Debbo io chiamarvi
nemici? conciosia eh' io pur conosca le pt^rsoiie vostre, le faccie, le vesti,
r abito e portatura dei miei cittadini ; ma veg- gio i fatti ed i detti e i
pensieri e gli animi dei nemici. » (Nardi.) Bella è pure la dubitazione di Olimpia
abban- donata da Bireno presso V Ariosto : ■ Tonerò io Piaodri • ove ho vendalo
il vesio Di cbe io Yivea, benché non fosse moltOt Per soTTenirU , e di prigione
irtrteT Meschina! dove andrò? non so in qnal parte. Debbo forse ire in Frisa,
ove io potei, E per le non vi volsi , esser regina? Il che del padre e dei
fratelli miei, £ d* ogni altro mio ben fu la ruioa. Della Ckirremione* D. Che
cosa è la Correzione? R. La Correzione è quella forma di parlare eh© usiamo
quando trasportati da un oggetto, del quale pure abbiamo detto molto, ci
ritrattiamo, quasi ci paia aver detto poco, ed aggiungiamo cosa di masgior
peso. Così il Sdgaeri nella prima predica del suo Quaresima- le: Toccherà ora a
medi proibirvi quanfo sia grande la presunssione di coloro , che irivono un sol
momento in colpa mortale. Perchè 'presunzione diss' io? audacia, audacia^ COSI
dovea nominarla, se non anzi insensala temerità, E Armida nel Tasso usa di
questa figura parlando a Rinaldo: Vaitene; passa il mar: pugna, trav:ìf?lia;
Slruj^'gi la fede nostra, anch' io t' alTreilo. Che (lieo nostra ? ab non più
mia ! fedele Sono a te solo, idolo mio crudele. Questa figura qualche volta
istà in una parola sola come neir esempio dei Petrarca: Vergine saggia , e del
bel amner una Delle beate ? ergioi prudenti , Anzi la prifna. Qualche volta di
questa figura si vale anche l'im- maginazione, specialmente descrivendo cosa
onde ella è piena di meraviglia; così il Caro: Un'onda, Aliti tifi mar, ebe da
poppa in guisa urtolla ee. Tuttavia la passione se ne vale piìi spesso e con
miglior prO) quando sia usata a tempo e con naturalezza. Della SiMpMeloM* D.
Che cosa è la Sospensione? R, Quando noi siamo altamente commossi al ricor-
dare, 0 al narrare cosa portentosa od atroce, nell^atto del narrarla quasi per
natùrale ribrezzo sospendiamo il discorso: e questo è ciò che si ciiiama figura
di sospeu-siono. Tale è, per esempio , presso Virgilio, quando Enea si fa a
dire ciò che aveva udito alla tomba di Polidoro {Eneid., lib. 3o.): Terlia sed
postquom mnjore haslilia nisu Aggredior, genihusqiie ndversx obluctor orcnce...
Eloquar, an sileom? gemitus ìacrimabilis imo ÀwUiwr /anniilo, el wo» nddiU
feriur ad mire$; • . . RHeiUiDd^ tnoon» Vengo al terzo virgulto , e con più
foru Mentre lo scerpo, e i piedi al anelo appunto, E lo acnoto e lo abarlio (il
dico, o 11 taccio?), Un aoapiroao e lacrimabii anono Dair imo poggio odo che
grida , e dice ec. (Caro.) E il Moni! nella BiuviUiam: Peroccliè dal costoro
empio furore A gittar strascinalo (ahi! parlo o laccio?) De' ribaldi il
capestro al mio Signore, Di man mi cadde l' esecralo laccio. Vi ha di quelli, i
quali sotto il nome di questa forma intendono quell'artifizio, con cui l;Iì
oratori, o i poeti, per destare aspettazione nell' uditore, sogliono tenerlo
incerto su ciò che essi vogliono dire , perchè giunti a significarlo senta egli
il piacere d* una grata sorpresa : ma (juesto artifizio non potrebbe aver luogo
fra le figure di passione; e salvo errore, anziché una forma propria della
passione o della immaginazione, deve essere chia- mata una particolare maniera
di disporre ì concetti, perchè facciano più forte impressione. * HelUi
CTommlrasloiie. D. Che cota è la Cùmunieaaitmef H. È una forma, che si fa
quando l'oratore, inti- mamente persuaso della rettitudine o convenienza della
— 107 — propria opinione , per far conoscere che non si può uscire di quella , si
volge agli uditori quasi chieda loro consiglio; perchè essendo essi costretti a
dargli quello stesso che l'oratore di per sè f>reDderebbe, l'orazione
acquista piii forza e più efficacia di persuasione. Così Cicerone neir orazione
centra Ver re chiede consiglio ai Giudici: Nuncego not ccnsulo, judice$ ^qtM
mihifadef^ dum putetis : id enim consilii prafeeto taciH dabùis , quod ego
milii necessario capiendiim inlclligo. « Or io a voi chieggio, 0 giudici, quale
cosa a parer voslro m'abbia a fare: e tal consiglio al certo mi darete tacendo,
quale ben IO conosco che necessariamente dovrò prendere. » Il qual esempio dal
Salvini nella sesta orazione fu imi- tato cosi: A voi stessi, o sapientissimi
giudici, chiedo con- siglio; cosa stimate che io debba fare: e tale certo lo mi
darete quale si è quello, che io stesso intenéh di dofoer prendere
necessariamente. Conviene avere riguardo nel- r usare di ({uesta ligura, perchè
se noi non siamo ben sicuri che l' uditore non ci possa dar altro consiglio da
quello che noi vogliamo , ella non si deve usare mai, e metterebbe assai male
volerne fuor di tempo far uso. Della Personiflcaslone. D. Che cosa è la
Personificasdcnef ^ B. La Personifìcasione , che i Greci clrìamarono pro-
sopopea, è una forma per la quale si da senso, vita, discorso alle cose
inanimate: conciossiachè , quando la passione è molto forte, si riscalda V
immaginazione, e le porta innanzi quasi vive e vere quelle cose ohe non
esistono che nella mente dell'uomo appassionato. Bella sopra molle è la
personilicazionei per la quale il Tasso Digitized by Google fa che Clorinda
morta si mostri in sogno al disperato Tancredi ^ e lo conforti: £d ecco, in
sogno, di stellala vesle Cinta, gli appur la sospirata amica: Bella assai più;
ma lo splendor celeste L'orna, e non toglie la notizia antica. E con dolce atto
di pietà le meste Luci par cbe gli ascingbi, e così dica: Mira come soa bella e
come lieta, Fedel mio caro ; e in me tuo daolo acqueta. E perchè si veda come
anche gli oratori non meno che i poeti possono trarre profitto da questa forma,
ne recheremo un esempio tolto dalla prima Catilinaria di Marco Tullio: Nunc te
patria, qam commtmis est omnium nostrum ytorens, odit oc metuit, etjam dia te
mhUjudi-- cat ìiisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque aucto- ritatem
ver ebere, neque judiciumsequer e, neque vim per- tmesces? qua tecum, CatiUna,
sic agit, et quodammodo tacita loquitur: NtMtm jam tot annos facinus extitit,
nisi per te; nullum flagitium sine te: tibiuni multorum civium neces, libi
veaxUio, direptioque sociorum impunita fuit, oc libera tu non sobm ad
negligendas leges et qtuestio' nes, verum etiam ad evertendas ,
perfringerandasque va- luisti. Superiora Illa quondam f erenda non fuerunt;
tamen, tUpotuij tuli: nunc vero, me totam esse in ìnetu pt^opter teuniim;quidquid
increpuerit, CatUinam timere; nuUum videri contrameconsUium tniri posse, quod a
tuo scelere abhorreat, non est ferendum. Quamobrem discede, atque hunc miài
timorem eripe; si verus, ne opprimar;sin fai" $us tit tandem aliquando
timere desinam. ffmc si teeum, ut dixi , patria loquatur, nonne impetrare
debeat etiam si vim adhibere non possil? « Ora la patria, la quale è co- mmie
madre di ci8»oan di noi, ti odia e teme, e già da gran tempo giudica, che tu d'allro non pensi
che dei parricidio di lei. £ tu non vuoi dubitare dell' autoritb .di questa, né
seguire il giudizio, nè temer la forza? La quale, o Gatilina, si volge a te,
ecos\ tacitamente par- . la: Non fu mai senza le fatta malvagitli alcuna, ninna
scelleraggine senza di te: a te fu lasciata impunita c libera V uccisione de'
cittadini, l 'afflizione, la rapina di tutte le cose: tu non solo hai avuto
forza di sprezzar le leggi, ma anco distruggerle e ruinarle. Le cose più in-
nanzi, ancora che elle non fossero da tollerarsi, nondi- meno le sopportai come
ho potuto; ora non è da sop- portar che io sia tutta in paura per te solo; che
io tema Catilina in ogni rumore; che io veggia che non si può fare alcun
consiglio centra di me , che sia lontano dalia tua scelleraggine. Laonde
pàrtiti, campami di questa . paura : se essa è vera , acciocché io non sia
oppressa ; se falsa, acciocché una volta cessi di temere. Se ciò la pa- tria,
come io dissi, ti dicesse, non dovrebbe ella in- petrarlo ancora che non
potesse usar la forza? » (Dolce.) 1 retori insegnano che la Personificazione ha
tre gradi: il primo dei quali consiste nel dare alle cose inanimate qualità che
sono proprie delle ammate; co- me ad esempio: Ridono per le piaggio erbette e
fiori, come disse il Petrarca; e Dante: Lo bel pianeta, che ad amar conforta ,
Faceva rider tutto T Ofieote. Questo grado tuttavia è sì tenue^ che va
facilmente confuso colla Metafora. Il secondo grado è quando alle cose
inanimate si dà atti e voci non altrimenti che alle animate. Cicerone volendo
dire che aleuna volta le Jeggi permettono che un uomo uccida un uomo a pro-
pria dilesa, si esprime per questo modo: Aliquamio già- . dkii adoecidendim
hominm aft ipsis parrigùur legibus. « Alcuna volta dalle stesse leggi ti è posta
in mano la spada per uccidere un uomo. » Secondo la cjuale espres- sione le
leggi si mostrano in atto di offrire la spada al* IMnnooente assalito. Nè
differente è il modo, con cui Virgilio personifica la Natura nelF atto che
Didone si restringe nella spelonca agi' infausti imenei con Enea: . Prima et
Teìlus, et pronuba Juno * Dont fignum; fulsere ignest et comciut cether
6onnubiiSt summoque ulularunt vertice Nymphx, Il terzo e più alto grado è
quando cose inanimate sono introdotte non solo a sentire ed operare, ma ezian-
dio a parlare ed udire, non altrimenti che se avessero , anima e vita. Questo è
sicuramente il sommo della Per- sonificazione. Esempi ne danno i poeti e gli
oratori: a noi piace prenderne uno in prima dalle Sacre Carte. Ge- remia prega
Iddio a cessare i suoi flagelli contro il po- polo eletto. Egli pieno di
passione coisiì enfaticamente si esprime: 0 spada del Signore, e fino a quando
non ripo- serai? entra nella tua vagina, rinfrescati, e taci. Tenera è la
prosopopea che si legge nel Tasso , quando un guer- riero danese narrando a
Goffredo la morte di Sveno suo re, e la sconfitta di tutti i suoi, per
prevenire la taccia •d' essere egli vilmente iuggito, dice così : Voi cliiamo
in leslimonio, o del mìo caro Signor sangue ben sparso c nobiTossa, Ch'allor
non fui delia mia vita avaro Nò schivai ferro, nò schivai percossa; E se
piacili lo pur fosse là sopra di' io vi morissi » il meriui eoo Topra. — 11
quale luogo è maravigliosamente imitato da quello di Virgilio [Eneid.j lib. 2,
v. Iliaci cineres , et (lammn cxtrema Tettar, in occasu vestro, ne^ Yitavisse
vices Danauin, ti Ut caderem, meruissr inrin oViini 0 ceneri de 'miei! falorui
ffvlp Voi, che nel vostro ceca ^ » . ^ .iM:hio alcuno Non rifiutai né d'arme,
nè di foco, Nè di qual fosse incontro, nè di quanti Ne facessero i Greci : e se
'1 Fato era Ch'io dovessi cader, caduto fòra: Tal ne feci opra. (Caro) A questa
Ogura appartiene ancora la Canzone del Petrarca, che incomincia: Chiare,
fresche, e dolci acque. Tutte le forti passioni nel loro impeto escono facil-
mente in questa forma di favellare, e facilmente si può osservare che nelle
grandi commozioni noi parlia- mo indifferentemente ai presenti, ai lontani,
alle cose animate e alle inanimate. Conviene però due cose avvertire: Che
questa forma non deve essere pro- lungata, a segno che ella segua la passione
anche quando indebolisce, perchè allora perde ogni buon effetto; 2* Che non si
personifichino mai cose che non abbiano in sè dignilh ed interesse. 11 far
parlare un defunto può avere dignità, non cos\ il far parlare le sue vesti o le
sue armi. Dell* Apostrofe. D. Che cosa è l' Apostrofe? 7?. L' Apostrofe è un
modo che tiene molto al 2" grado della prosopopea , e si fa allora quando
noi vol- Google — 112 — giamo il discorso a persona o estinta o lontana , come
s' ella fosse viva o^pcescnte. Bellissimo è V esempio che ce ne porce Vi/gilio
nel 2*^ libro delT Eneide : . . ^^m. ereunt Ihjyamsque , Dymasque, CoTìpT^
!i(jvuii ; nac. te tua plurima y Panlheu, ì.nbenlom pietas, nec AppQÌlinis
iufula texit, ........ ed lMa»<^ e Dimanie Caddjìro an(^««sK e qiiesli ,
oimè ! trafiUi Per la man pur de' nostri. E Ui, pietoso Pnnlo, cadesli; e la
lua (;ran piclale , E Pinfiila santissima d'Apollo In ciò nulla li valse.
(Caro) Nè meno bella è l'apostrofe del Casa alle anime dei trapassati ,
nell'orazione a Carlo V: 0 gloriose , o hm natCf 0 bene avventurose anime, che
nella pericolosa ed aspira guerra della Magna seguiste il duca , e di sua mi-
lizia foste , e le quali per la gloria e per la salute di Ce- sare i vostri
corpi abbandonando , e alla tedesca fierezza del proprio sangue, e di quel di
lei, tinti lasciandoli, dalle fatiche e dalle miserie del mondo vi dipartiste,
vedete voi ora in che dolente slato il vostro signore è posto, Nè meno bella è
1' apostrofe che leggiamo nella predica del Se- gneri , in cui egli , dopo
avere mostrato a quale estremo di miseria era giunto Sansone , a lui volge un
discorso di tal tenore: Oh Sansone , Sansone, e dov' è ora quella virtù che
rendevati sì temuto? quella virtù, dico ^ con cui ti spezzavi d^ attorno i
lacci di nervo, quasi fossero stoppe mostrate al fuoco; e ti recavi in collo le
porte della città, quasi fossero bronzi dipinti in tela? Non sei tu quegli, che
sfidavi a lottar teco ì lioni , e ne lasciavi i cadaveri in preda alle api? Non
sei tu, che fugavi gì interi po- poli? Non sei tu , che spiantavi gV interi
campi? E mne dunque i cagnuoUm si forno ora beffe di te co' jor.. lairaH, e a
te non dà pur V animo di acehetorli? Ognu-> no di per sè conosce che questa
figura dimanda uno sforzo di passione nello scrittore, d' immaginazione nei
lettori f meno dell' antecedente : tuttavia si deve usarne con parsimonia
assai. Ella è soggetta alle stesse leggi della Prosopopea. • Bollii 'VIoioM* •
D. Che cosa è la Vistone? /?. La Visione, anche chiamata dai retori immagi-
nazione o descrizione, è una figura che si fa descrivendo le cose lontane ,
passate , future, le quali al presente non sono, come s'elle fossero presenti.
Gli oratori n' usano volentieri comedi mezzo eOicace a,persuadere, pevoochè
descrivendo come presenti i mali elie potreb- bero venire in conseguenza di un
eatlivo consiglio, essi allontanano gli uditori dal prenderlo. Così Cicerone
per persuadere i Homani a combattere Catilina, nella 4» Ca- tilinaria,
descrive* i mali die ne verrebbero se colui trionfasse: Videor m&i hanc
wrbein videre, htcem orbis terrarum , atque arcem omnium genthim^ subito uno
in- cendio concidentem: cerno animo sepolta in patria mise- ree atque
insepiuUoe acervos civnm; versatur mihi ante octdos aspecius Celhegi et furor
in vestra cade baccani tis.„. « Sembrami di mirare questa cittb, splendore del
mondo, e rócca di tante nazioni , da universale incendio improvvisamente
distrutta; in mio pensiero già veggo nella sepolta patria gli ammuccluati
cadaveri de' miseri cittadini insepolti: stammi dinanzi agli occhi l'aspetto di
Cetego , che infuria e gavazza nella sua carnificina. (Gantova.) Yale ancora
per dare più rilievo alle cose, che nella 8 Digitized by Google passione
vogliamo imprtmere nelP animo del leltori. — II Botta, nella Storia d'Italia,
dopo avere narrate le in- sidie e la rovina della più illustre tra le italiane
repub- bliche, quasi profetando si fa a dire: Cosi pet^ Vene- )stà: Ora'quando
si dirà Veneìsia, ^intenderà di Venesià serva: e tempo verrà , e forse ìion è
lontano , in cui quando si dirà Venessia, s* intenderà dirottami, e.d' alghe
mari- ne, là dove sargevm una ciUà magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono
le opere Bonapartiane. (Lib. 12^ infine.) Con questa istessa fìgura anche il
FUicaja chiude mera- vigliosamente la sua bella Canzone per Y assedio di
Vienna: Ma sento* o seDlir parmì , Sacro fiiror, che di sè m' empie : nlite «
Udite , 0 voi , che r arme ^ Per Bio dogete : al trHMinai di Cristo Già deoisa
i» prò foatro è la gran Hle. Al glorioso acqaisto Sa su prooU movete: in lieto
carme Tra voi canta ogni tromba « E trionfo predice. Ite» abbattete» Dissipate
, stroggete Quegli empj , e1* latro al tinto atool 0a tomba. D*alti applausi
rimbomba La terra omai : cbc più tardate? aperta li già la strada , e la
vittoria è ceru. Per condurre con buon effetto questa figura due cose SODO
necessarie: 4^ sapere scegliere circostanze vere^) e tratteggiarie con verità ;
non tentare mai questa fìgura, se non quando la passione è vivamente accesa non
meno nel dicitore, che in quelli che lo ascoi* taAO. — — Caf. XI. dlie MM «I dteve mm mmwm» ^ tetom*
I*ìim del liiiiriiiiM»t« figurato^ e se sia da antepoml il linsuass^^ semplice
e pro- D. sempre bello e lodevole il linguaggio figurato? /?. Se richiamerete a
mente ciò che fu detto, iiJin- guaggio figurato essere proprio delle
eominozioni della taitasia e di quelle delP affetto , troverete cbe egli sarà
sempre bello e lodevole , quando sia usato convenien- temeote. La passione
adunque avendo come suoi prò- pij quel modi e quelle forme che abUamo accennate
, esse saranno sempre un abbellimento non solo , ma un necessario colorito per
ben ritrarre le perturbazioni del- l' animo. £ così si dica delle forme proprie
deir imma- gìnasione. Conviene però che queste forme , qualunque siano, nascano
naturalmente, perchè se sono introdotte con arte scoperta non hanno alcun buon
elTetto; anzi raffreddano e guastano il discorso. D. È egli vero ciò che
ineegnanQ alcuni, U senqdice linguaggio servire alia passione? R. Se bene si
esamina la natura della passione , pare cbe questo non sia : perocché le
agitazioni del-- r animo non si manifestano mai nel modo stesso in cui la
ragione tranquilla espone i suoi pensieri. La ragione ha sempre delle forme sue
proprie , e in quella guisa che agli atti ed alle sembianze del volto tu leggi
nel- r uomo V affetto da cui è dominato tanto , che le sem- bianze d' un uomo
tranquillo non sono mai consomi- Digitized by Google — il6 — glianti a quelle
dell' aomo agitato da poterle confondere , coflii la passione si esprìme sempre
nel suo proprio lin- guaggio, talché debba dirsi eh' ella non può mostrarsi nel
discorso se non per mezzo di quelle forme e figure che le sono proprìe. Che se
una volta leggiamo com- moventi luoghi negli scrittori, e senza che essi usino
figure ci commovono e ci traggono le lagrime dagli occhi, non è però da dirsi
che la semplicità del linguag- gio serva egualmente a rappresentar^ la
passione. E deve osservarsi che i luoghi ps^etici espressi in istile non
figurato non sono altro che narrativi. Or bene , narrare V altrui passione si
può senza essere in pas- sione , e perciò a descrivere o iiarrare le altrui
per- turbazioni lo stile semplice della ragione è sufficiente. * Osserviamo
però che nei processo della narrazione , se avviene che il narratore un poco s'
infiammi , alisi sem- plicltè dei modi usati da prima succedcmo facilmente le
forme e i colori della passione. .D. Come si mostra, per esempio, cìie lo stile
sem^ plice non può mai essere proprio deUa passione? R. Egli è ben facile
mostrare questa verità. Se noi ci facciamo ad analizzare neoclassici queMuoghi
che piU ci commovono , noi troveremo sempre che ove la passione è descrìtta , «
non mostrala in atto , il lin- guaggio tenuto dallo scrittore è sempre il
semplice: ove poi esca in iscena T uomo appassionato , allora ha luogo
naturalmente il linguaggio figurato. Compassio- nevole è il tratto nel quale il
Tasso oi descrive la morte di Clorinda ; un bel pallore ba il bianco volto
asperso, Come a gigli sarian miste viole: E gli occhi al cielo affissa; e in
lei converso. Sembra per la pietale il cielo e '1 sole : £, la man nuda e
fredda alzando verso Il cavaliero, in vece di parole Gli dà pegno di pace. In
questa forma Passa la bella donna, e par che dorma. Quale maggiore semplicith
di stile poteva egli il poeta usare per ritrarre una scena tanto commovente?
Qui non vi è certo alcuna di quelle forme che costitui- scono il linguaggio
proprio della passione. E questo è latto perchè il poeta narra in persona
propria , non mette in atto la passione. Ben altro modo egli tiene quando
introduce a parlar Tancredi : Io vivo? So spiro ancora? e gli odiosi Rai miro
ancor di qaest' infausto die? ' DI tesUmon de* miei mitftittl ascosi. Che
rimprovera a me le colpe mie! Aliil maa timida e lenta, or dbè non osi Tu , che
sai tutte del ferir le vie , Tu ministra di morie empia ed infame. Di questa
vita rea troncar lo stame ? Dalle qunli cose pare chiaro, il linguaggio
semplice appartenere alla tranquilla ragione, la passione e la immaginazione
avere quelle forme particolari, delle quali abbastanza si è parlato; le quali,
ove siano na- turalmente e spontaneamente introdotte, renderanno sempre piU
efficace lo stile. ' D. Cùmepuò dirsi che serve aW eleganza tmo delie forme di
fmrbire prodoUe dalla fantasia e dalla passione? R. Perchò solo per mezzo di
queste il linguaggio assume quel carattere che è proprio e naturale all' uo-
mo, quando egli è trasportato dalla fantasia o dalla passione a modo, che, noa
usando queste forme, il di- scorso non può avere queir efficacia che deve ; e
man- cando di questa, non può ottenere il diletto, che è il Digitized by Google
— 118 - fine principale ohe dall' elegansa si ricerca. E però queste forme bene
usate sono un principio perenne di quel diletto, che nasce neg}i animi dalF
imitazione della passione o delie diverse commozioni della mente, alle quali esse
danno servire. Si badi però che se non sono usate con naturalezza, esse,
anziché produrre diletto, generano, come sì disse, fastidio e noia. D. l>Dpo
aver parbUa delle figure come principio //' eleganza, di che altro ci reeta a
dire? R, Se bene ricordate ciò che fu detto al fine del sesto Capitolo,
troverete che ci resta a discorrere d' al- tre cose, cioè dei concetti, e delie
sentenze, le quali, me- glio che ogni altra forma, possono dirsi proprie del
lin- guaggio della tranquilla ragione, che è il terzo modo di favella dato
dalla natura agli uomini. Di queste cose noi brevemente verremo qui appresso
ragionando. He! C e m c etlà e 4«ile Sm^mw* D. Che cosa sono i Concetti? R, I
concetti sono certe proposizioni, le quali, giua- gendo nuove ed inaspettate e
in brevi parole al lettore, gli recano meraviglia e piacere. Di questi ve ne ha
di più specie: alcuni sono gravi, altri piacevoli ; piacevoli sono quelli che
recano colla novità e colla sorpresa aU cun diletto ; gravi sono quelli che
arrecano meraviglia, e fanno concepire idee grandi e sabUmi. DegU uni e degli
altri diremo alcun poco. Digitized — 119 — D. Che cosa è a dire dei Concetti
piacevoli? B. Il concetto piacevole nasce dall' unire insieme alenile idee fra
bro discrepanti, a modo però che la cognìsione loro ben ri convenga alla cosa
della quale vogliamo parlare. Come, ad esempio, chi volesse formare la figura
di un soldato noto per la sua viltà, e che, fat* ione il ritratto, gli pcMMSse
gambe e piò di cervo , che altro vorrebbe, signifiòare con dò se non che egli è
piti presto allo fuga che alla battaglia? Vedete adunque cht^ il piacevole di
questo concetto istà neir unire due idee che discordano tra loro, qnal ò la
forma umana e la fe- rina, le quali però, nella discordanza loro, amendae
convengono ad una terza idea , cioè a quella di un sol- dato vile. Per molti
modi si possono formare questi con- cetti : prima neir imitazione degli atti ,
poi nell' imita- zione dei costumi, quindi nelF equivoco. Neir imitazione degli
atti, come sarebbe qualora parlando di una per- sona si accennasse e
descrivesse alcun atto suo proprio a modo, che per quella toàse dagli uditori
vivamente raffigurata. Imitazione dé( costumi poi è quando con traf-^ facendo,
descrivendo i costumi di alcuno, se ne richiama vivamente V idea. Per equivoco
ìnGne, quando si usano parole che possono servire a doppio senso, carne sarebbe
questo : Ciò che egli ha non è suo ; che può significare tanto che non è suo
perchè ne fa parte a tutti, quanto perohò P ha rubato. Bfadi questi, che
ridevoli, meglio che piacevoli concetti hannori a dire, molti escono dalla
metafora, dall' iperbole e dai contrarj. Non è da noi parlarne lungamente, e
meglio ci giova parlare dei gravi, de* quali P oratore o il poeta fanno piti
frequente^ uso. D. Dite adunque dei Concetti gram, H. Concetti gravi si dicono
quelle proposizioni, che Digitized by — 120 — richiamatido em brevi parole o
un' ìramagioe inaspet- tata e grandiosa, o l'idea di alcuna potenza che sor-
prende r immaginazione^ occupano ad un tratto la nostra mente, e la riempiono
di meraviglioao diletto. Lucano, descrivendo il tragitto che Cesare fa sovra
piccola bar- chetta in mare fortunoso, e mostrando la paura dei piloto, arresta
V attenzione del lettore con questo con- cetto, col quale Cesare stesso rincuora
il pauroso noc- chiero : Quid Unmf CcBsanm vehis. Nè men belio è V altro
concetto pur di Lucano, col quale innalza Catone vinto sopra Cesare vincitore,
e sopra gli Dei : Yi9irw 9auM JOUtplaeutt, Hd vieta Caioni. Anche i' Alfieri
neir Ottavia magnificamente fa cono- scere con un concetto la pace essere il
sommo bene dei regnanti : Seruea. Sigsor del mondo , a te cbe manca ? Nerone» •
Pace. Tutti questi concetti, come ognun vede, aggiungono gravitèi al discorso e
destano meraviglia. Esaminiamo il priipo. Lucano , dicendo — Non temere^ perchè
trasporti Ce- sare, — richiama al pensiero V ardimento e la fortuna di queir
imperterrito figlio della vittoria, e quasi ti viene a dire : Non temere ; chè
neppure gli elementi hanno po- tenza sopra di ine; dal quale grandioso pensiero
non può non rimanere sopraffatta e compresa da meraviglia la mente. Altri gravi
concetti vi sono, ai quali meglio conviene il nome di sublimi , perchè ci
recano innanzi idee grandi oltre T usato, e quasi fuori deli' umano in- 121 4»
telletlo. Tale ad esempio è qaello di Mosè nel Genesi, quando ec^li doscrive
Iddio in atto di creare, e dice: FicU luXf et facta est lux; conciossiachò
appena uscito il comando, non solo senza frappor tempo si compie, ma è
pienamente compito néìV atto del comando istesso. Perlochè la mente resta
meravigliata, non meno della potenza creatrice, che delia rapidità della
creazione. £ pure meravigltoso quel luogo di Omero , in cui descrive Giove che
alF inchinar del capo fa tremar tutto l'Olimpo, perchè con questo concetto ci
dà idea deli' immensa po- tenza del Re degli Dei : i neri Sopraccìgli inchinò.
Su V immorlale Capo del Sire le divine cliiome Ondeggiaro, e tremonoe il vaslo
Olimpo. D. Che dee avvertirsi intorno ai Concetti? II. Che questi vogliono
essere usati a tempo e a luogo per produrre buon elTetto, e non devono parere
guidati dall' arte nelle sorìtture, ma, naturalmente ve- nuti. Devesi anche
guardare ohe non appai4aeano troppo studiati ed ingegnosi, e che bene si
confacciano alla ma- teria, alle persone, al carattere della scrittura. Molti
scrittori, credendo di aggiungere bellessa per mezzo dei conoetti alle
scritture loro; le hanno rese Tiziose e fredde, e noi Italiani dall'abuso del
concettare dobbiamo ripetere le stranezze che dominarono l'eloquenza e la
poesia nel secolo XVIL D. Che eosasi puà dire della Seniensa? R. La sentenza è
una verità morale universalmente cognita , espressa in brevi parole, perchè sia
facile com- prenderla e tenerla a mente. Blla ò di mirabile orna- mento alle
scritture, dando aria di molta gravità, e nobilitando T elocuzione ueli' atto
stesso in cui consola Digitized by Google la melile di qualche sano dettato,
che ella facilmente trae dalla sentenza. Ecco alcuni esempj di sentenze :
Priusquam recìpias consulto^ et ubi consulueris ma- ture, opus est facto.
Regibus boni quam mali suspecUores sufU. CwiJtmptofr (mmu$ ^ siperbia comune
nobilitatis malum. Concordia panxB res crescunt; discordia maxima: dtiabuntur.
(Sallustio.) La fede unqua non deve esser corrotta, 0 data a un solo o data
insieme a mille. (Ariosto.) in breve spàzio anco si placa Femmina, cosa mobil
per mUura. ( Tasso. ) Miser chi mal oprando si confida Che ognoi* star debba il
malefi:iio occulto. (Ariosto.) Ma sebbene le sentenae giovino assai ad ogni ge-
nere 'di scritture, non si convengono a tutti egualmente. Le opere morali ,
storiche , politiche, ne usano più spesso e in modo diverso che non fanno gli
oratori. Infatto la sentenza oratoria apiega sempre maggior pompa che non la
isterica e la filosofica. Perchè il carattere dello stile deve essere diverso
in questo diverso genere di scrittura. Anche i poeti variamente ne usano,
secondo- diè è vario il genere di poesia a cui si danno. U Tragi* co,rEpico, il
Urico, amano tutti piti o meno quest* or- namento , ma per diverso modo se ne
valgono, secon- dochè porla il carattere della poesia. Ma delia conve- niensa e
de' caratteri dello, stile si dirà altrove. Ora ci basti soltanto afibrraare
che la sentensa è lume bellis* Simo di ogni genere di scrittura , quando con
parsimo* - 118 — nia sia adoperata , perchè facendone abuso stanca i let- tori
, e dà aria di pedanteria allo scritto. Cat» TLWMM. D. Qual è il quinto
elemento dell* eleganza? R, La varietà, per opera della quale ua solo con-
cetto può in diverse guise offerirsi alla mente, sema aver d' uopo di ripeterlo
nelle stesse parole. Egli è certo che^ come è cagione di noia il ripetere
sempre le stesse cose neUe medesime forme, il variarle è cagìene d' in- finita
vaghezza. Ossiachè fra le umane proprietà vi sia qucsla di stancarsi presto
anche delle cose buone, al- lorché sono senza varietà ripetute ^ ossiachè la
natura abbia voluto per questa guisa disporre 1' uomO| aocioe- chè esercitando
il proprio ingegno non solo tramasse modo da cessare la noia, ma da
moltiplicare il diletto, latto sta che V eleganza dei dire in gran parte
dipende dalla varietà. Ma per potere far uso di questa ed es- sere vario nel
dire, conviene (come avverte il Pallavi- cino) aver gran dovizia, cioè gran
perizia, di tutte le voci e di tutte le forme usate da' buoni autori, a line di
poter prontamente spenderle^ or una or altra, che siano di pari valuta, cioè
atte ali* espressione del me- desimo oggetto. D. Per quanti modi può ottenersi
la Varietà? R. Noi crediamo, che per sei modi principalmen- te: in primo luogo,
quando ci accada di dover nomi- nare replicatamente una persona o un oggetto, e
per Oigitized fuggir noia siamo costretti a variare le forme del dire, allora
giova ricorrere alle parole sinonime. Se avviene di dover nominare, ad esempio,
piti volte la parola t;ta^ si potrk dire alcuna volta strada, alcuna catte,
altra sentiero, altra cammino. Perocché tutte queste voci ti rendono una
immagine stessa. Così Virgilio: Pertfe moda, eiqtmU dacit vii dirige gressom.
Corripuere viam interea qua semita monslrat, È però da avvertire die non può
Uberamente usarsi una per F altra parola, ma conviene badare che nel- r idea
accessoria , la quale si congiunge in ogni parola ' ali' idea principale , e fa
che V una parola sia veramente diversa gosa dali* altra , non vi abbia tale
differensa che offenda: starà bene, che per non ripetere la voce ca- vallOf tu
usi la parola destriero, e forse anche palare freno, ma non istà che tu usi
roxxa o rmxmù, perdiè queste due ultime voci darebbero un vilissimo carat- tere
al tuo cavallo, e lo farebbero assai diverso da quello che gli ò infatto , o
sìa destriero, o sia palO" fìreno* D. Qual è il seconde luogo ende sipiiò
deriwxre va- rietà alle scritture? R. Egli è quello di condurre V uditore quasi
per diversa via alla conoscenza d*uno istesso oggetto , o recare alla mente
varie immagini che indirettamente rappresentano lo stesso. Noi possiamo per
diverse guise rappresentare una cosa, senza aver d^uopo di accen- ' narla col
vocabolo proprio; la qual cosa costituisce ciò che i retori chiamano
amplificazione. Può dunque un oggetto mostrarsi enumerando le parti di cui è
com- posto, come fe' Orazio nelF Ode 4^ del libro 3<»,,il quale L^ yi i^uu
Ly per nominar Gioye si vatoe di questa enomeratiofie di parti: $eimui f ui
impiot Tilanoi, immanemque iurbam FuhnUu mÈiIulirit mdmo» Qui terram inertem,
qui mare temperai VenioBum, et wrhei et regna trittia: Diimquet mortaleigue
turbai Imperio regtt mu$ aquo, Snppiam come Daccò I' ardir ribelle, E
fulminando delia lerra i figli Precipitò r immane ed empio sluolo. Il Dio, che
al pigro suolo, al mar veoloso. Ai regni bai dà legge , £, giusto ei solo,
aomiai e Dei corregge. (COLOMETTJ.) Altra volta un oggetto si può nominare, o
per quelle circostanze che lo precedono, o per quelle che lo accompagnano e lo
seguono; le quali drcoslanze dai re- tori sono chiamate aggiunte. Per questo
modo il Poli- ziano descrive la primavera: Zefiro gi^ di bel fioreUi adorno
Avea da'moDti lolla ogni praioa; Afea faUo al suo nido già ritorno La stanca
rondinella peregrina : Aisonava la selva intomo intorno Soavemente atr(U^
mattutina , K l'ingegnosa pecchia al primo albore Giva predando or l' uno or 1'
altro fiore. • * (Stanze, C. 1, St. 23.) Dalle cause ancora si può aver modo di
presentare un oggetto egualmente che dagli effetti, e così dalla specie e dal
genere. Colui adunque, il quale più volte debba accennare un oggetto, potrà
conseguire la dote della varietà , ove lo mostri ora enumerandone le parti.
OigHized ora accennandolo pe'siioi a^teoedenli, ora pei oonse* guanti , or
dalle cause che lo producono , ora dagli ef- fetti che lo seguono, ora dal
genere acni appartiene, ora dalla speoie, e vìa Tìa» Pe' suoi effetti Dante
meravigliosamente nominò la sera, dicendo: Ers già r ora, che volge il desio A'
navigtiiti, • loteoerìaee il cuore Lo dì , che fasn detto ai dolci amici addio;
E che lo nuovo peregrin d'amore Punge* se ode squilla di lontano Che paia il
giorno pianger* che si muore. Con quanti diversi modi Orazio disse sempre
variamente che l'uomo deve morire! Vedetene alcuni che ora mi vengono a mano:
VìUb tumma trevk ^em no* velai ìnehoare Umgam, Si domut Mttìtf PlNtonfo. —
Pallida mori asquo puUat pede Pauperum tabernas, Regumque turres. — Omne9 eodem
cogimur: omnium Venatur urna, serius, ocius, ' Son exitura et not in CRlernum
EaiUum impotUun 6ym6<B. — «fida, teilieei amnibw, Quieumque terrm munen
vetdmvr, Smvlgandtt, Wne regei, Siv€ inopet erimui eohni, — JEqua telltis
Pauperi recluditur, regumque pueris, — Nos ubi decidimus Quo pius Eneas, quo
Tullut divei, et Àncus ; Pulvis, et umbra sumus. Debemur morti nos no9traque,
MèrtaUa fuiOr peribmU, -~ Digitized by Google — 127 — Da questi esempj saranno,
se non erro, confermate le cose che furono esposte più sopra , e però ci basti
il detto. D. QualèU t&rs» mudo (f indurre varietà nel di'- selo? R.
S'induce varietà nel discorso ogni qual volta, invece di nominare una cosa, ne
rechiamo la defìnizio- ne, 0 Y aooenmanio per perifrasi. Cosi , ad esempio, in-
yece di nominare il Sde, Dante disse: Lo mioistro maggior delia natura; e
altrove: Il Pianeta Che mena dritto altrai per ogni calle. E Virgilio, per
nominare Giove, disse: Patir AoflitiiiMi olfiie De4tnm. Orazio poi, invece di
nominare la Fortuna, la definisce così: 0 IMm» enlum qum reqk Ànimm, Prmm» «el
Ima télkn de eradu Mwtale eofjM»» 9él utperboi Vertere flmeritue triumphoi etc
^ (Ub. lo, Ode 350 « 0 d' Anzio alnia reina, Diva, se vuoi, possente Di levar
qual più cadde in alto loco; ^ E la gloria divina Del trionfo, repente Scambiar
con ie gramaglie io fiero giuoco ec. ( Cesari. ) D. Accennate gli altri tre
modi^ onde si ottiene va- rielà, R. Il quarto modo è questo, di usare
promiscua- mente la significazione attiva e passiva dei verbi; cos\, Digitized
by Google ad esempio, potrai dire: — Virgilio ÌDsegnò Varie di col- tivare i
campi; — e potrai egualmente dire: Da
Vir- gilio fu insegnata l'arte di coltivare i campi. — Il 5<> modo è r
uflo del negativo ìq luogo del positivo, desi ia* vece di dire « questa cosa è
bella, » potrai dire « non vi è cosa altra più bella; » invece di dire <r
qui è pace , » potrai dire « qui non è guerra. » li ed ultimo modo poi sta
nell'uso del parlar metaforico, figurato. Abbiamo detto di questo
abbondantemente, sicché ora ci basti ricordare, che l'uso della metafora e dei
tropi serve mirabilmente alla varieté; é^lMr-tnezzo di questa fiori- scono di
eleganza e di diletto le scritture. D. Dopo avere esaminati i cinque fonti
dell' eleganza, resta egli altro a dire? R. Resta a parlare di due cose
importantissime, per mezzo delle quali Fumano discorso meglio sMnsi- nua
nell'animo, e vi fa una forza maggiore. Queste sono l'armonia e la collocazione
delie parole. Non creda alcuno, che qui si voglia parlare di quell'armonia,
della quale gib si disse al Capitolo quarto, di quella cioè, che non altro si
propone che la dilettazione degli orecchi; nè che si voglia trattare di quella
collocazione di parole, che è subordinata alle leggi dei Grammatici. Noi qui
intendiamo parlare dell'armonìa, la quale imita suoni, movimenti , affetti; edi
quella collocazione delle parole, per la quale il discorso acquista maggiore
potenza. L'una e l'altra daranno soggetto ai due se- guenti Capìtoli. Digitized
by Google D. Che cosa intendete per Armonia imitativa? R, Qoel 8H0D0 d<^ce
ed aggradevole del dìiworso, il quale modifica per sì fatto modo la nostra
senstbllitk (la porne vivamente innanzi le cose sii^iii ficaie. Egli ò certo
che con temprando variamente le consonanze, che possono uscire dalla mesoolanza
delle lèttere, noi ab- biamo nella lingua nostra tanta varietà dì suoni, da
poter rendere ed imitare qualunque armonia. E perciò * disponendo le parole
secondo il «nona di quelle cose che noi vogUafM'rQppreaentare, avremo nelle
stesse parole un'armonia somigliante d'assai a quella che dalle stesse cose ne
verrebbe. Nè solamente possiamo noi imitare i suoni /le grida, ì rumori, ma
benanche i movimenti. .Quando noi osserviamo che una cosa o ò lenta , 0 è
rapida al muoversi , possiamo di leggieri ri- trarne il movimento per mozzo
delle parole, facendo che elleno si succedano o tarde o preste o impedite, se-
condochè porta Y imitazione di ciò che ci proponiamo. E che ciò sia vero si
mostra facilmente per gli esempj, de' quali abbiamo grande copia i^iUlassicij
Non si creda però di potere ad ognifiaaso o ad ogni* loogo usare del- l'
armonia imitativa , cbè rado ne è Y uso, e non ò buono se non è spontaneo. Gli
autori classici, credo io, hanno imitato per mezzo, dell'' armonia senza por
mente alle leggi, nè air ahte, ma*coadietti solbaBto-dair immagina- zione, o
dal cuore. E cos\ dobbiamo fare noi; e mai farebbe chi proponesse a sè stesso
di voler imitare per ' questo modo in uu luoga, e in un ailro> e pHma d' es-
9 — — é sere trasportato daU'. affetto o
dalla fantasia formasse il pensiero d* imitare quel suono, quel mofviniento,
quel grido. La sua imitazione riescirebbe affettata, fredda, senza grazia. La
natura d deve spingere di per sò stessa all'arte, e V arte non deve che
secondar la natura. Ma vediamo negli esempj de* Glassici la imitazione prima
delle grida, poi de* suoni, indi dei rumori e dei movi- mantL ladlABlone di
(rida Infernali. Quivi sospiri , pianti ed alti guai Risonavan per V aer senza
stelle» Perch'io al cominciar ne iagrimai. niverse lingue, orribili favelle,
Parola di dolore, acoeoli d' ira , Voci alle e fioche, e suod di man eoa elle»
Fioevano «n innraUo , il qnal a* aggira Sempre la qnoll' aria senza tempo
tiala» Come la ma quando li turbo spira. (Dantb.) £ il Tasso ci fa sentire il
suono delia tromba infernale in questa meravigliosa ottava : Chiama gli
abitator deir ombre eterne Il rauco suon della tartarea tomba: Treman le
spaziose atre caverne , £ r aèr cieco a quel romor rimbomba: Nè stridendo così
dalle superne Regioni del cielo il folgor piomba, Nè sì scossa giammai trema la
terra Quando i vapori io aen gravida serra. £ chi non sente il guaire di una
cagaolina , e il rispon- der dell' eco in questi bei versi dei Panni? aita ,
aita , Parea dicesse, e dalle arcate volte A lei r impietoaiu w risposo*
Digitized by Google Virgilio ci fa sentire un confuso di grida in quel verso:
LammUii^ gmituque, et fanUn9ù ulMu Tecla fremimi. Per questo, modo si possono
imitare i suoni d' ogni ma- niera « disponendo le consonarne delle parole a
rìtrarlì. Nè solo i suoni, come fu detto, ma i rumori e le grida, come negli
esempj che verremo accennando. L' impeto e il furore del vento si sente dentro
que- sti mirabili versi di Dante: Non altrimenii fatto che d' un vento
Impetuoso per gli avversi ardori , Che fier la selva, e senza alcun ratlenlo Li
rami schianta, abbatte , e porta fuori; .Dinanzi polveroso va superbo, E fa
fuggir le fiere e li paalarL Virgilio ci fa sentire la prestezza del volar di
Mercurio in questo verso: Yùée «06, «ole, veea Zq^kiroit éi leUre pemiii; e il
trottar di un cavallo in quest* altro: Ovairupedanle pulrem eetUlu putii
migiilà MMipiim* Dante ci fa sentire V afiboiio d' uno, che scampato dal mare,
viene alla riva: £ come quei, che con Iena affannata Uscito fuor del pelago
alla riva, Si Tolge ali' acqua perigliosa , e guata» li cadere di un corpo
morto viene espresso a meravH glia in quel di Dante: fi ouldi, come eorpo mono
cade. e lo stramazzare di un bue in quel di Virgilio^ FroemiAU Ihmi èst. . £
giacché questi due esempj a ciò mi richiamano, Digitized by Google * tuo'
mostrjavì cornisti due poeti epa un'art» stessa ^ senza ricopiarsi 1' un V
altro, luuino ollenuto il medesi- mo eilétto. Dante tentudo basse armonie, e
unendo in- sieme cinque bisillabi, per cui V una parola non si con- catena coir
altra , ti fa sentire cotne un Icorpo cade, per^ che a poco a poco gli manca
forza al ginocchio e alla persona, onde cade in un abbandono di morie. Virgilio
vi fa sentire il suono della caduta del bue con quel iho- uosillabo spiccato, e
lanciato in fine. 'Gosìoefiè V un poeta, imitando la caduta d'un corpo, T ha
significata per lo scioglimento totale delie forze; L'altro per lo suono della
caduta. Ma sediamo 'agli osempj. Virgilio ti vuol destarè V impressione' di
quel tardo e falicoso moto che fanno i fabbri ferraj nel battere la mazza, e T
ottiene uneodo sillabe iungbe, e dipronun- sìa alquanto aspra : UH inier u u
mà^na vi hnehia toUuni/ * • « Dante colla medesima arte vi rende sotto gli
occhi Cer- bero che malmena gli spiriti: Graffia gli spìrd, gli scuoia» ed
i&qualra. D. Come s' imitano gli.affeUi coW Armonia? : R. Coir arte stessa,
con^^ui sMmitano i suoni e i movimenti. Egli ò certo che ogniafTetto umano,
come ci rende o tardi o. risentiti, o presti ^o, impetuosi , così si esprime
per meuo di siiopi^vooali» i^ijiaji p<^rt^aoin st^ quelle stesse qualità;
cosicché, esaminata la natura le- iiW alTeiti, osservata la maniera con cui
essa si manifc- • sta, noi avremo la nórma sicura per imitarli. Ponete mente
alle esclamasioni^ e trovereté che la subita rayiglia vi mette improwisament*
vn bocca un eh, qualche^ volta un ahj un iini^rowiso dolgre yìj^a.fofn- pere ia
un ahi, uoo stato di sofferenza ia un eh, una subita paura va m 11/4; # di; qua
traeU oh^ le parole composte con vooaH, sioiìli a quella che è neir esclama-
zione, rendono 1' armonia dimanda'te dell* affetto, che vogliamo imitare. E
però V allegrezza e gli alti affelii si rappresenteranuo i^eglio co' suoui
larghi e pieni dell' a, e deiro. Gli umili affiditi, la tristezza, la
malincom'a, coi più miti suoni dell' e, e dell' i. Le perturbazioni forli
e..paui*o^ dell'animo, coi &U0Q9 chiuso c eupo dell' u» E non crediate ohe
tutte quelite i^gole aiauo iaveuzione o capriccio dei r«rtori , perocfchè
elleiio sono nella natura dell'uomo, ed ogni linguaggio umano ne è piti 0 meno
improntato, come potete coiMScere esaminando .i voca- boli stessi. Sebbenè però
quest' arte siaderìrante dalla natura, pure bisogna usarne con grande
parsimonia, e solo quando la forza dell'affetto ci trasporta natural- mente ad
imitarlo. Ora veniamo agli esempj. La piacevolezza di un luogo, il qttatedh di
sua vi- sta diletto, è espìrèssa a meraviglia in qùeàti versi di Virgilio: . .
Devenere lócm léUkt ^ amena vireta ' Fortunatorum nem§ru9n, MUqw keatag,
Latifior hi» fnmptm tUur ti laminé ve^H Purpureo; iolèmfM ménr; «ita Mtfo mrimt
Così regna una dolce quiete ne* seguenti delF Ariosto , nei quali descrive un
luogo ameno: ^ NoD vide nè 'I più bel nè 1 più giocondo Da luua l'aria ove le
penne stese; Nè, se tulio cerciito avesse il moado, Vedria di ^esto il più
geatil paese; . • Ove, dopo an girarsi di gran tondo. Con Rugger seco il grande
augol discese. Colte pianure e delicati colli , Chiare acquei; ombrose Hpe e
pralt mòlli. V Digitized by Google 484 - . Vaghi bosctiett! di soavi allori ,
Di palme e amenissime mortelle , Cedri ed aranci eh' »vfM frulli e fiori
CdBtetU il varie forme e tolte htUet Facean riparo ai fervidi calori . De'
giorni «siivi com ior spesse ombrelle; E tra quel rami con sicuri voli OanUiMlo
se ife giano i rosignaoU. (Canio Vi ,otUve9D eil.) Che se ci avvenga di volere
imitare un dolce senti- mento di malinconia, lo potremo per mezzo dell'armo-
nia temperata con auono delicato, e direi quasi flebile. Dante col solo
risuonare delle parole dirette da France- sca a lui mette una dolce tristezza
neir animo: Ma se a conoscer In prima radice Del nostro amor tu bai cotanto
afifello» Farò come colui che piange e dice. Piena pure di dolce malinconia è
la seguente ottava del Tasso: Nou si desiò finché garrir gli augelli Non sentì
lieti , e salatar gli albori , E mormorare il fiume e gli arboscelli, * 0 E con
Tonda scherzar 1' aura e co' fiori. Apre i languidi lumi, e guarda quelli
Alberghi solilarj de* pastori ; E parie voce udir tra T acqua e i rami, Ch^ai
sospiri ed al pianto la ricbiami. Virgilio ci fa sentire il i^anto interrotto
dai singhioizi in questi versi: At non Evandrum polis est vis ulla tenere, Sed
venit in medios; feretro Pallant» repotlo , Procumhil super atque hceret
lacrimansque gemensque. Et via vix tandem voci laxala dolore est. L' allegrezza
ancora ha un suono suo particolare, come ne' seguenti versi: lialiam, Ilaliam,
prìmus conclamat Àcatet; • Ilaliam UbIq tocii clamore salutant; Digitized by
Google . .À — m — ■ e IO questi del Tasso: Ila, quando il sol gli aridi campi
fiede Con raggi assai ferventi, e in alto sorge, Ecco apparir Gerusalem si
vede, Ecco additar Gerusalem si scorge ; Ecco da mille voci unitamente
Gerusalemme salutar si sente* Lo sdegno si manifesta e s' imita per mezzo delle
armonie in questi versi: UfM Uttrikm eaiUmtia, fhteUtm tmést* Tmpreeùf, mia
onntt, pugnent iptique nepotei» E in quelli di Dante: * Ma se le mie parole
esser den seme, Che fratti infamia al traditor eh* i* rodo» Parlare e iagrimar
vedrai Insfteme. Gosk r Ariosto in quella magnifica similitudine deE'orsa fa
sentire nella diversità delle armonie i due eontraij aflTettiy da cui la fiera
è «gìtata: Come orsa che V alpestre cacciatore Nella pietrosa lana assaliu
abbia , Sia sopra i SgH eoa iaoerio oore, E IrenìfB IneiMNio di pietà e di
rabbia: Ira la invita e oatoral furore A spiegar V ugno e a Insanguinar le
labbia ; Amor la intenerisce, e la ritira A ^nardare ai figli lo meno l' Ira.
(C. XIX.) Confrontate la delicatezza de' suoni del 3», del 7o, e del- l' 8°
verso, e la forza, e T asprezza degli altri; e trove- rete espressi al vivo V
amore e la rabbia. La paura fu espressa a meraviglia in questi yetsi: Et
ca/iyaniem nigra formiditèé lueum, PuUenUi ttmhm BreH, noeimqwB profimélam ; e
in quelli di Dante: lu venni in loco d'ogni luce mulo, Clie mugghia , come fa
mar per lompesUt Se da cootrarj veoti è combauuio; e in quegli altri: Buio (T
inferno , e di i|oUe pviiatii D' ogni' pianeti solto i>over cielo • Con un
facile alternare di armonie esprimono ancora gli affeUi ▼Iraci, e quella
Tsloeitli di •pensieri, che procede dal cuore. £ccoae un esempio in Virgilio :
Juptnvm matm emicat oréeiu lUw in €9perìumi e in quel di Dante: Dunque che è?
perchè, perchè ristai? Perditi lama viltà nei cuore alleile? Perchè anlire, e
franchezza non hai ? Ma basti il detto fin (jui per farvi avvisati che Io
studio delle armonie non deve essere trascurato da uno scrit- tore che voglia
tocpare la perfezione oell' arte. Vedete dagli esempi' che Meravigliosi elisttf
naeoono in. virtU delle armonie imitative. Non per questo, come ho detto
innanzi, dovete voi occuparvi scoperlameule di questo artifizio, perchè ove
tali vagfiezze non entrino sponta- nee nelle scritture , sono senza lode. Vuo^
ancora cho osserviate, che piìi ai poeti clie ai prosatori giovano sì latte
coso, e perciò vedete che gh esempj sono tutti tolti dai poeti. Non è per
questo che il prosatore non debba regolare le armonie a seconda degli afTetii,
ma a lu! giova meglio ricorrere ad altro artiQzio, che è ([uello della
oollocanione delle parole, per la quale acquista - 437 — più forza l'affetto,
più vivezza la descrizione. Di que- sta diremo nel seguenie Gapilolo. CAP. e la
ileMrlBi4nBe« Della eoUoeMiloM delie parole Hepetto alla éeeevl8loBe« 1).
Comesi può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere più efficaùe
ia descrizione? R. Quando fioi sappiatnò olie lè parole sono segni dello idee,
e ohe cpieste idee, assodate che siano nella mente, ritornano innanzi alla
medesima nello stesso or- dine in cui vennero all' anima recate dalle esterne
im- {Nnessiotii, non è difficile a conoscere che l'umano di- scorso deve avere
efScacia tanto maggiore , quanto pid ' neir ordine suo mantiene quell' ordine
stesso, conche le idee entrarono nell' anima; peroccbò allora ò cerio che la
commozione del enore o della fantasia si otterrà ■ • colla stessa efficacia,
con che si ottenne flalle esterne impressioni. E però egli ò certo, che se si
potessero sem- pre ordinar le parole seguitando le idee, ì' umano lin- guaggio
avrebbe tanto piti di potenza e di forza. Ma stc^ come le idee non denno
obbedirè che alle impressioni da cui sono mosse, e il linguaggio è costretto a
h^sgi ben diverse, e meno libere, essendo egli obbligato ad oiy -.^uu Ly Google
UQ ordine di ragioDe) e a forme determioate, ne con* segue cbe non può andare
sempre d! pari passo colle idee. Certo che quanto più a quell'ordine si
avvicina, tanto è più potente sulla fantasia e sul cuore. Che se cercando dt
seguir V ordine delle idee noi perdessimo pregio di chiarezza , o mostrassimo
scoperto V artifizio, cadremmo in due falli gravissimi, e non avremmo al- cun
prò dai l>uoo collocamento delle parole. Innanzi a tutto adunque, nel
collocar le parole^ o le proposiziom (le quali ognun sa che alle volte si
possono anteporre e posporre l' una ali* altra in più modi), dobbiamo cer- care
che non resti offesa la chiarezza , la quale è la prima e più necessaria dote
d' ogni scrittura. Anche si conviene badare che l'arte non tolga al discorso
quella naturale fluidezza , senza la quale il discorso diviene aspra, e sono
toUe quelle grate armonie che aprono la porta del cuore alle parole. Ma quando,
salve la chia* rezza e la naturalezza, potremo colla permutazione delle parole
secondare V ordine delle idee, noi otterremo che pib pronta e più viva sia la
passione, e più visibile la descrizione. D. Dareste voi un esempio che mostri
quanto nella descrizione può V ordine delle idee? R. Eccolo^ tolto da Daniello
Berteli. Descrìve egli alcuni Etiopi , quali in leggier battelletto si lasdano
portar giù dalla corrente del Nilo. Uditene le parole: Mettonsi un paio di loro
chini e quaUi entro un leggier battMetto:, Vuno. governa, V altro aggotta, e
netta parie superkre del Nilo messiii sul fUo deW ao* qua le si danno a portar
già a seconda: e portali pri- ma dolcemente, come andassero per diporto, poi
sem- pre pià affìrettato , indi precipitoso per lo velodssiniù tirar che fa ìa corrente,
dove il fiume compresso fra Oigitized by — 139 - gli stretti canali detta
montagna tè mSle ìorcimmH riaih volge per attorno a balzi e scogli che tutto il
rompono, e tal si fa un affrettarsi e correre, che V occhio al seguitarlo
aMfogìia. Cosi giunH alla terHbU face, mnde Umodàil salto e mina nel piamo a
piiè della rupe, anche essi col capo in giù, seco dirupami. Chi li vede
precipitar gii^ a piombo cMa barchetta in piedi, perchè la proda è verso terra,
e la poppa diretta incido, e doto un orrtftib tiro- mazzone in stdV acqua
disotto entrar nella voragine, che ivi apre il fiume colF impeto del cadere,
gli ha per ingoiati e immersi: quando in volger gli occhi li si veggon lonr
toni una hmga tratta colà fin dove U NUo a guisa di from* boia gli scagliò,
(Geografia irasporiaia al morale.) Osservate come Ineemincia : Mettensi m pah
di loro. Ed eccovi prima le persone, e il modo dello sta- re, e il luogo ove
stanno. Resta a sapere che facciano, ed ecco che io prima vi si mostra V un d'
essi in atto di reggere il battelletto, l'altro la atto di gìttare via con mano
V acqua che entra nel medesimo. Ma dove si fa questo, nella parte superiore del
Nilo ; come? met- tendosi sul filo deir acqua ; perchè? per lasciarsi portar
gid a seconda. Indi vedete il loro andare prima dolce, poi affrettato, poi
precipitoso; e se ne chiedete ragio- ne, vedete che ciò è perchè il fiume è
compresso fra stretti canali, fr^ balzi si rompe; onde ne viene un affrettarsi,
un correre, che vince la vista. Ma che n' è del battelletto nel gran salto che
fanno? Essi col capo ingiù seco dirupami: pittura vivissima» poiché quel-
l'essi ti richiama a mente le persone, delle quali per lo pericolo in che sono
hai maggiore sollecitudine, poi te le mostra in atto di rovinare, sicché le
vedi col capo . in giù. Quel seco ti tien fìssa l'ìdoa del battcllelto in òhe
sono ; col verbo dirupami posto là in fine termina a ÀeraHrrgtià il dipìnto. Il
battelletto vieti giti é piombo irt pìedfi, nel cadere là pròra s' abbassa, s'
àlza la pop- pa, sicché tu vedi la prora a terra, la poppa in cielo ; e chi
dicesse pirima Ih poppa in cielo, la prora in terra, toglierebbe qùel vero che
ha ìé descriiBione, séndo che r alzarsi della poppa è conseguente dell'
abbassarsi della prora; e questa nelT ordine delle idee è prima della
seeondà.'! batcànuòli scendono ctfn esfsò il Isàttellètto nella voragine , tehe
ivi sotto apì-e fl 'flum'è; e chi lì Vede, li pertsa izih ingoiati e perduti.
Volgi gli occhi, e vedili lontani lunga tratta per l'impeto dell'acqua, che
così lungi gli Incagliò a<gufsa di frombola. Il suono rapido, rotto,
impetuoso, della parola scagliò, e l'idea stessa riservata a questo luogo, pare
che osprimanó e la forza e la prestezza e la lontananza ad un tempo. Ma questa
cosi viva descrìtìone ^érde gran parte di bdlèzàsa e di forza , solo che voi
permutiate V ordine delle parole. Se voi dite , ad esempio : Quando colà dove
gli scagliò il Nilo a guisa di frombola li si veggono lontani ima lunga traUa
in volgere gli otchi, avrete soeinata tutta V evi- denza e la forza a questo
luogo, che pure è veramente pittoresco. Nò meno mirabile per V arte istessa del
collocar le parole è il luogo di Tito Livio, nel quale descrive i Rò* mani alle
forche di Claudio. Tornano i consoli negli ac- campamenti dopo avere giurati
vergognosi patti. L' ar- rivo loro nel campo rinnova il lutto e la rabbia dei
soldati. Aia aHas intueri, contemplavi arma mox ira- denda, et inermes futuras
dextras. ohnoxiaque cor- pora hosti. Proponere sihimet ipsi ante oculus jugum
hostHe, et lud^ria victoris, et vuttus superbos , et per « I - - armalos
inermxum iter: inde fcadi agminìs miserabi- lem^ vian^ p&t' sqaiiiivum
urbeSj, v>e(Hiiyan, m pq,lriam od, parenks , quo, S(Bp» mqjiur^qua eorjm
ù-^K/anghapr^ t& venissenL Se iolos sine vub(^e9 sifi^ fffTQ, sine a^U
victos : sibi stringere non licuìsse gladios , non mamm cìn^ hoste conferì e:
sibi n^quicqmm arma, neqmfiqua>ì} vire9^ nfi^it^lgji^ fi^^^ ^.Cìhi.si.f9ccia
ad osser- vare r arte, con che soiM> qui collocata le parole, sarà chiaro e
maniieslo che elleno seguono in lutto l'anda- mento delle idee, e di là
vi^e.^queUa forza che iauuo suir animo^ Al priino vedere ìvcoo^li que' soidatii
gli uni f^uardano gli altri In faccia, moto spontaneo dell'ira e della
disperazione; e a mostrare che il medesimo atto era ciguaia, e ad ua tempo, in
tutti, lo storicQray.vicii;]^, le pafple aUis cJi^, e lascia in fiqe razione
del gvar- dare: ma perchè quest' azione si continua in altro mo* dp, e gli
occhi passano ù, guardare le ,arn;ài, come è naturala all' intueri segue, il p^y^i^a^^^
por mente) alla. vjerità delle due. asioiii inkf^ e,'OmemT. * A questo loogo,
perchè ti votgariszaminto ci perdesse il meno possibile dai lato delta
collocazione dèlie parole, ho siudinto 10 stesso di condurio collo slesso
oidìue dei lesto per quaulo la liu|sua nostra me l'ha consenlito. , * « Gli uni
agli altri guardare, contemplare le armi che fra breve si dovrian cedere, e le
destre fulure iiienni, e le persone a di- screzione del nemico. Proporre a sè
slessi innanzi a{>li ocelli il giogo osiile, e gli seherni del vincitore, e
le faccie superbe, e |)er mezzo dì armali il caniniino d'inermi, lodi deUa
miserabile schiera 11 vergognoso viag^Mo per le ciiià degli alleali, il riioruo
in pauia ai parenti , dove sovente essi e i lor maggiori trionfando usavano
venire. Essi soli senza forila, senza ferro, senza batlaglia esser vinti: essi
non aver potuto stringere ìe spade, non le mani col ne- mica mesMae; mi soli
imlMiia èhm i ìwkano leiie» iiid«riko copian. Il guardarsi in faccia è atto
spontaaeo e breve , e però ben espresso col verbo ùUueri; quello di affis- sar
le anni è più forte e più durevole, e però benissi- mo ritratto nel
contemplari, che appunto vale affissar gli occhi e il pensiero. Ma neir
affissarsi alle armi ve- niva innanzi ai miseri, che presto le dovrebbono
cedere; quindi opporiunamente segue quel max tradenda; da quest'idea ne deriva
T altra, che inermi resteranno le destre loro , e quindi i corpi a discrezion
del nimico, ed eccoti, senza torcer parola dal corso delle idee, ef ■ 1 essersi
veduti in balla de' nemici , viene innanzi a quei soldati l'immagine del giogo
ostile; dall'idea del giogo esce quella d^li schemi del vincitore e dei volti
super- bi; e quindi V altra degli armati, in mezzo ai quali essi inermi denno
passare. Usciti che siano disotto il giogo, essi torneranno disarmati e
disonorati alla patria; que- sto pensiero si affisccia loro per primo, il
disonore, tanto più grave quantochè dovranno passare per la città de- gli ailealT,
tornare alla patria, ai parenti. Bella è l'idea di confronto che viene a
tormentarli, pensando al mi- serabile ritorno in patria, quo scepe ipsi,
majoresque ee- rum triumphantes venissent. Osservate poi nella colloca- zione
il periodo che siegue. I soldati concentrano i loro pensieri in sò stessi, si
trovano vinti, ma in modo bea diverso dagli altri. Laonde la prima idea è nel
se ; la seconda, quella che li mostra singolari dagli altri, so^ los; quindi
l'essere vinti senza ferite, senza avere sguainato le spade , senza essersi
ordinati a battoglia : voi qui aveto una gradazione di pensiero naturalissima,
l' idea del sangue , del ferro, delle schiere : e pure senza questo cose esser
essi vinti : sme vulnero, iine ferro , «the ocit victot; e se voi voleste
traeportore quel vietos j appresso solos, turbereste il corso delie idee, e
togliere- ste eflSeacìa alle parole; poiché prima sono le idee nega- tive, e
poi quelle affiMrmatìve. Non si è sparso sangue, non si è nudata spada, non si
è accampata schiera, e nulla meno siamo vinti ; dall' idea dell' esser vinti
per questo modo ne viene il dolore di non aver potuto com- battere y di avere
invano le armi, le forse, il coraggio. D. Che si deve apprender dall'analisi di
questi luoghi ? B. Che r ordine delle parole nel discorso non deve esser
abbandonato senza regola da chi*vaole conseguire prontamente quel fìne , che
egli si propone parlando. Condossiacbè tanto ò'pid potente il linguaggio,
quanto pìU precisamente esprime te idee, e quanto più le espri- me con queir
ordine stesso, col quale si presentano alla mente. Egli è però necessario
osservare che quest' arte deve rimanere naseosta^ e parere natura. Chè certa- *
mente male avviserebbe colui, il quale forcasse la sin- tassi , ed aspreggiasse
il costrutto per disporre le pa- role a seconda delle idee. La naturalezza è
dote pri nei- palissima del discorso, e il trascurarla per andare dietro ad
altre vag^esze sarebbe errore imperdonabile. Della «ollocMloBe Mie parole
rispetto agli «flètti. D. La eottoeoMbme delk parole gimx$ eBa sokanio la R.
No; ella giova pur anco l'affetto; perocché più facilmente le umane passioni si
svegliano con parole ,. allorché esse assalgono il cuore oon qudr ordine stesso
Digitized by Google d'idee^ che è da natura; Sef. voi togliete P ordine alle
s^uenli parole di Livio , voi avete loro tolta tutla quf^impronta d' alf^tto
che hanno. Virgiaio viiplejsat^ tran» ia figlia, dialle. mani di Appiioj; non ^
resta viai a soarnparla; la, disperasìoiie gli inelte nelle mani tin. ferro;
egli lo dà in petto alla figlia, dicendo: //oc te ohe parole, ^ ma poieati- a
m^nare'te djfpamxioae, il tumulto degli affetti, l'amor di patria e di libertà.
Te- li^ dietro al filo delle idee: la prima a rappresentarsi ò.^pi#Ua.dcd.
disperato oo«]^io preso da Yiiipuaio; laM- cood^, quella della persona, oontro.
eui. slaTa par brare il colpo; la terza ò (luella p'cr cui vi mostra che non vi
è altra vìa allo scampo, hoc fó2i»o;<^ndi sG|gjtfi& r jdea deirunioo
potere che raete al; misero padrof, qm possum : la parola m^io, poAa
coslloatana dal suo relar? live, quasi violentando il costrutto, mostralo stato
vio- lento del cuor.' patino: quel fiiia ivi, coUoeato acceana
al.dis||era^,araore;.fn^i6#*to(eiiiit'«wM^ fe -quasi vedere il trionfo
ch^eiimena suir iefaiBia di Appio. Riordinate diversamente queste parole; dite,
ad esempio: Filia. te in liberUUeiA',ìki(3fì}mo modo, quo possum^ sn»ditìo^ ^
ve- drete scomparire ogni efficacia dal discorso, ed ogni se- gno di
agitassione. E basCt" «nrere recalo questi pochi esempj tolti ai
prosatori, anzicliè ai poeti, perchè cono- . sciate quanto alla pposa possa
giovare un tale artifizio, qualora non si contravvenga air indole. della
lingua, e alla naturalezza del costrutto. Esempj ne' poeti potrete facilmente
ritrovare du/voi, specialmante esamiaando que' luoghi nei quali essi
descrivono, o movoM g^ af- fetti. Ogni descrizione di Virgilio e di Dante, ogni
luogo patetico, può dirsi da que' grandi maestri con somi- gUaii^ àfiiH^io
e^seriS:COQd(it(U)y.c.jrtoato.upacfezÌQae. . DigitizecI by Google . 145 — D.
Serve egli solo aila fantasia e agli affetti lo eiu- dio di ben collocar le
parole ? M. Se beae vi ricorda ciò che deUo è pik sopra, ire «vere le «peeìe
deir umano lingaaggìo, ima delle craali servire alla feniasia, T altra
all'affetto, la terza air intelletto, ovvero alla tranquilla ragione, vi sarà
chiaro che alle due prime specie priacipalmeute. giova porre studio nella
collocazione deUe parole, per mezzo della quale 1* arte, seguitando il naturale
andamente delle idee , acquista potenza di risvegliare la fantasia coi colori
della favella, non meno che faccia la natura istessa cogli oggetti che ci
presenta agli occhi. £ con questo ot- tien pure di concitar la passione,
imitandone, direi quasi, gli atteggiamenti, così che talvolta il cuore si trovi
più sopraffatto dalla forza della passione imitata, che della vera. Anche si
oUiene con questo di rendere armonioso il discorso, e piacente; la qual cosa
quanto giovi, secondo che detto è, voi sapete. Ma la terza spe- cie di
linguaggio, che serve alla quieta ragione, non domanda altro studio nella
collocazione delie parole fuor quello di un' ordinata sintassi , per cui esca
chiaro e limpido il senso : perocché essendo fine di questa spe- cie la ricerca
e lo scoprimento del vero, lo spinto umano per una via piana ed agevole ci vuol
pervenire : laonde sembra poter dirsi questa specie di linguaggio non al- tro
richiedere, se non che ordine e chiarezza. Aaticom UI. Se f^iowlno egfnalmenle
ad o^nl serlttara le «ose deite fln qui intorno la collocasiono delle pmwa^ lei
e del fini che pwtù V «emo prop<»rel yaglwdei D. Non giova egli egualmente
ad ogni specie di lin- guaggio tuttociò che abbiamo insegnato intorno V uso
delle parole, la scelta e la collocazione delle medesime, i tropi, le figure y
P armonia e ffU altri ornamenti del discorso? R. No certamente: perocché ogni
specie ama quello che le è proprio e confacente per natura, e tutt' altro
jigetta. Avete veduto che il linguaggio figurato, il quale è proprio della
passione, diversifica non poco da quello che è proprio della fantasia ; e
dovete ricordare che il linguaggio deir iuleiletto la luogo ogni altro
ornaoieato cerca meglio il concetto e la sentenza : ogni linguaj^o adunque è
ristretto in determinati confini, segnati al medesimo dalla natura, e
proporzionati al fine che in- duce r uotuo a parlare, secondo il qual fine il
discorso prende un carattere proprio e speciale^ e però a norma di questo si donno
temperare quegli elementi che costi» tuiscono la bonth del discorso. D. Quanti
sono i fini che t uomo può avere parlando 0 scrivendo? R, Tre fini può avere
chiunque parla o scrive, con- ciossiachè può intendere, o a convincere, o a
persua- dere, 0 a dilettare. E perchè il convincimento è opera deir intelletto,
il discorso che intende a questo fine do- vrà essere facile, chiaro ed
ordinato, quale è richiesto dalla ragione rivolta alla ricerca del vero. Questo
ò ap- punto il parlare dei filosofi. La persuasione, la quale ha radice nel
convincimento, procede più innanzi ^ ooncios- Digitized by Google — i47 -
siachè ella si proponga tirare le umane volonlh a quella parte che meglio le
giova per mezzo degli affetti: e però il discorso della persuasione ne seconderà
la natura de- gli affetti per meglio ritrarli, e per giungere a destarli
potentemente. Tale è il parlare degli oratori. Chi tende in fine al solo
diletto, deve piacevolmente modificare la fantasia, e recarle innanzi immagini
vive e vere, o si- mili al vero, per modo che ella illudendosi creda vero il
verisimile, e lo vagheggi, e se ne compiaccia non al- trimenti che farebbe del
vero. E tale è appunto il par- lare dei poeti. Laonde se il convincimento è il
fine che il filosofo a sè propone , la persuasione è il fine che a sè propone
l'oratore, il diletto è il fine a cui mostra di mirare il poeta, ne consegue
che di «^ua nascano tre generi diversi e distinti di scrittura e di discorso, i
quali debbono avere un carattere tutto proprio e particolare. E questi generi
saranno tre: \° filosofico, persuasivo. 3° poetico. Questi avranno tre distinti
caratteri, i quali noi chiameremo — carattere dello scrivere filosofico , ca-
rattere dello scrivere persuasivo, carattere dello scri- vere poetico. E di
questi verremo qui sotto trattando. CAP. JPel earatlera dello acrivrae
fltosofleo, del peMUMlTO • dei peetteo» eH^e di- ▼ene eiieele in éiie elMenM «i
«ipwto» Del eavattore dello eeriveve pemaslvet e (ielle. epeeie édk medeeliM*
D. Come definireste il carattere éUlo scrivere filo- sofico? R. Dirò essere
quello, in cui la ragione mira diret- taioente allo seoprimeiito del vero, e
dominando sola intrachiude ogni via agli affetti ed alla fantasia. Ho detto
mira direttamente alio scoprimento del vero, percliè of- ficio del fìiosofo ò
convincere di qualche verità T intel- letto, e Ma convinsione si genera nel
disoorao quando dai principj generali per una serie di proposizioni de- dotte
l'una dall'altra si viene ai particolari. Ilo detto che vuole dominarla senza V
intervento della fantasia e degli affetti, perchè nelP opera della deduzione la
sola ragione ha luogo; e gli affetti e le immagini della fan- tasia non
farebbero che turbarla. Per ottenere poi la convinzione, il filosofo ha
mestieri di usare precisione neWocaboli, chiarezza ed ordine; ed ecco appunto
che le qualilcì delle quali debbe improntarsi il carattere del parlar
filosofico sono queste tre, e non altre. E siccome la metafora e le figure per
mezzo del nome d' altra co- sa, c per mezzo d* altra immagine, recano innanzi
il aoQie e l' immagine delia cosa della quale si parla \ e — basta a condurre facilmente l'animo in
dubbiezza o in errore, se la fantasia o la passione entrano Ih dove debbe star
sola la ragione ; co^ dalle soritlore del filosofo si haimo a bandire, é con
esse si devono cessare qoe'vezzì e quegli ornamenti che sono proprj del
carattere dello scrivere persuasivo o dei poetico ; ai quali meglio che il
vero, 'a oni si ailieiie il filosofo, piace il verosimile* D. Si deve apK m
9gmscriUum di. tarature /Uom* /ko mantenere la stessa severità? /i. 11
carattere d'una scrittura è T impronta dei generò a oni elia apparliene* Ma
siooome ogni genere contiene in sè' piti specie, le qiiali dallo streilo
discorso della convinzione vengono a poco a poco a collegarsi coi discorso
delia persuasione , ne discenderà che non in tuUe le specie sarà richiesta nna
eguale severìtèi. Le • sciemse matematicfae, le fisiclie, le metafisiche pura-
mente dette, domandano lo stretto lingtóggio della con- vinzione ; le scienze
morali o politiche fìnsooo allargarsi nn po' piti, e qualche volta attingere a
primo fiore gli ornamenti del dire persuasivo. Cos\ dal succinto par- lare di
Euclide e di Aristotile, senza uscir mai dal ca- rattere fiiosotìco, si viene a
quello di Teofrasto e di Platone: e per parlare de' nostri italiani, dallo
stile ma* tematico éeì Galilei si sale sino alla filosofica graviti dei
Dialoghi di Torquato Tasso e dello Zanetti, e si pro- cede alla piacevolezza di
quelli del Galli e dei Gozzi. Certo è che non tutte ie cose, le quali danno
snbietlo allo filosofia , sono egualmente astratte , ossia lontane in tutto dai
sensi ^ chè anzi per modo ella si estende da conànare coUe cose sensibili: però
è, che secoedo la flsaggiore o minore astraUei^sa del subietto, maniere o
minore debb* essere la severità della trattazione, e il carattere sarà sempre
mantenuto quando la ragione Digitized by Google -160- sigDoreggi , vale é dìrè
quando il linguaggio deUa per« suasione o della fantasia non sovrasti anche per
poco a quello della convinzione. D« Dei^ tgliioUmio dalla maieria esser guidai»
4ihi tùrwe di cmt filinofhhe o didaHic^?' R. Egli deve non solamente secondo la
natura della materia condurre il suo dire, ma s\ ancora secondo la qualitò
delle persone, alle qaali ^li parla. £ siccome di queste ve ne ha di dìie
specie, la prima delle quali è degli uomini di lettere, V altra di quei che
sono roz- sameate addottrinati , così in due si potrà dividere lo stesso
parlare dei filosofi. GógU uonini lelteraté si do- vrli tenere -lo streito
ragionamento delk eonvinziooe) perocché essi hanno la mente usata a quella
compressa maniera, e poco loro basta ad intendere; mentre co- gli altri, cui
manca l'abifo dei ragìofiare, è d'uopo ^ largamente esporre, e le cose esposte
anche per simi- litudine dichiarare, tentando, per quanto si può, di ridurre a
forme sensibili le stesse astruse forme raw>* nali. D. Dopo queste cose,
direste voi sulle generali quale debba essere r elocuùom propria del carattere
dello seri- vere filosofico? R. Volentieri : e per non errare userò le parrio
stesse di CICERONE (vedasi) nel!' Oratore (Lib. 3°), là dove egli parla delle
forme e del carattere del discorso : MolLis , dice e|^i, est ùraUo
Philosephorwn^ et umbraHUs, nec senÉenHis^ Me verhis instructa poputw^us, noe
wneto numeris, sed soluta liherius. Nthil iratum hahet,nihil in- vidum, nUiil
atrox, niììUmrabUe^nihilustulum; casta, verecundd, virgo tn^rru]^ piodammoio;
iSeqm serme foHus, quamoratio dicittir. «Temperata è l'orazione de' filosofi, e
famigliare , nè si compone de' concetti e Digitized by Google — 151 — db' parlari
del popolo, uè và legata a leggo d'anaoDia, ma libera più -che ogni altra
discorre. Nulla sa ira, nulla d'invidia, nulla di fierezza, nulla di
maraviglia, mdla di 8ealtreice;oastae vereoooda, qvasi non t«ocoa Tergi De ;
meglio ragionamente cbe orazione si ap- pella. 9 Aavicolo li. Bel carattere
dello scriver perfmaslvOf « delle epecie del medeelmo* t D. Come potrebbe
definirsi ilcca allere dello scrivere penuasiw? A« Diremo, il trattare dello
scrivere persuasivo essere quello, per Io quale non si cerca gib di mostrare il
vero secondo ragione risalendo alle prime percezioni, e discorrendo per tutto
le proposizioni , a modocbò V in- teHetto, raffroDlato le relazioni, non possa
rifiutarsi a crederlo quello che è: masi quel carattere , pel quale mtende a
far credere vero ciò che noi proponiamo. La eonYinzione adunque è altra cosa
dalla persuasione, posciachè quella dipende tutta da princìpi veri e dime-
strati per veri, la persuasione si fonda più che altro sull'opinione, sulle
apparenze e sull' autoriiè. Quella stringe e trascina V intelletto, questa
padroneggia la votentà. D. SpiegaUmì uìi poco ^con qualehe esempio qmsto che
dite. A. A convincervi , per esempio , cbe due linee eguali ad una terza sono
eguali fra loro, basta che io vi fac- — 152 — eia ooiM>8cere,ohe quando due
cose sono eguali ad una terza conviene necessariamente che siano eguali fra
loro; e dichiarata chMo vi ho la ragione di questo as- stoma, il vostro
intelletto, se è sano, non pnè negarsi ad averlo per vero. Ma se io vuo*
persuadervi che la ione ò abitata, io non posso procedere per egual modo; ma
solo argomentando secondo le leggi dell'analogia, se- condo le apparenze,
secondo le opinioni degli astrono» mi piti rinomati e 1* autorità de^ sapienti
, potrò indurre la vostra volontà a credere per vera questa cosa , sia ella
infatio vera, o verisimile soltanto, o non vera. Di qua è che V oratore,
ancorché sì paia tener 'egual modo col filosofo dimostrando , pure non va mai
per quella catenari proposizioni a trovare il vero, ma sì dimo- stra* per vero
0 ciò ohe ne ha V apparenza, e ciò che ha opinione di vero, o ciò che Y
autorità di molli fia eire- derc vero. Nei secoli passati si aveva opinione che
esi- stessero maghi e negromanti; poteva adunque in que' tempi un oratore
prendere a dimostrare die nelle impreiie militari molta parte avevano !
professori di quest' arte, e che eglino erano necessarj. K avrebbe po- tuto
egli fondare il suo ragionamento ne' molti fatti at- tribuiti a negromanzia,
cioè dall' apparenza.e sull'opi^ niene che ne correva, e sull' autorità de'
filosofanti; e usando bene della potenza della parola avrebbe potuto
persuadere, cioè far credere vero il suo assunto,- co- munque falso in fatto, e
soltanto verisimile in quella condizione di tempi. Dal che si vede che la
ragione sola regge il discorso della convinzione, mentre ([uello della
persuasione dona gran parte alla fantasia, grandissima agli affetti* D. Che
parte homo lafcamaeia e fU affeUi M di- scorso della persuasiom? R. Molta parte
vi hanno , perocché se l' oratore non è ristretto ad una dimostrazione di
convincimento , ma ad nna apparenza di dimoairanone, . ccmverré ehe dia faeria
di Yero al verisimile, e questo n<m potrai essere senea il soccorso della
fantasia: e quando abbia ottenuto di far credere vero il verisimile, sarb d'
uopo che feccia foTBa aib'Tolontà perdiò lo abbracci (che in quealo ap- punto
ala la persaasbfie,ciaèdt fDnsare le alimi volontà a venire nella nostra
sentenza, anzi. corrervi); e per far questo farà mestieri che commova gli
aOelti. Concios- siachè gli tiomini segnom piti foeilmente ciò ehe meglio
modifica Y appetito loro, e per muovere V appetito bi8<^* gna correre alle
passioni, le quali, destate che siano, vinoom la volontà, e la spingono Ik dove
lor piace. Quindi è, che se 11 filosofo si arresta aliordbè ^bbìa dìr mostrata
innegabile la verità che egli propone, Torato- tore, allorché abbia provata la
sua proposizione con ap- fàrens^ìéktjfemikai^^ iAipsièaqÉatèi^lbiise- guire il
'dilello; e poacta véafa^irf^eoi ilMiiWi régiMM^ r arte sta appunto nel saper
recare con accorgimento le prove verisimili come vere, a modochè nò si scopra
artifizio, nè si desìi sospetto di falsità neii' oratore; e poscia nel portare
diletto all^ mente con Immagini com- poste a verisimiglianza, e colle forme
proprie del lin- guaggio della fantasia , usandone però sobriamente , e senza
fame gitto; ed in fine nel perturbar gli animi r^ , sve^ndooe gli afifetti col
mezzo delle forme del Un* guaggio della passione, per la forza dei quali 1'
uditore costretto a conformare i proprj pensieri secondo la vo- lontà deir
oratore, è forza che voglia e disvoglia oon Itti. Nè si creda -che per questa
potenza l' arte del per- suadere sia brutta arte di inganno ; perocché non si
vuole di questa usare per trarre gli uomini al male j ma per governare le
T^tontli e dirigerle a bene , usando della ragione e del sentimento, che sono i
due mezzi de* quali la nalura principalmente ha donato gli uomi- ni; oofiiccfaè
possa dirsi che officio dell'oratore è ren- dere più potente la ragtooe, aggiungendole
ai fìancfai la forza delle passioni. Per questo s' insegna che il pri- mo
fondamento di guest' arte poteutiesima è la proUfcà, senza la quale il vero
stesso io boóoa dell' oratore ai perde assai, e il verisimile non ha forza
alcuna; con* ciossiachè la probith neir oratore reca necessariamente con sò la
poteasa deiropìiivme e dell' autorità ; tolte le quali, la ragione non si
acquieta nel vérìsiiiiile, le pas* sioni per favellar figurato non si destano,
le voionlh ri- mangono fredde ed immobili. Ma di questo si dirà uel Trattato
delFArte Oratoria. D. In quante specie et parie U ctaraUen detto eeri- vere
persuasivo? * R. Principalmente in tre: la prima è quella, nella quale.ia
dimostrazione del vero è il pròno ed uoicefiae che l'oratore a sé propone; la
seeonda è quella, nella quale egli mira specialmente al diletto; la terza è
quel- la, nella quale intende alla commozione. Le scritture die appaftengouo
alla prima specie si aeeostoho al par* lare dei filosofi, le scrittùreehe
appartengono alla se- conda sono aflìni al parlare dei poeti. Tutte tre queste
specie poi considerate insieme formano il perfetto lia* goaggio deir oratore.
Il carattere di ciascuna di questo specie, come di tutte insieme, è sempre la
dimostra- zione del vero, sia egli vero o verisimile, nel modo che è detto più
sopra. D. Dawrà sempre il discorso pereuasho avere la slessa immagine di vera
dimostrazione? IL Sì, lo dovrà, ma fatta ragione delle persone alle quali si
parla. Abbiamo veduto che il filosofo a due gaise uomiai si dirige , ed ora
diciamo che a tre si volge l'oratore. Imperciocché oltre agli uomini di
lettere, e a quelli di mettila letteratura, ai quali favella il filosofo, V
oratore debbe sovente parlare col popolo; e il popolo è una svariata
moUilAidiae d'uomini colti ed incolti , di growo e di svegliato ingegno, e piti
non addottrinati. A seconda cbe ora «ll'una, ora air altra di queste classi d'
uomini T oratore deve parlare, con- viene che egH varj nei «odo. Nei letterati
la ragione prevale alta fintam8« olla paeslone ; nei messanamente letterati, la
fantasia e la passione contemprano spesso la ragione ; nel popolo, h fantasia e
la passione preval- gano aempre alla ragione. Di qua viene eiie la' speeie del
parlare perraasivo>, Il quale è richiesto dalla prima classe, debbe tenere
più al modo temperalo dei filosofi: concedere poco alia fantasia, poco alla
passione, molto ià \m%ì 0 naattigtaiijLa apÌBde die^ eet »lg>iè ^a^seeònda
«hlMNiMlihittgr'alqua dal AItib '^^dèlfl , peMl% ammette la piacevolezza delle
immagini e la potenza deir affetto, sì però che la ragione si levi apertamente
sopra runa e T altra: la specie infine cbe si addice alla tersa classe è vieina
al dire dei poeti , per moda che la fantasia e la passione ne abbiano il
governo; seb- bene le forze di queste devono servire a rendere mag- giore la
potenza (Mia ragione. Banche da tenersi <»filo della materia la quale
tratta, perchè da qoesta pure s' induce varielb nei discorso persuasivo, come
si dirà parlando delio sUlo. ' « . • ■ • ■ ARiWffljP III* • • ^ Bel carattere
della àerivér poetléo^ e delle •diverae apeele dal med dtfle » Come si può
definirà iL cat^aUere delìfi- Me poe- tico? . • lì, Sieoooe la ptesia,
qHantiittqae javehtstaad in- tendimento di ammaestrare gli uomini ^nen mòslra
altipo scapo che il diletto, diremo^ il carattere di questo modo di sorivere
essere quelle, «osi quale isi iataod^L ou coa- ceUi , coir eloeusioiie e coli'
arttonib , a ondifioim jMt* cevolmcnte la fantasia ed il cuore, ponendo sotto
gli occbi della mente gli oggetti , e dando loro qualità e per-* sona coinè
fossero vivi e'veri ; «ir tegliend» la materia dal verisimile meglio che-dei
vere. Dalla quale defiai* lione sembra che appaia chiaro , il poeta dover
dilettare uoa meno trascegliendo coacetti ed ioi^mag^iif 0àa ve- stendoii colle
parole per modo c^ facclaao forea sul- rimmagidazione e sugli affetti. Bene h
foor di*did>bio che la potenza della elocuzione è oltremodo grande, e U
poeta deve soprattutto in questa perire, sMV^io ; coa-
cìDssìaobèPspesso.avvieiie che giaodisiiitoxiBe ed imon^ gini non abbiano
efficacia alcunUa per difetto di elocu- zione, e molta ne abbiano le mediocri e
le comuni qualora vi si usi pppor^una elocuzione. li\jCatto il sapere «
'trascegliere e rappresentare i concetti con quellef>aroIe che 8ono*piti
chiare, e, direi quasi, cbe ridono di più vivi colori, è cagione alla mente di
un diletto incompa- * rabile. Quindi è che dai tropi e dalla; metalora, càie
sono i colori della tavella, il poela trae seslpreAwoa partito, e dee sempre
averne copia a mano. Anche per mezzo di questi si ottiene più facilmente di
dare vita e mo> -t- venza alle cose
cito- in, natiira boa hanno n^ moto né vita, e di ritrarre sotto i sensi quelle
che naturalmente dai sen^i riiuggirebbero. Bene è grande iatica ridurre a forma
i^osjbil^ i consetti intellettuali , e. ridurli per ipodo che r occhio lì vegga
, la mano li toccht, 'laa^ grande lode è riuscirvi e recare diletto con ciò.
Virgilio e Dante spepialq^pte ebbero al sommo grado questa arte ; • edi nasce
che qttetli A stanno in«itnaditutti i paoli» Un'waltra cosa è pur da av vartìre
, ed ò> questa , che con- viene fare buon uso dell'armonia. Abbiamo
insegnato che r armonia) piacevolmente toccando T orecchio, fa strada aL cuore,
e rende pià dilettosi i concetti. Questa debba esser studiata. dal'poeta per
modo, che non solo diletto; ma benanche aiuto egli ne abbia, non meno a
ravvivare la descrizione ,*che a rendere pii^ forte la pasaione* È detto delle
direrse maniere di armonia , e come dcune non fanno che lusingare F ofeophìOf
altre sono naturai- mente compagne agli svariati alTelti. Ora il poeta ap-
plicando jgifuscuna al proprio luogo, ne iiv^kt^Mifì non iieveu Chè se sì
doibandi in ehe varia il carattere delio ' scrivere persuasivo da quello dello
scrivere poetico, diremo che in ciò: — il c^irattere dello scrivere persua-
aivp dimostra il vera seisondo ragione, il po^ico lo di- * iinostra pef
finsume, e si vale della fantasia e- degli affetti per raggiungere il .suo
scopo. : ^ii* p. Di guatUe ^ecieÀ ii mrqtl^re cI^Uq sorip^e^pg^r lieo? . * -
/{.•..Veramente considerando che ogni maniera di poesia reca diletto ad ogai
specie d' uomini , diremmo volentieri una sola Qs/iere.la specie del caraUere
poetico: ma parabò il popta spessa volte introduee persone a ' parlare > e
varia materia prende a trattare, ne nasce che se una è in sò smessa la spe<;ie
pel carattere poe- « a Digitized by Gopgle lieo, per queste nuove condizioni
varia e si divide. la- fatto alcuna volta il poeta canta gli Dei, gli eroi ^ le
grandi e nMàì iinpfese ; alcun' altra la cMcéiBa del- 1* amore, i pubblici •
privali 'affanni, o oerca destare allegrezze, ire, sdegni, timori. Altra volta
egli narra estesamente grandi fotti e lunghi travagli d'eroi, e ftarrando
esprime passioni , descrìve luoghi, costami, a intendimento principalmente di
mettere maraviglia negli animi; altra volta introduce a parlare persone, a rap-
presentare fatti, come allora ffiiora accadessero; altra inftne prende 9
dettare precettidi cfnalche arte o solenza utile agli uomini , condendo i
precetti con ciò che la fantasia ed il cuore hanno di .piìi dilettevole ; ed ecco
la poesia linea, l'epica, la drammatica, la didascaliea ; generi diversi di
poesia , i quali èanno leggi tanto par* ticolari, che non si può le qualilh
delF una confondere con quelle dell'altra, senza togliere la verità e la con-
v^avolesza, e con esse il diletto. Gonciossiaofaò e nel modo di presentare le
immagini^ # nelFeìoeazione, e nelle armonie , molta distanza vi ha dalla specie
lirica air epica, dall'epica alla drammatica, dalla dramma- tica alla
didascalica ; e II poeta devé sempre seguire il verosimile e le leggi del
decoro, trascurate le quali agni arte perde bellezza e verità. Ma di queste
cose avremo a parlare altrove : ora- basti avvertire in generale, che mentre
ciascuna di queste specie di poesia in partico- lari confini si racchiude, non
è facile nè possibile mo- strarci determinati limiti , entro i quali ciascuna
specie vuol esser contenuta. Tutte hanno (dice assai opportu- namente Paolo
Costa, colle parole tlal quale ci piace por fine) nello intero loro corpo
fattezze particolari, alle quali colui che bea vede, distintamente le raiiìgura
; pure a quando a quando or questa or quella viene a — i59 — parieclpare dell*
altrui colore, in guisa cherepìco nelle forti passioni innalza le parole al
pari del cantore de- gl'inni, e il più sublime Urico narra alcuna volta sic-
come fa r epioo ; lo aleaao inlervieiM delle altre specie, fra le quali perfino
la commedia talora si leva .a gareg- giare colla tragedia, e la tragedia, al
dire d'Orazio, .spesso si duole eoa sermone pedestre. D. A che giova fiMto
éMmitme dei diioerei comi- Uri détto scrivere e delle diverge specie? R. Giova
a formare lo scrittore eloquente ed ele- gante, peroccbè errando nel oaraltere
dellò scrivere sì troncano i nervi dell* eloquenza, si attribuisce alla fan-
tasia ciò che è proprio dell* affetto o della quieta ra*- gione, e il discorso
che n'esce è involuto, impcoprio, strano, e non consegue il fine a cui mostra
di correre. Ad ottenere però di scrivere e di parlare secondo la proprietà di
ciascun carattere e di ciascuna specie^ con- viene principalmente osservare lo
stato delF intelletto e le qualità del medesimo in chi scrive, lo stato delia
fan- tasia e quello della passione. Quando avrai osservatò se nel tuo discorso
secondo lo stato delT animo, o V intel- letto, 0 la fantasia, o la passione
debba signoreggiare, tu avrai conosciuto quale sia il carattere, e quale la
specie delb scrivere , che si conviene seguire; e tro- vato che ciò tu abbia,
se tu queste cose impronterai, direi quasi, col marchio tuo proprio , e secondo
il tuo modo di semìre, tu avrai formato ciò che i retori chia- roano stile/ Dette
mM9f • Mto Me «welità. D. Che cosa è lo stik? i2. Molte definizioni, e quasi
tutte poco accoQfìie^&i danno dello stile , le quali a noi non aggrada
seguire per buone ragioni: e però dovendo pur darne la defiai- zioiie, ci
sembra che si possa definire dicendo, che; Lo stile è quella particolare
maniera, con cui lo scrit- tore modica le quaUià del suo ùUelkitai doUa sua
fan- tasia, de' suoi affetli, seeondandù il mraUsre dèi disoor^ so,
improntandolo dell'indole sua propria secondo le leggi del decoro. Intatto Io
stile deve mostrare aperta* mente il particolar modo di satire, proppio di
colui che scrive, perchè in natura veggiamo che ogni uomo ha nel modo di
sentire diverse qualità-, le quali ove non appariscano, lo stile non è di colui
che scrive, ma di colui dal quale lo scrittore lo prese a pfestansa. È duo- quc
necessario a chi voglia formare uno stile perfetto dare al medesimo V impronta
del proprio modo di sen- tire; e malamente fanno quelli, i quali foggiai lo
stile proprio ad immagina deli' altrui, come veggiamo essere stato fatto da
molti, i quali avendo preso ad esempio uno scrittore, contrafecero lo stile,
del medesimo. Co- storo ',^pare a me, non altro nome mentano che quello di
scimmie, le quali solo materialmente ritraggono in sè gli alti ed i modi delle
persone; e di costoro, credo io, intese il poeta quando disse; Imitatores
servum pecus, Conciossiachè lo stile deve metterti sott' occhio le qua- litìi
morali dello scrittore per modo, che tu senza errore possa distinguere lo stile
dell' uno da quello dell' altro , e appropriarlo con ^cbresze ài suo autore ;
in quella guisa che avviene dei poeti, i quali, mentre imitano tutti il bello
della natura, neir imitarlo ritraggono sè stessi, co- slcehè all'occhio deir
intolligeote 9k manifesti la mano ebe scrisse. Michelangelo, ad esempio,
Baflbello, Corag- gio, Tiziano e Leonardo, erano tutti sommi nell'arte del
dipingere , ma ciascuno tenne uno stile cosi proprio , che distingue
apertamente le opere dell' un pittore da quelle dell' altro. Laónde i maestri
dell'arte insegnano che ciascun pittore debba farsi una maniera sua pro- pria,
e per maniera intendono quello stesso , che noi di- remmo stile. Voi avete
veduto quanti e quali siano gli elementi neoessar} a scrivere bmie; nè uomo può
aver nome di perfetto scrittore, se alcuno di quegli elementi trascura. Ma
siccome le menti umane sono varie, e.ii modo di sentire, noù altrimenti che le
fattezze del vol- to, diversifica quasi in ogni persona, così ne viene, che
mentre tutte insieme si riuniscono le qualilh*, per le cpiali si forma un
eccellente scrittore, non in tutti nei medesimo modo si uniscono; ma se ne
forma una cotale diversa mistura , la quale prende'' norma appunto dalla
diversità del modo di sentire. Infatto e Dante e Petrarca e Ariosto e Tasso ,
tutti accolsero nel loro stile le qua- lità di perfetto scrittore: ma la
mistura è tanto diversa quanto era il modo di sentire di que' grandi uomini.
Ri- sentito, franco, inflessibile, era il carattere dell' Ali- ^ieri, e tale è
il suo stile; perocché le qualità dell'evi- denza e della forza sovrastano a
tutte l'altre nella composizione del suo stile; come la grazia, la soavità,
signoreggia tutte raltrequaliib nello stile del Petrarca; la vaf ietà e la
verità in quello deli' ÀriostOi la gravità e la magnificenza ih cfuello deK Tasso:
cosicché pos^ dirsi, che dalla diversa disposizione dell'ingegno e de- li
L.yi.,^uu Ly Google — 162 — gli affluì nascono diversi filili » a k loro
diversità è tanta quanti sono gì' iDgegai umani. Ogni scrittore adunque debbe
modificare rintelletlo, la fantasia, gli affetti, se- condo il proprio modo
.(li sentire, se vuole avere stile proprio; ma perchè «pasto non basta, sa non
sia ser- bato il carattere del discorso, non senza ragione noi ab- biamo
ag.qiunto che alla prima condizione, della quale è detto, debba seguire V
altra, la quale importa che si secondi il carattere del discorso, e come, non
manl^ nendolo , perda efficacia ogni più eletto modo di scri- vere; sendochè
questo carattere è fondato sulla natura, e nasce dai diversi stati in che V uomo
si trova, con»e più sopra esponemmo, e peK^ al detto non mi piace af^ giungere
parola. Quanto poi alle leggi del decoro che denno osservarsi, ve ne rendono
ragione le di veir^ spe- cie in cui ogni carattere si divide, delle quali pure
è parlato abbastanza. D. Si può egli dividere in diverse specie lo stile? R,
Ben si può , anzi sì deve : ma non per questo ci pare che si abbia da [seguire
la divisione che alcuni maestri ne danno, i quali lo dividono in conciso e m
diffuso , ornalo e secco; perchè queste qualità dipen- dono interamente dal
modo di conc«|>ire di colui che scrive , o dalla materia delia quale prende
a scrivere. A noi piace meglio tenere la divisione degli antichi , i quali
dissero in tre specie, o, a dir meglio, in tre gradi ripartirsi lo stile, cioè
in semplice o piano; intean- perato o mediocre; 3» in magnifico o sublime;
coooio»- siachè ci paia che questa divisione risponda meglio ai caratteri dello
scrivere che noi abbiamo divisati; infatto, chi scrive o parla seguendo ciò che
la tranquilla ragione gli detta, ci pare che non possa uscire .dal i** grado,
cioè dallo stile semplice o picm; chi scrive o pada col- . j .:^uu Ly Google
Taniiiiio 6 la fantasia alonn pooa 4»maaossa9 pare a noi che non debba uscire
dal grado, cioè dallo stile me- diocre 0 temperato; chi Qaalmeale fiori v.e o
parla traspor- talo o dalla fantaaia , o ilaUa paaià(t|iey oi aepnbra cho debba
usare il 3^ grado , cioè lo magnifico o $ìMme : e però noi abbiamo V antica
divisione per più buona , perchè più generale dello altre e più confacente alla
natura. Laonde di ciasoiuo di questi gradi disamo , e non lasoermno di
aoeennàre,oome, cercando la virtù propria di ciascun grado, facilmente si possa
trascor- rere nel vizio opposto. _ . ^ , Nilo siile acn^Uee o pliOi». D. Come
definireste lo stUe zempUce, e quando iiusa9 R. Stile semplice noi cbiamiamo
quello che con chiarezza, con precisione, descrive le cose serbando le leggi
del decoro, senza altri abbellimenti, che quelli che gli vigono da una naturale
facilità. Da questa defini* zione Toi potete conoscere a prima giunta essere
que- sto lo stile che conviene usare quando chi scrive ha r animo riposato e
sicuro da ogni commovimeato di fan- tasia e di cuore; e siccome chi scrive in
questo stato, si laacla sempre dominare dalla ragione, ne viene dì conseguenza
che nè i colori della fantasia , nè le forme ^proprie solo della passione, nè
amplificazione alcuna debba essere nello stile semplice. Ckdui che ha V animo
msL turbato , non commosso, vede chiaramente le cose^ Digitized by Google — 464
— ne discopre freddamente i. rappòrti , li dispone e li or- dina permodo che
presentino unit^; e perciò è, che r unità è dote principalmente necessaria allo
stile sem- plice. £ r unità questo importa j che V andamento del discorso sia
tate, che si conosca la dipendensa dell' una cosa dall' altra , la relazione
dell'una sentenza coU'altra , per modo che senza fatica la mente possa
raccogliere ciò che in iscritto o in parole a lei viene offerto. £ a chi sa ben
dare unith al discorso è ageveie cosa con- seguire chiarezza, e quella mostra
di facilità che pare agevole ad imitarsi, ma riesce difficile assai a chi si
provi, onde Quintiliano ebbe a dire: OrcUionù facUitas imitabilis illa quidem
pideiur esse existimanii, sed nUiil est experienti minus. La qual cosa avea
insegnalo anche Orazio nella Poetica, ìk ove disse: • • • « aifrt quii9Ì$
Sperei idem, mdei miUum, frmtraque laberet Aum idem* < # » « m ... D. QmU
eùse som necéssùrie principaUmnte per iscriver bene con questo stile? R*
Innanzi tutto è necessario avere molto chiare le idee, saperle ordinare, ed
esprimere con quella pre* cisione e proprieth di parole , ehe domanda il buon
uso della lingua in cui scriviamo. E siccome è detto che lo stile semplice si
rifiuta a tutti gli ornamenti, de' quali si abbdliscono le altre maniere di
stile, -deYe pur dirsi che. non rifiuta però, anzi domanda, tutti quelli che il
buon uso del linguaggio gli può recare. 1 o fatto , se noi osserviamo le
scritture di qiie^; che seno principal- mente lodati per semplicità d! Stile ,
vedi^emo^ehe èssi ^ hanno ripieni^li scritti loro di tutte le grazie e le ^e-
Digitized by Gpogle ganze del nativo linguaggio, anzi con ciò solo cercano ne'
leggiiorì .quel, dìlelto, sejua ddl quale wm vi è scrii* tura ebe possa
pìacerìa*' * • D. A quaU safUlure principakiieiUe serve lo slUe semplice? • ' '
' ' R, Quaulunque sia chiara la risposta da qoaotp fa deUOy pure dimno die
ssrve prìaoipalmeote àììo stile dei filosofi, e più generalmente allo stile precettivo
ed al familiare. Serve ai fìlosofi , perchè, mirando essi alla sola
conTiniioiie dell' iotelietto , per esporre i conoelti loro Beo hanno bisogno
d'altro che di uno stile puro, proprio e conveniente: sermo purus erit et
latinus (in- segnava Cicerone nel Bruto): dilucide, planeque dicetur. Serre
èlio stile precettivo d* <^ni genere, perchè colui che insegna non si
propone altro soopo che di convin* cere l'intelletto, mostrando la verità delle
regole pro- poste. Serve allo stile familiare (nei dialoghi, e nelle lettere
principalmente perohò in questa maniera di scritture chi scrive o parla vuole
seBipHcemente ritrarre al naturale T immagine del corretto parlare domestico.
Attenuata est (insegna V autore della Rettorica ad Eren* nio) orafsò^ piméenmsaeeiitiqiÈewi
uiitatissimatn puri ' sermmit emmeiadmem: E certamènte n6n vi ha persona al
mondo ^ che domesticamente parli con sublimità di concetti.edi parole
reUoriche. Non si vuol dire con ciò, che in queste guise di scrivere tutto deUM
essere di~ sadomo e secco ; ma «i vuol insegnare che Io stile sem* plico per
propria natura non si consente agli ornamenti, benché ai più tenui e verecondi
non ai nieghi al tutto. E la ragioné per cui non si-nt^^ è questa, che la
ménte* sarebbe troppo conthiuamente oocupata quando non le si offerisse alcuna
cosa da ricrearsi ; e manche- rebbe quel diletto^ che, condendo la severità dei
pi:e- — lee — celli, li rende più facili e più aggradevoli. Tuttavia chi scrive
deve sempre ricordarsi, che gli ornameoti dello stile semplice sodo tollerati,
iioa domandati, e quindi assai paroo dève essere ndl' usarne. D. In qual vizio
si può cadere cercando il semplice nello stile? R. Neil' aridoe nel vile. Buie
qmhmdam eontrarium shtdhm (paria Quintiliano), quifugiunt^ cu: reformidani omnem
hanc in dicendo voluplatem, nihil probantes ^ nisi pUmumetsme conatu; ila dura
timent, ne aUquando cadeau, semper jaceni. c Altri di contrario gusto
>80iio, i quali fuggono e temono tutto questo ptaceroìe orna- mento , e
niente altro lodano fuori che quanto scorgono di piano e d' umile e di
schietto. Così mentre stan pau- rosi di non cadere alcuna volta, sempre osrcaU
n tro* vano. » (Toscanella.) E fautore delia Rettorìoa«dEren* nio pur egli ci
dice^ sovente avvenire che coloro, i quali non sanno dare alio stile semplice
quelle grasie e quelle native caresze che sembrano facili, ssa pur noi sono,
cadono in una maniera di scrivere arida ed esangue a se- gno, da mettere
molestia e noia in chi legge od ascolta. Qui wmposswU in iUafaceUssima verbanm
attemuUione eommoéh wnari, vèidmU ad aridnm, et txangm fmmt- orationis,
quodnmaiientm e^teocUe nominavi. « Que' che non possono in quella facetissima a
ttenu azione di parole tenersi con prò, danno in ua' arida ed esangue maniera
di parlare, cui mal non si converrebbe dar titolo di esile. « [Ad Herem., IV,
il.) Eduna delle ragioni, per cui spesse volte la semplicità torna in aridezza
, è la conditone servile de' tremo timidi imitatori, come bea avvisa il' nostro
Pei*tioari, il quale insegni obe lo scrit- tore tremante , e tardalo dal ceppo,
in questo vizio cade senza avvedersene. ' • Digitized by Google ^ 467 — D.
Qiuili sono i principali autori latini da proporù m 9$€mpio di itiie semplice?
Le Lettèrs e ì TnUali di Cieeiwe, i Gommeii- tarj di Giulio Cesare, le-V4«&di
Gernelio Nipote, sono gli esempj migliori che noi abbiamo nella prosa latina.
Le GoHHaedie di Terenzio , le Buccoliche di Virgilio , le Favole di Pedro^ gM
EndeoMiUebi di Ca tallo, sono I plU pregiati deHa poesia. Nè manoano belli
esempli in ita- liano : il Passavanti, il Paodolfìni , le Lettere del Caro, del
Tasso , del Redi ; ì Dialoghi ed i Trattati fìlosofìci dei Galileo, étH Gdli,
dei ZaiioU4| sono medelli degni d'imitazione nella prosa italiana; nella poesia
poi, il Tasso neir Aminta^ il Sannazzaro nell' Arcadia, il Poli- liano e molti
altri, ci possono offrire a doviaia imitagli esempli di stile eempUce. AmntmtLm
II. Dello stile mediocre o temperato» e delio ano ^aalii** D* Qual è lo iiOe
wiediocre, e guofM^e $i usa? R. Stile mediocre, e fu anche dello temperato, è
quello che alquanto si solleva sullo siile semplice senza però raggiungere nò
la magnificenza, nò la elevatezza del sublime. Vi ha uno sialo delP anioso, nel
<{uoIe egli si trova egualmente signoreggiato dalla ragione, dalla fantasia
e dal r affetto, e4 è appunto quello in cui le eommoaioin deiraniase-aone soavi
e temperate, cosici ohè la ragtooe noo d perda. là questo stalo, ehi paria o
scrive, usa dello stile mediocre; e siccome questo stato ò il più frequente
deli' animo, ne consegue che lo stile medioere ha piti di «iveiité luogo Dèi
parlare e nello scrivere. Da queste cose è facile conoscere 'che egli riceve
voleotieri tutti gli priiaii&eati. delia favella, dei tropi e delle figure
moderate, e àk rifiuta à quei mòdi che SODO coDveDieDti soltaoto ai veemeDti
trasporti deir immaginazione e dei cuore. In hoc gemis oratioms (ci ioB^goa
QttiutiliaQo) imb^imm eoAmtlumikmmmtk, muUa étiam smteiii$imwn.... E$t enim
quoddem et imigm et fhrescens ontiionis, pictum el expolitum genus , in quo mnes
verbonm veneres, omnes seìUeiUiarum iUigankur lepcres. c Io questa guisa d*
orasiooe cadono in aeeon* ciò tutti i lumi delle parole e molti anehedelle
seùtenBel.V. Ch'egli è un insigne e fiorito, e dipinto, e forbito ge- nere d^
orazione , in cui mettono bene tutte le veneri della favellai tutte le
leggiadrie dei cottcetti* n Cosicché possa affermarsi, che tutti i fiori di
liogua, tutte le vivezze di concetti, giovano allo stile mediocre. D. Qitali
soìw le qmlità principali dello stile me- diocre? B. Se Doi coDSìderiamo il
modo per cui l'uomo concepisce ed esprime i suoi concetti qualora egli si trova
temperatamente modificato dagli affetti e dalla fantasia, védramo che egH
ravvioina i rapporti delle idee, studia un maggior numero di confronti^
partioo- lareggia, e più minutamente espone le diverse qualità delle cose,
meglio che quando egli si trova dominato dalia fredda ragiooie, e sansa la
minima commozione di fantasia o di affetto. Di qua noi ne trarremo agevolmente
che lo stile mediocre deve avere maggior diffusione del semplice, deve aiutarsi
di tutti i modi dell' amplificaaio* ne, e mantenersi costantemente eguale; um
tenore òi dicendo fluii, nihil auferens prceter facilitatem et cequon litatem,
(die. ia Brut.) Digitized by Google D. A quali scritture serve principalmente
lo stUe mediocre ? . ÀU6 Bòritture-i^i^e, alle Aloriobe, aUe oooa- demickef
oonciMsiaciiè* F oratore ki qu^Ia parte ove non è sospinto dalla passione
mostri sempre ragionare^ e solo a crescere diletto inframmetta al ragiooameDio
imiiiaguii a oooeettii di che la fantiaaìa ed il cuore gli ^ascoltanti
egttakneQte si ' pascano e si dllettaiio; e dico in quella parte ove non è
spiegata la passione ; per- chè ia quella lo stile s' inalza sino al sublime.
Laonde dovete ai^gomentare di qui^ che in una scrittara sola possono aver luogo
andie tutti e tre i generi dello stile. Osservate le Orazioni di Cicerone.
Elleno sono quasi sempre di stile temperato negli esordj, distile semplice
nella propoMione, ueU^ aiiyMiientariotte, e il pili ddle volte nella narrazione.
Ma la perorazione prende sem- pre veemenza, e tiene spesso spesso al sublime d'
af- feUo. È cosi è nella storia, nella quale la narrazione è quasi sempre di
stile. temperato, le^UocutioBi piegano sempre al sublime, come potete vedere in
Sallustio ed in Livio. Così pure avviene ne' racconti e nelle novel- le,
secondochò elleno sono dettate, o col fine soltanto di diiettare, ó di
eommovere. Vero che le scritture ac- cademiché contenendosi quasi sempre sensa
grandi emozioni, amano di seguire la mediocrità nello stile ; ma vero è
altresì, ohe se in alcuna di coiali scritture accada che lo scrittore,
deserivcHodo, commov^ la fin* tasìa e turbi V affetto, può anche lo stile
magnifico e sublime avervi alcuna parte. Un' altra cosa deve essere avvertita, e
lodoyeva essere ancora parlando deUo stile sempUce. Questa riguarda T armonia.
Abbiamo inse- gnato che r armonia è una delle qualità dell' umano Ai"
scorso, la quale priacipalm^ate serve al diietto, e spesso Digitized by — 170 .
alla commozione dell'animo, e abbiamo detto ancora che varie specie d'armooia
sono. Ora qui, senza ripe- tere il deUo^ acdeniiereiiio che V mnoiiia delhi
siile sem- plice dev^ esser facile, non risenlHa, e proporzionata allo stato
deir animo di chi scrive ; quella dello stile me- diocre deve esser più pieDa ,
pid risentita. Di qoa aloani hanno preteso di portare uoa distinsione nello
stile, chiamandolo conciso e periodico, perchè hanno osser- vato che nello
stile semplice ì periodi soao più brevi , essendoché la mente non s* impiglia ^
de**rapporti gfr* nerali, e non de* particolari , siccome fa lo stile medio-
cre, il quale perciò abbisogna di un più largo giro di periodo. Ma noi
dubitiamo assai che questa sia piutto- sto una distinzione ohe nasoe dalla
natura dello stilOf aniichè una necessiUi dell' arte per ottenere quella va*
rieth della quale abbiamo parlato. Infetto osserviamo che anche lo stile
semplice può avere lunghi periodi , sebbene egli ami più di sovente i eonoisi,
e lo stile me- diocre può averne di concisi , quantunque meglio dei lunghi si
compiaccia. Ma sì nei lunghi che nei brevi pe- riodi ogni siile ha un' armonia
sua particolare ; il sem- plice non ha che un ritmo rimesso e appena ssasibile,
il mediocre ha quella rotondith e quella pienena di suono, che accompagna con
manifesto diletto i concetti della mente. D. In quoM vhj si può ooAtrt
faieUmmiie mnmdo di fùglntìre lo stik mediaor»? R. Siccome è detto che tutte le
eleganze della elo- cuzione si ailanno bene a questo stile, egli ò ben iaoile
che avvenga di dare neir affettato e nel soverchiamente iorito, cosa che nuoce
assai, come quella che mostra lo scrittore più inleso alle parole che alle
cose. In altro vizio, ci dice T autore delia Aettorica a^ Erennio, cade — m —
facilmente colui che cerca distinguersi in questo genere di stile , ed è di
riuscire fliUtuante) sconnesso, per troppa eara o di recare in mezzo
indistintamente le qualità delle cose, o di cercare armonie, e di rendere il
periodo pieno e sonoro. Qui in mediocre genus orationis profecti sunt, si pervenire
eo non poterunt, errantes pervenituU ad confine ojui generis, qmd appelhmus
fiuckme et (Ussùhiwn, eo quod sme nerms et artieuUs fhietuat kuc et illuc, nec
potest confirnmte neque viriliter sese eocpe- dire. « Coloro che si posero a
questo mediocre genere d'orazione, sé non bastanmo a venirne a capo, errando si
trovano a quel genere che ne sta ai con6ni, cui chia- mo fluttuante e slegato,
per questa ragione, ch'egli senza nenri ed articoli va qua • colà fluttuando^
nò può usoireene eoa sicurezza e con fona. » Vi ha pure pericolo di cadere nel
puerile , cercando acutezza di concetti; o nel pedantesco, recando in mezzo
inopporUine sentenze; o n^' asiatico, esponendo oon troppa verbosità i
concetti. Ma da questi vìzj si guarderà facilmente colui, il quale si proponga
ad imi- tare ì più sicuri e classici scrittori, fra' quali neMatini eminenti
sono Sallustio, Livio, Cicerone; ne^' italiani, Gasa, 6iambul!arì,.BartoU,
Segneri, ed ahri molti fra i prosatori; Dante, Petrarca, Tasso ed Ariosto, fra
gU italiani poeti ; fra i latini, le Georgiche di Virgilio, le Epistole ed i
Sermoni d' Orazio. — m. — ^ Dello stile magaiOco e sublime» e delle sue quali
I*. Che cosa è lo stile sublime? R. Lo stile mibliiiie è qQ0llo, che
i&naUardi molto sopra il mediocre per copia , per graTitè , per omaàien-
to, ed ha tanta forza , che vince e trionfa ogni ostacolo, e lascia V animo e
ia monte quasi per maraviglia stu- pidi. Amplut, coptetis, graviij ormka ; in
iUo premio vis maxima est Lo stile sublime adunque si usdre principalmente
quando 1' animo è trasportato dai più veemeoti moti della immaginazione o della
passionai e potrà aver loogOy sebbene, più di rado, quando la ra- gióne
tranquilla sollevandosi, direi quasi, sopra sè stes- sa, esce in nobili ed
inaspettate sentenze, e fa scorgere i più reoonditi rapporti delie idee, siechè
V inteiietto ne resta atioaito e compreso. £ notale qui, ohe noi, par- lando
dello stile sublime, non intendiamo parlare della natura di esso sublime,
conciossiachè egli riguardi me- glio le speoulazacni dei metafìsim e degli
estettoi, ehe i precètti dei fetori. Noi parliaino .dello stile, e dei modi con
cui egli acquista quella veemenza e quella subii- mit^i per cui restano rapiti
e quasi estatici gli ascol- tanti, per usare la frase del retore Longino. Se
noi pi- gliamo ad analisi gli oratori e i poeti , facilmente cono- sceremo da
che procede questo innalzamento di stile, sebbene a noi giova meglio seguire le
tracce del greco maestro. Questo però abbiate per fermo, òhe la sobli- mitè
dello stile e la magni6cenza non si ottengono , come «ilcuni credono, nè coli'
esagerar le cose, nè coli' ammas- sare le figure, nè coir usare parole
ampollose e ses({ui- Digitized by Google pedali, ma s) col preaenlàre Idee'
iDdspetCaie e tiuove, col ferire il cuore con forti e non previsti colpi , e
sco- prire cos^ le relazioni degli oggelti più peregrine e meao pirevednle. D.
Per qutmii moii «i rende nMim h «db? R. Per cinque modi risponde Dionigio
Longino: 4*^ con aiti concetti, elevate fantasie, magnanimi sen- si ; in %^
laogo ai oMieoe dagU aiiBfcli yìvì e gag^ardi , eocHàti sino all' entusiasmo ;
in luogo dèlie figure, e specialmente dall' amplificazione; in 4* luogo da un'
ar- dita eleganza di frase, la quale tenga alla sublimità de'ooneetti; in 5^
luogo dalla tessitttrft del periodo, e delle armonie nobili ed acconcie a
rendere più efficace la sentenza. D. Come si rende sublime lo stile coi
concetti? R. Quando la fantasìa viene eccitata, soTonti. volte naturalmente ne
escono concitati concetti, pei quali si sublima lo stile. Virgilio, poiché ti
ha descritta imma- ginosamente la Fama, dMmproyviso innalza con subli- me
concetto lo stile, e le di porre il capo nel cielo e passeggiare il suolo:
Jngrediturqu$ aoh» ti eapui inter mlnh oondii. Cosi Dante nel 1° deìV Inferno ,
dopo che ha detto che era tempo da principio del .mattino, sublima lo stile
seguitando eoA : . . E il sol montava in su con quelle stelle Ch' eran con lui,
quando Vatnordivinù ' . . Mme da prima qmU^ con beile. E V uno e V altro poeta,
discoprendo maravigliose relazioni di cose, reca concetti che stupendamente magDìfieaiM
lo stile. Naasan telAoie sarebbesi aspèllato di vedere la Fama toccar col capo
le stelle; nessuno alia descrizione dell' ora mattutina avrebbe richiamato al
pensiero Dio Creatore, che nel vano del ciel» dà ino4« agli astri • eoo leggi
etemamente sicvire li onfina. An- nibale , presso Livio, incoraggiando i
soldati, i quali alla vista di quelle altezze che sono T Alpi si erano ab-
bandonati deir animo: Quid Aìfm aliud u$e eredUii quam monikun aUbuHnes?
Fingermi^ aUioréi Pirrnmi jugis: ìiullas prò fedo terras coelum conlingere, nec
inexu- perobilei humano generi esse. « Che altro credete voi esaere le Alpi se
non allesse di monii? £ pognamo che si levino alto più che le giogaie de*
Pirenei: ma certo è che non vi ha terra che tocchi il cielo, e sia inespugna-
bile al genere umano. » Quante idee non si ridestavano nella memoria de'
Cartaginesi a queste parole! aver essi passate le rupi dei Pirenei, come
fossero giogaie di monti; e ancoraché le Alpi fossero più alle di tutti i
monli, non esser invalicabili alFuomo, specialmente a quelli che erano con
AnnibalCi i. quali tante fatiche e tante battaglie e tante fortune avevano
superato. Nò meno sublime è V altro luogo di Livio, dove introduce Annibale a
domandar pace a Scipione: Vestri patres non nihil, etiam ob hoc quia parum
dignitatis in legatione ercU , negaverunt pacm. Annibal peto pacem. « I vostri
senatori furono indotti alquanto pur per questo a ne- garci la pace, eh' ei non
parve loro clie la nostra lega- zione fosse tanto degna che bastasse, io Annuale
in persona chieggio la pace. » (Nardi.) In quella parola sola Annibale voi
vedete ritornarvi alla mente il vincitore de' Romani al Ticino, al Trasimeno, a
Canne, e tanto pih si sente la magni6aenza del ooncetto, peroliò pre- parata ad
arte. Fu negata ^ disse, la pace , perchè non L^ yi i^uu Ly piemdigmtà aUmiìmta
im bgaU die la €kktìeiMmo. Ora io, che sono ArmSfalef cioè eolui, del quale non
vi è chi abbia più dignità, uè presso i Cartaginesi tante volte per lui
viUoriosi, nè presso i Emani tante volte éa lui sconfitti, io stesso wngo a
chieder pace. Da questi esempj vedete come egli è vero, che il sublime di
concetto sta nel recare innanzi in una o in poche parole un cumulo di grandi
idee, dalle qoali resta sopraffatta la «lente. Così' per questa stessa ragione
sono sublimi i due se- guenti luoghi: Et eunta terrarum subacia , Praier
atrocem animum Catonis. (Orazio, Ub. 2«, Oda I n toggeitato mondo i mi solo
Imperò, Salvo II Sor él GMone snlmo altero. (CfiSARI.) Nè meno sublimità è ne^
seguenti versi : Egli {Ualaspina) airffluslre Esul fu scado, liberal lo accolse
L'amistà sulle soglie, e il venerando Ghibelliao parea Giove nascoso ^ Nelle
case di Pelope (Monti, versi premessi all' Aminta del Tasso. ) § 2°. D. Come si
può dare sublimitcì allo stile cogli affetti? R. ^oa v' ha dubbio che quando F
uomo è alta- mente commosso dalla passione non sia trasportato a grandi
«eutense^ a magnifici ed inaspettati conoetIL Enea dfèpèrato .della salVési^a
delta patria , Taóeotti ib- torno a sè pochi, li conforta con queste parole:
Moriamur, et media in arma ruamm: Um ÈttluB vieHi nMam gperare tiluiem,
Capaneo, presso Dante, dopo a^ere mostrato cogli atti e colle parole il suo
superbo dispetta anche fra i . tor- menti, termina il suo discorso mostrando
che Giove stesso esaurirebbe invano tutta 1^ sua forza per $iver di lui
vittoria: E me saetti di tuUa sua forza. Non oe potrebbe aver vendetta allegta.
E il nostro Metastasi© neWAttilto Regolo mostrando il suo sdegno coi^tro Publia
e Licinio, in \ìfi. trasporto d* ira magnanima innalza lo stile dicendo: Taci:
non è Romano Chi una viltà consiglia. - Taci: non è mia Ggiia Chi più virtù non
tia. ■ • Nella parlata che Gatilina fa al congiurati , presso Sallustio, lo
stile in più luoghi si magnifica e si sublima per la forza degli affetti. Egli
dopo avere resa odiosa la potenza dei grandi, e mostratò lo stremo a cui erano
ridotti i congiurati, per questo modo s'innalza dicendo: Quce quousque tandem
patiemini , fortissimi vi- ri? nonne mori per virtutem prmtat, quam vttam mise-
ram aiqueinhonestam, ti6i aliencBSuperbÙB ludibrio fine- riSj per dedecus
amittere? « Sosterrete voi sempre que- sto, 0 nomii^^ fortissimi? Or non è
meglio morir per mlore, che una misera e disonorata vita , poiché dal- l'
altrui superbia sarete scherùitt, ontosamente perdere? Nè meno sublime è ciò
che segue poco dopo; DB' nique, quid reliqui habemus , prceter miseram animam? j«im igitur eccpergescimini. En Uh, Ula, qwm
stBpe optaslis, libertas : prceterea divitice , decus , gloria, in ocuUs sita
sunt. Fortuna ea omnia victor^us premia pò- suit. « Che abbiamo noi più , se
non la misera vita? Isveglialevi voi medesimi: ecco la liberti che tanto avete
desiderata: anche ricchezza, onòre e gloria, avete ìonaDzi agli occhi. La
ventura ha poste ti^tte cotali cose per guiderdoQ di ci^oro che vìdoodo. » Nè
meno sublime è il seguente luogo, che si legge nella Cantica di Marchetti,
intitolata : Um notte di Dante: A noi guardia sia 1* Alpd» e all' Àl{>e noU
8 3». D. Come ti iublima lo iiUefCol mes^so dtìk figure? R. Quando T animo ò
commosso, voi sapete che 1' uso delle figure più veementi è naturale, e che per
quelle lo stile prende effioseia; ora vedrete come prenda ancora abito di
subBsiità. OsserfBte questo luogo di Ci* cerone neir Orazione a favor di
Milone: Vos, vos appel- lo, fortissimi viri, qui muUum pra republica sanguinem
^udi^tis, Vos, in viri et civis invicli appetto perictdo, eenhtriones, vosque,
nUHUs: fMis non tnodo inspeekmii' bus, sed armatis et huxc judicio prmidentibus
, hcec tanta virtiAS ex hac urbe expelletnr? a Voi, voi appello, o cam- pioni,
ohe molto del vostro sangue spargeste per la re- pubblica: voi appello nel
risico di qnest'nomo e citta- dino invitto, 0 centurioni, voi, o soldati.
Adunque su- gli occhi vostri non solo, ma sdprastando voi armati a questo
giudizio, lascerete da questa città cacciare una virtù così grande? sterminare?
sequestrare? » (Cesari.) Se osservate quante figure qui vi sono, troverete clic
i2 Id breve spazio molle; apo3(rofe, im appelh; daplica- zione , vos,vos;
ripetizione, vos centuriones, vos milites; progressione inspectatUibìtó
arm<Uis, judicio prcesidenti- bus; ì/fàterrogBaiiooei ex hoc urbe
esq^eUetur? ed altri tropi e metafore, tutte forme di dire attamente paaaie-
nate, per le quali si addoppia Y agitazione dell'affetto, e a gran copia si
presentano idee alla mente in brevis- simo tratto. £ qui non mi tengo dal
recare quel subli- me luogo dì Demostene tanto ledafto da Longino.* De- mostene
vuol provare che egli aveva bene amministrata la repubblica: Nm erraste no,
Atetiiesif ponendovi a cinmtoper la Kth&usa de^ Greci; voi ne ovete
domestici esempli. Nè meno errarono quelli che in Maratona, nè quelli che in
Salamina, nè quelli ancora che in Platea combatterono. Non erraste al certo ,
no, giuro per le ani' me di colerò che Uuciarùno larvila em caa^ di Jfaro-
tona» Sembra (prosegue Longino), che per questa figura di giuramento (cui io
qui chiamo apostrofe) T oratore nel suo dire abbia ^nsecrali imaggiori,
mostrando che per coloro che ìm A latta guisa nlorìroiio doTesi come per gli
Dei stessi giurare; e mettendo ne' giudicanti il coraggio di quelli che ivi al
cimento lo esposero , pare che egli abbia iaftio passare la natura della
dimostra- sione in una oltrepassante allèzBa ed affezione, ed in una fedel
prova di nuovi e pellegrini giuramenti, e straordinarj e n^aravigliosi; e che
negli animi degli udi- tori come un certo reale medicamento o contravveleno
abbia fatto calare il diseorso, talché eccitati dagli en- comj non minori
spiriti si sentissero nel cuore per la battaglia perduta ^ntro a Filippo, che
per li premj * Trattato del Sublime di Dìonigio Longino, Iradolto dal greco da
Anton-Francesco Cori.— Firenze, aU* insegna dell'Anco- ra, Idia.— Sesione XVI,
pag. d7 L^ yi i^uu Ly Google — 179 — delle vittorie riportate in Maratona e in
Salamina: e così con avere portato via per colai sorta di figura gli animi
degli uditori, si partì. Per eguali ragioni è magni- fico il seguente passo di
Virgilio nel secondo della Enei- de ^ che già altrove recammo: lUiaei cinerei,
et fiamma extrema meoriim, Teetor in oeeatù veitro, nee t^a, ne» nUae Fltovtotf
tkee Ani0fMi;«r K fata fititmi Ui eadatentf m^fuieee mIami* £ l'altro di Dante,
quale introduce Pier dalle Vigne a protestare la sua fedeltà verso Federigo
signor suo: Per le nuove radici d' esto legno Ti giuro, che giammai non ruppi
fede Ai mio signor cbe fa d' oaor al 4legQ0« Quante idee non contiene in sè
Pespressione del prinràO verso I D. Come si rende sublime lo stile con ardita
eleganza di frase? R. Quando nel nostro parlare, sia egli di fantasia 0 di
afletto, con una o con poche parole risvegliamo nella mente dei lettore qualche
idea grande o potente , la quale, giungendo inaspettata, occupa la mente ed il
cuore, lo stile acquista nobiltà e magnificenza. Esempj ne abbiamo più cbe
molti. Virgilio nel 4^' delle Georgi- che volendo accennare i trionfi' di
Cesane ottenuti nei Parti, dice cosk: ... C(esar dum magnui ad altum Fulminat
EuphraUm* Quale parola più grandiosa pei molti concetti , che ad un tempo
risveglia l la poten^^ la celerUà dei vincere, Digitized by Google si
piresentaBO air animò ad uà tratto; contro le armi di Cesare non è forza umana
che resista, come ninna foraa resiste al fulmine. L' idea di fulmine ti porta
ne- cessariamente Il coDOSoere la mano che lo scaglia ^ ella è la mano di
Giove; vedete adunque come con una sola parola il poeta dice : Cesare è potente
, invincibile, eguale a Giove. Così Cicerone con poche e vibrate parole espri-
me la fuga di GatiUna, la raUna concai è fuggito, la prestezza del fuggire , la
ettlK scampata per la fuga di lui. Ahiit, excessit, evasit, erupit, E poco
appresso: exuUat^ et iriumphsU oratio mea. Ove, se .osservate' quante idee si
ridestano a quelle due parole che indi- cano gioia ed allegrezza somma, e nella
gioia e nell'al- legrezza la gioia d' aver vinto Catilina, vi confermerete
sempre più in ciò che è detto. 11 padre Segneri , quel sommo fra gii oratori
italiani, dopo avere numerato con beir antitesi il gaudio che deve provare un'
anima in Paradiso, sublima lo stile colla soia parola Dio. — In lui vedrete le
perfestioni tutte, non vedrete in lui P essere di veruna, e perciò in lui non
vedrete verun difetto, tn lui vedrete candore, ma non tinto da macchia; in lui
beltà. mo non soggetta a scolorimento; in lui potenza, ma non ombreggiata da
emulo ; in Imi sapere^ ma non dipetidente da magistero; in lui ftoiiM, ma non
sottoposta a punissiO' ni; hi lui costanza , ma non mescolata con accidenti; in
lui vita, ma non dominata da morte. Che più? Vedrete Dio [o voi^ille volte
be(Ui)! Vedrete Dio. Cosi nelle seguenti due terzine di Dante lo stile si
sublima per la parola Sole, e nella terza per ia frase farsi corona: - E gìh la
vita di quel nume santo Rivolta s' era al Sol, che la riempie — 18i DI qudia
c(Hta là <l«?'ellt frange Più tua raltexia, nacque- al mondo un Sole, Come
fa questo tal?olU dal Gange. ftatt fiipoB4er« sH ooelri m lefai» « £ vidi lei
(ehi BeatHee) clie H facea corona. Riflettendo da tè gli eterni rai. Quante
grandiose Idee si sviluppano nella mente del lettore per quella frase si facea
corona! Iddio coi proprj raggi la vestiva; non bastale; formavale sui capo ia
co- róna favillante degli eletti. §50- D. Come si ottiene da uliimo di rendere
magnifico ed elemto lo sHk per mezxo dèlia cow^ixione del pe- riodo? li. Per
due modi si ottiene: o disponendo il perìodo in maniera che ti présenti sotto
una sola idea princi- pale scoperti i rapporti con molte idee accessorie, e i
membri e gì' incisi siano così disposti che ne esca una grave e dignitosa
armonia*, o disponendo le parole per modo, che seguitino più da vicino che si
può V anda- mento dell* idee, e quindi assalgano piùdiforsa la fan- tasia e r
animo. Esempj del primo modo troviamo spesso negli oratori e nei poeti latini
ed italiani; del secondo meno sovente, specialmente tra gV italiani, la lingua
de* quali non molto a ciò si presta. Vedete nel seguente esempio di CICERONE
(vedasi) nella seconda Catilinaria , come por grandiosa armonia ed elevala
composizione di periodi si solleva lo stile: Sed si vis manifestm audacioe, si
im- pendens Patrice périciilum, me necessario de hac ànimi lenitale deduxerint,
illud profecto perficiam, quocl in tanto et tam insidioso bello vix optaÀdtm
videtur, tU ne quts bonus intereat, paucorumque pi»na vos omnes jam salvi esse
possitis. Qìjub (ptMtm^ neqm prudeniia, neque humanis consiliis fretus,
polliceor vobis, Quirites; sei muUis et non dubiis Deorum immortalium
signifioan tionibus , quibus ego dwrièm m home spm, èententiwnqtte sum
ingressus : qui jam non procul, ut quondam sole- bant ab extremo hoste atque
longinquo, sed Ine prmen- tes suo rumine, otqifB auxilio, stia tempia, oJUpue
urbis tecta defenduni: guoe vos, Quirites, prwcarì, venerari, atque implorare
debetis, ut quam urbem pulcherrimam , florentissimam, potentissimamque esse
voluerunt, kanc^ omnibus hoslium copiis terra tnartgtie supercUis, perdi*
Ussimorum cimm nefario scelere defendant. « Ma se la manifesta forza
dell'audacia, se il soprastante pericolo della patria mi farà necessariamente
lasciare la cle- menza deir animo mìo, io farò quello che in così grande e così
insidiosa guerra pare che appena si debba desi- derare; che niun bono moia, e
voi tutti col supplicio di pochi possiate esser conservali. Le quali cose,
Roma- ni, io non vi prometto per mia prudenza, nò pereisser- mi appoggiato ne'
consigli dell'umanità, ma per molte c non dubbie dimostrazioni degli Dei
immortali, i quali mi sono stati guida ad entrare in questa speranza ed in
questo parere. E non di lontano, come già solevano da lontano e "straniero
nemico, ma essendo qui presenti colla divinità ed aiuto loro i lor templi e gli
edifìcj delia città difendono. I quali voi, Romani, dovete pregare, riverire,
supplicare, che quella città, che essi hanno voluto che sia bellissima,
floridissima e potentissima, vinte in terra ed in mare tutte le fòrze dei
nemici, di- fendano dalla scelleraggine di ribaldissimi cittadini. » (Dolce.)
Nè meno grandioso per la stessa tessitura del periodo è il seguente luogo del
Segneri, nel quale mo- stra quanto sia formidabile la divina giustizia. Ed ève
— 183 — mai tu potevi volger il guardo^ che non incontrassi la gif4sU:&ia
divina in atto di fulminmte? Se alzavi gli occhi alt mpireò, iu la vedeui
respinger quindi eoli' asta quel- Por gog li oso esercito diribelUr se li
chinavi agli abissi, tu la vedevi attizzar quivi col fiato quelle fornaci
caligi- nose di reprobi* Entravi nel Paradiso Terrestre, e quivi amuM dtum
spada yireifole, la soofgevi manda/re in lontano esilio, e condannare ad
inevitabile morte i due primi padri. Lei tu vedevi passeggiar lieta suW acqua
cT un mondo naufrago; lei sedersi eontenta sopra le ceneri <f una Sodma
divampata, e neW assorbimento famoso di Faraone; lei tìi miravi sollecita
affaticarsi tn risospingere quei volubili monti di acque spumanti nelle teste
egiziane: lei spcMSMor carri; lei franger aste; lei rùvesdar cornili; fei
sommerger cavalieri. Osservate ancora quanto giovi una grave armonia a dare
aria di maestà e di subli- mità alla seguente ottava del Tasso, nella quale il
poeta incomincia a descrivere la rassegna che Buglione eletto duce fa de' suoi:
a Tcila dama da gran d^sio compunto Vesle le membra dell' onte spoglie, E tosto
appar dì toUe l'arme In punto. Tosto sotto i suoi (luci ogni uom s'accoglie; E
r ordinalo esercito congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie , E nel
vessillo imperlale e grande La irionfanie Croce al ciel &ì spande. Ma
quanto giovi l'armonia, o sia ella semplice, o imi- tativa, dicemmo a suo luogo
; e solo che voi ritorniate la mente al detto, di leggieri coaosoerete quanto
ella giovi a ciò; ma forse più che V armonia giova una ac- corta ed acconcia
collocazion di parole, e questo si pa- relio chiaramente dagli esempj ohe qui
rechiamo, tolti L.yi.,^uu Ly di peso dal libro deirEloctuioiie di Paoto Costa,
sensa di- • stenderci più oltre, perchè già anche di questa fu detto,
abbastanza a suo luogo. Avendo PacuUo/Calav io ialeso come il figliuoì soo
PeroUa era fersao nel pensiero di uccidere Allibale, come già vedesse cogli
occhi il san- gue del gran Cartaginese, fuor di se per paura si volgo al fìgUo,
e gli dice ; Per ego to, quomtmque juro, los patris facere, et pati omnia
infanda velis. « Io te, fi- glio, per tutti i vincoli che i figliuoli
restringono ai genitori, che tu non voglia fare e patire la piti grande
nefanditii sugli occhi stessi del padre , prego e ti scon- giuro; » e poscia:
Annibàlem pater filio meo potui pla- care: filium Amiihali nonpossumi v Padre,
Annibale al figliuolo mio potei placare, il figliuolo ad Annibale non posso, j»
In questo luogo sono anteposte le idee, che prime si offrono alla vista dell'
animo appassionato di Calavio, sicché ultimo venga a recar luce il verbo, al
quale il discorso si chiude. Nella preposiuone per hai eccennato, non «spresso,
Tatto del pregare; neW ego, la persona che prega ; nel fe, la pregata. Quindi i
do- veri da fìgliuolo a padre; poi la preghiera e la supplica, indi la persona
del padre, poi la cagione della preghie- ra. Osservate con quant'arte
quellMnmòafem domina la prima parte del 2° periodo, e con quanta ragione gli
sussegue pater ; e al pater, fiUo meo; poi ultimi i du^ verbi: indi nella
seconda parte filium, e quindi quasi a contrapposto Annibali, e il verbo a
compi mdnto del concetto. Prima inCatto nella mente del padre (}ovea sor- -gore
l'idea della persona cui si voleva dar morte, po- scia il pensiero della
paterna autoriih, e qudlo d*an figlio che non vi si piega. La vicinanza di
codesti nomi, il naturale contraslo che per essi nella mente si desta, la quale
è quasi costretta a passare rapidamente a ri- flettere dall' una ali* altra
persona , danno un non so che di sublime e di prepotente al discorso di
Calavio, e tutta ne mostrano la concitazìon degli affetti. Per egual arte si
innalza lo stile nel seguente luogo delP^ssavanti. Una madre vede venire al
giudizio di Dio un figliuolo, il quale per amore di santa vita in prima entralo
alla religione, lei lasciando vedova deserta, poscia abbando- nato ai vizj,
aveva traviato. Ella gli si fà innanzi cosi; Che vuol questo dire, figliuolo
mio! Oh se' tu veniUo qui cui esser giudicato; tu! Se si dica: figliuolmio,
que- sto che vuol dire? or tu e€ venuto qui, tu ad eetere giU' dietUo? è facile
a sentire, ohe V eflSoacia e V eoeellensa del dire si dileguano e si pèrdono al
tutto, comunque restino integri i concetti ; e che ciò avviene per la di- versa
coliocazìene. Coék pure V altro luifo delio stesso scrittore è mirabile.*—
Udendo il confessorech'egli aveva morti due confessori, disse fra sè medesimo:
me non uc- ciderai tu; e la forza e la vaghezza tutta dispare sol che si dica:
tu nm ucciderai me, otume non ueeiderai. Ma intomo queste cose basti il detto ,
perchè la brevilè cbe mi sono imposta non permette di stendermi più oltre.
Nullameno non mi terrò per questo di non recare uniti qui appreiso dnque
esempli, i quali via meglio fsociano sentire come si ottenga la vera sublimiti:
Con alti concelti. 2° Coli' opportuno governo degli affetti. 3** Con belle
figure. 4» Per ardita elega&za. 5<» Per elevata cùOh posision del
periodo. Bene per amore di brevitii mi terrò dall' analizzarli, sperando che i
giovanetti desi- derosi d' apprendere vorranno farne analisi da sè nel modo che
è stato da noi insegnato e praticato. Digilized by Google * Ssempio del Sublime
oUenulo in Jbfift «lei ^andi ooaeetUi Proemio della Congiura di Catilina
descritta in latino da Cojo Crispo Sallustio, e voltala in italiano da frate
Bartolommeo da San Concordie, • X)mms homines^ qui sese siudeni prtestat^e
co^eris fli i t i wn itfciify fumine ofe nifi ékcett wum HfeniiQ ne tramean^,
veluii pecora, quùs natura prona aique ven- tri obedientia finxit, Sed nostra
omnis vis in animo et corpore sUa ut: ankni imperh* corporii teruitio ma- gU
ttfimnr. AUérum noè» oum Dm, allenm eum tid* luis commune est. Quo mìhi rectius
esse videtur ingenii quai(gi virium opibus gloriam quasrere^ et quQniam vita
iput • qua firuM^mr^ hrévh cff , mett0riam nostri qwtm mamtme hngam efficere,
Nam iiHiMamtn. et farmte glo- ria fluxa atque fragilis est; virtus darà
(elernaque ha- betur, Sed diu ^na^nuiti inter mortalis certamen fuUy vim
corporif » m viHute anim re$ rnUUttm n^h prò- emteré$, Nam et, prtus quam
Intàpia9, eonmUo; et, ubi consuhieris, mature facto opus est. Ita ulrumque per
se indigens, allerum. alterèm aau;ttìo eyeL l§tiur iniiio re- gee inam in ferrh
nomen mpem U prmum fuk) éi- vern; pan mgenUm^ olii eerpus emteAemt «ftam tum
vita hoininum sine cupiditate agitabatur ; sua cmque saés placebant. Fostea
vero quam in Am Cf/nu , m Gnema Uttedesm^mk et ÀihemenHs ecepere urbet mlqne
natiónes subigere, lubidinem dominandi caussam belli ìiakere^ maxumam gloriam m
maxumo imperio putare; tum demum perieulo atque nego&e oomjMrfnm cft, tn
beilo fìurìmum ingenium posse, Quod H regum atque imperatorum animi virtus in
pace ita uti in bello va- leret, oBqnMR^u mique eotMmlim $e$é re$ hummHB
kaberent; neque aliud alio ferri, ncque mutavi ac mir sceri omnia cernerei,
Aoia imperìum faàle his ariibus refinelttf» qnibu$ òntio fortum eU, Verum uU
ffo lor bore desìdia, prò eontmentàa et ceqmiale lubido alque superbia
invaserCy fortuna simul cum moribus immuta' lur* Ila imperium semper ad optimum
quemque a minus bono iransferiur. Quas bomìnes arani, navtgant, mdifi- cani,
vhrluti onmia parenl. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno^ indocti,
incultique vi/am, siculi peregrimntu^ Iransegere; qmbiu^ profecto conira na-
iuram, corpus voluptati^ anima oneri fuiu Eorum ego vìlam mortemque juxta
cestumo, quoniam de utraque . siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere
atque frui anima videtur^ qm aìBquo negotio intenius piteobri faeinoris aut
artis bonas famam qumrU. Sed tu itM^iia copia verum aliud alii natura iter
ostendit, Pulchrum est bene facere reipublicce: eliam bene dicere haud absur-
dum est. pace vel bMo ektnm fiori Ucci: ti qui fé- eert^ et qui faeta tttorwn
seripeere^ m«/lt lauàanHtr: Ac mihi quidem^ tametsi haudquaquam par gloria se-
quaiur scripiorem et auciorem rerum, tamen in primie arduum videtur rm gestae
seribere: frìmnm^ quod faeea ^etis sunt excequanda; dehinc , quia plerique ,
quce de- lieta reprehenderis f malivolentia et invidia dieta pu- tant: ubi de
magna virtuie et gloria bonontm mmorei, quw sibi quisque faciWi faetm ptUal,
a^uo animo acéb^ pit; siipra ea, velati ficta, prò falsis ducit. Sed ego ado-
lescentulus initio sicuti plerique , studio ad rem]^tldkam latuM ftim» ìUquù
miftt aimsa madia fisera. Nam prò pudore, prò abstìneiuia, prò mrtute^ audacia,
largitio, avor ritia vigebant. Quce tametsi animus aspernabalur insolens
malaruni artium, tamen inier tanta vitia imbeciUa eeias Digitized by Google —
188 — ambilione corrupla tenehatur; ae me cum ah rcliquo- rum malìs moribus
dissenlirenif nihilo minu» honoris cupido eadem, qum easteroi, famm atftte
ìmMia vexa- bai, Ighut ubi anhnuM ex mulHs miseriis aiqtie pericu- li8 requievU,
et mihi reliquam celatem a republica prò- cui habendam decrevi; non futi
eonsitium àecordia atque detidia bonùm otàum eoniereré: neque vero agrum eo*
lendOy QUI venando, servilibus ofjìcus intentum, (vtatem agere; sed a quo
inceplo studio me ambilio mala deti- nuerai^ eodem regressus sHiim rei gestas
pojvU romani mrpftm, ttf quceque memoria digna videhantur, perseH' bere: co
niagis quod mifii a xpe , metu , parùbus reipu- bliccef animus liber eral.
Igilur de Calilince conjuralio' ne, quam verissnme poterò , paueìs absolvam.
Ifam id faànus m prim» ego memorabile exisiumo , scelerìs ai- que periculi
novilale. Ve cujus
hominis moribus panca prius explananda iun£» quam initium narrandi faciam. e A
tutti gli aomini , li quali si brigano di pili va* lere che gli altri animali,
si conviene con somnio stu- dio isforzare che egli non trapassino questa vita
io tal modo elle di loro, non sia detto elcuno bene; siceome diviene delle
bestie, le quali la natura ha formate in- chinate giù a terra, e ubbidienti al
desiderio di lor ventre. Ma ogni nostra vertU è posta noli* animo e nel corpo:
V animo per comandare, il eorpo per servire più principalmente usiamo , e usar
doverne. uno , cioè r animo, con li Dii ; l'altro, cioè il corpo, colle bestie
avemo comunale. Per la qnat cosa a me piii diritto pare per istodio d' ingegno
d* animo , 'che di forze di corpo, addomandare gloria e cercare onore ; e in
questo modo, per cagione che la vita è briove , la memoria di noi distendere e'
rallungare. Perciocchò Digitized by Google - 189 — gloria e onore di ricchezza
e di bellezza è mutevole e fragile, la virtù è famosa e tesoro eternale. Ma di
que- sto lue iuDgo tempo ixa gli uomini grande questione: se per forza di corpo
o per vertù di animo li fatti caval- lereschi più e maggiormente andassono
innanzi. Perchè anziché si comincino i fatti è mestieri il buono censi- ,
gliamento, e poiché i} consiglio è preso, si è sbrigaiji- mente mestieri il
fatto : e coà e Fune e V altro, insuf- ficiente per sé, Tuno dell* altro ha
bisogno. Dunque al cominciamento i re, perciocchò in terra questo fuc primo
nome cU signoria, alcuni di loro studiavano e adoperavano in loro e in lor
gente lo ingegno, e al- cuni altri il corpo. E infino a quel tempo senza avari-
zia e desiderio vivevano, e le sue cose propie a cia- scuno piaceauo e
contentavano assai. Ma poiché in Asia il re Giro, in Grecia li Lacedemoni e gli
AteiMesi cominciarono a conquistare e sottomettere cittadì e gente; e ad avere
cagione di guerra e di battaglia la grande voglia del signoreggiare; e a
credere che som* ma gloria fosse in avere grandissima signoria : allora
finalmente per pericoli e altri fatti fu trovato e veduto che in guerra e in
battaglia molto puote e. vale inge- gno. £ se la virtù dell'animo de' re e dei
signori | co- me s' ingegna e si eforza di valere nel tempo delle bri- glie,
così facesse in tempo di pace, più chetamente e più fermamente starebbono gli
stati umani: nò non ve- dresti altro stato ad altri andare , nè posi mutare nè
mischiare tutte cose; perciocchò la signorìa agevolmente si ritiene con quelle
arti per le quali al cominciamento fu acquistata. Ma poiché in luogo di affaticare
viene la pigrizia , e in luogo di contenenza e di drittura ven- gono i
disordinati desiderj, lussuria e superbia; allora la ventura insieme co'
costumi si rimuta. £d in questo Digitized by Google — 190 — modo la signoria va
a ciascun ottimo, partendosi dal mea buono: e quelle cose che gli altri uomini
navigan- do, arando, edificando acquistano, alfa virtìi sono tutte ubbidienti e
soggette. Ma molti uomini dati al ventre, al sonno, non savj e non composti, di
questa vita tra- passarono siccome pellegrini, de^ quali, poiché sono partiti,
non si cura più. AN|uali uomini centra natura il corpo fu a disordinato
diletto, e V animo fu a carico: e io lor vita e lor morte egualmente giudico e
stimo, perocché deli' una e deir altra si tace. Ma per vero que- gli a me
finalmente pare che viva e die delF animo goda, che ad alcuna operazione inteso
di chiaro e famoso fatto, ovvero d'arte buona d'animo, sua nominanza va
cercando. Ma infra la grande molbitudine delle cose la natura dà diverse vie ;
e 1* uno é acconcio natural- mente ad una cosa, e V altro air altra. Onde bella
cosa é ben fare alla repubblica , cioè a suo Comune. Eziandio ben dire non è
laida né vile : ché in pace e in guerra puote uomo diventare famoso : e quegli
c' hanno fatto, e coloro che i lor fatti scrissero, molto sono ragionevol-
mente lodati. £ avvegnaché non egual gloria si séguiti allo scrittore che al
fattore delle cose, importante a me grande e malagevole cosa pare le cose fatte
scrivere : prima, perocché come sono sutili fatti, così si conviene
proseguitare, ed agguagliarli con parole e detti ; appres- so, peroceliè molti
quelle malfatte cose che tu ripren- derai pensano detto per malivoglienza o per
invidia : laddove di grande virtù e gloria de' buoni parlerai, se dirai quelle
cose che ciascuno agevolmente creda di poter fare le somiglianti, udendole sta
per contento; ma se dirai sopra a quelle , allora reputa cose composte e non
vere. Ora io assai garzone, al cominciamento, sic- come molti altri fui levato
dallo studio, e a* fatti del uiyui-n-G Ly Cronrane mèiialo e poslo ; e quivi
molte cose mi farono contra V animo ; perocché per l' onestà e per gli com-
posti atti, per la astinenza e per la virtù era disordi- nato ardtflMito e
allargamento di spendere e di donare y e avarìzia : queste cose erano in me, e
in me polensa aveaoo. Le qu^li cose avvegnaché il mio animo schi- vasse e
spregiasse I siccome usato e non concorde- vole con quelle male arii^
nientemeno la tenera mia età corrotta per desiderio d^ onore in quelle era
occupata e distenuta. £ conciossiacosaché io da' mali costumi d'altrui
disoordasai e disconsentissi, importante quel medesimo desiderio d* onore e di
fama, e quella- mede- sima invidia, che conturbava gli altri, conturbava e
occupava me. Però quando V animo mio di molle miserie e pericoli riposò, e io
mi determinai V altra etade avere dilungata da* fatti del Comune, non fti mio
intendi^ mento il buon tempo del riposo, che io preso avea, di guastarlo o
consumarlo per negligenza o per pigrizia4 nè eziandio intendendo a lavorio de'
campi , ovvero k cacciagione, a uecellagione^passare V età , occupandomi in
operazione cos\ vile. Anzi allo studio, dal quale, co- minciato, m' avea
dipartito e ditenuto io disordinato desiderio di onore, a quel medesimo io
ritornando, dili- berai delle storio di Roma scrivere, non per tutto, ma per
parte, le cose, siccome ciascuna era di memoria degna. E tanto più in ciò mi
fermai, quanto io potea sicuramente dire, sentendomi T animo lil)ero da spe-
ranza e da paura, le quali due sono come due parti ne' fatti del Comune.
Adunque della congiurazione, cioè del trattamento e del tradimento di
Gatellina, tanto verissimamente quanto io più potrò , In brievi parole
riconterò; perciocché quel fatto io stimo e giudico in prima ricordevole per
novità di gran fallo e di perico- Digitized by Google — 192 — loso. Dé' cmUxm
del qaàle nomò no pooo rteoiHerò , in prima che io cominciamento facci di mio
dire. » Qaantt ailezia di filosofia, quaala ma^fioeosa di concetti e di parole
non è in questo proemio ! La natura dell' uomo e degli umaai reggimenti vi,
sono maestre- volmente dipiodi eoa |[r«vità che sempre tieiie ai sublime»
Sentenze poi elevate e piene di Gatonli^na se* verità, colla grandezza della
mente dello scrittore ti mostrano direi quasi in iscorcio la grandezza dell'
im- perio romano , e ie fondamenta iSuUe qnalt levò tant' alto , e più da lungi
il principio dèi decadimento e della riiina. Luogo più sublime per potenti
concetti forse indarno si oerca fuor di Sallustio, il quale in questo genere di
compressa e sentensiosa sublimili forse va innansi ad ogni altro scrittore
latino. Del volgarizzamento non par- lerò, e mi basti dire ohe rado ci perde
col testo, e se non lo avansa ci va sovente del pari* * ^ • Ssempìo del Sublime
otkei|uto in forza dell' afieito» Proemio del libro VI delle Istiluiioni di
Quinltliano, in cui de- plora la perdila dell'unico figliuolo che gli era
rittmto» Filium , cujus, prfcter Marcelli sui et Coesaris ipsius in hoc opere
conficiendo, utilitatem respexisset, mòrte interceptam esse dolet. Hoec, Marcelle
Ficfori, eo? fmi volunttiie masàme ingrcssus, lurti si qua ex nobis ad juvenes
bonos perve- nire possei ulilitaS t novissime pene eliam neauàiUUe quor dam
offieii delegali mìftt, eedulo Morabam^: reij^em» tamen illam curam meco
volupiaiis, qui filìo^ cujus emt- nens ingemum soUicUam quoque parenùs
dU'^enliaiu Digitized by Google — 108 — ■wrghiiiir» ìum oftìmtm frnim tMctwm
kmNiiimii$ vUèlmrf «1, fi m§, quad mquum et opèMU fttU^ fata inlercepusent f
prceceplore tamen patre uteretur. Al me forlum id agentem diebus ac noctibuSf
fulinaiUemque Mcm mem m&rtaUkUUf Um jiiMio prMmwUf mt làbih rt$ mèi frwcHMM
nd mmnm mimis, qu/am ùd me, perH' nerel. lllum enim, de quo summa conceperam,
et in quo $pmi unicam ienectutis mete repombamf repeiila «tii- mre atUMh amim»
Qmd .mme afiinf M ^uem ullra em$ Mnm itier, diii reprebanàlmi, credami Wam tic
forte accidit, ut eum quoque librum, quern de caussis corrupte eloquenii» emUi^
.jam ecrìbere e^ggremu^ »- scm ferirer. Tmw igkuir oftìmmm fmi^ imfexMm opus,
et quidqu'td hoc est in me infelicium literarunif su- per immaiwrum funue
eoneumpturis viscera mea flammis hgkeret neqm lume Imfiam vtmiMMi nmdt inn^fer
curii feà^e. Qme emm mttl fcmM parali ìgmeeiU: sì studere amplius possum? ac
non oderit hanc animi mei firmiuuem, <i qme inme eH alÀns imiu vocis ^ quam
«I meàeem dece, emperetee cmmbm mccrtmf nuUam 'terfQé deipieere proviffMttiiiii
iMerf #i mmo auu, età taìnen nihil objici^ msi quod vivam, potest: at ilio- rum
certe^, quot utique mmeritoe more acerba damna- vk: creplm mtftt firiiit
eorumdem mairCf qmm imdum expleto ostatte nndemteàme anm duo$ enixa fHìos,
quam- vis Qcerbìssimis rapta folti j feìix decessit. Ego vel hoc mo malo sic
eram agUeim^ ta me jam nuUa fmrtma poaet effkere fdieem. Num eum cmd Mrlaite,
qiug m feminas cadit, functa imanabilem attulit marito dola» rem: tum astate ea
paellari^ prasserlàm mece comparata, paieel el ipea munerari-nUer vulnera-
wMkak: ei, quod nefae erai, wm {eed c pla ha i ipsa), -tiM-Mbo» fiMuriiiias
cruciatus prascipiti via effugit. Liberis tamen supentiti- i3 uiyui-n-G Ly — bus obUcéakmr^ MUà fUim wàmr ^m t i tm egnmm
m- tttim, ni m ntiBr ager&m^ frìùr tkenm tr Amokiu ttmi lumen. Non sum
ambiliostis in malis, nec augere lacry» marum caunas, volo: ulmamque esset rano
mmuendL Sed di$iimulwrt qm poMicm, quid iUi yaiim m mAm» qmd jucirncKlAlit In
$armone, quoi ingeàn ègmmihit quam prwslanliam placidce, el (quod scio vìx
posse credi lanlum) alice menù$ oUenderei? qualis amorem qukum' qu€ ofiefiNt
imfan$ merenimt. JUmi vmto iitriiiianlti» qm me voMìm eruótaret, forhOHB fuii,
ut iUe mUà Man- dissimus, me suis nutricibus^ me avias educanti, me om- 4Ùbu$,
qui BoUUUne' soUu iUoi wlaUÈf mUeferreL Qmar propier UH dohri, quem ^» maire
<iplmMi, aiqu» kiadè» 4)mnem supergressa, pauco» ante menses coeperam, gra-
tular, Mirxui enim est, quod fiendum meo nomine, quam qMod tUitft gamdmd$m eti.
Una peti h&ge OìàtUàtUmi -mei spe oc viÀnpimte «tleior ; d poserai
sufficere «oblio. JVon enim flosculos, sicut prior , sed jam decimum aslatis
ingrmui anuum^ ccrioi alqua deformaioi frucius ostm- deroL Jiiffli p$t. mala
nm^ per mfeliaam eaMdoiliam« pet iUoB manes, mnnùna doloftt m«t, km wu m ìBo 9h
disse virtutes ingenti ^ non modo ad percipiendas disci- plinai, quo mhU
pnetiauéiuB cogmm, pbuima expaum^ fl urfì if u e jwn .uam nm ùimed {sdimi
prmtplorer), «erf prohilalis, pielalis, humanitatis, lìberalìlalis , ut pror-
sus posaii hinc esse tanti fulmmis melus, quod obierva- imm fera atkrìm oaàden
fiuHnakun mamrkatm: et t$n nemm quam, qum spm UuUai daeerpat , hvUimn: ne
videlicei ultra, quam homini dalum est, nostra prn- vehantur. Eliam iUa
foriuita uderaM omma, vocìi jii- etmdiiM dmiiAffiie, ora amviuta, of tu
àir^temmqm lingua, iamqmm ud mm 'émmm mim enei, esFpm m proprielas omnium
Ulerarum, Sed ìuec spei adkut:: iUa WHjcn, emutminmt j^istrifot » eonfra dobrc»
arim» nuiuB rohtr, Màm fu^ iib ammo, qua miikorum atf- miratione, mensìum odo
valeludinein tulli ? ut me in supremii consokuus est ? qum etìam deficit »
jamque non noiteTj iptum Uhm atìenaue mentis enorem àrea solai litteras hahuit
f Tuotne erjo^ o mete spes inanes, kifenèes oculos, luiim fugienlem spirilum
vidi? Tuum eorpm frigidim exangue compkxus^ ommt^m redpgrei amramqm oomnmnm
hmrke ampHw potiti? ^^im ftif omciaffòtif, qme fero, diqnm ine eogilationilms. Tene
consulari nuper adoplione ad omnium . $pes /ioao* rum pairis aémoUmf ie
.avuneulo praséori generumish etìnatum^ ie omnmm epe nitìeee deq^untke
eendiiatumf supersles parens larìiiim ad poenas, amisi? El, si non cupido
lucis, cerU patienlia vindUcei le r^liqua ceta" te* Ifam fruom moto omma
ai erìemi forumae rdegn* mne. Nemo, nid enm enlpa, din. doki. Sei viemmSf et
aliqua vivendi ratio qucerenda est: credendumque doc- tissimis hominibus , qui
unicum advenortm soUnium Ikteras'pwemferunt. Si quamde tnmen itn retederit-
prte- tene ìmpetue^ ut aUqua tot luelèhm nUa «olimpo éneerì possity non ìnjuste
petierim marce veniam, Quis enim dilaia studia miretur^ quee palius non abrnpta
esse mi* ranésM est ? Tum^ si fsa nmiif fuerint ^fsekt tir, qmes levitis adfiuc
afflicli cosperamus^ imperitice aut fortunw remittaniur: quce^ si quid
me^^oerium aUoqui in nostro ingenìo tMum fms^ ut non erlmMrti, debuttanti fa-
iiMii. Sed vsl propter hoe noe eensuntadus erigstmuSf fuod Ulum ut perferre
nobis dijjiciie est , ita facile con- temnere. Nihil enim M advereus me reUqmi,
etf infe- Beem quidem^ sed e&ttissimmn uesun^ aitedèt mshi e» hit malh
secufttatem. Ami unum esmmdm noetrum laborem vel propter hoc <equum est,
quod in nuUum jam Digitized by Google — 196 — pr&pfhm man» perMeramut , ud
mMiit km emm mà alienas uiHiiatei {si modo qiM «fiie ffrlMmiu) speeiau No8
miseri^ ikut facuUaiis patrìmonii nostri^ ita hoc opu$ QÌHt prmpaitabammf alm
nUqumUi. c Dopo avere iatrapresa quest' opera specialmente per secondare il tuo
genio, Marcello Vittorio, ed anche per fare ai giovani dabbene quel giovamento
cèe io potessi, ultimamente veggendomi anche in certo modo necessitato dal
carico impostomi, m'affaticava attorno ad esM con applicazione, non perdendo
però di vista quel pensiero eb© era V oggetto del mio piacere, Ab slimava che
la miglior parte dell' eredità che al mio fìglittolo (il cui eminente ingegno
meritava anche la sol- lecita attensione del padre) potessi lasciare, ftaae
'que- sta , che se la morte , come etato sarebbe giusto e desi- derabile per me
, m' avesse sorpreso , ei non lasciasse d* aver ancor per maestro il suo padre.
» Ma, mentreobè a CIÒ io attendea gionio e notte, ed affretta vami per timore
d' essere còlto dalla morte, la fortuna m'ha d'improvviso talmente diserto, che
il frutto della mia fatica a niuno può toccar meno che a me. Pereiocilièi
raddof)f>iaodo8i, la ferita dMl'«rbi4k, quel figliuolo perdetti, di cui
concetta avea altissima idea, e in cui l' unica speranza di mia vecchiezza
rìpo- nea. Che cosa ora farò? o a obe crederi io d'esser buono d* or innanu,
poiché gli Dei mi riprovano? . ..^ » Imperocché anche quando presi a con^porre
il libro che diedi in luce sopra le cagioni della corruzione Ml'^hquemn, per
mala ventura accadde d' essere d' ua colpo simile a questo percoiso. Allora
dunque sarebbe stato meglio che avessi nelle i\amme di quel Digitized by Google
— 197 — rogQf acceso sì iircinaliifanente per cónèumare le vi^ soere mie,
gettata qaeUMalaoflta opera, é tutta questa sventurata letteratura ch'io possa
avere /senza affati- care ancora eoa novelle cure quest' empia lunghezza di
yita. Perciocché qua! buon |>adre potrà perdonarmi, ae ho II coraggio d^
occuparmi ancor nello studio? e non detesterà la fermezza dell' animo mio , se
io fo altro uso della mia voce che per lagnarmi degli Dei che m' han fallo
sopravvivere^ a tutti i miei, e per dioinarare che non e' è Provvidenza che
vegli §ul1e cose di quaggiù? se non per la mia sventura, cui non si può però
rin- facciar altro, se non che duro ancor in vita ; almeno per ia sventura di
quelli che contro ogni merito loro m'ha acerba morte involati; essendomi prima
stata rapita la lor madre, la quale dopo aver messi al mondo due figliuoli, non
avendo ancora diciannove anni com- piuti, bencfaò da morte acerbissmia rapita,
partì però avventurata da questa vita , e , cfé che era ingiusto , cru- dele
(ma il bramava ella stessa) per aver lasciato me in vita , a grandissimi
tormenti per precipitosa via si sottrasse. Io per questo infortunio anche solo
era'rimaso talmente afflitto , che ninna ventura mi potea più render felice.
Perciocché , oltreché per aver praticata ogni virtCì che a femmina si conviene,
un inconsolabile dolore ca- gionò al marito ; per emre morta in una etè sì
fandnl- lesca, specialmente in paragone della mia, si può no- verar anch' essa
tra le trafitture che cagiona il rimaner privo de* figliuoli. » Io nondimeno mi
oonsoiava co' figliuoli che erano dopo lei rimasi. Il figlio minore, dopo avere
compiuti cinque anni, acciocché continuassi a vivere tra le di- sgrazie, fu il
primo a cavarmi 1* uno dèi due occhi, lo non sono ambiziosor nelle sciagmre, uè
voglio le cagioni I — 1QS — aeereicere del lagrioiaro (piaoeflfle afisi al
cMoche oi fMBeiBodo di^diminulrle); ma come dissìiDalar .potao qual grazia egli
avesse nel sembiante , qual gentilezza nel parlare, quai faville ingegno
mostrasse, e quale ecoeìleiìta di oa* ankoa tranquilla, e (ciò ohe so eteoe
appena credibile in una tal etè) df uti* anima elèvala? un tal fanciullo, di
qualunque altro fosse stato, sarebbe slato degno d' amore. » Ma lift tratta
dairifiisidiatrioe fortuDay per tormen- tarmi più crudamente , fu , ch'egli
mostrandosi pili ca- rezzante con me che con ogni altro, me alle sue nutri- ci,
me air avola cbe avea cura di lui, me a tutte le per- sone che colle
careisaalletlar sogliono queir età, prefe- riva. Per la qual cosa quel dolore
ringrazio, che pochi mesi avanti ebbi a provare per la morte della sua ottima
madre, e che lodar non si può quanto merita: percioc- ché meno c'ò da piangere
per rigumlo alio y di qilel ohe ci sia da rallegrarsi per riguardo suo. f. »
Restavami dopo queste sciagure il mio Quintilia- no ^ oh' era tutta la mia
speranza e T unica mia delizia; e veramente ei pdtea biuitare
peMuia-coBaoheione* Im-* perciocché non fiori, slocoree il primo, ma 'entrato
già nell'anno decimo dell' età sua, mostrava frutti formati, dei quali era
sicura la rapcolta. Giuro per le mie scia- gure, pel d(riorosQ.te8timomodi mia
coscieitaa,. per quei Mani che sono gV idoli del mio dolore, d' aver veduto in
lui tali virtù d' ingegno, non solamente per apprendere le scienze, del quale
non ne conobbi alcono più eccel- lente con. tutta l'euperieflUa che 'ho,
edlstudie sin al- lora non isforzato (i suoi maestri il sanno], ma di pro-
bità, di rispetto, d' umanità, di cortesia, che certamente ^'può per
quesU^-temere un A- gran colpo di fulmine,
chè'siikoiidiaarìaraciijte-'esaervatfifehe tutto oii che ^u- Digitized by
Google glie si presto a maturità, più presto finisce; e che regna una segreta
invidia la qurie portasi yia si belle speran- se, per impedire appunto che le
nostre cose non si sol- levino al di sopra dei confini che all' uomo sono
prescrit- ti» £gii avea altresì tutti i vantaggi che dà il caso, un SQono di
Tooe piacevole e chiaro, una flsonomia amabi- le, e in quel delle dite lingue
tu vuoi, un pronunziare scolpito di tutte le lettere, come se nato fosse unica-
mente per quella. » Ma queste non erane ancora se non preparasioai per r
avvenire: erano ben più rilevanti le>ae virtù della costanza, della gravith,
e della fortezza eziandio con cui stavasi saldo centro i timori ed i dolori.
Peroc- ché, oh oen q«al coraggio, con quale stupore de' medici sopportò egli
una malattia di otto mesi ! oh come negli ultimi momenti di sua vita mi consolò
egli stesso ! oh cerne anche in sul mancare, e, non essmido ornai più di questo
monde, in quelle stesso vaaeggier die iacea , avea sempre la mente occupata
soltanto negli sliidjl Ho io dun^ que (o mie vane speranze !) veduto venir mono
i tuoi oc- chi, e il tuo spirito Aiggire? Tenendo tra le mie braccia il tuo
fredde corpo esangue, ho potuto ancora ripigliar fiato e respirar la comune
aura vitale? merito io bene questi tormenti che soffro, merito ben questi
tristi pen- sieri, le dunque, che per essere poc' anzi stato da un console
adottato, potevi sperar di succedere e tutti gli onori del padre; te, che eri
già da un pretore tuo ma- terno zio per suo genero destinato, te, che tutti
spera- ' vano di vedere aspirare al vanto dell' attica dcquenea, ho io perduto;
ó padre sopravvivo a te solamente pér patire? E se non ti vendica il niun
desiderio che ho di vivere, ti vendicherei almeno la miseria che soffrirò nel
restante di mia vita; percioochò invano noi imputiamo uiyui-n-G Ly Google - 200
— tutti i raali alla fortuna. Niuno è lungamente inOelice , se non per sua
colpa. » ila noi vìviamo, ed èjùene ohe qoalohe oocupa- zione cerchiamo in cui
impiegare la vita: e convien cre- dere ai più dotti uomini che hanno riguardate
le lettere come l'imioo sollievo nelle avversità. Se mai però il do- lore che
al presente m'opprime, in modo si oalmer^, che fra tante afflizioni possa aver
luogo qualche altro pensiero, non senza ragione domanderò perdono del mio
ritardo. Di fatto obi si stupirà che sieoo siali differiti gli siodj, i quali è
anzi da stupirsi cbe siali non sieno interamente abbandonati? Inoltre se
qualche cosa sarà meno compiuta di quelle che avevam cominciato, quando eravamo
ancor meno afflitti, se ne dia la colpa alla mia insufficiensa, o alla mia rea
fortuna; la quale se io avea per avventura un ingegno punto capace a qual- che
cosa, benché non V abbia spento, l' ha però indebo- lito. Ma alnoten per questo
riflesso, facciamo! piùoali* natamente coraggio, che, siccome ci riesce
diflieile il sopportarla, così ne è facile il dispreizarla, perciocché ella non
si ha lasciata cosa con cui nuocermi ancora, e ha dopo questi mali recala un'
inCaliee si, ma porò certissima sicurezza. » Del resto son sicuro che in buona
parte sarà presa la mia fatica, almeno per questo rispetto, che non la proseguiamo
più per alcun nostro interesse particola- re; ma tutta questa cura, come utile
agli estranei (se • pure è punto utile ciò che scriviamo) , è tutta per gli
estranei. Noi meschini, siccome le facoltà del nostro pa- trimonio, cosi quest'
opera abbiamo preparalo per §^i unì, e lasceremo tutto agli altri. » a
{VolgarùunmmUo di Jacopo Gùriglio.) uiyui-n-G Ly Google — MI — Luogo più
eloquente e più delicato di queslo non ho mémoria d' avere lelto mai. Un padre
che perduta la moglie e Futi fi^iuolo ai dh lutto alla cura delFunioo che gli
avanza, e in che tutte ha riposte le speranze sue; che sul meglio sei vede
rapire, e tornar vane le sue fatidie: un padre ohe sulla tomba dell'amor suo
perduto depone le sudale fatiche della sua mente , e la* montando la trista sua
fortuna quasi cerca rincuorarsi riandando tutte ad una ad una le sue miserie^
non può parlare pih teneramente , più lagrimevolmente di quello che qui fa
Quintiliano. Osservisi quanto sono naturali i concetti, come spontaneo e
naturalissimo l'uso delle figure. A me sembra che a dimostrare V affettuosa su-
blimità di questo luogo non faccia di mestieri usarvi V analisi; ma interrogare
il proprio cuore. E s'io al cuor mio mi appello, ne sento tutta la pietà e la
bellezza che lo rende sublime; nè dubito che vi sia persona sk sel- vaggia e
dura ohe noi aenta con me. La traduzione è facile , piana , fedele , ma forse
meno affettuosa, perchè alquanto fredda. Tuttavia ha di bei pregi nella sua
elegante semplicità. Xfmnpio d*l Soblame otteooio per !• ISgore* Siordio e
propoifstofié della predica del padre Paolo Segneri eoniro la nuda Politica. *
Expedit ni OBMt morìatur homo prò popolo. JOKAM., 11. ÓO. E fìa dunque
spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli ocmsi^il Oh frenetiei
consiglieri l Al- * n Golonbo nella seeoadi dille tee taioM Mito ito^^ dé «se
eolla Amila dice mi di qveilo etordk: c Qui voi fedete adope- » fate e
l'iatanogaiioDe, e Teielamiilone» e Ismatafoit» e la si lora io voglio che voi
torniate a parlarmi, quando, co- perte tutte le vostre campagiìe d' arme e d'
armati, ve- drate V aquile romaDe far nido d' inioraó alla voalre ramra, ad
appena quivi posate- agusiar gli arligU ed av« ventarsi alla preda : quando udirete
alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi ficchi di frombole e di $ae^-.
te^ oanfiiaa grida di iariii e di moriboodi^ allora io vo* glie ohe aappiaie
ri^KMidere, se ^ -aapedienie. BaopédU? E oserete dir expedit^ allora quando voi
mirerete correre il sangue a rivi ed alzarsi Ja strage a monti? Quando ro-
vinasi vi BiaiiebBraano sotto i piè gli editisg? Quando svenato vi.laDgenranDO
ìnnansi agli occhi le spose? Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, vi
scor- gerete imperversare la crudeltè» signoreggiare il furo- re, regnar la
morte? ahi non dittano, gik $agfedit, que* bambini die saran pascolo alle lor
madri affamate: noi diranno quei giovani che andranno a trenta per soldo
venduti schiavi : noi diranno quei vecoh* che pende^ » necdocbe, e ripotiposi,
e V enunusmione, e la ripelizioDe: voi » le vedete succedersi i' una air altra
, anzi intrecciarsi e mesco- » larsi , e non formar più tulle insieme se non
una sola figura. » Questo linguaggio sì straordinario non dee dall'oratore
tenersi )> fuor che nel colmo dell'entusiasmo, quando la fantasia somma- »
mente agitata dalla viva apprensione di casi gravi, funesti, alro- )> ci,
compassionevoli, lo coinmove al maggior segno, eccita in lui » le più gagliarde
passioni , e lo ir;ie quasi fuori di se. Il parlare a >) questa foggia in
altre occasioni, demenza sarebbe, non arte, lo » non mi saprei dove rinvenire
in alcun altro de' nostri oratori un » tratto di eloquenza sì pien di calore e
d' iuìpeto e di energia, e » condotto con tanto e così Ono artilizio: e ad ogni
modo non ose- » rei proporlovi siccome cosa da invaghirvene e lenlar d'imitare.
» Le commozioni , che destansi con arti di tal falla, soglion esser » grandi,
ma passeggiera: e li finé principale deiroralore deV es- >iKT quello di
lasciare negUaniaii dagli «dilori «m4 imafaisiool Digitized by Google ranno a
cinquecento per giorno oonfiUi in croce. Eh, obo non «cqMitt, infelioi; no^ cba
non escpeiU. Noa ex- pedU uè al sanluario che rimarrà proCnial» da abboni* ne
voli laidezze, nè al tempio che cadrh divampato da formidabile incendio, nè
ali' aitare dove uomini e donne si scanneranno in cambio di agnelli e di tori.
Non ex- pedit alla Prdbatica , che vuoterassi d* acqua per correr sangue: non
eocpedit all' Olivete, che diserterassi di tron- chi per apprestare patiboli:
non expedii al sacerdozio, che perderà T autorità ; non al regno, ohe perderà
la giurisdizione ; non agft oracoli, che perderan la favella; non a' profeti,
che perderan le rivelazioni ; non alla leg- ' gè» che qua! esangue- cadavere rimarrà
sanità spirilo, aensa forza t senza seguilo, senaa onore, seiuia comanr do; nè
potrà vantar più i suoi riti, nè potrà più salvare i suoi professori. Mercecchè
Dio vive in cielo, alBne di ornare e confondere tutti quelli i quali più
credono ad una maliziosa ragion di stato, che a tutte le ragiom sincere della
giustizia ; ed indi vude con memorabile esempio far manifesto, che non est
sapientia, non est prudentia, non est coìisilitm cantra Domiaum, (Prov., 84,
30.) Ecco: fu risoluto di uccider Cristo, pen^ i Bo- mani non diventasser
padroni di Gerosolima ; e diven- tarono i Romani padroni di Gerosolima , perchè
fu riso- luto di uccider Cristo. Tanto è facile al Cielo di trasfor^ mare
questi malvagi consigli, e mostrare come quella politica che si fonda non ne'
dettami delF onestà, ma nelle suggestioni dell' interesse, è un' arie, quanto
per- versa, altrettanto inutile ; e ;la quale anzi, in cambio di stabilire i
principati, gli estermina ; in cami})ÌQ di arric* chir le famiglie, le
impoverisce; in cambio di felicitare r uomo, ii distrugge. Questa
rilevantissima verità vo- gl'io per tanto questa mattina studiarmi di far
palese Digitized by Google per pubblico beneficio, provaado che noa è mai utile
quello^ che non è onesto ; onde nessnnò si dra follemente a credere, cbo per
eméte felice gior! eséer empio. (Predica XXXllI.) Zsemplo del Sublime ottenuto
da ardita eloquensa» M C$p. 4$ idie Frrertà ooalMa « Eudossia per non aTcre chi
alla sua ambizione e cnpldtlè tenesse la brìglia corta, ciò che feceva Cri-
sostomo, vinta r innocenza con la forza, il ricacciò per mano altrui di
Costantinopoli in esìlio. Partissene egli per non averd mai piti a tornar vivo,
e portò seco il cnere e^l' allegrezsa di tntti, che senza lui, come privi del
sole, in una densa malinconia rimasero. Sola F ere- sia d'Ario, sola T invidia
degli empj si vide far festa, mentre la religione, e con essa il coro di tutte
le virtti inconsolabilmente piangevano. Dove egli passava, a guisa d' un fiume
in cui corrono a mettere tutti i rivi delle acque dintorno, venivano a lu
ipopoli intieri a vedere quel secondo Paolo incatenato, quel gran mira- . colo
dell'Oriente, e a baciar le sue catene, e a conso- lare con un comune compianto
le sue miserie. Benché anzi egli era quegli che consolava tutti, e, nel pubblico
dolore allegro, andava più in trionfo che in bando. Fra gli altri che per sua
cagione acerbamente si dolsero, fu un santo vescovo per nome Ciriaco, che
obbligato alla cura della sua gre^a, né potendo partirsene, gli mandò in una
lettera il cuore: e vi si vedeano più le cancella- ture delle lagrime che i
caratteri dell' inchiostro. Cri- sostomo, impetrata ad una mano la libertà
delle sue catene, consolò lo afflittissimo amico con una risposta di questo
tenore. - CUriaoo, questa è la prìma
Tolta, ohe io posso do* ' lomi dt Toi, mentre veggo che voi tanto vi dolete per
me, e senza volerlo amareggiate le mie allegrezze col vostro pianto I e
intorbidate il mio sereno coi vostro do- lore. L* amore che mi portate mostrar
che non mi ama-» te: altrimeatt non vi dorreste di' veAermi rapito da un
turbine che mi solleva , e porla per la strada d' Elia al cielo. Voi cominciate
ora a lagnarvi del mio esilio, ma io tanto tempo è che lo piangOi quanti anni
sono cdie io vivo. Dacché seppi òhé il cielo è la mia patria, lo chiamai sempre
tutta la terra un esilio, e dovunque mi fossi , mi tenni per isbandito. Tanto è
lontano dal Pa- radiso Costantinopoli d'onde mi cacciano, quanto il de- serto
dove mi mandano. Io non ho avuto mai il piè stabile sopra la terra , perchè non
ho mai trovato nulla di stabile in terra. Quindi, come chi sta sotto le rovi-
ne, e sopra i precipisj, son sempre ito fuggendo, e cer- cando in tanti pericoK
sioureiza. Mi cacciano di Costan- tinopoli: oh! mi cacciassero di tutta la
terra: mi cacciassero da me stesso: perchè temo ancora me stes- so; e il mio
spirito da queste roviuose membra, da cui rimarrà con la morte oppresso,
vorrebbe una volta fuggirsi. Voi ancora temete che neir esilio m' uccidano.
Ciriaco, voi temete ohe ad un fuggitivo ^pran le porte, e diano la liberth. Che
mi faranno? Mi crocifiggeranno? Ed io su la scala d' una croce salirò in due
passi al cielo. M' abbrucieranno? Volerò su l'ali di quelle fiam- me alla mia
sfera. affogheranno in mare? Troverò in quelle acque il mio porto. Mi
gitteranno alle fiere? Quanto maggiori mi faranno gli squarci , tanto più .
ampie mi apriranno le porte alio spirito bramoso di li- bertò. Mi troncheranno
la testa? Toglieranno te un sol colpo la testa a tutti i miei nemici, che ho
dentro me slesao. Povertà che mi spoglia, infermità che mi tor- neata, disdnor
oba mMnfiiinai afilisioiii ehe iii o)iprt« mono, tutti questi miei nemiei
morranno con me, ed io morrò ad essi , ma non con essi. A mille naufragj un
porto, a mille nodi un taglio, a milie ceppi uoa chia- ve, A mille laberinti un
filo, a mille morti iia sol ri- medio: per non mai piti morire,* morire una
voha. In fine consolatevi meco, e rallegratevi, in vedendo, che obi tanti anni
ha che fugge dal mondo, ha dietro, con nome di ecUati^^veemeotiesimi aiimulaton
die ^i al^ frettaoo il passo , perobè più presto giunga- eolà , d'onde altra
pena maggiore egli non prova che vedersi lon- tano. » • ■ Io credo che a
mostrare come si sublimano le scritture per ardita eleganza niun altro luogo
classico giovi. piti di questo. Che enfasi^ che intreccio di figo- re, ohe fona
d'aiitilesi e di gìradaskme ! I modir sono non solo esprimenti , ma calzanti ,
ecolpiti , e di tanta eiScacia sul T animo, che non è lettore sì freddo che al
leggere.queala leiiiera non 61 soaldie non s'infiammi^ Vogliamo però av.Ya9titi
i giovani che ee il sublime ehe si ottiene per arditezza d' eleganza è di molto
potente a rapire gli animi e ad infiammarli, è però di 4UoUo pe- ricoloso, e
sovente chi ne va in traccia oi cade prima d'ottenerlo. Ma&mpiù del SubUmo
olteanlo per elavala «oniponiSoM il. Giovanni della Cnta ntlV esordio della
prima ora%ifMe a Carlo V imperalore. « Siccome noi:Yflggt«n)o interveuire
alcuna volU; Saora Maaiià^ ohe quando o conetai o alira nuova loee è' apparita
aril'aria, U più delle feiUi rivolte al cielo mirano colà dove quel
maraviglioso lume risplen- de, così avviene ora del vostro splendore e di voi;
per* oiooefaè laiU uomini ed ogtii popolo, e oiascona parte deUa terra
risguardft vorao di voi solo. Nè eroda Vostra Maeslh, che i presenti Grecie noi
Italiani ed alcune al- tre nazioni dopo lauti e tanti secoli si vantino ancora
e si raUegriao della momorìa de' vidorosi autiohi pria- -cipl loro; ed alibiamo
ift faooea pur Dario e Ciro e Serse e Milziade e Pericle e Filippo e Pietro ed
Alessandro e Maroeiie e Scipione e Mario e Cesare e Catone e Metel- lo; e
qiaesta etk non a gforìi e non sì dia.vauto di aver voi vivo e presente: arn»
se ne esalta, e vìvene lieta e superba. Per la qual cosa io son certissimo, che
essendo Voi locato in &ì alta e sì riguardevole parte, ottima- mente
ooómoete, ohe al irostro aliissino grado m oon- viene ohe ciascun vostro
pensiero ed ogni vostra azione sfa non solamente legìttima e buona, ma insieme
an- cora lodabile e generosa; e che ciò che procede da voi, -sia non eoiament»
lecito e eenoednto, ed approvato, ma magnanimo insieme, e commendato, ed
ammirato. Conciossiachè la vostra vita, e i vostri costumi, e le vostre
maniere, e tatti i vostri preteriti e presenti latti siano non aolamenle atleai
e mnaii, ma ancora rac- colti e scritti e diffusamente narrati da molti; sicché
non gli uomini soli di questo secolo, ma quelli che na- uiyui-n-G Ly Google —
208 — , sceraniao dopo noi, e qaelli che saranno nelle fatare età e nella
lunghezza e neir eternità del tempo avveni- re, udiranno le opere vostre e
tutte ad una ad una le $aperanno; e, come io spero, le approveranno tutte
siccome dritte e pura e chiare e grandi e meraviglio- se: e quanto il valore e
la virtù fìa cara agli uomini ed in prezzo, tanto fìa il nome di Vostra Maestà
som- mamente lodato e venerato» Vera cosa è, <te malti sono i quali non
lodano cotA pienamente, ch'ella ritenga Pia- cenza, come essi sono costretti di
commendare ogni cosa che infioo a quel dì era stata fatta da voi. £ quantunque
assai diiaro indiiio possa essm a deaciuio che quest'opera è giusta , poicM
ella h vostra, e da voi operata; nondimeno, perocché ella nella sua apparen-
za, e quasi nella corteccia di inori non si conià colle altre vostre asiani,
molti sono coloro, che non la rico- noscono e non l'accettano per vostro fatto
; non contenti che ciò che ha da voi origine si possa a buona equità difendere,
ma desiderosi ohe ogni vostra operaaione si convenga a forca lodare. E
veramente se io non sono ingannato, coloro che così gtiidicano, quantunque
eglino forse in ciò si dipartano dalia ragione, nondimeno lar- gamente meritano
per dano da Vostra Maestà, permoc- chè se essi attendono e ricercano da lei, e
fra le ric- chezze della sua chiarissima gloria, oro finissimo e senza mistura;
ed ogni altra materia, quantunque no- bile e preziosa, riiotano da voi; 1a
colpa è pure di Vo- stra Biaestà, che avete avveasi ed abituati gli animi
nostri a pura e fina magnanimità per sì lungo e si con- tinuo spazio. Perocché
se quello che si accetterebbe da altri per buono e per fe|^ltiao, ^ voi si
.xifiuia; e non come non buono, ma cene non vostro; e non co- me scarso, ma
come non viuìtaggiato non si riceve; e Digitized by Google — 209 — perchè voi
lo scambiate, vi si rende: ciò non si dee at- tribuire a biasimo de' presenti
vostri fatti, ma è laude delle vostre preterite asioni. £ quantunque V aver Vo-
stra Maestà, non dico tolta, ma accettata Piacenza, si debba forse in sè
approvare; nondimeno, perciocché questo fatto verso di voi, e con altre
chiarissime opere comparato, per rispetto a quelle molto men riluce, e molto
men risplende, esso non è da' servidori di vostra Maestà, come io dissi,
volentier ricevuto, nè lietamente collocato nel patrimonio delle vostre divine
laudi. £ ve- ramente egli pare da temer forse che questo atto possa recare al
nome di Vostra Maestà, se non tenebre, al- meno alcuna ombra , per molte
ragioni: le quali io priego Vostra Maesthi che le piaccia di udire da me di-
ligentemente , non mirando quale io sono^ ma ciò ehe io dico. » Quante volte io
mi fo a rileggere questo esordio e tante a quel maestoso ed elevato andamento
del pe- riodo mi pare cosa nobilissima e veramente sublime. E se in altri fa
effetto eguale che in me quella maestosa gravità, non dubiterei affermare che
ci richiama col . pensiero ai tempi gloriosi della romana eloquenia. Di- ranno
alcuni che le orazioni di Monsignor della Casa alcuna volta patiscono di
freddo, e sentono del misu- rato, e forse in tutto non diranno male; ma ove
esse si scaldano un poco, gareggiano con quelle stesse più grandi di Tullio. D.
In quali vizj s' incontra cercando di ^limare io stUe ? R. Come per cinque vie
si ottiene di condurre a sublimità lo stile, così per cinque si porta a vizio.
4^ Rafiìnando troppo i concetti, forzando le sentenze, e traendo fuor del
verismile le immaginasìoni. Pro- li uiyui-n-G Ly — laogjaado V afibUa e' loglìindogli wrììk
«cni arte troppo scoperta. 3" 0 spesseggiando senza discrezione nelle
figure» ovvero U3dudo modi mal acconci, di troppo ppr^ereionati, e tratti
soverchiameote di lontano: 4^ Mostrando troppo artificio nelle araionie, e
sacrìfi-^ eando all' armonia i concetti. Collocando con sover- chio arte le
parole, e rendendo aspro ed intralciato il ooatmtto. E riguardo al prime tìzio
a collo raffinare soverchio ti porta, che è l'affettazione e ia stranezza,
{Quintiliano ne avverte, che pUrique nimis etiam inven- thmcf^ gamdmt, qtks
wàsciMm vititm habent, invmtm fdcie ingenii blamdiuntur. <r I più troppo
anche si piac- ciono di certe invenzioncelle che esaminate hanno in *sè Visio,
appena trovate hanno faccia d'ingegnose. » Uditene un esempio nel BartoK<
Assomiglia egli il* mare in tempesta ad un furioso, e dice cos^ : Comeun
furioso, che seioUo dalla catena , smania , e si dibatte, ed imper- tmm, e
vMigghia, e »i iieva ìUto, e eorrB, e awmUa, e ixé$y é ekmm mniéro dks mmM
tembpa enere un paizo intero. Chi non vede 1' affettazione e la stranezza, che
è neir ultimo concetto? 2° Per eguale maniera si dh nel^ freddo e nel poerile
volendo prolungare oltpe il debito, é con arte eeeesiSva far più seirtita la
f^asetom». Sappiamo che le passioni quanto più sono violente , tanto più SODO
brevi, e però ohi le porta fuori della naturale misara, ne perde ogni buon
eflfetto. Vedetelo in questo ln<^ del Tasso. (Can. XII, stanza M.) Giunlo
alla tomba, ove al suo spino yìto Dolorosa prfgione il €Ìel prescrisse, , ,
Pallido, freddo, maio» e quasi privo Di mOTimento, al marmo gli ocelli afl^ssQ.
AIfln sgorgando un lagrlmoso rÌTo , ' ia wi lanflpsiide oimè proroppe , e
disse: ' — su - 0 sasso amato ed onorato
tanto; Che dcnLro hai le mie fiamme > e fuori il piaoLOy Non di morte sei tu
, ma di vivaci Ceneri albergo, ove è riposto Amore; E ben sento io da te le
usal(» faci , Men dolci sì ma non men calde al core : Deh! prendi i miei
sospiri , e questi baci Prendi eh' io bagno di doglioso amore; E dalli tu ,
poiclì' io non posso, almeno All'amale reliquie eh' bai nel seno. Dàlli lor tu;
cli^, se mai gli occhi gira L'anima bella alle sue belle spoglie, Tua piotate e
mio ardir non avrà in in: Ch* odio o sdegno lassù ooo si raccogUa» Perdona ella
il mio fallo , e sol respira In questa speme il cor fra tattte doglie. Sa oh'
empia è«soI la mano ; e non Fé noii, Cbe, s'MMade lei fissi « Motiido r moia.
£d amaodo monr^: feltoe gimm Quando cbe sia; ma più felice mo]to« Se, come
errando or fado a te d* intomo, Allor sarò dentro al tuo grembo accolto.
Paoelan l'anime amicbe In elei soggiorno. Sia r nn celiare e T altro In un
sepolto: Ciò cbe 'I viver non ebbe , abbia la morie. Ob («se sperar dò- lice)
altera sorte! Chi non sente raffreddarsi il cuore a questo artifizioso lamento?
Chi è sì fuor di sè, che j)er 32 versi interi si fermi a parlare con un sasso ,
e a concetiizzare per questo modo, tanto piìi che II concetto è sempre Indi-
zio di passione falsata ? Vedete quanto conviene di met- tersi in guardia, se
anche i più grandi poeti errarono. Cosi la magnificenza sublime che sarebbe nel
seguente passo deir Aristodemo del Monti degenera in turgore o in rigoglio,
perchè il poeta ha voluto dichiarare ciò che doveva lasciare all' inteliigenza
deir ascoltatore. Il passo è orila scena tarza dril' atta t*», dove Li-
Digitized by Google — 212 — Sandro viene a colloquio con Aristodemo. Eccone le
parole: Li8. ' E se prosegue La TincUrice Sparta il suo irioofo, Qaal nume vi
difende? * ÀrM, Aristodemo. E basta ei solo finché vive, e quando Sarà sotterra
, il cenere vi resta , Che muto ancora vi dacà terrore. Chiunque ha fior di
senno si accorge del vano e del puerile che è Jo questi ultimi tre versi. Sublime
era il luogo f se il poeta si fosse conteuiato non far rispoa- dere al re altro
che qtiel risentito Aristodemo: e il let- tore da sè scorgendone le debite
relazioni, avrebbe sen- tita e goduta la grandezza del concetto: ma cosi com' è
posto si stempera 9 si perdei e dk neoessariamente luogo ad una risposta, che
non da uno Spartano, ma appena potrebbe aspettarsi da un fanciullo. Lis,
Signor, ciii vivo non ti teme, estioto Ti temerii?.... 3® Guardisi poi chi ha
intero giudizio dall' andare raa- nifestamente in traccia di quelle forme , per
le quali di- oemmo innalzarsi lo stile, pctocchè elleno denno ve- nire da sè,
non per forza d' arte. Se colui che scrive avrk piena la mente di un grandioso
concetto, se egli ne sentirà tutta la forza e Y estensione , gli cadrà dalla
penna la parola del maraviglioso e del sublime, senza eh' egli s' impigli
troppo del ricercarla. Cum de rebus grandioribus dicas (avvisa Cicerone), ipsoe
res verba ra- piurU. E chi altrimenti fa, cade in quel mal vezzo tanto deriso
da Orazio là dc^e dice: (Epistola ad Pisones.) Prtfimt mnpuiki, et tmquipeMia
èerèo. Digitized by — 213 — Cosi non si donno ammassare , e con manìfoslo
artifìzio accumulare le figure nel discorso per dargli aria di grandiosità. Nam
gravi figuriB (dice T autore dalla Roitorioa ad Erennio), qwB Umdanda est,
propin' qua est ea, qum fugieìida est, qum note videbitur appeU lari, si super
fitta nominabitur. Nam ut corporis bonam babitudinem tumor imiMur tape, ita
gravis orcUia tm- perUii iospe videimr ea, qum tutgét, «I innata est c Im-
perocché accanto alla grave figura, che merita lode, sta quella che debb^
essere fuggita, alla quale mi parrà aver dato il vero e proprio nome, se la
chiamerò su- perlina. Imperocché in qnella guisa che solente a buona condizion
di salute somiglia la gonfiezza della persona, così agl'ignoranti par grave
quel discorso che è tumido *e gonfio, a 5« Così scrivendo a stadio di alte
armonie si dà facilmente nello snervato e nell' effeminato , e si molti-
plicano vanamente parole che opprimono -l' intelletto sansa riempierlo, e
lasciano freddo il cuore, y\t\o da fuggirsi sommamente; perchè mmio male è i*
asprezza del suono che una effeminata mollezza. Duram potim, atque asperam
C(my[)ositionem mallm esse, quam effemi- nakm et ènmvem; a ragione insegnava'
Quintiliano. « Verrei meglio che la composizione sia dura ed aspra che
effeminata e snervata. » E perciò tutti convengono nel dare biasimo di Umidezza
a Claudiano ne' primi vml del suo Poema. Inferni raptoris equos, afflalaque
curru Sidera TcRnario, caligantesque profundcB Junonis thalamos audaci promere
cùntu JfetM congetta jubcU Grum$ removeU profani, 6° Volendo infine con troppa
arte ordinare le pa- role a soconda delie idee, occorre spesso di rendere
Digitized by — 214 — . oscaro, a spio e sconvolto il diaoorso. Eaent»j di con-
torsioni da fuggire abbiamo soveate neWersi dell' Al- li<^ri, e più ancora
ne'. versi di coloro che senza Tardità potensa ingegno di quel grande tragico,
hanno ere* dttto imitarne la virtù ritraendone i vizj dello stile. Né creda
alcuno che l'arte sola posta Dell'ordinar le pa-^ i ole e nel cercar le armonie
basti a sollevare Io stile. Prìma di. tutto ci v^bono coneettL I^a.qualità^ la
rie- chesza, la forma delle vesti aggiungono maestà a mae- stosa persona :
scimmie o pigmei non acquistano mae- stà, per quantunque ornata, ricchissma e
ragguandev.ol6 roba ux loro indoéai. Ghinderemo infine il dieeorao eoa questi
generali awerUmeoti del pià volte ottelo Qnhi« tiliano, al Libro 42, § 10 delle
Istituzioni: Falluntur enim plurimum qui vitiosum, et corruptum dicendi gmm^ *
quod aiii verìmm Itoentf» muUodp mti pueriUbus-'^en- tentiolis loicwit, aut
ifnmedico tttrgore twrgescity aut imnihus locis baccatur, aut casuris,si
leviter excutiatur, flosculis nitet, prmdpitìa prò ^Mblimibuè haÒ€t y. ma
specie UberMis imcmii, magie efvisiimmt popttlarB aut plausibile; e altrove al
Libro 8, § 5 : Ego vero fuec lu^ mina c$:atimis mlut qquIqs. qmsdam
etoqumtim'esse credfi: seineqae QpulUà emM^ coBtfmre.velimrWteBtefa mmi^ bra
ofjiokm mtm peréanit : et$i neùeeé& sit, miémm lum horrorem dicendi malim
quam islam novam licentiam, « & ingannano di largo partito cqloro vàò
teagoaa che sia più accetta al popolo , e più acceam a tirarsi dietro
l'applauso quella maniera di dir viziosa e corrotta, la quale per licenza di
parole rimbomba, o fa di sè lasciva mostra con vesti di sentenziette
fanciullesche y o per troppa gonfiezza ondeggia , 6 va per luoghi vani furio-
samente scorrendo, o risplende per fioretti che ogni poco poQo che si
scuotessero .oddi:ebbQno»,oÀiia (Mre/3ipi2j Digitized by Google — Ì15i — invece
di altezze, o per specie di libertà divenia fu- riosa ; » e altrove : « Io per
coolessare il vero credo che quesli liuni dell' urasione slatio come certi
<Nsehi del- reloquenia; ma non vorrai che per tatto il corfMiooebi ci
fossero, acciocché gli altri membri non perdano 1' uf- ficio loro. *
(Toscanella.) IX Qual è U migliore di qtMti tre gerwri di sHU? R. Tutti e tre
hanno virtù loro proprie, come ò stato mostrato, e usati a tempo giovano
egualmente tutti all'oraziane; ma ae l'uno usnrperii il liaogoYieU' altre, essi
Ticieranno e guasteranno, anaichè adomare ed inalzare il discorso. Per
conoscere poi quale stile sia conveniente, egli ò necessario osservare il
carattere deli' orasione , quello della perseoa degli uditori , cfaéllo della
persona assunta dallo scrittore, e secondo questi governarci, seguendo le leggi
del decoro che altrove abbiamo accennato. Qui ci basti ripetere che ogni ma-
niera di atìle dipende dm diversi stati d^' animo, così che non si pòssa nò si
debba tentarne alcuno quando lo stato deir animo non risponde pienamente alia
mate- ria^ ali* intenzione deir arte e dello scrittore. CAr« XITIII. m M«iY€v
bene» • • • ' . D. Quali precetti si damo per acquistare uno stile lodevole? Se
bene si metta ad esame la definizione che ho data dello stile, si avr^ chiaro
per quali vie possa ren- Digitized by Google dersi lodevole e perfetto.
Conviene in prima por mente come dair intelletto, dalia fantasia e dagli
affetti, quasi da Batorali demenU, modifieati seoondo V indole dello sorìliore
e seoondo le leggi dèi decoro, si generi lo stile; per tener modo che ogni
elemento si combini secondo le leggi poste dalla natura e dall'arte, sì che
n'esca buono lo stile. D. Che ikwrà fmiper otten&re di per f esimiate Fifh
telleUo? A Userò le parole di Paolo Costa a sciogliere que* sta domanda,
ooneiosaiadiò me^io fer non si possa. « L'uomo nasce, dice egli, fornito delF
intelletto, cioè j> della facoltà di sentire , di percepire, di attendere,
di » paragonare, di giudicare, di astrarre, di ricordarsi, » d' imaginare : ma
d' uopo è ohe queste faoelth yen- » gano poscia dirittamente usate ed
esercitate ; onde sia generata quella virtù pressoché divina, che si ap« »
pelle la ragion», la quale oonslste neli' abito di pa- » ragonare insìeiàe i
sentimenti distinti dsl? anima, e » le idee ; di derivare dai fatti particolari
le nozioni D generali, di anteporre o posporre le une alle altre, » di
congiungerle o separarle secondo la oonventensa » o disconvenienza loro, e
secondo i loro gradi di pih » 0 di meno. A formare quest'abito sarà bisogno
stu- » diare le opere de' filosofi che trattano sottilmente » delle cose
naturali , delle proprietà dell' intelletto e 9 del cuore umano; e di
apprendere V Istoria, senza la » cognizioQe della quale, al dire di Cicerone,
Tuomo 9 si rimane sempre fanciullo ; di osservare la natura, » <U praticare
fra le diverse condizioni degli uomini, e » di operare nei privati negozj e nei
pubblici. * Dalle quali cose si rileva che non si può perfezionare V intel-
letto senza arricchirlo con lungo studio, e che i giovanetti denno contentarsi
d'essere avviati a bene, consi- derando che la perfezione deli' arte sta nella
lunghezza della vita e deli' esercizio. D. Cerna li può arricckire P
inunaginaiim? R. « Ad arricchire V immaginativa (segue lo stesso » scrittore),
la quale è V abito di recare all'animo la » reminiseeasa delle cosa sensibili
che piii ci movono e » dilettano, di congiungere insieme con verisimigliansa
>» quelle che sono disgiunte in natura, e di significare » per similitudine
delle cose corporee i concetti astratti, » non solo metterei bène di leggere
gì' inventori di » nnove e vaghe fantasie, m^ di por mente a totto ciò » che ai
sensi porge diletto, sia nelle azioni degli uomini » e degli animali,
sianeU'estenoreaapettoemovimento » delle cose inanimate ; e soprattutto gioverà
di ben » considerare le somiglianze che hanno fra loro le cose » di
qualsivoglia genere e specie, chè questo si è il » fonte dal quale si derivano
le nuove e maravigliose • » metafore. Di molta utilità poi sarà all' intelletto
ed » all'immaginativa lo studio de' precetti dell'arte ora- » toria e della
poetica, i quali essendo il compendio di » quanto i filosofi hanno osservato
intorno le cagioni ù onde piacciono e dispiacciono» le opere degli scrittori, »
apportano quella luce che un uomo solo nel breve y> spazio della vita
studierebbe indarno di procacciarsi 9 colla sola vùriii del proprio ingegno. »
D. Che deve dirti intorno agli affeUi? jR. « Rispetto agli affetti io mi penso
(prosegue il 9 Costa), ohe sebbene sieno da natura, pui*e a conciliarli 9 in
altrui grande aiuto ai possa trarre dall' arte. 8e » ramerà, l'odio, l'^ra, la
mansuetudine, la miserieor- » dia ed altre affezioni dell' animo nascono da
cagioni 9 determinate, come per esempio T amore da beUez^a Digitized by Google
-.218- — seda yfrtti , T Ó41ò da male qualMi del earpo o deiratii» » mo altrui,
non v'ha dubbio che gli affetti medesimi si D debbano in cbi legge risvegliare
per virtù della viva 9 rappredetìlaBione di quelle cagiom : dal^ che si racco-
9 glie che lo scrittore considerando le varie dlsposi- » zioni degli uomini
passionati, e le cagioni per leniuali » la pawoQe ai genera; avrb materia onde
gli animi » perturbare. Goti per aiuto dell' arte verrk ad operare » in altrui
quolT effetto che imperfettamente avrebbe » operato mercè della soia naturale
sua disposizione. » D. Che ne dovrà avwnire 4ÌcU f^rfesHmamefUo del- F imOMo,
data ^mkiMia e degli affetU? R. Ne avverrà che noi modificando, cioè accomo-
dando queste facoltà già perfezionate al nostro modo di sentire, avremo reso
efficace il nostro dire>^ sia per eid che riguarda IMnveuiiotte e la
dispositieiie, si» perciò che riguarda V effetto, e potremo promettercene
quella riuscita che vogliamo, semprechò non usciamo delle leggi del deeoro,
cioè di qudla oonvenidusa ohe vuoisi mantenere, fatta ragione della persona che
parla, della cosa di che si parla , del tempo e del luogo in cui si parla, e
infine delle persone che ascoltano. Perocché, siocoane-fo osservalo, V «aaaa»
discorso prende da que* ste eircestause diverse quaiìlà, e se non si kiad» bene
e alcuna si trasandi, perde o in tutto o in parte la pro- pria virtù. In quella
guisa ohe le diverse fegg^ dette vesti non hannb beUesse^e Mh picédom^ ove mal
si addicano al tempo, al luogo, alla persona, e sebbene siano di buona materia
, e fatte con perfezion d' arte , SODO biasimate, cos^ è del disoorso umano, se
non è appropriato alP uopo secondo le norme del decoro* D. Oltre queste regole
vi è alcun' altra maniera per cui si possa perfezionare, lo stile? : Digitized by
Google — 219.— R. Vi è sicura , e forse anco più spedita. Osservale le
scritture degli eccellenti autori, componetevi al- l'esempio di quelli,
imitateli. L'uomo è animale d'imi- tazione^ DOQ vi ha dubbio, e l'arte stessa
del dire per imitazione si acquista come tutte le altre arti umane, e però dal
sommo Aristotile fu detta arte imitatrice, conciossiacbè ella prenda ad imitare
la. natura e l'uomo, riUcaendone le bellezze, le affezioni ed ! modi. £ oerto,
se la natura lum avesse posto il fondamento della poe- sia e dell'eloquenza
nell'uomo, sarebbero invano le poetiche e le rettoricbe. Inlatto Orazio neir
epistola ai Pisoni asserisce: Format tnim natura pHv» noè intm ad omnem
Fartummm ka^wm; jtmi «ut im f oU U ad IrMit AuiadhmmmwMBmragtaHiai9ii^4lmtffUi
Pagi tftrl mnin^ molm fntvpnU linguos, Ghè anzi tanto si debbo Hr conto del
naturale fonda- mento , che noi la natura slessa dobbiamo prendere a guida, e
solo darla a dirigere all' arte; couciossiachò lottar coir arte ben si può,
colla natura non mai. Ma per renderci al filo del nostro discorso^ diciamo che
avendo la natura fatto l'uomo per modo che imitando debba perfezionarsi in ogni
arte, il mezzo più pronto di conseguire eccellenza di stile e divenire
scrittore istà appunto neir imitazione. CAP. JLMJL. Bell* ImitMioue* D. Che cosa è
tmttoume? It. Se voglia definirsi colle parole deiP autore della Rettorica ad
Erennio, hnìtazione è quella dalla quale siamo condotti eoa dilìgente maniera a
voler essere somiglìanii ad alcano nel dire: — ImUatìo ai qua tm- peUmur, tU
aliquorum smUes in dicendo vdimus esse. (Lib. 4, e. S ] Ma questa defìnizione
non mi garba così, che io non ami recarne in mezzo una pìd ampia , che libera
dalla taccia di aeriililà gVimitétorì; e però dico: Imikuùme essere studio di
natura o di arte, per tnezso del quale decomponendo , comparando y giudicando,
tro- viamo gU elementi della bellezza e della bontà nelle opere naturali o
art^iciaie, cosicché conosciute per mezzo della decomposizione le norme che
Varie o la natura serbano nel comporre, possiamo mi pure le cose della natura o
del- t arte ritrarze, e fingerne anche di nuove a somiglianza» Dico stadio di
natura , perchè la natura è fondamento, come fu detto, d'ogni bell'arte, e di
Ih ha principio r imitazioni; : aggiungo deir arto , perchè dall'esame del- r
opere de' grandi artisti si trae pur giovamento. Io vedo a cagione d' esempio
un padre addolorato per la morte del figliuolo suo unico, il quale si getta sul
feretro che ne porta il cadavere; prendo ad esame gli atti e T espres- sioni
del suo dolore, e v<^endo ritrarre Giacobbe, a cui è presentato la vesto di
Giuseppe , cerco rìtrarlo a so- miglianza di queir infelice che in natura ho
osservato. £ se io sto sulle oorme sincere della medesima , otterrà uiyui-n-G
Ly Google H mio dire queir effeti^ che otterrebbe la vista istessa del lètto.
Che se non to' dalia natura « ma dall'arte fare ritratto, mi propongo Evandro
qual è descrìtto da Virgilio, e conseguo quasi T istesso fine. Dico quasi,
perchè ove T ingegno abbia (orza dì ritrarre da natu- ra, penso che più ci
valga , e meglio dipinga al vero. Io non so se la famosa statua di Laocoonte
sta ante- riore ai versi di Virgilio, ma dato che noi fosse, lo scultore
imitando quella divina poesia avrebbe potuto crearla; e se la fosse anteriore ,
Virgilio imitando quel- r animato marmo avrebbe potuto dar vita a qae' suoi
versi immortali. Tanto è vero che arte fa arte per mezzo deir imitazione.
Perlochè chi toglie dal mondo V imita- sìcme (come alcuni poco avveduti
vorrebbono) toglie dal mondo le arti, ed ogni guisa di buoni studj. 1). Non è
egli vero ciò che alcuni dicono , r imita- zione restringere le mentietoglier
Imre la pokMm crear trice? R. Coloro che avvisano cos\ , sono in vero male av-
visati , e non sanno che altro è imitare, altro è con- traffare e copiare.
Conciossiachò V imitazione non istk nel fare le cose fatte sansa diiereiisa o
diversità alcu- na, perocché allora tutte le arti non basterebbono ad avanzare
d' un passo , e sempre avrebbero il piè sul- r orme istesse , ma nel tar capere
nnovOi o v^gjàam dire di nuova invenzione, con quelP arte istessa colla quale
sono condotte quelle che prendiamo ad imitare. La qual cosa non restringe, ma
bensì amplifica la potenza inven- trice, e la rafforza. La imitasioiM, se io
non erro, è lo stesso che 1* analogia nelle sdense naturali. Il Galilei,
applicando al sistema celeste la legge generale del moto de' corpi, ha provato
che la terra si aggira intorno al sole come tatti gli altri pianeti. QiMta
legge era pare Digitized by Google anche prima conosciuta, ma per non essere
stata appli- cata, non avevà dato al moodo questa scoperta. Or chi dirè ohe
questa non sia sooperla Tera, {lerdiè la legge era nota? Chi dirh che la
conoscenza delle leggi fìsse della natura siano inceppamento ai fìlosofì per
iscoprirne ì fenomeni? Similmeoto è a dire dell' imìtazkKie , eon- cìossiacèè
ella non limita nè restiiiN^ T umano-ingegno, ma anzi ijli db norme sicure
perchè meglio si conduca nelle sue creazioni. Quando io dico : se volete esser
buon oratore imitato Giceronet non dico io giè: fato un discorso a mosaico
colle parole, eo*modi, eoli' àmbito del parlare Ciceroniano; ma guidate 1' arte
con quelle leggi con oui la guidò Cicerone, perchè se egli ne ebbe buon
successo toì pure V avreto. E quando dico : imi* toto Dante, noni ri prescrìvo
gih di recarmi innanti arcaismi, durezze, scoria rigettata a ragione dall' uso
, ma vi dico : osservate qual cosa dà evidenza, fòrza, ef- ficacia alla poesia
di quel divino; e trovata che abbiate la legge eh* egli si diè ad osservare,
fatone soggetto di studio e d' imitazione. Per questo studio e per questa
imitazione poi conseguìreto una vena di buona e ga- gliarda poesia*, la quale
sadi Tostra, quantunque fatta imitando: perchè V imitare J' arte, non toglie,
ma cresce là potenza dell'inventare e del creare. D. ^etie ho mteio; ma penhè^
dunfve tiaUs scuole si pnt&fids ohe noi riportiamo frase, eoneeth, e
aikhtmento dagli autori che si porgono a noi da imitare? jR. Perchè
incominciate a conoscer V arte che poi vi sarà guida* neli' imitm* He détto*
càe V iuiitotore decomponendo-, comparando, giudicando, trova gli ele- menti
della bellezza e della bontà nelle opere; ora per- chè voi vi avvezziate a
decomporre ne' Classici quelle parti ehe voleto ìnkitare, vi ai dice ^ sce^ietone
le frasi ed i modi, reoatene i eoneeiti, prendeteiie l' amfonnii- lo, — perchè
il precettore dall' uso che voi fate di que- ste cose giudica.se voi bene
intendete, se avete preso piena cmosoeaza delle nedesime, e se sapete osarne a
tempo e a luogo. Egli è adunque uno de' primi passi necessari a chi vuol
imitare, e imitando divenire scrit- tore. Dico de' primi passi , perchè noli'
ioiilaziooe , CQine in tutte le opere d' ingegno, si dee procedere per di, e
non si può di salto o di slanoio venirne a capo. D. Avrei a caro che m'
indicaste quali sono i gradi diversi per cui si penyiene a ben imitare, R.
Penso che primo grado sia la traduzione, secondo r analisi, terzo V emulazione.
Per questi tre gradi, pare a me, si consegue quella verace maaiera d' imitazione
che lipraia i grandi artisti, ed è ben lontana da quella falsa ohe non produce
che pedanti, seruum fecus , come disse Orazio. AftvicoM !• Bella Tradnsione* D.
JHreste voi oicuna cote» deità kuduxione? A. Io avviso ohe Io tradatare da una
ad altra fo- velia sia il primo grado dell' imitazione. Infatto innanzi tutto è
d' uopo conoscere la materia che si ha a tratta- re, cioè la Cavalla in cui si
ebave serivere o parlare, ve* derne le proprietà , sapere come modi e frasi si
iòrmino, come si lochino a tempo; e prenderne quell'armonia, la quale par naUa
a chi non sa, ed è mollo a chi sa. Digitized by Google % « Utllissinio è
soprattutto (dice Plinio, let. 9, lib. 7) ìl traslatare dalla greca nella
latina, e dalla latina nella greca favella (e noi nel caso nostro diremo dalla
la* tiiia air italiana, e dall'italiana alla latina favella): qualità d*
esercizio, col quale proprietà e splendore di parole, abbondanza di modi
figurati, nello spiegarsi forza, e finalmente attività di ritrovare cose somi*
giianti a qoelle degli ottimi scrittori, imitando si acqui* sta. » (Traduzione
del Gozzi.) — Utile in primis, et multi prcecipiuntf ex grceco in latinum
vertere, vel ex latino vertere in grcecum: quo genere exerettaHonis prqnieka
splendorque verborum, copia figurarum, iris ex/Mxmdi, prcetereaque imitatione
optimorum similia inveniendi fa" cultas paratur. £ Quintiliano segue (lib.
X, g 5): Quid? Quod auckree maximi eie MUgentm eognoeomlitr? Non enim ecripta
ledume seeura traneciirrimue: eed Iraele»- mus singula, et necessario
introspicimus , et quantum vir^ ttUis habeant^ vel in hoc ipso cognoscimue,
quod inUtari non posnanm, < Che vuol dire che si ha così diligente
considerazione sopra gli autori grandissimi? Noi non scorriamo via leggendo le
cose scritte : ma andiamo esa- minando le cose d* una in una, e necessariamente
pe- netriamo a dentro considerandoci: e quanto' in loro dì virtù si abbiano,
almeno da questo lo conosciamo, che non possiamo imitarle. » (Toscanella.)
Oltre di che è a dire <;he per mezzo dalia traduzione ai acquista intelli-
genza e giudizio, cioè si Ibrma il gusto e si consegue quel sapet^e, che è
fonte e principio dello scrivere bene, secondo Orazio. Questo esercizio in fine
è approvato an* che da Cicerone stesse, il quale nel lib. 4<» deir Oratore
(Gap. 34) dice: Po9tea mMt placuit, eoque eum utus adolescens, ut summorum
oratorum grcBcas orationes ex- pìicarem; quibus lectis hoc aeeequebar, ut oum
ea quoe — tt5 - kgwrmgrmoe, kUm» réddwm
, non soltm optimis ukrer^ et tamm taUatis, sed €tum eacprimerem quasdam verba
imitando , quce nova Jioslris essent , dummodo es- ^mt idonea. « Il perchè dopo
appigliai ad uq altro espediente, ehe ho da giovane praticato, ed era il iras-
pcMtare in latino le orazioni de' più rinomati oratori greci ; nel che fare non
solamente poteva io scegliere delle parole tra noi usate le più eleganti, ma ne
seguiva che nel recitare in latino dò ohe letto avea in greco, mi venivano ani
guato greco formate delle maniere di dire non usate ancora tra noi , ma buone
tuttavia , e adatte al bisogno, » (Canto va.) AwmtmtM II* MI' AMllel* D. Dite
ora dell AnaUsi,poùM ho detto quanto basta intomo il vantaggio cho fHen dal
tradmre. R. Secondo grado a chi voglia, imitando, venire in fama di scrittore,
credo che sia V analisi. Ella è, come ognun sa, quel modo per cui un discorso
si decompone nelle sue minime parti a segno di trovare la ragione di ciascuna
in sè, e nella relazione che ha colle altre: os- servare i nessi, i passaggi, e
tutto che la natura e Tarte hanno di più prepotente nella favella. Sappiamo che
i cerusici per meglio conoscere V ufficio di ciascuna parte del corpo vanno col
ferro anatomico decomponendolo, e in ogni minima fibra lo ricercano; per eguale
maniera è d' uopo a noi anatomixaare (sia lecito dir cosi) il di- scorso,
perchè avvisati della qualità e dell'ufficio di 15 L.yi.,^uu Ly Google — 8M —
ciasouoa parteacqiiìstiaoiQspedikttM a «omporlo quando ci piaccia. Dall'
analisi poscia sa ne ha, che la menle impressa di quel modo di disporre ed
ordinare le idee, le quali troviamo negli scrillori che ci proponiamo ad
esempio» e di quel vezao di tralt^iarle con forse e con efficacia, a poco a
poco a ciò spesso ella si abiltta, e senza altro uopo di regole o d'arte,
acquista, quasi le fosse da natura, di fare il somigliante. Periocbè io vorrei
che i giovani non ìeggjmmù^ ben traducessero cosa alcuna, senza bene
analisBarla e femarvisi sopra, e improntarla nella memoria: e vorrei che di questo
più che d' altro esercizio si piacessero.! maestri, che de- siderano nella lode
dei discepoli assicurata la propria. D. Dareste vai un emnpio, dal quale ei
rUevasee il modo di analizzante? R, Volentieri vel recherò, anzi tanto più
volentieri, quanto io lo traggo dal fondo di un grande maestro, il Rollin.
{Detta maniera d insegnare, e studiare h héUe let- tere, libro 3<*, della
Rettorica, cap. Ili, art. 2^.) CtonbeniMaie degU Oraid • M 9mm^. « La
descrisione di questo combattimento è senaa coniraddikione uno de' pili be'
luoghi di Tito Livio, e de' più adattati ad insegnare a' giovani come si debba
abbellire un racconto con pensieri naturali ed ingegnosi. Per ben conoscerne
l'arte e la dilioatessa, basta il ri- durla ad un racconto del tutto-semplice,
non omettendo alcuna delle circostanze essenziali , ma spogliandole d' ogni
ornamento. Ne contrassegnerò le parti 4ifforenti con numeri diversi per n^Hé
diatingoerle, e per po- terle di poi piti facilmente métlere* in paragone colla
narrazione slessa di Tito LIVIO (vedasi). uiyui-n-G Ly - m — Fwdere iak^, trigemini, ncidémvgrtBrai,
arma capiunt. So Statim in meditm inter éuai ades preoeduni. 3® Consederant
utrinque prò Cdstris duo exercitus, in hoc spectaculum totis animis irUenti.
4<> Datur signum, infe- stiique amtf krmjmmn cmmsrrmà. ^ Cum ùUquandiu
inter asquis tnn'ftuf pugmBSiefd, duo Rmam, super tdium alius, vulneratis
Iribus Albanis ^ expiranles corruerunL 6^ Illi superstiUm^ Romanum circumistunL
Forte is inr teger fuU. Ergo^ td eegregaret pugmM emm, eapenU fugam, ita rattis
sectdttros, ut quemque vulnere affectum corpus sinerei. 7^ Jam aliquantum
spalii ex eo loco, ubi pugnatum est, aufugerat, €iim respieiens videt magnis
in- ÈervaUis seqmnies; umim Aawf proemi ab seee abeeee; m eum magno impetu
redit, eumque interficit, S^Moxprope- ratadsecunduin,eumquepafiterneoidat. Jam
osquato Morte singtdi stiperertt$U,nUmeropeu^e$,sed Umge uH6ia dn>irsi, 40^
Romanus eandtmte: Duo», inqmt, fratnim Manibus dedi, terlium catrsSBB
"belli hujusce, ul Roma- nus Albano i raperei, dabo. Tum gladium superne
illius jugulù d^it; jaeentem spoUat. 44<> Romani owaOes oc
graifdanÉèsBoraiiumaccipiimt. ^S^lnieexulraqueparte ' suos sepeliunt. ' » Si
tratta di estendere questo raeconto, e di arric- chirlo di penfiiari e d*
inunagiai cbe if^essioo e colpi- scano vivaaieiite il lattm., e gli rendano
quasi' asione così presente, che sMmmagini non leggerla, ma vederla cogli occhi
proprj, nel che consiste la principal forza deir eloquenza. Per far .questo,
altro non ricercasi eh* esaminar la naiar», ben istaidlanie i movimenti ,
cercare attentamente quello che ha dovuto seguire nel cuore degli Orazj , de'
Guriazj, dei Eomani, degli Alba- ni , e, dipingere ogni circostanza col mezzo
di colori s\ vivi-, ma s\ naturali , che si venga ad im m aginarsi di Digitized
by Google — tS8 — assistere al eombaiiimento». Tiio Livio fa iuilo questo d'
una nanltra maravigliosa. 1° Federe iclo, trigemini, sicut convenerat, arma
capiunt. * domi, quidquid in exercitu sii, illorum tunc arma, illorum intueri
mamis; — feroce^ et suopte ingenioj et pieni adhortantìum voci- fm9, in meOim
inier 4nas aeiee prùceékmL * 9 Era cosa naturale che ogni partito esortasse i
suoi: e lor rappresentasse che la patria intera stava at* tenta ai loro
combatiimento. Qoesto pensiero ò molto bello, ma lo diviene assai piti piar la
maniera onde è espresso. Una esortasione più lunga sareblìe languida e fredda.
Leggendo V ultime parole si crede vedere i ge- nerosi combattenti avanzarsi nei
mesato ai due eserciti con nobile ed intrepida fiefeaia. 9^ Cùmeierant utrinque
prò eaiirie duo exercOus, perictdi magis proesentis quam curce expertes: quippe
im- perium agebcUur, in tampauconm viràute atque fortuna patHum. Itoque trgo
eredi impemiqm m mìfitinfe gra- tum spectaculum animo intenduntur.* « I*
Coodoio il trittito» i tfe liralelll deH'oao e éBA*«llro IMffiiio preodoBo r
mU, coaie se a'm Dota la eoBitaiioae. s 9^ Mcntie ogni punito esorta i tosi a
ben fare il lor dovere, rappresentaodo loro che gli Dei» la patria, i loro
padri e le loro madri, taulieiuadiiit ch'arano nella ciltà e neir esercito,
hanno gli occhi Assi snlle lor armi e anile lor braccia ; questi generosi
atleti pieni di coraggio da sè stessi , ed aninnti anche da sì po- tenti
esortazioni , si avanzano nei mezzo ai due eserciti. 5o Erano disposti dall'
una e dall' altra parie intorno al campo di battaglia, esenti per verità dal
pericolo presente, ma non da T inquietudine ; perchè trattavasi di sapere qua!
de' due popoli avrebbe a comandare all'altro, e il talore di sì piccolo nu*
uiyui-n-G Ly ^ > Nulla meglio qui
conveniva che questo peosieroi pericM magis prm$mUii qwm eurm easperki; e Tito
Li* vie ne adduce subito la ragione. Quale immagine queste due parole, erecti
stapensique, dipingono alla mente! jumm, magnanm eacéreHmm ammsgermUes, concur^
runt. Nec his , nec illis periculum suum; publicum impe- rium servitiumqm
obsejvcUurhnimo , ftUuraque ea deinde fotrim forhma ywuii qui fecieimU. Uiprinm
sUUim con* eur$ù ùiorepuere arma, mkmUetqué (ubere gladii, Aor- ror ingens
spectantes perstringit; et, neutro inclinata spe, torpebat vox^ spiritusque.^
Ji Nulla m. può aggiungere alla nobile idea ohe Tito Livio qui ci somministra
de* combattenti. I tre fratelli erano dall' una e dall' altra parte con
eserciti intieri , e • ne avevano il coraggio; insensibili al loro proprio
peri- glio, noQHsi occupavano che della pubblica sorte confl» data uiivcemente
alle loro braccia. Due pensieri magnifici e tratti dal vero. Ma si può leggere
ciò che segue senza sentirsi ancora presi dair orrore , e dal raccapriccio, non
mero di combattenU ert per decidere della lor aorte. Oecapaii da qaeati
peaiieri, e dairaspeltailooe iDqoieta di quanto era per ane- eedete, prealano
dooqoe tutta la lor atteailo&e ad ano apetUe colo, ebe non pelea lasciar di
metterli In lapavenlow * 4» SI di II aesno: i nloioal eroi eamminano tre a tre
gli ani eoniro gli altri, portando in eaai ael 11 coraggio di doe grandi eaer-
dil. laaeoaibni dalT ani e dall' altra parte al loro proprio periglio « non
hanno avanti agli ooohi ohe la aervttù, o la liberti' delie lor pairta, la sene
deUa qaile of»ai dipende anloaaiieale dal loro eo> raggio^ Uaeebè ai odi r
arto deUe lor ennl^ e si «Mero brWar le loro apode , gli spettatori prosi dal
timore e , dallo spaveetOt sema cfte la spersnta piegaaae aoeora dati* osa e
daU' altra paite, nata» rooo di tal maniera immobili , che avrebbeai dslls aver
sgUse per» dttlo4'u80 della voce e del respiro. uiyui-n-G Ly Google - Ì30 —
meno che gli spettatori del combattimento? Qui l'espres- sioni sono tatte
poetiebe; e si dee fare osservare a^gio* vani die T espressioni poelìohe, dèlie
quali non si de» servirsi se non di rado e eoa sobrietà, erano chiamate dulia
stessa grandezza del soggetto, e dalla necessità di eguagliare co* (ennuii il
macavig^ioso delle qpetla* colo. » Questo mesto e tristo silenzio che gli tenea
lutti come sospesi ed immobili, si scambiò ben presto in grida d' aliagreisa
dalla psrto degli Albani, quando vi- dero cader morii due degli Orazj. DaH'
altra ^arle ì H<^• mani restarono senza speranza , ma non senza inquietu-
dine. Spaventati e tremanti per quello degli Orazj, che solo restava contro
ti^è, non erayo ptli ocou|iati da» del suo periglio. Non era questa la verà
disposisioóe dei due eserciti dopo la caduta di due Romani; ed il qu^dro che oe
fa Tito Livio non è copiato dalia patuca? &^ Ccmmiii dmds mtmbm, etm jam
fton mefi» kmium eerportim, agitatioque mckp9 tehrvm ammrwn- que, sed vulnera
quoque et sanguis spectaculo essent; duo Romani, super cUium alius, vulnercUts
tribus Albanis, • expirantes eorruerunt. Ad quorum casum cum concia-^ masset
gaudio Al6anus exercihtSf romànas legtones jam spes tota, nondum tamen, cura
deseruerat, exanimes -vice unius,qum tre^ Curiaiii ciroumeieterafU, ^ < 5°
Indi quando, essendo venuti alle mani, Doa< pià sola* mante il oioio delle
bnceìa e r agliaiione deir armi serYiffoao di spettacolo, ma si scoprirono
delle, feri le , e si vide scorrere il ian« gae, due Romeni cedettero morti
eppiè degli Alt^aei , che tatti e tra ennò restiti feriti. Alla loro cedult
l'eaereito nemico geilè grandi «ridad!iUegrein(fmeoiredey*.altra|arte le
legioni romeqe re- sturoae ^BB» spersDia» ma ooa seoeii inquietudine, liremando
pec il Romanot che ere restato solo y e cbe da tre Albani era cmcoadatt*
L.y(.,^L,o Ly :d Riferirò il resto di
questo racconto senza farvi quasi alcuna riflessione, per iefuggire una noiosa
lun* ghena. Debbo solo awertiM che quello ehe fa la prìn- cipal bellezza di
questa narrazione, non meno che della storia LQ generale, secondo
l'osservazione giudiciosa di Cicerone, * ò la maraTigiieia varietà che
dapperiuUo vi regna, ed i moTinienti diversi di timore, 4' inquietudi* ne, di
speranza, di allegrezza, di disperazione, di do- lore, cagionati da improvvisi
combattimeoii» e da ino- pinale vicenda, che riavegiiano i' atlenaione oaa
graia sorpresa, che tengono persino al fine F anime-dei lettore come sospeso, e
che colla stessa incertezza gli procurano un incredibil piacere, in ispezieltà
quandi il racconto ò ^OMniBalo da un avvMimeiito intaresaante e aingo* Idre.
Sarà faeile V applicare qaeati principj a quanto segue. 60 Forte is integer
fuUf ut univirtis soliis mqua- quam par, sic advertus singuloi fero». Efgo, ut
segre^ * Multam casus nostri libi varielatem in scribendo suppedita» bunt,
plenam cujusdam voluptatis, qu(B vehemenier animos homi' num in legenda seripto
reiinere pouit. Nihil est enim apiius ad delectationtm leetorii, quam Umporum
varielatet, fortunceque vi- tMtuiinm.^. Àwdpita wtriiqué mtm Mmt admirotionem,
expeeiationem, keiUmm, moU^m, ipim, timtfm* Si vero tsàlm notabili eoncluduntur
, exptetnr animui jumditaiMm Uciion ii Vù» filplol«. ( Cic;, fi|K 12 , iib. 6
ai CmbìL ) « I nostri casi •ffiriimio a la naU» scriTere molta varìeià piena
d'un tal dUallo, ehe fasta l«Mr Ioni aUe JeUara deUo gorilla gU'anW dagli
aoailoL Glie aians cosa pHl vale al diletta- «Mulo dM laMfItorat irMto le
laiialà dai Mipi, el»iioeode dalla MaMi.... Gl'iaoerii e sfaristi casi dsMaao
maraitfilia» aspettai- Ifaaa, ileia»albaao» apafaaiai dsMit. Se poi ai ctó«deao
eaa MaMle^laa, rariao dal pitoaire di «selli g i ss s a dIssi Bia lallm è
ripiena» b * L.yi.,^uu Ly Google — 33i — garet pugnata eorum, capessit fugam ;
ita ratus secuturos, lU quemque vulnere affkckm eorpm. Minerà* ' 7^ Jam
aliquanium tjKdU ex eo loco, uUpugwhm est, aufkigerctt, cum respiciens videt
magnis intervallis sequentes : unum kaud procul ab sese abesse. In eum ma- gno
imp^ rtdit: et dum Albatm^ocercUm inclamat Cu- riahii, uti opém ferant fragri,
jam BnuUuB, coeso koete, Victor secundam pugnam petebat. * 8°. Tu0clamore,
qualis ex insperato faventium solet, Romani mijixocnt miUtem iwm; e^ iUe
defwngipvadio fé- eUnai. Priue itaque quam aUer, qui im
procul eAerat^ consequi posset, et alterum Curiatium conficit. ^ 90 Jamq^ asquato Marte
singuli supererant, sed nec epe, nec vàibue pam. AUerum mtachm ferro corpm, et
geminata Victoria feroem, in eertamen tertium dabmnt : alter, fessum vulnere j
fessum cursu trahens corpus, vie* tusque fratrum ante seetrqgù, motori objicitur
hosii. Nec Ulud prwlium fuit. " < 6<> Fortunatamente era senza
ferite ; cos) troppo debole con- tro lutti insieme , ma più forte che ognuno di
essi, servesi di uno strattagemma, che gli riuscì. Per dividere i suoi uemici
prende la fuga, persuaso che io seguirebiMUìo più o meno vel<Mi secondo che
lor restava più 0 meno di foraa. s 70 Di già era assai lontano dal luogo, nel
quale era seguito il eonbaUinento, quando volgendo la faccia vede i Curla^ in
una assai wnm dislaiiia gli ani dagli altri, ed uno di essi a sé vicino: ritoma
contro questo con tutta la sua fona; e mentre r esercito d* AUm grida a'sttoi
firaléUi perobò la soooomMO, di già Orasio via^tm di qasaio |Nteo a«nics corre
Jid ona seeonda vittoria. ' 8* AUomiRanMl anifiMno illor fuentefo «on delle
grida taU« an il'4W>fiiii«iito fni|iiOfili« dMnaspettata allegreisa «m1 te
gittare* «d egli dal canto 800 si afiiralilt a dar Bne al sasraéo
«ontattimeoto. Mon donqoo che V aitrot li qoale oon ora Milo IsolasOf
avoHopolotoragi^gQoriOySlendoaiemii sooneoieo. * Oo Non più resta? a dall' ona
0 dall* altra parlo clieon combati- « - 183 — )> Che bellezza di espressioni
e di pensieri ! Che vi- Taciià d' imuuigiiii • di descriaiooi I lOo Romanm mu l
taM : IhioB, inquit, fratrnm Mar nibus dedi; tertium, causae belli hujusce, ut
Romanus Albano imperai , dabo. Male sustinenti arma gladium su- perne juguh
defigit : jac&Uem spoliai. ^ 44<» liofnofif ovantes oc grahdantes
HoraJtbm acci- piunt eo majore cum gaudio^ quo propius metum res fue- rat.* Ho
Ad sepuUuram mie iuorumneqiuiquamparSna ammt« ^erhmlur ; quippe imperia tJtm
wucti, aUeti di- tionis alienag facli, * » Non so se vi sia cosa piti adattata
a formafe il guaio d#'g»avaQi» e <}oaiiio alla lettura degli autori, e
quanlo alla eompesisione, del proporre loro atetti luo- ghi, e dell'avvezzarli
a scoprirne da sè stessi tutta la bellezza 9 apogliaadoli de'
loro^oroameati^eriduceodi^, * lente: ma se il numero era eguale, non 1* erano
le forze e la spe- ranza. Il Romano senza ferite, e altiero per doppia vittoria,
cani- mina pieno di confidenza al terzo combattimento. L'altro per lo con-
trario indebolito per il sangue che ha perduto , e privo di forze a cagione del
corso, appena si strascina, e di già vinto per la morte dei due suoi fratelli,
come vittima senza difesa presenta ii petto al suo vincitore. Così quello non
fu un combattimento. * IQo Orazio già anticipatamente trionfante disse: Ho
sacrificati i due primi air ombre de* miei fratelli: sacrificherò il larzo alla
mia patria « affinchè Roma diventi aignora d' Alba » e ie imponga la legge.
Appena il Caraiio potefi sostenere le sne anni: gli trafigge colla sua spada 11
petto» e lo spoglia estinto. * il» i Romani acoolgono Oraslo nel loro campa con
on'all^ gran e.coa-mia gratitadine tsalo plà Tifi, qaaato esiao stut più Ticini
al periglio., ' Ilo Dopo di dò egei partito pensa a seppèltire I suoi» ma con
disposiiioni ben diUiBrenii : i Romani essendo divenntl padroni decoro nemici ,
e gli Albani f edeadosi sottomessi ad nn dominio straniero. -nasi- corne noi
qui abbiamo fatto , a semplici proposizioni. Con questo insegna ad essi come si
debbano .ritrovare i peosìori y « conie si dobbano «flprim ^ Articom III. Dell'
EiniilaBlone. D. Espomt» ùm ehe cosa 9' iiiende per emMlasUme, la quale è il
temo grado per cui si giurie alla perfetta imitazione? A. Emulare non è altro
die tentar di fare una dosa con quelfa perfexlone con ohe altri l'ha fatta.
Quindi io chiamo emulazione quella maniera colla quale noi, per esercitarci a
bene scrivere, imprendiamo a scrivere ciò stesso che da un eccellente scrittore
fu scritto, per poi mettere a confronto la scrittura nostra con quella del- l'
autore imitato, e trovarne le parti mal composte, 0 ine^cacemen te espresse Y
per poi ricorreggerle allo spec« chic di quella scrittura che ci siamo
proposta. Il qiialé esercizio, nella citata lettera, Plinio (libr. 7, ep. 9)
in- segnava al suo Fosco con queste parole : « Di più ti gio- verà, quando bai
letto una ooaa di fresco^ acciocché r argomento e la materia in capo ti rimanga
v quasi ga* reggi andò, scrivere quel che leggesti scritto ; paragonare, e
sottilmente pesare in che tu, in che l'altro autore siate migliori: se tu.ia
qualche cosa sei migliore di lui, avrai allegrezza grande ; se efjà è 'miglior»
di te 'in tutte, gran vergogna. Potrai anche i più eccelleiìti passi eleggere,
e co' più squisiti azzuffarti. Zuffa ardita, ma ma isfacciata, perchè ninno la
sa^ quantunque molti Digitized by Google — ess- ile vediamo mettersi a tal
cimento, che n'hanno lode grandissima , perclocehò, mentre bastava loro d'
a&dar dietro i Testigi altrai, non diaperandoai delF impresa, passaron
oltre. » (Gozzi.) Nihil obfiterit, quce legerù hactenus, ut rem argth meniumque
leneai, quasi mmidumicrihere, lecUsquecmh ferve f oc seduto pensitare^ quid tu,
quid iUe eotnmodius. Magìia gratulano , si non nulla tu; magnus pudor, si
cuncta aie meUus. Licebit interdum et notissima eUgere, eS certare eum dectis.
Audaoo hmc^ non tamen improba, quia secreta, rnsOenHo: quamquam miuUos videmus
ejus* modi cer lamina sibi cum multa laude sumpsisse, quosque siibsequi satis
habebant, dum non desperant, antecessisse. D. Dareste voi un esempio del come
si possa imitare emulando? R. Serva d'esempio F episodio di Medoro e Clori-
dano immaginato dall' Ariosto ad imitazione dell' episo- . dio di Niso ed
Eurìalo nel Liivo ^ dell' Enoide di Vir- gaio.* Niso ed Eurialo, l'uno
cacciatore delle selve Idee, r altro bellissimo giovanetto troiano, stretti
d'eguale amicizia, stanno a guardia della nuova cittk sorgente nel Lazio,
assediata da'Rutuli, dove si tratta di richia- mare Enea, che è ito a domandare
soccorso ad Evandro nella città PaUantea. Salta in capo a Niso di tentar questa
impresa, mentre il campo nemico è sepolto nel sonno , e si con6da colP amico
Eurialo : ' • Cemis , fa» RutuloM Masi fidutia fmtm, Lt^mne rara mieant ; somm
tineque Proeàhiere: rileni lau Iom eie* r > • *
(toesi*0iaiiipiod*iaiilaiiQiieelwfsi raeot^atsiadft «•lolio «Ul «eeoado Tobuae
dei libri delia nolgm alafieiisi del e»? . RICCI (vedasi). In Ariosto, Canto 18
e <9,Cloridano e Medoro stanno , io guardia del campo aaraceao assediato
da^.Efanchi. Clorìdaoo è eacoialore^ Medoro nel fior degli anai , ambo stretti
d'amicizia. Medoro propone al compagno di gir nel campo nemico, e raccorvi le spoglie
deli' infelice loro capo Dardineilo, il quale y'ò rimasto insepolto, e che fu
da loro tanto amato. Il campo* dorine » e tatto è spento il fuoco » Percbè del
Saradn poca tema banno. Tnr Tarroe e* carriaggi stao roversi , Nei Yin , nel
aonao ìnsioo agli occbi immersi.* * Niso non permette con generosa gara che 1'
amico Euhalo si spinga a tanto periglio senza di lui , consi- dera che Eurialo
lascia una vecchia madre « e che si espone a morto sul fior degli anni : ' • •
• Nèu matri mkem UmH tim ùaurn doìùrk; QmB u tois, piMri vmUii e wudrikm aum
Non cede Eurialo a tali ragioni : si presentano en- trambi ai duci Troiani a
domandar l'assenso all' im- presa, ne designano i modi ec. Sono incoraggiati
dal < De* Franchi. s Fin qui l' invenzione è la stessa ia quanto al
procedimento. Bla in Ariosto due Mori di Toiomita« quali sono Cloridano e
Medoro (C. i8| sL i05], e* interessano meno, perchè meno vicini alla nostra
razza» perchè roggello della laro Impreaa » quantunque pietoso , è tutto di
privata pietà $ e se ae afvide forae 1* Arioato» quando disse (come vedremo in
appresso) ehenon era molto ra gia n evoie esporre due vivi a pericolo per uo
morto. All'Incontro il progetto di Miao è chIoBiato dalla pubblica atcessità «
e daHa ciieostinsa divi^ pili nobile» perchè al tra^a d* inooMire un periglio
per la salvezza di tutu, nel che. sta l' eroismo. Digitized by Google _ 237 —
giovane prìncipe Ascanio, che palpita pel padre suo, e dal vecchio Alate che
esclama : Di patrii, quorum semper sub numine Troia ui; Non iamen omnino
Teucros delere paratis, Quum ialet animai juvwum, et tam eerta tuHiti» Peetora
etc. Ascanio promette loro premj ed altro la tempi più felici : Eurìalo
ringrazia, e raccomanda la madre : Hanù ego nane ignarom hHjuf, quadmnque
perieli eti ; Inqne eidulatam linquo; nox, et tua te$tis Dextera , quod nequeam
lacrymat perferre parenftf» Àt tUf oro, solare inopem , et succurre relictos*
Banc sine me $pem [erre lui: audentior ibo In casus omnes eie. Ascanio dà la
sua spada al giovanetto Eurialo : Mnesteo colla pelle d'un leone, Mete con il
suo elmo, travestono Niso ; sono questi giovanetti eroi accompa- gnati fino
alia soglia dai Tenerandi duci. In Ariosto Cloridano tenta dissuadere Medoro,
ma 4 I Veduto che noi piega e che noi muove , Qoridaa gli risponde : E verrò
anch' io : Anch' io vo' pormi a si iodefol proove» Anch* io fiinioca morte asso
e Mo : Qoal cosa sarà mal che più mi giovot S'io resto sensale, Medoro mio? -
Morir leco eon T arme è meglio moltoi Che poi di daol, s* a? vien che mi sii
loHo. S* avviano i due compagni pel campo nemico per cercar la spoglia dell'
estìnto Dardinello, ed intanto •Digitized by Google faaoo strage de' nemici
sopiti ; con diversi accidenU, tolti dair autore originale/ Lo stesso fanno in
Virgilio Niso ed Eurialo. Intanto sopraggiunge un corpo leggiero di rinforzo a
Turno sul- ]' atto che ì due amici uscian di periplo, scopre da lunge Eurialo
al lampeggiar delP elmo rincontro al lume della luna : Volscente capo della
spedizione grida loro il chi va là: tacciono questi, e s^ inselvano. In Ariosto
Medoro indrizsa le sue preghiere alla * I molivi che adduce Nìso per trattenere
Earialo, son più forti e toccaDti. Il primo sentimento d*afleltO| che si
sviluppa nel cuor dell' uomo, è quello d' un figlio verso la madre , e questo
affetto di- vicn sacro e più commovènte quando rivolgasi verso una madre vec-
chia. Tal ò la situazione del giovane £urialo; e se Niso parla ancor per
sentimento di privala amicizia, ella è più nobile in quanto cbe nasconde il suo
proprio interesse. Qui Nìm si U^juttàv^ anche pift cbe il giovinetto £uria1o,
cbe ci dispiace per ora nn .pocoi appunto perchè non s'arrende alla pietà
Aliale» e mira piuttosto alla sua glo* ria. In Ariosto Cloridaao parla per sola
amiclila, nè par cbe molto s'a£faticbi a dissuader Medoro^ ilqeale lenté ancor
più la gratiti^ (Une pel morto Dardinello« e soprattutto l' amor Min
soa.gloria» che non è lontano itoU' amor proprio. In Virgilio f due eroi sono
piU posati, ed agiscono con mente serena; nel che II valore si confonde colla
virtù. Il presentarti die finno ni duci rimasti al comando ddia città» il
palpito» la rieelioscémt d' nn principe giovanetto che molto . s*sglta pel
padre suo» la tenerena del veodiio Mele» Il travesti- mento de* due giovanetti
per mano degli eroi» fiinno nn quadro cosi eommovente» cbe In esse IIMIé d*
a^ni efd» tUOtrem di agni HnO' «fsftsa si manifesta ; e la gara e l'Impresa deT
due giovanetti divien gaia e palpito di tutti. Ariosto non si curò d'Imitar
questo tratto, e fissò lo sguardo piuttosto angli accidenti notturni del campo,
dove la scena più maravigliosa, e forse meno patetica, rispondeva più al suo
carattere. Qui per altro potea dilungarsi un poco più dalle par- ^ ticolarità
accennate da Virgilio, e dare maggiore originalità alia sua imitazione. L^ yi i^uu
Ly Google 239 — Lviui, oVesea fuor delle nnhif e gli palesi ove giaccia Ja
spoglia amata di Dardinello. La Lona, a qnel pregar* la nube aperse, 0 foflie
caso, oppur humia feife; Con Parigi a quel lume ti scoperse V un campo e V
altre; e 1 monte e il pita si Tede: Si Tldero i duo colli di lontano, Martire a
destra, e Ler! ali* altra mano. Rifulse lo splendor molto più chiaro Ove
Almonle giacea iiiorlo il Aglio. . Medoro andò, piangendo, al signor caro; Cbè
conobbe il quartier bianco e vermiglio: E lutto 'I viso gli bagnò d'amaro «
Pianto (chè n* avea un rio sotto ogni ciglio) lo si dolci atti f in sì dolci
lamenti , Cbe pelea ad ascoUar fcriaare i venti* # Quindi Medoro con derìdano
si caricano amendue del pese del cadarere di Dardinello. Sol far deir alba
sopraggiugne Zerbino de' Franchi, il quale avendo cac- ciati tutta la notte i
Mori, si ritraeva al campo. Glori* dano ooDSigUa a Medoro di sgravarsi del peso
del cada* vere per sottrarsi al neniicoy sulla ragione Che sarebbe pensier non
troppo accorte Perder duo. vivi per salvale un mrto* - Ed infatti Cloridauo si
libera dal peso, ma tutto lo ritiene sulle sue spalle Medoro, mentre quello
avanza piti lieve e più celere il passo. Zerbino col suo séguito dà loro la
caccia, ed essi s' inselvano. ^ * La luna che in mal punto si scopre, e che
rifolgorando dal- l' elmetto d' Eurialo, il pone a periglio (mentre la stessa
Diana non dovea cosi tradire il disgraziato giovinetto, cacciatore a lei
devoto) ci presenta il vero naturale che illumina la scena ; mentre nel- V
Ariosto I Medoro fa quasi un siiraoole cbiamaDdola obbidisate a L.yi.,^uu Ly
Google — «40 — Del pari in VirgUìa ì cavalieri Rttluli occupano lotte le uscite
della selva. Borialo è ritardato dalP ombra della boscaglia , e dal carico
della preda. Niso è trascorso innanzi, ed è già prossimo ad uscir dì periglio,
quando si ricorda dell' amico; ritorna indietro,. ode lo strepito dell* armi,
vede Earialo stretto da* nemici; dopo un momento di esitazione si rivolge con
una preghiera alla Luna come cacciatore, scaglia alla cieca un dardo, uc- cide
un nemico , poi un altro non veduto , e difeso da' ra- mi : infuria il capo
Volscente , e vuol sacrificare Eurialo ; ma in tanto cimento deir amico offre
Niso il petto alle ferite, ed esclama: Me me, adsum, qui feci, in me convertite
ferrum, 0 Rululi: mea fraus omnis: nihil iste nee auiu$, Aec potuit : calum hoc
et conscia sidera ttitor. Tantum infelieem nimium diUmt amiettm. Neil' Ariosto,
Medoro ò aggravato dal caro peso del cadavere di Dardinéllo, e si è avviluppato
tra l' orror delle selve, mentre Cloridano era già quasi al sicuro. Costui,
mentre s^ avvede aver perduto V amico, ricalca la selva ^ ed ode strepito d'
armi : Ali* ultimo ode il suo Medoro , e vede Che ira molti a cavallo è solo a
piede. ^ Lo circondano tutti , e Zerbino grida che sia arre- seobprlre 11
luogo, ove giaccia 11 cadatere di Oardtaèno. Tolto H procedimeDio Id VirgHIo è
fa natam più die aair Arloeio, laa as- sai toccante In questo è il punto io cui
Medoro è tardalo dal paia del cadavere amato; e qui Cloridano è un poco troppo
soOedto al ripiego per salvarsi senza esitare un momento, e quasi sì avtilltee
in quella riflessione , che è pur vera, ma poco nobile. Medoro, ctie ciò non
ostante in mezzo a tanto periglio si ostina a portare il caro peso i qui s'
innalza fino air eroismo. Digitized by Google — 241 — sialo. Egli cerea scbeimo
e riparo qua e Ik , nè mai si scosta dal caro peso: L*ba riposato alQo
suirerba, qaaodo Regger noi puoie , e gU va intorno emodo : Ck>ine orsa che
1* alpeslre cacciatore Nella pietrosa tana assalita abbia, Sia sopra i figli
con incerto eore« E freme in suono di pietà e di rabbia: Ira la *ntrita e
naturai furore A spiegar V ngne e insaguinar le labbia : Amor la *kiteneri8ce,
e te ritira A riguardare ai figli in meno 1* ira. Cloridano allora nascoso trae
un dardo e poi V al* tro, e uccìde alcuni de' nemici: Zerbino si scaglia con-
tro Medoro per ucciderlo, egli si raccomaada, e col suo bel volto e co' suoi
preghi implora tanto di vita che gli basti a seppelh're il cadavere del suo
signore : ma in questo mezzo un cavalier villano sopraggìunto feri- . sce
Medoro, tal che se ne sdegna Zerbino, e vedendolo caduto a terra il giudica
morto, ^ < In Virgilio la preghiera di Niso alU Luna, come già diTOto a lei«
ha qualche cosa di pio e di patetico: e quel tornare indietro per r amico per
quella linea che divide il periglio dalla salveiza iaituaaione egualmente
adottata dall* Ariosto in Clo'ridaDo), è una circostanza tutta eroica, in
Virgilio le parole generose di Niso ea- ratterìuano il quadro; in Ariosto Ui
eostanu di Medoro» che s' ag- gira qua e ih cacciato e percosso, gemebondo e
ferito» intorno al cadavere amato, fissa dei pari la ince di tutta la scena» e
il colpo d' occhio della prospettiva. Bellisrima altresì in Ariosto è la almi-
fitudine Cam' ona ee. Essi però nacque in orìgine sott* altro ponto di vista
anche da Virgilio » che l' aecenna II dove Iffeo ed Enrialo fumo strage nel
campo sopito do* Rutuli» e forse vi è più opportu- namente collocata: Impasttts
ceti piena ieo per ovilia ttirlanSf J ' Stiadet enim vesana fames , tnanditque
trahitqiie Molle pecusp mutiimijuo metti: Jremit ore cruento, 16 L.iy,.,^uo Ly Io VIRGILIO (vedasi), non osUoti le preghiere
di Niso , Voi- scente uccide T amabile giovanetto Eurialo, fl quale cade :
Purpureiis veluli quum fiat auccitiu aratro Langueteit moriens ; kutwe papavera
(Ma Demitere capul , pUaia qmm forte ^ovoiiter. Niso si scaglia in mezzo a'
nemici cercando a morte Volscente, sostit-ne da ogni lato un nembo di strali e
di guerra, c uon ristassi finché non abbia uccìso Voi- * soente; quindi
percosso anch* egli e in tanti modi ferito va a morire sul cadavere deli'
estinto amico: Tarn super exanimem sese projecit amicum Confossui^ placidaque
ibi demum morte quicvit. In Ariosto Zerbino si ritira criicciato ali* atto vii*
lane per far vendetta di quel cavaliere che fugge via; ma Cloridan, cbe Medor
vede per ierra« Salta Del bosco a discoperia guerra; e fatta molta strage, e
trafitto anch' ei per molte ferite, E tolto che si sente ogni potere , Si
lascia accanto al suo Medor caliere. S rivo^no altroire i Franchi; il giovane
Medoro rinviene r ed essendo ivi sopravvenuta Angelica ventu- Gmì neli' imilaalone
diviene originale lo stesso pensiero e le flessa immagine y presenUadoU soli*
altro paeto di prospeitifa e eoa ac- cideaii dìyersi. In Ariosto la situazione
di Medoro die domanda in grazia la vita a Zèrbioo per seppellire il oadaTere di
Dardineilo ; l' atto f il- Jaoo di qoel eavallerQ cbe in tal poslaiooo lo
feriao^» il geneieso sdegno chene prende Zerbino» son cose tni.te nuove* assai
beo infnpginste, onde i*^utoBef scostandosi dall'Invenaion Viigiliana» rin-
nova e rende originale la scena. Qui diviene Interes^nte aneto Zerbino» ciò che
non è Volscente in Virgilio; il quale forse lo volle dipingere cosUlttrOt
perchè facesse contrasto coli' amabile giova- netto Eurialo» assomiglialo ad on
flore cbe cade reciso dal duro vomero. Digitized by Google riera figlia re dt
Calai, aenle di hii pteta , Io cara con erbe salutari , lo conduce alla casa di
un pietoso pastore, dove ella s' innamora del giovinelto, e dove Di sè aon cara
; e non è ad altro intenta , Che a risanar cM lei fere e tormenta. * In Virgilio
i Riituli troncano le teste de' due gio- vani inielicì, riconoscono qua e ]ò
quante stragi hanno essi fatte sul campo, e si presentano dinanzi alle trin-
cee ed alle mura degli assediati Troiani , col miserando spettacolo di quelle
testo confitte alle picche, sul far del giorno. Accorre la madre di Eurialo
alla infausta novella: BMtmi^nlhiirùéii, fewoluttique penta* vola alle mufa in
mezzo alla turba la vecchia ma- dre infelice, vede da lungo il mozzo capo del
figlio, ed esclama: Hunc ego te, Euryale, adspicio? lune illa tenedce Sera meoe
requies? potukii linquere solam, Crudelis? nec te, sub tarila pericula missum.
A/fari extremum miserw data copia mairi? HeUt terra ignota canibus data praida
lalinii, ÀlitibMquejacei! nec U tua funera maler * Qnl tanto' Virgilio, quanto
PArfo^, Tmo sseatandosi a graéo a grado MT aUre^ mm% del pari nel merito dell'
Invenaione. Miao e deridano sono egoalmenle interessanti, e se il secondo in
Ariosto Ita f^tto dubitare nn momento del suo eroismo , qui ricu- pera tuUa la
prioria, alla quale unisce un soave patetico eguale a • quello che c' ispira la
caduta di Niso sul corpo dell'estinto Eurialo. In Virgilio il villaifo
Volscente è punito da Niso con eroica vendetta : Zerbino in Ariosto meritava
d'essere risparmiato; ma se per un caso fosse stato ferito dopo la sua nobile
indignazione, o anche morto, avrebbe data nuova luce e nuovo interesse al
quadro, e nuova originalità : ma Zerbino nel piano del poeflM era riserbalo ad
alire^venture d' armi e d' amare. Digitized by Google — 244 —
Praduai, frmim «oii/af, aaif vuluré M, Vai tegent. Ubi quam iW6le« fattna
dl$tq9ie Urgebam . $t tela curai lolaòar aaiUs* Quo Hquar f Commossi i Troiani
a tali lamentìi per comando di Dio- neo e di Ascanio, muUum laerimanUt JuU,
CorripiutU, inierque manmiub Ueia reponunt, E qui si riprendono le operazioni
di guerra. * D. Dopo avere tradotto, analizzato , ed emulato, è egU terminata V
opera deW imikunone? lì. No , anzi ella allora veramente incomincia, pe-
roccliè questi esercizj non sono che il principio e V av- viamento all'
imitazione , come bo asserito fin dappri- ma, conciossìachè T imitazione sta
più in alto. Infetto r imitatore deve sapere tutta in sè ritrarre V arte del-
l' imitare ^ e le cose suddette giovano princìpalmenle * Io Ariosto Medoro è
serbito ad altri casi, e T episodio si ran- noda all'azione principale con
mmvigllofia irarietà di Unte e di pro- spelUve. Dal fremito della battaglia
alla quiete di ona capanna pasto- rale, dairire agli amori, cui serre di dolce
tniermeiio e di grada- zione l'idea d'nna tenera amlsiii, d'una pietà generosa,
sono pas- saggi di scena così bene immaginati, che la imitazione si colloca al
lato della inveniiene Virgiliana. Air incontro in Virgilio il ritorno che
ftcciamo indietro a pensare sulla situazione della vecchia madre d'Eurialo, il
ricordarsi delle promesse, de' palpiti del giovanetto prin- cipe Ascanio,
de^vecchi dod; il rammentarci in fine generalmente psf^ laudo di quel momento
felice, nel contrapposto di cosi nriseranda sventura (per cui palpitammo tu qui
tra la speraoza e SI timore), è veramente il compimento del quadro, In cui
l'azione tutta Insieme ci si sclliera davanii. E la dìpiniura della madre
d'Eurialo, allorché di man le cade la conocchia, e i suoi lamenti , e la
commozione dei Troiani , fanno gradazione al momento terribile in cui risorge
il ter- lor della battaglia, cresce la sospensione, ia maraviglia, il terrore;
e razione ad eventum {ulinaL Digitized by Google per venire a ciò. Colui
imiterb, che con ispesso eserci- zio si farà a scrivere, e cercherà ohe la sua
scrittura ^ condaca con qaella stéssa arte, con cui ì Classici re- sero belle e
piacenti le proprie. Nè basterà che una o due volte si abbandoni all'esercizio
dello scrivere, ma molti anni dovrà scrivere , solo per imparare a seri* vere,
e formarsi una maniera propria composta all' imi- tazione de* migliori. Cap*
ILlLm umm Mto • tnM imlMie i mìsUotI mH*- torì mi debbaiio imitare, e quali
sono quelli elle ileTOiio innanzi m tvMk essere inaitati. D. Si dovrà egli
imitare un solo , o tuUigli scrittori msieme, i quali hanno titolo d* essere
eccellenti? R. Molte questioni si hanno intorno ciò , e molti avvisano che. un
solo si debba prendere ad esempio; altri, che da tutti si debba sestiere. Se a
me è lecito dire la sentenza mia, io reputo che T una e V altra cosa si debba
lare , cosicché quella disputa che fu accesa e ventilata assai nel 4500 tra
uomini sommi, Pico, Bem- bo^ Polisiano, Cortese, mi pare che possa risolversi
col prò d' amendue le parti. In fatto io sono di credere , che dapprima un solo
e il piii eccellente si debba pren- dere ad esempio , come appunto fanno i
pittori che iniziano air arte i giovani sulle tavole di Raffaello, pe- rocché
egli fu il più perfetto fra quanti penaelleggia- L^ yi i^uu Ly rono tavole e
tele. E così debbo fare chi vuole riuscire scrittore; dapprima si dia a guidare
ad un solo; ne prenda l' arte, gli audameoti, le traosuionii U periodo* il modo
del comporre ^ tutto io somma che- Tarte ba di bello e di buono in quello
scrittore. E se per caso iu alcuna parte egli fosse men che perfetto, quella
parte egli cessi, e tenti migliorare. Poscia dopo laago esercizio , quando V
arte è divenuta nostra, e quasi fotta ia noi slessi natura, saremo liberi di
recarci alF altre fonti, acciocché, se qualche special colorito più confa-
cente alla nostra maniera di sentire in altri ci avvenga trovare, Io facciamo
nostro, e quasi raggiungiamo a perfezionare il modello che dapprima imitammo.
Così i pittori, dòpo essersi formati una maniera alla scuola di Raffaello, sì
conducono allo studio delle tavole del divin Le<Hiardo, del Tiziano e del
Correggio , e tutto insieme fanno una maniera che non ò veramentcd' al- cuno ,
ma sì cosa lor propria , nè d' altri , alla quale tutti insieme que* grandi,
^e' quali studiarono, banno dato conforto. D. Quali sono gli autori che si
devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore? R. Tutti i
più eccellenti possono essere presi ad esempio singolare, e la scelta non è da
fare in genere , ma si conviene applicarla specialmente alla natura di colui
che vuole apprendere V arte. Eccellenti sono tra I Latini, e Terenzio e
Cicerone e Livio e Sallusl^ e Cor^ nelio e Cesare e Quintiliano; e ognuno di
questi può essere ottimo esemplare: ma io non direi così alla cieca: — prendi
questo, prendi quello; ma vorrei obe studiata la natura del giovane, il savio
aiaestre ^ assegnasse queir autore che piii tiene alle stesse qua- lità d'
animo o di mente. I^ò io a giovane d' iodole Digitized by Google — 247 —
tranqQiIla e doloe yorrei dare Sallustio, Livio, o le piti veementi orazioni di
Cicerone; ma sì mi piacerebbe eh' ei si fermasse sopra Cornelio Nipote, sopra
Cesare, osoi trattali a sulle lettere di Cicerone: e coiA a gio- vane di forte
fantasia e di risentiti affetti darei molilo Livio e Cicerone; e a chi abbia
forza di meato e di ri- tlessioiie, proporrei Sallustio, e poco appresso forse
aneo Tacito. Ch'egli mi pare che meglio la natura spie- ghi le sue forze,
guidata dalla somiglianza, che non abbandonata alia scorta di chicchessia. Nè
dòssi temere che codesta somiglianza feccia imitatori servili ; per- chè per
molto somigliante che sia il modo di sentire, pure vi ha sempre una differenza
propria di ciascuno, la quale nello stile per poco va a primeggiare , e cO"
stHuisce poi la maniera propria di ciascuno scrittore. Vero è che vi sono
alcuni scrittori, che, avendo in di* verso siile dettate opere, facilmente
s'accostano alla maniera di tutti, come Cicerone fra i Latini, il quale non
meno agli oratori che ai filosofi, agli storici, ai co- mM, si eonfh; cosicché
tu possa o alle orazioni, o, se r ingegno tuo è da meno, alle lettere, ai
trattati, ai dialoghi rivolgerti; e ùra gli italiani Dante, il quale tutti i
generi raccolse nella sua Commedia, e in tatti si levò all'eccellenza. E di qua
venne che il solo Cice- rone potè da molti essere preso ad esempio, senza che r
uno sappia dello stile deli' altro, come bene osserva Paolo Cortese da San
Giiàignano, scrittore e giudice ottimo di tai cose , nelh\ risposta eh' egli
invia ad An- gelo Poliziano. — « Guarda, dice egli, a coloro. che si » fecero
ad imitare Marco Tallio, ed osserva qoanto 9 siano distanti Tuo dall'altro, e
quanto anche fra 9 sò clissomiglianti. Livio prese quella larga e ricca 0 veua
che non conosce freno , Quintiliano V acume, Digitized by Google » Lattanzio
Fannooia, Garslo la doloena, Columella ' » r eleganza, e mentre questi avevano
tutti un solo » proposito, cioè di comporsi allo specchio di Gicero- » ne,
pure, se si paragonioo, non vi è cosa laato disao- » migliaQte quanto sono essi
fra loro; nulla tanto di- h stante, quanto essi da Cicerone. » Una cosa però
inculcheremo sopra tutte, ed è questa: che ninno per piegarsi air imitazione
altrui contraffaocia alla propria natura, né preitda que'mod! che Fuso ha
rigettati, ma la propria natura modifichi soltanto secondo l'arte al- trui.
Ogni scrittore debbe essere uno, aver proprio ca- rattere ^ stile e maniera ; e
chi altrimenti fa, si confonde colla derisa greggia servile degV imitatori ,
anzi de' con* traffattori, che sono sempre i peggio scrittori. D. Quali sono
gli scrittori che debbono eoeglitrei j9mei}x»{fRstite a maestri fra i Latini?
R. Fra i prosatori, come fu detto, Cicerone a capo di tutti, poi Livio, Cesare,
Cornelio, Sallustio, Pater- colo, Curzio, Quintiliano, Columella: e dopo.questi
Ta- cito, Plinio, Floro , i quali per avere difetti non lievi non si possono
così di subito prendere a mano per non riuscire a {peggio. Infatti troppa
brevità, che genera oscurità e durezza, è in Tacito: troppo studio che dà in
affettazione, è in Plinio: Floro in mezzo ad una vl< vace brevità, ha
sovente concetti raffinati, oscuri, e spesso più da poesia, che da prosa. Fra i
poeti Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo, Te- renzio e Fedro anteporrei a tutV
altri ; non disdirei però dopo qiiesti la lettura di Lucrezio, sebbene qualche
volta più filosofo che poeta; nò Properzio, che spesso è in- tricato, e
soverchiamente eriidito; nò Ovidio, che spesse per troppa prolissità ristucca,
e per difetto d*arte manca di nobiltà; nò Lucano, che troppo spesso la fa da
oratore e da istorico^ anziché da poeta; nè Giovena- le, che risente dello
stesso vizio di declamazione. So- vra tatto però lodo chi prende ad imitare
Virgilio, per- chè niano fìi mai piti perfetto di lui nell* arte, e perchè,
avendo trattato diversi generi, può a diverse indoli d' ingegno facilmente
accomodarsi. Aggiungerò che V imitazione delFarte di costui è piU utile agli
Italiani, perchè cpieirarte stessa si trasfuse nell'Autieri, e di- ventò arte
nostrale. D. Quali scrittori italiani vorrete voi proporci a maeilri? R, A
queste vo' che vi risponda per me Paolo Co- sta, grande maestro che fu
dell'arte e amico mio, le parole del quale ora recherò così come sono, e tali
sono che pid saggio non vi potrei dare io stesso: « E prima è a sapere, die'
egli, che nel secolo XIV alcuni prosa- tori ed alcuni poeti diedero al volgar
nostro tanta pro- prietà e grazia , che nessuno poi ha potuto eguagliarli ; ohe
nel secolo XV questo volgare fu quasi abbandonato per soverchio amore della
lingua latina , e per pusilla^ nimith degli uomini d' Italia: che nel secolo
XVI fu dal Fortunio e dal Bembo ridotto a regole determinate , e da molti fo
nobilmente adoperato in varj generi di scritture: che nel secolo XVII fù da
taluno aoconeia- raente impiegato, ed arricchito di voci pertinenti alle
scienze: fu da alcun altro scritto con eleganza , ma ven- ne da moltissimi in
parte corrotto, e rìvdto in vanità di falsi concetti: che nel XVllI Gnalmente
fu da pochi bene usato, e da moltissimi con parole e modi forestieri
vituperato. Tale essendo stata la fortuna di questa bel- lissima lingua , chi
potrà dubitare che oggi non sia a noi salutevole il consiglio, che ci porgono
gli uomini sapien- ti, cioè quello di studiarsi gli antichi esemplari? Se nel btton
secolo ddla LINGUA LATINA si stima essere opera di gran profitto ai giovani il
molto leggere gli antichi scrittori del Lazio, quanto maggiormeote non ai dee
credere che lo studiare i nostri sia per giovare a noi, che viviamo in un
secolo, ove gli Italiani pressoché tut- ti, più delle cose forestiere che delle
proprie dilettan- dosi, scrivono sì^ che punto non pare alle loro scritture che
sieno stati allevati in Italia? * Verissimo si è (andie parlando delle arti)
quello che dicono i politici; cioè che qualvolta le cose sieno pervenute a corruzione,
bi- sogna richiamarle a' loro prìncipj. Questa sentenza doi* vrebbe essere
dinansi all' animo de' giovani nelle let* terc umane; pure sono alcuni, che,
deridendo coloro ohe molto studiano i testi delia lingua, dicono essere;
sdocdiezza il darù tanto peosiero delie parole egfd qual volta si abbia cura
dei concetiì, come se il recare alla mente altrui i nostri concetti non dipenda
dalla virtù di bene accomodate parole. Cotaii persone avendo po- sta kro usanaa
o ne'soli domestici negOijjy aia al- cuna sdenta o arte, nè mai data opera allo
studio dell» lingua, vilipendono ciò che non conoscono, e perciò, non avendo
autorità, aon meritano alcuna risposta^ Tutti gli uomini di mente lUscreta
Ma<ai maraviglie^ ranno se qui vengono còOsigliati i gìóvanelti a studiare
prima nelle opere de' trecentisti , ne' quali è dovizia di vocaboli propij, e
di forme gentili, e chiarezza, e seaah- pKdtà , e urbanìlè , e maravigliosa
dolcèna, ed a riser- bare agli anni loro più maturi lo studio de' cinquecen-
tisti , che scrissero eloquentemente di cose gravi e ma- gnifiche. * Tale era
la condizione deir Italia quando per la prima volta fa stampalo il libretto
dell' Elocuzione: ogsi» la I)io mercòy molti soiào<:be scrivono in porgala
favella. Ma per avTenlora alcuno dirli: non debbiamo noi essere intesi dagli
uomini del nostro secolo, e cercar di piacer loro seguendo T usanza? Perchè
dunque vorremo che la gioventii studj ancora quelle opere ove si trova- no,
oltre le voci ed i modi che sono fuor d^uso, e l)ar- barismi, e pleonasmi, e
solecismi, ed equivocazioni, e talvolta negligenza e stranezza ne' costruiti?
Perchè non vorremo consigliarla piuttosto a leggere i soli sorìt- tori del
cinquecento, i quali, seguitando le regole gram- maticali (iettale dal Fortunio
e dal Bembo, non solo scrissero correttamente, ma trattarono eloquentemente di
varie ed importanti materie? A queste obiezioni ri* spondoremo, che si dee
seguitare l'usanza dei buoni scrittori, raa non T usanza del volgo; che non si
vuole negare che in molte opere del trecento non si trovino, * fra la copia
delle maniere proprie, nobili e grasiose, vai^ difetti : ma che per questo non
ci rimarremo dal consi- gliare la gioventù di avere sempre caro sopra tutti
quel secolo beato, e di leggere per tempo i suoi ecaellenti scrittori ; poiché
ci teniamo certi che , quanto è difficile il renderci familiari e domestiche le
maniere native e gentili, altrettanto è facile di perdere T abito di peccare
contro la grammatica e contro V uso. La predetta virtd non si può acquistare se
non con lungo esercìzio: il di- fetto si può togliere assai agevolmente dopo lo
studio della grammatica , e dopoché per la liiosoha e per la erudizione ci
verrà dato di ben conoscere il valore delle parole, e di ben distinguere la
lingua nobile dalla pìth bea, e le maniere che per vecchiezza hanno perdutala
grazia e la forza nativa, da quelle ciie sono ancora belle ed efficaci. »
Quanto allo studio de' cinquecentisti, non dubi- tiamo che ei sia per essere
utilissimo^ essendoché molti eccellenti scrittori di quel tempo adoperarono la
lingua che appresero da Daate, dal fioccaccio, dal Petrarca e dai^i altri
trecentisti, emalando mirabilmente i Greci ed i Latini in molti generi di
scritture : ma teniamo per fermo che convenga alla gioventù di avvezzarsi al
candore ed alla seniplicità del trecento prima di cercare lo splendore, la
magnificenza, la copta e V altezza de' pen- sieri ne^ cinquecentisti.
Perciocché tutti coloro di^ si sforzano di parere magnifici e splendidi prima
che dalla filosofìa sieno fatti ricchi di cognizioni, fauno V orazione loro
bella nella buccia , ma nel!' intrinseco vana e pue- rile. Non polendo i
giovanetti esprimere con yeritò se non que' pensieri e quegli affetti che sono
proprj della tenera elò, troveranno assai accomodate al bisogno le parole ed i
modi usati dai trecentisti, la più parte de' quali, come que'che vissero
nell'infanzia dell' italico sapere, scrissero di tenui materie. Verrà poi quel
tempo maturo in che ai giovani farà mestiere di alzare a gravi concetli Io
stile, ed allora apprenderanno dal Gueciar- dini gravi th e nerbo ; dal
Segretario Fiorentino sobrietà ed evidenza; dal Caro copia, efficacia e
gentilezza; dal Gasa splendore e magnificenza; dal Galileo ordine e precisione;
dall'Ariosto e dal Tasso i pregi tutti onde è divina la poesia. Ma allo studio
di questi e degli altri molti, che fecero glorioso il secolo di papa Leone, non
avranno l' animo ben disposto se non coloro, cui prima sarà piaciuto di
attingere ai puri fonti del trecento, dai quali derivarono i sopraddetti
abbondantissimi Oumi.» Digitized by Google cmcMJDnMmsB. Dalle cose brevemente
fìa qui dichiarate sarà facile rilevare in ohe prìDcipalmente ooosisia qaeU*
arte che si chiama Rettorica, e che 'cosa debba fare chi bene e sicuramente
voglia apprenderla. Yedrh che il primo studio dee porsi nella scelta delle
parole, perchè siano quali sono domandate a significare precisamente le idee, e
perchè siano collocate con quel giusto ordine, senza del quale non si forma
bene il periodo. Apprenderà quali r^ole denno governare esso periodO| e quali
qua- lità precipue debba avere. Poscia conoscerà come si formi il discorso, e
che le doti le quali lo rendono po- tente sull'animo sono la verità, l'ordine,
la naturalez- za^ r eleganza. Quindi si recherà a studiare quegli ele- menti di
che r eleganza fii genera, e fra questi vedi^ annoverate quelle forme di
parlare che dagli scolastici furono chiamate figure di grammatica. Appresso
impa- rerà quale giovamento rechino air umano discorso i tro- pi , e come il
linguaggio si divida in tre specie , la prima delle quali è dalla fantasia, T
altra dalla passione, la terza è governata dalla semplice ragione ; e gli sarà
ma- nifesto quali forme sian proprie del primo, quali del se- condo modo; e
come il linguaggio della ragione ami una schietta semplicità, confortata a
quando a quando da concetti e da sentenze convenienti al carattere del
discorso, non che alla specie dì esso. E seguitando avrà appreso che la
varietà, e queir armonia che ha nome d' imitativa, rendono più dilettevole e
potente il discor- L^ yi i^uu Ly Google — 254— so; che la descrisfone e 1*
affetto da un* adeguata collo- cazione delle parole acquistano vigore e vita.
Vedrà quali sono i diversi caratteri dello scrivere, e quali le specie che da
ogùuno di questi caratteri si derivano. Infine saprè che cosa è stile, e a
quali leggi dee sotto- stare, in quante specie comunemente si divida, e come si
possa formare buono , ponendo mente alle norme che ne assegnano i maestri dell'
arte» e applicando V animo alFimìtacione dei Glassici, dalla quale
principalmente si può avere giovamento e conforto. E di tutto avrà esempli a
dovizia, allo specchio de' quali potrà sé e le opere proprie comporre. Non vi
sia però alcuno che avvisi con la sola lettura , ed anche il solo apprendimento
delle regole, poter riuscire scrittore buono, perchè senza un eserci- zio
continuato e paziente le regole o tornano invano, 0 mettono assai poco conto.
Laonde voglio che siano av- vertiti. i giovani di ciò ; e che neli' esercitarsi
bene pon- gano tempo e paziensa. Ricordino che come la terra non produce le
cose appena' le fu fidato il seme , nè senza fatica lunga di coltura, così
nelle creazioni del- l' umano ingegno, dopo gittate il buon seme delle regole e
de' precetti, fa di mestieri adope*ar fatica perchè a bene sviluppino, e
crescano a buono ed ubertoso frut- to. Chi vuol fare risparmio di tempo e di
fatica, non potrb mai riuscire con lode. A far presto non consegue mai il far
bene, si al lungo esercizio la speditezza dello scrivere tien dietro, come
insegnò Quintiliano nel libro decimo delle sue Istituzioni al capo terzo, colle
parole del quale mi piace>dar fine: Moram U tottecitudmm HiMs tmpero. Nam
primwn hoc comHiimdum aique ^btinendum est, ut quam optime scribamus: celerita-
teoi dabit conmetudo, PauUaUm rei facilius se osten* Digitized by Google dent,
verba respondtbutèi , emposùio prosequelwr. Cm- età dernque, ut in familta bene
instituta, in officio erurU. Summa hcec est rei: cito scribendo, non fit lU re-
cU scribatur; bene scribendo, fit ut cito. « Posatezza ed attenzione vo^che si
abbia in sai cominciare. €hè, in- nanzi tutto, ciò si dee stabilire ed
ottenere, di scrivere quanto piìi meglio si può: dall' esercizio ci verrh la
pre- stezza. A poco, a poco le cose con magnar facilità si offeriranno, le
parole corrìsponderannovi ; il discorso prenderà forma. Tulle cose infine, come
in ben ordinata famiglia, basteranuo al debito loro. La somma è que- sta :
collo scrivere presto non ^ impara a scrivere be- ne ; collo scrivere bene si
ha di scriver presto. » FINE. uyQui^CQ Uy Google msiGE. Al cbiarissimo signore
avvocato Luigi Foraaciari. DBLL' ARIB HBIieElCA. GAP. I. ' Che voglia dire
Retlorka, — Quale bontà si ricerchi nelle parole^ e perchè, — Come da eue
proceda la ekiarezzak. Che cosa è la rettorica? Quali bontà denno avere in sè
le parole? Perchè si deve avere questo riguardo nelle parole? Da quante cose
procede la chiarezza? – cf. H. P. Grice: conversational clarity – clarity is
not enough. Come si oUieoe la chiarezza dalla collocazione delle parole? Con
che altro modo s’ottiene la «hlafena nel colloeare le parole? Che cosa è il
periodo? Che cosa è la sentenza? Come sono chiamate dai retori le parti che
compongono il periodo? Di qiianli membri sì deve comporre il periodo? Quali
regole si daono a ben formare il periodo? DeUe qualità eeeenziali del Periodo. Avete
detto che l’unità, la chiarezza e l'armonìa, sono le tre qualità essenziali del
periodo; oi'a spiegatemi un poco perchè è necessaria l’unità. Come s’oltiene
l'uniià? Che intendete quando dice che il periodo deve avere efficacia? Quali
regole ai danno per ottenere l'efficacia dell’eprea- alone nel periodo? Si deve
egli evitare la superfloità aoltanto nelle parole? Qnale altra regola ai dà per ottenere
l'efficacia nel periodo? Quale altra regola aaaegnereste oltre le accennate? Qual
è la quarta regola per dare efficacia al periodo? Qnal è la qoinu regola pee
rendare efficftice il periodo? Qual è la sesta regola per dare efficacia al
periodo? Che cosa deve dirsi dell'armonia? Perchè avete detto die i' armonia
nasce dalia sceiu delle parole? Qamte regole ai possono dare per tendere
armonioso il periodo eolla acelu delle parole? Dm Dareste le regole die
rigvardano la diapoaiiione delle parole per ottenere armonia? Chi può dirigere
e dar leggi. migliori iàloruo 1’armonia? In quanti vi^ ai può cadere cercando
sovercbiamente l’armonia? Conviene forse vna sola armonia egualmente ^ ui^ i
pe* riddi? SI dovrà egli comporre 11 t DISCORSO Dacorao- semplice solamente di
brevi periodi e l’oratorio solamente di ioagU? Con che arte al rende lungo il
periodo? Formato che sia bene il periodo, cosiccàè riesca doUto d'unità, d'efficacia,
d'armonia, che altro resu a href 30 C/LP. V. » ' Bel DiseonOt e delle sue
principali quMà. Come si puo definire IL DISCORSO? H. P. Grice: “When I speak
of rational principles of discourse, I mean conversation!” -- A. Qiittiti s«Bo
i fisi èbi ruomo si fob pM^om nel di- Mono? D. tre fini diversi che raomo si
propose parlando devono forse essere sempre egoili le qnalfià del DISCORSO – H.
P. Grice, discourse -- discorso? Insegnateci ora le qualità proprie ad ognuna
di queste ire specie. Della verità, dell’ordine ^ deUa naiur(deua e deU*
deganza. Che cosa intendete dire quando prescrivete che il discorso abbia verità?
Che cosa è l'ordine? Che cosa ori dite della naturale? Che cosa h elegante, e
in obe censiMt Delle figure del Dkeerto tMamaf^ granmalicdi. Che cosa sono
queste figure grammaticali? Come può dirsi che le figure grammaiicali giovano
all'eleganza del costrutto? Quante e quali sono queste figure? Come definireste
la elissi, e che cosa direste di questa figura? In quanti modi si può fare l’elissi?
Che cosa è il pleonasmo; e in quanti modi si 11 ? Che cosa dovrà dirsi della
siiessi? Che dee dirsi dell’enallage? Quale è la quinta di queste figure? Perchè
si parta delle figure grammaticali, e non si fli motto di quelle che i retori
chiamano figore di parole? Che cosa sono i tropi? Onde ha avuto origine la
lingua figurata? Quali sono i principali tropi dei quali sì deve parlare?
Pn!]f. 51 ARTICOLO » * Ti/ili /t nnatnifHI*n UCllCL irieiajora. ivi Ivi Quali
fra tutte sono le più belle metafore? H. P. Grice: “Probably the
most beautiful metaphor is “You’re the cream in my coffee” – while the ugliest
is probably ‘You’re the salt in my stew!”!” Quali VI7J principalmente
rendono sconcia e aeiornìe la 56 Che cosa è la metonimia, e per quante guise si
fa? Che cosa fe la sinecdoche? Che cosa è antonomasia? Che cosa è la catacresi?
Che cosa è la metatessi? Come i tropi aggiungano grazia al discorno trovandosi
riuniti insieme t « come sieno TUTTI DERIVATI DALLA METAFORA. Dopo queste cose
resta altro a dire? Avete accennato che tutti i tropi non sono che MODIFICAZIONI
DELLA METAFORA; sapreste voi dichiararmelo? Direste voi ora per qual ragione
avete tolto dal novero dei LiLjki^uu L> tropi l'allegoria, l’iperbole – H.
P. Grice: “All the nice girls love a sailor” – “Every nice girl loves a sailor”,
.1» perifrasi, l’ironia – H. P. Grice: Albritton – He is a fine friend => He
is a scoundrel – Look, that car has all its windows intact!, ed 11 C^me ogni ipeeìe dì scrittura ami una matàira
propria di tropi. Ogni specie di tropi conviene forse ad ogni maniera di Delle
forme di parlare proprie della fantam. D, Gbecosa sonq le figure derivate
dall'lmmaglnasione? Chee cosa è la similitudine? Che cosa è la comparazione? H.
P. Grice: “You are LIKE the cream in my coffee” i^ B,. Si de?e osservare alouna
cosa intomo l'uso dt queste figure? Date alcun esempio che mostri, come la
similitudine di* diiara meglio le uose, e le nblMlllsce » o le sublima. Che
cosa i l'allegoria – H. P. Grice: the subject of study of cross-categorial
barrier breaks, or philosophical eschatology --, e percbè st pone fra le figure
d'immaginazione? Che cosa è la perifrasi? Che cosa è l' iperbole? H. P. Grice: “Every
nice girl loves a sailor” Che cosa è i'anlilesi? Che cosa è la progressione? Che
cosa è la pre-occupazione? Che cosa è la concessione? Che cosa è la pre-terizione?
Che cosa è la sermocinaziooe? Che cosa è ìpotiposi? 91 Ipoliposi in genere ' di persona, ossia prosopograUa ivi di costumi, ossia etopea ivi » di persone
-fìme, o somatopea. Descrizione dei
luoghi, o topografia , Vi è nulla da avvertir^ intorno .queate forme di
parlare? i7* L.yi.,^uu Ly Delle forme di
parlare proprie della passione. Quali sono le forme di parlare proprie della
passione? Che cosa è l’esclamaziope – H. P. Grice, “Hi Ho that’s the way the
world goes!” -- e come di lei nasce l’eplfonema? Che cosa fe rinlerrogazione? H.
P. Grice: erotetics, as in quessertions -- ?!-p. Ghe cosa è ironia – H. P.
Grice: “Look, that car has all its windows intact!” --, e in che differisce dal
sarcasmo? Che cosa ò la preghiera? Che cosa è l’imprecazione? Che cosa fe la
diibit;>zione? Che cosa è la correzione? Che cosa fe la sospensione? H.
P. Grice: “I call it implicatura – and it’s ALWAYS cancellable!” Che cosa è la
comunicazione? H. P. Grice: “Something C. L. Stevenson ignores!” -- Che cosa è
la personificazione? Cbe cosa è l'apostrofe? Che cosa è la visione? Che cosa si
deve osservare intorno l’uso della lingua figurata: e se sia da anteporsi la
lingua semplici e propria. È sempre bella e lodevole la lingua figurata? É egli
vero ciò cbe insegnano alcuni, la semplice lingua servire alla passione? Come
si mostra, per esempio, cbe lo stile semplice non può mai essere proprio della
passione? Come può dirsi che serve all' eleganza l’uso delle forme di parlare
prodotte dalla fantasia e dalla passione? Dopo avere parlato delle figure come
principio d'eleganza, di che altro ci resta a dire? Dei concetti e delle sentenze.
Cbe cosa sono i concetti? Cbe cosa è a dire dei concetti piacevoli? Dite
adunque dei concetti gravi. Che (Ice avvenirsi inluroo ai concetti? Che cosa si
può dire della sentenza? Della varieià. Qaal è il qoiDto elemeDlo deirelegansaf
Per quanti modi può otienersi la varieU? Qoal è il secondo luogo onde al
derinre varietà al parlatore? Qual è il teno modo d'iodorro varietà nel
discorso? Accennate gl’altri tre modi onde si ottiene varietà. Dopo avere
esamioati i cinque fonti dell'eleganza, resta egli altro a dire? Dell' Armonia
ìmUaliva. Che cosa intendale per armonia imilaliva? Come si imitano gl’affetti
coir armooia? Della eolloeasione delle parole per la quale ti reniie piò
efficace la pamone e la ieecrimone. Della cùUaenmne delle parole riepetto alla
detcruiom. Come si può dire che la collocazione delle parole giovi a rendere
più efficace la descrizione – H. P. Grice, “Descriptions” – in ‘Vacuous Names’ –
Definite descriptions in Russell and in the vernacular -- ? Dareste voi un
esempio cbe mostri quanto nella descrizione può r ordine delle idee? Che si
deve apprender dall’analisi di qaestl loogbi? Della collocaztane delle parale
rispello agU afptUi. D, La coliocaaione delle parola giova ella soltanto la
descri- alone? Serve egli solo alla fantasia e agli affetti lo studio di ben
collocar le parole? Se giovino egualmente ad ogni scrittura le cose dette fin
qui intorno la collocazione delle parole: e dei fini chi può r uomo proporsi PARLANDO.
Non giova egli egualmente ad ogni specie di lingua tutto ciò che abbiamo
insegnalo intorno Toso delle paro - le, la scclia e la collocazione delle
medesime, i tropi, le fi^uiro , raniK^nia , e gli altri ornamenti do!
rliscorso? Quanti sono I FINI – H. P. Grice: the goals conversation is meant to
serve -- che l’uomo può avere parlando? Del carattere dello scrìvere
filosofico, del persuasivo e del poetico, e delle diverse specie in che
ciascuno si riparte. Del carattere dello scrivere filosofico, e specie del
medesimo. Come definireste il carattere dello scrivere filosofico? Si deve egli
in ogni scrittura di carattere filosofico mantenere la stessa SL'verilà? #•
> . Deve egli soltanto dalla materia essere guidato chi scrive di cose
filosofiche o diiialliclie? Dopo queste cose, direste voi sulle generali quale
debba essere l’elocuzione propria del carattere dello scriver filosofico? Del
caraflere dello scriver persuasivo, e delle specie del medesimo. Come potrebbe
definirsi il carattere dolio scrivere persuasivo? Spiegatemi un poco questo che
dite con qualche esempio. Che parte lianno la fantasia e gli affetti nel
discorso della persuasione? In quante specie si parte il carattere dello
scrivere persuasivo? Dovrà sempre il discorso persuasivo a?ere la stessa immagine
di vera dimostrazione? Del carattere dello scriver poetico, e delle diverse
specie del medesimo. Come si può defnire il carattere dello stile poetico? Di
quante specie è il carattere dello scriver poetico? A che giova questa
distinzione dei diversi caratteri delio scrivere e delle diverse specie? Dello
stile e delle sue qualità. Che cosa fe lo stile? Si può egli dividere in
diverse specie lo stile? Dello stile semplice o piano. Come definireste lo
stile semplice, e quando si usa? Quali cose sono necessarie principalmente per
iscriver bene con questo stile? A quali scriiture principalmenlo serve lo stile
semplice? In qua! vizio si può cadere cercando il semplice nello stile? Quali
sono i principali autori latini da proporsi in esempio di stile semplice? Dello
stile mediocre o temperato, e delle sue qualità. Qnal è lo stile mediocre, e
quando si usa? Quali sono le qualità principali dello stile mediocre? A quali
scritture serve principalmente lo stile mediocre? In quali viq si può cadere
facilmente cercando di raffinare lo stile mediocre? Dello stile irtagnìfico e
sublime, e delle sue qualità. Chè cosa è lo stile sublimé? Per quanti modi si
rende sublime lo stile? Come si rende sublime lo 'élile coi concetti? Come si
può dare sublimità alio stile cogli iatffetti? Come si sublima lo stile col
mezzo delle figure? Come si rende sublime lo siile con ardita eleganza di
Frase? Come si oliiene da ultimo di rendere magnifico ed eievato lo stile per
mezzo della composizione del periodo? Esempio del sublime ottenuto in fona dei
grandi con» cp.ttL . Esempio del sublime ottenuto in fona dell' affetto. Esempio
del sublime ottenuto per le figure Esempio del sublime ottenuto da ardila
eloquema. Esempio del sublime ottenuto per elevata composi - %ione di periodoé In
quali mj «'incontra cercando dt sublimare lo stilèrt . Qual è il migliore di
questi tre generi di stile? Come possono ottenersi le doti necessarie a scriver
bene. Quali precetti si danno pep acqtìistare uno stile lodevole? Che dovrà
farsi per otteoere di perfezionare V inieU letto? Come si può arricchire
IMfmnaginativay ..Che deve dirsi intorno n^li affetli? Che ne dovrà avvenire
dal Mcrfezionameoto dell'intelletto, delia fanUsia e degli aifeui? Oltre queste
regole alcun’altra maniera per cui si possa perfezionare lo stile? Che cosa è
imitazione? Non è egli vero ciò che alcuni dicono, l’imitazione re » stringere
le menti e to^^lier loro la potenz:i creatrice? Bene ho inteso; ma perchè
dunque nelle scuole si pretende che noi riportiamo frase, concetto e andamento
dagli autori che si por^^ono a noi da inniare? Avrei a caro che indicaste quali
sono i gradi diversi pertui sì perviene a ben imitare Della Traduzione, Direste
voi alcuna cosa della traduzioiie? Deir Analié, Dite ora dell'analisi, poiché
ho detto quanto basta intorno il vantaggio che vien dal tradurre. Dareste voi
un esempio dal quale si rilevasse il modo di analizzare? Dell' Emulazione. Esponete
ora che cosa s’intende – H. P. Grice: “A great verb: it means both to mean and
to understand – and sottinteso is my implicatura!” -- per emulazione, la quale
è il terzo grado per cui si ginnge alla perfetta imitazione. Dareste voi ud
esempio del coxne si possa imitare emulando? Dopo avere tradotto, analizzalo ed
emulato, è egli terminata l' opera dell' imitazione? Se uno solo 0 tulli
insieme i migliori scrittori si debbano *\ imitare, e quali sono quelli che
devono innanzi a tulli ' ■ essere imitati. Si dovrà egli imitare un solo o tmti
gli scrittori insieme, quali hanno titolo d'essere eccellenti? Quali sono gli
autori che si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore?
Quali sono gn «crutori che debbono scegliersi prlucipai= ^ mente a maestri fra
i Latini? Qaali scrittori italiani vorrete voi proporei a maestri? Nome
compiuto: Giuseppe Ignazio Montanari.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montanari:
la ragione conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cf Mazzino Montanari. Massino
Montanari.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il debito del
segno – implicatura riflessiva – la scuola di Teramo -- filosofia abruzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Teramo).
Abstract. Grice:
“At Oxford, ‘thing’ is not considered a philosophical lexeme, but ‘object’ is –
thus an apple matters less to us than the representation of it – this is what
Montani calls the ‘debito del segno’ since while a rose by any other name would
smell so sweet, the ‘segno’ “rosa” is inodorous!” -- Flosofo italiano. Teramo, Abruzzo. Allievo di GARRONI (si veda), è
Professore di Estetica alla Sapienza Roma, è stato Directeur d'Études Associé
presso all'EHESS di Parigi e ha insegnato Estetica al Centro sperimentale di
cinematografia di Roma. La sua ricerca si concentra oggi principalmente sui
temi di filosofia della tecnica. Allievo di Emilio Garroni, per M.
l'estetica non va considerata come filosofia dell'arte, ma come una teoria
della sensibilità umana, che ha la peculiarità di essere aperta agli stimoli
del mondo esterno. La riflessione di M. si snoda in diversi passaggi e
attraverso il confronto con alcuni dei protagonisti della filosofia, della
linguistica, della semiotica e della teoria del cinema del Novecento, avendo
sempre come punto di riferimento la filosofia critica di Kant. Pensiero
Ermeneutica e filosofia critica. Pubblica Il debito del linguaggio, in cui,
partendo dal confronto con le teorie strutturaliste, in particolare quelle di
Jakobson e Mukarovsky, mostra come la questione del significato del testo
poetico non possa essere risolta mediante l'individuazione del codice
linguistico o semiotico di riferimento, ma rimandi ad una condizione estetica
della significazione. Questo tema viene ulteriormente approfondito in Estetica
ed ermeneutica. Prendendo le mosse dalla filosofia critica kantiana, propone di
ripensare la verità nel senso heideggeriano dell’ “a-letheia”, del
“dis-velamento” dell'essere come una situazione ermeneutica strettamente
legata all'effettiva esperienza del soggetto, seguendo la rilettura della
filosofia di Heidegger proposta da Gadamer.La formazione e il pensiero di M.
sono stati segnati dal suo interesse per il cinema e in particolare per Vertov
e Ėjzenštejn. Di entrambi ha curato l'edizione
degli scritti. Nel testo “L'immaginazione narrative” (Guerini)
coniuga l'interesse per il cinema con quello più strettamente filosofico per il
tema dell'immaginazione. Propone di considerare l'immaginazione nei termini in
cui, in Tempo e racconto, Ricœur parla della narrazione, ovvero come di un
processo di “rifigurazione” dell'esperienza del tempo da parte dell'uomo. Per
Ricoeur la narrazione ha il potere di far fare al lettore esperienza di un
tempo propriamente umano. Montani fa propria la tesi di Ricoeur, applicandola
però, all'ambito della narrazione cinematografica. M. ritiene che il territorio
dell'immaginazione in cui lavora il cinema sia quello dell'intreccio tra
finzione e testimonianza, tra la costruzione dell'intreccio narrativo e la
documentazione del reale. La trasformazione dell'esperienza del tempo avviene, così,
ad un livello più profondo e creativo. Tecnica ed estetica Con Bioestetica
si inaugura la fase più recente del pensiero di M., dedicata
all'approfondimento del rapporto tra tecnica e estetica. Attraverso il
paradigma della bioestetica M. propone di leggere i fenomeni di biopotere che
caratterizzano l'epoca contemporanea a partire dalla loro natura innanzitutto
tecnica ed estetica, cioè a partire dal fatto che la sensibilità dell'essere
umano viene sempre più orientata ed organizzata tecnicamente. Il biopotere
consiste proprio nella capacità di canalizzare la sensibilità umana. In
L'immaginazione intermediale Montani prende in analisi i modi in cui il cinema
risponde alle forme di anestetizzazione. Prendendo le mosse dalla
spettacolarizzazione della politica emersa in seguito all'attentato delle Torri
Gemelle, Montani introduce il concetto di "autenticazione
dell'immagine", che non consiste nell'accertamento del referente fattuale
dell'immagine (il vero, il reale) ma nella rigenerazione di un orizzonte di
senso condiviso, la capacità di riferimento dell'esperienza e del linguaggio,
in un'epoca caratterizzata da crescenti fenomeni di “indifferenza referenziale”
La riflessione sul rapporto tra estetica e tecnica continua in “Tecnologie
della sensibilità”, in cui viene teorizzata l'esistenza di una terza funzione
dell'immaginazione: accanto a quella produttiva e riproduttiva vi è una
funzione inter-attiva. L'immaginazione inter-attiva diventa il paradigma
attraverso cui leggere l'epoca contemporanea, attraversata profondamente da
fenomeni dell'inter-attività digitale e dalla proliferazione di ambienti
virtuali. Saggi: “Il debito del linguaggio: l'auto-riflessività nel discorso,”
– Grice: “There is the ‘debito’ and there is the ‘credito’ or ‘price’ of
semiosis, too!” -- Marsilio, Venezia; -- Grice: “Actually, Montani uses
‘aesthetic self-reflection,’ using ‘aesthetic’ etymologically, as per what he
calls ‘ermeneutica sensibile’ -- Fuori
campo: studi sul cinema e l'estetica, Quattroventi, Urbino; Estetica ed
ermeneutica: senso, contingenza, verità, Laterza, Roma); L'immaginazione narrativa: il racconto del
cinema oltre i confini dello spazio letterario, Guerini, Milano); Arte e verità
dall'antichità alla filosofia contemporanea: un'introduzione all'estetica,
Laterza, Roma); L'estetica contemporanea: il destino delle arti nella tarda
modernià, Carocci, Roma; Lo stato
dell'arte: l'esperienza estetica; Carboni e M., Laterza, Roma); Bioestetica:
senso comune, tecnica e arte” (Carocci, Roma; L'immaginazione intermediale:
perlustrare, ri-figurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma); Tecnologie
della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Cortina, Milano. M.,
Il senso, Rai Scuola, su raiscuola.rai.
I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di M., Pellegrini, Censi,
Cine-occhi e cine-pugni: due modi di intendere il cinema, su Nazione
Indiana, L'immaginazione estatica.
Estetica, tecnica e biopolitica, su giornaledifilosofia.net. 2 lAlessandra
Campo, Biopolitica come an-estetizzazione. Il significato estetico della
biopolitica, su sintesidialettica. Montani, L'immaginazione intermediale,
Laterza,, M., L'immaginazione intermediale, Laterza, Anna Li Vigni, Gli
occhiali per immaginare, Il Sole 24 Ore. La vita immersa nell’estetica del
virtuale, su ilmanifesto. Nome compiuto: Pietro Montani. Montani. Keywords: il
debito del segno, Narciso e la reflexione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Montani” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montinari:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sovrumano – torna
a Surriento – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucca). Abstract. Grice: “We don’t
study Nietzsche at Oxford, but they do, at Cambridge!” -- Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Luca, Toscana. Grice: “If I were asked to identify the main
difference between the Italian philosopher and the Oxonian philosopher is that
the Italian philosopher takes Nietzsche seriously! But then he lived at Torino!” «Nelle istituzioni esistenti, sostenute da
immani forze di produzione e di distruzione, viene assimilata e mercificata
ogni e qualsiasi protesta, persino quella dei Lumpen, ogni tentativo di
lasciare la «nave dei folli». Se il metodo di Nietzsche può ancora aiutarci,
allora l'unica forza che ci è rimasta è quella della cultura, della
ragione.» Considerato uno dei massimi editori e interpreti di Nietzsche.
Ha definitivamente dimostrato che Nietzsche non ha mai scritto un'opera dal
titolo “La volontà di Potenza” e che le cinque diverse compilazioni che la
sorella del filosofo e altri editori dilettanti hanno pubblicato sotto questo
titolo sono testi del tutto inaffidabili per comprendere il pensiero di
Nietzsche. Si era formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e
all'Pisa, presso la quale si laureò con una tesi, “I movimenti ereticali a
Lucca.” Caduto il fascismo, divenne un attivista del Partito comunista, presso
il quale si occupava della traduzione di scritti dal tedesco. Mentre visitava
la Germani a Est per motivi di ricerca, fu testimone della rivolta.
Successivamente, in seguito alla repressione della Rivoluzione ungherese del
1956, si allontanò dall'ortodossia marxista e dalla carriera nel partito.
Mantenne tuttavia la sua iscrizione al PCI, e rimase fedele agli ideali del
socialismo. Collabora con le Edizioni Rinascita, e per un anno fu direttore
dell'omonima libreria in Roma. Dopo averne rivisto la raccolta di opere e
manoscritti in Weimar, Colli e M. decisero di iniziarne una nuova edizione
critica. Essa divenne lo standard per gli studiosi, e fu pubblicata in da
Adelphi. Per questo lavoro fu preziosa la sia abilità nel decifrare la
scrittura a mano (praticamente incomprensibile) di Nietzsche, fino a quel
momento trascritta solo da "Gast“ (Köselitz). Fonda la rivista
Nietzsche-di cui fu coeditore. Attraverso le sue traduzioni ed i suoi commenti
di Nietzsche, diede un contributo fondamentale alla ricerca storica e
filosofica, inserendo Nietzsche nel contesto del proprio tempo. Saggi: “Che
cosa ha detto Nietzsche” Roma, Ubaldini,
ripubblicato come “Che cosa ha detto
Nietzsche,” [Grice: “I convinced Montinari that ‘veramente’ is a trouser word
and should be avoided!” -- Campioni, Milano, Adelphi. Su Nietzsche, Roma,
Riuniti, Teoria della Natura, Torino,
Boringhieri, Milano, SE, F Nietzsche, Lettere
a Rohde, Torino, Boringhieri, Nietzsche, Opere, (Milano, Adelphi, Nietzsche, Il caso Wagner: Crepuscolo degli
idoli; L'anticristo; Scelta di frammenti, S. Giametta, Ferruccio Masini,
Giorgio Colli, Milano, Mondadori Editore, Ecce homo; Ditirambi di Dioniso;
Nietzsche contra Wagner; Poesie e scelta di frammenti postumi, Milano, A.
Mondadori, Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Adelphi, Epistolario
di Nietzsche, Pampaloni Fama, Milano, Adelphi,
Nietzsche, Scritti, Milano, Adelphi, Schopenhauer, La vista e i colori
Carteggio con Goethe,Abscondita, Nota
introduttiva a Genealogia della morale, Nietzsche e Van Gogh, due cardini del
pensiero occidentale moderno di Bettozzi
(Liberal democaratici), su liberal democratici.. «Tant qu'il ne fut pas possible aux chercheurs les plus
sérieux d'accéder à l'ensemble des manuscrits de Nietzsche, on savait seulement
de façon vague que La Volonté de puissance n'existait pas comme telle (...)
Nous souhaitons que le jour nouveau, apporté par les inédits, soit celui du
retour à Nietzsche.» (Deleuze) Aveva infatti ottenuto una borsa di studio
della Scuola Normale Superiore a Francoforte sul Meno. Rinascita Che era stato il suo maestro.
Giuliano Campioni, Dizionario Biografico degli Italiani stituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani Giuliano Campioni, Giuliano Campioni, Lanata,
Esercizi di memoria, Bari, Levante, (notizie su M. M. nell'articolo su Colli
anche a proposito dell'Enciclopedia di autori classici, Boringhieri, progettata
e diretta da Colli e a cui M. M.collaborò). Paolo D’Iorio, L'arte di leggere
Nietzsche, Firenze, Ponte alle grazie,Giuliano Campioni, Leggere Nietzsche.
Alle origini dell'edizione critica Colli-Montinari. Con lettere e testi
inediti, Pisa, M.: l'arte di leggere Nietzsche Paolo D'Iorio, Pubblicato da
Ponte alle grazie, Studi germanici Di
Istituto italiano di studi germanici — Pubblicato da Edizioni dell'Ateneo,
Originale disponibile presso la l'Università della Virginia — "M.,
Nietzsche", di Tuca Giuliano Campioni, Da Lucca a Weimar: M. e Nietzsche
in Nietzsche. Edizioni e interpretazioni,
Fornari, ETS, Pisa, Die "ideelle Bibliothek Nietzsches". Von
Charles Andler M. Pensiero di Schopenhauer Roscani Torino#Filosofi Giuliano
Campioni, M., in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Opere di M.,
Centro interdipartimentale di studi Colli-M. su Nietzsche e la Cultura Europea
— Pisa, Lecce, Padova e Firenze (Centronietzsche.net), su centronietzsche.net.
Grice: “Montinari is right that ‘la volonta di potenza’ ‘n’existe pas’ –
vacuous name. Torna a Surriento. Umano, troppo umano, uscito cento
anni fa, più precisamente nel 1878, e dedicato al centenario della morte di
Voltaire, è tra le opere di Nietzsche quella che ha avuto il più lungo periodo
di gestazione. Nella mighore e più attendibile biografa di Nietzsche che mai
sia stata scritta e che troppe volte non viene presa sul serio, voglio dire in
Ecce homo, leggiamo: « Umano, troppo umano è il monumento di una crist.
Dice di essere un libro per spiriti liberi: quasi ogni frase vi esprime una
vittoria - con quel libro mi sono liberato da ciò che non apparteneva alla mia
natura... qui il termine " spirito libero" deve essere inteso solo in
un senso: uno spirito diventato libero, che ha ripreso possesso di se stesso ».
Ciò che non apparteneva alla natura di Nietzsche era la speculazione metafisica
di Schopenhauer, il pensiero mitico di Wagner (più in generale il • pensiero
impuro » dell'artista). L'approdo alla liberazione dello spirito è dunque un
processo; esso — per il Nietzsche del 1878 - doveva essere compreso in una
sorta di tirocinio, al cui inizio stavano le Memorie di un'idealista di Malwida von Meysenbug e alla fine
l'Origine dei sentimenti morali (1877) di Paul Rée. Tra i due nomi, che
sembrano in contrasto tra loro, si compie una parabola tipica per la situazione
spirituale di un gruppo importante di intellettuali del tardo Ottocento, cui
anche Nietzsche appartiene. La vecchia quarantottarda Malwida (an-no 1816) acquisisce
negli anni della rivoluzione e dell'esilio (Herzen, Mazzini, Kinkel) una
concezione del mondo intrepidamente materialistica ed ateisti-ca, anche se
illuminata dall'idealismo pratico-poli-tico e poi sostenuta (dopo l'incontro
con Wagner) dalla pessimistica (e consolatoria) metafisica
schopen-haueriana. Ciò spiega, tra l'altro, l'entusiasmo concui ella
nell'inverno 1876-77 a Sorrento accolse, per il tramite di Nietzsche, l'‹
ottimismo del temperamento » coniugato al • pessimismo della conoscenza »,
secondo la formula adoperata da Jacob Burck-hardt per definire il carattere dei
Greci. (Questa formula doveva avere fortuna particolare da noi in Italia, nel
passaggio dalla Meysenbug a Romain Rolland, e da costui a Antonio
Gramsci). Quindi Paul Rée (anno 1849): il giovane filosofo positivista si
era educato alla scuola di Schopenhauer (e di Eduard von Hartmann, al quale
anche il giovane Nietzsche doveva qualcosa), ma anche di Darwin e dei nuovi
moralisti inglesi, con una considerevole aggiunta di nichilismo russo
(Turgenev). Non mi sembra casuale che sia proprio Rée a scoprire (per regalarlo
poi alla Meysenbug e a Bay-reuth) il giovanissimo Heinrich von Stein
(anno 1857, allievo di Eugen Dühring, filosofo della « realtà »), anche
lui schopenhaueriano (e poi wagneria-no) e autore di un libro dedicato agli «
ideali » del « materialismo ». Questa schiera di personaggi,
spiriti più o meno li-beri, tra i quali si trovavano amici e ammiratori di
Nietzsche, vive la crisi di un'epoca satura di scienza, che può essere solo
onestamente materialistica ed è al tempo stesso intimamente insoddisfatta,
perché non riesce a scaldarsi al pallido, nordico agnosticismo königsberghiano,
né ad entusiasmarsi per la nuova fede ottimistica e scientista del senile
D.F. Strauss. Le rimangono tutt'al più i paradisi artificiali e
neoromantici del dramma musicale di Ri- chard Wagner. Dopo il
grande tentativo wagneriano della Nascita della tragedia, la serie delle
Considerazioni inattuali e più ancora la grande massa dei frammenti postumi
stesi tra il 1872 e il 1876 si presentano ai nostri occhi come la preparazione
del Nietzsche nuovo di Umano, troppo umano. Al di là della predicazione e
dell'invettiva del Nietzsche inattuale è possibile infatti cogliere quel
processo di intellettualizzazione radicale e di distruzione di ogni convinzione
che è uno degli aspetti fondamentali della libertà di spi-rito, come viene
enunciata nelle ultime pagine di Umano, troppo umano. Le illusioni e le
consolazioni dell'arte, della metafisica, della religione cadono « in balia
della storia», e solo la storia può rievocarle - e questa è ancora la nostra
fortuna: poter mantenere in noi la possibilità della rievocazione storica
dell'umanità passata. L'importanza della conoscenza storica è sottolineata da
Nietzsche proprio in rapporto alla fine della metafisica, quando nell'aforisma
37 di Umano, troppo umano scrive: * Qual è comunque la proposizione
principale a cui giunge, attraverso le sue penetranti e taglienti analisi
dell'umano agire, uno dei più arditi e freddi pensatori, l'autore del libro:
Sull'origine dei sentimenti morali [cioè Paul Rée]? " L'uomo morale"
egli dice "non è più vicino al mondo intelligibile (metafisico) dell'uomo
fisico". Questa proposizione, temprata e affilata sotto i colpi di
martello della conoscenza storica, potrà forse un giorno, in un qualche futuro,
servire come l'accetta che reciderà alla radice il " bisogno
metafisico" degli uomini: se più a benedizione che a maledizione del
benessere gene-rale, chi saprebbe dirlo? ma in ogni caso come una proposizione
dalle più importanti conseguenze, feconda e terribile insieme, e che scruta il
mondo in quel modo bifronte, proprio di tutte le grandi co-noscenze». Dieci
anni più tardi Nietzsche citerà ancora una volta in Ecce homo la proposizione
di Rée, presentandola come il preannuncio della sua « trasvalutazione di tutti
i valori ». Ho l'impressione che nessuno degli esegeti di Nietzsche abbia preso
sul serio quel ritorno estremo a Paul Rée. A Rée mancano tuttavia la
disciplina e l'esercizio del senso storico che troviamo invece in tutta l'opera
di Nietzsche, a partire proprio da Umano, troppo umano. Né il nome del massimo
rappresentantedell'età dei lumi, di colui che Goethe chiamava la • luce
di noi tutti » si trova sul frontespizio della prima edizione del « libro per
spiriti liberi » a celebrare la casualità di un giubileo. Esso rappresenta
invece il nuovo programma di Nietzsche, che consiste nel risuscitare e lo
spirito dell'Illuminismo e dello sviluppo progrediente » contro lo spirito di
Rousseau, padre ambiguo delle « mezze verità » della Rivoluzione francese e del
romanticismo. L’antagonismo Voltaire-Rousseau rientra per Nietzsche in una
sorta di schema storico, che vale per l'età moderna nei due momenti
dell'Umanesi-mo-Rinascimento e dell'Illuminismo. L'Umanesimo-
Rinascimento è un movimento di civiltà che viene interrotto da una rivoluzione
(la Riforma) e da una reazione (la Controriforma), così come l'Illuminismo è
stato interrotto dalla Rivoluzione francese e dalla reazione romantica. Dalla
reazione romantica maturano però risultati imprevisti: da un lato il senso della
storia, come forma superiore e prosecuzione dell'Illuminismo, dall'altro, -
come prodotto diret-to, secondo Nietzsche, del senso storico, - il socialismo
(rivoluzione) e l'oscurantismo moderno (in Germania nelle forme ideologiche del
conservatorismo cristiano degli Junker e dell'antisemitismo). Nietzsche è
dalla parte del Rinascimento, dell'Illu-minismo e del senso storico, a cui si
contrappongono di volta in volta le coppie rivoluzionario-reazionarie che
abbiamo visto. I valori positivi del passato non sono di coloro che hanno
combattuto o reagito contro la Riforma e contro la Rivoluzione francese, come
nel presente non è la reazione antisocialista (nel 1878 si hanno le leggi
antisocialiste di Bismarck) a cui Nietzsche senta di aderire. La pacata
riflessione storica dello spirito libero si colloca piuttosto nella vita
contempla-tiva; questa comporta non tanto la rinuncia all'immediatezza vitale
dell'azione, quanto e soprattutto il dominio dello « spirito » sulla pienezza e
ricchez-za della « vita » (e quel dominio avrà significato in proporzione
diretta a questa ricchezza e pienezza). Un modello di questo dominio è il
classicismo illu-ministico, tollerante e cosmopolitico di Goethe, che è il
saldo punto di riferimento di tutto il libro. guerra, bensi come la
constatazione del definitivo crepuscolo degli « ideali » metafisici
(Schopenhauer) e mitici (Wagner), a cui secondo lui avrebbero dovuto
approdare per onestà della ragione anche i suoi amici e seguaci. Tranne alcune
rilevanti eccezioni (Overbeck, in particolare, ma anche Burck-hardt e Karl
Hillebrand, che tuttavia non erano propriamente né amici né seguaci) gli amici
(Richard e Cosima Wagner, Erwin Rohde, Malwida von Mey-senbug) rimasero
costernati e, anzi, si sentirono attaccati e provocati, abbandonati e traditi.
Così Nietzsche stesso, che pochi mesi prima aveva scritto cpistole dedicatorie
di Umano, troppo umano a Ri-chard e Cosima Wagner, una di esse persino in
(brutti) versi, dovette rendersi conto dell'abisso che lo separava non solo dai
suoi vecchi amici, ma anche dal suo proprio passato: « Quell'offuscamento
metafisico di tutte le cose vere e semplici, la lotta condotta con la ragione
contro la ragione, con la mira di vedere in ogni e qualsiasi occasione chissà
quali immense meraviglie, per giunta un'arte barocca di ipereccitazione e
esaltazione della smodera-tezza, intendo dire l'arte di Wagner: queste due cose
messe insieme avevano finito per rendermi sempre più malato e quasi ad
estraniarmi dal mio buon temperamento... Mi resi pienamente conto di tutto ciò
nell'estate di Bayreuth: fuggii via, dopo le prime rappresentazioni a cui avevo
assistito, e mi rifugiai sui monti, e là in un piccolo villaggio in mezzo alla
foresta, nacque il primo schizzo, all'incirca un terzo del mio libro, allora
sotto il titolo del Vomere ». Cosi scriveva Nietzsche all'inconsola-bile
Mathilde Maier, un'amica di Wagner, nel luglio del 1878, e nella stessa epoca a
Rée: « I miei conoscenti ed amici (con pochissime eccezioni) si comportano come
se gli avessi rovesciato il pentolino del latte. Dio li aiuti - io non posso
fare altrimenti ». Umano, troppo umano non era nato come libro po-lemico,
lo ripetiamo, ma come superamento di una crisi, che non era solo di Nietzsche.
Perché non vada perduto, nella presente pubblicazione che non ha commento,
riproduciamo qui ciò che l'autore volle premettere nel 1878 alla prima
edizione, ‹ in luogo di una prefazione », affinché serva come avviamento alla
lettura della prima grande opera veramente sua. Si tratta della traduzione di
un brano tratto dalla versione latina del Discorso del metodo di
Cartesio: *- per un certo tempo considerai le occupazioni disparate alle
quali gli uomini si dedicano in questa vita, e feci il tentativo di scegliere
la migliore tra queste. Ma non è necessario qui raccontare quali pensieri mi
vennero nel far ciò: basti dire che, per parte mia, nulla mi sembrò essere
meglio che attenermi rigidamente al mio proposito, vale a dire: impiegare tutto
il tempo della vita a sviluppare la mia ragione e a seguire le tracce della verità
così come i mi re proponi queche i ri che gali che, secondo il mio
giudizio, non si può trovare in questa vita nulla di più gradevole e di più
in- nocente; oltre a ciò, da quando mi ero giovato di quel modo di
considerare le cose, non passava giorno senza che io non scoprissi qualcosa di
nuovo, che era sempre di un qualche peso e niente affatto conosciuto dalla
generalità degli uomini. La mia anima finalmente divenne allora cosi piena di
gioia, che tutte le altre cose non potevano più offenderla in alcun modo. Nome
compiuto: Mazzino Montinari. Montinari. Refs. Luigi Speranza, “Grice e
Montinari: l’implicatura di Nietzsche” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monte: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la prospettiva e la filosofia della percezione – la scuola di
Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Abstract.
Grice: “For some resason – most likely due to the empiricist tradition
prevalent in these islands, the philosophy of perception is quite popular at
Oxford. Our moral professor of philosophy, Austin, spent most of his terms
teaching it – “Sense and sensibilia”!” -- Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Grice:
“I like to illustrate a ‘scientific revolution’ with Del Monte’s refutation on
the equilibrium controversy, since it involves a lot of analyticity that only a
philosopher can digest!” -- essential Italian philosopher. Il marchese Guidubaldo Bourbon Del
Monte (Pesaro), filosoMecanicorum liber, Suo padre, Ranieri, originario da un
famiglia benestante di Urbino, discendente dalla schiatta dei Bourbon del Monte
Santa Maria, fu notato per il suo ruolo bellico e fu autore di due libri
sull'architettura militare. Il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere, gli
attribuì, per meriti, il titolo di Marchese del Monte, dunque la famiglia
divenne nobile solo un generazione prima di Guidobaldo. Alla morte del padre, ottenne
il titolo di Marchese. Studia matematica a Padova. Mentre era lì, strinse una
grande amicizia con Tasso. Combatté nel conflitto in Ungheria, tra l'impero
degli Asburgo e l'Impero Ottomano. Al termine della guerra, torna nella sua
tenuta a Mombaroccio, vicino Urbino, dove passava i giorni studiando
matematica, meccanica, astronomia e ottica. Studia matematica con l'aiuto di
Commandino. Divenne amico di Baldi, che fu anch'esso studente di Commandino. Ispettore
delle fortificazioni del Granducato di Toscana, pur continuando a risiedere nel
Ducato di Urbino. In quegli anni,
corrisponde con numerosi matematici inclusio Contarini, Barozzi e Galilei e con alcuni di loro si dice abbia avuto anche
relazioni più che professionali.
L'invenzione per la costruzione di poligoni regolari e per dividere in
un numero determinato di segmento qualsiasi linea fu incorporata come
caratteristica del compasso geometrico e militare di Galileo. Proprio fu
fondamentale nell'aiutare Galilei nella sua carriera, che e un promessa ma
disoccupato. Raccomanda il toscano al suo fratello Cardinale, che a sua volta
parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua
protezione, Galileo ha una cattedra di matematica all'Pisa. Guidobaldo divenne
un amico fidato di Galileo e lo aiutò nuovamente quando dovette necessariamente
fare domanda per poter insegnare matematica all'Padova, a causa dell'odio e
della macchinazione di Giovanni de' Medici, un figlio di Cosimo de' Medici,
contro Galileo. Nonostante la loro amicizia, M. fu un critico di alcune teorie
di GALILEI, come quella relativa alla legge dell'isocronismo delle oscillazioni.
Compone un importante saggio sulla prospettiva, “Perspectivae Libri VI”, pubblicato
a Pesaro che ha ampia diffusione. E sicuramente, anche secondo il parere di
Galileo, uno dei massimi studiosi di meccanica e matematica. “Mechanicorum
liber”. Pisauri. Saggi: “Mechanicorum” (Pisauri, Girolamo Concordia – Venezia,
Deuchino -- Mecanicorum); “Plani-sphaeriorum universalium theorica” (Pisauri,
Girolamo Concordia); “De ecclesiastici calendarii restitutione" (Pisauri,
Girolamo Concordia); “La prospettiva” (Pisauri, Girolamo Concordia -- Roma); “Problematum
astronomicorum” Venezia, Giunta); De cochlea,” Venezia, Deuchino); “Le mechaniche nelle quali si contiene la
dottrina di tutti gl’istrumenti principali da mover pesi grandissimi con
picciola forza” (Venezia, Franceschi);
“Lettere” (Venezia); “La teoria sui planisferi universali” (Firenze). Galileo
(che nel frattempo era stato molto probabilmente anche suo ospite) puo occupare
la cattedra di Padova, grazie anche all’intervento delduca., che nell’ambiente
veneto poteva contare, oltre che sull’amicizia di un Contarini e di un Pinelli,
sull’autorità e l’influenza di M., generale delle fanterie della
Repubblica": Fondazione cardinal Francesco maria delmonte -- guidobaldo-del-monte.
A. Giostra, La stella o cometa nelle lettere a Giordani, Giornale di
Astronomia. Galilei. Guidobaldo II della Rovere Mombaroccio, Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There possibly is no
equivalent to perspective for the other senses. Prospettiva, as the Italians
call it. They
are obsessed with it. Consider the human body. Consider Apollo del Belvedere –
it is not just a body perceiving another body, there is a perspectival side to
it!” Nome compiuto: Giambattista
del Monte. Guido Ubaldo de’ marchesi Del Monte; Guidobaldo Del Monte. Monte.
Keywords: implicature, perspective in statuary. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e del Monte," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monterosso – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I invented
Deutero-Esperanto; Monterosso invented neo-Latin!” -- Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Vede le stampe a Buenos Aires il progetto di M., denominato neo-latinus. I casi fin qui
esaminati non esauriscono la moltitudine di quelli che vedeno la luce. Si
ricordino pertanto anche i contributi di Tommaso Valperga di Caluso (grammatica
universale, 1800), ROVERE (vedasi), Proposta
del provenzale come lingua internazionale, CONSOLI (vedasi), Lingua nazionale
della terra; PORTALUPI (vedasi), Sten.ling.; FACCIOLI (vedasi), Lingue de
nazioni e lingua universale; MAGLI (vedasi), Anti-Babele; ALLIONI (vedasi) BOELLA
(vedasi) Boella (999 Cod.: codice di
corrispondenza amichevole internazionale), HERPITT (vedasi), Niuspik; CALABRESI
(vedasi), Omni-Lingua; ARGENTERI (vedasi), Lingua Euratlantica; PELLEGRINI
(vedasi), Grammatica de lingua italiane semplificate; CIARLANTINI (vedasi), Metodo
tachigrafico. I progetti ivi citati non sono stati esaminati perché le
informazioni che li concernono sono, per ora, di difficile reperimento. Nome
compiuto: Antonio da Monterroso. Monterosso. Keywords: implicatura, lingua
universale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monterosso.” Monterroso.
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