GRICE ITALO A-Z M MO
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Montanari (Roma). C BREVI PRECETTI DELL'ARTE
RETTORI CA ESPOSTI IN DIALOGO DA Giuseppe Ignazio Montanari HI Digitized by
Google B 20 66 5 ì BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE - FIRENZE •i I I ! I \ I 1 \ 1
* •mtEVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORIGA. Finn». Tipcgrafia Le Monnier. Digitized
by Google BREVI PRECETTI DELL'ARTE RETTORICA MPMTl IN 1»1 Alloco DAL ■ DOTT.
GIUSEPPE IGNAZIO HONTANAIU Già Professore di Mie-Lettere in Pesaro. ed ora nel
nobile Collegio ^^mi^à e vulnerabile Seminano d Osimo. PER G. RICORDI B STEFANO
JOUUAUD. 4 8^1. Digitized by Gopgle Digitized by Gopgle ir AL CmRISSIIfO
SIGNORE A¥Y€NI4LTO liUlOl WOWmACÈAUE filVSEPPE*IGKAZIO XONIANARI. > » * m È
buon tempo che io desiderava darvi pub- blico segno della gratiludine mia,
carissimo For- naciari, e porgermi per qualche guisa ricono- sceale a voi de
tanti obblighi che alla gentilezza e bontà vostra professo; e però essendo in
sul dare alla luce questo mio Trattato di Rettorica , ho credulo che questa sia
la migliore occasione che per me si possa cogliere a fare mMifestó a voi, ed a
tutti, che de' benefizj vostri inverso me ho memoria , e che se voi collocaste
i vostri favori in isterile terreno , certo non H poneste in ingrato. Offero
adunque a voi questa mia fa tica qual siasi , e a voi la raccomando per modo
eh' ella debba essere cosa vostra; nè da ciò mi ritiene saperla povera e
sparuta, non per difetto di diligenza in me, ma per manco di quella bontà
d'ingegno e tranquillità di vita , senza le quali uom noD può venire a speranza
di far bene qual Digitized by Google — 6 — vorrebbe. Chè io sireUo da
famigliari e quoli- ' diane angustie, sottoposto a fatiche oltre le forze per
trarne frutto di magro pane , appena ho li- bero il pensare per poche ore a
quegli stndj a cui forse natura mi avrebbe formalo, e cui la lunga abitudine ha
fatto sole delizie della trava- gliata mia vita. E queste cose vi pongo innanzi
perchè fin d' ora avvisiate che io stesso sento che meglio si potria fare da
chi fiorisse di mi- gliore fortuna che non è la mia, ed avesse que- gli agi che
sono dimandati dalle lettere ; non però io poteva fare meglio nella presente
mia condizione di tempi e di vita. Laonde se d' altro le genti non potranno
lodarmi, ho per certo che almeno del buon volere non nù negheranno lode; tanto
più che codesto mio buon volere istesso ha dovuto sovente lottare con que*
disagi che sogliono anche T animo dei più coraggiosi dis- francare. Quanto a.
me sarò conlenlissimo della fatica mia se voi vorrete aggradirla , e se i buoni
e gli studiosi diranno in leggendola: — Costui mirò a giovare le lettere per
quanto era da luì. Resta ora che io vi dichiari cagione che mi ha mosso a dar
mano a questo libretto, e inten- dimento che io ho avuto nei compilarlo e nello
stamparlo. Dovete adunque sapere che quando io ebbi dato a luce la Rettorica del
Blair com- pendiata dal padre Francesco Soave , e da. me Digitized by Google
accomoUaia ali usq delle scuole italiana, fu chi nelle pagine d' un Giomale mi
dififie, quel libro, comecché eccellente per gli adulti, essere troppo elevato
pei giovanetti , troppo profondo, nè essi coglierne quel bene che io aveva
avvisato , c già per qualche anno aveva sperimentato nella scuola mia, nel
Ginnasio di Pesaro, forse più per bontà d' ingegno ne ifìscepolicàe per valore
dei maestro. Allora mi andò per la mente di com- porre nn libro il quale meglio
si confaoesse a tenera giovinezza , e recasse quanto di utile vi ha nel Blair,
e quanto vi ha ne' migliori maestri dell'arte. Meditai un poco, considerai il
tema che io m'' imponeva , e a non molto, trasportato dal sommo amore che ho al
profitto della gio- ventù, posi mano all'opera, la qoale neir andar di due anni
ebbi a vedere compita quale a voi la presento. Nè qai starò a raccontarvi
quanto in prima avessi a pensare fra ma, per risolvermi riguardo al metodo e
alla forma che dovrei pren- dere; perchè nè in tutto mi soddisfaceva f an-
damento del Blair, nè in tutto mi piaceva quello tenuto da Paolo Costa neir
aureo suo libro della Elocuzione. Chè parevami doversi serbare modo più
analitico del primo , e meno metafisico del secondo; e quanto alla trattazione,
mi sembrava si dovesse rendere più agevole d* amendue. La qua! eosa fu ancora
cagione che io sorivessì il Digitized by Trattalo per domande e risposte, e
incominciando dalie paróle seguitassi ai perìodo, all' intero di- scorso , alle
doli che il medesimo aver debbe , e via vìa giungessi allo stile. E qui mi
cadde in pensiero di trattare materia, che non mi avvenne mai vedece trattata
coovenieDtemeBte nei libri dùReitorica, quantunque necessaria principal- mente
ed utilissima, quel è T imitazione, per la quale lo stile si forma; che è
quanto dire si per- feziona la ragione, e si crea il criterio ed il gu- sto.
Per la qual cosa, dopo avere insegnato che studio si debba porre dal giovanetto
a fine di acquistare uno stile lodevole, sono tosto entrato a parlare dell'
imitazione, . mostrandolrnon cosa che inceppa gl'ingegni quale se la figurano
gì in- dotti , e coloro che giudicano le cose dalla prima corteccia, ma si cosa
che aggiunge lena agli in- gegni, li rafforza, e dà loro inventare e creare. E
perchè non vi abbia persona del mondo che creda quelle regole che 4o, e intorno
V imitazio- ne, e intorno .le altre cose, ho assegnate, siano cosa mìa, o
novità che io ami introdurre, ho cercalo sovente recare le parole stesse di Cice-
rone, di Quintiliano e d'altri, l'autorità de' quali debbe essere grande appo
tutti. Siccome poi è mio intendimento che questo mio libro sia ad uso anche di
coloro che non sanno, o non vo- gliono saper di latino, ho procurato che i lue*
Oigitized — 9 — gbi Ialini siano sempre esposti in italiano: e in qnesto non
pìccola ìnduslrìa ho posto. Perchè ove ho trovato buoni traduttori, della
traduzione loro mi sono valso; ed ove mi è parato che essi non ci bastassero,
ho cercato io stesso di tra- durre il me» male che mi fosse possibile. Dirò
ancora che molte volte a recare in volgar no- stro i luoghi latini da me sceki
, non mi sono fermato ad un solo volgarizzatore , ma ora 1 uno ora r altro ho
trascello, con questa intenzione che i giovani imparino a conoscere quali sono
i più pregevoli traduttori. Che se alcuno volesse dire che io doveva tutti que
branì^tradurre da me (cosa* che mi fu dolcemente rimproverata* * quando nel mio
libretto suW arte dello scrivere lei- (ere a tradattore delle lettere di
Cicerone pre* scelsi il Cesari), sappia che io non ho voluto per buone ragioni
formi io volgarizzatore di que bra* ni, non già per scemarmi fatica, ch'ella è
ben lieve cosa a chi scrive un libro voltaiie dal latino un dieci o dodici
luoghi, ma perchè io non po- teva promettermi di far meglio di coloro che a
sentenza de più savj hanno fatto bene prima di me. Conosco anch' io che codesti
traduttori, ed in ispecie il Cesari, hanno alcun difetto o d'esat- tezza o d'
altro: ma avrei io potuto credermi tale da tenermi sicuro da ogni difetto, se
anche i di- < Ghmah mtdko, tomo UXXVUI, pag. 346. Digitized by — fo- retti
loro avessi saputo evitare? Avrei io potuto sperare d' avere quelle belle doti
di oeltezza , di chiarezza, di eleganza, per cui essi hanuo ti- tolo d'essere
buoni, se non eccellenti? lo non ho quest' ambizione , nè tanto so promettermi
della pochezza mia; se altri di sè può sperarlo, buon prò gli faccia. A me non
piace meglio che il libro sia tutto mio: ma bramo che se si può, o mio solo , 0
mio e d'altri, sia buono. E questo valga a risposta anche a coloro i quali
volessero riprendermi dell'avere alle volle preso paragrafi interi dal Costa,
esempli dal RoUin e dal Ricci; sebbene poti^bbe aggiungersi che Cicerone dai
Greci, Quintiliano da Cicerone,. Blair, Rollio, Balleux ed altri non ebbero a
schifo di prendere brani interi da Cicerone e da Quintiliano , e re- carli come
sono latini , anzi qualche volta gl'in- teri capi ricopiare e tradurre.
Conciossiachè se rutiliti è quella a cai deesi mirare, che ogni al- tra gloria
che si consegua senza T utile altrui è vaniti e stoltezza , non deve chi scrive
essere così invidioso degli altri , da non valersene, ma delle bontà loro dee
fare prò a sè , e le cose dette dai medesimi accettare come J>uona for- tuna
mandatagli da Dominedio. Temo ancora non vi sia chi voglia affermare avere io
recato in- nanzi numero soverchio di esempi ; sebbene da questo timore mi
scioglie il sapere che tutti in Digitized by Google ^ciò si convengono, per gli
esenipj rendersi più utili le regole; e grandi uomini (e voi fra questi cogli
aurei Esempj di bello scrivere in prosa ed in verso da voi scelti ed illustrati
) avere inse- gnato che più negli esempj che ne precellì 1 arte sè contiene. E
qui manifesterò ragione che io ho avuta nel porre ai giovani esempj in copia.
Ho voluto che essi vedano la regola nei diversi stili messa io pratica , non
meno che nelle di- verse lingue ; e questo ha fatto che sovente ad un esempio
latino ne soggiungessi un italiano , da uno in prosa uno in verso. C se i
precettori .colle osservazioni loro applicherajino ad ogni esempio la regala »
forse Y industria mia non tornerà al tutto vana nè infruttuosa. Una cosa io
posso dirvi , ed è , che con profitto ho usato di questo libretto, ed uso,
nella scuola mia, la qnal cosa mi dà speranza che non sarà per es- sere agli
altri inutile affatto. Vero è, noi discon- fesso , che a' giovanetti ; ai quali
do in mano que« sto compendio , prescrivo poi di studiare da sè la Rettoricà
del Blair , la quale riesce molto più agevole e facile a chi sappia in prima le
regole e le dottrine, che a quella lettura direi quasi ap- pianano innanzi la
via: e questo mi piace qui dichiarare, perchè non vi sia chi giudichi che con
questo mìo lavoro io voglia scemar pregio a quello assai più ampio e profondo,
nè alcun Digitized by — iì — giovanelto si pensi che io con questo lo assolva
dal inedHare sulle opere de' Retori filosofi , a capo de quali fra' moderni non
è certo chi oon ponga quel sommo Inglese, che ora meritamenle ' signoreggia
tutte le scuole ben of dinate , nelle quali , più che T amore del bene dei
giovani , non prevalgano quelle vecchie e superstiziose abitudini, che
ritardano ed abbassano indegna* mente gì ingegni , a grande vergogna e danno
deir età nostra e dell' italica gioventù. Ma è tempo che io ponga fine alle
parole , le quali oramai di troppo 60\'erchiano al biso- gno, e che io me e l'
operetta mia raccomandi al patrocinio deir amicizia vostra , pregandovi che
vogliate accoglierla con queir animo istesso col quale io a voi i' ho donata e
dedicata. Osimi éliOéel 4843. Digitized by Google DELL' ART£ MTTORlCilo CMe
Tosila dire RettorlM. — Quale iKiMtà •t vlmMlil «elle paMle» • pweliè. Cane ékm
mmm pvaeeda la eliiareaaa. D. Che cosa è la lìettorica? lì, È un' arte, la
quale c' insegna a fare buon uso ideila parola; e però si deBnisce Farle dui
parlar bene ed acconcia$nerUe. Sì dice del parlar bene per iodicare, che nelle
parole deve esservi alcuna bonth ; acconcia- mente, perchè non sempre que'modi,
che sono conve- nienti ad un luogo, eonvengono anche air altro. D. Quali bontà
denno avere in eè le parole? R. Tre principalmente: 4" Purità; Proprietà ;
30 Decenza, La Purità importa che le parole appar- tengano a quella lingua,
nella quale si scrive, e vi ap- partengano per modo, che riescano chiare, e
consentite - dair uso de' buoni scrittori. 2*» La Proprietà vuole che si scelga
fra i vocaboli quello, che V uso ha appropriato a significare precisamente quel
concetto che noi inten- diamo di esprimere. 3^ La Decenza infine domanda, che
si tengano lontane dalia scrittura quelle parole, le quali hanno perduto
bellezza ed onestà nelP uso del Tolgo, e si usino quelle, le quali non possono
spiacere a civile e costumato lettore. D. Perchè si deve aveve questo riguardo
neUe parole ? Digitized by Google — 14 — jR. P«roliè4e parole sono i segni
delle idee, e se noi non mostriamo chiaramente i nostri concetti , non
accadercì mai che siamo intesi chiaramente, cioè come noi desideriamo. E però
ad acquistare <|tiesto pregio importante della chiarezza, converrà che noi
studiamo hi lingue, nelle quali vogliamo scrivere o parlare; seo:^ questo non
ci avverrà mai nè di esprimere con aggiu- sUtezza i nostri concetti, nè di
£arli intendere agli altri* D Da quante cose proccfle la chiarezza? H. Dal buon
uso delle parole, e dalla buona ^ollo- cazioiie delle medesime., lufatlo, se le
parole non corri- spondono primamente all' idee , non sarà giusta l'espres-
sione ; se poi non saranno collocate secondo le leggi della retta sintassi, non
renderanno mai quel senso che si vorrebbe trariie. Ad esempio : se voi chiedete
ad un amico un fiore in genere, con animo eh* egfi debba darvi una rosa, male
farete l'inchiesta, alla quale egli avrà soddisfatto ogni qualvolta vi presenti
d' un fìore, qualunque egli siasi e di qualunque specie : ma se voi r avrete
domandato d'un fiore di rosa, non potrà fal- lire eh' ei non risponda secondo
il desiderio vostro air inchiesta. £ perciò grande cura si conviene avere neir
uso delle parole che noi diclamo sinoniroe, le quali , sebbene siano tutte
eguali ncIT idea principale, pure diversificano nell' idee accessorie. Ad
esempio : i verbi di uccidere j ed ammazxare, hanno comune l' idea dì , recar
morte , ma banoo diversa V idea del modo di re* caria, perchè il verbo
uccidere, derivando dal cedere dei Latini, significa veramente toglier la vita
per feri- mento; il verbo ammazzare poi significa togliere la vita per colpo di
mazza, o per percossa di simil genere, e però sarebbe improprio il dire :
ammazzare uno di fame , e dovria dirsi : farlo morire di fame. Digitized by
Google — i5 — D. Come $i ottiene la chiarezza dalla collocazione delle parole?
R. Disponendole secondo la retta costruzione, a modo che ogni parola tenga il
suo luogo , e n' esca quel senso che si vuole e non altro. Conviene anche sapere
^be una sola parola, la quale sià collocata male, o camWa H senso
dell'espressione, o le rende ambiguo. Il Passavanti cadde in questo difetto là
dove disse , che un uomo passò di questa vita m Inghilterra ; perchè • sebbene
si voglia intendere, cbe un uomo in Inghil- terra passò di questa* vita,
tuttavia per la collocatone delle parole il senso è, che un uomo partendo di
questa vita se n' andò in Inghilterra. Così pure il Boccaccio iacofitrò in
questo difètto dicendo, cbe — Dmiie di uver fcUto quel Hbreito ndf età piò
mahmi si vergognò ; percbè non si conosce se nell'età più matura si
vergognasse, ovvero se facesse quel libretto ; il quale difetto sarebbe state
tolto disponendo coii altro ordine le parole, e di- cendo : si vergognò nell'
etli più matura. D. Con che altro modo si ottiene la chiarezza nel cottocare le
parole? R. Componendo bene il periodo, cioè dando il suo luogo a ciascuna
proposizione nel discorso, per modo che r una non debba entrare nelle ragioni
dell' altra, c siano chiare le espressioni non meno che le relazioni delle
medesime. Digitized by Google — 16 — Caw. il. D. Che cosa è il Periodo? '^ R*
11 Periodo non è che up intero diecorso, nel quale si esprìme una sentenza
composta di piU giodizj , i quali tutti dipendono da un solo, che si chiama
prin- cipcJe, mentre essi sono detti incidenti. Si dice discorso intero, perchò
il Perìado deve racchiiidere in sò com- piutamente r espressione del sentimento
, che si vuole manifestare. Dico poi che il Periodo debbo esprimere un
sentimento composto di più giudizj . perchò se vi fesse r espressione d'un
giudizio solo, allore, se mal non mi appongo, non sarebbe Periodo, ma una sem-
plice proposizione, o, come altri dicono, sentenza. Non ignoi'o che vi ha di
molti i quali danno nome dii^ nodo anche ad una sàia proposisiene, come: III a/
io mio maestro; ma penso che sia mal fatto, conciossiachè la parola Periodo
indica giro, àmbito; nè veramente giro od Àmbito vi ha in una sola
proposisione. £ .però amo distìnguere il Perìodo da semplice sentensa. D. Che cosa
è la Sentenza? ^ ìL È V espressione di un nostro giudizio manife- stato per
modo che egli abbia principio e fine, come sarebbe questo : Cedro amò la ma
Pairia ; dove Codro è il principio, la sua Patria il fine della proposizione. U
perìodo si forma di queste sentenxe riunite insieme per modo ohe la loro unione
formi un giro od un àm- bito, come dicevano i Latini, piacevole agli orecchi, e
« tale che presenti alia mente quasi uno il concetto. Però è che a formare il
periodo non basterà accozzare in- Digitized by Google sieme piti sealenae :
perchè se sareooo unite iilsieiiie. senza queir ordine, che dalla ragione e
dall'arte è ri- chiesto y sarà sem|)re un ammasso di seotense dis- giunte^ e
non un perioda È quindi. neeessiHrio a ben formare il periodo, disporre pet
modo le propoeizioni che una sola stia a capo di tutte, e le altre servano al
tutto a questa, e strettamente con lei si coUeghino. Per esempio : Fatta iw/a,
i Trojani m partirono dd^ risola di Creta ^ e navigando per il mare di Giaccia,
dopo molta tempera, ohe sostennero, capitarono alle Isole Sirofadi. In questo
breve periodo vi sono piti proposiiieiri : I* Trojani partirono -<»
imitarono per il mare di Grecia — sostennero molla tempesta — capi- tarono alle
Strofadi. Le quali proposizioni tutte oosk distaccate non formerebbero un
perioda: lo lormafto però qoando una di queste è posta al reggimento del-
l'altre, nel modo che sta nelF esempio recato, dove-r- / Trc^jam copUarom Me
Strofadi è la propesisioa principale, che modl6ea tutte le altre; le quali
periìbè sono modificate hanno nome di suballerne. ^^,] D. Come sono chiamate
dai Retori le parti che con^ pongono il periodo? R. GhiaoMno membri qoelle
parti del periodo ehe contengono una sentenza accessoria ; chiamano iìicisi le
parti delle quali si compongono i membri ; come, ad esei&pie: Et si kaenini
nikil est magie optamhm, qimm proepera, esquabilt^, perpetuaque fortuna,
secundo vitce sine ulta offensione cursu; tamen si mihi tranquilla et pacata
oeum fuiesent, ineredibili quadam, et peiie di- VMMi, qua mme-wstro ben^hio
firuor, keiiiim voh^ptate caruissem. « E se dall'uomo non si dee desiderare al-
cuna cosa maggiormente che una prospera , temperata e perpetua fortune, uu
secondo corso di vita sensa s Digitized by Gopgle — 18 — disturbo od olfesa
«hmna, io nondimefio, se avessi aviite tutte le mie cose tranquille e prospere,
sarei ora privo d*UQa iacredibiie e quasi divina contentezza e letìzia, die io
godo per lo beneficio Tostro. » (Lodovico Dolce.) In questo perìodo la
proposizion principale è co- ruissem voluptate Ixtitice, alla quale
proposizione, come vedete, tutte le altre sono coliegate per opera delle
congiontioni , officio delle qaali è rannodare V un membro coli' altro. I
membri nei quali si può dividere il periodo sono questi : Nihil ai magis
optandum qmm f ottima jiroqMfa ^^si mihi fuisimU omnia focata et tran* fuiOa
camàmm voluptate lastitkB, GV incisi poi sono questi : sine offensiorte ulla^ —
cursii secundo vitcB, — wquabilis ,perpetuaque, — incredibili, oc pene divina,
— qaajoetiro ben^io fruor. i D. Di quanti membri si deve comporr^ il Periodo?
R. Non vi è legge che determini il numero dei membri dei periodo, e purché eia
agevole a compren-* dorai, secondo che insegna Aristotile, si potrà fininare
de' periodi di quattro, e di cinque membri ancora. Cice- rone nell'Oratore
c'insegnò: Constai iUe Mmbitiis^ et plma comprehmuio e fwMor fere partibus^ qua
membra dhimiiur, ut et otires nmpkat, et ne brwhr sit, quam satis sitj nec
longior. « Quel giro, e quella piena com- prensione si compone quasi di quattro
parti, che si chiamano membri, a modo che riempia le crocchie, e non sia nè più
breve di quel che basta, nè piti . lungo. » D. Quali regole si danna a
ben-formareél Periodo? il. Tre principalmente: 4® Che i membri siano ben •f;
collegati fra di loro per mezzo di congiunzioni così che abbia unità ; Che il
senso esca perfetto ed agevole per la buona collocauone delle parole e dei
membri ; Digitized by Google — 19 — 3^ Che si chiuda in un pieno ed armoaioso
giro di pa- roie. Ucbeyuol dire ohe il periodo deve avere: 4^ Uniilif
S[<»iUkacia, 3^ Armonia. Caf* III. Belle iiualiià eeeensiall 4el Perlede* D.
Àv§i$ deéto che funUà, Feghacia e Farmonia, sono le tre qualità essenziali del
periodo; ora spiega- temi un poco perchè è fèecessaria V unità? R. V ufiilè è
neeeeaaria ed eaaeuialef perchè ella fa che r oggetto principale sì mostri cosi
ben collegato ..polle sue parti, da uscirne alla fìae una sentenza com- piala.
AJpbiaoM deUo ohe nel periodo vi possono essere o ^ sentenie ; ma sa queste non
sono si fattamente unite da presentarsi alla mente come un tutto solo, esse
recheranno disagio e confusione. £ in quella guisa ehe nel eorpo umane il capo
signoreggia tutte le altre membra, le quali unite, e direi governate da lui,
for- mano un corpo solo, così la sentenza principale deve reggere e fare un
corpo solo con tutte le altre subalterne^ KpM^priMipal cura debbo essere di
ooiloeare in modo la proposiiione principale , che ella riceva lume e fini- '
mento dalle subalterne, e da quelle chiaramente si di- stingna. D. Coma SI
ellMfie Pumtà? R. Per quattro modi s'ottiene l'unità: 1" Non in-
troducendo mai troppe proposizioni subalterne, e non iermandosi tfoppo sulle
medesime , sicché non faccia alcuna <M queste sulla mente una impressiMie o
eguale Digitized by Google ■ — 20 — 0 pili forte che non fa la proposizione
principale, lo 2*» luogo: non inframmettendo mai nel periodo membri , dei quali
Isa seotensà pn(» fare a meuOf o che non vi hanno relazione ; perchè allora ne
nasce un affastellamento /che da confusione alla mente, ed a^ava la memoria. Se
occorre dir cose molto piìi di quelle che in un salo periodo ti possono
contenere, sarb molto meglio ripartirle in due, che per volerle racchiudere in
uno fare cosa viziosa e senza unitò. In 30 luogo conviene cercare introdurre
parentesi quel meno che si può. Ogmmo sa che la parentesi è una sen- tenza
messa dentro ad un' altra sentenza, la qual cosa è fatta per dar luce e
chiarezza. Ma se la parentesi sarà troppo lui^a, e dimanderk più atlensioiie
ohe le altre sentenze delle quali si forma il periodo, etlrfne tuiterh r unita,
e in luogo di portar luce, porterà oscurità. Se poi la parentesi sarb troppo
spesseggiata, distraendo e interrompendo.il corso d^r astensione, verrà a
togliere r unith del periodo e ad isoonòiarle. Non si dice'che non possa usarsi
la parentesi qualche volta con buon prò: chè ben si può, e giova; ma si vuol
dire che ohi la prelunga soverchiamente, o chi ne usa troppo qpsBSO, dà sea»no
di non avere saputo a tempo ordinare le idee e distribuirle bene. La quarta
regola infine è che ogni periodo venga ad una perfetta conclusione. E vizio
insopportabile f! formare de' periodi per mède ehe non se ne trae mai quella
conclusione che si deve; 0 il for- marli in guisa che la conclusione vada piìi
là di quello che ci aspettavamo; perchè alla mente è grave sempre il non
trovare quello che cerca : 0 il trovarvi per sòprap- piii cose, delle quali non
si cura. I quali due vizj sono cagione che il periodo perda unità ; e però
denno stu-x diosamente evitarsi. Digitized by Google — ai — D. Che intendete
qmndo dite che il periodo deve avere efficacia? JL & inlande dire obe le
parole, ed i membri del pemdo demie essere disposU per guisa, die faociano la
maggior impressione possibile sulla mente, a modo- chò li leUore ooa solo
iateada ad ua punto , ma seata oéli'.ammo 11 valor di ciaeeitii membro»
di»€its<mii •oeiao, e di eiascuna parola. D. Quali regole si danno per
ottenere t tfficacia deW espressione nel periMo ? R. AlquanteréfiDtoei daniiò,
e innansi tutte questa: che si tolga via ogni parola superflua, — perchè tutto
ciò che non giova, nuoce assolutamente, ai dire di Quintilia- no; in fatte o
etanca la mente, oytìto sceiiia parte di cpiell* attentiem, che a cose più
importaoti è dovuta: oltredichè, al dire d'Orazio, « è d'uopo usare brevità per
render più spedita la sentenza , la quale deva trascor- rere iiberOy e noa
graivate di veni euònì le stancbe QÉed^yìa» Est brevitate opus ut currot
sententia : tutu te Impediat verbis Iqsms onerauUbus aure». La «piale cepria dovrà
essere osservata seoofire con savia diserezione, perchè non abbiasi ad
incontrare nell'uoitè difetto; che sta sempre a costo della precisione, cosic-
chó apveoÉs. aooade , idie per cercare efficacia nei dire, si dado nèlF
arideua. ' D. Si deve egli evitare la superfluità soltanto nelle parolel B.
SiocMie io ouperfluità può essere aocgca nei membri e negl'incisi, co8\ anche
di Ih converrà to- glierla. Alcuni scrittori poco avveduti cercano d'intro-
durre nel periodo una piena di seatenze, e poco badano se tutte siano
néesisaria o oo^ purché alla fine e$ca Digitized by Google — 22 — un su<iiio
grave e armoniom. Il qaile difcUo è da fug- gire sommamente, perchè se torna
grave alla mente una parola superflua, molto più le sar^ una sentenza. D. Quah
altra fdgtì^ siéàpet oUmmn PefUkama mi periodo? R, Quella del saper ben
collocare le parole che rappresentano l'idea priocipalei akchò abbiano il prìn-
cipi luogo, e colpiscano la mente anohe per Mesto dell' armonia. Il quale
artifizio certamente è di non lieve momento. Valga un esempio. Cieerone neli'
ora- rione a difesa di Ligario voleva dire <Ae egli pure aveva seguito le
parti di Pompeo.- Egli si esprìme ceift: in iisdem ego armis fui: ed osservate,
che se egli avesse detto: ego fui in armii iiidem, — V efficacia della sen-
tenza sareUie al lutto svanita. Ma poneado ^ueU* ego in luogo cbe ferisce là
mente, e méttendo quel fui al fine , la sentenza acquista un non so che d'
efficacia e di forza. Così in quest' altro luogo pur di Cicerone nelle
Filippiche: AdeiratjanUor mrceris, caimifex pmioris, mors, terrorque sociorum ,
et civium romanorum , lictor Sextim. « Si trovava il portinaio della prigione,
il ma- nigoldo del pretore, la morte e il terrore cM eoufede* rati' e cittadini
romani, Sestio littere. » (Dolce.) Qod Lictor Sextius posto a principio
toglierebbe ogni effi- cacia a questa sentenza, nella quale Cicerone ha prima
voluto porre dinami ag^ occhi quanto era di terribile in questo carnefìqe , poi
quasi a compimento della pit- tura nominarlo infine. D. Quale aUra regola
auegmreelB olire le accen-^ naU? R. Che ì membri del periodo sempre siano
dispo- sti per modo che vadano crescendo a guisa di scala, eosicohè le idee
ultime abbiano sempre maggior pese Digitized by - 23 — delle prime, come in
quésto esempio di Cicerone, al quale QuìntiliaDO stesso fa chiosa: In istis
faucibus, iitis lakrilm, ùta gladùihria toiÌMS ccrporis fimUUUe, # tunkm inni m
Hippm nuptiis eoAanseirat, UH fieeesse es$et in conspectu populi romani vomere
postridie. « Tu con queste tue fauci, con questi fianchi^ eoa questa
gladiatoria fona di Uilt* il corpo, luti tanta copia di ▼ìm traeaiiiiato aUe
nosie di Ippìa , dkè necessith ti fa il giorno appresso di vomitare al cospetto
di tutto il popolo romano. «a (P. G. Biaiiohi.) Se Cicerone aveaaa prima
aooannatD alla robostesia gladiat»ria dalla per- sona, poi ai fianchi, poi alle
fauci, il periodo avrebbe perduto efiìcacia per difetto di gradazione. D. QmU è
la quarla regota per ilare effimda alpe^ rmiù? B. È quella di contrapporre nel
periodo stesso membro a membro, e quasi farne confronto , serbando aat
linguaggio e nella aiulaaBi ima certa omiapondansa : per esempio: Vieti
pudorefà libido, timorem audacia, rationem amentia (Cicerone) ; ove la modestia
è con- trapposta alla sfrontatezza , il timore att' audacia, la ragione alla
stoltezza. — E questo modo, cbe i Betori chiamano antitesi, vale all' efficacia
del periodo, per- chè avendo ogni concetto il suo contrapposto ai fian- chi, la
mente dal paragone è aiutata a sentir meglio quefl' idea ohe le si Tnole
presentare: come appunto più spicca una figura in un dipinto quando è aiutata
dalle ombre e dai chiaroscuri. Conviene però andare canti mW oso dalle
antitesi) per non mostrare di avere più oera delle parole ohe da* smtimenti. Ma
di questo altrove si dìvh. D. QmU è ta qitùUa regota per rendere efficace il
pariodo? Digitized by Google — 24 — R. È quella di non chiudere mai il periodo
con una parola ) che sia di poca importanza: vale a dire con una di quelle, che
non esprimono realmente un'idea, ma soltanto la modificano, come sarebbero gli
aggettivi, ì participj, gli avverbj. A meno che non si voglia che la mente si
fermi sopra le qualità di una cosa , o sopra la modificazione d' un' azione,
perchè in questo caso starà bene portare in fine quelle parole stosse, còme
nell' esempio di Cicerone: tu istis faiicibus ec. Egual- mente si dica dei
monosillabi, i quaii chiudono con asprezza di suono; e degl'infiniti, i quali
sovente re- cano in sè un suono languido , e non aggradevole. Ma in queste cose
non si può dare certezza di legge, e si conviene prendere norma dal proprio
sentimento, e dal fatto dei Classici; come ad esempio: Quapropter me- moriam
vestri bene/icii colam benevolentia sempiterna , non solum dum anima spirabo
mea, sed etiam cum mor- tuo monumenta vestri in me benefica permanebunt « Laon-
de io onorerò la memoria del vostro beneficio con per- petua benevolenza; e non
solamente mentre avrò vita, ma quand' anco io sarò morto rimarranno in me le
memorie del beneficio che fatto m' avete. » (Dolce.) Si perde ogni efficacia in
questo periodo, qualora si chiuda cos\: sed etiam cum mar tuo permanebunt
monumenta veslri in me bene fidi. D. Quai è la sesta regola per dare efficacia
al joe- riodo? Il Fare buon uso delle particelle congiuntive e disgiuntive,
dalle quali, quantunque non paia, sovente il discorso acquista di molta
efficacia. Ma per usarne bene conviene considerare prima se noi vogliamo che
tutti i membri del periodo facciano forza sull'animo quasi ad un punto ; o se
meglio ci torna che 1' uno Google - 25 - dopo r altro faccia forza. Se ci giova
che tutti ad un puato Cacciano impressione, allora noi dobbiamo sop- prìmere e
togliere affiatte le coogiuaftioai; se all' incoQ- tio, dobbiamo collooarle a
divìdere V un membro dalFal* tro. Nelle cose in cui è necessaria rapidità, le
coni^iuii- zioai iudeboliscooo il periodo; in quelle, in cui è ne* cessarìa
posatezza e distinzione, le particelle rafforzane il perìodo. ^Cesare
descrìveva una battaglia, e voleva mostrare la rapidità, colla quale era stata combattuta,
e come il combattere ^ il dar la carica, il vincere, era Stato quasi un sol
pufttoi Dica adunque cos) : Noitri^ emissis ptlis, gladiis rem germi; repente
post tergum equitatus cernitur; cohortes alice appropinquant , hostes tirga
vertuiU, fugienttìms equUei occurrunt, fU magna ecedeg. « I nostri, laooìate le
aste, si avventano colle spade; improvvisamente vedesi a tergo la cavalleria;
s' avvicinaa le altre coorti, i nemici voltan le spalle, la cavallerìa dà la
eariea ai fàggUivi, si fa grandissima strage. » Se Ossafe avesse ad ogni
nieiaBbro frapposta una particella, avrebbe mostrato che da una cosa all'al-
tra vi eca passato alcun tempo: mentre presentando epsl in groppo tatto le
eiroostanze^ dà a vedere la preetesia « te rapidità del fHto. Ha Cesare stesso
vo- lendo nella descrizione di un' altra battaglia mostrare molte e diverse
difficoltà superate, e far vedere il ne- uM, in diversi* luof^ ad uno stesfià
tempo sem- brava essere , ammette le copulative , e ne ottiene bel- lissimo
efiétto. Eccone le parole: Eie equitihus facile piiJ$ii oc petÉurbatis ,
mer^dibUi eelunècUe ad fiwmn ^ iecùmmi, ut pem «no ef odsihm, ef tu flu* mine,
etjam in manibus noslris hosles viderentur. « Qui sospinta facilmente e
scompigliata Ja cavalleria, con incredibile eeMrità ceraare al fiame;
eosìsfiiiò i nemici Digitized by Gopgle — 26 — parevano essere quasi al tempo
istesso, e nelle selve, e nel fiume, e alfine nelle nostre mani. » Queste sei
re* gole generalmente insegnate dai Retori giovano oertà- mente a rinvigorire e
fare efficace il periodo, quando però esse non offendano la naturalezza , e
quel lucido ordine, senza il quale non vi è mai Tera bellezza nelle scritture.
D. Che 9ùia deve dà^i deW amonmf A. armonia è quel dolce risuonar del
T>eriodo^ che nasce dalla scelta e dalla collacazione delle parole, e mentre
rende il discorso grate all' oreccbio di obi ascolta, gli aggiunge Acacia*
Dalle quaU cose si vede che non è da trascurare l'armonia del periodo, perchè,
come dice Quintiliano: Nihil potest intrare in affectum qwd frim m ours, wkM
qwiiom ve$léi»b^ «Mm ùf^ fendik « Non è cosa cl^e possa entrare nel cuore uma-
no, se dapprima intoppa negjX orecchi che sono quasi le porte. » D. P&rckè
Mi0 «fallo ehé V anmia nmm dalia scelta delle parole ? R, Perchè le parole
possono dalla diversa combi* nazione delle lettere ,4dUa quali elleno 0D11O
iNtnale, ricevere diversi mml e diverse melodie. Ognune sa che le vocali
rendono dolce il vocabolo; le consonanti lo fanno robusto: ma siccome ogni
soverchio è vizioso, cosi le troppe vecali danne sme spiacevole per ia$a;
Digitized by Google — 27 — le troppe consonaDti rendono un suono aspro e
difficile. Aggiungasi ancora che le parole composte di poche sil- labe sono
generalmeiite pìU franche e spedile, che me- lodiose e 8op vi ; e sono poi all'
incontro melodiose quelle, che di un giusto numero di sìllabe si compongono,
ele- mento delle quali è una proporzionata mistura di vo- cali e dì
consonaiiti. Chi diuMpw sappia trasceglìere qudle parete, che hanno armonia e
sono dolci al pro- nunziare, renderà sempre armonico il periodo. D. Quante
regole si possono dare per rendere or- nmioio il perMQ coUa ecelia delle
parolef R. Quattro, e sono le seguenti: 4<» Che si usino parole di agevole
pronunzia, perchè i vocaboli diflìciU alla proniuizSa sono anche aspri «
difficili all' udito; 2«Che si evitino i monosillabi troppo vicini fra loro, o
Fincon* tro delle sillabe somiglianti, le quali recano cacofonia; 3^ Che non si
usi perpetuamente un' eguale maniera di giro e di cadenza nel periodo; 4* .Che
ai vocaboli di poche sillabe siano frammischiate voci di molte sìllabe;
perocché da questa varietà deriva specialmente un' ag- gradevole armonia. D.
Dareste le regole che riguardané la diqnieisnene dèlk parole per ottenere
armonia? R. Eccole, e brevi. In primo luogo sì deve cercare che il periodo sìa
composto per modo, che in fine di ciascun membro possa avere luogo ma pausa; e
che queste pause siano collocate in tale distanza fra loro, die n' esca un
piacevole suono: si badi però che non siano troppo scropalosamente ansuratOf né
troppo egual- mente; perchè la soverchia «lisura e regelariài rende* rebbe
affettato il periodo; P eguale cadenza lo rende- rebbe monotono. Che anzi
accortamente si devono in- fraounettere non ingrate dissonaiiie e spaasatiire,
le pigitized — 28 quali, iodueeiido varietii nell' armcMML, «9 'aceresootìo il
dilotto. ' ; D. Chi può dirigere, e dar leggi migliari interno tarmenim? >
B. Il solo orèeohìo; ma perchè sia bùon giudice, conviene che sìa ben educato;
e per avvezzare i' oreo- ohio Qoa vi ò miglior aiaaco ohe roaaervatione e
Fimi-* tassile degli ottimi aaaaqplari. Leggete autori elaiaicf ^ recitateli
con attenzione a memoria, sicché T orecchio ue gusti le armonie, A poco a poco
egli vi si abituerà, e senza alcuna fatica , ansi inseneibilmente^ quell'alnto
tornerli in natura. Fra i latini leggete spectalmente Cicerone e Livio, fra gf
italiani Boccaccio, Casa, Spe- roni, Tasso e Caro; sebbene riguardo al
Boccaccio non ai possa andare tanto ài sioart per quella sua forsata sintassi ,
la quale spesse volte* rende oscuro ed intral- ciato il periodo. D. Jn fuanti
wzj ti può cadere Gerco^tdo eever^ . chiamente farmoma? IL Neir affettazione ,
neir ampoUosith e nelT oscu- rità; vizj tutti egualmente da fuggire. £ neir
aftetta- Siene al oade oMStrando scopertaneiìte lo studio posto o nella scelta
o nella colloeaziofie delle parole; nel* l'ampollosità, aggiungendo parole,
incisi e membri inutili ai periodo, solo per averne quella rotondità di cadenza
e quel .suono aggradevole, die eontenta Tome- chio; nelP oscurità infine,
trasportando fuor di luogo parole ed incisi, e forzando oltre il debito la
sintassi. Si deve anuhe guardare lo scrittore dai confondere il ritmo della
prosa col melffo della poesia, conciossiadiò quello è regolato semplicemente
dalT orecchio , questo da una determinata misura, e non vi è^osa piii scon-*
eia che vedere la prosa vineolala ai numeri della poesia. - 29 - D. Conviene
forse iMia sola armonia egualmente a luta i periodi? »• R. Certa che no*
Abbiamo deUo che de' periodi ve ne ha di brevi , cioè di doe o tre membri , e
di lunghi , cioè di molti membri, e da questo ne consegue che come diversa è la
misura del periodo^ diverse aocora ne sia il suono. E aieoome ge&efahnenle
I periodi non lunghi convengono ad un semplice discorso, e i lunghi periodi
sono proprj del discorso oratorio, così ne viene che altra debba essere V
armoma d' un tismpliee e fa* migliare dtocorso , altra quella di un oratone. E
ceHo mal farebbe assai chi ad un semplice discorso volesse dare V armonia e Y
andamento 4kel discorso oratorio. D. Si dovrà egli cmpmr&^l diicono 8empHc$
fo* famente di irwi periodi, e /F or^Mria solamente di lunghi? / R. Se
ricordate che abbiamo insegnato doversi fuggire come viaio la monotonia ,
vedrete venirne di conseguente, che sebbene il periodo breve sia proprio del
discorso semplice, il lungo sia proprio dell' orato- rio, nullameno si devono
c<|d' giudiziosa arte frammi^ sehiare e eontemperare. InfAto Cicerone
insegna, che « non si ha sempre ad usare di una lunghezza, e quasi di un egual
torno di parole, ma spesso spesso nel di- soorso a lunghe membra si donno
intrameziare le bre- vi, t jVen semper fààmikm est perpetmkde et quaei con-
versione verhorum, sed scepe carpenda membris minuUo- ribus or alio est. D.
Conchec/He $i rende hmgoilperiedof A. Accomodando molte proposisloni subalterne
per fare risplendere maggiormente la principale. Il breve periodo esponendo una
sentenza 9on poche altre che la modificano, vi toglie il diletto di vedére la
rela-. Digitized by Google — 80 — zione, che ella può avere con molte altre: il
lungo vi fa conoscere quasi ad un tratto un maggior numero di rap- porti della
sentenza principale colie accessorie. Per fare cenoscere adunque tatti questi
rappocti ad un tempo, egli è necessario ricorrere ad alcuni modi , che i Retori
chiamano amplifìcazioue, antitesi , enumerazione di par- tL Ad esempie:
Cicerone vokTa dire ironicamente che tutti piangevano per la morte di Clodio.
In un breve periodo si sarebbe detto : non vi è in Roma chi non pianga per la
morte di Clodio. Cicerone air incontro per messo deir enumerasione amplifica il
perMo, e gK dà suono oratorio in questa maniera: Publii Clodii mortem cequo
animo nemo ferre potest; luget senatus, mceret equeiUr ordo, tokk cwiias
confecta senio eit; sqwUhiU munieipia^ afflìCkoUui^ cohnkB ; agri dmdqm tpsi
Ann ben^tùum, tam salutarem , tam mansuetum civem desiderant. i Piange il
senato, V ordine equestre è in tribolo, tutta la città è di malinconia
rifinita; squallidi i mnniciiy , afflitte soa le colonie: finalmente i medesimi
campi dfcone: Deb! chi ci rende un cosi benefico, sì mansueto e salutevole
cittadino? 9 (Cesari.) D. Formato eko sia bene ilptfrkdo; cosicché riesca
dotato d'unità, d' efficacia, di armonia, che altro resta a fare? R. Beata a
formare il discorso: cesia a congiungere insieme piìi periodi, i quali-
contengano un intero ragio- namento, 0, come i Latini chiamavano, Orazione^ la
quale abbia tutte quelle doti che sono necessarie a ren- derla perfetta. £ perà
verremo a parlare dd Discorso e delle sue priiicipali qualitt. Digitized by
Google - ai ~ . Del SisMMW» • dMle mw pri— >y« l t D. Cofne fi pud dijfinm
Diieano ? Jt. Il Ditoorsò non è altra obe Fmiione di molti pe* riodi
concatenati per modo, che i' uno venga necessa- rìamente di conseguenza air
altro, e tutti insieme ne- soaoQ a quel che ci siamo proposti da prima. D.
Quanti sono ifini che Vuomo si può proporre nel diicorso? R. Tre
priocipalmeiite. O non si ia altro che nar* rare ed esporre sempliosmente i
nostri concetti per trat- tenere piacevolmente chi ci ascolta, e allora il
Discorso ha per fine il diletto; o si vuole dimostrare una qualche veritèi, e
allora il Discorso ha per fine la cofivmsfone; o infine si vnoìe costringere
chi ci ascolta a fare il voler nostro, e allora egli ha per fine la
persuasione, D. Nei tre fini diversi che t uomo si propone par- lando, devono
forse mere sempre egwdi le qtsaUtà del Discorso ? R. No. £ per determinare
quali devono essere le qualità ohe al Disoorso ri convengono, Usogoa osser-
vare alcune cose. L'uomo, quando parla, può trovarsi in diversi stati : o coli'
animo tranquillo e dominato dalla sola ragione, o coli' animo signoreggiato
dalia fantasia, 0 infine ooU' animo dominato dalla passione» A seconda delio
stato in eni si trova l' animo di chi parla , il Di- scorso riòhiede un
linguaggio diverso: imperocché il linguaggio della ragione ò fiempUce , chiaro
ed elegante ; qttrib della fantasia s^ inaiza con figure che gli danno
Digitized by Google propri colorì; quello. deKB passioae poi è commosso ed iigilalo,
ed ha modi e figure liltte sue proprie. E però alcune qualith richieste da una
di. queste specie, squo poi rifiutate dair altre. D. Insegnateci ora le qtmHtà
proprie ad ognuna di queste tre specie. R, Di alcune qualitè per le quali si
ottiene la chiù- rena , cioè della purità , della peoprieià • deUa decenza ^ si
è toeeate da principio. Ora rimane a dira d^* elire, e in prima di quelle che
sono proprie a tutte tre lo specie; oioò veritb, ordine, naturalezza, eleganza:
po- scia traiieremo delle qoalità piwprìe di quella speeie di Discorso che è
mosso dalla fantasia, e diremo delle ficiire prodotte dall' immaginazione;
infine accenneremo di (fueila specie che ò sigooreggiala dalla passieiiei e
par^ leremo di3le figure proprie della pasaioiiev Dellii Yerit»9 dell' ordine ,
della natiirideHA p ' deir eiei^nza» . D. Ghe cosa intendete dir^ quando
prescrivete che il . Discoreo abbia verità? . R. S intende dire che i concetti^
i quali noi espo- niamo, devono essere veri o molto somiglianti al vero, e devono
essere espressi con una elocuzione egualmente vera, cioè predsa in*8ò, e taleda
rendere efficacemente con aggiustatezza quei coifeelti che noi vogliamo naui-
festare. Ovunque manchi la verità nei concetti , o quella verisùniglianza che
ha immag^é. di verità i T umano Digitized by Google — 33 - Discorso sì caogia
in vamièi di suoni e di stranezze ; ove manchi verità all'espressione, i nostri
concelti non fanno mai forza alcuna sali' animo altrui ; nè gioverà puntc^
adoperare deganza e bei modi se il fondamento non è ' vero, 0 somigliante al
rero. D. Che cosa è V ordine? H. V otxLine die fu dnamato buoido, e raccoman-
dato con tento calore da Orazio, è qndia qualità , per la qoalc si dispongono i
concetti in modo che l'unp sem- bri derivato dall' altro, e messi insieme
formino un tutto di perfetta regolarità. £gii è certo, die per dichiarare
alcuni concetti noi dobWamo dichiararne alcuni altri o dipendenti da quelli, o
a quelli per relazione congiunti, e però ohi scrive deve disporre i suoi
concetti per modo che r un pensiero rampolli dall' altro, e dall' uno all'aP
Irò il lettore passi senza disagio, anzi senza avveder- sene, cosicché creda
una materia sola quella che com-. pone un intero disooiao. Yet ottenere ciò
egli è necessario sapere mettere in esecuzione quello che Orazio stesso insegna
in quei versi dell' epistola ai Pisoni: Or^nù hmc viHut erii , et venu», ani ^
fui/or, VÈjam tmnc diotiijam %UM deb9»lh M; PkTMqné éifeni, «I pnmtu iu tempia
emittùt. La grazia poi dell'ordine e il valore, A parer mio , consiste in ciò
che sappia « * Il destro autor sul cominciar deir opra ^ Di tutto ciò cbtì
dovrà dir, quii parte Subito esporre, e quale io aiiro tempo Differir aia
vaaiaagio. (Uetastasio.) E grandi sono in vero i beni che ne vengono dal saper
dire a tempo ciò che si deve, e lasciare ciò che non è necessario dire: perchè
appunto l'ordine si turba e quando non si dice a suo tempo ciò che è necessario
z Digitized by Google - 34 — allo sviluppo dei oonceitt, e quando ai dice piii
di quello che occorre; perchè nel primo caso s'interrompe la ca- tena delie
idee, e si reca disagio alla mente; nel secondo si opprime la memoria per modo
che ella ci perda il filo del discorso, e non lo possa senza fatica
rintracciare. L' ordine fa che ci riesca più facile a conoscere la suc-
cessione delie idee, e cbet se ne comprendano agevol- mente i rapporti : e,
come dice un prefondo scrittore moderno, ^ « L' ordine àh air anima il massimo
eccita- mento congiunto al minimo di fatica; perchè fissando la nostra
intelligenza il suo punto d' appoggio nel cen- tro, signoreggia da quello tutte
le parti della cosa. » L' uomo ama V ordine naturalmente, il quale ordine è
principio di diletto, perchè scema fatica alia mente; è principio di bellezza^
perchè eccita dolcemente la fan- tasia ed il cuore. D. Che cosa mi dite della
naturalezza? lì. Questa dote del Discorso, secondo Aristotile, è quella per la
quale nelle scritture s' imita sempre il parlar naturale, cioè si mantiene
quell'ordine nelle idee e quei colori nell'elocuzione, che sono richiesti dalla
natura stessa. Egli è vero che non si dee scrivere come gli uomini comunemente
parlano , perchè nel par- lar comune è scorrettezza presso che sempre, e vi ha
* Il professore Gratinano Bonacci cosi si esprime nel § 3o del Gap. Q° della
sua veramente filosofica opera inlitolata Noiioni fon^ damentali ri'
£<leli«a. ( Foligno , tipografia Tornassi ni ,1857. ) Colgo qaesta occasione
per neeoinandare ai giovani la lettura di questo libro, Il quale 9 ae con assai
meno booià fosse nato di là Uair Alpi e dal mare, e veouto a noi» dooo di mente
straniera, avrebbe in lulia a qoest' ora e molle traduzioni , e molti
adoratori. Ma penjiè è nato in Italia, forse da pochi è conoscioto, da
pocliissimi pregialo secondo il merito » e studiato. Così va la bisogna degli
stndj in Italia ! 0 temporali a momllll Digitized by Google -36- , de' modi e
de' costrutti, chiamati idiotismi, che nella scrittura si denno evitare; ma è
vero altresì , che ove Tarte si faccia a rabbellire il Discorso, lo dee fare
per modo che sembri cosi fatto per sola opera della natura.* Perciò i grandi
maestri insegnano, ninna cosa essere più diffìcile aeir arte che nasconder V
arie , e fare che ella si paia natura. Conciessiacfaè ancbe allorquando la
materia del Discorso è presa dal verisimile, egli deve avere talmente faccia dì
vero da potersi trovare il vero nel fiato: nò questa illusione può fare V arte
se in tutto non segue le norme della natura , cioè a dire se il Di- scorso non
ha pregio di naturalezza. E perchè abbia tal pregio, tre cose principalmente si
debbono schivare; la prima delle quali è che non si scelgano mai im- magini
troppo raffinate, né parole troppo leziose, e fuor dell'uso nella costruzione
delle sentenze: ma le imma- gini e le parole siano spontanee, e non mostrino
artih- sic, ma, come dÀoB CUierone^ exeadem re effloruisse videanhir; cr paiano
sbucciate fuorì da sè. » E quel che si dice delle immagini e delle parole si
dica pure del- l' armonia del periodo, la quale deve procedere per modo da
prender dolcemente gli orecchi e tentare il cuore^ senza mai dare nelF
affettato, nè dipartirsi dal naturale, la seconda luogo acquista naturalezza il
Di- scorso dal mantenere la decenza , cioè facendo che ogni persona che parla,
pari! secondo il proprio carattere, in quella maniera stessa che un uomo
parlerebbe in realtà se fosse posto in quelle circostanze. Periochò egli è
chiaro che non essendo dato a tutti da natura un carattere eguale , o doti
eguali d* ingegno e di cuore, ciascuno deve parlare seconda quel carattere o
quello doti che ha, o che lo scrittore gli ha assegnate, ila da principio;
perchè, facendo altrimenti, il Discorso per- Digitized by Google — se- derebbe
pregio di naturale. Finalmente iu terzo luogo si conviene studiare che le
parole e le frasi, non meno * che i pensieri , siane adattali al soggetto che
si tratta , e alle persone innansi alle quali si tratta; la qual cosa
costituisce ciò che si chiama carattere di stile, di che parleremo a suo luogo
, e dà lode di naturalezza al Di- scorso. Da queste cose è nanifésto che la
naturalesza è princìpio e conseguenza della chiarezza. I). Che cosa è eleganza,
e in che consiste? R. Eleganza è quella qualità ^ per la quale il Di-* scorso
non solo si purga dagli errori , ma prende abito di terso e di gentile,
allontanandosi dai modi della plebe senza punto perdere T essere di naturale.
Questa parola eleganza nasce dal verbo latino eUgerif M quale suona in volger
nostro — scegliere condiligensa: e Tele- ganza è proprio una scelta che si fa
delle parole e dei colori della favella per rendere più vago ed efficace il
Discorso. Ma questa virtU non è si facile ad ottenere se ' prima V ingegno non
si assicuri da ogni errore gram- maticale, e non conosca profondamente quelle
leggi che la volontà de' primi scrittori ^ e V uso di quelli c^e vennero
appresso, ebbero imposto aUa lingua. I quali scrittori certamente recarono
quelle leggi, tolte dalla osservazione del parlar comune , cioè dalla natura
stessa della lingua; e a queste ìaggL chi nega sottopora^i non otterrà giammai,
non dico lode di eleganza, ma nep- pure titolo di essere scrittore:
conciossiachè a conse- guire eleganza è fondamento T osservanza delle leggi
grammaticali; e dopo queste, quattro mezai vi sono che possono veramente
chiamarsi principio e fonte d'ogni eleganza: cioè T uso delle figure
grammaticali, dei tropi, dei concetti e delle sentenze; e infine la varietà. Di
cia- scuna di queste cose parleremo ne' seguenti capitoli. Digitized by Popgle
— 37 — €aw. TIf • Delle flswe del DImomo eblanuite D. Che cosa sono queste
figure grammaticali? IL Sono certe forme di costruito, ie quali hanno io sé nna
ragionevole irregdaritè; perloehè ben dissero coloro che le definirono — un
errore fatto con ragione, perchò l'errore non istè che neir apparenza, e la ra-
gione del medesimo ha radice nella natura; tanto che si può dire che la
sintassi naturale le porta con sè. In- fatto se l'ordine successivo dei
rapporti delle idee non è esattamente seguito neir espressione, non è per que-
sto che noi non siamo benissimo intesi da coloro che et ascoltano, la qunl cosa
non sarebbe se dalle figure di costrutto restasse offesa la naturale sintassi.
La mente di chi ascolta o legge, facilmente entra nel nostro con- cetto,
conoiQSStachè per leggi di analogia ella a sò rende regolare quel Discorso il
quale infatto è irregolare; laonde si deve concludere non essere queste figure
in- ▼enzione de' Grammatici ; ma sì i Grammatici averle trovate nel naturale
Discorso, ed essere quindi nate dalia natura, e non dall' arto. D. Come può
dirsi che le figure grammaticali già- wmo ali eleganMa M eoUruUo? R, Perchè
esse lo rendono più cahaiite ed efficace, esprimendo certe condizioni o dell'
immaginazione oil anche dei cuore, a modo che possa dirsi che elleno siano
linguaggio proprio dello spirito in quelle date condizioni. Infatto, quando lo
spirito mira direttamente Digitized by Google — 38 c con interesse ad un
oggetto, egli facilmente sopprime e tralascia quelle idee a cui egli non mette
gran conto, e che possono essere intese dair insieme dell'altre: quando una
cosa fa gagliarda impressione sulla fantasia, lo spi* rito vi si ferma sopra, e
qualche volta, senza raddoppiare r idea, raddoppia Tespressione: alcun'altra
volta perse- guitare V andamento delle idee turba Uordine della sin- .tassi;
alcun' altra infine scambia le relazioni riferendo il pronome non al nome
espresso, ma al nome dell'oggetto che lo colpiseei e-che è già chiaro dal
complesso delle idee esposte, cosicché il lettore o l'uditore per mezzo deir
analogia rettamente interpreta il Discorso, non secondo le parole, ma secondo T
intenzione di chi parla. Ecco qua la sorgente delie figure che malamente si
dicono grammaticali , e dovriano dirsi figure del co- strutto naturale. D.
Quante e quali iono queste figure? A. Se guardiamo- ai Grammatici sono in gran
nu- mero, ma avvisati da Gherardo Vossio, che le piìi non sono che stranezze e
vera invenzione >di Grammatici, e non prodotto della natura, noi ci
fermeremo a cinque: la 4* delle quali, ohe è la piti usata, eidirei regina
delle altre, ha nome Elissi; la 2^^ Pleonasmo; la 3» Silessi; la 4^ Enallage;
la 5^^ Iperbato. Diremo ora di ciascuna. D. Come definireste la Elùsi ^ e che
easa dirute di questa figura? R. Elissi è parola greca la quale significa
manca- mento; e però questa figura consìste nel togliere e tra- lasciare alcuna
parte che sarebbe necessaria, all' inte- grità della sintassi, in modo però che
non ne nasca oscurità alcuna, ma anzi il Discorso acquisti forza ed efficacia.
Vi ha delle lingue, a cui T elissi è frequentis- sima, e fra queste la latina e
la nostra. Se dunque, Digitized by Google — 39 — coniD è detto, TEIissi
consiste nel tralasciare, ella co- stituirà principalmente quella brevità, che
spesso è vaghezza del IMscorso. D. In quanti modi si può fare tSlissi? R. In
molti modi : ora tralasciando un nomé so- stantivo, che facilmeute si può
sottiuteDdere^ come ad esempio in qnel di Dante : Gliene diè cento» e non stnlì
te diece ; ove si sottintenda il sostantivo htue, nome che facii« mente si
supplisce, intesa che sia l'azione, nè ci vuol fatica ad intendci la, poiché il
poeta dice come Ercole a furia di busse fini il ladrone Caco. Cosà facilmente
s^ intende la parola jsodum soppres^ nel seguente d* Ora* zio (Ode 34, lib.
4"] : • • . • • nom^tie DinpUtr PUrwnque per pumm. • , • Egil equa sottintendendo
ccelum* Con itoolta vaghezza talora si sopprimono gli adiettivi , come ad
esempio : nec tu sol- vendo eraS; — cioè aptus. Cos\ nel Boccaccio : E sempre
poi per da molto l' ebbe, e per amico, sottintendendo — per da ùioho pregio^; e
neir altro : Il garzoneelh infer^ mo, di eh» fa madre dolorosa tonto, come coki
che più non ama ; — dove è agevole sottintendere figliuoli. De' verbi ancora si
fa olissi, siano essi finiti o in- finiti; così in quel di Virgilio: Ne te f
rigora hedant; cioè cave ne. E in quel di Dante : Ed ecco verso noi yenir per
nate Ud vecchio bianco ec. ; dove manca il verbo apparve: e nel bellissimo
luogo Digitized by Google — 40 — del Passavanti , ove V albergatore di
Mahnamile diee dì sè: Io ricco, io sano, io bella donna , assai figliuoli ^
grande famiglia, né ingiuria^ onta o darnio riceveUi mai dapersona : ove è
facile il aoiimteiiderd — io sono, io ho. 11 verbo infinito ancora
elegantemente si sottintende. Così il Boccaccio : U Saladino e compagni, e
famigliari tutti sapevan ìaHno, cioè pariare ; e ailrove : Impoaibil che mai
imnbmeficj e il suo valore di mente gli iMCtV- sero; supplisci, esser
impossibile. Le preposizioni infine (chò dell' altre parti del discorso ci
passeremo per bre- vità) coQ> molla grazia si sotiiotmidioDe. Eceone alcuni
esempj italiani : avvisò ^ che gran cortesia sarel^be dar loro bere.
(Boccaccio.) Supplisci, da bere. Questi avea poco aodare ad esser morto.
(Petrarca.) Supplisci, da andare. Lo fondo suo ed ambo le peadici Tult' eran
pietra, ec. (Dante.) Cioè di pietra. Chi yunÀe più copia d* esempj intorno dò,
ricorra ai Grammatici, e n' avrh a satollo. A noi basti avvertire, che dair
olissi il discorso acquista brevità, rapidità ed efficacia ; le quali cose ,
coinè producono dilelfto nel- ¥ animo, così partoriscono veneri, e grazie,
dalle quali si forma principalmente V eleganza. Vogliamo anche osservare che
molte figure, cui i Betori chiamano di parole, non sono che le stesse figure
grammaticali. Ma di ciò a suo tempo. D. sChe cosa è il Pleonasmo, e in quanti
modi si fa? R. li pleonasmo si fa nel discorso ogni quel volta s* inti'oaiette
nella (rase una parola, la quale tolta ohe Digitized by Le, non T«r<«bbe
meno .ionn. 00081 al eonceito. Ha nome da una voce greca, che signiiìca
ridondanza. La quale superiliuU noa deve credersi lasciala iix arbitrio di chi
scrìTO : perocché ove ella non sìà comandata dalla natura, diviene vizio e non
vaghezza del favella- re. Quando una cosa colpisce fortemeote la nostra im-
maginazione o il caoroy noi, perchè sia conosciota Firn- ^; pressione che essa
fa dentro noi , usiamo raddoppiare qualche parola. Dal che ne viene che il
pleonasmo aggiunge di gran forza air espressione ; e non sarebbe cosi, se
questa soperflaìtà tion ìmm comandata, ma capricciosa. E vaglia il vero, quando
Dante disse nel canto di Ugolino : Ambo le roani per dolor mi mor&i : ognun
sa che le mani sono due, cosicché pare superflua Ja voce ambo; ma s'ella è
superflua alla sintassi rego^ lare, non è superQua air immaginazione, la qpaale
per mezzo di quel pleonasmo vede V azione di mettersi ad un tempo con doloroso
modo d'ira le mani alla bocca, e colorisce agli occhi la disperazione del conte
Ugolino. Di qui è chiaro che se il pleonasmo aggittoge forza e co- lorito
all'espressione, deve essere Hn principio sicuro d' eleganza. Badino però i
giovani che facilmente sì cade in Tizio di superfluità dove si voglia usare di
questa figura senza ragione. I varj modi di pleonasmo, usati nel voìgar nostro
e nel latino, ricercherete dai Grammatici, A noi basti il detto fin qui. D. Che
cosa dowrà dirsi della Siìeaei? R, La Silessi, figura che ha nome da greca
voce, la quale significa concepimento, si fa allorquando le pa- role sono
costruite secondo il senso e il pensiero, an- ziché secondo V uso della
costrusion regolare, a modo tized by Google ~ 4i — che ella ti pare a {nniaia
ghuita una discordanza. Così ad esempie in qnel di Livio : Capita coniurmiioms
vir- gis cessi; invece che coesa. Questa forma di parhire, che pare strana, è
al tutto naturalissima* Vediamolo in quaiciie esempio. Dante dice nel settimo
deU' Inftrm : Che soUo l' acqaa ba genie cbe sospira , E bone pallttlar quesf
acqos al sommo. Sotto la parola gente, V immaginazione vede una mol- titudine
d* uomin^ ; e però V azione s^ accorda col nome uomini sottinteso, anziché col
nome espresso gente. Così Orazio, parlando di Cleopatra nella 37^ Ode del
i"* libro, la chiama fnonstnm fbUah; poi segue a riferire V azione a
Cleopatra stessa: Darei «f eelenti FakUe monttnm: fu» gwemim - Ptriréqmremeta.;
e altrove Dante : Di fuor dorale sod sì di' egli abbaglia; e dovrebbe dire
regolarmente : sì cha elleno abbaglia- no ; ma sicoeme il poeta ha voluto
Hiostrare ohe quel bagliore nasceva dal molto oro ivi profuso, ha concor- dato
il relativo al nome oro sottinteso, aiutando per questo modo T immaginazione a
raggiungere il con- cetto. Conviene però nelF uso di questa figura andare molto
a rilenlo, né si dee credere che tutte le discor- danze di sintassi si debbano
avere per Silessi, perchè pur questa figura non è bella, se n<m è ragionevole
mente irregolare. / D. Che dee dirsi dell' Enallage? j H, Dee dirsi, cbe ella è
una figura per la quale / si pone un caso, un genere, un modo, in luogo dell'
al- / Digitizejrby Google - 43 — tro. ié parola che in greco significa
mancamento. Di questa figura gl' iialìani fanno uso assai di sovente, forse
anche più del Latini; cosi si usa Tinfinito in forza di nome, come nel seguente
esempio del Boccaccio, ove r infinito vivere sta in luogo del sostantivo vita:
— da questo vieM il nostro viver lieto eke voi vedete. Così Livio: et facere,
et pati fortia , r(mumtm est ; ove gF infiniti facere e pati, hanno forza di
nomi. Si usa con molta vaghezza V aggettivo in luogo deiravverbio; così Orasìo
nell'Ode SS del libro Duke ridenlem Lalagen amato, Dulct laquenUm; e il
Petrarca: Chi oso ss mae dolce ella scMqrinif E come dolce parla, e dolce ride;
dove r aggettivo doìoe sì in latino che in italiano è posto in luogo deir
avverbio. Si pone il participio per r infinito, come in questo del Boccaccio:
fece veduto ai suoi sudditi, per dire fece, vedere. V infinito invece del
soggiuntivo; ossi il Boccacdo: Qui ha questa cena, e non saria chi mangiarla,
cioè chi la mangiasse. Il pre- terito determinato in luogo dell' indeterminato
, come; Io andava per grande bisogno in servigio della mia donna, e il re fu
giunto; cioè giunse; e così dicasi di altri casi. Ma, quel che più è, alcuna
volta si usa un verbo in luogo d' un altro, come in questo del Boccac- cio :
Vwer sensa te non saprei ; ove saprei equivale a potrei: così il verbo aieere
può usarsi in senso di ri- putare , di ritenere, d' intendere o sapere, di
procac- ciare. 11 verbo fare si mette 4b luogo del verbo procu* rare^ di
terminare ^ di nascere, di apparire. Ma di queste cose chi brama avere copia a
mano, può rivolgersi ai Digitized by Google — u — {irammatici. Se ci si
domandasse quale proviene al Di- scorso da questa figura, rìspond^remmo, che
non lieve; perocché, quando altro non fosse, lo rende graiioeo e peregrino
senza scemargli chiarezza, e colla novità stessa ingenera diletto ed eleganza ;
col cambiamento poi dei tmtfi aggiunge vigorìa ed efficacia al Discorso. Così
il dire U re fu giunto, anziché gmucy indicando un'azione già compiuta e
determinata, in luogo di una iadetermioata e lontana, rende piii scolpito il concetto^
e mostra con più efficacia la prontessa del venire. Anche in questa figura non
deve però lo scrittore an- darsene alla sbrigliata , perchè gii potrebbe
accadere di rendere strano il Discorso ed oscuro in luogo di dai^li vaghezza e
novità. D. Quale è la quinta di queste figure? R, V Iperbato, parola greca, che
in Ialino suona tramgressio, in italiano direbbe irapasso, E questa figura si
fa traslocando una pairola dal luogo suo pro- prio , e recandola ad altro ;
cosa che spesse volte giova assai alla fantasia ed air affetto* £lla si fa per
quattro modi principalmente: 4^ per Trasposizione (i Greci di- cevano
Anastrofe), come in, quel di Virgilio, Eneide, libro 4<> : • multo$qué
per annoi BmbùM «eli fath ména omnia eiremm ; e il Petrarca : Ho di i^ravi
pensier tale una nebbia, ec. ; ove è da osservare, ohe la parola cireum posta
in fine da Virgilio, la quale dovria slare innanzi al maria, è un
espressivissimo tratto di pennello, conciossiachò ferisce la mente del
leggitore a consìderafe quanto a lungo errassero i Trojani per tutto il mare, e
ve ne Digitized by Gopgle - 45 — mostra quasi i lunghi errori: e il Petrarca
ponendo r aggettivo UUe innanzi ad una nebbia, rende più ef- ficace e più:
sensibile la metafora, in %^ lucgo si fa per Divisione (Tmcsi), o mettendo il
sostantivo in mezzo a due aggettivi, come nel Boccaccio: A piè d'una bellis-
sima fontana e chiara che tiel giardino erA, a starsi se ne andò : o col
dividere una parola in due, e intramei- zarla ad un' altra, come in qaesto di
Virgilio: Seplem subiecta trioai, — e in questo del Passavanti : Acciò dunque
cbe per tgmrtUMa non si ùscurino. Il 3^ modo ò la Parentesi ; della quale fu
detto. Il 4* è la Sinchisi, cioè confusione, come : Per ego te Deos oro.
(Livio.) Que- sl' ultimo modo esprime meravigliosamente il turba- mento dell'
animoy corno nel citato esempie di Livio. E però da avvertire che ove sia usato
fuori di questo caso, produce facilmente oscurità, e lo scrittore accu- rato
dee guardarsene. Nò valga a scusa il potere recare esempi di grandi autori,
perchò ciò che ai grandi ò permesso, non si concede a lutti del pari. Conviene
: anche ricordare a questo proposito ciò che il principe dei Retori,
Quintiliano, lasciò scritto nei libri delle ln« stituzìòni : NequeidstaUm
legenii persuasum sii, emnia, quce magni anctores dixerint, utique esse per
feda; nam et labanL aliquando, et oneri cedunt, et induìgent ingenio- rum
euorum volupiati, nec semper inàendunt anmum, et nonnumquam faligantur, eum
Ciceroni dormitare inter- dum Demosthenes , Horatio Homerus ipse videatur. a ^è
subitamente si persuada chi legge essere egualmente tutt* oro ciò che dissero i
grandi autori : perchò e' pure alcuna volta sdrucciolano e cedono al peso, e
condì- scendono al diletto de' loro ingegni ; e alcuna fiata sono stanchi ;
così che talor paia a Ciceroue che Demostene donna 9 e ad Orazio sembri che
dorma Omero. » Digitized by Google ■ — 46 - D. Perchè fi parla delk figure
grammaiioali , e nm si fa motto di quelle, che i littori chiamano figure di
parole? ' Perchè è nostro avviso che quelle figure, alle quali i Retori hanno
dato titolo di essere figure di pa- role , non siano altro che varie guise di
elissi e di pleo- nasmo. Infetto, che altro sono dal pleonasmo la dupli-
eazione, la ripetizione, il peltsfj^iufeto» (ripetizione di congiunzioni), la
sinonimia? Noi abbiamo detto che il pleonasmo aggiunge o raddoppia parole che
sono su- perfine alla sintassi, noi sono air efficacia dd Discorso ; e che
appunto si duplicano o si aggiungono a queir idea , alla quale si vuol dare
maggiore rilievo. Or bene, che altro fauno le suaccennate figure? La
duplicazione rad- doppia una stessa voce, perohè sa qnella si fermi la mente.
Dante dicer ■ Non ton colui, non aon colui, ebe credi; appunto per mosirare con
sicurezza, sè non esser quel- lo. Cicerone nella 1* Catilinaria per mostrare
che tutto il male nasceva dal poco animo dei consoli, dei quali egli «ra uno,
dice: — Not, nos, aperte dho, eànstdes deeumm. La ripetizione è fatta pur essa
per ribadire ia mente un'idea, la quale però sarebbe espressa senza ripetere
quelle stesse parole. Così ciascuno intende il concetto di Dante in qtèlla
terzina che sta scritta sulla porta deir inferno, ancorché si dica : Per me si
va nella città dolente^ neW eterm dolore, e fra la perduta gente. Mentre qui la
ripetizione non aggiunge aloun concetto, ma solo rafforza il concetto già
espresso : Pir me f t va nella città dolente » Per me il va nelT eterno dolore.
Per me li fw fra la perdala genie. Digitized by Google — i7 — Così si ripetono
le conG;iunzioni solo perchè ogni idea faccia separata impressione suir aniiiM)
; e questa re- plica è un semplicissimo pleonasmo. Come pure è un vero
pleonasmo V esprimere una cosa stessa con di- verse parole, che non hanno altro
ufficio che di raffor- zare r idea principale; come in quei di Cicerone : Vobis
populoqu» romano pctcem, IranquUBtakm , otium , concar* diamadferam. E tale è
pure l'Apozeugma, la quale ripete pili verbi a significare cosa, a cui un soio
verbo baste- rebbe, come in questo della Rettorica ad Erennio: Populus romarm
Numanitam iklevU^ Carlhaginem su- stulit, Coryntum disjecit, Fregellas evertit.
« 11 popolo romano distrusse Numanzia, disfece Cartagine, atterrò Corinto,
abbattè Fregelle. i» Air olissi poi si riducono facilmente e la Disgiunzione ,
e lo Zeugma , e la Reti- cenza ; conciossiachè la prima di queste figure sta
nel togliere le congiunsiom', la seconda nel far riferire a plit sentimenti un
v^rlio solo, la teria nel tralasciare parte di un sentimento, al quale il
lettore colla propria immaginazione supplisce ; e questo si può vedere dagli
esempj. Disgiunzione : « li padre nefandamente uodso,' la casa assediata dai
nemici , tolti i beni , i possessi rapinali. » Pater occisus nefarie^ domus
obsessa ab ini' micis, bona adempta,pos$eisa direpla, (Cicerone.) Zeugpia:
VicUfiiàdùrtm libido, timorem audacia, riUionem amentia « Fu vinta la modestia
dalla sfrontatezza, il timor dal- l'audacia, la ragione dalla pazzia. »
iieticenza: Io vi farò.... ma di meslieri è prima Abbonazzar quest'onda. (Caeo»
tradutione di VirgiliiL) Dopo aver resa ragione per questo modo del tacere che
facciamo intorno le figure che i Beton ekiamano di Digitized by Google — 4S —
parole, e delFayere mostrato che le figure, così dette gramraalicali, sono
fondamento d'eleganza, è tempo di passare a dire dei Tropi , onde T eleganza
anche a maggior oofià si deriva. CAr. Vili. Del Tropi. D. Che cosa sono i Tropi
f R. 1 tropi sono cerio parole , le quali, comecché siano nate a significare
una cosa, nM le trasponiamo a significarne un' altra. Hanno questo nome dalla
pa- rola greca Trope, la quale deriva dal verbo Tropo, che in latino si
direbbero eonvsrsto e eonVErto, in italiano cangiamento e cangiare; e sono
state chiamate con questa denominazione, perchè quando si prende una parola nel
senso figurato, conviene raggirarla, per dir così, a modo cb* ella significhi
ciò che nel senso proprio non significherebbe. Le parole poi possono avere due
significali, r uno proprio, e V altro figurato. Gol proprio rendono la prima e
vera signiflcatione per la quale la parola è stata trovata ; nel figurato
rendono un signi- ficato che non è il naturale. Ad esempio Ja parola cieco
significa in senso proprio uomo priva degli occhi ; in senso metaforico può
avere altra sijpiificazione, come ia quello del Petrarca : Dove me lasci
sconsolato e cìho, Posda che II dolce ed anoroso e plano Lame dagli occhi miei
non è più awcoT Digitized by Gopgle — 49 — ove cieco è usato in senso figurato.
Così Virgilio , par- lando di Didone, dice: caeco carpitur igni; e cieco qui significa
occulto. Dalle quali cose è agevole il conoscerei che la radice, da coi naseono
le diverse signifìeasioni figurate, non è altra ohe quel legame ehe vi ha fra
le ideo accessorie, conciossiachò le cose, le quali fanno impressione sopra di
noi, sono sempre ac- compagnate da alcune eircostanse, le quali ci etAfA- scono
forte la fantasia ed il cuore, e noi spesse volte con queste ci facciamo a
significare quegli oggetti che elleno accompagnano. Laonde avviene che talora
il nome proprio di un* idea accessoria ci ridiiama più agevolmente al pensiero
un oggetto cui ella accompa- gna, che non lo stesso nome proprio dcir idea
princi- pale. Per questo poniamo il segno, ansicfaè la cosa sir gnificata, la
causa anziché l'efietto, la parte in luogo del tutto, e via via discorrendo. E
siccome Tuna di queste idee essendo associata naturalmente all' altra, non si
potrebbe risvegliare senza pure ridestare le altre che reca con sè, ne viene
che T espressione figurata è di leggieri intesa , p^bò chiara al pari della propria
; è poi' più assai vivace e piacevole, perchè non risveglia soltanto
un'immagine, ma più ad un tempo, con che alletta T immaginazione, e db all'
intelletto cagione di piacere. E da questo è chiaro che la significazione
figniata «delle parole giova di molto all' ornamento e air degansa del
discorsa. IX^ Onde ha avuto origine il linguaggio figurato? R. Se crediamo a
Cicerone e ad altri Hetori, pare che dalia povertà del linguaggio, perocché
essendo ri- stretta assai ne' primi tempi dell' lunaso aonsorzio la • • •
Digitized by Google — 50 — favella, ed essendo molti più gli oggetti che le
parole, ne venne che alcuni si dovessero nominare col nome proprio di alcun
altro, col quale avevano un aperto rapporto di somiglianza. Ecco le parole di
Cicerone, riferite anche da Quintiliano: Modm transfer endi verbi Ulte patet,
quem mcessitas primum genuit inopia coacta et angusHis; fost autm deìectatio,
jucunditasque cele^ bravii, Nam ut vestis frigoris depelhndi musa r&- perta
primo, post adhtberi coepta est ad ornatum etiam corporis et dignitatem, sic
verbi tratislatio instituta est \ inopim causa, frequentata delectatione.
(Cicerone, De Oratore, lib. 3°.) « Un ampio uso ha il modo di dare alle parole
un senso traslato, il qual costume introdotto prima dalia necessità per la
penuria de* vocaboli prò* . prj, è poi st^o messo in voga por vezzo e
ornamento. Imperocché come furon dapprima le vesti trovate per riparo del
freddo poi cominciarono ad usarsi per ag- giungere decoro o grazia alla
persona, cosi la trasla- sione delle parole nacque dalla carestia, ma fu in sé*
guito resa frequente per solo fine di diiettare. » (Can- to va.) Ci sia lecito
però di osservare, che se la necessità ebbe in ciò alcuna parte, non f%]a sola
né la prima a produrre il linguaggio figurato. Conciossiachè la ìfanta- sia e r
affetto, i quali dominano principalmente gli ani- mi rudi e lontani da civiltà,
pare a noi che debbano avervi avuta la parie principale; cosicché possa con-
chiudersi, che ogni guisa di linguaggio figurato diviene linguaggio proprio, se
si consideri ne' suoi rapporti colla fantasìa e ed cuore. Gli uomini dapprima,
pea espri- mere alcuna cosa, non hanno cercato se vi era parola propria a
significarla; ma seguendo l'impeto dell'im- maginazione e della passione ^ T
hanno sanificata in < I m \ 1: Digitized by Google — 51 - quei modo che
veniva loro più pronto ed eiEcace a met- terla sotto gli occhi degli
ascoltanti. D. Quali sono i principali Tropi dei quali si deve parlare? R.
Sarebbero molti, se noi ci volessimo attenere al cornane dei Retori, i quali
anche delle minime cose so- gliono far tropi e figure. Noi però di sei soltanto
faremo parola, a capo dei quali è da collocare la Metafora ; la quale non sólo
può considerarsi come il primo fra i tro* pi , ma si potrebbe dire che tutti
gli altri non sono che diverse niodilicazioni della metafora stessa, perocché
tutti a lei si possono facilmente ridurre. Nullameno per maggiore chiarezza noi
parleremo di sei, come è detto, i quali sono: Metafora, SI 'Metonimia,
3<>Sinecdoche, A'^ Antonomasia, 5^ Catacresi, Metalessi. Incomiucie- remo
a dire della Metafora. Della Hetefora. D. Che casa è la ìfeiafara? B. Secondo
la definizione che ne dh Aristotile, è imposizioìie del nome d' altri; secondo
poi T autore delia Rettorica ad Erennio, la metafora, o traslazione, si fa
quando una parola da una cosa si trasporta a significarne un' altra colla quale
ha qualche rapporto di somiglian- za. Dal che ne consegue, che la metafora non
è se non una similitudine abbreviata, la quale si fà recando un vocabolo dalla
propria significazione ad altra, èhe non Digitized by Google — 52 - gli sarebbe
propria, ma solo per rapporto dì somigliaaza gli può convenire. Ad esempio: Ma
se a conoscer la prima radice Del Doslro amor lu bai colaoio affello ec. La
parola radice non esprime il significato suo proprio, ma A vale prinoipio^ ed è
quasi lo stesso che dire: Ma se moi conoscere U principio del nostro amore ;
concios- sìacbè siccome \à prirna radice è propriamente il prin- cipio di una
pianta, questa parola per similitudine è portata a significare prtnciptb. In
fatto, volendo, ri può allargare la similitudine, come chi dicesse: ma se vuoi
conoscere quel principio, dal quale, come pianta da prima radice, nacque il
nostro a/more ec.{ perlocbò maggior- mente si mostra vero ciò che abbiamo
accennato nel definire la metafora. Questa permutazione si può fare in più
modi, o trasportando una voce propria di cosa animata a significare un' altra
cosa animata; come: Brato eoa Cassio neir Inferno latra; conciossiachè il
latrare è proprio del cane, e qui. è posto a significare voce umana fli dolore:
o reoando parola propria di cosa inanimata ad altra inanimata, come: Classique
immiuil hahenas; e quel del Petrarca: Tonian d* armento i mscelleUi e i fiumi;
nel quale primo esempio si danno le briglie, proprie a reggere cavalli, anche
alla flotta; e nel secondo si dà ai msceMi ed ai fiumi T attributo d' argeiUùj
per in- dicame la limpidezza; o recando parola propria di cosa Digitized by
Google - 53 - anmaia a significare comi iDaDiiDaU, oofiie in quel d' Orazio :
Gurag laqueau circiim Tecla volaRle»; e il Petrarca: Ridon or per le piagge
erbelie e Quri ; dove nel primo esempio TaiioDe del votare, propria de- gli
animali, è data alle cure, e quella del ridere, propria soitanto dal volto umano
,0 aUribuita alle piaggio ed ai fiori: o reeando infine voce propria di cosa
inanimata a significare cosa animata , come: Duo fulmina belU Scipiadas; , e il
Petrarca: E dae fo/gori seco di battaglia Il maggiore e mioor Scipio Affrìcano,
D. Quali fra tMe le più belle metafore? R, Quelle che più potentemente servono
alFimma* ginazione ed air alletto. Però si avranno per migliori quelle ciie ai
traggono da qualità corporee, ie quali cor- rono da sè sotto gli ocobi: potehò^
^i ricordare le qua- lità dei corpi, dai quali noi prendiamo la metalora, si
risvegliano laciimeote nella memoria tjilte 1' altre che nel corpo sono
associate. Dal che nasce singolare dilet- to, a cagione del presentare che si
fa alla mente mag- gior copia d' immagini. In fatto quando io dico: ride la .
terra; colia parola ride non richiamo soltanto l'azione dei ridere, ma quasi ho
presente agli occhi della mente la gioia e la gaiezza che spirano da un bel
volto che ri- de. Belle pur sono le metafore che si traggono da qua- lità
sottoposte ai sensi , perocché elleno offrono alP ani-. Digitized by Google ■1
- 54- mo immagini, ohe quasi entrano per ì sensi, e s* impri- mono neir
intelletto. Così il dire: Odore di santità; durezza di cuore\ ruggire di venti;
dolcezza di parole; è più beilo, perchò i sensi stessi, quasi mettendosi in
azione , pare che non solo rendano all' intelletto più effi- cace l'idea , ma
vi aggiungano di molte altre circostanze, le quali per altro modo non sì
potrebbero risvegliare. Quante idee, a cagione d'esempio, non si risvegliano
nella fantasia a quel passo di Giobbe ove egli descrive il cavallo che sbuffa,
nitrisce, allarga le narici , odorando da lungi odor di gìierra? Se voi air
incontro diceste: presefUendo da lungi la guerra; avreste tolto ogni di- letto
alla fantasia, la quale per quella metafora è mi- rabilmente dilettata. Così ha
più vaghezza il dire: Lume ed onor de' poeti; che il dire: poeta chiaro ed
morato; eosì iì dire: Nascose sotto fronte serena il cor doglioso, che 50^/0
aspetto tì^anquillo e lieto; e via discorrendo. Piacque pure ad Aristotile e a
Demetrio Fal^reo la me* talora , la quale sta in azione; e così si chiama
perchè induce le cose inanimate ad operare alcuna cosa, come se le avessero
vita e senso: In actu est^ atque ita voca- tUTy eo quod res inanimas aliquid
agentes inducat, tam- . gifam anima, oc sensu prceditas. Ad esempio: Virgilio
volea dire che ai fiume Arasse non era possibile im- porre un ponte, e con
bella metafora, dando anima e persona al fiume, dice: Fontem iodignatus Àraxet;
e altrove volendo dire che un^ asta si fermò nel petto, della vergine Camilla,
e ne fe' uscire tutto il sanmef dice che V asta bevve il sangue: . Hasia sub
exerlam donec periata popillnm MmtUp virifineimque aU$ bibii aota ctmrem.
jDit^iti-ica L7 Google — 55 — Anche da lodare sono le metafore, dalle quali
nasce dottrina , perocché esse ci mettono innansi alcuni rap- porti d' idee , i
quali non avevamo prima osservati. Così Orazio ci fa scorgere Tailmenza che vi
è fra un roKto panno, a cui sono appiccati posticci ornamenti di porpora, ed un
discorso carico di ligure e di tropi usati fuor di tempo: InccBptis gravibus
plerumque , et magna profestit Purpureus late qui splendeat unus et alter
Aisuitur pannut, Nè questi sono i pregi soli della metafora: ben altri ve ne ha^
fra' quali principale è quello di servire ali* af- fetto; poiché per mezzo
della metafora possiamo re- care immagini delicate e commoveati , a cui non ba-
sterebbero le parole proprie. Voleva dire il Petrarca: Non à fiiesto la terra,
dooe io fui dolcemente nudriio? e disse: Non è questo il mio nido. Ove nudrito
fui sì dolcemente? £ con quella metafora nido^ quante care e delicate idee non
ridesta egli neir animo! Se voi esaminate, vedrete che alla parola nido vi
soccorre alla mente V ìmaglnedi piccioleUi implumi, che stanno sotto Tali
materne, a cui il padre reca cibo, e colla madre stessa gareggia di carità
verso la prole. E dove fosse tolta la parola meta- fcrica nido^ e posta la
propria terra y sarebbe insieme ' tolto ogni gretto ed ogni delicata allusione.
Ultimo, e non meno grande vantaggio reca le metafora servendo alla modestia,
coneiossiachè ella quasi di un velo rico- pra certe immagini , che o immodeste
o sconce sareb- bero, ove fossero significate per voce propria. Dante vo-
Dìgilized by Google — 56 — leva dire cfae Semiramide fii disoneslìssiiDa donna
; con una bella metafora diee: A vìzio di lussuria fu sì rotta ec; e colla
luetaJora presa dal verbo rompere copre la tur- pUodine dell' idea. Gosì il
Pelrarea con bella metafora rese nobilissimo un concetto, che tale non era in
sè: Ricordati, che fece il peccar Doslro Prender Dio, per camparne, Umana carne
ai ino Terginal ehwUro, Ma dei pregi della metafora si è dello abbastanza, ed
ora è tempo parlare dei vizj della mede&ima. D. Quali vìmJ pnncg>alnmie
rendono sconcia e de- forme la metafora? R, La metafora, la quale serve all'
ornamento del Discorso, ed ba tutte quelle virtù che noi abbiamo osser- vato,
diviene nna deformità ed una oscurità , se ella non sia reizolata e
spontaneamente condotta. Laonde in prf- mo luogo è da cercare che ella non sia
tirata da cosa , della quale non si possa prontamente vedere la somi- glianza.
Così a ragione Paolo Costa nel suo Trattato del- l' Elocuzione mostra difettosa
la metafora con che il Marini esalta la penna di un caiiigraloi che formava di
be|^ esempi scrivere, dicendo: perchè una penna sola, Benché s' alzi per sè
pronta e sicura, Se divina non è, tanio non vola. La quale metafora veramente è
viiiosa, perchò non vi ha somiglianza alcuna tra il volare e Io scrivere. Per
egual modo sono viziose quelle che voiendg significare piccole oose, recano m
messo iannagini troppo gran- diose^ Longino- per ciò solo dibe a ripr^dere
qudla metafora, con che Giorgia Leontino chiamò gli avrei - toj, dicendoli
Sqiokri aaimati; e Cicerone (DeOraèore, Digitized by Google - 57 — iib. 3<»,
cap. 40) ^riprese £iiiiio dell' aver detto: Qm in genere primum fugienda €$t
dissimlUudù; G<bIì fornioes; quamvis spheram in scenam , ut dicitur ,
attulerit Ennius ; tamen in spheram fornicis simiUtudo mn potest inesse. « Nel
qual genere priaiieramente è da fuggire la disso- miglianza: — Le gran volte
del cielo; — quantunque Ennio (come dicesi) recasse sulla scena una sfera; non
però una sfera è baond simiglianza a spiegar una voi* ta. » (Cantova.) « La
metafora, dice Quintiliano, o deve occupare un luogo che vaca, o se occupa il
luogo di al- tra parola, deve essa valer più di quella che ella cac- oia di
luogo. » Metaphora autvacantem occupare hcum debeiy €Mt si in alienum venù,
plus valere eo quod eospeir Ut (Lib. 8", c. 6.) E dobbiamo anche ricordare
che per la metafora noi presentiamo più vivamente colorite le idee air
immaginazione, cosicchò quando ella, anziché accrescere, diminuisce la forza
del colorito, debbo aversi per viziosa. Bella è k metafora seguente: B le biade
ondeggiar come h il mare; t perchè presenta alla fantasia più calzante e più
viva IMmmagine del muoversi che fanno le spiche, asso- migliandone il moto air
ondeggiamento di placida ma- rina; ma la slessa metafora divenlerebbe viziosa,
se si dicesse: E tremolare !| mar cerne le spighe; perchè toglierebbe forza air
espressicMiie. È pure vizia nelle metafore se elleno hanno in sè alcuna
durezza, vale a dire se vengono un po' stentate ; e qualche volta giova
rammotiirie con alcune maniere di dire^ come sarebbe: quasi, per dits cosi^ e^
somiglianti; seb- bene nei piti deKe velie questo non sia mazzo ohe scusi
baalantemente T imperizia delio scrittore. Ben più Digitized by Google — 58 —
viziose sono quelle metafore che ti fanno risovvenire di alcuna cosa turpe o
sconciai come sareU)e quella ripresa da Orazio: • lupiUr hibenm eana niw
conipiiU tAp» ; • , e r altra: Se avessi avolo dì tal iigna brama; perocché
fanno risovvenire al lettore idee sconce e sto* madievoli. Degne di biasimo
sono pure anche le meta- fore, le qualf si derivàno da cose filosofiche,
ignorale dal più de' lettori; perchè queste rendono oscuro il concetto e non
hanno in sè vaghezza alcuna; come sa- rebbe il dire — Cahmita Mcuori^ a
significare la potensa che uno ha di farsi benevoli ed amici gli uomini; e sif-
fatte altre maniere , che si tolgono o dalla tìsica o dalle altre scienze
esatte, cioè che non hanno alouna^potensa sulla fentasia. Un'altra cosa è da
osservare, senza la • quale può la metafora dare in vizio, ed è che ella deb-
b' essere bene appropriata a quella specie di stile nella quale scriviamo.
Gonciossiachè possa avvenire che una metafora bella e garbata in prosa riesca
poi di niun conto in una poesia; e che una tale metafora che va- ghezza in
poesia, riesca o dura o strana nella prosa. £ ({ùi è da sapere, che piti specie
di metafora vi ha: alcune, ^1e quali, comecché siano metafore, pure per lungo
uso hanno perduto Tessere di metafora, e si usano €ome le fossero parole
proprie; alcune, che con- servano ancora V essere di metafora , ma non sono nò
forti nò troppo sfolgorale, a niodocliò possono conve- nire benissimo ad ogni
genere di prose; alcune infine, le quali sono cosWatlamente riscnitite, da non
conve- nire che alla solà^ poesia. Que^colk sarh chiara per . esempj. La
j)arola gemma in significato di pietra pre* - 59 - zio8a*è certamente parola
metaforica, conciossiaohè in senso propri» ella non sigaifithi altro che certo
tur- gore che chiamano V occhio delia v^te. Ma T uso ha fatto si, che il senso
metaforico stesso di questa parola alttna faccia di proprio. Gemma oculus vitts
proprie, deùide generale nomen est lapidum prcetiosorum. « Gemma, a parlare
propriamente, è 1' occhio delia vite, poscia nome generico dì quante vi ha
pietre preziose. » (Bas. Fabri Thesaur,) Ardere di desiderio, — Desiderio
flagrare, è modo metaforico, perocché V ardere è proprio del fuoco, e solo per
somiglianza è trasp^tato a signifìcare forza di desiderio e di brama ; ma pure
è tale metafora, che viene consentita liberamente alla prosa ed al verso. Ma
non sarebbe consentita alia prosa la metafora, tutta poetica, che Dante usò
quando disse : ^ Io venni in loco d' ogni luce mulo; nè r altra : Mi ripìDgeva
là dove il Sol tace; perocché queste, che sono belle in pogsia, sarebbero •
strane nella più nobile prosa. E qui prima di por fine, mi è pur necessario av-
vertire, che ogni lingua ha metafore e modi suoi proprj , cosicché quella
metafora, che è bella in una lingua, può facilmente divenire strana in un'
altra; cosa, alla quale devono attendere assai colepo che trasportano le- prose
e i versi da altre lingue alla nostra, conciossiaohè si possa facilmente cadere
a gravi falli. traducendo let- teralmente. Terenzio, ad esempio, chiama Nosiri
funài ccUamìtas una rea donna, la quale conduceva un figliuolo di famiglia a
far gitto degli averi paterni; sarebbe ri- dicolo il tradurre « Calamità del
nostro fondo, 9 anzi- ^ ^ Digitized by Google — 60 — chè « ruma della nostra
casa ; n e così dicasi di altri modi e metafore, che non consentono di passare
di una ad al Ira lingua, e [oczate che vi siano, riescono defor- mità delia
favella anziché ornamento. Perlochè giova avere in mente ciò che Cicerone i
nsef^nava : Vereeunda dehet esse translaiio , ut deducta esse in alienum locum,
non irruisse; atqm vokuìiarie, non vi, venisse videaUnr. ce Modesto debb*
essere il traslato , così che paia traspor- tato nel luogo d'altri, non
entratovi a furia; e volon- tariamente, non a forza, venuto. » {De Oratore, lib
3®, cap. £sposte oo^ le cose che possono rendere difet- tosa in sè la metafora,
ci resta a dire di quelle, che la possono fare viziosa nel Discorso, o per
raainso.o per mala collocazione. £ in prima deve avvertirsi di non ammassarne
troppe, a jnodo che vi paiano tirale adi arte ed a forse. In secondo luogo, che
sì conservino sempre eguali dal principio al fine, e non si unisca il semplice
al metaforico, per modochèil discorsosi abbia ad intendere parte semplicemente,
e parte metaforica- mente. Custodie ìidum est in primis , avverte ben a pro-
posito Quintiliiiuo, ut quo genere coeperis translationis ^ hoc finias. Multi
enim cum iniiiiiin^n ienq^iteUe iumps^ rint, incendio aut mina finiunt,
^tifllhetf^iilii^^ rerum fcedissima. « Dòssi badare principalmente, che ove con
un genere di traslato siasi cominciato, con quello stesso si termini. Di molti,
poi vi ha che oemiiif «ciano da una tempesta, e terminano con una rovina, o con
un incendio, cosa veramente sconcissima, inconser guentissim'tg » (Quintiliano,
lib. 8^, cap. 6.]. ' ' ' K^^i^è in questo vizio vediamo talora caduti-àu^ tori
eccellenti, matmiormeiile dobbiamo noi starne in guardia. 11 Petrarca, ad
esempio, vi cadde in quel suo Sonetto, nel quale volendo dire ohe se Morte o
Amere Digitized by Google — 61 — non lo avessero impedito^ avrebbe fatto un
lavoro da averne fama insino a Homa : »Se Amore o Morte non dà qualclie
stroppio Alla tela novella cb* ora ordisco, rfarò forse il mio lavor sì doppio
Fra lo stil de' moderni e '1 sermou prisco» Che (pavenlosainente a dirlo
ardisco) lutili a Roma a' udirai lo scoppio. men riprovevole vizio è
soggiungere il parlar i^m- plioe al metaforico, e dare alla metafora quel
valore che ha la sola parola propria. Sta bene per metafora dire . che gli
occhi sono stelle, ma non istarebbe poi soggiun- gere, che le stelle guardano:
così è bello dire d' un ora- tore: egU è tm fiume & éhquensta, per dire: —
egli è elo- quenlissimo; ma sarebbe ridicolo il dire: un fiume d> elo-
quensta parla dai rostri. Vizio poi maggiore sarebbe se si volesse dedurre dal
significato proprio ai metaforico^ perchè le conseguenze non potrebbero essere
che strane e ridicole, come in quel sonetto del Marini: Se il crine è un Togo,
e son due soli i lumi, ;f . Nofi vide mal maggior prodigio il Cielo , f >
Bagaar eoi soli » e rasclugaf coi fiumi. Con la parola Iago imposta per cagione
di similitudine al crine (conciossiachè dicesi che il fiume Iago abbia le arene
d* oro), e la parola soli imposta per cagione di somiglianza a significare
occW, viene il poeta a trasfor- mare i capelli in un fiume vero, che porta
acque; gli occhi in due soli, che hanno luce e calore ; e quindi ne trae quella
ridicola consegoenza , per la quale il ba- gnare è attribuito ai soli, il
rasciugare ai fiumi. Ma questo basii intorno i vizj della metafora. Digitized
by Google AWICOM II* nella ■etoaiaia. D. Che cosa è la metonimia, e per quante
guise si fa? • La metonimia è un tropo, che si fa ponendo un nome in luogo di
un altro , col quale vi sia afi&aità o relazione. Però Quintiliano la
disse: Nominis prò nmim pasitio; Cicerone y denominano ; noi in italiano la
chiame- remo denominazione. Questo tropo, sebbene abbia n^olta somiglianza
colla metafora , 'o possa come tutti gli altri giudicarsi una raodifìcazione
della medesima, pure è altra cosa, come dagli esempj si vedrà : e giova a ren-
dere piti vivace il concetto , e a rendere piìi potente la locuzione. Si fa
principalmente per sei modi. Il primo è quando si nomina la cagione in luogo
dell' eiretj,o , come ad esempio: Invadunt urbem tonino vinoque sepuUam.
(ViRGU.10, libi t^t Eneid.) mS £ di bianca paura il volto tinge. ^» (Petrarca.)
Recando al contrario V effetto per significare la ca- gione , come in quel di
Virgilio : Bigina e ^leeuiis eum pHmun albescere hieem Yidit. • {Eneid.,
\\b.4fi.) ove il biancheggiare del cielo è posto in luogo delF au« rora , che
ne è cagione ; così in Dante : e per fa mesto Seln saranno i nostri corpi
appeal. • Digitized by Google — 63- 3*^ Si fa la metonimia, quando si prende il
contenente kiYece del contenuto, come in Virgilio (lib. 3^): ilU impiger hautit
• Spumantfm paleram , et pieno se proluit auro. Lucrezio avea detto : 'Sepire
plagis saltum , canibusque ciere. Dai quali due eaemfij ò chi^o , che la tazza
è posta da Yii^Ho invece del vino , la selva da Lucrezio è posta in luogo degli
animali che ella conteneva ; per questo tropo istesso Dante , per dire che Gesù
Cristo ci salvò col suo scmgue , dice : Cristo ne liberò colla sua vena; e il
Petrarca altrove , parlando delle guerre di Cesare , dice: Cesare taccio, che
per ogni piaggia Fece r erbe sanguigne 1)1 lor vene . 4° Quando si nomina la
materia in luogo della cosa che di quella è composta , come il ferro invece
della spada , il pino o T abete in luogo della nave ; co^ in Tibullo : Nondim
cmruUu9 plous conUmpuraCìindoi; e il Petrarca : Noi^ It'lMlla Romana che jsol
fmo Apri il soo eatio e dlsdegooio peiio. 5» Quando si pone il nome di chi
possiede una cosa an- ziché quello della cosa jstessa , o V autore in luogo
delle sue opere : ^os\ Virgilio , volendo dire che la casa di Ucalegone andava
in fìamme , dice : Jam pnximus aràei Dcalegon ; Digitized by Google - 64 — e
CiceroDe inveendo contro Terre , per dirgli ohe aveva spo£^1iato il tempio di
ApoUiue, dice: Apollimm ne tu Delium spoliare atisus es ? 60 Sì pone qualobe
volla il nome del Visio 0 della virtù in luogo del vizioso a del virtuoso ;
così ad esem- pio: cum ignavia, cum luocuria, cim amentia nobis cer- ianàum
est: così il nome del protettore di una cosa in luogo della cosa stessa ; come
in Virgilio : Impleniur veteru Bacchi pinguiique ferina; oppure : Tum Cererem
eorrupiam widii, eereatiàgu» «rms >. B^peàiunt fem rerum. 11 segno per la
cosa significata , come in qael di Vir* gaio : JUum non populi fasces, non
purpura regum Flexit £ Dante : E oome t messaggier cba porta ulivo Tragge la
gente Per questi modi si ha il tropo metonimia , il quale se torna a lume della
locuzione , quando il nome che sì usa in luogo di un altro richiama più
prontamente e con più splendidezza alla mente V idea che noi vogliamo svellere
, riesce inefficace e vano ogni qualvolta non sia bene associato alle idee
stesse ohe vogliamo ride* stare. Egli è certamente assai più bello il dire, che
un uomo — non si lascia piegare nè dai fasci consolari , uè dalla porpora dei
re ,-*-ann che dire che— "non ha paura nè di consoli nò di re, — perchè la
mente con questo dire non ha ia nuda idea della potenza consolare e della reale
I ma nello stesso tempo vede quasi la formidabile pompa dei fasci e dei littori
1 e lo splendore del regio Digitized by Google manto ; ed in luogo di avere
conoscenza soltanto di una verità, se la vede dipinta innanzi dai colori delia
fantasìa, e accompagnata da tutte le immagini che vi hanno stretto rapporto, di
che ne nasce meraviglioso diletto. Bella Slaecéoelie* D. Che cos' è la
Sviecdoche? R. £ un tropo, il quale usurpa una parola in luogo di un'altra, non
come fa la metafora, né come la meto- nimia, ma in modo che dà alla medesima un
senso più o meno esteso di quello che si avrebbe dal proprio: e si fa, o
ponendo il tutto per la parte, o la parte per il ' tutto; 0 il genere per la
specie, o la specie pel genere; o il plurale pel singolare, o viceversa; o gli
antecedenti pel conseguente. Eccone esempj. Si fa ponendo il tutto per la parte
in questo modo: Aul Àrarim Parlus bibet , aut Germaoia Tigrim; come fece
Virgilio; a come il Petrarca: Come il fìredd' mino oltre 1* ondoso mare Caccia
gli sugelli; e ponendo la parte in luògo ^1 tutto, come in Vir- gilio : Vela
dabant to/i, et spumas salis cere ruebant; e Dante: Risposi lui con vergognosa
fnmU ; 8i fa usando il genere per la specie per questo modo, come fe^
Sallustio: OH a mcoton; el mmwi eonsueve- s Digitized by — 66 — uerard UaUd
generis muUi morialos, — ove la parola tmrtales genema sta in luogo di homines;
e Dante: 0 insensata cura de* morlali , Quanto son difellivi sillogismi Que*
cbe ci fanno in basso batter ralil Si fa adoperando la specie in luogo del
genere, come le Orazio, che, per nominare un luogo delizioso in ge* nerOy
nominò la famosa Tempo di Tessaglia: somnus agrestium Lenis virorum, non humiles
domos Fastidii, umbrosamque ripattif Non Zepìiiris agitata Tempc. £ il Tasso,
per dire tigre in genere, disse: E le mamme allattar di tigre ircana, lì
plurale pel singolare, come4a quel di Giovenale: Qui Cui'ios simulant, ti
Bacchanalia vivunl; 0 in quello dell'Ariosto: Crudel secolo , poi che pieno sei
Di Tietti, di Tantali e di Alrei. Così Cicerone usò il singolare pel plurale in
questo mo* do: Ut ab Samnite hoste tuta Ime ora esset, quam mmc nonvicinus
Samuis urit, sed Prcnus advena: ove Samnis , e PùBvm, stanno in vece di
iSamni^es, e Pcmù Si fa pure la sinecdoche usando il numero indeterminato per
lo determinato; così Virgilio: Non anni domuere decM, non mille carinm: 0 pure
nominando ^qli antecedenti in luogo de' conse- guenti come fe' Virgilio: Bijam
iumma proeul villanm outnUna fumant, Mqjaretquù eadunt altU d€ montiku lunàrar.
E questo basti aver detto dei modi diversi con cui si fa la sinecdoche. Noa
creda però alcuno che si possa Digitized by GoogI — e? — senza ragione usare
una parola per modo di sinecdoche, perchè questi tropi sono colori delia
elocuzione, e non vanno gettati all'impazzata ed a caprìccio, ma secon- dochè
occorre per meglio dipingere le cose. Quando Vir- gilio per sinecdoche disse:
Submersasque obrue puppes; non poteva indinerentemenle dire: oò/ weproras. E
però concluderemo qui colle parole di Paolo Costa, il quale ci avvisa che si
può cadere in difetto usando questo traslato, ogni qualvolta i' immagine della
cosa, da cui prende la parola, non sia bene associata alle ideo che si vogliono
svogliare in altrui , e non sia atta a fare im- pressione neir animo piti che
le altre idee che vanno in sua compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò un solo
esempio. Si dirà con maggiore elTicacia: fuggono per t allo mare le vele, — che
fuggono per V allo mare le prore; poiché V immagine delle vele gonfiate dal
vento, come quella che percuote maggiormente la vista di co- lui che mira la
nave in alto, più strettamente di ogni altra idea si associa air idea*del
fuggire. Dell' AatoMOMMla. D. Che cosa è V Antonomasia? R. Antonomasia , ohe i
Latini dissero pronominaHo, e noi pure chiameremo pì'onoìninazione, è un tropo,
mediante il quale una parola cornujae acquista forza di parola propria; e si ia
per cinque modi: ponendo, Digitized by Google — 68 — anziché il nome di una
persona, il nome del padre suo; così Virgilio nomina Enea dal nome di Anchise
suo pa- dre nel 5^ deìVEneùie: Magnanimu$que Anchisfades; altrove Aiace dal
nome di Telamone suo padre: Hinc eral oppositus conira Telamonius Heros. 9<>
Usando il nome della patria , anziché il nome della persona, come: Il pio
Trojano, anziché il pio Enea. Così Diana è chiamata Delia dall'isola di Delo
sua patria: Noiior ut jam tit canibus non Delia nostris; e Apollo è detto
Cinzie dal monte Cinto che sorge nella stessa ìsola: Cum eanerem rege$ et
firmila f GjnUitiis ourem YellUf eiadmonuit. (ViRcaiO, Egl. 6, y. 5.) £ Catullo
disse : IntoMum pueri dicUe Cyclbium. E il Petrarca chiamò Annibale così: Vidi
olirà ua rivo il gran Cartaginue. 3<> Usando un aggiunto in luogo del
nome proprio ; così Didone invece del nome di Enea, pone l' aggiunto impius:
Arma viri talamo, qum fixa reliquit linpSus. 11 Petrarca nomina Archimede per
questo modo : Vidi dipìnto il nobil Geometra, 4» Pimendo qualche nome proprio
in luogo di un nome appellativo, come- sarebbe Mecenate per prolettore di
letterati, Demostene per eloquente. Così Pompeo Ma- gno nominava LucuUo, Serse
togato:-— qua de causa Digitized by J — 69 — magms Pompeus Xersem togatum eum
appellai. Così un Doslro poeta disse: I versi Che il Lombardo pnogeaii
SardanapiUo. 5® Infine si fa antonomasia, quando in luogo di un attri- buto si
pone il nome di qualche popolo o di qualche gente, a cui quel!' attributo è
dato comunemente; oos\ un nostro poeta disse: Grecia non v'è, ma Gred son per
tolte; alludendo all' antico proverbio: Grctca fides,^ nuUa ftdei. Da questo
tropo molti vantaggi ne vengono all' elocu- zione, conciossiachè per mezzo di
questo si può met- tere innanzi alia mente un oggetto con quelle circo- stanze
che piti ci giovano. Egli però non va usato con troppa frequenza. AnTi€oi.o \.
Mia CtatMMi e MOm HeteloMl. D. Che casa è la Catacresi? R. La catacresi o
abusione fu definita cos\ dal* Fautore della Rettorica ad Erennio: Abusio est
qiice verbo simili et propinquo , prò certo, et proprio abutilur. Virgilio per
questo tropo chiamò cavallo quella gran macchina a forma di cavallo, che i
Greci edificarono a prendere Troia: Instar moniis equom ^vina Pattadis arte
SUfieanU Digitized by Google — 70 — Così noi dicfamo cavalcare una canna,
sebbene la pa- rola significhi andare a cavallo. Orazio: Ludere par, <mpar,
èquiUre tu arundiM hnga; <j altrove con più ardimento: Eurui per Heula»
equiuvil unda$. A questa figura si riferiscono tutte le improprieth di parlare,
che con tanta eleganza vediamo usate dai Glassici (quantunque con riserbo
grande si debbano imi- tare), come, ad esempio, sperare in luogo di temere^
come in quel di Virgilio: Hune ego $i poiui tantum sperare dolorm; e in altro
luogo: ÀI sperate Dm memom fondi aéqué nefandi» che fu poi imitato dal
Petrarca: Nè coDtre morte wperù altro ehe morte. E molti altri abusi di parole
, alcuni dei quali a dir vero non si sentono piii da noi , perchè sono tornati
per V uso a parere proprj. D. Che cosa è la Metalessi?* il. La roetalessi,
detta dai Latini partecipano, è un tropo che si fa usando una parola, dal
significato della quale sì passa alla cognizione di un allro, e per (lire con
Quintiliano, ex alio in aliud viam prcestat: e si fa per due modi:
1"" qualora un oggetto la nel- r atto medesimo doppia impressione
sulla mente no- stra , poi indistintamente ne richiama le qualità, come per
esempio: r venni Hi luogo di ogni Inee muto. Dante con questa raetalessi ci
viene a significare il si- lenzio e r oscurità di quel luogo, e la qualità
della Digitized by — 71 — doppia impressione confonde , riferendo 1' epiteto
muto alla luce ; e Virgilio aveva detto: . Fri gut caplamus opucMttìt a
significare : Sediamo all'ombra per godervi il fresco. Si fa hi 2.** luogo ,
quando per esprimere una cosa ne nominiamo un^altra, ma alquanto lontana ,
cosicché per intenderla bisogna un jm>' ragionarvi sopra. Virgilio an« zichè
dire tre anni , disse : * • , Tertia dum Latto regnaniem viéerit €uUu; 6 il
Tasso neir AmnUa: E già tre ^fls Ha il nudo mieiilor tronche le spleke; e Dante
, per diire lo spazio di 50 mesi , disse : Ma DOB eiiM|iiaDU toI^ 6a raccesa La
Ciccia della domia, che qui regna « , Che to vedrai quanto qoest' arie pesa ,
cioè la faoeia della Luna , la quale in cielo ha nome di Luna , in inferno sì
diee Proserpina , ed essendo moglie di Plutone è regina del luogo ; lo che
torna ; non pas- seranno cinquanta plenilunj ; giacché nel plenilunio la faecia
tutta della Luna che riguarda la terra Tiene dal Sole accesa , cioè illuminata.
Digitized by Google — 72 — AmnooiiO TI* « Come I iMpI aggiungano grami» al
MflMim teovMi» émai vlaaitt iMleme , e marne mimmm iaiii 4evlmtl dalla
aietefoni. D. Dopo queste cose resta altro a dire? R. Resta a dichiarare cosa
insegnata dal cartjiinal Pallavicino nel suo Trattato delio Stile , ed è che i
tropi per dare vaghezza ed eleganza allo stile non devono mai andare
disoompagnati l'uno daìl* altro, ma , quasi riuniti insieme (non però
rammassali) , V uno all' altro aggiungere grazia e vaghezza , Qome si può
vedere nei Classici. E per dame alcun esempio, eccovi qua i primi due versi
della prima Egloga di Virgilio : filire, lu jMliffe reevhans tié iSf/nUne fagi,
SUmtrem tenui mutam meUtarii avena, • Se noi facciamo 1' analisi di questi due
versi soli , tro- veremo un numero di tropi maggiore di quel che pare. L'
epiteto patide dato al faggio è una bella metaforetUf la qual significa
quidquid potei , cioè tutto oiò che per estensione , o per larghezza si
manifesta agli occhi : re- cubo , che significa giacere ^ qui per tropo
significa sem- plicemente sedere e riposare : tegmime , derivando da lego , è
parola generica , che indica tutto ciò che rico- pre , e qui per tropo
significa V ombrello de' rami che difende e copre dai raggi del sole :
iilvestrgm vuol dire in senso proprio ciò che è proprio della selva : o che è
nella selva , e qui è trasportato a significare pastorale, villereccio. Musam ,
che in senso proprio non vorria dire che una delle nove divinità le quali
presiedevano Digitized by-Googl^ — 73 — al canto , per tropo è posta invece del
canto istesso. Avena non è in senso proprio che un' erba , dallo stelo della
quale si formano pive, e qui è posta per piva, o aomigUante stnimeuto
pastorale. Tenuk non vuol dire che sottile , e qui vale umile per tropo.
Meditavi non è altro che mente cogitare, cioè pensare , e qui per tras* lato
suona Untore ^ andar prwando: le quali metaforette insieme riunite sono quelle
appunto che danno un gra^ zioso colorito poetico a questi due versi. Conviene
anche avvertire , che quello che si dice di questi tropi, i quali sono molto
rammolliti dall' uso , sicché a gran parte non ci paiano più tropi qua! sono,
ma voci proprie, non si può applicare a quelli che sono più sfolgorati, o alle
figure di concetto delle quali parleremo ; perocché in quella guisa che queste
piccole traslasioni aggiungono diletto e vaghezza , se sono a discreta copia
seminatQ nel Discorso , quelle, multiplica te che (ossero, darebbero etranesia
e affettazione. allo stile. D. AveU accennato che itUti i tropi non sono che modificazioni
della Metafora; sapreste voi dichiarar- melo? Facilmente. Se la Metafora non è
che imposi- slone del nome proprio di una cosa ad un* altra, secon* dochè fu
detto, e la similitudine ne è il fondamento, ne consegue che i tropi, essendo
pur essi imposizione del nome proprio dì una cosa applicato variamente ad
un'al- tra , non sono che varietà della Metafora. Infatti la Si- necdoche col
nome proprio del tutto significa una parte sola dei medesimo , o viceversa , ed
applica al genere il nome proprio delia specie , e così al contrario. La Me*
tonimia col nome degli effetti accenna alle cause, e sotto il nome delle cause
inteude gii efi'etti: o impone il nome del contenente al contenuto , o col nome
del possessore Digitized by Google nomina la cosa posaedata; o col segno che
significa una cosa , vuol farti intendere la cosa stessa , e via via. La
Catacresi abusa di un nome a significare una cosa che per quel nome non
poirebl)e essere significata , e solo lo pfuò per rapporti'di somiglianza. La
Metalessi poi , che i Latini dissero partecipazione, non è in sè che metafora e
metonimia insieme congiunte. L'Antonomasia infine ohe altro ò essa se non che
imposisionedi un nome ge* nerico ed appellativo a significarne un proprio? Se
dun- que tutti questi tropi altro non sono che diverse impo- sizioni di nomi di
una cosa ad un'altra, usate per rendere più efficace il discorso e pili ornato
, e fondamento loro è sempre la similitudine , sarh fuori di dubbio che si
possano tutti considerare varietà della Metafora. Per questo quella gran mente
di Aristotile comprese sotto il generico nome di Metafora tutti i tropi ,
seoondochò ne avvisa Cicerone : Aristoteles ista omnia traslationes vocat; e
per questo si possono considerare anche da noi una cosa stessa colla Metafora.
D. Direste voi ora per qwd ragione avete lotto dal novero dei tropi
l'Allegoria, l' Iperbole, la Perifrasi, l Iro^ nia,edU Sarcasmo f R. Perobò
queste forme di parlare non si oonten- c:ono come le altre nella traslazione di
un nomo , ma più largamente nel Discorso procedono. Di più^ osser- vando che r
Allegoria è un parlare artifizioso , il quale sotto le apparenze di una cosa ne
significa un^ altra , e nasce principalmente dalla fantasia, che per meglio
sot- toporre ai sensi immagini astratte pone invece di quelle oggetti reali ,
ci è parso dover collocare ;l'Allegoria ap- presso la Similitudine e la
Comparazione , figure delle (juali essa si giova per modo da poter essere
giudicata cosa non molto difierente da quelle. Così la Perifrasi e - 75 — r
Iperbole sono siale posle fra le forme di parlare pro- prie dell' immaginazione
, perchè esse procedono dallo stalQ della lantasìai e a quella servono.
L'ironìa ed il Sarcasmo poi essendo sempre prodotti da passione vio- lenta , ci
è sembrato che debbano aver luogo fra le for- me di parlare derivanti dalla
passione. Se però alcuno volesse altramente pensare, faccia a suo senno, chènò
per questo V arte si rimuta , nò le cose cambiano da quello che intimamente
sono nella propria natura. CoHie osai mpeéke di •crltHira ami wmm MMUileM
propria di tropi* D. Ogni spededi tropi comnme forse ad ogni maniera di
scriUuref ' R. No certamente : e per conoscere quali ad una maniera di
scrittura , e quali ad un' altra convengono, si deve por mente al fine che c'
induce a parlare o scri- vere, e vedere se lo scritto nostro è condotto
semplioe- mente dalla ragione e mira al solo convincimento, ose è mosso dalla
fantasia e si volge principalmente al di- letto , 0 se in fine è guidato dalla
passione e si volge alla mozion degli alfetti. E quando sia chiaro il fine
dello scritto e il principio da cui è dominato , allora si può determinare
quali tropi convengano ad una specie, quali ad un' altra. E siccome ii Discorso
che ha per fine il con- vincimento muove da riposata ragione , e la ragione
guarda le cose in sè freddamente , e sdegna ornamenti che a lei non
appartengono , diremo che a questa spe- Digitized by Google — 76 — eie nen
appartengono òhe i tropi pia temperati, e quelli che per V uso hanno quasi
perduta faccia di tropo , e che se ne dee fare uso parco e misurato.
Consentiremo ai filosofi la Metafora e qualche altra translazione, pur- ■ diè
sia casta e vereconda, e non sappia nulla d'imma- ginoso, nulla di
appassionato. Ma a quella guisa di scrit- ture che sono signoreggiate o dalla
fantasia o dall' af- fetto daremo più in copia l' uso dì tropi, e sensa riserbo
tutti del pari come buoni li concederemo, quando siano bene appropriati, e
vengano nel discorso spontanei e non forzati , e non oontradicano al carattere
di quella specie del Discorso od oratorio o poetico a cui apparten- gono. In
somma convien ricordare che la ragione, la fan- tasia, gli adetti , hanno delle
forme di linguaggio proprie soltanto di sè, e sdegnano quelle che loro
propriamente non appartengono. E perchè sia più chiara e patente questa verità
, ci faremo ora a parlare delle forme pro- prie della fantasia , poscia di
quelle proprie deli' affet- to , le quali comunemente si chiamano figure di
pen- siero prodotte dall'immaginazione, o derivate dalla passione. Dalle fénue
M iiarton pMpvie D. Che cosa sono le figure dmioQU dait immagine^ stione? R,
Sono certe naturali forme di parlare , le quali soTonte adopriamo perchè i
noski pensieri acquistino Digitized by Gopgle - 77 — maggiore efficacia ogni
qual volta noi parliamo, o mossi dalla iorte impressione che un oggetto ha
falla sopra di noi , o anche solo perchè faccia sugli altri un' impres- sione
maggiore di quella che farebbe , se il linguaggio della fantasia si
restringesse al semplice e severo della ragione. £ siccome per mezzo della
Immaginazione noi possiamo avere presenti all' animo oggetti lontani , con-
frontarli fra loro , comporli , discomporli , e crearne di nuovi , cosi ne
viene che dalia osservazione dei rap- porti diversi nascano la Similitudine, la
Comparazione, l'Allegoria , la Perìfrasi , V Iperbole , l'Antitesi , la Pro-
gressione, la Preoccupazione, la Concessione, la Prete- rizione , la
Sermocinazione , l' Ipotiposi ; figure le quali . noi verremo ora partitamente
esponendo. D. Che cosa è la SimilUudinef R. La Similitudine è una forma di
parlare, colla quale mosl riamo pid cbiai*amente una cosa per mezzo di un'
altra. Ella in sostanza non è che una larga me- tafora , ed è soggetta alle
regole della metafora stessa. Eccone un esempio : Come le pecorelle escon del
chiuso A una , a due , a tre , e l' altre stanno Tiraidette atterrando rocchio
e il muso; E ciò che fa la prima, e l'altre fanno. Addossandosi a lei s'ella
s'arresta, Semplici e quete, e lo mpercbè non sanno. (Dante» Purgalorio.) D.
Che cosa è la Comparazione? A. È una forma di parlare, per cui raffrontando '
insieme due oggetti, si viene a mostrare che quegli at- tributi che convengono
aduno, convengono pure all'al- tro. Ella non si contenta, come la Similitudine,
che vi sia una somiglianza, ma esige di più ohe il fondamento Digitized by
Google — 78 — • della somiglianza si spieghi , e si aecenni il modo per io
quale i due oggetti paragonati fra loro convengono. Per esempio : Come impasto
Leone in stalla piena » Che lunga fame abbia smacrato e asciano. Uccide y
scflomat mangia, e a strazio mena L* infermo gregge in sua balia condallo: Così
il erode! Pagan nel sonno a? ena La nostra gente , e fa macel per latto. La
spada di Medoro anco non ebe; Ma li sdegna ferir Tignobll plebe. (AniosTO»
OrUmdo fiaiow.) D. Si deve osservare akuna cosa intorno l'i$so di ^ qìAeste
figure? R. È necessario osservare in prima oh' dUeno mal si addicono ad un
discorso appassionato, specialmente ove la passione sia forte ; perchè 1' animo
in mezzo ad una tempesta di affetti noo ha di che perdersi in con- fronti 0
simiglianze , ohe sono opera della fantasia e della ragione. In fatto la
fantasia nei suoi voli facilmente s'av- viene a trovar oggetti con cui compone
le immagini che • le si presentano : e la ragione qualche volta^ per me- glio
dichiarare le cose eh' ella espone, ama trovare con- Ironti e similitudini. Di
che viene, che alcune sono a solo abbellimento , altre sono a rischiarare le
cose. Quelle | che valgono solo a dar lume, piacciono più ai prosatori; quelle
che sono di tutto abbellimento, sono meglio pro- prie de' poeti. Aggiungasi che
alcuna volta da un' im- magine di confronto inaspettato la mente rimane così
sopraffatta ed investita, che pih non potrebbe ; a segno che possa dirsi da
quelle figure nascere talora il subli- me. Quello però che principalmente si
dee osservare, è che la similitudine o il paragone aìalio tplti da cose
Digitized by Google — 79 — vicine e facili a cadere sotto gli occhi della mente
dei lettori, non da lontane od astruse; e che queste figure conTengaDo al
genere ed alla specie della scrittura, perchè, ove non ci convenissero, anzi
che lume e bel- lezza, rcchorcbbero oscuriti e stranezza. D. Date alcun esempio
che mostri, come la Similitu- dine (Ucliiora meglio le cose, o le ctbbeUisce ,
o le sMimal R. Il Boccaccio, alla 20» Novella della Prima Gior- nata , voleva
dire che i piacevoli motti rendono pivi lieto e leggiadro il conversare. Egli a
dichiarare questa sen- tenza si vale di una ben acconcia similitudine per que-
sto modo : Come ne' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo, e nella
primavera i fiori de' verdi prati, cosi de^la/udevoU costumi e de' ragionamenti
piacevoli sono i leggiadri motti. Serve ancora a dichiarazione la similitudine
che Dante usò nel Canto Ili dell' Inferno, per rappresentare i malvagi che
corrono alla barca di Caronte. Ckiine d'antanno si lem le foglie L'una appretto
dell'altra, infin che 11 ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie;
Simitemenie il mal seme d' Adamo: Gillansi di quel lito ad una ad una, Per
cenni , come augel per suo richiamo. Vale poi ad esornare, come si può vedere
nella seguente stanza dell'Ariosto, il quale, nel descrivere due guerrieri
obesi azzuffano^ ti porge in essi V imma- gine di due cani che vengono ai
morsi. Come soglion talor due can mordenti» 0 per invidia o per altr* odio
mossi, Avvicinarsi digrignando i denti» Cdn oeehi bleclil e pit die iMsgla
rossi; Digitized by Google 80 Indi a' moni venir di rabbli ardenti, Con aspri
rìngljj e rabbuffiti dossi ; Così alle spade , dai gridi e dall* onte, Venne il
Circasso e quel di Cbiaramonle. L* Alighieri si valse della similitudine a
sublimare il suo concetto nelle seguenti terzine tratte dal Purga- torio: * A
noi venia la creatura bella Bianco vestila , e nella faccia quale Par tremolando
mattutina atella. E neir altra : . Ella non ci diceva alcuna cosa; Ma
lasciavano gir, solo guardando A guiaa di leon quando ai posa. D. Che cosa è V
Allegoria, e perchè si pone fra le figure d' inmaginazùme ? R. L'Allegoria non
è altro che una forma di parla- re, la quale por mezzo di un discorso ne
presenta un altro latente. Ella non differisce dalla Similitudine se non in
questo, che 1* allegoria non mostra un oggetto per mezzo dell'altro, ma dà un
oggetto in luogo del« r altro. È inutile spendere novamente parole per mo-
strare che questa forma di parlare va qui registrata; poiché ognun vede
chiaramente come ella è un pro- dotto della immaginazione. Abbiamo un beli'
esempio nell'Ode 14» del libro 1° d'Orazio (se pure non è da seguirsi T
opinione di coloro ; che queir Ode vogliono diretta alla nave nella quale
Orazio scampò dopo la battaglia di Filippi, opinione molto probabile), e nel
Petrarca nel seguente sonetto : Passa la nave mia colma d' obblio Per aspro
mare a mena notte il Tento Infra Scilla e Cariddi ; ed al governo Siede 'I
signor» ansi 1 nemico mio. Digitized by Copgle — «1 — A ciascun remo un pensier
pronto e rio, Che la tempesta e '1 fin par eh' abbi' a scUerDo: La vela rompe
un vento umido eterno Di sospir, di speranze e di desio. Pioggia di lagrimar,
nebbia di sdegni Bagna e rallenta le già stanche sarte, Che son d* error con
ignoranza attorto. Cèlansi i duo miei dolci usati segni; Morta fra l'onde è la
ragion e l'arte; Tal cb' ìDcomiDcio a disperar del porlo. Avveriiremo però fin
d* ora cbe quest^ allegoria è impura, poiché al senso allegorico è sovente
commisto il vero. Il più sublime esempio di tal figura T abbiamo nel Salmo 79 ,
ove il popolo- d' Israele è rappresentato sotto r immagine di una vigna. A noi
basterà dame un breve esempio, tratto da un Classico latino, lasciando a chi
vuole andare a consultare il suaccennato. Cice- rone neir orazione a difesa di
Quinzio per mezzo deir al- legoria si esprime così : Ita fit ut ego, qui téla
depellere, et vulneribus mederi deheam, tiim id facere cogar , cum ' etiam
telum adversarius nuUum jecerit: Ulis autem id tengnts impugnandi detur, ctm et
vitandi Hkrum impetus potestas adepta nobis ertt; et si qua in re, id qnod pa-
rati sunt facere, falsum crimen , quasi venenatum aliquod telum jecerint, medicime
fadmdm locus non erit. c Così avviene che io, il quale debbo levar dalle cam!
il ferro delle saette, e medicar le ferite, sono sforzato a ciò fare prima che
V avversario abbia fatto il colpo: ed a lui è conceduto facultà di assalirci a
tempo^ die a noi sarà tolto di poter iscbifare il suo impeto: e dove in alcuna
cosa (il che essi son presti di dover fare] con- tro di noi, lanceranno, quasi
avvelenato dardo, qual- che falsa opposizione, non sarà luogo ad apprestarne il
rimedio. i> (Dolce.) e Digitized by Google 82 — I Retori poi distinguono
rAIfegorit in pura ed im- pura: pura la chiamano quando non si esce mai dal
senso allegorico^ impura quando dal seuso allegorico si passa al proprio. Cesi
Dante nel Canto primo del Purgatorio j dice: Per correr miglior acqua alza le
vele Ornai la oavioella del mio iagegao» Che lascia dietro sè mar si crudele.
Sarebbe stala pura V allegorìa sè avesse detto , an- ucbè la navicella del mio
ingegno, la navicella mìa. Anche l'apologo può dirsi un'allegoria pura, e così
pure r enimma , o V indovinello, dei quali per brevità qui non si parla. Una
sola osservazione ferino, ed è che r allegoria deve essere breve, ben adattata
e facile, perchè si possa agevolmente conoscere il senso nasco- sto sotto r
immagina rappresentata. D. Che cosa è la Pèrifiroii? lì. PeriiVasi, che in
volgar nostro significa circon- foctA^MÒne^ in latino circuUio, è una forma di
parlare, la Auale esprime con più parole ciò che in una o in poche si potea
dire: Pluribus verbis cum id, quoduno, aut paucioribus, certe dicipotest,
explicatur, vocant circui- Èum loquendi. (Quintiliano.) E di questa forma pare
che r immaginazione principalmente si compiaccia, perchè per questa ella può
mostrare i confini d' una cosa , anzi- ché la cosa slessa, come fece il Petrarca
, il quale per nominar T Italia disse: .... il bel Paese, Cile Appeonia parie e
il mar circonda e l' alpe; w o dar a vedere una cosa per mezzo delle sue
prìnci* é — 83 — pali qualità, come fe' Dante, il quale, per nominare ii Sole,
disse: « Lo mioistro maggior della naiura. Serre sBeora la Perifrasi a dare
chiaresza maggio- re: alle vette vale ad Isfuggire con grazia cerle espres-
sioni, cui nuocerebbe usare, comò in quel magnifico esempio che ne otire
Cicerone nell' orazione />ro Milane, V Oratore Romano dovea pur confessare
che Glodio era stato ucciso; ma perchè la parola uccidere, o altra so-
migliante, recava odio aMilone, compassione a Clodio, egli per mezzo di una
circonlocuzione espresse il suo concetto in guisa, che la ragione di Milena vi
trionfa: Fecerunt id servi Milonis {dicam enim non derii andi cri- minis causa,
sed lU factum sii), ncque imperante, ncque sciente, neque prmenie domino quod
quis^ servos suos in ioli re facére voluisset « Questi servi dì. Milone (e lo
dico non per imporre ad altri la colpa, ina perché il fatto andò pur così), non
di ordine del padrone, non sapendolo lui, uè essendo quivi, fecero quello, che
cia- scuno in cos\ fatto termine' avria voluto- veder fare a' suoi servi. »
(Cesari.) La (jualo perifrasi fu bene imi- tata in egual caso dal cardinal
Commendone nella sua orazione in difesa di alcuni scolari dello studio di Pado-
va: Avvenne adunque , dice egli, dopo molta sofferenza ^ ohe più della ragione
potò lo sdegno: non si nega il fatto. Questa forma di parlare però, se non sia
usata con molta moderazione ed a tempo, produce languidezza e superfluità. Non
vi sia alcuno che creda la Perifrasi essere egual cosa che la Parafrasi,
perocché la Para- fram, la quale significa dichiarazione, allargamento,
appartiene in genere all' amplifioaziona. Digitized by Google — 84 D. Che cosa
è r Iperbole? B. L'Iperbole, che i Latini chiamarono superlatio (noi diremo
esagerazione) , si fa col portare una cosa ol- tre il suo essere naturale, o
innalzandola più che non è , 0 più che non è diminuendola. E questa si fa
quando noi vivamente colpiti da qualche idea che altrui voglia- mo
rappresentare, credendo troppo deboli le espressioni proprie, ci serviamo di
alcune, le quali a intenderle strettamente vanno fuori del vero. Cosi per
iperbole Virgilio ci descrive i cavalli di Turno: Qui candore nivet ante irent
, cursibiu auras. Due guise d'iperbole si danno, Tuna delle quali move dair
immaginazione, come è detto, l' altra da com- mozione d'animo. Da semplice
immaginazione è V iper- bole colla quale T Ariosto descrive la mensa preparata
da Aicina a Ruggero. Qual mensa trionfarne e sontuosa Dì qualsivoglia successor
di Nino, 0 qual mai tanto celebre e fumosa Di Cleopatra al vincitor latino,
Potria a questa esser par, che V amorosa Fata avea posta innanzi al Paladino?
Tal non cred' io che s' apparecchi , dove Mioistra Ganimede al sommo Giove. Se
però non si abbia molto buon giudizio V iperbole descrittiva dk facilmente nelP
esagerato e nel falso ; spe> cialmente quando si voglia usare prima che l' immagi-
nazione sia bastantemente riscaldata. Iperbole si usa con più buon successo a
descrìvere esseri immaginari al tutto, 0 almeno in gran parte, dei quali i
sensi no- stri non possono avere contezza se non in quanto sono loro descritti
dalla fantasia; come sarebbe la Fama dì Digitize by Virgilio, il Silenzio e la
Frode noli' Ariosto, esimili altri^ nei quali soggetti l' esagerazione è più
consentita. Infatti Virgilio potè dire, che la Fama passeggia il siwlo^ ed ha
fra le mbi il capo, la qual cosa sicuramente non avrebbe potuto affermare, se
qaesta Fama fosse stata altro che un essere immaginario. Men pericolo è nel*
l'iperbole mossa dall' afTetlo, perocché qaando il cuore è agitato fortemente,
ogni esagerazione che non esca affatto dai ragionevole gii ò consentita. Bella
è quella che Torquato Tasso ebbe imitata sì nobilmente da Vir^ gilio: • Nè te
SoQa produsse, e non sei nato Dell' Azz!o sangue tu: te Tonda insana Del mar
produsse, e '1 Caucaso gelalo, £ le mamme aliauàr di tigre ircaDa. D. Che cosa è
PAntUesi? R. È una forma di parlare, la quale cade in accon- cio ogni qual
volta i' Oratore o il Poeta , cercando dare maggiore rilievo ad un pensiero o
ad un oggetto, gli con- trappone il suo contrario. E però l'autore della Retto-
rica ad Erennio la definiva così: Contentio est cura ex cùntrariis verbis aut
rebus oratio conftcitur. Perlochè apparisce chiaro che questa figura si fa, o
contrappo- nendo parole a parole, o contrapponendo sentenze a sentenze. Esempio
della 1» maniera può essere il se- guente del Segneri : Tutti gitanti qui
siamo, o giovani o vecchi, 0 poveri o ricchi, o nMU o plebei, tutti dobbiamo
morire. Esempio della 2* maniera d' antitesi può essere questo di Cicerone: In
pace ad vexandos cives acervi- muSy m bello ad eajmgnandos hostes inertissimus.
Bella è pure P antitesi che abbiamo nell' orazione a Paolo Terzo d'Alberto
Lollio: Muovesi l imperatore, non per — 86 — cupidigia d allargare i confini:
ma per conservarli, non per difendere le membra deW Impero, ma per non perdere
il capo, nùnper opprimere gV mAoce^M, ma per eorreg^ gere i dmAbidknli, Questa
figura perd deve essere usata con molte avvertenze; deve essere breve, poco
frequente, naturale: brevei perchè altrimenti scopre l'arte, e ristucca; poca
frequeale, perehò, ove sta spes- seggiata, illanguidisee e raffredda il
discorso; naturale, perche, ove mostri fatica di studio, disgusta 1 lettori
anziché dilettarli. È anche da osservarci che questa figura alcune volte serve
alla passione , specialmente quando ò portata molto innanzi, conciossiachè
nelle forti agitazioni dell' animo avviene che le idee quasi tu- multuariamente
presentandosi al pensiero, si dispon- p:ono per modo nella mente, che ognuna di
esse reca con sò il suo contrario. Esempio ne abbiamo nella 2^ Ca- tilinaria di
Marco Tullio: Hoc vero quis ferro potest, inertee homines forliseimis òuidiari,
eiuUissònos pruden- tiseimis, ebriosos sobriis, dormientes vigikmtSms?.*. e più
verso al fine: Ex hac enim parte piignat piidor , il- line petulaìUia: hino
pudicitia, illinc sttipnm: hinc pie- tae: illinc sceìus: hinc comtantia, illinc
furor: hinc ho- nestas: mine turpiiudo: hinc conHnentia, illinc libòhi denique
wquitas j temperantia, fortitudo , prude ntia ^ vir- tutes omnes certant cum
iniquitate, cum luxuria, cum ignafria, cum temeritate, cum vitiis omntìm> «
Ma ohi potrebbe sopportare che gli uomini pieni di dappocag- .nine tendano
agguati ai valorosi, i pazzi ai prudenti, f^rimbriachi ai sobrj?... — Chè da
questa parte com- batte la modestia, da quella la petulanza; di qui la castità,
di là gli stupri; di qui la fede, di là la fraude; (li qui la pietà, di là la
scelleraggine, di qui la costan- za, di là il furore; di qui la contmensa} di
1^ la eupidi* Digitized by Gopgle - 87 — già: finalmente l'equi Ih, la
temperanza, la fortezza, la prudenza, e tutte le virtù prendono la spada in
mano contra la iniquità, cantra la lussuria, contro la dappo* caggine , contro
la temeritli , contro tutti i vizj. » (Dolce.) D. Che cosa è la Progressione?
/?. È una iòrma di parlare , per la quale , salendo grado grado da un pensiero
air altro , si dà maggiore efficacia alla sentenea. Questo modo dai Oreci fu
chia- mato climax , e noi lo diremo scala. Eccone da Cice- rone un esempio :
Facinus est vincire cwem romanum , teeka wrberarè, prope parrieiditmneoare;
quid dicam m crucem toUere? « È delitto legare un cittadino roma- no ,
scelleraggine vergheggiarlo , quasi parricidio ucci- derlo : che dirò io del
crocifiggerlo ? » Osservate come r autore per questa figura ha mostrato che T
avere messo in croce un cittadino romano era delitto senza pari. Egli grado
grado esaminando quanto sia grande colpa mettere in ferri un cittadino , quanto
grande sc^Uerag» gine vergheggiarlo , quanto orrìbile parricidio metterlo a
morte, fa conoscere che il crocifiggerlo è delitto sovra ogni delitto. Questa
forma è di grande elLicacia , peroc- ché ella presenta quasi ali' intelletto
una serie di pro- posizioni concatenate a modo, che posta la prìma, tutte le
altre necessariamente si denuo ammettere come di- scendenti da quella. Un altro
esempio ne porge il Se- gneri nella 4* predica : Questa è dunque- la cura-, ohe
vai teMte delia vostra anima? questa è la ^ima del tostro fine? questa è la
sollecitudine della vostra felicità? saper di slare in ìnezzo a rischi sì gravi
, e non riscuotervi? Ponete mente alia doppia gradazione di questo periodo: la
prima è nelle parole cura , stima , soUeeiiuéine ; r altra nelle parole —anima,
fine , felicità. Anche i poeti fanno uso con profìMo di questa figura , la
quale però « — 88 — eonvien cercare che non iscuopra Tatte,' altrimentì di-
vieue cosa viziosa, come appunto è quella del Tasso me- rilameate ripresa dai
Galilei. Sparsa è d* armi la terra , e V armi sparse Di sangue, e il sangue col
sudor si mesce. D. Che cosa è la Preoccupc»ioneZ R. £ una forma di parlare, la
quale usiamo per prevenire una obieetone o una donanda , la quale ci potrebbe
esser fatta , e togliere o|5ni dubbio che po- trebbe nascere negli ascoltatori
; cosi il Casa nella prima | oraiione per la Lega , prevedendo che alcuno avrebbe
potuto obiettargli , che Carlo Quinto metteva in essere i suoi eserciti per
difendersi, per mezzo di questa figura previene V obiezione , e dice : Se. mi
mi direU che egl% si vuol difendere io vi domando: chi lo minaccia , cftt fo
spaventa , chi lo assalisce? Questa figura , come ognun vede , giova molto agli
oratori, e non inutile ai poeti. f In fatto asaai bene ne usò Torquato Tasso
nella Geru- salemme : Ta , ebe srdfto sin qai ti sei condotto., Onde speri
nutrir etvalli e fami ? t Dirai : V armata in mar enra ne prende. Dai venti
adunque il viver tuo dipende? « D. Che cosa è la Concessione? - R. È una forma
di parlare , per la quale , mentre noi concediamo una cosa all' avversario , lo
costringiamo con questo stesso modo a concedere a noi ciò che vo- ^mo. Elia è
figura* di mirabile effetto e di grande uso presso gli oratori e presso i
poeti. Così il Gasa iiella 2» orazione per la Lega : Or ecco V imperatore
riposerà quest' anno , 4» coù pa , perocché nessuno ce ne fa certi; Digitized
by Google ma ie pur eoA fla , egli starà fermo quesfamo non per ^ tardare , ma
per andare piìì ratto. £ r Alfieri nei Don Gariia: m Uccìderai Salviati, Fona
Bun reo: nemici allri verranno. Pian spenti? ed aiiri insorgeranao. — 11 brando
Del diffidar la insazìabii punta Ritoioe al fin contro ehi V elsa impogna. D.
Che cosa è la Preterizione? B. £ una figura per la quale fìogeDclo di voler ta-
cere alcune cose, poi espressamente le diciamo, e ^e- sta giova assai , perchè
mostra T Oratore poco curante di quelle cose stesse che sono a suo prò, come
quegli che ben altre e di maggior peso ne ha ; e mette nel- l' ascoltatore
confidenza, facendogli conoscere che FOra* tore ha ragioni piii del bisogno.
Cicerone nelT orazione in favore della Legge Manilia, parlando per preterizione
delle lodi di Pompeo , dice cesi : Itaque nm non prcedi- caturus, Quiriles ,
quantas iUe ree demi mUiticeque , terra marique , quantaque felicitate
gesserit; ut ejus semper vo- luntatibus non modo cives assenserinl , sodi
obtempera- rint, hostes obediermt;8ed etiam venti tmnpeeiatesqmolh secundarini,
t Laonde io non son per raceoatare, Roma- ni , quante egregie operazioni, e con
quanta felicita egli abbia fa^e &ì nelle cure della città , come nei
maneggi della guerra , in terra e in mare , e di maniera che alle sue YoloDtk
non solamente i cittadini sempre abbiano acconsentito , i confoderati servito ,
i nemici ubbidito , ma i venti e le fortune gli sono stati secondi. » (Dolce).
' Così pure, presso Virgilio, Venere enumerando a Giove le ofiese che eila^veva
ricevute da Giunone, dopo - 00 — averne esposte alqaaiiiè , fìngendo di voler
passare le altre sotto silenzio, dice: Quid repetam exustax Ericino in litore
classesì Quid tetnpeslatum regem, ventosque fur^niet, jEolia excitoi? aut aclam
nubibui Jrimt Cb*io non vuo'dir delle combuste navi Sulla spiaggia Ericina, nò
de' venti Che M re spìnse d' Eolia a tempestarlo, Nè d'Iri che di qui fu già
mandata ec. (Gaao.) D. Che cosa è la Smnoeinanone? R. È una figura perla quale
s' introduce qualcuno a parlare quasi dialogizzando coli' oratore o coi poeta ,
per aggiungere dignità alle cose che si dicono, e nel* . Fìstesso tempo per
dilettare. Esempi ne abbiamo ne'poeti e ne* prosatori latini ed italiani ad
ogni passo. A noi piace sceglierne mio del Segneri. L' oratore descrive la
pesnma fine dì un cavaliere , il quale muore imponi* lente. In mezzo la
narrazione introduce il confessore, il quale si la al letto deli' infermo per
disporlo a ben mo- rirOb Vivo e commovente è il dialogo. — Im$dici tuiAo- menU
vi hanno disperato; però se volete compor le vo- stre partite , poche ore vi
rimarranno:-^ Tanto più adun- que ^ soggiunse l' altro; affrettiamoci: che ho
da fare? — Avreste, ripigliò il Padre, per avventura alcm credito* re, a cui vi
coimenisse di soddisfare ? -^Gli aveva , ma gli ho soddisfatti. — Avreste
niente (f altrui, die dovreste rendere ? — L aveva, ma V ho parimente renduto.
— E se per i addietro aveste portata malevolenMa ad akmno,non la deponete daVl
animo? --La depongo. ^Perdonale a chi vi ha offeso? — Perdono. — Vi umiliate a
chi avete offeso? — Mi umilio.'^ Non. volete adunque per uUimo ricevere
oiyu.^uu Ly Google — 91 — I sacra$nenti, come conviensi ad uom cristiano per
ar- marvi contro le tentazioni deìl inimico , e contro i peri- coli deir
Inferno? —-Volentieristimo gli Hcmferò, se voi, Padre, vi compiacerete d'
amministrarmeli. — Ma sapete pure che questo non si potrà, se prima non
licenziate da voi quella giovane? — Oh queeto non pouo, Padre , non poeso ! —
Ohimè ! che dite ! non posso? perchè non potete? e potete, e dovete , signor
mio caro, se volete salvarvi,— Io dicovi che non posso ec. — Ed Orazio neir
Epistola ai Pisoni in questo modo si vale della sermocinazione: ^ Dicnt Ftlius
Albini: si de quincunre remota est lincia, quid superai? poterai dixtsae:
triens. Eul Rem poleris servare tuam, Redit uncia : quid fitf Semis • Non
conviene però abusare di questa figura , la quale, se giova chiamata a tempo,
nuoce e raffredd*! quando ella sia fuor di tempo adoperata. Questa poi serve
piti spesso alia fantasia che air affetto; nuilaroeno qualche vòlta serve anche
mh*abìimeote aHa passione. D. Che cosa è Ipotiposi? H. È, una ligura per la
quale l'oratore o il poeta cerca- di porre sotto gli occhi col più vivi colori
una cosa od una persona , tantoché il lettore o V uditore creda vederla anziché
udirla. Questa forma di parlare però prende diversi nomi dalle diverse cose che
ella descrive, cosicché l' ipotiposi di persona si chiama prO" sopografia;
la descrizione dei costumi, efopea; la descri- zione delle sembianze e dei
caratteri di persone imma- ginate 0 ^nie ^somatopea; la descrizione infine dei
luoghi topografia. Dì ciascuna di queste noi daremo lui esempio. L^ yi i^uu Ly
Google IpotipiMil %n fODere. II Meiastasio, imitando Virgiiio, descrive nella
Ga- latea il Ciclope , che decide un misero pastore. Vidi il crudele Frangere
incontro al sasso Un misero pastor, che al varco ei prese» Per farne orrido
pasto alla sua fame. Lo stracciò* lo divise; E le lacere membra » Tiepide e
semivive , Sotto i morsi omicidi Tremar fra'denU» e palpitare io vidi. E r atro
sangoe intanto , Cbf spumeggiava alle sue sanno intorno » Uscia per doppia
strada (oh Aero aspetto! ) Dal sotso labbro» e gli scorrea sol p^tto. Ipotlpo»!
dM ^MOAttf ^mI« prooopograflfi. L' Ariosto così descrive Brunello : Non è sei
palmi , ed ha il capo ricciuto; Le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca;
Pallido il viso, oltre il dover barbuto; Gli occhi tronfiali , e guardatura
losca; Schiacciala il naso, e nelle ciglia irsuto: L* abito, acciò che lo
dipinga intero, fi Stretto e corto » e sembra di cornerò, IpoUposI del
«••tninl» tmia etopea. Non lasceremo di recare ad esempio retopoa clie Sal-
lustio ci offre diCatilina: Lucius Catilina, nobili genere fuUus, fuU magna vi
et animi et eorporis , sed ingenio malo, prcmque. Buie ab adohseentia betta
intestina ; cades,, rapince , discordia civilis , grata fuere; ibique
juventiUem suam exercuU. Corpus patens inedice, vigilias^ algoris, «t4pm qwm
euiguam credibile est Animus audax, ni- — d3- bdohu, mrius, m^libet rei simuhtor
oc dissinmlalor , alieni appetens , sui profusus, ardens in cupiditatibits ;
satis loquentice , sapientice parum, Vastus animus immo- derata, incredibilia,
nimis altasen^^a^iebai. » Lucio Gatiliòa di nobil sangue fu nato, uomo di
grande virtù ' (F animo e di corpo , ma d' ingegnamento reo e perverso. Da sua
prima gioventù le brighe dentro la città , le fe- rite, gli omicidj 9 le rapine
, a lui piacquero molto; e in queste cotali cose contìnuamente studiò. Il corpo
aveva poderoso , e sofferente di fame , di freddo, di vegghia , e più che uomo
credere potesse. L'animo era ardito, malizioso e isvariato : qua! cosa volea
infingeva , e qual volea disfingea. Dell* altrui desideroso , del suo
isi)argitore ; tutto acceso di desiderj ; assai bello parla- tore f savio poco.
11 suo smisurato animo cose ismisura- te , non credibili , e sempre troppo alte
, desiderava. « (Bartolomeo da San Concordio.) Ipoiiposl di persoae flato» o
aoiiiAtopea. » » Bella è la somatopea , con efae il Tasso ci mette sotto gli
occhi il re- degli abissi . Orrida maestà nel faro aspetto Terrore accresce, e
più superbb il rende; Roasegglan gU occhi , e di Teoeno infetto. Come infausu
cometa, il guanto splende; Gl' invòlve il mento, e sali* irsuto petto Ispida e
folta la gran barba scende; E in goisa dì vongine profonda S*apre la bocca d'
atro sangue immonda. Esempi di questa figura abbiamo neUa descrizione • ideila
Fama nel libro 1.» dell' Eneide : nella descrìiione della Frode neir/^i/^rm» di
Dante: nella descrizione della Discordia , della Frode , dell'Avarizia , e del
Silenzio , nei Furioso dell' Ariosto. Digitized by Google 94 — * * HMfirlsione
del luoghi ^ o lopograflo. L' Ariosto ci descrive meravigliosamente per mezzo
di questa figura ua'isoielta deserta: 0' tbitatori è l' isoletta moU , Piena
d'wnil OHNteUe e éi ginepri; Giooondft solilndlne renoia A cervi t a daini , a
caprioli , a lepri ; E fuorché a pescatori è poco nota , Ove sovente ai
rimondati vepri Sospendon per seccar l' umide reti: Dormono intanto i pesci io
mar quieti. D. Vi è wMa da avvertire intemo queste forme di parlare? R. Quanto
all' Ipotiposi in genere è da avvertire, che eiia sia facile , naturale e ben
condotta. Non creda alcuno che P Ipotiposi riesca tanto jÀh viva quanto pftì ò
lunga , perchè tulLa V arte , per cui ella acquista vi- vezza, sta non nella
minutezza delle circostanze, ma nei tratti 'PitL interessanti; chè anzi la
lunghezza spesso to- glie alla verità e reca noia. Riguardo alla Prosopogra-
fia, si deve cercare che le qualità della persona la quale vogliamo dipingere
corrispondano al vero , e siano co- lorite con risentite tinte, a modo che alla
lettura ognuno debba riconoscere la persona che abbianio ritratta. L'Eto- pea
domanda chiarezza e precisione: chiarezza, perchè si dee rendere sensibile ciò
che non è ; precisione , per- chè i costumi di quella persona , della quale
parliamo, devono essere proprj a lei sola , a segno che non possa confondersi
con altra. Circa la Somatopea, è da studiare che la persona, la quale noi
fìngiamo, sia quale richiede e II carattere ohe volgarmente le è attribuito , e
la eir« costanza nella quale viene rappresentata. Il Tasso nel dare corpo umano
a Satana ha avuto tutti questi ri- I Digitized by Google — 95 — guardi , e però
bella è quella sua ìpotiposi. Se altri- menti avesse fatto, oltre all'essere
deforme in sè, avrebbe nociuto al buon etietto. Riguardo iotìae all' ipotiposi
di luogo ^ avvertiremo soltanto che non si deuno tratteg- giare ad una ad una
tutte le |>arti di un luogo, ma rile- varne solo quelle che bastano a darne una
compiuta idea , e a distinguerlo da o^i altro luogo del medesimo genere. CAP»
IL. Uelle forme di parlare proprie dell» pamione* D. QucUi sono le forma di
parlare proprie della pas- sione? * R. Sono quelle le quali non si odono neir
umano linguaggio , se non quando V uomo è agitato da qualche forte affetto ;
per forma che queste possono dirsi un oarattere speciale delia passione :
conciossiachè non sia persona al mondo , la quale, avendo il cuore in tumul<
to , non prenda un linguaggio diverso dall' ordinario* Poi vedete che nell'
uomo preso da passione la fìsono- mia del volto si fa più risentita , più
gagliardo il suono deHa voce , più vibrati gli atti ed i gesti , e da questo
potete argomentare, che, volendo la natura distinguere cosi neir esterno lo
slato deli' animo in passione, doveva anche distinguerlo nel lingua^io, che può
dirsi lo spec- chio deir animo; e però ben male avvisato sarebbe ehi credesse,
che le forme delle quali parleremo siano in- venzione delle scuole, o cose
particolari soltanto agli — 96 — scritlori; perchè elle sono cosa della natura
e non del- r arte , e comuni a tutti gli uomini, l^eriocbè è molto necessario
il ben conoscerle, perchè il non saperne far uso porterebbe Io scrittore
sovente a mancare nella parte dei caratteri. Di queste forme quindici ne anno-
veriamo , le quali sono: \^ Esclamazione, 21* Epifonema, 3* Interrogazione, 4*
Subiezione, 5^ Ironia, 6* Sarca- smo, 7* Preghiera, 8* Imprecazione, 9*
Dubitazione, 10* Correzione, 41* Sospensione , 12^ Comunicazione , 43* Personificazione,
44* Apostrofe, 15* Visione. Avver- tiamo ancora chd alcune di quelle, che
dicemmo essere • proprie dell' immaginazione, servono pur e^ alla pas-' sione ;
quali sono T Iperbole, la Progressione, la Prele- riziéfne, Tlpotiposi e la
Sermocinazione, sebbene però r uso di queste sia piti rado nel linguaggio,
degli affetti. Dell' BeclamasloBe • dell' EplfoneatA. D. Che cosa è
tEsckmiaiUone, e come di lei nasce l' Epifonema? R. È una forma di parlare, per
mezzo della quale esprimiamo le più gagliarde commozioni dell'animo, con-
cìossiachè quando noi «iamo potentemente sorpresi da meravìglia, da timore, da
allegrezza, da dolore, quasi improvvisamente interrompiamo il discorso, e
alzando la voce facciamo una interieiione. Ella è quasi il carat- tere principale
del linguaggio appassionato, come si può vedere di leggieri, osservando anche
il parlare degli uo- mini volgari, allorché sono presi da un forte commovi-
mento dell' animo. Così Dante, avèndo narrato la morie crudele che ì Pisani
fecero sostenere al Conte Ugolino, esce ia una esclamazione di dolore e di
sdegno contro Pisa; Digilized by Google — 97 — Abi Pisa, yituperio delle genti
Del bel paese là, dove II si suona, ' Poicbè i vicini a te punir son lenti ec.
£ il Boccaccio, dopo avere descritto i mali recati dalla pestilenza alla sua
patria , esce in questa pietosa • esclamazione : Oh quanti gran palagi rimasero
vuoti, quante memorabili schiatte si videro senza debito sue- cesswr rimanere I
Alcuna volta nella esclamazi<me noi racohindiamo naturalmente un qualche
concetto o detto sentenzioso . e ciò è appunto che cangia 1 esclamazione in
epilone- nia. Così Titiro presso Virgilio, dopo avere esposte nar- rando le sue
disgrazie , termina in questo modo : Bn f no dkeordia eives FerduzU mlieroi/ en
queii emuerimui offrii £ il Petrarca, a mostrare la vanità delle cose mor- 0
tali, esclamava : Oh ciechi , il tanto affaticar che giova? Tulli tornale alla
gran Madre amica, E il nome vostro a pena si ritrova! 9ell' iBtMVosaBloBe «
della Sii1»I«bI€»mc* D. Che cosa è t Interragasnone? R. È una forma per la
quale T uomo spinto dalla passione, anziché affernure o negare alcuna cosa, la
esprime per modo di domanda, con che maggior enfasi al discorso, e mostra tutta
la confidenza nella verità del suo concetto, e pare che provochi gli uditori a
mostrargli se può essere al contrario. Bella è V inter- rogazione colla ({uale
Cicerone, difendendo Ligario,in« calza Tuberone : Quid enim, Tubero^ tuus ille
disirietM in acie Pharsalica gladius agebat? cujus latus ille mucro 7 Digitized
by Google — 98 — oculi ? manus? ardor animi? quid cupiebas ? quid optabas ? «
Che faceva, Tuberone, quella tu^ spadai impugnata nella battaglia di Farsaglia?
il fianco di cui ricercaTa quella punta? Qual era F intensione delle tue èrmi?
Quale la tua mente? gli occhi ? le mani? 1' ardor dell' ani- mo? Che
desideravi? che bramavi? » (Dolce.) Gos\ presso V Alfieri , Giocasta cerca
mostrare a Po- linice, come desiderando egli sfisenatamente di regnare in Tebe,
non faceva che cercare il suo peggio. Sablime fin d' ogni tao voto è dnoque Di'
Tebe il trono? Ohi non sai tu» che in Tebe Sommo Infortunio è li irono? il
pensler vo^l Agii avi tool : qual ebbe in Tebe sceltro » EnondelilU? ' Questa
forma serve pressoché sempre ai forti af- fetti : è tuttavia da osservare che
qualche volta la con- vinzione stessa, che noi abbiamo di qualche verità, ci
conduce a disporre il discorso a modo d'interrogazione, ancorché l' animo non
sia commosso o turbato. Qualche volta ancora all' interrogazione noi sog-
giungiamo la risposta, ed allora ne nasce un' altra figle- rà, la quale si
chiama subiezione, Eccone un esemplo di Cicerone a favore di Archia : QtKBres a
nMs, Grac- che, cur tantopere hoc homine delectemur? quia snppe- ditat nobis
ubi et animits ex hgc forensi strepitu re^dg- tur, ^ mires convido d$fm<B
oonqui^cmU. « Tu cer- cherai forse*, 0 Gracco, d* intender da noi la eagiene,
per la quale sì fattamente diquest' uomo ci dilettiamo? È ella per questo: che
egli ci dà modo da poter risto- rare r animo degli strepili del fòro, ed
alleggiar le orecchie stanche' di ascoltare le mddicenxe che vi si usano. »
iDolce,) Digitized by Google - 99 — Così Didon# risoluta di morire domanda a sé
stessa se ella debba morire invendicata, e tosto soggiunge che le basta morire.
Moriemur inultoB? Sed moriamur, aU. Sic, tiejuvat ire sub un^nu, Uéir Ironia e
del taraMM». D. Che cosa è Ironia, e in che differiàce dal Sarcasmo? lì, L'
Ironia è un modo di parlare coperto, col quale noi vogliamo che ie nostre
parole siano intese in senso contrano da quello che esprimono. Ella nasce
spesso dall'animo turbato da sdegno o da ira compressa, e però noi abbiamo
creduto che, anziché stare fra i tropi, si debba collocare Ira le figure di
passione, poiché ella senza passione non può nascere ; in fotto,-s6 osserviam o
gli esem- pj, vedremo che ella ha radice nell* amarezza dello sde- gno.
Cicerone nella Miloniana, volendo dire che la morte di elodie era una pubblica
allegrezza e che ne godevano tutti gli ordini della repubblica-, usa parole le
quali mo- strerebbero che ella è disgrazia maggiore d' ogni altra , che tutti
ne piangono. Sed stulti sumus qui Drusum, qui Africamm, Pompqum, nosmelipsos ,
cum P. Clodio con- ferre audeamus. Tolerabilia illa fueruni. Clodii mortem
requo animo ferrenemopotest. Luget senatus : moìret eque- ster orda: tota
civiias coufecta senio est: squallent mu- nto^wi: afflickmtur colonim: agri
den^fue yfsi km bei^e* fieim, tam singtUarem, tamfnansueUmdvemdesideranL (( Ma
pazzi siam noi, che osiam di mettere un Druse, un Affricano, un Pompeo, noi
medesuui, aliato a un P. elodìe. Di quelle morii era a darsi pace : alla morte
di P. Gladio non è anima che^debba rassegnarsi in pazienza. Piange il senato; F
ordine equestre è iu tribolo; tutta Digitized by t • — 100 - la cìtiìi dì
maliiiconia è rifinita: squallidi i mnnicìpj, nlflitte son le colonie;
finalmente i medesinfii campi di- cono : Deh ! chi ci rende un cos'i loenefìco,
cosi mansueto e salutevole cittadino? » (Cesari.) Così Dante, dopo avere neW
Inferno posti ai tor- menti i principali cittadini di Firenze, con amarezza di
dolore e d' ira ironicamente esclama : Godi, Firenze, poi che se* si grande,
Che per mare e per terra balli V ali , E per lo' Dferoo il tuo nome si spande.
Alcune cose sono da notare intorno questa figura: 1<> cbe ella deve
essere chiara a modo cbe si debba in- tendere — le cose che si dicono tornare a
senso opposto ; che non se ne usi se i\on quando v' è naturalmente chia- mata;
e che sia più breve che si può, altrimenti diviene insipida e noiosa. Anche
vuoisi osservare che V Ironia v.ì spesso congiunta all'Esclamazione; il che
prova che ella muove da passione. Non negheremo però che qual- che volta anche
fuor di passione si possa tenere un lin- guacjgio coperto, come spesso sappiamo
essere stato usato da Socrate ; ma noi con Quintiliano volentieri di- remo, cbe
ben altra cosa è V ironia, e che codesto par- lare dissimulato deve avere altro
nome. Se poi si voglia conoscere in che differisca T Ironia dal Sarcasmo,
basterà osservare che il Sarcasmo vien definito una pungente ed amara ironia, a
modo che volendo formarne una sola figura si potrebbe dire che il sarcasmo è il
grado superlativo delF ironia. Eccone esempj. Turno nel libro 12 deìV Eneide
così insulta ad Eumede Troiano da lui ucciso : En agros, et quam bello y Trojane
, pelisti ^ Hesperiam melire jacpns: hcBc prcEmia, qui me ^Ferro ami tentare,
ferunt: «te menia condunt. Oigitized by Google — 101 — Troiano, ecco V Italia,
ecco i suoi campi. Che tanto desiasti : or gli misura Cosi i^iacendo. E questo
si guadagna Chi centra Turno ardisce: e 'o^qucsla guisa Si fondan le cillà.
(Caro.) Così nel canto 19, st. 3 e 5, della Gerusalemme libe- roto^ Argante
insulta Tancredi chiamandolo uccisor delle donne : Che non potrai dalie mie
mani , o forte Delle donne uccisor , fuggir la morie; a cui Tancredi con pari
sarcasmo risponde : Vienne in disparte pur, tu, che omicida Sei de* giganti
solo e degli eroi : L' accisor delle femmine ti sfida. D. Che cosa è la
Preghiera? , lì. È una forma di parlare, la quale noi usiamo quando, o nei
confessare qualche colpa imploriamo r altrui perdono, o trovandoci in istato di
miseria, dal quale non potreinino da noi stessi scampare, imploria- mo r altrui
soccorso. Egli è certo che per ottenere T ef- fetto che ci proponiamo pregando,
conviene muovere Fanimodi chi ascolta , e parlargli , direi quasi, col cuore.
Esempio della manièra ci porge Cicerone nelT ora- zione prò Ligario: — Ad
judicem sic agi solet, sed eg^ adparenim loquor. Erravi, temere feci ;pcBnitet;
ad cle- mentiam tuam confugio, delieti veriiam petOj ut ignoscas oro: si nemo
impetraverit , arroganter; si plurimi , tn idem fer opem, qui spem dedisti. «
Innanzi al giudice Digitized by Google ^ 102 — in tal guisa si suole procedere,
ma io parlo innanzi al padre; per ciò dico: ho errato, ho operato inconsidera-
tamente; io ricorro alla tua clemenza, chieggio perdono del delitto, e ti prego
a condonarlomi. Se ninno l'ha ottenuto, io chieggo questo arrogantemente ; se
paroc- chi, tu stesso sovvieni, che vi hai dato speranza. » (Dolce.) Esempio del
5I« modo abbiamo nel Tasso, ft dove introduce Armida supplichevole ai pi,edi di
Goffredo : Per questi piedi , onde i superbi e gli empj Calchi ; per questa man
, cbe '1 drillo aita; Per r alte tue vittorie, e per qne' lempj Sacrit cui
désti, e cui dar cerchi aita; 11 mìo desir. cbe to puoi solo, adempi; B in «n
col regno a me serbi la'viu Lt taa pietà. La naturalezza, la semplicità, sono
le doti principal- mente domandate da questa figura; la quale, ove sia
'scopertamente artificiosa e ne* concetti e ndle parole, riesce fredda e vana.
Anche la soverchia lunghezza si dove fuggire, perchè dissolvendo la forza, le
toglie ogni efficacia. •ella ImprecasloBe. D. Che cosa è C Imprecazione? R. È
il linguaggio di un animo pienamente sde- lunato, e tratto fuori da ogni
speranza di giusta vendet- ta. Basta &ò a conoscere, che questa ò figura la
quale domanda il più alto grado di passione. Elia consiste nei pregare ogni
male o controia persona la quale è cagione del nostro sdegno, o anche qualche
volta contro noi medesimi ; nei quel caso perìKshi parla deve parere ed
L.iyi.i^uu Ly Google - 103 - essere preso da disperazione. Esempio della 4^
maniera ci porge Dante nel del Purgatorio : Gioflo giodicio dalle stelle caggia
Sopn il IQO sangue, e sia immvo ed aperto. Tal che il toc sucoessor temena
n'aggia. E Virgilio ancora fa che Didone imprechi ad Enea (EneiiLf lib. 40):
Litora Hteriku eonhmrla, fluoUbtu wnitu Imprecar, arma armit ; pugnsnt ipsique
nepotet; • e sian . . • • i-iili ai Uli Contrari eternamente, l' onde a r onde,
E V armi incontro a Tarmit e i nostri a i loro In ogni tempo. (GAao.) Del 2''
modo Virgilio stesso ci porge esempio là dove Bidone impreca contro sè stessa :
Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscnt, Vel pater omnipolens adigat me
fulmine ad uinbrat, Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam, ÀiUe, Pudor,
quam te vioiem, aut tuajura resolvam. Ma la terra m' ingoj , e 'I del mi
fulmini, ,.p^ , ' E neir abisso mi tralx>ecbi in prima e/ » C J*^^ Ch'io li
violi mai, pudico amore. (Caro.) D. Che cosa è la DubUazione? R È una forma di
parlare propria dell' uomo, il quale è in tanta agitazione dlanimoche non sa nò
cosa dire nè cosa fare, e sta sospeso nelF incertezza. 1^ domanda uno stato dì
forte agitazione, altrimenti Vf rebbe ridicolo supporre che per piccola cagione
si do- ' ' vesso cadere in mezzo a tante incertezze. Così , presso Digitized by
Google JL — 104 — Tito Livio Scipione parlando a' suoi soldati , si tiene a
questa figura (Decade 5>): Apudvos quemadmodum lo- quar,'nec consilium, nec
ortUio suppedikit, quos ne quo nomine quidem appellare deheam scio. Cives?
quiapoHa vestra descivistis? An milites? qui impcrium , auspìcium- q%ie
abruiitis, sacramenti religionem ì^pistis? Hostes? corpora, ora, msHtum,
luiAUum eimm agnosco ; facia, dieta, Consilia, animos kostium video. « Ora non
trovo concelti, nè mi sovvengono le parole da parlare appo di voi, i quali
certo non so con qual nome piuttosto appellare mi debba. Or chìamerovvi io
cittadini? che vi siete ribellati dalla propria patria? Nominerovvi io soldati?
che avete negato V ubbidienza, e rifiutato il nome, e 1* auspicio del vero
capitano, e avete rotto la religione del sacramento? Debbo io chiamarvi nemici?
conciosia eh' io pur conosca le pt^rsoiie vostre, le faccie, le vesti, r abito
e portatura dei miei cittadini ; ma veg- gio i fatti ed i detti e i pensieri e
gli animi dei nemici. » (Nardi.) Bella è pure la dubitazione di Olimpia abban-
donata da Bireno presso V Ariosto : ■ Tonerò io Piaodri • ove ho vendalo il
vesio Di cbe io Yivea, benché non fosse moltOt Per soTTenirU , e di prigione
irtrteT Meschina! dove andrò? non so in qnal parte. Debbo forse ire in Frisa,
ove io potei, E per le non vi volsi , esser regina? Il che del padre e dei
fratelli miei, £ d* ogni altro mio ben fu la ruioa. Della Ckirremione* D. Che
cosa è la Correzione? R. La Correzione è quella forma di parlare eh© usiamo
quando trasportati da un oggetto, del quale ■ . ••• — 105 — pure abbiamo detto
molto, ci ritrattiamo, quasi ci paia aver detto poco, ed aggiungiamo cosa di masgior
peso. Così il Sdgaeri nella prima predica del suo Quaresima- le: Toccherà ora a
medi proibirvi quanfo sia grande la presunssione di coloro , che irivono un sol
momento in colpa mortale. Perchè 'presunzione diss' io? audacia, audacia^ COSI
dovea nominarla, se non anzi insensala temerità, E Armida nel Tasso usa di
questa figura parlando a Rinaldo: Vaitene; passa il mar: pugna, trav:ìf?lia;
Slruj^'gi la fede nostra, anch' io t' alTreilo. Che (lieo nostra ? ab non più
mia ! fedele Sono a te solo, idolo mio crudele. Questa figura qualche volta
istà in una parola sola come neir esempio dei Petrarca: Vergine saggia , e del
bel amner una Delle beate ? ergioi prudenti , Anzi la prifna. Qualche volta di
questa figura si vale anche l'im- maginazione, specialmente descrivendo cosa
onde ella è piena di meraviglia; così il Caro: Un'onda, Aliti tifi mar, ebe da
poppa in guisa urtolla ee. Tuttavia la passione se ne vale piìi spesso e con
miglior prO) quando sia usata a tempo e con naturalezza. Della SiMpMeloM* D.
Che cosa è la Sospensione? R, Quando noi siamo altamente commossi al ricor-
dare, 0 al narrare cosa portentosa od atroce, nell^atto del narrarla quasi per
natùrale ribrezzo sospendiamo il discorso: e questo è ciò che si ciiiama figura
di sospeu- ■ Digitized by Google 106 — siono. Tale è, per esempio , presso
Virgilio, quando Enea si fa a dire ciò che aveva udito alla tomba di Polidoro
{Eneid., lib. 3o.): Terlia sed postquom mnjore haslilia nisu Aggredior,
genihusqiie ndversx obluctor orcnce... Eloquar, an sileom? gemitus ìacrimabilis
imo ÀwUiwr /anniilo, el wo» nddiU feriur ad mire$; • . . RHeiUiDd^ tnoon» Vengo
al terzo virgulto , e con più foru Mentre lo scerpo, e i piedi al anelo
appunto, E lo acnoto e lo abarlio (il dico, o 11 taccio?), Un aoapiroao e
lacrimabii anono Dair imo poggio odo che grida , e dice ec. (Caro.) E il Moni!
nella BiuviUiam: Peroccliè dal costoro empio furore A gittar strascinalo (ahi!
parlo o laccio?) De' ribaldi il capestro al mio Signore, Di man mi cadde l'
esecralo laccio. Vi ha di quelli, i quali sotto il nome di questa forma
intendono quell'artifizio, con cui l;Iì oratori, o i poeti, per destare
aspettazione nell' uditore, sogliono tenerlo incerto su ciò che essi vogliono
dire , perchè giunti a significarlo senta egli il piacere d* una grata sorpresa
: ma (juesto artifizio non potrebbe aver luogo fra le figure di passione; e
salvo errore, anziché una forma propria della passione o della immaginazione,
deve essere chia- mata una particolare maniera di disporre ì concetti, perchè
facciano più forte impressione. * HelUi CTommlrasloiie. D. Che cota è la
Cùmunieaaitmef H. È una forma, che si fa quando l'oratore, inti- mamente
persuaso della rettitudine o convenienza della — 107 — propria opinione , per
far conoscere che non si può uscire di quella , si volge agli uditori quasi
chieda loro consiglio; perchè essendo essi costretti a dargli quello stesso che
l'oratore di per sè f>reDderebbe, l'orazione acquista piii forza e più
efficacia di persuasione. Così Cicerone neir orazione centra Ver re chiede
consiglio ai Giudici: Nuncego not ccnsulo, judice$ ^qtM mihifadef^ dum putetis
: id enim consilii prafeeto taciH dabùis , quod ego milii necessario capiendiim
inlclligo. « Or io a voi chieggio, 0 giudici, quale cosa a parer voslro m'abbia
a fare: e tal consiglio al certo mi darete tacendo, quale ben IO conosco che
necessariamente dovrò prendere. » Il qual esempio dal Salvini nella sesta
orazione fu imi- tato cosi: A voi stessi, o sapientissimi giudici, chiedo con-
siglio; cosa stimate che io debba fare: e tale certo lo mi darete quale si è
quello, che io stesso intenéh di dofoer prendere necessariamente. Conviene
avere riguardo nel- r usare di ({uesta ligura, perchè se noi non siamo ben
sicuri che l' uditore non ci possa dar altro consiglio da quello che noi
vogliamo , ella non si deve usare mai, e metterebbe assai male volerne fuor di
tempo far uso. Della Personiflcaslone. D. Che cosa è la Personificasdcnef ^ B.
La Personifìcasione , che i Greci clrìamarono pro- sopopea, è una forma per la
quale si da senso, vita, discorso alle cose inanimate: conciossiachè , quando
la passione è molto forte, si riscalda V immaginazione, e le porta innanzi
quasi vive e vere quelle cose ohe non esistono che nella mente dell'uomo
appassionato. Bella sopra molle è la personilicazionei per la quale il Tasso
Digitized by Google fa che Clorinda morta si mostri in sogno al disperato
Tancredi ^ e lo conforti: £d ecco, in sogno, di stellala vesle Cinta, gli appur
la sospirata amica: Bella assai più; ma lo splendor celeste L'orna, e non
toglie la notizia antica. E con dolce atto di pietà le meste Luci par cbe gli
ascingbi, e così dica: Mira come soa bella e come lieta, Fedel mio caro ; e in
me tuo daolo acqueta. E perchè si veda come anche gli oratori non meno che i
poeti possono trarre profitto da questa forma, ne recheremo un esempio tolto
dalla prima Catilinaria di Marco Tullio: Nunc te patria, qam commtmis est
omnium nostrum ytorens, odit oc metuit, etjam dia te mhUjudi-- cat ìiisi de
parricidio suo cogitare: huius tu neque aucto- ritatem ver ebere, neque
judiciumsequer e, neque vim per- tmesces? qua tecum, CatiUna, sic agit, et
quodammodo tacita loquitur: NtMtm jam tot annos facinus extitit, nisi per te;
nullum flagitium sine te: tibiuni multorum civium neces, libi veaxUio, direptioque
sociorum impunita fuit, oc libera tu non sobm ad negligendas leges et qtuestio'
nes, verum etiam ad evertendas , perfringerandasque va- luisti. Superiora Illa
quondam f erenda non fuerunt; tamen, tUpotuij tuli: nunc vero, me totam esse in
ìnetu pt^opter teuniim;quidquid increpuerit, CatUinam timere; nuUum videri
contrameconsUium tniri posse, quod a tuo scelere abhorreat, non est ferendum.
Quamobrem discede, atque hunc miài timorem eripe; si verus, ne opprimar;sin
fai" $us tit tandem aliquando timere desinam. ffmc si teeum, ut dixi ,
patria loquatur, nonne impetrare debeat etiam si vim adhibere non possil? « Ora
la patria, la quale è co- mmie madre di ci8»oan di noi, ti odia e teme, e già
da — 109 — gran tempo giudica, che tu d'allro non pensi che dei parricidio di
lei. £ tu non vuoi dubitare dell' autoritb .di questa, né seguire il giudizio,
nè temer la forza? La quale, o Gatilina, si volge a te, ecos\ tacitamente par-
. la: Non fu mai senza le fatta malvagitli alcuna, ninna scelleraggine senza di
te: a te fu lasciata impunita c libera V uccisione de' cittadini, l
'afflizione, la rapina di tutte le cose: tu non solo hai avuto forza di
sprezzar le leggi, ma anco distruggerle e ruinarle. Le cose più in- nanzi,
ancora che elle non fossero da tollerarsi, nondi- meno le sopportai come ho
potuto; ora non è da sop- portar che io sia tutta in paura per te solo; che io
tema Catilina in ogni rumore; che io veggia che non si può fare alcun consiglio
centra di me , che sia lontano dalia tua scelleraggine. Laonde pàrtiti, campami
di questa . paura : se essa è vera , acciocché io non sia oppressa ; se falsa,
acciocché una volta cessi di temere. Se ciò la pa- tria, come io dissi, ti
dicesse, non dovrebbe ella in- petrarlo ancora che non potesse usar la forza? »
(Dolce.) 1 retori insegnano che la Personificazione ha tre gradi: il primo dei
quali consiste nel dare alle cose inanimate qualità che sono proprie delle
ammate; co- me ad esempio: Ridono per le piaggio erbette e fiori, come disse il
Petrarca; e Dante: Lo bel pianeta, che ad amar conforta , Faceva rider tutto T
Ofieote. Questo grado tuttavia è sì tenue^ che va facilmente confuso colla
Metafora. Il secondo grado è quando alle cose inanimate si dà atti e voci non
altrimenti che alle Digitized by Google — 110 — animate. Cicerone volendo dire
che aleuna volta le Jeggi permettono che un uomo uccida un uomo a pro- pria
dilesa, si esprime per questo modo: Aliquamio già- . dkii adoecidendim hominm
aft ipsis parrigùur legibus. « Alcuna volta dalle stesse leggi ti è posta in
mano la spada per uccidere un uomo. » Secondo la cjuale espres- sione le leggi
si mostrano in atto di offrire la spada al* IMnnooente assalito. Nè differente
è il modo, con cui Virgilio personifica la Natura nelF atto che Didone si
restringe nella spelonca agi' infausti imenei con Enea: . Prima et Teìlus, et
pronuba Juno * Dont fignum; fulsere ignest et comciut cether 6onnubiiSt
summoque ulularunt vertice Nymphx, Il terzo e più alto grado è quando cose
inanimate sono introdotte non solo a sentire ed operare, ma ezian- dio a
parlare ed udire, non altrimenti che se avessero , anima e vita. Questo è
sicuramente il sommo della Per- sonificazione. Esempi ne danno i poeti e gli
oratori: a noi piace prenderne uno in prima dalle Sacre Carte. Ge- remia prega
Iddio a cessare i suoi flagelli contro il po- polo eletto. Egli pieno di
passione coisiì enfaticamente si esprime: 0 spada del Signore, e fino a quando
non ripo- serai? entra nella tua vagina, rinfrescati, e taci. Tenera è la
prosopopea che si legge nel Tasso , quando un guer- riero danese narrando a
Goffredo la morte di Sveno suo re, e la sconfitta di tutti i suoi, per
prevenire la taccia •d' essere egli vilmente iuggito, dice così : Voi cliiamo
in leslimonio, o del mìo caro Signor sangue ben sparso c nobiTossa, Ch'allor
non fui delia mia vita avaro Nò schivai ferro, nò schivai percossa; E se
piacili lo pur fosse là sopra di' io vi morissi » il meriui eoo Topra.
Digitized by Google — Ili — 11 quale luogo è maravigliosamente imitato da
quello di Virgilio [Eneid.j lib. 2, v. Iliaci cineres , et (lammn cxtrema
Tettar, in occasu vestro, ne^ Yitavisse vices Danauin, ti Ut caderem, meruissr
inrin oViini 0 ceneri de 'miei! falorui ffvlp Voi, che nel vostro ceca ^ » . ^
.iM:hio alcuno Non rifiutai né d'arme, nè di foco, Nè di qual fosse incontro,
nè di quanti Ne facessero i Greci : e se '1 Fato era Ch'io dovessi cader,
caduto fòra: Tal ne feci opra. (Caro) A questa Ogura appartiene ancora la
Canzone del Petrarca, che incomincia: Chiare, fresche, e dolci acque. Tutte le
forti passioni nel loro impeto escono facil- mente in questa forma di
favellare, e facilmente si può osservare che nelle grandi commozioni noi
parlia- mo indifferentemente ai presenti, ai lontani, alle cose animate e alle
inanimate. Conviene però due cose avvertire: Che questa forma non deve essere
pro- lungata, a segno che ella segua la passione anche quando indebolisce,
perchè allora perde ogni buon effetto; 2* Che non si personifichino mai cose
che non abbiano in sè dignilh ed interesse. 11 far parlare un defunto può avere
dignità, non cos\ il far parlare le sue vesti o le sue armi. Dell* Apostrofe.
D. Che cosa è l' Apostrofe? 7?. L' Apostrofe è un modo che tiene molto al
2" grado della prosopopea , e si fa allora quando noi vol- Google — 112 —
giamo il discorso a persona o estinta o lontana , come s' ella fosse viva
o^pcescnte. Bellissimo è V esempio che ce ne porce Vi/gilio nel 2*^ libro delT
Eneide : . . ^^m. ereunt Ihjyamsque , Dymasque, CoTìpT^ !i(jvuii ; nac. te tua
plurima y Panlheu, ì.nbenlom pietas, nec AppQÌlinis iufula texit, ........ ed
lMa»<^ e Dimanie Caddjìro an(^««sK e qiiesli , oimè ! trafiUi Per la man pur
de' nostri. E Ui, pietoso Pnnlo, cadesli; e la lua (;ran piclale , E Pinfiila
santissima d'Apollo In ciò nulla li valse. (Caro) Nè meno bella è l'apostrofe
del Casa alle anime dei trapassati , nell'orazione a Carlo V: 0 gloriose , o hm
natCf 0 bene avventurose anime, che nella pericolosa ed aspira guerra della
Magna seguiste il duca , e di sua mi- lizia foste , e le quali per la gloria e
per la salute di Ce- sare i vostri corpi abbandonando , e alla tedesca fierezza
del proprio sangue, e di quel di lei, tinti lasciandoli, dalle fatiche e dalle
miserie del mondo vi dipartiste, vedete voi ora in che dolente slato il vostro
signore è posto, Nè meno bella è 1' apostrofe che leggiamo nella predica del
Se- gneri , in cui egli , dopo avere mostrato a quale estremo di miseria era
giunto Sansone , a lui volge un discorso di tal tenore: Oh Sansone , Sansone, e
dov' è ora quella virtù che rendevati sì temuto? quella virtù, dico ^ con cui
ti spezzavi d^ attorno i lacci di nervo, quasi fossero stoppe mostrate al
fuoco; e ti recavi in collo le porte della città, quasi fossero bronzi dipinti
in tela? Non sei tu quegli, che sfidavi a lottar teco ì lioni , e ne lasciavi i
cadaveri in preda alle api? Non sei tu, che fugavi gì interi po- poli? Non sei
tu , che spiantavi gV interi campi? E Digitized by Google — 113 — mne dunque i
cagnuoUm si forno ora beffe di te co' jor.. lairaH, e a te non dà pur V animo
di acehetorli? Ognu-> no di per sè conosce che questa figura dimanda uno
sforzo di passione nello scrittore, d' immaginazione nei lettori f meno dell'
antecedente : tuttavia si deve usarne con parsimonia assai. Ella è soggetta
alle stesse leggi della Prosopopea. • Bollii 'VIoioM* • D. Che cosa è la
Vistone? /?. La Visione, anche chiamata dai retori immagi- nazione o
descrizione, è una figura che si fa descrivendo le cose lontane , passate ,
future, le quali al presente non sono, come s'elle fossero presenti. Gli oratori
n' usano volentieri comedi mezzo eOicace a,persuadere, pevoochè descrivendo
come presenti i mali elie potreb- bero venire in conseguenza di un eatlivo
consiglio, essi allontanano gli uditori dal prenderlo. Così Cicerone per
persuadere i Homani a combattere Catilina, nella 4» Ca- tilinaria, descrive* i
mali die ne verrebbero se colui trionfasse: Videor m&i hanc wrbein videre,
htcem orbis terrarum , atque arcem omnium genthim^ subito uno in- cendio
concidentem: cerno animo sepolta in patria mise- ree atque insepiuUoe acervos
civnm; versatur mihi ante octdos aspecius Celhegi et furor in vestra cade
baccani tis.„. « Sembrami di mirare questa cittb, splendore del mondo, e rócca
di tante nazioni , da universale incendio improvvisamente distrutta; in mio
pensiero già veggo nella sepolta patria gli ammuccluati cadaveri de' miseri
cittadini insepolti: stammi dinanzi agli occhi l'aspetto di Cetego , che
infuria e gavazza nella sua carnificina. (Gantova.) Yale ancora per dare più
rilievo alle cose, che nella 8 Digitized by Google passione vogliamo imprtmere
nelP animo del leltori. — II Botta, nella Storia d'Italia, dopo avere narrate
le in- sidie e la rovina della più illustre tra le italiane repub- bliche,
quasi profetando si fa a dire: Cosi pet^ Vene- )stà: Ora'quando si dirà
Veneìsia, ^intenderà di Venesià serva: e tempo verrà , e forse ìion è lontano ,
in cui quando si dirà Venessia, s* intenderà dirottami, e.d' alghe mari- ne, là
dove sargevm una ciUà magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere
Bonapartiane. (Lib. 12^ infine.) Con questa istessa fìgura anche il FUicaja
chiude mera- vigliosamente la sua bella Canzone per Y assedio di Vienna: Ma
sento* o seDlir parmì , Sacro fiiror, che di sè m' empie : nlite « Udite , 0
voi , che r arme ^ Per Bio dogete : al trHMinai di Cristo Già deoisa i» prò
foatro è la gran Hle. Al glorioso acqaisto Sa su prooU movete: in lieto carme
Tra voi canta ogni tromba « E trionfo predice. Ite» abbattete» Dissipate ,
stroggete Quegli empj , e1* latro al tinto atool 0a tomba. D*alti applausi
rimbomba La terra omai : cbc più tardate? aperta li già la strada , e la
vittoria è ceru. Per condurre con buon effetto questa figura due cose SODO
necessarie: 4^ sapere scegliere circostanze vere^) e tratteggiarie con verità ;
non tentare mai questa fìgura, se non quando la passione è vivamente accesa non
meno nel dicitore, che in quelli che lo ascoi* taAO. — 115 — Caf. XI. dlie MM
«I dteve mm mmwm» ^ tetom* I*ìim del liiiiriiiiM»t« figurato^ e se sia da
antepoml il linsuass^^ semplice e pro- D. sempre bello e lodevole il linguaggio
figurato? /?. Se richiamerete a mente ciò che fu detto, iiJin- guaggio figurato
essere proprio delle eominozioni della taitasia e di quelle delP affetto ,
troverete cbe egli sarà sempre bello e lodevole , quando sia usato convenien-
temeote. La passione adunque avendo come suoi prò- pij quel modi e quelle forme
che abUamo accennate , esse saranno sempre un abbellimento non solo , ma un
necessario colorito per ben ritrarre le perturbazioni del- l' animo. £ così si
dica delle forme proprie deir imma- gìnasione. Conviene però che queste forme ,
qualunque siano, nascano naturalmente, perchè se sono introdotte con arte
scoperta non hanno alcun buon elTetto; anzi raffreddano e guastano il discorso.
D. È egli vero ciò che ineegnanQ alcuni, U senqdice linguaggio servire alia
passione? R. Se bene si esamina la natura della passione , pare cbe questo non
sia : perocché le agitazioni del-- r animo non si manifestano mai nel modo
stesso in cui la ragione tranquilla espone i suoi pensieri. La ragione ha
sempre delle forme sue proprie , e in quella guisa che agli atti ed alle
sembianze del volto tu leggi nel- r uomo V affetto da cui è dominato tanto ,
che le sem- bianze d' un uomo tranquillo non sono mai consomi- Digitized by
Google — il6 — glianti a quelle dell' aomo agitato da poterle confondere ,
coflii la passione si esprìme sempre nel suo proprio lin- guaggio, talché debba
dirsi eh' ella non può mostrarsi nel discorso se non per mezzo di quelle forme
e figure che le sono proprìe. Che se una volta leggiamo com- moventi luoghi
negli scrittori, e senza che essi usino figure ci commovono e ci traggono le
lagrime dagli occhi, non è però da dirsi che la semplicità del linguag- gio
serva egualmente a rappresentar^ la passione. E deve osservarsi che i luoghi
ps^etici espressi in istile non figurato non sono altro che narrativi. Or bene
, narrare V altrui passione si può senza essere in pas- sione , e perciò a
descrivere o iiarrare le altrui per- turbazioni lo stile semplice della ragione
è sufficiente. * Osserviamo però che nei processo della narrazione , se avviene
che il narratore un poco s' infiammi , alisi sem- plicltè dei modi usati da
prima succedcmo facilmente le forme e i colori della passione. .D. Come si
mostra, per esempio, cìie lo stile sem^ plice non può mai essere proprio deUa
passione? R. Egli è ben facile mostrare questa verità. Se noi ci facciamo ad
analizzare neoclassici queMuoghi che piU ci commovono , noi troveremo sempre
che ove la passione è descrìtta , « non mostrala in atto , il lin- guaggio
tenuto dallo scrittore è sempre il semplice: ove poi esca in iscena T uomo
appassionato , allora ha luogo naturalmente il linguaggio figurato. Compassio-
nevole è il tratto nel quale il Tasso oi descrive la morte di Clorinda ; un bel
pallore ba il bianco volto asperso, Come a gigli sarian miste viole: E gli
occhi al cielo affissa; e in lei converso. Sembra per la pietale il cielo e '1
sole : Digitized by Google — 117 — £, la man nuda e fredda alzando verso Il
cavaliero, in vece di parole Gli dà pegno di pace. In questa forma Passa la
bella donna, e par che dorma. Quale maggiore semplicith di stile poteva egli il
poeta usare per ritrarre una scena tanto commovente? Qui non vi è certo alcuna
di quelle forme che costitui- scono il linguaggio proprio della passione. E
questo è latto perchè il poeta narra in persona propria , non mette in atto la
passione. Ben altro modo egli tiene quando introduce a parlar Tancredi : Io
vivo? So spiro ancora? e gli odiosi Rai miro ancor di qaest' infausto die? ' DI
tesUmon de* miei mitftittl ascosi. Che rimprovera a me le colpe mie! Aliil maa
timida e lenta, or dbè non osi Tu , che sai tutte del ferir le vie , Tu
ministra di morie empia ed infame. Di questa vita rea troncar lo stame ? Dalle
qunli cose pare chiaro, il linguaggio semplice appartenere alla tranquilla
ragione, la passione e la immaginazione avere quelle forme particolari, delle
quali abbastanza si è parlato; le quali, ove siano na- turalmente e
spontaneamente introdotte, renderanno sempre piU efficace lo stile. ' D.
Cùmepuò dirsi che serve aW eleganza tmo delie forme di fmrbire prodoUe dalla
fantasia e dalla passione? R. Perchò solo per mezzo di queste il linguaggio
assume quel carattere che è proprio e naturale all' uo- mo, quando egli è trasportato
dalla fantasia o dalla passione a modo, che, noa usando queste forme, il di-
scorso non può avere queir efficacia che deve ; e man- cando di questa, non può
ottenere il diletto, che è il Digitized by Google — 118 - fine principale ohe
dall' elegansa si ricerca. E però queste forme bene usate sono un principio
perenne di quel diletto, che nasce neg}i animi dalF imitazione della passione o
delie diverse commozioni della mente, alle quali esse danno servire. Si badi
però che se non sono usate con naturalezza, esse, anziché produrre diletto,
generano, come sì disse, fastidio e noia. D. l>Dpo aver parbUa delle figure
come principio //' eleganza, di che altro ci reeta a dire? R, Se bene ricordate
ciò che fu detto al fine del sesto Capitolo, troverete che ci resta a
discorrere d' al- tre cose, cioè dei concetti, e delie sentenze, le quali, me-
glio che ogni altra forma, possono dirsi proprie del lin- guaggio della
tranquilla ragione, che è il terzo modo di favella dato dalla natura agli
uomini. Di queste cose noi brevemente verremo qui appresso ragionando. He! C e
m c etlà e 4«ile Sm^mw* D. Che cosa sono i Concetti? R, I concetti sono certe
proposizioni, le quali, giua- gendo nuove ed inaspettate e in brevi parole al
lettore, gli recano meraviglia e piacere. Di questi ve ne ha di più specie:
alcuni sono gravi, altri piacevoli ; piacevoli sono quelli che recano colla
novità e colla sorpresa aU cun diletto ; gravi sono quelli che arrecano
meraviglia, e fanno concepire idee grandi e sabUmi. DegU uni e degli altri diremo
alcun poco. Digitized — 119 — D. Che cosa è a dire dei Concetti piacevoli? B.
Il concetto piacevole nasce dall' unire insieme alenile idee fra bro
discrepanti, a modo però che la cognìsione loro ben ri convenga alla cosa della
quale vogliamo parlare. Come, ad esempio, chi volesse formare la figura di un
soldato noto per la sua viltà, e che, fat* ione il ritratto, gli pcMMSse gambe
e piò di cervo , che altro vorrebbe, signifiòare con dò se non che egli è piti
presto allo fuga che alla battaglia? Vedete adunque cht^ il piacevole di questo
concetto istà neir unire due idee che discordano tra loro, qnal ò la forma
umana e la fe- rina, le quali però, nella discordanza loro, amendae convengono
ad una terza idea , cioè a quella di un sol- dato vile. Per molti modi si
possono formare questi con- cetti : prima neir imitazione degli atti , poi
nell' imita- zione dei costumi, quindi nelF equivoco. Neir imitazione degli
atti, come sarebbe qualora parlando di una per- sona si accennasse e
descrivesse alcun atto suo proprio a modo, che per quella toàse dagli uditori
vivamente raffigurata. Imitazione dé( costumi poi è quando con traf-^ facendo,
descrivendo i costumi di alcuno, se ne richiama vivamente V idea. Per equivoco
ìnGne, quando si usano parole che possono servire a doppio senso, carne sarebbe
questo : Ciò che egli ha non è suo ; che può significare tanto che non è suo
perchè ne fa parte a tutti, quanto perohò P ha rubato. Bfadi questi, che
ridevoli, meglio che piacevoli concetti hannori a dire, molti escono dalla metafora,
dall' iperbole e dai contrarj. Non è da noi parlarne lungamente, e meglio ci
giova parlare dei gravi, de* quali P oratore o il poeta fanno piti frequente^
uso. D. Dite adunque dei Concetti gram, H. Concetti gravi si dicono quelle
proposizioni, che Digitized by — 120 — richiamatido em brevi parole o un'
ìramagioe inaspet- tata e grandiosa, o l'idea di alcuna potenza che sor- prende
r immaginazione^ occupano ad un tratto la nostra mente, e la riempiono di
meraviglioao diletto. Lucano, descrivendo il tragitto che Cesare fa sovra
piccola bar- chetta in mare fortunoso, e mostrando la paura dei piloto, arresta
V attenzione del lettore con questo con- cetto, col quale Cesare stesso
rincuora il pauroso noc- chiero : Quid Unmf CcBsanm vehis. Nè men belio è V
altro concetto pur di Lucano, col quale innalza Catone vinto sopra Cesare
vincitore, e sopra gli Dei : Yi9irw 9auM JOUtplaeutt, Hd vieta Caioni. Anche i'
Alfieri neir Ottavia magnificamente fa cono- scere con un concetto la pace
essere il sommo bene dei regnanti : Seruea. Sigsor del mondo , a te cbe manca ?
Nerone» • Pace. Tutti questi concetti, come ognun vede, aggiungono gravitèi al
discorso e destano meraviglia. Esaminiamo il priipo. Lucano , dicendo — Non
temere^ perchè trasporti Ce- sare, — richiama al pensiero V ardimento e la
fortuna di queir imperterrito figlio della vittoria, e quasi ti viene a dire :
Non temere ; chè neppure gli elementi hanno po- tenza sopra di ine; dal quale
grandioso pensiero non può non rimanere sopraffatta e compresa da meraviglia la
mente. Altri gravi concetti vi sono, ai quali meglio conviene il nome di
sublimi , perchè ci recano innanzi idee grandi oltre T usato, e quasi fuori
deli' umano in- 121 4» telletlo. Tale ad esempio è qaello di Mosè nel Genesi,
quando ec^li doscrive Iddio in atto di creare, e dice: FicU luXf et facta est
lux; conciossiachò appena uscito il comando, non solo senza frappor tempo si
compie, ma è pienamente compito néìV atto del comando istesso. Perlochè la
mente resta meravigliata, non meno della potenza creatrice, che delia rapidità
della creazione. £ pure meravigltoso quel luogo di Omero , in cui descrive
Giove che alF inchinar del capo fa tremar tutto l'Olimpo, perchè con questo
concetto ci dà idea deli' immensa po- tenza del Re degli Dei : i neri Sopraccìgli
inchinò. Su V immorlale Capo del Sire le divine cliiome Ondeggiaro, e tremonoe
il vaslo Olimpo. D. Che dee avvertirsi intorno ai Concetti? II. Che questi
vogliono essere usati a tempo e a luogo per produrre buon elTetto, e non devono
parere guidati dall' arte nelle sorìtture, ma, naturalmente ve- nuti. Devesi
anche guardare ohe non appai4aeano troppo studiati ed ingegnosi, e che bene si
confacciano alla ma- teria, alle persone, al carattere della scrittura. Molti
scrittori, credendo di aggiungere bellessa per mezzo dei conoetti alle
scritture loro; le hanno rese Tiziose e fredde, e noi Italiani dall'abuso del
concettare dobbiamo ripetere le stranezze che dominarono l'eloquenza e la
poesia nel secolo XVIL D. Che eosasi puà dire della Seniensa? R. La sentenza è
una verità morale universalmente cognita , espressa in brevi parole, perchè sia
facile com- prenderla e tenerla a mente. Blla ò di mirabile orna- mento alle
scritture, dando aria di molta gravità, e nobilitando T elocuzione ueli' atto
stesso in cui consola Digitized by Google la melile di qualche sano dettato,
che ella facilmente trae dalla sentenza. Ecco alcuni esempj di sentenze :
Priusquam recìpias consulto^ et ubi consulueris ma- ture, opus est facto.
Regibus boni quam mali suspecUores sufU. CwiJtmptofr (mmu$ ^ siperbia comune
nobilitatis malum. Concordia panxB res crescunt; discordia maxima: dtiabuntur.
(Sallustio.) La fede unqua non deve esser corrotta, 0 data a un solo o data
insieme a mille. (Ariosto.) in breve spàzio anco si placa Femmina, cosa mobil
per mUura. ( Tasso. ) Miser chi mal oprando si confida Che ognoi* star debba il
malefi:iio occulto. (Ariosto.) Ma sebbene le sentenae giovino assai ad ogni ge-
nere 'di scritture, non si convengono a tutti egualmente. Le opere morali , storiche
, politiche, ne usano più spesso e in modo diverso che non fanno gli oratori.
Infatto la sentenza oratoria apiega sempre maggior pompa che non la isterica e
la filosofica. Perchè il carattere dello stile deve essere diverso in questo
diverso genere di scrittura. Anche i poeti variamente ne usano, secondo- diè è
vario il genere di poesia a cui si danno. U Tragi* co,rEpico, il Urico, amano
tutti piti o meno quest* or- namento , ma per diverso modo se ne valgono,
secon- dochè porla il carattere della poesia. Ma delia conve- niensa e de'
caratteri dello, stile si dirà altrove. Ora ci basti soltanto afibrraare che la
sentensa è lume bellis* Simo di ogni genere di scrittura , quando con parsimo*
- 118 — nia sia adoperata , perchè facendone abuso stanca i let- tori , e dà
aria di pedanteria allo scritto. Cat» TLWMM. D. Qual è il quinto elemento dell*
eleganza? R, La varietà, per opera della quale ua solo con- cetto può in
diverse guise offerirsi alla mente, sema aver d' uopo di ripeterlo nelle stesse
parole. Egli è certo che^ come è cagione di noia il ripetere sempre le stesse
cose neUe medesime forme, il variarle è cagìene d' in- finita vaghezza.
Ossiachè fra le umane proprietà vi sia qucsla di stancarsi presto anche delle
cose buone, al- lorché sono senza varietà ripetute ^ ossiachè la natura abbia
voluto per questa guisa disporre 1' uomO| aocioe- chè esercitando il proprio
ingegno non solo tramasse modo da cessare la noia, ma da moltiplicare il
diletto, latto sta che V eleganza dei dire in gran parte dipende dalla varietà.
Ma per potere far uso di questa ed es- sere vario nel dire, conviene (come
avverte il Pallavi- cino) aver gran dovizia, cioè gran perizia, di tutte le
voci e di tutte le forme usate da' buoni autori, a line di poter prontamente
spenderle^ or una or altra, che siano di pari valuta, cioè atte ali*
espressione del me- desimo oggetto. D. Per quanti modi può ottenersi la
Varietà? R. Noi crediamo, che per sei modi principalmen- te: in primo luogo,
quando ci accada di dover nomi- nare replicatamente una persona o un oggetto, e
per Oigitized fuggir noia siamo costretti a variare le forme del dire, allora
giova ricorrere alle parole sinonime. Se avviene di dover nominare, ad esempio,
piti volte la parola t;ta^ si potrk dire alcuna volta strada, alcuna catte,
altra sentiero, altra cammino. Perocché tutte queste voci ti rendono una
immagine stessa. Così Virgilio: Pertfe moda, eiqtmU dacit vii dirige gressom.
Corripuere viam interea qua semita monslrat, È però da avvertire die non può
Uberamente usarsi una per F altra parola, ma conviene badare che nel- r idea
accessoria , la quale si congiunge in ogni parola ' ali' idea principale , e fa
che V una parola sia veramente diversa gosa dali* altra , non vi abbia tale
differensa che offenda: starà bene, che per non ripetere la voce ca- vallOf tu
usi la parola destriero, e forse anche palare freno, ma non istà che tu usi
roxxa o rmxmù, perdiè queste due ultime voci darebbero un vilissimo carat- tere
al tuo cavallo, e lo farebbero assai diverso da quello che gli ò infatto , o
sìa destriero, o sia palO" fìreno* D. Qual è il seconde luogo ende sipiiò
deriwxre va- rietà alle scritture? R. Egli è quello di condurre V uditore quasi
per diversa via alla conoscenza d*uno istesso oggetto , o recare alla mente
varie immagini che indirettamente rappresentano lo stesso. Noi possiamo per
diverse guise rappresentare una cosa, senza aver d^uopo di accen- ' narla col
vocabolo proprio; la qual cosa costituisce ciò che i retori chiamano
amplificazione. Può dunque un oggetto mostrarsi enumerando le parti di cui è
com- posto, come fe' Orazio nelF Ode 4^ del libro 3<»,,il quale L^ yi i^uu
Ly Google — 125 — per nominar Gioye si vatoe di questa enomeratiofie di parti:
$eimui f ui impiot Tilanoi, immanemque iurbam FuhnUu mÈiIulirit mdmo» Qui
terram inertem, qui mare temperai VenioBum, et wrhei et regna trittia: Diimquet
mortaleigue turbai Imperio regtt mu$ aquo, Snppiam come Daccò I' ardir ribelle,
E fulminando delia lerra i figli Precipitò r immane ed empio sluolo. Il Dio,
che al pigro suolo, al mar veoloso. Ai regni bai dà legge , £, giusto ei solo,
aomiai e Dei corregge. (COLOMETTJ.) Altra volta un oggetto si può nominare, o
per quelle circostanze che lo precedono, o per quelle che lo accompagnano e lo
seguono; le quali drcoslanze dai re- tori sono chiamate aggiunte. Per questo
modo il Poli- ziano descrive la primavera: Zefiro gi^ di bel fioreUi adorno
Avea da'moDti lolla ogni praioa; Afea faUo al suo nido già ritorno La stanca
rondinella peregrina : Aisonava la selva intomo intorno Soavemente atr(U^
mattutina , K l'ingegnosa pecchia al primo albore Giva predando or l' uno or 1'
altro fiore. • * (Stanze, C. 1, St. 23.) Dalle cause ancora si può aver modo di
presentare un oggetto egualmente che dagli effetti, e così dalla specie e dal
genere. Colui adunque, il quale più volte debba accennare un oggetto, potrà
conseguire la dote della varietà , ove lo mostri ora enumerandone le parti.
OigHized by Google — 126 — ora accennandolo pe'siioi a^teoedenli, ora pei
oonse* guanti , or dalle cause che lo producono , ora dagli ef- fetti che lo
seguono, ora dal genere acni appartiene, ora dalla speoie, e vìa Tìa» Pe' suoi
effetti Dante meravigliosamente nominò la sera, dicendo: Ers già r ora, che
volge il desio A' navigtiiti, • loteoerìaee il cuore Lo dì , che fasn detto ai
dolci amici addio; E che lo nuovo peregrin d'amore Punge* se ode squilla di
lontano Che paia il giorno pianger* che si muore. Con quanti diversi modi
Orazio disse sempre variamente che l'uomo deve morire! Vedetene alcuni che ora
mi vengono a mano: VìUb tumma trevk ^em no* velai ìnehoare Umgam, Si domut
Mttìtf PlNtonfo. — Pallida mori asquo puUat pede Pauperum tabernas, Regumque
turres. — Omne9 eodem cogimur: omnium Venatur urna, serius, ocius, ' Son
exitura et not in CRlernum EaiUum impotUun 6ym6<B. — «fida, teilieei amnibw,
Quieumque terrm munen vetdmvr, Smvlgandtt, Wne regei, Siv€ inopet erimui eohni,
— JEqua telltis Pauperi recluditur, regumque pueris, — Nos ubi decidimus Quo
pius Eneas, quo Tullut divei, et Àncus ; Pulvis, et umbra sumus. Debemur morti
nos no9traque, MèrtaUa fuiOr peribmU, -~ Digitized by Google — 127 — Da questi
esempj saranno, se non erro, confermate le cose che furono esposte più sopra ,
e però ci basti il detto. D. QualèU t&rs» mudo (f indurre varietà nel di'-
selo? R. S'induce varietà nel discorso ogni qual volta, invece di nominare una
cosa, ne rechiamo la defìnizio- ne, 0 Y aooenmanio per perifrasi. Cosi , ad
esempio, in- yece di nominare il Sde, Dante disse: Lo mioistro maggior delia
natura; e altrove: Il Pianeta Che mena dritto altrai per ogni calle. E
Virgilio, per nominare Giove, disse: Patir AoflitiiiMi olfiie De4tnm. Orazio
poi, invece di nominare la Fortuna, la definisce così: 0 IMm» enlum qum reqk
Ànimm, Prmm» «el Ima télkn de eradu Mwtale eofjM»» 9él utperboi Vertere
flmeritue triumphoi etc ^ (Ub. lo, Ode 350 « 0 d' Anzio alnia reina, Diva, se
vuoi, possente Di levar qual più cadde in alto loco; ^ E la gloria divina Del
trionfo, repente Scambiar con ie gramaglie io fiero giuoco ec. ( Cesari. ) D.
Accennate gli altri tre modi^ onde si ottiene va- rielà, R. Il quarto modo è
questo, di usare promiscua- mente la significazione attiva e passiva dei verbi;
cos\, Digitized by Google ad esempio, potrai dire: — Virgilio ÌDsegnò Varie di
col- tivare i campi; — e potrai egualmente dire: — Da Vir- gilio fu insegnata
l'arte di coltivare i campi. — Il 5<> modo è r uflo del negativo ìq luogo
del positivo, desi ia* vece di dire « questa cosa è bella, » potrai dire « non
vi è cosa altra più bella; » invece di dire <r qui è pace , » potrai dire «
qui non è guerra. » li ed ultimo modo poi sta nell'uso del parlar metaforico,
figurato. Abbiamo detto di questo abbondantemente, sicché ora ci basti
ricordare, che l'uso della metafora e dei tropi serve mirabilmente alla
varieté; é^lMr-tnezzo di questa fiori- scono di eleganza e di diletto le
scritture. D. Dopo avere esaminati i cinque fonti dell' eleganza, resta egli
altro a dire? R. Resta a parlare di due cose importantissime, per mezzo delle
quali Fumano discorso meglio sMnsi- nua nell'animo, e vi fa una forza maggiore.
Queste sono l'armonia e la collocazione delie parole. Non creda alcuno, che qui
si voglia parlare di quell'armonia, della quale gib si disse al Capitolo
quarto, di quella cioè, che non altro si propone che la dilettazione degli
orecchi; nè che si voglia trattare di quella collocazione di parole, che è
subordinata alle leggi dei Grammatici. Noi qui intendiamo parlare dell'armonìa,
la quale imita suoni, movimenti , affetti; edi quella collocazione delle
parole, per la quale il discorso acquista maggiore potenza. L'una e l'altra
daranno soggetto ai due se- guenti Capìtoli. Digitized by Google D. Che cosa
intendete per Armonia imitativa? R, Qoel 8H0D0 d<^ce ed aggradevole del
dìiworso, il quale modifica per sì fatto modo la nostra senstbllitk (la porne
vivamente innanzi le cose sii^iii ficaie. Egli ò certo che con temprando
variamente le consonanze, che possono uscire dalla mesoolanza delle lèttere,
noi ab- biamo nella lingua nostra tanta varietà dì suoni, da poter rendere ed
imitare qualunque armonia. E perciò * disponendo le parole secondo il «nona di
quelle cose che noi vogUafM'rQppreaentare, avremo nelle stesse parole
un'armonia somigliante d'assai a quella che dalle stesse cose ne verrebbe. Nè
solamente possiamo noi imitare i suoni /le grida, ì rumori, ma benanche i
movimenti. .Quando noi osserviamo che una cosa o ò lenta , 0 è rapida al
muoversi , possiamo di leggieri ri- trarne il movimento per mozzo delle parole,
facendo che elleno si succedano o tarde o preste o impedite, se- condochè porta
Y imitazione di ciò che ci proponiamo. E che ciò sia vero si mostra facilmente
per gli esempj, de' quali abbiamo grande copia i^iUlassicij Non si creda però
di potere ad ognifiaaso o ad ogni* loogo usare del- l' armonia imitativa , cbè
rado ne è Y uso, e non ò buono se non è spontaneo. Gli autori classici, credo
io, hanno imitato per mezzo, dell'' armonia senza por mente alle leggi, nè air
ahte, ma*coadietti solbaBto-dair immagina- zione, o dal cuore. E cos\ dobbiamo
fare noi; e mai farebbe chi proponesse a sè stesso di voler imitare per '
questo modo in uu luoga, e in un ailro> e pHma d' es- 9 — ISO — é sere
trasportato daU'. affetto o dalla fantasia formasse il pensiero d* imitare quel
suono, quel mofviniento, quel grido. La sua imitazione riescirebbe affettata,
fredda, senza grazia. La natura d deve spingere di per sò stessa all'arte, e V
arte non deve che secondar la natura. Ma vediamo negli esempj de* Glassici la
imitazione prima delle grida, poi de* suoni, indi dei rumori e dei movi- mantL
ladlABlone di (rida Infernali. Quivi sospiri , pianti ed alti guai Risonavan
per V aer senza stelle» Perch'io al cominciar ne iagrimai. niverse lingue,
orribili favelle, Parola di dolore, acoeoli d' ira , Voci alle e fioche, e suod
di man eoa elle» Fioevano «n innraUo , il qnal a* aggira Sempre la qnoll' aria
senza tempo tiala» Come la ma quando li turbo spira. (Dantb.) £ il Tasso ci fa
sentire il suono delia tromba infernale in questa meravigliosa ottava : Chiama
gli abitator deir ombre eterne Il rauco suon della tartarea tomba: Treman le
spaziose atre caverne , £ r aèr cieco a quel romor rimbomba: Nè stridendo così
dalle superne Regioni del cielo il folgor piomba, Nè sì scossa giammai trema la
terra Quando i vapori io aen gravida serra. £ chi non sente il guaire di una
cagaolina , e il rispon- der dell' eco in questi bei versi dei Panni? aita ,
aita , Parea dicesse, e dalle arcate volte A lei r impietoaiu w risposo*
Digitized by Google Virgilio ci fa sentire un confuso di grida in quel verso:
LammUii^ gmituque, et fanUn9ù ulMu Tecla fremimi. Per questo, modo si possono
imitare i suoni d' ogni ma- niera « disponendo le consonarne delle parole a
rìtrarlì. Nè solo i suoni, come fu detto, ma i rumori e le grida, come negli
esempj che verremo accennando. L' impeto e il furore del vento si sente dentro
que- sti mirabili versi di Dante: Non altrimenii fatto che d' un vento
Impetuoso per gli avversi ardori , Che fier la selva, e senza alcun ratlenlo Li
rami schianta, abbatte , e porta fuori; .Dinanzi polveroso va superbo, E fa
fuggir le fiere e li paalarL Virgilio ci fa sentire la prestezza del volar di
Mercurio in questo verso: Yùée «06, «ole, veea Zq^kiroit éi leUre pemiii; e il
trottar di un cavallo in quest* altro: Ovairupedanle pulrem eetUlu putii
migiilà MMipiim* Dante ci fa sentire V afiboiio d' uno, che scampato dal mare,
viene alla riva: £ come quei, che con Iena affannata Uscito fuor del pelago
alla riva, Si Tolge ali' acqua perigliosa , e guata» li cadere di un corpo
morto viene espresso a meravH glia in quel di Dante: fi ouldi, come eorpo mono
cade. e lo stramazzare di un bue in quel di Virgilio^ FroemiAU Ihmi èst. . £
giacché questi due esempj a ciò mi richiamano, Digitized by Google * tuo'
mostrjavì cornisti due poeti epa un'art» stessa ^ senza ricopiarsi 1' un V
altro, luuino ollenuto il medesi- mo eilétto. Dante tentudo basse armonie, e
unendo in- sieme cinque bisillabi, per cui V una parola non si con- catena coir
altra , ti fa sentire cotne un Icorpo cade, per^ che a poco a poco gli manca
forza al ginocchio e alla persona, onde cade in un abbandono di morie. Virgilio
vi fa sentire il suono della caduta del bue con quel iho- uosillabo spiccato, e
lanciato in fine. 'Gosìoefiè V un poeta, imitando la caduta d'un corpo, T ha
significata per lo scioglimento totale delie forze; L'altro per lo suono della
caduta. Ma sediamo 'agli osempj. Virgilio ti vuol destarè V impressione' di
quel tardo e falicoso moto che fanno i fabbri ferraj nel battere la mazza, e T
ottiene uneodo sillabe iungbe, e dipronun- sìa alquanto aspra : UH inier u u
mà^na vi hnehia toUuni/ * • « Dante colla medesima arte vi rende sotto gli
occhi Cer- bero che malmena gli spiriti: Graffia gli spìrd, gli scuoia» ed
i&qualra. D. Come s' imitano gli.affeUi coW Armonia? : R. Coir arte stessa,
con^^ui sMmitano i suoni e i movimenti. Egli ò certo che ogniafTetto umano,
come ci rende o tardi o. risentiti, o presti ^o, impetuosi , così si esprime
per meuo di siiopi^vooali» i^ijiaji p<^rt^aoin st^ quelle stesse qualità;
cosicché, esaminata la natura le- iiW alTeiti, osservata la maniera con cui
essa si manifc- • sta, noi avremo la nórma sicura per imitarli. Ponete mente
alle esclamasioni^ e trovereté che la subita rayiglia vi mette improwisament*
vn bocca un eh, qualche^ volta un ahj un iini^rowiso dolgre yìj^a.fofn-
Digitized by Google - 133 — pere ia un ahi, uoo stato di sofferenza ia un eh,
una subita paura va m 11/4; # di; qua traeU oh^ le parole composte con vooaH,
sioiìli a quella che è neir esclama- zione, rendono 1' armonia dimanda'te dell*
affetto, che vogliamo imitare. E però V allegrezza e gli alti affelii si
rappresenteranuo i^eglio co' suoui larghi e pieni dell' a, e deiro. Gli umili
affiditi, la tristezza, la malincom'a, coi più miti suoni dell' e, e dell' i.
Le perturbazioni forli e..paui*o^ dell'animo, coi &U0Q9 chiuso c eupo dell'
u» E non crediate ohe tutte quelite i^gole aiauo iaveuzione o capriccio dei
r«rtori , perocfchè elleiio sono nella natura dell'uomo, ed ogni linguaggio
umano ne è piti 0 meno improntato, come potete coiMScere esaminando .i voca-
boli stessi. Sebbenè però quest' arte siaderìrante dalla natura, pure bisogna
usarne con grande parsimonia, e solo quando la forza dell'affetto ci trasporta
natural- mente ad imitarlo. Ora veniamo agli esempj. La piacevolezza di un luogo,
il qttatedh di sua vi- sta diletto, è espìrèssa a meraviglia in qùeàti versi di
Virgilio: . . Devenere lócm léUkt ^ amena vireta ' Fortunatorum nem§ru9n, MUqw
keatag, Latifior hi» fnmptm tUur ti laminé ve^H Purpureo; iolèmfM ménr; «ita
Mtfo mrimt Così regna una dolce quiete ne* seguenti delF Ariosto , nei quali
descrive un luogo ameno: ^ NoD vide nè 'I più bel nè 1 più giocondo Da luua
l'aria ove le penne stese; Nè, se tulio cerciito avesse il moado, Vedria di
^esto il più geatil paese; . • Ove, dopo an girarsi di gran tondo. Con Rugger
seco il grande augol discese. Colte pianure e delicati colli , Chiare acquei;
ombrose Hpe e pralt mòlli. V Digitized by Google 484 - . Vaghi bosctiett! di
soavi allori , Di palme e amenissime mortelle , Cedri ed aranci eh' »vfM frulli
e fiori CdBtetU il varie forme e tolte htUet Facean riparo ai fervidi calori .
De' giorni «siivi com ior spesse ombrelle; E tra quel rami con sicuri voli
OanUiMlo se ife giano i rosignaoU. (Canio Vi ,otUve9D eil.) Che se ci avvenga
di volere imitare un dolce senti- mento di malinconia, lo potremo per mezzo
dell'armo- nia temperata con auono delicato, e direi quasi flebile. Dante col
solo risuonare delle parole dirette da France- sca a lui mette una dolce
tristezza neir animo: Ma se a conoscer In prima radice Del nostro amor tu bai
cotanto afifello» Farò come colui che piange e dice. Piena pure di dolce
malinconia è la seguente ottava del Tasso: Nou si desiò finché garrir gli
augelli Non sentì lieti , e salatar gli albori , E mormorare il fiume e gli
arboscelli, * 0 E con Tonda scherzar 1' aura e co' fiori. Apre i languidi lumi,
e guarda quelli Alberghi solilarj de* pastori ; E parie voce udir tra T acqua e
i rami, Ch^ai sospiri ed al pianto la ricbiami. Virgilio ci fa sentire il
i^anto interrotto dai singhioizi in questi versi: At non Evandrum polis est vis
ulla tenere, Sed venit in medios; feretro Pallant» repotlo , Procumhil super
atque hceret lacrimansque gemensque. Et via vix tandem voci laxala dolore est.
L' allegrezza ancora ha un suono suo particolare, come ne' seguenti versi:
lialiam, Ilaliam, prìmus conclamat Àcatet; • Ilaliam UbIq tocii clamore
salutant; Digitized by Google . .À — m — ■ e IO questi del Tasso: Ila, quando
il sol gli aridi campi fiede Con raggi assai ferventi, e in alto sorge, Ecco
apparir Gerusalem si vede, Ecco additar Gerusalem si scorge ; Ecco da mille
voci unitamente Gerusalemme salutar si sente* Lo sdegno si manifesta e s' imita
per mezzo delle armonie in questi versi: UfM Uttrikm eaiUmtia, fhteUtm tmést*
Tmpreeùf, mia onntt, pugnent iptique nepotei» E in quelli di Dante: * Ma se le
mie parole esser den seme, Che fratti infamia al traditor eh* i* rodo» Parlare
e iagrimar vedrai Insfteme. Gosk r Ariosto in quella magnifica similitudine
deE'orsa fa sentire nella diversità delle armonie i due eontraij aflTettiy da
cui la fiera è «gìtata: Come orsa che V alpestre cacciatore Nella pietrosa lana
assaliu abbia , Sia sopra i SgH eoa iaoerio oore, E IrenìfB IneiMNio di pietà e
di rabbia: Ira la invita e oatoral furore A spiegar V ugno e a Insanguinar le
labbia ; Amor la intenerisce, e la ritira A ^nardare ai figli lo meno l' Ira.
(C. XIX.) Confrontate la delicatezza de' suoni del 3», del 7o, e del- l' 8°
verso, e la forza, e T asprezza degli altri; e trove- rete espressi al vivo V amore
e la rabbia. La paura fu espressa a meraviglia in questi yetsi: Et ca/iyaniem
nigra formiditèé lueum, PuUenUi ttmhm BreH, noeimqwB profimélam ; e in quelli
di Dante: lu venni in loco d'ogni luce mulo, Clie mugghia , come fa mar per
lompesUt Se da cootrarj veoti è combauuio; e in quegli altri: Buio (T inferno ,
e di i|oUe pviiatii D' ogni' pianeti solto i>over cielo • Con un facile
alternare di armonie esprimono ancora gli affeUi ▼Iraci, e quella Tsloeitli di
•pensieri, che procede dal cuore. £ccoae un esempio in Virgilio : Juptnvm matm
emicat oréeiu lUw in €9perìumi e in quel di Dante: Dunque che è? perchè, perchè
ristai? Perditi lama viltà nei cuore alleile? Perchè anlire, e franchezza non
hai ? Ma basti il detto fin (jui per farvi avvisati che Io studio delle armonie
non deve essere trascurato da uno scrit- tore che voglia tocpare la perfezione
oell' arte. Vedete dagli esempi' che Meravigliosi elisttf naeoono in. virtU
delle armonie imitative. Non per questo, come ho detto innanzi, dovete voi
occuparvi scoperlameule di questo artifizio, perchè ove tali vagfiezze non
entrino sponta- nee nelle scritture , sono senza lode. Vuo^ ancora cho
osserviate, che piìi ai poeti clie ai prosatori giovano sì latte coso, e perciò
vedete che gh esempj sono tutti tolti dai poeti. Non è per questo che il
prosatore non debba regolare le armonie a seconda degli afTetii, ma a lu! giova
meglio ricorrere ad altro artiQzio, che è ([uello della oollocanione delle
parole, per la quale acquista - 437 — più forza l'affetto, più vivezza la
descrizione. Di que- sta diremo nel seguenie Gapilolo. CAP. e la ileMrlBi4nBe«
Della eoUoeMiloM delie parole Hepetto alla éeeevl8loBe« 1). Comesi può dire che
la collocazione delle parole giovi a rendere più efficaùe ia descrizione? R.
Quando fioi sappiatnò olie lè parole sono segni dello idee, e ohe cpieste idee,
assodate che siano nella mente, ritornano innanzi alla medesima nello stesso
or- dine in cui vennero all' anima recate dalle esterne im- {Nnessiotii, non è
difficile a conoscere che l'umano di- scorso deve avere efScacia tanto maggiore
, quanto pid ' neir ordine suo mantiene quell' ordine stesso, conche le idee
entrarono nell' anima; peroccbò allora ò cerio che la commozione del enore o
della fantasia si otterrà ■ • colla stessa efficacia, con che si ottenne flalle
esterne impressioni. E però egli ò certo, che se si potessero sem- pre ordinar
le parole seguitando le idee, ì' umano lin- guaggio avrebbe tanto piti di
potenza e di forza. Ma stc^ come le idee non denno obbedirè che alle impressioni
da cui sono mosse, e il linguaggio è costretto a h^sgi ben diverse, e meno
libere, essendo egli obbligato ad oiy -.^uu Ly Google UQ ordine di ragioDe) e a
forme determioate, ne con* segue cbe non può andare sempre d! pari passo colle
idee. Certo che quanto più a quell'ordine si avvicina, tanto è più potente
sulla fantasia e sul cuore. Che se cercando dt seguir V ordine delle idee noi
perdessimo pregio di chiarezza , o mostrassimo scoperto V artifizio, cadremmo
in due falli gravissimi, e non avremmo al- cun prò dai l>uoo collocamento
delle parole. Innanzi a tutto adunque, nel collocar le parole^ o le proposiziom
(le quali ognun sa che alle volte si possono anteporre e posporre l' una ali*
altra in più modi), dobbiamo cer- care che non resti offesa la chiarezza , la
quale è la prima e più necessaria dote d' ogni scrittura. Anche si conviene
badare che l'arte non tolga al discorso quella naturale fluidezza , senza la
quale il discorso diviene aspra, e sono toUe quelle grate armonie che aprono la
porta del cuore alle parole. Ma quando, salve la chia* rezza e la naturalezza,
potremo colla permutazione delle parole secondare V ordine delle idee, noi
otterremo che pib pronta e più viva sia la passione, e più visibile la
descrizione. D. Dareste voi un esempio che mostri quanto nella descrizione può
V ordine delle idee? R. Eccolo^ tolto da Daniello Berteli. Descrìve egli alcuni
Etiopi , quali in leggier battelletto si lasdano portar giù dalla corrente del
Nilo. Uditene le parole: Mettonsi un paio di loro chini e quaUi entro un
leggier battMetto:, Vuno. governa, V altro aggotta, e netta parie superkre del
Nilo messiii sul fUo deW ao* qua le si danno a portar già a seconda: e portali
pri- ma dolcemente, come andassero per diporto, poi sem- pre pià affìrettato ,
indi precipitoso per lo velodssiniù tirar che fa ìa corrente, dove il fiume
compresso fra Oigitized by — 139 - gli stretti canali detta montagna tè mSle
ìorcimmH riaih volge per attorno a balzi e scogli che tutto il rompono, e tal
si fa un affrettarsi e correre, che V occhio al seguitarlo aMfogìia. Cosi giunH
alla terHbU face, mnde Umodàil salto e mina nel piamo a piiè della rupe, anche
essi col capo in giù, seco dirupami. Chi li vede precipitar gii^ a piombo cMa
barchetta in piedi, perchè la proda è verso terra, e la poppa diretta incido, e
doto un orrtftib tiro- mazzone in stdV acqua disotto entrar nella voragine, che
ivi apre il fiume colF impeto del cadere, gli ha per ingoiati e immersi: quando
in volger gli occhi li si veggon lonr toni una hmga tratta colà fin dove U NUo
a guisa di from* boia gli scagliò, (Geografia irasporiaia al morale.) Osservate
come Ineemincia : Mettensi m pah di loro. Ed eccovi prima le persone, e il modo
dello sta- re, e il luogo ove stanno. Resta a sapere che facciano, ed ecco che
io prima vi si mostra V un d' essi in atto di reggere il battelletto, l'altro
la atto di gìttare via con mano V acqua che entra nel medesimo. Ma dove si fa
questo, nella parte superiore del Nilo ; come? met- tendosi sul filo deir acqua
; perchè? per lasciarsi portar gid a seconda. Indi vedete il loro andare prima
dolce, poi affrettato, poi precipitoso; e se ne chiedete ragio- ne, vedete che
ciò è perchè il fiume è compresso fra stretti canali, fr^ balzi si rompe; onde
ne viene un affrettarsi, un correre, che vince la vista. Ma che n' è del
battelletto nel gran salto che fanno? Essi col capo ingiù seco dirupami:
pittura vivissima» poiché quel- l'essi ti richiama a mente le persone, delle
quali per lo pericolo in che sono hai maggiore sollecitudine, poi te le mostra
in atto di rovinare, sicché le vedi col capo . in giù. Quel seco ti tien fìssa
l'ìdoa del battcllelto in òhe sono ; col verbo dirupami posto là in fine
termina a ÀeraHrrgtià il dipìnto. Il battelletto vieti giti é piombo irt
pìedfi, nel cadere là pròra s' abbassa, s' àlza la pop- pa, sicché tu vedi la
prora a terra, la poppa in cielo ; e chi dicesse pirima Ih poppa in cielo, la
prora in terra, toglierebbe qùel vero che ha ìé descriiBione, séndo che r
alzarsi della poppa è conseguente dell' abbassarsi della prora; e questa nelT
ordine delle idee è prima della seeondà.'! batcànuòli scendono ctfn esfsò il
Isàttellètto nella voragine , tehe ivi sotto apì-e fl 'flum'è; e chi lì Vede,
li pertsa izih ingoiati e perduti. Volgi gli occhi, e vedili lontani lunga tratta
per l'impeto dell'acqua, che così lungi gli Incagliò a<gufsa di frombola. Il
suono rapido, rotto, impetuoso, della parola scagliò, e l'idea stessa riservata
a questo luogo, pare che osprimanó e la forza e la prestezza e la lontananza ad
un tempo. Ma questa cosi viva descrìtìone ^érde gran parte di bdlèzàsa e di
forza , solo che voi permutiate V ordine delle parole. Se voi dite , ad esempio
: Quando colà dove gli scagliò il Nilo a guisa di frombola li si veggono
lontani ima lunga traUa in volgere gli otchi, avrete soeinata tutta V evi-
denza e la forza a questo luogo, che pure è veramente pittoresco. Nò meno
mirabile per V arte istessa del collocar le parole è il luogo di Tito Livio,
nel quale descrive i Rò* mani alle forche di Claudio. Tornano i consoli negli
ac- campamenti dopo avere giurati vergognosi patti. L' ar- rivo loro nel campo
rinnova il lutto e la rabbia dei soldati. Aia aHas intueri, contemplavi arma
mox ira- denda, et inermes futuras dextras. ohnoxiaque cor- pora hosti.
Proponere sihimet ipsi ante oculus jugum hostHe, et lud^ria victoris, et vuttus
superbos , et per « I - - armalos inermxum iter: inde fcadi agminìs miserabi-
lem^ vian^ p&t' sqaiiiivum urbeSj, v>e(Hiiyan, m pq,lriam od, parenks ,
quo, S(Bp» mqjiur^qua eorjm ù-^K/anghapr^ t& venissenL Se iolos sine
vub(^e9 sifi^ fffTQ, sine a^U victos : sibi stringere non licuìsse gladios ,
non mamm cìn^ hoste conferì e: sibi n^quicqmm arma, neqmfiqua>ì} vire9^
nfi^it^lgji^ fi^^^ ^.Cìhi.si.f9ccia ad osser- vare r arte, con che soiM> qui
collocata le parole, sarà chiaro e maniieslo che elleno seguono in lutto
l'anda- mento delle idee, e di là vi^e.^queUa forza che iauuo suir animo^ Al
priino vedere ìvcoo^li que' soidatii gli uni f^uardano gli altri In faccia,
moto spontaneo dell'ira e della disperazione; e a mostrare che il medesimo atto
era ciguaia, e ad ua tempo, in tutti, lo storicQray.vicii;]^, le pafple aUis
cJi^, e lascia in fiqe razione del gvar- dare: ma perchè quest' azione si
continua in altro mo* dp, e gli occhi passano ù, guardare le ,arn;ài, come è
naturala all' intueri segue, il p^y^i^a^^^ por mente) alla. vjerità delle due.
asioiii inkf^ e,'OmemT. * A questo loogo, perchè ti votgariszaminto ci perdesse
il meno possibile dai lato delta collocazione dèlie parole, ho siudinto 10
stesso di condurio collo slesso oidìue dei lesto per quaulo la liu|sua nostra
me l'ha consenlito. , * « Gli uni agli altri guardare, contemplare le armi che
fra breve si dovrian cedere, e le destre fulure iiienni, e le persone a di-
screzione del nemico. Proporre a sè slessi innanzi a{>li ocelli il giogo
osiile, e gli seherni del vincitore, e le faccie superbe, e |)er mezzo dì
armali il caniniino d'inermi, lodi deUa miserabile schiera 11 vergognoso
viag^Mo per le ciiià degli alleali, il riioruo in pauia ai parenti , dove
sovente essi e i lor maggiori trionfando usavano venire. Essi soli senza
forila, senza ferro, senza batlaglia esser vinti: essi non aver potuto
stringere ìe spade, non le mani col ne- mica mesMae; mi soli imlMiia èhm i
ìwkano leiie» iiid«riko co* Digitized by Google — UJ — pian. Il guardarsi in
faccia è atto spontaaeo e breve , e però ben espresso col verbo ùUueri; quello
di affis- sar le anni è più forte e più durevole, e però benissi- mo ritratto
nel contemplari, che appunto vale affissar gli occhi e il pensiero. Ma neir
affissarsi alle armi ve- niva innanzi ai miseri, che presto le dovrebbono
cedere; quindi opporiunamente segue quel max tradenda; da quest'idea ne deriva
T altra, che inermi resteranno le destre loro , e quindi i corpi a discrezion del
nimico, ed eccoti, senza torcer parola dal corso delle idee, ef ■ 1 essersi
veduti in balla de' nemici , viene innanzi a quei soldati l'immagine del giogo
ostile; dall'idea del giogo esce quella d^li schemi del vincitore e dei volti
super- bi; e quindi V altra degli armati, in mezzo ai quali essi inermi denno
passare. Usciti che siano disotto il giogo, essi torneranno disarmati e
disonorati alla patria; que- sto pensiero si affisccia loro per primo, il
disonore, tanto più grave quantochè dovranno passare per la città de- gli
ailealT, tornare alla patria, ai parenti. Bella è l'idea di confronto che viene
a tormentarli, pensando al mi- serabile ritorno in patria, quo scepe ipsi,
majoresque ee- rum triumphantes venissent. Osservate poi nella colloca- zione
il periodo che siegue. I soldati concentrano i loro pensieri in sò stessi, si
trovano vinti, ma in modo bea diverso dagli altri. Laonde la prima idea è nel
se ; la seconda, quella che li mostra singolari dagli altri, so^ los; quindi
l'essere vinti senza ferite, senza avere sguainato le spade , senza essersi
ordinati a battoglia : voi qui aveto una gradazione di pensiero naturalissima,
l' idea del sangue , del ferro, delle schiere : e pure senza questo cose esser
essi vinti : sme vulnero, iine ferro , «the ocit victot; e se voi voleste
traeportore quel vietos j Digitized by Google — 448 — appresso solos,
turbereste il corso delie idee, e togliere- ste eflSeacìa alle parole; poiché
prima sono le idee nega- tive, e poi quelle affiMrmatìve. Non si è sparso
sangue, non si è nudata spada, non si è accampata schiera, e nulla meno siamo
vinti ; dall' idea dell' esser vinti per questo modo ne viene il dolore di non
aver potuto com- battere y di avere invano le armi, le forse, il coraggio. D.
Che si deve apprender dall'analisi di questi luoghi ? B. Che r ordine delle
parole nel discorso non deve esser abbandonato senza regola da chi*vaole
conseguire prontamente quel fìne , che egli si propone parlando. Condossiacbè
tanto ò'pid potente il linguaggio, quanto pìU precisamente esprime te idee, e
quanto più le espri- me con queir ordine stesso, col quale si presentano alla
mente. Egli è però necessario osservare che quest' arte deve rimanere naseosta^
e parere natura. Chè certa- * mente male avviserebbe colui, il quale forcasse la
sin- tassi , ed aspreggiasse il costrutto per disporre le pa- role a seconda
delle idee. La naturalezza è dote pri nei- palissima del discorso, e il
trascurarla per andare dietro ad altre vag^esze sarebbe errore imperdonabile.
Della «ollocMloBe Mie parole rispetto agli «flètti. D. La eottoeoMbme delk
parole gimx$ eBa sokanio la R. No; ella giova pur anco l'affetto; perocché più
facilmente le umane passioni si svegliano con parole ,. allorché esse assalgono
il cuore oon qudr ordine stesso Digitized by Google d'idee^ che è da natura;
Sef. voi togliete P ordine alle s^uenli parole di Livio , voi avete loro tolta
tutla quf^impronta d' alf^tto che hanno. Virgiaio viiplejsat^ tran» ia figlia,
dialle. mani di Appiioj; non ^ resta viai a soarnparla; la, disperasìoiie gli
inelte nelle mani tin. ferro; egli lo dà in petto alla figlia, dicendo: //oc te
ohe parole, ^ ma poieati- a m^nare'te djfpamxioae, il tumulto degli affetti,
l'amor di patria e di libertà. Te- li^ dietro al filo delle idee: la prima a
rappresentarsi ò.^pi#Ua.dcd. disperato oo«]^io preso da Yiiipuaio; laM- cood^,
quella della persona, oontro. eui. slaTa par brare il colpo; la terza ò (luella
p'cr cui vi mostra che non vi è altra vìa allo scampo, hoc fó2i»o;<^ndi
sG|gjtfi& r jdea deirunioo potere che raete al; misero padrof, qm possum :
la parola m^io, poAa coslloatana dal suo relar? live, quasi violentando il
costrutto, mostralo stato vio- lento del cuor.' patino: quel fiiia ivi,
coUoeato acceana al.dis||era^,araore;.fn^i6#*to(eiiiit'«wM^ fe -quasi vedere il
trionfo ch^eiimena suir iefaiBia di Appio. Riordinate diversamente queste
parole; dite, ad esempio: Filia. te in liberUUeiA',ìki(3fì}mo modo, quo possum^
sn»ditìo^ ^ ve- drete scomparire ogni efficacia dal discorso, ed ogni se- gno
di agitassione. E basCt" «nrere recalo questi pochi esempj tolti ai
prosatori, anzicliè ai poeti, perchè cono- . sciate quanto alla pposa possa
giovare un tale artifizio, qualora non si contravvenga air indole. della
lingua, e alla naturalezza del costrutto. Esempj ne' poeti potrete facilmente
ritrovare du/voi, specialmante esamiaando que' luoghi nei quali essi
descrivono, o movoM g^ af- fetti. Ogni descrizione di Virgilio e di Dante, ogni
luogo patetico, può dirsi da que' grandi maestri con somi- gUaii^ àfiiH^io
e^seriS:COQd(it(U)y.c.jrtoato.upacfezÌQae. . DigitizecI by Google . 145 — D.
Serve egli solo aila fantasia e agli affetti lo eiu- dio di ben collocar le
parole ? M. Se beae vi ricorda ciò che deUo è pik sopra, ire «vere le «peeìe
deir umano lingaaggìo, ima delle craali servire alla feniasia, T altra
all'affetto, la terza air intelletto, ovvero alla tranquilla ragione, vi sarà
chiaro che alle due prime specie priacipalmeute. giova porre studio nella
collocazione deUe parole, per mezzo della quale 1* arte, seguitando il naturale
andamente delle idee , acquista potenza di risvegliare la fantasia coi colori
della favella, non meno che faccia la natura istessa cogli oggetti che ci
presenta agli occhi. £ con questo ot- tien pure di concitar la passione,
imitandone, direi quasi, gli atteggiamenti, così che talvolta il cuore si trovi
più sopraffatto dalla forza della passione imitata, che della vera. Anche si
oUiene con questo di rendere armonioso il discorso, e piacente; la qual cosa
quanto giovi, secondo che detto è, voi sapete. Ma la terza spe- cie di
linguaggio, che serve alla quieta ragione, non domanda altro studio nella
collocazione delie parole fuor quello di un' ordinata sintassi , per cui esca
chiaro e limpido il senso : perocché essendo fine di questa spe- cie la ricerca
e lo scoprimento del vero, lo spinto umano per una via piana ed agevole ci vuol
pervenire : laonde sembra poter dirsi questa specie di linguaggio non al- tro
richiedere, se non che ordine e chiarezza. Digitized by Google — 146 — Aaticom
UI. Se f^iowlno egfnalmenle ad o^nl serlttara le «ose deite fln qui intorno la
collocasiono delle pmwa^ lei e del fini che pwtù V «emo prop<»rel yaglwdei
D. Non giova egli egualmente ad ogni specie di lin- guaggio tuttociò che
abbiamo insegnato intorno V uso delle parole, la scelta e la collocazione delle
medesime, i tropi, le figure y P armonia e ffU altri ornamenti del discorso? R.
No certamente: perocché ogni specie ama quello che le è proprio e confacente
per natura, e tutt' altro jigetta. Avete veduto che il linguaggio figurato, il
quale è proprio della passione, diversifica non poco da quello che è proprio
della fantasia ; e dovete ricordare che il linguaggio deir iuleiletto la luogo
ogni altro ornaoieato cerca meglio il concetto e la sentenza : ogni linguaj^o adunque
è ristretto in determinati confini, segnati al medesimo dalla natura, e
proporzionati al fine che in- duce r uotuo a parlare, secondo il qual fine il
discorso prende un carattere proprio e speciale^ e però a norma di questo si
donno temperare quegli elementi che costi» tuiscono la bonth del discorso. D.
Quanti sono i fini che t uomo può avere parlando 0 scrivendo? R, Tre fini può
avere chiunque parla o scrive, con- ciossiachè può intendere, o a convincere, o
a persua- dere, 0 a dilettare. E perchè il convincimento è opera deir
intelletto, il discorso che intende a questo fine do- vrà essere facile, chiaro
ed ordinato, quale è richiesto dalla ragione rivolta alla ricerca del vero.
Questo ò ap- punto il parlare dei filosofi. La persuasione, la quale ha radice
nel convincimento, procede più innanzi ^ ooncios- Digitized by Google — i47 -
siachè ella si proponga tirare le umane volonlh a quella parte che meglio le
giova per mezzo degli affetti: e però il discorso della persuasione ne
seconderà la natura de- gli affetti per meglio ritrarli, e per giungere a
destarli potentemente. Tale è il parlare degli oratori. Chi tende in fine al
solo diletto, deve piacevolmente modificare la fantasia, e recarle innanzi
immagini vive e vere, o si- mili al vero, per modo che ella illudendosi creda
vero il verisimile, e lo vagheggi, e se ne compiaccia non al- trimenti che
farebbe del vero. E tale è appunto il par- lare dei poeti. Laonde se il
convincimento è il fine che il filosofo a sè propone , la persuasione è il fine
che a sè propone l'oratore, il diletto è il fine a cui mostra di mirare il
poeta, ne consegue che di «^ua nascano tre generi diversi e distinti di
scrittura e di discorso, i quali debbono avere un carattere tutto proprio e
particolare. E questi generi saranno tre: \° filosofico, persuasivo. 3°
poetico. Questi avranno tre distinti caratteri, i quali noi chiameremo —
carattere dello scrivere filosofico , ca- rattere dello scrivere persuasivo,
carattere dello scri- vere poetico. E di questi verremo qui sotto trattando.
Digitized by Google — 148 — CAP. JPel earatlera dello acrivrae fltosofleo, del
peMUMlTO • dei peetteo» eH^e di- ▼ene eiieele in éiie elMenM «i «ipwto» Del
eavattore dello eeriveve pemaslvet e (ielle. epeeie édk medeeliM* D. Come
definireste il carattere éUlo scrivere filo- sofico? R. Dirò essere quello, in
cui la ragione mira diret- taioente allo seoprimeiito del vero, e dominando
sola intrachiude ogni via agli affetti ed alla fantasia. Ho detto mira
direttamente alio scoprimento del vero, percliè of- ficio del fìiosofo ò
convincere di qualche verità T intel- letto, e Ma convinsione si genera nel
disoorao quando dai principj generali per una serie di proposizioni de- dotte
l'una dall'altra si viene ai particolari. Ilo detto che vuole dominarla senza V
intervento della fantasia e degli affetti, perchè nelP opera della deduzione la
sola ragione ha luogo; e gli affetti e le immagini della fan- tasia non
farebbero che turbarla. Per ottenere poi la convinzione, il filosofo ha
mestieri di usare precisione neWocaboli, chiarezza ed ordine; ed ecco appunto
che le qualilcì delle quali debbe improntarsi il carattere del parlar
filosofico sono queste tre, e non altre. E siccome la metafora e le figure per
mezzo del nome d' altra co- sa, c per mezzo d* altra immagine, recano innanzi
il aoQie e l' immagine delia cosa della quale si parla \ e Digitized by Google
— 149 — basta a condurre facilmente l'animo in dubbiezza o in errore, se la
fantasia o la passione entrano Ih dove debbe star sola la ragione ; co^ dalle
soritlore del filosofo si haimo a bandire, é con esse si devono cessare
qoe'vezzì e quegli ornamenti che sono proprj del carattere dello scrivere
persuasivo o dei poetico ; ai quali meglio che il vero, 'a oni si ailieiie il
filosofo, piace il verosimile* D. Si deve apK m 9gmscriUum di. tarature /Uom*
/ko mantenere la stessa severità? /i. 11 carattere d'una scrittura è T impronta
dei generò a oni elia apparliene* Ma siooome ogni genere contiene in sè' piti
specie, le qiiali dallo streilo discorso della convinzione vengono a poco a
poco a collegarsi coi discorso delia persuasione , ne discenderà che non in
tuUe le specie sarà richiesta nna eguale severìtèi. Le • sciemse matematicfae,
le fisiclie, le metafisiche pura- mente dette, domandano lo stretto lingtóggio
della con- vinzione ; le scienze morali o politiche fìnsooo allargarsi nn po'
piti, e qualche volta attingere a primo fiore gli ornamenti del dire
persuasivo. Cos\ dal succinto par- lare di Euclide e di Aristotile, senza uscir
mai dal ca- rattere fiiosotìco, si viene a quello di Teofrasto e di Platone: e
per parlare de' nostri italiani, dallo stile ma* tematico éeì Galilei si sale
sino alla filosofica graviti dei Dialoghi di Torquato Tasso e dello Zanetti, e
si pro- cede alla piacevolezza di quelli del Galli e dei Gozzi. Certo è che non
tutte ie cose, le quali danno snbietlo allo filosofia , sono egualmente
astratte , ossia lontane in tutto dai sensi ^ chè anzi per modo ella si estende
da conànare coUe cose sensibili: però è, che secoedo la flsaggiore o minore astraUei^sa
del subietto, maniere o minore debb* essere la severità della trattazione, e il
carattere sarà sempre mantenuto quando la ragione Digitized by Google -160-
sigDoreggi , vale é dìrè quando il linguaggio deUa per« suasione o della
fantasia non sovrasti anche per poco a quello della convinzione. D« Dei^
tgliioUmio dalla maieria esser guidai» 4ihi tùrwe di cmt filinofhhe o
didaHic^?' R. Egli deve non solamente secondo la natura della materia condurre
il suo dire, ma s\ ancora secondo la qualitò delle persone, alle qaali ^li
parla. £ siccome di queste ve ne ha di dìie specie, la prima delle quali è
degli uomini di lettere, V altra di quei che sono roz- sameate addottrinati ,
così in due si potrà dividere lo stesso parlare dei filosofi. GógU uonini lelteraté
si do- vrli tenere -lo streito ragionamento delk eonvinziooe) perocché essi
hanno la mente usata a quella compressa maniera, e poco loro basta ad
intendere; mentre co- gli altri, cui manca l'abifo dei ragìofiare, è d'uopo ^
largamente esporre, e le cose esposte anche per simi- litudine dichiarare,
tentando, per quanto si può, di ridurre a forme sensibili le stesse astruse
forme raw>* nali. D. Dopo queste cose, direste voi sulle generali quale
debba essere r elocuùom propria del carattere dello seri- vere filosofico? R.
Volentieri : e per non errare userò le parrio stesse di Cicerone nel!' Oratore
(Lib. 3°), là dove egli parla delle forme e del carattere del discorso : MolLis
, dice e|^i, est ùraUo Philosephorwn^ et umbraHUs, nec senÉenHis^ Me verhis
instructa poputw^us, noe wneto numeris, sed soluta liherius. Nthil iratum
hahet,nihil in- vidum, nUiil atrox, niììUmrabUe^nihilustulum; casta, verecundd,
virgo tn^rru]^ piodammoio; iSeqm serme foHus, quamoratio dicittir. «Temperata è
l'orazione de' filosofi, e famigliare , nè si compone de' concetti e Digitized
by Google — 151 — db' parlari del popolo, uè và legata a leggo d'anaoDia, ma
libera più -che ogni altra discorre. Nulla sa ira, nulla d'invidia, nulla di
fierezza, nulla di maraviglia, mdla di 8ealtreice;oastae vereoooda, qvasi non
t«ocoa Tergi De ; meglio ragionamente cbe orazione si ap- pella. 9 Aavicolo li.
Bel carattere dello scriver perfmaslvOf « delle epecie del medeelmo* t D. Come
potrebbe definirsi ilcca allere dello scrivere penuasiw? A« Diremo, il trattare
dello scrivere persuasivo essere quello, per Io quale non si cerca gib di
mostrare il vero secondo ragione risalendo alle prime percezioni, e discorrendo
per tutto le proposizioni , a modocbò V in- teHetto, raffroDlato le relazioni,
non possa rifiutarsi a crederlo quello che è: masi quel carattere , pel quale
mtende a far credere vero ciò che noi proponiamo. La eonYinzione adunque è
altra cosa dalla persuasione, posciachè quella dipende tutta da princìpi veri e
dime- strati per veri, la persuasione si fonda più che altro sull'opinione,
sulle apparenze e sull' autoriiè. Quella stringe e trascina V intelletto,
questa padroneggia la votentà. D. SpiegaUmì uìi poco ^con qualehe esempio qmsto
che dite. A. A convincervi , per esempio , cbe due linee eguali ad una terza
sono eguali fra loro, basta che io vi fac- — 152 — eia ooiM>8cere,ohe quando
due cose sono eguali ad una terza conviene necessariamente che siano eguali fra
loro; e dichiarata chMo vi ho la ragione di questo as- stoma, il vostro intelletto,
se è sano, non pnè negarsi ad averlo per vero. Ma se io vuo* persuadervi che la
ione ò abitata, io non posso procedere per egual modo; ma solo argomentando
secondo le leggi dell'analogia, se- condo le apparenze, secondo le opinioni
degli astrono» mi piti rinomati e 1* autorità de^ sapienti , potrò indurre la
vostra volontà a credere per vera questa cosa , sia ella infatio vera, o
verisimile soltanto, o non vera. Di qua è che V oratore, ancorché sì paia tener
'egual modo col filosofo dimostrando , pure non va mai per quella catenari
proposizioni a trovare il vero, ma sì dimo- stra* per vero 0 ciò ohe ne ha V
apparenza, e ciò che ha opinione di vero, o ciò che Y autorità di molli fia
eire- derc vero. Nei secoli passati si aveva opinione che esi- stessero maghi e
negromanti; poteva adunque in que' tempi un oratore prendere a dimostrare die
nelle impreiie militari molta parte avevano ! professori di quest' arte, e che
eglino erano necessarj. K avrebbe po- tuto egli fondare il suo ragionamento ne'
molti fatti at- tribuiti a negromanzia, cioè dall' apparenza.e sull'opi^ niene
che ne correva, e sull' autorità de' filosofanti; e usando bene della potenza
della parola avrebbe potuto persuadere, cioè far credere vero il suo assunto,-
co- munque falso in fatto, e soltanto verisimile in quella condizione di tempi.
Dal che si vede che la ragione sola regge il discorso della convinzione, mentre
([uello della persuasione dona gran parte alla fantasia, grandissima agli
affetti* D. Che parte homo lafcamaeia e fU affeUi M di- scorso della
persuasiom? — 153 — R. Molta parte vi hanno , perocché se l' oratore non è
ristretto ad una dimostrazione di convincimento , ma ad nna apparenza di
dimoairanone, . ccmverré ehe dia faeria di Yero al verisimile, e questo n<m
potrai essere senea il soccorso della fantasia: e quando abbia ottenuto di far
credere vero il verisimile, sarb d' uopo che feccia foTBa aib'Tolontà perdiò lo
abbracci (che in quealo ap- punto ala la persaasbfie,ciaèdt fDnsare le alimi
volontà a venire nella nostra sentenza, anzi. corrervi); e per far questo farà
mestieri che commova gli aOelti. Concios- siachè gli tiomini segnom piti
foeilmente ciò ehe meglio modifica Y appetito loro, e per muovere V appetito
bi8<^* gna correre alle passioni, le quali, destate che siano, vinoom la
volontà, e la spingono Ik dove lor piace. Quindi è, che se 11 filosofo si
arresta aliordbè ^bbìa dìr mostrata innegabile la verità che egli propone,
Torato- tore, allorché abbia provata la sua proposizione con ap-
fàrens^ìéktjfemikai^^ iAipsièaqÉatèi^lbiise- guire il 'dilello; e poacta
véafa^irf^eoi ilMiiWi régiMM^ r arte sta appunto nel saper recare con
accorgimento le prove verisimili come vere, a modochè nò si scopra artifizio,
nè si desìi sospetto di falsità neii' oratore; e poscia nel portare diletto
all^ mente con Immagini com- poste a verisimiglianza, e colle forme proprie del
lin- guaggio della fantasia , usandone però sobriamente , e senza fame gitto;
ed in fine nel perturbar gli animi r^ , sve^ndooe gli afifetti col mezzo delle
forme del Un* guaggio della passione, per la forza dei quali 1' uditore
costretto a conformare i proprj pensieri secondo la vo- lontà deir oratore, è
forza che voglia e disvoglia oon Itti. Nè si creda -che per questa potenza l'
arte del per- suadere sia brutta arte di inganno ; perocché non si vuole di
questa usare per trarre gli uomini al male j ma . Digitized by Google — 154 —
per governare le T^tontli e dirigerle a bene , usando della ragione e del
sentimento, che sono i due mezzi de* quali la nalura principalmente ha donato
gli uomi- ni; oofiiccfaè possa dirsi che officio dell'oratore è ren- dere più
potente la ragtooe, aggiungendole ai fìancfai la forza delle passioni. Per
questo s' insegna che il pri- mo fondamento di guest' arte poteutiesima è la
proUfcà, senza la quale il vero stesso io boóoa dell' oratore ai perde assai, e
il verisimile non ha forza alcuna; con* ciossiachè la probith neir oratore reca
necessariamente con sò la poteasa deiropìiivme e dell' autorità ; tolte le
quali, la ragione non si acquieta nel vérìsiiiiile, le pas* sioni per favellar
figurato non si destano, le voionlh ri- mangono fredde ed immobili. Ma di
questo si dirà uel Trattato delFArte Oratoria. D. In quante specie et parie U
ctaraUen detto eeri- vere persuasivo? * R. Principalmente in tre: la prima è
quella, nella quale.ia dimostrazione del vero è il pròno ed uoicefiae che
l'oratore a sé propone; la seeonda è quella, nella quale egli mira specialmente
al diletto; la terza è quel- la, nella quale intende alla commozione. Le
scritture die appaftengouo alla prima specie si aeeostoho al par* lare dei
filosofi, le scrittùreehe appartengono alla se- conda sono aflìni al parlare
dei poeti. Tutte tre queste specie poi considerate insieme formano il perfetto
lia* goaggio deir oratore. Il carattere di ciascuna di questo specie, come di
tutte insieme, è sempre la dimostra- zione del vero, sia egli vero o
verisimile, nel modo che è detto più sopra. D. Dawrà sempre il discorso
pereuasho avere la slessa immagine di vera dimostrazione? IL Sì, lo dovrà, ma
fatta ragione delle persone Digitized by Google ^ 155 - alle quali si parla.
Abbiamo veduto che il filosofo a due gaise uomiai si dirige , ed ora diciamo
che a tre si volge l'oratore. Imperciocché oltre agli uomini di lettere, e a
quelli di mettila letteratura, ai quali favella il filosofo, V oratore debbe
sovente parlare col popolo; e il popolo è una svariata moUilAidiae d'uomini
colti ed incolti , di growo e di svegliato ingegno, e piti non addottrinati. A
seconda cbe ora «ll'una, ora air altra di queste classi d' uomini T oratore
deve parlare, con- viene che egH varj nei «odo. Nei letterati la ragione
prevale alta fintam8« olla paeslone ; nei messanamente letterati, la fantasia e
la passione contemprano spesso la ragione ; nel popolo, h fantasia e la passione
preval- gano aempre alla ragione. Di qua viene eiie la' speeie del parlare
perraasivo>, Il quale è richiesto dalla prima classe, debbe tenere più al
modo temperalo dei filosofi: concedere poco alia fantasia, poco alla passione,
molto ià \m%ì 0 naattigtaiijLa apÌBde die^ eet »lg>iè ^a^seeònda
«hlMNiMlihittgr'alqua dal AItib '^^dèlfl , peMl% ammette la piacevolezza delle
immagini e la potenza deir affetto, sì però che la ragione si levi apertamente
sopra runa e T altra: la specie infine cbe si addice alla tersa classe è vieina
al dire dei poeti , per moda che la fantasia e la passione ne abbiano il
governo; seb- bene le forze di queste devono servire a rendere mag- giore la
potenza (Mia ragione. Banche da tenersi <»filo della materia la quale
tratta, perchè da qoesta pure s' induce varielb nei discorso persuasivo, come
si dirà parlando delio sUlo. ' Digitized by Google - 16« . • ■ • ■ ARiWffljP
III* • • ^ Bel carattere della àerivér poetléo^ e delle •diverae apeele dal med
dtfle » • • • • D. Come si può definirà iL cat^aUere delìfi- Me poe- tico? . •
lì, Sieoooe la ptesia, qHantiittqae javehtstaad in- tendimento di ammaestrare
gli uomini ^nen mòslra altipo scapo che il diletto, diremo^ il carattere di
questo modo di sorivere essere quelle, «osi quale isi iataod^L ou coa- ceUi ,
coir eloeusioiie e coli' arttonib , a ondifioim jMt* cevolmcnte la fantasia ed
il cuore, ponendo sotto gli occbi della mente gli oggetti , e dando loro
qualità e per-* sona coinè fossero vivi e'veri ; «ir tegliend» la materia dal verisimile
meglio che-dei vere. Dalla quale defiai* lione sembra che appaia chiaro , il
poeta dover dilettare uoa meno trascegliendo coacetti ed ioi^mag^iif 0àa ve-
stendoii colle parole per modo c^ facclaao forea sul- rimmagidazione e sugli
affetti. Bene h foor di*did>bio che la potenza della elocuzione è oltremodo
grande, e U poeta deve soprattutto in questa perire, sMV^io ; coa-
cìDssìaobèPspesso.avvieiie che giaodisiiitoxiBe ed imon^ gini non abbiano
efficacia alcunUa per difetto di elocu- zione, e molta ne abbiano le mediocri e
le comuni qualora vi si usi pppor^una elocuzione. li\jCatto il sapere «
'trascegliere e rappresentare i concetti con quellef>aroIe che 8ono*piti
chiare, e, direi quasi, cbe ridono di più vivi colori, è cagione alla mente di
un diletto incompa- * rabile. Quindi è che dai tropi e dalla; metalora, càie
sono i colori della tavella, il poela trae seslpreAwoa partito, e dee sempre
averne copia a mano. Anche per mezzo di questi si ottiene più facilmente di
dare vita e mo> Digitized by Google — 157 -t- venza alle cose cito- in,
natiira boa hanno n^ moto né vita, e di ritrarre sotto i sensi quelle che
naturalmente dai sen^i riiuggirebbero. Bene è grande iatica ridurre a forma
i^osjbil^ i consetti intellettuali , e. ridurli per ipodo che r occhio lì vegga
, la mano li toccht, 'laa^ grande lode è riuscirvi e recare diletto con ciò.
Virgilio e Dante spepialq^pte ebbero al sommo grado questa arte ; • edi nasce
che qttetli A stanno in«itnaditutti i paoli» Un'waltra cosa è pur da av vartìre
, ed ò> questa , che con- viene fare buon uso dell'armonia. Abbiamo
insegnato che r armonia) piacevolmente toccando T orecchio, fa strada aL cuore,
e rende pià dilettosi i concetti. Questa debba esser studiata. dal'poeta per
modo, che non solo diletto; ma benanche aiuto egli ne abbia, non meno a
ravvivare la descrizione ,*che a rendere pii^ forte la pasaione* È detto delle
direrse maniere di armonia , e come dcune non fanno che lusingare F ofeophìOf
altre sono naturai- mente compagne agli svariati alTelti. Ora il poeta ap-
plicando jgifuscuna al proprio luogo, ne iiv^kt^Mifì non iieveu Chè se sì
doibandi in ehe varia il carattere delio ' scrivere persuasivo da quello dello
scrivere poetico, diremo che in ciò: — il c^irattere dello scrivere persua-
aivp dimostra il vera seisondo ragione, il po^ico lo di- * iinostra pef
finsume, e si vale della fantasia e- degli affetti per raggiungere il .suo
scopo. : ^ii* p. Di guatUe ^ecieÀ ii mrqtl^re cI^Uq sorip^e^pg^r lieo? . * -
/{.•..Veramente considerando che ogni maniera di poesia reca diletto ad ogai
specie d' uomini , diremmo volentieri una sola Qs/iere.la specie del caraUere
poetico: ma parabò il popta spessa volte introduee persone a ' parlare > e
varia materia prende a trattare, ne nasce che se una è in sò smessa la spe<;ie
pel carattere poe- « a Digitized by Gopgle lieo, per queste nuove condizioni
varia e si divide. la- fatto alcuna volta il poeta canta gli Dei, gli eroi ^ le
grandi e nMàì iinpfese ; alcun' altra la cMcéiBa del- 1* amore, i pubblici •
privali 'affanni, o oerca destare allegrezze, ire, sdegni, timori. Altra volta
egli narra estesamente grandi fotti e lunghi travagli d'eroi, e ftarrando
esprime passioni , descrìve luoghi, costami, a intendimento principalmente di
mettere maraviglia negli animi; altra volta introduce a parlare persone, a rap-
presentare fatti, come allora ffiiora accadessero; altra inftne prende 9
dettare precettidi cfnalche arte o solenza utile agli uomini , condendo i
precetti con ciò che la fantasia ed il cuore hanno di .piìi dilettevole ; ed
ecco la poesia linea, l'epica, la drammatica, la didascaliea ; generi diversi
di poesia , i quali èanno leggi tanto par* ticolari, che non si può le qualilh
delF una confondere con quelle dell'altra, senza togliere la verità e la con-
v^avolesza, e con esse il diletto. Gonciossiaofaò e nel modo di presentare le
immagini^ # nelFeìoeazione, e nelle armonie , molta distanza vi ha dalla specie
lirica air epica, dall'epica alla drammatica, dalla dramma- tica alla
didascalica ; e II poeta devé sempre seguire il verosimile e le leggi del
decoro, trascurate le quali agni arte perde bellezza e verità. Ma di queste
cose avremo a parlare altrove : ora- basti avvertire in generale, che mentre
ciascuna di queste specie di poesia in partico- lari confini si racchiude, non
è facile nè possibile mo- strarci determinati limiti , entro i quali ciascuna
specie vuol esser contenuta. Tutte hanno (dice assai opportu- namente Paolo
Costa, colle parole tlal quale ci piace por fine) nello intero loro corpo
fattezze particolari, alle quali colui che bea vede, distintamente le raiiìgura
; pure a quando a quando or questa or quella viene a — i59 — parieclpare dell*
altrui colore, in guisa cherepìco nelle forti passioni innalza le parole al
pari del cantore de- gl'inni, e il più sublime Urico narra alcuna volta sic-
come fa r epioo ; lo aleaao inlervieiM delle altre specie, fra le quali perfino
la commedia talora si leva .a gareg- giare colla tragedia, e la tragedia, al
dire d'Orazio, .spesso si duole eoa sermone pedestre. D. A che giova fiMto
éMmitme dei diioerei comi- Uri détto scrivere e delle diverge specie? R. Giova
a formare lo scrittore eloquente ed ele- gante, peroccbè errando nel oaraltere
dellò scrivere sì troncano i nervi dell* eloquenza, si attribuisce alla fan-
tasia ciò che è proprio dell* affetto o della quieta ra*- gione, e il discorso
che n'esce è involuto, impcoprio, strano, e non consegue il fine a cui mostra
di correre. Ad ottenere però di scrivere e di parlare secondo la proprietà di
ciascun carattere e di ciascuna specie^ con- viene principalmente osservare lo
stato delF intelletto e le qualità del medesimo in chi scrive, lo stato delia
fan- tasia e quello della passione. Quando avrai osservatò se nel tuo discorso
secondo lo stato delT animo, o V intel- letto, 0 la fantasia, o la passione
debba signoreggiare, tu avrai conosciuto quale sia il carattere, e quale la
specie delb scrivere , che si conviene seguire; e tro- vato che ciò tu abbia,
se tu queste cose impronterai, direi quasi, col marchio tuo proprio , e secondo
il tuo modo di semìre, tu avrai formato ciò che i retori chia- roano stile/
Digitized by Google — 160 — Dette mM9f • Mto Me «welità. D. Che cosa è lo stik?
i2. Molte definizioni, e quasi tutte poco accoQfìie^&i danno dello stile ,
le quali a noi non aggrada seguire per buone ragioni: e però dovendo pur darne
la defiai- zioiie, ci sembra che si possa definire dicendo, che; Lo stile è
quella particolare maniera, con cui lo scrit- tore modica le quaUià del suo
ùUelkitai doUa sua fan- tasia, de' suoi affetli, seeondandù il mraUsre dèi
disoor^ so, improntandolo dell'indole sua propria secondo le leggi del decoro.
Intatto Io stile deve mostrare aperta* mente il particolar modo di satire,
proppio di colui che scrive, perchè in natura veggiamo che ogni uomo ha nel modo
di sentire diverse qualità-, le quali ove non appariscano, lo stile non è di
colui che scrive, ma di colui dal quale lo scrittore lo prese a pfestansa. È
duo- quc necessario a chi voglia formare uno stile perfetto dare al medesimo V
impronta del proprio modo di sen- tire; e malamente fanno quelli, i quali
foggiai lo stile proprio ad immagina deli' altrui, come veggiamo essere stato
fatto da molti, i quali avendo preso ad esempio uno scrittore, contrafecero lo
stile, del medesimo. Co- storo ',^pare a me, non altro nome mentano che quello
di scimmie, le quali solo materialmente ritraggono in sè gli alti ed i modi
delle persone; e di costoro, credo io, intese il poeta quando disse; Imitatores
servum pecus, Conciossiachè lo stile deve metterti sott' occhio le qua- litìi
morali dello scrittore per modo, che tu senza errore possa distinguere lo stile
dell' uno da quello dell' altro , e Digitized by Goo^ijlc — 161 — appropriarlo
con ^cbresze ài suo autore ; in quella guisa che avviene dei poeti, i quali,
mentre imitano tutti il bello della natura, neir imitarlo ritraggono sè stessi,
co- slcehè all'occhio deir intolligeote 9k manifesti la mano ebe scrisse.
Michelangelo, ad esempio, Baflbello, Corag- gio, Tiziano e Leonardo, erano
tutti sommi nell'arte del dipingere , ma ciascuno tenne uno stile cosi proprio
, che distingue apertamente le opere dell' un pittore da quelle dell' altro.
Laónde i maestri dell'arte insegnano che ciascun pittore debba farsi una
maniera sua pro- pria, e per maniera intendono quello stesso , che noi di-
remmo stile. Voi avete veduto quanti e quali siano gli elementi neoessar} a
scrivere bmie; nè uomo può aver nome di perfetto scrittore, se alcuno di quegli
elementi trascura. Ma siccome le menti umane sono varie, e.ii modo di sentire,
noù altrimenti che le fattezze del vol- to, diversifica quasi in ogni persona,
così ne viene, che mentre tutte insieme si riuniscono le qualilh*, per le
cpiali si forma un eccellente scrittore, non in tutti nei medesimo modo si
uniscono; ma se ne forma una cotale diversa mistura , la quale prende'' norma
appunto dalla diversità del modo di sentire. Infatto e Dante e Petrarca e
Ariosto e Tasso , tutti accolsero nel loro stile le qua- lità di perfetto
scrittore: ma la mistura è tanto diversa quanto era il modo di sentire di que'
grandi uomini. Ri- sentito, franco, inflessibile, era il carattere dell' Ali-
^ieri, e tale è il suo stile; perocché le qualità dell'evi- denza e della forza
sovrastano a tutte l'altre nella composizione del suo stile; come la grazia, la
soavità, signoreggia tutte raltrequaliib nello stile del Petrarca; la vaf ietà
e la verità in quello deli' ÀriostOi la gravità e la magnificenza ih cfuello
deK Tasso: cosicché pos^ dirsi, che dalla diversa disposizione dell'ingegno e
de- li L.yi.,^uu Ly Google — 162 — gli affluì nascono diversi filili » a k loro
diversità è tanta quanti sono gì' iDgegai umani. Ogni scrittore adunque debbe
modificare rintelletlo, la fantasia, gli affetti, se- condo il proprio modo
.(li sentire, se vuole avere stile proprio; ma perchè «pasto non basta, sa non
sia ser- bato il carattere del discorso, non senza ragione noi ab- biamo
ag.qiunto che alla prima condizione, della quale è detto, debba seguire V
altra, la quale importa che si secondi il carattere del discorso, e come, non manl^
nendolo , perda efficacia ogni più eletto modo di scri- vere; sendochè questo
carattere è fondato sulla natura, e nasce dai diversi stati in che V uomo si
trova, con»e più sopra esponemmo, e peK^ al detto non mi piace af^ giungere
parola. Quanto poi alle leggi del decoro che denno osservarsi, ve ne rendono
ragione le di veir^ spe- cie in cui ogni carattere si divide, delle quali pure
è parlato abbastanza. D. Si può egli dividere in diverse specie lo stile? R,
Ben si può , anzi sì deve : ma non per questo ci pare che si abbia da [seguire
la divisione che alcuni maestri ne danno, i quali lo dividono in conciso e m
diffuso , ornalo e secco; perchè queste qualità dipen- dono interamente dal
modo di conc«|>ire di colui che scrive , o dalla materia delia quale prende
a scrivere. A noi piace meglio tenere la divisione degli antichi , i quali
dissero in tre specie, o, a dir meglio, in tre gradi ripartirsi lo stile, cioè
in semplice o piano; intean- perato o mediocre; 3» in magnifico o sublime;
coooio»- siachè ci paia che questa divisione risponda meglio ai caratteri dello
scrivere che noi abbiamo divisati; infatto, chi scrive o parla seguendo ciò che
la tranquilla ragione gli detta, ci pare che non possa uscire .dal i** grado,
cioè dallo stile semplice o picm; chi scrive o pada col- . j .:^uu Ly Google
Taniiiiio 6 la fantasia alonn pooa 4»maaossa9 pare a noi che non debba uscire
dal grado, cioè dallo stile me- diocre 0 temperato; chi Qaalmeale fiori v.e o
parla traspor- talo o dalla fantaaia , o ilaUa paaià(t|iey oi aepnbra cho debba
usare il 3^ grado , cioè lo magnifico o $ìMme : e però noi abbiamo V antica
divisione per più buona , perchè più generale dello altre e più confacente alla
natura. Laonde di ciasoiuo di questi gradi disamo , e non lasoermno di aoeennàre,oome,
cercando la virtù propria di ciascun grado, facilmente si possa trascor- rere
nel vizio opposto. _ . ^ , ■Nilo siile acn^Uee o pliOi». D. Come definireste lo
stUe zempUce, e quando iiusa9 R. Stile semplice noi cbiamiamo quello che con
chiarezza, con precisione, descrive le cose serbando le leggi del decoro, senza
altri abbellimenti, che quelli che gli vigono da una naturale facilità. Da
questa defini* zione Toi potete conoscere a prima giunta essere que- sto lo
stile che conviene usare quando chi scrive ha r animo riposato e sicuro da ogni
commovimeato di fan- tasia e di cuore; e siccome chi scrive in questo stato, si
laacla sempre dominare dalla ragione, ne viene dì conseguenza che nè i colori
della fantasia , nè le forme ^proprie solo della passione, nè amplificazione
alcuna debba essere nello stile semplice. Ckdui che ha V animo msL turbato ,
non commosso, vede chiaramente le cose^ Digitized by Google — 464 — ne discopre
freddamente i. rappòrti , li dispone e li or- dina permodo che presentino unit^;
e perciò è, che r unità è dote principalmente necessaria allo stile sem- plice.
£ r unità questo importa j che V andamento del discorso sia tate, che si
conosca la dipendensa dell' una cosa dall' altra , la relazione dell'una
sentenza coU'altra , per modo che senza fatica la mente possa raccogliere ciò
che in iscritto o in parole a lei viene offerto. £ a chi sa ben dare unith al
discorso è ageveie cosa con- seguire chiarezza, e quella mostra di facilità che
pare agevole ad imitarsi, ma riesce difficile assai a chi si provi, onde
Quintiliano ebbe a dire: OrcUionù facUitas imitabilis illa quidem pideiur esse
existimanii, sed nUiil est experienti minus. La qual cosa avea insegnalo anche
Orazio nella Poetica, ìk ove disse: • • • « aifrt quii9Ì$ Sperei idem, mdei
miUum, frmtraque laberet Aum idem* < # » « m ... D. QmU eùse som necéssùrie
principaUmnte per iscriver bene con questo stile? R* Innanzi tutto è necessario
avere molto chiare le idee, saperle ordinare, ed esprimere con quella pre*
cisione e proprieth di parole , ehe domanda il buon uso della lingua in cui
scriviamo. E siccome è detto che lo stile semplice si rifiuta a tutti gli
ornamenti, de' quali si abbdliscono le altre maniere di stile, -deYe pur dirsi
che. non rifiuta però, anzi domanda, tutti quelli che il buon uso del
linguaggio gli può recare. 1 o fatto , se noi osserviamo le scritture di qiie^;
che seno principal- mente lodati per semplicità d! Stile , vedi^emo^ehe èssi ^
hanno ripieni^li scritti loro di tutte le grazie e le ^e- Digitized by Gpogle
ganze del nativo linguaggio, anzi con ciò solo cercano ne' leggiiorì .quel,
dìlelto, sejua ddl quale wm vi è scrii* tura ebe possa pìacerìa*' * • D. A quaU
safUlure principakiieiUe serve lo slUe semplice? • ' ' ' ' R, Quaulunque sia
chiara la risposta da qoaotp fa deUOy pure dimno die ssrve prìaoipalmeote àììo
stile dei filosofi, e più generalmente allo stile precettivo ed al familiare.
Serve ai fìlosofi , perchè, mirando essi alla sola conTiniioiie dell'
iotelietto , per esporre i conoelti loro Beo hanno bisogno d'altro che di uno
stile puro, proprio e conveniente: sermo purus erit et latinus (in- segnava
Cicerone nel Bruto): dilucide, planeque dicetur. Serre èlio stile precettivo d*
<^ni genere, perchè colui che insegna non si propone altro soopo che di
convin* cere l'intelletto, mostrando la verità delle regole pro- poste. Serve
allo stile familiare (nei dialoghi, e nelle lettere principalmente perohò in
questa maniera di scritture chi scrive o parla vuole seBipHcemente ritrarre al
naturale T immagine del corretto parlare domestico. Attenuata est (insegna V
autore della Rettorica ad Eren* nio) orafsò^ piméenmsaeeiitiqiÈewi
uiitatissimatn puri ' sermmit emmeiadmem: E certamènte n6n vi ha persona al
mondo ^ che domesticamente parli con sublimità di concetti.edi parole
reUoriche. Non si vuol dire con ciò, che in queste guise di scrivere tutto deUM
essere di~ sadomo e secco ; ma «i vuol insegnare che Io stile sem* plico per
propria natura non si consente agli ornamenti, benché ai più tenui e verecondi
non ai nieghi al tutto. E la ragioné per cui non si-nt^^ è questa, che la
ménte* sarebbe troppo conthiuamente oocupata quando non le si offerisse alcuna
cosa da ricrearsi ; e manche- rebbe quel diletto^ che, condendo la severità dei
pi:e- — lee — celli, li rende più facili e più aggradevoli. Tuttavia chi scrive
deve sempre ricordarsi, che gli ornameoti dello stile semplice sodo tollerati,
iioa domandati, e quindi assai paroo dève essere ndl' usarne. D. In qual vizio
si può cadere cercando il semplice nello stile? R. Neil' aridoe nel vile. Buie
qmhmdam eontrarium shtdhm (paria Quintiliano), quifugiunt^ cu: reformidani
omnem hanc in dicendo voluplatem, nihil probantes ^ nisi pUmumetsme conatu; ila
dura timent, ne aUquando cadeau, semper jaceni. c Altri di contrario gusto
>80iio, i quali fuggono e temono tutto questo ptaceroìe orna- mento , e
niente altro lodano fuori che quanto scorgono di piano e d' umile e di
schietto. Così mentre stan pau- rosi di non cadere alcuna volta, sempre osrcaU
n tro* vano. » (Toscanella.) E fautore delia Rettorìoa«dEren* nio pur egli ci
dice^ sovente avvenire che coloro, i quali non sanno dare alio stile semplice
quelle grasie e quelle native caresze che sembrano facili, ssa pur noi sono,
cadono in una maniera di scrivere arida ed esangue a se- gno, da mettere
molestia e noia in chi legge od ascolta. Qui wmposswU in iUafaceUssima verbanm
attemuUione eommoéh wnari, vèidmU ad aridnm, et txangm fmmt- orationis,
quodnmaiientm e^teocUe nominavi. « Que' che non possono in quella facetissima a
ttenu azione di parole tenersi con prò, danno in ua' arida ed esangue maniera
di parlare, cui mal non si converrebbe dar titolo di esile. « [Ad Herem., IV,
il.) Eduna delle ragioni, per cui spesse volte la semplicità torna in aridezza
, è la conditone servile de' tremo timidi imitatori, come bea avvisa il' nostro
Pei*tioari, il quale insegni obe lo scrit- tore tremante , e tardalo dal ceppo,
in questo vizio cade senza avvedersene. ' • Digitized by Google ^ 467 — D.
Qiuili sono i principali autori latini da proporù m 9$€mpio di itiie semplice?
Le Lettèrs e ì TnUali di Cieeiwe, i Gommeii- tarj di Giulio Cesare,
le-V4«&di Gernelio Nipote, sono gli esempj migliori che noi abbiamo nella
prosa latina. Le GoHHaedie di Terenzio , le Buccoliche di Virgilio , le Favole
di Pedro^ gM EndeoMiUebi di Ca tallo, sono I plU pregiati deHa poesia. Nè
manoano belli esempli in ita- liano : il Passavanti, il Paodolfìni , le Lettere
del Caro, del Tasso , del Redi ; ì Dialoghi ed i Trattati fìlosofìci dei
Galileo, étH Gdli, dei ZaiioU4| sono medelli degni d'imitazione nella prosa
italiana; nella poesia poi, il Tasso neir Aminta^ il Sannazzaro nell' Arcadia,
il Poli- liano e molti altri, ci possono offrire a doviaia imitagli esempli di
stile eempUce. AmntmtLm II. Dello stile mediocre o temperato» e delio ano
^aalii** D* Qual è lo iiOe wiediocre, e guofM^e $i usa? R. Stile mediocre, e fu
anche dello temperato, è quello che alquanto si solleva sullo siile semplice
senza però raggiungere nò la magnificenza, nò la elevatezza del sublime. Vi ha
uno sialo delP anioso, nel <{uoIe egli si trova egualmente signoreggiato
dalla ragione, dalla fantasia e dal r affetto, e4 è appunto quello in cui le
eommoaioin deiraniase-aone soavi e temperate, cosici ohè la ragtooe noo d
perda. là questo stalo, ehi paria o scrive, usa dello stile mediocre; e siccome
questo stato ò il più frequente deli' animo, ne consegue che lo Digitized by
Google — 168 — stile medioere ha piti di «iveiité luogo Dèi parlare e nello
scrivere. Da queste cose è facile conoscere 'che egli riceve voleotieri tutti
gli priiaii&eati. delia favella, dei tropi e delle figure moderate, e àk
rifiuta à quei mòdi che SODO coDveDieDti soltaoto ai veemeDti trasporti deir
immaginazione e dei cuore. In hoc gemis oratioms (ci ioB^goa QttiutiliaQo)
imb^imm eoAmtlumikmmmtk, muUa étiam smteiii$imwn.... E$t enim quoddem et imigm
et fhrescens ontiionis, pictum el expolitum genus , in quo mnes verbonm
veneres, omnes seìUeiUiarum iUigankur lepcres. c Io questa guisa d* orasiooe
cadono in aeeon* ciò tutti i lumi delle parole e molti anehedelle seùtenBel.V.
Ch'egli è un insigne e fiorito, e dipinto, e forbito ge- nere d^ orazione , in
cui mettono bene tutte le veneri della favellai tutte le leggiadrie dei
cottcetti* n Cosicché possa affermarsi, che tutti i fiori di liogua, tutte le
vivezze di concetti, giovano allo stile mediocre. D. Qitali soìw le qmlità
principali dello stile me- diocre? B. Se Doi coDSìderiamo il modo per cui
l'uomo concepisce ed esprime i suoi concetti qualora egli si trova
temperatamente modificato dagli affetti e dalla fantasia, védramo che egH
ravvioina i rapporti delle idee, studia un maggior numero di confronti^
partioo- lareggia, e più minutamente espone le diverse qualità delle cose,
meglio che quando egli si trova dominato dalia fredda ragiooie, e sansa la
minima commozione di fantasia o di affetto. Di qua noi ne trarremo agevolmente
che lo stile mediocre deve avere maggior diffusione del semplice, deve aiutarsi
di tutti i modi dell' amplificaaio* ne, e mantenersi costantemente eguale; um tenore
òi dicendo fluii, nihil auferens prceter facilitatem et cequon litatem, (die.
ia Brut.) Digitized by Google D. A quali scritture serve principalmente lo stUe
mediocre ? . ÀU6 Bòritture-i^i^e, alle Aloriobe, aUe oooa- demickef
oonciMsiaciiè* F oratore ki qu^Ia parte ove non è sospinto dalla passione
mostri sempre ragionare^ e solo a crescere diletto inframmetta al ragiooameDio
imiiiaguii a oooeettii di che la fantiaaìa ed il cuore gli ^ascoltanti
egttakneQte si ' pascano e si dllettaiio; e dico in quella parte ove non è
spiegata la passione ; per- chè ia quella lo stile s' inalza sino al sublime.
Laonde dovete ai^gomentare di qui^ che in una scrittara sola possono aver luogo
andie tutti e tre i generi dello stile. Osservate le Orazioni di Cicerone. Elleno
sono quasi sempre di stile temperato negli esordj, distile semplice nella
propoMione, ueU^ aiiyMiientariotte, e il pili ddle volte nella narrazione. Ma
la perorazione prende sem- pre veemenza, e tiene spesso spesso al sublime d'
af- feUo. È cosi è nella storia, nella quale la narrazione è quasi sempre di
stile. temperato, le^UocutioBi piegano sempre al sublime, come potete vedere in
Sallustio ed in Livio. Così pure avviene ne' racconti e nelle novel- le,
secondochò elleno sono dettate, o col fine soltanto di diiettare, ó di
eommovere. Vero che le scritture ac- cademiché contenendosi quasi sempre sensa
grandi emozioni, amano di seguire la mediocrità nello stile ; ma vero è
altresì, ohe se in alcuna di coiali scritture accada che lo scrittore,
deserivcHodo, commov^ la fin* tasìa e turbi V affetto, può anche lo stile
magnifico e sublime avervi alcuna parte. Un' altra cosa deve essere avvertita,
e lodoyeva essere ancora parlando deUo stile sempUce. Questa riguarda T
armonia. Abbiamo inse- gnato che r armonia è una delle qualità dell' umano
Ai" scorso, la quale priacipalm^ate serve al diietto, e spesso Digitized
by — 170 . alla commozione dell'animo, e abbiamo detto ancora che varie specie
d'armooia sono. Ora qui, senza ripe- tere il deUo^ acdeniiereiiio che V mnoiiia
delhi siile sem- plice dev^ esser facile, non risenlHa, e proporzionata allo
stato deir animo di chi scrive ; quella dello stile me- diocre deve esser più
pieDa , pid risentita. Di qoa aloani hanno preteso di portare uoa distinsione
nello stile, chiamandolo conciso e periodico, perchè hanno osser- vato che
nello stile semplice ì periodi soao più brevi , essendoché la mente non s*
impiglia ^ de**rapporti gfr* nerali, e non de* particolari , siccome fa lo
stile medio- cre, il quale perciò abbisogna di un più largo giro di periodo. Ma
noi dubitiamo assai che questa sia piutto- sto una distinzione ohe nasoe dalla
natura dello stilOf aniichè una necessiUi dell' arte per ottenere quella va*
rieth della quale abbiamo parlato. Infetto osserviamo che anche lo stile
semplice può avere lunghi periodi , sebbene egli ami più di sovente i eonoisi,
e lo stile me- diocre può averne di concisi , quantunque meglio dei lunghi si
compiaccia. Ma sì nei lunghi che nei brevi pe- riodi ogni siile ha un' armonia
sua particolare ; il sem- plice non ha che un ritmo rimesso e appena ssasibile,
il mediocre ha quella rotondith e quella pienena di suono, che accompagna con
manifesto diletto i concetti della mente. D. In quoM vhj si può ooAtrt
faieUmmiie mnmdo di fùglntìre lo stik mediaor»? R. Siccome è detto che tutte le
eleganze della elo- cuzione si ailanno bene a questo stile, egli ò ben iaoile
che avvenga di dare neir affettato e nel soverchiamente iorito, cosa che nuoce
assai, come quella che mostra lo scrittore più inleso alle parole che alle
cose. In altro vizio, ci dice T autore delia Aettorica a^ Erennio, cade — m —
facilmente colui che cerca distinguersi in questo genere di stile , ed è di
riuscire fliUtuante) sconnesso, per troppa eara o di recare in mezzo
indistintamente le qualità delle cose, o di cercare armonie, e di rendere il
periodo pieno e sonoro. Qui in mediocre genus orationis profecti sunt, si
pervenire eo non poterunt, errantes pervenituU ad confine ojui generis, qmd
appelhmus fiuckme et (Ussùhiwn, eo quod sme nerms et artieuUs fhietuat kuc et
illuc, nec potest confirnmte neque viriliter sese eocpe- dire. « Coloro che si
posero a questo mediocre genere d'orazione, sé non bastanmo a venirne a capo,
errando si trovano a quel genere che ne sta ai con6ni, cui chia- mo fluttuante
e slegato, per questa ragione, ch'egli senza nenri ed articoli va qua • colà
fluttuando^ nò può usoireene eoa sicurezza e con fona. » Vi ha pure pericolo di
cadere nel puerile , cercando acutezza di concetti; o nel pedantesco, recando
in mezzo inopporUine sentenze; o n^' asiatico, esponendo oon troppa verbosità i
concetti. Ma da questi vìzj si guarderà facilmente colui, il quale si proponga
ad imi- tare ì più sicuri e classici scrittori, fra' quali neMatini eminenti
sono Sallustio, Livio, Cicerone; ne^' italiani, Gasa, 6iambul!arì,.BartoU,
Segneri, ed ahri molti fra i prosatori; Dante, Petrarca, Tasso ed Ariosto, fra
gU italiani poeti ; fra i latini, le Georgiche di Virgilio, le Epistole ed i
Sermoni d' Orazio. — m. — ^ Dello stile magaiOco e sublime» e delle sue quali
I*. • * ' , * ' D. Che cosa è lo stile sublime? R. Lo stile mibliiiie è qQ0llo,
che i&naUardi molto sopra il mediocre per copia , per graTitè , per
omaàien- to, ed ha tanta forza , che vince e trionfa ogni ostacolo, e lascia V
animo e ia monte quasi per maraviglia stu- pidi. Amplut, coptetis, graviij
ormka ; in iUo premio vis maxima est Lo stile sublime adunque si usdre
principalmente quando 1' animo è trasportato dai più veemeoti moti della
immaginazione o della passionai e potrà aver loogOy sebbene, più di rado,
quando la ra- gióne tranquilla sollevandosi, direi quasi, sopra sè stes- sa,
esce in nobili ed inaspettate sentenze, e fa scorgere i più reoonditi rapporti
delie idee, siechè V inteiietto ne resta atioaito e compreso. £ notale qui, ohe
noi, par- lando dello stile sublime, non intendiamo parlare della natura di
esso sublime, conciossiachè egli riguardi me- glio le speoulazacni dei
metafìsim e degli estettoi, ehe i precètti dei fetori. Noi parliaino .dello
stile, e dei modi con cui egli acquista quella veemenza e quella subii- mit^i
per cui restano rapiti e quasi estatici gli ascol- tanti, per usare la frase
del retore Longino. Se noi pi- gliamo ad analisi gli oratori e i poeti ,
facilmente cono- sceremo da che procede questo innalzamento di stile, sebbene a
noi giova meglio seguire le tracce del greco maestro. Questo però abbiate per
fermo, òhe la sobli- mitè dello stile e la magni6cenza non si ottengono , come
«ilcuni credono, nè coli' esagerar le cose, nè coli' ammas- sare le figure, nè
coir usare parole ampollose e ses({ui- Digitized by Google pedali, ma s) col
preaenlàre Idee' iDdspetCaie e tiuove, col ferire il cuore con forti e non
previsti colpi , e sco- prire cos^ le relazioni degli oggelti più peregrine e
meao pirevednle. D. Per qutmii moii «i rende nMim h «db? R. Per cinque modi
risponde Dionigio Longino: 4*^ con aiti concetti, elevate fantasie, magnanimi
sen- si ; in %^ laogo ai oMieoe dagU aiiBfcli yìvì e gag^ardi , eocHàti sino
all' entusiasmo ; in luogo dèlie figure, e specialmente dall' amplificazione;
in 4* luogo da un' ar- dita eleganza di frase, la quale tenga alla sublimità
de'ooneetti; in 5^ luogo dalla tessitttrft del periodo, e delle armonie nobili
ed acconcie a rendere più efficace la sentenza. D. Come si rende sublime lo
stile coi concetti? R. Quando la fantasìa viene eccitata, soTonti. volte
naturalmente ne escono concitati concetti, pei quali si sublima lo stile.
Virgilio, poiché ti ha descritta imma- ginosamente la Fama, dMmproyviso innalza
con subli- me concetto lo stile, e le di porre il capo nel cielo e passeggiare
il suolo: Jngrediturqu$ aoh» ti eapui inter mlnh oondii. Cosi Dante nel 1° deìV
Inferno , dopo che ha detto che era tempo da principio del .mattino, sublima lo
stile seguitando eoA : . . E il sol montava in su con quelle stelle Ch' eran
con lui, quando Vatnordivinù ' . . Mme da prima qmU^ con beile. E V uno e V
altro poeta, discoprendo maravigliose relazioni di cose, reca concetti che
stupendamente - 174 — magDìfieaiM lo stile. Naasan telAoie sarebbesi aspèllato
di vedere la Fama toccar col capo le stelle; nessuno alia descrizione dell' ora
mattutina avrebbe richiamato al pensiero Dio Creatore, che nel vano del ciel»
dà ino4« agli astri • eoo leggi etemamente sicvire li onfina. An- nibale , presso
Livio, incoraggiando i soldati, i quali alla vista di quelle altezze che sono T
Alpi si erano ab- bandonati deir animo: Quid Aìfm aliud u$e eredUii quam
monikun aUbuHnes? Fingermi^ aUioréi Pirrnmi jugis: ìiullas prò fedo terras
coelum conlingere, nec inexu- perobilei humano generi esse. « Che altro credete
voi esaere le Alpi se non allesse di monii? £ pognamo che si levino alto più
che le giogaie de* Pirenei: ma certo è che non vi ha terra che tocchi il cielo,
e sia inespugna- bile al genere umano. » Quante idee non si ridestavano nella
memoria de' Cartaginesi a queste parole! aver essi passate le rupi dei Pirenei,
come fossero giogaie di monti; e ancoraché le Alpi fossero più alle di tutti i
monli, non esser invalicabili alFuomo, specialmente a quelli che erano con
AnnibalCi i. quali tante fatiche e tante battaglie e tante fortune avevano
superato. Nò meno sublime è V altro luogo di Livio, dove introduce Annibale a
domandar pace a Scipione: Vestri patres non nihil, etiam ob hoc quia parum
dignitatis in legatione ercU , negaverunt pacm. Annibal peto pacem. « I vostri
senatori furono indotti alquanto pur per questo a ne- garci la pace, eh' ei non
parve loro clie la nostra lega- zione fosse tanto degna che bastasse, io
Annuale in persona chieggio la pace. » (Nardi.) In quella parola sola Annibale
voi vedete ritornarvi alla mente il vincitore de' Romani al Ticino, al
Trasimeno, a Canne, e tanto pih si sente la magni6aenza del ooncetto, peroliò
pre- parata ad arte. Fu negata ^ disse, la pace , perchè non L^ yi i^uu Ly
Google — 175 — piemdigmtà aUmiìmta im bgaU die la €kktìeiMmo. Ora io, che sono
ArmSfalef cioè eolui, del quale non vi è chi abbia più dignità, uè presso i
Cartaginesi tante volte per lui viUoriosi, nè presso i Emani tante volte éa lui
sconfitti, io stesso wngo a chieder pace. Da questi esempj vedete come egli è
vero, che il sublime di concetto sta nel recare innanzi in una o in poche
parole un cumulo di grandi idee, dalle qoali resta sopraffatta la «lente. Così'
per questa stessa ragione sono sublimi i due se- guenti luoghi: Et eunta
terrarum subacia , Praier atrocem animum Catonis. (Orazio, Ub. 2«, Oda I n
toggeitato mondo i mi solo Imperò, Salvo II Sor él GMone snlmo altero.
(CfiSARI.) Nè meno sublimità è ne^ seguenti versi : Egli {Ualaspina) airffluslre
Esul fu scado, liberal lo accolse L'amistà sulle soglie, e il venerando
Ghibelliao parea Giove nascoso ^ Nelle case di Pelope (Monti, versi premessi
all' Aminta del Tasso. ) § 2°. D. Come si può dare sublimitcì allo stile cogli
affetti? R. ^oa v' ha dubbio che quando F uomo è alta- mente commosso dalla
passione non sia trasportato a grandi «eutense^ a magnifici ed inaspettati
conoetIL Digitized by Google ^ 176 Enea dfèpèrato .della salVési^a delta patria
, Taóeotti ib- torno a sè pochi, li conforta con queste parole: Moriamur, et
media in arma ruamm: Um ÈttluB vieHi nMam gperare tiluiem, Capaneo, presso
Dante, dopo a^ere mostrato cogli atti e colle parole il suo superbo dispetta
anche fra i . tor- menti, termina il suo discorso mostrando che Giove stesso
esaurirebbe invano tutta 1^ sua forza per $iver di lui vittoria: E me saetti di
tuUa sua forza. Non oe potrebbe aver vendetta allegta. E il nostro Metastasi©
neWAttilto Regolo mostrando il suo sdegno coi^tro Publia e Licinio, in \ìfi.
trasporto d* ira magnanima innalza lo stile dicendo: Taci: non è Romano Chi una
viltà consiglia. - Taci: non è mia Ggiia Chi più virtù non tia. ■ • Nella
parlata che Gatilina fa al congiurati , presso Sallustio, lo stile in più
luoghi si magnifica e si sublima per la forza degli affetti. Egli dopo avere
resa odiosa la potenza dei grandi, e mostratò lo stremo a cui erano ridotti i
congiurati, per questo modo s'innalza dicendo: Quce quousque tandem patiemini ,
fortissimi vi- ri? nonne mori per virtutem prmtat, quam vttam mise- ram
aiqueinhonestam, ti6i aliencBSuperbÙB ludibrio fine- riSj per dedecus amittere?
« Sosterrete voi sempre que- sto, 0 nomii^^ fortissimi? Or non è meglio morir
per mlore, che una misera e disonorata vita , poiché dal- l' altrui superbia
sarete scherùitt, ontosamente perdere? Nè meno sublime è ciò che segue poco
dopo; DB' nique, quid reliqui habemus , prceter miseram animam? Digiiized — 177
— j«im igitur eccpergescimini. En Uh, Ula, qwm stBpe optaslis, libertas :
prceterea divitice , decus , gloria, in ocuUs sita sunt. Fortuna ea omnia
victor^us premia pò- suit. « Che abbiamo noi più , se non la misera vita?
Isveglialevi voi medesimi: ecco la liberti che tanto avete desiderata: anche
ricchezza, onòre e gloria, avete ìonaDzi agli occhi. La ventura ha poste ti^tte
cotali cose per guiderdoQ di ci^oro che vìdoodo. » Nè meno sublime è il
seguente luogo, che si legge nella Cantica di Giovanni Marchetti, intitolata :
Um notte di Dante: A noi guardia sia 1* Alpd» e all' Àl{>e noU 8 3». D. Come
ti iublima lo iiUefCol mes^so dtìk figure? R. Quando T animo ò commosso, voi
sapete che 1' uso delle figure più veementi è naturale, e che per quelle lo
stile prende effioseia; ora vedrete come prenda ancora abito di subBsiità.
OsserfBte questo luogo di Ci* cerone neir Orazione a favor di Milone: Vos, vos
appel- lo, fortissimi viri, qui muUum pra republica sanguinem ^udi^tis, Vos, in
viri et civis invicli appetto perictdo, eenhtriones, vosque, nUHUs: fMis non
tnodo inspeekmii' bus, sed armatis et huxc judicio prmidentibus , hcec tanta
virtiAS ex hac urbe expelletnr? a Voi, voi appello, o cam- pioni, ohe molto del
vostro sangue spargeste per la re- pubblica: voi appello nel risico di
qnest'nomo e citta- dino invitto, 0 centurioni, voi, o soldati. Adunque su- gli
occhi vostri non solo, ma sdprastando voi armati a questo giudizio, lascerete
da questa città cacciare una virtù così grande? sterminare? sequestrare? »
(Cesari.) Se osservate quante figure qui vi sono, troverete clic i2 Digitized
by Google — 178 — Id breve spazio molle; apo3(rofe, im appelh; daplica- zione ,
vos,vos; ripetizione, vos centuriones, vos milites; progressione
inspectatUibìtó arm<Uis, judicio prcesidenti- bus; ì/fàterrogBaiiooei ex hoc
urbe esq^eUetur? ed altri tropi e metafore, tutte forme di dire attamente paaaie-
nate, per le quali si addoppia Y agitazione dell'affetto, e a gran copia si
presentano idee alla mente in brevis- simo tratto. £ qui non mi tengo dal
recare quel subli- me luogo dì Demostene tanto ledafto da Longino.* De- mostene
vuol provare che egli aveva bene amministrata la repubblica: Nm erraste no,
Atetiiesif ponendovi a cinmtoper la Kth&usa de^ Greci; voi ne ovete
domestici esempli. Nè meno errarono quelli che in Maratona, nè quelli che in
Salamina, nè quelli ancora che in Platea combatterono. Non erraste al certo ,
no, giuro per le ani' me di colerò che Uuciarùno larvila em caa^ di Jfaro-
tona» Sembra (prosegue Longino), che per questa figura di giuramento (cui io
qui chiamo apostrofe) T oratore nel suo dire abbia ^nsecrali imaggiori,
mostrando che per coloro che ìm A latta guisa nlorìroiio doTesi come per gli
Dei stessi giurare; e mettendo ne' giudicanti il coraggio di quelli che ivi al
cimento lo esposero , pare che egli abbia iaftio passare la natura della
dimostra- sione in una oltrepassante allèzBa ed affezione, ed in una fedel
prova di nuovi e pellegrini giuramenti, e straordinarj e n^aravigliosi; e che
negli animi degli udi- tori come un certo reale medicamento o contravveleno
abbia fatto calare il diseorso, talché eccitati dagli en- comj non minori
spiriti si sentissero nel cuore per la battaglia perduta ^ntro a Filippo, che
per li premj * Trattato del Sublime di Dìonigio Longino, Iradolto dal greco da
Anton-Francesco Cori.— Firenze, aU* insegna dell'Anco- ra, Idia.— Sesione XVI,
pag. d7 L^ yi i^uu Ly Google — 179 — delle vittorie riportate in Maratona e in
Salamina: e così con avere portato via per colai sorta di figura gli animi
degli uditori, si partì. Per eguali ragioni è magni- fico il seguente passo di
Virgilio nel secondo della Enei- de ^ che già altrove recammo: lUiaei cinerei,
et fiamma extrema meoriim, Teetor in oeeatù veitro, nee t^a, ne» nUae Fltovtotf
tkee Ani0fMi;«r K fata fititmi Ui eadatentf m^fuieee mIami* £ l'altro di Dante,
quale introduce Pier dalle Vigne a protestare la sua fedeltà verso Federigo
signor suo: Per le nuove radici d' esto legno Ti giuro, che giammai non ruppi
fede Ai mio signor cbe fa d' oaor al 4legQ0« Quante idee non contiene in sè
Pespressione del prinràO verso I D. Come si rende sublime lo stile con ardita
eleganza di frase? R. Quando nel nostro parlare, sia egli di fantasia 0 di
afletto, con una o con poche parole risvegliamo nella mente dei lettore qualche
idea grande o potente , la quale, giungendo inaspettata, occupa la mente ed il
cuore, lo stile acquista nobiltà e magnificenza. Esempj ne abbiamo più cbe
molti. Virgilio nel 4^' delle Georgi- che volendo accennare i trionfi' di
Cesane ottenuti nei Parti, dice cosk: ... C(esar dum magnui ad altum Fulminat
EuphraUm* Quale parola più grandiosa pei molti concetti , che ad un tempo
risveglia l la poten^^ la celerUà dei vincere, Digitized by Google si
piresentaBO air animò ad uà tratto; contro le armi di Cesare non è forza umana
che resista, come ninna foraa resiste al fulmine. L' idea di fulmine ti porta ne-
cessariamente Il coDOSoere la mano che lo scaglia ^ ella è la mano di Giove;
vedete adunque come con una sola parola il poeta dice : Cesare è potente ,
invincibile, eguale a Giove. Così Cicerone con poche e vibrate parole espri- me
la fuga di GatiUna, la raUna concai è fuggito, la prestezza del fuggire , la
ettlK scampata per la fuga di lui. Ahiit, excessit, evasit, erupit, E poco
appresso: exuUat^ et iriumphsU oratio mea. Ove, se .osservate' quante idee si
ridestano a quelle due parole che indi- cano gioia ed allegrezza somma, e nella
gioia e nell'al- legrezza la gioia d' aver vinto Catilina, vi confermerete
sempre più in ciò che è detto. 11 padre Segneri , quel sommo fra gii oratori
italiani, dopo avere numerato con beir antitesi il gaudio che deve provare un'
anima in Paradiso, sublima lo stile colla soia parola Dio. — In lui vedrete le
perfestioni tutte, non vedrete in lui P essere di veruna, e perciò in lui non
vedrete verun difetto, tn lui vedrete candore, ma non tinto da macchia; in lui
beltà. mo non soggetta a scolorimento; in lui potenza, ma non ombreggiata da
emulo ; in Imi sapere^ ma non dipetidente da magistero; in lui ftoiiM, ma non
sottoposta a punissiO' ni; hi lui costanza , ma non mescolata con accidenti; in
lui vita, ma non dominata da morte. Che più? Vedrete Dio [o voi^ille volte
be(Ui)! Vedrete Dio. Cosi nelle seguenti due terzine di Dante lo stile si
sublima per la parola Sole, e nella terza per ia frase farsi corona: - E gìh la
vita di quel nume santo Rivolta s' era al Sol, che la riempie — 18i DI qudia
c(Hta là <l«?'ellt frange Più tua raltexia, nacque- al mondo un Sole, Come
fa questo tal?olU dal Gange. ftatt fiipoB4er« sH ooelri m lefai» « £ vidi lei
(ehi BeatHee) clie H facea corona. Riflettendo da tè gli eterni rai. Quante
grandiose Idee si sviluppano nella mente del lettore per quella frase si facea
corona! Iddio coi proprj raggi la vestiva; non bastale; formavale sui capo ia
co- róna favillante degli eletti. §50- D. Come si ottiene da uliimo di rendere
magnifico ed elemto lo sHk per mezxo dèlia cow^ixione del pe- riodo? li. Per
due modi si ottiene: o disponendo il perìodo in maniera che ti présenti sotto
una sola idea princi- pale scoperti i rapporti con molte idee accessorie, e i
membri e gì' incisi siano così disposti che ne esca una grave e dignitosa
armonia*, o disponendo le parole per modo, che seguitino più da vicino che si
può V anda- mento dell* idee, e quindi assalgano piùdiforsa la fan- tasia e r
animo. Esempj del primo modo troviamo spesso negli oratori e nei poeti latini ed
italiani; del secondo meno sovente, specialmente tra gV italiani, la lingua de*
quali non molto a ciò si presta. Vedete nel seguente esempio di Cicerone nella
seconda Catilinaria , come por grandiosa armonia ed elevala composizione di
periodi si solleva lo stile: Sed si vis manifestm audacioe, si im- pendens
Patrice périciilum, me necessario de hac ànimi lenitale deduxerint, illud
profecto perficiam, quocl in tanto et tam insidioso bello vix optaÀdtm videtur,
tU ne quts bonus intereat, paucorumque pi»na vos omnes jam Digitized by — 182 —
salvi esse possitis. Qìjub (ptMtm^ neqm prudeniia, neque humanis consiliis
fretus, polliceor vobis, Quirites; sei muUis et non dubiis Deorum immortalium
signifioan tionibus , quibus ego dwrièm m home spm, èententiwnqtte sum ingressus
: qui jam non procul, ut quondam sole- bant ab extremo hoste atque longinquo,
sed Ine prmen- tes suo rumine, otqifB auxilio, stia tempia, oJUpue urbis tecta
defenduni: guoe vos, Quirites, prwcarì, venerari, atque implorare debetis, ut
quam urbem pulcherrimam , florentissimam, potentissimamque esse voluerunt,
kanc^ omnibus hoslium copiis terra tnartgtie supercUis, perdi* Ussimorum cimm
nefario scelere defendant. « Ma se la manifesta forza dell'audacia, se il
soprastante pericolo della patria mi farà necessariamente lasciare la cle-
menza deir animo mìo, io farò quello che in così grande e così insidiosa guerra
pare che appena si debba desi- derare; che niun bono moia, e voi tutti col
supplicio di pochi possiate esser conservali. Le quali cose, Roma- ni, io non
vi prometto per mia prudenza, nò pereisser- mi appoggiato ne' consigli
dell'umanità, ma per molte c non dubbie dimostrazioni degli Dei immortali, i
quali mi sono stati guida ad entrare in questa speranza ed in questo parere. E
non di lontano, come già solevano da lontano e "straniero nemico, ma
essendo qui presenti colla divinità ed aiuto loro i lor templi e gli edifìcj
delia città difendono. I quali voi, Romani, dovete pregare, riverire,
supplicare, che quella città, che essi hanno voluto che sia bellissima,
floridissima e potentissima, vinte in terra ed in mare tutte le fòrze dei
nemici, di- fendano dalla scelleraggine di ribaldissimi cittadini. » (Dolce.)
Nè meno grandioso per la stessa tessitura del periodo è il seguente luogo del
Segneri, nel quale mo- stra quanto sia formidabile la divina giustizia. Ed ève
— 183 — mai tu potevi volger il guardo^ che non incontrassi la gif4sU:&ia
divina in atto di fulminmte? Se alzavi gli occhi alt mpireò, iu la vedeui
respinger quindi eoli' asta quel- Por gog li oso esercito diribelUr se li
chinavi agli abissi, tu la vedevi attizzar quivi col fiato quelle fornaci
caligi- nose di reprobi* Entravi nel Paradiso Terrestre, e quivi amuM dtum
spada yireifole, la soofgevi manda/re in lontano esilio, e condannare ad inevitabile
morte i due primi padri. Lei tu vedevi passeggiar lieta suW acqua cT un mondo
naufrago; lei sedersi eontenta sopra le ceneri <f una Sodma divampata, e neW
assorbimento famoso di Faraone; lei tìi miravi sollecita affaticarsi tn
risospingere quei volubili monti di acque spumanti nelle teste egiziane: lei
spcMSMor carri; lei franger aste; lei rùvesdar cornili; fei sommerger
cavalieri. Osservate ancora quanto giovi una grave armonia a dare aria di
maestà e di subli- mità alla seguente ottava del Tasso, nella quale il poeta
incomincia a descrivere la rassegna che Buglione eletto duce fa de' suoi: a
Tcila dama da gran d^sio compunto Vesle le membra dell' onte spoglie, E tosto
appar dì toUe l'arme In punto. Tosto sotto i suoi (luci ogni uom s'accoglie; E r
ordinalo esercito congiunto Tutte le sue bandiere al vento scioglie , E nel
vessillo imperlale e grande La irionfanie Croce al ciel &ì spande. Ma
quanto giovi l'armonia, o sia ella semplice, o imi- tativa, dicemmo a suo luogo
; e solo che voi ritorniate la mente al detto, di leggieri coaosoerete quanto
ella giovi a ciò; ma forse più che V armonia giova una ac- corta ed acconcia
collocazion di parole, e questo si pa- relio chiaramente dagli esempj ohe qui
rechiamo, tolti L.yi.,^uu Ly Google — 184 — di peso dal libro deirEloctuioiie
di Paoto Costa, sensa di- • stenderci più oltre, perchè già anche di questa fu
detto, abbastanza a suo luogo. Avendo PacuUo/Calav io ialeso come il figliuoì
soo PeroUa era fersao nel pensiero di uccidere Allibale, come già vedesse cogli
occhi il san- gue del gran Cartaginese, fuor di se per paura si volgo al fìgUo,
e gli dice ; Per ego to, quomtmque juro, los patris facere, et pati omnia
infanda velis. « Io te, fi- glio, per tutti i vincoli che i figliuoli
restringono ai genitori, che tu non voglia fare e patire la piti grande
nefanditii sugli occhi stessi del padre , prego e ti scon- giuro; » e poscia:
Annibàlem pater filio meo potui pla- care: filium Amiihali nonpossumi v Padre,
Annibale al figliuolo mio potei placare, il figliuolo ad Annibale non posso, j»
In questo luogo sono anteposte le idee, che prime si offrono alla vista dell'
animo appassionato di Calavio, sicché ultimo venga a recar luce il verbo, al
quale il discorso si chiude. Nella preposiuone per hai eccennato, non «spresso,
Tatto del pregare; neW ego, la persona che prega ; nel fe, la pregata. Quindi i
do- veri da fìgliuolo a padre; poi la preghiera e la supplica, indi la persona
del padre, poi la cagione della preghie- ra. Osservate con quant'arte
quellMnmòafem domina la prima parte del 2° periodo, e con quanta ragione gli
sussegue pater ; e al pater, fiUo meo; poi ultimi i du^ verbi: indi nella
seconda parte filium, e quindi quasi a contrapposto Annibali, e il verbo a
compi mdnto del concetto. Prima inCatto nella mente del padre (}ovea sor- -gore
l'idea della persona cui si voleva dar morte, po- scia il pensiero della
paterna autoriih, e qudlo d*an figlio che non vi si piega. La vicinanza di
codesti nomi, il naturale contraslo che per essi nella mente si desta, Digitized
by Google . — 185 — la quale è quasi costretta a passare rapidamente a ri-
flettere dall' una ali* altra persona , danno un non so che di sublime e di
prepotente al discorso di Calavio, e tutta ne mostrano la concitazìon degli
affetti. Per egual arte si innalza lo stile nel seguente luogo delP^ssavanti.
Una madre vede venire al giudizio di Dio un figliuolo, il quale per amore di
santa vita in prima entralo alla religione, lei lasciando vedova deserta,
poscia abbando- nato ai vizj, aveva traviato. Ella gli si fà innanzi cosi; Che
vuol questo dire, figliuolo mio! Oh se' tu veniUo qui cui esser giudicato; tu!
Se si dica: figliuolmio, que- sto che vuol dire? or tu e€ venuto qui, tu ad
eetere giU' dietUo? è facile a sentire, ohe V eflSoacia e V eoeellensa del dire
si dileguano e si pèrdono al tutto, comunque restino integri i concetti ; e che
ciò avviene per la di- versa coliocazìene. Coék pure V altro luifo delio stesso
scrittore è mirabile.*— Udendo il confessorech'egli aveva morti due confessori,
disse fra sè medesimo: me non uc- ciderai tu; e la forza e la vaghezza tutta
dispare sol che si dica: tu nm ucciderai me, otume non ueeiderai. Ma intomo
queste cose basti il detto , perchè la brevilè cbe mi sono imposta non permette
di stendermi più oltre. Nullameno non mi terrò per questo di non recare uniti
qui appreiso dnque esempli, i quali via meglio fsociano sentire come si ottenga
la vera sublimiti: Con alti concelti. 2° Coli' opportuno governo degli affetti.
3** Con belle figure. 4» Per ardita elega&za. 5<» Per elevata cùOh
posision del periodo. Bene per amore di brevitii mi terrò dall' analizzarli,
sperando che i giovanetti desi- derosi d' apprendere vorranno farne analisi da
sè nel modo che è stato da noi insegnato e praticato. Digilized by Google *
Ssempio del Sublime oUenulo in Jbfift «lei ^andi ooaeetUi Proemio della
Congiura di Catilina descritta in latino da Cojo Crispo Sallustio, e voltala in
italiano da frate Bartolommeo da San Concordie, • X)mms homines^ qui sese
siudeni prtestat^e co^eris fli i t i wn itfciify fumine ofe nifi ékcett wum
HfeniiQ ne tramean^, veluii pecora, quùs natura prona aique ven- tri obedientia
finxit, Sed nostra omnis vis in animo et corpore sUa ut: ankni imperh* corporii
teruitio ma- gU ttfimnr. AUérum noè» oum Dm, allenm eum tid* luis commune est.
Quo mìhi rectius esse videtur ingenii quai(gi virium opibus gloriam quasrere^
et quQniam vita iput • qua firuM^mr^ hrévh cff , mett0riam nostri qwtm mamtme
hngam efficere, Nam iiHiMamtn. et farmte glo- ria fluxa atque fragilis est; virtus
darà (elernaque ha- betur, Sed diu ^na^nuiti inter mortalis certamen fuUy vim
corporif » m viHute anim re$ rnUUttm n^h prò- emteré$, Nam et, prtus quam
Intàpia9, eonmUo; et, ubi consuhieris, mature facto opus est. Ita ulrumque per
se indigens, allerum. alterèm aau;ttìo eyeL l§tiur iniiio re- gee inam in ferrh
nomen mpem U prmum fuk) éi- vern; pan mgenUm^ olii eerpus emteAemt «ftam tum
vita hoininum sine cupiditate agitabatur ; sua cmque saés placebant. Fostea
vero quam in Am Cf/nu , m Gnema Uttedesm^mk et ÀihemenHs ecepere urbet mlqne
natiónes subigere, lubidinem dominandi caussam belli ìiakere^ maxumam gloriam m
maxumo imperio putare; tum demum perieulo atque nego&e oomjMrfnm cft, tn
beilo fìurìmum ingenium posse, Quod H regum atque imperatorum animi virtus in
pace ita uti in bello va- — 187 — leret, oBqnMR^u mique eotMmlim $e$é re$
hummHB kaberent; neque aliud alio ferri, ncque mutavi ac mir sceri omnia
cernerei, Aoia imperìum faàle his ariibus refinelttf» qnibu$ òntio fortum eU,
Verum uU ffo lor bore desìdia, prò eontmentàa et ceqmiale lubido alque superbia
invaserCy fortuna simul cum moribus immuta' lur* Ila imperium semper ad optimum
quemque a minus bono iransferiur. Quas bomìnes arani, navtgant, mdifi- cani,
vhrluti onmia parenl. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno^ indocti,
incultique vi/am, siculi peregrimntu^ Iransegere; qmbiu^ profecto conira na-
iuram, corpus voluptati^ anima oneri fuiu Eorum ego vìlam mortemque juxta
cestumo, quoniam de utraque . siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere
atque frui anima videtur^ qm aìBquo negotio intenius piteobri faeinoris aut
artis bonas famam qumrU. Sed tu itM^iia copia verum aliud alii natura iter
ostendit, Pulchrum est bene facere reipublicce: eliam bene dicere haud absur-
dum est. pace vel bMo ektnm fiori Ucci: ti qui fé- eert^ et qui faeta tttorwn
seripeere^ m«/lt lauàanHtr: Ac mihi quidem^ tametsi haudquaquam par gloria se-
quaiur scripiorem et auciorem rerum, tamen in primie arduum videtur rm gestae
seribere: frìmnm^ quod faeea ^etis sunt excequanda; dehinc , quia plerique ,
quce de- lieta reprehenderis f malivolentia et invidia dieta pu- tant: ubi de
magna virtuie et gloria bonontm mmorei, quw sibi quisque faciWi faetm ptUal,
a^uo animo acéb^ pit; siipra ea, velati ficta, prò falsis ducit. Sed ego ado-
lescentulus initio sicuti plerique , studio ad rem]^tldkam latuM ftim» ìUquù
miftt aimsa madia fisera. Nam prò pudore, prò abstìneiuia, prò mrtute^ audacia,
largitio, avor ritia vigebant. Quce tametsi animus aspernabalur insolens
malaruni artium, tamen inier tanta vitia imbeciUa eeias Digitized by Google —
188 — ambilione corrupla tenehatur; ae me cum ah rcliquo- rum malìs moribus
dissenlirenif nihilo minu» honoris cupido eadem, qum easteroi, famm atftte
ìmMia vexa- bai, Ighut ubi anhnuM ex mulHs miseriis aiqtie pericu- li8
requievU, et mihi reliquam celatem a republica prò- cui habendam decrevi; non
futi eonsitium àecordia atque detidia bonùm otàum eoniereré: neque vero agrum
eo* lendOy QUI venando, servilibus ofjìcus intentum, (vtatem agere; sed a quo
inceplo studio me ambilio mala deti- nuerai^ eodem regressus sHiim rei gestas
pojvU romani mrpftm, ttf quceque memoria digna videhantur, perseH' bere: co
niagis quod mifii a xpe , metu , parùbus reipu- bliccef animus liber eral.
Igilur de Calilince conjuralio' ne, quam verissnme poterò , paueìs absolvam.
Ifam id faànus m prim» ego memorabile exisiumo , scelerìs ai- que periculi
novilale. Ve cujus hominis moribus panca prius explananda iun£» quam initium
narrandi faciam. e A tutti gli aomini , li quali si brigano di pili va* lere
che gli altri animali, si conviene con somnio stu- dio isforzare che egli non
trapassino questa vita io tal modo elle di loro, non sia detto elcuno bene;
siceome diviene delle bestie, le quali la natura ha formate in- chinate giù a
terra, e ubbidienti al desiderio di lor ventre. Ma ogni nostra vertU è posta
noli* animo e nel corpo: V animo per comandare, il eorpo per servire più
principalmente usiamo , e usar doverne. uno , cioè r animo, con li Dii ;
l'altro, cioè il corpo, colle bestie avemo comunale. Per la qnat cosa a me piii
diritto pare per istodio d' ingegno d* animo , 'che di forze di corpo,
addomandare gloria e cercare onore ; e in questo modo, per cagione che la vita
è briove , la memoria di noi distendere e' rallungare. Perciocchò Digitized by
Google - 189 — gloria e onore di ricchezza e di bellezza è mutevole e fragile,
la virtù è famosa e tesoro eternale. Ma di que- sto lue iuDgo tempo ixa gli
uomini grande questione: se per forza di corpo o per vertù di animo li fatti
caval- lereschi più e maggiormente andassono innanzi. Perchè anziché si
comincino i fatti è mestieri il buono censi- , gliamento, e poiché i} consiglio
è preso, si è sbrigaiji- mente mestieri il fatto : e coà e Fune e V altro,
insuf- ficiente per sé, Tuno dell* altro ha bisogno. Dunque al cominciamento i
re, perciocchò in terra questo fuc primo nome cU signoria, alcuni di loro
studiavano e adoperavano in loro e in lor gente lo ingegno, e al- cuni altri il
corpo. E infino a quel tempo senza avari- zia e desiderio vivevano, e le sue
cose propie a cia- scuno piaceauo e contentavano assai. Ma poiché in Asia il re
Giro, in Grecia li Lacedemoni e gli AteiMesi cominciarono a conquistare e
sottomettere cittadì e gente; e ad avere cagione di guerra e di battaglia la
grande voglia del signoreggiare; e a credere che som* ma gloria fosse in avere
grandissima signoria : allora finalmente per pericoli e altri fatti fu trovato
e veduto che in guerra e in battaglia molto puote e. vale inge- gno. £ se la
virtù dell'animo de' re e dei signori | co- me s' ingegna e si eforza di valere
nel tempo delle bri- glie, così facesse in tempo di pace, più chetamente e più
fermamente starebbono gli stati umani: nò non ve- dresti altro stato ad altri
andare , nè posi mutare nè mischiare tutte cose; perciocchò la signorìa
agevolmente si ritiene con quelle arti per le quali al cominciamento fu
acquistata. Ma poiché in luogo di affaticare viene la pigrizia , e in luogo di
contenenza e di drittura ven- gono i disordinati desiderj, lussuria e superbia;
allora la ventura insieme co' costumi si rimuta. £d in questo Digitized by
Google — 190 — modo la signoria va a ciascun ottimo, partendosi dal mea buono:
e quelle cose che gli altri uomini navigan- do, arando, edificando acquistano,
alfa virtìi sono tutte ubbidienti e soggette. Ma molti uomini dati al ventre,
al sonno, non savj e non composti, di questa vita tra- passarono siccome
pellegrini, de^ quali, poiché sono partiti, non si cura più. AN|uali uomini
centra natura il corpo fu a disordinato diletto, e V animo fu a carico: e io
lor vita e lor morte egualmente giudico e stimo, perocché deli' una e deir
altra si tace. Ma per vero que- gli a me finalmente pare che viva e die delF
animo goda, che ad alcuna operazione inteso di chiaro e famoso fatto, ovvero
d'arte buona d'animo, sua nominanza va cercando. Ma infra la grande molbitudine
delle cose la natura dà diverse vie ; e 1* uno é acconcio natural- mente ad una
cosa, e V altro air altra. Onde bella cosa é ben fare alla repubblica , cioè a
suo Comune. Eziandio ben dire non è laida né vile : ché in pace e in guerra
puote uomo diventare famoso : e quegli c' hanno fatto, e coloro che i lor fatti
scrissero, molto sono ragionevol- mente lodati. £ avvegnaché non egual gloria
si séguiti allo scrittore che al fattore delle cose, importante a me grande e
malagevole cosa pare le cose fatte scrivere : prima, perocché come sono sutili
fatti, così si conviene proseguitare, ed agguagliarli con parole e detti ;
appres- so, peroceliè molti quelle malfatte cose che tu ripren- derai pensano
detto per malivoglienza o per invidia : laddove di grande virtù e gloria de'
buoni parlerai, se dirai quelle cose che ciascuno agevolmente creda di poter
fare le somiglianti, udendole sta per contento; ma se dirai sopra a quelle , allora
reputa cose composte e non vere. Ora io assai garzone, al cominciamento, sic-
come molti altri fui levato dallo studio, e a* fatti del uiyui-n-G Ly Google —
191 — Cronrane mèiialo e poslo ; e quivi molte cose mi farono contra V animo ;
perocché per l' onestà e per gli com- posti atti, per la astinenza e per la
virtù era disordi- nato ardtflMito e allargamento di spendere e di donare y e
avarìzia : queste cose erano in me, e in me polensa aveaoo. Le qu^li cose
avvegnaché il mio animo schi- vasse e spregiasse I siccome usato e non
concorde- vole con quelle male arii^ nientemeno la tenera mia età corrotta per
desiderio d^ onore in quelle era occupata e distenuta. £ conciossiacosaché io
da' mali costumi d'altrui disoordasai e disconsentissi, importante quel
medesimo desiderio d* onore e di fama, e quella- mede- sima invidia, che
conturbava gli altri, conturbava e occupava me. Però quando V animo mio di
molle miserie e pericoli riposò, e io mi determinai V altra etade avere
dilungata da* fatti del Comune, non fti mio intendi^ mento il buon tempo del
riposo, che io preso avea, di guastarlo o consumarlo per negligenza o per
pigrizia4 nè eziandio intendendo a lavorio de' campi , ovvero k cacciagione, a
uecellagione^passare V età , occupandomi in operazione cos\ vile. Anzi allo
studio, dal quale, co- minciato, m' avea dipartito e ditenuto io disordinato
desiderio di onore, a quel medesimo io ritornando, dili- berai delle storio di
Roma scrivere, non per tutto, ma per parte, le cose, siccome ciascuna era di
memoria degna. E tanto più in ciò mi fermai, quanto io potea sicuramente dire,
sentendomi T animo lil)ero da spe- ranza e da paura, le quali due sono come due
parti ne' fatti del Comune. Adunque della congiurazione, cioè del trattamento e
del tradimento di Gatellina, tanto verissimamente quanto io più potrò , In
brievi parole riconterò; perciocché quel fatto io stimo e giudico in prima
ricordevole per novità di gran fallo e di perico- Digitized by Google — 192 —
loso. Dé' cmUxm del qaàle nomò no pooo rteoiHerò , in prima che io
cominciamento facci di mio dire. » Qaantt ailezia di filosofia, quaala
ma^fioeosa di concetti e di parole non è in questo proemio ! La natura dell'
uomo e degli umaai reggimenti vi, sono maestre- volmente dipiodi eoa |[r«vità
che sempre tieiie ai sublime» Sentenze poi elevate e piene di Gatonli^na se*
verità, colla grandezza della mente dello scrittore ti mostrano direi quasi in
iscorcio la grandezza dell' im- perio romano , e ie fondamenta iSuUe qnalt levò
tant' alto , e più da lungi il principio dèi decadimento e della riiina. Luogo
più sublime per potenti concetti forse indarno si oerca fuor di Sallustio, il
quale in questo genere di compressa e sentensiosa sublimili forse va innansi ad
ogni altro scrittore latino. Del volgarizzamento non par- lerò, e mi basti dire
ohe rado ci perde col testo, e se non lo avansa ci va sovente del pari* * ^ •
Ssempìo del Sublime otkei|uto in forza dell' afieito» Proemio del libro VI
delle Istiluiioni di Quinltliano, in cui de- plora la perdila dell'unico figliuolo
che gli era rittmto» Filium , cujus, prfcter Marcelli sui et Coesaris ipsius in
hoc opere conficiendo, utilitatem respexisset, mòrte interceptam esse dolet.
Hoec, Marcelle Ficfori, eo? fmi volunttiie masàme ingrcssus, lurti si qua ex
nobis ad juvenes bonos perve- nire possei ulilitaS t novissime pene eliam
neauàiUUe quor dam offieii delegali mìftt, eedulo Morabam^: reij^em» tamen
illam curam meco volupiaiis, qui filìo^ cujus emt- nens ingemum soUicUam quoque
parenùs dU'^enliaiu Digitized by Google — 108 — ■wrghiiiir» ìum oftìmtm frnim
tMctwm kmNiiimii$ vUèlmrf «1, fi m§, quad mquum et opèMU fttU^ fata
inlercepusent f prceceplore tamen patre uteretur. Al me forlum id agentem
diebus ac noctibuSf fulinaiUemque Mcm mem m&rtaUkUUf Um jiiMio prMmwUf mt
làbih rt$ mèi frwcHMM nd mmnm mimis, qu/am ùd me, perH' nerel. lllum enim, de
quo summa conceperam, et in quo $pmi unicam ienectutis mete repombamf repeiila
«tii- mre atUMh amim» Qmd .mme afiinf M ^uem ullra em$ Mnm itier, diii
reprebanàlmi, credami Wam tic forte accidit, ut eum quoque librum, quern de
caussis corrupte eloquenii» emUi^ .jam ecrìbere e^ggremu^ »- scm ferirer. Tmw
igkuir oftìmmm fmi^ imfexMm opus, et quidqu'td hoc est in me infelicium
literarunif su- per immaiwrum funue eoneumpturis viscera mea flammis hgkeret
neqm lume Imfiam vtmiMMi nmdt inn^fer curii feà^e. Qme emm mttl fcmM parali
ìgmeeiU: sì studere amplius possum? ac non oderit hanc animi mei firmiuuem,
<i qme inme eH alÀns imiu vocis ^ quam «I meàeem dece, emperetee cmmbm
mccrtmf nuUam 'terfQé deipieere proviffMttiiiii iMerf #i mmo auu, età taìnen
nihil objici^ msi quod vivam, potest: at ilio- rum certe^, quot utique mmeritoe
more acerba damna- vk: creplm mtftt firiiit eorumdem mairCf qmm imdum expleto
ostatte nndemteàme anm duo$ enixa fHìos, quam- vis Qcerbìssimis rapta folti j
feìix decessit. Ego vel hoc mo malo sic eram agUeim^ ta me jam nuUa fmrtma
poaet effkere fdieem. Num eum cmd Mrlaite, qiug m feminas cadit, functa
imanabilem attulit marito dola» rem: tum astate ea paellari^ prasserlàm mece
comparata, paieel el ipea munerari-nUer vulnera- wMkak: ei, quod nefae erai, wm
{eed c pla ha i ipsa), -tiM-Mbo» fiMuriiiias cruciatus prascipiti via effugit.
Liberis tamen supentiti- i3 uiyui-n-G Ly Google 104 — bus obUcéakmr^ MUà fUim
wàmr ^m t i tm egnmm m- tttim, ni m ntiBr ager&m^ frìùr tkenm tr Amokiu
ttmi lumen. Non sum ambiliostis in malis, nec augere lacry» marum caunas, volo:
ulmamque esset rano mmuendL Sed di$iimulwrt qm poMicm, quid iUi yaiim m mAm»
qmd jucirncKlAlit In $armone, quoi ingeàn ègmmihit quam prwslanliam placidce,
el (quod scio vìx posse credi lanlum) alice menù$ oUenderei? qualis amorem
qukum' qu€ ofiefiNt imfan$ merenimt. JUmi vmto iitriiiianlti» qm me voMìm
eruótaret, forhOHB fuii, ut iUe mUà Man- dissimus, me suis nutricibus^ me avias
educanti, me om- 4Ùbu$, qui BoUUUne' soUu iUoi wlaUÈf mUeferreL Qmar propier UH
dohri, quem ^» maire <iplmMi, aiqu» kiadè» 4)mnem supergressa, pauco» ante
menses coeperam, gra- tular, Mirxui enim est, quod fiendum meo nomine, quam
qMod tUitft gamdmd$m eti. Una peti h&ge OìàtUàtUmi -mei spe oc viÀnpimte
«tleior ; d poserai sufficere «oblio. JVon enim flosculos, sicut prior , sed
jam decimum aslatis ingrmui anuum^ ccrioi alqua deformaioi frucius ostm- deroL
Jiiffli p$t. mala nm^ per mfeliaam eaMdoiliam« pet iUoB manes, mnnùna doloftt
m«t, km wu m ìBo 9h disse virtutes ingenti ^ non modo ad percipiendas disci-
plinai, quo mhU pnetiauéiuB cogmm, pbuima expaum^ fl urfì if u e jwn .uam nm
ùimed {sdimi prmtplorer), «erf prohilalis, pielalis, humanitatis, lìberalìlalis
, ut pror- sus posaii hinc esse tanti fulmmis melus, quod obierva- imm fera
atkrìm oaàden fiuHnakun mamrkatm: et t$n nemm quam, qum spm UuUai daeerpat ,
hvUimn: ne videlicei ultra, quam homini dalum est, nostra prn- vehantur. Eliam
iUa foriuita uderaM omma, vocìi jii- etmdiiM dmiiAffiie, ora amviuta, of tu
àir^temmqm lingua, iamqmm ud mm 'émmm mim enei, esFpm m proprielas omnium
Ulerarum, Sed ìuec spei adkut:: iUa Digitized by Google — 195 — WHjcn,
emutminmt j^istrifot » eonfra dobrc» arim» nuiuB rohtr, Màm fu^ iib ammo, qua
miikorum atf- miratione, mensìum odo valeludinein tulli ? ut me in supremii
consokuus est ? qum etìam deficit » jamque non noiteTj iptum Uhm atìenaue
mentis enorem àrea solai litteras hahuit f Tuotne erjo^ o mete spes inanes,
kifenèes oculos, luiim fugienlem spirilum vidi? Tuum eorpm frigidim exangue
compkxus^ ommt^m redpgrei amramqm oomnmnm hmrke ampHw potiti? ^^im ftif
omciaffòtif, qme fero, diqnm ine eogilationilms. Tene consulari nuper adoplione
ad omnium . $pes /ioao* rum pairis aémoUmf ie .avuneulo praséori generumish
etìnatum^ ie omnmm epe nitìeee deq^untke eendiiatumf supersles parens larìiiim
ad poenas, amisi? El, si non cupido lucis, cerU patienlia vindUcei le r^liqua
ceta" te* Ifam fruom moto omma ai erìemi forumae rdegn* mne. Nemo, nid enm
enlpa, din. doki. Sei viemmSf et aliqua vivendi ratio qucerenda est:
credendumque doc- tissimis hominibus , qui unicum advenortm soUnium
Ikteras'pwemferunt. Si quamde tnmen itn retederit- prte- tene ìmpetue^ ut aUqua
tot luelèhm nUa «olimpo éneerì possity non ìnjuste petierim marce veniam, Quis
enim dilaia studia miretur^ quee palius non abrnpta esse mi* ranésM est ? Tum^
si fsa nmiif fuerint ^fsekt tir, qmes levitis adfiuc afflicli cosperamus^
imperitice aut fortunw remittaniur: quce^ si quid me^^oerium aUoqui in nostro
ingenìo tMum fms^ ut non erlmMrti, debuttanti fa- iiMii. Sed vsl propter hoe
noe eensuntadus erigstmuSf fuod Ulum ut perferre nobis dijjiciie est , ita
facile con- temnere. Nihil enim M advereus me reUqmi, etf infe- Beem quidem^
sed e&ttissimmn uesun^ aitedèt mshi e» hit malh secufttatem. Ami unum
esmmdm noetrum laborem vel propter hoc <equum est, quod in nuUum jam
Digitized by Google — 196 — pr&pfhm man» perMeramut , ud mMiit km emm mà
alienas uiHiiatei {si modo qiM «fiie ffrlMmiu) speeiau No8 miseri^ ikut
facuUaiis patrìmonii nostri^ ita hoc opu$ QÌHt prmpaitabammf alm nUqumUi. c
Dopo avere iatrapresa quest' opera specialmente per secondare il tuo genio,
Marcello Vittorio, ed anche per fare ai giovani dabbene quel giovamento cèe io
potessi, ultimamente veggendomi anche in certo modo necessitato dal carico
impostomi, m'affaticava attorno ad esM con applicazione, non perdendo però di
vista quel pensiero eb© era V oggetto del mio piacere, Ab slimava che la
miglior parte dell' eredità che al mio fìglittolo (il cui eminente ingegno
meritava anche la sol- lecita attensione del padre) potessi lasciare, ftaae
'que- sta , che se la morte , come etato sarebbe giusto e desi- derabile per me
, m' avesse sorpreso , ei non lasciasse d* aver ancor per maestro il suo padre.
» Ma, mentreobè a CIÒ io attendea gionio e notte, ed affretta vami per timore
d' essere còlto dalla morte, la fortuna m'ha d'improvviso talmente diserto, che
il frutto della mia fatica a niuno può toccar meno che a me. Pereiocilièi
raddof)f>iaodo8i, la ferita dMl'«rbi4k, quel figliuolo perdetti, di cui
concetta avea altissima idea, e in cui l' unica speranza di mia vecchiezza
rìpo- nea. Che cosa ora farò? o a obe crederi io d'esser buono d* or innanu,
poiché gli Dei mi riprovano? . ..^ » Imperocché anche quando presi a con^porre
il libro che diedi in luce sopra le cagioni della corruzione Ml'^hquemn, per
mala ventura accadde d' essere d' ua colpo simile a questo percoiso. Allora
dunque sarebbe stato meglio che avessi nelle i\amme di quel Digitized by Google
— 197 — rogQf acceso sì iircinaliifanente per cónèumare le vi^ soere mie,
gettata qaeUMalaoflta opera, é tutta questa sventurata letteratura ch'io possa
avere /senza affati- care ancora eoa novelle cure quest' empia lunghezza di
yita. Perciocché qua! buon |>adre potrà perdonarmi, ae ho II coraggio d^
occuparmi ancor nello studio? e non detesterà la fermezza dell' animo mio , se
io fo altro uso della mia voce che per lagnarmi degli Dei che m' han fallo
sopravvivere^ a tutti i miei, e per dioinarare che non e' è Provvidenza che
vegli §ul1e cose di quaggiù? se non per la mia sventura, cui non si può però
rin- facciar altro, se non che duro ancor in vita ; almeno per ia sventura di
quelli che contro ogni merito loro m'ha acerba morte involati; essendomi prima
stata rapita la lor madre, la quale dopo aver messi al mondo due figliuoli, non
avendo ancora diciannove anni com- piuti, bencfaò da morte acerbissmia rapita,
partì però avventurata da questa vita , e , cfé che era ingiusto , cru- dele
(ma il bramava ella stessa) per aver lasciato me in vita , a grandissimi
tormenti per precipitosa via si sottrasse. Io per questo infortunio anche solo
era'rimaso talmente afflitto , che ninna ventura mi potea più render felice. Perciocché
, oltreché per aver praticata ogni virtCì che a femmina si conviene, un
inconsolabile dolore ca- gionò al marito ; per emre morta in una etè sì fandnl-
lesca, specialmente in paragone della mia, si può no- verar anch' essa tra le
trafitture che cagiona il rimaner privo de* figliuoli. » Io nondimeno mi
oonsoiava co' figliuoli che erano dopo lei rimasi. Il figlio minore, dopo avere
compiuti cinque anni, acciocché continuassi a vivere tra le di- sgrazie, fu il
primo a cavarmi 1* uno dèi due occhi, lo non sono ambiziosor nelle sciagmre, uè
voglio le cagioni I — 1QS — aeereicere del lagrioiaro (piaoeflfle afisi al
cMoche oi fMBeiBodo di^diminulrle); ma come dissìiDalar .potao qual grazia egli
avesse nel sembiante , qual gentilezza nel parlare, quai faville ingegno
mostrasse, e quale ecoeìleiìta di oa* ankoa tranquilla, e (ciò ohe so eteoe
appena credibile in una tal etè) df uti* anima elèvala? un tal fanciullo, di
qualunque altro fosse stato, sarebbe slato degno d' amore. » Ma lift tratta
dairifiisidiatrioe fortuDay per tormen- tarmi più crudamente , fu , ch'egli
mostrandosi pili ca- rezzante con me che con ogni altro, me alle sue nutri- ci,
me air avola cbe avea cura di lui, me a tutte le per- sone che colle
careisaalletlar sogliono queir età, prefe- riva. Per la qual cosa quel dolore
ringrazio, che pochi mesi avanti ebbi a provare per la morte della sua ottima
madre, e che lodar non si può quanto merita: percioc- ché meno c'ò da piangere
per rigumlo alio y di qilel ohe ci sia da rallegrarsi per riguardo suo. f. »
Restavami dopo queste sciagure il mio Quintilia- no ^ oh' era tutta la mia
speranza e T unica mia delizia; e veramente ei pdtea biuitare
peMuia-coBaoheione* Im-* perciocché non fiori, slocoree il primo, ma 'entrato
già nell'anno decimo dell' età sua, mostrava frutti formati, dei quali era
sicura la rapcolta. Giuro per le mie scia- gure, pel d(riorosQ.te8timomodi mia
coscieitaa,. per quei Mani che sono gV idoli del mio dolore, d' aver veduto in
lui tali virtù d' ingegno, non solamente per apprendere le scienze, del quale
non ne conobbi alcono più eccel- lente con. tutta l'euperieflUa che 'ho,
edlstudie sin al- lora non isforzato (i suoi maestri il sanno], ma di pro-
bità, di rispetto, d' umanità, di cortesia, che certamente ^'può per
quesU^-temere un A- gran colpo di fulmine,
chè'siikoiidiaarìaraciijte-'esaervatfifehe tutto oii che ^u- Digitized by
Google glie si presto a maturità, più presto finisce; e che regna una segreta
invidia la qurie portasi yia si belle speran- se, per impedire appunto che le
nostre cose non si sol- levino al di sopra dei confini che all' uomo sono
prescrit- ti» £gii avea altresì tutti i vantaggi che dà il caso, un SQono di
Tooe piacevole e chiaro, una flsonomia amabi- le, e in quel delle dite lingue
tu vuoi, un pronunziare scolpito di tutte le lettere, come se nato fosse unica-
mente per quella. » Ma queste non erane ancora se non preparasioai per r
avvenire: erano ben più rilevanti le>ae virtù della costanza, della gravith,
e della fortezza eziandio con cui stavasi saldo centro i timori ed i dolori.
Peroc- ché, oh oen q«al coraggio, con quale stupore de' medici sopportò egli
una malattia di otto mesi ! oh come negli ultimi momenti di sua vita mi consolò
egli stesso ! oh cerne anche in sul mancare, e, non essmido ornai più di questo
monde, in quelle stesso vaaeggier die iacea , avea sempre la mente occupata
soltanto negli sliidjl Ho io dun^ que (o mie vane speranze !) veduto venir mono
i tuoi oc- chi, e il tuo spirito Aiggire? Tenendo tra le mie braccia il tuo
fredde corpo esangue, ho potuto ancora ripigliar fiato e respirar la comune
aura vitale? merito io bene questi tormenti che soffro, merito ben questi
tristi pen- sieri, le dunque, che per essere poc' anzi stato da un console
adottato, potevi sperar di succedere e tutti gli onori del padre; te, che eri
già da un pretore tuo ma- terno zio per suo genero destinato, te, che tutti
spera- ' vano di vedere aspirare al vanto dell' attica dcquenea, ho io perduto;
ó padre sopravvivo a te solamente pér patire? E se non ti vendica il niun desiderio
che ho di vivere, ti vendicherei almeno la miseria che soffrirò nel restante di
mia vita; percioochò invano noi imputiamo uiyui-n-G Ly Google - 200 — tutti i
raali alla fortuna. Niuno è lungamente inOelice , se non per sua colpa. » ila
noi vìviamo, ed èjùene ohe qoalohe oocupa- zione cerchiamo in cui impiegare la
vita: e convien cre- dere ai più dotti uomini che hanno riguardate le lettere
come l'imioo sollievo nelle avversità. Se mai però il do- lore che al presente
m'opprime, in modo si oalmer^, che fra tante afflizioni possa aver luogo
qualche altro pensiero, non senza ragione domanderò perdono del mio ritardo. Di
fatto obi si stupirà che sieoo siali differiti gli siodj, i quali è anzi da
stupirsi cbe siali non sieno interamente abbandonati? Inoltre se qualche cosa
sarà meno compiuta di quelle che avevam cominciato, quando eravamo ancor meno
afflitti, se ne dia la colpa alla mia insufficiensa, o alla mia rea fortuna; la
quale se io avea per avventura un ingegno punto capace a qual- che cosa, benché
non V abbia spento, l' ha però indebo- lito. Ma alnoten per questo riflesso,
facciamo! piùoali* natamente coraggio, che, siccome ci riesce diflieile il
sopportarla, così ne è facile il dispreizarla, perciocché ella non si ha
lasciata cosa con cui nuocermi ancora, e ha dopo questi mali recala un'
inCaliee si, ma porò certissima sicurezza. » Del resto son sicuro che in buona
parte sarà presa la mia fatica, almeno per questo rispetto, che non la
proseguiamo più per alcun nostro interesse particola- re; ma tutta questa cura,
come utile agli estranei (se • pure è punto utile ciò che scriviamo) , è tutta
per gli estranei. Noi meschini, siccome le facoltà del nostro pa- trimonio,
cosi quest' opera abbiamo preparalo per §^i unì, e lasceremo tutto agli altri.
» a {VolgarùunmmUo di Jacopo Gùriglio.) uiyui-n-G Ly Google — MI — Luogo più
eloquente e più delicato di queslo non ho mémoria d' avere lelto mai. Un padre
che perduta la moglie e Futi fi^iuolo ai dh lutto alla cura delFunioo che gli
avanza, e in che tutte ha riposte le speranze sue; che sul meglio sei vede
rapire, e tornar vane le sue fatidie: un padre ohe sulla tomba dell'amor suo
perduto depone le sudale fatiche della sua mente , e la* montando la trista sua
fortuna quasi cerca rincuorarsi riandando tutte ad una ad una le sue miserie^
non può parlare pih teneramente , più lagrimevolmente di quello che qui fa
Quintiliano. Osservisi quanto sono naturali i concetti, come spontaneo e
naturalissimo l'uso delle figure. A me sembra che a dimostrare V affettuosa su-
blimità di questo luogo non faccia di mestieri usarvi V analisi; ma interrogare
il proprio cuore. E s'io al cuor mio mi appello, ne sento tutta la pietà e la
bellezza che lo rende sublime; nè dubito che vi sia persona sk sel- vaggia e
dura ohe noi aenta con me. La traduzione è facile , piana , fedele , ma forse
meno affettuosa, perchè alquanto fredda. Tuttavia ha di bei pregi nella sua
elegante semplicità. Xfmnpio d*l Soblame otteooio per !• ISgore* Siordio e
propoifstofié della predica del padre Paolo Segneri eoniro la nuda Politica. *
Expedit ni OBMt morìatur homo prò popolo. JOKAM., 11. ÓO. E fìa dunque
spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli ocmsi^il Oh frenetiei
consiglieri l Al- * n Golonbo nella seeoadi dille tee taioM Mito ito^^ dé «se eolla
Amila dice mi di qveilo etordk: c Qui voi fedete adope- » fate e
l'iatanogaiioDe, e Teielamiilone» e Ismatafoit» e la si* Digitized by — 202 —
lora io voglio che voi torniate a parlarmi, quando, co- perte tutte le vostre
campagiìe d' arme e d' armati, ve- drate V aquile romaDe far nido d' inioraó
alla voalre ramra, ad appena quivi posate- agusiar gli arligU ed av« ventarsi
alla preda : quando udirete alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi
ficchi di frombole e di $ae^-. te^ oanfiiaa grida di iariii e di moriboodi^
allora io vo* glie ohe aappiaie ri^KMidere, se ^ -aapedienie. BaopédU? E
oserete dir expedit^ allora quando voi mirerete correre il sangue a rivi ed
alzarsi Ja strage a monti? Quando ro- vinasi vi BiaiiebBraano sotto i piè gli
editisg? Quando svenato vi.laDgenranDO ìnnansi agli occhi le spose? Quando,
ovunque volgiate stupido il guardo, vi scor- gerete imperversare la crudeltè»
signoreggiare il furo- re, regnar la morte? ahi non dittano, gik $agfedit, que*
bambini die saran pascolo alle lor madri affamate: noi diranno quei giovani che
andranno a trenta per soldo venduti schiavi : noi diranno quei vecoh* che
pende^ » necdocbe, e ripotiposi, e V enunusmione, e la ripelizioDe: voi » le
vedete succedersi i' una air altra , anzi intrecciarsi e mesco- » larsi , e non
formar più tulle insieme se non una sola figura. » Questo linguaggio sì
straordinario non dee dall'oratore tenersi )> fuor che nel colmo
dell'entusiasmo, quando la fantasia somma- » mente agitata dalla viva
apprensione di casi gravi, funesti, alro- )> ci, compassionevoli, lo
coinmove al maggior segno, eccita in lui » le più gagliarde passioni , e lo
ir;ie quasi fuori di se. Il parlare a >) questa foggia in altre occasioni,
demenza sarebbe, non arte, lo » non mi saprei dove rinvenire in alcun altro de'
nostri oratori un » tratto di eloquenza sì pien di calore e d' iuìpeto e di
energia, e » condotto con tanto e così Ono artilizio: e ad ogni modo non ose- »
rei proporlovi siccome cosa da invaghirvene e lenlar d'imitare. » Le commozioni
, che destansi con arti di tal falla, soglion esser » grandi, ma passeggiera: e
li finé principale deiroralore deV es- >iKT quello di lasciare negUaniaii
dagli «dilori «m4 imafaisiool Digitized by Google ranno a cinquecento per
giorno oonfiUi in croce. Eh, obo non «cqMitt, infelioi; no^ cba non escpeiU.
Noa ex- pedU uè al sanluario che rimarrà proCnial» da abboni* ne voli laidezze,
nè al tempio che cadrh divampato da formidabile incendio, nè ali' aitare dove
uomini e donne si scanneranno in cambio di agnelli e di tori. Non ex- pedit
alla Prdbatica , che vuoterassi d* acqua per correr sangue: non eocpedit all'
Olivete, che diserterassi di tron- chi per apprestare patiboli: non expedii al
sacerdozio, che perderà T autorità ; non al regno, ohe perderà la giurisdizione
; non agft oracoli, che perderan la favella; non a' profeti, che perderan le
rivelazioni ; non alla leg- ' gè» che qua! esangue- cadavere rimarrà sanità
spirilo, aensa forza t senza seguilo, senaa onore, seiuia comanr do; nè potrà
vantar più i suoi riti, nè potrà più salvare i suoi professori. Mercecchè Dio
vive in cielo, alBne di ornare e confondere tutti quelli i quali più credono ad
una maliziosa ragion di stato, che a tutte le ragiom sincere della giustizia ;
ed indi vude con memorabile esempio far manifesto, che non est sapientia, non
est prudentia, non est coìisilitm cantra Domiaum, (Prov., 84, 30.) Ecco: fu
risoluto di uccider Cristo, pen^ i Bo- mani non diventasser padroni di
Gerosolima ; e diven- tarono i Romani padroni di Gerosolima , perchè fu riso-
luto di uccider Cristo. Tanto è facile al Cielo di trasfor^ mare questi malvagi
consigli, e mostrare come quella politica che si fonda non ne' dettami delF
onestà, ma nelle suggestioni dell' interesse, è un' arie, quanto per- versa,
altrettanto inutile ; e ;la quale anzi, in cambio di stabilire i principati,
gli estermina ; in cami})ÌQ di arric* chir le famiglie, le impoverisce; in
cambio di felicitare r uomo, ii distrugge. Questa rilevantissima verità vo-
gl'io per tanto questa mattina studiarmi di far palese Digitized by Google per
pubblico beneficio, provaado che noa è mai utile quello^ che non è onesto ;
onde nessnnò si dra follemente a credere, cbo per eméte felice gior! eséer
empio. (Predica XXXllI.) Zsemplo del Sublime ottenuto da ardita eloquensa» M
C$p. 4$ idie Frrertà ooalMa « Eudossia per non aTcre chi alla sua ambizione e
cnpldtlè tenesse la brìglia corta, ciò che feceva Cri- sostomo, vinta r
innocenza con la forza, il ricacciò per mano altrui di Costantinopoli in
esìlio. Partissene egli per non averd mai piti a tornar vivo, e portò seco il
cnere e^l' allegrezsa di tntti, che senza lui, come privi del sole, in una
densa malinconia rimasero. Sola F ere- sia d'Ario, sola T invidia degli empj si
vide far festa, mentre la religione, e con essa il coro di tutte le virtti
inconsolabilmente piangevano. Dove egli passava, a guisa d' un fiume in cui
corrono a mettere tutti i rivi delle acque dintorno, venivano a lu ipopoli
intieri a vedere quel secondo Paolo incatenato, quel gran mira- . colo dell'Oriente,
e a baciar le sue catene, e a conso- lare con un comune compianto le sue
miserie. Benché anzi egli era quegli che consolava tutti, e, nel pubblico
dolore allegro, andava più in trionfo che in bando. Fra gli altri che per sua
cagione acerbamente si dolsero, fu un santo vescovo per nome Ciriaco, che
obbligato alla cura della sua gre^a, né potendo partirsene, gli mandò in una
lettera il cuore: e vi si vedeano più le cancella- ture delle lagrime che i
caratteri dell' inchiostro. Cri- sostomo, impetrata ad una mano la libertà
delle sue catene, consolò lo afflittissimo amico con una risposta di questo
tenore. Digitized by Google - CUriaoo, questa è la prìma Tolta, ohe io posso
do* ' lomi dt Toi, mentre veggo che voi tanto vi dolete per me, e senza volerlo
amareggiate le mie allegrezze col vostro pianto I e intorbidate il mio sereno
coi vostro do- lore. L* amore che mi portate mostrar che non mi ama-» te:
altrimeatt non vi dorreste di' veAermi rapito da un turbine che mi solleva , e
porla per la strada d' Elia al cielo. Voi cominciate ora a lagnarvi del mio
esilio, ma io tanto tempo è che lo piangOi quanti anni sono cdie io vivo.
Dacché seppi òhé il cielo è la mia patria, lo chiamai sempre tutta la terra un
esilio, e dovunque mi fossi , mi tenni per isbandito. Tanto è lontano dal Pa-
radiso Costantinopoli d'onde mi cacciano, quanto il de- serto dove mi mandano.
Io non ho avuto mai il piè stabile sopra la terra , perchè non ho mai trovato
nulla di stabile in terra. Quindi, come chi sta sotto le rovi- ne, e sopra i
precipisj, son sempre ito fuggendo, e cer- cando in tanti pericoK sioureiza. Mi
cacciano di Costan- tinopoli: oh! mi cacciassero di tutta la terra: mi
cacciassero da me stesso: perchè temo ancora me stes- so; e il mio spirito da
queste roviuose membra, da cui rimarrà con la morte oppresso, vorrebbe una
volta fuggirsi. Voi ancora temete che neir esilio m' uccidano. Ciriaco, voi
temete ohe ad un fuggitivo ^pran le porte, e diano la liberth. Che mi faranno?
Mi crocifiggeranno? Ed io su la scala d' una croce salirò in due passi al
cielo. M' abbrucieranno? Volerò su l'ali di quelle fiam- me alla mia sfera.
affogheranno in mare? Troverò in quelle acque il mio porto. Mi gitteranno alle
fiere? Quanto maggiori mi faranno gli squarci , tanto più . ampie mi apriranno
le porte alio spirito bramoso di li- bertò. Mi troncheranno la testa?
Toglieranno te un sol colpo la testa a tutti i miei nemici, che ho dentro me
slesao. Povertà che mi spoglia, infermità che mi tor- neata, disdnor oba
mMnfiiinai afilisioiii ehe iii o)iprt« mono, tutti questi miei nemiei morranno
con me, ed io morrò ad essi , ma non con essi. A mille naufragj un porto, a
mille nodi un taglio, a milie ceppi uoa chia- ve, A mille laberinti un filo, a
mille morti iia sol ri- medio: per non mai piti morire,* morire una voha. In
fine consolatevi meco, e rallegratevi, in vedendo, che obi tanti anni ha che
fugge dal mondo, ha dietro, con nome di ecUati^^veemeotiesimi aiimulaton die ^i
al^ frettaoo il passo , perobè più presto giunga- eolà , d'onde altra pena maggiore
egli non prova che vedersi lon- tano. » • ■ Io credo che a mostrare come si
sublimano le scritture per ardita eleganza niun altro luogo classico giovi.
piti di questo. Che enfasi^ che intreccio di figo- re, ohe fona d'aiitilesi e
di gìradaskme ! I modir sono non solo esprimenti , ma calzanti , ecolpiti , e
di tanta eiScacia sul T animo, che non è lettore sì freddo che al
leggere.queala leiiiera non 61 soaldie non s'infiammi^ Vogliamo però av.Ya9titi
i giovani che ee il sublime ehe si ottiene per arditezza d' eleganza è di molto
potente a rapire gli animi e ad infiammarli, è però di 4UoUo pe- ricoloso, e
sovente chi ne va in traccia oi cade prima d'ottenerlo.. Digitized by Google —
207 — Ma&mpiù del SubUmo olteanlo per elavala «oniponiSoM il. Giovanni della
Cnta ntlV esordio della prima ora%ifMe a Carlo V imperalore. « Siccome
noi:Yflggt«n)o interveuire alcuna volU; Saora Maaiià^ ohe quando o conetai o
alira nuova loee è' apparita aril'aria, U più delle feiUi rivolte al cielo
mirano colà dove quel maraviglioso lume risplen- de, così avviene ora del
vostro splendore e di voi; per* oiooefaè laiU uomini ed ogtii popolo, e
oiascona parte deUa terra risguardft vorao di voi solo. Nè eroda Vostra Maeslh,
che i presenti Grecie noi Italiani ed alcune al- tre nazioni dopo lauti e tanti
secoli si vantino ancora e si raUegriao della momorìa de' vidorosi autiohi
pria- -cipl loro; ed alibiamo ift faooea pur Dario e Ciro e Serse e Milziade e
Pericle e Filippo e Pietro ed Alessandro e Maroeiie e Scipione e Mario e Cesare
e Catone e Metel- lo; e qiaesta etk non a gforìi e non sì dia.vauto di aver voi
vivo e presente: arn» se ne esalta, e vìvene lieta e superba. Per la qual cosa
io son certissimo, che essendo Voi locato in &ì alta e sì riguardevole
parte, ottima- mente ooómoete, ohe al irostro aliissino grado m oon- viene ohe
ciascun vostro pensiero ed ogni vostra azione sfa non solamente legìttima e
buona, ma insieme an- cora lodabile e generosa; e che ciò che procede da voi,
-sia non eoiament» lecito e eenoednto, ed approvato, ma magnanimo insieme, e
commendato, ed ammirato. Conciossiachè la vostra vita, e i vostri costumi, e le
vostre maniere, e tatti i vostri preteriti e presenti latti siano non aolamenle
atleai e mnaii, ma ancora rac- colti e scritti e diffusamente narrati da molti;
sicché non gli uomini soli di questo secolo, ma quelli che na- uiyui-n-G Ly
Google — 208 — , sceraniao dopo noi, e qaelli che saranno nelle fatare età e
nella lunghezza e neir eternità del tempo avveni- re, udiranno le opere vostre
e tutte ad una ad una le $aperanno; e, come io spero, le approveranno tutte
siccome dritte e pura e chiare e grandi e meraviglio- se: e quanto il valore e
la virtù fìa cara agli uomini ed in prezzo, tanto fìa il nome di Vostra Maestà
som- mamente lodato e venerato» Vera cosa è, <te malti sono i quali non
lodano cotA pienamente, ch'ella ritenga Pia- cenza, come essi sono costretti di
commendare ogni cosa che infioo a quel dì era stata fatta da voi. £ quantunque
assai diiaro indiiio possa essm a deaciuio che quest'opera è giusta , poicM
ella h vostra, e da voi operata; nondimeno, perocché ella nella sua apparen-
za, e quasi nella corteccia di inori non si conià colle altre vostre asiani,
molti sono coloro, che non la rico- noscono e non l'accettano per vostro fatto ;
non contenti che ciò che ha da voi origine si possa a buona equità difendere,
ma desiderosi ohe ogni vostra operaaione si convenga a forca lodare. E
veramente se io non sono ingannato, coloro che così gtiidicano, quantunque
eglino forse in ciò si dipartano dalia ragione, nondimeno lar- gamente meritano
per dano da Vostra Maestà, permoc- chè se essi attendono e ricercano da lei, e
fra le ric- chezze della sua chiarissima gloria, oro finissimo e senza mistura;
ed ogni altra materia, quantunque no- bile e preziosa, riiotano da voi; 1a
colpa è pure di Vo- stra Biaestà, che avete avveasi ed abituati gli animi
nostri a pura e fina magnanimità per sì lungo e si con- tinuo spazio. Perocché
se quello che si accetterebbe da altri per buono e per fe|^ltiao, ^ voi si
.xifiuia; e non come non buono, ma cene non vostro; e non co- me scarso, ma
come non viuìtaggiato non si riceve; e Digitized by Google — 209 — perchè voi
lo scambiate, vi si rende: ciò non si dee at- tribuire a biasimo de' presenti
vostri fatti, ma è laude delle vostre preterite asioni. £ quantunque V aver Vo-
stra Maestà, non dico tolta, ma accettata Piacenza, si debba forse in sè
approvare; nondimeno, perciocché questo fatto verso di voi, e con altre
chiarissime opere comparato, per rispetto a quelle molto men riluce, e molto
men risplende, esso non è da' servidori di vostra Maestà, come io dissi,
volentier ricevuto, nè lietamente collocato nel patrimonio delle vostre divine
laudi. £ ve- ramente egli pare da temer forse che questo atto possa recare al
nome di Vostra Maestà, se non tenebre, al- meno alcuna ombra , per molte
ragioni: le quali io priego Vostra Maesthi che le piaccia di udire da me di-
ligentemente , non mirando quale io sono^ ma ciò ehe io dico. » Quante volte io
mi fo a rileggere questo esordio e tante a quel maestoso ed elevato andamento
del pe- riodo mi pare cosa nobilissima e veramente sublime. E se in altri fa
effetto eguale che in me quella maestosa gravità, non dubiterei affermare che
ci richiama col . pensiero ai tempi gloriosi della romana eloquenia. Di- ranno
alcuni che le orazioni di Monsignor della Casa alcuna volta patiscono di
freddo, e sentono del misu- rato, e forse in tutto non diranno male; ma ove
esse si scaldano un poco, gareggiano con quelle stesse più grandi di Tullio. D.
In quali vizj s' incontra cercando di ^limare io stUe ? R. Come per cinque vie
si ottiene di condurre a sublimità lo stile, così per cinque si porta a vizio.
4^ Rafiìnando troppo i concetti, forzando le sentenze, e traendo fuor del
verismile le immaginasìoni. Pro- li uiyui-n-G Ly Google — 210 — laogjaado V
afibUa e' loglìindogli wrììk «cni arte troppo scoperta. 3" 0 spesseggiando
senza discrezione nelle figure» ovvero U3dudo modi mal acconci, di troppo
ppr^ereionati, e tratti soverchiameote di lontano: 4^ Mostrando troppo
artificio nelle araionie, e sacrìfi-^ eando all' armonia i concetti. Collocando
con sover- chio arte le parole, e rendendo aspro ed intralciato il ooatmtto. E
riguardo al prime tìzio a collo raffinare soverchio ti porta, che è
l'affettazione e ia stranezza, {Quintiliano ne avverte, che pUrique nimis etiam
inven- thmcf^ gamdmt, qtks wàsciMm vititm habent, invmtm fdcie ingenii
blamdiuntur. <r I più troppo anche si piac- ciono di certe invenzioncelle
che esaminate hanno in *sè Visio, appena trovate hanno faccia d'ingegnose. »
Uditene un esempio nel BartoK< Assomiglia egli il* mare in tempesta ad un
furioso, e dice cos^ : Comeun furioso, che seioUo dalla catena , smania , e si
dibatte, ed imper- tmm, e vMigghia, e »i iieva ìUto, e eorrB, e awmUa, e ixé$y
é ekmm mniéro dks mmM tembpa enere un paizo intero. Chi non vede 1'
affettazione e la stranezza, che è neir ultimo concetto? 2° Per eguale maniera
si dh nel^ freddo e nel poerile volendo prolungare oltpe il debito, é con arte
eeeesiSva far più seirtita la f^asetom». Sappiamo che le passioni quanto più
sono violente , tanto più SODO brevi, e però ohi le porta fuori della naturale
misara, ne perde ogni buon eflfetto. Vedetelo in questo ln<^ del Tasso.
(Can. XII, stanza M.) Giunlo alla tomba, ove al suo spino yìto Dolorosa
prfgione il €Ìel prescrisse, , , Pallido, freddo, maio» e quasi privo Di
mOTimento, al marmo gli ocelli afl^ssQ. AIfln sgorgando un lagrlmoso rÌTo , '
ia wi lanflpsiide oimè proroppe , e disse: ' Digitized by Google — su - 0 sasso
amato ed onorato tanto; Che dcnLro hai le mie fiamme > e fuori il piaoLOy
Non di morte sei tu , ma di vivaci Ceneri albergo, ove è riposto Amore; E ben
sento io da te le usal(» faci , Men dolci sì ma non men calde al core : Deh!
prendi i miei sospiri , e questi baci Prendi eh' io bagno di doglioso amore; E
dalli tu , poiclì' io non posso, almeno All'amale reliquie eh' bai nel seno.
Dàlli lor tu; cli^, se mai gli occhi gira L'anima bella alle sue belle spoglie,
Tua piotate e mio ardir non avrà in in: Ch* odio o sdegno lassù ooo si
raccogUa» Perdona ella il mio fallo , e sol respira In questa speme il cor fra
tattte doglie. Sa oh' empia è«soI la mano ; e non Fé noii, Cbe, s'MMade lei
fissi « Motiido r moia. £d amaodo monr^: feltoe gimm Quando cbe sia; ma più
felice mo]to« Se, come errando or fado a te d* intomo, Allor sarò dentro al tuo
grembo accolto. Paoelan l'anime amicbe In elei soggiorno. Sia r nn celiare e T
altro In un sepolto: Ciò cbe 'I viver non ebbe , abbia la morie. Ob («se sperar
dò- lice) altera sorte! Chi non sente raffreddarsi il cuore a questo
artifizioso lamento? Chi è sì fuor di sè, che j)er 32 versi interi si fermi a
parlare con un sasso , e a concetiizzare per questo modo, tanto piìi che II
concetto è sempre Indi- zio di passione falsata ? Vedete quanto conviene di
met- tersi in guardia, se anche i più grandi poeti errarono. Cosi la
magnificenza sublime che sarebbe nel seguente passo deir Aristodemo del Monti
degenera in turgore o in rigoglio, perchè il poeta ha voluto dichiarare ciò che
doveva lasciare all' inteliigenza deir ascoltatore. Il passo è orila scena
tarza dril' atta t*», dove Li- Digitized by Google — 212 — Sandro viene a
colloquio con Aristodemo. Eccone le parole: Li8. ' E se prosegue La TincUrice
Sparta il suo irioofo, Qaal nume vi difende? * ÀrM, Aristodemo. E basta ei solo
finché vive, e quando Sarà sotterra , il cenere vi resta , Che muto ancora vi
dacà terrore. Chiunque ha fior di senno si accorge del vano e del puerile che è
Jo questi ultimi tre versi. Sublime era il luogo f se il poeta si fosse
conteuiato non far rispoa- dere al re altro che qtiel risentito Aristodemo: e
il let- tore da sè scorgendone le debite relazioni, avrebbe sen- tita e goduta
la grandezza del concetto: ma cosi com' è posto si stempera 9 si perdei e dk
neoessariamente luogo ad una risposta, che non da uno Spartano, ma appena
potrebbe aspettarsi da un fanciullo. Lis, Signor, ciii vivo non ti teme,
estioto Ti temerii?.... 3® Guardisi poi chi ha intero giudizio dall' andare
raa- nifestamente in traccia di quelle forme , per le quali di- oemmo
innalzarsi lo stile, pctocchè elleno denno ve- nire da sè, non per forza d'
arte. Se colui che scrive avrk piena la mente di un grandioso concetto, se egli
ne sentirà tutta la forza e Y estensione , gli cadrà dalla penna la parola del
maraviglioso e del sublime, senza eh' egli s' impigli troppo del ricercarla.
Cum de rebus grandioribus dicas (avvisa Cicerone), ipsoe res verba ra- piurU. E
chi altrimenti fa, cade in quel mal vezzo tanto deriso da Orazio là dc^e dice:
(Epistola ad Pisones.) Prtfimt mnpuiki, et tmquipeMia èerèo. Digitized by — 213
— Cosi non si donno ammassare , e con manìfoslo artifìzio accumulare le figure
nel discorso per dargli aria di grandiosità. Nam gravi figuriB (dice T autore
dalla Roitorioa ad Erennio), qwB Umdanda est, propin' qua est ea, qum fugieìida
est, qum note videbitur appeU lari, si super fitta nominabitur. Nam ut corporis
bonam babitudinem tumor imiMur tape, ita gravis orcUia tm- perUii iospe videimr
ea, qum tutgét, «I innata est c Im- perocché accanto alla grave figura, che
merita lode, sta quella che debb^ essere fuggita, alla quale mi parrà aver dato
il vero e proprio nome, se la chiamerò su- perlina. Imperocché in qnella guisa
che solente a buona condizion di salute somiglia la gonfiezza della persona,
così agl'ignoranti par grave quel discorso che è tumido *e gonfio, a 5« Così
scrivendo a stadio di alte armonie si dà facilmente nello snervato e nell'
effeminato , e si molti- plicano vanamente parole che opprimono -l' intelletto
sansa riempierlo, e lasciano freddo il cuore, y\t\o da fuggirsi sommamente;
perchè mmio male è i* asprezza del suono che una effeminata mollezza. Duram
potim, atque asperam C(my[)ositionem mallm esse, quam effemi- nakm et ènmvem; a
ragione insegnava' Quintiliano. « Verrei meglio che la composizione sia dura ed
aspra che effeminata e snervata. » E perciò tutti convengono nel dare biasimo
di Umidezza a Claudiano ne' primi vml del suo Poema. Inferni raptoris equos,
afflalaque curru Sidera TcRnario, caligantesque profundcB Junonis thalamos
audaci promere cùntu JfetM congetta jubcU Grum$ removeU profani, 6° Volendo
infine con troppa arte ordinare le pa- role a soconda delie idee, occorre
spesso di rendere Digitized by — 214 — . oscaro, a spio e sconvolto il
diaoorso. Eaent»j di con- torsioni da fuggire abbiamo soveate neWersi dell' Al-
li<^ri, e più ancora ne'. versi di coloro che senza Tardità potensa ingegno
di quel grande tragico, hanno ere* dttto imitarne la virtù ritraendone i vizj
dello stile. Né creda alcuno che l'arte sola posta Dell'ordinar le pa-^ i ole e
nel cercar le armonie basti a sollevare Io stile. Prìma di. tutto ci v^bono
coneettL I^a.qualità^ la rie- chesza, la forma delle vesti aggiungono maestà a
mae- stosa persona : scimmie o pigmei non acquistano mae- stà, per quantunque
ornata, ricchissma e ragguandev.ol6 roba ux loro indoéai. Ghinderemo infine il
dieeorao eoa questi generali awerUmeoti del pià volte ottelo Qnhi« tiliano, al
Libro 42, § 10 delle Istituzioni: Falluntur enim plurimum qui vitiosum, et
corruptum dicendi gmm^ * quod aiii verìmm Itoentf» muUodp mti pueriUbus-'^en-
tentiolis loicwit, aut ifnmedico tttrgore twrgescity aut imnihus locis
baccatur, aut casuris,si leviter excutiatur, flosculis nitet, prmdpitìa prò
^Mblimibuè haÒ€t y. ma specie UberMis imcmii, magie efvisiimmt popttlarB aut
plausibile; e altrove al Libro 8, § 5 : Ego vero fuec lu^ mina c$:atimis mlut
qquIqs. qmsdam etoqumtim'esse credfi: seineqae QpulUà emM^
coBtfmre.velimrWteBtefa mmi^ bra ofjiokm mtm peréanit : et$i neùeeé& sit,
miémm lum horrorem dicendi malim quam islam novam licentiam, « & ingannano
di largo partito cqloro vàò teagoaa che sia più accetta al popolo , e più
acceam a tirarsi dietro l'applauso quella maniera di dir viziosa e corrotta, la
quale per licenza di parole rimbomba, o fa di sè lasciva mostra con vesti di
sentenziette fanciullesche y o per troppa gonfiezza ondeggia , 6 va per luoghi
vani furio- samente scorrendo, o risplende per fioretti che ogni poco poQo che
si scuotessero .oddi:ebbQno»,oÀiia (Mre/3ipi2j Digitized by Google — Ì15i —
invece di altezze, o per specie di libertà divenia fu- riosa ; » e altrove : «
Io per coolessare il vero credo che quesli liuni dell' urasione slatio come
certi <Nsehi del- reloquenia; ma non vorrai che per tatto il corfMiooebi ci
fossero, acciocché gli altri membri non perdano 1' uf- ficio loro. *
(Toscanella.) IX Qual è U migliore di qtMti tre gerwri di sHU? R. Tutti e tre
hanno virtù loro proprie, come ò stato mostrato, e usati a tempo giovano
egualmente tutti all'oraziane; ma ae l'uno usnrperii il liaogoYieU' altre, essi
Ticieranno e guasteranno, anaichè adomare ed inalzare il discorso. Per
conoscere poi quale stile sia conveniente, egli ò necessario osservare il
carattere deli' orasione , quello della perseoa degli uditori , cfaéllo della
persona assunta dallo scrittore, e secondo questi governarci, seguendo le leggi
del decoro che altrove abbiamo accennato. Qui ci basti ripetere che ogni ma-
niera di atìle dipende dm diversi stati d^' animo, così che non si pòssa nò si
debba tentarne alcuno quando lo stato deir animo non risponde pienamente alia
mate- ria^ ali* intenzione deir arte e dello scrittore. CAr« XITIII. m M«iY€v
bene» • • • ' . D. Quali precetti si damo per acquistare uno stile lodevole? Se
bene si metta ad esame la definizione che ho data dello stile, si avr^ chiaro
per quali vie possa ren- Digitized by Google dersi lodevole e perfetto.
Conviene in prima por mente come dair intelletto, dalia fantasia e dagli
affetti, quasi da Batorali demenU, modifieati seoondo V indole dello sorìliore
e seoondo le leggi dèi decoro, si generi lo stile; per tener modo che ogni
elemento si combini secondo le leggi poste dalla natura e dall'arte, sì che
n'esca buono lo stile. D. Che ikwrà fmiper otten&re di per f esimiate Fifh
telleUo? A Userò le parole di Paolo Costa a sciogliere que* sta domanda,
ooneiosaiadiò me^io fer non si possa. « L'uomo nasce, dice egli, fornito delF
intelletto, cioè j> della facoltà di sentire , di percepire, di attendere,
di » paragonare, di giudicare, di astrarre, di ricordarsi, » d' imaginare : ma
d' uopo è ohe queste faoelth yen- » gano poscia dirittamente usate ed
esercitate ; onde sia generata quella virtù pressoché divina, che si ap« »
pelle la ragion», la quale oonslste neli' abito di pa- » ragonare insìeiàe i
sentimenti distinti dsl? anima, e » le idee ; di derivare dai fatti particolari
le nozioni D generali, di anteporre o posporre le une alle altre, » di
congiungerle o separarle secondo la oonventensa » o disconvenienza loro, e
secondo i loro gradi di pih » 0 di meno. A formare quest'abito sarà bisogno
stu- » diare le opere de' filosofi che trattano sottilmente » delle cose
naturali , delle proprietà dell' intelletto e 9 del cuore umano; e di
apprendere V Istoria, senza la » cognizioQe della quale, al dire di Cicerone,
Tuomo 9 si rimane sempre fanciullo ; di osservare la natura, » <U praticare
fra le diverse condizioni degli uomini, e » di operare nei privati negozj e nei
pubblici. * Dalle quali cose si rileva che non si può perfezionare V intel-
letto senza arricchirlo con lungo studio, e che i giova* Digitized by Gopgle —
. 217 - . netti denno contentarsi d'essere avviati a bene, consi- derando che
la perfezione deli' arte sta nella lunghezza della vita e deli' esercizio. D.
Cerna li può arricckire P inunaginaiim? R. « Ad arricchire V immaginativa
(segue lo stesso » scrittore), la quale è V abito di recare all'animo la »
reminiseeasa delle cosa sensibili che piii ci movono e » dilettano, di
congiungere insieme con verisimigliansa >» quelle che sono disgiunte in
natura, e di significare » per similitudine delle cose corporee i concetti
astratti, » non solo metterei bène di leggere gì' inventori di » nnove e vaghe
fantasie, m^ di por mente a totto ciò » che ai sensi porge diletto, sia nelle
azioni degli uomini » e degli animali, sianeU'estenoreaapettoemovimento » delle
cose inanimate ; e soprattutto gioverà di ben » considerare le somiglianze che
hanno fra loro le cose » di qualsivoglia genere e specie, chè questo si è il »
fonte dal quale si derivano le nuove e maravigliose • » metafore. Di molta
utilità poi sarà all' intelletto ed » all'immaginativa lo studio de' precetti
dell'arte ora- » toria e della poetica, i quali essendo il compendio di »
quanto i filosofi hanno osservato intorno le cagioni ù onde piacciono e dispiacciono»
le opere degli scrittori, » apportano quella luce che un uomo solo nel breve
y> spazio della vita studierebbe indarno di procacciarsi 9 colla sola vùriii
del proprio ingegno. » D. Che deve dirti intorno agli affeUi? jR. « Rispetto
agli affetti io mi penso (prosegue il 9 Costa), ohe sebbene sieno da natura,
pui*e a conciliarli 9 in altrui grande aiuto ai possa trarre dall' arte. 8e »
ramerà, l'odio, l'^ra, la mansuetudine, la miserieor- » dia ed altre affezioni
dell' animo nascono da cagioni 9 determinate, come per esempio T amore da
beUez^a Digitized by Google -.218- — seda yfrtti , T Ó41ò da male qualMi del
earpo o deiratii» » mo altrui, non v'ha dubbio che gli affetti medesimi si D
debbano in cbi legge risvegliare per virtù della viva 9 rappredetìlaBione di
quelle cagiom : dal^ che si racco- 9 glie che lo scrittore considerando le
varie dlsposi- » zioni degli uomini passionati, e le cagioni per leniuali » la
pawoQe ai genera; avrb materia onde gli animi » perturbare. Goti per aiuto
dell' arte verrk ad operare » in altrui quolT effetto che imperfettamente
avrebbe » operato mercè della soia naturale sua disposizione. » D. Che ne dovrà
avwnire 4ÌcU f^rfesHmamefUo del- F imOMo, data ^mkiMia e degli affetU? R. Ne
avverrà che noi modificando, cioè accomo- dando queste facoltà già perfezionate
al nostro modo di sentire, avremo reso efficace il nostro dire>^ sia per eid
che riguarda IMnveuiiotte e la dispositieiie, si» perciò che riguarda V
effetto, e potremo promettercene quella riuscita che vogliamo, semprechò non
usciamo delle leggi del deeoro, cioè di qudla oonvenidusa ohe vuoisi mantenere,
fatta ragione della persona che parla, della cosa di che si parla , del tempo e
del luogo in cui si parla, e infine delle persone che ascoltano. Perocché,
siocoane-fo osservalo, V «aaaa» discorso prende da que* ste eircestause diverse
quaiìlà, e se non si kiad» bene e alcuna si trasandi, perde o in tutto o in
parte la pro- pria virtù. In quella guisa ohe le diverse fegg^ dette vesti non
hannb beUesse^e Mh picédom^ ove mal si addicano al tempo, al luogo, alla
persona, e sebbene siano di buona materia , e fatte con perfezion d' arte ,
SODO biasimate, cos^ è del disoorso umano, se non è appropriato alP uopo
secondo le norme del decoro* D. Oltre queste regole vi è alcun' altra maniera
per cui si possa perfezionare, lo stile? : Digitized by Google — 219.— R. Vi è
sicura , e forse anco più spedita. Osservale le scritture degli eccellenti
autori, componetevi al- l'esempio di quelli, imitateli. L'uomo è animale d'imi-
tazione^ DOQ vi ha dubbio, e l'arte stessa del dire per imitazione si acquista
come tutte le altre arti umane, e però dal sommo Aristotile fu detta arte
imitatrice, conciossiacbè ella prenda ad imitare la. natura e l'uomo,
riUcaendone le bellezze, le affezioni ed ! modi. £ oerto, se la natura lum
avesse posto il fondamento della poe- sia e dell'eloquenza nell'uomo, sarebbero
invano le poetiche e le rettoricbe. Inlatto Orazio neir epistola ai Pisoni
asserisce: Format tnim natura pHv» noè intm ad omnem Fartummm ka^wm; jtmi «ut
im f oU U ad IrMit AuiadhmmmwMBmragtaHiai9ii^4lmtffUi Pagi tftrl mnin^ molm
fntvpnU linguos, Ghè anzi tanto si debbo Hr conto del naturale fonda- mento ,
che noi la natura slessa dobbiamo prendere a guida, e solo darla a dirigere
all' arte; couciossiachò lottar coir arte ben si può, colla natura non mai. Ma
per renderci al filo del nostro discorso^ diciamo che avendo la natura fatto
l'uomo per modo che imitando debba perfezionarsi in ogni arte, il mezzo più
pronto di conseguire eccellenza di stile e divenire scrittore istà appunto neir
imitazione. Digitized by Google CAP. JLMJL. Bell* ImitMioue* D. Che cosa è
tmttoume? It. Se voglia definirsi colle parole deiP autore della Rettorica ad
Erennio, hnìtazione è quella dalla quale siamo condotti eoa dilìgente maniera a
voler essere somiglìanii ad alcano nel dire: — ImUatìo ai qua tm- peUmur, tU
aliquorum smUes in dicendo vdimus esse. (Lib. 4, e. S ] Ma questa defìnizione
non mi garba così, che io non ami recarne in mezzo una pìd ampia , che libera
dalla taccia di aeriililà gVimitétorì; e però dico: Imikuùme essere studio di
natura o di arte, per tnezso del quale decomponendo , comparando y giudicando,
tro- viamo gU elementi della bellezza e della bontà nelle opere naturali o
art^iciaie, cosicché conosciute per mezzo della decomposizione le norme che
Varie o la natura serbano nel comporre, possiamo mi pure le cose della natura o
del- t arte ritrarze, e fingerne anche di nuove a somiglianza» Dico stadio di
natura , perchè la natura è fondamento, come fu detto, d'ogni bell'arte, e di
Ih ha principio r imitazioni; : aggiungo deir arto , perchè dall'esame del- r
opere de' grandi artisti si trae pur giovamento. Io vedo a cagione d' esempio
un padre addolorato per la morte del figliuolo suo unico, il quale si getta sul
feretro che ne porta il cadavere; prendo ad esame gli atti e T espres- sioni
del suo dolore, e v<^endo ritrarre Giacobbe, a cui è presentato la vesto di
Giuseppe , cerco rìtrarlo a so- miglianza di queir infelice che in natura ho
osservato. £ se io sto sulle oorme sincere della medesima , otterrà uiyui-n-G
Ly Google H mio dire queir effeti^ che otterrebbe la vista istessa del lètto.
Che se non to' dalia natura « ma dall'arte fare ritratto, mi propongo Evandro
qual è descrìtto da Virgilio, e conseguo quasi T istesso fine. Dico quasi,
perchè ove T ingegno abbia (orza dì ritrarre da natu- ra, penso che più ci
valga , e meglio dipinga al vero. Io non so se la famosa statua di Laocoonte
sta ante- riore ai versi di Virgilio, ma dato che noi fosse, lo scultore
imitando quella divina poesia avrebbe potuto crearla; e se la fosse anteriore ,
Virgilio imitando quel- r animato marmo avrebbe potuto dar vita a qae' suoi
versi immortali. Tanto è vero che arte fa arte per mezzo deir imitazione.
Perlochè chi toglie dal mondo V imita- sìcme (come alcuni poco avveduti
vorrebbono) toglie dal mondo le arti, ed ogni guisa di buoni studj. 1). Non è
egli vero ciò che alcuni dicono , r imita- zione restringere le mentietoglier
Imre la pokMm crear trice? R. Coloro che avvisano cos\ , sono in vero male av-
visati , e non sanno che altro è imitare, altro è con- traffare e copiare.
Conciossiachò V imitazione non istk nel fare le cose fatte sansa diiereiisa o
diversità alcu- na, perocché allora tutte le arti non basterebbono ad avanzare
d' un passo , e sempre avrebbero il piè sul- r orme istesse , ma nel tar capere
nnovOi o v^gjàam dire di nuova invenzione, con quelP arte istessa colla quale
sono condotte quelle che prendiamo ad imitare. La qual cosa non restringe, ma
bensì amplifica la potenza inven- trice, e la rafforza. La imitasioiM, se io
non erro, è lo stesso che 1* analogia nelle sdense naturali. Il Galilei,
applicando al sistema celeste la legge generale del moto de' corpi, ha provato
che la terra si aggira intorno al sole come tatti gli altri pianeti. QiMta
legge era pare Digitized by Google anche prima conosciuta, ma per non essere
stata appli- cata, non avevà dato al moodo questa scoperta. Or chi dirè ohe
questa non sia sooperla Tera, {lerdiè la legge era nota? Chi dirh che la
conoscenza delle leggi fìsse della natura siano inceppamento ai fìlosofì per
iscoprirne ì fenomeni? Similmeoto è a dire dell' imìtazkKie , eon- cìossiacèè
ella non limita nè restiiiN^ T umano-ingegno, ma anzi ijli db norme sicure
perchè meglio si conduca nelle sue creazioni. Quando io dico : se volete esser
buon oratore imitato Giceronet non dico io giè: fato un discorso a mosaico
colle parole, eo*modi, eoli' àmbito del parlare Ciceroniano; ma guidate 1' arte
con quelle leggi con oui la guidò Cicerone, perchè se egli ne ebbe buon
successo toì pure V avreto. E quando dico : imi* toto Dante, noni ri prescrìvo
gih di recarmi innanti arcaismi, durezze, scoria rigettata a ragione dall' uso
, ma vi dico : osservate qual cosa dà evidenza, fòrza, ef- ficacia alla poesia
di quel divino; e trovata che abbiate la legge eh* egli si diè ad osservare,
fatone soggetto di studio e d' imitazione. Per questo studio e per questa
imitazione poi conseguìreto una vena di buona e ga- gliarda poesia*, la quale
sadi Tostra, quantunque fatta imitando: perchè V imitare J' arte, non toglie,
ma cresce là potenza dell'inventare e del creare. D. ^etie ho mteio; ma penhè^
dunfve tiaUs scuole si pnt&fids ohe noi riportiamo frase, eoneeth, e
aikhtmento dagli autori che si porgono a noi da imitare? jR. Perchè
incominciate a conoscer V arte che poi vi sarà guida* neli' imitm* He détto*
càe V iuiitotore decomponendo-, comparando, giudicando, trova gli ele- menti
della bellezza e della bontà nelle opere; ora per- chè voi vi avvezziate a decomporre
ne' Classici quelle parti ehe voleto ìnkitare, vi ai dice ^ sce^ietone le frasi
ed i modi, reoatene i eoneeiti, prendeteiie l' amfonnii- lo, — perchè il
precettore dall' uso che voi fate di que- ste cose giudica.se voi bene
intendete, se avete preso piena cmosoeaza delle nedesime, e se sapete osarne a
tempo e a luogo. Egli è adunque uno de' primi passi necessari a chi vuol
imitare, e imitando divenire scrit- tore. Dico de' primi passi , perchè noli'
ioiilaziooe , CQine in tutte le opere d' ingegno, si dee procedere per di, e
non si può di salto o di slanoio venirne a capo. D. Avrei a caro che m'
indicaste quali sono i gradi diversi per cui si penyiene a ben imitare, R.
Penso che primo grado sia la traduzione, secondo r analisi, terzo V emulazione.
Per questi tre gradi, pare a me, si consegue quella verace maaiera d'
imitazione che lipraia i grandi artisti, ed è ben lontana da quella falsa ohe
non produce che pedanti, seruum fecus , come disse Orazio. AftvicoM !• Bella
Tradnsione* D. JHreste voi oicuna cote» deità kuduxione? A. Io avviso ohe Io
tradatare da una ad altra fo- velia sia il primo grado dell' imitazione.
Infatto innanzi tutto è d' uopo conoscere la materia che si ha a tratta- re,
cioè la Cavalla in cui si ebave serivere o parlare, ve* derne le proprietà ,
sapere come modi e frasi si iòrmino, come si lochino a tempo; e prenderne
quell'armonia, la quale par naUa a chi non sa, ed è mollo a chi sa. Digitized
by Google % « Utllissinio è soprattutto (dice Plinio, let. 9, lib. 7) ìl
traslatare dalla greca nella latina, e dalla latina nella greca favella (e noi
nel caso nostro diremo dalla la* tiiia air italiana, e dall'italiana alla
latina favella): qualità d* esercizio, col quale proprietà e splendore di
parole, abbondanza di modi figurati, nello spiegarsi forza, e finalmente
attività di ritrovare cose somi* giianti a qoelle degli ottimi scrittori,
imitando si acqui* sta. » (Traduzione del Gozzi.) — Utile in primis, et multi
prcecipiuntf ex grceco in latinum vertere, vel ex latino vertere in grcecum: quo
genere exerettaHonis prqnieka splendorque verborum, copia figurarum, iris
ex/Mxmdi, prcetereaque imitatione optimorum similia inveniendi fa" cultas
paratur. £ Quintiliano segue (lib. X, g 5): Quid? Quod auckree maximi eie
MUgentm eognoeomlitr? Non enim ecripta ledume seeura traneciirrimue: eed
Iraele»- mus singula, et necessario introspicimus , et quantum vir^ ttUis
habeant^ vel in hoc ipso cognoscimue, quod inUtari non posnanm, < Che vuol
dire che si ha così diligente considerazione sopra gli autori grandissimi? Noi
non scorriamo via leggendo le cose scritte : ma andiamo esa- minando le cose d*
una in una, e necessariamente pe- netriamo a dentro considerandoci: e quanto'
in loro dì virtù si abbiano, almeno da questo lo conosciamo, che non possiamo
imitarle. » (Toscanella.) Oltre di che è a dire <;he per mezzo dalia
traduzione ai acquista intelli- genza e giudizio, cioè si Ibrma il gusto e si
consegue quel sapet^e, che è fonte e principio dello scrivere bene, secondo
Orazio. Questo esercizio in fine è approvato an* che da Cicerone stesse, il
quale nel lib. 4<» deir Oratore (Gap. 34) dice: Po9tea mMt placuit, eoque
eum utus adolescens, ut summorum oratorum grcBcas orationes ex- pìicarem;
quibus lectis hoc aeeequebar, ut oum ea quoe Digitized by — tt5 - kgwrmgrmoe,
kUm» réddwm , non soltm optimis ukrer^ et tamm taUatis, sed €tum eacprimerem
quasdam verba imitando , quce nova Jioslris essent , dummodo es- ^mt idonea. «
Il perchè dopo appigliai ad uq altro espediente, ehe ho da giovane praticato,
ed era il iras- pcMtare in latino le orazioni de' più rinomati oratori greci ;
nel che fare non solamente poteva io scegliere delle parole tra noi usate le
più eleganti, ma ne seguiva che nel recitare in latino dò ohe letto avea in
greco, mi venivano ani guato greco formate delle maniere di dire non usate
ancora tra noi , ma buone tuttavia , e adatte al bisogno, » (Canto va.) AwmtmtM
II* MI' AMllel* D. Dite ora dell AnaUsi,poùM ho detto quanto basta intomo il
vantaggio cho fHen dal tradmre. R. Secondo grado a chi voglia, imitando, venire
in fama di scrittore, credo che sia V analisi. Ella è, come ognun sa, quel modo
per cui un discorso si decompone nelle sue minime parti a segno di trovare la
ragione di ciascuna in sè, e nella relazione che ha colle altre: os- servare i
nessi, i passaggi, e tutto che la natura e Tarte hanno di più prepotente nella
favella. Sappiamo che i cerusici per meglio conoscere V ufficio di ciascuna
parte del corpo vanno col ferro anatomico decomponendolo, e in ogni minima
fibra lo ricercano; per eguale maniera è d' uopo a noi anatomixaare (sia lecito
dir cosi) il di- scorso, perchè avvisati della qualità e dell'ufficio di 15
L.yi.,^uu Ly Google — 8M — ciasouoa parteacqiiìstiaoiQspedikttM a «omporlo
quando ci piaccia. Dall' analisi poscia sa ne ha, che la menle impressa di quel
modo di disporre ed ordinare le idee, le quali troviamo negli scrillori che ci
proponiamo ad esempio» e di quel vezao di tralt^iarle con forse e con
efficacia, a poco a poco a ciò spesso ella si abiltta, e senza altro uopo di
regole o d'arte, acquista, quasi le fosse da natura, di fare il somigliante.
Periocbè io vorrei che i giovani non ìeggjmmù^ ben traducessero cosa alcuna,
senza bene analisBarla e femarvisi sopra, e improntarla nella memoria: e vorrei
che di questo più che d' altro esercizio si piacessero.! maestri, che de-
siderano nella lode dei discepoli assicurata la propria. D. Dareste vai un
emnpio, dal quale ei rUevasee il modo di analizzante? R, Volentieri vel
recherò, anzi tanto più volentieri, quanto io lo traggo dal fondo di un grande
maestro, il Rollin. {Detta maniera d insegnare, e studiare h héUe let- tere,
libro 3<*, della Rettorica, cap. Ili, art. 2^.) CtonbeniMaie degU Oraid • M
9mm^. « La descrisione di questo combattimento è senaa coniraddikione uno de'
pili be' luoghi di Tito Livio, e de' più adattati ad insegnare a' giovani come
si debba abbellire un racconto con pensieri naturali ed ingegnosi. Per ben
conoscerne l'arte e la dilioatessa, basta il ri- durla ad un racconto del
tutto-semplice, non omettendo alcuna delle circostanze essenziali , ma
spogliandole d' ogni ornamento. Ne contrassegnerò le parti 4ifforenti con
numeri diversi per n^Hé diatingoerle, e per po- terle di poi piti facilmente
métlere* in paragone colla narrazione slessa di Tito Livio. uiyui-n-G Ly Google
- m — Fwdere iak^, trigemini, ncidémvgrtBrai, arma capiunt. So Statim in meditm
inter éuai ades preoeduni. 3® Consederant utrinque prò Cdstris duo exercitus,
in hoc spectaculum totis animis irUenti. 4<> Datur signum, infe- stiique
amtf krmjmmn cmmsrrmà. ^ Cum ùUquandiu inter asquis tnn'ftuf pugmBSiefd, duo
Rmam, super tdium alius, vulneratis Iribus Albanis ^ expiranles corruerunL 6^
Illi superstiUm^ Romanum circumistunL Forte is inr teger fuU. Ergo^ td
eegregaret pugmM emm, eapenU fugam, ita rattis sectdttros, ut quemque vulnere
affectum corpus sinerei. 7^ Jam aliquantum spalii ex eo loco, ubi pugnatum est,
aufugerat, €iim respieiens videt magnis in- ÈervaUis seqmnies; umim Aawf proemi
ab seee abeeee; m eum magno impetu redit, eumque interficit, S^Moxprope-
ratadsecunduin,eumquepafiterneoidat. Jam osquato Morte singtdi
stiperertt$U,nUmeropeu^e$,sed Umge uH6ia dn>irsi, 40^ Romanus eandtmte:
Duo», inqmt, fratnim Manibus dedi, terlium catrsSBB "belli hujusce, ul
Roma- nus Albano i raperei, dabo. Tum gladium superne illius jugulù d^it;
jaeentem spoUat. 44<> Romani owaOes oc graifdanÉèsBoraiiumaccipiimt.
^S^lnieexulraqueparte ' suos sepeliunt. ' » Si tratta di estendere questo
raeconto, e di arric- chirlo di penfiiari e d* inunagiai cbe if^essioo e colpi-
scano vivaaieiite il lattm., e gli rendano quasi' asione così presente, che
sMmmagini non leggerla, ma vederla cogli occhi proprj, nel che consiste la
principal forza deir eloquenza. Per far .questo, altro non ricercasi eh*
esaminar la naiar», ben istaidlanie i movimenti , cercare attentamente quello
che ha dovuto seguire nel cuore degli Orazj , de' Guriazj, dei Eomani, degli
Alba- ni , e, dipingere ogni circostanza col mezzo di colori s\ vivi-, ma s\
naturali , che si venga ad im m aginarsi di Digitized by Google — tS8 —
assistere al eombaiiimento». Tiio Livio fa iuilo questo d' una nanltra
maravigliosa. 1° Federe iclo, trigemini, sicut convenerat, arma capiunt. *
domi, quidquid in exercitu sii, illorum tunc arma, illorum intueri mamis; —
feroce^ et suopte ingenioj et pieni adhortantìum voci- fm9, in meOim inier 4nas
aeiee prùceékmL * 9 Era cosa naturale che ogni partito esortasse i suoi: e lor
rappresentasse che la patria intera stava at* tenta ai loro combatiimento.
Qoesto pensiero ò molto bello, ma lo diviene assai piti piar la maniera onde è
espresso. Una esortasione più lunga sareblìe languida e fredda. Leggendo V
ultime parole si crede vedere i ge- nerosi combattenti avanzarsi nei mesato ai
due eserciti con nobile ed intrepida fiefeaia. 9^ Cùmeierant utrinque prò
eaiirie duo exercOus, perictdi magis proesentis quam curce expertes: quippe im-
perium agebcUur, in tampauconm viràute atque fortuna patHum. Itoque trgo eredi
impemiqm m mìfitinfe gra- tum spectaculum animo intenduntur.* « I* Coodoio il
trittito» i tfe liralelll deH'oao e éBA*«llro IMffiiio preodoBo r mU, coaie se
a'm Dota la eoBitaiioae. s 9^ Mcntie ogni punito esorta i tosi a ben fare il
lor dovere, rappresentaodo loro che gli Dei» la patria, i loro padri e le loro
madri, taulieiuadiiit ch'arano nella ciltà e neir esercito, hanno gli occhi
Assi snlle lor armi e anile lor braccia ; questi generosi atleti pieni di
coraggio da sè stessi , ed aninnti anche da sì po- tenti esortazioni , si
avanzano nei mezzo ai due eserciti. 5o Erano disposti dall' una e dall' altra
parie intorno al campo di battaglia, esenti per verità dal pericolo presente,
ma non da T inquietudine ; perchè trattavasi di sapere qua! de' due popoli
avrebbe a comandare all'altro, e il talore di sì piccolo nu* uiyui-n-G Ly
Google — 219 ^ > Nulla meglio qui conveniva che questo peosieroi pericM
magis prm$mUii qwm eurm easperki; e Tito Li* vie ne adduce subito la ragione.
Quale immagine queste due parole, erecti stapensique, dipingono alla mente!
jumm, magnanm eacéreHmm ammsgermUes, concur^ runt. Nec his , nec illis
periculum suum; publicum impe- rium servitiumqm obsejvcUurhnimo , ftUuraque ea
deinde fotrim forhma ywuii qui fecieimU. Uiprinm sUUim con* eur$ù ùiorepuere
arma, mkmUetqué (ubere gladii, Aor- ror ingens spectantes perstringit; et,
neutro inclinata spe, torpebat vox^ spiritusque.^ Ji Nulla m. può aggiungere
alla nobile idea ohe Tito Livio qui ci somministra de* combattenti. I tre
fratelli erano dall' una e dall' altra parte con eserciti intieri , e • ne
avevano il coraggio; insensibili al loro proprio peri- glio, noQHsi occupavano
che della pubblica sorte confl» data uiivcemente alle loro braccia. Due
pensieri magnifici e tratti dal vero. Ma si può leggere ciò che segue senza
sentirsi ancora presi dair orrore , e dal raccapriccio, non mero di combattenU
ert per decidere della lor aorte. Oecapaii da qaeati peaiieri, e
dairaspeltailooe iDqoieta di quanto era per ane- eedete, prealano dooqoe tutta
la lor atteailo&e ad ano apetUe colo, ebe non pelea lasciar di metterli In
lapavenlow * 4» SI di II aesno: i nloioal eroi eamminano tre a tre gli ani
eoniro gli altri, portando in eaai ael 11 coraggio di doe grandi eaer- dil.
laaeoaibni dalT ani e dall' altra parte al loro proprio periglio « non hanno
avanti agli ooohi ohe la aervttù, o la liberti' delie lor pairta, la sene deUa
qaile of»ai dipende anloaaiieale dal loro eo> raggio^ Uaeebè ai odi r arto
deUe lor ennl^ e si «Mero brWar le loro apode , gli spettatori prosi dal timore
e , dallo spaveetOt sema cfte la spersnta piegaaae aoeora dati* osa e daU'
altra paite, nata» rooo di tal maniera immobili , che avrebbeai dslls aver
sgUse per» dttlo4'u80 della voce e del respiro. uiyui-n-G Ly Google - Ì30 —
meno che gli spettatori del combattimento? Qui l'espres- sioni sono tatte
poetiebe; e si dee fare osservare a^gio* vani die T espressioni poelìohe, dèlie
quali non si de» servirsi se non di rado e eoa sobrietà, erano chiamate dulia
stessa grandezza del soggetto, e dalla necessità di eguagliare co* (ennuii il
macavig^ioso delle qpetla* colo. » Questo mesto e tristo silenzio che gli tenea
lutti come sospesi ed immobili, si scambiò ben presto in grida d' aliagreisa
dalla psrto degli Albani, quando vi- dero cader morii due degli Orazj. DaH'
altra ^arle ì H<^• mani restarono senza speranza , ma non senza inquietu-
dine. Spaventati e tremanti per quello degli Orazj, che solo restava contro
ti^è, non erayo ptli ocou|iati da» del suo periglio. Non era questa la verà
disposisioóe dei due eserciti dopo la caduta di due Romani; ed il qu^dro che oe
fa Tito Livio non è copiato dalia patuca? &^ Ccmmiii dmds mtmbm, etm jam
fton mefi» kmium eerportim, agitatioque mckp9 tehrvm ammrwn- que, sed vulnera
quoque et sanguis spectaculo essent; duo Romani, super cUium alius, vulnercUts
tribus Albanis, • expirantes eorruerunt. Ad quorum casum cum concia-^ masset
gaudio Al6anus exercihtSf romànas legtones jam spes tota, nondum tamen, cura
deseruerat, exanimes -vice unius,qum tre^ Curiaiii ciroumeieterafU, ^ < 5°
Indi quando, essendo venuti alle mani, Doa< pià sola* mante il oioio delle
bnceìa e r agliaiione deir armi serYiffoao di spettacolo, ma si scoprirono
delle, feri le , e si vide scorrere il ian« gae, due Romeni cedettero morti
eppiè degli Alt^aei , che tatti e tra ennò restiti feriti. Alla loro cedult
l'eaereito nemico geilè grandi «ridad!iUegrein(fmeoiredey*.altra|arte le
legioni romeqe re- sturoae ^BB» spersDia» ma ooa seoeii inquietudine, liremando
pec il Romanot che ere restato solo y e cbe da tre Albani era cmcoadatt*
L.y(.,^L,o Ly Google :d Riferirò il resto di questo racconto senza farvi quasi
alcuna riflessione, per iefuggire una noiosa lun* ghena. Debbo solo awertiM che
quello ehe fa la prìn- cipal bellezza di questa narrazione, non meno che della
storia LQ generale, secondo l'osservazione giudiciosa di Cicerone, * ò la
maraTigiieia varietà che dapperiuUo vi regna, ed i moTinienti diversi di
timore, 4' inquietudi* ne, di speranza, di allegrezza, di disperazione, di do-
lore, cagionati da improvvisi combattimeoii» e da ino- pinale vicenda, che
riavegiiano i' atlenaione oaa graia sorpresa, che tengono persino al fine F
anime-dei lettore come sospeso, e che colla stessa incertezza gli procurano un
incredibil piacere, in ispezieltà quandi il racconto ò ^OMniBalo da un
avvMimeiito intaresaante e aingo* Idre. Sarà faeile V applicare qaeati principj
a quanto segue. 60 Forte is integer fuUf ut univirtis soliis mqua- quam par,
sic advertus singuloi fero». Efgo, ut segre^ * Multam casus nostri libi
varielatem in scribendo suppedita» bunt, plenam cujusdam voluptatis, qu(B vehemenier
animos homi' num in legenda seripto reiinere pouit. Nihil est enim apiius ad
delectationtm leetorii, quam Umporum varielatet, fortunceque vi- tMtuiinm.^.
Àwdpita wtriiqué mtm Mmt admirotionem, expeeiationem, keiUmm, moU^m, ipim,
timtfm* Si vero tsàlm notabili eoncluduntur , exptetnr animui jumditaiMm Uciion
ii Vù» filplol«. ( Cic;, fi|K 12 , iib. 6 ai CmbìL ) « I nostri casi •ffiriimio
a la naU» scriTere molta varìeià piena d'un tal dUallo, ehe fasta l«Mr Ioni aUe
JeUara deUo gorilla gU'anW dagli aoailoL Glie aians cosa pHl vale al diletta-
«Mulo dM laMfItorat irMto le laiialà dai Mipi, el»iioeode dalla MaMi....
Gl'iaoerii e sfaristi casi dsMaao maraitfilia» aspettai- Ifaaa, ileia»albaao»
apafaaiai dsMit. Se poi ai ctó«deao eaa MaMle^laa, rariao dal pitoaire di
«selli g i ss s a dIssi Bia lallm è ripiena» b * L.yi.,^uu Ly Google — 33i —
garet pugnata eorum, capessit fugam ; ita ratus secuturos, lU quemque vulnere
affkckm eorpm. Minerà* ' 7^ Jam aliquanium tjKdU ex eo loco, uUpugwhm est,
aufkigerctt, cum respiciens videt magnis intervallis sequentes : unum kaud
procul ab sese abesse. In eum ma- gno imp^ rtdit: et dum Albatm^ocercUm
inclamat Cu- riahii, uti opém ferant fragri, jam BnuUuB, coeso koete, Victor
secundam pugnam petebat. * 8°. Tu0clamore, qualis ex insperato faventium solet,
Romani mijixocnt miUtem iwm; e^ iUe defwngipvadio fé- eUnai. Priue itaque quam
aUer, qui im procul eAerat^ consequi posset, et alterum Curiatium conficit. ^
90 Jamq^ asquato Marte singuli supererant, sed nec epe, nec vàibue pam. AUerum
mtachm ferro corpm, et geminata Victoria feroem, in eertamen tertium dabmnt :
alter, fessum vulnere j fessum cursu trahens corpus, vie* tusque fratrum ante
seetrqgù, motori objicitur hosii. Nec Ulud prwlium fuit. " < 6<>
Fortunatamente era senza ferite ; cos) troppo debole con- tro lutti insieme ,
ma più forte che ognuno di essi, servesi di uno strattagemma, che gli riuscì.
Per dividere i suoi uemici prende la fuga, persuaso che io seguirebiMUìo più o
meno vel<Mi secondo che lor restava più 0 meno di foraa. s 70 Di già era
assai lontano dal luogo, nel quale era seguito il eonbaUinento, quando volgendo
la faccia vede i Curla^ in una assai wnm dislaiiia gli ani dagli altri, ed uno
di essi a sé vicino: ritoma contro questo con tutta la sua fona; e mentre r
esercito d* AUm grida a'sttoi firaléUi perobò la soooomMO, di già Orasio via^tm
di qasaio |Nteo a«nics corre Jid ona seeonda vittoria. ' 8* AUomiRanMl anifiMno
illor fuentefo «on delle grida taU« an il'4W>fiiii«iito fni|iiOfili«
dMnaspettata allegreisa «m1 te gittare* «d egli dal canto 800 si afiiralilt a
dar Bne al sasraéo «ontattimeoto. Mon donqoo che V aitrot li qoale oon ora Milo
IsolasOf avoHopolotoragi^gQoriOySlendoaiemii sooneoieo. * Oo Non più resta? a
dall' ona 0 dall* altra parlo clieon combati- « - 183 — )> Che bellezza di
espressioni e di pensieri ! Che vi- Taciià d' imuuigiiii • di descriaiooi I lOo
Romanm mu l taM : IhioB, inquit, fratrnm Mar nibus dedi; tertium, causae belli
hujusce, ut Romanus Albano imperai , dabo. Male sustinenti arma gladium su-
perne juguh defigit : jac&Uem spoliai. ^ 44<» liofnofif ovantes oc
grahdantes HoraJtbm acci- piunt eo majore cum gaudio^ quo propius metum res
fue- rat.* Ho Ad sepuUuram mie iuorumneqiuiquamparSna ammt« ^erhmlur ; quippe
imperia tJtm wucti, aUeti di- tionis alienag facli, * » Non so se vi sia cosa
piti adattata a formafe il guaio d#'g»avaQi» e <}oaiiio alla lettura degli
autori, e quanlo alla eompesisione, del proporre loro atetti luo- ghi, e
dell'avvezzarli a scoprirne da sè stessi tutta la bellezza 9 apogliaadoli de'
loro^oroameati^eriduceodi^, * lente: ma se il numero era eguale, non 1* erano
le forze e la spe- ranza. Il Romano senza ferite, e altiero per doppia
vittoria, cani- mina pieno di confidenza al terzo combattimento. L'altro per lo
con- trario indebolito per il sangue che ha perduto , e privo di forze a
cagione del corso, appena si strascina, e di già vinto per la morte dei due
suoi fratelli, come vittima senza difesa presenta ii petto al suo vincitore.
Così quello non fu un combattimento. * IQo Orazio già anticipatamente
trionfante disse: Ho sacrificati i due primi air ombre de* miei fratelli:
sacrificherò il larzo alla mia patria « affinchè Roma diventi aignora d' Alba »
e ie imponga la legge. Appena il Caraiio potefi sostenere le sne anni: gli
trafigge colla sua spada 11 petto» e lo spoglia estinto. * il» i Romani
acoolgono Oraslo nel loro campa con on'all^ gran e.coa-mia gratitadine tsalo
plà Tifi, qaaato esiao stut più Ticini al periglio., ' Ilo Dopo di dò egei
partito pensa a seppèltire I suoi» ma con disposiiioni ben diUiBrenii : i
Romani essendo divenntl padroni decoro nemici , e gli Albani f edeadosi
sottomessi ad nn dominio straniero. -nasi- corne noi qui abbiamo fatto , a
semplici proposizioni. Con questo insegna ad essi come si debbano .ritrovare i
peosìori y « conie si dobbano «flprim ^ Articom III. Dell' EiniilaBlone. D.
Espomt» ùm ehe cosa 9' iiiende per emMlasUme, la quale è il temo grado per cui
si giurie alla perfetta imitazione? A. Emulare non è altro die tentar di fare
una dosa con quelfa perfexlone con ohe altri l'ha fatta. Quindi io chiamo
emulazione quella maniera colla quale noi, per esercitarci a bene scrivere,
imprendiamo a scrivere ciò stesso che da un eccellente scrittore fu scritto,
per poi mettere a confronto la scrittura nostra con quella del- l' autore
imitato, e trovarne le parti mal composte, 0 ine^cacemen te espresse Y per poi
ricorreggerle allo spec« chic di quella scrittura che ci siamo proposta. Il
qiialé esercizio, nella citata lettera, Plinio (libr. 7, ep. 9) in- segnava al
suo Fosco con queste parole : « Di più ti gio- verà, quando bai letto una ooaa
di fresco^ acciocché r argomento e la materia in capo ti rimanga v quasi ga*
reggi andò, scrivere quel che leggesti scritto ; paragonare, e sottilmente
pesare in che tu, in che l'altro autore siate migliori: se tu.ia qualche cosa
sei migliore di lui, avrai allegrezza grande ; se efjà è 'miglior» di te 'in
tutte, gran vergogna. Potrai anche i più eccelleiìti passi eleggere, e co' più
squisiti azzuffarti. Zuffa ardita, ma ma isfacciata, perchè ninno la sa^
quantunque molti Digitized by Google — ess- ile vediamo mettersi a tal cimento,
che n'hanno lode grandissima , perclocehò, mentre bastava loro d' a&dar
dietro i Testigi altrai, non diaperandoai delF impresa, passaron oltre. »
(Gozzi.) Nihil obfiterit, quce legerù hactenus, ut rem argth meniumque leneai,
quasi mmidumicrihere, lecUsquecmh ferve f oc seduto pensitare^ quid tu, quid
iUe eotnmodius. Magìia gratulano , si non nulla tu; magnus pudor, si cuncta aie
meUus. Licebit interdum et notissima eUgere, eS certare eum dectis. Audaoo hmc^
non tamen improba, quia secreta, rnsOenHo: quamquam miuUos videmus ejus* modi
cer lamina sibi cum multa laude sumpsisse, quosque siibsequi satis habebant,
dum non desperant, antecessisse. D. Dareste voi un esempio del come si possa
imitare emulando? R. Serva d'esempio F episodio di Medoro e Clori- dano
immaginato dall' Ariosto ad imitazione dell' episo- . dio di Niso ed Eurìalo
nel Liivo ^ dell' Enoide di Vir- gaio.* Niso ed Eurialo, l'uno cacciatore delle
selve Idee, r altro bellissimo giovanetto troiano, stretti d'eguale amicizia,
stanno a guardia della nuova cittk sorgente nel Lazio, assediata da'Rutuli,
dove si tratta di richia- mare Enea, che è ito a domandare soccorso ad Evandro
nella città PaUantea. Salta in capo a Niso di tentar questa impresa, mentre il
campo nemico è sepolto nel sonno , e si con6da colP amico Eurialo : ' • Cemis ,
fa» RutuloM Masi fidutia fmtm, Lt^mne rara mieant ; somm tineque Proeàhiere:
rileni lau Iom eie* r > • * (toesi*0iaiiipiod*iaiilaiiQiieelwfsi
raeot^atsiadft «•lolio «Ul «eeoado Tobuae dei libri delia nolgm alafieiisi del
e»? . Angelo Maria Ricci » a pag. 198 a SOO. Digitized by Google «96 — . In
Ariosto, Canto 18 e <9,Cloridano e Medoro stanno , io guardia del campo
aaraceao assediato da^.Efanchi. Clorìdaoo è eacoialore^ Medoro nel fior degli
anai , ambo stretti d'amicizia. Medoro propone al compagno di gir nel campo
nemico, e raccorvi le spoglie deli' infelice loro capo Dardineilo, il quale y'ò
rimasto insepolto, e che fu da loro tanto amato. Il campo* dorine » e tatto è
spento il fuoco » Percbè del Saradn poca tema banno. Tnr Tarroe e* carriaggi
stao roversi , Nei Yin , nel aonao ìnsioo agli occbi immersi.* * Niso non
permette con generosa gara che 1' amico Euhalo si spinga a tanto periglio senza
di lui , consi- dera che Eurialo lascia una vecchia madre « e che si espone a
morto sul fior degli anni : ' • • • Nèu matri mkem UmH tim ùaurn doìùrk; QmB u
tois, piMri vmUii e wudrikm aum Non cede Eurialo a tali ragioni : si presentano
en- trambi ai duci Troiani a domandar l'assenso all' im- presa, ne designano i
modi ec. Sono incoraggiati dal < De* Franchi. s Fin qui l' invenzione è la
stessa ia quanto al procedimento. Bla in Ariosto due Mori di Toiomita« quali
sono Cloridano e Medoro (C. i8| sL i05], e* interessano meno, perchè meno
vicini alla nostra razza» perchè roggello della laro Impreaa » quantunque
pietoso , è tutto di privata pietà $ e se ae afvide forae 1* Arioato» quando
disse (come vedremo in appresso) ehenon era molto ra gia n evoie esporre due
vivi a pericolo per uo morto. All'Incontro il progetto di Miao è chIoBiato
dalla pubblica atcessità « e daHa ciieostinsa divi^ pili nobile» perchè al
tra^a d* inooMire un periglio per la salvezza di tutu, nel che. sta l' eroismo.
Digitized by Google _ 237 — giovane prìncipe Ascanio, che palpita pel padre
suo, e dal vecchio Alate che esclama : Di patrii, quorum semper sub numine
Troia ui; Non iamen omnino Teucros delere paratis, Quum ialet animai juvwum, et
tam eerta tuHiti» Peetora etc. Ascanio promette loro premj ed altro la tempi
più felici : Eurìalo ringrazia, e raccomanda la madre : Hanù ego nane ignarom
hHjuf, quadmnque perieli eti ; Inqne eidulatam linquo; nox, et tua te$tis
Dextera , quod nequeam lacrymat perferre parenftf» Àt tUf oro, solare inopem ,
et succurre relictos* Banc sine me $pem [erre lui: audentior ibo In casus omnes
eie. Ascanio dà la sua spada al giovanetto Eurialo : Mnesteo colla pelle d'un
leone, Mete con il suo elmo, travestono Niso ; sono questi giovanetti eroi
accompa- gnati fino alia soglia dai Tenerandi duci. In Ariosto Cloridano tenta
dissuadere Medoro, ma 4 I Veduto che noi piega e che noi muove , Qoridaa gli
risponde : E verrò anch' io : Anch' io vo' pormi a si iodefol proove» Anch* io
fiinioca morte asso e Mo : Qoal cosa sarà mal che più mi giovot S'io resto
sensale, Medoro mio? - Morir leco eon T arme è meglio moltoi Che poi di daol,
s* a? vien che mi sii loHo. S* avviano i due compagni pel campo nemico per
cercar la spoglia dell' estìnto Dardinello, ed intanto •Digitized by Google
faaoo strage de' nemici sopiti ; con diversi accidenU, tolti dair autore
originale/ Lo stesso fanno in Virgilio Niso ed Eurialo. Intanto sopraggiunge un
corpo leggiero di rinforzo a Turno sul- ]' atto che ì due amici uscian di
periplo, scopre da lunge Eurialo al lampeggiar delP elmo rincontro al lume
della luna : Volscente capo della spedizione grida loro il chi va là: tacciono
questi, e s^ inselvano. In Ariosto Medoro indrizsa le sue preghiere alla * I
molivi che adduce Nìso per trattenere Earialo, son più forti e toccaDti. Il
primo sentimento d*afleltO| che si sviluppa nel cuor dell' uomo, è quello d' un
figlio verso la madre , e questo affetto di- vicn sacro e più commovènte quando
rivolgasi verso una madre vec- chia. Tal ò la situazione del giovane £urialo; e
se Niso parla ancor per sentimento di privala amicizia, ella è più nobile in
quanto cbe nasconde il suo proprio interesse. Qui Nìm si U^juttàv^ anche pift
cbe il giovinetto £uria1o, cbe ci dispiace per ora nn .pocoi appunto perchè non
s'arrende alla pietà Aliale» e mira piuttosto alla sua glo* ria. In Ariosto
Cloridaao parla per sola amiclila, nè par cbe molto s'a£faticbi a dissuader
Medoro^ ilqeale lenté ancor più la gratiti^ (Une pel morto Dardinello« e
soprattutto l' amor Min soa.gloria» che non è lontano itoU' amor proprio. In
Virgilio f due eroi sono piU posati, ed agiscono con mente serena; nel che II
valore si confonde colla virtù. Il presentarti die finno ni duci rimasti al
comando ddia città» il palpito» la rieelioscémt d' nn principe giovanetto che
molto . s*sglta pel padre suo» la tenerena del veodiio Mele» Il travesti- mento
de* due giovanetti per mano degli eroi» fiinno nn quadro cosi eommovente» cbe
In esse IIMIé d* a^ni efd» tUOtrem di agni HnO' «fsftsa si manifesta ; e la
gara e l'Impresa deT due giovanetti divien gaia e palpito di tutti. Ariosto non
si curò d'Imitar questo tratto, e fissò lo sguardo piuttosto angli accidenti
notturni del campo, dove la scena più maravigliosa, e forse meno patetica,
rispondeva più al suo carattere. Qui per altro potea dilungarsi un poco più
dalle par- ^ ticolarità accennate da Virgilio, e dare maggiore originalità alia
sua imitazione. L^ yi i^uu Ly Google 239 — Lviui, oVesea fuor delle nnhif e gli
palesi ove giaccia Ja spoglia amata di Dardinello. La Lona, a qnel pregar* la
nube aperse, 0 foflie caso, oppur humia feife; Con Parigi a quel lume ti
scoperse V un campo e V altre; e 1 monte e il pita si Tede: Si Tldero i duo
colli di lontano, Martire a destra, e Ler! ali* altra mano. Rifulse lo splendor
molto più chiaro Ove Almonle giacea iiiorlo il Aglio. . Medoro andò, piangendo,
al signor caro; Cbè conobbe il quartier bianco e vermiglio: E lutto 'I viso gli
bagnò d'amaro « Pianto (chè n* avea un rio sotto ogni ciglio) lo si dolci atti
f in sì dolci lamenti , Cbe pelea ad ascoUar fcriaare i venti* # Quindi Medoro
con derìdano si caricano amendue del pese del cadarere di Dardinello. Sol far
deir alba sopraggiugne Zerbino de' Franchi, il quale avendo cac- ciati tutta la
notte i Mori, si ritraeva al campo. Glori* dano ooDSigUa a Medoro di sgravarsi
del peso del cada* vere per sottrarsi al neniicoy sulla ragione Che sarebbe
pensier non troppo accorte Perder duo. vivi per salvale un mrto* - Ed infatti
Cloridauo si libera dal peso, ma tutto lo ritiene sulle sue spalle Medoro,
mentre quello avanza piti lieve e più celere il passo. Zerbino col suo séguito
dà loro la caccia, ed essi s' inselvano. ^ * La luna che in mal punto si
scopre, e che rifolgorando dal- l' elmetto d' Eurialo, il pone a periglio
(mentre la stessa Diana non dovea cosi tradire il disgraziato giovinetto,
cacciatore a lei devoto) ci presenta il vero naturale che illumina la scena ;
mentre nel- V Ariosto I Medoro fa quasi un siiraoole cbiamaDdola obbidisate a
L.yi.,^uu Ly Google — «40 — Del pari in VirgUìa ì cavalieri Rttluli occupano
lotte le uscite della selva. Borialo è ritardato dalP ombra della boscaglia , e
dal carico della preda. Niso è trascorso innanzi, ed è già prossimo ad uscir dì
periglio, quando si ricorda dell' amico; ritorna indietro,. ode lo strepito
dell* armi, vede Earialo stretto da* nemici; dopo un momento di esitazione si
rivolge con una preghiera alla Luna come cacciatore, scaglia alla cieca un
dardo, uc- cide un nemico , poi un altro non veduto , e difeso da' ra- mi :
infuria il capo Volscente , e vuol sacrificare Eurialo ; ma in tanto cimento
deir amico offre Niso il petto alle ferite, ed esclama: Me me, adsum, qui feci,
in me convertite ferrum, 0 Rululi: mea fraus omnis: nihil iste nee auiu$, Aec
potuit : calum hoc et conscia sidera ttitor. Tantum infelieem nimium diUmt
amiettm. Neil' Ariosto, Medoro ò aggravato dal caro peso del cadavere di
Dardinéllo, e si è avviluppato tra l' orror delle selve, mentre Cloridano era
già quasi al sicuro. Costui, mentre s^ avvede aver perduto V amico, ricalca la
selva ^ ed ode strepito d' armi : Ali* ultimo ode il suo Medoro , e vede Che
ira molti a cavallo è solo a piede. ^ Lo circondano tutti , e Zerbino grida che
sia arre- seobprlre 11 luogo, ove giaccia 11 cadatere di Oardtaèno. Tolto H
procedimeDio Id VirgHIo è fa natam più die aair Arloeio, laa as- sai toccante
In questo è il punto io cui Medoro è tardalo dal paia del cadavere amato; e qui
Cloridano è un poco troppo soOedto al ripiego per salvarsi senza esitare un
momento, e quasi sì avtilltee in quella riflessione , che è pur vera, ma poco
nobile. Medoro, ctie ciò non ostante in mezzo a tanto periglio si ostina a
portare il caro peso i qui s' innalza fino air eroismo. Digitized by Google — 241
— sialo. Egli cerea scbeimo e riparo qua e Ik , nè mai si scosta dal caro peso:
L*ba riposato alQo suirerba, qaaodo Regger noi puoie , e gU va intorno emodo :
Ck>ine orsa che 1* alpeslre cacciatore Nella pietrosa tana assalita abbia,
Sia sopra i figli con incerto eore« E freme in suono di pietà e di rabbia: Ira
la *ntrita e naturai furore A spiegar V ngne e insaguinar le labbia : Amor la
*kiteneri8ce, e te ritira A riguardare ai figli in meno 1* ira. Cloridano
allora nascoso trae un dardo e poi V al* tro, e uccìde alcuni de' nemici:
Zerbino si scaglia con- tro Medoro per ucciderlo, egli si raccomaada, e col suo
bel volto e co' suoi preghi implora tanto di vita che gli basti a seppelh're il
cadavere del suo signore : ma in questo mezzo un cavalier villano sopraggìunto
feri- . sce Medoro, tal che se ne sdegna Zerbino, e vedendolo caduto a terra il
giudica morto, ^ < In Virgilio la preghiera di Niso alU Luna, come già
diTOto a lei« ha qualche cosa di pio e di patetico: e quel tornare indietro per
r amico per quella linea che divide il periglio dalla salveiza iaituaaione
egualmente adottata dall* Ariosto in Clo'ridaDo), è una circostanza tutta
eroica, in Virgilio le parole generose di Niso ea- ratterìuano il quadro; in
Ariosto Ui eostanu di Medoro» che s' ag- gira qua e ih cacciato e percosso,
gemebondo e ferito» intorno al cadavere amato, fissa dei pari la ince di tutta
la scena» e il colpo d' occhio della prospettiva. Bellisrima altresì in Ariosto
è la almi- fitudine Cam' ona ee. Essi però nacque in orìgine sott* altro ponto
di vista anche da Virgilio » che l' aecenna II dove Iffeo ed Enrialo fumo
strage nel campo sopito do* Rutuli» e forse vi è più opportu- namente
collocata: Impasttts ceti piena ieo per ovilia ttirlanSf J ' Stiadet enim
vesana fames , tnanditque trahitqiie Molle pecusp mutiimijuo metti: Jremit ore
cruento, 16 L.iy,.,^uo Ly Google — 242 ^ Io Virgilio , non osUoti le preghiere
di Niso , Voi- scente uccide T amabile giovanetto Eurialo, fl quale cade :
Purpureiis veluli quum fiat auccitiu aratro Langueteit moriens ; kutwe papavera
(Ma Demitere capul , pUaia qmm forte ^ovoiiter. Niso si scaglia in mezzo a'
nemici cercando a morte Volscente, sostit-ne da ogni lato un nembo di strali e
di guerra, c uon ristassi finché non abbia uccìso Voi- * soente; quindi
percosso anch* egli e in tanti modi ferito va a morire sul cadavere deli'
estinto amico: Tarn super exanimem sese projecit amicum Confossui^ placidaque
ibi demum morte quicvit. In Ariosto Zerbino si ritira criicciato ali* atto vii*
lane per far vendetta di quel cavaliere che fugge via; ma Cloridan, cbe Medor
vede per ierra« Salta Del bosco a discoperia guerra; e fatta molta strage, e
trafitto anch' ei per molte ferite, E tolto che si sente ogni potere , Si
lascia accanto al suo Medor caliere. S rivo^no altroire i Franchi; il giovane
Medoro rinviene r ed essendo ivi sopravvenuta Angelica ventu- Gmì neli'
imilaalone diviene originale lo stesso pensiero e le flessa immagine y
presenUadoU soli* altro paeto di prospeitifa e eoa ac- cideaii dìyersi. In Ariosto
la situazione di Medoro die domanda in grazia la vita a Zèrbioo per seppellire
il oadaTere di Dardineilo ; l' atto f il- Jaoo di qoel eavallerQ cbe in tal
poslaiooo lo feriao^» il geneieso sdegno chene prende Zerbino» son cose tni.te
nuove* assai beo infnpginste, onde i*^utoBef scostandosi dall'Invenaion
Viigiliana» rin- nova e rende originale la scena. Qui diviene Interes^nte aneto
Zerbino» ciò che non è Volscente in Virgilio; il quale forse lo volle dipingere
cosUlttrOt perchè facesse contrasto coli' amabile giova- netto Eurialo»
assomiglialo ad on flore cbe cade reciso dal duro vomero. Digitized by Google
riera figlia re dt Calai, aenle di hii pteta , Io cara con erbe salutari , lo
conduce alla casa di un pietoso pastore, dove ella s' innamora del giovinelto,
e dove Di sè aon cara ; e non è ad altro intenta , Che a risanar cM lei fere e
tormenta. * In Virgilio i Riituli troncano le teste de' due gio- vani inielicì,
riconoscono qua e ]ò quante stragi hanno essi fatte sul campo, e si presentano
dinanzi alle trin- cee ed alle mura degli assediati Troiani , col miserando
spettacolo di quelle testo confitte alle picche, sul far del giorno. Accorre la
madre di Eurialo alla infausta novella: BMtmi^nlhiirùéii, fewoluttique penta*
vola alle mufa in mezzo alla turba la vecchia ma- dre infelice, vede da lungo
il mozzo capo del figlio, ed esclama: Hunc ego te, Euryale, adspicio? lune illa
tenedce Sera meoe requies? potukii linquere solam, Crudelis? nec te, sub tarila
pericula missum. A/fari extremum miserw data copia mairi? HeUt terra ignota
canibus data praida lalinii, ÀlitibMquejacei! nec U tua funera maler * Qnl
tanto' Virgilio, quanto PArfo^, Tmo sseatandosi a graéo a grado MT aUre^ mm%
del pari nel merito dell' Invenaione. Miao e deridano sono egoalmenle interessanti,
e se il secondo in Ariosto Ita f^tto dubitare nn momento del suo eroismo , qui
ricu- pera tuUa la prioria, alla quale unisce un soave patetico eguale a •
quello che c' ispira la caduta di Niso sul corpo dell'estinto Eurialo. In
Virgilio il villaifo Volscente è punito da Niso con eroica vendetta : Zerbino
in Ariosto meritava d'essere risparmiato; ma se per un caso fosse stato ferito
dopo la sua nobile indignazione, o anche morto, avrebbe data nuova luce e nuovo
interesse al quadro, e nuova originalità : ma Zerbino nel piano del poeflM era
riserbalo ad alire^venture d' armi e d' amare. Digitized by Google — 244 —
Praduai, frmim «oii/af, aaif vuluré M, Vai tegent. Ubi quam iW6le« fattna
dl$tq9ie Urgebam . $t tela curai lolaòar aaiUs* Quo Hquar f Commossi i Troiani
a tali lamentìi per comando di Dio- neo e di Ascanio, muUum laerimanUt JuU,
CorripiutU, inierque manmiub Ueia reponunt, E qui si riprendono le operazioni
di guerra. * D. Dopo avere tradotto, analizzato , ed emulato, è egU terminata V
opera deW imikunone? lì. No , anzi ella allora veramente incomincia, pe-
roccliè questi esercizj non sono che il principio e V av- viamento all'
imitazione , come bo asserito fin dappri- ma, conciossìachè T imitazione sta
più in alto. Infetto r imitatore deve sapere tutta in sè ritrarre V arte del-
l' imitare ^ e le cose suddette giovano princìpalmenle * Io Ariosto Medoro è
serbito ad altri casi, e T episodio si ran- noda all'azione principale con
mmvigllofia irarietà di Unte e di pro- spelUve. Dal fremito della battaglia
alla quiete di ona capanna pasto- rale, dairire agli amori, cui serre di dolce
tniermeiio e di grada- zione l'idea d'nna tenera amlsiii, d'una pietà generosa,
sono pas- saggi di scena così bene immaginati, che la imitazione si colloca al
lato della inveniiene Virgiliana. Air incontro in Virgilio il ritorno che
ftcciamo indietro a pensare sulla situazione della vecchia madre d'Eurialo, il
ricordarsi delle promesse, de' palpiti del giovanetto prin- cipe Ascanio,
de^vecchi dod; il rammentarci in fine generalmente psf^ laudo di quel momento
felice, nel contrapposto di cosi nriseranda sventura (per cui palpitammo tu qui
tra la speraoza e SI timore), è veramente il compimento del quadro, In cui
l'azione tutta Insieme ci si sclliera davanii. E la dìpiniura della madre
d'Eurialo, allorché di man le cade la conocchia, e i suoi lamenti , e la
commozione dei Troiani , fanno gradazione al momento terribile in cui risorge
il ter- lor della battaglia, cresce la sospensione, ia maraviglia, il terrore;
e razione ad eventum {ulinaL Digitized by Google per venire a ciò. Colui
imiterb, che con ispesso eserci- zio si farà a scrivere, e cercherà ohe la sua
scrittura ^ condaca con qaella stéssa arte, con cui ì Classici re- sero belle e
piacenti le proprie. Nè basterà che una o due volte si abbandoni all'esercizio
dello scrivere, ma molti anni dovrà scrivere , solo per imparare a seri* vere,
e formarsi una maniera propria composta all' imi- tazione de* migliori. Cap*
ILlLm umm Mto • tnM imlMie i mìsUotI mH*- torì mi debbaiio imitare, e quali
sono quelli elle ileTOiio innanzi m tvMk essere inaitati. D. Si dovrà egli
imitare un solo , o tuUigli scrittori msieme, i quali hanno titolo d* essere
eccellenti? R. Molte questioni si hanno intorno ciò , e molti avvisano che. un
solo si debba prendere ad esempio; altri, che da tutti si debba sestiere. Se a
me è lecito dire la sentenza mia, io reputo che T una e V altra cosa si debba
lare , cosicché quella disputa che fu accesa e ventilata assai nel 4500 tra
uomini sommi, Pico, Bem- bo^ Polisiano, Cortese, mi pare che possa risolversi
col prò d' amendue le parti. In fatto io sono di credere , che dapprima un solo
e il piii eccellente si debba pren- dere ad esempio , come appunto fanno i
pittori che iniziano air arte i giovani sulle tavole di Raffaello, pe- rocché
egli fu il più perfetto fra quanti penaelleggia- L^ yi i^uu Ly Google — 246 —
rono tavole e tele. E così debbo fare chi vuole riuscire scrittore; dapprima si
dia a guidare ad un solo; ne prenda l' arte, gli audameoti, le traosuionii U
periodo* il modo del comporre ^ tutto io somma che- Tarte ba di bello e di
buono in quello scrittore. E se per caso iu alcuna parte egli fosse men che
perfetto, quella parte egli cessi, e tenti migliorare. Poscia dopo laago
esercizio , quando V arte è divenuta nostra, e quasi fotta ia noi slessi
natura, saremo liberi di recarci alF altre fonti, acciocché, se qualche special
colorito più confa- cente alla nostra maniera di sentire in altri ci avvenga
trovare, Io facciamo nostro, e quasi raggiungiamo a perfezionare il modello che
dapprima imitammo. Così i pittori, dòpo essersi formati una maniera alla scuola
di Raffaello, sì conducono allo studio delle tavole del divin Le<Hiardo, del
Tiziano e del Correggio , e tutto insieme fanno una maniera che non ò veramentcd'
al- cuno , ma sì cosa lor propria , nè d' altri , alla quale tutti insieme que*
grandi, ^e' quali studiarono, banno dato conforto. D. Quali sono gli autori che
si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore? R. Tutti i
più eccellenti possono essere presi ad esempio singolare, e la scelta non è da
fare in genere , ma si conviene applicarla specialmente alla natura di colui
che vuole apprendere V arte. Eccellenti sono tra I Latini, e Terenzio e
Cicerone e Livio e Sallusl^ e Cor^ nelio e Cesare e Quintiliano; e ognuno di
questi può essere ottimo esemplare: ma io non direi così alla cieca: — prendi
questo, prendi quello; ma vorrei obe studiata la natura del giovane, il savio
aiaestre ^ assegnasse queir autore che piii tiene alle stesse qua- lità d'
animo o di mente. I^ò io a giovane d' iodole Digitized by Google — 247 —
tranqQiIla e doloe yorrei dare Sallustio, Livio, o le piti veementi orazioni di
Cicerone; ma sì mi piacerebbe eh' ei si fermasse sopra Cornelio Nipote, sopra
Cesare, osoi trattali a sulle lettere di Cicerone: e coiA a gio- vane di forte
fantasia e di risentiti affetti darei molilo Livio e Cicerone; e a chi abbia
forza di meato e di ri- tlessioiie, proporrei Sallustio, e poco appresso forse
aneo Tacito. Ch'egli mi pare che meglio la natura spie- ghi le sue forze,
guidata dalla somiglianza, che non abbandonata alia scorta di chicchessia. Nè
dòssi temere che codesta somiglianza feccia imitatori servili ; per- chè per
molto somigliante che sia il modo di sentire, pure vi ha sempre una differenza
propria di ciascuno, la quale nello stile per poco va a primeggiare , e
cO" stHuisce poi la maniera propria di ciascuno scrittore. Vero è che vi
sono alcuni scrittori, che, avendo in di* verso siile dettate opere, facilmente
s'accostano alla maniera di tutti, come Cicerone fra i Latini, il quale non
meno agli oratori che ai filosofi, agli storici, ai co- mM, si eonfh; cosicché
tu possa o alle orazioni, o, se r ingegno tuo è da meno, alle lettere, ai
trattati, ai dialoghi rivolgerti; e ùra gli italiani Dante, il quale tutti i
generi raccolse nella sua Commedia, e in tatti si levò all'eccellenza. E di qua
venne che il solo Cice- rone potè da molti essere preso ad esempio, senza che r
uno sappia dello stile deli' altro, come bene osserva Paolo Cortese da San
Giiàignano, scrittore e giudice ottimo di tai cose , nelh\ risposta eh' egli
invia ad An- gelo Poliziano. — « Guarda, dice egli, a coloro. che si » fecero
ad imitare Marco Tallio, ed osserva qoanto 9 siano distanti Tuo dall'altro, e
quanto anche fra 9 sò clissomiglianti. Livio prese quella larga e ricca 0 veua
che non conosce freno , Quintiliano V acume, Digitized by Google » Lattanzio
Fannooia, Garslo la doloena, Columella ' » r eleganza, e mentre questi avevano
tutti un solo » proposito, cioè di comporsi allo specchio di Gicero- » ne,
pure, se si paragonioo, non vi è cosa laato disao- » migliaQte quanto sono essi
fra loro; nulla tanto di- h stante, quanto essi da Cicerone. » Una cosa però
inculcheremo sopra tutte, ed è questa: che ninno per piegarsi air imitazione
altrui contraffaocia alla propria natura, né preitda que'mod! che Fuso ha
rigettati, ma la propria natura modifichi soltanto secondo l'arte al- trui.
Ogni scrittore debbe essere uno, aver proprio ca- rattere ^ stile e maniera ; e
chi altrimenti fa, si confonde colla derisa greggia servile degV imitatori ,
anzi de' con* traffattori, che sono sempre i peggio scrittori. D. Quali sono
gli scrittori che debbono eoeglitrei j9mei}x»{fRstite a maestri fra i Latini?
R. Fra i prosatori, come fu detto, Cicerone a capo di tutti, poi Livio, Cesare,
Cornelio, Sallustio, Pater- colo, Curzio, Quintiliano, Columella: e dopo.questi
Ta- cito, Plinio, Floro , i quali per avere difetti non lievi non si possono
così di subito prendere a mano per non riuscire a {peggio. Infatti troppa
brevità, che genera oscurità e durezza, è in Tacito: troppo studio che dà in
affettazione, è in Plinio: Floro in mezzo ad una vl< vace brevità, ha
sovente concetti raffinati, oscuri, e spesso più da poesia, che da prosa. Fra i
poeti Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo, Te- renzio e Fedro anteporrei a tutV
altri ; non disdirei però dopo qiiesti la lettura di Lucrezio, sebbene qualche
volta più filosofo che poeta; nò Properzio, che spesso è in- tricato, e
soverchiamente eriidito; nò Ovidio, che spesse per troppa prolissità ristucca,
e per difetto d*arte manca di nobiltà; nò Lucano, che troppo spesso la fa da
oratore e da istorico^ anziché da poeta; nè Giovena- le, che risente dello
stesso vizio di declamazione. So- vra tatto però lodo chi prende ad imitare
Virgilio, per- chè niano fìi mai piti perfetto di lui nell* arte, e perchè,
avendo trattato diversi generi, può a diverse indoli d' ingegno facilmente
accomodarsi. Aggiungerò che V imitazione delFarte di costui è piU utile agli
Italiani, perchè cpieirarte stessa si trasfuse nell'Autieri, e di- ventò arte
nostrale. D. Quali scrittori italiani vorrete voi proporci a maeilri? R, A
queste vo' che vi risponda per me Paolo Co- sta, grande maestro che fu
dell'arte e amico mio, le parole del quale ora recherò così come sono, e tali
sono che pid saggio non vi potrei dare io stesso: « E prima è a sapere, die'
egli, che nel secolo XIV alcuni prosa- tori ed alcuni poeti diedero al volgar
nostro tanta pro- prietà e grazia , che nessuno poi ha potuto eguagliarli ; ohe
nel secolo XV questo volgare fu quasi abbandonato per soverchio amore della
lingua latina , e per pusilla^ nimith degli uomini d' Italia: che nel secolo
XVI fu dal Fortunio e dal Bembo ridotto a regole determinate , e da molti fo nobilmente
adoperato in varj generi di scritture: che nel secolo XVII fù da taluno
aoconeia- raente impiegato, ed arricchito di voci pertinenti alle scienze: fu
da alcun altro scritto con eleganza , ma ven- ne da moltissimi in parte
corrotto, e rìvdto in vanità di falsi concetti: che nel XVllI Gnalmente fu da
pochi bene usato, e da moltissimi con parole e modi forestieri vituperato. Tale
essendo stata la fortuna di questa bel- lissima lingua , chi potrà dubitare che
oggi non sia a noi salutevole il consiglio, che ci porgono gli uomini sapien-
ti, cioè quello di studiarsi gli antichi esemplari? Se nel — 250 — btton secolo
ddla lingaa latina si stimava essere opera di gran profitto ai giovani il molto
leggere gli antichi scrittori del Lazio, quanto maggiormeote non ai dee credere
che lo studiare i nostri sia per giovare a noi, che viviamo in un secolo, ove
gli Italiani pressoché tut- ti, più delle cose forestiere che delle proprie
dilettan- dosi, scrivono sì^ che punto non pare alle loro scritture che sieno stati
allevati in Italia? * Verissimo si è (andie parlando delle arti) quello che
dicono i politici; cioè che qualvolta le cose sieno pervenute a corruzione, bi-
sogna richiamarle a' loro prìncipj. Questa sentenza doi* vrebbe essere dinansi
all' animo de' giovani nelle let* terc umane; pure sono alcuni, che, deridendo
coloro ohe molto studiano i testi delia lingua, dicono essere; sdocdiezza il
darù tanto peosiero delie parole egfd qual volta si abbia cura dei concetiì,
come se il recare alla mente altrui i nostri concetti non dipenda dalla virtù
di bene accomodate parole. Cotaii persone avendo po- sta kro usanaa o ne'soli
domestici negOijjy aia al- cuna sdenta o arte, nè mai data opera allo studio
dell» lingua, vilipendono ciò che non conoscono, e perciò, non avendo autorità,
aon meritano alcuna risposta^ Tutti gli uomini di mente lUscreta Ma<ai
maraviglie^ ranno se qui vengono còOsigliati i gìóvanelti a studiare prima
nelle opere de' trecentisti , ne' quali è dovizia di vocaboli propij, e di
forme gentili, e chiarezza, e seaah- pKdtà , e urbanìlè , e maravigliosa
dolcèna, ed a riser- bare agli anni loro più maturi lo studio de' cinquecen-
tisti , che scrissero eloquentemente di cose gravi e ma- gnifiche. * Tale era
la condizione deir Italia quando per la prima volta fa stampalo il libretto
dell' Elocuzione: ogsi» la I)io mercòy molti soiào<:be scrivono in porgala
favella. Digitized by Google — 251 — » Ma per avTenlora alcuno dirli: non
debbiamo noi essere intesi dagli uomini del nostro secolo, e cercar di piacer
loro seguendo T usanza? Perchè dunque vorremo che la gioventii studj ancora
quelle opere ove si trova- no, oltre le voci ed i modi che sono fuor d^uso, e
l)ar- barismi, e pleonasmi, e solecismi, ed equivocazioni, e talvolta
negligenza e stranezza ne' costruiti? Perchè non vorremo consigliarla piuttosto
a leggere i soli sorìt- tori del cinquecento, i quali, seguitando le regole
gram- maticali (iettale dal Fortunio e dal Bembo, non solo scrissero
correttamente, ma trattarono eloquentemente di varie ed importanti materie? A
queste obiezioni ri* spondoremo, che si dee seguitare l'usanza dei buoni
scrittori, raa non T usanza del volgo; che non si vuole negare che in molte
opere del trecento non si trovino, * fra la copia delle maniere proprie, nobili
e grasiose, vai^ difetti : ma che per questo non ci rimarremo dal consi- gliare
la gioventù di avere sempre caro sopra tutti quel secolo beato, e di leggere
per tempo i suoi ecaellenti scrittori ; poiché ci teniamo certi che , quanto è
difficile il renderci familiari e domestiche le maniere native e gentili,
altrettanto è facile di perdere T abito di peccare contro la grammatica e
contro V uso. La predetta virtd non si può acquistare se non con lungo
esercìzio: il di- fetto si può togliere assai agevolmente dopo lo studio della
grammatica , e dopoché per la liiosoha e per la erudizione ci verrà dato di ben
conoscere il valore delle parole, e di ben distinguere la lingua nobile dalla
pìth bea, e le maniere che per vecchiezza hanno perdutala grazia e la forza
nativa, da quelle ciie sono ancora belle ed efficaci. » Quanto allo studio de'
cinquecentisti, non dubi- tiamo che ei sia per essere utilissimo^ essendoché
molti Digitized by Google — 252 — eccellenti scrittori di quel tempo
adoperarono la lingua che appresero da Daate, dal fioccaccio, dal Petrarca e
dai^i altri trecentisti, emalando mirabilmente i Greci ed i Latini in molti
generi di scritture : ma teniamo per fermo che convenga alla gioventù di
avvezzarsi al candore ed alla seniplicità del trecento prima di cercare lo splendore,
la magnificenza, la copta e V altezza de' pen- sieri ne^ cinquecentisti.
Perciocché tutti coloro di^ si sforzano di parere magnifici e splendidi prima
che dalla filosofìa sieno fatti ricchi di cognizioni, fauno V orazione loro
bella nella buccia , ma nel!' intrinseco vana e pue- rile. Non polendo i
giovanetti esprimere con yeritò se non que' pensieri e quegli affetti che sono
proprj della tenera elò, troveranno assai accomodate al bisogno le parole ed i
modi usati dai trecentisti, la più parte de' quali, come que'che vissero
nell'infanzia dell' italico sapere, scrissero di tenui materie. Verrà poi quel
tempo maturo in che ai giovani farà mestiere di alzare a gravi concetli Io
stile, ed allora apprenderanno dal Gueciar- dini gravi th e nerbo ; dal
Segretario Fiorentino sobrietà ed evidenza; dal Caro copia, efficacia e
gentilezza; dal Gasa splendore e magnificenza; dal Galileo ordine e precisione;
dall'Ariosto e dal Tasso i pregi tutti onde è divina la poesia. Ma allo studio
di questi e degli altri molti, che fecero glorioso il secolo di papa Leone, non
avranno l' animo ben disposto se non coloro, cui prima sarà piaciuto di
attingere ai puri fonti del trecento, dai quali derivarono i sopraddetti
abbondantissimi Oumi.» Digitized by Google cmcMJDnMmsB. Dalle cose brevemente
fìa qui dichiarate sarà facile rilevare in ohe prìDcipalmente ooosisia qaeU*
arte che si chiama Rettorica, e che 'cosa debba fare chi bene e sicuramente
voglia apprenderla. Yedrh che il primo studio dee porsi nella scelta delle parole,
perchè siano quali sono domandate a significare precisamente le idee, e perchè
siano collocate con quel giusto ordine, senza del quale non si forma bene il
periodo. Apprenderà quali r^ole denno governare esso periodO| e quali qua- lità
precipue debba avere. Poscia conoscerà come si formi il discorso, e che le doti
le quali lo rendono po- tente sull'animo sono la verità, l'ordine, la
naturalez- za^ r eleganza. Quindi si recherà a studiare quegli ele- menti di
che r eleganza fii genera, e fra questi vedi^ annoverate quelle forme di
parlare che dagli scolastici furono chiamate figure di grammatica. Appresso
impa- rerà quale giovamento rechino air umano discorso i tro- pi , e come il
linguaggio si divida in tre specie , la prima delle quali è dalla fantasia, T
altra dalla passione, la terza è governata dalla semplice ragione ; e gli sarà
ma- nifesto quali forme sian proprie del primo, quali del se- condo modo; e
come il linguaggio della ragione ami una schietta semplicità, confortata a
quando a quando da concetti e da sentenze convenienti al carattere del
discorso, non che alla specie dì esso. E seguitando avrà appreso che la
varietà, e queir armonia che ha nome d' imitativa, rendono più dilettevole e
potente il discor- L^ yi i^uu Ly Google — 254— so; che la descrisfone e 1*
affetto da un* adeguata collo- cazione delle parole acquistano vigore e vita.
Vedrà quali sono i diversi caratteri dello scrivere, e quali le specie che da
ogùuno di questi caratteri si derivano. Infine saprè che cosa è stile, e a
quali leggi dee sotto- stare, in quante specie comunemente si divida, e come si
possa formare buono , ponendo mente alle norme che ne assegnano i maestri dell'
arte» e applicando V animo alFimìtacione dei Glassici, dalla quale
principalmente si può avere giovamento e conforto. E di tutto avrà esempli a
dovizia, allo specchio de' quali potrà sé e le opere proprie comporre. Non vi
sia però alcuno che avvisi con la sola lettura , ed anche il solo apprendimento
delle regole, poter riuscire scrittore buono, perchè senza un eserci- zio
continuato e paziente le regole o tornano invano, 0 mettono assai poco conto.
Laonde voglio che siano av- vertiti. i giovani di ciò ; e che neli' esercitarsi
bene pon- gano tempo e paziensa. Ricordino che come la terra non produce le
cose appena' le fu fidato il seme , nè senza fatica lunga di coltura, così
nelle creazioni del- l' umano ingegno, dopo gittate il buon seme delle regole e
de' precetti, fa di mestieri adope*ar fatica perchè a bene sviluppino, e
crescano a buono ed ubertoso frut- to. Chi vuol fare risparmio di tempo e di
fatica, non potrb mai riuscire con lode. A far presto non consegue mai il far
bene, si al lungo esercizio la speditezza dello scrivere tien dietro, come
insegnò Quintiliano nel libro decimo delle sue Istituzioni al capo terzo, colle
parole del quale mi piace>dar fine: Moram U tottecitudmm HiMs tmpero. Nam
primwn hoc comHiimdum aique ^btinendum est, ut quam optime scribamus: celerita-
teoi dabit conmetudo, PauUaUm rei facilius se osten* Digitized by Google dent,
verba respondtbutèi , emposùio prosequelwr. Cm- età dernque, ut in familta bene
instituta, in officio erurU. Summa hcec est rei: cito scribendo, non fit lU re-
cU scribatur; bene scribendo, fit ut cito. « Posatezza ed attenzione vo^che si
abbia in sai cominciare. €hè, in- nanzi tutto, ciò si dee stabilire ed
ottenere, di scrivere quanto piìi meglio si può: dall' esercizio ci verrh la
pre- stezza. A poco, a poco le cose con magnar facilità si offeriranno, le
parole corrìsponderannovi ; il discorso prenderà forma. Tulle cose infine, come
in ben ordinata famiglia, basteranuo al debito loro. La somma è que- sta :
collo scrivere presto non ^ impara a scrivere be- ne ; collo scrivere bene si
ha di scriver presto. » FINE. uyQui^CQ Uy Google msiGE. Al cbiarissimo signore
avvocato Luigi Foraaciari. — Giù- aeppe-Ignaiio Montaiiari. . • • . Pag. 5
DBLL' ARIB HBIieElCA. GAP. I. ' Che voglia dire Retlorka, — Quale bontà si
ricerchi nelle parole^ e perchè, — Come da eue proceda la ekiarezzak D. Che
cosa è la Rellorica ? * , . 13 D. Quali bonlà denno avere in sè le parole? •
ivi D. Perchè si deve avere questo riguardo nelle parole? ... ivi 1). Da quante
cose procede la chiarezza? 14 D. Come si oUieoe la cbiacezza dalla collocazione
delle pa- role? : 15 D. Con che altro modo si ottiene la «hlafena nel eolloeare
le piurole? • . , ivi CAP. il. . Del Periodo. D. Che cosa è il periodo? 16 /).
Che cosa è la sentenza? Ivi D. Come sono chiamate dai retori le parti che
compongono il periodo? 17 D. Di qiianli membri sì deve comporre il periodo ? f8
D. Quali regole si daono a ben formare il periodo? ivi CAP. 111. DeUe qualità
eeeenziali del Periodo. D. Avete detto che r unità, la cbiarezza e l'armonìa,
sono le tre qualità essenziali del periodo; oi'a spiegatemi un poco perchè è
necessaria V unità iU 17 « • — «58 — D. Come si oltiene l'uniià? Pag. 19 D. Che
intendete quando dite che ii periodo deve avere ef- ficacia? 2i D. Qaaìi regole
ai danno per ottenere l' efficacia deli* eeprea- alone nel periodo t ivi D. Si
deve egli evitare la superfloità aoltanto nelle parole? ivi D. Qnale altra
regola ai dà per ottenere l'efficacia nel pe- riodor? . ; • . . . M D: Quale
altra regola aaaegnereste oltre le accennate? .... Ivi D. Qual è la quarta
regola per dare efficacia al periodo ?.. 83 D. Qnal è la qoinu regola* pee
rendare efficftice II periodo? . . 84 D. Qual è la sesta regola per dare
efficacia al periodo? .... ivi CAP. IV. « Dell' Artnonia, f D. Che cosa deve
dirsi dell' armonia? 86 D, Perchè avete detto die i' armonia nasce dalia sceiu
delle parole? . . ..... 0. Qamte regole ai possono dare per tendere armonioso
il periodo eolla acelu delle parole? 87 Dm Dareste le regole die rigvardano la
diapoaiiione delle pa- role per ottenere armonia? . D. Chi può dirigere» e dar
leggi. migliori iàloruo 1* armonia ? 88 D. In quanti vi^ ai può cadere cercando
sovercbiamente Tar- monia? * • • .• I>. Conviene forse vna sola armonia
egualmente ^ ui^ i pe* riddi? • ^ D. SI dovrà egli comporre 11 tDacorao-
semplice solamente di brevi periodi » e V oratorio solamente di ioagU ?•••..
in* D. Con che arte al rende lungo il periodo} ivi D, Formato che sia bene il
periodo, cosiccàè riesca doUto d' unità , d' efficacia, d' armonia, che altro
resu a href 30 C/LP. V. » ' Bel DiseonOt e delle sue principali quMà. D, Come
si po6 definire il discorso ? Digitized by Google -, 259 — A. Qiittiti s«Bo i
fisi èbi ruomo si fob pM^om nel di- Mono? «... Pag. 31 D. tre fini diversi che
raomo si propose parlando» de- vono forse essere sempre egoili le qnalfià del
discorso? ivi D, Insegnateci ora le qualità proprie ad ognuna di queste ire
specie. r , . . . 32 « CAP. VI. DeUa nerità, deW ordine ^ deUa naiur(deua e
deU* deganza. D. Che cosa intendete dire quando prescrivete che il discorso
abbia verittf ....... ivi D. Che cosa è l'ordine? \ 33 D« Che cosa ori dite
della naturale»? 34 D. Che cosa h elegante, e in obe censiMt 36 CAP. VM. *
Delle figure del Dkeerto tMamaf^ granmalicdi. D. Che cosa sono queste fi{?ure
grammaticali ? 37 D. Come può dirsi che le figure grammaiicali giovano all'ele-
ganza del costrutto? '. % • • • ivi D. Quante e quali sono queste figure? 38 D,
Come definireste la elissi , e che cosa direste di questa fi- gara? ivi D. In
quanti modi si può fare T olissi 39 D. Che cosa è il pleonasmo ; e in quanti
modi si 11 ? • f . . . 40 D. Che cosa dovrà dirsi della siiessi? *. • . 4f D.
Che dee dirsi dell* enallage? 42 0. Quale è la quinta di queste figure? 44
l>. Perchè si parta delle figure grammaticali, e non si fli motto di quelle
che 1 retori chiamano figore di parole? 46 « GAP. vai. Dei Tropi, D. Che cosa
sono i tropi ? 48 D. Onde ha avuto origioe il linguaggio figuralo? ....... 49
Digitized by Google — 260 — D. Quali sono i principali tropi dei quali sì deve
parlare? Pn!]f. 51 ARTICOLO I» * Ti/ili /t nnatnifHI*n UCllCL irieiajora. ivi
Ivi D. Quali fra tutte sono le più belle metafore ? 53 D. Quali VI7J
principalmente rendono sconcia e aeiornìe la 56 Articolo 11. Della Metonimia»
D. Che cosa è la metonimia, e per quante guise si fa? ... . 62 Articolo III.
Della Sinecdoche. D. Che cosa fe la sinecdoche? Artìcolo IV. Dell Antonomasia,
T). Che cosa è antonomasia ? 67 Articolo V. Della Catacresi e della Melalesii.
D. Che cosa è la catacresi ? 69 n. Che cosa è la metalessi ? 70 Articolo VI.
Come i tropi aggiungano grazia al discorno trovandosi riuniti insieme t « come
sieno tutti derivati dalla metafora. D. Dopo queste cose resta altro a dire? 72
D. Avete accennato che lutti i tropi non sono che modifica- zioni della
metafora; sapreste voi dichiararmelo? .... 75 D. Direste voi ora per qual ragione
avete tolto dal novero dei LiLjki^uu L> Google — 261 - tropi l'allegoria, T
iperbole, .1» perifrasi, T ironia, ed 11 Articolo VII. C^me ogni ipeeìe dì
scrittura ami una matàira propria di tropi. ' • D, Ogni specie di tropi
eonviene forse ad ogni maniera di CAP. iX. Delle fbrme di parlare proprie della
fantam. D, Gbecosa sonq le figure derivate dall'lmmaglnasione? ' . 70 D. Cìte
cosa è la similitudine? * * 77 D, Che cosa è la comparazione? i^ B,. Si de?e
osservare alouna cosa intomo l'uso dt queste li» gure? 78 D, Date alcun esempio
che mostri, come la similitudine di* diiara meglio le uose, e le nblMlllsce » o
le sublima. . . 79 D. Che cosa i l'allegoria, e percbè st pone fra le figure
d'immaginazione? 80 «. D Che cosa è In perifrasi? 82 D. Che cosa è l' iperbole?
84 D. Che cosa è i'anlilesi? D. Che cosa è la progressione? 87 D. Che cosa è la
preoccupazione? • • • • 88 D. Che cosa è la concessione? ivi D. Che cosa è la
preterizione? • 89 D. Che cosa è la sermocinaziooe? 90 D. Che cosa è ìpotiposi?
91 Ipoliposi in genere ' 93 • di persona, ossia prosopograUa ivi > di
costumi, ossia etopea ivi » di persone -fìme, o somatopea. • 93 Descrizione dei
luoghi, o topografia 94 D, Vi è nulla da avvertir^ intorno .queate forme di
parlare? • ivi i7* L.yi.,^uu Ly Google - 262 CAP. X. Delle forme Sì parlare
proprie della passione, D, Quali sono le forme di parlare proprie della
passione? Pag. 95 D, Che cosa è V esclamaziope e come di lei nasce V eplfo -
nema? 96 D. Glie cosa fe rinlerrogazione ? 97 D. Glie cosa è ironia, e in cìie
differisce dal sarcasmo? ... 99 D, Ghc cosa ò la preghiera? 101 D. Ghe cosa è r
imprecazione? -lOi IL CAìo. cosa fe la diibit;>zione? lOS D. Ghe cosa è la
correzione? lOi i>. Che cosa fe la sospensione? 105 D. Che cosa è la
comunicazione? 106 D. Che cosa è la personificazione? 107 D, Cbe cosa è
l'apostrofe? Ili P. Cbe cosa è la visione? 113 CAP. xr. * Che cosa si deve
osservare intorno V uso del linguaggio figurato: e se sia da anteporsi il
linguaggio semplici e proprio. D. È sempre bello e lodevole il linguaggio
Ggiirato ? 115 D. É egli vero ciò cbe insegnano alcuni , il semplice linguag-
gio servire alla passione? ivi D, Come si mostra, per esempio, cbe lo stile
semplice non può mai essere proprio della passione? 116 D, Come può dirsi cbe serve
all' eleganza I* uso delle forme di parlare prodotte dalla fantasia e dalla
passione? .... 117 D. Dopo avere parlato delle figure come principio
d'eleganza, di cbe altro ci resta a dire? 118 CAP. XII. Dei Concelli e delle
Sentenze. D, Cbe cosa sono i concetti? ivi D. Cbe cosa è a dire dei concetti
piacevoli? 119 D, Dite adunque dei concetti gravi. . . ivi D. Che (Ice
avvenirsi inluroo ai concelli?* Pag. 121 jD. Glie cosa si paò dire della
seoteoza? « • . • ivi GAP. XIII. ' Della Yarieià. D. Qaal è il qoiDto elemeDlo
deirelegansaf 125 D. Per quanti modi può otienersi la varieU? . • • « Ivi D,
Qoal è il secondo luogo onde al derinre varietà alle scrittore? It4 D, Qual è
il teno modo d'iodorro varietà nel discorso? . • 137 Accennate gli altri tre
modi onde si ottiene varietà. ... ivi ' D. Dopo avere esamioati i cinque fonti
dell'eleganza, resta egli altro a dire? 128 CAP. XIV. Dell' Armonia ìmUaliva.
D. Ciie cosa intendale per armonia imilaliva? 129 D, Come si imitano gli
affetti coir armooia? • • 133 CAP. XV. Della eolloeasione delle parole^ per la
quale ti reniie piò efficace la pamone e la ieecrimone. Articolo I. Della
cùUaenmne delle parole riepetto alla detcruiom. D. Come si può dire che la
collocazione delle parole giovi a rendere più efficace la descrizione? 137 D,
Dareste voi un esempio cbe mostri quanto nella descri- zione può r ordine delle
idee? 138 D. Glie si deve apprender dair analisi di qaestl loogbi? ... 143 ■
Articolo II. Della coUocaztane delle parale rispello agU afptUi. D, La
coliocaaione delle parola giova ella soltanto la descri- alone? ivi - 261 — D.
Serve egli solo alla fantasia e agli affetti lo studio di ben collocar le
parole? Pag. 145 - ' Articolo III. Se giovino egualmente ad ogni scrittura le
cose dette fin qui intorno la collocazione delle parole: e dei fini chi può r
uomo proporsi parlando. D. Non giova egli egualmente ad ogni specie di
linguaggio tutto ciò che abbiamo insegnalo intorno Toso delle paro - le, la
scclia e la collocazione delle medesime, i tropi, le fi^uiro , raniK^nia , e
gli altri ornamenti do! rliscorso? . . 146 D. Quanti sono i fìni che V uomo può
avere parlando o scri- vendo? ivi CAP. XVl. Del carattere dello scrìvere
filosofico, del persuasivo e del poetico, e delle diverse specie in che
ciascuno si ri- parte. Articolo I. Del carattere dello scrivere filosofico, e
specie del medesimo. D. Come definireste il carattere dello scrivere filosoOco?
. . 148 D, Si deve egli in ogni scrittura di carattere filosofico mante - nere
la stessa SL'verilà? #• > . i49 D. Deve egli soltanto dalla materia essere
guidato chi scrive di cose filosofiche o diiialliclie? 150 D. Dopo queste cose,
direste voi sulle generali quale debba essere T elocuzione propria del
carattere dello scriver filosofico? ivi Articolo 11. Del caraflere dello scriver
persuasivo, •* e delle specie del medesimo. I). Come potrebbe definirsi il
carattere dolio scrivere [)er- suasivQ? 151 . Ly Google — 265 — D. Spiegatemi
un poco questo che dite con qualche esem « pio Pag. 151 D. Che parte lianno la
fantasia e gli affetti nel discorso della persuasione? , 132 D, In quante
specie si parte il carattere dello scrivere per» suasivo? 1S4 D. Dovrà sempre
il discorso persuasivo a?ere la stessa im- magine di vera dimostrazione? ivi
Articolo III. . " Del carattere dello scriver poetico, e delle diverse
specie del medesimo. D. Comesi può de6nire il carattere dello stile poetico? .
. . f56 D. Di quante specie è il carattere dello scriver poetico? . . . io7 D,
A che giova questa distinzione dei diversi caratteri delio • scrivere e delle
diverse specie? 159 CAP, xvir. Dello stile e delle sue qualità, D. Che cosa fe
lo stile? .* ICO D. Si può egli dividere in diverse specie lo stile? 162
Articolo l. Dello stile semplice o piano, D, Come definireste lo stile
semplice, e quando si usa? . . . 163 D. Quali co§e sono necessarie
principalmente per iscriver bene con questo stile? ..... ^. 104 D. A quali
scriilure principalmenlo serve lo stile semplice? . i6o ■P. In qua! vizio si
può cadere cercando il semplice nello stile ? jC6 D. Quali sono i principali
autori latini da proporsi in esem - pio di stile semplice? , 167 Articolo II.
Dello stile mediocre o temperato, e delle sue qualità, D. Qnal è lo stile
mediocre ^ e quando si usa? . . • ivi D. Quali sono le qualità principali dello
stile mediocre? . . . 168 . Ly Google 0 D. A quali scritture serve
principalmente Io stile me- * .diocre? Pag. 169 D. In quali viq si può cadere
facilmente cercando di raffinare lo stile mediocre? '■^ . . . Aaticolo III. .
Dello stile irtagnìfico e sublime ^ e delle sue qualità. D. Cliè cosa è lo
stile sublimé? . . . « . l . : /. ^2 Z?r Per quanti modi si rende sublime lo
stile? D. Come si rende sublime lo 'élile coi concetti? . ivi ^ V. Come si può
dare sublimità alio stile cogli iatffetti? . . . .175 ' § ^ ^ '■ P. Come si
sublima lo stile col mezzo delle figure ? 177 D. Come si rende sublime lo siile
con ardita eleganza di Frase? 179 D. Come si oliiene da ultimo di rendere
magnifico ed eie- * vato lo stile per mezzo della composizione del periodo? 181
Esempio del sublime ottenuto in fona dei grandi con» cp.ttL . 186 Esempio del
sublime ottenuto in fona dell' affetto. . 192 Esempio del sublime ottenuto per
le figure 201 Esempio del sublime ottenuto da ardila eloquema. . 2Qi Esempio
del sublime ottenuto per elevata composi - %ione di periodoé 207 , p. In quali
mj «'incontra cercando dt sublimare lo stilèrt . * D. Oual è il migliore di
questi tre generi di stile? 215 Come possono ottenersi le doti necessarie a
scriver bene. • » ' - • D. Quali precetti si danno pep acqtìistare uno stile
lodevole? ivi — 267 — * D. Che dovrà farsi per otteoere di perfezionare V inieU
letto? ,. i ..... . Pag. 2ifi D, Come si può arricchire IMfmnaginativay .... ;
217 D. Che deve dirsi intorno n^li affetli? . ivi . D. Che ne dovrà avvenire
dal Mcrfezionameoto dell' intelletto, delia fanUsia e degli aifeui? . '. ^
....... 218 D. Oltre queste regole alcun* altra maniera per cui si possa
perfezionare lo stile? ^19 CAP. XIX. « • Dell' Imitazione. D. Che cosa è
imitazione? ^ . . ' ' 220 D. Non è egli vero ciò che alcuni dicono, T
imitazione re » stringere le menti e to^^lier loro la potenz:i creatrice? 221
D. Bene ho inteso; ma perchè dunque nelle scuole si pre - tende che noi
riportiamo frase, concetto e andamento dagli autori che si por^^ono a noi da
inniare? 222 D. Avrei a caro che in* indicaste quali sono i gradi diversi
pertui sì perviene a ben imitare 225 Articolo I. * Della Traduzione, D. Direste
voi alcuna cosa della traduzioiie? ivi Articolo li. Deir Analié, . D. Dite ora
dell'analisi, poiché ho detto quanto basta intorno il vantaggio che vien dal
tradurre. 225 D. Dareste voi un esempio dal quale si rilevasse il modo di
analizzare? % . . ^ . . . 226 a ■_. 5 Articolo HI. Dell' Emulazione. 1).
Esponete ora che cosa s* intende per emulazione , la quale è il terzo grado per
cui si ginnge alla perfetta imitazione. 234 ■ t 1). Dareste voi ud esempio del
coxne si possa imitare emù- laudo? . . . M . . . , ^. . . . Pag. 25S />.
Dopo avere tradotto, analizzalo ed emulato, è egli termi- nata l' opera dell'
imitazione? 244 '—^ CAP^ XX . . « . Se uno solo 0 tulli insieme i migliori
scrittori si debbano *\ imitare, e quali sono quelli che devono innanzi a tulli
' ■ essere imitati. » D. Si dovrà egli imitare un solo o tmti gli scrittori
insieme, quali hanno titolo d'essere eccellenti? 245 H. Quali sono gli autori
che si devono dapprima proporre a chi vuole venire in fama di scrittore? ^ .
246 I>, Quali sono gn «crutori che debbono scegliersi prlucipai= ^ mente a
maestri fra i Latini? . .'^ 248 D. Qaali scrittori italiani vorrete voi
proporei a maestri? . . 24y Comcluiione, . . y . . . V * * ^ • •C Nome
compiuto: Giuseppe Ignazio Montanari.
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